PETR KORDA E QUELL’AUSTRALIAN OPEN 1998 CHE ZITTI’ GLI SCETTICI

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Rios e Korda alla premiazione – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Che Petr Korda avesse nel braccio sinistro classe cristallina era noto a tutti, così come altrettanto a tutti era noto che la sua concentrazione non fosse così solida da assecondarne l’estro tennistico. Ma alla carriera dei campioni baciati dalla Dea bendata, seppur maledetti, quasi sempre viene concessa l’occasione di dimostrarsi tali in un’occasione speciale, e gli Australian Open del 1998 furono la chance attesa da una vita dal ragazzo di Praga.

Classe 1968, predestinato al successo, Korda dà saggi di tocco sopraffino e completezza tecnica fin dall’affaccio al panorama internazionale, raccogliendo solo nel 1991 sul cemento americano di New Haven e sul tappeto indoor di Berlino i primi due titoli in carriera. L’anno dopo è finalista al Roland-Garros, dove soccombe al furore agonistico e alla forza da battitore di baseball di Jim Courier che lo seppellisce sotto il fardello di un pesante 7-5 6-2 6-1, e la batosta è tale che pr qualche anno ancora Petr, pur comparendo a lungo tra i migliori dieci giocatori del mondo e trionfatore nel 1993 alla Grand Slam Cup battendo Sampras in semifinale 13-11 al quinto set e Stich in finale 11-9 sempre al quinto set e per complessive dieci ore di fatica, stenta a confermare quel risultato, comunque di prestigio.

A cavallo tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 Korda raggiunge altresì la piena maturità fisico/tecnica, certificata dal successo ad ottobre all’Eurocard Open di Stoccarda, evento Masters Series, in cui batte uno dopo l’altro Pioline, Rios, Rafter e in finale l’olandese Krajicek, 7-6 6-2 6-4, il che lo proietta all’ottava posizione del ranking. E ad inizio anno nuovo è pronto per i tornei nell’emisfero australe. Debutta, ad onor del vero, a Doha, vincendo il titolo in finale con il “mago” Fabrice Santoro, 6-0 6-3, per poi allinearsi al via del primo Grande Slam stagionale.

A Melbourne Sampras, Rafter, Chang e Bjorkmann capeggiano l’elenco delle sedici teste di serie, con Korda che è il sesto favorito del lotto, vista l’assenza di Kafelnikov, ed è alloggiato nella parte alta del tabellone che, oltre a “Pistol Pete” detentore del titolo, ha nel finalista dell’anno precedente, Carlos Moya, un altro pretendente autorevole ad un ruolo di primo piano. Le attese, però, vengono… disattese, e se Sampras incoccia ai quarti di finale nell’efficacia nei colpi di sbarramento dello slovacco Karol Kucera che lo estromette a sorpresa in quattro set, lo spagnolo non va oltre il secondo turno, fatto fuori da Richard Fromberg che è australiano, ha esperienza da vendere e nel torneo di casa sa farsi rispettare.

Korda, da par suo, debutta lasciando un set all’iberico Portas, scavalca senza patemi gli ostacoli rappresentati da Scott Draper e Vincent Spadea, batte agli ottavi un cliente pericoloso come Cedric Pioline che l’anno prima è pur sempre stato finalista a Wimbledon e ai quarti viene a capo della strenua resistenza di Bjorkmann, infine battuto in rimonta 3-6 5-7 6-3 6-4 6-2. E proprio il successo con lo scandinavo quarta testa di serie dimostra che Korda è in eccellente forma ed è ben deciso a salire su quel tram chiamato vittoria Slam, che per lui è già passato uno volta ma che non fu capace di acchiappare a Parigi. La semifinale con Kucera lo vede favorito e i quattro set risolutivi, 6-1 6-4 1-6 6-2, spediscono il ceco a giocarsi la finale.

La parte bassa del tabellone disattende a sua volta le indicazioni della classifica. Rafter, campione agli ultimi US Open e numero 3 del seeding, esce inopinatamente di scena al terzo turno, battuto da quel colpitore bimane, dritto o rovescio che sia, che risponde al nome di Alberto Berasategui, “vecchio” finalista al Roland-Garros nel 1994 ma non certo a suo agio sulle superfici veloci, che al match successivo riserva medesima sorte ad Agassi, a sua volta battuto in rimonta in cinque set. E quando i due francesi Raoux ed Escudè eliminano al secondo turno Chang e Kuerten e Rusedski e Ivanisevic incocciano nel gioco d’attacco di Woodbridge e Siemerink, ecco che si fa largo in questa falcidia di favoriti un altro che in quanto a talento certo ed altrettanto certa scarsa tenuta mentale ne ha in abbondanza, ovvero il cileno Marcelo Rios.  Il sudamericano, numero 9 del tabellone, batte in successione Stafford, Enqvist, Ilie e Roux, nessuno di loro accreditato dello status di teste di serie, per pi fermare ai quarti di finale la corsa di Berasategui, 6-7 6-4 6-4 6-0, e quella di Escudè in semifinale, 6-1 6-3 6-2, altri due che non hanno classifica compresa tra i primi sedici.

E così in finale si affrontano due giocatori in fotocopia, entrambi mancini, entrambi virtuosi della racchetta, entrambi privi della necessaria affidabilità ad alti livelli. Ma addì 1 febbraio 1998 Korda ha il suo personalissimo appuntamento con la storia, non può tradire chi crede ancora che il suo talento non sia illusione effimera – ad onor del vero è quel che si dice anche di Rios, ma non si vince in due, ovvio -, soprattutto ha dentro quel desiderio di vittoria che mai lo ha posseduto prima. E nel caldo infernale d’Australia, lui che dovrebbe sudare ben più del latinoamericano dai tratti andini, sotto gli occhi della piccola Jessica che applaude il papà in tribuna, cava fuori dal cilindro una prestazione che vale una carriera e con un triplice 6-2 mette infine in bacheca un trofeo che zittisce gli scettici. Il povero Rios è ancora lì che morde il freno… a lui quest’exploit non è mai riuscito.

 

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MAY SUTTON, LA PRIMA STELLA DEL TENNIS AMERICANO

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May Sutton – da tennisforum.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginiamo di esser trasferiti di là dall’Atlantico, ad inizio del Novecento, quando il tennis è sport d’elite ben più di oggi ed ha tratti autarchici. Ebbene, qui esercita e vince una ragazza, May Sutton, nata in Inghilterra, a Plymouth, il 25 settembre 1886, che a sei anni varca l’Oceano con la famiglia per diventare, col tempo, la prima stella acclamata del tennis statunitense.

Siamo in California, a Pasadena, dove il papà di May, Adolfo, capitano in pensione della Royal Navy, ha deciso di godersi il frutto di una vita di lavoro acquistando un ranch. Ed è proprio lui ad avviare allo sport con la racchetta le quattro figlie, May appunto che è la più giovane, Violet, Florence ed Ethel, utilizzando il campo in cemento fatto costruire accanto a casa. Le ragazze ci sanno fare, dominando i tornei californiani e collezionandone ben 18 titoli di stato, obbligando a dire che “per battere una Sutton ci vuole una Sutton“, ma fin da subito il talento di May, dotata di un rovescio magnificamente potente e pure eccellente giocatrice di basket, è tanto evidente che sarà lei a proseguire con una carriera internazionale di livello assoluto.

E i risultati la confortano. Fin da subito. Nel 1904, 18enne, partecipa per la prima volta agli US Open al Cricket Club di Filadelfia, sbaragliando la concorrenza. Nelle cinque partite disputate, lascia solo 10 giochi alle avversarie, demolendo in finale 6-1 6-2 quella Elisabeth Moore che ha già trionfato tre volte ed altre tre volte è stata finalista, vincendo anche la gara di doppio accoppiata a Miriam Hall.

Già in rampa di lancio, seppur giovanissima, la Sutton, che ormai ha nazionalità e passaporto statunitense, opta per andare a raccogliere la sfida delle giocatrici di casa nel tempio già consacrato alla leggenda di Wimbledon. Torna a casa, insomma, e sarà un rientro trionfale. Nel 1905, infatti, dopo aver fatto suo il torneo su erba di Manchester, May si presenta ai Championships quale unica iscritta non britannica, ed infila una dietro l’altra Meyer (6-0 6-0), Stawell-Browne (6-3 6-1), Longhurst (6-3 6-1), Thomson (8-6 6-1), Morton (6-4 6-0) e Wilson (6-3 8-6), accedendo così al Challange Round, ovvero la finale, contro Dorothea Douglass, campionessa in carica degli ultimi due anni, costretta ad arrendersi infine in due set, 6-3 6-4. Il pubblico londinese, ammaliato dal gioco dell’americana che si affida anche ad un dritto liftato che scombussola i piani all’avversaria gettandola fuori dal campo, è stupito per un abbigliamento assolutamente non conforme alla tradizione, con braccia scoperte e una gonna che lascia intravedere le caviglie. La Sutton coglie il primo successo straniero a Wilmbledon e di colpo, seppur già nota al grande pubblico, diventa una star di prima grandezza. Ne dovrà scorrere di acqua sotto i ponti prima che un’altra stella luminosa, Suzanne Lenglen, abbia l’ardire di osare altrettanto.

Con la Douglass, May dà vita ad un triennio di sfide che hanno nel Centre Court il teatro preferito. Nel 1906 i ruoli si invertono e stavolta è la ragazza inglese, di otto anni più anziana, a far percorso perfetto contro Thomson, Meyer, Longhurst, Tulloch e Sterry, per rinnovare poi l’appuntamento con la vittoria imponendosi al Challange Round, dove è la Sutton a vestire i panni della detentrice del titolo, con il punteggio serrato di 6-3 9-7.

Non c’è due senza tre e l’anno dopo, 1907, la Sutton deve nuovamente far fronte alla concorrenza per guadagnare la terza finale consecutiva per affrontare ancora quella che nel frattempo, causa matrimonio, è diventata la signora Lambert Chambers. Slocock (6-2 6-1), Lowther (duplice 6-4), Morton (6-0 6-2), Meyer (6-0 6-3), Bosworth (6-2 6-2) e Wilson (6-4 6-2) sono solo semplici formalità lungo la strada che porta alla terza, ed ultima, sfida della serie. Che poi si risolve in una facile vittoria di May che domina 6-1 6-4 salendo, per la seconda volta, sul trono d’Inghilterra.

A chiusura di un quadriennio di successi, la Sutton torna negli Stati Uniti, si sposa nel 1912 con Tom Bundy, a sua volta buon giocatore tanto da raggiungere la finale agli US Open nel 1910 (battuto da William Larned) e vincere tre edizioni consecutive del torneo di doppio accoppiato a Maurice McLoughlin, e lascia l’attività. Ma un campione non è campione a caso, e May ha modo di tornare a far parlare di sè. Riprende a giocare nel 1921, giungendo per due volte in semifinale agli US Open arrendendosi prima a Molla Mallory, poi a Helen Wills, meritandosi poi a 39 anni, nel 1925, una nuova opportunità in finale di doppio agli stessi US Open con Elizabeth Ryan e la convocazione alla prestigiosa Wightman Cup, per infine raggiungere un’ultima volta i quarti di finale a Wimbledon nel 1929, a 22 anni di distanza dal successo del 1907. Record per record, è pure la prima donna a venir ammessa alla Tennis Hall of Fame, nel 1956.

E visto che il saper giocare bene a tennis è un’arte conosciuta in casa Sutton/Bundy, ecco che nel 1938 la figlia Dorothy, con la quale ha giocato in doppio agli US Open nel 1928 e nel 1929 per un’inedita versione madre/figlia, trionfa agli Australian Open, unico caso della storia in cui genitore e figlio vincono una prova del Grande Slam in singolare. Buon sangue non mente proprio, vero?

 

 

 

KEN ROSEWALL E L’OCCASIONE PERSA A WIMBLEDON 1970

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Ken Rosewall in azione – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Longevità e classe sono i tratti essenziali della carriera tennistica di Ken Rosewall. Che se dal 1953 (prima vittoria agli Open d’Australia) al 1972 (ultimo trionfo nello Slam di casa) ha colto otto successi nei Major pur rimanendo a lungo fuori dai giochi per professionismo, altresì non è mai riuscito a trionfare a Wimbledon, perdendo le quattro finali disputate, dal 1954 con Jaroslav Drobny al 1974 (!!!) con Jimmy Connors. Eppure… eppure qualche anno prima, nel 1970, per poco non sconfiggeva il malocchio sui prati londinesi.

Quell’anno Wimbledon merita più che mai l’etichetta di campionato del mondo su erba. I professionisti sono infine presenti, i migliori non snobbano l’appuntamento e il pubblico, fedele come sempre, dal 22 giugno al 4 luglio riempe le tribune dell‘All England Law Tennis and Croquet Club. Rod Laver, vincitore le ultime quattro volte che ha partecipato e detentore del titolo in virtù del successo dell’anno prima con John Newcombe, è dato in forma smagliante e punta a far cinquina, forte del suo status di numero 1 del mondo e del trionfale cammino in stagione che lo ha visto imporsi in sei tornei, tra questi al Queen’s, tradizionale prologo ai Championships. I rivali più accreditati sono in casa Australia, Newcombe e Roche, teste di serie numero 2 e 4, con Ashe, numero 3, e l’olandese volante Tom Okker, numero 11, possibili outsiders. Rosewall, che va per le 36 primavere, è il quinto favorito e in verità i bookmakers non lo inseriscono tra i possibili vincitori, anche perchè la sua prima parte di stagione è stata povera di risultati di rilievo.

Assente in Australia e al Roland-Garros, Laver non gioca un torneo sull lunga distanza dei cinque set da nove mesi, ed infine paga inaspettatamente dazio. Dopo le facili vittorie con Seewagen (6-2 6-0 6-2) e con Alexander (6-1 6-3 6-3), perde un set con Frew McMillan al terzo turno, per venir poi eliminato agli ottavi da Roger Taylor, beniamino di casa, che lo estromette in quattro manches, vincendo 6-2 6-1 gli ultimi due parziali trscinato dall’entusiasmo del pubblico del Centre Court.

E così, se a sorpresa Laver lascia il torneo, altrettanto a sorpresa Rosewall regala spettacolo, all’inseguimento dell’unico titolo del Grande Slam mancante alla sua collezione. Inserito nella parte alta del tabellone liberata della presenza di Laver, il “vecchio” Ken batte in tre rapidi set Dibley, Barclay e Addison, per lasciare un set a Tom Gorman agli ottavi ed arrampicarsi al match di quarti di finale con il connazionale Tony Roche. La sfida è serrata, Rosewall vince 10-8 un capitale primo set per imporsi infine con il risultato di 10-8 6-1 4-6 6-2, per poi proseguire la sua corsa spengendo l’illusione di Taylor, che dopo Laver ha battuto Graebner ma in semifinale si arrende 6-3 4-6 6-3 6-3. E così, a distanza di 14 anni dall’ultima volta nel 1956, “il piccolo Maestro di Sydney” torna in finale a Wimbledon.

Il pubblico, così come la stampa, si interroga: Rosewall riuscirà a completare il suo exploit? Riuscirà a riparare all’ingiustizia che lo ha privato, nei dodici anni di purgatorio presso i professionisti, di un titolo che avrebbe ampiamente meritato di far suo? Ken è indubbiamente il favorito “sentimentale” della finale, ed è certo che il pubblico si schiererà dalla sua parte. Anche se al suo cospetto di presenta John Newcombe, che invece può vantare i favori del pronostico, già vincitore nel 1967 contro il tedesco Wilhelm Bungert e che nella finale del 1969 ha messo in seria difficoltà Rod Laver. Il suo servizio è devestante e poi… ha dieci anni di meno di Rosewall, il che vorrà pur dire qualcosa alla resa dei conti.

Nel corso del torneo il “bel” John ha battuto, tutti inderogabilmente in tre set, Barth, Kalogeropoulos, Davidson e Ralston, prima di dover faticare le proverbiali sette camicie ai quarti con Roy Emerson, l’altro mammasantissima del tennis australiano, infine battuto solo 11-9 al quinto set. Il 6-3 8-6 6-0 in semifinale ad Andres Gimeno ha aperto a Newcombe le porte della finalissima.

All’atto decisivo il primo set conforta le speranze di vittoria di Rosewall. Solido al servizio ed assolutamente prodigioso in risposta, accumula palle-break una dietro l’altra, ma deve attendere l’undicesimo gioco per convertirne una ed andare a servire per il set, messo infine in cascina 7-5. Newcombe non si scompone. L’efficacia della battuta e il gioco di rete, uniti ad alcune eccellenti ribattute, gli consentono di incamerare il secondo set, 6-3, ed ancor più facilmente il terzo, 6-2, per poi operare d’entrata nel quarto set il break che sembra decidere le sorti dell’incontro. Ma Rosewall può davvero cedere le armi senza aver venduta cara la pelle? Sia mai… e quel che succede poi ha quasi dell’incredibile.

Sul 3-1 per il suo avversario, Ken gioca il tutto per tutto. Vince il proprio turno di sevizio, e al cambio di campo, recuperate le energie ed ancor ben concentrato su quel che deve fare per provare a ribaltare il punteggio, prima costringe Newcombe all’errore in voleè, poi infila il rivale con un passante millimetrico. Un’altra risposta cade nei piedi di Newcombe che può solo rimandare di là dal net per la facile voleè di Rosewall, un doppio fallo infine costa il break del 3-2. Newcombe si scioglie come neve al sole, Rosewall lo azzanna e il clamoroso 6-3 che rimanda la questione al set decisivo è velocemente cosa fatta.

L’ovazione degli appassionati che gremiscono le tribune del Centre Court parrebbe poter trascinare Rosewall, che dopo le due finali del 1954 con Drobny e del 1956 con Hoad perse in quattro set, infine ha la possibilità di giocarsi le sue opportunità al set decisivo. Ma le leggi del tempo non fanno sconto a nessuno, neppure ai campioni più amati, e i 35 anni, quasi 36, di colpo fanno sentire tutto il loro peso sulle spalle di Ken. I 5 set diventano un macigno impossibile da sopportare e Newcombe, che a questo stadio del match si esalta e fa valere la sua freschezza atletica, dilaga con una sinfonia di servizi imprendibili e voleé vincenti, per andare infine a concludere con un eloquente 6-1.

Il titolo e il piatto destinato al vincitore finiscono nella bacheca di Newcombe, ma gli onori e gli applausi, quelli, sono tutti per Ken Rosewall. Che, battuto ma non abbattutto, ci riproverà ancora e nel 1974, esattamente 20 anni dopo la prima volta, e ormai 40enne, ancora una volta sarà tanto bravo da giungere in finale. Ma Jimmy Connors, giovane virgulto in rampa di lancio, farà valere tutta la forza della sua esuberanza giovanile e batterà il maestro. Stavolta senza illusioni.

 

 

1985-1987, LA TRIS VINCENTE DI IVAN LENDL AGLI US OPEN

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Ivan Lendl agli US Open 1985 – da ubitennis.com

articolo di Nicola Pucci

C’è stato un tempo in cui il tennis dell’ex Cecoslovacchia dominava il mondo. Martina Navratilova, ad esempio, che per tutti gli anni Ottanta ha impartito lezioni di serve-and-volley, applicando metodologie scientifiche allo sport con la racchetta. Ed Ivan Lendl, altrettanto d’esempio nella disciplina tattica del gioco e nell’assurgere al rango di incontrastato numero 1.

Il buon Ivan, che poi tanto simpatico dietro quella maschera impenetrabile non lo era davvero, si è costruito un palmares di tutto rispetto, con otto titoli del Grande Slam, 270 settimane da primo giocatore del mondo e 94 tornei certificati in sede ATP. Insomma, uno dei più grandi. Ma se il ragazzo di Ostrava, emulo della stessa Navratilova nella diaspora verso le Americhe e nell’acquisire cittadinanza statunitense, ha colto successi a Parigi – 1984 nell’epica sfida con McEnroe, 1986 e 1987 – e Melbourne – 1989 e 1990 – per venir invece puntualmente respinto a Wimbledon dove vanta due finali e cinque semifinali, elesse il cemento di Flushing Meadows come sua superficie prediletta e calò un tris di vittorie, tra il 1985 e il 1987, che meritano di esser ricordate.

Ad onore del vero Lendl digerisce qualche boccone amaro di troppo, prima di conquistare il rumoroso catino newyorchese. Debutta nel 1979, sconfitto nettamente dal bombardiere Roscoe Tanner al secondo turno, per poi migliorarsi l’anno dopo con i quarti di finale, quando fa percorso netto con i due Mayotte, Tim e Chris, con il francese Tulasne e con il pallettaro Solomon, a cui lascia la miseria di 29 giochi, prima di arrendersi, in qualità di testa di serie numero 10, a John McEnroe, ancora troppo più forte ed esperto, che lo estromette in quattro manches, 4-6 6-3 6-2 7-5.

Nel 1981 il ceco è già accreditato della terza testa di serie, non rispettando però il suo rango nel match che lo vede soccombore agli ottavi a Vitas Gerulaitis, infine vincitore 6-4 al set decisivo. I tempi sembrerebbero maturi per iniziare a raccogliere, invece Lendl conosce l’onta della sconfitta in tre finali consecutive, 1982 quando batte McEnroe in semifinale perdendo poi con Connors, 1983 quando ancora una volta “Jimbo” ne spenge il sogno di gloria in quattro set, 1984 quando è proprio McEnroe a prendersi la rivincita dello smacco del Roland-Garros imponendosi con un comodo 6-3 6-4 6-1.

Tre, lo sappiamo bene, è il numero perfetto. E se a tre prime rappresentazioni senza fortuna hanno fatto seguito, appunto, tre finali senza lieto fine, ecco che Ivan passa alla cassa a raccogliere quanto seminato ed in buona sostanza pure meritato. Tre vittorie una più bella dell’altra.

Si comincia con il 1985, quando Lendl ha da vendicare un cammino Grande Slam non certo soddisfacente, con la semifinale australiana, la sconfitta in finale a Parigi con Wilander e la precoce, nonchè cocente, eliminazione agli ottavi di Wimbledon per mano di quell’estroso campione inespresso che risponde al nome di Henri Leconte. In più, il cecoslovacco ha perso con lo stesso McEnroe le due finali che fanno da preludio agli US Open, a Stratton Mountain 7-6 6-2 e a Montreal 7-5 6-3, pertanto lascia al funambolico americano i favori del pronostico. Ma se c’è una cosa che a Lendl riuscirà perfettamente in carriera, è far tesoro delle sconfitte ed imparare la lezione, e a Flushing Meadows, testa di serie numero 2, sovverte le indicazioni del computer. Sorvola i primi tre turni con Lapidus, Scanlon e De la Pena che raccolgono 16 giochi, lascia un set al qualificato peruviano Yzaga agli ottavi, demolisce il gioco d’attacco di Noah ai quarti, 6-2 6-2 6-4, così come quello di pressione da fondocampo di Connors in semifinale, 6-2 6-3 7-5, per presentarsi all’atto conclusivo proprio con McEnroe, che al primo turno se l’è vista davvero brutta con l’israeliano Shlomo Glickstein. Stavolta Ivan ha preso le misure al rivale, lo rimonta da 2-5 e lo costringe al tie-break nel primo set che fa suo con un eloquente 7-1, per poi non lasciare scampo a “Supermac” che si arrende nettamente nei due parziali successivi, 6-3 6-4. Lendl è re di New York, e insieme al trofeo destinato al vincitore sale anche in cima al ranking, meritandosi per la prima volta lo status di numero 1 del mondo.

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Ivan Lendl con il trofeo – da pinterest.com

E da numero 1 del mondo Ivan abborda il 1986, che gli regala il secondo successo al Roland-Garros con Pernfors, l’ennesima delusione erbivora battuto in finale da Boris Becker, ed un’estate di preparazione che se lo vede vincitore con lo stesso Becker a Stratton Mountain, altresì lo vede incappare in Kevin Curren a Toronto che lo estromette a suon di aces, 7-6 7-6. Ma Lendl è nondimeno il pretendente più autorevole alla vittoria agli US Open, viste anche le premature eliminazioni di McEnroe che cede all’esordio a Paul Anancone, e di Connors che cede al terzo turno a Todd Witsken. Nuovi sfidanti si profilano all’orizzonte, anche se Layendecker, Seguso, Jonas Svensson e Brad Gilbert neanche fanno il sollettico al re nei primi quattro turni. Ai quarti Lendl batte Leconte in quattro set, ed infine sarà l’unico incidente di percorso lungo tutto l’arco di un torneo che vede il ceco battere Stefan Edberg in semifinale, 7-6 6-2 6-3, per poi avere la meglio di Miloslav Mecir, killer di Becker, in finale. Oddio, avere la meglio è proprio un’esagerazione, se è vero che all’atto decisivo Ivan non fa proprio veder palla all’inesperto, e pure impaurito connazionale, infine travolto con un 6-4 6-2 6-0 che non ammette repliche e cementa, caso mai ce ne fosse bisogno, il rango di Lendl quale miglior giocatore in circolazione.

Nel 1987 Ivan copia la stagione precedente, con un terzo successo parigino con Mats Wilander, un’altra sconfitta in finale a Wimbledon, stavolta con Pat Cash che lo annienta con un’esibizione di tennis su erba senza precedenti, per poi disegnare un percorso estivo senza inciampi, vincendo uno dopo l’altro i tornei di Washington (6-1 6-0 a Gilbert), Stratton Mountain (6-7 4-1 con McEnroe costretto al ritiro) e Montreal (6-4 7-6 a Edberg). A Flushing Meadows Lendl punta al poker stagionale sul cemento e al tris agli US Open, come è stato capace di fare proprio McEnroe nel triennio 1979-1981, e in effetti il debutto con il malcapitato Barry Moir non lascia dubbi su quelle che siano le intenzioni del campione in carica: 6-0 6-0 6-0! Il francese Fleurian, l’americano Pugh e lo svedese Jarryd non rappresentano ostacoli faticosi, e ai quarti si ripropone, per Lendl, la sfida delle sfide, quella con McEnroe, nel frattempo scivolato in classifica e accreditato della testa di serie numero 8. Il divario tra i due storici nemici è ampio, la solidità del ceco ha il sopravvento sul tocco geniale dello statunitense che infine lascia strada in tre set, 6-3 6-3 6-4. Così come, in semifinale, è costretto a farsi velocemente da parte l’altro grande avversario dei tempi passati, Connors, abbattuto ben oltre il 6-4 6-2 6-2 a referto. In finale Lendl trova di là dal net il nuovo rivale, che da qualche anno con lui si spartisce la scena, quel Mats Wilander che come Lendl è un esempio di regolarità, costanza e determinazione, nel temperamento così come nel gioco di pressione da fondocampo, ma con un pizzico di potenza in meno. E così, pur nell’equilibrio certificato dal punteggio di 6-7 6-0 7-6 6-4, Ivan cala il tris ed eguaglia il nemico giurato, appunto McEnroe.

Volete a questo punto sapere come va a finire la storia? Lendl non vincerà più dalle parti di Flushing Meadows, finalista comunque nel 1988 battuto proprio da Wilander ed ancora l’anno dopo quando sarà Boris Becker a negargli il poker newyorchese. Ma può pure bastare così… otto finali consecutive, e chi mai c’è riuscito?

 

1928, IL GRANDE SLAM DEI MOSCHETTIERI DI FRANCIA

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I Moschettieri del tennis francese – da lacoste.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1928 tutti gli ingredienti per dare consistenza al concetto di Grande Slam sono pronti, anche se dovrà passare qualche anno prima che l’idea si concretizzi in via definitiva.

E’ l’anno, tanto per cominciare, in cui viene costruito l’impianto del Roland-Garros, reso necessario dopo che la Francia, la stagione precedente, battendo gli Stati Uniti 3-2 a Filadelfia nella finale di Coppa Davis, ha interrotto il dominio di Regno Unito, Usa e Australasia che durava fin dal giorno dell’introduzione della principale rassegna tennistica a squadre, ovvero il 1900. Parigi deve dotarsi di un stadio comparabile a quello già esistente a Wimbledon, in modo che la Federazione transalpina possa vantare un impianto degno della manifestazione e dei suoi protagonisti. L’inverno, pertanto, è speso nella costruzione del nuovo stadio da 13.000 posti, alla Porte d’Auteuil nei pressi del Bois de Boulogne, dedicato allo memoria di un eroe dell’aviazione morto in battaglia nel corso della Prima Guerra Mondiale, Roland Garros appunto, amico di Emile Lesueur, presidente dello Stade Français che insieme al Racing Club de Paris ha il compito di portare a termine l’opera di costruzione.

Insomma, non più solo Australia, Inghilterra e Stati Uniti, ma anche la Francia ormai è una potenza tennistica che si prepara a disegnare la stagione perfetta. Si comincia con gli Open d’Australia, abitualmente disputati nel mese di dicembre, e i padroni di casa attendono l’evento per confermare il dominio che li vede ininterrottamente vincitori del singolare maschile da otto anni, a dispetto delle difficoltà riscontrate in quella stessa Coppa Davis che non fanno loro dal 1919. La Federazione australiana invita i francesi all’evento e Jean Borotra, insieme a Jacques Brugnon e al giovane Christian Boussus, aderiscono con entusiasmo, imbarcandosi per un lungo viaggio agli antipodi che dura sette mesi, passando anche per Sudamerica, Sudafrica e Nuova Zelanda. “Parigi val bene una messa“, è proprio il caso di dirlo, perchè Borotra sbanca il lotto vincendo il singolare maschile (primo francese a riuscire nell’impresa) battendo uno dopo l’altro Harry Hopman, Jack Crawford e Jack Cummings in finale in cinque set, per poi imporsi anche in doppio con Brugnon e nel doppio misto accoppiato all’australiana Daphne Akhurst.

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Henri Cochet – da gettyimages.com

Dal 27 maggio al 7 giugno il Roland-Garros è infine pronto ad ospitare per la prima volta gli Internazionali di Francia su terra battuta. Gli occhi di tutti sono rivolti ai “Quattro Moschettieri” – Lacoste, campione in carica per il memorabile 11-9 al quinto set con Bill Tilden l’anno prima, Cochet, che vinse nel 1926, Borotra e Brugnon – che davanti al pubblico amico sono ben decisi a far valere la legge del più forte. Manca proprio Tilden, il numero 1 del mondo, ma gli australiani sono di ritorno, nuovamente competitivi, e la sfida è aperta. Lacoste, testa di serie numero 1, incrocia lungo il suo cammino un giovanotto timido e di belle speranze, Jack Crawford, battendolo ai quarti di finale con un netto 6-0 6-1 7-5; John Hawkes si spinge fino alle semifinali, eliminando a sua volta Brugnon ai quarti in cinque set prima di cedere, pure lui con punteggio inequivocabile, 6-2 6-4 6-1, allo stesso Lacoste. In finale Renè trova Cochet e come già successo due anni prima i due campioni danno vita ad una sfida memorabile, infine appannaggio di Henri che bissa la vittoria del 1926 imponendosi in quattro set, 5-7 6-3 6-1 6-3, terzo trionfo parigina considerando anche il successo del 1922 quando Cochet ebbe la meglio di Jean-Pierre Samazeuilh. Soprannominato “il mago“, mai Cochet meritò quell’appellativo più del giorno della finale. La Francia, poi, completa un’altra tripletta, con Borotra/Brugnon campioni di doppio e lo stesso Cochet re in doppio misto assieme alla britannica Eileen Bennett Whittingstall.

Wimbledon Ten Great Champions
Lacoste a Wimbledon – da wtop.com

Curiosamente Wimbledon sembra dover essere una passeggiata per i francesi, che hanno vinto le ultime quattro edizioni, due con Borotra e una a testa Lacoste e Cochet che è detentore del titolo. Tilden c’è, seppur ormai 35enne, ed è l’avversario più accreditato. Agli ottavi di finale la Francia è presente con ben sette giocatori, con Borotra che batte Crawford in cinque set, Lacoste che fa altrettanto con l’idolo di casa Bunny Austin, Brugnon e Boussus che in quattro set prevalgono su Patterson ed Edgar Moon, e Cochet che demolisce l’argentino Ronald Boyd in tre rapidi set, 6-4 6-1 6-3. Ai quarti di finale, oltre ai cinque transalpini, accedono lo stesso Tilden, l’azzurro Uberto De Morpurgo e l’altro americano John Hennessey, ma solo Bill, battendo Borotra in quattro set, riesce ad infiltrare come previsto il dominio dei “Moschettieri“, con Cochet che elimina in semifinale in quattro set il 20enne Boussus, sorprendente vincitore ai quarti di finale di un Brugnon in scadente stato di forma. Lacoste-Tilden vale l’altro biglietto d’ingresso alla finale, e a chiusura di un match serrato infine ad imporsi è il francese, in cinque set, facendo suoi i due ultimi parziali. Lacoste e Cochet, dunque, si ritrovano avversari dopo la sfida sulla terra parigina, ma stavolta il risultato si ribalta e Renè, 6-1 4-6 6-4 6-2, prende la sua rivincita battendo l’amico/rivale ed iscrivendo per la seconda volta il suo nome all’albo d’oro più prestigioso del tennis. Cochet si consola poi con la vittoria in doppio, quando con Brugnon batte Hawkes/Patterson in tre set, 13-11 6-4 6-4.

Dopo l’intermezzo di Coppa Davis, che ha visto Tilden, inizialmente accusato di professionismo ma poi miracolosamente riqualificato amatore, battere Lacoste ma non poter impedire alla Francia, nello scenario festante del Roland-Garros, di far sua l’insalatiera d’argento per il secondo anno consecutivo (4-1 in risultato finale), Cochet attraversa l’Atlantico per partecipare agli US Open, tradizionale appuntamento a cui non prende invece parte Lacoste, vincitore delle due ultime edizioni, affaticato dai successi a Wimbledon e in Coppa Davis. Per la prima volta nella storia del tennis un giocatore, Jacques Brugnon, è in lizza per completare il filotto di quattro vittorie nelle quattro prove dello Slam, in questo caso nel torneo di doppio. Dopo Australia e Roland-Garros con Borotra e Wimbledon con Cochet, il francese punta all’en-plein ma in semifinale, con Cochet, si trovano la strada sbarrata dagli americani Lott/Hennessey, in un match che si interrompe per il temporale sul 4-4 del quinto set per riprendere il giorno dopo quando le due coppie, di comune accordo, decidono di ricominciare dall’inizio. I francesi sarebbero decisamente superiori, ma incamerano la miseria di soli sei giochi e il sogno di Brugnon sfuma. Poco importa, in definitiva, perchè la prova di singolare non regala invece sorprese, complice anche l’assenza di Tilden nuovamente accusato di professionismo e quindi impossibilitato a partecipare. Cochet si conferma il giocatore più forte del momento, battendo in finale l’americano Frank Hunter in cinque set.

E così, se Brugnon fallisce il Grande Slam personale in doppio, l’exploit riesce ai “Moschettieri di Francia in singolare, quattro vittorie su quattro. Se a questo si aggiunge il trionfo anche in Coppa Davis, non ci sono proprio dubbi: il 1928 è l’anno bleu-blanc-rouge!

 

AARON KRICKSTEIN, IL TENNISTA PRECOCE CRESCIUTO CON BOLLETTIERI

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Aaron Krickstein – da dailyherald.com

articolo di Nicola Pucci

Nell’agosto del 1983 Aaron Krickstein ha da pochi giorni compiuto 16 anni. Nato ad Ann Arbor il 2 agosto 1967, nel Michigan, da famiglia ebrea, è un predestinato al successo, se è vero che fin dall’adolescenza ha collezionato una serie senza precedenti di vittorie. Ad esempio, difendendo i colori della University Liggett School ha messo in fila ben 56 partite senza sconfitta; nel 1982 è stato campione americano under 16, per poi mettersi in bacheca anche il titolo nazionale tra gli under 18 l’anno successivo. Insomma, Nick Bollettieri, che a Bradenton, in Florida, ha messo in piedi l’accademia che avvia e forgia al tennis corri-e-tira i campioni del domani, lo prende sotto la sua ala protettrice e lo presenta al mondo dei grandi nell’edizione 1983 degli US Open, nel catino di Flushing Meadows.

E qui nasce la nomea di Krickstein nuovo prodigio del tennis stelle-e-strisce, in antitesi a Jimmy Arias, altro prodotto dell’accademia di Bollettieri, di tre anni più anziano e già affermato con il successo a Roma in primavera e una striscia importante di risultati nell’estate americana che precede lo Slam newyorchese. Aaron entra in tabellone beneficiando di un invito degli organizzatori, in virtù proprio del successo ai campionati nazionali, e non tradisce le attese. Mobilissimo da fondo, tatticamente intelligente e in possesso di un dritto esplosivo, Krickstein debutta nel tennis che conta battendo al primo turno un giovanotto scandinavo che farà strada, ma proprio tanta, un certo Edberg, che cede il passo 7-6 al quinto set in una sfida drammatica, per poi demolire il carneade Scott Lipton in tre rapidi set ed incrociare Vitas Gerulaitis, uno che a New York ha fatto finale nel 1979. L’incontro è appassionante, e già come con “Stefanello“, Krickstein evidenzia quello che sarà il suo marchio di fabbrica lungo tutto l’arco della carriera, ovvero la capacità di dare il meglio quando le sfide si allungano, tanto da chiudere l’attività agonistica con un clamoroso record di 27-8 negli incontri decisi al quinto set. Fatto è che con Gerulaitis Aaron va sotto 3-6 3-6, rimonta 6-4 6-3 per poi recuperare da 2-4 al quinto per imporsi infine 6-4, successo che lo proietta agli ottavi. Qui la corsa si ferma contro Yannick Noah, troppo più forte ed esperto, che si impone 6-3 7-6 6-3, ma Krickstein ha mostrato doti non comuni e il tennis di pressione da fondocampo, imposto a giovani bellimbusti in età precoce, diventa un fattore dominante del tennis americano.

In effetti il ragazzo del Michigan entra nel grande giro dalla porta principale, protagonista nel primo Slam disputato e cogliendo già un paio di primati che ancor oggi resistono all’incalzare del tempo: a Tel Aviv, ad ottobre, diventa il più giovane vincitore di un torneo del circuito maggiore, battendo all’atto conclusivo il tedesco Christoph Zipf, 7-6 6-3, per poi l’anno successivo infiltrare la top-ten della classifica mondiale in nona posizione il 13 agosto 1984, a 17 anni e 11 giorni. Ce n’è abbastanza, dunque, per legittimare le speranze che gli americani ripongono in Krickstein, per il dopo-Connors e il dopo-McEnroe, ma le cose, come vedremo, non andranno proprio così.

In effetti Aaron è un eccellente giocatore di pressione, dotato appunto di un colpo di sbarramento sicuramente penetrante e affidabile come il dritto, rovescio bimane e un servizio appena sufficiente, ma per guadagnare le prime posizioni del ranking ci vuole qualcosa di più. Soprattutto, bisogna confidare nell’appoggio della dea bendata. Cosa, ahimè, che manca a Krickstein, visto che gli infortuni limitano il potenziale del giovanotto che troppo spesso è costretto in infermeria, piede, polso o ginocchia che siano. Ciò non gli impedisce, ovviamente, di diventare lottatore indomabile che proprio nei tornei dello Slam riesce a dare il meglio, soprattutto agli amati US Open dove è nei quarti nel 1988, battendo ancora Edberg in cinque set prima di arrendersi a Darren Cahill, e in semifinale nel 1989, sconfitto da Becker, che lo ferma ai quarti anche nel 1990. Proprio ad inizio stagione, il 26 febbraio, raggiunge il suo best ranking in carriera, numero 6, e può infine vantare in bacheca nove tornei all’attivo, che lo innalzano al rango di giocatore di buon livello.

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Krickstein e Connors agli US Open 1991 – da spaziotennis.com

Krickstein resta nel circuito fino al 1996, quando una sequenza di 12 sconfitte consecutive lo convincono che l’usura ormai ha piegato, per sempre, il suo corpo e ridotto all’impotenza il suo gioco fatto di corse e recuperi. Rimangono allora negli occhi di tutti la finale a Montecarlo nel 1992, quando Aaron, su una superficie a lui sicuramente congeniale ma mai praticata con assiduità, prediligendo il cemento, batte lo stesso Becker, Chesnokov e Prpic prima di arrendersi a Muster, 6-3 6-1 6-3; la semifinale agli Australian Open del 1995, con l’ennesimo successo al quinto set con Edberg agli ottavi e la sconfitta per ritiro con Agassi; comunque due presenze agli ottavi di finale a Wimbledon, nel 1989 e nel 1995; soprattutto, Krickstein, con la complicità determinante di Jimmy Connors, suo buon amico in passato e da quel giorno non più gradito, regala all’enciclopedia del tennis la memorabile sfida degli US Open del 1991: da un lato, appunto, il 24enne Aaron, dall’altra il 39enne Jimbo, che infiamma il pubblico, lo trascina dalla sua parte in preda al furore agonistico, infine si impone, in un’altalena di punteggio, 7-6 al quinto set negando a Krickstein il quarto di finale con l’olandese Haarhuis.

Quel match è l’emblema di quel che è mancato a Krickstein per fare il balzo definitivo da bimbo-precoce a campione: quando i grandi acceleravano, lui rimaneva sui blocchi. E così, il pupillo di Bollettieri, si è dovuto accontentare di essere il primo dei secondi.

VICTOR PECCI, IL PLAYBOY CHE FECE INNAMORARE PARIGI

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Victor Pecci al Roland-Garros 1979 – da 2015.rolandgarros.com

articolo di Nicola Pucci

Quando Victor Pecci si presenta ai nastri di partenza del Roland-Garros del 1979, non ha gran pedigreè che lo possa includere tra i pretendenti ad un posto tra i migliori. Paraguaiano di Asuncion, classe 1955, ha colto l’anno prima, proprio sulla terra francese, il miglior risultato in un torneo dello Slam di una carriera ancora giovane, gli ottavi di finale, battuto dal “baffo” messicano Raul Ramirez. Madrid e Berlino nel 1976, Bogotà nel 1978 e Nizza, 6-3 6-2 7-5 ad Alexander qualche settimana prima dell’evento parigino, sono le uniche vittorie in palmares e francamente niente lascia pensare che alla Porte d’Auteuil possa impensierie i candidati al trono di Bjorn Borg. Che appare, ad onor del vro, assolutamente inavvicinabile.

Eppure… eppure Pecci, che qui ha vinto il torneo juniores nel 1973, gioca bene a tennis, prototipo dell’attaccante ad ampio respiro che tanto dà fastidio allo svedese di ghiaccio, che da queste parti, e proprio contro un giocatore che pratica sistematicamente il serve-and-volley, Adriano Panatta, ha conosciuto l’onta della sconfitta, le uniche al Roland-Garros, nel 1973 e nel 1976. Non è accreditato dello status di testa di serie, perché è solo numero 35 del mondo, ma può costituire una mina vagante in un tabellone, che oltre a Borg, ha in Connors, numero 2, Vilas, numero 3, e Gerulaitis, numero 4, gli altri favoriti alla vittoria finale. Con Corrado Barazzutti e Adriano Panatta rispettivamente numero 15 e numero 16 del seeding, l’uno semifinalista nel 1978 demolito da Borg, l’altro vincitore dell’edizione 1976 con Solomon.

Contro ogni previsione Borg, che appunto l’anno prima ha sorvolato il torneo senza cedere un set e lasciando agli inermi avversari solo 32 giochi in 7 partite, denuncia qualche incertezza iniziale, costretto al quarto set prima dal cecoslovacco Smid al primo turno, poi da Tom Gullikson al secondo, prima di scavalcare senza patemi i fragili ostacoli rappresentati dal sudafricano Moore, dal francese Moretton e dal cileno Gildemeister per arrampicarsi come da pronostico alla semifinale con Gerulaitis,  che ha visto le streghe al debutto contro il connazionale Butch Waltts dovendo rimontare da due set sotto prima di liquidare un giovane Ivan Lendl agli ottavi in tre rapidi set ed aver la meglio del “pallettaro” Higueras ai quarti, 6-1 3-6 6-4 6-4. Nella parte alta del tabellone stazione anche Panatta, ma l’Adriano nazionale, dopo due facili vittorie con l’iberico Gimenez e con Jan Kodes, si fa rimontare due set da Eliot Teltscher (più facile a scrivere che a pronunciarsi!) che lo butta fuori dal torneo, ed in buona sostanza il penultimo atto tra Borg e Gerulaitis è quanto di meglio gli spettatori possano meritarsi.

Sotto, le cose vanno invece in modo ben differente. Brian Gottfried, testa di serie numero 10 e finalista nel 1977, perde al terzo turno con Gene Mayer, Barazzutti e Solomon dovrebbero incrociarsi agli ottavi ma si trovano la strada sbarrata proprio da Pecci, che dopo aver battuto Jauffret e Slozil in quattro set, li elimina entrambi, ed entrambi in tre set, 7-5 6-3 7-6 l’azzurro, 6-1 6-4 6-3 l’americano, denunciando un eccellente stato di forma. Non certo appagato, il paraguaiano demolisce ai quarti nel derby sudamericano Guillermo Vilas, finalista l’anno prima, che non ci capisce proprio niente dell’incessante gioco d’attacco del rivale che si impone con un clamoroso 6-0 6-2 7-5. Connors, nel frattempo, tiene fede al suo rango di secondo favorito del torneo cedendo un set ad Orantes agli ottavi ed uno a Dibbs ai quarti e si qualifica a sua volta per le semifinali.

Borg-Gerulaitis e Connors-Pecci, dunque, con tre protagonisti come da copione e l’ospite inatteso a questo stadio della competizione. Tutto lascerebbe pensare ad una finale tra i primi due giocatori del mondo, ma se lo svedese schianta Gerulaitis con un 6-2 6-1 6-0 che non ammette repliche, Pecci, già autore del match perfetto con Vilas, gioca ancor meglio con Jimbo, servendo con buonissime percentuali, attaccando ad ogni occasione e resistendo da fondocampo al pressing dell’americano. Per infine prevalere 7-5 6-4 5-7 6-3, volando a giocarsi una finale Slam. La prima in carriera, sarà anche l’ultima.

Due tennisti, ma anche due uomini diametralmente opposti, quelli che l’11 giugno 1979 scendono sul Court Central del Roland-Garros, per contedersi la corona di re di Francia. Biondo, senza acuti, dedito all’esercizio sportivo lo scandinavo, moro, passionale, con propensione alle donne e al vizio il sudamericano; freddo, regolarista e calcolatore Bjorn, istintivo, attaccante e fantasioso Victor. Ma entrambi acclamati dal pubblico che ne apprezza il contrasto di stile e, soprattutto il gentil sesso, l’avvenenza estetica.

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La premiazione di Borg e Pecci – da dailymail.co.uk

In verità i primi due set non hanno storia, troppo netta la superiorità della contraerea da dietro di Borg che mette in saccoccia un rapido 6-3 6-1. Ma Pecci non può accontentarsi di essere la vittima sacrificale dell'”orso scandinavo“, dopo due settimane da sogno. E nel terzo parziale prende la rete con maggior convinzione, le signorine con nasino all’insù presenti sugli spalti lo incitano senza sosta, i francesi si schierano apertamente dalla sua parte perchè vogliono vedere una partita a tennis, non l’esecuzione tennistica a cui lo svedese li ha abituati da anni, e la sfida si trascina al tie-break. Dove il paraguaiano, con quella magnifica voleè di dritto, con le acrobazie a rete che anticipano di qualche anno quel che sarà il marchio di fabbrica di Boris Becker, con la maglietta Fila che fa tendenza e la Fischer Team metallica, firma l’8-6 che obbliga Borg al quarto set. Qui lotta ancora, perchè sa che un paese intero, il suo Paraguay, si è fermato ad attendere buone notizie da Parigi di quel playboy che sta tentando di fermare il re. Ma la favola non ha un lieto fine, Borg si impone 6-4 al quarto set e Pecci deve accontentarsi aver conquistato il cuore dei transalpini.

Vincerà ancora Victor, ad esempio giungendo in finale agli Internazionali di Roma del 1981 per venir nettamente battuto da Josè Luis Clerc, 6-3 6-4 6-0. Nel 1987 sarà protagonista del clamoroso successo del Paraguay sugli Stati Uniti, 3-2 ad Asuncion battendo Aaron Krickstein nel match decisivo, sposerà modelle e verrà insignato del titolo di Ministro dello Sport. Ma quel che resta, per sempre, è quel sogno Roland-Garros che un bel playboy sudamericano accarezzò soltanto.

 

 

 

1961, LA LUNGA STRADA DI ROD LAVER VERSO IL PRIMO GRANDE SLAM

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Rod Laver vince Wimbledon 1961 – da pixxcell.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1961 Rod Laver ha 23 anni, si è già messo in bacheca il primo Australian Open della sua carriera e sembra pronto a succedere a Neale Fraser, indiscusso dominatore del 1960 con tre titoli dello Slam, Australia, Wimbledon e Open Usa.

Meno precoce dei suoi illustri connazionali Rosewall e Hoad, il mancino di Rockhmpton, classe 1938, fa della dedizione al lavoro e della costanza nel duro allenamento il suo punto di forza, tanto da non rinunciare a sessioni di esercizio anche dopo aver giocato tre partite nel corso di una sola giornata! Insomma, un forzato della racchetta, che sa quel che vuole e che è disposto a tutto pur di arrivare. Anche perchè la concorrenza, in casa Australia, è decisamente difficile da battere.

Laver è un praticante sistematico del serve-and-volley, come gli altri suoi connazionali del resto, a cui aggiunge riflessi eccezionali che gli consentono di ribattere al servizio con grande destrezza e di avere un gioco di volo stupefacente. Il rovescio, liftatissimo, è un colpo formidabile, che gli consente di attaccare con efficacia su erba e di difendersi da fondocampo, precursore di coloro che saranno i grandi interpreti del tennis “tagliato” del decennio successivo, Borg e Vilas in special modo.

Dicevamo del numero di campioni, che in casa Australia nei primi anni Sessanta è decisamente congruo. Fraser, appunto, lo stesso Laver ed Emerson formano l’ossatura della squadra di Coppa Davis, ma le seconde linee sono se non altrettanto, similarmente forti. C’è Fred Stolle, coetaneo del “rosso“, che di lì a qualche anno trionferà a Parigi e Forest Hills; c’è Martin Mulligan, che guadagnerà la finale di Wimbledon nel 1962 per poi vincere tre volte gli Internazionali d’Italia e infine diventare proprio italiano nel 1968 per poter giocare in Coppa Davis; c’è Ken Fletcher, che realizzerà il Grande Slam in doppio misto nel 1963 associato all’immensa Margaret Court; c’è Owen Davidson che ripeterà l’impresa nel 1967; e c’è Bob Hewitt, altro specialista del doppio, che a sua volta opterà per la nazionalità sudafricana andando a formare con Frew McMillan una delle coppie più forti di ogni epoca, ben tre volte vincitore a Wimbledon. Più qualche altro buon comprimario di lusso, come Robert Marks e Bob Howe.

Insomma, gli oceanici sono ben messi, se è vero che nel decennio che va dal 1960 al 1969 metteranno in saccoccia 7 titoli al Roland-Garros, 8 a Wimbledon e 7 a Forest Hills, per un totale di ben 22 vittorie nei tornei del Grande Slam (dal conteggio ho volutamente tenuto fuori il Major di casa), addirittura 18 con finale 100% australiana! Aggiungete poi che Harry Hopman, capitano-allenatore fortunato e competente, porta in giro per l’Europa due giovanotti di belle speranze come John Newcombe e Tony Roche… e tirate le somme, vedrete che l’Australia negli anni Sessanta è padrona della scena internazionale del tennis.

1961, dunque, che si apre con il tradizionale appuntamento degli Australian Open che non sfuggono di certo ai giocatori di casa. Laver è detentore del titolo e prima testa di serie, ma infine ad imporsi è Roy Emerson, il meno dotato dei “protetti” di Hopman e già 25enne, grande specialista del doppio, al primo successo in un Grande Slam, che approfitta dell’assenza di Fraser e batte all’atto decisivo proprio Rod in quattro set, rimontando 1-6 6-3 7-5 6-4.

Quattro mesi dopo la rivincita è attesa sulla terra battuta parigina. Ma qui gli oceanici si trovano a mal partito, su quell’unica superficie che non si sposa perfettamente al loro stile di gioco serve-and-volley. E in assenza degli americani, che hanno “passato” l’evento per meglio prepararsi alla riconquista della Coppa Davis che non è loro dal 1958, è infine Manolo Santana ad alzare la coppa, 4-6 6-1 3-6 6-0 6-2 a Nicola Pietrangeli che si vede così negare il terzo trionfo al Roland-Garros dopo le vittorie nei due anni precedenti.

L’ex-raccattapalle del circolo del tennis di Madrid realizza un percorso mirabile, per avere infine la meglio dell’azzurro: risolto vittoriosamente il match-ball, scavalca la rete per correre ad abbracciare l’avversario in segno di giubilo e rispetto. Gli australiani, dal canto loro, non demeritano, con Laver stesso che si arrende proprio a Santana in semifinale, cedendo 6-0 al quinto parziale dopo aver condotto 2 set a 1. Il rovescio liftato di Rod fa meraviglie ed è un’eccellente arma difensiva sulle superfici lente, Laver si muove bene e dimostra di saper adattare prfettamente il suo gioco alla terra battuta, per competere con i migliori in un futuro ormai prossimo. Il che viene avvalorato dalla vittoria in doppio in coppia con Emerson.

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Laver in azione – da pixxcell.com

Ma sono i prati londinesi di Wimbledon a consentire a Laver di diventare il tennista amatore più forte del pianeta. Dopo aver perso nel 1959 con Olmedo e nel 1960 con Fraser, al terzo tentativo infine Rod fa centro ai Championships. Accreditato della testa di serie numero 2, il mancino soffre al secondo turno, costretto al quinto set dal francese Pierre Darmon, così come ai sedicesimi dal tedesco Bungert, per poi infilare un poker di successi senza più nessuna incertezza. Mentre Fraser, detentore del titolo e primo favorito del torneo, si fa estromettere dal britannico Bobby Wilson e Pietrangeli, numero tre del tabellone, esce per mano dell’americano Christopher Crawford, Laver infila uno dietro l’altro Hewitt agli ottavi, 6-4 6-4 6-2, il cileno Ayala ai quarti, 6-1 6-3 6-2, l’inatteso indiano Krishnan in semifinale, 6-2 8-6 6-2, per poi avere la meglio in finale, il 7 luglio 1961, del giovane studente americano Chuck McKinley, appena 20enne, che nel corso del torneo non ha trovato sulla sua strada nessuna testa di serie, sconfitto con un netto 6-3 6-1 6-4.

Laver sale sul trono del mondo, e a Forest Hills, in un’edizione degli US Open di nuovo nel segno del tennis australiano dopo la parentesi americana di Wimbledon, incrocia all’atto conclusivo l’amico e connazionale Emerson, che lo batte in tre veloci set, 7-5 6-3 6-2, palesando enormi progressi.

La sconfitta non scalfisce la sicurezza di Rod, che riscatta la delusione in Coppa Davis. L’avversario in finale è l’Italia di Pietrangeli e Orlando Sirola, che ha tolto di mezzo in semifinale la versione B degli Stati Uniti, che si presentano al Foro Italico di Roma con i modesti Whitney Reed e Jon Douglas, uscendo inevitabilmente sconfitti per 4-1. Dal 26 al 28 dicembre, sull’erba del Kooyong Stadium di Melbourne, Laver ed Emerson non concedono possibilità alcuna trionfando con un netto 5-0 e lasciando agli avversari, già sconfitti in finale l’anno prima a Sydney, i due soli set strappati da Pietrangeli contro Laver a risultato già acquisito.

Per Rod Laver è la degna conclusione dell’anno che lo elegge numero 1 del mondo… poi verranno il 1962 e le quattro vittorie nelle quattro prove del Grande Slam. Ma questa è epica del tennis, avremo modo di riparlarne.

MARK EDMONDSON, IL NUMERO 212 CHE SBANCO’ GLI AUSTRALIAN OPEN 1976

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Mark Edmondson al servizio – da news.com.au

articolo di Nicola Pucci

Prima e soprattutto dopo ebbe una carriera da onesto mestierante della racchetta, con il 1982 a segnalarsi quale miglior stagione, certificata dalla 15esima posizione del ranking mondiale e la semifinale a Wimbledon dove fu costretto a cedere il passo a Jimmy Connors, 6-4 6-3 6-1, futuro vincitore dei Championships. Ma nel 1976 Mark Edmondson realizza un exploit senza precedenti, e che mai più nessuno sarebbe stato capace di eguagliare, ovvero vincere un torneo del Grande Slam, in questo caso gli Australian Open, da numero 212 del mondo.

Già, è quella la posizione in classifica occupata dall’australiano di Gosford, classe 1954, che ha debuttato nel circuito maggiore l’anno prima proprio nel torneo di casa, cedendo al secondo turno al connazionale John Alexander dopo aver vinto all’esordio in cinque set contro il giapponese Sakai. Edmondson nei ritagli di tempo fa il lavavetri nell’ospedale in cui lavora la sorella, ha vinto un torneo in Tasmania e questo gli ha garantito il posto per gli Australian Open del 1976. Si gioca, come è consuetudine in quegli anni, a cavallo tra la fine di dicembre 1975 e l’inizio di gennaio 1976, sui prati del Kooyong Lawn Tennis Club di Melbourne, e come altrettanto di consuetudine la maggior parte dei campioni diserta l’evento.

Le 16 teste di serie accreditate, in effetti, hanno nel vecchio Ken Rosewall, vincitore a quattro riprese di cui una prima volta nel lontanissimo 1953 e alle soglie delle quarantadue primavere, e in John Newcombe, detentore del titolo in virtù del successo dell’anno precedente contro Connors, i due primi favoriti, con Tony Roche a giocare il ruolo di terzo incomodo in un tabellone che ha nei soli Stan Smith, americano numero 4, l’altro statunitense Charlie Pasarell numero 10 e il sudafricano Ray Moore numero 15 le uniche intrusioni “estere” in un lotto di partecipanti quasi esclusivamente all’insegna dell’autarchia. Lo stesso Connors, Vilas, Borg, Ashe, Orantes e Nastase, che altri non sono che i migliori tennisti in circolazione, si sono ben guardati dal salire in aereo e volare all’altro capo del mondo per uno Slam che non solletica proprio i loro appetiti.

Tant’è, si gioca inderogabilmente serve-and-volley e a Melbourne sono attesi alla recita i campioni di casa. Edmondson, tra questi, proprio non figura, seppur abbia buona attitudine al gioco di volo. Il ragazzo è giovane, “e si farà“, come affermano gli addetti ai lavori, e già la vittoria al primo turno contro l’austriaco Feigl, 6-1 al quinto rimontando da un set sotto, pare non dover concedere al ragazzo il lusso di coltivare particolari illusioni sull’esito del torneo.

Figurarsi. Edmondson ha già un ostacolo impegnativo, se non proprio proibitivo, al secondo turno in Phil Dent, quinta testa di serie che due anni prima ha perso in finale proprio contro Connors, ma Mark è in giornata di grazia ed estromette l’illustre connazionale in quattro set, 6-0 6-4 4-6 6-3 dominando al servizio e nelle sortite a rete. Nel frattempo Rosewall, Newcombe e Roche avanzano senza patemi, mentre Smith denuncia qualche incertezza, obbligato al set decisivo dal modesto John James.

Edmondson prende fiducia e agli ottavi batte in quattro set il neozelandese Brian Fairlie, che gli strappa il primo set, avanzando ai quarti di finale dove lo attende Richard “Dick” Crealy, finalista nel 1970, che a sorpresa batte uno Smith in precarie condizioni di forma liberando il tabellone della quarta teste di serie. Rosewall e Brad Drewett sono gli altri due pretendenti ad un posto in semifinale, mentre la parte bassa del tabellone è presieduta da tre tennisti attesi, ovvero Newcombe, Roche e Ross Case, mentre Ray Ruffels, favorito numero 11, ferma la corsa del francese Patrice Hagelauer, unico europeo presente ad altezza ottavi d finale.

Ai quarti di finale si registrano le vittorie come da pronostico dei due primi giocatori del seeding, Rosewall che abbisogna di quattro set per avere la meglio di Drewett, 6-4 3-6 6-2 6-2, e Newcombe che battendo Case 6-4 6-4 6-1 prosegue la sua marcia esente da macchie. E se i due campioni acclamati dalla folla rispettano il loro rango, le altre due sfide promuovono l’inatteso Ruffels, che viene a capo della classe di Roche 6-4 a quinto, ed Edmondson, che zitto zitto fa fuori in tre set Crealy, 7-5 7-6 6-2, completando da illustre carneade, o quasi, quale ancora lui è, il quartetto che andrà a giocarsi il titolo.

E qui Mark compie il miracolo. Lui, l’allievo, al cospetto del maestro, Rosewall dal meraviglioso rosevescio, disegna il match perfetto in semifinale, imponendosi nello stupore generale in  quattro set decisamente poco equilibrati, 6-1 2-6 6-2 6-4, smascherando i limiti anagrafici del vecchio campione, servendo spesso vicino ai 200 km/h e guadagnando quella finale che alloggiava solo nei suoi sogni ma che nessuno, proprio nessuno, poteva preventivare. Dove ad attenderlo c’è l’altro mammasantissima del tennis australiano, John Newcombe, che ferma la corsa di Ruffels in tre set, 6-4 6-4 7-6, e si presenta all’atto conclusivo con la ferma intenzione di confermarsi campione e far suo lo Slam di casa per la terza volta in carriera.

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Edmondson con la Coppa – da news.coma.au

Il 4 gennaio 1976, al Kooyong Stadium, “un impianto troppo grande per un giocatore di così bassa classifica“, come poco elegantemente ha modo di dire Newcombe prima del match. c’è un bel sole e un caldo opprimente, ma soffia pure un vento persistente che costringe l’arbitro a sospendere la partita per una buona mezzora. E questa condizione, contro ogni previsione, mette in imbarazzo il giocatore più esperto. Che forse paga pure dazio all’imperativo di dover vincere ad ogni costo. La chiameranno “la sfida dei baffi“, perchè questo è uno dei tratti in comune tra i due rivali (l’altro, ovviamente, è lo stile di gioco proiettato all’offensiva costante, nella buona tradizione australiana), ma la differenza di talento è tale che Newcombe non può certo mancare la vittoria.

Soprattutto dopo aver incamerato al tie-break un combattutissimo primo set. Edmondson, che da numero 212 del mondo e alla prima finale in un torneo dello Slam (sarà anche l’ultima, ovviamente) ha tutto da guadagnare e proprio nulla da perdere, non si arrende. Anzi, se Newcombe inzia a sbagliare, soprattutto di rovescio, lui rimette in campo tutto quel che gli capita a tiro di racchetta. 6-3 il secondo parziale, 7-6 un capitale terzo set in cui John fallisce una voleè di rovescio sul 6-5 del tie-break a cui fa seguito un sanguinoso doppio fallo, e infine 6-1 al quarto, con un provvidenziale soffio di vento che respinge l’ultima palla del favorito che muore sul net.

Edmondson è il nuovo campione degli Open d’Australia, curiosamente l’ultimo “canguro” a riuscirci da quel giorno. Tanto inatteso e assolutamente inadeguato che la coppa, benedetto Eolo, gli scivola dalle mani e cade sull’erba. Edizione a sensazione, in tutti i sensi, non trovate?

 

PAT RAFTER E LA MALEDIZIONE DI WIMBLEDON

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Rafter alla voleè – da atpworldtour.com

articolo di Nicola Pucci

Se la memoria non mi trae in inganno, credo che sia l’ultimo interprete di quella specie in via di estinzione che è il giocatore puro di serve-and-volley ad aver iscritto il suo nome all’albo d’oro di un torneo del Grande Slam. Pat Rafter. Ma se l’australiano, bello, educato e magnifico nell’esecuzione al volo, ha trionfato due volte tra i rumori assordanti e la puzza di hot-dog e patatine di Flushing Meadows – 1997 battendo Rusedski e l’anno dopo contro il connazionale Philippoussis -, nondimeno è sempre stato respinto dai prati londinesi di Wimbledon che in teoria sarebbero dovuti essere il luogo perfetto per esaltarne l’indiscutibile talento d’attaccante. Appunto, in teoria, perchè poi entra in gioco la macumba. O maledizione, che dir si voglia.

La prima volta ai Championships, come si suol dire, non si dimentica mai, in verità c’è ben poco da ricordare di quella prima avventura, poco più che 20enne, iniziata e velocemente terminata nel torneo di qualificazione dell’edizione 1992, con la vittoria con il tedesco Patrick Baur (6-7 6-1 6-4) e la successiva sconfitta con Rick Leach (7-6 6-1). Ma il ragazzo apprende il mestiere e già l’anno dopo, 1993, reduce dall’aver battuto a primavera Sampras ad Indianapolis, i campi di Roehampton gli sono amici, quando da numero 178 del mondo elimina il keniano Wekesa, lo spagnolo Calatrava e il britannico Beecher, accedendo infine al tabellone principale. E qui, approfittando di un sorteggio che più benvolo non si può, Rafter debutta con il connazionale Simon Youl, numero 217 del ranking e pure lui uscito indenne dalle forche caudine delle qualificazioni, sbarazzondosene agevolmente 6-3 6-3 6-4, per poi fare altrettanto con un altro qualificato ancora, l’americano Todd Nelson, addirittura numero 360, che cede 7-6 6-4 6-2. I due successi garantiscono a Rafter l’occasione di incrociare Andrè Agassi, e Pat vende cara la pelle, cedendo alla distanza in quattro set dopo aver strappato al “kid di Las Vegas” il tie-break del secondo parziale.

Sembrerebbe l’abbrivio di una bella storia d’amore con il torneo che tutti sperano, un giorno, di mettersi in bacheca, invece l’australiano si trova a dover digerire qualche boccone amaro di troppo. Come nel 1994, quando è numero 21 del mondo ed è fresco di primo successo in carriera nel gustoso antipasto erbivoro di Manchester dove ha sconfitto il sudafricano Ferreira, ma si arrende al secondo turno a Sergi Brugura, campione del Roland-Garros, che ne spenge gli ardori battendolo 13-11 al quinto set. Oppure l’anno ancora dopo, 1995, quando è il connazionale Mark Woodforde, gran specialista del doppio, ad eliminarlo all’esordio in quattro set.

Evidentemente c’è da registrare qualcosa nel gioco di Rafter, che se è abilissimo nel giocare di volo a rete, difetta altresì con la contraerea da fondocampo. Ed è noto che per imporsi a Wimbledon ci vogliono l’una e l’altra dote. Ne sa qualcosa Goran Ivanisevic, un altro che con Wimbledon, come vedremo tra poco, ha un feeling del tutto particolare, che lo ferma agli ottavi di finale nel 1996, 7-6 4-6 7-6 6-1, grazie a 24 aces e al 91% con la prima palla di servizio, dopo che Pat ha fatto fuori il ceco Vacek, l’azzurro Pozzi e l’elvetico Rosset, testa di serie numero 14, al termine di una maratona in cinque set.

La maturazione di Rafter è lenta ma graduale, l’anno 1997 è di svolta nella carriera del ragazzo di Mount Isa che a sorpresa guadagna la semifinale al Roland-Garros, dove si arrende a Bruguera troppo più a suo agio di lui su terra battuta, presentandosi così all’appuntamento tra i Doherty Gates da numero 17 del mondo, il che gli vale la 12esima testa di serie. Il cammino ad onor del vero è difficoltoso, dovendo rimontare due set di svantaggio al sudafricano Stafford all’esordio, lasciando un set anche al tedesco Knippschild al secondo turno e al belga Van Garsse al terzo, prima della sconfitta non del tutto inattesa con l’altro Woodies, Woodbridge, al miglior torneo dello Slam in carriera, che agli ottavi lo estromette dal torneo in quattro set.

E’ tempo però di raccogliere e a settembre gli US Open celebrano l’ammissione di Pat Rafter al riservatissimo club dei vincitori di un torneo Major. Le ambizioni “verdi” per il 1998, pertanto, sono importanti e decisamente leggitime, tanto pià che a Hertogenbosch, la settimana prima di Wimbledon, l’australiano mette in bacheca il secondo titolo su erba. Sesto favorito del torneo, Rafter apre con due successi senza troppi patemi con lo svizzero Heuberger e lo svedese Nydahl, per poi prevalere sull’altro scandinavo Gustaffson e presentarsi all’appuntamento agli ottavi di finale con l’idolo di casa, Tin Henman. Quel campo centrale che in un futuro molto prossimo lo sosterrà nei momenti difficili e gli regalerà il supporto necessario per alcune vittorie tra le più belle della sua carriera, stavolta non può certo schierarsi con lui. Henman “deve” vincere, e così sia al termine di quattro set tra due giocatori allo specchio, ottimi servitori ed incessanti frequentatori della rete, 6-3 6-7 6-3 6-2 per il britannico. Che poi troverà Sampras a sbarrargli la strada e infrangere il sogno dei sudditi di Sua Maestà.

Il bello deve ancora a venire, e saranno tre edizioni, le ultime del percorso agonistico di Rafter, da lustrarsi gli occhi. 1999, ad esempio, quando Pat è lo sfidante di Sampras per la poltrona di miglior giocatore del mondo dopo il successo-bis a Flushing Meadows. C’è ormai una dose massiccia di sicurezza nel gioco dell’australiano, migliorato al punto da essere un pretendente autorevolissimo al titolo. Cristiano Caratti e i due svedesi Bjorkmann ed Enqvist non rappresentano ostacoli insormontabili, così come non lo è Boris Becker all’ultima recita in carriera sul Centre Court, il suo giardino, sconfitto ai quarti con l’inappellabile 6-3 6-2 6-3 a referto. Quando poi anche l’ostico Martin si arrende al termine di una sfida tiratissima e che abbisogna di ben tre tie-break per risolversi infine in quattro set, Rafter ritrova quell’Agassi che lo fermò alla prima esperienza a Wimbledon. I due campioni si contrappongono nello stile, attacco e difesa, e nel temperamento, compostezza ed esuberanza, ma è il maestro ancora una volta a battere l’allievo, 7-5 7-6 6-2, e Rafter, pur nella sconfitta che ne rimanda il sogno, si chiede se mai quel piatto d’oro potrà esser suo.

Tanto più che l’anno dopo, 2000, scivolato in classifica al numero 21 con la complicità dei problemi alla spalla destra che ne condizioneranno da qui in avanti la carriera e lo obbligheranno al ritiro nel 2001, non sembra poter nutrire grandi ambizioni per i Championships. Invece Rafter, accreditato della testa di serie numero 12, con classe, esperienza ed attitudine ai prati fa quasi percorso netto con Delgado, Woodbridge, Schuettler, Johansson – l’unico che gli strappa un set – e Popp, arrampicandosi al penultimo atto. Tra Pat e la vittoria si frappongono due totem del tennis, Agassi e Sampras, con cui l’australiano libra due sfide leggendarie. E se con Andrè infine riesce a prendersi la rivincita in cinque set tra i più belli della storia recente del torneo, 7-5 4-6 7-5 4-6 6-3, con Pete si deve arrendere 6-7 7-6 6-4 6-2, dopo aver condotto in testa per quasi due set per poi spengersi alla distanza.

Prima e forse unica chance di vincere Wimbledon? Quando ricapiterà l’occasione propizia? 2001, quando Rafter torna competitivo ai massimi livelli e seppur numero 10 del mondo viene “premiato” dall’All England Lawn Tennis and Croquet Club della terza testa di serie, ovviamente alle spalle di Sampras e Agassi. E se la storia dell’anno precedente fu memorabile, quella dell’edizione in corso ancor più assume i contorni dell’epica. Rafter copia quel che fu il cammino che lo condusse in finale nel 2000, sorvolando i primi quattro turni con Vacek, Dosedel, Arazi e Youzhny prima di eliminare Enqvist, e trovare ancora Agassi sul suo cammino per la terza volta consecutiva, sempre ad altezza semifinale. Ed anche stavolta Rafter ha la meglio in cinque set, rimontando da 2-1 sotto, completando l’opera con l’8-6 al parziale decisivo che appartiena alla bellissima storia dei Championships. Nel frattempo Sampras ha conosciuto l’onta della sconfitta con un giovanotto che da queste parti, e non solo, farà parlare, ma proprio tanto, di sè, un certo Roger Federer… e chi approfitta dell’assenza del re? Un altro che con Wimbledon ha un conto in sospeso, quanto e se non più del bel Pat, e per il quale è stato coniato il termine maledizione da almeno un decennio.

Goran Ivanisevic, già, proprio lui, che nel 1996, ricordate?, battè l’australiano agli ottavi nell’unico precedente a Wimbledon e raggiunge ora la finale, in qualità, udite, udite!, di numero 125 del mondo ammesso al torneo grazie ad una wild-card. Che poi è record nella storia ultracentenaria dello Slam londinese. La battaglia tra i due campioni è un su e giù nel punteggio senza troppa logica, con il croato intrattabile alla battuta nel primo set, 6-3, l’australiano che riemerge nel secondo 6-3, Goran ancora avanti, 6-3, Pat abile nel secondo recupero, 6-2. Infine il quinto set, bello, emozionante, drammatico e liberatorio come solo un ultimo set di una finale a Wimbledon può essere. Dopo 3ore 2minuti di lotta serrata, in un tripudio di passione, l’ultima risposta di Rafter si spenge in rete e Ivanisevic, lui sì finalmente, 9-7, infrange il tabù.

Game, set, match. Rafter è ancora lì, su quel Centre Court che non lo ha mai voluto incoronare. E si domanda perchè.