MARAT SAFIN, BELLO E DANNATO TANTO DA DOMINARE SAMPRAS AGLI US OPEN 2000

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Safin con il trofeo degli US Open 2000 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Provate un po’ ad immaginare quel che avrebbe potuto vincere in carriera quel mattacchione di Marat Safin, se solo fosse stato un po’ meno bello e dannato e magari più dedito all’allenamento e anche più conforme ad una vita da atleta. Già, perché il russo baciato da un talento portentoso, aveva troppo spesso ben altro a cui pensare, che non fosse il tennis, sempre sospeso tra l’esprimere al massimo il suo potenziale da primo della classe e cedere alle tentazioni della bella vita. Perché, sia chiaro, con tutto quel popò di belle donzelle che lo seguivano ovunque era dannatamente impegnativo concentrarsi esclusivamente su quel che accadeva in campo.

E non si può certo negare che tutto ciò non fosse evidente fin dall’inizio. Perché questo ragazzone russo, nato a Mosca il 27 gennaio 1980, aveva tutto, ma proprio tutto, per affermarsi su un campo da tennis. Un fisico da granatiere, tanto per cominciare, una potenza fuori dal comune, tanto per proseguire, gran tocco di palla e mano educata, tanto per finire. Un mix che non avrebbe potuto che produrre frutti copiosi, se solo il buon Marat avesse voluto accompagnare il tutto con una dose sufficiente di determinazione, senso del dovere e propensione alla fatica. Il che, appunto, gli è mancato in parte, altrimenti gli albi d’oro del primo decennio del nuovo Millennio avrebbero tracciato il suo nome tra gli immortali ben più di quel che è successo a due riprese, a far data US Open 2000 e Australian Open 2005, con l’aggiunta nondimeno della prima posizione del ranking.

Che la stoffa sia pregiata se ne ha sentore già in quell’edizione 1998 del Roland-Garros, quando Safin, poco più che 18enne costretto a passare per le forche caudine delle qualificazioni, entra in tabellone e prende a bacchiolate prima Agassi, che vincerà il torneo l’anno dopo, poi Kuerten, che il titolo invece l’ha vinto l’anno prima, arrendendosi infine solo a Cedric Pioline agli ottavi in cinque set. Non certo appagato, anzi, Marat rinnova un posto tra i migliori sedici in una prova dello Slam anche agli US Open, costretto a cedere a Sampras in tre set, ma il russo ha occhio vigile, prende, incassa e porta a casa non solo una cocente debacle, ma pure una dose massiccia di esperienza e insegnamenti sullo stato tennistico di Pistol Pate. In attesa, caso mai se ne ripresenti l’occasione, di prendersi la rivincita. Come puntualmente avviene due anni dopo, nel 2000.

Safin, che nel frattempo ha vinto un primo torneo a Boston (1999, in finale con Greg Rusedski), ha colto il successo in un Master 1000 (2000, contro il carneade israeliano Harel Levy dopo aver battuto proprio Sampras) ed ha infiltrato la top-ten (numero 6 ad inizio agosto), si presenta nel catino ribollente passione e puzza di fritto di Flushing Meadows in qualità appunto di sesta di serie, nella parte bassa del tabellone presidiata dal brasiliano Kuerten, numero 2, e dallo svedese Magnus Norman, numero 3, finalisti sulla terra di Parigi. Agassi, numero 1 del mondo e del seeding nonché detentore del titolo, occupa ovviamente la parte alta, assieme all’amico/rivale Sampras, numero 4, e all’altro russo Kafelnikov, numero 5.

Caso mai ve lo foste dimenticato, Marat ha un seguito senza eguali di belle figliole che puntualmente tengono banco sugli spalti, e sovente, oltre a quelli degli spettatori, catturano gli occhi del bel ragazzone russo. Che ha però eletto lo Slam newyorchese quale palcoscenico per ritagliarsi una fetta importante di notorietà, e pur con qualche distrazione di troppo entra in torneo con un successo sul francese Guardiola, anonimo numero 141 del mondo, che viene scavalcato in 4 set conditi da 23 aces, il 92% dei punti quando entra la prima di servizio ed un 7-5 6-7 6-4 6-4 che richiede 2ore49 minuti di impegno.

Intanto Kurten, secondo favorito della vigilia, inciampa nel serve-and-volley incessante dell’australiano Wayne Arthurs, liberando il campo da un rivale pericoloso, mentre in alto il francese Arnaud Clement demolisce clamorosamente Agassi al secondo turno, 6-3 6-2 6-4, trovando emulazione nello slovacco Dominik Hrbaty che ai sedicesimi di finale fa altrettanto con Kafelnikov, 6-4 7-6 6-1. E con l’eliminazione di tre delle sei prime teste di serie, la storia comincia a farsi interessante per Safin, che al secondo turno abbisogna di ben cinque set per avere la meglio del “vecchio” Gianluca Pozzi che obbliga Marat, in preda a continui soliloqui e fraccassando ben più di qualche racchetta, ad oltre tre ore di lotta serrata, per poi rimanere ancor più a lungo in campo con il francese Sebastien Grosjean che rimonta due set di svantaggio prima di trascinare la sfida al tie-break del set decisivo che Safin, grazie anche a 25 aces, infine si aggiudica con un sofferto 7-5.

Ad onor del vero le difficoltà, così come le distrazioni ricorrenti, non sembrano lasciar molto credito alle possibilità del tennista russo di far suo il torneo, anche se la parte bassa del tabellone perde anche Alex Corretja e Cedric Pioline, rispettivamente numero 8 e 10 del seeding, battuti da Carlos Moya e Todd Martin, così come agli ottavi esce di scena pure Magnus Norman, travolto in quattro set dal tennis efficace e redditizio del tedesco Nicolas Kiefer. Safin, dal canto suo, mette da parte le tentazioni, mulina dritto e rovescio, fa male con il servizio e ricama sotto rete quando è chiamato a giocare di voleé e in poco meno di novanta minuti liquida senza patemi la pratica Juan Carlos Ferrero, killer al terzo turno di un giovanotto di bellissime speranze, tale Roger Federer, battuto con un inequivocabile 6-1 6-2 6-2.

Ormai lanciato Safin, che con il suo numero 6 è ormai diventato il favorito nella parte bassa del tabellone per un posto in finale, si sbarazza proprio di Kiefer in quattro set per poi regalare una dimostrazione di acquisita solidità mentale in semifinale contro Martin, veterano qui finalista l’anno prima, che dopo aver perso netto il primo set, 6-3, deve fare i conti con Marat che nei due tie-break successivi gioca al meglio per infine guadagnarsi l’atto decisivo.

E chi c’è il 10 settembre 200 dall’altra parte del net a fronteggiare il tennis ormai non più avveniristico ma tremendamente attuale di Safin? Ovviamente Sua Maestà Pete Sampras, per quelle rivincita che il russo attende dal 1998. E quel che sta per accadere sul centrale di Flushing Meadows ha i parametri dell’eccezionale. Come eccezionale è il talento di Marat che non conosce incertezza alcuna, eccezionale è la sua capacità di disinnescare il carisma, la classe e l’esperienza del grande avversario, eccezionale è la forza mentale che gli consente, in soli 98 minuti di gioco a senso unico, di mettere a segno 12 aces, vincere l’85% dei punti una volta piazzata la prima di servizio, concedere ed annullare solo due palle-break per un risolutivo 6-4 6-3 6-3.

Marat Safin detronizza il re e sale sul tetto del mondo, a dispetto di tutto e tutti, e quella che si accende nella notte di New York è una stella abbacinante che pare destinata ad aprire un’era tennistica. Non sarà proprio così… ma che importa? Quel russo era un fenomeno e quando ha avuto voglia di dimostrarlo non ce n’è stato proprio per nessuno.

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CHRIS EVERT, LA REGINA PIU’ AMATA DI PARIGI

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Chris Evert con la “Coppa dei Moschettieri” – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Lasciate perdere il senso artistico di Helen Wills Moody, la classe offensiva di Margaret Smith Court, l’esplosività atletica di Steffi Graf, l’ardore guerrigliero di Monica Seles, la perfezione stilistica di Justine Henin, la potenza leonina di Serena Williams, la grazia estetica di Maria Sharapova. Ecco… fate conto che questa combriccola di fuoriclasse che hanno fatto la storia del tennis siano destinate ad inchinarsi alla regina che più di ogni altra si è fatta amare a Parigi, dalle parti della Porte d’Auteuil. Nient’altro che Sua Maestà Chris Evert.

Già, Chris. Che solo a citarne il nome provo imbarazzo misto ad adorazione. Quanti della generazione del vostro scriba hanno scoperto, ed amato, il tennis grazie alla “Signora con la racchetta“? Immagino un numero congruo. Perchè lei, Chris, assommava in sè tutte, ma proprio tutte, le qualità espresse dalle altre meravigliose regnanti del Roland-Garros. Chris era arte, sapeva ricamare sul rettangolo di gioco così come far leva su forza, corsa e resistenza, quando c’era da tirar fuori la grinta non era seconda a nessuna e mai, proprio mai, con quella classe che la elevava sul lotto delle avversarie, perdeva in stile, grazia e femminilità. E che con Parigi fosse amore a prima vista, fu chiaro fin dalla prima volta che la biondina americana di Fort Lauderdale mise piede sulla terra francese.

Corre l’anno 1973 e la Evert, non ancora 19enne ma già semifinalista nei due anni precedenti agli US Open così come a Wimbledon nel 1972 dove battaglia in un’epica sfida con Evonne Goolagong, si presenta in qualità di seconda testa di serie, demolendo una dopo l’altra l’australiana Tesch, la giapponese Goto, la cecoslovacca Tomanova, la tedesca Masthoff e la beniamina di casa Françoise Dürr (vincitrice nel 1967), tutte inderogabilmente battute in due rapidi set, per arrampicarsi in finale dove l’attende la prima giocatrice del mondo, proprio Margaret Court Smith che ne infrange il sogno in tre set serrati, 6-7 7-6 6-4.

La sconfitta brucia, ma Parigi è ammaliata da Chris e da quei giorni nessun’altra sarà capace di eguagliare il fascino che l’americana trasmette al pubblico della capitale. Per prendersi la rivincita la Evert deve attendere non più di dodici mesi, nel 1974, quando dopo la sconfitta in finale con Billie Jean King a Wimbledon ed una terza semifinale consecutiva a Forest Hills, accreditata della prima testa di serie, sbaraglia la concorrenza senza perdere un set, battendo in successione tre tenniste uscite dalle qualificazioni, Marsikova, Ruzici (che diverrà nel 1978 a prima e per ora unica rumena a vincere un titolo dello Slam, proprio al Roland-Garros) e Baldovinos-Cibeira, la connazionale Heldman, ancora una volta Masthoff e all’atto conclusivo la sovietica Olga Morozova, costretta ad arrendersi con un netto 6-1 6-2, conquistando il primo successo parigino. Non sarà di certo l’ultimo.

La vittoria in terra di Francia apre un quinquennio in cui Chris domina il tennis femminile, ininterrottamente numero 1 del mondo a fine anno dal 1974 al 1978, mettendo in saccoccia due vittorie a Wimbledon (1974 e 1976) e ben quattro trionfi in fila agli US Open (dal 1975 al 1978), prima dell’apparire sulla scena dell’amica/rivale con cui segnerà un’epoca: naturalmente, Martina Navratilova.

Nel frattempo, nel 1975, al Roland-Garros, Chris concede il bis, liquidando senza patemi Perez-Alcalà, Jausovec, Tomanova, Sawamatsu e la stessa Morozova, prima di dar vita in finale al primo duello all’arma bianca di una certa consistenza proprio con l’imberbe Navratilova, che si prende il primo set prima di cedere alla distanza, 2-6 6-2 6-1, travolta dalla maggior esperienza ed attitudine alla superficie della Evert. Che poi decidere nel triennio successivo di “passare” l’appuntamento parigino, impegnandosi nel World Team Tennis, lega professionistica americana che per qualche anno proverà a diventare un format poi invece destinato a morire.

Sue Baker, Mima Jausovec e Virginia Ruzici ne approfittano per vedersi cingere la testa con la corona, ma è un interregno di breve e forzata durata, perché poi la regina, quella con la R maiuscola, nel 1979 è di ritorno. E i parigini, che non attendevano altro, l’applaudono nuovamente sul trono, una terza volta lasciando per strada un set alla brasiliana Medrado agli ottavi, per infilare nelle partite decisive Ruta Gerulaitis (sorellina di Vitas), Dianne Fromholtz e Wendy Turnbull, per poi calare il poker nel 1980, stavolta concedendosi una distrazione con la tedesca Bunge agli ottavi e con Hana Mandlikova in semifinale prima di uno squilllante 6-0 6-3 in finale con la Ruzici.

A fine carriera la Evert vanterà tredici partecipazioni totali al Roland-Garros con sole sei sconfitte, e due di queste, consecutive e inattese, regalano vetrina e gloria alla stessa Mandlikova, che nel 1981 riscatta il k.o. dell’anno precedente, 7-5 6-4, e a quella Andrea Jaeger, appena 17enne nel 1982 ed annunciata come nuovo fenomeno del tennis in gonnella, che impartisce una severa lezione a Chris, 6-3 6-1. Sappiamo tutti, poi, come si è evoluto la carriera della giovincella dell’Illinois, a secco di vittorie nello Slam, ritirata precocemente ed oggi suora domenicana.

Tempus fugit“, dice il detto, per Chris che si avvia verso le 30 primavere, non prima, però, aver rinnovato l’appuntamento con la vittoria parigina, quinta della serie, nel 1983, quando in qualità di seconda favorita del torneo, status che non conosceva dall’anno del debutto, alle spalle di Navratilova, approfitta della sconfitta agli ottavi della ceca contro Kathy Horvath per far sua la vittoria, palesando qualche incertezza con la Sukova e la solita Mandlikova per poi risolvere facilmente le due partite con la Jaeger, 6-3 6-1 esattamente come l’anno prima, e Jausovec in finale, 6-1 6-2.

Ma per la Evert, che nel 1980 e nel 1981 per le due ultime volte in carriera ha chiuso l’anno come miglior tennista al mondo ma si trova ormai a dover fronteggiare la superiorità sempre più schicciante della Navratilova, è tempo di vedersela con la grande avversaria anche sul tappeto rosso del Roland-Garros come non accade dal lontano 1975, e per i tre anni successivi le due campionesse sono puntuali all’appuntamento con la finale. Ma se nel 1984 non c’è proprio storia, 6-3 6-1 per la ragazza di Revnice che sciorina tutto il suo magnifico repertorio di servizi, attacchi a rete e voleè vincenti, nel 1985 così come nel 1986 gli appassionati che siedono sugli spalti del Court Central hanno modo di assistere a due partite destinate alla leggenda del tennis.

Chris contro Martina è la contrapposizione di due diverse concezioni del gioco del tennis, seppur entrambe volte ad ottenere il massimo risultato. Se la Evert ci mette rendimento e regolarità da fondocampo, la Navratilova risponde con incessanti proiezioni a rete. E la trama è da leccarsi i baffi. Nel 1985 Chris, che lungo la strada che porta in finale ha battuto due ragazzine che faranno strada, Graf e Sabatini, si impone 7-5 al terzo set, e nel 1986 fa meglio ancora, rimontando l’iniziale 2-6 con un duplice 6-3 da antologia che vale all’americana il settimo, ed ultimo, trionfo a Parigi.

La regina, osannata dal pubblico che l’adora, chiude qui la sua striscia di vittorie al Roland-Garros, prima di due ultime recite concluse nel 1987 con una secca sconfitta in semifinale sempre con la Navratilova, 6-2 6-2, e nel 1988 contro una ragazzina terribile che di pagine storiche, pure lei, a Parigi ne scriverà tante, la spagnola Arantxa Sanchez.

Chris Evert saluta e passa lo scettro, con un bilancio complessivo di 72 vittorie, 6 sconfitte e 7 titoli che ancor oggi sono un record al femminile. Ma i numeri, seppur importanti, significano poco, perché se vi avventurate dalle parti della Porte d’Auteuil e chiedete chi è la regina più amata di Francia, sappiate che la risposta è ovvia… perché al cuore non si comanda proprio.

FRED STOLLE, IL PERDENTE DI SUCCESSO CHE VINSE ROLAND-GARROS E US OPEN


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Fred Stolle in azione – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Fred Stolle rimarrà nella storia del tennis come un grande perdente di successo. Basta leggere il suo palmares, e subito salta all’occhio che abbia giocato in singolare tutte le finali dello Slam, perdendone ben cinque prima di cogliere un titolo in uno dei quattro tornei Major. E le tre sconfitte consecutive all’atto decisivo di Wimbledon, 1963, 1964 e 1965, ne fanno l’eterno sconfitto, nonostante fosse un candidato autorevole quando si trattava di selezionare i favoriti di una prova dello Slam. Complice, soprattutto, l’ingordigia di Roy Emerson, che fece valere la legge del più forte per buona parte dei primi anni Sessanta.

Nel 1960 Stolle, australiano di Hornsby classe 1938, ha già 22 anni quando per la prima volta sbarca in Europa e non è certo più una giovane promessa. Il tennis non è per lui il frutto di una folgorazione giovanile, esitando a lungo tra la racchetta e il cricket, e quando Hopmann lo seleziona con la formazione di Coppa Davis, ha già l’età in cui illustri connazionali come Rosewall e Hoad avevano abbracciato il professionismo, forti di una carriera da amatori prestigiosa.

In verità Stolle non è un giocatore appariscente sul campo, con quelle gambe rigide, gli spostamenti sincopati e il temperamento apparentemente refrattario alle emozioni. Certo, dall’alto dei suoi 190 centimetri è dotato di un servizio paralizzante e come tutti gli australiani dell’epoca gioca magnificamente di volo, seppur senza troppa fantasia a dispetto di un ottimo rovescio, dettando un ritmo di gioco costante ed estremamente efficace, senza far troppa fatica, che gli concede di rado di rivaleggiare con gli stessi Emerson e Laver, più talentuosi, performanti e acclamati di lui. Bob Hewitt è il suo naturale compagno di doppio, eccellente specialista della disciplina ma caratterialmente agli antipodi del partner, tanto è composto Stolle quanto è spaccone e talvolta maleducato Hewitt, inviso ai selezionatori australiani che mai lo prenderanno in considerazione per un impiego in Coppa Davis. Nondimeno, è con lui che Fred conquista i primi titoli dello Slam, a Wimbledon nel 1962 e nel 1964 e agli Australian Open nel 1963 e nello stesso 1964.

Con il passaggio di Laver al professionismo a fine 1962, Stolle scala le gerarchie australiane per collocarsi al numero 2 alle spalle ovviamente di Emerson. Nel 1963, senza esser accreditato di alcuna testa di serie, realizza l’exploit di giungere una prima volta in finale a Wimbledon, battendo uno dopo l’altro Ken Fletcher numero 3 del tabellone, Nicola Pietrangeli e Manuel Santana in semifinale, 8-6 6-1 7-5, per poi arrendersi all’atto conclusivo all’americano Chuck McKinley che lo batte a sua volta in tre set, 9-7 6-1 6-4.

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Stolle al servizio – da histoiredutennis.com

Dopo questa prima piazza d’onore, che equivale nondimeno ad un primo bruciante smacco, Stolle colleziona una serie di sconfitte in finale sbattendo, sempre, nel solito avversario, quel Roy Emerson che assurge al rango di bestia nera. Nel 1964 il fuoriclasse di Blackbutt lo batte nettamente in Australia, 6-3 6-4 6-2, con qualche patema d’animo in più a Wimbledon, 6-4 12-10 4-6 6-3, dopo essersi preso in semifinale la rivincita su McKinley, ancora senza suspance a Forest Hills, 6-4 6-2 6-4, infine una quarta volta consecutiva in Australia nel 1965, a termine di una maratona risolta in rimonta, 7-9 2-6 6-4 7-5 6-1. La nomea di perdente gli si appicca addosso, inevitabilmente, e tra gli addetti ai lavori ci si chiede quando mai quel bell’atleta biondo, dal tennis lineare e gli atteggiamenti composti, riuscirà a spezzare il sortilegio nei tornei dello Slam.

Nel frattempo, a far data 1964, Stolle, così come Emerson, Hewitt e Fletcher, vengono interdetti dal giocare la Coppa Davis per aver giocato all’estero, percependo qualche ingaggio di troppo, il che viola la regola del dilettantismo applicato al tennis. La frattura avrà vita breve, nel 1965 la principale kermesse a squadre ha partita vinta e i campioni possono tornare a gareggiare, ad eccezione degli stessi Hewitt e Fletcher, delusi, che decidono di espatriare. Emerson e Stolle, rimasti orfani, si accoppiano a loro volta in doppio e l’associazione partorisce altri quattro titoli dello Slam, Roland-Garros e Us Open nel 1965 ed Australian Open ed ancora Us Open nel 1966. I titoli, per Fred, diventeranno poi dieci, con le vittorie nel 1968 assieme ad un terzo compagno, Ken Rosewall, a Parigi, e nel 1969 a Forest Hills, a cui aggiungersi pure sei trionfi in doppio misto, tre con Lesley Turner, due con Margaret Court e uno con Ann-Haydon Jones.

Ma è in singolare che Stolle vuole affermarsi, seppur costretto a dover subire la superiorità di Emerson, a sua volta liberato dell’ingombro di Laver passato professionista. Fin quando i due amici/rivali si presentano, nel giugno 1965, dalle parti della Porte d’Auteuil, sulla terra parigina, per raccogliere il guanto di sfida lanciato loro dai due europei che su quei campi hanno dominato l’edizione precedente, Santana e Pietrangeli. Emerson e Stolle sono rispettivamente testa di serie numero 2 e 4, ma se lo spagnolo è costretto al forfait, l’azzurro e Roy inciampano in un altro australiano ancora, l’appena 20enne Tony Roche, che li batte entrambi guadagnando la finale. Proprio contro Stolle, che rispetta il pronostico pur soffrendo agli ottavi con lo spagnolo Alberto Arilla che lo obbliga a faticare cinque set, così come in semifinale con il sudafricano Cliff Drysdale, pure lui battuto al set decisivo, e che a furia di serve-and-volley ha la meglio infine del giovane connazionale 3-6 6-0 6-2 6-3, incassando sulla superficie a lui meno congeniale il primo titolo in un torneo dello Slam.

Infranto il tabù, Stolle gradirebbe bissare a Wimbledon il mese successivo, ma sui prati londinese Emerson è nuovamente al massimo delle sue forze ed ancora una volta, la terza consecutiva, Fred è costretto a cedere il passo in finale con un 6-2 6-4 6-4 che non ammette repliche. Non contento, l’anno dopo Stolle ci prova ancora a vincere sul Centre Court più famoso del mondo, ma ironia della sorte stavolta è l’ex-compagno di doppio Hewitt a sorprenderlo al secondo turno in quattro set, negandogli un’opportunità che sarebbe stata colossale se si pensa che infine il titolo vanno a giocarselo Santana e Ralston.

Apparentemente ormai avviato alla china discendente, Stolle ha però in serbo l’ultimo colpo a sensazione di una carriera che può fregiarsi anche di tre insalatiere d’argento in Coppa Davis. A Forest Hills, a settembre, Stolle non è comprese tra le teste di serie, il che lo porta ad affermare “pensano che io non sia altro che un vecchio cavallo!” (“an old hacker“), ma smentendo i pronostici infila in tre set uno dopo l’altro Gorski, Barth, Contet, Ralston e Graebner, per poi finalmente demolire lo stesso Emerson in semifinale con un clamoroso 6-4 6-1 6-1, garantendosi la possibilità di giocare un’altra finale contro l’ennesimo australiano di grido, l’emergente John Newcombe pure lui non compreso tra le teste di serie. Stolle parte piano, 4-6, ma finisce in crescendo, giocando d’esperienza, 12-10 6-3 6-4, conquistando così un secondo titolo dello Slam e gridando al mondo “eh, credo che il vecchio cavallo sia ancora capace di giocare a tennis!“.

L’avventura di Fred Stolle come amatore termina qui. Il passaggio al professionismo è una scelta obbligata, sull’onda lunga della notorietà prodotta dalla vittoria agli Us Open, ma i tempi sono ormai maturi e con l’inizio dell’era open del tennis, a far data 1968, Stolle torna a gareggiare con i più forti e per i tornei più prestigiosi. Certo, senza esser più in grado di competere per il successo finale, cogliendo un ultimo quarto di finale proprio a Forest Hills nel 1972 quando a fermarlo è Ilie Nastase. Ma il perdente di successo appare negli albi d’oro che contano, pur con la macchia di Wimbledon, e questo è quel che conta…

 

 

TONINO ZUGARELLI, IL QUARTO UOMO CHE SFIORO’ ROMA NEL 1977

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Zugarelli in azione – da tennisitaliano.it

articolo di Nicola Pucci

Peccato che Tonino Zugarelli debba esser etichettato, in eterno, come il quarto uomo dell’Italia del tennis. Già, perché quando gli Azzurri colsero la loro prima, e ad oggi unica, vittoria in Coppa Davis, nel Cile insanguinato di Pinochet del 1976, lui c’era; perché quando l’anno dopo persero la finale in Australia, lui c’era; e quando ancora, nel 1979 negli Usa, la formidabile squadra che aveva in Nicola Pietrangeli un altrettanto formidabile selezionatore, si arrendeva un’altra volta all’atto decisivo, lui c’era. Ma c’era in qualità, appunto, di quarto uomo, perché Adriano Panatta e Corrado Barazzutti erano i singolaristi inamovibili, e lo stesso Panatta, associato a Paolo Bertolucci, era altrettanto intoccabile in doppio. Ergo… in quelle tre finali vide il campo solo in Cile, quando a risultato ormai acquisito fu schierato contro Belus Prajoux, perdendo 6-4 6-2 6-2, nondimeno guadagnandosi l'”insalatiera d’argento” a cui aveva dato un contributo determinante nella sfida con l’Inghilterra ai quarti di finale, portando in dote due preziosi punti sull’erba di Wimbledon contro Roger Taylor e John Lloyd, e appunto negli Stati Uniti, schierato l’ultimo giorno contro McEnroe che lo batte ma non lo travolge, 6-4 6-3 6-1.

Ma Tonino, che all’anagrafe, in data 17 gennaio 1950, ora ovviamente registrato come Antonio, era un giocatore brillante, abile nell’esercizio del serve-and-volley, capace di esprimersi con efficacia tanto sulla terra battuta quanto sulle superfici veloci. E gli ottavi di finali raggiunti al Roland-Garros nel 1975, estromettendo all’esordio Manuel Orantes, finalista l’anno precedente, con un clamoroso 6-3 6-0, per poi battere Alvarez e Dibley prima di arrendersi ad un pedalatore doc come Eddie Dibbs, erano lì a dimostrarlo. Ma qualcosa mancava alla carriera di Zugarelli, per render pieno merito alle sue doti di singolarista e magari impreziosirne il palmares, e quel qualcosa, per poco, il buon Tonino non se lo va a prendere nel maggio del 1977.

Il teatro è quello prediletto, ovvero Roma e gli Internazionali d’Italia, che l’anno prima hanno celebrato la cavalcata trionfale dell’Adriano nazionale. Zugarelli si presenta all’appuntamento sulla scorta di un terzo turno al torneo di Amburgo, dove a fermarlo è stato il collega di bandiera Bertolucci, ed è alla settima partecipazione nella Capitale. Dopo l’esordio nel 1971, quando fu battuto al terzo turno da Stan Smith, Tonino ha raggiunto gli ottavi di finali anche nel 1973, sconfitto con un doppio 6-1 dall’imbattibile Ilie Nastase di quell’anno sul rosso, e nel 1974, quando a batterlo fu Steve Krulevitz, per poi arrendersi nel 1976 allo stesso Panatta al secondo turno, 7-6 6-3. Ma il 1977 è un altro anno, e Zugarelli prepara il colpo a sorpresa.

Adriano Panatta e Guillermo Vilas, i due finalisti del 1976, sono i principali favoriti di un tabellone che vede al via anche Vitas Gerulaitis, Brian Gottfried, lo stesso Ilie Nastase e Corrado Barazzutti quali autorevoli candidati alla vittoria. Ma se Panatta va a sbattere contro l’estro di Gerulaitis che ai quarti di finale lo batte in rimonta, 1-6 7-6 6-3, a Vilas le cose vanno decisamente peggio, con l’eliminazione al secondo turno per mano del “vecchio” Zeljko Franulovic, finalista al Roland-Garros nel 1970. La strada è dunque liberata per chi vuol approfittare della prematura uscita dei due campioni più attesi, e se Gerulaitis, dopo Panatta, batte anche Gottfried in semifinale a chiusura di quattro set serrati andando ad occupare il posto di finalista nella parte alta del tabellone, sotto avanza proprio Zugarelli che dopo la vittoria all’esordio con Roberto Lombardi, 3-6 6-4 6-2, e il netto 6-3 6-3 con Krulevitz, fa fuori a sua volta Franulovic in un match a fasi alterne, 6-1 1-6 6-0, arrampicandosi per la prima volta in carriera ai quarti di finale.

L’appetito, lo sappiamo bene, vien mangiando, e visto che la falcidia di favoriti ha lasciato in corsa, oltre a Tonino, anche il paraguaiano Victor Pecci, l’australiano Phil Dent e un Nastase comunque in fase calante, ecco che il tennista romano batte l’uno e l’altro, ovvero Pecci, 7-6 7-6 giocando alla perfezione i punti importanti, e Dent, 6-4 5-7 6-4 62 facendo valere la sua maggior attitudine al gioco su terra  battuta, conqusitando così una storcia finale.

Domenica 22 maggio, dunque, Tonino Zugarelli, davanti al pubblico di casa perché lui è romano di nascita, ha il suo personalissimo appuntamento con la storia della racchetta, in cerca di un secondo titolo che faccia seguito alla vittoria dell’anno prima a Baastad, in Svezia, quando ebbe la meglio nel derby con Barazzutti. In effetti l’avversario è ostico, quel Gerulaitis che è numero 8 del mondo e può sovrastarlo con la varietà del suo tennis e con una propensione all’attacco che ha pochi riscontri. Ed è quel che puntualmente avviene nel primo set, con l’americano a dominare e l’azzurro a far fatica da dietro, 6-2. Ma Zugarelli ha carattere da vendere, e non vuol proprio saperne di fare la figura del pollo davanti ad amici e parenti, e se nel secondo set si vede costretto a cedere al tie-break, nel terzo parziale aggredisce ogni palla costringendo l’avversario all’angolo, 6-3. L’inerzia del match parrebbe cambiare, anche perché Gerulaitis ha nelle gambe le faticose sfide con Panatta e Gottfried, ed anche il quarto set si decide al tie-break. E qui Zugarelli ha in punta di racchetta il colpo che potrebbe dare un indirizzo diverso alla sua carriera, sotto forma di un set-point che ahimé per lui muore sul nastro, condannandolo qualche minuto dopo alla resa definitiva, 6-2 7-6 3-6 7-6.

Il sogno si infrange ad un passo dalla sua realizzazione, perché è palese che all’approccio di un eventuale set decisivo Zugarelli avrebbe avuto più benzina in corpo all’inseguimento del successo. Ma era destino che Tonino, una volta esaurita la sua settimana di gloria, tornasse a recitare il ruolo del quarto uomo. Volendo o non volendo.

IL BARONE VON CRAMM, EROE DEL TENNIS TEDESCO CHE RIFIUTO’ IL NAZISMO

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Von Cramm in azione – da thetimes.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Corre l’anno 1932 quando un giovane aristocratico tedesco, alto, biondo e con gli occhi azzurri, insomma il prototipo dell’ariano, fa parlare per la prima volta di sè. Gottfried Von Cramm, perché è di lui che oggi ci occupiamo, ha uno stile tennistico impeccabile, una determinazione a prova di bomba ed una sportività, così come un fair-play, esemplare, ed associato a Daniel Prenn, talentuoso rifugiato di origini polacche nato a Vilnius che per quell’anno gareggia per la Germania ancora sotto la Repubblica di Weimer, giunge alla finale interzona di Coppa Davis con gli Stati Uniti, dopo aver battuto la Gran Bretagna 3-2 con vittoria risolutiva dello stesso Prenn con Fred Perry, ed aver demolito a Milan l’Italia di Giorgio De Stefani e Giovanni Palmieri, 5-0. Elisworth Vines infine batte Von Cramm regalando il successo agli americani per 3-2, ma la strada è tracciata ed il “barone“, perché barone lo è per davvero, comincia a far capolino nelle sfide che contano. Seppur, con l’avvento del nazismo nel gennaio del 1933, Prenn, che ha spillata al petto la stella di Davide, è costretto ad emigrare nuovamente, stavolta in Inghilterra, lasciando il giovane Gottfried a disimpegnarsi da solo.

Uff… il preambolo è stato lungo, ma necessario, per inquadrare il momento storico in cui Von Cramm comincia ad esercitare con profitto il mestiere di tennista, e, come vedremo, le circostanze influiranno, e pure parecchio, sugli sviluppi della sua carriera. In effetti, in attesa che un nuovo collega, Henner Henkel (curiosa coincidenza, lui nato in Polonia, a Poznan) venga a sostenerlo in Coppa Davis, il “barone” si fa rispettare in singolare, pur non figurando tra i migliori, giocando a Wimbledon dove, dopo la sconfitta con Fred Perry all’esordio nel 1931, trova nel francese Christian Boussus un avversario troppo forte per lui, tanto che lo elimina nel 1932, cedendo invece l’anno dopo all’americano Cliff Sutter.

Nonché le cose vadano meglio sui campi in terra battuta del Roland-Garros, dove Von Cramm si presenta un prima prima volta nel 1931 perdendo agli ottavi di finale con George Lott. Ma il tedesco è in crescita, costante, e nel 1934 si presenta a Parigi in veste di quarto favorito di un torneo che ha in Perry, Jack Crawford e Bunny Austin i tre pretendenti più autorevoli alla vittoria. E qui, seppur debba far fronte ad un cammino irto di difficoltà, giunge in finale battendo uno dopo l’altro Malfroy, Palmieri, Ellmer, Menzel e De Stefani che globalmente gli strappano ben otto set in cinque partite, per poi superare all’atto decisivo il detentore del titolo, proprio Crawford, 6-4 7-9 3-6 7-5 6-3 al termine di una sfida appassionante.

Di colpo Von Cramm diventa una stella di prima grandezza, e puntualmente il regime nazista bussa alla sua porta, nel tentativo di sfruttarne la popolarità al servizio della propaganda di partito. Ed è qui che Gottfried, armato di un codice etico impossibile da mettere in imbarazzo, non cede al ricatto del naziolasocialismo, da un lato consolidando la sua fama di uomo tutto di un pezzo, dall’altro creando una frizione che solo qualche hanno più tardi pagherà a caro prezzo.

Nel frattempo la sua attività di campione procede con eccellenti risultati, figurando quale secondo giocatore più forte al mondo nel 1935 quando cede in finale sia al Roland-Garros (in quattro set) che a Wimbledon (nettamente, 6-2 6-4 6-4) a Perry, che si conferma l’incontrastato numero uno.

Ma nel 1936 Von Cramm prende la sua rivincita, viaggiando stavolta senza incertezze sulla terra battuta parigina, dove giunge all’atto conclusivo con percorso immacolato per battere poi il rivale con un clamoroso 6-0 al set decisivo, assicurandosi il secondo titolo dello Slam in carriera. Nel cassetto dei sogni del campione tedesco, ad onor del vero, ci sarebbe una meravigliosa illusione colorata di verde, ovvero trionfare sui prati di Wimbledon, e le due vittorie ai quarti e in semifinale con Crawford ed Austin parrebbero essere il gustoso antipasto del piatto più prelibato, quello che sancisce la vittoria sul Centre Court, ma Perry è qui nel suo giardino e la finale, ancor più che in precedenza, ha troppo le sembianze di un’esecuzione capitale, con il grande Fred che travolge il “barone“, 6-1 6-1 6-0, in quella che sarà poi la finale più breve della storia del torneo, complice anche uno strappo muscolare che lo sfortunato Von Cramm si produce nel corso del primo gioco dell’incontro! E’ tripletta consecutiva per Perry, ma da quel 3 luglio 1936 un inglese dovrà poi attendere ben 77 anni prima di tornare a sventolare l’Union Jack sul centrale più famoso del mondo.

L’orologio della storia, ahimè, impone le sue leggi, troppe volte deprecabili, e nel 1937, anno che dovrebbe consentire a Von Cramm di diventare il più forte con il passaggio di Perry al professionismo, l’insubordinazione costa a Gottfried la chance di difendere il suo titolo in singolare a Parigi, con la motivazione che il giovane Henkel, iscritto al partito e che ad ogni fine incontro saluta il pubblico con il braccio teso alla nazista, sia più adatto del campione in carica a tenere alta la bandiera con la svastica sui campi rossi del Roland-Garros. In effetti Henkel vincerà quell’edizione dello Slam parigino, dominando in finale Austin, bissando poi con la vittoria in doppio associato allo stesso Von Cramm, a cui i dirigenti tedeschi affiancano un coach quale Bill Tilden, ma lo strappo tra il “barone” e il regime è ormai insanabile, e seppur gli venga concesso di competere in Coppa Davis, dove la Germania può addirittura far sua l’insalatiera d’argento, così come a Wimbledon e agli Us Open, il disastro è ormai imminente.

Von Cramm nondimeno fa in tempo a giocare, e perdere, la terza finale consecutiva a Wimbledon, stavolta arrendendosi al nuovo fuoriclasse del tennis mondiale, l’americano Donald Budge, che lo supera agevolmente in tre set, 6-3 6-4 6-2, ripetendosi poi al West Side Tennis Club di Forest Hills, dove la sfida si protrae al quinto set, ma quella che è destinato a rimanere negli annali dello sport con la racchetta è la battaglia epocale che i due campioni librano nella sfida decisiva della finale interzona di Coppa Davis. La leggenda narra che pochi minuti prima del match, che ha come teatro proprio il Centre Court di Wimbledon qualche settimana dopo i Championships, Von Cramm riceva una telefonata riservatissima dello stesso Hitler, che lo incoraggia (usando un eufemismo) alla vittoria. Sceso in campo visibilmente contratto, il “barone” si porta sul 4-1 nel quinto set prima di subire il ritorno di Budge che si impone 8-6 regalando agli Stati Uniti il punto del 3-2. Molti la riterranno una delle partite più belle della storia del tennis, quel che è certo è che Von Cramm, fedele a quel fair-play di aristocratico che lo contraddistingue, celebra l’avversario affermando che “è un onore essere battuto da un uomo come te“.

Eccoci dunque al 1938 quando Von Cramm, sconfitto seccamente da John Bromwich in semifinale agli Open d’Australia, dove cede il passo anche in doppio, al rientro in patria non può proprio più niente per contenere la furia distruttiva del nazismo, che lo mette sotto accusa per omosessualità, che per il regime è un crimine sanzionabile con la prigione, e il “barone” finisce dietro le sbarre. Il mondo del tennis internazionale insorge e si mobilita, Budge stesso, che nel corso dell’anno realizza il primo Grande Slam della storia del tennis, ed altri 25 campioni dello sport firmano una lettera di protesta che giunge sul tavolo del fuhrer. Nel maggio 1939 Von Cramm viene infine liberato e torna a gareggiare, ma in Inghilterra non vedono di buon occhio la presenza in campo di un omosessuale, seppur messo in stato di accusa dalla polizia segreta di Himmler, in uno stato sottoposto a dittatura e in cui ogni diritto alla difesa è violato, e così, se può competere al torneo del Queen’s dove vince la finale battendo Bobby Riggs, 6-1 6-0, al campione tedesco viene negata la partecipazione al torneo di Wimbledon.

Von Cramm perde così l’ultima occasione che la carriera, ma soprattutto la storia, gli offrono di vincere quel titolo ai Championships che manca al suo bellissimo palmares. Ed avrebbe potuto imporsi, anche facilmente, perchè qualche settimana dopo a trionfare tra i Doherty Gates è proprio Riggs, che ingordo com’è fa suoi i titoli di singolare, doppio e doppio misto… poi, poi è la Seconda Guerra Mondiale, che interrompe i giochi e spazza via tutto con il fetore aberrante della morte.

Eppure Von Cramm, spedito sul fronte russo, ferito ed omaggiato con la croce di ferro, nuovamente messo sotto accusa per un’improbabile complicità nell’attentato ad Hitler, sopravvissuto alla Gestapo grazie al re Gustavo V di Svezia, che lo accoglie fino alla termine del conflitto, torna a giocare e quando, nel 1951, ormai 42enne e sempre in pantaloni nell’era in cui ormai imperversano i calzoncini corti, torna a Wimbledon per affrontare al primo turno Jaroslav Drobny, che lo batte 9-7 6-4 6-4, il pubblico londinese, che se ne intende ed ha uno sviluppatissimo senso dell’onore, lo tributa di quella che oggi si chiama standing ovation.

Già, perché Von Cramm era nobile, ed esserlo non solo di nascita ma anche di fatto non è proprio da tutti. Soprattutto quando la storia ti gioca contro… andatelo a chiedere ad Henkel, che morì per le ferite ad una gamba rimediate nella battaglia di Stalingrado. Ma lui non era “barone“.

 

 

LA TRIPLETTA DI ILIE NASTASE AL TORNEO DI MONTECARLO

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Ilie Nastase – da edition.cnn.com

articolo di Nicola Pucci

A quel personaggio funambolico ed istrionico, sempre e comunque sopra le righe, che risponde al nome di Ilie Nastase vanno ascritti alcuni meriti e numerose imprese della storia del tennis. Innanzitutto, lui che viene dalla Romania, è indubbiamente il giocatore più forte di quel paese che negli anni Settanta, ovvero quando Ilie deliziava in giro per il mondo con il suo tennis scintillante e la sua indole goliarda, ebbe al femminile una quasi altrettanto abile campionessa in Virginia Ruzici. In più, il 23 agosto del 1973 è lui a comparire al primo posto del primo ranking mondiale prodotto al computer dall’Atp… e poi, vinse pur sempre alcune prove dello Slam, tipo Roland-Garros e Us Open, arrampicandosi altre due volte in finale a Wimbledon, e questo non è proprio exploit di basso profilo.

Ma Nastase, se si escludono gli albori del secolo quando Reggie Doherty prima con due triplette, Tony Wilding poi con una mano di poker, e se si tiene fuori dal conteggio quell’extraterrestre in versione moderna che è Rafael Nadal che da queste parti ha messo in saccoccia una sequenza clamorosa di otto (!!!) vittorie consecutive, è l’unico tennista della storia ad aver alzato al cielo il trofeo messo in palio all’esclusivo Country Club di Montecarlo dai Principi di Monaco per un tris in fila. Ed è pertanto cosa buona e giusta che su queste pagine si ricordino quei giorni gloriosi, che datano 1971, 1972 e 1973. Con un occhio anche all’anno dopo, 1974, quando il rumeno fallì la quaterna di un niente.

Si comincia appunto nel 1971, quando Nastase, classe 1946, si allinea ai nastri di partenza del torneo che un giorno non troppo lontano avrà premura di considerare come il “più bello del mondo, perché qui giocano tutti i migliori e l’atmosfera è fantastica“. Ilie è già terraiolo tra i più accreditati del circuito, se è vero che l’anno prima ha colto agli Internazionali d’Italia a Roma il primo successo di prestigio della carriera battendo all’atto decisivo il cecoslovacco Jan Kodes, che di lì a qualche settimana vincerà al Roland-Garros, 8-6 al quarto set, e a Montecarlo si è arrampicato in semifinale, per doversi poi arrendere a Zeljko Franulovic, che a Parigi sarà invece sfortunato finalista. Ma stavolta l’incedere è quello giusto, in un lotto di partecipanti che comprende quale favorito d’obbligo lo stesso Kodes, ad onor del vero poco ispirato tanto da farsi estromettere d’entrata dal francese Patrick Proisy, e come possibili outsiders, oltre proprio a Nastase, lo spagnolo Manuel Orantes che fu finalista nel 1970, l’olandese Tom Okker che vanta una finale agli Us Open e il “vecchio” ungherese Istvan Gulyas, che in un passato non troppo remoto ha raggiunto l’ultimo atto allo Slam parigino. In effetti Nastase, dopo aver agevolmente disposto del francese Rouyer e del polacco Gasiorek, lascia per strada un set ai quarti con l’australiano Dick Crealy, 6-3 6-4 7-9 6-2, per poi sudare le proverbiali sette camicie almeno per i primi due set con il britannico Roger Taylor, infine liquidato alla distanza 2-6 7-5 6-1 6-1. In finale il ragazzo di Bucarest trova di là dal net proprio Okker, che risparmia ai monegaschi una finale tutta rumena eliminando in semifinale Ion Tiriac, non ancora manager di sè stesso bensì giocatore di buona levatura, costretto ad arrendersi in quattro set. Nastase pare messo lì appositamente per vendicare il connazionale, di sette anni più anziano e suo abituale compagno di doppio con il quale, infatti, trionfa contro la coppia composta dagli stessi Okker e Taylor, e in finale fa valere la legge del più forte, abilissimo nel variare continuamente ritmo e nel gioco d’anticipo che disinnesca il serve-and-volley che l’olandese pratica con assiduità e generalmente con ottimi risultati. Finisce 3-6 8-6 6-1 6-1 e Nastase riserva al rivale, curiosamente, lo stesso trattamento di cui appunto Taylor era stato vittima al turno precedente, iscrivendo per la prima volta il suo nome, e la bandiera rumena, all’albo d’oro del torneo.

L’anno dopo Nastase torna sul luogo del misfatto sull’onda lunghissima della finale persa al Roland-Garros contro Kodes, che se da un lato ne certifica la competitività ad altissimi livelli, pure lo riveste del ruolo non solo di campione in carica ma anche di principale favorito al successo finale, perché stavolta i migliori disertano l’appuntamento e al Country Club, tra i pretendenti alla vittoria, sono annoverabili proprio Tiriac, al limite il francese Pierre Barthes ed anche lo jugoslavo Boro Jovanovic. Insomma, una schiera di comprimari neppure troppo di lusso. Ed una volta che il beniamino di casa ha perso al debutto e i due altri big sono inciampati nel sorprendente cecoslovacco Frantisek Pala, uno che in carriera non andrà oltre il 102esimo posto in classifica mondiale e mai raggiungerà gli ottavi di finale in un torneo dello Slam, Nastase ha la strada in discesa, lasciando un set al solo Peter Szoke, il “cameriere” ungherese che nel 1978 batterà Panatta in Coppa Davis, per poi demolire Jiri Hrebec in semifinale, 6-3 6-2 6-2, e lo stesso Pala in finale, 6-1 6-0 6-3, alzando per la secondo volta al cielo la coppa che il Principe Ranieri destina al vincitore.

Un anno ancora, 1973, e la storia si fa interessante. Decisamente. Perché dopo aver colto agli Us Open, in settembre, il primo successo in una prova dello Slam battendo a Forest Hills Arthur Ashe in cinque set, Nastase, che è fresco reduce dalla vittoria a Barcellona su Adriano Panatta, sta per imprimere il suo marchio di fuoriclasse alla stagione europea su terra battuta. E se in seguito metterà la firma anche a Madrid e Firenze sempre contro l’Adriano nazionale, se al Roland-Garros infine si prenderà il titolo di campione massacrando Niki Pilic, e a Roma completerà la striscia positiva detronizzando Orantes, nell’impareggiabile scenario monegasco Ilie ha da portare a termine un tris che da troppo decenni manca a Montecarlo. Per farlo si trova a dover fronteggiare l’attacco di Orantes stesso, testa di serie numero 2, e dei due francesi Goven e Proisy, nonché dell’altro iberico Andres Gimeno, che a Parigi ha colto la vittoria più prestigiosa della sua carriera, così come c’è una nutrita schiera di giovani virgulti che si affacciano al proscenio e lo fanno con rinnovato vigore e legittime ambizioni. E questi altri non sono che Panatta, che già brilla di luce propria, Corrado Barazzutti, che avrà poi modo di stringere buona amicizia con il torneo di Montecarlo, ed uno svedese imberbe di cui si dice un gran bene. Il suo nome è Bjorn Borg. E proprio Borg è l’avversario che Nastase trova in finale, dopo aver scavalcato senza patemi gli ostacoli proposti dal tabellone, ovvero il messicano Marcelo Lara, 6-4 6-3, ancora una volta Szoke agli ottavi, 6-2 6-2, il carneade tedesco Harald Elschenbroich ai quarti, 6-2 7-5 6-2, infine Proisy in semifinale, 6-0 6-4 6-2. In effetti il campione rumeno mostra una sicurezza disarmante, e pure un’invulnerabilità sconcertante, e Borg, che ha poco meno di 17 anni ma gioco già solido ed efficace tanto da farlo sopravvivere ad una sorta di selezione con Barazzutti prima, Goven poi, in una fetta di tabellone presidiata anche da Orantes e Panatta, all’atto decisivo un tentativo di battere il detentore del titolo almeno lo fa. Quanto basta per cedere di misura il primo set, 6-4, poi il tennis ricco di fantasia di Nastase prende il sopravvento e il 6-1 6-2 con cui il rumeno boccia le illusioni dello scandinavo la dicono lunga su chi sia il più forte sul centrale del Country Club.

Nastase completa la tripletta, così come nell’anno in corso meriterà la palma di giocatore più forte del mondo. Sventura vuole che dodici mesi più tardi, 1974, un 25enne dello Zimbabwe, senza pedigree, troverà la settimana della vita giungendo in finale quasi da perfetto sconosciuto, per poi macchiarsi, al cospetto del sovrano del tennis, del reato di lesa maestà, vincendo 5-7 6-3 6-4 e negando così al campione il poker che credeva di avere tra le mani. Ma non si può proprio aver tutto dalla vita, vero Ilie?

 

CECOSLOVACCHIA-ITALIA 1980, LA FINALE DI COPPA DAVIS SCIPPATA AGLI AZZURRI

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La squadra delle Cecoslovacchia – da ceskatelevize.cz

articolo di Nicola Pucci

L’edizione 1980 della Coppa Davis, numero 69 di una impareggiabile storia di tennis a squadre iniziata nel 1900, verrà ricordata per alcuni parametri destinati a sparire per sempre, come la suddivisione del tabellone in Zone continentali e l’utilizzo di un giudice di sedia del paese ospitante gli incontri. Già, perché guarda caso la finale che vede opposte Cecoslovacchia ed Italia alla Sportovni Hala di Praga se da un lato iscrive all’albo d’oro la formazione dell’Est Europa, dall’altro lascia in eredità al quartetto azzurro capitano da Nicola Pietrangeli la rabbia per quel che poteva essere ed invece non è stato. Complice, soprattutto, le malefatte di un certo Antonin Bubenik, che per l’occasione, appunto, siede sul seggiolone e dirige l’orchestra.

Conviene tornare un attimo indietro, ed annotare che la Cecoslovacchia ha l’opportunità di conquistare per la prima volta l’insalatiera d’argento come mai è riuscita a fare neppure ai tempi del grande Jaroslav Drobny, così come quando Jan Kodes e Jiri Hrebec nel 1975 si arresero in finale alla Svezia di Bjorn Borg, vincitrice 3-2 a Stoccolma. L’Italia è ferma all’unico trionfale cammino portato a termine nel Cile insanguinato di Pinochet del 1976, per cedere poi l’anno dopo in Australia e nel 1979 negli Stati Uniti ai due Paesi che da sempre hanno fatto della Coppa Davis il loro riservatissimo territorio di caccia, rispettivamente 24 titoli l’una, 26 l’altra.

La formula suddivide le 50 Nazioni in tre zone continentali: 12 squadre in quella americana (a sua volta con due sottogruppi nord/centroamericano e sudamericano), 30 squadre in quella europea (che si compone di due ulteriori zone, A e B) e 10 squadre in quella asiatico/oceanica. E se l’Argentina di Guillermo Vilas e José Luis Clerc estromette gli Stati Uniti di John McEnroe e Brian Gottfried battendoli con un sonoro 4-1 al Lawn Tennis Club di Buenos Aires, l’Australia deve sudare le proverbiali sette camicie per avere la meglio di quella Nuova Zelanda che ha nel futuro finalista di Wimbledon 1983, Chris Lewis, un attaccante dotato di buon talento che si prende il lusso di battere John Alexander in cinque combattutissimi set sull’erba di Brisbane prima che Phil Dent, decisamente in forma, risolva la questione vincendo i suoi due singolari con Onny Parun e lo stesso Lewis, per poi, accoppiato ad Alexander, conquistare anche il punto del doppio contro Lewis/Simpson per il 3-1 finale. Dal canto loro Italia e Cecoslovacchia avanzano alle semifinali, con gli azzurri che passeggiano all’esordio con la fragile Svizzera di Gunthardt e Stadler, 5-0, per poi prevalere al Foro Italico in Roma contro la Svezia priva di Borg, 4-1, nonostante l’inattesa sconfitta al venerdì di Adriano Panatta contro Stefan Simonsson, che poi si riscatta conquistando il terzo punto superando, sempre in cinque set, il modesto Kjell Johansson, e i cechi che si sbarazzano facilmente della Francia, 5-0, per poi fare altrettanto con la Romania a Bucarest, 4-1, quando sono sufficienti le prime due giornate per assicurarsi la qualificazione con un parziale di 9 set a 0.

Le quattro semifinaliste si affrontano dal 19 al 21 settembre, con la Cecoslovacchia che trova nel giovane Ivan Lendl l’arma che disinnesca, sempre a Buenos Aires, Vilas e Clerc in singolare, per poi dare un valido contributo al doppio formato con Smid che si impone ben più facilmente del previsto ai due campioni di casa, 6-2 6-4 6-3. L’Italia, dal canto suo, ospita nel suo giardino preferito in terra battuta, ovviamente il Foro Italico, l’Australia ed è l’occasione propizia per vendicare la sconfitta in finale di due anni prima. Panatta e Barazzutti invertono i ruoli rispetto alla sfida con la Svezia, e se stavolta Adriano risulta fondamentale battendo McNamee in quattro set e McMamara in tre, Corrado si fa cogliere impreparato, obbligando Panatta agli straordinari in doppio con l’abituale compagno, Paolo Bertolucci, che al cospetto dei campioni di Wimbledon, proprio McNamee/McNamara, trionfano 6-4 al set decisivo al termine di una maratona palpitante.

E così, dal 5 al 7 dicembre, l’Italia per la sesta volta in sei sfide finali – alle quattro in cinque anni dal 1976 al 1980 vanno aggiunte le due sconfitte in Australia nel 1960 e nel 1961 – vola in trasferta a giocarsi la Coppa Davis, e a Praga l’accoglienza non è certo delle migliori. Si gioca indoor, su una superficie talmente veloce che parrebbe favorire Lendl e Smid, ma quel che avviene da quelle parti rimanda ai giorni più neri dei regimi socialisti di la dal Muro, con il fermo di polizia immotivato di alcuni sostenitori italiani giunti al seguito della Nazionale e il sequestro di numerose bandiere bianco-rosso-verdi. La Sportovni Hala rigurgita passione nazionalista a piene mani, ad ogni punto azzurro segue una bordata di fischi e ad ogni prodezza dei campioni locali il palazzetto dello sport assume le sembianze di una polveriera pronta ad esplodere. Tomas Smid, che un domani non lontanissimo sarà pure direttore del Centro Tecnico Federale di Cesenatico, affronta Panatta nel primo match e per due set almeno non c’è partita. L’Adriano nazionale sciorina tutto il suo repertorio di meraviglioso giocatore d’attacco, conquistando il vantaggio di un duplice 6-3, prima che l’ispirazione venga meno e che il cecoslovacco, che già l’anno prima, al Foro Italico, aveva battuto Barazzutti nel match d’apertura della sfida di semifinale risolta poi a favore dell’Italia per 4-1, riemerga dal baratro, sostenuto dalle urla a pieni polmoni del pubblico e favorito dalle “sviste” del giudice di sedia, tanto che all’ennesimo errore (volontario) Panatta si rifuta di continuare scatenando il pandemonio in tribuna, per infine imporsi in 5 set e regalare alla sua squadra il punto dell’1-0.

Nel secondo incontro il coraggio del “soldatino” Barazzutti non basta ad arginare lo strapotere da fondocampo di Lendl. L’azzurro vince il primo parziale 6-4, ma fatica maledettamente su una superficie che proprio non digerisce, e quando Ivan alza il livello del suo tennis e si scrolla di dosso la tensione per la prima grande finale della sua carriera, la strada è in discesa, 6-1 6-1 6-. E a fine serata la Cecoslovacchia è già sul 2-0, ad un passo dall’insalatiera d’argento.

Ma il peggio deve ancora venire, quando Lendl e Smid da una parte e Panatta e Bertolucci dall’altra si incrociano per la capitale sfida di doppio. Ancora una volta gli azzurri mettono la testa avanti, conducendo 2 set a 1, ed ancora una volta l’ineffabile Bubenik si conquista la scena con decisioni smaccatamente di parte che penalizzano nei momenti cruciali del match il duo tricolore, che cede alla distanza assicurando, così, il titolo alla Cecoslovacchia, che ha nel doppista Pavel Slozil e nel “vecchio” Jan Kodes gli altri due alfieri, già a chiusura della seconda giornata.

Per le statistiche, ma solo per quelle perché nel tennis il punto dell’onore vale ben meno del gol della bandiera nel calcio, Barazzutti in rimonta batterà Smid in tre set ripetendo la vittoria dell’anno prima e Lendl porrà la firma in calce al 4-1 finale superando Gianni Ocleppo con un duplice 6-3. Ma quel che resta, oltre al nome della Cecoslovacchia che entra nell’albo d’oro, è quella sensazione, forte e legittima, che qualcosa all’Italia di Nicola Pietrangeli, in quel di Praga in quel dicembre 1980, sia stato scippato di mano. Ma non ditelo a Lendl, che permaloso com’è magari s’arrabbia di brutto…

 

 

PANCHO SEGURA, IL TENNISTA A DUE MANI CHE GIOCO’ FINO A 50 ANNI

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Pancho Segura in azione – da espn.com

articolo di Nicola Pucci

E’ un personaggio assolutamente fuori dal comune, quel Francisco “Pancho” Segura dallo stile poco ortodosso che passa professionista troppo giovane per potersi costruire un palmares degno di nota nei tornei del Grande Slam. Contemporaneo di Jack Kramer e Pancho Gonzales, Segura anima per un ventennio i tornei riservati a chi ha deciso di far cassetta con il tennis, seppur giocando spesso il ruolo di eterno secondo, e con il suo straordinario dritto a due mani, il buon umore permanente, un temperamento latino espansivo sempre pronto al divertimento e l’aggressività del suo gioco, si guadagna ben presto l’ammirazione e l’affetto del pubblico americano.

Segura nasce a Guayaquil il 20 giugno 1921, e da ragazzo conosce il dramma di venir attaccato dalla poliomielite, che gli lascia la pesante eredità di una malformazione alle gambe che si porterà dietro per tutta la vita. Il tennis diventa l’appiglio per tentare una difficoltosa riabilitazione, ma gli arti inferiori segnati dalla malattia ed una stazza da tennista in formato mignon, oltre alla mancanza di forza, gli impongono di impugnare il dritto con entrambe le mani. Nondimeno il ragazzo ha coraggio da vendere, così come è armato di una dose massiccia di volontà, e con l’allenamento incessante diventa ben presto il miglior junior dell’Ecuador, proprio grazie ad un eccellente gioco di gambe e ad un dritto devastante. Segura, in effetti, può essere considerato il primo bimane di successo della storia del tennis.

Nel 1938, appena 17enne, vince il titolo alla prima edizione dei Giochi bolivariani di Bogotà, per poi far suoi l’anno dopo i Campionati sudamericani e trasferirsi, nel 1940, all’Università di Miami. Qui, nei quattro anni di guerra, studia e gioca a tennis, entrambi con profitto, e se nel 1942 è numero quattro americano, l’anno dopo scala di una posizione, conquistando per tre stagioni consecutive (dal 1943 al 1945) il titolo in singolare ai campionati inter-universitari.

Nel 1946, chiuse le ostilità che si è potuto risparmiare grazie alla neutralità dell’Ecuador, per la prima volta si concede il lusso di volare in Europa per competere al Roland-Garros e a Wimbledon. A Parigi è accreditato della quarta testa di serie, ma dopo due vittorie senza patemi contro l’inglese Paish e il lussemburghese Wampach, si arrende al terzo turno in tre set a quel Marcel Bernard che poi trionferà nel torneo, così come sui prati londinesi, sempre da numero 4 del seeding, si sbarazza con lo stesso risultato di 6-1 6-1 6-1 de britannici Clark e Comery per poi cedere il passo all’americano Tom Brown che lo elimina in quattro set. Va decisamente meglio in doppio, accoppiato all’argentino Enrique Morea, raggiungendo la finale in Francia dove a sbarrargli il passo, ancora una volta, è Bernard che si esibisce assieme a Yvon Petra.

Le soddisfazioni che mancano in Europa, nondimeno, Segura se le toglie invece agli Us Open, che seppur siano evento penalizzato in quegli anni dall’assenza dei migliori giocatori europei che in tempi di guerra rinunciano al volo transoceanico, rappresentano tuttavia una vetrina importante del tennis mondiale. Sui campi in erba del West Side Tennis Club di Forest Hills, Segura è numero 2 nel 1942, fermandosi in semifinale al cospetto di Frank Parker, che lo batte in quattro set, e ripete il risultato nei tre anni successivi, 1943 (numero 1) battuto da Kramer, 1944 (numero 1) sconfitto in cinque set da Bill Talbert, e 1945 (numero 5) ancora una volta costretto ad arrendersi a Talbert che stavolta lo elimina in tre set dopo la maratona in cinque dell’anno prima. E che sia un piazzato di lusso lo confermano i tornei di doppio e doppio misto, raggiungendo la finale con lo stesso Talbert nel 1944 (5-7 4-6 6-3 1-6 contro la coppia formata da McNeill e Falkenburg) e con Pauline Betz nel 1943 (8-10 4-6 con Osborne/Talbert) e Gertrude Moran nel 1947 (3-6 1-6 con Brough/Bromwich).

Nel 1947, non ancora 26enne, Segura decide di passare al professionismo, assieme a Jack Kramer e Dinny Pails, e per l’ecuadoriano si apre una carriera che non solo gli consente di accumulare una discreta fortuna in denaro, ma pure di diventare il miglior giocatore al mondo della categoria. Nel 1950 e nel 1952, in effetti, è lui il numero 1, capace di imporsi per tre anni di fila all’US Pro, battendo prima Frank Kovacs, poi il grande rivale Pancho Gonzales, che gli rende pan per focaccia nel triennio che va dal 1955 al 1957, arrendendosi anche nel 1962 a Butch Buchholz.

Il pubblico lo adora, Segura si muove come un consumato attore nei panni della stella di prima grandezza, e per quindici anni è uno dei protagonisti della scena professionistica del tennis, battendo ogni record di longevità. Certo, gli albi d’oro che contano non lo annoverano tra i vincitori, ma il suo nome fa mostra di sé nella International Tennis Hall of Fame dal 1984, e quando nel 1968 infine il tennis entra nell’era Open, ormai 47enne, si iscrive al torneo di Wimbledon in doppio con Alex Olmedo, battendo al termine di una maratona di 3h20 di gioco i sudafricani Forbes/Segal con il punteggio di 32-30 (!!!) 5-7 6-4 6-4, prima di perdere al turno successivo contro la coppia Drysdale/Taylor.

E quale miglior palcoscenico di Forest Hills per appendere la racchetta al chiodo? Già, perché Segura non solo nello stesso 1968 è in tabellone agli Us Open passando un turno demolendo, lui vecchietto sempre arzillo, il neozelandese Crookenden con un severo 6-3 6-4 6-1 prima di arrendersi, sempre in tre rapidi set, a quel Rod Laver destinato a fare la storia l’anno successivo realizzando il Grande Slam, ma ripresentandosi pure nel 1970, alle soglie dei 50 anni, per un ultimo cameo che lo vede prima vincitore 6-0 al quarto set dell’indiano Wijono, infine poi perdente in cinque set con lo spagnolo Modesto Tito Vazquez.

E per uno che conobbe la deficienza fisica in tenera età, non vi pare che sia il caso di togliersi il cappello in segno di ammirazione?

ROLAND-GARROS 1989, L’ALBA DELL’ERA DI MONICA SELES

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Monica Seles al Roland-Garros 1989 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

L’edizione 1989 del Roland-Garros è un caleidoscopio di momenti-clou della storia del tennis. Michael Chang, tanto per cominciare, dà una spallata ai vertici gerarchizzati della racchetta battendo uno dopo l’altro, previa scorpacciata di banane, Lendl ed Edberg, dioscuri dell’epoca assieme al possente germanico, Becker; Sanchez, intesa come Arantxa, per proseguire, pure lei 17enne come l’americanino di Taiwan, a sua volta squarcia le certezze di Steffi Graf, regina in gonnella che pareva invulnerabile.

Ma… ma in cotanta giovanile esuberanza, appare sulla scena una ragazzina ancor più imberbe, che all’anagrafe è registrata in data 2 dicembre 1973, e quindi non ha neppure 16 anni, e risponde al nome di Monica Seles.

Già, Monica Seles, che a citarne le generalità mi vengono i brividi. Perché in quel mese di giugno, quando la vidi per la prima volta esercitarsi in un teatro di prestigio come lo Slam parigino alla Porte d’Auteuil, subito ebbi la sensazione che una stella abbacinante era apparsa nel cielo del tennis. E’ vero sì che Monica, nata a Novi Sad in quella Jugoslavia ormai ai confini dell’autodistruzione, aveva le stimmate della predestinata, già con la racchetta in mano a sei anni e ad undici, allo Junior Orange Bowl di Miami, capace di vincere ed attirare le attenzioni di Nick Bollettieri, che l’ospita assieme al fratello Zoltan all’Accademy organizzata a Bradenton, proprio in Florida, forgiandola al culto del corri-e-tira.

Cosa che la Seles sa fare maledettamente bene, e pure forte, mancina bimane per la quale dritto o rovescio fa lo stesso, aggredendo la palla con ferocia, ruggendo come una leonessa incattivita, impartendo scoppole già ai primi approcci da professionista, ad inizio 1989, dopo aver esordito l’anno prima al torneo di Boca Raton, dove si prende il lusso, poco più che 14enne, di battere in due set la canadese Helen Kelesi per poi arrendersi ad un totem inattaccabile, nella persona di Chris Evert, che potrebbe essere sua madre, e la respinge con un sonoro 6-2 6-1.

Ma se c’è una cosa che i campioni sanno far bene, è quello di apprendere in fretta e far tesoro delle lezioni, e così per Monica è già tempo, a Houston nel mese di aprile 1989, di infilare una dopo l’altra Daniels, 6-2 6-3, Frazier, 5-7 6-4 6-2, Temesvari, 6-2 7-5, e Cunningham, 6-0 6-1, arrampicandosi alla sua prima finale. Dove, guarda che coincidenza, ritrova proprio Chris Evert, che ormai sente profumo di pensione, straricca di titoli e quasi 20 anni più anziana della rampantissima avversaria. Il boccone è troppo ghiotto perchè l’innato ardore agonistico della Seles se lo lasci sfuggire, e così, dopo aver concesso il primo set, Monica rimonta a furia di bordate da fondocampo, demolendo l’elegante resistenza della regina ormai detronizzata, che si arrende 6-4 al parziale decisivo.

Insomma, quando la Seles si presenta al primo appuntamento con un torneo dello Slam, proprio al Roland-Garros nella prima quindicina di giugno, non è affatto una sconosciuta, seppur le manchi esperienza ad altissimi livelli (e come potrebbe essere altrimenti?), e gli appassionati l’attendano con curiosità.

Sui campi in terra battuta, e nel tennis femminile in generale, c’è una campionessa che da qualche stagione detta legge con impressionante sicurezza. Steffi Graf, tedesca di piacevole aspetto e che mette al servizio del tennis un paio di gambe tra le più dotate di sempre, è ovviamente la numero 1 del mondo nonchè grande favorita in cerca del tris dopo i trionfi del 1987 e del 1988, quast’ultimo con un clamoroso 6-0 6-0 in finale con la sovietica Zvereva, sculacciata a suon di dritti in soli 32 minuti. La bella argentina Gabriela Sabatini è l’alternativa più accreditata, trionfatrice qualche settimana prima agli Internazionali d’Italia di Roma a chiusura di una sfida finale con la Sanchez. Che rappresenta a sua volta il nuovo che avanza.

Monica, non compresa tra le teste di serie, occupa la parte alta del tabellone, sorteggiata nello spicchio che ha in Zina Garrison, abilissima sulle superfici rapide ma a disagio su terra battuta, la testa di serie più alta, numero 4. Ed è proprio con l’americana di colore che la Seles incrocia racchetta al terzo turno, dopo aver facilmente superato gli ostacoli Reis, 6-4 6-1, e Martin, 6-0 6-2. Non c’è praticamente partita, la Garrison non deroga dal tennis che le è abituale, ovvero un incessante serve-and-volley, ma viene ripetutamente trafitta dai passanti della scatenata jugoslava, che affonda con puntualità e precisione con due colpi di sbarramento che non mancano di stupire il mondo. Gli ottavi di finale sono un passaggio obbligato che Monica oltrepassa senza patemi, 6-3 6-2 all’australiana Faull, che non ha pedigree ma ha pur sempre fatto fuori facilmente Susan Sloane, 16esima testa di serie, per poi presentarsi all’appuntamento ai quarti di finale con il primo, vero probante test del torneo, quello imposto dalla bulgara Manuela Maleeva, esperta giocatrice di rendimento che difende il suo status di sesta testa di serie.

La sfida con la più anziana delle tre sorelle Maleeva (le altre due sono Katerina e Magdalena) certifica che Monica Seles, seppur giovanissima, è già una splendida realtà del tennis mondiale, spregiudicata nel gioco da fondocampo, solidissima sul piano fisico e con una determinazione che, come poi dimostrerà il seguito della carriera, non ha pari nel panorama femminile. La jugoslava detta il ritmo della gara fin dai primi scambi, vincendo il primo set con un comodo 6-3, per poi accelerare al momento decisivo del secondo set per il risolutivo 7-5 che vale l’accesso alla semifinale contro Steffi Graf.

Graf contro Seles, 8 giugno 1989. Sottolineate la data, perché è il giorno in cui si apre un’era nuova del tennis, segnata dall’accesa rivalità tra due tenniste tra le più grandi di sempre. E se la tedesca verrà confortata da un numero congruo di titoli dello Slam, ben 22, la ragazza di Novi Sad dovrà maledire quella coltellata inferta da tale Gunter Parche (guarda caso fan della teutonica) che in un pomeriggio del 30 aprile 1993, quando è l’incontrastata numero del mondo 1 capace di vincere ben otto tornei dello Slam in tre anni, le apre una profonda crepa, più nell’anima che nel corpo, di fatto stroncandone una carriera da dominatrice del circuito.

Già, perchè quella semifinale del Roland-Garros del 1989 la Seles infine la perde, 6-3 al terzo set di una sfida destinata a rimanere nella leggenda per intensità emotiva e qualità di gioco, con l’una che più prova a sfondare con l’esplosività del dritto e più l’altra le rimanda indietro proiettili, annunciando al mondo intero che una nuova epoca, targata Monica Seles, sta per cominciare. Basterà attendere appena 12 mesi, quando sullo stesso Court Central e contro la stessa avversarie la jugoslava si prenderà, in finale, la rivincita e lo sport della racchetta volterà pagina.

 

MOLLA MALLORY, REGINA DEL TENNIS AMERICANO NEGLI ANNI 20

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Molla Mallory – da lokal-avisen.no

articolo di Nicola Pucci

Se chiedete in giro, anche tra gli appassionati più convinti, chi fosse Molla Mallory, ebbene ho qualche dubbio che in molti abbiano la risposta in punta di lingua. Già, perché qui si risale agli anni in cui il tennis era riservato a pochi eletti, seppur cominciasse ormai ad andare oltre i confini nazionali, e se non proprio armati di memoria ferrea, almeno qualche annetto di troppo in carta d’identità bisogna averlo.

Stiamo nondimeno parlando di una ragazza che ha segnato la storia dello sport della racchetta, almeno per quel che riguarda il tennis stelle-e-strisce, sebbene Molla abbia avuto i natali da tutt’altra parte, e più esattamente in Norvegia, dove viene alla luce in quel di Oslo il 6 marzo 1884, iscritta a registro con il nome di Anna Margherete “Molla” Bjurstedt. Ed è proprio battendo bandiera norvegese che Molla, ben presto avviata alla pratica sportiva, si presenta sul palcoscenico internazionale nel 1912, partecipando alle Olimpiadi di Stoccolma dove coglie la medaglia di bronzo. In realtà la tanto celebrata impresa a cinque cerchi viene ridimensionata non solo dal campo delle iscritte, di modesta levatura, ma pure dal fatto che per mettersi al collo quella medaglia la Bjurstedt passa i primi due turni senza mai scendere in campo, favorita dal ritiro delle due avversarie, le tedesche Rieck e Koring, per poi perdere in semifinale con la francese Marguerite Broquedis, che la batte in tre set, per poi imporsi facilmente nella finale per il terzo posto alla svedese Edith Arnheim, 6-2 6-2.

In effetti Molla è praticamente sconosciuta al grande pubblico, e pure agli addetti ai lavori, quando nel 1915, già 31enne, si trasferisce negli Stati Uniti per lavorare come massaggiatrice, vantando una sola partecipazione al torneo di Wimbledon, nel 1909, quando viene estromessa al secondo turno (unica straniera in lizza) dalla britannica Johnson, 6-1 7-5. In Norvegia è la tennista più forte, ed appare già nella grande enciclopedia delle Olimpiadi, ma quando va Oltreoceano, la sua carriera deve ancora, in pratica, iniziare.

Figlia di un ufficiale dell’esercito, la Bjurstedt gioca un tennis atipico, per quelli che sono i parametri dell’epoca. Frequenta poco la rete, il serve-and-volley gli è quasi del tutto ignoto, ma da fondocampo è una macchina sparapalle, muovendosi con grande agilità, picchiando forte con il dritto e facendo leva su una resistenza senza pari. Indomabile e battagliera di carattere, rappresenta il prototipo della tennista tutta sostanza di quegli anni, una sorta di Monica Seles prestata agli anni Venti. E con queste peculiarità Molla, che nel frattempo nel 1919 sposa Franklin Mallory adottandone il cognome, diventa una stella di prima grandezza.

Nel 1915 trova già modo di vincere i campionati nazionali indoor, battendo con un duplice 6-4 Marie Wagner che in precedenza ha vinto il titolo tre volte, per poi debuttare agli Us Open, ovviamente gareggiando ancora per la Norvegia. E al Philadelphia Cricket Club, dove all’epoca si disputa lo Slam americano, Molla sbaraglia il campo, battendo in finale quella Hazel Hotchkiss Wightman che già tre volte era risultata campionessa, rimontando un set per dominare poi alla distanza, 4-6 6-2 6-0.

E’ questo l’inizio di un quadriennio da favola, che vede la Bjurstedt imporsi consecutivamente nel 1916, demolendo 6-0 6-1 Louise Hammond Raymond nell’unica partita giocata perché quell’anno è in vigore la regola del Challange Round ben nota a Wimbledon, nel 1917, rimontando anche in questo caso 4-6 6-0 6-2 Marion Vanderhoef, e nel 1918, 6-4 6-3 ancora al Challange Round contro Eleanor Goss. Un poker di vittorie in fila come solo Helen Jacobs dal 1932 al 1935 e Chris Evert, altra giocatrice, come la Mallory (da ora chiamiamola così), abilissima nel gioco di pressione da fondocampo, tra il 1975 e il 1978, saranno in grado di ripetere.

Di colpo la Mallory diventa la regina del tennis americano, a dispetto dell’età avanzata che ne faranno una giocatrice capace di battere ogni record di longevità. Ed è una stella che non brilla certo di luce riflessa, anzi, pur in un periodo in cui sulla scena appare un’altra indiscutibile fuoriclasse, quella Suzanne Lenglen che se domina in Europa, negli Stati Uniti si avventura invece di rado. Come nel 1921, quando il sorteggio mette Mallory e Lenglen una davanti all’altra al secondo turno, con l’americana che domina 6-2 il primo set prima che la francese si ritiri adducendo un ben poco credibile problema respiratorio.

E’ solo un passaggio, questa sfida, nella carriera agonistica della Mallory, che dopo aver ceduto lo scettro agli Us Open del 1919 cedendo in semifinale a Marion Zinderstein che la batte 6-3 6-4, se lo riprende l’anno dopo, superando la stessa rivale all’atto decisivo, 6-3 6-1 per quello che è il suo quinto titolo.

E’ altresì giunto il momento, per la Mallory, di mettersi alla prova in quella stessa Europa che aveva lasciata nel 1915 e che l’aveva vista esibirsi solo in sede olimpica, e nel 1920 Molla vola a Wimbledon per il primo di una serie di nove assalti al trofeo più ambito del tennis. Ormai 36enne, l’americana guadagna già la semifinale dove è costretta a cedere nettamente il passo, 6-0 6-3,  ad una tennista più anziana e blasonata di lei, quella Dorothea Douglass Chambers che è classe 1878 (!!!) ed ha già vinto sette volte i Championships e che poi si arrenderà a sua volta alla Lenglen al Challange Round.

Sui prati londinesi Molla fatica maggiormente a sciorinare il suo gioco tutto forza, pazienza, corsa e abnegazione, perdendo ai quarti nel 1921 con Elizabeth Ryan, per poi l’anno dopo, infine, giungere alla sfida finale con la Lenglen, che riscatta la delusione dell’anno prima agli Us Open vincendo con un incontestabile 6-2 6-0 in soli 26 minuti (!!!) che le vale il quarto titolo consecutivo a Wimbledeon. Si racconta che al momento della stretta di mano tra le due rivali, Suzanne abbia tossito ripetutamente, come a testimoniare che quel che era successo l’anno prima agli Us Open non si trattava di una semplice e teatrale messa in scena.

Ci prova ancora, la Mallory, ad alzare a sua volta quel piatto che vale di diritto l’iscrizione alla leggenda del tennis, ma il Centre Court non sarà mai il suo giardino e negli anni a seguire, anzianotta, non va oltre un quarto di finale nel 1923, battuta in tre set da Winifred Beamish che le nega un’altra sfida alla Lenglen (che le infligge anche un sonoro 6-0 6-0 a Nizza), e una semifinale nel 1926, quando 40enne è costretta ad arrendersi alla spagnola Lili  de Alvarez, 6-2 6-2.

E così, quelle soddisfazioni che le vengono a mancare nella sua cara, vecchia Europa, compresa una prematura eliminazione al secondo turno nell’unica volta che si presenta al Roland-Garros, nel 1928, sconfitta 3-6 6-0 6-4 dall’australiana Boyd, la Mallory se le prende in quella che ormai a tutti gli effetti, cittadinanza compresa, è casa sua, ovvero gli Stati Uniti. Dopo i primi cinque titoli, infatti, agli Us Open Molla è ancora protagonista, con le due vittorie del 1921 e del 1922 contro Mary Browne, 4-6 6-4 6-2, ed Helen Wills, stellina emergente del tennis statunitense, sconfitta senza pietà 6-1 6-2.

Con sette titoli già in bacheca e 38 primavere da portarsi sulle spalle, nondimeno la Mallory continua ad allinearsi al via del torneo più prestigioso della nazione, giungendo in finale nei due anni successivi, 1923 e 1924, quando stavolta tocca a lei pagare dazio alla crescita esponenziale della Wills che la sovrasta in tutto e per tutto, per poi, dopo la semifinale del 1925, operare l’ultimo colpo di coda nel 1926 quando, ormai 42enne, supera una dopo l’altra Godfrey, Bristed, Francis, Chapin e Bayard, arrampicandosi alla sua ultima finale. Dove trova dall’altra parte del net Elizabeth Ryan, alla ricerca di un primo titolo dello Slam, che vince il primo set 6-4, perde il secondo con lo stesso punteggio, va avanti 4-0 al parziale decisivo, spreca un match-point e si vede costretta a cedere alla rimonta furiosa di Molla che con potenza, esperienza ed ancora eccellente tenuta atletica vince infine 9-7 incamerando l’ottava vittoria agli Us Open.

Che è record che resiste a tutt’oggi, come a tutt’oggi Molla Mallory, con i suoi 42 anni, è la vincitrice più anziana di sempre in un torneo dello Slam, proprio quell’Us Open che la vedrà impegnata ancora nei tre anni successivi, con un quarto di finale e due semifinali, ultima in ordine di tempo nel 1929 quando, 45enne, dice basta dopo aver perso 6-0 6-0 con la Willis.

Molla Mallory saluta e lascia strada alla nuova regina. Ma ci sono tracce di lei nella storia del tennis americano e mondiale, e sono tanto profonde che dal 1958 il suo nome fa bella mostra nella International Tennis Hall of Fame. E vi pare poco?