PANCHO GONZALES, IL CATTIVO RAGAZZO CHE DIVENNE L’EROE DEL TENNIS AMERICANO PER OLTRE 20 ANNI

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Pancho Gonzales – da usta.com

articolo di Nicola Pucci

Su Ricardo “Pancho” Gonzales si potrebbe scrivere un’enciclopedia del tennis. Non solo per i risultati, che lo hanno visto primeggiare soprattutto in terra d’America e guardare tutti dall’alto in basso per buona parte degli anni Cinquanta, ma anche per una longevità fuori dal comune che ne fanno uno dei massimi interpreti dello sport con la racchetta del Novecento, accomunato in questo a Bill Tilden, Ken Rosewall e Jimmy Connors.

Figlio di un operaio messicano che negli anni Venti si trasferisce a Los Angeles, Gonzales qui nasce il 9 maggio 1928, primo di una nidiata di sei fratelli, e cresce in ristrettezze, non solo economiche, trascorrendo l’infanzia in una piccola abitazione di sole due stanze situata nei pressi del parco sportivo pubblico della città californiana. Il ragazzo ha ben poca voglia di sbattersi sui banchi di scuola, ma se il destino potrebbe metterlo sulla cattiva strada, la sorte, benevola altresì, vuole che Pancho venga attratto dal gioco del tennis praticato sui campi in cemento dei vicini di casa. Ed è proprio lì che trascorre gran parte della giornata, avendo modo di osservare, spesso anche tirare qualche palla e conoscere un incordatore di racchette che lo convince a darci dentro.

In effetti Gonzales, che si illustra per la completezza del repertorio, ci da dentro, iscrivendosi ad alcune gare riservate agli juniores, vincendo ma non convincendo, se è vero che il guru del tennis californiano, quel Perry Jones che sarà poi capitano della squadra di Coppa Davis, non ne rimane particolarmente impressionato. Pancho non si scoraggia, prosegue per la sua strada fin quando, compiuti i 18 anni, prende parte ai campionati juniores della California, deliziando il pubblico con l’ardore del suo gioco e battendo in finale la grande speranza del tennis americano, Herbert Flam, che sarà finalista al Roland-Garros nel 1957 dove verrà battuto in tre set dallo svedese Davidson.

E’ solo l’inizio di un’avventura agonistica che durerà fino ai primi anni Settanta. Gonzales, che già avvicina il metro e 90 di altezza e che a 15 anni è stato arrestato per un furto con scasso facendosi un anno di detenzione prima di arruolarsi in Marina e venir congedato dopo due anni con disonore, convince il padre a dotarlo di una piccola automobile in modo da potersi spostare per giocare i tornei più importanti. E se nel 1947 debutta agli US Open a Forest Hills battendo il britannico Derrick Burton per poi arrendersi in cinque set a Gardnar Mulloy, dodici mesi dopo, ormai non più costretto a subire l’ostracismo di Perry Jones, subentra a Ted Schroeder, che capeggia le classifiche di merito americane, in qualità di testa di serie numero 15, sbaragliando a sorpresa la concorrenza.

In quell’epico US Open del 1948 Frank Parker, altro americano di grido che ha perso la finale del 1947 con Kramer, è la prima testa di serie ma ai quarti di finale, ironia della sorte, incappa proprio in Gonzales. Pancho, che Bud Collins, uno dei più autorevoli giornalisti di tennis, ebbe modo di considerare il più forte giocatore di ogni epoca, ha nel frattempo fatto fuori in tre set il cecoslovacco Hecht e il connazionale Ganzenmuller, prima di avere la meglio in cinque set Arthur Larsen, che vincerà il torneo nel 1950, ma è proprio contro il primo favorito, così come con Jaroslav Drobny in semifinale, che esprime il meglio del suo repertorio di giocatore di classe indubbia, prevalendo in entrambi i casi in quattro set. Gonzales si arrampica così in finale, dove trova il sudafricano Eric Sturgess, che dopo esser stato dominato nei primi due set, 6-2 6-3, può solo offrire una strenua resistenza nel terzo parziale, che l’americano fa suo col punteggio di 14-12, incamerando così il primo titolo dello Slam.

Di colpo Gonzales non solo assurge al rango di miglior giocatore statunitense, ma spazza via anche buona parte delle maldicenze sul suo conto, retaggio di un passato non certo da bravo ragazzo. Nel 1949 sbarca così in Europa, ma se al Roland-Garros giunge in semifinale per poi arrendersi in quattro set a Budge Patty, a Wimbledon le cose non vanno secondo le aspettative e Pancho, accreditato della seconda testa di serie, cede agli ottavi all’Australiano Geoffrey Brown.

Gonzales ha modo di consolarsi vincendo il doppio con Parker sia a Parigi che a Londra, ma l’attività da singolarista ha subito uno smacco e Pancho, che proprio Parker ha ingenuamente chiamato “Gorgonzales” condannandolo ad un immeritato sbeffeggiamento mediatico, punta il mirino sugli US Open, come al solito da disputarsi sui campi in erba del West Side Tennis Club di Forest Hills. Il campione in carica, accreditato della testa di serie numero tre, ritrova Schroeder e Sturgess quali rivali più pericolosi nella corsa alla riconferma del titolo, battendo in principio Geller, Clark e Brink in tre set, Larsen nuovamente in cinque set ai quarti di finale e Parker in semifinale in quattro set. L’atto decisivo oppone proprio Gonzales a Schroeder, e se Ted, suo collega di bandiera nella vittoriosa finale di Coppa Davis contro l’Australia qualche settimana prima, incamera un primo set-maratona, 18-16, per poi allungare facilmente nel secondo parziale, 6-2, Pancho non si arrende di certo, alza sensibilmente il livello del suo gioco e con il punteggio di 6-1 6-2 6-4 rimonta il rivale e va a prendersi un secondo titolo dello Slam. Oltre al rango di numero 1 americano. E ad appena 21 anni è buon viatico per un futuro che si annuncia roseo.

Ma Pancho Gonzales, nel frattempo, ha messo su famiglia, sposandosi e attendendo un figlio dalla moglie, ed allora, visto che le sirene del professionismo spingono forte, ecco che il campione americano saluta il tennis degli amatori e va a far cassetta. Non solo, diventa l’icona per eccellenza del professionismo, a dispetto di un inizio non proprio confortante, battuto a più riprese da Jack Kramer. Ma, dopo aver sensibilmente ridotto la sua attività tra il 1951 e il 1953, dandosi alla bella vita e dilapidando una fortuna tanto da ritrovarsi nuovamente senza il becco di un quattrino, Gonzales, che ha provato, senza successo, a fare l’attore e addirittura il maestro di tennis, torna a giocare nel Tour professionistico nel 1954 firmando un contratto con lo stesso Kramer, che ormai ha dismesso i panni di giocatore per vestire quelli di promotore, ed è la svolta della sua carriera. Per sette anni, fino al 1960, Gonzales domina il circuito, prima che siano i nuovi fuoriclasse australiani, Rosewall e Laver, a prenderne il posto di giocatore più forte del mondo.

Pancho continua, nondimeno, a deliziare il pubblico con exploit estemporanei, come ad esempio a Wembley nel 1966 quando, ormai 38enne, si prende il lusso di battere uno dopo l’altro proprio Rosewall, 11-9 al terzo set, e Laver, 10-8 al quinto set. E quando, due anni dopo, nel 1968, il tennis apre le porte ai professionisti con l’inizio dell’era Open, Pancho è ancora lì, pronto a dar battaglia ai migliori.

Come ad esempio al Roland-Garros, primo torneo Slam in cui sono presenti tutti i campioni della racchetta, che lo vede protagonista di una bella vittoria con l’ungherese Gulyas, finalista nel 1966, di un clamoroso successo ai quarti di finale contro il campione in carica Roy Emerson, e di un’eroica resistenza in semifinale contro Laver, che lo schianta comunque con un netto 6-3 6-3 6-1. O come agli US Open dello stesso anno, dove si arrende solo all’olandese Okker ai quarti di finale, non prima però aver battuto un promettente americano, Stan Smith, un vecchio campione del passato, Alex Olmedo, e il nuovo talento australiano, Tony Roche, fresco di finale a Wimbledon.

Ed è proprio sui prati di Wimbledon che Pancho Gonzales, il ragazzo cattivo che seppe riscattarsi con il tennis, scrive l’ultima pagina di una carriera memorabile, che si chiuderà solo nel 1973. Nell’edizione del 1969, al primo turno, l’americano affronta il connazionale Charlie Pasarell, 25enne di belle speranze, e i due tennisti librano una sfida in due giorni destinata, per lunghezza, ad entrare nell’album dei record: finisce 22-24 1-6 16-14 6-3 11-9 per l’anziano campione, forte e resistente quanto basta per uscirne vittorioso dopo 5 ore 12 minuti di lotta serrata. Isner-Mahut, nel 2011, faranno decisamente meglio (o peggio?)… ma volete togliere questa enorme soddisfazione a Pancho? Certo che no, lui è l’eroe del tennis americano.

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EVGENIJ KAFELNIKOV, IL PRINCIPE CHE CONQUISTO’ PARIGI NEL 1996

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Kafelnikov con il trofeo del Roland-Garros – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Che avesse le stimmate del principe, Evgenij Kafelnikov, era chiaro a tutti. Fin da quando, lui classe 1974 nato a Sochi, sul Mar Nero, ed allevato a pane e tennis, si era affacciato alla ribalta internazionale, debuttando nei tornei Atp non ancora 18enne, nel 1992, chiudendo la prima stagione da professinista, la successiva, alle porte dei primi 100 giocatori del mondo.

Dotato di classe cristallina, con due colpi di sbarramento efficaci ed incisivi, un servizio all’occorrenza solido e performante ed un eccellente gioco di volo, tanto da conquistare in carriera ben quattro titoli dello Slam in doppio, Kafelnikov ha nelle movenze in campo e nell’atteggiamento educato fuori dal rettangolo di gioco proprio quelle credenziali che gli varranno, una volta incasellate vittorie di prestigio, l’appellativo di “principe“. Ed è con queste caratteristiche che il tennista russo, nel 1996, assurge al rango di fuoriclasse della racchetta, trionfando a Parigi.

Occorre ricordare che Kafelnikov, dopo le prime due stagioni nel Tour, ottiene a gennaio 1994 la prima vittoria nel torneo di Adelaide contro il connazionale Aleksandr Volkov, sconfitto 6-4 6-3 all’atto decisivo, mostrandosi capace di primeggiare sia sul cemento all’aperto, che sul sintetico indoor, superficie che gli porta in dote i titoli di Copenaghen, Milano e San Pietroburgo. Nondimeno, la terra battuta gli è amica, se è vero che a luglio 1995 trionfa a Gstaad superando il beniamino di casa Jakob Hlasek in quattro set, e se nel corso della carriera metterà la sua firma, per tre volte, pure ad un evento su erba, il torneo di Halle, ecco che Kafelnikov, che nel frattempo scala il ranking mondiale, chiudendo il 1994 in 11esima posizione ed infiltrando l’anno dopo la top-ten, addirittura numero 4 nel mese di aprile, si trova nella necessità di confortare il suo smisurato talento con una prestazione all’altezza in un torneo dello Grande Slam. Come puntualmente avviene, appunto, nel 1996.

In verità Kafelnikov, quando si presenta alla Porte d’Auteuil per la quarta volta, vanta in carriera un’unica semifinale nei Major, proprio sulla terra rossa parigina, dodici mesi prima, quando, dopo aver demolito ai quarti di finale il numero 1 del mondo Andrè Agassi, trova l’imbattibile Thomas Muster a negargli la prima finale Slam della carriera. E se qualcuno ricorda ancora il giovanotto senza troppo timori reverenziali che nel gennaio del 1994 tenne testa a Sua Maestà Pete Sampras al secondo turno degli Australian Open, ecco che i quarti di finale raggiunti proprio a gennaio dell’anno in corso a Melbourne, battuto in tre set da Boris Becker poi vincitore del torneo, e le quattro finali guadagnate in pochi mesi ad Adelaide (7-6 3-6 6-1 a Byron Black), Rotterdam (4-6 6-3 3-6 da Goran Ivanisevic), San Pietroburgo (2-6 6-7 da Magnus Gustafsson) e Praga (7-5 1-6 6-3 a Bohdan Ulihrach) su tre superfici diverse, certificano che il russo è pronto ad issarsi sul trono di Francia. Anche perché alla World Team Cup di Düsseldorf, una settimana prima del Roland-Garros, si è preso il lusso di legnare Sampras, 6-3 6-2.

Proprio “Pistol Peteè il numero 1 del tabellone, ma più accreditato dell’americano è senza dubbio Muster, numero 2 del seeding e detentore del titolo, fresco di trionfo a Roma, che occupa la parte bassa del tabellone che ha in Chang, numero 4 e vincitore nel 1989, Ivanisevic, numero 5, Enqvist, numero 8, il talentuosissimo Marcelo Rios, numero 9, e Michael Stich, numero 16, gli altri pretendenti ad un posto in finale. Kafelnikov, testa di serie numero 6, è nello stessa fetta di tabellone di Agassi, numero 3, e Krajicek, numero 13, ma se il “kid di Las Vegas“,  in evidente crisi di risultati, incappa al secondo turno nel tennis solido seppur poco appariscente di Chris Woodruff, il russo ha la strada in discesa eliminando uno dopo l’altro lo spagnolo Blanco, 6-1 6-3 6-3, lo svedese Thomas Johansson, 6-2 7-5 6-3, ed altri due iberici di buon lignaggio su terra battuta, Felix Mantilla, 6-4 6-2 6-2, e Francisco Clavet, 6-4 6-3 6-3, denunciando un eccellente stato di forma. E di fiducia.

Nel frattempo Muster inciampa nel delizioso gioco d’attacco di Stich, che se a Wimbledon nel 1991 sorprese in finale Becker, stavolta è un cliente da prendere con le molle, anche su una superficie apparentemente non proprio adattissima al suo magnifico serve-and-volley. Il tedesco liquida l’austriaco in quattro set, vincendo un capitale quarto parziale al tie-break, per poi proseguire la sua marcia fino all’atto conclusivo, estromettendo Cedric Pioline, coccolo di casa che si arrende 6-4 4-6 6-3 6-2, e il lungagnone svizzero Marc Rosset, campione olimpico in carica, che si fa da parte all’intraprendenza del tedesco in tre rapidi set, 6-3 6-4 6-2.

E così, con Stich inaspettatamente in finale, sembra proprio che il possibile re di Francia debba uscire dal quartetto di campioni che occupano la parte alta del tabellone, con Sampras che rimonta due set di svantaggio per infine superare l’amico/rivale di mille battaglie Jim Courier, che al Roland-Garros dominò tutti nel 1991 e nel 1992, e Kafelnikov che a sua volta rispetta il pronostico eliminando Krajicek in quattro set, 6-3 6-4 6-7 6-2. I due principali favoriti, dunque, si trovano l’uno contro l’altro ad altezza semifinale, ma Kafelnikov, con il suo gioco fatto di precisione ed accelerazioni improvvise, stilisticamente perfetto, ha una marcia in più rispetto al numero 1 del mondo, infine costretto ad inchinarsi senza appello dopo aver fatto match pari per più di un’ora, 7-6 6-0 6-2.

Il 9 giugno 1996 Evgenji Kafelnikov, che nel frattempo si è già messo in saccoccia il titolo di doppio superando, accoppiato al ceco Daniel Vacek, il francese Forget e lo svizzero Hlasek, 6-2 6-3, è puntuale all’appuntamento con la gloria tennistica. Sul Court Central si affrontano due giocatori che hanno caratteristiche opposte, il gioco di regolarità e pressione da fondocampo del russo e la propensione all’attacco di Stich. Inevitabilmente ne vien fuori una sfida eccitante, anche appassionante, con Kafelnikov, al solito impenetrabile, che serve bene quanto l’avversario, 10 aces contro 15 e l’81% dei punti conquistati quanto mette la prima, fronteggia meno palle-break, ed ha maggior freddezza nei momenti cruciali del match. Già, perché primo e terzo set di decidono al tie-break, infine entrambi appannaggio di Kafelnikov, 7-4, abile poi nel secondo set a cogliere l’attimo per il break del decisivo 7-5.

7-6 7-5 7-6 dunque, in 2ore32minuti di battaglia serrata, e se un torneo dello Slam infine impreziosisce il curriculum di Kafelnikov, quel che conta, ancor più, è quel titolo di “principe” che ora, più che mai, gli calza proprio a pennello.

WILLIAM JOHNSTON, IL CAMPIONE CHE FU OSCURATO DA BILL TILDEN

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William Johnston in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

La questione, come spesso accade in materia sportiva, è irrisolta: un campione costretto spesso ad inchinarsi ad un fuoriclasse più grandi di lui, deve rammaricarsi per esserselo trovato sulla strada il che gli ha impedito di ottenere un bottino più congruo di successi, oppure può vantarsi di aver trionfato battendo un rivale di così grande fama?

Provate a chiedere a William Johnston, chiamato “little Bill” per non confonderlo con l’altro Bill di cui parleremo tra poco, che nel corso di una carriera comunque invidiabile ebbe la sventura, o ventura?, di incocciare nella classe sconfinata di Bill Tilden, che fu suo compagno di squadra, e di vittorie, in Coppa Davis, e che a sua volta si guadagnò l’appellattivo, appunto, di “big Bill“. Ma se Tilden, oltreché talento, aveva una personalità tale da oscurare gli avversari, Johnston fu comunque capace di ritagliarsi uno spazio importante, risultando come secondo miglior giocatore del mondo dal 1920 al 1926, battendo chiunque provasse ad ostacolarlo, purchè non si chiamasse Bill Tilden.

Classe 1894, di San Francisco e con sangue irlandese nelle vene, Johnston comincia a giocare a tennis ad undici anni, esercitandosi sui campi pubblici in asfalto del Golden Gate Park. Nel 1910 vince il suo primo torneo juniores, e quando nel 1915, appena 20enne, trionfa per la prima volta agli US Open battendo uno dopo l’altro Clarence Griffin, Richard Norris Williams e Maurice McLoughin in finale in quattro set, diventa di colpo uno dei giocatori americani di riferimento.

Dotato di un eccellente dritto, potente e preciso, è con questo colpo che prepara il suo gioco d’attacco, spesso confortato da voleè vincenti giocate con sicurezza disarmante. E proprio nello Slam che in quegli anni ha sede al West Side Tennis Club di Forest Hills, Johnston ha modo di mettersi particolarmente il luce. Giungendo nuovamente all’atto decisivo nel 1916, quando Richard Norris Williams si prendr la rivincita imponendosi in rimonta al quinto set.

Impegnato con la US Navy nel corso della Prima Guerra Mondiale, Johnston, che in coppia proprio con Griffin ha già colto due vittorie all’US Open, torna a gareggiare nel 1919 ed è qui che il suo destino si incrocia con quello di Tilden. Nonostante abbia un anno in più, Tilden deve ancora esplodere ad alti livelli, e i due avversari si trovano per la prima uno davanti all’altro ai campionati americani su terra battuta ad Houston, con Johnston che si impone in quattro set, per poi bissare il successo il mese successivo a Forest Hills dove Johnston, che la United States Lawn Tennis Association elegge numero 1 per l’anno 1915 e per l’anno 1919, infligge al rivale una sonora lezione, 6-4 6-4 6-3.

Sembrerebbe per Johnston una sorta di certificato di laurea, ma quel che è un successo senza appello si rivela, anche, un exploit che non avrà seguito. Almeno in terra d’America, perché se è vero che Tilden e Johnston, in coppia, portano in dote agli Stati Uniti ben sette edizioni consecutive della Coppa Davis, è altrettanto vero che quando i due compagni si affrontano agli Us Open sarà sempre Tilden ad avere la meglio. E succede a cinque riprese tra il 1920 e il 1925, con Tilden che ha bisogno di cinque set per trionfare nel 1920, nel 1922 (quando rinviene da due set sotto) e 1925 mentre più agevoli sono le vittorie del 1923 e del 1924, entrambe in tre rapidi set. Solo nel 1921 Tilden-Johnston non è finale agli US Open, per il semplice motivo che i due campioni si affrontano agli ottavi di finale ed è ovviamente “big Bill” a far valere la legge del più forte in quattro set.

Le soddisfazioni che a Johnston sono negate nello Slam americano, giungono invece in dosi massicce, appunto, nella principale rassegna a squadre. Dove Johnston, dal 1920 al 1926, ha curriculum praticamente immacolato, perdendo solo il match con l’australiano James Anderson nel 1923, prendendosi altresì il lusso di battere a due riprese sia Renè Lacoste che Jean Borotra nelle due finali vittoriose contro la Francia del 1925 e del 1926, arrendendosi l’anno successivo invece allo stesse Lacoste e ad Henri Cochet quando a Filadelfia i “Moschettieri” interrompono la serie vincente degli Stati Uniti.

Ma se in casa Johnston è costretto a pagare dazio alla superiorità di Tilden, una volta messo piede in Europa il tennista di San Francisco dimostra di saperci fare anche sul “rosso”, vincendo nel 1923 il campionato del mondo su terra battuta che si tiene a Saint Cloud, battendo in finale il belga Jean Washer in cinque set, così come maratone erano state le sei sfide che gli avevano aperto la strada verso l’atto conclusivo del torneo.

Ancora più prestigioso, nondimeno, è l’exploit che qualche settimana dopo Johnston realizza a Wimbledon. In assenza, ovviamente, di Tilden che ha vinto sui prati londinesi nel 1920 e nel 1921, Johnston si presenta per la prima volta all’All England Law Tennis and Croquet Club, sbaragliando la concorrenza. L’americano passa i primi quattro turni lasciando solo le briciole ai britannici Higgs (6-4 6-2 6-1) e Watson (6-1 6-2 9-7), al sudafricano Spence (6-0 6-1 6-4) e al connazionale Vinnie Richards (6-4 6-3 7-5), lascia un set all’irlandese Cecil Campbell ai quarti (6-1 5-7 6-2 6-2), per poi abbattersi come un tornado su Brian Norton in semifinale (6-4 6-2 6-4) e Frank Hunter in finale, costretto ad alzare bianca in tre rapidi set, 6-0 6-3 6-1.

Per Johnston è il suggello di una carriera da campione, e se resta il dubbio per quel che poteva essere se non ci fosse stato Tilden, beh… sappiate che la parola fine all’attività agonistica di “little Bill” la mise invece un francese, Jean Borotra, che agli Us Open del 1926 inflisse una cocente delusione all’americano battendolo in rimonta in cinque set ai quarti di finale. Sì, era proprio giunta l’ora di appendere la racchetta al chiodo.

1938, L’ANNO DEL PRIMO GRANDE SLAM FIRMATO DA DON BUDGE

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Don Budge in azione a Wimbledon – da tennisworldusa.com

articolo di Nicola Pucci

Non me ne vogliano Rafael Nadal, Roger Federer e Novak Djokovic, che in era recente, e seppur in anni differenti, sono riusciti a conquistare gloria in tutte e quattro le prove dello Slam; e non si rammarichi troppo neanche Rod Laver, che nel 1962 e nel 1969 fece l’en-plein stagionale trionfando in successione in Australia, a Parigi, a Wimbledon e a New York. Ma se c’è un campionissimo che prima di ogni altro è stato capace di firmare il Grande Slam, quel tennista risponde al nome di Donald Budge, che nel 1938, poco prima che la Seconda Guerra Mondiale imponesse l’alt ai campioni della racchetta, fece filotto e si guadagnò gloria imperitura.

Budge, di origini scozzesi, nato ad Oakland, in California, il 13 giugno 1915, approccia il 1938 già vantando lo status di miglior giocatore del mondo. In effetti, se Bill Tilden, Fred Perry ed Ellsworth Vines già da qualche tempo fanno cassetta tra i professionisti, il 23enne americano ne prende il posto in vetta alle classifiche mondiali dell’epoca, già conquistando nel 1937 il titolo sia a Wimbledon, dove batte senza problemi il “barone” Von Cramm con un netto 6-3 6-4 6-2, che a Forest Hills, dove ancora una volta ha la meglio del fuoriclasse tedesco, stavolta in cinque set.

Dotato di un servizio potente e di un meraviglioso rovescio, Budge avrebbe a sua volta gran desiderio di passare professionista, ma ha il suo personale appuntamento con la storia del tennis, anche perché, dopo aver riportato la Coppa Davis negli Stati Uniti come non accadeva dal 1926, ambisce a difendere almeno una volta “l’insalatiera d’argento“, così come sfidare gli australiani a casa loro ad inizio stagione, per competere poi con ambizioni di vittoria al Roland-Garros come un americano non fa dal 1932 quando Gregory Mangin giunse ai quarti di finale, per infine, sulla strada dei quattro Major consecutivi, bissare sia a Londra che agli US Open.

Agli antipodi del mondo, Budge è accompagnato dall’abituale partner di doppio, Gene Mako, ed in verità non si attende certo di avere la strada spianata. Bromwich, McGrath, Quist e Crawford, accreditate delle teste di serie dalla numero 4 alla numero 7, giocano in casa e puntano a far loro il titolo, i due tedeschi Von Cramm ed Henner Henkel sono i pretendenti numero 2 e 3 del torneo e Budge, che comanda il seeding australiano, dopo aver viaggiato per tre settimane in nave ed aver preparato l’evento senza troppe ansie, è in forma quanto basta per tener fede al pronostico che lo vede favorito. Sul suo cammino trova solo giocatori di casa, ma né Les Hancock (6-2 6-3 6-4), né Harold Whillans (6-1 6-0 6-1), né Leonard Schwartz (6-4 6-3 10-8), né lo stesso Adrian Quist (6-4 6-2 8-6) possono opporsi allo strapotere dell’americano che il 31 gennaio, giorno della finale, trova dall’altra parte del net John Bromwich. La sfida non ha storia, e con l’altrettanto inequivocabile 6-4 6-2 6-1 Budge incamera gli Australian Open, mettendo il primo tassello verso la realizzazione del Grande Slam.

Imbarcatosi il giorno dopo alla volta dell’Europa, Budge punta il mirino sul Roland-Garros, dove a giugno non trova né Von Cramm, vincitore nel 1936 ma impossibilitato a partecipare perché tenace oppositore in patria del nazionalsocialismo, né lo stesso Henkel, detentore del titolo ma assente per infortunio, né tantomeno gli australiani che disertano in massa l’appuntamento parigino. Per Budge l’unico serio ostacolo è rappresentato dalla scarsa attitudine alla terra battuta, superficie sulla quale quasi mai si è esibito, anche se qualche rischio verso la finale lo corre. Come ad esempio al secondo turno, quando cede un set all’indiano Mohammed-Khan, o ancor più agli ottavi di finale, quando deve ricorrere al quinto set per avere la meglio dello jugoslavo Franjo Kukuljevic. Dopodiché il cammino è in discesa e se ai quarti di finale Budge spenge le illusioni transalpine battendo Bernard Destremau, ultimo francese rimasto in corsa e che a fine partita non manca di affermare che Donald “è una meraviglia di equilibrio, potenza e stile“, con un netto 6-4 6-3 6-4, altrettanto severamente smorza il pericolo proveniente dall’Europa dell’Est, con l’altro jugoslavo Josip Palada sconfitto in semifinale 6-2 6-3 6-3 e il cecoslovacco Roderich Menzel costretto ad arrendersi all’atto decisivo l’11 giugno, 6-3 6-2 6-4 in soli 58 minuti di dominio assoluto. Siamo a due, e pazienza se con l’amico Mako si vede stoppare nella finale del doppio dalla coppia di casa composta dallo stesso Destremau e da Yvon Petra, che si impongono in quattro set.

Qualche settimana dopo l’appuntamento è fissato sui prati londinesi di Wimbledon, e qui Budge, campione in carica e vincitore del gustoso antipasto del Queen’s, ha tutte le carte in regola per far valere la legge del più forte. Il suo gioco di sposa perfettamente con la superficie, il servizio funziona, le voleè sono efficaci e i due colpi da fondocampo non lasciano scampo agli avversari, costretti ad inchinarsi al numero del 1 mondo, siano essi i due britannici Kenneth Gandar-Dower ed Henry Billington, l’irlandese George Lyttleton-Rogers o l’altro inglese Ronnie Shayes, tutti velocemente spazzati via in tre set. Quando poi anche il cecoslovacco Frantisek Cejnar, 6-3 6-0 7-5, e lo jugoslavo Franjo Puncec, 6-2 6-1 6-4, si fanno da parte quasi senza lottare, ecco che il 2 luglio, sul Centre Court più famoso del mondo, Budge trova a sbarrargli la strada, o almeno a provare a farlo, il beniamino di casa, Bunny Austin, già finalista nel 1932 sconfitto da Vines. Figurarsi, Budge fa un sol boccone dell’emozionatissimo ed inadeguatissimo londinese, che racimola la miseria di quattro giochi per il 6-1 6-0 6-3 che ad oggi rimane una delle finali più scontate della storia di Wimbledon. E come l’anno precedente, Budge completa il tris con il successo in doppio con Mako e in doppio misto con Alice Marble.

Siamo a tre trionfi, ed ormai il sogno Grande Slam comincia a diventare quasi una certezza. A Donald manca ormai l’ultima tacca, ovvero gli US Open, di cui è detentore del titolo nonché finalista nel 1936 sconfitto da Fred Perry 10-8 al quinto set, da giocarsi davanti al pubblico amico. Nel frattempo, grazie anche al contributo decisivo del giovane 19enne Bobby Riggs, Budge ad inizio settembre bissa il successo in Coppa Davis portando in dote i due punti in singolare contro Bromwich e Quist e pur perdendo in doppio contro gli stessi avversari, e a fine mese, quando si presenta a Forest Hills, ha proprio in Riggs, testa di serie numero 2, il rivale più accreditato. Ma il talento di Donald non ha eguali, così come il suo gioco è tanto perfetto da lasciare solo le briciole a chi prova ad opporsi, ed in effetti Van Horn, Kamrath, Hare, Hopman e Sidney Wood in semifinale, travolto con un triplice 6-3, possono solo vestire i panni dell’arrendevole sparring-partner di turno. Il 24 settembre, al West Side Tennis Club, Budge è pronto a fare la storia, e curiosamente dall’altra parte della rete trova l’amico di una vita, lo stesso Gene Mako, che si toglie la soddisfazione di strappare al fuoriclasse californiano un set, il secondo, 8-6 rimontando da 2-5 sotto. Ma non può bastare, Budge è il più forte e con il conforto del 6-2 6-1 nei due set successivi cala il poker.

Il Grande Slam, termine che il reporter del New York Times, John Kieran, forgiò all’inizio del settembre 1933 quando Jack Crawford ebbe la possibilità di afferrare tutti e quattro i Majors perdendo però da Fred Perry in finale proprio a Forest Hills, è servito, per la prima volta nella storia del tennis, e Donald Budge entra nella leggenda. Poi andrà a far cassetta con gli altri professionisti, ma questa è davvero tutta un’altra faccenda.

CHUCK MCKINLEY E LA VITTORIA A WIMBLEDON 1963 DOMINANDO LA CONCORRENZA

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Chuck McKinley in azione – da wimbledon.com

articolo di Nicola Pucci

Siamo sinceri. Che un americano potesse vincere l’edizione 1963 del torneo di Wimbledon, lo credevano veramente in pochi. Che poi lo statunitense ad alzare il trofeo fosse Chuck McKinley, ancor di meno.

Eppure questo ragazzo di Saint Louis, non altissimo con i suoi 172 centimetri, e neppure troppo pratico del gioco serve-and-volley che all’epoca su erba era pressochè una regola, aveva qualche buona credenziale da vantare, all’atto di presentarsi al via all’ All England Lawn Tennis and Croquet Club. Seppur poco più che 20enne, infatti, nel 1961 aveva guadagnato la finale sui prati londinesi, sconfitto infine con un netto 6-3 6-1 6-4 da Rod Laver, al primo trionfo a Wimbledon. L’anno dopo, seppur demolito al secondo turno da Mike Hann con l’inequivocabile punteggio di 6-3 6-2 6-2, aveva poi raggiunto la semifinale agli US Open, dove ad estrometterlo era stato Roy Emerson, l’altro australiano di grido che dominava la scena nei primi anni Sessanta. Insomma, che ci sapesse fare, con quel suo gioco aggressivo da dietro, potente e veloce, e con un colpo d’occhio senza pari, era evidente.

E proprio in mancanza di Laver, campione a Wimbledon anche nell’anno di grazia 1962 in cui completava il Grande Slam, che avrebbe potuto resistere ad ogni tentazione ad eccezione delle sirene del professionismo, il tabellone era capeggiato dallo stesso Emerson, chiamato a rispettare lo status di nuovo numero 1 del mondo e grande favorito del torneo, anche in virtù del successo parigino, che seguiva la vittoria agli Australian Open. Manolo Santana era il secondo pretendente al titolo, a dispetto dell’attitudine essenzialmente alla terra battuta che lo aveva visto trionfatore al Roland-Garros nel 1961, ma non pareva particolarmente attrezzato per il gioco su erba, così come gli altri australiani Ken Fletcher, numero 3, e Martin Mulligan, numero 5, il francese Pierre Darmon, numero 6, e il beniamino di casa Mike Sangster, numero 8, difficilmente sembravano poter contrastare il cammino di Emerson. Se poi il messicano Rafael Osuna, che nel corso dell’anno avrebbe raggiunto la prima posizione del ranking mondiale vincendo a Forest Hills e forse il più adatto ai parametri del tennis su erba, non era compreso tra le teste di serie, ecco che gli Stati Uniti gettavano sul tavolo l’asso nella manica, proprio Chuck McKinley. Accreditato, nondimeno, della testa di serie numero 6, ed unico, almeno sulla carta,  assieme al promettente Dennis Ralston, e forse Nicola Pietrangeli che qui aveva giocato un’epica semifinale nel 1960 contro Laver, a poter scombussolare i piani del grande favorito della vigilia.

Il primo turno è già fatale a Sangster, che incoccia nel tennis pericoloso del tedesco Wilhelm Bungert (uno che sarà finalista a Wimbledon nel 1967), così come al secondo incontro Fletcher, assolutamente non fedele al suo rango ed adducendo ben poco credibili problemi alle tonsille, esce dal torneo per mano del connazionale Fred Stolle, forse troppo ingenerosamente escluso dalle teste di serie. E se Pierre Darmon si fa rimontare due set dal modesto Robert Howe, ecco che le prime due sfide certificano il buon stato di forma di Emerson, che in tre set liquida Bill Lenoir ed Orlando Sirola, la baldanzosa irriverenza di McKinley, che non lascia scampo a Cliff Drysdale e Alan Lane, e i miglioramenti nel gioco su erba di Santana, che lascia per strada la miseria di 18 games nei confronti con Tony Roche e José Mandarino.

Al terzo turno la marcia di Emerson e McKinley, che occupano la parte alta del tabellone, prosegue spedita, con Roy che non lascia scampo a Owen Davisìdson, 6-4 8-6 6-2, e Chuck che fa altrettanto, 6-3 6-2 6-2, con un giovanotto di colore che farà parlar di sè in un prossimo futuro, Artur Ashe. Mulligan e lo svedese Jan-Erik Lundquist avanzano a loro volta, mentre il torneo perde per strada Pietrangeli, costretto al ritiro contro Stolle, così come Giuseppe Merlo esce con le ossa rotte dalla sfida con Adrian Bey, e lo stesso Osuna, avanti di due set con Santana, 6-2 6-0, si scioglie alla distanza, 6-1 6-3 6-4, con Santana, vincitore infine in cinque set esattamente come Robert Taylor, nuovo britannico di grido, che elimina 9-7 al parziale decisivo John Frost.

La parte alta del tabellone qualifica ai quarti di finale Emerson, che prosegue nel fare un sol boccone degli avversari battendo l’indiano Krishnan 6-1 6-4 6-0, Bungert che prevale 7-5 al quinto set contro lo spagnolo Arilla, proprio McKinley che a sua volta non palesa incertezza, 6-3 8-6 6-3 contro l’altro indiano Mukerjea, e l’inglese Bobby Wilson, che batte a sorpresa Mulligan in tre set. Nella zona sotto, invece, si interrompe l’illusione di Taylor, che dà vita con l’americano Frank Froehling al match più serrato del torneo, cedendo 15-13 al quinto set, mentre Stolle e Santana avanzano come da pronostico contro il messicano Palafox e Bey e il tedesco Christian Kuhnke, disattendendo le indicazione del ranking, non ha problema alcuno ad estromettere in tre set Lundquist, 6-4 6-3 6-2.

Tutto lascerebbe presagire ad una vittoria finale di Emerson, in un torneo particolarmente falcidiato dalla pioggia che obbligherà lo slittamento della finale al lunedì, ma il tennis tedesco, che da queste parti illustrò negli anni Trenta il talento del barone Von Cramm e qualche decennio dopo assurgerà agli onori della cronaca la potenza devastatrice di Boris Becker, ha progetti rivoluzionari e Bungert, a termine di una battaglia senza esclusione di colpi, batte il grande favorito con il punteggio di 8-6 3-6 6-3 4-6 6-3 a furia di botte da fondocampo, liberando il campo agli avversari dell’australiano. E ad approfittarne, nella parte alta del tabellone, è proprio McKinley, che non incrocia nessuna testa di serie, e dopo Wilson, 8-6 6-4 6-2, interrompe in semifinale il cammino proprio di Bungert, 6-2 6-4 8-6, arrampicandosi in finale senza aver perso un set.

E sul Centre Court più famoso del mondo, per l’atto decisivo del torneo, l’americano trova di là dal net Fred Stolle, che a sua volta infila senza perdere un set Froehling, 9-7 7-5 6-4, e Santana, incapace di registrare il passante di rovescio, 8-6 6-1 7-5, garantendo la presenza dell’Australia, che ha vinto le tre ultime edizioni, in finale. Il contrasto di stile, e pure di prestanza fisica, tra i due avversari è evidente, con il piccolo McKinley che colpisce con timing perfetto da fondocampo e il lungo Stolle che cerca insistentemente l’approccio a rete. Tra i due contendenti, infine, a prevalere è McKinley, che soffre un set, il primo, risolto 9-7, domina il secondo, 6-1, per poi piazzare il break definitivo che vale il 6-4 che gli regala il trono d’Inghilterra.

Già, come diceva il proverbio? “Gli assenti hanno sempre torto“… e stavolta, chi per avidità (Laver) chi per imperizia (Emerson), erano assenti dalla finale più ambita del tennis, e a godere, meritatamente, è stato il terzo incomodo, Chuck McKinley. Un americano a Londra.

MARCELO FILIPPINI, UN URUGUAIANO ULTIMO PRINCIPE DI FIRENZE

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Marcelo Filippini – da news.bbc.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Ricordo ancora, nell’ormai lontano mese di giugno del 1994, le parole di commiato pronunciate dall’allora Assessore allo Sport del Comune di Firenze, Laura Sturlese, lieta di celebrare l’impegno profuso dal Circolo Tennis Firenze nel procrastinare un evento ormai tradizionale del panorama italiano. Profetica, oseremmo dire, ma quel che avvenne poi è solo storia che appartiene al passato, ed oggi che, seppur nella versione Challenger, il torneo torna a vivere, mi preme raccontare, per quel che mi è concesso dalla memoria, quell’ultima e comunque fortunata edizione.

Giova altresì, in apertura ed estrema sintesi, andare a leggere quel che è l’albo d’oro dell’evento fiorentino, a far data dalla prima edizione, diciamo così, dell’era moderna, quella del 1973, che riallacciò la corrente interrotta due anni prima quando il torneo, collocato inizialmente prima degli Internazionali d’Italia di Roma, poi tra l’evento capitolino e il Roland-Garros e pertanto appuntamento appetibile ed appetitoso per chi volesse preparare al meglio lo Slam parigino, aveva chiuso una lunga parentesi internazionale apertasi nel 1953. Nomi altisonanti danno lustro al torneo, a cominciare da quell’Ilie Nastase che nell’anno di grazia 1973, in cui collezionò Montecarlo, Madrid, Parigi e Roma, battè in finale Adriano Panatta, per proseguire con lo stesso Adriano nazionale che si impose nel 1974 e nel 1980, Paolo Bertolucci che infilò un tris consecutivo tra il 1975 e il 1977, e poi ancora giocatori appartenenti al gotha del tennis degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, quali il baffuto messicano Raul Ramirez, l’argentino Josè-Luis Clerc, Vitas Gerulaitis e Andres Gomez, per giungere infine a quel Tomas Muster che a sua volta vinse tre volte di fila e che ricordo, nella torrida estate del 1993, allenarsi correndo nel parco delle Cascine assolutamente insensibile ai 40 gradi del sole fiorentino. Era esattamente il 6 giugno, qualche ora dopo l’allievo di Ronnie Leitgeb avrebbe sconfitto Renzo Furlan a cappello di tre set serrati, e forse nessuno, quel dì, avrebbe pensato che di lì a dodici mesi il torneo avrebbe esalato l’ultimo respiro.

Già, perchè quel Circolo Tennis delle Cascine affascinava i ragazzi fiorentini e riscuoteva il sincero apprezzamento dei giocatori stranieri, accolti come solo una città di principi sa fare (ricordiamo tra questi l’immenso Artur Ashe, tennista ed uomo di spessore che non mancava mai di recitare da protagonista quando si presentava ai nastri di partenza, come ad esempio nel 1979 raggiungendo i quarti di finale), e quando nel 1994 un uruguaiano di lunga e solida militanza su terra battuta, Marcelo Filippini, aveva colto qui il terzo di una collezione di cinque successi complessivi nel circuito maggiore battendo in finale l’australiano Richard Fromberg, tanto atipico da preferire la superficie lenta ai tappeti veloci e protagonista l’anno prima di una sfida di Coppa Davis Italia-Australia ospitata proprio alle Cascine, pareva solo l’anello di una lunga storia ancora da scrivere.

Alberto Berasategui, fresco di finale al Roland-Garros battuto in finale dal connazionale Sergi Bruguera e che aveva la singolare abitudine di colpire dritto e rovescio con la stessa faccia della racchetta, era accreditato della testa di serie numero 1 ma, dopo aver estromesso al primo turno l’argentino Garat entrato in tabellone come lucky-loser, era stato costretto, complici le fatiche accumulate alla Porte d’Auteuil, al ritiro nel match di secondo turno con Paolo Canè, avanti di un set, il primo, vinto 6-3. Stessa sorte aveva riservato proprio Fromberg a Javier Sanchez, il meno blasonato della famiglia che aveva in Arantxa ed Emilio i due campioni affermati, e se anche l’argentino Gabriel Markus, dopo Omar Camporese all’esordio, era stato capace di eliminare il terzo favorito del torneo, l’haitiano Ronald Agenor, sempre al secondo turno, ecco che alle semifinali si arrampicavano quattro tennisti non compresi nel seeding. Filippini, tanto bravo da demolire in due set Jordi Arrese (famoso per aver stoppato l’audace e pure incolore tentativo di rientro di Bjorn Borg a Montecarlo nel 1991, piuttosto che aver colto l’argento alle Olimpiadi di Barcellona del 1992), Giorgio Galimberti ed Horacio de la Pena, lo stesso Fromberg, Canè che dopo Berasetagui disinnescava, 7-6 6-1, il tennis potente del tedesco Goellner, e l’altro teutonico Bernd Karbacher, giocatore dal gran dritto a sventaglio.

Le due semifinali avevano andamento opposto, con Filippini facile vincitore di Canè, 6-1 6-2, mentre Fromberg si vedeva costretto a far gli straordinari per avere la meglio di Karbacher, infine sconfitto 6-4 7-6. Ed era proprio il differente approccio all’atto conclusivo del torneo, con l’uruguaiano che per strada aveva concesso la miseria di dodici giochi in quattro partite, a determinare lo sviluppo del match che valeva il titolo, con Fromberg facile vincitore del primo set, 6-3, e il sudamericano altrettanto abile e concreto nel ribaltare la situazione, a sua volta con un duplice 6-3.

Poi… titoli di coda, ed un arrivederci lungo 24 anni. Ma ora il tempo si è ricordato del suo illustre passato ed il tennis, con buona pace dei fiorentini, torna a casa.

JENNIFER CAPRIATI, DISASTRI ED ONORI DI UNA BABY-TENNISTA DIVENTATA NUMERO 1 DEL MONDO

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Jennifer Capriati – da espn.com

articolo di Nicola Pucci

Ricordo ancora quando nel marzo del 1990 una taletuosissima baby-tennista americana di padre brindisino (Stefano), esordì non ancora 14enne al torneo di Boca Raton. Una ragazzina già dalle fattezze fisiche importanti, seppur ancora da arrivare a maturazione, qualcosa come 170 centimetri per quasi 70 chilogrammi, che si affacciava tra le grandi con l’energia e la sfrontatezza della sua giovanissima età.

Jennifer Capriati, perché è di lei che stiamo parlando, si ciba di tennis ancor prima di proferir parola, se è vero che a tre anni ha già la racchetta in mano, per poi, una volta cresciuta sotto l’occhio rapace di Nick Bollettieri, scalare velocemente le vette del tennis giovanile vincendo l’Orange Bowl riservato agli under 12 e agli under 14 e l’edizione juniores del Roland-Garros nel 1989. A Boca Raton, appunto, esordisce nel circuito professionistico, e se l’attesa è grande sul suo conto, altresì c’è curiosità di verifcare se sarà capace di andare oltre quel che seppero fare, non troppi anni prima di lei, altre bambine prodigio come Tracy Austin, Andrea Jager e Kathy Rinaldi, troppo presto gettate in pasto allo show-tennis ed altrettanto presto eclissate.

Ed in Florida l’esibizione di Jennifer è sontuosa, e pure senza precedenti, se è vero che è la più giovane finalista della storia in un torneo del circuito maggiore, infilando una dopo l’altra tenniste del calibro di Claudia Porwick, Nathalie Tauziat ed addirittura Helena Sukova, numero 4 del mondo, oltre a Laura Gildemeister, prima di arrendersi all’atto decisivo a Gabriela Sabatini, infine vincitrice dopo due set serrati, 6-4 7-5. Quando poi, qualche settimana dopo, realizza identico exploit ad Hilton Head, prendendosi il lusso di demolire con un clamoroso 6-1 6-1 l’ultima trionfatrice di Parigi, Arantxa Sanchez, prima di cedere all’immensa Martina Navratilova, ecco che la Capriati, oltreché le attese, si trova a dover fronteggiare una notorietà che, vedremo poi, rischierà di schiacciarla.

Sono gli anni in cui un’altra tennista precoce e di classe, pure lei allevata all’Accademia di Bollettieri, Monica Seles, imprime il suo marchio sul tennis mondiale, contrapponendo la forza del suo gioco di pressione da fondocampo all’esplosività atletica della regina per niente disposta a farsi da parte, Steffi Graf. E Jennifer sembra la perfetta terza incomoda tra le due indiscusse primedonne, altro prototipo della tennista corri-e-tira, con qualche chilo in più e forse una maggior attitudine nella ricerca dell’approccio a rete rispetto alla serba.

In effetti i risultati sembrano premiare l’americana, che nel 1990 raggiunge subito la semifinale alla prima partecipazione al Roland-Garros, fermata 2-6 2-6 proprio dalla campionessa di Novi Sad, vince in Portorico il primo torneo, partecipa al Masters di fine anno, ed infiltra per la prima volta la top-ten, per poi nel 1991 bissare la semifinale nello Slam più prestigioso, Wimbledon, 4-6 4-6 dalla Sabatini, e agli US Open, 3-6 6-3 6-7 in una memorabile sfida ancora con la Seles, e, nell’anno olimpico 1992, cogliere l’oro in singolare ai Giochi di Barcellona rimontando in finale la Graf, 3-6 6-3 6-4.

Ce ne sarebbe a sufficienza per progettare, non ancora 17enne, un futuro luminoso. Ma in casa Capriati non sono tutte rose e fiori, papà Stefano è una presenza ingombrante e difficile da digerire, così come la pressione mediatica trova terreno fertile nello squarciare l’anima adolescenziale di Jennifer che, dopo un iniziale successo a Sydney nel gennaio 1993, entra nel tunnel oscuro che condizionerà gli anni successivi. Della sua vita così come, inevitabilmente, della sua carriera. Ecco allora che la campionessa, celebrata da tutti, passa dalle stelle alle stalle, additata altrettanto da tutti come “colei che ruba un anello pur avendo milioni di dollari in banca” e che “viene arrestata per possesso di marijuana“.

E così gli anni passano, tra numerose assenze dal tennis giocato ed altrettanti numerosi tentativi di ritorno, sempre sospesa tra quel che doveva essere ed invece parrebbe non poter esser più. Fin quando, e siamo all’alba del nuovo Millennio, la Capriati, messe da parte le incertezze e consapevole, raggiunta la maturità, che se vuol lasciare traccia di sè è bene farlo adesso oppure mai più, torna competitiva. Aprendo la fase aurea della sua carriera.

La ragazzina istintiva e sorridente ha ormai lasciato il posto ad una donna segnata dalle incertezze della vita, riflessiva ed orientata a dare il meglio di sè. E se nel 2000 rinnova l’appuntamento con una semifinale Slam agli Australian Open come non le accadeva da nove anni, quando, pur non compresa tra le teste di serie, cede solo alla futura vincitrice del torneo, Lindsay Davenport, ed è protagonista del successo degli Stati Uniti nella finale di Federation Cup contro la Spagna, l’anno dopo fa saltare il banco, proprio a Melbourne dove infila una dopo l’altra Nagyova (che le strappa un set), Oremans, Ruano Pascual, Marrero, Seles ai quarti di finale in una sfida che profuma d’antico (5-7 6-4 6-3), la stessa Davenport con cui si prende la rivincita (6-3 6-4) e la numero 1 del mondo Martina Hingis, che all’atto conclusivo si vede costretta a cedere nettamente all’americana che con il punteggio di 6-4 6-3 in un sol colpo fa suo quel titolo Slam che inseguiva fin da adolescente e spazza via le angosce degli anni bui.

Quando meno te lo aspetti Jennifer assurge a quel rango a cui pareva destinata fin dal giorno in cui, per la prima volta, impugnò la racchetta, ed inevitabile, o quasi, giunge il bis in terra di Francia, al Roland-Garros, dove l’americana spazza via ai quarti di finale Serena Williams (6-2 5-7 6-2), demolisce ancora la Hingis, curiosamente con lo stesso score australiano, 6-4 6-3, ed è protagonista di una finale al cardiopalma con la belga Kim Clijsters, figlia d’arte del calciatore Leo, risolta con un pirotecnico 12-10 al set decisivo.

Le due sconfitte in semifinale sia a Wimbledon (con Justine Henin) che agli US Open (4-6 2-6 con Venus Williams) scalfiscono forse l’orgoglio della Capriati, che al torneo di casa sommerà altre tre semifinali nei tre anni successivi, ma le consentono, il 15 ottobre 2001, di guadagnare la vetta del ranking mondiale.

Verrà poi, a gennaio 2002, la doppietta agli Australian Open battendo nuovamente la Hingis in finale, 4-6 7-6 6-2, per il terzo ed ultimo Slam in carriera, ma quel numero 1 del mondo detenuto a più riprese per 17 settimane certificano che se Jennifer Capriati ha toccato il fondo (e le capiterà ancora una volta dismessi i panni della tennista di successo, afflitta da depressione e talvolta accarezzando ipotesi suicide) ha pure scalato quella vetta che le spettava, se non di diritto almeno nelle previsioni, fin da bambina. Già, proprio una bambina-prodigio.

IL “C’MON” VINCENTE DI HEWITT AGLI US OPEN 2001

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Leyton Hewitt con il trofeo – da usopen.org

articolo di Nicola Pucci

Quell’edizione storica degli US Open del 2001, ad onor del vero, pareva destinata a scrivere ben altra storia di quella che poi si trovò a consegnare ai posteri.

Marat Safin, tanto per cominciare, in qualità di detentore del titolo puntava senza troppe misure a concedere il bis, per confermarsi cavallo da corsa e magari tentare di riagguantare quella prima posizione del ranking occupata non più tardi di quattro mesi prima; Guga Kuerten, per proseguire, era chiamato a dar legittimazione proprio allo status di nuovo numero 1 del mondo, nonché mostrare agli occhi del tennis di esser capace di vincere anche lontano dall’amata terra battuta, che lo aveva consacrato per la terza volta in carriera re del Roland-Garros; Andrè Agassi e Pete Sampras, per concludere, ormai non più padroni incontrastati della scena, chiedevano al loro tennis di poter competere ancora una volta con i nuovi virgulti della racchetta.

Ergo, Leyton Hewitt, seppur numero 4 di un tabellone dominato appunto da Kuerten, Agassi e Safin, con il due volte vincitore Pat Rafter relegato al numero 6 alle spalle di un altro principe del “rosso” come Juan Carlos Ferrero, non era accreditato di particolari chances di poter far suo il trofeo riservato al vincitore, seppur forte dell’entusiasmo agonistico dei suoi 20 anni e della semifinale dell’anno precedente, battuto in tre set da Sampras, poi a sua volta sconfitto in una finale senza appello proprio da Safin. Ed invece…

Ed invece Hewitt, nato ad Adelaide il 24 febbraio 1981, avviato dal padre Glynn alla pratica del football australiano (l’Australian Rules), dirottato poi al tennis e cresciuto nel mito di Pat Cash ma prendendo ispirazione dal gioco di regolarità di Mats Wilander, già in possesso di alcuni record di precocità come esser stato il più giovane ad entrare in tabellone agli Australian Open nel 1997 quando non ancora 16enne perse al debutto con Sergi Bruguera, ed aver vinto un anno dopo il primo torneo da professionista non ancora 17enne ad Adelaide, superando da numero 550 del mondo Agassi in semifinale e il connazionale Jason Stoltenberg in finale, fa saltare il banco newyorchese. E lo fa con quell’irriverenza e quello spirito da guerriero indomabile che lo contraddistingue. Da sempre, fin da quando ragazzino sfidava tennisti più grandi e forti di lui, mettendola sovente sul piano della rissa e provocandoli con quel “c’mon” che diventa ben presto, per lui, una sorta di urlo di guerra.

Hewitt non è certo un marcantonio, dall’alto dei suoi appena 180 centimetri, ma ha doti atletiche che non hanno pari nel circuito. Dotato di piedi velocissimi, ha colpo d’occhio eccezionale, e questo gli consente di assurgere al rango di miglior ribattitore al mondo, tanto abile nel leggere le traiettorie di servizio degli avversari e nel giocare un colpo d’anticipo da riuscire spesso a disinnescare i rivali più potenti. Coraggioso e ribelle lo è sempre stato, e se queste qualità si sposano perfettamente tra loro, ecco che Hewitt, con quella faccia da monello che non tarda ad affascinare la collega Kim Cljisters con cui si legherà per alcuni anni, diventa un giocatore difficilmente battibile.

Se ne rendono conto, i rivali, fin da subito, come ad esempio lo svedese Magnus Gustafsson, veterano di mille battaglie ed ex-numero 10 del mondo, che al primo turno se ne esce sconfitto in tre set, 6-3 6-2 7-5, e come l’afroamericano James Blake, idolo dell’Arthur Ashe Stadium, entrato in tabellone grazie ad una wild-card, che si arrende a chiusura di cinque set serrati, 6-4 3-6 2-6 6-3 6-0, e dopo che l’australiano ha preteso, a suo di parolacce, polemico com’è, lo spostamento di un giudice di linea, pure lui afroamericano, che gli aveva segnalato due doppi falli di fila, meritandosi l’accusa di razzista.

Affatto turbato dal clima poco amichevole nei suoi confronti, Hewitt non batte ciglio e prosegue senza incertezze il suo cammino verso le fasi decisive del torneo, superando lo spagnolo Albert Portas, terraiolo con poca pratica di superfici veloci, 6-1 6-3 6-4, e quel meraviglioso giocatore d’attacco che risponde al nome di Tommy Haas, 3-6 7-6 6-4 6-2, infilandolo con passanti millimetrici e soverchiandolo con l’audacia del suoi 20 anni.

Hewitt occupa la parte alta del tabellone, che allinea ai quarti di finali la prima testa di serie, Kuerten, sopravvissuto al match di terzo turno con il bielorusso Max Mirny che spreca due set di vantaggio e verrà ricordato per le ben 209 proiezioni a rete in tempi in cui il serve-and-volley è davvero merce rara, e vincitore poi di Albert Costa, che in tre set aveva a sua volta batte un Goran Ivanisevic ormai appagato dall’incredibile successo di Wimbledon, il “principe” Evegenij Kafelnikov, che dopo aver sudato cinque set con due svizzeri di seconda fascia, Kratochvil e Bastl, fa valere i diritti di una classe superiore al cospetto del francese Arnaud Clement, ed Andy Roddick, ancor più giovane con i suoi 19 anni appena compiuti, che rappresenta il futuro americano e si infila nel quarto degli spagnoli Ferrero, Corretja e Robredo, superando gli ultimi due a suon di aces, lasciando ad entrambi la miseria di otto giochi.

Nella parte bassa del tabellone, invece, la scrematura dei quattro migliori seleziona un ventaglio di campionissimi, del passato, presente e futuro del tennis. Il sorprendente argentino Mariano Zabaleta, terraiolo che non disdegna il cemento, supera nell’ordine Grosjean, numero 8 del seeding, Dent, Rusedski e Malisse e va a testare la forma del campione in carica, Marat Safin, che ha battagliato con Ljubicic e Thomas Johansson a cui ha ceduto un set procedendo comunque spedito verso la conferma del titolo. Sampras ed Agassi, i due dioscuri del tennis contemporaneo, che dal 1990 hanno collezionato, assieme, sei vittorie a Flushing Meadows, sbarrano invece la strada a Pat Rafter, che qui fece doppietta nel 1997 e nel 1998 e si arrende in quattro set, 6-3 6-2 6-7 6-4, e al promettentissimo Roger Federer, 20enne che a Wimbledon ha demolito il mito proprio di “Pistol Pete“, ancora troppo acerbo per fare altrettanto con il gioco d’anticipo del “Kid di Las Vegas“, infine trionfatore con un eloquente 6-1 6-2 6-4 che rimanda le ambizioni dello svizzero a data da destinarsi. Il suo tempo verrà, eccome se verrà.

Quarti di finale, dunque, per palati fini, con le prime quattro teste di serie, Sampras, Roddick e Kafelnikov, e l’aggiunta di Zabaleta, l’ospite che non ti aspetti a questo stadio della competizione. E se proprio il russo fa fuori Kuerten con un 6-4 6-0 6-3 di irrisoria facilità, ecco che Hewitt libra un’altra battaglia epocale con Roddick, battendolo non solo in risposta, ma anche al servizio, quando è capace di servire 15 aces (contro 21), convertire l’83% dei punti quando mette la prima (contro 77%) e salvare 5 palle break su 6 (contro 7 su 10) per il definitivo 6-7 6-3 6-4 3-6 6-4 che gli spalanca le porte della sua seconda semifinale in in torneo dello Slam, complice anche il tracollo all’ultimo game dell’americano che per un over-rule di Jorge Diaz dà dell’imbecille al giudice di sedia. Dove si presentano anche, per una riedizione della finale dell’anno prima, Safin, che non ha problemi con Zabaleta, 6-4 6-4 6-2, e Sampras, che con Agassi dà vita non solo al match più bello del torneo, ma ad uno dei più appassionanti di una rivalità ultradecennale giunta al 32esimo episodio (18-14 per Sampras), risolta dopo quattro tie-break, 6-7 7-6 7-6 7-6, giocati ad un livello sublime.

Le due semifinali del sabato, ad onor del vero, non hanno storia, con Hewitt che lascia la miseria di quattro giochi ad un Kafelnikov in versione horribilis, 6-1 6-2 6-1, e Sampras stesso che vendica la sconfitta del 2000 con Safin, battendolo a sua volta in tre set, 6-3 7-6 6-3, per agguantare la settima finale nel catino incasinato e puzzolente di Flushing Meadows.

E sarà proprio il fatto di esser dovuto scendere nuovamente in campo a neanche 24 ore di distanza dalla semifinale, oppure di aver già esaurito le energie, non solo nervose, nel liquidare uno dopo l’altro Rafter, Agassi e Safin, proprio gli ultimi vincitori all’US Open, che fanno sì che il Sampras dell’atto decisivo non sia il Sampras capace di segnare un’era del tennis. Ma ci piace ancor più pensare che il 9 settembre 2001, all’Arthur Ashe Stadium, si presentò il nuovo campionissimo della racchetta, Leyton Hewitt, troppo più veloce, forte e determinato dell’illustre rivale, che in poco meno di due ore, dopo aver lottato il primo set risolto al tie-break 7-4, demolisce il vecchio campione con un duplice 6-1 6-1, azzerandone il poderoso servizio e gridando al mondo quel “c’mon” che per almeno un paio di anni riecheggerà nel circuito come il marchio indelebile del nuovo numero 1. Poi arriverà Roger Federer e sarà proprio tutta un’altra musica.

 

 

ELLSWORTH VINES, IL BOMBARDIERE DIMENTICATO DEL TENNIS AMERICANO ANNI ’30

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Ellsworth Vines a Wimbledon – da photos.com

articolo di Nicola Pucci

Alcuni lo chiamavano “il bombardiere“, ma non sembra in verità che questo soprannome gli sia rimasto appiccicato addosso. In effetti, è un’etichetta penalizzante per un campione che, probabilmente ingenerosamente, passa per essere apparso come una meteora nel mondo del tennis.

Ellsworth Vines, perchè è di lui che stiamo parlando, si rivela sulla scena internazionale nel 1931, appena 20enne, quando vince a sorpresa a Forest Hills, diventando il numero 1 del mondo l’anno successivo quando rimane praticamente imbattuto, per poi “collassare” e venir ferocemente criticato nel 1933, al punto da non poter più sopportare la forte pressione imposta su di lui dai dirigenti del tennis americano, scegliendo la strada del professionismo a soli 22 anni. Era quindi ben lontano dall’aver raggiunto la piena maturità e fu certamente una grave perdita per il palmares dei tornei del Grande Slam degli anni Trenta.

In realtà, Vines è un precursore, e prefigura quello che sarà il tennis del secondo dopoguerra, quando i migliori giocatori volgeranno rapidamente il loro interesse al professionismo dopo due o tre stagioni al massimo livello, una volta consolidata la loro fama di campioni della racchetta. Ma, d’altra parte, come si poteva pensare di convincere giovani ambiziosi, pieni di talento, a continuare a giocare in stadi al massimo della loro capienza, senza avere il diritto di intascare una solo moneta da pochi centesimi? Questo fu il dilemma di Vines, e il ragazzo nato a Los Angeles il 28 settembre 1911, fu anche il primo a fare il grande passo, rapidamente e molto giovane. Questo spiega, forse, perché Vines è in parte dimenticato al giorno d’oggi.

Il giovane californiano Ellsworth Vines, chiamato “Ellie“, arriva per la prima volta sulla costa orientale appunto nell’estate 1931. Ha quasi 20 anni, è molto alto, è magro e ha il volto di un adolescente. Ma che tocco di palla! Che servizio! E che sicurezza! Tutti i suoi colpi sfiorano le linee, le traiettorie sono tese e precise, e non è insolito per Vines chiudere i punti al volo colpendo con una violenza mai vista prima. Con una specie di basco avvitato sulla testa, proprio come Lacoste, servendo vere e proprio cannonate in battuta, Vines si muove per il campo ad ampie falcate, accorcia lo scambio, impone il suo gioco e non lascia quasi mai scampo all’avversario di turno. Ad esempio il grande Fred Perry, rimontato al termine di una maratona risolta al quinto set, oppure l’altro americano George Lott, battuto in finale agli Us Open dopo aver strappato il primo set ma incapace poi di contrastare la superiorità del suo giovane rivale.

Preceduto da un’enorme reputazione, Vines atterra a Wimbledon l’anno successivo, 1932. Spazza via l’australiano Crawford in semifinale, lasciandogli solo sei games, 6-2 6-1 6-3. In finale, l’inglese Bunny Austin prova in tutti i modi ad evitare una sorta di Waterloo, ma ogni sforzo è vano, terminando per arrendersi, proprio come Crawford, con un inequivocabile 6-4 6-2 6-0. La questione, a questo punto, può dirsi risolta: per tutti gli osservatori, Vines è ora il degno successore di Tilden ed è pronto a riportare la Coppa Davis in America, come non avviene dal 1926.

Ma è proprio nella principale competizione a squadre che giunge il primo inciampo di un inizio di carriera che fino a quel momento, per Vines, è stato perfetto: “Ellie“, infatti, subisce l’unica sconfitta della stagione in finale, cedendo nella prima partita a Jean Borotra. Non abituato alla lentezza e ai tranelli della terra battuta, Vines è completamente disorientato dal transalpino che non gli permette di manovrare il gioco a suo piacimento, come è solito fare, attaccando su tutte le palle. Vines non ha modo di prendere le misure all’avversario e finisce per perdere in quattro set una sfida che infine risulterà decisiva per la vittoria della Francia. Nell’ultima partita, Vines dimostra di aver appreso velocemente la lezione e riesce a battere Cochet rimontando da 2 set a 0 sotto. L’onore è al sicuro, ma per gli americani la vittoria francese è una delusione cocente. Un mese dopo, Vines conferma il suo status di numero 1 battendo di nuovo Cochet in finale a Forest Hills con un secco 6-4 6-4 6-4. “Ellie“, non certo appagato dal trionfo in singolare, coglie l’occasione per far suo anche il titolo in doppio, accoppiato al coetaneo Keith Gledhill, sconfiggendo in finale Allison e Van Ryn, la migliore squadra di doppio del momento nonché detentrice del titolo.

E’ allora che Bill Tilden offre a Vines un contratto principesco per diventare un tennista professionista. Il campione americano è certamente tentato di accettare, ma messo sotto pressione e sul punto di sposarsi, rinvia una decisione che appare inevitabile (e infatti lo sarà di lì a 12 mesi) e ad inizio 1933 vola all’altro capo del mondo per gli Open d’Australia. Non certo abituato al calore degli antipodi e stanco per il lungo viaggio, Vines viene sconfitto nei quarti di finale da un giovane australiano di 17 anni, Vivian McGrath, che lo disorienta con il rovescio a due mani, stupefacente per quelle che sono le regole tecniche dell’epoca. Vines si consola con il doppio, ma per “Ellie“, dopo la Coppa Davis, è un’altra grande delusione. Che con quella che sta per accusare qualche mese dopo sui prati londinesi, definirà il seguito della sua carriera.

Prima di partire per Wimbledon, Tilden torna alla carica ma Vines, ancora, declina l’invito a cedere alle sirene del professionismo. Nondimeno, la critica si scatena contro di lui, sospettando di aver già accettato la proposta del grande ex-campione. I dirigenti americani avrebbero tutto l’interesse perché un Vines vincente potesse continuare a giocare con gli amatori, soprattutto in prospettiva Coppa Davis. Ma i rapporti tra le due parti si fanno roventi e il tour europeo si svolge in un’atmosfera da inquisizione durante la quale Vines deve ripetutamente negare le voci sul suo conto. E questo lo disgusta, profondamente.

Ormai stanco dell’ambiente che lo circonda, e probabilmente anche sovraccaricato di allenamenti, Vines, dopo aver battuto Cochet in semifinale, gioca una partita magnifica ma perde in finale contro Crawford, che si impone 6-4 al quinto set della finale di Wimbledon. Una settimana dopo in Coppa Davis, esausto, Vines cede in tre set la prima partita di spareggio interzona contro Bunny Austin. Nel decisivo match contro Perry, poi, due giorni dopo, arriva al quinto set ma sviene quando Fred serve un match point contro di lui, essendo costretto al ritiro! Ancora una volta la critica non lo perdona e al ritorno in patria, pur numero 1 del tabellone e vincitore delle due edizioni precedenti, conosce l’onta di una sconfitta imprevista agli US Open, cedendo agli ottavi di finale contro un giocatore qualunque, tale Bryan Grant, che pur misurando solo un metro e 60 lo elimina in tre rapidi set, 6-3 6-3 6-3.

Al termine di una stagione disastrosa, Vines, demotivato, firma finalmente un contratto per un tour da professionista con Tilden. Ed è un enorme successo, con i due giocatori che si incontrarono 72 volte in 72 città diverse. Davanti ai 16.200 spettatori del Madison Square Garden, Tilden vince la sua prima partita 8-6, 6-3, 6-2. Ma nel corso del tour, Tilden viene poi battuto ben 47 volte dal suo giovane allievo. Vines ritrova il sorriso e quella serenità che aveva segnato l’inizio della sua carriera. Oltre, è ovvio, ad un cospicuo conto in banca.

Vines continua a partecipare ai tour professionali di Tilden fino al 1939, per poi abbandonare il tennis ed iniziare a giocare a golf, ottenendo altri successi e guadagnando addirittura una semifinale ai campionati d’America nel 1961. Ma del “bombardiere” di Los Angeles, che dominò brevemente la scena quand’era appena un giovanotto, l’enciclopedia del tennis si dimentica in fretta e se oggi in pochi lo ricordano, a dispetto del palmares, in parte è anche colpa sua. Perchè così andava lo sport al tempo degli amatori.

KRAJICEK, IL KILLER DI SAMPRAS CHE FU RE A WIMBLEDON NEL 1996

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Richard Krajicek trionfante – da tennis-buzz.com

articolo di Nicola Pucci

L’edizione 1996 del torneo di Wimbledon non sembra dover lasciare troppe speranze agli avversari diretti di Pete Sampras, dominatore incontrastato nei tre anni precedenti. Agassi, numero 3 del mondo, dopo il successo a Miami ha fallito a Parigi, eliminato a sorpresa da Chris Woodruff; Becker, finalista nel 1995 e vincitore ad inizio stagione agli Australian Open, è fresco di vittoria nel gustoso antipasto del Queen’s, ma contro “Pistol Pete” proprio l’anno prima è apparso disarmato nel contrastare il gioco d’attacco incessante dell’americano; Ivanisevic combatte da sempre la sua personalissima battaglia con l’incubo dei Championships, che solo nel 2001 lo vedrà infine avere il sopravvento; Kafelnikov è stato sì proclamato nuovo re di Francia qualche settimana prima, ma il tennis su erba non è certo il suo giocattolo preferito; Edberg, forte dell’illustre passato sui prati londinesi, è giunto alla passarella d’addio ed onestamente, pur adorandone il meraviglioso gioco serve-and-volley, quasi nessuno l’annovera tra i pretendenti al successo. Ergo… Sampras è pronto a calare il poker ed i rivali più accreditati appaiono già dirottati a cercar rivincite sui tappeti in sintetico di Flushing Meadows.

Richard Krajicek, olandesone di Rotterdam classe 1971, alto poco meno di due metri e da qualche anno tra i più pericolosi battitori del circuito, già top-ten nel 1992 quando guadagna la semifinale agli Australian Opem, con un best ranking da numero 8 nell’agosto dell’anno dopo e nove titoli in bacheca, ha qualche progetto alternativo, però, per quelle due settimane che occupano il calendario tra il 24 giugno e il 7 luglio 1996. All’All England Lawn Tennis and Croquet Club questo bel ragazzone che serve costantemente oltre i 200 km/h, che picchia di dritto come un forsennato e gioca voleè raffinate ma ha problemi non solo alle ginocchia di cristallo che spesso lo abbandonano ma anche negli spostamenti complice la stazza, si approccia senza esser accreditato di una testa di serie, solo numero 17 tra gli iscritti all’evento e quindi per un solo posto escluso dal seeding dei favoriti. Ma la sorte gli è benevola, e se  Muster, numero 2 del mondo ma totalmente inadatto all’erba, decide di dare forfait a tabellone sorteggiato, ecco che Krajicek scala di una posizione acquisendo l’ultima testa di serie per vedersi catapultato nella zona che ha in Ivanisevic, numero 4 in cerca della vittoria dopo due finali sfortunate, Stich, numero 10 e vincitore nel 1991, Edberg, numero 12, e proprio Sampras, i quattro più autorevoli pretendenti ad un posto in finale.

Ad onor del vero Krajicek non si è reso protagonista, fino all’appuntamento londinese, di una stagione particolarmente esaltante, con un ritiro nel match di terzo turno con il francese Fleurian agli Australian Open, solo un quarto di finale ad Anversa nei tornei indoor solitamente a lui congeniali, l’inattesa finale a Roma dove si prende il lusso di battere uno dopo l’altro Bruguera, Clavet, Philippoussis, Edberg e Ferreira in due set prima di arrendersi a Muster, ed un altrettanto poco pronosticabile quarto di finale al Roland-Garros, seppur qui fosse già stato semifinalista nel 1993, dove a sbarrargli la strada è solo il futuro vincitore del Major parigino, appunto Kafelnikov. A Rosmalen, poi, nell’unico torneo su erba disputato in preparazione di Wimbledon, Krajicek cede il passo al connazionale Paul Haarhuis, ed è quindi con ambizioni praticamente pari a zero (o quasi) che abborda i Championships. Pronto però, negli anfratti più misteriosi della sua anima di ragazzo sensibile, a far saltare il banco.

In effetti la strada, per Krajicek, è in discesa, almeno per i primi tre turni, opposto com’è a Javier Sanchez, battuto 6-4 6-3 6-4 con 22 aces, a Derrick Rostagno, a sua volta sconfitto 6-4 6-3 6-3 con 19 aces e nessuna palla-break concessa, e Brett Steven, che gli strappa un set per poi cedere nettamente alla distanza, 7-6 6-7 6-4 6-2. Segnatevelo, sarà l’unico inciampo dell’olandese nel corso del torneo. Agli ottavi di finale Krajicek, come previsto dal tabellone, incrocia i destini di Stich, che è molto vicino a quella versione di bellissimo attaccante che cinque anni prima si macchiò del reato di lesa maestà nella finale con Becker, e lo batte inequivocabilmente, 6-4 7-6 6-4, palesando uno stato di forma assolutamente eccellente che gli permette di issarsi ad uno stadio dei Championships mai raggiunto prima. Già, perché nelle cinque precedenti edizioni l’olandese non è mai andato oltre gli ottavi di finali raggiunti nel 1993, battuto da Agassi in tre set serrati, per poi uscirsene di scena all’esordio sia nel 1994 contro Darren Cahill che nel 1995 contro Bryan Shelton, non certo due iradiddio. Ed i quarti parrebbero già un traguardo d’eccellenza, anche perché ad attendere Richard c’è il re, Pete Sampras.

Che nel frattempo ha fatto quel che doveva, nella corsa al poker londinese, battendo strada facendo Reneberg, Philippoussis, Kucera e Pioline, seppur esitando con l’americano e con lo slovacco che gli hanno strappato entrambi un set. Ma quando Pete si trova a dover fronteggiare il servizio paralizzante di Krajicek, i bookmakers hanno ben pochi dubbi su chi sarà il vincitore. Ed invece, proprio nel giorno più importante, sul Centre Court più prestigioso e contro l’avversario più formidabile, Richard pennella la prestazione più straordinaria della sua carriera, fino a quel momento contrassegnata da troppi alti e bassi. L’olandese è incontenibile in battuta, con 28 aces, il 91% dei punti quando mette la prima e senza concedere al detentore del titolo l’opportunità di giocarsi una sola palla-break, vincendo il primo set in volata, 7-5, non tremando al tie-break del secondo, chiuso 7-3, e infilando Sampras con due passanti di rovescio da antologia che valgono il break e di lì a poco il 6-4 risolutivo al terzo set.

Krajicek vola in semifinale, e di colpo, da semplice outsider, diventa il principale favorito alla vittoria finale, perché nel frattempo Ivanisevic, sempre più preda delle sue paure, si fa estromettere dal brillante gioco d’attacco dell’australiano Jason Stoltenberg, numero 46 del mondo, che lo batte in quattro set prima di arrendersi all’olandese, che gioca sul velluto e con un severo 7-5 6-2 6-1 va a prendersi la prima finale della carriera in un torneo dello Slam. Sarà anche l’unica.

Ma se l’esito degli accoppiamenti della parte alta del tabellone è stato sorprendente, con l’eliminazione del grande favorito e il cammino sicuro di un ospite inatteso, sotto gli sviluppi hanno ancor più del sensazionale, con Agassi, Kafelnikov e Courier che si fanno estromettere già al debutto dal doppista Flach, da un giovane Tim Henman e dal battitore doc Stark, con Enqvist che al secondo turno incappa in tre set nel tennis di contenimento di Washington e con Ferreira che ai sedicesimi di finale cede al quinto set a Gustaffson. Rimarrebbe Becker, a presidiare quella fetta di tabellone, ma il tedesco non ha certo la dea bendata dalla sua parte ed al terzo turno, apparso in condizioni di forma tali da legittimare ambizioni di vittoria finale, paga pesante dazio ad un infortunio al polso che lo costringe al ritiro nel corso del tie-break del primo set contro il qualificato Neville Godwin. Ai quarti di finale Todd Martin infrange i sogni inglesi battendo Henman e si trova davanti all’occasione della vita, perché giocare in semifinale con lo stesso Malivai Washington, numero 20 del mondo e al miglior risultato in carriera, è un’opportunità che non capita certo tutti i giorni. E qui vien fuori una sfida all’ultimo punto, con Martin che si porta avanti 2 set a 1 ma che dopo 3ore49minuti si vede infine costretto ad alzare bandiera bianca 10-8 al set decisivo, mangiandosi un vantaggio di 5-1 e fallendo l’appuntamento con la finale di Wimbledon.

Atto conclusivo, dunque, che il 24 luglio vede Krajicek vestire i panni del favorito e Washington, fors’anche non solo affaticato dalla maratona con Martin ma pure appagato dal risutato conseguito, provare a giocarsi il jolly in una sfida che vive un preambolo seducente, con una fanciulla in versione Lady Godiva che alla presentazione dei due campioni attraversa il campo di gioco seni all’aria. Krajicek, beato lui, sorride ma ha la sua Dafne ad applaudirlo in tribuna e non può proprio palesare incertezza alcuna, tanto superiore com’è all’avversario. Che corre come un matto, sbuffa, rema da fondo, ma dopo soli 94 minuti si vede obbligato ad accettare il responso del terreno di gioco: Krajicek vince 6-3 6-4 6-3 e dopo aver deposto re Sampras, si inginocchia sull’erba ormai consumata del Centre Court e dalle mani reali del duca di Kent va a prendersi la Coppa di nuovo campione di Wimbledon.

L’avresti detto mai? No di certo, ma questo è il bello del tennis… altrimenti sai che noia vincessero sempre i soliti noti?