BOBBY RIGGS, “IL MAIALE SCIOVINISTA” CHE VINSE WIMBLEDON NEL 1939

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Bobby Riggs – da biografieonline.it

articolo di Nicola Pucci

Maiale sciovinista” (“the chauvinist pig” in inglese). Soprannome quanto meno originale, per un vecchio vincitore del torneo di Wimbledon, ma è pur vero che queste due etichette niente hanno a che vedere con quella che è stata la sua carriera tennistica, in buona parte dimenticata al giorno d’oggi.

Bobby Riggs, in effetti, è ricordato quasi esclusivamente per esser l’uomo che partecipò alla “battaglia dei sessi“, sfidando nel 1973 prima Margaret Court, poi Billie-Jean King. Per l’occasione Riggs fu chiamato “Macho” dalla stampa, e seppur avesse ormai più di 55 anni, si riteneva capace di battere le migliori giocatrici del circuito, portatore neanche troppo sano di propositi stravaganti e provocatori sulla superiorità degli uomini sulle donne. Fu lui stesso a coniare quel “maiale sciovinista” ed ebbe l’ardire di ritenersi il primo tra questi.

Ma Riggs, nato il 25 febbraio 1918 a Los Angeles, è stato un fior di tennista, in gioventù, prendendo le prime lezioni a 12 anni ed assurgendo agli onori della cronaca già 16enne, nel 1934, quando si toglie lo sfizio di battere Frank Shields, non certo uno qualunque bensì il finalista degli US Open 1930 e di Wimbledon 1931. Nel 1937 è già il quarto giocatore americano e proprio agli US Open, accreditato della terza testa di serie, si spinge fino alle semifinali, portandosi avanti due set contro il barone Gottfried Von Cramm, campione tra i più affermati dell’epoca, prima di arrendersi alla furiosa rimonta del tedesco. Un anno ancora, e siamo nel 1938, Riggs è protagonista della finale di Coppa Davis con l’Australia, quando, ben spalleggiato da Don Budge, porta in dote una vittoria fondamentale con Adrian Quist che vale l’insalatiera d’argento per gli Stati Uniti.

Il 1939 è l’anno d’oro della carriera di Riggs. Budge, numero 1 del mondo, passa professionista liberando il campo, e Riggs pennella un percorso quasi perfetto nei tre Slam a cui prende parte. Al Roland-Garros, tanto per cominciare, si arrampica in finale arrendendosi solo all’altro americano Donald McNeill che lo batte in tre set, 7-5 6-0 6-3. A Wimbledon, continuando, conquista il titolo in singolare lasciando un set agli ottavi a Ronnie Shayes, demolendo l’indiano Ghaus Mohammed ai quarti e lo yugoslavo Franjo Puncec in semifinale, venendo a capo di Elwood Cooke, testa di serie numero 1, all’atto decisivo, in cinque set serrati, 2-6 8-6 3-6 6-3 6-2, aggiungendo pure le vittorie in doppio, con Cooke, e in doppio misto, associato ad Alice Marble. Agli US Open, per concludere, ormai confortato dello status di nuovo numero 1 del mondo, si fa trascinare al quarto set dal filippino Felicisimo Ampon al primo turno e da Joseph Hunt in semifinale, dominando poi gli altri rivali che provano a sbarrargli il passo, tra questi anche lo sfidante in finale, Welby Van Horn, che se ne esce sconfitto con l’inequivocabile 6-4 6-2 6-4. L’inciampo in finale di Coppa Davis contro la solita Australia, battuto stavolta da Quist che si prende la rivincita dell’anno prima vincendo in cinque set il match del 2-2, a cui fa seguito la vittoria risolutiva di John Bromwich contro Frank Parker, solo in parte getta un’ombra su una stagione con i fiocchi.

Piccolo di statura ma agilissimo e dotato di un tocco di palla raffinato, Riggs non sempre sul campo pare ossessionato dall’importanza dell’evento, in questo assolutamente fedele a quelli che sono i principi del dilettantismo in un momento in cui molti tennisti virano verso il professionismo. Nondimeno, per motivarsi, in alcune circostanze scommette su se stesso nel corso delle partite e si racconta che puntando sulla sua tripletta a Wimbledon nel 1939 abbia accumulato una discreta fortuna! Ed il pubblico londinese sembra averlo visto decisamente di buon umore in quelle calde settimane di luglio.

Un altro paio di anni da amatore, con due finali ancora agli US Open, nel 1940 quando cede in cinque set a McNeill e l’anno dopo quando coglie un secondo successo a spese di Frank Kovacs, e poi Riggs, pure lui, cede alle sirene del professionismo che lo accolgono a braccia aperte a partire del 1942. Qui ritrova l’amico/rivale Budge, con cui compete in tre finali agli US Pro Tennis Championships, 1946, 1947, 1949, vincendo e al contempo venendo proclamato campione del mondo, dovendo poi soccombere all’incedere del tempo e all’avanzata di nuove reclute, quali Jack Kramer e Pancho Gonzales, che agli inizi degli anni Cinquanta occupano la scena. Riggs appende la racchetta al chiodo dedicandosi alla promozione e all’organizzazione di eventi pro, in questo ben presto scavalcato ancora da Kramer, quando il fuoriclasse di Las Vegas decide di organizzare il tennis professionista in prima persona. E di Riggs, di lì in avanti, si perdono le tracce.

Fino a quando, oltre vent’anni dopo, nel 1973 Bobby opta per un rientro sorprendente e spettacolare. I movimenti femministi sono in piena lotta per l’emancipazione del gentil sesso, aborto e parità dei diritti sono l’oggetto del contendere, e Riggs, a cui non manca certo il senso del gesto ad effetto e armato di una dose massiccia di provocazione, in presenza della stampa lancia la sua sfida alla campionessa del tennis in gonnella, l’australiana Margaret Court che porta in dote ben 24 titoli dello Slam in singolare, record a tutt’oggi imbattuto. Riggs, astutamente per far cassetta e comunque dare visibilità al tennis, gioca il ruolo del “macho” antipatico, deliberatamente a sminuire la donna, e il 13 maggio, nel “giorno della mamma“, a Ramona in California, surclassa l’impreparata Court, attaccata a suon di pallonetti e smorzate ed infine costretta ad arrendersi in due rapidi set, 6-2 6-1.

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La King e Riggs – da youtube.com

Riggs non si ferma qui. “Voglio incontrare Billie-Jean King, voglio battere la paladina del movimento di emancipazione femminile” dichiara una volta uscito dal campo. E la King, prima scelta di Riggs ma che in precedenza si era rifiutata di affrontare il “maiale sciovinista“, stavolta accetta, consapevole che la sfida possa avare un’enorme cassa di risonanza, non solo a livello nazionale. In effetto la King sta conducendo al punto più alto la battaglia per la parità dei sessi nel tennis, avendo già operato in funzione dei primi tornei femminili professionistici e puntando all’equivalenza dei premi in denaro. In più, è la prima sportiva di alto livello internazionale ad aver pubblicamente ammesso la propria omosessualità. Insomma, ce n’è abbastanza perchè il match Riggs-King non sia solo “la battaglia dei sessi“, ma un vero e proprio evento di grande impatto mediatico.

Billie-Jean King ha 29 anni ed è nel pieno della sua carriera, Riggs ha 55 anni ma, forte delle vittoria con la Court, vuol concedere il bis. E come ogni spettacolo di matrice americana, il successo dell’evento è assicurato, ancor più se Rosie Casal, compagna di doppio della King, risponde da par suo affermando che Riggs “è un vecchio che cammina come un’anatra, senza vedere e sentire, ed è pure idiota!“. Il 20 settembre 1973 lo Houston Astrodome è occupato da 30.472 appassionati che, assieme agli oltre 50 milioni di telespettatori, altro non attendono che vedere un uomo e una donna che se le danno, tennisticamente parlando, di santa ragione. Riggs si presenta all’incontro in un caddy spinto da una donna, la King, per non esser da meno, è seduta su una portantina che ovviamente pesa sulle spalle di alcuni uomini. 100.000 dollari sono messi in palio per il vincitore, o la vincitrice, del match ed in definitiva, senza troppa storia, la King si impone in tre comodi set, 6-4 6-3 6-3.

Per essere un maiale sciovinista, ha fatto decisamente molto per la nostra causa” dichiara Rosie Casal a giochi fatti, aggiungendo che “dovremo sempre essergli riconoscenti, ha dato un grande contributo al movimento femminista“. Sì, forse, probabilmente, ma non dimentichiamo che Bobby Riggs è pur sempre un campione di Wimbledon. Mica un tennista e uno sbruffone qualunque.

Ah, dimenticavo… dopo quel match Riggs e la King sono rimasti buonissimi amici per tutta la vita. Semplice coincidenza od è stata tutta una memorabile messa in scena?

 

 

 

 

 

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RENATA TOMANOVA, CAMPIONESSA DIMENTICATA DEL TENNIS CECOSLOVACCO

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Renata Tomanova – da the-tennis-freaks.com

articolo di Nicola Pucci

Martina Navratilova, e non c’è proprio bisogno di aggiungere altro; Hana Mandlikova, ed anche qui in quanto a talento e gesto estetico siamo messi mica male; Helena Sukova, che nel suo piccolo è pur sempre riuscita a guadagnare quattro finali nei tornei dello Slam; Jana Novotna, poveretta, che pianse e vinse a Wimbledon, deliziando col suo gioco di volo prima di lasciarci troppo presto. Insomma, il tennis femminile nell’ex-Cecoslovacchia ha un buon numero di giocatrici da annoverare tra le campionesse di grido. Ma… ma ci dimentichiamo sempre di Renata Tomanova, classe 1954, ovvero due anni più anziana di Martina, che seppe farsi rispettare ancor prima, ed oggi provvediamo a riparare il torto, rendendole giustizia come si deve e come indubbiamente merita.

Il tennis, dunque, in Cecoslovacchia, che si gioca, bene seppur poco, nei circoli di Praga e che ha conosciuto notorietà tra i maschietti con Jaroslav Drobny che negli anni Cinquanta dominò la scena. Vera Sukova, mamma di Helena, fu prima donna, di nome e di fatto, finalista a Wimbledon nel 1962 battuta dall’americana Karen Hantze Susman, 6-4 6-2, e proprio la Navratilova nel 1975 si arrampicò in finale agli Australian Open, fermata da Evonne Goolagong, e al Roland-Garros, dove a sbarrarle la strada fu l’amica/rivale Chris Evert con la quale e contro la quale, di lì a qualche anno, avrebbe aperto un’epoca leggendaria del tennis in gonnella. Sembrerebbero, però, due exploit isolati. Avranno, invece, largo seguito.

Nel frattempo la Tomanova, appunto, che all’efficace gioco di volo unisce adattabilità ad ogni superficie e pure una buona presenza fisica, trionfa nella prova juniores a Parigi nel 1972 battendo la yugoslava Mima Jausovec 6-2 6-3, introducendo il tennis delle “grandi” con prospettive interessanti. Ad onor del vero fatica qualche anno a trovare la sua dimensione, pagando inevitabilmente lo scotto del debutto, per lei che viene d’oltre cortina, ma nel 1975, dopo aver fatto suo il torneo di Amburgo superando in finale la giapponese Kazuko Sawamatsu a chiusura di una maratona senza precedenti, 7-6 5-7 10-8, accoppiata alla Navratilova regala al suo paese la prima Federation Cup della sua storia battendo all’atto finale ad Aix en Provence l’Australia, 3-0. Renata porta in dote il primo punto battendo Helen Gourlay, 6-4 6-2, Martina fa altrettanto con la Goolagong, 6-3 6-4, e il suggello in doppio contro Fromholtz e Gourlay stessa, 6-3 6-1, fa delle due ragazze ceche due autentiche stelle al rientro a Praga.

Occorrerebbe, a questo punto, un primo successo in una prova dello Slam, ed in effetti nel 1976 la Tomanova approccia l’obiettivo con rinnavata ambizione. E’ altresì bene annotare che il tennis femminile sta vivendo un periodo di transizione, con il passaggio dall’era segnata da Margaret Court e Billie Jean King a quella che avrà in Evert e Navratilova due degnissime eredi, nondimeno il testimone è passato alla Goolagong che agli Open d’Australia, ad inizio 1976, è pronta a rigettare la sfida lanciata dalle nuove reclute. E la Tomanova è tra queste.

Sui campi in erba di Kooyong, a Sydney, la cecoslovacca ha modo di esprimere appieno il suo tennis potente e redditizio. Accreditata della testa di serie numero 5, surclassa Carol Zeeman all’esordio, 6-0 6-2, regola Julie Hanrahan al secondo turno, 6-3 6-3, rimonta la tedesca Helga Masthoff, terza favorite tra le iscritte, ai quarti, 4-6 7-5 6-1, per poi avere facilmente la meglio della sorprendente svedese Elisabeth Ekblom in semifinale, 6-3 6-2, per infine presentarsi all’atto decisivo. Dove, come da pronostico, incoccia nella campionessa di casa, nonchè detentrice degli ultimi due titoli, Evonne Goolagong, che la spazza via in due set, 6-2 6-2, e rimanda ancora il primo hurrà nei tornei Major per la Cecoslovacchia.

Qualche mese dopo la Tomanova rinnova l’appuntamento con una finale Slam sui campi in terra battuta del Roland-Garros, curiosamente ricalcando il cammino dell’amica Navratilova l’anno prima. Il percorso stavolta è ancor più complicato, se è vero che la cecoslovacca non ha il conforto dello status di testa di serie, ed inserita com’è nella parte alta di un tabellone che ha nella britannica Sue Barker la prima favorita, elimina strada facendo Betsy Nagelsen, 6-1 6-2, la sudafricana Ilana Kloss, 7-5 6-1, Kathy May, 6-2 6-2, ai quarti ancora la Masthoff, testa di serie numero 2, 6-2 6-4, per poi avere la meglio anche della rumena Florenta Mihai, che si arrende in due set tirati, 7-5 7-6. Finale, dunque, ancora con la numero 1 del seeding, appunto la Barker, ed in effetti l’andamento del match lascia spazio a qualche recriminazione, se è vero che dopo aver perso netto il primo parziale, 6-2, la Tomanova recita alla grande il copione studiato a tavolino non facendo veder palla all’avversaria nel secondo set, 6-0, per poi sciogliersi sul più bello, 6-2 al set decisivo che premia la britannica e getta la ceca nella più cupa desolazione.

Vabbè, dai, sarà per la prossima volta, sembra promettere Ranata. Ma quell’occasione non capiterà mai più, almeno in singolare. Perchè la ragazza che vide i natali a Jindrichuv Hradec, in Boemia, non troverà più l’ispirazione dei bei tempi, limitandosi ad altri tre titoli di seconda fascia (Baastad, Barcellona e Kitzbuhel), una finale agli Internazionali di Roma nel 1977 battuta da Janet Newberry, una semifinale Slam agli Australian Open del 1979 quando sarà fermata da Kathy Jordan e due vittorie parzialmente consolatorie in doppio agli Australian Open del 1978 (in coppia con la Nagelsen) e in doppio misto al Roland-Garros, sempre nel 1978 (associata al connazionale Pavel Slozil).

Certo, quel quartetto composto da Navratilova, Mandlikova, Sukova e Novotna era tutt’altra cosa… ma due finali Slam ed una Federation Cup valgono pur sempre l’ammissione al riservatissimo club privè dei campioni. Seppur dimenticati.

JACK KRAMER E IL “POWER TENNIS” CON CUI DOMINO’ LA SCENA

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Jack Kramer in azione – da sportsthenandnow.com

articolo di Nicola Pucci

La fine del secondo conflitto mondiale riapre le porte allo sport e il tennis, universale, torna ad occupare la scena. Certo, gli anni di interruzione hanno rimescolato le carte e variato il quadro tecnico, e la Francia, padrona degli anni Venti e Trenta con i Moschettieri, si vede costretta ad un ruolo secondario. Il tennis migliore, ora, si gioca negli Stati Uniti, agevolati dal fatto di non esser stati teatro di guerra ed in grado dunque di far andare in onda l’evento più importante, ovvero gli US Open. E Jack Kramer è di gran lunga il giocatore più forte.

Kramer, classe 1921, in verità si è fatto conoscere al grande pubblico nel 1946, quando Wimbledon riapre i battenti con la vittoria a sorpresa di Yvon Petra e l’americano di Las Vegas, pur accreditato della seconda testa di serie, cede agli ottavi al coetaneo Jaroslav Drobny a termine di un’epica sfida risolta al set decisivo. Ma una volta rientrato negli Stati Uniti, sta per avviare la demolizione di ogni avversario che provi a sbarrargli la strada e per due anni, fino a chiusura della stagione 1947 quando diventerà professionista, come mai prima di lui e nessuno poi, sarà imbattibile.

Alto, biondo, potente ed atletico, velocissimo negli spostamenti, Kramer sta per imporre un nuovo stile di gioco, il “power tennis“. Grazie ad una preparazione scientifica, elaborata a tavolino con l’aiuto di un ingegnere, l’americano studia sistematicamente ogni situazione di gioco, adattando lo schema tattico in funzione della miglior possibilità di riuscita, calcolata in percentuale. In pratica, è la fine dell’improvvisazione e del gioco d’istinto, del colpo prodotto dall’ispirazione del momento. Kramer non gioca meglio, nè più veloce e più forte dei suoi predecessori più accreditati, ma strategicamente gioca il miglior colpo per ogni situazione, quello che gli concede la più alta probabilità di conquistare il punto. Certo, lo spettacolo può risentirne, ma l’efficacia e il risultato finale sono pressochè garantiti. Nasce, di fatto, il tennis in percentuale, che tanto sarà in voga tra i professionisti degli anni Cinquanta e Sessanta, fino all’inizio dell’era open, una sorta di “tennis totale“.

Battuto, dunque, a Wimbledon nel 1946, Kramer è chiamato al riscatto qualche settimana dopo a Forest Hills, palcoscenico degli Us Open, e il ragazzo 25enne non fallisce. Anzi. Polverizza gli avversari, dominando uno dopo l’altro Gilbert Hall (7-5 6-0 6-3), l’inglese Derrick Burton (6-1 6-0 6-3), Eddie Moylan (6-4 6-4 6-4), Donald McNeill (6-3 6-2 1-6 6-2) e Robert Falkenburg (6-0 6-4 6-4), prima di disporre in finale di Tom Brown (9-7 6-0 6-3) conquistando il primo titolo dello Slam. A fine anno si imbarca poi con i compagni alla volta dell’Australia per fronteggiare nella finale di Coppa Davis Quist e Bromwich che assieme al giovane Pails difendono il successo del 1939. La squadra americana è composta, oltre a Kramer, da Ted Schroeder con cui Jack vinse in doppio due edizioni degli Us Open nel 1940 e nel 1941, dallo stesso Brown, da Frank Parker, che proprio quell’insalatiera d’argento perse nel 1939, e dalla coppia composta da Gardner Mulloy e Bill Talbert, che conquistò il successo a Forest Hills nel 1942, nel 1945 e nel 1946. Non parrebbero favoriti, gli statunitensi, ma il primo giorno Schroeder viene a capo di Bromwich in cinque set e Kramer dispone in tre set di Pails, 8-6 6-2 9-7. Quando poi gli stessi Kramer e Schroeder, a sorpresa, battono agevolmente anche Quist e Bromwich, due che hanno pur sempre in palmares ben quattro titoli consecutivi agli Australian Open a cavallo della seconda guerra mondiale, la Coppa Davis prende la strada degli Stati Uniti e per Jack l’annata si chiude in bellezza.

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Jack Kramer – da webtennis.com

Il 1947, poi, per Kramer è una cavalcata trionfale. Si presenta a Wimbledon in qualità di testa di serie numero 1 ed infine sbaraglia la concorrenza, battendo l’inglese Bill Moss 6-0 6-1 6-0, il polacco Czeslaw Spychala 6-2 6-2 6-2, l’azzurro Giovanni Cucelli 6-0 6-2 6-0, lo svedese Torsten Johansson 7-5 6-2 6-3, l’australiano Geoff Brown 6-0 6-1 6-3, Dinny Pails che gli strappa un set 6-1 3-6 6-1 6-0 ed all’atto conclusivo ancora Tom Brown 6-1 6-3 6-2, sconfitto in soli 48 minuti. In totale fanno 37 games concessi agli avversari, che se non è record poco ci manca. Il pubblico londinese è stupefatto dall’efficacia del tennis di Kramer, che serve bene spazzolando le linee, pratica un eccellente gioco di volo e abbrevia gli scambi da fondocampo costringendo i rivali a prendersi più rischi di lui. Il che, significa vittoria certa.

La consacrazione a numero 1 del mondo è certificata, e viene cementata da un altro successo agli Us Open in cui Kramer, dopo aver sorvolato i primi turni concedendo solo le briciole a McGrath, Morea, Brink e Falkenburg, batte prima Drobny in quattro set in semifinale, poi Frank Parker in finale al set decisivo, rimontando 4-6 2-6 6-1 6-0 6-3. Il secondo trionfo consecutivo in Coppa Davis, sempre contro l’Australia di Bromwich e Pails ma stavolta sull’erba amica di Forest Hills, convince Kramer a cedere alle sirene del professionismo, lucrando qualche profumatissimo contratto e trovando avversari del calibro di Bobby Riggs (già, proprio lui, il tennista della “battaglia dei sessi” con Billie-Jean King) e Don Budge.

Kramer non è ricco, ha una famiglia da mandare avanti e forte di una visione avveniristica dello sport in cui chi offre uno spettacolo è giusto che venga ripagato, opta per far fruttare il suo talento, rinunciando a completare quel Grande Slam che pareva assolutamente alla sua portata. In effetti, avrebbe potuto trattenersi in Australia dopo il successo in Coppa Davis del 1946 evitandosi un trasferimento interminabile e partecipando allo Slam di inizio anno, nondimeno l’americano preferisce tornare negli Stati Uniti, così come non prenderà mai parte al Roland-Garros, compresso a fine luglio tra il torneo di Wimbledon e Us Open e ritenuto, erroneamente, evento di prestigio secondario.

E così, dopo 16 mesi di imbattibilità, Jack Kramer lascia quel tennis che lo ha visto perdere solo due partite nel 1946 ed una nel 1947 contro Talbert, incamerando otto dei nove tornei in cui si è allineato al via e chiudendo la sua carriera da amatore con una serie di 41 vittorie consecutive. Saluta e se ne va con tre titoli dello Slam in saccoccia e la convinzione che un dominio così, nel tennis moderno, non si è proprio mai più rivisto.

JIM COURIER, NUMERO 1 DEL MONDO PRIMA DI SAMPRAS E AGASSI

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Jim Courier – da nydailynews.com

articolo di Nicola Pucci

Non era certo bello a vedersi, Jim Courier, che trattava la racchetta da tennis come fosse una clava. Ma in quanto ad efficacia, il “rosso di Dade City“, aveva pochi eguali, se è vero che in quel trittico americano di fuoriclasse, lui, Sampras ed Agassi, che ha illuminato la scena negli anni Novanta, è stato il primo ad assurgere al rango di numero 1 del mondo, pur senza il talento di Pistol Pete e difettando del senso dell’anticipo del Kid di Las Vegas.

In effetti Courier, a dispetto delle eccellenti credenziali da junior con la doppietta all’Orange Bowl nel 1986 e nel 1987 come solo Borg prima di lui e la vittoria in doppio al Roland-Garros sempre nel 1987, tarda a mettersi in luce tra i professionisti, ben dopo Agassi che già nel 1988 è tra i migliori al mondo e lo stesso Sampras che nel 1990, agli US Open, strappa il primo di una lunga serie di titoli del Grande Slam. Courier coglie a Basilea nel 1989 il suo primo successo ATP battendo in finale in cinque set Stefan Edberg, che in quegli anni domina la scena al pari di Boris Becker, per poi mettersi in luce a giugno al Roland-Garros quando sorprende proprio Agassi per poi venir eliminato agli ottavi dal russo Chesnokov, ma bisogna attendere il 1991 perchè a Jim riesca il definitivo salto di qualità.

Courier comincia la stagione da numero 25 del mondo, raggiungendo la semifinale ad Adelaide dove incoccia in Michael Stich, un altro che per l’anno in corso riserverà qualche clamoroso exploit. Agli Australian Open impegna agli ottavi di finale Edberg in un’altra maratona in cinque set, stavolta venendo infine sconfitto, ma è il mese di marzo e il cemento americano ad ispirare il giovanotto della Florida, classe 1970. Si gioca prima a Indian Wells, e Courier, testa di serie numero 16, mette in fila uno dopo l’altro Agassi, Emilio Sanchez, Stich e Forget, che in finale si arrende dopo un’altra sfida infinita, 4-6 6-3 4-6 6-3 7-6, salendo in classifica al numero 18. Due settimane ancora, il tempo necessario per trionfare anche a Miami, battendo Forget prima di un terzetto di connazionali non proprio di primo livello, Rostagno, Reneberg e Wheaton, 4-6 6-3 6-4 in finale, e per la prima volta a Courier si spalancano le porte della top-ten.

Il dado è tratto. Il tennis da giocatore di baseball di Courier comincia a dare frutti copiosi e la concorrenza comincia a tremare. Ad onor del vero gli esordi sulla terra europea non sembrano lasciar presagire niente di clamoroso per la stagione sul rosso, con l’eliminazione al primo turno ad Amburgo ad opera di Horacio De La Pena, e la sconfitta agli ottavi a Roma contro Andrei Cherkasov, ma Jim ha il colpo in canna e lo scenario prestigioso del Roland-Garros sta per accoglierlo tra i grandi del tennis.

Alla Porte d’Auteuil, dal 27 maggio al 9 giugno, Agassi ha da vendicare lo smacco dell’anno prima quando fu beffato in dirittura d’arrivo dal braccio mancino mai così ispirato di Andres Gomez, ma ancora una volta per Andrè la delusione è dietro l’angolo. Courier batte facilmente in tre set Rostagno e Ferreira ai primi due turni, soffre in cinque set con il tennis potente dello svedese Larsson, demolisce Todd Martin 6-2 6-3 6-3, supera in quattro set due attaccanti d’eccezione come Stich ed Edberg e guadagna la sua prima finale in un torneo del Grande Slam. All’atto decisivo, ancora contro Agassi, non è certo lui il favorito, oltretutto andando sotto 2 set a 1. Ma sul più bello Andrè si inceppa, perde 6-1 il quarto set e allo sprint, dopo quasi quattro ore di lotta serrata, è Courier a crollare ebbro di felicità su quel manto rosso che lo acclama re di Francia.

Courier sale al numero 4 del ranking e da qui ai prossimi due anni sta per diventare il giocatore più forte, continuo e performante del pianeta. Con l’obiettivo dichiarato del numero 1. Che fa suo il 10 febbraio 1992, curiosamente il giorno dopo la netta sconfitta con Chang in finale a San Francisco, 6-3 6-3, passando attraverso un’estate sull’amato cemento americano che lo vede semifinalista a Montreal, Cincinnati e Indianapolis prima delle finali perse con Edberg agli US Open e con Sampras al Masters e la vittoria agli Australian Open ad inizio 1992 vendicandosi infine di Edberg in quattro set.

Courier dà la sua impronta al tennis con determinazione feroce, tenuta mentale, carisma e una buona dose di sfrontatezza, in un ragazzo di 21 anni che ha pure lingua biforcuta, fantasia dialettica e ama suonare la batteria. Perde con Becker in un’interminabile finale a Bruxelles, 7-6 6-2 6-7 6-7 5-7, lascia per qualche settimana il primato complici le due premature sconfitte a Indian Wells con Chesnokov e Miami con Chang, per recuperarlo il 13 aprile all’indomani della vittoria a Tokyo contro Krajicek, per tenerselo ben saldo (tranne un’altra breve parentesi a settembre) per un anno esatto.

Nel frattempo mette in saccoccia i titoli di Hong Kong e Roma, 7-6 6-0 6-4 con Carlos Costa, per presentarsi al Roland-Garros, questa volta sì, con i favori del pronostico e centrare la doppietta. Il cammino parigino è tanto sicuto da lasciar per strada solo un set ai quarti contro Ivanisevic, per poi avere la meglio in finale del talento ancora in divenire di Petr Korda, troppo morbido per fronteggiare la potenza di Courier che prevale 7-5 6-2 6-1.

Certo, il carneade Olhovkiy lo estromette clamorosamente al terzo turno di Wimbledon e Sampras lo batte in finale a Indianapolis e in semifinale agli Us Open, così come Becker gli nega il successo all’atto decisivo del Masters, ma il 1992 è nel segno di Jim che a fine stagione viene incoronato quale miglior giocatore del mondo.

Il 1993 comincia esattamente come l’anno precedente, con il bis agli Australian Open battendo Korda, Stich ed ancora Edberg che è l’unico, in finale, a strappargli un set, per poi dominare a Memphis e Indian Wells. L’inattesa eliminazione al secondo turno di Tokyo con il gran battitore Jonathan Stark, numero 77 del mondo, gli costa il primo posto del ranking che il 12 aprile sorride, per la prima volta, all’amico/rivale Sampras, che lo batte ad Hong Kong in una finale risolta al tie-break decisivo, ma la vittoria a Roma con il netto 6-1 6-2 6-2 con Ivanisevic annunciano Courier in grande spolvero per il Roland-Garros, per un eventuale e apparentemente quasi scontato tris.

Figurarsi. Dopo due facili successi con Azar e Carbonell, Tarango al terzo turno evidenzia qualche crepa nel gioco dell’americano che cede un set, così come con Muster, Prpic e Krajicek negli incontri successivi. Nondimeno la finale è assicurata, contro quell’eccellente arrotino che risponde al nome di Sergi Bruguera, numero 11 del mondo ed in costante crescita. Le Court Central attende l’ennesima, celebrativa recita del campione in carica, ma fin dal primo set si ha la sensazione che possa accadere quel che non ti aspetti. Ed accade. Bruguera vince primo e terzo set, Courier risponde con secondo e quarto parziale e la sfida si trascina al set decisivo, il quinto, in cui Courier allunga sul 2-0 ma perde di colpo la misura del dritto infilando una serie senza precedenti di errori, lui così puntuale e regolare nello sforzo da fondocampo. Ha la palla del 3-1 ma Bruguera, fedele al suo gioco, incamera cinque games consecutivi, sale 5-2 e dopo 3ore 59minuti di passione, al secondo match-point, vede la tremebonda voleé di rovescio di Jim atterrare oltre la linea.

Con quel colpo che da risolutore diventa invece condannatore si chiude la parabola vincente di Courier. Che qualche settimana dopo sbatte ancora in Sampras nel suo sogno proibito di vincere Wimbledon. Certo, troverà il tempo di mettersi in bacheca altri dieci titoli ATP, tornerà ad assaporare la vertigine della vetta per qualche settimana ad agosto e settembre 1993, ma il dominio sul tennis, quello spetterà ad altri. Due nomi su tutti, Sampras ed Agassi… già, proprio loro.

 

IL TENNIS DA CAMPIONE DEL GIOCATORE DI HOCKEY JAROSLAV DROBNY

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Jaroslav Drobny – da ona.idnes.cz

articolo di Nicola Pucci

Jaroslav Drobny, cecoslovacco, centravanti della nazionale di hockey su ghiaccio campione del mondo a Praga nel 1947 a e medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1948.

La biografia sportiva di questo straordinario atleta potrebbe limitarsi a questa frase essenziale, tanto da catalogarlo già tra le leggende dello sport del suo paese. Ma il ragazzo di Praga, città nella quale è nato il 12 ottobre 1921, non è un davvero un campione come gli altri. Nei 10 anni che seguiranno la fine del Secondo conflitto mondiale, infatti, sarà universalmente riconosciuto come il miglior giocatore di tennis del continente europeo, tanto da mettere nel suo personalissimo e singolare palmares ben tre titoli del Grande Slam, a cui aggiungere anche due finali interzona di Coppa Davis.

In effetti la carriera di hockeista di Drobny è breve, se è vero che nel 1949 lascia la Cecoslovacchia a seguito del colpo di stato del giugno 1948 che instaura la dittatura comunista, appoggiata dall’Unione Sovietica, di Klement Gottwald, trovando rifugio prima in Egitto dove è amico del re Farouk, e poi in Inghilterra, paese di cui diventa cittadino per il matrimonio contratto nel 1954. Nel frattempo appende il bastone da hockey al chiodo, non prima di esser diventato, appunto, campione del mondo in un’edizione che lo vede andare a bersaglio ben 15 volte in 7 partite, segnando pure una tripletta nel match decisivo con gli Stati Uniti, e argento ai Giochi, in cui segna 9 reti in 8 partite, secondo solo al Canada per differenza reti. Verrebbe anche invitato dai Boston Bruins ad esser il primo giocatore europeo a giocare nella NHL, la lega professionistica americana, ma Jaroslav rifiuta la congrua proposta economica per chiudere con l’hockey e dedicarsi a tempo pieno al tennis. Nel 1997, nondimeno, verrà introdotto nella Hall of Fame dell’hockey su ghiaccio.

Come già Henri Cochet prima di lui, Drobny si appassiona al tennis fin da bambino, avviato al gioco con la racchetta dal padre, guardiano del Tennis Club di Praga. Cresciuto sotto l’attenta osservazione di Karel Kozeluh, fratello di quel Jan che fu campione degli anni Venti con i quarti di finale a Wimbledon nel 1927, a sua volta grande avversario di Bill Tilden nei suoi primi anni da giocatore professionista, Drobny è già lo juniores più forte del suo paese, tanto da entrare in tabellone al torneo di Wimbledon non ancora 17enne, nel 1938, perdendo al primo turno con l’argentino Alejo Russell che lo estromette in quattro set. L’anno dopo passa due turni battendo il cinese Ho Jin e l’inglese Weatherall in tre set, per poi arrendersi a Bunny Austin, prima della tragedia della Seconda Guerra Mondiale che interrompe la sua carriera e rallenta la sua crescita agonistica.

Il nostro principale obiettivo era di restare in vita, con la speranza della liberazione per mano degli Alleati” avrà modo di affermare in seguito Drobny. In una Cecoslovacchia annessa alla Germania e l’Europa trascinata nel baratro della guerra, Jaroslav riesce a scongiurare la deportazione lavorando come volontario, il che gli consente di mantenere una buona forma fisica e continuare a giocare ad hockey. Una volta terminate le ostilità, il ceco torna a praticare l’attività di tennista con regolarità e nel 1946 è pronto all’evento londinese tra i Doherty Gates di Wimbledon, raccogliendo la sfida dei giocatori più forti.

In effetti la sua esibizione sull’erba cattura gli appassionati britannici, stupiti dalla sua esplosività atletica così come dal suo tocco mancino che gli consentono, agli ottavi di finale, di estromettere Jack Kramer, il principale favorito al titolo, a chiusura di un’epica sfida risolta al quinto set, in cui l’americano, dopo aver vinto facilmente il primo parziale, viene sommerso dai servizi potenti di Drobny, che lo supera 17-15 in un fondamentale secondo set. Dopo aver battuto anche il francese Pierre Pellizza con un triplice 6-4, Drobny “pagherà” la maratona con Kramer fermandosi in semifinale contro Geoff Brown, che lo batterà 6-4 7-5 6-2 per poi arrendersi a sua volta in finale all’altro transalpino Yvon Petra.

Negli anni seguenti Drobny è incontestabilmente il miglior giocatore d’Europa. E’ pur vero che spesso i suoi match si risolvono in estenuanti fatiche al set decisivo, il che se da una parte lo fanno diventare uno specialista delle partite interminabili, lo penalizzano anche nelle fasi finali dei grandi tornei, tanto da apparire come runner-up nelle edizioni del Roland-Garros del 1946 (battuto da Marcel Bernard), del 1948 (sconfitto da Frank Parker) e del 1950 (infilato al quinto set da Budge Patty), così come a Wimbledon nel 1949 quando è Ted Schroeder ad infrangere la sua illusione di trionfare in un torneo del Grande Slam.

Ma la classe è tanta e il temperamento non manca certo a Jaroslav che infine, nel 1951, rompe il sortilegio vincendo al Roland-Garros alle soglie dei 30 anni, battendo stavolta all’atto conclusivo, nettamente, il sudafricano Eric Sturgess, suo abituale compagno di doppio, 6-3 6-3 6-3, dopo aver dovuto rimontare due set di svantaggio a Dick Savitt ai quarti di finale, unico momento di incertezza lungo tutto l’arco di un torneo che premia il suo smisurato talento.

Nel repertorio di Drobny c’è proprio tutto per diventare un campione completo. Una prima di servizio possente e una seconda palla molto lavorata, un meraviglioso gioco d’attacco, lo smash che forse è il suo colpo migliore e il tocco del suo braccio sinistro è così raffinato che gli consente, soprattutto sui campi in terra battuta, di trovare angoli insperati e piazzare letali palle corte. Difetta, ad onor del vero, nella risposta in battuta, e questo è un altro handicap che lo penalizza sulle superfici in erba; aggiungete che a seguito di un incidente all’occhio destro contratto durante una partita di hockey è costretto a giocare con occhiali scuri, ecco perchè spesso ha difficoltà quando le partite si prolungano verso le ore serali. Proprio al quinto set, lui che solitamente rende al meglio alla distanza, perde infatti le finali di Parigi del 1946 e del 1950 e di Wimbledon del 1949.

Altre sfide leggendarie, comunque, segnano la storia del tennis e la carriera di Drobny. Come dimenticare la finale interzona di Coppa del Davis contro l’Australia del 1948, quando contro il 35enne Adrian Quist salva un match-point per poi imporsi in rimonta 6-8 3-6 18-16 6-3 7-5? Oppure l’altrettanto sofferto successo al terzo turno di Wimbledon del 1953 contro Budge Patty, a cui Drobny annulla sei match-point prima del definitivo 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10? In semifinale, poi, contro il danese Kurt Nielsen, il campione cecoslovacco paga pesante dazio, eliminato in tre set nell’edizione dei Championships che avrebbe potuto far sua ed invece sorride a Vic Seixas.

Proprio contro Budge Patty Drobny realizza un’impresa senza precedenti nella storia del tennis… a Lione, nel 1956, i due avversari vengono fermati per il sopravvenire della notte sul 21-21 del quinto set, per poi mai più portare a termine quella sfida, che dunque, compare in pareggio!

Nel frattempo Drobny vince per la seconda volta al Roland-Garros, nel 1952, battendo in finale Frank Sedgman 6-2 6-0 3-6 6-4, per poi infine arrivare a consacrazione a Wimbledon nel 1954. Ormai quasi 33enne, Jaroslav è accreditato della testa di serie numero 11, esattamente come le sue partecipazioni sull’erba più prestigiosa. Stavolta il cecoslovacco rinuncia a giocare il doppio, specialità che lo ha visto spesso recitare da protagonista in passato, risparmiando energie preziose, e il suo cammino in singolare ne trae indubbiamente beneficio. I primi turni sono agevoli, superando in tre rapidi set l’australiano Jack Arkinstall, il danese Torben Ulrich e lo svedese Lennart Bergelin, che qualche decennio dopo sarà mentore di Bjorn Borg. Agli ottavi il belga Philippe Washer regge onorevolmente l’urto, 8-6 10-8 6-3, poi tocca a Lew Hoad, demolito 6-4 6-3 6-3, e l’immancabile Budge Patty, stavolta in “soli” quattro set, farsi da parte, garantendo a Drobny la terza chance in finale sul Centre Court.

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Drobny e Rosewall entrano in campo per la finale di Wimbledon 1954 – da gettyimages.com

Un giovane Ken Rosewall è di là dal net, deciso a far suo quel titolo che invece per un ventennio vedrà inesorabilmente premiare l’avversario di turno. Il “piccolo maestro di Sydney” sbaglia clamorosamente tattica, cercando inutilmente di respingere gli incessanti attacchi di Drobny con l’uso del pallonetto. Jaroslav, lo sappiamo bene, è eccellente nello smash ed infine, dopo un primo set serrato, 13-11, un secondo perduto di un soffio, 4-6, un terzo dominato, 6-2, ed un quarto ancora una volta lottato, 9-7, coglie la vittoria inseguita da tempo.

Col trionfo nel tempio di Wimbledon la carriera di Drobny arriva all’apice, ed il dopo è solo l’inevitabile china discendente. Gioca fino al 1960, trovando qualche sprazzo dell’antico splendore come nel 1958 quando al terzo turno di Wimbledon batte un altrettanto giovane Rod Laver, 6-1 6-1 6-4, impartendogli un’autentica lezione di tennis d’attacco, per poi dismettere i panni di giocatore per vestire quelli di commissario tecnico della nazionale italiana di Coppa Davis. Che condurrà alle finali del 1960 e del 1961, le prime della sua storia, entrambe perse con l’Australia.

Insomma, Jaroslav Drobny ha segnato un’epoca del tennis e se oggi è annoverabile tra i più grandi di sempre, mi pare valutazione legittima. O no?

 

 

 

PETR KORDA E QUELL’AUSTRALIAN OPEN 1998 CHE ZITTI’ GLI SCETTICI

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Rios e Korda alla premiazione – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Che Petr Korda avesse nel braccio sinistro classe cristallina era noto a tutti, così come altrettanto a tutti era noto che la sua concentrazione non fosse così solida da assecondarne l’estro tennistico. Ma alla carriera dei campioni baciati dalla Dea bendata, seppur maledetti, quasi sempre viene concessa l’occasione di dimostrarsi tali in un’occasione speciale, e gli Australian Open del 1998 furono la chance attesa da una vita dal ragazzo di Praga.

Classe 1968, predestinato al successo, Korda dà saggi di tocco sopraffino e completezza tecnica fin dall’affaccio al panorama internazionale, raccogliendo solo nel 1991 sul cemento americano di New Haven e sul tappeto indoor di Berlino i primi due titoli in carriera. L’anno dopo è finalista al Roland-Garros, dove soccombe al furore agonistico e alla forza da battitore di baseball di Jim Courier che lo seppellisce sotto il fardello di un pesante 7-5 6-2 6-1, e la batosta è tale che pr qualche anno ancora Petr, pur comparendo a lungo tra i migliori dieci giocatori del mondo e trionfatore nel 1993 alla Grand Slam Cup battendo Sampras in semifinale 13-11 al quinto set e Stich in finale 11-9 sempre al quinto set e per complessive dieci ore di fatica, stenta a confermare quel risultato, comunque di prestigio.

A cavallo tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 Korda raggiunge altresì la piena maturità fisico/tecnica, certificata dal successo ad ottobre all’Eurocard Open di Stoccarda, evento Masters Series, in cui batte uno dopo l’altro Pioline, Rios, Rafter e in finale l’olandese Krajicek, 7-6 6-2 6-4, il che lo proietta all’ottava posizione del ranking. E ad inizio anno nuovo è pronto per i tornei nell’emisfero australe. Debutta, ad onor del vero, a Doha, vincendo il titolo in finale con il “mago” Fabrice Santoro, 6-0 6-3, per poi allinearsi al via del primo Grande Slam stagionale.

A Melbourne Sampras, Rafter, Chang e Bjorkmann capeggiano l’elenco delle sedici teste di serie, con Korda che è il sesto favorito del lotto, vista l’assenza di Kafelnikov, ed è alloggiato nella parte alta del tabellone che, oltre a “Pistol Pete” detentore del titolo, ha nel finalista dell’anno precedente, Carlos Moya, un altro pretendente autorevole ad un ruolo di primo piano. Le attese, però, vengono… disattese, e se Sampras incoccia ai quarti di finale nell’efficacia nei colpi di sbarramento dello slovacco Karol Kucera che lo estromette a sorpresa in quattro set, lo spagnolo non va oltre il secondo turno, fatto fuori da Richard Fromberg che è australiano, ha esperienza da vendere e nel torneo di casa sa farsi rispettare.

Korda, da par suo, debutta lasciando un set all’iberico Portas, scavalca senza patemi gli ostacoli rappresentati da Scott Draper e Vincent Spadea, batte agli ottavi un cliente pericoloso come Cedric Pioline che l’anno prima è pur sempre stato finalista a Wimbledon e ai quarti viene a capo della strenua resistenza di Bjorkmann, infine battuto in rimonta 3-6 5-7 6-3 6-4 6-2. E proprio il successo con lo scandinavo quarta testa di serie dimostra che Korda è in eccellente forma ed è ben deciso a salire su quel tram chiamato vittoria Slam, che per lui è già passato uno volta ma che non fu capace di acchiappare a Parigi. La semifinale con Kucera lo vede favorito e i quattro set risolutivi, 6-1 6-4 1-6 6-2, spediscono il ceco a giocarsi la finale.

La parte bassa del tabellone disattende a sua volta le indicazioni della classifica. Rafter, campione agli ultimi US Open e numero 3 del seeding, esce inopinatamente di scena al terzo turno, battuto da quel colpitore bimane, dritto o rovescio che sia, che risponde al nome di Alberto Berasategui, “vecchio” finalista al Roland-Garros nel 1994 ma non certo a suo agio sulle superfici veloci, che al match successivo riserva medesima sorte ad Agassi, a sua volta battuto in rimonta in cinque set. E quando i due francesi Raoux ed Escudè eliminano al secondo turno Chang e Kuerten e Rusedski e Ivanisevic incocciano nel gioco d’attacco di Woodbridge e Siemerink, ecco che si fa largo in questa falcidia di favoriti un altro che in quanto a talento certo ed altrettanto certa scarsa tenuta mentale ne ha in abbondanza, ovvero il cileno Marcelo Rios.  Il sudamericano, numero 9 del tabellone, batte in successione Stafford, Enqvist, Ilie e Roux, nessuno di loro accreditato dello status di teste di serie, per pi fermare ai quarti di finale la corsa di Berasategui, 6-7 6-4 6-4 6-0, e quella di Escudè in semifinale, 6-1 6-3 6-2, altri due che non hanno classifica compresa tra i primi sedici.

E così in finale si affrontano due giocatori in fotocopia, entrambi mancini, entrambi virtuosi della racchetta, entrambi privi della necessaria affidabilità ad alti livelli. Ma addì 1 febbraio 1998 Korda ha il suo personalissimo appuntamento con la storia, non può tradire chi crede ancora che il suo talento non sia illusione effimera – ad onor del vero è quel che si dice anche di Rios, ma non si vince in due, ovvio -, soprattutto ha dentro quel desiderio di vittoria che mai lo ha posseduto prima. E nel caldo infernale d’Australia, lui che dovrebbe sudare ben più del latinoamericano dai tratti andini, sotto gli occhi della piccola Jessica che applaude il papà in tribuna, cava fuori dal cilindro una prestazione che vale una carriera e con un triplice 6-2 mette infine in bacheca un trofeo che zittisce gli scettici. Il povero Rios è ancora lì che morde il freno… a lui quest’exploit non è mai riuscito.

 

MAY SUTTON, LA PRIMA STELLA DEL TENNIS AMERICANO

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May Sutton – da tennisforum.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginiamo di esser trasferiti di là dall’Atlantico, ad inizio del Novecento, quando il tennis è sport d’elite ben più di oggi ed ha tratti autarchici. Ebbene, qui esercita e vince una ragazza, May Sutton, nata in Inghilterra, a Plymouth, il 25 settembre 1886, che a sei anni varca l’Oceano con la famiglia per diventare, col tempo, la prima stella acclamata del tennis statunitense.

Siamo in California, a Pasadena, dove il papà di May, Adolfo, capitano in pensione della Royal Navy, ha deciso di godersi il frutto di una vita di lavoro acquistando un ranch. Ed è proprio lui ad avviare allo sport con la racchetta le quattro figlie, May appunto che è la più giovane, Violet, Florence ed Ethel, utilizzando il campo in cemento fatto costruire accanto a casa. Le ragazze ci sanno fare, dominando i tornei californiani e collezionandone ben 18 titoli di stato, obbligando a dire che “per battere una Sutton ci vuole una Sutton“, ma fin da subito il talento di May, dotata di un rovescio magnificamente potente e pure eccellente giocatrice di basket, è tanto evidente che sarà lei a proseguire con una carriera internazionale di livello assoluto.

E i risultati la confortano. Fin da subito. Nel 1904, 18enne, partecipa per la prima volta agli US Open al Cricket Club di Filadelfia, sbaragliando la concorrenza. Nelle cinque partite disputate, lascia solo 10 giochi alle avversarie, demolendo in finale 6-1 6-2 quella Elisabeth Moore che ha già trionfato tre volte ed altre tre volte è stata finalista, vincendo anche la gara di doppio accoppiata a Miriam Hall.

Già in rampa di lancio, seppur giovanissima, la Sutton, che ormai ha nazionalità e passaporto statunitense, opta per andare a raccogliere la sfida delle giocatrici di casa nel tempio già consacrato alla leggenda di Wimbledon. Torna a casa, insomma, e sarà un rientro trionfale. Nel 1905, infatti, dopo aver fatto suo il torneo su erba di Manchester, May si presenta ai Championships quale unica iscritta non britannica, ed infila una dietro l’altra Meyer (6-0 6-0), Stawell-Browne (6-3 6-1), Longhurst (6-3 6-1), Thomson (8-6 6-1), Morton (6-4 6-0) e Wilson (6-3 8-6), accedendo così al Challange Round, ovvero la finale, contro Dorothea Douglass, campionessa in carica degli ultimi due anni, costretta ad arrendersi infine in due set, 6-3 6-4. Il pubblico londinese, ammaliato dal gioco dell’americana che si affida anche ad un dritto liftato che scombussola i piani all’avversaria gettandola fuori dal campo, è stupito per un abbigliamento assolutamente non conforme alla tradizione, con braccia scoperte e una gonna che lascia intravedere le caviglie. La Sutton coglie il primo successo straniero a Wilmbledon e di colpo, seppur già nota al grande pubblico, diventa una star di prima grandezza. Ne dovrà scorrere di acqua sotto i ponti prima che un’altra stella luminosa, Suzanne Lenglen, abbia l’ardire di osare altrettanto.

Con la Douglass, May dà vita ad un triennio di sfide che hanno nel Centre Court il teatro preferito. Nel 1906 i ruoli si invertono e stavolta è la ragazza inglese, di otto anni più anziana, a far percorso perfetto contro Thomson, Meyer, Longhurst, Tulloch e Sterry, per rinnovare poi l’appuntamento con la vittoria imponendosi al Challange Round, dove è la Sutton a vestire i panni della detentrice del titolo, con il punteggio serrato di 6-3 9-7.

Non c’è due senza tre e l’anno dopo, 1907, la Sutton deve nuovamente far fronte alla concorrenza per guadagnare la terza finale consecutiva per affrontare ancora quella che nel frattempo, causa matrimonio, è diventata la signora Lambert Chambers. Slocock (6-2 6-1), Lowther (duplice 6-4), Morton (6-0 6-2), Meyer (6-0 6-3), Bosworth (6-2 6-2) e Wilson (6-4 6-2) sono solo semplici formalità lungo la strada che porta alla terza, ed ultima, sfida della serie. Che poi si risolve in una facile vittoria di May che domina 6-1 6-4 salendo, per la seconda volta, sul trono d’Inghilterra.

A chiusura di un quadriennio di successi, la Sutton torna negli Stati Uniti, si sposa nel 1912 con Tom Bundy, a sua volta buon giocatore tanto da raggiungere la finale agli US Open nel 1910 (battuto da William Larned) e vincere tre edizioni consecutive del torneo di doppio accoppiato a Maurice McLoughlin, e lascia l’attività. Ma un campione non è campione a caso, e May ha modo di tornare a far parlare di sè. Riprende a giocare nel 1921, giungendo per due volte in semifinale agli US Open arrendendosi prima a Molla Mallory, poi a Helen Wills, meritandosi poi a 39 anni, nel 1925, una nuova opportunità in finale di doppio agli stessi US Open con Elizabeth Ryan e la convocazione alla prestigiosa Wightman Cup, per infine raggiungere un’ultima volta i quarti di finale a Wimbledon nel 1929, a 22 anni di distanza dal successo del 1907. Record per record, è pure la prima donna a venir ammessa alla Tennis Hall of Fame, nel 1956.

E visto che il saper giocare bene a tennis è un’arte conosciuta in casa Sutton/Bundy, ecco che nel 1938 la figlia Dorothy, con la quale ha giocato in doppio agli US Open nel 1928 e nel 1929 per un’inedita versione madre/figlia, trionfa agli Australian Open, unico caso della storia in cui genitore e figlio vincono una prova del Grande Slam in singolare. Buon sangue non mente proprio, vero?

 

 

 

KEN ROSEWALL E L’OCCASIONE PERSA A WIMBLEDON 1970

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Ken Rosewall in azione – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Longevità e classe sono i tratti essenziali della carriera tennistica di Ken Rosewall. Che se dal 1953 (prima vittoria agli Open d’Australia) al 1972 (ultimo trionfo nello Slam di casa) ha colto otto successi nei Major pur rimanendo a lungo fuori dai giochi per professionismo, altresì non è mai riuscito a trionfare a Wimbledon, perdendo le quattro finali disputate, dal 1954 con Jaroslav Drobny al 1974 (!!!) con Jimmy Connors. Eppure… eppure qualche anno prima, nel 1970, per poco non sconfiggeva il malocchio sui prati londinesi.

Quell’anno Wimbledon merita più che mai l’etichetta di campionato del mondo su erba. I professionisti sono infine presenti, i migliori non snobbano l’appuntamento e il pubblico, fedele come sempre, dal 22 giugno al 4 luglio riempe le tribune dell‘All England Law Tennis and Croquet Club. Rod Laver, vincitore le ultime quattro volte che ha partecipato e detentore del titolo in virtù del successo dell’anno prima con John Newcombe, è dato in forma smagliante e punta a far cinquina, forte del suo status di numero 1 del mondo e del trionfale cammino in stagione che lo ha visto imporsi in sei tornei, tra questi al Queen’s, tradizionale prologo ai Championships. I rivali più accreditati sono in casa Australia, Newcombe e Roche, teste di serie numero 2 e 4, con Ashe, numero 3, e l’olandese volante Tom Okker, numero 11, possibili outsiders. Rosewall, che va per le 36 primavere, è il quinto favorito e in verità i bookmakers non lo inseriscono tra i possibili vincitori, anche perchè la sua prima parte di stagione è stata povera di risultati di rilievo.

Assente in Australia e al Roland-Garros, Laver non gioca un torneo sull lunga distanza dei cinque set da nove mesi, ed infine paga inaspettatamente dazio. Dopo le facili vittorie con Seewagen (6-2 6-0 6-2) e con Alexander (6-1 6-3 6-3), perde un set con Frew McMillan al terzo turno, per venir poi eliminato agli ottavi da Roger Taylor, beniamino di casa, che lo estromette in quattro manches, vincendo 6-2 6-1 gli ultimi due parziali trscinato dall’entusiasmo del pubblico del Centre Court.

E così, se a sorpresa Laver lascia il torneo, altrettanto a sorpresa Rosewall regala spettacolo, all’inseguimento dell’unico titolo del Grande Slam mancante alla sua collezione. Inserito nella parte alta del tabellone liberata della presenza di Laver, il “vecchio” Ken batte in tre rapidi set Dibley, Barclay e Addison, per lasciare un set a Tom Gorman agli ottavi ed arrampicarsi al match di quarti di finale con il connazionale Tony Roche. La sfida è serrata, Rosewall vince 10-8 un capitale primo set per imporsi infine con il risultato di 10-8 6-1 4-6 6-2, per poi proseguire la sua corsa spengendo l’illusione di Taylor, che dopo Laver ha battuto Graebner ma in semifinale si arrende 6-3 4-6 6-3 6-3. E così, a distanza di 14 anni dall’ultima volta nel 1956, “il piccolo Maestro di Sydney” torna in finale a Wimbledon.

Il pubblico, così come la stampa, si interroga: Rosewall riuscirà a completare il suo exploit? Riuscirà a riparare all’ingiustizia che lo ha privato, nei dodici anni di purgatorio presso i professionisti, di un titolo che avrebbe ampiamente meritato di far suo? Ken è indubbiamente il favorito “sentimentale” della finale, ed è certo che il pubblico si schiererà dalla sua parte. Anche se al suo cospetto di presenta John Newcombe, che invece può vantare i favori del pronostico, già vincitore nel 1967 contro il tedesco Wilhelm Bungert e che nella finale del 1969 ha messo in seria difficoltà Rod Laver. Il suo servizio è devestante e poi… ha dieci anni di meno di Rosewall, il che vorrà pur dire qualcosa alla resa dei conti.

Nel corso del torneo il “bel” John ha battuto, tutti inderogabilmente in tre set, Barth, Kalogeropoulos, Davidson e Ralston, prima di dover faticare le proverbiali sette camicie ai quarti con Roy Emerson, l’altro mammasantissima del tennis australiano, infine battuto solo 11-9 al quinto set. Il 6-3 8-6 6-0 in semifinale ad Andres Gimeno ha aperto a Newcombe le porte della finalissima.

All’atto decisivo il primo set conforta le speranze di vittoria di Rosewall. Solido al servizio ed assolutamente prodigioso in risposta, accumula palle-break una dietro l’altra, ma deve attendere l’undicesimo gioco per convertirne una ed andare a servire per il set, messo infine in cascina 7-5. Newcombe non si scompone. L’efficacia della battuta e il gioco di rete, uniti ad alcune eccellenti ribattute, gli consentono di incamerare il secondo set, 6-3, ed ancor più facilmente il terzo, 6-2, per poi operare d’entrata nel quarto set il break che sembra decidere le sorti dell’incontro. Ma Rosewall può davvero cedere le armi senza aver venduta cara la pelle? Sia mai… e quel che succede poi ha quasi dell’incredibile.

Sul 3-1 per il suo avversario, Ken gioca il tutto per tutto. Vince il proprio turno di sevizio, e al cambio di campo, recuperate le energie ed ancor ben concentrato su quel che deve fare per provare a ribaltare il punteggio, prima costringe Newcombe all’errore in voleè, poi infila il rivale con un passante millimetrico. Un’altra risposta cade nei piedi di Newcombe che può solo rimandare di là dal net per la facile voleè di Rosewall, un doppio fallo infine costa il break del 3-2. Newcombe si scioglie come neve al sole, Rosewall lo azzanna e il clamoroso 6-3 che rimanda la questione al set decisivo è velocemente cosa fatta.

L’ovazione degli appassionati che gremiscono le tribune del Centre Court parrebbe poter trascinare Rosewall, che dopo le due finali del 1954 con Drobny e del 1956 con Hoad perse in quattro set, infine ha la possibilità di giocarsi le sue opportunità al set decisivo. Ma le leggi del tempo non fanno sconto a nessuno, neppure ai campioni più amati, e i 35 anni, quasi 36, di colpo fanno sentire tutto il loro peso sulle spalle di Ken. I 5 set diventano un macigno impossibile da sopportare e Newcombe, che a questo stadio del match si esalta e fa valere la sua freschezza atletica, dilaga con una sinfonia di servizi imprendibili e voleé vincenti, per andare infine a concludere con un eloquente 6-1.

Il titolo e il piatto destinato al vincitore finiscono nella bacheca di Newcombe, ma gli onori e gli applausi, quelli, sono tutti per Ken Rosewall. Che, battuto ma non abbattutto, ci riproverà ancora e nel 1974, esattamente 20 anni dopo la prima volta, e ormai 40enne, ancora una volta sarà tanto bravo da giungere in finale. Ma Jimmy Connors, giovane virgulto in rampa di lancio, farà valere tutta la forza della sua esuberanza giovanile e batterà il maestro. Stavolta senza illusioni.

 

 

1985-1987, LA TRIS VINCENTE DI IVAN LENDL AGLI US OPEN

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Ivan Lendl agli US Open 1985 – da ubitennis.com

articolo di Nicola Pucci

C’è stato un tempo in cui il tennis dell’ex Cecoslovacchia dominava il mondo. Martina Navratilova, ad esempio, che per tutti gli anni Ottanta ha impartito lezioni di serve-and-volley, applicando metodologie scientifiche allo sport con la racchetta. Ed Ivan Lendl, altrettanto d’esempio nella disciplina tattica del gioco e nell’assurgere al rango di incontrastato numero 1.

Il buon Ivan, che poi tanto simpatico dietro quella maschera impenetrabile non lo era davvero, si è costruito un palmares di tutto rispetto, con otto titoli del Grande Slam, 270 settimane da primo giocatore del mondo e 94 tornei certificati in sede ATP. Insomma, uno dei più grandi. Ma se il ragazzo di Ostrava, emulo della stessa Navratilova nella diaspora verso le Americhe e nell’acquisire cittadinanza statunitense, ha colto successi a Parigi – 1984 nell’epica sfida con McEnroe, 1986 e 1987 – e Melbourne – 1989 e 1990 – per venir invece puntualmente respinto a Wimbledon dove vanta due finali e cinque semifinali, elesse il cemento di Flushing Meadows come sua superficie prediletta e calò un tris di vittorie, tra il 1985 e il 1987, che meritano di esser ricordate.

Ad onore del vero Lendl digerisce qualche boccone amaro di troppo, prima di conquistare il rumoroso catino newyorchese. Debutta nel 1979, sconfitto nettamente dal bombardiere Roscoe Tanner al secondo turno, per poi migliorarsi l’anno dopo con i quarti di finale, quando fa percorso netto con i due Mayotte, Tim e Chris, con il francese Tulasne e con il pallettaro Solomon, a cui lascia la miseria di 29 giochi, prima di arrendersi, in qualità di testa di serie numero 10, a John McEnroe, ancora troppo più forte ed esperto, che lo estromette in quattro manches, 4-6 6-3 6-2 7-5.

Nel 1981 il ceco è già accreditato della terza testa di serie, non rispettando però il suo rango nel match che lo vede soccombore agli ottavi a Vitas Gerulaitis, infine vincitore 6-4 al set decisivo. I tempi sembrerebbero maturi per iniziare a raccogliere, invece Lendl conosce l’onta della sconfitta in tre finali consecutive, 1982 quando batte McEnroe in semifinale perdendo poi con Connors, 1983 quando ancora una volta “Jimbo” ne spenge il sogno di gloria in quattro set, 1984 quando è proprio McEnroe a prendersi la rivincita dello smacco del Roland-Garros imponendosi con un comodo 6-3 6-4 6-1.

Tre, lo sappiamo bene, è il numero perfetto. E se a tre prime rappresentazioni senza fortuna hanno fatto seguito, appunto, tre finali senza lieto fine, ecco che Ivan passa alla cassa a raccogliere quanto seminato ed in buona sostanza pure meritato. Tre vittorie una più bella dell’altra.

Si comincia con il 1985, quando Lendl ha da vendicare un cammino Grande Slam non certo soddisfacente, con la semifinale australiana, la sconfitta in finale a Parigi con Wilander e la precoce, nonchè cocente, eliminazione agli ottavi di Wimbledon per mano di quell’estroso campione inespresso che risponde al nome di Henri Leconte. In più, il cecoslovacco ha perso con lo stesso McEnroe le due finali che fanno da preludio agli US Open, a Stratton Mountain 7-6 6-2 e a Montreal 7-5 6-3, pertanto lascia al funambolico americano i favori del pronostico. Ma se c’è una cosa che a Lendl riuscirà perfettamente in carriera, è far tesoro delle sconfitte ed imparare la lezione, e a Flushing Meadows, testa di serie numero 2, sovverte le indicazioni del computer. Sorvola i primi tre turni con Lapidus, Scanlon e De la Pena che raccolgono 16 giochi, lascia un set al qualificato peruviano Yzaga agli ottavi, demolisce il gioco d’attacco di Noah ai quarti, 6-2 6-2 6-4, così come quello di pressione da fondocampo di Connors in semifinale, 6-2 6-3 7-5, per presentarsi all’atto conclusivo proprio con McEnroe, che al primo turno se l’è vista davvero brutta con l’israeliano Shlomo Glickstein. Stavolta Ivan ha preso le misure al rivale, lo rimonta da 2-5 e lo costringe al tie-break nel primo set che fa suo con un eloquente 7-1, per poi non lasciare scampo a “Supermac” che si arrende nettamente nei due parziali successivi, 6-3 6-4. Lendl è re di New York, e insieme al trofeo destinato al vincitore sale anche in cima al ranking, meritandosi per la prima volta lo status di numero 1 del mondo.

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Ivan Lendl con il trofeo – da pinterest.com

E da numero 1 del mondo Ivan abborda il 1986, che gli regala il secondo successo al Roland-Garros con Pernfors, l’ennesima delusione erbivora battuto in finale da Boris Becker, ed un’estate di preparazione che se lo vede vincitore con lo stesso Becker a Stratton Mountain, altresì lo vede incappare in Kevin Curren a Toronto che lo estromette a suon di aces, 7-6 7-6. Ma Lendl è nondimeno il pretendente più autorevole alla vittoria agli US Open, viste anche le premature eliminazioni di McEnroe che cede all’esordio a Paul Anancone, e di Connors che cede al terzo turno a Todd Witsken. Nuovi sfidanti si profilano all’orizzonte, anche se Layendecker, Seguso, Jonas Svensson e Brad Gilbert neanche fanno il sollettico al re nei primi quattro turni. Ai quarti Lendl batte Leconte in quattro set, ed infine sarà l’unico incidente di percorso lungo tutto l’arco di un torneo che vede il ceco battere Stefan Edberg in semifinale, 7-6 6-2 6-3, per poi avere la meglio di Miloslav Mecir, killer di Becker, in finale. Oddio, avere la meglio è proprio un’esagerazione, se è vero che all’atto decisivo Ivan non fa proprio veder palla all’inesperto, e pure impaurito connazionale, infine travolto con un 6-4 6-2 6-0 che non ammette repliche e cementa, caso mai ce ne fosse bisogno, il rango di Lendl quale miglior giocatore in circolazione.

Nel 1987 Ivan copia la stagione precedente, con un terzo successo parigino con Mats Wilander, un’altra sconfitta in finale a Wimbledon, stavolta con Pat Cash che lo annienta con un’esibizione di tennis su erba senza precedenti, per poi disegnare un percorso estivo senza inciampi, vincendo uno dopo l’altro i tornei di Washington (6-1 6-0 a Gilbert), Stratton Mountain (6-7 4-1 con McEnroe costretto al ritiro) e Montreal (6-4 7-6 a Edberg). A Flushing Meadows Lendl punta al poker stagionale sul cemento e al tris agli US Open, come è stato capace di fare proprio McEnroe nel triennio 1979-1981, e in effetti il debutto con il malcapitato Barry Moir non lascia dubbi su quelle che siano le intenzioni del campione in carica: 6-0 6-0 6-0! Il francese Fleurian, l’americano Pugh e lo svedese Jarryd non rappresentano ostacoli faticosi, e ai quarti si ripropone, per Lendl, la sfida delle sfide, quella con McEnroe, nel frattempo scivolato in classifica e accreditato della testa di serie numero 8. Il divario tra i due storici nemici è ampio, la solidità del ceco ha il sopravvento sul tocco geniale dello statunitense che infine lascia strada in tre set, 6-3 6-3 6-4. Così come, in semifinale, è costretto a farsi velocemente da parte l’altro grande avversario dei tempi passati, Connors, abbattuto ben oltre il 6-4 6-2 6-2 a referto. In finale Lendl trova di là dal net il nuovo rivale, che da qualche anno con lui si spartisce la scena, quel Mats Wilander che come Lendl è un esempio di regolarità, costanza e determinazione, nel temperamento così come nel gioco di pressione da fondocampo, ma con un pizzico di potenza in meno. E così, pur nell’equilibrio certificato dal punteggio di 6-7 6-0 7-6 6-4, Ivan cala il tris ed eguaglia il nemico giurato, appunto McEnroe.

Volete a questo punto sapere come va a finire la storia? Lendl non vincerà più dalle parti di Flushing Meadows, finalista comunque nel 1988 battuto proprio da Wilander ed ancora l’anno dopo quando sarà Boris Becker a negargli il poker newyorchese. Ma può pure bastare così… otto finali consecutive, e chi mai c’è riuscito?

 

1928, IL GRANDE SLAM DEI MOSCHETTIERI DI FRANCIA

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I Moschettieri del tennis francese – da lacoste.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1928 tutti gli ingredienti per dare consistenza al concetto di Grande Slam sono pronti, anche se dovrà passare qualche anno prima che l’idea si concretizzi in via definitiva.

E’ l’anno, tanto per cominciare, in cui viene costruito l’impianto del Roland-Garros, reso necessario dopo che la Francia, la stagione precedente, battendo gli Stati Uniti 3-2 a Filadelfia nella finale di Coppa Davis, ha interrotto il dominio di Regno Unito, Usa e Australasia che durava fin dal giorno dell’introduzione della principale rassegna tennistica a squadre, ovvero il 1900. Parigi deve dotarsi di un stadio comparabile a quello già esistente a Wimbledon, in modo che la Federazione transalpina possa vantare un impianto degno della manifestazione e dei suoi protagonisti. L’inverno, pertanto, è speso nella costruzione del nuovo stadio da 13.000 posti, alla Porte d’Auteuil nei pressi del Bois de Boulogne, dedicato allo memoria di un eroe dell’aviazione morto in battaglia nel corso della Prima Guerra Mondiale, Roland Garros appunto, amico di Emile Lesueur, presidente dello Stade Français che insieme al Racing Club de Paris ha il compito di portare a termine l’opera di costruzione.

Insomma, non più solo Australia, Inghilterra e Stati Uniti, ma anche la Francia ormai è una potenza tennistica che si prepara a disegnare la stagione perfetta. Si comincia con gli Open d’Australia, abitualmente disputati nel mese di dicembre, e i padroni di casa attendono l’evento per confermare il dominio che li vede ininterrottamente vincitori del singolare maschile da otto anni, a dispetto delle difficoltà riscontrate in quella stessa Coppa Davis che non fanno loro dal 1919. La Federazione australiana invita i francesi all’evento e Jean Borotra, insieme a Jacques Brugnon e al giovane Christian Boussus, aderiscono con entusiasmo, imbarcandosi per un lungo viaggio agli antipodi che dura sette mesi, passando anche per Sudamerica, Sudafrica e Nuova Zelanda. “Parigi val bene una messa“, è proprio il caso di dirlo, perchè Borotra sbanca il lotto vincendo il singolare maschile (primo francese a riuscire nell’impresa) battendo uno dopo l’altro Harry Hopman, Jack Crawford e Jack Cummings in finale in cinque set, per poi imporsi anche in doppio con Brugnon e nel doppio misto accoppiato all’australiana Daphne Akhurst.

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Henri Cochet – da gettyimages.com

Dal 27 maggio al 7 giugno il Roland-Garros è infine pronto ad ospitare per la prima volta gli Internazionali di Francia su terra battuta. Gli occhi di tutti sono rivolti ai “Quattro Moschettieri” – Lacoste, campione in carica per il memorabile 11-9 al quinto set con Bill Tilden l’anno prima, Cochet, che vinse nel 1926, Borotra e Brugnon – che davanti al pubblico amico sono ben decisi a far valere la legge del più forte. Manca proprio Tilden, il numero 1 del mondo, ma gli australiani sono di ritorno, nuovamente competitivi, e la sfida è aperta. Lacoste, testa di serie numero 1, incrocia lungo il suo cammino un giovanotto timido e di belle speranze, Jack Crawford, battendolo ai quarti di finale con un netto 6-0 6-1 7-5; John Hawkes si spinge fino alle semifinali, eliminando a sua volta Brugnon ai quarti in cinque set prima di cedere, pure lui con punteggio inequivocabile, 6-2 6-4 6-1, allo stesso Lacoste. In finale Renè trova Cochet e come già successo due anni prima i due campioni danno vita ad una sfida memorabile, infine appannaggio di Henri che bissa la vittoria del 1926 imponendosi in quattro set, 5-7 6-3 6-1 6-3, terzo trionfo parigina considerando anche il successo del 1922 quando Cochet ebbe la meglio di Jean-Pierre Samazeuilh. Soprannominato “il mago“, mai Cochet meritò quell’appellativo più del giorno della finale. La Francia, poi, completa un’altra tripletta, con Borotra/Brugnon campioni di doppio e lo stesso Cochet re in doppio misto assieme alla britannica Eileen Bennett Whittingstall.

Wimbledon Ten Great Champions
Lacoste a Wimbledon – da wtop.com

Curiosamente Wimbledon sembra dover essere una passeggiata per i francesi, che hanno vinto le ultime quattro edizioni, due con Borotra e una a testa Lacoste e Cochet che è detentore del titolo. Tilden c’è, seppur ormai 35enne, ed è l’avversario più accreditato. Agli ottavi di finale la Francia è presente con ben sette giocatori, con Borotra che batte Crawford in cinque set, Lacoste che fa altrettanto con l’idolo di casa Bunny Austin, Brugnon e Boussus che in quattro set prevalgono su Patterson ed Edgar Moon, e Cochet che demolisce l’argentino Ronald Boyd in tre rapidi set, 6-4 6-1 6-3. Ai quarti di finale, oltre ai cinque transalpini, accedono lo stesso Tilden, l’azzurro Uberto De Morpurgo e l’altro americano John Hennessey, ma solo Bill, battendo Borotra in quattro set, riesce ad infiltrare come previsto il dominio dei “Moschettieri“, con Cochet che elimina in semifinale in quattro set il 20enne Boussus, sorprendente vincitore ai quarti di finale di un Brugnon in scadente stato di forma. Lacoste-Tilden vale l’altro biglietto d’ingresso alla finale, e a chiusura di un match serrato infine ad imporsi è il francese, in cinque set, facendo suoi i due ultimi parziali. Lacoste e Cochet, dunque, si ritrovano avversari dopo la sfida sulla terra parigina, ma stavolta il risultato si ribalta e Renè, 6-1 4-6 6-4 6-2, prende la sua rivincita battendo l’amico/rivale ed iscrivendo per la seconda volta il suo nome all’albo d’oro più prestigioso del tennis. Cochet si consola poi con la vittoria in doppio, quando con Brugnon batte Hawkes/Patterson in tre set, 13-11 6-4 6-4.

Dopo l’intermezzo di Coppa Davis, che ha visto Tilden, inizialmente accusato di professionismo ma poi miracolosamente riqualificato amatore, battere Lacoste ma non poter impedire alla Francia, nello scenario festante del Roland-Garros, di far sua l’insalatiera d’argento per il secondo anno consecutivo (4-1 in risultato finale), Cochet attraversa l’Atlantico per partecipare agli US Open, tradizionale appuntamento a cui non prende invece parte Lacoste, vincitore delle due ultime edizioni, affaticato dai successi a Wimbledon e in Coppa Davis. Per la prima volta nella storia del tennis un giocatore, Jacques Brugnon, è in lizza per completare il filotto di quattro vittorie nelle quattro prove dello Slam, in questo caso nel torneo di doppio. Dopo Australia e Roland-Garros con Borotra e Wimbledon con Cochet, il francese punta all’en-plein ma in semifinale, con Cochet, si trovano la strada sbarrata dagli americani Lott/Hennessey, in un match che si interrompe per il temporale sul 4-4 del quinto set per riprendere il giorno dopo quando le due coppie, di comune accordo, decidono di ricominciare dall’inizio. I francesi sarebbero decisamente superiori, ma incamerano la miseria di soli sei giochi e il sogno di Brugnon sfuma. Poco importa, in definitiva, perchè la prova di singolare non regala invece sorprese, complice anche l’assenza di Tilden nuovamente accusato di professionismo e quindi impossibilitato a partecipare. Cochet si conferma il giocatore più forte del momento, battendo in finale l’americano Frank Hunter in cinque set.

E così, se Brugnon fallisce il Grande Slam personale in doppio, l’exploit riesce ai “Moschettieri di Francia in singolare, quattro vittorie su quattro. Se a questo si aggiunge il trionfo anche in Coppa Davis, non ci sono proprio dubbi: il 1928 è l’anno bleu-blanc-rouge!