SHIRLEY BABASHOFF, L’ORO DI MONTREAL 1976 CHE FU PALADINA DELL’ANTIDOPING

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Shirley Babashoff – da hdwallpaperpark.com

articolo di Giovanni Manenti

Il termine frustrazione è ampiamente usato in ambito sportivo quando un pur validissimo campione si trova a misurarsi, nel suo periodo di maggior splendore, contro un fenomeno che gli preclude di giungere alla gloria assoluta, come nel caso di un Paul Tergat con Gebrselassie o di un Harald Schmid con Edwin Moses in atletica leggera, piuttosto che un Laszlo Cseh rispetto a Phelps nel nuoto od anche Max Biaggi e Gibernau nei confronti di Valentino Rossi nel motociclismo, tanto per citare i primi nomi che vengono a mente.

L’importante è che tutto si svolga correttamente ed in modo leale, ma se chi ti batte gioca sporco, allora la questione è un attimino diversa, e digerire le sconfitte è molto più amaro e la frustrazione può trasformarsi in rabbia e nella voglia di protestare e denunciare al mondo intero l’anomalia riscontrata, anche se poi vieni additata come una “sore loser“, accezione americana per indicare colei (vale anche al maschile, ma visto che stiamo parlando di una donna…) che, per dirla in italiano, “non sa perdere“.

I media ed i tifosi sono sempre impietosi in questi frangenti, usando altri simpatici epiteti del tipo “perdente di successo” riferito a coloro che la storia dello sport molto spesso etichetta come eterni secondi, ma le vicende che hanno caratterizzato la vita sportiva della nuotatrice americana Shirley Babashoff appartengono ad una sorta di epopea cavalleresca, vedendola nelle vesti di un novello Don Chisciotte nella sua impari lotta anch’essa contro i mulini a vento che, ad inizio anni ’70, hanno una connotazione ben precisa, vale a dire il “doping di Statovigente nella ex Germania Est.

Essere per un quinquennio la più forte stileliberista americana, in grado di nuotare le distanze dai 100 sino agli 800, stabilire 17 record nazionali e 6 mondiali e ritrovarsi con il più classico pugno di mosche in mano (intendendosi per tali argenti olimpici e mondiali, sia ben chiaro) deve essere stato qualcosa ben di più di una semplice frustrazione per la bionda Shirley, californiana nata a fine gennaio 1957 e che sale alla ribalta internazionale appena 15enne, in occasione delle Olimpiadi di Monaco 1972.

Presentatasi agli Olympic Trials di Chicago, in programma dal 2 al 4 agosto 1972, sulle quattro prove di stile libero, la ragazzina dimostra sin da subito la sua innata dote di combattività che la porta a qualificarsi per i Giochi sui 100 stile libero, giungendo seconda in 59″23 dietro alla Kemp, così come sui 400 stile libero, dove il suo 4’23″35 è superato solo da Keena Rothhammer che, con 4’21″99, sfiora il primato mondiale di 4’21″2 detenuto da un’altra ragazzina terribile, vale a dire la non ancora sedicenne australiana Shane Gould, mentre tale impresa riesce proprio alla Babashoff che, sui 200 stile libero, strappa alla Gould il record mondiale, facendo sua la gara in 2’05″21, lasciando pregustare duelli all’ultima bracciata in sede olimpica.

Ed, in una guerra tra adolescenti, i Giochi di Monaco si risolvono a favore della giovane australiana, nonostante che nella gara d’esordio del 29 agosto sui 100 stile libero, la stessa giunga solo terza in 59″06, battuta dalla Babashoff che in finale ripete il 59″02 realizzato in semifinale che valeva il record olimpico, solo per essere entrambe sconfitte dall’americana Sandra Neilson che, nuotando la gara della vita, copre la distanza in 58″59, nuovo primato olimpico.

Ma la sfida più attesa, quella sui 200 stile libero tre giorni dopo, non tradisce certo le attese, con le tre ragazze a salire sul podio che scendono tutte sotto il limite mondiale stabilito dalla Babashoff appena un mese prima ed a prendersi la rivincita è la Gould, che lo abbassa di quasi 2″ nuotando in 2’03″56, con largo margine su Babashoff, argento in 2’04″33 e Rothhammer, bronzo con 2’04″92.

La Gould conferma la sua straordinaria vena facendo suoi anche i 400 stile libero migliorando a 4’19″04 il suo stesso limite mondiale, con un vantaggio abissale sulla nostra Novella Calligaris, splendido argento, in una gara che vede il trio americano composto da Babashoff, Wylie e Rothhammer mestamente fuori dal podio, classificandosi nell’ordine dal quarto al sesto posto, con Rothhammer che, quanto meno, si prende la soddisfazione di infliggere – anch’essa quindicenne – un’altra sconfitta alla Gould sugli 800 stile libero con tanto di primato mondiale, mentre Shirley conclude la sua prima esperienza olimpica con l’oro della staffetta 4×100 stile libero dove contribuisce con un’ultima frazione di 58″18 che rintuzza il tentativo di rimonta della tedesca est Kornelia Ender (58″27), consentendo agli Stati Uniti di vincere la gara per soli 0″36 centesimi di distacco sulle tedesche orientali.

Shirley ancora non lo sa, ma quell’ultima frazione non è altro che un assaggio delle sfide che catalizzeranno i suoi prossimi quattro anni con la futura “Signora Matthes“, dato che la Gould si ritiene appagata dai tre ori (vince anche i 200 misti) conquistati e si ritira dalle scene.

Con il nuoto mondiale entrato nell’era moderna, alle Olimpiadi di Monaco fa immediatamente seguito la prima rassegna iridata, la cui sede è stata scelta in Belgrado, e che rappresenta una prima occasione per prendersi delle rivincite rispetto all’esito dei Giochi, anche se l’ammissione alle gare è limitata a soli due atleti per singola prova rispetto ai tre sino ad allora previsti in sede olimpica (una limitazione cui il CIO si adeguerà a partire dai Giochi di Los Angeles 1984).

E, proprio a Belgrado, appare in tutta la sua grandezza lo strapotere delle walchirie della ex Ddr che, dopo aver conquistato in sede olimpica solo un argento individuale con la Ender nei 200 misti, così come nelle due staffette 4×100 stile libero e 4×100 mista, a distanza di dodici mesi si impongono in ben 10 delle 14 gare in programma, stabilendo sei nuovi record mondiali, e lasciando alle altre le briciole, con tre vittorie americane ed una, splendida, della nostra Calligaris sugli 800 stile libero migliorando con 8’52″97 il settimo record mondiale della manifestazione.

E la Babashoff? Qualificatasi solo per i 100 ed i 200 stie libero, continua ad arricchire i pezzi della sua argenteria, con il secondo posto sulla più breve distanza, nonostante ottenga il personale di 58″87, ma nulla può contro la superiorità della Ender che migliora per la quarta volta nell’arco di due mesi il primato mondiale portandolo a 57″54, mentre più bruciante è la sconfitta sulla sua distanza preferita dei 200 stile libero patita ad opera della connazionale Rothhammer (2’04″99 a 2’05″33), cui aggiunge i due secondi posti nelle staffette dietro agli insuperabili quartetti tedesco orientali che distruggono letteralmente i rispettivi primati mondiali.

Ce ne sarebbe a sufficienza affinché la frustrazione dell’eterna seconda prendesse il sopravvento, ma così non è per la combattiva Shirley, la quale, al contrario, raddoppia le energie per farsi trovare pronta a rinnovare la sfida alle potenti ondine dell’est in vista dei prossimi appuntamenti costituiti dai mondiali di Cali 1975 e dalle Olimpiadi di Montreal 1976, e non vi è modo migliore per farlo che riappropriarsi del primato mondiale sui 200 stile libero nuotando per due volte nell’arco di otto giorni (il 23 ed il 31 agosto 1974) lo stesso tempo di 2’02″94, togliendolo alla Ender, la quale, dal canto suo, ritocca agli Europei di Vienna 1974 il proprio limite sui 100 stile libero portandolo a 56″96.

Ma se la Babashoff è una combattente di razza, non si può negare che lo sia anche la sua acerrima rivale Ender, la quale si presenta ai Mondiali di Cali dopo aver ulteriormente abbassato a 56″38 il record sui 100 stile libero ed aver tolto alla Babashoff quello sui 200 stile libero, nuotando la distanza in 2’02″27, americana che, dal canto suo, ai Trials di Long Beach (dove ottiene il pass per i Mondiali su tutte e quattro le gare individuali, dai 100 sino agli 800 stile libero!) abbassa a 4’14″76 il primato sui 400 stile libero.

Più portata alla velocità la Ender, più resistente la Babashoff, è ovvio che i favori del pronostico vanno più alla prima sui 100 stile libero ed alla seconda sui 400 stile libero (distanza in cui la tedesca non si è mai cimentata), mentre è sulla gara intermedia dei 200 stile libero che si preannunciano scintille in vista della rassegna iridata colombiana.

Mai previsioni si dimostrano più azzeccate in un mondiale che ricalca quanto a medaglie l’edizione precedente, con le tedesche orientali a mantenere le 10 vittorie sulle 14 gare in programma e le americane a farne loro solo tre, mentre l’unica affermazione ad uscire da questo duopolio viene sempre dagli 800 stile libero, ma stavolta invece dell’azzurra Calligaris, vi è la 15enne australiana Jenny Turrall, che non manterrà fede in seguito alle aspettative.

Ma torniamo alle nostre due campionesse, per verificare, come da pronostico, la vittoria delle Ender (che si aggiudica anche i 100 farfalla con il record mondiale di 1’01″24) sulla Babashoff nei 100 stile libero (56″50 a 57″81), mentre l’americana deve tenere a bada l’impertinenza della Turrall sui 400 stile libero, facendo sua la gara in 4’16″87 rispetto al 4’17″88 della “teenager” australiana, da cui esce sonoramente battuta sulla doppia distanza degli 800 stile libero, che consegnano alla Babashoff il suo unico bronzo tra Olimpiadi e Mondiali.

La resa dei conti tra le due rivali avviene, come previsto, sui 200 stile libero ed, una volta tanto, a sorridere è l’americana che, in un finale testa a testa, riesce a spuntarla per l’inezia di 0″19 centesimi (2’02″50 a 2’02″69), così potendosene tornare in patria con un lusinghiero bottino di sei medaglie (due ori, tre argenti, comprese le due staffette, ed un bronzo).

Ottimo viatico in vista del più importante appuntamento dei Giochi di Montreal 1976, a cui la Babashoff si presenta replicando le quattro gare individuali di Cali avendo vinto i relativi Trials di Long Beach, stabilendo i primati nazionali sui 100 stile libero (56″96), 200 stile libero (2’00″69) e 400 stile libero (4’12″85) e, cosa assolutamente clamorosa, togliendo alla tedesca est Petra Thumer il fresco record mondiale sugli 800 stile libero da lei stabilito in 8’40″68 alle selezioni nazionali, migliorandolo ad 8’39″63.

Ma se Shirley chiama, Kornelia risponde, in quanto proprio alle selezioni tedesco orientali per i Giochi, la stessa Ender ritocca per l’ennesima volta il proprio limite sui 100 stile libero portandolo a 55″73 ed abbatte lo storico muro dei 2′ netti sui 200 stile libero, nuotando in 1’59″78, lanciando così il guanto di sfida in vista delle oramai prossime Olimpiadi canadesi.

I Giochi di Montreal passano alla storia per il dominio assoluto degli Stati Uniti in campo maschile (12 ori su 13 gare in cui cadono ben 12 record mondiali) e della Germania Est in quello femminile, con appena un oro in meno e 9 primati mondiali complessivamente stabiliti, con la “poveraBabashoff stretta nella morsa delle due walchirie Ender e Thumer che si spartiscono le gare (la prima si cimenta su 100 e 200 stile libero, la seconda sui 400 ed 800 stile libero), rispetto alla stakanovista americana che si sottopone ad un tour de force che non ha eguali nella storia dello stile libero femminile.

E l’avvio è tutt’altro che incoraggiante per l’ormai 19enne Babashoff, con il peraltro previsto argento della staffetta 4×100 mista Usa nella giornata inaugurale del programma natatorio, il 18 luglio 1976, nonostante nuoti la sua ultima frazione a stile libero in 56″11 rispetto al 56″04 delle Ender, con il quartetto tedesco a frantumare in 4’07″95 il primato mondiale, lasciando le americane ad oltre 6″50 di distacco, delusione alla quale si aggiunge quella ben più cocente il giorno dopo sui 100 stile libero, dove la Babashoff giunge non meglio che quinta, battuta anche dalla connazionale Peyton, in una gara dove la Ender si migliora nuovamente in 55″65.

Ma se c’è una dota che senza alcun dubbio non fa difetto a Shirley sta proprio nella volontà e nella forza di non abbattersi, anche se non le si potrebbe dar torto, in caso contrario, quando, nella finale dei 400 stile libero del 20 luglio, non le basta il 4’10″46 con cui scende oltre 1″ sotto il primato mondiale della Krause, venendo sconfitta dalla Thumer che fa suo oro e record in 4’09″89, mentre nulla può il 22 luglio contro lo strapotere della Ender sui 200 stile libero, con la tedesca che migliora il suo fresco limite portandolo a 1’59″26, con l’americana che deve, viceversa, difendere l’argento per soli 0″18 centesimi dall’attacco dell’olandese Enith Brigitha, già bronzo sui 100 stile libero, e prima atleta di colore a conquistare una medaglia olimpica.

Come avrete capito, consapevole della superiorità della Ender sulle prove veloci – la tedesca fa suo anche l’oro sui 100 farfalla eguagliando in 1’00″13 il suo stesso primato mondiale – la Babashoff ha pianificato la preparazione per i Giochi più sulle lunghe distanze e quindi sulla resistenza, come dimostrato nella gara con la Thumer sui 400 stile libero risolta solo nelle ultime bracciate a favore della tedesca, contro la quale si trova a riproporre la sfida all’ultima giornata delle prove in piscina, vale a dire il 25 luglio, sulla più lunga prova degli 800 stile libero e che vede le due avversarie sin dalle prime vasche fare il vuoto alle loro spalle per poi darsi aspra battaglia sino agli ultimi metri andando entrambe sotto il recente primato mondiale dell’americana che però, ancora una volta, deve arrendersi, sia pur di stretta misura (8’37″14 ad 8’37″59) per meno di mezzo secondo, che sugli 800 metri equivale letteralmente ad un battito di ciglia.

Ora, sarebbe umano chiedersi con quale spirito la Babashoff possa, a meno di due ore di distanza, presentarsi alle partenza della staffetta 4×100 stile libero quale ultima frazionista del quartetto americano, dopo aver sinora raccolto quattro argenti ed, oltretutto, sfiancata da un tour de force pazzesco e con la prospettiva di dover affrontare le pressoché invincibili tedesche orientali.

E, del resto, anche la ex campionessa olimpica di Tokyo 1964, Donna de Varona, all’epoca commentatrice televisiva, non dà alcuna chance di vittoria al quartetto a stelle e strisce, anche se i tecnici tedeschi commettono l’errore di inserire la Ender in prima frazione, cosa che consente alla Germania Est di garantirsi oltre 1″ di vantaggio al primo cambio (55″79 a 56″95 rispetto alla Peyton), ma toglie alla Babashoff l’incubo di affrontare in ultima frazione la sua eterna rivale.

E, poiché Boglioli e Sterkel nelle frazioni interne rimontano il distacco rispetto a Priemer e Pollack, lanciando Babashoff con 0″40 centesimi di vantaggio all’ultimo cambio (2’48″53 a 2’48″94) è logico pensare cosa passi in quei momenti nella testa di Shirley, la quale ha il compito, non solo per se stessa, ma anche per le proprie compagne, di rompere l’egemonia tedesco orientale che, nelle gare individuali, era stata incrinata solo sui 200 rana, con l’intero podio monopolizzato dalle nuotatrici sovietiche.

Abbinata alla Hempel, Babashoff tira fuori dai propri stanchi muscoli dopo così tante gare le ultime energie per fronteggiare il tentativo di rimonta della tedesca, dilatando anzi il vantaggio per andare a concludere nel nuovo record mondiale di 3’44″82 contro il 3’45″50 delle tedesche, liberandosi all’uscita dalla vasca di tutte le tensioni accumulate in una settimana ininterrotta di gare.

E, mentre al microfono, la de Varona faceva ammenda, dichiarando “non sono mai stata così felice di rimangiarmi le parole espresse in sede di pronostico prima di questa finale!“, la Babashoff può almeno vantarsi di aver concluso in bellezza, con l’ultima gara della sua vita, una carriera che le ha permesso – tra Olimpiadi e Mondiali – di collezionare qualcosa come 18 medaglie, di cui 4 d’oro, 13 d’argento e solo una di bronzo.

Bottino che sarebbe potuto essere ben più cospicuo quando, ad anni di distanza, si viene a scoprire che la “sore loser” tutti i torti non li aveva quando lanciava i suoi strali contro le avversarie, essendo venuta alla luce, dopo la caduta del Muro di Berlino, la vergognosa pianificazione del “doping di Stato” nella ex Ddr.

LE CINQUE MEDAGLIE DI LASSE KJUS AI MONDIALI DI VAIL DEL 1999

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Lasse Kjus in slalom – da skiracing.com

articolo di Nicola Pucci

Quel che succede ai Mondiali di Vail/Beaver Creek del 1999 ha del mai visto, tant’è che solo Toni Sailer, in precedenza, alla rassegna iridata di Bad Gastein del 1958 fece l’en-plain di salire sul podio in tutte le gare. Ma se all’aquilotto austriaco riuscì un bel 4 su 4, c’è chi in Colorado ha fatto meglio ancora, 5 su 5, e quel qualcuno risponde al nome di Lasse Kjus.

Nato ad Oslo il 14 gennaio 1971, Kjus ha già un palmares invidiabile, se è vero che oltre a comparire nell’albo d’oro della Coppa del Mondo nel 1996, con il corollario già di 12 vittorie parziali, è salito sul podio ai Mondiali di Morioka del 1993 (oro in combinata), a quelli di Sierra Nevada del 1996 (argento sempre in combinata) e a Sestriere 1997 (tre secondi posti in discesa libera, slalom gigante e supergigante), oltre a mettersi al collo un oro olimpico in combinata a Lillehammer nerl 1994 e due argenti in discesa libera e combinata a Nagano 1998. Insomma, rende al meglio nei grandi appuntamenti, anche se pare abbonato al secondo posto e le vittorie lo hanno confortato solo in una disciplina atipica e scarsamente considerata come la combinata, seppur atta a certificare l’eccellente polivalenza dello sciatore scandinavo.

La stagione in corso, 1998/1999, però, ha del trionfale, con un fantastico poker di successi in discesa libera a Val d’Isere, Val Gardena, Wengen e Kitzbuhel, ovvero il meglio del meglio, a cui aggiungere la vittoria nella combinata del Lauberhorn, ed un appassionante duello per la conquista della sfera di cristallo con il connazionale Aamodt ed “Herminator” Maier, che a fine marzo lo vedrà infine concedere il bis del 1996. Ma nel frattempo c’è da onorare l’impegno con i Mondiali in Colorado, e per Kjus è tempo di raccolto abbondante.

La rassegna si apre il 2 febbraio con la disputa del supergigante sul tracciato predisposto per le prove veloci, la “Birds of Pray” di Beaver Creek. Ed almeno per questa prova d’esordio c’è un netto favorito, ovviamente Hermann Maier che da un biennio domina la disciplina ed è pure campione olimpico in carica. Ed invece… invece ne vien fuori la sfida più incredibile dello storia della Mondiali, con tre atleti raccolti nello spazio di un solo centesimo! Ma se il fuoriclasse austriaco, pettorale numero 8, con il tempo di 1’14″53 si assicura la prevedibile medaglia d’oro, Kjus, che due anni prima fu beffato al Sestriere dal connazionale Skaardal e scende con il 12, eguaglia “Herminator” e gli tiene compagnia sul gradino più alto del podio, per il primo oro iridato in carriera che non sia solo combinata, mentre di un soffio rimane alle spalle della coppia l’altro asburgico Hans Knauss, uno comunque capace di imporsi già cinque volte in Coppa del Mondo e a sua volta fresco di successo sulla Streif di Kitzbuhel. Eberharter e Accola non sono distanti, mentre il migliore degli azzurri, per il resto relegati nelle retrovie, è Kristian Ghedina, decimo con 1’15″63, e che avrebbe pure potuto far meglio se non fosse incappato in un brutto errore sull’ultimo salto. Dettagli, Kjus parte con il piede giusto e l’edizione numero XXXV dei Mondiali comincia a tingersi dei colori norvegesi.

La rivincita per i draghi della velocità è programmata per il 6 febbraio, giorno di discesa libera. E qui Kjus è il pretendente più autorevole alla vittoria, forte appunto delle quattro vittorie su sette gare in stagione, oltre ad un altro secondo posto sulla Saslong e la medaglia d’argento di Sestriere 1997, alle spalle dell’elvetico Kernen che lo anticipò di soli 0″07, da difendere. L’Austria è competitiva ai massimi livelli con il solito terzetto composto da Maier, Eberharter e Knauss a cui si associa l’eterno piazzato Franz, già quattro volte sul podio nel corso dell’anno, ed è proprio il determinatissimo “Herminator” a far valere la legge del più forte, scendendo a valle in 1’40″60, tempo inattaccabile per tutti. Kjus scia da par suo e chiude ancora una volta secondo con 31/100 di ritardo, a comporre con l’amico/rivale Aamodt un podio che per due terzi parla norvegese. Knauss, al solito sfigatissimo, è quarto per l’inezia di 0″02 e precede gli altri austriaci Eberharter e Franz, mentre Kristian Ghedina, che covava ambizioni di medaglia, non va oltre il nono posto con il tempo di 1’42″79. E per Kjus è la medaglia numero due.

Beaver Creek è teatro, ovviamente, anche della discesa libera valida per la combinata, l’8 febbraio. Bruno Kernen, solo settimo due giorni addietro nella prova-regina della manifestazione, fa segnare il miglior tempo in 1’13″44 su di un tracciato abbreviato nella parte iniziale, di poco davanti ad Aamodt, 1’13″52, e Kjus, 1’13″58, che per la loro maggior attitudine alle porte strette dello slalom rispetto all’elvetico sembrano destinati a giocarsi in famiglia la medaglia d’oro. L’Austria, priva di Maier che decide di dirottare sullo slalom gigante le residue chances di podio, si affida a Christian Mayer e Mario Reiter, ma il distacco accusato dai due asburgici è pesante ed allora il più accreditato rivale della coppia scandinava è Paul Accola, sesto in 1’14″38 subito alle spalle di Ghedina che con il tempo di 1’14″15 non può pretendere più che un onorevole piazzamento finale.

Ventiquattro ore dopo, 9 febbraio, il carrozzone dello sci mondiale si sposta a Vail per la prova di slalom speciale che definisce il podio della combinata. La pista “International” ispira i due campioni più attesi, Aamodt e Kjus appunto, che dopo aver visto Reiter uscire di scena, Christian Mayer segnare il miglior tempo parziale in 1’28″91 ed Accola garantirsi almeno il terzo posto con il cronometro globale di 2’43″62, si sfidano a singolar tenzone per la vittoria che infine arride a Kjetil André che assomma ai sei centesimi della discesa i dieci dello slalom per battere Lasse di 16/100 complessivi. Ghedina non ripete l’impresa dei Mondiali di Saalbach del 1991, quando fu sorprendente secondo battuto solo da Stephan Eberharter, ed allora è Alessandro Fattori a salvare l’onore di casa-Italia, settimo in classifica seppur con un distacco abissale, 2″79. Kjus nel frattempo fa tre medaglie in tre gare ed attende, fiducioso, di potersi cimentare anche nelle prove tecniche per portare l’opera a compimento.

Il 12 febbraio tocca allo slalom gigante, e seppur la forma sia quasi “monstre“, Kjus che è sì vice-campione in carica battuto da Von Gruenigen ma non sale su un podio dalla vittoria di Kranjska Gora nel dicembre 1995, non è certo tra i favoriti. Lo status spetta ovviamente all’eccelso elvetico, stilisticamente perfetto, così come agli austriaci in lizza, Maier ed Eberharter soprattutto ma anche il giovane Raich e Christian Mayer, ed all’azzurro Patrick Holzer, secondo sulla “Gran Risa” dell’Alta Badia e trionfatore proprio a Kranjska Gora. Ma le sorti della gara sono sorprendenti. Eberharter è fuori già nella prima manche, Raich e Maier sono in lizza per il successo, rispettivamente terzo e quarto, ma a loro volta falliscono nella seconda discesa. E chi approfitta della debacle austriaca, visto che anche Mayer è distante? Ovviamente Kjus, che nella seconda manche recupera dal leader Buechel, sopravanzandolo a sua volta di soli 0″05 per mettersi al collo la seconda medaglia d’oro iridata. Patrick Holzer, molto atteso, chiude sesto dopo un disperato recupero nella seconda manche dal decimo posto, pagando carissimo un errore dopo pochissime porte, a rovinare quella che poteva essere un’impresa strepitosa. Il poker è servito per Kjus e a questo punto, la storia, è proprio a portata di… sci.

I Mondiali di Beaver Creek e Vail vanno in archivio il 14 febbraio, giorno di San Valentino, come d’abitudine con lo slalom speciale. E se per l’Italia un’edizione amara si chiude con l’altrettanto amaro quarto posto di Giorgio Rocca,  per l’inezia di 0″08 dal terzo gradino del podio su cui sale Christian Mayer, gli occhi di tutti sono rivolti a Kjus, che al termine della prima manche è al comando per poi scivolare, si fa per dire, in seconda posizione, scavalcato dalla rimonta inattesa del finnico Kalle Palander, mai oltre il sesto posto in Coppa del Mondo fino ad ora, che rinviene dal settimo posto a metà gara e conquista l’oro in 1’42″12 contro l’1’42″23 del norvegese. Che fa cinquina e batte il record di Sailer, che resisteva dal 1958.

Che vi avevo detto? Il suo nome era Lasse Kjus e in Colorado avrebbe scritto una pagina epica di sci. Far meglio sarà impresa titanica… chi ne è capace si faccia avanti.

SCOTT SKILES E LA SERATA RECORD DA 30 ASSIST

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Scott Skiles in azione – da nba.com

articolo di Nicola Pucci

Scott Skiles è noto per aver diretto in panchina, nel corso degli ultimi anni, Phoenix, Chicago, Milwaukee ed Orlando Magic. Ma forse non molti sono a conoscenza che il cestista in questione detiene un record che penseremmo appartenere a Magic Johnson, o magari Oscar Robertson, o forse anche John Stockton… ovvero, il maggior numero di assist smazzati in una singola gara.

30 dicembre 1990, Amway Arena di Orlando. 15.077 spettatori sono comodamente assiepati sugli spalti e neppure immaginano che qualcosa di mai visto sta per accadere sotto i loro occhi. Gli Orlando Magic, franchigia che ha debuttato in NBA solo l’anno prima, ospitano i Denver Nuggets, e la sfida non è propriamente delle più attese se è vero che le due squadre navigano nei bassifondi della lega, gli uni con un record di 6 vittorie e 23 sconfitte, gli altri con un altrettanto poco invidiabile e quasi identico score di 6 successi e 22 capitomboli.

Le stelle della squadra allenata da coach Matt Guokas sono Terry Catledge, uomo da 19.4 punti a partita l’anno precedente, e Jerry Reynolds, scelto col numero 22 da Milwaukee al primo giro del Draft del 1985 ma incapace ancora di esprimersi ad alti livelli, ed è evidente che se questi sono i cardini del quintetto, non c’è proprio da farsi grandi illusioni. Denver ha in organico il rookie Chris Jackson, che da lì a tre anni abbraccerà la fede musulmana per diventare Mahmoud Abdul-Rauf e che a fine carriera verrà a svernare in Italia, a Roseto, Michael Adams che sta viaggiando ad oltre 26 punti di media a partita, agevolato dal gioco corri-e-tira imposto da Paul Westhead, e il veterano Walter Davis, uno che sta per chiudere una dignitosissima carriera da 19.500 punti realizzati. Insomma, non si attendono grandi intuizioni tecnico-tattiche ma il match si prospetta spettacolare, perchè a fronteggiarsi sono due squadre con niente da perdere e molto da guadagnare.

E Scott Skiles ne approfitta. In un confronto che già all’intervallo vede Orlando dominare, addirittura 72-49, per poi imporsi con un eloquente 155-116, il ragazzo uscito dalla Michigan State University mette a referto ben 30 assist, realizzando un exploit ad oggi ancora ineguagliato, superando il precedente record appartenente a Kevin Porter, che con la maglia dei New Jersey Nets il 24 febbraio 1978 ne aveva distribuiti 29 contro Houston. Non pago, Skiles aggiunge anche 22 punti (5/10 da due punti, 2/3 dall’arco dei tre punti e 6/7 ai tiri liberi), 6 rimbalzi e 2 recuperi in 44 minuti di permanenza sul terreno di gioco.

I compagni di squadra sono, ovviamente, i beneficiari della serata di grazia di Skiles e del suo senso per il gioco collettivo. Non solo i titolari – Catledge con 25 punti e 11 rimbalzi, Dennis Scott che ne mette 18, Nick Anderson 17 e Greg Kite che strappa 10 palloni da sotto le tabelle – ma anche chi esce dalla panchina, come Jeff Turner e Michael Ansley, che toccano quota 13 punti, Otis Smith che segna 14 punti e proprio Jeff Reynolds, miglior marcatore di Orlando con 27 punti e che a 19″6 dalla sirena dell’ultimo quarto infila nella retina il pallone che suggella il record, si ritaglia uno spazio importante, entrando di riflesso negli annali del basket NBA.

Ad onor del vero Skiles non avrebbe proprio le stimmate del giocatore in grado di fare la differenza. Piccolo (188 centimetri), neppure longilineo (86 chilogrammi), non troppo veloce, scarsamente efficace in difesa, è giunto al quinto anno da professionista e le prime quattro stagioni lo hanno visto trovare posto più che altro in panchina e vedere il campo non più di 21 minuti per sera. Ma è giocatore tignoso, che si sbatte e che non teme di dover sudare il doppio degli altri per farsi spazio tra i giganti della lega.

All’uscita dall’università potrebbe già decidere di far altro piuttosto che giocare a basket, ma se c’è una cosa che Scott, nato a La Porte nello stato dell’Indiana il 5 marzo 1964, ha imparato nella vita è che non è buona cosa arrendersi. E lui, di arrendersi, proprio non vuol saperne e dopo gli esordi senza gloria a Milwaukee e Indiana, trova la sua dimensione ad Orlando. Passa dai 7.7 punti in 21 minuti del primo anno ai 17.2 punti in 34 minuti della seconda stagione, meritandosi il premio di NBA Most Improved Player Award, ovvero giocatore più migliorato e ora, sì, può finalmente dire di aver raggiunto il suo scopo.

Un altro paio di buone annate a Orlando, a 14.1 e 15.4 punti di media, con un massimo di 9.4 assist per sera nella stagione 92/93, e poi il trasferimento ai Washington Bullets, per poi chiudere una più che onesta carriera NBA a Filadelfia. Qui, dopo aver giocato solo dieci gare di campionato, complice un grave infortunio alla spalla destra, Skiles decide di varcare l’oceano per tentare la carta europea. Si accasa in Grecia, al Paok Salonicco, dove disputa le ultime sue partite prima di prendere il posto in panchina del suo allenatore, Michel Gomez, trascinando la squadra ellenica ad un terzo posto che vale la qualificazione in Eurolega.

E’ l’inizio di una buona carriera da allenatore, ma non è questo quel che rimarrà nel suo palmares: lì, c’è posto per il 30… 30, come il giorno della prodezza di una vita e 30 come il numero degli assist che permisero ai compagni di Orlando di andare a segno. Se qualcuno è capace di far di meglio si faccia avanti

 

PATRIZIO OLIVA, DAL TITOLO OLIMPICO ALLA CINTURA MONDIALE

Patrizio Oliva
Oliva nel match contro Sacco – da boxenews.com

L’edizione 1980 delle Olimpiadi, che va in scena nella Mosca boicottata dal blocco americano, registra nel torneo di pugilato un dominio pressoché assoluto degli atleti cubani, che si piazzano sul podio in ben 10 delle 11 categorie previste – con la sola eccezione dei pesi mosca dove Jorge Hernandez viene sconfitto ai punti al secondo turno dal pugile di casa Viktor Miroshnichenko (poi medaglia d’argento) – conquistando 6 medaglie d’oro, 2 d’argento ed altrettante di bronzo. In questo scenario emerge la classe cristallina del ventunenne napoletano Patrizio Oliva, che trionfa nella categoria dei welters junior.

Già campione europeo juniores nel 1978 nei pesi leggeri, l’anno seguente Oliva viene sconfitto nella finale dei Campionati Europei di Colonia dal sovietico Serik Konakbayev in quello che lui stesso definirà come il più duro combattimento della sua carriera, stavolta nella categoria dei pesi welters junior.

Il percorso olimpico di Oliva non trova grosse difficoltà nei primi due turni, quando si sbarazza agevolmente sia del rappresentante del Benin, Aurelien Agnan (kot al primo round) che del siriano Farez Halabi, che subisce identica sorte prima del gong del secondo round. Ben più ostico il match dei quarti di finale, che dischiude al napoletano la porta verso le medaglie, che vede Oliva opposto allo jugoslavo Ace Rusevski, già bronzo olimpico quattro anni prima a Montreal nella categoria dei leggeri, che l’azzurro supera ai punti con verdetto di misura (3-2), consentendogli di affrontare in semifinale il britannico Tony Willis, sconfitto anch’esso ai punti, ma stavolta con verdetto unanime (5-0).

L’altra semifinale mette di fronte l’idolo di casa, il citato Konakbayev, al cubano Josè Aguilar e l’incontro si risolve in una vittoria ai punti (4-1) per il sovietico per una riedizione in chiave olimpica della finale europea dell’anno precedente.

E’ indubbio che contro un pugile di casa e con il verdetto influenzato dal pubblico presente, ad Oliva serva il match della vita per conquistare l’0ro e l’azzurro risponde presente sfoderando una prestazione che non può lasciare alcun dubbio su chi sia il migliore sul ring di Mosca, ed anche se uno dei cinque giudici dà la propria preferenza al pugile sovietico, il verdetto finale di 4-1 consegna all’Italia la sua unica medaglia (ma del metallo più pregiato) della spedizione olimpica.

Konakbayev prosegue la sua carriera dilettantistica, aggiungendo al proprio palmarès – salito di categoria, nei welters – un altro titolo europeo a Tampere nel 1981 e l’argento ai Mondiali di Monaco 1982, sconfitto in finale dall’americano Mark Breland, mentre Oliva – che viene altresì premiato con la “Coppa Val Barker” quale miglior pugile dell’intera rassegna olimpica – passato professionista colleziona una serie di successi di prestigio, passando da un primo titolo italiano a novembre 1981 contro Giuseppe Rossi (ne aggiungerà altri quattro), al titolo europeo del gennaio 1983 ad Ischia contro il marsigliese Robert Gambini (lo difenderà addirittura undici volte, le ultime tre nella categoria dei pesi welter), per addivenire infine alla conquista del titolo mondiale dei welters junior (o superleggeri) versione WBA il 15 marzo 1986, quando allo Stadio Louis II di Monaco batte l’argentino Ubaldo Sacco.

Quella cintura sarà sua anche nei successivi combattimenti con Brian Brunette e Rodolfo Gonzalez, prima di conoscere l’onta della prima sconfitta da professionista il 4 luglio 1987 quando un altro argentino, Juan Martin Coggi, lo metterà al tappeto strappandogli il titolo. Un ultimo tentativo di tornare sul tetto del mondo, il 25 giugno 1992, verrà vanificato dall’americano James McGirt, che nella sfida valida per il titolo mondiale dei pesi welter versione WBC chiuderà la carriera di Oliva, che somma un record di 57 vittorie e 2 sole sconfitte.

Un posticino tra i grandi del pugilato italiano, Patrizio Oliva, se lo merita proprio.

LA TRAGICA STORIA DI “CARTAVELINA” SINDELAR, CHE DISSE NO ALL’ANSCHLUSS

sindelar
Sindelar in azione – da lacrimediborghetti.com

articolo di Giovanni Manenti

Molto spesso, anzi direi anche troppo, si abusa nel linguaggio massmediatico moderno del termine eroe per definire persone che – pur senza alcun dubbio ammirabili per il loro impegno e la relativa professionalità – altro non fanno che espletare i compiti derivanti dalle rispettive attività lavorative, siano essi medici, vigili del fuoco ed altri ancora.

Ben diverso, a mio avviso, è il caso di chi, in nome di un ideale o di una nobile causa, mette a repentaglio la propria vita non volendosi piegare al potere ed ai soprusi di personaggi che vogliono soggiogarne la volontà, ben sapendo che ciò può definirne il relativo destino sino alle estreme conseguenze.

Ed uno di questi eroi è il calciatore austriaco Matthias Sindelar, uno dei più forti attaccanti del periodo intercorrente tra le due guerre, e che mai ha voluto accettare e piegarsi all’emergente regime nazista, culminato con l’annessione dell’Austria (da allora divenuta “Ostmark“, ovvero Regione orientale) alla Germania – il tristemente famoso “Anschluss” – avvenuta nell’aprile 1938.

Nato ad inizio febbraio 1903 nella Moravia austriaca da una famiglia di presunte origini ebraiche, anche se di religione cattolica, Sindelar si trasferisce sin da bambino nella capitale Vienna, subendo un primo schiaffo dalla vita con la perdita del padre, che svolgeva attività di muratore, sull’Isonzo nel corso della prima guerra mondiale, così dovendosi adattare ad aiutare la madre nella conduzione di una lavanderia unitamente alle tre sorelle, trovando poi un impiego in un’officina meccanica.

Unico svago concesso, il pallone, con cui si esibisce in strada mettendo in mostra una tecnica naturale sopraffina che lo distingue dagli altri suoi coetanei e che non sfugge agli abili scopritori di talenti viennesi, ottenendo appena diciottenne un ingaggio dall’Herta Vienna, dal quale poi passa alla ben più famosa Austria Vienna l’anno successivo, che ha appena conquistato il titolo nazionale, non senza aver rischiato di concludere anzitempo l’attività agonistica complice la rottura del menisco del ginocchio destro, fortunatamente per lui rimesso a posto dal dottor Hans Spitzy, famoso medico viennese.

Ed anche se ciò comporta il fatto che per il resto della carriera Sindelar giochi sempre con il ginocchio destro protetto da una fascia elastica, non incide minimamente sia sulle proprie qualità tecniche che sul rendimento in campo, le cui armoniche movenze, l’eccellente controllo della palla, l’abilità e la fantasia con cui si libera in dribbling spesso ubriacanti dei vari avversari, gli valgono l’appellativo di “cartavelina” (“der papierene” in tedesco ), o anche di “Mozart del pallone“, con cui è ancor oggi ricordato.

Ma, per tornare al calcio giocato, Sindelar, che nel 1926 conquista con l’Austria Vienna il suo unico titolo di campione austriaco, dovendo negli oltre dieci anni successivi sottostare alla superiorità delle altre tre – Admira, First e Rapid Vienna – formazioni della capitale, deve la sua fama per le sue prestazioni in campo internazionale che con il proprio club di appartenenza.

Piccola digressione, nel 1927 nascono due importanti competizioni a livello continentale che possono essere paragonate all’attuale Campionato Europeo per Nazioni l’una ed alla Coppa dei Campioni per club l’altra, vale a dire la Coppa Internazionale e la Mitropa Cup (acronimo di “Mittel Europa Cup“), a cui partecipano formazioni di Italia, Svizzera, Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria.

Del resto, con i paesi britannici chiusi nel loro supponente isolazionismo, non si può negare che tali manifestazioni rappresentassero all’epoca il meglio del meglio del calcio mondiale, basti pensare che ai Mondiali del 1934 in Italia la finale fu tra Italia (che aveva eliminato l’Austria in semifinale) e Cecoslovacchia, mentre quattro anni dopo a Parigi furono gli ungheresi a sfidare gli azzurri nell’atto conclusivo.

Fatta questa doverosa premessa, dopo che la prima edizione della Coppa Internazionale era stata vinta dall’Italia (la manifestazione si svolgeva con gare di andata e ritorno tra le cinque nazioni partecipanti, con vittoria alla squadra che aveva ottenuto il maggior numero di punti), nella seconda le cose non si mettono bene per gli austriaci che, nelle prime tre gare, vengono sconfitti 1-2 a Milano dall’Italia, superano a fatica 2-1 la Cecoslovacchia a Vienna e, ancora al “Prater“, viene loro imposto il pari a reti bianche dall’Ungheria, ma c’è un però…

Già, perché il commissario tecnico Hugo Meisl, irritato da una prestazione incolore di Sindelar in una amichevole con una selezione tedesca persa per 5-0 ed in cui aveva ecceduto con i suoi virtuosismi a scapito del gioco di squadra, aveva deciso di escluderlo dalla selezione, salvo dover cambiare idea sulle pressioni della Federazione e della stampa, reintegrandolo in occasione dell’amichevole contro la Scozia del maggio 1931 e vinta per 5-0, con successivo positivo cammino in Coppa, in cui l’Austria non subisce sconfitte nelle successive cinque gare e conquista il trofeo con 11 punti rispetto ai 9 dell’Italia, cui viene restituito il 20 marzo 1932 al “Prater” di Vienna il 2-1 dell’andata, grazie ad una doppietta dello stesso Sindelar in tre minuti, dal 56′ al 58′.

Ma oltre ai successi con la nazionale, Sindelar mette la propria firma anche sulla Mitropa Cup, il cui primo successo giunge nel 1933 quando a farne le spese sono le due formazioni italiane iscritti alla manifestazione, vale a dire la Juventus in semifinale e l’Inter in finale.

Contro i bianconeri, che, giova ricordare, annoverano in squadra ben nove giocatori (Combi, Rosetta, Calligaris, Varglien, Monti, Bertolini, Borel, Ferrari ed Orsi) che faranno parte l’anno successivo dei convocati dal commissario tecnico Pozzo per i Mondiali del 1934 in Italia, Sindelar rompe l’equilibrio dopo soli 3′ dal fischio d’inizio della gara d’andata disputata il 9 luglio 1933 a Vienna e terminata sul 3-0 per l’Austria Vienna, con Monti talmente imbufalito nel non riuscire a marcarlo, tanto da ricorrere al fallo sistematico che induce l’arbitro a cacciarlo dal campo a 5′ dal termine, con il risultato che tre minuti dopo Spechtl mette il sigillo al successo austriaco.

Difeso con tranquillità il vantaggio una settimana dopo al ritorno, concluso sull’1-1, all’Austria Vienna tocca far visita, il 3 settembre seguente, all’Ambrosiana-Inter sul campo dell’Arena Civica di Milano per la gara di andata della finale, uscendo sconfitta per 1-2 dopo che, sullo 0-0, il portiere nerazzurro Ceresoli respinge un calcio di rigore calciato da Stroh, per poi consentire a Meazza e Levratto di costruire il doppio vantaggio interista prima della fine della prima frazione di gioco, mitigato da un acuto di Viertl nella ripresa.

Appena cinque giorni dopo le due squadre si affrontano a Vienna per la gara di ritorno, in cui Sindelar è il protagonista assoluto, dapprima portando in vantaggio i suoi trasformando un calcio di rigore a fine primo tempo e poi, dopo che l’Ambrosiana-Inter era rimasta in nove per la doppia espulsione di Demaria al 75′ e di Allemandi al 77′, ergendosi a protagonista assoluto nel finale di gara, mettendo a segno altre due reti per la tripletta personale, inframezzate da uno spunto vincente di Meazza, per il 3-1 conclusivo che consegna il trofeo alla formazione austriaca.

I resoconti e le testimonianze dei propri giocatori (anche l’Ambrosiana contribuisce alla spedizione mondiale con quattro giocatori, Allemandi, Castellazzi, Meazza e Demaria) impensieriscono non poco Vittorio Pozzo che deve affrontare nella semifinale mondiale di Milano il “Wunderteam” (“La squadra delle meraviglie“, come era stata denominata), che si presenta all’appuntamento iridato con un ruolino costituito da 18 vittorie, 4 pareggi e solo 3 sconfitte negli ultimi tre anni, tra cui uno stop per 3-4 a Stamford Bridge contro i maestri inglesi che la stessa stampa d’oltremanica riconosce ingiusto in quanto “Non ci può essere alcun dubbio che l’Austria sia stata superiore” (“The Manchester Guardian“), “Vittoria e basta così!” (ammonisce “The Times“), mentre tra le vittorie spicca un sensazionale 8-2 (!!!) rifilato all’Ungheria ad aprile 1932, in cui Sindelar realizza tre reti e fornisce i cinque assist per le altre segnature.

Per Pozzo la soluzione è una sola, vale a dire affidare “il Mozart del calcio” alle amorevoli cure di Luisito Monti, deciso a riscattare la magra figura subita poco meno di un anno prima in Coppa con la Juventus, e stavolta, complice anche una direzione di gara compiacente (della quale la Federazione austriaca avrà a dolersi non poco) riuscirà, più con le cattive che con le buone, a limitare il talento austriaco e consentire all’Italia di capitalizzare al massimo la contestata rete di Guaita messa a segno al 19′, pur se nel dopo gara il centravanti azzurro Angiolo Schiavio avrà a dichiarare, riferendosi al pari numero austriaco “Sindelar era imprendibile, Monti non ce la faceva proprio con quel diavolo!“.

Archiviata la delusione mondiale, Sindelar si riscatta con l’Austria Vienna nella Mitropa Cup, dove nel 1935 viene eliminato in semifinale dal Ferencavros dopo aver realizzato 8 reti (tra cui la consueta tripletta all’Ambrosiana-Inter nel 3-1 al Prater del 23 giugno) in 7 partite, per poi conquistare il secondo trofeo l’anno successivo, in cui è decisivo nella doppietta rifilata all’Ujpest nella semifinale di ritorno vinta per 5-2 al Prater dopo aver perso 1-2 all’andata, e quindi subire una seconda eliminazione in semifinale, sempre ad opera degli ungheresi del Ferencvaros nell’edizione 1937, in cui va a segno in tutte e sei le gare disputate.

Per Sindelar ed i suoi compagni di nazionale, il prossimo obiettivo sono i Campionati Mondiali di Francia 1938, per i quali si sono qualificati avendo superato per 2-1 la Lettonia, ma fosche nubi si addensano sul cielo di Vienna, sotto forma della pretesa annessione dell’Austria alla Germania, avvenuta con l’invasione del suolo austriaco da parte dell’esercito tedesco il 12 marzo 1938 ed alla quale Hitler vuole dare una parvenza di legalità con il farsesco plebiscito previsto per il successivo 10 aprile 1938, preceduto una settimana prima dalla “Partita della riappacificazione” (“Anschlussspiel“) tra le nazionali tedesca e austriaca che sanciva, di fatto, la fine del “Wunderteam“.

Organizzata al Prater viennese, tale gara doveva essere una sorta di semplice passerella, alla quale i giocatori austriaci ottennero il permesso di indossare una divisa rossa con pantaloncini bianchi (i colori della loro bandiera) e che, nelle intenzioni, per non dire pressioni, dei gerarchi nazisti presenti all’appuntamento, avrebbe dovuto concludersi con un nulla di fatto.

Un “diktat“, quest’ultimo, che non va per niente a genio a Sindelar, dichiaratamente contrario all’ideologia nazista, il quale, portando anche al braccio la fascia di capitano, si incarica di sbloccare al 70′ le sorti dell’incontro per poi andare ad esultare sotto la tribuna delle autorità, un gesto a cui fa poi seguito il rifiuto, assieme al compagno Karl Sesta (autore pochi minuti della rete del definitivo 2-0) di eseguire il saluto nazista al termine della contesa, come il cerimoniale imponeva.

Resta quella l’ultima occasione in cui indossa la maglia della nazionale del suo paese (con cui ha totalizzato 43 presenze con 26 reti all’attivo), rifiutandosi di partecipare ai Mondiali nelle file della Germania – al contrario dei suoi compagni Hahnemann, Mock, Neumer, Pesser, Schmaus e Stroh – che esce ingloriosamente dalla rassegna iridata, sconfitta 4-2 dalla Svizzera dopo essere stata in vantaggio 2-0, con il selezionatore Sepp Herberger che, avendo capito i motivi della decisione di Sindelar, decide di non insistere per fargli cambiare idea, pur sapendo che era ancora il più forte, nonostante i 35 anni, e che sarebbe stato di estrema utilità per la squadra.

Con l’inasprimento delle leggi razziali e l’epurazione degli ebrei, Sindelar, che aveva rifiutato una consistente offerta dell’Arsenal per giocare in Inghilterra, nonostante non gli dispiacesse il lusso, avendo sprecato buona parte dei suoi guadagni in abiti firmati e macchine di pregio, nonché nella compagnia di belle ragazze, abbandona il calcio nell’estate 1938 per acquistare un bar da un precedente gestore ebreo, permettendo comunque alla clientela ebrea di continuare a frequentare il locale, così come non osserva il divieto imposto dalle autorità di salutare il suo vecchio presidente all’Austria Vienna, Michael Schwarz, che aveva dovuto, al pari di ogni dirigente delle altre società, dimettersi dall’incarico in quanto di fede giudaica.

Questo atteggiamento, unitamente alla sua dichiarata fede antihitleriana, fa sì che il locale sia di frequente piantonato e tenuto sotto osservazione dagli uomini della spietata Gestapo – la famigerata polizia segreta della Germania nazista – e non stupisce più di tanto che, la mattina del 23 gennaio 1939, egli non possa aprire l’esercizio, dato che si trova morente in camera da letto, con a fianco la sua ultima conquista, l’italiana di origine ebraica Camilla Castagnola.

L’autopsia parlò di intossicazione da monossido di carbonio, il che può anche essere vero, è un incidente purtroppo abbastanza frequente anche ai nostri giorni, ma non mancarono le voci relative ad un suicidio, visto che la “corte” che gli faceva la Gestapo avrebbe potuto condurlo in un campo di concentramento, oppure che sia stata la stessa polizia segreta ad architettarne la morte, dato che la relazione con una donna ebrea poteva essere stata la classica “goccia che aveva fatto traboccare il vaso“.

Vi fu anche chi, a sostegno delle proprie tesi, ebbe ad evidenziare la rapidità con cui vennero eseguite le esequie, ma anche in questo caso la versione ufficiale era abbastanza convincente, in quanto qualora le indagini avessero accertato si fosse trattato di suicidio, non avrebbe avuto diritto al funerale religioso, fatto sta che l’incartamento relativo alla sua scomparsa non venne mai più trovato.

Ma il suo pubblico, che tanto lo adorava, dette un’ultima grande manifestazione di affetto per il proprio idolo, con oltre 20mila persone a partecipare al suo funerale, ultimo schiaffo dato, da morto, a quel regime dittatoriale che tanto detestava.

E poi, forse, è anche giusto così, se la sua fine doveva essere quella di venire deportato in un campo di concentramento, perché, come dice Guccinigli eroi son tutti giovani e belli!“.

ANDERS HOLMERTZ, IL CAMPIONE CHE NON SAPEVA VINCERE

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Anders Holmertz – da wallpaperhdhi5.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel lungo romanzo che costituisce la storia degli sport individuali, non è raro il caso di trovare validissimi esponenti delle rispettive discipline che non riescono ad assurgere alla gloria eterna in quanto capitati nel periodo sbagliato, quando cioè vi è un fenomeno che monopolizza la scena, basti pensare ai ciclisti all’epoca del “Cannibale” Eddy Merckx o, in tempi più recenti, a coloro che abbiano avuto la sfortuna di doversi misurare contro un Usain Bolt sulle piste di atletica oppure un Michael Phelps in piscina.

Proprio dal nuoto, però, emerge una figura particolare, dotata di grandissime potenzialità, e che avrebbe potuto mietere maggiori successi – in campo europeo senz’altro, ma anche a livello mondiale – se solo avesse saputo, nel decennio in cui ha frequentato vasche e piscine ad ogni latitudine, disciplinare la sua innata aggressività in acqua, dosando meglio le energie, con il risultato di far da lepre agli avversari, tirando le gare a ritmi sostenuti per poi crollare nel finale, mentre agli altri andavano medaglie ed annessi record europei, olimpici o mondiali che fossero.

Tale prsonaggio, che chi è addentro alle vicende natatorie avrà sicuramente già individuato, altri non è che lo svedese Anders Holmertz, stile liberista capace di cimentarsi senza eccessivi problemi sulle distanze dei 100, 200 e 400 metri, pur prediligendo, come normale in questi casi, la prova media sui 200.

Nato a dicembre del 1968 a Motala, in Svezia, Holmertz (da non confondere con l’omonimo Per “Pelle” Holmertz, di cui non è parente pur essendo nato anch’egli a Motala e vincitore del bronzo sui 100 stile libero ai Giochi di Mosca 1980) appare in una prima grande manifestazioneiInternazionale quando, non ancora 16enne, partecipa alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 dove fallisce l’accesso alla finale dei 200 stile liberoper soli 0″03 centesimi (1’51″67 ad 1’51″70) rispetto all’azzurro Marco Dell’Uomo, mentre sui 400 stile libero fa registrare il 23esimo tempo in qualificazione e con la staffetta 4×200 si classifica sesto in finale.

Tale approccio consente ad Holmertz di guardare con i fiducia ai successivi Campionati europei di Sofia 1985, dove stavolta guadagna la finale sui 200 stile libero, solo per concludere al settimo posto in 1’51″60 ed assistere all’ennesimo trionfo dell’Albatros Michael Gross, al suo secondo oro continentale consecutivo sulla distanza.

A consolazione della delusione per l’esito della gara individuale, giunge per Holmertz la sua prima medaglia continentale, venendo inserito in prima frazione della staffetta 4×200 stile libero che conquista un prestigioso argento in 7’25″69 alle spalle dell’imprendibile Germania Ovest.

Holmertz intuisce che deve migliorare la propria velocità di base in vista dei prossimi impegni costituiti dagli Europei di Strasburgo 1987 e, soprattutto, dalle Olimpiadi di Seul 1988, rassegna quest’ultima dove, conclusi gli assurdi boicottaggi, dovrà confrontarsi con l’elite del nuoto mondiale, così come ai Mondiali di Madrid 1986 dove si concede un’escursione sui 400 stile libero, conclusa con un onorevole sesto posto.

Ed il lavoro a cui viene sottoposto sembra pagare in moneta sonante agli Europei di Strasburgo 1987, dove ingaggia sui 200 stile libero un appassionante testa a testa con l’italiano e quasi coetaneo (sono divisi da meno di due mesi) Giorgio Lamberti che si risolve a favore dello svedese che, migliorandosi di oltre 3″ rispetto ai precedenti Europei, va a toccare in 1’48″44, con l’azzurro argento a soli 0″24 centesimi di distacco, ma, quel che più conta, mettendosi entrambi alle spalle la leggenda Michael Gross.

Holmertz dà altresì il proprio contributo alle staffette 4×100 stie libero (giunta quarta a soli 0″03 centesimi dal podio) e 4×200 stile libero, con la quale, inserito stavolta in terza frazione, conquista il bronzo dietro agli inarrivabili quartetti tedeschi, con l’oro alla Germania Ovest e l’argento ai rappresentanti dell’Est.

Con queste premesse, Holmertz si presenta fiducioso all’appuntamento olimpico di Seul 1988, dove il programma prevede proprio i 200 stile libero quale gara di apertura il 18 settembre, con la finale prevista per il giorno dopo, e lo svedese, inserito nella sesta batteria, fa il proprio dovere aggiudicandosela con il tempo di 1’49″28, davanti allo svedese Stephan Caron ed al nostro Giorgio Lamberti.

Il riscontro cronometrico non è però dei migliori – ben al di sopra dell’1’48″44 con cui aveva vinto gli Europei l’anno prima – e le ultime due batterie, in cui sono impegnati i pezzi da novanta Matt Biondi (alla ricerca di emulare il record di Spitz di sette medaglie d’oro) ed il “sempiterno” Michael Gross, alla sua ultima recita ai Giochi, vengono disputate su ritmi decisamente più alti, con il miglior risultato fatto registrare dal polacco Artur Wojdat con il record nazionale di 1’48″02 davanti a Biondi e Gross, circostanza che consente allo svedese di qualificarsi per la finale con l’ottavo ed ultimo tempo, di soli 0″23 centesimi inferiore a quello dell’azzurro Gleria, condannato alla finale B al pari di Lamberti, il quale però rinuncia a prendervi parte.

In finale Holmertz, partendo dall’ottava corsia, non ha molti punti di riferimento, ma come di consueto impone un ritmo alto alla sua nuotata, che lo porta a metà gara a staccarsi dal resto del lotto assieme a Biondi, con un passaggio di 52″21 che profuma di attacco al record mondiale di Gross, con la sfida che si infiamma all’ultima virata con il recupero in sesta corsia del semisconosciuto australiano Duncan Armstrong, il quale, dapprima raggiunge Biondi e poi lo stacca nettamente negli ultimi venti metri andando a conquistare l’oro nel nuovo primato mondiale di 1’47″25, con Holmertz capace anch’egli di toccare davanti all’americano per soli 0″10 centesimi (1’47″89 ad 1’47″99, record Usa).

Con il rammarico di aver perso una grande occasione per l’oro olimpico, dato che il vincitore Armstrong si presentava ai Giochi con il 46.mo tempo nel “Ranking Mondiale dell’Anno“, Holmertz – che con la staffetta 4×200 conclude in sesta posizione – si sente però rafforzato in base al tempo ottenuto, e dunque ben deciso a confermare il titolo europeo sui 200 stile libero alla rassegna continentale di Bonn 1989, dove deve però fronteggiare la voglia di riscatto dell’azzurro Giorgio Lamberti dopo la delusione di Seul, ed i due danno vita, nellafFinale del 15 agosto, ad un’appassionante sfida che vede l’italiano dominare la scena con tanto di record mondiale in 1’46″69 davanti a Wojdat che nelle ultime bracciate soffia l’argento ad Holmertz.

E, mentre Lamberti concede il bis sui 100 stile libero, lo svedese deve accontentarsi del quarto posto sui 400 stile libero, per poi mettersi al collo il bronzo della staffetta 4×100 stile libero ed assistere al tris del bresciano nella staffetta 4×200 stile libero, dove la Svezia è ancora una volta relegata ai margini del podio.

L’esito degli Europei rappresenta un duro colpo per Holmertz, che sembra quasi destinato a vedere i propri avversari fare la gara della vita proprio contro di lui, ciò nondimeno non lesina sforzi per l’appuntamento dei Mondiali che si disputano a Perth nel gennaio 1991, iscrivendosi a tutte e tre le gare individuali di stile libero che lo vedono sempre regolarmente raggiungere la finale ed altrettanto costantemente accomodarsi ai margini del podio, quinto sui 100 vinti da Biondi (con Lamberti bronzo), quarto sui 200 in un modesto 1’49″05 nella prova dove Lamberti conferma la sua leadership, così come sui 400, che registrano la doppietta (oro ed argento) dei due tedeschi occidentali Hoffmann e Pfeiffer.

E le cose non migliorano con le staffette, visto che entrambi i quartetti svedesi giungono anch’essi quarti sia nella 4×100 stile libero che nella 4×200 stile libero, con Holmertz che viene superato in ultima frazione da uno scatenato Lamberti per il bronzo azzurro; ci sarebbe da che disperarsi se non fossero in programma ad agosto i Campionati europei di Atene 1991, dove, peraltro, le cose vanno ancor peggio, vista l’assenza di nuotatori americani ed australiani, con Holmertz che deve accontentarsi del solo bronzo nella staffetta 4×100 stile libero, dopo aver miseramente fallito nelle prove individuali sia sui 200 stile libero – quinto in 1’49″02 nella gara vinta all’ultima bracciata da Wojdat su Lamberti (1’48″10 ad 1’48″15) – che sulla doppia distanza, dove giunge addirittura sesto in 3’52″08, ad oltre 3″ di distacco dal neocampione continentale, il russo Yevgey Sadovyi.

A 23 anni, si potrebbe pensare che la parabola di Holmertz sia oramai in fase calante, ma all’improvviso le vite parallele con l’azzurro Lamberti invertono le rispettive rotte e, mentre il bresciano esce clamorosamente di scena, lo svedese ritrova la forma dei giorni migliori proprio in occasione dei Giochi di Barcellona 1992, dove deve però raccogliere la sfida sui 200 e 400 stile libero dell’astro emergente sovietico Sadovyi, con il quale si confronta subito sin dal mattino del 26 luglio, giornata inaugurale del programma natatorio, essendo entrambi inseriti nella sesta batteria, con il sovietico a precedere lo svedese di appena 0″02 centesimi (1’46″74 ad 1’46″76) entrambi sotto il record olimpico di Armstrong di quattro anni prima ed a sfiorare il primato mondiale dell’assente Lamberti.

L’esito del turno di qualificazione, con Sadovyi ed Holmertz ad occupare le corsie centrali nellafFinale del pomeriggio, consiglia allo svedese di imprimere alla gara un ritmo folle che lo vede transitare in testa sia ai 50 (25″05, 9/100 sotto il primato mondiale) che ai 100 (51″77, vantaggio sul mondiale aumentato a 65/100), toccando per primo anche all’ultima virata dei 150 in 1’19″70 incrementando a 68/100 il vantaggio sul record, solo per vedersi rimontato nell’ultima vasca da Sadovyi che lo beffa andando a toccare nel nuovo record olimpico di 1’46″70 rispetto all’1’46″86 dello svedese, circostanza che salva per un solo 1/100 il primato di Lamberti che, con il russo ritiratosi prematuramente dalle scene, resiste per altri 7 anni.

Ancora una volta, Holmertz ha fatto da lepre ad un suo rivale, e solo per un niente non è crollato anche il record mondiale, limite che – assieme all’oro – poteva essere alla sua portata se solo avesse meglio dosato le energie, dato il suo eccellente stato di forma, confermato dalla frazione interna nuotata in 1’46″16 il giorno dopo nella staffetta 4×200 stile libero, che Holmertz conduce all’argento in 7’15″51 dietro alla Comunità degli Stati Indipendenti (ex Urss) che, con 7’11″95, centra, manco a dirlo, il primato mondiale.

Record che crolla anche sui 400 stile libero, la cui finale è in programma il 29 luglio con Sadovyi ed il primatista mondiale, l’australiano Kieren Perkins, grandi favoriti, ma per la cui realizzazione la consueta mano la fornisce Holmertz, mettendo in atto la stessa tattica suicida di tre giorni prima sui 200, coprendo i primi 300 metri ben al di sotto del record dell’australiano, non riuscendo però a staccare oltre al massimo un metro i due avversari, i quali lo superano quasi pressoché contemporaneamente alla penultima virata per andarsi a disputare l’oro in un finale incandescente che vede entrambi demolire il vecchio primato, e Sadovyi mettersi al collo la sua terza medaglia pregiata nel sensazionale crono di 3’45″00 – migliorandosi di oltre 4″!!! – con Perkins argento in 3’45″16 ed Holmertz arricchire la propria collezione di piazzamenti salvando il bronzo dal ritorno di Wojdat, realizzando comunque in 3’46″77 il proprio “personale” nonché record nazionale.

Se, da un punto di vista cronometrico, i Giochi di Barcellona rappresentano l’apice della carriera di Holmertz, altrettanto non si può dire della sua longevità agonistica, che lo porta a gareggiare per altri quattro anni, con risultati più che lusinghieri sia agli Europei di Sheffield 1993 (bronzo sia sui 200 che sui 400 stile libero, entrambi appannaggio del finlandese Antti Kasvio, con l’aggiunta dell’argento nella staffetta 4×100 stile lobero) che a quelli di Vienna 1995 dove le medaglie sono addirittura quattro, con l’argento sui 200 stile libero tra i due finlandesi Jani Sievinen e Kasvio e con la staffetta 4×200 stile libero ed il bronzo sui 400 stile libero e nella 4×100 stile libero.

Medaglie che, però, erano state precedute da un ultimo grande acuto di Holmertz ai Mondiali di Roma 1994 dove, dopo essere stato battuto da Kasvio nella prova individuale sui 200 stile libero, nuota un’eccellente ultima frazione nella rispettiva staffetta, coperta in 1’47″13, per consegnare alla Svezia la sua unica medaglia d’oro in tale specialità tra Olimpiadi e Mondiali, per poi andare a concludere una comunque straordinaria carriera con la sua quarta partecipazione ai Giochi di Atlanta 1996, dove è ancora capace di giungere quinto in finale sia sui 200 che sui 400 stile libero, nonché di conquistare la sua quinta medaglia olimpica con l’argento della Svezia nella staffetta 4×200 stile libero dietro agli Stati Uniti, nuotando la propria frazione interna nel tempo di 1’47″03, migliore di tutti gli altri finalisti.

D’accordo, Holmertz passerà alla storia come il più classico dei perdenti di successo, ma non si può certo dire che non abbia dato un più che valido contributo alla crescita del nuoto nel panorama mondiale, potendo comunque allineare nel salotto di casa ben 20 medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei.

Avessero premiato anche i quarti posti!

LA VITTORIA DI GHEDINA A WENGEN NEL 1995

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Ghedina a Wengen – da neveitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi trarre in inganno dagli albi d’oro di Olimpiadi e Mondiali. Per carità, niente da obiettare sulla legittimità e il prestigio di tali conquiste… ma la patente di discesista doc si ottiene domando la Streif di Kitzbuhel e il Lauberhorn di Wengen. Chiedete a Kristian Ghedina, che di questi tracciati conosce segreti e tranelli e che nel corso della carriera ne ha decriptata la chiave di accesso, e che di Svizzera, Wengen, Lauberhorn e primo posto se ne intende proprio.

Con la macchina del tempo torniamo indietro al 1995, precisamente al 20 gennaio, non prima però aver ricordato, brevemente, che il cortinese, classe 1969, frequenta il circo bianco dalla stagione 1988/1989; che l’anno dopo ha colto le prime affermazioni proprio sulla pista di casa e ad Are, in Svezia; che la dea bendata gli ha voluto bene nel farlo salire sul secondo gradino del podio mondiale in combinata a Saalbach nel 1991, alle spalle di Stephan Eberharter; che un drammatico incidente d’auto qualche mese dopo non solo ha rischiato di compromettergli la carriera appena sbocciata ma pure di strapparlo alla vita; che ha conosciuto l’onta dell’anonimato nelle classifiche di merito e che nell’anno in corso sta risalendo la china, in cerca di quell’affermazione che ne certifichi l’ammissione al club dei grandi del discesismo internazionale.

E Wengen cade a fagiolo. In stagione il calendario di Coppa del Mondo ha proposto due doppi appuntamenti, che con Wengen diventeranno tre, prima a Val d’Isere, dove ad imporsi sono stati gli austriaci Josef “Pepi” Strobl e Armin Assinger, e poi a Kitzbuhel, dove il francese Luc Alphand ha colto una trionfale doppietta e Ghedina, terzo ad un solo centesimo dall’altro asburgico Patrick Ortlieb, ha riassaporato il profumo del podio a distanza di quasi cinque anni dall’ultima volta, proprio il giorno della vittoria ad Are nel 1990. Insomma, l’azzurro pare aver ritrovato l’ispirazione dei tempi perduti, e quando si presenta al cancelletto di partenza per la prima delle due gare di Wengen è pronto a ruggire. Per prendersi una rivincita sulla malasorte e gridare al mondo che quel ragazzo che seppe vincere da giovanissimo ora è maturato e ben deciso a riprendersi il posto tra i velocisti di prima fascia.

In effetti Kristian, pettorale numero 3, scorre senza incertezze nei primi quarantatre secondi di gara (43″09 all’intermedio), salta impeccabilmente all’Hundschopf (“testa di cane“) ed alla Minsch-Kante, entra velocissimo nella stradina che passa sotto il ponte della ferrovia ed immette nel lungo piano centrale del tracciato (passaggio a 1’54″07), infine pennella come mai prima (ci riuscirà ancora nel 1997, concedendo il bis) la “esse” che catapulta al traguardo. Dove il cronometro lo premia con il miglior tempo, 2’26″33, nettamente davanti al connazionale Werner Perathoner, 2’28″10, e la percezione, fortissima, che sarà difficile far meglio.

Ma prima di cantar vittoria c’è da attendere che la pattuglia austriaca scenda a valle, così come è attesa l’esibizione dello stesso Alphand, l’uomo in forma del momento, e del “vecchio” Marc Girardelli, che ha l’esperienza necessaria per primeggiare sul tracciato più lungo e faticoso dell’intero circo bianco e che, guarda caso, qui ha già vinto due volte in passato. Ma se il transalpino e il lussemburghese stavolta non eccellono, chiudendo distanziati di 1″74 e 1″95 in settima e tredicesima, e se William Besse, elvetico beniamino di casa ultimo vincitore dodici mesi prima ma solo ventottesimo a 2″72, ecco Patrick Ortlieb, pettorale numero 10 e campione olimpico nel 1992 sulla Face de Belvarde, far segnare il miglior primo intermedio, 42″85 (ventiquattro centesimi meglio di Ghedina), mettendo a rischio il primo posto dell’ampezzano. 0″19 centesimi separano i due contendenti al rilevamento dopo quasi due minuti di fatica, ed è forse il troppo acido lattico accumulato nei muscoli che tradisce il gigante austriaco, che poco dopo si sdraia sulla neve molle ed è fuori dai giochi.

E così, mentre gli altri “aquilottiTrinkl, Assinger e Strobl sono subito alle spalle di Kristian, seppur con disavanzo oltre il secondo, e il norvegese Atle Skaardal si è provvisoriamente insediato sul terzo gradino del podio ad 1″40 di ritardo, col pettorale numero 19  si butta in picchiata l’ultima freccia all’arco di casa-Austria, Peter Rzehak, 25enne capace in carriera di salire già sul podio a Garmisch (terzo e secondo), scivolatore di gran talento ma troppo spesso fermato dagli infortuni. Al primo intermedio è dietro a Ghedina di soli 0″05 centesimi (43″14), che poi diventano 0″60 all’uscita del piano centrale (1’54″67), 0″77 prima della “esse” finale (2’07″40), infine 0″85 all’arrivo (2’27″18), unico capace di contenere il ritardo da Kristian sotto il secondo, davanti al compagno Trinkl e a far scalare Skaardal in quarta posizione.

Il pericolo è scongiurato, Ghedina è saldamente al comando e può infine garantirsi il certificato di discesista doc. Se a Wengen, prima di lui, l’impresa tricolore era riuscita solo a Zeno Colò ed Herbert Plank ci sarà un perchè… certo, Kristian ora è un campione con la C maiuscola.

Classifica: 1.Ghedina 2’26″33  2.Rzehak a 0″85  3.Trinkl a 1″20  4.Skaardal a 1″40  5.Assinger a 1″57

UWE SEELER, IL CANNONIERE MIGLIORE ANCHE DI GERD MUELLER

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Uwe Seeler in azione con la maglia della Nazionale tedesca – da the100.ru

articolo di Giovanni Manenti

Non è certo nostra intenzione sminuire il valore di Gerd Mueller, il bomber per antonomasia del calcio tedesco, autore di 365 reti in 427 gare disputate in “Bundesliga” (ad una straordinaria media di 0,85 goal a partita), per ben sette volte “Torschutzenkoenig” (capocannoniere…) e capace di realizzare altresì qualcosa come 68 reti in sole 62 presenze in nazionale!

C’è un però, ed è legato appunto alla “Bundesliga“, la cui nascita, rispetto agli altri paesi europei, è più recente, risalendo appena alla stagione 1963/64, con ciò facendo passare in second’ordine le imprese degli attaccanti dell’epoca ante girone unico, cosa che non avviene ad altre latitudini – esempio calzante la nostra Serie A, istituita nel 1929, il cui top scorer è tuttora Silvio Piola con 274 reti messe a segno tra il 1929 ed il 1954, a scapito di Francesco Totti, secondo con i suoi 250 centri – dove la formula di un unico campionato di prima divisione risale a ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.

In parte dovuto alla più ampia estensione del territorio tedesco rispetto agli altri paesi europei, ma soprattutto per la forte opposizione delle associazioni calcistiche regionali, dal dopoguerra e sino al 1963 si disputano tornei a carattere locale, di cui i più rappresentativi, denominati “Oberliga“, sono la Nord, West (Ovest), Sudwest (Sudovest), Sud e Berlin, da cui escono otto formazioni (le vincenti di ogni raggruppamento più tre delle migliori seconde) per dar vita al “Deutscher Meisterschaft” (campionato tedesco) che si svolge con le squadre divise in due gironi composti da quattro compagini ciascuno, che si affrontano in gare di andata e ritorno, con le due vincenti a sfidarsi in finale unica per l’assegnazione del “Meisterschale“, in pratica come se fosse una finale di coppa.

Solo dopo la deludente esperienza della nazionale ai Mondiali 1962 in Cile, dove la Germania è eliminata nei quarti di finale dalla Jugoslavia, la “Deutscher Fussball Bund” (la Federcalcio tedesca) decide di rompere gli indugi ed allinearsi alle altre nazioni europee con l’istituzione della Bundesliga, dapprima a 16 squadre, ma ampliata dopo soli due anni a 18, per dar modo alle migliori squadre di confrontarsi tra loro durante l’intero campionato e non solo nella parte finale della stagione.

Fatta questa debita premessa, nelle 15 stagioni che vanno dalla ripresa dell’attività agonistica dopo le atrocità degli eventi bellici (1948/49) e sino al 1963, a dominare la scena sono il Kaiserslautern del grande Fritz Walter, il Borussia Dortmund (che si aggiudica 3 titoli, giungendo altre due volte in finale) e l’Amburgo che, dal 1954 al 1963, vince per nove stagioni consecutive la “Oberliga Nord“, qualificandosi per la fase finale del campionato.

A contribuire in modo determinante a tale sequela di successi del club anseatico è colui che ne diverrà uno dei suoi più celebri cittadini (quanto meno dal punto di vista sportivo), essendovi nato il 5 novembre 1936, vale a dire il centravanti Uwe Seeler, il quale debutta in prima squadra non ancora diciottenne nel successo interno per 3-0 del 29 agosto 1954 contro l’Oldenburg alla prima giornata di campionato della “Oberliga Nord“, bagnando l’esordio con la prima delle 28 reti che realizza in sole 26 gare disputate, circostanza che gli garantisce il titolo di capocannoniere del torneo, cui ne aggiunge una 29esima nell’appendice di fine stagione.

Miglior impatto nel calcio tedesco pensiamo che Seeler non potesse neppure lontanamente sognare, ma le sue qualità di opportunista di area di rigore, cui unisce una non comune capacità di elevazione e tempismo nel colpire di testa a dispetto della non elevata statura – non arriva al metro e settanta –, ne fanno uno dei più prolifici centravanti della storia del calcio mondiale ed il migliore in assoluto a livello nazionale.

La splendida e, per certi versi, inaspettata stagione d’esordio altro non è che la punta dell’iceberg della carriera realizzativa di Seeler, il quale, nei nove anni trascorsi all’Amburgo prima dell’avvento della Bundesliga, vince per ben sette volte la classifica dei cannonieri della “Oberliga Nord“, mancando però, almeno inizialmente, la conquista del titolo, con l’Amburgo che raggiunge la finale per due anni consecutivi, solo per essere regolarmente e nettamente sconfitto sia il 23 giugno 1957 dal Borussia Dortmund per 4-1 che il 18 maggio 1958 ad opera dello Schalke 04 per 3-0.

Ciò nonostante, per Seeler arriva la convocazione in nazionale – dove aveva debuttato il 16 ottobre 1954, a pochi giorni dal compimento dei 18 anni, nella sconfitta per 1-3 contro la Francia – per i Mondiali di calcio di Svezia 1958, dove va a segno nella vittoria per 3-1 all’esordio contro l’Argentina, ripetendosi nel 2-2 contro l’Irlanda del Nord, in un torneo che vede la Germania Ovest concludere al quarto posto.

Il buon rendimento con la “National Mannschaft” contribuisce a migliorare le già eccellenti medie realizzative di Seeler che, nella stagione 1959/1960, stabilisce il proprio record personale, andando a segno 36 volte nelle 26 gare disputate nel torneo di Oberliga.

Potendo contare su di una tale macchina da gol, l’Amburgo si presenta alla fase finale del campionato inserito nel girone A contro Karlsruhe, Borussia Neunkirchen e Westfalia Herne, raggruppamento che gli anseatici vincono con 9 punti e 22 reti realizzate, di cui la metà portano la firma di Seeler, qualificandosi così per il “Meisterschaft EndSpiel“, in programma il 25 giugno 1960 a Francoforte contro il Colonia del giovane Karl-Heinz Schnellinger e dei veterani Helmut Rahn ed Hans Schafer, campioni del mondo a Berna nel 1954.

La gara, bella e combattuta tra due squadre che si equivalgono, vive su di una emozionante serie di botta e risposta nella ripresa, dopo che il primo tempo si è concluso a reti inviolate, con i renani a passare per primi in vantaggio con Breuer al 53′ solo per essere immediatamente raggiunti dal pari di Seeler e poi assistere ad un palpitante finale quando, alla rete del 2-1 per l’Amburgo messa a segno da Dorfel a meno di 10′ dal termine, tocca stavolta a Christian Mueller riequilibrare le sorti dell’incontro per il Colonia a soli 5′ dal fischio finale, ma l’illusione di portare la gara ai supplementare svanisce quando ancora Seeler – e chi se non lui – realizza appena un giro di lancetta dopo il punto del definitivo 3-2 che consegna agli anseatici il loro terzo titolo di campioni di Germania, a distanza di ben 32 anni dall’ultimo successo.

Ma il vero protagonista di questa campagna vittoriosa è Uwe Seeler il quale, sommando le reti del “Deutscher Meisterschaft” a quello del torneo di “Oberliga Nord“, giunge ad un impressionante totale di 49 reti realizzate in 33 gare disputate, un exploit mai raggiunto neppure da Gerd Muller, il quale nella sua miglior stagione – il 1971/1972 – si ferma, si fa per dire, a 40 centri su 34 incontri, e che resta a tutt’oggi ineguagliato nel panorama calcistico tedesco.

Due anni dopo, ai Mondiali in Cile, Seeler gioca da titolare, segnando due reti nelle quattro partite disputate dalla Germania, che esce ai quarti sconfitta 0-1 dalla Jugoslavia, decretando la fine dell’epoca di Sepp Herberger alla guida, sostituito da Helmut Schoen, il quale avrà modo di portare la nazionale tedesca ai vertici del calcio mondiale.

Nel frattempo, la nascita della Bundesliga non fa perdere le buone abitudini ad “Uns Uwe” (il nostro Uwe), come è ribattezzato dai tifosi amburghesi, ed anzi, al termine della prima stagione, che vede trionfare il Colonia di Wolfgang Overath, Seeler – a dispetto di un anonimo sesto posto dell’HSV (acronimo di “Hamburger Sport Verein“) – si laurea capocannoniere con 30 reti in altrettante gare di campionato, ottenendo il suo secondo personale riconoscimento di “Fussballer des Jahres” (calciatore dell’anno), dopo quello già assegnatogli, per quanto ovvio, per la fantastica stagione 1960.

Seeler – che l’anno precedente l’addio ai tornei regionali si era anche preso la soddisfazione di regolare un vecchio conto con il Borussia Dortmund, sconfiggendolo nella finale della DFB Pokal (la Coppa di Germania) con un secco 3-0 che porta la sua esclusiva firma – è ora pronto, dopo essersi ripreso da un infortunio al tendine di Achille che ne limita l’attività nel 1965, a guidare la nazionale ai Mondiali d’Inghilterra 1966, dove ancora una volta non salta alcuno dei sei incontri che portano la Germania alla soglia del titolo, sconfitta dai padroni inglesi per 2-4 in finale ai tempi supplementari.

Oramai, superati i 30 anni, le medie realizzative di Seeler si riducono, così come nel panorama calcistico nazionale esplode in tutta la sua forza Gerd Mueller, con il passaggio di consegne avvenuto nella finale di Coppa del 1967, in cui il Bayern strapazza per 4-0 l’Amburgo con il nuovo “Sturmer” a siglare una doppietta, ma, confortato dalle comunque buone stagioni di Seeler nel 1969 (23 reti) e nel 1970 (17 centri), il selezionatore Schoen non intende rinunciare al suo bagaglio di esperienza, convocandolo tra i 22 per il suo quarto Mondiale, in Messico nel 1970.

E non è che Seeler faccia da comprimario, anzi; dimostrando una tutt’altro che prevedibile duttilità tattica, arretra il proprio raggio d’azione per non intralciare Mueller negli ultimi sedici metri, scendendo nuovamente in campo in tutte e sei le gare disputate dalla Germania e passando alla storia per il celebre gol di nuca che sorprende, a 10′ dal termine, il portiere inglese Bonetti per il punto del 2-2 che manda il quarto di finale con l’Inghilterra ai supplementari, dove ci pensa Mueller a siglare la rete decisiva per l’accesso alla semifinale, poi persa 3-4 ai supplementari contro l’Italia.

A conclusione della sua esperienza in nazionale, Seeler può vantare 72 presenze e 43 reti, ma, soprattutto, la partecipazioni a quattro fasi finali dei campionati Mondiali dove, pur non avendo vinto il titolo, ottiene un secondo, un terzo ed un quarto posto e, ciò che più importa, il record, all’epoca, di 21 gare disputate, poi superato da Lothar Matthaeus e Miroslav Klose.

All’atto del suo ritiro, a fine stagione 1972, Seeler conta al suo attivo 507 reti realizzate in 587 gare complessivamente disputate con l’Amburgo, il club della sua città e l’unico di cui abbia indossato la maglia e, limitandosi ai soli incontri di campionato (Deutscher Meisterschaft compresi), il suo score è di 443 centri in 518 partite, per una media di 0,85 gol a partita, curiosamente assolutamente identica a quella di Gerd Mueller che, però, ha segnato di meno in valore assoluto!

E, d’altronde, cosa ti vuoi aspettare da chi ha poi avuto modo di dichiarare… “ho segnato molti, ed alcuni importanti, gol nella mia carriera, in rovesciata, in tuffo di testa, e perfino anche di nuca, ma non mi sono mai preoccupato se fossero o meno di ottima fattura, poiché la cosa più importante era che la palla varcasse la linea di porta!“.

E, statistiche alla mano, diremmo che ci è riuscito, ed anche bene!

IRENA SZEWINSKA, LA GRAN DAMA DELLE PISTE

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Irena Szewinska – da sport.wp.pl

articolo di Giovanni Manenti

Crediamo di non far torto ad alcuna delle migliaia di atlete che, nel corso degli anni, hanno calcato le più svariate piste e pedane degli stadi di atletica leggera e partecipato alle più importanti manifestazioni a carattere internazionale, se eleggiamo la polacca Irena Szewinska come emblema assoluto di tale disciplina e, del resto, non a caso le è stato affibbiato l’appellativo, quando ancora era in attività, di “Gran Dama delle Piste“, locuzione quanto mai appropriata per definirne l’immenso talento unito al carisma che la stessa sprigionava ogni volta che si presentava ad un appuntamento.

Nata nel maggio 1946 in un campo profughi di Leningrado da genitori ebrei – padre polacco e madre russa – la Kirszenstein (questo il suo cognome da ragazza) si trasferisce da piccola in Polonia, dove si avvicina all’atletica all’età di 14 anni, mettendosi in mostra al cospetto delle grandi dell’epoca a 18 anni da poco compiuti, in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964.

La prima gara in cui si cimenta è il salto in lungo, in programma il 14 ottobre, con qualificazioni al mattino e finale al pomeriggio, gara in cui, dopo aver realizzato la terza misura in qualifica con m.6,43, si migliora sino a m.6,60 per conquistare un eccellente argento precedendo la sovietica e primatista mondiale Tatyana Shchelkanova, cui la britannica Mary Rand soffia il record mondiale con il salto di m.6,76 che le vale l’oro.

Dopo questo brillante esordio, la polacca si presenta in pista il 18 ed il 19 ottobre per batterie e semifinali il primo giorno e finale il secondo sui 200 metri, insidiando sino al filo di lana l’oro dell’americana Edith McGuire, già argento tre giorni prima sui 100 dietro alla connazionale Wyomia Tyus, la quale si afferma nel nuovo record olimpico di 23″0, con Kirszenstein e l’australiana Marilyn Black alle piazze d’onore, accreditate del medesimo tempo di 23″1.

Per completare un debutto olimpico da sogno, la Kirszenstein viene inserita nella seconda frazione della staffetta 4×100, gara in cui la Polonia – nella sua veste di primatista mondiale con il tempo di 44″2 realizzato ad un mese dall’apertura dei Giochi – contende il ruolo di favorita agli Stati Uniti, pronostico rispettato con i due quartetti a darsi battaglia assieme alla Gran Bretagna che premia le polacche, le quali prevalgono su Usa e Gran Bretagna con il riscontro cronometrico di 43″6 (43″69 elettronico), che migliorerebbe il loro fresco limite, se non fosse che…

Già, se non fosse che la quarta frazionista Ewa Klobukowska non supererà nel 1967, in vista delle finali di “Coppa Europa Bruno Zauli” a Kiev un test di femminilità, con conseguente mantenimento delle medaglie sino ad allora conquistate, ma con annullamento dei record conquistati.

Una sanzione, questa, che pesa anche sulla successiva attività della ancora Kirszenstein, in quanto per le finali della prima eizione di Coppa Europa nel 1965 a Kassel, tocca alla Klobukowska rappresentare la Polonia sia sui 100 che sui 200 piani – vincendo, peraltro, entrambe le gare – nonostante Irena avesse stabilito, a Praga ed a Varsavia rispettivamente, i primati mondiali su entrambe le distanze con 11″1 e 22″7, dovendo ripiegare sul salto in lungo dove si piazza seconda con m.6,34 alle spalle della detronizzata Shchelkanova, prima con m.6,68 ventosi.

Ma, ancor di più, tale squalifica postuma le impedisce di realizzare un’impresa che risulterebbe leggendaria quando si presenta, appena ventenne, agli Europei di Budapest 1966, dove fallisce di un niente un poker d’oro che non avrebbe eguali nella storia della manifestazione, giungendo a ridosso della connazionale sui 100 metri (tempo di 11″5 per entrambe), prendendosi la rivincita in 23″1 (record dei campionati) sui 200 dove i ruoli si invertono e trionfando sia nel salto in lungo con m.6.55 (altro record dei campionati) che nella staffetta 4×100 (assieme, ovviamente, alla Klobukowska) con l’ennesimo record dei campionati di 44″4, così eguagliando, con 3 ori ed un argento, quanto attenuto dalla “mammina volante“, l’olandese Fanny Blankers-Koen, a Bruxelles 1950 (oro sui 100, 200 ed 80 ostacoli ed argento nella staffetta 4×100).

Il 1967, per questa atleta longilinea (alta 176cm. per 60kg.) che se aveva un punto debole, a causa della statura, erano le partenze, a cui rimediava una volta che poteva lanciarsi in progressione data l’ampia falcata delle sue lunghe leve, è un anno di cambiamenti, in quanto convola a nozze con il suo coach, Janusz Szewinski, e, data l’assenza di Olimpiadi ed Europei, pianifica la sua partecipazione ai Giochi di Città del Messico affinando la velocità alle finali di Coppa Europa 1967 a Kiev, dove si aggiudica entrambe le prove sui 100 ed i 200 con i rispettivi tempi di 11″3 e 22″9, con largo margine sulle rivali.

All’appuntamento messicano la ora divenuta Szewinska si iscrive nelle tre specialità della velocità breve e del salto in lungo, con quest’ultimo ad essere la prima delle tre gare in programma e dove, a dispetto di un m.6,67 ottenuto in stagione (suo “personal best” in carriera a soli 9cm. dal primato mondiale), la polacca incappa in due nulli di battuta e l’unico salto valido di m.6,19 non le consente di superare il limite di qualificazione per la finale, fissato a m.6,35.

La delusione viene compensata dai risultati delle corse piane – dove, ricordiamo, la Szewinska si presenta in veste di primatista mondiale su entrambe le distanze – le quali, come tutte le gare di velocità, beneficiano del vantaggio dell’altitudine e dei valori del vento a favore (curiosamente sempre pari ai 2m/s, limite per l’omologazione dei risultati) e, difatti, l’americana Wyomia Tyus conferma sui 100 l’oro di Tokyo 1964 coprendo la distanza nel nuovo record mondiale di 11″07, con la polacca che recupera nel finale una partenza disastrosa, andando letteralmente ad acciuffare il bronzo in 11″1 in un arrivo a tre che premia l’altra americana Barbara Ferrell, argento, a scapito della 17enne australiana Raelene Boyle, tutte accreditate del medesimo riscontro cronometrico.

Boyle che, oltre al record mondiale Juniores sui 100, ripete analoga prodezza sulla doppia distanza, giungendo seconda in 22″7 (22″74 elettronico), pari al record mondiale della Szewinska, con quest’ultima che si prende una ghiotta rivincita sulle americane – tre finaliste e tutte fuori dal podio – andando a trionfare in 22″5 (22″58 tempo elettronico) che migliora il proprio limite per la prima medaglia d’oro olimpica della carriera a titolo individuale.

Con già cinque medaglie olimpiche al collo, la giovane Irena decide che è giunto il momento di pensare alla famiglia, saltando la stagione successiva a seguito della gravidanza da cui, a febbraio 1970, nasce il primogenito Andrzej Szewinski, il quale avrà buoni trascorsi quale giocatore di volley (giocherà anche in Italia, nella Bipop Brescia), per poi ripresentarsi in pista, dopo aver conquistato l’argento nel salto in lungo agli Europei Indoor di Sofia 1971, agli Europei di Helsinki 1971 e cogliere in 23″32 il bronzo sui 200 metri, dominati dal nuovo astro della velocità, la tedesca est Renate Stecher, la quale fa doppietta con la più breve distanza dei 100.

Destinata a dar battaglia sulle distanze piane – avendo oramai deciso di abbandonare il concorso del lungo – alla sua terza partecipazione olimpica di Monaco di Baviera 1972, la Szewinska fallisce l’accesso alla finale dei 100, giungendo sesta nella seconda semifinale, con l’oro appannaggio della Stecher che eguaglia in 11″07 il record olimpico e mondiale della Tyus precedendo l’australia Boyle, riscattandosi cinque giorni dopo, quando fa suo il bronzo sulla doppia distanza in 22″74, con le prime due piazze che vedono le stesse protagoniste dei 100, con la Stecher a prevalere sulla Boyle di stretta misura (22″40 a 22″45).

Con il 1973 che prevede solo la passerella nella sua Varsavia per le semifinali di Coppa Europa (la Polonia si piazza al terzo posto dietro Urss e Bulgaria, fallendo l’accesso alle finali di Edimburgo), dove viene battuta dalla finlandese Pursiainen (11″19 ad 11″34) sui 100 e si prende la rivincita sulla medesima finnica sulla doppia distanza, la Szewinska inizia ad esplorare un nuovo terreno, vale a dire quello dei 400 metri, per i quali la sua morfologia e le non comuni doti di resistenza sembrano fatte a misura ed il primo test sul giro di pista appare piuttosto soddisfacente, facendo registrare il tempo di 53″ netti quando la tedesca est Monica Zehrt aveva stabilito l’anno prima il primato mondiale in 51″ netti (51″08 elettronico).

Tale approccio è ritenuto dai tecnici più che positivo e la Szewinska si allena coscienziosamente sulla distanza al punto di essere la prima donna al mondo a superare la barriera dei 50″ netti quando il 22 giugno 1974 a Varsavia, in un meeting di preparazione agli Europei di Roma 1974, fissa il nuovo limite a 49″9.

Ciò non vuol dire, a dimostrazione della grandezza dell’atleta, che la Szewinska abbia rinunciato alla velocità pura e la migliore dimostrazione di ciò la fornisce proprio ad inizio settembre a Roma quando, in occasione della rassegna continentale, si prende una clamorosa doppia rivincita sulla bicampionessa olimpica Renate Stecher, battendola sia sui 100 che sui 200 metri, con i rispettivi tempi di 11″13 e 22″51 che, oltre a rappresentare i record dei campionati, costituiscono anche le sue migliori prestazioni di sempre sulle due distanze, aggiungendo poi anche il bronzo nella staffetta 4×100 e dando una dimostrazione di grande forza atletica correndo, a pochi minuti di distanza, anche l’ultima frazione della 4×400, coperta in un fantastico 48″5 lanciato che, per poco, non porta alla Polonia un altro bronzo, fallito di soli 0″3 decimi (3’26″1 a 3’26″4) rispetto all’Unione Sovietica.

Una tale performance induce la Federazione polacca a puntare sui 400 per i Giochi di Montreal 1976, anche se, nelle finali di Coppa Europa 1975 a Nizza, la Szewinska difende i colori della Polonia in tutte e tre le gare di velocità, giungendo terza sui 100, seconda sui 200 (in entrambe le circostanze è stavolta la Stecher a prevalere) e prima sui 400 in 50″50, con ciò rafforzando la convinzione che sia proprio il “giro della morte” la carta vincente da giocare alle Olimpiadi canadesi.

Rassegna a cinque cerchi alla quale la polacca si presenta dopo aver tolto alla tedesca orientale Christina Brehmer il primato mondiale di 49″77 stabilito il 9 maggio 1976 a Dresda, correndo a poco più di un mese di distanza appena 0″02 centesimi in meno (49″75) a Bydgoszcz, in Polonia, circostanze che fanno prevedere scintille in occasione del confronto diretto a Montreal.

La prova, ad indubbio vantaggio della trentenne Szewinska, rispetto alla 18enne Brehmer, si sviluppa in cinque giorni di gare, con le eliminatorie programmate al 25 luglio, i quarti al 26, le semifinali il 27 e la finale il 29, ma comunque la neoprimatista mondiale dimostra, dall’alto della sua esperienza, di sapersi amministrare dosando le forze nei primi due turni eliminatori, per poi scoprire le carte in semifinale, dove si aggiudica la prima serie in un 50″48 che migliora il record olimpico di 51″08 della Zehrt di quattro anni prima a Monaco 1972, limite, per la verità, superato da ben sei delle otto finaliste.

Tale circostanza fa presupporre una finale combattuta al pomeriggio del 29 luglio, ma la Szewinska spazza via le sue rivali imponendo sin dalla partenza un ritmo impressionante alla gara che la porta a transitare in meno di 24″ ai 200 metri per poi presentarsi in testa all’ingresso in rettilineo dove, invece che accusare la fatica, aumenta ancor di più la frequenza delle falcate per andare a concludere in uno strepitoso nuovo record mondiale di 49″29 lasciando la Brehmer, argento, ad 1″29 di distacco!

Oramai assurta a stella di valore assoluto nel panorama dell’atletica leggera internazionale, la Szewinska non si risparmia e – nonostante abbia nel frattempo avuto anche il modo di laurearsi in ingegneria econometrica – ad agosto 1977 compete nelle finali di Coppa Europa ad Helsinki, giungendo terza sui 100 in 11″26 ed aggiudicandosi i 200 in 22″71, per poi rappresentare l’Europa sui 200 e 400 metri nella prima edizione della Coppa del Mondo disputatasi a Duesseldorf, vincendo entrambe le prove in 22″72 e 49″52, sconfiggendo sul giro di pista l’astro nascente dell’ex Ddr, Marita Koch, che l’anno dopo la priverà del primato mondiale.

Dopo altri due bronzi sui 400 e nella staffetta 4×400 agli Europei di Praga 1978 ed un terzo posto sui 400 alla Coppa del Mondo di Montreal 1979 dove oramai la leadership a livello mondiale è passata sulle spalle della Koch, l’oramai 34enne polacca vuole giocarsi le residue possibilità di conquistare un’altra medaglia 0limpica ai Giochi di Mosca 1980 dove, però, deve arrendersi in semifinale a seguito di un infortunio muscolare che le impedisce di competere al meglio.

Cala così il sipario sulla carriera di una campionessa unica, basti pensare che è la sola – sia in campo maschile che in quello femminile – a potersi vantare di aver detenuto i primati mondiali sulle tre prove della velocità, 100, 200 e 400 piani, nonché ad aver conquistato medaglie olimpiche in cinque specialità diverse (oltre alle citate gare piane, anche nel salto in lungo e nella staffetta 4×100).

Che ne dite, l’appellativo di “Gran Dama delle Pistenon è poi tanto campato in aria, no?

FRANCIA-NUOVA ZELANDA 43-31, LA PRIMA SCONFITTA EUROPEA DEGLI ALL BLACKS IN COPPA DEL MONDO

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Una fase del match – da telegraph.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

La terza edizione della Coppa del Mondo di rugby svoltasi in Sudafrica nel 1995 e vinta dagli “Springbocks” padroni di casa, ha lasciato due cose indelebili dietro di sé: la prima, la più importante, costituita dall’essere stato oramai acclarato il successo di detta manifestazione, il cui appeal a livello mediatico la fa essere il terzo avvenimento sportivo più seguito dopo le Olimpiadi ed i Mondiali di calcio, e la seconda, più personale, la voglia di riscatto da parte degli “All Blacks” che, a torto o a ragione, si sono sentiti derubati di una vittoria che ritenevano fosse da parte loro meritata.

Sul primo punto, la risonanza mediatica del rugby ed il ritorno del Sudafrica nell’alveo dello sport mondiale dopo il bando dovuto alla politica di apartheid, inducono il “Tycoon” televisivo Rupert Murdoch a promuovere, proprio l’anno seguente ai Mondiali sudafricani, la nascita del “Tri Nations, un torneo riservato alle tre grandi dell’emisfero australe, vale a dire Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, da contrapporre allo storico “Cinque Nazioni che dalla fine della seconda guerra mondiale tiene banco in Europa, e che vede sfidarsi Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda e Francia.

Proprio la creazione del “Tri Nationsconsente alla Nuova Zelanda di ribadire la propria superiorità sulle rivali, conquistando (nel 1996, 1997 e 1999) tre delle prime quattro edizioni del torneo, con la possibilità di prendersi l’immediata rivincita della sconfitta patita in finale ai Mondiali 1995, superando il Sudafrica a casa loro per 29-18 il 10 agosto 1996 e 35-32 il 19 luglio 1997, nonché nell’anno del Mondiale 1999, quando si affermano per 34-18 il 7 agosto 1999.

Con queste credenziali, la Nuova Zelanda sbarca in Europa per la quarta edizione della Coppa del Mondo ben decisa a riprendersi quello che considera suo quasi per diritto divino, vale a dire il titolo di campione del mondo, in una manifestazione organizzata dai paesi del Regno Unito, Irlanda e Francia, la cui finale è prevista al 6 novembre 1999 al “Millennium Stadium” di Cardiff.

Con l’incremento da 16 a 20 delle nazioni partecipanti, la formula del torneo è un po’ bizzarra, suddividendo le squadre in cinque gironi da quattro di cui solo le prime accedono direttamente a quarti di finale, mentre le cinque seconde più la migliore terza si scontrano in un incontro di spareggio che determina le ulteriori tre formazioni che vanno a comporre il tabellone ad eliminazione diretta.

Rispetto a quattro anni prima, gli “Springbockshanno perso il loro capitano François Pienaar ed il match winner della finale Joel Stransky, la cui abilità di calcio viene ora rilevata da Jannie de Beer, mentre la leadership della squadra passa sulle spalle di Joost van der Westhuizen.

Anche la Nuova Zelanda non può più contare sullo storico capitano Sean Fitzpatrick – ritiratosi nel 1997 con 92 “caps” al suo attivo – rimpiazzato nel ruolo da Taine Randell, ma può sempre contare sulla forza in attacco del devastante Jonah Lomu e si affida sempre al piede del mediano d’apertura Andrew Mehrtens per punizioni e trasformazioni.

I cinque gironi eliminatori promuovono direttamente ai quarti di finale Australia, Nuova Zelanda (che infligge un umiliante 101-3 all’Italia con 14 mete realizzate, e sconfigge 30-16 l’Inghilterra), Sudafrica e Francia a punteggio pieno, ed il Galles solo per miglior differenza punti rispetto a Samoa ed Argentina, le quali vanno agli spareggi assieme ad Inghilterra, Irlanda, Scozia ed Isole Fiji.

Dagli spareggi emergono l’Inghilterra (45-24 alle Fiji), Scozia (35-20 alle Samoa) e la sorprendente Argentina che regola 28-24 l’Irlanda, evitando così che i quarti oppongano le formazioni del Cinque Nazioni a quelle del Tri Nations.

La bella avventura dei “Pumas – la cui crescita a livello internazionale verrà poi premiata con l’ammissione, a partire dal 2012, al “Rugby Championship” che sostituisce il “Tri Nations” con l’allargamento a quattro delle formazioni partecipanti – giunge peraltro al capolinea nell’incontro dei quarti contro la Francia, sommersi da cinque mete (due Garbajosa e Bernat-Salles, una Ntmack) tutte trasformate dal piede educato di Lamaison, il quale mette a segno anche tre piazzati per il 47-26 che spegne le speranze argentine, così come abbandonano la competizione tutte e tre le rappresentanti del Regno Unito, che non hanno scampo contro le formazioni dell’emisfero australe, con l’Australia che dispone 24-9 del Galles (due mete di Gregan ed una di Tune, tutte trasformate da Burke), il Sudafrica che affonda senza pietà l’Inghilterra grazie al piede magico di de Beer che mette a segno qualcosa come cinque drop (record per la manifestazione) oltre a realizzare altrettante punizioni ed a trasformare le due mete di van der Westhuizen e Rossouw per il 44-21 finale, e la Nuova Zelanda che ha la meglio sulla Scozia con un 30-18 che non rispecchia l’andamento della gara, in quanto le due mete scozzesi giungono nell’ultimo quarto di gioco con gli “All Blacks” avanti 30-6.

Con la Francia unica formazione rimasta a difendere l’onore del Vecchio Continente contro lo strapotere australe, la prima semifinale, andata in scena il 30 ottobre a Twickenham, vede l’Australia prevalere sul Sudafrica per 27-21 ai tempi supplementari in una gara decisa solo dai calci di Burke per i “Wallabies” e di de Beer per gli “Springbocks“, con quest’ultimo a mettere tra i pali al 79′ ed all’85’ le due punizioni che sanciscono il 21-21 che porta le squadre al prolungamento della contesa, dove sono ancora un piazzato di Burke ed un fantastico drop da quasi metà campo di Larkham a sancire l’accesso alla finale degli australiani.

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La gioia francese a fine gara – da lemonde.fr

Il giorno successivo, scendono in campo sempre a Twickenham Francia e Nuova Zelanda per stabilire chi dovrà affrontare i “Wallabies” nella finale del 6 novembre, ed il pronostico, nonostante le buone prove sinora fornite dai francesi, pende dalla parte degli “All Blacks” non fosse altro per il fatto che nelle prime tre edizioni della Coppa del Mondo sono stati sconfitti solo due volte, dall’Australia in semifinale nel 1991 e dal Sudafrica in finale nel 1995 e, pertanto, sono tuttora imbattuti contro formazioni europee.

E, in effetti, la gara mantiene fede – quantomeno nel primo tempo – alle previsioni della vigilia, con Lamaison a portare avanti la Francia a metà della prima frazione di gioco trasformando una meta da lui stesso realizzata per il 10-6 che annulla i due piazzati di Mehrtens, solo per vedersi immediatamente superata da un’altra replica al piede di Mehrtens e da una meta di Lomu, con successiva palla in mezzo ai pali su punizione ancora di Mehrtens per il 17-10  Nuova Zelanda con cui le due squadre vanno al riposo.

E, se c’è qualcuno che ancora nutre dei dubbi sul fatto che il destino dei transalpini sia segnato, questi sembrano definitivamente svanire quando, al 4′ della ripresa, Wilson riceve da Lomu l’ovale per riconsegnarlo nelle possenti mani del tre quarti ala di Auckland il quale, come suo solito, salta gli avversari come birilli e va di prepotenza a depositarlo oltre la linea di meta per una facile trasformazione di Mehrtens che dà alla Nuova Zelanda la possibilità di incrementare il vantaggio sul 24-10 in proprio favore.

In una tale situazione, per poter modificare l’inerzia della gara, che sembra pendere a favore del XV Neozelandese, occorre che si verifichi – ed in fretta, altresì – un evento che inverta tale tendenza, e questo si materializza grazie al piede fatato di Christophe Lamaison, il quale, nello spazio di appena 3′, centra per due volte i pali con altrettanti drop che riportano la Francia in partita, sul 16-24.

Gli “All Blacks” si disorientano e “Les Coqs” prendono coraggio, costringendo gli avversari a due irregolarità che costano loro altrettanti calci di punizione che Lamaison, manco a dirlo, si incarica di trasformare così che, dal 24-10 del 46′ minuto, si passa in men che non si dica al 24-22 del 55′!

Appena il tempo di rimettere l’ovale al centro per la ripresa del gioco da parte neozelandese che anche la buona sorte dimostra di aver preso le difese dei transalpini, quando un’apertura laterale del mediano di mischia Fabien Galthié che intendeva trovare la “touche” vede l’ovale rimbalzare all’indietro per favorire l’intraprendenza e la velocità del più basso della contesa, l’ala Christophe Dominici, il quale si lancia sulla palla per farla sua e correre in campo aperto oltre la linea di meta per, con la trasformazione di Lamaison, i punti del sorpasso, 29-24 con un parziale di 19-0 in poco più di 10 minuti.

Gli “All Blacks” sono frastornati, tempo ce ne sarebbe per riprendere il comando della gara, ma la fretta è cattiva consigliera, specie quando si hanno davanti quindici “galletti” assatanati che si rendono conto di avere per le mani l’occasione dalla vita ed ecco che allora, nonostante il coach John Hart cerchi di porre rimedio con il contemporaneo ingresso di Daryl Gibson e Kees Meeuws al posto di Alama Ieremia e Craig Dowd, sono ancora i transalpini a dilatare il vantaggio con un’altra meta del centro Richard Dourthe esattamente allo scoccare dell’ora di gioco, abile a sfruttare un calcio in avanti di Lamaison oltre la linea di meta dopo che il pacchetto di mischia francese aveva fatto il lavoro sporco, per il 36-24.

Da sotto di 14 punti ad essere avanti di 12 ce n’è a sufficienza per poter controllare l’orgogliosa ma poco lucida reazione neozelandese, e quando poi, al 74′, un ultimo disperato assalto dei “tutti neri” viene respinto dalla difesa transalpina con un calcio in avanti in campo aperto dal “Man of the Match” Christophe Lamaison che vede lanciarsi verso i pali avversari Olivier Magne, il quale prolunga la traiettoria dell’ovale consentendo a Philippe Bernat-Salles di mettere il punto esclamativo su di una delle più grandi sorprese nella storia della Coppa del Mondo di rugby, suona quasi come una ironica beffa la meta realizzata allo scadere da Wilson e trasformata da Mehrtens per il definitivo 43-31 in favore della Francia e che sancisce la prima sconfitta degli “All Blacks” nella manifestazione per mano di una formazione del Vecchio Continente.

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L’Australia in trionfo – da rugbyrama.fr

La batosta pesa non poco sui delusi neozelandesi, battuti nuovamente – stavolta per 22-18 – dal Sudafrica nella rivincita della finale mondiale di quattro anni prima a Johannesburg, anche se valevole solo per il terzo posto, mentre anche ai francesi l’euforia per l’inatteso successo gioca un brutto scherzo, poiché si arrendono, ed anche nettamente come lo score finale di 35-12 testimonia, di fronte all’Australia, il cui capitano John Eales diventa così il secondo “Wallabie” a sollevare al cielo la prestigiosa “Webb Ellis Cup” dopo Nick Farr-Jones nel 1991, ancora sul suolo britannico.

Quarti di finale: Australia-Galles 24-9, Sudafrica-Inghilterra 44-21, Francia-Argentina 47-26, Nuova Zelanda-Scozia 30-18

Semifinali: Australia-Sudafrica 27-21, Francia-Nuova Zelanda 43-31

Finale 3-4 posto: Sudafrica-Nuova Zelanda 22-18

Finale 1-2 posto: Australia-Francia 35-12