MARIA BUENO, LA LEGGENDA BRASILIANA DEL TENNIS ANNI ’60

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Maria Bueno al Torneo di Wimbledon 1968 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Il 1958 è “L’Anno della Gloria” per il popolo brasiliano, quello in cui, grazie all’esplosione del non ancora 18enne Pelé, la “Seleçao” si aggiudica il suo primo titolo mondiale nell’edizione svoltasi in Svezia nel corso del mese di giugno, rimarginando, almeno in parte, la ferita inflitta dal “Maracanazo” di otto anni prima che aveva posto nello sconforto più assoluto un’intera Nazione.

Passa così in sott’ordine il fatto che una giovane connazionale, non ancora 19enne, avesse fatto il suo ingresso nel Circuito internazionale del Tennis affermandosi agli “Internazionali d’Italia”, superando in Finale (3-6, 6-3, 6-3) l’australiana Lorraine Coghlan, così come che, nel successivo mese di luglio, la stessa trionfasse, in coppia con l’americana Althea Gibson, nella Finale del Doppio al prestigioso Torneo londinese di Wimbledon, avendo la meglio in due set (6-3, 7-5) sulle statunitensi Margaret duPont e Margaret Varner.

D’altronde è capibile, con i Campioni del Mondo rientrati dall’Europa ed un titolo da festeggiare, chi volete che si interessasse ad uno Sport da cui sinora il Paese sudamericano non aveva ricevuto alcun alloro, al pari del resto di quasi ogni altra disciplina, visto, ad esempio, che alle Olimpiadi, il Brasile aveva sino a quell’epoca vinto solo tre medaglie d’Oro, due delle quali grazie al leggendario triplista Adhemar Ferreira da Silva, affermatosi sia ai Giochi di Helsinki ’52 che nella successiva edizione di Melbourne ’56 …

Ma per i prossimi Mondiali di Calcio si devono aspettare quattro anni, nel panorama olimpico il Brasile resterà a digiuno di medaglie d’Oro sino a Mosca 1980, ed ecco allora che – mentre il Santos di Pelé fa collezione di Trofei in Patria e nel Mondo, aggiudicandosi due “Copas Libertadores” ed altrettante Coppe Intercontinentali – anche nel “Pais de Futebol” vi è spazio per ammirare le esibizioni di questa giovane promessa che in pochissimo tempo scala le gerarchie del Tennis internazionale.

Nata a San Paolo l’11 ottobre 1939, Maria Esther Andion Bueno cresce in una famiglia che vive di tennis, ad iniziare dal padre, uomo d’affari che si diletta a praticarlo in un Club di cui è Socio, nonché dal fratello maggiore Pedro, il quale però non riesce ad emergere neppure a livello nazionale.

La piccola Maria inizia a prendere in mano la racchetta ad appena sei anni presso il “Clube de Regatas Tiete” di San Paolo, dimostrando un’innata predisposizione tanto che, pur senza ricevere un’adeguata istruzione con un Maestro a lei assegnato, già a 12 anni si aggiudica il suo primo Torneo di Categoria, a 15 anni è Campionessa nazionale nel singolo ed a 17 anni si afferma nel prestigioso Torneo dello “Orange Bowl” in Florida, tra le juniores.

Non vi è pertanto da stupirsi dei suoi progressi non appena sbarcata nel Vecchio Continente l’anno seguente, dove – a parte il citato successo sul campo del Foro Italico – raggiunge la semifinale nel singolo al Roland Garros (sconfitta 6-2, 1-6, 2-6 dalla britannica Shirley Bloomer) ed i Quarti a Wimbledon, dove cede 3-6, 5-7 rispetto all’altra britannica Ann Haydon, Torneo poi vinto dalla sua compagna di Doppio Gibson, che conferma il titolo dell’anno precedente.

Una Gibson che compie identico percorso agli US Open, in cui la 19enne paulista si arrende ancora ai Quarti (1-6, 2-6) contro l’americana Beverly Baker Fleitz, ed, in coppia con la Bueno, raggiunge la Finale nel Doppio, ma, a differenza di quanto avvenuto sull’erba londinese, stavolta le due cedono (6-2, 3-6, 4-6) di fronte alle connazionali Jeanne Arth e Darlene Hard, nel mentre la brasiliana raggiunge l’ultimo atto anche nel Doppio Misto, in cui fa coppia con l’americano Alex Olmedo, anche in questo caso superata (3-6, 6-3, 7-9) dalla coppia austro-americana formata da Neale Fraser e Margaret DuPont.

Un avvio di carriera ben più che promettente, ma che impallidisce al confronto di ciò che Maria riesce a compiere l’anno seguente, in quella che, a tutti gli effetti, può essere considerata la “Stagione della Consacrazione” ai massimi vertici del Tennis mondiale.

Dopo aver, difatti, esordito al Roland Garros venendo eliminata nei Quarti (6-2, 4-6, 2-6) dalla sudafricana Sandra Reynolds, la quale, assieme alla connazionale Renée Schuurman, la elimina allo stesso stadio del Torneo anche nel Doppio, la non ancora 20enne Bueno si presenta a Wimbledon quale sesta testa di serie del Tabellone, che vede ai primi due posti le tenniste di casa Christine Truman ed Angela Mortimer …

Con la prima delle due ad uscire al quarto turno per opera della messicana Yola Ramirez, fatale anche per l’americana Fleitz – testa di serie n.3 ed eliminata dalla tedesca Edda Buding – la sudamericana acquista confidenza e sicurezza circa le proprie capacità man mano che i turni si susseguono e, dopo aver sconfitto in rimonta sia la tedesca Margot Dittmayer (4-6, 6-1, 6-1) che l’americana Mimi Arnold (5-7, 6-3, 6-1), eccola accedere ai Quarti dopo aver disposto con sufficiente autorità (6-1, 7-5) della neozelandese di origini maori Ruia Morrison …

Quella della regolarità è una delle principali qualità della brasiliana che, nei primi 26 Tornei dello Slam disputati, raggiunge sempre la soglia dei Quarti di Finale, turno che sull’erba londinese, la vede superare agevolmente, con un doppio 6-3, la citata tedesca Buding, mentre è fatale alla seconda testa di serie, la ricordata Mortimer, che cede alla sudafricana Reynolds (5-7, 6-8) al termine di un’autentica battaglia …

Cresciuta nel corso del Torneo, la Bueno infligge una pesante lezione (6-2, 6-4) all’americana Sally Moore in semifinale, dove abbandona i sogni di gloria anche la sudafricana, sconfitta con un doppio 4-6 dall’americana Darlene Hard, alla sua seconda Finale a Wimbledon dopo essere stata sconfitta due anni prima dalla connazionale Gibson, che le aveva negato anche la gioia di trionfare agli US Open ’58, ed ora ritiratasi dalle scene …

Per nulla intimorita dalla maggior esperienza della sua avversaria – che, come già ricordato, l’anno precedente l’aveva sconfitta, in coppia con la Gibson, nella Finale del Doppio agli US Open – la Bueno mette in mostra il suo miglior tennis aggiudicandosi il suo primo Trofeo nel Singolare in soli due set con il punteggio di 6-4, 6-3, lasciando all’americana la “consolazione” di imporsi nel Doppio assieme alla inseparabile Arth, Torneo in cui, una volta tanto, la brasiliana era uscita di scena al primo turno, al contrario di quanto avviene nel Doppio Misto, in cui, facendo coppia con l’australiano Fraser, raggiunge la Finale solo per essere sconfitta (4-6, 3-6) proprio dalla Hard assieme alla “leggenda” australiana Rod Laver.

Il trionfo nella Capitale inglese fa sì che agli US Open, in programma a Forest Hills dal 4 al 14 settembre 1959, la Bueno si veda assegnare la testa di serie n.1, seguita da Reynolds, Truman ed Hard, con quest’ultima decisa a riscattare la sconfitta in Finale dell’anno precedente …

Chi, senza dubbio, riscatta l’esito del negativo Torneo di Wimbledon è la “enfant prodige” inglese Truman che, appena 18enne, si era imposta al Roland Garros, la quale raggiunge la Finale senza perdere neppure un set, letteralmente “spazzando via” l’americana Knode (6-1, 6-2) nei Quarti e non avendo altresì pietà in semifinale (6-2, 6-3) della connazionale Ann Haydon, che a propria volta aveva eliminato la Reynolds nei Quarti …

Con il “seeding” rispettato – tre delle prime quattro teste di serie a raggiungere le semifinali – l’altra sfida vede la Bueno, sino a questo punto “impensierita” solo al quarto turno dalla Arth, superata in rimonta (4-6, 6-3, 7-5) rinnovare il testa a testa con la Hard, uscita vincitrice a fatica (5-7, 9-7, 6-3) dal “Derby americano” con la connazionale Karen Hantze, ma anche stavolta deve abbandonare il sogno di trionfare in Singolare sull’erba di casa, subendo una netta sconfitta per 2-6, 4-6 che consegna alla brasiliana la sua seconda Finale consecutiva in un Torneo dello  Slam.

Con la gioventù a farla da padrona – la Bueno avrebbe compiuto 20 anni tra meno di un mese, la Truman ne ha fatti 18 ad inizio gennaio – la Finale del 14 settembre sull’erba del “West Side Tennis Club” a Forest Hills, nel Queens, sobborgo newyorkese, risulta meno equilibrata di quanto si potesse pensare, visto che la tennista sudamericana fa valere la propria classe nel primo set, fatto suo con un netto 6-1, per poi chiudere l’incontro portandosi a casa anche il secondo parziale per 6-4, così da divenire la prima non Nordamericana ad aggiudicarsi i British e gli US Open nella stessa stagione, al termine della quale raggiunge altresì la prima posizione nel Ranking Mondiale.

Premiata dalla “Associated Press” come “Female Athlete of the Year” – un riconoscimento assegnato per la seconda volta ad un’atleta non americana dopo la “Mammina volante” olandese Fanny Blankers-Koen nel 1948 – Maria fa ritorno in Brasile acclamata come una sorta di eroina nazionale e, visto che gli echi del trionfo mondiale della “Seleçao” si stanno oramai affievolendo, toccano a lei stavolta gli onori della ribalta, venendo ricevuta dal Presidente della Repubblica per poi sfilare per le vie di San Paolo, applaudita dai propri concittadini.

Ma, se vincere non è mai facile, confermarsi è ancor più difficile, dato che, raggiunto il vertice della Classifica mondiale, divieni automaticamente “l’avversaria da battere” ed, inoltre, non puoi esimerti dal prendere parte a tutti i Tornei, con conseguente esordio anche agli Australian Open che si svolgono a gennaio 1960 …

Ed è sull’erba del “Milton Courts” di Brisbane che la sudamericana fa per la prima volta la conoscenza con colei da cui sarà divisa da una fiera rivalità nel corso della prima metà degli anni ’60, vale a dire la non ancora 18enne australiana Margaret Smith (nata il 16 luglio 1942 nel Nuovo Galles del Sud), che la sconfigge (5-7, 6-3, 4-6) nei Quarti, per poi andare a vincere il primo dei suoi 24 (!!) titoli in Singolare dello Slam, un record tuttora ineguagliato, solo avvicinato da Serena Williams, giunta a quota 23.

Ma la partecipazione agli Open d’Australia segna una tappa importante nella carriera della Bueno, poiché la stessa compie un’impresa finora mai realizzata, ovvero di essere la prima tennista ad aggiudicarsi il “Grande Slam” nei quattro Tornei di Doppio – successivamente imitata solo dalla coppia Martina Navratilova/Pam Shriver nel 1984 e da Martina Hingis nel 1998 – iniziando tale avventura affermandosi a Brisbane assieme alla Truman, avendo la meglio in Finale per 6-2, 5-7, 6-2 sulle tenniste di casa Smith/Coghlan.

Una stagione iniziata con il piede (o meglio, il braccio …) giusto per la Bueno e che prosegue in crescendo, in quanto la vede giungere in semifinale al Roland Garros, superata (3-6, 2-6) dalla Hard, poi vincitrice del Torneo, con cui decide di “unire le forze” in Doppio, dando vita ad una coppia pressoché imbattibile, come se ne rendono per prime conto la Haydon e l’americana Patricia Ward, sconfitte 6-2, 7-5 in Finale, con la brasiliana ad aggiudicarsi anche il suo unico titolo dello Slam nel Doppio Misto, in coppia con l’australiano Bob Howe, infliggendo alla britannica (assieme all’australiano Roy Emerson) un secondo smacco, facendo suo il match per 1-6, 6-1, 6-2.

Attesa al pari di una regina nel “Tempio del Tennis” di Wimbledon, ove le viene assegnata la testa di serie n.1, la Bueno asfalta senza tanti complementi tutte coloro che le si parano davanti – 6-3, 6-2 alla belga Mercelis, 6-2, 6-1 alla norvegese Schirmer, addirittura un doppio 6-0 (!!) al quarto turno all’australiana Hellyer ed un mortificante doppio 6-1 alla beniamina di casa Mortimer nei Quarti – prima di rinnovare in semifinale la sfida con l’altra britannica Truman …

L’orgoglio della 19enne inglese la porta, dopo aver subito un pesante 0-6 nel primo set, a strappare alla n.1 del Ranking mondiale il secondo parziale per 7-5, illudendo il pubblico del Campo Centrale di poter compiere l’impresa, sogno immediatamente svanito con il netto 6-1 del terzo set, mentre dalla parte bassa del Tabellone si qualifica per la Finale la rediviva sudafricana Reynolds, capace di eliminare (6-1, 2-6, 6-1) la Hard nei Quarti e la Haydon (6-3, 2-6, 6-4) in semifinale …

Sudafricana che resiste solo nel primo set, perso per 8-6, per poi cedere di schianto (6-0) nel secondo e consentire alla Bueno di bissare il titolo dell’anno precedente, per poi infliggere alla Reynolds una seconda, cocente, umiliazione con il 6-4, 6-0 con cui, assieme all’oramai inseparabile Hard, si aggiudica la Finale del Doppio contro la coppia sudafricana composta anche dalla Schuurman.

Brasiliana che potrebbe entrare nella storia con un “en plein” solo eguagliabile qualora facesse suo anche il titolo nel Doppio Misto, ma stavolta la separazione dalla Hard gioca a favore di quest’ultima, che, assieme a Rod Laver, ha la meglio sulla coppia vincitrice al Roland Garros, al termine di una sfida che infiamma il pubblico presente, come testimonia il relativo andamento di 13-11, 3-6, 8-6 del punteggio.

Oramai assurta a stella assoluta del Circuito, la Bueno non tradisce le attese anche agli US Open che si disputano nell’ultima settimana di agosto 1960, raggiungendo anche in questo caso tutte e tre le Finali delle specialità a cui è iscritta, dando nuovamente vita ad un esaltante incontro nella Finale del Singolo contro la compagna di doppio Hard, cui tocca stavolta avere la meglio imponendosi per 6-4, 10-12, 6-4 …

Una combattente come poche, è ovvio che in coppia con l’americana le altre abbiano poche chances, ed ecco pertanto completato il “Grande Slam” concedendo due soli giochi alle malcapitate Haydon/Catt, superate con un doppio 6-1, mentre nel Doppio Misto il cambio di partner con il messicano Antonio Palafox si dimostra improduttivo, in quanto ad affermarsi per 6-3, 6-2 è la coppia formata da Fraser e dall’oramai 42enne leggenda del Tennis americano Margaret Osborne duPont.

Ricapitolando, tra Singolo, Doppio e Doppio Misto, la Bueno disputa in stagione 9 Finali – 2 in Singolo, 4 in Doppio e 3 in Doppio Misto – sulle 12 a disposizione, vincendone 6, il che è ben più che sufficiente per confermarsi per il secondo anno consecutivo ai vertici del Ranking Mondiale.

Riuscita nell’arco di soli 24 mesi a riscrivere le gerarchie di detto Sport, sino ad allora dominato da giocatrici di lingua anglofona – fossero esse americane, australiane, britanniche o sudafricane – il Mondo del tennis inizia ad interrogarsi su cosa abbia di diverso questa giovane sudamericana, in grado di mettere in riga tutte le altre …

Sicuramente le ha giovato uno stile di gioco audace ed aggressivo, prima fra le tenniste a seguire il proprio servizio a rete privilegiando la sua abilità di colpire la pallina a volo, tanto che il più celebre commentatore Usa del settore, tale Bud Collins – uno, per capirsi, pari al nostro Rino Tommasi e che ne ha senz’altro viste di partite, considerato come sia scomparso nel 2016, ad 87 anni – coniò per lei la definizione di “giocatrice balistica e sgargiante …”, avendo riferimento sia alla precisione dei colpi, ma anche all’eleganza con cui era solita presentarsi sui campi da gioco, con tenute appositamente disegnate per lei.

Di contro, questo suo tipo di gioco quanto mai dispendioso ed il non voler rinunciare a qualsiasi specie di Torneo, dal Singolare ai Doppi, costano alla Bueno una serie di infortuni al braccio ed alle gambe che la limitano nel successivo biennio, in cui torna ad affermarsi agli Internazionali d’Italia 1961 superando in Finale 6-4, 6-4 l’australiana Lesley Turner, per poi abbandonare anzitempo la stagione dopo il Roland Garros, dove è eliminata nei Quarti del Singolare con un doppio 3-6 dall’ungherese Zsuzsi Kormoczy, per poi doversi ritirare nella Finale del Doppio.

Recuperata una forma decente in tempo per la successiva stagione, l’oramai 22enne paulista testa la ritrovata condizione nella Finale degli Internazionali d’Italia 1962, dove è protagonista di una delle più avvincenti Finali che si ricordino al Foro Italico, avversaria la Smith che si impone (8-6, 5-7, 6-4) in tre tiratissimi set, così da dare il via ad una accesa rivalità che infiammerà il successivo triennio.

Rientrata da imbattuta a Wimbledon, la Bueno vede il suo percorso interrompersi in semifinale, sconfitta 4-6, 3-6 dalla cecoslovacca Vera Sukova, così come allo stesso livello nel Torneo del Doppio, dove ad affermarsi, con un doppio 6-3, è la coppia sudafricana formata da Sandra Price e dalla Schuurman.

Più o meno analogo percorso compie un mese dopo agli US Open, dove ad impedirle l’accesso alla Finale, al termine di un altro combattutissimo (8-6, 3-6, 4-6) match, è ancora la Smith che poi fa suo il titolo a spese (9-7, 6-4) della compagna di Doppio Hard, con la quale, rispetto al Torneo londinese, raggiunge la relativa Finale, solo per essere sconfitte dalla coppia americana formata da Billie Jean Moffitt e da Karen Hantze Susman.

Non sono in pochi a ritenere che per la Bueno, al di là dell’ancor giovane età, sia già iniziata la parabola discendente, ma gli scettici devono ricredersi già a far tempo dalla successiva stagione in cui, rinunciando al pari della precedente a presentarsi sia in Australia – dove la Smith inanella una serie di 7 successi consecutivi dal 1960 al 1966 – che a Parigi, torna ad assaporare il gusto della vittoria in Doppio a Wimbledon – dopo essere stata eliminata (2-6, 5-7) nei Quarti dalla futura stella del Tennis Mondiale Moffitt (poi sconfitta 3-6, 4-6 in Finale dalla Smith) – allorché con la fidata Hard ha la meglio al termine di un combattutissimo incontro (8-6, 9-7) sulla coppia australiana formata dalla Smith e da Robyn Ebbern.

Il successo sull’erba londinese rappresenta la molla necessaria affinché la brasiliana possa riacquistare la fiducia in sé stessa necessaria affinché l’8 settembre 1963 sia in grado di affrontare con la giusta determinazione la Smith nella Finale degli US Open, riuscendo ad avere la meglio per 7-5, 6-4 pur dovendo cederle lo scettro nella rivincita della Finale del Doppio di Wimbledon, allorché è la coppia australiana ad imporsi (4-6, 10-8, 6-3) al termine di un altro match indimenticabile …

Oramai rigenerata, la Bueno vive un’altra “Stagione da Sogno” nel 1964, che la vede stranamente a secco di Finali nel Doppio, ma in compenso caratterizzata dal raggiungere l’atto conclusivo in tutti e tre i Tornei dello Slam a cui partecipa, a cominciare dal Roland Garros, in cui la Finale persa (7-5, 1-6, 2-6) contro la Smith rappresenta il suo miglior risultato in carriera sulla terra rossa parigina.

Ma i suoi Tornei preferiti sono oramai universalmente riconosciuti il British e l’US Open, e tornare a distanza di 4 anni a disputare la Finale sul “Campo Centrale” di Wimbledon rappresenta pur sempre un’emozione unica, tanto più che l’avversaria non può che essere ancora la Smith, costretta stavolta a cedere non senza aver dato comunque battaglia, come testimonia (6-4, 7-9, 6-3) l’andamento del punteggio.

Un successo che la Bueno replica agli US Open con una facilità disarmante, favorita anche dall’uscita prematura di scena di tutte le sue più pericolose avversarie, tanto da ritrovarsi all’atto conclusivo senza aver lasciato neppure un set, analogo trattamento riservato alla meteora Carole Graebner – al suo miglior risultato in carriera in Singolare – che viene travolta senza pietà con un eloquente 6-1, 6-0 che non ammette repliche di sorta.

Tornata al vertice del ranking Mondiale di fine stagione, la sudamericana – oramai una Star al pari di una diva di Hollywood in Patria – mette insieme altre due buone stagioni, che la vedono raggiungere la sua unica Finale agli Australian Open, dove l’1 febbraio 1965 si arrende per infortunio alla Smith sul 5-7, 6-4, 5-2 a favore della beniamina di casa, così come è ancora in grado di affermarsi per la terza ed ultima volta agli Internazionali d’Italia (6-1, 1-6, 6-3) sull’americana Nancy Richey) e di raggiungere la semifinale al Roland Garros, dove è sconfitta (6-2, 4-6, 6-8) dalla 23enne australiana Lesley Turner che poi ha la meglio (6-3, 6-4) anche sulla più quotata connazionale Smith, con quest’ultima a cogliere il titolo nel Doppio Misto (6-4, 6-4) in coppia con Ken Fletcher sulla Bueno affiancata dall’australiano John Newcombe.

Il ritorno da Campionessa in carica davanti al pubblico londinese che l’adora è una carica non da poco che consente alla Bueno di raggiungere la sua quarta Finale dopo un’aspra battaglia (6-4, 5-7, 6-3) con la Moffitt in semifinale, prima di dover cedere (4-6, 5-7) in quella che oramai è la “sfida annunciata” con la Smith, per poi avere comunque l’ultima parola affermandosi, proprio in coppia con l’americana, nella Finale del Doppio, avendo facilmente la meglio (6-2, 7-5) sulle francesi François Durr e Janine Lieffrig, e quindi arrendersi (2-6, 3-6) alla Moffitt nella semifinale degli US Open, toccando stavolta all’americana “subire la legge” della Smith (8-6, 7-5) all’atto conclusivo.

Una stagione che si ripete quasi in fotocopia l’anno seguente, in cui la sudamericana è ancora semifinalista (sconfitta 6-4, 5-8, 3-6 dall’inglese Ann Jones) a Parigi, raggiunge la sua quinta Finale in otto apparizioni a Wimbledon – dove è sconfitta per 3-6, 6-3, 1-6 dalla Moffitt ora maritata King – e conferma il successo in Doppio, stavolta in coppia con l’americana Richey, avendo la non trascurabile soddisfazione di superare le australiane Smith/Judy Tergat con il punteggio di 6-3, 4-6, 6-4.

Lo sguardo è ora rivolto agli US Open, dove stavolta però la storia cambia, visto che, dopo aver avuto la meglio in una lunghissima semifinale (6-2, 10-12, 6-3) sull’americana Casals, la Bueno si aggiudica il suo quarto titolo avendo la meglio in Finale sulla compagna di Doppio Richey con un netto 6-3, 6-1, contribuendo a consolarla con il successo nel Doppio, al cui atto conclusivo sconfiggono (6-3, 6-4) una delle più forti coppie dell’epoca, ovvero quella formata da Moffitt-King e Casals.

Il ritorno per l’ultima volta ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno rappresenta “il canto del cigno” per la Bueno, che nel Torneo di Wimbledon 1967 – dopo aver raggiunto la sua quinta Finale al Foro Italico, sconfitta con un doppio 3-6 dalla Turner – vede interrotta la sua striscia di presenze almeno nei Quarti dei Tornei dello Slam a cui ha partecipato, “onore” che spetta (2-6, 6-2, 6-3) alla Casals, riuscendo comunque, in detta edizione, a raggiungere ancora la Finale del Doppio, dovendo peraltro subire (11-9, 4-6, 2-6) la rivincita da parte della coppia Moffitt-King/Casals, così come la King, avendo l’australiano Owen Davidson come partner, la supera nella Finale del Doppio Misto in cui fa coppia con l’altro australiano Fletcher, al termine di un interminabile terzo set, concluso sul 15-13 dopo il 3-6, 6-2 dei precedenti parziali.

L’ultimo acuto – e diremmo degna conclusione di una straordinaria carriera – la Bueno lo mette a segno durante gli US Open 1968, Torneo in cui, dapprima raggiunge la semifinale nel Singolare (sconfitta 6-3, 4-6, 2-6 dalla King), e quindi si allea con l’acerrima rivale Smith (ora divenuta anch’essa Signora Court) per formare l’unica coppia in grado di sconfiggere le americane King/Casals, e ciò avviene al termine della consueta, accesissima Finale come il punteggio di 4-6, 9-7, 8-6 testimonia.

Ritiratasi dalle scene, la Bueno – in cui onore i “Correios do Brasil” (le Poste brasiliane) emettono nel 1959 uno speciale francobollo a ricordo del suo primo successo a Wimbledon – avvia l’esperienza di commentatrice sportiva per il canale brasiliano SPORT TV, nel mentre risale al 1978 il suo inserimento nella “International Tennis Hall of Fame”, un anno prima della sua “rivale” Margaret Smith-Court, così come nel 2015 viene intitolato a suo nome il “Centro Olimpico di Tennis” di Rio de Janeiro, in previsione dei Giochi che si sarebbero svolti l’anno seguente …

Uno Sport come il Tennis in cui le cifre e le statistiche non dicono tutto, ma certamente quasi, la Carriera di Maria Esther Bueno si racchiude in 12 Finali di Singolare nei Tornei dello Slam, con 7 vittorie e 5 sconfitte (3 su 5 a Wimbledon e 4 su 5 agli US Open) ed in 11 successi a fronte di 5 sconfitte in Doppio, potendo vantare un 5 su 6 a Wimbledon ed un 4 su 7 agli US Open, nonché nell’essere stata per quattro volte (nel 1959, ’60, ’64 e ’66) ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno.

Ma, soprattutto, ha insegnato al resto del pianeta che il Tennis non è una Disciplina riservata alle giocatrici di lingua anglofona, anche se si dovrà attendere la fine degli anni ’70 per vedere affermarsi la cecoslovacca d’origine Martina Navratilova, pur se naturalizzata statunitense.

Tutte, comunque, aride considerazioni rispetto al tributo riservatole dal pubblico del Roland Garros il 9 giugno 2018 prima dell’inizio della Finale tra la rumena Simona Halep e l’americana Sloane Stephens, con un minuto di applausi alla notizia che, il giorno precedente, Maria si era dovuta arrendere ad un avversario più forte di lei, una rarissima forma di carcinoma della pelle, all’età di 78 anni …

E, crediamo che, da lassù, non possa essere riuscita a trattenere le lacrime …

 

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SIR NORMAN BROOKES, IL PRIMO AUSTRALIANO CHE TRIONFO’ A WIMBLEDON

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Norman Brookes – da tennisconcepts.org

articolo di Nicola Pucci

Quando andiamo a sfogliare gli albi d’oro dei tornei dello Slam, inevitabilmente troviamo tracce profonde di tennis australiano, se è vero che gli “aussie” possono vantare non solo una tradizione secolare nello sport con la racchetta, ma pure un congruo numero di campioni tra i più grandi. Ma se l’Australia, accanto alle 28 vittorie in Coppa Davis, ha dominato gli anni Cinquanta e Sessanta concentrando in quel ventennio un bel manipolo di fuoriclasse, nondimeno ha celebrato solo nel 1907 il suo primo giocatore in grado di trionfare sui prati londinesi di Wimbledon. Quel tennista risponde al nome di Norman Brookes, e ragionevolmente può venir considerato la prima grande stella del tennis australiano.

Brookes nasce a Melbourne il 14 novembre 1877, curiosamente l’anno della prima edizione del torneo di Wimbledon, da una famiglia benestante che ha fatto fortuna con le miniere d’oro, e se si avvicina tardi al tennis, a 20 anni, in un paese ancora troppo ai margini di tutto e senza campi dove praticare se è vero che solo nel 1905 vedono la luce, in forma esclusivamente locale, quegli Australian Open che oggi sono uno dei quattro eventi tennistici più importanti dell’anno, altresì da autodidatta Norman, avviato al tennis da quel Wilberforce Eaves che per tre anni, dal 1895 al 1897, è semifinalista a Wimbledon, si costruisce un gioco di tutto rispetto. Seppur con molte lacune tecniche, giocando, ad esempio, in maniera ben poco ortodossa dritto e rovescio, colpendo la palla con la stessa faccia della racchetta.

Ma se Brookes è una sorta di “manovale” della racchetta, allo stesso tempo è anche un innovatore e finissimo stratega sul campo, adottando, prima tennista della storia a farlo, il serve-and-volley sia sulla prima che sulla seconda di servizio. E questo non per chiudere un punto già in parte costruito con una battuta efficace, bensì per mettere sotto pressione l’avversario di turno ed impedirgli di praticare il gioco a lui più congeniale. Il che porta risultati copiosi, fin da subito, perché Brookes è in grado di garantire alla palla tali traiettorie impreviste ed imprendibili che non solo ne fanno un giocatore difficile da contrastare ma pure gli guadagnano l’appellativo di “stregone“.

Brookes impara e sviluppa il suo gioco mancino sul terreno che la famiglia ha costruito nel parco della villa di Queens Road, e quando nel 1905, ormai 28enne, vola in Europa per tre mesi a raggiungere l’altro grande interprete del tennis che viene dall’altro capo del mondo, il neozelandese Tony Wilding, che ha sei anni meno di lui, è l’ora di mostrare agli inglesi, che lo hanno allevato e forgiato, ciò che è in grado di mettere in atto su un campo da tennis. E se con Wilding porta in finale di Coppa Davis l’Australasia, perdendo poi con un netto 5-0 al circolo del Queen’s di Londra contro gli Stati Uniti presi per mano da Beals Wright e William Larned, nondimeno alla prima partecipazione al torneo di Wimbledon raggiunge il Challenge Round battendo, uno dopo l’altro e sempre in tre rapidi set, Salmon, Caridia, Escombe, Hillyard, Riseley e il leggendario Arthur Gore, superando poi in finale Sydney Smith in cinque set prima di arrendersi, 8-6 6-2 6-4, a Laurence Doherty, giunto alla quarta vittoria consecutiva.

Il trionfo londinese è solo rimandato, se è vero che Brookes, dopo aver saltato il 1906, si ripresenta nel 1907, e stavolta non per ricoprire il ruolo di sparring-partner, bensì per prendersi la coppa quale miglior giocatore del mondo. Ed in effetti Norman, a Wimbledon, dimostra di essere il più forte di tutti, anche di quel Tony Wilding che uno strano scherzo del tabellone gli mette davanti al secondo turno. I due amici danno vita ad una sfida epica, risolta infine da Brookes con il punteggio di 4-6 6-2 6-3 2-6 6-3 che gli apre la strada verso la finale, raggiunta dopo aver liquidato anche Arthur Lowe in tre set, l’americano Karl Behr in altri cinque, dispendiosi set, gli altri due britannici Adams e Ritchie senza nessun patema, prima dell’atto decisivo risolto facilmente, 6-4 6-2 6-2, ancora contro Arthur Gore. Aggiungendo al titolo di singolare anche quello di doppio, in coppia proprio con Wilding, superando Behr e Wright quasi con lo stesso punteggio, 6-4 6-4 6-2.

Brookes, che non solo è il primo australiano di grido del tennis ma anche il primo tennista non britannico a vincere il torneo di Wimbledon, si guadagna la palma di giocatore più forte del pianeta, status che viene rafforzato dal successo nella finale di Coppa Davis contro la Gran Bretagna che, sempre a Wimbledon, vede Norman contribuire al 3-2 definitivo con due punti fondamentali in singolare, battendo ancora Gore, 7-5 6-1 7-5, e demolendo Herbert Roper Barrett nell’ultima sfida, 6-2 6-0 6-3.

Norman Brookes rinnoverà l’appuntamento con la vittoria a Wimbledon solo sette anni dopo, nel 1914, lasciando nel frattempo spazio agli stessi Gore e Wilding, che trionferanno a loro volta due e quatto volte, e trionfando agli Australian Open del 1911 contro Horace Rice, 6-1 6-2 6-3, dominando la concorrenza al punto da non lasciare nessun set agli avversari, fossero essi Davin, Ritchie, Clements, immancabilmente Gore e Beamish, lottando cinque set con il tedesco Otto Froitzheim in finale, 6-2 6-1 5-7 4-6 8-6, e confermando la sua superiorità su Wilding al Challenge Round, 6-4 6-4 7-5.

Un fuoriclasse, dunque, Norman Brookes, che continuerà a giocare ben oltre i 40 anni, vincendo gli US Open di doppio nel 1924 con quel Gerald Pattersson che nel 1919 lo aveva sconfitto nella finale di Wimbledon, strappandogli lo scettro di re d’Inghilterra, conservato per l’interruzione imposta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tanto di cappello.

QUANDO CONNORS AGLI US OPEN 1978 SBARRO’ A BORG LA STRADA VERSO IL GRANDE SLAM

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Connors e Borg prima del match di finale – da eurosport.fr

articolo di Nicola Pucci

Con gli Australian Open a disputarsi su erba a dicembre, è palese che chi voglia infine mettere le mani sul Grande Slam come solo Rod Laver ha saputo fare nel 1962 e nel 1969 debba prima non solo far doppietta a Parigi e Londra, ma pure andare a cogliere un terzo trionfo consecutivo nei Major a New York.

Orbene, Bjorn Borg, dopo aver dominato al Roland-Garros nel biennio 1974/1975 fallendo a Wimbledon (demolito da El Shafei prima, eliminato da Ashe poi) e aver fatto esattamente l’opposto nel 1976 e nel 1977 inciampando sull’amata terra battuta (sconfitto dal gioco di volo, ispiratissimo, di Adriano Panatta per poi dover rinunciare avendo sottoscritto un contratto con il World Team Tennis) e aver domato i prati inglesi, ecco che per il 1978 lo svedese di ghiaccio, numero 1 del mondo, rinnova la sfida. E stavolta pare ben deciso ad andare fino in fondo alla sua scommessa vincente.

In effetti, con il fallimento definitivo del World Team Tennis, nel 1978 Borg, così come Connors, i due re del tennis, possono tornare a gareggiare a Parigi, ma se lo svedese è della partita, l’americano, che a primavera ha vinto ripetutamente, decide invece di “passare“. Per ripicca essendogli stato vietato l’accesso alla Porte d’Auteuil nei quattro anni precedenti o per una presunta mononucleosi, non si è mai saputo bene perché. E senza il rivale più pericoloso, per il gran dispiacere del pubblico parigino che attendeva il confronto, titanico, tra i due campioni, Borg ha vita facile.

Al Roland-Garros “l’orso” scandinavo deve fare i conti con Guillermo Vilas, testa di serie numero 2 e detentore del titolo, ma il suo ruolino di marcia la dice lunga sul suo stato di forma. Borg elimina uno dopo l’altro Deblicker, 6-1 6-1 6-1, Fagel, 6-0 6-1 6-0, Bertolucci, 6-0 6-2 6-2, Tanner, 6-2 6-4 7-6, Ramirez, 6-3 6-3 6-0, e Barazzutti in semifinale, 6-0 6-1 6-0, dimostrando, caso mai ce ne fosse bisogno, che quando si tratta di pedalare e colpire su terra battuta, nessuno ma proprio nessuno è in grado di opporgli resistenza. Cosa che ambirebbe di fare lo stesso Vilas, che tiene fede al suo status di secondo favorito del torneo arrampicandosi a sua volta in finale, dovendo nondimeno impegnarsi in cinque set al secondo turno contro l’americano Billy Martin, che non sfrutta una palla per andare 5-1 nel parziale decisivo!, e ai quarti di finale contro il cileno Hans Gildemeister, lasciando per strada un set anche ad un giovanissimo Yannick Noah al terzo turno. E’ il cinquantenario del torneo, che qui debuttò nel 1928, e per la finale, illuminata da un sole abbacinante, il pubblico attende battaglia tra due giocatori maledettamente simili nel gioco di regolarità e nell’utilizzo di un corpo da maratoneta. Unica differenza, uno è destro e l’altro è mancino, ma alla resa dei conti Borg non conosce incertezza, padrone com’è del campo e della situazione tanto da infliggere all’argentino un passivo, 6-1 6-1 6-3, che non ammette repliche. Borg è nuovamente il re del rosso.

Qualche settimana dopo Borg si presenta all’All England Lawn Tennis and Crocket Club per difendere i due titoli conquistati sull’erba di Wimbledon. A Londra Connors è di ritorno, ed è ben deciso a prendersi la rivincita della finale dell’anno prima che lo ha visto soccombere in cinque set. Borg e Connors sono le prime due teste di serie, ovviamente, ed esattamente come a Parigi confermano le indicazioni della vigilia arrivando puntuali all’atto finale. Ma se l’americano è tanto performante da lasciare un set ciascuno a Warwick e Gorman ai primi turni per poi demolire in tre rapidi set Alexander, Ramirez e Geruliatis, lo svedese vede le streghe al primo turno contro Victor Amaya che in una giornata cupa, infastidita dalla pioggia, va avanti due set a uno ed un break, con occasione di doppio break al quarto, prima di subire la rimonta di Borg che sopravviva ad una sfida che si era messa non male, di più. Scampato il pericolo, il campione scandinavo marcia deciso verso la finale, lasciando un altro set al cileno Fillol al terzo turno per poi a sua volta fare un sol boccone dei malcapitati Sandy Mayer e Tom Okker. Finale, dunque, auspicata da tutti, e che per Connors, che si porta rapidamente sul 2-0, parrebbe iniziare col piede giusto. Figurarsi, è solo un fuoco di paglia, Borg ha una marcia in più, non sbaglia un colpo da fondocampo ed in men che non si dica acchiappa il primo set, 6-2. Nessuno, tuttavia, pensa che debba essere solo l’inizio di un’esecuzione, come invece avviene con Connors che perde il servizio ad inizio secondo set, si procura tre palle per il controbreak, ma sbatte ancora contro un Borg che serve tre aces e si invola, incontenibile, verso un successo che non lascia proprio margine ad incertezza alcuna su chi sia stato il più forte sul Centre Court di Wimbledon, 6-2 6-2 6-3.

Borg realizza dunque per la prima volta in carriera la doppietta Parigi/Londra, e se un terzo successo consecutivo a Wimbledon lo eleva al rango di fuoriclasse tra i più grandi di sempre, l’obiettivo del Grande Slam diventa l’ossessione di un fine stagione che invita lo scandinavo all’appuntamento più impegnativo, l’US Open nel nuovo stadio di Flushing Meadows. Qui Connors gioca in casa, avendo battuto lo svedese in semifinale nel 1975, 7-5 7-5 7-5, e in finalenel 1976, 6-4 3-6 7-6 6-4, ma se allora si giocava su terra verde, la nuova superficie in cemento sembra dover favorire il gioco d’attacco di Jimbo, che qui sa come si fa a vincere e che uscendo, sconfitto, dal centrale di Wimbledon ha sussurrato “lo perseguiterò su ogni campo del mondo, fin quando non lo avrò battuto!“.

E quale migliore occasione dell’US Open, che per l’americano non solo rappresenterebbe la gustosa rivincita della batosta londinese, ma avrebbe ancor più sapore di beffa potendo negare a Borg l’opportunità di andare in Australia a competere per il Grande Slam. Detto, fatto, Connors scavalca agilmente Tom Gullikson e Docherty, prima di concedere un set a Dupré e dar vita agli ottavi al match più bello del torneo, superando al quinto set e rimontando da 3-5 quell’Adriano Panatta riapparso infine in grande spolvero. Gottfried ai quarti ed un acerbo McEnroe in semifinale nulla possono per contrastare l’ardore di Connors, che vola in finale e trova l’avversario desiderato, appunto Borg, che ha ceduto strada facendo un set a Mitton ed uno a Ramirez prima di avere la meglio di Gerulaitis in semifinale, 6-3 7-6 6-2. In finale, ancora, non c’è partita, ma stavolta a dominare è Connors, intrattabile sul proprio servizio tanto da non concedere al rivale neanche una palla-break, ed aggressivo nel ribattere gli affondi di rovescio di Borg. Che difettano di incisività, ed allora, a fronte del 6-4 6-2 6-2 segnato dal tabellone luminoso, a fine match si viene a sapere che lo svedese ha giocato la sfida decisiva limitato da un infortunio al pollice della mano destra, trattato con antidolorifici.

Disdetta, ma proprio nel giorno più importante doveva capitare tale sventura a Borg? Perché così sfuma il sogno Grande Slam, esattamente come sfumerà anche nei due anni successivi, quando lo batteranno Tanner ai quarti di finale nel 1979, prendendosi pure lui la rivincita della sconfitta di Wimbledon, e proprio McEnroe, con cui Borg nel 1980 battaglierà, ancora, per cinque entusiasmanti set.

 

MARTINA HINGIS, UNA REGINA SVIZZERA SUL TRONO DI WIMBLEDON 1997

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Martina Hingis con il trofeo di Wimbledon 1997 – da tenniscircus.com

articolo Nicola Pucci

Oggi che Roger Federer si appresta a dare l’assalto all’ennesimo titolo di Wimbledon (sarebbe il nono, in caso di vittoria) incendiando ancora i cuori rossocrociati, giova ricordare che non molto tempo addietro quel paese, che si illumina di immenso tra maestose vette alpine e ha regalato all’enciclopedia dello sport sciatori tra i più grandi di sempre, già trepidò per una giovincella abilissima nel trattamento della racchetta.

Martina Hingis, in effetti, appare sulla scena del tennis internazionale con le stimmate della predestinata quando poco più che adolescente lei, classe 1980, nata in Cecoslovacchia ma poi trasteritasi in Svizzera con mamma Melanie che divorzia da papà Karol per poi ricongiungersi sentimentalmente con tale Andreas Zogg, tecnico di computer, si impone nel torneo juniores del Roland-Garros nel 1993, battendo in finale la belga Laurence Courtois, diventandone, non ancora 13enne, la vincitrice più giovane di sempre.

La Hingis gioca tanto facile e colpisce con tale eleganza ed incisività che tutti gli osservatori, nessuno escluso, le prospettano una futura carriera professionistica da numero 1. Martina non lì deluderà, no davvero.

Nel 1994, non prima aver vinto sotto l’occhio ammirato del vostro scriba il Torneo Giovanile di Firenze, la Hingis debutta nel circuito maggiore proprio al torneo di casa, a Zurigo, assurgendo velocemente al rango di stellina in divenire. Mamma Melanie è sempre al suo fianco e vigila perché nessun dettaglio venga lasciato al caso, e se quelli sono gli anni in cui la generazione dei fenomeni Graf, Seles e Sabatini si sta preparando al passaggio di testimone a quella, più muscolosa, delle sorelle Williams, Serena e Venus, ecco che la giovanissima elvetica sarà l’anello di congiunzione tra le due epoche tennistiche.

La Hingis scala le classifiche a passi da gigante, perdendo ad Amburgo nel 1995 contro Conchita Martinez la prima finale in carriera, vincendo l’anno dopo il torneo di doppio proprio a Wimbledon in coppia con Helena Sukova segnando un altro record di precocità, giungendo in semifinale agli US Open dove solo Steffi Graf la ferma, faticando, 7-5 6-3, infine vincendo nell’ottobre della stessa stagione a Filderstadt il primo titolo professionistico, 6-2 3-6 6-3 ad Anke Huber, entrando pure a nella top-10 delle migliori giocatrici al mondo. Il risultato le garantisce la partecipazione al Masters di fine anno, e se nell’occasione trascina in finale la regina, appunto la Graf, al quinto set, pur perdendo quel parziale decisivo con un netto 6-0 è chiaro ormai a tutti che il passaggio di consegne è iniziato.

Il 1997, infatti, è l’anno d’oro della Hingis, che poco più che 16enne vince 12 delle 13 finali giocate trionfando subito agli Australian Open, 6-2 6-2 in finale a Mary Pierce, perdendo clamorosamente al Roland-Garros quando è Iva Majoli a sorprenderla, complici i postumi di una caduta da cavallo qualche settimana prima del torneo parigino, presentandosi infine a Wimbledon nelle vesti di candidata più autorevole a diventare Regina d’Inghilterra. Già, perché nel frattempo, a far data 31 marzo, Martina è pure diventata la più giovane numero 1 del mondo della storia del tennis in gonnella.

A Church Road, sui prati dell’All England Lawn Tennis and Crocket Club, la Hingis è ovviamente accreditata della testa di serie numero 1, dovendo tuttavia guardarsi da Monica Seles, tornata competitiva ai massimi livelli dopo lo stop imposto dal folle gesto di Gunther Parche che l’accoltellò alla spalla al torneo di Amburgo del 1993, e da Jana Novotna, che qualche anno prima perse una finale quasi vinta con Steffi Graf, detentrice dl titolo londinese ma assente stavolta per un infortunio al ginocchio, per poi versare lacrime copiose sulla mise della duchessa di Kent all’atto della premiazione, ed è indubbiamente la giocatrice più idonea del lotto al gioco su erba.

E proprio Hingis e Novotna rispettano in pieno le attese della vigilia, con la svizzera che non lascia che le briciole alle avversarie proposte dal tabellone, siano esse la lussemburghese Kremer, 6-4 6-4, la bielorussa Barabanschikova, 6-2 6-2, l’americana Arendt, 6-1 6-3, la belga Appelmans, altro 6-1 6-3, la ceca Chladkova, 6-3 6-2, o la “lolita” russa Anna Kournikova, che in una semifinale che rappresenta il meglio del ricambio generazionale in corso si arrende nettamente, 6-3 6-2, pur battagliando e sbattendosi coriacemente.

La Novotna, che insegue ancora quel sogno Wimbledon che infine troverà conforto l’anno dopo battendo Nathalie Tauziat, cede un set alla tedesca Probst al primo turno, così come alla russa Likotseva al secondo, per poi scavalcare agevolmente l’ostacolo proposto dalla spagnola Leon Garcia, dar vita agli ottavi contro Mary Joe Fernandez al match più avvincente del torneo, risolto con un sofferto 5-7 6-4 7-5, liquidare la giapponese Basuki in due set, e demolire la resistenza da fondocampo di Arantxa Sanchez in semifinale, 6-4 6-2.

Il 5 luglio 1997, dunque, Hingis e Novotna si danno appuntamento sul Centre Court di Wimbledon, l’una per confermarsi numero 1 del mondo sul campo più prestigioso, l’una per cacciare i fantasmi che la tormentano da quattro anni e sfatare la maledizione dei Championships. Cosa che parrebbe possibile dopo che nel primo set la ceca, tanto incessante quanto impeccabile nell’attaccare col serve-and-volley il gioco geometrico della svizzera, chiude 6-2 in soli ventidue minuti. La Hingis vede profilarsi all’orizzonte un’altra beffa sul genere di quella accusata a Parigi, ed allora altro non può fare che alzare il livello del suo gioco ed attendere che qualche timore vada a disturbare quello di Jana. Come puntualmente avviene sul 3-2 Hingis nel secondo set, con la Novotna che sbaglia due voleè e concede il break del 4-2, che di lì a poco diventa 6-3 ed un set pari. L’inerzia del match ormai volge a favore della numero 1 del mondo, che scambia sguardi d’intesa con mamma Melanie, piazza subito un break ed infine, con l’ennesimo passante del pomeriggio, firma un altro 6-3 che la proietta sul trono d’Inghilterra.

Martina Hingis ha 16 anni e 278 giorni, e se diventa la più giovane vincitrice del torneo di singolare femminile di Wimbledon da quando ci riuscì Lottie Dod nel 1887, beh, credo proprio che nel suo caso l’etichetta di baby-fenomeno non sia davvero sprecato. Poi verrà re Roger… ma in Svizzera possono pure attendere ancora qualche anno ancora.

L’ESPLOSIONE TENNISTICA DI BORIS BECKER A WIMBLEDON 1985

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Boris Becker con la coppa di Wimbledon – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Se a metà degli anni Settanta Bjorn Borg rivoluziona il tennis per precocità ed applicazione della metodologia scientifica, un decennio dopo, a far data 1985, un altro ragazzone biondo imprime il suo marchio, per esplosività ed esuberanza atletica, allo sport della racchetta.

Lo avrete indubbiamente capito, stiamo parlando di Boris Becker, che entra di prepotenza, è proprio il caso di dirlo, nella storia e nei libri d’oro del tennis vincendo, a 17 anni e 227 giorni, il torneo di Wimbledon, al tempo stesso diventandone il più giovane trionfatore nonché il primo tedesco a riuscire nell’impresa, lì dove non aveva fatto centro il barone Von Cramm, battuto a tre riprese in finale tra il 1935 e il 1937, prima che gli venisse imposto l’alt dal regime nazista con l’accusa di omosessualità.

Torniamo a Becker, che nasce a Leimen, centro del Baden-Wurttemberg, il 22 novembre 1967, ed inizia a praticare tennis all’età di cinque, potendo sfruttare il campo che il papà si fa costruire nella casa di proprietà. Il giovanotto cresce, bene, in talento e fisico, e se la sua strada incrocia quella di Boris Breskvar prima, di Gunther Bosch poi, che lo allenano, e di Ion Tiriac, che opera da manager nella prima fase da professionista, ecco che il sodalizio così composto inizia ben presto a mietere successi. Con Boris, che dopo la licenza media ha ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione tedesca la dispensa a proseguire gli studi, che si affaccia al palcoscenico mondiale già nel 1984, raggiungendo il terzo turno alla prima partecipazione a Wimbledon, dove batte facilmente l’americano Willemborg e il nigeriano Odizor prima che un infortunio lo costringa alla resa quando è sotto 1-2 con Bill Scanlon, per poi, a fine anno, guadagnare addirittura i quarti di finale sull’erba australiana, eliminando Tim Mayotte, testa di serie numero 7, Pfister e Forget in tre set, ed arrendendosi solo all’altro americano Ben Testerman, 6-4 6-3 6-4, a sua volta poi fermato in semifinale da Kevin Curren. Già, Curren, ne riparleremo tra poco, vedrete.

Corpo massiccio, 191 centimetri per 85 chilogrammi, al soldo di un servizio paralizzante ed un gioco di volo che alla forza bruta coniuga anche tocco gentile, Becker, poco più che 17enne, chiude il 1984 il 66esima posizione, ma l’anno che viene lo vede già protagonista in prima linea, mostrando di saper giocare bene su tutte le superfici se è vero che giunge ai quarti a Rotterdam (coperto, battendo Gerulaitis) e Las Vegas (cemento, superando Edberg nella prima sfida di una rivalità che segnerà gli anni a seguire) e in semifinale a Roma (terra battuta, superando clienti ostici come Tulasne ed Aguilera in due set prima di arrendersi a Yannick Noah), per poi non andare oltre il secondo turno al Roland-Garros, battendo ancora il “vecchio” Gerulaitis, 6-3 6-7 6-1 6-1, per poi inchinarsi alla superiorità di Mats Wilander, 6-3 6-2 6-1, futuro vincitore dello Slam parigino.

Il calendario del tennis, lo sapete bene, dopo la terra francese propone l’erba britannica, e a Londra Becker trova terreno fertile per esprimere appieno le sue doti di bombardiere in divenire. Con occhio di riguardo al presente. Si comincia con il torneo del Queen’s, gustoso antipasto di Wimbledon e che solitamente consente ai pretendenti al titolo ai Championships di registrare gli ingranaggi del gioco sui prati, fermi all’anno precedente. E se in assenza di John McEnroe, trionfatore in quattro delle ultime sei edizioni ma bandito dal torneo dopo che nella finale del 1984 ha apostrofato come “idiota” l’arbitro del match con Leif Shiras, e re a Wimbledon nel 1983 e nel 1984, pure Connors, che ha vinto a sua volta a due riprese al Club della Regina, esce subito per mano del qualificato Mike De Palmer, e lo stesso Curren, testa di serie numero 2 e che ha puntato l’intera stagione sugli appuntamenti londinesi, perde per mano di Paul Annacone una maratona risolta 6-7 7-6 8-6, ecco che il germanico, che si è presentato in qualità di numero 29 del mondo ed è accreditato della testa di serie numero 11, si fa strada a suon di aces, eliminando due onesti mestieranti del serve-and-volley come Todd Nelson e Dan Cassidy, lasciando un set a David Pate agli ottavi e nelle ultime tre sfide disponendo in due set, denunciando sicurezza nei propri mezzi e controllo delle emozioni, Pat Cash, uno che sull’erba ci sa giocare bene, eccome, 6-4 6-4, l’altro australiano, di minor spessore tecnico ma maggiore esperienza, Paul McNamee, 6-1 6-4, infine all’atto decisivo Johan Kriek, che coniuga attitudine e tecnica, 6-2 6-3, mettendo in saccoccia il primo titolo in carriera.

Oltre a diventare numero 20 del mondo (ma non testa di serie a Wimbledon), Becker a tutti gli effetti assurge al rango di mina vagante all’All England Lawn Tennis and Croquet Club, seppur nessuno ritenga possa, vista la giovane età, puntare al piatto placcato d’oro destinato al vincitore. Anche perché McEnroe è di ritorno e tocca a lui, in qualità di trionfatore delle due ultime edizioni, la veste di favorito numero 1.

La fortuna, solitamente, aiuta gli audaci. E di audacia, Becker, ne ha davvero in quantità macro, ed allora la buona sorte gli dà una grossa mano infilandolo nella parte bassa del tabellone, quella occupata dalla testa di serie numero 2, Ivan Lendl, che ha un conto in sospeso con Wimbledon e per il quale i giardini non sono proprio il pane quotidiano. McEnroe e Connors, finalisti dodici mesi prima e pretendenti più autorevoli al trono d’Inghilterra, finiscono invece nella zona superiore, così come Cash e Curren, validissime alternative quando si tratta di giocare serve-and-volley, il neozelandese Chris Lewis, che nel 1983 stupì tutti giungendo fino all’atto finale, e proprio Stefan Edberg, acerbo quanto Becker, se non di più, ma che si farà, eccome se si farà, in un futuro molto prossimo. Wilander, Noah e Nystrom, non proprio dei draghi sui manti verdi, tengono compagnia al teutonico, che realisticamente, tra gli specialisti del gioco di volo, può temere solo lo svedese atipico Anders Jarryd, e quel Tim Mayotte che non brilla in continuità ma quando sente profumo di Wimbledon prende vigore e diventa cliente pericoloso.

In effetti Becker, dopo aver disposto di Hans Pfister al debutto in quattro set ed aver sommerso Matt Anger con un 6-0 6-1 6-3 davvero inequivocabile, esce vittorioso da una battaglia epocale con Nystrom, infine battuto 9-7 al quinto set dopo che lo scandinavo aveva servito due volte per il match, per poi rimontare un set a Mayotte ed imporsi nuovamente al parziale decisivo, entrando a vele spiegate ai quarti di finale dove l’attende il braccio mancino, geniale, di Henri Leconte, che a suon di magie ha smascherato le deficienze erbivore di Ivan Lendl agli ottavi di finale. La sfida tra potenza e talento si risolve a favore di Boris, 7-6 3-6 6-3 6-4, che guadagna la semifinale dove rimane impigliato a lungo nel tennis vario di Jarryd che vince il primo, 6-2, perde il tie-break del secondo dopo aver avuto la chance di andare due set a zero, e si spenge alla distanza, 6-3 6-3, spalancando a Becker le porte della finalissima.

Già l’exploit del giovanissimo fenomeno tedesco basterebbe, ed avanzerebbe pure, per archiviare il torneo come storico, ma quel che succede nella parte alta del tabellone ha quasi ancor più del clamoroso. Se Pat Cash inciampa al secondo turno nel qualificato cileno Ricardo Acuña che lo estromette in cinque set, Kevin Curren sbaraglia il campo servendosi di un… servizio che concede agli avversari solo l’opportunità di un break in ben sei partite. Il sudafricano estromette uno dopo l’altro, infatti, Stefanki, De Palmer (che gli strappa un set, appunto) e Mustard, per poi prendere a pallate, nel vero senso della parola, Edberg, che si batte comunque come un leone, agli ottavi, 7-6 6-3 7-6, McEnroe, che non ci capisce un accidenti, ai quarti, 6-2 6-2 6-4, e Connors, ancor più in balia delle traiettorie imprendibili in battuta, in semifinale, 6-2 6-2 6-1.

Becker-Curren, dunque, si danno appuntamento sul Centre Court per domenica 7 luglio 1985, e, per dirla tutta, è davvero una finale che avrebbe reso milionario chi avesse avuto il fiuto di pronosticarla. Boris ha carattere e temperamento da vincente, ed è quel farà la differenza perché Kevin, assolutamente incontenibile per tutto il torneo, all’atto di mettere la ciliegina sulla torta difetta proprio in personalità. Becker parte lancia in resta, 6-3, riuscendo in quel che nessuno, o quasi, è stato in grado di fare, ovvero brekkare Curren, ma il sudafricano nel secondo set migliora la percentuale di prime palle di servizio, si arrampica al tie-break e grazie a tre rovesci vincenti impatta, 1 set pari.

Non certo appagato, Curren, che gioca un incessante serve-and-volley, strappa la battuta al tedesco nel settimo gioco del terzo set, e l’exploit potrebbe significare la chiave di volta del match, se non fosse che Becker reagisce da campione proprio nel momento di difficoltà massima, controbrekka immediatamente, costringe l’avversario a salvare un set point nel decimo gioco, tre nel dodicesimo ed altri tre nel tie-break, per poi piazzare una risposta carogna tra i piedi del sudafricano costringendolo all’errore e a cedere il terzo set.

Ora sì che Boris prende definitivamente il sopravvento, attendendo solo l’attimo fuggente per strappare, ancora, il servizio a Curren che infine cede e dopo 3h17, all’ennesimo servizio esplosivo del bimbo germanico, alza bandiera bianca.

Boris Becker, ebbro di gioia, diventa “bum bum“, sale sul trono d’Inghilterra battendo un record di precocità londinese che durava dai tempi di Wilfred Baddeley, che addirittura nel 1891 vinse appena 19enne, ed apre l’era dei bombardieri, esattamente come Borg, prima di lui, aveva aperto l’era dei pedalatori di Wimbledon.

LA VITTORIA RIVOLUZIONARIA DI ARANTXA SANCHEZ A PARIGI NEL 1989

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Arantxa Sanchez con la Coppa dei Moschettieri – da edition.cnn.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare da quel che da sempre vanno raccontando i libri di storia: la vera rivoluzione, a Parigi, non ebbe come teatro i bastioni in marmo della Bastiglia, il 14 luglio 1789, bensì un campo in terra battuta dalle parti della Porte d’Auteuil, esattamente duecento anni dopo, nel giugno del 1989. Eh sì, perché in quella memorabile edizione del Roland-Garros, due pischelli di appena 17 anni abbatterono i sovrani che parevano inattaccabili, segnando una pagina destinata ad entrare, con forza e di diritto, nella leggenda del tennis.

Michael Chang, americanino di Taiwan alto poco più di un soldo di cacio ma veloce come un gatto, mangiò banane, servì dal basso e fu colto da crampi ma riuscì agli ottavi di finale ad uccellare Ivan Lendl, numero 1 del mondo a cui non bastarono neppure due set di vantaggio per portare a casa la vittoria da tutti pronosticata. Non certo appagato, l’imberbe con gli occhi a mandorla proseguì la sua corsa, fino ad alzare la Coppa dei Moschettieri a spese di un esterrefatto Stefan Edberg che ormai sognava di far suo quel titolo parigino sempre inseguito ma mai afferrato.

Questo accadeva l’11 giugno 1989, ma ventiquattro ore prima sullo stesso campo, le Court Central, oggi Philippe Chatrier, del Roland-Garros anche la regina, Steffi Graf, dopo il re, ci lasciava le penne. E a farla fuori, stavolta in finale, era un’altra ragazzina indomabile, Arantxa Sanchez, spirito battagliero e gambotte elettriche, barcellonese e sorella dei già noti e più grandicelli di lei Emilio e Javier.

Ma prima di raccontare nel dettaglio l’epica sfida che risolse il torneo femminile agli Internazionali di Francia, è necessario tornare indietro di qualche settimana quando, proprio a Barcellona, la Sanchez, che nel luglio 1988 ha sconfitto Raffaella Reggi in finale a Bruxelles cogliendo, poco più che 16enne, la prima vittoria in carriera, comincia a far parlare di sè con argomenti convincenti, sconfiggendo in finale la canadese Helen Kelesi, numero 16 del mondo e prima testa di serie del torneo, per poi raggiungere l’atto conclusivo a Roma dove la ferma solo Gabriela Sabatini, 6-2 5-7 6-4, giunta al secondo successo nella capitale.

Insomma, Arantxa è sì giovanissima, ma non proprio una novellina del tennis, se è vero che al Roland-Garros, dal 29 maggio all’11 giugno, si presenta da numero 10 del mondo ed è accreditata della testa di serie numero 7. Ma, al di là dei numeri che certificano la crescita costante e repentina della ragazza di Barcellona, nessuno, ma proprio nessuno, quando si tratta di eleggere le tenniste favorite alla vittoria finale, annovera tra queste la Sanchez. Anche perché il titolo sembra non poter sfuggire alla regina incontrastata da almeno due anni del tennis in gonnella, Steffi Graf, che se nel 1988 ha realizzato il Grande Slam, aggiungendo alle quattro vittorie nei Major anche l’oro olimpico, nell’anno in corso non sembra certo intenzionata a cedere lo scettro, avendo collezionato in Australia, a gennaio, il quinto successo consecutivo in un torneo dello Slam.

Ed in effetti a Parigi la Graf conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, di essere di gran lunga la giocatrice più forte del lotto, lasciando solo 13 giochi alle prime cinque avversarie incontrate sul suo cammino, ovvero l’americana Camille Benjamin, 6-1 6-1, l’argentina Bettina Fulco, 6-0 6-1, l’olandese Nicole Jagerman, 6-1 6-2, l’azzurra Silvia La Fratta, 6-2 6-1, e la spagnola Conchita Martinez, 6-0 6-4.

Nel frattempo la stessa Gabriela Sabatini, fresca di successo a Roma e numero 2 del tabellone, nonché unica, autorevole alternativa alla Graf, inciampa agli ottavi nel gioco di gambe e nell’acume tattico di Mary-Joe Fernandez che la estromette in due set, 6-4 6-4, ed allora, ci si chiede, chi può, se non battere, almeno provare ad impensierire l’incontrastata e quasi imbattibile regina del tennis?

Ebbene, la prima a provarci è un’altra ragazzina terribile, che quando c’è da lottare come una leonessa non è davvero seconda a nessuna, a dispetto dell’età. E’ una certa Monica Seles, jugoslava di Novi Sad poco più che 15enne, che seppur non sia compresa tra le teste di serie, si arrampica addirittura in semifinale a furia di colpi mancini e mulinando dritto e rovescio a due mani, dove prova a scardinare la sicurezza granitica della Graf. E per poco non ci riesce, se è vero che la teutonica deve far ricorso a classe ed esperienza per infine avere la meglio in tre set, 6-3 3-6 6-3, agguantando con qualche patema di troppo la terza finale consecutiva che, come in effetti tutti pensano, dovrebbe garantirgli la terza vittoria consecutiva dopo quelle del 1987, in tre set contro Martina Navratilova, e quella record del 1988, 6-0 6-0 a Natasha Zvereva, che da quel giorno non si è mai più ripresa, in soli 34 minuti di esecuzione.

E se l’eliminazione della Sabatini ha sguarnito la parte bassa del tabellone, ecco che in quella metà inferiore si intrufola l’altra minorenne che non la manda certo a dire, appunto Arantxa Sanchez, che dopo due turni iniziali in discesa con la cecoslovacca Regina Rajchrtova, 6-2 6-1, e con la francese Isabelle Demongeot, 6-4 6-4, lascia un set alla qualificata battente bandiera falce e martello Natalia Medvedeva, 6-0 3-6 6-2, per poi tornare a farla da padrona, facilmente, contro l’ancor più piccola sudafricana Amanda Coetzer, 6-3 6-2, demolire il gioco d’attacco di Jana Novotna, 6-2 6-2, e dimostrarsi più regolare e determinata della Fernandez in semifinale, altro duplice 6-2, meritandosi l’appuntamento in finale contro la Graf.

Pronostico chiuso, e potrebbe essere altrimenti?, quel pomeriggio del 10 giugno 1989. Troppo più forte, potente, atletica ed esperta la valchiria, che se ha un punto debole, è quello di patire la tensione quando le cose, inaspettatamente, si fanno difficili. Situazione a cui non è abituata e che, inverosimilmente, si verifica quando la Sanchez, che corre, sbuffa e rimanda tutto quel che le arriva a portata di racchetta, incamera a sorpresa il primo set dopo un tie-break palpitante, 8-6, aprendo una crepa preoccupante nell’animo sensibile della regina. Che deve ricorrere a tutta la sua classe per far suo il secondo set, 6-3, ed allungare sul 5-3 al terzo set che parrebbe risolutivo. Steffi, infatti, serve per il match e la Coppa ma la Sanchez, lungi dal darsi per vinta, ci crede ancora, corre sempre come un’ossessa, alza pallonetti diabolici che mandano in confusione l’avversaria, azzarda più di una sortita a rete mostrandosi non certo priva di tocco, riaggancia sul 5-5 ed infine piazza l’allungo decisivo. E quando l’ultimo, incerto e tremebondo rovescio della Graf muore in rete e la Sanchez, ebbra di felicità, rotola a terra, l’insurrezione parigina, nata con il regicidio di Chang con Lendl, celebra anche la destituzione della regina. Correva l’anno 1989, Roland-Garros… altro che Bastiglia!!!

LA DOLCE VITA E LA DOPPIETTA VINCENTE A ROMA DI VITAS GERULAITIS

Vitas Gerulaitis Serving
Vitas Gerulaitis nel gioco di volo – da sportvintage.it

articolo di Nicola Pucci

Quel che mi viene da pensare sul conto di quel ragazzo dai boccoli d’oro, estroso ed estroverso sul campo da tennis come nella vita quotidiana, che risponde al nome di Vitas Gerulaitis, è che il successo non è stato purtroppo pari alla sfortuna che su di lui ha concentrato buona parte dei suoi sforzi.

Se Gerulaitis, infatti, nato a Brooklyn il 26 luglio 1954 da genitori lituani, Vitas senior ed Aldona, due tennisti che si erano trasferiti in negli Stati Uniti in cerca di quella fortuna che pareva negata ai tempi dell’Urss, si è trovata la strada troppo spesso sbarrata da campioni più grandi di lui come Borg, Connors e McEnroe, nondimeno segnando uno score personale di tutto rispetto, ha pagato anche un conto salatissimo con la drammaticità talvolta bastarda dell’esistenza, trovando la morte nel sonno a soli 40 anni per una fuga di monossido di carbonio provocata da una caldaia difettosa.

E sì che ce ne sarebbero di storie da raccontare su Vitas, da quel suo essere sempre fuori dagli schemi, amante delle notti newyorchesi, atto all’uso di droghe, e con la lingua che andava veloce quanto il suo pensiero di uomo sempre in grado di stupire, all’amore per gli abiti firmati e le vetture di lusso, tanto da parcheggiare nel garage della sua villa Rolls Royce, Cadillac, Porsche e Ferrari.

Ma Gerulaitis, ovviamente, non è stato solo jet set e luci della ribalta. Anzi. Stiamo parlando di un tennista capace di soggiornare per quasi dieci anni nella top-10 mondiale, con un top-ranking da numero 3 il 27 febbraio 1978, vincere una prova dello Slam in Australia, nel dicembre 1977, battendo in cinque set John Lloyd, futuro marito di Chris Evert, giocare due finali agli Us Open, 1979, e al Roland-Garros, 1980, perdendole entrambe proprio contro McEnroe e Borg, guadagnarsi l’ultimo atto anche al Masters, nel 1979 e nel 1981, vincere da protagonista un’edizione della Coppa Davis, 1979, superando in finale l’Italia. E se memorabile rimane un match di semifinale giocato sull’erba di Wimbledon nel 1977, quando costrinse al quinto set Borg, un amante della bella e dolce vita come lui poteva mai sottrarsi dal primeggiare dalle parti del Foro Italico in Roma?

Certo che no, ed allora concentriamoci su quelle due vittorie, 1977 e 1979, che Gerulaitis seppe cogliere sulla terra battuta capitolina, gemme incastonate in una collezione di 25 vittorie in carriera, dal primo ottenuto a Vienna nel 1974 all’ultimo messo in palmares a Treviso, esattamente dieci anni dopo, 1984.

Eccoci dunque al 1977, quando Gerulaitis si presenta agli Internazionali d’Italia per la seconda volta, dando seguito all’esperienza poco fortunata dell’anno prima quando la sua marcia si interrompe agli ottavi di finali contro le gambe da maratoneta e le uncinate mancine di Guillermo Vilas, che lo domina 6-1 6-1. Vitas è accreditato della testa di serie numero 8, e non è certo lui il favorito alla vittoria finale, seppur il suo brillante gioco serve-and-volley ben si adatti anche alle superfici più lente. Come è quella del Foro Italico, che applaude le scorribande a rete e le prodezze di rovescio di Gerulaitis che fa fuori Dibley, 6-3 6-2, Amaya, 6-0 6-3, e Kodes, 6-4 6-3, prima di incrociare ai quarti di finale Adriano Panatta, non solo eroe nazionale, ma pure detentore del titolo. La sfida è eccitante tra due giocatori che si assomigliano, nello stile di gioco come nella propensione alla bella vita, ed infine, rimontando, il biondo americano elimina l’adone mediterraneo, 1-6 7-6 6-3, sì spengendo il sogno dei romani di tornare ad esultare per un tennista azzurro, altresì guadagnandosi la stima del pubblico capitolino. Che, nel mentre Vilas e Nastase, gli altri due favoriti, sono fuori dai giochi, ammira le gesta in semifinale di Gerulaitis, 6-2 7-6 4-6 7-5 all’ostico Gottfried, per poi, ancora una volta a denti stretti, doverlo celebrare campione in finale contro l’inatteso Tonino Zugarelli, 6-2 7-6 3-6 7-6, schivando per un soffio i rischi del quinto set annullando un set-point nel tie-break del quarto. Pare che la sera prima della finale, Vitas abbia trascorso una notte brava in discoteca… e la cosa francamente non stupirebbe nessuno.

Due anni dopo, 1979, Gerulaitis è pronto a concedere il bis. Nel 1978, al primo turno, Panatta si è preso la rivincita della sconfitta dell’anno prima eliminando Vitas con un punteggio serrato, 7-6 7-5, ma nell’anno in corso l’americano, numero 2 del tabellone romano, ha strada in discesa fino alle semifinali, battendo facilmente l’argentino Dalla Fontana, 6-1 6-2, Tim Wilkison, che si ritira sul 2-6 0-3, John Alexander che gli strappa un set, 6-7 6-2 6-3, e Gianni Ocleppo, 6-4 6-2. Proprio in semifinale Gerulaitis, che molti ritengano non proprio un cuor di leone quando c’è da stringere in denti, rimonta lo 0-6 iniziale con il pedalatore da fondocampo Eddie Dibbs, per infine agguantare l’atto decisivo, 6-1 7-5 6-3, contro Guillermo Vilas, numero 1 del tabellone, che ai quarti di finale ha spento l’illusione di Panatta di tornare a governare il torneo di casa. La finale è la perfetta contrapposizione tra il gioco di rimessa del sudamericano e la propensione all’attacco dello statunitense. Che a suon di sortite a rete va sotto 2 set a 1, 6-7 7-6 6-7, a chiusura di tre set maratona, per poi, non si sa bene dove, lui così fragile e fors’anche mingherlino, trovare le energie per demolire alla distanza e dopo ben 5 ore e passa di battaglia epocale, la forza granitica di Vilas, infine costretto ad arrendersi 6-4 6-2.

Vitas Gerulaitis è re di Roma per la seconda volta in carriera, e vi pare che uno come lui, all’ombra del Colosseo, non abbia festeggiato come si deve? Ne ha di occasioni seducenti da offrire, la Capitale, a chi la conquista…

FAUSTO GARDINI, IL GUERRIERO DEL TENNIS ITALIANO CHE FU RE DI ROMA NEL 1955

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Fausto Gardini – da tennisitaliano.it

articolo di Nicola Pucci

Nella storia di un campione, fatta di trionfi e luci della ribalta, c’è sempre un momento particolare, che merita di essere ricordato più degli altri. Ed anche nel caso di Fausto Gardini, che campione lo è stato senza dubbio, la regola non fa eccezione.

Questo lungagnone magrissimo, milanese classe 1930, in effetti ha qualche bel risultato da illustrare nel suo palmares di tennista di prima fascia. Se già da juniores è il migliore assieme ad un certo Gianni Clerici nelle competizioni nazionali di doppio, ecco che l’avventura tra i professionisti nasce sotto i migliori auspici quando, poco più che 21enne, nel 1951 raggiunge gli ottavi di finale a Wimbledon, soccombendo è vero a Frank Sedgman con un pesante 6-0 6-2 6-1 su una superficie a lui non proprio congeniale vista l’attitudine più al gioco da fondacampo che a quello di volo, evidenziando altresì quell’eccesso di ardore agonistico che mai l’abbandonerà nel corso della carriera.

La tecnica di Gardini è tutt’altro che ortodossa, con quel dritto a cucchiaio seppur incisivo, e se il rovescio è un colpo da utilizzare prettamente in fase difensiva, il gioco a rete lascia a desiderare. Ma la tempra è quelle del guerriero, audace, e se a questa si aggiunge anche un atteggiamento spesso provocatorio, per non dire intimidatorio, ecco che il milanese diventa un avversario ostico per chiunque. Chiedere, per conferma, agli altri italiani di prima fascia della prima metà degli anni Cinquanta, leggasi Giovanni Cucelli, Marcello e Rolando Del Bello, Orlando Sirola e Giuseppe Merlo, finanche un giovane Nicola Pietrangeli, che si vedono costretti ad alzare bandiera bianca agli Assoluti dal 1951 al 1955, e poi ancora nel biennio 1961/1962, quando il titolo di Campione d’Italia significa qualcosa ed è terreno di caccia prediletto dal tennista milanese.

Che da buon italiano che si rispetti, ha una certa confidenza con la terra battuta, conquistando sui tappeti rossi la maggior parte delle sue 21 vittorie da professionista, tra cui le edizioni 1954 del torneo di Montevideo, battendo il cileno Luis Ayala, futuro finalista al Roland-Garros, e di quello di Barcellona, superando lo jugoslavo Milan Branovic in quattro set, che seguono la finale di Amburgo del 1953 che vede Gardini arrendersi in tre set, 6-3 6-2 6-3, a Budge Patty.

E se nello stesso 1953 Fausto, dopo essersi fermato agli ottavi di finale nelle due edizioni precedenti perdendo da Savitt nel 1951 e da Drobny nel 1952 non prima aver a sua volta battuto un 17enne di belle speranze, tale Ken Rosewall, raggiunge i quarti di finale al Roland-Garros, quando, accreditato della testa di serie numero 8, esce vittorioso dalla maratona in cinque set con Tut Bartzen al quarto turno per poi, ancora, venir eliminato da Drobny in quattro set, ecco che per Gardini, che nel frattempo si è guadagnato il posto fisso di singolarista in Coppa Davis assommando, a fine carriera, 29 vittorie in 38 incontri, giunge il momento d’oro proprio agli Internazionali d’Italia in Roma del 1955.

Il torneo è omaggiato della presenza di giocatori del calibro di Budge Patty (numero 1 del mondo nel 1950), Arthur Larsen (l’ultimo finalista, in ordine di tempo, del Roland-Garros), Herbert Flam (finalista agli US Open nel 1950), Sven Davidson (che il Roland-Garros lo vincerà poi, nel 1957), Mervyn Rose (che ha trionfato agli Australian Open del 1954) e dello stesso Luis Ayala, che dà però forfait a tabellone compilato. Gli italiani di maggior spicco ci sono tutti, da Merlo a Sirola, da Pietrangeli allo stesso Gardini, che fin dall’esordio, 6-2 6-2 6-3 a Soren Hojberg, rivela un invidiabile stato di forma.

Il milanese agli ottavi di finale approfitta, caso mai ce ne fosse stato bisogno, del ritiro di Umberto Bergamo sul 6-4 6-2, per poi eliminare in quattro set Flam, 6-1 4-6 6-2 6-1, nel mentre Davidson, dopo aver battuto in quattro set un Pietrangeli ancora a corto d’esperienza, inciampa in Merlo, che in tre set, dopo aver fatto valere al turno precedente con Rose la maggior attitudine al gioco su terra battuta, fa altrettanto con lo svedese. L’argentino Enrique Morea, che sorprende Larsen, e Patty, che ha la meglio in quattro set del danese Kurt Nielsen, due volte finalista a Wimbledon nel 1953 e nel 1955, sono gli altri due semifinalisti per due incroci, Gardini contro Morea e Patty contro Merlo, lasciano pensare ad una finale italo-americana.

Ma se Fausto rispetta il pronostico con il sudamericano imponendosi in tre rapidi set, 6-4 6-4 6-3, pure l’altra sfida si risolve in tre partite ma celebra il trionfo di Merlo, che lascia a zero Patty nel primo parziale per poi imporsi nei due successivi serrati set, con lo stesso punteggio, 8-6, regalando al pubblico del Foro Italico una finale tutta italiana.

Ed all’atto decisivo, il 10 maggio 1955, proprio Merlo, che è legato a Gardini da amicizia sincera fin da quando, entrambi giovanotti di belle speranze, volarono in California per migliorarsi sotto l’occhio vigile di Eleanor Tennant, allenatrice di Maureen Connolly e Alice Marble, sembra poter avere la meglio quando, avanti 2 set a 1, 1-6 6-1 6-3, si porta sul 6-5 servendo per il titolo e procurandosi due match-point. Ma qui, in preda ai crampi, e seppur avendo una terza opportunità di chiudere l’incontro, Merlo non riesce a completare l’opera, e, una volta raggiunto sul 6-6, Gardini, che non fa certo sfoggio di fair-play, insistentemente chiede la vittoriaa tavolino“, provocando nell’amico, stavolta rivale, una crisi di nervi che lo costringe alla resa.

Fausto Gardini, alto, magro, tignoso e stilisticamente non proprio ortodosso, diventa re di Roma, e se questo è il giorno che vale una carriera, beh… al di là di tutto, tanto di cappello. Era pur sempre un campione.

 

LA STORIA D’AMORE TRA ROMA E GABRIELA SABATINI, LA REGINA CHE FECE POKER

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Gabriela Sabatini a Roma – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Se da Romolo a Tarquinio il Superbo Roma ha celebrato la gloria imperitura dei suoi sette re, ha nondimeno regalato onori ed immortalità sportiva anche a qualche regina in gonnella armata di racchetta da tennis.

La spagnola Lilì de Alvarez fu la prima, nel lontano 1930, quando la capitale tenne a battesimo l’edizione del debutto degli Internazionali d’Italia di tennis, per poi l’anno dopo applaudire le gesta di un’eroina di casa, Lucia Valerio. Fu poi la volta della leggendarie Doris Hart e Maureen Connolly, che si guadagnarono la scena negli scintillanti anni Cinquanta, per poi registrare l’avvento di Maria Ester Bueno e Margaret Court, entrambe capaci di collezionare un tris di vittoria, ben prima che al proscenio salisse Chris Evert, che tra il 1974 e il 1982 se ne tornò di là dall’Atlantico con cinque trofei. Poi… poi venne lei, dolce, bella, brava e tanto sensibile e sorridente da catturare, per sempre, il cuore degli appassionati romani.

Ovviamente lo avrete capito, stiamo parlando di Gabriela Sabatini, che con quel suo tennis elegante, quella camminata compassata alla John Wayne e quei modi di fare seducenti, nell’arco di sei anni, dal 1987 quando debuttò nella capitale al 1993 quando giunse un’ultima volta in finale, fu la preferita del pubblico e si cinse la testa con la corona di regina. A quattro riprese.

Che sia storia di un amore a prima vista è già palese fin dalla prima volta in cui la bella Sabatini mette piede sul Centrale del Foro Italico, a far data appunto 1987, quando il torneo torna a vestire i panni dell’evento di lusso dopo alcuni anni di buio, esattamente come accaduto alla prova maschile, attirando campioni e campionesse di gran lignaggio. Tocca a Steffi Graf, numero 2 del mondo ma ormai pronta ad issarsi in testa al ranking, smorzare la prima velleità di vittoria italiana dell’argentina, che, accreditata della quarta testa di serie, esordisce con la francese Calleja per poi superare una dopo l’altra Mary Joe Fernandez, Arantxa Sanchez, a cui rifila un clamoroso 6-0 6-0, e Martina Navratilova, 7-6 6-1, prima di arrendersi alla distanza alle bordate di dritto della teutonica, 7-5 4-6 6-0, con cui Gabriela, negli anni a seguire, darà vita ad una accesa rivalità sportiva.

Se Roma, fin da subito, si innamora della Sabatini, non è certo un sentimento a senso unico, anzi. Gabriela non fa mistero di rimanere affascinata dalle bellezze artistiche e dalle opportunità mondane offerte dalla capitale, riuscendo ad entrare in sintonia con la gente che ne rispetta l’intimità di campionessa affermata. E il binomio, solido e destinato a durare, produce effetti positivi sul piano del gioco, con l’argentina che nel 1988, alla seconda opportunità, è già pronta ad issarsi sul trono di Roma.

Ad onor del vero il tabellone, stavolta, non presenta ostacoli insormontabili, capeggiato com’è da quella Chris Evert che se merita, appunto, l’affetto dei romani che da anni la acclamano regina, nondimeno ha ormai imboccato la fase finale della sua monumentale carriera, costretta da un infortunio a dare forfait nel match di terzo turno con la canadese Kelesi. Ed è proprio la nordamericana l’avversaria in finale della Sabatini, che tiene fede al suo status di seconda favorita del torneo liquidando l’americana Schwartz e la brasiliana Dias, cedendo un set alla tedesca Hanika ai quarti, facendo valere la legge della più forte nel match di semifinale contro l’austriaca Wiesner, infine conquistando la prima vittoria romana, a pochi giorni dal suo 18esimo compleanno, a chiusura di una sfida che Gabriela domina all’inizio, 6-1, complica nel secondo set ceduto al tie-break, infine fa sua con un altro 6-1 al parziale decisivo.

Tempo un anno, e nel 1989 la Sabatini si presenta a Roma accreditata della testa di serie numero 1 e in qualità di detentrice del titolo. Il cammino propone tre sfide con tre giocatrici italiane, e se il pubblico parteggia per le connazionali, altresì sostiene la regina che si sbarazza facilmente di Golarsa, Lapi e Cecchini, scavalca in semifinale l’ostacolo proposto dall’altra argentina Fulco, e per la conferma si trova a dover battagliare con una giovanissima spagnola, appunto Arantxa Sanchez, che di lì a qualche settimana sbalordirà il mondo del tennis trionfando al Roland-Garros. Ma a Roma la corona spetta a Gabriela, che fa gara di testa, 6-2, viene raggiunta, 5-7, infine ha lo spunto vincente per il 6-4 che la legittima regina e la catapulta, caso mai ce ne fosse ancora bisogna, tra le grandi campionesse che si sono esibite al Foro Italico.

La carriera della Sabatini, tuttavia, seppur segnata dai tratti dell’eccellenza, manca del certificato di laurea garantito da un titolo dello Slam, come l’argentina sarà capace di fare solo agli US Open del 1990, fallendo poi nella finale di Wimbledon dell’anno dopo, ma Roma è il suo regno e se nello stesso 1990 la Navratilova si prende in semifinale la rivincita della sconfitta del 1987 imponendosi con un serrato 7-6 7-5, nel 1991 Gabriela, rotto l’incantesimo in un evento Major, è pronta a riprendersi lo scettro.

Quella del 1991, in effetti, così come quella dell’anno dopo, sono due edizioni degli Internazionali d’Italia di tennis segnate da un successo di pubblico e di gioco senza precedenti, con l’entry-list capeggiata dalla nuova numero 1 del mondo, Monica Seles, che ha interrotto la dittatura imposta da Steffi Graf e si è intromessa prepotentemente in quella che pareva essere una sfida a due per il predominio del tennis femminile. La tedesca è assente a Roma, e nel mentre la Navratilova spende le ultime cartucce di una carriera altrettanto monumentale di quella dell’amica/rivale Chris Evert ritirata da qualche anno, Seles e Sabatini disegnano un cammino senza pecche, o quasi, con la serba che perde un solo set con Mary Joe Fernandez in semifinale e l’argentina che concede la miseria di 8 giochi alle quattro avversarie affrontate, tra le quali Jennifer Capriati ai quarti e Conchita Martinez in semifinale, per arrivare all’atteso scontro diretto nella finale del 12 maggio. Giorno in cui la Sabatini sciorina il meglio del suo repertorio, sicura da fondocampo, estrosa nei cambi di ritmo, veloce nelle sortite a rete ed impeccabile nel gioco di volo, infine trionfando con un 6-3 6-2 inequivocabile. Ed altrettanto annoverabile tra le sue migliori performance in carriera.

Consumato il tris, l’appetito vien mangiando, e Gabriela per il 1992 ha in mano un bel poker da giocare sulla ruota di Roma. La Seles è anche stavolta l’avversaria da battere, perché è la numero 1 del mondo e perché medita vendetta dopo la batosta dell’anno prima, ma la Sabatini è la regina indiscussa del Foro Italico e non vuol proprio saperne di scendere giù dal trono. Anche perché i romani, pur stimando Monica, sono schierati dalla sua parte. Ed ancora una volta l’argentina non tradisce le attese, con un successo che copia fedelmente quello dell’anno prima, con un percorso esente da macchie con le vittorie in due set con Mercedes Paz, Bradtke, Tauziat e Mary Joe Fernandez, e la rivincita con la Seles che si sbatte, mulina da dietro con dritto e rovescio a due mani, grugnisce e sbuffa ma infine, esattamente come l’anno prima, si arrende in due set, stavolta più combattuti, 7-5 6-4.

Per la tennista argentina è poker romano, e se dodici mesi dopo una nuova campionessa andrà profilandosi all’orizzonte, Conchita Martinez, che le negherà una quinta vittoria battendola in finale, 7-5 6-1, beh, che volete che sia? Accanto ai sette re di Roma c’è posto, tra le regine, per una ragazza bella, brava e vincente che sorrideva e seppe farsi amare. Veniva da lontano, il suo nome era Gabriela Sabatini.

BUDGE PATTY, UN AMERICANO A PARIGI

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Budge Patty – da fineartamerica.com

articolo di Nicola Pucci

Gli appassionati di tennis transalpino degli anni Cinquanta, e in giro qualcuno ne è rimasto ancora, ricordano perfettamente John Edward Patty, soprannominato “Budge” dal fratello, americano smaccatamente francofilo.

In effetti questo ragazzo nato a Fort Smith l’11 febbraio 1924, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale presta servizio come soldato presso la US Army, scopre Europa e Francia all’atto della liberazione di Parigi, rimanendo tanto affascinato dalla Ville Lumiere da decidere di trasferirsi proprio qui una volta terminate le ostilità. Iniziando a dar sfoggio di buone qualità tennistiche, a dispetto di un atteggiamento sul campo apparentemente poco esuberante da costringere, appunto, il fratello ad incitarlo con ripetuti “Budge, budge!“, dal francese “Bouge toi, bouge toi!“, che equivale al nostro “Muoviti, muoviti!“.

Sono gli anni della ripresa delle attività sportive, e visto che sul tennis volteggia ancora il ricordo delle imprese di Donald Budge proprio prima dello scoppio della Guerra, ecco che John Edward Patty diventa a tutti gli effetti Budge Patty, come verrà universalmente conosciuto ad ogni latitudine. E se negli Stati Uniti nessuno, o quasi, sa chi sia, ecco che in terra di Francia conquista il primo trionfo che ne certifica il talento, vincendo nel 1946 il doppio misto al Roland-Garros associato a Pauline Betz, 7-5 9-7 all’altra coppia americana formata da Tom Brown e Dorothy Bundy, e raggiungendo anche i quarti di finale nella gara di singolare per arrendersi solo a Marcel Bernard, futuro vincitore, in cinque set serrati.

Patty è giocatore completo, elegante nel gesto come nell’abbigliamento, se è vero che veste pullover di cachemire e non è insolito vederlo frequentare i saloni di Christian Dior, ed è capace di disimpegnarsi con buoni risultati sia su terra battuta che su erba. Ed è proprio a Wimbledon che nel 1947 comincia a fare la corte ad un torneo dello Slam, guadagnando la semifinale dove lo ferma solo lo stesso Tom Brown con un periodico 6-3, non prima aver eliminato un certo Jaroslav Drobny. E se nel 1948 è tra i migliori quattro al Roland-Garros, cedendo stavolta a Drobny che si prende la rivincita, sempre in cinque set, e raggiunge i quarti di finale a Wimbledon incappando nell’australiano John Bromwich che non gli concede opportunità alcuna estromettendolo con un netto 6-4 7-5 6-1, ecco che un anno dopo ancora, 1949, infine si arrampica alla sfida decisiva, nell’amata Parigi, dove si prende il lusso, dopo aver eliminato Giovanni Cucelli ai quarti, di battere Pancho Gonzales in semifinale, 6-4 6-3 3-6 6-3, prima di vedersi stoppare proprio sul più bello dal connazionale Frank Parker, accreditato della testa di serie numero 1.

Drobny, curiosamente, diventa il suo rivale più agguerrito, e dopo le sfide di Parigi nel 1947 e Wimbledon nel 1948, sono ancora i prati londinesi ad applaudire una terza maratona risolta in cinque set, con il cecoslovacco ad imporsi, sempre al set decisivo, rimontando da 2-1 sotto per il 6-0 6-2 risolutivo degli ultimi due parziali che la dicono lunga sul piglio battagliero di Drobny quando la lotta si fa incandescente.

E’ solo il preludio, nondimeno, a quella che sta per essere la stagione d’oro di Budge Patty. Corre l’anno 1950, infatti, e per il tennista che ha scelto la Francia quale sua patria d’adozione, è l’ora di assurgere al rango di campione. E che c’è di meglio che trionfare davanti al pubblico di Parigi, nel magnifico scenario del Roland-Garros, quello che da sempre è il suo torneo preferito, a soli cinque minuti dall’appartamento di proprietà sulla Senna? Alla Porte d’Auteuil Patty si presenta da finalista ma è accreditato solo della settima testa di serie. Il sorteggio, per sua fortuna, lo dirotta nella parte bassa del tabellone, occupata da Sedgman, Bromwich e Talbert, che non hanno certo nella terra battuta la loro superficie preferita, e per l’americano il cammino è agevole con Barrett, Landau, Mitic e Cucelli, prima di dover ricorrere al set decisivo sia ai quarti di finale con Dorfman, 11-9 al quinto, che in semifinale con Talbert, 13-11 sempre al quinto, accedendo così al match di finale, guarda che coincidenza, con l’amico/rivale di sempre, Drobny. Ed è un’altra maratona, la quarta, con Patty che domina i primi due set, 6-1 6-2, Drobny che rimonta, 6-3 7-5, e l’americano che la spunta in volata, 7-5, per mettersi in bacheca il primo titolo Slam della carriera.

Che poi diventano due di lì a qualche settimana, quando Patty, dopo la terra rossa, doma anche l’erba verde più prestigiosa, quella di Wimbledon, liquidando avversari non proprio trascendentali come Deyro, Sawhney, Bull e Van Swol, per poi, sempre in quattro set, far fuori Talbert, numero 2 del seeding, Seixas, che lo impegna più di ogni altro, e Sedgman, che se vince il secondo set 10-8, altresì viene dominato nei tre altri parziali dal gioco vario e senza sbavature di Patty, dotato di una eccellente voleè e che si conferma il tennista più forte del momento.

Ma come spesso accade, garantita la gloria perpetua, a Patty si inceppa l’ingranaggio, e al momento del massimo splendore agonistico inizia pure la parabola discendente. Complice anche un problema alla caviglia che lo condiziona negli anni a seguire. Patty non va oltre i quarti di finale a Parigi nel 1952, stavolta preso a pallate da Sedgman, 6-4 6-2 6-2, per poi tornare competitivo nel biennio 1954/1955 quando riesce, nuovamente, ad issarsi in semifinale a Wimbledon, arrendendosi immancabilmente a Drobny, con cui nel 1953, ai sedicesimi di finale, ha librato l’ennesimo sfida-maratona, fallendo sei match-point al quarto set prima di perdere col punteggio di 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10 dopo 4ore 20minuti, e Trabert, che lo batte, anche lui, in semifinale sia a Parigi che a Londra.

C’è ancora tempo per un titolo in doppio a Wimbledon, nel 1957, in coppia con Gardnar Mulloy e contro i favoritissimo Fraser/Hoad, ed un quarto di finale agli US Open, che a dispetto della sua nazionalità stelle-e-strisce non sarà mai il suo torneo di casa, ma quando Robert Haillet, proprio sul campo a lui più congeniale, il Roland-Garros, lo elimina nel 1958 agli ottavi di finale rimontandolo da 0-5 0-40 al quinto set, è proprio il segnale che i tempi che furono sono ormai solo uno sbiadito ricordo.

Ed allora, per l’americano di Parigi, quale teatro migliore per salutare i suoi sostenitori? D’altra parte, la Francia è proprio casa sua