AGLI EUROPEI DI BUDAPEST 2001 LA JUGOSLAVIA TORNA AI VERTICI DELLA PALLANUOTO

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Aleksandar Sapic, simbolo della rinascita jugoslava – da gettyimages.dk

articolo di Giovanni Manenti

Raramente, negli sport di squadra, si è registrata la superiorità di un poker di nazioni talmente forte da lasciare appena le briciole alle restanti avversarie come nella pallanuoto maschile, con le “quattro sorelle” ad essere costituite da Italia, Ungheria, Unione Sovietica e Jugoslavia.

Basti solo pensare che, a livello olimpico, per ben 60 anni – dai Giochi di Los Angeles 1932 sino all’edizione di Barcellona 1992 compresa – nessun’altra formazione si è aggiudicata la medaglia d’oro e che altresì, in quattro occasioni consecutive (da Melbourne 1956 sino a Città del Messico 1968) le stesse hanno occupato i primi quattro posti della classifica finale.

Un dominio che si è successivamente esteso anche con l’introduzione dei Campionati Mondiali, visto che dalla prima edizione di Belgrado 1973 sino al 1991 si registrano due successi sovietici, altrettanti jugoslavi, mentre Italia ed Ungheria vantano una sola vittoria.

Tali affermazioni in sede olimpica ed iridata fanno sì che, giocoforza, i Campionati Europei assumano una paritetica valenza dal punto di vista strettamente tecnico e, dal 1950 sino all’edizione di Atene 1991, solo in due sporadici casi – a Spalato nel 1981 ed a Bonn nel 1989 – ad affermarsi sono i tedeschi occidentali.

Ma torniamo a quel 1991, anno in cui la Jugoslavia – dopo aver confermato a gennaio ai Mondiali di Perth il titolo iridato di Madrid 1986 – torna sul trono europeo nella capitale greca dopo tre secondi posti nelle precedenti edizioni, superando 11-10 la Spagna in finale e candidandosi per l’oro olimpico l’anno successivo alle Olimpiadi 1992 che si svolgono a Barcellona, dove è chiamata a difendere il titolo di Seul 1988.

Come avrete capito, si tratta della formazione che sta dominando la scena ad ogni latitudine a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del successivo decennio, ma qualcosa di extra-sportivo sta per interromperne la striscia vincente, e che ha a che vedere con il crollo del comunismo nell’Europa orientale e la conseguente disgregazione dell’impero sovietico.

E se, per quel che riguarda la pallanuoto, le ripercussioni sull’ex-Urss sono marginali, poiché al suo posto gareggia la Russia, con la sola, peraltro non trascurabile, differenza di veder ridotti i finanziamenti a favore dello sport che il vecchio regime garantiva, per ciò che concerne la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia il discorso è ben diverso.

Tralasciando – poiché non è certo nostro compito – il dramma della guerra civile tra serbi e bosniaci che genera oltre 250mila vittime, la creazione di repubbliche indipendenti quali Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia, fa sì che la ex-Repubblica Socialista si trasformi inizialmente in Repubblica Federale di Jugoslavia (di cui fanno parte le sole Serbia e Montenegro), per poi assumere la denominazione di Serbia e Montenegro sino a che quest’ultimo ottiene la propria indipendenza a far tempo da inizio giugno 2006.

E poiché la ex-Jugoslavia, dal punto di vista sportivo, attingeva da giocatori di estrazione serba, croata e montenegrina, ne scaturisce che, ai giorni nostri, da una sola rappresentativa ne siano sorte tre altamente competitive, come dimostra l’esito delle Olimpiadi di Londra 2012, che vedono il trionfo della Croazia (8-6 in finale sull’Italia), ma con Serbia e Montenegro a sfidarsi per la medaglia di bronzo.

Pertanto, se da un lato l’intervenuta disgregazione ha evitato di vedere la Jugoslavia dominare per chissà quanto tempo, dall’altro vi sono adesso ben tre formazioni a competere per il podio, così da ridurre le possibilità di medaglia per Italia, Russia ed Ungheria, oltre alla nuova realtà nata proprio durante la diaspora jugoslava, vale a dire la Spagna, argento a Barcellona ’92 ed oro ad Atlanta ’96, oltre ai titoli iridati conquistati nel 1998 e 2001.

Sicuramente, nel caos generato dalle lotte intestine che determinano l’esclusione della Jugoslavia (o, per meglio dire, di quel che ne resta) dalle Olimpiadi di Barcellona ’92, non è facile pensare a riorganizzare un’attività sportiva, tant’è che agli Europei di Sheffield ’93 si presenta la sola Croazia, la quale conclude al quinto posto in un’edizione che vede il ritorno al successo del “Settebello azzurro” a distanza di 46 anni dall’affermazione di Monaco nel 1947, Italia che si conferma l’anno seguente ai Mondiali di Roma ’94 (dove la Croazia è quarta) ed ancora alla rassegna continentale di Vienna ’95, in cui la Croazia conferma la quarta posizione.

Per riveder scendere in acqua una formazione che porti il nome di Repubblica Federale di Jugoslavia – ancorché, come ricordato, formata solo da Serbia e Montenegro – occorre attendere le Olimpiadi di Atlanta ’96, in cui ha modo di incontrare nei quarti proprio la Croazia in una di quelle sfide che diverranno negli anni a seguire delle vere e proprie “lotte senza quartiere“, con ad avere la meglio la seconda che, dopo essersi imposta per 8-6, supera per 7-6 anche l’Italia di Ratko Rudic in semifinale, salvo arrendersi alla furia di Manuel Estiarte che regala alla Spagna quello che è sinora l’unico oro olimpico del paese iberico.

In ogni caso, il rientro a livello internazionale è quanto mai uno stimolo positivo per gli slavi che ora affrontano con rinnovato entusiasmo e determinazione i successivi impegni, desiderosi di riprendere il posto che ritengono spettar loro di diritto, pur dovendo fare a meno dei giocatori croati, i quali si confermano a livello di club, come testimoniano i successi del Mladost Zagabria e dell’Jadran Spalato in Coppa dei Campioni, cui nell’edizione 1999 si unisce anche il Posk Spalato, che in finale supera per 8-7 proprio i serbi del Becej.

Risalita che prende corpo già ai Campionati Europei di Siviglia ’97, dove la Jugoslavia si vendica dei cugini croati, superandoli 8-7 in semifinale, salvo poi cedere 2-3 in una finale combattutissima contro l’Ungheria, e quindi recarsi a gennaio 1998 a Perth per partecipare alla rassegna iridata.

L’esser scesa nel ranking, fa sì che la Jugoslavia – che continuiamo a chiamare così per comodità, quantunque la corretta definizione sia Repubblica Federale di Jugoslavia come precisato all’inizio – venga inserita nel Gruppo B assieme ad Italia ed Ungheria (oltre al materasso Iran), ed a fare le spese della ritrovata competitività sono proprio gli azzurri, sconfitti per 11-10, circostanza che consente ai nostri avversari di progredire sino alle semifinali, dove si arrendono per 3-5, dopo aver condotto 3-2 all’intervallo, di fronte alla Spagna che fa il suo il titolo iridato superando in finale per 6-4 l’Ungheria, mentre la Jugoslavia occupa il gradino più basso del podio in virtù del 9-5 rifilato ai padroni di casa australiani, ovviamente favoriti in occasione della composizione dei relativi gironi.

In vista dell’appuntamento olimpico dei Giochi di fine Millennio di Sydney 2000, l’edizione di Firenze 1999 dei Campionati Europei è quanto mai utile per affinare l’intesa, ed ancora una volta l’ostacolo più arduo per la Jugoslavia è costituito dal derby serbo-croato che si svolge nei quarti, con questi ultimi a prevalere per 9-7 dopo ben due tempi supplementari, salvo poi arrendersi anch’essi 12-15 in finale all’Ungheria che conferma il titolo di Siviglia.

Ovviamente per emergere ai massimi livelli occorrono anche ottimi giocatori, e la “covata” degli anni ’70 è quanto mai florida sotto questo punto di vista, da Vladimir Vujasinovic (classe 1973), al pari di Petar Trbojevic, mentre Dejan Savic è del 1975, Danilo Ikodinovic del 1976 e Aleksandar Ciric del 1977.

Ma il “Pelè delle piscine” è il 22enne Aleksandar Sapic, nato l’1 giugno 1978 a Belgrado e che, appena 18enne, aveva debuttato ai Giochi di Atlanta ’96 nel successo per 11-8 sull’Olanda, ed il paragone con la “Perla Nera” del calcio non è irriverente, quanto meno sotto l’aspetto numerico, dato che Sapic, in 18 anni di carriera a livello di club, mette a segno qualcosa come 1.694 reti, risultando capocannoniere per 14 stagioni consecutive dei campionati di Jugoslavia (con Stella Rossa e Becej), Italia, dove milita nel Camogli e nella Rari Nantes Savona, ed infine in Russia nelle file dello Shturm.

Con una tale bocca da fuoco in attacco, il tecnico Nenad Manojlovic rispolvera per le Olimpiadi australiane – quasi a fare da trait d’union tra “il vecchio ed il nuovo” – il 36enne portiere Aleksandar Sostar, già componente della formazione oro ai Giochi di Seul ’88, così come ai Mondiali di Perth ed agli Europei di Atene del 1991, inserendo altresì tra i selezionati il 30enne Viktor Jelenic, anch’egli facente parte della squadra campione del mondo nel ’91.

Inserita nel Gruppo B assieme a Croazia ed Ungheria, la Jugoslavia conclude la poule al primo posto solo per una miglior differenza reti rispetto agli ex connazionali, visto che entrambe le squadre hanno la meglio contro l’Ungheria, salvo stavolta dividersi la posta in un 4-4 in cui Sapic mette a segno due reti.

La posizione di classifica consente alla formazione di Manojlovic un comodo quarto contro i padroni di casa australiani (7-3 con 3 reti di Sapic), nel mentre la Croazia esce di scena, sconfitta 8-9 dai campioni olimpici e mondiali in carica della Spagna, stessa sorte che tocca all’Italia contro l’Ungheria, mentre avanza anche la rinnovata Russia, che sinora aveva potuto contare solo sul bronzo iridato a Roma 1994.

Nei grandi tornei occorre farsi trovare nella forma giusta al momento giusto, ed è ciò che capita all’Ungheria che, a dispetto delle due sconfitte di misura subite nella prima fase, si impone in semifinale alla Jugoslavia per 8-7 in una sfida equilibratissima, con le due squadre in parità (5-5) sia all’intervallo che all’inizio dell’ultimo parziale sul punteggio di 7-7, grazie al fatto di essere riuscita a limitare Sapic, autore di una sola rete.

Esce di scena anche la Spagna, al termine di una sfida infinita contro la Russia, risolta a favore di quest’ultima per 8-7 con la rete decisiva messa a segno nel terzo tempo supplementare, una fatica che pesa sulle gambe e le braccia degli iberici, i quali cedono nettamente per 8-3 contro la Jugoslavia nella gara che vale il bronzo, nel mentre l’Ungheria travolge 13-6 una Russia probabilmente già appagata, così da poter tornare sul gradino più alto del podio olimpico a 24 anni di distanza dall’oro di Montreal ’76, mentre a Sapic spetta il titolo di capocannoniere con 18 reti.

Oramai, per la Jugoslavia le basi sono fissate per poter anch’essa tornare a festeggiare un titolo che oramai manca da un decennio, e l’anno seguente, 2001, offre due opportunità, costituite dai Campionati Europei che si svolgono dal 15 al 24 giugno a Budapest e dai successivi Mondiali, in programma dal 19 al 29 luglio a Fukuoka, in Giappone.

L’idea di poter trionfare all’interno della piscina “Alfred Hajos“, in casa dei campioni europei ed olimpici, può sembrare un sogno azzardato, ma le prove generali vengono effettuate nel girone eliminatorio che, non si capisce bene in base a quale criterio, inserisce nella stessa poule, oltre ad Olanda e Romania, Italia, Spagna, Ungheria e Jugoslavia (!!!) – ovvero le vincitrici delle ultime cinque edizioni dei Giochi olimpici e delle quattro rassegne iridate –, mentre dell’altra fanno parte Grecia, Russia, Croazia e Slovacchia, oltre a Francia e Germania, ma tant’è…

In ogni caso, il rodaggio è quanto mai utile per gli jugoslavi, che concludono il girone a punteggio pieno – 9-7 alla Spagna, 9-8 all’Italia ed 8-5 ai padroni di casa –, con l’Ungheria a terminare seconda, avendo sconfitto con un secco 10-5 gli azzurri, superati 8-7 anche dalla Spagna, così da concludere al quarto posto che significa, con gli abbinamenti incrociati, affrontare nei quarti la Grecia, a sorpresa vittoriosa nell’altro raggruppamento, davanti a Croazia, Russia e Slovacchia nell’ordine.

Se ricordate cosa era successo due anni prima all’Ungheria, stavolta a recitare la parte della rediviva è proprio la formazione azzurra, che, silurato Rudic dopo i deludenti Giochi di Sydney 2000, è affidata a Sandro Campagna, così da liquidare per 7-6 la Grecia e qualificarsi per la semifinale, improba sulla carta, contro i padroni di casa magiari, che hanno disposto per 10-9 della Russia nel remake della finale olimpica, mentre l’altra sfida mette di fronte la Jugoslavia – che soffre più del previsto per aver ragione 8-7 della Slovacchia – e, diremmo quasi ovviamente, la Croazia, a propria volta vincitrice per 7-6 sulla Spagna.

Quattro incontri tutti risolti con una sola rete di scarto, a dimostrazione sia dell’equilibrio che della potenzialità delle formazioni europee nella pallanuoto, e, del resto, come potrebbe essere diversamente, visto che sino al giorno d’oggi nessuna nazione di un altro continente ha mai conquistato un titolo olimpico od iridato, nel settore maschile ovviamente.

Il derby che va in scena il 22 giugno 2001 si conclude a favore della Jugoslavia per 8-6 per poi assistere all’impresa del “Settebello” che, contro ogni pronostico, ammutolisce gli spettatori sulle tribune rimontando nell’ultimo quarto uno svantaggio di 5-6 imponendosi per 8-7 che vale la finale per il titolo continentale.

Due giorni di attesa e quindi, dopo che l’Ungheria sfoga (12-9) sulla Croazia la delusione per la sconfitta, va in scena l’atto conclusivo che fa sperare in un ulteriore miracolo degli azzurri che si portano rapidamente sul 2-0 salvo poi cadere in un “blackout” di cui approfittano gli jugoslavi per piazzare un parziale di 6-0 che chiude i conti, con la sfida a trascinarsi sino all’8-5 conclusivo che incorona la Jugoslavia sul tetto d’Europa a 10 anni esatti dall’ultimo trionfo, con in più Vujasinovic ad essere premiato quale “Miglior Giocatore del Torneo“.

Quell’anno, il 1991 ricordate, la Jugoslavia si era anche laureata campionessa mondiale a gennaio, mentre stavolta il calendario inverte la cronologia dei due appuntamenti, con la rassegna iridata a disputarsi nella seconda metà di luglio in Giappone, e l’impresa per poco non si ripete, pur con Croazia ed Ungheria estromesse dalla zona medaglia, in quanto il titolo, dopo aver superato 9-8 la Russia in semifinale, sfugge di fronte ad una Spagna che, confermando il successo di tre anni prima a Perth grazie al successo per 4-2, conclude di fatto il proprio ciclo vincente ai massimi livelli.

Già, perché da ora in avanti, occorrerà fare i conti con Serbia, Croazia e Montenegro, una specie di “tre al prezzo di uno…“, quasi fosse uno slogan pubblicitario.

Ma, questa è un’altra, ancorché più recente, storia

 

LA SFIDA INFINITA JUGOSLAVIA-ITALIA A MONDIALI DI PALLANUOTO 1986

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La Jugoslavia campione del mondo 1986 – da waterpololegends.com

articolo di Giovanni Manenti

Vi sono sport di squadra – tipicamente basket, volley, pallanuoto e pallamano – dove il valore di un titolo olimpico od iridato si equivale, forse anche di maggior valenza tecnica quella ottenuta ai campionati mondiali per una più ampia rappresentanza di partecipanti e relativa durata rispetto all’oggettiva costrizione nell’ambito di soli 15 giorni come prevede il programma dei Giochi.

Ciò nondimeno, vi sono paesi che, senza una particolare spiegazione sul perché ciò avvenga, ottengono i migliori risultati in ambito olimpico che non iridato o viceversa, caso quest’ultimo dell’Italia maschile di pallanuoto, prova ne sia che nelle 18 edizioni dei Giochi a cui ha partecipato dal secondo dopoguerra ad oggi è andata 8 volte a medaglia (3 ori, 2 argenti e 3 bronzi), mentre nelle altrettante 18 partecipazioni ai Campionati Mondiali, a far tempo dalla loro istituzione nel 1973, ha raccolto 4 ori, 2 argenti ed un bronzo.

In particolare, il Settebello azzurro – che ha altresì all’attivo tre quarti posti olimpici e quattro iridati – vive il suo peggior momento nel corso degli anni ’80, in cui resta completamente a secco di vittorie tra Olimpiadi, Campionati Mondiali, Europei e Coppa del Mondo, tornando a festeggiare un trofeo con la storica affermazione contro i padroni di casa alle Olimpiadi di Barcellona ’92, a 14 anni di distanza dal successo alla rassegna iridata di Berlino 1978.

Il trionfo del 9 agosto 1992 alla “Piscines Bernat Picornell” del capoluogo catalano, dinanzi al Re di Spagna Juan Carlos ed ottenuto per 9-8 al termine di tre tempi supplementari, rappresenta per tutti gli appassionati azzurri una sorta di pietra miliare della disciplina, ovviamente per l’esito favorevole conclusivo, ma non dobbiamo dimenticarci di un’altra famosa finale che, agli occhi neutrali dei media internazionali, è stata ribattezzata come la partita del secolo“, un po’ come avvenuto per la celebre semifinale tra Italia e Germania Ovest all'”Estadio Azteca” di Città del Messico ai Mondiali di calcio 1970, che tale è sia per i nostri colori che per quelli tedeschi.

Oltretutto, dal punto di vista italiano, detto incontro va ad incastonarsi proprio come una perla nel grigiore di un periodo in cui, dalla Coppa del Mondo 1979 all’edizione del 1985, gli azzurri erano riusciti a salire sul podio solo per occuparne il gradino più basso alla Coppa del Mondo ’83 disputatasi a Malibu, a fronte viceversa dei deludenti piazzamenti ai Giochi di Mosca ’80 (ottavi) e di Los Angeles ’84 (settimi nonostante le assenze di Urss ed Ungheria), nonché ai Mondiali di Guayaquil ’82, dove si classificano non meglio che noni, un risultato peggiorato solo con l’undicesimo posto alla rassegna iridata di Roma 2009.

Di contro, la seconda metà degli anni ’80 celebra il dominio della Jugoslavia guidata dal “Guru” Ratko Rudic, capace di tornare a festeggiare un oro olimpico nell’edizione dimezzata di Los Angeles ’84 per poi mettere in fila uno straordinario pokerissimo di successi costituito da Mondiali 1986, Coppa del Mondo ’87, Olimpiadi ’88, Coppa del Mondo ’89 e Mondiali ’91, una sorta di “Invencible Armada” che, contrariamente a quanto accaduto alla flotta spagnola, sconfitta da quella inglese nell’agosto 1588, riesce a superare l’ostacolo più duro rappresentato dalla formazione azzurra in occasione dei Mondiali di Madrid 1986.

Manifestazione per la quale il commissario tecnico Fritz Dennerlein, in carica dal 1983 dopo il disastroso esito dei Mondiali dell’anno precedente, conferma solo sei (Misaggi, Pisano, Steardo, Fiorillo, D’Altrui e Postiglione) dei selezionati per i Giochi di Los Angeles ’84, con le novità costituite da Trapanese, Campagna, Caldarella, Porzio, Tempestini, Ferretti ed Averaimo in luogo di Gandolfi, De Magistris, Galli, Baldineti, D’Angelo, Collina e Panerai.

Rudkic, viceversa, fedele al motto “squadra che vince non si cambia“, conferma ben 9 giocatori della formazione vincitrice dell’oro olimpico in California – Andric, Bukic, Djuho, Krivocapic, Lusic, Milanovic, Parkvalin, Petrovic e Popovic – con il solo inserimento di Simenc, Sostar, Vasovic e Vicevic tra i selezionati.

Inserita nel Gruppo A assieme a Spagna, Ungheria ed Israele – nel più classico dei gironi di ferro – l’Italia stupisce, concludendo a punteggio pieno grazie ai successi sui padroni di casa (8-7) all’esordio e sui sempre temibili magiari (9-8), per poi avere la meglio (7-5) anche su Israele, mentre gli iberici, grazie alla vittoria per 7-5 sull’Ungheria nell’ultima giornata, estromettono quest’ultima dalla seconda fase.

Seconda fase a cui accedono le prime due dei quattro gironi eliminatori, ovvero anche Germania Ovest e Francia (Gruppo C) e Stati Uniti ed Unione Sovietica (Gruppo D, con gli Usa a superare l’Urss 10-8 nel confronto diretto), mentre la Jugoslavia si fa sorprendentemente imporre il pareggio per 11-11 da Cuba nel Gruppo B che qualifica entrambe allo stadio successivo della competizione.

Suddivise in due gruppi da quattro squadre – con le prime due ad accedere alle semifinali incrociate e portandosi dietro i risultati della prima fase – l’Italia ha pertanto una dotazione di 2 punti rispetto a Jugoslavia e Cuba con 1 e Spagna a quota 0, così da garantirsi l’accesso alle semifinali grazie al successo per 9-7 su Cuba ed affrontare la Jugoslavia (a sua volta vincitrice per 10-6 sulla Spagna) il 19 agosto solo per definire i primi due posti del girone, con gli azzurri ad incappare nella prima sconfitta (5-8) del torneo ed essere pertanto costretti ad affrontare in semifinale gli Stati Uniti, primi nell’altro girone, con l’Urss seconda.

Sfide che vanno in scena il 21 agosto, con dapprima a scendere in acqua, alle 18,30 ora locale, Italia e Stati Uniti, gara quanto mai incerta (3-3 al termine del primo parziale e 6-6 all’intervallo), decisa dal 2-1 con cui gli azzurri chiudono a proprio favore la terza frazione per poi uscire dall’acqua vittoriosi per 10-9 ed assistere ad un altrettanto combattuto incontro tra Unione Sovietica ed Jugoslavia, risolto a favore di quest’ultima solo grazie alla rimonta compiuta nell’ultimo quarto, iniziato in svantaggio 4-6, e concluso a proprio favore per 8-7.

Un sostanziale equilibrio che si conferma anche nella gara che assegna il bronzo, con Stati Uniti ed Unione Sovietica a concludere i tempi regolamentari sul 5 pari per poi toccare ai rappresentanti dell’Europa orientale prendere il sopravvento nel secondo dei due tempi supplementari, piazzando l’allungo decisivo per il punteggio di 8-6 conclusivo, un esito che infonde fiducia all’Italia visto che si è ribaltato il risultato della precedente sfida tra le due formazioni.

Sono pertanto le 18,30 ora locale del 22 agosto 1986 allorché Italia ed Jugoslavia scendono in acqua nella “Piscina Principal” di Madrid per la gara che assegna il titolo iridato che gli azzurri si sono già aggiudicati nel 1978, mentre i loro avversari vantano quale miglior piazzamento, nelle precedenti quattro edizioni dei Mondiali, il bronzo sia a Belgrado ’73 che a Berlino ’78 e sono pertanto alla ricerca del loro primo trionfo in una manifestazione che ha sinora incoronato anche l’Ungheria nell’edizione inaugurale e l’Unione Sovietica a Cali ’75 ed a Guayaquil ’82.

Dennerlein manda in acqua Trapanese in porta e quindi si affida a Misaggi, Ferretti, Pisano, D’altrui, Fiorillo e Campagna, ma il primo acuto è jugoslavo con Lusic che si incarica di aprire le marcature sfruttando la superiorità numerica, solo per assistere alla reazione azzurra che si concretizza con una conclusione dalla distanza di Campagna per il punto del momentaneo pareggio, cui segue la deviazione sotto misura di Misaggi su pregevole assist di Pisano per il 2-1 con cui si conclude la prima frazione di gioco.

Con il “diavolo a non apparire così brutto come lo si dipingeva“, l’Italia prende coraggio nel secondo parziale e, complice la buona vena di Trapanese e qualche errore di troppo da parte jugoslava, riesce ad allungare nel punteggio, dapprima con una conclusione chirurgica da lontano di Fiorillo che sorprende Krivocapic e quindi con un micidiale contropiede che porta Campagna, addirittura con gli azzurri in inferiorità numerica, a tu per tu con il portiere avversario per superarlo e mandare le due squadre all’intervallo sul 4-1 per il “Settebello“.

In tribuna i tifosi italiani iniziano a sognare per una vittoria attesa da tanto, troppo tempo, ma non è possibile immaginare una Jugoslavia nelle vesti della “vittima sacrificale“, come conferma la rete di Paskvalin, abile a smarcarsi a centro area, messa a segno dopo appena 30” dalla ripresa del gioco, cui replica immediatamente Ferretti con la specialità della casa, ovvero una rovesciata spalle alla porta per il punto del 5-2 a favore dell’Italia anche se il parziale più ricco di reti dell’intero incontro regala ancora emozioni, complici la rete di Lusic per il 3-5 e la rocambolesca trasformazione di un rigore assegnato agli azzurri da parte di Fiorillo, la cui conclusione colpisce il palo alla destra di Krivocapic prima che l’estremo difensore jugoslavo non se ne renda conto facendosi anticipare dal giocatore del Posillipo per la ribattuta in rete.

Sul punteggio di 6-3 gli azzurri dovrebbero riuscire a congelare il gioco, impresa tutt’altro che facile quando si hanno davanti i campioni olimpici in carica che, difatti, si rendono conto della difficoltà del momento migliorando la precisione sia nei passaggi che nelle conclusioni, riuscendo a portarsi in scia all’Italia grazie alle reti di Vasovic dalla distanza e di Milanovic sotto misura, così che a 7’ dalla fine dell’incontro il vantaggio azzurro si riduce (6-5) ad una sola rete di scarto.

Se notoriamente i giocatori italiani sono dotanti di maggiore inventiva e fantasia, è altrettanto vero che la prestanza fisica degli jugoslavi è senz’altro superiore ed il dover disputare la settima gara in 9 giorni può avere il suo peso nelle fasi finali dell’incontro, con i nostri avversari a completare la rimonta grazie ad una rete di Vasovic che sfrutta al meglio la superiorità numerica dopo 1’12” dall’inizio dell’ultimo quarto.

Con un parziale di 3-0 a favore degli uomini di Rudic sono in molti a credere che per l’Italia oramai le speranze di vittoria siano ridotte al lumicino, specie dopo che due conclusioni da fuori di Campagna e Tempestini sono state respinte dai legni della porta avversaria ed, infine, una bordata di Lusic da lontano ha sorpreso Trapanese per il secondo vantaggio (7-6) jugoslavo dell’incontro, dopo l’1-0 in apertura.

Mancano meno di 3’ alla fine del match la cui inerzia appare oramai a favore dei campioni Olimpici allorquando – un po’ come il famoso goal di Schnellinger al 90’ nella citata sfida Italia-Germania Ovest del 1970 – l’Italia ha un sussulto d’orgoglio e, sfruttando per la seconda volta nel corso dell’incontro la superiorità numerica, si procura un rigore che Fiorillo trasforma per il suo terzo centro personale che fissa il punteggio sul 7-7 e manda l’incontro ai tempi supplementari.

Si iniziano quindi i prolungamenti ed il primo squillo è jugoslavo con Vasovic (che raggiunge a quota tre centri il compagno Lusic) per poi toccare allo stesso giocatore con la calottina nr.12 siglare il punto del 9-7 (e quarto personale) che sembra decidere l’incontro, ma una rete di Campagna con l’uomo in più ad 1’53” dalla fine del secondo supplementare riaccende le speranze azzurre che sono però sul punto di crollare allorché, ad 1’ dal termine, la Jugoslavia beneficia della superiorità numerica, non sfruttata da Milanovic, la cui conclusione si stampa sulla traversa, offrendo così all’Italia un’ultima occasione per riportarsi in parità, con Pisano il cui tiro è deviato in corner a 22” dalla fine e quindi beneficiare di un rigore a soli 14” dalla sirena.

Ad incaricarsi dell’esecuzione è Campagna, che trasforma la massima punizione e prolunga l’incontro per altri due tempi supplementari, dove un altro penalty realizzato dallo stesso Campagna – autore delle ultime tre reti azzurre – riporta in una situazione di vantaggio (10-9) l’Italia, ma la stanchezza inizia a farsi pesare e, in doppia superiorità numerica per le espulsioni di Ferretti e Porzio, è Paskvalin a riequilibrare le sorti dell’incontro che, coi giocatori stremati, vede disputarsi un quarto tempo supplementare.

La maggiore fisicità jugoslava inizia a prendere il sopravvento, in una stessa azione vengono infatti espulsi prima Pisano (al terzo provvedimento e quindi definitiva, come già in precedenza avvenuto per Porzio) e poi Fiorillo, con un rigore che viene assegnato alla formazione di Rudic e Trapanese che riesce provvidenzialmente ad opporsi alla conclusione di Lusic.

Una sfida in cui di certo non si può dire che manchino le emozioni, visto che, sul rovesciamento di fronte, è l’Italia a beneficiare dell’uomo in più per la definitiva espulsione del cannoniere Vasovic, sapientemente sfruttato da Tempestini per il punto dell’11-10 quando mancano solo 3’ alla conclusione del quarto tempo supplementare.

A 2’30” dal termine gli azzurri hanno la ghiotta opportunità per piazzare l’affondo decisivo ritrovandosi in superiorità numerica per l’espulsione temporanea di Petrovic, ma la stanchezza annebbia le idee di Tempestini che non riesce a trovare lo spiraglio giusto per una conclusione vincente, così da offrire alla Jugoslavia la possibilità di portarsi nuovamente in parità grazie ad una potente fiondata dalla distanza di Vicevic che manda la palla ad infilarsi nell’angolo basso alla sinistra di Trapanese quando il cronometro segnala che restano ancora 1’41” da giocare di questa sfida infinita.

Con palla in mano, Fiorillo va alla conclusione a poco più di 1’ dal termine, ma la stessa viene ribattuta, così come poco dopo è Tempestini che, liberatosi sulla destra, si trova a tu per tu con Krivacopic senza riuscire a superarlo, in modo che sia la Jugoslavia a poter cercare di evitare che la gara si prolunghi sino al quinto supplementare.

Mezzo minuto in cui succede di tutto, espulsione contemporanea per Petrovic e Ferretti e quindi fuori anche Steardo per gli azzurri, con soli 9 giocatori in acqua e Jugoslavia a far girare la palla sino a che questa non perviene a Milanovic che, da posizione angolata ma ravvicinata, trova lo spazio giusto per superare Trapanese per il punto del definitivo 12-11 quando il cronometro certifica che mancano solo 0”3 decimi alla sirena.

Gioia per gli uomini di Rudic, sconforto per il “Settebello” che ottiene comunque il suo miglior risultato dall’oro di Berlino ’78 e poi, se una sfida viene definita partita del secolo protagonisti occorre esserlo in due.

Purtroppo, gli azzurri non si confermano l’anno seguente alle Olimpiadi di Seul ’88, concluse ancora al settimo posto e la federazione, dato il benservito a Dennerlein, opera l’unica soluzione possibile per invertire la tendenza, ovvero assumere come commissario tecnico “l’uomo del miracolo jugoslavo“, vale a dire Ratko Rudic che, con lui alla guida, riporterà il “Settebello” ai fasti di un tempo, conquistando in un decennio la medaglia d’oro ai Giochi di Barcellona ’92, il titolo iridato a Roma ’94 e quelli continentali nelle edizioni di Sheffield ’93 e Vienna ’95.

 

L’INATTESO TRIONFO DEL SETTEBELLO AZZURRO AI GIOCHI DI ROMA 1960

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Il Settebello azzurro oro ai Giochi di Roma 1960 – da lucapelosi.com

articolo di Giovanni Manenti

Allorché il 25 settembre 1960 il Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi pronuncia, dalla tribuna d’onore dello Stadio Olimpico di Roma, la rituale formula di apertura della XVII edizione delle Olimpiadi dell’era moderna, vi è la speranza che si possa, nel team azzurro, sfatare il tabù di non essere ancora riusciti a salire sul podio sia nel programma natatorio che nei tuffi.

Speranza quanto mai vana, in quanto nelle gare svoltesi nella piscina del “Foro Italicoil miglior piazzamento lo ottiene Fritz Dennerlein con il quarto posto nella finale dei 200 metri farfalla – e dovranno attendersi ancora 12 anni prima che ai Giochi di Monaco 1972 tocchi alla padovana Novella Calligaris infrangere la tradizione negativa –, mentre nei tuffi non si va oltre il sesto posto di Lamberto Mari dal trampolino, ma, in questo caso, è alle porte l’era della fantastica coppia formata da Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto.

Non resta, quindi, che affidarci alla pallanuoto, unica specialità non a secco di medaglie olimpiche, avendo già trionfato ai Giochi di Londra 1948, per poi conquistare il bronzo nell’edizione successiva di Helsinki ’52, mentre a Melbourne, nel 1956, deve accontentarsi della quarta piazza.

Sono gli anni, peraltro, del dominio assoluto delle “Quattro sorelle“, ovvero Italia, Jugoslavia, Unione Sovietica ed Ungheria, con quest’ultima, in particolare, ad aver conquistato uno dei primi due posti (quattro ori e due argenti, per la precisione) nelle ultime sei edizioni olimpiche, da Amsterdam 1928 sino a Melbourne ’56.

Con l’ingresso della corazzata sovietica nel panorama a cinque cerchi in occasione dei Giochi di Helsinki ’52, le quattro superpotenze hanno visto l’Ungheria trionfare nelle due ultime occasioni, in cui la Jugoslavia coglie l’argento e l’Italia giungere terza in Finlandia e quarta in Australia, mentre la prima medaglia l’Urss la guadagna con il bronzo di Melbourne.

Difficile solo ipotizzare qualsiasi altra formazione in grado di insidiare la sfida per le medaglie, come del resto ha dimostrato l’esito del Campionato Europeo disputatosi nel 1958 in una Budapest ancora sconvolta dai tragici fatti della rivoluzione di ottobre del 1956, con ancora i magiari a dominare la scena concludendo a punteggio pieno il girone finale, mentre le altre tre si superano a vicenda concludendo con una vittoria e due sconfitte a testa per una classifica che ricalca l’esito dei Giochi di Melbourne, con l’Italia fuori dal podio solo per una peggior differenza reti.

Azzurri che sono affidati all’esperta guida proprio di un tecnico ungherese, Andrés “Bandy” Zolyomy, al quale viene riconosciuto il merito di aver fondato le basi della pallanuoto italiana nonché spagnola, da lui allenata ai Giochi di Londra ’48 ed Helsinki ’52, per poi tornarvi a conclusione dell’esperienza nel Belpaese, il quale si trova a dover fare i conti con alcune importanti defezioni.

In un’epoca, difatti, in cui alcuni atleti conciliano il nuoto con la pallanuoto, Paolo Pucci e Fritz Dennerlein decidono di dedicarsi esclusivamente alle specialità natatorie, così come sono costretti ad abbandonare la Nazionale, ma per motivi di lavoro, dovendosi recare all’estero, anche Enzo Cavazzoni e Maurizio D’Achille, così che il tecnico magiaro si vede privato in un colpo solo di quattro componenti della formazione titolare.

A completare un quadro che più deprimente non potrebbe essere, giunge un incidente stradale di cui è vittima Gianni Lonzi, il quale è costretto ad abbandonare temporaneamente l’attività, salvo recuperare in tempo per le Olimpiadi romane, mentre dal lato positivo vi è la crescita del 22enne Eraldo Pizzo, colonna della Pro Recco e destinato a far suo ogni tipo di primato in fatto di titoli e longevità in piscina, che si presenta a Roma forte dei titoli italiani conquistati nel 1950 e ‘60.

Zolyomy seleziona, dopo aver rinunciato a Parodi e Merello al termine di uno stage svolto ad inizio agosto, 12 giocatori per il torneo olimpico, vale a dire Amedeo Ambron, Danio Bardi, Giuseppe D’Altrui e Brunello Spinelli (Fiamme Oro), Salvatore Gionta e Giancarlo Guerrini (SS Lazio), Franco Lavoratori ed Eraldo Pizzo (Pro Recco), Gianni Lonzi (RN Florentia), Luigi Mannelli (Canottieri Napoli), Rosario Parmegiani (Pegli) e Dante Rossi (Nervi), un team di età media poco superiore ai 20 anni, e che l’esperto tecnico pone al riparo dalle aspettative dei media.

E’ infatti “Bandy” a dichiarare ai media di non farsi troppe illusioni, visto che “siamo una squadra giovane, tecnicamente inferiore alle migliori e forse anche poco complementare, date le assenze di Pucci e Dennerlein, dovendo affrontare corazzate quali i maestri magiari e la crescita di Urss ed Jugoslavia, posso solo garantire che faremo del nostro meglio.

Come dire che, se fosse confermato il quarto posto di Melbourne, sarebbe già un risultato confortante, considerata anche la presenza di valide outsider quali Germania, Olanda, Stati Uniti e Romania.

In ogni caso, allorché il 25 agosto 1960, stesso giorno dell’apertura dei Giochi, il torneo ha inizio, le 16 compagini partecipanti vengono inserite in quattro distinti gironi – le cui testa di serie sono, per quanto ovvio, Italia, Unione Sovietica, Jugoslavia ed Ungheria – da quattro squadre cadauno, le cui prime due classificate accedono alla fase successiva.

Con una formula mutuata dal basket, si svolgono poi due gironi (sempre formati da quattro squadre ciascuno) in cui le ammesse si portano dietro il risultato della prima fase, da cui emergono nuovamente le prime due classificate che danno vita al girone finale a quattro, anche in questo caso partendo dall’esito dello scontro diretto già disputato.

Tutte e quattro le favorite d’obbligo concludono a punteggio pieno i rispettivi gironi, anche se è l’Ungheria a fornire la migliore impressione, vista la differenza reti di 27-9 a proprio favore, mentre l’Italia, inserita nel Gruppo A, fatica all’esordio contro l’ostica Romania, superata 4-3 non senza difficoltà, per poi avere facilmente la meglio su Giappone e Repubblica Araba Unita, sconfitte per 8-1 e 9-4 rispettivamente.

Gli azzurri vanno quindi a comporre il girone di semifinale assieme alla Romania, partendo da 2 punti, al pari dell’Urss, in virtù del successo sovietico per 5-4 sulla Germania, mentre l’altro raggruppamento è composto da Jugoslavia e Olanda (2-1 per gli slavi) e da Ungheria e Stati Uniti (7-2 per i magiari nel confronto diretto), così che i pronostici della vigilia risultano ampiamente rispettati.

L’Italia scende in acqua alle 22:30 del 30 agosto per affrontare la Germania dopo che, quattro ore prima, l’Urss era venuta a capo per 3-2 della sfida contro i rumeni, ragion per cui, in caso di vittoria, sarebbe già garantito l’accesso alla poule finale a quattro.

Il Settebello azzurro fa suo l’incontro grazie ad una super difesa che nulla consente agli attaccanti avversari, per poi toccare a Parmegiani, in chiusura di prima frazione, e quindi a Pizzo con una doppietta, siglare il definitivo 3-0 che manda l’Italia alla sfida contro l’Unione Sovietica, fondamentale in chiave medaglia d’oro, poiché, come già ricordato, il risultato concorre a formare la classifica del girone finale.

E’ la mezzanotte del 31 agosto allorché le due formazioni scendono in acqua per quella che verrà poi definita la partita perfetta da parte degli azzurri che, dopo aver colpito un palo con Bardi, si portano in vantaggio con Pizzo dopo 8’16” del primo tempo (all’epoca gli incontri erano suddivisi in due sole frazioni da 10′ ciascuno a differenza dei quattro parziali da 7′ come adesso), per poi toccare a Pizzo mettere il sigillo allo stesso minuto della ripresa, anche se l’eroe di giornata è il portiere Dante Rossi, capace di opporsi ad ogni tentativo avversario, ergendosi a vero protagonista della serata.

Il giorno successivo, gli azzurri sono in tribuna per assistere al paritetico scontro tra Jugoslavia ed Ungheria che, con grande sorpresa, vede i magiari soccombere per 1-2, così che la classifica di partenza del girone finale vede Italia p.2 (2-0), Jugoslavia p.2 (2-1), Ungheria p.0 (1-2) ed Urss p.0 (0-2).

Il fatto di giocare in casa fa sì che l’Italia scenda sempre in acqua sempre per seconda, vantaggio non indifferente, specie dopo che, nella prima gara del 2 settembre, Unione Sovietica ed Ungheria si dividono (3-3) la posta in palio, il che sta a significare che un’eventuale successo sulla Jugoslavia avrebbe il profumo dell’oro.

Avversaria tutt’altro che malleabile, la Jugoslavia, in cui emergono il portiere Milan Muskatirovic, dall’alto dei suoi 193cm., misura ragguardevole per l’epoca, al pari di Hrvoje Kadic, Zlatko Simenc (che si diletta anche nella pallamano) e Zdravko Jezic, gloria balcanica e portabandiera per il proprio paese ai Giochi di Helsinki 1952, ma Zolyomy sa come motivare i propri giocatori.

Oramai la formazione base è ben chiara, con Dante Rossi in porta e quindi, quali giocatori di movimento, il capitano Giuseppe D’Altrui, Eraldo Pizzo, Gianni Lonzi, Franco Lavoratori, Danio Bardi e Rosario Parmegiani, ed è proprio quest’ultimo ad esaltarsi come “match winner” della sfida, dopo che “Bandy” aveva minacciato di lasciarlo fuori non avendo gradito un suo eccessivo rilassamento nella sfida coi sovietici.

Probabilmente, l’astuto tecnico magiaro ha giocato d’astuzia per pungolare il suo giocatore, in ogni caso ottiene il risultato sperato, dato che trascorre appena 1’ ed il 23enne napoletano scarica tutta la sua rabbia in una conclusione che non lascia scampo a Muskatirovic, per il vantaggio con cui le due squadre vanno al riposo.

Con la conquista della medaglia d’oro ad un passo, l’Italia riesce nella ripresa a rimediare al pareggio jugoslavo su rigore dopo 7’12”, riconquistando il vantaggio ancora con Parmegiani a pochi secondi dal 9’ di gioco per poi mantenere i nervi saldi negli ultimi 60” e portare a casa una vittoria quanto mai preziosa.

Quando manca, difatti, solo l’ultimo turno, con le sfide Urss-Jugoslavia ed Italia-Ungheria, la classifica vede ora gli azzurri ad un passo dal titolo con p.4 (4-1), seguiti da Jugoslavia p.2 (3-3), Ungheria p.1 (4-5) ed Unione Sovietica p.1 (3-5).

Oltretutto, poiché l’Italia è chiamata a giocare la sua gara contro i magiari ad avvenuta conclusione della sfida tra sovietici ed jugoslavi, qualora questi ultimi non dovessero fare bottino pieno, avrebbe già al collo la medaglia d’oro ancor prima di scendere in acqua, cosa che, in effetti, accade, visto che ad affermarsi è l’Unione Sovietica per 4-3 che così scavalca in classifica gli avversari e regala al Settebello il trionfo olimpico.

Sfida che riveste, al contrario, una fondamentale importanza per l’Ungheria che, in caso di sconfitta, resterebbe fuori dal podio olimpico come non le accade dai Giochi di Amsterdam 1928, mentre con il pareggio relegherebbe giù dal podio la Jugoslavia ed un’eventuale vittoria le consegnerebbe l’argento, ragion per cui resta da valutare il comportamento degli azzurri.

Italia che però intende chiudere il torneo quantomeno da imbattuta, avendo sinora vinto tutte e sei le gare disputate, e spinta dall’orgoglio dopo l’iniziale doppio vantaggio magiaro (Felkai 1’49”, Domotor 3’45”), rimette le sorti dell’incontro in parità grazie ai centri di Parmegiani (5’38”) e Lavoratori (6’55”), prima che ancora Domotor ad 8’44” del primo tempo fissi il punteggio sul 3-2 con cui si va all’intervallo.

Tocca a Bardi, trasformando un penalty a 3’ dalla fine dell’incontro, gelare gli ungheresi che, per la prima volta da 32 anni, devono accontentarsi del bronzo olimpico, in virtù del 3-3 con cui la gara si conclude, per una classifica finale che così recita Italia p.7 (2-1-0, 7-4), Unione Sovietica p.3 (1-1-1, 7-8), Ungheria p.2 (0-2-1, 7-8) e Jugoslavia p.2 (1-0-2, 6-7), con la curiosità che l’Urss, iniziato il girone all’ultimo posto, è riuscita a far suo l’argento.

Un successo frutto della grande opera di Zolyomy – il quale guiderà l’Italia anche quattro anni dopo ai Giochi di Tokyo dove si classifica quarta –, mentre le rivali di Roma si divideranno da buone amiche i titoli nelle successive edizioni, con l’Ungheria a tornare ai vertici nel 1964, la Jugoslavia a cogliere il primo successo a Città del Messico ’68, al pari dell’Unione Sovietica che raggiunge analogo risultato a Monaco 1972.

L’Italia, viceversa, dovrà attendere ben 32 anni per tornare a festeggiare la gloria olimpica nell’incredibile ed emozionante finale contro la Spagna ai Giochi di Barcellona 1992, per quello che resta, a tutt’oggi, l’ultimo successo azzurro, ma quel che è certo è che il ricordo di quelle Dolci Notti Romane resterà per sempre indelebile in coloro che l’hanno vissuto.

 

 

LA RINASCITA A SYDNEY 2000 DELLA PALLANUOTO UNGHERESE

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La Nazionale ungherese sul podio di Sydney 2000 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando in un qualsiasi sport si è universalmente conosciuti come la nazione guida – possono essere gli Stati Uniti nel basket e nel nuoto, al pari dell’Italia nella scherma o l’ex Unione Sovietica nella ginnastica –, si fa fatica, pur ammettendo che non si può sempre vincere, a pensare che possa trascorrere un arco temporale di ben 20 anni tra un successo e l’altro e, per quanto concerne in particolare le Olimpiadi, addirittura senza neppure salire sul podio!

Questa anomala situazione si verifica per il paese indiscutibilmente leader della pallanuoto maschile, ovvero l’Ungheria, capace di andare a medaglia in ben 12 edizioni consecutive dei Giochi, da Amsterdam 1928 a Mosca 1980, periodo in cui conquista 6 medaglie d’oro, tre d’argento ed altrettante di bronzo.

Poi però, dopo l’ultimo trionfo di Montreal ’76 ed il terzo posto, appunto, di Mosca, alle spalle di Unione Sovietica e Jugoslavia (assieme all’Italia le quattro grandi della disciplina, almeno sino ad inizio anni ’90), e la forzata rinuncia ai Giochi di Los Angeles ’84, per i magiari solo delusioni in chiave olimpica, quinti a Seul ’88, sesti a Barcellona ’92 e quarti ad Atlanta ’96.

E le cose non vanno certo meglio ai Campionati Mondiali dove, dopo l’affermazione nell’edizione inaugurale di Belgrado 1973, la formazione ungherese non riesce più a fregiarsi del titolo iridato nelle successive rassegne del XX secolo, pur cogliendo tre piazze d’onore consecutive nel 1975, ’78 ed ‘82 ed una quarta a Perth 1998.

Poiché nessun altro paese al di fuori del Vecchio Continente ha sinora conquistato un oro olimpico nella pallanuoto, ne consegue che anche i Campionati Europei possono considerarsi alla stregua di un’Olimpiade o di un Mondiale, ma anche in questo caso, alle affermazioni nelle edizioni di Vienna 1974 ed Jonkoping ’77 fa seguito un buio totale interrotto solo a 20 anni di distanza, con i successi colti a Siviglia nel 1997 e a Firenze due anni dopo.

Quattro lustri per una vittoria europea, e sono già trascorsi 27 anni dall’unico trionfo iridato e 24 dall’ultimo successo olimpico, allorché l’Ungheria spera di sfatare il tabù allorché si presenta con fondate ambizioni ai Giochi di Fine Millennio di Sydney 2000.

Speranze che – dopo quasi due decenni di insuccessi – sono riposte nell’esito favorevole delle ultime tre grandi manifestazioni internazionali seguite al quarto posto alle Olimpiadi di Atlanta ’96, con la rinnovata Ungheria a far suo, appunto, l’oro alle rassegne continentali di Siviglia ’97 (vittoria per 3-2 in finale sulla Jugoslavia) e di Firenze ’99, dove si impone per 15-12 sulla Croazia.

In mezzo, vi è l’argento ai Mondiali di Perth ’98, dove l’Ungheria si arrende 4-6 in finale ai campioni olimpici di Atlanta della Spagna trascinati dalla stella Manuel Estiarte, ma insomma le possibilità di far bene in terra australiana non mancano di certo in un torneo che prende il via il 23 settembre 2000 con le 12 squadre iscritte suddivise in due gironi da 6 squadre ciascuno, che qualificano le prime quattro alla fase ad eliminazione diretta, con i consueti incroci prima contro quarta e seconda contro terza dei rispettivi raggruppamenti.

Con una rosa molto rinnovata – basti pensare che appena tre dei 13 giocatori selezionati, vale a dire Tamas Karas, Gergely Kiss e Tibor Benedek, hanno partecipato alle manifestazioni del precedente triennio, mentre un quarto, Peter Biros, ha contribuito al solo successo agli Europei ’99 –, a guidare la spedizione in Australia vi è il tecnico Dénes Kémeny, nominato capo allenatore della Nazionale dal 1997, anno in cui si è arenata l’emorragia di sconfitte.

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Déenes Kemény, il tecnico magiaro – da waterpolo.hu

Particolare curioso, Kémeny, che aveva praticato pallanuoto sino a conquistare il titolo europeo juniores nel 1973 all’età di 19 anni, è un medico laureatosi in veterinaria nel 1978, per poi acquisire l’abilitazione ad allenare nel 1990, e vi è da dire che nel suo periodo alla guida dell’Ungheria – durato sino al 2012 – può vantare l’invidiabile palmarès di aver condotto i suoi ragazzi per ben 24 volte sul podio nei 29 grandi tornei a cui hanno partecipato.

A far da chioccia a questa formazione – di cui il più giovane è Zoltan Szécsi, non ancora 23enne – sono Tibor Benedek e Zsolt Varga (entrambi del 1972), alla loro terza esperienza olimpica dopo Barcellona ’92 ed Atlanta ’96, pur se il più anziano dei convocati è Zoltan Kosz, classe 1967, il quale aveva già partecipato ai Giochi di Seul ’88, per poi saltare l’edizione catalana e far parte della spedizione negli Usa del 1996.

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Tibor Benedek – da edubilla.com

Inserita in un gruppo tosto, assieme a Jugoslavia, Croazia e Stati Uniti, oltre a Grecia ed Olanda, con queste ultime a far da vittime sacrificali, l’Ungheria parte bene con un convincente successo per 7-4 sugli ellenici ed un tiro al bersaglio (16-8) sui malcapitati rappresentanti dei Paesi Bassi, per poi incappare in una prima battuta d’arresto (7-8) contro la Croazia.

Fondamentale diviene il quarto incontro del girone contro gli Usa, del quale i ragazzi di Kénemy vengono a capo, dopo aver sprecato un vantaggio di 3-1 maturato nel primo quarto e venendo raggiunti sull’8-8 ad inizio dell’ultima frazione, solo nell’ultimo periodo per un 10-9 che consolida il terzo posto in attesa della sfida contro la favorita Jugoslavia, in cui subiscono la rimonta dopo essere stati in vantaggio 6-5 a metà gara, con gli slavi ad imporsi per 10-9 e far loro la prima posizione nel girone.

Nell’altro raggruppamento, ad emergere sono Russia ed Italia che concludono a pari punti (4 vittoria a testa oltre al 7-7 nello scontro diretto), ma con gli azzurri classificati secondi (+11 rispetto a +23) per una peggior differenza reti, mentre le altre due posizioni che danno accesso ai quarti di finale sono appannaggio, rispettivamente, di Spagna ed Australia, così che, mentre all’Ungheria tocca l’Italia ed agli Stati Uniti la Russia, le altre due sfide vedono opposte Spagna-Croazia ed Jugoslavia-Australia.

E, mentre i confronti prime contro quarte rispecchiano l’andamento delle eliminatorie – ancorché al facile successo per 7-3 della Jugoslavia fa riscontro un quanto mai sudato 11-10 dei russi sugli americani –, gli altri due incontri senza appello rovesciano le previsioni della vigilia, in quanto gli iberici sorprendono i croati – in quella che è la rivincita della finale olimpica di Atlanta ’96 vinta 7-5 in rimonta dalla Spagna dopo essere stata sotto 1-3 all’intervallo –, prendendo un vantaggio di due reti nel secondo periodo (chiuso sul 3-1 per un 4-2 a metà gara), che difendono con le unghie e con i denti sino al 9-8 conclusivo resistendo ad ogni tentativo di rimonta degli avversari, dimostrandosi ancora in grado di poter confermare i titoli olimpico e mondiale di cui sono detentori.

Questa partita era stata preceduta, alle ore 15:45 locali del 29 settembre 2000 al “Ryde Aquatic Leisure Centre“, da un’analoga rivincita tra Italia ed Ungheria, che si erano affrontate quattro anni prima nella palpitante sfida infinita per il bronzo ai Giochi di Atlanta, con gli azzurri a sprecare nell’ultimo parziale un vantaggio di due reti (11-9) facendosi raggiungere sul 16 pari per poi imporsi 20-18 ai tempi supplementari.

La sostanziale differenza è che, mentre l’esito del confronto tra iberici e croati ha confermato quanto accaduto nella capitale della Georgia, stavolta sono i magiari a gioire, grazie ad una grande prestazione di Tamas Kasas, autore di ben 4 reti, in un match che non ha molta storia, con l’Italia a chiudere sullo 0-2 il primo parziale e quindi incapace di ridurre il distacco sino all’8-5 conclusivo che manda l’Ungheria in zona medaglie.

E, quanto a rivincite, ve ne è una seconda molto più fresca da riscattare, visto che avversaria è la Jugoslavia, contro cui i ragazzi di Kénemy scendono in acqua alle ore 15:45 del 30 settembre, dopo che, in precedenza, l’altra semifinale tra Spagna e Russia si era protratta sino al terzo tempo supplementare dopo il 7-7 dei regolamentari, dando infine ragione ai meno accreditati russi.

Come prevedibile, trattandosi di una sorta di finale anticipata, il risultato resta in bilico durante tutto l’incontro, con il leggero vantaggio di 3-2 a favore ungherese dopo il primo quarto, immediatamente annullato nel secondo parziale con le due squadre sul 5-5 all’intervallo, equilibrio che non si sposta neppure a fine della terza frazione, con le contendenti ad affrontare gli ultimi 7’ di gioco sul 7-7 grazie, da parte jugoslava, ad una prestazione “monstre” di Petar Trbojevic, autore di ben 5 reti.

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Gergely Kiss – da zimbio.com

La stanchezza di una gara massacrante e senza esclusione di colpi si fa sentire nelle fasi finali e l’Ungheria – che ha meglio ripartito i propri marcatori, con Gergely Kiss a farsi preferire con 3 centri rispetto ai due di Attila Vari ed agli acuti di Biros, Fodor e Kasas – trova la forza per mettere a segno l’unica rete per l’8-7 definitivo che significa tornare a medaglia dopo ben 20 anni di assenza dal bronzo di Mosca 1980.

A questo punto, però, sarebbe un delitto lasciarsi scappare l’occasione di salire sul gradino più alto del podio, dovendo oltretutto affrontare una Russia giunta all’atto conclusivo inaspettatamente e, occorre riconoscerlo, con un pizzico di buona sorte a favore, sperando altresì che la formazione allenata da Aleksandr Kabanov – uno che la gloria olimpica la conosce fin troppo bene, in virtù delle medaglie d’oro vinte ai Giochi di Monaco ’72 e Mosca ’80 – si ritenga appagata dal percorso sinora compiuto.

Mai dare nulla di scontato, comunque, e Kénemy pretende la massima concentrazione da parte dei suoi, potendosi peraltro rilassare a metà gara, visto il largo margine di 8-2 (3-1, 5-1) con cui l’Ungheria conduce – con Benedek che scarica contro il portiere russo tutta la rabbia accumulata nelle due precedenti, deludenti edizioni dei Giochi, andando quattro volte a segno –, così che i restanti parziali sono poco più che una passerella in attesa della sirena, al cui suono il punteggio conclusivo di 13-6 – al quale contribuiscono anche Kiss con 3 reti, Vari e Tamas Molnar con due a testa, oltre a Biros e Kasas – certifica la fine di un’attesa interminabile nonché, per certi versi, inspiegabile, facendo tornare la pallanuoto magiara sul trono che più le compete.

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L’Ungheria durante la finale con la Russia – da gettyimages.it

Il lavoro di Kénemy è però solo iniziato, e prosegue come meglio non si potrebbe, con la conquista anche del titolo iridato a Barcellona 2003 e la conferma dell’oro olimpico ad Atene ’04 per poi, dopo due secondi posti alle rassegne iridate di Montreal 2005 e Melbourne 2007 (sconfitta rispettivamente 7-8 da Serbia e Montenegro ed 8-9 dalla Croazia), mettere in fila un fantastico tris ai Giochi di Pechino 2008, impresa che possiamo tranquillamente definire unica in quanto pareggia solo identico filotto di vittorie conseguito dalla Gran Bretagna, ma tra le edizioni di Londra 1908 ed Anversa 1920, tempi in cui i paesi dell’Europa orientale non partecipavano alle Olimpiadi.

Ed è forse anche il caso di dire che – per un’Ungheria che in 22 partecipazioni ai Giochi è salita per ben 15 volte sul podio, con 9 ori, tre argenti ed altrettanti bronzi – aver ottenuto tre successi consecutivi può far ritenere cancellata l’onta di quei 20 anni di attesa.

IL BIENNIO 1997-’98 DEL DOPPIO TRIONFO EUROPEO DELLA PALLANUOTO POSILLIPO

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Posillipo ’89 – da:waterpologends.com

Articolo di Giovanni Manenti

Sino a metà degli anni ’80 la Napoli sportiva – ricordiamo che stiamo parlando della terza città d’Italia per numero di abitanti – aveva potuto ben poco gioire per i successi delle proprie compagini, con la squadra di calcio ad aver collezionato solo due Coppe Italia (1962 e ’76), la “Partenope Basket” ad aver fatto più o meno altrettanto (una Coppa Italia nel 1968 ed una Coppa delle Coppe ’70), della Pallavolo non vi è traccia ed il Rugby aveva portato a casa due “storici” Scudetti nel biennio 1964-’66.

Ragion per cui le maggiori soddisfazioni – e forse non può essere altrimenti, vista la collocazione geografica – vengono dalla Pallanuoto che, dopo i trionfi della “Rari Nantes” (Campione d’Italia nel 1939, ’41, ’42, ’49 e ’50), vede primeggiare la “Canottieri Napoli”, che ai sette titoli conquistati sino a fine anni ’70 (ne aggiungerà solo un ottavo nel 1990) unisce l’impresa di scalare i vertici continentali aggiudicandosi la Coppa dei Campioni nel 1978 avendo la meglio in un Girone Finale a quattro di due delle migliori formazioni europee dell’epoca, ovvero il CSKA Mosca ed il Partizan Belgrado.

Ed è proprio mentre alla Canottieri festeggiano la conclusione di un “decennio d’oro”, che ad inizio anni ’80 fa la propria apparizione sul palcoscenico della Serie A la Società che ne rileva i fasti, ovverossia il “Circolo Nautico Posillipo, fondato nel 1925 e che prima di allora aveva fatto una sola fugace apparizione nel massimo Campionato nel 1966 solo per retrocedere la stagione seguente …

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Il Posillipo ’67 – da:waterpololegends.com

E’ un’escalation che ha dell’incredibile, considerando che, appena tre anni prima, la formazione partenopea militava in Serie C, per poi aggiudicarsi due Campionati consecutivi e scalare pian piano le gerarchie a livello nazionale, con un triennio di ambientamento e quindi classificarsi al terzo posto nel 1983, stagione che vede il determinante arrivo alla guida tecnica del 33enne napoletano verace Paolo De Crescenzo, una vita in piscina con la calottina della Canottieri.

Giunto in Finale nel 1984, stagione in cui anche la Pallanuoto inaugura la formula dei Playoff, il Posillipo inaugura il suo “Quinquennio magico” – che coincide, ma non ha nulla a che vedere, ovviamente, con l’arrivo di Diego Armando Maradona nel Capoluogo campano – l’anno seguente, con la conquista del suo primo titolo di Campione d’Italia superando nella Finale Scudetto, al termine di tre tiratissime sfide (6-5, 8-11, 3-2), proprio, ironia della sorte, i “cugini” della Canottieri.

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Il Posillipo Campione d’Italia ’85 – da:waterpololegends

Impresa che il Posillipo ripete nel 1986, ’88 ed ’89 – in quest’ultimo caso con Guglielmo Cacace a bordo vasca – cui unisce nel 1988 la conquista della Coppa delle Coppe, mentre nel 1987, stagione in cui perde la Finale Scudetto contro il Pescara, trascinato dal fuoriclasse spagnolo Manuel Estiarte, si aggiudica la Coppa Italia.

Manca però un qualcosa da aggiungere ai trionfi nazionali, vale a dire la conquista della Coppa dei Campioni, tanto più che il Pescara, alla sua prima partecipazione alla Manifestazione, riesce nell’impresa nel 1988 superando in Finale i tedeschi dello Spandau, così divenendo il terzo Club italiano, dopo la Pro Recco ed i citati Canottieri Napoli, a fregiarsi del titolo europeo.

Competizione che, viceversa, risulta quanto mai ostica al Posillipo che, dopo che per due anni De Crescenzo è sostituito alla guida tecnica da Sante Marsili, prova nuovamente l’assalto ai vertici europei a seguito dei quattro successi consecutivi in Campionato dal 1993 al ’96, tutti ancora una volta “targati” con il “Maestro” a bordo vasca.

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Il tecnico Paolo De Crescenzo – da:federnuoto.it

Sono anni in cui la più importante competizione continentale a livello di Club ricalca quelle che sono le gerarchie a livello di Nazionali, con le rappresentanti di Croazia, Italia, Spagna ed Ungheria a darsi battaglia, ed al ritorno del Posillipo a prendervi parte, lo stesso fallisce l’accesso alla Finale nel ’94, sconfitto 11-11 e 9-13 dai futuri Campioni ungheresi dell’Ujpest, con identico risultato due anni dopo, allorché la formazione magiara si impone per 11-7 all’andata ed impone il pari per 11-11 a Napoli, salvo diverso esito conclusivo, in quanto la Coppa è appannaggio della fortissima formazione croata del Mladost Zagabria, al suo sesto trionfo nella Manifestazione.

Prima di entrare nel “Biennio d’oro” 1997-’98, occorre allargare il campo a livello internazionale per quel che concerne l’andamento del Torneo di Pallanuoto alle Olimpiadi di Atlanta ’96, in cui Italia e Croazia si affrontano due volte, la prima nel Girone eliminatorio, in cui sono gli azzurri ad imporsi per 10-8, e la seconda in semifinale, dove, al termine di una sfida infinita, prolungatasi ai tempi supplementari, ad avere l’ultima parola sono i croati, vittoriosi per 7-6, salvo poi essere sconfitti 5-7 dalla Spagna in Finale, mentre l’Italia conquista il bronzo avendo la meglio per 20-18 sull’Ungheria, gara anch’essa protrattasi ai supplementari.

Il motivo di questa divagazione è presto detto, e consiste nel fatto che ben sei componenti della formazione croata – Sinisa Skolnekovic, Zdeslav Vrdoljak, Ratko Stritof, Tino Vegar, Perica Bubik e Vjekoslav Kobeskac – sono tesserati per il Mladost Zagabria, mentre sono in tre i rappresentanti del Posillipo selezionati per i Giochi di Atlanta, vale a dire Fabio Bencivenga, Carlo Silipo e Francesco Postiglione

A questi tre nazionali, la formazione di De Crescenzo aggiunge un importante tasso di esperienza costituito dai trentenni fratelli Francesco e Giuseppe Porzio e da Ferdinando Gandolfi, tutti e tre componenti del “Settebello” che aveva trionfato quattro anni prima ai Giochi di Barcellona ’92, e dai serbi Milan Tadic e Dusan Popovic, entrambi componenti del Team jugoslavo Campione d’Europa ad Atene ’91 e, per quanto riguarda il secondo, anche di quello Campione iridato a Perth nel medesimo anno.

Si può quindi capire come Posillipo e Mladost affrontino l’edizione ’97 della Coppa, che per l’occasione ha variato la propria dizione in Champions League, mutuandola dal Calcio, non più con la formula ad eliminazione diretta, bensì dividendo le otto formazioni partecipanti in due Gironi eliminatori da quattro squadre ciascuno, con gare di andata e ritorno, al termine dei quali le due migliori si qualificano alle “Final Four” da disputare in un’unica sede.

Formula molto più affascinante, in cui il Mladost conferma tutta la sua forza, vincendo il proprio Girone a punteggio pieno con 6 vittorie su altrettante gare disputate, 58 reti segnate e solo 35 subite, con anche il Barcellona a qualificarsi come secondo, mentre il Posillipo fa altrettanto, concedendosi solo un passo falso casalingo contro i tedeschi dello Spandau a primo posto già assicurato, con le “perle” del doppio successo (11-9 a Napoli, 9-6 esterno) contro i serbi del Becej, giunti alle loro spalle.

Poule finale che si svolge proprio a Napoli, occasione più unica che rara di avere il supporto dei propri tifosi, ai quali si aggiungono anche coloro che, più avvezzi a seguire le sorti della squadra di Calcio, vivono oramai del ricordo delle Stagioni indimenticabili vissute nell’epoca del “Pibe de Oro”, ed un’intera città si stringe pertanto attorno ai suoi idoli in vasca, anche se è De Crescenzo il primo a cercare di smorzare i toni: “dovremo fare i conti con l’emozione e la responsabilità”, ammette il tecnico, che si appresta ad affrontare, alle ore 19:00 del 4 aprile ’97 alla “Piscina Felice Scandone”, il Barcellona, gara a cui farà seguito il “derby” tra i croati del Mladost ed i serbi del Becej.

I 6mila biglietti vanno a ruba e, per coloro che non hanno la fortuna di procurarsi il prezioso tagliando, il Comune di Napoli, in collaborazione con la Federnuoto, allestisce un apposito maxischermo in Piazzale Tecchio, roba da Finale di Coppa dei Campioni di Calcio o della Nazionale italiana ai Mondiali, ma tant’è, il calore de tifosi partenopei ha pochi eguali al mondo …

Ed i ragazzi di De Crescenzo non tradiscono le attese, chiudono in vantaggio il primo quarto per 3-2, allungano a 4-2 all’intervallo lungo, contengono il tentativo di rimonta catalana che vede ridursi il vantaggio ad una sola rete (6-5) a fine del terzo parziale, per poi imporsi 8-6 in un delirio assoluto che sta a significare la prima Finale del massimo Torneo continentale dopo sette tentativi andati a vuoto, avversario ovviamente i Campioni in carica del Mladost Zagabria, venuti a capo per 6-5 di una quanto mai combattuta sfida – come del resto accade ogni qualvolta scendono in acqua serbi e croati – con i “cugini” del Becej.

Vi è una sola notte per riordinare le idee, poiché il giorno dopo, un 5 aprile 1997 che passa alla Storia del Club, vi sono due tabù da sfatare, del primo dei quali abbiamo già riferito, ovvero non avere ancora conquistato il Trofeo, mentre il secondo si riferisce alla striscia di imbattibilità della formazione croata, reduce, nelle due ultime partecipazioni alla competizione, da 12 vittorie ed un pareggio, quest’ultimo ottenuto nella gara di ritorno della Finale ’96 contro l’Ujpest, nel mentre nella corrente edizione hanno messo assieme solo ed esclusivamente vittorie.

Un’impresa, sulla carta, ai limiti dell’impossibile, ma quando si ha “fame di vittorie” nulla è irrealizzabile e l’esito della sfida è di quelli che non fa neppure troppo soffrire la tifoseria partenopea, visto che, dopo la parità di 2-2 registratasi al termine del primo periodo, l’allungo decisivo avviene nei due successivi parziali, conclusi rispettivamente sul 3-1 e 3-0 per i padroni di casa, che confezionano così un vantaggio di 8-3 impossibile da rimontare nei 7’ minuti conclusivi, lasciando agli sbigottiti croati, che non immaginavano certo un esito simile, la sola consolazione di ridurre lo scaro al 10-7 conclusivo che incorona il Posillipo ai vertici europei e fa di Paolo De Crescenzo il primo italiano a vincere il Trofeo nella doppia veste di giocatore e di allenatore.

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Il Capitano Franco Porzio alza la Coppa – da:raisport.rai.it

Un successo epocale, anche se il Posillipo paga l’impegno internazionale abdicando in Campionato dopo quattro titoli consecutivi ed aver concluso la “regular season” al comando da imbattuto, con 22 vittorie e 4 pareggi sulle 26 gare in calendario, sconfitto, altresì nettamente dal Pescara nella Finale Pleyoff (6-10 in Abruzzo ed un umiliante 0-5 alla Scandone), ma una nuova sfida si preannuncia per la stagione successiva, allorché entrambe le formazioni sono ammesse alla Champions League ’98.

Che in questo momento campani ed abruzzesi siano in grado di dettare legge su ogni terreno (o meglio piscina …) sia nazionale che estero è ben presto confermato, visto che al termine della stagione regolare in Campionato concludono primi e secondi con 71 e 68 punti rispettivamente, ed un margine abissale sulle altre concorrenti, mentre in Champions League le due formazioni vengono inserite nel medesimo Girone eliminatorio, in cui non hanno pietà dei francesi dell’Olympique Nizza e dei greci del Vouliagmeni, ai quali infliggono quattro sconfitte a testa, ragion per cui le prime due posizioni, determinanti per gli abbinamenti incrociati con le qualificate dell’altro Girone in sede di “Final Four”, vengono decise dagli scontri diretti che premiano il Posillipo che espugnano “Le Naiadi” con un convincente 11-6 e contengono i degni avversari sul 9-9 nell’ultima gara in programma alla Scandone.

Un Posillipo che ha perso “l’eroe di Barcellona” Gandolfi, ma che non ha badato a spese rinforzando la rosa con l’innesto di altri due forti pallanotisti stranieri, vale a dire il 20enne dal radioso futuro ungherese Gergely Kiss – proveniente dalla Honved e che, purtroppo, resta a Napoli un solo anno per poi aggiudicarsi tre medaglie d’oro olimpiche consecutive con la propria Nazionale – ed il 21enne connazionale Tamar Kasas, che a differenza di Kiss, lega per sei stagioni la sua presenza al Club partenopeo, per poi fare la fortuna di altre Società italiane, Pro Recco in particolare.

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Gergely Kiss – da:gettyimages.it

Avendo inserito queste due ulteriori “bocche da fuoco” nei sette titolari, De Crescenzo può affrontare con sufficiente serenità la difficile trasferta di Zagabria, dove è ora il Mladost a godere del fattore campo, pur non avendo brillato più di tanto nel Girone di qualificazione, avendo subito due sconfitte esterne a Volgograd contro lo Spartak (4-6) ed a Budapest contro il Vasutas (7-8), per poi piazzare la zampata giusta all’ultima giornata, nello spareggio di Becej, vinto per 9-6 che certifica il primo posto nel raggruppamento ed eliminazione dei serbi a beneficio della compagine russa.

Spartak Volgograd che non rappresenta certo un ostacolo insormontabile, nella semifinale che va in scena il 5 giugno ’98, per i Campioni in carica del Posillipo, che svolgono poco più di un allenamento, affermandosi per 11-5 con la gara già decisa all’intervallo, con il punteggio già fissato sul 7-1 per i campani, che si apprestano quindi a seguire, spettatori interessati, la seconda e, sulla carta, ben più equilibrata sfida tra i padroni di casa ed il sempre ostico Pescara.

E, questa volta, a compiere l’impresa sono gli abruzzesi, nelle cui file è tornato a far sfracelli Manuel Estiarte per la sua terza esperienza al Club dopo aver militato anche a Savona e nel Volturno, con gli ex Campioni continentali a confermare lo scarso periodo di forma, cedendo 2-4 senza essere mai stati in vantaggio.

Niente di meglio che una sfida tutta italiana, con una delle due compagini a bissare il titolo europeo, ed a cui guarda con interesse anche il Commissario Tecnico della Nazionale Ratko Rudic, vista la presenza nel Pescara di diversi suoi giocatori, dall’esperto portiere Francesco Attolico, ad Amedeo Pomilio ed ai fratelli Roberto ed Alessandro Calcaterra, cui De Crescenzo oppone un mix di italica esperienza coi fratelli Porzio, Silipo ed i due ricordati serbi, abbinata alla gioventù e freschezza atletica della coppia magiara.

Ed, alla fine, sono proprio i Campioni uscenti ad avere la meglio, imponendosi per 8-6, così da divenire la prima squadra italiana a confermarsi sul tetto d’Europa – un’impresa che ripeterà la Pro Recco nel biennio 2007-’08 – con il Pescara a consolarsi ripetendosi a livello nazionale, stavolta con più fatica della stagione precedente, visto che dopo i due incontri tra le rispettive piscine amiche (13-8 a “Le Naiadi”, 5-9 alla Scandone), si prende comunque la bella soddisfazione di espugnare il campo avversario, imponendosi 11-9 nella terza e decisiva sfida …

Con il doppio trionfo europeo si chiude un ciclo irripetibile per il “Circolo Nautico Posillipo”, a causa del ritiro dei fratelli Porzio dall’attività agonistica e del ritorno di Kiss in Ungheria all’Ujpest, che viene pagato nella successiva edizione della Champions League (allargata a 16 squadre) con un’amara sconfitta in semifinale della “Final Four”, nuovamente ospitate alla Scandone, battuto di misura (6-7) dai croati del Posk Spalato, anche se De Crescenzo – il quale scompare ad inizio giugno 2017, all’età di 67 anni, vittima di un male incurabile – aggiunge alla sua personale collezione di titoli, due ultimi Scudetti nel 2000, superando al termine di 5 tiratissime sfide la “Rari Nantes Florentia”, e l’anno seguente (quello della “Stella” …), contro analoga avversaria ed identico andamento

La collezione di trofei del Posillipo comunque non si ferma qui, con la bacheca ad arricchirsi di un altro Scudetto nel 2004 e di una terza Coppa (stavolta rinominata Euroleague, definizione mutuata dal Basket) l’anno seguente, vittime in Finale gli ungheresi dell’Honved, sconfitti 9-8 dopo aver avuto la meglio in semifinale della Pro Recco nel “derby italiano, queste ultime vittorie “targate” Giuseppe Porzio, ma è indubbio che nella Storia del Club nessuno potrà mai cancellare il “Biennio d’oro” di fine secolo scorso …

Con buona pace altresì, non ce ne vogliano, dei tifosi del Napoli Calcio e dei loro idoli Alemao, Maradona e Careca …

IL SETTEBELLO OLANDESE BRONZO AI GIOCHI DI MONTREAL 1976

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La stella Evert Kroon in azione nel match contro l’Ungheria – da waterpololegends.com

articolo di Giovanni Manenti

La pallanuoto, tra Olimpiadi e Mondiali, ha vissuto, sino alla disgregazione dell’impero sovietico, con conseguenti ripercussioni sulla Jugoslavia – Repubblica dalla quale sono scaturite tre fortissime squadre quali Serbia, Croazia e Montenegro –, del “monopolio a quattro” costituito da Ungheria, Urss, Italia ed Jugoslavia, che si sono divise più o meno equamente i titoli continentali ed iridati, oltre ai podi olimpici.

C’era stata, ad onor del vero, un’intrusione dell’Olanda – paese di grandi tradizioni natatorie – con la conquista della medaglia di bronzo ai Giochi di Londra ’48 cui aveva fatto seguito lo storico (in quanto a tutt’oggi unico) oro ai Campionati Europei di Vienna ’50, ma occorre precisare che a Londra l’Unione Sovietica era assente, così come alla rassegna continentale, al pari della formazione magiara.

Dai successivi Giochi di Helsinki ’52 e sino all’edizione di Città del Messico ’68, il podio della pallanuoto ha visto salirvi solo i rappresentanti delle “quattro sorelle“, le quali hanno altresì occupato i primi quattro posti da Melbourne ’56 a Messico ’68 – nella capitale finlandese il quarto posto se lo aggiudicarono gli Stati Uniti proprio davanti all’Olanda –, per poi vedere quest’egemonia solo leggermente scalfita con il bronzo conquistato dagli Usa ai Giochi di Monaco ’72, edizione che vede per la prima volta l’Unione Sovietica affermarsi nel torneo olimpico.

Situazione che non muta a livello iridato, con le prime due edizioni dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73 a veder trionfare l’Ungheria (argento all’Urss, bronzo alla Jugoslavia e quarta l’Italia), mentre due anni dopo a Cali ’75 tocca all’Unione Sovietica fregiarsi del titolo su Ungheria ed Italia (quarta Cuba), così come anche nelle rassegne continentali l’albo d’oro è impietoso, visto che per 20 anni, dall’edizione di Torino ’54 sino a quella di Vienna ’74, si registrano quattro successi ungheresi e due sovietici.

E l’Olanda? Ottava ai Mondiali di Belgrado ’73 e settima ai successivi di Cali ’75, a livello olimpico, dopo il quinto posto di Helsinki ’52, mantiene le stesse posizioni (ottava a Roma ’60 e Tokyo ’64, settima a Città del Messico ’68 e Monaco ’72), ed anche nel panorama europeo, dopo l’exploit del 1950, non riesce più a salire sul podio.

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La Nazionale olandese a Città del Messico ’68 – da nu.nl

Ed anche se ai Campionati Europei di Vienna ’74 – città che evidentemente porta fortuna ai colori olandesi – la Nazionale dei Paesi Bassi aveva conquistato un’onorevole quarta piazza a spese proprio dell’Italia, sono in pochi ad assegnarle delle possibilità di andare oltre il settimo/ottavo posto, che ha ottenuto appunto nelle sue ultime uscite a livello olimpico e mondiale, presentandosi oltretutto ai Giochi di Montreal ’76 con una selezione di giovanissimi, il cui leader è il 29enne portiere Evert Kroon, alla sua terza esperienza alla rassegna a cinque cerchi, dopo i piazzamenti in settima posizione di Messico ’68 e Monaco ’72.

Al suo fianco, solo tre reduci dall’esperienza di Monaco ’72, ovverosia Jan Evert Veer, Anton Buunk e Gijze Stroboer, con questi ultimi due ad avere 19 e 18 anni all’epoca della rassegna olimpica bavarese, un manipolo di giovani di belle speranze affidato alla sapiente mano del tecnico croato Ivo Trumbic, già argento ai Giochi di Tokyo ’64 ed oro nella successiva edizione di Città del Messico ’68, per un torneo che vede le 12 squadre partecipanti suddivise in tre gironi da quattro formazioni ciascuno, con le prime due di ogni raggruppamento a qualificarsi per il girone finale a sei, stadio della competizione in cui le formazioni ammesse ripartono tutte da zero.

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La Nazionale olandese bronzo a Montreal ’76 – da waterpololegends.com

Inserita nel Gruppo B assieme ad Urss campione mondiale in carica, Romania e la cenerentola Messico, è opinione comune che, per l’accesso al girone finale, per l’Olanda sia determinante la sfida contro i rumeni, non potendosi ipotizzare un risultato diverso dalla supremazia sovietica, che si presenta ai Giochi canadesi con otto giocatori che hanno appena conquistato il titolo iridato l’anno precedente in Colombia, e invece…

Accade, al contrario, che mentre negli altri due raggruppamenti i pronostici vengono rispettati – con Italia ed Jugoslavia a qualificarsi per la poule finale nel Gruppo A ed Ungheria e Germania Ovest a fare altrettanto nel Gruppo C –, al “Claude Robillard Centre“, dove si svolgono le gare delle fasi eliminatorie, si intuisce sin dall’esordio del 18 luglio ’76 che per i sovietici non sarà una passeggiata, visto che al debutto sono costretti sul pari (5-5) dalla Romania, nel mentre anche l’Olanda fatica più del previsto per avere ragione 5-3 della modesta compagine messicana, con la differenza avvenuta nel terzo periodo, chiuso sul 2-0 dopo che a metà incontro il punteggio era di 2-2.

E così, quando il giorno dopo Urss ed Olanda scendono in acqua, la Romania ha già sepolto il Messico per 8-3, ragion per cui il confronto diretto risulta di fondamentale importanza in ottica passaggio del turno, e quale che sia la tensione in acqua è dimostrato dalle marcature esasperate che riducono al minimo le occasioni da rete.

Fidandosi dell’esperienza del proprio portiere e su di una ferrea disposizione difensiva, l’Olanda riesce a non far segnare i campioni del mondo per i primi due parziali, così da condurre a metà gara per 2-0 grazie ai centri di Buunk e Smits, per poi mantenere il vantaggio sul 3-1 (di Toonen la terza rete) a fine terzo periodo e resistere al tentativo di rimonta sovietico nell’ultimo quarto, concedendo solo la rete del platonico 2-3 che vede i campioni olimpici ed iridati in carica sull’orlo di una clamorosa eliminazione.

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Ervert Kroon in azione – da nu.nl

Con, difatti, una classifica che recita, dopo due turni, Olanda p.4 (+3 differenza reti), Romania p.3 (+5) ed Urss p.1 (-1), l’unica possibilità di qualificazione per i sovietici deriva da una loro larga vittoria sul Messico ed una contemporanea sconfitta dei rumeni contro i già qualificati olandesi.

Incappati, viceversa, nella loro peggior esibizione nella storia dei Giochi sotto la bandiera dell’Urss unificata, i sovietici non vanno oltre un 7-4 contro i messicani, il che sta a significare che, quando Olanda e Romania scendono in acqua per l’ultimo incontro del girone, occorrerebbe una vittoria olandese con almeno 4 reti di scarto perché potessero accedere alla poule finale, cosa che logicamente non si verifica, anche se la formazione capitanata da Kroon conclude a punteggio pieno il raggruppamento, affermandosi per 6-5 con doppiette di Nico Landeweerd e Stroboer ed acuti di Buunk ed Hans van Zeeland.

Di questa Olanda incominciano a chiedersi anche i tecnici delle tre grandi Italia, Ungheria ed Jugoslavia, con quest’ultima ad impattare 6-6 con gli Azzurri nel girone eliminatorio, in vista della poule finale che inizia il 22 luglio ’76, con il programma trasferito presso la “Piscina Olimpica e che vede scendere per prime in acqua Italia ed Ungheria per l’incontro che risulta decisivo per l’assegnazione della medaglia d’oro, coi magiari ad imporsi con il minimo scarto di 6-5, successo maturato nel terzo periodo, concluso con un parziale di 3-1 a loro favore dopo che all’intervallo erano gli Azzurri a condurre per 3-2.

Scesi in acqua per ultimi – dopo che il secondo incontro tra Jugoslavia e Romania si è concluso in parità sul 5-5 –, gli olandesi si trovano ad affrontare i tedeschi occidentali per quella che può considerarsi una rivincita della finale mondiale di calcio di due anni prima a Monaco ’74 dove ad imporsi per 2-1 furono Beckenbauer & Co. sulla leggendaria “Arancia meccanica” di Johan Cruijff, ma in piscina i valori sono diversi, e facendo ancora leva su di un’eccellente disposizione difensiva, a far suo l’incontro per 3-2 è l’Olanda grazie ad una doppietta di Jan Evert Veer, costruendo anche stavolta, come contro l’Urss in qualificazione, il successo nei primi tre parziali, chiusi sul 3-1 per poi resistere al tentativo di rimonta avversario.

Sicuramente un buon inizio in ottica podio, che viene però parzialmente vanificato il giorno appresso allorché – dopo il riscatto azzurro con il 5-4 rifilato alla Jugoslavia ed il prosieguo della marcia trionfale ungherese (5-3 alla Germania Ovest) – l’Olanda si fa imporre il pari per 4-4 dalla sempre ostica Romania, anch’essa a far suo l’ultimo parziale per 1-0 dopo che il vantaggio costruito dalla doppietta di van Zeeland e dalle singole prodezze di Landeweerd e Buunk non era stato così ampio come in precedenza.

Due vittorie sarebbero state un ottimo viatico in vista del trittico infernale che vede l’Olanda opposta, una di seguito all’altra, ad Ungheria e, dopo un giorno di riposo, a Jugoslavia ed Italia, e sono in molti a chiedersi quali siano le effettive potenzialità di una squadra che ha sinora comunque dimostrato un’invidiabile coesione e compattezza tra i reparti.

Sicuramente quasi insormontabile per l’Olanda è lo scoglio rappresentato da un’Ungheria che intende tornare a cingersi di quell’alloro olimpico che le manca dall’edizione di Tokyo ’64, e che difatti si impone con un 5-3 ancora più netto di quanto il risultato finale possa far intendere, visto che i magiari conducevano per 5-1 ad inizio dell’ultimo periodo (di Landeweerd, van Zeeland e Piet de Zwarte le reti olandesi), in una giornata che però risulta complessivamente favorevole per le prospettive di medaglia dei tulipani, visto che sia la sfida tra Jugoslavia e Germania Ovest che quella fra Italia e Romania si concludono sull’identico punteggio di parità (4-4), con gli Azzurri a buttare letteralmente via un successo costruito a metà gara, chiusa sul 4-1 a proprio favore.

Il giorno di riposo è utile per ritemprare le forze e riordinare le idee prima delle ultime due giornate di gara con una classifica ormai ben delineata per la medaglia d’oro con Ungheria a punteggio pieno con p.6 (+5 differenza reti), ma quanto mai incerta per le piazze d’onore, che vedono Italia, Romania ed Olanda appaiate con p.3 (ma Azzurri e rumeni a pari differenza reti ed olandesi a -1), mentre per la Jugoslavia, ferma a quota 2, diviene decisiva la sfida proprio con l’Olanda alla ripresa del torneo.

Tornati in acqua il 26 luglio ’76, l’Ungheria si aggiudica con un turno di anticipo la sua sesta medaglia d’oro nella storia dei Giochi avendo la meglio di misura (9-8) al termine di un’emozionante sfida su di una Romania che, al pari dell’Olanda, sta anch’essa disputando la migliore Olimpiade della sua storia, così come l’Italia si impone con una rimonta nell’ultimo parziale (chiuso sul 2-0) sulla Germania Occidentale, così mantenendo vive le speranze di una medaglia, allorché Olanda ed Jugoslavia chiudono la serata.

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La formazione ungherese medaglia d’oro – da waterpololegends.com

Se si vuole aspirare ad un piazzamento importante in una grande manifestazione internazionale occorre compiere almeno un’impresa e, dopo quella messa in atto a spese dell’Unione Sovietica nel girone eliminatorio, ecco che l’Olanda ne manda in scena una seconda, facendo suo il match da dentro o fuori che vale il podio, con un 5-3 costruito nel terzo periodo, chiuso sul 2-0, ed in cui protagonista è una volta di più la micidiale coppia composta da Landeweerd e van Zeeland con una doppietta a testa, cui fa compagnia Buunk, oltre ad un Kroon che, ancora una volta, sciorina una prestazione da applausi.

Con il confronto diretto tra Italia ed Olanda da disputarsi all’ultima giornata, la classifica a questo punto recita Ungheria p.8 (+6 differenza reti) medaglia d’oro Italia ed Olanda p.5 (identica differenza reti di +1, ma con l’Italia a farsi preferire avendo segnato più reti, 18 a 15) e Romania p.3 (-1) che può ancora ambire al bronzo qualora una delle due prevalga, mentre in caso di parità, gli Azzurri conquisterebbero l’argento e gli olandesi occuperebbero il gradino più basso del podio.

Incontri che vengono scaglionati nel corso del 27 luglio ’76 per ordine di importanza, con l’inutile Ungheria-Jugoslavia (che in altre occasioni sarebbe stata decisiva per l’assegnazione delle medaglie) ad aprire l’ultima giornata di gare, e l’orgoglio slavo ad imporre il pareggio (5-5) ai neo-campioni olimpici, per poi vedere la Romania piegare la Germania Ovest per 5-3 portandosi a quota 5 punti con una differenza reti di +1 che le varrebbe pertanto la medaglia di bronzo qualora la sfida tra Italia ed Olanda non dovesse chiudersi in parità.

Onestamente, non crediamo che il detto “meglio due feriti che un morto” sia aleggiato nella “Piscina Olimpica” di Montreal quel tardo pomeriggio del 27 luglio 1976, nel senso che valga la pena per gli olandesi rischiare il tutto per tutto per conquistare un sensazionale argento, ma con il timore di non salire neppure sul podio, ed in ogni caso la sfida li vede sempre rincorrere, 1-1 dopo il primo parziale, 1-2 all’intervallo così come a conclusione del terzo periodo, per poi riuscire a raggiungere il sospirato pari nel finale, con ancora il trio Landeweerd, van Zeeland e Buunk a segno (i quali chiudono il torneo con 9 reti a testa i primi due e 6 centri il terzo) per il 3-3 definitivo che scrive una pagina di storia che non ha eguali nel panorama della pallanuoto dei Paesi Bassi.

Difatti, dopo altri due piazzamenti in sesta posizione alle “Olimpiadi dimezzate” di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, la Nazionale olandese – complice anche la disgregazione dei paesi ricadenti nell’orbita sovietica, con conseguente maggior numero di formazioni partecipanti – scompare definitivamente dai vertici della pallanuoto, ma è proprio in virtù di quesge circostanze che un’impresa viene definita tale.

Altrimenti, se non avesse i “crismi dell’unicità“, che impresa sarebbe? O no?

AD AMSTERDAM 1928 L’UNICA VOLTA D’ORO DELLA PALLANUOTO TEDESCA

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Una fase del torneo di pallanuoto – da waterpololegends.com

articolo di Nicola Pucci

Quattordici squadre sono iscritte al torneo di pallanuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 per l’edizione numero 7 ai Giochi che hanno visto, in precedenza, imporsi quattro volte la Gran Bretagna, gli Stati Uniti nel torneo (dimostrativo) di St.Louis nel 1904 e la Francia davanti al pubblico parigino nel 1924.

Proprio i transalpini si presentano all’appuntamento olandese con l’intenzione di confermare il titolo conquistato quattro anni prima con il 3-0 in finale con il Belgio, ma la squadra è rinnovata e i soli Paul Dujardin ed Henri Padou sono reduci di quella formazione che fu capace di sbaragliare il lotto delle avversarie. Nel 1926, a Budapest, si è disputata la prima edizione degli Europei, risolti con la vittoria dell’Ungheria davanti alla Svezia, alla Germania e allo stesso Belgio, ma se magiari, che hanno bissato il titolo l’anno dopo a Bologna superando stavolta Francia e Belgio, e tedeschi hanno risposto all’appello olimpico, gli scandinavi sono invece assenti, lasciando alle due rivali il ruolo di sfidanti in sede a cinque cerchi proprio di Francia e Belgio.

Germania e Stati Uniti sono ammesse direttamente ai quarti di finale, a cui accedono con facili vittorie Paesi Bassi (11-1 alla Svizzera con 6 reti di Koos Kohler), Belgio (altro 11-1, all’Irlanda, con 5 reti di Pierre Coppieters) e Ungheria (che travolge 14-0 la malcapitata Argentina, trascinata dalla coppia formata dal minore dei fratelli Keseru, Alajos, e Joszef Vertesy, a segno sette volte), mentre la Francia batte 4-0 la Spagna, la Gran Bretagna fa poker, 4-2, potendo ancora avvalersi della classe del 42enne Paul Radmilovic con la Cecoslovacchia, e Malta, alla prima partecipazione olimpica, sorprende il Lussemburgo 3-1 grazie alle storiche reti di Bonavia, Magri e Vella.

Ai quarti di finale i campioni in carica della Francia avanzano di goleada con Malta, 16-0, mentre la Germania, capitanata da Fritz Gunst, che perderà una coscia nel corso della Seconda Guerra Mondiale e nel 1990 verrà inserito nella Hall of Fame del nuoto, comincia a farsi rispettare battendo il Belgio in rimonta, 5-3 ai tempi supplementari con tripletta di Karl Bahre, bissando nell’entità numerica il successo ottenuto nella sfida andata in scena agli Europei del 1926 (allora finì 6-4) per incrociare la Gran Bretagna che liquida, sempre 5-3 e sempre ai tempi supplementari, i beniamini locali. Ultima ammessa alle semifinali, l’Ungheria, che dispone degli Stati Uniti con un agevole 5-0, evidenziando non solo la propensione alla rete dei suoi attaccanti ma pure l’efficacia della retroguardia.

In semifinale i tedeschi, nelle cui file gioca Eric Rademacher, primatista del mondo dei 200 rana nonché medaglia d’argento nella prova individuale alle spalle del giapponese Yoshiyuki Tsuruta e campione europeo della distanza sia nel 1926 che nel 1927, e che assieme al fratello Joachim sta per diventare il primo olimpionico in una prova a squadre, partono di gran carriera con la Gran Bretagna imponendosi infine 8-5, mentre l’Ungheria spenge il sogno dei francesi di confermarsi campioni, vincendo lo scontro diretto per 5-3.

La finale, allo Zwemstadion di Amsterdam, dunque, pone l’una di fronte all’altra due formazioni ormai al top della pallanuoto internazionale, e lo sviluppo è ovviamente equilibrato, con i magiari, che schierano Oliver Halassy che non ha il piede sinistro (amputato da bambino), che si portano sul 2-0 grazie alle reti di Ferenc Keseru e di Vertesy, risultato con cui si chiude il primo tempo. La Germania non si arrende, nella ripresa entra in vasca convinta di poter rimontare e ancora una volta dimostra di essere squadra capace di venir fuori alla distanza. Ristabilisce la parità ai tempi regolamentari, 2-2, per poi allungare in maniera decisiva nei tre minuti di tempi supplementari, per chiudere sul 5-2 grazie alle doppiette di Max Amann e Bahre e al sigillo di Otto Cordes e conquistare la prima e unica medaglia d’oro della sua storia olimpica nella pallanuoto.

L’ORO OLIMPICO DEL “SETTEROSA” A CORONAMENTO DI UN DECENNIO DA SOGNO

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Il trionfo del “Setterosa” ai Giochi di Atene ’04 – da:oasport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra gli Sport di squadra, uno di quelli che ha sempre fornito maggiori soddisfazioni (e medaglie …) alla causa azzurra è senz’altro la Pallanuoto, il cui settore maschile – per il quale, non a caso è stato spesse coniato l’appellativo di “Settebello” – ha portato in dotazione, tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, 25 allori, di cui 9 ori, 6 argenti e 10 bronzi.

Detti successi hanno però ricoperto un arco di tempo di quasi un secolo, datando al 1920 la prima partecipazione olimpica dell’Italia nel Torneo di Pallanuoto, così come al 1927 risalgono i primi Campionati Europei – i Mondiali, come noto, sono stati inaugurati solo nel 1973 – ed, incredibilmente, sbiadiscono rispetto a quanto sono state capaci di fare in acqua le ragazze in un periodo ben più ristretto, vista l’introduzione del Torneo femminile solo nel 1989 a livello Continentale, nel ’94 nella Rassegna iridata ed inserito nel programma olimpico dall’edizione di fine millennio di Sydney 2000.

In detto lasso di tempo, le componenti del “Setterosa” (come è stato giustamente definito …) si sono portate a casa ben 15 medaglie, di cui ben 8 d’oro, 4 d’argento e solo 3 di bronzo, ma di detti allori la maggior parte degli stessi cade in quello che può, a giusta ragione, definirsi il “Decennio d’Oro” della Pallanuoto femminile azzurra e che vede come unico comune denominatore la presenza alla guida del tecnico Pierluigi Formiconi.

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Il Tecnico azzurro Pierluigi Formiconi – da:gettyimages.co.uk

Alla stessa stregua di un singolare parallelismo con la “Generazione di Fenomeni” della Pallavolo maschile, dove la svolta avviene nel 1989 con l’argentino Julio Velasco a ricoprire il ruolo di allenatore, anche il “Setterosa” infila una serie di trionfi più o meno paragonabili, ma riuscendo anche in quell’impresa risultata tabù per il sestetto del volley, vale a dire conquistare la “Gloria Olimpica”, viceversa negata a Bernardi & Co.

E, come nel caso della Pallavolo, è uno “zoccolo duro” formato dal portiere Francesca Conti e dalle giocatrici di movimento Carmela Allucci, Melania Grego, Giusi Malato e Martina Miceli a fare da asse portante di questa squadra che dal 1994, con il bronzo ai Mondiali di Roma, dove la Pallanuoto al femminile fa il proprio ingresso nella Rassegna iridata, sino ai Giochi di Atene ’04 diviene una sorta di “Invincibile Armata” in ogni angolo del Pianeta.

In analogia con quanto avvenuto per le imprese del Volley maschile, anche la formazione di Formiconi mette in fila un tris di successi continentali consecutivi, che porta le ragazze a trionfare nell’edizione di Vienna ’95 (7-5 in Finale all’Ungheria), cui seguono gli ori di Siviglia ’97, dove a soccombere per 7-6 nell’atto conclusivo sono le russe, e di Prato ’99, avendo la meglio solo ai tempi supplementari per 10-9 sulle sempre ostiche olandesi.

Nel frattempo, nella seconda edizione in cui la Pallanuoto femminile è di scena nella Rassegna iridata, l’Italia passa dal bronzo di Roma ’94 al gradino più alto del podio in occasione dei Mondiali di Perth ’98, attraverso un crescendo nel corso del Torneo che ha dell’incredibile.

Inserite, difatti, nel Gruppo B assieme ad Olanda, Ungheria e Grecia (le classiche rivali europee …), le azzurre incappano in altrettante sconfitte all’esordio – per 5-6, 10-11 e 4-10 rispettivamente – per poi superare facilmente Spagna (10-3) e Kazakistan (19-3) e poter così accedere alla fase ad eliminazione diretta da quarte nel Girone, dovendo così affrontare il Canada, primo nell’altro raggruppamento avendo messo in fila formazioni del calibro di Russia, Australia e Stati Uniti.

Ma ecco che viene fuori la caratteristica principale della compagine di Formiconi, vale a dire quella di saper dare il meglio di sé nelle occasioni decisive, e le ragazze forniscono una prova superba facendo loro l’incontro per 12-9 che vale l’accesso alla zona medaglie, dove vengono piegate, al termine di due sfide intense ed appassionanti, dapprima l’Australia in semifinale per 10-9 e le olandesi nella gara per il titolo iridato, conclusa sul 7-6 per le azzurre, che iniziano così ad essere definitivamente chiamata “Setterosa.

Oramai affermatasi nel Torneo iridato, la Pallanuoto femminile è pronta ad entrare nel programma olimpico, cosa che accade in occasione dei Giochi di Sydney 2000, dai quali, per un’assurda ripartizione geografica, la nostra Nazionale viene esclusa un po’ per colpa sua (sconfitta in semifinale dalla Russia nel Torneo Preolimpico di Palermo) e molto per avere il CIO privilegiato una formazione asiatica come il Kazakhstan (che le azzurre avevano travolto 16-4), senza tener conto del fatto che le nostre ragazze avevano vinto il titolo mondiale ed europeo nei due anni precedenti.

Con questa amarezza in corpo – un tentativo di chiedere l’estensione da 6 ad 8 delle squadre iscritte alla rassegna olimpica risulta vano – l’Italia scarica la delusione per l’ingiustizia subita ribadendo, nel quadriennio che porta alle Olimpiadi di Atene ’04, il proprio legittimo diritto a far parte dell’elite assoluta, a partire dai Campionati Europei di Budapest ’01.

Rinforzata la rosa con la presenza della brasiliana naturalizzata italiana Alexandra Araujo, della catanese Maddalena Musumeci, della milanese Emanuela Zanchi e, soprattutto, della fortissima centroboa Tania Di Mario – una capace di partecipare a quattro edizioni dei Giochi sino a Rio de Janeiro ’16 all’età di 37 anni – l’Italia vede interrompersi la striscia vincente di successi a livello continentale venendo sconfitta in Finale 8-10 dalle padroni di casa ungheresi, per poi rifarsi con gli interessi un mese dopo, in occasione dei Mondiali di Fukuoka ’01.

Con un titolo iridato da difendere, le ragazze di Formiconi partono, al solito, con il freno a mano tirato nel Girone eliminatorio (pareggio 8-8 contro gli Usa e brutta sconfitta per 6-13 contro le russe) che le colloca al terzo posto e conseguente abbinamento nei Quarti di finale proprio contro le Campionesse olimpiche dell’Australia, ed il 4-1 loro riservato è la chiara dimostrazione di quanto quell’oro fosse stato in un certo senso usurpato.

Nuovamente opposte alle americane in semifinale, le azzurre vanno nuovamente a segno 8 volte, ma limitando l’attacco avversario si impongono per 8-6 per poi cogliere la più dolce delle rivincite sfidando nuovamente l’Ungheria in Finale, rifilando alle sconcertate magiare un 7-3 che la dice lunga sulla superiorità in acqua delle nostre rappresentanti.

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Le azzurre festeggiano il titolo iridato a Fukuoka ’01 – da:gazzetta.it

Podi che si invertono due anni dopo, allorché l’Italia torna ai vertici continentali affrontando per la terza volta consecutiva, nella Finale dei Campionati Europei di Lubiana ’03, l’Ungheria, giunta anch’essa all’atto conclusivo con sole vittorie a proprio favore, sfida equilibrata che le azzurre si aggiudicano per 6-5, prima di trasferirsi a Barcellona per l’edizione ’03 della Rassegna iridata.

Inserite nello stesso Girone eliminatorio dell’Ungheria, questa volta le azzurre cedono per 10-11 venendo costrette al playoff per accedere ai Quarti che le vede disporre per 8-5 della Grecia, prima di disputare una titanica sfida con le olandesi, conclusa sull’8 pari anche dopo i tempi supplementari e conseguente decisione ai tiri di rigore che favorisce le nostre rappresentanti per 5-3.

Scampato il pericolo, l’Italia ha vita facile in semifinale (5-2) sul Canada che aveva sorprendentemente eliminato la Russia nel turno precedente, per andare a disputare la sua terza Finale iridata consecutiva, avversarie questa volta le americane le quali “restituisconoalle azzurre pari pari l’8-6 dalle stesse subito due anni prima in Giappone, facendo così svanire per le nostre ragazze il sogno di imitare l’oro olimpico conquistato dai maschi nella “Piscines Bernat Picornell” del Capoluogo catalano nell’epica sfida contro la Spagna padrona di casa ai Giochi di Barcellona ’92 …

Comunque, con un oro ed un argento iridato, ed identici piazzamenti ai Campionati europei nel quadriennio post olimpico, non si può certo pensare che l’Italia non facesse parte del ristretto lotto delle favorite al Torneo Olimpico dell’edizione di Atene ’04, tra l’altro molto più ridotto rispetto al Mondiale, con sole 8 squadre partecipanti rispetto alle 16 della Rassegna iridata.

Ciò però sta anche a significare che vi è un ridotto margine di errore – ricorderete l’avvio incerto dell’Italia in occasione dei due successi iridati – e le azzurre, inserite nel Gruppo A assieme all’Australia Campione in carica, alla Grecia padrona di casa ed all’onnipresente Kazakhstan, si fanno sorprendere all’esordio proprio dalle australiane, le quali concludono sul 3-1 a proprio favore il primo periodo, uno svantaggio che l’Italia non riesce a colmare (anche per merito del portiere avversario Emma Knox, capace di neutralizzare 9 delle 14 conclusioni delle nostre ragazze), soccombendo per 5-6.

Con la Grecia ad aver fatto il proprio dovere superando 8-6 il Kazakhstan, l’Italia, scesa in acqua il pomeriggio del 18 agosto ’04 dopo che, al mattino, l’Australia aveva passeggiato contro le euroasiatiche sconfitte 9-4, si trova già ad un bivio nella sfida, sempre pericolosa, contro le padrone di casa, esame viceversa superato alla grande in virtù di un 7-2 che non ammette repliche e dove a far la parte delle protagoniste sono Di Mario e Miceli, con una tripletta a testa, assieme ad una straordinaria Conti che si oppone a ben 10 delle 12 conclusioni a rete delle elleniche.

Quanto importante sia, in Tornei di tale livello, mantenere alta la concentrazione, lo dimostra il terzo incontro del Girone contro le kazache, che l’Italia conduce tranquillamente per 5-1 a metà gara per poi subire un imbarazzante “black out” nel terzo periodo che consente un pericoloso riavvicinamento sino al 6-5, prima che Formiconi strigli a dovere le proprie ragazze che concludono sull’8-6 con un certo affanno, dovendo sempre ringraziare Di Mario, che mette la propria firma su metà delle reti azzurre.

Con Australia e Stati Uniti (vincitrice del Gruppo B) già qualificate per le semifinali, all’Italia per accedere a detto stadio della Manifestazione si frappone il “classicoostacolo dell’Ungheria, che si rivela inaspettatamente più semplice del previsto, con le azzurre sempre avanti nel punteggio sino all’8-5 conclusivo con Di Mario ancora protagonista con 3 reti e Formiconi ad operare una maggior rotazione tra le ragazze, con le sole Miceli, Di Mario e Zanchi (oltre ovviamente al portiere Conti …) ad accumulare un minutaggio superiore ai 20 minuti.

Il sorprendente esito dell’altra sfida, con la Grecia ad eliminare la Russia con un 7-4 che era 7-2 ad inizio dell’ultimo periodo, fa sì che gli accoppiamenti per le semifinali vedano l’Italia doversi confrontare nuovamente con gli Stati Uniti, mentre per le padrone di casa vi è l’ostacolo costituito dalle Campionesse in carica dell’Australia, contro cui, nell’ultima gara del Girone eliminatorio, avevano pareggiato per 7-7.

Le prime a scendere in acqua sono italiane ed americane, alle ore 17:00 del 24 agosto ’04 e l’esito è da romanzo giallo, con le azzurre bloccate dalla difesa “a stelle e strisce” e le rappresentanti dello Zio Sam che sembrano avviate a replicare il successo nella Finale iridata di Barcellona dell’estate precedente, portandosi a condurre per 4-2 alla fine del terzo periodo.

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Giusy Malato al tiro nella semifinale contro gli Usa – da:gettyimages.it

Con soli 7’ a disposizione per sperare di rovesciare l’esito dell’incontro, le allieve di Formiconi confermano una volta di più la loro forza temperamentale nel non volersi mai arrendere e, trascinate dalla Di Mario autrice di una doppietta, riescono a ribaltare le sorti della sfida con un parziale di 4-1 per il 6-5 conclusivo sul quale mettono la loro firma anche Araujo, Zanchi, Malato e Ragusa con una rete a testa.

Scampato il pericolo, scendono in acqua Australia e Grecia, con queste ultime ad infliggere una vera e propria lezione alle Campionesse olimpiche uscenti, colpite a freddo da un 1-4 nel primo periodo che poi diviene 1-5 a metà gara, così consentendo alle padrone di casa di gestire il resto dell’incontro sino al 6-2 che schiude loro le porte della prima (e sinora unica …) Finale olimpica della propria Storia …

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Una fase della semifinale tra Grecia ed Australia – da:gettyimages.it

Sfida per l’oro che va in scena due giorni dopo, alle ore 18:15 del 26 agosto ’04 dopo che, per dovere di cronaca, gli Stati Uniti si sono aggiudicati per 6-5 il “Derby del Pacifico” contro l’Australia che vale loro la medaglia di bronzo, una Finale che a molti fa tornare alla mente l’inebriante sfida tra Italia e Spagna in campo maschile ai Giochi di Barcellona ’92, conclusa a favore del “Settebello” a conclusione di una interminabile serie di tempi supplementari.

Non solo la temperatura agostana al di fuori dell’impianto è simile a quella dell’estate catalana, ma lo è molto di più quanto si verifica sugli spalti, interamente coperti di bandiere bicolori, il bianco ed il blu simboleggiante i colori nazionali ellenici, con circa 10mila spettatori ad inscenare un tifo infernale con tanti di tamburi e petardi ed un grido all’unisono: “Hellas, Hellas …!!”.

Non possono certo mancare all’evento – così come accadde nel ’92 con re Juan Carlos di Spagnoli – i plenipotenziari del Governo greco, con il Premier Costa Karamanlis in testa, che già pregustano il trionfo delle loro rappresentanti, pur se, sulla carta, sono le azzurre a farsi preferire, non solo in virtù del netto successo nel Girone eliminatorio, ma per un curriculum nettamente superiore nel corso degli anni, che il solo effetto ambientale appare difficile possa modificare.

Tutte considerazioni che lasciano comunque il tempo che trovano allorché giunge il momento di calarsi in acqua per conquistare il primo pallone, agli ordini dei due arbitri, lo sloveno Boris Margeta e l’ungherese Gabor Kiszelly, e le padrone di casa sfoggiano la peraltro prevista aggressività, in più condita da una straordinaria efficacia al tiro delle due fromboliere Kyriaki Liosi (autrice di 5 reti su 10 tentativi) ed Evangelia Moraitidou, che dal canto suo trasforma in reti ben 3 dei suoi quattro tiri verso la porta di una Francesca Conti meno brillante del solito.

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Moraitidou e Malato lottano in Finale – da:gettyimages.it

Formiconi, che schiera inizialmente Conti in porta e Miceli, Allucci, Zanchi, Di Mario, Ragusa e Malato, si affida ben presto alla 31enne bresciana Melania Grego, sinora poco impiegata a causa di un infortunio alla spalla e che si rivela al contrario il classico “jolly vincente” della Finale.

Con una Di Mario per una volta al di sotto del proprio standard abituale, anche per la ferrea marcatura cui è sottoposta ed in parte “tollerata” dalla coppia arbitrale, l’Italia si trova sempre ad inseguire, 2-3 al termine del primo periodo e 5-6 a metà gara, per poi impattare nel terzo periodo e quindi concludere sul 7-7 che manda la sfida ai tempi supplementari, come a Barcellona 12 anni prima per i maschi.

Ancora 3’ di speranza per le azzurre e di illusione per le padrone di casa che scappano via sul 9-7 tra il tripudio di un popolo festante che già pregusta il trionfo prima che, facendo ricorso al loro smisurato orgoglio, le azzurre riescano a riequilibrare la situazione con il punto dell’8-9 siglato dalla Grego per poi essere Di Mario ad uscire dal torpore con la “zampata” che rinvia la decisione al secondo supplementare

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La delusione sulla panchina greca per l’oro sfumato – da:gettyimages.it 

L’essersi visto sfumare sotto gli occhi una medaglia d’oro che già sentivano al collo incide come un macigno sul morale delle greche, cosa di cui, con sapiente esperienza, approfitta Di Mario per servire a Grego (autrice di 3 reti al pari di Miceli che aveva tenuto in piedi la baracca durante i tempi regolamentari …) la palla del 10-9 definitivo, per poi controllare nei minuti finali il tentativo di rimonta di una Grecia oramai sfiduciata, con l’immagine simbolo della Finale costituita dal Capitano Giusy Malato che alza, alla sirena, il pallone da mostrare a tutti per testimoniare il trionfo azzurro …

All’artefice di questo decennio “mostruoso”, vale a dire il tecnico Formiconi – che con l’oro di Atene conclude il suo rapporto con la Nazionale femminile – il compito di commentare il successo olimpico, dapprima “togliendosi il classico sassolino dalla scarpa” dichiarando come: “a Sydney siamo state esclusi dai regolamenti, questa è la giusta vendetta sportiva”, e quindi mandare un affettuoso messaggio alle proprie ragazze, le quali: “per arrivare a questo trionfo hanno rinunciato a fare figli, sacrificato la propria vita, passato ore in piscina ad allenarsi ed ora, grazie al premio messo a disposizione dal CONI, almeno in parte saranno ricompensate” …

Parole corrette e concrete, quelle di Formiconi, a completamento di un ciclo di vittorie strepitoso, cosa che neppure la “Generazione di Fenomeni” del Volley maschile era riuscita a raggiungere, con il più il vanto di essere la prima formazione a conquistare una medaglia d’oro olimpica negli Sport di squadra al femminile, e, come si dice in questi casi, “scusate se è poco ….”

 

DEZSO GYARMATI E LA SUA LOTTA CONTINUA TRA PISCINE E REGIME

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Dezso Gyarmati – da:dteurope.com

Articolo di Giovanni Manenti

La Pallanuoto, prima che il crollo dell’impero sovietico di inizio anni ’90 comportasse la disgregazione soprattutto dell’ex Jugoslavia – che ora può contare su tre formazioni di livello assoluto quali Serbia, Croazia e Montenegro – è stata per un largo periodo un “affare tra le quattro sorelle” rappresentate da Italia, Jugoslavia, Ungheria ed Unione Sovietica, che non a caso hanno occupato i primi quattro posti in quattro edizioni consecutive delle Olimpiadi, da Melbourne ’56 a Città del Messico ’68.

Ma, tra di esse, “prima tra le elette”, il ruolo di Paese leader indiscusso in tale disciplina non può che andare all’Ungheria, la cui compagine è stata capace di salire sul podio olimpico in ben 12 (!!) edizioni consecutive dei Giochi, dalla lontana Rassegna di Amsterdam ’28 sino a Mosca ’80, serie interrottasi solo a causa del contro boicottaggio dei Paesi del blocco comunista a Los Angeles ’84, ottenendo in tale lasso di tempo 6 medaglie d’oro, 3 d’argento ed altrettante di bronzo.

Quello che, però, è ancor più sorprendente è il fatto che la maggioranza di tali successi – che diviene la quasi totalità se ci limitiamo alle 9 edizioni del secondo dopoguerra – abbiano come filo conduttore una sola persona, dapprima in veste di giocatore e quindi di allenatore, costretto però anche a scontrarsi con le vicende politiche che coinvolgono il proprio Paese in quel drammatico autunno del 1956.

Colui di cui stiamo parlando, ed al quale è dedicata la nostra Storia odierna, altri non è che Dezso Gyarmati, nato a Miskolc, città industriale nel Nordest del Paese, il 23 ottobre 1927, pressoché universalmente considerato il più grande pallanotista di ogni epoca ed, anche se tali raffronti sono sempre di difficile interpretazione, di sicuro il più vincente, visto che nessun altro giocatore – né prima così come dopo di lui – può vantare la conquista di 5 medaglie olimpiche consecutive.

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Dezso Gyarmati – da:24.hu

Giocatore completo, grazie anche al fatto di essere ambidestro, così da poter giocare la palla con entrambe le mani pur trovandosi a miglior agio con la sinistra, Gyarmati è in grado di ricoprire ogni ruolo in piscina, sia come difensore che quale attaccante, privilegiando comunque la fase di costruzione del gioco, forte altresì di una caratteristica non comune costituita dalla sua abilità nel nuoto, vantando un “personale” sui 100 metri stile libero di 58”5, di assoluto rilievo per l’epoca, laddove si consideri che ai Campionati Europei di Vienna ’50 un tale tempo avrebbe consentito di vincere l’argento e nella successiva edizione di Torino ’54 il connazionale Géza Kadas si aggiudica il bronzo con 58”3.

Il ricco Palmarès olimpico di Gyarmati si inaugura ai Giochi di Londra ’48, allorché l’Ungheria è chiamata a confermare i trionfi di anteguerra ottenuti a Los Angeles ’32 ed a Berlino ’36, con una formazione di cui fa ancora parte Jeno Brandi, unico reduce – a dispetto dei suoi 35 anni – della squadra medaglia d’oro nell’ultima edizione prima degli eventi bellici, ma a sbarrare loro la strada trovano il primo “Settebello” azzurro che, sconfiggendoli per 4-3 (doppiette di Gildo Arena ed Aldo Ghira), di fatto li estromette nella corsa all’oro, dovendosi accontentare della piazza d’onore in un Torneo che vede il 21enne ungherese andare 5 volte a segno.

Una delusione ampiamente riscattata quattro anni dopo ai Giochi di Helsinki ’52, in cui l’Ungheria ottiene un pari per 2-2 contro la Jugoslavia nel Girone di qualificazione per la poule finale a quattro assieme ad Italia, Stati Uniti e gli stessi slavi, aggiudicandosi l’oro grazie ad una miglior differenza reti in virtù dei più larghi successi contro gli Azzurri (7-2, con Istvan Szivos protagonista con tre reti) e gli americani (4-0) rispetto alle vittorie per 3-1 e 4-2 ottenute dalla Jugoslavia contro i medesimi avversari.

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Dezso Gyarmati in azione – da:24.hu

Ma per Gyarmati, che conclude il Torneo con 7 reti all’attivo, l’avventura olimpica di Helsinki ha anche un risvolto importante dal punto di vista sentimentale, in quanto si innamora della connazionale Eva Szekely, nuotatrice ed anch’essa vincitrice di una medaglia d’oro avendo trionfato sui m.200 rana con il record olimpico di 2’51”7, precedendo l’altra magiara, nonché primatista mondiale, Eva Novak.

I due convolano a nozze e, dalla loro unione, nasce il 15 aprile 1954 Andrea – che, a scanso di equivoci, in Ungheria è un nome femminile, essendo Andrej il corrispettivo maschile – la quale avrà modo di contribuire ad inizio anni ’70 ad arricchire la già di per sé cospicua bacheca di medaglie familiare, cimentandosi nel nuoto negli stili a dorso ed a farfalla,

Una situazione sportivo/familiare che più idilliaca non potrebbe essere, con entrambi i coniugi – la moglie dopo aver dato alla luce la figlia – ad allenarsi con impegno in vista dell’appuntamento olimpico di Melbourne ’56, nel mentre la Nazionale di pallanuoto aveva ribadito la propria superiorità facendo suo anche il titolo continentale ai Campionati Europei di Torino ’54, con una Classifica finale che ricalca fedelmente l’esito dei Giochi di Helsinki, con l’Ungheria a precedere la Jugoslavia solo grazie ad una miglior differenza reti dopo aver pareggiato per 3-3 il confronto diretto, con l’Italia padrona di casa a confermare anch’essa il bronzo olimpico, ma dovendo incassare un’ancor più umiliante sconfitta (1-8 rispetto al 2-7 in terra finnica) di fronte ai fuoriclasse magiari.

Ma i Giochi di Melbourne – che per la prima volta nella loro Storia vedono la fiamma olimpica ardere nell’emisfero australe – si svolgono, a causa di detta circostanza, tra fine novembre ed inizio dicembre ’56, ad un mese di distanza dai tragici eventi relativi alla rivoluzione spontanea scoppiata a Budapest il 23 ottobre al fine di condurre il Paese ad una politica di socialismo più democratico proclamata dal Presidente Imre Nagy e sedata nel sangue dalle truppe sovietiche ad inizio novembre, con la selezione magiara in volo per Melbourne ad essere informata dal pilota dell’aereo come tale repressione abbia causato oltre 5mila morti tra la popolazione della Capitale Budapest.

Dall’alto del suo carisma, Gyarmati è il primo a scendere dall’aereo appena atterrato in terra australiana, stringendo tra le mani una bandiera nera in segno di lutto, ricevendo, al pari dei compagni, ampia solidarietà da parte di compatrioti residenti nella terra dei canguri, nonché dai cittadini australiani, ribadendo la propria posizione in merito divenendo Presidente del Comitato Rivoluzionario della Delegazione ungherese a Melbourne.

In un clima di tale tensione – in cui per poco non si addiviene ad uno scontro fisico tra atleti ungheresi e sovietici già nel corso della cerimonia di inaugurazione dei Giochi – non è facile per il tecnico Bela Raikj tenere concentrata la squadra, molti dei cui componenti sono preoccupati per i loro familiari, tra cui i coniugi Gyarmati che hanno lasciato in patria la piccola Andrea di poco più di due anni, riuscendo comunque a far leva sullo spirito nazionalistico, il che diventa un’arma in più nel corso del Torneo.

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Ervin Zador sanguinante dopo la sfida Urss-Ungheria – da:nbcolympics.com

Stavolta, difatti, non ci sono tentennamenti nel cammino dello squadrone magiaro, il quale conclude imbattuto la manifestazione con sole 4 reti al passivo (3 delle quali ininfluenti, subite nel corso dei facili successi per 6-1 contro la Gran Bretagna e 6-2 contro gli Usa nel Girone eliminatorio), per poi rifilare tre successi consecutivi per altrettanti 4-0 nella Poule finale sia ad Italia e Germania che, soprattutto, nella sfida contro l’Unione Sovietica del 6 dicembre ’56 passata alla Storia con l’accezione inglese di “The Blood in the water match”, essendosi dimostrata l’occasione per “regolare i conti” con gli invasori – anche se, occorre darne atto, non è che i giocatori avessero particolari responsabilità al riguardo, ma si sa come vanno queste cose – e conclusa con una serie di colpi proibiti da ambo le parti.

Ancora una volta, decisiva per la medaglia d’oro si rivela la sfida contro la Jugoslavia in programma all’ultima giornata, con quest’ultima ad aver lasciato un punto per strada con il 2-2 impostole dalla Germania, ragion per cui ai magiari sarebbe sufficiente l’ennesimo pareggio per confermare il titolo d quattro anni prima ad Helsinki, ma stavolta vogliono ribadire a tutto il mondo la loro veste di dominatori incontrastati in piscina e tocca a Gyorgy Karpati e Mihaly Mayer realizzare le reti del successo per 2-1 a coronamento di un torneo senza pecca alcuna.

Gioia che però nel clan magiaro è compensata in negativo da cosa li attenderà al ritorno in Patria – con i coniugi Gyarmati, che hanno visto Eva dare seguito all’oro di Helsinki con l’argento australiano sempre sui m.200 rana, a meditare su quale atteggiamento assumere – anche se alcuni di loro, tra cui Ervin Zador, protagonista del citato match contro l’Urss in quanto uscito dall’acqua sanguinante, decidono di restare in Australia.

Ma ciò non può avvenire per Gyarmati e la moglie, desiderosi di ricongiungersi con la piccola Andrea che, secondo quanto loro riferito, dovrebbe trovarsi a Vienna a casa di una zia, ragion per cui decidono di fare scalo all’aeroporto di Milano, da dove un treno organizzato dal nuovo Governo filosovietico attende la comitiva per il trasferimento a Budapest.

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La delegazione ungherese a Milano a dicembre ’56 – da:wpdworld.com

Il treno è però in ritardo, ragion per cui la delegazione è alloggiata in un Albergo milanese dove Eva ha finalmente la possibilità di mettersi in contatto con i parenti scoprendo che la figlia è a Budapest e pertanto il piano di riparare in Austria fallisce sul nascere, costretti come sono a fare ritorno nella loro Capitale.

A dispetto dei trionfi sportivi, Dezso non è certo visto di buon occhio dalla polizia filosovietica – ha alle spalle anche un trascorso in Inghilterra nell’immediato dopoguerra – presso la quale risulta schedato come tra i promotori della “Rivoluzione d’ottobre”, sino a che, nei primi giorni di gennaio 1957 non passa all’azione, con un pestaggio che lascia la leggenda olimpica in fin di vita, abbandonato in un cascinale …

Fortunatamente ripresosi, per Gyarmati non vi è oramai alcuna alternativa se vuole proteggere l’incolumità personale e della sua famiglia, vale a dire espatriare e, per una volta, la buona sorte – e forse qualche funzionario compiacente – gli dà una mano, consentendogli di superare i controlli aeroportuali con documenti falsi ed imbarcarsi su di un volo per gli Stati Uniti, destinazione New York, dove già risiedono i genitori ed il fratello.

La reazione del Governo è durissima ed impietosa, una volta accertata la fuga all’estero, vale a dire divieto assoluto di fare ritorno in Patria – una decisione che colpisce anche i celebri calciatori della “Grande Honved”, quali, fra gli altri, Puskas, Kocsis e Czibor – così come far parte della relativa Nazionale.

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Eva Szekely/Gyarmati con in braccio la piccola Andrea – da:24.hu

Una situazione difficile da accettare per un personaggio legato alla propria terra come Gyarmati, e poi vi sono i genitori di Eva, ancora residenti in Ungheria e che potrebbero subire ripercussioni governative per colpa loro, nonché il fatto che cambiare vita in un Paese straniero non è che sia poi così facile, ed ecco allora che comincia a pianificare la possibilità di un ritorno in Patria.

Vi è però un ostacolo pressoché insormontabile da superare, vale a dire il veto posto dal Governo centrale di Mosca, dal quale dipende qualsiasi decisione in terra magiara, e strano a dirsi, in suo soccorso giunge proprio il colosso georgiano Piotr Mshveniyeradze – protagonista a Melbourne con 11 reti e colpito da Gyarmati nella rissa della sfida tra le due Nazionali – il quale intercede in suo favore strappando il consenso al rientro da parte del Partito Comunista Sovietico, il quale pone come condizione che per due anni egli non possa far parte della Squadra di Pallanuoto.

Una brutta tegola per l’asso ungherese, che deve fare “buon viso a cattivo gioco” per il bene dei suoi familiari, anche se deve essere dura aver potuto riabbracciare i compagni di squadra – che nel frattempo hanno nuovamente sbaragliato il campo ai Campionati Europei ’58 disputati in casa a Budapest, terminando una volta di più a punteggio pieno, avendo rifilato un 5-3 alla Jugoslavia, un 4-2 all’Urss ed il consueto “cappotto”, 7-0, all’Italia classificatesi nell’ordine – senza però condividere con loro il piacere degli allenamenti in piscina.

Buon per lui, ritrovatosi per sua stessa ammissione ad essere “uno tra i tanti” dopo aver conosciuto la gloria grazie alle sue imprese sportive, che il bando alla fine cessi in vista delle Olimpiadi di Roma ’60 dove però, a corto di preparazione, non è in grado di fornire il consueto contributo, realizzando due sole reti in un Torneo che vede l’Ungheria concludere al terzo posto, con l’Italia viceversa a tornare a fregiarsi della medaglia d’oro come 12 anni prima a Londra.

A 33 anni suonati, si potrebbe pensare che la carriera agonistica di Gyarmati sia giunta al capolinea, ma il suo orgoglio e, soprattutto, il suo spirito patriottico, gli impedisce di chiudere con una sconfitta ed eccolo all’ora guidare l’Ungheria al suo ottavo titolo europeo (su 10 edizioni …!!) alla Rassegna Continentale di Lipsia ’62 per poi partecipare alla sua quinta Olimpiade di Tokyo ’64 per fornire il proprio contributo di esperienza ad una formazione desiderosa di ritornare ai vertici assoluti dopo il passo falso di Roma.

La sua veste di leader carismatico consente di centrare l’obiettivo, pur venendo centellinato nelle sue presenze in acqua, schierato nelle sfide del Girone di semifinale contro l’Olanda – contro cui realizza la sua ultima rete nella Rassegna a cinque cerchi nella vittoria per 6-5 – e la Jugoslavia, conclusa con un emozionante pareggio per 4-4 e quindi, dopo aver saltato l’incontro contro l’Italia, vinto dai magiari per 3-1, disputare la sua 33esima ed ultima gara nella Storia dei Giochi, che non poteva che vederlo opposto all’Unione Sovietica, travolta per 5-2 così da consegnare all’Ungheria la medaglia d’oro, ancorché a parità di punti con la Jugoslavia, grazie alla consueta miglior differenza reti (+5 rispetto al +3 degli slavi).

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Una fase della sfida tra Urss ed Ungheria ai Giochi di Tokyo ’64 – da:waterpololegends.com

Una carriera senza paragone alcuno per il “più forte giocatore di ogni epoca”, il quale non si stacca dal Mondo della Pallanuoto, divenendo allenatore della Nazionale che, sotto la sua guida, ottiene altre tre medaglie olimpiche – argento a Monaco ’72, oro a Montreal ’76 e bronzo a Mosca ’80 – il che sta a significare che nelle 9 edizioni dei Giochi del dopoguerra da Londra ’48 all’edizione moscovita, Gyarmati non è stato presente solo a Città del Messico ’68, con un Palmarès complessivo di 8 allori, di cui 4 ori, 2 argenti ed altrettanti bronzi.

Bacheca che si è altresì arricchita di altri due titoli europei (Vienna ’74 ed Jonkoping ’77) da sommare ai successi da giocatore, così come, con la creazione dei Campionati Mondiali, Gyarmati conduce l’Ungheria al titolo iridato nell’edizione inaugurale di Belgrado ’73 ed a due secondi posti a Cali ’75 e Berlino ’78, ma crediamo che per lui, divenuto anche membro della Federazione magiara di pallanuoto, nonché introdotto nel 1976 nella “International Swimming Hall of Fame” ed autore di numerosi testi sullo sport della sua vita, tra cui una “Storia della Pallanuoto ungherese”, la soddisfazione maggiore sia giunta fuori dalle piscine.

Difatti, all’avvenuto crollo dell’impero sovietico e conseguente fine del regime comunista nel Paese, Gyarmati, ancorché avendo superato la soglia dei 60 anni, viene eletto quale Membro del nuovo Parlamento ungherese alle elezioni del 1990 nelle file del Partito Democratico, facendo poi parte delle Commissioni parlamentari in tema di Pubblica Amministrazione, Polizia e Sicurezza Interna, pur non ottenendo la conferma nelle successive elezioni del 1994 e ’98, ma ottenendo nel 2003 la nomina a Presidente della Sezione Sportiva del Dipartimento Culturale del Fidesz, Partito Conservatore del proprio Paese.

Davvero una bella rivincita per uno che ha dedicato l’intera sua vita alla propria terra, contribuendone alla “Gloria Sportiva” nel periodo in cui i successi in tale campo erano fonte di esaltazione per il regime all’epoca imperante, quello stesso regime che aveva cercato di sopprimerlo, così come in occasione della sua scomparsa, avvenuta il 18 agosto 2013 all’età di quasi 86 anni, la FINA (il massimo organismo dello Sport natatorio mondiale …) lo commemora ricordando di lui “un genio mancino capace di ricoprire ogni ruolo, che affrontava senza alcun timore qualsiasi sfida ed in grado di risolvere anche gli incontri più accesi grazie ad una singola giocata” …

Altre parole, crediamo, non servano assolutamente …

 

OLIVER HALASSY, LA GLORIA E LA TRAGICA FINE DEL PIU’ FORTE ATLETA DISABILE DI OGNI EPOCA

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Oliver Halassy – da ujpest.hu

articolo di Giovanni Manenti

Se si pensa al confronto tra atleti disabili rispetto ai normodotati, il riferimento non può che andare al quattrocentista sudafricano Oscar Pistorius, il quale – al di là della triste vicenda giudiziaria di cui è successivamente protagonista in negativo – passa alla Storia per aver vinto la propria battaglia che lo ha visto confrontarsi a Londra 2012 nelle “Olimpiadi dei Grandi”, venendo eliminato nelle semifinali dei m.400 piani.

Ciò in quanto, sin dal 1960, gli atleti disabili hanno a disposizione una loro personale rassegna, denominata Paraolimpiadi, in cui gareggiano nelle varie discipline suddivisi in diverse categorie a seconda dell’handicap con cui sono costretti a convivere, una manifestazione che negli ultimi decenni si è sempre più estesa tanto da assumere un livello ed una risonanza mediatica pressoché pari all’evento principale.

Può, pertanto, risultare quantomeno strano ed anomalo venire a conoscenza come, nel periodo tra le due guerre mondiali, vi sia stato un atleta disabile capace non solo di gareggiare alla pari con gli altri più fortunati di lui, ma anzi di eccellere al punto di divenire uno dei più medagliati di ogni epoca nello Sport da lui praticato, vale a dire la Pallanuoto.

Il soggetto in questione – il cui nome ai più dirà poco o niente – è tal Oliver Haltmayer, nato a Budapest a fine luglio 1909, all’epoca in cui l’attuale Capitale magiara faceva parte dell’Impero Austroungarico, il quale difatti cambia successivamente il proprio cognome in Halassy secondo la fonetica ungherese.

Bersagliato dalla sfortuna nella sua breve vita, Oliver subisce, a soli 8 anni di età, rimasto vittima di un terribile incidente stradale, l’amputazione della gamba sinistra – finita sotto un tram nelle strade di Budapest – appena sotto il ginocchio, un handicap al quale reagisce dedicandosi allo sport che tanto lo attira, vale a dire il Nuoto, che pratica tesserandosi per la polisportiva dell’Ujpest, un quartiere nella zona a Nord della capitale ungherese.

Per chi ha dimestichezza con tale disciplina, si renderà conto di quale possa essere la difficoltà di praticare l’attività natatoria potendo contare sulla spinta in acqua del solo piede destro, circostanza che non impedisce peraltro ad Halassy di eccellere in patria (e non solo …) nelle lunghe distanze a stile libero, cimentandosi sui 400, 800 e 1500 metri, dopo essersi messo in luce a 16 anni aggiudicandosi la gara di gran fondo su 9 chilometri nuotati nel Danubio.

Dall’anno successivo e sino al 1938, allorché cessa l’attività agonistica, Halassy conquista ben 14 titoli nazionali – 2 nei 400, 5 negli 800 e 7 nei 1500 metri stile libero – ai quali abbina 11 record nazionali, prestazioni che gli consentono di acquisire quelle doti di resistenza necessarie per poi emergere a livello assoluto nello Sport affine, vale a dire la Pallanuoto che lo vede aggiudicarsi cinque titoli di Campione ungherese con l’Ujpest, nonché, soprattutto, emergere ai massimi livelli assoluti, sia continentali che olimpici.

A chi, a questo punto della storia, può – anche a giusta ragione – obiettare che prima di Halassy vi fosse già stato un atleta portatore di handicap capace di trionfare in una rassegna a cinque cerchi, vale a dire l’americano George Heyser, che ai Giochi di Saint Louis 1904 si aggiudica ben 6 medaglie (tre ori, due argenti ed un bronzo …) nella Ginnastica pur gareggiando con una protesi di legno nella parte inferiore della gamba sinistra, amputata essendo finita accidentalmente sotto un treno, vale la pena di replicare chiarendo il diverso contesto tra le due imprese.

Senza nulla togliere ai meriti di Heyser, infatti, la terza edizione dei Giochi Olimpici si traduce più o meno in una sorta di Campionato Nazionale americano, visto che gli atleti a stelle e strisce conquistano ben 239 medaglie (la seconda Nazione, la Germania, se ne aggiudica appena 13 …), stante le difficoltà per i Paesi europei di varcare, all’epoca, l’Oceano Atlantico, ed altresì il ginnasta vede limitata la propria impresa a tale singolo appuntamento, mentre per Halassy, sia la concorrenza che la durata dei propri successi sono di ben altro spessore.

L’esordio nell’arengo olimpico avviene, per l’allora 19enne ungherese, alle Olimpiadi di Amsterdam 1928 quale componente della formazione di Pallanuoto che, proprio nella Capitale olandese inaugura una straordinaria striscia che la vedrà per 12 edizioni consecutive (!!) dei Giochi salire sul podio – con 6 medaglie d’oro, 3 d’argento ed altrettante di bronzo – serie interrottasi nell’edizione di Los Angeles ’84 per il semplice motivo che l’Ungheria non vi partecipa per il noto contro boicottaggio da parte dei Paesi aderenti al blocco sovietico.

All’epoca, la più fiera rivale dei magiari in piscina era la Germania dei fratelli Erich e Joachim Rademacher, che difatti le soffia l’oro nella Finale del 10 agosto 1928, ribaltando un iniziale svantaggio di 0-2 per il 5-2 conclusivo grazie alle doppiette di Karl Bahre e Max Amann ed all’acuto di Otto Cordes, dopo che l’Ungheria si era sbarazzata, nei turni precedenti, di Argentina (14-0), Stati Uniti (5-0) e della Francia in semifinale, sconfitta per 5-3.

Una delusione che Halassy ha modo di riscattare sin dalla terza edizione dei Campionati Europei, svoltisi a Parigi nel 1931 dove l’Ungheria, già Campione sia a Budapest 1926 che a Bologna ’27, completa il tris di medaglie d’oro consecutive dominando il Girone all’italiana formato dalle 7 Nazioni partecipanti, con 6 vittorie ed un solo pareggio, per 2-2 contro la Germania, alla quale è fatale un secondo risultato nullo per 3-3 contro il Belgio per vedere svanire un titolo che i magiari giustificano con ben 52 reti realizzate ed appena 7 subite.

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Halassy dopo il successo sui m.1500sl agli Europei ’31 – da wikipedia.org

L’edizione parigina della rassegna continentale ha però per il 22enne magiaro un valore doppio, in quanto lo stesso scende in acqua il 23 agosto ’28 per la prima sfida contro i padroni di casa francesi – sommersi sotto un eloquente 12-1 – appena un paio d’ore dopo essersi altresì laureato Campione europeo sui m.1500sl, in una Finale che lo vede avere la meglio in un entusiasmante finale (20’49”0 a 20’50”6) sull’italiano Giuseppe Perentin, con l’altro azzurro Paolo Costoli a completare il podio facendo suo il bronzo, sia pur a debita distanza, con 21’09”4.

Questa resta l’unica medaglia a livello internazionale di Halassy nel Nuoto, concentrandosi nei successivi appuntamenti esclusivamente sulla Pallanuoto, che lo vede protagonista di un poker di successi senza eguali, ad iniziare dalle Olimpiadi che si svolgono l’anno seguente a Los Angeles.

Con sole 5 squadre iscritte al Torneo Olimpico – poi ridotte a quattro per la squalifica del Brasile, i cui giocatori aggrediscono gli arbitri al termine dell’incontro d’esordio con la Germania – ed i citati tedeschi gli unici altri a rappresentare il Vecchio Continente, l’assegnazione della medaglia d’oro si decide al debutto del 6 agosto 1932 nella sfida tutta europea, che vede stavolta l’Ungheria avere nettamente la meglio per 6-2, per poi sostenere poco più di un allenamento nel sommergere di reti i malcapitati giapponesi (17-0 con 7 marcature a portare la firma di Halassy) ed i padroni di casa americani, sconfitti per 7-0, con ancora Halassy protagonista con 4 reti messe a referto, e del quale il pallanotista americano Frank Graham ebbe a dire, dopo averci giocato contro, “essere il più forte giocatore che io abbia mai affrontato …”.

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L’Ungheria, con Halassy ultimo a destra, ai Giochi ’32 – da shootingparrots.co.uk

E’ questo il periodo del primo “Dream Team” magiaro nella Pallanuoto, che schiera una formazione dove, oltre al protagonista della nostra storia, eccellono Istvan Barta, Gyorgy Brody, Sandor Ivady, Janos Nemeth, Miklos Sarkany, Jozsef Vertesy ed i fratelli Alajos e Ferenc Keseru, tutti a centrare l’accoppiata europea/olimpica nel biennio 1931-’32.

Ma Halassy si distingue anche per l’inaspettata longevità, a dispetto della propria menomazione, allorché è uno dei 7 titolari della formazione che due anni dopo, alla Rassegna Continentale di Magdeburgo ’34, si conferma per la quarta volta consecutiva Campione Europea al termine di un torneo senza macchia alcuna, che vede l’Ungheria aggiudicarsi da imbattuta il proprio Girone a cinque squadre con 22 reti fatte e sole 3 subite, per poi non fare sconti neppure nella Poule finale, dove a soccombere sono i tedeschi padroni di casa (sconfitti per 4-1) ed il Belgio, che oppone una fiera resistenza, cedendo solo per 2-1.

Tedeschi che contano di prendersi la rivincita in sede olimpica, visto che tocca a loro l’organizzazione dei Giochi di Berlino ’36, in cui Halassy è uno dei cinque componenti – assieme a Brody, Nemeth, Sarkany ed a Marton Homonnai, l’unico, con lui, presente anche ad Amsterdam ’28 – la formazione vincitrice dell’oro olimpico quattro anni prima in terra californiana, ma anche stavolta le loro attese restano deluse.

In un Torneo per la prima volta degno di un panorama come quello a cinque cerchi, con ben 16 Paesi partecipanti, le compagini iscritte vengono suddivise in quattro Gironi da quattro squadre, che qualificano le prime due ai due successivi Gironi di Semifinale, con ancora le prime due ad accedere al Girone finale a quattro per l’assegnazione delle medaglie.

Una competizione, pertanto, piuttosto lunga e faticosa, ma che i Campioni Olimpici ed Europei in carica affrontano con il dovuto approccio, tanto da superare senza alcuna difficoltà la prima fase – vittorie per 4-1 sulla Jugoslavia, 12-0 su Malta (quattro reti di Halassy) e 10-1 sulla Gran Bretagna, con l’oramai 27enne magiaro ancora a segno – così come la seconda, dove a soccombere sono stavolta il Belgio e l’Olanda, sconfitte per 3-0 ed 8-0 rispettivamente.

Con la Germania a compiere identico “percorso netto”, il Girone finale a quattro vede qualificate, oltre alle due aspiranti alla medaglia d’oro, anche Belgio e Francia, con i risultati del turno precedente a valere nella Classifica finale (i tedeschi avevano vinto 8-1 sui transalpini), così che il 14 agosto ’36 risulta determinante lo scontro diretto tra i padroni di casa e l’Ungheria, che però non risulta decisivo in quanto le due formazioni concludono la sfida sul punteggio di parità per 2-2.

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Halassy (terzo da destra) con l’Ungheria ai Giochi di Berlino ’36 – da ushmm.org

Tocca quindi al giorno dopo stabilire l’assegnazione delle medaglie e, con entrambe le squadre a disporre con facilità dei rispettivi avversari – 5-0 per l’Ungheria sulla Francia e 4-1 per la Germania sul Belgio – la discriminante, a parità di punti (5 per parte), diviene il quoziente reti, che privilegia i magiari (10-2 per un coefficiente di 5) rispetto ai tedeschi (14-4 per un coefficiente di 3,5) laddove, qualora si fosse applicata, come al giorno d’oggi, l’alternativa differenza reti, il risultato sarebbe stato l’opposto.

Aiutata in questo caso dal regolamento, l’Ungheria ribadisce però la propria superiorità due anni dopo in occasione dei Campionati Europei di Londra ’38, dove cala il “Pokerissimo” di cinque titoli consecutivi – impresa mai più realizzata in seguito da alcuna Nazionale – con l’oramai quasi consueto en plein che la vede far suoi tutti e 6 gli incontri del Girone unico tra le 7 formazioni iscritte, con i soli tedeschi (sconfitti per 2-0 nello scontro diretto) a tenerle testa, chiudendo con 35 reti a favore rispetto alle sole 3 subite nel corso del Torneo.

Per Halassy – con tre ori europei, oltre al citato quarto nei m.1500sl, due ori ed un argento olimpici – giunge il momento di chiudere con l’attività agonistica, trovare un’occupazione quale revisore dei conti presso l’amministrazione locale della Capitale ungherese e metter su famiglia, contraendo matrimonio da cui nascono due figli, con un terzo in arrivo.

Ma quella che sarebbe la normale, logica prosecuzione di una vita al di fuori delle piscine non trova d’accordo un avverso destino che riserva ad Oliver, già provato dalla menomazione in età infantile, un ulteriore tragico epilogo poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

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La statua a lui dedicata – da shootingparrots.co.uk

Per cause mai completamente chiarite, la sera del 10 settembre ’46, mentre se ne torna a casa in taxi, viene freddato a pochi passi dalla propria abitazione, secondo alcune versioni da due ladri al termine di una colluttazione, per altre da un militare sovietico al quale non avrebbe obbedito circa l’ordine di fermarsi e farsi identificare, fatto sta che la sua breve esistenza si spegne a soli 37 anni di età, senza avere la gioia di assistere alla nascita del terzo figlio che sarebbe avvenuta pochi giorni dopo.

Ma di una cosa siamo, viceversa sicuri, vale a dire di come sarà stata la madre a raccontare al piccolo, così come ai fratelli, le gesta di un padre di cui non potevano che essere orgogliosi, esempio lampante di come con l’impegno ed il sacrificio si possano ottenere risultati straordinari a dispetto di menomazioni fisiche…