DMITRY BILOZERCHEV, GLORIA ED ECCESSI DI UN TALENTO SENZA EGUALI

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Dmitry Bilozerchev – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Se chiedete agli addetti lavori chi sia stato il talento più puro nel panorama ginnico mondiale degli ultimi 50 anni in campo maschile, la stragrande maggioranza di loro vi farà un nome che ai più forse non dice granché, ma per chi, viceversa, ha avuto l’occasione (e la fortuna …) di assistere alle sue esibizioni sin dalla più giovane età, la scelta non potrà che trovare il relativo consenso.

Il personaggio in questione altri non è che Dmitry Bilozerchev, nato a Mosca in prossimità del Natale 1966, ginnasta sul quale si fondano le speranze della Federazione sovietica nell’ambito del ricambio generazionale dopo il ritiro dei “mostri sacriMikhail Voronin, Nikolai Andrianov ed Alexander Dityatin.

Una scuola, quella sovietica, che nel corso degli anni ’70 si è dovuta scontrare con l’altrettanto formidabile formazione giapponese dei Sawao Kato, Nakayama, Tsukahara ecc., nei cui confronti è mancata la resa dei conti in occasione dei Giochi di Mosca ’80, a causa dell’adesione del Paese del Sol Levante all’assurdo boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma che da sempre è una fucina di talenti senza eguali,

Con il ritiro dalle scene di Andrianov davanti al proprio pubblico, sulle pedane dello Stadio Lenin nel corso delle Olimpiadi di Mosca, e Dityatin a fare altrettanto l’anno seguente, così come anche Aleksandr Tkachyov, in occasione dei Mondiali ’81 svoltisi nella Capitale sovietica, si rende necessario trovare un nuovo leader su cui fare riferimento ed i tecnici non hanno timore a calare il loro “asso nella manica”, ancorché appena sedicenne.

E non vi è niente di meglio per saggiare le qualità del giovane Bilozerchev di quanto preveda l’anno 1983, in cui sono in programma sia i Campionati Europei di Varna ’83 – che all’epoca, erano una sorta di Olimpiade, Giappone a parte – che i successivi Mondiali di Budapest ’83.

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Bilozerchev a 16 anni – da gymnast.bplaced.com

Fiducia immediatamente ben ripagata, visto che alla rassegna continentale Bilozerchev si aggiudica ben quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale ed anelli, volteggio e sbarra), il che conforta i tecnici sovietici sulla bontà della loro scelta in vista del confronto con le potenze asiatiche, alle quali, oltre al più volte ricordato Giappone, si è ora aggiunta anche la Cina del fenomeno Li Ning.

E Li Ning, in effetti, fa il fenomeno, contribuendo, assieme ai connazionali Tong Fei e Lou Yun, al titolo iridato cinese nel concorso generale a squadre, dove peraltro Bilozerchev fornisce un primo assaggio delle sue potenzialità vedendosi assegnare due 10 nell’esercizio al cavallo con maniglie, pur se l’oro a squadre sfugge all’Unione Sovietica per un soffio, visto lo scarto di appena 0,100 millesimi di punto (591,450 a 591,350) che separa le due formazioni, con il Giappone, trascinato dall’ultimo reduce del “Dream Team” degli anni ’70, vale a dire Koji Gushiken, ad occupare il gradino più basso del podio, con 588,850 punti.

Sfida ai massimi livelli che si accende ancor più in occasione del concorso generale individuale, a cui Bilozerchev accede con il miglior punteggio di entrata di 59,350 (pari alla metà dei punti ottenuti nella prova a squadre) alla pari con il cinese Tong Fei, rispetto al 59,200 di Li Ning ed al 59,025 di Gushiken.

Ma, mentre il più esperto Tong Fei si autoelimina dalla contesa con due banali errori sia al volteggio che alla sbarra, il 16enne russo non conosce tentennamenti, incantando la giuria con tre esercizi in cui la sua figura impeccabile, lo stile e la tecnica risaltano sino a raggiungere la perfezione assoluta, visto che vengono premiati con il 10 le sue esibizioni sia al corpo libero che al volteggio ed alla sbarra – nel mentre, per intendersi, le prove agli anelli, parallele e cavallo con maniglie ottengono 9,950 sia chiaro – per un punteggio complessivo di 119,200 punti che lo porta, a tutt’oggi, ad essere il più giovane ginnasta di ogni epoca ad aggiudicarsi il titolo iridato nel concorso generale individuale, alle cui spalle si piazzano Gushiken con 118,425 punti ed il connazionale Artur Akopyan, che divide il terzo gradino del podio con il cinese Lou Yun, mentre Li Ning conclude non meglio che sesto.

Le ricordate prestazioni, fanno sì che Bilozerchev acquisisca il diritto a disputare le Finali di cinque singole specialità (escluse le parallele), confermandosi anche in tale circostanza, non andando a medaglia solo nel volteggio, mentre si impone al cavallo con maniglie, sbarra ed anelli (in questo caso alla pari con Gushiken), dove ottiene altrettanti 10 cui unisce l’argento al corpo libero, prova in cui il 9,950 assegnatoli dai giudici lo pone, per il più ridotto degli scarti verificabile in ginnastica, vale a dire 0,025 millesimi di punto (19,900 a 19,875) alle spalle del cinese Tong Fei.

Sei medaglie, di cui quattro ori e due argenti, fanno del non ancora 17enne sovietico il protagonista assoluto della rassegna iridata, e la possibile attrazione delle successive Olimpiadi di Los Angeles ’84 in cui ripetere la sfida a cinesi e giapponesi che, viceversa, se la vedono tra loro – con Li Ning a dominare la scena con tre medaglie d’oro, due d’argento ed una di bronzo, pur se il concorso generale individuale viene vinto da Gushiken – a causa del “contro boicottaggio” imposto dal Governo di Mosca ai Paesi del blocco sovietico.

Una disdetta, per Bilozerchev, sicuramente non lenita dalle cinque medaglie d’oro – concorso generale individuale ed a squadre, anelli, sbarra e cavallo con maniglie – oltre al bronzo al volteggio, che si aggiudica ai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi ad Olomouc, in Cecoslovacchia, in contrapposizione alla rassegna a cinque cerchi, in pratica una sfida con i ginnasti bulgari, ungheresi e tedesco orientali, ma d’altronde la sua giovanissima età può consentirgli di sperare in occasioni future.

Occasioni che, viceversa, rischiano di non potersi mai più verificare allorquando viene fuori il “lato oscuro” del giovane talento, vale a dire la sua eccessiva predisposizione per l’alcool, il che lo porta – dopo aver sbaragliato il campo in occasione dei Campionati europei di Oslo ’85 dove sfiora un clamoroso en plein con l’argento al volteggio dopo aver conquistato l’oro sia nel concorso generale individuale che al corpo libero, anelli, sbarra, parallele e cavallo con maniglie – ad un passo dal prematuro abbandono dell’attività.

Succede, difatti, che Bilozerchev festeggi un po’ troppo l’exploit continentale, ubriacandosi di champagne per poi abbandonare senza autorizzazione il campo di allenamento e mettersi alla guida dell’auto di suo padre appena dieci giorni dopo aver preso la patente, con la quasi logica conseguenza di andarsi a schiantare contro un albero.

Trasportato in ospedale con una gamba maciullata (fratturata in oltre 40 punti …!!), Bilozerchev deve alla sua condizione di campione se i medici soprassiedono dal procedere all’amputazione dell’arto ed, altrettanto miracolosamente, dopo essere scampato alla morte, la forte fibra del giovane consente al medesimo, nonostante una successiva operazione alla caviglia subita nel 1986 nell’ambito del percorso di riabilitazione, di presentarsi nuovamente sulla scena internazionale ai Campionati mondiali di Rotterdam ’87, ancorché siano in molti a dubitare delle sue effettive possibilità di competere ai massimi livelli.

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Bilozerchev dopo l’incidente alla gamba – da worldpressphoto.org

Ed anche se i suoi compagni – Yuri Korolev in testa, con quattro medaglie d’oro, tra cui il concorso generale individuale ed a squadre – non lo avevano di certo fatto rimpiangere in occasione della rassegna iridata di Montreal ’85 risoltasi, visto il calar del Sol Levante, dal quale il Giappone dovrà attendere 30 anni prima di risollevarsi, in una sfida a due contro i ginnasti cinesi, l’attesa per rivedere all’opera la classe ed il talento di Bilozerchev è altissima.

L’oramai 20enne moscovita dimostra che i due anni di sacrifici e duri allenamenti non sono stati spesi invano e che sulle pedane è sempre in grado di fare la differenza e, ben spalleggiato dai compagni di squadra Korolev, Vladimir Artemov e Valeri Liukin, porta il team sovietico ad una netta affermazione nel concorso generale a squadre con 589,750 punti ed oltre 6 di vantaggio sul team cinese di un Li Ning oramai in chiaro declino.

Che lo squadrone sovietico non sia disposto a far sconti a nessuno viene dimostrato nella successiva assegnazione delle medaglie nel concorso generale individuale che si risolve in una “lotta in famiglia” nella quale Bilozerchev riesce a confermare il titolo iridato di quattro anni prima a Budapest per il classico rotto della cuffia, totalizzando appena il famoso minimo margine di 0,025 millesimi (118,375 a 118,350) sul compagno Korolev, con Artemov a completare il podio, per poi andarsi a confrontare nelle singole specialità, in cui il bicampione assoluto si qualifica per ognuna di esse, salvo che al corpo libero.

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Bilozerchev al cavallo con maniglie ai Mondiali ’87 – da wikipedia.org

Solo il volteggio – in cui perde il bronzo per soli 0,038 millesimi di punto (19,838 a 19,800) rispetto al bulgaro Dian Kolev, nella gara vinta a pari merito dal tedesco orientale Sylvio Kroll e dal cinese Lou Youn – non vede Bilozerchev salire sul podio (ed è altresì, l’unica prova in cui i sovietici non vanno a medaglia …), mentre conferma i titoli iridati di Budapest sia alla sbarra che al cavallo con maniglie, pur se in questo caso dividendo il podio a quota 19,775 con l’ungherese Zsolt Borkai, cui unisce l’argento sia agli anelli, superato per soli 0,050 millesimi di punto (19,875 a 19,825) dal compagno Korolev, che alle parallele, dove a sconfiggerlo con il minimo scarto di 0,025 millesimi (19,800 a 19,775) è stavolta l’altro connazionale Artemov.

Il continuo ricambio di cui può disporre la Federazione sovietica fa sì che possa rimediare alla grave perdita di Korolev, infortunatosi al tendine d’Achille, in vista dei Giochi di Seul ’88, occasione per Bilozerchev di competere nella grande rassegna internazionale dopo aver dovuto, suo malgrado, rinunciare alle olimpiadi californiane di Los Angeles ’84 ed, a dispetto dei non ancora 22 anni, tocca a lui, così come ad Artemov e Liukin, raccogliere la sfida di un movimento che, come già avuto modo di verificare l’anno prima ai Mondiali olandesi, sta sempre più allargando i propri orizzonti.

Ma, per il momento, è ancora l’Urss a dettare legge, ed il concorso generale a squadre non può che confermarlo, con il team sovietico a riprendere le file del discorso interrotto dopo i Giochi di Mosca ’80, affermandosi con netto margine (593,350 a 588,450) sulla Germania Est, così come otto anni prima, mentre lo svolgersi del concorso generale individuale regala emozioni a non finire.

In un livello mai raggiunto prima di allora in campo maschile, i “Tre MoschettieriBilozerchev, Artemov e Liukin si danno battaglia a suon di esibizioni al limite della perfezione, con il due volte campione iridato a ricevere ben tre 10 (anelli, volteggio e cavallo con maniglie), ma una imperfezione proprio in una delle sue specialità preferite, vale a dire la sbarra, gli costa una penalità di 0,500 punti – nel mentre sia Liukin che Artemov ottengono il 10 (da Artemov conseguito anche alle parallele) – che lo relega addirittura sul gradino più basso del podio in una classifica serratissima in cui ad imporsi è Artemov con 119,125 punti davanti a Liukin (119,025) ed a Bilozerchev, che, se avesse potuto sommare la penalità inflittagli ai 118,975 punti conquistati, avrebbe aggiunto ai titoli iridati anche quello olimpico.

Poco male, tutto sommato, se si pensa a cosa aveva rischiato appena tre anni prima e, in ogni caso, la sua Olimpiade non finisce certo qui in quanto, qualificatosi per le specialità del cavallo con maniglie ed anelli – a seguito del mutato regolamento che consente a due soli atleti per Nazione di accedere alle prove singole – in entrambi i casi raggiunge il gradino più alto del podio, pur se in condivisione.

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Bilozerchev agli anelli a Seul ’88 – da gettyimages.it

Nel cavallo con maniglie, infatti, sia Bilozerchev che il bulgaro Lubomir Geraskov e Borkai, con cui già era giunto a pari merito nella rassegna iridata dell’anno prima, eseguono degli esercizi perfetti, premiati con altrettanti 10 dai giudici che li portano al punteggio globale di 19,950 (su di un massimo di 20,00 …), mentre agli anelli il fuoriclasse sovietico spreca il vantaggio di 0,025 vantato dopo i preliminari, facendosi raggiungere a quota 19,925 dal tedesco orientale Holger Behrendt.

Quattro medaglie olimpiche, di cui tre d’oro, da unire ai già otto titoli iridati conquistati, sono comunque un gran bel bottino per un ginnasta che, ad appena 22 anni, avrebbe altre possibilità per incrementare il proprio, già invidiabile palmarès, se non fosse che…

Già, se non fosse che, assieme alla ritrovata competitività a livello sportivo, Bilozerchev ricade nell’antico vizio di attaccarsi un po’ troppo alla bottiglia e, l’anno seguente, viene allontanato definitivamente dal team sovietico da parte della Federazione dopo essere stato trovato ubriaco da due giorni e, cosa ben più grave, avendo coinvolto in tale pratica il compagno di squadra, nonché coetaneo, Vladimir Gogoladze, anch’egli espulso dalla Nazionale, come confermato dalle motivazioni della decisione, assunta per “la sua influenza corruttrice su altri membri del team”.

Un’amara conclusione della carriera di uno dei più grandi talenti espressi dal vasto panorama ginnico dell’Urss – che, peraltro, non ne risente più di tanto in occasione dei Giochi di Barcellona ’92, dove il 20enne Vitaly Scherbo, ancorché bielorusso, ma partecipante sotto l’emblema della “Comunità degli Stati Indipendenti” dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, si aggiudica ben 6 medaglie d’oro – che porta successivamente Bilozerchev a trasferirsi, assieme alla moglie, negli Stati Uniti a far tempo dal 1993.

Oltre Oceano, si stabilisce a Beaverton, nell’Oregon, dove si dedica all’attività di istruttore presso la “United Sports Academy”, di cui è altresì proprietario, mette su famiglia indirizzando anche i figli Aleksey ed Alice a praticare la ginnastica, pur non riuscendo ad emulare le gesta di cotanto padre, il quale, per i risultati ottenuti e l’altissima qualità delle proprie esibizioni, riceve l’onore di essere inserito nel 2003 nella “International Gymnastics Hall of Fame”, stesso anno in cui ottiene analogo riconoscimento, tra gli altri, anche l’azzurro Franco Menichelli.

Evidentemente, ai giurati, dei problemi alcoolici interessava il giusto.

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PANCHO VILLA, IL RIVOLUZIONARIO DELLA BOXE CHE FU CAMPIONE DEL MONDO

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Pancho Villa – da boxingnewsonline.net

articolo di Nicola Pucci

All’anagrafe era registrato come Francisco Guilledo, ma tutti lo conobbero con il nome che evoca momenti rivoluzionari, Pancho Villa.

Filippino dell’isola di Panay, nato il 1 agosto 1901, Villa è universalmente riconosciuto come il pugile asiatico più forte di ogni epoca, seppur Flash Elorde e Manny Pacquiao avrebbero forse qualcosa da obiettare. Piccolo di statura, tanto da raggiungere a malapena i 150 centimetri, ma esplosivo e implacabile sul ring, Francisco, abbandonato dal padre a sei mesi e costretto a badare alle capre nella tenuta del ricco proprietario terriero che ha accolto lui e la madre, comincia a dar di pugni con i ragazzi del villaggio, non mancando di venir notato dal promoter Frank Churchill che tra il 1919 e il 1922 lo fa combattere a Manila in una serie di incontri che non lo vedono vincitore solo per due no decision con Mike Ballerino ed una squalifica con Eddie Moore, conquistando nel frattempo due titoli nei pesi mosca, detronizzando Terio Pandong.

I patrii confini stanno ormai stretti a Pancho Villa, che si è guadagnato l’appellativo da Churchill, in onore del rivoluzionario messicano, o forse dal maestro di boxe che già nel 1918 parrebbe averlo adottato legalmente, Paquito Villa appunto. Riceve un invito da Tex Rickard, che negli Stati Uniti è una sorta di guru del pugilato, prende bagagli e guantoni e con i due mentori si imbarca alla volta degli States, con l’obiettivo di cogliere la sua chance. E in effetti la trasferta avrà fortuna.

Ad onor del vero l’approccio non è dei più promettenti, con le due sconfitte con Abe Goldstein per newspaper decision e con Frankie Genaro ai punti, ma è solo l’inizio. Villa non si arrende, batte qualche avversario secondario meritandosi la standing ovation di chi assiste ai suoi combattimenti ed infine, il 14 settembre 1922, può competere per il titolo americano dei pesi mosca, all’Ebbet’s Field di Brooklyn, contro il campione in carica Johnny Buff. Il match è violento, e si decide all’11esimo round quando un colpo secco dello sfidante manda al tappetto il campione, costretto a gettare la spugna. La corona è in saccoccia e per Villa è solo il primo di una lunga serie di successi che daranno lustro alla sua carriera.

Il pugile filippino combatte ripetutamente, spesso ad una settimana di distanza da un incontro all’altro (a fine carriera saranno ben 103 con 89 vittorie), e dopo aver confermato il titolo americano superando Goldstein, Martin e Mason, è costretto a cederlo a Genaro che il 1 marzo 1923 al Madison Square Garden di New York lo batte a chiusura di 15 round il cui verdetto, contestato dalla maggior parte degli osservatori, lascia margine a ben più di qualche semplice dubbio. Ma se la sconfitta potrebbe pregiudicare la scalata di Villa verso un’opportunità iridata, invece è il motivo per cui i promotori scelgano il filippino, la cui popolarità è senza confini, anzichè l’americano quale sfidante del leggendario Jimmy Wilde, fenomenale gallese campione del mondo che un’autorevole giuria di esperti di pugilato considera il peso mosca più forte di sempre.

Il 18 giugno 1923, al Polo Grounds di New York, va in scena una sfida destinata alla leggenda della boxe, anticipata dalle dichiarazioni della vigilia di Wilde “apprezzo il fatto che sto per essere messo a dura prova da uno dei pugili più forti” a cui Villa risponde “sono in ottime condizioni, e una volta che sono in condizione le mie preoccupazioni sono finite, sul ring non intendo dare un attimo di tregua a Wilde“. E così sia. Inarrestabile e aggressivo come è nel suo stile, Villa si abbatte sul campione del mondo, che fatica a contenerne l’esuberanza. 20.000 spettatori, al grido di “Viva Villa!“, assistono all’esibizione dello sfidante che infine al settimo round stampa un colpo risolutivo alla mascella del campione che, già messo al tappeto nel quarto e quinto round, cede di schianto. La cintura iridata dei pesi mosca è di Pancho Villa e la rivoluzione, nel pugilato, che fino ad allora aveva acclamato fuoriclasse solo americani o di provenienza del Vecchio Continente, è compiuta.

La carriera di Villa è al culmine. Rientrato nella Filippine a bordo di quello stesso transatlantico che l’anno prima lo aveva portato negli States carico di speranze, viene accolto a Manila come una stella di prima grandezza, portato in trionfo per le strade della città e presentato al cospetto del presidente Manuel Quezon che ordina che il titolo mondiale venga difeso in patria. E pensate voi che un desiderio che venga da così in alto possa essere disilluso? Sia mai.

Villa, fedele fino in fondo alla sua fama, torna invece negli States per respingere ai punti l’assalto di Benny Schwartz, 12 ottobre 1923 a Baltimora, sconfiggere per decisione unanime Frankie Ash, 30 maggio 1924 a New York, per poi, questa volta sì a Manila, confermarsi il più forte contro Clever Sencio, 2 maggio 1925.

Nessuno, ahimè, immagina che l’incontro con Sencio sarà l’ultimo di una carriera fenomenale. O almeno. La mattina del match, senza titolo in palio, con Jimmy McLarnin, il 4 luglio 1925 a Emeryville, Villa è costretto ad un appuntamento dal dentista per estrarre un dente ulcerato. Nel corso del combattimento si preoccupa più di proteggere la parte del volto dolorante piuttosto che fronteggiare i colpi del rivale, che ha partita vinta ai punti. Due giorni dopo a Villa vengono tolti altri tre denti ma nel frattempo sopravviene un’infezione che risulterà letale, diffondendosi alla gola e provocando l’angina di Ludwig.

Pancho Villa, che in vita aveva respinto tutti gli avversari che avevano provato a contrastare la sua scalata a campione, si spenge il 14 luglio 1925, non ancora 24enne. E questo rafforza la sua leggenda, perchè non solo con il fucile, ma anche con i guantoni si può esser rivoluzionari.

 

 

ALBERTO DEMIDDI, IL CANOTTIERE D’ORO ARGENTINO CHE FALLI’ SOLO ALL’OLIMPIADE

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Alberto Demiddi – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Al Club de Regatas di Rosario il suo nome è in bellissima mostra tra i campioni che hanno dato lustro al circolo. E che lustro, perchè il canottaggio non è proprio una disciplina tra le più praticate in Argentina. In 120 anni di storia olimpica, in effetti, il paese sudamericano  può vantare solo l’oro di Tranquillo Capozzo e Eduardo Guerrero nel due di coppia ai Giochi di Helsinki del 1952 e… e poi c’è Alberto Demiddi, che se vi avventurate dalle parti del Rio Paranà è qualcosa di molto simile ad un eroe.

Demiddi nasce a Buenos Aires, l’11 aprile 1944, figlio a sua volta di Alberto, italiano che lavora in uno stabilimento balneare, e di Sara Gabay, ragazza russa aperta all’avventura. Ben  presto la coppia si trasferisce a Rosario, dove al papà viene offerto un impiego come insegnante di nuoto al Newell’s Old Boys, e proprio a questa disciplina il piccolo Alberto si avvicina in tenera età, praticando al tempo stesso pure la pallanuoto che non è invece particolarmente gradita al genitore. Tra i cadetti è quinto a livello nazionale in una speciale classificata guidata da quel Luis Alberto Nicolao che nel 1962 sarà primatista del mondo dei 100 metri farfalla, record che durerà fino all’avvento di Mark Spitz nel 1967. Ma la piscina non è il suo pane e a 16 anni Demiddi vira, è proprio il caso di dirlo, verso il canottaggio. E sarà una scelta vincente, pur dovendo assorbire la rottura col padre, un giorno in cui questi lo coglie a fumare un sigaro riempendolo di botte. Non si parleranno per anni.

Demiddi lascia il Newell’s Old Boys passando al Club de Regates che ha come presidente Napoleone Sivieri, la cui figlia, Silvia, anni dopo sposerà Alberto. Napoleone intuisce le doti di Alberto, che ha un fisico da perfetto rematore, ed il gioco è fatto: Demiddi esordisce con una vittoria gareggiando nell’otto ma è attratto dal singolo ed è a quell’imbarcazione che dirotta il suo talento. Trova in Mario Robert l’allenatore che ne affina la tecnica, possente ma allo stesso tempo efficace, e per Alberto è già tempo di collezionare una messe di successi senza precedenti in Argentina.

E’ campione nazionale per dodici anni consecutivi, dal 1962 al 1973, vincendo nel frattempo quattro titoli sudamericani, anche due titoli europei (1969 e 1971) quando è ammesso a gareggiare, due ori ai Giochi Panamericani e il campionato del mondo del 1970 quando a Santa Caterina, in Canada, supera il tedesco Gotz Draeger e il cecoslovacco Jaroslav Hellebrand. Viene invitato anche alla prestigiosa Henley Royal Regatta, che i britannici considerano valga più di un campionato del mondo, e trova modo di classificarsi secondo nel 1964, battuto da Seymour Cromwell, per poi trionfare nel 1971, primo sudamericano a riuscire in un’impresa che verrà ripetuta nel 1980 dall’altro argentino Ricardo Ibarra.

Un duro colpo. Sono stato campione argentino, sudamericano, panamericano, europeo, e del mondo… ho mancato solo un titolo, solo uno l’ho lasciato ai miei avversari. Quando il tedesco orientale Gueldenpfenning è venuto a salutarmi e mi ha detto che ‘avresti dovuto vincere’, mi ha fatto venir voglia di piangere…“, questo disse Alberto Demiddi salendo sul podio alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Ma quel giorno, il campione argentino che i rivali chiamavano “la macchina” per l’incedere grintoso e senza sbavature, che spesso li lasciava indietro, era solo secondo, a cogliere una medaglia d’argento che se per molti poteva rappresentare il sogno di una vita che si avvera, per il ragazzone di Rosario altro non era che un fallimento definitivo.

Già, perchè l’avventura a cinque cerchi di Demiddi comincia otto anni prima, a Tokyo 1964, quando in batteria chiude alle spalle dell’americano Donald Spero, campione del mondo di lì a due anni, e del leggendario Vyacheslav Ivanov, oro a Melbourne nel 1956 e a Roma nel 1960, venendo costretto al supplemento di sforzo del ripescaggio per accedere alla finale che infine lo vede quarto in 8’31″51, ai piedi del podio, anticipato dallo stesso Ivanov che cala il tris, 8’22″51, battendo il tedesco Achim Hill e lo svizzero Gottfried Kottmann. Quattro anni dopo, a Città del Messico 1968, Demiddi non è più solo un outsider di belle speranze, ma già un campione che legittimamente punta al successo, seppur secondo in batteria alle spalle del tedesco Jochen Meissner e in semifinale dietro all’olandese Jan Wienese, i due canottieri che proprio ai Mondiali di Bled del 1966 hanno occupato i due gradini più bassi del podio, battuti da Spero. All’atto conclusivo Wienese, Meissner e Demiddi, con l’aggiunta dell’americano John Van Blom che sarà quarto per un soffio, si giocano le medaglie ed infine a prevalere è l’olandese, che nelle acque del Virgilio Uribe Rowing and Canoeing Course, a Xochimilco, ha la meglio in 7’45″48, contro il 7’47″98 del teutonico e il 7’49″85 dell’argentino, bronzo, che regala al suo paese la seconda medaglia olimpica del canottaggio, a 16 anni dall’impresa d’oro di Capozzo e Guerrero.

Ma è ai Giochi di Monaco del 1972 che Demiddi punta grosso, forte del successo iridato del 1970. Alberto domina la sua batteria, così come la semifinale, ed appare il favorito dell’atto conclusivo che vede allinearsi al via un cliente pericoloso come il sovietico Yury Malyshev, a sua volta velocissimo nei due turni eliminatori. I genitori di Alberto hanno i biglietti d’ingresso alla Olympic Reggatta Course in Oberschlessheim, ma scaramanticamente se ne restano fuori, sperando infine nella vittoria del figlio, che altrettanto scaramanticamente porta calzettoni rossi e ha con sè una catenina di Romolo e Remo allattati dalla Lupa. Macchè. La sfida tra Malyshev e Demiddi è avvincente, combattuta a colpi di remo e all’ultima stilla di energia, ma il traguardo premia infine il sovietico, che in 7’10″12 contro 7’11″53 nega ad Alberto la realizzazione del suo sogno d’oro.

Quella vittoria olimpica sfuggita sarà il grande rimpianto che accompagnerà per sempre Alberto Demiddi, tanto che la morte il 25 ottobre 2000 per un tumore allo stomaco, a soli 56 anni, parrebbe quasi un male minore. Ma a Rosario, il canottiere Demiddi, è un eroe, ed ancor oggi chi lo ricorda si toglie il cappello.

MANUEL ORANTES, IL GRANDE DI SPAGNA CHE VINSE GLI US OPEN 1975

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Manuel Orantes – da maurodellaportaraffo.com

articolo di Nicola Pucci

Sarebbe certamente ingeneroso, nonchè eticamente scorretto, considerare Manuel Orantes un campione di seconda fascia. Perchè in quegli anni Settanta attraversati da fuoriclasse del calibro di Nastase, Connors, Borg, Mc Enroe e Vilas, tanto per citare i più blasonati e accreditati di un palmares decisamente più congruo, lo spagnolo si è tuttavia ritagliato uno spazio importante ed una bacheca che lo eleva a giocatore di rango superiore.

Orantes vede la luce in un’umile famiglia di Granada, il 6 febbraio 1949, trasferendosi poi a Hospitalet, alle porte di Barcellona, dove scopre il tennis operando da raccatapalle del circolo Tenis de la Salud. Il giovane Manuel ha eccellenti qualità di maratoneta sui campi in terra battuta, tatticamente è all’avanguardia e comunque dotato da Madre Natura di una buona mano mancina. Nel biennio 1966/1967 è tra gli junior più forti, prevalendo all’Orange Bowl e a Wimbledon sull’americano Mike Estep, 6-2 6-0, ed è con buone prospettive che si affaccia tra i grandi, inisignito dell’etichetta di “nuovo Santana“, che nel frattempo si avvia ad appendere la racchetta al chiodo.

Ed è proprio il grande “Manolo” a battezzare l’ingresso di Orantes tra i professionisti, affrontandolo in finale sia a Madrid nel 1968 che a Barcellona nel 1969 quando l’allievo Manuel si impone in tre set, 6-4 7-5 6-4, conquistando il primo di una serie di 33 successi nel circuito maggiore. Ovviamente si gioca su terra battuta, ed è proprio questa la superficie prediletta da Orantes, che da buon spagnolo che si rispetti metterà da quel giorno in poi la sua firma ai principali eventi europei sul “rosso“.

Troviamo infatti Orantes già finalista a Montecarlo nel 1970, battuto da Zeljko Franulovic, 6-4 6-3 6-3, per poi trionfare nel 1975 quando fa percorso netto battendo in due rapidi set lo stesso Franulovic, Artur Ashe, Dick Crealy, Josè Higueras e Bob Hewitt, 6-2 6-4 in finale, così come a Roma, che lo incorona vincitore nel 1972 su Jan Kodes oltrechè finalista nel 1973 e nel 1975 sconfitto da Ilie Nastase e Raul Ramirez, per poi primeggiare anche ad Amburgo, nel 1972 con Adriano Panatta e nel 1975 ancora contro Kodes, oltre ad altri due titoli a Barcellona ed uno a Madrid.

Il Roland-Garros, come è logico che sia, rimane il torneo dello Slam a lui più gradito e congeniale, che lo vede rinunciare al primo turno contro il francese Rouyer al debutto nel 1968, cedere al terzo turno a Newcombe nel 1969, arrendersi ad Ashe negli ottavi nel 1970, non presentarsi al cospetto del sovietico Kukulia al primo turno del 1971, arrampicarsi in semifinale nel 1972 per poi soccombere al beniamino locale Proisy, deludere nel 1973 al secondo turno contro lo sconosciuto N’Godrella, infine raggiungere la finale nel 1974 quando, accreditato della 14esima testa di serie, batte uno dopo l’altro Pinto Bravo e Zugarelli in due set, Vilas in cinque rimontando da 0-2, Ashe 6-1 6-2 6-2, il cileno Cornejo e il francese Jauffret in tre comodi set, per infine arrendersi al primo Borg parigino che riviene 2-6 6-7 6-0 6-1 6-1 negando allo spagnolo la consacrazione in un torneo Major.

Nel frattempo, infatti, Orantes si è arrampicato, il 23 agosto 1973, in seconda posizione nel ranking mondiale, alle spalle di Ilie Nastase, ha raggiunto la semifinale sull’erba di Wimbledon nel 1972 cedendo in tre set, 6-3 6-4 6-4, allo stesso Nastase che poi perderà in finale con Stan Smith, ed allora quel che manca a Manuel per poter sedere nell’Olimpo degli dei del tennis è un benedetto torneo dello Slam. E per rompere il sortilegio sceglie l’evento forse a lui meno adatto, ovvero gli US Open, che nel 1975 hanno come palcoscenico il West Side Tennis Club di Forest Hills, che per la prima volta ospita i campioni su una superficie in terra battuta, verde, la har-tru. E lo sarà per tre altri anni ancora, fino all’edizione 1978 quando lo Slam newyorchese si trasferirà nel l’impianto attuale di Flushing Meadows.

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La vittoria di Orantes agli US Open 1975 – da lavanguardia.com

Il tappeto lento può esaltare il gioco di regolarità di Orantes, terzo favorito del seeding alle spalle di Jimmy Connors, campione in carica e numero 1 del mondo, e Guillermo Vilas, demolito da Borg in finale di un’edizione del Roland-Garros che vede Orantes uscire al primo turno per mano di Zugarelli, facile vincitore 6-3 6-0. Lo spagnolo vola in America con gran desiderio di riscatto, dopo aver dovuto dare forfait al torneo di Wimbledon ed aver vinto i tornei preparativi di Indianapolis e Toronto contro Ashe e Nastase, ed inserito nella parte bassa del tabellone entra in lizza con un successo franco sul sudafricano Bernard Mitton, 6-3 6-2, per poi sbarazzarsi dell’indiano Sashi Menon, 6-2 6-2, lasciare un set al tedesco Hans-Jurgen Pohmann, 6-2 3-6 6-1, battere il francese François Jauffret, 6-4 3-6 6-3 6-4, tenere a bada il talento istrionico di Nastase, 6-2 6-4 3-6 6-3. Ma sono le due ultime sfide a infiammare il pubblico e consegnare definitivamente il nome di Manuel Orantes alla storia del tennis.

In semifinale lo spagnolo affronta Vilas, che fin lì ha concesso ai rivali affrontati neppure le briciole, e nei primi due set non c’è proprio storia. Il “gaucho” argentino domina, 6-4 6-1, ma Orantes è un osso duro, non molla mai e quando c’è da correre non è secondo a nessuno, vince il terzo set 6-2 ma nel quarto set va sotto 0-5 0-40. Partita chiusa, sembrerebbe, sulla carta Vilas è già in finale. Sulla carta però, perchè non si sa bene cosa scatti nella testa dell’uno e dell’altro, la situazione come d’incanto si ribalta. Vilas non sfrutta i tre match point, poi nel game successivo ne manca altri due, Orantes infila sette giochi consecutivi per poi andare ad imporsi 6-4 al quinto set, a mezzanotte di un sabato sera funestato da alcune interruzioni per la pioggia. Il giorno dopo, per niente stanco ed appagato, sostenuto dal pubblico e da un folto numero di messicani accorsi al torneo per sostenere Raul Ramirez, estromesso invece da Nastase, lo spagnolo sbrana in tre veloci set il lanciatissimo Connors, che pareva destinato a concedere il bis dopo aver battuto Borg con un triplice 7-5 in semifinale, 6-4 6-3 6-3, e vince il primo nonchè unico Slam della sua comunque fulgida carriera.

A tabù infranto Orantes continuerà a circolare per tornei con ottimi risultati, addirittura vincendo sul cemento il Masters nel 1976 in un’altra avvincente sfida finale con il polacco Wojtek Fibak, sconfitto 5-7 6-2 0-6 7-6 6-1, per poi andare a concludere nel 1982 con un’ultima vittoria a Bournemouth, ovviamente su terra battuta, contro un connazionale, questo sì, di seconda fascia, Angel Gimenez, battuto secco 6-2 6-0.

Già, perchè Manuel Orantes è stato un campione in mezzo ai fenomeni, con quell’exploit americano come solo i grandi sanno realizzare. Altro che seconda fascia…

EUROPEI DI BARCELLONA 1973, LA PRIMA VOLTA D’ORO DELLA JUGOSLAVIA DEL BASKET

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La Jugoslavia campione d’Europa – da balkans.aljazeera.net

articolo di Nicola Pucci

Da quando l’Ungheria aveva conquistato nel 1955 il titolo continentale giocando davanti al pubblico amico di Budapest un’edizione che aveva bocciato le ambizioni dell’Unione Sovietica di triplicare i successi di Parigi del 1951 e di Mosca del 1953 ed aveva relegato la Cecoslovacchia al secondo posto nonostante la vittoria contro i magiari padroni di casa, 75-65, la stessa Unione Sovietica aveva infilato una striscia di ben otto vittorie consecutive agli Europei, dall’edizione del 1957 a Sofia a quella del 1971 ad Essen. E forte anche della clamorosa vittoria alle Olimpiadi di Monaco del 1972 nella contestatissima finale con gli imbattuti Stati Uniti, risolta dal canestro a fil di sirena di Alexander Belov, la squadra di Vladimir Kondrasin è la logica favorita per continuare la serie vittoriosa ai Campionati Europei in calendario a Barcellona nel 1973.

Dal 27 settembre al 6 ottobre il Palacio de los Deportes della città catalana e il Pabellón de Ausiàs March di Badalona radunano dodici squadre per l’edizione numero 18 di una rassegna nata nel 1935 con la vittoria della Lettonia a Ginevra. Tra le contendenti alle medaglie c’è anche l’Italia di Giancarlo Primo, che dopo aver colto un amaro quarto posto ai Giochi di Monaco in virtù della sconfitta di un punto, 66-65 a dispetto dei 30 punti messi a segno dalla coppia Bariviera-Meneghin, con Cuba nella finale di consolazione, si presenta all’appuntamento senza più i veterani di lungo corso Flaborea e Masini, sostituiti dai rampanti Della Fiori, Bertolotti e Ferracini, ad affiancare l’ossatura base formata da Marzorati, Meneghin, Bariviera, Iellini, Bisson, Brumatti, Cerioni, Zanatta e Serafini, con l’intento di difendere la medaglia di bronzo conquistata ad Essen nel 1971. Gli azzurri sono inseriti nel girone B con la Jugoslavia vice-campione d’Europa, la Spagna che gioca in casa, Grecia, Francia e Bulgaria che sembrano avversarie alla portata. L’altro raggruppamento mette l’una contro l’altra l’Urss, che pare imbattibile, la Cecoslovacchia che rappresenta la mina-vagante del torneo, la Polonia che fu quarta, battuta dall’Italia, due anni prima, Israele, Romania e Turchia a giocare il ruolo di comprimarie.

In effetti l’Italia parte col piede giusto, battendo la Grecia 59-54 grazie a 12 punti di Marzorati e 10 di Serafini, per poi bissare con la Francia 71-63 con Serafini top-scorer con 16 punti ben spalleggiato da Brumatti con 13 punti, cedendo poi il passo 77-65 alla Spagna padrona di casa 77-65 trascinata da quel Wayne Brabender che firma 23 punti e sarà eletto miglior giocatore della rassegna. La sconfitta 73-71 con la Jugoslavia dopo due tempi supplementari e nonostante i 20 punti di uno stratosferico Meneghin, costano l’eliminazione all’Italia che batte come da pronostico la Bulgaria nell’ultima partita della prima fase, 69-58 con 19 punti di Zanatta, venendo relegata al girone consolatorio per il quinto posto, piazzamento che i ragazzi di Primo fanno loro in virtù del successo con Israele, 94-73 con Bisson sugli scudi con 20 punti, e nuovamente Bulgaria, 80-71 con i 15 punti di Marzorati a fronteggiare i 33 punti di Atanas Golomeev, infine miglior marcatore del torneo con 22.3 punti di media a partita.

Ma che succede altrove? Succede che nel primo girone l’Unione Sovietica ha gioco facile vincendo le sue cinque partite eliminatorie, consentendo solo alla Romania di limitare il passivo sotto i 20 punti, 98-84 grazie ai 32 punti di Gheorghe Oczelac che non possono però bastare a fermare il gioco di squadra dei campioni in carica, trascinati da Sergei Belov. La Cecoslovacchia batte di misura Polonia, Turchia ed Israele assicurandosi il secondo posto, utile ad accedere alle semifinali incrociate. Dove si presentano anche la Jugoslavia di Mirko Novosel, un concentrato di talento e forza fisica in fuoriclasse del calibro di Cosic, Dalipagic, Jerkov, Kicanovic e Slavnic, e la stessa Spagna, che cede nello scontro diretto, 65-59 con 15 punti di Tvrdic, battendo invece l’Italia nella sfida le consente di staccare il biglietto per la final-four.

E qui accade un evento raro. Il 4 ottobre, dopo che a Badalona la Jugoslavia ha disposto facilmente della Cecoslovacchia, 96-71, mandando ben sei giocatori in doppia cifra a fronte dei 22 punti di Pospisil e i 20 di Zidek, a Barcellona la Spagna compie l’impresa. Trascinata da Brabender, 20 punti, ben assistito da “Nino” Buscato e Ramos che firmano 16 punti, e con l’altrettanto valido contributo dell’altro americano naturalizzato spagnolo, Clifford Luyk (a proposito, si vocifera che lui e Brabender siano due emissari della CIA spediti in Spagna per tenere sotto controllo il regime franchista), la squadra del coach Diaz-Miguel rimonta lo svantaggio accusato nel primo tempo, 40-45, facendo gioco su velocità e contropiede, per imporsi infine in volata, 80-76, agli esterrefatti sovietici a cui non bastano i 19 punti di Paulauskas e i 18 di Belov per scongiurare una sconfitta inattesa, alla luce anche del clamoroso 118-58 di due anni prima ad Essen, che li butta giù dal primo gradino dal podio come non capitava loro da 18 anni. Verrà ricordata come “la notte di San Francisco“.

Il sogno europeo della Spagna si interrompe sul più bello, perchè all’atto conclusivo la Jugoslavia e i suoi campioni sono troppo più forti per lasciarsi scappare l’occasione di vincere quel titolo negato proprio dall’Unione Sovietica nelle finali del 1961 (60-53 a Belgrado), 1965 (58-49 a Mosca), 1969 (81-72 a Napoli) e 1971 (69-64 ad Essen). Al cospetto degli 8.000 appassionati iberici che rigurgitano passione nazionale al Palacio de los Deportes di Barcellona, la sera del 6 ottobre la squadra di Novosel è padrona del match fin dalle battute d’avvio, chiudendo il primo tempo sul +12 grazie a Cosic che sotto i tabelloni è immarcabile mettendo a segno 23 punti e catturando 13 rimbalzi, per poi contenere il tentativo di riscossa della Spagna che si affida al talento offensivo di Brabender, che firma 22 punti ma non può impedire che la Jugoslavia, infine, 78-67, salga per la prima volta della sua storia sul tetto d’Europa.

Sarà l’inizio di una dittatura continentale che vedrà il basket balcanico dominare, fino al 2001, altre sette edizioni degli Europei. Passando attraverso le mani fatate e la classe degli stessi Cosic e Dalipagic, di Drazen Petrovic e Tony Kukoc, di Predrag Danilovic e “Sasha” Djordjevic, per arrivare a Predrag Stojakovic. Ma questa è storia recente, figlia di quell’oro iniziale. Correva l’anno 1973.

LANG PING, LA MARTELLATRICE CINESE DEL VOLLEY MONDIALE

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Lang Ping in azione ai Giochi ’84 – da womenofchina.cn

articolo di Giovanni Manenti

Quando il 12 ottobre 2014 al Forum di Assago, a Milano, le Nazionali femminili di Cina e Stati Uniti si affrontano per l’atto conclusivo dei Campionati Mondiali di Pallavolo, a sfidarsi sulle rispettive panchine sono due leggende del Volley mondiale, le quali, a distanza di poco più di 30 anni, hanno così modo di rinverdire i meravigliosi ricordi dell’Olimpiade di Los Angeles ‘84.

Da una parte, a guidare il Team Usa, vi è Charles “Karch” Kiraly, campione olimpico sia ai ricordati Giochi californiani che nella successiva edizione di Seul ’88, inframezzati dal titolo iridato ai Mondiali di Francia ’86, nonché successivamente Oro anche nel beach volley ai Giochi di Atlanta ’96, tanto da essere giudicato “Miglior giocatore del XX secolo”, ex aequo con l’azzurro Lorenzo Bernardi, e di cui ci siamo già occupati tempo addietro.

Il nostro obiettivo odierno è, viceversa, focalizzato su chi siede sulla panchina cinese, vale a dire colei che è stata l’artefice principe della crescita esponenziale del volley nel Paese asiatico, nella doppia veste di giocatrice prima ed allenatrice in un secondo tempo, vale a dire Lang Ping, grazie alla cui presenza la Cina, nell’arco di cinque anni ad inizio anni ’80, raggiunge traguardi mai ottenuti in precedenza, quando sul fronte orientale a farsi preferire erano le acerrime rivali del Giappone.

Nata a Pechino il 10 dicembre 1960, Lang Ping inizia a praticare la pallavolo all’età di 13 anni, per poi entrare a far parte della Nazionale a far tempo dal 1978, come schiacciatrice, in virtù di caratteristiche fisiche (m.1,84 per 71kg.) che ben si addicono a tale ruolo, il cui impatto sui risultati della rappresentativa cinese è sin da subito rilevante, con il secondo posto ai Giochi Asiatici ’78 e la vittoria ai Campionati asiatici dell’anno successivo, dopo aver esordito ai Campionati Mondiali di Mosca ’78, conclusi con un onorevole sesto posto, sconfitte 3-0 dagli Stati Uniti nella finalina che assegnava la quinta posizione, nel mentre il titolo va alle fortissime cubane che strapazzano in Finale le giapponesi, con parziali (15-6, 15-9, 15-10) sin troppo eloquenti.

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Lang Ping alla CdM ’81 – da womenofchina.cn

Questo, del confronto con gli Stati Uniti, rappresenterà poi una costante dell’attività (in entrambe le vesti di giocatrice ed allenatrice) di Lang Ping, grazie al cui contributo, comunque, la Cina conquista il suo primo trofeo a livello mondiale affermandosi nell’edizione ’81 della Coppa del Mondo, torneo che tradizionalmente si svolge in Giappone a cadenza quadriennale e che, nella circostanza, vede il sestetto cinese – con una formula di “girone all’italiana” in cui le otto formazioni partecipanti si incontrano l’una con le altre – imporsi con una superiorità disarmante, visto che si aggiudica per 3-0 tutti e 7 gli incontri disputati, con parziali umilianti, citiamo il 15-8, 15-12, 15-6 inflitto all’Urss, così come il 15-4, 15-13, 15-9 al quale si inchinano le cubane, per non parlare del 15-8, 15-11, 15-6 con cui si arrendono gli Stati Uniti, mentre il match decisivo dell’ultima giornata, contro le padrone di casa giapponesi, vede quest’ultime opporre un certa resistenza solo nell’ultimo set, perso 15-17, dopo che i primi due non avevano avuto granché storia, con Lang Ping & Co. ad imporsi per 15-8 e 15-7.

Era però necessario confermarsi, e l’occasione propizia giunge l’anno seguente, quando sono in programma i Mondiali ’82 organizzati dal Perù e la Cina, inserita nel sesto Gruppo, assieme a Stati Uniti, Italia e Portorico, dopo essersi sbarazzata con irrisoria facilità di queste ultime due formazioni, incappa in una pesante sconfitta per 0-3 (6-15, 9-15, 11-15) contro le americane, rovescio dal quale traggono utili insegnamenti.

Nel secondo turno,  in cui le squadre si portano dietro il risultato maturato nel ricordato girone eliminatorio, la Cina capita in un vero e proprio “girone di ferro” con, oltre agli Usa, anche Cuba ed Urss, a parte le cenerentole Ungheria ed Australia, dal quale devono uscire le due qualificate alle semifinali, cosa che accade solo grazie alla differenza set, in quanto le cinesi ammortizzano la zavorra della sconfitta con gli Stati Uniti, rifilando un pesante 3-0 alle cubane, con parziali di 15-8, 15-9, 15-2 che non ammettono repliche di sorte, ed il successo delle caraibiche per 3-2 sulle americane è di magra consolazione, poiché pur finendo a pari punti con Stati Uniti e Cina, sono escluse dalla zona medaglie per la ricordata differenza set (12-6 rispetto al 14-3 Usa ed al 12-3 cinese).

Le semifinali vedono, da una parte, la sfida tutta orientale tra Cina e Giappone – impietosamente risolta per 3-0 (15-8, 15-7, 15-6) a favore della prima – e dall’altra gli Stati Uniti opposti alle padroni di casa peruviane, le quali si impongono anch’esse con un netto 3-0 per andare poi ad affrontare la Cina in una Finale inedita per la manifestazione, inaugurata nel 1952 e che aveva sinora visto trionfare per quattro volte l’Unione Sovietica e tre il Giappone, mentre le campionesse uscenti erano le cubane, uscite, come descritto, nel secondo girone eliminatorio.

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Fase dei Mondiali ’82 – da womenofchina.com

Incontrare in una Finale olimpica o mondiale le padroni di casa non è mai cosa agevole, ma quando si ha a disposizione una schiacciatrice che non perdona come Lan Ping le cose risultano più facili del previsto e, del resto, i parziali di 15-1, 15-5, 15-11 con cui si conclude la sfida, pensiamo lasciano pochi spazi di commento, e così il sestetto allenato da Yuan Weimin, figura carismatica dello sport cinese, tanto da assumere in seguito importanti incarichi a livello dirigenziale nel suo paese e nel continente asiatico, può festeggiare il suo secondo importante titolo consecutivo.

Quanto sia stato determinante l’apporto di Lang Ping nella conquista del titolo iridato è ribadito dall’assegnazione alla schiacciatrice cinese del premio quale MVP della manifestazione, a cui si aggiunge l’appellativo, che è tutto un programma, affibbiatole dalla stampa internazionale, vale a dire “Iron hammer” (“martello d’acciaio”) in virtù della potenza delle sue schiacciate, caratterizzate da un’altissima elevazione, la perfezione del movimento delle braccia che le permettono conclusioni rapide e potenti, nonché variazioni tattiche ed un’alta percentuale di punti vincenti.

Oramai una star a livello internazionale, Lang Ping viene nominata capitano del sestetto cinese che si presenta, per la prima volta all’appuntamento olimpico di Los Angeles ’84, ed anche se il torneo di volley – con sole 8 Nazioni iscritte – è chiaramente condizionato dall’assenza dei Paesi del blocco sovietico (Urss e Cuba su tutte …), non va dimenticato che sono comunque presenti le quattro semifinaliste della rassegna iridata, vale a dire Cina, Stati Uniti, Perù e Giappone e, pertanto, il livello è senz’altro di prim’ordine.

Raggruppate in due gironi di quattro squadre ciascuno, la Cina è, come ai Mondiali di due anni prima, inserita assieme agli Stati Uniti ed, altrettanto al solito, viene sconfitta nella gara conclusiva per 1-3 (pur con set tiratissimi, 13-15, 15-7, 14-16 e 12-15) dopo aver regolato con altrettanti 3-0 sia Brasile che Germania Ovest, mentre anche l’altro Gruppo non fornisce sorprese, con Giappone e Perù a conquistare l’accesso alle semifinali incrociate, ma con le ragazze del Sol Levante a spazzar via per 3-0 (15-8, 15-7, 15-5) le vice campionesse del mondo, così che gli accoppiamenti per l’accesso alla Finale ricalcano pari pari quelli di due anni prima alla rassegna iridata.

Stavolta, però, il fattore campo gioca a favore del sestetto americano, che non fa sconti alle sudamericane, liquidate con un impietoso 3-0 (16-14, 15-9, 15-10), mentre le ragazze di Yuan Weimin fanno nuovamente capire alle giapponesi come le gerarchie nel continente asiatico si siano oramai ribaltate a loro favore, ed i parziali di 15-10, 15-7, 15-4 a fronte del 3-0 che schiude loro le porte della Finale olimpica sono lì a ribadirlo.

Finale che va in scena il 7 agosto ’84 alle ore 20:00, in cui le padrone di casa oppongono una fiera resistenza solo nel primo set, concluso sul 16-14 per le cinesi, prima che le devastanti conclusioni di Lang Ping aprissero delle brecce gigantesche nella difesa a stelle e strisce, che si sgretola in un batter d’occhio come i parziali (15-3 e 15-9) del secondo e terzo set dimostrano, sancendo il primo oro olimpico nella storia del volley del Paese asiatico.

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Le cinesi (Lang Ping prima a sx) festeggiano l’oro olimpico – da gettyimages.de

Lang Ping è oramai considerata alla stregua di un’eroina nazionale, ma la pallavolo non è l’unico suo interesse nella vita e, dopo aver contribuito al secondo successo consecutivo alla Coppa del Mondo ’85, dove – con la presenza anche di Cuba ed Unione Sovietica, assenti a Los Angeles – la Cina compie “percorso netto” come quattro anni prima, facendo suoi tutti e sette gli incontri, perdendo un solo set, nella vittoria per 3-1 (16-14, 15-7, 5-15, 15-12) su Cuba che, difatti, si piazza alla piazza d’onore con quest’unica sconfitta a proprio carico, mentre la formidabile schiacciatrice si conferma quale “Miglior giocatrice del torneo”.

A 25 anni, nel pieno della carriera ed universalmente riconosciuta come la stella del panorama pallavolistico mondiale a livello femminile, Lang Ping spiazza tutti con la decisione di ritirarsi dall’attività agonistica, per dedicarsi allo studio della lingua inglese presso l’Università di Pechino, avendo intuito come la stessa sia fondamentale per l’esperienza di allenatrice che sicuramente già aveva in mente.

A tale frequentazione, segue, nell’aprile ’87, il trasferimento, assieme al suo primo marito Bai Fan, nazionale cinese di pallamano, negli Stati Uniti dove aveva capito come il volley fosse in continua crescita, unendo così l’utile di approfondire la conoscenza della lingua con il dilettevole di fare da “assistant coach” presso l’Università del New Mexico, per poi tornare a giocare – dopo tre anni di assenza dal parquet – vestendo per una stagione la maglia della Cemar Modena, che grazie a lei si aggiudica la Coppa Italia ’90 e quindi, essere richiamata a dare il proprio contributo alla Nazionale in vista dei Mondiali ’90 che si svolgono proprio in Cina.

Nazionale che, oramai, aveva preso piena coscienza della propria forza, confermando,  anche senza il suo Capitano, il titolo mondiale nell’edizione ’86 in Cecoslovacchia, superando 3-1 Cuba in Finale, ma questa selezione ha soprattutto lo scopo di una “passerella finale” per l’indiscussa protagonista della crescita del volley nel Paese asiatico, pur se, dopo le nette vittorie per 3-0 sia contro il Perù ai quarti e gli Usa in semifinale, stavolta sono le ragazze sovietiche a far festa, tornando a conquistare il titolo iridato a 20 anni di distanza dall’ultimo successo in Bulgaria nel 1970.

Ma oramai, il suo futuro è segnato, e Lang Ping, tornata negli Stati Uniti dove nel ’92 dà alla luce la figlia Lydia, diviene prima allenatrice all’Università del New Mexico, per poi accettare l’invito della Federazione cinese di guidare la Nazionale ai Giochi di Atlanta ’96, che si svolgono sul suolo americano.

Lang Ping si cala nel ruolo come meglio non potrebbe e, dopo aver concluso al comando il girone eliminatorio, le sue ragazze superano, nelle sfide incrociate, la Germania 3-0 (15-12, 15-8, 15-8) ai quarti di finale, per poi avere la meglio sull’Unione Sovietica per 3-1 (12-15, 15-5, 15-8, 15-12) nella sfida che vale l’accesso alla Finale contro le fortissime cubane, le quali si impongono per 3-1 in un’appassionante sfida che vede il sestetto guidato la Lang Ping cedere solo nell’ultimo set, come dimostrano i relativi parziali di 14-16, 15-12, 18-16, 15-6 a favore delle caraibiche, così impedendole di essere l’unica a potersi vantare della medaglia d’Oro olimpica sia come giocatrice che come tecnico.

La 38enne pechinese è ancora alla guida della Nazionale due anni dopo, in occasione dei Mondiali ’98 in Giappone, dove la sfida in Finale si ripete, ma stavolta con un più netto 3-0 (15-4, 16-14, 15-12), per poi abbandonare l’incarico adducendo motivi di salute, per superare i quali non vi è niente di meglio che far ritorno in Italia, in quella Modena dove aveva vissuto una stagione da atleta, e con cui riesce ad ottenere in un triennio risultati strabilianti, sotto forma dello Scudetto 2000 (primo e sinora unico nella storia del club …), Champions League ’01, Coppa Italia e Coppa Cev ’02, fornendo quindi il proprio contributo di esperienza anche all’Asystel Novara, che conduce alla promozione in A1 nel 2003, e l’anno seguente alla Finale Scudetto persa in maniera rocambolesca contro la Foppapedretti Bergamo al termine di una serie al meglio delle cinque partite dopo essere stata in vantaggio per 2-0, ma portando comunque a casa la Coppa Italia.

L’Italia è indubbiamente un Paese accogliente ed in cui si vive bene, ma per le aspirazioni di una vincente come Lang Ping, il panorama pallavolistico è piuttosto stretto, ed ecco allora che non rifiuta l’offerta che le perviene dagli Stati Uniti per guidare la Nazionale a stelle e strisce ai Mondiali ’06, dove una formazione in pieno ricambio generazionale conclude il torneo non meglio che in nona posizione, e soprattutto, ai Giochi di Pechino ’08, dove non si può nascondere che faccia un certo effetto vederla sulla panchina americana proprio nella città in cui è nata.

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Lan Ping alla guida del Team Usa ai Mondiali ’06 – da gettyimages.it

Oltretutto il sorteggio – non certo benevolo – vede gli Stati Uniti inseriti nello stesso girone assieme a Cuba e Cina, da dove si qualificano le prime quattro per i successivi abbinamenti incrociati dei quarti di finale, e con le cubane ad aggiudicarsi il primo posto, il match decisivo per la piazza d’onore risulta quello tra Usa e Cina, risolto a favore della prima al termine di una sfida emozionate risolta solo al tiebreak con parziali (23-25, 25-22, 23.25, 25-20, 15-11) che la dicono lunga circa l’equilibrio dell’incontro.

Lang Ping riesce a trasmettere una forza mentale sinora mancante al sestetto Usa, prova ne sia il recupero di una situazione di svantaggio anche nel quarto di finale che oppone gli Stati Uniti all’Italia, risolto anch’esso sul 3-2 dopo essere state in svantaggio 2 set ad 1 (parziali 20-25, 25-21, 19-25, 25-18, 15-6), per poi schiantare Cuba in semifinale per 3-0 (25-20, 25-16, 25-17) e, purtroppo, non poter disputare la rivincita contro le cinesi, che tutto il pubblico aspettava, in quanto superate da una nuova, prorompente forza emergente, vale a dire il Brasile, che supera per 3-0 le padrone di casa ed infrange nuovamente il sogno di Lang Ping di bissare l’Oro olimpico da giocatrice con quello in panchina, venendo sconfitte per 3-1 dalle sudamericane, con parziali altresì (25-15, 18-25, 25-13, 25-21) piuttosto eloquenti.

Il ritorno in patria, fa comunque sì sia il richiamo alle origini sia più forte di qualsiasi altra tentazione, e così Lang Ping, che nel frattempo si era separata sin dal ’95 con il primo marito per accompagnarsi con Wang Yucheng, professore di sociologia all’Accademia cinese, accetta di guidare la formazione di club del Guangdong Hengda, con cui non perde l’occasione di conquistare titoli, aggiudicandosi il Campionato cinese nel ’12, prima di tornare, come visto in premessa, alla guida della Nazionale cinese.

Riavvolgendo il nastro del nostro racconto, la Finale del Mondiale ’14 di Milano vede il trionfo di Karch Kiraly e delle ragazze Usa che si impongono per 3-1, ma non senza soffrire, visti i parziali di 27-25, 25-20, 16-25, 26-24 a loro favore, ma se credete che l’ultima parola spetti al “Miglior giocatore del XX secolo” – mentre, in campo femminile, Lang Ping era stata inserita nella ristretta cerchia di quattro candidate, ma il titolo viene assegnato alla cubana Regla Torres, dall’alto dei suoi tre Ori olimpici consecutivi nel ’92, ’96 e 2000 – vi sbagliate di grosso.

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Lang Ping esulta dopo l’oro di Rio de Janeiro ’16 – da wsj.com

Infatti, dopo esserci andata vicina per ben due volte, ai Giochi di Rio de Janeiro ’16, Lang Ping riesce nell’impresa di essere l’unico personaggio (di ambo i sessi) a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica nella doppia veste di giocatore/rice e tecnico, conducendo la Cina sul gradino più alto del podio con la sofferta vittoria per 3-1 (19-25, 25-17, 25-22, 25-23) sulla Serbia, in cui è protagonista la sua degna erede, la 22enne Zhu Ting, con 24 attacchi vincenti, altresì miglior realizzatrice con 179 punti a referto, nonché miglior schiacciatrice del Torneo.

Ma, secondo voi, da chi avrà imparato?

LESLIE GRAHAM, IL PRIMO IRIDATO DELLA 500 CHE MORI’ INSEGUENDO UN SOGNO AL TOURIST TROPHY

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Leslie Graham – da motoblog.it

articolo di Nicola Pucci

C’è gloria e tragedia, in Leslie Graham. Che se rimarrà, in perpetuo, il primo campione del mondo della storia della 500 (correva l’anno 1949), nondimeno trovò troppo presto la morte proprio in quel Tourist Trophy che aveva eletto a gara della definitiva consacrazione (anno del Signore 1953).

Andiamo per ordine. Graham nasce il 14 settembre 1911 a Wallasey, nella Contea del Merseyside, ed ha tutto, ma proprio tutto, del prototipo del centauro suddito di Sua Maestà: coraggio ed impeto, intelligenza e simpatia, agilità e prontezza di riflessi. Insomma, un fascio di nervi che se ha vita dura nell’emergere, riuscirà poi a guadagnare la vetrina più prestigiosa.

In effetti Leslie, che gli amici chiamano comunemente “Les“, comincia a farsi notare in Inghilterra appena diciassettenne, montando moto di secondo mano tra cui una Jap 350, giungendo poi secondo nel 1929 alle Henry Pennington in sella ad una AJS. I risultati, ad onor del vero, tardano a venire, perchè la concorrenza in Inghilterra è tanta e particolarmente qualificata, pur ottenendo un quarto posto all’Ulster con una OK-Supreme; se poi ci si mette anche il secondo conflitto bellico ecco che Graham, nel 1947, a quasi 36 anni, ancora è ben lungi dall’essersi fatto una reputazione.

In guerra Graham presta servizio nella R.A.F., e la cosa, se lo mette a contatto diretto con la drammaticità della vita di aviatore-bombardiere, altresì gli serve ad avere un perfetto dominio dei propri nervi, e questo aspetto del suo temperamento darà frutti copiosi una volta terminate le ostilità e ripresa l’attività di motociclista.

Proprio la AJS lo mette sotto contratto, e quando nel 1949, un anno prima delle quattro ruote, il motociclismo si dota di un campionato del mondo, ecco che Leslie è pronto a dar battaglia. Con tutta la sua classe e la sua carica di inglese doc. Il calendario prevede sei prove iridate, ed il debutto, dal 13 al 17 giugno, è proprio al Tourist Trophy, nell’Isola di Man, su quel tracciato che un giornalista-poeta descrisse come “un sentiero che sfiora gli abissi…“. Graham guida la sua AJS 500 bicilindrica parallela, la “Porcupine“, dominando la scena fino a pochi chilometri dal traguardo quando, per un problema al magneto, è costretto a rallentare, chiudendo in decima posizione una gara che va in archivio con il successo di un altro britannico, Harold Daniell su Norton. Lo smacco non ha conseguenze nella corsa al titolo, perchè il regolamento prevede che ai fini della classifica mondiale valgano solo i migliori tre piazzamenti, e qualche settimana dopo Graham conquista il successo nella foresta svizzera di Bremgarten, battendo nettamente Narciso Artesiani, in sella alla sua Gilera. Ma il rivale più pericoloso per Graham è un altro azzurro, il milanese Cirillo “Nello” Pagani, che si impone ad Assen, in Olanda, anticipando di tre secondi Graham, ancora una volta sul podio, con l’inglese che ribalta la situazione a suo favore, dopo esser stato costretto al ritiro in Blegio, al Gran Premio dell’Ulster, sull’infido circuito di Clady alle porte d Belfast il 20 agosto, quando è ancora nettamente superiore alla concorrenza. Il successo davanti al pubblico amico e il contemporaneo terzo posto di Pagani, che poi vincerà a Monza l’ultima prova stagionale, consegnano a Graham il primo titolo mondiale della classe 500, a cui viene assegnato un punto, decisivo, per il miglior giro realizzato in Svizzera. In verità, l’exploit per quella gara spetterebbe a Edward Frend, ma l’inglese non porta a termine la corsa e quindi non può fregiarsi del giro più veloce, che spetta a Graham. La classifica iridata finale dice Leslie Graham 30 punti, Nello Pagani 29 e il titolo prende la strada dell’Inghilterra.

L’anno 1949, in effetti, risulterà essere il più redditizio per Graham, che nel 1950 realizza la doppietta in Svizzera in classe 350 e in 500, terminando infine terzo nella classifica finale delle due cilindrate, per poi accasarsi nel 1951 con la MV Augusta, per la verità ben poco affidabile, con la quale compete in classe 125 (terzo in Olanda) e in 500 (dove somma sette ritiri in altrettante gare), gareggiando invece in classe 350 in sella ad una Velocette, guidandola al secondo posto in Spagna alle spalle di Tommy Wood e alla vittoria in Svizzera su Cecil Sandford.

Abilissimo nella messa a punto dei motori, Graham l’anno successivo, 1952, partecipa attivamente ai progressi della sua MV Augusta, tornando competitivo ai massimi livelli. Va due volte sul podio in classe 125, terzo a Monza e secondo in Spagna, e in 500, dopo la piazza d’onore al Tourist Trophy dovendo cedere il passo solo all’irlandese Reg Armstrong, vince proprio a Monza e in Spagna le due ultime corse dell’anno. Il che gli vale un supplemento di, legittima, ambizione per la stagione a venire, 1953.

Già, il Tourist Trophy. La corsa che regala l’immortalità, se la vinci, e che funesta invece i sogni, se ti respinge. E per Graham quel malinconico decimo posto all’esordio, nel 1949, è una ferita ancora aperta. Soprattutto, se c’è da respingere l’assalto del nuovo asso del motociclismo britannico in 500, Geoff Duke, campione del mondo nel 1951 e pure iridato in classe 350, nel 1951 e nel 1952, così come battere il nuovo che avanza, il rhodesiano Ray Amm. Dall’8 al 12 giugno i centauri si danno dunque appuntamento sul Circuito del Mountain, disseminato di dislivelli, con curve dalla visuale limitata, spesso immerso nella caligine e sferzato da venti gelidi. Filando via tra i muretti e aggirando lo Snaefell, tagliando i paesi e arrampicandosi sulla parte montagnosa dell’Isola di Mann. Per poi piombare a precipizio verso il traguardo di Douglas.

Graham comincia con il piede giusto, vincendo in classe 125 sul tedesco Werner Haas nonostante un braccio fasciato per una caduta rimediata qualche giorno prima, spezzando l’incantesimo che mai lo voleva trionfatore al T.T.  Ma la sventura è in agguato, se ti concede qualcosa, è pronta a riprenderselo subito dopo. Con gli interessi. Ed è quel che avviene in 500. Proprio Duke, debuttando con la sua Gilera quattro cilindri, è il più veloce in prova e il 12 giugno, per Graham, la sfida è di quelle da far tremare i polsi. Leslie, impavido come sempre, armato di coraggio leonino, vuol concedere il bis… ma sul Tourist Trophy spira l’alito fetido della morte. Che ha strappato alla vita Harry Stephen e Thomas Swarbrick in classe 350. E quando Graham, attardato al primo passaggio di 39″ rispetto al “Duca” (all’epoca al T.T. si corre a cronometro) impegnato nell’inseguimento di Amm, si accovaccia sulla moto scendendo a velocità folle giù per la discesa di Bray Hill in un ultimo, disperato tentativo di recuperare il tempo perduto ed andare a prendersi un’altra vittoria, trova invece ad attenderlo l’impatto mortale con un palo.

E così quel tracciato che “…dal paradiso di Douglas si innalza alla sommità dello Snaefell, impressionante e infernale“, il 12 giugno 1953 si prende la vita di Leslie Graham. Un eroe leggendario, non altri che il primo campione del mondo in 500. Quando correre in motocicletta equivaleva a sfidare la morte. Amen.

 

MICHELLE SMITH, TANTO ORO E MOLTISSIMI SOSPETTI…

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Michelle Smith con i tre ori olimpici – da irishtimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Purtroppo uno sport così sano ed a stretto contatto con uno degli elementi base della natura come l’acqua, vale a dire il Nuoto, tanto da essere il più consigliato dai medici ai bambini che soffrano di alcune problematiche congenite, ha visto nel corso degli anni – peraltro quasi esclusivamente in campo femminile – dilagare la piaga del doping, quand’anche lo stesso non fosse “di Stato” come nel caso della famigerata Germania Est.

Un cancro da cui tale disciplina riteneva essersi in larga parte liberata a seguito della riunificazione delle parti occidentale ed orientale della Germania, dopo aver dovuto contrastare un rigurgito di tali pratiche antisportive a seguito dell’approdo dei “tecnici del male” in un altro Paese comunista, vale a dire la Cina, le cui nuotatrici – dopo che nell’edizione precedente di Perth ’91 avevano conquistato quattro sole medaglie d’oro – sbancano la rassegna iridata di Roma ’94, aggiudicandosi, staffette comprese, ben 12 delle 16 gare in programma.

Solo tre campionesse con la “C maiuscola” (la tedesca Franziska van Almsick sui 200sl, l’americana Janet Evans sugli 800sl e l’australiana Samantha Riley a doppiare il titolo sui 100 e 200 rana) scalfiscono l’egemonia cinese, ma la Federazione del Paese orientale, che non ha alcun interesse a vedersi messa all’indice da pratiche sospette, allontana i tecnici dell’ex Ddr tant’è che la quasi totalità delle medagliate romane torna nell’ombra da cui era improvvisamente uscita.

Ma, anche se la lotta al “doping di Stato” può considerarsi vinta, ciò non toglie che vi sia pur sempre qualche caso isolato di chi cerca fraudolentemente di migliorare le proprie prestazioni, ed uno dei casi, se non il più emblematico degli anni recenti è rappresentato dalla nuotatrice irlandese Michelle Smith, la quale passa incredibilmente dal più assoluto anonimato ai vertici natatori in un triennio, prima di venire essa stessa colpita dalla mannaia della giustizia sportiva.

Nata a metà dicembre 1969 a Rathcoole, una cittadina di poco più di 3mila abitanti nella contea di Dublino Sud, Michelle impara a nuotare sotto gli insegnamenti paterni, entrando sin dall’età di 9 anni al “Terenure Swimming Club” dove, sotto la guida del tecnico Larry Williamson migliora il proprio stile, per poi entrare a far parte del “King’s Hospital Swimming Club” con cui, all’età di appena 14 anni, si aggiudica 10 medaglie ai Campionati Nazionali.

Classico esempio di ragazza irlandese, capelli rossi e viso lentigginoso, dotata di un fisico possente (m.1,60 per 71kg.), la Smith è una dei sei nuotatori di entrambi i sessi selezionata per le Olimpiadi di Seul ‘88, dove è iscritta in quattro gare, 100 e 200 dorso e 200 e 400 misti, senza riuscire in ognuna di esse a superare le batterie, con il miglior risultato costituito dal 17esimo posto con il tempo di 2’19”50 nelle qualificazioni dei 200 dorso, che la esclude per soli 0”76 centesimi dalla possibilità di disputare la “Finale B”.

E’ sin troppo chiaro come il divario tra il nuoto in patria ed il livello internazionale rappresenti un divario pressoché insormontabile per la ragazza irlandese, che neppure a livello continentale – dove non sono presenti le super potenze di Australia e Stati Uniti – riesce a ritagliarsi uno spazio in una Finale ai Campionati Europei, così come non si  registrano miglioramenti nella successiva Olimpiade di Barcellona ’92.

Ai Giochi catalani, la rappresentanza irlandese è ridotta a due soli elementi, il ranista Gary O’Toole e la Smith, appunto, la quale, iscritta in tre prove, i 200 dorso e le due distanze dei misti, peggiora largamente il rendimento di quattro anni prima in Corea, potendo vantare (si fa per dire …) quale miglior risultato, il 26esimo tempo di 4’58”94 ottenuto in batteria sui 400 misti.

Il famoso “evento che ti cambia la vita”, giunge per la Smith però proprio in occasione della rassegna a cinque cerchi, dove incontra l’ex lanciatore olandese Erik de Bruin – ottavo nel getto del peso e nono nel lancio del disco ai Giochi di Los Angeles ’84, per poi ripetere analogo piazzamento nel disco anche a Seul ’88 – di cui si innamora convolando a nozze tre anni dopo.

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L’olandese Erik de Bruin, marito ed allenatore della Smith – da wikipedia.org

De Bruin, 29enne all’epoca, incappa in un controllo antidoping alla vigilia dei Mondiali di Stoccarda ’93 e, nonostante proclami la propria innocenza e sia altresì difeso dalla propria Federazione, subisce una squalifica di quattro anni che pone fine alla sua carriera di lanciatore, potendo così dedicarsi a quella di allenatore della propria (all’epoca) ancora fidanzata, con risultati a dir poco sbalorditivi.

Ecco che difatti, una classica “signorina nessunosi trasforma in una nuotatrice di livello internazionale, i cui primi risultati si riscontrano già ai Mondiali di Roma ’94, dove la Smith raggiunge la Finale dei 200 farfalla, classificandosi quinta con il tempo di 2’12”79 in una delle tante gare in cui le cinesi fanno doppietta, per poi esplodere definitivamente l’anno successivo, in cui stabilisce o migliora ben 9 record nazionali – sui m.50, 100, 400 ed 800sl, m.1200 dorso, m.100 e 200 farfalla e m.200 e 400 misti – e quindi presentarsi con rinnovate ambizioni alla rassegna continentale di Vienna ’95.

In una manifestazione in cui nessuna nuotatrice irlandese era mai neppure salita sul podio, la Smith si mette viceversa al collo l’Oro sia sui 200 farfalla, superando (2’11”60 a 2’12”29) la polivalente danese Mette Jacobsen, che sui 200 misti, dove precede di 0”88 centesimi (2’15”27 a 2’16”15) la belga Brigitte Becue, venendole impedito il tris d’oro solo dalla divina ungherese Krisztina Egerszegi, che la precede (4’40”33 a 4’42”81) nella Finale dei 400 misti.

Risultati indubbiamente di prestigio, ma con tempi ancora lontani da quanto visto solo tre anni prima ai Giochi di Barcellona – dove i 200 farfalla si vincono in 2’08”67, i 200 misti nel record mondiale di 2’11”65 ed i 400 misti in 4’36”54 – il che lascia più che normali dubbi circa le possibilità dell’irlandese di ottenere analoghi successi alle Olimpiadi di Atlanta ’96, dove, oltre alle gare citate, si cimenta anche sui 400sl, unica dei cinque rappresentanti del suo Paese a superare il primo turno eliminatorio.

In parte facilitata dalla mancata presenza delle semifinali, così che ogni prova vede disputarsi le batterie al mattino e la Finale al pomeriggio, la Smith inizia il suo “tour de force” il 20 luglio ’96, giorno in cui è in programma la gara dei 400 misti, dove è ancora iscritta la ricordata Egerszegi, tri campionessa europea sulla distanza, nonché oro olimpico a Barcellona ’92, la quale fa registrare il miglior tempo in qualificazione con 4’43”09, con l’irlandese buona terza e non distante in 4’43”79.

Altresì aspirante alla medaglia d’oro, vi è l’americana Allison Wagner, doppio argento sui 200 e 400 misti ai ricordati “discussi” Mondiali di Roma ’94, battuta sulla più corta distanza dalla cinese Lu Bin, testata positiva l’anno seguente ad un controllo antidoping e dall’altra asiatica Dai Guohong sui 400, poi sparita immediatamente dalle scene, la quale intende riscattare quello che per lei ha rappresentato un furto, ma in Finale il suo 4’42”03 è largamente superiore al 4”39”98 con cui si era aggiudicata la piazza d’onore alla rassegna iridata, il che consente alla Smith, unica del lotto delle finaliste a scendere sotto la barriera dei 4’40” netti, di far sua la gara in 4’39”18 (ovviamente record irlandese) con netto margine sull’americana, mentre la Egerszegi deve accontentarsi della terza moneta in 4’42”53.

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La Smith festeggia il successo sui 400misti ai Giochi di Atlanta ’96 – da ilpost.it

Rotto il ghiaccio, due giorni dopo la Smith si presenta sui blocchi di partenza dei 400sl, gara insolita per lei in una grande manifestazione internazionale, cionondimeno fa realizzare il secondo miglior tempo in qualificazione con il record nazionale di 4’09”00, un solo 0”01 centesimo in più di quanto nuotato dalla tedesca Kerstin Kielgass, avanzando così la propria decisa candidatura all’oro nella Finale in programma dal pomeriggio, dalla quale è clamorosamente esclusa, per soli 0”20 centesimi, la pluricampionessa olimpica e mondiale Janet Evans.

Finale che vede la 26enne irlandese migliorarsi ancora sino a 4’07”25 per il suo secondo oro, precedendo la tedesca e campionessa olimpica in carica Dagmar Hase, che conclude in 4’08”30 davanti all’olandese Kirsten Vlieghuis che chiude l’accesso al podio alla delusa tedesca Kielgass.

La Smith inizia ad essere considerata il “personaggio femminile dei Giochi”, e su di lei si puntano i fari di pubblico, tecnici e media allorché il 24 luglio affronta la sua terza gara, vale a dire i 200 misti, in cui deve vedersela con la voglia di riscatto della Wagner, che la precede di misura (2’16”32 a 2’16”35) nella quinta batteria del mattino, peraltro vinta dall’olandese Minouche Smit in 2’16”30.

Il tempo dell’irlandese è il settimo delle qualificazioni, e non sono in pochi a pensare che le fatiche su due distanze impegnative come i 400 misti ed i 400sl possano averne fiaccato la resistenza, dubbi (o speranze, dipende dai punti di vista …) immediatamente cancellate nella Finale del pomeriggio, dove la Smith ottiene il suo terzo successo personale migliorandosi sino a 2’13”93 per avere ragione della canadese Marianne Limpert, la quale realizza il record nazionale ed il proprio “Personal Best” in carriera con il 2’14”35 che le vale l’argento davanti alla cinese Li Lin, campionessa olimpica in carica, mentre la Wagner conclude non meglio che sesta in un deludente 2’16”43.

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L’esultanza della Smith dopo l’oro anche sui 200 misti – da gettyimages.ie

Resta ancora una gara da disputare, nuovamente in giorno pari – il che ha consentito alla Smith di usufruire sempre di un giorno di riposo tra una specialità e l’altra – e cioè i 200 farfalla, in programma il 26 luglio e l’irlandese conclude nel migliore dei modi la sua “Settimana di Gloriaoccupando il gradino più basso del podio con il tempo di 2’09”91 alle spalle della coppia australiana formata da Susie O’Neill e Petria Thomas.

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La Smith sul podio dei 200 farfalla – da gettyimages.ie

Con tre ori ed un bronzo a proprio favore, la Smith “buca” i teleschermi di tutte le Tv mondiali, soprattutto per l’inattesa di una tale impresa, celebrata come non mai a livello mediatico, anche se fuori dal coro si leva la protesta dell’americana Janet Evans, la quale accusa pubblicamente l’irlandese di fare uso di sostanze proibite per migliorare le proprie prestazioni, pur se i test antidoping risultano, sinora, negativi.

Il prossimo impegno, costituito dagli Europei di Siviglia ’97, vedono ancora l’irlandese protagonista, con altre due medaglie d’oro – sui 200sl avendo la meglio per soli 0”04 centesimi (1’59”93 ad 1’59”97) sulla russa Chemezova e sui 400 misti, dove precede per quasi 1” netto (4’42”08 a 4’43”07) l’ucraina Yana Klochkova, assoluta dominatrice della specialità dei misti negli anni a seguire – ed altrettante d’argento sui 400sl, dove subisce la rivincita della tedesca Hase, e sui 200 farfalla, in cui è preceduta dall’idolo di casa, la spagnola Maria Pelaez.

Ma i giorni di gloria, che a detta della maggior parte degli addetti ai lavori sono da ritenersi effimeri, stanno per concludersi, in quanto nel ’98 la Smith viene sospesa dalla FINA per quattro anni in quanto giudicata colpevole di aver allungato con alcool il proprio campione di urine ad un controllo antidoping.

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La Smith al TAS – da anusha.com

Il caso fa scalpore, la nuotatrice irlandese fa ricorso al TAS di Losanna davanti ad una giuria di tre esperti giuristi sportivi ed al dibattito, su richiesta dei propri difensori, viene insolitamente consentita la presenza del pubblico, ma ciò non ne modifica l’esito, in quanto determinante risulta la testimonianza del Dr. Jordi Segura, responsabile del laboratorio di analisi del Comitato Olimpico a Barcellona, il quale dichiara che la Smith aveva alterato il campione in quanto assunto dell’androstenedione – un anabolizzante precursore del più noto testosterone – circa 10 o 12 ore prima dell’esame antidoping.

Il TAS non può che confermare la condanna di quattro anni inflittale e che, dati i 28 anni di età della Smith, significa la conclusione dell’attività, ma ciò non ha alcun effetto retroattivo e, pertanto, con buona pace della Wagner e di tutte le altre da lei battute, le medaglie restano.

Anche se, come ricorda il vecchio e mai troppo valido adagio, “non tutto è oro quel che luccica!!!”.

JONNY WILKINSON, ED IL DROP CHE LO RESE IMMORTALE

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Jonny Wilkinson alla Coppa del Mondo 2011 – da enca.com

articolo di Giovanni Manenti

Negli sport di squadra, accade spesso che un’azione determini la decisione di una Finale di una grande manifestazione – sia essa olimpica o mondiale – ed ecco allora che colui che si rende protagonista di quell’evento diventa in un attimo, nell’immaginario collettivo, una sorta di “eroe omerico” pronto ad entrare nell’arca della gloria eterna.

Per andare sul pratico, le ultime due edizioni dei Mondali di calcio sono state entrambe risolte ai tempi supplementari dalle reti dello spagnolo Iniesta e del tedesco Mario Goetze che hanno portato le rispettive Nazionali ad aggiudicarsi il trofeo, così come indimenticabile è il canestro messo a segno a fil di sirena dal sovietico Aleksandr Belov nella controversa e quanto mai discussa Finale olimpica di Monaco ’72 contro gli Stati Uniti, mentre, nel nostro piccolo, come scordarsi la schiacciata in diagonale di Lorenzo Bernardi che regala all’Italia il punto decisivo nella Finale contro Cuba ai Mondiali ’90 oppure la rete di Gandolfi al terzo supplementare della sfida per l’oro nella pallanuoto tra Italia e Spagna ai Giochi di Barcellona ’92.

Questo anche perché, in genere, le Finali sono gare tirate, magari non belle tecnicamente data l’importanza della posta in palio, ma agonisticamente vibranti in quanto nessuna delle due contendenti intende cedere ed ecco allora che la prodezza del singolo assume una rilevanza ancor maggiore, come verificatosi altresì in due atti decisivi della Coppa del Mondo di Rugby, entrambi conclusi ai tempi supplementari.

Del primo caso, ne abbiamo già parlato trattando del Torneo disputatosi nel ’95 in un Sudafrica da poco liberato dal giogo dell’apartheid, risolto a favore dei padroni di casa superando 15-12 i favoriti neozelandesi di un devastante Jonah Lomu grazie ad un drop del mediano di apertura Joel Stransky a 7’ dal termine dei tempi supplementari, ed oggi ci occupiamo di un secondo drop che, senza nulla togliere al fuoriclasse sudafricano, assume contorni per molti aspetti più importanti.

A realizzarlo, nella Finale della Coppa del Mondo ’03 in Australia, è un altro mediano di apertura, il n.10 inglese Jonathan Peter “Jonny” Wilkinson, a pochi secondi dallo spirare dei tempi supplementari della Finale disputata il 22 novembre ’03 a Sydney contro i padroni di casa australiani, alla ricerca del loro terzo successo dopo le affermazioni del ’91 e del ’99.

Sarebbe comunque riduttivo ed ingeneroso verso Wilkinson limitare a quel decisivo calcio una carriera che lo ha visto protagonista in 17 anni di attività, e che mai come in questi casi è supportata da numeri che hanno dello strabiliante in virtù della sua capacità di centrare i pali anche da posizioni che ai più appaiono impossibili.

L’approccio di Wilkinson al mondo della palla ovale è pressoché scontato, in quanto figlio di un rugbista che spera di vedere realizzate nel figlio, nato a fine maggio ’79 a Frimley, cittadina del Surrey non molto distante da Londra, le aspettative a lui negate, ed in questo Jonny si dimostra “bambino prodigio” sin dalla più tenera età, sviluppando mano a mano che sale i gradini del rugby inglese quella specifica caratteristica che lo rende famoso su tutti i terreni di gioco del mondo, vale a dire una disarmante precisione nel trasformare le mete realizzate dai compagni, così come essere implacabile nel mettere il pallone tra i pali in occasione dei calci di punizione.

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La tipica postura di Wilkinson prima di un calcio – da daily,ail.co.uk

E’ mancino, Wilkinson, alla stregua di un Maradona o di un Messi – parimenti abili nel realizzare reti su calci piazzati – ed altrettanto singolare è la sua postura prima di accingersi al calcio, con il corpo parzialmente rannicchiato in avanti, le braccia unite come nella posizione di bagher da parte di un pallavolista, lo sguardo ben fisso sui pali che deve centrare prima che la perfetta traiettoria faccia roteare l’ovale nel punto prestabilito, e, d’altronde, non può certo essere un caso se nei suoi 14 anni di militanza con il “XV della Rosa” mette a segno “qualcosa” come 239 piazzati, 162 trasformazioni e 36 drop per un computo totale di ben 1.179 punti, secondo miglior realizzatore della storia delle nazionali, superato solo dal neozelandese Dan Carter, giunto a quota 1.598.

Un record che sarebbe potuto essere ben più pingue se Wilkinson non fosse rimasto vittima di numerosi infortuni che hanno limitato l’attività nel triennio 2004-’06, durante il quale veste la divisa della nazionale in due sole occasioni, tant’è che, con il classico “humour” anglosassone, è lo stesso mediano di apertura a commentare, con un pizzico di amarezza, come “il numero di infortuni che ho subito si evince da quanti hobby ho coltivato durante le convalescenze …!!”.

Wilkinson, che in patria veste unicamente i colori dei “Newcastle Falcons” con cui si aggiudica il loro unico titolo inglese nella sua stagione di esordio nel ’98, debutta in Nazionale il 4 aprile ’98 non ancora 19enne, per poi segnare i suoi primi 9 punti (un piazzato e tre trasformazioni) il 20 febbraio ’99 a Twickenham contro la Scozia e che risultano decisivi per il successo 24-21 dell’Inghilterra, così convincendo il tecnico Clive Woodward ad inserirlo nella rosa per la Coppa del Mondo ’99, organizzata dal Galles, ma con incontri disputati sull’intero suolo del Regno Unito ed in Francia.

Tocca all’Italia, inserita nel Gruppo B insieme a Tonga e Nuova Zelanda, tenere a battesimo l’esordio di Wilkinson nella rassegna iridata, che migliore non poteva essere, visto che mette a segno ben 32 (una meta, 6 trasformazioni e 5 piazzati) dei 67 punti (a 7) con cui gli inglesi travolgono gli azzurri, mentre i suoi tre calci di punizione servono solo a ridurre la sconfitta subita dall’Inghilterra per 16-30 contro gli All Blacks nella seconda gara del girone.

Esentato dal giocare il facile match contro Tonga (concluso sul 101-10), Wilkinson riprende il proprio posto di mediano di apertura nella delicata sfida contro le Isole Fiji che vale l’accesso ai quarti di finale, centrando i pali in ben sette occasioni a fronte di altrettanti calci di punizione, cui unisce una trasformazione per il suo personale bottino di 23 punti che contribuisce alla vittoria inglese per 45-24, per poi essere rimpiazzato da Grayson nel quarto di finale contro il Sudafrica che si risolve nel tracollo dei sudditi di Sua Maestà per 21-44, una decisione che attira sul CT Woodward gli strali dei media e dei tifosi inglesi, che già hanno scelto il 20enne biondino come loro beniamino preferito.

Da questa delusione a carattere nazionale, nasce però per Wilkinson, a livello personale, il periodo migliore della propria attività agonistica, che lo vede per un quadriennio salire agli onori del rugby mondiale sciorinando prestazioni che, in molti casi quasi da solo, contribuiscono alla crescita del XV inglese sino ad issarlo ai vertici assoluti.

Oramai affidatogli il ruolo di regista della squadra, Wilkinson incamera il suo primo successo a livello internazionale aggiudicandosi la prima edizione del “Sei Nazioni” 2000 a seguito dell’allargamento della manifestazione con l’inserimento anche dell’Italia, pur mancando il “grande slam” a causa della sconfitta per 13-19 patita in Scozia a torneo già matematicamente conquistato, per poi dare la più lampante delle manifestazioni di quanto la sua presenza sia determinante per le sorti del “XV della Rosa” in occasione del “test match” disputato il 24 giugno 2000 a Bloemfontein, realizzando tutti e 27 i punti (8 piazzati ed un drop) del successo per 27-22 dell’Inghilterra in Sudafrica.

Un’Inghilterra che prosegue il suo percorso di crescita con le tre vittorie nei “test match” del successivo autunno disputatisi a Twickenham contro Australia (22-19 con 17 punti di Wilkinson, 4 piazzati, un drop ed una trasformazione), Argentina (19-0, con 14 punti di Wilkinson che, rispetto al match precedente ha solo un piazzato in meno) e Sudafrica, superata 25-17 grazie ai 6 calci di punizione ed ad una trasformazione del suo mediano di apertura, per poi affermarsi anche nel “Sei Nazioni” ’01, in cui – in occasione del match del 17 febbraio contro l’Italia, travolta 80-23 – Wilkinson realizza il suo record personale di punti in una singola gara con 35, frutto di una meta, 4 piazzati e ben 9 trasformazioni delle 10 mete inflitte ai malcapitati azzurri.

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Jonny Wilkinson al calcio in un match del “Sei Nazioni” – da gettyimages.it

Le superbe prestazioni del 22enne del Surrey fanno sì che in estate Wilkinson sia selezionato per il tour australiano dei “British Lions”, concluso con una vittoria e due sconfitte, ma nel terzo match, a dispetto del 23-29 finale, mette a segno 18 punti che eguagliano la miglior prestazione nella storia della selezione britannica.

L’anno seguente l’Inghilterra perde il “Sei Nazioni” a beneficio della Francia, pur aggiudicandosi la “Triple Crown” avendo battuto tutte le altre formazioni britanniche, ma oramai i fari sono puntati verso la quinta edizione della Coppa del Mondo, in programma in Australia dal 10 ottobre al 22 novembre ’03, appuntamento al quale l’Inghilterra si avvicina dando preoccupanti (per le avversarie …) segnali, come testimoniano le affermazioni nei test match del 9 novembre ’02, in cui a Twickenham sconfigge 31-28 gli All Blacks, con Wilkinson a mettere a segno 21 punti per il suo primo full (una meta, 2 trasformazioni, 3 piazzati ed un drop) contro una delle prime 10 Nazionali del ranking mondiale, bissata nel giugno ’03 nel tour australe per 15-13, con tutti i punti inglesi realizzati (4 piazzati ed un drop) dal micidiale mediano di apertura, cui segue, ad una settimana di distanza, il primo successo inglese sul suolo australiano, con i Wallabies sconfitti 25-14, gara in cui Wilkinson si limita a soli 10 punti.

E’ una formazione ben solida, quella che sbarca ad inizio ottobre nella terra dei canguri, ben decisa a giocarsi le sue carte mondiali, potendo contare sulla devastante presenza in mezzo al campo di Lawrence Dallaglio, sulla forza ed il carisma del capitano Martin Johnson e la velocità delle ali Cohen e Robinson, una situazione che permette a Wilkinson di sentirsi protetto e poter gestire da par suo il gioco.

Inserita nel gruppo C assieme a Georgia (facile 84-6), Samoa (più sofferto 35-22) ed Uruguay (travolto 111-13), l’Inghilterra si aggiudica anche il decisivo match per l’assegnazione del primo posto contro il Sudafrica, sconfitto nettamente per 25-6 dove, oltre alla meta di Greenwood, i restanti punti portano tutti la firma di Wilkinson, autore di due drop, 4 piazzati e la trasformazione della meta del compagno, presentando così un brillante biglietto da visita in vista degli scontri diretti dei quarti di finale.

Opposti al rognoso Galles, gli inglesi soffrono non poco la spregiudicatezza dei loro avversari, capaci di andare per due volte in meta nel finale di primo tempo con Stephen Jones e Charvis (fortunatamente non trasformate …) per il 10-3 con cui le due squadre vanno al riposo e quanto sia importante avere un giocatore abile al piede lo dimostra la ripresa dove, nonostante i Dragoni realizzino una terza meta con Martyn Williams, stavolta trasformata, vengono alla fine sconfitti per 28-17 in quanto Wilkinson non fa sconti ed, oltre a convertire la metà realizzata da Greenwood, centra altre cinque volte i pali su punizione, con la ciliegina del drop a tempo scaduto che certifica l’accesso alla semifinale contro la Francia.

E mentre, nell’altra semifinale australe, i padroni di casa spengono i sogni della Nuova Zelanda, sconfitta per 22-10, un’ulteriore conferma – caso mai ce ne fosse stato bisogno – di quanto sia importante la presenza di Wilkinson nello scacchiere inglese giunge allorché a farne le spese è la formazione transalpina, la quale, a dispetto dell’unica meta dell’incontro, messa a segno da Betsen dopo 10’ e trasformata da Michalak, deve assistere impotente allo show del biondo mediano di apertura, il quale centra per 8 volte i pali, attraverso 5 piazzati e ben 3 drop, messi a segno rispettivamente al 9’, 38’ e 58’, che certificano tutti e 24 i punti di marca inglese e rappresentano una sorta di “prova generale” di quello che avviene sei giorni dopo nella Finale contro l’Australia.

In un “Teltra Stadium” di Sydney riempito da quasi 83mila spettatori, l’Australia inizia aggredendo gli avversari, atteggiamento che le consente di andare in meta con l’ala Tuqiri, il quale ha facilmente la meglio nel contendere l’ovale al più basso Robinson su di uno spiovente di Larkham per poi schiacciare a terra, da posizione però così angolata che non consente la trasformazione ed i conseguenti due punti aggiuntivi.

L’Inghilterra di Capitan Johnson è però una squadra granitica, che non si fa prendere dal panico e pian piano ricuce le trame del proprio gioco, e Wilkinson dimostra sin da subito di avere il piede caldo centrando i pali con tre piazzati consecutivi per il parziale di 9-5 prima che Robinson, in chiusura di primo tempo, si riscattasse dallo smacco subito in occasione della meta australiana, andando egli stesso a depositare l’ovale nell’angolo destro della difesa dei padroni di casa al termine di una splendida azione corale, per il 14-5 con cui le squadre vanno a riposo, in quanto la posizione per la trasformazione era troppo difficile anche per il piede fatato di Wilkinson.

Alla ripresa del gioco tocca agli australiani guadagnare campo e, spronati da un piazzato di Flatley dopo solo 7’, riescono a raggiungere la parità sul 14-14 dopo che lo stesso centro interno si ripete in altre due occasioni, l’ultima delle quali proprio in chiusura di gara, il che indirizza la sfida verso una lotta di nervi tra i due rispettivi “calciatori”, come era avvenuto otto anni prima tra il sudafricano Stransky ed il neozelandese Mehrtens.

Con una tensione palpabile sia in campo che sulle tribune, l’onere di decidere le sorti della “Webb Ellis Cup” ’03 è ancora demandato a coloro che dovrebbero essere i più lucidi e, difatti, sia Wilkinson, che riporta avanti l’Inghilterra al 2’ dei supplementari, che Flatley, ad impattare nuovamente l’esito della sfida sul 17-17 a 3’ dalla fine del secondo supplementare, mantengono fede alle rispettive capacità balistiche, ma il XV inglese ha ancora un’ultima freccia al proprio arco.

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Il celebre drop vincente di Wilkinson – da dailytelegraph.com.au

Con meno di 1’ ancora da giocare, una penetrazione del mediano di mischia inglese John Dawson, supportata dal capitano Johnson, fa sì che si crei una mischia spontanea in cui è lo stesso Dawson a raccogliere l’ovale per cederlo all’indietro a Wilkinson – uno schema provato più volte in allenamento – il quale non ha tempo per decidere, se non calciare con il “piede sbagliato”, vale a dire il destro, ma capace ugualmente di disegnare una parabola che consente all’ovale di centrare i pali a 26” dal termine dell’extra time.

Milioni di telespettatori in tutto il mondo seguono l’evento, e l’impresa di Wilkinson viene diffusa nell’intero pianeta, a coronamento di un fantastico quadriennio, che porta l’Inghilterra ad essere a tutt’oggi l’unica Nazione dell’emisfero boreale ad essersi aggiudicata la Coppa del Mondo, mentre a livello personale le onorificenze si sprecano, con tanto di consegna della “Laurea Honoris Causa” per meriti sportivi da parte dell’Università del Surrey ad inizio aprile ’09, quell’ateneo che Wilkinson aveva lasciato da giovane per dedicarsi interamente al rugby.

Quella stessa disciplina che poi, all’apice della carriera, gli chiede il conto con una incredibile serie di infortuni, cui si aggiunge anche un’operazione di appendicite, che praticamente impediscono per tre anni a Wilkinson di gareggiare, per poi riprendere comunque nel 2007, allorché sono ancora i suoi calci a consentire all’Inghilterra di raggiungere la Finale anche della Coppa del Mondo ’07 (sconfitta 6-15 dal Sudafrica), mentre la battuta d’arresto per 12-19 contro la Francia l’8 ottobre ’11 ai quarti di finale della Coppa del Mondo ’11 rappresenta la presenza n. 91 con la maglia dei “Tre Leoni” per Wilkinson, il quale abbandona la scena internazionale potendo altresì vantare il record del maggior numero di drop (ben 29) messi a segno in tale manifestazione.

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Wilkinson festeggia il titolo francese 2014, sua ultima gara – da rugbywrapup.com

Insignito dell’onorificienza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico, Wilkinson spende le ultime briciole di carriera in Francia, accasandosi al Tolone e fornendo un importante contributo di esperienza per la conquista di due “Heineken Cup” (la Champions League del calcio …) consecutive nel ’13 e nel ’14, per poi dare l’addio definitivo alla propria attività agonistica come solo un vincente può fare, vale a dire con la vittoria nella Finale del campionato francese, gara disputata il 31 maggio ’14 e che la formazione provenzale si aggiudica superando 18-10 il Castres grazie, indovinate un po’, a 4 calci piazzati ed ad un drop di Wilkinson, che colleziona pertanto 15 dei 18 punti segnati dalla propria squadra.

Ovvio che non vi stupite se, a match concluso, Wilkinson sia stato portato in trionfo dai compagni per ricevere la meritata “standing ovation” da parte degli spettatori presenti sugli spalti del “Saint-Denis”…

 

ERIKA HESS, LA REGINA A CUI MANCA LA CORONA OLIMPICA

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Erika Hess ai Mondiali di Schladming del 1982 – da blick.ch

articolo di Nicola Pucci

Quel che manca ad Erika Hess, regina dello slalom e dello sci alpino nella prima metà degli anni Ottanta, curiosamente è una corona. Quella che cinge la testa di chi è stato tanto ardimentoso da conquistare un successo in sede olimpica.

Già, perchè questa svizzera figlia di contadini, nata a Grafenort, tra Engelberg e Lucerna, il 6 marzo 1962, ha vinto tutto, ma proprio tutto, fuorchè ai Giochi. Ed è il cruccio di una carriera che fin da adolescente assume contorni rosei, a dispetto della doppia frattura alla gamba destra che alla tenera età di sei anni potrebbe già frustrarne l’impeto, se è vero che la ragazzina, un concentrato di talento e leggerezza in un corpo mignon, già 15enne è seconda in gigante ai campionati svizzeri, battuta da quella Lise-Marie Morerod che non solo è fuoriclasse assoluta, ma pure la sciatrice di riferimento del movimento elvetico.

Il risultato vale alla Hess la convocazione con la Nazionale A nell’inverno del 1977 e a gennaio dell’anno nuovo, a Berchtesgaden, Erika è già sesta il slalom, disciplina che sarà la sua preferita e nella quale può esprimere appieno, serpeggiando tra i pali, grazia, classe, indipendenza di gambe e sensibilità dei piedi. A marzo, 16enne, partecipa alla sua prima rassegna iridata, a Garmisch, chiudendo nona in gigante a 3″10 dalla tedesca Maria Epple, nonostante la perdita di un bastoncino, ma se il responso non può soddisfare il suo orgoglio di bambina-prodigio, nondimeno è certo che avrà tempo per prendersi le sue rivincite.

E che rivincite. Tanto per cominciare colleziona il primo di una interminabile serie di piazzamenti sul podio (saranno infine ben 76), il 6 dicembre 1979, chiudendo terza sempre in gigante a Val d’Isere, battuta dall’altra svizzera di grido, Marie-Therese Nadig, e dalla francese Perrine Pelen, bissando due giorni dopo a Limone Piemonte con il secondo posto alle spalle di Hanni Wenzel, che sommato poi ad un altro terzo posto, stavolta in slalom, a gennaio a Bad Gastein, le valgono il pass per le Olimpiadi di Lake Placid del 1980.

Il 20 febbraio la Hess scende in pista per la prova di gigante, e la prima manche pare confortare le sue ambizioni di medaglia. E’ quarta, a soli 0″08 centesimi da Christa Kinshofer che occupa la terza piazza provvisoria, pronta a dare l’assalto al podio con tutta la sua esuberanza di giovane prodigio, ma la seconda discesa le è invece fatale e sulla neve, oltre ai sogni di gloria, Erika lascia anche tutta la sua amarezza di campionessa in divenire. Tre giorni ancora e la delusione, cocente, si trasforma in gioia, irrefrenabile. In slalom la Hess comincia con una quinta posizione provvisoria, ad un soffio dall’inattesa sovietica Nadezhda Andreyeva e dalla Pelen, seppur distante da Wenzel e Kinshofer che comandano la gara. Nella seconda manche attacca, sfrutta l’uscita di scena della francese e la cattiva prova della sovietica, rigetta il tentativo di rimonta delle due azzurre Quario e Zini ed infine è premiata con la medaglia di bronzo, 0″03 centesimi meglio di “Ninna” ma a 2″80 di distanza da una trionfante Wenzel ed anticipata di 1″39 anche dalla Kinshofer. Ci sarà tempo per strappare l’oro olimpico, sembra pensare l’elvetica che ancora deve compiere 18 anni, ma non può certo sapere, Erika, che l’exploit sulle nevi nordamericane non avrà seguito ai Giochi, solo settima in gigante e quinta in slalom a Sarajevo nel 1984, dove è portabandiera della Svizzera, nonostante due furiose rimonte nella seconda manche, per poi ritirarsi dall’attività, appena 25enne, nel 1987, con le Olimpiadi di Calgary alle porte.

Fortuna vuole che non di sole Olimpiadi si viva, ed allora la Hess sceglie i Mondiali quale vetrina internazionale prediletta, esplodendo compiutamente nell’edizione di Schladming del 1982 quando si mette al collo tre medaglie d’oro in combinata, gigante e slalom, trovando nell’americana Christin Cooper l’avversaria più temibile, confermandosi in combinata a Bormio nel 1985 ed aggiungendo altri due ori, sempre in combinata ed in slalom a Crans Montana nel 1987, migliore di 0″25 centesimi dell’austriaca Roswitha Steiner e pure settima in discesa libera, terza forza rossocrociata assieme alle due campionesse della velocità dell’epoca, Maria Walliser e Michela Figini.

Proprio il piazzamento iridato in discesa a Crans certifica che Erika, sinfonica tra i pali stretti e leggiadra in gigante, è pure capace di far scivolare gli sci, e questo trova puntualmente riscontro nel circuito di Coppa del Mondo. Che dal 13 gennaio 1981, giorno del primo successo in slalom a Schruns, fino al 21 dicembre 1986, data dell’ultimo trionfo, sempre in slalom, a Val di Zoldo, la vedono indiscussa protagonista del Circo Bianco. Colleziona infatti 31 successi globali, di cui 21 ovviamente in slalom (ad oggi quarta assoluta alle spalle di Marlies Schild, 36, Vreni Schneider, 35, e Mikaela Shiffrin, 26, ma qui la serie è aperta), 6 in gigante e 4 in combinata, mettendosi in saccoccia ben sette coppette di specialità (cinque in slalom, dal 1981 al 1986 ad eccezione del 1984 quando è seconda dietro alla Steiner solo per il minor numero di successi parziali in stagione, due contro quattro, ed una in gigante e in combinata nel 1984), risultando, inevitabilmente, tra le dominatrici della classifica generale.

Fa sua la sfera di cristallo a due riprese, nel 1982 (dopo esser stata seconda l’anno prima alle spalle della Nadig, infilando una striscia di sei vittorie consecutive in slalom), quando vince sette gare ed anticipa Irene Epple, 297 punti a 282, e nel 1984 (dopo esser stata terza nel 1983, battuta da Tamara McKinney e dalla Wenzel), vincendo ancora sette gare e lasciando la Wenzel a soli nove punti, 247 a 238.

Due quarti posti ed un secondo posto in classifica generale nei tre anni successivi, quando Walliser e Figini ne rilevano il ruolo di primadonna e va profilandosi l’ombra di Vreni Schneider quale nuova dominatrice tra i pali stretti dello slalom, convincono la Hess che è già giunta l’ora di appendere sci e bastoncini al chiodo. Privando il Circo Bianco della sua classe e della sua gentilezza, che poi mancherà tanto tra le nebbie alpine… come ad Erika manca tanto, ma proprio tanto, quel titolo olimpico solo sfiorato. Regina, certo, ma senza corona. Mannaggia.