LA VITTORIA RIVOLUZIONARIA DI ARANTXA SANCHEZ A PARIGI NEL 1989

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Arantxa Sanchez con la Coppa dei Moschettieri – da edition.cnn.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare da quel che da sempre vanno raccontando i libri di storia: la vera rivoluzione, a Parigi, non ebbe come teatro i bastioni in marmo della Bastiglia, il 14 luglio 1789, bensì un campo in terra battuta dalle parti della Porte d’Auteuil, esattamente duecento anni dopo, nel giugno del 1989. Eh sì, perché in quella memorabile edizione del Roland-Garros, due pischelli di appena 17 anni abbatterono i sovrani che parevano inattaccabili, segnando una pagina destinata ad entrare, con forza e di diritto, nella leggenda del tennis.

Michael Chang, americanino di Taiwan alto poco più di un soldo di cacio ma veloce come un gatto, mangiò banane, servì dal basso e fu colto da crampi ma riuscì agli ottavi di finale ad uccellare Ivan Lendl, numero 1 del mondo a cui non bastarono neppure due set di vantaggio per portare a casa la vittoria da tutti pronosticata. Non certo appagato, l’imberbe con gli occhi a mandorla proseguì la sua corsa, fino ad alzare la Coppa dei Moschettieri a spese di un esterrefatto Stefan Edberg che ormai sognava di far suo quel titolo parigino sempre inseguito ma mai afferrato.

Questo accadeva l’11 giugno 1989, ma ventiquattro ore prima sullo stesso campo, le Court Central, oggi Philippe Chatrier, del Roland-Garros anche la regina, Steffi Graf, dopo il re, ci lasciava le penne. E a farla fuori, stavolta in finale, era un’altra ragazzina indomabile, Arantxa Sanchez, spirito battagliero e gambotte elettriche, barcellonese e sorella dei già noti e più grandicelli di lei Emilio e Javier.

Ma prima di raccontare nel dettaglio l’epica sfida che risolse il torneo femminile agli Internazionali di Francia, è necessario tornare indietro di qualche settimana quando, proprio a Barcellona, la Sanchez, che nel luglio 1988 ha sconfitto Raffaella Reggi in finale a Bruxelles cogliendo, poco più che 16enne, la prima vittoria in carriera, comincia a far parlare di sè con argomenti convincenti, sconfiggendo in finale la canadese Helen Kelesi, numero 16 del mondo e prima testa di serie del torneo, per poi raggiungere l’atto conclusivo a Roma dove la ferma solo Gabriela Sabatini, 6-2 5-7 6-4, giunta al secondo successo nella capitale.

Insomma, Arantxa è sì giovanissima, ma non proprio una novellina del tennis, se è vero che al Roland-Garros, dal 29 maggio all’11 giugno, si presenta da numero 10 del mondo ed è accreditata della testa di serie numero 7. Ma, al di là dei numeri che certificano la crescita costante e repentina della ragazza di Barcellona, nessuno, ma proprio nessuno, quando si tratta di eleggere le tenniste favorite alla vittoria finale, annovera tra queste la Sanchez. Anche perché il titolo sembra non poter sfuggire alla regina incontrastata da almeno due anni del tennis in gonnella, Steffi Graf, che se nel 1988 ha realizzato il Grande Slam, aggiungendo alle quattro vittorie nei Major anche l’oro olimpico, nell’anno in corso non sembra certo intenzionata a cedere lo scettro, avendo collezionato in Australia, a gennaio, il quinto successo consecutivo in un torneo dello Slam.

Ed in effetti a Parigi la Graf conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, di essere di gran lunga la giocatrice più forte del lotto, lasciando solo 13 giochi alle prime cinque avversarie incontrate sul suo cammino, ovvero l’americana Camille Benjamin, 6-1 6-1, l’argentina Bettina Fulco, 6-0 6-1, l’olandese Nicole Jagerman, 6-1 6-2, l’azzurra Silvia La Fratta, 6-2 6-1, e la spagnola Conchita Martinez, 6-0 6-4.

Nel frattempo la stessa Gabriela Sabatini, fresca di successo a Roma e numero 2 del tabellone, nonché unica, autorevole alternativa alla Graf, inciampa agli ottavi nel gioco di gambe e nell’acume tattico di Mary-Joe Fernandez che la estromette in due set, 6-4 6-4, ed allora, ci si chiede, chi può, se non battere, almeno provare ad impensierire l’incontrastata e quasi imbattibile regina del tennis?

Ebbene, la prima a provarci è un’altra ragazzina terribile, che quando c’è da lottare come una leonessa non è davvero seconda a nessuna, a dispetto dell’età. E’ una certa Monica Seles, jugoslava di Novi Sad poco più che 15enne, che seppur non sia compresa tra le teste di serie, si arrampica addirittura in semifinale a furia di colpi mancini e mulinando dritto e rovescio a due mani, dove prova a scardinare la sicurezza granitica della Graf. E per poco non ci riesce, se è vero che la teutonica deve far ricorso a classe ed esperienza per infine avere la meglio in tre set, 6-3 3-6 6-3, agguantando con qualche patema di troppo la terza finale consecutiva che, come in effetti tutti pensano, dovrebbe garantirgli la terza vittoria consecutiva dopo quelle del 1987, in tre set contro Martina Navratilova, e quella record del 1988, 6-0 6-0 a Natasha Zvereva, che da quel giorno non si è mai più ripresa, in soli 34 minuti di esecuzione.

E se l’eliminazione della Sabatini ha sguarnito la parte bassa del tabellone, ecco che in quella metà inferiore si intrufola l’altra minorenne che non la manda certo a dire, appunto Arantxa Sanchez, che dopo due turni iniziali in discesa con la cecoslovacca Regina Rajchrtova, 6-2 6-1, e con la francese Isabelle Demongeot, 6-4 6-4, lascia un set alla qualificata battente bandiera falce e martello Natalia Medvedeva, 6-0 3-6 6-2, per poi tornare a farla da padrona, facilmente, contro l’ancor più piccola sudafricana Amanda Coetzer, 6-3 6-2, demolire il gioco d’attacco di Jana Novotna, 6-2 6-2, e dimostrarsi più regolare e determinata della Fernandez in semifinale, altro duplice 6-2, meritandosi l’appuntamento in finale contro la Graf.

Pronostico chiuso, e potrebbe essere altrimenti?, quel pomeriggio del 10 giugno 1989. Troppo più forte, potente, atletica ed esperta la valchiria, che se ha un punto debole, è quello di patire la tensione quando le cose, inaspettatamente, si fanno difficili. Situazione a cui non è abituata e che, inverosimilmente, si verifica quando la Sanchez, che corre, sbuffa e rimanda tutto quel che le arriva a portata di racchetta, incamera a sorpresa il primo set dopo un tie-break palpitante, 8-6, aprendo una crepa preoccupante nell’animo sensibile della regina. Che deve ricorrere a tutta la sua classe per far suo il secondo set, 6-3, ed allungare sul 5-3 al terzo set che parrebbe risolutivo. Steffi, infatti, serve per il match e la Coppa ma la Sanchez, lungi dal darsi per vinta, ci crede ancora, corre sempre come un’ossessa, alza pallonetti diabolici che mandano in confusione l’avversaria, azzarda più di una sortita a rete mostrandosi non certo priva di tocco, riaggancia sul 5-5 ed infine piazza l’allungo decisivo. E quando l’ultimo, incerto e tremebondo rovescio della Graf muore in rete e la Sanchez, ebbra di felicità, rotola a terra, l’insurrezione parigina, nata con il regicidio di Chang con Lendl, celebra anche la destituzione della regina. Correva l’anno 1989, Roland-Garros… altro che Bastiglia!!!

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LA DOLCE VITA E LA DOPPIETTA VINCENTE A ROMA DI VITAS GERULAITIS

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Vitas Gerulaitis nel gioco di volo – da sportvintage.it

articolo di Nicola Pucci

Quel che mi viene da pensare sul conto di quel ragazzo dai boccoli d’oro, estroso ed estroverso sul campo da tennis come nella vita quotidiana, che risponde al nome di Vitas Gerulaitis, è che il successo non è stato purtroppo pari alla sfortuna che su di lui ha concentrato buona parte dei suoi sforzi.

Se Gerulaitis, infatti, nato a Brooklyn il 26 luglio 1954 da genitori lituani, Vitas senior ed Aldona, due tennisti che si erano trasferiti in negli Stati Uniti in cerca di quella fortuna che pareva negata ai tempi dell’Urss, si è trovata la strada troppo spesso sbarrata da campioni più grandi di lui come Borg, Connors e McEnroe, nondimeno segnando uno score personale di tutto rispetto, ha pagato anche un conto salatissimo con la drammaticità talvolta bastarda dell’esistenza, trovando la morte nel sonno a soli 40 anni per una fuga di monossido di carbonio provocata da una caldaia difettosa.

E sì che ce ne sarebbero di storie da raccontare su Vitas, da quel suo essere sempre fuori dagli schemi, amante delle notti newyorchesi, atto all’uso di droghe, e con la lingua che andava veloce quanto il suo pensiero di uomo sempre in grado di stupire, all’amore per gli abiti firmati e le vetture di lusso, tanto da parcheggiare nel garage della sua villa Rolls Royce, Cadillac, Porsche e Ferrari.

Ma Gerulaitis, ovviamente, non è stato solo jet set e luci della ribalta. Anzi. Stiamo parlando di un tennista capace di soggiornare per quasi dieci anni nella top-10 mondiale, con un top-ranking da numero 3 il 27 febbraio 1978, vincere una prova dello Slam in Australia, nel dicembre 1977, battendo in cinque set John Lloyd, futuro marito di Chris Evert, giocare due finali agli Us Open, 1979, e al Roland-Garros, 1980, perdendole entrambe proprio contro McEnroe e Borg, guadagnarsi l’ultimo atto anche al Masters, nel 1979 e nel 1981, vincere da protagonista un’edizione della Coppa Davis, 1979, superando in finale l’Italia. E se memorabile rimane un match di semifinale giocato sull’erba di Wimbledon nel 1977, quando costrinse al quinto set Borg, un amante della bella e dolce vita come lui poteva mai sottrarsi dal primeggiare dalle parti del Foro Italico in Roma?

Certo che no, ed allora concentriamoci su quelle due vittorie, 1977 e 1979, che Gerulaitis seppe cogliere sulla terra battuta capitolina, gemme incastonate in una collezione di 25 vittorie in carriera, dal primo ottenuto a Vienna nel 1974 all’ultimo messo in palmares a Treviso, esattamente dieci anni dopo, 1984.

Eccoci dunque al 1977, quando Gerulaitis si presenta agli Internazionali d’Italia per la seconda volta, dando seguito all’esperienza poco fortunata dell’anno prima quando la sua marcia si interrompe agli ottavi di finali contro le gambe da maratoneta e le uncinate mancine di Guillermo Vilas, che lo domina 6-1 6-1. Vitas è accreditato della testa di serie numero 8, e non è certo lui il favorito alla vittoria finale, seppur il suo brillante gioco serve-and-volley ben si adatti anche alle superfici più lente. Come è quella del Foro Italico, che applaude le scorribande a rete e le prodezze di rovescio di Gerulaitis che fa fuori Dibley, 6-3 6-2, Amaya, 6-0 6-3, e Kodes, 6-4 6-3, prima di incrociare ai quarti di finale Adriano Panatta, non solo eroe nazionale, ma pure detentore del titolo. La sfida è eccitante tra due giocatori che si assomigliano, nello stile di gioco come nella propensione alla bella vita, ed infine, rimontando, il biondo americano elimina l’adone mediterraneo, 1-6 7-6 6-3, sì spengendo il sogno dei romani di tornare ad esultare per un tennista azzurro, altresì guadagnandosi la stima del pubblico capitolino. Che, nel mentre Vilas e Nastase, gli altri due favoriti, sono fuori dai giochi, ammira le gesta in semifinale di Gerulaitis, 6-2 7-6 4-6 7-5 all’ostico Gottfried, per poi, ancora una volta a denti stretti, doverlo celebrare campione in finale contro l’inatteso Tonino Zugarelli, 6-2 7-6 3-6 7-6, schivando per un soffio i rischi del quinto set annullando un set-point nel tie-break del quarto. Pare che la sera prima della finale, Vitas abbia trascorso una notte brava in discoteca… e la cosa francamente non stupirebbe nessuno.

Due anni dopo, 1979, Gerulaitis è pronto a concedere il bis. Nel 1978, al primo turno, Panatta si è preso la rivincita della sconfitta dell’anno prima eliminando Vitas con un punteggio serrato, 7-6 7-5, ma nell’anno in corso l’americano, numero 2 del tabellone romano, ha strada in discesa fino alle semifinali, battendo facilmente l’argentino Dalla Fontana, 6-1 6-2, Tim Wilkison, che si ritira sul 2-6 0-3, John Alexander che gli strappa un set, 6-7 6-2 6-3, e Gianni Ocleppo, 6-4 6-2. Proprio in semifinale Gerulaitis, che molti ritengano non proprio un cuor di leone quando c’è da stringere in denti, rimonta lo 0-6 iniziale con il pedalatore da fondocampo Eddie Dibbs, per infine agguantare l’atto decisivo, 6-1 7-5 6-3, contro Guillermo Vilas, numero 1 del tabellone, che ai quarti di finale ha spento l’illusione di Panatta di tornare a governare il torneo di casa. La finale è la perfetta contrapposizione tra il gioco di rimessa del sudamericano e la propensione all’attacco dello statunitense. Che a suon di sortite a rete va sotto 2 set a 1, 6-7 7-6 6-7, a chiusura di tre set maratona, per poi, non si sa bene dove, lui così fragile e fors’anche mingherlino, trovare le energie per demolire alla distanza e dopo ben 5 ore e passa di battaglia epocale, la forza granitica di Vilas, infine costretto ad arrendersi 6-4 6-2.

Vitas Gerulaitis è re di Roma per la seconda volta in carriera, e vi pare che uno come lui, all’ombra del Colosseo, non abbia festeggiato come si deve? Ne ha di occasioni seducenti da offrire, la Capitale, a chi la conquista…

FAUSTO GARDINI, IL GUERRIERO DEL TENNIS ITALIANO CHE FU RE DI ROMA NEL 1955

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Fausto Gardini – da tennisitaliano.it

articolo di Nicola Pucci

Nella storia di un campione, fatta di trionfi e luci della ribalta, c’è sempre un momento particolare, che merita di essere ricordato più degli altri. Ed anche nel caso di Fausto Gardini, che campione lo è stato senza dubbio, la regola non fa eccezione.

Questo lungagnone magrissimo, milanese classe 1930, in effetti ha qualche bel risultato da illustrare nel suo palmares di tennista di prima fascia. Se già da juniores è il migliore assieme ad un certo Gianni Clerici nelle competizioni nazionali di doppio, ecco che l’avventura tra i professionisti nasce sotto i migliori auspici quando, poco più che 21enne, nel 1951 raggiunge gli ottavi di finale a Wimbledon, soccombendo è vero a Frank Sedgman con un pesante 6-0 6-2 6-1 su una superficie a lui non proprio congeniale vista l’attitudine più al gioco da fondacampo che a quello di volo, evidenziando altresì quell’eccesso di ardore agonistico che mai l’abbandonerà nel corso della carriera.

La tecnica di Gardini è tutt’altro che ortodossa, con quel dritto a cucchiaio seppur incisivo, e se il rovescio è un colpo da utilizzare prettamente in fase difensiva, il gioco a rete lascia a desiderare. Ma la tempra è quelle del guerriero, audace, e se a questa si aggiunge anche un atteggiamento spesso provocatorio, per non dire intimidatorio, ecco che il milanese diventa un avversario ostico per chiunque. Chiedere, per conferma, agli altri italiani di prima fascia della prima metà degli anni Cinquanta, leggasi Giovanni Cucelli, Marcello e Rolando Del Bello, Orlando Sirola e Giuseppe Merlo, finanche un giovane Nicola Pietrangeli, che si vedono costretti ad alzare bandiera bianca agli Assoluti dal 1951 al 1955, e poi ancora nel biennio 1961/1962, quando il titolo di Campione d’Italia significa qualcosa ed è terreno di caccia prediletto dal tennista milanese.

Che da buon italiano che si rispetti, ha una certa confidenza con la terra battuta, conquistando sui tappeti rossi la maggior parte delle sue 21 vittorie da professionista, tra cui le edizioni 1954 del torneo di Montevideo, battendo il cileno Luis Ayala, futuro finalista al Roland-Garros, e di quello di Barcellona, superando lo jugoslavo Milan Branovic in quattro set, che seguono la finale di Amburgo del 1953 che vede Gardini arrendersi in tre set, 6-3 6-2 6-3, a Budge Patty.

E se nello stesso 1953 Fausto, dopo essersi fermato agli ottavi di finale nelle due edizioni precedenti perdendo da Savitt nel 1951 e da Drobny nel 1952 non prima aver a sua volta battuto un 17enne di belle speranze, tale Ken Rosewall, raggiunge i quarti di finale al Roland-Garros, quando, accreditato della testa di serie numero 8, esce vittorioso dalla maratona in cinque set con Tut Bartzen al quarto turno per poi, ancora, venir eliminato da Drobny in quattro set, ecco che per Gardini, che nel frattempo si è guadagnato il posto fisso di singolarista in Coppa Davis assommando, a fine carriera, 29 vittorie in 38 incontri, giunge il momento d’oro proprio agli Internazionali d’Italia in Roma del 1955.

Il torneo è omaggiato della presenza di giocatori del calibro di Budge Patty (numero 1 del mondo nel 1950), Arthur Larsen (l’ultimo finalista, in ordine di tempo, del Roland-Garros), Herbert Flam (finalista agli US Open nel 1950), Sven Davidson (che il Roland-Garros lo vincerà poi, nel 1957), Mervyn Rose (che ha trionfato agli Australian Open del 1954) e dello stesso Luis Ayala, che dà però forfait a tabellone compilato. Gli italiani di maggior spicco ci sono tutti, da Merlo a Sirola, da Pietrangeli allo stesso Gardini, che fin dall’esordio, 6-2 6-2 6-3 a Soren Hojberg, rivela un invidiabile stato di forma.

Il milanese agli ottavi di finale approfitta, caso mai ce ne fosse stato bisogno, del ritiro di Umberto Bergamo sul 6-4 6-2, per poi eliminare in quattro set Flam, 6-1 4-6 6-2 6-1, nel mentre Davidson, dopo aver battuto in quattro set un Pietrangeli ancora a corto d’esperienza, inciampa in Merlo, che in tre set, dopo aver fatto valere al turno precedente con Rose la maggior attitudine al gioco su terra battuta, fa altrettanto con lo svedese. L’argentino Enrique Morea, che sorprende Larsen, e Patty, che ha la meglio in quattro set del danese Kurt Nielsen, due volte finalista a Wimbledon nel 1953 e nel 1955, sono gli altri due semifinalisti per due incroci, Gardini contro Morea e Patty contro Merlo, lasciano pensare ad una finale italo-americana.

Ma se Fausto rispetta il pronostico con il sudamericano imponendosi in tre rapidi set, 6-4 6-4 6-3, pure l’altra sfida si risolve in tre partite ma celebra il trionfo di Merlo, che lascia a zero Patty nel primo parziale per poi imporsi nei due successivi serrati set, con lo stesso punteggio, 8-6, regalando al pubblico del Foro Italico una finale tutta italiana.

Ed all’atto decisivo, il 10 maggio 1955, proprio Merlo, che è legato a Gardini da amicizia sincera fin da quando, entrambi giovanotti di belle speranze, volarono in California per migliorarsi sotto l’occhio vigile di Eleanor Tennant, allenatrice di Maureen Connolly e Alice Marble, sembra poter avere la meglio quando, avanti 2 set a 1, 1-6 6-1 6-3, si porta sul 6-5 servendo per il titolo e procurandosi due match-point. Ma qui, in preda ai crampi, e seppur avendo una terza opportunità di chiudere l’incontro, Merlo non riesce a completare l’opera, e, una volta raggiunto sul 6-6, Gardini, che non fa certo sfoggio di fair-play, insistentemente chiede la vittoriaa tavolino“, provocando nell’amico, stavolta rivale, una crisi di nervi che lo costringe alla resa.

Fausto Gardini, alto, magro, tignoso e stilisticamente non proprio ortodosso, diventa re di Roma, e se questo è il giorno che vale una carriera, beh… al di là di tutto, tanto di cappello. Era pur sempre un campione.

 

LA STORIA D’AMORE TRA ROMA E GABRIELA SABATINI, LA REGINA CHE FECE POKER

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Gabriela Sabatini a Roma – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Se da Romolo a Tarquinio il Superbo Roma ha celebrato la gloria imperitura dei suoi sette re, ha nondimeno regalato onori ed immortalità sportiva anche a qualche regina in gonnella armata di racchetta da tennis.

La spagnola Lilì de Alvarez fu la prima, nel lontano 1930, quando la capitale tenne a battesimo l’edizione del debutto degli Internazionali d’Italia di tennis, per poi l’anno dopo applaudire le gesta di un’eroina di casa, Lucia Valerio. Fu poi la volta della leggendarie Doris Hart e Maureen Connolly, che si guadagnarono la scena negli scintillanti anni Cinquanta, per poi registrare l’avvento di Maria Ester Bueno e Margaret Court, entrambe capaci di collezionare un tris di vittoria, ben prima che al proscenio salisse Chris Evert, che tra il 1974 e il 1982 se ne tornò di là dall’Atlantico con cinque trofei. Poi… poi venne lei, dolce, bella, brava e tanto sensibile e sorridente da catturare, per sempre, il cuore degli appassionati romani.

Ovviamente lo avrete capito, stiamo parlando di Gabriela Sabatini, che con quel suo tennis elegante, quella camminata compassata alla John Wayne e quei modi di fare seducenti, nell’arco di sei anni, dal 1987 quando debuttò nella capitale al 1993 quando giunse un’ultima volta in finale, fu la preferita del pubblico e si cinse la testa con la corona di regina. A quattro riprese.

Che sia storia di un amore a prima vista è già palese fin dalla prima volta in cui la bella Sabatini mette piede sul Centrale del Foro Italico, a far data appunto 1987, quando il torneo torna a vestire i panni dell’evento di lusso dopo alcuni anni di buio, esattamente come accaduto alla prova maschile, attirando campioni e campionesse di gran lignaggio. Tocca a Steffi Graf, numero 2 del mondo ma ormai pronta ad issarsi in testa al ranking, smorzare la prima velleità di vittoria italiana dell’argentina, che, accreditata della quarta testa di serie, esordisce con la francese Calleja per poi superare una dopo l’altra Mary Joe Fernandez, Arantxa Sanchez, a cui rifila un clamoroso 6-0 6-0, e Martina Navratilova, 7-6 6-1, prima di arrendersi alla distanza alle bordate di dritto della teutonica, 7-5 4-6 6-0, con cui Gabriela, negli anni a seguire, darà vita ad una accesa rivalità sportiva.

Se Roma, fin da subito, si innamora della Sabatini, non è certo un sentimento a senso unico, anzi. Gabriela non fa mistero di rimanere affascinata dalle bellezze artistiche e dalle opportunità mondane offerte dalla capitale, riuscendo ad entrare in sintonia con la gente che ne rispetta l’intimità di campionessa affermata. E il binomio, solido e destinato a durare, produce effetti positivi sul piano del gioco, con l’argentina che nel 1988, alla seconda opportunità, è già pronta ad issarsi sul trono di Roma.

Ad onor del vero il tabellone, stavolta, non presenta ostacoli insormontabili, capeggiato com’è da quella Chris Evert che se merita, appunto, l’affetto dei romani che da anni la acclamano regina, nondimeno ha ormai imboccato la fase finale della sua monumentale carriera, costretta da un infortunio a dare forfait nel match di terzo turno con la canadese Kelesi. Ed è proprio la nordamericana l’avversaria in finale della Sabatini, che tiene fede al suo status di seconda favorita del torneo liquidando l’americana Schwartz e la brasiliana Dias, cedendo un set alla tedesca Hanika ai quarti, facendo valere la legge della più forte nel match di semifinale contro l’austriaca Wiesner, infine conquistando la prima vittoria romana, a pochi giorni dal suo 18esimo compleanno, a chiusura di una sfida che Gabriela domina all’inizio, 6-1, complica nel secondo set ceduto al tie-break, infine fa sua con un altro 6-1 al parziale decisivo.

Tempo un anno, e nel 1989 la Sabatini si presenta a Roma accreditata della testa di serie numero 1 e in qualità di detentrice del titolo. Il cammino propone tre sfide con tre giocatrici italiane, e se il pubblico parteggia per le connazionali, altresì sostiene la regina che si sbarazza facilmente di Golarsa, Lapi e Cecchini, scavalca in semifinale l’ostacolo proposto dall’altra argentina Fulco, e per la conferma si trova a dover battagliare con una giovanissima spagnola, appunto Arantxa Sanchez, che di lì a qualche settimana sbalordirà il mondo del tennis trionfando al Roland-Garros. Ma a Roma la corona spetta a Gabriela, che fa gara di testa, 6-2, viene raggiunta, 5-7, infine ha lo spunto vincente per il 6-4 che la legittima regina e la catapulta, caso mai ce ne fosse ancora bisogna, tra le grandi campionesse che si sono esibite al Foro Italico.

La carriera della Sabatini, tuttavia, seppur segnata dai tratti dell’eccellenza, manca del certificato di laurea garantito da un titolo dello Slam, come l’argentina sarà capace di fare solo agli US Open del 1990, fallendo poi nella finale di Wimbledon dell’anno dopo, ma Roma è il suo regno e se nello stesso 1990 la Navratilova si prende in semifinale la rivincita della sconfitta del 1987 imponendosi con un serrato 7-6 7-5, nel 1991 Gabriela, rotto l’incantesimo in un evento Major, è pronta a riprendersi lo scettro.

Quella del 1991, in effetti, così come quella dell’anno dopo, sono due edizioni degli Internazionali d’Italia di tennis segnate da un successo di pubblico e di gioco senza precedenti, con l’entry-list capeggiata dalla nuova numero 1 del mondo, Monica Seles, che ha interrotto la dittatura imposta da Steffi Graf e si è intromessa prepotentemente in quella che pareva essere una sfida a due per il predominio del tennis femminile. La tedesca è assente a Roma, e nel mentre la Navratilova spende le ultime cartucce di una carriera altrettanto monumentale di quella dell’amica/rivale Chris Evert ritirata da qualche anno, Seles e Sabatini disegnano un cammino senza pecche, o quasi, con la serba che perde un solo set con Mary Joe Fernandez in semifinale e l’argentina che concede la miseria di 8 giochi alle quattro avversarie affrontate, tra le quali Jennifer Capriati ai quarti e Conchita Martinez in semifinale, per arrivare all’atteso scontro diretto nella finale del 12 maggio. Giorno in cui la Sabatini sciorina il meglio del suo repertorio, sicura da fondocampo, estrosa nei cambi di ritmo, veloce nelle sortite a rete ed impeccabile nel gioco di volo, infine trionfando con un 6-3 6-2 inequivocabile. Ed altrettanto annoverabile tra le sue migliori performance in carriera.

Consumato il tris, l’appetito vien mangiando, e Gabriela per il 1992 ha in mano un bel poker da giocare sulla ruota di Roma. La Seles è anche stavolta l’avversaria da battere, perché è la numero 1 del mondo e perché medita vendetta dopo la batosta dell’anno prima, ma la Sabatini è la regina indiscussa del Foro Italico e non vuol proprio saperne di scendere giù dal trono. Anche perché i romani, pur stimando Monica, sono schierati dalla sua parte. Ed ancora una volta l’argentina non tradisce le attese, con un successo che copia fedelmente quello dell’anno prima, con un percorso esente da macchie con le vittorie in due set con Mercedes Paz, Bradtke, Tauziat e Mary Joe Fernandez, e la rivincita con la Seles che si sbatte, mulina da dietro con dritto e rovescio a due mani, grugnisce e sbuffa ma infine, esattamente come l’anno prima, si arrende in due set, stavolta più combattuti, 7-5 6-4.

Per la tennista argentina è poker romano, e se dodici mesi dopo una nuova campionessa andrà profilandosi all’orizzonte, Conchita Martinez, che le negherà una quinta vittoria battendola in finale, 7-5 6-1, beh, che volete che sia? Accanto ai sette re di Roma c’è posto, tra le regine, per una ragazza bella, brava e vincente che sorrideva e seppe farsi amare. Veniva da lontano, il suo nome era Gabriela Sabatini.

BUDGE PATTY, UN AMERICANO A PARIGI

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Budge Patty – da fineartamerica.com

articolo di Nicola Pucci

Gli appassionati di tennis transalpino degli anni Cinquanta, e in giro qualcuno ne è rimasto ancora, ricordano perfettamente John Edward Patty, soprannominato “Budge” dal fratello, americano smaccatamente francofilo.

In effetti questo ragazzo nato a Fort Smith l’11 febbraio 1924, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale presta servizio come soldato presso la US Army, scopre Europa e Francia all’atto della liberazione di Parigi, rimanendo tanto affascinato dalla Ville Lumiere da decidere di trasferirsi proprio qui una volta terminate le ostilità. Iniziando a dar sfoggio di buone qualità tennistiche, a dispetto di un atteggiamento sul campo apparentemente poco esuberante da costringere, appunto, il fratello ad incitarlo con ripetuti “Budge, budge!“, dal francese “Bouge toi, bouge toi!“, che equivale al nostro “Muoviti, muoviti!“.

Sono gli anni della ripresa delle attività sportive, e visto che sul tennis volteggia ancora il ricordo delle imprese di Donald Budge proprio prima dello scoppio della Guerra, ecco che John Edward Patty diventa a tutti gli effetti Budge Patty, come verrà universalmente conosciuto ad ogni latitudine. E se negli Stati Uniti nessuno, o quasi, sa chi sia, ecco che in terra di Francia conquista il primo trionfo che ne certifica il talento, vincendo nel 1946 il doppio misto al Roland-Garros associato a Pauline Betz, 7-5 9-7 all’altra coppia americana formata da Tom Brown e Dorothy Bundy, e raggiungendo anche i quarti di finale nella gara di singolare per arrendersi solo a Marcel Bernard, futuro vincitore, in cinque set serrati.

Patty è giocatore completo, elegante nel gesto come nell’abbigliamento, se è vero che veste pullover di cachemire e non è insolito vederlo frequentare i saloni di Christian Dior, ed è capace di disimpegnarsi con buoni risultati sia su terra battuta che su erba. Ed è proprio a Wimbledon che nel 1947 comincia a fare la corte ad un torneo dello Slam, guadagnando la semifinale dove lo ferma solo lo stesso Tom Brown con un periodico 6-3, non prima aver eliminato un certo Jaroslav Drobny. E se nel 1948 è tra i migliori quattro al Roland-Garros, cedendo stavolta a Drobny che si prende la rivincita, sempre in cinque set, e raggiunge i quarti di finale a Wimbledon incappando nell’australiano John Bromwich che non gli concede opportunità alcuna estromettendolo con un netto 6-4 7-5 6-1, ecco che un anno dopo ancora, 1949, infine si arrampica alla sfida decisiva, nell’amata Parigi, dove si prende il lusso, dopo aver eliminato Giovanni Cucelli ai quarti, di battere Pancho Gonzales in semifinale, 6-4 6-3 3-6 6-3, prima di vedersi stoppare proprio sul più bello dal connazionale Frank Parker, accreditato della testa di serie numero 1.

Drobny, curiosamente, diventa il suo rivale più agguerrito, e dopo le sfide di Parigi nel 1947 e Wimbledon nel 1948, sono ancora i prati londinesi ad applaudire una terza maratona risolta in cinque set, con il cecoslovacco ad imporsi, sempre al set decisivo, rimontando da 2-1 sotto per il 6-0 6-2 risolutivo degli ultimi due parziali che la dicono lunga sul piglio battagliero di Drobny quando la lotta si fa incandescente.

E’ solo il preludio, nondimeno, a quella che sta per essere la stagione d’oro di Budge Patty. Corre l’anno 1950, infatti, e per il tennista che ha scelto la Francia quale sua patria d’adozione, è l’ora di assurgere al rango di campione. E che c’è di meglio che trionfare davanti al pubblico di Parigi, nel magnifico scenario del Roland-Garros, quello che da sempre è il suo torneo preferito, a soli cinque minuti dall’appartamento di proprietà sulla Senna? Alla Porte d’Auteuil Patty si presenta da finalista ma è accreditato solo della settima testa di serie. Il sorteggio, per sua fortuna, lo dirotta nella parte bassa del tabellone, occupata da Sedgman, Bromwich e Talbert, che non hanno certo nella terra battuta la loro superficie preferita, e per l’americano il cammino è agevole con Barrett, Landau, Mitic e Cucelli, prima di dover ricorrere al set decisivo sia ai quarti di finale con Dorfman, 11-9 al quinto, che in semifinale con Talbert, 13-11 sempre al quinto, accedendo così al match di finale, guarda che coincidenza, con l’amico/rivale di sempre, Drobny. Ed è un’altra maratona, la quarta, con Patty che domina i primi due set, 6-1 6-2, Drobny che rimonta, 6-3 7-5, e l’americano che la spunta in volata, 7-5, per mettersi in bacheca il primo titolo Slam della carriera.

Che poi diventano due di lì a qualche settimana, quando Patty, dopo la terra rossa, doma anche l’erba verde più prestigiosa, quella di Wimbledon, liquidando avversari non proprio trascendentali come Deyro, Sawhney, Bull e Van Swol, per poi, sempre in quattro set, far fuori Talbert, numero 2 del seeding, Seixas, che lo impegna più di ogni altro, e Sedgman, che se vince il secondo set 10-8, altresì viene dominato nei tre altri parziali dal gioco vario e senza sbavature di Patty, dotato di una eccellente voleè e che si conferma il tennista più forte del momento.

Ma come spesso accade, garantita la gloria perpetua, a Patty si inceppa l’ingranaggio, e al momento del massimo splendore agonistico inizia pure la parabola discendente. Complice anche un problema alla caviglia che lo condiziona negli anni a seguire. Patty non va oltre i quarti di finale a Parigi nel 1952, stavolta preso a pallate da Sedgman, 6-4 6-2 6-2, per poi tornare competitivo nel biennio 1954/1955 quando riesce, nuovamente, ad issarsi in semifinale a Wimbledon, arrendendosi immancabilmente a Drobny, con cui nel 1953, ai sedicesimi di finale, ha librato l’ennesimo sfida-maratona, fallendo sei match-point al quarto set prima di perdere col punteggio di 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10 dopo 4ore 20minuti, e Trabert, che lo batte, anche lui, in semifinale sia a Parigi che a Londra.

C’è ancora tempo per un titolo in doppio a Wimbledon, nel 1957, in coppia con Gardnar Mulloy e contro i favoritissimo Fraser/Hoad, ed un quarto di finale agli US Open, che a dispetto della sua nazionalità stelle-e-strisce non sarà mai il suo torneo di casa, ma quando Robert Haillet, proprio sul campo a lui più congeniale, il Roland-Garros, lo elimina nel 1958 agli ottavi di finale rimontandolo da 0-5 0-40 al quinto set, è proprio il segnale che i tempi che furono sono ormai solo uno sbiadito ricordo.

Ed allora, per l’americano di Parigi, quale teatro migliore per salutare i suoi sostenitori? D’altra parte, la Francia è proprio casa sua

 

IL GRANDE SLAM NEGATO A TONY TRABERT NEL 1955

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Tony Trabert in azione – da gettyimages.it

articolo di Nicola Pucci

Spesso ci dimentichiamo che assieme a Budge e Laver e ben prima che vi riuscisse Nadal nel 2010, solo un altro campione nella storia del tennis è stato capace di vincere nello stesso anno Roland-Garros, Wimbledon ed Open Usa, completando tre-quarti di Grande Slam con l’unica eccezione del fallimento in Australia.

Quel campione risponde al nome di Tony Trabert, che nasce a Cincinnati il 16 agosto 1930 ed apprende il mestiere sui campi in cemento del parco vicino a casa sua, trovando in Bill Talbert, un tecnico eccellente che negli anni Quaranta ha vinto quattro US Open di doppio con Gardnar Mulloy, il mentore che lo alleva nel culto e nella specializzazione della disciplina che vedrà lo stesso Trabert eccellere in cinque prove dello Slam, in coppia con Vic Seixas e con lo stesso Talbert.  

Bill accompagna il giovane Trabert nel viaggio in Europa del 1950, e per la prima esperienza sui campi in terra battuta del Roland-Garros Tony, sconfitto in singolare da Drobny agli ottavi di finale, 6-3 6-3 9-7, non solo vince con il suo allenatore proprio il doppio battendo in finale l’esperta coppia composta da Drobny e Sturgess, ma pure si fa apprezzare dal pubblico parigino per la sua gentilezza e sportività, nondimeno applicandosi con estrema dedizione all’allenamento e all’impegno sul campo, arrivando a giocare tre partite in un giorno senza apparente fatica. Eh sì, perché oltre ad aver talento tennistico e temperamento eccellente, Trabert mette in mostra anche una preparazione atletica fuori dal comune, che si accompagna ad un fisico perfetto per il gioco del tennis.

L’exploit in terra di Francia rimane però senza seguito, perché come ogni buon americano che si rispetti Trabert parte per il servizio di leva in Germania ed è costretto a saltare la stagione 1951. Di ritorno nel 1952 sempre agli Internazionali di Francia, Trabert, che difetta stavolta di preparazione, passa tre turni senza penare eccessivamente per arrendersi poi ancora agli ottavi al filippino Felicisimo Ampon che lo elimina in tre rapidi set, 7-5 6-1 6-1. E se i risultati in singolare tardano ad arrivare, l’americano è comunque selezionato con la squadra di Coppa Davis, perdendo è vero al debutto nel 1951 contro gli australiani Sedgman-McGregor quando fa coppia con Schroeder, per poi vedersi associare al numero 1 del mondo della disciplina, appunto Seixas. E sarà la fortuna di entrambi, giocando assieme fino al 1955 quando Trabert passerà professionista a fine anno, ed infine portando a casa la Coppa nel 1954 battendo stavolta Hoad e Rosewall.

Atleta superbo, potente e votato all’attacco, senza punti deboli, con un polso di ferro che gli consentiva di giocare voleé basse di rara precisione e dotato di un rovescio piatto con cui si apriva il campo, Trabert migliora anno dopo anno, adattandosi bene sia alla terra battuta come all’erba ed al cemento, e nel 1953, infine, assurge al rango di giocatore di prima fascia anche in singolare, vincendo gli Us Open senza perdere un set e togliendosi il lusso di dominare in semifinale Rosewall, 7-5 6-3 6-3, e in finale il compagno di doppio Seixas, 6-3 6-2 6-3. E’ il primo successo Slam, non sarà certamente l’ultimo e vale a Trabert, a fine stagione, il certificato di laurea quale nuovo numero 1 del mondo.

E se nel 1954 Trabert si conferma campione completo, incoronato re di Francia con la vittoria al Roland-Garros dopo aver perso l’unico set del torneo ai quarti di finale con Mervyn Rose ed aver poi sconfitto in tre set Budge Patty, 6-3 7-5 6-4, e Arthur Larsen, 6-4 7-5 6-1, cedendo invece a Rosewall in semifinale a Wimbledon e all’altro australiano Rex  Hartwig ai quarti agli Us Open, pennella una stagione 1955 che lo eleva al rango di fuoriclasse assoluto. Sfiorando il record di quattro Slam su quattro.

Trabert, infatti, rimpiangerà la sconfitta subita da Ken Rosewall nella semifinale agli Australian Open di gennaio, fors’anche in parte appagato e deconcentrato dalla recente vittoria in Coppa Davis proprio contro l’Australia, perché poi non lascia che le briciole agli avversari nei successivi tre tornei Major.

Al Roland-Garros, campione in carica ed accreditato della testa di serie numero 1, Trabert lascia un set per strada sia contro il sudafricano Vermaak al terzo turno sia contro Rose ai quarti, e se in semifinale è avvantaggiato dal ritiro di Hamilton Richardson sul 6-1 2-2, all’atto decisivo dispone in quattro set dello svedese Sven Davidson, che domina il primo parziale per poi venire a sua volta spazzato via nei tre set finali, 2-6 6-1 6-4 6-2.

Tocca poi all’erba di Wimbledon celebrare la classe, al momento, impareggiabile del tennista americano, che surclassa la concorrenza disegnando un torneo senza macchie, con Anderson, Fancutt, Stewart, Kumar, Drobny ai quarti, Patty in semifinale e Nielsen in finale, 6-3 7-5 6-1, costretti ad alzare bandiera bianca senza l’omaggio di un set vinto.

Se poi Trabert fa altrettanto anche agli US Open, liquidando uno dopo l’altro Becker, Miyagi, Morris, Morea, Flam ai quarti 6-2 6-3 6-4, Hoad in semifinale 6-4 6-2 6-1 e prendendosi la rivincita su Rosewall in finale, 9-7 6-3 6-3, ecco che ancora una volta la palma di miglior giocatore del mondo, e pure nettamente, non può proprio togliergliela nessuno.

Certo, Trabert avrebbe negli anni a seguire altre chances per poter realizzare quel Grande Slam solo sfiorato nel 1955, ma i soldi offerti da Jack Kramer per passare al professionismo, dove più volte prenderà la paga da Pancho Gonzales dando linfa così a chi riteneva che i migliori professionisti fossero più forti dei migliori amatori, fanno davvero troppa gola, ed allora… maledetto Ken che mi hai negato la gioia del quattro su quattro!

 

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LA TRIPLETTA CONSECUTIVA E IL RECORD DI AGASSI AL MIAMI OPEN

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Agassi contro Federer nella finale del 2002 – da tennistv.com

articolo di Nicola Pucci

Se in tempi recenti quel gran guerriero della racchetta che risponde al nome di Novak Djokovic è riuscito a vincere ben sei volte il Miami Open, di cui tre edizioni, dal 2014 al 2016, consecutive, prima di lui un altro attaccante da fondocampo, dotato della tempra del lottatore indomito e carismatico tanto da eleggerlo quale tennista più forte del mondo, primeggiò in Florida portandosi via egual bottino.

Stiamo ovviamente parlando, per chi non ancora lo avesse capito, di André Agassi, per tanti versi maledettamente simile al serbo di Belgrado, sia nello stile di gioco che nel temperamento in campo, che a Key Biscane, dove il torneo ha sede dal 1987 dopo l’iniziale svolgimento a Delray Beach, vinse una prima volta nel 1990, quando venne adottato il formato a 96 giocatori con finale da disputarsi sulla lunga distanza dei cinque set, battendo all’atto decisivo Stefan Edberg, 6-1 6-4 0-6 6-2, bissò nel 1995 superando al tie-break decisivo del terzo set quel Pete Sampras con cui in quegli anni il “kid di Las Vegas” si spartiva la scena, per poi triplicare dodici mesi dopo, complice il ritiro di Goran Ivanisevic, costretto ad abbandonare sullo 0-3 del primo set.

Insomma, Agassi ha particolare attitudine al gioco sul cemento, confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, di essere un puledro di razza e di ben sapersi adattare alle condizioni di gioco non sempre semplici del Miami Open, evento spesso condizionato dal forte vento e che con l’inizio del nuovo Millennio assume il nome di Tennis Master Series, dopo esser stato ATP Championships Series e ATP Super 9, ovvero l’odierno ATP World Tour Masters 1000.

Ma nel quadriennio che segue la vittoria del 1996, terza della serie e che a far data 2001 è impresa pareggiata dal rivale di sempre, appunto Sampras che si impone nel 1993, nel 1994 e nel 2000, Agassi ha ben poca fortuna in Florida, perdendo al secondo turno nel 1997 per mano di Scott Draper, 7-6 6-1, giungendo a sorpresa in finale nel 1998 quando, da testa di serie numero 29, perde dal cileno Marcelo Rios che assurge così al rango di numero 1 del mondo, di nuovo facendosi eliminare al secondo turno nel 1999 dal ceco Dominik Hrbaty, 1-6 6-3 6-2, per poi arrampicarsi in semifinale nel 2000 dove a fermare la sua corsa è solo Gustavo Kuerten, che si impone in due rapidi set, 6-1 6-4.

Nondimeno, dopo alcune stagioni di appannamento, tanto da precipitare al numero 141 del ranking mondiale il 10 novembre 1997, Agassi è nuovamente ai vertici del tennis, se è vero che il 10 agosto 1998 ha ritrovato un posto nella top-10 al numero 9 e il 5 luglio 1999 addirittura è tornato ad essere il più forte giocatore del pianeta, scalzando, manco a dirlo, l’amico/rivale Sampras. E per il 2001 è nuovamente pronto a far saltare il banco dalle parti dell’isoletta di Key Biscane.

Accreditato della terza di serie alle spalle di Kuerten e Marat Safin che nel frattempo lo hanno sostituito in vetta alla classifica, Agassi entra in gara al secondo turno, disponendo facilmente dell’australiano Dent, figlio d’arte che gioca bene a rete ma è troppo tenero per l’esperienza e il gioco di ribattuta del “kid” che ha vita facile, 6-4 6-2. Al turno successivo, con il tedesco Prinosil, il cammino è altrettanto agevole, 6-1 6-3, e se poi Tommy Haas lascia via libera costretto a dare forfait per il match degli ottavi, André batte con un duplice 6-4 Ivan Ljubicic ai quarti ed in semifinale battaglia tre set con Pat Rafter, infine sconfitto 6-0 6-7 6-2. Sarà questo l’unico set lasciato per la strada da Agassi, che all’atto decisivo trova dall’altra parte del net il sorprendente Jan-Michael Gambill, che gioca come lui ma due spanne meno bene, regge bene un set 7-6, per poi sciogliersi alla distanza con un 6-1 6-0 che non ammette repliche e solo parzialmente getta un’ombra su un percorso che lo aveva visto arrampicarsi in finale superando i soli Enqvist ed Hewitt quali teste di serie più alte di lui, 14 e 7 contro 19.

Il poker è servito, e se già ora Agassi è il tennista più vincente di sempre al Miami Open, per il 2002 è ben deciso a migliorare il suo score. Scivolato al numero 10 del ranking, stavolta André è solo il nono favorito del torneo, dovendo fronteggiare la concorrenza nella parte bassa del tabellone. Dove, se i primi quattri avversari, ovvero Rusedeski dal gran servizio, Calleri che picchia da dietro, Johansson che ha vinto l’Australian Open e l’estroso ecuadoriano Lapentti, non rappresentano ostacoli insormontabili tanto da venir tutti sconfitti in due set, ecco che in semifinale Agassi ritrova quel Rios che nel 1998 lo aveva battuto in finale ed oggi tenta un improbabile ritorno in auge, dopo essere a sua volta retrocesso molto indietro in classifica. Ma se il sudamericano fa suo il primo set al tie-break sognando una nuova vittoria, ecco che André si riscatta con il 6-4 del secondo parziale per poi approfittare del ritiro dell’avversario per andare a prendersi l’ennesima finale in Florida. E qui la storia si fa eccitante, perché l’avversario per il titolo è nientepopodimeno che il giovane ma rampantissimo Roger Federer, non ancora re del tennis, che in semifinale ha preso a pallate il numero 1 del mondo Hewitt, 6-3 6-4, con il suo gioco scintillante ma all’atto decisivo paga dazio, travolto nei primi due set dal tennis senza pecche di Agassi, 6-3 6-3, sciorina il suo repertorio nel terzo parziale, sempre 6-3, per poi alzare bandiera bianca con il 6-4 che decreta la cinquina del “kid“.

Cinquina che poi diventa sestina un anno dopo ancora, 2003, quando Agassi, ormai 33enne ma capace di trionfare a gennaio, per la quarta volta in carriera, all’Australian Open, mettendosi in bacheca l’ottavo ed ultimo titolo dello Slam, è numero 2 del seeding, preceduto solo da Hewitt, ed entra in gara contro un vecchio amico e rivale, Michelino Chang, che gareggia grazie ad una wild-card e si arrende in due set, 6-4 6-2. Al turno successivo è la volta del finlandese Nieminen farsi da parte, nettamente, 6-2 6-0, mentre ben più decisa è la resistenza opposta dal Philippoussis, che di lì a qualche mese sarà il primo finalista a Wimbledon battuto da Federer, che fa suo il primo set, 6-4, prima di cedere alla distanza alla rincorsa di Andrè, vincitore infine 6-3 6-2. Altrettanto sofferta è la vittoria ai quarti contro il marocchino El Aynaoui, 7-6 4-6 6-1, ma nel frattempo Albert Costa libera il tabellone battendo Federer e quando Agassi, contro l’iberico che è detentore del titolo del Roland-Garros, fa valere la sua maggior predisposizione alle superfici rapide vincendo facilmente in semifinale, 6-2 6-4, ecco che la vittoria finale non può proprio più sfuggire all’americano che in finale trova un altro spagnolo, a sua volta capace di vincere a Parigi, Carlos Moya, che sarà pure più adatto al cemento del connazionale ma in soli 71 minuti è costretto ad alzare bianca, 6-3 6-3, travolto dagli 8 aces e dal 79% dei punti conquistati servendo la prima di servizio di un Agassi mai così incisivo alla battuta.

Per Agassi è la sesta vittoria a Miami, terza consecutiva, a cui aggiungere una striscia di 20 vittorie in fila, se è vero che ai due successi ai primi due turni del 2004 contro Zabaleta e Mirniy, seguirà un’inattesa sconfitta con Calleri ad interrompere la serie. Ma quello del “kid di Las Vegas” è un record che ancora resiste… piaccia o non piaccia a Djokovic che si è fermato a 18.

JOHAN KRIEK E LA DOPPIETTA AGLI AUSTRALIAN OPEN ZOPPI DI PRIMI ANNI ’80

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Johan Kriek in azione – da sapeople.com

articolo di Nicola Pucci

Non credo di far torto a nessuno se mi permetto di affermare che gli Australian Open, tra i quattro tornei dello Slam, siano stati a lungo l’evento Major meno universale. Almeno fin quando il tennis non è diventato sport globale. Scorrendo l’albo d’oro, infatti, dal 1905, ovvero l’anno della prima edizione, ha premiato essenzialmente i campioni aussie, e ce ne sono stati davvero tanti, con qualche sporadica intromissione vincente americana, un quartetto di inglesi di seconda fascia ben prima del secondo conflitto mondiale, e la sola vittoria non di lingua inglese ottenuta dal francese Jean Borotra, uno dei quattro grandi “Moschettieri“, nel 1928.

Tutto questo fino agli Anni Settanta quando il torneo, oltre ad avere una connotazione principalmente autarchica a dispetto dei successi di campioni del calibro di Arthur Ashe, Jimmy Connors, Roscoe Tanner e Vitas Gerulaitis, ha pure conosciuto un certo depauperamento tecnico anche in concomitanza con la spostamento in calendario a dicembre quale ultimo Slam di stagione, piuttosto che a gennaio in qualità, invece, di primo grande appuntamento dell’anno. Disertato, anche per l’impegnativa trasferta all’altro capo del mondo, dai migliori tennisti del momento, l’albo d’oro ha celebrato così il doppio successo del primo sudamericano in grado di primeggiare da quelle parti, il “poeta” Guillermo Vilas nel 1978 e nel 1979, che rilevò il trofeo da Mark Edmondson, trionfatore nel 1976 quale giocatore di più alta classifica a vincere un torneo dello Slam con il suo numero 212, e proprio da Tanner, che a gennaio 1977, appunto, sconfisse lo stesso Vilas, per poi aprire gli Anni Ottanta con il nome di Brian Teacher, discreto mestierante della racchetta ma nulla più, vincitore nella finale del 1980 contro Kim Warwick non prima di aver eliminato Vilas in cinque set in semifinale negandogli la possibilità di completare il tris consecutivo.

L’abbassamento del montepremi è un’ulteriore sferzata alla dignità del torneo, che per il biennio 1981/1982 accoglie, in qualità di vincitore, anche un sudafricano, Johan Kriek, protagonista della nostra storia tennistica di oggi. Che nasce a Pongola il 5 aprile 1958, si fa conoscere appena 20enne sfidando John McEnroe in finale ad Hartford, vince l’anno dopo a Sarasota il primo di una serie di 14 titoli in carriera battendo Richard Meyer, scala velocemente la classifica mondiale entrando per la prima volta nella top-20 il 15 settembre 1980, e, dopo aver raggiunto il suo provvisorio best-ranking con la 12esima posizione il 13 luglio 1981, si presenta a fine novembre ai nastri di partenza della 70esima edizione degli Australian Open, da disputarsi sui prati del Kooyong Stadium di Melbourne, accreditato della quarta testa di serie, alle spalle dei primi tre favoriti che altri non sono che l’immancabile Vilas, il beniamino locale Peter McNamara, e il bombardiere americano Tanner, che dopo la vittoria del 1977 si è tolto il lusso di trascinare Borg in un epico quinto set in un’altrettanto epica finale di Wimbledon del 1979.

Kriek è un eccellente giocatore di serve-and-volley, altrettanto veloce e tatticamente intelligente, e se nei primi due turni non ha difficoltà nell’avere la meglio in tre set di Drew Gitlin, 6-2 7-5 6-1, e dello svedese Thomas Hogstedt, 6-2 6-4 7-6, agli ottavi fatica cinque set contro quel Chris Lewis che due anni dopo sarà capace di agguantare a sorpresa la finale di Wimbledon, infine sconfitto 7-5 7-5 3-6 2-6 6-4. E se a questo stadio della competizione il sudafricano ha l’abilità di sopravvivere, le cose vanno invece decisamente peggio a Vilas, estromesso in tre rapidi set dal gioco essenziale di Hank Pfister, così come al turno precedente Tanner ci aveva lasciato le penne in cinque set con il giovanissimo Rod Frawley, liberando di fatto la zona alta del tabellone. Qui lo stesso Pfister avanza ancora battendo Warwick, quinto favorito del torneo, per poi fermarsi in semifinale in cinque set con l’americano Steve Denton, eccellente doppista, non compreso tra le teste di serie ma capace di battere uno dopo l’altro Edwards, Curren che è appunto suo compagno di doppio ed Alexander in cinque set, l’israeliano Shlomo Glickstein in quattro set, ed appunto ancora Pfister in cinque set giungendo, stremato, all’atto conclusivo. Dove, puntuale come un orologio svizzero, arriva proprio Kriek, che nella parte bassa del tabellone, tanto fedele alle indicazioni del computer da presentare ai quarti di finale le quattro teste di serie attese, elimina Tim Mayotte in tre set, 7-6 6-3 7-5, per poi dominare 6-0 7-6 7-5 Edmondson, a sua volta vincitore nel derby con McNamara, che non disperava di ripetere il colpaccio già riuscito con la vittoria a sensazione del 1976.

In finale Denton parrebbe svantaggiato dal fatto di esser stato molte ore in più in campo rispetto al rivale, ed in effetti, almeno per il primo set, non c’è proprio partita, con Kriek che strappa due volte il servizio all’americano per imporsi con un comodo 6-2. Ma la sfida è ben lungi dall’essere scontata, Denton si aggrappa al gioco di volo e se è costretto a cedere al tie-break il secondo set, a sua volta al tie-brek strappa il terzo parziale, prima di arrendersi, definitivamente, 6-4 al quarto set, all’ottavo match-point. Per Kriek è il primo successo nello Slam australiano… e non sarà l’ultimo.

L’edizione 1982 stavolta inizia ai primi di dicembre. Campione in carica, Kriek, che nel frattempo ha pure infiltrato la top-10 con l’ottava posizione il 1 marzo, beneficia della testa di serie numero 1, seguito nel seeding dallo stesso Denton e da Edmondson, con Teacher numero 4. Il sudafricano, esentato dal primo turno, esordisce battendo De Palmer in quattro set, 6-3 3-6 6-2 7-6, per poi, per una singolare scelta degli organizzatori di far giocare terzo turno ed ottavi di finale al meglio dei due set, eliminare facilmente Sherbeck, 6-1 7-6, e Fancutt, 6-2 6-2. E se anche il match dei quarti di finale con Gitlin è una formalità, 6-0 6-4 6-1, Kriek rischia grosso in semifinale con Paul McNamee, infine sconfitto 7-6 7-6 4-6 3-6 7-5. Kriek, avanti di due set vinti al tie-break, perde il servizio all’ottavo gioco del terzo, sembra distrarsi e si ritrova sotto 4-2 nel quinto. McNamee arriva a servire per il match, ma Kriek stampa i tre vincenti più pesanti di tutta la partita e riesce a farla franca. Nell’altra semifinale Denton, che da cinque giorni deve ricorrere a iniezioni per una tonsillite ed è stato costretto al quarto set da Tony Giammalva e John Frawley ed al quinto ai quarti da Sammy Giammalva, trova nuovamente come l’anno prima sulla sua strada Pfister, che serve per chiudere sul 5-4 al quinto. Ma anche stavolta Hank non riesce ad archiviare vittoriosamente la pratica, ed infine, al ti-break decisivo, Denton si impone agguantando una seconda finale australiana.

Kriek e Denton diventano così la prima coppia di finalisti a sfidarsi due volte di fila in Australia, dopo Roy Emerson e Arthur Ashe nel 1966 e 1967. Stavolta l’atto conclusivo del torneo non riserva sorprese, e non ha neppure molta storia. Kriek è in forma smagliante, disinnesca senza patemi il servizio violento dell’americano, domina il campo e si impone con un risultato che non ammette repliche, 6-3 6-3 6-2. Denton resta l’unico nella storia ad aver giocato due finali Slam e a non aver mai vinto un titolo in carriera nel circuito maggiore, ma Kriek, che non aveva mai disputato l’Australian Open prima del 1981, in dodici mesi scrive la storia. E se nel 1984 sarà ancora capace di arrampicarsi in semifinale, subendo una severa lezione da Mats Wilander, 6-1 6-0 6-2, può sedersi al tavolo dei grandi.

Certo, non erano gli anni migliori, ma che importa? Un albo d’oro è sempre un albo d’oro, e lì Johan Kriek c’è.

1969, L’ANNO DEL GRANDE SLAM DI ROD LAVER

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Rod Laver a Wimbledon – da ilpost.it

articolo di Nicola Pucci

Ora che torna maledettamente d’attualità l’illusione Grande Slam prodotta dal dominio perpetrato sul tennis da Novak Djokovic, in striscia aperta di tre vittorie consecutive a Wimbledon, Open Usa ed Australian Open, ecco che la macchina del tempo torna indietro esattamente a 50 anni fa, 1969, quando l’impresa di trionfare nei quttro Major riuscì per la terza ed ultima volta della storia. E se nel 1938 fu Don Budge il primo ad aprire la strada, nel 1962 toccò a Rod Laver mettersi in bacheca il filotto di Slam, fors’anche favorito dall’assenza di alcuni rivali di grido passati al professionismo, doppiando poi l’exploit sette anni dopo, in piena era Open del tennis e con tutti i virtuosi della racchetta oramai presenti all’appello.

In effetti Rod Laver è un fenomeno che da anni sciorina tennis di altissima qualità in giro per il mondo. Classe 1938, australiano dedito al serve-and-volley con quel sublime braccio mancino che sopperisce alla mancanza di centimetri, ha già una collezione invidiabile di trofei da illustrare, se è vero che nel 1960 iscrive per la prima volta il suo nome all’albo d’oro degli Australian Open, nel 1961 si guadagna una fetta di immortalità sportiva con la vittoria a Wimbledon, e l’anno dopo ancora sbaraglia la concorrenza con un 4 su 4 negli Slam come solo Don Budge, appunto, prima di lui.

Già, la concorrenza, obietterà qualcuno, che in quegli anni è meno solida di quanto non potrebbe essere, visto che i campioni più acclamati hanno da tempo ceduto alle sirene del professionismo, come d’altronde farà lo stesso Laver tra il 1963 e il 1967, in primis quel Ken Rosewall che proprio del “rosso” di Rockhampton sarebbe potuto essere il naturale, per contrapposizione di stile, e più autorevole antagonista.

Ignaro di quel che sarà la rivoluzione epocale di lì a qualche anno, Laver rinuncia, dunque, a un congruo numero di Slam in più, ma quando infine nel 1968 i vertici del tennis stabiliscono che è tempo per cui lo status di amatore non sia più applicabile aprendo ai professionisti, ecco che i migliori tornano a rivaleggiare tra loro, anche se l’edizione inaugurale degli Australian Open, troppo in anticipo per accogliere i grandi, regala vittoria e gloria ad un carneade, tale William Bowrey che batte in quattro set lo spagnolo Juan Gisbert.

Ma già al Roland-Garros i migliori ci sono tutti, ed allora ecco che Rosewall ha la meglio proprio di Laver, che a Wimbledon si prende la rivincita battendo all’atto finale Tony Roche, killer dello stesso Rosewall agli ottavi, con un 6-3 6-4 6-2 che non ammette appello. E se agli US Open la vetrina spetta a due giovani rampanti, Arthur Ashe e Tom Okker, la storia del tennis è pronta a mettersi in marcia e per l’anno che verrà, 1969, si appresta a scrivere una pagina memorabile. Grazie al contributo fondamentale di Rod Laver.

Dal 20 al 27 gennaio il Milton Courts di Brisbane, rigorosamente su erba, accoglie i campioni per l’Australian Open, con Laver e Rosewall prime due teste di serie di un tabellone che li esenta dal primo turno, e con Okker, terzo favorito, costretto invece al forfait. Ma se Rosewall inciampa agli ottavi in Andres Gimeno che lo elimina in tre set, Laver entra in gioco battendo Massimo Di Domenico, 6-2 6-2 6-3, per poi, per un beffardo scherzo del sorteggio, incrociare quel Roy Emerson che in assenza dei più forti ha fatto incetta di titoli all’Australian Open, ben sei di cui cinque consecutivi proprio dal 1963 al 1967. I due campioni danno vita ad una sfida appassionante, infine risolta 9-7 al quarto set da Laver che si risparmia un pericoloso set decisivo, come invece avviene in semfinale con l’altro connazionale Roche quando il mancino australiano, dopo aver fatto fuori Stolle 6-4 18-16 6-4, si impone con un faticosissimo 7-5 22-20 9-11 1-6 6-3, completando poi  il suo percorso vincente in finale con lo stesso Gimeno, costretto ad arrendersi in tre set, 6-3 6-4 7-5. Per il primo mattoncino verso il Grande Slam.

Certificata la supremazia in patria, Laver rinnova la sfida al Roland-Garros, dal 26 maggio all’8 giugno. Si gioca, ovviamente, su terra battuta, e gli australiani capeggiano il seeding, con Laver numero 1, seguito da Roche, Rosewall e Newcombe. E se per il “rosso” il debutto è senza patemi, triplice 6-1 al giapponese Watanabe, ecco che al secondo turno per poco Rod non ci lascia le penne, maramaldeggiato per i primi due set dal connazionale Dick Crealy, 6-3 9-7, prima dell’imperiosa rimonta, 6-2 6-2 6-4, che vale il passaggio del turno. E se Pietro Marzano e Stan Smith non si rivelano ostacoli insormontabili tanto da venir sconfitti entrambi in tre set, Gimeno ai quarti ed Okker ìn semifinale strappano al campione mancino il primo set, per poi eclissarsi e lasciare campo libero a Laver che guadagna la finale dove, esattamente come dodici mesi prima, ritrova Rosewall. Stavolta, però, i ruoli si invertono, Laver domina il campo con l’incessante gioco d’attacco e Rosewall rema senza speranza da fondo, infine battuto con un inequivocabile 6-4 6-3 6-4. E sono due.

Il tempo di fare i bagagli, e qualche settima dopo, dal 22 giugno al 5 luglio, è già l’ora di ritrovare i verdi prati di Wimbledon. Detentore del titolo, numero 1 del mondo e prima testa di serie, Laver, esattamente come a Parigi, debutta con un facile successo con il “vecchio” Pietrangeli, all’ultima recita tra i Doherty Gates, 6-1 6-2 6-2, per poi vedere nuovamente le streghe al secondo turno quando l’indiano Premjit Lall va avanti di due set, 6-3 6-4, prima di venir surclassato dal recupero del campione, 6-3 6-0 6-0, che la dice lunga sull’inattesa alternanza del punteggio. L’australiano non ha vita semplice, se è vero che dopo un periodico 6-3 al danese Leschly, battaglia cinque set agli ottavi anche con Stan Smith, che è bravo a rimontare due set ma non abbastanza per completare l’opera, infine sconfitto 6-3 al parziale decisivo. E se Drysdale non rappresenta un pericolo ai quarti, 6-4 6-2 6-3, ed Ashe resiste un set per poi perdere un terzo set capitale e sciogliersi alla distanza in semifinale, 2-6 6-2 9-7 6-0, Laver è puntuale all’appuntamento in finale dove, di là dal net, trova John Newcombe che battendo Roche in semifinale nega a Tony l’opportunità di prendersi la rivincita dell’atto conclusivo dell’anno precedente. Il match risolutivo riserva qualche preoccupazione, in Laver, battuto da Newcombe nel gustoso antipasto del torneo del Queen’s, e per un set e mezzo, fino al 6-4 5-7 1-4 per lo sfidante, il campione in carica è sull’orlo di una crisi che potrebbe indurlo a cedere lo scettro. Ma la classe è tanta, così come l’esperienza, ed infilando sette giochi di fila Laver recupera, allunga ed infine guadagna quel vantaggio decisivo che gli vale il 6-4 5-7 6-4 6-4. Il tris Slam è servito.

L’ultima tappa, sempre su erba, va in scena dal 28 agosto al 9 settembre al West Side Tennis Club di Forest Hills, per l’edizione degli Us Open che ha in Arhur Ashe il detentore del titolo. L’afro-americano è il rivale più accreditato dei tre australiani che capeggiano il tabellone, ovviamente Laver numero 1, Newcombe numero 2 e Roche numero 3, e se è fedele al suo rango arrampicandosi in semifinale sbarrando la strada a Rosewall, lo stesso Laver supera agevolmente i primi tre scogli, non proprio proìbitivi ad onor del vero, per poi rischiare con Dennis Ralston che va avanti due set ad uno prima di subire l’ennesimo ritorno del campionissimo australiano. La sfida tra Laver ed Ashe garantisce una sorta di passaggio di consegne, con il “rosso” che si impone 8-6 6-3 14-12 estromettendo il campione in carica, agguantando la finale che ha in Tony Roche il rivale uscito vincitore da una maratona in cinque set contro Newcombe. L’atto conclusivo slitta al lunedì per la pioggia, e “finale bagnata, finale fortunata” mai fu detto più appropriato, con l’ulteriore interruzione che non impedisce a Laver, dopo aver perso 7-9 il primo set, di trovare le giuste misure ad un avversario che nel corso dell’anno lo ha già battuto cinque volte. Finisce 7-9 6-1 6-2 6-2 e il Grande Slam, ora sì, autentico ancor più di quello del 1962, è cosa fatta.

Rod Laver, caso mai ce ne fosse ulteriore bisogno, entra definitivamente nell’Olimpo del tennis, e se la domanda sorge spontanea, “riuscirà Djokevic a fare altrettanto?“, tocca ora al serbo, a distanza di 50 anni, provare a rispondere per le rime. Neanche fosse facile…

NEALE FRASER, L’AUSTRALIANO CHE ESPLOSE TARDI

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Neale Fraser vincitore a Wimbledon – da thetimesco.uk

articolo di Nicola Pucci

Parlando di Neale Fraser, viene quasi spontaneo considerarlo uno dei grandi australiani della grande epopea del tennis aussie. E questo sebbene dovette attendere qualche anno di troppo per assurgere al rango di campione di prima fascia.

In effetti Fraser, che nacque a Melbourne il 3 ottobre 1933, non ebbe grande fortuna, fin quando trovò sulla sua strada connazionali più illustri di lui che rispondevano al nome di Lew Hoad, Ken Rosewall, Ashley Cooper e Malcolm Anderson, che non solo ottennero successi prima di lui, ma pure gli preclusero l’opportunità di difendere i colori dell’Australia in Coppa Davis, come avvenne poi dal 1958 al 1962 quando infilò una serie di ben quattro successi consecutivi. E questo, nonostante i quattro campioni fossero più giovani di lui, e nel 1950, 17enne appena, Fraser venisse considerato, in prospettiva, il giocatore più promettente del suo paese, sicuro e degno successore di Frank Sedgman e Ken McGregor.

Rosewall e Hoad, invece, esplosero già compiutamente nei primi anni Cinquanta come talenti prodigi del tennis mondiale, e nel 1952 Harry Hopman lì portò in Europa, per poi inserirli in pianta stabile nella formazione che nel 1953 vinse proprio la Coppa Davis battendo 3-2 gli Stati Uniti. Nell’occasione, Hoad dominò Vic Seixas nel primo singolare e dopo la sconfitta di Rosewall, altrettanto nettamente con Tony Trabert, e quella in doppio, all’ultimo giorno i due aussie portarono in dote i due punti che valsero la conquista dell’insalatiera d’argento.

Fraser, costretto nell’ombra, sbarca in Europa solo nel 1954, debuttando al Roland-Garros e a Wimbledon dove, ad onor del vero, non ha molta fortuna, battuto dal belga Brichant al terzo turno Parigi e dal connazionale Rose al secondo turno a Londra. Viene a sua volta aggregato alla squadra di Coppa Davis, iniziando a giocare a fianco di Rosewall dopo che Hopman ha scelto Rex Hartwig quale compagno di doppio di Hoad. E accanto a Ken, Fraser diventa velocemente uno dei doppisti più performanti del mondo, anche se a Wimbledon, nello stesso 1955, viene sconfitto in finale proprio dalla coppia formata da Hoad e Hartwig.

Poco male, nel corso della carriera Fraser avrà modo di collezionare ben 11 titoli Slam in doppio, trionfando tre volte agli Australian Open, al Roland-Garros e agli US Open e due volte a Wimbledon, curiosamente giocando a fianco di Hoad, Cooper e Roy Emerson ma mai con Rosewall, aggingendo pure 5 titoli Slam in doppio misto, vincendo tre edizioni degli US Open ed un’edizione di Wimbledon a fianco di Margaret Osborne duPont ed un’edizione, quella del 1956, degli Australian Open giocando in coppia con Beryl Penrose.

Mancino votato all’attacco, dotato di un buon dritto ed un’ottima voleè ma privo di un rovescio efficace, atletico e veloce, Fraser è dunque un doppista di livello superiore, ma anche in singolare sa farsi rispettare, e nel 1957, dopo che l’anno prima si è arreso ad Hoad in semifinale agli Australian Open, si prende infine la rivincita, battendo il grande rivale ed approdando alla prima finale Slam della carriera, peraltro persa con quell’Ashley Cooper, poco più che 20enne, che diventa per lui una vera e propria bestia nera, tanto da uscirne sconfitto anche dagli scontri diretti che vanno in scena al Roland-Garros (quarti di finale 1957, 6-0 6-8 5-7 6-4 3-6), a Wimbledon (semifinali 1957, 6-1 12-14 3-6 6-8), agli Australian Open (semifinali 1958, 3-6 6-3 8-10 3-6), ancora a Wimbledon (finale 1958, 6-3 3-6 4-6 11-13) e agli US Open (semifinali 1958, 6-8 6-8 1-6).

Sarà proprio l’associazione in doppio, sarà la maggior attitudine ai grandi match a dispetto della giovanissima età, fatto è che Cooper sembra essere l’australiano di riferimento per il biennio 1957/1958, in attesa che Fraser compia infine il definitivo salto di qualità. Come, puntualmente, avviene nel 1959, quando, dopo aver giocato per la prima volta la finale di Coppa Davis, perdendo con Anderson il doppio decisivo contro gli Stati Uniti pur conducendo 2 set a 0 e sperperando una lunga sequenza di matchpoint nel terzo parziale perso 14-16, approfitta proprio del passaggio tra i professionisti di Cooper ed Anderson che gli lasciano lo scettro di numero 1 australiano, a fronte dell’avanzare delle nuove leve che rispondono al nome di Rod Laver e Roy Emerson.

Nel 1959, ormai alle soglie dei 26 anni, Fraser giunge in finale agli Australian Open perdendo in quattro set dall’americano di origini peruviane Alex Olmedo, è semifinalista al Roland-Garros dove è costretto ad arrendersi alla maggior abilità su terra battuta di Nicola Pietrangeli che si impone in tre set, e raggiunge i quarti di finale a Wimbledon, dove cede alla rimonta dell’americano Barry MacKay che lo domina 6-1 al quinto set. Ma l’estate porta fortuna al tennista australiano, che nel giro di due settimane, al West Side Tennis Club di Forest Hills, si prende prima il lusso di trascinare il suo paese alla vittoria nella finale di Coppa Davis, battendo gli stessi Olmedo e MacKay ed aggungendo il decisivo punto del doppio quando con Emerson vince in tre set la sfida con Buchholz e Olmedo, poi di cogliere il primo trionfo in un torneo dello Slam, imponendosi agli US Open eliminando, strada facendo, Ned Neely, che gli strappa un set, Green, Wilson, Hernando, Ayala e Bartzen, prima di demolire ancora Olmedo all’atto conclusivo, 6-3 5-7 6-2 6-4.

Per Fraser è la consacrazione a campionissimo, resa ancor più solida dai successi in doppio e doppio misto per una tripletta che pochi riscontri nella storia del tennis. Ed è anche l’inizio di un biennio d’oro nella carriera del ragazzo di Melbourne, che si guadagna la palma di numero 1 del mondo da Lance Tingay, firma del The Daily Telegraph. E’ vero, l’anno 1960 si apre con la delusione della finale degli Australian Open, quando Neale perde per la terza volta, sconfitto stavolta dall’emergente Laver che ha la meglio di una maratona risolta in rimonta, 5-7 3-6 6-3 8-6 8-6. A Parigi Fraser veste i panni del grande favorito, seppur non ami eccessivamente la terra battuta, ma è costretto a cedere il passo al francese Robert Haillet che ai quarti di finale lo surclassa per due set a suon di recuperi e pallonetti, costringendolo all’abbandono per crampi alla gamba destra sul 6-5 del quarto set, non prima aver riaperto il match con un sofferto 10-8 al terzo set.

Ancora una volta, sopravviene la seconda parte della stagione a salvare il bilancio di Fraser. Accreditato della testa di serie numero 1, l’australiano si presenta a Wimbledon ben deciso a prendersi la rivincita, e se Hainka, Maris, Laius e Candy non rappresentano certo un pericolo, ecco che la sorte stavolta assiste Fraser, a malpartito nel match di quarti di finale con Butch Buchholz che conduce 2 set a 1 prima di scivolare sul prato ed azzopparsi sul 15-14 del quarto set, non prima aver sprecato cinque matchpoint. Uscito indenne da una sfida che sembrava segnata, Fraser prosegue il suo cammino battendo facilmente in tre set l’indiano Krishnan in semifinale, per poi regolare in finale Laver, 6-4 3-6 9-7 7-5, cogliendo quel titolo che regala l’immortalità tennistica.

Ed esattamente come dodici mesi prima, Fraser è il principale protagonista dell’estate, trascinando l’Australia ad una nuova vittoria in finale di Coppa Davis contro l’Italia di Orlando Sirola e Nicola Pietrangeli che lo batte a risultato ormai acquisito, e confermandosi campione a Forest Hills, dove conquista la vittoria senza perdere un set per strada, siano essi gli avversari Raskind, Henry, Moss, Sangster, McKinley, Ralston od ancora Laver in finale, costretto stavolta a cedere 6-4 6-4 10-8.

Per Fraser è l’apoteosi, ma anche il canto del cigno. Nei due anni successivi darà la sua impronta ad altre due vittorie australiane in Coppa Davis ma sarà anche costretto a farsi da parte all’incedere sicuro di due campioni, Rod Laver e Roy Emerson, più forti e completi di lui, che nel 1962 lo stopperanno in tre semifinali consecutive in Australia, a Parigi e a Wimbledon, laddove troverà posto anche il fratello John con il quale, anni prima, Neale aveva iniziato a giocare. Ma tre vittorie Slam e uno scettro di re d’Inghilterra restano, a dar conforto ad una carriera da vincente esplosa tardi, certo, ma per la quale è valsa la pena attendere un po’.