BORG-MCENROE E QUELLA SFIDA A WIMBLEDON 1980 ENTRATA NELLA LEGGENDA

borg mcenroe
Borg e McEnroe prima della finale 1981 – da federtennis.it

articolo di Nicola Pucci

Da quando il 4 febbraio 1980 il computer ha promosso John McEnroe, fresco vincitore del WCT di Richmond battendo in finale Roscoe Tanner, 6-1 6-2, al numero 2 del ranking mondiale alle spalle dell’inavvicinabile Bjorn Borg, che domina il tennis mondiale da quasi un anno, addetti ai lavori e semplici appassionati altro non attendono che i due campionissimi si sfidino sul Centre Court di Wimbledon, nient’altro che il campo più prestigioso al mondo.

In effetti l'”orso scandinavo” ha fatto dei prati londinesi una sorta di giardino privato, se è vero che è detentore degli ultimi quattro titoli, avendo sconfitto nell’ordine Ilie Nastase, due volte Jimmy Connors e buon ultimo, guarda che coincidenza, proprio Tanner, bombardiere di Chattanooga che nel 1979 ha forzato Borg al quinto set. E quando il 23 luglio si aprono i Doherty Gates di Wimbledon, Bjorn ha davvero tutta l’intenzione di proseguire la serie, seppur la pressione, più che mai, pesi come un macigno sulle sue spalle ed il riccioluto ed impertinente mancino newyorchese, figlio di un avvocato, baciato dal genio tennistico ma frustrato dalle ultime due esibizioni sui prati britannici dove, dopo la sorprendente semifinale del 1977 quando, da qualificato, si era fatto conoscere dal mondo del tennis, è stato sconfitto prima dal qualificato Erik Van Dillen al primo turno, 1978, e poi da Tim Gullikson agli ottavi di finale, 1979, abbia a sua volta una gran voglia di buttarlo giù dal trono d’Inghilterra. E l’attesa per una sfida già andata in scena a sette riprese, ovvero da quando, al torneo di Stoccolma, nel 1978, McEnroe, battendo Borg a casa sua, rese chiare le sue intenzioni di mirare molto in alto, non può davvero andar delusa.

Ma torniamo alla provvidenziale mano offerta del computer, che promuovendo a febbraio McEnroe numero due del mondo in sostituzione di Jimmy Connors, scivolato al terzo posto, e facendo leva anche sul mantenimento delle posizioni nelle settimane successive, impone agli organizzatori del torneo di Wimbledon, liberi comunque, per tradizione, di definire il quadro delle teste di serie a dispetto delle indicazioni del ranking, di assegnare e Borg e McEnroe il numero 1 e 2 del seeding, in modo che l’eventuale incrocio tra i due rivali sia possibile solo all’atto finale, programmato per il 5 luglio 1980. Ma prima di quella data, c’è da scendere in campo, affrontare avversari affatto disposti a farsi da parte senza vender cara la pelle e se possibile rispettare i pronostici della vigilia. E Borg e McEnroe, che non si affrontano dal Masters 1979 quando, a New York e dunque stavolta a casa dell’americano, Borg si è imposto al termine di un match serrato, 6-7 6-3 7-6, sanno che dovranno guadagnarsela, con la loro classe ma anche con sudore, quell’ultima sfida.

Connors, che non ne vorrà davvero sapere di non recitare da protagonista in un torneo che lo ha eletto vincitore nel 1974 ed altre tre volte lo ha visto arrendersi in finale, è il terzo favorito di un tabellone che ha negli altri americani Vitas Gerulaitis, lo stesso Roscoe Tanner, Gene Mayer e Peter Fleming, compagno di doppio di McEnroe, pericolosi outsiders, con il paraguaiano Victor Pecci, finalista al Roland-Garros nel 1979 dove impegnò Borg in quattro set, Pat Dupré, che ha negato l’anno prima una storica semifinale ad Adriano Panatta battendolo in cinque set, e il rampante Ivan Lendl a completare il quadro delle prime dieci teste di serie, con Harold Solomon e Yannick Noah, curiosamente inseriti nell’ottavo di finale rispettivamente di McEnroe e Borg, costretti a dare forfait a tabellone già compilato, sostituiti da Kevin Curren (che qualche anno dopo battezzerà “bum bum” Becker in finale) e Wayne Hampson.

I primi turni non riservano sorprese, con Borg a liquidare l’egiziano Ismail El Shafei (che nel 1974 lo aveva sconfitto in tre set), l’israeliano Shlomo Glickstein, l’australiano Rod Frawley (che gli strappa un set e lo obbliga al 7-5 al quarto set) e l’ungherese Balazs Taroczy, e McEnroe a debuttare con un facile 6-3 6-3 6-0 con Butch Walts, vedere le streghe con l’australiano Terry Rocavert (che va avanti due set a uno prima di arrendersi 6-3 al quinto) e non concedere chances all’olandese Tom Okker e allo stesso Kevin Curren. E se Connors, Tanner, Gene Mayer e Fleming sono a loro volta puntuali all’appuntamento dei quarti di finale, solo Gerulaitis, battuto 8-6 al quinto set dal polacco Wojciech Fibak agli ottavi di finali, e Pecci, mai troppo a suo agio su erba e messo k.o. dall’australiano Phil Dent, più adatto ai prati di lui, al terzo turno, non tengono fede al loro rango di teste di serie.

Negli incontri tra i migliori otto Borg e McEnroe superano in tre set Mayer e Fleming e Connors ha bisogno di cinque set per disinnescare infine le cannonate al servizio di Tanner, mentre un altro americano ancora, Brian Gottfried, che gioca un eccellente serve-and-volley e fu finalista al Roland-Garros nel 1977, pur non compreso tra le teste di serie batte a sua volta Fibak in tre set, 6-4 7-6 6-2, ed assieme ai due connazionali va a sfidare il campione in carica. Senza, peraltro, andare oltre la conquista di un set, il secondo, prima che Borg lo demolisca alla distanza con l’inequivocabile 6-2 4-6 6-2 6-0 che garantisce allo svedese la quinta finale consecutiva a Wimbledon.

Manca un tassello, perché le speranze degli organizzatori del torneo più prestigioso del mondo vengano soddisfatte, e deve uscire dal derby tra due tennisti che, pur battendo entrambi bandiera stelle-e-strisce, amici non lo sono proprio, anzi, se possibile verrebbero pure alle mani, McEnroe l’irriverente campione in divenire e Connors l’arrogante re detronizzato. E sul campo centrale, i due fieri avversari, non se la mandano certo a dire, con John che replica il successo di qualche mese prima, che, sempre in semifinale, gli aveva spalancato le porte di un primo successo agli US Open, rompendo il ghiaccio nei tornei dello Slam, imponendosi infine in quattro set, 6-3 3-6 6-3 6-4, raggiungendo Borg in finale.

Borg e McEnroe, dunque, sono esattamente lì dove tutti li volevano, a giocarsi il titolo di Wimbledon, e, puntuali come l’orologio londinese richiede, alle 14.00 mettono piede sull’erba ormai spelacchiata del Centre Court. L’uno, Bjorn, adorato dalle ragazzine, impassibile fuori ma un vulcano di emozioni dentro, l’altro, John, che deve ancora accattivarsi le simpatie dei britannici ed altro non attende che sprigionare l’ansia che lo attanaglia con i tocchi del suo magico braccio mancino.

E per un set almeno, il primo, non c’è davvero storia, con McEnroe padrone del serve-and-volley e Borg inerme a fondocampo, incapace di contenere le avanzate del rivale e altrettanto impossibilitato ad organizzare una qualsiasi riscossa. 6-1.

Ovviamente, non finisce qui. La vicenda agonistica è lunga, l’americano ha lottato duramente per sfiancare Connors in semifinale ed ha pure consumato energie preziose giocando in doppio con Fleming, ed è chiaro che se vuol pensare di averla vinta, deve farlo senza allungare troppo la partita.

Borg, archiviato il primo set, torna sotto, con quel gioco senza errori da fondocampo e l’utilizzo dell’approccio tagliato di rovescio per guadagnare la rete, e se il servizio slice, perfezionato negli anni, gli concede di tener testa al rivale, sempre arrembante in attacco, nel secondo set, ecco che lo svedese, dopo aver salvato quattro palle-break, al dodicesimo gioco sfrutta una delle due avute a sua disposizione ed incamera il parziale, 7-5.

La tensione, sul rettangolo di gioco, è evidente, così come il contrasto di stili, la difesa ad oltranza di Borg e l’attacco incessante di McEnroe, e quel che ne viene fuori, inevitabilmente, è qualcosa di eccitante. Al punto che Bjorn, nonostante l’americano si meriti più di lui gli “oohhh” di stupore del pubblico, fa suo anche il terzo set, 6-3. Per poi, con McEnroe sempre più in difficoltà sui propri turni di servizio, tanto da cedere la battuta sul 5-4 del quarto set e mandare Borg a servire per il suo quinto piatto di Wimbledon, trovarsi ad un passo dalla sospirata vittoria.

E qui… e qui si chiude il mero racconto, seppur appassionante, di una finale di un torneo dello Slam, e si apre un capitolo destinato alla leggenda. Perché Borg sale 40-15 ed ha due match-point a disposizione, ma McEnroe prima lo infila con un passante di rovescio lungolinea, poi si salva con una voleé  di diritto in acrobazia, infine azzecca altri due colpi da cineteca che valgono il controbreak per il 5-5. Che di lì a qualche minuto diventa 6-6, approdando i due campioni ad un tie-break che se può risultare decisivo per le sorti del match, di sicuro sta per proiettare i due tennisti, ancor più delle loro gesta, nella storia dello sport.

Ventitre minuti durata l’appendice nata da un’invenzione, geniale quant’anche provvidenziale, di Jimmy Van Alen, poeta, musicante ed onesto giocatore di tennis degli anni Venti, oltreché fondatore della International Hall of Fame, ed il susseguirsi di prodezze, così come di emozioni, non ha eguali nella storia del gioco della racchetta. Borg aggiunge altri cinque match-point ai due già avuti sul 5-4, McEnroe a sua volta si procura sette opportunità per allungare il match al quinto set, e se lo svedese, assolutamente non di ghiaccio all’atto di chiudere la sfida, spreca, l’americano ringrazia, e, complice una stop-volley di dritto di Borg che muore in rete, firma il 18-16 che prolunga la partita.

Trascorse oltre tre ore, c’è da giocare il risolutivo quinto set, e ad esser del tutto sinceri, se McEnroe già dava segnali di cedimento al quarto set, per lui l’impresa di vincere, allungandosi i tempi di gioco, appare ancor più di difficile realizzazione. Ma la classe è tanta e l’aver schivato di un soffio il precipizio moltiplica l’entusiasmo, e John resta aggrappato al match con la forza del suo servizio e la genialità del suo gioco di volo, mentre Borg, che quando c’è da correre e metterla sul piano atletico è semplicemente hors categorie, non arretra di un metro. Anzi, riemerso da 0-30 nel primo gioco, infila un game di servizio dopo l’altro senza concedere chances, con McEnroe, costretto, lui sì, a salvarsi da 0-40 sia al secondo che all’ottavo gioco. Fin quando, sul 7-6 per Borg, allo scoccare delle 3 ore e 53 minuti di gioco, lo svedese, con una risposta vincente che cade nei piedi di McEnroe e due passanti, l’uno di dritto ad infilare l’avversario e l’altro di rovescio a costringerlo all’errore alla voleé, si procura altri due match-point.

Stavolta basta il primo, la voleé di McEnroe non è definitiva ed il passante di rovescio di Borg, quasi chinato sull’erba per quanto rimbalza bassa la palla bianca dell’americano, lo infila senza pietà. Ora sì, ebbro di gioia, Bjorn può davvero inginocchiarsi sul manto verde. La sfida del secolo è sua e vale il quinto titolo di Wimbledon.

Volete la verità? Avrei venduto l’aniamo al Diavolo per poter dire “io c’ero“, sul Centre Court di Wimbledon, quel memorabile pomeriggio del 5 luglio 1980. Mai visto tanto di sublime… e John, birbante, si prenderà la rivincita l’anno dopo.

SUCCESSI TENNISTICI E VITA DA SUORA DI ANDREA JAEGER

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Andrea Jaeger a Wimbledon – da metropolitanmagazine.it

articolo di Nicola Pucci

Tra la fine degli anni Settanta e il decennio Ottanta, si raccontano le gesta di bambine-prodigio del tennis.

Pensiamo a Tracy Austin, vincitrice non ancora 17enne (1979) agli US Open, e all’alba della maggiore età (7 aprile 1980) già numero 1 del mondo; pensiamo a Monica Seles, 15enne di bellissime speranze che giunge in semifinale al Roland-Garros (1989)  vendendo cara la pelle prima di arrendersi a Steffi Graf; pensiamo a Jennifer Capriati, che appena 14enne (1990) vola in finale a Boca Raton nel torneo d’esordio tra le “grandi“.

Proprio alla Capriati va ascritto il merito di aver infranto il record di precocità che fino a quei giorni spettava ad Andrea Jaeger, altro prodotto adolescenziale del tennis americano che tanto velocemente lancia nel firmamento internazionale campionesse in erba per poi, altrettanto velocemente, condannarle ad immediata scottatura. Perché campioni destinati a durare nel tempo si diventa, non si nasce.

La Jaeger vede la luce a Chicago il 4 giugno 1965, figlia di un muratore svizzero emigrato negli Stati Uniti che la avvia al tennis e ne sarà, come in troppe altre circostanze, una sorta di opprimente padre-padrone, e se 14enne domina i primi tornei giovanili a cui prende parte, tra cui l’Orange Bowl, prestigiosa vetrina del tennis juniores, l’anno dopo, 1980, è già tempo per lei di debuttare nel circuito maggiore.

Prototipo perfetto della giocatrice americana di pressione da fondocampo, atleticamente ben preparata, con due colpi di sbarramento incisivi ed atta alla regolarità stile-Evert ed, appunto, stile-Austin, la Jaeger vince subito, da “lucky loser” (record) a Las Vegas, battendo in finale Barbara Potter, 7-6 4-6 6-1, per il primo di una serie di 10 successi sul tour, superando poi in stagione Hana Mandlikova, in un secondo torneo a Las Vegas che a quanto pare le porta bene, e la stessa Austin, a Tampa.

Nel frattempo, sempre nel 1980, dopo aver esordito agli US Open nel 1979 perdendo al secondo turno, guarda che coincidenza, dalla Austin, 6-2 6-2, diventa la più giovane testa di serie della storia di Wimbledon (numero 14 a 15 anni e 19 giorni, record), raggiungendo i quarti di finale (record) dove Chris Evert le impartisce una severa lezione, 6-1 6-1, non prima aver eliminato al turno precedente Virginia Wade, beniamina di casa e regina nell’anno del centenario, 1977.

E se il buongiorno si vede dal mattino, qualche settimana dopo la Jaeger vola in semifinale (record) agli US Open, venendo sconfitta dalla Mandlikova al tie-break decisivo, 6-1 3-6 7-6, ma chiudendo infine il suo primo anno da professionista della racchetta al numero 7 del ranking mondiale.

A cercar di contrastare il tennis offensivo e potente di Martina Navratilova si pone dunque un terzetto di americane che giocano in fotocopia, Evert (l’antica regina detronizzata), Austin (nuova numero 1) ed appunto Jaeger (che avanza e progredisce a passi da gigante). Tanto che nel 1981 Andrea si migliora salendo al numero 4 (dopo aver toccato la seconda posizione della classifica il 7 agosto 1981, record), vincendo tre tornei e mostrando di saperci fare, oltreché su erba e cemento, anche su terra battuta, come certifica la semifinale colta al Roland-Garros, superando Temesvari, Coles, Vermaak, Bohm e Jausovec prima di arrendersi alla tedesca Sylvia Hanika, 4-6 6-1 6-4.

E visto che sia Navratilova (4 volte) che Evert (3 volte) sovente sono costrette a cederle il passo, ecco che la Jaeger è pronta a dare l’assalto ai tornei dello Slam, forte della sua giovanile esuberanza e di quei progressi costanti che nel 1982 e nel 1983 la vedranno chiudere l’anno, in concomitanza con la caduta senza freni della Austin, alle spalle delle due regine del tennis, in terza posizione.

Nel biennio Andrea guadagna prima la finale al Roland-Garros (1982) superando una dopo l’altra, con un ruolino di marcia esente da pecche, Russell, 6-0 6-2, Collins, 6-0 6-1, Gilbert, 6-1 6-1, Ruzici, 6-1 6-0, ed Evert, con la quale si prende una sonora rivincita, 6-3 6-1, per andare poi a sbattere il bel musetto e la folta chioma bionda raccolta in una fascetta contro la Navratilova, che le nega il trionfo in un torneo Major, 7-6 6-1, e poi, fermata per tre volte consecutive in semifinale dalla stessa Evert agli US Open (1982), in Australia e a Parigi (1983), giungere nello stesso anno all’atto conclusivo sui prati londinesi di Wimbledon.

L’edizione 1983 dei Championships vede Andrea nei panni della grande protagonista all’inseguimento dell’immortalità sportiva (nel guinness dei primati il suo posto è già garantito da un bel pezzo), debuttando con Susan Rimes, 6-1 7-6, liquidando Pam Casale, 6-2 6-3, facendo altrettanto con Susan Leo, 6-3 6-2, tenendo a bada Curling Bassett, 6-4 6-3, rispettando il pronostico con Barbara Potter, 6-4 6-1, demolendo il gioco stanco della “vecchia” Billie Jean King, 6-1 6-1. In finale, dopo una notte turbolenta funestata da un alterco con il padre che, parrebbe, la lascia fuori dalla stanza di albergo, ancora una volta, la Navratilova è ben più forte di lei, giocando sul suo terreno preferito e non lasciandole opportunità alcuna, 6-0 6-3, ma che importa? Il futuro sembra appartenere, decisamente, ad Andrea Jaeger, poco più che 18enne.

Invece… invece una lesione permenente alla spalla destra presenta il conto alla Jaeger che, nell’arco di due anni, appena 20enne, si vede costretta ad abbandonare l’attività agonistica aprendo il secondo capitolo di una vita davvero niente affatto ordinaria.

Che rimane, infatti, da fare ad una ragazza che ancora deve completare la sua maturazione di donna, che ha raggiunto gloria ed onori, oltreché quattrini, con lo sport? Semplice, aiutare gli altri con attività filantropiche, come ad esempio organizzando la Silver Lining Foundation ad Aspen, in Colorado, che si impegna con i malati di cancro, studiare ottenendo una laurea in teologia, e, dulcis in fundo, mossa per ispirazione divina, diventare nel 2006 suora domenicana, “Sister Andrea“, entrando a far parte della Chiesa Episcopale del Colorado.

Perché, se il tennis fu solo il sogno di una bambina-prodigio, predicare il verbo del Signore è la vocazione da adulta. Peccato che l’uno e l’altro, siano durati poco

 

KEN MCGREGOR, IL COMPAGNO DI DOPPIO DI SEDGMAN CHE BATTE’ L’AMICO AGLI AUSTRALIAN OPEN 1952

Ken-McGregor
Ken McGregor in azione – da tennis.com.au

articolo di Nicola Pucci

Talvolta succede che tra due amici che praticano la stessa attività sportiva l’uno, solitamente meno forte, batta l’altro, campione tra i più affermati della disciplina condivisa.

Prendete ad esempio Ken McGregor, tennista australiano che ha la ventura di disimpegnarsi con la racchetta proprio in quegli anni Cinquanta in cui l’Australia, tradizionalmente all’avanguardia, annovera un fuoriclasse tra i più forti di sempre, per tecnica e palmares, ovvero Frank Sedgman. Ed è con il connazionale, di due anni più vecchio di lui, che McGregor va a comporre una delle coppie di doppio più vincenti della storia del tennis. Ma andiamo per ordine, qualche cenno biografico e poi racconteremo della volta in cui il delfino battè il re.

McGregor nasce il 2 giugno 1929 ad Adelaide, e fin da subito, supportato da un fisico assolutamente adatto ad ogni pratica sportiva con i suoi 191 centimetri per 82 chilogrammi, rivela doti non comuni in diverse discipline, tra queste il cricket e soprattutto il football australiano che lo vede tra i prospetti più interessanti del paese. Fortuna vuole, però, che praticando con eccellenti credenziali anche il tennis venga notato da Harry Hopman, santone del tennis australiano nonché capitano della squadra di Coppa Davis, che lo convince a trasferirsi a Melborne e dirottare il suo sforzo verso lo sport con la racchetta. La scelta, come vedremo tra poco, si rivelerà azzeccata.

McGregor, che serve bene, ha grande dimestichezza col gioco di volo e a dispetto dell’altezza è pure estremamente veloce, vince ben presto i campionati australiani juniores nel 1948, altresì partecipando nello stesso anno al torneo dello Slam uscendo al secondo turno per mano di Jack Dart, 6-4 6-0 6-2, migliorandosi l’anno dopo quando raggiunge il terzo turno, sconfitto stavolta da Geoffrey Brown, che gli impartisce una severa lezione, 6-1 6-2 6-2.

Le due eliminazioni precoci sono solo il preludio di quel che McGregor è capace di fare nel 1950 quando, pur non essendo compreso tra le teste di serie, elimina a sorpresa al terzo turno Jaroslav Drobny, primo favorito del torneo, 11-9 6-1 6-3, per poi superare, sempre in tre set, George Worthington, numero 6 del seeding, e Bill Sidwell, numero 4, arrampicandosi in finale dove trova di là dal net, guarda caso, proprio Sedgman, che lo batte in quattro set, 6-3 6-4 4-6 6-1, bissando il successo dell’anno precedente e confermandosi giocatore di categoria superiore.

La finale raggiunta sui campi in erba del Kooyong Stadium di Melbourne sono la chiave di volta della carriera di McGregor, che non solo diventa un singolarista in grado di dar fastidio a chiunque, come ha modo di dimostrare anche al Roland-Garros e a Wimbledon dove si arrende agli ottavi di finale, rispettivamente contro Vic Seixas e Drobny che si prende la rivincita, ma pure diventando doppista di ottimo lignaggio, tanto da impegnarsi nel misto con Margaret Osborne duPont con cui vince agli US Open battendo in finale la coppia formata da Doris Hart e Frank Sedgman, 6-4 3-6 6-3.

Ed è lo stesso Sedgman, con cui McGregor stringe amicizia condividendo una prima esperienza in Coppa Davis, risolta con la vittoria in finale 4-1 contro gli Stati Uniti a Forest Hills a cui Ken contribuisce con il successo in singolare contro Ted Schroeder e quello in doppio associato a John Bromwich, che convince il compagno di nazionale a far coppia fissa in doppio, aprendo un sodalizio destinato a scrivere la storia del tennis. Sedgman e McGregor, infatti, infilano una serie senza precedenti e senza imitazione poi di sette vittorie consecutive nei tornei dello Slam, dagli Australian Open del 1951 quando superano lo stesso Bromwich ed Adrian Quist in cinque set, agli US Open del 1952 quando Mervyn Rose e Seixas mettono fine ad una cavalcata trionfale imponendosi con un rocambolesco 3-6 10-8 10-8 6-8 8-6.

Già elevato al rango di doppista tra i più forti di sempre, tanto da meritarsi nel 1999 l’ammissione nell’International Tennis Hall of Fame, McGregor somma altre due vittorie in Coppa Davis, nel 1951 e nel 1952, sempre battendo gli Stati Uniti, ma è in singolare che va infine a cogliere quel successo che gli garantisce un posto tra gli eletti capaci di vincere un torneo dello Slam. E ci riesce battendo proprio l’amico il compagno di tante battaglie in doppio.

Reduce, nel 1951, da una stagione che lo vede rinnovare l’appuntamento con la finale sia agli Australian Open che a Wimbledon, dove incappa sempre in un Dick Savitt più ispirato di lui, nonché semifinalista sulla mai troppo amica terra battuta del Roland-Garros dove si arrende solo 9-7 al quinto set al sudafricano Eric Sturgess, nel 1952 McGregor si presenta ad Adelaide, dove lo Slam trova ospitalità per la decima volta nell’anno della sua 40esima edizione, accreditato della testa di serie numero 4, preceduto da Sedgman, Savitt e Rose, ma stavolta, a dispetto dei pronostici, fa saltare il banco.

Il ragazzo che gioca in casa non conosce incertezze nei primi turni, liquidando sempre in tre set Leo Lonergan, 6-2 6-1 6-0, l’estone Kristian Lasn, 6-1 8-6 6-1, e Geoffrey Brown, 6-4 6-2 12-10, nel mentre Sedgman fa valere il suo status di grande favorito a sua volta segnando un percorso netto, il campione in carica Savitt esce indenne da una difficile sfida contro Ian Ayre ai quarti di finale risolta in cinque set e Rose tiene a bada, sempre ai quarti e sempre al set decisivo, un giovane ma già promettentissimo Ken Rosewall, non ancora 18enne.

E che stavolta McGregor sia ben intenzionato a dismettere i panni dello sconfitto di lusso per vestire quelli del vincente è certificato dal successo in semifinale, quando Ken riscatta la finale dell’anno precedente superando Savitt in quattro set, 6-4 6-4 3-6 6-4, meritandosi così una terza occasione di fila all’atto finale. Dove ad attenderlo, e potrebbe essere altrimenti?, c’è proprio Sedgman, facile vincitore di Rose, 6-2 6-4 6-2, che ritrova l’amico a cui non può certo fare sconti. Sperando, come è logico che sia, di ripetere il successo già ottenuto due anni prima.

Ma una bella storia di amicizia abbisogna anche di qualche momento di inevitabile turbolenza, che se non spezzerà quanto ormai consolidato nel tempo quanto meno ne mette in discussione gli equilibri sportivi, ed è esattamente quel che accade sui prati verdi del Memorial Drive di Adelaide, con McGregor che non trema quando nei primi due set si giocano i punti decisivi, 7-5 12-10, lascia per strada il terzo set, 6-2, infine con lo stesso punteggio, 6-2, nella città che gli ha dato i natali, coglie il suo primo, ed anche unico, trionfo in un torneo di singolare dello Slam. Per il disappunto di Sedgman.

Quando si dice vatti a fidare degli amici

LE DUE VITTORIE NEL 1948 E 1949 DI FRANK PARKER, L’AMERICANO CHE NON PERSE MAI A PARIGI

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Parker e Drobny prima della finale del 1948 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Ci sono dei risultati che ad una prima analisi, non proprio attenta ai dettagli, parrebbero similari. Prendete, ad esempio, le due vittorie di Frank Parker agli US Open del 1944 e del 1945, e l’altrettanto consecutiva doppietta che il tennista americano realizzò in terra di Francia, al Roland-Garros, nel 1948 e nel 1949. Due Slam di là dall’Oceano, altri due nel Vecchio Continente, ed in effetti, calcolando i numeri, non sembrerebbero esserci differenze sostanziali: vittorie qui e là, pari e patta ed avanti così. Invece…

… invece la differenza c’è, non si vede al primo colpo d’occhio, ma vi assicuro che c’è. E se avrete la pazienza di leggere le poche righe che seguiranno, vi spiegherò anche il perchè. Seppur, come tutte le affermazioni che si basano su argomentazioni soggettive, qualcuno avrà senz’altro da obiettare qualcosa.

Frank Parker, dicevamo, nasce il 31 gennaio 1916, figlio di immigrati polacchi se è vero che all’anagrafe di Milwaukee, perché è lì che emette il primo vagito, è registrato come Franciszek Andrzej Pajkowski. Il nome, all’inizio, è tuttavia solo marginale, ricordando che il ragazzo colpisce le prime palline all’età di 10 anni presso il Milwaukee Town Club dove viene notato da quel Mercer Beasley, attratto dalla rapidità e dalla precisione di quel tennista in divenire, che lo accompagnerà non solo nei suoi primi, già promettenti passi, ma per tutto l’arco della carriera. Parker cresce, bene e velocemente, collezionando titoli giovanili importanti, come i Campionati Americani di categoria a 15 e 16 anni (1931 e 1932) e gli US Open su terra battuta a 17 anni (1933), trovandosi a competere con Gene Mako, suo coetaneo che come lui condivide origini dell’Est Europa, in questo caso Ungheria. E se nel 1932, poco più che 16enne, Parker debutta agli US Open cedendo al terzo turno, come anche l’anno successivo, ecco che i quarti di finale raggiunti nel 1934, quando a batterlo, in tre set, è il connazionale Sidney Wood, certificano che il ragazzo sta diventando grande. Armato di gambe velocissime e di un gioco da fondocampo assolutamente efficace, con un rovescio ad una mano considerato, all’epoca, tra i più belli della storia del tennis.

E se al torneo che regala l’immortalità sportiva, quarta prova Slam che trova ospitalità sui campi in erba del West Side Tennis Club di Forest Hills, Parker si migliora negli anni che seguono, incasellando due semifinali nel 1936 e nel 1937 (sconfitto in entrambe le occasioni in tre rapidi set da Don Budge), a cui aggiungere tre eliminazioni agli ottavi di finale, ecco che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale penalizza il Major americano che, seppur continuando a disputarsi come invece, per causa di forza maggiore, non possono davvero fare Roland-Garros e Wimbledon, si vede negata la presenza dei giocatori europei più forti. E Parker, accanto a tre quarti di finale guadagnati nel 1940, 1941 e 1943, si arrampica in finale nel 1942, dove cede in cinque set, 8–6, 7–5, 3–6, 4–6, 6–2, a Ted Schroeder, per poi, appunto, cogliere due vittorie consecutive, nel 1944 contro Bill Talbert, 6-4 3-6 6-3 6-3, e nel 1945 contro lo stesso giocatore, stavolta sconfitto in tre set, 14-12 6-1 6-2.

Se andate, tuttavia, a scandagliare il tabellone di quelle due edizioni, noterete, come è inevitabile che sia, che il torneo ha avuto una connotazione fortemente autarchica, se è vero che nel 1944 le prime otto teste di serie battono bandiera stelle-e-strisce – con i due messicani Armando e Rolando Vega rispettivamente numero 9 e 10 -, ed ai quarti di finale si issano otto americani su otto, nel mentre nel 1945, se il seeding accredita della seconda testa di serie il cileno Andres Hammersley e tra i primi dieci ci sono anche i due argentini Heraldo Weiss ed Alejo Russell ed il messicano Francisco Guerrero-Arcocha, con il cecoslovacco Ladislav Hecht unico europeo presente al torneo per il semplice motivo che, con l’avvento del Nazismo, nel 1939 è fuggito dal paese natale per stabilirsi negli States impiegandosi in una ditta di munizioni, ai quarti di finale il solo Russell si intromette accanto ai sette americani che si giocano la vittoria, uscendo per mano di Talbert.

Insomma, sì, due vittorie in uno Slam valgono pur sempre l’ammissione all’esclusivo club dei campioni del tennis con la “C” maiuscola, ma occorre anche l’avvallo del confronto con i giocatori più forti, ed è esattamente quel che Parker va a cercarsi alla fine del conflitto bellico, partecipando per un biennio, 1948 e 1949, proprio al Roland-Garros e a Wimbledon.

Ma se in Inghilterra, dove si era già affacciato nel 1937 perdendo in semifinale in quattro set contro Don Budge, una sorta di bestia nera per lui, non va oltre gli ottavi di finale nel 1948 (battuto 10-8 al quinto set da quel Lennart Bergelin che guadagnerà notorietà allenando Bjorn Borg) e i quarti nel 1949 (eliminato, sempre al set decisivo, dal sudafricano Erig Sturgess), a Parigi Parker per due volte si presenta ai nastri di partenza, e per due volte fa saltare il banco. Seppur la terra battuta, almeno apparentemente, non sembri essere la sua superficie preferita, e a dispetto della concorrenza, qui sì qualificata e ben decisa a vender cara la pelle.

Nel 1948 Parker è accreditato dello status di favorito, numero 1 di un tabellone che ha i due finalisti dell’edizione precedente, l’ungherese József Asbóth e il sudafricano Sturgess, quali teste di serie numero 2 e 4, con l’australiano John Bromwich che si merita la veste di terzo pretendente al titolo. Marcel Bernard, tennista di casa che vinse l’edizione del 1946, la prima dopo la ripresa, è il numero 5, con il ceco Jaroslav Drobny, l’americano Budge Patty e l’azzurro Giovanni Cucelli, che deve difendere i quarti di finale, che completano la lista delle prime otto teste di serie. Ci sono, poi, l’altro australiano Frank Sedgmen, due jugoslavi, Dragutin Mitic e Josip Pallada, l’inglese Tony Mottram, addirittura un belga, Philippe Washer, lo stesso Bergelin, il secondo azzurro Marcello Del Bello e il polacco Władysław Skonecki, a certificare un campo di partecipanti di prim’ordine. Insomma, il meglio del tennis si è dato appuntamento dalle parti della Porte d’Auteuil.

Sei delle prime otto teste di serie sono fedeli al loro rango presentandosi puntuali all’appello dei quarti di finale, con Asbóth e Bromwich che lasciano via libera allo spagnolo Fernando Olozaga (nella cui parte di tabellone si introduce poi Del Bello) e allo svizzero Edgar Buchi (il cui posto è poi occupato da Bergelin) e con Parker che, dopo aver esordito con un periodico 6-1 con l’inglese Charles Edgar Hare e lasciato un set al francese Bernard Destremau, si impone 6-1 7-5 6-1 contro il ceco Ferdinand Vrba e con un 6-1 6-2 6-1 che non ammette repliche contro Cucelli, arrampicandosi in semifinale. Dove ad attenderlo c’è Sturgess, che eliminando in tre set Bernard acquieta gli entusiasmi dei parigini, con Patty e Drobny, a loro volta vincitori in tre set di Del Bello e Bergelin, che rispettano i pronostici della vigilia e si fanno trovare pronti alla penultima sfida. E se Parker si conferma in smaglianti condizioni di forma demolendo il sudafricano, 6-2 6-2 6-1, Jaroslav rinviene da un set sotto per infine imporsi 6-3 al quinto set, bissando la finale già raggiunta nel 1946 quando poi si arrese alla rimonta di Marcel Bernard. Come è costretto ad alzare bandiera bianca anche stavolta, al termine di quattro set tirati in cui Parker si fa trovare pronto nei momenti che contano, incamerando i primi due set, 6-4 7-5, concedendo all’avversario di rinvenire nel terzo, 5-7, per poi non tremare nel quarto, quando risolve in volata la sfida a suo favore risparmiandosi i rischi di un ipotetico quinto set, 8-6. E con il primo successo a Parigi, Parker può infine considerarsi, ora sì, uno dei tennisti più forti del mondo.

Come ha modo di confermare esattamente dodici mesi dopo, quando si ripresenta in Francia nelle vesti di prima testa di serie del tabellone e detentore in carica del titolo. Pancho Gonzales è il rivale più temibile, così come Cucelli e Sturgess sono accreditati della testa di serie numero 3 e 4, con il costante Bergelin, l’emergente Budge Patty, l’ex-campione Bernard e il talentuoso ma discontinuo Mitic a completare il lotto dei primo otto giocatori del seeding.

E mai edizione del torneo fu più fedele alle indicazioni del tabellone, con il solo Bergelin a mancare l’accesso ai quarti di finale, sconfitto agli ottavi dal francese nato in Algeria Robert Abdesselam, testa di serie numero 12 che lo elimina con un netto 6-4 6-0 6-3, con Parker che non palesa incertezze liquidando, sempre in tre set, i due francese Grandguillot, 6-3 6-1 6-2, e Berthet, 6-3 6-3 6-1, e il cileno Balbiers, 7-5 6-2 6-2, e Gonzales che cede un set a Torsten Johansson agli ottavi. Così come Parker non ha problemi nel risolvere rapidamente le sfide con Mitic, 6-0 6-2 6-4, e Sturgess, 6-2 6-1 6-4, presentandosi puntuale e senza macchie all’appuntamento con la finale, dove ad attenderlo c’è Patty che, dopo aver fermato Cucelli ai quarti nel match più intenso del torneo, come recita il punteggio di 7-5 10-12 6-3 8-6, risolve a suo favore il derby americano con Gonzales, che cede a sua volta in quattro set.

All’atto decisivo, dunque, due statunitensi solo l’uno contro l’altro, e se Parker, ormai 33enne, è il favorito d’obbligo, Patty, che rende al connazionale ben otto anni di esperienza, altresì giocando la prima finale Slam della sua carriera, è ben deciso a cogliere la prima grande occasione della sua vita vita tennistica. E per i primi due set, in effetti, il più giovane dei due finalisti vende cara la pelle, perdendo 6-3 il primo set ma infliggendo al numero 1 un 6-1 inequivocabile nel secondo parziale, il che lascerebbe presumere un match tirato fino alla fine. Così però non è, perchè Parker, che ha ceduto il primo (ed unico) set del torneo, inizia a macinare il suo gioco di pressione da fondocampo, velocissimo rimanda di là dal net le voleè con le quali Patty cerca di scardinarne la difesa, infine prevalendo 6-1 6-4 per andarsi a prendere il secondo titolo parigino.

E visto che a fine stagione Parker si fa tentare dalle sirene del professionismo, volete saperla tutta? E’ l’unico giocatore a non aver mai perso sulla terra rossa del Roland-Garros… altro che Borg e Nadal!

NEL 1877 SPENCER GORE AVVIA LA LEGGENDA DEL TORNEO DI WIMBLEDON

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Disegno della prima edizione del torneo di Wimbledon, 1877 – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Non credo davvero di esser l’unico ad avere una sorta di debito di riconoscenza verso il maggiore gallese Walter Wingfield Clopton, a cui si deve, in un remotissimo 23 febbraio 1874, la pubblicazione di un libretto, “A Portable Court of Playing Tennis”, che detta le regole di una nuova disciplina sportiva, sorta sulle ceneri del jeu de paume. E’ ufficialmente il giorno in cui il tennis vede la luce nella sua versione, diciamo così, contemporanea, e non c’è bisogno di attendere molto perché i britannici, già depositari del primo torneo Major di golf, l’Open Championship che debuttò nel 1860, nonché della competizione calcistica più antica, l’FA Cup che manda in scena la sua prima edizione nel 1872, un anno dopo la disputa, il 27 marzo 1871, della prima sfida ufficiale di rugby, Inghilterra-Scozia, si prendano la paternità anche del torneo di tennis più famoso del pianeta. Wimbledon, signori miei, e che la leggenda abbia inizio.

Nel 1877, con l’intento di racimolare il denaro necessario alla riparazione di un “pony roller” (un rullo trainato da un cavallo) usato per il trattamento dei campi in erba dell’All England Croquet Club sorto nel 1868, che da quel momento diventa Crocket and Lawn Tennis Club, a Nursery Road, al largo di Worple Road, appunto nel quartiere di Wimbledon alla periferia sud-ovest di Londra, convergono 22 giocatori che hanno appreso l’arte del gioco della racchetta. Lo strumento di gioco, agli occhi di oggi, non può che apparire rudimentale, ma per quei giorni ha valenza storica, perché sono le prime racchette impugnate dai campioni che stanno per iscrivere il loro nome ad un’enciclopedia destinata all’immortalità. E se ci sono, inevitabilmente, delle varianti a quelle che sono le regole odierne, quali l’altezza della rete e dei pali che la sorreggono, e la distanza della linea di battuta dal net, si può davvero iniziare a giocare.

Per partecipare all’evento tennistico viene imposto ai tennisti, oltre che procurarsi loro stessi racchette e scarpe da gioco, di pagare una quota di iscrizione pari ad 1 ghinea (ovvero 21 scellini), e se il vincitore, quale premio, ne riceverà ben 12 con l’aggiunta di una coppa d’argento, messa in palio dalla rivista “The Field“, del valore di 25 ghinee, il profitto finale di 10 sterline è più che sufficiente perché il Crocket and Lawn Tennis Club possa garantirsi la riparazione del rullo. E visto che il torneo si risolve in un successo di pubblico inatteso, ecco che, a conti fatti, si può davvero pensare che per quella prima edizione del 1877 i soci del club di Wimbledon azzeccarono davvero il colpo.

Torniamo alla mera vicenda agonistica, ed allora è bene ricordare che i 22 iscritti al torneo, che converte i campi da crocket in campi da tennis, ovviamente, sono tutti di nazionalità britannica, e lo saranno fino all’edizione del 1884 quando tre americani, Richard Sears (poi costretto a dare forfait a tabellone compilato), James Dwight e Arthur Rives, saranno i primi stranieri ad esibirsi su quei prati prestigiosi. Alle 15:30 del 7 luglio il sorteggio elegge Henry Thomas Gillson quale primo giocatore della storia a venir estratto, contro Spencer Gore, geometra 27enne nato a Londra, e due giorni, dopo, lunedì 9 luglio, sempre alle 15:30, vengono scambiatele le prime palline, gentilmente offerte dalla ditta Jefferies & Co..

Proprio Gore, opposto a Gillson, in una prima giornata allietata da un sole che, lo sappiamo bene, non sempre sarà compagno dei giocatori a queste latitudini, debutta facilmente, 6-2 6-0 6-3, nel mentre, tra le altre dieci sfide di primo turno, Francis Nathaniel Langham si qualifica per il forfait all’ultimo minuto di Charles Buller, che era accompagnato da una buona reputazione di giocatore di cricket, Montague Hankey e Robert Dalby si danno battaglia per quattro set, Julian Marshall è il primo giocatore della storia di Wimbledon ad imporsi in cinque set, rimontando il capitano dell’esercito Grimston, e Frederick William Oliver, con un periodico 6-1 6-1 6-1, segna il punteggio più netto del primo turno.

Il giorno dopo, martedì 10 luglio, il tempo è ancora buono e si disputano le cinque sfide di secondo turno, con Gilbert Heathcote che usufruisce di un bye accedendo direttamente ai quarti di finale. Julian Marshall fatica ancora cinque set, stavolta contro lo stesso Oliver, che non ripete l’exploit di primo turno, Langham sventa i rischi del set decisivo battendo 6-5 al quarto John Baker, Robert Erskine, dopo aver vinto agevolmente i primi due set 6-2 6-1, approfitta del ritiro di John Lambert, William Marshall, architetto di Mayfair, non concede speranze a Bayly Akroyd, così come aveva fatto con Frederick Johnson, e Gore lascia un set ad Hankey, 6-4 4-6 6-2 6-1.

Al mercoledì, 11 luglio, si giocano tre partite di quarti di finali, slittate di qualche ora per le forti raffiche di vento che si abbattono su Wimbledon. E se Gore rinnova l’appuntamento con la vittoria in quattro set, 6-3 6-2 5-6 6-1, contro Langham, William Marshall perde con Erskine a sua volta il primo set del torneo, nel mentre l’altro Marshall, Julian, che pareva in gran spolvero, complice un infortunio al ginocchio contratto per una caduta di gioco, cede in tre set a Heathcote, 6-3 6-3 6-5, che rimane dunque l’unico giocatore ancora in corsa a non aver concesso set agli avversari.

Con tre giocatori ammessi alle semifinali, è ovvio che uno di loro avrà la fortuna di accedere direttamente alla finalissima per il primo posto, ed il sorteggio è benevolo con William Marshall, che al giovedì viene assecondato dalla dea bendata e può tranquillamente assistere da spettatore alla partita tra Gore ed Heathcote, che designerà il suo avversario all’ultimo atto del torneo.

E Gore non si lascia sfuggire l’occasione di acchiappare a sua volta un posto in finale, vincendo in tre set 6-2 7-5 6-2, altresì confidando nel fatto che l’ultima partita, quella che varrà la vittoria, si giocherà non prima di lunedì 16 luglio, in quanto, fatto divieto di giocare di domenica, non ci dovranno essere eventi concomitanti, venerdì e sabato, all’attesa sfida di cricket tra Eton e Harrow, programmata al Lord’s Cricket Ground di St.John’s Wood, nient’altro che lo stadio più antico del mondo, datato com’è 1814!

Gore, che è nato a West Side House, a meno di un miglio dai campi dell’All England Crocket and Lawn Tennis Club, e che da studente della Harrow School eccelleva nel calcio e nel cricket per poi garantirsi un curriculum di illustre giocatore proprio di cricket difendendo i colori del Surrey County Cricket Club, applica il serve-and-volley, in contrapposizione alla pressione da fondocampo praticata dal suo avversario. E se a Gore si possono, legittimamente, assegnare i diritti d’autore per questa tipologia di gioco che nel tempo si rivelerà particolarmente adatta all’erba, giova altresì ricordare che il gioco di volo era all’epoca ritenuta una forma antisportiva del tennis, tanto che la cosa verrà lungamente dibattuta sulle pagine di “The Field” nelle settimane successive al torneo.

Niente, tuttavia, impedisce a Gore, giovedì 19 luglio, perché tre giorni di pioggia incessante hanno obbligato lo slittamento della finale, ulteriormente ritardata di un’ora, al cospetto di 200 spettatori, di imporre il suo gioco d’attacco, a dispetto del manto erboso impregnato d’acqua e scivoloso. William Marshall, che non scende in campo addirittura da otto giorni, vince il sorteggio e sceglie di servire, ma il break d’entrata è solo il preludio di un primo set chiuso in soli 15 minuti, 6-1. Non c’è, in effetti, partita, vista la superiorità di Gore che, dopo un’altra breve interruzione perché la pioggia non concede tregua, fa suoi anche gli altri due parziali, 6-2 6-4 in soli 48 minuti complessivi che lo eleggono primo campione di Wimbledon. A William Marshall, qualche minuto dopo la conclusione della finale, rimane la parziale soddisfazione di giocare, e vincere, 6-4 6-4, un’ulteriore partita per il secondo posto contro Heathcote, sulla distanza breve dei due set su tre, a sua volta mettendosi in tasca 7 ghinee.

E se la meravigliosa leggenda dei Championships, in quel di Wimbledon, è solo all’inizio, quel che ha da venire poi sarà davvero un successo. Questo è poco ma sicuro. Con Mr Spencer Gore e Mr William Marshall ad avere indicato la strada da seguire. Altri campioni, poi, seguiranno quei pionieri con la racchetta…

MARIANA SIMIONESCU, LA TENNISTA CHE CONQUISTO’ IL CUORE DI BORG

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Borg e Simionescu in doppio misto – da gettyimaes.com

articolo di Nicola Pucci

Certo, Virginia Ruzici che vinse al Roland-Garros nel 1978 e, rimanendo in casa-Romania, Florenta Mihai che l’anno prima ancora, sempre in terra di Francia, fu finalista contro Mima Jausovec, erano ben altra cosa quando c’era da impugnare la racchetta. Per non parlare di Simona Halep, campionessa dell’oggi che vanta 2 titoli Slam a cui aggiungere lo status di numero 1 del mondo. Ma… ma volete mettere la soddisfazione di esser convolata a giuste nozze con Bjorn Borg, l’icona del tennis per antonomasia?

Mariana Simionescu, signori miei, che altri non fu, appunto, che la signora Borg, seppur quell’unione fu solo un sogno d’amore di breve durata, e che se brillò di luce riflessa, garantendosi notorietà e rotocalchi per gentile intercessione del famoso partner, nondimeno sapeva pure giocare a tennis.

Già, perché questa ragazza bionda, nata il 27 novembre 1956 a Targu Neamt, nella remota Moldova, se si è certamente data da fare con la racchetta in mano, il risultato più eclatante, e chi può negarlo?, lo ha colto fuori dal rettangolo di gioco.

Non che fosse una schiappa, la nostra Mariana, tutt’altro, ma se non vestì i panni della fuoriclasse, quello di buona giocatrice senza dubbio sì. Come certifica, ad esempio, il successo ottenuto, sull’amata terra battuta, a far data 1974, curiosamente negli stessi giorni in cui Borg vinceva il suo primo titolo Slam, nella prova juniores del Roland-Garros, battendo in finale, 6-3 6-2, quella Sue Barker che di lì a due anni avrebbe trionfato tra le “grandi“. E se in quel memorabile mese di giugno “l’orso scandinavo” diventa una stella di prima grandezza, proprio sulla Simionescu il tennis rumeno ripone le sue illusioni di competere ad altissimi livelli.

Mariana, che aveva iniziato al club Dynamo della sua città, è dunque una giocatrice non del tutto inattesa quando, giovanissima, si affaccia al professionismo. Intanto, a partire dal 1973, viene aggregata alla squadra rumena di Coppa Davis, affiancando proprio Virginia Ruzici e Judith Gohn, con le quali raggiunge la semifinale di Federation Cup nello stesso 1973, anno in cui debutta anche nei tornei dello Slam, perdendo al primo turno sia a Parigi (4-6 3-6 con la francese de Roubin) che a Wimbledon (4-6 2-6 con la qualificata canadese Vicki Berner), per poi migliorarsi l’anno successivo quando, oltre al titolo juniores al Roland-Garros, passa un turno in singolare sia in Francia che a Londra, facendo altrettanto agli Us Open.

E se nel 1975 non va oltre due precoci eliminazioni, guadagnando altresì la prima finale in carriera, a South Orange, dove perde con un netto 6-1 6-1 proprio con l’amica Ruzici con la quale fa coppia in doppio, tra i “Doherty Gatesconosce Borg, già il bocconcino più ambito dalle ragazze, facendo scoccare quella scintilla che, passando per un appuntamento nel giugno dell’anno dopo alla festa di compleanno di Lennart Bergelin, lo storico allenatore dello svedese, e per un segreto scambio di anelli nuziali, porterà nel 1980 al matrimonio.

Ne ha da passare di acqua sotto i ponti, prima di quell’evento da copertina, e nel frattempo la ragazza rumena, accompagnata dal padre Oprea, vola negli States dove chiede asilo politico, appellandosi al fatto che il Governo del suo paese, fatta eccezione per Ilie Nastase che è una sorta di eroe nazionale, rilascia con riluttanza autorizzazioni a gareggiare all’estero.

La Simionescu, che a maggio 1976 ha raggiunto la finale in doppio agli Internazionali d’Italia perdendo, assieme alla Ruzici, contro le sudafricane Boshoff/Kloss, cresce tennisticamente, come confermano gli ottavi di finali guadagnati a Wimbledon nel 1977 battendo in due set le tre americane Tolleson, Reynolds e Fox, prima di arrendersi, 9-7 6-3, a Virginia Wade che di lì a qualche giorno vincerà l’edizione del centenario dei Championships sotto gli occhi di Sua Maesta la regina Elisabetta II. E nel 1978, dopo aver vinto infine in doppio, a Fort Lauderdale, quando fa coppia con l’australiana Lesley Hunt, ecco ancora il terzo turno al Roland-Garros, esattamente come era stata capace di fare nel 1976 quando Sue Barker, poi vincitrice del torneo, si era presa la rivincita della sconfitta da juniores nel 1974, perdendo stavolta da Regina Marsikova, arrampicandosi al numero 36 della classifica mondiale che rappresenta il suo best-ranking in carriera.

Terminata l’esperienza americana, Mariana, ricevute le necessarie garanzie personali dal generale Nicolae Stan, presidente del club della Dynamo, torna in Romania. Fin quando, nel 1980, piazza due colpi da vera campionessa: il 26 ottobre, a Tokyio e su superficie in cemento, vince infatti l’unico torneo in singolare della sua carriera, battendo all’atto conclusivo l’australiana Nerida Gregory, 6-4 6-4, che non è certo una top-player, già potendo iscrivere all’albo d’oro il suo nome da ragazza, Simionescu, accompagnato da quello dell’illustre marito, Borg.

Già, perchè qualche mese prima, il 25 luglio 1980, in una Bucarest addobbata a festa e con il corollario di 4000 invitati, tra cui lo stesso Nicolae Stan, i due giovani virgulti della racchetta, poco meno che 24enni, hanno dato forma ufficiale ad un’unione che ormai andava avanti da tempo, coronando il loro sogno d’amore. Che non durerà a lungo, solo 4 anni, fin quando una modellina svedese di 17 anni si prenderà il cuore di Bjorn e romperà l’incantesimo. E Mariana, ormai appesa la racchetta al chiodo, tornerà ad essere solo la signora Simionescu. Vecchia fiamma di Borg.

SUE BARKER, L’INGLESE CHE DIVENTO’ REGINA DI FRANCIA

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Sue Barker in trionfo a Parigi – da thesun.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Senza dover scomodare Lottie Dodd, Charlotte Cooper e Dorothea Douglass Chambers, regine dell’Inghilterra ai primordi del tennis, tanto meno accordare ulteriore lustro ai successi di KittyMcKane, Margaret Scriven e Dorothy Round nel primo dopoguerra, tocca attendere qualche decennio di troppo prima che la “perfida Albionepossa tornare a sollevare il trofeo destinato alle vincitrici di un torneo Slam. Ci riescono Angela Mortimer al Roland-Garros nel 1955 e in Australia nel 1958 prima del successo a Wimbledon del 1961, e Shirley Bloomer e Christine Truman con altre due vittorie ravvicinate a Parigi, 1957 e 1959, prima che Ann Haydon Jones e Virginia Wade, a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, diventino clienti fisse degli appuntamenti Major, iscrivendo ben sei volte (tre a testa) il loro nome a quei prestigiosi albi d’oro.

Ma se in campo maschile tra l’era di Fred Perry e quella di Andy Murray, scozzese di nascita, ne deve passar davvero tanta di acqua sotto i ponti, il che equivale a qualcosa come 76 anni (da Wimbledon 1936 a US Open 2012), c’è una terza incomoda che nell’era Open del tennis, ben prima dei colleghi in pantaloncini, obbliga gli amplificatori a far risuonare le note del “God save the Queen” nel bel mezzo di un grande impianto del tennis. E se curiosamente ciò avviene in casa dei rivali per antonomasia, i francesi che assiepano le tribune del Roland-Garros, e sulla superficie meno congeniale alle loro proverbiali attitudini, la terra battuta, il nome risponde a quello di Sue Barker, anno del Signore 1976.

La Barker nasce a Paignton, piccolo centro della Tor Bay nel Devon, il 19 aprile 1956, e se da adolescente studia in convento, a 10 anni ha la fortuna di venir scelta, lei assieme ad un altra studentessa, per seguire alcune lezioni di quel Arthur Roberts che altri non è che l’allenatore che ha portato Angela Mortimer a conquistare tre titoli dello Slam. E che Sue abbia doti innate è evidente, seppur sul suo dritto non certo ortodosso si concentrino le attenzione non solo dello stesso Roberts, che lo ritiene “estremamente potente” e continua ad allenarla anche dopo le prime lezioni di prova al prezzo simbolico di 1 sterlina a sessione, ma anche degli allenatori della Lawn Tennis Association, che consigliano alla ragazza di modificare il modo di giocarlo. La risposta di Roberts, tipo che davvero non la manda a dire, non si fa certo attendere, ed il coach, che sarà sempre il mentore della Barker, si dimetta in segno di protesta dal ruolo di allenatore della Lawn Tennis Association.

Questo accadeva all’età di 13 anni, qualche anno ancora e la Barker, a cui Roberts ha regalato per i suoi primi tornei in giro per l’Europa un biglietto “di sola andata“, con l’obbligo di garantirsi il ritorno in patria solo ottenendo risultati congrui, a 16 anni, già numero 21 del mondo, decide di operare il gran salto, volando di là dall’Atantico per sottoscrivere un contratto con la IMG (International Management Group) di Mark McCormack, alloggiando e perfezionando il suo tennis al John Wayne Tennis Club di Newport Beach, in California, dove trova Rod Laver appena ritirato dall’attività. E se il fuoriclasse australiano è l’eroe di sempre di Sue Barker, ora, grazie al cielo, con quella leggenda della racchetta la ragazza britannica, non ancora maggiorenne, può scambiare qualche palla, traendone enorme beneficio.

L’apprendistato è graduale e i miglioramenti certificati da una prima vittoria nel circuito, a Surbiton nel maggio 1974, quando sull’erba batte la connazionale Sue Mappin, 6-2 7-5, a cui ne faranno seguito altre 14 (sei sul verde, cinque su terra battuta e quattro sul cemento). Ed è proprio sulla superficie più lenta, a dispetto delle doti, che la Barker inizia a far parlare di sé quale giocatrice di prima fascia, vincendo in rapida successione due volte a Baastad (1974 e 1975), Kitzbuhel (sempre 1975) ed Amburgo (1976, battendo in finale la cecoslovacca Renata Tomanova, 6-3 6-1), la settimana prima di presentarsi all’appello di quella che sarà la grande impresa della sua carriera. Ovvero, l’edizione 1976 del Roland-Garros.

Prima di raccontare quella cavalcata trionfale, giova ricordare che la Barker, dopo l’esordio Slam a Wimbledon nel 1973 quando batte la mancina indonesiana Lita Sugiarto, 6-0 6-4, seguendo alla lettera i consigli di Roberts che, non sapendo la Barker che la rivale è ambidestra, le dice di giocarle sul rovescio, per poi perdere al turno successivo con Lindsay Blachford, raggiunge il terzo turno agli Australian Open del 1974, esattamente laddove nel 1975 si arrampica addirittura in semifinale, liquidando strada facendo Dianne Fromholtz ed Olga Morozova, numero 2 del tabellone, prima di arrendersi alla futura vincitrice Evonne Goolagong, 6-2 6-4. E se la russa si prende la rivincita a Parigi, dove nel 1974 la Barker, gareggiando nella prova junores, aveva raggiunto la finale perdendo poi da Mariana Simionescu, futura moglie di Bjorn Borg, infliggendole al terzo turno una sconfitta severa, 6-1 6-0, e a Wimbledon Betty Stove la ferma in tre set, ecco che nel 1976, dopo una precoce eliminazione al secondo turno in Australia, l’inglese è pronta a far saltare il banco a Parigi.

Ad onor del vero, l’edizione numero 75 dello Slam francese ha un volto decisamente ridimensionato rispetto all’anno precedente, tanto che la stessa Barker è accreditata della testa di serie numero 1. Manca Chris Evert, detentrice del titolo, che ha aderito al World Team Tennis, circuito parallelo creato da Billy Jean-King in contrapposizione alla WTA, così come è assente Martina Navratilova, la finalista dell’ultima edizione, che dirotta energie ed ambizioni su Wimbledon. E se disertano anche la Goolangong, che dal 1973 non si fa più vedere dalle parti del Bois de Boulogne, e la stessa Morozova, finalista nel 1974 e semifinalista nel 1975 ma ormai agli ultimi scampoli di carriera, ecco che la Barker si trova a dover vestire i panni della favorita, capeggiando un tabellone che ha nella tedesca Helga Masthoff, finalista nel 1970 sconfitta da Margaret Court, nell’americana Marita Redondo, che ha solo 20 anni, e nella jugoslava Mima Jausovec, altra promettente 20enne ma che qui vincerà, sì, ma nel 1977 e sarà finalista nel 1978 e nel 1983, le altre pretendenti alla vittoria finale.

Ed in effetti la Barker tiene fede al suo status di prima testa di serie, liquidando in due set l’australiana Gregory, 6-3 6-3, e la spagnola Perea, 7-5 7-6, prima di cedere un set alla stessa Simionescu, 7-5 2-6 6-1, riscattando nondimeno la sconfitta di due anni prima tra le juniores, e vedersela davvero brutta ai quarti di finale contro la cecoslovacca Regina Marsikova, sconfitta dopo una battaglia serrata, 6-4 2-6 8-6. In semifinale la Barker, 6-3 1-6 6-2, viene a capo del bel tennis d’attacco di Virginia Ruzici, un’altra che vincerà da queste parti nel 1978 e che in precedenza ha fatto fuori la Redondo, mostrando, caso mai ce ne fosse bisogno, che quando il gioco si fa duro, ha temperamento e grinta sufficienti per far volgere la partita a sua favore.

Guadagnata la finale, la Barker attende che le si presenti l’ultimo ostacolo verso la conquista del titolo. Che non è la Masthoff, uscita nettamente sconfitta, 6-2 6-4, dalla sfida ai quarti di finale con la cecoslovacca Renata Tomanova, e neppure la Jausovec, incappata al secondo turno in Kathy Kuykendall che la batte in rimonta. Ed allora, esattamente come due settimane prima ad Amburgo, è proprio la Tomanova la sfidante che, passando per la vittoria sofferta in semifinale, 7-5 7-6, contro un’altra rumena ancora, Floranta Mihai, trova posto all’atto decisivo, con la non certo celata, e pure legittima, ambizione di prendersi la rivincita della sconfitta in terra di Germania.

Per la Barker, che ha poco più di 20 anni, così come per la Tomanova, che ha due anni in più e magari anche l’esperienza di una finale Slam già giocata, seppur perduta contro la Goolagong in Australia ad inizio stagione, è l’occasione di una vita tennistica, anche se il futuro per entrambe si annunci roseo, ed il 31 maggio il Court Central ha occhi solo per queste due ragazze che cercano la prima vittoria in un torneo Slam. La Barker, come confesserà poi, “ho giocato malissimo in allenamento, la mattina, non tenendo una palla in campo”, è terrorizzata per l’evento che l’attende nel pomeriggio, ma una volta in partita fa valere il suo bel tennis potente, incamerando 6-2 il primo set. Sembra l’ideale trampolino di lancio per una veloce replica della vittoria di Amburgo, ma nel secondo parziale la Tomanova riesce ad applicare alla perfezione tutto quel che aveva giurato a se stessa di fare, ovvero impedire alla Barker di imprimere il suo segno al gioco, attaccando senza remore ed imponendosi con un eloquente 6-0. Ma è qui, ancora una volta, che l’inglese tira fuori gli artigli, nel mentre la cecoslovacca cede. La Barker prende nuovamente le redini dell’incontro in mano, non sbaglia un colpo da fondocampo ed infine, ancora 6-2, va a prendersi quella vittoria che le concede di salire sul trono di Francia. Esattamente laddove, anni addietro, altre regine britanniche si erano comodamente sedute.

Ed allora, Sue Barker, è o non è degna erede delle grandi d’Inghilterra?

AGLI OPEN USA 1963 L’UNICO TRIONFO SLAM DEL MESSICO CON RAFAEL OSUNA

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Rafael Osuna in azione – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

A sfogliare gli albi d’oro ultracentenari dei tornei dello Slam, non è che si trovi gran traccia di tennis sudamericano. Sì, certo, ci sono gli argentini, Vilas tra questi che trionfò in Australia, a New York e a Parigi, e i brasiliani, Guga Kuerten in testa tre volte re al Roland-Garros, aggiungete pure un peruviano, Alex Olmendo che prese è vero cittadinanza americana per imporsi nel 1959 a Wimbledon e a Melbourne ma era nato ad Arequipa, ed un ecuadoriano, Andres Gomez che nel 1990 in Francia beffò Agassi. Ma un messicano, davvero, è proprio un’eccezione, seppur quello strappo alla regola si chiami Rafael Osuna che nel 1963 venne decretato quale miglior giocatore del pianeta. Tra gli amatori, sia chiaro, perché i tennisti più forti, ormai da qualche anno, avevano scelto di andare a batter cassa tra i professionisti.

Osuna nasce a Città del Messico il 15 settembre 1938, ed è ovviamente qui che inizia a farsi rispettare dai colleghi con la racchetta, raggiungendo, lui che è un universitario dotato di classe naturale, veloce e tatticamente astuto, armato di un eccellente tocco e di un invidiabile rovescio ad una mano, gli ottavi di finale nel torneo di casa nel 1957, per poi l’anno dopo cogliere un primo titolo a St.Moritz battendo in finale il connazionale Tony Palafox, di due anni più anziano, che qualche decennio dopo verrà ricordato per aver allenato un certo John McEnroe.

E nel mentre le ragazze in gonnella iniziano ad affacciarsi tra le prime della classe, come Rosie Reyes che nello stesso 1959 è semifinalista al Roland-Garros, exploit migliorato nei due anni successivi da Yola Ramirez che proprio a Parigi si arrampica addirittura in finale perdendo da Darlene Hard e da Ann Haydon Jones, ecco che Rafael a sua volta inizia a scalare le graduatorie di merito, soprattutto in doppio, se è vero che associato all’americano Dennis Ralston nel 1960 si impone a Wimbledon, senza che i due siano compresi tra le teste di serie, superando la coppia formata dagli inglesi Mike Davies e Bobby Wilson.

I successi in doppio vanno di pari passo con i progressi in singolare, tanto che Osuna, allenato curiosamente da quel George Toley che prima di lui ha svezzato lo stesso Olmedo e che negli anni Settanta si occuperà di un altro grande tennista messicano, Raul Ramirez, proprio nel 1960 comincia a frequentare i tornei dello Slam, raggiungendo il terzo turno sia a Wimbledon, dove a fermarlo in quattro set è il danese Jorgen Ulrich, che agli US Open, sconfitto in tre set da Barry Mackay. Ed è proprio l’evento newyorchese che ben presto diventa il territorio di caccia preferito dal messicano, che dal 1961, e per altri sei anni ancora, è su quei prati protagonista tra i più applauditi. Così come è protagonista in Coppa Davis, regalando al suo paese nel 1962 l’unica finale della sua storia, infine persa, come nella logica delle cose, a Brisbane, 5-0 contro l’Australia di Laver, Emerson e Fraser. Osuna, deluso dall’esito di quell’ultimo match, avrà modo di commentare: “prima di chiudere la carriera voglio battere l’Australia almeno una volta“. Purtroppo, come vedremo, succederà davvero.

Nel frattempo Osuna si è associato, e poteva essere altrimenti?, allo stesso Palafox, arrampicandosi per ben tre anni consecutivi in finale a Forest Hills, dal 1961 al 1963, fronteggiando in ogni occasione la coppia composta dall’ex-compagno Ralston e Chuck McKinley, vincendo la sfida del 1962 dopo una battaglia serrata risolta 6-3 al quinto set e perdendo le altre due, a cui aggiungere anche la vittoria nel 1963 a Wimbledon contro i francesi Jean-Claude Barclay e Pierre Darmon, 4-6 6-2 6-2 6-2.

L’erba in effetti si sposa perfettamente con il gioco di Osuna, che se a Parigi non andrà mai oltre gli ottavi di finali raggiunti nel 1964, e a Wimbledon vedrà le sue illusioni di vittoria infrangersi per tre volte a livello di quarti di finali, ecco che sui prati newyorchesi nel 1961 inizia una serie di quattro semifinali che lo vedranno, volta volta, fermarsi contro Roy Emerson (3-6 2-6 6-3 7-5 7-9), Rod Laver nel 1962 (1-6 3-6 4-6), Fred Stolle nel 1964 (3-6 6-8 3-6) ed Cliff Drysdale nel 1965 (3-6 6-4 4-6 1-6). Nel mezzo…

… nel mezzo, anno del Signore 1963, Rafael Osuna pennella le due migliori settimane della sua vita agonistica, e va a prendersi quel titolo come prima e dopo di lui nessun messicano o messicana sarà in grado di fare.

Ad onor del vero Osuna, che a Wimbledon si è arreso al terzo turno non prima aver fatto soffrire, e non poco, il grande Manuel Santana, dominandolo nei primi due set, 6-2 6-0, per poi arrendersi in cinque set alla rimonta dell’iberico, 1-6 3-6 4-6, si presenta all’US Open non certo nei panni del favorito alla vittoria finale. Quelli spettano, di diritto, a Roy Emerson, che l’anno precedente si è arreso in finale a Rod Laver, sedotto poi dalle sirene del professionismo, accreditato della testa di serie numero 2 e già vincitore nel 1961, e a Chuck McKinley, appunto trionfatore a Wimbledon, a sua volta numero 1 del seeding. Dennis Ralston è il numero 3, nel mentre Osuna si merita lo status di quarto favorito di un torneo che non manca proprio di riservare non poche sorprese.

Emerson infatti, dopo tre turni iniziali senza troppi patemi, incoccia nel bombardiere americano Frank Froehling, già tra i migliori otto a Wimbledon, che dopo aver demolito al turno precedente Palafox con un secco 6-4 6-1 6-4, surclassa a suon di servizi vincenti il campione australiano, incapace di trovare le opportune contromisure. Finisce 6-4 4-6 9-7 6-2, e se il successo libera la parte inferiore del tabellone, nel quale si infila anche il sorprendente brasiliano Ronald Barnes che ai quarti di finale fa fuori Ralston in tre set, 6-4 7-5 6-3, ecco che la fetta superiore è fedele alle attese, con McKinley puntuale in semifinale seppur dopo aver dovuto rimontare due set all’esordio contro l’ecuadoriano Eduardo Zuleta ed esser sopravvissuto ai quarti di finale ad un altro brasiliano, Thomaz Koch, infine sconfitto in cinque set, 6-4 4-6 4-6 8-6 6-4.

Osuna, dal canto suo, dopo due primi turni senza troppe difficoltà contro il francese Jean-Loup Rouyer e l’americano Jim Beste, entrambi sconfitti in tre set, lascia per strada un set ad un giovane e promettentissimo Tony Roche, per poi sudare a sua volta le proverbiali sette camicie contro Pierre Darmon, che lo impegna in cinque set, 6-4 6-2 4-6 3-6 6-2. Ai quarti di finale il messicano parte col piede sbagliato contro Marty Riessen, 3-6, per poi far valere il suo bel tennis classico ed imporsi infine nelle tre manches successive, 9-7 6-3 6-3.

L’atteso McKinley-Osuna e un inedito Froehling-Barnes (che non sono accreditati dello status di teste di serie) sono dunque le due semifinali, e se il killer di Emerson domina il carioca 6-3 6-1 6-4, il messicano regala la miglior prestazione del torneo surclassando il re di Wimbledon, sempre in tre set, 6-4 6-4 10-8, guadagnando la prima, sarà anche l’unica, finale Slam della sua carriera.

Posti entrambi difronte alla grande occasione della vita, infine a prevalere è la maggior classe di Osuna, che ha pure una maggior abitudine ai grandi appuntamenti avendo già giocato cinque finali Slam di doppio. Il messicano ha nella risposta di rovescio l’antidoto alle botte di servizio del rivale, rimanendosene ben dietro la linea di fondocampo, il che, tatticamente, gli consente di opporsi con pallonetti che mandano sovente in confusione Froehling, sorprendendolo anche con improvvisi attacchi in controtempo. E così, dopo un primo set equilibrato risolto 7-5, Osuna si impadronisce delle redini del match non lasciando opportunità alcuna all’avversario, non solo incapace di ottimizzare i suoi turni di battuta, ma pure in grossa difficoltà nel contenere il gioco d’attacco del messicano. Finisce 7-5 6-4 6-2, e per Rafael è il giorno di gloria che gli vale, a fine anno, la nomina a numero 1 del mondo.

Non avrà modo di ripetersi, Osuna, negli anni a seguire, perché il destino, ancor più degli avversari (appunto Stolle e Drysdale nel 1964 e nel 1965 in semifinale, ma anche Ralston al terzo turno nel 1966 e Davidson nel 1967), gli sbarrerà la strada. Tragicamente, il 4 giugno 1969, quando non ancora 30enne perderà la vita in un incidente aereo, a bordo di un Boeing 727 della Mexican Airways che da Città del Messico volava verso Monterrey. Solo pochi giorni Osuna prima aveva realizzato il suo sogno: aveva dato al Messico tre punti e regalato il 3-2 sull’Australia in Coppa Davis, riscattando l’amara finale del 1962. Come dire, se doveva finire prima, almeno la sua avventura terrena si è conclusa da vincente

AGLI OPEN D’AUSTRALIA 1988 MATS WILANDER APRE L’ERA MODERNA DI FLINDERS PARK

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La stretta di mano finale tra Cash e Wilander – da tennis. it

articolo di Nicola Pucci

Dopo gli oscuri anni Settanta che agli Open d’Australia avevano celebrato la vittoria di giocatori di seconda terza e fascia quali Mark Edmondson, che vinse il torneo nel 1976 addirittura da numero 212 del mondo, Brian Teacher che si impose nel 1980, e Johan Kriek, che fece doppietta nel 1981 e nel 1982, ed i successi di Mats Wilander nel biennio successivo e quelli di Stefan Edberg nel 1985 e nel 1987, anno in cui l’evento aprì la stagione del tennis a gennaio, che ridiedero un minimo di lustro al torneo, ecco che la Federazione Internazione, infine, impone alla Lawn Tennis Association of Australia di spostare la sede dall’impianto di Kooyong, ormai inadeguato, al ben più adatto Flinders Park, sempre in quel di Melbourne. E con il cambiamento di superficie, dall’erba al rebound ace, nel 1988 si apre l’era moderna del quarto Slam in ordine di importanza.

Per la prima edizione del “new deal” del tennis australiano, confluiscono finalmentente buona parte dei migliori giocatori del mondo, se è vero che dall’11 al 24 gennaio Ivan Lendl, Mats Wilander, Stefan Edberg, ovvero i primi tre giocatori del ranking, e il beniamino di casa Pat Cash, fresco di vittoria a Wimbledon e numero 7 del mondo, sono iscritti al torneo, al pari di Yannick Noah, numero 8 accreditato della quinta testa di serie. E considerando il curriculum dei più autorevoli pretendenti alla vittoria finale, il passaggio da prati al cemento, almeno sulla carta, dovrebbe favorire l’ideale contrapposizione tra chi ama giocare da dietro e chi invece ha predisposizione al gioco d’attacco.

Lendl, indiscusso re del tennis che nel 1987 ha domato la terra rossa del Roland-Garros così come i tappeti rapidi dell’Us Open, imponendosi in entrambi i casi per la terza volta, dovendo invece ancora rinunciare, e sarà costretto a farlo per sempre, al sogno-Wimbledon, e Wilander, che in Australia, seppur su erba, ha già colto due vittorie, sono i due maestri del gioco di pressione da fondocampo, più poderoso il cecoslovacco, più stratega e atto alle maratone lo scandinavo. Alla loro granitica regolarità dovranno provare ad opporsi, appunto, i migliori interpreti del gioco d’attacco, tra cui Edberg, che ha vinto le due ultime edizioni sciorinando tutta l’eleganza raffinata e l’efficacia del suo repertorio serve-and-volley, Cash, che tanto vorrebbe dare un seguito all’exploit londinese e pure vendicare l’amara sconfitta in finale del 1987 a Kooyong, e lo stesso Noah, a cui, davvero, farebbe immenso piacere dimostrare che la vittoria al Roland-Garros del 1983 non è stata solo la punta dell’iceberg di una carriera a cui manca un altro grande risultato in un torneo dello Slam. Il geniale braccio mancino del moschettiere di Francia Henri Leconte potrebbe rappresentare l’alternativa più valida ai candidati alla vittoria finale, nel mentre la costanza di rendimento di Anders Jarryd e la potenza al servizio di “Bobo” Zivojinovic, che vanno a completare il quadro delle prime otto teste di serie, sembrano dover ricoprire non molto di più che le vesti di mine vaganti del torneo.

In effetti i primi due turni non producono grandi sorprese, se è vero che i quattro primi giocatori del seeding, appunto Lendl, Edberg, Wilander e Cash, fanno un sul boccone dei rivali proposti dal tabellone. Chi invece vede le streghe è Yannick Noah, che si salva al debutto rimontando due set a Roger Smith, bombardiere delle Bahamas che lo obbliga a battagliare fino al risolutivo 16-14 del quinto set (!!!), per poi lasciare un set all’azzurro Massimiliano Narducci prima di averne ragione con una facile vittoria in quattro set. E se Hlasek (numero 9), Mansdorf (numero 10), Annacone (numero 13) ed Evernden (numero 15) non sono fedeli al loro rango cedendo il passo già al primo turno, così come Lundgren (numero 11) viene preso a pallata da John Frawley al secondo incontro, sono proprio Leconte e Zivojinovic i primi favoriti a lasciarci le penne, al terzo turno, l’uno sconfitto dal gioco senza picchi di fantasia ma estremamente redditizio di Todd Witsken, 6-4 6-3 6-4, l’altro costretto a cedere il passo, in una giornata di caldo torrido, che non è proprio una novità nell’infuocata estate australe, alla maggior freschezza alla distanza del tedesco Steeb, 6-4 7-5 2-6 1-6 6-3.

Lendl, Edberg, Wilander e Cash, nel frattempo proseguono spediti la loro marcia, guadagnando il quarto turno che costa caro, invece, a Noah, apparso non al massimo della forma, che gioca male i punti importanti lasciando via libera nei due decisivi tie-break del secondo e quarto set all’olandese Michiel Schapers, già killer al turno precedente del sudafricano Christo Van Rensburg (numero 12).

Gli ottavi sono, appunto, il primo probante banco di prova per i favoriti alla vittoria finale, visto l’incrocio proposto dal tabellone con le seconde otto teste di serie, od almeno quelle rimaste in gara. E se Lendl denuncia qualche imbarazzo con l’australiano Wally Masur (numero 16), infine eliminato col punteggio di 7-5 6-4 6-4, Cash, che assieme al cecoslovacco presidia la parte alta del tabellone, dispone con irrisoria facilità dello svedese Jonas Svensson, 6-1 6-4 6-1, mentre Wilander ed Edberg, collocati nella zona sotto, a loro volta non hanno difficoltà alcuna a sbarazzarsi rispettivamente del tedesco Christian Saceanu, 6-2 6-4 6-3, e della wild-card locale Jason Stoltenberg, 6-3 6-3 6-4, campione del mondo juniores e vincitore nel 1987 della gara riservata agli under 18.

Ai quarti di finale i quattro favoriti sono presenti all’appello, e se Lendl, Cash ed Edberg, liberati dall’ingombro delle teste di serie prospettate dal seeding, avanzano in blocco alle semifinali senza troppi patemi, con il solo svedese a cedere un set al russo Andrej Chesnokov, Wilander trova di là dal net il connazionale Jarryd, imponendosi infine in tre set, 7-6 6-2 6-3, facendo prevalere le sue capacità nel colpire il passante alle reiterate sortite a rete dell’avversario.

I quattro attesi protagonisti della vigilia sono dunque puntuali all’appuntamento con le semifinali, che ripropongono la sfida della finale di Wimbledon, ovvero Lendl che cerca la rivincita con Cash, e il derby scandinavo tra i due vincitori delle ultime quattro edizioni degli Australian Open, Wilander che vuol tornare a sollevare la coppa previa vittoria contro Edberg. E le due sfide non deludono l’appassionato seppur accaldato e composto pubblico che gremisce le tribune del nuovissimo impianto di Flinders Park, con Lendl che ancora una volta deve arrendersi al meraviglioso ed incessante serve-and-volley di Cash che si impone in cinque set, 6-4 2-6 6-2 4-6 6-2, e Wilander, altrettanto al quinto set, 6-0 6-7 6-3 3-6 6-1, che ha la meglio del gioco d’attacco di Edberg, arrampicandosi in finale per quello che sarà solo il primo episodio della sua stagione più bella in carriera.

L’atto decisivo della prima volta di Flinders Park è appassionante, ma segnato da profonde contraddizioni. Nel primo set Wilander non sbaglia un colpo mentre Cash, sopraffatto dall’ansia, non è pari al suo talento. 6-3 per lo svedese, che nel secondo parziale allunga ancora sul 3-0 e pare avviarsi ad una rapida risoluzione. Qui, però, il fato ci mette del suo, sotto forma di un acquazzone che obbliga alla sospensione del match. Pat, negli spogliatoi, ha modo di riordinare le idee confuse, ed al rientro la sfida prende davvero tutta un’altra piega. L’australiano rimonta, 4-4, per poi imporsi al tie-break con un netto 7-3 e, sull’onda lunga di un ritrovato entusiasmo e complice un Wilander, ora sì, in difficoltà nel gioco di rimessa, far suo anche il terzo set, 6-3.

E’ destino, tuttavia, che in questa finale se uno dei due contendenti è al massimo dell’ispirazione, l’altro debba invece conoscere un momento di appannamento, e nel quarto set, quando sembrava ormai padrone del match, tocca a Cash eclissarsi ed incassare un severo 6-1 che rimanda la risoluzione definitiva al quinto set. E qui, infine, la contesa si accende, con i due campioni a dare il meglio di loro stessi. Wilander strappa d’entrata il servizio a Cash, che prontamente rinviene sul 2-2, e da quel momento, ora l’uno, ora l’altro, difendono la propria battuta, regalando sprazzi di gran tennis. Lo svedese sul 4-5 si trova a due punti dalla sconfitta ma riesce a salvarsi, e quando, sul 6-6, è lui ad operare l’allungo, approfittando di un doppio fallo iniziale dell’australiano e di una voleè appena lunga proprio sulla palla-break, ecco che la partita volge dalla parte delle svedese. La mano di Wilander non trema, ed infine, 8-6 al quinto set, Mats, con un ultimo smash, va a prendersi il terzo scettro di re d’Australia, il primo dell’era di Flinders Park.

Qualche mese dopo, passando per un terzo trionfo al Roland-Garros e battendo Lendl in finale agli Us Open, Wilander sarà anche il nuovo numero 1 del mondo. Memorabile stagione per Mats, quella del 1988, vero? Peccato che sarà anche il preludio di un rapido ed inatteso declino.

 

LOUISE BROUGH, L’AMERICANA CHE FU QUATTRO VOLTE REGINA D’INGHILTERRA

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Louise Brough in azione a Wimbledon – da tennis.it

articolo di Nicola Pucci

L’ultimo ricordo che ho di Louise Brough data luglio 1997, il giorno in cui Wimbledon inaugurò il nuovo campo numero 1 celebrando i campioni capaci di vincere su quei prati prestigiosi almeno tre volte, e tra questi, con passo incerto vista l’età che avanzava inesorabile, c’era proprio lei, che si meritò un calorosissimo applauso da un pubblico che non l’aveva certo dimenticata.

Già, perché quell’attempata vecchietta che riscosse il doveroso omaggio altri non è stata che una delle regine d’Inghilterra più coronate della storia, con ben tredici titoli all’All England Lawn Tennis and Croquet Club, quasi equamente distribuiti tra singolare (quattro), doppio (cinque) e doppio misto (ancora quattro). E questo in un lasso di tempo ridotto, dal 1946 quando il torneo riprese il suo cammino dopo il secondo conflitto bellico, al 1955 quando la ragazza statunitense si impose per l’ultima volta, proprio nella gara individuale.

La Brough nasce a Oklahoma City l’11 marzo 1923, e se a quattro anni si trasferisce con la famiglia a Beverly Hills dove apprende l’arte della racchetta ai campi pubblici del Roxbury Park, ha già il talento sufficiente per imporsi, nel 1940 e nel 1941, ai Campionati Americani juniores.

E’ solo l’anticamera di una carriera da professionista che sarà memorabile, tanto è vero che già nel 1942 fa la sua prima apparizione in una finale Slam da singolarista, all’US Open, dove a batterla, 4-6 6-1 6-4, è Pauline Betz, giocatrice in grado di sconfiggerla in ben 3 finali, appunto all’US Open 1942, l’anno dopo ancora sugli stessi campi di Forest Hills, e a Wimbledon nel 1946, prima di vincere, nel 1947, proprio gli US Open in singolare. Quello contro Margaret Osborne Dupont, 8-6 4-6 6-1, è solo il primo dei sei titoli nei tornei Major portati a casa dalla Brough, ma in singolare la superficie prediletta di Louise è però senza dubbio un’altra: l’erba londinese, che perfettamente si sposa con il suo repertorio, che si affida ad un servizio in top-spin di difficile lettura per le avversarie ed un gioco di rete di rara efficacia.

E se la terra rossa del Roland-Garros le rimane indigesta, non andando oltre tre semifinali nel 1946, nel 1947 e nel 1950, fermata rispettivamente dalla Osborne Dupont e per due volte da Doris Hart, e all’Open d’Australia, sempre nel 1950, si prende in finale la rivincita sulla Hart, 6-4 3-6 6-4, trionfando nell’unica occasione in cui si concede la trasferta oceanica, ecco che a Wimbledon Louise va a prendersi quelle vittorie che la eleggono tra le tenniste più forti di sempre, con il contributo sostanzioso anche dei 28 titoli Slam messi in saccoccia con la partner (20, di cui ben 12 agli US Open) o il partner di turno (altri 8).

Il Centre Court più famoso del mondo, dunque, accoglie una prima volta la Brough in finale nel 1946, quando appunto Louise è costretta a cedere il passo alla Betz, 6-2 6-4, per poi l’anno dopo fermarsi in semifinale con la Hart, vincitrice in rimonta dopo una battaglia serrata, 2-6 8-6 6-4. E se nel frattempo con la Osborne Dupont, sua abituale compagna di doppio, si impone nel 1946 contro la coppia Betz/Hart e perde la finale del 1947 contro Hart/Todd, per il 1948 la Brough ha in serbo la tripletta personale. Già, perché dopo le vittorie nel misto dei due anni precedenti associata a Tom Brown e John Bromwich, per l’edizione in corso non lascia proprio niente a chi cerca di contrastarne il dominio.

In singolare la Brough, accreditata della seconda testa di serie e sfidante più autorevole della detentrice del titolo, Osborne Dupont stessa, lascia per strada un set al terzo turno contro Mary Prentiss, per poi, dopo aver approfittato del ritiro di Shirley Fry sul 3-1 del primo set ai quarti di finale, superare in semifinale Patricia Todd, 6-3 7-5, nel mentre Doris Hart, nella parte alta del tabellone, nega in tre set alla Osborne Dupont la possibilità di concedere il bis, agguantando lei l’ultimo atto contro la Brough. Che stavolta è ben decisa a prendersi la rivincita della sconfitta sofferta dodici mesi prima, e che, dopo un primo set dominato con un incessante serve-and-volley che la rivale non riesce proprio a contenere, nel secondo parziale gioca con attenzione i punti importanti per infine imporsi 8-6, coronando il suo sogno di salire infine sul trono d’Inghilterra. Come puntualmente avviene anche in doppio, quando nel replay della finale del 1947, in coppia con la Osborne Dupont, infligge un inequivocabile 6-1 6-1 ad Hart/Todd, riscattando la bruciante debacle dell’anno precedente. Con Bromwich, poi, completa il tris, battendo Sedgman/Hart in tre set, 6-2 3-6 6-3, nella finale di doppio misto, confermando il titolo già fatto suo nel 1946 e nel 1947.

Wimbledon è indubbiamente il giardino preferito dalla Brough, che tra il 1946 e il 1955 competerà in ben 21 delle 30 finali disputate su quei prati, e nel 1949 si presenta all’appello con il non certo inconfessato desiderio di confermarsi regina. Ed in effetti il cammino di Louise è convincente, concedendo alle avversarie solo 14 giochi in cinque partite. E se la Todd, esattamente come l’anno prima, esce con le ossa rotte dalla sfida di semifinale, 6-3 6-0, in finale la Brough trova di là dal net l’amica di tante battaglie condotte insieme in doppio, proprio la Osborne Dupont, che ha avuto vita ancor più facile non incontrando nessuna testa di serie nella lunga strada che portava al match per il titolo. All’ultimo atto Brough e Dupont si affrontano conoscendo l’una perfettamente pregi e difetti dell’altra, ed infine Louise, perso il secondo set con un netto 6-1 dopo aver sofferto per incamerare, 10-8, il primo parziale, ancora una volta trova lo spunto risolutivo per trionfare, nuovamente 10-8 al terzo set. Bissando il titolo in singolare, a cui aggiungere, proprio con la Osborne Dupont, l’ennesimo successo in coppia, nel mentre le sfugge il poker consecutivo in doppio misto, sconfitta con Bromwich dalla coppia sudafricana formata da Eric Sturgess e Sheila Summers.

Con l’aggiunta di un quarto titolo Slam colto ad inizio 1950 in Australia, quando è tempo di varcare nuovamente i Doherty Gates la Brough punta l’obiettivo su un terzo titolo consecutivo in singolare, impresa in passato riuscita a Lottie Dodd tra il 1891 e il 1893, alla leggendaria Suzanne Lenglen che addirittura fece cinquina di fila tra il 1919 e il 1923, ed Helen Wills, poi sposata Moody, che tra il 1927 e il 1930 calò il poker. Osborne Dupont e Hart, al solito, sono le avversarie più agguerrite e temibile, e se la compagna di doppio, testa di serie numero 2 del tabellone, ha da temere solo la Todd in semifinale, 8-6 4-6 8-6 soffertissimo, la Brough ai quarti rimonta un set a Shirley Fry, 2-6 6-3 6-0, per domare la stessa Hart in semifinale, 6-4 6-3, arrampicandosi alla sfida, attesa, con la Osborne Dupont. Ed ancora una volta, come l’anno prima, il match si risolve a favore della campionessa in carica, che parte di slancio, 6-1, cede al ritorno dell’amica/rivale, 6-3, per poi dominare al set decisivo, chiuso 6-1. Ed il tris servito.

Stella ormai acclamatissima di prima grandezza, e il tennis le ne renderà merito introducendola nella Hall of Fame nel 1967, la Brough nel triennio successivo, tuttavia, perde lo status di regina d’Inghilterra, inciampando in semifinale nel 1951 contro la stessa Shirly Fry, che la batte nettamante, 6-4 6-2, per poi arrampicarsi altre due volte in finale, nel 1952 e nel 1954, quando si trova però costretta a cedere alla nuova star del tennis in gonnella, Maureen Connolly, che in entrambe le circostanze la sconfigge in due set. Altrimenti non sono migliori i risultati in doppio, sconfitta sia nel 1951 che nel 1952, quando fa coppia proprio con la Connolly, da Fry ed Hart, tornando ad alzare la coppa destinata alle vincitrici nel 1954 quando, nuovamente insieme alla Osborne Dupont, dà vita ad una finale memorabile risolta in tre set contro le stesse avversarie, 4-6 9-7 6-3.

Il destino, indirettamente nel suo caso, ci mette lo zampino, quando la Connolly, ormai incontrastata numero 1 del mondo, subito dopo la vittoria londinese del 1954 cade da cavallo, rompendosi una gamba e mettendo prematuramente fine ad una carriera che pareva destinarla a farla diventare la più grande di sempre. E nel 1955, privata della rivale più temibile, la Brough torna, per l’ultima volta, a cingersi il capo della corona di regina d’Inghilterra, facendo poker a Wimbledon in singolare.

Hart e Louise sono le due prime teste di serie di un tabellone che propone un’altra americana, Beverly Fleitz, quale terza incomoda. Ed è proprio la ragazza di Providence, che qui raccoglie il miglior risultato di una carriera che la vedrà spingersi non oltre le semifinali negli altri tornei dello Slam, a produrre la più grossa sorpresa del torneo, demolendo la stessa Hart in semifinale, 6-3 6-0, guadagnando l’atto decisivo dove trova, come da pronostico, la Brough, che strada facendo elimina senza patemi Rosemary Walsh, 6-0 6-2, Janet Morgan, duplice 6-0, Heather Brewer, 6-2 6-2, Beryl Penrose ai quarti, 6-2 6-0, e Darlene Hard in semifinale, 6-3 8-6, l’unica che prova ad impensierirla costringendola ad un long-set. Così come in finale tenta di fare la Fleitz, che gioca bene ma non a sufficienza per stravolgere ancora le attese della vigilia, se è vero che Louise, con quel suo bellissimo gioco di volo che la eleverà al rango di una delle più grandi interpreti del serve-and-volley della storia del tennis femminile, si impone infine 7-5 8-6.

E’ il punto d’arrivo di una carriera memorabile, e se nei due anni successivi, gli ultimi in cui la Brough si presenta a Londra, troverà prima la Fry, poi la Hard a sbarrarle la strada verso una possibile cinquina sui suoi amatissimi prati… beh, che dire? Quell’applauso prolungato del 1997 è un tributo decisamente meritato. E non solo perché era rivolto ad un’attempata vecchietta.