ROLAND RATZENBERGER E LA MALEDETTA IMOLA 1994

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L’incidente di Ratzenberger – da news.at

articolo di Nicola Pucci

Perché davanti alla morte devono esserci i buoni e i poco buoni? Perché quando si tratta di celebrare il ricordo di chi non è più tra noi è necessario distinguere, nel caso dello sport, tra il campione e l’uomo comune? Ergo… perché da quell’ormai drammatico week-end a cavallo tra il 30 aprile e il 1 maggio 1994, si osanna quel che fu Ayrton Senna e troppo spesso si dimentica di onorare le doti automobilistiche, certamente di secondo piano ma assolutamente da non disprezzare, di Roland Ratzenberger? Perché, caso mai ve ne foste dimenticati, in quella maledetta due giorni l’uno e l’altro lasciarono la pelle tra i cordoli del “Dino Ferrari” di Imola.

Era austriaco, Ratzenberger, come lo erano Jochen Rindt e Niki Lauda, assi del volante prima di lui entrambi capaci di vincere il titolo mondiale, seppure postumo il primo (dopo la morte avvenuta a Monza nel 1970) ed in ben tre occasioni il secondo, ad un passo dalla morte al Nurburgring 1975 ma poi risorto dalle fiamme per bissare nel 1976 la conquista del 1974, triplicando poi alla guida della McLaren nel 1984. E se non proprio emulare i due illustri connazionali, Roland almeno sperava di esserne degno successore in Formula 1 quando, ormai quasi 34enne, si era affacciato al principale circuito automobilistico, dopo esser a lungo passato per la gavetta della Brands Hatch Formula Ford Festival, della Formula 3 inglese, degli impegni alle 24 Ore di Le Mans e del Campionato Giapponese.

Poi, nel 1994, l’approdo in Formula 1 quando la Simtek, scuderia inglese fondata da Max Mosley e progettata da Nick Wirth, con una partecipazione nella società anche da parte del tre volte campione del mondo Jack Brabham e la sponsorizzazione dell’emittente televisiva MTV, debutta con due vetture affidate al figlio dello stesso Brabham, David, e a Roland Ratzenberger. In Brasile, sul tracciato di Interlagos, le due monoposto pagano ovviamente dazio al noviziato, con Brabham ultimo in griglia con il 26esimo tempo e poi dodicesimo sotto la bandiera a scacchi con un ritardo di quattro giri da Michael Schumacher al volante della Benetton, e l’austriaco fuori dalle qualificazioni, per migliorarsi poi al Gran Premio del Pacifico corso ad Aida, in Giappone, quando le due vetture si garantiscono gli ultimi due tempi in qualifica, con Ratzenberger infine 11esimo seppur lontanissimo dal solito Schumacher e Brabham costretto al ritiro al secondo giro per un problema all’elettronica dell’auto.

Insomma, la strada è in salita ma il progetto appare interessante e quando il terzo appuntamento stagionale chiama i piloti ad Imola, la Simtek punta ad operare un ulteriore, piccolo passo in avanti. Ma il Gran Premio di San Marino, che nell’ormai lontano 1982 fu teatro di una sorta di lotta fratricida in casa Ferrari tra Gilles Villeneuve e Didier Pironi, ha da versare un tributo di sangue altissimo sull’altare del Dio automobile e già il venerdì è un presagio di morte che aleggia sul tracciato con l’incidente di Rubens Barrichello, che con la sua Jordan, a causa del cedimento della sospensione posteriore sinistra e della velocità troppo elevata, va in testacoda alla Variante Bassa, passa di traverso sul cordolo esterno che agisce da trampolino, facendo decollare la vettura che vola al di sopra delle gomme a bordopista, contro le reti di protezione; l’auto rimbalza poi all’indietro, si cappotta un paio di volte e termina la sua corsa ribaltandosi. I soccorsi sono immediati e viene esposta la bandiera rossa. Barrichello, inizialmente privo di conoscenza, riprende i sensi grazie agli sforzi dei medici di pista, per essere poi trasportato al centro medico e in seguito all’ospedale, uscendone con una frattura al setto nasale, tagli alla bocca, un braccio fasciato, una costola incrinata ed una leggera amnesia che gli impediscono di prendere poi parte alle prove del sabato e alla gara della domenica.

Sabato 30 aprile 1994, ahimé, le cose sono destinate ad andare peggio ancora. E vittima ne è lo sfortunato Ratzenberger, impegnato in un giro lanciato nel tentativo di abbassare il suo tempo di qualificazione. L’austriaco, mentre affronta il rettilineo all’uscita della curva Tamburello, subisce la rottura dell’ala anteriore e ciò fa perdere stabilità alla vettura, che di fatto non riesce più a curvare. La sua Simtek numero 32 esce quindi di pista e si schianta a circa 306 km/h contro il muro esterno della successiva curva, intitolata proprio a Gilles Villeneuve. Nel fortissimo impatto la cella di sopravvivenza dell’abitacolo regge abbastanza bene, ma la decelerazione è tale da far perdere immediatamente conoscenza al pilota, provocandogli una frattura della base cranica. La gravità della situazione è subito evidente, dato che, mentre il relitto della vettura continua ad andare in testacoda, per poi fermarsi in mezzo alla curva Tosa (successiva alla Villeneuve), si vede la testa del pilota oscillare mollemente ed appoggiarsi ai bordi dell’abitacolo. Viene immediatamente dato l’allarme e viene esposta la bandiera rossa. I soccorsi sono tempestivi e in due minuti i medici intervengono sul pilota, dapprima nell’abitacolo della vettura, poi estraendolo e distendendolo sul terreno: Ratzenberger ormai è privo di sensi e perde sangue dalla bocca e dal naso. Gli viene praticato un massaggio cardiaco e, poco dopo, viene trasferito in elicottero all’Ospedale Maggiore di Bologna dove spira sette minuti dopo l’arrivo al pronto soccorso, per le conseguenze della frattura della base cranica.

Qui si chiude purtroppo la vicenda esistenziale di Roland Ratzenberger, e se la sua morte verrà oscurata dal dramma che 24 ore dopo strapperà alla vita anche Ayrton Senna, è giusto che il suo nome venga celebrato con gli stessi onori di quelli concessi al grande campione paulista. Perché quando il destino chiama precocemente, non c’è parametro che giustifichi diversità di trattamento.

 

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LA FANTASTICA STAGIONE 1976 DI ROSI MITTERMAIER

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Rosi Mittermaier in azione alle Olimpiadi di Innsbruck 1976 – da tt.com

articolo di Nicola Pucci

Sembrerebbe quasi ingeneroso, per un’atleta che esordì in Coppa del Mondo neppure 17enne, nel 1967, con un sesto posto in slalom al Monte Bondone, che salì sul podio l’anno dopo con il terzo posto in gigante ad Aspen e vinse una prima volta il 16 gennaio 1969 a Schruns, sempre tra i pali stretti. E poi ottenne altri sei successi parziali nel Circo Bianco tra il 1970 e il 1975, anno in cui fu terza in classifica generale alle spalle di Annemarie Moser-Proell e Hanni Wenzel.

Eppure… eppure di Rosi Mittermaier, tedesca di Reit im Winkl, nel cuore della Bavaria, classe 1950, potremmo cancellare tutto, ma proprio tutto, e limitarci a raccontare di quel che fu capace di fare solo nel 1976. Basterebbe, ed avanzerebbe anche, per inserirla di diritto tra le grandissime dello sci alpino femminile. Perchè in quella stagione magica, irripetibile anche per il semplice fatto che appena andata in archivio Rosi decise di appendere scarponi ed attrezzi al chiodo, la ragazza germanica non solo si mise in bacheca la sfera di cristallo, il che è già un traguardo di pregio, ma ai Giochi di Innsbruck realizzò un’exploit che mai nessuna ragazza prima di lei era stata capace di realizzare, ovvero cogliere due ori ed un argento nelle tre discipline allora previste.

Andiamo per ordine. Tratteggiando quella che è la stagione di Coppa del Mondo, tocca inevitabilmente partire proprio dalla Proell, che dopo cinque anni di dominio assoluto decide di farsi da parte per dedicarsi ad altro (leggasi, matrimonio con Herbert Moser), prima del ritorno a dicembre. Ed in assenza del gatto, pardon della regina, i topi, ovvero le damigelle d’onore, ballano. Tra queste le più accreditate alla successione sembrano proprio la Wenzel e la svizzera Lise-Marie Morerod, ma se la ragazza del Liechtenstein conosce una fase di appannamento in quella crescita agonistica che la porterà comunque in cima al mondo nel 1978 e nel 1980, l’elvetica, non ancora 20enne, conferma tutto quel talento e quella grazia sugli sci già palesati in occasione dei Mondiali di St.Moritz del 1974 quando fu bronzo in slalom.

In effetti Mittermaier e Morerod librano un bellissimo duello all’ultimo successo, e per una volta almeno la classifica generale ha una trama interessante da raccontare. Lise-Marie piazza ben sette acuti, battendo la rivale in gigante a Val d’Isere, Les Gets e Kranjska Gora e in slalom a l’Aprica, Les Diablerets e sempre Kranjska Gora, ma quel che gioca a favore di Rosi è una costanza di rendimento che la vede primeggiare a quattro riprese, seppur con il “giallo” di un’inforcata mai accertata ufficialmente nello slalom di Bad Gastein, e salire tredici volte sul podio, compreso un terzo posto nell’ultima discesa di Aspen. Le due campionesse si dividono le coppette di specialità, slalom alla Mittermaier e gigante alla Morerod, ma infine con 281 punti a 214 è la tedesca a far sua la sfera di cristallo, occupando l’albo d’oro in attesa del rientro della Proell.

C’è però da onorare l’appuntamento quadriennale con le Olimpiadi e per la Mittermaier, che fu già presente otto anni prima a Grenoble (20esima in gigante e 25esima in discesa) così come alla rassegna a cinque cerchi di Sapporo nel 1972 (sesta in discesa libera, 12esima in gigante e 17esima in slalom), è l’ora di aprire il libro dei primati e pennellare un exploit destinato alla storia dello sci alpino.

Si comincia con la discesa libera, l’8 febbraio 1976, e alla gloria eterna sembrano dover aspirare con maggiori credenziali atlete del calibro della svizzera Bernadette Zurbriggen e della beniamina di casa Brigitte Totschnig, che a fine stagione guideranno la classifica di specialità, con qualche residua possibilità attribuita all’avvenente Doris De Agostini e alla sorellina minore di casa Mittermaier, Evi, che a dicembre si è imposta a sorpresa sulla “Olimpia delle Tofane” di Cortina proprio davanti alle due principali protagoniste dell’anno. Ma il tracciato di Axamer Lizum, tecnico e nella parte alta molto simile ad un gigante, se inizialmente sembra sorridere alla Totschnig che col pettorale numero 7 demolisce le avversarie lasciando la Zurbriggen, scesa col numero 2, a quasi due secondi, invece si rivela perfetto per l’esibizione della Mittermaier, che col pettorale numero 9 abbatte di 0″52 il tempo dell’elvetica fermando il cronometro in un formidabile 1’46″16 che vale alla tedesca la medaglia d’oro. E per lei, che in Coppa del Mondo era salita solo tre volte sul podio nella gara veloce senza mai ottenere successi, e che mai ne otterrà altri in seguito, è davvero un inizio con il botto.

Tre giorni dopo, 11 febbraio, si replica con lo slalom, e stavolta le due regine di Coppa, appunto Mittermaier e Morerod, sono attese alla recita, con la svizzera avanti 3-1 negli scontri diretti. Le due francesi Fabienne Serrat, vincitrice a Cortina, e Daniele Debernard, prima a Les Gets e vicecampionessa olimpica in carica, vestono i panni di terze incomode, al pari della rivale in casa-Germania di Rosi, quella Christa Zechmeister che ha poco più di 18 anni e già sei vittorie in palmares. Nevica lungo la Axamer Lizum, e Claudia Giordani, numero 1 di pettorale, fissa il tempo in 46″87, pur rischiando in un passaggio finale che costa qualche minuto dopo l’uscita di scena a Serrat e Morerod stessa. La Mittermaier scia pulita e migliora in 46″77 ma è la connazionale Pamela Behr, pettorale numero 15, a chiudere in testa la prima manche, 46″58, con la Debernard che fa meglio della Giordani di 0″01 ed è provvisoriamente terza. La seconda manche è prevista a seguire, con i primi quindici pettorali ad invertire l’ordine di partenza, ed è dunque la Behr a slalomeggiare per prima, stavolta commettendo una serie di errori che la relegheranno infine in quinta posizione. E dopo che Hanni Wenzel è balzata al comando con il tempo complessivo di 1’32″20, tocca alla Mittermaier. La tedesca non conosce incertezza alcuna, la sua serpentina è sicura ed efficace ed infine il cronometro la premia, ben 1″66 meglio della campionessa del Liechtenstein. E se la Debernard pasticcia tanto da rimanere alle spalle delle due capoclassifica, l’ultima a scendere è la Giordani, brava ma non quanto Rosi nonostante un parziale recupero nelle ultime porte. L’azzurra è seconda in 1’30″87, 0″33 dietro alla tedesca che ancora una volta sale sul gradino più alto del podio. In attesa del gigante, che il 13 febbraio chiude il programma femminile.

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La Mittermaier con le tre medaglie olimpiche – da alchetron.com

Rosi Mittermaier ha in punta di sci l’occasione di realizzare un’impresa riuscita ai giochi solo a Toni Sailer nel 1956 a Cortina e a Jean-Claude Killy nel 1968 a Grenoble, ovvero conquistare tre medaglie d’oro. Ma la sfida è complessa, perché la Morerod è sul suo terreno preferito e vuol riscattare l’uscita in slalom e le austriache, Monika Kaserer su tutte, vogliono a loro volta prendersi la rivincita di una gara che ha visto tutte e quattro le atlete del Wunderteam andare a gambe all’aria. Il tracciato è veloce e filante, molto simile ad un moderno supergigante, e chi ha i pettorali bassi sembra avvantaggiato dal leggero strato di neve fresca rimasto in pista dopo le nevicate dei giorni scorsi. Si corre una manche sola e la giovane canadese Kathy Kreiner, 18enne studentessa di Timmis, che vanta in carriera un solo successo a Pfronten nel gennaio 1974, apre la discese e non denuncia sbavature, chiudendo con il tempo di 1’29″13. “Go fast Canada” dice un cartello in tribuna e pare davvero di buon auspicio, perché quando tocca alla Mittermaier, pettorale numero 4, la pista ha già qualche crepa penalizzante e la tedesca, pur sciando bene, rimane alle spalle della nordamericana per l’inezia di 0″12. E così, quando la Morerod è nettamente dietro e la Debernard, pettorale numero 12, priva la svizzera anche della medaglia di bronzo chiudendo lei sul terzo gradino del podio, Rosi festeggia la medaglia d’argento, ad un soffio da un tris che sarebbe stato leggendario.

Ma fa lo stesso, il 1976 è l’anno di Rosi Mittermaier, che vince e dice addio. Già, perchè a fine stagione è tempo di pensare a monetizzare il successo e far qualcosa d’altro: ormai, la storia dello sci le appartiene.

ALF RAMSEY ED IL CAPOLAVORO TATTICO DEI MONDIALI 1966

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Ramsey con la Coppa Rimet assieme a Moore e Stiles – da thesun.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Allorché “Il Calcio torna a casa”, come titolano trionfanti i quotidiani d’Oltremanica in occasione dell’organizzazione, da parte inglese, dell’ottava edizione dei Campionati Mondiali, sono due, in particolare, tra i sedici tecnici che guidano le squadre finaliste, ad essere guardati con attenzione dalla critica e stampa specializzata.

Quasi coetanei, nonché con un’esperienza in panchina a livello di Club per certi versi similare, gli stessi altri non sono che il Commissario Tecnico dei padroni di casa Alfred Ernest “Alf” Ramsey, al quale tocca l’ingrato compito di “dover” vincere il torneo per portare l’Inghilterra sul trono a lei spettante di diritto quale Patria ed inventore del “Football”, e l’azzurro Edmondo Fabbri, altrettanto chiamato a cancellare un dopoguerra di delusioni, con l’Italia mai in grado di andare oltre il primo turno, addirittura incapace di qualificarsi per i Mondiali di Svezia ’58.

Nato il 22 gennaio 1920 a Dagenham, 16 chilometri ad est del centro di Londra, Ramsey si fa preferire a Fabbri – pur avendo quest’ultimo svolto una discreta carriera da giocatore, militando, tra le altre, nell’Atalanta, Inter e Sampdoria – quanto ad esperienza internazionale vista la sua militanza, dopo tre stagioni al Southampton alla ripresa dei Campionati a conclusione degli eventi bellici del secondo conflitto mondiale, nel Tottenham con cui vince il titolo nel ’51 e si afferma anche in Nazionale.

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Ramsey con la maglia della nazionale – da gettyimages.co.uk

Con la maglia dei “Tre Leoni”, infatti, Ramsey debutta ad inizio dicembre ’48 nel ruolo di terzino destro, per poi far parte della deludente spedizione ai Mondiali di Brasile ’50 – prima occasione in cui l’Inghilterra prende parte alla rassegna iridata – e quindi concludere la sua esperienza il 25 novembre ’63, nella celebre sconfitta per 3-6 a Wembley contro i “Maestri ungheresi” di Puskas & Co., in cui realizza su rigore la sua terza rete nelle 32 presenze collezionate.

Appese le scarpette al chiodo e dedicatisi entrambi all’esperienza da allenatori, sia Fabbri che Ramsey legano la loro fama ad un unico Club (il Mantova per il tecnico bolognese, l’Ipswich Town per il londinese …) con cui compiono due distinti “miracoli sportivi”, guidando il primo il Club virgiliano dai bassifondi della IV Serie sino alla Serie A nello spazio di sole quattro stagioni, culminato con un eccellente nono posto e la semifinale di Coppa Italia nel ’62.

E chi meglio di lui, poteva quindi essere scelto come nuova guida di una Nazionale italiana reduce dall’ennesimo disastro ai Mondiali del Cile, convinti in Federazione di aver messo “la persona giusta al posto giusto”.

Identico pensiero che deve essere stato alla base della scelta della “Football Association” per rimpiazzare Sir Walter Winterbotton, da 16 anni Commissario Tecnico della Nazionale, mai andata oltre i Quarti di finale nelle quattro edizioni dei Campionati mondiali disputate, visti gli eccellenti risultati ottenuti da Ramsey con il Club della Contea di Suffolk.

Nominato manager nell’agosto 1955 con l’Ipswich appena retrocesso dalla Seconda alla Terza Divisione, Ramsey sfiora l’immediata promozione giungendo terzo nel ’56 a due punti dalla vetta, per poi centrarla l’anno seguente e quindi mantenere la categoria per tre stagioni prima di compiere il suo primo “capolavoro” in panchina.

Al termine, difatti, del torneo 1960-’61, “The Blues” conquistano la loro, prima “storicapromozione in Prima Divisione, capeggiando la Classifica con 59 punti davanti allo Sheffield United, parimenti promosso – nel mentre è costretto a rimandare di un anno i sogni di gloria addirittura il Liverpool, giunto terzo – e mettendo altresì a segno un bottino di 100 reti realizzate, in cui la parte del leone la fa il centravanti Ray Crawford, autore di ben 40 centri.

E così, con assoluta sincronia di tempi, sia Fabbri che Ramsey disputano il loro primo Campionato nelle rispettive Massime Divisioni in veste di allenatori, ma mentre il Mantova compie la sua ricordata ottima figura nella nostra Serie A (ed il suo tecnico verrà premiato a fine stagione con il prestigioso Premio del “Seminatore d’Oro” …), quel diavolo di Ramsey riesce nell’impresa già compiuta da giocatore con il Tottenham, di laurearsi al primo colpo addirittura Campione d’Inghilterra con 56 punti, lasciandosi alle spalle Burnley, Tottenham ed Everton, con Crawford a confermarsi anche nell’elite del calcio inglese, andando a segno in ben 33 occasioni.

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Ramsey nelle vesti di tecnico all’Ipswich Town – da gettyimages.co.uk

Capirete pertanto come, con un “biglietto da visita” di tali proporzioni, la Federazione inglese non avesse molte alternative nel proporre al 42enne tecnico londinese la panchina della Nazionale, il cui accordo viene stipulato nell’ottobre 1962 ma, con il Campionato già iniziato, Ramsey ottiene di svolgere tale incarico “part time” sino alla fine dello stesso per poi assumerne la guida a tempo pieno a partire dal successivo mese di maggio ’63 e, per la cronaca, privo del suo “mentore”, l’Ipswich retrocede al termine della stagione seguente, classificandosi all’ultimo posto.

Nel frattempo, l’Inghilterra era stata eliminata al primo turno del Campionato Europeo per Nazioni dalla rivale storica Francia, con una pesante sconfitta per 2-5 al “Parco dei Principi” di Parigi, il che stava a significare che, per i prossimi tre anni sino ai Mondiali, la Nazionale avrebbe disputato solo incontri amichevoli, essendo esentata dalle qualificazioni in quanto Paese organizzatore della rassegna.

Diverso, sotto questo punto, l’approccio di Fabbri che, dopo aver facilmente superato la Turchia al primo turno (6-0 ed 1-0), vede l’Italia soccombere all’Unione Sovietica (0-2 a Mosca, 1-1 a Roma) negli Ottavi di finale del Campionato Europeo, ma deve poi giocarsi la qualificazione al Mondiale avendo la meglio in un Girone comprendente anche Scozia, Polonia e Finlandia, sbarcando oltre Manica con una Selezione forse di maggior talento nella nostra storia, potendo contare su di un trio di livello assoluto composto da Bulgarelli, Sandro Mazzola e Rivera.

Ramsey, dal canto suo, pretende “carta bianca” per quanto attiene alla scelta dei giocatori, in quanto prima di lui, pur rivestendo Winterbotton la carica di Commissario Unico, la selezione, nonché altre decisioni, avvenivano grazie all’intervento di una specifica Commissione, tal che si può a giusta ragione considerare Ramsey come il primo “vero e proprio” manager inglese nella Storia della Nazionale.

Una delle prime importanti decisioni del nuovo tecnico è quella di affidare i gradi di Capitano a Bobby Moore a dispetto della sua giovane età di appena 22 anni, scelta su cui incide altresì, oltre al carisma ed alle qualità tecniche del difensore del West Ham, la provenienza dello stesso dalla classe operaia londinese, per poi iniziare un percorso che, secondo le sue aspettative, dovrà portarlo a conquistare la Coppa del Mondo, come ambiziosamente proclamato in occasione della conferenza di presentazione agli organi d’informazione.

Progetto nel quale il tecnico non lascia nulla di intentato, volendo avere piena consapevolezza delle potenzialità della sua squadra, e pazienza se, nel corso di una tournée in Sudamerica a fine maggio/inizio giugno ’64, incassa una sonora sconfitta per 1-5 a Rio de Janeiro dai Campioni in carica del Brasile, peraltro maturata nell’ultima mezz’ora, dopo che al 57’ Greaves aveva pareggiato l’iniziale vantaggio dei padroni di casa.

Decisiva, per la valutazione dei giocatori su cui fare affidamento per il Mondiale, diviene la sconfitta per 2-3 subita a Wembley ad ottobre ’65 contro l’Austria, in virtù della quale Ramsey si rende conto di dover attingere a “forze fresche” per dare maggior vivacità alla manovra in attacco, nonché a modificare lo schema tattico, venendogli quanto mai in aiuto, sotto quest’ultimo profilo, la negativa esperienza subita da giocatore nella già ricordata disfatta contro l’Ungheria del maggio ’53.

Analogamente ai magiari, difatti, che si disponevano in avanti con Hidegkuti a svolgere mansioni di centravanti arretrato e due ali come Toth (o Budai) e Czibor in grado di svolgere la doppia fase di attacco e copertura, favorendo gli inserimenti dei due interni Kocsis e Puskas, Ramsey plasma la propria formazione affidando al talento di Bobby Charlton il ruolo di regista con a fianco, come interni, le due punte principe del Campionato inglese, vale a dire Jimmy Greaves del Tottenham e Roger Hunt del Liverpool, con il primo ad aver messo a segno 137 reti nelle sue cinque stagioni dopo la fugace apparizione al Milan in Italia, ed il secondo a collezionare 110 centri nei quattro anni di ritorno dei “Reds” nella First Division.

Restava il problema su chi schierare alle ali, in quanto difficilmente si sarebbero adeguati ai dettami tattici del nuovo tecnico giocatori quali Terry Paine e John Connelly che, fedeli al vecchio stampo di matrice britannica, erano soliti ricevere palla sul piede più o meno al vertice dell’area di rigore, per poi cercare la linea di fondo per rifornire con i loro cross le “torri” a centro area.

Occorreva gente giovane, a cui poter inculcare questo nuovo schema e relativa mentalità che imponeva loro un maggior sacrificio e dispendio di energie, e la scelta ricade sul 21enne Alan Ball del Blackpool ed il 22enne Martin Peters del West Ham United, ideali per completare il mosaico pensato da Ramsey.

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Ramsey catechizza i nazionali inglesi – da fifa.com

E, quanto sia importante avere le idee ben chiare, lo dimostra il successivo andamento del Torneo mondiale, che vede Fabbri, in confusione totale, ruotare ben 18 dei 20 giocatori di movimento nelle tre sole gare disputate, con il ben noto esito di vedere l’Italia sconfitta dalla Corea del Nord al termine del Girone eliminatorio, nel mentre Ramsey schiera gli stessi dieci undicesimi nella prima fase, facendo solo ruotare gli estremi, con Connelly a sinistra nel match d’esordio contro l’Uruguay e prima Paine e quindi Callaghan a destra nelle due successive vittorie per 2-0 contro Messico e Francia, al solo scopo di avere il conforto sul campo del suo credo calcistico.

Definitivamente votatosi allo schema con Ball e Peters esterni di centrocampo, con una retroguardia ancora imbattuta e ben orchestrata da Moore con a fianco il roccioso ed affidabile maggiore dei fratelli Charlton, Jack, un estremo difensore di sicura esperienza quale Gordon Banks e due terzini di non eccelsa caratura tecnica, ma ben disposti a non concedere neppure un metro ai propri avversari come George Cohen e Ray Wilson, a copertura della quale si pone anche un micidiale francobollatore come il mediano del Manchester United Nobby Stiles, sulle cui prestazioni garantisce la “leggenda” Bobby Charlton, a Ramsey resta un ultimo tassello da completare in vista della fase ad eliminazione diretta.

Nel corso dell’ultima gara del Girone eliminatorio, difatti, Greaves subisce un brutto intervento da parte del centrocampista francese Joseph Bonnel che gli procura una profonda ferita allo stinco che necessita di ben 14 punti di sutura e che gli lascerà una cicatrice a vita, ragion per cui il tecnico deve valutare – ricordiamo che, all’epoca, non erano previste sostituzioni, per cui la scelta iniziale non può più essere modificata a partita in corso – se ritornare al modulo “British style” riproponendo due ali “vecchia maniera” quali Paine e Connelly, oppure dare fiducia ad un altro giovane, vale a dire il 24enne attaccante del West Ham Geoff Hurst.

In questo caso somigliando più ad un altro tecnico azzurro ancor lungi da venire, e cioè Arrigo Sacchi, secondo il cui credo “lo spartito è più importante dei suonatori …”, Ramsey propende per la seconda ipotesi, inserendo Hurst e venendo da questi ripagato con la rete che al 78’ decide il Quarto di finale contro l’Argentina ed il conseguente accesso alle semifinali di un Mondiale per la prima volta da parte della Nazionale inglese.

L’esito della sfida contro i sudamericani lascia però qualche strascico proprio verso il tecnico londinese, reo di aver impedito ai propri giocatori di scambiarsi le maglie a fine gara con gli argentini, da lui descritti come “animali” secondo quanto riportato dai media, i quali riferiscono come Ramsey, nel corso della conferenza post match, abbia dichiarato che “è un vero peccato vedere perso il grande talento dell’Argentina, noi siamo in grado di mettere in mostra il nostro miglior calcio contro il giusto modo di opporvisi, vale a dire una squadra che si confronta sul piano del gioco e non che si comporta come animali …!!!”.

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Ramsey si oppone allo scambio delle maglie dopo Inghilterra-Argentina – da gettyimages.it

Peraltro, proprio il grande assente, Jimmy Greaves, nella sua autobiografia pubblicata nel 2009, smorza un po’ i toni delle dichiarazioni del tecnico, asserendo che Ramsey avesse solo detto di “essere dispiaciuto che il comportamento di alcuni giocatori mi abbia ricordato certi animali”, dichiarazione in effetti abbastanza similare e su cui, ovviamente, la stampa inglese, dai toni notoriamente scandalistici, era andata a nozze …

Sicuramente un episodio che nuoce alla reputazione di Ramsey e che rende la Nazionale inglese impopolare all’estero, specie in Sudamerica, ma al momento il tecnico ha cose ben più importanti a cui pensare, tipo come riuscire a vincere i Campionati del Mondo…

Ed in tale ottica, dopo essere riuscito ad imbrigliare il Portogallo del fenomenale attaccante Eusebio – Capocannoniere della manifestazione con 9 reti – al termine di una semifinale perfettamente interpretata dai propri giocatori e decisa da una superba doppietta di Bobby Charlton a dimostrazione dell’elevato tasso tecnico del talento del Manchester United, che a fine anno verrà insignito del prestigioso Premio del “Pallone d’Oro” succedendo proprio alla stella lusitana, Ramsey è chiamato all’ultima e decisiva scelta nel corso del torneo.

Come abbiamo ricordato, una delle condizioni poste da Ramsey nell’accettare l’incarico di Commissario Tecnico è quella di non subire ingerenze nelle scelte di natura tecnica ed, in vista della Finale in programma il 30 luglio ’66 contro la Germania Ovest, i media incalzano per vedere nuovamente inserito nell’undici titolare il ristabilito Greaves – a tutt’oggi il massimo cannoniere della Prima Divisione inglese con 357 reti messe a segno – una situazione che avrebbe sicuramente inciso qualora la decisione fosse stata demandata, come in passato, ad una Commissione all’interno della Federazione.

Ma ora la responsabilità è solo di Ramsey, il quale, fedele al motto in uso anche Oltremanica che recita “Squadra che vince non si cambia”, respinge ogni tipo di pressione e conferma la sua fiducia ad Hurst, il quale va così a comporre il trio, assieme a Moore e Peters, di tre giocatori del West Ham, il Club più rappresentato nell’undici che scende in campo a Wembley dinanzi alla Regina Elisabetta II per cercare quell’impresa sinora mai riuscita, vale a dire laurearsi Campione del Mondo.

Inutile dilungarsi sulla cronaca della gara, che come da tutti risaputo, si conclude con il trionfo inglese per 4-2 ai supplementari, con il famoso “goal non goal” del 3-2 messo a segno proprio da Hurst, il quale ripaga il tecnico per la fiducia accordata realizzando una tripletta, unico giocatore ad essere riuscito a tanto in una Finale nella Storia della manifestazione.

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Ramsey e i suoi ragazzi con la Coppa Rimet – da gettyimages.it

Avere fiducia in sé stesso, nelle proprie idee, ed essere in grado di trasmetterle ai propri giocatori sono le qualità che ogni allenatore deve possedere per risultare vincente, ed al Mondiale inglese Ramsey ha dimostrato di averne in quantità, il che fa la differenza tra chi viene portato in trionfo e nominato Baronetto da Sua Maestà e colui che, al contrario, viene accolto da un lancio di pomodori al rientro in Italia…

 

MAYUMI AOKI, UN RAGGIO DI SOL (LEVANTE) AI GIOCHI DI MONACO 1972

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Mayumi Aoki in azione nella finale di Monaco ’72 – da gettyimages.ae

articolo di Giovanni Manenti

Per chi è abituato a seguirci, saprà che abbiamo indicato l’edizione dei Giochi di Monaco ’72 come la data in cui il Nuoto entra nell’era moderna, in quanto, dopo l’allargamento del programma di quattro anni prima alle Olimpiadi di Città del Messico (i cui risultati, specie sulle più lunghe distanze, erano stati condizionati dall’altitudine della Capitale nordamericana …), alla “Schwimmhalle” del Capoluogo bavarese i record cadono uno dopo l’altro, con 12 primati mondiali e 3 olimpici in campo maschile, cui se ne uniscono 11 e 3 rispettivamente, nel settore femminile, dal cui programma è esclusa la staffetta 4x200sl.

Oltretutto, particolare di non poco conto per la crescita di un movimento che vedrà nei successivi 40 anni svolgersi sfide di livello assoluto, la rassegna a cinque cerchi tedesca crea due stelle di primaria grandezza, vale a dire l’americano Mark Spitz, che riscatta la delusione dell’edizione messicana conquistando 7 medaglie d’oro su altrettante gare (quattro individuali e tre staffette …) disputate, ognuna di esse impreziosita dal relativo record mondiale, mentre tra le ragazze è la non ancora 16enne australiana Shane Gould a strabiliare con le sue cinque medaglie individuali, di cui tre d’oro a ritmo di primato assoluto.

Ed è altresì, per quanto attiene al campo femminile, l’ultima edizione in cui le quanto mai discusse “Walchirie” della Germania Est racimolano appena 4 argenti ed un bronzo – solo per rendere l’idea, appena l’anno seguente, in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73, le stesse saliranno per ben 10 volte su gradino più alto del podio – con la spartizione delle vittorie che avviene tra le due Nazioni storicamente leader di tale disciplina, vale a dire Stati Uniti ed Australia, con 8 e 5 successi rispettivamente sulle 14 gare in programma.

Per un elementare calcolo matematico, una sola prova sfugge al duopolio delle due superpotenze in campo natatorio, e colei che riesce ad infrangere tale dominio assoluto è la protagonista della nostra storia odierna, pur provenendo comunque anch’essa dalle acque del Pacifico.

Trattasi, difatti, della giapponese Mayumi Aoki, nata ad Yamaga ad inizio maggio 1953 e che si presenta alle Olimpiadi di Monaco con il non trascurabile biglietto da visita di essere stata la prima donna ad infrangere il muro dell’1’04” netti sui 100 metri farfalla, avendo nuotato tale distanza in 1’03”9 il 21 luglio ’72 ai Campionati Nazionali svoltisi a Tokyo.

A cercare di impedire alla 19enne nipponica di coronare il “sogno della vita” di ogni atleta che partecipa ad un’Olimpiade sono, per quanto riguarda il Vecchio Continente, l’ungherese Andrea Gyarmati, nuotatrice versatile che, due anni prima ai Campionati europei di Barcellona ’70, aveva fatto suo il titolo sulla distanza in 1’05”0 cui aveva unito altrettanto trionfo sui m.200 dorso e gli argenti sui m.100 dorso e con la Staffetta 4x100sl, nonché la sempre temibile coppia tedesco orientale, formata dalle non ancora 16enni Roswitha Beier e Rosemarie Kother.

Altrettanto temibile è il trio uscito dagli “Olympic Trials” di Chicago, costituito in particolare dall’appena 15enne Deena Dearduff, messasi in luce con l’oro ai “Pan American Games” di Cali ’71 e qualificatasi con il record Usa di 1’04”06 e, pertanto, molto vicino al fresco primato assoluto della Aoki.

Tutti ingredienti che fanno presupporre come nella rassegna bavarese dei Giochi si possa assistere ad una frantumazione del record mondiale, impressione che viene confermata già nelle batterie che si svolgono al mattino del 31 agosto ’72, allorché nella seconda serie la Gyarmati fa registrare il tempo di 1’04”01 che migliora il primato olimpico di 1’04”7 stabilito dall’americana Sharon Stouder ai Giochi di Tokyo ’64, solo per vedere la Aoki far meglio di 0”01 centesimo nella quarta ed ultime serie.

Semplice scaramucce, rispetto a quanto avviene nelle semifinali del pomeriggio, con l’ungherese a piazzare un 1’03”80 che rappresenta il nuovo record mondiale, mentre anche la Dearduff scopre le proprie carte, scendendo anch’essa sotto l’1’04” con il primato Usa di 1’03”97, precedendo la Aoki, che tocca in 1’04”11, nella seconda serie.

Con le credenziali della giapponese in ribasso dopo l’esito delle semifinali, la resa dei conti è fissata per le 18:40 dell’1 settembre ’72 in cui sui blocchi di partenza, in virtù dei tempi di qualificazione, la Gyarmati occupa la quarta corsia, con la Dearduff al suo fianco in quinta e la Aoki a fare altrettanto in terza, mentre la sola Beier, delle due tedesche orientali iscritte, si posiziona in seconda corsia.

Con il tempo di 1’04” netti come riferimento per poter accedere al podio, ben cinque finaliste scendono sotto tale parametro, anche se al rilevamento di metà gara scarso credito viene dato alla Aoki, che vira addirittura in settima posizione, per poi risalire nella vasca di ritorno, bracciata dopo bracciata, andare a raggiungere la sfinita Gyarmati a 10 metri dall’arrivo e quindi toccare nel nuovo primato mondiale di 1’03”34, con l’ungherese peraltro scesa anch’essa sotto il limite stabilito il giorno prima, facendo fermare il cronometro sull’1’03”73, ma venendo beffata dalla tedesca dell’Est Beier, che opera il più sensazionale dei miglioramenti, passando dall’1’04”34 fatto registrare in batteria al record nazionale di 1’03”61.

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L’arrivo vincente della Aoki – da gettyimages.co.uk

Ben magra consolazione per l’americana Dearduff aver per la terza volta nell’arco di un mese migliorato il record Usa, visto che il tempo di 1’03”95 la lascia ai margini del podio, con il trio a stelle a strisce a concludere in quarta, quinta e sesta posizione, salvo poi prendersi la rivincita sulla doppia distanza, in cui monopolizza l’assegnazione delle medaglie, in una gara in cui la Aoki conclude, oramai appagata, all’ottavo ed ultimo posto.

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Gyarmati, Aoki e Beier alla premiazione – da gettyimages.ae

C’è gloria anche per la Gyarmati – figlia d’arte, in quanto la madre Eva Székely è stata un’eccellente ranista, oro sui 200 metri ai Giochi di Helsinki ’52 ed argento quattro anni dopo a Melbourne ’56, mentre il padre Dezso ha rappresentato una leggenda della pallanuoto internazionale, andando a medaglia in cinque olimpiadi consecutive con tre ori conquistati – la quale coglie l’argento nella Finale dei m.100 dorso alle spalle dell’americana Melissa Belote, nel mentre la sfida tra la Aoki e la Dearduff ha un’appendice nella Finale della staffetta 4×100 mista, dove la giapponese fa registrare ancora il miglior tempo nella frazione a farfalla con 1’02”47 (rispetto all’1’02”61 dell’americana ed all’1’03”34 della Beier …), purtroppo insufficiente a garantire al quartetto nipponico più del sesto posto conclusivo, con gli Stati Uniti a trionfare frantumando il record mondiale davanti alle due Germanie.

Quello della giapponese non è un exploit fine a sé stesso, visto che l’anno seguente, in occasione della prima edizione dei Campionati mondiali a Belgrado ’73, riesce a precedere nuovamente la Dearduff (1’03”74 ad 1’04”27) nella lotta per il gradino più basso del podio, in quanto per la sfida all’oro il Nuoto femminile è già entrato nella spirale dell’ex Ddr, con la fuoriclasse Kornelia Ender ad aver la meglio sulla connazionale Kother con i rispettivi tempi di 1’02”54 ed 1’02”69 che non possono essere avvicinabili dalle “comune mortali”, come confermato dal fatto che in un lustro – dal 1973 al ’78 – il record mondiale viene migliorato ben 11 volte sino a 59”46 esclusivamente da nuotatrici della Germania orientale.

Quello che si vive nel prosieguo degli anni ’70 non è più il Nuoto sognato ed amato dalla 20enne Mayumi, che decide pertanto di abbandonare l’attività, potendosi comunque vantare di aver riportato il Giappone sul più alto gradino del podio in campo femminile a 36 anni di distanza dall’impresa di Hideko Maehata, oro sui m.200 rana ai Giochi di Berlino ’36 dopo essere stata argento sulla medesima distanza quattro anni prima a Los Angeles ’32, nonché, come già ricordato, di essere stata l’unica a portare un raggio di Sol (Levante) in un’Olimpiade caratterizzata, nel settore femminile, dal dominio americano ed australiano.

 

IL BARONE VON CRAMM, EROE DEL TENNIS TEDESCO CHE RIFIUTO’ IL NAZISMO

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Von Cramm in azione – da thetimes.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Corre l’anno 1932 quando un giovane aristocratico tedesco, alto, biondo e con gli occhi azzurri, insomma il prototipo dell’ariano, fa parlare per la prima volta di sè. Gottfried Von Cramm, perché è di lui che oggi ci occupiamo, ha uno stile tennistico impeccabile, una determinazione a prova di bomba ed una sportività, così come un fair-play, esemplare, ed associato a Daniel Prenn, talentuoso rifugiato di origini polacche nato a Vilnius che per quell’anno gareggia per la Germania ancora sotto la Repubblica di Weimer, giunge alla finale interzona di Coppa Davis con gli Stati Uniti, dopo aver battuto la Gran Bretagna 3-2 con vittoria risolutiva dello stesso Prenn con Fred Perry, ed aver demolito a Milan l’Italia di Giorgio De Stefani e Giovanni Palmieri, 5-0. Elisworth Vines infine batte Von Cramm regalando il successo agli americani per 3-2, ma la strada è tracciata ed il “barone“, perché barone lo è per davvero, comincia a far capolino nelle sfide che contano. Seppur, con l’avvento del nazismo nel gennaio del 1933, Prenn, che ha spillata al petto la stella di Davide, è costretto ad emigrare nuovamente, stavolta in Inghilterra, lasciando il giovane Gottfried a disimpegnarsi da solo.

Uff… il preambolo è stato lungo, ma necessario, per inquadrare il momento storico in cui Von Cramm comincia ad esercitare con profitto il mestiere di tennista, e, come vedremo, le circostanze influiranno, e pure parecchio, sugli sviluppi della sua carriera. In effetti, in attesa che un nuovo collega, Henner Henkel (curiosa coincidenza, lui nato in Polonia, a Poznan) venga a sostenerlo in Coppa Davis, il “barone” si fa rispettare in singolare, pur non figurando tra i migliori, giocando a Wimbledon dove, dopo la sconfitta con Fred Perry all’esordio nel 1931, trova nel francese Christian Boussus un avversario troppo forte per lui, tanto che lo elimina nel 1932, cedendo invece l’anno dopo all’americano Cliff Sutter.

Nonché le cose vadano meglio sui campi in terra battuta del Roland-Garros, dove Von Cramm si presenta un prima prima volta nel 1931 perdendo agli ottavi di finale con George Lott. Ma il tedesco è in crescita, costante, e nel 1934 si presenta a Parigi in veste di quarto favorito di un torneo che ha in Perry, Jack Crawford e Bunny Austin i tre pretendenti più autorevoli alla vittoria. E qui, seppur debba far fronte ad un cammino irto di difficoltà, giunge in finale battendo uno dopo l’altro Malfroy, Palmieri, Ellmer, Menzel e De Stefani che globalmente gli strappano ben otto set in cinque partite, per poi superare all’atto decisivo il detentore del titolo, proprio Crawford, 6-4 7-9 3-6 7-5 6-3 al termine di una sfida appassionante.

Di colpo Von Cramm diventa una stella di prima grandezza, e puntualmente il regime nazista bussa alla sua porta, nel tentativo di sfruttarne la popolarità al servizio della propaganda di partito. Ed è qui che Gottfried, armato di un codice etico impossibile da mettere in imbarazzo, non cede al ricatto del naziolasocialismo, da un lato consolidando la sua fama di uomo tutto di un pezzo, dall’altro creando una frizione che solo qualche hanno più tardi pagherà a caro prezzo.

Nel frattempo la sua attività di campione procede con eccellenti risultati, figurando quale secondo giocatore più forte al mondo nel 1935 quando cede in finale sia al Roland-Garros (in quattro set) che a Wimbledon (nettamente, 6-2 6-4 6-4) a Perry, che si conferma l’incontrastato numero uno.

Ma nel 1936 Von Cramm prende la sua rivincita, viaggiando stavolta senza incertezze sulla terra battuta parigina, dove giunge all’atto conclusivo con percorso immacolato per battere poi il rivale con un clamoroso 6-0 al set decisivo, assicurandosi il secondo titolo dello Slam in carriera. Nel cassetto dei sogni del campione tedesco, ad onor del vero, ci sarebbe una meravigliosa illusione colorata di verde, ovvero trionfare sui prati di Wimbledon, e le due vittorie ai quarti e in semifinale con Crawford ed Austin parrebbero essere il gustoso antipasto del piatto più prelibato, quello che sancisce la vittoria sul Centre Court, ma Perry è qui nel suo giardino e la finale, ancor più che in precedenza, ha troppo le sembianze di un’esecuzione capitale, con il grande Fred che travolge il “barone“, 6-1 6-1 6-0, in quella che sarà poi la finale più breve della storia del torneo, complice anche uno strappo muscolare che lo sfortunato Von Cramm si produce nel corso del primo gioco dell’incontro! E’ tripletta consecutiva per Perry, ma da quel 3 luglio 1936 un inglese dovrà poi attendere ben 77 anni prima di tornare a sventolare l’Union Jack sul centrale più famoso del mondo.

L’orologio della storia, ahimè, impone le sue leggi, troppe volte deprecabili, e nel 1937, anno che dovrebbe consentire a Von Cramm di diventare il più forte con il passaggio di Perry al professionismo, l’insubordinazione costa a Gottfried la chance di difendere il suo titolo in singolare a Parigi, con la motivazione che il giovane Henkel, iscritto al partito e che ad ogni fine incontro saluta il pubblico con il braccio teso alla nazista, sia più adatto del campione in carica a tenere alta la bandiera con la svastica sui campi rossi del Roland-Garros. In effetti Henkel vincerà quell’edizione dello Slam parigino, dominando in finale Austin, bissando poi con la vittoria in doppio associato allo stesso Von Cramm, a cui i dirigenti tedeschi affiancano un coach quale Bill Tilden, ma lo strappo tra il “barone” e il regime è ormai insanabile, e seppur gli venga concesso di competere in Coppa Davis, dove la Germania può addirittura far sua l’insalatiera d’argento, così come a Wimbledon e agli Us Open, il disastro è ormai imminente.

Von Cramm nondimeno fa in tempo a giocare, e perdere, la terza finale consecutiva a Wimbledon, stavolta arrendendosi al nuovo fuoriclasse del tennis mondiale, l’americano Donald Budge, che lo supera agevolmente in tre set, 6-3 6-4 6-2, ripetendosi poi al West Side Tennis Club di Forest Hills, dove la sfida si protrae al quinto set, ma quella che è destinato a rimanere negli annali dello sport con la racchetta è la battaglia epocale che i due campioni librano nella sfida decisiva della finale interzona di Coppa Davis. La leggenda narra che pochi minuti prima del match, che ha come teatro proprio il Centre Court di Wimbledon qualche settimana dopo i Championships, Von Cramm riceva una telefonata riservatissima dello stesso Hitler, che lo incoraggia (usando un eufemismo) alla vittoria. Sceso in campo visibilmente contratto, il “barone” si porta sul 4-1 nel quinto set prima di subire il ritorno di Budge che si impone 8-6 regalando agli Stati Uniti il punto del 3-2. Molti la riterranno una delle partite più belle della storia del tennis, quel che è certo è che Von Cramm, fedele a quel fair-play di aristocratico che lo contraddistingue, celebra l’avversario affermando che “è un onore essere battuto da un uomo come te“.

Eccoci dunque al 1938 quando Von Cramm, sconfitto seccamente da John Bromwich in semifinale agli Open d’Australia, dove cede il passo anche in doppio, al rientro in patria non può proprio più niente per contenere la furia distruttiva del nazismo, che lo mette sotto accusa per omosessualità, che per il regime è un crimine sanzionabile con la prigione, e il “barone” finisce dietro le sbarre. Il mondo del tennis internazionale insorge e si mobilita, Budge stesso, che nel corso dell’anno realizza il primo Grande Slam della storia del tennis, ed altri 25 campioni dello sport firmano una lettera di protesta che giunge sul tavolo del fuhrer. Nel maggio 1939 Von Cramm viene infine liberato e torna a gareggiare, ma in Inghilterra non vedono di buon occhio la presenza in campo di un omosessuale, seppur messo in stato di accusa dalla polizia segreta di Himmler, in uno stato sottoposto a dittatura e in cui ogni diritto alla difesa è violato, e così, se può competere al torneo del Queen’s dove vince la finale battendo Bobby Riggs, 6-1 6-0, al campione tedesco viene negata la partecipazione al torneo di Wimbledon.

Von Cramm perde così l’ultima occasione che la carriera, ma soprattutto la storia, gli offrono di vincere quel titolo ai Championships che manca al suo bellissimo palmares. Ed avrebbe potuto imporsi, anche facilmente, perchè qualche settimana dopo a trionfare tra i Doherty Gates è proprio Riggs, che ingordo com’è fa suoi i titoli di singolare, doppio e doppio misto… poi, poi è la Seconda Guerra Mondiale, che interrompe i giochi e spazza via tutto con il fetore aberrante della morte.

Eppure Von Cramm, spedito sul fronte russo, ferito ed omaggiato con la croce di ferro, nuovamente messo sotto accusa per un’improbabile complicità nell’attentato ad Hitler, sopravvissuto alla Gestapo grazie al re Gustavo V di Svezia, che lo accoglie fino alla termine del conflitto, torna a giocare e quando, nel 1951, ormai 42enne e sempre in pantaloni nell’era in cui ormai imperversano i calzoncini corti, torna a Wimbledon per affrontare al primo turno Jaroslav Drobny, che lo batte 9-7 6-4 6-4, il pubblico londinese, che se ne intende ed ha uno sviluppatissimo senso dell’onore, lo tributa di quella che oggi si chiama standing ovation.

Già, perché Von Cramm era nobile, ed esserlo non solo di nascita ma anche di fatto non è proprio da tutti. Soprattutto quando la storia ti gioca contro… andatelo a chiedere ad Henkel, che morì per le ferite ad una gamba rimediate nella battaglia di Stalingrado. Ma lui non era “barone“.

 

 

HALINA KONOPACKA, PRIMO ORO OLIMPICO FEMMINILE IN ATLETICA LEGGERA

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Halina Konopacka – da dzieje.pl

articolo di Giovanni Manenti

Alice Milliat, chi era costei …?”, la citazione, di manzoniana memoria, è d’obbligo in quanto il nome di questa francese, nata a Nantes nel 1884, non dirà pressoché nulla alla grandissima maggioranza dei nostri lettori, ed invece, ella ha, nel panorama olimpico, la stessa rilevanza di quella del suo più celebre connazionale Barone Pierre De Coubertin, quantomeno per ciò che concerne lo Sport al femminile.

Le donne, difatti, erano state ammesse ai Giochi a partire dalla seconda edizione di Parigi 1900, ma solo nel golf e nel tennis, per poi ricevere progressivi, ulteriori inserimenti con il tiro con l’arco a St. Louis ’04, il pattinaggio artistico ed infine anche il nuoto a Stoccolma ’12.

Ma di consentire alle ragazze di cimentarsi anche nella disciplina olimpica per eccellenza, vale a dire l’Atletica Leggera, manco a parlarne, nonostante proprio la Milliat se ne fosse fatta portatrice sia presso il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) che la IAAF (International Amateur Athletic Federation) in vista del ritorno dei Giochi sul suolo francese per l’edizione di Parigi ’24.

Ottenuto il rifiuto alle proprie istanze, la Milliat non si perde d’animo ed, a propria volta, costituisce la “Federation Sportive Féminin Internationale” (FSFI), grazie alla quale organizza, nell’agosto 1922 a Parigi, le prime “Olimpiadi femminili”, che vedono la partecipazione di cinque rappresentative (Stati Uniti, Gran Bretagna, Svizzera e Cecoslovacchia, oltre alle padrone di casa francesi) che si sfidano in undici specialità dell’Atletica Leggera davanti a ben 20mila spettatori, i quali assistono al miglioramento di qualcosa come 18 (!!) primati mondiali.

La dirompente iniziativa della Milliat porta i suoi frutti, in quanto il CIO, indispettito per l’uso del termine “olimpico” dato alla manifestazione, convince la pioniera francese a cambiarne il nome, che diviene pertanto “Giochi Mondiali Femminili“, consentendo, in cambio, l’inclusione di 10 gare femminili nel programma di Atletica Leggera ai prossimi Giochi di Amsterdam ’28, poi drasticamente ridotte a sole cinque prove.

La Milliat aveva vinto la propria battaglia, a dispetto proprio di De Coubertin, il quale era tra i più fervidi oppositori alla partecipazione delle donne alle gare di atletica leggera, ed ora però toccava alle ragazze dimostrare di essere all’altezza di tale ammissione, e quale migliore occasione della seconda edizione della rassegna ideata dalla loro madrina, che si svolge dal 27 al 29 agosto 1926 a Goteborg, in Svezia.

Con già l’incremento a 9 delle Nazioni partecipanti, di cui 8 europee (Belgio, Cecoslovacchia, Francia, Gran Bretagna, Lettonia, Polonia, Svizzera ed, ovviamente, Svezia), sono ben 13 le gare in programma – tra cui il getto del peso ed il lancio del giavellotto a due mani, nel senso che alle atlete viene richiesto di lanciare l’attrezzo una prima volta con la destra ed una seconda con la sinistra, per poi fare la somma delle due distanze raggiunte – con la curiosità legata alla presenza della giapponese Kinue Hitomi, unica rappresentante del proprio Paese, la quale sforna una serie di incredibili prestazioni che la vedono primeggiare nel salto in lungo, sia con rincorsa (m.5,50 record mondiale) che da fermo (m.2,49), cogliere l’argento nel lancio del disco (m.33,62) ed esibirsi anche nella corsa, con il bronzo sulle 100yd, nonché il quinto e sesto posto sui 60 e 250 metri, il tutto in soli tre giorni (!!).

Impresa della 19enne del Sol Levante a parte, andiamo ora a scoprire la protagonista del nostro odierno racconto, vale a dire la polacca Halina Konopacka, la quale entra di diritto nella “Storia delle Olimpiadi” per essere stata la prima atleta a conquistare una medaglia d’oro ai Giochi.

Nata a Rawa Mazowiecka, all’epoca facente parte dell’Impero russo, a fine febbraio 1900, la Konopacka rappresenta una delle prime grandi atlete nel settore dei lanci nel corso degli anni ’20 del XX secolo, provenendo da una famiglia dedicata allo Sport, a cominciare dal padre Jakub per proseguire con il fratello Tadeusz e la sorella Czeslawa, tutti praticanti il tennis.

Diverse, nonché più svariate, le attività della giovane Halina, la quale si cimenta in equitazione, nuoto e pattinaggio, per poi dedicarsi anche allo sci ed all’atletica leggera nel mentre frequenta la Facoltà di Filologia all’Università di Varsavia, abbandonando ben presto lo sport invernale in quanto le piste di allenamento erano troppo lontane e specializzarsi nel lancio del disco, specialità per la quale, sin dalle prime esibizioni, dimostra di avere una naturale predisposizione.

Dopo appena pochi mesi di allenamento, difatti, la 26enne Halina migliora di 3 metri esatti, portandolo a m.34,15, il primato mondiale nel lancio del disco al meeting di Varsavia del 23 maggio ’26, togliendo il record alla ceca Maria Vidlakova, per poi confermare la propria superiorità tre mesi dopo nella citata edizione dei citati “Giochi del Mondo Femminili”, scagliando l’attrezzo a m.37,71 che non rappresenta il nuovo primato poiché, appena una settimana prima, la tedesca Milly Reuter si era esibita in un lancio di ben m.38,34.

Poiché la Germania non era presente a tale manifestazione, l’occasione per la resa dei conti tra le due lanciatrici non poteva che essere l’appuntamento olimpico costituito dai Giochi di Amsterdam ’28, ai quali, peraltro, la polacca si presenta essendosi riappropriata del primato, grazie alla misura di m.39,18 raggiunta il 4 settembre 1927 ancora nella propria Capitale.

 

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Il fisico perfetto della Konopacka – da:audiovis.nac.gov.pl

Le origini tartare fanno sì che Halina si differenzi dal cliché della ragazza bionda dell’Est Europa, avendo viceversa una pelle scura ed occhi marroni, con in più il vezzo di indossare un cappello rosso durante le competizioni, ma il suo fisico da modella (m.1,80 per 65kg.) che non si addirebbe ad una lanciatrice, le fa affibbiare l’appellativo di “Miss Olympia, nonché attirare le attenzioni del potente Ministro del Tesoro polacco Ignacy Matuszewski, di cui si innamora convolando a nozze proprio nell’anno olimpico.

 

Ma queste digressioni sentimentali non distraggono la Konopacka dal suo principale obiettivo, vale a dire laurearsi Campionessa olimpica nella prima gara femminile in assoluto che si svolge in detto ambito, avendo luogo il 31 luglio ’28 sulla pedana dello Stadio olimpico di Amsterdam.

E che l’oramai 28enne polacca abbia intenzioni più che serie al riguardo lo dimostra nei lanci di qualificazione, allorché scaglia l’attrezzo a m.39,17 ad un solo centimetro dal proprio record mondiale, con il secondo miglior risultato dell’americana Lillian Copeland che si ferma a m.36,66 davanti alla coppia tedesca formata da Grete Heublein e dall’ex primatista Reuter, la quale si esibisce in un lancio di m.34,75, ben al di sotto delle proprie potenzialità.

Ed anche se, nella Finale che ha inizio alle ore 14:00, la stessa Reuter si migliora sino a m.35,86, detta misura non le è sufficiente neppure per salire sul podio, beffata per soli 6 centimetri dall’atleta svedese Ruth Svedberg, nel mentre il miglioramento della Copeland sino a m.37,08 è ben poca cosa, pur valendole l’argento, rispetto all’esibizione della primatista mondiale, la quale scaglia l’attrezzo a sfiorare la barriera dei 40 metri, atterrando a m.39,62 così da impreziosire la prima medaglia d’oro della Storia delle Olimpiadi nell’atletica leggera femminile anche con il corollario del record assoluto, cosa peraltro verificatasi in tutte e cinque le gare in programma, a dimostrazione della crescita esponenziale del movimento, con buona pace del Barone De Coubertin.

 

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Halina Konopacka, Oro nel Disco ad Amsterdam ’28 – da:twitter.com

 

Un particolare curioso è comunque costituito dalla Finale sugli 800 metri dove, indovinate un po’, si cimenta la ricordata polivalente giapponese Hitomi, la quale conquista l’argento in 2’17”6 alle spalle della tedesca Radke, la quale stabilisce il record mondiale con 2’16”8, ma lo sfinimento delle atlete a fine gara induce il CIO a ritenere tale distanza “troppo massacrante” per le ragazze, tanto che verrà reintrodotta addirittura 32 anni dopo, nell’edizione di Roma ’60, nel mentre da Los Angeles ’32 vengono inclusi nel programma gli 80 metri ad ostacoli ed il lancio del giavellotto, per poi progressivamente aggiungere i 200 metri, così come il salto in lungo ed il getto del peso dai Giochi di Londra ’48 sino ad avere, ai giorni nostri, un programma paritetico fra uomini e donne, fatta salva la marcia sui 50km. ed il decathlon, ridotto all’eptatlon.

Per la Konopacka non è però ancora tempo di dire addio all’attività agonistica, prendendo parte anche alla terza edizione dei “Giochi Mondiali Femminili” che si svolgono a Praga ad inizio settembre ’30 – ve ne sarà una quarta a Londra nel ’34 per poi essere abbandonati visto sia l’incremento delle prove in sede olimpica che l’inaugurazione dei Campionati Europei che hanno luogo proprio in detto anno, ma riservati ai soli uomini, per poi divenire “open” nel 1938, ma con due sedi diverse tra maschi e femmine (!!) – confermandosi leader indiscussa nella specialità del disco, dove le è sufficiente una per lei modesta misura di m.36,80 per confermare il titolo di quattro anni prima a Parigi.

Abbandonate le pedane nel 1931, la Konopacka continua a dedicarsi all’attività sportiva, praticando lo sci ed anche il tennis (lo Sport di famiglia …), dimostrandosi la migliore polacca in tale disciplina sino al 1937 pur non raggiungendo vertici internazionali, per poi essere invitata, quale ospite d’onore, alle Olimpiadi del 1936, sia invernali a Garmisch che estive a Berlino, nonché entrare a far parte del Comitato Olimpico polacco nel biennio 1938-’39.

Non solo sport, peraltro, nella vita di Halina, la quale, parlando correntemente tre lingue, si cimenta anche nella scrittura, avendo pubblicato già nel 1929 il suo primo libro di poesie, cui fanno seguito le collaborazioni con le più importanti riviste del suo Paese, i cui temi principali riflettono l’analisi delle relazioni tra uomo e donna, soprattutto dal punto di vista della gelosia.

Costretta, suo malgrado, a subire l’invasione nazista del settembre 1939, la Konopacka aiuta il marito nel trasferimento dell’oro della Banca Nazionale Polacca in Francia per finanziare il Governo del proprio Paese in esilio, ma dopo che anche la Nazione francese viene occupata dai tedeschi nel 1940, la coppia è costretta a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove il marito muore ad inizio agosto 1946.

Risposatasi tre anni dopo, la Konopacka non ha difficoltà di inserimento nella sua nuova dimensione, creando una scuola di sci vicino New York, per poi dedicarsi all’attività di stilista ed aprendo una propria boutique, proseguita sino al 1959, allorché scompare anche il secondo marito.

Trasferitasi quindi a Miami, in Florida, la quanto mai versatile Halina si guadagna il diploma in una scuola d’arte per poter così iniziare la sua ultima avventura, vale a dire quella di pittrice che la accompagna negli ultimi anni della sua vita, dipingendo quadri sotto lo pseudonimo di Helen George.

Quando si spenge, il 28 gennaio 1989, ad un mese dal compimento degli 89 anni, alla Konopacka viene assegnata postuma la “Croce d’Argento al Merito” da parte del Governo polacco per i servigi prestati a favore dello Stato, un degno e quanto mai meritato riconoscimento per una donna che è stata indubbiamente una delle protagoniste del XX Secolo, da lei vissuto quasi interamente, ed il cui nome resterà ad imperitura memoria nelle pagine del grande “Romanzo delle Olimpiadi” quale simbolo dell’emancipazione dello Sport femminile a livello mondiale.

IL TRIS D’ORO DI ROMEO NERI AI GIOCHI DI LOS ANGELES 1932

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Romeo Neri al Cavallo con maniglie – da seidiriminise.it

articolo di Giovanni Manenti

Dopo che per 20 anni (da Londra 1908 sino ad Amsterdam ’28) le Olimpiadi si sono svolte nel Vecchio Continente, nel 1932 le stesse tornano ad essere organizzate negli Stati Uniti, con l’edizione di Los Angeles a potersi considerare la prima “vera” rassegna a cinque cerchi sul suolo americano, visto che quelli di St. Louis ’04 erano stati più Giochi da baracconi e folcloristici – basti pensare alla sola durata degli stessi, dall’1 luglio al 23 novembre (!!), per rendersene conto – che non una manifestazione sportiva.

Ovviamente ben diversa, con la crescita delle varie discipline, nonché l’allargamento della cultura sportiva a sempre più maggiori Stati, la consistenza e la valenza delle prestazioni messe in atto nel ritorno delle Olimpiadi sul suolo americano, pur se le difficoltà nell’affrontare una tale trasferta limitano la presenza degli atleti europei.

E, dalle Nazioni del Vecchio Continente che si sobbarcano l’onere della traversata atlantica, emerge, a sorpresa, ma non troppo, la spedizione azzurra che in California raggiunge l’apice delle proprie partecipazioni ai Giochi, segnando un insperato, alla vigilia, secondo posto nel Medagliere alle spalle dei mattatori Stati Uniti, portando a casa ben 36 medaglie, equamente ripartite tra ori, argenti e bronzi, risultato eguagliato solo in occasione dei Giochi di Roma ’60.

Delle 12 medaglie d’oro, però, ben 3 vengono messe al collo di un solo atleta, che diviene pertanto il simbolo di tale edizione in chiave azzurra, vale a dire il ginnasta romagnolo Romeo Neri, protagonista della nostra storia odierna.

Nato, difatti, a Rimini il 26 marzo 1903, ultimo di cinque figli, Neri impiega un po’ di tempo prima di dedicarsi alla ginnastica, preferendo in gioventù praticare altre discipline, quali il Nuoto e l’Atletica Leggera, cogliendo, in quest’ultima, il terzo posto ai Campionati italiani nella specialità dei m.400 piani.

Solamente a partire dal 1926, al ritorno dai due anni di servizio militare, Neri si convince a convertirsi a tale nuova attività, su sollecitazione di Giovanni Balestri, Direttore Sportivo della Società “Libertas” di Rimini, il quale ne aveva intuito le potenzialità, potendo altresì affidarlo alle esperte mani dei tecnici, soprattutto di quell’Alberto Braglia, unico ginnasta italiano a fregiarsi per due edizioni consecutive dei Giochi – Londra 1908 e Stoccolma ’12 – del titolo nel Concorso Generale Individuale.

Non ci mette molto, Neri, ad eccellere anche in questa nuova disciplina, e, successivamente alla conquista del titolo italiano alle parallele nel 1926, due anni dopo si laurea Campione italiano nel Concorso generale, oltre ad aggiudicarsi diversi altri tornei a livello nazionale, venendo selezionato per le Olimpiadi di Amsterdam ’28 quale punta di diamante della spedizione azzurra.

L’esordio del 25enne romagnolo nell’arengo olimpico è buono, ma non eccellente, restando ai margini del podio per soli 0,125 millesimi di punto (244,875 a 244,750) nel Concorso Generale Individuale, rispetto alla leggenda jugoslava Leon Stukelj (già oro quattro anni prima a Parigi ’24), per poi contribuire al sesto posto dell’Italia nel Concorso Generale a squadre e qualificarsi per due Finali agli attrezzi, gli anelli e la sbarra.

Ancora beffato per soli 0,16 centesimi di punto (18,83 a 18,67) nella sfida per il bronzo con il cecoslovacco Emanuel Loffler nell’esercizio agli anelli appannaggio dello sloveno di nascita Stukelj, Neri si riscatta alla sbarra, dove coglie il suo primo alloro olimpico con l’argento alle spalle dello svizzero Georges Miez, risultando staccato di soli 0,17 centesimi (19,17 a 19,00) nelle preferenze dei giudici.

L’esperienza accumulata ed i consigli, nonché gli allenamenti, a cui lo sottopone il corregionale, pur se emiliano di Modena, Braglia fanno sì che Neri si prepari a dovere nel quadriennio post olimpico, confermando il titolo italiano assoluto sia nel 1929 che nel ’30, per poi doversi fermare a causa di un infortunio l’anno successivo, ma riuscendo, fortunatamente, a recuperare la migliore condizione fisica in vista dell’appuntamento di Los Angeles ’32, con il vantaggio di avere al proprio fianco proprio Braglia, nominato dalla Federazione quale responsabile della spedizione azzurra.

Sicuramente, il sostegno tecnico e morale del suo tecnico fornisce un contributo importante nelle prestazioni di Neri in terra californiana, fornendo una straordinaria esibizione nei tre giorni di gare, dall’8 al 10 agosto ’32 al “Memorial Coliseum” che vedono assegnare i titoli nel Concorso Generale Individuale ed a Squadre.

Con una prestazione, infatti, senza sbavature né punti deboli, Neri ottiene il secondo miglior punteggio alla sbarra, il terzo agli anelli, parallele e volteggio, ed il quarto al cavallo con maniglie, così da raggiungere di 140,625 punti che gli consente di tenere a debita distanza, con un distacco di quasi 6 punti (che in una disciplina come la ginnastica rappresentano un’enormità …), l’ungherese Istvan Pelle, nel mentre l’ottimo risultato di squadra, con Mario Lertora a chiudere in quarta posizione, Savino Guglielmetti in quinta ed Oreste Capuzzo in settima, fa sì che il Team azzurro salga sul gradino più alto del podio anche nella prova a squadre, con un punteggio complessivo di 541,850 punti, con largo margine sui padroni di casa degli Stati Uniti, che chiudono a quota 522,275, con la Finlandia ad aggiudicarsi la medaglia di bronzo.

La sfida tra il romagnolo ed il magiaro si rinnova negli esercizi ai singoli attrezzi, con quest’ultimo ad avere la meglio al corpo libero, dove conquista l’oro nel mentre Neri conclude ai margini del podio, quarto assieme all’americano Frank Haubold con 27 punti, alle spalle dell’altro azzurro Lertora che si aggiudica il bronzo a quota 27,7 punti rispetto all’inarrivabile Pelle che totalizza 28,8 punti che gli valgono il titolo.

L’ultima parola spetta però all’azzurro, il quale alle parallele ottiene la miglior valutazione da parte della giuria sia negli esercizi obbligatori (28,2) che in quelli liberi (28,7), per un totale di 56,9 che gli consente di tenere a distanza il pur valido ungherese, che conclude la sua prova con l’argento a quota 55,8.

L’eccellente prova d’insieme della spedizione ginnastica azzurra – che vede altresì Guglielmetti fregiarsi della medaglia d’oro al volteggio, Omero Bonoli conquistare l’argento al cavallo con maniglie e Lattuada andare al bronzo agli anelli – per un totale di 4 ori, un argento e due bronzi, fa sì che, al ritorno in patria, il tecnico Alberto Braglia venga insignito del quanto mai meritato titolo di “Cavaliere Ufficiale per meriti sportivi, nel mentre Neri punta ad una terza esperienza olimpica, avendo come obiettivo i Giochi di Berlino ’36.

Le imprese del ginnasta romagnolo non passano inosservate neppure agli occhi dei produttori hollywoodiani che, alla ricerca di un attore a cui affidare la parte del protagonista in “Tarzan, l’uomo della giungla” per una serie di film in fase di produzione dalla famosa casa cinematografica “Metro Goldwin Mayer”, offrono tale ruolo proprio a Neri, il quale declina cortesemente l’invito, non volendo abbandonare la sua casa e la sua gente, una decisione che farà poi le fortune di un altro grande olimpionico, vale a dire il nuotatore americano Johnny Weissmuller, il più celebre Tarzan nella Storia del Cinema.

Per Neri, viceversa, ancorché abbia oramai superato la trentina, la preparazione verso la sua terza Olimpiade prosegue aggiudicandosi nel 1933 il suo quarto titolo italiano assoluto e prendendo parte ai Mondiali di Budapest ’34, rassegna iridata che vede il dominio assoluto dei ginnasti svizzeri, con 13 medaglie sulle 22 a disposizione in campo maschile, di cui ben 6 d’oro sulle 8 prove in programma, con il bottino azzurro limitato ad un solo argento ed altrettanto bronzo, ovviamente ottenuti dal 31enne romagnolo, secondo nel Concorso Generale Individuale e terzo al volteggio.

La non più verde età presenta il conto proprio ai Giochi di Berlino ’36, allorché uno strappo muscolare al bicipite destro durante l’esecuzione di un esercizio impedisce a Neri di poter difendere i titoli conquistati oltre Oceano quattro anni prima, per poi abbandonare definitivamente l’attività agonistica alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Il parallelismo con il suo mentore Alberto Braglia non termina solo con i 3 ori olimpici conquistati a testa, poiché anche Neri diviene allenatore federale, guidando la spedizione azzurra ai Giochi di Helsinki ’52 dove peraltro, con l’ingresso dell’Unione Sovietica nell’arengo olimpico, per le altre Nazioni restano a disposizione solo le briciole, visto che i rappresentanti dell’Urss conquistano ben 22 medaglie complessive tra i settori maschile e femminile.

Un ultimo contributo alla causa della ginnastica italiana viene fornito da Neri allorché è il primo ad intuire e credere nelle potenzialità di Franco Menichelli, da lui fatto esordire in Nazionale appena 16enne nel 1957, facendo sì che, dopo decenni di magra agli attrezzi per gli azzurri – a secco di medaglie da Berlino ’36 sino a Melbourne ’56 – gli stessi tornino sul podio ai Giochi di Roma ’60 con l’argento di Giovanni Carminucci alle parallele ed i bronzi nel Concorso Generale a squadre ed al corpo libero del citato Menichelli, colui che riporta, a distanza di 32 anni, l’Italia alla Gloria olimpica con l’oro al corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo ’64, cui unisce l’argento agli anelli ed il bronzo alle parallele.

Trionfi che avrebbero fatto l’indubbia felicità di Romeo Neri, con un altro azzurro dopo di lui a tornare in Italia da un’Olimpiade sulle coste del Pacifico con tre medaglie, ancorché di diverso metallo, al collo, se solo il destino non avesse deciso diversamente, spengendosi nella sua Rimini il 23 settembre 1961, alla ancor giovane età di 58 anni.

Ma quanto le imprese dei due pionieri del panorama ginnico azzurro – il modenese Alberto Braglia ed il riminese Romeo Neri – abbiano avuto rilevanza nelle rispettive città è dimostrato dall’ultima circostanza che li accomuna ad imperituro ricordo, vale a dire il fatto che ad entrambi siano stati intitolati gli Stadi che ospitano gli incontri di calcio di gialloblù e biancorossi, segno tangibile di come le loro imprese siano rimaste impresse in modo indelebile nella storia sportiva lungo la via Emilia.

LE DOPPIETTE MONDIALI IN CLASSE 125 E 250 DEL “CINESINO” CARLO UBBIALI

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Carlo Ubbiali – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Che Carlo Ubbiali avesse talento da vendere fu evidente fin da quando, il 30 marzo 1947, non ancora 17enne, si prese il lusso di battere campioni ben più affermati di lui al Gran Premio delle Mura a Bergamo, montando un’arrembante DKW 125, per venir poi squalificato quando venne accertato che aveva taroccato il tesserino, non avendo ancora compiuto i 18 anni, necessari per gareggiare in moto.

Eppure, questo ragazzo gentile, modesto e mai fuori dalle righe, dagli occhi a mandorla quasi a farlo sembrare un orientale, tanto da meritarsi l’appellativo di “cinesino“, che trascorse l’infanzia nell’officina del padre, non avrebbe atteso ancora molto per farsi conoscere dagli addetti ai lavori, dotato com’era delle stimmate dell’enfant prodige. Ed infatti, nel 1949, comincia a cogliere i primi risultati di prestigio quando, in sella all’MV Augusta, vince a Genova e prende confidenza con il paesaggio anglosassone, meritandosi la medaglia d’oro nella Sei Giorni Internazionale di Llandrindod Wells, in Galles. Nel frattempo, con l’istituzione del motomondiale, Ubbiali esordisce in classe 125, cogliendo un quarto posto in Svizzera e salendo sul terzo gradino del podio ad Assen, alle spalle di Nello Pagani, che sarà celebrato campione del mondo a fine stagione, e di Oscar Clemencich, che gli valgono il quarto posto in classifica generale.

I risultati conseguiti convincono il bergamasco, classe 1929, a pretendere un aumento di ingaggio, ma la richiesta cade nel vuoto e l’anno successivo si consuma il passaggio alla Mondial. Con la casa dei fratelli Boselli Ubbiali gareggia per tre stagioni, dal 1950 al 1952, ed è un crescendo di prestazioni, sempre in 125, vincendo una prima volta il Gran Premio dell’Uster nel 1950 e bissando poi nel 1951 al Gran Premio delle Nazioni a Monza, quando con la vittoria su Romolo Ferri si assicura anche il primo titolo iridato della sua carriera. Ne arriveranno, negli anni a seguire, ben altri otto.

Nel 1952 Carlo non ha mai la soddisfazione di tagliare per primo il traguardo, accontentandosi di quattro piazze d’onore, anche sotto l’acqua, il nevischio e le nebbie delle mountains del Tourist Trophy, così come è secondo in classifica, battuto da Cecil Sandford, e così, con il rientro all’MV Augusta, il centauro lombardo torna a casa e con quella scuderia correrà fino al termine della carriera.

E qui viene il bello. Perché con la casa varesina Ubbiali concede il meglio di se stesso, e la sua fama di motociclista “leggero” vincente, così come la sua popolarità a dispetto del carattere taciturno, assumono contorni leggendari. Le stagioni 1953 e 1954 sono una sorta di apprendistato, se è vero che il campione bergamasco colleziona una sola vittoria in Germania, sul beniamino locale e neoiridato Werner Haas, ed una serie di piazzamenti che lo relegano nei due anni sui due gradini più bassi del podio, per poi dal 1955 doppiare l’impegno gareggiando anche in classe 250, aprendo il quinquennio d’oro della sua avventura agonistica.

Nel 1955, in classe 125, dopo l’iniziale terzo posto in Spagna alle spalle dello svizzero Luigi Taveri e Romolo Ferri, Ubbiali imprime il suo marchio alla stagione, vincendo le cinque gare successive, chiudendo infine con il titolo mondiale messo in bacheca con 32 punti contro i 26 punti dello stesso Taveri, che termina dietro al bergamasco in Francia, al Tourist Trophy e in Germania, con Remo Venturi invece battuto sia in Olanda che a Monza. Proprio al Gran Premio delle Nazioni sul circuito brianzolo Ubbiali debutta nella classe superiore, 250, e fa centro con la sua MV bicilindrica, uscendo vincitore della battaglia senza esclusione di colpo con i germanici Hans Baltisberger ed Hermann Paul Muller e l’irlandese Sammy Miller, con Muller a far suo il titolo della categoria.

Ormai lanciatissimo, Ubbiali, che fa dell’intelligenza tattica in corsa l’arma principale per disporre degli avversari, seppur non mancando del coraggio necessario a volgere a proprio favore le situazioni più complicate, pennella una stagione 1956 con i fiocchi, collezionando ben nove vittorie e realizzando la prima doppietta iridata nelle due classi con il massimo dei punti, 32, potendo infatti per regolamento disporre ai fini della classifica generale dei quattro migliori risultati, tra cui si annoverano i due successi nelle due classi al Tourist Trophy, dove si toglie la soddisfazione non solo di anticipare lo spagnolo Marcelo Cama e Roberto Colombo, ma anche di relegare nelle retrovie i campioni di casa.

La stagione 1957 si apre in Germania, ad Hockenheim, ed è subito grande Italia, con il “cinesino” che in 125 dà vita ad un duello serrato con Tarquinio Provini, che monta la Mondial, infine prevalendo di un soffio, per poi avere la meglio di Colombo in classe 250. Ma se al Tourist Trophy Ubbiali si deve accontentare stavolta del secondo posto battuto da Provini, per poi doversi ritirare in 250, ben peggio le cose vanno all’appuntamento di Assen, con il capitombolo in prova che spedisce Carlo diritto in ospedale, vedendosi costretto a saltare le successive prove in Belgio e nell’Ulster, compromettendo le sue chances di confermarsi campione del mondo, a dispetto del successo al rientro a Monza all’ultima gara stagionale.

La rivincita è solo rimandata alle tre annate che seguono, in cui Ubbiali lascia agli avversari men che le briciole, conquistando ben cinque dei sei titoli mondiali in palio, facendo ancora doppietta nel 1959 e nel 1960 dopo che nel 1958 si era dovuto arrendere, in classe 250, all’imbattibile Provini, diventato nel frattempo collega di scuderia, che gli era terminato davanti a quattro riprese. Nondimeno il campione della MV Augusta colleziona ben 17 successi parziali, che portano il totale a 39, ed iscrive il suo nome agli albi d’oro delle due categorie, che lo vedranno infine comparire in qualità di campione del mondo sei volte in 125 e tre volte in 250.

La prematura morte del fratello Maurizio, suo fido consigliere nonchè impareggiabile giudice di ogni situazione, convincono Carlo che sia venuto il momento di dire basta e così, a fine 1960, poco più che 31enne, Carlo Ubbiali prende cappello e scende di motocicletta. Il “cinesino” saluta, da campione del mondo… e questo è un vanto che pochi hanno saputo eguagliare.

LIEGI-BASTOGNE-LIEGI 2000, IL GIORNO IN CUI BETTINI DIVENTO’ UN CAMPIONE

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La vittoria a braccia alzate di Paolo Bettini – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Questa è la storia di un ragazzo di provincia, simpatico, esuberante, non proprio un colosso e che lavorava per gli altri, che un bel giorno prese cappello, dismise i panni del gregario, vinse e diventò campione. Benvenuti sulle strade della Liegi-Bastogne-Liegi, cari amici del pedale, ed ecco a voi Paolo Bettini.

Già, proprio lui, il “grillo” di La California, che il 16 aprile del 2000 si allinea ai nastri di partenza della decana tra le classiche-monumento (appunto, la “Doyenne“), fresco di un successo nel Memorial Cecchi Gori (oggi si chiama Settimana Coppi&Bartali) con il conforto di due traguardi parziali, che se da un lato ne evidenziano l’eccellente stato di forma, dall’altro non lo investono di certo del ruolo di favorito, seppur intruppato in quella corazzata che risponde al nome della Mapei Quick-Step.

In verità Bettini, che fu quarto al Mondiale Under-23 di Lugano del 1996 nella trionfale giornata tricolore che vide Figueras, Sgambelluri e Sironi occupare i tre gradini del podio, ed ebbe Michele Bartoli come capitano nonché campione di riferimento agli esordi all’MG Boys e all’Asics, per poi seguirlo nell’avventura con Patron Squinzi, scalpita per mostrare al ciclismo che conta che non si vive di solo gregariato e portaborracce. E per farlo, sceglie un teatro d’eccezione.

Sono da percorrere 264 chilometri, incarogniti da 9 côtes spaccagambe che chiamano alla battaglie pretendenti autorevoli quali Laurent Jalabert, già un paio di volte costretto ad alzare bandiera bianca nel duello senza esclusione di colpi proprio con Bartoli, re nel 1997 e nel 1998, stavolta però assente, che capeggia la ONCE ed ha nel basco David Etxebarria un valido luogotenente; l’olandese Michael Boogerd, capitano della Rabobank, che è reduce dal secondo posto del 1999 alle spalle di un altro ciclista talentuoso che non è della partita, Frank Vandenbroucke; l’esperto Mauro Gianetti in casacca Vini Caldirola che già la fece sua nel 1995 beffando Bugno e gli stessi Bartoli e Jalabert; l’altro elvetico Oscar Camenzind, casa Lampre, che ha le doti essenziali per primeggiare nelle Ardenne; magari anche Francesco Casagrande, collega di Gianetti, che ha trionfato alla Freccia Vallone quattri giorni prima, e Davide Rebellin, che veste Liquigas, in cerca entrambi del colpo risolutore che li elevi al rango di fuoriclasse per le corse di un giorno. E Bettini figura tra gli outsiders, in virtù del quinto posto di dodici mesi addietro che ha confermato che da queste parti può legittimamente pensare di dire la sua.

186 temerari si avviano alle ore 10, ed in vista della prima asperità di giornata, la côte de Saint-Roch, 1,1 km all’11,5% di pendenza media, è Richard Virenque a scatenare la bagarre, seguito da Andrea Tafi, altro uomo Mapei, che dopo lo scollinamento imposta l’azione che chiama diciotto corridori in avanscoperta. Il plotoncino di attaccanti guadagna 2’50” di vantaggio, il toscano di Fucecchio è scatenato ma se si stacca sulla côte de Wanne, 2,7 km al 7,4% di pendenza media, rientra in pianura.  Al chilometro 170 si abborda la côte de Stockeau, la più dura della corsa con i suoi 1000 metri al 12,5% di pendenza media, con il gruppo che riduce il passivo sotto i due minuti prima che sulla côte du Rosiers, 3,9 km al 6,1% di pendenza media, Tafi, che era nuovamente rimasto attardato, rientri sul gruppetto di testa, tra i quali Bolts, Julich e Van de Wouwer sono i più attivi.

I fuggitivi ci danno dentro, al chilometro 193 vantano ancora tre minuti sul plotone, ma la gara, al solito, si decide negli ultimi quaranta chilometri, quando la difficoltà del tracciato comincia a pesare nelle gambe dei corridori. Tocca alla côte de la Redoute, la salita più famosa della corsa, che sta alla Liegi come il Grammont sta al Fiandre, il Poggio alla Sanremo, la Foresta di Aremberg all Roubaix e il Ghisallo al Lombardia, ovvero le quattro salite delle quattro grandi classiche per antonomasia; lungo i 2 km da percorrere all’8,9% di pendenza media con una punta massima al 20%, è da attendersi la selezione e davanti rimarranno i migliori.

In effetti, seppur Tafi abbia coraggio da vendere e provi l’azione solitaria, il primo dei favoriti a dar fuoco alle polveri è Camenzind, seguito da Aebersold, ma è qui che Bettini decide di salire al proscenio. Il 26enne toscano risponde all’ex-campione del mondo, Tafi viene risucchiato, e sulle ruote del “grillo“, scatenato, rimane Jalabert, mentre Camenzind cede. Da dietro rientrano Casagrande, Rebellin e Dario Frigo, leader della Fassa Bartolo, e allo scollinamento, dei cinque uomini al comando, ben quattro battono bandiera bianco-rosso-verde.

Parrebbe la fuga decisiva, con alcuni favoriti della vigilia all’attacco, ma dietro è la Rabobank di Boogerd, rimasto attardato, a menare l’inseguimento. Che ha successo, rimescolando le carte ed ispirando Den Bakker, Spruch e Etxebarria che provano a loro volta il contrattacco. Si scala la côte du Sprimont, poco più di 1000 metri al 6,3% di pendeza media, ed i tre al comando diventano cinque, con Wladimir Belli, altro azzurro in casa Fassa Bortolo, e Aleksandr Vinokourov, maglia Deutsche Telekom, che agganciano il terzetto in testa. Belli insiste, Etxebarria gli resiste e dal gruppo esce Rebellin seguito da Bettini. I due italiani passano senza difficoltà Den Bakker e Vinokourov riportandosi sui due corridori al comando, mentre Spruch rimbalza indietro. Si scollina quindi con quattro uomini in avanscoperta, ed è ancora l’Italia a fare la parte del leone.

Ai -17 chilometri dal traguardo il quartetto al comando, all’atto di scalare la côte de Sart Tilman, lunga 2,5 km per una pendenza media del 6,3%, accumula un vantaggio di poco più di un minuto, ed è su queste rampe che Bettini ed Etxebarria iniziano la sfida all’ultima pedalata che durerà fin sulla linea d’arrivo. Lo spagnolo, liberato dai compiti di gregariaro di Jalabert, rimasto intruppato in quel che resta del plotone principale, rifiuta di tirare e Bettini lo rimprovera con enfasi forse eccessiva che non manca di venir ripresa dagli operatori tv. Tra gli inseguitori Vinokourov e Den Bakker riescono finalmente a staccare il resto del plotone, presto raggiunti da Gianetti e Merckx. Jalabert e Casagrande danno l’impressione di marcarsi stretto, ma il francese non è brillante.

Sulla côte de Saint Nicolas, chilometro 258, che qui chiamano “la salita degli italiani“, 1,2 km all’8,6% di pendenza media, Rebellin prova a forzare l’andatura. Belli si pianta, entrando in una crisi nera. Bettini e Etxebarria non soffrono nel reggere il ritmo del capitano della Liquigas, che, sbagliando completamente tattica (e stupisce in un corridore esperto che di classiche ne ha già vinte), continua a tirare a testa bassa, trascinando la fuga verso il successo. Nel frattempo, dalle retrovie, rinviene a sorpresa Axel Merckx, figlio d’arte (e di chi, se non del “cannibale” Eddy?) rimasto solo all’inseguimento: vola sulla côte de Saint Nicolas riavvicinandosi pericolosamente ai primi.

Siamo ormai all’epilogo. Sull’erta finale, lo strappo di Ans, lungo e pedalabile ma che può far la differenza dopo oltre sei ore di corsa tirata, tra i tre battistrada è quasi surplace, tanto che Belli, pur con il serbatoio della benzina ormai vuoto, si riaggancia e Merckx si porta a soli 10″. Rebellin riparte, Belli rimane sui pedali ed è ormai chiaro che la tenzone si risolverà in una volata a tre. Agli ultimi 150 metri, parte secco ancora Rebellin con il solo effetto di tirare la volata ai compagni di fuga. Bettini esce dalla scia di Etxebarria, spinge sui pedali, rimonta il basco con rabbia e determinazione, dandogli più di una bicicletta, e trionfa a braccia alzate, con Rebellin e Belli, rispettivamente terzo e quarto, a completare la giornata da incorniciare del ciclismo italiano.

E se la vittoria spoglia Paolo Bettini dei panni del luogotenente di lusso per vestirlo di quelli del campione, quel che verrà poi avrà le stimmate del fuoriclasse. Assoluto, come nel ciclismo non se ne sono visti molti.

 

LA TRIPLA VITA DELL’OSTACOLISTA RUSSO/SVEDESE LUDMILA ENGQUIST

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Ludmila Engquist ai Mondiali di Siviglia ’99 – da sporting-heros.net

articolo di Giovanni Manenti

Nell’ambito dell’Atletica leggera al femminile, non è facile, neppure per i più addetti ai lavori, raccapezzarsi con atlete che, a seguito di successivi matrimoni, si iscrivono alle principali manifestazioni internazionali variando il loro cognome.

L’esempio più eclatante al riguardo – così da essere chiarificatore per tutti – consente di sfidare anche i più esperti nel riconoscere in Tatiana Khamitova ed Apaycheva una formidabile mezzofondista sovietica di origine ucraina, dominatrice della specialità tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90.

Questo perché Tatiana nasce come Khamitova ed attualmente porta il cognome Apaycheva, frutto del suo terzo matrimonio con Aleksandr Apaychev, decatleta ucraino di discreto livello, ma nel Mondo della Grande Atletica è principalmente conosciuta come Tatiana Samolenko, capace di aggiudicarsi 1500 e 3000metri piani ai Mondiali di Roma ’87, così come l’oro sulla più lunga distanza alle Olimpiadi di Seul dell’anno seguente, mentre allorché, tre anni dopo, ai Mondiali di Tokyo ’91, fallisce di poco la replica della doppietta di quattro anni prima a Roma, con l’argento sui m.1500 e l’oro sulla doppia distanza, ecco che è già divenuta Tatiana Dorovskikh, in forza del secondo matrimonio con il marciatore Viktor Dorovskikh.

Fortunatamente, non tutte le atlete cambiano marito come Tatiana, che rappresenta un’eccezione quanto a tale atteggiamento, ma un caso per certi versi similare riguarda la protagonista della nostra storia odierna, salita agli onori della cronaca come Narozhilenko e che poi, a distanza di qualche anno, ne ritorna ai vertici sotto le vesti di Ludmila Engquist.

Nata difatti il 21 aprile 1964 a Kriusha, nella provincia russa di Tambov, Ludmila Leonova (perché questo è il suo vero cognome alla nascita …) è protagonista di una vita, personale e sportiva, caratterizzata da una serie di alti e bassi come poche altre, nel corso della quale riesce a non farsi mancare nulla, come è il caso di dire.

Specializzatasi sugli ostacoli alti, Ludmila si dimostra più precoce nella vita quotidiana che non in quella sportiva, visto che a 18 anni è già madre a seguito del matrimonio con il suo allenatore Nikolai Narozhilenko, per poi scalare in fretta le gerarchie nei m.100 ad ostacoli, territorio di conquista, sino a fine anni ’80, delle atlete dell’Europa dell’Est, fossero le stesse bulgare piuttosto che sovietiche o tedesche orientali.

Scesa per la prima volta sotto i 13” netti con il 12”98 realizzato a Krasnodar il 3 ottobre 1987, la Narozhilenko viene selezionata, assieme alla connazionale Natalia Grygoryeva, per rappresentare l’Unione Sovietica ai Giochi di Seul, dove, dopo aver realizzato il secondo miglior tempo nei Quarti di finale con 12”62 – che, all’epoca, eguaglia il suo “Personal Best” stabilito a Sochi ad inizio giugno del medesimo anno – cade in semifinale, dovendo così rinunciare alla sua prima occasione di prendere il via in una Finale olimpica.

Conclusa comunque la stagione al sesto posto del Ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track and Field News”, la Narozhilenko vive il suo primo “Anno di Gloria” nel 1989, allorché viene beffata per un solo 0”01 centesimo (7”82 a 7”83) dalla connazionale Chernyshova nella Finale dei 60 metri ostacoli ai Campionati Mondiali Indoor svoltisi a Budapest, per poi essere scelta per rappresentare l’Unione Sovietica nella quinta edizione della Coppa del Mondo in programma a Barcellona, dove coglie un’altra piazza d’onore in 12”80 sulla distanza dei m.100hs alle spalle della tedesca orientale Cornelia Oschkenat (prima con 12”60), che altresì la precede nel ranking mondiale di fine stagione.

L’anno seguente, in cui l’appuntamento principale è costituito dai Campionati Europei di Spalato ’90, in programma a fine agosto ed ai quali si presenta forte del suo primato stagionale di 12”64 stabilito a metà dello stesso mese a Volgograd, la Narozhilenko, nonostante si qualifichi per la Finale con il terzo miglior tempo di 12”78, all’atto conclusivo incorre in una controprestazione che la porta a concludere non meglio che quinta in 12”97 in una gara che vede la francese Monique Ewanjé-Epée porre fine al dominio dell’Europa orientale.

Questo “Complesso da Finale”, che vede la 26enne sovietica retrocedere al quinto posto del Ranking mondiale di fine ’90, viene degnamente esorcizzato nella stagione successiva, in cui riesce a mettere a segno la significativa accoppiata iridata indoor ed outdoor, il cui primo passo è costituito dall’oro sui m.60hs ai Mondiali Indoor di Siviglia ’91, dove con 7”88 si prende la rivincita sulla francese, argento in 7”90.

Prima importante vittoria per la Narozhilenko, che vede premiati i propri sforzi con una sensazionale prestazione all’aperto al Meeting di Kiev dell’11 luglio, dove abbassa di ben 0”34 centesimi il suo personale, facendo fermare i cronometri su tempo di 12”28, all’epoca terza miglior prestazione mondiale assoluta alle spalle delle due bulgare Donkova e Zagorcheva, con 12”21 e 12”25, rispettivamente.

Presentatasi, pertanto, alla rassegna iridata di Tokyo ’91 come una delle pretendenti al gradino più alto del podio, vista l’assenza da parte delle riferite bulgare, la Narozhilenko deve guardarsi, oltre che dalla citata Campionessa europea transalpina, dalla già ricordata connazionale Grygoryeva nonché dall’americana Gail Devers, al suo debutto in una grande manifestazione internazionale.

Decisa a non lasciarsi sfuggire tale occasione, la 27enne di origine russa realizza il miglior tempo sia in batteria con 12”66 che in semifinale, dove si aggiudica in 12”52 la seconda serie, nel mentre la prima, più combattuta, vede la Grygoryeva prevalere (12”66 a 12”71) sulla Devers, con la Ewanjé-Epée a chiudere in 12”88.

Con il quadro delle favorite al podio ben delineato – fatte salve cadute che sugli ostacoli sono sempre all’ordine del giorno – nella Finale del 30 agosto ’91 le stesse occupano le corsie centrali, con la francese in terza e la Devers in quinta, tra le due sovietiche che, al colpo di pistola, prendono l’immediata testa della corsa, con la quasi 29enne Grygoryeva a tenere il ritmo della connazionale sino all’ottava barriera, per poi arrendersi allo scatto finale della Narozhilenko che va a trionfare in 12”59 davanti alla Devers che, rinvenendo negli ultimi metri, soffia l’argento (12”63 a 12”69) ad una appannata Grygoryeva.

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L’allora Narozhilenko nella finale di Tokyo ’91 – da sporting-heroes.net

Finalmente conquistata la vetta della specialità con il primo posto nel Ranking mondiale di fine stagione, la sfida tra la sovietica e l’americana è rimandata alle Olimpiadi di Barcellona ’92, con la prima a presentarsi ancora in veste di favorita, visto i 0”02 centesimi limati dal suo “Personal Best” con i 12”26 in cui corre la distanza il 6 giugno al Meeting di Siviglia, anche se poi l’edizione catalana dei Giochi si dimostra infausta per entrambe.

La prima ad arrendersi, difatti, è la Narozhilenko, la quale, dopo aver chiuso alle spalle della Devers la terza serie dei Quarti di finale, è costretta a rinunciare alla semifinale per un risentimento muscolare, nel mentre l’americana, oramai senza avversarie, sembra avviata alla più comoda dalle vittorie allorquando, in un eccesso di confidenza, incespica sull’ultimo ostacolo al punto da cadere lasciando via libera alla perfetta sconosciuta greca Paraskevi Patoulidou che, in 12”64, va a conquistato il più insperato degli ori olimpici.

Ma, per la 28enne ostacolista russa – che a Barcellona ha gareggiato, data la disgregazione dell’impero sovietico, come rappresentante della “Comunità degli Stati Indipendenti” sotto la bandiera del CIO – oltre alla delusione sportiva, che in ogni caso, in virtù del ricordato risultato cronometrico, le consente di chiudere la stagione alle spalle della sfortunatissima Devers nel Ranking mondiale, iniziano le problematiche fuori dalle piste.

A fine anno ’92, infatti, viene fermata assieme ad altri tre atleti russi di primo piano (tra cui l’astista Rodion Gataulin) alla dogana svedese venendo rintracciate nei loro bagagli 60 tavolette di steroidi, passandola liscia in quanto sostengono servire alla loro allenatrice, Lidya Fedotova, la quale si assume la piena responsabilità, e dato altresì che il test antidoping a cui vengono sottoposti dà esito negativo.

Nel frattempo, dal punto di vista sentimentale, il matrimonio con Nikolai sta andando in frantumi, con Ludmila a legarsi al manager svedese Johan Engquist, circostanza che si lega a doppio filo con la positività dell’atleta scoperta il 13 febbraio ’93 ad un controllo al Meeting di Lievin, in Francia, venendo rilevate nel campione delle sue urine tracce di steroidi anabolizzanti.

La relativa squalifica è pesante, quattro anni di inibizione che possono voler dire la conclusione dell’attività, in relazione alla quale la oramai ex Narozhilenko si difende accusando il marito di averle somministrato, a sua insaputa le sostanze vietate, il quale, a sorpresa, rende una dichiarazione pubblica dinnanzi ad un tribunale russo, confermando la versione dell’ex moglie ed adducendo a sua giustificazione il fatto di aver agito per vendetta visto il naufragio della loro relazione.

Una confessione che spiazza la IAAF, la quale non può che prenderne atto, annullando la squalifica nel dicembre ’95 dopo che Ludmila è già convolata a nozze, divenendo la Signora Engquist ed acquistando, di conseguenza, la cittadinanza svedese, sotto la cui bandiera può tornare a gareggiare.

I quasi tre anni di inattività, oltre a farle perdere la possibilità di difendere il titolo iridato alle edizioni di Stoccarda ’93 e Goteborg ’95 dei Campionati Mondiali, possono avere sicuramente inciso sul rendimento della neo scandinava, che si presenta al suo terzo appuntamento olimpico sotto la terza diversa bandiera pronta comunque a dare battaglia per riscattare, al pari della Devers – che, nel frattempo, ha fatto suo l’oro nelle due citate rassegne iridate confermandosi al vertice del Ranking mondiale – la cocente delusione patita a Barcellona quattro anni prima.

Le due rivali hanno modo di affrontarsi direttamente già nella seconda semifinale e la Engquist – che nei Quarti piazza un 12”47 che rappresenta il record svedese – dimostra di essere in una miglior condizione fisica, prevalendo in 12”51, mentre la campionessa iridata chiude terza, preceduta anche dalla francese Patricia Girard, e durante l’attesa per la Finale, in programma poche ore dopo allo Stadio Olimpico di Atlanta il 31 luglio ’96, i pronostici in tribuna si sprecano, pur con i supporters americani a sperare che la loro rappresentante riesca a sfatare quella sorta di “maledizione olimpica” che la perseguita sulle barriere alte, nel mentre la favorisce sul piano, con due ori consecutivi sui m.100 sia a Barcellona che qui, nella Capitale georgiana.

Il risultato delle semifinali penalizza la Devers, confinata in ottava corsia, nel mentre la Engquist beneficia della sesta, ma al via dello starter quest’ultima risulta attardata, tanto da affrontare i primi ostacoli addirittura in ultima posizione, con la Girard ad avere la miglior partenza, mantenendo la testa sino all’ottavo ostacolo, a partire dal quale subisce l’imperiosa rimonta a larghe falcate della svedese – che può vantare una più ampia apertura di gambe in forza del suo m.1,74 rispetto ai 163cm. della transalpina – così come della slovena Brigita Bukovec in terza corsia, con le due bionde atlete a fiondarsi pressoché simultaneamente sul filo di lana, con un solo 0”01 centesimo (12”58 a 12”59) a separarle per la “Gloria olimpica” che arride alla Engquist, nel mentre la Girard salva il bronzo, anch’essa per un solo 0”01 centesimo (12”65 a 12”66) dal ritorno della Devers, alla quale il destino ha evidentemente riservato di ripartire gli ori sul piano alle Olimpiadi e sugli ostacoli ai mondiali.

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La Engquist nella finale di Atlanta ’96 – da gettyimages.co.uk

Tornata al vertice del Ranking mondiale di fine stagione, la Engquist vuole ora riprendersi lo scettro iridato, dopo aver dovuto abdicare per la forzata assenza nelle edizioni del 1993 e ’95, dando a tutte le sue avversarie l’appuntamento per inizio agosto ’97 sulla pista dello Stadio Olimpico di Atene, dove viene meno la sfida con la Devers, selezionata solo come frazionista della staffetta 4×100 metri.

Con una rappresentativa a stelle e strisce insolitamente mediocre – la Bowles e la Morrison vengono addirittura eliminate in batteria – la sfida alle europee, cui si unisce l’ultimo rigurgito bulgaro costituito dalla bulgara Svetla Dimitrova, viene lanciata dalla giamaicana Michelle Freeman, già sesta l’anno prima ad Atlanta, la quale vuole dare continuità ai progressi messi in mostra durante la stagione.

Atleta caraibica che si mette in mostra sin dalle batterie, facendo segnare il primato nazionale con 12”53, poi migliorato a 12”52 vincendo la prima delle due semifinali, con la Engquist a regolare in 12”53 la francese Girard nella seconda serie.

Ostacolista francese che si “autoelimina” nella Finale del 10 agosto ’97, ultima giornata di gare, a seguito di una falsa partenza, ma il suo posto, quanto a condotta di gara, lo rileva proprio la Freeman, la quale scatta in avvio prendendo un largo margine che la vede in chiaro vantaggio a metà gara, per poi essere progressivamente rimontata, nelle sue corsie a fianco, dapprima dalla Engquist che la affianca e la supera tra l’ottava e la nona barriera e quindi anche dalla Dimitrova, che riesce in analogo tentativo dopo l’ultimo ostacolo, così da relegarla sul gradino più basso del podio in 12”61, nel mentre la svedese si conferma la migliore al mondo con il suo personale stagionale di 12”50 e la bulgara chiude eccellente seconda in 12”58.

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Ludmila Engquist dopo il bis iridato di Atene ’97 – da gettyimages.co.uk

Oramai 33enne, per la Engquist potrebbe essere il momento di dare addio all’attività agonistica, ma la parola ritiro non fa parte del suo vocabolario, nonostante gli eventi che ne caratterizzano il successivo periodo, dopo aver ovviamente mantenuto la veste di “Numero Uno” del Ranking mondiale anche per il 1997.

Dapprima, infatti, subisce un infortunio muscolare al polpaccio che le impedisce di partecipare ai Campionati Europei di Budapest ’98 e di saltare in pratica l’intera stagione, una cosa da nulla se paragonata a quanto le accade a marzo ’99, allorché le viene diagnosticato un tumore al seno, per il quale deve sottoporsi ad un intervento chirurgico proprio il 21 aprile, che coincide con la data del suo 35esimo compleanno, evento che indurrebbe la quasi totalità delle atlete a dire basta con piste, allenamenti e gare.

Ma non per Ludmila che, dando prova di una forza morale non indifferente, recupera in tempo per potersi iscrivere ai Mondiali di Siviglia ’97, in cui deve confrontarsi con la rinata Devers e, fornendo una delle migliori prestazioni in carriera, si aggiudica in 12”50 la prima delle due semifinali, per poi scendere a 12”47 – eguagliando il suo “Personal Best” da svedese realizzato ai Giochi di Atlanta ’96 – in Finale, circostanza che la vede perdere l’argento per soli 0”03 centesimi rispetto alla nigeriana Glory Alozie, nel mentre la Devers si mette al collo la sua terza medaglia d’oro iridata con un convincente 12”37.

E’ finalmente giunto il momento di dire addio all’Atletica leggera, ma non al Mondo dello Sport, in quanto, dopo aver positivamente concluso i necessari cicli di chemioterapia, la Engquist si prefigge un altro obiettivo, vale a dire di conquistare una medaglia olimpica anche ai Giochi Invernali di Salt Lake City ‘02, iniziando a cimentarsi nel bob a due con Karin Olsson come compagna.

Obiettivo che non sembra neppure tanto lontano da realizzarsi, visto che ai Campionati mondiali di Calgary ’01 l’equipaggio svedese conclude al quarto posto, ma il sogno viene definitivamente interrotto allorquando, nel novembre dello stesso anno, la Engquist ricade nella trappola del doping, risultando positiva ad un controllo a sorpresa per il quale, a differenza di quanto avvenuto nel caso precedente, ella stessa ammette di aver fatto uso di steroidi fatti giungere dalla Russia.

La conseguente sospensione per due anni pone fine alla sua carriera sportiva, incidendo anche sulla relativa immagine, visto che un’azienda di cereali per colazione ritira le confezioni che la ritraevano, facendo ovviamente scoppiare le consuete polemiche sulla veridicità dei suoi risultati in Atletica Leggera, così come se la malattia contratta non fosse stata conseguenza dell’uso di sostanze dopanti.

Di certo c’è che la vita di Ludmila, in ogni sua sfaccettatura, sarebbe degna di una sceneggiatura di un film – e non è detto che prima o poi ciò non accada – e di lei resta in ogni caso il ricordo di un’atleta tuttora detentrice dei primati nazionali sovietico e russo con il 12”26 di Siviglia ’92 (ancor oggi quarta miglior prestazione “All Time”) e svedese con il 12”47 due volte realizzato, nonché di una combattente a tutto tondo che non si à mai arresa dinanzi alle avversità sino a raggiungere i vertici di una specialità tutt’altro che semplice quale quella degli ostacoli alti.

Se poi, fu “vera Gloria”, non siamo certo noi a poterlo stabilire