JENNIFER CAPRIATI, DISASTRI ED ONORI DI UNA BABY-TENNISTA DIVENTATA NUMERO 1 DEL MONDO

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Jennifer Capriati – da espn.com

articolo di Nicola Pucci

Ricordo ancora quando nel marzo del 1990 una taletuosissima baby-tennista americana di padre brindisino (Stefano), esordì non ancora 14enne al torneo di Boca Raton. Una ragazzina già dalle fattezze fisiche importanti, seppur ancora da arrivare a maturazione, qualcosa come 170 centimetri per quasi 70 chilogrammi, che si affacciava tra le grandi con l’energia e la sfrontatezza della sua giovanissima età.

Jennifer Capriati, perché è di lei che stiamo parlando, si ciba di tennis ancor prima di proferir parola, se è vero che a tre anni ha già la racchetta in mano, per poi, una volta cresciuta sotto l’occhio rapace di Nick Bollettieri, scalare velocemente le vette del tennis giovanile vincendo l’Orange Bowl riservato agli under 12 e agli under 14 e l’edizione juniores del Roland-Garros nel 1989. A Boca Raton, appunto, esordisce nel circuito professionistico, e se l’attesa è grande sul suo conto, altresì c’è curiosità di verifcare se sarà capace di andare oltre quel che seppero fare, non troppi anni prima di lei, altre bambine prodigio come Tracy Austin, Andrea Jager e Kathy Rinaldi, troppo presto gettate in pasto allo show-tennis ed altrettanto presto eclissate.

Ed in Florida l’esibizione di Jennifer è sontuosa, e pure senza precedenti, se è vero che è la più giovane finalista della storia in un torneo del circuito maggiore, infilando una dopo l’altra tenniste del calibro di Claudia Porwick, Nathalie Tauziat ed addirittura Helena Sukova, numero 4 del mondo, oltre a Laura Gildemeister, prima di arrendersi all’atto decisivo a Gabriela Sabatini, infine vincitrice dopo due set serrati, 6-4 7-5. Quando poi, qualche settimana dopo, realizza identico exploit ad Hilton Head, prendendosi il lusso di demolire con un clamoroso 6-1 6-1 l’ultima trionfatrice di Parigi, Arantxa Sanchez, prima di cedere all’immensa Martina Navratilova, ecco che la Capriati, oltreché le attese, si trova a dover fronteggiare una notorietà che, vedremo poi, rischierà di schiacciarla.

Sono gli anni in cui un’altra tennista precoce e di classe, pure lei allevata all’Accademia di Bollettieri, Monica Seles, imprime il suo marchio sul tennis mondiale, contrapponendo la forza del suo gioco di pressione da fondocampo all’esplosività atletica della regina per niente disposta a farsi da parte, Steffi Graf. E Jennifer sembra la perfetta terza incomoda tra le due indiscusse primedonne, altro prototipo della tennista corri-e-tira, con qualche chilo in più e forse una maggior attitudine nella ricerca dell’approccio a rete rispetto alla serba.

In effetti i risultati sembrano premiare l’americana, che nel 1990 raggiunge subito la semifinale alla prima partecipazione al Roland-Garros, fermata 2-6 2-6 proprio dalla campionessa di Novi Sad, vince in Portorico il primo torneo, partecipa al Masters di fine anno, ed infiltra per la prima volta la top-ten, per poi nel 1991 bissare la semifinale nello Slam più prestigioso, Wimbledon, 4-6 4-6 dalla Sabatini, e agli US Open, 3-6 6-3 6-7 in una memorabile sfida ancora con la Seles, e, nell’anno olimpico 1992, cogliere l’oro in singolare ai Giochi di Barcellona rimontando in finale la Graf, 3-6 6-3 6-4.

Ce ne sarebbe a sufficienza per progettare, non ancora 17enne, un futuro luminoso. Ma in casa Capriati non sono tutte rose e fiori, papà Stefano è una presenza ingombrante e difficile da digerire, così come la pressione mediatica trova terreno fertile nello squarciare l’anima adolescenziale di Jennifer che, dopo un iniziale successo a Sydney nel gennaio 1993, entra nel tunnel oscuro che condizionerà gli anni successivi. Della sua vita così come, inevitabilmente, della sua carriera. Ecco allora che la campionessa, celebrata da tutti, passa dalle stelle alle stalle, additata altrettanto da tutti come “colei che ruba un anello pur avendo milioni di dollari in banca” e che “viene arrestata per possesso di marijuana“.

E così gli anni passano, tra numerose assenze dal tennis giocato ed altrettanti numerosi tentativi di ritorno, sempre sospesa tra quel che doveva essere ed invece parrebbe non poter esser più. Fin quando, e siamo all’alba del nuovo Millennio, la Capriati, messe da parte le incertezze e consapevole, raggiunta la maturità, che se vuol lasciare traccia di sè è bene farlo adesso oppure mai più, torna competitiva. Aprendo la fase aurea della sua carriera.

La ragazzina istintiva e sorridente ha ormai lasciato il posto ad una donna segnata dalle incertezze della vita, riflessiva ed orientata a dare il meglio di sè. E se nel 2000 rinnova l’appuntamento con una semifinale Slam agli Australian Open come non le accadeva da nove anni, quando, pur non compresa tra le teste di serie, cede solo alla futura vincitrice del torneo, Lindsay Davenport, ed è protagonista del successo degli Stati Uniti nella finale di Federation Cup contro la Spagna, l’anno dopo fa saltare il banco, proprio a Melbourne dove infila una dopo l’altra Nagyova (che le strappa un set), Oremans, Ruano Pascual, Marrero, Seles ai quarti di finale in una sfida che profuma d’antico (5-7 6-4 6-3), la stessa Davenport con cui si prende la rivincita (6-3 6-4) e la numero 1 del mondo Martina Hingis, che all’atto conclusivo si vede costretta a cedere nettamente all’americana che con il punteggio di 6-4 6-3 in un sol colpo fa suo quel titolo Slam che inseguiva fin da adolescente e spazza via le angosce degli anni bui.

Quando meno te lo aspetti Jennifer assurge a quel rango a cui pareva destinata fin dal giorno in cui, per la prima volta, impugnò la racchetta, ed inevitabile, o quasi, giunge il bis in terra di Francia, al Roland-Garros, dove l’americana spazza via ai quarti di finale Serena Williams (6-2 5-7 6-2), demolisce ancora la Hingis, curiosamente con lo stesso score australiano, 6-4 6-3, ed è protagonista di una finale al cardiopalma con la belga Kim Clijsters, figlia d’arte del calciatore Leo, risolta con un pirotecnico 12-10 al set decisivo.

Le due sconfitte in semifinale sia a Wimbledon (con Justine Henin) che agli US Open (4-6 2-6 con Venus Williams) scalfiscono forse l’orgoglio della Capriati, che al torneo di casa sommerà altre tre semifinali nei tre anni successivi, ma le consentono, il 15 ottobre 2001, di guadagnare la vetta del ranking mondiale.

Verrà poi, a gennaio 2002, la doppietta agli Australian Open battendo nuovamente la Hingis in finale, 4-6 7-6 6-2, per il terzo ed ultimo Slam in carriera, ma quel numero 1 del mondo detenuto a più riprese per 17 settimane certificano che se Jennifer Capriati ha toccato il fondo (e le capiterà ancora una volta dismessi i panni della tennista di successo, afflitta da depressione e talvolta accarezzando ipotesi suicide) ha pure scalato quella vetta che le spettava, se non di diritto almeno nelle previsioni, fin da bambina. Già, proprio una bambina-prodigio.

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IL “C’MON” VINCENTE DI HEWITT AGLI US OPEN 2001

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Leyton Hewitt con il trofeo – da usopen.org

articolo di Nicola Pucci

Quell’edizione storica degli US Open del 2001, ad onor del vero, pareva destinata a scrivere ben altra storia di quella che poi si trovò a consegnare ai posteri.

Marat Safin, tanto per cominciare, in qualità di detentore del titolo puntava senza troppe misure a concedere il bis, per confermarsi cavallo da corsa e magari tentare di riagguantare quella prima posizione del ranking occupata non più tardi di quattro mesi prima; Guga Kuerten, per proseguire, era chiamato a dar legittimazione proprio allo status di nuovo numero 1 del mondo, nonché mostrare agli occhi del tennis di esser capace di vincere anche lontano dall’amata terra battuta, che lo aveva consacrato per la terza volta in carriera re del Roland-Garros; Andrè Agassi e Pete Sampras, per concludere, ormai non più padroni incontrastati della scena, chiedevano al loro tennis di poter competere ancora una volta con i nuovi virgulti della racchetta.

Ergo, Leyton Hewitt, seppur numero 4 di un tabellone dominato appunto da Kuerten, Agassi e Safin, con il due volte vincitore Pat Rafter relegato al numero 6 alle spalle di un altro principe del “rosso” come Juan Carlos Ferrero, non era accreditato di particolari chances di poter far suo il trofeo riservato al vincitore, seppur forte dell’entusiasmo agonistico dei suoi 20 anni e della semifinale dell’anno precedente, battuto in tre set da Sampras, poi a sua volta sconfitto in una finale senza appello proprio da Safin. Ed invece…

Ed invece Hewitt, nato ad Adelaide il 24 febbraio 1981, avviato dal padre Glynn alla pratica del football australiano (l’Australian Rules), dirottato poi al tennis e cresciuto nel mito di Pat Cash ma prendendo ispirazione dal gioco di regolarità di Mats Wilander, già in possesso di alcuni record di precocità come esser stato il più giovane ad entrare in tabellone agli Australian Open nel 1997 quando non ancora 16enne perse al debutto con Sergi Bruguera, ed aver vinto un anno dopo il primo torneo da professionista non ancora 17enne ad Adelaide, superando da numero 550 del mondo Agassi in semifinale e il connazionale Jason Stoltenberg in finale, fa saltare il banco newyorchese. E lo fa con quell’irriverenza e quello spirito da guerriero indomabile che lo contraddistingue. Da sempre, fin da quando ragazzino sfidava tennisti più grandi e forti di lui, mettendola sovente sul piano della rissa e provocandoli con quel “c’mon” che diventa ben presto, per lui, una sorta di urlo di guerra.

Hewitt non è certo un marcantonio, dall’alto dei suoi appena 180 centimetri, ma ha doti atletiche che non hanno pari nel circuito. Dotato di piedi velocissimi, ha colpo d’occhio eccezionale, e questo gli consente di assurgere al rango di miglior ribattitore al mondo, tanto abile nel leggere le traiettorie di servizio degli avversari e nel giocare un colpo d’anticipo da riuscire spesso a disinnescare i rivali più potenti. Coraggioso e ribelle lo è sempre stato, e se queste qualità si sposano perfettamente tra loro, ecco che Hewitt, con quella faccia da monello che non tarda ad affascinare la collega Kim Cljisters con cui si legherà per alcuni anni, diventa un giocatore difficilmente battibile.

Se ne rendono conto, i rivali, fin da subito, come ad esempio lo svedese Magnus Gustafsson, veterano di mille battaglie ed ex-numero 10 del mondo, che al primo turno se ne esce sconfitto in tre set, 6-3 6-2 7-5, e come l’afroamericano James Blake, idolo dell’Arthur Ashe Stadium, entrato in tabellone grazie ad una wild-card, che si arrende a chiusura di cinque set serrati, 6-4 3-6 2-6 6-3 6-0, e dopo che l’australiano ha preteso, a suo di parolacce, polemico com’è, lo spostamento di un giudice di linea, pure lui afroamericano, che gli aveva segnalato due doppi falli di fila, meritandosi l’accusa di razzista.

Affatto turbato dal clima poco amichevole nei suoi confronti, Hewitt non batte ciglio e prosegue senza incertezze il suo cammino verso le fasi decisive del torneo, superando lo spagnolo Albert Portas, terraiolo con poca pratica di superfici veloci, 6-1 6-3 6-4, e quel meraviglioso giocatore d’attacco che risponde al nome di Tommy Haas, 3-6 7-6 6-4 6-2, infilandolo con passanti millimetrici e soverchiandolo con l’audacia del suoi 20 anni.

Hewitt occupa la parte alta del tabellone, che allinea ai quarti di finali la prima testa di serie, Kuerten, sopravvissuto al match di terzo turno con il bielorusso Max Mirny che spreca due set di vantaggio e verrà ricordato per le ben 209 proiezioni a rete in tempi in cui il serve-and-volley è davvero merce rara, e vincitore poi di Albert Costa, che in tre set aveva a sua volta batte un Goran Ivanisevic ormai appagato dall’incredibile successo di Wimbledon, il “principe” Evegenij Kafelnikov, che dopo aver sudato cinque set con due svizzeri di seconda fascia, Kratochvil e Bastl, fa valere i diritti di una classe superiore al cospetto del francese Arnaud Clement, ed Andy Roddick, ancor più giovane con i suoi 19 anni appena compiuti, che rappresenta il futuro americano e si infila nel quarto degli spagnoli Ferrero, Corretja e Robredo, superando gli ultimi due a suon di aces, lasciando ad entrambi la miseria di otto giochi.

Nella parte bassa del tabellone, invece, la scrematura dei quattro migliori seleziona un ventaglio di campionissimi, del passato, presente e futuro del tennis. Il sorprendente argentino Mariano Zabaleta, terraiolo che non disdegna il cemento, supera nell’ordine Grosjean, numero 8 del seeding, Dent, Rusedski e Malisse e va a testare la forma del campione in carica, Marat Safin, che ha battagliato con Ljubicic e Thomas Johansson a cui ha ceduto un set procedendo comunque spedito verso la conferma del titolo. Sampras ed Agassi, i due dioscuri del tennis contemporaneo, che dal 1990 hanno collezionato, assieme, sei vittorie a Flushing Meadows, sbarrano invece la strada a Pat Rafter, che qui fece doppietta nel 1997 e nel 1998 e si arrende in quattro set, 6-3 6-2 6-7 6-4, e al promettentissimo Roger Federer, 20enne che a Wimbledon ha demolito il mito proprio di “Pistol Pete“, ancora troppo acerbo per fare altrettanto con il gioco d’anticipo del “Kid di Las Vegas“, infine trionfatore con un eloquente 6-1 6-2 6-4 che rimanda le ambizioni dello svizzero a data da destinarsi. Il suo tempo verrà, eccome se verrà.

Quarti di finale, dunque, per palati fini, con le prime quattro teste di serie, Sampras, Roddick e Kafelnikov, e l’aggiunta di Zabaleta, l’ospite che non ti aspetti a questo stadio della competizione. E se proprio il russo fa fuori Kuerten con un 6-4 6-0 6-3 di irrisoria facilità, ecco che Hewitt libra un’altra battaglia epocale con Roddick, battendolo non solo in risposta, ma anche al servizio, quando è capace di servire 15 aces (contro 21), convertire l’83% dei punti quando mette la prima (contro 77%) e salvare 5 palle break su 6 (contro 7 su 10) per il definitivo 6-7 6-3 6-4 3-6 6-4 che gli spalanca le porte della sua seconda semifinale in in torneo dello Slam, complice anche il tracollo all’ultimo game dell’americano che per un over-rule di Jorge Diaz dà dell’imbecille al giudice di sedia. Dove si presentano anche, per una riedizione della finale dell’anno prima, Safin, che non ha problemi con Zabaleta, 6-4 6-4 6-2, e Sampras, che con Agassi dà vita non solo al match più bello del torneo, ma ad uno dei più appassionanti di una rivalità ultradecennale giunta al 32esimo episodio (18-14 per Sampras), risolta dopo quattro tie-break, 6-7 7-6 7-6 7-6, giocati ad un livello sublime.

Le due semifinali del sabato, ad onor del vero, non hanno storia, con Hewitt che lascia la miseria di quattro giochi ad un Kafelnikov in versione horribilis, 6-1 6-2 6-1, e Sampras stesso che vendica la sconfitta del 2000 con Safin, battendolo a sua volta in tre set, 6-3 7-6 6-3, per agguantare la settima finale nel catino incasinato e puzzolente di Flushing Meadows.

E sarà proprio il fatto di esser dovuto scendere nuovamente in campo a neanche 24 ore di distanza dalla semifinale, oppure di aver già esaurito le energie, non solo nervose, nel liquidare uno dopo l’altro Rafter, Agassi e Safin, proprio gli ultimi vincitori all’US Open, che fanno sì che il Sampras dell’atto decisivo non sia il Sampras capace di segnare un’era del tennis. Ma ci piace ancor più pensare che il 9 settembre 2001, all’Arthur Ashe Stadium, si presentò il nuovo campionissimo della racchetta, Leyton Hewitt, troppo più veloce, forte e determinato dell’illustre rivale, che in poco meno di due ore, dopo aver lottato il primo set risolto al tie-break 7-4, demolisce il vecchio campione con un duplice 6-1 6-1, azzerandone il poderoso servizio e gridando al mondo quel “c’mon” che per almeno un paio di anni riecheggerà nel circuito come il marchio indelebile del nuovo numero 1. Poi arriverà Roger Federer e sarà proprio tutta un’altra musica.

 

 

ELLSWORTH VINES, IL BOMBARDIERE DIMENTICATO DEL TENNIS AMERICANO ANNI ’30

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Ellsworth Vines a Wimbledon – da photos.com

articolo di Nicola Pucci

Alcuni lo chiamavano “il bombardiere“, ma non sembra in verità che questo soprannome gli sia rimasto appiccicato addosso. In effetti, è un’etichetta penalizzante per un campione che, probabilmente ingenerosamente, passa per essere apparso come una meteora nel mondo del tennis.

Ellsworth Vines, perchè è di lui che stiamo parlando, si rivela sulla scena internazionale nel 1931, appena 20enne, quando vince a sorpresa a Forest Hills, diventando il numero 1 del mondo l’anno successivo quando rimane praticamente imbattuto, per poi “collassare” e venir ferocemente criticato nel 1933, al punto da non poter più sopportare la forte pressione imposta su di lui dai dirigenti del tennis americano, scegliendo la strada del professionismo a soli 22 anni. Era quindi ben lontano dall’aver raggiunto la piena maturità e fu certamente una grave perdita per il palmares dei tornei del Grande Slam degli anni Trenta.

In realtà, Vines è un precursore, e prefigura quello che sarà il tennis del secondo dopoguerra, quando i migliori giocatori volgeranno rapidamente il loro interesse al professionismo dopo due o tre stagioni al massimo livello, una volta consolidata la loro fama di campioni della racchetta. Ma, d’altra parte, come si poteva pensare di convincere giovani ambiziosi, pieni di talento, a continuare a giocare in stadi al massimo della loro capienza, senza avere il diritto di intascare una solo moneta da pochi centesimi? Questo fu il dilemma di Vines, e il ragazzo nato a Los Angeles il 28 settembre 1911, fu anche il primo a fare il grande passo, rapidamente e molto giovane. Questo spiega, forse, perché Vines è in parte dimenticato al giorno d’oggi.

Il giovane californiano Ellsworth Vines, chiamato “Ellie“, arriva per la prima volta sulla costa orientale appunto nell’estate 1931. Ha quasi 20 anni, è molto alto, è magro e ha il volto di un adolescente. Ma che tocco di palla! Che servizio! E che sicurezza! Tutti i suoi colpi sfiorano le linee, le traiettorie sono tese e precise, e non è insolito per Vines chiudere i punti al volo colpendo con una violenza mai vista prima. Con una specie di basco avvitato sulla testa, proprio come Lacoste, servendo vere e proprio cannonate in battuta, Vines si muove per il campo ad ampie falcate, accorcia lo scambio, impone il suo gioco e non lascia quasi mai scampo all’avversario di turno. Ad esempio il grande Fred Perry, rimontato al termine di una maratona risolta al quinto set, oppure l’altro americano George Lott, battuto in finale agli Us Open dopo aver strappato il primo set ma incapace poi di contrastare la superiorità del suo giovane rivale.

Preceduto da un’enorme reputazione, Vines atterra a Wimbledon l’anno successivo, 1932. Spazza via l’australiano Crawford in semifinale, lasciandogli solo sei games, 6-2 6-1 6-3. In finale, l’inglese Bunny Austin prova in tutti i modi ad evitare una sorta di Waterloo, ma ogni sforzo è vano, terminando per arrendersi, proprio come Crawford, con un inequivocabile 6-4 6-2 6-0. La questione, a questo punto, può dirsi risolta: per tutti gli osservatori, Vines è ora il degno successore di Tilden ed è pronto a riportare la Coppa Davis in America, come non avviene dal 1926.

Ma è proprio nella principale competizione a squadre che giunge il primo inciampo di un inizio di carriera che fino a quel momento, per Vines, è stato perfetto: “Ellie“, infatti, subisce l’unica sconfitta della stagione in finale, cedendo nella prima partita a Jean Borotra. Non abituato alla lentezza e ai tranelli della terra battuta, Vines è completamente disorientato dal transalpino che non gli permette di manovrare il gioco a suo piacimento, come è solito fare, attaccando su tutte le palle. Vines non ha modo di prendere le misure all’avversario e finisce per perdere in quattro set una sfida che infine risulterà decisiva per la vittoria della Francia. Nell’ultima partita, Vines dimostra di aver appreso velocemente la lezione e riesce a battere Cochet rimontando da 2 set a 0 sotto. L’onore è al sicuro, ma per gli americani la vittoria francese è una delusione cocente. Un mese dopo, Vines conferma il suo status di numero 1 battendo di nuovo Cochet in finale a Forest Hills con un secco 6-4 6-4 6-4. “Ellie“, non certo appagato dal trionfo in singolare, coglie l’occasione per far suo anche il titolo in doppio, accoppiato al coetaneo Keith Gledhill, sconfiggendo in finale Allison e Van Ryn, la migliore squadra di doppio del momento nonché detentrice del titolo.

E’ allora che Bill Tilden offre a Vines un contratto principesco per diventare un tennista professionista. Il campione americano è certamente tentato di accettare, ma messo sotto pressione e sul punto di sposarsi, rinvia una decisione che appare inevitabile (e infatti lo sarà di lì a 12 mesi) e ad inizio 1933 vola all’altro capo del mondo per gli Open d’Australia. Non certo abituato al calore degli antipodi e stanco per il lungo viaggio, Vines viene sconfitto nei quarti di finale da un giovane australiano di 17 anni, Vivian McGrath, che lo disorienta con il rovescio a due mani, stupefacente per quelle che sono le regole tecniche dell’epoca. Vines si consola con il doppio, ma per “Ellie“, dopo la Coppa Davis, è un’altra grande delusione. Che con quella che sta per accusare qualche mese dopo sui prati londinesi, definirà il seguito della sua carriera.

Prima di partire per Wimbledon, Tilden torna alla carica ma Vines, ancora, declina l’invito a cedere alle sirene del professionismo. Nondimeno, la critica si scatena contro di lui, sospettando di aver già accettato la proposta del grande ex-campione. I dirigenti americani avrebbero tutto l’interesse perché un Vines vincente potesse continuare a giocare con gli amatori, soprattutto in prospettiva Coppa Davis. Ma i rapporti tra le due parti si fanno roventi e il tour europeo si svolge in un’atmosfera da inquisizione durante la quale Vines deve ripetutamente negare le voci sul suo conto. E questo lo disgusta, profondamente.

Ormai stanco dell’ambiente che lo circonda, e probabilmente anche sovraccaricato di allenamenti, Vines, dopo aver battuto Cochet in semifinale, gioca una partita magnifica ma perde in finale contro Crawford, che si impone 6-4 al quinto set della finale di Wimbledon. Una settimana dopo in Coppa Davis, esausto, Vines cede in tre set la prima partita di spareggio interzona contro Bunny Austin. Nel decisivo match contro Perry, poi, due giorni dopo, arriva al quinto set ma sviene quando Fred serve un match point contro di lui, essendo costretto al ritiro! Ancora una volta la critica non lo perdona e al ritorno in patria, pur numero 1 del tabellone e vincitore delle due edizioni precedenti, conosce l’onta di una sconfitta imprevista agli US Open, cedendo agli ottavi di finale contro un giocatore qualunque, tale Bryan Grant, che pur misurando solo un metro e 60 lo elimina in tre rapidi set, 6-3 6-3 6-3.

Al termine di una stagione disastrosa, Vines, demotivato, firma finalmente un contratto per un tour da professionista con Tilden. Ed è un enorme successo, con i due giocatori che si incontrarono 72 volte in 72 città diverse. Davanti ai 16.200 spettatori del Madison Square Garden, Tilden vince la sua prima partita 8-6, 6-3, 6-2. Ma nel corso del tour, Tilden viene poi battuto ben 47 volte dal suo giovane allievo. Vines ritrova il sorriso e quella serenità che aveva segnato l’inizio della sua carriera. Oltre, è ovvio, ad un cospicuo conto in banca.

Vines continua a partecipare ai tour professionali di Tilden fino al 1939, per poi abbandonare il tennis ed iniziare a giocare a golf, ottenendo altri successi e guadagnando addirittura una semifinale ai campionati d’America nel 1961. Ma del “bombardiere” di Los Angeles, che dominò brevemente la scena quand’era appena un giovanotto, l’enciclopedia del tennis si dimentica in fretta e se oggi in pochi lo ricordano, a dispetto del palmares, in parte è anche colpa sua. Perchè così andava lo sport al tempo degli amatori.

KRAJICEK, IL KILLER DI SAMPRAS CHE FU RE A WIMBLEDON NEL 1996

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Richard Krajicek trionfante – da tennis-buzz.com

articolo di Nicola Pucci

L’edizione 1996 del torneo di Wimbledon non sembra dover lasciare troppe speranze agli avversari diretti di Pete Sampras, dominatore incontrastato nei tre anni precedenti. Agassi, numero 3 del mondo, dopo il successo a Miami ha fallito a Parigi, eliminato a sorpresa da Chris Woodruff; Becker, finalista nel 1995 e vincitore ad inizio stagione agli Australian Open, è fresco di vittoria nel gustoso antipasto del Queen’s, ma contro “Pistol Pete” proprio l’anno prima è apparso disarmato nel contrastare il gioco d’attacco incessante dell’americano; Ivanisevic combatte da sempre la sua personalissima battaglia con l’incubo dei Championships, che solo nel 2001 lo vedrà infine avere il sopravvento; Kafelnikov è stato sì proclamato nuovo re di Francia qualche settimana prima, ma il tennis su erba non è certo il suo giocattolo preferito; Edberg, forte dell’illustre passato sui prati londinesi, è giunto alla passarella d’addio ed onestamente, pur adorandone il meraviglioso gioco serve-and-volley, quasi nessuno l’annovera tra i pretendenti al successo. Ergo… Sampras è pronto a calare il poker ed i rivali più accreditati appaiono già dirottati a cercar rivincite sui tappeti in sintetico di Flushing Meadows.

Richard Krajicek, olandesone di Rotterdam classe 1971, alto poco meno di due metri e da qualche anno tra i più pericolosi battitori del circuito, già top-ten nel 1992 quando guadagna la semifinale agli Australian Opem, con un best ranking da numero 8 nell’agosto dell’anno dopo e nove titoli in bacheca, ha qualche progetto alternativo, però, per quelle due settimane che occupano il calendario tra il 24 giugno e il 7 luglio 1996. All’All England Lawn Tennis and Croquet Club questo bel ragazzone che serve costantemente oltre i 200 km/h, che picchia di dritto come un forsennato e gioca voleè raffinate ma ha problemi non solo alle ginocchia di cristallo che spesso lo abbandonano ma anche negli spostamenti complice la stazza, si approccia senza esser accreditato di una testa di serie, solo numero 17 tra gli iscritti all’evento e quindi per un solo posto escluso dal seeding dei favoriti. Ma la sorte gli è benevola, e se  Muster, numero 2 del mondo ma totalmente inadatto all’erba, decide di dare forfait a tabellone sorteggiato, ecco che Krajicek scala di una posizione acquisendo l’ultima testa di serie per vedersi catapultato nella zona che ha in Ivanisevic, numero 4 in cerca della vittoria dopo due finali sfortunate, Stich, numero 10 e vincitore nel 1991, Edberg, numero 12, e proprio Sampras, i quattro più autorevoli pretendenti ad un posto in finale.

Ad onor del vero Krajicek non si è reso protagonista, fino all’appuntamento londinese, di una stagione particolarmente esaltante, con un ritiro nel match di terzo turno con il francese Fleurian agli Australian Open, solo un quarto di finale ad Anversa nei tornei indoor solitamente a lui congeniali, l’inattesa finale a Roma dove si prende il lusso di battere uno dopo l’altro Bruguera, Clavet, Philippoussis, Edberg e Ferreira in due set prima di arrendersi a Muster, ed un altrettanto poco pronosticabile quarto di finale al Roland-Garros, seppur qui fosse già stato semifinalista nel 1993, dove a sbarrargli la strada è solo il futuro vincitore del Major parigino, appunto Kafelnikov. A Rosmalen, poi, nell’unico torneo su erba disputato in preparazione di Wimbledon, Krajicek cede il passo al connazionale Paul Haarhuis, ed è quindi con ambizioni praticamente pari a zero (o quasi) che abborda i Championships. Pronto però, negli anfratti più misteriosi della sua anima di ragazzo sensibile, a far saltare il banco.

In effetti la strada, per Krajicek, è in discesa, almeno per i primi tre turni, opposto com’è a Javier Sanchez, battuto 6-4 6-3 6-4 con 22 aces, a Derrick Rostagno, a sua volta sconfitto 6-4 6-3 6-3 con 19 aces e nessuna palla-break concessa, e Brett Steven, che gli strappa un set per poi cedere nettamente alla distanza, 7-6 6-7 6-4 6-2. Segnatevelo, sarà l’unico inciampo dell’olandese nel corso del torneo. Agli ottavi di finale Krajicek, come previsto dal tabellone, incrocia i destini di Stich, che è molto vicino a quella versione di bellissimo attaccante che cinque anni prima si macchiò del reato di lesa maestà nella finale con Becker, e lo batte inequivocabilmente, 6-4 7-6 6-4, palesando uno stato di forma assolutamente eccellente che gli permette di issarsi ad uno stadio dei Championships mai raggiunto prima. Già, perché nelle cinque precedenti edizioni l’olandese non è mai andato oltre gli ottavi di finali raggiunti nel 1993, battuto da Agassi in tre set serrati, per poi uscirsene di scena all’esordio sia nel 1994 contro Darren Cahill che nel 1995 contro Bryan Shelton, non certo due iradiddio. Ed i quarti parrebbero già un traguardo d’eccellenza, anche perché ad attendere Richard c’è il re, Pete Sampras.

Che nel frattempo ha fatto quel che doveva, nella corsa al poker londinese, battendo strada facendo Reneberg, Philippoussis, Kucera e Pioline, seppur esitando con l’americano e con lo slovacco che gli hanno strappato entrambi un set. Ma quando Pete si trova a dover fronteggiare il servizio paralizzante di Krajicek, i bookmakers hanno ben pochi dubbi su chi sarà il vincitore. Ed invece, proprio nel giorno più importante, sul Centre Court più prestigioso e contro l’avversario più formidabile, Richard pennella la prestazione più straordinaria della sua carriera, fino a quel momento contrassegnata da troppi alti e bassi. L’olandese è incontenibile in battuta, con 28 aces, il 91% dei punti quando mette la prima e senza concedere al detentore del titolo l’opportunità di giocarsi una sola palla-break, vincendo il primo set in volata, 7-5, non tremando al tie-break del secondo, chiuso 7-3, e infilando Sampras con due passanti di rovescio da antologia che valgono il break e di lì a poco il 6-4 risolutivo al terzo set.

Krajicek vola in semifinale, e di colpo, da semplice outsider, diventa il principale favorito alla vittoria finale, perché nel frattempo Ivanisevic, sempre più preda delle sue paure, si fa estromettere dal brillante gioco d’attacco dell’australiano Jason Stoltenberg, numero 46 del mondo, che lo batte in quattro set prima di arrendersi all’olandese, che gioca sul velluto e con un severo 7-5 6-2 6-1 va a prendersi la prima finale della carriera in un torneo dello Slam. Sarà anche l’unica.

Ma se l’esito degli accoppiamenti della parte alta del tabellone è stato sorprendente, con l’eliminazione del grande favorito e il cammino sicuro di un ospite inatteso, sotto gli sviluppi hanno ancor più del sensazionale, con Agassi, Kafelnikov e Courier che si fanno estromettere già al debutto dal doppista Flach, da un giovane Tim Henman e dal battitore doc Stark, con Enqvist che al secondo turno incappa in tre set nel tennis di contenimento di Washington e con Ferreira che ai sedicesimi di finale cede al quinto set a Gustaffson. Rimarrebbe Becker, a presidiare quella fetta di tabellone, ma il tedesco non ha certo la dea bendata dalla sua parte ed al terzo turno, apparso in condizioni di forma tali da legittimare ambizioni di vittoria finale, paga pesante dazio ad un infortunio al polso che lo costringe al ritiro nel corso del tie-break del primo set contro il qualificato Neville Godwin. Ai quarti di finale Todd Martin infrange i sogni inglesi battendo Henman e si trova davanti all’occasione della vita, perché giocare in semifinale con lo stesso Malivai Washington, numero 20 del mondo e al miglior risultato in carriera, è un’opportunità che non capita certo tutti i giorni. E qui vien fuori una sfida all’ultimo punto, con Martin che si porta avanti 2 set a 1 ma che dopo 3ore49minuti si vede infine costretto ad alzare bandiera bianca 10-8 al set decisivo, mangiandosi un vantaggio di 5-1 e fallendo l’appuntamento con la finale di Wimbledon.

Atto conclusivo, dunque, che il 24 luglio vede Krajicek vestire i panni del favorito e Washington, fors’anche non solo affaticato dalla maratona con Martin ma pure appagato dal risutato conseguito, provare a giocarsi il jolly in una sfida che vive un preambolo seducente, con una fanciulla in versione Lady Godiva che alla presentazione dei due campioni attraversa il campo di gioco seni all’aria. Krajicek, beato lui, sorride ma ha la sua Dafne ad applaudirlo in tribuna e non può proprio palesare incertezza alcuna, tanto superiore com’è all’avversario. Che corre come un matto, sbuffa, rema da fondo, ma dopo soli 94 minuti si vede obbligato ad accettare il responso del terreno di gioco: Krajicek vince 6-3 6-4 6-3 e dopo aver deposto re Sampras, si inginocchia sull’erba ormai consumata del Centre Court e dalle mani reali del duca di Kent va a prendersi la Coppa di nuovo campione di Wimbledon.

L’avresti detto mai? No di certo, ma questo è il bello del tennis… altrimenti sai che noia vincessero sempre i soliti noti?

LEW HOAD E IL GRANDE SLAM SOLO SFIORATO NEL 1956

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Lew Hoad vincitore a Wimbledon nel 1956 – da 10sballs.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nel gennaio 1956 la stagione del tennis debutta in Australia, sono già cinque anni che i campioni stelle-e-strisce fanno razzia di tornei del Grande Slam, con Tony Trabert, Vic Seixas e e Dick Savitt a fare la voce del padrone e i soli Frank Sedgman e Ken Rosewall a tener alto l’onore della bandiera australiana. Nondimeno, se proprio Rosewall ha colto tre successi nelle sue prime cinque finali in un evento Major (Australian Open nel 1953 e nel 1955 e Roland-Garros nel 1953), il nuovo talento Lew Hoad, appena 21enne, deve ancora brindare al primo trionfo, avendo perso nel 1955 in Australia con Rosewall in tre set, 7-9 4-6 4-6.

Classificato numero 3 del mondo, capace di dare il meglio così come di clamorosi capitomboli, Hoad, nato a Glebe il 23 novembre 1934, ha espresso sprazzi di grandissimo tennis, seppur senza soluzione di continuità, soprattutto in Coppa Davis, dove ha colto due vittorie in tre anni rendendosi protagonista nel 1953, 19enne, di un memorabile incontro con Trabert, risolto a suo favore 13-11 6-3 2-6 3-6 7-5. Risultato, poi, bissato nel 1955, seppur stavolta in quattro set.

Altrettanto abile in doppio, associato allo stesso Rosewall o a Rex Hartwig, Hoad delizia il pubblico con il suo tennis efficace e possente, spesso irresistibile, proiettato al serve-and-volley e con colpi da fondocampo altrettanto incisivi, ma se c’è un aspetto del suo temperamento che lo penalizza, è il mostrarsi talvolta annoiato da quel che accade in campo ed una certa mancanza di entusiasmo. E questo, almeno fino al 1956, gli ha negato la possibilità di imporsi in un torneo dello Slam. Ma il 1956 è alle porte e il gioco di Hoad, così come la sua carriera, stanno per conoscere una svolta e giungere alla definitiva consacrazione.

Sposatosi con la sua Jennifer, che sta per renderlo padre, Hoad approccia l’anno con l’insolita serenità prodotta dal matrimonio, e in Australia è pronto a demolire la concorrenza. Passato professionista Trabert, che nel 1955 ha colto tre successi nei Major, Lew è testa di serie numero 1, e si trova a dover fronteggiare, esattamente come l’anno precedente, Rosewall, secondo favorito del torneo, con i modesti americani Herbie Flam e Gilbert Shea accreditati della terza e quarta testa di serie, in assenza anche di Seixas e Savitt che ormai hanno oltrepassato la trentina. Il ventaglio dei pretendenti al successo finale, od almeno ad un ruolo di ousiders, si completa degli altri australiani Cooper, Fraser, Rose, Anderson e Marks, a cui si aggiunge un 17enne mancino di sicuro avvenire, tale Rod Laver, che se ne esce al primo turno battuto da Brian Bowman in cinque set ma evidenzia doti che un domani non troppo lontano ne faranno un dominatore. Così come, a dominare, stavolta è proprio Hoad, che liquida Sheil e Gilmour in tre rapidi set, è costretto al quinto set da Rose per imporsi infine 9-7, spazza via Fraser in semifinale con un 6-3 6-2 6-0 che non ammette repliche e si prende la rivincita su Rosewall, 6-4 3-6 6-4 7-5, mettendo così in saccoccia il primo titolo dello Slam.

Il grande tennis si sposta in Europa per l’appuntamento con il Roland-Garros, e Hoad, in assenza di Rosewall che misteriosamente decide di “passare” l’evento parigino, deve comunque rivaleggiare con un plotone di rivali già più competitivi, in primis gli americani Budge Patty e Arthur Larsen, in secundis lo svedese Sven Davidson e l’azzurro Giuseppe Merlo. Ma se i due statunitensi non vanno oltre gli ottavi di finale, eliminati a sorpresa dal belga Jacky Brichant e dal francese Paul Remy, proprio Davidson giunge all’atto conclusivo, avendo la meglio dell’altro australiano Cooper in semifinale. Hoad, dal canto suo, sciorina il meglio del suo repertorio di giocatore d’attacco battendo in tre set all’esordio l’ungherese Gulyas che sarà finalista con Tony Roche 10 anni dopo, nel 1966, soffrendo con il francese di origine algerina Robert Abdesselam che lo costringe al quinto set, lasciando un altro parziale al britannico Roger Becker, e spengendo il sogno italiano prima di un giovane Pietrangeli, 6-1 6-3 6-0 ai quarti, poi del più maturo Merlo, 6-4 7-5 6-4, arrampicandosi come da pronostico in finale. Dove Davidson si batte con coraggio ma è costretto ad arrendersi alla superiorità del braccio d’acciaio del fuoriclasse australiano, che si impone 6-4 8-6 6-3 bissando il titolo Slam già fatto suo in Australia.

E a Wimbledon Hoad si presenta con il chiaro intento di calare il tris. Sull’erba londinese Rosewall è di ritorno ed ovviamente si merita lo status di sfidante, con Davidson, Patty e il “vecchio” Jaroslav Drobny, ormai 35enne, a giocare il ruolo di terzo incomodo. Stavolta, ad onor del vero, le indicazioni del seeding vengono rispettate, e Hoad e Rosewall si presentano puntuali alla sfida di finale, Lew dopo aver battuto Fontana, Fancutt, Fleitz e O’Brien in tre set ed essersi distratto ai quarti con Anderson e in semifinale con Richardson che gli strappano un parziale, e Ken che ha via libera dopo i quattro set all’esordio con il britannico Barrett, venendo poi a capo della strenua resistenza di Seixas in semifinale, battuto solo 7-5 al quinto rimontando da 2 set a 1 sotto. Il Centre Court più famoso del mondo è teatro di una sfida appassionante, con Hoad che domina il primo set, 6-2, Rosewall che si riscatta nel secondo, 6-4, sale 5-3 al terzo per poi cedere 7-5, ed arrendersi allo sprint e al servizio paralizzante del rivale (da cui lo dividono solo 21 giorni) 6-4 al quarto e definitivo set. Per Lew è il terzo Slam di fila e l’illusione di riuscire quel poker di Major solo sfiorato da Jack Crawford nel 1933 e da Don Budge nel 1938 sembra proprio a portata di racchetta.

Ma… ma a Forest Hills, con le sirene del professionismo che bussano insistentemente alla porta dei due “gemelli” australiani, Hoad e Rosewall si danno appuntamento per l’ultima grande sfida incrociata, e quel che sarà l’evento tennistico più atteso della stagione avrà esito a sorpresa. Ovviamente i due australiani capeggiano un tabellone che, accanto agli altri oceanici Fraser e Cooper, propone il lotto americano composto da Richardson, Seixas e Savitt, con lo svedese Ulf Schmidt accreditato della testa di serie numero 7. Nessuno di loro, tuttavia, ha le carte in regola per infastidire i due favoriti, che così come in Australia e a Londra sbaragliano la concorrenza, con Hoad che strada facendo lascia un set a Leslie Dodson e batte uno dopo l’altro il giovane Emerson ai quarti, 8-6 6-3 7-5, e Fraser in semifinale, 15-13 6-2 6-4, e con Rosewall, motivatissimo, che si concede una distrazione agli ottavi con Stewart, suda le proverbiali sette camicie ai quarti con Savitt facendosi rimontare due set per poi imporsi 6-1 al quinto, ed in semifinale offende l’onore americano oltraggiando Seixas con un netto 10-8 6-0 6-3. I due amici/nemici sono nuovamente in finale, ma stavolta, in una giornata resa difficile dal forte vento, Hoad, ad un passo dal Grande Slam, si inceppa, dopo aver dominato a furia di serve-and-volley il primo set, 6-4. Rosewall, grazie all’intelligenza tennistica e ad un gioco di gambe senza pari, impenetrabile da fondocampo, prende le misure al rivale e con il passare dei minuti si impadronisce delle redini del match. Hoad, visibilmente innervosito, prova a giocare di forza ma va fuori giri, incapace di far breccia nella resistenza di Rosewall che con un inequivocabile 6-2 6-3 6-3 alza la coppa destinata al vincitore e spenge il sogno di Lew di completare il poker.

Vincerà ancora Hoad, pur cominciando a risentire di quei dolori alla schiena che lo limiteranno al servizio disarmandolo di un’arma troppo preziosa del suo gioco. Farà suo Wimbledon demolendo Ahley Cooper in finale l’anno dopo, 6-2 6-1 6-1, prima di passare al professionismo a far cassetta. Consolazione neppure troppo magra per un Grande Slam solo sfiorato. Mannaggia…

THOMAS JOHANSSON, L’OSPITE A SORPRESA AGLI AUSTRALIAN OPEN 2002

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Johansson con il trofeo destinato al vincitore – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Intendiamoci, Thomas Johansson non è stata una meteora del tennis. Questo proprio no. Ma quando vinse gli Australian Open nel 2002, il risultato fece sensazione e innalzò lo svedese laddove, ovvero tra gli scandinavi capaci di vincere una prova dello Slam, solo Borg, Wilander ed Edberg erano riusciti prima di lui. Non certo degli sconosciuti.

Classe 1975, di Linkoping, Johansson si affaccia al grande tennis non ancora 18enne, nel 1993, sull’onda lunga di una finale all’Orange Bowl due anni prima, quando è battuto nel torneo riservato agli under 16 da uno spagnolo, tale Gonzalo Corrales, che poi si perderà per strada. Da buon svedese che si rispetti, tranne qualche rara eccezione, pratica con devozione il gioco asfissiante da fondocampo, con dritto che incide e rovescio inderogabilmente a due mani. E se bisogna attendere il 1996 per vederlo infine comparire tra i migliori cento giocatori del mondo, l’anno dopo conquista i primi titoli in carriera, Copenaghen e San Pietroburgo a marzo su tappeti indoor, per poi nel 1998 guadagnare i quarti di finale agli Us Open, primo grosso exploit in un torneo dello Slam, battendo Krajicek e Kafelnikov prima di arrendersi a Mark Philippoussis che lo stoppa 10-8 al tie-break del quinto set di una sfida memorabile, il che gli vale la 21esima posizione del ranking.

La crescita di Johansson è costante, e se il risultato newyorchese viene bissato due anni dopo, stavolta senza scalpi importanti e perdendo in quattro set da Todd Martin, nel frattempo Thomas coglie il primo trionfo di pregio in carriera vincendo il Master 1000 di Montreal battendo in finale Kafelnikov e salendo al numero 16, sua miglior classifica provvisoria. In verità il 2000 è una stagione più di bassi che di alti per Johansson, che scende in graduatoria prima di tornare a sorridere a fine stagione con la vittoria nel torneo di casa, a Stoccolma, un’altra volta superando Kafelnikov.

Inizia qui la parte più produttiva della carriera dello svedese, che se curiosamente non si affermerà mai sulla terra battuta, rivela nondimeno di essere tennista che si adatta bene alle superfici veloci, vincendo nel 2001 i tornei su erba di Halle e Nottingham che giustificheranno, nel 2005, il raggiungimento della semifinale a Wimbledon quando a fermarlo sarà Andy Roddick. Ma c’è ben altro, prima di quella data, ed è l’edizione 2002 degli Australian Open, che Johansson approccia da numero 18 del mondo dopo esser salito, nel giugno 2001, al numero 14.

Sono gli anni in cui il tennis vive il passaggio, epocale, dall’era segnata da Sampras ed Agassi a quella che di lì a poco vedrà apparire sulla scena Federer e Nadal. E in assenza di un dominatore della scena, c’è spazio per tutti. O quasi. Lo stesso Agassi ha vinto le due precedenti edizioni ma, con una conferenza stampa convocata d’urgenza, dichiara forfait a tabellone compilato per il riacutizzarsi di un dolore al polso, facendo la fortuna di Irakli Labadze che prende il suo posto nella parte alta del tabellone, quella che ha in Hewitt, ultimo vincitore degli Us Open e numero 1 del mondo, il primo favorito di un seeding che assegna a Kuerten e Kafelnikov le teste di serie 2 e 4 e il ruolo di sfidanti. Johansson, accreditato della testa di serie numero 16, alloggia nella parte bassa del tabellone e praticamente nessuno lo inserisce nel novero dei possibili vincitori del torneo.

In effetti lo sviluppo dell’edizione 2002 degli Australian Open è sorprendente. Fin da subito, con la clamorosa eliminazione al debutto proprio di Hewitt, estromesso in quattro set dal modesto regolarista spagnolo Alberto Martin, liberando un corridoio fino ai quarti di finale in cui, a turno, si inseriscono Marcelo Rios, a sua volta killer di Martin, un giovane Federer che batte Tommy Haas, il sudafricano Ferreira che prevale su Albert Costa al termine di una maratona risolta 9-7 al quinto, e quel Marat Safin che replica con Pete Sampras la vittoria già conquistata due anni prima in finale agli Us Open.

Sotto, le cose vanno ancora peggio. O meglio, almeno per Johansson, che vede uscire di scena uno dopo l’altro Kuerten, pure lui al debutto con il francese Boutter e complice un dolore all’anca che lo tormenta da tempo, Kafelnikov, al secondo turno con il carneade americano Kim uscito dalle qualificazioni, Grosjean ed Ivanisevic, a loro volta sconfitti da Clavet e Golmard. In corsa, tra i top-ten, rimane solo Tim Henman, che non va però oltre gli ottavi di finale, tolto di mezzo da uno svedese, Bjorkmann, che pratica assiduamente il serve-and-volley, e così all’appuntamento con i quarti di finale si presentano il ceco Novak, numero 26 del tabellone, lo stesso Bjorkmann e l’austriaco Koubek che non hanno il conforto dello status di teste di serie, e Johansson, che zitto zitto ha lasciato per strada un set allo spagnolo Diaz, al marocchino El Aynaoui e al rumeno Voinea, battendo invece 6-4 6-1 6-4 l’austriaco Hipfl. Certo, non proprio dei campionissimi, ma vista la falcidia di favoriti, esserci è giù un successo e tra i migliori otto del torneo Thomas c’è, a questo punto con l’intenzione di andare fino in fondo.

E allo svedese il colpaccio riesce, perché se in quattro set prevale sul connazionale Bjorkmann contrapponendo la solidità da dietro all’efficacia sotto rete del rivale, in semifinale necessita di tutta la sua preparazione atletica e delle sue riserve di carburante per rimontare da 2 set a 1 sotto con Novak, vincendo 6-3 6-4 gli ultimi due parziali ed andando a prendersi la prima finale (sarà anche l’unica) Slam della sua carriera. Dove ad attenderlo c’è Marat Safin, che se con Ferreira approfitta di un infortunio che toglie di mezzo il sudafricano dopo soli sette giochi, a sua volta, grazie anche ad un’interruzione dovuta alla pioggia, rimonta con Haas nel match più appassionante del torneo, presentandosi nelle vesti di favorito all’atto decisivo. Nel giorno, oltretutto, del suo 22esimo compleanno.

In effetti il russo, accompagnato al solito dal seguito di belle figliole (le proverbiali “safinette“) in tribuna, parte lancia in resta facendo suo il primo set 6-3. Johansson sa bene di avere a disposizione la sola arma della costanza e del rendimento in ribattuta, ed è proprio quel che fa dal secondo set in poi, sbagliando poco o niente, variando quando è possibile il gioco, facendo uso velenoso di top spin e slice, azzeccando un rovescio dopo l’altro ed attendendo il calo di tensione di Safin. Che, irretito dalla ragnatela di colpi di sbarramento dello svedese, si innervosisce, sbaglia tutto quel che c’è da sbagliare e cede secondo e terzo set  con un duplice 6-4. Si decide tutto al quarto set, quando i due campioni rimangono incollati nel punteggio fino alla risoluzione al tie-break dove, a non tremare, è il braccio di Johansson che con lo score di 7-4 fa suo gioco, set ed incontro.

Finisce con lo svedese trionfante, e nell’era degli ospiti a sorpresa nelle prove dello Slam, Thomas Johansson è il tennista che salì in Paradiso nella calura ammorbante di Flinders Park. Eravamo a Melbourne e correva l’anno 2002. Altri tempi, verrebbe da dire…

 

JOHN NEWCOMBE E LA TRIS VINCENTE A WIMBLEDON

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Newcombe in trionfo a Wimbledon nel 1971 – da mediastorehouse.com

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di tennis, di campioni immortali e di grandi tornei, in casa Australia la mente inevitabilmente va a Rod Laver, che dominò come nessuno quasi mai e a due riprese, 1962 e 1969, realizzò il Grande Slam, magari anche a Ken Rosewall, longevo e vincente come pochi seppur sempre respinto nel tempio di Wimbledon, in terza battuta a quel Lew Hoad che a far data 1956 lasciò un’impronta tanto indelebile da venir oggi annoverato tra i più grandi di sempre a dispetto della breve parabola agonistica. Senza dimenticare Roy Emerson, che prima dell’avvento di Sampras e Federer deteneva il record di maggior numero di tornei dello Slam in bacheca, ben 12. Ed io, a questo lotto di fuoriclasse, mi permetto di aggiungere John Newcombe, bello, simpatico e forte al punto da comparire ben tre volte nell’albo d’oro di Wimbledon.

Classe 1944, Newcombe denuncia particolare attitudine allo sport fin da adolescente, praticandone diversi prima di dirottarsi, anima e corpo, a quello con la racchetta. E la scelta si rivela azzeccata, fin da subito, con l’approccio tra i grandi appena 17enne, un paio di titoli australiani juniores e la vittoria in Coppa Davis nel 1964. Sono gli anni in cui i mammasantissima del tennis hanno ceduto alle sirene del professionismo, e come potrebbe essere altrimenti?, nondimeno Newcombe ha modo di mettere in mostra il suo gioco serve-and-volley pressochè perfetto che gli consente per sei anni di seguito, dal 1962 al 1967, di figurare tra i migliori otto agli Australian Open, con tre semifinali consecutive che lo vedono soccombere ad Emerson a due riprese e ad Arthue Ashe nel 1967. E se infine, nel 1973 e nel 1975, sarà capace di far suo il torneo di casa, così come nello stesso 1967 ed ancora nel 1973 trionferà agli US Open, fallendo altresì sulla terra parigina non andando mai oltre gli ottavi di finale, è sull’erba più prestigiosa, ovvero quella tra i Doherty Gates dell’All England Law and Tennis Club di Wimbledon, che “John il bellosi guadagna la gloria perpetua.

Le prime esperienze sui prati londinesi, ad onor del vero, non sono proprio esaltanti, complice ovviamente la mancanza di esperienza. Nel 1961 Newcombe debutta con l’eliminazione al primo turno con lo svedese Jan-Erik Lundqvist, fresco di semifinale al Roland-Garros, che lo estromette al set decisivo, per poi nei tre anni successivi collezionare una sola vittoria con l’americano Gene Scott e tre sconfitte precoci con il messicano Rafael Osuna, il connazionale John Hillebrand e l’altro australiano di grido Fred Stolle, prima di arrampicarsi agli ottavi di finale nel 1965 quando da numero 6 del  tabellone batte uno dopo l’altro Soriano, Brown e Richey per poi arrendersi al sudafricano Cliff Drysdale.

Parrebbe buon viatico per tentare dodici mesi dopo l’attacco al titolo, anche perchè nel frattempo John si è imposto in doppio assieme all’amico Tony Roche, ma il 1966, se da un lato conferma Newcombe sul trono del torneo a quattro stavolta a fianco di Ken Fletcher, dall’altro boccia le sue aspirazioni in singolare quando al terzo turno, dopo aver vinto i primi due set, si fa rimontare proprio dal compagno di doppio che si impone 6-3 al quinto set. Nondimeno il tennis di John è in crescita costante, e se a fine estate agguanta la prima finale Slam agli Us Open (saranno ben dieci a fine carriera) arrendendosi a Fred Stolle, nel 1967 è infine tempo di aggiungere il primo Major al suo palmares di tennista di prima fascia. Ovviamente, sull’erba di Wimbledon.

Accreditato della testa di serie numero 3, alle spalle di Santana campione in carica e di Roy Emerson, Newcombe occupa la parte bassa del tabellone presieduta proprio dall’illustre connazionale che insegue il tris di vittorie dopo i trionfi del 1964 e del 1965, e se ai primi due turni prevale senza troppi patemi con il francese Jauffret e il neozelandese Fairlie, al terzo turno lascia per strada un set al giovane americano Stan Smith, che ritroveremo competitivo ai massimi livelli di lì a qualche anno, per poi superare agli ottavi l’altro statunitense Graebner, prendersi una comoda rivincita su Fletcher ai quarti, 6-4 6-2 6-4, ed infilare in quattro set lo yugoslavo Pilic che al quarto turno aveva liberato il campo dalla presenza ingombrante di Emerson, fatto fuori in quattro set. E con Santana che a sua volta cade al debutto con Charlie Pasarell, Newcombe vola da favorito in finale dove ad attenderlo c’è un rivale che non ti aspetti proprio a questo stadio della competizione, il tedesco Wilhelm Bungert, neppure compreso nel novero delle teste di serie e mai oltre i quarti di finale in una prova dello Slam. E sul Centre Court più famoso del mondo, il baffo sbarazzino e seducente di Newcombe, così come il suo tennis senza pecche, hanno nettamente la meglio, per un 6-3 6-1 6-1 che non ammette repliche ed innalza l’australiano al rango di campione.

In effetti la stagione 1967 è la migliore in carriera per John, che prima che il tennis diventi open e lasci spazio al rientro dei fuoriclasse estromessi dal professionismo, vince anche gli Us Open, 6-4 6-4 8-6 su Graebner, per poi conoscere due stagioni senza acuti, con gli ottavi a Wimbledon nel 1968 quando a negargli la chance del bis è Ashe che lo batte in cinque set, e la finale del 1969 quando trova ancora sulla sua strada Pilic e Fairlie, così come Anderson e Stolle, per poi superare l’olandese Okker ai quarti e Roche in semifinale prima di dover soccombere alla classe di Laver che in finale ha la meglio in quattro set, 6-4 5-7 6-4 6-4, in quello che sarà l’anno per lui del secondo Grande Slam.

L’appuntamento con la vittoria a Wimbledon è solo rimandato al 1970, quando Newcombe, che ha “passato” il Roland-Garros per arrivare a Londra nel pieno dei suoi mezzi fisici, si presenta da testa di serie numero 2, dovendo confrontarsi ancora con Laver. Ma stavolta il “rosso” non tiene fede al suo status di favorito, incocciando agli ottavi di finale nell’ardore del beniamino di casa, Roger Taylor, che dopo aver cominciato in sordina surclassa l’australiano non certo in giornata di grazia. Newcombe, che nel frattempo non ha concesso opportunità alcuna a Barth, Kalogeropoulos, Davidson e Ralston, dà vita nei quarti ad un match epocale con Emerson, infine battuto 11-9 al quinto set, demolendo poi lo spagnolo Gimeno in semifinale per guadagnarsi l’atto decisivo con il “vecchio” Ken Rosewall. Che dell’alto dei suoi quasi 36 anni vorrebbe tanto rompere il sortilegio con i Championships, dove ha già perso in finale nel 1954 e nel 1956, ma ancora una volta ad aver ragione è la maggior freschezza di Newcombe che a furia di servizi vincenti e voleè che atterrano nei pressi delle righe fa suo il secondo titolo a Wimbledon.

Che poi diventano addirittura tre dodici mesi dopo, 1971, quando ancora una volta Laver, Newcombe e Rosewall capeggiano il seeding, a certificare il dominio australiano su erba. In effetti i tre favoriti giungono ai quarti perdendo un paio di set per strada (Laver con il sudafricano Moore e l’olandese Okker), palensando un’unica incertezza (Newcombe nel terzo set della sfida degli ottavi con il sovietico Metreveli) e soffrendo oltre le previsioni (Rosewall costretto al quinto set nel match di secondo turno con Carmichael), per poi vedere i loro sogni di vittoria infranti da Tom Gorman che in soli tre set sorprende Laver e dallo stesso Newcombe, che anticipa in semifinale la rivincita con Rosewall imponendo ancor più la legge del più forte, 6-1 6-1 6-3. E visto che Gorman già può ritenersi soddisfatto di figurare tra i migliori quattro, ecco che in finale John trova di là dal net quel Stan Smith che qualche anno prima aveva dato segnali di eccellente attitudine al gioco sui prati londinesi. Puntualmente confermati in una sfida agguerrita, che l’americano pare indirizzare per il verso giusto vincendo secondo e terzo set dopo aver perso il primo, cedendo invece alla rimonta del campione in carica che anche contro di lui rivela insospettabili doti di gran combattente imponendosi, esattamente come l’anno precedente, al quinto set.

John Newcombe cala il tris ed è exploit, credetemi, che sul Centre Court di Wimbledon non è certo riuscito a molti. Sinonimo di grandezza assoluta.

MAUREEN CONNOLLY, PRIMA FUORICLASSE DEL TENNIS MONDIALE, VITTIMA DI UN TRAGICO DESTINO

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Maureen Connolly – da:xgames.espn.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel tennis, specialmente in campo femminile, è alquanto sovente vedere atlete poco più che ragazzine giungere ai vertici della specialità, anche se per alcune di esse – come nel caso di Tracey Austin, tuttora la più giovane ad essersi aggiudicata gli US Open all’età di 16 anni, 8 mesi e 28 giorni – tale exploit iniziale non è poi abbinato da una continuità di risultati.

Costanza di vittorie che, viceversa, ritroviamo in due Campionesse di epoca più recente, prima fra tutte la tedesca Steffi Graf, che a 20 anni si era già aggiudicata ben 8 tornei del Grande Slam, ivi compreso il poker nel corso di un medesimo anno, il 1988, cui aveva fatto seguito la serba Monica Seles, anch’essa con 8 titoli al proprio conto prima del compimento dei 20 anni e con due tre quarti di Slam consecutivi, nel 1991 e ’92, prima che la sua carriera venisse pesantemente condizionata dall’atto di un folle fanatico tifoso della Graf che l’accoltella alla schiena al Torneo di Amburgo a fine aprile ’93.

Un evento dal quale la Seles non riesce completamente a riprendersi, tornando a vincere un ulteriore Torneo dello Slam trionfando agli Australian Open ’96, ma che consente di introdurre il personaggio della nostra storia odierna, di fronte al quale le imprese delle citate tenniste impallidiscono, in quanto a 20 anni ancora da compiere stava per andare alla ricerca del suo decimo successo in un Torneo del Grande Slam, se solo un destino avverso non avesse deciso diversamente e, come vedremo, in modo ben più tragico.

Maureen Connolly, poiché è di lei che stiamo parlando, nasce a San Diego, in California, il 17 settembre 1934 e sin da bambina si appassiona all’equitazione, ma la madre – che aveva divorziato dal marito quando Maureen aveva appena tre anni crescendola assieme ad una zia – non era in condizione di poterle pagare le relative, costose lezioni, così che fu costretta ad indirizzarsi verso il tennis, disciplina che inizia a praticare all’età di 10 anni sotto la guida di Wilbur Folson, che ne intuisce il talento naturale mentre tira i primi colpi con la racchetta dopo aver svolto attività di raccattapalle.

C’è un piccolo problema da risolvere però, un qualcosa che oggi viene visto come un’arma in più ma che all’epoca, stiamo parlando di fine anni ’40, era considerato un limite per un tennista, vale a dire il fatto che Maureen è mancina, e poiché in quel periodo nessun atleta che impugnasse la racchetta con la mano sinistra era salito ai vertici della specialità, ecco che l’adolescente californiana trasforma il proprio modo di giocare sino a possedere uno dei più devastanti dritti della storia del tennis.

Introdotta ai primi fondamentali di tale sport, il passaggio alle più alte vette internazionali giunge per Maureen grazie al fatto di passare sotto l’ala protettiva di Eleanor Tennant, all’epoca l’indiscussa leader quale coach nel mondo del tennis femminile americano e che aveva condotto Alice Marble alla conquista di quattro titoli agli US Open dal 1936 al 1940.

Ed i progressi sono talmente evidenti che le consentono di iscriversi, non ancora 15enne, agli US Open del 1949 in programma sul cemento di Forest Hills, dove viene eliminata al secondo turno, così come l’anno seguente )in cui a compiere l’impresa di lesa maestà è Doris Hart che avrà modo di pentirsi, nel tempo, per tale impudenza …) per quelle che, badate bene, saranno le sue due sole sconfitte (!!) nei Tornei del Grande Slam disputati …

Salita nel Ranking mondiale grazie ad affermazioni in Tornei minori ed aver contribuito – con una facile vittoria 6-1, 6-3 sulla britannica Kay Tuckey – al netto successo degli Stati Uniti nel tradizionale appuntamento della “Wightman Cup” del 1951 contro le tenniste del Regno Unito, la Connolly si presenta agli US Open ’51 come quarta testa di serie, con pertanto una potenziale previsione di semifinalista.

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La Formazione Usa nella Wightman Cup” – da:dallasnews.com

Occorre a questo punto fare una doverosa precisazione sul livello delle avversarie della 17enne californiana, da cui se ne può trarre la relativa grandezza, visto che il periodo a cavallo degli anni ’50 è uno dei più floridi nel panorama tennistico femminile d’oltre Oceano, che ha visto dominare nel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale Louise Brough – con cinque titoli a suo favore, tra cui tre successi consecutivi a Wimbledon tra il 1948 ed il ’50 – e la sua compagna di doppio Margaret Osborne duPont che si aggiudica sei titoli del Grande Slam tra cui il tris consecutivo dal 1948 al ’50 agli US Open, per poi fare sfracelli in coppia con 10 affermazioni consecutive (!!) agli US Open durante l’intero arco degli anni ’40, cui uniscono cinque vittorie a Wimbledon (di cui tre consecutive tra il 1948 ed il ’50) e tre al Roland Garros.

Iniziata la loro parabola discendente – nel 1951 la Osborne duPont compie 33 anni e la Brough 28 – le stesse vengono degnamente sostituite da una nuova coppia formata da Doris Hart e Shirley Fry, anch’esse eccezionali doppiste che dominano tale specialità nel successivo decennio con 15 Finali disputate nei Tornei del Grande Slam riportando in 11 occasioni il successo, nel mentre a livello individuale la Fry giunge in 8 occasioni all’atto conclusivo con 4 vittorie ed altrettante sconfitte e la Hart è, al contrario, molto più costante, risultando ben 18 volte finalista, pur se con soli 6 titoli nel proprio Palmarès, in larga parte “merito” (o “colpa”, dipende da quale angolatura si guardi …) della Connolly, di cui diviene la vittima preferita, avendole per quattro volte sbarrato la strada verso la gloria.

Questa digressione – utile a comprendere la competitività dell’epoca – è stata necessaria per comprendere la valenza delle affermazioni della Connolly, la quale, raggiunte con irrisoria facilità le semifinali degli US Open ’51, dapprima infligge un doppio 6-4 alla Hart per poi venire a capo di una combattuta Finale contro la Fry, risolta a proprio favore per 6-3, 1-6, 6-4 dimostrando di possedere – a dispetto della giovane età – il carattere necessario per superare il “passaggio a vuoto” del secondo set, peraltro uno dei pochissimi da lei persi nella pur breve carriera.

Conquistata l’America, per Maureen è tempo di farsi conoscere anche nel Vecchio Continente e la sua prima esperienza sull’erba, nel “Tempio del Tennis Mondiale” a Wimbledon nel 1952, è di quelle che restano indimenticabili per più serie di motivi.

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Maureen Connolly al Torneo di Manchester ’52 – da:gettyimages.it

Presentatasi nella capitale londinese dopo essersi aggiudicati i Tornei di Surbiton e Manchester ed aver contribuito alla consueta “passeggiata” degli Stati Uniti sulla Gran Bretagna nella “Wightman Cup”, la Connolly subisce un infortunio alla spalla durante il Torneo al Queen’s Club, oggi riservato ai soli uomini, notoriamente ritenuto come la migliore anticamera prima del British Open.

Detta circostanza induce la sua allenatrice Tennant a consigliarle di rinunciare a Wimbledon per il rischio di peggiorare il proprio infortunio con possibili gravi conseguenze a medio-lungo termine, un invito per nulla gradito dalla Connolly che, per tutta risposta, convoca una conferenza stampa in cui, oltre a confermare la sua presenza nel Torneo, comunica la propria decisione di licenziare Eleanor Tennant come coach …!!

Quello che, a prima vista, sembra un atteggiamento quantomeno frettoloso, fa ricredere tutti allorché, due settimane dopo, è proprio Maureen a ricevere il simbolo del trionfo sull’erba londinese, non senza aver dato un’ulteriore prova di carattere, quando sembra sul punto di cedere – sotto 4-5, 15-30 e seconda palla di servizio – nel terzo set contro la britannica Susan Partridge prima di far suo il parziale (e quindi il match) per 7-5, per poi recuperare dal 5-7 del primo set contro l’australiana Thelma Long nei Quarti di Finale (6-2, 6-0 i successivi due parziali) e quindi concludere in bellezza contro le connazionali Fry (6-4, 6-3 in semifinale) e Brough nella Finale, sconfitta 7-5, 6-3 a dispetto degli 11 anni di differenza.

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Connolly e Brough a Wimbledon ’52 – da:pinterest.com

Confermato il titolo dell’anno precedente all’edizione ’52 degli US Open, che vede le “fantastiche quattro” del tennis Usa raggiungere le semifinali – con la Hart a superare 9-7, 8-6 la Brough e Connolly a far suo per 4-6, 6-4, 6-1 il match con la Fry – solo per far prendere conoscenza alla Hart la “maledizione” che la perseguiterà per un anno intero nei confronti di Maureen, che la supera per 6-3, 7-5, la stagione 1953 è quella della definitiva consacrazione per la non ancora 19enne californiana, che non conosce ostacolo alcuno sul suo cammino.

Prima tappa, gli Australian Open, Torneo all’epoca in larga parte disertato dai tennisti non appartenenti al Continente australe, e difatti, le sole due americane teste di serie – nonché compagne di doppio – si affrontano in Finale con la Connolly ad aver facilmente ragione per 6-3, 6-2 della connazionale Julie Sampson, assieme alla quale si aggiudica anche il doppio avendo la meglio in due set (6-4, 6-2) sulla coppia australiana Beryl Penrose/Mary Bevis Hawton, per quella che è la sua unica partecipazione a tale competizione.

Ben diverso è il primo approccio della Connolly sulla terra rossa del Roland Garros, dove la concorrenza è molto più agguerrita, prova ne sia che nei Quarti le quattro tenniste americane ancora in lizza sono abbinate a tre francesi ed una britannica, ma come suol dirsi, “invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia” e tutte le rappresentanti del vecchio Continente devono alzare bandiera bianca e far sì che anche gli Open di Francia si trasformino in una sorta di Campionato nazionale a stelle e strisce, con Maureen a mettere in fila dapprima Dorothy Head in semifinale con un doppio 6-3 e quindi far capire alla Hart che per lei non ci sono chances di vittoria, superandola con un netto 6-2, 6-4 nella sfida decisiva.

Hart che, assieme alla compagna di doppio Fry, si prende una platonica rivincita facendo suo il titolo del doppio con il punteggio di 6-4, 6-3 sulla coppia Connolly/Sampson, ma per lei le umiliazioni erano ben lungi dal dichiararsi concluse.

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Doris Hart e Maureen Connolly nel 1953 – da:wikimedia.org

Con entrambe le amiche/rivali al top della condizione nel luglio ’53 londinese, le stesse giungono in Finale al Torneo di Wimbledon senza aver perso neppure un set, e se la Hart ha conosciuto una certa resistenza solo nel Quarto di Finale contro l’ungherese Zsuzsa Kormoczy (superata con un doppio 7-5), il cammino della Connolly è talmente impressionante che merita di essere riportato, avendo la stessa via via travolto la sudafricana Dora Kilian (doppio 6-0), la britannica Petchell (doppio 6-1) e l’altra britannica Anne Shilcock (6-0, 6-1) per poi avere ragione della tedesca Erika Vollmer (6-3, 6-0) nei Quarti ed infliggere la consueta lezione alla connazionale Fry in Semifinale, schiantata con un doppio 6-1.

Con soli 8 games persi in cinque incontri, la Connolly è la logica favorita dei bookmakers per confermare il titolo dell’anno precedente, ma in Finale la Hart, di 9 anni più anziana, la mette a dura prova, costringendola a sciorinare il suo miglior tennis per avere la meglio al termine di due combattutissimi set che infiammano il competente pubblico del Campo Centrale e che la vedono spuntarla per 8-6, 7-5 tanto da suscitare l’ammirazione di uno dei più accreditati giornalisti dell’epoca, tale James Lionel Manning , che sulle pagine del “Sunday Dispatch” è portato a concludere che “Non esisterà mai la perfezione nello Sport, ma ritengo di non esservi mai andato così vicino come nell’ammirare Maureen nella Finale di ieri …!

La Hart, in coppia con l’inseparabile Fry, si vendica della frustrazione infliggendo alla Connolly ed alla Sampson una severa punizione in doppio, che la vede, per una volta, stabilire un altro record, ma in negativo, vale a dire subire un umiliante doppio 0-6 che non ha eguale nella storia del British Open.

Ma alla Connolly, a meno di un mese dal compimento dei 19 anni, interessa solo completare il Grande Slam nell’arco di una sola stagione, impresa che sino a tale data, era stata compiuta esclusivamente dall’americano Don Budge nel 1938, nel mentre nessuna donna era mai riuscita a tanto.

E, con un percorso pressoché similare a quello londinese, cadono sotto i colpi della sua racchetta le malcapitate Jean French (6-0, 6-1), Pat Stewart (6-3, 6-1) e Jeanne Arth (6-1, 6-3), per poi avere ragione ai Quarti della connazionale Althea Gibson per 6-3, 6-2 ed infliggere alla Fry la medesima umiliazione di Wimbledon, vale a dire un doppio 6-1 in semifinale per riproporre altresì analoga sfida con la Hart che, per la terza volta consecutiva nel corso della stagione, deve inchinarsi, stavolta ben più nettamente, con un 6-2, 6-4 che lascia ben pochi spazi a repliche di sorta.

Raggiunto il vertice assoluto della specialità da parte della Connolly, il mondo del tennis si interroga sulle qualità di questo fenomeno, concordando sul fatto che la qualità del gioco dalla medesima espresso faccia sì di coniugare il desiderio materno che l’avrebbe voluta una etoile della danza classica, tanto le sue movenze sui vari terreni, fossero essi in terra battuta, erba o cemento, altro non erano che poesia pura.

La sua forza consisteva in un approccio all’epoca pressoché sconosciuto, costituito da una rara potenza e precisione negli scambi da fondocampo, che le consentivano di giungere al punto ancor prima di seguire i propri attacchi a rete, una particolarità così sintetizzata dal celebre cronista del “New York Times”, Allison Danzig: “Maureen, con l’assoluta perfezione del suo tempismo, fluidità di gioco, equilibrio e sicurezza che mette nei propri colpi, ha sviluppato il dritto più micidiale che si sia mai visto sinora”.

Tutte qualità che consentono alla Connolly d avviarsi a festeggiare i suoi primi 20 anni proseguendo in una striscia di imbattibilità che non conosce eguali e, dopo aver conquistato sei titoli in altrettanti Tornei consecutivi del Grande Slam, salta l’edizione ’54 degli Australian Open per concentrarsi suoi più importanti appuntamenti stagionali, ad iniziare dalle conferme dei titoli sia al Roland Garros – per una volta snobbati dalle sue connazionali – che a Wimbledon.

Senza la concorrenza delle sue compagne nella “Whigtman Cup”, il cammino di Maureen sulla terra rossa parigina si risolve in poco più di un semplice allenamento, presentandosi alla Finale del 30 maggio ’54 avendo perso solo 10 games in cinque incontri, nonché distrutto 6-0, 6-1 l’azzurra Silvana Lazzarino in semifinale, prima di regolare 6-4, 5-1 la francese Ginette Bucaille, così da completare la doppia esperienza sulla terra rossa con un record di 10 incontri vinti senza subire sconfitte ed un solo set perso (nei quarti del ’53 contro la Partridge, nel frattempo divenuta Chatrier, superata 3-6, 6-2, 6-2).

Altrettanto impressionante il percorso a Wimbledon, dove nel consueto “duello in famiglia” tra americane, la Connolly infligge due pesanti doppi 6-1 alle connazionali Osborne duPont nei Quarti e Betty Pratt in semifinale, prima di respingere il disperato tentativo della oramai 31enne Brough di tornare sul trono londinese, superandola per 6-2, 7-5 nella Finale del 3 luglio ’54.

Con una tripla esperienza nella capitale britannica conclusa con 18 vittorie in altrettanti match disputati e due soli set persi nella già ricordata edizione ’52, sono in molti, per non dire quasi tutti gli addetti ai lavori, dai tecnici ai giornalisti ed alle stesse avversarie, a domandarsi dove potrà arrivare questo dominio così netto, visto che Maureen si appresta a festeggiare il suo 20esimo compleanno, che cadrebbe il 17 settembre, arricchendo la sua bacheca di trofei con il decimo titolo dello Slam agli US Open ’54, la cui Finale è prevista il 6 settembre.

Ma, dove non sono riuscite a fermarla le sue avversarie, vi riesce il fato, tradita dalla sua passione per i cavalli, che la vede il 20 luglio ’54, protagonista di un incidente mentre è in sella a “Colonel Merryboy”, allorché una betoniera mette paura all’animale, facendo cadere la tennista ed il cavallo che le frana addosso procurandole una doppia frattura alla gamba destra, che la costringe al forzato e prematuro ritiro.

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Maureen Connolly dopo l’infortunio – da:gettyimages.it

In sua assenza, la Hart riesce finalmente a far suo il titolo, che poi bisserà l’anno seguente, mentre la Storia del tennis non saprà mai quali livelli avrebbe raggiunto la carriera di Maureen, che comunque non fa un dramma del suo incidente, e, dopo aver ricevuto un indennizzo di 95mila dollari per l’infortunio subito, può dedicarsi al suo amore per i cavalli e la famiglia, sposando nel 1955 Norman Brinker, un membro della squadra di equitazione degli Stati Uniti alle Olimpiadi di Helsinki ’52, unione da cui nascono due figlie, Cindy e Brenda, nel 1957 e 1959 rispettivamente..

Felicemente sposata, Maureen potrebbe vivere una vita normale, restando parzialmente legata al mondo del tennis in veste di corrispondente per quotidiani americani e britannici in occasione dei principali Tornei sul suolo degli Stati Uniti, nonché attraverso la “Maureen Connolly Brinker Foundation” per promuovere tale disciplina a livello giovanile.

Ma il destino non aveva ancora smesso di accanirsi contro di lei, venendole diagnosticato un tumore ovarico nel 1966, una malattia che purtroppo ebbe ad espandersi negli anni successivi portandola a subire un terzo intervento chirurgico allo stomaco il 4 giugno ’69 quando le sue condizioni erano già disperate, tanto che la sua breve vita si conclude poche settimane dopo, il 21 giugno, all’età di appena 34 anni.

Di quella che è indubbiamente stata la più forte tennista “under 20” di ogni epoca ed i cui limiti non ci è stato possibile conoscere, restano le testimonianze contenute nella sua autobiografia pubblicata nel 1957, in cui di sé stessa racconta come “ho sempre creduto che il successo sui campi di tennis fosse il mio destino, un destino oscuro in cui a volte il terreno di gioco diventava la mia giungla segreta ed io un cacciatore solitario e spaventato, come se non fossi altro che una bambina piena di odio e paura, la cui unica arma di difesa era una racchetta dorata”.

Non poteva certo sapere al momento, Maureen, che quel “destino oscuro” le avrebbe riservato un altro ben più pesante fardello contro cui non è stato sufficiente lottare con la consueta tenacia, l’unico che può “vantarsi” di averla sconfitta …

MARAT SAFIN, BELLO E DANNATO TANTO DA DOMINARE SAMPRAS AGLI US OPEN 2000

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Safin con il trofeo degli US Open 2000 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Provate un po’ ad immaginare quel che avrebbe potuto vincere in carriera quel mattacchione di Marat Safin, se solo fosse stato un po’ meno bello e dannato e magari più dedito all’allenamento e anche più conforme ad una vita da atleta. Già, perché il russo baciato da un talento portentoso, aveva troppo spesso ben altro a cui pensare, che non fosse il tennis, sempre sospeso tra l’esprimere al massimo il suo potenziale da primo della classe e cedere alle tentazioni della bella vita. Perché, sia chiaro, con tutto quel popò di belle donzelle che lo seguivano ovunque era dannatamente impegnativo concentrarsi esclusivamente su quel che accadeva in campo.

E non si può certo negare che tutto ciò non fosse evidente fin dall’inizio. Perché questo ragazzone russo, nato a Mosca il 27 gennaio 1980, aveva tutto, ma proprio tutto, per affermarsi su un campo da tennis. Un fisico da granatiere, tanto per cominciare, una potenza fuori dal comune, tanto per proseguire, gran tocco di palla e mano educata, tanto per finire. Un mix che non avrebbe potuto che produrre frutti copiosi, se solo il buon Marat avesse voluto accompagnare il tutto con una dose sufficiente di determinazione, senso del dovere e propensione alla fatica. Il che, appunto, gli è mancato in parte, altrimenti gli albi d’oro del primo decennio del nuovo Millennio avrebbero tracciato il suo nome tra gli immortali ben più di quel che è successo a due riprese, a far data US Open 2000 e Australian Open 2005, con l’aggiunta nondimeno della prima posizione del ranking.

Che la stoffa sia pregiata se ne ha sentore già in quell’edizione 1998 del Roland-Garros, quando Safin, poco più che 18enne costretto a passare per le forche caudine delle qualificazioni, entra in tabellone e prende a bacchiolate prima Agassi, che vincerà il torneo l’anno dopo, poi Kuerten, che il titolo invece l’ha vinto l’anno prima, arrendendosi infine solo a Cedric Pioline agli ottavi in cinque set. Non certo appagato, anzi, Marat rinnova un posto tra i migliori sedici in una prova dello Slam anche agli US Open, costretto a cedere a Sampras in tre set, ma il russo ha occhio vigile, prende, incassa e porta a casa non solo una cocente debacle, ma pure una dose massiccia di esperienza e insegnamenti sullo stato tennistico di Pistol Pate. In attesa, caso mai se ne ripresenti l’occasione, di prendersi la rivincita. Come puntualmente avviene due anni dopo, nel 2000.

Safin, che nel frattempo ha vinto un primo torneo a Boston (1999, in finale con Greg Rusedski), ha colto il successo in un Master 1000 (2000, contro il carneade israeliano Harel Levy dopo aver battuto proprio Sampras) ed ha infiltrato la top-ten (numero 6 ad inizio agosto), si presenta nel catino ribollente passione e puzza di fritto di Flushing Meadows in qualità appunto di sesta di serie, nella parte bassa del tabellone presidiata dal brasiliano Kuerten, numero 2, e dallo svedese Magnus Norman, numero 3, finalisti sulla terra di Parigi. Agassi, numero 1 del mondo e del seeding nonché detentore del titolo, occupa ovviamente la parte alta, assieme all’amico/rivale Sampras, numero 4, e all’altro russo Kafelnikov, numero 5.

Caso mai ve lo foste dimenticato, Marat ha un seguito senza eguali di belle figliole che puntualmente tengono banco sugli spalti, e sovente, oltre a quelli degli spettatori, catturano gli occhi del bel ragazzone russo. Che ha però eletto lo Slam newyorchese quale palcoscenico per ritagliarsi una fetta importante di notorietà, e pur con qualche distrazione di troppo entra in torneo con un successo sul francese Guardiola, anonimo numero 141 del mondo, che viene scavalcato in 4 set conditi da 23 aces, il 92% dei punti quando entra la prima di servizio ed un 7-5 6-7 6-4 6-4 che richiede 2ore49 minuti di impegno.

Intanto Kurten, secondo favorito della vigilia, inciampa nel serve-and-volley incessante dell’australiano Wayne Arthurs, liberando il campo da un rivale pericoloso, mentre in alto il francese Arnaud Clement demolisce clamorosamente Agassi al secondo turno, 6-3 6-2 6-4, trovando emulazione nello slovacco Dominik Hrbaty che ai sedicesimi di finale fa altrettanto con Kafelnikov, 6-4 7-6 6-1. E con l’eliminazione di tre delle sei prime teste di serie, la storia comincia a farsi interessante per Safin, che al secondo turno abbisogna di ben cinque set per avere la meglio del “vecchio” Gianluca Pozzi che obbliga Marat, in preda a continui soliloqui e fraccassando ben più di qualche racchetta, ad oltre tre ore di lotta serrata, per poi rimanere ancor più a lungo in campo con il francese Sebastien Grosjean che rimonta due set di svantaggio prima di trascinare la sfida al tie-break del set decisivo che Safin, grazie anche a 25 aces, infine si aggiudica con un sofferto 7-5.

Ad onor del vero le difficoltà, così come le distrazioni ricorrenti, non sembrano lasciar molto credito alle possibilità del tennista russo di far suo il torneo, anche se la parte bassa del tabellone perde anche Alex Corretja e Cedric Pioline, rispettivamente numero 8 e 10 del seeding, battuti da Carlos Moya e Todd Martin, così come agli ottavi esce di scena pure Magnus Norman, travolto in quattro set dal tennis efficace e redditizio del tedesco Nicolas Kiefer. Safin, dal canto suo, mette da parte le tentazioni, mulina dritto e rovescio, fa male con il servizio e ricama sotto rete quando è chiamato a giocare di voleé e in poco meno di novanta minuti liquida senza patemi la pratica Juan Carlos Ferrero, killer al terzo turno di un giovanotto di bellissime speranze, tale Roger Federer, battuto con un inequivocabile 6-1 6-2 6-2.

Ormai lanciato Safin, che con il suo numero 6 è ormai diventato il favorito nella parte bassa del tabellone per un posto in finale, si sbarazza proprio di Kiefer in quattro set per poi regalare una dimostrazione di acquisita solidità mentale in semifinale contro Martin, veterano qui finalista l’anno prima, che dopo aver perso netto il primo set, 6-3, deve fare i conti con Marat che nei due tie-break successivi gioca al meglio per infine guadagnarsi l’atto decisivo.

E chi c’è il 10 settembre 200 dall’altra parte del net a fronteggiare il tennis ormai non più avveniristico ma tremendamente attuale di Safin? Ovviamente Sua Maestà Pete Sampras, per quelle rivincita che il russo attende dal 1998. E quel che sta per accadere sul centrale di Flushing Meadows ha i parametri dell’eccezionale. Come eccezionale è il talento di Marat che non conosce incertezza alcuna, eccezionale è la sua capacità di disinnescare il carisma, la classe e l’esperienza del grande avversario, eccezionale è la forza mentale che gli consente, in soli 98 minuti di gioco a senso unico, di mettere a segno 12 aces, vincere l’85% dei punti una volta piazzata la prima di servizio, concedere ed annullare solo due palle-break per un risolutivo 6-4 6-3 6-3.

Marat Safin detronizza il re e sale sul tetto del mondo, a dispetto di tutto e tutti, e quella che si accende nella notte di New York è una stella abbacinante che pare destinata ad aprire un’era tennistica. Non sarà proprio così… ma che importa? Quel russo era un fenomeno e quando ha avuto voglia di dimostrarlo non ce n’è stato proprio per nessuno.

CHRIS EVERT, LA REGINA PIU’ AMATA DI PARIGI

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Chris Evert con la “Coppa dei Moschettieri” – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Lasciate perdere il senso artistico di Helen Wills Moody, la classe offensiva di Margaret Smith Court, l’esplosività atletica di Steffi Graf, l’ardore guerrigliero di Monica Seles, la perfezione stilistica di Justine Henin, la potenza leonina di Serena Williams, la grazia estetica di Maria Sharapova. Ecco… fate conto che questa combriccola di fuoriclasse che hanno fatto la storia del tennis siano destinate ad inchinarsi alla regina che più di ogni altra si è fatta amare a Parigi, dalle parti della Porte d’Auteuil. Nient’altro che Sua Maestà Chris Evert.

Già, Chris. Che solo a citarne il nome provo imbarazzo misto ad adorazione. Quanti della generazione del vostro scriba hanno scoperto, ed amato, il tennis grazie alla “Signora con la racchetta“? Immagino un numero congruo. Perchè lei, Chris, assommava in sè tutte, ma proprio tutte, le qualità espresse dalle altre meravigliose regnanti del Roland-Garros. Chris era arte, sapeva ricamare sul rettangolo di gioco così come far leva su forza, corsa e resistenza, quando c’era da tirar fuori la grinta non era seconda a nessuna e mai, proprio mai, con quella classe che la elevava sul lotto delle avversarie, perdeva in stile, grazia e femminilità. E che con Parigi fosse amore a prima vista, fu chiaro fin dalla prima volta che la biondina americana di Fort Lauderdale mise piede sulla terra francese.

Corre l’anno 1973 e la Evert, non ancora 19enne ma già semifinalista nei due anni precedenti agli US Open così come a Wimbledon nel 1972 dove battaglia in un’epica sfida con Evonne Goolagong, si presenta in qualità di seconda testa di serie, demolendo una dopo l’altra l’australiana Tesch, la giapponese Goto, la cecoslovacca Tomanova, la tedesca Masthoff e la beniamina di casa Françoise Dürr (vincitrice nel 1967), tutte inderogabilmente battute in due rapidi set, per arrampicarsi in finale dove l’attende la prima giocatrice del mondo, proprio Margaret Court Smith che ne infrange il sogno in tre set serrati, 6-7 7-6 6-4.

La sconfitta brucia, ma Parigi è ammaliata da Chris e da quei giorni nessun’altra sarà capace di eguagliare il fascino che l’americana trasmette al pubblico della capitale. Per prendersi la rivincita la Evert deve attendere non più di dodici mesi, nel 1974, quando dopo la sconfitta in finale con Billie Jean King a Wimbledon ed una terza semifinale consecutiva a Forest Hills, accreditata della prima testa di serie, sbaraglia la concorrenza senza perdere un set, battendo in successione tre tenniste uscite dalle qualificazioni, Marsikova, Ruzici (che diverrà nel 1978 a prima e per ora unica rumena a vincere un titolo dello Slam, proprio al Roland-Garros) e Baldovinos-Cibeira, la connazionale Heldman, ancora una volta Masthoff e all’atto conclusivo la sovietica Olga Morozova, costretta ad arrendersi con un netto 6-1 6-2, conquistando il primo successo parigino. Non sarà di certo l’ultimo.

La vittoria in terra di Francia apre un quinquennio in cui Chris domina il tennis femminile, ininterrottamente numero 1 del mondo a fine anno dal 1974 al 1978, mettendo in saccoccia due vittorie a Wimbledon (1974 e 1976) e ben quattro trionfi in fila agli US Open (dal 1975 al 1978), prima dell’apparire sulla scena dell’amica/rivale con cui segnerà un’epoca: naturalmente, Martina Navratilova.

Nel frattempo, nel 1975, al Roland-Garros, Chris concede il bis, liquidando senza patemi Perez-Alcalà, Jausovec, Tomanova, Sawamatsu e la stessa Morozova, prima di dar vita in finale al primo duello all’arma bianca di una certa consistenza proprio con l’imberbe Navratilova, che si prende il primo set prima di cedere alla distanza, 2-6 6-2 6-1, travolta dalla maggior esperienza ed attitudine alla superficie della Evert. Che poi decidere nel triennio successivo di “passare” l’appuntamento parigino, impegnandosi nel World Team Tennis, lega professionistica americana che per qualche anno proverà a diventare un format poi invece destinato a morire.

Sue Baker, Mima Jausovec e Virginia Ruzici ne approfittano per vedersi cingere la testa con la corona, ma è un interregno di breve e forzata durata, perché poi la regina, quella con la R maiuscola, nel 1979 è di ritorno. E i parigini, che non attendevano altro, l’applaudono nuovamente sul trono, una terza volta lasciando per strada un set alla brasiliana Medrado agli ottavi, per infilare nelle partite decisive Ruta Gerulaitis (sorellina di Vitas), Dianne Fromholtz e Wendy Turnbull, per poi calare il poker nel 1980, stavolta concedendosi una distrazione con la tedesca Bunge agli ottavi e con Hana Mandlikova in semifinale prima di uno squilllante 6-0 6-3 in finale con la Ruzici.

A fine carriera la Evert vanterà tredici partecipazioni totali al Roland-Garros con sole sei sconfitte, e due di queste, consecutive e inattese, regalano vetrina e gloria alla stessa Mandlikova, che nel 1981 riscatta il k.o. dell’anno precedente, 7-5 6-4, e a quella Andrea Jaeger, appena 17enne nel 1982 ed annunciata come nuovo fenomeno del tennis in gonnella, che impartisce una severa lezione a Chris, 6-3 6-1. Sappiamo tutti, poi, come si è evoluto la carriera della giovincella dell’Illinois, a secco di vittorie nello Slam, ritirata precocemente ed oggi suora domenicana.

Tempus fugit“, dice il detto, per Chris che si avvia verso le 30 primavere, non prima, però, aver rinnovato l’appuntamento con la vittoria parigina, quinta della serie, nel 1983, quando in qualità di seconda favorita del torneo, status che non conosceva dall’anno del debutto, alle spalle di Navratilova, approfitta della sconfitta agli ottavi della ceca contro Kathy Horvath per far sua la vittoria, palesando qualche incertezza con la Sukova e la solita Mandlikova per poi risolvere facilmente le due partite con la Jaeger, 6-3 6-1 esattamente come l’anno prima, e Jausovec in finale, 6-1 6-2.

Ma per la Evert, che nel 1980 e nel 1981 per le due ultime volte in carriera ha chiuso l’anno come miglior tennista al mondo ma si trova ormai a dover fronteggiare la superiorità sempre più schicciante della Navratilova, è tempo di vedersela con la grande avversaria anche sul tappeto rosso del Roland-Garros come non accade dal lontano 1975, e per i tre anni successivi le due campionesse sono puntuali all’appuntamento con la finale. Ma se nel 1984 non c’è proprio storia, 6-3 6-1 per la ragazza di Revnice che sciorina tutto il suo magnifico repertorio di servizi, attacchi a rete e voleè vincenti, nel 1985 così come nel 1986 gli appassionati che siedono sugli spalti del Court Central hanno modo di assistere a due partite destinate alla leggenda del tennis.

Chris contro Martina è la contrapposizione di due diverse concezioni del gioco del tennis, seppur entrambe volte ad ottenere il massimo risultato. Se la Evert ci mette rendimento e regolarità da fondocampo, la Navratilova risponde con incessanti proiezioni a rete. E la trama è da leccarsi i baffi. Nel 1985 Chris, che lungo la strada che porta in finale ha battuto due ragazzine che faranno strada, Graf e Sabatini, si impone 7-5 al terzo set, e nel 1986 fa meglio ancora, rimontando l’iniziale 2-6 con un duplice 6-3 da antologia che vale all’americana il settimo, ed ultimo, trionfo a Parigi.

La regina, osannata dal pubblico che l’adora, chiude qui la sua striscia di vittorie al Roland-Garros, prima di due ultime recite concluse nel 1987 con una secca sconfitta in semifinale sempre con la Navratilova, 6-2 6-2, e nel 1988 contro una ragazzina terribile che di pagine storiche, pure lei, a Parigi ne scriverà tante, la spagnola Arantxa Sanchez.

Chris Evert saluta e passa lo scettro, con un bilancio complessivo di 72 vittorie, 6 sconfitte e 7 titoli che ancor oggi sono un record al femminile. Ma i numeri, seppur importanti, significano poco, perché se vi avventurate dalle parti della Porte d’Auteuil e chiedete chi è la regina più amata di Francia, sappiate che la risposta è ovvia… perché al cuore non si comanda proprio.