ROLAND-GARROS 1997, LO SGAMBETTO ALLA REGINA DI IVA MAJOLI

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Iva Majoli bacia la Coppa dei Moschettieri – da tenniscircus.com

articolo di Nicola Pucci

Era tutto pronto, quel 7 giugno 1997, sul Court Central del Roland-Garros. Gli occhi di 13.000 appassionati attendevano solo l’ultima recita per celebrare il giorno della regina, in procinto di cingersi della corona di Francia.

Lei, Martina Hingis, baciata da un talento raro, fenomeno di precocità tennistica, già numero 1 del mondo da qualche settimana, aveva programmato perfettamente il copione. Ad eccezione del lieto fine e dei titoli di coda. Già, perchè quelli non l’avrebbe confortata, bensì ne avrebbe beneficiato una signorina croata, tale Iva Majoli, che stava per rovinare la festa.

E’ un’edizione del Roland-Garros, quella del 1997, a cui la Hingis si presenta in qualità di prima giocatrice al mondo (la più giovane di sempre, il 31 marzo 1997, con i suoi 16 anni e 182 giorni), nonchè di grande favorita del torneo, reduce da ben 30 vittorie consecutive e sei eventi vinti di fila. Insomma, pare proprio imbattibile. E’ altresì vero che l’elvetica ha dovuto rinunciare agli eventi su terra battuta in preparazione di Parigi complice una banale caduta da cavallo, ma il margine rispetto alle rivali è talmente ampio e rassicurante che, seppur privata del necessario allenamento su “rosso“, gli addetti ai lavori non nutrono grossi dubbi sulle sue chances di bissare il trionfo Slam di gennaio in Australia ed infine cogliere il primo successo alla Porte d’Auteuil.

Steffi Graf è la numero 2 del tabellone, campionessa in carica seppur in declino, mentre Monica Seles, terza pretendente al titolo, ha l’animo ancora squarciato ben più della ferita inferta dal colpo di pugnale del folle Gunther Parche ad Amburgo qualche anno prima. Le due regine detronizzate sono le principali antagoniste della Hingis, pronostico dalla quale non è comunque esclusa Arantxa Sanchez, appunto finalista nel 1996 battuta 10-8 al terzo dalla tedesca, e già due volte vincitrice al Roland-Garros, da bambina nel 1989 e da donna in divenire nel 1994. Le altre, siano esse la giunonica Davenport, la talentuosa Novotna, l’iberica Martinez che ha in palmares un bel poker consecutivo agli Internazionali d’Italia, e la cucciola di casa Pierce, sembrano destinate ad un ruolo di comprimarie.

In effetti il percorso della Hingis, da subito, palesa qualche inattesa incertezza. Dopo il rapido 6-0 6-2 al debutto contro la slovacca Nagyova, è la minuscola marchigiana Gloria Pizzichini a… pizzicare l’orgoglio della numero 1 del mondo, strappandole il primo set, 6-3, prima di cedere alla distanza, 6-4 6-1.

Risolta altrettanto facilmente la pratica con la pin-up Anna Kournikova, bellina ma che non vince neanche per disperazione, rimandata con un eloquente 6-1 6-3, fa sensazione agli ottavi di finale il 6-3 0-6 6-0 con l’austriaca Barbara Paulus. Quel secondo set ceduto senza lottare evidenzia che nel gioco, così come nella testa e nelle gambe di Martina, c’è qualche crepa preoccupante. E se il 6-2 6-2 ai quarti con la Sanchez rassicura e il 6-7 7-5 6-4 in semifinale con la Seles affatica, nondimeno la Hingis in finale c’è e c’è con la dichiarata intenzione di far suo il titolo.

Dall’altra parte del net c’è l’ospite inattesa. Iva Majoli. E qui si apre un altro capitolo interessante. La croata di Zagabria, classe 1977, ha vinto un paio di tornei in stagione, ad Hannover a febbraio su superficie sintetica e ad Amburgo in maggio su terra battuta. E’ in crescita, ha fatto il pieno di fiducia ed è accreditata della testa di serie numero 9. Non coltiva, ad onor del vero, grandi ambizioni, ma se deve piazzare il colpaccio è questo il momento e il luogo adatto per provare a far saltare il banco.

Una dopo l’altra la Majoli fa fuori la ceca Kleinova, 7-5 6-4, la francese Fusai, 6-2 6-3, e l’americana Grossman, 6-1 4-6 6-1, per poi demolire di rincorsa la Davenport, 5-7 6-4 6-2, guadagnandosi un posto ai quarti di finale. Quando poi, dopo aver bissato con la rumena Dragomir, 6-3 5-7 6-2, il successo proprio della finale di Amburgo, trova la strada liberata dall’ingombrante presenza della Graf, eliminata a sorpresa dalla piccola sudafricana Amanda Coetzer, l’accesso alla finale non è più un miraggio ma un obiettivo che arriva a concretizzarsi in virtù del successo di misura con la stessa Coetzer, 6-3 4-6 7-5, a chiusura di una sfida che per entrambe rappresentava l’occasione della vita.

Il totem Hingis è lì, ad attendere Iva al d-day, ma la regina è inaspettamente abulica, incapace di mostrare il talento di cui Madre Natura l’ha dotata, stranamente in balia dell’avversaria, lei sì invece assolutamente all’apice della forma tennistica. Ne vien fuori un match quasi a senso unico, con la Majoli a fare il bello e il cattivo tempo e la Hingis costretta ad arrendersi con un referto che non ammette repliche, 6-4 6-2.

Iva Majoli trionfa con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere e il Court Central l’acclama campionessa introducendola tra le grandi del tennis: oggi, se quel colpo fu l’unico di una carriera poi spentasi troppo velocemente, rimane una ferita mai rimarginata nel curriculum della svizzera. Che tornerà dominatrice ma a cui mancherà, sempre, la corona di regina di Francia.

ALBERTO MANCINI, LA METEORA CHE ILLUMINO’ IL CIELO DI ROMA

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Alberto Mancini – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

In principio fu Enrique Morea, che in un lontano 1954 lasciò strada a Budge Patty; poi venne il tempo del  “poetaGuillermo Vilas, battuto da Panatta nel 1976 e da Gerulaitis nel 1979 prima di trionfare nel 1980 con l’imberbe Noah; toccò dopo di lui al “gemello” – o quasi – Josè Luis Clerc, che l’anno dopo ebbe la meglio in finale del bel paraguaiano Victor Pecci; e poi ancora Martin Jaite e Guillermo Perez Roldan, incapaci di infrangere il dominio su terra dei dioscuri Wilander e Lendl nel biennio 1987/1988.

Insomma, il vessillo bianco-celeste dell’Argentina fa bella mostra di sè più volte all’atto decisivo degli Internazionali d’Italia di tennis, nel meraviglioso teatro del Foro Italico in Roma. Ma l’anno del Signore 1989 racconta di un campione sudamericano ancora, Albero Mancini, capace di sconvolgere le gerarchie e guadagnarsi il titolo di re della capitale.

Ad onor del vero l’edizione numero 46 di una meravigliosa storia agonistica che vide la luce nel 1930 con la vittoria del grande Bill Tilden – seppur a Milano -, ha ben altri pretendenti quando il 15 maggio i campioni della racchetta debuttano con il primo turno. Ci sarebbe Mats Wilander – il condizionale in questo caso è d’obbligo – che è numero uno del tabellone ma da quando ha raggiunto l’anno precedente la prima posizione del ranking mondiale dopo il trionfale US Open ha come persa l’ispirazione; sicuramente al titolo ambisce il “kid di Las VegasAndrè Agassi, nuova recluta nel panorama internazionale che pare destinato ad un avvenire clamorosamente ricco di soddisfazioni; c’è quel Kent Carlsson che su terra battuta ha pedigree importante con le vittorie nel 1988 a Barcellona, Kitzbuhel ed Amburgo; “gattoneMecir vorrebbe far meglio della finale raggiunta nel 1985 quando fu sconfitto da Noah; Krickstein ed Emilio Sanchez sono quanto di meglio, o quasi, il tennis sul rosso ha da offrire; lo stesso Perez Roldan ha una finale da difendere e magari coltiva qualche l’ambizione stavolta di portarsi a casa la coppa. E poi… e poi, escludendo il “vecchio” Connors che è testa di serie numero 5 ma realisticamente non sembra aver troppe chances di essere infine il migliore, c’è Alberto Mancini, che compirà 20 anni nel corso del torneo e già a Montecarlo ha sbancato la roulette monegasca battendo prima un arrendevole Wilander in semifinale, poi a sorpresa Becker in finale.

Si comincia, dunque, e l’esordio è già fatale a due pezzi da novanta, Carlsson che paga dazio a quei problemi al ginocchio sinistro che nel 1990 lo costringeranno ad un prematuro ritiro dall’attività a soli 22 anni, eliminato dall’olandese Mark Koevermans, 6-3 6-4, e Mecir che inciampa nel dritto paralizzante della wild-card azzurra Omar Camporese, che si impone 6-2 7-5. In realtà questi due primi risultati ad effetto sono solo l’inizio di un’edizione a sorpresa del torneo, che boccia al secondo turno Krickstein, 6-4 7-5 con il pallettaro iberico Arrese, e agli ottavi Wilander, 6-3 6-4 con Berger, Connors che raccoglie solo due giochi con il giovane e promettente Sergi Bruguera e Sanchez che neppure scende in campo con Mancini, costretto al forfait da un infortunio.

Mancini, appunto. Che sull’onda lunga dell’entusiasmo prodotto dal trionfo inatteso a Montecarlo batte facile Clavet all’esordio, fa altrettanto con l’americano Duncan al secondo turno e avanza ai quarti risparmiando energie preziose. Che su terra battuta fanno sempre comodo. Ad altezza quarti di finale il tabellone regala in pasto all’argentino il miglior talento in divenire del tennis italiano, Camporese appunto, che dopo Mecir ha sconfitto un altro giovanotto di belle speranze, tale Goran Ivanisevic, e il tenace peruviano Yzaga, con Berger ed Arrese ad incrociarsi tra loro per un posto in semifinale senza esser compresi tra le teste di serie, mentre nella parte bassa Koevermans, che ha spento l’ardore di Diego Nargiso agli ottavi, affronta Bruguera in un altro confronto senza il conforto dello status di testa di serie e Agassi,  che non ha lasciato set per strada al connazionale Witsken, all’altro predestinato Pete Sampras e al messicano Lavalle, trova sulla sua strada Perez Roldan nell’unica sfida tra due accreditati della vigilia al trono di Roma.

E se Arrese fa un sol boccone di Berger, 6-1 6-1, Bruguera fa altrettanto con Koevermans, 6-2 6-4 e Agassi con il 6-3 6-1 a Perez Roldan legittima il suo nuovo stato di fuoriclasse della racchetta, Mancini e Camporese danno vita al miglior match della settimana. Dritto contro dritto, il miglior colpo del repertorio di due rivali che non si riparmiano in una battaglia all’ultima stilla di energiac con l’argentino ad imporsi di misura nel primo set, 7-5, il bolognese a far suo il tie-break del secondo parziale, 7-6, infine Mancini a far valere una maggior freschezza atletica con il 6-3 definitivo che lo spedisce direttamente in semifinale.

Che poi diventa finale, perchè Arrese con il suo tennis di resistenza e corsa non può certo opporsi alla giovanile esuberanza e alla potenza del bell’Alberto, assurto nel frattempo a beniamino del pubblico, soprattutto di parte femminile, che si impone in due rapidi set, 6-2 6-4, così come Agassi prosegue la sua corsa senza incertezze battendo l’altro ispanico, Bruguera, con score simile, 6-3 6-4, volando in finale per un ultimo atto che si annuncia appassionante.

E così sia. Il 21 maggio il Campo Centrale del Foro Italico è teatro di una delle finali più appassionanti che si possano ricordare. E sì che di belle partite il pubblico romano se ne intende. Da una parte il tennis potente dell’argentino che, si mormora, sia amante della bella vita della Capitale, dall’altra il gioco anticipato del capelluto americano dall’abbigliamento sgargiante. Due baldi giovani in piena ascesa e lo spettacolo è per palati fini. Mancini fa suo il primo set, 6-3, strappando all’avversario il primo parziale del torneo, ma la reazione del “kid” non si lascia attendere, tanto da produrre il 6-4 6-2 che ribalta il risultato. Agassi sembra padrone del match, il quarto set è nondimeno entusiasmante, con Mancini che lascia un game solitamente capitale, il settimo, per maltrattamento della racchetta ma quando ha un piede e mezzo nel baratro, risorge da 3-5, annulla un match-point sul 4-5, si arrampica al tie-break, se lo mette in saccoccia con un netto 7-2 e trascina la sfida, epica, al set decisivo. Qui Andrè crolla, denunciando limiti di tenuta alla distanza, e Alberto certifica un temperamento da gladiatore e con un clamoroso 6-1 a referto si cinge la testa della corona di re di Roma. Meritata.

LA SORPRESA MARCEL BERNARD AL ROLAND-GARROS 1946

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Marcel Bernard – da nordsports-mag.com

articolo di Nicola Pucci

Fa maledettamente caldo, in quel luglio parigino del 1946. Tra i corridoi del Roland-Garros Marcel Bernard, iscritto nelle due prove di doppio, consulta distrattamente i tabelloni dei primi Internazionali di Francia dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Questo 32enne ormai non più espoir transalpino, che qui vinse in coppia con Borotra nel 1936 e nel doppio misto due volte, nel 1935 con Lolette Payot e sempre nel 1936 con Billie Yorke, non ha in verità grandi ambizioni, e l’edizione che riavvia il tennis dalle macerie e dalla barbarie della guerra è solo un’occasione per tornare a divertirsi. Soprattutto in coppia con il connazionale Yvon Petra, ma anche spalleggiando l’americana Margaret Osborne.

Figurarsi. La Osborne, a sua insaputa, ha deciso di ritirarsi dal doppio misto per concentrare le forze esclusivamente sul singolare, che infatti farà suo battendo in finale 7-5 al terzo la connazionale Pauline Betz, e per Bernard la delusione è cocente. Una sola competizione, il doppio, non può bastargli, ma il giudice arbitro, guarda caso, ha qualche difficoltà nel completare il tabellone a 64 giocatori per il torneo di singolare e Marcel accetta l’invito di prendervi parte. Si rivelerà una scelta fortunata.

Bernard viene accreditato della testa di serie numero 13 in un tabellone, pieno zeppo di francesi come è logico che sia, che ha proprio in Yvon Petra, fresco di successo a Wimbledon, il primo favorito, seguito a ruota da Tom Brown, Jaroslav Drobny che ha battuto Kramer a Londra e il piccolo Francisco Segura, dal formidabile dritto a due mani. Questo per affermare che Marcel non è certo compreso tra i candidati alla vittoria finale. Anche se parecchi anni prima, ad esempio nel 1932 appena 18enne, fu semifinalista battuto da Cochet con un secco 6-1 6-0 6-4, in una sorta di sfida tra maestro e allievo. Il futuro, nondimeno, sembrava poter sorridere a questo mancino dal tocco sensibile, certificato da un’altra semifinale nel 1936, stavolta sconfitto dal tedesco Von Cramm, poi trionfatore, pure stavolta con un netto 7-5 6-1 6-1. La vittoria in doppio con Borotra contro Charles Tuckey e Pat Hughes e in misto con la Yorke contro Sylvie Jung Henrotin e Martin Legeay avevano in parte mitigato la delusione per la disfatta in singolare ed altrettanto in parte confermato il talento di Bernard. Dopodichè, niente più, solo speranze rese vane e poi i venti della guerra.

1946, dunque, e tanta voglia di divertirsi. In un torneo che lamenta qualche assenza importante, in primis proprio Kramer che vuol preparare a dovere la finale di Coppa Davis, in secundis due validi esponenti del tennis australiano, Pails e Brown, tanto da lasciar qualche margine di chances anche a due outsiders come gli yugoslavi Puncec e Mitic, che in Coppa Davis hanno sconfitto al Francia, e l’americano Budge Patty, Bernard entra in lizza con due vittorie in quattro set, al primo turno con il peruviano Eduardo Buse e al secondo con il cecoslovacco Josef Caska, entrambi sconfitti 8-6 al parziale conclusivo. Agli ottavi di finale tocca a “Pancho” Segura, testa di serie numero 4, arrendersi al gioco d’attacco di Marcel, che in una sinfonia di perfette voleè e tocchi sotto rete si impone in tre comodi set, 8-6 6-3 6-1, meravigliando il pubblico con un tennis da sogno.

Sullo slancio Bernard batte anche Patty, 7-5 al quinto set di una sfida serrata all’ultimo colpo, ed accede alle semifinali, esattamente laddove era dieci anni prima. Tra i magnifici quattro che andranno a contendersi la vittoria, trovano posto i tre favoriti della vigilia, appunto Petra che ha perso solo un set ai quarti con il cecoslovacco Ferdinand Vrba e punta a bissare il successo di Wimbledon, Tom Brown che è esente da pecche e ha infranto le illusioni di Pierre Pellizza, e Jaroslav Drobny, che è uscito vincitore da un match complicato con Dragutin Mitic.

Le due semifinali sono intense e si risolvono entrambe al quinto set. Bernard perde primo e quarto parziale di un soffio, 7-5, ma negli altri tre set ha nettamente la meglio del compagno di doppio Petra che così dice addio alla doppietta Slam, mentre nella parte alta del tabellone Drobny rivela la sua classe di miglior giocatore europeo sbarazzandosi di Brown, 6-2 al set decisivo. In finale, dunque, Bernard è l’ospite inatteso e Drobny il campione acclamato dalla gente, curiosamente due mancini, con il cecoslovacco che si lascia preferire per una miglior condizione fisica, forte dei sui 25 anni e del fatto di essere, pure, internazionale di hockey su ghiaccio.

In effetti, sul campo centrale del Roland-Garros, il pomeriggio del 27 luglio le cose sembrano andare secondo le previsioni. Drobny vince facilmente i due primi set, 6-3 6-2, grazie alla potenza del gioco, la rapidità negli spostamenti e la precisione nei colpi da fondocampo. Bernard è alla mercè dell’avversario, sballottato da una parte all’altra del rettangolo di gioco, ma al terzo set, senza più niente da perdere, cambia tattica. Prende la rete solo con attacchi al centro, facendo a sua volta uso del pallonetto per vanificare la avanzate di Drobny, e la sfida cambia volto. Ora c’è maggior equilibrio nel gioco, Marcel sale 4-1 e Jaroslav perde la calma. Il terzo set si chiude sul 6-1, e nel quarto Bernard conduce nel punteggio, sempre più sicuro ed efficace nelle proiezioni a rete a cui fanno da contrappasso le incertezze sempre più frequenti di Drobny, ora in balia del francese e frequentemente costretto ad asciugarsi gli occhiali. Il quarto set è appannaggio di Bernard, 6-4, e la sensazione, all’inizio del set decisivo, che il giocatore di casa possa portare vittoriosamente a compimento la rimonta è quasi una certezza.

E così sia. Febbrile e stanco Drobny non reagisce più, Bernard è trascinato dall’entusiasmo del pubblico che gremisce gli spalti e infine, 6-3, è il nuovo campione, a sorpresa, del Roland-Garros. Completando poi l’opera il giorno dopo, quando in coppia con Yvon Petra (e dopo una notta di bagordi!) battono 10-8 al quinto set la coppia formata da Segura e l’argentino Morea, rimontando da 2-5 sotto e dopo essersi a loro volta visti recuperare due set di vantaggio. Per la Francia il tennis 1946 è gloria, dopo Petra a Wimbledon tocca a Bernard sbancare Roland Garros… sapete quanti anni ancora dovranno passare per bissare il successo parigino? Fino al 1983, l’anno di grazia di Yannick Noah.

 

CONNORS-VILAS 1981, LA FINALE MAI DISPUTATA A MONTECARLO

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Vilas e Connors – da plazbovo.free.fr

articolo di Nicola Pucci

Quel che sto per raccontarvi oggi, cari appassionati di tennis, ha del mai visto dalle parti del Principato di Monaco. Che se in quel salotto baciato dal sole e nobilitato da qualche testa coronata ha regalato nelle settantaquattro edizioni precedenti pagine agonistiche di pregio, tra cui le vittorie tricolori di Giovanni Balbi di Robecco, Giovanni Palmieri e ben tre volte Nicola Pietrangeli, nel 1981 altresì conosce l’inedito di una finale mai portata a termine.

Dal 13 al 19 aprile i campioni della racchetta, come avviene ormai dal 1897 e con la sola eccezione dei due conflitti mondiali 1915/1918 e 1940/1945, si danno appuntamento al Monte Carlo Country Club di Roquebrune-Cap Martin, per quella che altro non è che l’ouverture della stagione su terra battuta. Il tabellone si compone di 32 giocatori, tra questi il re del rosso, Bjorn Borg, che detiene il titolo in virtù delle due precedenti vittorie, 1979 contro Vitas Gerulaitis e 1980 battendo Guillermo Vilas. Proprio l’argentino, che da queste parti ha colto il successo nel 1976 con Fibak e infrangerà qualche mese dopo il cuore della bella Carolina, appare il pretendente più autorevole al ruolo di sfidante dell’orso scandinavo, in un torneo che allinea al via anche Jimmy Connors, alla ricerca di una consacrazione su terra battuta che manca al suo sterminato palmares, l’altro sudamericano di grido, Josè Luis Clerc, il beniamino di casa Yannick Noah e due esperti antagonisti di questa superficie che vengono d’oltre cortina, l’ungherese Balazs Taroczy e il cecoslovacco Tomas Smid. Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Gianni Ocleppo difendono i colori dell’Italia in un teatro che spesso ha sortito buoni risultati per il tennis di casa nostra. Sarà così anche stavolta.

Il torneo in effetti comincia con il botto. Al primo turno, a sorpresa ma neppure troppo vista la contrapposizione di stile che abitualmente patisce e il precedente “difficile” della finale del Roland-Garros del 1979, Borg incoccia nel tennis d’attacco del paraguaiano Victor Pecci, che si impone in tre set, addirittura con un clamoroso 6-0 d’entrata, estromettendo così il campione in carica e liberando la parte alta del tabellone. Nella quale, con classe ed altrettanta capacità nel gioco di volo, si inserisce proprio l’Adriano nazionale, che dopo il semplice 6-3 6-2 all’esordio contro il modesto Fernando Luna, batte lo stesso Pecci agli ottavi, sempre 6-3 6-2, per poi estromettere ai quarti un pallettaro d’eccezione come Josè Higueras, 6-1 1-6 6-4, arrampicandosi così alle semifinali. Dove ad attenderlo c’è Vilas, che intravede la possibilità di successo finale una volta fuori da giochi Borg, eliminando uno dopo l’altro Ilie Nastase, umiliato con un doppio 6-0, Ocleppo, che regge dignitosamente un set, 6-4 6-1, e Smid, che si arrende solo al tie-break decisivo.

Nel frattempo Connors conferma di esser giunto all’appuntamento monegasco con buona attitudine alla terra battuta, superando al debutto Corrado Barazzutti, 6-4 7-5, per poi spengere le velleità francesi di Pascal Portes e Noah, entrambi eliminati in due rapidi set. In semifinale Jimbo incrocia Taroczy, che approfitta di un percorso agevole che lo vede sbarazzarsi di tennisti di seconda fascia, quali sono lo svedese Kjell Johansson, il transalpino Christophe Roger Vasselin e l’argentino Ricardo Cano, lasciando per strada la miseria di undici giochi in tre partite.

E qui fa la sua comparsa la pioggia. Che se non impedisce a Vilas di aver vita facile con Panatta sommergendo il malcapitato romano a suon di passanti e pallonetti per il 6-2 6-2 che lo vede accedere, come da pronostico alla finale, Connors, dopo un primo set senza sussulti, 6-1, si vede costretto a proseguire il giorno successivo, domenica mattina, completando in oltre un’ora di gioco il faticoso 7-6 che lo spedisce diritto allo scontro decisivo con il “poeta“.

Il 19 aprile 1981 però il tempo è incerto, sul Principato. Al punto da costringere gli organizzatori del torneo a slittare la finale al giorno di Pasquetta, lunedì 20. Vilas contro Connors è un bel vedere, due mancini l’uno al cospetto dell’altro, piè veloce e maestro della rotazione l’argentino, lottatore indomito e prototipo dell’attaccante da fondocampo l’americano, in vantaggio 4-3 negli scontri diretti. E sotto i nuvoloni minacciosi è partita aperta, con il punteggio che tiene i due sfidanti incollati l’uno all’altro fino al 5-5 del primo set e, curiosamente, 55 minuti di splendida battaglia, quando, proprio quei nuvoloni minacciosi, riversano sul Country Club una dose massiccia di acqua che obbliga all’interruzione. E stavolta senza più l’opportunità di proseguire. Perché Connors deve volare oltre Oceano per i tornei nord-americani, lui che non ha mai vinto su terra battuta in Europa e sperava per l’occasione di rompere il sortilegio, e Vilas è costretto a sua volta a rimandare all’anno successivo, 1982, il tris nel Principato.

Già, perchè quella finale, che gli organizzatori avrebbero voluto portare a termine il 7 giugno, il giorno dopo l’epilogo del Roland-Garros, non avrà un seguito e l’albo d’oro del torneo di Montecarlo, da quel dì, ha un tassello vuoto… a dispetto dei desideri del Principe.

1998, L’ITALIA DI DAVIS DALL’IMPRESA DI MILWAUKEE ALLA FINALE CON LA SVEZIA

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Nargiso e Gaudenzi in trionfo – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamo per un attimo l’Italia di Nicola Pietrangeli, Orlando Sirola e Sergio Tacchini, che si arrese nella doppia finale con l’Australia, 1960 e 1961; liberiamo il campo dalla nostalgia per i moschettieri azzurri, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, che trionfarono nel Cile insanguinato di Pinochet nel 1976 per poi guadagnare l’atto conclusivo nel 1977, 1979 e 1980 per cedere il passo all’Australia ancora, agli Stati Uniti di McEnroe e alla Cecoslovacchia del giovane Lendl… insomma, volgiamo lo sguardo al recente passato e celebriamo come è giusto che sia l’ultima Italia capace di raggiungere la finale di Coppa Davis, anno del Signore 1998.

Già, proprio Paolo Bertolucci, trait d’union tra il prima e il dopo, tra l’ultima Nazionale a far sognare l’insalatiera d’argento esercitando la specialità del doppio accanto all’amico Adriano Panatta, stella di quella nidiata di campioni e prima di lui guida tecnica dalla panchina, e quella che ha da difendere le due ultime semifinali del 1996 e del 1997, sconfitta prima 3-2 a Nantes dalla Francia e poi 4-1 a Norrkoping dalla Svezia vincitrice in finale con gli Stati Uniti. Appunto, Stati Uniti e Svezia, tenete a mente queste due squadre, le ritroveremo nel corso della competizione e saranno due sfide destinate ad entrare nell’almanacco del tennis bianco-rosso-verde.

Capitan Bertolucci ha dalla sua una buona dose di fortuna, occorre dirlo, se è vero che l’urna accoppia all’Italia, per il primo turno da giocarsi dal 3 al 5 aprile, l’India, con il fattore campo a favore e la scelta della sede dell’incontro che ricade su Genova. La vittoria, 4-1 infine, è garantita da Andrea Gaudenzi, che al venerdì batte Prahlad, mettendo così una pezza al rovescio di Davide Sanguinetti con Bhupathi, triplice 6-4, per poi assicurare il terzo punto la domenica con il numero uno avversario, e dal doppio formato dallo stesso Gaudenzi e Diego Nargiso, che si impongono 6-3 6-4 3-6 6-3 alla coppia Bhupathi/Syed, non proprio due spauracchi, ipotecando così la qualificazione al turno successivo.

Bertolucci ha messo in piedi una squadra solida, coesa, che fa dello spirito di gruppo il suo marchio di fabbrica. Tutti per uno ed uno per tutti, magari in contrasto con la dirigenza ma ben compattati attorno al capitano-non giocatore. Il faentino Andrea Gaudenzi è la stella di prima grandezza, un giocatore che da junior aveva lasciato intravedere un futuro luminosissimo con i trionfi, nel 1990, a Parigi e New York, per poi invece pagare pesante dazio all’enorme pressione su di lui riposta al momento del passaggio al professionismo. La caduta agli inferi e la risalita verso una carriera più che dignitosa erano state il frutto del lavoro svolto alla scuola dell’austriaco Ronnie Leigteb, mentore dell’ex-numero 1 del mondo Thomas Muster, ed ora Gaudenzi è puntualmente lì dove le attese lo avevano annunciato, ovvero almeno il miglior prodotto tennistico italiano. Accanto a lui uno spezzino, Davide Sanguinetti, giunto tardi alla notorietà, costruitosi con l’esperienza americana alla Harry Hopman Academy in Florida ed ormai avviato a sostituire Renzo Furlan nel ruolo di secondo singolarista. L’uno, Gaudenzi, dal gioco massiccio che ben si sposa con la terra battuta l’altro, Sanguinetti, abile nel colpire d’anticipo e particolarmente adatto alle superfici rapide. Assieme a loro, il talento mancino ed incostante di un altro ragazzo che da giovincello aveva fatto sperare in ben altri risultati, il napoletano Diego Nargiso, veterano e chioccia del gruppo ma ancora ottimo doppista. Oltretutto, il che non guasta, perfettamente in sintonia con il clima di Coppa Davis.

Insomma, una volta risolta la pratica India, dal 17 al 19 luglio ci si sposta a Prato, sempre sull’amata terra rossa, e l’avversario, ancora una volta, è quanto meno abbordabile. Tocca infatti allo Zimbabwe dei fratelli Black, Byron e Wayne, stabilmente tra i primi cento giocatori del ranking, ma scarsamente predisposti al gioco sul rosso. Già la prima giornata è sufficiente a certificare la disparità di forze, Gaudenzi ha vita facile con Wayne, 6-3 6-3 6-4, Sanguinetti non tradisce le attese con Byron, 6-3 6-3 6-0, e il doppio del sabato, con Andrea e Diego a battere i fratelli Black in quattro set, dopo aver perso il primo, rende platonici gli ultimi singolari della domenica. 5-0, e in un tabellone che vede Svezia e Germania avanzare alle semifinali nella parte alta, offre invece all’Italia, ancora tra le quattro migliori esattamente come nelle due ultime edizioni, l’ostacolo Stati Uniti. Da affrontare in trasferta, oltre Oceano, a Milwaukee, dal 25 al 27 settembre.

E qui si scrive una pagina storia di tennis tricolore. Certo, sul cemento indoor che tanto piace agli americani non ci sono Sampras e Agassi, numero 1 del mondo e il suo sfidante più accreditato, ma l’esperienza di Todd Martin, scivolato al numero 28 del ranking, e la giovanile esuberanza di Jan-Michael Gambill, numero 50, sembra sufficiente a garantire alla squadra di casa i favori del pronostico. La Coppa Davis, lo sappiamo, invece ama sottrarsi a quelle che sono le gerarchie stabilite a tavolino, e i ragazzi in maglietta azzurra compiono l’impresa. Sono infatti sufficienti 48 ore per spengere gli ardori stelle-e-strisce, con Gaudenzi che risolve a sua favore due delicatissimi tie-break per imporsi infine in quattro set a Gambill e Sanguinetti, forse alla miglior recita in carriera con la Nazionale, che annienta Martin, uno pur sempre capace di giungere a due finali Slam, seppur perdute, 7-6 6-3 7-6. Quando poi Gaudenzi e Nargiso, mai così ispirati, vanno avanti 6-4 7-6 con Gimelstob/Martin, si fanno riagganciare 7-5 6-3, infine chiudono 6-3 al parziale decisivo, la settima finale di Coppa Davis per l’Italia è un dato acquisito.

L’atto conclusivo, dal 4 al 6 dicembre, ha come teatro il Forum di Assago e i suoi 15.000 scatenati sostenitori del clan Italia. L’ostacolo è di quelli tosti, la Svezia detentrice del titolo e finalista in quattro delle ultime cinque edizioni, ma è altresì vero che la squadra scandinava è battibile nei due singolaristi, Magnus Gustafsson numero 31 e Magnus Norman numero 52, rimanendo invece fortissima e favorita nella coppia di doppio composta da Bjormann e Kulti. Si gioca su una terra battuta indoor che più lenta non si può, ed i primi a scendere in campo sono Gaudenzi e Norman, numero 1 d’Italia contro numero 2 di Svezia. Le prospettive si sbilanciano a favore dell’azzurro, ed in effetti il beniamino del pubblico milanese fa gara di testa, vincendo primo e terzo set, 7-6 6-4, perdendo invece secondo e quarto parziale, 7-6 6-3. La sfida è interminabile ed estenuante, ma pare volgere a favore di Andrea che sul 6-5 del set decisivo serve per il match. A questo punto fa capolino l’ospite inattesa, e pure tremendamente sgradita, la sfiga, che la combina grossa: al momento della battuta il tendine della spalla destra di Gaudenzi, già martoriata nelle settimane precedenti al punto che il faentino era stato costretto all’inattività dopo la semifinale di settembre per sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico, cede di schianto. L’urlo in mondovisione raggela i presenti, blocca lo sfortunato tennista costretto al ritiro e di fatto consegna alla Svezia, che in maniera del tutto anomala incamera il primo punto, l’insalatiera d’argento.

Perchè poi Gustafsson smaschera le incertezze di Sanguinetti su terra battuta, infliggendo al nostro una severa lezione, 6-1 6-4 6-0, e il doppio del sabato, con Bjorkmann e Kulti che con un altrettanto eloquente 7-6 6-1 6-3 superano Nargiso e Sanguinetti, strappa la Coppa Davis al sogno azzurro di dar seguito ai “ragazzi del 1976” e prende la strada della Scandinavia. Direzione Stoccolma.

AGASSI, UN AMERICANO A ROMA

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Agassi a Roma 2002 – da ansa.it

articolo di Nicola Pucci

Questa è la narrazione di un amore a prima vista. E di un lungo corteggiamento. Di un giovane bellimbusto che approccia, cresce, matura, infine fa breccia nel cuore della sua prediletta. Che di nome fa Roma, ha colorazione rosso-fuoco ed assume le sembianze di un campo da tennis.

Andrè Agassi, lo avrete senz’altro capito, è il virgulto che ha un legame di militanza con gli Internazionali d’Italia che si perde nel tempo. Già nel 1987 si fa vedere dalle parti del Foro Italico, quando l’imberbe appena 17enne batte Simone Colombo al debutto per poi perdere con l’argentino Martin Jaite (futuro finalista battuto da Lendl), per poi l’anno dopo capitombolare a sorpresa con Ronald Agenor ai quarti e conoscere l’onta della delusione nel 1989, sconfitto 6-1 al quinto set di una finale con Alberto Mancini che lo vede chiaramente nei panni del favorito.

L’affronto è tale che per un decennio, ad eccezione delle sporadiche e prococi eliminazioni del 1991 (fischiato al primo turno con il tedesco Jelen) e del 1994 (estromesso dal tennis senza mezze misure di Stefano Pescosolido), Agassi declina l’invito degli organizzatori di frequentare Roma, per poi, appunto cresciuto ormai, assommare un paio di ottavi di finale (nel 1999 k.o. con Rafter da numero 13 del mando e nel 2000 battuto da Hrbaty quando guida il ranking) e l’inattesa battuta d’arresto d’entrata nel 2001 ad opera del carneade Calatrava.

Maturità sopraggiunge infine, ed eccoci all’anno 2002. In precedenza la stagione del campione di Las Vegas, scivolato al numero 9 per via di un infortunio che lo ha obbligato a rinunciare agli Australian Open di cui è campione negli ultimi due anni, lo ha visto finalista a San Josè (battuto da Hewitt, nuovo numero 1 del mondo), primeggiare a Scottsdale (in finale su Balcells) e trionfare a Key Biscane contro un talentuosissimo svizzero che già si è illustrato a Wimbledon battendo Sampras, un certo Roger Federer. E se la terra verde di Houston ha bocciato il “Kid” nel match con l’eterno rivale, appunto Sampras, a Roma c’è un amore di lunga data da portare a soddisfazione.

Agassi è accreditato della nona testa di serie in un tabellone da leccarsi i baffi che ha in Hewitt il numero 1, nei finalisti dell’ultima edizione, l’iberico Ferrero e il brasiliano Kuerten, i numeri 3 e 2, Kafelnikov, Henamn, Safin, Haas e Johansson a completare il lotto dei principali pretendenti al titolo. Tra le retrovie, ormai sul viale del tramonto ma con in serbo ancora il futuro exploit a Flushing Meadows, Sampras numero 12 e, in divenire, due campioni che si stanno affermando, Federer numero 11 e Roddick numero 13.

Il primo turno riserva un paio di piacevoli sorprese “tricolori“, con Gaudenzi che estromette lo stesso Federer, duplice 6-4, e la wild-card Galimberti che elimina Corretja, finalista a Parigi nel 2001. E se le vittorie di “mano de piedra” Gonzalez con Henman e di Clement con Johansson non possono certo far gridare al clamoroso, Agassi evidenzia l’ottimo stato di forma debuttando agevolmente con il tedesco Kiefer, 6-3 6-2, al contrario di Sampras battuto dal terraiolo doc Mantilla.

Il secondo turno è fatale ad Hewitt, seccament esconfitto da Moya 6-3 6-2, così come ai due russi di rango, Kafelnikov e Safin, che incappano nella giornata-no di cui beneficiano Ferreira e Malisse, ma sono le sconfitte di Ferrero con Ljubicic e di Kuerten con Montanes a liberare il tabellone che si priva dei nomi più blasonati. Agassi demolisce Kratochvil, 6-0 6-1, e ragionevolmente si candidata al ruolo di nuovo favorito del torneo.

E così sia. Agli ottavi l’americano trova pane per i suoi denti nell’argentino Calleri, battuto infine 7-6 7-5, e nella parte bassa del tabellone guadagna i quarti di finale, raggiunto da Albert Costa, vincitore nel derby con Montanes, da Blake, che boccia l’ambizioso Gonzalez, e da Novak, numero 14 del seeding, che spenge gli ardori di Ljubicic. Nei due quarti superiori, i due attaccanti Haas e Roddick incrociano due specialisti del rosso, Moya e Robredo, ed infine hanno partita vinta, il tedesco con un facile 6-3 6-4 e l’americano con un 6-4 7-6 solo poco più che sofferto.

Ma è Agassi a tener banco. Con la personalità che ammalia, il gioco che conquista e l’amore per il tennis che lo fa essere ancora protagonista. A dispetto dell’età che avanza e del cranio pelato che ha preso posto, da tempo, della folta criniera sbarazzina. L’uomo si è fatto tale, il tennista è giunto a completa maturazione e l’occasione è di quelle da cogliere al volo. Andrè non dà scampo a Costa, 6-2 6-2, così come a Novak in semifinale, 7-5 6-4, per presentarsi all’atto decisivo con i favori del pronostico.

Di là dal net c’è Tommy Haas, che ha battuto Roddick 6-1 7-5 in una sinfonia del gioco d’attacco, ed è contrapposizione tra la solidità da dietro di Agassi e la propensione stilisticamente perfetta del tedesco di presentarsi a rete. In verità il tutto si risolve in un’esecuzione capitale, con Agassi che si impone nei due set iniziali 6-3 6-3 per poi dilagare 6-0 al terzo.

E’ fatta, il cuore di Roma si apre ed accoglie infine il suo spasimante più fedele. Andrè Agassi, detto “il kid“.

 

CORRADO BARAZZUTTI E IL TABU’ INFRANTO CON VILAS A MONTECARLO 1983

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La stretta di mano tra Vilas e Barazzutti – foto tratta dalla pagina Il Museo del tennis

articolo di Nicola Pucci

Corrado Barazzutti ha un feeling speciale con quel meraviglioso salotto tennistico che è il Country Club di Montecarlo. Tra l’azzurro del mare che si confonde con il cielo, al cospetto di qualche testa coronata e pure con il profilo dei panfili che si stagliano all’orizzonte, il “soldatino” ha già qualche bell’impresa da vantare al suo curriculum.

Da queste parti Barazzutti esordì 20enne, nel 1973, passando due turni con Warwick e Orantes prima di cedere 6-2 6-3 alla glaciale regolarità di un giovanotto svedese di bellissime speranze, tale Bjorn Borg, per poi guadagnare un posto in finale nel 1977, proprio con Borg, dopo aver liquidato rivali non certo di secondo piano, nell’ordine l’olandese volante Okker, l’ungherese Taroczy ed il cecoslovacco d’avanguardia, Kodes, perdendo all’atto conclusivo con l’onorevole punteggio di 6-3 7-5 6-0. L’anno dopo, 1978, cede in semifinale a Tomas Smid, 6-3 6-1 in verità troppo severo per le ambizioni e le credenziali sul rosso di Corrado, che da quel dì collezionerà poi tre sconfitte al primo turno ed una al secondo con McEnroe nel 1980.

Eccoci dunque al 1983. Nel frattempo Barazzutti, evidentemente già entrato nella fase discendente di una carriera impreziosita da una vittoria in Coppa Davis in Cile nel 1976 e tre altre finali nel 1977, 1979, 1980, due semifinali Slam a Forest Hills nel 1977 (battuto 7-5 6-3 7-5 da Connors) e a Roland-Garros nel 1978 (demolito, ma poteva essere altrimenti?, da Borg 6-0 6-1 6-0), una partecipazione al Masters e si è arrampicato ad un’eccellente settima posizione del ranking ad agosto, come solo Pietrangeli e Panatta prima di lui, è sceso oltre la centesima piazza in classifica, obbligato pertanto a passare attraverso le forche caudine delle qualificazioni per garantirsi un posto in tabellone.

Il torneo di Montecarlo ha in Lendl, testa di serie numero 1 e gran favorito alla vittoria, e in Vilas, numero 2 del seeding e detentore del titolo proprio contro il cecoslovacco nonchè finalista nelle ultime tre edizioni, i due protagonisti più attesi, con l’altro argentino di grido, Clerc, il pallettaro spagnolo, Higueras, lo svedese rampante, Wilander, l’idolo di casa, Noah, il recente re di Roma, Gomez, e il primo prodotto di Bollettieri, Arias, a completare la lista dei primi otto giocatori candidati al successo finale.

Ma che sarà un torneo non certo avaro di sorprese è chiaro fin da subito, quando il tennis imprevedibile dell’israeliano Shlomo Glickestein produce d’entrata la clamorosa eliminazione di Lendl, battuto in tre set 6-2 3-6 7-5, a cui fanno seguito le premature eliminazioni al debutto di Clerc, estromesso dall’ultimo Borg capace di vincere una partita di tennis prima del ritiro dall’attività, 6-1 6-3, Higueras, fatto fuori nel derby iberico dal “vecchio” Orantes, 6-4 6-2, Gomez, che inciampa in Edmondson, 7-5 0-6 6-3, e Arias, prima vittima di quell’inatteso ospite a questi livelli che è l’americano mel Purcell, 6-4 6-1.

E tra tanti pezzi da novanta che anzitempo riprendono la strada per tornare a casa, ecco che Barazzutti trova la sua liberata da qualche ingombro di troppo, per disegnare la settimana perfetta, o quasi, a suggello dell’eccellente carriera. Il friulano, nato ad Udine il 18 febbraio 1953, entra in lizza sbarazzandosi agevolmente di un altro vecchio marpione del circuito, l’americano Harald Solomon, che fu avversario di Panatta nella gloriosa finale parigina del 1976 e che con il nostro ha un bilancio di 6 vittorie a 0, che beneficia di una wild-card in qualità di presidente dell’associazione dei tennisti per venir poi seccamente battuto dal portacolori azzurro con un duplice 6-3. Fuori Gomez, al secondo turno Corrado incrocia Edmondson, che non è uno specialista della terra battuta, che ha pure il poco invidiabile record di essere il vincitore con la peggior classifica di una prova del Grande Slam, numero 212 quando nello stesso 1976 trionfò in finale agli Australian Open contro Newcombe, che si arrende al nostro in due set, 7-5 6-1.

Barazzutti è in fiducia, e gioca pure un ottimo tennis, al solito affidandosi a corsa, regolarità e precisione nel gioco da fondocampo. Ma l’ostacolo che si para al suo cospetto ai quarti di finale, vale a dire Guillermo Vilas, è di quelli da far tremare i polsi. E ad onor del vero i pronostici sembrano proprio condannare Corrado, così come i precedenti, ben sei, tutti a favore del sudamericano e senza neanche il conforto di un set vinto, a Teheran nel 1975, a Roma e al Roland-Garros nel 1976 e le tre volte successive alla Coppa delle Nazioni a Dusseldorf. Ma a Montecarlo è l’ora di infrangere il tabù, in un match che slitta al sabato mattina a causa del perdurare del maltempo, anche se il primo set, messo in saccoccia da Vilas con un netto 6-2, non pare dover smentire le indicazioni del ranking mondiale. Nel secondo set, quando meno te lo aspetti, invece, il copione del match cambia radicalmente. Barazzutti è sempre più incisivo nel gioco di difesa, Vilas smarrisce l’ispirazione e il 6-3 che rimanda al set decisivo è cosa fatta. Al terzo set l’argentino sale 3-0 ma non basta, l’italiano infila cinque giochi consecutivi, sul 5-3 vanifica tre match-point, vede il grande avversario rifarsi sotto sul 5-4, infine chiude la sfida 6-4 qualificandosi alla semifinale con Wilander.

La bella storia di Barazzutti a Montecarlo termina qui. La fatica accumulata nel match con Vilas si fa sentire un’ora dopo quando Corrado è chiamatao alla sfida di semifinale con Wilander, che con Taroczy, il connazionale Sundstrom e il talento incostante di Leconte si impone comodamente in due set, per fare altrettanto con Barazzutti, 6-2 6-3.

Mats porterà a termine vittoriasamente la sua “campagna monegasca“, battendo in finale Purcell, già proprio lui, l’inatteso che non ti aspetti, 6-1 6-2 6-3, ma quel che resta è quel Barazzutti stoico, battagliero e infine pure vincente. Da vero, buon “soldatino“.

1970/1971, LA DOPPIETTA DI JAN KODES SULLA TERRA DEL ROLAND-GARROS

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Jan Kodes solleva la coppa del Roland-Garros – da worldtennismagazine.com

articolo di Nicola Pucci

Jan Kodes appartiene alla schiera dei campioni della racchetta prodotta da quella fucina di talenti che è stata la Cecoslovacchia. Drobny e Lendl prima e dopo di lui, Navratilova, Mandlikova e Novotna tra le femminucce, son questi i supertitolati che trovano posto negli albi d’oro che regalano gloria perpetua, ad esempio quello del Roland-Garros, che Kodes fece suo a due riprese, 1970 e 1971.

Curioso pensare che il buon Jan, che a differenza di qualche illustre collega non lascerà mai la terra natia per sommare infine, a carriera conclusa, il ragguardevole record di 60 vittorie su 95 incontri di Coppa Davis, abbia trionfato sulle terra parigina quando ancora il suo palmares è pressochè vergine. Nel 1970, in effetti, Kodes ancora ha da consacrarsi vincitore di un qualsiasi torneo, seppur finalista in una splendida finale qualche settimana prima agli Internazionali d’Italia, battuto in quattro set da Ilie Nastase che l’anno prima, a Barranquilla in Colombia, gli ha negato il primo titolo, stavolta in cinque manches.

A Parigi Kodes è accreditato della settima testa di serie di un tabellone indebolito dall’assenza dei dominatori delle ultime due edizioni, ovvero le prime dell’era Open del tennis, Ken Rosewall e Rod Laver, che al pari dei connazionali Stolle, Roche ed Emerson hanno disertato in massa l’appuntamento francese, lasciando il “vecchio” Lew Hoad e Martin Mulligan soli a difendere l’onore australiano. I favori del pronostico si riversano pertanto proprio su Nastase, numero uno del seeding, così come sull’americano Stan Smith, seppur non adattissimo alla terra battuta e che darà forfait poco prima di scendere in campo con Jean-Paul Meyer, giocatore di casa, sulla coppia spagnola composta da Manolo Santana, vincitore al Roland-Garros nel 1961 e nel 1964, e Manuel Orantes, fresco di finale al torneo di Montecarlo dove ha conosciuto l’onta della sconfitta con lo jugoslavo Zeljko Franulovic, pure lui della partita e non certo escluso dai pronostici. Anzi. Ci sono infine il passato, Nicola Pietrangeli che esattamente dieci anni prima vinse il suo secondo titolo, e il futuro, Adriano Panatta che vincerà nel 1976, del tennis italiano, ma onestamente sembrano entrambi destinati ad un ruolo secondario. L’uno, infatti, perderà al terzo turno 8-6 6-4 6-4 con Arthur Ashe, dopo aver battuto il sovietico Lichacev e il belga Hombergen regalando qualche sprazzo di antica grandezza, il secondo si spingerà fino agli ottavi, dove cadrà al cospetto del francese Jauffret con un secco 6-3 6-4 6-0 dopo aver liquidato Alexander, Phillips-Moore e Zednik mostrando un’eleganza offensiva senza pari.

Ma torniamo a Kodes, che nel frattempo sorvola senza patemi i primi turni lasciando le briciole al francese Chanfreau, all’australiano Howe e al connazionale Koudelka, prima di dover usare gli attributi per avere la meglio di Ion Tiriac, sconfitto agli ottavi al quinto set, 4-6 7-5 4-6 6-2 6-2. E se a Santana e Orantes è fatale proprio il quarto turno, estromessi dal francese George Goven in cinque set e dal “nero” statunitense Arthur Ashe in quattro, Nastase procede a sua volta spedito, senza lasciare set agli avversari proposti dal tabellone, e Franulovic, dopo un rischioso secondo match con il polacco Gasiorek sconfitto solo 9-7 al parziale decisivo, mette la parola fine alla carriera di Hoad, che si arrende 6-3 6-3 6-4. Ai quarti di finale Kodes ha vita facile con Mulligan, in passato tre volte vincitore a Roma e finalista a Wimbledon nel 1962, ed incrocia Goven, che prevale nel derby francese con Jauffret, mentre l’americano Cliff Richey, numero otto del tabellone e sorprendente killer di uno spento Nastase, trova sulla sua strada Franulovic, infine vincitore di Ashe 6-3 al quinto set. E le due semifinali non deludono certo le attese, entrambe risolte al quinto set, con Kodes che ancora una volta rimonta da 2-1 sotto con Goven e Franulovic che fa altrettanto con Richey, guadagnando l’ultimo atto che mette di fronte due giocatori non certo attesi a questo livello. In finale non c’è proprio partita, Kodes demolisce il rivale con l’eccellenza del suo gioco di volo e la precisione dei colpi da fondocampo, concludendo rapidamente 6-2 6-4 6-0 che gli vale non solo il primo torneo Slam in carriera, ma anche la prima vittoria sul circuito.

Dodici mesi dopo Kodes torna a Parigi non più nelle vesti di outsider, bensì in qualità di favorito alla vittoria finale, forte anche del suo status di campione in carica e numero uno del tabellone. Ha masticato ancora amaro a Roma, dove ha perso all’ultimo atto con Laver, vincendo altresì a Catania con Goven, e al Roland-Garros rinnova la sfida agli avversari di sempre, Nastase e Franulovic su tutti che furono suoi fieri rivali già all’esordio alla Porte d’Auteuil nel 1966, Ashe, Smith e Richey che competono per gli Stati Uniti. Ad eccezione proprio di Richey, numero quattro, che cede agli ottavi all’ungherese Istvan Gulyas, da queste parti comunque finalista nel 1966 battuto da Tony Roche, del sovietico Metreveli, numero otto, che incoccia in Patrick Proisy al secondo turno, e Marty Riessen, numero sette, che lascia strada al connazionale Froehling, i pretendenti al successo avanzano in blocco ai quarti di finale, con Kodes che trova sulla sua strada due francesi, Courcol che non lo preoccupa al secondo turno, e Jauffret che lo impegna al limite dei cinque set agli ottavi in un match che lo stesso Jan considerarerà come il più difficile dei suoi due percorsi vittoriosi a Parigi. A questo stadio della competizione Kodes, Nastase e Franulovic avanzano in quattro set eliminando lo stesso Proisy, Stan Smith e Gulyas, con Froehling che completa il poker di semifinalisti sorprendendo in cinque set Ashe. E se poi Nastase ferma l’americano come da pronostico, Kodes bissa il successo dell’anno prima con Franulovic, con un altrettanto semplice 6-4 6-2 7-5, avanzando alla finale che li vede infine opposti per definire la questione di chi meriti la corona e sia il giocatore più forte al mondo su terra battuta.

Da un lato la genialità irriverente del rumeno, dall’altra il tennis classico del ceco, l’Europa dell’Est che abbatte le barriere imposte dal Muro e si sfida per la conquista dell’Occidente. Nastase insegue il primo trionfo parigino e Kodes legittimamente ambisce a confermarsi campione, e quel che ne vien fuori è una sfida aperta, nel segno di Jan che fa suo un primo set interminabile, 8-6, vince facilmente il secondo, 6-2, accusa il ritorno di Ilie, 6-2, va sotto 1-3 al quarto set dovendo fronteggiare tre pericolosissime palle-break. Qui il ceco mette a segno un punto memorabile, inseguendo una mortifera palla-corta del rumeno per poi ribattere con un tuffo a rete la voleè vincente, degna del miglior Becker londinese, chiave di volta per la rimonta che vale il 7-5 risolutivo che mette la parola fine all’incontro e decreta la doppietta di Kodes.

Il ceco è nuovamente campione, proprio in quella Parigi che lo acclama ormai come il suo beniamino… già, qualche giorno prima, tra le strade della capitale, Kodes non rispetta il semaforo rosso, viene fermato da un poliziotto che gli chiede il passaporto “ah, Cecoslovacchia? Kodes? è lei? vada pure!“… anche la ragion di Stato si inchina al nuovo re di Francia.

LO SGAMBETTO DI HANA MANDLIKOVA AGLI US OPEN 1985

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Hana Mandlikova in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Se Chris Evert era la classe, Martina Navratilova era la potenza. Se l’americana ammaliava con movenze graziose, la ceca stupiva con esecuzioni mascoline. E per un decennio almeno, tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80, hanno instaurato una dittatura tennistica che nessuna, ma proprio nessun’altra atleta in gonnella è riuscita proprio a interrompere.

Eppure, c’è chi ha tentato di inserirsi tra le due regine, garantendosi una ribalta di prestigio, come ad esempio baby-Tracy Austin, treccine e rovescio bimane, fotocopia di Chris; soprattutto l’altra rappresentante dal di là del Muro, Hana Mandlikova, l’altra ceca stilisticamente tanto bella e perfetta quanto fragile caratterialmente da vincere meno di quello che il suo talento di cristallo avrebbe potuto permetterle, troppo spesso soccombente al dominio di Martina.

Hana nondimeno si affaccia alla ribalta, lei classe 1962, con eccellenti credenziali, se è vero che a fine 1980, appena maggiorenne, mette in saccoccia gli Australian Open su erba battendo in finale, 6-0 7-5, la beniamina di casa Wendy Turnbull che ha liberato il campo estromettendo in semifinale la Navratilova, per poi bissare a giugno 1981 sulla terra rossa del Roland-Garros, 6-2 6-4 alla tedesca Sylvia Hanika dopo l’exploit con la Evert sempre in semifinale, e perdere tre finali Slam, due sul cemento agli US Open ed una sui prati di Wimbledon. Per disegnare poi il capolavoro a fine estate 1985, proprio nel tourbillon impazzito di Flushing Meadows, tra grattacieli, rombo di aerei e puzza di hamburger.

Evert e Navratilova, naturalmente, capeggiano l’entry list, l’una dopo aver riguadagnato la testa del ranking mondiale trionfando a Parigi, l’altra comunque capace di imporsi in Australia e per la sesta volta nell’amata Londra… si tenga a mente, tre finali di Slam sempre risolte dallo scontro diretto. E niente lascia pensare che anche a New York non si debba assistere alla quarta recita stagionale tra le due supercampionesse, esattamente come l’anno prima ed esattamente come nelle ultime sei finali di Slam negli ultimi due anni!

La Mandlikova, semifinalista a Melbourne, ha conosciuto l’onta di una prematura eliminazione sia al Roland-Garros, battuta ai quarti dalla tedesca Kohde-Kilsch, che a Wimbledon, sorpresa addirittura al terzo turno dall’australiana Elizabeth Smylie, ed a quindi tutto il desiderio di questo mondo di riscattarsi. Anche perchè l’anno in corso l’ha vista primeggiare solo in due eventi di minor cabotaggio, a Oakland in febbraio e a Princeton in marzo, e il suo talento, certificato dalla terza testa di serie, pertanto medita vendetta. Pam Shriver, abituale compagna di doppio di Martina, la stessa Kohde-Kilsch, Zina Garrison, Helena Sukova e la più anziana delle sorelle Maleeva, Manuela, completano il lotto delle prime otto pretendenti al titolo, onestamente con pochissime chances di alzare la coppa e tanta, ma proprio tanta certezza di gareggiare per un piazzamento.

In effetti Evert e Navratilova sbaragliano la concorrenza in primi turni di scarsissimo livello tenico, cedendo 15 giochi in quattro incontri Chris, esattamente come Martina, tenuta sulla corda solo dalla svedese Catarina Lindqvist agli ottavi, infine battuta 6-4 7-5. Nel frattempo la Mandlikova ha gioco facile con la britannica Brown, 6-2 6-1, e la sua connazionale Annable Croft, che ben conosciamo oggi per le apparizioni in video ad Eurosport, 6-3 6-3, per poi eliminare la Hanika, 6-3 6-4, e concedere un set al gioco brillante di Kathy Jordan, 7-5 3-6 6-1, mentre si mette in luca una giovane teutonica, tale Steffi Graf, che annuncia una carriera favolosa sbarazzandosi della Maleeva agli ottavi con un netto 6-2 6-2, unica intromissione a sorpresa tra le prime otto che guadagnano i quarti di finale.

E qui, se Evert e Navratilova non conoscono esitazione con la Kohde Kilsch, 6-3 6-3, e la Garrison, 6-2 6-3, Hana ha bisogno di tutta la sua eleganza nel disporre a suon di serve-and-volley della Sukova, 7-6 7-5, meritandosi la semifinale con Chris, e la Graf, dotata non solo di dritto e gran gambe ma pure di una buonissima dose di istinct-killer, supera la Shriver con un infinito 7-6 6-7 7-6, andando così ad incrociare racchetta con Martina.

La Mandlikova pare aver recuperato la smalto che negli anni passati l’ha vista trionfatrice sull’erba australiana e sulla terra transalpina, e con la Evert, in una memorabile contrapposizione di soluzioni tecniche, attacco contro difesa, ed in una paradisiaca esercitazione sinfonica di grazia ed eleganza, dopo aver perso di un soffio il primo set, 6-4, trova lo slancio per due parziali da sogno, 6-2 6-3, vincendo finalmente con l’americana e vendicando le due sconfitte qui patite in finale nel 1980 e nel 1982. La Navratilova nel mentre liquida l’ardore giovanile della Graf, 6-2 6-3, ed allora l’ultimo atto nel catino di Flushing Meadows sarà sfida in famiglia tra cecoslovacche votate all’offensiva, Martina contro Hana, con i precedenti a favore della campionessa di Revnice, che regala quattro anni all’avversaria, 14-5.

La sfida è bellissima. Se Martina ci mette esperienza e forza bruta, Hana risponde con esuberanza e tocco raffinato, tanto da far suo un primo set capitale al tie-break, 7-3, dopo aver condotto nel set addirittura 5-0 prima di subire la rimonta dell’avversaria, per poi sfiorire in un secondo parziale troppo veloce per esser degno di una finale di tale eccelsa levatura tecnica, 6-1. Si decide tutto al set decisivo, e qui la vicenda è leggendaria. La Mandlikova sale 5-3, ha la palla per chiudere, la spreca, viene costretta ad un altro tie-break, vola 6-0, vede la Navratilova rifarsi sotto 6-2, infine quando l’ultima, impeccabile, voleè di rovescio vale la vittoria, crolla a terra ebbra di gioia.

Hana Mandlikova, che non primeggiava certo per costanza di rendimento e spirito battagliero, stavolta sgambetta le due regine, diventa una delle poche tenniste capaci di vincere uno Slam su tre superfici diverse e può cantare felice “New York, New York!“.

ARTHUR ASHE, QUANDO IL NERO MUOVE E VINCE

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Arthur Ashe in azione a Wimbledon – da madison.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel giro vorticoso dei milioni (di $) che contorna il mondo del tennis odierno, si fa fatica a pensare che 50 anni fa le cose fossero piuttosto diverse, con la disciplina ancora ritenuta “amateur“, finché i migliori non decisero di ribellarsi per capitalizzare la loro abilità con la costituzione di un “Circuito Pro” che, inevitabilmente, portò a scontri con la Federazione Internazionale ed alla formazione di varie sigle, un po’ come successivamente avvenuto nel pugilato.

Esattamente mezzo secolo fa, esistevano due sigle pro, la “National Tennis League” (NLT) a cui erano iscritti campioni del calibro di Rod Laver, Roy Emerson, Ken Rosewall e Pancho Gonzales ed il “World Championship Tennis” (WCT) che annoverava tra le sue file John Newcombe, Tony Roche, Nikola Pilic ed un giovane americano di colore, Arthur Ashe.

E, nonostante dall’anno seguente il più prestigioso torneo, quello londinese di Wimbledon, aprisse le iscrizioni a professionisti e dilettanti entrando così nell’era “open“, si doveva attendere sino al 1972 affinché si smussassero le controversie tra le varie associazioni, con la costituzione di un sindacato che tutelasse i tennisti di professione, così formando la “Association of Tennis Professionals” (ATP), tutt’ora vigente e che sovrintende al programma annuale del circuito, con l’organizzazione dei tornei al di fuori di quelli (Australia Open, Roland Garros, Wimbledon ed US Open) che costituiscono il Grande Slam.

E, strano a dirlo, uno dei fautori di questa iniziativa, venendone poi eletto presidente nel 1974, altri non è che proprio il “colored” Arthur Ashe, una novità assoluta in uno sport pressoché esclusivamente riservato ai bianchi, il quale, peraltro, era già riuscito a ritagliarsi uno spazio importante in tale mondo esclusivo, non esitando a condurre battaglie sociali a difesa della propria gente, contemporaneamente al suo affermarsi a livello sportivo.

Ashe nasce nel luglio 1943 a Richmond, in Virginia, non proprio il luogo ideale per un nero, figlio di un ex poliziotto che svolge il lavoro di custode in un impianto riservato ai neri e dotato di quattro campi da tennis, dove il giovane Arthur, scartato dalla squadra di football (quello americano, con la palla ovale, per intendersi) stante il fisico gracile, inizia ad impratichirsi ed a dimostrare un innato talento, pur dovendosi più volte scontrare con l’arroganza dei bianchi.

Rimasto orfano di madre all’età di 7 anni a causa di complicazioni a seguito di un intervento chirurgico, viene preso sotto le cure di Walther Johnson, il quale gestisce una scuola di sport per neri ed è anche allenatore di Althea Gibson, prima tennista di colore a vincere, per due anni consecutivi, nel 1957 e 1958, il prestigioso torneo londinese di Wimbledon, il quale lo convince a trasferirsi da quell’ambiente ostile del Sud degli Stati Uniti, dapprima a St. Louis e quindi ad UCLA, la famosa Università di Los Angeles, da cui sono usciti fior di campioni di ogni sport.

Ad Ashe però l’impegno sportivo non basta, è uno dei primi a capire che negli Stati Uniti i ragazzi di colore sono usati per conquistare trofei e medaglie sportive, e per poter portare avanti una lotta a difesa della sua gente occorre studiare ed elevare il proprio patrimonio culturale, ottenendo così ad UCLA la laurea in scienza delle finanze, per poi frequentare addirittura l’elitaria accademia di West Point, dove raggiunge i gradi di tenente dell’esercito.

Nel frattempo, non che i risultati in campo tennistico vengano meno, a 20 anni è il primo giocatore di colore a far parte della squadra di Coppa Davis che vince l’insalatiera, pur non disputando gli incontri di singolare o doppio nella finale contro i detentori australiani e nel 1965 si arrende a Manolo Santana in quattro set (6-2, 4-6, 2-6, 4-6) nella semifinale degli US Open.

Nei due anni successivi, raggiunge due finali consecutive agli Australian Open 1966 e 1967 – entrambe le volte sconfitto nettamente da Roy Emerson – prima di ottenere il suo primo titolo dello Slam facendo sua la finale degli US Open 1968 al termine di cinque tiratissimi set (14-12, 5-7, 6-3, 3-6, 6-3) contro l’olandese Tom Okker.

Il 1968, anno difficile per le tensioni sociali in tutto il pianeta – a marzo viene assassinato il leader nero Martin Luther King, stessa sorte tocca a giugno a Robert Kennedy, candidato alle presidenziali, mentre a dieci giorni dall’inizio dei Giochi di Città del Messico, una protesta pacifica di studenti in Piazza delle Tre Culture viene sedata nel sangue dall’esercito messicano – si conclude sportivamente in gloria per Ashe con la conquista della Coppa Davis a spese dei detentori australiani, sconfitti a dicembre per 4-1 ad Adelaide.

Poiché all’epoca era in vigore il “Challenge Round” per l’assegnazione della prestigiosa insalatiera, ciò stava a significare che i detentori disputavano solo la finale contro la nazione che aveva superato i turni eliminatori ed Ashe è il capitano della formazione Usa che, nei due anni seguenti, fa cappotto superando per 5-0 sia la Romania nel 1969 che la Germania Ovest nel 1970, mentre a livello individuale raggiunge altre due volte la finale degli Australian Open, vincendo piuttosto agevolmente nel 1970 contro Dick Crealy (6-4, 9-7, 6-2), ma venendo altrettanto nettamente sconfitto da Ken Rosewall (1-6, 5-7, 3-6) l’anno successivo.

I numerosi impegni sportivi non impediscono ad Ashe di assecondare anche la propria campagna a favore dei diritti dei neri, rivolgendo la sua attenzione – data la propria acquisita notorietà – sulla questione della segregazione razziale in Sudafrica, chiedendo a più riprese il visto per poter partecipare ai “South Africa Open“, sempre negatogli dal Governo sudafricano che non intendeva iscrivere giocatori di colore al proprio torneo, dato il regime di “apartheid” vigente nel paese, un atteggiamento che porta Ashe a denunciare tale discriminazione razziale nei suoi confronti, chiedendo al Governo degli Stati Uniti sanzioni contro la nazione africana ed alla Federazione Internazionale di espellere il Sudafrica, pur accettando, per rispetto dei singoli giocatori sudafricani, di giocare contro di loro nel corso dei vari tornei.

Alla soglia dei trent’anni, ad Ashe si presenta l’occasione di bissare il successo del 1968 agli US Open nella finale del 1972, dopo essere stato eliminato l’anno prima in semifinale dal cecoslovacco Jan Kodes al termine di una maratona durata cinque set, ma la sfida contro lo storico rivale di Coppa Davis Ilie Nastase rappresenta per l’americano forse la più grande amarezza della carriera in quanto, in vantaggio due set ad uno (6-3, 3-6, 7-6) ed avendo a disposizione una palla break per portarsi 4-1 al quarto, subisce la rimonta del romeno che si aggiudica gli ultimi due parziali con il punteggio di 6-4, 6-3 anche grazie ad alcuni suoi atteggiamenti irritanti, tali da far perdere la concentrazione anche ad un flemmatico come Ashe.

I suoi buoni risultati nei tornei del circuito WCT fanno sì che Ashe si qualifichi anche per le relative finali tra gli otto migliori tennisti (quelle che oggi sono le “ATP Finals“), raggiungendo l’atto conclusivo nel 1973, sconfitto in quattro set (3-6, 3-6, 6-4, 4-6) dal compagno di Coppa Davis Stan Smith, anno in cui riesce finalmente ad ottenere il visto per partecipare agli Open del Sudafrica, dove raggiunge la finale solo per essere sconfitto dall’emergente Jimmy Connors in tre rapidi set (6-4, 7-6, 6-3), con identica conclusione l’anno seguente, con il punteggio stavolta di 7-6, 6-3, 6-1 a favore di “Jimbo“.

Ma l’aspetto sportivo è probabilmente il meno rilevante per Ashe, il quale ha ora l’occasione di toccare con mano le condizioni di discriminazione ed emarginazione dei “fratelli neri” e non tralascia di fare più volte visita al tristemente noto “Ghetto di Soweto“, dove non lesina parole di incoraggiamento e di speranza per un futuro migliore, traendo spunti da riproporre con sempre maggior convinzione in patria nella sua lotta a favore dell’emancipazione degli americani di colore.

E se da un lato le sue battaglie sociali lo vedono sempre più impegnato in prima persona, da un punto di vista squisitamente sportivo, viceversa, Ashe sembra ormai avviato verso il viale del tramonto, visto che il miglior risultato nei tornei dello Slam nel biennio 1973/1974 è costituito dal raggiungimento dei quarti di finale agli US Open, sconfitto 6-4 al quinto set da John Newcombe, in un torneo che vede il 22enne Connors completare tre quarti di Slam schiantando (6-1, 6-0, 6-1!) in finale Ken Rosewall dopo essersi già aggiudicato gli Australian Open e Wimbledon.

Ed invece, come una specie di araba fenice, a 33 anni, Ashe disputa nel 1975 forse la migliore stagione della sua carriera, conquistando ben quattro tornei WCT (Barcellona e Monaco contro Bjorn Borg, Rotterdam e Stoccolma superando in finale Tom Okker), per poi aggiudicarsi le finali del circuito sconfiggendo in finale in quattro set (3-6, 6-4, 6-4, 6-0) il 19enne astro nascente svedese.

Ma la perla doveva giungere sulla verde erba di Wimbledon, torneo in cui Ashe era al massimo riuscito per due anni consecutivi – nel 1968 e nel 1969 – a raggiungere le semifinali, solo per soccombere in entrambe le occasioni al fuoriclasse australiano Rod Laver che si sarebbe poi aggiudicato il trofeo, e nell’edizione del 1975 non parte coi favori del pronostico, essendo testa di serie n. 6, previsioni che viceversa si orientano sul campione uscente Jimmy Connors.

La maggiore sorpresa dei turni iniziali la riserva l’eliminazione, agli ottavi, della testa di serie n. 2, l’australiano Ken Rosewall, sconfitto in quattro set dal connazionale Tony Roche che ne prende il posto nella parte bassa del tabellone per affrontare nei quarti il temibile olandese Tom Okker, mentre ad Ashe l’abbinamento riserva, come da accoppiamento iniziale, la testa di serie n. 3, vale a dire lo Bjorn Borg, già vincitore nel corso dell’anno del Roland Garros.

Ashe conferma la superiorità dimostrata nelle WCT Finals, liquidando lo svedese ancora in quattro set (2-6, 6-4, 8-6, 6-1) per poi doversi preparare alla sfida in semifinale con Roche, il quale, confermando il suo eccellente stato di forma, viene a capo di un complicato match contro l’ostico Okker, sconfitto 6-2 al quinto dopo essere stato in svantaggio per due set ad uno.

Quello contro Roche è un incontro palpitante che tiene incollati alla sedia gli spettatori del campo centrale per oltre quattro ore di gioco, risolto a favore dell’americano al termine di cinque combattutissimi set, come testimonia il punteggio di 5-7, 6-4, 7-5, 8-9 (all’epoca il tiebreak si disputava sull’8 pari), 6-4 a beneficio di Ashe, una maratona che conforta ancor di più i bookmakers nel dare per favorito in finale Connors, il quale, oltre ad aver liquidato Tanner con un eloquente 6-4, 6-1, 6-4, giunge all’atto conclusivo senza aver perso neppure un set!

Di nove anni più giovane, dopo aver sfiorato il bis ad inizio stagione agli Australian Open, sconfitto in finale da John Newcombe, Connors è dato favorito 4 a 1 dagli allibratori, tanto più che Ashe non è mai riuscito a sconfiggerlo nelle precedenti occasioni in cui i due hanno incrociato le racchette, ma contro ogni pronostico, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione nei primi due set, conclusi entrambi sul 6-1 a suo favore e, dopo aver subito la rabbiosa reazione del connazionale nel terzo set, che Connors si aggiudica 7-5, chiude il discorso nel quarto con il punteggio di 6-4 che gli vale il più prestigioso titolo della storia del tennis mondiale.

Ottenuto il massimo dalla carriera, Ashe continua a giocare ancora per tre anni cogliendo qualche successo nei tornei del circuito, ritirandosi dall’attività agonistica a fine 1979 a seguito di un attacco cardiaco e per il quale gli vengono applicati quattro bypass, con uno “score” complessivo di 818 vittorie a fronte di 260 sconfitte e 51 tornei vinti.

Ashe non è certo il tipo di starsene inattivo, impegnandosi in molteplici attività, dallo scrivere articoli per il “Washington Post” e la rivista “Time“, allo svolgere il ruolo di commentatore televisivo per il network “ABC Sports“, nonché nel mettere la propria esperienza ed il proprio carisma nel non facile compito di capitano della squadra di Coppa Davis, dovendo gestire gli umori di John McEnroe, incarico svolto dal 1981 al 1985 e coronato dai successi nelle edizioni 1981 (3-1 in finale all’Argentina) e 1982, con la Francia sconfitta 4-1 nell’atto conclusivo.

Ciò nondimeno, Ashe non dimentica i suoi obblighi morali verso la gente di colore, partecipando attivamente anche ad atti di protesta ufficiali, subendo persino un arresto nel gennaio 1985 durante una manifestazione nei pressi dell’ambasciata del Sudafrica a Washington contro il regime di apartheid ancora vigente.

Probabilmente il suo cuore avrebbe bisogno di una vita meno frenetica, specie dopo aver subito un secondo intervento nel 1983, ma Ashe ha un compito da svolgere e lo adempie con la pubblicazione, nel 1988, di un’opera in tre volumi dal titolo emblematico “A Hard Road to Glory: a History of the African-American Athlete” (“La difficile strada verso la gloria: la storia degli atleti afroamericani“), in cui affronta il tema a lui più caro, come largamente sottolineato… “Gli atleti neri e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata, dobbiamo cambiare questa mentalità…“.

Purtroppo proprio a conclusione del suo lavoro scopre di essere malato di AIDS a seguito di una trasfusione di sangue infetto nel corso del secondo intervento chirurgico subito al cuore, ma nonostante ciò continua a lottare sino all’ultimo, si impegna in prima persona nella lotta contro “la peste del XX secolo“, e ricorda che il giorno più importante della sua vita non è stato il successo a Wimbledon, bensì quello della liberazione del leader dell’ANC (“African National Congress“), Nelson Mandela, il quale, da carcerato, aveva dichiarato che la prima persona che avrebbe voluto incontrare, una volta libero, era proprio Arthur Ashe, evento che puntualmente avvenne con forte emozione per entrambi.

Per concludere, restino ad imperituro ricordo alcune delle frasi pronunciate da Arthur Ashe – l’unico giocatore di colore ad aver vinto tre prove dello Slam (il solo francese Yannick Noah si aggiudicherà, in seguito, il Roland Garros), e che scompare il 6 febbraio 1993 a 50 anni non ancora compiuti – a testimonianza dello spessore del personaggio, quali… “l’Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, l’esser nato negro sì …“, oppure, relativamente alla sua carriera sportiva … “campione è colui che lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato“, per concludere con il suo ultimo messaggio, a pochi giorni dalla morte… “vi prego d non considerarmi una vittima, io sono stato un messaggero…!“.