LE IMPRESE E LA TRISTE FINE DI JACK LOVELOCK, IL MEDICO MEZZOFONDISTA

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Il vittorioso arrivo di Lovelock ai Giochi di Berlino ’36 – da:olympic.org.nz

Articolo di Giovanni Manenti

Quando si affronta il tema del mezzofondo veloce, ed in particolare di quell’affascinante distanza rappresentata dai m.1500/miglio, l’immediata associazione di idee va ai fenomenali atleti nordafricani che rispondono ai nomi dell’algerino Noureddine Morceli e del marocchino Hicham El Guerrouj, con quest’ultimo ad aver stabilito i relativi record mondiali che ancora resistono a distanza di 20 anni …

Se poi spostiamo l’orologio del tempo a ritroso, come non ricordare il periodo delle sfide a tre con un altissimo livello di rivalità tra i britannici Steve Ovett, Sebastian Coe e Steve Cram che hanno caratterizzato gli anni ’80, mentre coloro più avanti anagraficamente non possono dimenticare l’enorme contributo dato alla specialità dagli esponenti dell’emisfero australe, segnatamente da parte dell’australiano Herbert Elliott e dal neozelandese Peter Snell, con quest’ultimo in grado di fare doppietta sui m.800/1500 alle Olimpiadi di Tokyo ’64, per poi essere imitato sui soli 1500 metri, dal connazionale John Walker ai Giochi di Montreal ’76.

Il nominare l’isola oceanica fa però sì che la memoria faccia un ulteriore passo indietro, ovverossia agli anni ‘30 allorché non meno affascinanti sfide si svolgono tra specialisti che – conclusa la gloriosa era del mezzofondo finlandese capitanata dal leggendario Paavo Nurmi – rispondono ai nomi del francese Jules Ladoumègue, cui replicano il nostro Luigi Beccali ed, oltre Oceano, gli americani Bill Bonthron e Glenn Cunningham, nonché il neozelandese Jack Lovelock, protagonista della nostra storia odierna.

Se rapportato alle imprese che, 30 anni dopo, compie il connazionale Snell non possono esservi paragoni circa la superiorità di quest’ultimo, ma si sa che due delle principali caratteristiche per guadagnarsi la “Gloria imperitura” in ambito sportivo sono l’essere il pioniere di una specialità e, purtroppo, anche una fine prematura e tragica, circostanze che ritroviamo entrambe nella breve esistenza terrena del mezzofondista neozelandese.

John Edward “Jack” Lovelock nasce il 5 gennaio 1910 a Crushington da una coppia di emigrati inglesi e, sin dalla prima infanzia, dimostra un’innata predisposizione per ogni tipo di Sport, dedicandosi alle tre classiche discipline del suo Paese, ovvero Atletica, Nuoto e Rugby, tant’è che negli anni del Liceo, svolti presso la “Timaru Boys’ High School”, realizza vari primati studenteschi in pista, così come, alla soglia dei 18 anni, si aggiudica pure il Torneo di Pugilato.

A questa intensa attività sportiva, il giovane Jack abbina una passione per la Medicina, che lo porta ad iscriversi a tale Facoltà presso la “University of Otago”, il secondo più importante ateneo del Paese dopo l’Università di Auckland, dove si dedica esclusivamente all’Atletica leggera, disciplina che pratica anche dopo il suo trasferimento in Inghilterra, avvenuto nel 1931, per frequentare lo “Exeter College” ad Oxford.

L’approdo nell’isola britannica è di indubbio giovamento per un 22enne Lovelock che, nella primavera del 1932 stupisce gli esperti migliorandosi sul miglio – la classica distanza corsa nei Paesi del Commonwealth – dai 4’26”0 quale suo miglior risultato in Patria sino a 4’12”0 corsi il 26 maggio ad Oxford, cui unisce un 3’57”8 sui m.1500 realizzato il 19 giugno ad Anversa, interessanti biglietti da visita in ottica olimpica, risultando uno dei 6 atleti neozelandesi selezionati per competere ai Giochi di Los Angeles ’32.

Con il primato mondiale di 3’49”2 ancora appartenente al francese Ladoumégue – argento quattro anni prima ad Amsterdam ’28 ed assente per essere stato squalificato per le rigide regole dell’epoca in merito all’aver ricevuto premi in denaro – sono viceversa ancora della partita i finnici Harri Larva ed Eino Purje (rispettivamente Oro e bronzo in Olanda), ma le tre batterie mettono in evidenza l’americano Cunningham, che si presenta in California forte di un personale di 3’53”1 e che si aggiudica la prima serie con il miglior tempo assoluto di 3’55”8.

Neppure il giovane neozelandese sfigura, imponendosi nella seconda batteria in 3’58”0 sull’altro americano Norwood Hallowell, mentre la terza è appannaggio dell’azzurro Beccali, che ha la meglio in volata (3’59”6 a 3’59”7) sul ricordato finlandese Purje.

Il 4 agosto ’32, giorno della Finale, gli occhi dei 65.000 spettatori del “Coliseum” di Los Angeles sono ovviamente puntati sull’atleta di casa Cunningham che, sospinto dal pubblico prende all’inizio il comando della gara, poi rilevato dal canadese di colore Phil Edwards (già bronzo sugli 800 metri due giorni prima …) che con una accelerazione improvvisa al terzo giro “allunga” il gruppo, seguito dal solo Cunningham ed i due sembrano doversi disputare la vittoria quando, a 300 metri dall’arrivo, vantano un vantaggio superiore ai 10 metri sul resto del plotone, dove Beccali ha sinora vissuto di “conserva” …
A dare una mano all’italiano ci pensa l’inglese John Cornes che, fiutando il pericolo, si incarica di “ricucire lo strappo”, portando Beccali a ridosso dei due battistrada all’ingresso del rettilineo finale, ancorché in quarta posizione, per poi piazzare un finale imperioso che lo porta ad imporsi nel nuovo Record Olimpico (ed Italiano, ovviamente …) di 3’51”2, con Cornes che termina secondo in 3’52”6 ed Edwards deve accontentarsi di un altro bronzo a soli 2/10 di distanza, precedendo uno “scornato” Cunningham, non meglio che quarto, pagando una condotta di gara dissennata, in una prova in cui, comunque, quasi tutti i finalisti realizzano i loro “personali”, ivi compreso Lovelock, che conclude in settima posizione, con il tempo di 3’55”6.

Partecipazione ai Giochi utile per fare soprattutto esperienza e capire dove è necessario migliorare per essere al pari dei migliori, circostanza che Lovelock sfrutta l’anno seguente in due particolari occasioni, una per distanza (metrica ed inglese …), data anche la particolarità di partecipare a poche gare a causa degli impegni universitari.

La prima delle due citate prove avviene il 15 luglio ’33 negli Stati Uniti, invitato all’annuale corsa sul miglio organizzata dalla prestigiosa Università di Princeton, ed, in una appassionante sfida con un altro famoso “miler” Usa, Bill Bonthron, entrambi coprono la distanza al di sotto del record mondiale di Ladoumègue, con Lovelock ad avere la meglio in 4’07”6, rispetto ai 4’08”7 realizzati dall’americano.

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Lovelock in occasione del record mondiale sul miglio – da:gettyimages.it

Due mesi dopo, ecco Lovelock approdare in Italia per confrontarsi con il Campione olimpico Beccali a Torino in occasione dei “Giochi Universitari Internazionali”, antesignani delle Universiadi che avranno ufficialmente luogo a far tempo dal 1959 e la distanza è quella olimpica dei 1500 metri, con ancora un’accesa e spettacolare sfida tra i due che si conclude con il successo dell’azzurro che, con il tempo di 3’49”2, eguaglia il primato di Ladoumègue – per poi migliorarlo una settimana dopo correndo in 3’49”0 a Milano – mentre il neozelandese, dal canto suo, scende anch’egli sotto la barriera dei 3’50”, realizzando in 3’49”8 il suo “Personal Best” all’epoca.

L’anno seguente, il movimento registra il successo di Cunningham a Princeton, dove il 16 giugno con 4’06”8 toglie a Lovelock il record sul miglio, così come a fine dello stesso mese tocca a Bonthron far meglio di Beccali sui m.1500 con il 3’48”8 realizzato a Milwaukee, nel corso dei Campionati AAU, imponendosi in volata proprio su Cunningham che con 3’48”9 va anch’egli sotto il precedente limite, ma il neozelandese ha un importante obiettivo stagionale, ovverossia la partecipazione alla seconda edizione dei “Commonwealth Games” che si disputano a Londra dal 4 al 7 agosto ’34.

Opposto all’argento olimpico Cornes ed all’altro rappresentante inglese, il 20enne Sydney Wooderson – futuro primatista mondiale e due volte Campione Europeo – Lovelock riesce ad imporsi con autorità nella Finale del miglio che va in scena il giorno di chiusura della Manifestazione, trionfando nel tempo di 4’12”8 rispetto ai 4’13”4 del più giovane mezzofondista britannico ed ai 4’13”6 di Cornes, cogliendo la sua prima importante medaglia d’oro.

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La partenza del miglio ai Commonwealth Games ’34 – da:thegreatdistancerunners.de

Il 1934 è altresì l’anno in cui il 24enne Jack consegue la Laurea in Medicina, specializzandosi in Fisiologia, per poi iniziare il tirocinio presso il “St. Mary’s Hospital” di Paddington, un sobborgo di Londra, rendendosi peraltro conto delle difficoltà a conciliare l’attività professionale con quella sportiva, ciò nondimeno non rinuncia a presentarsi, il 15 giugno ’35, a Princeton per la gara che viene ricordata come “The Mile of the Century” (“Il Miglio del secolo”), forse con un’enfasi un po’ esagerata, ma va contestualizzata …

Alla gara organizzata dalla celebre Università, difatti, è iscritto il fior fiore del mezzofondo Usa, a partire dai citati Cunningham e Bonthron – detentori, come ricordato, dei rispettivi primati mondiali sul miglio ed i 1500 metri – oltre a Glen Dawson, che aveva battuto proprio Cunningham alcune settimane prima, Gene Venzke e Joe Mangan.

Il desiderio di affermarsi, in un pomeriggio caldo e ventoso, fa sì che la gara si snodi su ritmi non elevati, essendo più importante vincere che non sfidare il cronometro, con Dawson a fare l’andatura per quasi l’intero percorso, seguito da Cunningham a sua volta non perso di vista da Lovelock, il quale piazza il suo irresistibile spunto nel finale per avere facilmente la meglio in 4’11”2 (comunque la sua seconda miglior prestazione all’epoca sulla distanza …), mentre Cunningham viene superato negli ultimi metri anche da Bonthron, concludendo in 4’13”0.

Con l’appuntamento olimpico ad attenderlo, e dovendo altresì concentrarsi sulla professione di medico, che rappresenterà il suo futuro post agonistico, Lovelock manifesta questo suo stato d’animo in una lettera indirizzata ad Harry Amos, il Segretario del Comitato Olimpico neozelandese, in cui riferisce come “il livello di competitività raggiunto era tale da configurare l’attività agonistica alla stessa stregua di un lavoro, incompatibile con la professione medica …”.

Non ci è dato sapere se Lovelock abbia ricevuto o meno risposta, certo è che quello che, con ogni probabilità, rappresenta solo uno sfogo non gli impedisce di presentarsi ai Giochi di Berlino ’36 per partecipare alla gara sui m.1500 che ha perso uno dei suoi più attesi protagonisti, vale a dire nientemeno che il primatista mondiale Bonthron, rimasto vittima dei famigerati Trials Usa, svoltisi ad inizio luglio a Randalls Island, New York, e che lo vedono concludere in quarta posizione in 3’53”7, mentre Cunningham precede in volata il non ancora 24enne Archie San Romani, entrambi accreditati del tempo di 3’49”9, ed il terzo biglietto per la Capitale tedesca viene colto da Venzke con 3’52”2.

Al monumentale “Olympiastadion” di Berlino, è ancora iscritto alla prova l’intero podio di Los Angeles ’32 – con Beccali che, nel frattempo, si è anche laureato Campione europeo con 3’55”6 alla Rassegna Continentale di Torino ’34 – con l’altro britannico Wooderson a vantare chances di medaglia, al pari dello svedese Eric Ny, ancorché quest’ultimo vanti un “personale” superiore ai 3’50”.

E’ peraltro proprio lo scandinavo a destare la migliore impressione nelle batterie che si svolgono il 4 agosto ’36, aggiudicandosi la prima serie in 3’54”8 battendo Cunningham sul filo di lana, mentre Lovelock si nasconde concludendo al terzo posto utile per l’accesso alla Finale nella serie più lenta, corsa in 4’00”6, stesso tempo di Cornes alle spalle di Venzke (4’00”4), e Beccali si impone nella terza batteria in 3’55”6 e sorprende il francese Robert Guy che realizza il miglior tempo nella quarta ed ultima serie, precedendo (3’54”0 a 3’55”0) San Romani, con Wooderson costretto al ritiro.

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La partenza della Finale dei m.1500 a Berlino ’36 – da:flickr.com

Finale che prende il via alle 16:15 del 6 agosto nel segno della massima incertezza con Cunningham ad incaricarsi di fare l’andatura aumentando progressivamente il proprio ritmo così da allungare il gruppo dei finalisti in fila indiana prima di essere rilevato al comando dallo svedese Ny il quale, dopo essere transitato in 2’05”2 agli 800 metri, affronta in testa l’ultimo giro, seguito da Cunningham e Lovelock, con quest’ultimo a rompere gli indugi a metà del rettilineo di fronte piazzando un allungo al quale Ny non è in grado di replicare, cosa a cui viceversa provano sia Cunningham che Beccali, ponendosi all’inseguimento del neozelandese.

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Il passaggio alla campana dell’ultimo giro – da:gettyimages.it

Ma Lovelock, nel suo “Giorno dei Giorni” nell’occasione più importante della sua vita, ha saputo dosare bene le proprie energie, il che gli consente di aumentare la frequenza negli ultimi 200 metri, andando a trionfare con il riconoscimento cronometrico del tempo di 3’47”8, un secondo esatto al di sotto del record mondiale dell’assente Bonthron, mentre il podio è completato da Cunningham e Beccali i quali hanno ben poco da rimproverarsi, visto che l’americano migliora anch’esso il precedente limite del connazionale, timbrando in 3’48”4 il nuovo primato Usa e l’azzurro chiude in 3’49”2, appena 0”2 decimi al di sopra del suo “Personal Best”.

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L’arrivo di Lovelock su Cunningham e Beccali – da:gettyimages.it 

Il trionfo olimpico, nonché prima medaglia d’oro in Atletica della Nuova Zelanda nella storia dei Giochi,  rappresenta la penultima gara di Lovelock che non può rifiutare l’invito a prendere parte per la terza volta al classico miglio di Princeton, posticipato al 3 ottobre ’36 a causa dei Giochi, dove realizza la sua seconda miglior prestazione sulla distanza con 4’10”1 pur venendo battuto da San Romani (quarto a Berlino) con 4’09”0 mentre Cunningham conclude terzo in 4’13”0.

Raggiunto l’apice della carriera, Lovelock – che sin dal 1933 convive con dei fastidi alle ginocchia – può ora dedicarsi anima e corpo alla professione medica, avendo anche trovato l’anima gemella nelle vesti dell’americana Cynthia Wells James, per poi prestare servizio nel Corpo Medico dell’Esercito britannico durante la Seconda Guerra Mondiale .

Periodo che vede le sue condizioni di salute peggiorare, subendo negli anni 1940 e ’41 diverse ferite alla testa, la più grave delle quali causata da una caduta da cavallo nel settembre ’40 che lo lascia privo di sensi per oltre due giorni, procurandogli successivi attacchi di vertigini e problemi alla vista che ne influenzano il resto della vita e che, con ogni probabilità, contribuiscono alla sua fine prematura.

Gli eventi del secondo conflitto bellico, le difficoltà sul lavoro ed una posizione finanziaria non ancora sufficientemente stabile per metter su famiglia, fanno sì che il fidanzamento tra Jack e Cynthia si prolunghi sino al 1945 allorché convolano a nozze per poi trasferirsi due anni dopo negli Stati Uniti assieme alla piccola figlia Mary, da poco venuta alla luce.

Qui Lovelock ha la possibilità di trovare un lavoro adeguato nel reparto di riabilitazione in un’Ospedale di Manhattan, a New York, e la riacquisita serenità consente alla coppia di mettere al mondo una seconda figlia, Janet, nata nel 1948, ma quando il futuro sembrava volgere al bello, ecco che un destino avverso decide il contrario.

E’ la mattina del 28 dicembre 1949, ad una settimana dal compimento dei suoi 40 anni, quando Lovelock si reca al lavoro nonostante non si senta particolarmente bene, ed alle 9:30 la Segretaria del suo reparto avvisa telefonicamente la moglie che il marito sta facendo ritorno a casa.

E proprio mentre è in attesa sulla piattaforma della metropolitana alla “Church Avenue Station” di Brooklyn, il glorioso mezzofondista ha un mancamento, probabilmente dovuto ai ricordati frequenti attacchi di vertigini, che lo fa cadere sui binari proprio mentre transita il treno che lo investe ed uccide sul colpo.

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La statua dedicata a Lovelock al Liceo di Timaru – da:wikipedia.org 

Come sempre accade in questi casi, da indiscutibile Campione della sua era, Lovelock assurge a leggenda e “Gloria immortale” neozelandese, venendo a lui intitolate strade, impianti sportivi, ed ogni anno si svolge a Timaru, dove ha frequentato il Liceo, il “Lovelock Classic”, una gara sul miglio in suo onore, mentre nel giardino dell’Istituto è stata realizzata una statua che lo riproduce e piantata una quercia, germogliata dal ramoscello della corona di alloro che ne cingeva il capo ai Giochi di Berlino, considerata un luogo della memoria che gode di protezione a livello nazionale …

A ribadire quanto risponda al vero l’affermazione di gucciniana memoria che “gli Eroi son tutti giovani e belli …” …

 

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LA CORSA ROSA PERFETTA DI JOHAN DE MUYNCK AL GIRO D’ITALIA 1978

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De Muynck in trionfo a Milano – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nella seconda metà degli anni Settanta si eclissa la stella abbacinante di Eddy Merckx, nuove reclute si affacciano alla ribalta con la non celata ambizione se non proprio di ricalcarne le orme, almeno di rilevarne il testimone quale ciclista più forte al mondo.

In Francia esplode compiutamente la classe cristallina di Bernard Hinault, che a fine carriera potrà vantare un palmares se non quantitativamente ricco quanto quello del “cannibale” almeno quasi pari sul piano della qualità, iscrivendo il suo nome nell’albo d’oro di Tour de France, Giro d’Italia, Vuelta, Mondiale, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia. In Italia nasce invece la rivalità tra i due galli nel pollaio del ciclismo tricolore, Francesco Moser e Giuseppe Saronni, pronti a dividere il tifo di casa nostra come solo Coppi e Bartali avevano saputo fare qualche decennio addietro. E se il lombardo troverà conforto sulle strade del Giro d’Italia con le vittorie nel 1979 e nel 1983, il trentino, prima dell’inatteso successo del 1984 e più adatto ancora alle grandi classiche, punta nondimeno il mirino sulla Corsa Rosa dovendo, a dispetto delle illusioni, mandar giù qualche boccone amaro di troppo. Come nel 1976, quarto ad 1’07” dal “vecchio” Felice Gimondi che cala il tris chiudendo la sua meravigliosa carriera di vincente, come nel 1977, battuto di 2’32” dallo sgraziatissimo belga Michel Pollentier, come nel 1978, quando sale sul terzo gradino del podio a 2’19” da un altro fiammingo, Johan De Muynck.

Già, proprio De Muynck, che è il protagonista della nostra storia odierna. Un corridore non troppo appariscente, di cui troppo spesso le cronache del passato si dimenticano, ma che sulle strade d’Italia si è ritagliato una vetrina importante. Nel 1976, infatti, chiude la Corsa Rosa al secondo posto, a soli 19″ proprio da Gimondi, vincendo per la distacco la tappa di Matera, una delle sue dodici vittorie in carriera, vestendo per quattro giorni le insegne del primato e venendo scalzato solo dopo la cronometro di Arcore a 24 ore dal traguardo finale di Milano.

Nato a Sleidinge il 30 maggio 1948, De Muynck vince poco ma bene. E’ bravo in salita e si difende a cronometro, e queste attitudini gli consentono, oltre al Giro d’Italia, di terminare nei primi dieci della classifica generale sia al Tour de France (4° nel 1980 e 7° nel 1981) e alla Vuelta (ancora 7° nel 1980). Impresa, quella di completare le tre grandi corse a tappe tra i migliori dieci, che non è poi riuscita proprio a tanti, ad onor del vero.

Dopo aver debuttato tra i professionisti nel 1971 con la casacca della Flandria, De Muynck vince la sua prima gara nel 1973, la Freccia del Brabante, seppur non siano le classiche il suo terreno di caccia preferito, collezionando in carriera solo tre top-ten al Giro di Lombardia. Nel 1975 fa sua la prima semitappa del Giro del Belgio ma è l’anno dopo, in maglia Brooklyn, che il belga sale alla ribalta come validissimo corridore per le gare a tappe. Prima della piazza d’onore al Giro d’Italia, domina infatti il Giro di Romandia vincendo per distacco le tappe di Leysin e Chaumont e la cronometro di Friburgo, per infine lasciarsi alle spalle nientepopodimeno che Roger De Vlaeminck ed Eddy Merckx, staccati di quasi 3 minuti. E se nel 1977 vince solo una frazione al Giro di Catalogna, ecco che nel 1978 si presenta ai nastri di partenza del Giro d’Italia ben preparato, come certifica il terzo posto al Giro di Romandia stavolta dietro ai due olandesi Van der Velde e Kuiper, e con il non troppo remoto sogno di far saltare il banco.

De Muynck veste la storica casacca della Bianchi, e ben spalleggiato da Gimondi, all’ultima recita in carriera, si impossessa della maglia rosa con la vittoria nella terza tappa. Il belga attacca sul Monte Serra e giunge al traguardo di Cascina in beata solitudine, lasciando Moser a 52″ e balzando al comando della classifica. E’ il primo Giro di Saronni, che vince a La Spezia, Benevento e Ravello chiudendo con un promettente quinto posto in classifica; Moser vorrebbe tanto riscattare l’amaro secondo posto dell’anno prima ma, se è davanti a tutti a Siena e Padova e trionfa nelle cronometro di Venezia (con il suggestivo arrivo in Piazza San Marco grazie ad una passerella di legno posta sopra un ponte di barche tra la Basilica di Santa Maria della Salute e Piazza San Marco) e Cavalese, non riesce sulle Dolomiti a scalzare De Muynck che nelle tappe di pianura e sui tracciati misti si avvale del gregariato prezioso, appunto, di Gimondi. Anzi, il belga attacca ancora, in compagnia di Baronchelli e Vandi, nella frazione che va da Treviso a Canazei e prevede la scalata del Passo Rolle, del Passo Valles (su cui è posta la Cima Coppi) e del San Pellegrino, rosicchiando un altro minuto a Moser e relegando Saronni a cinque minuti, per poi infrangere le ultime speranze del trentino sul Monte Bondone, staccandolo ancora, risolutivamente, di un altro minuto e mezzo.

Proprio il “Tista“, capitano della Scic, è il rivale più temibile ed agguerrito ma a Milano, il 28 maggio 1978, dopo 3.610 chilometri di fatica, De Muynck sale sul gradino più alto del podio a cogliere l’ultima maglia rosa con 59″ su Baronchelli, secondo come già nel 1974 quanso si arrese al solo Merckx per soli 12″, il margine più ridotto nella storia del Giro d’Italia, e 2’19” su un deluso Moser.

Per Johan è l’apoteosi di una carriera, e se nell’era dei tanti fuoriclasse De Muynck ha colto l’eccellenza in una corsa che significa leggenda come il Giro d’Italia battendo alcuni di loro, beh… un posticino tra i campioni veri se lo è guadagnato. Questo è poco ma sicuro.

LA DOPPIETTA D’ORO OLIMPICA E MONDIALE DI PATRICK ORTLIEB

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Ortlieb in azione alle Olimpiadi di Albertville 1992 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Quel che c’è di straordinariamente affascinante nello sport è che riesce, spessissimo, a sovvertire i pronostici e regalare scampoli di gloria a chi magari forse non se lo aspettava proprio.

Patrick Ortlieb è un gigantesco discesista austriaco, qualcosa come 190 centimetri distribuiti per 92 chilogrammi di massa muscolare, e quando c’è da buttarsi a capofitto verso valle, è quello che si suol dire uno “slittone“, uno sciatore cioè che sfrutta la stazza e riesce a far correre perfettamente gli attrezzi che ha sotto i piedi nei tratti di discesa più filanti, denunciando qualche pecca, invece, quando si tratta di fare la curve. E queste prerogative accompagnano Ortlieb, nato a Bregenz, classe 1967 e figlio di padre alsaziano, fin dagli esordi in Coppa del Mondo, a far data 1987, quando sull’onda lunga del terzo posto colto ai Mondiali juniores del 1985 a Jasna, dove chiude alle spalle di Giorgio Piantanida e Hansjorg Tauscher, il Wunderteam biancorosso lo getta nella mischia sia a Val d’isere che a Bad Kleinkirchheim, per poi promuoverlo in pianta stabile in prima squadra la stagione successiva, 1988/1989.

In effetti Ortlieb non tarda a mettersi in luce, prediligendo una pista che ben si adatta ai grandi scivolatori come la Saslong della Val Gardena, piazzandosi quinto il 9 dicembre pur con il pettorale numero 53, per poi salire sul secondo gradino del podio il giorno dopo, sfruttando stavolta il numero 30 di partenza, battuto solo dal connazionale Helmut Hoeflenher, che lo precede per l’inezia di 0″08. E’ l’inizio di una magnifica avventura agonistica, che se a fine carriera vedrà Patrick fregiarsi di quattro vittorie parziali, di cui due proprio in Val Gardena, nel 1993 e nel 1995, permettendosi il lusso di trionfare anche sulla Streif di Kitzbuhel, nel gennaio 1994, e in supergigante a Tignes nello stesso 1994, oltre a collezionare altri 15 podi nel circuito di Coppa del Mondo, lo eleggerà campionissimo destinato all’immortalità per la particolare attitudine di dare il meglio nei grandi appuntamenti. A dispetto dei tracciati non troppo congeniali alle sue caratteristiche di sciatore possente.

Già, perché se del bronzo ai Mondiali juniores del 1985 abbiamo brevemente parlato, giova ricordare che Ortlieb, settimo ai Mondiali di Saalbach del 1991, ovviamente in discesa libera che rimane la sua specialità preferita pur gareggiando anche in supergigante, si fa trovare pronto all’appuntamento con la storia dello sci alpino alle Olimpiadi di Albertville. Il 9 febbraio 1992, i discesisti sono attesi sulla “Face de Bellevarde“, in Val d’Isere, e ad onor del vero il tracciato sembra proprio il meno adatto ai mezzi tecnici del gigante austriaco, costretto a disimpegnarsi tra dossi, curve, diagonali, salti e quant’altro fanno apparire il disegno del percorso più simile ad un supergigante che ad una discesa libera. Ed in effetti sul podio saliranno due gigantisti che nel corso della carriera si sono poi trasformati anche in abili velocisti su tracciature più ostiche, come il beniamino locale Frank Piccard, appunto campione olimpico in carica di supergigante, che è secondo per soli 0″05, e l’altro austriaco Gunther Mader, addirittura vincitore in Coppa del Mondo anche in slalom, terzo a 0″10. Ortlieb ha avuto in dote il pettorale numero 1, e alla luce dei fatti, visto che il manto nevoso tenderà velocemente a deteriorarsi, sfrutta a meraviglia il benevolo aiuto della sorte, fissando il tempo di 1’50″37, seppur commetta qualche leggera sbavatura, e sinceramente non parrebbe un cronometro destinato a resistere alle discese di chi verrà dopo di lui. Invece i rivali più accreditati deragliano, come Girardelli, accreditato del miglior primo intermedio, ed Accola, che sembrava perfetto per quel tracciato, Mader e Piccard appunto restano appena dietro, così come Wasmaier ed Heinzer che per poco non capitombola in partenza, Ghedina e Alphand deludono e a fine serata, quando c’è da salire sul gradino più alto del podio per cingersi il collo con la medaglia d’oro, l’onore spetta proprio a Patrick Ortlieb, l’ospite inatteso, che coglie il primo successo in carriera.

Garantitosi un posto nell’enciclopedia d’oro dello sci, Ortlieb, che ai Giochi di Lillehammer del 1994 sfiora nuovamente il podio terminando quarto alle spalle di Tommy Moe, Aamodt e Podivinsky, punta l’obiettivo sul titolo mondiale, dopo aver concluso non meglio che ottavo l’edizione iridata di Morioka del 1993, ben distante dal sorprendente svizzero Urs Lehmann, che lo copia ottenendo la prima vittoria in carriera nell’occasione più importante. Ma se l’elvetico non darà seguito all’exploit, Ortlieb deve dimostrare che il successo olimpico non fu certo un caso, e ai Mondiali del 1996 a Sierra Nevada fa nuovamente saltare il banco.

Luc Alphand veste i panni del grande favorito, dominando la specialità da due anni, con Lasse Kjus, Kristian Ghedina e Bruno Kernen a loro volta attesi a recitare da protagonisti. In Casa Austria, al solito, la selezione per guadagnare i quattro posti al cancelletto di partenza è serratissima, e se Ortlieb si è garantito la possibilità di difendere le sue chances vincendo in Val Gardena, accanto a lui scendono Mader, Trinkl e Knauss. Il 17 febbraio 1996 gli atleti si lanciano lungo i 3.930 metri della “Veleta“, e se il disegno non è proprio complicatissimo, nondimeno concede opportunità anche a chi sa far correre gli sci e rimanere a lungo in posizione. E in questo esercizio Ortlieb è davvero un drago. In una giornata di splendido sole, come di splendido sole fu quel 9 febbraio 1992 in Savoia, Ghedina, pettorale numero 8, fissa il miglior tempo in 2’00″44, abbattendo di 0″20 il cronometro di Kjus, ma il suo sogno di potersi mettere infine al collo il metallo più prezioso dura lo spazio di appena due minuti. Quando basta ad Ortlieb, sceso subito dopo di lui, di passare in lieve ritardo al primo intermedio, 53″08 contro 53″02, mettere la testa davanti al secondo rilevamento, 1’29″61 contro 1’29″91, infine tagliare il traguardo in 2’00″17, che vale il primo posto, con l’ampezzano retrocesso in seconda piazza. Altri due minuti ancora e a lanciarsi dal cancelletto è il discesista più forte del momento, appunto Alphand, che lotta sul filo dei centesimi più con Ghedina che con Ortlieb ed infine, per il soffio di 0″01, resta alle spalle di Kristian, sul terzo gradino del podio.

Patrick Ortlieb aggiunge così l’oro iridato a quello olimpico, e per uno che in carriera ha vinto bene ma non moltissimo, è la definitiva consacrazione a fuoriclasse. E se questo non è record, poco ci manca.

 

L’IMPRESA SFIORATA DAL MAROCCO AI MONDIALI DI MESSICO 1986

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Il Marocco ai Mondiali di Messico ’86 – da:vavel.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se si esclude la partecipazione dell’Egitto alle Fasi Finali dei Mondiali di Italia ’34, per ritrovare una formazione di un Paese africano competere per il titolo iridato, occorre porre l’orologio avanti di ben 32 anni, per quella che fu l’ultima edizione della Coppa Jules Rimet, definitivamente assegnata al Brasile dopo il successo a Messico ’70.

La ragione è da attribuire principalmente alla nascita della CAF (“Confederation Africaine de Football”) – quella che corrisponde alla nostra UEFA – solo a partire dal febbraio 1957, nonché al fatto che molti Paesi hanno ottenuto la relativa indipendenza in epoca ancora successiva, circostanza che determina un primo, vero e proprio Girone di qualificazione in vista della Rassegna iridata di Cile ’62.

Con sole sei squadre a contendersi l’ammissione, di cui due (Sudan ed Egitto) rinunciano, ad avere la meglio è il Marocco che però deve fare i conti con uno spareggio interzone contro una Spagna che annovera tra le sue file anche un “certo” Di Stefano, senza peraltro sfigurare, arrendendosi solo per 0-1 a Casablanca (rete del futuro juventino Del Sol) per poi dare battaglia anche al “Santiago Bernabeu”, da cui esce sconfitto per 2-3 …

Questa circostanza di non avere un posto automaticamente a disposizione per le Fasi Finali non soddisfa la federazione Africana, la quale boicotta le qualificazioni per i Mondiali di Inghilterra ’66, nonostante che la vincitrice della propria zona dovesse stavolta disputare uno spareggio con la più abbordabile formazione riveniente dalla zona asiatica, il che determina l’accesso della Corea del Nord (si vede che era destino, per i nostri Azzurri …), protesta che ottiene l’esito sperato, visto che, a partire dalla successiva edizione di Messico ’70, non vi sarà più una Rassegna iridata senza squadre africane.

Ed è ancora il Marocco ad avere questo onore, anche grazie ad un pizzico di buona sorte che, al secondo turno, lo vede superare la Tunisia solo al lancio della monetina, dopo due pareggi a reti inviolate ed il 2-2 nell’incontro di spareggio, per poi avere la meglio nel Girone finale a tre rispetto a Nigeria e Sudan.

Vista con una certa curiosità, ma altrettanto rispetto – specie dopo le imprese dei citati nordcoreani quattro anni prima sul suolo britannico – la compagine nordafricana è sorteggiata nel Gruppo 4 assieme ai vice Campioni della Germania Ovest, Perù e Bulgaria, con esordio in programma il 3 giugno ’70 allo “Estadio Nou Camp” di Leon, avversari proprio i tedeschi.

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I Capitani Seeler e Bamous di Germania e Marocco a Messico ’70 – da:impromptuinc.com

Ci si attende una “goleada” da parte di Seeler & Co., e potete pertanto immaginare quale sia la sorpresa allorché le squadre vanno al riposo con il Marocco in vantaggio grazie alla “storicarete messa a segno da Houmane Jarir dopo poco più di 20’ di gioco, approfittando di una clamorosa sbavatura della retroguardia tedesca, circostanza che induce il tecnico Helmut Schoen a sostituire ad inizio ripresa un oramai 31enne Haller con Grabowski, mossa che si rivela vincente, anche se, dopo il pareggio di Seeler al 56’, occorre attendere sino a 10’ dal termine prima che il solito Gerd Muller piazzi la zampata per il 2-1 conclusivo che scaccia la paura, ma lancia il primo segnale di una qual certa difficoltà teutonica rispetto alle formazioni nordafricane.

Marocco che poi resiste oltre un’ora di fronte al Perù prima di essere travolto 0-3 da un Cubillas all’apice della carriera, e quindi lascia il segno della sua prima avventura in un Mondiale con l’altrettanto “storicopunto conquistato a spese della Bulgaria, con Maouhoub Ghazouani a replicare poco dopo l’ora di gioco all’iniziale vantaggio balcanico con Zhechev in chiusura di primo tempo.

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Cubillas esulta dopo una delle sue reti – da:worldfootabbindex.com

Il buon ricordo lasciato dal Marocco non viene confermato nella successiva edizione di Germania ’74 dallo Zaire, il quale rimedia tre sconfitte contro Scozia (0-2), Brasile (0-3) ed un mortificante 0-9 contro la Jugoslavia, mentre ben diverso è il comportamento della Tunisia in Argentina nel ’78, a dimostrazione di una netta differenza, all’epoca, tra il livello del Calcio nordafricano e quello praticato nel resto del Continente.

Sorteggiata, difatti, assieme ai Campioni in carica tedeschi ed alla rivelazione Polonia (terza quattro anni prima), oltre che al Messico, la compagine allenata da Abdelmajid Chetali passa alla storia della manifestazione per aver conquistato la prima vittoria di una Nazione africana alle Fasi Finali di un Mondiale, superando all’esordio il Messico per 3-1, per poi soccombere di stretta misura (0-1, rete di Lato) contro la Polonia ed imporre il pari per 0-0 alla Germania Ovest, che conferma le proprie difficoltà contro questo tipo di formazioni, tornandosene a casa a testa più che alta.

Un comportamento che contribuisce, in sede di allargamento della Manifestazione da 16 a 24 squadre, affinché a far tempo dall’edizione di Spagna ’82 le formazioni africane abbiano due posti a loro disposizione, per i quali si sfidano, nell’ultimo turno di qualificazione, Algeria-Nigeria e Camerun-Marocco, risolti con identici risultati (2-0 esterno, 2-1 tra le mura amiche) a favore delle prime.

Il 1982 si può, a giusta ragione, considerare l’anno della definitiva affermazione del Calcio africano nel panorama internazionale, in quanto sia Camerun che Algeria – a dispetto del mancato superamento dei rispettivi Gironi eliminatori – mettono a segno due prestigiosi primati, con la formazione di Thomas N’Kono e Roger Milla ad essere la prima squadra del suo Continente (e lo sa bene la nostra Nazionale …) a non subire sconfitte, facendo registrare due 0-0 con Perù e Polonia ed un 1-1 con l’Italia futura Campione del Mondo.

Ancora più clamorosa l’impresa dell’Algeria, che al suo esordio nella Rassegna iridata, conferma una volta di più quanto le formazioni nordafricane risultino indigeste ai “Panzer” teutonici, che stavolta vi sbattono la faccia, subendo per 1-2 (con Lakhdar Belloumi a replicare 1’ al provvisorio pareggio di Rummenigge dopo l’iniziale vantaggio siglato dalla stella Rabah Madjer) quella che è a tutti gli effetti la prima sconfitta di una compagine europea di fronte ad un’africana.

Algeria che poi non si ripete contro l’Austria (sconfitta per 0-2) ed è poi vittima della “combine” tra le due squadre di identica madrelingua, con l’1-0 tedesco a qualificare entrambe al secondo turno – anche stavolta, come nel 1978 in Argentina, incide la non contemporaneità delle gare – pur non potendo disconoscere il fatto che, se il giorno prima la formazione nordafricana non si fosse fatta rimontare dal 3-0 maturato nel primo tempo sino al 3-2 conclusivo contro il Cile, tale “giochetto” non avrebbe potuto compiersi …

L’ottimo comportamento di Algeria e Camerun – con la prima, ribadiamo, ad imporsi e la seconda ad impattare contro le due finaliste Germania ed Italia – fa sì che, in vista della successiva edizione di Messico ’86, sia da parte europea che sudamericana non si guardi più solo con curiosità, ma anche con una certa apprensione, all’esito delle qualificazioni nella zona africana, che promuovono alle Fasi Finali nuovamente l’Algeria, che travolge nell’ultima sfida la Tunisia (4-1 a Tunisi e 3-0 ad Algeri), ed il Marocco, che fa così il suo ritorno nella principale Manifestazione per squadre nazionali, curiosamente ancora in Messico come 16 anni prima.

Formazione nordafricana che, in questo arco temporale, aveva conquistato il suo primo (e sinora unico …) titolo continentale imponendosi nell’edizione ’76 della Coppa d’Africa per Nazioni, la cui Fase conclusiva si svolge ad Addis Abeba, in Etiopia, con la particolarità di andare a segno nei minuti finali di tutte e tre le gare di un Girone all’italiana disputate contro Egitto (vittoria per 2-1 con rete di Zahraoui all’88’), Nigeria (altro 2-1 con Faras e Guezzar a rimontare, all’82’ ed 87’ l’iniziale vantaggio di Mohammed), per poi toccare a Baba realizzare la rete del pareggio a 4’ dal termine dell’ultima e decisiva sfida contro la Guinea.

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Una Formazione del Marocco Campione d’Africa ’76 – da:twitter.com

Un successo a cui fa seguito il terzo posto nell’edizione ’80, sconfitto in semifinale 0-1 dai padroni di casa della Nigeria per poi superare 2-0 (doppietta di Labied) l’Egitto nella sfida per il bronzo, ed un’ulteriore apparizione in semifinale nell’anno del Mondiale, nuovamente sconfitto 0-1 dai padroni di casa, stavolta l’Egitto, in una rassegna che si svolge dal 7 al 21 marzo ’86, stavolta perdendo anche 2-3 dalla Costa d’Avorio il match per la terza piazza.

Un Marocco che, al contrario, aveva dimostrato nelle gare di qualificazione al Mondiale svoltesi l’anno precedente, una straordinaria solidità difensiva, come testimonia il suo percorso, con il doppio successo al primo turno contro la Sierra Leone (1-0 esterno, rete di Mustafa Merry, all’epoca tesserato per il Valenciennes, Club francese di Division2, e 4-0 a Rabat, con Merry autore di una doppietta), la porta ancora inviolata nel turno successivo contro il Malawi (2-0 casalingo, 0-0 in trasferta) e l’identica coppia di risultati (0-0 al Cairo e 2-0 a Rabat, reti di Timoumi e Bouderbala) anche contro l’Egitto per l’accesso all’ultimo scoglio, avversaria la Libia.

E, per la settima volta in altrettanti incontri, ancora nessun avversario riesce a superare la difesa marocchina, con la formazione allenata dal tecnico brasiliano José Faria (in carica dal 1983 …) a mettere al sicuro la qualificazione solo nei minuti finali, allorché i centri di Timoumi all’85’ e di Bouderbala al 90’ arrotondano per il 3-0 conclusivo la rete di apertura siglata da Merry su rigore in chiusura di primo tempo, potendo così concedersi un’indolore battuta d’arresto per 0-1 al ritorno a Bengasi.

Occorre ora precisare come la crescita del Calcio africano, nella parte prospiciente il Mar Mediterraneo in particolare, abbia fatto sì che buona parte dei propri giocatori militi ora in squadre europee, prova ne sia, ad esempio, che metà dei 22 selezionati dall’Algeria giocano all’estero, segnatamente in Francia, pur se il fuoriclasse Madjer veste la maglia del Porto, con cui l’anno seguente si aggiudicherà la prestigiosa Coppa dei Campioni superando in Finale (ma guarda un po’ …) proprio i tedeschi del Bayern Monaco, gustosa rivincita per la beffa dei Mondiali spagnoli .

Più autarchica la composizione della rosa del Marocco che sbarca in Messico, con soli 5 suoi rappresentanti che giocano oltre confine, pur essendo, per quanto logico, i più affermati, ovverossia, oltre al citato Mustafa Merry, i già ricordati Mustafa El Haddaoui ed Aziz Bouderbala, entrambi tesserati per Club svizzeri, Losanna e Sion rispettivamente, mentre un altro Merry, Abdelkrim, ma conosciuto come Krimau, è reduce dalle 17 reti messe a segno nella Ligue1 nelle file del Le Havre, dopo aver indossato le maglie di Bastia, Lille, Tolosa, Metz, Strasburgo e Tours nelle sue 11 stagioni di militanza nel Campionato transalpino.

Ma la tanto celebrata difesa è composta da giocatori appartenenti a Club interni, a cominciare dal portiere Ezzaki Badou, detto Zaki, che milita nel Wydad, Società di Casablanca, ed è altresì il Capitano della formazione che, davanti a lui, schiera i laterali Labid Khalifa e Noureddine Bouyahyaoui, entrambi appartenenti al Kenitra, mentre i centrali sono Abdelmajid Lamriss, del FAR Rabat, e Mustafa El Biyaz, tesserato per il KAC Marrakesh.

E’ questo il reparto che il tecnico Faria presenta nelle tre gare del Girone eliminatorio che vede il Marocco inserito nel Gruppo F assieme a tre formazioni europee del calibro di Inghilterra, Polonia e Portogallo, confermando la propria caratteristica di invulnerabilità sia di fronte a Boniek e Smolarek all’esordio, così come al cospetto di Lineker ed Hateley nel successivo incontro, entrambi conclusi sul risultato a reti bianche, pur se contro l’Inghilterra quest’ultima è penalizzata dall’espulsione di Wilkins a fine primo tempo …

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El Biyaz contrasta Hateley in Marocco-Inghilterra – da:twitter.com 

In un raggruppamento dove in quattro gare si sono realizzate appena due reti (Portogallo-Inghilterra 1-0 e Polonia-Portogallo 1-0), l’11 giugno ’86 scendono in campo inglesi e polacchi a Monterrey, mentre i nordafricani affrontano a Zapopan il Portogallo con tutte ancora in grado di accedere alla Fase ad eliminazione diretta degli ottavi, visto che la Classifica recita: Polonia p.3, Marocco e Portogallo p.2 ed Inghilterra p.1 …

Alla formazione di Faria si presenta pertanto la ghiotta opportunità di essere la prima squadra africana a superare il primo turno in un Mondiale – l’Algeria, un punto nelle prime due giornate, è attesa l’indomani dalla sfida contro la Spagna, necessitando una vittoria per andare avanti nella competizione – anche perché, con una formula che premia, sulle 24 squadre partecipanti, le prime due dei 6 gironi e quattro delle sei “migliori terze”, le sarebbe sufficiente un pareggio per riuscire nell’impresa, cosa tutt’altro che impossibile vista la forza della propria retroguardia e la scarsa propensione al goal degli avversari, che schierano in attacco il solo Fernando Gomes quale unica vera punta di ruolo …

Ma è comunque meglio non correre rischi, ed, in una giornata in cui per l’Inghilterra si scatena Lineker, futuro Capocannoniere del torneo, che annienta la Polonia con una personale tripletta, allo “Estadio Tres de Marzo” il tecnico brasiliano conferma dieci undicesimi della formazione che aveva impattato contro l’Inghilterra, con unica variante l’inserimento di El Haddaoui in luogo di Mustafa Merry.

Sono in 28mila gli spettatori accorsi sulle tribune che possono pertanto testimoniare come, dopo un’iniziale conclusione da fuori di Jaime Magalhaes controllata in due tempi da Zaki, cui risponde Timoumi con un tiro dalla distanza che rasenta il palo alla destra di Vitor Damas, il Marocco costruisca la vittoria in meno di 10’ prima dello scoccare della mezzora di gioco, dapprima con un fendente potente e preciso di Abderazzak Khairi dai 20 metri che si insacca al 19’ nell’angolo basso alla destra dell’estremo difensore lusitano, per poi concedere il bis 7’ dopo allorché impatta magistralmente, con un diagonale di sinistro al volo, un cross dalla destra per una conclusione che non lascia scampo a Vitor Damas.

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Contrasto aereo tra Dolmy e Magalhaes in Marocco-Portogallo – da:gettyimages.fr

Andati al riposo con il doppio vantaggio, i giocatori nordafricani controllano senza eccessive difficoltà i tentativi di rimonta del Portogallo, con Zaki ad esaltarsi deviando in corner una velenosa conclusione da fuori di un Antonio Sousa che poi spreca una favorevole occasione calciando a lato dal limite dell’area, per poi cercare il calcio di rigore gettandosi platealmente a terra senza il minimo tocco.

E, come spesso accade in queste circostanze, dopo un colpo di testa di Antonio Oliveira ben controllato da Zaki, è ancora il Marocco a colpire poco dopo l’ora di gioco, stavolta con il centravanti Krimau che, smarcato da un lancio lungo di Timoumi, si trova a tu per tu con Vitor Damas, superandolo con un tocco morbido per il punto del 3-0 che certifica il passaggio del turno, lasciando agli avversari solo la magra consolazione della rete di Diamantino a 10’ dal termine che pone fine all’imbattibilità di Zaki dopo 260’, migliorando il record di N’Kono con 240’ stabilito quattro anni prima in Spagna.

Da non credere, Marocco leader con p.4, davanti ad Inghilterra e Polonia con p.3 e Portogallo che se ne torna mestamente a casa, ma il gioco degli accoppiamenti degli Ottavi, complice un inizio di torneo quanto mai deludente da parte tedesca, che colleziona appena 3 punti per giungere alle spalle di una Danimarca a punteggio pieno, fa sì che tocchi proprio alla Germania affrontare per la terza edizione consecutiva una formazione nordafricana, unica rimasta in corsa, vista la pesante sconfitta per 0-3 patita dall’Algeria contro la Spagna.

Non deve essere stata una vigilia tranquilla, per il “Kaiser” Franz Beckenbauer, ora divenuto Commissario Tecnico della “Nationalmannschaft”, visti i ricordati precedenti di Argentina ’78 e Spagna ’82 contro Tunisia ed Algeria, essendo peraltro l’unico reduce, ancorché ora seduto in panchina, della sfida andata in scena 16 anni prima a Leon, anche se stavolta lo scenario è diverso, trattandosi dello “Estadio Universitario” di Monterrey, dove il 17 giugno ’86 le due squadre scendono in campo agli ordini dell’arbitro serbo Zoran Petrovic …

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Il Marocco prima di una gara ai Mondiali di Messico ’86 – da:sbs.com.au

Fedele al motto che recita “squadra che vince non si cambia”, il tecnico José Faria opera un solo cambio, forzato, ovverossia inerisce in difesa Lahcen Oudani al posto dell’acciaccato El Biyaz, tutto il contrario di ciò che avviene in casa tedesca, dove Beckenbauer, dopo la severa sconfitta per 0-2 con la Danimarca, lascia fuori Brehme, Rolff ed Herget a favore di Briegel, Magath ed un Rummenigge non al meglio della condizione, schierando una formazione iper offensiva, con Matthaus e Magath a centrocampo ed un trio d’attacco composto da Rummenigge, Voller e Klaus Allofs.

Memore degli smacchi del passato, la Germania mira al controllo della gara senza nulla concedere agli avversari, andando viceversa per due volte vicino alla segnatura, dapprima con Rummenigge ad impattare da sottomisura un traversone basso dalla sinistra di Magath, conclusione su sui Zaki compie un intervento al limite del prodigioso, per poi essere nuovamente protagonista nel corso della ripresa allorché chiude, con una tempestiva uscita, lo specchio della porta ad un Matthaus liberato al tiro dopo uno scambio tra Rummenigge e Klaus Allofs.

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La punizione vincente di Matthaus all’88’ – da:impromptuinc.com

Ma proprio quando il match sembra avviato all’appendice dei supplementari tocca all’allora centrocampista del Bayern Monaco avere l’ultima parola, sotto forma di un missile rasoterra quale trasformazione di un calcio piazzato da una distanza di circa 30 metri che va ad insaccarsi nell’angolo basso alla sinistra dell’estremo difensore nordafricano.

Mancano appena 2’ al termine dei tempi regolamentari e non c’è più spazio per recuperare, con la Germania che prosegue nel suo cammino che la conduce sino alla Finale persa 2-3 contro l’Argentina di Maradona, mentre al Marocco resta il ricordo di un traguardo mai più neppure sfiorato nelle successive tre apparizioni in una Fase Finale di un Mondiale, con il solo rammarico, visto l’esito dell’incontro, di non aver avuto il coraggio di osare con un atteggiamento più offensivo …

Ma tanto, “del senno di poi son piene le fosse …

 

LARISA LATYNINA, LA “COLLEZIONISTA DI MEDAGLIE” DI UNA GINNASTICA PERDUTA

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Larisa Latynina in un esercizio al Volteggio – da:redkalinka.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’aritmetica, si sa, è materia ostica per diverse persone, ma non crediamo occorra essere professori per condividere il rapido calcolo su quante medaglie possa al massimo conquistare una ginnasta che partecipi a tre Olimpiadi consecutive, visto che il programma prevede il Concorso Generale Individuale ed a Squadre, oltre alle singole specialità del Corpo Libero, Trave, Parallele Asimmetriche e Volteggio.

Sei possibilità, pertanto, che, moltiplicato per tre non può che fare 18, ed è proprio questo il traguardo raggiunto dalla sovietica Larisa Latynina, anche se non ha proprio realizzato l’en plein per un particolare che andremo presto a riferire, la quale ha partecipato alle edizioni dei Giochi di Melbourne ’56, Roma ’60 e Tokyo ’64, per un record che resiste ancora nel settore femminile, mentre a livello assoluto è stato superato solo dopo ben 48 anni dal nuotatore americano Michael Phelps ai Giochi di Londra ’12, il quale quattro anni dopo a Rio de Janeiro le ha tolto anche il primato (15 a 14) delle medaglie conquistate in gare individuali, Concorso Generale a Squadre per lei, Staffette per lui, pertanto escluse …

Se poi a questo già di per sé sbalorditivo ruolino di marcia aggiungiamo che, tra un’edizione e l’altra delle Rassegne a cinque cerchi, si sono svolti anche i Mondiali di Mosca ’58 e Praga ’62, in cui, guarda caso, la Latynina sale sul podio anche stavolta in tutte le prove a cui prende parte, ecco che il conto assomma a ben 30 medaglie tra olimpiche ed iridate, un bottino che fa veramente impressione.

Dicevamo di quel “particolare” che non le consente di aver centrato il 100% di medaglie, dovuto questo al fatto che ai Giochi di Melbourne ’56, al pari di quelli di Helsinki di quattro anni prima – uniche due edizioni in cui una simile gara ha avuto luogo – fa parte del programma olimpico anche la prova del Concorso a Squadre con attrezzi mobili (palla, cerchio, clave ecc.), una sorta di antesignana della successiva Ginnastica Ritmica che verrà ammessa solo a far tempo dall’edizione di Los Angeles ’84, specialità in cui l’Unione Sovietica conquista il bronzo, e questa sorta di “medaglia aggiuntiva” compensa per la Latynina il quarto posto alla Trave, unica eccezione di una inimitabile collezione di podi.

Larisa Semyonovna Diriy, questo il suo vero nome alla nascita, vede la luce il 27 dicembre 1934 a Kherson, in Ucraina, all’epoca una delle Repubbliche che componevano l’Urss, città portuale di oltre 200mila abitanti sulle foci del fiume Dnepr che sbocca nel Mar Nero, e vive non certo un’infanzia felice, visto che il padre, Semyon Andreyevic Diriy, abbandona la famiglia prima che la piccola festeggi l’anno di vita, per poi perdere la vita durante la battaglia di Stalingrado nella Seconda Guerra Mondiale, così che a provvedere alla sua educazione pensa la madre Polina, semi analfabeta che lavora come donna delle pulizie durante il giorno e quale guardiano la notte per poter tirare avanti alla meglio.

E’ in questo scenario che la piccola Larisa sviluppa un’innata predisposizione a lottare con tutte le sue forze per primeggiare qualsiasi cosa faccia, dallo studio allo sport (anche quando gioca a calcio coi coetanei maschi oppure li sfida a corsa …), così come alla danza, la sua prima grande passione …

Ed è appunto allorché vede che a Kherson, la città in cui abita, viene aperta una Scuola di ballo che Larisa vorrebbe iscriversi, ma il costo è di 50 rubli al mese, eccessivo per la madre, che riesce a metterne insieme meno di 250, ma il cuore delle mamme è talmente grande che, a costo di immensi sacrifici, riesce a soddisfare il desiderio della figlia, frustrato solo al momento in cui la Scuola chiude a causa del trasferimento del coreografo.

Non tutto il male vien per nuocere, comunque, poiché le movenze e l’agilità acquisita sono alla base dei suoi successi come ginnasta – e che mette a frutto specialmente nell’esercizio al Corpo Libero, dove è praticamente imbattibile – disciplina alla quale si dedica con immutato ardore e che la pone di fronte alla più importante scelta della propria vita allorché, dopo essersi diplomata, si trasferisce a Kiev per iscriversi al “Politecnico Lenin” e, nel contempo, frequentare la “Società Sportiva Volontaria Burevestnik”.

La 19enne Larisa è una brava studentessa, ma per potersi allenare è costretta a perdere delle lezioni ed anche in pedana il suo rendimento non è al massimo delle potenzialità di una perfezionista come lei, ed ecco quindi che, al secondo anno, decide di affrontare la questione con il suo allenatore Alexander Mishakov, il quale non può che risponderle nel modo più logico, ovvero: “se vuoi laurearti e divenire Ingegnere, dedicati allo studio e pratica la ginnastica solo per il tuo benessere fisico, ma se il tuo desiderio è quello di emergere in questa disciplina, ti devi dedicare anima e corpo alla stessa …”.

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Una giovane Latynina all’esordio – da:pinterest.it

Per fortuna sua, dell’Unione Sovietica e della Ginnastica in generale, Larisa sceglie la seconda ipotesi e, già dai Mondiali di Roma ’54, fa la sua prima apparizione quale componente della formazione che conquista la medaglia d’oro nel Concorso Generale a Squadre, avendo altresì l’opportunità di incontrare a Kiev Ivan Latynin, un ingegnere navale di cui si innamora e che diviene il suo primo marito.

Occorre a questo punto ricordare come l’Urss fosse uscita dal suo isolamento per la prima volta in occasione delle Olimpiadi di Helsinki ’52, in cui la protagonista è la oramai 31enne Maria Gorokhovskaya, la quale compie un’impresa mai più eguagliabile in quanto – come ricordato all’inizio – sono 7 le specialità previste dal programma olimpico, ed essa va a medaglia in ciascuna di esse, con l’oro nel Concorso Generale Individuale ed a squadre, e l’argento in ogni singola specialità, oltre che nella prova a Squadre agli attrezzi.

Un Team sovietico che si presenta pertanto con rinnovate ambizioni anche ai Giochi di Melbourne ’56, calendarizzati ad inizio dicembre per effetto della collocazione della Metropoli nell’emisfero australe, dove la Latynina (così divenuta a seguito del citato matrimonio …) si presenta alle soglie dei 22 anni, un’età che al giorno d’oggi sembra impossibile per una ginnasta, abituati come siamo a vedere le esibizioni di poco più che bambine dai 14 ai 18 anni, ma che all’epoca faceva sì che tale disciplina fosse praticata da “donne” in tutti i sensi, anche nell’accezione morfologica del termine.

Prova ne sia che le Olimpiadi di Melbourne rappresentano l’apice della carriera della leggendaria ungherese Agnes Keleti – la cui per certi versi commovente storia è già stata da noi trattata – la quale, ad un mese di distanza dal compimento dei 36 anni (essendo nata il 9 gennaio 1921) riesce nell’impresa di conquistare ben 4 medaglie d’oro e 2 d’argento, fallendo il podio solo al Volteggio.

In un’edizione dei Giochi in cui – fatte salve le due citate prove di squadra, con il Concorso Generale appannaggio dell’Unione Sovietica e quello con gli Attrezzi dell’Ungheria – nelle restanti gare individuali a salire sul podio sono solo la magiara e l’ucraina, ecco che a Melbourne si realizza un ideale “passaggio di consegne”, in particolare celebrato nel Concorso Generale Individuale.

Con la Latynina a dover, rispetto all’ungherese, guardarsi anche da una concorrenza interna di tutto rispetto, composta da Sofia Muratova (classe 1929), Tamara Manina (di soli tre mesi più anziana) e Polina Astakhova, viceversa 20enne, mentre la ricordata Gorokhovskaya si era ritirata dopo i Mondiali di Roma ’54, alla fine degli esercizi obbligatori svoltisi il 3 dicembre al “West Melbourne Stadium”, la stessa si ritrova in terza posizione con 37,233 punti, 0,033 millesimi in meno della connazionale Muratova, mentre al comando è la sorprendente rumena Elena Leusteanu a quota 37,300 e la Keleti non meglio che quarta con 37,066 punti.

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Il podio di Melbourne ’56 – da:thegymter.net

Antesignana di quella che sarà poi la “Scuola rumena” dominatrice a far tempo dalla seconda metà degli anni ’70, la Leusteanu paga a carissimo prezzo un’incertezza alle parallele Asimmetriche negli esercizi liberi del 5 dicembre che assegnano le medaglie, ricevendo un 9,066 dalla giuria laddove la Latynina ottiene al contrario quel 9,600 (suo miglior punteggio nelle quattro prove …) che la proiettano ad un totale di giornata di 37,700 punti per un totale di 74,933 sufficiente a scavalcare Muratova (penalizzata al Volteggio con 9,166), che conclude al terzo posto con 74,466 avendo subito la rimonta di una Keleti che conclude le sue fatiche a quota 74,633 a 0,300 millesimi dalla nuova stella della ginnastica mondiale.

 

Ungherese che si riscatta ampiamente con l’oro sia alla Trave – dove Latynina fallisce il suo unico podio in carriera per soli 0,100 millesimi (18,633 a 18,533) rispetto alla connazionale Manina ed alla cecoslovacca Eva Bosakova, che fanno loro l’argento a pari merito – che alle Parallele Asimmetriche dove precede l’ucraina per 0,133 millesimi (18,966 a 18,933) nonostante un esercizio libero di quest’ultima valutato 9,600 per poi dividere il gradino più alto del podio al Corpo Libero ottenendo lo stesso identico punteggio sia nell’esibizione obbligatoria che in quella libera, mentre Latynina si afferma al Volteggio, beffando per l’inezia di 0,033 millesimi (18,833 a 18,800) Manina, specialità in cui Keleti non aveva acquisito il diritto a disputare la Finale.

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Latynina al Volteggio a Melbourne ’56 – da:gettyimages.it

Il ritiro della favolosa ungherese spiana definitivamente la strada alla sua erede, che vive nel biennio 1957-’58 il punto più alto della sua attività agonistica, dopo aver vissuto, parole sue, il “Capodanno più felice della propria vita”, al ritorno dai Giochi di Melbourne ’56, allorché sbarcata a Vladivostock e proseguendo in treno per Mosca assieme agli altri partecipanti ai Giochi, ad ogni singola fermata venivano celebrati per aver dominato il medagliere rispetto agli Stati Uniti, in un periodo in cui la “guerra fredda” tra le due superpotenze si stava sempre più affermando.

Nel 1957, difatti, si svolge a Bucarest la prima edizione dei Campionati Europei femminili (in campo maschile, detta Rassegna aveva visto il debutto due anni prima, a Francoforte …), dove le atlete di casa conquistano ben 6 medaglie – con la Leusteanu a mettersi al collo 3 argenti e Sonia Iovan un argento e 2 bronzi – ma nulla possano nei confronti di una Latynina che fa “tabula rasa” salendo sul gradino più alto del Podio sia nel Concorso Generale Individuale (la prova a Squadre non è contemplata …) che in ogni singola specialità (!!), con la connazionale Manina a doversi accontentare dell’argento al Volteggio e del bronzo alla Trave.

Attesa per essere celebrata come si conviene ai Campionati Mondiali ’58 che si svolgono proprio a Mosca dal 6 al 10 luglio, la graziosa Larisa – altresì con forme di m.1,61 per 52 chili tutt’altro che disprezzabili rispetto agli standard delle ginnaste odierne – scopre ciò che per una donna rappresenta la massima gioia della propria esistenza, vale a dire di essere incinta, ma che nel caso può rivelarsi quanto mai come controproducente, specie in vista di un evento di tale importanza …

La gravidanza non è ancora al quarto mese quando la Rassegna iridata ha inizio, ed il medico della Federazione la rassicura circa il fatto che l’eventuale partecipazione alle gare non avrà alcuna ripercussione sulla gestazione, a condizione che la cosa non trapeli, in quanto ciò non sarebbe consentito dai regolamenti, compito che la ginnasta porta a compimento scrupolosamente, non rendendone edotto neppure il suo tecnico Mishakov.

E, se spettacolo doveva essere, che spettacolo sia, con il pubblico della Capitale moscovita estasiato nell’ammirare le evoluzioni della sua beniamina, la quale trascina il proprio Team – di cui fanno ancora parte Muratova, Manina ed Astakhova – al successo nel Concorso Generale a Squadre, con un vantaggio di quasi 10 punti (381,620 a 371,855) sulla formazione cecoslovacca, capitanata dalla ricordata Bosakova ed in cui fa per la prima volta la sua apparizione una 16enne Vera Caslavska, di cui sentiremo parlare in seguito.

Messo in carniere anche l’oro del Concorso Generale Individuale con l’elevato punteggio di 77,464 (su di un massimo di 80,000 disponibile …), precedendo ancora Bosakova, le esibizioni alle singole specialità sono di un livello che rasenta la perfezione, con la giovane “pre maman” a primeggiare totalizzando 19,499 punti alle Parallele Asimmetriche, 19,399 alla Trave, 19,233 al Volteggio (dove precede Muratova, Manina e Kalinina, tutte argento a pari merito), per poi fallire un clamoroso “cappotto” venendo superata dalla più volte citata Bosakova (19,400 a 19,333) al Corpo Libero, un’impresa che la stessa Latynina non esita a considerare come “sia stata anche merito di mia figlia”.

Una figlia, Tatyana, che vede la luce il successivo 17 dicembre 1958, esattamente 10 giorni prima del suo 24esimo Compleanno, ed il cui svezzamento la porta a saltare i Campionati Europei di Cracovia ’59, per poi ritrovare la forma migliore in vista delle Olimpiadi di Roma ’60.

In uno Sport come la Ginnastica, dove il ricambio opera ad una velocità superiore ad altre discipline data la spesso giovane età delle atlete, anche una sola stagione di attività ridotta può rivelarsi pericolosa, specie se si ha all’interno una concorrenza particolarmente agguerrita, e la formazione che l’Unione Sovietica presenta nello spettacolare scenario delle Terme di Caracalla, dove hanno luogo le gare, non ha eguali nella Storia dei Giochi, nonostante Manina debba rinunciarvi per infortunio.

Difatti, oltre allo scontato oro nel Concorso Generale a Squadre – con l’altresì abituale scarto di quasi 10 punti (382,320 a 373,323) sulla Cecoslovacchia, con la Romania ad aggiudicarsi il bronzo – le restanti cinque prove mettono in palio 15 medaglie interamente assegnate alle ginnaste sovietiche, che monopolizzano il podio del Concorso generale Individuale, nonché delle prove al Corpo Libero, Volteggio e Parallele Asimmetriche, con un tale indiscusso dominio rotto solo dalla Bosakova, la quale si afferma alla Trave per il ridotto margine di 0,050 millesimi (19,283 a 19,233) sulla Latynina.

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Latynina si esibisce alla Trave a Roma ’60 – da:gettyimages.it

La quale, dal canto suo, bissa il successo di Melbourne ’56 nel Concorso generale Individuale, ancora una volta facendo la differenza negli esercizi liberi dopo che al termine degli obbligatori si trova alle spalle – per soli 0,167 millesimi (38,432 a 38,265) – della connazionale Astakhova, la quale cede anche la seconda piazza in favore della veterana Muratova, che conclude la due giorni con 76,696 punti, alle spalle di Latyninna (77,031), ma davanti alla Astakhova, la quale totalizza il punteggio globale di 76,164.

Latynina che conferma altresì l’oro di quattro anni prima al Corpo Libero, incantando il pubblico romano con un esercizio premiato con 9,800 dalla Giuria per un totale di 19,583 che la pone davanti alle connazionali Astakhova e Tamara Lyukhina, per poi completare la personale collezione di sei medaglie salendo sul podio per ricevere l’argento alle Parallele Asimmetriche – dove stavolta ad avere la meglio (19,616 a 19,416) è Astakhova – ed il bronzo al Volteggio, preceduta da Margarita Nikolaeva e da Muratova.

Festeggiato a dovere il suo 26esimo compleanno, la Latynina si appresta a vivere da par suo il quadriennio che la porta all’appuntamento delle Olimpiadi di Tokyo ’64 quando oramai sarà vicina al traguardo dei 30 anni, iniziando con il dividersi, da buone amiche, i titoli ai Campionati Europei di Lipsia ’61 con la Astakhova, con quest’ultima ad aggiudicarsi l’oro alla Trave ed alle Parallele Asimmetriche, specialità dove l’ucraina conquista l’argento, per poi invertire le posizioni nel Concorso Generale Individuale ed al Corpo Libero, con il solo Volteggio appannaggio delle atlete di casa, le tedesche orientali Ute Starke ed Ingrid Fost, che si classificano nell’ordine.

Ben più impegnativo il programma della stagione successiva, allorché lo squadrone russo – con Manina nuovamente a disposizione e la 33enne Muratova al passo d’addio – deve rendere visita alle temibili avversarie cecoslovacche nella Rassegna iridata che si svolge ad inizio luglio ’62 nella Capitale Praga, per saggiare la crescita dell’adesso 20enne Caslavska.

E che il gap tra le due superpotenze della Ginnastica femminile si sia ridotto sin quasi ad annullarsi è confermato dall’esito dell’inaugurale Concorso Generale a Squadre, dove l’Unione Sovietica conferma a fatica il titolo di Mosca ’58 per meno di 3,500 punti (384,988 a 382,590) sulle padrone di casa, così come Latynina deve superare quota 78 punti (78,030 per la precisione …) per respingere l’assalto della Caslavska, la quale ne ottiene 77,732, alla medaglia d’oro nel Concorso Generale Individuale, prima di accingersi a dar battaglia nelle singole specialità.

Esibizioni, queste ultime, che si risolvono in un testa a testa che non lascia spazio alle rappresentanti delle altre Nazioni – fatta eccezione per il bronzo alla Trave, spartito tra l’ungherese Aniko Ducza e la giapponese Keiko Ikeda – con le relative cerimonie di premiazione in cui sventolano solo bandiere cecoslovacche e sovietiche, dove dice ancora la sua la 31enne Bosakova, che si impone alla Trave per soli 0,083 millesimi (19,499 a 19,416) sulla Latynina, la quale deve arrendersi per un ancor più esiguo scarto di 0,017 millesimi (19,649 a 19,632) nei confronti della Caslavska nell’esercizio al Volteggio.

In una manifestazione che, come testimoniano i punteggi sinora citati – ricordiamo che il massimo ottenibile è 20,000 – si svolge a livelli di eccellenza assoluta, il 19,449 ottenuto dalla Latynina alle Parallele Asimmetriche le consente di occupare solo il gradino più basso del podio, dove a precedere l’eterna Bosakova è stavolta (19,566 a 19,466) la 20enne Irina Pervuschina, all’unico suo acuto in carriera in una grande Manifestazione internazionale, per poi fornire la consueta, ineguagliabile performance al Corpo Libero, dove grazia ed eleganza si fondono per un 19,716 (il più alto punteggio dell’intera rassegna iridata) che le vale il terzo oro e la sesta medaglia complessiva.

Con già un bottino di 24 allori tra Olimpiadi e Mondiali, Latynina si prepara scrupolosamente per quello che è consapevole essere il suo ultimo appuntamento olimpico, ovverossia i Giochi di Tokyo che si svolgono nella seconda metà di ottobre ’64, ben sapendo come riuscire a salire ancora una volta sul podio in ogni prova sia un’impresa ai limiti dell’inverosimile.

Impossible is nothing” è uno slogan ripetuto sino alla noia ai giorni nostri, ma che la quasi 30enne ucraina conia a modo suo già all’epoca, e, ben assistita dalla Astakhova – la “Betulla russa”, come è soprannominata per il suo m.1,65 che la fa svettare rispetto a tutte le altre concorrenti – contribuisce a confermare per la quarta volta consecutiva l’Unione Sovietica dominatrice nel Concorso Generale a Squadre, sia pur per meno di un punto (380,980 a 379,989) rispetto ad una Cecoslovacchia dove la Caslavska fa registrare con 77,564 punti il più alto “score”, rispetto ai 76,998 e 76,965 delle due sovietiche, punteggi che determinano la Classifica del Concorso Generale Individuale.

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Manina, Caslavska e Latynina, podio alla Trave a Tokyo ’64 – da:gettyimages.it

Costretta ad abdicare quanto al titolo assoluto, Latynina deve arrendersi alla superiorità della 22enne cecoslovacca sia alla Trave – dove la Caslavska si impone con 19,499 mettendo in fila tre sovietiche, con Manina argento ed Astakhova ai margini del podio – che al Volteggio, dove divide l’argento con la tedesca Birgit Radochla, per poi concludere al terzo posto alle Parallele Asimmetriche dietro Astakhova (oro con 19,332) e l’ungherese Katalin Makray, piazzamento per il quale deve “ringraziare” proprio la fuoriclasse ceca che, qualificata con il miglior punteggio di 9,716 derivante dagli esercizi preliminari, incappa in un errore che le costa una valutazione di 8,700 e la conseguente quinta posizione conclusiva.

Incertezza che condiziona Caslavska anche nell’esercizio al Corpo Libero, dove parte dal terzo posto degli obbligatori, staccata di soli 0,100 millesimi (9,733 a 9,633) dalla Latynina, solo per ottenere il più basso punteggio di 9,466 che la relega in sesta ed ultima posizione, mentre la sovietica di origini ucraine saluta il palcoscenico olimpico con un’esibizione pressoché perfetta e premiata con 9,866 ricevendo un’autentica ovazione da un quanto mai competente pubblico giapponese, il quale riempie in ogni ordine di posti il “Metropolitran Gymnasium” della Capitale per assistere alle evoluzioni dei propri beniamini maschi, Yukio Endo in primis.

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Latynina al Corpo Libero a Tokyo ’64 – da:gettyimages.it

E, d’altronde, come poteva essere diversamente per chi, come Larisa, sognava da piccola di esibirsi al Teatro Bolscioi di Mosca, e che vede nell’esercizio al Corpo Libero la sublimazione di questo suo desiderio che, da madre, vedrà realizzato proprio dalla figlia Tatyana, la quale diviene prima ballerina della compagnia “Berezka”, mentre la Caslavska, nei cui confronti è avvenuto il “passaggio del testimone” alla stregua di quanto era avvenuto otto anni prima a Melbourne tra Keleti e la stessa Latynina, farà tesoro di questa esperienza per dominare la scena nel successivo quadriennio, sino ad essere incoronata come “Regina assoluta” dei Giochi di Città del Messico ‘68 …

Keleti, Latynina e Caslavska, tre esponenti di una Ginnastica praticata da atlete mature che sapevano coniugare grazia ed eleganza, tutto il contrario di ciò a cui siamo costretti ad assistere ai nostri giorni, divenuta una disciplina dall’aspetto quasi circense, dove si privilegia l’aspetto dinamico e muscolare messo in bella mostra da ginnaste giovanissime e con fisici quanto mai minuti.

La stessa Latynina, messasi alle spalle la povertà dell’infanzia, gode dei benefici che l’allora Unione Sovietica riservava a chi ne teneva alto l’onore in giro per il pianeta, ripaga tale privilegi – dopo aver fatto da degna “Damigella d’onore”, con quattro medaglie d’argento ed una di bronzo, allo Show della Caslavska alla Rassegna Continentale di Sofia ’65, dove eguaglia la sua impresa di 8 anni prima a Bucarest imponendosi in tutte e cinque le gare in programma – assumendo la carica di Capo Allenatrice della squadra sovietica per un decennio a far tempo dal 1967 ed a lei che si deve la scoperta dell’ultima grande “generazione di fenomeni” dell’ex Urss, che risponde ai nomi delle celebri Lyudmila Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim.

Un po’ meno fortunata in campo sentimentale, in quanto, dopo il divorzio dal primo marito, Larisa contrae un secondo matrimonio di breve e tormentata durata per poi ritrovare la meritata serenità grazie all’incontro con Yuri Feldman, ex Campione Nazionale di ciclismo ed Accademico dello Sport, potendo vivere in pace a Kolyanino, località di campagna a 150 chilometri da Mosca, la sua splendida vecchiaia circondata dalla terra e dagli amatissimi fiori, senza dimenticare la ginnastica, parte fondamentale della sua esistenza.

Ma neanche la Ginnastica, nonché il CIO, si sono dimenticati di lei, consegnandole nel 1989, per mano dell’allora Presidente Juan Antonio Samaranch, l’onorificenza dell’Ordine Olimpico, una decorazione con 18 stellette quante sono le medaglie vinte, per poi essere inserita nel 1998 nella “International Gymnastic Hall of Fame”, stesso anno della Caslavska, mentre la Keleti ottiene tale onore solo nel 2002.

E, d’altronde, ogni volta che si va a rileggere l’elenco degli atleti con il maggior numero di allori olimpici, l’occhio non può non cadere su di lei, la “collezionista di medaglie” …

 

LORIS CAPIROSSI E IL TITOLO MONDIALE IN CLASSE 125 A 17 ANNI

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Loris Capirossi in sella alla Honda – da moto.it

articolo di Nicola Pucci

Che Loris Capirossi abbia un talento del tutto particolare nel guidare una motocicletta è evidente fin da quando, a soli quattro anni, mette il sedere su un mezzo meccanico. La scintilla tra l’uomo e il bolide a due ruote è immediata, e quando nel 1987, non ancora 14enne, il giovanissimo Loris, che viene dall’Emilia, storicamente pezzo d’Italia assolutamente feconda di campioni, ed è classe 1973, debutta in sella ad una Honda al campionato italiano Sport Production giungendo sesto, è solo l’inizio di una meravigliosa storia agonistica.

La via maestra è infatti tracciata, e se nei due anni successivi Capirossi è prima nono nel campionato italiano velocità pilotando una Mancini TM e poi quarto in classe 125 al campionato europeo montando una Honda, ecco che nel 1990 il Team Pileri gli affida una fiammante Honda RS125R per condurla in pista nel Motomondiale. Previa, ovviamente, via libera della famiglia, perché il ragazzo non è ancora maggiorenne, dovendo appunto compiere appena 17 anni il 4 aprile.

Il prototipo di moto offerta a Capirossi per il suo debutto iridato è in effetti competitiva. Dopo aver esordito nel 1987 con un modello monocilindrico a due tempi in previsione del divieto di usare propulsori bicilindrici dall’anno dopo, la Honda RS125R ottiene proprio nel 1988 un primo successo con Ezio Gianola sul tracciato tedesco del Nurburgring, collezionando poi due secondi posti finali nella classifica piloti con lo stesso Gianola, battuto da Jorge Martinez, e con l’olandese Hans Spaan nel 1989, quando ad imporsi è un altro spagnolo, Alex Criville. Ma nel 1990 arriva un ragazzino italiano di talento, e il motomondiale, almeno per la classe 125, sta per accogliere un fuoriclasse, pronto a riscrivere l’almanacco dei record.

La stagione si avvia il 25 marzo con il Gran Premio del Giappone sul tracciato di Suzuka. Con l’abolizione della classe 80, la ottavo di litro diventa la cilindrata più bassa, e la corsa iridata ha fin da subito uno sviluppo decisamente serrato. Capirossi, partito in griglia con un 26esimo tempo non certo promettente, disputa una prova di rincorsa ed infine esordisce con un sesto posto in una gara, così come sarà nel corso dell’intera stagione, totalmente dominata dalle Honda, con Spaan primo al traguardo davanti al tedesco Stefan Prein e al pilota di casa Koji Takada.

Il calendario prevede 14 gare, non correndo la classe 125 il Gran Premio degli Stati Uniti a Laguna Seca, e se in Spagna Martinez, con la JJ Cobas, conferma non solo di avere un feeling speciale con il circuito di Jerez de la Frontera ma anche di essere quel fuoriclasse capace in carriera di sommare ben 4 titoli mondiali, 3 in classe 80 ed uno in classe 125 nel 1988, Capirossi migliora in griglia di partenza con il 17esimo tempo che poi gli vale il settimo posto all’arrivo. Prein è ancora una volta secondo e balza al comando della classifica piloti, assumendo dopo solo due prove la veste di principale favorito alla vittoria del titolo mondiale.

Martinez, nel frattempo, non certo appagato dal successo nella gara di casa, bissa a Misano Adriatico salendo a 40 punti in classifica generale, ma Capirossi, che cresce ulteriormente in griglia con l’11esimo tempo, coglie il primo podio in carriera giungendo terzo alle spalle anche del tedesco Dirk Raudies, staccato di soli 5″ dallo spagnolo, e se il risultato consente all’azzurro di portarsi al secondo posto provvisorio della classifica generale con 34 punti, alla pari con Prein, certifica anche che Loris, a dispetto della giovanissima età, ha classe da vendere e freddezza sufficiente per competere ad armi pari con campioni più navigati di lui.

In effetti Capirossi infila una serie di quattro podi consecutivi, con il terzo posto al Nurburgring e le due piazze d’onore in Austria e in Jugoslavia, dove sono ancora Martinez e Prein, in una gara che vede ben nove piloti nello spazio di 892 millesimi, a negargli la prima vittoria in carriera, nondimeno lanciandolo al primo posto della classifica con 83 punti, ormai pretendente autorevole e convincente al titolo.

Ma se Prein riguadagna il primato con il sesto posto di Assen in una gara che regala a Doriano Romboni il secondo successo stagionale dopo quello ottenuto al Nurburgring, sale poi in cattedra il favorito della vigilia, Spaan appunto, che riscatta le ultime prove sfortunate e pure deludenti infilando una serie di quattro vittorie in cinque gare che lo proiettano nuovamente nei piani alti della classifica mondiale. L’olandese vince in Belgio, Francia, Svezia e Cecoslovacchia, ogni volta battendo un avversario diverso, a conferma dell’equilibrio dei valori in pista, siano essi proprio Capirossi, Romboni, Alessandro Gramigni e Prein, salendo invece sul terzo gradino del podio in Inghilterra, a Donington Park.

Già, Donington Park. Un tracciato, e una data, il 5 agosto 1990, che nel cuore di Loris Capirossi hanno un posto speciale. Perché è proprio lì e proprio quel giorno che l’emiliano, a 17 anni e 123 giorni, vince la prima gara in carriera, diventando anche il più giovane centauro di sempre a trionfare in una prova del motomondiale. Il successo consente a Capirossi di scavalcare nuovamente Prein e riguadagnare la testa della classifica, ma il settimo posto in Svezia e il ritiro a Brno rimescolano nuovamente le carte, con Prein nuovamente primo con 159 punti, Spaan a tallonarlo con 149 punti e Loris nella scomoda veste di cacciatore con 142 punti.

Mancano due gare al termine della stagione iridata, da disputarsi in Ungheria e in Australia. Ed è qui che Capirossi pennella il suo capolavoro. All’Hungaroring il pilota emiliano, come suo solito non velocissimo in prova, scatta con il settimo posto, tenendo Prein e Spaan nel mirino. Ma i due rivali stavolta devono soccombere all’incedere sicuro e tatticamente senza sbavature di Loris, che li scavalca e va a cogliere la sua seconda vittoria precedendo alla bandiera a scacchi lo svizzero Heinz Luthi e Bruno Casanova, l’ennesimo pilota tricolore competitivo in classe 125.

La questione è così rimandata all’ultima prova, a Phillip Island, il 16 settembre 1990, dove Prein si presenta da capoclassifica con 169 punti, Capirossi porta in dote i suoi 162 punti e Spaan può ancora dire la sua con 160 punti. Un trio di campioni in lotta per il titolo iridato. E su questa gara, l’ultima di un’annata memorabile, si è proprio detto di tutto. Ad esempio che i piloti italiani si coalizzarono per far vincere Capirossi, come quando Gramigni al via colpì la moto di Prein, rimasto al palo, strappandogli la leva del cambio e costringendolo all’abbandono immediato. O come quando Fausto Gresini, sopravanzando Spaan, lo rallentò tanto da permettere il rientro di Capirossi che rinveniva dalle retrovie dopo una partenza fallimentare. Vero, o non vero, sta di fatto che cinque piloti si presentarono compatti sul rettilineo d’arrivo in discesa e fu Capirossi a tagliare per primo il traguardo, lasciandosi alle spalle Casanova, Romboni e lo stesso Spaan, tanto furibondo per il “marcamento” serrato di Gresini, giunto quinto, da colpirlo con un pugno sul casco a gara conclusa.

Loris Capirossi, con la vittoria, sale a 182 punti in classifica generale, scavalcando Prein e tenendo Spaan a 173 punti, quanto basta per celebrarlo nuovo campione del mondo della classe 125. E se si hanno solo 17 anni e pochi mesi, si scrive una pagina della storia del motociclismo e si entra di diritto nell’almanacco dei record. Dove, ancor oggi, il pilota emiliano trova posto davanti a tutti.

LORETTO PETRUCCI E QUEL FEELING PARTICOLARE CON LA MILANO-SANREMO

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Loretto Petrucci in trionfo alla Milano-Sanremo – da cicloweb.it

articolo di Nicola Pucci

Nel curriculum di ogni corridore, blasonato o meno che sia, c’è sempre una corsa che riserva un sapore speciale. Senza scomodare i fuoriclasse con la F maiuscola, che possono vantarsi di avere un rapporto d’amore con ben più di una competizione, mi viene in mente Franco Ballerini e la Parigi-Roubaix, Oscar Freire e il campionato del mondo, buon ultimo Chris Froome e il Tour de France. Ebbene, se potessimo chiedere a Loretto Petrucci, sanguigno toscano di Pistoia, classe 1929, venuto meno un paio di anni fa, ecco, lui vi risponderebbe senza esitazione di aver avuto un feeling del tutto particolare con la Milano-Sanremo. Tanto da averla prima corteggiata, poi sedotta, infine abbandonata.

In effetti Petrucci, che passa professionista nel 1949 con la Legnano orfana di Gino Bartali dopo aver vinto dieci gare al primo anno da dilettante ed aver dovuto saltare un’intera stagione per colpa di un’appendicite, ha grinta e carattere da vendere, e quando nel 1951 viene assoldato dalla Bianchi di Fausto Coppi, si ha la sensazione che seppur all’ombra del “CampionissimoPetrucci possa ritagliarsi uno spazio importante nel panorama del ciclismo italiano. Detto, fatto. Nello stesso 1951 vince il Giro di Toscana e debutta alla Milano-Sanremo, dimostrando subito di aver attitudine particolare per la “Classicissima di Primavera“.

Giunge infatti terzo, ad oltre tre minuti dal duo francese in maglia Stella-Dunlop composto da Louison Bobet, che fa sua la corsa, e Pierre Barbotin, che si piazza secondo, e se al Giro d’Italia è costretto al ritiro, come avverrà anche nel 1954 a fronte dell’unico piazzamento finale, colto nel 1952, un anonimo 67esimo posto, il quarto posto al Giro delle Fiandre e il 18esimo al Giro di Lombardia annunciano quello che sarà il biennio d’oro del corridore pistoiese.

Petrucci è configurabile come un passista-veloce, non avendo altresì grande propensione allo sforzo in montagna. E nel 1952 si presenta ai nastri di partenza della Milano-Sanremo non certo nei panni di favorito. Tale veste spetta invece a Bobet, campione in carica, nonché allo svizzero Kubler, a sua volta campione del mondo, mentre in casa Italia Coppi, capitano di Petrucci, fatica a riprendersi dalla tragica perdita del fratello Serse, Bartali paga dazio all’età che avanza e Magni, seppur trionfatore in tre edizioni consecutive del Giro delle Fiandre, vanta solo un terzo posto nel 1949. Succede così che in fuga vanno Ciolli e Gemignani, altro uomo in maglia Bianchi, Alfredo Martini e “testa di vetro” Robic rimontano dalle retrovie e Petrucci, che così facendo blocca Coppi, a sua volta rientra su tredici uomini che si sono avvantaggiati nella zona dei Capi, pennellando uno sprint magistrale in Via Roma, lanciato dal compagno di squadra Donato Piazza, uscendo agli ultimi cento metri per battere infine Giuseppe Minardi e Serge Blusson, con Gemignani quarto.

Un successo di tale prestigio incendia l’animo già battagliero di Petrucci, che entra in aperta competizione con Coppi e a metà dell’anno successivo, 1953, si vede costretto a cambiare maglia, accasandosi alla Lygie. Ed è una stagione tanto ricca di successi, che a fine anno Loretto capeggerà la Challenge Desgrange-Colombo, una sorta di campionato del mondo a punti che all’epoca premiava il corridore più performante nell’arco dei dodici mesi. Petrucci, infatti, trova modo di mettersi in luce vincendo una classica di enorme prestigio come la Parigi-Bruxelles battendo Brik Schotte, ma è sempre ed ancora la Milano-Sanremo a stuzzicare più di ogni altra corsa i sui appetiti.

Stavolta Petrucci non è certo un outsider, anzi, la vittoria dell’anno precedente lo inserisce di diritto tra i pretendenti al successo, ancora una volta a dispetto della presenza di Coppi a cui Loretto proprio non riesce di fare da gregario. Ci prova Hugo Koblet ad infiammare la corsa nella prima parte, ma all’atto di scalare il Turchino il gruppo è nuovamente compatto e sono ancora i Capi a decidere l’esito della sfida tra i migliori. Sul Capo Berta, infatti, rimangono in avanscoperta cinque corridori, tra cui lo stesso Petrucci che insieme a Minardi e Defilippis accompagna la fuga decisiva di Impanis e Derijcke. Nei chilometri conclusivi si aggiunge ai battistrada anche il francese Ollivier, e così sono in sei a presentarsi sul rettilineo d’arrivo di Via Roma, con Petrucci che ancora una volta fa valere il suo spunto veloce per battere, esattamente come l’anno prima, Giuseppe Minardi, costretto nuovamente ad accontentarsi della piazza d’onore.

Per Petrucci è l’apotesi, e se per ironia della sorte la vittoria del 1953 sarà l’ultima di un corridore italiano prima del successo, 17 anni dopo, di Michele Dancelli che tornerà a far sventolare il tricolore sul gradino più alto del podio della Milano-Sanremo, sarà anche il canto del cigno del pistoiese. Già, perché dopo il quinto posto nel 1954 battuto, stavolta, dalla ruota veloce di Rik Van Steenbergen e costretto ad inchinarsi anche a Coppi che lo precederà all’arrivo, il 46esimo posto del 1956 sarà solo l’ultimo anonimo sussulto di una parabola da campione avviatasi troppo presto ed altrettanto presto chiusasi.

TOM OKKER, L’OLANDESE VOLANTE A CUI MANCO’ UN TITOLO DELLO SLAM

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Tom Okker in azione – da wikimedia.commons.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nel 1996 Richard Krajicek si tolse il lusso non solo di interrompere la striscia vincente di Pete Sampras a Wimbledon battendolo a sorpresa in tre set ai quarti di finale ma anche di prenderne il posto nell’albo d’oro del torneo più famoso del mondo, le cronache tennistiche avevano sfogliato velocemente gli almanacchi e si erano accorti che solo un altro tulipano era stato capace di raggiungere la finale in un evento dello Slam, Tom Okker, noto anche come “l’olandese volante“.

Okker nasce ad Amsterdam il 24 febbraio 1944 ed è figlio di un ebreo che durante la Seconda Guerra Mondiale riesce a scampare alle persecuzioni naziste adottando i documenti e l’identità di un altro uomo. Il giovane Tom inizia ben presto a giocare a tennis, e se nel corso degli anni Sessanta si costruisce un’eccellente reputazione in patria diventando campione nazionale dal 1964 al 1968, si affaccia alla ribalta internazionale appena 20enne partecipando per la prima volta al torneo di Wimbledon uscendo sconfitto dal match di secondo turno con Alex Metreveli dopo aver battuto all’esordio Frew McMillan. L’anno dopo, 1965, giunge in finale al torneo di Hilversum perdendo da John Newcombe, per poi imporsi invece l’anno successivo quando con Bob Hewitt conquista un titolo per lui di enorme importanza, perché giocato in casa, tra i cinquantuno collezionati in carriera, di cui trentatrè nell’era Open.

Okker ha un eccellente gioco di gambe ed è estremamente rapido nel colpire la palla, tanto da costruirsi un repertorio completo che lo vedrà disimpegnarsi egregiamente su ogni superficie. Oltre ad essere il primo giocatore ad usare un esasperato top-spin e diventare uno dei migliori interpreti di sempre del doppio, vincendo al Roland Garros nel 1973 in coppia proprio con Newcombe e nel 1976 agli Us Open quando si associa a Marty Riessen.

Nel 1968 il tennis diventa Open, e proprio in quella stagione Okker, a sua volta diventato professionista, colleziona un primo successo di grande prestigioso, imponendosi agli Internazionali d’Italia superando all’atto conclusivo lo stesso Bob Hewitt in cinque set. Se poi l’anno dopo vince anche a Montecarlo, contro Newcombe, e nel 1970 ad Amburgo, contro Ilie Nastase, ecco che verrebbe da proclamare Okker come grande giocatore da terra battuta. Ma è un’etichetta riduttiva, perché se è vero che proprio sul rosso raggiunge la semifinale del Roland-Garros nel 1969 arrendendosi solo a Rod Laver in quattro set dopo esser giunto ai quarti due anni prima, proprio nel 1968 Okker è finalista agli Us Open quando, in qualità di ottava testa di serie dopo essersi già arrampicato ai quarti a Wimbledon, infila uno dopo l’altro Schloss, Barthes, Curtis, Pancho Gonzales e Ken Rosewall prima di arrendersi all’ultimo atto ad Arthur Ashe, che lo batte a chiusura di una sfida palpitante risolta in cinque set alterni, 14-12 5-7 6-3 3-6 6-3.

Okker ha poco più di 24 anni e quella parrebbe la prima di una possibile serie di finali in tornei dello Slam. Invece Tom, che appunto si conquista l’appellativo di “olandese volante per la velocità con cui guadagna la rete e per le acrobazie nel gioco di volo, seppur stazionando costantemente tra i migliori dieci giocatori del mondo dal 1968 al 1974, trova sempre qualche tennista più abile di lui che ne tarpa le ali nei tornei più prestigiosi.

Ed allora ecco che si sommano i piazzamenti subito alle spalle dei big, come ad esempio la semifinale agli Australian Open del 1971, dove a stopparlo è Rosewall, un altro quarto di finale al Roland-Garros del 1973, dove incoccia nel talento offensivo di Adriano Panatta, e la semifinale sempre del 1971 agli Us Open, dove con la sconfitta in cinque set con Stan Smith, poi vincitore in finale con Jan Kodes, svanisce forse l’occasione più concreta di mettersi in bacheca un torneo di singolare in una prova dello Slam.

Già, perchè poi gli anni passano, e se Okker, che nel marzo del 1974 sale al terzo posto della classifica mondiale, lentamente ma inesorabilmente comincia a scivolare indietro nel ranking, ecco che elegge Wimbledon quale torneo preferito per gli ultimi scampoli di una carriera che si protrae fino al 1981. E sui verdi prati londinesi l’olandese offre scampoli di una classe che non età, uscendo agli ottavi nel 1974 con Metreveli, che lo sconfigge ancora come era successo esattamente dieci anni prima nella partecipazione del debutto, ai quarti nel 1975 con Tony Roche, che lo supera in rimonta al quinto set, al terzo turno nel 1976, inaspettatamente fatto fuori da Phil Dent, ancora agli ottavi nel 1977, battuto da Nastase, per poi accedere alle semifinali nel 1978, quando prende a pallate prima Vilas e poi un giovanissimo Noah, si prende la rivincita con Nastase ed infine si arrende a Bjorn Borg con un periodico 6-4.  L’anno dopo lo svedese lo bastona ancora più nettamente, 6-2 6-1 6-3 ai quarti di finale, così come nel 1980 è John McEnroe a fermare la sua marcia al terzo turno con un 6-0 7-6 6-1 che non ammette repliche.

Ed allora, dopo un’ultima eliminazione all’esordio nel 1981 con Tim Wilkison, vincitore in quattro set serrati, Tom Okker dice basta. L'”olandese volante” appende la racchetta al chiodo, e se il suo nome verrà accostato a quello dei campioni che pur giocando bene, anzi molto bene, a tennis, non sono stati premiati con un titolo in un Major, toccherà a Richard Krajicek rompere il sortilegio. Perché un “tulipano” sul trono d’Inghilterra, come accadde nell’Anno del Signore 1996, ci sta proprio a pennello.

GIBA, LO SCHIACCIATORE MIRACOLATO GIUSTIZIERE DELL’ITALIA

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La stella brasiliana Giba – da:volleywood.net

Articolo di Giovanni Manenti

Personalmente, sono sempre rimasto affascinato dai nomi ispanico/portoghese per quella loro lunghezza originariamente simbolo di nobiltà, e se, così di primo acchito, fossi a proporvi quello di Gilberto Amauri de Godoy Filho, immagino che per molti il pensiero andrebbe ad un “hidalgo” tipico della letteratura spagnola, anche se, pur per altre strade, un “conquistador” lo diverrà, ma senza uccidere nessuno …

Fortunatamente, a quelle latitudini, così come in Sudamerica, è in uso l’abbreviazione di nomi così impossibili da pronunciare per intero e, passando da un estremo all’altro, ecco che il nostro Gilberto diviene improvvisamente Giba, molto più noto agli sportivi, specie se trattasi di appassionati di Volley.

Gilberto Amauri de Godoy Filho, detto Giba, nasce a Londrina, nello Stato brasiliano del Paranà, il 23 dicembre 1976, ma la sua vita sarebbe potuta durare ben poco qualora non fosse stato in grado di sconfiggere la leucemia diagnosticatagli ad appena sei mesi, fortunatamente debellata quale primo segno, poiché non sarà l’unico, che il fato ha per lui programmi ben diversi.

Trasferitosi con la famiglia a Curitiba, Gilberto sviluppa un fisico imperioso, che lo porta a raggiungere m.1,94 per 85 chili e, come ogni giovane brasiliano che si rispetti, si accosta ad uno degli Sport con la palla, indirizzando la sua preferenza verso la Pallavolo, che inizia a praticare a buon livello all’età di 17 anni, con la particolarità di cambiare Club in Patria ogni stagione, dal 1993 con il Curitibano sino al 2000, allorché milita nel Minas di Belo Horizonte, con cui si aggiudica il suo unico titolo brasiliano.

Nel frattempo, Giba scala in fretta le gerarchie nell’ambito della squadra Nazionale, con cui si aggiudica il Campionato Mondiale Under 19, nonché i titoli sudamericani nella stessa categoria ed Under 21, allori più che sufficienti a spalancargli le porte della Nazionale Maggiore, in cui fa il suo esordio 18enne conquistando il Campionato sudamericano che si disputa in Brasile nel ’95, primo di una serie di 9 affermazioni consecutive.

Non selezionato per le Olimpiadi di Atlanta ’96, Giba vede per la seconda volta il suo “angelo custode” prendersi cura di lui, restando miracolosamente illeso da un incidente stradale allorché con la sua auto, dirigendosi verso Curitiba, sbanda precipitando in un burrone per un dislivello di 30 metri, per poi fare il suo esordio in una massima competizione internazionale partecipando ai Mondiali di Giappone ’98, dove ha l’occasione del suo primo confronto con un’Italia passata sotto la guida del suo connazionale Paulo Roberto de Freitas “Bebeto”, contro cui si gioca l’accesso alla Finale.

Sfida che vede gli azzurri, detentori del titolo iridato dopo i successi del 1990 e ’94, imporsi per 3-2 (15-10, 13-15, 15-11, 10-15, 15-10 i relativi parziali) per poi andare a confermarsi superando all’ultimo ostacolo la Jugoslavia per 3-0, mentre il Brasile paga lo sforzo della tirata semifinale cedendo anche rispetto a Cuba per 1-3 nella gara per il bronzo, per poi presentarsi con rinnovate ambizioni all’appuntamento olimpico di fine millennio ai Giochi di Sydney 2000.

Ed, in effetti, il percorso iniziale dei gialloverdi è di quelli che farebbe ben sperare, concludendo a punteggio pieno e con un solo set perso il Girone eliminatorio – comprese vittorie per 3-0 su Cuba ed Olanda – che qualifica per i Quarti con abbinamenti incrociati, ma, a sorpresa, il “derby sudamericano” con l’Argentina, giunta quarta nell’altro raggruppamento, vede quest’ultima prevalere con un 3-1 (17-15, 25-21, 25.19, 27-25) che estromette Giba ed i suoi compagni dalla lotta per le medaglie, concludendo la rassegna al sesto posto.

Messosi alle spalle il XX Secolo, il nuovo millennio si apre per il Brasile sotto i migliori auspici, sulla cui panchina siede ora Bernardinho (al secolo Bernardo Rocha de Rezende …), attraverso la conquista della World League, torneo che aveva sinora visto la compagine sudamericana trionfare una sola volta nel 1993, e che viceversa si aggiudica nell’edizione ’01 con le Fasi Finali a disputarsi a Katowice, in Polonia, e l’atto conclusivo contro un’Italia reduce dai successo nel ’99 e 2000 si conclude con un netto 3-0, in cui parziali di 25-15, 25-22 e 25-19 sono tali da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Iniezione di fiducia più che necessaria per affrontare, l’anno seguente, i Mondiali ’02 che si disputano in Argentina, Rassegna in cui il Brasile può contare solo un secondo posto, curiosamente colto proprio nel medesimo Paese venti anni prima, sconfitto 0-3 in Finale dall’allora Unione Sovietica, giungendovi dopo essere stato sconfitto 1-3 dalla Russia nella Finale di World League svoltasi a Belo Horizonte.

Anche Giba, però, ha deciso di dare una svolta alla propria attività professionale, accettando di trasferirsi in Italia per affinare le proprie capacità offensive, così da accasarsi a Ferrara con cui conclude la stagione regolare all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff dove riesce nell’impresa di eliminare la favorita Macerata prima di arrendersi a Modena in semifinale.

Torneo iridato come sempre molto lungo, in cui il Brasile supera la prima fase nonostante una battuta d’arresto per 2-3 contro gli Stati Uniti, per poi imporsi con altrettanti 3-0 nei tre incontri del secondo turno così da accedere alle gare ad eliminazione diretta, abbinato ai tre volte Campioni uscenti dell’Italia.

Una delle sfide più incerte ed appassionanti tra queste due superpotenze del Volley mondiale vede il Brasile – trascinato in attacco da Henrique con 12 punti, Nalbert e Giba con 11 ciascuno – portarsi sul 2-0 dopo essersi aggiudicato entrambi i primi due set per 25-23, solo per vedersi rimontato dagli azzurri guidati da Anastasi, che si impongono per 25-23 e 28-26 nei due successivi parziali, rimandando la decisione al tiebreak dell’ultimo set che il Brasile si aggiudica per 15-13 per uno “score” complessivo di 114-112 che pone fine all’egemonia azzurra in sede iridata.

Superato lo scoglio dei Campioni in carica – che concludono al quinto posto – per il Brasile si prospetta la gara contro la sempre ostica Jugoslavia di Miljkovic e Nicola Grbic, nonché oro ai Giochi di Sydney 2000, ostacolo che viene oltrepassato grazie ad una magistrale prestazione in attacco di Giba che mette a terra ben 14 palloni per un comunque sofferto 3-1 (26-24, 22-25, 27-25, 25-23) che schiude le porte per la seconda Finale iridata nella storia della Nazionale brasiliana, avversari i “figli” dell’allora Urss, ovvero la Russia.

Ritrovarsi in Finale a 20 anni di distanza e sullo stesso parquet con in pratica gli stessi avversari – la Russia era pressoché l’intero bacino fornitore dei giocatori all’Unione Sovietica – appare per il sestetto di Bernardinho come un segno del destino, ed in un’altra “sfida infinita” che sfora le due ore di gioco (rispetto ad 1.54’ della gara contro l’Italia …) a fare la parte dei protagonisti sono i due martelli Nalbert, autore di 23 punti, con 20 attacchi vincenti su 34 tentativi, e Giba che, dal canto suo, porta alla causa 18 punti, con 17 palle a terra su 30 schiacciate, determinanti per un successo per 3-2 quanto mai incerto come dimostrano i parziali di 23-25, 27-25, 25-20, 23-25 prima del 15-13 nel tiebreak decisivo.

L’aver sfatato il “tabù iridato” rende il Brasile uno dei maggiori candidati alla medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene ’04 al fine di rinverdire il trionfo di Barcellona ’92, tanto più che la formazione di Bernardinho si è confermata ai massimi livelli affermandosi nelle edizioni ’03 (3-2 in Finale alla Serbia) e ’04 della World League, in quest’ultimo caso avendo la meglio a Roma sull’Italia per 3-1, con Giba a confermare la propria veste di “giustiziere” degli azzurri, con 20 punti totali, di cui 14 in attacco, 4 a muro e 2 in battuta.

La consueta suddivisione delle 12 squadre partecipanti in due Gironi da 6 con le prime quattro a qualificarsi per i Quarti di finale con abbinamenti incrociati, fa sì che Italia e Brasile siano inserite nel medesimo Gruppo B – un Girone di ferro che comprende anche Russia e Stati Uniti – con Giba ancora protagonista nel confronto diretto, risolto 33-31 nel tiebreak del quinto set, mettendo a segno ben 26 punti, frutto di 21 attacchi vincenti, 3 muri e 2 battute andate a buon fine.

Quanto i due raggruppamenti fossero disomogenei lo dimostra il fatto che nei Quarti di finale le quattro qualificate del Girone di Italia e Brasile hanno la meglio sulle avversarie provenienti dall’altro Gruppo, così riproponendosi in semifinale sfide già viste, con il Brasile opposto agli Usa e l’Italia alla Russia.

Un’Italia ancora alla ricerca dell’unico titolo che ancora manca nel suo straordinario Palmarès, ovvero la medaglia d’oro olimpica, supera con inaspettata facilità (3-0, con parziali di 25-16, 25-17 e 25-16 che non ammettono repliche) l’ostacolo russo, così come fa il Brasile nei confronti del sestetto americano, imponendosi con un altrettanto netto 3-0 (25-16, 25-17, 25-23 i rispettivi parziali) che vede, manco a dirlo, Giba protagonista con 12 attacchi vincenti su 21 tentativi.

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Un attacco di Giba contro gli Usa nella Semifinale di Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ritrovarsi alla ricerca dell’oro olimpico da sempre agognato contro coloro che hanno posto fine alla loro striscia vincente iridata, non è proprio il massimo per il sestetto azzurro, alla cui guida è ora Giampaolo Montali, ma nulla possono, se non strappare il secondo set per 26-24, contro un Brasile che gioca a memoria appoggiando il proprio attacco su di uno scatenato Giba, capace di mettere ancora a segno 20 punti nel trionfo gialloverde, certificato dai punteggi di 25-15, 25-20 e 25-22 dei parziali vinti nel 3-1 conclusivo.

Un trionfo anche personale per il 27enne di Londrina, premiato come MVP del Torneo, il quale ha pure cambiato casacca a livello di Club, trasferendosi da Ferrara a Cuneo per un quadriennio, ottenendo come miglior risultato il primo posto nella “regular season” 2007 solo per essere eliminato da Piacenza nelle semifinali Playoff, formazione viceversa sconfitta 3-1 l’anno prima nella Finale di Coppa Italia.

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Attacco vincente di Giba nella Finale contro l’Italia ad Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ma per Giba il “suo Club” è la Nazionale con cui, nel puntare alla riconferma del titolo iridato, ribadisce la superiorità con altri due successi nelle edizioni della World League ’05, dove supera in Finale per 3-1 (14-25, 25-14, 25-19, 25-16 i parziali) i padroni della Serbia, e 2006, in cui a cedere in Finale è la sorprendente Francia, che si porta sul 2-0 (25-22, 25-23), prima che si scateni la furia di Giba che, con 29 punti totali, di cui 23 in attacco, 5 a muro ed uno in battuta, ribalta l’esito dell’incontro con il 25-22 e 25-23 con cui si concludono il terzo e quarto set, prima del 15-13 nel tiebreak decisivo, venendo, manco a dirlo, premiato come MVP del Torneo.

Campionati Mondiali che si svolgono a fine anno ’06 in Giappone, a partire da metà novembre, ed il consueto, lungo e massacrante calendario vede il sestetto sempre guidato da Bernardinho giungere alle semifinali avendo lasciato un solo incontro alla Francia (1-3) nella Fase iniziale, per poi carburare nel secondo turno, in cui mette a segno tre vittorie per 3-0 – compresa quella con l’Italia, in cui Giba si “diverte” ancora una volta a perforare la nostra difesa, mettendo a terra ben 18 attacchi vincenti su 27 tentativi – ed una per 3-1 contro la Spagna.

Semifinale che vede ripetersi la sfida contro la Serbia dei fratelli Grbic e di un Miljkovic che fa di tutto (17 attacchi vincenti) per frenare il rullo compressore brasiliano che, con Giba ancora primattore con 19 punti, fa suo l’incontro per 3-1 (25-19, 15-25, 25-22, 25-12) per andare ad affrontare in Finale una Polonia che sta mettendo le basi per i recenti successi, ma stavolta ancora troppo inesperta per poter pensare di impensierire la formazione sudamericana, che si impone con relativa facilità, come dimostra l’andamento dei tre set (25-12, 25-22, 25-17) sufficienti per confermare il titolo iridato, e Giba ad essere premiato come MVP del Torneo.

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Giba in attacco ai Mondiali di Giappone ’06 – da:gettyimages.in

Giunto al compimento dei 30 anni a tre settimane dal bis iridato avendo oramai vinto tutto ciò che c’era da conquistare – e, nel frattempo, si è pure sposato il giorno di Natale 2003 con la pallavolista rumena Cristina Pirv, unione da cui nascono i figli Nicoll e Patrick – a Giba non è ancora andata via la voglia di cercare nuove sfide, a cominciare dall’allungare a cinque la striscia di World League consecutive affermandosi anche nell’edizione ’07, la cui Fase finale si disputa ancora a Katowice e dove a soccombere nel match decisivo è la Russia che, dopo aver conquistato il primo set per 25-18, soccombe (25-23, 28-26, 25-22) nei tre successivi parziali, prima di abdicare l’anno successivo, curiosamente ancora quando il Torneo si conclude in Brasile, addirittura scendendo dal podio, dopo le sconfitte per 0-3 contro gli Usa in semifinale e per 1-3 con la Russia nella sfida per il bronzo.

Un esito che potrebbe far presagire un Brasile non all’altezza di difendere il titolo olimpico ai successivi Giochi di Pechino ’08, ai quali Bernardinho si presenta confermando 8 dei 12 componenti la rosa vittoriosa quattro anni prima ad Atene, ed anche stavolta tocca ai Campioni iridati avere in sorte il Girone peggiore, composto anche da Russia, Serbia e Polonia, superato peraltro classificandosi al primo posto pur con il consueto passo falso, stavolta rispetto alla Russia.

Giunto alla fase in cui non sono più concesse distrazioni, il Brasile non ha alcuna difficoltà ad avere la meglio per 3-0 sui padroni di casa cinesi (25-17, 25-15, 25-16 gli evidenti parziali), per poi ritrovarsi ad affrontare ancora una volta l’Italia in semifinale, mentre l’altra sfida oppone gli Stati Uniti alla Russia.

E quella che, per gli azzurri, è oramai una sorta di “maledizione vivente”, si manifesta nuovamente davanti ai loro occhi sotto forma dei 17 punti (15 attacchi vincenti e 2 muri) che Giba, “allenatosi” nel match contro la Cina, mette a segno per il 3-1, dopo l’illusorio successo dell’Italia per 25-19 nel primo set (25-18, 25-21, 25-22 l’esito dei successivi parziali), che certifica la sua seconda Finale olimpica consecutiva, avversari gli Stati Uniti, venuti a capo di una palpitante sfida contro la Russia, risolta 15-13 al tiebreak.

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Giba esulta dopo un punto contro l’Italia a Pechino ’08 – da:gettyimages.in

Appuntamento al quale il sestetto americano giunge a 20 anni esatti dalla loro precedente Finale olimpica, curiosamente svoltasi anch’essa in una Capitale asiatica, ovvero ai Giochi di Seul ’88, con l’intenzione di confermare la recente vittoria nella World League, cosa che puntualmente avviene in quanto, diversamente dal solito, è stavolta il Brasile ad aggiudicarsi per 25-20 il primo set, per poi dare battaglia nei restanti parziali, ma un Giba meno decisivo del solito (appena 12 attacchi vincenti su 38 tentativi) non riesce ad impedire il ritorno degli Stati Uniti sul gradino più alto del podio, affermandosi per 25-22, 25-21, 25-23 nel 3-1 finale.

Oramai 32enne, con alle spalle una lunga e logorante carriera, l’apporto di Giba alla causa della sua Nazionale si riduce e, dopo un biennio in Russia nelle file dell’Iskra Odincovo, torna in Patria per poter essere maggiormente a disposizione per i grandi Tornei internazionali, a cominciare dall’edizione ’09 della World League, nuovamente appannaggio dei gialloverdi che superano 3-2 in Finale la Serbia (22-25, 25-23, 25-22, 23-25, 15-12 i relativi parziali), con il “martello” pur sempre in grado di dare un fattivo contributo dall’alto dei suoi 13 punti messi a segno, anche se il ruolo di leader in attacco è oramai passato sulle spalle di Leandro.

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Giba festeggia la vittoria nella World League ’09 – da:gettyimages.in

Una situazione ancor più confermata l’anno seguente, allorché il Brasile conclude un decennio da favola con l’ottava affermazione su 10 edizioni della World League ed eguagliando altresì l’impresa dell’Italia mettendo in fila il suo terzo titolo iridato consecutivo nella Rassegna ’10 ospitata proprio dal nostro Paese ed in cui Giba, nominato Capitano, svolge più una veste di vice allenatore che non di protagonista sul parquet, non scendendo neppure in campo nella semifinale vinta per 3-1 (25-15, 25-22, 23-25, 25-17) contro gli azzurri, in cui il “nuovo mostro” è il citato Leandro, in grado di mettere a punto 21 attacchi vincenti su 28 tentativi (percentuale del 75% …!!), mentre la Finale vede il sestetto di Bernardinho avere la meglio sulla ritrovata Cuba – a 20 anni dall’ultima sfida per il titolo contro l’Italia a Rio de Janeiro – con un 3-0 (25-22, 25-14, 25-22 i relativi parziali), con ancora Leandro devastante con 19 punti totali, anche se la palma di MVP del Torneo va al compagno di squadra Murilo Endres.

Giba ha comunque ancora un ruolo fondamentale nell’edizione ’11 della World League, disputatasi a Gdansk, in Polonia, dove, per una volta, il tiebreak non sorride al Brasile, bensì alla Russia che si impone per 15-11 dopo quattro combattutissimi set (23-25, 27-25, 25-23, 22-25), con il quasi 35enne nativo del Paranà a mettersi in evidenza con 16 punti (12 in attacco, 2 muri ed altrettante battute vincenti …), prima di assistere a quella che può definirsi la sua “passerella d’addio” nell’anno olimpico 2012.

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Giba alle Olimpiadi di Londra ’12 – da:gettyimages.in

Dopo aver, difatti, disputato la sua ultima World League che il Brasile conclude al sesto posto, i Giochi di Londra ’12 rappresentano il capolinea dell’avvenuta in Nazionale – costituita da ben 319 presenze – di un Giba che non scende in campo nei due 3-0 rifilati nei Quarti ed in semifinale ad Argentina ed Italia rispettivamente, per poi esser giocato da Bernardinho come “carta della disperazione” nella Finale contro la Russia che sembrava poter riportare i gialloverdi alla conquista dell’oro dopo aver vinto piuttosto nettamente (25-19, 25-20) i primi due set, ma aver perso ai vantaggi (27-29) il terzo parziale è la molla che dà la carica ai rappresentanti del vecchio Continente per far loro il quarto per 25-22 e quindi concludere agevolmente per 15-9 il decisivo tiebreak.

La rinuncia alla Nazionale non comporta però il ritiro dall’attività agonistica per Giba, che prosegue stancamente per altre due stagioni sino al definitivo abbandono annunciato nell’agosto 1994 a 37 anni, dopo aver concluso altresì la parentesi affettiva con la moglie, la quale ottiene il divorzio a seguito della scoperta di una relazione tra il campione e la modella Maria Luiza Dautt avuta durante il periodo in cui ha giocato in Argentina con il Bolivar e che poi sposa nel 2013 …

Questioni sentimentali a parte, Giba sfrutta la sua enorme popolarità acquisita in patria dedicandosi al sociale a favore dei bambini orfani ed affetti da forme tumorali, quasi volersi sdebitare verso il prossimo per la buona sorte che lo ha fatto guarire dopo pochi mesi di vita dalla leucemia, ma per il Volley azzurro resterà sempre colui che più di ogni altro è stato capace di distruggere i sogni di vittoria ad inizio del XXI secolo …

Una sorta di “giustiziare miracolato”, degno del più nobile degli hidalgo …

COSTANTINO ROCCA E IL BIRDIE DA 17 METRI CHE VALSE IL PLAY-OFF ALL’OPEN CHAMPIONSHIP 1995

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La goia di Rocca – da gettyimages.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Ci sono due momenti, nella storia del  golf italiano, destinati ad albergare per sempre nella memoria degli appassionati. Uno è il putt per il birdie all’ultima buca, la 18, di Francesco Molinari, e questa è storia recentissima, perché trattasi dell’Open Championship andato in scena a Carnoustie qualche mese fa e che ha eletto il  piemontese primo tricolore capace di vincere un torneo Major. L’altro data 1995, ha come teatro sempre l’Open Britannico, ed ha sede all’Old Course di St.Andrews, il tempio per antonomasia del golf. Eroe di quel giorno, Costantino Rocca.

Prima di dettagliare quel momento storico, tocca partir da lontano, per raccontare di Costantino. Che nasce il 4 dicembre 1956 a Bergamo, e proprio al circolo della città, il Golf Club L’Albenza, muove i primi passi, come caddie prima  e come caddie master poi, vincendo nel 1978, appunto, l’Open d’Italia per caddie. Le doti ci sono, ma il percorso per diventare un campione è lento e Rocca, che cresce nel mito di Tom Watson e nel frattempo per guadagnarsi da vivere fa l’operaio in una fabbrica di Almenno che produce polistirolo, deve attendere i 24 anni per infine guadagnarsi la palma di professionista. Il dado, ora sì, è tratto, e per Rocca può cominciare la caccia a quei successi che ne faranno non solo l’icona del golf italiano, ma anche, come vedremo, un giocatore stimato ben oltre i patrii confini.

All’inizio degli anni Novanta Costantino, dopo aver peregrinato in lungo e in largo in cerca dell’affermazione, si guadagna la carta per l’European Tour e nel 1993, ad aprile, incamera il primo successo all’Open di Lyon, chiudendo in 267 colpi, ben 21 sotto il par, e lasciando i due svedesi Haeggman e Hjertstedt, l’inglese Barry Lane e l’irlandese McGinley a 6 colpi di distanza. Quando poi, qualche settimana dopo, Rocca rinnova l’appuntamento con la vittoria battendo lo stesso McGinley al play-off dell’Open di Francia disputato al Golf National di Parigi, è la certificazione che la scelta di intraprendere la carriera di golfista professionista si è rivelata azzeccata.

Arriveranno in seguito, infatti, altri due successi nell’European Tour, nel 1997 a Crans Montana e nel 1999 al West of Ireland Golf Classic, con la ciliegina sulla torta del trionfale Volvo PGA Championship del 1996 dove Rocca si toglierà il lusso di superare nientepopodimeno che Nick Faldo e Paul Lawrie, due che l’Open Championship l’anno vinto (Faldo nel 1987, 1990 e 1992) o lo vinceranno (Lawrie 1999).

Già, proprio l’Open Championship. E qui viene il bello. Giova, in preludio, ricordare che vi sono ben poche tracce di italiani da quelle parti. L’unico Major che si disputa in Europa ha ovviamente storia secolare, se è vero che la prima edizione fu giocata nel 1860, e se nel 1951 Alfonso Angelini e Ugo Grappasonni si affacciarono nella top-ten al primo giro per poi scivolare in classifica, come poi il romano fece anche nel 1954, nei decenni successivi l’Italia, che ovviamente non ha grande tradizione quando si tratta di usare bastoni e palline, manca di comparire tra i paesi più forti. Fin quando un ragazzone bergamasco, tenace e votato al sacrificio, carismatico ed affatto preoccupato di dover rimboccarsi le maniche, esordisce nel 1991 al Royal Birkdale Golf Club, a Southport, girando subito in 68 colpi, 2 sotto il par, a 2 colpi da un mito come Severiano Ballesteros ed in quinta posizione provvisoria, per poi chiudere al 44esimo posto alla prima esperienza assoluta in un torneo Major.

Passano dodici mesi e nel 1992 Rocca conferma di aver buona confidenza con l’Open Championship, stavolta chiudendo il primo giro a Muirfield in nona posizione con 67 colpi, 4 sotto il par e a 3 colpi dai leader di giornata, i due americani Raymond Floyd e Steve Pate, per infine comparire in 55esima posizione. Costantino fallisce il taglio nelle due partecipazioni successive… e poi venne il 1995.

Stavolta si gareggia sul campo più famoso al mondo, l’Old Course di St.Andrews, proprio lì dove il golf ha la sua culla materna e dove a metà Ottocento ne vennero dettate le prime regole. Ed il confronto, almeno all’apparenza, sembra impari. Un parterre de roi, ovviamente, è allineato al via, tra vecchi campioni ancora desiderosi di dar battaglia come Arnold Palmer, Bob Charles, Gary Player, Lee Trevino, Jack Nicklaus e Tom Weiskopf che più volte trionfarono negli anni Sessanta e Settanta, ai più recenti Greg Norman, Severiano Ballesteros, Mark Calcavecchia, Sandy Lyle e Nike Faldo che scrissero la storia del torneo negli anni Ottanta, fin’anche a quel Nick Price che è detentore in carica della Claret Jug. Oltre a loro, ed accanto ad una schiera di contendenti da leccarsi i baffi (tra questi un ragazzino non ancora 20enne, che gareggia come amatore, tale Tiger Woods), c’è anche quel Tom Watson che non solo ispirò Costantino, ma ha pure vinto ben cinque volte tra il 1975 e il 1983, e sembra lì apposta per celebrare l’impresa del bergamasco.

E, a dispetto dell’età non più giovanissima, quasi 46enne, è proprio Watson a comandare la classifica dopo il primo giro, chiuso in 67 colpi, ovvero 5 sotto il par, così come altri tre golfisti, Ben Crenshaw, Mark McNulty e John Daly, già vincitore del PGA Championship nel 1991. Rocca è perfettamente in corsa con un giro in 69 colpi, riducendo poi ulteriormente il suo margine dalla testa del concorso ad 1 solo colpo con un secondo giro in 70 colpi, meglio dello stesso Daly che gira in 71 colpi e si vede raggiungere al comando da Brad Faxon e da Katsuyoshi Tomori. Al terzo giro esplode il talento del neozelandese Michael Campbell, che con 65 colpi rileva Daly al comando, con l’americano che scende in quarta posizione ed accusa non solo 4 colpi di ritardo dal nuovo laeder, ma pure 2 colpi di svantaggio da Rocca che si conferma estremamente regolare girando ancora in 70 colpi e posizionandosi al secondo posto, 2 colpi dietro Campbell.

Quel che accade all’ultimo giro, però, è destinato a rimanere nell’enciclopedia del golf. Campbell e Rocca si avviano per ultimi, concedendo così a Daly l’opportunità di sedersi in Club House provvisoriamente al comando con 282 colpi, 6 sotto il par. All’ultima buca, un par 4 di 354 yards, Campbell avrebbe bisogno di segnare un eagle per forzare il torneo al play-off ma non va oltre un birdie che lo relega in terza posizione, ad 1 colpo da Daly. Rocca colpisce dal t ma rimane distante dal green, avrebbe a sua volta bisogno di un birdie per pareggiare con l’americano ma il secondo colpo, un chip a seguire, gli rimane sul bastone, con la bandiera ormai a quasi 17 metri di distanza. Ma quando ormai le chances di vittoria sembrano svanite irrimediabilmente, il campione italiano cava dal cilindro il colpo del secolo, o quasi, un putt quasi impossibile da imbucare ma che scavalca la pendenza e prende dritta la traiettoria della buca, strozzando in gola a Daly l’urlo liberatorio della vittoria e scatenando la sua gioia incontenibile. Rocca si sdraia a terra battendo i pugni sul tappeto verde dell‘Old Course e scoppiando in un pianto strozzato, ebbro di felicità, incredulo per il colpo eseguito che gli vale il primo posto a pari merito con Daly e la possibilità di giocarsi la Claret Jug alle quattro buche di play-off.

E’ vero, non andrà a finir bene la favola dell’italiano che tentò la scalata all’Open Championship. Daly chiuderà le quattro buche in 15 colpi, ben 4 meno del rivale, negando a Rocca l’ulteriore gioia di un trionfo inatteso. Ma quel putt da lontanissimo e quell’esplosione di felicità ancor oggi alberga non solo nei ricordi di noi che battiamo bandiera bianco-rosso-verde, ma di tutti gli appassionati di golf. Fu una prodezza rara… poi è venuto Molinari e il birdie risolutivo alla 18, ma questa è storia di oggi.