AD AMSTERDAM 1928 L’UNICA VOLTA D’ORO DELLA PALLANUOTO TEDESCA

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Una fase del torneo di pallanuoto – da waterpololegends.com

articolo di Nicola Pucci

Quattordici squadre sono iscritte al torneo di pallanuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 per l’edizione numero 7 ai Giochi che hanno visto, in precedenza, imporsi quattro volte la Gran Bretagna, gli Stati Uniti nel torneo (dimostrativo) di St.Louis nel 1904 e la Francia davanti al pubblico parigino nel 1924.

Proprio i transalpini si presentano all’appuntamento olandese con l’intenzione di confermare il titolo conquistato quattro anni prima con il 3-0 in finale con il Belgio, ma la squadra è rinnovata e i soli Paul Dujardin ed Henri Padou sono reduci di quella formazione che fu capace di sbaragliare il lotto delle avversarie. Nel 1926, a Budapest, si è disputata la prima edizione degli Europei, risolti con la vittoria dell’Ungheria davanti alla Svezia, alla Germania e allo stesso Belgio, ma se magiari, che hanno bissato il titolo l’anno dopo a Bologna superando stavolta Francia e Belgio, e tedeschi hanno risposto all’appello olimpico, gli scandinavi sono invece assenti, lasciando alle due rivali il ruolo di sfidanti in sede a cinque cerchi proprio di Francia e Belgio.

Germania e Stati Uniti sono ammesse direttamente ai quarti di finale, a cui accedono con facili vittorie Paesi Bassi (11-1 alla Svizzera con 6 reti di Koos Kohler), Belgio (altro 11-1, all’Irlanda, con 5 reti di Pierre Coppieters) e Ungheria (che travolge 14-0 la malcapitata Argentina, trascinata dalla coppia formata dal minore dei fratelli Keseru, Alajos, e Joszef Vertesy, a segno sette volte), mentre la Francia batte 4-0 la Spagna, la Gran Bretagna fa poker, 4-2, potendo ancora avvalersi della classe del 42enne Paul Radmilovic con la Cecoslovacchia, e Malta, alla prima partecipazione olimpica, sorprende il Lussemburgo 3-1 grazie alle storiche reti di Bonavia, Magri e Vella.

Ai quarti di finale i campioni in carica della Francia avanzano di goleada con Malta, 16-0, mentre la Germania, capitanata da Fritz Gunst, che perderà una coscia nel corso della Seconda Guerra Mondiale e nel 1990 verrà inserito nella Hall of Fame del nuoto, comincia a farsi rispettare battendo il Belgio in rimonta, 5-3 ai tempi supplementari con tripletta di Karl Bahre, bissando nell’entità numerica il successo ottenuto nella sfida andata in scena agli Europei del 1926 (allora finì 6-4) per incrociare la Gran Bretagna che liquida, sempre 5-3 e sempre ai tempi supplementari, i beniamini locali. Ultima ammessa alle semifinali, l’Ungheria, che dispone degli Stati Uniti con un agevole 5-0, evidenziando non solo la propensione alla rete dei suoi attaccanti ma pure l’efficacia della retroguardia.

In semifinale i tedeschi, nelle cui file gioca Eric Rademacher, primatista del mondo dei 200 rana nonché medaglia d’argento nella prova individuale alle spalle del giapponese Yoshiyuki Tsuruta e campione europeo della distanza sia nel 1926 che nel 1927, e che assieme al fratello Joachim sta per diventare il primo olimpionico in una prova a squadre, partono di gran carriera con la Gran Bretagna imponendosi infine 8-5, mentre l’Ungheria spenge il sogno dei francesi di confermarsi campioni, vincendo lo scontro diretto per 5-3.

La finale, allo Zwemstadion di Amsterdam, dunque, pone l’una di fronte all’altra due formazioni ormai al top della pallanuoto internazionale, e lo sviluppo è ovviamente equilibrato, con i magiari, che schierano Oliver Halassy che non ha il piede sinistro (amputato da bambino), che si portano sul 2-0 grazie alle reti di Ferenc Keseru e di Vertesy, risultato con cui si chiude il primo tempo. La Germania non si arrende, nella ripresa entra in vasca convinta di poter rimontare e ancora una volta dimostra di essere squadra capace di venir fuori alla distanza. Ristabilisce la parità ai tempi regolamentari, 2-2, per poi allungare in maniera decisiva nei tre minuti di tempi supplementari, per chiudere sul 5-2 grazie alle doppiette di Max Amann e Bahre e al sigillo di Otto Cordes e conquistare la prima e unica medaglia d’oro della sua storia olimpica nella pallanuoto.

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L’ORO OLIMPICO DEL “SETTEROSA” A CORONAMENTO DI UN DECENNIO DA SOGNO

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Il trionfo del “Setterosa” ai Giochi di Atene ’04 – da:oasport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra gli Sport di squadra, uno di quelli che ha sempre fornito maggiori soddisfazioni (e medaglie …) alla causa azzurra è senz’altro la Pallanuoto, il cui settore maschile – per il quale, non a caso è stato spesse coniato l’appellativo di “Settebello” – ha portato in dotazione, tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, 25 allori, di cui 9 ori, 6 argenti e 10 bronzi.

Detti successi hanno però ricoperto un arco di tempo di quasi un secolo, datando al 1920 la prima partecipazione olimpica dell’Italia nel Torneo di Pallanuoto, così come al 1927 risalgono i primi Campionati Europei – i Mondiali, come noto, sono stati inaugurati solo nel 1973 – ed, incredibilmente, sbiadiscono rispetto a quanto sono state capaci di fare in acqua le ragazze in un periodo ben più ristretto, vista l’introduzione del Torneo femminile solo nel 1989 a livello Continentale, nel ’94 nella Rassegna iridata ed inserito nel programma olimpico dall’edizione di fine millennio di Sydney 2000.

In detto lasso di tempo, le componenti del “Setterosa” (come è stato giustamente definito …) si sono portate a casa ben 15 medaglie, di cui ben 8 d’oro, 4 d’argento e solo 3 di bronzo, ma di detti allori la maggior parte degli stessi cade in quello che può, a giusta ragione, definirsi il “Decennio d’Oro” della Pallanuoto femminile azzurra e che vede come unico comune denominatore la presenza alla guida del tecnico Pierluigi Formiconi.

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Il Tecnico azzurro Pierluigi Formiconi – da:gettyimages.co.uk

Alla stessa stregua di un singolare parallelismo con la “Generazione di Fenomeni” della Pallavolo maschile, dove la svolta avviene nel 1989 con l’argentino Julio Velasco a ricoprire il ruolo di allenatore, anche il “Setterosa” infila una serie di trionfi più o meno paragonabili, ma riuscendo anche in quell’impresa risultata tabù per il sestetto del volley, vale a dire conquistare la “Gloria Olimpica”, viceversa negata a Bernardi & Co.

E, come nel caso della Pallavolo, è uno “zoccolo duro” formato dal portiere Francesca Conti e dalle giocatrici di movimento Carmela Allucci, Melania Grego, Giusi Malato e Martina Miceli a fare da asse portante di questa squadra che dal 1994, con il bronzo ai Mondiali di Roma, dove la Pallanuoto al femminile fa il proprio ingresso nella Rassegna iridata, sino ai Giochi di Atene ’04 diviene una sorta di “Invincibile Armata” in ogni angolo del Pianeta.

In analogia con quanto avvenuto per le imprese del Volley maschile, anche la formazione di Formiconi mette in fila un tris di successi continentali consecutivi, che porta le ragazze a trionfare nell’edizione di Vienna ’95 (7-5 in Finale all’Ungheria), cui seguono gli ori di Siviglia ’97, dove a soccombere per 7-6 nell’atto conclusivo sono le russe, e di Prato ’99, avendo la meglio solo ai tempi supplementari per 10-9 sulle sempre ostiche olandesi.

Nel frattempo, nella seconda edizione in cui la Pallanuoto femminile è di scena nella Rassegna iridata, l’Italia passa dal bronzo di Roma ’94 al gradino più alto del podio in occasione dei Mondiali di Perth ’98, attraverso un crescendo nel corso del Torneo che ha dell’incredibile.

Inserite, difatti, nel Gruppo B assieme ad Olanda, Ungheria e Grecia (le classiche rivali europee …), le azzurre incappano in altrettante sconfitte all’esordio – per 5-6, 10-11 e 4-10 rispettivamente – per poi superare facilmente Spagna (10-3) e Kazakistan (19-3) e poter così accedere alla fase ad eliminazione diretta da quarte nel Girone, dovendo così affrontare il Canada, primo nell’altro raggruppamento avendo messo in fila formazioni del calibro di Russia, Australia e Stati Uniti.

Ma ecco che viene fuori la caratteristica principale della compagine di Formiconi, vale a dire quella di saper dare il meglio di sé nelle occasioni decisive, e le ragazze forniscono una prova superba facendo loro l’incontro per 12-9 che vale l’accesso alla zona medaglie, dove vengono piegate, al termine di due sfide intense ed appassionanti, dapprima l’Australia in semifinale per 10-9 e le olandesi nella gara per il titolo iridato, conclusa sul 7-6 per le azzurre, che iniziano così ad essere definitivamente chiamata “Setterosa.

Oramai affermatasi nel Torneo iridato, la Pallanuoto femminile è pronta ad entrare nel programma olimpico, cosa che accade in occasione dei Giochi di Sydney 2000, dai quali, per un’assurda ripartizione geografica, la nostra Nazionale viene esclusa un po’ per colpa sua (sconfitta in semifinale dalla Russia nel Torneo Preolimpico di Palermo) e molto per avere il CIO privilegiato una formazione asiatica come il Kazakhstan (che le azzurre avevano travolto 16-4), senza tener conto del fatto che le nostre ragazze avevano vinto il titolo mondiale ed europeo nei due anni precedenti.

Con questa amarezza in corpo – un tentativo di chiedere l’estensione da 6 ad 8 delle squadre iscritte alla rassegna olimpica risulta vano – l’Italia scarica la delusione per l’ingiustizia subita ribadendo, nel quadriennio che porta alle Olimpiadi di Atene ’04, il proprio legittimo diritto a far parte dell’elite assoluta, a partire dai Campionati Europei di Budapest ’01.

Rinforzata la rosa con la presenza della brasiliana naturalizzata italiana Alexandra Araujo, della catanese Maddalena Musumeci, della milanese Emanuela Zanchi e, soprattutto, della fortissima centroboa Tania Di Mario – una capace di partecipare a quattro edizioni dei Giochi sino a Rio de Janeiro ’16 all’età di 37 anni – l’Italia vede interrompersi la striscia vincente di successi a livello continentale venendo sconfitta in Finale 8-10 dalle padroni di casa ungheresi, per poi rifarsi con gli interessi un mese dopo, in occasione dei Mondiali di Fukuoka ’01.

Con un titolo iridato da difendere, le ragazze di Formiconi partono, al solito, con il freno a mano tirato nel Girone eliminatorio (pareggio 8-8 contro gli Usa e brutta sconfitta per 6-13 contro le russe) che le colloca al terzo posto e conseguente abbinamento nei Quarti di finale proprio contro le Campionesse olimpiche dell’Australia, ed il 4-1 loro riservato è la chiara dimostrazione di quanto quell’oro fosse stato in un certo senso usurpato.

Nuovamente opposte alle americane in semifinale, le azzurre vanno nuovamente a segno 8 volte, ma limitando l’attacco avversario si impongono per 8-6 per poi cogliere la più dolce delle rivincite sfidando nuovamente l’Ungheria in Finale, rifilando alle sconcertate magiare un 7-3 che la dice lunga sulla superiorità in acqua delle nostre rappresentanti.

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Le azzurre festeggiano il titolo iridato a Fukuoka ’01 – da:gazzetta.it

Podi che si invertono due anni dopo, allorché l’Italia torna ai vertici continentali affrontando per la terza volta consecutiva, nella Finale dei Campionati Europei di Lubiana ’03, l’Ungheria, giunta anch’essa all’atto conclusivo con sole vittorie a proprio favore, sfida equilibrata che le azzurre si aggiudicano per 6-5, prima di trasferirsi a Barcellona per l’edizione ’03 della Rassegna iridata.

Inserite nello stesso Girone eliminatorio dell’Ungheria, questa volta le azzurre cedono per 10-11 venendo costrette al playoff per accedere ai Quarti che le vede disporre per 8-5 della Grecia, prima di disputare una titanica sfida con le olandesi, conclusa sull’8 pari anche dopo i tempi supplementari e conseguente decisione ai tiri di rigore che favorisce le nostre rappresentanti per 5-3.

Scampato il pericolo, l’Italia ha vita facile in semifinale (5-2) sul Canada che aveva sorprendentemente eliminato la Russia nel turno precedente, per andare a disputare la sua terza Finale iridata consecutiva, avversarie questa volta le americane le quali “restituisconoalle azzurre pari pari l’8-6 dalle stesse subito due anni prima in Giappone, facendo così svanire per le nostre ragazze il sogno di imitare l’oro olimpico conquistato dai maschi nella “Piscines Bernat Picornell” del Capoluogo catalano nell’epica sfida contro la Spagna padrona di casa ai Giochi di Barcellona ’92 …

Comunque, con un oro ed un argento iridato, ed identici piazzamenti ai Campionati europei nel quadriennio post olimpico, non si può certo pensare che l’Italia non facesse parte del ristretto lotto delle favorite al Torneo Olimpico dell’edizione di Atene ’04, tra l’altro molto più ridotto rispetto al Mondiale, con sole 8 squadre partecipanti rispetto alle 16 della Rassegna iridata.

Ciò però sta anche a significare che vi è un ridotto margine di errore – ricorderete l’avvio incerto dell’Italia in occasione dei due successi iridati – e le azzurre, inserite nel Gruppo A assieme all’Australia Campione in carica, alla Grecia padrona di casa ed all’onnipresente Kazakhstan, si fanno sorprendere all’esordio proprio dalle australiane, le quali concludono sul 3-1 a proprio favore il primo periodo, uno svantaggio che l’Italia non riesce a colmare (anche per merito del portiere avversario Emma Knox, capace di neutralizzare 9 delle 14 conclusioni delle nostre ragazze), soccombendo per 5-6.

Con la Grecia ad aver fatto il proprio dovere superando 8-6 il Kazakhstan, l’Italia, scesa in acqua il pomeriggio del 18 agosto ’04 dopo che, al mattino, l’Australia aveva passeggiato contro le euroasiatiche sconfitte 9-4, si trova già ad un bivio nella sfida, sempre pericolosa, contro le padrone di casa, esame viceversa superato alla grande in virtù di un 7-2 che non ammette repliche e dove a far la parte delle protagoniste sono Di Mario e Miceli, con una tripletta a testa, assieme ad una straordinaria Conti che si oppone a ben 10 delle 12 conclusioni a rete delle elleniche.

Quanto importante sia, in Tornei di tale livello, mantenere alta la concentrazione, lo dimostra il terzo incontro del Girone contro le kazache, che l’Italia conduce tranquillamente per 5-1 a metà gara per poi subire un imbarazzante “black out” nel terzo periodo che consente un pericoloso riavvicinamento sino al 6-5, prima che Formiconi strigli a dovere le proprie ragazze che concludono sull’8-6 con un certo affanno, dovendo sempre ringraziare Di Mario, che mette la propria firma su metà delle reti azzurre.

Con Australia e Stati Uniti (vincitrice del Gruppo B) già qualificate per le semifinali, all’Italia per accedere a detto stadio della Manifestazione si frappone il “classicoostacolo dell’Ungheria, che si rivela inaspettatamente più semplice del previsto, con le azzurre sempre avanti nel punteggio sino all’8-5 conclusivo con Di Mario ancora protagonista con 3 reti e Formiconi ad operare una maggior rotazione tra le ragazze, con le sole Miceli, Di Mario e Zanchi (oltre ovviamente al portiere Conti …) ad accumulare un minutaggio superiore ai 20 minuti.

Il sorprendente esito dell’altra sfida, con la Grecia ad eliminare la Russia con un 7-4 che era 7-2 ad inizio dell’ultimo periodo, fa sì che gli accoppiamenti per le semifinali vedano l’Italia doversi confrontare nuovamente con gli Stati Uniti, mentre per le padrone di casa vi è l’ostacolo costituito dalle Campionesse in carica dell’Australia, contro cui, nell’ultima gara del Girone eliminatorio, avevano pareggiato per 7-7.

Le prime a scendere in acqua sono italiane ed americane, alle ore 17:00 del 24 agosto ’04 e l’esito è da romanzo giallo, con le azzurre bloccate dalla difesa “a stelle e strisce” e le rappresentanti dello Zio Sam che sembrano avviate a replicare il successo nella Finale iridata di Barcellona dell’estate precedente, portandosi a condurre per 4-2 alla fine del terzo periodo.

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Giusy Malato al tiro nella semifinale contro gli Usa – da:gettyimages.it

Con soli 7’ a disposizione per sperare di rovesciare l’esito dell’incontro, le allieve di Formiconi confermano una volta di più la loro forza temperamentale nel non volersi mai arrendere e, trascinate dalla Di Mario autrice di una doppietta, riescono a ribaltare le sorti della sfida con un parziale di 4-1 per il 6-5 conclusivo sul quale mettono la loro firma anche Araujo, Zanchi, Malato e Ragusa con una rete a testa.

Scampato il pericolo, scendono in acqua Australia e Grecia, con queste ultime ad infliggere una vera e propria lezione alle Campionesse olimpiche uscenti, colpite a freddo da un 1-4 nel primo periodo che poi diviene 1-5 a metà gara, così consentendo alle padrone di casa di gestire il resto dell’incontro sino al 6-2 che schiude loro le porte della prima (e sinora unica …) Finale olimpica della propria Storia …

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Una fase della semifinale tra Grecia ed Australia – da:gettyimages.it

Sfida per l’oro che va in scena due giorni dopo, alle ore 18:15 del 26 agosto ’04 dopo che, per dovere di cronaca, gli Stati Uniti si sono aggiudicati per 6-5 il “Derby del Pacifico” contro l’Australia che vale loro la medaglia di bronzo, una Finale che a molti fa tornare alla mente l’inebriante sfida tra Italia e Spagna in campo maschile ai Giochi di Barcellona ’92, conclusa a favore del “Settebello” a conclusione di una interminabile serie di tempi supplementari.

Non solo la temperatura agostana al di fuori dell’impianto è simile a quella dell’estate catalana, ma lo è molto di più quanto si verifica sugli spalti, interamente coperti di bandiere bicolori, il bianco ed il blu simboleggiante i colori nazionali ellenici, con circa 10mila spettatori ad inscenare un tifo infernale con tanti di tamburi e petardi ed un grido all’unisono: “Hellas, Hellas …!!”.

Non possono certo mancare all’evento – così come accadde nel ’92 con re Juan Carlos di Spagnoli – i plenipotenziari del Governo greco, con il Premier Costa Karamanlis in testa, che già pregustano il trionfo delle loro rappresentanti, pur se, sulla carta, sono le azzurre a farsi preferire, non solo in virtù del netto successo nel Girone eliminatorio, ma per un curriculum nettamente superiore nel corso degli anni, che il solo effetto ambientale appare difficile possa modificare.

Tutte considerazioni che lasciano comunque il tempo che trovano allorché giunge il momento di calarsi in acqua per conquistare il primo pallone, agli ordini dei due arbitri, lo sloveno Boris Margeta e l’ungherese Gabor Kiszelly, e le padrone di casa sfoggiano la peraltro prevista aggressività, in più condita da una straordinaria efficacia al tiro delle due fromboliere Kyriaki Liosi (autrice di 5 reti su 10 tentativi) ed Evangelia Moraitidou, che dal canto suo trasforma in reti ben 3 dei suoi quattro tiri verso la porta di una Francesca Conti meno brillante del solito.

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Moraitidou e Malato lottano in Finale – da:gettyimages.it

Formiconi, che schiera inizialmente Conti in porta e Miceli, Allucci, Zanchi, Di Mario, Ragusa e Malato, si affida ben presto alla 31enne bresciana Melania Grego, sinora poco impiegata a causa di un infortunio alla spalla e che si rivela al contrario il classico “jolly vincente” della Finale.

Con una Di Mario per una volta al di sotto del proprio standard abituale, anche per la ferrea marcatura cui è sottoposta ed in parte “tollerata” dalla coppia arbitrale, l’Italia si trova sempre ad inseguire, 2-3 al termine del primo periodo e 5-6 a metà gara, per poi impattare nel terzo periodo e quindi concludere sul 7-7 che manda la sfida ai tempi supplementari, come a Barcellona 12 anni prima per i maschi.

Ancora 3’ di speranza per le azzurre e di illusione per le padrone di casa che scappano via sul 9-7 tra il tripudio di un popolo festante che già pregusta il trionfo prima che, facendo ricorso al loro smisurato orgoglio, le azzurre riescano a riequilibrare la situazione con il punto dell’8-9 siglato dalla Grego per poi essere Di Mario ad uscire dal torpore con la “zampata” che rinvia la decisione al secondo supplementare

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La delusione sulla panchina greca per l’oro sfumato – da:gettyimages.it 

L’essersi visto sfumare sotto gli occhi una medaglia d’oro che già sentivano al collo incide come un macigno sul morale delle greche, cosa di cui, con sapiente esperienza, approfitta Di Mario per servire a Grego (autrice di 3 reti al pari di Miceli che aveva tenuto in piedi la baracca durante i tempi regolamentari …) la palla del 10-9 definitivo, per poi controllare nei minuti finali il tentativo di rimonta di una Grecia oramai sfiduciata, con l’immagine simbolo della Finale costituita dal Capitano Giusy Malato che alza, alla sirena, il pallone da mostrare a tutti per testimoniare il trionfo azzurro …

All’artefice di questo decennio “mostruoso”, vale a dire il tecnico Formiconi – che con l’oro di Atene conclude il suo rapporto con la Nazionale femminile – il compito di commentare il successo olimpico, dapprima “togliendosi il classico sassolino dalla scarpa” dichiarando come: “a Sydney siamo state esclusi dai regolamenti, questa è la giusta vendetta sportiva”, e quindi mandare un affettuoso messaggio alle proprie ragazze, le quali: “per arrivare a questo trionfo hanno rinunciato a fare figli, sacrificato la propria vita, passato ore in piscina ad allenarsi ed ora, grazie al premio messo a disposizione dal CONI, almeno in parte saranno ricompensate” …

Parole corrette e concrete, quelle di Formiconi, a completamento di un ciclo di vittorie strepitoso, cosa che neppure la “Generazione di Fenomeni” del Volley maschile era riuscita a raggiungere, con il più il vanto di essere la prima formazione a conquistare una medaglia d’oro olimpica negli Sport di squadra al femminile, e, come si dice in questi casi, “scusate se è poco ….”

 

DEZSO GYARMATI E LA SUA LOTTA CONTINUA TRA PISCINE E REGIME

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Dezso Gyarmati – da:dteurope.com

Articolo di Giovanni Manenti

La Pallanuoto, prima che il crollo dell’impero sovietico di inizio anni ’90 comportasse la disgregazione soprattutto dell’ex Jugoslavia – che ora può contare su tre formazioni di livello assoluto quali Serbia, Croazia e Montenegro – è stata per un largo periodo un “affare tra le quattro sorelle” rappresentate da Italia, Jugoslavia, Ungheria ed Unione Sovietica, che non a caso hanno occupato i primi quattro posti in quattro edizioni consecutive delle Olimpiadi, da Melbourne ’56 a Città del Messico ’68.

Ma, tra di esse, “prima tra le elette”, il ruolo di Paese leader indiscusso in tale disciplina non può che andare all’Ungheria, la cui compagine è stata capace di salire sul podio olimpico in ben 12 (!!) edizioni consecutive dei Giochi, dalla lontana Rassegna di Amsterdam ’28 sino a Mosca ’80, serie interrottasi solo a causa del contro boicottaggio dei Paesi del blocco comunista a Los Angeles ’84, ottenendo in tale lasso di tempo 6 medaglie d’oro, 3 d’argento ed altrettante di bronzo.

Quello che, però, è ancor più sorprendente è il fatto che la maggioranza di tali successi – che diviene la quasi totalità se ci limitiamo alle 9 edizioni del secondo dopoguerra – abbiano come filo conduttore una sola persona, dapprima in veste di giocatore e quindi di allenatore, costretto però anche a scontrarsi con le vicende politiche che coinvolgono il proprio Paese in quel drammatico autunno del 1956.

Colui di cui stiamo parlando, ed al quale è dedicata la nostra Storia odierna, altri non è che Dezso Gyarmati, nato a Miskolc, città industriale nel Nordest del Paese, il 23 ottobre 1927, pressoché universalmente considerato il più grande pallanotista di ogni epoca ed, anche se tali raffronti sono sempre di difficile interpretazione, di sicuro il più vincente, visto che nessun altro giocatore – né prima così come dopo di lui – può vantare la conquista di 5 medaglie olimpiche consecutive.

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Dezso Gyarmati – da:24.hu

Giocatore completo, grazie anche al fatto di essere ambidestro, così da poter giocare la palla con entrambe le mani pur trovandosi a miglior agio con la sinistra, Gyarmati è in grado di ricoprire ogni ruolo in piscina, sia come difensore che quale attaccante, privilegiando comunque la fase di costruzione del gioco, forte altresì di una caratteristica non comune costituita dalla sua abilità nel nuoto, vantando un “personale” sui 100 metri stile libero di 58”5, di assoluto rilievo per l’epoca, laddove si consideri che ai Campionati Europei di Vienna ’50 un tale tempo avrebbe consentito di vincere l’argento e nella successiva edizione di Torino ’54 il connazionale Géza Kadas si aggiudica il bronzo con 58”3.

Il ricco Palmarès olimpico di Gyarmati si inaugura ai Giochi di Londra ’48, allorché l’Ungheria è chiamata a confermare i trionfi di anteguerra ottenuti a Los Angeles ’32 ed a Berlino ’36, con una formazione di cui fa ancora parte Jeno Brandi, unico reduce – a dispetto dei suoi 35 anni – della squadra medaglia d’oro nell’ultima edizione prima degli eventi bellici, ma a sbarrare loro la strada trovano il primo “Settebello” azzurro che, sconfiggendoli per 4-3 (doppiette di Gildo Arena ed Aldo Ghira), di fatto li estromette nella corsa all’oro, dovendosi accontentare della piazza d’onore in un Torneo che vede il 21enne ungherese andare 5 volte a segno.

Una delusione ampiamente riscattata quattro anni dopo ai Giochi di Helsinki ’52, in cui l’Ungheria ottiene un pari per 2-2 contro la Jugoslavia nel Girone di qualificazione per la poule finale a quattro assieme ad Italia, Stati Uniti e gli stessi slavi, aggiudicandosi l’oro grazie ad una miglior differenza reti in virtù dei più larghi successi contro gli Azzurri (7-2, con Istvan Szivos protagonista con tre reti) e gli americani (4-0) rispetto alle vittorie per 3-1 e 4-2 ottenute dalla Jugoslavia contro i medesimi avversari.

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Dezso Gyarmati in azione – da:24.hu

Ma per Gyarmati, che conclude il Torneo con 7 reti all’attivo, l’avventura olimpica di Helsinki ha anche un risvolto importante dal punto di vista sentimentale, in quanto si innamora della connazionale Eva Szekely, nuotatrice ed anch’essa vincitrice di una medaglia d’oro avendo trionfato sui m.200 rana con il record olimpico di 2’51”7, precedendo l’altra magiara, nonché primatista mondiale, Eva Novak.

I due convolano a nozze e, dalla loro unione, nasce il 15 aprile 1954 Andrea – che, a scanso di equivoci, in Ungheria è un nome femminile, essendo Andrej il corrispettivo maschile – la quale avrà modo di contribuire ad inizio anni ’70 ad arricchire la già di per sé cospicua bacheca di medaglie familiare, cimentandosi nel nuoto negli stili a dorso ed a farfalla,

Una situazione sportivo/familiare che più idilliaca non potrebbe essere, con entrambi i coniugi – la moglie dopo aver dato alla luce la figlia – ad allenarsi con impegno in vista dell’appuntamento olimpico di Melbourne ’56, nel mentre la Nazionale di pallanuoto aveva ribadito la propria superiorità facendo suo anche il titolo continentale ai Campionati Europei di Torino ’54, con una Classifica finale che ricalca fedelmente l’esito dei Giochi di Helsinki, con l’Ungheria a precedere la Jugoslavia solo grazie ad una miglior differenza reti dopo aver pareggiato per 3-3 il confronto diretto, con l’Italia padrona di casa a confermare anch’essa il bronzo olimpico, ma dovendo incassare un’ancor più umiliante sconfitta (1-8 rispetto al 2-7 in terra finnica) di fronte ai fuoriclasse magiari.

Ma i Giochi di Melbourne – che per la prima volta nella loro Storia vedono la fiamma olimpica ardere nell’emisfero australe – si svolgono, a causa di detta circostanza, tra fine novembre ed inizio dicembre ’56, ad un mese di distanza dai tragici eventi relativi alla rivoluzione spontanea scoppiata a Budapest il 23 ottobre al fine di condurre il Paese ad una politica di socialismo più democratico proclamata dal Presidente Imre Nagy e sedata nel sangue dalle truppe sovietiche ad inizio novembre, con la selezione magiara in volo per Melbourne ad essere informata dal pilota dell’aereo come tale repressione abbia causato oltre 5mila morti tra la popolazione della Capitale Budapest.

Dall’alto del suo carisma, Gyarmati è il primo a scendere dall’aereo appena atterrato in terra australiana, stringendo tra le mani una bandiera nera in segno di lutto, ricevendo, al pari dei compagni, ampia solidarietà da parte di compatrioti residenti nella terra dei canguri, nonché dai cittadini australiani, ribadendo la propria posizione in merito divenendo Presidente del Comitato Rivoluzionario della Delegazione ungherese a Melbourne.

In un clima di tale tensione – in cui per poco non si addiviene ad uno scontro fisico tra atleti ungheresi e sovietici già nel corso della cerimonia di inaugurazione dei Giochi – non è facile per il tecnico Bela Raikj tenere concentrata la squadra, molti dei cui componenti sono preoccupati per i loro familiari, tra cui i coniugi Gyarmati che hanno lasciato in patria la piccola Andrea di poco più di due anni, riuscendo comunque a far leva sullo spirito nazionalistico, il che diventa un’arma in più nel corso del Torneo.

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Ervin Zador sanguinante dopo la sfida Urss-Ungheria – da:nbcolympics.com

Stavolta, difatti, non ci sono tentennamenti nel cammino dello squadrone magiaro, il quale conclude imbattuto la manifestazione con sole 4 reti al passivo (3 delle quali ininfluenti, subite nel corso dei facili successi per 6-1 contro la Gran Bretagna e 6-2 contro gli Usa nel Girone eliminatorio), per poi rifilare tre successi consecutivi per altrettanti 4-0 nella Poule finale sia ad Italia e Germania che, soprattutto, nella sfida contro l’Unione Sovietica del 6 dicembre ’56 passata alla Storia con l’accezione inglese di “The Blood in the water match”, essendosi dimostrata l’occasione per “regolare i conti” con gli invasori – anche se, occorre darne atto, non è che i giocatori avessero particolari responsabilità al riguardo, ma si sa come vanno queste cose – e conclusa con una serie di colpi proibiti da ambo le parti.

Ancora una volta, decisiva per la medaglia d’oro si rivela la sfida contro la Jugoslavia in programma all’ultima giornata, con quest’ultima ad aver lasciato un punto per strada con il 2-2 impostole dalla Germania, ragion per cui ai magiari sarebbe sufficiente l’ennesimo pareggio per confermare il titolo d quattro anni prima ad Helsinki, ma stavolta vogliono ribadire a tutto il mondo la loro veste di dominatori incontrastati in piscina e tocca a Gyorgy Karpati e Mihaly Mayer realizzare le reti del successo per 2-1 a coronamento di un torneo senza pecca alcuna.

Gioia che però nel clan magiaro è compensata in negativo da cosa li attenderà al ritorno in Patria – con i coniugi Gyarmati, che hanno visto Eva dare seguito all’oro di Helsinki con l’argento australiano sempre sui m.200 rana, a meditare su quale atteggiamento assumere – anche se alcuni di loro, tra cui Ervin Zador, protagonista del citato match contro l’Urss in quanto uscito dall’acqua sanguinante, decidono di restare in Australia.

Ma ciò non può avvenire per Gyarmati e la moglie, desiderosi di ricongiungersi con la piccola Andrea che, secondo quanto loro riferito, dovrebbe trovarsi a Vienna a casa di una zia, ragion per cui decidono di fare scalo all’aeroporto di Milano, da dove un treno organizzato dal nuovo Governo filosovietico attende la comitiva per il trasferimento a Budapest.

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La delegazione ungherese a Milano a dicembre ’56 – da:wpdworld.com

Il treno è però in ritardo, ragion per cui la delegazione è alloggiata in un Albergo milanese dove Eva ha finalmente la possibilità di mettersi in contatto con i parenti scoprendo che la figlia è a Budapest e pertanto il piano di riparare in Austria fallisce sul nascere, costretti come sono a fare ritorno nella loro Capitale.

A dispetto dei trionfi sportivi, Dezso non è certo visto di buon occhio dalla polizia filosovietica – ha alle spalle anche un trascorso in Inghilterra nell’immediato dopoguerra – presso la quale risulta schedato come tra i promotori della “Rivoluzione d’ottobre”, sino a che, nei primi giorni di gennaio 1957 non passa all’azione, con un pestaggio che lascia la leggenda olimpica in fin di vita, abbandonato in un cascinale …

Fortunatamente ripresosi, per Gyarmati non vi è oramai alcuna alternativa se vuole proteggere l’incolumità personale e della sua famiglia, vale a dire espatriare e, per una volta, la buona sorte – e forse qualche funzionario compiacente – gli dà una mano, consentendogli di superare i controlli aeroportuali con documenti falsi ed imbarcarsi su di un volo per gli Stati Uniti, destinazione New York, dove già risiedono i genitori ed il fratello.

La reazione del Governo è durissima ed impietosa, una volta accertata la fuga all’estero, vale a dire divieto assoluto di fare ritorno in Patria – una decisione che colpisce anche i celebri calciatori della “Grande Honved”, quali, fra gli altri, Puskas, Kocsis e Czibor – così come far parte della relativa Nazionale.

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Eva Szekely/Gyarmati con in braccio la piccola Andrea – da:24.hu

Una situazione difficile da accettare per un personaggio legato alla propria terra come Gyarmati, e poi vi sono i genitori di Eva, ancora residenti in Ungheria e che potrebbero subire ripercussioni governative per colpa loro, nonché il fatto che cambiare vita in un Paese straniero non è che sia poi così facile, ed ecco allora che comincia a pianificare la possibilità di un ritorno in Patria.

Vi è però un ostacolo pressoché insormontabile da superare, vale a dire il veto posto dal Governo centrale di Mosca, dal quale dipende qualsiasi decisione in terra magiara, e strano a dirsi, in suo soccorso giunge proprio il colosso georgiano Piotr Mshveniyeradze – protagonista a Melbourne con 11 reti e colpito da Gyarmati nella rissa della sfida tra le due Nazionali – il quale intercede in suo favore strappando il consenso al rientro da parte del Partito Comunista Sovietico, il quale pone come condizione che per due anni egli non possa far parte della Squadra di Pallanuoto.

Una brutta tegola per l’asso ungherese, che deve fare “buon viso a cattivo gioco” per il bene dei suoi familiari, anche se deve essere dura aver potuto riabbracciare i compagni di squadra – che nel frattempo hanno nuovamente sbaragliato il campo ai Campionati Europei ’58 disputati in casa a Budapest, terminando una volta di più a punteggio pieno, avendo rifilato un 5-3 alla Jugoslavia, un 4-2 all’Urss ed il consueto “cappotto”, 7-0, all’Italia classificatesi nell’ordine – senza però condividere con loro il piacere degli allenamenti in piscina.

Buon per lui, ritrovatosi per sua stessa ammissione ad essere “uno tra i tanti” dopo aver conosciuto la gloria grazie alle sue imprese sportive, che il bando alla fine cessi in vista delle Olimpiadi di Roma ’60 dove però, a corto di preparazione, non è in grado di fornire il consueto contributo, realizzando due sole reti in un Torneo che vede l’Ungheria concludere al terzo posto, con l’Italia viceversa a tornare a fregiarsi della medaglia d’oro come 12 anni prima a Londra.

A 33 anni suonati, si potrebbe pensare che la carriera agonistica di Gyarmati sia giunta al capolinea, ma il suo orgoglio e, soprattutto, il suo spirito patriottico, gli impedisce di chiudere con una sconfitta ed eccolo all’ora guidare l’Ungheria al suo ottavo titolo europeo (su 10 edizioni …!!) alla Rassegna Continentale di Lipsia ’62 per poi partecipare alla sua quinta Olimpiade di Tokyo ’64 per fornire il proprio contributo di esperienza ad una formazione desiderosa di ritornare ai vertici assoluti dopo il passo falso di Roma.

La sua veste di leader carismatico consente di centrare l’obiettivo, pur venendo centellinato nelle sue presenze in acqua, schierato nelle sfide del Girone di semifinale contro l’Olanda – contro cui realizza la sua ultima rete nella Rassegna a cinque cerchi nella vittoria per 6-5 – e la Jugoslavia, conclusa con un emozionante pareggio per 4-4 e quindi, dopo aver saltato l’incontro contro l’Italia, vinto dai magiari per 3-1, disputare la sua 33esima ed ultima gara nella Storia dei Giochi, che non poteva che vederlo opposto all’Unione Sovietica, travolta per 5-2 così da consegnare all’Ungheria la medaglia d’oro, ancorché a parità di punti con la Jugoslavia, grazie alla consueta miglior differenza reti (+5 rispetto al +3 degli slavi).

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Una fase della sfida tra Urss ed Ungheria ai Giochi di Tokyo ’64 – da:waterpololegends.com

Una carriera senza paragone alcuno per il “più forte giocatore di ogni epoca”, il quale non si stacca dal Mondo della Pallanuoto, divenendo allenatore della Nazionale che, sotto la sua guida, ottiene altre tre medaglie olimpiche – argento a Monaco ’72, oro a Montreal ’76 e bronzo a Mosca ’80 – il che sta a significare che nelle 9 edizioni dei Giochi del dopoguerra da Londra ’48 all’edizione moscovita, Gyarmati non è stato presente solo a Città del Messico ’68, con un Palmarès complessivo di 8 allori, di cui 4 ori, 2 argenti ed altrettanti bronzi.

Bacheca che si è altresì arricchita di altri due titoli europei (Vienna ’74 ed Jonkoping ’77) da sommare ai successi da giocatore, così come, con la creazione dei Campionati Mondiali, Gyarmati conduce l’Ungheria al titolo iridato nell’edizione inaugurale di Belgrado ’73 ed a due secondi posti a Cali ’75 e Berlino ’78, ma crediamo che per lui, divenuto anche membro della Federazione magiara di pallanuoto, nonché introdotto nel 1976 nella “International Swimming Hall of Fame” ed autore di numerosi testi sullo sport della sua vita, tra cui una “Storia della Pallanuoto ungherese”, la soddisfazione maggiore sia giunta fuori dalle piscine.

Difatti, all’avvenuto crollo dell’impero sovietico e conseguente fine del regime comunista nel Paese, Gyarmati, ancorché avendo superato la soglia dei 60 anni, viene eletto quale Membro del nuovo Parlamento ungherese alle elezioni del 1990 nelle file del Partito Democratico, facendo poi parte delle Commissioni parlamentari in tema di Pubblica Amministrazione, Polizia e Sicurezza Interna, pur non ottenendo la conferma nelle successive elezioni del 1994 e ’98, ma ottenendo nel 2003 la nomina a Presidente della Sezione Sportiva del Dipartimento Culturale del Fidesz, Partito Conservatore del proprio Paese.

Davvero una bella rivincita per uno che ha dedicato l’intera sua vita alla propria terra, contribuendone alla “Gloria Sportiva” nel periodo in cui i successi in tale campo erano fonte di esaltazione per il regime all’epoca imperante, quello stesso regime che aveva cercato di sopprimerlo, così come in occasione della sua scomparsa, avvenuta il 18 agosto 2013 all’età di quasi 86 anni, la FINA (il massimo organismo dello Sport natatorio mondiale …) lo commemora ricordando di lui “un genio mancino capace di ricoprire ogni ruolo, che affrontava senza alcun timore qualsiasi sfida ed in grado di risolvere anche gli incontri più accesi grazie ad una singola giocata” …

Altre parole, crediamo, non servano assolutamente …

 

OLIVER HALASSY, LA GLORIA E LA TRAGICA FINE DEL PIU’ FORTE ATLETA DISABILE DI OGNI EPOCA

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Oliver Halassy – da ujpest.hu

articolo di Giovanni Manenti

Se si pensa al confronto tra atleti disabili rispetto ai normodotati, il riferimento non può che andare al quattrocentista sudafricano Oscar Pistorius, il quale – al di là della triste vicenda giudiziaria di cui è successivamente protagonista in negativo – passa alla Storia per aver vinto la propria battaglia che lo ha visto confrontarsi a Londra 2012 nelle “Olimpiadi dei Grandi”, venendo eliminato nelle semifinali dei m.400 piani.

Ciò in quanto, sin dal 1960, gli atleti disabili hanno a disposizione una loro personale rassegna, denominata Paraolimpiadi, in cui gareggiano nelle varie discipline suddivisi in diverse categorie a seconda dell’handicap con cui sono costretti a convivere, una manifestazione che negli ultimi decenni si è sempre più estesa tanto da assumere un livello ed una risonanza mediatica pressoché pari all’evento principale.

Può, pertanto, risultare quantomeno strano ed anomalo venire a conoscenza come, nel periodo tra le due guerre mondiali, vi sia stato un atleta disabile capace non solo di gareggiare alla pari con gli altri più fortunati di lui, ma anzi di eccellere al punto di divenire uno dei più medagliati di ogni epoca nello Sport da lui praticato, vale a dire la Pallanuoto.

Il soggetto in questione – il cui nome ai più dirà poco o niente – è tal Oliver Haltmayer, nato a Budapest a fine luglio 1909, all’epoca in cui l’attuale Capitale magiara faceva parte dell’Impero Austroungarico, il quale difatti cambia successivamente il proprio cognome in Halassy secondo la fonetica ungherese.

Bersagliato dalla sfortuna nella sua breve vita, Oliver subisce, a soli 8 anni di età, rimasto vittima di un terribile incidente stradale, l’amputazione della gamba sinistra – finita sotto un tram nelle strade di Budapest – appena sotto il ginocchio, un handicap al quale reagisce dedicandosi allo sport che tanto lo attira, vale a dire il Nuoto, che pratica tesserandosi per la polisportiva dell’Ujpest, un quartiere nella zona a Nord della capitale ungherese.

Per chi ha dimestichezza con tale disciplina, si renderà conto di quale possa essere la difficoltà di praticare l’attività natatoria potendo contare sulla spinta in acqua del solo piede destro, circostanza che non impedisce peraltro ad Halassy di eccellere in patria (e non solo …) nelle lunghe distanze a stile libero, cimentandosi sui 400, 800 e 1500 metri, dopo essersi messo in luce a 16 anni aggiudicandosi la gara di gran fondo su 9 chilometri nuotati nel Danubio.

Dall’anno successivo e sino al 1938, allorché cessa l’attività agonistica, Halassy conquista ben 14 titoli nazionali – 2 nei 400, 5 negli 800 e 7 nei 1500 metri stile libero – ai quali abbina 11 record nazionali, prestazioni che gli consentono di acquisire quelle doti di resistenza necessarie per poi emergere a livello assoluto nello Sport affine, vale a dire la Pallanuoto che lo vede aggiudicarsi cinque titoli di Campione ungherese con l’Ujpest, nonché, soprattutto, emergere ai massimi livelli assoluti, sia continentali che olimpici.

A chi, a questo punto della storia, può – anche a giusta ragione – obiettare che prima di Halassy vi fosse già stato un atleta portatore di handicap capace di trionfare in una rassegna a cinque cerchi, vale a dire l’americano George Heyser, che ai Giochi di Saint Louis 1904 si aggiudica ben 6 medaglie (tre ori, due argenti ed un bronzo …) nella Ginnastica pur gareggiando con una protesi di legno nella parte inferiore della gamba sinistra, amputata essendo finita accidentalmente sotto un treno, vale la pena di replicare chiarendo il diverso contesto tra le due imprese.

Senza nulla togliere ai meriti di Heyser, infatti, la terza edizione dei Giochi Olimpici si traduce più o meno in una sorta di Campionato Nazionale americano, visto che gli atleti a stelle e strisce conquistano ben 239 medaglie (la seconda Nazione, la Germania, se ne aggiudica appena 13 …), stante le difficoltà per i Paesi europei di varcare, all’epoca, l’Oceano Atlantico, ed altresì il ginnasta vede limitata la propria impresa a tale singolo appuntamento, mentre per Halassy, sia la concorrenza che la durata dei propri successi sono di ben altro spessore.

L’esordio nell’arengo olimpico avviene, per l’allora 19enne ungherese, alle Olimpiadi di Amsterdam 1928 quale componente della formazione di Pallanuoto che, proprio nella Capitale olandese inaugura una straordinaria striscia che la vedrà per 12 edizioni consecutive (!!) dei Giochi salire sul podio – con 6 medaglie d’oro, 3 d’argento ed altrettante di bronzo – serie interrottasi nell’edizione di Los Angeles ’84 per il semplice motivo che l’Ungheria non vi partecipa per il noto contro boicottaggio da parte dei Paesi aderenti al blocco sovietico.

All’epoca, la più fiera rivale dei magiari in piscina era la Germania dei fratelli Erich e Joachim Rademacher, che difatti le soffia l’oro nella Finale del 10 agosto 1928, ribaltando un iniziale svantaggio di 0-2 per il 5-2 conclusivo grazie alle doppiette di Karl Bahre e Max Amann ed all’acuto di Otto Cordes, dopo che l’Ungheria si era sbarazzata, nei turni precedenti, di Argentina (14-0), Stati Uniti (5-0) e della Francia in semifinale, sconfitta per 5-3.

Una delusione che Halassy ha modo di riscattare sin dalla terza edizione dei Campionati Europei, svoltisi a Parigi nel 1931 dove l’Ungheria, già Campione sia a Budapest 1926 che a Bologna ’27, completa il tris di medaglie d’oro consecutive dominando il Girone all’italiana formato dalle 7 Nazioni partecipanti, con 6 vittorie ed un solo pareggio, per 2-2 contro la Germania, alla quale è fatale un secondo risultato nullo per 3-3 contro il Belgio per vedere svanire un titolo che i magiari giustificano con ben 52 reti realizzate ed appena 7 subite.

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Halassy dopo il successo sui m.1500sl agli Europei ’31 – da wikipedia.org

L’edizione parigina della rassegna continentale ha però per il 22enne magiaro un valore doppio, in quanto lo stesso scende in acqua il 23 agosto ’28 per la prima sfida contro i padroni di casa francesi – sommersi sotto un eloquente 12-1 – appena un paio d’ore dopo essersi altresì laureato Campione europeo sui m.1500sl, in una Finale che lo vede avere la meglio in un entusiasmante finale (20’49”0 a 20’50”6) sull’italiano Giuseppe Perentin, con l’altro azzurro Paolo Costoli a completare il podio facendo suo il bronzo, sia pur a debita distanza, con 21’09”4.

Questa resta l’unica medaglia a livello internazionale di Halassy nel Nuoto, concentrandosi nei successivi appuntamenti esclusivamente sulla Pallanuoto, che lo vede protagonista di un poker di successi senza eguali, ad iniziare dalle Olimpiadi che si svolgono l’anno seguente a Los Angeles.

Con sole 5 squadre iscritte al Torneo Olimpico – poi ridotte a quattro per la squalifica del Brasile, i cui giocatori aggrediscono gli arbitri al termine dell’incontro d’esordio con la Germania – ed i citati tedeschi gli unici altri a rappresentare il Vecchio Continente, l’assegnazione della medaglia d’oro si decide al debutto del 6 agosto 1932 nella sfida tutta europea, che vede stavolta l’Ungheria avere nettamente la meglio per 6-2, per poi sostenere poco più di un allenamento nel sommergere di reti i malcapitati giapponesi (17-0 con 7 marcature a portare la firma di Halassy) ed i padroni di casa americani, sconfitti per 7-0, con ancora Halassy protagonista con 4 reti messe a referto, e del quale il pallanotista americano Frank Graham ebbe a dire, dopo averci giocato contro, “essere il più forte giocatore che io abbia mai affrontato …”.

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L’Ungheria, con Halassy ultimo a destra, ai Giochi ’32 – da shootingparrots.co.uk

E’ questo il periodo del primo “Dream Team” magiaro nella Pallanuoto, che schiera una formazione dove, oltre al protagonista della nostra storia, eccellono Istvan Barta, Gyorgy Brody, Sandor Ivady, Janos Nemeth, Miklos Sarkany, Jozsef Vertesy ed i fratelli Alajos e Ferenc Keseru, tutti a centrare l’accoppiata europea/olimpica nel biennio 1931-’32.

Ma Halassy si distingue anche per l’inaspettata longevità, a dispetto della propria menomazione, allorché è uno dei 7 titolari della formazione che due anni dopo, alla Rassegna Continentale di Magdeburgo ’34, si conferma per la quarta volta consecutiva Campione Europea al termine di un torneo senza macchia alcuna, che vede l’Ungheria aggiudicarsi da imbattuta il proprio Girone a cinque squadre con 22 reti fatte e sole 3 subite, per poi non fare sconti neppure nella Poule finale, dove a soccombere sono i tedeschi padroni di casa (sconfitti per 4-1) ed il Belgio, che oppone una fiera resistenza, cedendo solo per 2-1.

Tedeschi che contano di prendersi la rivincita in sede olimpica, visto che tocca a loro l’organizzazione dei Giochi di Berlino ’36, in cui Halassy è uno dei cinque componenti – assieme a Brody, Nemeth, Sarkany ed a Marton Homonnai, l’unico, con lui, presente anche ad Amsterdam ’28 – la formazione vincitrice dell’oro olimpico quattro anni prima in terra californiana, ma anche stavolta le loro attese restano deluse.

In un Torneo per la prima volta degno di un panorama come quello a cinque cerchi, con ben 16 Paesi partecipanti, le compagini iscritte vengono suddivise in quattro Gironi da quattro squadre, che qualificano le prime due ai due successivi Gironi di Semifinale, con ancora le prime due ad accedere al Girone finale a quattro per l’assegnazione delle medaglie.

Una competizione, pertanto, piuttosto lunga e faticosa, ma che i Campioni Olimpici ed Europei in carica affrontano con il dovuto approccio, tanto da superare senza alcuna difficoltà la prima fase – vittorie per 4-1 sulla Jugoslavia, 12-0 su Malta (quattro reti di Halassy) e 10-1 sulla Gran Bretagna, con l’oramai 27enne magiaro ancora a segno – così come la seconda, dove a soccombere sono stavolta il Belgio e l’Olanda, sconfitte per 3-0 ed 8-0 rispettivamente.

Con la Germania a compiere identico “percorso netto”, il Girone finale a quattro vede qualificate, oltre alle due aspiranti alla medaglia d’oro, anche Belgio e Francia, con i risultati del turno precedente a valere nella Classifica finale (i tedeschi avevano vinto 8-1 sui transalpini), così che il 14 agosto ’36 risulta determinante lo scontro diretto tra i padroni di casa e l’Ungheria, che però non risulta decisivo in quanto le due formazioni concludono la sfida sul punteggio di parità per 2-2.

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Halassy (terzo da destra) con l’Ungheria ai Giochi di Berlino ’36 – da ushmm.org

Tocca quindi al giorno dopo stabilire l’assegnazione delle medaglie e, con entrambe le squadre a disporre con facilità dei rispettivi avversari – 5-0 per l’Ungheria sulla Francia e 4-1 per la Germania sul Belgio – la discriminante, a parità di punti (5 per parte), diviene il quoziente reti, che privilegia i magiari (10-2 per un coefficiente di 5) rispetto ai tedeschi (14-4 per un coefficiente di 3,5) laddove, qualora si fosse applicata, come al giorno d’oggi, l’alternativa differenza reti, il risultato sarebbe stato l’opposto.

Aiutata in questo caso dal regolamento, l’Ungheria ribadisce però la propria superiorità due anni dopo in occasione dei Campionati Europei di Londra ’38, dove cala il “Pokerissimo” di cinque titoli consecutivi – impresa mai più realizzata in seguito da alcuna Nazionale – con l’oramai quasi consueto en plein che la vede far suoi tutti e 6 gli incontri del Girone unico tra le 7 formazioni iscritte, con i soli tedeschi (sconfitti per 2-0 nello scontro diretto) a tenerle testa, chiudendo con 35 reti a favore rispetto alle sole 3 subite nel corso del Torneo.

Per Halassy – con tre ori europei, oltre al citato quarto nei m.1500sl, due ori ed un argento olimpici – giunge il momento di chiudere con l’attività agonistica, trovare un’occupazione quale revisore dei conti presso l’amministrazione locale della Capitale ungherese e metter su famiglia, contraendo matrimonio da cui nascono due figli, con un terzo in arrivo.

Ma quella che sarebbe la normale, logica prosecuzione di una vita al di fuori delle piscine non trova d’accordo un avverso destino che riserva ad Oliver, già provato dalla menomazione in età infantile, un ulteriore tragico epilogo poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

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La statua a lui dedicata – da shootingparrots.co.uk

Per cause mai completamente chiarite, la sera del 10 settembre ’46, mentre se ne torna a casa in taxi, viene freddato a pochi passi dalla propria abitazione, secondo alcune versioni da due ladri al termine di una colluttazione, per altre da un militare sovietico al quale non avrebbe obbedito circa l’ordine di fermarsi e farsi identificare, fatto sta che la sua breve esistenza si spegne a soli 37 anni di età, senza avere la gioia di assistere alla nascita del terzo figlio che sarebbe avvenuta pochi giorni dopo.

Ma di una cosa siamo, viceversa sicuri, vale a dire di come sarà stata la madre a raccontare al piccolo, così come ai fratelli, le gesta di un padre di cui non potevano che essere orgogliosi, esempio lampante di come con l’impegno ed il sacrificio si possano ottenere risultati straordinari a dispetto di menomazioni fisiche…

RATKO RUDIC, IL VICINO DI CASA CHE FECE GRANDE LA PALLANUOTO AZZURRA

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Ratko Rudic – da sportske.jutarnji.hr

articolo di Giovanni Manenti

Doverosa premessa, la Pallanuoto italiana vanta una consolidata tradizione che la vede, a partire dall’oro alle Olimpiadi di Londra ’48, per poi far parte delle “quattro sorelle” (assieme ad Urss, Ungheria ed Jugoslavia) che si giocano le medaglie sino ai Giochi di Città del Messico ’68, con un secondo trionfo nell’edizione di Roma ’60 ed il bronzo ad Helsinki ’52, restando ai margini del podio coi quarti posti del 1956, ’64 e ’68 per poi conquistare la medaglia d’argento a Montreal ’76.

A tali successi, cui fa da apripista nell’edizione di Montecarlo 1947 la vittoria ai Campionati europei – Manifestazione invero risultata spesso ostica ai colori azzurri rispetto ad Olimpiadi e Rassegne iridate – vanno aggiunti il quarto posto ai primi Mondiali di Belgrado ’73, seguito dal bronzo di Cali ’75 e dall’oro a Berlino ’78, anno quest’ultimo in cui un altro Sport di squadra, la Pallavolo, si arrende solo ai maestri sovietici nella Finale dei Mondiali disputata a Roma.

Cosa c’entra, direte voi, il confronto con il Volley, disciplina che si pratica sul parquet di Palazzetti quando stiamo parlando di piscine, ed invece il parallelismo esiste, poiché anche la Pallanuoto dovrà, per ritornare ai fasti dei precedenti decenni, affidarsi, come fa la Pallavolo con l’allenatore argentino Julio Velasco, ad un tecnico straniero, sotto la cui guida il “Settebello” vive un decennio di successi senza eguali.

Dopo aver dovuto subire ingloriosi piazzamenti alle Olimpiadi di Mosca ’80 (ottava), Los Angeles ’84 (settima nonostante l’assenza di Urss ed Ungheria) e Seul ’88 (ancora settima), annullando quanto di positivo si era visto alla rassegna iridata di Madrid ’86, conclusa al secondo posto con la sconfitta di misura per 11-12 in Finale contro la Jugoslavia, la Federazione decide che è il momento di dare il benservito al tecnico Fritz Dennerlein, affidando la guida del “Settebello” proprio a colui che gli aveva impedito la conquista del titolo mondiale a Madrid e, successivamente, aveva costretto gli Azzurri ad accontentarsi del gradino più basso del podio ai Campionati Europei di Strasburgo ’87 e di Bonn ’89 con la sua Jugoslavia.

Il soggetto in questione altri non è che Ratko Rudic, il “Santone” della Pallanuoto mondiale, con già ottimi trascorsi da giocatore, allorché ha indossato la calottina del Partizan Belgrado con cui, in 10 anni di attività, si aggiudica 8 titoli e 6 coppe nazionali, oltre a due edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, nel 1975 e ’76.

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Il Partizan campione d’Europa ’75 – da waterpololegends.com

Nato il 7 giugno 1948 a Belgrado, figlio di un ufficiale dell’esercito, Ratko vive un’infanzia al seguito dei trasferimenti paterni, spostandosi dalla Capitale jugoslava a Rijeka, Zadar e Spalato, prima di stabilirsi per sei anni a Zagabria, iniziando a praticare la Pallanuoto già all’età di 10 anni per poi esordire nel Campionato jugoslavo ad appena 15 anni nelle file dello Jadran di Spalato, Club con cui gioca sino al 1971, anno di trasferimento al già ricordato Partizan.

Soggetto singolare, Ratko, che al fisico da lottatore necessario per avere la meglio nelle sfide senza esclusione di colpi che si svolgono in acqua, abbina anche interessi non facilmente ipotizzabili al di fuori delle piscine, come la passione per la pittura, avendo desiderato frequentare l’Accademia d’Arte, anche se poi si iscrive alla Facoltà di Architettura a Zagabria, finendo, a causa della carriera professionistica da giocatore, per laurearsi in Educazione Fisica.

Protagonista anche in Nazionale, con cui scende in acqua in poco meno di 300 occasioni, Rudic è costretto a saltare, per infortunio, le Olimpiadi di Città del Messico ’68 che vedono trionfare proprio la Jugoslavia, per poi essere selezionato per i Giochi di Monaco ’72, conclusi al quinto posto, cui segue il bronzo ai Mondiali di Belgrado ’73 e quindi essere ancora infortunato alle Olimpiadi di Montreal ’76 dopo essere stato al centro di un discusso caso di doping alla rassegna iridata di Cali ’75, quando viene a torto accusato di aver fatto uso di sostanze illecite, con conseguente esclusione della Jugoslavia dalla competizione, pur se successive controanalisi lo scagioneranno, tanto da divenire un caso di studio quanto ad errati esami.

Rudic raggiunge l’apice della carriera internazionale ai Giochi di Mosca ’80, dove coglie l’argento alle spalle dell’Unione Sovietica, essendo l’ultimo ad arrendersi nella decisiva sfida contro i padroni di casa, realizzando 3 reti nella sconfitta per 7-8 che, in caso di vittoria, avrebbe dato alla Jugoslavia la medaglia d’oro.

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La Jugoslavia (Rudic secondo da sin. in basso) argento a Mosca ’80 – da waterpololegends.com

Con doti carismatiche e di trascinatore già messe in mostra da giocatore, per Rudic è un passo pressoché scontato passare dall’acqua a bordo vasca, ricoprendo sin da subito la veste di allenatore della Nazionale giovanile jugoslava, per poi, dopo i deludenti Mondiali di Guayaquil ’82 conclusi al settimo posto, ricevere l’incarico di guidare la rappresentativa alle successive Olimpiadi di Los Angeles ’84.

Indubbiamente favorito dall’assenza di Ungheria ed Unione Sovietica per il noto boicottaggio, la formazione di Rudic non ha alcuna difficoltà ad imporsi se non nell’ultima gara del Girone finale allorché, a parità di punti con i padroni di casa, è sufficiente un pareggio per 5-5 per conquistare l’oro grazie ad una migliore differenza reti.

Per il 36enne belgradese, si apre un quadriennio di trionfi, limitato dagli argenti europei di Sofia ’85 (seconda per un punto alle spalle dell’Urss, risultando fatale la sconfitta per 4-7 contro l’Ungheria) e Strasburgo ’87 (stesso distacco dai sovietici, stavolta causato dal pari per 7-7 contro l’Italia, terza), ma esaltato dalla conquista del già ricordato Titolo Mondiale a Madrid ’86 superando in Finale per 12-11 proprio l’Italia e completato con il bis olimpico ai Giochi di Seul ’88.

Nella Capitale sudcoreana, la Jugoslavia rimedia ad un iniziale passo falso (6-7 contro gli Stati Uniti), superando Ungheria e Spagna (10-9 e 10-8 rispettivamente), guadagnandosi il secondo posto nel Girone ed il diritto a sfidare, nella semifinale incrociata, la sorprendente Germania Occidentale che era giunta davanti all’Unione Sovietica, disponendone a suo piacimento con un eloquente 14-10 che la porta a rinnovare la sfida contro gli Stati Uniti (a propria volta vincitori per 8-7 sull’Urss) per la medaglia d’oro, avendo stavolta la meglio per 9-7.

Oramai un “Maestro della Pallanuoto” a livello internazionale – sotto la sua guida hanno dato il meglio di sé giocatori del calibro di Dubravko Simenc, Prica Bukic ed Igor Milanovic – Rudic, soprannominato “Il Tiranno” per la disciplina ed i massacranti allenamenti a cui sottopone i suoi atleti, accetta la scommessa di riportare l’Italia ai vertici mondiali, pur se gli inizi non sono dei più incoraggianti.

Difatti, secondo un approccio tipicamente latino a tale disciplina, gli azzurri hanno un elevato tasso tecnico, nonché una non trascurabile abilità tattica, ma sono carenti rispetto ad una filosofia di duro lavoro in allenamento, cosa che, viceversa, per il tecnico jugoslavo è alla base di ogni successo e, dopo un deludente sesto posto ai Mondiali di Perth ’91 (sconfitte per 7-8 contro la Spagna e per 6-9 proprio contro la Jugoslavia nel Girone per l’accesso alle semifinali), Rudic convince i suoi ragazzi circa la bontà dei suoi metodi, i cui risultati non tardano a venire.

Così come Velasco ha portato l’Italia ai vertici mondiali nel Volley con il titolo europeo nel 1989 e mondiale l’anno seguente, per poi subire un “passaggio a vuoto” contro l’Olanda nei Quarti di finale ai Giochi di Barcellona ’92, è proprio la rassegna a cinque cerchi catalana a rappresentare il punto di svolta nella storia della nostra Pallanuoto, facendo sì che ai ragazzi che si alternano in piscina venga assegnato il quanto mai meritato appellativo di “Settebello”.

In una Olimpiade orfana dei Campioni olimpici, mondiali ed europei jugoslavi per la guerra civile in corso, l’Italia, inserita nel secondo Girone assieme ad Ungheria, Olanda e Spagna, l’Italia debutta con un pari per 7-7 contro i magiari, per poi affidarsi alla vena realizzativa di Massimiliano Ferretti, le cui 10 reti nei successivi quattro incontri garantiscono agli Azzurri il secondo posto alle spalle dei padroni di casa (contro i quali il confronto diretto si conclude sul 9-9) ed il diritto a disputare la semifinale contro la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI, in pratica ciò che resta dell’ex Unione Sovietica), mentre gli iberici affrontano gli Stati Uniti.

L’accesso alla Finale avviene grazie ad una sofferta vittoria per 9-8 in cui i protagonisti sono Alessandro Campagna con 3 reti e Franco Porzio con una doppietta, per una volta che Ferretti resta all’asciutto, riservandosi per la sfida decisiva contro i padroni di casa, a propria volta vittoriosi per 6-4 sugli Usa.

Quella che va in scena il 9 agosto 1992 alle “Piscines Bernat Picornell” di Barcellona, dinanzi al Re Juan Carlos ed ad un pubblico che non aspetta altro che incoronare Campione olimpica la Spagna della stella Manuel Estiarte, rappresenta forse la più grande impresa italiana in uno sport di squadra.

Con tutto contro, pubblico ed arbitri compresi, i 13 ragazzi che compongono la rosa azzurra non si danno per vinti, replicano colpo su colpo in un match che, dopo i quattro tempi regolamentari si prolunga per ben sei frazioni supplementari, prima che sia Gandolfi – dopo che Ferretti aveva imposto il proprio marchio alla gara con il suo personalissimo poker – a siglare la rete del definitivo 9-8 che riporta l’Italia sul più alto gradino di un podio olimpico a 32 anni di distanza dal trionfo di Roma ’60, ed il tuffo in acqua di Rudic a festeggiare quello che per lui, da allenatore, rappresenta il terzo oro olimpico consecutivo, è alquanto emblematico al riguardo.

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La “Gazzetta” celebra il trionfo azzurro a Barcellona ’92 – da wpdworld.com

Il trionfo di Barcellona, con milioni di italiani incollati ai televisori a seguirne le palpitanti fasi, fa sì che intorno alla Nazionale si torni a creare quell’entusiasmo che porta gli azzurri a “sfatare” il tabù europeo, tornando ai vertici continentali nell’edizione di Sheffield ’93, dopo che ad Atene, due anni prima, il loro cammino si era fermato in semifinale, sconfitti 9-11 ancora dalla Jugoslavia.

Paese slavo che, in Inghilterra, è rappresentato dalla Croazia, mentre la disgregazione dell’impero sovietico porta alla partecipazione di Russia ed Ucraina, formazioni tutte inserite nel Girone che gli Azzurri concludono al primo posto, infliggendo una sonora lezione per 13-7 alla Croazia, per poi andarsi a giocare l’accesso alla Finale concedendo alla Spagna la rivincita di Barcellona, ma con identico esito visto il 10-9 conclusivo, cui fa seguito l’11-9 con cui, l’8 agosto ’92 l’Italia supera l’Ungheria, per poi aggiudicarsi anche la 7.ma edizione della Coppa del Mondo svoltasi ad Atene, precedendo ancora i magiari e l’Australia.

Con queste credenziali, il “Settebello” è la squadra da battere ai Campionati Mondiali ’94 che oltretutto si svolgono a Roma, una pressione in più per Rudic ed i suoi reduci di Barcellona, confermati in blocco con l’unica eccezione di Paolo Caldarella, tragicamente scomparso il 27 settembre ’93 per un incidente stradale a soli 29 anni, e sostituito da Roberto Calcaterra.

Un motivo in più per far bene e poter dedicare il titolo iridato allo sfortunato compagno di squadra, e quella che va in scena nella Piscina del Foro Italico a Roma è forse la migliore esibizione della nostra Nazionale nella Storia della Pallanuoto, non lasciando scampo alcuno ai propri avversari, come dimostra il relativo ruolino di marcia.

In un torneo che presenta al via 16 formazioni suddivise in quattro Gironi da altrettante compagini, l’Italia si aggiudica a punteggio pieno il Gruppo D (9-2 al Canada, 13-7 al Kazakistan ed 11-10 all’Ungheria), per poi fare altrettanto nella seconda fase (7-6 alla Russia e 7-4 alla Grecia), così da presentarsi imbattuta al cospetto della Croazia in semifinale, solo per ribadire la propria superiorità con un netto successo per 8-5 e quindi concedere una nuova rivincita alla Spagna nella Finale dell’11 settembre ’94, conclusa con un punteggio ancor più perentorio di 10-5.

Vale, a questo punto, ricordare i protagonisti di questo “tris d’oro” costituito dal trionfo Olimpico, europeo e mondiale, i componenti di una formazione probabilmente irripetibile, a partire dal portiere Francesco Attolico, cui hanno fatto da degno contorno Marco D’altrui, Alessandro Bovo, i fratelli Pino e Franco Porzio, Alessandro Campagna, il già ricordato Paolo Caldarella (poi sostituito da Roberto Calcaterra), Mario Fiorillo, Amedeo Pomilio, Nando Gandolfi, Massimiliano Ferretti, Carlo Silipo e Gianni Averaimo.

Tutti grandi giocatori, senza dubbio alcuno, ma siamo sicuri che sarebbero arrivati a tanto senza la ferrea guida di quel guascone, duro, irascibile e perfezionista di Rudic, il quale non vive di riconoscenze, sa bene che nello Sport di squadra il senso di appagamento è ciò che più di ogni altro impedisce di conquistare nuovi trofei ed ecco, pertanto, che per gli Europei di Vienna ’95 inserisce ben 8 nuovi giocatori, coi soli Attolico, Bovo, Calcaterra (al quale si unisce il fratello Alessandro), Pomilio e Silipo ad essere ancora selezionati.

Decisione che non manca, come d’abitudine nel Bel Paese, di scatenare polemiche e critiche all’indirizzo del tecnico, il quale peraltro dimostra in maniera lampante come mai come in questo caso “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”, visto che l’esito è lo stesso di due anni prima, così come identica è l’avversaria in Finale, nuovamente l’Ungheria che deve inchinarsi per 10-8 alla superiorità azzurra.

L’aver sfruttato la rassegna continentale affinché le nuove leve potessero fare esperienza internazionale paga i suoi frutti l’anno successivo, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ’96 dove c’è un titolo da difendere, e l’Italia si conferma come una delle favorite per l’oro con un inizio travolgente che le consente di concludere in testa ed a punteggio pieno, con 5 vittorie su altrettanti incontri (tra cui il 10-7 agli Usa ed il 10-8 alla Croazia), il Girone eliminatorio da cui si accede alla fase ad eliminazione diretta, con avversaria ai Quarti la Russia, superata per 11-9.

Giunti in zona medaglia, gli Azzurri ritrovano la Croazia – che, a sua volta, si è aggiudicata per 8-6 il derby con quel che resta della Jugoslavia (che, di lì a poco, diverrà più correttamente Serbia …) – solo per soccombere stavolta per 6-7 e doversi accontentare del bronzo in una sfida infinita contro l’Ungheria, risolta per 20-18, nel mentre, liberata dal “fantasma italiano”, la Spagna può finalmente far sua la medaglia d’oro, sconfiggendo in Finale i croati per 7-5.

Per Rudic inizia la parabola discendente, con l’Italia eliminata 7-8 dall’Ungheria nei Quarti di Finale dei campionati Europei di Siviglia ’97, per poi concludere al quinto posto i Mondiali di Perth ’98 e soccombere di nuovo per 5-7 di fronte ai magiari nella semifinale della Rassegna continentale di Firenze ’99, poi conclusa al terzo posto grazie al successo per 7-6 sulla Grecia nella Finale per il bronzo, prima di porre fine all’esperienza azzurra in pessimo stile alle Olimpiadi di fine millennio a Sydney 2000.

Accade, difatti, che l’Italia, dopo un positivo esordio che la vede concludere a pari merito con la Russia il Girone eliminatorio (classificandosi seconda solo per una peggiore differenza reti dopo aver impattato per 7-7 il confronto diretto), si trovi ad affrontare nei Quarti ad eliminazione diretta quell’Ungheria contro cui nel recente passato ha dovuto più volte soccombere.

La sfida si risolve in un’altra sconfitta per 5-8, ma stavolta gli azzurri non ci stanno, sentendosi defraudati dalle decisioni assunte dagli arbitri (il turco Tulga ed il greco Chasekioglou …) ed, a fine gara, scatenano una rissa gigantesca che costerà loro una montagna di squalifiche, e dalla quale non si esime certo il furioso Rudic, il cui stato d’animo è perfettamente immortalato da una foto che lo ritrae a bordo vasca mentre un poliziotto cerca di fermarlo.

Volevano farci fuori, deve esserci stata una riunione segreta o qualcosa di simile, un piano per eliminarci”, tuona Rudic una volta riportata la calma, ma la FINA usa la mano pesante e lo squalifica per un anno, così come la Federnuoto decide di cacciarlo, forse sfruttando l’occasione propizia per fargli pagare la troppa autonomia e di essere un “personaggio ingombrante” all’interno della stessa, o forse perché, semplicemente, era giunto il suo tempo, dopo un decennio alla guida della Nazionale.

Le strade di Rudic e dell’Italia si dividono, con il tecnico a vivere un’esperienza negli Stati Uniti, interrottasi prima del previsto a causa della chiamata da parte della Federazione croata, nel mentre il suo posto alla guida del “Settebello” viene preso da uno dei “suoi ragazzi”, vale a dire Sandro Campagna, il quale assume l’incarico per un biennio, per poi vivere analoga esperienza in Grecia e quindi tornare al timone azzurro a far tempo dal 2008, visti gli scarsi risultati ottenuti dai suoi vari successori.

E così, mentre Rudic continua ad incrementare il proprio palmarès portando la Croazia a conquistare il titolo mondiale a Melbourne ’07, cui segue il bronzo ai Mondiali di Roma ’09 ed il successo europeo di Zagabria ’10, ecco che la nostra Storia trova il suo degno epilogo allorché, per due anni di seguito, “Il Maestro e l’Allievo” si ritrovano di fronte, ai Mondiali di Shanghai ’11 ed alle Olimpiadi di Londra ’12.

Con la ex Jugoslavia suddivisa in tre Nazionali (Serbia, Croazia e Montenegro) e la Russia in netta fase calante, tocca alle “rivali storiche” di Italia ed Ungheria cercare di fermare lo strapotere slavo e, nel corso della citata rassegna iridata, sono loro ad essere accoppiate nelle semifinali, i magiari contro la Serbia e gli Azzurri contro la Croazia di Rudic, sfida che li vede prevalere per 9-8 dopo aver condotto per 3-1 all’intervallo ed 8-4 alla fine del terzo parziale, contenendo poi il ritorno croato nel quarto tempo e quindi andarsi a giocare l’oro contro la Serbia in una Finale che l’Italia si aggiudica per 8-7 ai supplementari per il suo primo trionfo in una grande Manifestazione internazionale a 16 anni di distanza dall’europeo di Vienna ’95.

Ma l’ultima parola spetta a Rudic, ed occasione migliore non può esservi che la Finale delle Olimpiadi di Londra ’12, dove l’Italia va alla ricerca della sua quarta medaglia d’oro nella Storia dei Giochi ed il 64enne allenatore slavo del suo quarto trionfo personale.

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Rudic dà istruzioni nella finale di Londra ’12 – da gettyimages.co.uk

E, dopo, che gli azzurri hanno superato per 11-9 l’Ungheria ai Quarti e si trovano da soli a fronteggiare in semifinale le tre formazioni slave, avendo nuovamente la meglio sulla Serbia, sconfitta per 9-7, il 12 agosto ’12 si svolge la sfida più attesa, contro la Croazia che, a propria volta, ha superato per 7-5 il Montenegro.

L’Italia parte bene, chiudendo in vantaggio 2-1 la prima frazione, per poi subire il ritorno dei croati che iniziano il quarto tempo in vantaggio di due reti (5-3) e riescono a ribattere ad ogni tentativo di rimonta degli Azzurri per il definitivo 8-6 che fa di Rudic l’allenatore più vincente della Storia della Pallanuoto.

Per fare solo un esempio, l’Italia vanta 9 titoli, equamente ripartiti tra Olimpici, Mondiali ed Europei, in tutta la propria storia, mentre Ratko, a far tempo dal 1984, anno in cui ha iniziato ad allenare, ha messo in Bacheca quattro medaglie d’oro olimpiche (1984, ’88, ’92 e ’12), tre mondiali (1986, ’94 e ’07) e tre europee (1993, ’95 e ’10).

E, considerato che quattro successi (un’Olimpiade, un Mondiale e due Europei…) vedono Italia e Rudic uniti nel trionfo, possiamo ben perdonargli lo “sgarbo” di Londra 2012, o no?

 

IL PRIMO ORO OLIMPICO DELLA JUGOSLAVIA DI PALLANUOTO AI GIOCHI DI MESSICO 1968

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La Jugoslavia oro olimpico a Messico ’68 – da waterpololegends.com

Articolo di Giovanni Manenti

Dalla ripresa dell’attività olimpica dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, la medaglia d’oro nella Pallanuoto – maschile, ovviamente, in quanto il Torneo femminile vede il proprio debutto solo nell’edizione di fine secolo di Sydney 2000 – vede indiscusse protagoniste sino agli anni ’80 le cosiddette “Fantastiche Quattro”, vale a dire Italia, Jugoslavia, Urss ed Ungheria.

Addirittura, in quattro edizioni consecutive – da Melbourne ’56 e sino a Città del Messico ’68 – esse non lasciano spazio a nessun altra Nazione, occupando i primi quattro posti della rassegna a cinque cerchi, pur con un predominio ungherese, oro nel 1952, ’56 e ’64, nel mentre l’Italia era salita sul gradino più alto del podio sia nel 1948 a Londra che a Roma nel 1960.

A cercare di contrastare lo strapotere magiaro in piscina, sta da diverso tempo provando la Jugoslavia, patria di talenti assoluti nella storia di questo sport, la quale, dopo gli argenti olimpici di Helsinki ’52 e Melbourne ’56, giunge ad un soffio dal compiere l’impresa ai Giochi di Tokyo ’64.

Alle Olimpiadi nipponiche, difatti, con un regolamento alquanto opinabile che non prevede incontri ad eliminazione diretta, ma semplicemente gironi all’italiana, le solite quattro protagoniste si qualificano per la Fase finale, portandosi però dietro il risultato ottenuto nel turno preliminare, in cui Ungheria ed Jugoslavia si erano affrontate concludendo la gara in parità sul 4-4 con i magiari a realizzare il punto del pareggio a 26” dalla fine.

Divengono quindi fondamentali gli esiti delle sfide contro Italia ed Unione Sovietica, con quest’ultima a presentarsi con 2 punti in virtù del 2-0 ottenuto contro l’Italia, ma la superiorità di Jugoslavia ed Ungheria è sin troppo evidente e, con entrambe ad avere la meglio su azzurri e sovietici, per l’assegnazione della medaglia d’oro la discriminante è la differenza reti che premia una volta di più i magiari (12-7 rispetto all’8-5 degli slavi), affinché la loro stella Dezso Guarmati si possa mettere al collo la quinta medaglia olimpica della sua carriera e la terza d’oro.

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L’ungherese Dezso Gyarmati – da hungarian.cri.cn

Una “ventata di speranza” in casa jugoslava giunge dall’esito dei Campionati europei di Utrecht ’66 dove l’Ungheria, ancorché Campione in carica, abdica venendo superata proprio dagli slavi per 3-2 nel secondo turno eliminatorio che la estromette dal Girone finale a quattro, pur se lo stesso viene vinto dall’Unione Sovietica, al suo primo titolo continentale.

Non vi sono, peraltro, eccessivi dubbi sul fatto che anche due anni dopo, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico, i favori del pronostico non possano scostarsi dalle solite “quattro sorelle, ancorché il movimento registri sensibili progressi, in special modo negli Stati Uniti e, per quanto riguarda il Vecchio Continente, nella Germania Est, non a caso giunta seconda ai citati Europei di Utrecht.

Con anche la partecipazione allargata a ben 16 formazioni – che poi divengono 15 per la rinuncia dell’Australia – la Jugoslavia viene inserita nel Gruppo B assieme ad Italia, Germania Est ed Olanda come principali avversarie, con una formula modificata che prevede un girone all’italiana piuttosto massacrante, dovendosi disputare 7 incontri ed al termine del quale le sole prime due si qualificano per le semifinali incrociate contro le omologhe del Gruppo A, dove la superiorità di Ungheria ed Unione Sovietica è talmente evidente da far loro tutte le sfide contro le altre pretendenti ad un posto per le medaglie, con i magiari ad aggiudicarsi la prima posizione in virtù del successo per 6-5 nello scontro diretto.

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Eraldo Pizzo – da wikipedia.org

Ben più equilibrato è il Gruppo B, in cui a far la parte del leone è il “Settebello” azzurro, trascinato da un Eraldo Pizzo in condizioni smaglianti tanto da mettere a segno ben 23 reti, con un “poker” a testa rifilato sia alla Jugoslavia che alla Germania Orientale nelle due sfide concluse con l’identico punteggio di 5-4 a nostro favore, nel mentre lo scontro diretto tra slavi e tedeschi si conclude sul 4-4, ragion per cui la sola differenza reti, stavolta favorevole a Marovic & C. (+47 rispetto al +44 dell’ex Ddr), consente loro l’accesso alle semifinali.

Semifinali che hanno luogo il 24 ottobre 1968 e le prime due squadre a scendere in acqua nella “Alberca Olimpica Francisco Marquez” di Città del Messico sono proprio Ungheria ed Jugoslavia e stavolta, trattandosi di gara ad eliminazione diretta, non vi sono calcoli o conteggi vari da fare, occorre semplicemente segnare una rete in più degli avversari.

La Jugoslavia fa affidamento sulla potenza e precisione del proprio attacco, autore di ben 65 reti nel Girone eliminatorio – con Zoran Jankovic sugli scudi con 18 centri, seguito da Mirko Sandic e Miroslav Poljak a quota 13 e 12 rispettivamente – nonché sull’affiatamento di un gruppo proveniente da due soli Club, il Partizan Belgrado ed il Mladost Zagabria, nel mentre l’Ungheria può vantare una maggiore esperienza, visto che il 34enne Mihaly Mayer è addirittura alla sua quarta partecipazione olimpica, così come si presentano per la terza volta alla ribalta a cinque cerchi Zoltan Domotor, Laszlo Felkai ed Janos Konrad, con quest’ultimo ad avere come compagno di squadra il fratello minore Ferenc, viceversa al suo primo appuntamento ai Giochi.

Un’età media più giovane risulta determinante, a questo stadio della competizione, e la difesa magiara non riesce ad arginare gli attacchi jugoslavi, nonostante in attacco Felkai ed il più giovane dei Konrad confermino le qualità realizzative messe in mostra nel Girone di qualificazione (con 15 e 9 centri, rispettivamente …), andando entrambi due volte a segno, imitati da Laszlo Sarosi, , ma è ancora Jankovic a fare la differenza, con la sua personale tripletta, cui si unisce la doppietta di un giovane talento, il 22enne Uros Marovic, di cui sentiremo molto parlare in seguito, e gli acuti di Poljak, Sandic e Dorde Perisic a certificare l’8-6 conclusivo che spiana le porte della Finale alla Jugoslavia, che, soprattutto, si toglie dalle spalle “l’incubo Ungheria” che per troppo tempo l’ha perseguitata.

Le rosee speranze nate nell’ambiente azzurro dopo lo scintillante girone eliminatorio svaniscono d’incanto di fronte ai neocampioni d’Europa sovietici, i quali si confermano degni pretendenti anche al titolo olimpico superando l’Italia con un netto 8-5 – in cui anche Pizzo, pur autore di una tripletta, può far ben poco per rovesciare le sorti dell’incontro – per dar così vita ad una Finale che ribalta quanto emerso nel turno preliminare, con le seconde ad aver avuto la meglio sulle prime dei due raggruppamenti, a dimostrazione, una volta di più, del complessivo equilibrio che regna tra queste “Quattro Grandi” della Pallanuoto mondiale, dove basta un episodio a modificare in un attimo le presunte gerarchie.

E, con Italia ed Ungheria a vedersela per il bronzo, coi magiari ad imporsi nettamente per 9-4 e Pizzo a “consolarsi” con un’altra tripletta che lo consacra “top scorer” del Torneo con 29 reti al proprio conto, finalmente, a 40 anni di distanza dall’ultima volta che sul più alto pennone olimpico non è stata issata una bandiera biancorossa e verde (fosse la stessa italiana od ungherese), l’albo d’oro dei Giochi potrà vedere iscritto il nome di un Paese diverso.

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Mirko Sandic – da sport.blic.rs

Ma sul fatto che la successione al trono magiaro non sia un fatto così scontato lo dimostra l’andamento di una sfida senza esclusione di colpi, in cui gli attacchi hanno nettamente la meglio nei confronti delle rispettive difese e che gli jugoslavi, guidati dall’esperto Mirko Sandic – l’unico del gruppo ad essere alla sua terza partecipazione olimpica – ed autore di 3 reti, ritengono di aver già fatto loro allorché si trovano in vantaggio per 11-9 a poco più di mezzo minuto dalla fine del quarto parziale, solo per vedersi raggiungere da una doppietta di Aleksej Barkalov con cui il 22enne di origini ucraine, nel suo indiscutibile “Giorno dei Giorni” porta a 7 il numero delle sue personali realizzazioni, facendo sì che l’incontro si prolunghi ai supplementari.

Si potrebbe credere che una mazzata del genere abbia inciso come un macigno sul morale della compagine jugoslava, ma anch’essa ha un “asso nella manica” da giocare, sotto forma del già ricordato Marovic, 22enne pure lui, che si incarica di riportare avanti i suoi con il punto del nuovo vantaggio – e quinto personale – per la più importante delle 198 reti messe a segno nei 203 incontri disputati con la propria Nazionale e consegnare alla Jugoslavia un Oro da tanto, troppo tempo atteso e senza alcun dubbio pienamente meritato, poi suggellato dalla rete di Sandic per il definitivo 13-11 che toglie ogni residua speranza ai sovietici.

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I Campioni olimpici ricevuti da Tito – da waterpololegends.com

Per l’Unione Sovietica vi saranno altre opportunità di riscatto, con le vittorie conseguite ai Giochi di Monaco ’72 e di Mosca ’80, mentre la Jugoslavia torna sul trono olimpico a Los Angeles ’84 ed a Seul ’88, prima che la disgregazione post ’92 faccia sì che da una sola formazione ne nascano ben tre (Serbia, Croazia e Montenegro) tutte altamente competitive – basti, al riguardo, vedere la Classifica dei recenti Giochi di Rio de Janeiro ’16, con Serbia oro, Croazia argento e Montenegro quarto sconfitto dall’Italia per il bronzo – a testimonianza di quali enormi potenzialità si nascondessero dietro al movimento pallanotistico dell’ex paese governato dal Maresciallo Tito…

 

MANUEL ESTIARTE, E QUELLE LACRIME PER L’ORO OLIMPICO A 35 ANNI

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Manuel Estiarte – da ispania.gr

articolo di Giovani Manenti 

La Spagna, terra di corride e toreri, è Paese che si esalta negli sport di squadra, elevando a rango di semidei i fuoriclasse del “Futbol” o del “Baloncesto” (Pallacanestro, per chi non avesse capito …), ma in cui ben pochi atleti hanno avuto il risalto e la risonanza mediatica di colui che è stato definito “il Maradona della Pallanuoto” o, se preferite “il Mago delle piscine“.

Manuel Estiarte, perché è di lui che stiamo parlando, nasce a fine ottobre 1961 a Manresa, comune della Catalogna che conta circa 75mila anime, e si dedica alla pallanuoto sin dall’età di 14 anni con la squadra del “Club Natacion Manresa”, mettendo in mostra le proprie eccellenti qualità, tanto da entrare nella più ambita Società per ogni catalano che si rispetti, vale a dire la polisportiva del Barcellona.

Con la sezione nuoto e pallanuoto del prestigioso club azulgrana, Estiarte riesce ad esordire in Nazionale già all’età di 17 anni, ottenendo la prima delle sue sei convocazioni olimpiche – record tuttora ineguagliato da qualsiasi altro praticante tale disciplina – per i Giochi di Mosca ’80.

Olimpiadi dimezzate per il boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma il torneo di pallanuoto non ne risente, essendo presenti le quattro “storiche” dominatrici della specialità, vale a dire, Urss, Ungheria, Italia ed Jugoslavia, nel mentre la Spagna è reduce dall’11.mo posto alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 e dal decimo dell’edizione di Monaco ’72, mentre quattro anni prima non era riuscita a qualificarsi per i Giochi di Montreal ’76.

Inserita nel Gruppo B assieme ad Unione Sovietica, Italia e Svezia, la formazione iberica debutta con un convincente successo per 7-3 sugli scandinavi, la cui differenza la fa proprio Estiarte mettendo a segno 4 reti, facendo sì che gli addetti ai lavori inizino ad accorgersi di questo talento puro a dispetto di un fisico non propriamente “tagliato” per le dure lotte in piscina.

La successiva sconfitta di misura (3-4) contro i padroni di casa, serve a galvanizzare ancor più gli spagnoli in vista del terzo e decisivo match per il superamento del turno contro gli azzurri, incapaci di andare oltre il pari contro la Svezia, e quel 22 luglio 1980 è la prima volta che il nome del fuoriclasse catalano inizia a risuonare nelle orecchie dei tecnici del Bel Paese.

E’ difatti Estiarte, con una personale doppietta, a sancire la debacle per i vice campioni olimpici di Montreal ‘76 per il 5-4 che manda gli iberici per la prima volta a competere per il Girone finale che assegna le medaglie, ben sapendo che difficilmente il podio potrà sfuggire al trio di favorite composto da Ungheria, Urss ed Jugoslavia.

E così è, in effetti, ma la Spagna si fa onore ed, a parte una pesante sconfitta per 2-6 contro i padroni di casa, supera 6-5 l’Olanda e viene sconfitta di misura sia dall’Ungheria (5-6) che dalla Jugoslavia (6-7), tutte gare in cui Estiarte mette a segno una tripletta, per poi esaltarsi nella conclusiva partita contro Cuba, vinta dalla formazione iberica per un 9-7 che le consegna il quarto posto finale ed al talento catalano, che per l’occasione va 5 volte a segno, la palma di capocannoniere del Torneo grazie alle 21 reti realizzate.

Di questo ragazzino incominciano un po’ tutti ad accorgersi ed a domandarsi soprattutto come possa emergere – lui, che madre natura ha dotato di un fisico di m.1,78 per 63kg. – in uno sport notoriamente praticato da atleti alti 190cm. e di 90 chili di peso, ma Manuel dimostra, una volta di più, che la grandezza di un atleta non sta nella sua corporatura quanto nel cuore e nella testa, organi che in Estiarte funzionano a meraviglia, chiaramente uniti ad un talento fuori dall’ordinario.

Con un attaccante di così straordinarie percentuali realizzative, piovono allori anche a livello di Club, con il Barcellona a laurearsi per quattro anni consecutivi (dal 1980 al 1983) Campione di Spagna, cui unisce il trionfo nella Coppa dei Campioni 1982, successo conseguito al termine di una drammatica sfida contro i tedeschi dello Spandau nell’ultima gara dei girone finale a quattro, conclusa sul 12-11 per i catalani.

Ma, per Estiarte, vi è un altro appuntamento su cui concentrarsi, vale a dire le Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove le possibilità di andare a medaglia sono ben più concrete, vista l’assenza – dato il contro boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico – di Urss ed Ungheria, pur se Italia ed Jugoslavia sono della partita e, soprattutto, andava verificata la crescita di squadre quali la Germania Ovest e gli Usa padroni di casa.

Dall’alto dei suoi 22 anni, Estiarte non è più la “mascotte” iberica, con cinque giocatori più giovani di lui nella rosa scelta per i Giochi, e, di contro, ha maturato una più che sufficiente esperienza in campo internazionale per confermarsi ai livelli di quattro anni prima, per cui non sorprende che, all’esordio nella competizioni, infili ben 9 palloni alle spalle del malcapitato portiere carioca nel successo per 19-12 della Spagna sul Brasile, così come altri 6 deve subirne l’estremo difensore greco allorché la formazione ellenica deve anch’essa inchinarsi per 12-9 alla superiorità nel derby mediterraneo.

Il terzo match del girone eliminatorio, contro i padroni di casa – decisivo in quanto il risultato viene acquisito nel successivo girone finale a sei per l’assegnazione delle medaglie – vede però la Spagna sconfitta 8-10 dagli Stati Uniti, nonostante Estiarte contribuisca ancora, come di consueto, con metà del bottino di reti, il che costituisce una “partenza ad handicap” nella lotta al podio, dalla quale è clamorosamente esclusa l’Italia, affogata in un’imbarazzante sconfitta per 4-10 contro la Germania Occidentale.

Tedeschi che sono i primi avversari degli spagnoli nel girone per l’oro e la sfida si risolve in parità (8-8), con Estiarte nuovamente a realizzare la metà delle reti, exploit che ripete nella vittoria per 8-4 sull’Olanda prima del naufragio (8-14) contro la corazzata jugoslava, così che, prima dell’ultimo turno, Germania e Spagna sono appaiate al terzo punto con 3 punti a testa, mentre Usa ed Jugoslavia vanno ad affrontarsi per la gara che decide l’assegnazione della medaglia d’oro.

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Estiarte ai Giochi ’84 – da gettyimages.it

Con una differenza reti sfavorevole (+2 per i tedeschi, -4 per gli iberici), per la Spagna il bronzo è una chimera e così è infatti, tanto più che la demotivata Olanda offre ben poca resistenza agli attacchi tedeschi, soccombendo per 15-2, nel mentre la ben più ostica Australia impone il pari (10-10) agli iberici e per Estiarte, autore anche stavolta di 5 reti, ben magra consolazione è il confermarsi Capocannoniere del torneo, sia pur con la stratosferica quota di ben 34 centri, una media di quasi 5 per partita.

Con la delusione di due “medaglie di legno” consecutive, per Estiarte è necessario cercare nuovi stimoli e l’occasione giusta gliela offre l’Italia, approdando a Pescara, di cui indossa la calottina in due distinti periodi, dal 1985 al 1989 e quindi, dopo due anni al Savona ed il ritorno per una stagione in patria, dal 1992 al 1999, per poi concludere l’attività agonistica ancora in Spagna, nel Club Nataciò Atletic-Barceloneta.

Anche nel Bel Paese, Manuel non perde il vizio di conquistare titoli e trofei, con 4 Campionati italiani (tre a Pescara, nel 1987, ’97 e ’98 ed uno a Savona nel ’91), 5 Coppe Italia (3 con il Pescara, nel 1986, ’89 e ’98 e due nel biennio 1990-’91 vissuto a Savona), nel mentre a livello internazionale si aggiudica una seconda Coppa dei Campioni portando Pescara sul tetto d’Europa nell’edizione ’88, in cui sono ancora i tedeschi dello Spandau a dover soccombere, in virtù della sconfitta per 12-10 patita in Abruzzo, vantaggio difeso con le unghie e con i denti al ritorno in Germania, concluso sul 9-9.

Più amara l’esperienza delle Olimpiadi “a ranghi compatti” di Seul ’88, dove peraltro la nuova formula, con le 12 squadre raggruppate in due gironi di 6 che qualificano le sole prime due alle semifinali, è alquanto penalizzante e la Spagna sfiora l’impresa – inserita in un “girone di ferro” assieme ad Usa, Ungheria ed Jugoslavia – piazzandosi terza con 7 punti ad una sola lunghezza da Stati Uniti (sconfitti 9-7) ed Jugoslavia (da cui viene battuta 8-10), complice il pari per 6-6 contro l’Ungheria, nonostante il consueto, fattivo apporto di reti del “nostro” con 19 centri all’attivo, cui somma i 3 rifilati all’Italia nel successo per 11-9 che vale la “finalina” per il quinto posto, peraltro persa 7-8 contro l’Australia anche se le 5 realizzazioni consacrano Estiarte Capocannoniere della competizione per la terza edizione consecutiva.

Avvicinandosi al compimento dei 30 anni, Estiarte prende la decisione di tornare in patria accasandosi nell’estate ’91 al Club Nataciò Catalunya per potersi preparare al meglio per l’appuntamento al quale non intende rinunciare, vale a dire la sua quarta Olimpiade consecutiva che si svolge proprio nella sua terra, la Catalogna, compito che assolve nel migliore dei modi, visto che, con lui in squadra, la compagine di Barcellona registra l’accoppiata Scudetto/Coppa di Spagna.

Gli stravolgimenti politici in corso in Europa, fanno sì che la Jugoslavia – come avrete notato, classica “bestia nera” degli iberici – non partecipi alla rassegna a cinque cerchi per la guerra civile in atto nel Paese, così come la disgregazione dell’impero sovietico fa sì che l’Urss sia presente come “Comunità degli Stati indipendenti” pur se, al di là della denominazione, resta sempre una compagine di spessore.

Con la formula che ricalca quella della precedente edizione, la Spagna è inserita nel Gruppo B assieme ad Italia ed Ungheria e gli scontri diretti tra queste tre formazioni determinano la relativa classifica, con l’Italia a pareggiare 7-7 coi magiari, viceversa sconfitti 8-5 (3 reti di Estiarte) dagli iberici, i quali affrontano gli azzurri nel match decisivo per il primo posto, concluso in parità (9-9, con 4 centri del fenomeno catalano), il che sta a significare che, nelle semifinali incrociate, all’Italia tocca l’ex Urss ed alla Spagna gli Stati Uniti.

Gli azzurri rovesciano il pronostico superando 9-8 gli ex sovietici, mentre gli iberici regolano 8-6 gli Stati Uniti e così, con la consapevolezza di aver comunque conquistato la prima medaglia olimpica nella storia dei Giochi per il proprio Paese, si preparano alla sfida per l’oro in programma il 9 agosto ’92, alla presenza dei reali di Spagna, forse la Finale che Estiarte meno avrebbe voluto disputare, facendo parte del “settebello” alcuni dei suoi compagni di squadra a Pescara e Savona.

L’emozione dell’evento ed una maggiore esperienza degli azzurri fanno sì che dopo i primi due tempi l’Italia sia avanti 4-2 nel punteggio, per poi toccare ad Estiarte – l’unico dei suoi ad aver superato la soglia dei 30 anni – suonare la carica e riportare gli iberici in partita dopo che il “settebello” era scappato via sul 6-3 in proprio favore, così che le due squadre concludono in parità i tempi regolamentari sul 7-7, con 3 reti di Massimiliano Ferretti per gli azzurri, imitato da Pedro Garcia tra gli iberici, con Estiarte fermo a quota due.

Si rendono necessari i tempi supplementari, ed a 42” dal termine del secondo l’arbitro concede un rigore a favore dei padroni di casa che vedono così concretizzarsi la possibilità di passare per la prima volta in vantaggio nel corso dell’incontro, e chi se non ad Estiarte tocca raccogliere quel pallone peso come un macigno e scaraventarlo alle spalle dell’ex compagno di squadra a Pescara, Francesco Attolico.

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Una fase della finale Italia-Spagna a Barcellona ’92 – da gorskipark.wordpress.com

Gioia effimera e di breve durata, poiché a 20” dal termine Ferretti centra il suo personalissimo “poker”, con la sfida che diventa epica, protraendosi per altri quattro parziali prima che tocchi a Nando Gandolfi siglare il punto del decisivo 9-8 che riporta l’Italia sul gradino più alto di un podio olimpico a 32 anni di distanza dall’oro di Roma ’60, mentre per Estiarte non può assolutamente essere di consolazione la quarta corona consecutiva di miglior marcatore del torneo, pur se stavolta divisa, con 22 reti a testa, con l’ungherese Tibor Benedik.

Nel vedere il lato positivo della delusione olimpica di Barcellona, c’è la constatazione della crescita esponenziale del movimento pallanotistico iberico che, trascinato da Estiarte, aveva già conquistato l’argento ai Mondiali di Perth ’91, sconfitto in Finale per 8-7, tanto per cambiare dalla Jugoslavia, mentre agli Europei di Sheffield ’93 la Spagna è bronzo dopo aver patito una nuova sconfitta di misura (9-10) contro l’Italia in semifinale e nonostante le 29 reti di un Estiarte ancora una volta miglior realizzatore, azzurri che impediscono agli iberici il trionfo ai Mondiali di Roma ’94, stavolta con poche recriminazioni, visto che la Finale per l’oro si conclude con una netta affermazione italiana per 9-5.

Ad Estiarte resta una sola ultima chance, a 34 anni compiuti, per fregiarsi del titolo olimpico, vale a dire i Giochi di Atlanta ’96, dove i grandi favoriti sono l’Italia – che in tre anni ha inanellato l’oro olimpico, europeo e mondiale – le solite Russia ed Ungheria ed i padroni di casa degli Stati Uniti, nel mentre la disgregazione slava porta due squadre a competere, la ancora denominata Jugoslavia (in pratica, si tratta di Serbia e Montenegro) e la Croazia.

Con il campo delle partecipanti così allargato, migliora anche la formula, con le 12 squadre racchiuse in due Gruppi di 6 che qualificano le prime 4 ai Quarti di finale con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze), il che consente alla Spagna di restare in corsa nonostante un avvio con il “freno a mano tirato”, visto che si piazza solo terza nel primo girone, pena due sconfitte contro Jugoslavia (7-9) ed Ungheria (8-9), ma davanti alla Russia, mentre nell’altro raggruppamento l’Italia tiene fede al proprio compito di favorita con tutte vittorie, precedendo Usa e Croazia.

Gli abbinamenti incrociati vedono la Spagna affrontare i padroni di casa, e le 2 reti di Estiarte risultano decisive nel 5-4 che porta ancora una volta gli iberici in semifinale, dove ad attenderli vi è l’Ungheria che non ha avuto difficoltà alcuna a far suo il match contro la Grecia, nel mentre l’Italia continua il suo cammino immune da sconfitte con l’11-9 che esclude la Russia dalla zona medaglie ed il derby slavo vede imporsi la Croazia per 8-6 su quel che resta della Jugoslavia.

E che, per la quarta volta nel giro di cinque anni, le strade di Spagna ed Italia possano incrociarsi di nuovo sembra un’ipotesi da non scartare, ma stavolta a metterci lo zampino è la Croazia, che sgambetta gli azzurri per 7-6, così come con lo stesso punteggio la Spagna supera l’Ungheria per la sua seconda Finale olimpica consecutiva, e stavolta senza l’apporto realizzativo del suo leader, a dimostrazione di quanto detto prima circa la crescita complessiva del movimento.

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Estiarte oro ad Atlanta

Un Estiarte che, però, ha riservato le sue carte migliori per l’appuntamento clou della propria carriera, il raggiungimento di quel sogno cullato sin da quando, 21 anni prima, è sceso in acqua, e cioè l’oro olimpico che, grazie anche all’apporto dei propri compagni non può proprio lasciarsi stavolta sfuggire, e le sue 3 reti messe a segno scaricando tutta la rabbia e la tensione agonistica per le precedenti occasioni perse rappresentano la gloria, il culmine e la giusta ricompensa per tutti i sacrifici compiuti in oltre un ventennio di duri allenamenti per poter competere con avversari più forti fisicamente di lui.

E nelle sue parole a gara conclusa è racchiusa tutta l’essenza di quegli attimi assaporati e tanto a lungo attesi, quando, con gli iberici avanti per 7-5 … “avevo sognato questo momento per tutta la vita, negli ultimi 10” della Finale avevo in mano la palla che stava decretando l’oro per la Spagna, ho dovuto attendere ben cinque Olimpiadi, ma alla fine l’ho raggiunto …!!”.

Liberatosi dell’ansia da oro olimpico, Estiarte trascina i suoi anche al trionfo mondiale nella rassegna iridata di Pert6h ’98, dove si toglie la soddisfazione di avere la meglio in semifinale sulla Jugoslavia per 5-3 e nella sfida conclusiva per 6-4 sull’Ungheria, venendo altresì premiato come “Miglior Giocatore del Torneo, per poi dare l’addio all’attività prendendo parte alla sua sesta Olimpiade, record che in patria divide con il cavaliere Luis Alvarez de Cervera, sfiorando ancora una medaglia, sconfitto 7-8 in semifinale dalla Russia per poi soccombere più nettamente (3-8) nella Finale per il bronzo di fronte alla Serbia, contro cui mette a segno le due ultime delle sue 127 reti realizzate ai Giochi olimpici.

In 23 anni di militanza nella Nazionale iberica, Estiarte ha disputato qualcosa come 580 partite nelle quali ha realizzato la sbalorditiva cifra di ben 1.561 reti, il che lo ha portato ad essere votato per sette stagioni consecutive – dal 1986 al 1992 – come “Miglior giocatore di pallanuoto del Mondo” e, per i suoi contributi in ambito agonistico, gli è stato conferito, nel dicembre ’96 dopo la conquista dell’oro olimpico, il titolo di “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale del Merito Sportivo”, la più alta onorificenza spagnola.

Fosse stato anche di sangue nobile, il buon Manuel l’avrebbero fatto Re, oltre che delle piscine, si intende…

 

GIANNI DE MAGISTRIS, IL “GIGI RIVA” DELLA PALLANUOTO AZZURRA

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Gianni De Magistris – da wpdworld.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di “Cannonieri”, al giorno d’oggi, il pensiero va immediatamente ai due fenomeni che da qualche anno stanno deliziando le platee di Spagna con i rispettivi Club di Barcellona e Real Madrid, vale a dire Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, i quali, oltre a dividersi i titoli di “Miglior Marcatore della Liga”, hanno entrambi già superato quota 600 reti in carriera.

Orbene, pensate per un attimo a fondere i due fuoriclasse in unico giocatore da oltre mille goal ed avrete il personaggio di cui quest’oggi ci occupiamo – ovviamente non parliamo di Calcio, bensì di un altro Sport, vale a dire la Pallanuoto – ed il signore in questione altri non è che il fiorentino purosangue Gianni De Magistris.

Nato nella città culla del Rinascimento il 3 dicembre 1950, De Magistris è un rarissimo esempio sia di longevità agonistica – avendo praticato la Pallanuoto ai massimi livelli per oltre 20 anni, periodo in cui partecipa a ben cinque Olimpiadi ed alle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali – che di rendimento, potendo vantare lo straordinario record di essersi aggiudicato per 16 volte la Classifica di Capocannoniere del Campionato di Serie A, dal 1969 al 1985 …!!

Un’impresa che ha un “buco” relativo al 1974, allorquando, per soddisfare agli obblighi di leva, De Magistris lascia la Rari Nantes Florentia per scendere in acqua con le Fiamme Oro Roma, che disputano il Campionato di Serie B, stagione in cui segna “qualcosa” come 122 reti (!!) ed anche se la categoria è inferiore, si può ben comprendere come possa essergli riconosciuto “ad honorem” il titolo di “Cannoniere principe” anche per quell’anno, visto che nella massima divisione non si va oltre le 40 reti per far propria tale classifica.

La Rari Nantes Florentia, dicevamo, storica ultracentenaria Società di Nuoto e Pallanuoto del capoluogo toscano, fondata nel 1904 e che aveva conosciuto il suo periodo di gloria nell’era pionieristica di tale disciplina, con la conquista di cinque Scudetti in sei anni, dal 1933 al 1938, cui seguono i titoli nel 1940 e ’48, prima che le formazioni liguri – Camogli e quindi Pro Recco del “caimano” Eraldo Pizzo – la facessero da padrone, con la sola Canottieri Napoli di Fritz Dennerlein (da giocatore prima, e tecnico successivamente) a cercare di ostacolarne lo strapotere.

Ma la Florentia – che nella Pallanuoto sta alle compagini liguri e campane come il Cagliari di Gigi Riva stava, nel calcio, alla Juventus ed alle due milanesi – ha a disposizione una carta da giocare che le altre manco se la sognano, il nostro De Magistris che, grazie alle sue reti, trascina la gloriosa Rari Nantes di nuovo ai vertici nazionali, con la conquista dello Scudetto nel 1976, a 28 anni di distanza dall’ultimo trionfo, vinto grazie a 20 vittorie e due sole sconfitte ed un solo punto di vantaggio (40 a 39) sulla Pro Recco.

Una Florentia che nel 1970 rischia addirittura di retrocedere, classificandosi al penultimo posto con 11 punti, due soli in più della nobile decaduta Camogli e che si sta progressivamente avvicinando ai vertici nazionali con il quarto posto ottenuto sia nel 1973 che nel ’75 – per quanto ovvio, l’assenza di De Magistris nel ’74, come ricordato, fa precipitare la squadra al settimo posto – ma è fuor di dubbio che la conquista del titolo è una sorpresa per gli stessi tifosi, giocatori e dirigenti fiorentini.

Un successo che porta a tinte forti la firma di De Magistris, in quanto, al suo ritorno da Roma, gli viene assegnata la veste di Allenatore/giocatore, il che, in pratica, voleva dire che faceva quasi tutto lui, essendo, ovviamente, anche il Capitano di quel “settebello” composto da soli fiorentini (così come, del resto, anche i giocatori della Pro Recco erano tutti del posto …), in un’epoca in cui di stranieri neanche a parlarne, e costruito con una serie di 10 vittorie consecutive nel girone di andata dopo la sconfitta per 1-3 alla prima giornata proprio a Recco.

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De Magistris al tiro – da gonews.it

E, poiché i liguri avevano nel girone ascendente pareggiato contro la Canottieri Napoli, per logica conseguenza alla prima di ritorno, la Rari Nantes ha l’occasione, ospitando la Pro Recco alla Piscina “Costoli (intitolata al nuotatore e pallanotista fiorentino, nonché successivo Dirigente federale Paolo Costoli, tragicamente scomparso nel 1966 nella tragedia aerea di Brema), di operare il sorpasso in Classifica, cosa che accade imponendosi per 7-5 davanti a tribune gremite in ogni ordine di posti, con quasi 8mila persone a tifare per la squadra della loro città, compresi anche molti giocatori della squadra di calcio della Fiorentina, tra cui un giovane 22enne Giancarlo Antognoni.

L’aver riportato il titolo a Firenze – grazie anche alla concomitante sconfitta della Pro Recco a Napoli alla penultima giornata, in cui anche la Florentia incappa nel suo secondo stop stagionale a Civitavecchia – genera inusitate scene di giubilo in città, cosa che non potrebbe verificarsi al giorno d’oggi, peraltro ben meritate, visto che, a torneo concluso, la Rari Nantes realizza l’accoppiata aggiudicandosi anche la Coppa Italia per l’unica volta nella sua storia, superando in Finale a Roma la Canottieri Napoli.

Un successo che non resta fine a se stesso, in quanto dopo altri buoni piazzamenti – terza in Classifica nel 1977 e ’78 e seconda nel ’79 a tre punti di distacco dalla Canottieri Napoli, in un quadriennio in cui i primi tre posti in Campionato sono appannaggio esclusivo delle tre “super potenze” Pro Recco, Florentia e Canottieri Napoli, appunto – De Magistris riesce a bissare l’impresa del ’76 riportando la Rari Nantes per l’ultima, sino ad ora, volta ai vertici nazionali nel 1980, curiosamente anno olimpico come il precedente.

E’ un Campionato in cui le storiche avversarie accusano una flessione tanto da concludere la stagione rispettivamente al quarto (Pro Recco) e quinto (Canottieri Napoli) posto, ma ciò nulla toglie all’impresa della compagine fiorentina che conclude il torneo da imbattuta, collezionando solo tre pareggi a fronte di 19 vittorie, per un totale di 41 punti rispetto ai 37 della FIAT Torino, unica che ha cercato di contrastarne il passo, per quello che è altresì ad oggi l’ultimo titolo di Campione d’Italia conquistato da una Società del capoluogo toscano in uno sport di squadra.

Non abbiamo citato gli anni olimpici a caso, in quanto – così come non a caso era stato fatto il paragone con Gigi Riva ed il suo Cagliari nel Calcio – dei servigi di De Magistris intende ovviamente valersi, al pari del ricordato “Rombo di Tuono”, anche la Nazionale italiana, per la quale viene selezionato, non ancora 18enne, per i Giochi di Città del Messico ’68, per poi esserne il Capitano nelle sue quattro successive apparizioni sino a Los Angeles ’84.

E’ il periodo in cui – prima della disgregazione della ex Jugoslavia, il che ha generato tre formazioni di livello mondiale quali Serbia, Croazia e Montenegro – la pallanuoto a livello internazionale era una questione tra le “magnifiche quattro”, vale a dire l’Ungheria – “Il Brasile della piscina”, parole e musica dello stesso De Magistris – l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, contro le quali gli Azzurri danno vita a memorabili sfide tiratissime e senza esclusione di colpi.

De Magistris è la mascotte di quella formazione che si presenta in Messico con nelle proprie file i “senatoriEraldo Pizzo e Gianni Lonzi – quest’ultimo fiorentino come lui – reduci, assieme a Giancarlo Guerrini del “Settebello” che si era imposto ai Giochi di Roma ’60, ma ciò nonostante fornisce il proprio contributo a far sì che l’Italia giunga prima nel proprio raggruppamento, con 6 vittorie (tra cui il 5-4 sulla Jugoslavia) ed un pareggio, precedendo la stessa Jugoslavia, mentre nell’altro girone si impone l’Ungheria a punteggio pieno, avendo piegato 6-5 l’Unione Sovietica, per dar così vita alle classiche “semifinali incrociate”.

L’esito delle stesse, però, ribalta l’andamento dei gironi, con la Jugoslavia ad aver la meglio sugli ungheresi per 8-6 ed i sovietici a far lo stesso contro gli azzurri, imponendosi per 8-5, con l’Italia che poi soccombe per 4-9 di fronte all’Ungheria nella Finale per il Bronzo, con l’amarezza di essere stata l’unica a sconfiggere la Jugoslavia che va a prendersi l’Oro al termine di una combattutissima sfida con l’Unione Sovietica, piegata 13-11 ai supplementari.

Una comunque valida esperienza per il minorenne De Magistris, che se ne torna in Toscana con il contributo di 6 reti realizzate, non male per un esordiente, con l’intenzione di migliorarsi quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72, dove il programma prevede la suddivisione delle partecipanti in tre raggruppamenti, da cui le prime due accedono ad un girone finale a 6, portandosi dietro il risultato del girone di qualificazione, che vede l’Italia inserita nel Gruppo C assieme all’Unione Sovietica, dalla quale viene sconfitta 1-4 dopo aver chiuso sull’1-0 il primo periodo, per poi naufragare nel girone finale, con i pareggi per 6-6 contro Jugoslavia e 2-2 contro Germania Ovest e le sconfitte, ancorché di misura, contro Ungheria (7-8) e Stati Uniti (5-6) che relegano gli Azzurri al sesto ed ultimo posto, nonostante il fattivo contributo dell’attaccante fiorentino, autore di 11 reti, con l’Oro che va all’Unione Sovietica solo grazie ad una miglior differenza reti (+6 rispetto a +5) nei confronti dell’Ungheria.

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Azzurri in ritiro ad inizio anni ’70 – da waterpoloworld.com

Formula che si ripete l’anno seguente, in occasione dei primi Campionati Mondiali di Nuoto, Pallanuoto e Tuffi che si svolgono a Belgrado ’73, e l’Italia si classifica al quarto posto alle spalle dell’Ungheria, che fa suo il titolo iridato precedendo Unione Sovietica ed Jugoslavia, senza alcuna recriminazione, avendo perso tutti e tre i confronti diretti, mentre due anni dopo, ai Mondiali di Cali, la Jugoslavia si autoelimina venendo esclusa dalla fase finale del torno in quanto un suo giocatore – tale Ratko Rudic che poi guiderà la Nazionale azzurra al trionfo ai Giochi di Barcellona ’92 – viene trovato positivo al controllo antidoping, circostanza che consente all’Itala di “scalare” una posizione ed aggiudicarsi il Bronzo alle spalle di Unione Sovietica (comunque fermata sul 5-5) ed Ungheria, a causa della, diremmo “scontata”, sconfitta per 5-7 contro i magiari.

Ora, è pressoché acclarato che sui 25/26 anni un atleta è nel fior fiore della propria vigoria fisica e se si pensa che De Magistris si presenta, in veste altresì di Capitano della squadra azzurra, alle Olimpiadi di Montreal ’76 fresco del doppio successo in Campionato e Coppa Italia, è facile intuire quale sia anche la condizione mentale con cui compie il viaggio in Canada, con al seguito i compagni di squadra Umberto Panerai ed il fratello minore Riccardo.

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La squadra azzurra argento ai Giochi di Montreal ’76 – da wpdworld.com

Inserita nel raggruppamento con Jugoslavia, Cuba e l’improponibile Iran, l’Italia pareggia 6-6 con gli slavi e supera 8-6 i caraibici per approdare al Girone finale dal quale è sorprendentemente esclusa l’Unione Sovietica – eliminata da Olanda e Romania nel Gruppo B – assieme anche ad Ungheria e Germania Ovest.

Senza che stavolta valga il risultato acquisito in qualificazione, l’Italia affronta cinque sfide ad alto contenuto agonistico ed altrettanto equilibrate, visto che nessuna si conclude con uno scarto superiore ad una sola rete, e la possibilità di puntare all’Oro sfuma nell’incontro inaugurale contro l’Ungheria, che vede gli Azzurri condurre per 4-3, prima che De Magistris, autore di una delle reti, venga definitivamente estromesso dalla contesa per aver raggiunto il limite di tre espulsioni, circostanza che consente ai magiari di ribaltare il punteggio a loro favore sino al 6-5 definitivo.

Riscattatasi con il successo per 5-4 sulla Jugoslavia, l’Italia incappa in un mezzo passo falso con la Romania, la cui sfida si conclude sul 4-4, per poi superare 4-3 la Germania Ovest e quindi affrontare la sorpresa Olanda in un match che, con l’Ungheria oramai sicura dell’Oro, vale l’Argento in caso di vittoria o pareggio, od addirittura l’esclusione dal podio qualora gli azzurri venissero sconfitti.

Ed è in situazioni come queste che si vede il carisma di un capitano, con De Magistris a far la voce grossa in acqua e mettere a segno 2 delle 3 reti – delle 11 in totale realizzate nel torneo olimpico – che consentono all’Italia di pareggiare l’incontro sul 3-3 e di tornare a medaglia a 16 anni di distanza dall’Oro dei Giochi di Roma.

Pur se l’espressione non è certo delle più appropriate, trattandosi di uno sport acquatico, a De Magistris resta da togliersi un “sassolino dalla scarpa” per quell’immeritata sconfitta contro l’Ungheria che ha tolto agli Azzurri la possibilità di conquistare l’Oro olimpico, e l’occasione gli si presenta due anni dopo, ai Mondiali di Berlino ’78, in cui l’Italia, guidata dal suo Capitano, compie il proprio capolavoro.

Concluso il girone eliminatorio a pari punti con l’Urss grazie ai successi per 6-5 sull’Australia e 4-2 sul Canada ed il pareggio per 5-5 contro gli stessi sovietici – risultato, quest’ultimo, che l’Italia si porta dietro nel Girone di semifinale con Romania e Stati Uniti – gli Azzurri, dopo la netta vittoria per 7-2 contro i rumeni, rischiano il tracollo e la conseguente eliminazione dalla Poule finale a quattro per l’assegnazione delle medaglie, ritrovandosi sotto per 1-4 nel decisivo match contro gli Usa prima che proprio De Magistris, in non ottimali condizioni fisiche, tiri fuori gli acuti giusti per portare la sfida sul 4-4 conclusivo che consente all’Italia di entrare nel consueto Gotha della pallanuoto, assieme ad Jugoslavia, Ungheria ed Unione Sovietica.

E, come spesso accade alle spedizioni azzurre di qualsiasi disciplina (calcio in primis …), dallo scampato pericolo di passa al trionfo, grazie ai successi per 6-5 e 5-4 rispettivamente su Jugoslavia ed Urss e, stavolta, è sufficiente il pareggio per 4-4 contro i maestri ungheresi per assicurarsi il primo titolo iridato della storia della nostra pallanuoto, che sarà replicato 16 anni dopo ai Mondiali di Roma ’94 e, successivamente, alla rassegna iridata di Shanghai 2011.

Per De Magistris si tratta del punto più alto della sua carriera in nazionale, che lo vede ancora selezionato, a dispetto dell’età, per i “Giochi dimezzati” sia di Mosca ’80, che l’Italia conclude al settimo posto dopo essere stata esclusa dal Girone finale a sei a causa di un disastroso cammino che la vede sconfitta per 8-6 (nonostante 4 reti del suo Capitano) dall’Unione Sovietica e quindi, dopo un pareggio per 4-4 con la Svezia, soccombere per 4-5 contro la Spagna, con De Magistris a sfogare la rabbia nel girone di consolazione, in cui mette a segno ben 15 della sue 20 reti complessive nel Torneo olimpico.

Con l’ultima apparizione, quale senatore assieme ad Enzo D’Angelo della Canottieri Napoli, anche ai Giochi di Los Angeles ’84 dove, a dispetto dell’assenza delle formazioni del blocco sovietico, l’Italia si piazza nuovamente al settimo posto, eliminata per peggior differenza reti dall’Australia (contro cui pareggia per 8-8) nel girone di qualificazione vinto dalla Germania Ovest, De Magistris completa la sua esperienza nella rassegna a cinque cerchi portando a 59 il totale delle reti segnate nella manifestazione, che segna altresì il suo addio alla calottina azzurra per la quale, in 388 gare disputate, realizza qualcosa come oltre 750 reti, una media da far impallidire qualunque altro pallanuotista.

L’anno seguente, De Magistris conclude anche l’esperienza alla Florentia, solo per disputare due ultime stagioni accasandosi a Bologna in A2 ed a Camogli, per poi porre fine ad una carriera che lo ha visto realizzare 1.880 reti nelle sue 20 stagioni nella massima divisione nazionale, anche se il suo essere toscano, ed anche fiorentino in particolare, gli ha procurato non poche inimicizie a livello federale a causa della sua ben nota “lingua lunga” nel voler sempre parlar chiaro e diretto circa le – peraltro molte – cose che non gli andavano a genio nel mondo della pallanuoto e dello sport italiano principalmente.

Basta rileggere alcune sue dichiarazioni non proprio gentili quali, rispetto alla differenza tra la visibilità della sua disciplina ed il calcio: “Se un calciatore avesse segnato un decimo delle reti da me realizzate sarebbe tra i più famosi e ricchi al mondo; mi capita spesso di passeggiare per Firenze con il mio amico Antognoni, a lui vengono chiesti migliaia di autografi ed a me solo se Giancarlo mi presenta come un Campione, altrimenti …”.

Ma io non mi lamento di questo”, prosegue De Magistris, “ho vissuto con passione il mio sport anche quando ho giocato davanti a solo 200 spettatori, mi dà più fastidio il fatto di essere tenuti in considerazione, media compresi, solo in occasione dei Giochi Olimpici, dove se vinci ottieni un’orgia di titoloni ad otto colonne, mentre in caso contrario tutti a spararti addosso, compresa gente che non ti ha mai visto giocare …!!”.

Ed, ovviamente, ce n’è anche per i vertici federali ed addirittura politici: “Quando l’Italia disputò la Finale mondiale contro la Germania in Spagna, il Presidente Pertini era ben presente in tribuna d’onore, perché non prese l’aereo per venire a festeggiare il nostro titolo iridato ai Mondiali di Berlino ’78 …?? Dopotutto, noi siamo cittadini italiani al pari di Gentile e Cabrini e, tra l’altro, sapevo giocare a scopone anch’io (riferendosi alla celebre partita con Zoff, Causio e Bearzot nel viaggio di ritorno in Italia) …!!”.

Trionfo di Berlino al termine del quale De Magistris si rifiuta di festeggiare con il Presidente del CONI Carraro ed i giornalisti al seguito, asserendo: “Troppo facile salire sul carro dei vincitori senza prima aver seguito la squadra”, ed in più, a tutela di tutti gli sport minori che portano medaglie olimpiche, “io amo il calcio, ma non sopporto il contorno di enfasi attorno alle imprese dei calciatori, quando essi vincono vengono idolatrati, ma anche gli Abbagnale od il tiratore Benelli conquistano Ori ai Giochi, ma non sono nessuno per la gente comune”.

Non c’è quindi da stupirsi se a De Magistris – il più grande interprete, assieme ad Eraldo Pizzo, della pallanuoto italiana – non sia mai stato offerto un posto in Federazione, ed è lui stesso il primo a concordare su questo: “Io sono fatto così, ho pagato per aver detto certo cose che sapevo mi si sarebbero rivoltate contro, anche quando ho vissuto esperienze da allenatore e Direttore sportivo, se avessi dovuto vivere solo di pallanuoto, ora dormirei sotto un ponte, pensate che per la vittoria ai Mondiali di Berlino ’78 abbiamo ricevuto un premio a testa di 3milioni di Lire, al lordo delle tasse …”.

Ed, in ultimo, non poteva mancare una “stoccata” anche ai concittadini della sua amata Firenze: “Quando, prima dei Giochi di Pechino ’08, la torcia olimpica è passata da Firenze e dovevano essere scelte 57 persone per compiere un tragitto di 50 metri ciascuno, il Sindaco, i politici ed i dirigenti sportivi, che mi avevano sempre portato ad esempio come “Simbolo della fiorentinità”, beh, stavolta, guarda caso, si sono dimenticati di uno che di Olimpiadi ne ha disputate ben cinque …!!”

Caro, vecchio, schietto ed integerrimo campione, come si fa a non volerti bene…?

 

ERALDO PIZZO, L’ETERNO CAIMANO DELLA PALLANUOTO AZZURRA

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Eraldo Pizzo – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Nei cinque principali sport di squadra, la leadership in campo italiano, quanto a titoli nazionali conquistati, spetta, quasi di diritto, alla Juventus, che nel calcio ha fatto suoi ben 33 scudetti, tanti quanti Inter e Milan messi assieme, che la seguono a debita distanza con 18 affermazioni a testa.

Altra netta superiorità la troviamo nel basket, dove domina l’Olimpia Milano con 27 titoli, seguita dalla Virtus Bologna a quota 15 e dalla Pallacanestro Varese con 10 titoli – le tre squadre che, alla pari del calcio, possono vantare sulla propria maglia la “stella” del decimo scudetto (Milano, per quanto ovvio, ne ha due …) – mentre più serrata è la concorrenza nel rugby, dove comandano gli Amatori Milano con 18 titoli (peraltro molti dei quali relativi all’anteguerra) rispetto a Treviso con 15 e Padova e Rovigo a quota 12, così come nel volley, che vede primeggiare Modena con 12 scudetti rispetto ai 9 di Treviso ed agli 8 di Parma.

Si tratta, comunque, di città tutte capoluogo di provincia, oltre alle metropoli Milano, Bologna e Torino, che non possono essere paragonate alla realtà dominante nel quinto sport di squadra, vale a dire la pallanuoto, in cui a dominare è un comune ligure di meno di 10mila abitanti e che all’epoca dell’inizio della dinastia ne contava poco più di seimila e salito, proprio grazie a questa disciplina, alla ribalta nazionale, altrimenti limitata all’aspetto culinario che fa di Recco la “capitale gastronomica della Liguria”, in primis per la sua famosa focaccia al formaggio.

E simbolo di questa squadra, capace di aggiudicarsi ad oggi 31 titoli italiani ed 8 Coppe dei Campioni, nell’era ancora pionieristica della nostra pallanuoto, altri non è che il campione di longevità assoluta dello sport azzurro, vale a dire Eraldo Pizzo, il quale vede la luce a Teglia, una frazione del Comune di Genova, il 21 aprile del 1938 in quanto il padre, operaio specializzato alla San Giorgio, vi si era trasferito assieme alla famiglia, ma per poi fare ritorno a Recco appena due anni dopo.

Sembra impossibile pensare che in uno sport così massacrante come la pallanuoto – anche se giova ricordare che, all’epoca, si giocava molto meno che ai giorni nostri – un atleta abbia potuto prolungare la propria attività agonistica sino ad oltre 40 anni, tanto da meritarsi l’appellativo di “Caimano”, ma di questo segreto parleremo in seguito.

Giova ora ricordare, particolare che non molti sanno, che il primo approccio di Pizzo con gli sport acquatici è stato verso il nuoto, allorquando, a 16 anni, vince quattro titoli italiani Allievi sui 100, 200, 400 ed 800sl ai Campionati di Categoria svoltisi a Terni nel 1954, lui che per la prima volta si trova a nuotare in una piscina, avendolo sino ad allora fatto solo in mare.

Un’impresa che non passa inosservata ai tecnici federali, alla spasmodica ricerca di un campione da esibire a livello internazionale – sono i tempi, tanto per capirsi, di Carlo Pedersoli, Angelo Romani e Fritz Dennerlein, un nome, quest’ultimo, che si incrocerà nuovamente con Pizzo negli anni a seguire – i quali convocano il ragazzo per uno stage formativo al Centro CONI de L’Aquila per migliorarne uno stile ancora molto acerbo.

Un incubo per un 16enne abituato alla libertà del mare aperto, 5 chilometri e mezzo al giorno di allenamento con la tavoletta ed è così che una domenica, con gli altri compagni in gita sul Gran Sasso, Pizzo si dà malato, sale sul primo treno in direzione Genova e tanti saluti al nuoto per una scelta che, lui per primo, ma anche a Recco, ritengono sia stata la più saggia della sua vita.

Già, Recco, la cittadina dove il riscatto dai bombardamenti e dalla distruzione della guerra passa anche attraverso la pallanuoto, con la Società Sportiva “Pro Recco” fondata sin dal 1913 e ricostituita ad evento bellico concluso e che nel 1953 conquista il diritto a partecipare al Campionato di Serie A – peraltro acquisito anche l’anno precedente, solo che la Federazione non aveva concesso il nullaosta in quanto priva di una propria piscina – e che, appena sei anni dopo, vince il suo primo titolo italiano.

Il pioniere di quella squadra è un altro Pizzo, il fratello Piero, di quattro anni maggiore di Eraldo, il quale aveva praticato la pallanuoto negli anni della guerra e che, con il suo entusiasmo, aveva contagiato gli altri ragazzi del luogo a seguirlo, anche se “non vi è una spiegazione logica”, ammette lo stesso Pizzo, “affinché un gruppo di campioni sia nato nello stesso paese nell’arco di soli quattro anni”.

 

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Eraldo Pizzo – da:weikipedia.org

 

Sarà stato un segno di riconoscenza del destino verso gli abitanti che con tanta forza di volontà si stavano risollevando dalle macerie del conflitto mondiale, fatto sta che in quella formazione si va dai 22 anni di Angelo Maraschi ai 18 di Franco Lavoratori, passando per Pizzo, Mario Cevasco ed Eugenio Merello, solo per ricordare i più famosi, con il fratello Piero a svolgere il ruolo di allenatore e portare i suoi “sette ragazzacci” allo scudetto ’59 al cospetto delle ben più nobili ed affermate Camogli, Lazio e Canottieri Napoli.

Sono queste tre formazioni, quelle con cui la Pro Recco deve confrontarsi nella poule finale a quattro che si svolge a Trieste dal 31 luglio al 2 agosto ’59 e, dopo che i liguri ed i napoletani hanno entrambe superato Lazio e Camogli (6-5 e 6-4 per la Pro Recco, 7-5 e 5-4 per la Canottieri), la sfida del 2 agosto tra le due squadre rappresenta una sorta di “Finale Scudetto”, risolta a favore di Pizzo & Co. per 5-4, facendo sì che Recco trovasse un suo spazio in un albo d’oro nazionale.

Quanto fosse importante la valenza di quel titolo, Pizzo ed i suoi compagni se ne rendono conto durante il viaggio di ritorno, ed è lo stesso protagonista a rivelarlo, ricordando come “eravamo stati festeggiati lungo tutto il tragitto, a Bogliasco, a Sori ed, una volta giunti a Recco, vi era gente da tutta la riviera, da Nervi, dai paesini dell’entroterra, era come se fosse stata una vittoria dell’intera regione, una rivincita sugli anni difficili che ci stavamo lasciando alle spalle …”.

Si suole dire che “vincere è facile, ma ripetersi è ben più difficile”, motto che mal si addice alla compagine ligure che, dal ricordato 1959 sino al ’74, si afferma in 14 campionati su 16 disputati – uniche eccezioni il 1963 ed, a 10 anni di distanza, il ’73, in entrambi i casi con la vittoria appannaggio della Canottieri Napoli con protagonista il già citato Fritz Dennerlein, nel primo caso in veste di giocatore e nel secondo di allenatore – in cui subisce l’ultima sconfitta nel 1964 (3-4 a Napoli contro la Rari Nantes) per poi restare imbattuta nelle 8 successive stagioni (!!) sino a che è proprio la Canottieri ad interrompere una serie di 153 gare senza sconfitta che non crediamo possa avere riscontro a livello mondiale in qualsiasi altra disciplina.

 

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La Pro Recco Campione d’Italia ’68 – da:waterpololegends.com

 

Ma una squadra di così elevata caratura ha bisogno anche del riconoscimento a livello internazionale e, durante un decennio quale quello degli anni ’60 in cui lo sport italiano trionfa nel calcio grazie ai successi di Milan ed Inter e nel basket con il Simmenthal Milano e l’Ignis Varese nelle rispettive Coppe dei Campioni, ecco che in soccorso della Pro Recco giunge la Federazione slava, la quale si fa proponente di analoga manifestazione anche per la pallanuoto, la cui prima edizione va in scena nel ’64 e viene vinta dal Partizan Belgrado.

L’anno seguente, con una formula che vede le 8 partecipanti – non stupisca il numero ridotto, in quanto sono iscritte le squadre campioni di Italia, Jugoslavia, Ungheria, Unione Sovietica, Spagna, Romania e delle due Germanie, in pratica il “Gotha” della pallanuoto mondiale dell’epoca, basta andare a rileggere il medagliere olimpico di quegli anni – suddivise in due gironi di quattro squadre con le prime due a qualificarsi per la poule finale, la Pro Recco, inserita nel gruppo con Partizan e Barcellona, in quanto i tedeschi occidentali del “Rote Erde” Hamm danno forfait, si sbarazza dei catalani con un netto 5-1, ma subisce una dura sconfitta per 1-4 dai campioni europei in carica.

La poule finale – che, oltre a Pro Recco e Partizan, vede qualificate anche il CSKA Mosca ed i tedeschi orientali della Dinamo di Magdeburgo – si disputa in Italia, a Milano alla piscina Costoli, con girone all’italiana nell’arco di tre giorni, occasione imperdibile anche per i tifosi che, come racconta sempre Pizzo, “partivano con una littorina speciale da Recco, che si fermava a Nervi, Genova Principe, Genova Brignole e financo a Sampierdarena per caricare i nostri sostenitori”.

Una compagine, quella ligure, capace di saper anche, nonché soprattutto, soffrire, a dispetto della disabitudine in campo nazionale, prova ne siano le due combattute ed emozionanti vittorie, entrambe per 5-4, sul CSKA Mosca e sul Magdeburgo, per poi affrontare nuovamente, nell’ultimo e decisivo turno, gli slavi del Partizan che, a loro volta, si erano sbarazzati con maggior facilità delle riferite avversarie, con i rispettivi punteggi di 6-2 e 4-2, il che vuol dire che basterebbe loro un pareggio per confermarsi Campioni d’Europa.

Ma l’Italia, si sa, è da sempre paese campione anche di tattica ed, in particolare, sa trarre le giuste contromisure dopo una sconfitta ed anche stavolta non si smentisce, con Pizzo ad organizzare una difesa di prim’ordine che blocca gli attacchi degli jugoslavi ed, anche se all’epoca non era introdotta la regola del tempo limite di 30” per ogni azione offensiva, che la sfida si sia decisa per 1-0 resta un punteggio alquanto singolare, ed è la sola rete messa a segno da Lavoratori a far salire la Pro Recco anche sul trono d’Europa, con ad assistere all’evento in tribuna anche Angelo Moratti, il Presidente dell’Inter bi-campione d’Europa.

Un Partizan che poi si prende la rivincita nel ’67, così come nel 1970 e ’72 è il Mladost Zagabria a negare alla Pro Recco la gioia del bis – giova a questo punto ricordare come il citato successo della formazione italiana sia l’unico, nei primi 9 anni della manifestazione, sfuggito ad una società jugoslava (quattro trionfi a testa per Partizan e Mladost) – ma i ragazzi della ridente cittadina ligure hanno anche un altro compito da assolvere, vale a dire dare un importante contributo alle sorti della Nazionale azzurra.

Occorre adesso fare un piccolo passo indietro per parlare di una situazione fisica di Eraldo Pizzo, al quale viene malauguratamente consigliato, nell’ottica di addivenire (!?) ad un miglioramento del suo stile a nuoto, di operarsi di tonsille, il cui esito è quello di portarlo sempre più spesso a soffrire di bronchite e, quel che è peggio, ad avere frequenti attacchi d’asma, circostanza, quest’ultima, che ne limita le presenze in Nazionale, specie quando la formazione azzurra deve affrontare trasferte nell’Europa dell’Est, dove, all’epoca, le stanze d’albergo hanno tendoni alle finestre e tappeti per terra pieni di polvere che rappresentano un autentico calvario per la respirazione del “Caimano”.

Comunque, sulla scorta del doppio successo in Campionato nel biennio 1959-’60, il 22enne Pizzo ed il 19enne Lavoratori figurano tra i selezionati per le Olimpiadi di Roma ’60 per un torneo di pallanuoto dalla formula lunga, con un primo girone a quattro che vede l’Italia inserita nel Gruppo A assieme a Romania, Giappone ed Emirati Arabi Uniti, che qualifica al turno successivo le prime due classificate – nella fattispecie Italia e Romania – che si portano però dietro il risultato dello scontro diretto, che vede gli azzurri prevalere di misura, 4-3 con una delle reti realizzate da Pizzo.

 

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da:leolimpiadiditalia.it

 

Il secondo turno si disputa con altri due gironi a quattro che vedono, da una parte Italia ed Urss a quota 2, con Romania e Germania a 0 punti, e, dall’altro, Jugoslavia ed Ungheria con 2 punti e Stati Uniti ed Olanda a quota zero, ragion per cui, portandosi dietro il risultato già acquisito, il 3-2 dell’Unione Sovietica sulla Romania ed il 3-0 dell’Italia sulla Germania (con 2 reti di Pizzo) rende decisiva la sfida tra azzurri e sovietici per un risultato che sarà poi portato dietro nella poule finale a quattro, ed il 2-0 con cui si conclude la gara, con ancora Pizzo sapiente direttore del reparto difensivo italiano, nonché autore della prima rete (il raddoppio porta la firma di D’Altrui) spiana agli azzurri la strada verso le medaglie.

Poule finale a quattro dove, come da pronostico, si qualificano anche Jugoslavia ed Ungheria, ma con gli slavi a far loro il confronto diretto per 2-1, così che la Classifica parziale si apre con Italia ed Jugoslavia a quota 2 punti, con Urss ed Ungheria a 0, in attesa degli scontri incrociati.

Il primo confronto pone di fronte Ungheria ed Urss, ed il pareggio per 3-3 suona come una dolce musica alle orecchie di italiani ed jugoslavi che scendono successivamente in acqua sapendo che in caso di successo la medaglia d’oro sarebbe quasi certa e, se da un lato l’eroe di giornata è Parmegiani, il quale realizza entrambe le reti del successo azzurro, inframezzate dal momentaneo pareggio di Zuzej su rigore, è altresì vero che ancora una volta la superba difesa orchestrata da Pizzo mette il bavaglio agli attacchi slavi per il 2-1 finale che profuma di oro.

Con l’Italia a quota 4 punti, Jugoslavia a 2 ed Urss ed Ungheria ad 1, il 3 settembre si affrontano, alle 21:50, Jugoslavia ed Unione Sovietica ed il successo per 4-3 di quest’ultima consegna di fatto la medaglia d’oro agli azzurri ancor prima di scendere in acqua contro l’Ungheria, la quale ha però, dal canto suo, l’opportunità di conquistare l’argento in caso di vittoria, non lesinando le forze e portandosi sul 2-0 dopo pochi minuti prima che Bardi e Lavoratori consentano all’Italia di raggiungere il pari solo per vedersi nuovamente superati da una terza rete di Domotor al nono minuto, ma poi, nel secondo tempo, un rigore trasformato da Parmegiani sancisce il definitivo 3-3 con cui l’Italia conclude il torneo imbattuta, con 6 vittorie ed un solo pari e la miglior difesa con sole 12 reti subite, a dimostrazione di quanto tale reparto sia risultato determinante per un trionfo che riporta l’Italia sul gradino più alto del podio olimpico a 12 anni di distanza dall’oro di Londra 1948.

 

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Pizzo e Lavoratori con l’oro olimpico – da:waterpololegends.com

 

Per Pizzo, si tratta della prima di quattro esperienze olimpiche, non altrettanto fortunate, con le solite “Fantastiche Quattro” a contendersi l’oro quattro anni dopo ai Giochi di Tokyo ’64, ma con gli azzurri stavolta superati da tutte e tre (0-2 contro l’Urss, 1-2 contro la Jugoslavia ed 1-3 contro l’Ungheria che fa suo il titolo per una miglior differenza reti rispetto agli slavi), mentre più bruciante è la delusione dei Giochi di Città del Messico ’68, dove l’Italia inizia bene il torneo aggiudicandosi il proprio girone, in cui supera la Jugoslavia per 5-4, per andare a sfidare l’Urss, seconda nell’altro gruppo dietro all’Ungheria, nelle semifinali incrociate.

Con Pizzo in un’insolita, strabiliante vena realizzativa – sue sono ben 23 delle 48 reti realizzate nel girone eliminatorio – l’Italia viene sconfitta per 5-8, nonostante che 3 reti degli azzurri portino la firma dell’alfiere della Pro Recco, il quale ripete tale exploit nella finale per il Bronzo contro l’Ungheria, a propria volta sconfitta dalla Jugoslavia, la quale si impone con un ancor più netto 9-4 relegando l’Italia nuovamente ai margini del podio, mentre peggiore risulta l’esperienza di Monaco ’72, con gli azzurri che concludono non meglio che sesti il torneo che vede per la prima volta trionfare l’Urss, viceversa sconfitta in Finale 13-11 dts dalla Jugoslavia quattro anni prima.

Ma se, a 34 anni, si conclude l’esperienza in azzurro per Pizzo, non altrettanto può dirsi per l’attività a livello di Club dove, dopo che al suo 14esimo scudetto con il Recco del ’74 erano seguiti tre anni a digiuno di titoli, la dirigenza della società ligure ritiene che, in un’ottica di ringiovanimento dei quadri, non vi sia più posto in rosa per il quasi 40enne suo illustre concittadino.

Pizzo non fa una piega, capisce anche le esigenze societarie, ma la voglia di rincorrere un pallone in acqua non si è ancora spenta in lui ed accetta di rimettersi in gioco scendendo in Serie B con il FIAT Torino che, grazie all’apporto del “Caimano”, viene promosso in A nel ’78 e, due anni dopo, giunge secondo in Campionato alle spalle della Florentia.

Sarebbe già una gran bella chiusura di carriera, a 42 anni, ma come dire di no al  Bogliasco che lo chiama per far da “chioccia” ad una squadra che, giunta settima la stagione precedente, con l’innesto ed il carisma di Pizzo riesce a conquistare il primo, nonché unico, Scudetto della sua storia e proprio precedendo in Classifica la Pro Recco, i cui dirigenti si prodigano, in fretta e furia, per un immediato ritorno del loro “uomo simbolo” nella città di origine, facendo sì che, l’anno seguente, a 44 anni compiuti, il “Caimano” potesse far suo il 16esimo scudetto della sua, inimitabile carriera.

Ora è proprio giunto il momento di dire basta, avendo completato il percorso che lo ha portato a concludere dove una delle più belle favole che lo sport abbia mai raccontato era iniziata, e, se chiedete a Pizzo quale sia stato il segreto della sua longevità, incredibile a credersi, vi risponderà che è stato quello di allenarsi poco, non più di un’ora al giorno, finite le 8 ore di lavoro in ufficio in quanto, come lui stesso testimonia “allenarsi troppo avrebbe voluto dire divertirsi di meno, un peso insopportabile, poiché il segreto della longevità nello sport sono gli stimoli, in quanto non è vero che ci si stanca di vincere, come negli d’oro della Pro Recco, oppure tenti di prenderti delle rivincite, come è capitato a me …!!”

E, visti i risultati ottenuti, come è possibile dargli torto?

URSS-UNGHERIA ED “IL BAGNO DI SANGUE” DI MELBOURNE ’56

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Zador scortato dalla Polizia – da nbcolympics.com

articolo di Giovanni Manenti

Se le Olimpiadi del 1956 si fossero svolte nel tradizionale periodo estivo di luglio/agosto, la storia che oggi andiamo a raccontare non avrebbe potuto avere come palcoscenico la rassegna a cinque cerchi, ma l’assegnazione dei Giochi alla città di Melbourne aveva fatto sì che, svolgendosi la manifestazione nell’emisfero australe, la stessa avesse luogo dal 22 novembre al 7 dicembre del medesimo anno.

Giochi che vengono preceduti, a livello internazionale, da un evento che sconvolge la mente e gli ideali di molte persone del pianeta, le quali avevano guardato con simpatia, se non addirittura con ammirazione, alla svolta comunista dell’area sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ancor più convinti dopo la morte di Stalin, personaggio sicuramente ben poco democratico quanto a metodi persecutori e repressivi.

Questo cambio di direzione politica, con l’avvento di Nikita Krusciov quale Segretario del PCUS, induce il Primo Ministro ungherese Imre Nagy ad avviare un processo di liberalizzazione non gradito alle autorità sovietiche che lo destituiscono riproponendo in sua vece il predecessore Mtyas Rakosi, appartenente alla “vecchia guardia stalinista”, un avvicendamento che determina la ferma, contraria, presa di posizione da parte del movimento studentesco.

Ed è proprio nel pomeriggio del 22 ottobre ’56 – singolarmente ad un mese esatto dall’apertura dei Giochi di Melbourne – che, da una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti a sostegno dei loro coetanei della città di Poznan, in Polonia, che avevano visto una loro protesta violentemente repressa dal Governo, nasce una vera e propria rivolta alla quale si uniscono i cittadini della capitale Budapest e che, in pochi giorni, assume una vasta scala a livello nazionale, con milioni di ungheresi a sostenerne la causa, ottenendo il controllo di molte Istituzioni e su larga parte del territorio, consentendo il reintegro di Nagy quale Primo Ministro, il quale accoglie gran parte delle richieste dei dimostranti.

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Un’immagine della rivolta – da gettyimages.com

In questo scenario, il gruppo di atleti ungheresi selezionati per le oramai prossime Olimpiadi viene alloggiato in un impianto alla periferia di Budapest, ma abbastanza vicino per sentire i rumori degli spari, domandandosi quale possa essere il loro futuro, sia come cittadini che come sportivi, e sul secondo punto la risposta giunge da Nagy, il quale dichiara il 30 ottobre che devono partire per l’Australia, dove rappresenteranno un Paese libero.

Nagy richiede il sostegno della comunità internazionale nella instaurata lotta per l’indipendenza dal giogo sovietico, ma contro di lui si mette anche il destino, con l’avvio della “crisi di Suez”, iniziata il 29 ottobre con l’occupazione militare del Canale di Suez da parte di Francia, Gran Bretagna ed Israele che, data l’importanza strategica del sito, distrae le Grandi Potenze dalla vicenda magiara, in ordine alla quale, comunque, il neo Primo Ministro prosegue per la sua strada, facendo uscire il proprio Paese dal “Patto di Varsavia” e dichiarando la volontà dell’Ungheria di ottenere la propria indipendenza.

Gli atleti ungheresi partono dunque verso l’Australia – in un tortuoso viaggio via terra della durata di ben tre settimane – con la convinzione che la rivoluzione abbia avuto successo, senza riuscire ad avere più notizie sino al loro arrivo in Oceania, allorquando apprendono dalla stampa locale, tramite Miklos Martin, l’unico rappresentante della Delegazione in grado di capire e parlare l’inglese, che il Paese era stato invaso dalle truppe sovietiche, la rivolta sedata nel sangue e che almeno 3mila persone erano morte negli scontri, mentre Nagy viene arrestato proprio il 22 novembre, giorno della Cerimonia inaugurale dei Giochi, dai quali, per protesta rispetto alla vicenda ungherese, si ritirano Spagna, Svizzera ed Olanda, mentre, per la cronaca, Egitto, Iraq e Libano boicottano la manifestazione in ordine alla citata crisi di Suez.

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L’intervento dei carri armati sovietici a sedare la rivolta – da cnn.com

Occorre, adesso, fare un passo indietro per quanto attiene al torneo di pallanuoto, disciplina in cui gli ungheresi sono maestri, essendosi laureati Campioni Olimpici a Los Angeles ’32 e Berlino ’36, per poi abdicare di fronte all’Italia a Londra ’48, ma riprendendosi immediatamente lo scettro ad Helsinki ’52, prima edizione dei Giochi a cui partecipa anche l’Unione Sovietica, che conclude in una deludente settima posizione avendo, nel corso del torneo stesso, subito una sconfitta per 5-3 contro i magiari.

Per cercare di ridurre il “gap” tra le due formazioni, la Federazione sovietica adotta un sistema alquanto inusuale, attuabile solo in virtù della propria egemonia politica, vale a dire assistere e far partecipare i propri atleti ai metodi di allenamento degli ungheresi, in quanto, come sottolineato da Viktor Ageyev, membro della squadra sovietica, “all’epoca, essi erano i nostri idoli, ci erano nettamente superiori ed io mi chiedevo come potessimo mai fare a batterli”.

Un’ingerenza, che la Federazione ungherese deve subire “obtorto collo”, e che, come facilmente immaginabile, non è per niente gradita dai giocatori, tra i quali Istvan Hevesi tiene a ricordare, in tono alquanto sarcastico, come “(i sovietici) prendessero nota di qualsiasi cosa noi facessimo, ripetendola perfettamente identica il giorno successivo, non facevano altro che copiarci”.

In preparazione del Torneo Olimpico, le due squadre hanno anche occasione di misurarsi in acqua in due incontri amichevoli (si fa per dire …), di cui il primo, disputatosi a Mosca, e vinto dai padroni di casa grazie ad alcune controversi ed a loro favorevoli decisioni arbitrali, si conclude con una memorabile rissa negli spogliatoi, mentre al secondo, stavolta svoltosi in Ungheria, gli spettatori non trovano di meglio che volgere la schiena alla squadra sovietica al suo ingresso in piscina, nonché di coprirne con una selva di fischi assordanti l’esecuzione dell’inno nazionale.

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La formazione ungherese – da waterpololegends.com

Ce ne sarebbe già più che a sufficienza per creare la “giusta atmosfera” in occasione di una eventuale sfida in sede olimpica, ma è certo che la repressione nel sangue della rivolta di ottobre esaspera ancor più gli animi, con gli atleti ungheresi che cercano di sfruttare a proprio vantaggio il panorama della rassegna a cinque cerchi per divulgare al mondo intero l’enorme difficoltà psicologica con cui stanno affrontando la manifestazione.

Da un punto di vista strettamente tecnico, l’Ungheria aveva messo a punto, su suggerimento del proprio giocatore Kalman Markovitz, un sistema di marcatura a zona completamente rivoluzionario per l’epoca, ma che stava dando i suoi frutti, visto che nel girone eliminatorio i suoi compagni non avevano avuto difficoltà alcuna a travolgere (per 6-1 e 6-2 rispettivamente) Gran Bretagna e Stati Uniti, confermando poi la validità dello schema infliggendo due paritetiche sconfitte per 4-0 a Germania ed Italia nel Girone finale a sei squadre.

Alla penultima giornata, la Classifica vede l’Ungheria al comando a punteggio pieno con 6 punti, seguita dalla Jugoslavia a 5 (in virtù di un inopinato pareggio per 2-2 con la Germania) e l’Unione Sovietica a quota 4, a causa della sconfitta per 2-3 patita contro gli slavi nel Girone eliminatorio, quando le due rivali scendono in acqua quel fatidico 6 dicembre ’56 per una gara che, per i sovietici, rappresenta la classica “ultima spiaggia” se vogliono alimentare residue speranze di laurearsi Campioni olimpici.

Per molti componenti la squadra magiara, il lato sportivo riveste un’importanza secondaria rispetto al desiderio di vendetta per i fatti avvenuti in Patria, come non nasconde, senza mezzi termini, lo stesso Hevesi “ci hanno sparato addosso, questi bastardi, alimentando dentro di noi il fuoco della vendetta che ci permetterà di non dar loro scampo …!!”.

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La piscina olimpica di Melbourne – da heraldsun.com.au

L’ambiente intorno alla piscina è di per sé abbastanza teso, vista l’attesa che gravita intorno al match, con le tribune gremite da oltre 5mila spettatori, larga parte dei quali costituita da membri della comunità ungherese di Melbourne, giunti per dare supporto ai propri atleti, i quali, dal canto loro, sentono di avere un compito extra sportivo da portare a termine, come riconosce Ervin Zador, il quale sarà poi il protagonista della “scena madre” passata alla storia, “sentivamo che avremmo giocato per l’intero nostro Popolo, gli ungheresi emigrati in Australia nutrivano una profonda ostilità verso i sovietici per tutto ciò che avevano fatto al nostro Paese a partire dal 1945 e l’atmosfera era effettivamente surriscaldata”.

Ma Zador è anche consapevole della superiorità tecnica sua e dei suoi compagni e non intende cadere nella trappola costituita da eventuali provocazioni avversarie, in quanto l’obiettivo è quello di confermare il titolo conquistato ad Helsinki, e, pertanto, ammonisce gli altri componenti la squadra “cerchiamo di capire quale è il loro atteggiamento, se iniziano ad innervosirsi ed a picchiare, allora non giocheranno bene, e se non giocano bene noi li sconfiggeremo facilmente, a condizione di mantenere i nervi calmi”.

Il piano funziona, meno di un minuto dall’inizio dell’incontro ed un giocatore sovietico è già espulso, come in seguito avviene per altri due suoi compagni (ed altrettanti in casa magiara), ma, nel frattempo l’Ungheria si è portata in vantaggio grazie ad un rigore di Gyarmati fatto ripetere due volte – il che contribuisce ad irritare ancor di più gli avversari – per poi dilatare a dismisura il vantaggio grazie ad altre tre reti realizzate da Karpati, Zador e Bolvari che portano il punteggio sul 4-0, mentre dall’altro lato la difesa si dimostra insuperabile.

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Una fase del match – da pinterest.com

Ed è a questo punto, con la vittoria ormai in tasca, che gli ungheresi iniziano a provocare gli avversari al suono di “Voi, sporchi bastardi, siete venuti a bombardare il nostro Paese”, al che i sovietici replicano dando dei “traditori” ai rivali, così che i “corpo a corpo” hanno avvio sopra e sotto il livello dell’acqua, quando, a 2’ dalla fine, viene chiesto a Zador di prendersi cura di Valentin Prokopov, senza alcun dubbio il giocatore di maggior talento della formazione sovietica.

Zador accetta di buon grado, non mancando di “ricordare” al suo avversario come non sia “altro che un perdente, la gara sta finendo e tu non fai altro che cercare scuse …”, ed altre amenità del genere, il che provoca la reazione di Prokopov, il quale, esasperato, non trova di meglio che colpire proditoriamente con un pugno l’ungherese al sopracciglio destro, provocandogli un taglio profondo da cui sgorga sangue a fiotti, così colorando di rosso l’acqua della piscina.

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Zador insanguinato – da dailymail.co.uk

Apriti Cielo, parte del pubblico, seduto a circa due metri dall’episodio, scavalca le transenne intendendo farsi giustizia sommaria, e buon per tutti che le forze di Polizia, allertate per l’occasione, riescano ad intervenire tempestivamente bloccando i più esagitati e consentendo così al malcapitato arbitro svedese di porre fine all’incontro, con l’Ungheria che, il giorno appresso – pur con Zador impossibilitato a scendere in acqua per la ferita riportata – riesce a sconfiggere la Jugoslavia per 2-1 nell’ultimo, decisivo incontro del Girone, confermando il titolo di campione olimpico.

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Gli ungheresi festeggiano l’oro con Zandor incerottato – da:pinterest.com

Nel clima imperante di “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Usa ed Urss, è sin troppo ovvio che la foto di Zador sanguinante all’uscita dall’acqua venga strumentalizzata, dal che la partita viene etichettata dai media americani come “The Blood in the Water” (“Acqua color Sangue”) ed, in ogni caso, metà dei componenti della squadra ungherese richiedono asilo in Australia, piuttosto che affrontare le incertezze che presenterebbe loro il ritorno in Patria.

Zador, il più o meno involontario protagonista dell’evento ed all’epoca appena 21enne, opta viceversa per un trasferimento negli Stati Uniti, a San Francisco, dove, peraltro, abbandona poco tempo dopo la pallanuoto agonistica stante il mediocre livello di tale disciplina negli “States” per dedicarsi al ruolo di allenatore di nuoto, circostanza che gli consente di avere un ultimo contatto con la Gloria Olimpica, potendo vantarsi di avere fatto crescere, nel corso degli anni ’60, un talento che risponde al nome di Mark Spitz.

Nel 2006, per commemorare il 50esimo anniversario della fallita rivoluzione ungherese, Quentin Tarantino e Lucy Liu hanno prodotto un documentario Usa dal titolo “Freedom’s Fury” (“La violenza della Libertà”), della durata di 90’ contenente anche l’episodio incriminato, il quale è altresì inserito nel film di produzione ungherese “Children of Glory”, uscito nel medesimo anno per la regia di Krisztina Goda.