WIMBLEDON 1973, STORIA DI UN TORNEO BOICOTTATO DAI MIGLIORI

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Metreveli e Kodes – da wbur.org

articolo di Nicola Pucci

Soffia un vento strano, a pochi giorni dall’apertura dei Doherty Gates a Wimbledon nel 1973. E non annuncia niente di buono.

Infine firmata la pace tra Lamar Hunt, fondatore/presidente del circuito WCT, e la Federazione internazionale, ad onor del vero il tennis dei professionisti sembra aver ritrovato serenità ed equilibrio, ed anche la vecchia, cara Coppa Davis diventa open.

Con l’autorizzazione a partecipare garantita ai professionisti, la massima competizione riservata alla nazionali riprende vigore, dopo una fase di appannamento che i soli Smith e Nastase, tra i grandi, sono riusciti ad onorare negli ultimi quattro anni. E’ pur vero che la ventata innovativa non pare riguardare l’Australia, che in attesa del ritorno dei mammasantissima Laver e Newcombe, affatto disposti a lasciar l’America, dove svolgono con profitto l’attività tennistica, per competere nei primi turni della zona asiatica, obbliga il capitano Neale Fraser a convocare due veteranissimi come Ken Rosewall, 39 anni, e Mal Anderson, 38 anni. Il “vecchio” Ken ritrova la competizione a 20 anni di distanza dalla sua prima vittoria (3-2 agli Stati Uniti nel 1953), mentre il compagno torna a difendere i colori del suo paese 15 anni dopo l’ultima sua apparizione (finale del 1958, sempre con gli Stati Uniti, ma stavolta con sconfitta per 3-2), ma l’entusiasmo è quello dei ben tempi andati e gli oceanici, con l’apporto anche di Geoff Masters e Colin Dibley, agguantano la finale interzona contro l’India.

Se per l’Australia, dunque, non sembrano esserci problemi, non altrimenti succede ovunque. Dato che questa nuova opportunità di poter selezionare un qualsiasi giocatore pone un emblema di non facile risoluzione: i professionisti, siano essi indipendenti o sotto contratto con qualche circuito, sono liberi di garantire la loro disponibilità a seconda dell’interesse personale oppure devono sottomettersi all’autorità delle loro Federazioni? L’Australia ha deliberato, Laver e Newcombe possono declinare la selezione conservando nondimeno la possibilità di giocare la fase finale della competizione. Ma in Yugoslavia, ad esempio, le cose vanno diversamente e gli accadimenti che sto per raccontarvi segneranno indelebilmente l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon.

18-20 maggio: la Yugoslavia incontra la Nuova Zelanda a Zagabria, in un match valido per la zona B europea, perdendo 3-2. Niki Pilic, il numero 1 balcanico, non partecipa all’incontro, impegnato nel torneo WCT di Las Vegas.

20 maggio: la Federazione yugoslava afferma che Pilic aveva accettato la selezione per poi rendersi indisponibile al momento dell’incontro. Sospende il giocatore per nove mesi e chiede alla Federazione internazionale di fare altrettanto.

21 maggio: la Federazione internazionale avverte la Federazione francese che Pilic non prenderà parte al torneo del Roland-Garros che prende il via proprio in quel giorno. L’ATP (Associazione Tennistica Professionisti) chiede le prove del fatto che Pilic avesse accettato la selezione, lasciando intendere che nel caso non venissero prodotte, alcuni dei suoi membri diserterebbero per solidarietà a Pilic il torneo parigino.

22 maggio: la Federazione francese è colta dal panico. Se gli 82 giocatori che aderiscono all’ATP boicottano il Roland-Garros, sarebbe un fiasco finanziario clamoroso, essendo i francesi molto meno fedeli al tennis di quanto non lo siano gli appassionati londinesi che seguono Wimbledon. La Federazione internazionale consiglia Pilic di fare appello avverso la squalifica in modo da prendere tempo e poter giocare a Parigi, al pari dei colleghi dell’ATP. Il comitato d’urgenza della Federazione internazionale decide di riunirsi il 1 giugno, in presenza dell’ATP, della Federazione yugoslava e dello stesso Pilic.

1 giugno: la Federazione internazionale, sentite le parti, conferma la squalifica di un mese per Pilic. La decisione verrà resa pubblica subito dopo la finale dello Slam parigino, nel frattempo Pilic può giocare al Roland-Garros, disputando il miglior torneo della carriera. Il 3 giugno, dopo aver battuto Paolo Bertolucci ai quarti e Adriano Panatta in semifinale, e senza esser testa di serie, guadagna la finale per poi cedere il passo a Ilie Nastase, nettamente, 6-3 6-3 6-0.

4 giugno: iniziano gli Internazionali d’Italia a Roma, minacciati dalla decisione presa dalla Federazione internazionale. Per salvare il torneo Giorgio Neri, presidente della Federazione italiana, decide di ammettere in tabellone Pilic.

24 giugno: Pilic non può iscriversi ai tornei che precedono Wimbledon. E a Londra non può essere ammesso a partecipare. L’ATP ritiene inammissibile la cosa e decreta la sua solidarietà al giocatore, affermando altresì che non è stata presentata nessuna prova che Pilic avesse accettato la convocazione per la sfida di Coppa Davis. All’ultima ora Allan Heyman, presidente della Federazione internazionale, Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon, e Cliff Drysdale, rappresentante dell’ATP, cercano l’accordo ma non arrivano a compromesso e l’ATP, riunita nella notte, delibera 7 voti favorevoli a 1 e 2 astenuti per il boicottaggio del torneo che si apre l’indomani, 25 giugno.

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Ian Kodes – da gettyimages.com

Ad osservare da vicino gli eventi, c’è da non crederci. Sembra di esser tornati indietro nel tempo, alle stesse motivazioni e con gli stessi attori che partorirono poi nel 1968 la svolta verso l’era Open del tennis. Nessuno, in buona sostanza, è veramente al corrente di quel che sia accaduto tra Pilic e la sua Federazione prima della sfida di Coppa Davis con la Nuova Zelanda. Fatto è che Pilic, partecipando al circuito WCT, trae profitto ben più che rispondendo ad una chiamata della sua nazionale, come non avviene da cinque anni. Che ci sia stato un malinteso tra Federazione e giocatore? Probabile, come altrettanto probabile è che Pilic avesse tutto l’interesse di decidere indipendentemente di giocare il torneo di Las Vegas. Resta altresì incomprensibile come Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon che tanto si era adoperato perchè l’era Open del tennis chiudesse l’annosa questione legata al professionismo, abbia in questo caso tenuto un atteggiamento neutrale, non rinunciando ad ignorare la sospensione di Pilic così come aveva fatto il collega del torneo di Roma.

E così 79 degli 82 giocatori iscritti all’ATP disertano l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon. Solo tre di loro rifiutano di aderire al boicottaggio: Ilie Nastase, numero 1 del mondo, che ha timore di venir radiato dalla sua Federazione; Roger Taylor, giocatore di casa, che sente di dover rispettare il pubblico londinese garantendo la sua presenza, e il modesto Ray Keldie, giocatore australiano di terza fascia. Tutti i giocatori dell’est Europa, in qualità di dilettanti, sono a loro volta presenti all’evento. Ma è inevitabile che si pensi anche al dopo. Che succederà in seno all’ATP nel caso in cui Nastase o Taylor dovessero vincere il torneo approfittando dell’assenza degli altri big?

Fortuna vuole che il campione rumeno, che è ovviamente prima testa di serie, si faccia eliminare agli ottavi dall’americano Sandy Mayer, per vincere invece la prova di doppio associato a Jimmy Connors. Taylor, dal canto suo, numero 3 del tabellone, procede spedito fino alla semifinale, battendo ai quarti di finale un 17enne scandinavo che sta facendo strage di cuori e cambierà il tennis, tale Bjorn Borg, che cede 7-5 al quinto set, perdendo a sua volta, e con lo stesso punteggio, con il cecoslovacco Jan Kodes, testa di serie numero 2 e vincitore al Roland-Garros nel 1970 e nel 1971. Il britannico si risparmia così qualche conto in sospeso con i colleghi dell’ATP, nondimeno assurgendo al rango di eroe dei sudditi di Sua Maestà che lo eleggono a loro beniamino sostenendolo con passione quasi esagerata.

Costretti all’ultimo minuto a ridisegnare il tabellone, i dirigenti di Wimbledon fanno appello alle vecchie glorie e ai giovani rampanti per non accusare troppo il colpo. In assenza di Stan Smith, campione uscente, Pietrangeli, Sedgman e Fraser sono ancora della partita, pur pagando dazio all’età che avanza ed uscendo in blocco al primo turno; Borg, vincitore l’anno prima del torneo juniores, è il sesto favorito mentre Jimmy Connors è accreditato della quinta testa di serie. Sono loro le nuove vedette di Wimbledon. Se lo svedese scatena orde di ragazzine che invadono il campo in cerca di un autografo infrangendo un protocollo rigidissimo e che si perde nel tempo, l’americano affascina per un tennis d’attacco che pare destinato a portarlo in breve tempo molto in alto.

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Borg a Wimbledon 1973 – da pinterest.com

Il boicottaggio, ad onor del vero, non ha effetto sul successo di pubblico del torneo che chiude con l’ennesimo record di presenze sugli spalti. Wimbledon, forte di una tradizione centenaria, è una festa del tennis, da sempre, e i londinesi non cambiano le loro abitudini: se non ci sono i campionissimi, fa lo stesso. Gli stessi giornalisti non hanno di che lamentarsi, per gli exploit di Borg e il millantato fidanzamento tra Jimmy Connors e Chris Evert, e le conferenze stampa quasi sempre fanno il pieno. Se i vecchi campioni con la loro assenza hanno spianato la strada agli emergenti, è bene dirlo che non l’hanno resa loro troppo difficile.

Sono infine due giocatori che vengono dall’est Europa a presentarsi all’appuntamento con la finale, l’8 luglio sul Centre Court più famoso al mondo. Il cecoslovacco Jan Kodes, numero 2, e il sovietivo Alex Metreveli, numero 4, non sono affiliati all’ATP e quindi le loro prestazioni sono liberate da quegli scrupoli che invece hanno ingolfato l’anima di Ilie Nastase, sulla carta il grande favorito del torneo. Kodes, che ha già due tornei dello Slam in curriculum, lascia un set al giapponese Hirai al primo turno e all’indiano Mukerjea agli ottavi, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro l’altro indiano Amritraj ai quarti e appunto Taylor in semifinale, entrambi superati 7-5 al set decisivo; Metreveli, dal canto suo, liquida senza troppi patemi Matthews, Giltinan, Cooper e Feaver, tutti in tre set, per poi spengere ai quarti l’ardore agonistico di Connors e approfittare in semifinale di un Sandy Mayer forse appagato dall’impresa con Nastase. All’atto decisivo Kodes si impone in tre set, 6-1 9-8 6-3, senza troppa enfasi, abbozzando un sorriso stretto ed alzando la coppa senza eccessiva convinzione. Certo, era necessario un vincitore che desse lustro all’albo d’oro, e il 27enne praghese è perfetto, tanto da confermare il trionfo due mesi dopo sull’erba di Forest Hills, finalista battuto da Newcombe in cinque set agli US Open.

E così, se il boicottaggio non ha prodotto sconquassi nel pubblico, ha altresì reso l’ATP un interlocutore credibile e rispettato, tanto da prendere definitivamente il posto di promotori privati come Lamar Hunt e diventare il punto di riferimento per i giocatori, protetti nei loro interessi nei rapporti con la Federazione internazionale e i tornei del Grande Slam. Certo è che Kodes… prende, ringrazia e porta a casa!

 

MIKAEL PERNFORS, UN CARNEADE IN FINALE AL ROLAND-GARROS 1986

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Pernfors esulta dopo aver battuto Leconte – da nytimes.com

articolo di Nicola Pucci

Non vorrei apparire ingeneroso con Mikael Pernfors, giovanotto scandinavo che ebbe i natali a Malmo, in Svezia, il 16 luglio 1963, ma se vien considerato tra i finalisti meno accreditati di una prova del Grande Slam ci sarà un motivo.

E va ricercato nell’edizione 1986 del Roland-Garros, a cui Pernfors si presenta da carneade, seppur due volte vincitore del torneo NCAA (unico nella storia assieme a Dennis Ralston) riservato ai giovani studenti universitari, ed ancora all’asciutto di pedigree nel circuito professionistico. E’ numero 27 del mondo, in virtù di una semifinale a Memphis (battuto da Edberg) e i quarti a La Quinta (sconfitto da Noah), Atlanta (eliminata da Teacher) e Indianapolis (dove sbatte in Gomez), ha all’attivo solo la vittoria nel 1985 al torneo challanger di Porto Alegre ma al grande pubblico è poco noto e nessuno, ma proprio nessuno sarebbe disposto a puntare un franco su di lui alla Porte d’Auteuil.

Invece Parigi sta per vivere due settimane assolutamente inattese e palpitanti, grazie a questo ragazzotto di soli 173 centimetri che nella buona tradizione svedese, pur essendo tennisticamente crescituo di là dall’Oceano, è velocissimo di piedi, sbaglia poco e rimanda oltre il net tutto quel che gli arriva a tiro di racchetta. Esattamente come Mats Wilander, che è detentore del titolo e numero 2 del tabellone alle spalle di Ivan Lendl, che proprio nel 1985 fu sconfitto in finale e stavolta è ben deciso a far suo quel titolo già messo in saccoccia nell’epica sfida con McEnroe del 1984.

Ma se Wilander paga dazio ad uno scadente stato di forma facendosi eliminare al terzo turno in tre rapidi set dal russo Chesnokov, 6-2 6-3 6-2, Lendl è fedele al suo status non lasciando che le briciole al tedesco Westphal, allo svizzero Hlasek, all’argentino Miniussi e all’altro teutonico Keretic, tutti inderogabilmente battuti in tre set, per poi battagliare ferocemente almeno per due set con l’ecuadoriano Gomez, che gli strappa al tie-break il primo, ed in definitiva anche l’unico, set del torneo, demolendo il sudafricano Kriek in semifinale 6-2 6-1 6-0 arrampicandosi così all’atto conclusivo.

In assenza di Wilander il pubblico di fede transalpina ha modo di infiammarsi per le gesta dei suoi beniamini bleu-blanc-rouge, Noah numero 4, Leconte numero 8 e Tulasne numero 10. Ma se Yannick è costretto a lasciar via libera agli ottavi proprio a Kriek complice un infortunio e Thierry si fa battere in cinque set dal bel tennis classico di Claudio Panatta al secondo turno, “Riton” pennella un percorso da leccarsi i baffi con quel magico braccio sinistro di cui Madre Natura lo ha dotato, liquidando nell’ordine De Miguel, Mansdorf, Motta e De La Pena.

Liberato dell’ingombro di Wilander, ai quarti di finale Leconte batte facilmente Chesnokov, killer dello svedese, 6-3 6-4 6-3, e le porte della finale sembrano spalancarsi. Appunto, sembrano, ahimè per lui, perchè trova al penultimo atto l’ospite inatteso a questo stadio della competizione.

Già, Pernfors, che comincia le due migliori settimane della sua carriera battendo all’esordio Delaitre, 7-6 6-4 6-2, per poi smorzare le illusioni di Edberg al secondo turno, fermato a suo di passanti e pallonetti nell’estenuante maratona chiusa 6-4 al quinto set. E se la vittoria con “Stefanello” equivale ad una sorta di battesimo del fuoco per lo svedesino, i successi con il doppista americano Seguso e con il terraiolo doc Jaite confermano invece i suoi progressi, che poi diventan trampolino di lancio per l’exploit ai quarti di finale con Becker, a sua volta vittima delle doti di Pernfors che finisce per dominare, 2-6 6-4 6-2 6-0.

Nondimeno la semifinale con Leconte è l’occasione da non lasciarci sfuggire più per il francese che per lo scandinavo, ma ancora una volta Pernfors si rivela un diesel, lento ad entrare in partita, 2-6, poi abilissimo nell’inquadrare tatticamente l’avversario per correggere il tiro, anzi i tiri, e prevalere alla distanza in quattro set, 7-5 7-6 6-3. E così, se il Court Central del Roland-Garros si indispettisce per la dose massiccia di talento sprecata dal suo beniamino, è altrettanto pronto ad accogliere nelle sue grazie il “pollicino” di Malmo, che vola in finale a sfidare il gigante Lendl.

Ad onor del vero con poche speranze di portare a termine l’opera perfetta, ovvero far sua la Coppa dei Moschettieri, ed in effetti quell’8 giugno 1986 non c’è proprio partita. Il numero 1 del mondo è un osso troppo duro anche per i denti acuminati di Mikael, che vorrebbe azzannare l’ennesima preda ma si trova a dover rimandare illusioni di vittoria a data da destinarsi. Finisce 6-3 6-2 6-4, perchè Pernfors paga le corse a perdifiato dei giorni precedenti, o forse più semplicemente perchè Lendl è troppo più forte di lui e non è disposto a sprecare la chance.

Mikael Pernfors, carneade un paio di settimane prima, non avrà altre opportunità di illustrarsi tra i campioni da Grande Slam, non andando oltre la 10ma posizione del ranking a settembre e giungendo ai quarti degli Open d’Australia nel 1990 beneficiando, caso unico, dell’espulsione di McEnroe nel match di ottavi di finale … ma se carneade è chi giunge in finale al Roland-Garros, vorrei esser carneade anch’io.

ROLAND-GARROS 1997, LO SGAMBETTO ALLA REGINA DI IVA MAJOLI

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Iva Majoli bacia la Coppa dei Moschettieri – da tenniscircus.com

articolo di Nicola Pucci

Era tutto pronto, quel 7 giugno 1997, sul Court Central del Roland-Garros. Gli occhi di 13.000 appassionati attendevano solo l’ultima recita per celebrare il giorno della regina, in procinto di cingersi della corona di Francia.

Lei, Martina Hingis, baciata da un talento raro, fenomeno di precocità tennistica, già numero 1 del mondo da qualche settimana, aveva programmato perfettamente il copione. Ad eccezione del lieto fine e dei titoli di coda. Già, perchè quelli non l’avrebbe confortata, bensì ne avrebbe beneficiato una signorina croata, tale Iva Majoli, che stava per rovinare la festa.

E’ un’edizione del Roland-Garros, quella del 1997, a cui la Hingis si presenta in qualità di prima giocatrice al mondo (la più giovane di sempre, il 31 marzo 1997, con i suoi 16 anni e 182 giorni), nonchè di grande favorita del torneo, reduce da ben 30 vittorie consecutive e sei eventi vinti di fila. Insomma, pare proprio imbattibile. E’ altresì vero che l’elvetica ha dovuto rinunciare agli eventi su terra battuta in preparazione di Parigi complice una banale caduta da cavallo, ma il margine rispetto alle rivali è talmente ampio e rassicurante che, seppur privata del necessario allenamento su “rosso“, gli addetti ai lavori non nutrono grossi dubbi sulle sue chances di bissare il trionfo Slam di gennaio in Australia ed infine cogliere il primo successo alla Porte d’Auteuil.

Steffi Graf è la numero 2 del tabellone, campionessa in carica seppur in declino, mentre Monica Seles, terza pretendente al titolo, ha l’animo ancora squarciato ben più della ferita inferta dal colpo di pugnale del folle Gunther Parche ad Amburgo qualche anno prima. Le due regine detronizzate sono le principali antagoniste della Hingis, pronostico dalla quale non è comunque esclusa Arantxa Sanchez, appunto finalista nel 1996 battuta 10-8 al terzo dalla tedesca, e già due volte vincitrice al Roland-Garros, da bambina nel 1989 e da donna in divenire nel 1994. Le altre, siano esse la giunonica Davenport, la talentuosa Novotna, l’iberica Martinez che ha in palmares un bel poker consecutivo agli Internazionali d’Italia, e la cucciola di casa Pierce, sembrano destinate ad un ruolo di comprimarie.

In effetti il percorso della Hingis, da subito, palesa qualche inattesa incertezza. Dopo il rapido 6-0 6-2 al debutto contro la slovacca Nagyova, è la minuscola marchigiana Gloria Pizzichini a… pizzicare l’orgoglio della numero 1 del mondo, strappandole il primo set, 6-3, prima di cedere alla distanza, 6-4 6-1.

Risolta altrettanto facilmente la pratica con la pin-up Anna Kournikova, bellina ma che non vince neanche per disperazione, rimandata con un eloquente 6-1 6-3, fa sensazione agli ottavi di finale il 6-3 0-6 6-0 con l’austriaca Barbara Paulus. Quel secondo set ceduto senza lottare evidenzia che nel gioco, così come nella testa e nelle gambe di Martina, c’è qualche crepa preoccupante. E se il 6-2 6-2 ai quarti con la Sanchez rassicura e il 6-7 7-5 6-4 in semifinale con la Seles affatica, nondimeno la Hingis in finale c’è e c’è con la dichiarata intenzione di far suo il titolo.

Dall’altra parte del net c’è l’ospite inattesa. Iva Majoli. E qui si apre un altro capitolo interessante. La croata di Zagabria, classe 1977, ha vinto un paio di tornei in stagione, ad Hannover a febbraio su superficie sintetica e ad Amburgo in maggio su terra battuta. E’ in crescita, ha fatto il pieno di fiducia ed è accreditata della testa di serie numero 9. Non coltiva, ad onor del vero, grandi ambizioni, ma se deve piazzare il colpaccio è questo il momento e il luogo adatto per provare a far saltare il banco.

Una dopo l’altra la Majoli fa fuori la ceca Kleinova, 7-5 6-4, la francese Fusai, 6-2 6-3, e l’americana Grossman, 6-1 4-6 6-1, per poi demolire di rincorsa la Davenport, 5-7 6-4 6-2, guadagnandosi un posto ai quarti di finale. Quando poi, dopo aver bissato con la rumena Dragomir, 6-3 5-7 6-2, il successo proprio della finale di Amburgo, trova la strada liberata dall’ingombrante presenza della Graf, eliminata a sorpresa dalla piccola sudafricana Amanda Coetzer, l’accesso alla finale non è più un miraggio ma un obiettivo che arriva a concretizzarsi in virtù del successo di misura con la stessa Coetzer, 6-3 4-6 7-5, a chiusura di una sfida che per entrambe rappresentava l’occasione della vita.

Il totem Hingis è lì, ad attendere Iva al d-day, ma la regina è inaspettamente abulica, incapace di mostrare il talento di cui Madre Natura l’ha dotata, stranamente in balia dell’avversaria, lei sì invece assolutamente all’apice della forma tennistica. Ne vien fuori un match quasi a senso unico, con la Majoli a fare il bello e il cattivo tempo e la Hingis costretta ad arrendersi con un referto che non ammette repliche, 6-4 6-2.

Iva Majoli trionfa con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere e il Court Central l’acclama campionessa introducendola tra le grandi del tennis: oggi, se quel colpo fu l’unico di una carriera poi spentasi troppo velocemente, rimane una ferita mai rimarginata nel curriculum della svizzera. Che tornerà dominatrice ma a cui mancherà, sempre, la corona di regina di Francia.

ALBERTO MANCINI, LA METEORA CHE ILLUMINO’ IL CIELO DI ROMA

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Alberto Mancini – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

In principio fu Enrique Morea, che in un lontano 1954 lasciò strada a Budge Patty; poi venne il tempo del  “poetaGuillermo Vilas, battuto da Panatta nel 1976 e da Gerulaitis nel 1979 prima di trionfare nel 1980 con l’imberbe Noah; toccò dopo di lui al “gemello” – o quasi – Josè Luis Clerc, che l’anno dopo ebbe la meglio in finale del bel paraguaiano Victor Pecci; e poi ancora Martin Jaite e Guillermo Perez Roldan, incapaci di infrangere il dominio su terra dei dioscuri Wilander e Lendl nel biennio 1987/1988.

Insomma, il vessillo bianco-celeste dell’Argentina fa bella mostra di sè più volte all’atto decisivo degli Internazionali d’Italia di tennis, nel meraviglioso teatro del Foro Italico in Roma. Ma l’anno del Signore 1989 racconta di un campione sudamericano ancora, Albero Mancini, capace di sconvolgere le gerarchie e guadagnarsi il titolo di re della capitale.

Ad onor del vero l’edizione numero 46 di una meravigliosa storia agonistica che vide la luce nel 1930 con la vittoria del grande Bill Tilden – seppur a Milano -, ha ben altri pretendenti quando il 15 maggio i campioni della racchetta debuttano con il primo turno. Ci sarebbe Mats Wilander – il condizionale in questo caso è d’obbligo – che è numero uno del tabellone ma da quando ha raggiunto l’anno precedente la prima posizione del ranking mondiale dopo il trionfale US Open ha come persa l’ispirazione; sicuramente al titolo ambisce il “kid di Las VegasAndrè Agassi, nuova recluta nel panorama internazionale che pare destinato ad un avvenire clamorosamente ricco di soddisfazioni; c’è quel Kent Carlsson che su terra battuta ha pedigree importante con le vittorie nel 1988 a Barcellona, Kitzbuhel ed Amburgo; “gattoneMecir vorrebbe far meglio della finale raggiunta nel 1985 quando fu sconfitto da Noah; Krickstein ed Emilio Sanchez sono quanto di meglio, o quasi, il tennis sul rosso ha da offrire; lo stesso Perez Roldan ha una finale da difendere e magari coltiva qualche l’ambizione stavolta di portarsi a casa la coppa. E poi… e poi, escludendo il “vecchio” Connors che è testa di serie numero 5 ma realisticamente non sembra aver troppe chances di essere infine il migliore, c’è Alberto Mancini, che compirà 20 anni nel corso del torneo e già a Montecarlo ha sbancato la roulette monegasca battendo prima un arrendevole Wilander in semifinale, poi a sorpresa Becker in finale.

Si comincia, dunque, e l’esordio è già fatale a due pezzi da novanta, Carlsson che paga dazio a quei problemi al ginocchio sinistro che nel 1990 lo costringeranno ad un prematuro ritiro dall’attività a soli 22 anni, eliminato dall’olandese Mark Koevermans, 6-3 6-4, e Mecir che inciampa nel dritto paralizzante della wild-card azzurra Omar Camporese, che si impone 6-2 7-5. In realtà questi due primi risultati ad effetto sono solo l’inizio di un’edizione a sorpresa del torneo, che boccia al secondo turno Krickstein, 6-4 7-5 con il pallettaro iberico Arrese, e agli ottavi Wilander, 6-3 6-4 con Berger, Connors che raccoglie solo due giochi con il giovane e promettente Sergi Bruguera e Sanchez che neppure scende in campo con Mancini, costretto al forfait da un infortunio.

Mancini, appunto. Che sull’onda lunga dell’entusiasmo prodotto dal trionfo inatteso a Montecarlo batte facile Clavet all’esordio, fa altrettanto con l’americano Duncan al secondo turno e avanza ai quarti risparmiando energie preziose. Che su terra battuta fanno sempre comodo. Ad altezza quarti di finale il tabellone regala in pasto all’argentino il miglior talento in divenire del tennis italiano, Camporese appunto, che dopo Mecir ha sconfitto un altro giovanotto di belle speranze, tale Goran Ivanisevic, e il tenace peruviano Yzaga, con Berger ed Arrese ad incrociarsi tra loro per un posto in semifinale senza esser compresi tra le teste di serie, mentre nella parte bassa Koevermans, che ha spento l’ardore di Diego Nargiso agli ottavi, affronta Bruguera in un altro confronto senza il conforto dello status di testa di serie e Agassi,  che non ha lasciato set per strada al connazionale Witsken, all’altro predestinato Pete Sampras e al messicano Lavalle, trova sulla sua strada Perez Roldan nell’unica sfida tra due accreditati della vigilia al trono di Roma.

E se Arrese fa un sol boccone di Berger, 6-1 6-1, Bruguera fa altrettanto con Koevermans, 6-2 6-4 e Agassi con il 6-3 6-1 a Perez Roldan legittima il suo nuovo stato di fuoriclasse della racchetta, Mancini e Camporese danno vita al miglior match della settimana. Dritto contro dritto, il miglior colpo del repertorio di due rivali che non si riparmiano in una battaglia all’ultima stilla di energiac con l’argentino ad imporsi di misura nel primo set, 7-5, il bolognese a far suo il tie-break del secondo parziale, 7-6, infine Mancini a far valere una maggior freschezza atletica con il 6-3 definitivo che lo spedisce direttamente in semifinale.

Che poi diventa finale, perchè Arrese con il suo tennis di resistenza e corsa non può certo opporsi alla giovanile esuberanza e alla potenza del bell’Alberto, assurto nel frattempo a beniamino del pubblico, soprattutto di parte femminile, che si impone in due rapidi set, 6-2 6-4, così come Agassi prosegue la sua corsa senza incertezze battendo l’altro ispanico, Bruguera, con score simile, 6-3 6-4, volando in finale per un ultimo atto che si annuncia appassionante.

E così sia. Il 21 maggio il Campo Centrale del Foro Italico è teatro di una delle finali più appassionanti che si possano ricordare. E sì che di belle partite il pubblico romano se ne intende. Da una parte il tennis potente dell’argentino che, si mormora, sia amante della bella vita della Capitale, dall’altra il gioco anticipato del capelluto americano dall’abbigliamento sgargiante. Due baldi giovani in piena ascesa e lo spettacolo è per palati fini. Mancini fa suo il primo set, 6-3, strappando all’avversario il primo parziale del torneo, ma la reazione del “kid” non si lascia attendere, tanto da produrre il 6-4 6-2 che ribalta il risultato. Agassi sembra padrone del match, il quarto set è nondimeno entusiasmante, con Mancini che lascia un game solitamente capitale, il settimo, per maltrattamento della racchetta ma quando ha un piede e mezzo nel baratro, risorge da 3-5, annulla un match-point sul 4-5, si arrampica al tie-break, se lo mette in saccoccia con un netto 7-2 e trascina la sfida, epica, al set decisivo. Qui Andrè crolla, denunciando limiti di tenuta alla distanza, e Alberto certifica un temperamento da gladiatore e con un clamoroso 6-1 a referto si cinge la testa della corona di re di Roma. Meritata.

MANOLO SANTANA E IL BIENNIO VINCENTE CONTRO GLI AUSTRALIANI

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Una voleè di Manolo Santana – da abc.es

articolo di Nicola Pucci

Certo che se rapportiamo quel che ha vinto in carriera Manuel “Manolo” Santana con il palmares dell’altro grandissimo di Spagna, ovvero Rafael “Rafa” Nadal, certamente il madrileno ne esce con le ossa rotte. Ma sarebbe ingiusto, perché Santana merita appieno le stimmate di campionissimo, primo iberico a fregiarsi del titolo di re di Wimbledon, ed ancor prima capace di sbancare Forest Hills, sede degli US Open, nonchè primo spagnolo della storia a trionfare in uno Slam.

La macchina del tempo ci porta all’inizio dell’anno 1965, che pare maledettamente simile alla stagione precedente. In effetti il tennis australiano, che ha dominato il 1964 vincendo in Coppa Davis e conquistando con Roy Emerson tre/quarti di Slam – Australian Open, Wimbledon e US Open -, ha già messo in bacheca l’edizione di gennaio del Major australiano, con lo stesso Emerson che batte Fred Stolle in cinque set, ripetendo poi il successo, stavolta agevolmente, sui prati londinesi. Proprio Stolle guadagna tre finali consecutive, infine trionfando al Roland-Garros ed interrompendo la maledizione di quattro finali di Slam perse, ed il suo avversario in finale, il 20enne Tony Roche, se ancora rafforza il predominio tennistico dell’Australia, nondimeno rappresenta il volto nuovo in un panorama che pare essersi sedimentato nel dualismo tra Emerson e Stolle.

In Europa Manuel Santana appare una spanna superiore al lotto della concorrenza. A 27 anni lo spagnolo, nel pieno della maturità atletica, esprime il meglio di un repertorio brillante e ricco di inventiva, ben diverso dal monocorde serve-and-volley espresso dagli australiani. Altrettanto solido da fondocampo così come abile nel trovare gli angoli e disegnare traiettorie maligne, intelligentemente è capace di variare il gioco usando la smorzata, il pallonetto e guadagnando la rete con attacchi in controtempo. Insomma, non è un bruto della racchetta, e si lascia apprezzare per un tocco di palla proibito agli avversari. Dopo aver ottenuto nello stesso 1964 un secondo successo al Roland-Garros superando in finale Nicola Pietrangeli in quattro set, esattamente come già gli era riuscito nel 1961, coltiva l’ambizione di competere con gli australiani sulla loro superficie preferita, l’erba, che a quei tempi non è solo il prato di Wimbledon, ma anche il tappeto su cui si devono cimentare gli eroi della racchetta in Australia e agli US Open. Ed è pronto a gettar loro il guanto di sfida.

Dettaglio curioso, prima di addentrarci nel racconto di due storiche edizioni a Wimbledon e Forest Hills: per Santana, così come per Emerson, non si pone il dilemma del passaggio al professionismo, essendo l’uno, di sottobanco, responsabile delle relazioni pubbliche della Marlboro in Spagna, l’altro, altrettanto di sottobanco, essendolo in Australia per le Philip Morris! A dispetto del fatto che il fumo non si concilia con lo sport…

I rivali di Santana in Europa rispondono al nome, appunto, di Nicola Pietrangeli, quello dello svedese Jan-Erik Lundqvist e del francese Pierre Darmon. L’azzurro, ormai quasi 32enne, ha però imboccato la china discendente della carriera e non sembra ancora pronto un erede italiano; lo scandinavo è invece un eccellente giocatore su terra battuta, già semifinalista a Parigi e protagonista in Coppa Davis della vittoria nella finale europa del 1964 contro la Francia. Proprio Darmon è l’incontrastato numero 1 francese e stabilmente compreso tra i primi dieci giocatori del mondo, ma ha lui stesso 30 anni e il meglio della carriera, compresa una finale al Roland-Garros nel 1963 persa con Emerson, è ormai alle spalle. Gioca un bel tennis classico, elegante e completo, con una determinazione da campione, ma paga dazio ad un servizio troppo fragile per potergli permettere di competere ad alto livello anche su erba, seppur abbia raggiunto anche una finale in doppio a Wimbledon, sempre nel 1963 contro i messicani Palafox/Osuna, con il collega di bandiera Jean-Claude Barclay che gioca il rovescio a due mani. Ci sarebbe anche Pierre Barthes, giovane 20enne di belle speranze, ma gli alti e bassi limitano il suo talento e a fine 1965 cederà alle sirene del professionismo.

Gli Stati Uniti a loro volta provano a contrastare lo strapotere australiano. Chuck McKinley, studente in matematica, è sulla strada del pensionamento nonostante abbia vinto a Wimbledon nel 1963; il numero 1 Dennis Ralston è un ottimo giocatore di doppio,  già tre volte trionfatore a Forest Hills, ma in singolare è troppo incostante ed incapace di controllare il suo nervosismo sui punti importanti quando le partite sono lottate punto a punto. Altre reclute si stanno affacciando sul palcoscenico internazionale, ad esempio Cliff Richey, Stan Smith, Clark Graebner, Marty Riessen e soprattutto Arthur Ashe. Ma hanno da farsi le ossa, e di loro sentiremo parlare in seguito.

Nelle Americhe, altre due nazioni emergono: Messico e Brasile. Ma se i loro giocatori sono di solito combattenti straordinari in Coppa Davis, individualmente hanno qualche pecca che impedisce loro di primeggiare. In particolare Rafael Osuna, finalista in Coppa Davis nel 1962 e vincitore di un’edizione minore degli US Open nel 1963 contro l’inatteso americano Frank Froehling. Per quanto riguarda invece i due carioca Koch e Mandarino, è la Coppa Davis il loro territorio di caccia preferito.

Negli altri continenti, si segnala in Sud Africa l’esplosivo Cliff Drysdale e il suo rovescio a due mani, precursore di Borg e Connors, e in India è apparso il primo di una serie di buoni specialisti come Ramanathan Krishnan, erede delle tradizioni della ex potenza coloniale ed ottimo giocatore su erba, due volte semifinalista a Wimbledon nel 1960 e nel 1961 e che riuscirà praticamente da solo a portare la sua squadra in finale di Coppa Davis nel 1966.

Forse mi sono dilungato troppo, ma era necessario illustrare quel che è il panorama tennistico nel quale, nel biennio 1965/1966, Santana deve esibirsi. E proprio da Manolo torniamo, numero 2 del mondo alle spalle di Emerson, che per via di un infortunio ad inizio stagione decide di “passare” Roland-Garros e Wimbledon, per prepararsi ad un eclatante finale di stagione.

In Coppa Davis, innanzitutto, dove quasi da solo conduce la Spagna alle vittorie con Grecia, Cile, Germania, Cecoslovacchia e Sudafrica, per poi demolire gli Stati Uniti. La sfida si gioca al Real Club de tennis di Barcellona, su terra battuta, e la vittoria spagnola ha clamore tale da scatenare l’onda anomala di un’euforia nazionale. In doppio, contro Ralston e Graebner, Santana è associato al modesto Josè Luis Arilla, va sotto di due set ma, mantenendo ben saldo il controllo dei nervi dell’affranto compagno, rimonta con l’incredibile 4-6 3-6 6-3 6-4 11-9 decisivo! Portati i due giocatori in trionfo all’interno dello stadio come si è soliti fare da quelle parti in occasione delle corride, il tennis acquisisce di colpo notorietà in un paese in cui la racchetta è solitamente relegata a sport d’elite. Il successivo 3-2 con l’India e la finale, persa, con l’Australia, 4-1, nonostante Santana che al primo giorno perde al quinto con Stolle dopo esser stato avanti 2-0 e coglie poi il punto della bandiera superando Emerson, sono la conferma di quando di buono il tennis stia producendo in Spagna.

Sullo slancio dell’exploit in Coppa Davis, Santana si presenta ai nastri di partenza degli US Open, e scocca l’ora per lui di sfatare il tabù su erba. A Forest Hills Manolo è quarta testa di serie, ovviamente alle spalle dei gemelli Emerson/Stolle e dell’idolo locale Ralston. Dopo aver lasciato al debutto un set al canadese Fontana, Santana si sbarazza senza troppi patemi del messicano Lara e dei due statunitensi Osborne e Riessen, così come ai quarti di Tony Palafox, 6-3 9-7 6-1, che lo ha liberato dell’ingombro del vecchio e ormai logoro Chuck McKinley. Nel frattempo Emerson e Stolle non tengono fede al loro rango, il primo estromesso sempre ai quarti da un giovane rampante, nero e con gli occhiali, Arthur Ashe, l’altro addirittura al secondo turno e in soli tre set per mano di Charlie Pasarell. E quand’anche Ralston se ne esce sconfitto 8-6 al quinto set da Cliff Drysdale, Santana ha infine via libera, battendo in quattro set Ashe in semifinale e lo stesso Drysdale all’atto decisivo. Il tabù erba è infranto e il dominio australiano negli Slam interrotto,  ed ora, per Manolo, si spalancano, definitivamente, le porte della gloria tennistica, perdipiù primo europeo a trionfare agli US Open dai tempi di Fred Perry nel 1936!

Forte dell’esperienza, ed anche del buon esito dell’anno precedente, Santana anche per il 1966 rinuncia a competere al Roland-Garros, così come si risparmia il viaggio in Australia (dove, ad onor del vero, non giocherà mai in carriera), per tentare di cogliere l’unico grande successo ancora mancante alla sua collezione, Wimbledon. Ad approfittarne, manco a dirlo, sono gl australiani di grido, Emerson e Roche, che vincono le prime due prove Slam battendo Ashe e l’ungherese Istvan Gulyas, e per l’appuntamento tra i Doherty Gates è proprio Roy il grande favorito, in cerca della tripletta consecutiva dopo aver brindato al successo nel 1964 e nel 1965.

Ma stavolta il fato è avverso al numero 1 del mondo, che ai quarti di finale, nel match con il connazionale Owen Davidson, è vittima di un banale incidente quando sbatte contro il seggiolone dell’arbitro, non dice una parola e conclude fieramente la partita, seppur soccombendo in quattro set. Ed allora l’occasione è d’oro per Santana, che nel corso del torneo approfitta di due ritiri anticipati, del giapponese Watanabe al primo turno e del britannico Wilson agli ottavi, oltrepassa senza troppi problemi gli ostacoli del canadese Belkin e dello statunitense Riessen, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro due altro australiani, Ken Fletcher ai quarti e proprio Davidson in semifinale, imponendosi in entrambi i casi 7-5 al quinto set.

Finale dunque, contro quel Dennis Ralston che nella parte bassa del tabellone si è infilato nello spazio lasciato aperto da Tony Roche, estromesso ai quarti di finale dal tenace Drysdale. Il gioco scintillante di Manolo, al pari di una superiorità disarmante, non lasciano scampo all’avversario ed infine, in tre set 6-4 11-9 6-4, Santana alza il piatto destinato al vincitore e conquista il quarto Slam della carriera.

Sarà anche l’ultimo, perchè dodici mesi più tardi è il primo e ad oggi unico detentore del titolo sbattuto fuori dal torneo al primo turno, da quella mina vagante che risponde al nome di Charlie Pasarell che lo supera in quattro set, ma nondimeno si deve a lui se nel biennio 1965/1967 Santana è stato l’unico tennista capace di interrompere la monotona supremazia degli australiani.

Un grande di Spagna, anzi un grandissimo… poi verrà Nadal, ma questa è propria tutta un’altra faccenda. E pure un altro tennis.

LA SORPRESA MARCEL BERNARD AL ROLAND-GARROS 1946

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Marcel Bernard – da nordsports-mag.com

articolo di Nicola Pucci

Fa maledettamente caldo, in quel luglio parigino del 1946. Tra i corridoi del Roland-Garros Marcel Bernard, iscritto nelle due prove di doppio, consulta distrattamente i tabelloni dei primi Internazionali di Francia dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Questo 32enne ormai non più espoir transalpino, che qui vinse in coppia con Borotra nel 1936 e nel doppio misto due volte, nel 1935 con Lolette Payot e sempre nel 1936 con Billie Yorke, non ha in verità grandi ambizioni, e l’edizione che riavvia il tennis dalle macerie e dalla barbarie della guerra è solo un’occasione per tornare a divertirsi. Soprattutto in coppia con il connazionale Yvon Petra, ma anche spalleggiando l’americana Margaret Osborne.

Figurarsi. La Osborne, a sua insaputa, ha deciso di ritirarsi dal doppio misto per concentrare le forze esclusivamente sul singolare, che infatti farà suo battendo in finale 7-5 al terzo la connazionale Pauline Betz, e per Bernard la delusione è cocente. Una sola competizione, il doppio, non può bastargli, ma il giudice arbitro, guarda caso, ha qualche difficoltà nel completare il tabellone a 64 giocatori per il torneo di singolare e Marcel accetta l’invito di prendervi parte. Si rivelerà una scelta fortunata.

Bernard viene accreditato della testa di serie numero 13 in un tabellone, pieno zeppo di francesi come è logico che sia, che ha proprio in Yvon Petra, fresco di successo a Wimbledon, il primo favorito, seguito a ruota da Tom Brown, Jaroslav Drobny che ha battuto Kramer a Londra e il piccolo Francisco Segura, dal formidabile dritto a due mani. Questo per affermare che Marcel non è certo compreso tra i candidati alla vittoria finale. Anche se parecchi anni prima, ad esempio nel 1932 appena 18enne, fu semifinalista battuto da Cochet con un secco 6-1 6-0 6-4, in una sorta di sfida tra maestro e allievo. Il futuro, nondimeno, sembrava poter sorridere a questo mancino dal tocco sensibile, certificato da un’altra semifinale nel 1936, stavolta sconfitto dal tedesco Von Cramm, poi trionfatore, pure stavolta con un netto 7-5 6-1 6-1. La vittoria in doppio con Borotra contro Charles Tuckey e Pat Hughes e in misto con la Yorke contro Sylvie Jung Henrotin e Martin Legeay avevano in parte mitigato la delusione per la disfatta in singolare ed altrettanto in parte confermato il talento di Bernard. Dopodichè, niente più, solo speranze rese vane e poi i venti della guerra.

1946, dunque, e tanta voglia di divertirsi. In un torneo che lamenta qualche assenza importante, in primis proprio Kramer che vuol preparare a dovere la finale di Coppa Davis, in secundis due validi esponenti del tennis australiano, Pails e Brown, tanto da lasciar qualche margine di chances anche a due outsiders come gli yugoslavi Puncec e Mitic, che in Coppa Davis hanno sconfitto al Francia, e l’americano Budge Patty, Bernard entra in lizza con due vittorie in quattro set, al primo turno con il peruviano Eduardo Buse e al secondo con il cecoslovacco Josef Caska, entrambi sconfitti 8-6 al parziale conclusivo. Agli ottavi di finale tocca a “Pancho” Segura, testa di serie numero 4, arrendersi al gioco d’attacco di Marcel, che in una sinfonia di perfette voleè e tocchi sotto rete si impone in tre comodi set, 8-6 6-3 6-1, meravigliando il pubblico con un tennis da sogno.

Sullo slancio Bernard batte anche Patty, 7-5 al quinto set di una sfida serrata all’ultimo colpo, ed accede alle semifinali, esattamente laddove era dieci anni prima. Tra i magnifici quattro che andranno a contendersi la vittoria, trovano posto i tre favoriti della vigilia, appunto Petra che ha perso solo un set ai quarti con il cecoslovacco Ferdinand Vrba e punta a bissare il successo di Wimbledon, Tom Brown che è esente da pecche e ha infranto le illusioni di Pierre Pellizza, e Jaroslav Drobny, che è uscito vincitore da un match complicato con Dragutin Mitic.

Le due semifinali sono intense e si risolvono entrambe al quinto set. Bernard perde primo e quarto parziale di un soffio, 7-5, ma negli altri tre set ha nettamente la meglio del compagno di doppio Petra che così dice addio alla doppietta Slam, mentre nella parte alta del tabellone Drobny rivela la sua classe di miglior giocatore europeo sbarazzandosi di Brown, 6-2 al set decisivo. In finale, dunque, Bernard è l’ospite inatteso e Drobny il campione acclamato dalla gente, curiosamente due mancini, con il cecoslovacco che si lascia preferire per una miglior condizione fisica, forte dei sui 25 anni e del fatto di essere, pure, internazionale di hockey su ghiaccio.

In effetti, sul campo centrale del Roland-Garros, il pomeriggio del 27 luglio le cose sembrano andare secondo le previsioni. Drobny vince facilmente i due primi set, 6-3 6-2, grazie alla potenza del gioco, la rapidità negli spostamenti e la precisione nei colpi da fondocampo. Bernard è alla mercè dell’avversario, sballottato da una parte all’altra del rettangolo di gioco, ma al terzo set, senza più niente da perdere, cambia tattica. Prende la rete solo con attacchi al centro, facendo a sua volta uso del pallonetto per vanificare la avanzate di Drobny, e la sfida cambia volto. Ora c’è maggior equilibrio nel gioco, Marcel sale 4-1 e Jaroslav perde la calma. Il terzo set si chiude sul 6-1, e nel quarto Bernard conduce nel punteggio, sempre più sicuro ed efficace nelle proiezioni a rete a cui fanno da contrappasso le incertezze sempre più frequenti di Drobny, ora in balia del francese e frequentemente costretto ad asciugarsi gli occhiali. Il quarto set è appannaggio di Bernard, 6-4, e la sensazione, all’inizio del set decisivo, che il giocatore di casa possa portare vittoriosamente a compimento la rimonta è quasi una certezza.

E così sia. Febbrile e stanco Drobny non reagisce più, Bernard è trascinato dall’entusiasmo del pubblico che gremisce gli spalti e infine, 6-3, è il nuovo campione, a sorpresa, del Roland-Garros. Completando poi l’opera il giorno dopo, quando in coppia con Yvon Petra (e dopo una notta di bagordi!) battono 10-8 al quinto set la coppia formata da Segura e l’argentino Morea, rimontando da 2-5 sotto e dopo essersi a loro volta visti recuperare due set di vantaggio. Per la Francia il tennis 1946 è gloria, dopo Petra a Wimbledon tocca a Bernard sbancare Roland Garros… sapete quanti anni ancora dovranno passare per bissare il successo parigino? Fino al 1983, l’anno di grazia di Yannick Noah.

 

CONNORS-VILAS 1981, LA FINALE MAI DISPUTATA A MONTECARLO

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Vilas e Connors – da plazbovo.free.fr

articolo di Nicola Pucci

Quel che sto per raccontarvi oggi, cari appassionati di tennis, ha del mai visto dalle parti del Principato di Monaco. Che se in quel salotto baciato dal sole e nobilitato da qualche testa coronata ha regalato nelle settantaquattro edizioni precedenti pagine agonistiche di pregio, tra cui le vittorie tricolori di Giovanni Balbi di Robecco, Giovanni Palmieri e ben tre volte Nicola Pietrangeli, nel 1981 altresì conosce l’inedito di una finale mai portata a termine.

Dal 13 al 19 aprile i campioni della racchetta, come avviene ormai dal 1897 e con la sola eccezione dei due conflitti mondiali 1915/1918 e 1940/1945, si danno appuntamento al Monte Carlo Country Club di Roquebrune-Cap Martin, per quella che altro non è che l’ouverture della stagione su terra battuta. Il tabellone si compone di 32 giocatori, tra questi il re del rosso, Bjorn Borg, che detiene il titolo in virtù delle due precedenti vittorie, 1979 contro Vitas Gerulaitis e 1980 battendo Guillermo Vilas. Proprio l’argentino, che da queste parti ha colto il successo nel 1976 con Fibak e infrangerà qualche mese dopo il cuore della bella Carolina, appare il pretendente più autorevole al ruolo di sfidante dell’orso scandinavo, in un torneo che allinea al via anche Jimmy Connors, alla ricerca di una consacrazione su terra battuta che manca al suo sterminato palmares, l’altro sudamericano di grido, Josè Luis Clerc, il beniamino di casa Yannick Noah e due esperti antagonisti di questa superficie che vengono d’oltre cortina, l’ungherese Balazs Taroczy e il cecoslovacco Tomas Smid. Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Gianni Ocleppo difendono i colori dell’Italia in un teatro che spesso ha sortito buoni risultati per il tennis di casa nostra. Sarà così anche stavolta.

Il torneo in effetti comincia con il botto. Al primo turno, a sorpresa ma neppure troppo vista la contrapposizione di stile che abitualmente patisce e il precedente “difficile” della finale del Roland-Garros del 1979, Borg incoccia nel tennis d’attacco del paraguaiano Victor Pecci, che si impone in tre set, addirittura con un clamoroso 6-0 d’entrata, estromettendo così il campione in carica e liberando la parte alta del tabellone. Nella quale, con classe ed altrettanta capacità nel gioco di volo, si inserisce proprio l’Adriano nazionale, che dopo il semplice 6-3 6-2 all’esordio contro il modesto Fernando Luna, batte lo stesso Pecci agli ottavi, sempre 6-3 6-2, per poi estromettere ai quarti un pallettaro d’eccezione come Josè Higueras, 6-1 1-6 6-4, arrampicandosi così alle semifinali. Dove ad attenderlo c’è Vilas, che intravede la possibilità di successo finale una volta fuori da giochi Borg, eliminando uno dopo l’altro Ilie Nastase, umiliato con un doppio 6-0, Ocleppo, che regge dignitosamente un set, 6-4 6-1, e Smid, che si arrende solo al tie-break decisivo.

Nel frattempo Connors conferma di esser giunto all’appuntamento monegasco con buona attitudine alla terra battuta, superando al debutto Corrado Barazzutti, 6-4 7-5, per poi spengere le velleità francesi di Pascal Portes e Noah, entrambi eliminati in due rapidi set. In semifinale Jimbo incrocia Taroczy, che approfitta di un percorso agevole che lo vede sbarazzarsi di tennisti di seconda fascia, quali sono lo svedese Kjell Johansson, il transalpino Christophe Roger Vasselin e l’argentino Ricardo Cano, lasciando per strada la miseria di undici giochi in tre partite.

E qui fa la sua comparsa la pioggia. Che se non impedisce a Vilas di aver vita facile con Panatta sommergendo il malcapitato romano a suon di passanti e pallonetti per il 6-2 6-2 che lo vede accedere, come da pronostico alla finale, Connors, dopo un primo set senza sussulti, 6-1, si vede costretto a proseguire il giorno successivo, domenica mattina, completando in oltre un’ora di gioco il faticoso 7-6 che lo spedisce diritto allo scontro decisivo con il “poeta“.

Il 19 aprile 1981 però il tempo è incerto, sul Principato. Al punto da costringere gli organizzatori del torneo a slittare la finale al giorno di Pasquetta, lunedì 20. Vilas contro Connors è un bel vedere, due mancini l’uno al cospetto dell’altro, piè veloce e maestro della rotazione l’argentino, lottatore indomito e prototipo dell’attaccante da fondocampo l’americano, in vantaggio 4-3 negli scontri diretti. E sotto i nuvoloni minacciosi è partita aperta, con il punteggio che tiene i due sfidanti incollati l’uno all’altro fino al 5-5 del primo set e, curiosamente, 55 minuti di splendida battaglia, quando, proprio quei nuvoloni minacciosi, riversano sul Country Club una dose massiccia di acqua che obbliga all’interruzione. E stavolta senza più l’opportunità di proseguire. Perché Connors deve volare oltre Oceano per i tornei nord-americani, lui che non ha mai vinto su terra battuta in Europa e sperava per l’occasione di rompere il sortilegio, e Vilas è costretto a sua volta a rimandare all’anno successivo, 1982, il tris nel Principato.

Già, perchè quella finale, che gli organizzatori avrebbero voluto portare a termine il 7 giugno, il giorno dopo l’epilogo del Roland-Garros, non avrà un seguito e l’albo d’oro del torneo di Montecarlo, da quel dì, ha un tassello vuoto… a dispetto dei desideri del Principe.

1998, L’ITALIA DI DAVIS DALL’IMPRESA DI MILWAUKEE ALLA FINALE CON LA SVEZIA

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Nargiso e Gaudenzi in trionfo – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamo per un attimo l’Italia di Nicola Pietrangeli, Orlando Sirola e Sergio Tacchini, che si arrese nella doppia finale con l’Australia, 1960 e 1961; liberiamo il campo dalla nostalgia per i moschettieri azzurri, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, che trionfarono nel Cile insanguinato di Pinochet nel 1976 per poi guadagnare l’atto conclusivo nel 1977, 1979 e 1980 per cedere il passo all’Australia ancora, agli Stati Uniti di McEnroe e alla Cecoslovacchia del giovane Lendl… insomma, volgiamo lo sguardo al recente passato e celebriamo come è giusto che sia l’ultima Italia capace di raggiungere la finale di Coppa Davis, anno del Signore 1998.

Già, proprio Paolo Bertolucci, trait d’union tra il prima e il dopo, tra l’ultima Nazionale a far sognare l’insalatiera d’argento esercitando la specialità del doppio accanto all’amico Adriano Panatta, stella di quella nidiata di campioni e prima di lui guida tecnica dalla panchina, e quella che ha da difendere le due ultime semifinali del 1996 e del 1997, sconfitta prima 3-2 a Nantes dalla Francia e poi 4-1 a Norrkoping dalla Svezia vincitrice in finale con gli Stati Uniti. Appunto, Stati Uniti e Svezia, tenete a mente queste due squadre, le ritroveremo nel corso della competizione e saranno due sfide destinate ad entrare nell’almanacco del tennis bianco-rosso-verde.

Capitan Bertolucci ha dalla sua una buona dose di fortuna, occorre dirlo, se è vero che l’urna accoppia all’Italia, per il primo turno da giocarsi dal 3 al 5 aprile, l’India, con il fattore campo a favore e la scelta della sede dell’incontro che ricade su Genova. La vittoria, 4-1 infine, è garantita da Andrea Gaudenzi, che al venerdì batte Prahlad, mettendo così una pezza al rovescio di Davide Sanguinetti con Bhupathi, triplice 6-4, per poi assicurare il terzo punto la domenica con il numero uno avversario, e dal doppio formato dallo stesso Gaudenzi e Diego Nargiso, che si impongono 6-3 6-4 3-6 6-3 alla coppia Bhupathi/Syed, non proprio due spauracchi, ipotecando così la qualificazione al turno successivo.

Bertolucci ha messo in piedi una squadra solida, coesa, che fa dello spirito di gruppo il suo marchio di fabbrica. Tutti per uno ed uno per tutti, magari in contrasto con la dirigenza ma ben compattati attorno al capitano-non giocatore. Il faentino Andrea Gaudenzi è la stella di prima grandezza, un giocatore che da junior aveva lasciato intravedere un futuro luminosissimo con i trionfi, nel 1990, a Parigi e New York, per poi invece pagare pesante dazio all’enorme pressione su di lui riposta al momento del passaggio al professionismo. La caduta agli inferi e la risalita verso una carriera più che dignitosa erano state il frutto del lavoro svolto alla scuola dell’austriaco Ronnie Leigteb, mentore dell’ex-numero 1 del mondo Thomas Muster, ed ora Gaudenzi è puntualmente lì dove le attese lo avevano annunciato, ovvero almeno il miglior prodotto tennistico italiano. Accanto a lui uno spezzino, Davide Sanguinetti, giunto tardi alla notorietà, costruitosi con l’esperienza americana alla Harry Hopman Academy in Florida ed ormai avviato a sostituire Renzo Furlan nel ruolo di secondo singolarista. L’uno, Gaudenzi, dal gioco massiccio che ben si sposa con la terra battuta l’altro, Sanguinetti, abile nel colpire d’anticipo e particolarmente adatto alle superfici rapide. Assieme a loro, il talento mancino ed incostante di un altro ragazzo che da giovincello aveva fatto sperare in ben altri risultati, il napoletano Diego Nargiso, veterano e chioccia del gruppo ma ancora ottimo doppista. Oltretutto, il che non guasta, perfettamente in sintonia con il clima di Coppa Davis.

Insomma, una volta risolta la pratica India, dal 17 al 19 luglio ci si sposta a Prato, sempre sull’amata terra rossa, e l’avversario, ancora una volta, è quanto meno abbordabile. Tocca infatti allo Zimbabwe dei fratelli Black, Byron e Wayne, stabilmente tra i primi cento giocatori del ranking, ma scarsamente predisposti al gioco sul rosso. Già la prima giornata è sufficiente a certificare la disparità di forze, Gaudenzi ha vita facile con Wayne, 6-3 6-3 6-4, Sanguinetti non tradisce le attese con Byron, 6-3 6-3 6-0, e il doppio del sabato, con Andrea e Diego a battere i fratelli Black in quattro set, dopo aver perso il primo, rende platonici gli ultimi singolari della domenica. 5-0, e in un tabellone che vede Svezia e Germania avanzare alle semifinali nella parte alta, offre invece all’Italia, ancora tra le quattro migliori esattamente come nelle due ultime edizioni, l’ostacolo Stati Uniti. Da affrontare in trasferta, oltre Oceano, a Milwaukee, dal 25 al 27 settembre.

E qui si scrive una pagina storia di tennis tricolore. Certo, sul cemento indoor che tanto piace agli americani non ci sono Sampras e Agassi, numero 1 del mondo e il suo sfidante più accreditato, ma l’esperienza di Todd Martin, scivolato al numero 28 del ranking, e la giovanile esuberanza di Jan-Michael Gambill, numero 50, sembra sufficiente a garantire alla squadra di casa i favori del pronostico. La Coppa Davis, lo sappiamo, invece ama sottrarsi a quelle che sono le gerarchie stabilite a tavolino, e i ragazzi in maglietta azzurra compiono l’impresa. Sono infatti sufficienti 48 ore per spengere gli ardori stelle-e-strisce, con Gaudenzi che risolve a sua favore due delicatissimi tie-break per imporsi infine in quattro set a Gambill e Sanguinetti, forse alla miglior recita in carriera con la Nazionale, che annienta Martin, uno pur sempre capace di giungere a due finali Slam, seppur perdute, 7-6 6-3 7-6. Quando poi Gaudenzi e Nargiso, mai così ispirati, vanno avanti 6-4 7-6 con Gimelstob/Martin, si fanno riagganciare 7-5 6-3, infine chiudono 6-3 al parziale decisivo, la settima finale di Coppa Davis per l’Italia è un dato acquisito.

L’atto conclusivo, dal 4 al 6 dicembre, ha come teatro il Forum di Assago e i suoi 15.000 scatenati sostenitori del clan Italia. L’ostacolo è di quelli tosti, la Svezia detentrice del titolo e finalista in quattro delle ultime cinque edizioni, ma è altresì vero che la squadra scandinava è battibile nei due singolaristi, Magnus Gustafsson numero 31 e Magnus Norman numero 52, rimanendo invece fortissima e favorita nella coppia di doppio composta da Bjormann e Kulti. Si gioca su una terra battuta indoor che più lenta non si può, ed i primi a scendere in campo sono Gaudenzi e Norman, numero 1 d’Italia contro numero 2 di Svezia. Le prospettive si sbilanciano a favore dell’azzurro, ed in effetti il beniamino del pubblico milanese fa gara di testa, vincendo primo e terzo set, 7-6 6-4, perdendo invece secondo e quarto parziale, 7-6 6-3. La sfida è interminabile ed estenuante, ma pare volgere a favore di Andrea che sul 6-5 del set decisivo serve per il match. A questo punto fa capolino l’ospite inattesa, e pure tremendamente sgradita, la sfiga, che la combina grossa: al momento della battuta il tendine della spalla destra di Gaudenzi, già martoriata nelle settimane precedenti al punto che il faentino era stato costretto all’inattività dopo la semifinale di settembre per sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico, cede di schianto. L’urlo in mondovisione raggela i presenti, blocca lo sfortunato tennista costretto al ritiro e di fatto consegna alla Svezia, che in maniera del tutto anomala incamera il primo punto, l’insalatiera d’argento.

Perchè poi Gustafsson smaschera le incertezze di Sanguinetti su terra battuta, infliggendo al nostro una severa lezione, 6-1 6-4 6-0, e il doppio del sabato, con Bjorkmann e Kulti che con un altrettanto eloquente 7-6 6-1 6-3 superano Nargiso e Sanguinetti, strappa la Coppa Davis al sogno azzurro di dar seguito ai “ragazzi del 1976” e prende la strada della Scandinavia. Direzione Stoccolma.

AGASSI, UN AMERICANO A ROMA

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Agassi a Roma 2002 – da ansa.it

articolo di Nicola Pucci

Questa è la narrazione di un amore a prima vista. E di un lungo corteggiamento. Di un giovane bellimbusto che approccia, cresce, matura, infine fa breccia nel cuore della sua prediletta. Che di nome fa Roma, ha colorazione rosso-fuoco ed assume le sembianze di un campo da tennis.

Andrè Agassi, lo avrete senz’altro capito, è il virgulto che ha un legame di militanza con gli Internazionali d’Italia che si perde nel tempo. Già nel 1987 si fa vedere dalle parti del Foro Italico, quando l’imberbe appena 17enne batte Simone Colombo al debutto per poi perdere con l’argentino Martin Jaite (futuro finalista battuto da Lendl), per poi l’anno dopo capitombolare a sorpresa con Ronald Agenor ai quarti e conoscere l’onta della delusione nel 1989, sconfitto 6-1 al quinto set di una finale con Alberto Mancini che lo vede chiaramente nei panni del favorito.

L’affronto è tale che per un decennio, ad eccezione delle sporadiche e prococi eliminazioni del 1991 (fischiato al primo turno con il tedesco Jelen) e del 1994 (estromesso dal tennis senza mezze misure di Stefano Pescosolido), Agassi declina l’invito degli organizzatori di frequentare Roma, per poi, appunto cresciuto ormai, assommare un paio di ottavi di finale (nel 1999 k.o. con Rafter da numero 13 del mando e nel 2000 battuto da Hrbaty quando guida il ranking) e l’inattesa battuta d’arresto d’entrata nel 2001 ad opera del carneade Calatrava.

Maturità sopraggiunge infine, ed eccoci all’anno 2002. In precedenza la stagione del campione di Las Vegas, scivolato al numero 9 per via di un infortunio che lo ha obbligato a rinunciare agli Australian Open di cui è campione negli ultimi due anni, lo ha visto finalista a San Josè (battuto da Hewitt, nuovo numero 1 del mondo), primeggiare a Scottsdale (in finale su Balcells) e trionfare a Key Biscane contro un talentuosissimo svizzero che già si è illustrato a Wimbledon battendo Sampras, un certo Roger Federer. E se la terra verde di Houston ha bocciato il “Kid” nel match con l’eterno rivale, appunto Sampras, a Roma c’è un amore di lunga data da portare a soddisfazione.

Agassi è accreditato della nona testa di serie in un tabellone da leccarsi i baffi che ha in Hewitt il numero 1, nei finalisti dell’ultima edizione, l’iberico Ferrero e il brasiliano Kuerten, i numeri 3 e 2, Kafelnikov, Henamn, Safin, Haas e Johansson a completare il lotto dei principali pretendenti al titolo. Tra le retrovie, ormai sul viale del tramonto ma con in serbo ancora il futuro exploit a Flushing Meadows, Sampras numero 12 e, in divenire, due campioni che si stanno affermando, Federer numero 11 e Roddick numero 13.

Il primo turno riserva un paio di piacevoli sorprese “tricolori“, con Gaudenzi che estromette lo stesso Federer, duplice 6-4, e la wild-card Galimberti che elimina Corretja, finalista a Parigi nel 2001. E se le vittorie di “mano de piedra” Gonzalez con Henman e di Clement con Johansson non possono certo far gridare al clamoroso, Agassi evidenzia l’ottimo stato di forma debuttando agevolmente con il tedesco Kiefer, 6-3 6-2, al contrario di Sampras battuto dal terraiolo doc Mantilla.

Il secondo turno è fatale ad Hewitt, seccament esconfitto da Moya 6-3 6-2, così come ai due russi di rango, Kafelnikov e Safin, che incappano nella giornata-no di cui beneficiano Ferreira e Malisse, ma sono le sconfitte di Ferrero con Ljubicic e di Kuerten con Montanes a liberare il tabellone che si priva dei nomi più blasonati. Agassi demolisce Kratochvil, 6-0 6-1, e ragionevolmente si candidata al ruolo di nuovo favorito del torneo.

E così sia. Agli ottavi l’americano trova pane per i suoi denti nell’argentino Calleri, battuto infine 7-6 7-5, e nella parte bassa del tabellone guadagna i quarti di finale, raggiunto da Albert Costa, vincitore nel derby con Montanes, da Blake, che boccia l’ambizioso Gonzalez, e da Novak, numero 14 del seeding, che spenge gli ardori di Ljubicic. Nei due quarti superiori, i due attaccanti Haas e Roddick incrociano due specialisti del rosso, Moya e Robredo, ed infine hanno partita vinta, il tedesco con un facile 6-3 6-4 e l’americano con un 6-4 7-6 solo poco più che sofferto.

Ma è Agassi a tener banco. Con la personalità che ammalia, il gioco che conquista e l’amore per il tennis che lo fa essere ancora protagonista. A dispetto dell’età che avanza e del cranio pelato che ha preso posto, da tempo, della folta criniera sbarazzina. L’uomo si è fatto tale, il tennista è giunto a completa maturazione e l’occasione è di quelle da cogliere al volo. Andrè non dà scampo a Costa, 6-2 6-2, così come a Novak in semifinale, 7-5 6-4, per presentarsi all’atto decisivo con i favori del pronostico.

Di là dal net c’è Tommy Haas, che ha battuto Roddick 6-1 7-5 in una sinfonia del gioco d’attacco, ed è contrapposizione tra la solidità da dietro di Agassi e la propensione stilisticamente perfetta del tedesco di presentarsi a rete. In verità il tutto si risolve in un’esecuzione capitale, con Agassi che si impone nei due set iniziali 6-3 6-3 per poi dilagare 6-0 al terzo.

E’ fatta, il cuore di Roma si apre ed accoglie infine il suo spasimante più fedele. Andrè Agassi, detto “il kid“.

 

CORRADO BARAZZUTTI E IL TABU’ INFRANTO CON VILAS A MONTECARLO 1983

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La stretta di mano tra Vilas e Barazzutti – foto tratta dalla pagina Il Museo del tennis

articolo di Nicola Pucci

Corrado Barazzutti ha un feeling speciale con quel meraviglioso salotto tennistico che è il Country Club di Montecarlo. Tra l’azzurro del mare che si confonde con il cielo, al cospetto di qualche testa coronata e pure con il profilo dei panfili che si stagliano all’orizzonte, il “soldatino” ha già qualche bell’impresa da vantare al suo curriculum.

Da queste parti Barazzutti esordì 20enne, nel 1973, passando due turni con Warwick e Orantes prima di cedere 6-2 6-3 alla glaciale regolarità di un giovanotto svedese di bellissime speranze, tale Bjorn Borg, per poi guadagnare un posto in finale nel 1977, proprio con Borg, dopo aver liquidato rivali non certo di secondo piano, nell’ordine l’olandese volante Okker, l’ungherese Taroczy ed il cecoslovacco d’avanguardia, Kodes, perdendo all’atto conclusivo con l’onorevole punteggio di 6-3 7-5 6-0. L’anno dopo, 1978, cede in semifinale a Tomas Smid, 6-3 6-1 in verità troppo severo per le ambizioni e le credenziali sul rosso di Corrado, che da quel dì collezionerà poi tre sconfitte al primo turno ed una al secondo con McEnroe nel 1980.

Eccoci dunque al 1983. Nel frattempo Barazzutti, evidentemente già entrato nella fase discendente di una carriera impreziosita da una vittoria in Coppa Davis in Cile nel 1976 e tre altre finali nel 1977, 1979, 1980, due semifinali Slam a Forest Hills nel 1977 (battuto 7-5 6-3 7-5 da Connors) e a Roland-Garros nel 1978 (demolito, ma poteva essere altrimenti?, da Borg 6-0 6-1 6-0), una partecipazione al Masters e si è arrampicato ad un’eccellente settima posizione del ranking ad agosto, come solo Pietrangeli e Panatta prima di lui, è sceso oltre la centesima piazza in classifica, obbligato pertanto a passare attraverso le forche caudine delle qualificazioni per garantirsi un posto in tabellone.

Il torneo di Montecarlo ha in Lendl, testa di serie numero 1 e gran favorito alla vittoria, e in Vilas, numero 2 del seeding e detentore del titolo proprio contro il cecoslovacco nonchè finalista nelle ultime tre edizioni, i due protagonisti più attesi, con l’altro argentino di grido, Clerc, il pallettaro spagnolo, Higueras, lo svedese rampante, Wilander, l’idolo di casa, Noah, il recente re di Roma, Gomez, e il primo prodotto di Bollettieri, Arias, a completare la lista dei primi otto giocatori candidati al successo finale.

Ma che sarà un torneo non certo avaro di sorprese è chiaro fin da subito, quando il tennis imprevedibile dell’israeliano Shlomo Glickestein produce d’entrata la clamorosa eliminazione di Lendl, battuto in tre set 6-2 3-6 7-5, a cui fanno seguito le premature eliminazioni al debutto di Clerc, estromesso dall’ultimo Borg capace di vincere una partita di tennis prima del ritiro dall’attività, 6-1 6-3, Higueras, fatto fuori nel derby iberico dal “vecchio” Orantes, 6-4 6-2, Gomez, che inciampa in Edmondson, 7-5 0-6 6-3, e Arias, prima vittima di quell’inatteso ospite a questi livelli che è l’americano mel Purcell, 6-4 6-1.

E tra tanti pezzi da novanta che anzitempo riprendono la strada per tornare a casa, ecco che Barazzutti trova la sua liberata da qualche ingombro di troppo, per disegnare la settimana perfetta, o quasi, a suggello dell’eccellente carriera. Il friulano, nato ad Udine il 18 febbraio 1953, entra in lizza sbarazzandosi agevolmente di un altro vecchio marpione del circuito, l’americano Harald Solomon, che fu avversario di Panatta nella gloriosa finale parigina del 1976 e che con il nostro ha un bilancio di 6 vittorie a 0, che beneficia di una wild-card in qualità di presidente dell’associazione dei tennisti per venir poi seccamente battuto dal portacolori azzurro con un duplice 6-3. Fuori Gomez, al secondo turno Corrado incrocia Edmondson, che non è uno specialista della terra battuta, che ha pure il poco invidiabile record di essere il vincitore con la peggior classifica di una prova del Grande Slam, numero 212 quando nello stesso 1976 trionfò in finale agli Australian Open contro Newcombe, che si arrende al nostro in due set, 7-5 6-1.

Barazzutti è in fiducia, e gioca pure un ottimo tennis, al solito affidandosi a corsa, regolarità e precisione nel gioco da fondocampo. Ma l’ostacolo che si para al suo cospetto ai quarti di finale, vale a dire Guillermo Vilas, è di quelli da far tremare i polsi. E ad onor del vero i pronostici sembrano proprio condannare Corrado, così come i precedenti, ben sei, tutti a favore del sudamericano e senza neanche il conforto di un set vinto, a Teheran nel 1975, a Roma e al Roland-Garros nel 1976 e le tre volte successive alla Coppa delle Nazioni a Dusseldorf. Ma a Montecarlo è l’ora di infrangere il tabù, in un match che slitta al sabato mattina a causa del perdurare del maltempo, anche se il primo set, messo in saccoccia da Vilas con un netto 6-2, non pare dover smentire le indicazioni del ranking mondiale. Nel secondo set, quando meno te lo aspetti, invece, il copione del match cambia radicalmente. Barazzutti è sempre più incisivo nel gioco di difesa, Vilas smarrisce l’ispirazione e il 6-3 che rimanda al set decisivo è cosa fatta. Al terzo set l’argentino sale 3-0 ma non basta, l’italiano infila cinque giochi consecutivi, sul 5-3 vanifica tre match-point, vede il grande avversario rifarsi sotto sul 5-4, infine chiude la sfida 6-4 qualificandosi alla semifinale con Wilander.

La bella storia di Barazzutti a Montecarlo termina qui. La fatica accumulata nel match con Vilas si fa sentire un’ora dopo quando Corrado è chiamatao alla sfida di semifinale con Wilander, che con Taroczy, il connazionale Sundstrom e il talento incostante di Leconte si impone comodamente in due set, per fare altrettanto con Barazzutti, 6-2 6-3.

Mats porterà a termine vittoriasamente la sua “campagna monegasca“, battendo in finale Purcell, già proprio lui, l’inatteso che non ti aspetti, 6-1 6-2 6-3, ma quel che resta è quel Barazzutti stoico, battagliero e infine pure vincente. Da vero, buon “soldatino“.