CONNORS-VILAS 1981, LA FINALE MAI DISPUTATA A MONTECARLO

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Vilas e Connors – da plazbovo.free.fr

articolo di Nicola Pucci

Quel che sto per raccontarvi oggi, cari appassionati di tennis, ha del mai visto dalle parti del Principato di Monaco. Che se in quel salotto baciato dal sole e nobilitato da qualche testa coronata ha regalato nelle settantaquattro edizioni precedenti pagine agonistiche di pregio, tra cui le vittorie tricolori di Giovanni Balbi di Robecco, Giovanni Palmieri e ben tre volte Nicola Pietrangeli, nel 1981 altresì conosce l’inedito di una finale mai portata a termine.

Dal 13 al 19 aprile i campioni della racchetta, come avviene ormai dal 1897 e con la sola eccezione dei due conflitti mondiali 1915/1918 e 1940/1945, si danno appuntamento al Monte Carlo Country Club di Roquebrune-Cap Martin, per quella che altro non è che l’ouverture della stagione su terra battuta. Il tabellone si compone di 32 giocatori, tra questi il re del rosso, Bjorn Borg, che detiene il titolo in virtù delle due precedenti vittorie, 1979 contro Vitas Gerulaitis e 1980 battendo Guillermo Vilas. Proprio l’argentino, che da queste parti ha colto il successo nel 1976 con Fibak e infrangerà qualche mese dopo il cuore della bella Carolina, appare il pretendente più autorevole al ruolo di sfidante dell’orso scandinavo, in un torneo che allinea al via anche Jimmy Connors, alla ricerca di una consacrazione su terra battuta che manca al suo sterminato palmares, l’altro sudamericano di grido, Josè Luis Clerc, il beniamino di casa Yannick Noah e due esperti antagonisti di questa superficie che vengono d’oltre cortina, l’ungherese Balazs Taroczy e il cecoslovacco Tomas Smid. Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Gianni Ocleppo difendono i colori dell’Italia in un teatro che spesso ha sortito buoni risultati per il tennis di casa nostra. Sarà così anche stavolta.

Il torneo in effetti comincia con il botto. Al primo turno, a sorpresa ma neppure troppo vista la contrapposizione di stile che abitualmente patisce e il precedente “difficile” della finale del Roland-Garros del 1979, Borg incoccia nel tennis d’attacco del paraguaiano Victor Pecci, che si impone in tre set, addirittura con un clamoroso 6-0 d’entrata, estromettendo così il campione in carica e liberando la parte alta del tabellone. Nella quale, con classe ed altrettanta capacità nel gioco di volo, si inserisce proprio l’Adriano nazionale, che dopo il semplice 6-3 6-2 all’esordio contro il modesto Fernando Luna, batte lo stesso Pecci agli ottavi, sempre 6-3 6-2, per poi estromettere ai quarti un pallettaro d’eccezione come Josè Higueras, 6-1 1-6 6-4, arrampicandosi così alle semifinali. Dove ad attenderlo c’è Vilas, che intravede la possibilità di successo finale una volta fuori da giochi Borg, eliminando uno dopo l’altro Ilie Nastase, umiliato con un doppio 6-0, Ocleppo, che regge dignitosamente un set, 6-4 6-1, e Smid, che si arrende solo al tie-break decisivo.

Nel frattempo Connors conferma di esser giunto all’appuntamento monegasco con buona attitudine alla terra battuta, superando al debutto Corrado Barazzutti, 6-4 7-5, per poi spengere le velleità francesi di Pascal Portes e Noah, entrambi eliminati in due rapidi set. In semifinale Jimbo incrocia Taroczy, che approfitta di un percorso agevole che lo vede sbarazzarsi di tennisti di seconda fascia, quali sono lo svedese Kjell Johansson, il transalpino Christophe Roger Vasselin e l’argentino Ricardo Cano, lasciando per strada la miseria di undici giochi in tre partite.

E qui fa la sua comparsa la pioggia. Che se non impedisce a Vilas di aver vita facile con Panatta sommergendo il malcapitato romano a suon di passanti e pallonetti per il 6-2 6-2 che lo vede accedere, come da pronostico alla finale, Connors, dopo un primo set senza sussulti, 6-1, si vede costretto a proseguire il giorno successivo, domenica mattina, completando in oltre un’ora di gioco il faticoso 7-6 che lo spedisce diritto allo scontro decisivo con il “poeta“.

Il 19 aprile 1981 però il tempo è incerto, sul Principato. Al punto da costringere gli organizzatori del torneo a slittare la finale al giorno di Pasquetta, lunedì 20. Vilas contro Connors è un bel vedere, due mancini l’uno al cospetto dell’altro, piè veloce e maestro della rotazione l’argentino, lottatore indomito e prototipo dell’attaccante da fondocampo l’americano, in vantaggio 4-3 negli scontri diretti. E sotto i nuvoloni minacciosi è partita aperta, con il punteggio che tiene i due sfidanti incollati l’uno all’altro fino al 5-5 del primo set e, curiosamente, 55 minuti di splendida battaglia, quando, proprio quei nuvoloni minacciosi, riversano sul Country Club una dose massiccia di acqua che obbliga all’interruzione. E stavolta senza più l’opportunità di proseguire. Perché Connors deve volare oltre Oceano per i tornei nord-americani, lui che non ha mai vinto su terra battuta in Europa e sperava per l’occasione di rompere il sortilegio, e Vilas è costretto a sua volta a rimandare all’anno successivo, 1982, il tris nel Principato.

Già, perchè quella finale, che gli organizzatori avrebbero voluto portare a termine il 7 giugno, il giorno dopo l’epilogo del Roland-Garros, non avrà un seguito e l’albo d’oro del torneo di Montecarlo, da quel dì, ha un tassello vuoto… a dispetto dei desideri del Principe.

1998, L’ITALIA DI DAVIS DALL’IMPRESA DI MILWAUKEE ALLA FINALE CON LA SVEZIA

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Nargiso e Gaudenzi in trionfo – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamo per un attimo l’Italia di Nicola Pietrangeli, Orlando Sirola e Sergio Tacchini, che si arrese nella doppia finale con l’Australia, 1960 e 1961; liberiamo il campo dalla nostalgia per i moschettieri azzurri, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, che trionfarono nel Cile insanguinato di Pinochet nel 1976 per poi guadagnare l’atto conclusivo nel 1977, 1979 e 1980 per cedere il passo all’Australia ancora, agli Stati Uniti di McEnroe e alla Cecoslovacchia del giovane Lendl… insomma, volgiamo lo sguardo al recente passato e celebriamo come è giusto che sia l’ultima Italia capace di raggiungere la finale di Coppa Davis, anno del Signore 1998.

Già, proprio Paolo Bertolucci, trait d’union tra il prima e il dopo, tra l’ultima Nazionale a far sognare l’insalatiera d’argento esercitando la specialità del doppio accanto all’amico Adriano Panatta, stella di quella nidiata di campioni e prima di lui guida tecnica dalla panchina, e quella che ha da difendere le due ultime semifinali del 1996 e del 1997, sconfitta prima 3-2 a Nantes dalla Francia e poi 4-1 a Norrkoping dalla Svezia vincitrice in finale con gli Stati Uniti. Appunto, Stati Uniti e Svezia, tenete a mente queste due squadre, le ritroveremo nel corso della competizione e saranno due sfide destinate ad entrare nell’almanacco del tennis bianco-rosso-verde.

Capitan Bertolucci ha dalla sua una buona dose di fortuna, occorre dirlo, se è vero che l’urna accoppia all’Italia, per il primo turno da giocarsi dal 3 al 5 aprile, l’India, con il fattore campo a favore e la scelta della sede dell’incontro che ricade su Genova. La vittoria, 4-1 infine, è garantita da Andrea Gaudenzi, che al venerdì batte Prahlad, mettendo così una pezza al rovescio di Davide Sanguinetti con Bhupathi, triplice 6-4, per poi assicurare il terzo punto la domenica con il numero uno avversario, e dal doppio formato dallo stesso Gaudenzi e Diego Nargiso, che si impongono 6-3 6-4 3-6 6-3 alla coppia Bhupathi/Syed, non proprio due spauracchi, ipotecando così la qualificazione al turno successivo.

Bertolucci ha messo in piedi una squadra solida, coesa, che fa dello spirito di gruppo il suo marchio di fabbrica. Tutti per uno ed uno per tutti, magari in contrasto con la dirigenza ma ben compattati attorno al capitano-non giocatore. Il faentino Andrea Gaudenzi è la stella di prima grandezza, un giocatore che da junior aveva lasciato intravedere un futuro luminosissimo con i trionfi, nel 1990, a Parigi e New York, per poi invece pagare pesante dazio all’enorme pressione su di lui riposta al momento del passaggio al professionismo. La caduta agli inferi e la risalita verso una carriera più che dignitosa erano state il frutto del lavoro svolto alla scuola dell’austriaco Ronnie Leigteb, mentore dell’ex-numero 1 del mondo Thomas Muster, ed ora Gaudenzi è puntualmente lì dove le attese lo avevano annunciato, ovvero almeno il miglior prodotto tennistico italiano. Accanto a lui uno spezzino, Davide Sanguinetti, giunto tardi alla notorietà, costruitosi con l’esperienza americana alla Harry Hopman Academy in Florida ed ormai avviato a sostituire Renzo Furlan nel ruolo di secondo singolarista. L’uno, Gaudenzi, dal gioco massiccio che ben si sposa con la terra battuta l’altro, Sanguinetti, abile nel colpire d’anticipo e particolarmente adatto alle superfici rapide. Assieme a loro, il talento mancino ed incostante di un altro ragazzo che da giovincello aveva fatto sperare in ben altri risultati, il napoletano Diego Nargiso, veterano e chioccia del gruppo ma ancora ottimo doppista. Oltretutto, il che non guasta, perfettamente in sintonia con il clima di Coppa Davis.

Insomma, una volta risolta la pratica India, dal 17 al 19 luglio ci si sposta a Prato, sempre sull’amata terra rossa, e l’avversario, ancora una volta, è quanto meno abbordabile. Tocca infatti allo Zimbabwe dei fratelli Black, Byron e Wayne, stabilmente tra i primi cento giocatori del ranking, ma scarsamente predisposti al gioco sul rosso. Già la prima giornata è sufficiente a certificare la disparità di forze, Gaudenzi ha vita facile con Wayne, 6-3 6-3 6-4, Sanguinetti non tradisce le attese con Byron, 6-3 6-3 6-0, e il doppio del sabato, con Andrea e Diego a battere i fratelli Black in quattro set, dopo aver perso il primo, rende platonici gli ultimi singolari della domenica. 5-0, e in un tabellone che vede Svezia e Germania avanzare alle semifinali nella parte alta, offre invece all’Italia, ancora tra le quattro migliori esattamente come nelle due ultime edizioni, l’ostacolo Stati Uniti. Da affrontare in trasferta, oltre Oceano, a Milwaukee, dal 25 al 27 settembre.

E qui si scrive una pagina storia di tennis tricolore. Certo, sul cemento indoor che tanto piace agli americani non ci sono Sampras e Agassi, numero 1 del mondo e il suo sfidante più accreditato, ma l’esperienza di Todd Martin, scivolato al numero 28 del ranking, e la giovanile esuberanza di Jan-Michael Gambill, numero 50, sembra sufficiente a garantire alla squadra di casa i favori del pronostico. La Coppa Davis, lo sappiamo, invece ama sottrarsi a quelle che sono le gerarchie stabilite a tavolino, e i ragazzi in maglietta azzurra compiono l’impresa. Sono infatti sufficienti 48 ore per spengere gli ardori stelle-e-strisce, con Gaudenzi che risolve a sua favore due delicatissimi tie-break per imporsi infine in quattro set a Gambill e Sanguinetti, forse alla miglior recita in carriera con la Nazionale, che annienta Martin, uno pur sempre capace di giungere a due finali Slam, seppur perdute, 7-6 6-3 7-6. Quando poi Gaudenzi e Nargiso, mai così ispirati, vanno avanti 6-4 7-6 con Gimelstob/Martin, si fanno riagganciare 7-5 6-3, infine chiudono 6-3 al parziale decisivo, la settima finale di Coppa Davis per l’Italia è un dato acquisito.

L’atto conclusivo, dal 4 al 6 dicembre, ha come teatro il Forum di Assago e i suoi 15.000 scatenati sostenitori del clan Italia. L’ostacolo è di quelli tosti, la Svezia detentrice del titolo e finalista in quattro delle ultime cinque edizioni, ma è altresì vero che la squadra scandinava è battibile nei due singolaristi, Magnus Gustafsson numero 31 e Magnus Norman numero 52, rimanendo invece fortissima e favorita nella coppia di doppio composta da Bjormann e Kulti. Si gioca su una terra battuta indoor che più lenta non si può, ed i primi a scendere in campo sono Gaudenzi e Norman, numero 1 d’Italia contro numero 2 di Svezia. Le prospettive si sbilanciano a favore dell’azzurro, ed in effetti il beniamino del pubblico milanese fa gara di testa, vincendo primo e terzo set, 7-6 6-4, perdendo invece secondo e quarto parziale, 7-6 6-3. La sfida è interminabile ed estenuante, ma pare volgere a favore di Andrea che sul 6-5 del set decisivo serve per il match. A questo punto fa capolino l’ospite inattesa, e pure tremendamente sgradita, la sfiga, che la combina grossa: al momento della battuta il tendine della spalla destra di Gaudenzi, già martoriata nelle settimane precedenti al punto che il faentino era stato costretto all’inattività dopo la semifinale di settembre per sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico, cede di schianto. L’urlo in mondovisione raggela i presenti, blocca lo sfortunato tennista costretto al ritiro e di fatto consegna alla Svezia, che in maniera del tutto anomala incamera il primo punto, l’insalatiera d’argento.

Perchè poi Gustafsson smaschera le incertezze di Sanguinetti su terra battuta, infliggendo al nostro una severa lezione, 6-1 6-4 6-0, e il doppio del sabato, con Bjorkmann e Kulti che con un altrettanto eloquente 7-6 6-1 6-3 superano Nargiso e Sanguinetti, strappa la Coppa Davis al sogno azzurro di dar seguito ai “ragazzi del 1976” e prende la strada della Scandinavia. Direzione Stoccolma.

AGASSI, UN AMERICANO A ROMA

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Agassi a Roma 2002 – da ansa.it

articolo di Nicola Pucci

Questa è la narrazione di un amore a prima vista. E di un lungo corteggiamento. Di un giovane bellimbusto che approccia, cresce, matura, infine fa breccia nel cuore della sua prediletta. Che di nome fa Roma, ha colorazione rosso-fuoco ed assume le sembianze di un campo da tennis.

Andrè Agassi, lo avrete senz’altro capito, è il virgulto che ha un legame di militanza con gli Internazionali d’Italia che si perde nel tempo. Già nel 1987 si fa vedere dalle parti del Foro Italico, quando l’imberbe appena 17enne batte Simone Colombo al debutto per poi perdere con l’argentino Martin Jaite (futuro finalista battuto da Lendl), per poi l’anno dopo capitombolare a sorpresa con Ronald Agenor ai quarti e conoscere l’onta della delusione nel 1989, sconfitto 6-1 al quinto set di una finale con Alberto Mancini che lo vede chiaramente nei panni del favorito.

L’affronto è tale che per un decennio, ad eccezione delle sporadiche e prococi eliminazioni del 1991 (fischiato al primo turno con il tedesco Jelen) e del 1994 (estromesso dal tennis senza mezze misure di Stefano Pescosolido), Agassi declina l’invito degli organizzatori di frequentare Roma, per poi, appunto cresciuto ormai, assommare un paio di ottavi di finale (nel 1999 k.o. con Rafter da numero 13 del mando e nel 2000 battuto da Hrbaty quando guida il ranking) e l’inattesa battuta d’arresto d’entrata nel 2001 ad opera del carneade Calatrava.

Maturità sopraggiunge infine, ed eccoci all’anno 2002. In precedenza la stagione del campione di Las Vegas, scivolato al numero 9 per via di un infortunio che lo ha obbligato a rinunciare agli Australian Open di cui è campione negli ultimi due anni, lo ha visto finalista a San Josè (battuto da Hewitt, nuovo numero 1 del mondo), primeggiare a Scottsdale (in finale su Balcells) e trionfare a Key Biscane contro un talentuosissimo svizzero che già si è illustrato a Wimbledon battendo Sampras, un certo Roger Federer. E se la terra verde di Houston ha bocciato il “Kid” nel match con l’eterno rivale, appunto Sampras, a Roma c’è un amore di lunga data da portare a soddisfazione.

Agassi è accreditato della nona testa di serie in un tabellone da leccarsi i baffi che ha in Hewitt il numero 1, nei finalisti dell’ultima edizione, l’iberico Ferrero e il brasiliano Kuerten, i numeri 3 e 2, Kafelnikov, Henamn, Safin, Haas e Johansson a completare il lotto dei principali pretendenti al titolo. Tra le retrovie, ormai sul viale del tramonto ma con in serbo ancora il futuro exploit a Flushing Meadows, Sampras numero 12 e, in divenire, due campioni che si stanno affermando, Federer numero 11 e Roddick numero 13.

Il primo turno riserva un paio di piacevoli sorprese “tricolori“, con Gaudenzi che estromette lo stesso Federer, duplice 6-4, e la wild-card Galimberti che elimina Corretja, finalista a Parigi nel 2001. E se le vittorie di “mano de piedra” Gonzalez con Henman e di Clement con Johansson non possono certo far gridare al clamoroso, Agassi evidenzia l’ottimo stato di forma debuttando agevolmente con il tedesco Kiefer, 6-3 6-2, al contrario di Sampras battuto dal terraiolo doc Mantilla.

Il secondo turno è fatale ad Hewitt, seccament esconfitto da Moya 6-3 6-2, così come ai due russi di rango, Kafelnikov e Safin, che incappano nella giornata-no di cui beneficiano Ferreira e Malisse, ma sono le sconfitte di Ferrero con Ljubicic e di Kuerten con Montanes a liberare il tabellone che si priva dei nomi più blasonati. Agassi demolisce Kratochvil, 6-0 6-1, e ragionevolmente si candidata al ruolo di nuovo favorito del torneo.

E così sia. Agli ottavi l’americano trova pane per i suoi denti nell’argentino Calleri, battuto infine 7-6 7-5, e nella parte bassa del tabellone guadagna i quarti di finale, raggiunto da Albert Costa, vincitore nel derby con Montanes, da Blake, che boccia l’ambizioso Gonzalez, e da Novak, numero 14 del seeding, che spenge gli ardori di Ljubicic. Nei due quarti superiori, i due attaccanti Haas e Roddick incrociano due specialisti del rosso, Moya e Robredo, ed infine hanno partita vinta, il tedesco con un facile 6-3 6-4 e l’americano con un 6-4 7-6 solo poco più che sofferto.

Ma è Agassi a tener banco. Con la personalità che ammalia, il gioco che conquista e l’amore per il tennis che lo fa essere ancora protagonista. A dispetto dell’età che avanza e del cranio pelato che ha preso posto, da tempo, della folta criniera sbarazzina. L’uomo si è fatto tale, il tennista è giunto a completa maturazione e l’occasione è di quelle da cogliere al volo. Andrè non dà scampo a Costa, 6-2 6-2, così come a Novak in semifinale, 7-5 6-4, per presentarsi all’atto decisivo con i favori del pronostico.

Di là dal net c’è Tommy Haas, che ha battuto Roddick 6-1 7-5 in una sinfonia del gioco d’attacco, ed è contrapposizione tra la solidità da dietro di Agassi e la propensione stilisticamente perfetta del tedesco di presentarsi a rete. In verità il tutto si risolve in un’esecuzione capitale, con Agassi che si impone nei due set iniziali 6-3 6-3 per poi dilagare 6-0 al terzo.

E’ fatta, il cuore di Roma si apre ed accoglie infine il suo spasimante più fedele. Andrè Agassi, detto “il kid“.

 

CORRADO BARAZZUTTI E IL TABU’ INFRANTO CON VILAS A MONTECARLO 1983

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La stretta di mano tra Vilas e Barazzutti – foto tratta dalla pagina Il Museo del tennis

articolo di Nicola Pucci

Corrado Barazzutti ha un feeling speciale con quel meraviglioso salotto tennistico che è il Country Club di Montecarlo. Tra l’azzurro del mare che si confonde con il cielo, al cospetto di qualche testa coronata e pure con il profilo dei panfili che si stagliano all’orizzonte, il “soldatino” ha già qualche bell’impresa da vantare al suo curriculum.

Da queste parti Barazzutti esordì 20enne, nel 1973, passando due turni con Warwick e Orantes prima di cedere 6-2 6-3 alla glaciale regolarità di un giovanotto svedese di bellissime speranze, tale Bjorn Borg, per poi guadagnare un posto in finale nel 1977, proprio con Borg, dopo aver liquidato rivali non certo di secondo piano, nell’ordine l’olandese volante Okker, l’ungherese Taroczy ed il cecoslovacco d’avanguardia, Kodes, perdendo all’atto conclusivo con l’onorevole punteggio di 6-3 7-5 6-0. L’anno dopo, 1978, cede in semifinale a Tomas Smid, 6-3 6-1 in verità troppo severo per le ambizioni e le credenziali sul rosso di Corrado, che da quel dì collezionerà poi tre sconfitte al primo turno ed una al secondo con McEnroe nel 1980.

Eccoci dunque al 1983. Nel frattempo Barazzutti, evidentemente già entrato nella fase discendente di una carriera impreziosita da una vittoria in Coppa Davis in Cile nel 1976 e tre altre finali nel 1977, 1979, 1980, due semifinali Slam a Forest Hills nel 1977 (battuto 7-5 6-3 7-5 da Connors) e a Roland-Garros nel 1978 (demolito, ma poteva essere altrimenti?, da Borg 6-0 6-1 6-0), una partecipazione al Masters e si è arrampicato ad un’eccellente settima posizione del ranking ad agosto, come solo Pietrangeli e Panatta prima di lui, è sceso oltre la centesima piazza in classifica, obbligato pertanto a passare attraverso le forche caudine delle qualificazioni per garantirsi un posto in tabellone.

Il torneo di Montecarlo ha in Lendl, testa di serie numero 1 e gran favorito alla vittoria, e in Vilas, numero 2 del seeding e detentore del titolo proprio contro il cecoslovacco nonchè finalista nelle ultime tre edizioni, i due protagonisti più attesi, con l’altro argentino di grido, Clerc, il pallettaro spagnolo, Higueras, lo svedese rampante, Wilander, l’idolo di casa, Noah, il recente re di Roma, Gomez, e il primo prodotto di Bollettieri, Arias, a completare la lista dei primi otto giocatori candidati al successo finale.

Ma che sarà un torneo non certo avaro di sorprese è chiaro fin da subito, quando il tennis imprevedibile dell’israeliano Shlomo Glickestein produce d’entrata la clamorosa eliminazione di Lendl, battuto in tre set 6-2 3-6 7-5, a cui fanno seguito le premature eliminazioni al debutto di Clerc, estromesso dall’ultimo Borg capace di vincere una partita di tennis prima del ritiro dall’attività, 6-1 6-3, Higueras, fatto fuori nel derby iberico dal “vecchio” Orantes, 6-4 6-2, Gomez, che inciampa in Edmondson, 7-5 0-6 6-3, e Arias, prima vittima di quell’inatteso ospite a questi livelli che è l’americano mel Purcell, 6-4 6-1.

E tra tanti pezzi da novanta che anzitempo riprendono la strada per tornare a casa, ecco che Barazzutti trova la sua liberata da qualche ingombro di troppo, per disegnare la settimana perfetta, o quasi, a suggello dell’eccellente carriera. Il friulano, nato ad Udine il 18 febbraio 1953, entra in lizza sbarazzandosi agevolmente di un altro vecchio marpione del circuito, l’americano Harald Solomon, che fu avversario di Panatta nella gloriosa finale parigina del 1976 e che con il nostro ha un bilancio di 6 vittorie a 0, che beneficia di una wild-card in qualità di presidente dell’associazione dei tennisti per venir poi seccamente battuto dal portacolori azzurro con un duplice 6-3. Fuori Gomez, al secondo turno Corrado incrocia Edmondson, che non è uno specialista della terra battuta, che ha pure il poco invidiabile record di essere il vincitore con la peggior classifica di una prova del Grande Slam, numero 212 quando nello stesso 1976 trionfò in finale agli Australian Open contro Newcombe, che si arrende al nostro in due set, 7-5 6-1.

Barazzutti è in fiducia, e gioca pure un ottimo tennis, al solito affidandosi a corsa, regolarità e precisione nel gioco da fondocampo. Ma l’ostacolo che si para al suo cospetto ai quarti di finale, vale a dire Guillermo Vilas, è di quelli da far tremare i polsi. E ad onor del vero i pronostici sembrano proprio condannare Corrado, così come i precedenti, ben sei, tutti a favore del sudamericano e senza neanche il conforto di un set vinto, a Teheran nel 1975, a Roma e al Roland-Garros nel 1976 e le tre volte successive alla Coppa delle Nazioni a Dusseldorf. Ma a Montecarlo è l’ora di infrangere il tabù, in un match che slitta al sabato mattina a causa del perdurare del maltempo, anche se il primo set, messo in saccoccia da Vilas con un netto 6-2, non pare dover smentire le indicazioni del ranking mondiale. Nel secondo set, quando meno te lo aspetti, invece, il copione del match cambia radicalmente. Barazzutti è sempre più incisivo nel gioco di difesa, Vilas smarrisce l’ispirazione e il 6-3 che rimanda al set decisivo è cosa fatta. Al terzo set l’argentino sale 3-0 ma non basta, l’italiano infila cinque giochi consecutivi, sul 5-3 vanifica tre match-point, vede il grande avversario rifarsi sotto sul 5-4, infine chiude la sfida 6-4 qualificandosi alla semifinale con Wilander.

La bella storia di Barazzutti a Montecarlo termina qui. La fatica accumulata nel match con Vilas si fa sentire un’ora dopo quando Corrado è chiamatao alla sfida di semifinale con Wilander, che con Taroczy, il connazionale Sundstrom e il talento incostante di Leconte si impone comodamente in due set, per fare altrettanto con Barazzutti, 6-2 6-3.

Mats porterà a termine vittoriasamente la sua “campagna monegasca“, battendo in finale Purcell, già proprio lui, l’inatteso che non ti aspetti, 6-1 6-2 6-3, ma quel che resta è quel Barazzutti stoico, battagliero e infine pure vincente. Da vero, buon “soldatino“.

1970/1971, LA DOPPIETTA DI JAN KODES SULLA TERRA DEL ROLAND-GARROS

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Jan Kodes solleva la coppa del Roland-Garros – da worldtennismagazine.com

articolo di Nicola Pucci

Jan Kodes appartiene alla schiera dei campioni della racchetta prodotta da quella fucina di talenti che è stata la Cecoslovacchia. Drobny e Lendl prima e dopo di lui, Navratilova, Mandlikova e Novotna tra le femminucce, son questi i supertitolati che trovano posto negli albi d’oro che regalano gloria perpetua, ad esempio quello del Roland-Garros, che Kodes fece suo a due riprese, 1970 e 1971.

Curioso pensare che il buon Jan, che a differenza di qualche illustre collega non lascerà mai la terra natia per sommare infine, a carriera conclusa, il ragguardevole record di 60 vittorie su 95 incontri di Coppa Davis, abbia trionfato sulle terra parigina quando ancora il suo palmares è pressochè vergine. Nel 1970, in effetti, Kodes ancora ha da consacrarsi vincitore di un qualsiasi torneo, seppur finalista in una splendida finale qualche settimana prima agli Internazionali d’Italia, battuto in quattro set da Ilie Nastase che l’anno prima, a Barranquilla in Colombia, gli ha negato il primo titolo, stavolta in cinque manches.

A Parigi Kodes è accreditato della settima testa di serie di un tabellone indebolito dall’assenza dei dominatori delle ultime due edizioni, ovvero le prime dell’era Open del tennis, Ken Rosewall e Rod Laver, che al pari dei connazionali Stolle, Roche ed Emerson hanno disertato in massa l’appuntamento francese, lasciando il “vecchio” Lew Hoad e Martin Mulligan soli a difendere l’onore australiano. I favori del pronostico si riversano pertanto proprio su Nastase, numero uno del seeding, così come sull’americano Stan Smith, seppur non adattissimo alla terra battuta e che darà forfait poco prima di scendere in campo con Jean-Paul Meyer, giocatore di casa, sulla coppia spagnola composta da Manolo Santana, vincitore al Roland-Garros nel 1961 e nel 1964, e Manuel Orantes, fresco di finale al torneo di Montecarlo dove ha conosciuto l’onta della sconfitta con lo jugoslavo Zeljko Franulovic, pure lui della partita e non certo escluso dai pronostici. Anzi. Ci sono infine il passato, Nicola Pietrangeli che esattamente dieci anni prima vinse il suo secondo titolo, e il futuro, Adriano Panatta che vincerà nel 1976, del tennis italiano, ma onestamente sembrano entrambi destinati ad un ruolo secondario. L’uno, infatti, perderà al terzo turno 8-6 6-4 6-4 con Arthur Ashe, dopo aver battuto il sovietico Lichacev e il belga Hombergen regalando qualche sprazzo di antica grandezza, il secondo si spingerà fino agli ottavi, dove cadrà al cospetto del francese Jauffret con un secco 6-3 6-4 6-0 dopo aver liquidato Alexander, Phillips-Moore e Zednik mostrando un’eleganza offensiva senza pari.

Ma torniamo a Kodes, che nel frattempo sorvola senza patemi i primi turni lasciando le briciole al francese Chanfreau, all’australiano Howe e al connazionale Koudelka, prima di dover usare gli attributi per avere la meglio di Ion Tiriac, sconfitto agli ottavi al quinto set, 4-6 7-5 4-6 6-2 6-2. E se a Santana e Orantes è fatale proprio il quarto turno, estromessi dal francese George Goven in cinque set e dal “nero” statunitense Arthur Ashe in quattro, Nastase procede a sua volta spedito, senza lasciare set agli avversari proposti dal tabellone, e Franulovic, dopo un rischioso secondo match con il polacco Gasiorek sconfitto solo 9-7 al parziale decisivo, mette la parola fine alla carriera di Hoad, che si arrende 6-3 6-3 6-4. Ai quarti di finale Kodes ha vita facile con Mulligan, in passato tre volte vincitore a Roma e finalista a Wimbledon nel 1962, ed incrocia Goven, che prevale nel derby francese con Jauffret, mentre l’americano Cliff Richey, numero otto del tabellone e sorprendente killer di uno spento Nastase, trova sulla sua strada Franulovic, infine vincitore di Ashe 6-3 al quinto set. E le due semifinali non deludono certo le attese, entrambe risolte al quinto set, con Kodes che ancora una volta rimonta da 2-1 sotto con Goven e Franulovic che fa altrettanto con Richey, guadagnando l’ultimo atto che mette di fronte due giocatori non certo attesi a questo livello. In finale non c’è proprio partita, Kodes demolisce il rivale con l’eccellenza del suo gioco di volo e la precisione dei colpi da fondocampo, concludendo rapidamente 6-2 6-4 6-0 che gli vale non solo il primo torneo Slam in carriera, ma anche la prima vittoria sul circuito.

Dodici mesi dopo Kodes torna a Parigi non più nelle vesti di outsider, bensì in qualità di favorito alla vittoria finale, forte anche del suo status di campione in carica e numero uno del tabellone. Ha masticato ancora amaro a Roma, dove ha perso all’ultimo atto con Laver, vincendo altresì a Catania con Goven, e al Roland-Garros rinnova la sfida agli avversari di sempre, Nastase e Franulovic su tutti che furono suoi fieri rivali già all’esordio alla Porte d’Auteuil nel 1966, Ashe, Smith e Richey che competono per gli Stati Uniti. Ad eccezione proprio di Richey, numero quattro, che cede agli ottavi all’ungherese Istvan Gulyas, da queste parti comunque finalista nel 1966 battuto da Tony Roche, del sovietico Metreveli, numero otto, che incoccia in Patrick Proisy al secondo turno, e Marty Riessen, numero sette, che lascia strada al connazionale Froehling, i pretendenti al successo avanzano in blocco ai quarti di finale, con Kodes che trova sulla sua strada due francesi, Courcol che non lo preoccupa al secondo turno, e Jauffret che lo impegna al limite dei cinque set agli ottavi in un match che lo stesso Jan considerarerà come il più difficile dei suoi due percorsi vittoriosi a Parigi. A questo stadio della competizione Kodes, Nastase e Franulovic avanzano in quattro set eliminando lo stesso Proisy, Stan Smith e Gulyas, con Froehling che completa il poker di semifinalisti sorprendendo in cinque set Ashe. E se poi Nastase ferma l’americano come da pronostico, Kodes bissa il successo dell’anno prima con Franulovic, con un altrettanto semplice 6-4 6-2 7-5, avanzando alla finale che li vede infine opposti per definire la questione di chi meriti la corona e sia il giocatore più forte al mondo su terra battuta.

Da un lato la genialità irriverente del rumeno, dall’altra il tennis classico del ceco, l’Europa dell’Est che abbatte le barriere imposte dal Muro e si sfida per la conquista dell’Occidente. Nastase insegue il primo trionfo parigino e Kodes legittimamente ambisce a confermarsi campione, e quel che ne vien fuori è una sfida aperta, nel segno di Jan che fa suo un primo set interminabile, 8-6, vince facilmente il secondo, 6-2, accusa il ritorno di Ilie, 6-2, va sotto 1-3 al quarto set dovendo fronteggiare tre pericolosissime palle-break. Qui il ceco mette a segno un punto memorabile, inseguendo una mortifera palla-corta del rumeno per poi ribattere con un tuffo a rete la voleè vincente, degna del miglior Becker londinese, chiave di volta per la rimonta che vale il 7-5 risolutivo che mette la parola fine all’incontro e decreta la doppietta di Kodes.

Il ceco è nuovamente campione, proprio in quella Parigi che lo acclama ormai come il suo beniamino… già, qualche giorno prima, tra le strade della capitale, Kodes non rispetta il semaforo rosso, viene fermato da un poliziotto che gli chiede il passaporto “ah, Cecoslovacchia? Kodes? è lei? vada pure!“… anche la ragion di Stato si inchina al nuovo re di Francia.

LO SGAMBETTO DI HANA MANDLIKOVA AGLI US OPEN 1985

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Hana Mandlikova in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Se Chris Evert era la classe, Martina Navratilova era la potenza. Se l’americana ammaliava con movenze graziose, la ceca stupiva con esecuzioni mascoline. E per un decennio almeno, tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80, hanno instaurato una dittatura tennistica che nessuna, ma proprio nessun’altra atleta in gonnella è riuscita proprio a interrompere.

Eppure, c’è chi ha tentato di inserirsi tra le due regine, garantendosi una ribalta di prestigio, come ad esempio baby-Tracy Austin, treccine e rovescio bimane, fotocopia di Chris; soprattutto l’altra rappresentante dal di là del Muro, Hana Mandlikova, l’altra ceca stilisticamente tanto bella e perfetta quanto fragile caratterialmente da vincere meno di quello che il suo talento di cristallo avrebbe potuto permetterle, troppo spesso soccombente al dominio di Martina.

Hana nondimeno si affaccia alla ribalta, lei classe 1962, con eccellenti credenziali, se è vero che a fine 1980, appena maggiorenne, mette in saccoccia gli Australian Open su erba battendo in finale, 6-0 7-5, la beniamina di casa Wendy Turnbull che ha liberato il campo estromettendo in semifinale la Navratilova, per poi bissare a giugno 1981 sulla terra rossa del Roland-Garros, 6-2 6-4 alla tedesca Sylvia Hanika dopo l’exploit con la Evert sempre in semifinale, e perdere tre finali Slam, due sul cemento agli US Open ed una sui prati di Wimbledon. Per disegnare poi il capolavoro a fine estate 1985, proprio nel tourbillon impazzito di Flushing Meadows, tra grattacieli, rombo di aerei e puzza di hamburger.

Evert e Navratilova, naturalmente, capeggiano l’entry list, l’una dopo aver riguadagnato la testa del ranking mondiale trionfando a Parigi, l’altra comunque capace di imporsi in Australia e per la sesta volta nell’amata Londra… si tenga a mente, tre finali di Slam sempre risolte dallo scontro diretto. E niente lascia pensare che anche a New York non si debba assistere alla quarta recita stagionale tra le due supercampionesse, esattamente come l’anno prima ed esattamente come nelle ultime sei finali di Slam negli ultimi due anni!

La Mandlikova, semifinalista a Melbourne, ha conosciuto l’onta di una prematura eliminazione sia al Roland-Garros, battuta ai quarti dalla tedesca Kohde-Kilsch, che a Wimbledon, sorpresa addirittura al terzo turno dall’australiana Elizabeth Smylie, ed a quindi tutto il desiderio di questo mondo di riscattarsi. Anche perchè l’anno in corso l’ha vista primeggiare solo in due eventi di minor cabotaggio, a Oakland in febbraio e a Princeton in marzo, e il suo talento, certificato dalla terza testa di serie, pertanto medita vendetta. Pam Shriver, abituale compagna di doppio di Martina, la stessa Kohde-Kilsch, Zina Garrison, Helena Sukova e la più anziana delle sorelle Maleeva, Manuela, completano il lotto delle prime otto pretendenti al titolo, onestamente con pochissime chances di alzare la coppa e tanta, ma proprio tanta certezza di gareggiare per un piazzamento.

In effetti Evert e Navratilova sbaragliano la concorrenza in primi turni di scarsissimo livello tenico, cedendo 15 giochi in quattro incontri Chris, esattamente come Martina, tenuta sulla corda solo dalla svedese Catarina Lindqvist agli ottavi, infine battuta 6-4 7-5. Nel frattempo la Mandlikova ha gioco facile con la britannica Brown, 6-2 6-1, e la sua connazionale Annable Croft, che ben conosciamo oggi per le apparizioni in video ad Eurosport, 6-3 6-3, per poi eliminare la Hanika, 6-3 6-4, e concedere un set al gioco brillante di Kathy Jordan, 7-5 3-6 6-1, mentre si mette in luca una giovane teutonica, tale Steffi Graf, che annuncia una carriera favolosa sbarazzandosi della Maleeva agli ottavi con un netto 6-2 6-2, unica intromissione a sorpresa tra le prime otto che guadagnano i quarti di finale.

E qui, se Evert e Navratilova non conoscono esitazione con la Kohde Kilsch, 6-3 6-3, e la Garrison, 6-2 6-3, Hana ha bisogno di tutta la sua eleganza nel disporre a suon di serve-and-volley della Sukova, 7-6 7-5, meritandosi la semifinale con Chris, e la Graf, dotata non solo di dritto e gran gambe ma pure di una buonissima dose di istinct-killer, supera la Shriver con un infinito 7-6 6-7 7-6, andando così ad incrociare racchetta con Martina.

La Mandlikova pare aver recuperato la smalto che negli anni passati l’ha vista trionfatrice sull’erba australiana e sulla terra transalpina, e con la Evert, in una memorabile contrapposizione di soluzioni tecniche, attacco contro difesa, ed in una paradisiaca esercitazione sinfonica di grazia ed eleganza, dopo aver perso di un soffio il primo set, 6-4, trova lo slancio per due parziali da sogno, 6-2 6-3, vincendo finalmente con l’americana e vendicando le due sconfitte qui patite in finale nel 1980 e nel 1982. La Navratilova nel mentre liquida l’ardore giovanile della Graf, 6-2 6-3, ed allora l’ultimo atto nel catino di Flushing Meadows sarà sfida in famiglia tra cecoslovacche votate all’offensiva, Martina contro Hana, con i precedenti a favore della campionessa di Revnice, che regala quattro anni all’avversaria, 14-5.

La sfida è bellissima. Se Martina ci mette esperienza e forza bruta, Hana risponde con esuberanza e tocco raffinato, tanto da far suo un primo set capitale al tie-break, 7-3, dopo aver condotto nel set addirittura 5-0 prima di subire la rimonta dell’avversaria, per poi sfiorire in un secondo parziale troppo veloce per esser degno di una finale di tale eccelsa levatura tecnica, 6-1. Si decide tutto al set decisivo, e qui la vicenda è leggendaria. La Mandlikova sale 5-3, ha la palla per chiudere, la spreca, viene costretta ad un altro tie-break, vola 6-0, vede la Navratilova rifarsi sotto 6-2, infine quando l’ultima, impeccabile, voleè di rovescio vale la vittoria, crolla a terra ebbra di gioia.

Hana Mandlikova, che non primeggiava certo per costanza di rendimento e spirito battagliero, stavolta sgambetta le due regine, diventa una delle poche tenniste capaci di vincere uno Slam su tre superfici diverse e può cantare felice “New York, New York!“.

ARTHUR ASHE, QUANDO IL NERO MUOVE E VINCE

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Arthur Ashe in azione a Wimbledon – da madison.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel giro vorticoso dei milioni (di $) che contorna il mondo del tennis odierno, si fa fatica a pensare che 50 anni fa le cose fossero piuttosto diverse, con la disciplina ancora ritenuta “amateur“, finché i migliori non decisero di ribellarsi per capitalizzare la loro abilità con la costituzione di un “Circuito Pro” che, inevitabilmente, portò a scontri con la Federazione Internazionale ed alla formazione di varie sigle, un po’ come successivamente avvenuto nel pugilato.

Esattamente mezzo secolo fa, esistevano due sigle pro, la “National Tennis League” (NLT) a cui erano iscritti campioni del calibro di Rod Laver, Roy Emerson, Ken Rosewall e Pancho Gonzales ed il “World Championship Tennis” (WCT) che annoverava tra le sue file John Newcombe, Tony Roche, Nikola Pilic ed un giovane americano di colore, Arthur Ashe.

E, nonostante dall’anno seguente il più prestigioso torneo, quello londinese di Wimbledon, aprisse le iscrizioni a professionisti e dilettanti entrando così nell’era “open“, si doveva attendere sino al 1972 affinché si smussassero le controversie tra le varie associazioni, con la costituzione di un sindacato che tutelasse i tennisti di professione, così formando la “Association of Tennis Professionals” (ATP), tutt’ora vigente e che sovrintende al programma annuale del circuito, con l’organizzazione dei tornei al di fuori di quelli (Australia Open, Roland Garros, Wimbledon ed US Open) che costituiscono il Grande Slam.

E, strano a dirlo, uno dei fautori di questa iniziativa, venendone poi eletto presidente nel 1974, altri non è che proprio il “colored” Arthur Ashe, una novità assoluta in uno sport pressoché esclusivamente riservato ai bianchi, il quale, peraltro, era già riuscito a ritagliarsi uno spazio importante in tale mondo esclusivo, non esitando a condurre battaglie sociali a difesa della propria gente, contemporaneamente al suo affermarsi a livello sportivo.

Ashe nasce nel luglio 1943 a Richmond, in Virginia, non proprio il luogo ideale per un nero, figlio di un ex poliziotto che svolge il lavoro di custode in un impianto riservato ai neri e dotato di quattro campi da tennis, dove il giovane Arthur, scartato dalla squadra di football (quello americano, con la palla ovale, per intendersi) stante il fisico gracile, inizia ad impratichirsi ed a dimostrare un innato talento, pur dovendosi più volte scontrare con l’arroganza dei bianchi.

Rimasto orfano di madre all’età di 7 anni a causa di complicazioni a seguito di un intervento chirurgico, viene preso sotto le cure di Walther Johnson, il quale gestisce una scuola di sport per neri ed è anche allenatore di Althea Gibson, prima tennista di colore a vincere, per due anni consecutivi, nel 1957 e 1958, il prestigioso torneo londinese di Wimbledon, il quale lo convince a trasferirsi da quell’ambiente ostile del Sud degli Stati Uniti, dapprima a St. Louis e quindi ad UCLA, la famosa Università di Los Angeles, da cui sono usciti fior di campioni di ogni sport.

Ad Ashe però l’impegno sportivo non basta, è uno dei primi a capire che negli Stati Uniti i ragazzi di colore sono usati per conquistare trofei e medaglie sportive, e per poter portare avanti una lotta a difesa della sua gente occorre studiare ed elevare il proprio patrimonio culturale, ottenendo così ad UCLA la laurea in scienza delle finanze, per poi frequentare addirittura l’elitaria accademia di West Point, dove raggiunge i gradi di tenente dell’esercito.

Nel frattempo, non che i risultati in campo tennistico vengano meno, a 20 anni è il primo giocatore di colore a far parte della squadra di Coppa Davis che vince l’insalatiera, pur non disputando gli incontri di singolare o doppio nella finale contro i detentori australiani e nel 1965 si arrende a Manolo Santana in quattro set (6-2, 4-6, 2-6, 4-6) nella semifinale degli US Open.

Nei due anni successivi, raggiunge due finali consecutive agli Australian Open 1966 e 1967 – entrambe le volte sconfitto nettamente da Roy Emerson – prima di ottenere il suo primo titolo dello Slam facendo sua la finale degli US Open 1968 al termine di cinque tiratissimi set (14-12, 5-7, 6-3, 3-6, 6-3) contro l’olandese Tom Okker.

Il 1968, anno difficile per le tensioni sociali in tutto il pianeta – a marzo viene assassinato il leader nero Martin Luther King, stessa sorte tocca a giugno a Robert Kennedy, candidato alle presidenziali, mentre a dieci giorni dall’inizio dei Giochi di Città del Messico, una protesta pacifica di studenti in Piazza delle Tre Culture viene sedata nel sangue dall’esercito messicano – si conclude sportivamente in gloria per Ashe con la conquista della Coppa Davis a spese dei detentori australiani, sconfitti a dicembre per 4-1 ad Adelaide.

Poiché all’epoca era in vigore il “Challenge Round” per l’assegnazione della prestigiosa insalatiera, ciò stava a significare che i detentori disputavano solo la finale contro la nazione che aveva superato i turni eliminatori ed Ashe è il capitano della formazione Usa che, nei due anni seguenti, fa cappotto superando per 5-0 sia la Romania nel 1969 che la Germania Ovest nel 1970, mentre a livello individuale raggiunge altre due volte la finale degli Australian Open, vincendo piuttosto agevolmente nel 1970 contro Dick Crealy (6-4, 9-7, 6-2), ma venendo altrettanto nettamente sconfitto da Ken Rosewall (1-6, 5-7, 3-6) l’anno successivo.

I numerosi impegni sportivi non impediscono ad Ashe di assecondare anche la propria campagna a favore dei diritti dei neri, rivolgendo la sua attenzione – data la propria acquisita notorietà – sulla questione della segregazione razziale in Sudafrica, chiedendo a più riprese il visto per poter partecipare ai “South Africa Open“, sempre negatogli dal Governo sudafricano che non intendeva iscrivere giocatori di colore al proprio torneo, dato il regime di “apartheid” vigente nel paese, un atteggiamento che porta Ashe a denunciare tale discriminazione razziale nei suoi confronti, chiedendo al Governo degli Stati Uniti sanzioni contro la nazione africana ed alla Federazione Internazionale di espellere il Sudafrica, pur accettando, per rispetto dei singoli giocatori sudafricani, di giocare contro di loro nel corso dei vari tornei.

Alla soglia dei trent’anni, ad Ashe si presenta l’occasione di bissare il successo del 1968 agli US Open nella finale del 1972, dopo essere stato eliminato l’anno prima in semifinale dal cecoslovacco Jan Kodes al termine di una maratona durata cinque set, ma la sfida contro lo storico rivale di Coppa Davis Ilie Nastase rappresenta per l’americano forse la più grande amarezza della carriera in quanto, in vantaggio due set ad uno (6-3, 3-6, 7-6) ed avendo a disposizione una palla break per portarsi 4-1 al quarto, subisce la rimonta del romeno che si aggiudica gli ultimi due parziali con il punteggio di 6-4, 6-3 anche grazie ad alcuni suoi atteggiamenti irritanti, tali da far perdere la concentrazione anche ad un flemmatico come Ashe.

I suoi buoni risultati nei tornei del circuito WCT fanno sì che Ashe si qualifichi anche per le relative finali tra gli otto migliori tennisti (quelle che oggi sono le “ATP Finals“), raggiungendo l’atto conclusivo nel 1973, sconfitto in quattro set (3-6, 3-6, 6-4, 4-6) dal compagno di Coppa Davis Stan Smith, anno in cui riesce finalmente ad ottenere il visto per partecipare agli Open del Sudafrica, dove raggiunge la finale solo per essere sconfitto dall’emergente Jimmy Connors in tre rapidi set (6-4, 7-6, 6-3), con identica conclusione l’anno seguente, con il punteggio stavolta di 7-6, 6-3, 6-1 a favore di “Jimbo“.

Ma l’aspetto sportivo è probabilmente il meno rilevante per Ashe, il quale ha ora l’occasione di toccare con mano le condizioni di discriminazione ed emarginazione dei “fratelli neri” e non tralascia di fare più volte visita al tristemente noto “Ghetto di Soweto“, dove non lesina parole di incoraggiamento e di speranza per un futuro migliore, traendo spunti da riproporre con sempre maggior convinzione in patria nella sua lotta a favore dell’emancipazione degli americani di colore.

E se da un lato le sue battaglie sociali lo vedono sempre più impegnato in prima persona, da un punto di vista squisitamente sportivo, viceversa, Ashe sembra ormai avviato verso il viale del tramonto, visto che il miglior risultato nei tornei dello Slam nel biennio 1973/1974 è costituito dal raggiungimento dei quarti di finale agli US Open, sconfitto 6-4 al quinto set da John Newcombe, in un torneo che vede il 22enne Connors completare tre quarti di Slam schiantando (6-1, 6-0, 6-1!) in finale Ken Rosewall dopo essersi già aggiudicato gli Australian Open e Wimbledon.

Ed invece, come una specie di araba fenice, a 33 anni, Ashe disputa nel 1975 forse la migliore stagione della sua carriera, conquistando ben quattro tornei WCT (Barcellona e Monaco contro Bjorn Borg, Rotterdam e Stoccolma superando in finale Tom Okker), per poi aggiudicarsi le finali del circuito sconfiggendo in finale in quattro set (3-6, 6-4, 6-4, 6-0) il 19enne astro nascente svedese.

Ma la perla doveva giungere sulla verde erba di Wimbledon, torneo in cui Ashe era al massimo riuscito per due anni consecutivi – nel 1968 e nel 1969 – a raggiungere le semifinali, solo per soccombere in entrambe le occasioni al fuoriclasse australiano Rod Laver che si sarebbe poi aggiudicato il trofeo, e nell’edizione del 1975 non parte coi favori del pronostico, essendo testa di serie n. 6, previsioni che viceversa si orientano sul campione uscente Jimmy Connors.

La maggiore sorpresa dei turni iniziali la riserva l’eliminazione, agli ottavi, della testa di serie n. 2, l’australiano Ken Rosewall, sconfitto in quattro set dal connazionale Tony Roche che ne prende il posto nella parte bassa del tabellone per affrontare nei quarti il temibile olandese Tom Okker, mentre ad Ashe l’abbinamento riserva, come da accoppiamento iniziale, la testa di serie n. 3, vale a dire lo Bjorn Borg, già vincitore nel corso dell’anno del Roland Garros.

Ashe conferma la superiorità dimostrata nelle WCT Finals, liquidando lo svedese ancora in quattro set (2-6, 6-4, 8-6, 6-1) per poi doversi preparare alla sfida in semifinale con Roche, il quale, confermando il suo eccellente stato di forma, viene a capo di un complicato match contro l’ostico Okker, sconfitto 6-2 al quinto dopo essere stato in svantaggio per due set ad uno.

Quello contro Roche è un incontro palpitante che tiene incollati alla sedia gli spettatori del campo centrale per oltre quattro ore di gioco, risolto a favore dell’americano al termine di cinque combattutissimi set, come testimonia il punteggio di 5-7, 6-4, 7-5, 8-9 (all’epoca il tiebreak si disputava sull’8 pari), 6-4 a beneficio di Ashe, una maratona che conforta ancor di più i bookmakers nel dare per favorito in finale Connors, il quale, oltre ad aver liquidato Tanner con un eloquente 6-4, 6-1, 6-4, giunge all’atto conclusivo senza aver perso neppure un set!

Di nove anni più giovane, dopo aver sfiorato il bis ad inizio stagione agli Australian Open, sconfitto in finale da John Newcombe, Connors è dato favorito 4 a 1 dagli allibratori, tanto più che Ashe non è mai riuscito a sconfiggerlo nelle precedenti occasioni in cui i due hanno incrociato le racchette, ma contro ogni pronostico, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione nei primi due set, conclusi entrambi sul 6-1 a suo favore e, dopo aver subito la rabbiosa reazione del connazionale nel terzo set, che Connors si aggiudica 7-5, chiude il discorso nel quarto con il punteggio di 6-4 che gli vale il più prestigioso titolo della storia del tennis mondiale.

Ottenuto il massimo dalla carriera, Ashe continua a giocare ancora per tre anni cogliendo qualche successo nei tornei del circuito, ritirandosi dall’attività agonistica a fine 1979 a seguito di un attacco cardiaco e per il quale gli vengono applicati quattro bypass, con uno “score” complessivo di 818 vittorie a fronte di 260 sconfitte e 51 tornei vinti.

Ashe non è certo il tipo di starsene inattivo, impegnandosi in molteplici attività, dallo scrivere articoli per il “Washington Post” e la rivista “Time“, allo svolgere il ruolo di commentatore televisivo per il network “ABC Sports“, nonché nel mettere la propria esperienza ed il proprio carisma nel non facile compito di capitano della squadra di Coppa Davis, dovendo gestire gli umori di John McEnroe, incarico svolto dal 1981 al 1985 e coronato dai successi nelle edizioni 1981 (3-1 in finale all’Argentina) e 1982, con la Francia sconfitta 4-1 nell’atto conclusivo.

Ciò nondimeno, Ashe non dimentica i suoi obblighi morali verso la gente di colore, partecipando attivamente anche ad atti di protesta ufficiali, subendo persino un arresto nel gennaio 1985 durante una manifestazione nei pressi dell’ambasciata del Sudafrica a Washington contro il regime di apartheid ancora vigente.

Probabilmente il suo cuore avrebbe bisogno di una vita meno frenetica, specie dopo aver subito un secondo intervento nel 1983, ma Ashe ha un compito da svolgere e lo adempie con la pubblicazione, nel 1988, di un’opera in tre volumi dal titolo emblematico “A Hard Road to Glory: a History of the African-American Athlete” (“La difficile strada verso la gloria: la storia degli atleti afroamericani“), in cui affronta il tema a lui più caro, come largamente sottolineato… “Gli atleti neri e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata, dobbiamo cambiare questa mentalità…“.

Purtroppo proprio a conclusione del suo lavoro scopre di essere malato di AIDS a seguito di una trasfusione di sangue infetto nel corso del secondo intervento chirurgico subito al cuore, ma nonostante ciò continua a lottare sino all’ultimo, si impegna in prima persona nella lotta contro “la peste del XX secolo“, e ricorda che il giorno più importante della sua vita non è stato il successo a Wimbledon, bensì quello della liberazione del leader dell’ANC (“African National Congress“), Nelson Mandela, il quale, da carcerato, aveva dichiarato che la prima persona che avrebbe voluto incontrare, una volta libero, era proprio Arthur Ashe, evento che puntualmente avvenne con forte emozione per entrambi.

Per concludere, restino ad imperituro ricordo alcune delle frasi pronunciate da Arthur Ashe – l’unico giocatore di colore ad aver vinto tre prove dello Slam (il solo francese Yannick Noah si aggiudicherà, in seguito, il Roland Garros), e che scompare il 6 febbraio 1993 a 50 anni non ancora compiuti – a testimonianza dello spessore del personaggio, quali… “l’Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, l’esser nato negro sì …“, oppure, relativamente alla sua carriera sportiva … “campione è colui che lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato“, per concludere con il suo ultimo messaggio, a pochi giorni dalla morte… “vi prego d non considerarmi una vittima, io sono stato un messaggero…!“.

1934/1936, IL TRIENNIO DI SUCCESSI DI FRED PERRY

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Fred Perry nel gioco di volo – da juanhuitztennis.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La stagione 1933 del tennis vede alternarsi al vertice tre campioni: l’americano Elisworth Vines, che dopo i trionfi a Wimbledon e agli US Open dell’anno prima non dà conferma del suo potenziale; l’australiano Jack Crawford che inciampa ad un passo, ovvero ad un set, dal Grande Slam, perdendo in finale agli US Open dopo essersi imposto in Australia, al Roland-Garros e a Wimbledon; infine l’inglese Fred Perry che proprio con la vittoria a Forest Hills, che segue di qualche settimana il successo in Coppa Davis contro la Francia, sconfitta dopo aver messo in bacheca sei “insalatiere” consecutive, si affaccia alla ribalta. E quel che sarà il seguito certificherà che non si è trattata di gloria effimera.

Il 1934, in effetti, si apre nel migliore dei modi per il 25enne nato a Stockport, dal prestigioso passato di tennistavolista se è vero che nel 1929 fu campione del mondo in quel di Budapest dove ebbe la meglio del formidabile campione di casa, Michael Szabados. Ma la racchetta da tennis lo ha poi conquistato, deliziando il mondo con un dritto di “polso” retaggio proprio dell’attività di tennis tavolo, e con la stagione che si avvia in Australia con lo Slam sui campi in erba del White City Stadium di Sidney Perry è già il migliore, battendo nel corso del torneo cinque giocatori australiani, nell’ordine Poidevin, Rodgers, Hopman, McGrath e all’atto decisivo “gentleman” Jack Crawford, detentore del titolo e numero 1 del mondo, nonché beniamino del pubblico locale, con l’inequivocabile 6-3 7-5 6-1. Non certo appagato, l’inglese mette in saccoccia anche la coppa riservata ai vincitori del doppio, quando associato al connazionale Pat Hughes completa un inverno australe con i fiocchi battendo Quist e Turnbull in cinque set.

Da qui ha inizio un triennio di dominio che porterà Perry a sua volta ad un passo dal Grande Slam. Ma senza mai riuscirci, vittima della sfortuna. Al Roland-Garros, ad esempio, dopo aver facilmente disposto dei francesi Augustin e Merlin ed ancora di Hopman, si infortuna ad una caviglia nel match di quarti di finale con Giorgio De Stefani, lasciando via libera al veronese, già finalista nel 1932 battuto da Cochet, che si impone in quattro set. La rivincita si consuma qualche settimana più tardi, quando Perry si presenta a Wimbledon con le credenziali di numero due del tabellone, rischiando al terzo turno con il cecoslovacco Roderich Menzel battuto in rimonta 6-2 al quinto set, lasciando un set all’americano George Lott ai quarti e due all’altro statunitense Sidney Wood in semifinale, per infine rinnovare la sfida con Crawford in finale, per un altro successo che non ammette repliche, 6-3 6-0 7-5. La seconda Coppa Davis consecutiva, 4-1 agli Stati Uniti, ed il bis a Forest Hills dove solo il sudafricano Vernon Kirby in semifinale e soprattutto Wilmer Allison in finale, che rimonta due set di svantaggio prima di arrendersi 8-6 al set decisivo, provano ad opporsi allo strapotere di Perry che a fine stagione è indiscutibilmente proclamato numero 1 del mondo.

Il Grande Slam diventa quasi un’ossessione per Perry, e se l’inglese non riesce a completarlo non può proprio farsene una colpa. Nel 1935, se perde stavolta in Australia contro il solito Crawford dopo aver vendicato con De Stefani l’onta parigina dell’anno prima vincendo con un triplice 6-0, infrange invece il tabù Roland-Garros battendo ancora Crawford nell’ennesima sfida di semifinale risolta in tre rapidi set e il tedesco Gottfried Von Cramm in finale in quattro set, per poi replicare nel giardino amico di Wimbledon, davanti al pubblico che lo adora, superando ancora nelle due ultime sfide Crawford in quattro set e Von Cramm 6-2 6-4 6-4. Le vittorie con un giovane Frank Parker e con Frank Shields sembrano far da antipasto al terzo successo di fila agli US Open, ma ancora una volta la sfortuna ci mette lo zampino, stavolta sotto forma di un infortunio alla schiena cadendo nel corso della semifinale con Allison che in tre set, 7-5 6-3 6-3, riscatta la sconfitta dell’anno prima in finale.

Nondimeno la stagione di Perry è da incorniciare, seppur segnata da due sconfitte brucianti, perché con il successo di Parigi l’inglese diventa il primo tennista della storia capace di imporsi in tutti e quattro i tornei dello Slam, impresa in seguito replicata solo da Don Budge, Roy Emerson, Rod Laver, Andrè Agassi, oltre ovviamente al terzetto dei campionissimi di oggi, Federer, Nadal e Djokovic.

Il 1936 è l’ultima stagione di Fred Perry, non solo come giocatore di vertice, ma anche in qualità di amatore. Rinuncia al viaggio in Australia ad inizio stagione, ma come sua abitudine raggiunge la finale negli altri tre appuntamenti dello Slam. Ed esattamente come dodici mesi prima l’avversario “europeo” è Von Cramm, che stavolta lo batte al Roland-Garros in una sfida risolta 6-0 al quinto set, per poi arrendersi a Wimbledon dove Perry firma un successo memorabile, 6-1 6-1 6-0, che gli vale la terza vittoria consecutiva all’All England Lawn Tennis and Croquet Club. Filotto che non riusciva dai tempi di Anthony Wilding, che fece poker dal 1910 al 1913, e che non si vedrà poi fino ai tempi del pokerissimo di Bjorn Borg, dal 1976 al 1980. L’anno per Perry si chiude con la quarta vittoria in Coppa Davis ed il ritorno sul trono di New York, battendo in finale quel Don Budge che già lo aveva impegnato in semifinale a Wimbledon.

E’ la fine annunciata di un regno. Perry ha solo 27 anni e la sua ultima vittoria contro un giovanotto di sei anni più giovane, appunto Don Budge che cede solo 10-8 al quinto set di una sfida entusiasmante, è l’epilogo di una carriera da mattatore. Nel corso del match l’esperienza, la forza d’animo e la capacità di giocare al meglio i punti decisivi hanno permesso a Fred di salvare la corona di re del tennis. Ma per le sue umili origini Perry non può permettersi ancora un’esistenza da globe trotter, senza un soldo in tasca per le inderogabili regole dello sport amatoriale che gli impediscono di monetizzare i successi tennistici. Ergo, accetta l’offerta di Bill Tilden per una tourneè professionistica con Vines, lasciando campo libero allo stesso Don Budge, rampante che probabilmente non avrebbe necessitato dell’uscita di scena di Perry per affermarsi come suo successore nel firmamento internazionale.

Perry lascia all’Inghilterra la pesante eredità di otto titoli del Grande Slam e quattro successi consecutivi in Coppa Davis con 34 vittorie in 38 incontri; soprattutto mette fine, con il suo passaggio al professionismo, al dominio dei sudditi di sua Maestà. Toccherà ad uno scozzese, tanti e poi tanti anni ancora dopo, far tornare la bandiera dell’Union Jack sul pennone più alto del grande tennis. Sissignori, Andy Murray, ma questa è storia contemporanea e non ci appartiene, perché il nostro mestiere profuma di antico.

LA SCOMMESSA VINCENTE DI EDBERG A WIMBLEDON 1988

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Stefan Edberg con il trofeo di Wimbledon 1988 – da the-tennis-freakes.com

articolo di Nicola Pucci

Rino Tommasi, che di tennis ne capisce veramente e che per il vostro umile scriba è una sorta di vangelo del giornalismo, quando lo vide trionfare nell’edizione juniores del 1983 (6-3 7-6 contro l’australiano John Frawley) profetizò che Stefan Edberg entro cinque anni avrebbe violato il tempio di Wimbledon anche tra i grandi. Pena, avrebbe smesso di scrivere di tennis.

Corre l’anno 1988 ed il quinquennio sta per chiudersi. Nel frattempo Stefanello nostro, svedese atipico che pennella tennis classico, stilisticamente perfetto nel praticare serve-and-volley ad oltranza, ha scalato le graduatorie mondiali tanto da issarsi al numero 2 del ranking nel febbraio del 1987, s’è messo in bacheca un paio di tornei dello Slam (Australian Open nel 1985 e nel 1987) ed ha conquistato per il suo paese ben tre Coppe Davis (1984, 1985 e 1987). Ma i prati londinesi, ahimè per lui, lo hanno per ora bocciato, fin da quando, esordiente, proprio nel 1983 si arrese al secondo turno 8-6 al quinto set al connazionale Sundstrom, per poi cedere l’anno dopo a Johan Kriek sempre al secondo turno e sempre al set decisivo, stavolta 6-1 e dilapitando due set di vantaggio, agli ottavi nel 1985 battuto da un intrattabile Kevin Curren, cedendo ai cecoslovacchi Mecir e Lendl nelle due ultime apparizioni tra i Doherty Gates. E’ l’ora, quindi, di dar credito alla scommessa tommasiana.

Un plotone di pretendenti si candida al titolo di erbivoro d’eccellenza. C’è innanzitutto Boris Becker, che qui è come nel giardino di casa, esploso diciassettenne nel 1985, ancora in trionfo l’anno dopo ma a sorpresa estromesso dal carneade Peter Doohan nel 1987; c’è Mats Wilander che sta disegnando la stagione perfetta con i successi nei primi Major disputati, Melbourne e Roland-Garros, seppur non proprio adattassimo al gioco sui tappeti verdi; c’è Ivan Lendl che insegue come un’ossessione l’unico titolo mancante alla sua collezione; c’è Pat Cash, the defending champion, che dodici mesi prima esibì un tennis da erba da leccarsi i baffi e magari vorrebbe concedere il bis. E poi… e poi, accanto ai due vecchi volponi McEnroe e Connors che inseguono la gloria di un tempo che fu, c’è proprio Edberg, che ha le armi per domare l’erba e infine cogliere il successo che da queste parti vale l’immortalità sportiva.

Il torneo, stavolta, non riserva colpi di scena nel match d’entrata. Le prime tredici teste di serie, anzi, avanzano in blocco, con il solo Edberg, appunto, che cede un set al francese Forget, mentre Chesnokov, numero quattordici del tabellone, cede alla specializzazione del tedesco Riglewski, che si impone in tre set, con Mansdorf e Zivojinovic che a loro volta hanno bisogno di un quarto set per estromettere un giovanotto di sicuro avvenire, Goran Ivanisevic, e il terraiolo argentino De La Pena.

Il secondo turno è fatale a McEnroe, che incoccia nel tennis d’attacco dell’australiano Masur che in tre set, 7-5 7-6 6-3, ne offende lo smisurato orgoglio, e per poco non ci lascia le penne anche Cash, che trova sulla sua strada l’ostico Frana che lo costringe al set decisivo. Lendl lascia un set a Cahill, un altro che sull’erba ci sa fare, così come Edberg fatica in quattro set con Reneberg, mentre è spedita la marcia di Becker e Wilander che scavalcano agevolmente gli ostacoli proposti dal ceco Novacek e dal giapponese Michibata.

E così, mentre ai sedicesimi non si registrano sorprese, seppur Lendl sia costretto al quinto set dall’olandese Schapers e Rostagno faccia altrettanto con Connors, ecco che gli ottavi di finale offrono al preparatissimo pubblico londinese una serie di sfide di altissimo livello tecnico. Lo stesso Lendl, ancora, viene a capo della strenua resistenza di Mark Woodforde, mancino australiano destinato a segnare un’epoca in doppio con il compagno Todd Woodbridge, che si arrende solo 10-8 al quinto set, qualificandosi ai quarti dove l’attende l’esperto Mayotte, bel giocatore sui prati ma quasi mai capace di cogliere l’occasione della carriera, che ha la meglio del genio incostante di Henri Leconte in quattro set. Cash e Becker occupano a loro volta la parte alta del tabellone e si incrociano dopo aver facilmente disposto in tre set del russo Olhovskij e del gran battitore Paul Annacone, mentre nei due quarti inferiori ecco il tedesco Kuhnen, che spenge alla distanza l’ardore di Connors, affrontare Edberg che infine con Youl riesce a non distrarsi vincendo 6-2 6-4 6-4, e Mecir contro Wilander in una sfida che oppone l’intraprendenza e le accelerazioni improvvise del “gattone” cecoslovacco alla corsa e all’infallibilità da dietro del biondo scandinavo.

Becker, Lendl, Edberg e Mecir: è questo il quartetto di campioni che va a comporre il poker che si gioca il titolo. Ed indubbiamente il teutonico sembra il più attrezzato, ancorchè il più in forma non avendo perso ancora un set ed aver eliminato Cash con un inequivocabile 6-4 6-3 6-4. Tanto più che Lendl, dopo aver sconfitto secondo pronostico Mayotte in quattro set, cede ancora il passo in semifinale a Boris che vola in finale in cerca del terzo successo in quattro anni. E chi c’è dell’altra parte del net? Proprio Edberg, che se con Kuhnen ha vita facile, vede invece le streghe contro il talento di Mecir che dopo aver demolito Wilander 6-3 6-1 6-3, domina anche i primi due set con Stefan, 6-4 6-2. Ma è giusto qui, ad un passo dal baratro, che lo svedese produce la reazione che non ti aspetti, che ricorda che qualcuno di autorevole aveva scommesso su di lui e non vuol smentirne la fama e, non si sa bene dove, o forse sì, ovvero nella sua smisurata classe, trova la chiave di volta per arginare l’avversario e costringerlo alla resa, con il 6-4 6-3 6-4 della rimonta che vale la prima finale sul Centre Court più famoso del mondo.

L’appuntamento con la storia è il 3 luglio 1988. Che poi diventa anche il 4 luglio 1988. Già, perchè dopo che Becker, mai sconfitto prima di allora su quello stesso campo centrale, ha recuperato un break di svantaggio, rinvenendo da 0-3 e salvando una palla per lo 0-4 in un primo set iniziato con quattro ore di ritardo per le avverse condizioni meteo, ecco che la pioggia, che qui non manca mai, sopravviene di nuovo a rinviare il tutto al giorno dopo. Ed Edberg, lottatore indomito che quel primo set, ancora infastidito da una interruzione di quasi due ore, infine lo ha perduto, 6-4, ha fatto invece suo il secondo parziale al tie-break, risolto con il punteggio di 7-2. E la partita, che pareva sorridere al crucco, cambia padrone. Ora sì che il serve-and-volley dello svedese è efficace, il sole fa raramente capolino a confortare i suoi prodigi sotto rete e se Becker, cosa insolita per lui, annaspa sull’erba fradicia di gocce, Edberg volteggia con la grazia di un ballerino del Bolshoi deliziando il pubblico. Finisce in scioltezza, 6-4 6-2 terzo e quarto set, e in 2ore 50minuti effettivi di gioco, spalmati in due giorni, Stefan infine alza la coppa di Wimbledon.

Il buon Rìno Tommasi può tirare un sospirone di sollievo, la sua penna, ancora per molto e con altrettanta perizia, continuerà a raccontare tennis. Uff! Grazie Stefanello!

IL TABELLONE FINALE

Quarti:   (1)Lendl-(10)Mayotte 7-6 7-6 6-3;   (6)Becker-(4)Cash 6-4 6-3 6-4;   (3)Edberg-Kuhnen 6-3 4-6 6-1 7-6;   (9)Mecir-(2)Wilander 6-1 6-3 6-1;

Semifinali:   (6)Becker-(1)Lendl 6-4 6-3 6-7 6-4;   (3)Edberg-(9)Mecir 4-6 2-6 6-4 6-3 6-4;

Finale:   (3)Edberg-(6)Becker 4-6 7-6 6-4 6-2

HELEN WILLS, LA “FACCIA DA POKER” CHE DOMINO’ IL TENNIS

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Helen Wills – da tennis.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Pare che fosse tanto imperturbabile e refrattaria alle emozioni da venir chiamata, neppure troppo affetuosamente ad onor del vero, “little miss poker face“, ovvero “signorina faccia da poker“. Sarà, ma con quel suo fare composto e mai fuori dalle righe, elegante seppur alternativo al punto da adottare, lei per prima, una tenuta da tennis con gonna alle ginocchia e cappellino con visiera, ha dominato la scena come solo la “divina” Lenglen, prima e durante, ha saputo fare.

Di chi stiamo parlando? Lo avrete senz’altro capito, Helen Wills, californiana di Centerville, dove ha i natali il 6 ottobre 1905. L’avvicinamento al tennis della piccola Helen è quasi inevitabile; il padre le insegna l’esercizio con la racchetta e visto che l’adolescente pare saperci fare, a 14 anni si affilia al Berkeley Tennis Club, dove alla tecnica, naturale, può davvero associare la determinazione necessaria per diventare una campionessa. In effetti, è solo l’inizio di una favolosa avventura agonistica, che per quasi tutti gli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta, non avrà eguali.

Dopo aver vinto due titoli juniores nel 1921 e nel 1922, l’anno dopo, poco più che 17enne, la Wills è già campionessa nazionale americana ed è pronta a conquistare il primo titolo agli US Open in settembre, dove perde un set ai quarti di finale con la britannica Kitty McKane per poi imporsi a Molla Mallory in finale, prendendosi la rivincita della sconfitta del 1922 quando la più esperta connazionale, altra vedette dell’epoca, ebbe la meglio 6-3 6-1 trionfando per la settima volta in otto partecipazioni. Il dado è tratto ed Helen diventa la regina del tennis.

Forte di un gioco potente ed efficace, così come di uno stile raffinato e senza eccessi, la Wills si trova a succedere alla stessa Mallory e a dividersi la scena con la Lenglen, che se la Wills vince in America, fa altrettanto prendendosi la scena a Parigi e a Wimbledon. Proprio sui prati londinesi la Wills conosce l’onta della sconfitta, una delle rarissime di una carriera disseminata di successi, quando nel 1924 si arrende all’atto conclusivo proprio alla McKane, già beneficiata del clamoroso ritiro della Lenglen, afflitta dall’asma. Vince il primo set, la Wills, ma non riesce a portare l’opera a compimento e con il punteggio di 4-6 6-4 6-4 la coppa è della beniamina di casa.

Saprà ovviamente rifarsi, Helen, tanto da mettersi in bacheca addirittura otto edizioni del torneo, fermando avversarie del calibro di Lili de Alvarez e dell’altra statunitense di grido, Helen Jacobs bocciata in finale ben quattro volte dalla Wills, realizzando così un’exploit destinato a venir superato solo da Martina Navratilova con il nono successo del 1990. Fa sensazione, tra i tanti record da ascriversi al talento della Wills, i soli quattro set concessi alle avversarie tra i Doherty Gates, a Gwen Sterry al primo turno del 1927, a Dorothy Round in finale nel 1933, quando nel frattempo è diventata la signora Moody, e alla cercoslovacca Cepkova e alla Jacobs nell’edizione vittoriosa del 1935.

E se il Roland-Garros l’accoglie vincitrice a quattro riprese, 1928, 1929, 1930, 1932, dopo il forfait del 1926 per un improvviso attacco di appendicite che costa ad Helen anche Wimbledon e gli Us Open, proprio l’evento newyorchese è l’altro torneo che vede la Wills protagonista in sette occasioni, per un totale di ben 19 titoli del Grande Slam, cedendo solo alla solita Jacobs in finale nel 1933 quando è costretta al ritiro sul 3-0 del terzo set. Insomma, ce n’è a sufficienza per leggitimare un’era da dominatrice, a cui, caso mai ce ne fosse bisogno, si può pure aggiungere la doppia medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi del 1924, quando la campionessa americana, una volta ritirata la Lenglen a tabellone compilato, stupisce l’Europa con l’esibizione a cinque cerchi che lascia alle avversarie soli 15 giochi, tra queste la transalpina Julie Vlasto sconfitta in finale 6-2 6-2, bissando poi in coppia con la connazionale Wightman, che ha vent’anni più di lei, contro le britanniche McKane/Covell, battute in doppio col punteggio di 7-5 8-6, al termine di una sfida altresì avvincente.

Già, Suzanne Lenglen e la Francia, contro la quale e nel paese in cui, il 16 febbario 1926, al Carlton Club di Cannes, va in scena la sfida del secolo, l’unica di una rivalità solo sfiorata ma che coinvolge due prodigiose tenniste. La “divina“, così altezzosa e controversa, contro “signorina faccia da poker“, elegante ed impassibile; la campionessa affermata e la rampante che vuol rubarle la ribalta. Suzanne che ha passato una notte insonne ed ha un alterco con il direttore dell’albergo prima di scendere sul rettangolo di gioco, ed Helen che per una volta denuncia insolito nervosismo prima del via. Vince la francese, 6-3 8-6, con l’americana che recrimina per una dubbia chiamata sul set-point a favore sul 5-4, ed è quel che rimane di una vittoria, mai afferrata, che rimarrà l’unica macchia di una carriera senza colpe.