AARON KRICKSTEIN, IL TENNISTA PRECOCE CRESCIUTO CON BOLLETTIERI

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Aaron Krickstein – da dailyherald.com

articolo di Nicola Pucci

Nell’agosto del 1983 Aaron Krickstein ha da pochi giorni compiuto 16 anni. Nato ad Ann Arbor il 2 agosto 1967, nel Michigan, da famiglia ebrea, è un predestinato al successo, se è vero che fin dall’adolescenza ha collezionato una serie senza precedenti di vittorie. Ad esempio, difendendo i colori della University Liggett School ha messo in fila ben 56 partite senza sconfitta; nel 1982 è stato campione americano under 16, per poi mettersi in bacheca anche il titolo nazionale tra gli under 18 l’anno successivo. Insomma, Nick Bollettieri, che a Bradenton, in Florida, ha messo in piedi l’accademia che avvia e forgia al tennis corri-e-tira i campioni del domani, lo prende sotto la sua ala protettrice e lo presenta al mondo dei grandi nell’edizione 1983 degli US Open, nel catino di Flushing Meadows.

E qui nasce la nomea di Krickstein nuovo prodigio del tennis stelle-e-strisce, in antitesi a Jimmy Arias, altro prodotto dell’accademia di Bollettieri, di tre anni più anziano e già affermato con il successo a Roma in primavera e una striscia importante di risultati nell’estate americana che precede lo Slam newyorchese. Aaron entra in tabellone beneficiando di un invito degli organizzatori, in virtù proprio del successo ai campionati nazionali, e non tradisce le attese. Mobilissimo da fondo, tatticamente intelligente e in possesso di un dritto esplosivo, Krickstein debutta nel tennis che conta battendo al primo turno un giovanotto scandinavo che farà strada, ma proprio tanta, un certo Edberg, che cede il passo 7-6 al quinto set in una sfida drammatica, per poi demolire il carneade Scott Lipton in tre rapidi set ed incrociare Vitas Gerulaitis, uno che a New York ha fatto finale nel 1979. L’incontro è appassionante, e già come con “Stefanello“, Krickstein evidenzia quello che sarà il suo marchio di fabbrica lungo tutto l’arco della carriera, ovvero la capacità di dare il meglio quando le sfide si allungano, tanto da chiudere l’attività agonistica con un clamoroso record di 27-8 negli incontri decisi al quinto set. Fatto è che con Gerulaitis Aaron va sotto 3-6 3-6, rimonta 6-4 6-3 per poi recuperare da 2-4 al quinto per imporsi infine 6-4, successo che lo proietta agli ottavi. Qui la corsa si ferma contro Yannick Noah, troppo più forte ed esperto, che si impone 6-3 7-6 6-3, ma Krickstein ha mostrato doti non comuni e il tennis di pressione da fondocampo, imposto a giovani bellimbusti in età precoce, diventa un fattore dominante del tennis americano.

In effetti il ragazzo del Michigan entra nel grande giro dalla porta principale, protagonista nel primo Slam disputato e cogliendo già un paio di primati che ancor oggi resistono all’incalzare del tempo: a Tel Aviv, ad ottobre, diventa il più giovane vincitore di un torneo del circuito maggiore, battendo all’atto conclusivo il tedesco Christoph Zipf, 7-6 6-3, per poi l’anno successivo infiltrare la top-ten della classifica mondiale in nona posizione il 13 agosto 1984, a 17 anni e 11 giorni. Ce n’è abbastanza, dunque, per legittimare le speranze che gli americani ripongono in Krickstein, per il dopo-Connors e il dopo-McEnroe, ma le cose, come vedremo, non andranno proprio così.

In effetti Aaron è un eccellente giocatore di pressione, dotato appunto di un colpo di sbarramento sicuramente penetrante e affidabile come il dritto, rovescio bimane e un servizio appena sufficiente, ma per guadagnare le prime posizioni del ranking ci vuole qualcosa di più. Soprattutto, bisogna confidare nell’appoggio della dea bendata. Cosa, ahimè, che manca a Krickstein, visto che gli infortuni limitano il potenziale del giovanotto che troppo spesso è costretto in infermeria, piede, polso o ginocchia che siano. Ciò non gli impedisce, ovviamente, di diventare lottatore indomabile che proprio nei tornei dello Slam riesce a dare il meglio, soprattutto agli amati US Open dove è nei quarti nel 1988, battendo ancora Edberg in cinque set prima di arrendersi a Darren Cahill, e in semifinale nel 1989, sconfitto da Becker, che lo ferma ai quarti anche nel 1990. Proprio ad inizio stagione, il 26 febbraio, raggiunge il suo best ranking in carriera, numero 6, e può infine vantare in bacheca nove tornei all’attivo, che lo innalzano al rango di giocatore di buon livello.

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Krickstein e Connors agli US Open 1991 – da spaziotennis.com

Krickstein resta nel circuito fino al 1996, quando una sequenza di 12 sconfitte consecutive lo convincono che l’usura ormai ha piegato, per sempre, il suo corpo e ridotto all’impotenza il suo gioco fatto di corse e recuperi. Rimangono allora negli occhi di tutti la finale a Montecarlo nel 1992, quando Aaron, su una superficie a lui sicuramente congeniale ma mai praticata con assiduità, prediligendo il cemento, batte lo stesso Becker, Chesnokov e Prpic prima di arrendersi a Muster, 6-3 6-1 6-3; la semifinale agli Australian Open del 1995, con l’ennesimo successo al quinto set con Edberg agli ottavi e la sconfitta per ritiro con Agassi; comunque due presenze agli ottavi di finale a Wimbledon, nel 1989 e nel 1995; soprattutto, Krickstein, con la complicità determinante di Jimmy Connors, suo buon amico in passato e da quel giorno non più gradito, regala all’enciclopedia del tennis la memorabile sfida degli US Open del 1991: da un lato, appunto, il 24enne Aaron, dall’altra il 39enne Jimbo, che infiamma il pubblico, lo trascina dalla sua parte in preda al furore agonistico, infine si impone, in un’altalena di punteggio, 7-6 al quinto set negando a Krickstein il quarto di finale con l’olandese Haarhuis.

Quel match è l’emblema di quel che è mancato a Krickstein per fare il balzo definitivo da bimbo-precoce a campione: quando i grandi acceleravano, lui rimaneva sui blocchi. E così, il pupillo di Bollettieri, si è dovuto accontentare di essere il primo dei secondi.

VICTOR PECCI, IL PLAYBOY CHE FECE INNAMORARE PARIGI

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Victor Pecci al Roland-Garros 1979 – da 2015.rolandgarros.com

articolo di Nicola Pucci

Quando Victor Pecci si presenta ai nastri di partenza del Roland-Garros del 1979, non ha gran pedigreè che lo possa includere tra i pretendenti ad un posto tra i migliori. Paraguaiano di Asuncion, classe 1955, ha colto l’anno prima, proprio sulla terra francese, il miglior risultato in un torneo dello Slam di una carriera ancora giovane, gli ottavi di finale, battuto dal “baffo” messicano Raul Ramirez. Madrid e Berlino nel 1976, Bogotà nel 1978 e Nizza, 6-3 6-2 7-5 ad Alexander qualche settimana prima dell’evento parigino, sono le uniche vittorie in palmares e francamente niente lascia pensare che alla Porte d’Auteuil possa impensierie i candidati al trono di Bjorn Borg. Che appare, ad onor del vro, assolutamente inavvicinabile.

Eppure… eppure Pecci, che qui ha vinto il torneo juniores nel 1973, gioca bene a tennis, prototipo dell’attaccante ad ampio respiro che tanto dà fastidio allo svedese di ghiaccio, che da queste parti, e proprio contro un giocatore che pratica sistematicamente il serve-and-volley, Adriano Panatta, ha conosciuto l’onta della sconfitta, le uniche al Roland-Garros, nel 1973 e nel 1976. Non è accreditato dello status di testa di serie, perché è solo numero 35 del mondo, ma può costituire una mina vagante in un tabellone, che oltre a Borg, ha in Connors, numero 2, Vilas, numero 3, e Gerulaitis, numero 4, gli altri favoriti alla vittoria finale. Con Corrado Barazzutti e Adriano Panatta rispettivamente numero 15 e numero 16 del seeding, l’uno semifinalista nel 1978 demolito da Borg, l’altro vincitore dell’edizione 1976 con Solomon.

Contro ogni previsione Borg, che appunto l’anno prima ha sorvolato il torneo senza cedere un set e lasciando agli inermi avversari solo 32 giochi in 7 partite, denuncia qualche incertezza iniziale, costretto al quarto set prima dal cecoslovacco Smid al primo turno, poi da Tom Gullikson al secondo, prima di scavalcare senza patemi i fragili ostacoli rappresentati dal sudafricano Moore, dal francese Moretton e dal cileno Gildemeister per arrampicarsi come da pronostico alla semifinale con Gerulaitis,  che ha visto le streghe al debutto contro il connazionale Butch Waltts dovendo rimontare da due set sotto prima di liquidare un giovane Ivan Lendl agli ottavi in tre rapidi set ed aver la meglio del “pallettaro” Higueras ai quarti, 6-1 3-6 6-4 6-4. Nella parte alta del tabellone stazione anche Panatta, ma l’Adriano nazionale, dopo due facili vittorie con l’iberico Gimenez e con Jan Kodes, si fa rimontare due set da Eliot Teltscher (più facile a scrivere che a pronunciarsi!) che lo butta fuori dal torneo, ed in buona sostanza il penultimo atto tra Borg e Gerulaitis è quanto di meglio gli spettatori possano meritarsi.

Sotto, le cose vanno invece in modo ben differente. Brian Gottfried, testa di serie numero 10 e finalista nel 1977, perde al terzo turno con Gene Mayer, Barazzutti e Solomon dovrebbero incrociarsi agli ottavi ma si trovano la strada sbarrata proprio da Pecci, che dopo aver battuto Jauffret e Slozil in quattro set, li elimina entrambi, ed entrambi in tre set, 7-5 6-3 7-6 l’azzurro, 6-1 6-4 6-3 l’americano, denunciando un eccellente stato di forma. Non certo appagato, il paraguaiano demolisce ai quarti nel derby sudamericano Guillermo Vilas, finalista l’anno prima, che non ci capisce proprio niente dell’incessante gioco d’attacco del rivale che si impone con un clamoroso 6-0 6-2 7-5. Connors, nel frattempo, tiene fede al suo rango di secondo favorito del torneo cedendo un set ad Orantes agli ottavi ed uno a Dibbs ai quarti e si qualifica a sua volta per le semifinali.

Borg-Gerulaitis e Connors-Pecci, dunque, con tre protagonisti come da copione e l’ospite inatteso a questo stadio della competizione. Tutto lascerebbe pensare ad una finale tra i primi due giocatori del mondo, ma se lo svedese schianta Gerulaitis con un 6-2 6-1 6-0 che non ammette repliche, Pecci, già autore del match perfetto con Vilas, gioca ancor meglio con Jimbo, servendo con buonissime percentuali, attaccando ad ogni occasione e resistendo da fondocampo al pressing dell’americano. Per infine prevalere 7-5 6-4 5-7 6-3, volando a giocarsi una finale Slam. La prima in carriera, sarà anche l’ultima.

Due tennisti, ma anche due uomini diametralmente opposti, quelli che l’11 giugno 1979 scendono sul Court Central del Roland-Garros, per contedersi la corona di re di Francia. Biondo, senza acuti, dedito all’esercizio sportivo lo scandinavo, moro, passionale, con propensione alle donne e al vizio il sudamericano; freddo, regolarista e calcolatore Bjorn, istintivo, attaccante e fantasioso Victor. Ma entrambi acclamati dal pubblico che ne apprezza il contrasto di stile e, soprattutto il gentil sesso, l’avvenenza estetica.

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La premiazione di Borg e Pecci – da dailymail.co.uk

In verità i primi due set non hanno storia, troppo netta la superiorità della contraerea da dietro di Borg che mette in saccoccia un rapido 6-3 6-1. Ma Pecci non può accontentarsi di essere la vittima sacrificale dell'”orso scandinavo“, dopo due settimane da sogno. E nel terzo parziale prende la rete con maggior convinzione, le signorine con nasino all’insù presenti sugli spalti lo incitano senza sosta, i francesi si schierano apertamente dalla sua parte perchè vogliono vedere una partita a tennis, non l’esecuzione tennistica a cui lo svedese li ha abituati da anni, e la sfida si trascina al tie-break. Dove il paraguaiano, con quella magnifica voleè di dritto, con le acrobazie a rete che anticipano di qualche anno quel che sarà il marchio di fabbrica di Boris Becker, con la maglietta Fila che fa tendenza e la Fischer Team metallica, firma l’8-6 che obbliga Borg al quarto set. Qui lotta ancora, perchè sa che un paese intero, il suo Paraguay, si è fermato ad attendere buone notizie da Parigi di quel playboy che sta tentando di fermare il re. Ma la favola non ha un lieto fine, Borg si impone 6-4 al quarto set e Pecci deve accontentarsi aver conquistato il cuore dei transalpini.

Vincerà ancora Victor, ad esempio giungendo in finale agli Internazionali di Roma del 1981 per venir nettamente battuto da Josè Luis Clerc, 6-3 6-4 6-0. Nel 1987 sarà protagonista del clamoroso successo del Paraguay sugli Stati Uniti, 3-2 ad Asuncion battendo Aaron Krickstein nel match decisivo, sposerà modelle e verrà insignato del titolo di Ministro dello Sport. Ma quel che resta, per sempre, è quel sogno Roland-Garros che un bel playboy sudamericano accarezzò soltanto.

 

 

 

1961, LA LUNGA STRADA DI ROD LAVER VERSO IL PRIMO GRANDE SLAM

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Rod Laver vince Wimbledon 1961 – da pixxcell.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1961 Rod Laver ha 23 anni, si è già messo in bacheca il primo Australian Open della sua carriera e sembra pronto a succedere a Neale Fraser, indiscusso dominatore del 1960 con tre titoli dello Slam, Australia, Wimbledon e Open Usa.

Meno precoce dei suoi illustri connazionali Rosewall e Hoad, il mancino di Rockhmpton, classe 1938, fa della dedizione al lavoro e della costanza nel duro allenamento il suo punto di forza, tanto da non rinunciare a sessioni di esercizio anche dopo aver giocato tre partite nel corso di una sola giornata! Insomma, un forzato della racchetta, che sa quel che vuole e che è disposto a tutto pur di arrivare. Anche perchè la concorrenza, in casa Australia, è decisamente difficile da battere.

Laver è un praticante sistematico del serve-and-volley, come gli altri suoi connazionali del resto, a cui aggiunge riflessi eccezionali che gli consentono di ribattere al servizio con grande destrezza e di avere un gioco di volo stupefacente. Il rovescio, liftatissimo, è un colpo formidabile, che gli consente di attaccare con efficacia su erba e di difendersi da fondocampo, precursore di coloro che saranno i grandi interpreti del tennis “tagliato” del decennio successivo, Borg e Vilas in special modo.

Dicevamo del numero di campioni, che in casa Australia nei primi anni Sessanta è decisamente congruo. Fraser, appunto, lo stesso Laver ed Emerson formano l’ossatura della squadra di Coppa Davis, ma le seconde linee sono se non altrettanto, similarmente forti. C’è Fred Stolle, coetaneo del “rosso“, che di lì a qualche anno trionferà a Parigi e Forest Hills; c’è Martin Mulligan, che guadagnerà la finale di Wimbledon nel 1962 per poi vincere tre volte gli Internazionali d’Italia e infine diventare proprio italiano nel 1968 per poter giocare in Coppa Davis; c’è Ken Fletcher, che realizzerà il Grande Slam in doppio misto nel 1963 associato all’immensa Margaret Court; c’è Owen Davidson che ripeterà l’impresa nel 1967; e c’è Bob Hewitt, altro specialista del doppio, che a sua volta opterà per la nazionalità sudafricana andando a formare con Frew McMillan una delle coppie più forti di ogni epoca, ben tre volte vincitore a Wimbledon. Più qualche altro buon comprimario di lusso, come Robert Marks e Bob Howe.

Insomma, gli oceanici sono ben messi, se è vero che nel decennio che va dal 1960 al 1969 metteranno in saccoccia 7 titoli al Roland-Garros, 8 a Wimbledon e 7 a Forest Hills, per un totale di ben 22 vittorie nei tornei del Grande Slam (dal conteggio ho volutamente tenuto fuori il Major di casa), addirittura 18 con finale 100% australiana! Aggiungete poi che Harry Hopman, capitano-allenatore fortunato e competente, porta in giro per l’Europa due giovanotti di belle speranze come John Newcombe e Tony Roche… e tirate le somme, vedrete che l’Australia negli anni Sessanta è padrona della scena internazionale del tennis.

1961, dunque, che si apre con il tradizionale appuntamento degli Australian Open che non sfuggono di certo ai giocatori di casa. Laver è detentore del titolo e prima testa di serie, ma infine ad imporsi è Roy Emerson, il meno dotato dei “protetti” di Hopman e già 25enne, grande specialista del doppio, al primo successo in un Grande Slam, che approfitta dell’assenza di Fraser e batte all’atto decisivo proprio Rod in quattro set, rimontando 1-6 6-3 7-5 6-4.

Quattro mesi dopo la rivincita è attesa sulla terra battuta parigina. Ma qui gli oceanici si trovano a mal partito, su quell’unica superficie che non si sposa perfettamente al loro stile di gioco serve-and-volley. E in assenza degli americani, che hanno “passato” l’evento per meglio prepararsi alla riconquista della Coppa Davis che non è loro dal 1958, è infine Manolo Santana ad alzare la coppa, 4-6 6-1 3-6 6-0 6-2 a Nicola Pietrangeli che si vede così negare il terzo trionfo al Roland-Garros dopo le vittorie nei due anni precedenti.

L’ex-raccattapalle del circolo del tennis di Madrid realizza un percorso mirabile, per avere infine la meglio dell’azzurro: risolto vittoriosamente il match-ball, scavalca la rete per correre ad abbracciare l’avversario in segno di giubilo e rispetto. Gli australiani, dal canto loro, non demeritano, con Laver stesso che si arrende proprio a Santana in semifinale, cedendo 6-0 al quinto parziale dopo aver condotto 2 set a 1. Il rovescio liftato di Rod fa meraviglie ed è un’eccellente arma difensiva sulle superfici lente, Laver si muove bene e dimostra di saper adattare prfettamente il suo gioco alla terra battuta, per competere con i migliori in un futuro ormai prossimo. Il che viene avvalorato dalla vittoria in doppio in coppia con Emerson.

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Laver in azione – da pixxcell.com

Ma sono i prati londinesi di Wimbledon a consentire a Laver di diventare il tennista amatore più forte del pianeta. Dopo aver perso nel 1959 con Olmedo e nel 1960 con Fraser, al terzo tentativo infine Rod fa centro ai Championships. Accreditato della testa di serie numero 2, il mancino soffre al secondo turno, costretto al quinto set dal francese Pierre Darmon, così come ai sedicesimi dal tedesco Bungert, per poi infilare un poker di successi senza più nessuna incertezza. Mentre Fraser, detentore del titolo e primo favorito del torneo, si fa estromettere dal britannico Bobby Wilson e Pietrangeli, numero tre del tabellone, esce per mano dell’americano Christopher Crawford, Laver infila uno dietro l’altro Hewitt agli ottavi, 6-4 6-4 6-2, il cileno Ayala ai quarti, 6-1 6-3 6-2, l’inatteso indiano Krishnan in semifinale, 6-2 8-6 6-2, per poi avere la meglio in finale, il 7 luglio 1961, del giovane studente americano Chuck McKinley, appena 20enne, che nel corso del torneo non ha trovato sulla sua strada nessuna testa di serie, sconfitto con un netto 6-3 6-1 6-4.

Laver sale sul trono del mondo, e a Forest Hills, in un’edizione degli US Open di nuovo nel segno del tennis australiano dopo la parentesi americana di Wimbledon, incrocia all’atto conclusivo l’amico e connazionale Emerson, che lo batte in tre veloci set, 7-5 6-3 6-2, palesando enormi progressi.

La sconfitta non scalfisce la sicurezza di Rod, che riscatta la delusione in Coppa Davis. L’avversario in finale è l’Italia di Pietrangeli e Orlando Sirola, che ha tolto di mezzo in semifinale la versione B degli Stati Uniti, che si presentano al Foro Italico di Roma con i modesti Whitney Reed e Jon Douglas, uscendo inevitabilmente sconfitti per 4-1. Dal 26 al 28 dicembre, sull’erba del Kooyong Stadium di Melbourne, Laver ed Emerson non concedono possibilità alcuna trionfando con un netto 5-0 e lasciando agli avversari, già sconfitti in finale l’anno prima a Sydney, i due soli set strappati da Pietrangeli contro Laver a risultato già acquisito.

Per Rod Laver è la degna conclusione dell’anno che lo elegge numero 1 del mondo… poi verranno il 1962 e le quattro vittorie nelle quattro prove del Grande Slam. Ma questa è epica del tennis, avremo modo di riparlarne.

MARK EDMONDSON, IL NUMERO 212 CHE SBANCO’ GLI AUSTRALIAN OPEN 1976

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Mark Edmondson al servizio – da news.com.au

articolo di Nicola Pucci

Prima e soprattutto dopo ebbe una carriera da onesto mestierante della racchetta, con il 1982 a segnalarsi quale miglior stagione, certificata dalla 15esima posizione del ranking mondiale e la semifinale a Wimbledon dove fu costretto a cedere il passo a Jimmy Connors, 6-4 6-3 6-1, futuro vincitore dei Championships. Ma nel 1976 Mark Edmondson realizza un exploit senza precedenti, e che mai più nessuno sarebbe stato capace di eguagliare, ovvero vincere un torneo del Grande Slam, in questo caso gli Australian Open, da numero 212 del mondo.

Già, è quella la posizione in classifica occupata dall’australiano di Gosford, classe 1954, che ha debuttato nel circuito maggiore l’anno prima proprio nel torneo di casa, cedendo al secondo turno al connazionale John Alexander dopo aver vinto all’esordio in cinque set contro il giapponese Sakai. Edmondson nei ritagli di tempo fa il lavavetri nell’ospedale in cui lavora la sorella, ha vinto un torneo in Tasmania e questo gli ha garantito il posto per gli Australian Open del 1976. Si gioca, come è consuetudine in quegli anni, a cavallo tra la fine di dicembre 1975 e l’inizio di gennaio 1976, sui prati del Kooyong Lawn Tennis Club di Melbourne, e come altrettanto di consuetudine la maggior parte dei campioni diserta l’evento.

Le 16 teste di serie accreditate, in effetti, hanno nel vecchio Ken Rosewall, vincitore a quattro riprese di cui una prima volta nel lontanissimo 1953 e alle soglie delle quarantadue primavere, e in John Newcombe, detentore del titolo in virtù del successo dell’anno precedente contro Connors, i due primi favoriti, con Tony Roche a giocare il ruolo di terzo incomodo in un tabellone che ha nei soli Stan Smith, americano numero 4, l’altro statunitense Charlie Pasarell numero 10 e il sudafricano Ray Moore numero 15 le uniche intrusioni “estere” in un lotto di partecipanti quasi esclusivamente all’insegna dell’autarchia. Lo stesso Connors, Vilas, Borg, Ashe, Orantes e Nastase, che altri non sono che i migliori tennisti in circolazione, si sono ben guardati dal salire in aereo e volare all’altro capo del mondo per uno Slam che non solletica proprio i loro appetiti.

Tant’è, si gioca inderogabilmente serve-and-volley e a Melbourne sono attesi alla recita i campioni di casa. Edmondson, tra questi, proprio non figura, seppur abbia buona attitudine al gioco di volo. Il ragazzo è giovane, “e si farà“, come affermano gli addetti ai lavori, e già la vittoria al primo turno contro l’austriaco Feigl, 6-1 al quinto rimontando da un set sotto, pare non dover concedere al ragazzo il lusso di coltivare particolari illusioni sull’esito del torneo.

Figurarsi. Edmondson ha già un ostacolo impegnativo, se non proprio proibitivo, al secondo turno in Phil Dent, quinta testa di serie che due anni prima ha perso in finale proprio contro Connors, ma Mark è in giornata di grazia ed estromette l’illustre connazionale in quattro set, 6-0 6-4 4-6 6-3 dominando al servizio e nelle sortite a rete. Nel frattempo Rosewall, Newcombe e Roche avanzano senza patemi, mentre Smith denuncia qualche incertezza, obbligato al set decisivo dal modesto John James.

Edmondson prende fiducia e agli ottavi batte in quattro set il neozelandese Brian Fairlie, che gli strappa il primo set, avanzando ai quarti di finale dove lo attende Richard “Dick” Crealy, finalista nel 1970, che a sorpresa batte uno Smith in precarie condizioni di forma liberando il tabellone della quarta teste di serie. Rosewall e Brad Drewett sono gli altri due pretendenti ad un posto in semifinale, mentre la parte bassa del tabellone è presieduta da tre tennisti attesi, ovvero Newcombe, Roche e Ross Case, mentre Ray Ruffels, favorito numero 11, ferma la corsa del francese Patrice Hagelauer, unico europeo presente ad altezza ottavi d finale.

Ai quarti di finale si registrano le vittorie come da pronostico dei due primi giocatori del seeding, Rosewall che abbisogna di quattro set per avere la meglio di Drewett, 6-4 3-6 6-2 6-2, e Newcombe che battendo Case 6-4 6-4 6-1 prosegue la sua marcia esente da macchie. E se i due campioni acclamati dalla folla rispettano il loro rango, le altre due sfide promuovono l’inatteso Ruffels, che viene a capo della classe di Roche 6-4 a quinto, ed Edmondson, che zitto zitto fa fuori in tre set Crealy, 7-5 7-6 6-2, completando da illustre carneade, o quasi, quale ancora lui è, il quartetto che andrà a giocarsi il titolo.

E qui Mark compie il miracolo. Lui, l’allievo, al cospetto del maestro, Rosewall dal meraviglioso rosevescio, disegna il match perfetto in semifinale, imponendosi nello stupore generale in  quattro set decisamente poco equilibrati, 6-1 2-6 6-2 6-4, smascherando i limiti anagrafici del vecchio campione, servendo spesso vicino ai 200 km/h e guadagnando quella finale che alloggiava solo nei suoi sogni ma che nessuno, proprio nessuno, poteva preventivare. Dove ad attenderlo c’è l’altro mammasantissima del tennis australiano, John Newcombe, che ferma la corsa di Ruffels in tre set, 6-4 6-4 7-6, e si presenta all’atto conclusivo con la ferma intenzione di confermarsi campione e far suo lo Slam di casa per la terza volta in carriera.

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Edmondson con la Coppa – da news.coma.au

Il 4 gennaio 1976, al Kooyong Stadium, “un impianto troppo grande per un giocatore di così bassa classifica“, come poco elegantemente ha modo di dire Newcombe prima del match. c’è un bel sole e un caldo opprimente, ma soffia pure un vento persistente che costringe l’arbitro a sospendere la partita per una buona mezzora. E questa condizione, contro ogni previsione, mette in imbarazzo il giocatore più esperto. Che forse paga pure dazio all’imperativo di dover vincere ad ogni costo. La chiameranno “la sfida dei baffi“, perchè questo è uno dei tratti in comune tra i due rivali (l’altro, ovviamente, è lo stile di gioco proiettato all’offensiva costante, nella buona tradizione australiana), ma la differenza di talento è tale che Newcombe non può certo mancare la vittoria.

Soprattutto dopo aver incamerato al tie-break un combattutissimo primo set. Edmondson, che da numero 212 del mondo e alla prima finale in un torneo dello Slam (sarà anche l’ultima, ovviamente) ha tutto da guadagnare e proprio nulla da perdere, non si arrende. Anzi, se Newcombe inzia a sbagliare, soprattutto di rovescio, lui rimette in campo tutto quel che gli capita a tiro di racchetta. 6-3 il secondo parziale, 7-6 un capitale terzo set in cui John fallisce una voleè di rovescio sul 6-5 del tie-break a cui fa seguito un sanguinoso doppio fallo, e infine 6-1 al quarto, con un provvidenziale soffio di vento che respinge l’ultima palla del favorito che muore sul net.

Edmondson è il nuovo campione degli Open d’Australia, curiosamente l’ultimo “canguro” a riuscirci da quel giorno. Tanto inatteso e assolutamente inadeguato che la coppa, benedetto Eolo, gli scivola dalle mani e cade sull’erba. Edizione a sensazione, in tutti i sensi, non trovate?

 

PAT RAFTER E LA MALEDIZIONE DI WIMBLEDON

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Rafter alla voleè – da atpworldtour.com

articolo di Nicola Pucci

Se la memoria non mi trae in inganno, credo che sia l’ultimo interprete di quella specie in via di estinzione che è il giocatore puro di serve-and-volley ad aver iscritto il suo nome all’albo d’oro di un torneo del Grande Slam. Pat Rafter. Ma se l’australiano, bello, educato e magnifico nell’esecuzione al volo, ha trionfato due volte tra i rumori assordanti e la puzza di hot-dog e patatine di Flushing Meadows – 1997 battendo Rusedski e l’anno dopo contro il connazionale Philippoussis -, nondimeno è sempre stato respinto dai prati londinesi di Wimbledon che in teoria sarebbero dovuti essere il luogo perfetto per esaltarne l’indiscutibile talento d’attaccante. Appunto, in teoria, perchè poi entra in gioco la macumba. O maledizione, che dir si voglia.

La prima volta ai Championships, come si suol dire, non si dimentica mai, in verità c’è ben poco da ricordare di quella prima avventura, poco più che 20enne, iniziata e velocemente terminata nel torneo di qualificazione dell’edizione 1992, con la vittoria con il tedesco Patrick Baur (6-7 6-1 6-4) e la successiva sconfitta con Rick Leach (7-6 6-1). Ma il ragazzo apprende il mestiere e già l’anno dopo, 1993, reduce dall’aver battuto a primavera Sampras ad Indianapolis, i campi di Roehampton gli sono amici, quando da numero 178 del mondo elimina il keniano Wekesa, lo spagnolo Calatrava e il britannico Beecher, accedendo infine al tabellone principale. E qui, approfittando di un sorteggio che più benvolo non si può, Rafter debutta con il connazionale Simon Youl, numero 217 del ranking e pure lui uscito indenne dalle forche caudine delle qualificazioni, sbarazzondosene agevolmente 6-3 6-3 6-4, per poi fare altrettanto con un altro qualificato ancora, l’americano Todd Nelson, addirittura numero 360, che cede 7-6 6-4 6-2. I due successi garantiscono a Rafter l’occasione di incrociare Andrè Agassi, e Pat vende cara la pelle, cedendo alla distanza in quattro set dopo aver strappato al “kid di Las Vegas” il tie-break del secondo parziale.

Sembrerebbe l’abbrivio di una bella storia d’amore con il torneo che tutti sperano, un giorno, di mettersi in bacheca, invece l’australiano si trova a dover digerire qualche boccone amaro di troppo. Come nel 1994, quando è numero 21 del mondo ed è fresco di primo successo in carriera nel gustoso antipasto erbivoro di Manchester dove ha sconfitto il sudafricano Ferreira, ma si arrende al secondo turno a Sergi Brugura, campione del Roland-Garros, che ne spenge gli ardori battendolo 13-11 al quinto set. Oppure l’anno ancora dopo, 1995, quando è il connazionale Mark Woodforde, gran specialista del doppio, ad eliminarlo all’esordio in quattro set.

Evidentemente c’è da registrare qualcosa nel gioco di Rafter, che se è abilissimo nel giocare di volo a rete, difetta altresì con la contraerea da fondocampo. Ed è noto che per imporsi a Wimbledon ci vogliono l’una e l’altra dote. Ne sa qualcosa Goran Ivanisevic, un altro che con Wimbledon, come vedremo tra poco, ha un feeling del tutto particolare, che lo ferma agli ottavi di finale nel 1996, 7-6 4-6 7-6 6-1, grazie a 24 aces e al 91% con la prima palla di servizio, dopo che Pat ha fatto fuori il ceco Vacek, l’azzurro Pozzi e l’elvetico Rosset, testa di serie numero 14, al termine di una maratona in cinque set.

La maturazione di Rafter è lenta ma graduale, l’anno 1997 è di svolta nella carriera del ragazzo di Mount Isa che a sorpresa guadagna la semifinale al Roland-Garros, dove si arrende a Bruguera troppo più a suo agio di lui su terra battuta, presentandosi così all’appuntamento tra i Doherty Gates da numero 17 del mondo, il che gli vale la 12esima testa di serie. Il cammino ad onor del vero è difficoltoso, dovendo rimontare due set di svantaggio al sudafricano Stafford all’esordio, lasciando un set anche al tedesco Knippschild al secondo turno e al belga Van Garsse al terzo, prima della sconfitta non del tutto inattesa con l’altro Woodies, Woodbridge, al miglior torneo dello Slam in carriera, che agli ottavi lo estromette dal torneo in quattro set.

E’ tempo però di raccogliere e a settembre gli US Open celebrano l’ammissione di Pat Rafter al riservatissimo club dei vincitori di un torneo Major. Le ambizioni “verdi” per il 1998, pertanto, sono importanti e decisamente leggitime, tanto pià che a Hertogenbosch, la settimana prima di Wimbledon, l’australiano mette in bacheca il secondo titolo su erba. Sesto favorito del torneo, Rafter apre con due successi senza troppi patemi con lo svizzero Heuberger e lo svedese Nydahl, per poi prevalere sull’altro scandinavo Gustaffson e presentarsi all’appuntamento agli ottavi di finale con l’idolo di casa, Tin Henman. Quel campo centrale che in un futuro molto prossimo lo sosterrà nei momenti difficili e gli regalerà il supporto necessario per alcune vittorie tra le più belle della sua carriera, stavolta non può certo schierarsi con lui. Henman “deve” vincere, e così sia al termine di quattro set tra due giocatori allo specchio, ottimi servitori ed incessanti frequentatori della rete, 6-3 6-7 6-3 6-2 per il britannico. Che poi troverà Sampras a sbarrargli la strada e infrangere il sogno dei sudditi di Sua Maestà.

Il bello deve ancora a venire, e saranno tre edizioni, le ultime del percorso agonistico di Rafter, da lustrarsi gli occhi. 1999, ad esempio, quando Pat è lo sfidante di Sampras per la poltrona di miglior giocatore del mondo dopo il successo-bis a Flushing Meadows. C’è ormai una dose massiccia di sicurezza nel gioco dell’australiano, migliorato al punto da essere un pretendente autorevolissimo al titolo. Cristiano Caratti e i due svedesi Bjorkmann ed Enqvist non rappresentano ostacoli insormontabili, così come non lo è Boris Becker all’ultima recita in carriera sul Centre Court, il suo giardino, sconfitto ai quarti con l’inappellabile 6-3 6-2 6-3 a referto. Quando poi anche l’ostico Martin si arrende al termine di una sfida tiratissima e che abbisogna di ben tre tie-break per risolversi infine in quattro set, Rafter ritrova quell’Agassi che lo fermò alla prima esperienza a Wimbledon. I due campioni si contrappongono nello stile, attacco e difesa, e nel temperamento, compostezza ed esuberanza, ma è il maestro ancora una volta a battere l’allievo, 7-5 7-6 6-2, e Rafter, pur nella sconfitta che ne rimanda il sogno, si chiede se mai quel piatto d’oro potrà esser suo.

Tanto più che l’anno dopo, 2000, scivolato in classifica al numero 21 con la complicità dei problemi alla spalla destra che ne condizioneranno da qui in avanti la carriera e lo obbligheranno al ritiro nel 2001, non sembra poter nutrire grandi ambizioni per i Championships. Invece Rafter, accreditato della testa di serie numero 12, con classe, esperienza ed attitudine ai prati fa quasi percorso netto con Delgado, Woodbridge, Schuettler, Johansson – l’unico che gli strappa un set – e Popp, arrampicandosi al penultimo atto. Tra Pat e la vittoria si frappongono due totem del tennis, Agassi e Sampras, con cui l’australiano libra due sfide leggendarie. E se con Andrè infine riesce a prendersi la rivincita in cinque set tra i più belli della storia recente del torneo, 7-5 4-6 7-5 4-6 6-3, con Pete si deve arrendere 6-7 7-6 6-4 6-2, dopo aver condotto in testa per quasi due set per poi spengersi alla distanza.

Prima e forse unica chance di vincere Wimbledon? Quando ricapiterà l’occasione propizia? 2001, quando Rafter torna competitivo ai massimi livelli e seppur numero 10 del mondo viene “premiato” dall’All England Lawn Tennis and Croquet Club della terza testa di serie, ovviamente alle spalle di Sampras e Agassi. E se la storia dell’anno precedente fu memorabile, quella dell’edizione in corso ancor più assume i contorni dell’epica. Rafter copia quel che fu il cammino che lo condusse in finale nel 2000, sorvolando i primi quattro turni con Vacek, Dosedel, Arazi e Youzhny prima di eliminare Enqvist, e trovare ancora Agassi sul suo cammino per la terza volta consecutiva, sempre ad altezza semifinale. Ed anche stavolta Rafter ha la meglio in cinque set, rimontando da 2-1 sotto, completando l’opera con l’8-6 al parziale decisivo che appartiena alla bellissima storia dei Championships. Nel frattempo Sampras ha conosciuto l’onta della sconfitta con un giovanotto che da queste parti, e non solo, farà parlare, ma proprio tanto, di sè, un certo Roger Federer… e chi approfitta dell’assenza del re? Un altro che con Wimbledon ha un conto in sospeso, quanto e se non più del bel Pat, e per il quale è stato coniato il termine maledizione da almeno un decennio.

Goran Ivanisevic, già, proprio lui, che nel 1996, ricordate?, battè l’australiano agli ottavi nell’unico precedente a Wimbledon e raggiunge ora la finale, in qualità, udite, udite!, di numero 125 del mondo ammesso al torneo grazie ad una wild-card. Che poi è record nella storia ultracentenaria dello Slam londinese. La battaglia tra i due campioni è un su e giù nel punteggio senza troppa logica, con il croato intrattabile alla battuta nel primo set, 6-3, l’australiano che riemerge nel secondo 6-3, Goran ancora avanti, 6-3, Pat abile nel secondo recupero, 6-2. Infine il quinto set, bello, emozionante, drammatico e liberatorio come solo un ultimo set di una finale a Wimbledon può essere. Dopo 3ore 2minuti di lotta serrata, in un tripudio di passione, l’ultima risposta di Rafter si spenge in rete e Ivanisevic, lui sì finalmente, 9-7, infrange il tabù.

Game, set, match. Rafter è ancora lì, su quel Centre Court che non lo ha mai voluto incoronare. E si domanda perchè.

 

 

 

CONCHITA MARTINEZ E LA DECIMA NEGATA ALLA NAVRATILOVA A WIMBLEDON 1994

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Martina Navratilova e Conchita Martinez – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Quando il 20 giugno 1994 i Doherty Gates aprono i battenti e il Centre Court di Wimbledon accoglie i campioni per l’edizione numero 108 del torneo più prestigioso del pianeta, non sono molte le chances accreditate alle avversarie di Steffi Graf di conquistare il piatto d’oro riservato ai vincitori.

In effetti la teutonica, già liberata dell’ingombro di Monica Seles dal folle gesto di Gunther Parche l’anno prima ad Amburgo, sembra non aver rivali nella corsa al quarto titolo consecutivo sui prati londinesi, che poi sarebbe il settimo, globalmente considerando anche i trionfi del 1988 e del 1989. Arantxa Sanchez e Mary Pierce, le due protagoniste della finale del Roland-Garros, cullano qualche illusione di ripetere a Wimbledon quei successi, così come Jana Novotna, finalista disperata proprio con la Graf nel 1993 quando dissipò un vantaggio di 4-1 al set decisivo per poi sciogliersi in lacrime sulla bella mise reale della Duchessa di Kent, vorrebbe proprio prendersi la rivincita sognata una vita tennistica intera, ma in buona sostanza l’avversaria che forse più di ogni altra turba i sonni della tedesca è lei, la regina, Martina Navratilova, ormai alle soglie dei 38 anni ma che ancora non ha rinunciato a cogliere il decimo titolo londinese.

Figurarsi. Neppure il tempo di cominciare che una “neretta” non ancora 21enne di San Diego, Lori McNeil, maledettamente simile nel gioco d’attacco a quella Zina Garrison che nel 1990 giunse in finale per poi venir battuta dalla Navratilova nel giorno della vittoria numero nove, estromette la Graf a furia di incessanti sortite a rete che destabilizzano la sicurezza della campionessa in carica e producono, con il punteggio di 7-5 7-6, una clamorosa sorpresa. Che poi è tale anche, e soprattutto, perchè è la prima volta nella storia ultracentenaria del torneo che “the defending championesce al debutto.

E ora? Che succede? Via libera per Martina Navratilova? Parrebbe proprio di sì, visto che la ceca, ormai diventata americana, testa di serie numero 4 del tabellone, si sbarazza facilmente della britannica Taylor, 6-2 6-3, dell’azzurra Sandra Cecchini, 6-2 6-0, della connazionale Harvey-Wild, 6-3 6-2, e dell’altra ceca che sui prati gioca bene, Helena Sukova, 6-1 6-2, per guadagnare un posto ai quarti di finale. Dove l’attende proprio Jana Novotna, per un confronto che non solo è una sorta d passaggio di consegne, ma mette l’una contro l’altra le interpreti più autorevoli del serve-and-volley, rivincita della sfida di semifinale dell’anno prima che vide trionfare l’allieva al cospetto della maestra. Insomma, proprio un bel vedere.

Lasciamo un attimo le due ragazze che si spartiscono i favori del pronostico, e vediamo quel che succede nella parte alta del tabellone, quella sguarnita dalla precoce eliminazione della Graf, non prima di aver registrato la vittoria della doppista Gigi Fernandez che batte in due set, 6-4 6-4, la Garrison, un’altra che forse un pensierino al titolo lo faceva dopo aver eliminato la Sanchez, accedendo così alle semifinali dove affronterà la vincente del derby cecoslovacco. Nella metà alta, dunque, succede che una spagnola di buon lignaggio, Conchita Martinez, testa di serie numero 3, che nei tornei degli Slam ha raggiunto una sola semifinale, guarda caso a Wimbledon nel 1993 per venir battuta dalla Graf, e che ha un gioco che si adatta perfettamente alla terra battuta tanto da aver vinto le due ultime edizioni degli Internazionali d’Italia a Roma, avanza battendo una dopo l’altra la canadese Simpson-Alter, 6-1 6-3, la giapponese Miyagi, 6-1 7-6, la francese Tauziat, 6-1 6-3, e l’australiana Radford, che le strappa un set, 3-6 6-3 6-4, andando poi ad incrociare ai quarti di finale la giunonica americana Lindsay Davenport, che cammin facendo ha eliminato una Gabriela Sabatini ormai solo lontana parente di quella meravigliosa giocatrice che qui fu finalista nel 1991. La Martinez si impone al terzo set, 6-2 6-7 6-3, per poi dar vita ad una semifinale ricca di emozioni e dal finale trilling con la stessa McNeil, che dopo aver sorpreso la Graf è avanzata sicura fino alla semifinale, risolta 10-8 al set decisivo con l’americana più volte a due passi dal successo ma incapace di portare l’opera a compimento.

La Martinez, contro pronostico, si arrampica così alla prima finale in carriera in un Grande Slam, ma ad onor del vero senza troppe speranze di far saltare il banco. Già, perchè dall’altra parte del net c’è proprio lei, la regina, che da sempre ha eletto il Centre Court di Wimbledon suo giardino preferito: Martina Navratilova, che a distanza di quattro anni torna in finale e con il decimo titolo a portata di racchetta. Anche perchè l‘ostacolo più impegnativo verso un record destinato a durare nel tempo, Jana Novotna, è stato scavalcato in scioltezza, perdendo sì il primo set 7-5, ma dominando poi alla distanza 6-0 6-1, con una sinfonia di tocchi al volo che non hanno eguali nella storia del tennis. Il 6-4 7-6 in semifinale a Gigi Fernandez, che spreca due setpoint per allungare la sfida al terzo set, sembra solo l’aperitivo di un trionfo annunciato.

Invece… invece il 2 luglio, proprio sul palcoscenico a lei più congeniale e davanti al pubblico più fedele, la Navratilova incespica. Insicura nel servizio e troppo spesso condannata a cedere il passo alla spagnola, incontenibile nel suo bellissimo passante di rovescio ad una mano, la campionessa cecoslovacca/americana si trova costretta a rincorrere un primo set lasciato all’avversaria, 6-4, per riemergere nel secondo parziale, 6-3. La Martinez è in giornata di grazia, pure motivata dalla prospettiva di diventare la prima spagnola a vincere a Wimbledon, come invece non riuscì in tempi remoti a Lilì de Alvarez che perse tre finali consecutive dal 1926 (con Kitty McKane Godfree) al 1928 (con Helen Wills), e ha le forze per respingere l’assalto della grande rivale che infine si arrende 6-3 al set decisivo.

Conchita, ebbra di gioia, crolla sul tappeto più soffice, quell’erba ormai sempre meno verde che regala nondimeno l’immortalità tennistica, e il sorriso all’atto della premiazione si accoppia al flair-play, sincero, della regina Navratilova. Che fallisce la decima ma ha ben donde di esser soddisfatta lo stesso: ditemi voi chi sarà capace di esser finalista a Wimbledon alla non più… verde età di 38 anni!

WIMBLEDON 1973, STORIA DI UN TORNEO BOICOTTATO DAI MIGLIORI

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Metreveli e Kodes – da wbur.org

articolo di Nicola Pucci

Soffia un vento strano, a pochi giorni dall’apertura dei Doherty Gates a Wimbledon nel 1973. E non annuncia niente di buono.

Infine firmata la pace tra Lamar Hunt, fondatore/presidente del circuito WCT, e la Federazione internazionale, ad onor del vero il tennis dei professionisti sembra aver ritrovato serenità ed equilibrio, ed anche la vecchia, cara Coppa Davis diventa open.

Con l’autorizzazione a partecipare garantita ai professionisti, la massima competizione riservata alla nazionali riprende vigore, dopo una fase di appannamento che i soli Smith e Nastase, tra i grandi, sono riusciti ad onorare negli ultimi quattro anni. E’ pur vero che la ventata innovativa non pare riguardare l’Australia, che in attesa del ritorno dei mammasantissima Laver e Newcombe, affatto disposti a lasciar l’America, dove svolgono con profitto l’attività tennistica, per competere nei primi turni della zona asiatica, obbliga il capitano Neale Fraser a convocare due veteranissimi come Ken Rosewall, 39 anni, e Mal Anderson, 38 anni. Il “vecchio” Ken ritrova la competizione a 20 anni di distanza dalla sua prima vittoria (3-2 agli Stati Uniti nel 1953), mentre il compagno torna a difendere i colori del suo paese 15 anni dopo l’ultima sua apparizione (finale del 1958, sempre con gli Stati Uniti, ma stavolta con sconfitta per 3-2), ma l’entusiasmo è quello dei ben tempi andati e gli oceanici, con l’apporto anche di Geoff Masters e Colin Dibley, agguantano la finale interzona contro l’India.

Se per l’Australia, dunque, non sembrano esserci problemi, non altrimenti succede ovunque. Dato che questa nuova opportunità di poter selezionare un qualsiasi giocatore pone un emblema di non facile risoluzione: i professionisti, siano essi indipendenti o sotto contratto con qualche circuito, sono liberi di garantire la loro disponibilità a seconda dell’interesse personale oppure devono sottomettersi all’autorità delle loro Federazioni? L’Australia ha deliberato, Laver e Newcombe possono declinare la selezione conservando nondimeno la possibilità di giocare la fase finale della competizione. Ma in Yugoslavia, ad esempio, le cose vanno diversamente e gli accadimenti che sto per raccontarvi segneranno indelebilmente l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon.

18-20 maggio: la Yugoslavia incontra la Nuova Zelanda a Zagabria, in un match valido per la zona B europea, perdendo 3-2. Niki Pilic, il numero 1 balcanico, non partecipa all’incontro, impegnato nel torneo WCT di Las Vegas.

20 maggio: la Federazione yugoslava afferma che Pilic aveva accettato la selezione per poi rendersi indisponibile al momento dell’incontro. Sospende il giocatore per nove mesi e chiede alla Federazione internazionale di fare altrettanto.

21 maggio: la Federazione internazionale avverte la Federazione francese che Pilic non prenderà parte al torneo del Roland-Garros che prende il via proprio in quel giorno. L’ATP (Associazione Tennistica Professionisti) chiede le prove del fatto che Pilic avesse accettato la selezione, lasciando intendere che nel caso non venissero prodotte, alcuni dei suoi membri diserterebbero per solidarietà a Pilic il torneo parigino.

22 maggio: la Federazione francese è colta dal panico. Se gli 82 giocatori che aderiscono all’ATP boicottano il Roland-Garros, sarebbe un fiasco finanziario clamoroso, essendo i francesi molto meno fedeli al tennis di quanto non lo siano gli appassionati londinesi che seguono Wimbledon. La Federazione internazionale consiglia Pilic di fare appello avverso la squalifica in modo da prendere tempo e poter giocare a Parigi, al pari dei colleghi dell’ATP. Il comitato d’urgenza della Federazione internazionale decide di riunirsi il 1 giugno, in presenza dell’ATP, della Federazione yugoslava e dello stesso Pilic.

1 giugno: la Federazione internazionale, sentite le parti, conferma la squalifica di un mese per Pilic. La decisione verrà resa pubblica subito dopo la finale dello Slam parigino, nel frattempo Pilic può giocare al Roland-Garros, disputando il miglior torneo della carriera. Il 3 giugno, dopo aver battuto Paolo Bertolucci ai quarti e Adriano Panatta in semifinale, e senza esser testa di serie, guadagna la finale per poi cedere il passo a Ilie Nastase, nettamente, 6-3 6-3 6-0.

4 giugno: iniziano gli Internazionali d’Italia a Roma, minacciati dalla decisione presa dalla Federazione internazionale. Per salvare il torneo Giorgio Neri, presidente della Federazione italiana, decide di ammettere in tabellone Pilic.

24 giugno: Pilic non può iscriversi ai tornei che precedono Wimbledon. E a Londra non può essere ammesso a partecipare. L’ATP ritiene inammissibile la cosa e decreta la sua solidarietà al giocatore, affermando altresì che non è stata presentata nessuna prova che Pilic avesse accettato la convocazione per la sfida di Coppa Davis. All’ultima ora Allan Heyman, presidente della Federazione internazionale, Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon, e Cliff Drysdale, rappresentante dell’ATP, cercano l’accordo ma non arrivano a compromesso e l’ATP, riunita nella notte, delibera 7 voti favorevoli a 1 e 2 astenuti per il boicottaggio del torneo che si apre l’indomani, 25 giugno.

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Ian Kodes – da gettyimages.com

Ad osservare da vicino gli eventi, c’è da non crederci. Sembra di esser tornati indietro nel tempo, alle stesse motivazioni e con gli stessi attori che partorirono poi nel 1968 la svolta verso l’era Open del tennis. Nessuno, in buona sostanza, è veramente al corrente di quel che sia accaduto tra Pilic e la sua Federazione prima della sfida di Coppa Davis con la Nuova Zelanda. Fatto è che Pilic, partecipando al circuito WCT, trae profitto ben più che rispondendo ad una chiamata della sua nazionale, come non avviene da cinque anni. Che ci sia stato un malinteso tra Federazione e giocatore? Probabile, come altrettanto probabile è che Pilic avesse tutto l’interesse di decidere indipendentemente di giocare il torneo di Las Vegas. Resta altresì incomprensibile come Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon che tanto si era adoperato perchè l’era Open del tennis chiudesse l’annosa questione legata al professionismo, abbia in questo caso tenuto un atteggiamento neutrale, non rinunciando ad ignorare la sospensione di Pilic così come aveva fatto il collega del torneo di Roma.

E così 79 degli 82 giocatori iscritti all’ATP disertano l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon. Solo tre di loro rifiutano di aderire al boicottaggio: Ilie Nastase, numero 1 del mondo, che ha timore di venir radiato dalla sua Federazione; Roger Taylor, giocatore di casa, che sente di dover rispettare il pubblico londinese garantendo la sua presenza, e il modesto Ray Keldie, giocatore australiano di terza fascia. Tutti i giocatori dell’est Europa, in qualità di dilettanti, sono a loro volta presenti all’evento. Ma è inevitabile che si pensi anche al dopo. Che succederà in seno all’ATP nel caso in cui Nastase o Taylor dovessero vincere il torneo approfittando dell’assenza degli altri big?

Fortuna vuole che il campione rumeno, che è ovviamente prima testa di serie, si faccia eliminare agli ottavi dall’americano Sandy Mayer, per vincere invece la prova di doppio associato a Jimmy Connors. Taylor, dal canto suo, numero 3 del tabellone, procede spedito fino alla semifinale, battendo ai quarti di finale un 17enne scandinavo che sta facendo strage di cuori e cambierà il tennis, tale Bjorn Borg, che cede 7-5 al quinto set, perdendo a sua volta, e con lo stesso punteggio, con il cecoslovacco Jan Kodes, testa di serie numero 2 e vincitore al Roland-Garros nel 1970 e nel 1971. Il britannico si risparmia così qualche conto in sospeso con i colleghi dell’ATP, nondimeno assurgendo al rango di eroe dei sudditi di Sua Maestà che lo eleggono a loro beniamino sostenendolo con passione quasi esagerata.

Costretti all’ultimo minuto a ridisegnare il tabellone, i dirigenti di Wimbledon fanno appello alle vecchie glorie e ai giovani rampanti per non accusare troppo il colpo. In assenza di Stan Smith, campione uscente, Pietrangeli, Sedgman e Fraser sono ancora della partita, pur pagando dazio all’età che avanza ed uscendo in blocco al primo turno; Borg, vincitore l’anno prima del torneo juniores, è il sesto favorito mentre Jimmy Connors è accreditato della quinta testa di serie. Sono loro le nuove vedette di Wimbledon. Se lo svedese scatena orde di ragazzine che invadono il campo in cerca di un autografo infrangendo un protocollo rigidissimo e che si perde nel tempo, l’americano affascina per un tennis d’attacco che pare destinato a portarlo in breve tempo molto in alto.

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Borg a Wimbledon 1973 – da pinterest.com

Il boicottaggio, ad onor del vero, non ha effetto sul successo di pubblico del torneo che chiude con l’ennesimo record di presenze sugli spalti. Wimbledon, forte di una tradizione centenaria, è una festa del tennis, da sempre, e i londinesi non cambiano le loro abitudini: se non ci sono i campionissimi, fa lo stesso. Gli stessi giornalisti non hanno di che lamentarsi, per gli exploit di Borg e il millantato fidanzamento tra Jimmy Connors e Chris Evert, e le conferenze stampa quasi sempre fanno il pieno. Se i vecchi campioni con la loro assenza hanno spianato la strada agli emergenti, è bene dirlo che non l’hanno resa loro troppo difficile.

Sono infine due giocatori che vengono dall’est Europa a presentarsi all’appuntamento con la finale, l’8 luglio sul Centre Court più famoso al mondo. Il cecoslovacco Jan Kodes, numero 2, e il sovietivo Alex Metreveli, numero 4, non sono affiliati all’ATP e quindi le loro prestazioni sono liberate da quegli scrupoli che invece hanno ingolfato l’anima di Ilie Nastase, sulla carta il grande favorito del torneo. Kodes, che ha già due tornei dello Slam in curriculum, lascia un set al giapponese Hirai al primo turno e all’indiano Mukerjea agli ottavi, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro l’altro indiano Amritraj ai quarti e appunto Taylor in semifinale, entrambi superati 7-5 al set decisivo; Metreveli, dal canto suo, liquida senza troppi patemi Matthews, Giltinan, Cooper e Feaver, tutti in tre set, per poi spengere ai quarti l’ardore agonistico di Connors e approfittare in semifinale di un Sandy Mayer forse appagato dall’impresa con Nastase. All’atto decisivo Kodes si impone in tre set, 6-1 9-8 6-3, senza troppa enfasi, abbozzando un sorriso stretto ed alzando la coppa senza eccessiva convinzione. Certo, era necessario un vincitore che desse lustro all’albo d’oro, e il 27enne praghese è perfetto, tanto da confermare il trionfo due mesi dopo sull’erba di Forest Hills, finalista battuto da Newcombe in cinque set agli US Open.

E così, se il boicottaggio non ha prodotto sconquassi nel pubblico, ha altresì reso l’ATP un interlocutore credibile e rispettato, tanto da prendere definitivamente il posto di promotori privati come Lamar Hunt e diventare il punto di riferimento per i giocatori, protetti nei loro interessi nei rapporti con la Federazione internazionale e i tornei del Grande Slam. Certo è che Kodes… prende, ringrazia e porta a casa!

 

MIKAEL PERNFORS, UN CARNEADE IN FINALE AL ROLAND-GARROS 1986

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Pernfors esulta dopo aver battuto Leconte – da nytimes.com

articolo di Nicola Pucci

Non vorrei apparire ingeneroso con Mikael Pernfors, giovanotto scandinavo che ebbe i natali a Malmo, in Svezia, il 16 luglio 1963, ma se vien considerato tra i finalisti meno accreditati di una prova del Grande Slam ci sarà un motivo.

E va ricercato nell’edizione 1986 del Roland-Garros, a cui Pernfors si presenta da carneade, seppur due volte vincitore del torneo NCAA (unico nella storia assieme a Dennis Ralston) riservato ai giovani studenti universitari, ed ancora all’asciutto di pedigree nel circuito professionistico. E’ numero 27 del mondo, in virtù di una semifinale a Memphis (battuto da Edberg) e i quarti a La Quinta (sconfitto da Noah), Atlanta (eliminata da Teacher) e Indianapolis (dove sbatte in Gomez), ha all’attivo solo la vittoria nel 1985 al torneo challanger di Porto Alegre ma al grande pubblico è poco noto e nessuno, ma proprio nessuno sarebbe disposto a puntare un franco su di lui alla Porte d’Auteuil.

Invece Parigi sta per vivere due settimane assolutamente inattese e palpitanti, grazie a questo ragazzotto di soli 173 centimetri che nella buona tradizione svedese, pur essendo tennisticamente crescituo di là dall’Oceano, è velocissimo di piedi, sbaglia poco e rimanda oltre il net tutto quel che gli arriva a tiro di racchetta. Esattamente come Mats Wilander, che è detentore del titolo e numero 2 del tabellone alle spalle di Ivan Lendl, che proprio nel 1985 fu sconfitto in finale e stavolta è ben deciso a far suo quel titolo già messo in saccoccia nell’epica sfida con McEnroe del 1984.

Ma se Wilander paga dazio ad uno scadente stato di forma facendosi eliminare al terzo turno in tre rapidi set dal russo Chesnokov, 6-2 6-3 6-2, Lendl è fedele al suo status non lasciando che le briciole al tedesco Westphal, allo svizzero Hlasek, all’argentino Miniussi e all’altro teutonico Keretic, tutti inderogabilmente battuti in tre set, per poi battagliare ferocemente almeno per due set con l’ecuadoriano Gomez, che gli strappa al tie-break il primo, ed in definitiva anche l’unico, set del torneo, demolendo il sudafricano Kriek in semifinale 6-2 6-1 6-0 arrampicandosi così all’atto conclusivo.

In assenza di Wilander il pubblico di fede transalpina ha modo di infiammarsi per le gesta dei suoi beniamini bleu-blanc-rouge, Noah numero 4, Leconte numero 8 e Tulasne numero 10. Ma se Yannick è costretto a lasciar via libera agli ottavi proprio a Kriek complice un infortunio e Thierry si fa battere in cinque set dal bel tennis classico di Claudio Panatta al secondo turno, “Riton” pennella un percorso da leccarsi i baffi con quel magico braccio sinistro di cui Madre Natura lo ha dotato, liquidando nell’ordine De Miguel, Mansdorf, Motta e De La Pena.

Liberato dell’ingombro di Wilander, ai quarti di finale Leconte batte facilmente Chesnokov, killer dello svedese, 6-3 6-4 6-3, e le porte della finale sembrano spalancarsi. Appunto, sembrano, ahimè per lui, perchè trova al penultimo atto l’ospite inatteso a questo stadio della competizione.

Già, Pernfors, che comincia le due migliori settimane della sua carriera battendo all’esordio Delaitre, 7-6 6-4 6-2, per poi smorzare le illusioni di Edberg al secondo turno, fermato a suo di passanti e pallonetti nell’estenuante maratona chiusa 6-4 al quinto set. E se la vittoria con “Stefanello” equivale ad una sorta di battesimo del fuoco per lo svedesino, i successi con il doppista americano Seguso e con il terraiolo doc Jaite confermano invece i suoi progressi, che poi diventan trampolino di lancio per l’exploit ai quarti di finale con Becker, a sua volta vittima delle doti di Pernfors che finisce per dominare, 2-6 6-4 6-2 6-0.

Nondimeno la semifinale con Leconte è l’occasione da non lasciarci sfuggire più per il francese che per lo scandinavo, ma ancora una volta Pernfors si rivela un diesel, lento ad entrare in partita, 2-6, poi abilissimo nell’inquadrare tatticamente l’avversario per correggere il tiro, anzi i tiri, e prevalere alla distanza in quattro set, 7-5 7-6 6-3. E così, se il Court Central del Roland-Garros si indispettisce per la dose massiccia di talento sprecata dal suo beniamino, è altrettanto pronto ad accogliere nelle sue grazie il “pollicino” di Malmo, che vola in finale a sfidare il gigante Lendl.

Ad onor del vero con poche speranze di portare a termine l’opera perfetta, ovvero far sua la Coppa dei Moschettieri, ed in effetti quell’8 giugno 1986 non c’è proprio partita. Il numero 1 del mondo è un osso troppo duro anche per i denti acuminati di Mikael, che vorrebbe azzannare l’ennesima preda ma si trova a dover rimandare illusioni di vittoria a data da destinarsi. Finisce 6-3 6-2 6-4, perchè Pernfors paga le corse a perdifiato dei giorni precedenti, o forse più semplicemente perchè Lendl è troppo più forte di lui e non è disposto a sprecare la chance.

Mikael Pernfors, carneade un paio di settimane prima, non avrà altre opportunità di illustrarsi tra i campioni da Grande Slam, non andando oltre la 10ma posizione del ranking a settembre e giungendo ai quarti degli Open d’Australia nel 1990 beneficiando, caso unico, dell’espulsione di McEnroe nel match di ottavi di finale … ma se carneade è chi giunge in finale al Roland-Garros, vorrei esser carneade anch’io.

ROLAND-GARROS 1997, LO SGAMBETTO ALLA REGINA DI IVA MAJOLI

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Iva Majoli bacia la Coppa dei Moschettieri – da tenniscircus.com

articolo di Nicola Pucci

Era tutto pronto, quel 7 giugno 1997, sul Court Central del Roland-Garros. Gli occhi di 13.000 appassionati attendevano solo l’ultima recita per celebrare il giorno della regina, in procinto di cingersi della corona di Francia.

Lei, Martina Hingis, baciata da un talento raro, fenomeno di precocità tennistica, già numero 1 del mondo da qualche settimana, aveva programmato perfettamente il copione. Ad eccezione del lieto fine e dei titoli di coda. Già, perchè quelli non l’avrebbero confortata, bensì ne avrebbe beneficiato una signorina croata, tale Iva Majoli, che stava per rovinare la festa.

E’ un’edizione del Roland-Garros, quella del 1997, a cui la Hingis si presenta in qualità di prima giocatrice al mondo (la più giovane di sempre, il 31 marzo 1997, con i suoi 16 anni e 182 giorni), nonchè di grande favorita del torneo, reduce da ben 30 vittorie consecutive e sei eventi vinti di fila. Insomma, pare proprio imbattibile. E’ altresì vero che l’elvetica ha dovuto rinunciare agli eventi su terra battuta in preparazione di Parigi complice una banale caduta da cavallo, ma il margine rispetto alle rivali è talmente ampio e rassicurante che, seppur privata del necessario allenamento su “rosso“, gli addetti ai lavori non nutrono grossi dubbi sulle sue chances di bissare il trionfo Slam di gennaio in Australia ed infine cogliere il primo successo alla Porte d’Auteuil.

Steffi Graf è la numero 2 del tabellone, campionessa in carica seppur in declino, mentre Monica Seles, terza pretendente al titolo, ha l’animo ancora squarciato ben più della ferita inferta dal colpo di pugnale del folle Gunther Parche ad Amburgo qualche anno prima. Le due regine detronizzate sono le principali antagoniste della Hingis, pronostico dalla quale non è comunque esclusa Arantxa Sanchez, appunto finalista nel 1996 battuta 10-8 al terzo dalla tedesca, e già due volte vincitrice al Roland-Garros, da bambina nel 1989 e da donna in divenire nel 1994. Le altre, siano esse la giunonica Davenport, la talentuosa Novotna, l’iberica Martinez che ha in palmares un bel poker consecutivo agli Internazionali d’Italia, e la cucciola di casa Pierce, sembrano destinate ad un ruolo di comprimarie.

In effetti il percorso della Hingis, da subito, palesa qualche inattesa incertezza. Dopo il rapido 6-0 6-2 al debutto contro la slovacca Nagyova, è la minuscola marchigiana Gloria Pizzichini a… pizzicare l’orgoglio della numero 1 del mondo, strappandole il primo set, 6-3, prima di cedere alla distanza, 6-4 6-1.

Risolta altrettanto facilmente la pratica con la pin-up Anna Kournikova, bellina ma che non vince neanche per disperazione, rimandata con un eloquente 6-1 6-3, fa sensazione agli ottavi di finale il 6-3 0-6 6-0 con l’austriaca Barbara Paulus. Quel secondo set ceduto senza lottare evidenzia che nel gioco, così come nella testa e nelle gambe di Martina, c’è qualche crepa preoccupante. E se il 6-2 6-2 ai quarti con la Sanchez rassicura e il 6-7 7-5 6-4 in semifinale con la Seles affatica, nondimeno la Hingis in finale c’è e c’è con la dichiarata intenzione di far suo il titolo.

Dall’altra parte del net c’è l’ospite inattesa. Iva Majoli. E qui si apre un altro capitolo interessante. La croata di Zagabria, classe 1977, ha vinto un paio di tornei in stagione, ad Hannover a febbraio su superficie sintetica e ad Amburgo in maggio su terra battuta. E’ in crescita, ha fatto il pieno di fiducia ed è accreditata della testa di serie numero 9. Non coltiva, ad onor del vero, grandi ambizioni, ma se deve piazzare il colpaccio è questo il momento e il luogo adatto per provare a far saltare il banco.

Una dopo l’altra la Majoli fa fuori la ceca Kleinova, 7-5 6-4, la francese Fusai, 6-2 6-3, e l’americana Grossman, 6-1 4-6 6-1, per poi demolire di rincorsa la Davenport, 5-7 6-4 6-2, guadagnandosi un posto ai quarti di finale. Quando poi, dopo aver bissato con la rumena Dragomir, 6-3 5-7 6-2, il successo proprio della finale di Amburgo, trova la strada liberata dall’ingombrante presenza della Graf, eliminata a sorpresa dalla piccola sudafricana Amanda Coetzer, l’accesso alla finale non è più un miraggio ma un obiettivo che arriva a concretizzarsi in virtù del successo di misura con la stessa Coetzer, 6-3 4-6 7-5, a chiusura di una sfida che per entrambe rappresentava l’occasione della vita.

Il totem Hingis è lì, ad attendere Iva al d-day, ma la regina è inaspettamente abulica, incapace di mostrare il talento di cui Madre Natura l’ha dotata, stranamente in balia dell’avversaria, lei sì invece assolutamente all’apice della forma tennistica. Ne vien fuori un match quasi a senso unico, con la Majoli a fare il bello e il cattivo tempo e la Hingis costretta ad arrendersi con un referto che non ammette repliche, 6-4 6-2.

Iva Majoli trionfa con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere e il Court Central l’acclama campionessa introducendola tra le grandi del tennis: oggi, se quel colpo fu l’unico di una carriera poi spentasi troppo velocemente, rimane una ferita mai rimarginata nel curriculum della svizzera. Che tornerà dominatrice ma a cui mancherà, sempre, la corona di regina di Francia.

ALBERTO MANCINI, LA METEORA CHE ILLUMINO’ IL CIELO DI ROMA

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Alberto Mancini – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

In principio fu Enrique Morea, che in un lontano 1954 lasciò strada a Budge Patty; poi venne il tempo del  “poetaGuillermo Vilas, battuto da Panatta nel 1976 e da Gerulaitis nel 1979 prima di trionfare nel 1980 con l’imberbe Noah; toccò dopo di lui al “gemello” – o quasi – Josè Luis Clerc, che l’anno dopo ebbe la meglio in finale del bel paraguaiano Victor Pecci; e poi ancora Martin Jaite e Guillermo Perez Roldan, incapaci di infrangere il dominio su terra dei dioscuri Wilander e Lendl nel biennio 1987/1988.

Insomma, il vessillo bianco-celeste dell’Argentina fa bella mostra di sè più volte all’atto decisivo degli Internazionali d’Italia di tennis, nel meraviglioso teatro del Foro Italico in Roma. Ma l’anno del Signore 1989 racconta di un campione sudamericano ancora, Albero Mancini, capace di sconvolgere le gerarchie e guadagnarsi il titolo di re della capitale.

Ad onor del vero l’edizione numero 46 di una meravigliosa storia agonistica che vide la luce nel 1930 con la vittoria del grande Bill Tilden – seppur a Milano -, ha ben altri pretendenti quando il 15 maggio i campioni della racchetta debuttano con il primo turno. Ci sarebbe Mats Wilander – il condizionale in questo caso è d’obbligo – che è numero uno del tabellone ma da quando ha raggiunto l’anno precedente la prima posizione del ranking mondiale dopo il trionfale US Open ha come persa l’ispirazione; sicuramente al titolo ambisce il “kid di Las VegasAndrè Agassi, nuova recluta nel panorama internazionale che pare destinato ad un avvenire clamorosamente ricco di soddisfazioni; c’è quel Kent Carlsson che su terra battuta ha pedigree importante con le vittorie nel 1988 a Barcellona, Kitzbuhel ed Amburgo; “gattoneMecir vorrebbe far meglio della finale raggiunta nel 1985 quando fu sconfitto da Noah; Krickstein ed Emilio Sanchez sono quanto di meglio, o quasi, il tennis sul rosso ha da offrire; lo stesso Perez Roldan ha una finale da difendere e magari coltiva qualche l’ambizione stavolta di portarsi a casa la coppa. E poi… e poi, escludendo il “vecchio” Connors che è testa di serie numero 5 ma realisticamente non sembra aver troppe chances di essere infine il migliore, c’è Alberto Mancini, che compirà 20 anni nel corso del torneo e già a Montecarlo ha sbancato la roulette monegasca battendo prima un arrendevole Wilander in semifinale, poi a sorpresa Becker in finale.

Si comincia, dunque, e l’esordio è già fatale a due pezzi da novanta, Carlsson che paga dazio a quei problemi al ginocchio sinistro che nel 1990 lo costringeranno ad un prematuro ritiro dall’attività a soli 22 anni, eliminato dall’olandese Mark Koevermans, 6-3 6-4, e Mecir che inciampa nel dritto paralizzante della wild-card azzurra Omar Camporese, che si impone 6-2 7-5. In realtà questi due primi risultati ad effetto sono solo l’inizio di un’edizione a sorpresa del torneo, che boccia al secondo turno Krickstein, 6-4 7-5 con il pallettaro iberico Arrese, e agli ottavi Wilander, 6-3 6-4 con Berger, Connors che raccoglie solo due giochi con il giovane e promettente Sergi Bruguera e Sanchez che neppure scende in campo con Mancini, costretto al forfait da un infortunio.

Mancini, appunto. Che sull’onda lunga dell’entusiasmo prodotto dal trionfo inatteso a Montecarlo batte facile Clavet all’esordio, fa altrettanto con l’americano Duncan al secondo turno e avanza ai quarti risparmiando energie preziose. Che su terra battuta fanno sempre comodo. Ad altezza quarti di finale il tabellone regala in pasto all’argentino il miglior talento in divenire del tennis italiano, Camporese appunto, che dopo Mecir ha sconfitto un altro giovanotto di belle speranze, tale Goran Ivanisevic, e il tenace peruviano Yzaga, con Berger ed Arrese ad incrociarsi tra loro per un posto in semifinale senza esser compresi tra le teste di serie, mentre nella parte bassa Koevermans, che ha spento l’ardore di Diego Nargiso agli ottavi, affronta Bruguera in un altro confronto senza il conforto dello status di testa di serie e Agassi,  che non ha lasciato set per strada al connazionale Witsken, all’altro predestinato Pete Sampras e al messicano Lavalle, trova sulla sua strada Perez Roldan nell’unica sfida tra due accreditati della vigilia al trono di Roma.

E se Arrese fa un sol boccone di Berger, 6-1 6-1, Bruguera fa altrettanto con Koevermans, 6-2 6-4 e Agassi con il 6-3 6-1 a Perez Roldan legittima il suo nuovo stato di fuoriclasse della racchetta, Mancini e Camporese danno vita al miglior match della settimana. Dritto contro dritto, il miglior colpo del repertorio di due rivali che non si riparmiano in una battaglia all’ultima stilla di energiac con l’argentino ad imporsi di misura nel primo set, 7-5, il bolognese a far suo il tie-break del secondo parziale, 7-6, infine Mancini a far valere una maggior freschezza atletica con il 6-3 definitivo che lo spedisce direttamente in semifinale.

Che poi diventa finale, perchè Arrese con il suo tennis di resistenza e corsa non può certo opporsi alla giovanile esuberanza e alla potenza del bell’Alberto, assurto nel frattempo a beniamino del pubblico, soprattutto di parte femminile, che si impone in due rapidi set, 6-2 6-4, così come Agassi prosegue la sua corsa senza incertezze battendo l’altro ispanico, Bruguera, con score simile, 6-3 6-4, volando in finale per un ultimo atto che si annuncia appassionante.

E così sia. Il 21 maggio il Campo Centrale del Foro Italico è teatro di una delle finali più appassionanti che si possano ricordare. E sì che di belle partite il pubblico romano se ne intende. Da una parte il tennis potente dell’argentino che, si mormora, sia amante della bella vita della Capitale, dall’altra il gioco anticipato del capelluto americano dall’abbigliamento sgargiante. Due baldi giovani in piena ascesa e lo spettacolo è per palati fini. Mancini fa suo il primo set, 6-3, strappando all’avversario il primo parziale del torneo, ma la reazione del “kid” non si lascia attendere, tanto da produrre il 6-4 6-2 che ribalta il risultato. Agassi sembra padrone del match, il quarto set è nondimeno entusiasmante, con Mancini che lascia un game solitamente capitale, il settimo, per maltrattamento della racchetta ma quando ha un piede e mezzo nel baratro, risorge da 3-5, annulla un match-point sul 4-5, si arrampica al tie-break, se lo mette in saccoccia con un netto 7-2 e trascina la sfida, epica, al set decisivo. Qui Andrè crolla, denunciando limiti di tenuta alla distanza, e Alberto certifica un temperamento da gladiatore e con un clamoroso 6-1 a referto si cinge la testa della corona di re di Roma. Meritata.