CARLOS MOYA E IL ROLAND-GARROS 1998, UNICA VITTORIA SLAM DI UN NUMERO 1

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Carlos Moya in trionfo nel 1998 – da bestoftennis.org

articolo di Nicola Pucci

Sfogliando l’albo d’oro dei quattro tornei dello Slam, inevitabilmente salta all’occhio che tra questi il Roland-Garros, ad eccezione di alcune epoche segnate dal dominio incontrasto di fuoriclasse quali Borg, che vinse a Parigi sei volte tra il 1974 e il 1981, e Nadal, la cui serie di addirittura 12 trionfi è ancora aperta, è quello che più di ogni altro concede opportunità a giocatori se non di seconda fascia, almeno apparentemente non marchiati con le stimmate del campionissimo.

Nel corso della seconda metà degli Anni Novanta e all’inizio del Nuovo Millennio, in effetti, alla Porte d’Auteuil hanno trovato gloria giocatori quali Bruguera, Muster, Albert Costa, Ferrero e Gaudio, che seppur elevati nel caso dell’austriaco e di “mosquito” anche al rango di numero 1 del mondo, non hanno poi trovato ulteriore conforto alle loro legittime ambizioni in un successo in un evento Major. E questo perché, in definitiva, la terra rossa parigina, da sempre, livella i valori tennistici, limitando il talento puro per premiare, sovente, costanza di rendimento, adattabilità alla superficie e resistenza alla fatica. Perché, per domarla, sono necessarie tante, ma proprio tante forze e doti da maratoneta. Chiedere per conferma, tanto per rimanere in tempi recenti, a gente come McEnroe, Becker, Edberg e Sampras, che pur provando più volte a vincere, al Roland-Garros hanno ingoiato più rospi che raccolto soddisfazioni, vedendo sempre la loro propensione al gioco d’attacco frustrata dalle doti da fondocampo dei regolaristi succedutisi sul trono di Francia.

Ma torniamo a fine Anni Novanta, quando ai suddetti “terraioli” doc se ne aggiunge un altro ancora, Carlos Moya, spagnolo tra i tanti che a quelle latitudini e su terra battuta hanno costruito la loro fortuna, che curiosamente nasce in quella Maiorca, il 27 agosto 1976, che di lì a qualche anno darà i natali proprio al fenomenale Rafa Nadal di cui Carlos diventerà poi indispensabile consigliere tecnico. Moya inizia a giocare a tennis a 6 anni, e se fin da adolescente denuncia particolare predisposizione al gioco da fondocampo, come è naturale che sia per un iberico che cresce a racchette e terra battuta, quando si affaccia alla ribalta dei tornei più importanti scala velocemente le classifiche, tanto da vincere a Buenos Aires, nel 1995, il primo di una serie di 20 tornei, ovviamente sul “rosso” e battendo l’ennesimo connazione, Felix Mantilla, 6-0 6-3, entrare l’anno dopo nella top-20 del ranking mondiale bissando ad Umago, ancora contro Mantilla, 6-0 7-6, addiritttura giungere in finale all’Open d’Australia nel 1997, come non riusciva ad uno spagnolo dal Carlos Gimeno del 1969, quando sul cemento si vede costretto a cedere il passo a Sampras, 6-2 6-3 6-3, non prima aver eliminato Boris Becker e Michale Chang, vincitore e finalista dell’anno precedente, per poi, l’anno dopo ancora, 1998, disegnare la miglior stagione dell’ancor sua fresca carriera.

In  quell’anno magico, infatti, Moya iscrive per la prima volta il suo nome ad un torneo di fascia Super 9, gli attuali Master 1000, a Montecarlo, dove al cospetto dei Principi ed in qualità di testa di serie numero 14, domina uno dopo l’altro Muster, 6-0 6-3, Arazi, 6-1 6-1, Kafelnikov 6-2 6-3, Corretja, 6-3 6-2, per poi lasciare un set a Krajicek in semifinale, 4-6 6-1 6-4, e tornare a far valere la legge del più forte all’atto decisivo contro l’idolo di casa, Cedric Pioline, sconfitto con un 6-3 6-0 7-5 che non ammette repliche.

Con la vittoria nel Principato Moya, che nel 1997 ha già raggiunto la quinta posizione del ranking mondiale ma che con la prematura eliminazione al secondo turno all’Australian Open per mano di Richard Fromberg è nuovamente uscito dalla top-20, torna prepotentemente a recitare da primattore, e se ad Amburgo cede subito a Tommy Haas e agli Internazionali d’Italia non va oltre gli ottavi di finali, battuto a sorpresa da Brett Steven che non è proprio un drago su terra battuta, ecco che al Roland-Garros il maiorchino è legittimamente considerato tra i papabili alla successione del brasiliano Gustavo Kuerten che nel 1997, da numero 66 del mondo, ha fatto saltare il banco.

Alla Porte d’Auteuil Moya è testa di serie numero 12 di un tabellone che ha in Sampras il numero 1 ma non certo il più accreditato alla vittoria finale, proprio per quella scarsa propensione al gioco su terra battuta che troppe volte in passato ha già bocciato le illusioni dei grandi giocatori di serve-and-volley. Korda e Rios, che si son giocati il titolo in Australia, sono secondo e terzo favorito del torneo, con Kafelnikov e Kuerten, rispettivamente numero 6 e numero 8, che realisticamente sembrano avere ben più chances di Rafter e Rusedski, numero 4 e 5, che a loro volta sono i finalisti dell’ultimo US Open ma non hanno troppa dimestichezza con le superfici lente.

E se, infatti, l’inglese cede subito al belga Van Herck con un triplice 6-4, e gli stessi Sampras e Rafter non vanno oltre il secondo ostacolo, che altri non sono che il paraguayano Delgado e l’altro australiano Stoltenberg, Korda, che fu finalista nel 1992 battuto da Courier, a sua volta esce prematuramente al debutto, inciampando in cinque set nell’argentino Zabaleta che su terra battuta è un cliente ostico per tutti. Così come, e questa è una sorpresa ben più clamorosa, al secondo turno sono già fuori dai giochi anche il defending champion, Guga Kuerten, che incoccia nel talento con pochi eguali di un giovanotto russo uscito dalle qualificazioni, tale Marat Safin, che elimina il brasiliano in cinque set, ed Evgenij Kafelnikov, vincitore nel 1996, che, in giornata negativa, non trova le contromisure alla potenza da dietro dello svedese Enqvist.

Roba da terraioli, dunque, come era facilmente prevedibile, il Roland-Garros 1998, edizione numero 102 di una torneo giocato per la prima volta nel 1891. Ecco dunque Mantila e il “vecchio” Muster, che avanzano fino ai quarti di finale dove infine prevale la maggior freschezza dello spagnolo, Alex Corretja, che fa valere la maggior esperienza sul belga Filip Dewulf che qui si trova particolarmente a sua agio se è vero che l’anno prima si era addirittura arrampicato in semifinale partendo dalle qualificazioni, Pioline, che dopo la finale a Montecarlo e la finale 1997 a Wimbledon entra tra i migliori quattro battendo il marocchino Arazi in cinque set, e Rios-Moya, il quarto di finale più atteso, con il cileno che agli ottavi è sopravvissuto ad una sfida per niente scontata con Albert Costa, e il maiorchino che lungo la strada ha superato facilmente in tre set Grosjean, Imaz e Ilie, lasciando un set agli ottavi al qualificato tedesco Knippschild. E se Moya è all’apice della forma, Rios stavolta sente il peso dei favori di un pronostico che lo vorrebbero, dopo l’Australia, anche re di Francia, cedendo infine con un risultato, 6-1 2-6 6-2 6-4, ben più netto del previsto che promuove lo spagnolo alle semifinali e boccia le illusioni del sudamericano.

Battuto Rios, a Moya, così come a tutto il tennis spagnolo che propone tre suoi giocatori nel quartetto che si giocherà la Coppa dei Moschettieri, si spalancano le porte della sfida decisiva, da conquistarsi contro quel Felix Mantilla già battuto nelle prime due finali vittoriose in carriera. Carlos ha più classe, se è vero che alla regolarità da fondocampo aggiunge anche qualche buon tocco di volo, e prevale infine in rimonta con uno score, 5-7 6-2 6-4 6-2, che gli regala la chance di affrontare Alex Corretja, facile vincitore di Pioline, 6-3 6-4 6-2.

Il 7 giugno 1998, dunque, sul Court Central del Roland-Garros, stipato in ogni ordine di posto come si conviene ad una finale di un torneo dello Slam, è sfida in famiglia tra Moya e Corretja, con Carlos che fa gara di testa aggiudicandosi il primo set, 6-3, Alex che prova a rinvenire nel secondo set ma si deve arrendere pur lottando come un leone, 7-5, e Moya ancora che non ha esitazioni nel terzo parziale, infine messo definitivamente in saccoccia, 6-3. Il maiorchino, dopo 2h13minuti di eccellente tennis arrotato, ebbro di felicità, si accascia sul manto rosso, perché vincere un Major a 22 anni, anche se sarà l’unico in carriera, è impresa che dà alla testa e vale un posto nell’Olimpo dei grandi. Se poi, qualche mese dopo, si aggiunge anche la ciliegina della prima posizione mondiale, seppur occupate per sole due settimane, primo spagnolo della storia del tennis ad issarsi in cima al mondo… beh, Carlos Moya ha di che rallegrarsi. Davvero. “Parigi val bene una messa“, o no?

 

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DOROTHEA DOUGLASS LAMBERT CHAMBERS, UNA MAMMA SUL TRONO DI WIMBLEDON

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La Chambers in azione – da tennisforum.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nel 1980 l’aborigena Evonne Goolagong, maritata Cawley, battendo Chris Evert in finale a nove anni di distanza dal primo titolo, diventa regina di Wimbledon dopo aver messo al mondo un figlio, compie un’impresa riuscita per l’ultima volta sui prati londinesi nell’ormai lontanissimo 1910 a Dorothea “Dolly” Douglass, nel frattempo coniugata Lambert Chambers a far data 1907.

In effetti Dorothea, nata ad Ealing il 3 settembre 1878, figlia di un parroco, inizia a praticare tennis ad 11 anni all’Ealing Tennis Club, denunciando doti non comuni se è vero che quando apparirà sulla scena internazionale, collezionerà una messe tale di successi da venir universalmente considerata la giocatrice più forte prima della Grande Guerra. E questo sebbene non prenda parte a tornei per adulti fino al compimento dei venti anni, debuttando a Wimbledon nel 1900 quando, dopo aver usufruito di un bye al primo turno, cede il passo a Mary Louisa Martin, che si impone 6-4 6-3.

Nondimeno la ragazza, che studia al Princess Helen College e al tempo stesso gioca a tennis, ci sa fare, eccome, anche se il temperamento pacato e privo di eccessi maschera una determinazione destinata a produrre in seguito frutti copiosi. Dorothea assurge rapidamente al rango di miglior tennista inglese, succedendo a Charlotte Cooper, Blanche Hylliard e Charlotte Sterry, che nel 1901 la batte, 6-4 6-2, ancora una volta al secondo turno dei Championships.

E’ solo questione di tempo, però. La Douglass, che nel 1902 ha progredito al punto da arrampicarsi in semifinale dove viene sconfitta 9-7 al terzo set dalla connazionale Muriel Robb che all’atto finale supera poi la Sterry, ha uno sviluppatissimo senso tattico e si appoggia ad un dritto tanto devastante da lasciare spesso ferme le avversarie,e nel 1903 apre la sua era d’oro. Dopo aver approfittato del forfait di Riseley e Pinckney, batte facilmente Gertrude Houselander, 6-2 6-0, e Toupie Lowther, 6-4 6-2, agguantando la prima finale della sua carriera a Wimbledon dove trova Ethel Thomson Larcombe che si arrende in tre set. La vittoria spalanca a Dorothea le porte del Challenge Round, ma la Robb non può difendere il titolo dell’anno prima perché già alle prese con i problemi che la porteranno a morte prematura nel 1907, ed allora è già tempo per la Douglass di iscrivere il suo nome nell’albo d’oro del torneo più prestigioso. Non sarà certo l’ultima volta, tutt’altro.

L’anno dopo, in qualità di campionessa in carica, la Douglass attende al Challenge Round la grande Charlotte Cooper, già quattro volte vincitrice del torneo, ma le dà una lezione di tennis tale, 6-0 6-3, che non vi è dubbio alcuno su chi sia al momento la tennista più forte del pianeta. Anche se l’anno dopo, 1905, Dorothea veste suo malgrado i panni della perdente, cedendo stavolta ad un’altra campionessa di conclamata fata, May Sutton, che si impone in due set, 6-3 6-4.

La sconfitta con la Sutton è una delle rare sconfitte della Douglass, che nel 1906 non solo si prende la rivincita sulla rivale, 6-3 9-7, ma pure conquista il titolo senza cedere un set, liquidando facilmente lungo la strada che porta al Challenge Round Thomson, Meyer, Longhurst, Tulloch ed ancora la Cooper, che stavolta si arrende con un duplice 6-2.

Il proverbio “non c’è due senza tre” trova puntuale conferma nel 1907 quando le due primedonne del tennis inglese, Douglass e Sutton appunto, si trovano di fronte per la terza volta consecutiva, con May che bissa il successo del 1905 dominando una finale, 6-1 6-4, alla quale Dorothea si presenta per la prima volta nei panni di signora Lambert Chambers, in virtù del matrimonio contratto con Robert il 6 aprile dello stesso anno, celebrato dal padre di lei.

Già 31enne e con tre titoli Slam (termine ancora non coniato, ad onor del vero) in saccoccia, Dorothea, che nel 1908 accusa a Wimbledon lo smacco di venir battuta dalla Cooper ai quarti di finale, 6-3 7-5, vincendo altresì la medaglia d’oro in singolare alle Olimpiadi di Londra battendo in finale Penelope Dora Boothby, opta per un anno sabbatico, occupandosi del marito e mettendo al mondo il 15 giugno 1909 il figlio primogenito, Douglass. Ma il richiamo del tennis è forte, e se nel frattempo Dorothea lavorare al suo libro Lawn Tennis For Ladies, oltre, per farsi mancare proprio niente, giocare con eccellenti risultati a badminton, per il 1910 la Lambert Chambers è pronta al rientro, con la non celata ambizione di riprendersi lo scettro di regina del tennis.

Cosa che puntualmente avviene, sbaragliando nuovamente il lotto delle avversarie nel suo tempio preferito, ovviamente quello di Wimbledon, che la vede trionfare lasciando solo 16 giochi alle avversarie, compresa la stesa Boothby, vincitrice in sua assenza nel 1909, che all’atto conclusivo si arrende nettamente, 6-2 6-2.

Per la Lambert Chambers è solo l’inizio di un biennio senza sconfitte, celebrando nella veste di mamma il quarto successo londinese, per poi fare pokerissimo l’anno dopo, 1911, quando al Challenge Round impartisce una lezione ancora più severa alla malcapitata Boothby, 6-0 6-0 che davvero non ammette repliche e suggella, caso mai ce ne fosse bisogno, il dominio incontrastato di Dorothea sul tennis in gonnella.

Il ruolo di campionessa va di pari passi con quello di donna di famiglia, e per il 1912, ancora, la Lambert Chambers si dedica alla successione, stavolta partorendo l’8 aprile Graham Lambert. Vorrebbe, è vero, difendere il titolo a Wimbledon, ma l’impegno è troppo gravoso e l’estate gli porta, invece, in dote la prima sconfitta in singolare dal 1909, contro Agnes Morton a Felixstowe.

Poco importa, Dorothea, ancora una volta, torna competitiva e per un altro biennio, 1913 e 1914, non lascia spazio alle rivali, andando a cogliere sesto e settimo titolo sull’erba di Wimbledon, senza perdere set e battendo prima Winifred McNair, 6-0 6-4, poi Ethel Larcombe al Challenge Round, 7-5 6-4.

Poi… poi l’orrore della Grande Guerra, che interrompe le sfide sportive e manda al macello milioni di giovani di belle speranze. Così come spezza l’illusione della Lambert Chambers di proseguire la sua striscia vincente sui prati di Wimbledon. Che chiudono i battenti per riaprire a chiusura del conflitto bellico, quando ormai Dorothea ha varcato la soglia dei 40 anni.

Ma la classe, nel suo caso, non è davvero acqua, e la Lambert Chambers, in qualità di detentrice dell’ultimo titolo assegnato, quello del 1914, attende la sfida al Challenge Round della nuova stella del tennis mondiale, Suzanne Lenglen, che ha 21 anni meno di lei e con cui dà vita ad un match epico.

Alla presenza dei reali d’Inghilterra, Giorgio V e consorte, le due campionesse si affrontano senza esclusione di colpi, regalando spettacolo per 44 giochi che rappresentano una delle finali più lunghe ed avvincenti della storia del torneo. La Lambert Chambers perde di un soffio il primo set, 10-8, pareggia i conti, 6-4, sorprendendo la francese con pallonetti e smorzate e scegliendo sempre il momento opportuno per salire a rete a chiudere il punto, per poi, una volta sotto 1-4 al set decisivo, rimontare fino al 6-5 40/15 e servizio, che le regala due match-point. Sarebbe l’occasione di un ottavo titolo, colto in età avanzatissima, mentre per la Lenglen si profilerebbe l’unica sconfitta in carriera a Wimbledon, ma proprio nel momento più drammatico, con Dorothea alla battuta, Suzanne riesce a colpire una palla quasi impossibile che tocca il net rimbalzando oltre la rete! Subito dopo, il passante della francese va a segno e con i due match-point evaporano, per sempre, anche i sogni della Lambert Chambers di sedersi ancora sul trono d’Inghilterra. Perché poi la Lenglen opera aggancio e sorpasso, vincendo infine il titolo, 9-7, e dodici mesi dopo supera, stavolta facilmente, 6-3 6-0, la “vecchia” rivale che per l’ultima volta guadagna la finale a Championships.

La Lambert Chambers varcherà ancora i cancelli di Wimbledon, inseguendo, addirittura fino alle soglie dei 50 anni, 1927, un titolo in doppio mai fatto suo, ma il palmares di sette vittorie in singolare a Wimbledon, che verrà battuto dagli otto di Helen Wills Moody nel 1938, la colloca tra le più grandi di sempre. Se poi, per tornare a vedere una mamma trionfare sui prati di Londra bisognerà attendere il 1980… beh, che dire? “Well done” Dorothea, Douglass o Lambert Chambers che sia.

 

 

 

IL TORNEO DI WIMBLEDON 1977 IN CUI ESPLOSE IL GENIO DI MCENROE

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McEnroe a Wimbledon 1977 – da sportsonearth.com

articolo di Nicola Pucci

Gli inglesi, a cui non manca certo una dose massiccia di sanissimo nazionalismo, amano ricordare l’edizione 1977 del torneo di Wimbledon non solo perché fu quella celebrativa dei 100 anni della nascita, ma pure perché iscrisse all’albo d’oro, sotto gli occhi attenti di Sua Maestà Queen Elizabeth the II, il nome di Virginia Wade, ultima tennista britannica ad alzare il trofeo più prestigioso del tennis prima che vi riuscisse Andy Murray nel 2013.

Ok, dato a Cesare quel che è di Cesare, occorre altresì informare i figli di Albione che proprio in quell’anno apparve non solo sui prati verdi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club ma sulla scena del tennis internazionale il più geniale tra gli umani capaci di manovrare una racchetta, mancino ed irriverente, ovverosia John McEnroe.

Che a far data luglio 1977, quando è calendarizzato il Major londinese, ha poco più che 18 anni, nato com’è il 16 febbraio 1959 a Wiesbaden, curiosamente in Germania lui che è americano a tutti gli effetti, figlio di un militare statunitense di origine irlandese che all’epoca era di stanza in una base Nato nell’ex-Germania Ovest.

McEnroe, che ha cominciato a giocare all’età di 8 anni al Douglaston Club di New York, ha talento da vendere e una mano sinistra tanto sensibile che probabilmente mai, prima e dopo di lui, si è visto un tennista tanto capace di dipingere prodigi su un campo da gioco. Ma nel luglio 1977 è ancora un dilettante, e fuori dai confini patri non lo conosce praticamente nessuno, tanto è vero che per garantirsi la partecipazione al torneo di Wimbledon è costretto a passare attraverso le forche caudine del torneo di qualificazione.

Lo sapete, la porte del tabellone principale dello Slam più ambito si aprono solo a condizione di passare tre turni preliminari che hanno, come palcoscenico, i prati spelacchiati del Roehampton Club, nei sobborghi di Londra. Si gioca in condizioni sempre difficili, ed è qui che il giovane McEnroe, giunto in Europa con in tasca i 500 dollari messi a sua disposizione dalla United States Tennis Association e che qualche settimana prima, ad onor del vero, si è rivelato vincendo il torneo misto del Roland-Garros accoppiato a Mary Carrillo, vecchia amica ai tempi di Douglaston, bissando il successo ottenuto anche nel torneo juniores, per poi perdere da Pat Dupré nelle qualificazioni del successivo torneo del Queen’s, conferma che la stoffa è pregiata, liquidando Roger-Vasselin, 6-4 6-3, Marten, 6-8 6-4 6-4, che per poco non lo fa fuori, e sotto la pioggia l’altro francese Gilles Moretton, 6-2 6-4 6-4, che all’ultimo turno gli regala l’accesso al tabellone principale di Wimbledon.

E qui, la storia del tennis sta per cambiare, invasa da cotanta genialità. McEnroe, che a Parigi aveva esordito tra i grandi perdendo al secondo turno in cinque set con Phil Dent, meno avvezzo di lui al gioco su terra battuta, non ha più un soldo ma la diaria del torneo gli permette di dividere una stanza di albergo con altri due giovani giocatori di buon avvenire, Eliot Teltscher, che si spingerà fino al terzo turno per venir eliminato in tre set da Ilie Nastase, e Robert Van’t Hof, entrambi classe 1959.

John debutta contro il veterano egiziano El Shafei, uno che tre anni prima prese a pallate proprio a Wimbledon un certo Bjorn Borg, ed il primo set vinto a zero pare già il preludio di quel che sarà. McEnroe si impone 6-0 7-5 6-4, e per il secondo turno ha in dote Colin Dowdeswell, rhodesiano che qualche anno dopo prenderà passaporto inglese ed incrocerà l’Italia di Panatta e Barazzutti in Coppa Davis, ed è un’altra lezione di tennis, 9-7 6-3 6-1, con quel serve-and-volley impeccabile, quei ricami a rete e quelle stoccate di controbalzo a spiazzare l’avversario.

Certo, il tabellone dà una grossa mano all’imberbe con riccioli selvaggi contenuti dalla fascetta, liberandolo dell’ingombro di Roscoe Tanner, bombardiere pure lui mancino che due anni dopo farà tremare Borg in finale, sconfitto al primo match dall’idolo locale John Lloyd, non ancora marito di Chris Evert. L’inglese non brilla in continuità, e se al turno successivo inciampa in Karl Meiler, è proprio il germanico lo sfidante ai sedicesimi di finale di McEnroe, che fila via liscio i primi due set, 6-2 6-2, si distrae al terzo, 5-7, per poi portare a compimento l’opera con il 6-3 al quarto set. Con l’arte e la magia che lo contraddistingue, e che ormai comincia ad esser nota agli addetti ai lavori.

Se ne accorge anche Sandy Mayer, killer di Adriano Panatta al secondo turno, che nel match di ottavi di finale cede a McEnroe in quattro set, 7-5 4-6 6-3 6-1, regalando all’americano, che non si risparmia epiteti poco felici quali “come on John, non puoi perdere con un barbone del genere!“, l’opportunità di una rivincita ai quarti con Phil Dent, testa di serie numero 13 e che si è infilato nello spazio lasciato aperto dal messicano Raul Ramirez, settimo favorito di un torneo che ha in Borg il campione uscente e in Jimmy Connors, numero 1 del mondo, la prima testa di serie. Il campo 1, col suo fascino secolare, accoglie i due giocatori, con Dent a far valere esperienza e attitudine al gioco su erba e McEnroe con tutta la sua giovanile ed arrogante esuberanza. Al servizio, sia chiaro, di un genio senza pari.

Ne vien fuori un incontro memorabile, con McEnroe che va avanti un set, perde il secondo parziale al tie-break, che all’epoca si giocava sull’8 pari, vomitando improperi e prendendo a calci la racchetta, si vede sfilare anche il terzo set e pare avviarsi alla sconfitta. Ma il ragazzino, oltre al talento, non manca di grinta e determinazione, non vuol saperne di uscire dal torneo, e in un incedere trionfale fa suoi i due set decisivi, 6-3 6-4, arrampicandosi in semifinale.

Quella di John McEnroe è una prodezza mai riuscita a nessuno, raggiungere la semifinale di Wimbledon partendo dalle qualificazioni. Poco importa se poi Connors lo batterà in quattro set, il tennis ha visto l’apparizione sulla scena di un genio, e se il tempo gioca a suo favore, in un futuro molto prossimo il “terribile” John saprà riscattarsi, andando a prendersi, e per ben tre volte, il trofeo destinato al più bravo.

CONNORS-BARAZZUTTI E QUEL SEGNO CANCELLATO NELLA SEMIFINALE AGLI US OPEN 1977

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Una fase dell’incontro – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Diciamoci la verità. Quando Corrado Barazzutti si presenta ai cancelli di Forest Hills per l’edizione 1977 degli US Open, non ha grande pedigreè nello slam americano. Anzi, il “soldatino” del tennis azzurro ha partecipato solo a due riprese, uscendo al primo turno nel 1973 per mano di Charles Owens, per poi, anno 1976, pur accreditato della testa di serie numero 13, perdere al secondo turno con il sudafricano John Yuill, non prima aver battuto all’esordio l’australiano Paul Kronk.

Ogni stagione, però, è diversa dall’altra, e se Barazzutti, friulano classe 1953, ha nondimeno mostrato ottima attitudine al gioco su terra battuta, con quel suo pedalare incessante da fondocampo e la rara dote di non sbagliare quasi mai con i colpi di sbarramento, cogliendo buoni risultati sul “rosso” del Roland-Garros, dove è giunto agli ottavi di finale nel 1976 per vedersi stoppare da Guillermo Vilas, altresì arrampicandosi al terzo turno nei tre anni precedenti, quando ad eliminarlo sono, nell’ordine, Boro Jovanovic nel 1973, Eddie Dibbs nel 1974 e Raul Ramirez nel 1975, necessita di qualche risultato anche di là dall’Oceano Atlantico per rafforzare il suo status di tennista in crescita.

L’anno in corso ha bocciato, è vero, le illusioni dell’italiano di bissare l’exploit parigino, con una prematura sconfitta al primo turno con il cileno Hans Gildemeister, ma se nel 1976 Barazzutti ha ottenuto a Nizza, ovviamente su terra battuta, il primo di una serie di cinque successi nel circuito, ecco che la vittoria di Charlotte in aprile, cuirosamente su tappetto indoor, e il successivo trionfo a Baastad contro l’ungherese Balazs Taroczy, certificano che Corrado, quando giunge a Forest Hills, è in buona salute e deciso a far meglio delle due precedenti apparizioni agli Us Open. Che, oltretutto, si giocano, per la terza ed ultima volta prima dello spostamento nel catino di cemento di Flushing Meadows, su una superficie a lui congeniale, una terra battuta grigio/verde che, seppur più rapida di quella rossa europea, ben si sposa con le caratteristiche tecniche del tennista di Udine.

Bjorn Borg e Jimmy Connors, protagonisti di una memorabile finale a Wimbledon risolta al quinto set a favore dello svedese, sono le prime due teste di serie nonché i due grandi favoriti del torneo, l’uno in cerca del primo trionfo americano, l’altro all’inseguimento del bis della vittoria dell’anno precendente ottenuta proprio contro l'”orso” scandinavo. L’argentino Guillermo Vilas, che si è imposto sulla terra del Roland-Garros, veste i panni del terzo incomodo, anche perché sta pennellando una stagione da record, con Brian Gottfried, appunto finalista dello slam francese, accreditato della testa di serie numero 3 di un tabellone che lascia a Manuel Orantes, vincitore nel 1975 proprio con Connors, Raul Ramirez, Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis ben poche chances di inseririsi nel discorso per la vittoria finale. Adriano Panatta e Corrado Barazzutti, eroi qualche mese prima della trionfale spedizione cilena di Coppa Davis, sono della partita, ma se l’ex-campione di Parigi si fermerà al terzo turno sconfitto da Dick Stockton negandosi un ottavo di finale di prestigio con Borg, che sarà a sua volta costretto al ritiro, Barazzutti disegna un percorso sorprendente, da leccarsi i baffi.

Corrado entra in competizione contro Bill Scanlon, giovanotto statunitense 21enne di belle speranze, che sarà un giorno numero 9 del mondo e darà qualche dispiacere a John McEnroe, ed il successo in due set, facile, 6-2 6-4, già evidenzia che Barazzutti è in condizione di dire la sua. Tanto più che al secondo turno, dove si trova a dover incrociare racchetta con il grande Nastase, settima testa di serie e primo numero 1 del mondo della storia computerizzata del tennis, l’azzurro gioca in scioltezza, sicuro da dietro e quasi mai in difficoltà sulle sortite a rete del rumeno, infine costretto ad inchinarsi con un duplice 6-4.

Così liberato il tabellone, Barazzutti ha la strada in discesa, liquidando in un amen l’australiano Mark Edmondson, che vanta il record di aver vinto uno Slam, l’Open d’Australia 1976, da numero 212 del mondo, più alto in classifica di sempre, 6-1 6-0, e l’americano Butch Walts, 6-2 6-0, guadagnandosi già un quarto di finale di lusso con Gottfried. E qui il friulano gioca come meglio non potrebbe, surclassando l’avversario con un punteggio, 6-2 6-1 6-2, che proprio non ammette repliche, meritandosi la semifinale contro Connors, grande favorito del torneo anche in virtù dell’eliminazione di Borg per mano, appunto, di Stockton.

E qui ci scappa il fattaccio. Jimbo, lo sappiamo bene, non eccelle certo per simpatia e correttezza, e se gioca da par suo i primi due set tenendo a bada Barazzutti, 7-5 6-3, nel terzo parziale soffre sempre più il ritorno dell’azzurro che si arrampica sul 4-3. Qui una palla di Connors è decisamente out, ma nel mentre viene chiamata buona e Corrado invita il giudice a scendere dal seggiolone per controllare il segno, inequivocabile sulla terra, l’americano va oltre il net, lo cancella con un piede e costringe l’arbitro, di fatto, a far proseguire il match assegnando il punto a Connors, solo verbamente richiamato ad un comportamento in linea con il regolamento. Sullo slancio Jimbo rimonta e con il 7-5 pone fine al match, spengendo l’illusione di Barazzutti di realizzare un exploit che se non poteva davvero considerarsi certo, almeno perseguibile sicuramente sì. Che gli avrebbe spalancato le porte della finale con Vilas, che saprà vendicarlo battendo Connors in quattro set.

E se da quell’epico pomeriggio del 1977 son trascorsi ben 42 anni, tocca oggi a Matteo Berrettini prendersi la rivincita e provare a far sventolare il tricolore sul pennone più alto dell’US Open… magari con l’aiuto di “occhio di falco“, che a distanza di anni non ammette scorrettezze!

 

ANDY RODDICK, IL NUMERO 1 CHE APRI’ L’ERA DEI FAVOLOSI QUATTRO

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Andy Roddick col trofeo degli US Open 2003 – da blog. crownandcaliber.org

articolo di Nicola Pucci

Quando Andy Roddick, appena 18enne, beneficia di una wild card per gli US Open del 2000, anno che lo vedrà terminare al primo posto del ranking mondiale tra gli juniores, ha le idee chiare circa il suo futuro professionistico: vincere un giorno quel torneo e magari issarsi pure sul trono di re del tennis.

In effetti questo ragazzone di 188 centimetri per 88 chilogrammi, nato il 30 agosto in quell’Omaha che è più famosa per aver dato il nome, in codice, ad una delle cinque spiagge elette per lo sbarco del 6 giugno 1944 che per essere capoluogo della contea di Douglas nello stato del Nebraska, ha l’ambizione, e pure  il talento, per eccellere tra i grandi, non prima aver perso quel primo match a Flushing Meadows, sconfitto in quattro set dallo spagnolo Albert Costa. Dotato di un servizio paralizzante e di un dritto spesso risolutivo, Roddick si affaccia al tennis che conta quale perfetto spartiacque tra l’era di Sampras ed Agassi, che volge al termine e di cui Andy è il successore più accreditato, e quella che sta per aprirsi e destinata a durare per almeno tre lustri, ovvero quella dei “favolosi quattro“, al secolo Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic ed Andy Murray.

Ad onor del vero Roddick, che è un anno più giovane del fuoriclasse svizzero, curiosamente proprio con lui avvia una rivalità ad altissimi livelli, e se Federer vincerà un primo torneo dello Slam a Wimbledon nel 2003 e sarà numero 1 del mondo per la prima volta il 2 febbraio 2004, l’americano corre veloce, almeno all’inizio di carriera più dell’elvetico, e il 3 novembre 2003 corona il suo sogno di ragazzo, diventare il più bravo di tutti. E questo quando ha solo 21 anni, il che ne fa il quarto tennista più giovane di sempre a raggiungere la prima posizione mondiale, dopo Lleyton Hewitt, Marat Safin ed un certo John McEnroe.

Ma per vestire i panni del numero 1 del mondo Roddick deve mettersi in bacheca qualcosa di prezioso, ed allora, proprio come quella che era l’altra sua illusione da adolescente, nello stesso anno 2003 Andy fa saltare il banco all’US Open, il torneo di casa e che più di ogni altro ambisce a far suo, sull’onda di quel che seppero fare Connors e proprio McEnroe, suoi idoli di bambino, e poi gli stessi Sampras ed Agassi, di cui vorrebbe tanto ricalcarne le orme.

Prima di raccontare quell’edizione memorabile dello Slam newyorckese, è altresì necessario ricordare che Roddick, dopo l’esordio sfortunato del 2000, nei due anni successivi si è arrampicato ai quarti di finale, demolendo Corretja e Robredo prima di perdere in cinque set con Hewitt, che poi alzerà il trofeo, nel 2001, e battendo ancora Corretja e l’argentino Chela nel 2002, quando a fermarlo, in tre rapidi set e rimandando il passaggio di consegne, è Sampras, all’ultima recita vincente di una carriera leggendaria.

Nel frattempo Roddick ha fatto progressi tecnici confortanti, aggiungendo a servizio e dritto un gioco di volo non certo disprezzabile, ed ha scalato rapidamente le classifiche, vincendo nel giro di due settimane, ad aprile 2001, i primi due tornei ad Atlanta ed Houston, paradossalmente su quella terra battuta che non sarà mai la sua superficie prediletta, facendo tris ad agosto sul cemento di Washington, aggiungendo nel 2002 Memphis, su tappeto indoor, ed un secondo successo consecutivo ad Houston, per poi, nel 2003, trionfare per la prima volta fuori dagli Stati Uniti, sulle terra austriaca di St.Polten, domare l’erba del Queen’s, ed infilare un trittico di vittorie sul cemento estivo americano, ad Indianapolis, Montreal e Cincinnati, che altro non è che il preludio dell’exploit agli US Open.

Dove Roddick si presenta in qualità di testa di serie numero 4 di un tabellone che ha in André Agassi, Roger Federer, che a luglio ha colto a Wimbledon il primo successo in un torneo dello Slam stoppando proprio Andy in semifinale, e lo spagnolo Carlos Ferrero i primi tre favoriti. L’americano, che a gennaio ha guadagnato le semifinali anche agli Australian Open mancando, nel match con il tedesco Rainer Schuttler, l’opportunità di sfidare in finale lo stesso Agassi, gravita nella zona bassa del tabellone, quella presieduta da Federer per un possibile incrocio, ancora una volta, in semifinale, ma se Roddick si sbarazza all’esordio del “vecchio” Henman, 6-3 7-6 6-3, per poi lasciare un set a Ljubicic, 6-3 6-7 6-3 7-6 e demolire uno dopo l’altro il brasiliano Saretta, 6-1 6-3 6-3, il belga Malisse, 6-3 6-4 7-6, e l’olandese Schalken, 6-4 6-2 6-3, lo svizzero inciampa agli ottavi nel talento tanto discontinuo quanto sconfinato di David Nalbandian, che lo estromette in quattro set. Andando, l’argentino, ad affrontare Roddick per il match che vale il posto in finale e che risulta essere, di gran lunga, il più bello ed avvincente del torneo, con Nalbandian che si porta avanti di due set, 7-6 6-3, sale al match-point nel tie-break del terzo set, lo spreca, perde 9-7, ed infine si scioglie alla distanza, 6-1 6-3, spalancando a Roddick le porte dell’atto decisivo.

Dove ad attendere Andy c’è lo spagnolo Juan Carlos Ferrero, che ha dovuto ricorrere al quinto set per avere la meglio di Todd Martin agli ottavi di finale per poi superare, in quattro set ed anche a sorpresa, Hewitt ai quarti ed Agassi in semifinale. Ma il 23enne iberico, evidentemente, ha esaurito le batterie ed in finale nulla può contro lo strapotere di Roddick che in 1h41minuti, piazzando 23 aces e vincendo l’89% dei punti con la prima di servizio, si impone 6-3 7-6 6-3.

Roddick è il re di New York, e se negli anni a venire, dopo aver raggiunto la vetta del mondo, troverà in Federer non solo l’avversario capace di batterlo in 21 delle 24 partite giocate ma pure di negargli, a tre riprese, il titolo di Wimbledon, compresa l’epica finale del 2009 risolta dallo svizzero 16-14 al quinto set, potrà consolarsi comunque: i sogni di ragazzo si sono avverati e poi… vuoi mettere la soddisfazione di aver aperto l’era dei “fantastici quattro“?

 

MARIA BUENO, LA LEGGENDA BRASILIANA DEL TENNIS ANNI ’60

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Maria Bueno al Torneo di Wimbledon 1968 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Il 1958 è “L’Anno della Gloria” per il popolo brasiliano, quello in cui, grazie all’esplosione del non ancora 18enne Pelé, la “Seleçao” si aggiudica il suo primo titolo mondiale nell’edizione svoltasi in Svezia nel corso del mese di giugno, rimarginando, almeno in parte, la ferita inflitta dal “Maracanazo” di otto anni prima che aveva posto nello sconforto più assoluto un’intera Nazione.

Passa così in sott’ordine il fatto che una giovane connazionale, non ancora 19enne, avesse fatto il suo ingresso nel Circuito internazionale del Tennis affermandosi agli “Internazionali d’Italia”, superando in Finale (3-6, 6-3, 6-3) l’australiana Lorraine Coghlan, così come che, nel successivo mese di luglio, la stessa trionfasse, in coppia con l’americana Althea Gibson, nella Finale del Doppio al prestigioso Torneo londinese di Wimbledon, avendo la meglio in due set (6-3, 7-5) sulle statunitensi Margaret duPont e Margaret Varner.

D’altronde è capibile, con i Campioni del Mondo rientrati dall’Europa ed un titolo da festeggiare, chi volete che si interessasse ad uno Sport da cui sinora il Paese sudamericano non aveva ricevuto alcun alloro, al pari del resto di quasi ogni altra disciplina, visto, ad esempio, che alle Olimpiadi, il Brasile aveva sino a quell’epoca vinto solo tre medaglie d’Oro, due delle quali grazie al leggendario triplista Adhemar Ferreira da Silva, affermatosi sia ai Giochi di Helsinki ’52 che nella successiva edizione di Melbourne ’56 …

Ma per i prossimi Mondiali di Calcio si devono aspettare quattro anni, nel panorama olimpico il Brasile resterà a digiuno di medaglie d’Oro sino a Mosca 1980, ed ecco allora che – mentre il Santos di Pelé fa collezione di Trofei in Patria e nel Mondo, aggiudicandosi due “Copas Libertadores” ed altrettante Coppe Intercontinentali – anche nel “Pais de Futebol” vi è spazio per ammirare le esibizioni di questa giovane promessa che in pochissimo tempo scala le gerarchie del Tennis internazionale.

Nata a San Paolo l’11 ottobre 1939, Maria Esther Andion Bueno cresce in una famiglia che vive di tennis, ad iniziare dal padre, uomo d’affari che si diletta a praticarlo in un Club di cui è Socio, nonché dal fratello maggiore Pedro, il quale però non riesce ad emergere neppure a livello nazionale.

La piccola Maria inizia a prendere in mano la racchetta ad appena sei anni presso il “Clube de Regatas Tiete” di San Paolo, dimostrando un’innata predisposizione tanto che, pur senza ricevere un’adeguata istruzione con un Maestro a lei assegnato, già a 12 anni si aggiudica il suo primo Torneo di Categoria, a 15 anni è Campionessa nazionale nel singolo ed a 17 anni si afferma nel prestigioso Torneo dello “Orange Bowl” in Florida, tra le juniores.

Non vi è pertanto da stupirsi dei suoi progressi non appena sbarcata nel Vecchio Continente l’anno seguente, dove – a parte il citato successo sul campo del Foro Italico – raggiunge la semifinale nel singolo al Roland Garros (sconfitta 6-2, 1-6, 2-6 dalla britannica Shirley Bloomer) ed i Quarti a Wimbledon, dove cede 3-6, 5-7 rispetto all’altra britannica Ann Haydon, Torneo poi vinto dalla sua compagna di Doppio Gibson, che conferma il titolo dell’anno precedente.

Una Gibson che compie identico percorso agli US Open, in cui la 19enne paulista si arrende ancora ai Quarti (1-6, 2-6) contro l’americana Beverly Baker Fleitz, ed, in coppia con la Bueno, raggiunge la Finale nel Doppio, ma, a differenza di quanto avvenuto sull’erba londinese, stavolta le due cedono (6-2, 3-6, 4-6) di fronte alle connazionali Jeanne Arth e Darlene Hard, nel mentre la brasiliana raggiunge l’ultimo atto anche nel Doppio Misto, in cui fa coppia con l’americano Alex Olmedo, anche in questo caso superata (3-6, 6-3, 7-9) dalla coppia austro-americana formata da Neale Fraser e Margaret DuPont.

Un avvio di carriera ben più che promettente, ma che impallidisce al confronto di ciò che Maria riesce a compiere l’anno seguente, in quella che, a tutti gli effetti, può essere considerata la “Stagione della Consacrazione” ai massimi vertici del Tennis mondiale.

Dopo aver, difatti, esordito al Roland Garros venendo eliminata nei Quarti (6-2, 4-6, 2-6) dalla sudafricana Sandra Reynolds, la quale, assieme alla connazionale Renée Schuurman, la elimina allo stesso stadio del Torneo anche nel Doppio, la non ancora 20enne Bueno si presenta a Wimbledon quale sesta testa di serie del Tabellone, che vede ai primi due posti le tenniste di casa Christine Truman ed Angela Mortimer …

Con la prima delle due ad uscire al quarto turno per opera della messicana Yola Ramirez, fatale anche per l’americana Fleitz – testa di serie n.3 ed eliminata dalla tedesca Edda Buding – la sudamericana acquista confidenza e sicurezza circa le proprie capacità man mano che i turni si susseguono e, dopo aver sconfitto in rimonta sia la tedesca Margot Dittmayer (4-6, 6-1, 6-1) che l’americana Mimi Arnold (5-7, 6-3, 6-1), eccola accedere ai Quarti dopo aver disposto con sufficiente autorità (6-1, 7-5) della neozelandese di origini maori Ruia Morrison …

Quella della regolarità è una delle principali qualità della brasiliana che, nei primi 26 Tornei dello Slam disputati, raggiunge sempre la soglia dei Quarti di Finale, turno che sull’erba londinese, la vede superare agevolmente, con un doppio 6-3, la citata tedesca Buding, mentre è fatale alla seconda testa di serie, la ricordata Mortimer, che cede alla sudafricana Reynolds (5-7, 6-8) al termine di un’autentica battaglia …

Cresciuta nel corso del Torneo, la Bueno infligge una pesante lezione (6-2, 6-4) all’americana Sally Moore in semifinale, dove abbandona i sogni di gloria anche la sudafricana, sconfitta con un doppio 4-6 dall’americana Darlene Hard, alla sua seconda Finale a Wimbledon dopo essere stata sconfitta due anni prima dalla connazionale Gibson, che le aveva negato anche la gioia di trionfare agli US Open ’58, ed ora ritiratasi dalle scene …

Per nulla intimorita dalla maggior esperienza della sua avversaria – che, come già ricordato, l’anno precedente l’aveva sconfitta, in coppia con la Gibson, nella Finale del Doppio agli US Open – la Bueno mette in mostra il suo miglior tennis aggiudicandosi il suo primo Trofeo nel Singolare in soli due set con il punteggio di 6-4, 6-3, lasciando all’americana la “consolazione” di imporsi nel Doppio assieme alla inseparabile Arth, Torneo in cui, una volta tanto, la brasiliana era uscita di scena al primo turno, al contrario di quanto avviene nel Doppio Misto, in cui, facendo coppia con l’australiano Fraser, raggiunge la Finale solo per essere sconfitta (4-6, 3-6) proprio dalla Hard assieme alla “leggenda” australiana Rod Laver.

Il trionfo nella Capitale inglese fa sì che agli US Open, in programma a Forest Hills dal 4 al 14 settembre 1959, la Bueno si veda assegnare la testa di serie n.1, seguita da Reynolds, Truman ed Hard, con quest’ultima decisa a riscattare la sconfitta in Finale dell’anno precedente …

Chi, senza dubbio, riscatta l’esito del negativo Torneo di Wimbledon è la “enfant prodige” inglese Truman che, appena 18enne, si era imposta al Roland Garros, la quale raggiunge la Finale senza perdere neppure un set, letteralmente “spazzando via” l’americana Knode (6-1, 6-2) nei Quarti e non avendo altresì pietà in semifinale (6-2, 6-3) della connazionale Ann Haydon, che a propria volta aveva eliminato la Reynolds nei Quarti …

Con il “seeding” rispettato – tre delle prime quattro teste di serie a raggiungere le semifinali – l’altra sfida vede la Bueno, sino a questo punto “impensierita” solo al quarto turno dalla Arth, superata in rimonta (4-6, 6-3, 7-5) rinnovare il testa a testa con la Hard, uscita vincitrice a fatica (5-7, 9-7, 6-3) dal “Derby americano” con la connazionale Karen Hantze, ma anche stavolta deve abbandonare il sogno di trionfare in Singolare sull’erba di casa, subendo una netta sconfitta per 2-6, 4-6 che consegna alla brasiliana la sua seconda Finale consecutiva in un Torneo dello  Slam.

Con la gioventù a farla da padrona – la Bueno avrebbe compiuto 20 anni tra meno di un mese, la Truman ne ha fatti 18 ad inizio gennaio – la Finale del 14 settembre sull’erba del “West Side Tennis Club” a Forest Hills, nel Queens, sobborgo newyorkese, risulta meno equilibrata di quanto si potesse pensare, visto che la tennista sudamericana fa valere la propria classe nel primo set, fatto suo con un netto 6-1, per poi chiudere l’incontro portandosi a casa anche il secondo parziale per 6-4, così da divenire la prima non Nordamericana ad aggiudicarsi i British e gli US Open nella stessa stagione, al termine della quale raggiunge altresì la prima posizione nel Ranking Mondiale.

Premiata dalla “Associated Press” come “Female Athlete of the Year” – un riconoscimento assegnato per la seconda volta ad un’atleta non americana dopo la “Mammina volante” olandese Fanny Blankers-Koen nel 1948 – Maria fa ritorno in Brasile acclamata come una sorta di eroina nazionale e, visto che gli echi del trionfo mondiale della “Seleçao” si stanno oramai affievolendo, toccano a lei stavolta gli onori della ribalta, venendo ricevuta dal Presidente della Repubblica per poi sfilare per le vie di San Paolo, applaudita dai propri concittadini.

Ma, se vincere non è mai facile, confermarsi è ancor più difficile, dato che, raggiunto il vertice della Classifica mondiale, divieni automaticamente “l’avversaria da battere” ed, inoltre, non puoi esimerti dal prendere parte a tutti i Tornei, con conseguente esordio anche agli Australian Open che si svolgono a gennaio 1960 …

Ed è sull’erba del “Milton Courts” di Brisbane che la sudamericana fa per la prima volta la conoscenza con colei da cui sarà divisa da una fiera rivalità nel corso della prima metà degli anni ’60, vale a dire la non ancora 18enne australiana Margaret Smith (nata il 16 luglio 1942 nel Nuovo Galles del Sud), che la sconfigge (5-7, 6-3, 4-6) nei Quarti, per poi andare a vincere il primo dei suoi 24 (!!) titoli in Singolare dello Slam, un record tuttora ineguagliato, solo avvicinato da Serena Williams, giunta a quota 23.

Ma la partecipazione agli Open d’Australia segna una tappa importante nella carriera della Bueno, poiché la stessa compie un’impresa finora mai realizzata, ovvero di essere la prima tennista ad aggiudicarsi il “Grande Slam” nei quattro Tornei di Doppio – successivamente imitata solo dalla coppia Martina Navratilova/Pam Shriver nel 1984 e da Martina Hingis nel 1998 – iniziando tale avventura affermandosi a Brisbane assieme alla Truman, avendo la meglio in Finale per 6-2, 5-7, 6-2 sulle tenniste di casa Smith/Coghlan.

Una stagione iniziata con il piede (o meglio, il braccio …) giusto per la Bueno e che prosegue in crescendo, in quanto la vede giungere in semifinale al Roland Garros, superata (3-6, 2-6) dalla Hard, poi vincitrice del Torneo, con cui decide di “unire le forze” in Doppio, dando vita ad una coppia pressoché imbattibile, come se ne rendono per prime conto la Haydon e l’americana Patricia Ward, sconfitte 6-2, 7-5 in Finale, con la brasiliana ad aggiudicarsi anche il suo unico titolo dello Slam nel Doppio Misto, in coppia con l’australiano Bob Howe, infliggendo alla britannica (assieme all’australiano Roy Emerson) un secondo smacco, facendo suo il match per 1-6, 6-1, 6-2.

Attesa al pari di una regina nel “Tempio del Tennis” di Wimbledon, ove le viene assegnata la testa di serie n.1, la Bueno asfalta senza tanti complementi tutte coloro che le si parano davanti – 6-3, 6-2 alla belga Mercelis, 6-2, 6-1 alla norvegese Schirmer, addirittura un doppio 6-0 (!!) al quarto turno all’australiana Hellyer ed un mortificante doppio 6-1 alla beniamina di casa Mortimer nei Quarti – prima di rinnovare in semifinale la sfida con l’altra britannica Truman …

L’orgoglio della 19enne inglese la porta, dopo aver subito un pesante 0-6 nel primo set, a strappare alla n.1 del Ranking mondiale il secondo parziale per 7-5, illudendo il pubblico del Campo Centrale di poter compiere l’impresa, sogno immediatamente svanito con il netto 6-1 del terzo set, mentre dalla parte bassa del Tabellone si qualifica per la Finale la rediviva sudafricana Reynolds, capace di eliminare (6-1, 2-6, 6-1) la Hard nei Quarti e la Haydon (6-3, 2-6, 6-4) in semifinale …

Sudafricana che resiste solo nel primo set, perso per 8-6, per poi cedere di schianto (6-0) nel secondo e consentire alla Bueno di bissare il titolo dell’anno precedente, per poi infliggere alla Reynolds una seconda, cocente, umiliazione con il 6-4, 6-0 con cui, assieme all’oramai inseparabile Hard, si aggiudica la Finale del Doppio contro la coppia sudafricana composta anche dalla Schuurman.

Brasiliana che potrebbe entrare nella storia con un “en plein” solo eguagliabile qualora facesse suo anche il titolo nel Doppio Misto, ma stavolta la separazione dalla Hard gioca a favore di quest’ultima, che, assieme a Rod Laver, ha la meglio sulla coppia vincitrice al Roland Garros, al termine di una sfida che infiamma il pubblico presente, come testimonia il relativo andamento di 13-11, 3-6, 8-6 del punteggio.

Oramai assurta a stella assoluta del Circuito, la Bueno non tradisce le attese anche agli US Open che si disputano nell’ultima settimana di agosto 1960, raggiungendo anche in questo caso tutte e tre le Finali delle specialità a cui è iscritta, dando nuovamente vita ad un esaltante incontro nella Finale del Singolo contro la compagna di doppio Hard, cui tocca stavolta avere la meglio imponendosi per 6-4, 10-12, 6-4 …

Una combattente come poche, è ovvio che in coppia con l’americana le altre abbiano poche chances, ed ecco pertanto completato il “Grande Slam” concedendo due soli giochi alle malcapitate Haydon/Catt, superate con un doppio 6-1, mentre nel Doppio Misto il cambio di partner con il messicano Antonio Palafox si dimostra improduttivo, in quanto ad affermarsi per 6-3, 6-2 è la coppia formata da Fraser e dall’oramai 42enne leggenda del Tennis americano Margaret Osborne duPont.

Ricapitolando, tra Singolo, Doppio e Doppio Misto, la Bueno disputa in stagione 9 Finali – 2 in Singolo, 4 in Doppio e 3 in Doppio Misto – sulle 12 a disposizione, vincendone 6, il che è ben più che sufficiente per confermarsi per il secondo anno consecutivo ai vertici del Ranking Mondiale.

Riuscita nell’arco di soli 24 mesi a riscrivere le gerarchie di detto Sport, sino ad allora dominato da giocatrici di lingua anglofona – fossero esse americane, australiane, britanniche o sudafricane – il Mondo del tennis inizia ad interrogarsi su cosa abbia di diverso questa giovane sudamericana, in grado di mettere in riga tutte le altre …

Sicuramente le ha giovato uno stile di gioco audace ed aggressivo, prima fra le tenniste a seguire il proprio servizio a rete privilegiando la sua abilità di colpire la pallina a volo, tanto che il più celebre commentatore Usa del settore, tale Bud Collins – uno, per capirsi, pari al nostro Rino Tommasi e che ne ha senz’altro viste di partite, considerato come sia scomparso nel 2016, ad 87 anni – coniò per lei la definizione di “giocatrice balistica e sgargiante …”, avendo riferimento sia alla precisione dei colpi, ma anche all’eleganza con cui era solita presentarsi sui campi da gioco, con tenute appositamente disegnate per lei.

Di contro, questo suo tipo di gioco quanto mai dispendioso ed il non voler rinunciare a qualsiasi specie di Torneo, dal Singolare ai Doppi, costano alla Bueno una serie di infortuni al braccio ed alle gambe che la limitano nel successivo biennio, in cui torna ad affermarsi agli Internazionali d’Italia 1961 superando in Finale 6-4, 6-4 l’australiana Lesley Turner, per poi abbandonare anzitempo la stagione dopo il Roland Garros, dove è eliminata nei Quarti del Singolare con un doppio 3-6 dall’ungherese Zsuzsi Kormoczy, per poi doversi ritirare nella Finale del Doppio.

Recuperata una forma decente in tempo per la successiva stagione, l’oramai 22enne paulista testa la ritrovata condizione nella Finale degli Internazionali d’Italia 1962, dove è protagonista di una delle più avvincenti Finali che si ricordino al Foro Italico, avversaria la Smith che si impone (8-6, 5-7, 6-4) in tre tiratissimi set, così da dare il via ad una accesa rivalità che infiammerà il successivo triennio.

Rientrata da imbattuta a Wimbledon, la Bueno vede il suo percorso interrompersi in semifinale, sconfitta 4-6, 3-6 dalla cecoslovacca Vera Sukova, così come allo stesso livello nel Torneo del Doppio, dove ad affermarsi, con un doppio 6-3, è la coppia sudafricana formata da Sandra Price e dalla Schuurman.

Più o meno analogo percorso compie un mese dopo agli US Open, dove ad impedirle l’accesso alla Finale, al termine di un altro combattutissimo (8-6, 3-6, 4-6) match, è ancora la Smith che poi fa suo il titolo a spese (9-7, 6-4) della compagna di Doppio Hard, con la quale, rispetto al Torneo londinese, raggiunge la relativa Finale, solo per essere sconfitte dalla coppia americana formata da Billie Jean Moffitt e da Karen Hantze Susman.

Non sono in pochi a ritenere che per la Bueno, al di là dell’ancor giovane età, sia già iniziata la parabola discendente, ma gli scettici devono ricredersi già a far tempo dalla successiva stagione in cui, rinunciando al pari della precedente a presentarsi sia in Australia – dove la Smith inanella una serie di 7 successi consecutivi dal 1960 al 1966 – che a Parigi, torna ad assaporare il gusto della vittoria in Doppio a Wimbledon – dopo essere stata eliminata (2-6, 5-7) nei Quarti dalla futura stella del Tennis Mondiale Moffitt (poi sconfitta 3-6, 4-6 in Finale dalla Smith) – allorché con la fidata Hard ha la meglio al termine di un combattutissimo incontro (8-6, 9-7) sulla coppia australiana formata dalla Smith e da Robyn Ebbern.

Il successo sull’erba londinese rappresenta la molla necessaria affinché la brasiliana possa riacquistare la fiducia in sé stessa necessaria affinché l’8 settembre 1963 sia in grado di affrontare con la giusta determinazione la Smith nella Finale degli US Open, riuscendo ad avere la meglio per 7-5, 6-4 pur dovendo cederle lo scettro nella rivincita della Finale del Doppio di Wimbledon, allorché è la coppia australiana ad imporsi (4-6, 10-8, 6-3) al termine di un altro match indimenticabile …

Oramai rigenerata, la Bueno vive un’altra “Stagione da Sogno” nel 1964, che la vede stranamente a secco di Finali nel Doppio, ma in compenso caratterizzata dal raggiungere l’atto conclusivo in tutti e tre i Tornei dello Slam a cui partecipa, a cominciare dal Roland Garros, in cui la Finale persa (7-5, 1-6, 2-6) contro la Smith rappresenta il suo miglior risultato in carriera sulla terra rossa parigina.

Ma i suoi Tornei preferiti sono oramai universalmente riconosciuti il British e l’US Open, e tornare a distanza di 4 anni a disputare la Finale sul “Campo Centrale” di Wimbledon rappresenta pur sempre un’emozione unica, tanto più che l’avversaria non può che essere ancora la Smith, costretta stavolta a cedere non senza aver dato comunque battaglia, come testimonia (6-4, 7-9, 6-3) l’andamento del punteggio.

Un successo che la Bueno replica agli US Open con una facilità disarmante, favorita anche dall’uscita prematura di scena di tutte le sue più pericolose avversarie, tanto da ritrovarsi all’atto conclusivo senza aver lasciato neppure un set, analogo trattamento riservato alla meteora Carole Graebner – al suo miglior risultato in carriera in Singolare – che viene travolta senza pietà con un eloquente 6-1, 6-0 che non ammette repliche di sorta.

Tornata al vertice del ranking Mondiale di fine stagione, la sudamericana – oramai una Star al pari di una diva di Hollywood in Patria – mette insieme altre due buone stagioni, che la vedono raggiungere la sua unica Finale agli Australian Open, dove l’1 febbraio 1965 si arrende per infortunio alla Smith sul 5-7, 6-4, 5-2 a favore della beniamina di casa, così come è ancora in grado di affermarsi per la terza ed ultima volta agli Internazionali d’Italia (6-1, 1-6, 6-3) sull’americana Nancy Richey) e di raggiungere la semifinale al Roland Garros, dove è sconfitta (6-2, 4-6, 6-8) dalla 23enne australiana Lesley Turner che poi ha la meglio (6-3, 6-4) anche sulla più quotata connazionale Smith, con quest’ultima a cogliere il titolo nel Doppio Misto (6-4, 6-4) in coppia con Ken Fletcher sulla Bueno affiancata dall’australiano John Newcombe.

Il ritorno da Campionessa in carica davanti al pubblico londinese che l’adora è una carica non da poco che consente alla Bueno di raggiungere la sua quarta Finale dopo un’aspra battaglia (6-4, 5-7, 6-3) con la Moffitt in semifinale, prima di dover cedere (4-6, 5-7) in quella che oramai è la “sfida annunciata” con la Smith, per poi avere comunque l’ultima parola affermandosi, proprio in coppia con l’americana, nella Finale del Doppio, avendo facilmente la meglio (6-2, 7-5) sulle francesi François Durr e Janine Lieffrig, e quindi arrendersi (2-6, 3-6) alla Moffitt nella semifinale degli US Open, toccando stavolta all’americana “subire la legge” della Smith (8-6, 7-5) all’atto conclusivo.

Una stagione che si ripete quasi in fotocopia l’anno seguente, in cui la sudamericana è ancora semifinalista (sconfitta 6-4, 5-8, 3-6 dall’inglese Ann Jones) a Parigi, raggiunge la sua quinta Finale in otto apparizioni a Wimbledon – dove è sconfitta per 3-6, 6-3, 1-6 dalla Moffitt ora maritata King – e conferma il successo in Doppio, stavolta in coppia con l’americana Richey, avendo la non trascurabile soddisfazione di superare le australiane Smith/Judy Tergat con il punteggio di 6-3, 4-6, 6-4.

Lo sguardo è ora rivolto agli US Open, dove stavolta però la storia cambia, visto che, dopo aver avuto la meglio in una lunghissima semifinale (6-2, 10-12, 6-3) sull’americana Casals, la Bueno si aggiudica il suo quarto titolo avendo la meglio in Finale sulla compagna di Doppio Richey con un netto 6-3, 6-1, contribuendo a consolarla con il successo nel Doppio, al cui atto conclusivo sconfiggono (6-3, 6-4) una delle più forti coppie dell’epoca, ovvero quella formata da Moffitt-King e Casals.

Il ritorno per l’ultima volta ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno rappresenta “il canto del cigno” per la Bueno, che nel Torneo di Wimbledon 1967 – dopo aver raggiunto la sua quinta Finale al Foro Italico, sconfitta con un doppio 3-6 dalla Turner – vede interrotta la sua striscia di presenze almeno nei Quarti dei Tornei dello Slam a cui ha partecipato, “onore” che spetta (2-6, 6-2, 6-3) alla Casals, riuscendo comunque, in detta edizione, a raggiungere ancora la Finale del Doppio, dovendo peraltro subire (11-9, 4-6, 2-6) la rivincita da parte della coppia Moffitt-King/Casals, così come la King, avendo l’australiano Owen Davidson come partner, la supera nella Finale del Doppio Misto in cui fa coppia con l’altro australiano Fletcher, al termine di un interminabile terzo set, concluso sul 15-13 dopo il 3-6, 6-2 dei precedenti parziali.

L’ultimo acuto – e diremmo degna conclusione di una straordinaria carriera – la Bueno lo mette a segno durante gli US Open 1968, Torneo in cui, dapprima raggiunge la semifinale nel Singolare (sconfitta 6-3, 4-6, 2-6 dalla King), e quindi si allea con l’acerrima rivale Smith (ora divenuta anch’essa Signora Court) per formare l’unica coppia in grado di sconfiggere le americane King/Casals, e ciò avviene al termine della consueta, accesissima Finale come il punteggio di 4-6, 9-7, 8-6 testimonia.

Ritiratasi dalle scene, la Bueno – in cui onore i “Correios do Brasil” (le Poste brasiliane) emettono nel 1959 uno speciale francobollo a ricordo del suo primo successo a Wimbledon – avvia l’esperienza di commentatrice sportiva per il canale brasiliano SPORT TV, nel mentre risale al 1978 il suo inserimento nella “International Tennis Hall of Fame”, un anno prima della sua “rivale” Margaret Smith-Court, così come nel 2015 viene intitolato a suo nome il “Centro Olimpico di Tennis” di Rio de Janeiro, in previsione dei Giochi che si sarebbero svolti l’anno seguente …

Uno Sport come il Tennis in cui le cifre e le statistiche non dicono tutto, ma certamente quasi, la Carriera di Maria Esther Bueno si racchiude in 12 Finali di Singolare nei Tornei dello Slam, con 7 vittorie e 5 sconfitte (3 su 5 a Wimbledon e 4 su 5 agli US Open) ed in 11 successi a fronte di 5 sconfitte in Doppio, potendo vantare un 5 su 6 a Wimbledon ed un 4 su 7 agli US Open, nonché nell’essere stata per quattro volte (nel 1959, ’60, ’64 e ’66) ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno.

Ma, soprattutto, ha insegnato al resto del pianeta che il Tennis non è una Disciplina riservata alle giocatrici di lingua anglofona, anche se si dovrà attendere la fine degli anni ’70 per vedere affermarsi la cecoslovacca d’origine Martina Navratilova, pur se naturalizzata statunitense.

Tutte, comunque, aride considerazioni rispetto al tributo riservatole dal pubblico del Roland Garros il 9 giugno 2018 prima dell’inizio della Finale tra la rumena Simona Halep e l’americana Sloane Stephens, con un minuto di applausi alla notizia che, il giorno precedente, Maria si era dovuta arrendere ad un avversario più forte di lei, una rarissima forma di carcinoma della pelle, all’età di 78 anni …

E, crediamo che, da lassù, non possa essere riuscita a trattenere le lacrime …

 

SIR NORMAN BROOKES, IL PRIMO AUSTRALIANO CHE TRIONFO’ A WIMBLEDON

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Norman Brookes – da tennisconcepts.org

articolo di Nicola Pucci

Quando andiamo a sfogliare gli albi d’oro dei tornei dello Slam, inevitabilmente troviamo tracce profonde di tennis australiano, se è vero che gli “aussie” possono vantare non solo una tradizione secolare nello sport con la racchetta, ma pure un congruo numero di campioni tra i più grandi. Ma se l’Australia, accanto alle 28 vittorie in Coppa Davis, ha dominato gli anni Cinquanta e Sessanta concentrando in quel ventennio un bel manipolo di fuoriclasse, nondimeno ha celebrato solo nel 1907 il suo primo giocatore in grado di trionfare sui prati londinesi di Wimbledon. Quel tennista risponde al nome di Norman Brookes, e ragionevolmente può venir considerato la prima grande stella del tennis australiano.

Brookes nasce a Melbourne il 14 novembre 1877, curiosamente l’anno della prima edizione del torneo di Wimbledon, da una famiglia benestante che ha fatto fortuna con le miniere d’oro, e se si avvicina tardi al tennis, a 20 anni, in un paese ancora troppo ai margini di tutto e senza campi dove praticare se è vero che solo nel 1905 vedono la luce, in forma esclusivamente locale, quegli Australian Open che oggi sono uno dei quattro eventi tennistici più importanti dell’anno, altresì da autodidatta Norman, avviato al tennis da quel Wilberforce Eaves che per tre anni, dal 1895 al 1897, è semifinalista a Wimbledon, si costruisce un gioco di tutto rispetto. Seppur con molte lacune tecniche, giocando, ad esempio, in maniera ben poco ortodossa dritto e rovescio, colpendo la palla con la stessa faccia della racchetta.

Ma se Brookes è una sorta di “manovale” della racchetta, allo stesso tempo è anche un innovatore e finissimo stratega sul campo, adottando, prima tennista della storia a farlo, il serve-and-volley sia sulla prima che sulla seconda di servizio. E questo non per chiudere un punto già in parte costruito con una battuta efficace, bensì per mettere sotto pressione l’avversario di turno ed impedirgli di praticare il gioco a lui più congeniale. Il che porta risultati copiosi, fin da subito, perché Brookes è in grado di garantire alla palla tali traiettorie impreviste ed imprendibili che non solo ne fanno un giocatore difficile da contrastare ma pure gli guadagnano l’appellativo di “stregone“.

Brookes impara e sviluppa il suo gioco mancino sul terreno che la famiglia ha costruito nel parco della villa di Queens Road, e quando nel 1905, ormai 28enne, vola in Europa per tre mesi a raggiungere l’altro grande interprete del tennis che viene dall’altro capo del mondo, il neozelandese Tony Wilding, che ha sei anni meno di lui, è l’ora di mostrare agli inglesi, che lo hanno allevato e forgiato, ciò che è in grado di mettere in atto su un campo da tennis. E se con Wilding porta in finale di Coppa Davis l’Australasia, perdendo poi con un netto 5-0 al circolo del Queen’s di Londra contro gli Stati Uniti presi per mano da Beals Wright e William Larned, nondimeno alla prima partecipazione al torneo di Wimbledon raggiunge il Challenge Round battendo, uno dopo l’altro e sempre in tre rapidi set, Salmon, Caridia, Escombe, Hillyard, Riseley e il leggendario Arthur Gore, superando poi in finale Sydney Smith in cinque set prima di arrendersi, 8-6 6-2 6-4, a Laurence Doherty, giunto alla quarta vittoria consecutiva.

Il trionfo londinese è solo rimandato, se è vero che Brookes, dopo aver saltato il 1906, si ripresenta nel 1907, e stavolta non per ricoprire il ruolo di sparring-partner, bensì per prendersi la coppa quale miglior giocatore del mondo. Ed in effetti Norman, a Wimbledon, dimostra di essere il più forte di tutti, anche di quel Tony Wilding che uno strano scherzo del tabellone gli mette davanti al secondo turno. I due amici danno vita ad una sfida epica, risolta infine da Brookes con il punteggio di 4-6 6-2 6-3 2-6 6-3 che gli apre la strada verso la finale, raggiunta dopo aver liquidato anche Arthur Lowe in tre set, l’americano Karl Behr in altri cinque, dispendiosi set, gli altri due britannici Adams e Ritchie senza nessun patema, prima dell’atto decisivo risolto facilmente, 6-4 6-2 6-2, ancora contro Arthur Gore. Aggiungendo al titolo di singolare anche quello di doppio, in coppia proprio con Wilding, superando Behr e Wright quasi con lo stesso punteggio, 6-4 6-4 6-2.

Brookes, che non solo è il primo australiano di grido del tennis ma anche il primo tennista non britannico a vincere il torneo di Wimbledon, si guadagna la palma di giocatore più forte del pianeta, status che viene rafforzato dal successo nella finale di Coppa Davis contro la Gran Bretagna che, sempre a Wimbledon, vede Norman contribuire al 3-2 definitivo con due punti fondamentali in singolare, battendo ancora Gore, 7-5 6-1 7-5, e demolendo Herbert Roper Barrett nell’ultima sfida, 6-2 6-0 6-3.

Norman Brookes rinnoverà l’appuntamento con la vittoria a Wimbledon solo sette anni dopo, nel 1914, lasciando nel frattempo spazio agli stessi Gore e Wilding, che trionferanno a loro volta due e quatto volte, e trionfando agli Australian Open del 1911 contro Horace Rice, 6-1 6-2 6-3, dominando la concorrenza al punto da non lasciare nessun set agli avversari, fossero essi Davin, Ritchie, Clements, immancabilmente Gore e Beamish, lottando cinque set con il tedesco Otto Froitzheim in finale, 6-2 6-1 5-7 4-6 8-6, e confermando la sua superiorità su Wilding al Challenge Round, 6-4 6-4 7-5.

Un fuoriclasse, dunque, Norman Brookes, che continuerà a giocare ben oltre i 40 anni, vincendo gli US Open di doppio nel 1924 con quel Gerald Pattersson che nel 1919 lo aveva sconfitto nella finale di Wimbledon, strappandogli lo scettro di re d’Inghilterra, conservato per l’interruzione imposta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tanto di cappello.

QUANDO CONNORS AGLI US OPEN 1978 SBARRO’ A BORG LA STRADA VERSO IL GRANDE SLAM

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Connors e Borg prima del match di finale – da eurosport.fr

articolo di Nicola Pucci

Con gli Australian Open a disputarsi su erba a dicembre, è palese che chi voglia infine mettere le mani sul Grande Slam come solo Rod Laver ha saputo fare nel 1962 e nel 1969 debba prima non solo far doppietta a Parigi e Londra, ma pure andare a cogliere un terzo trionfo consecutivo nei Major a New York.

Orbene, Bjorn Borg, dopo aver dominato al Roland-Garros nel biennio 1974/1975 fallendo a Wimbledon (demolito da El Shafei prima, eliminato da Ashe poi) e aver fatto esattamente l’opposto nel 1976 e nel 1977 inciampando sull’amata terra battuta (sconfitto dal gioco di volo, ispiratissimo, di Adriano Panatta per poi dover rinunciare avendo sottoscritto un contratto con il World Team Tennis) e aver domato i prati inglesi, ecco che per il 1978 lo svedese di ghiaccio, numero 1 del mondo, rinnova la sfida. E stavolta pare ben deciso ad andare fino in fondo alla sua scommessa vincente.

In effetti, con il fallimento definitivo del World Team Tennis, nel 1978 Borg, così come Connors, i due re del tennis, possono tornare a gareggiare a Parigi, ma se lo svedese è della partita, l’americano, che a primavera ha vinto ripetutamente, decide invece di “passare“. Per ripicca essendogli stato vietato l’accesso alla Porte d’Auteuil nei quattro anni precedenti o per una presunta mononucleosi, non si è mai saputo bene perché. E senza il rivale più pericoloso, per il gran dispiacere del pubblico parigino che attendeva il confronto, titanico, tra i due campioni, Borg ha vita facile.

Al Roland-Garros “l’orso” scandinavo deve fare i conti con Guillermo Vilas, testa di serie numero 2 e detentore del titolo, ma il suo ruolino di marcia la dice lunga sul suo stato di forma. Borg elimina uno dopo l’altro Deblicker, 6-1 6-1 6-1, Fagel, 6-0 6-1 6-0, Bertolucci, 6-0 6-2 6-2, Tanner, 6-2 6-4 7-6, Ramirez, 6-3 6-3 6-0, e Barazzutti in semifinale, 6-0 6-1 6-0, dimostrando, caso mai ce ne fosse bisogno, che quando si tratta di pedalare e colpire su terra battuta, nessuno ma proprio nessuno è in grado di opporgli resistenza. Cosa che ambirebbe di fare lo stesso Vilas, che tiene fede al suo status di secondo favorito del torneo arrampicandosi a sua volta in finale, dovendo nondimeno impegnarsi in cinque set al secondo turno contro l’americano Billy Martin, che non sfrutta una palla per andare 5-1 nel parziale decisivo!, e ai quarti di finale contro il cileno Hans Gildemeister, lasciando per strada un set anche ad un giovanissimo Yannick Noah al terzo turno. E’ il cinquantenario del torneo, che qui debuttò nel 1928, e per la finale, illuminata da un sole abbacinante, il pubblico attende battaglia tra due giocatori maledettamente simili nel gioco di regolarità e nell’utilizzo di un corpo da maratoneta. Unica differenza, uno è destro e l’altro è mancino, ma alla resa dei conti Borg non conosce incertezza, padrone com’è del campo e della situazione tanto da infliggere all’argentino un passivo, 6-1 6-1 6-3, che non ammette repliche. Borg è nuovamente il re del rosso.

Qualche settimana dopo Borg si presenta all’All England Lawn Tennis and Crocket Club per difendere i due titoli conquistati sull’erba di Wimbledon. A Londra Connors è di ritorno, ed è ben deciso a prendersi la rivincita della finale dell’anno prima che lo ha visto soccombere in cinque set. Borg e Connors sono le prime due teste di serie, ovviamente, ed esattamente come a Parigi confermano le indicazioni della vigilia arrivando puntuali all’atto finale. Ma se l’americano è tanto performante da lasciare un set ciascuno a Warwick e Gorman ai primi turni per poi demolire in tre rapidi set Alexander, Ramirez e Geruliatis, lo svedese vede le streghe al primo turno contro Victor Amaya che in una giornata cupa, infastidita dalla pioggia, va avanti due set a uno ed un break, con occasione di doppio break al quarto, prima di subire la rimonta di Borg che sopravviva ad una sfida che si era messa non male, di più. Scampato il pericolo, il campione scandinavo marcia deciso verso la finale, lasciando un altro set al cileno Fillol al terzo turno per poi a sua volta fare un sol boccone dei malcapitati Sandy Mayer e Tom Okker. Finale, dunque, auspicata da tutti, e che per Connors, che si porta rapidamente sul 2-0, parrebbe iniziare col piede giusto. Figurarsi, è solo un fuoco di paglia, Borg ha una marcia in più, non sbaglia un colpo da fondocampo ed in men che non si dica acchiappa il primo set, 6-2. Nessuno, tuttavia, pensa che debba essere solo l’inizio di un’esecuzione, come invece avviene con Connors che perde il servizio ad inizio secondo set, si procura tre palle per il controbreak, ma sbatte ancora contro un Borg che serve tre aces e si invola, incontenibile, verso un successo che non lascia proprio margine ad incertezza alcuna su chi sia stato il più forte sul Centre Court di Wimbledon, 6-2 6-2 6-3.

Borg realizza dunque per la prima volta in carriera la doppietta Parigi/Londra, e se un terzo successo consecutivo a Wimbledon lo eleva al rango di fuoriclasse tra i più grandi di sempre, l’obiettivo del Grande Slam diventa l’ossessione di un fine stagione che invita lo scandinavo all’appuntamento più impegnativo, l’US Open nel nuovo stadio di Flushing Meadows. Qui Connors gioca in casa, avendo battuto lo svedese in semifinale nel 1975, 7-5 7-5 7-5, e in finalenel 1976, 6-4 3-6 7-6 6-4, ma se allora si giocava su terra verde, la nuova superficie in cemento sembra dover favorire il gioco d’attacco di Jimbo, che qui sa come si fa a vincere e che uscendo, sconfitto, dal centrale di Wimbledon ha sussurrato “lo perseguiterò su ogni campo del mondo, fin quando non lo avrò battuto!“.

E quale migliore occasione dell’US Open, che per l’americano non solo rappresenterebbe la gustosa rivincita della batosta londinese, ma avrebbe ancor più sapore di beffa potendo negare a Borg l’opportunità di andare in Australia a competere per il Grande Slam. Detto, fatto, Connors scavalca agilmente Tom Gullikson e Docherty, prima di concedere un set a Dupré e dar vita agli ottavi al match più bello del torneo, superando al quinto set e rimontando da 3-5 quell’Adriano Panatta riapparso infine in grande spolvero. Gottfried ai quarti ed un acerbo McEnroe in semifinale nulla possono per contrastare l’ardore di Connors, che vola in finale e trova l’avversario desiderato, appunto Borg, che ha ceduto strada facendo un set a Mitton ed uno a Ramirez prima di avere la meglio di Gerulaitis in semifinale, 6-3 7-6 6-2. In finale, ancora, non c’è partita, ma stavolta a dominare è Connors, intrattabile sul proprio servizio tanto da non concedere al rivale neanche una palla-break, ed aggressivo nel ribattere gli affondi di rovescio di Borg. Che difettano di incisività, ed allora, a fronte del 6-4 6-2 6-2 segnato dal tabellone luminoso, a fine match si viene a sapere che lo svedese ha giocato la sfida decisiva limitato da un infortunio al pollice della mano destra, trattato con antidolorifici.

Disdetta, ma proprio nel giorno più importante doveva capitare tale sventura a Borg? Perché così sfuma il sogno Grande Slam, esattamente come sfumerà anche nei due anni successivi, quando lo batteranno Tanner ai quarti di finale nel 1979, prendendosi pure lui la rivincita della sconfitta di Wimbledon, e proprio McEnroe, con cui Borg nel 1980 battaglierà, ancora, per cinque entusiasmanti set.

 

MARTINA HINGIS, UNA REGINA SVIZZERA SUL TRONO DI WIMBLEDON 1997

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Martina Hingis con il trofeo di Wimbledon 1997 – da tenniscircus.com

articolo Nicola Pucci

Oggi che Roger Federer si appresta a dare l’assalto all’ennesimo titolo di Wimbledon (sarebbe il nono, in caso di vittoria) incendiando ancora i cuori rossocrociati, giova ricordare che non molto tempo addietro quel paese, che si illumina di immenso tra maestose vette alpine e ha regalato all’enciclopedia dello sport sciatori tra i più grandi di sempre, già trepidò per una giovincella abilissima nel trattamento della racchetta.

Martina Hingis, in effetti, appare sulla scena del tennis internazionale con le stimmate della predestinata quando poco più che adolescente lei, classe 1980, nata in Cecoslovacchia ma poi trasteritasi in Svizzera con mamma Melanie che divorzia da papà Karol per poi ricongiungersi sentimentalmente con tale Andreas Zogg, tecnico di computer, si impone nel torneo juniores del Roland-Garros nel 1993, battendo in finale la belga Laurence Courtois, diventandone, non ancora 13enne, la vincitrice più giovane di sempre.

La Hingis gioca tanto facile e colpisce con tale eleganza ed incisività che tutti gli osservatori, nessuno escluso, le prospettano una futura carriera professionistica da numero 1. Martina non lì deluderà, no davvero.

Nel 1994, non prima aver vinto sotto l’occhio ammirato del vostro scriba il Torneo Giovanile di Firenze, la Hingis debutta nel circuito maggiore proprio al torneo di casa, a Zurigo, assurgendo velocemente al rango di stellina in divenire. Mamma Melanie è sempre al suo fianco e vigila perché nessun dettaglio venga lasciato al caso, e se quelli sono gli anni in cui la generazione dei fenomeni Graf, Seles e Sabatini si sta preparando al passaggio di testimone a quella, più muscolosa, delle sorelle Williams, Serena e Venus, ecco che la giovanissima elvetica sarà l’anello di congiunzione tra le due epoche tennistiche.

La Hingis scala le classifiche a passi da gigante, perdendo ad Amburgo nel 1995 contro Conchita Martinez la prima finale in carriera, vincendo l’anno dopo il torneo di doppio proprio a Wimbledon in coppia con Helena Sukova segnando un altro record di precocità, giungendo in semifinale agli US Open dove solo Steffi Graf la ferma, faticando, 7-5 6-3, infine vincendo nell’ottobre della stessa stagione a Filderstadt il primo titolo professionistico, 6-2 3-6 6-3 ad Anke Huber, entrando pure a nella top-10 delle migliori giocatrici al mondo. Il risultato le garantisce la partecipazione al Masters di fine anno, e se nell’occasione trascina in finale la regina, appunto la Graf, al quinto set, pur perdendo quel parziale decisivo con un netto 6-0 è chiaro ormai a tutti che il passaggio di consegne è iniziato.

Il 1997, infatti, è l’anno d’oro della Hingis, che poco più che 16enne vince 12 delle 13 finali giocate trionfando subito agli Australian Open, 6-2 6-2 in finale a Mary Pierce, perdendo clamorosamente al Roland-Garros quando è Iva Majoli a sorprenderla, complici i postumi di una caduta da cavallo qualche settimana prima del torneo parigino, presentandosi infine a Wimbledon nelle vesti di candidata più autorevole a diventare Regina d’Inghilterra. Già, perché nel frattempo, a far data 31 marzo, Martina è pure diventata la più giovane numero 1 del mondo della storia del tennis in gonnella.

A Church Road, sui prati dell’All England Lawn Tennis and Crocket Club, la Hingis è ovviamente accreditata della testa di serie numero 1, dovendo tuttavia guardarsi da Monica Seles, tornata competitiva ai massimi livelli dopo lo stop imposto dal folle gesto di Gunther Parche che l’accoltellò alla spalla al torneo di Amburgo del 1993, e da Jana Novotna, che qualche anno prima perse una finale quasi vinta con Steffi Graf, detentrice dl titolo londinese ma assente stavolta per un infortunio al ginocchio, per poi versare lacrime copiose sulla mise della duchessa di Kent all’atto della premiazione, ed è indubbiamente la giocatrice più idonea del lotto al gioco su erba.

E proprio Hingis e Novotna rispettano in pieno le attese della vigilia, con la svizzera che non lascia che le briciole alle avversarie proposte dal tabellone, siano esse la lussemburghese Kremer, 6-4 6-4, la bielorussa Barabanschikova, 6-2 6-2, l’americana Arendt, 6-1 6-3, la belga Appelmans, altro 6-1 6-3, la ceca Chladkova, 6-3 6-2, o la “lolita” russa Anna Kournikova, che in una semifinale che rappresenta il meglio del ricambio generazionale in corso si arrende nettamente, 6-3 6-2, pur battagliando e sbattendosi coriacemente.

La Novotna, che insegue ancora quel sogno Wimbledon che infine troverà conforto l’anno dopo battendo Nathalie Tauziat, cede un set alla tedesca Probst al primo turno, così come alla russa Likotseva al secondo, per poi scavalcare agevolmente l’ostacolo proposto dalla spagnola Leon Garcia, dar vita agli ottavi contro Mary Joe Fernandez al match più avvincente del torneo, risolto con un sofferto 5-7 6-4 7-5, liquidare la giapponese Basuki in due set, e demolire la resistenza da fondocampo di Arantxa Sanchez in semifinale, 6-4 6-2.

Il 5 luglio 1997, dunque, Hingis e Novotna si danno appuntamento sul Centre Court di Wimbledon, l’una per confermarsi numero 1 del mondo sul campo più prestigioso, l’una per cacciare i fantasmi che la tormentano da quattro anni e sfatare la maledizione dei Championships. Cosa che parrebbe possibile dopo che nel primo set la ceca, tanto incessante quanto impeccabile nell’attaccare col serve-and-volley il gioco geometrico della svizzera, chiude 6-2 in soli ventidue minuti. La Hingis vede profilarsi all’orizzonte un’altra beffa sul genere di quella accusata a Parigi, ed allora altro non può fare che alzare il livello del suo gioco ed attendere che qualche timore vada a disturbare quello di Jana. Come puntualmente avviene sul 3-2 Hingis nel secondo set, con la Novotna che sbaglia due voleè e concede il break del 4-2, che di lì a poco diventa 6-3 ed un set pari. L’inerzia del match ormai volge a favore della numero 1 del mondo, che scambia sguardi d’intesa con mamma Melanie, piazza subito un break ed infine, con l’ennesimo passante del pomeriggio, firma un altro 6-3 che la proietta sul trono d’Inghilterra.

Martina Hingis ha 16 anni e 278 giorni, e se diventa la più giovane vincitrice del torneo di singolare femminile di Wimbledon da quando ci riuscì Lottie Dod nel 1887, beh, credo proprio che nel suo caso l’etichetta di baby-fenomeno non sia davvero sprecato. Poi verrà re Roger… ma in Svizzera possono pure attendere ancora qualche anno ancora.

L’ESPLOSIONE TENNISTICA DI BORIS BECKER A WIMBLEDON 1985

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Boris Becker con la coppa di Wimbledon – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Se a metà degli anni Settanta Bjorn Borg rivoluziona il tennis per precocità ed applicazione della metodologia scientifica, un decennio dopo, a far data 1985, un altro ragazzone biondo imprime il suo marchio, per esplosività ed esuberanza atletica, allo sport della racchetta.

Lo avrete indubbiamente capito, stiamo parlando di Boris Becker, che entra di prepotenza, è proprio il caso di dirlo, nella storia e nei libri d’oro del tennis vincendo, a 17 anni e 227 giorni, il torneo di Wimbledon, al tempo stesso diventandone il più giovane trionfatore nonché il primo tedesco a riuscire nell’impresa, lì dove non aveva fatto centro il barone Von Cramm, battuto a tre riprese in finale tra il 1935 e il 1937, prima che gli venisse imposto l’alt dal regime nazista con l’accusa di omosessualità.

Torniamo a Becker, che nasce a Leimen, centro del Baden-Wurttemberg, il 22 novembre 1967, ed inizia a praticare tennis all’età di cinque, potendo sfruttare il campo che il papà si fa costruire nella casa di proprietà. Il giovanotto cresce, bene, in talento e fisico, e se la sua strada incrocia quella di Boris Breskvar prima, di Gunther Bosch poi, che lo allenano, e di Ion Tiriac, che opera da manager nella prima fase da professionista, ecco che il sodalizio così composto inizia ben presto a mietere successi. Con Boris, che dopo la licenza media ha ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione tedesca la dispensa a proseguire gli studi, che si affaccia al palcoscenico mondiale già nel 1984, raggiungendo il terzo turno alla prima partecipazione a Wimbledon, dove batte facilmente l’americano Willemborg e il nigeriano Odizor prima che un infortunio lo costringa alla resa quando è sotto 1-2 con Bill Scanlon, per poi, a fine anno, guadagnare addirittura i quarti di finale sull’erba australiana, eliminando Tim Mayotte, testa di serie numero 7, Pfister e Forget in tre set, ed arrendendosi solo all’altro americano Ben Testerman, 6-4 6-3 6-4, a sua volta poi fermato in semifinale da Kevin Curren. Già, Curren, ne riparleremo tra poco, vedrete.

Corpo massiccio, 191 centimetri per 85 chilogrammi, al soldo di un servizio paralizzante ed un gioco di volo che alla forza bruta coniuga anche tocco gentile, Becker, poco più che 17enne, chiude il 1984 il 66esima posizione, ma l’anno che viene lo vede già protagonista in prima linea, mostrando di saper giocare bene su tutte le superfici se è vero che giunge ai quarti a Rotterdam (coperto, battendo Gerulaitis) e Las Vegas (cemento, superando Edberg nella prima sfida di una rivalità che segnerà gli anni a seguire) e in semifinale a Roma (terra battuta, superando clienti ostici come Tulasne ed Aguilera in due set prima di arrendersi a Yannick Noah), per poi non andare oltre il secondo turno al Roland-Garros, battendo ancora il “vecchio” Gerulaitis, 6-3 6-7 6-1 6-1, per poi inchinarsi alla superiorità di Mats Wilander, 6-3 6-2 6-1, futuro vincitore dello Slam parigino.

Il calendario del tennis, lo sapete bene, dopo la terra francese propone l’erba britannica, e a Londra Becker trova terreno fertile per esprimere appieno le sue doti di bombardiere in divenire. Con occhio di riguardo al presente. Si comincia con il torneo del Queen’s, gustoso antipasto di Wimbledon e che solitamente consente ai pretendenti al titolo ai Championships di registrare gli ingranaggi del gioco sui prati, fermi all’anno precedente. E se in assenza di John McEnroe, trionfatore in quattro delle ultime sei edizioni ma bandito dal torneo dopo che nella finale del 1984 ha apostrofato come “idiota” l’arbitro del match con Leif Shiras, e re a Wimbledon nel 1983 e nel 1984, pure Connors, che ha vinto a sua volta a due riprese al Club della Regina, esce subito per mano del qualificato Mike De Palmer, e lo stesso Curren, testa di serie numero 2 e che ha puntato l’intera stagione sugli appuntamenti londinesi, perde per mano di Paul Annacone una maratona risolta 6-7 7-6 8-6, ecco che il germanico, che si è presentato in qualità di numero 29 del mondo ed è accreditato della testa di serie numero 11, si fa strada a suon di aces, eliminando due onesti mestieranti del serve-and-volley come Todd Nelson e Dan Cassidy, lasciando un set a David Pate agli ottavi e nelle ultime tre sfide disponendo in due set, denunciando sicurezza nei propri mezzi e controllo delle emozioni, Pat Cash, uno che sull’erba ci sa giocare bene, eccome, 6-4 6-4, l’altro australiano, di minor spessore tecnico ma maggiore esperienza, Paul McNamee, 6-1 6-4, infine all’atto decisivo Johan Kriek, che coniuga attitudine e tecnica, 6-2 6-3, mettendo in saccoccia il primo titolo in carriera.

Oltre a diventare numero 20 del mondo (ma non testa di serie a Wimbledon), Becker a tutti gli effetti assurge al rango di mina vagante all’All England Lawn Tennis and Croquet Club, seppur nessuno ritenga possa, vista la giovane età, puntare al piatto placcato d’oro destinato al vincitore. Anche perché McEnroe è di ritorno e tocca a lui, in qualità di trionfatore delle due ultime edizioni, la veste di favorito numero 1.

La fortuna, solitamente, aiuta gli audaci. E di audacia, Becker, ne ha davvero in quantità macro, ed allora la buona sorte gli dà una grossa mano infilandolo nella parte bassa del tabellone, quella occupata dalla testa di serie numero 2, Ivan Lendl, che ha un conto in sospeso con Wimbledon e per il quale i giardini non sono proprio il pane quotidiano. McEnroe e Connors, finalisti dodici mesi prima e pretendenti più autorevoli al trono d’Inghilterra, finiscono invece nella zona superiore, così come Cash e Curren, validissime alternative quando si tratta di giocare serve-and-volley, il neozelandese Chris Lewis, che nel 1983 stupì tutti giungendo fino all’atto finale, e proprio Stefan Edberg, acerbo quanto Becker, se non di più, ma che si farà, eccome se si farà, in un futuro molto prossimo. Wilander, Noah e Nystrom, non proprio dei draghi sui manti verdi, tengono compagnia al teutonico, che realisticamente, tra gli specialisti del gioco di volo, può temere solo lo svedese atipico Anders Jarryd, e quel Tim Mayotte che non brilla in continuità ma quando sente profumo di Wimbledon prende vigore e diventa cliente pericoloso.

In effetti Becker, dopo aver disposto di Hans Pfister al debutto in quattro set ed aver sommerso Matt Anger con un 6-0 6-1 6-3 davvero inequivocabile, esce vittorioso da una battaglia epocale con Nystrom, infine battuto 9-7 al quinto set dopo che lo scandinavo aveva servito due volte per il match, per poi rimontare un set a Mayotte ed imporsi nuovamente al parziale decisivo, entrando a vele spiegate ai quarti di finale dove l’attende il braccio mancino, geniale, di Henri Leconte, che a suon di magie ha smascherato le deficienze erbivore di Ivan Lendl agli ottavi di finale. La sfida tra potenza e talento si risolve a favore di Boris, 7-6 3-6 6-3 6-4, che guadagna la semifinale dove rimane impigliato a lungo nel tennis vario di Jarryd che vince il primo, 6-2, perde il tie-break del secondo dopo aver avuto la chance di andare due set a zero, e si spenge alla distanza, 6-3 6-3, spalancando a Becker le porte della finalissima.

Già l’exploit del giovanissimo fenomeno tedesco basterebbe, ed avanzerebbe pure, per archiviare il torneo come storico, ma quel che succede nella parte alta del tabellone ha quasi ancor più del clamoroso. Se Pat Cash inciampa al secondo turno nel qualificato cileno Ricardo Acuña che lo estromette in cinque set, Kevin Curren sbaraglia il campo servendosi di un… servizio che concede agli avversari solo l’opportunità di un break in ben sei partite. Il sudafricano estromette uno dopo l’altro, infatti, Stefanki, De Palmer (che gli strappa un set, appunto) e Mustard, per poi prendere a pallate, nel vero senso della parola, Edberg, che si batte comunque come un leone, agli ottavi, 7-6 6-3 7-6, McEnroe, che non ci capisce un accidenti, ai quarti, 6-2 6-2 6-4, e Connors, ancor più in balia delle traiettorie imprendibili in battuta, in semifinale, 6-2 6-2 6-1.

Becker-Curren, dunque, si danno appuntamento sul Centre Court per domenica 7 luglio 1985, e, per dirla tutta, è davvero una finale che avrebbe reso milionario chi avesse avuto il fiuto di pronosticarla. Boris ha carattere e temperamento da vincente, ed è quel farà la differenza perché Kevin, assolutamente incontenibile per tutto il torneo, all’atto di mettere la ciliegina sulla torta difetta proprio in personalità. Becker parte lancia in resta, 6-3, riuscendo in quel che nessuno, o quasi, è stato in grado di fare, ovvero brekkare Curren, ma il sudafricano nel secondo set migliora la percentuale di prime palle di servizio, si arrampica al tie-break e grazie a tre rovesci vincenti impatta, 1 set pari.

Non certo appagato, Curren, che gioca un incessante serve-and-volley, strappa la battuta al tedesco nel settimo gioco del terzo set, e l’exploit potrebbe significare la chiave di volta del match, se non fosse che Becker reagisce da campione proprio nel momento di difficoltà massima, controbrekka immediatamente, costringe l’avversario a salvare un set point nel decimo gioco, tre nel dodicesimo ed altri tre nel tie-break, per poi piazzare una risposta carogna tra i piedi del sudafricano costringendolo all’errore e a cedere il terzo set.

Ora sì che Boris prende definitivamente il sopravvento, attendendo solo l’attimo fuggente per strappare, ancora, il servizio a Curren che infine cede e dopo 3h17, all’ennesimo servizio esplosivo del bimbo germanico, alza bandiera bianca.

Boris Becker, ebbro di gioia, diventa “bum bum“, sale sul trono d’Inghilterra battendo un record di precocità londinese che durava dai tempi di Wilfred Baddeley, che addirittura nel 1891 vinse appena 19enne, ed apre l’era dei bombardieri, esattamente come Borg, prima di lui, aveva aperto l’era dei pedalatori di Wimbledon.