TRACY CAULKINS E LA GRANDE SFIDA NEGATA DAL BOICOTTAGGIO

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Tracy Ann Caulkins – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La storia, per sua stessa natura, è portata ad essere analizzata a posteriori, valutando l’impatto che atteggiamenti e decisioni assunte hanno poi effettivamente avuto nel corso degli eventi che li hanno determinati e, da un punto di vista sportivo, appare evidente l’assurdità – ed, oltretutto, inutilità – dei boicottaggi che, in pieno clima di “Guerra fredda” tra le due superpotenze, hanno dimezzato ed in parte svuotato di valori tecnici le due Olimpiadi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, in molti casi vanificando sforzi, sacrifici e sogni di atleti che avevano come motivazione principale durante i loro allenamenti la ricerca dell’oro olimpico.

Fatta questa debita premessa, entriamo nello specifico in una delle più grandi rivalità in essere negli anni ’70, vale a dire quella tra le “walchirie” della Germania Est e le rappresentanti degli Stati Uniti in ambito natatorio, giunta ai suoi massimi livelli ai Giochi di Montreal ’76 allorquando – mentre in campo maschile il dominio “a stelle e strisce” è pressoché totale, con 12 vittorie sulle 13 gare in programma, toccando allo scozzese David Wilkie l’impresa di impedire il “cappotto” facendo suoi i 200 rana – la supremazia nel settore femminile delle ragazzone tedesco orientali è altresì disarmante, con 11 successi a loro favore, curiosamente anche in questo caso fatta eccezione della gara sui 200 rana, cui si aggiunge la vittoria della Staffetta 4x100sl americana.

Ed, in vista dei successivi Giochi di Mosca ’80, vi è il passaggio intermedio dei Campionati Mondiali ’78 che si svolgono proprio in Germania, a Berlino (ancorché nella parte ovest della città) e non sono pochi a ritenere doversi assistere ad un’altra schiacciante prova di forza della formazione della ex Ddr in campo femminile.

Se non fosse che – ed il motivo lo si capirà solo anni più tardi quando verrà alla luce la documentazione custodita dalla famigerata Stasi, la Polizia Segreta del Regime Comunista dell’epoca, in ordine al cosiddetto “Doping di Stato” – le ragazze venivano allevate con una sorta di “usa e getta”, in modo da ottenere massimi risultati in pochissimo tempo e poi procedere al ricambio, in quanto l’abuso di sostanze dopanti avrebbe potuto avere effetti devastanti su di esse, ed allora ecco che, a Giochi di Montreal conclusi, escono di scena la Ender, dominatrice sulle corte distanze a stile libero e farfalla, Petra Thumer, specialista del mezzofondo, la dorsista Ulrike Richter e la ranista Annelore Anke.

Dall’altra parte dell’Oceano, viceversa, ecco emergere il talento naturale e straordinario di una 15enne del Minnesota, tale Tracy Anne Caulkins, nata il 15 gennaio 1963 a Winona, la quale, per tornare a quanto indicato in premessa, giura a sé stessa, nel guardare in Tv li Giochi di Monaco ’72 all’età di appena 9 anni, che un giorno sarà lei a salire sul gradino più alto di un podio olimpico, circostanza dalla medesima atleta confermata in un’intervista del ’97 in cui ribadisce come il sogno olimpico sia stato per lei fonte di ispirazione e motivazione.

Dopo aver partecipato per la prima volta ai Campionati Nazionali nel ’76 ed aver stabilito i suoi primi tre Record Usa (saranno 63 in totale a fine carriera …) ai Campionati ’77 in vasca corta, la Caulkins, da molti ritenuta la più completa nuotatrice di ogni epoca, potendo cimentarsi con successo in tutti e quattro gli stili previsti – e, conseguentemente, divenendo una specialista assoluta dei misti – ottiene la selezione per la rassegna iridata di Berlino in ben quattro gare individuali (100 rana, 200 farfalla, 200 e 400 misti).

E ciò che avviene nei 9 giorni di gare in programma dal 20 al 28 agosto ’78 nella piscina della metropoli tedesca ha qualcosa dell’incredibile, con la 15enne americana a sbaragliare il campo conquistando tre ori individuali con altrettanti record mondiali nei 200 farfalla (2’09”87), 200 (2’14”07, migliorando il suo stesso limite di 2’15”09 stabilito ad inizio mese …) e 400 misti (4’40”83), lasciando le attonite tedesche orientali Andrea Pollack, Ulrike Tauber e Petra Schneider a fare, una volta tanto, da semplici comparse, mentre sui 100 rana la Caulkins scende sotto il vecchio primato di 1’10”86 stabilito a Montreal dalla Anke, nuotando la distanza in 1’10”77 solo per vedersi superare dalla sovietica Yulia Bogdanova che, con il tempo di 1’10”31 fa suoi la medaglia d’oro ed il nuovo limite mondiale.

A tali imprese individuali, la Caulkins aggiunge l’oro quale prima frazionista della staffetta 4x100sl che, con il riscontro cronometrico di 3’43”43, cancella il record del quartetto Usa stabilito ai Giochi del ’76, così come nuota la frazione a rana della Staffetta 4×100 mista che conquista anch’essa il gradino più alto del podio in 4’08”21, a soli 0”26 centesimi dal primato con cui le ragazze della Germania est avevano conquistato l’oro alle Olimpiadi di Montreal.

Con 5 medaglie d’oro ed una d’argento, la Caulkins è l’assoluta protagonista della rassegna iridata – che, per inciso, vede le tedesche orientali conquistare una sola vittoria, con Barbara Krause sui 100sl, con 7 argenti e 3 bronzi, rispetto ai 9 ori, 5 argenti e 2 bronzi delle americane – ed, a fine anno, riceve il prestigioso “James E. Sullivan Award”, premio messo in palio dall’AAU (Amateur Athletic Union) per l’atleta dilettante americano di qualsiasi disciplina che si sia messo maggiormente messo in luce nel corso della stagione, riconoscimento che mai era stato assegnato ad un 15enne di ambo i sessi, primato che sarà superato nel 2006 dalla 14enne nuotatrice paralimpica Jessica Long.

Ed anche se, da un punto di vista strettamente tecnico, una medaglia d’oro mondiale ha la stessa valenza di una conquistata nella “rassegna a cinque cerchi”, il prestigio di quest’ultima è indubbiamente maggiore per il contesto universale in cui la stessa viene conquistata, ed ecco che allora per la “piccola Tracy” – da un punto di vista strettamente anagrafico, poiché morfologicamente ha un fisico perfetto per una nuotatrice, con i suoi m.1,75 di altezza per 60kg. – il sogno coltivato da bambina inizia a materializzarsi, concentrando la preparazione per i Giochi di Mosca ’80.

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Caulkins vince i 200 misti ai Pan American Games ’79 – da gettyimages.ca

In questa ottica, partecipa ai “Pan American Games” di San Juan di Portorico ‘79, dove, alle scontate vittorie sulle due distanze dei misti, abbina gli ori in Staffetta e partecipa anche ai 400sl per rinforzare la resistenza, ottenendo l’argento dietro alla connazionale Cynthia Woodhead, così come replica la piazza d’onore di Berlino sui 100 dorso, tappa di un percorso che la porta a svolgere un lavoro di potenziamento durante la pausa invernale, certificato dall’abbassamento a 2’13”69 del proprio record sui 200 misti, in un meeting ad Austin ad inizio di gennaio ’80.

Nel frattempo, il “turnover” in casa Ddr porta all’emergere di nuove protagoniste, con Barbara Krause invece della Ender sulle distanze veloci a stile libero, Ines Diers nel mezzofondo in luogo della Thumer, così come Rica Reinisch rileva la Richter a dorso, Ute Geweniger la Anke a rana e Petra Schneider si fa valere nei misti.

Un guanto sfida lanciato ai massimi livelli, e raccolto oltre Oceano, oltre che dalla Caulkins, anche dalla ricordata Woodhead a stile libero e dall’astro nascente Mary T. Meagher, di un anno più giovane di Tracy, che ha rivoluzionato le gerarchie mondiali a farfalla, e che fa pertanto presagire scintille nella piscina dell’Olimpiysky Sport Complex di Mosca, se non fosse che il Presidente Usa Jimmy Carter, nel goffo tentativo, poi risultato inutile, di riacquistare consensi in Patria in vista delle prossime elezioni, prende a pretesto l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche per dichiarare il boicottaggio ai Giochi moscoviti.

Ecco come, con un colpo di spugna, si frantumano in pochi istanti i sogni di una ragazzina coltivati sin da bambina, e che ai Trials di Irvine aveva ottenuto la selezione per i 100 e 200 rana, i 100 farfalla ed i 400 misti (non essendo i 200 misti contemplati nel programma olimpico), nonché si toglie agli appassionati il piacere di assistere a sfide epiche, dovendosi, al contrario, limitare a contare le vittorie che la nuova generazione delle “walchirie” della Germania orientale inanella una dietro l’altra per un totale di 12 successi sulle 14 gare in programma, ma senza il “pathos” del confronto diretto in corsia.

Tale delusione incide sul morale della Caulkins che, sapendo di dover attendere altri quattro anni per poter avere una nuova chance olimpica, non riesce a confermarsi sui suoi tempi migliori, dovendo, in occasione dei Mondiali di Guayaquil ’82, accontentarsi del gradino più basso del podio sulle sue distanze preferite dei 200 e 400 misti, assistendo impotente alle performance della tedesca est Petra Schneider che, sulla più lunga distanza stampa un crono di 4’36”10 che resterà insuperato per ben 15 anni.

Consapevole che, se vuole essere in grado di avere una chance per l’oro olimpico in vista dei Giochi californiani di Los Angeles, deve ritrovare la forma dei giorni migliori – anche per superare la concorrenza sul fronte interno, visto che dal 1984 il CIO si è adeguato a quanto già praticato dalla FINA consentendo l’iscrizione a soli due atleti per gara individuale – la Caulkins intensifica gli allenamenti, per poi presentarsi sui blocchi di partenza agli Olympic Trials di Indianapolis in cinque specialità (100 e 200 rana, 200 dorso, 200 e 400 misti), riuscendo a staccare il pass olimpico su entrambe le distanze dei misti e sui 100 rana, mentre nelle altre due circostanze si classifica non meglio che quarta.

E, poco valore ha il fatto che, nella settimana delle Selezioni di fine giugno ad Indianapolis, sia già giunta la notizia della decisione dei Paesi del Blocco Sovietico di boicottare, a propria volta, le Olimpiadi californiane, in quanto i tempi realizzati dalla Caulkins (2’12”78, record Usa, sui 200 misti, 4’41”72 sulla doppia distanza, ed 1’11”23 sui 100 rana), sarebbero stati tali da reggere il confronto con le tedesche orientali, in caso di loro partecipazione ai Giochi.

Difatti, desiderosa di dimostrare tale circostanza, la oramai 21enne Caulkins, al suo passo d’addio all’attività agonistica, fornisce il meglio di sé sin dalla prima gara in programma al “McDonald’s Olympic Swim Stadium” di Los Angeles, facendo suoi i 400 misti il 29 luglio ’84 in 4’39”24 – suo miglior tempo di sempre sulla distanza e conseguente record americano, nonché inferiore rispetto al 4’39”65 con cui la tedesca orientale Kathleen Nord si era aggiudicata il titolo europeo l’anno prima ai Campionati Continentali di Roma ‘83 – staccando di oltre 9” l’australiana Suzie Landells, seconda arrivata.

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Tracy Caulkins nella finale dei 400misti a Los Angeles ’84 – da gettyimages.it

Ed anche se il 2 agosto resta ai margini del podio sui 100 rana, finendo quarta in 1’10”88 (a soli 0”18 centesimi dal bronzo ed a 0”19 centesimi dall’argento) nella gara vinta dall’olandese Petra van Staveren con il record olimpico di 1’09”88, ecco che il giorno seguente la Caulkins domina incontrastata anche i 200 misti, chiusi in un 2’12”64 che rappresenta il suo 63esimo record nazionale stabilito sulle varie distanze (sia metriche che calcolate in yard …) e largamente inferiore al 2’13”07 della tedesca est Geweniger in occasione della vittoria ai Campionati Europei di Roma ’83, per poi concludere, in chiusura di giornata, una straordinaria carriera nuotando la frazione a rana della staffetta 4×100 mista che le consente di conquistare il suo terzo oro olimpico.

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La staffetta 4×100 mista, ultima gara della Caulkins – da gettyimages.it

Il desiderio di una bambina – definita “la più grande nuotatrice sinora mai vista all’opera, sia in campo maschile che in quello femminile” da parte Randy Reese, allenatore della Squadra Olimpica Usa – si è finalmente avverato, ma di sicuro con molta meno soddisfazione rispetto ad averlo realizzato in una sfida ad armi pari con le temibilissime avversarie dell’epoca, e di ciò non possiamo che ringraziare la “lungimiranza” del Presidente Carter, il quale con il suo gesto ha arrecato il maggior danno che potesse essere compiuto al “Grande Romanzo dei Giochi Olimpici” …

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LUCIAN POPESCU, IL “CHOCOLATE BOY” RUMENO CHE VINSE TRE CINTURE EUROPEE

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Lucian Popescu – da romaniamare.info

articolo di Nicola Pucci

Non capita spesso di occuparci di pugilato in un paese come la Romania che ha nella ginnastica (Nadia Comaneci la più grande di tutti), nel canottaggio (Elisabeta Lipa e Georgeta Damian hanno vinto cinque ori olimpici a testa) o nel calcio (con lo Steaua sul tetto d’Europa nel 1986 grazie al para-rigori Ducadam) gli sport che hanno regalato le maggiori soddisfazioni. Eppure si può far qualche eccezione, e se Nicolae Lica nel 1956 vinse ai Giochi di Melbourne nella categoria dei pesi welter, senza dubbio Lucian Popescu è il più forte boxeur a battere la bandiera di Dracula.

Popescu nasce a Bucarest, il 12 gennaio 1912, e che ci sappia fare con i guantoni è certo fin da adolescente, quando 14enne sale sul ring e atterra chi gli capita a tiro. L’anno dopo, il 23 dicembre 1927, passa tra i dilettanti affrontando al debutto Nelu Oprescu, costretto ad arrendersi all’ardore del giovanotto emergente, ed è l’inizio di una carriera che se nell’arco di 18 anni, fino al 1945 quando vince il suo sessantaseiesimo ed ultimo combattimento contro il connazionale ed omonimo Gheorghe Popescu, gli regala onori e gloria in giro per l’Europa, gli nega pure la chance mondiale per qualche verdetto poco chiaro e la mancanza degli appoggi giusti al momento giusto.

Chocolate boy“, così chiamato per la carnagione scura della pelle, ha una boxe elegante ed efficace, e dopo aver vinto il titolo nazionale ed esser diventato professionista al cospetto del tedesco Hermansohn, si accorgono di lui anche in Europa il 7 giugno 1930 quando nella sua Bucarest, alla Ramcomit Hall, davanti ad un pubblico entusiasta che acclama il suo campione, affronta il francese Kid Oliva per la cintura europea dei pesi mosca. Popescu veste i panni dello sfidante ma non pare certo intimorito da un avversario che dichiara di recarsi in Romania per “un viaggio di vacanza“, anzi, sommerge il malcapitato avversario sotto una selva di colpi, mandandolo ben sette volte al tappetto prima che il match venga interrotto al decimo round. Il titolo europeo è suo, e non sarà certo l’ultimo.

La difesa del titolo infatti è convincente, contro l’altro transalpino Renè Chalange un paio di mesi dopo, prima di cedere la corona a Jackie Brown che il 4 maggio 1931, a Manchester, lo costringe a cedere lo scettro. Non sarà l’ultima sconfitta in carriera per Popescu, che nondimeno andrà al tappetto solo una volta, contro Domenico “Pasqualino” Bernasconi, un lombardo purosangue che lo mette giù alla terza ripresa, a Milano, il 19 marzo 1932, giorno in cui l’italiano strappa al rumeno la cintura europea dei pesi gallo conquistata il 19 settembre 1931, sempre a Bucarest, alla Roman Arenas, contro l’iberico Carlos Fix.

Altro non è che la seconda categoria di peso in cui Popescu primeggia a livello continentale, a dimostrazione dell’indubbio talento e di una classe senza eguali, almeno in patria, ma anche di evidenti difficoltà a tenere sotto controllo i chilogrammi in eccesso, il che gli concedono un’ulteriore chance europea, stavolta nella categoria dei pesi piuma, quando prima cede ai punti a Josè Girones, combattendo a Barcellona il 22 novembre 1933, per poi infine conquistare il titolo, quando ormai nessuno ci credeva più e la china discendente sembrava inesorabilmente avviata, ovviamente davanti al pubblico amico della capitale, 6.000 paia di occhi gaudenti della Roman Arenas, il 3 giugno 1939, quando sconfigge il belga Phil Dolhem con verdetto unanime.

Popescu è nel pieno delle sue facoltà pugilistiche, 27enne pronto a cogliere l’occasione mondiale caso mai qualche promotor gliela voglia concedere. Ma se Lucian è abile sul ring, non lo è altrettanto nel cercarsi le giuste alleanze, e di pari passi con l’evento bellico della Seconda Guerra Mondiale sfuma anche il sogno iridato. Non prima, però, di aver ceduto la cintura europea dei pesi piuma all’austriaco Ernst Weiss, che lo batte a Vienna il 30 maggio 1941, così come aver fallito il tentativo di riconquista contro la “girandola reggianaGino Bondavalli, che proprio in quel di Reggio Emilia lo sconfigge ai punti esattamente un anno dopo.

Un ultimo titolo nazionale contro Ion Sandu, categoria pesi leggeri, e poi l’addio all’attività pugilistica con due sfide a Petre Bratescu. Lucian Popescu passa dall’altra parte della palizzata, impegnandosi a divulgare la sua arte ai giovani pugili del club di boxe Progresul: già, perchè vincere il titolo europeo in tre categorie di peso diverse non è impresa da poco (ci è riuscito solo il francese Georges Carpentier) e per questo Popescu, in Romania, è proprio una laggenda.

CONCHITA MARTINEZ E LA DECIMA NEGATA ALLA NAVRATILOVA A WIMBLEDON 1994

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Martina Navratilova e Conchita Martinez – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Quando il 20 giugno 1994 i Doherty Gates aprono i battenti e il Centre Court di Wimbledon accoglie i campioni per l’edizione numero 108 del torneo più prestigioso del pianeta, non sono molte le chances accreditate alle avversarie di Steffi Graf di conquistare il piatto d’oro riservato ai vincitori.

In effetti la teutonica, già liberata dell’ingombro di Monica Seles dal folle gesto di Gunther Parche l’anno prima ad Amburgo, sembra non aver rivali nella corsa al quarto titolo consecutivo sui prati londinesi, che poi sarebbe il settimo, globalmente considerando anche i trionfi del 1988 e del 1989. Arantxa Sanchez e Mary Pierce, le due protagoniste della finale del Roland-Garros, cullano qualche illusione di ripetere a Wimbledon quei successi, così come Jana Novotna, finalista disperata proprio con la Graf nel 1993 quando dissipò un vantaggio di 4-1 al set decisivo per poi sciogliersi in lacrime sulla bella mise reale della Duchessa di Kent, vorrebbe proprio prendersi la rivincita sognata una vita tennistica intera, ma in buona sostanza l’avversaria che forse più di ogni altra turba i sonni della tedesca è lei, la regina, Martina Navratilova, ormai alle soglie dei 38 anni ma che ancora non ha rinunciato a cogliere il decimo titolo londinese.

Figurarsi. Neppure il tempo di cominciare che una “neretta” non ancora 21enne di San Diego, Lori McNeil, maledettamente simile nel gioco d’attacco a quella Zina Garrison che nel 1990 giunse in finale per poi venir battuta dalla Navratilova nel giorno della vittoria numero nove, estromette la Graf a furia di incessanti sortite a rete che destabilizzano la sicurezza della campionessa in carica e producono, con il punteggio di 7-5 7-6, una clamorosa sorpresa. Che poi è tale anche, e soprattutto, perchè è la prima volta nella storia ultracentenaria del torneo che “the defending championesce al debutto.

E ora? Che succede? Via libera per Martina Navratilova? Parrebbe proprio di sì, visto che la ceca, ormai diventata americana, testa di serie numero 4 del tabellone, si sbarazza facilmente della britannica Taylor, 6-2 6-3, dell’azzurra Sandra Cecchini, 6-2 6-0, della connazionale Harvey-Wild, 6-3 6-2, e dell’altra ceca che sui prati gioca bene, Helena Sukova, 6-1 6-2, per guadagnare un posto ai quarti di finale. Dove l’attende proprio Jana Novotna, per un confronto che non solo è una sorta d passaggio di consegne, ma mette l’una contro l’altra le interpreti più autorevoli del serve-and-volley, rivincita della sfida di semifinale dell’anno prima che vide trionfare l’allieva al cospetto della maestra. Insomma, proprio un bel vedere.

Lasciamo un attimo le due ragazze che si spartiscono i favori del pronostico, e vediamo quel che succede nella parte alta del tabellone, quella sguarnita dalla precoce eliminazione della Graf, non prima di aver registrato la vittoria della doppista Gigi Fernandez che batte in due set, 6-4 6-4, la Garrison, un’altra che forse un pensierino al titolo lo faceva dopo aver eliminato la Sanchez, accedendo così alle semifinali dove affronterà la vincente del derby cecoslovacco. Nella metà alta, dunque, succede che una spagnola di buon lignaggio, Conchita Martinez, testa di serie numero 3, che nei tornei degli Slam ha raggiunto una sola semifinale, guarda caso a Wimbledon nel 1993 per venir battuta dalla Graf, e che ha un gioco che si adatta perfettamente alla terra battuta tanto da aver vinto le due ultime edizioni degli Internazionali d’Italia a Roma, avanza battendo una dopo l’altra la canadese Simpson-Alter, 6-1 6-3, la giapponese Miyagi, 6-1 7-6, la francese Tauziat, 6-1 6-3, e l’australiana Radford, che le strappa un set, 3-6 6-3 6-4, andando poi ad incrociare ai quarti di finale la giunonica americana Lindsay Davenport, che cammin facendo ha eliminato una Gabriela Sabatini ormai solo lontana parente di quella meravigliosa giocatrice che qui fu finalista nel 1991. La Martinez si impone al terzo set, 6-2 6-7 6-3, per poi dar vita ad una semifinale ricca di emozioni e dal finale trilling con la stessa McNeil, che dopo aver sorpreso la Graf è avanzata sicura fino alla semifinale, risolta 10-8 al set decisivo con l’americana più volte a due passi dal successo ma incapace di portare l’opera a compimento.

La Martinez, contro pronostico, si arrampica così alla prima finale in carriera in un Grande Slam, ma ad onor del vero senza troppe speranze di far saltare il banco. Già, perchè dall’altra parte del net c’è proprio lei, la regina, che da sempre ha eletto il Centre Court di Wimbledon suo giardino preferito: Martina Navratilova, che a distanza di quattro anni torna in finale e con il decimo titolo a portata di racchetta. Anche perchè l‘ostacolo più impegnativo verso un record destinato a durare nel tempo, Jana Novotna, è stato scavalcato in scioltezza, perdendo sì il primo set 7-5, ma dominando poi alla distanza 6-0 6-1, con una sinfonia di tocchi al volo che non hanno eguali nella storia del tennis. Il 6-4 7-6 in semifinale a Gigi Fernandez, che spreca due setpoint per allungare la sfida al terzo set, sembra solo l’aperitivo di un trionfo annunciato.

Invece… invece il 2 luglio, proprio sul palcoscenico a lei più congeniale e davanti al pubblico più fedele, la Navratilova incespica. Insicura nel servizio e troppo spesso condannata a cedere il passo alla spagnola, incontenibile nel suo bellissimo passante di rovescio ad una mano, la campionessa cecoslovacca/americana si trova costretta a rincorrere un primo set lasciato all’avversaria, 6-4, per riemergere nel secondo parziale, 6-3. La Martinez è in giornata di grazia, pure motivata dalla prospettiva di diventare la prima spagnola a vincere a Wimbledon, come invece non riuscì in tempi remoti a Lilì de Alvarez che perse tre finali consecutive dal 1926 (con Kitty McKane Godfree) al 1928 (con Helen Wills), e ha le forze per respingere l’assalto della grande rivale che infine si arrende 6-3 al set decisivo.

Conchita, ebbra di gioia, crolla sul tappeto più soffice, quell’erba ormai sempre meno verde che regala nondimeno l’immortalità tennistica, e il sorriso all’atto della premiazione si accoppia al flair-play, sincero, della regina Navratilova. Che fallisce la decima ma ha ben donde di esser soddisfatta lo stesso: ditemi voi chi sarà capace di esser finalista a Wimbledon alla non più… verde età di 38 anni!

RONNIE PETERSON E L’ULTIMO HURRA’ A ZELTWEG 1978 PRIMA DELLA TRAGEDIA

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Ronnie Peterson festeggia sul podio – da formula1.com

articolo di Brown Galazzi

Ronnie Peterson iniziò da giovanissimo con il karting, ottenendo poi brillanti risultati in Formula 3, dove conquistò due titoli, attirando di conseguenza le attenzioni del circus della formula 1, dove già nel 1971 con la March diede un saggio del proprio talento concludendo il mondiale al secondo posto, grazie ad una straordinaria costanza nei piazzamenti e numerosi podi.

Dopo un’annata deludente passò in Lotus mettendo in difficoltà addirittura il campione del mondo in carica Emerson Fittipaldi, il quale emigrò in McLaren lasciando a Peterson la prima guida di un team che imboccò purtroppo un periodo deludente culminato nel 1976 con il divorzio dall’asso svedese, che fece ritorno alla March ottenendo una straordinaria vittoria a Monza. Tanto veloce quanto poco fortunato nella scelta dei team, Peterson visse una stagione in Tyrrell costellata di ritiri, prima di ritrovare un accordo con la Lotus nel 1978, frutto però di un contratto capestro che lo relegò al ruolo di dichiarata seconda guida di Mario Andretti, indiscusso leader e favorito per il titolo.

Il team di Chapman iniziò il campionato 1978 con il modello 78, ma a stagione in corso schierò la cosiddetta “black beauty”, la Lotus 79, una delle vetture più belle e importanti nella storia della Formula 1: progettata da Martin Ogilvie e Peter Wright, fu la massima espressione delle ricerche condotte negli anni dai tecnici della scuderia britannica, in parte già mostrati nel precedente modello 78, arrivando al cosiddetto “effetto suolo”.

Andretti portò la vettura al debutto a Zolder dove vinse senza troppi problemi, poi “Piedone” prese il largo incalzato solamente dal suo scudiero, che nonostante i vincoli contrattuali, che rispettò con grande professionalità, continuava a macinare punti mantenendosi virtualmente in lizza per il titolo; per Ronnie Peterson arrivò anche la gioia del successo con la Black Beauty, sullo spettacolare Osterreichring di Zeltweg, quella che per un tragico destino divenne la sua ultima vittoria in Formula 1.

Il 13 agosto del 1978 si disputò la dodicesima prova del Campionato mondiale di Formula 1 e le vetture nere marchiate Jps si dimostrarono ancora una volta le più veloci già nelle prove del venerdì dove Ronnie Peterson segnò il miglior tempo davanti al compagno di scuderia Mario Andretti, a soli cinque centesimi; il sabato pomeriggio la sessione ufficiale iniziò in ritardo per un problema singolare, in quanto alcuni paracadutisti scesero sul tracciato causa un errore di valutazione, poi la pioggia condizionò le prestazioni in prova e quasi nessuno riuscì a migliorare il proprio tempo, così per il velocissimo svedese arrivò la pole position numero 14 in carriera.

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Peterson al comando della gara – da gettyimages.com

Anche la gara fu condizionata dal maltempo: mezz’ora prima della partenza iniziò a piovere leggermente, ma i piloti decisero comunque di partire con gomme d’asciutto giudicando buone le condizioni della pista. Al via Peterson fu veloce mentre Andretti si fece sorprendere da Reutemann e in un tentativo di sorpasso lo colpì uscendo di strada, situazione per cui nel dopo gara accusò il rivale, che ribattè girando al mittente le responsabilità dell’accaduto. Le condizioni iniziarono a peggiorare e in pochi giri uscirono di pista Scheckter (che colpì la Lotus di Andretti, fortunatamente senza conseguenze), Piquet, Pironi, Reutemann e Patrese, motivo per cui al settimo giro la direzione di corsa decise di sospendere la gara per fare sì che le vetture potessero tornare ai box per montare gomme da bagnato (il regolamento lo prevedeva , qualora non fosse stato coperto più di un terzo della distanza prevista).

Cinquanta minuti dopo, la gara riprese con le vetture schierate secondo la classifica al momento della sospensione: primo Peterson (che rischiò di non partire in quanto nei primi giri era stato rimesso in pista dai commissari dopo un testacoda) davanti a Depailler, John Watson, Laffite, Pironi, Lauda, Hunt e Clay Regazzoni; la classifica finale sarebbe stata determinata dalla somma dei tempi dei due spezzoni di gara, scelta che non favorì la comprensione da parte del pubblico in un’era con scarsa copertura televisiva, ma senza dubbio la più corretta per valutare i meriti dei piloti in gara per tutta la sua durata. Ancora caos: alla ripartenza la vettura di John Watson non partì e causò una collisione che costrinse al ritiro Patrese ed Ertl, nel frattempo Peterson mantenne il comando, seguito da Patrick Depailler e Niki Lauda, ma le coperture Michelin di Ferrari e Renault si dimostrarono più efficaci, tanto che in pochi giri Reutemann si trovò secondo, Villeneuve terzo e Jabouille sesto, mentre Depailler aveva passato Peterson, in ogni caso ancora in testa per somma di tempi.

La pista iniziò ad asciugarsi e molti piloti rientrarono per montare le slick: dopo il valzer dei cambi gomme la classifica vedeva al comando Ronnie Peterson, seguito da Villeneuve e Depailler, il quale nel finale riuscì a spuntarla sul canadese, che conquistò in ogni caso il primo podio in Formula 1; la Lotus si aggiudicò per la settima volta la Coppa Costruttori mentre Peterson conquistò la sua decima e ultima vittoria in Formula 1.

Nel successivo appuntamento di Zandvoort lo svedese fu secondo alle spalle di Andretti e con dodici punti di distacco a tre gare dal termine poteva comunque sperare nel titolo , ma al via del Gran Premio d’Italia un terribile incidente si portò via uno degli uomini più veloci del mondo e un ragazzo d’oro, ricordato con grande affetto da tutti, compreso Andretti, che con Peterson ebbe un rapporto splendido e recentemente lo ha ricordato così: “Ronnie era un compagno fortissimo, era difficile stargli davanti e avevamo un’amicizia davvero preziosa”.

PETE MARAVICH, LA “PISTOLA” CHE NON FECE MAI CILECCA

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Pete Maravich con coach Cotton Fitzsimmons – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel basket si parla di tiratori infallibili e si accosta questa caratteristica alla squadra dei Boston Celtics, il ricordo corre immancabilmente alla figura di Larry Bird, l’uomo “sbarcato” nella NBA – assieme ad Earvin “Magic” Johnson sulla sponda californiana dei Los Angeles Lakers – giusto in tempo per salvare la Lega da una crisi che sembrava irreversibile.

Pochi però sanno che proprio al suo esordio nel basket professionistico coi i Celtics nell’autunno ’79, Bird si sarebbe trovato come compagno di squadra, ancorché al suo passo d’addio, colui che su quella abilità di “cecchino infallibile” aveva costruito la propria carriera, dapprima al College e quindi nelle 10 stagioni vissute nel vasto pianeta della NBA.

Quel “qualcuno” altri non è che Peter Press “Pete” Maravich, nato ad Aliquippa, in Pennsylvania, il 22 giugno 1947 da una famiglia il cui padre, Petar, figlio di immigrati serbi, aveva a propria volta giocato a pallacanestro ed ora svolgeva funzioni da allenatore presso le Università, ed è chiaramente lui ad insegnare al ragazzo i fondamentali del gioco sin da quando ha sette anni, trascorrendo ore al fine di migliorarne il controllo di palla, la tecnica nei passaggi ed il tiro, specie dalla lunga distanza.

Gli insegnamenti paterni iniziano a dare i loro frutti sin dalle “High School” (il nostro liceo) che Pete frequenta dapprima alla “Daniel High School” di Central, South Carolina, per poi completare gli studi secondari alla “Needham B. Broughton High School” di Raleigh, North Carolina, a seguito dell’incarico ottenuto dal padre quale coach della North Carolina State University.

Concluse le superiori, Pete avrebbe avuto intenzione di iscriversi alla West Virginia University, ma proprio in quell’estate al padre viene offerto il ruolo di coach presso l’Università di Louisiana State, ed ecco che occasione migliore non vi è per trasferirvi l’intera famiglia e potersi prendere direttamente cura del proprio ragazzo e verificarne i miglioramenti.

Purtroppo, le regole dell’epoca, non consentivano alle matricole di essere inserite nella squadra che partecipa al Campionato NCAA, così che Pete deve attendere ancora una stagione per il suo debutto con i “Tigers”, pur facendo intravedere le sue grandi doti nella sua partita d’esordio contro i pari età, in cui mette a segno 50 punti, con l’aggiunta di 14 rimbalzi ed 11 assist.

E che la formazione di Louisiana State abbia bisogno di un innesto così importante lo dimostra la prima stagione da allenatore di “Papà Petar”, conclusa con un inglorioso score di 3 sole vittorie a fronte di 23 sconfitte, che, dall’anno successivo, con l’inserimento del figlio, si trasforma immediatamente in un ben più lusinghiero 14-12.

L’impatto di Pete sul palcoscenico della NCAA è di quelli che non si dimenticano facilmente, visto che nei suoi tre anni al College totalizza qualcosa come 3.667 punti – pari a medie/gara di 43,8 nel ’68, 44,2 nel ’69 e 44,5 nel ’70 – ed anche se LSU fallisce la qualificazione per le “Final Four” il suo contributo resta nella storia del Campionato Universitario, soprattutto laddove si consideri che all’epoca non era ancora stato introdotto il “tiro da tre punti” e, dato che molte delle conclusioni di Maravich giungevano da lontano, lo statistico di ESPN, Bob Carter, ebbe a calcolare, approssimativamente, che, qualora tale norma fosse stata in vigore, la media/gara della guardia dei Tigers avrebbe potuto raggiungere quota 57 punti.

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Maravich in azione con Louisiana State al College – da si.com

Fin troppo scontato che una “macchina da canestri” di siffatta natura – e per la quale, data la sua postura nell’eseguire il tiro da fuori come se tenesse in mano un revolver, gli era stato appiccicato sin dal liceo il soprannome di “Pistol Pete”, poi avvalorato dalle sue medie realizzative – fosse ben appetita dai Club Professionistici in occasione del Draft svoltosi il 23 marzo ’70 e, difatti, dopo che i Detroit Pistons scelgono Bob Lanier ed i San Diego Rockets si orientano su Rudy Tomjanovich, ecco che gli Atlanta Hawks, che hanno il terzo diritto di chiamata, non si fanno sfuggire il talento di Louisiana State.

Atlanta aveva chiuso la stagione al primo posto con un record di 48-34 solo per essere sconfitta pesantemente per 4-0 dai Los Angeles Lakers nella Finale della Western Conferece, e, con l’allargamento della Lega da 14 a 17 squadre e l’inserimento degli Hawks nella Central Division della Eastern Conference, si rendeva chiaramente necessario un rinforzamento della rosa a disposizione del coach Richie Guerin.

Una scelta peraltro discutibile, quella di Atlanta, visto che nel ruolo di guardia potevano contare su Lou Hudson, già da quattro anni facente parte della franchigia e che aveva chiuso la stagione con 25,4 punti di media, ed in più non era molto gradito ai “senatori” l’elevato contratto di quasi due milioni di dollari offerto alla matricola, una cifra alquanto considerevole al tempo.

Maravich, comunque, dimostra di meritare l’ingaggio ricevuto, con una stagione da 23,2 punti di media che gli vale l’inserimento nella “Squadra Rookie dell’anno” ed, oltretutto, scaccia i dubbi sulla sua incompatibilità con Hudson, visto che con il suo stile molto più eclettico e dinamico rispetto al compassato compagno, quest’ultimo ne giova incrementando la sua media a 26,8 punti per gara, anche se il rendimento degli Hawks peggiora, pur guadagnando l’accesso ai playoffs, dove sono eliminati al primo turno dai Campioni in carica dei New York Knicks.

Situazione che si ripete nella stagione successiva – che Atlanta conclude ancora con un record negativo di 36-46 – venendo nuovamente eliminata al primo turno dei playoff, pur dando filo da torcere ai Boston Celtics, da cui vengono sconfitti per 4-2 in una serie in cui Maravich (il quale aveva peggiorato le proprie media in “regular season” con 19,3 punti a partita) dimostra di poter rivaleggiare alla pari con i migliori giocatori della Lega, realizzando 27,7 punti di media con punte di 37 in gara-3 e gara-6 e di 36 in gara-4.

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Maravich in azione con gli Hawks contro i Boston Celtics – da nba.com

Questo positivo finale di stagione, che serve anche a scacciare le critiche dei soliti soloni che giudicavano il gioco di Pete più spettacolare che utile, è il preludio alla miglior annata di Maravich con gli Hawks, i quali ritornano ad uno score positivo di 46-36, con “Pistol Pete” capace di totalizzare 27,1 punti e 6,9 assist di media a partita (rispettivamente 5. e 6. posto nelle relative classifiche assolute) e, con i 2.063 punti realizzati, uniti ai 2.029 di Hudson, essi diventano la sola seconda coppia di una stessa squadra in grado di compiere l’impresa di superare entrambi quota 2.000 in una singola stagione, che vede per la prima volta Maravich altresì selezionato per l’All Star Game, esperienza questa che ripete altre quattro volte in carriera.

Ciò nonostante, i playoff sono sempre un tabù e, nonostante il cambio in panchina con l’arrivo di coach Cotton Fitzsimmons in sostituzione di Guerin, ancora una volta Atlanta è eliminata da Boston al primo turno, e l’anno successivo le cose vanno ancor peggio, con gli Hawks quinti nella “Regular Season” e fuori dai playoff, nonostante che Maravich disputi la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo, chiusa a 27,7 punti di media, secondo solo a Bob McAdoo dei Buffalo Braves.

Per Maravich è giunta l’ora di cambiare aria, e l’occasione gli viene offerta dall’ingresso nella Lega di una nuova franchigia, i New Orleans Jazz, che hanno bisogno di un giocatore in grado di far presa sul pubblico per il suo stile di gioco brillante ed imprevedibile.

Certo, essere il leader di una debuttante può essere divertente, ma di sicuro non gratificante a livello di risultati, ma comunque Maravich dimostra di svolgere il ruolo per cui è stato chiamato con la massima diligenza, ed anche se i Jazz concludono la stagione con il peggior record (23-59) della Lega, totalizza una media di 21,3 punti/gara, ma soprattutto pone le basi per il miglioramento della squadra.

Un impegno che dà i suoi frutti la stagione successiva, con New Orleans che migliora il proprio rendimento sino a 38-44 nonostante una serie di infortuni limitino a 62 le presenze di Maravich, che comunque conclude con una media punti di 25,9 inferiore solo a Bob McAdoo e Kareem Abdul-Jabbar, riuscendo l’anno seguente – nonostante un peggioramento nel record dei Jazz in “regular season” a 35-47 – a far sua la classifica dei realizzatori con 31,1 punti di media a partita, superando quota 40 in 13 occasioni, con un massimo di 68 raggiunto nella vittoria interna per 124-107 sui New York Knicks il 25 febbraio ’77, in una serata che resterà storica per aver tirato dal campo con oltre il 60% (26 canestri su 43 tentativi, ed, al solito, non era ancora stato introdotto il tiro da tre punti), oltre ad aver trasformato 16 tiri liberi su 19, uno “score” che nessuna guardia prima di allora aveva mai realizzato e che era in ogni caso la terza miglior prestazione di un singolo giocatore, dopo Chamberlain ed Elgin Baylor, con quest’ultimo che, proprio nel corso della stagione, aveva rilevato Butch Van Breda Kolff quale coach dei Jazz.

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Pete Maravich in azione con i Jazz – da si.com

La soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto è però mitigata dai sempre più frequenti problemi alle ginocchia – le cui articolazioni soffrono per lo stile di gioco della guardia, fatto di movimenti rapidi e di continui spostamenti per liberarsi al tiro o servire un compagno meglio piazzato – che portano Maravich a saltare 32 gare nel ’78 e 33 nel ’79, ed il rendimento di New Orleans fatalmente ne risente, tornando ad essere il fanalino di coda della Lega con sole 26 vittorie conseguite nel ’79.

A ciò si aggiungano problemi finanziari per la franchigia, che il proprietario Sam Battistone ha nel frattempo trasferito da New Orleans a Salt Lake City, costringendo a cedere la giovane promessa Truck Robinson, e le difficoltà fisiche di Maravich non gli consentono di allenarsi con profitto, con ciò inducendo il nuovo coach Tom Nissalke ad impiegarlo in soli 17 incontri nella prima parte della nuova stagione, per il disappunto sia del giocatore che dei numerosi fans di Utah che avevano accolto con soddisfazione il trasferimento dei Jazz nella città dei Mormoni, circostanza che finisce per determinare la messa della oramai 32enne guardia sul mercato, venendo acquistata a gennaio ’80 proprio da quei Boston Celtics che hanno nelle loro file la matricola Larry Bird, capace di realizzare 21,3 punti di media nel suo primo anno da “Rookie”.

La scelta di Maravich è condizionata anche dal fatto di cercare di chiudere la carriera con un titolo NBA, e nella seconda parte di stagione con i biancoverdi, fornisce il proprio contributo disputando 26 gare ad 11,5 punti di media, coi Celtics che realizzano il miglior score della Lega, con 61 vittorie.

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Maravich nella sua ultima stagione, ai Boston Celtics – da pinterest.com

I presupposti per la conquista dell’anello vi sono tutti, a maggior ragione dopo il 4-0 con cui Boston letteralmente spazza via Houston nella Semifinale di Conference, solo per trovare in Julius Erving ed i suoi Sixers un ostacolo insormontabile, venendo a propria volta sconfitti per 4-1, ad un passo dalla Finale per il titolo, ed il 105-94 con cui Philadelphia espugna il “Boston Garden” il 27 aprile ’80 fa calare il sipario sulla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia della NBA.

Per ironia della sorte, proprio nella stagione del suo ritiro, la Lega introduce il tiro da tre punti e Maravich – a causa del ridotto impiego – ne infila 10 su 15 tentativi, il che fa pensare a quali potrebbero essere state le medie realizzative di un giocatore che viene incluso nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” nel 1987 e le sue maglie ritirate sia dagli Atlanta Hawks (n.44) che dagli Utah Jazz e dai New Orleans Pelicans (n.7).

Gli anni successivi al suo ritiro vedono Maravich dedicarsi a vita meditativa attraverso l’apprendimento dello yoga e lo studio dell’induismo, approfondendo le conoscenze circa l’esistenza degli extraterrestri e dedicandosi ad una dieta vegetariana e macrobiotica, prima di abbracciare la fede cristiana evangelica, asserendo di voler essere ricordato come … “un buon Cristiano che fa del suo meglio per servire Gesù, non come un giocatore di basket …!!”.

Questa sua nuova visione di vita, porta Maravich a volare il 5 gennaio ‘88 dalla Louisiana a Pasadena in California, chiamato da James Dobson – un esponente della Chiesa Evangelica – per registrare un intervento che sarebbe andato in onda in tarda serata nel programma radiofonico dallo stesso condotto e, nel frattempo, partecipa ad una partita amatoriale nella palestra della “First Church of Nazarene”, dove, ad un certo punto, si accascia al suolo colpito da un attacco cardiaco che lo stronca ad appena 40 anni di età.

L’autopsia rivela che Maravich aveva vissuto con un grave difetto congenito derivante dalla mancanza dell’arteria coronarica sinistra, il che stava a significare che la parte destra aveva dovuto sobbarcarsi un doppio lavoro sino a che la membrana non ha retto lo sforzo, determinandone la morte.

Aveva un cuore grande, “Pistol Pete”, più di quello che Madre Natura gli aveva fornito, e che poi, inesorabile, gli ha chiesto il conto.

KNUT KNUDSEN, IL CRONOMAN CHE PERSE UN GIRO CADENDO IN DISCESA

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Knut Knudsen durante il Giro d’Italia 1979 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Certo che se Knut Knudsen ripensa a quel Giro d’Italia del 1979, che avrebbe potuto far suo ma che per colpa di una caduta giù per la Forcella del Monte Rest fu costretto a lasciare al rampante Giuseppe Saronni, non può certo fare a mano di covare qualche rimpianto.

Alto, poderoso, tenace, abile su tutti i tracciati ma con formidabili doti sul passo, ed una naturale predisposizione verso le corse a cronometro, nonché le brevi competizioni a tappe, Knudsen nasce a due passi dai fiordi, a Levanger in Norvegia, il 12 ottobre 1950. Un “vichingo dai modi gentili, fin da un’adolescenza in cui, pur di correre in bicicletta, si sottopone a non pochi sacrifici logistici, ma che prima o poi troveranno conforto in una pur eccellente carriera e nell’apprezzamento sincero degli appassionati.

Arrivato fra i dilettanti già con ottime credenziali, Knudsen comincia a dettare legge non solo fra i connazionali (vince ripetutamente i titoli nazionali su strada, su pista e a cronometro), ma anche nelle gare internazionali, fuori dai confini patrii e in giro per l’Europa. Nel 1972, su strada, vince proprio il Giro di Norvegia e i campionati di Scandinavia ma è su pista che ottiene le soddisfazioni principali. Ad esempio alle Olimpiadi di Monaco, che lo vedono mettersi al collo la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale, grazie alla gentile concessione dei “cugini danesi” che gli prestano le ruote per la finale, dopo aver partecipato all’edizione messicana quattro anni prima (finì 11esimo) dominando, come fosse di un’altra categoria, avversari come lo svizzero Kurmann e il tedesco Lutz. L’anno successivo, 1973, a San Sebastian, nella medesima specialità, si veste anche della maglia arcobaleno di campione mondiale, ancora una volta surclassando gli avversari.

Passato professionista nel 1974 in Italia, nelle file della Jollyceramica capitanata da Giovanni Battaglin, Knudsen è atteso a recitare un ruolo da primattore nelle gare su pista e contro il tempo. Ma se il livello è sempre d’eccellenza, mancano gli acuti. E’ infatti finalista ai mondiali di inseguimento nel 1975 a Rocourt, ma l’olandese Schuiten è più veloce di lui, e nel 1977 a San Cristobal, quando viene superato da Gregor Braun, finendo invece sul terzo gradino del podio nel 1976 a Monteroni di Lecce, dietro a Francesco Moser e, ancora, Roy Schuiten. Ma se nei velodromi il norvegese non ottiene per quel che sono le sue attitudini e per quel che sono le sue ambizioni, ha altresì modo di rifarsi su strada, riuscendo ad impreziosire il suo palmares con vittorie importanti e una serie ragguardevole di piazzamenti di pregio, partendo, sempre o quasi, è bene dirlo, dal ruolo di gregario, certo di lusso, ma pur sempre luogotenente.

Nel 1975 vince a Fiorano la prima tappa del Giro battendo allo sprint Van Linden, Poppe, Sercu e Gavazzi (hai detto poco!), vestendo per due giorni la maglia rosa prima di cederla nell’ascesa a Prati di Tivo a Battaglin. L’anno successivo vince una tappa al Giro di Romandia e la cronostaffetta, disputata a Martinsicuro negli Abruzzi, per tornare poi protagonista sulle strade della Corsa rosa nel 1977, trionfando nella frazione a cronometro di Pisa, dove infligge significativi distacchi a Moser e a Michel Pollentier che poi quel Giro se lo metterà in tasca. Nel 1978 Knudsen passa alla Bianchi e il sodalizio si rivela subito vincente con il trionfo al Giro di Sardegna (era già giunto 3° nel 1975), al Trofeo Laigueglia, al Giro della Provincia di Reggio Calabria e al Trofeo Baracchi in coppia con Schuiten.

Il norvegese è ormai ospite fisso nelle posizioni che contano delle classifiche, addivenuto com’è a piena maturazione atletica e tecnica, e la stagione 1979, seppur segnata dalla sfortuna, conferma appieno i suoi progressi. Dopo aver chiuso la Milano-Sanremo in terza posizione, lanciandosi in volata per venir anticipato da due draghi dello sprint come De Vlaeminck e Saronni, vince infine la Tirreno-Adriatico (era già giunto 2° nel 1974 e  nel 1975 battuto da De Vlaeminck e nel 1978 alle spalle di Saronni) imponendosi nella cronometro finale di San Benedetto del Tronto il che gli consente di scavalcare Giovanni Battaglin e Giuseppe Saronni, per poi bissare al Giro del Trentino, dimostrando un chiaro miglioramento sulle lunghe salite ed approfittando, lui che viene dai paesi nordici, della avverse condizioni climatiche per battere Moser e De Vlaeminck. Il che ne fa un pretendente all’imminente Giro d’Italia che nel 1979 scatta da Firenze e a cui Knudsen si presenta puree con una coppia di successi al Giro di Romandia.

Moser e Saronni, enfant du pays, fanno meglio di lui nel prologo d’apertura nel capoluogo toscano, ma il nordico è in forma smagliante, e dopo il secondo posto di Perugia (battuto da Beccia), nella cronometro di Napoli, a 24 secondi da Moser che nelle prime tappe pare invincibile, e nella cronoscalata di San Marino, 32 secondi dietro a Saronni, regala una prestazione memorabile nella tappa contro il tempo da Lerici a Portovenere, battendo di 16 secondi lo stesso Saronni e di 40 secondi il promettente Visentini, balzando al secondo posto della classifica generale. Ma nella sfida a due per la vittoria finale con Saronni (18 secondi dividono i due contendenti e con ancora da correre la crono finale di Milano), Knudsen è costretto al ritiro per il capitombolo verso Pieve di Cadore, a soli tre giorni dall’epilogo, e il suo sogno rosa evapora.

Il treno da cogliere al volo è ormai passato, e nel 1980, dopo un 15esimo posto al Giro d’Italia che Knut aveva affrontato con ben altre ambizioni, trionfa di nuovo nella cronostaffetta, stavolta a Montecatini Terme, vincendo poi, a Bruxelles, il Gran Premio Eddy Merckx. Nel 1981 Knudsen torna prepotentemente protagonista al Giro d’Italia vincendo il prologo di Trieste (sui “nemici” della pista Moser e Braun) e le altre cronometro di Montecatini e Verona, rimanendo però ai margini della classifica che conta, solo 22esimo a 31’46” da Giovanni Battaglin  Trionfanella Ruota d’Oro e, di nuovo, nel Gran Premio Eddy Merckx. Dopo una stagione così ricca di soddisfazioni, e seppur ancora nel pieno delle sue forze, a fine anno decide nondimeno di appendere la bicicletta al chiodo. Da più parti si cerca di convincerlo a continuare l’attività, ma la decisione di Knudsen è irevocabile. In fondo, l’insistenza era legittima: al mondo nessuno lo valeva nel ruolo di luogotenente o di vero e proprio gregario, non solo per qualità, ma pure per la grande onestà che l’ha sempre contraddistinto.

Così, a trentun anni, quando ancora sarebbe in grado di scrivere pagine importanti di ciclismo, Knut Knudsen, l’uomo che veniva dai fiordi e dalla simpatia che conquista, mette la parola fine alla sua onorevole carriera.

IL “TRIENNIO D’ORO” EUROPEO DELL’ANDERLECHT ANNI ’70

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La Rosa dell’Anderlecht 1976 – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Concluso – con la definitiva assegnazione al Brasile della Coppa Rimet al termine del Mondiale di Messico ’70 – un decennio caratterizzato, in Europa, dal predominio del calcio latino, manifestato, a livello di Club, dai successi di Real Madrid, Benfica e delle due milanesi, e sancito dalle vittorie nei Campionati Europei della Spagna nel ’64 e dell’Italia nel ’68, ecco che gli anni ’70 si aprono all’insegna della “rivoluzione del calcio totale proposta dall’Olanda in generale e dall’Ajax del fuoriclasse Johan Cruijff in particolare, cui si oppongono le “Panzer Divisionen” tedesche in un duello che raggiunge il culmine nella Finale Mondiale di Monaco ’74.

Sull’onda delle affermazioni degli “orange”, però, cresce parallelamente di livello anche il football dei cugini belgi, i quali anzi ne anticipano i tempi, qualificandosi per le fasi finali dei Mondiali ’70 nel mentre l’Olanda giunge solo terza nel proprio girone, preceduta da Bulgaria e Polonia, così come si qualificano, due anni dopo, per le semifinali del Campionato europeo, classificandosi al terzo posto dopo aver dovuto alzare bandiera bianca in semifinale nei confronti della Germania Ovest di Beckenbauer e Muller.

Emblema in campo nazionale è indubbiamente l’Anderlecht – il cui nome completo è “Royal Sporting Club Anderlecht” – Club fondato nel 1908 e che in patria è una sorte di “Juventus belga” dall’alto dei suoi 34 titoli e nove Coppe nazionali conquistate, assoluto protagonista degli anni ’60 con la vittoria di 6 scudetti, di cui 5 consecutivi dal 1964 al ’68, cui però non hanno fatto riscontro analoghe positive performance in campo europeo, con il miglior risultato in Coppa dei Campioni costituito dall’eliminazione ai Quarti di finale dell’edizione ’66 ad opera del Real Madrid, poi vincitore per la sesta volta del Trofeo, mentre a fine decennio, proprio quando in patria si afferma per tre anni consecutivi lo Standard Liegi, i “bianco malva” raggiungono l’atto conclusivo della Coppa delle Fiere, solo per essere sconfitti dall’Arsenal (3-1 a Bruxelles, 0-3 a Londra) nella doppia Finale.

Leader indiscusso di tale formazione – e da molti giudicato, non a torto, il più forte calciatore belga di ogni epoca – è la mezz’ala d’attacco Paul Van Himst, una carriera interamente spesa indossando la maglia degli “anderlechtois” con cui, dal 1959 al ’75, disputa 566 incontri complessivi (di cui 457 di Campionato), con ben 309 reti all’attivo, delle quali 236 in gare di Prima Divisione, il quale ha il solo difetto, se così si può dire, di esser capitato nel periodo sbagliato, ritirandosi, ironia della sorte, proprio alla vigilia dei successi europei del Club.

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Paul Van Himst in azione – da rsca.be

Il dominio dell’Anderlecht viene però offuscato, ad inizio anni ’70, dalla crescita esponenziale di un’altra formazione con cui divide la ribalta nazionale ed europea per l’intero decennio, vale a dire il Bruges (o Club Brugge, secondo la dizione fiamminga …), il quale, dopo un titolo conquistato nella notte dei tempi – si parla del 1920 – ne aggiunge ben cinque tra il 1973 ed il 1980, divenendo altresì uno spauracchio in campo continentale, dove, trascinato dai vari Bastijns, Cools e Vandereyken, giunge in Finale di Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni ’78, solo per essere, entrambe le volte, sconfitto dagli inglesi del Liverpool.

Con il Bruges a primeggiare in campionato, l’Anderlecht si “rifugia” nella seconda manifestazione nazionale, vale a dire la Coppa del Belgio, che in tale periodo si aggiudica per 4 delle complessive 9 volte in cui il Trofeo fa bella vista di sé nella bacheca societaria, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla competizione europea della Coppa delle Coppe, competizione in cui fa il suo esordio in maniera peraltro alquanto deludente, venendo eliminato al primo turno dell’edizione ’74 dallo Zurigo, nonostante all’andata una tripletta dell’olandese Rensenbrink avesse ribaltato il doppio vantaggio svizzero, poi vincitore al ritorno per 1-0 su calcio di rigore.

Abbiamo già parlato dell’addio al calcio giocato di Van Himst al termine della stagione ’75, che conclude salutando il proprio pubblico con la vittoria per 1-0 in Finale di Coppa sull’Anversa che consente all’Anderlecht una seconda chance per la conquista del Trofeo, e ricordiamo anche l’incidenza sul calcio belga del credo lanciato dai “nuovi profeti” olandesi, circostanza che non viene sottovalutata dalla dirigenza del Club, la quale affida nell’estate ’75 la panchina al tecnico batavo Hans Croon, già operante in Belgio alla guida di Waregem – condotto sorprendentemente alla vittoria della Coppa nazionale nel ’74 – e Lierse, con cui l’anno precedente aveva concluso il Campionato in un’onorevole settima posizione.

Ma se Croon può dare quel pizzico di olandesità alla squadra, ancora maggior sostanza ed esperienza la portano in dote gli acquisti dal Feyenoord dell’attaccante Peter Ressel e, soprattutto, l’innesto a centrocampo del pilastro dell’Ajax e della Nazionale arancione Arie Haan, con cui la Società della Capitale va a comporre un quartetto olandese che già vede presenti il portiere Jan Ruiter (in forza al Club dal ’71) ed il già citato attaccante Robbie Rensenbrink, prelevato nell’estate ’71 proprio dai rivali del Bruges.

Con questa perfetta commistione tra belgi ed olandesi – potendo altresì contare su uno “zoccolo duro” di esperienza costituto dagli anziani Van Binst, Vandendaele, Broos e Dockx, nonché sul talento emergente di Munaron, Coeck, Vercauteren e Van der Elst – l’Anderlecht si presenta ai nastri di partenza della Coppa delle Coppe ’76 che vede partecipare, come vincitrici dei principali tornei nazionali, squadre importanti quali l’Eintracht Francoforte, il West Ham, l’Atletico Madrid, la Fiorentina ed il Celtic Glasgow, senza dimenticare l’insidia, sempre presente, derivante dalle squadre dell’est Europa.

Ed è proprio una formazione dell’Europa orientale, il Rapid Bucarest, a tenere a battesimo la formazione belga, che esce sconfitta all’andata per una sfortunata autorete di Thijssen, riuscendo comunque a ribaltare la situazione al ritorno grazie a Van Binst in chiusura di primo tempo ed ad un rigore di Rensenbrink ad inizio ripresa.

Rotto il ghiaccio, il successivo abbinamento prevede la sfida contro gli slavi del Borac Banja Luca, la cui pratica viene sbrigata all’andata con un netto 3-0 (doppietta di Rensenbrink ed acuto di Coeck) che concede agli avversari la platonica soddisfazione di affermarsi per 1-0 al ritorno, in un turno che vede l’eliminazione a sorpresa della Fiorentina, mentre lo scontro tra Atletico Madrid ed Eintracht di Francoforte privilegia quest’ultimo, capace di aggiudicarsi entrambi i match.

Con l’appuntamento per i quarti di finale previsto per la successiva primavera, in casa dei “Reali” non si nasconde la soddisfazione per un sorteggio che li vede accoppiati ai gallesi del Wrexham, squadra militante nella Terza Divisione inglese, e che invece si rivela più ostico del previsto, dato che al “Parc Astrid” concede la sola rete in apertura di Van Binst ed, al ritorno, pareggia le sorti del doppio confronto all’ora di gioco, prima che Rensenbrink, a meno di un quarto d’ora dal termine, spazzi via i fantasmi dei supplementari.

L’approdo in semifinale conferma una certa qual fortuna nei sorteggi, evitando Eintracht e West Ham per affrontare i tedeschi orientali del Sachsering Zwickau capitanati dal mitico estremo difensore Jurgen Croy e che, dopo aver eliminato la Fiorentina, si sono permessi il lusso di sbattere fuori dalla competizione anche il Celtic Glasgow di Kenny Dalglish.

Questa volta, però, non vi sono sorprese di sorta, con l’Anderlecht convinto della propria forza e che non lascia scampo alcuno ai suoi avversari, grazie al raggiunto affiatamento tra le due punte Van der Elst e Rensenbrink che si incaricano di realizzare tutte e cinque le reti (3-0 nella ex Ddr, 2-0 al ritorno) che certificano la qualificazione per la finale di Bruxelles del 5 maggio ’76, avversari i londinesi del West Ham di Trevor Brooking, che hanno avuto ragione dei tedeschi dell’Eintracht Francoforte.

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Finale Coppa delle Coppe ’76 – da dhnet.be

Di fronte agli oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune dello “Stadio Heysel”, la finale non tradisce le attese, con gli inglesi a passare per primi in vantaggio poco prima della mezz’ora grazie ad Holland, abile a sfruttare una palla vagante in area, punteggio riequilibrato in chiusura di tempo da Rensenbrink che approfitta di un clamoroso errore della difesa avversaria, per mettere in rete a porta sguarnita un assist di Ressel.

E quando, in avvio di ripresa, la coppia Rensenbrink-Van der Elst confeziona la rete del raddoppio, con il giovane belga a fintare su di un avversario per poi collocare la palla nell’angolo alto alla destra dell’incolpevole Marvin Day, è opinione comune che l’inerzia della gara sia oramai dalla parte dei belgi, i quali, però, devono fare i conti con la nota combattività anglosassone, che si materializza con il punto del pari realizzato di testa sotto misura al 68’ da Keith Robson.

Tutto da rifare, dunque, con poco più di 20’ a disposizione, ma quando si hanno al proprio arco due frecce quali i più volte ricordati Rensenbrink e Van der Elst tutto è possibile e, difatti, dopo appena 5’, l’olandese si procura un calcio di rigore che lui stesso si incarica di trasformare, lasciando poi al più giovane compagno di reparto l’onore di chiudere definitivamente la contesa a 3’ dal termine con un assolo in contropiede degno del miglior George Best con tanto di difensore e portiere avversari messi a sedere per il deposito della sfera nella porta sguarnita.

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Rensenbrink trasforma il rigore del 3-2 – da skyrock.com

La prima, storica, vittoria di un Club belga nelle Coppe europee – mentre il Bruges viene sconfitto in Finale di Coppa Uefa dal Liverpool – viene completata con il bis in Coppa nazionale con un netto 4-0 a spese del Lierse, ex squadra allenata da Croon, il quale non viene però confermato, con il suo posto alla guida del Club preso dal “guru” del calcio belga, vale a dire quel Raymond Goethals che, nei suoi anni alla guida dei “Roten Teufels” (i “Diavoli Rossi”), aveva ridato prestigio alla Squadra Nazionale.

Il primo impegno sarebbe da “far tremare i polsi” a chiunque, trattandosi del doppio confronto per la Super Coppa Uefa contro i tre volte Campioni d’Europa del Bayern Monaco, ma non certo ad una vecchia volpe come Goethals che, limitati i danni all’Olympia Stadion, con Muller a siglare all’88’ la rete della vittoria dopo l’iniziale vantaggio belga con Haan, impartisce una vera e propria lezione di calcio ai celebrati tedeschi con un 4-1 targato Rensenbrink (doppietta), Van der Elst ed ancora Haan.

Con un organico interamente confermato, in campo nazionale l’Anderlecht dà vita ad un serrato testa a testa con i campioni del Bruges, risolto a favore di questi ultimi, con i quali si qualifica altresì per la Finale di Coppa, mentre a livello continentale la squadra, oramai acquisita coscienza dei propri mezzi, si sbarazza con non poche difficoltà dei “cugini olandesi” del Roda Kerkrade (2-1 a Bruxelles con reti di Vercauteren e Rensenbrink negli ultimi 2’ di gioco, 3-2 al ritorno dove tocca a Van der Elst realizzare una doppietta negli ultimi 10’), per poi maramaldeggiare a spese dei malcapitati turchi del Galatasaray (doppio 5-1, di cui 4 reti portano la firma di Rensenbrink).

Gli accoppiamenti dei quarti ripropongono una sfida agli inglesi, stavolta rappresentati dal Souhampton che, ancorché giochi in Seconda Divisione, si è permesso il lusso di sconfiggere nella “FA Cup Final” il favorito Manchester United, ed il vantaggio di 2-0 (a firma olandese, Ressel e Rensenbrink) maturato all’andata, viene vanificato al “The Dell” dai centri di Peach e MacDougall, prima che ci pensi Van der Elst, a 7’ dal termine, a siglare il goal qualificazione.

Semifinali che mettono in vetrina la “crème de la crème” continentale, visto che si affrontano, da un lato Amburgo ed Atletico Madrid, e dall’altro Anderlecht e Napoli, con i madrileni che, per il secondo anno consecutivo, vedono il loro cammino infrangersi contro i tedeschi, i quali ribaltano, con un netto 3-0, maturato nella prima mezz’ora di gioco, l’1-3 maturato all’andata al “Vicente Calderon”.

Al “San Paolo” di Napoli, con 90mila tifosi partenopei ad incitare i propri beniamini, i padroni di casa si impongono di misura, grazie ad uno spunto vincente del terzino Bruscolotti a 9’ dal fischio finale, ma una condotta di gara accorta al ritorno, consente all’Anderlecht di staccare il biglietto per la seconda finale consecutiva, con una rete per tempo siglate da Thijssen e Van der Elst.

Lo scenario, stavolta, è quello dello Stadio Olimpico di Amsterdam, dove l’11 maggio ’77 Anderlecht ed Amburgo si affrontano per una sfida decisiva che viene risolta nel finale di gara quando Steffenhagen viene sgambettato in area per la conseguente massima punizione trasformata dall’estrema sinistra Volkert per il vantaggio tedesco, poi arrotondato ad 1’ dal termine con il più classico dei contropiedi ancora orchestrato da Volkert, il quale consegna a Magath una comoda palla da depositare in rete per il 2-0 definitivo.

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Volkert trasforma il rigore dell’1-0 – da eupallog-cineteca.blogsport.it

E così, un’annata iniziata in gloria con la vittoria in Super Coppa Uefa, si conclude con un “tris” di piazzamenti, visto che, dopo il secondo posto in Campionato e la sconfitta in Europa, i “Bianco malva” capitolano anche di fronte al Bruges con un rocambolesco 4-3 nella Finale di Coppa del Belgio, che però consente loro di partecipare nuovamente alla Coppa delle Coppe, visto che i rivali hanno centrato l’accoppiata Scudetto/Coppa.

Avventura che l’Anderlecht affronta proponendo tra i pali l’olandese Nico De Bree, acquistato dal Molenbeek, e promuovendo Vercauteren come perno insostituibile del centrocampo, mentre la difesa viene rinforzata con l’innesto di Johnny Dusbaba, prelevato dall’Ajax ed in attacco viene prelevato, pure lui dal Molenbeek, il danese Benny Nielsen.

In campionato, la lotta con il Bruges è sempre più serrata, ma ancora una volta tocca all’undici di Goethals soccombere, anche se per il minimo distacco di un solo punto (51 a 50), con entrambe le squadre che avrebbero meritato il titolo per la loro indiscutibile forza, dimostrata in campo europeo, dove conquistano le rispettive finali di Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe.

Quest’ultima manifestazione, vede l’Anderlecht, dopo un iniziale allenamento contro il Lokomotiv Sofia (8-1 complessivo), abbinata al secondo turno proprio ai detentori dell’Amburgo (rinforzati dall’acquisto della stella del Liverpool Kevin Keegan …) e mai “vendetta” è stata più dolce del successo per 2-1 conquistato al “Volksparkstadion” davanti ad oltre 55mila tifosi tedeschi, grazie ad una rete di Rensenbrink a 2’ dal termine, poi difeso al ritorno, concluso sull’1-1 (reti di Van der Elst e dello stesso Keegan).

Al ritrovo di marzo, ai belgi toccano in sorte gli “ammazzagrandiportoghesi del Porto, che al primo turno hanno fatto fuori il Colonia ed al secondo il Manchester United, rifilando ai “Red Devils” un umiliante 4-0 allo “Estadio do Dragao”, dove anche l’Anderlecht paga dazio in virtù di una rete del fortissimo centravanti lusitano Fernando Gomes, per poi restituire il favore con tanto di interessi al ritorno, con un 3-0 che porta la firma di Rensenbrink, Nielsen e Vercauteren.

Con tutte le grandi già uscite nei turni precedenti, il livello delle semifinali non è di valore eccelso, abbinando all’Anderlecht gli olandesi del Twente Enschede, mentre l’altra sfida vede opposti Dinamo Mosca ed Austria Vienna, ed i belgi danno conferma della loro maggior compattezza difensiva rispetto al recente passato, facendo loro entrambi i confronti (1-0 in Olanda, rete del danese Nielsen, che ha scalzato nelle gerarchie Ressel nel ruolo di centravanti, e 2-0 al ritorno, grazie ai centri degli “ingrati” Haan e Rensenbrink), dando così appuntamento ai propri tifosi al “Parc des Princes” di Parigi il 3 maggio ’78 per la terza Finale consecutiva che li vede opposti all’Austria Vienna, vincitrice ai calci di rigore sulla Dinamo Mosca dopo due paritetici 2-1.

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Finale Coppa delle Coppe 1978 – da altervista.org

Sulla carta, si tratterebbe di una sfida impari – pur se gli austriaci possono contare su giocatori di indubbio valore quali il difensore Robert Sara, il centrocampista Herbert Prohaska ed il centravanti uruguaiano Julio Morales – ma le sorprese nelle Finali possono sempre essere all’ordine del giorno, anche se la rete con cui Rensenbrink sblocca il risultato dopo appena 13’ contribuisce a far svanire i primi dubbi, che poi vengono definitivamente cancellati con il micidiale uno-due in chiusura di tempo siglato ancora da Rensenbrink e Van Binst per il 3-0 con cui le squadre vanno al riposo e che fa sì che la ripresa sia poco più di una passerella in cui il punto del 4-0 messo a segno da Van Binst a 9’ dal termine rappresenta la classica “ciliegina sulla torta”.

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Scambio di gagliardetti tra i capitani Rensenbrink e Sara – da altervista.org

Per concludere in bellezza un ciclo trionfale, resta un “dispetto” da compiere ai danni degli arcirivali del Bruges che, per la seconda volta in tre anni, hanno dovuto soccombere di fronte al Liverpool, ed il fatto che tocchi proprio all’Anderlecht sfidare i “Rossi di Anfield” in Super Coppa Europea, mette quel classico pepe alla sfida, la cui gara di andata si disputa il 4 dicembre ’78 al “Parc Astrid” e vede gli uomini di Goethals – che nel frattempo hanno ulteriormente rafforzato il proprio potenziale offensivo con l’acquisto dell’olandese Ruud Geels dall’Ajax – aggiudicarsela per 3-1 in virtù delle reti realizzate da Vercauteren, Van der Elst e Rensenbrink, cui gli inglesi oppongono il solo centro di Case per il provvisorio pareggio.

Un vantaggio non certo rassicurante, dovendosi recare nella “tana di Anfield”, ma che l’Anderlecht riesce a gestire e, dopo il goal di Hughes a dare speranza alla “Kop” nel primo tempo, ci pensa Van der Elst al 71’ a zittire i 24mila presenti, rendendo vano il consueto spunto del “super sub” David Fairclough a soli 3’ dal termine.

Con questo quarto trofeo europeo in tre anni, si conclude il ciclo vincente dell’Anderlecht, che si era visto eliminare al secondo turno di Coppa delle Coppe dal Barcellona orfano di Cruijff dopo il 3-0 maturato all’andata, subendo analogo punteggio al ritorno e poi cedendo ai calci di rigore, ma resta per sempre impressa l’immagine di una squadra che ha saputo fondere insieme le due “anime” del calcio belga ed olandese in una organizzazione di gioco quasi perfetta …

LE REGATE D’ORO DI EKATERINA KARSTEN

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Ekaterina Karsten – da orrlabda.hu

articolo di Nicola Pucci

Credo sia giunto il momento di lasciar spazio anche a qualche donzella, quando si parla di canottaggio. Perchè se è vero che la disciplina ha debuttato in sede olimpica solo a Montreal, nel 1976, è altrettanto vero che il tempo è già sufficiente abbastanza per innalzare al rango di leggenda alcune campionesse. Ed Ekaterina Karsten è una di queste.

Già medaglia di bronzo nel quattro di coppia ai Giochi di Barcellona del 1992, la ragazza bielorussa, classe 1972, nata a Minsk e che proprio in Catalogna gareggia per la bandiera della CSI (la Comunità di Stati Indipendenti, nata sulle ceneri della defunta Unione Sovietica), diventa nel corso degli anni la più formidabile interprete della prova di singolo del canottaggio femminile.

Il suo palmares, in effetti, conosce già la gloria a cinque cerchi ad Atlanta, nel 1996, quando si trova a dover fronteggiare il tentativo della rumena Elisabeta Lipa di difendere il titolo conquistato quattro anni prima e quello della belga Annelies Braedael e della canadese Silken Laumann di salire nuovamente sui due gradini più bassi del podio. Le due ultime iridate della specialità, la danese Trine Hansen e la svedese Maria Brandin, sono altre due autorevoli candidate alle medaglie ed in batteria, firmando i due migliori tempi, confermano le loro credenziali. La Karsten blocca il cronometro a 8’03″73 in una serie che boccia la Lipa e obbliga la Braedael ai ripescaggi, per poi piazzarsi seconda in semifinale alle spalle della Laumann, garantendosi nondimeno la qualificazione alla finale con il quinto tempo tra le sei ammesse. Non sembra dunque esser lei la favorita nella corsa all’oro, ma la bielorussa ha riservato per l’atto decisivo le energie migliori e disegna un capolavoro. Nelle acque del Lago Lanier la Karsten prende il comando della gara fin dai primi metri, tenendo a distanza la Laumann, che corre con una gamba lesionata da un terribile incidente che prima dei Giochi di Barcellona ne ha fortemente messo in dubbio il preseguimento della carriera, e chiude trionfante con tre secondi di vantaggio, margine che le vale la medaglia d’oro.

Lanciata ormai nel firmamento internazionale del canottaggio, la Karsten, che ha poco più di 24 anni, comincia una raccolta di successi che la vedono vestirsi della maglia arcobaleno di campionessa del mondo nel 1997 al Lago di Aiguebelette e nel 1999 a St.Catharines in Canada, due affermazioni che ne fanno la logica favorita anche alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Dove si presenta con la dichiarata intenzione di concedere il bis.

In Australia la Karsten si trova a dover competere con la tedesca Katrin Rutschow, due volte medaglia d’argento iridata nel 1998 e nel 1999, e con la bulgara Rumyana Neykova, che ai Mondiali del 1999 è salita sul terzo gradino del podio. La campionessa del mondo del 1998 a Colonia, la russa Irina Fedotova, ha invece optato a Sydney per il quattro di coppia (vincerà il bronzo), mentre dal pronostico non è esclusa la Brandin che seppur ormai 37enne ha all’attivo il Mondiale vinto a Tampere nel 1995, due terzi posti alle rassegne iridate del 1997 e del 1998, oltre ad esser stata quinta a Barcellona e quarta ad Atlanta. Inoltre, può vantare le vittorie alla prestigiosa Henley Royal Regatta dal 1993 al 1998, ad eccezione dell’edizione del 1994.

In effetti la prova non riserva sorprese, con la neozelandese Sonia Waddell che si impone nella prima batteria mentre Neykova, Karsten e Rutschow vincono le altre tre serie, con la tedesca che fa segnare il miglior tempo, 7’32″80, mentre la Brandin è costretta ai ripescaggi per accedere alle semifinali che la elimineranno definitivamente. La Neykova vince facilmente la prima semifinale con il tempo di 7’28″34, precedendo l’australiana Douglas e la Waddell, che si qualificano a loro volta per la finale, mentre la Rutschow batte la Karsten nella seconda semifinale, 7’37″77 contro 7’40″36, con il terzo posto, ultimo utile per accedere alla finale, appannaggio della russa Yulia Alexandrova.

Ma la bielorussa, al solito e con impeccabile senso tattico, ha riservato il meglio per l’atto decisivo, e quella che va in scena il 23 settembre è una finale tra le più entusiasmanti della storia del canottaggio olimpico. Le tre campionesse infatti battagliano tra loro sul filo dei centesimi, spalla a spalla, ed infine è solo il fotofinish a decretare la vittoria della Karsten con il tempo di 7’28″14, un solo centesimo meglio della Neykova (pari a 40 centimetri!) che si deve accontentare di un amaro secondo posto, mentre la Rutschow è a sua volta medaglia di bronzo con un ritardo di ottantacinque centesimi. La Karsten si conferma campionessa olimpica… ma stavolta che fatica!

E va a realizzare una doppietta ad oggi ancora ineguagliata, provando poi in altre tre occasioni a migliorare il suo bottino olimpico. Ma ad Atene, nel 2004, la Rutschow avrà la sua rivincita imponendosi nettamente nel duello a due e quattro anni dopo ancora, a Pechino 2008, la Karsten dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, battuta stavolta in un arrivo serrato dalla stessa Neykova e dall’americana emergente Michelle Guerette.

Le fatiche olimpiche della bielorussa non sono però ancora finite, perchè Ekaterina si ripresenta anche a Londra nel 2012, ormai 40enne, forte dell’argento iridato conquistato a Bled l’anno prima, seconda solo alla ceca Miroslava Knapkova per la sua quindicesima (!!!) medaglia ai Mondiali, distribuite tra il 1997 e il 2013, terminando però la sua avventura ai Giochi con un onorevole seppur insoddisfacente quinto posto nella gara vinta dalla stessa Knapkova.

Ma può bastare così, cinque podi consecutivi alle Olimpiadi fanno di Ekaterina Karsten la canottiera più blasonata della storia. Avete qualcosa da obiettare in proposito?

DIEGO DOMINGUEZ, IL CECCHINO DEL RUGBY AZZURRO

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Diego Dominguez – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nasconderlo, la bellezza ed il fascino del rugby – capace di entusiasmare anche coloro che non sono addentro alle segrete cose di detta disciplina – è costituita dalla coralità del gioco, con quelle travolgenti azioni alla mano in cui l’ovale viene spostato alla massima velocità da una sponda all’altra del campo fino a che non venga trovato lo spiraglio giusto per superare la difesa avversaria e depositare la palla oltre la linea di meta, tant’è che la Federazione Internazionale ebbe – giustamente, a suo tempo – incrementato la validità di detta realizzazione, assegnandole 5 punti rispetto ai 4 precedenti.

Non sempre, però, ciò si rende possibile, in specie in gare equilibrate e decisive per l’assegnazione di un titolo, con i rispettivi pacchetti di mischia ben decisi a fronteggiarsi ed a non lasciare spazi agli avanti avversari, ed ecco che allora assume un ruolo spesso determinante la figura di un particolare “specialista” di cui ogni XV dispone, vale a dire il “calciatore”, colui che si incarica di trasformare le mete realizzate, indirizzare in mezzo ai pali le punizioni accordate dal direttore di gara, per non parlare del drop, il calcio di rimbalzo talmente importante da aver deciso ben due Finali mondiali, entrambe risolte ai tempi supplementari, e passate alla storia.

Chi non ricorda, difatti, il drop con cui, al 13’ dei tempi supplementari, il sudafricano Joel Stransky sentenzia i favoriti All Blacks mandando in delirio gli spettatori dell’Ellis Park di Johannesburg per consegnare, nel 1995, al proprio Paese una Coppa che valeva molto più di un semplice titolo mondiale, od ancora, il calcio stupendamente preparato e magistralmente realizzato dal mediano d’apertura inglese Jonny Wilkinson al 100’ di una stupenda Finale 2003 per sancire l’unica, sinora, vittoria di una squadra europea in Coppa del Mondo, tale da ammutolire il pubblico che assiepava le tribune dello ”Australia Stadium” di Sydney, nella speranza di vedere i Wallabies alzare per la terza volta al cielo la “William Webb Ellis Cup”.

E se, avere a disposizione un tale specialista risulta fondamentale per squadre di primissimo livello del Rugby mondiale, potrete ben capire quale sia l’importanza di un siffatto giocatore per formazioni di livello inferiore, le quali devono cercare di sfruttare ogni più piccola occasione per capitalizzare al massimo le minori opportunità che, fatalmente, hanno a disposizione quando devono affrontare i “Top XV” del Ranking mondiale.

Una di queste Nazioni a poter godere di un tale privilegio – per un periodo di ben 12 anni – è proprio l’Italia, e di questo deve ringraziare le origini, da parte di madre, che consentono all’argentino di nascita Diego Dominguez di optare per la divisa azzurra, pur dopo aver indossato, in due gare del Campionato sudamericano, la maglia biancoceleste dei Pumas.

Dominguez nasce a Cordoba, nella provincia omonima, il 25 aprile ’66 ed inizia a praticare lo “sport della palla ovale” nel Club “La Tablada”, mettendosi in luce tanto da essere convocato per le gare contro Cile e Paraguay del 10 e 12 ottobre ’89 valide per il Campionato Sudamericano, vinte entrambe sin troppo agevolmente dalla Nazionale argentina con gli inequivocabili punteggi di 36-9 e 75-7, ed in cui il “piede educato” di Dominguez si mette in evidenza siglando rispettivamente 16 (2 trasformazioni e 4 punizioni) ed 11 punti (4 trasformazioni ed una punizione).

L’opportunità per il XV azzurro di poter contare su tale fuoriclasse giunge con l’arrivo in Italia del mediano di apertura, tesserato nel ’90 dalla “Mediolanum Amatori” (poi rinominata “Milan Rugby” con l’ingresso nella “Polisportiva Milan” voluta da Silvio Berlusconi …), e dalla scoperta che la madre era nativa proprio del capoluogo lombardo, circostanza che consente a Dominguez di avere diritto alla cittadinanza italiana ed, una volta ottenutala, di poter scegliere la nostra Nazionale per la quale giocare.

L’apporto dell’italoargentino alle sorti del rugby meneghino è devastante, basti solo pensare che nelle sette stagioni trascorsi in Italia, l’Amatori – che dal 1988 al ’93 può contare anche sull’apporto dell’asso australiano David Campese – giunge in sei occasioni alla Finale Scudetto, vincendone quattro, sempre contro il Benetton Treviso, di cui le prime due (nel ’91 e ’93) con relativa facilità (37-18, con 26 punti di Dominguez, e 41-15, in cui i punti realizzati sono 20), mentre nelle ultime sfide, contro una formazione trevigiana che può contare su di un altrettanto straordinario fuoriclasse quale l’australiano Michael Lynagh, si assiste ad una vera e propria lotta all’ultimo calcio che li vede entrambi protagonisti.

A dimostrazione di quanto precisato in premessa, il match andato in scena l’8 aprile ’95 al “Plebiscito” di Padova, vede le due formazioni incapaci di andare in meta e, pertanto, il punteggio finale di 27-15 a favore dei milanesi è determinato proprio nella precisione dei calci, con Lynagh a realizzare tutti i punti dei suoi, convertendo in mezzo ai pali cinque calci piazzati, cui Dominguez risponde da par suo trasformando ben otto punizioni, cui si aggiunge un drop di Bonomi.

La sfida, manco a dirlo, si ripete esattamente un anno dopo, mutando solo lo scenario, che stavolta è il “Mario Battaglini” di Rovigo, e dimostra ancor di più l’importanza di Dominguez nell’economia della squadra, dato che i 6 punti di differenza tra le due squadre costituiti dal risultato finale di 23-17 derivano – dopo una meta a testa e quattro calci piazzati realizzati sia da Domiguez che da Lynagh – proprio da due drop che l’italoargentino mette a segno ad inizio ripresa, dando il via alla clamorosa rimonta di Milano, che aveva chiuso il primo tempo in svantaggio per 17-3.

Sin troppo ovvio che una siffatta potenzialità – Dominguez conclude la sua esperienza in Italia con 2.966 punti a suo favore, terzo di ogni epoca dietro ad Andrea Scanavacca con 3.368 e Stefano Bettarello con 3.206, ma con 17 e 18 stagioni, rispettivamente, disputate – rappresenti una sorta di benedizione per il Commissario Tecnico della Nazionale Bertrand Fourcade, il quale lo fa esordire il 2 marzo ’91 allo Stadio Flaminio di Roma, nel ruolo di tre quarti centro contro la Francia B (match perso dagli azzurri per 15-9), per poi inserirlo nella lista dei convocati per i Mondiali ’91 in Gran Bretagna dove l’Italia, inserita in un “Girone di ferro” assieme ai padroni di casa, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, può solo portare a casa la vittoria contro questi ultimi, non sfigurando comunque né contro gli inglesi (sconfitta per 6-36) che, soprattutto, contro i Campioni in carica degli All Blacks, da cui è superata per 31-21.

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Una trasformazione di Dominguez – da onrugby.it

Ed è anche grazie all’abilità – oltre che nei calci, anche nella visione di gioco, dato il suo ruolo di mediano di apertura – di Dominguez, che nel frattempo si è accasato oltralpe al celebre club francese dello Stade Français di Parigi, con cui conquista altri quattro titoli nazionali, che l’Italia cresce nella considerazione internazionale, tanto da ricevere l’onore di essere ammessa, con l’avvento del nuovo secolo, al prestigioso e più antico Torneo del mondo, vale a dire il “Cinque Nazioni”, ed a cui partecipa per la prima volta nel 2000.

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Dominguez in azione con lo Stade Français – da reuters.com

Ed un evento di tale spessore – “storico”, verrebbe da dire, se di tale termine non si abusasse sin troppo – deve essere festeggiato nel migliore dei modi, ed opportunità migliore non può esservi del match d’esordio, in programma il 5 febbraio 2000 in uno Stadio Flaminio gremito in tutti e 24mila posti a sua disposizione, contro la Scozia capitanata da John Leslie e reduce dall’onorevole (18-30) eliminazione contro la Nuova Zelanda nei quarti di finale della Coppa del Mondo ’99, edizione che, al contrario, risulta la peggiore disputata dall’Italia, che se ne torna a casa con tre pesanti sconfitte, tra cui un umiliante 101-3 subito dagli All Blacks.

Occorre quindi una prova d’orgoglio per gli azzurri – che, per l’occasione, vedono per la prima volta sedersi in panchina il nuovo tecnico, il neozelandese Brad Johnstone – e chi, se non il loro indiscusso leader, può trascinarli al successo con una prestazione “monstre” in cui, oltre alla conversione dell’unica meta italiana realizzata da De Carli, trasforma 6 calzi di punizione e mette a segno ben 3 drop, per un totale di 29 dei 34 punti realizzati dall’Italia contro i 20 dei rappresentanti delle “Highlands”, e che rappresentano il suo massimo in carriera per singolo incontro in maglia azzurra, soltanto eguagliato il 10 novembre 2001 nel “test match” contro le Isole Fiji, ma a fronte di un successo ben più eclatante, per 66-10.

Purtroppo, per il Rugby azzurro, le successive prove non confermano le buone indicazioni fornite al debutto, con una sola altra vittoria nelle successive tre edizioni del neonominato “Sei Nazioni”, ottenuta il 15 febbraio 2003 nel consueto scenario dello Stadio Flaminio di fronte al Galles ed in cui, come al solito, la differenza nel 30-22 conclusivo a favore dell’Italia – con tre mete realizzate per parte – la fa il piede radiotelecomandato di Dominguez, il quale, oltre all’avvenuta conversione delle mete, trasforma una punizione e mette a segno gli ultimi suoi due drop sul suolo italiano, prima di salutare il pubblico che lo ha tanto amato scendendo in campo, la settimana successiva, per la sua 74esima ed ultima presenza in azzurro contro l’Irlanda e persa nettamente per 37-13.

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Festeggiamenti per la vittoria 30-22 sul Galles – da gazzetta.it

Per capire sino in fondo l’impatto che Dominguez ha avuto sul Rugby, non solo italiano, bensì internazionale, basti pensare che è stato il primo giocatore in assoluto a superare la barriera dei 1.000 punti segnati in “test match”, concludendo la carriera – comprese le due gare disputate con la maglia dei “Pumas” argentini – a quota 1.010, circostanza che, peraltro, lo fa essere a tutt’oggi al quinto posto della Classifica assoluta “All Time”, preceduto da “Mostri sacri” quali il neozelandese Daniel Carter (primo con 1.598 punti), il già citato inglese Jonny Wilkinson (secondo a quota 1.179), l’irlandese Roman O’Gara (terzo con 1.083 punti) ed il gallese Neil Jenkins, che lo precede di soli 39 punti, a quota 1.049.

Che dite, penso che siate tutti d’accordo sul fatto che sarà anche entusiasmante il gioco alla mano, ma se non si ha un sapiente “calciatore”, difficilmente si vincono trofei

JEAN BOITEUX, UN LAMPO NEL BUIO DEL NUOTO FRANCESE

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Jean Boiteux – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che recita “Se Atene piange, Sparta non ride”, ben si adatta alla situazione del panorama natatorio tra i due paesi transalpini Italia e Francia, da sempre rivali in campo sportivo, i cui rispettivi rappresentanti in campo olimpico e mondiale devono attendere addirittura la fine del secolo per vedere premiati i propri sforzi, fatta salva, per i nostri colori, l’eccezione della patavina Novella Calligaris ad inizio anni ’70.

Ed anche in campo strettamente europeo, non è che le cose vadano molto meglio per i “tricolori” di entrambe le Nazioni, molto spesso costretti a raccogliere le briciole di ciò che viene loro lasciato dalle super potenze sovietiche e tedesche degli anni ’60 e ’70, mentre in precedenza anche Ungheria, Olanda e Gran Bretagna erano riuscite a far la voce grossa.

Ma, nonostante ciò, i primi anni del secondo Dopoguerra avevano fatto presagire futuri sviluppi di ben altra natura per il nuoto francese, da sempre specialista principalmente a stile libero, il quale propone una schiera di atleti in grado di primeggiare a livello continentale e capace di misurarsi, in un conteso mondiale, con i più accreditati rappresentanti di Australia e Stati Uniti.

I primi, tangibili, risultati di questa “nouvelle vague” transalpina si possono toccare con mano in occasione della prima edizione post-bellica dei Campionati Europei, che si tiene nel 1947 a Montecarlo ed i cui sono le ondine danesi a dominare in campo femminile, mentre nel settore maschile – in un limitatissimo programma, che prevede la disputa di tre gare a stile libero, una a dorso ed a rana e la sola staffetta 4x200sl – l’uomo dei campionati è proprio un francese, vale a dire il 18enne Alexandre Jany, che fa sue le medaglie d’oro sui 100 e 400sl – facendo registrare, su questa ultima distanza, il record mondiale di 4’35”2 – cui unisce l’argento in staffetta con il quartetto francese preceduto di soli 0”2 decimi dai rivali svedesi, mentre un terzo oro viene portato alla causa dal dorsista Georges Vallerey sulla distanza dei 100 metri.

Se la Francia primeggia a livello europeo, il contesto olimpico dell’anno seguente ai Giochi di Londra ’48 la riporta drasticamente alla dura realtà, costituita dallo strapotere dei ragazzi Usa che si aggiudicano – in campo maschile – tutte e sei le prove in programma, con il solo Vallerey a salire sul gradino più basso del podio sui 100 dorso, mentre Jany può solo, nuotando l’ultima frazione della staffetta 4x200sl, prendersi la rivincita sugli svedesi, soffiando loro il bronzo in una gara dove sia gli Stati Uniti che l’Ungheria, argento, scendono sotto il precedente limite mondiale.

Quando la torcia olimpica si spegne, gli atleti si danno appuntamento a quattro anni dopo, nel caso ad Helsinki ’52, avendo a disposizione il tempo per affilare le armi in vista di sognate rivincite e, nel caso degli scornati francesi, l’occasione migliore per mettersi in mostra è costituita dalla rassegna continentale di Vienna, in programma dal 20 al 27 agosto ’50.

Ancora una volta è Jany il punto di forza della formazione transalpina, il quale conferma i titoli europei di tre anni prima sia sui 100 che sui 400sl, pur se con tempi nettamente superiori – 57”7 sulla più corta distanza rispetto al 56”9 di Montecarlo ed addirittura 4’48”0 sui 400, con un peggioramento di quasi 13” se raffrontato al 4’35”2 con cui aveva dominato nella piscina del Principato – che non lasciano presagire possibilità di sorta in vista dell’appuntamento olimpico.

Di positivo, per il clan transalpino, vi è la crescita di altri due atleti, più portati alle medie/lunghe distanze, e cioè Joseph Bernardo (già componente della staffetta 4x200sl bronzo a Londra ’48) che giunge terzo sui 1500sl, e, soprattutto, il 17enne Jean Boiteux, il quale giunge alle spalle di Jamy sui 400sl e ripete l’argento sulla più lunga distanza, beffato per soli 0”2 decimi Hans-Gunther Lehmann (19’48”2 a 19’48”4), il che consente alla Francia di disporre di un eccellente quartetto per la staffetta 4x200sl che, però, ancora una volta, deve cedere – stavolta ben più nettamente, 9’06”5 a 9’10”0 – al quartetto svedese.

Jean Boiteux nasce a Marsiglia il 20 giugno 1933 ed il suo destino è già segnato alla nascita, visto che il padre, Gaston che poi diverrà il suo primo tifoso, è stato uno specialista del nuoto in mare aperto e, comunque, aveva al proprio conto la medaglia d’argento ai Campionati francesi del 1921 sulla anomala distanza dei 500sl, ma ancor più la madre, Bibienne Pellegry, che aveva partecipato sia ai Giochi di Parigi ’24 che ai successivi di Amsterdam ’28 quale componente della staffetta 4x100sl, classificatasi entrambe le volte al quinto posto.

Imparato a nuotare sin da bambino assieme ai fratelli Robert, Henry e Marie-Therese nella piscina da 25 metri costruita nella proprietà agricola di famiglia, Jean si dimostra sin da subito il più talentuoso della prole, cosa di cui si accorge “Papa Gaston”, il quale lo segnala ad Alban Milville, allenatore proprio di Jany, affinché lo prenda sotto le sue cure quando il ragazzo è appena 13enne, con i risultati appena sopra ricordati, costituiti dalle tre medaglie d’argento vinte agli Europei ’50, dopo che nello stesso anno si era preso il lusso di battere, per la prima volta, ai Campionati francesi, Jany sui 400sl.

Milville si rende conto che, per motivi strettamente anagrafici – Boiteux rende a Jany quattro anni esatti di età – e visti anche i peggioramenti cronometrici del secondo, l’uomo su cui puntare per una medaglia individuale alle Olimpiadi di Helsinki ’52 sia proprio il non ancora 18enne Jean, ma certamente occorre migliorare i tempi fatti registrare alla rassegna continentale, poiché altrimenti il podio rappresenta una mera utopia.

Ed il 1951 è l’anno della svolta per Boiteux, che il 10 luglio, nella familiare piscina di Marsiglia, nuota i 400sl in 4’33”3, tempo che rappresenta, oltre al record nazionale, anche il primato europeo, per poi far parte, il 2 agosto seguente, del quartetto composto anche da Willy Blioch, oltre ai citati Jamy e Barnardo, che polverizza il record mondiale della staffetta 4x200sl, stabilito dal Giappone in 8’40”6 il 2 aprile ’50, abbassandolo ad 8’33”0.

Oltre ai primati, Boiteux rafforza la propria autostima facendo incetta di medaglie in occasione della prima edizione dei Giochi del Mediterraneo, che si svolgono ad ottobre del medesimo anno ad Alessandria d’Egitto, dove, dopo il bronzo sui 100sl vinti da Jamy – e con l’argento conquistato dal nostro Carlo Pedersoli, futuro “Bud Spencer” – non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro sulle più lunghe distanze dei 400 e 15090sl (in entrambi i casi precedendo Bernardo), nonché quale componente della staffetta 4x200sl, vittoriosa con largo margine sul quartetto spagnolo.

La Federazione Francese sa che può nutrire qualche chance di medaglia in vista dei Giochi di Helsinki, per i quali seleziona Jany ed Aldo Eminente (di chiare origini italiane) per i 100sl e la coppia formata da Boiteux e Bernardo impegnata su 400 e 1500sl, con i quattro a costituire l’ossatura della staffetta 4x200sl, visto che il programma olimpico non ha ancora allargato il numero delle prove previste.

Peraltro, c’è da dire che ai progressi della scuola transalpina nello stile libero – tali da non avere rivali a livello europeo – hanno fatto riscontro altrettante prestazioni di rilievo in campo mondiale, dove, a parte i 100sl – il cui primato è ancora fermo al 55”4 stabilito nel ’48 dall’americano Alan Ford, poi argento ai Giochi di Londra – sui 400sl il quadriennio post olimpico aveva visto il primato di 4’35”2 di Jany migliorato dapprima dal giapponese Furihashi e poi per ben tre volte dall’australiano John Marshall sino a 4’26”9, ben 6” in meno del primato europeo di Boiteux.

Fortuna vuole che l’australiano abbia sbagliato anno, presentandosi ai Giochi finlandesi in precarie condizioni di forma, come, del resto, gli anni iniziano a farsi sentire anche per Jany, il quale non riesce a centrare l’accesso nella Finale dei 100, dove il buon nome francese viene salvato da Eminente, comunque non meglio che settimo in 68”7 nella gara vinta il 27 luglio ’52 dall’americano Scholes in un peraltro modesto 57”4.

Il giorno seguente, scendono in acqua i protagonisti dei 400sl per affrontare le batterie, con il programma che prevede per il giorno seguente la disputa delle tre serie di semifinale ed il 30 luglio la Finale, con Boiteux che non ha difficoltà ad aggiudicarsi la quarta batteria in un comodo 4’45”1, mentre se la prende troppo comoda, nuotando la prima serie in un 4’53”5 che gli vale la quarta piazza, salvando per un soffio l’eliminazione già al primo turno.

Bernardo che conferma la sua “giornata no” il pomeriggio seguente, peggiorando il suo tempo e concludendo mestamente ultimo nella seconda serie di semifinali, mentre, al contrario, Boiteux si esprime sui suoi livelli allorquando, inserito nella prima serie assieme allo svedese Per-Olof Ostrand, capace in batteria di migliorare in 4’38”6 il record olimpico, dà vita ad uno splendido duello che porta i due europei a registrare i migliori tempi di accesso alla Finale, scendendo entrambi sotto il limite olimpico, con il francese ad avere la meglio sullo scandinavo (4’33”1, che abbassa di 0”2 decimi il proprio limite europeo, a 4’33”6).

Con il primatista mondiale Marshall quarto nella seconda serie di semifinale e fuori dagli otto finalisti, le speranze di assistere ad un clamoroso duello tra due nuotatori europei prendono sempre più piede, con l’americano di origini hawaiane Ford Konno che appare l’unico in grado di potersi inserire nella lotta per le medaglie.

Con queste previsioni della vigilia, ci si appresta, alle ore 17 del 30 luglio ’52 ad assistere a quella che resterà per molto tempo una data storica per il nuoto francese, con Boiteux posizionato sui blocchi di partenza in quarta corsia, con alla sua destra Konno ed alla sinistra Ostrand, mentre tra gli spettatori uno tra i più interessati è senz’altro “Papa Gaston”, il quale si è sobbarcato il viaggio da Marsiglia sino alla Scandinavia per assistere alle imprese del figlio.

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Papa Gaston assiste alla finale – da gettyimages.it

Consapevole che per avere una chance di vittoria deve nuotare al di sotto del proprio fresco record europeo, Boiteux imprime alla gara subito un ritmo forsennato che sorprende i suoi più diretti antagonisti, con Ostrand incapace di tenere il passo, mentre Konno, più portato alle lunghe distanze, cerca di ridurre il distacco dopo metà gara.

Indubbiamente stanco per lo sforzo profuso in avvio, Boiteux vede il proprio vantaggio ridursi negli ultimi 100 metri, con Konno a sferrare l’attacco decisivo alla virata dei 350, solo però per avvicinarsi al francese, il quale raccoglie i residui scampoli di energia per andare a toccare nel nuovo record olimpico ed europeo di 4’30”7, con l’americano buon secondo in 4’31”1 ed Ostrand a completare il podio in 4’35”2, curiosamente lo stesso identico tempo con cui Jany aveva fatto suo titolo e primato europeo a Montecarlo nel ’47.

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Konno, Boiteux ed Ostrand alla premiazione – da gettyimages.no

Non ancora resosi ben conto dell’impresa compiuta e bisognoso, più che altro, di riprendere fiato, Boiteux è involontario protagonista di una delle scene più famose e grottesche della Storia dei Giochi, quando si vede catapultare addosso un attempato signore che, sfuggito al controllo dei giudici e degli addetti alla sorveglianza, si tuffa in acqua tutto vestito e con il classico basco in testa ben prima che tutti ed otto i concorrenti abbiano completato la gara.

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Boiteux e papà Gaston in acqua – da gettyimages.it

La scena è talmente curiosa che subito i fotografi la catturano, mentre sulle tribune giornalisti, dirigenti e spettatori si interrogano su chi possa essere l’autore di quello – per certi versi, sconsiderato – gesto, interrogandosi in più lingue … “Il Manager …?”, “forse il Coach …?”, ricevendo la forse più scontata, ma meno prevedibile delle risposte (in francese …) … “Mais non, …. C’est Papa (Gaston) …!!”.

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Boiteux aiuta il padre ad uscire dalla piscina – da urheilumuseo.fi

E, con questa immagine da consegnare agli archivi del “Grande Romanzo delle Olimpiadi”, Boiteux – che il giorno seguente fallisce l’accesso alla Finale dei 1500sl, dopo aver nuotato in 2’06”4 l’ultima frazione della staffetta 4x200sl che consegna alla Francia il bronzo alle spalle di Stati Uniti e Giappone, con la soddisfazione di lasciare ai margini del podio il quartetto svedese – ancora non sa che la sua medaglia d’oro olimpica resterà ineguagliata in casa transalpina per ben 52 anni, prima che analoga impresa venga compiuta in campo femminile da Laure Manaudou nel 2004 ad Atene, curiosamente anch’essa sui 400sl.

Boiteux non riuscirà più a ripetersi ad alti livelli, né in campo europeo – argento in staffetta e non meglio che quinto sui 400sl a Torino ’54 – che tantomeno olimpico, giungendo sesto a Melbourne ’56 sui 1500sl, ma oramai il suo nome era e resterà per sempre scritto come una delle più belle pagine nella Storia del nuoto francese …