POULIDOR, IL PRIMO DEI BATTUTI CHE PIACEVA ALLA GENTE

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Anquetil e Poulidor sul Puy de Dome al Tour de France 1964 – da jm.condette.free.fr

Lo hanno etichettato “il grande perdente” della storia del ciclismo, ma in verità, Raymond Poulidor, non può proprio esserlo. E se avrete la pazienza di leggere quel che vi racconterò tra poco, ve ne convincerete.

Il limousino nasce il 15 aprile 1936, e l’avvicinamento all’arte del pedale è del tutto casuale. In scuola primaria l’insegnante lo abbona alla rivista Miroir sprint e tra le pagine sportive scopre i due campioni dell’epoca, Louison Bobet e Raphael Geminiani. La passione si accende di colpo, accompagnando dopo di poi i fratelli maggiori che praticano attività ciclistica a livello regionale e montando a sua volta in sella alla bicicletta della madre, Marie Marguerite. Le doti ci sono, le prime corse sono convincenti e la crescita agonistica così come quella nella considerazione tra gli addetti ai lavori è inevitabile. Ventenne partecipa alla Bol d’or des Monédières, competizione che dopo il Tour de France assembla professionisti e regionali, e proprio con Bobet e Geminiani è protagonista della corsa. Ormai la strada è tracciata, il tempo di adempiere agli obblighi di leva e poi nel 1960 il passaggio al professionismo, con la Mercier diretta da quell’Antonin Magne che vinse la Grande Boucle nel 1931 e nel 1934, è cosa fatta.

E qui comincia una storia fantastica. Poulidor corre per diciotto stagioni, fino al 1977 anno del ritiro, battagliando con due fuoriclasse che meritano un posto tra i più grandi di sempre, Jacques Anquetil e Eddy Merckx. E se l’incrocio con i due leggendari campioni ha prodotto sfide indimenticabili accrescendone la fama, altresì ha privato Raymond di un palmares che sarebbe potuto essere ben più congruo al suo talento. Poulidor eccelle in montagna ma sul passo non teme i rivali, ha spirito indomito e la lotta serrata lo esalta, la sua figura si associa al Tour de France e… sentite quel che succede.

Sulle strade di casa si presenta ai nastri di partenza per quattordici volte, chiudendo terzo già all’esordio nel 1962, battuto per la prima volta da Anquetil e Planckaert. Due anni dopo vince una tappa a Luchon e sulle pendenze del Puy de Dome regala un’impresa che appartiene alla storia del Tour de France, annicchilendo Anquetil in un memorabile spalla-a-spalla e terminando secondo in classifica, dietro inevitabilmente all’avversario con cui in quegli anni si spartirà la scena infiammando la Francia. Per gli appassionati diventa “poupou“, l’eroe del popolo, emblema del coraggio e della lotta impari con i giganti della strada, nondimeno Poulidor è protagonista nel 1965, secondo dietro all’emergente Gimondi, e ancora terzo nel 1966, anticipato da Aimar e Janssen. Insomma, quattro piazzamenti sul podio per le prime cinque partecipazioni e la consapevolezza che comincia ad affermarsi nel pensiero popolare, ovvero Raymond è l’eterno battuto.

Nel frattempo, in verità, coglie affermazioni di prestigio. Nel 1961 è campione di Francia e conquista la Milano-Sanremo con l’attacco decisivo sul Poggio, batte tutti alla Freccia Vallone e al Gran Premio delle Nazioni – una sorta di campionato del mondo a cronometro – nel 1963, vince la Vuelta nel 1964, stagione che lo premierà con il Superprestige Pernod, ovvero la palma di numero uno per una speciale classifica a punti.

Ma lo sventurato “poupounon riesce a sedurre il Tour de France. Ci prova di nuovo quando ormai è apparsa sulla scena la stella abbacinante di Eddy Merckx, e saranno altre sfide che appartengono all’enciclopedia del ciclismo. Nel 1969 è terzo dietro al “cannibale” e Pingeon, così come nel 1972 è l’incomodo nella partita a due tra Merckx e Gimondi, dioscuri dell’epoca. Vecchierello e sul viale del tramonto non si arrende comunque, nel 1974 è secondo a otto minuti da Mercxk e nel 1976, ormai quarantenne e all’ultimo tentativo, ancora ha le forze per salire sul gradino più basso del podio, stavolta beffato da Van Impe e Zoetemelk. In totale quindi otto piazzamenti nei primi tre della classifica generale, sette vittorie parziali ma soprattutto una maglia gialla sempre sognata ed inseguita ma mai indossata: ci andò vicino proprio la sera del Puy de Dome, 1964, per soli 14 secondi, addirittura nel cronoprologo con cui si aprì l’edizione del 1973 Zoetemelk fece meglio per soli 80centesimi di secondo.

Certo, Raymond è spesso stato il primo dei battuti, troppe volte secondo, tanto che in punto di una morte prematura per cancro Anquetil lo salutò con “anche stavolta sei arrivato secondo“; ma se ancor oggi valicate il confine e chiedete ai transalpini chi è stato il più amato dalla gente, la risposta sarà sempre e solo una: Poulidor, in arte “poupou“.

Ah, dimenticavo, ha vinto in carriera 189 corse. Vi pare un perdente? A me sinceramente no.

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IL BARI E LA SEMIFINALE DI COPPA ITALIA 1984, UNICA DI SERIE C

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Il Bari 1984 – da ilnapolista.it

articolo di Andrea Giotta

Siamo nel 1984. Francesco Moser a Città del Messico firma il record dell’ora e l’Italia conquista due ori alle olimpiadi invernali di Sarajevo. Ma il calcio italiano conosce un record pronto a essere tramandato negli almanacchi: per la prima volta una squadra militante in serie C approda alle semifinali di coppa Italia.

Siamo in Puglia e precisamente a Bari, i galletti concludono la stagione calcistica 1983-1984 al primo posto ritornando in serie B ma la compagine allenata da Bruno Bolchi passerà alla storia per una cavalcata maturata in Coppa Italia. Nella fase a giorni è storica la vittoria nel derby con il Taranto, in terra ionica, per una rete a zero con goal di De Trizio nei minuti finali, dopodiché ben tre pareggi a reti bianche contro Perugia, Lazio e Catanzaro per finire con il primo dei tre incontri contro la Juventus in Puglia dove alla doppietta di Messina rispondono Cabrini prima e Platini poi. Secondi alle spalle della Juventus, i biancorossi superano il turno eliminatorio e agli ottavi di finale l’ironia della sorte vuole che i pugliesi affrontino nuovamente la Juventus. Nel doppio confronto la compagine pugliese ne esce illesa cogliendo una memorabile vittoria in Piemonte con reti di Messina e Lopez che annulla il momentaneo pareggio di Scirea e pareggiando due a due allo stadio “Della Vittoria” con reti nell’ordine di Messina, Platini, Tardelli e ancora Lopez al 90′. In questi tre confronti tra biancorossi e Juventus una costante nei marcatori: Gabriele Messina, che con le sue quattro reti spinge il Bari agli ottavi di finale dove ad attendere l’undici biancorosso è la Fiorentina. “Juve, che tonfo“, questo il titolo della prima pagina de “La Gazzetta dello Sport” del 9 Aprile 1984, che riportava la cronaca dell’incontro avvenuto la sera precedente al “Comunale” in cui Bettega e compagni venivano sconfitti per due reti a una dalla compagine pugliese. I piemontesi lanciati verso lo scudetto, gli uomini di Bolchi nei quartieri alti della serie C, un abisso tra le due formazioni che vengono riavvicinate da un incontro di Coppa che vede contrapposte la “Vecchia Signora” e una delle più gloriose squadre del Sud Italia.

Ai quarti di finale è la Fiorentina ad affrontare la sorprendente squadra pugliese. Il doppio confronto con i viola vede il Bari vittorioso in entrambe le gare, con lo stesso risultato, 2 a 1 prima in Puglia con Messina e Galluzzo che annullano il momentaneo pareggio di Oriali, 2 a 1 poi anche a Firenze quando Guastella e Acerbis rispondono al momentaneo vantaggio viola di Passarella.

Il Bari verrà fermato in semifinale dal Verona, squadra che risulterà vincitrice della manifestazione. Nel doppio confronto i veneti si impongono 2 a 1 in terra pugliese e 3 a 1 al “Bentegodi“. Marcatore del successo esterno per i gialloblù è Jordan, centravanti scozzese che nelle fila veronesi colleziona una sola rete in dodici presenze. La Roma conquista la Coppa Italia battendo il Verona, al pareggio della sfida giocata a Verona segue la vittoria giallorossa a Roma.

Ma il Bari appartiene alla storia della Coppa Italia… in attesa che qualcuno faccia meglio.

ALBERTO TOMBA E UN GIORNO SPECIALE

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Tomba in slalom a Calgary 1988 – da omero.it

L’incedere del tempo, tiranno implacabile, annebbia i ricordi ma il nome dell’immenso Alberto Tomba, indelebile, fa bella mostra di sé nella bacheca di chi ha dato lustro allo sport italiano. Sul conto del bolognese ho memoria di una data, 27 febbraio, e di un paio di imprese olimpiche che suscitarono emozioni rare.

1988. Siamo a Calgary, nello stato canadese dell’Alberta, il programma a cinque cerchi propone lo slalom speciale ed il campione bolognese, da qualche mese divenuto fenomeno dello sci, si presenta al cancelletto di partenza con i favori del pronostico. Appena ventunenne, estroverso, burlone, anche un po’ spaccone, ha già ben salda al collo la medaglia d’oro conquistata due giorni prima nel gigante; nella prima manche disegna traiettorie precise, non rischia e il tabellone lo illumina al terzo posto alle spalle del lanzichenecco di turno, Frank-Christian Wörndl, avvantaggiato di 63 centesimi, e dello svedese Jonas Nilsson. Senza la pressione di dover vincere ad ogni costo la seconda discesa della “Bomba” promette spettacolo e merita una vetrina speciale: il Festival della Canzone italiana impone l’alt per trasmettere in diretta la rincorsa all’oro dell’Albertone nazionale che aggredisce il paletto, rischia di deragliare per una buca galeotta, mette in moto le quattro ruote motrici che rendono il suo stile inarrivabile agli altri ed infine taglia il traguardo in prima posizione scatenando il delirio tricolore. Le emozioni sono intense, nel parterre d’arrivo si sussulta per lo svedese che resta dietro; tocca a Wörndl ma il paradiso per lui può attendere. 6 centesimi, un alito, un soffio, è l’impercettibile margine che piazza Tomba lassù, nell’Olimpo di coloro che si son guadagnati l’immortalità sportiva.

La macchina del tempo avanza di sei anni e il teatro cambia. 1994, dalle montagne rocciose ci trasferiamo lungo i dolci pendii della Norvegia, siamo a Lillehammer e troviamo un Tomba evoluto. Se lo sportivo ha affinato un bagaglio tecnico già importante, l’uomo rappresenta ora il perfetto business-man che non può fallire, chiamato com’è alla vittoria che si traduce in soldoni. La pressione, stavolta sì, è forte, i media spingono e la prima chance di successo, il gigante, di cui Alberto è bicampione avendo raddoppiato ad Albertville 1992, sfuma per un’uscita di pista quasi rassegnata. 27 febbraio, che coincidenza, l’appuntamento con la storia è fissato e ancora una volta i pali stretti proporranno una vicenda memorabile. Il freddo pungente sembra atrofizzare i muscoli dell’atleta azzurro, pettorale numero 1, che chiude lontano la prima discesa, dodicesimo con l’abissale distacco di 1 secondo 84 centesimi. Son poche le speranze di ribaltare la situazione ma l’orgoglio del campione ferito può far miracoli e per la seconda manche il prodigio è cosa fatta. Pulsa forte il cuore nell’assistere alla recita agonistica con cui Tomba scende a valle: una belva, una furia scatenata, è vero sì che ha un’incertezza al primo cambio di pendenza ma poi la serpentina si fa sempre più efficace e all’arrivo i cronometri premiano Alberto con l’ovvio primo posto. Basterà? Rammento lo scetticismo, condiviso, del bravo Bruno Gattai, voce di TMC; prima uno, poi un secondo, un altro ancora, gli avversari come birilli si inceppano alle prime porte e il primato regge. Il temibile Thomas Sykora rallenta e finisce lontano, inforca Peter Roth, l’eroe di casa Kjetil André Aamodt mette il sedere a terra e la medaglia a questo punto, insperata, è assicurata. Non sarà d’oro perché al soldatino austriaco Thomas Stangassinger restano 15 miseri centesimi del credito acquisito nella prima manche, tanto basta però all’eroe nazionale per afferrare un argento che di diritto va ad inserirsi tra le imprese olimpiche che racconteremo ai nipotini.

Ormai di anni ne son passati diversi, da quel dì… che ne dici Alberto, una buona bottiglia di rosso per festeggiare la ricorrenza mi pare comunque una buona idea, no?

OPEN D’AUSTRALIA E NUMERO 1, IL COLPO DOPPIO DI BECKER

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Boris Becker in azione – da bleacherreport.com

Probabilmente qualche simpatizzante di Boris Becker troverà modo di contestare vivacemente quel che sto per affermare, nondimeno ritengo che il germanico abbia impiegato qualche anno di troppo nell’issarsi sul tetto del mondo, previo trionfo in un torneo del Grande Slam.

Mi spiego. “Bum bum“, lo sappiamo, emerse prematuro nel tempio sacro di Wimbledon quando nel 1985, neppure diciottenne, si prese la corona d’Inghilterra. L’anno dopo bissò il successo, che poi divenne tris nel 1989, anno di grazia con la vittoria anche a Flushing Meadows, ma la prima posizione del ranking gli era vietata. Infine, corre l’anno 1991, dopo qualche inciampo di troppo e un lungo corteggiamento, nell’infuocato gennaio australe, Becker coglie due piccioni con una fava: ovvero, vince per la prima volta a Melbourne e diventa numero uno del mondo.

A Flinders Park il tedesco è accreditato della seconda testa di serie ed occupa la porzione bassa del tabellone, liberata a sorteggio avvenuto dell’ingombrante presenza del quarto favorito, l’astro Sampras che ha fatto saltare il banco a New York qualche mese prima, costretto alla rinuncia e sostituito dal perdente fortunato delle qualificazioni, il messicano Lavalle. La dea bendata ci vede bene, con Boris, dirottando nella parte alta i due rivali di sempre, Edberg lo svedese che occupa la prima posizione in graduatoria e Lendl il cecoslovacco che si è aggiudicato le due edizioni precedenti, oltre al talentuoso Ivanisevic che proprio a Becker giocò un brutto scherzo sulle terra del Roland-Garros.

Due turni agevoli per Boris, con l’inglese Bates 6-4 6-2 6-3 e il cecoslovacco Vajda con cui oggi si associa nell’aiuto a Djokovic 6-4 6-1 6-3, per poi incrociare Omar Camporese. Quella che ne viene fuori è una sfida memorabile, la più eccitante dell’edizione 1991, la potenza di Becker al cospetto del tocco dell’italiano, 5ore 11minuti di battaglia che infine promuovono Boris, 14-12 al quinto set ma l’onta del 6-0 subito al terzo set dopo due parziali risolti al tie-break. La strada è poi in discesa, il sudafricano Ferreira si arrende 6-4 7-6 6-4 così come il transalpino Forget, eliminato 6-2 7-6 6-3 ai quarti di finale. C’è un ultimo ostacolo prima dell’appuntamento decisivo, McEnroe il piccolo, ovvero Patrick, che si infila laddove le teste di serie Sanchez, Berger e Cherkasov non tengono fede al loro rango, scartando pure l’altra sorpresa azzurra del torneo, Cristiano Caratti. Becker lascia il primo set, 7-2 al tie-break, ma poi la classe è superiore e il 6-4 6-1 6-4 che annicchilisce l’americano vale l’ultimo round.

Dove ad attendere il campione teutonico c’è Lendl, che si sbarazza in rimonta al quinto set di Edberg nella semifinale pronosticata alla vigilia, con lo svedese che ha colpa grave di aver vanificato due palle-match, e va a concorrere per il terzo titolo consecutivo. Per un set, il primo, non c’è partita, Ivan piazza con sicurezza i colpi da fondocampo e Boris pare accusare l’importanza capitale dell’evento, palesando qualche dubbio fisico alla schiena. “Bum Bum” ha però la storia del tennis a portata di racchetta, e l’occasione è ghiotta per non stuzzicarne l’orgoglio e l’anima da lottatore indomito. Comincia a martellare col dritto, trova la misura dei colpi e le sortite offensive sono di volta in volta sempre più redditizie. Il servizio, poi, dopo le titubanze iniziali, è ora sì incisivo e procura una dote massiccia di punti diretti. Lendl accusa la maggior esuberanza del rivale, perde lucidità, si fa brekkare tre volte sul 5-4 e il periodico 6-4 6-4 6-4 è presto fatto.

Dopo 2ore 51minuti di tenzone, infine, Becker acchiappa la coppa e sale in vetta al mondo. In aggiunta… un tuffo nelle acque limacciose e maleodoranti del fiume Yarra. Il trono val bene un bel bagno, no?

EMERSON FITTIPALDI, IL BRASILE SUL TETTO DEL MONDO IN FORMULA 1

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Emerson Fittipaldi – da taddlr.com

Non di solo calcio, si vive. Vai a dirlo ai brasiliani, popolo di raffinatissimi giocolieri con la palla tra i piedi, pure abilissimi quando si tratta di mettersi alla guida di un’automobile. Se poi è da corsa, meglio ancora.

Senza scomodare il povero Ayrton, che da lassù reclama con eccellenti credenziali la palma di più grande di sempre, c’è un altro paulista che ha fatto fortuna in Formula 1, al punto da esser lui il primo brasiliano a vantare il titolo di campione del mondo. Emerson Fittipaldi, simpaticamente detto “Emmo“, classe 1946 con sangue lucano nelle vene, assapora dal fratello maggiore Wilson la passione per la velocità e dopo gli inizi nel karting, siede su una macchina con buon profitto e nel 1969 sbarca in Europa. Qui lo nota uno che se ne intende proprio, tale Colin Chapman, che lo assolda in Formula 2 per poi promuoverlo l’anno successivo in Lotus a fianco di Jochen Rindt, che abbisogna di qualche fido scudiero nella corsa al titolo iridato. Ce la farà l’austriaco, anno 1970, grazie proprio a Fittipaldi che a Watkins Glen anticipa tutti, vince il suo primo gran premio ed impedisce a Jacky Ickx di completare la rimonta a danno di Rindt che qualche settimana prima a Monza, ahimé, ha trovato morte tragica a prematura. Lo spettacolo deve andare avanti nonostante tutto e tutti, e per Emerson è l’inizio di una parabola da vincente.

Il paulista è veloce ma non troppo spregiudicato, gestisce con intelligenza ed astuzia il mezzo e come pochi altri ha la perizia di saper sviluppare la vettura. Così, dopo una stagione 1971 avara di soddisfazioni, l’anno dopo Fittipaldi è già pronto a battagliare con il campione che domina la scena, Jackie Stewart al volante della Tyrrell. Ed è spettacolo puro, tra due fuoriclasse che si alternano al vertice della Formula 1. In due anni alla guida della Lotus 72D Fittipaldi assomma otto vittorie, nel 1972 è campione del mondo con due gare d’anticipo – il più giovane di sempre, neppure ventiseienne – e nel 1973 è secondo in classifica generale, per altro penalizzato da qualche ritiro di troppo e dalla concorrenza in scuderia dello svedese Ronnie Peterson, che non lo avvantaggia di certo nella bagarre a distanza con Stewart. Il rapporto con Chapman si incrina e a fine anno si consuma il divorzio.

Emerson ha blasone e fama planetaria, trova infine l’accordo con l’emergente McLaren di Teddy Meyer ed è sodalizio subito vittorioso. Nel 1974 la Ferrari è la rivale più autorevole nella corsa al mondiale, Clay Regazzoni capeggia a lungo la classifica ma all’ultimo atto, proprio a Watkins Glen dove vinse la sua prima gara, Fittipaldi al volante della M23 completa una lunga rincorsa sancita da tre vittorie a Interlagos, davanti al pubblico di casa, in Belgio e in Canada e una costanza di rendimento che gli valgono il secondo titolo mondiale. Come già in Lotus, l’anno da iridato è ricco di aspettative ma infine non pari alle ambizioni. Dopo l’inizio convincente con il successo in Argentina, la McLaren accusa carenze di stabilità che ne limitano il rendimento; Fittipaldi pur tuttavia vince ancora, a Silverstone, e sarà il suo quattordicesimo, ultimo trionfo in Formula 1, per terminare la stagione in seconda posizione, seppur a distanza di sicurezza da Niki Lauda, che coglie il titolo con la Ferrari.

Il quadriennio d’oro finisce qui. L’arrivo di James Hunt convince Emerson a farsi da parte, la classe nel suo caso non è proprio acqua ma le motivazioni cominciano a venir meno ed allora è il momento di cambiar aria e tornare a far coppia col fratello Wilson, che nel frattempo ha organizzato una vettura ed un progetto brasiliano. In cinque anni di Fittipaldi&Fittipaldi il fuoriclasse paulista si trova prima a remare a fondo gruppo, poi ad emergere con un clamoroso e superbo secondo posto nel gran premio di casa a Interlagos nel 1978, infine a chiudere mestamente la carriera nonostante un’altra, insperata presenza sul podio, a Long Beach nel 1980.

E’ l’arrivederci del campione. Emerson Fittipaldi, che convinse i brasiliani che non di solo calcio si vive, saluta e va a lucrare in formula Cart, altrimenti nota anche come formula Indy. Vincerà il titolo nel 1989 e per due volte il suo nome apparirà nell’albo d’oro prestigiosissimo ed ambito della 500 miglia di Indianapolis: dopo di lui, solo Ayrton.

FANNY BLANKERS-KOEN, LA MAMMA VOLANTE DELL’ATLETICA OLANDESE

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Fanny Blankers-Koen alle Olimpiadi del 1948 – da abc.net.au

Fanny Koen, sposata Blankers, sta all’atletica femminile come Owens e Lewis stanno a quella maschile: ovvero, è l’unica donna della storia ad aver collezionato quattro medaglie d’oro in una sola edizione olimpica. Di più, completa la prodezza pur essendo madre, di due bambini, e ciò avrebbe dovuto inibirla all’attività agonistica. Appunto, avrebbe… almeno secondo le consuetudini dell’epoca.

Fanny, altresì, ha idea diversa, lei e il marito-allenatore, Jan Blankers che fu triplista ai Giochi di Amsterdam del 1928. Si può gareggiare a dispetto della maternità, e lo si può fare addirittura ad altissimi livelli. La Koen è campionessa di fama mondiale, se è vero che ha già partecipato alle Olimpiadi berlinesi del 1936, ha colto due bronzi agli Europei di Vienna del 1938 e in tempi di guerra ha firmato due primati del mondo nel salto in alto e nel salto in lungo. In effetti la ragazza olandese, 1metro 75centimetri per 63chili distribuiti in un fisico da primadonna, ha versatilità clamorosa, velocista tra le più accreditate su 100 e 200 metri, ostacolista provetta sugli 80 metri, nonché eccellente saltatrice. Ma il regolamento a cinque cerchi impone non più di tre prove individuali, di che la Koen opta, per le Olimpiadi di Londra del 1948, sulle discipline veloci, 80 ostacoli, 100 metri e 200 metri, che si corre per la prima volta, infine la staffetta 4×100.

Blankers-Koen, diamole il nome che la celebrerà icona a cinque cerchi, ha 30 anni, è campionessa continentale sugli 80 metri e nella staffetta, titoli conquistati due anni prima a Oslo, e le corsie dello Stadio di Wembley stanno per applaudirne le imprese. Dal 31 luglio al 7 agosto la “mammina volante” dell’atletica olandese si allinea alla partenza di undici gare, e saranno undici vittorie. Si comincia con i 100 metri, disciplina di cui detiene il record del mondo ma che l’ha vista inciampare agli Europei di Oslo, estromessa in semifinale da una caduta.Il divario con le avversarie è tale che non c’è storia, Fanny gestisce le forze in batteria, vince a mani basse la semifinale e il 2 agosto, sotto la pioggia battente che ha ridotto la sua terza corsia ad un binario fangoso, domina in 11secondi 9decimi, lasciando la britannica Dorothy Manley a distanza abissale.

Tocca agli 80 metri ostacoli, e qui, pur in possesso del miglior cronometro del pianeta, Blankers-Koen ha vita difficile con l’inglese Maureen Gardner, che ne ha eguagliato il primato a 11secondi. Le due donne, il 3 agosto, dominano la concorrenza in batteria, in semifinale Fanny vince e Gardner è solo terza, ma la sfida che conta è quella in finale il 4 agosto. La britannica scatta veloce, Blankers-Koen arranca in rimonta ma infine riesce a sopravanzare di poco la rivale, accreditate entrambe del tempo di 11secondi 2decimi. In verità l’olandese crede di aver avuto partita persa, perché nell’aria si diffondono le note di God save the Queen, in realtà la musica accoglie l’entrata allo stadio della famiglia reale e il fotofinish, inequivocabile, garantisce alla “mammina volante” il secondo oro olimpico.

E’ la volta dei 200 metri, distanza doppia che per la prima volta si corre al femminile ai giochi olimpici. Blankers-Koen, tra il 5 e il 6 agosto, in realtà ha qualche reticenza, vorrebbe tornare a casa dai figli ma il marito la convince a partecipare e l’insistenza ha buon gioco. L’olandese corre in scioltezza batteria e semifinale, e in finale, sotto l’immancabile pioggia londinese, disegna la gara perfetta. Ha corsia interna, la numero 2, ma la curva è sontuosa e sul rettilineo d’arrivo esplode la potenza della falcata che le consente di segnare il tempo di 24secondi 4decimi, lasciando Audrey Williamson, atleta di casa, a 7decimi di distacco. E’ il margine più ampio della storia olimpica dei 200 metri, sul podio si segnala la presenza della prima atleta afro-americana, Audrey Patterson, anche se molti anni dopo la rivisitazione del fotofinish certificherà l’inutile e beffardo terzo posto dell’australiana Shirley Strickland.

L’impresa che elegge di diritto Fanny Blankers-Koen tra le grandi campionesse dello sport ormai è compiuta, rimane da piazzare la ciliegina sulla torta. E così sia. Il 7 agosto il quartetto olandese composto da Xenia Stad-De Jong, Nettie Witziers-Timmer, Gerda van der Kade-Koudijs e appunto Blankers-Koen è pronto per la staffetta 4×100. Le quattro ragazze vincono la batteria in 47secondi 6decimi ma le cose sembrano mettersi male in finale. Fanny è l’ultima frazionista e riceve il testimone da Gerda in terza posizione, in netto ritardo da Australia e Canada che viaggiano veloci al comando. Blankers-Koen aziona le lunghe leve, entra in scia alle due avversarie e proprio sul filo di lana le anticipa di un niente col tempo di 47secondi 5decimi. E’ il quarto oro, come nessuna donna mai prima e mai dopo.

Questa è la storia sportiva di Fanny Blankers-Koen, “mammina volante” olandese, che sconfisse i pregiudizi e che da quell’ormai lontano 1948 siede tra gli dei di Olimpia.

ANTOGNONI, UN ANGELO BIONDO IN MAGLIA VIOLA

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Giancarlo Antognoni – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

15 ottobre 1972. Al Bentegodi di Verona un giovanotto appena diciottenne si affaccia al palcoscenico della Serie A. E’ biondo, dalla falcata elegante, i piedi sono di seta ed entra nella storia del calcio con la luminosità di un astro nascente.

“Il ragazzo che gioca guardando le stelle” esordisce dal primo minuto nella Fiorentina dei giovani virgulti per volontà del “Barone” Nils Liedholm, uno che se ne intende. Si chiama Giancarlo, quel biondo calciatore, di cognome fa Antognoni e per i fiorentini diventerà il capitano, l'”unico 10″.

La carriera del putto in maglia viola nato a Marsciano, provincia di Perugia, segna la storia della Fiorentina… ed è una bellissima storia. Appena ventunenne “Antonio” conquista la Coppa Italia, 3-2 al Milan nel 1975, e sarà l’unico trofeo di club che a fine carriera potrà vantare. In quegli anni Firenze racconta di una squadra che non può competere con le grandi d’Italia, Juventus e Torino tra le altre che si giocano il dominio in campionato, la domenica il popolo viola va al Comunale per applaudire le giocate del talento in maglia numero 10 che inventa, lancia e spara fendenti di rara potenza. Lo cercano le squadre più blasonate; soprattutto l’Avvocato Agnelli, patron della rivale di sempre, gli fa una corte spietata ma Giancarlo è il simbolo di una città intera e le bandiere non si ammainano, mai. Antognoni appartiene alla fiorentinità più autentica e non imboccherà la strada che conduce a Torino.

Si aprono ben presto le porte della Nazionale; nel novembre 1974 Fulvio Bernardini lo chiama per rilanciare le ambizioni della Squadra Azzurra uscita malconcia dai Mondiali di Germania. Il primo avversario è l’Olanda del geniale Cruijff e l’appuntamento sembra una sorta di investitura internazionale al cospetto del campione più celebrato. Sarà un’altra bella storia, lunga 73 partite, come nessun altro giocatore di provenienza Fiorentina.

Nei primi anni 80 la famiglia Pontello porta denari e la Fiorentina diventa grande. Come grande diventa anche il suo capitano… ma la sorte, non proprio benevola, è in agguato. 22 novembre 1981, Fiorentina-Genoa, la squadra viola stazione nelle zone alte della classifica: al minuto 55 Antognoni si avventa su un lancio del Daniel argentino, Bertoni detto “il puntero”, ma trova il terribile impatto col ginocchio del portiere Silvano Martina proteso in uscita. Il cuore del ragazzo si ferma per alcuni, tragici secondi, il massaggio cardiaco del dottor Gatto lo tiene in vita e le mani sapienti del dottor Mennonna ricomporranno la frattura alle ossa craniche. “Forza Antonio, l’inferno è finito, il Paradiso ci attende”… Giancarlo torna in campo giusto in tempo per partecipare alla volata finale con la Juventus, che andrà in archivio con la beffa di Cagliari, ovvero lo scudetto perso per un punto all’ultima giornata.

Qualche mese dopo Antognoni si trasferisce in Spagna con la Nazionale di Enzo Bearzot, estate 1982, e con la casacca azzurra disegna un Mondiale da gran protagonista. Un guardalinee talpa gli nega un gol validissimo nella memorabile sfida con il Brasile; in semifinale con la Polonia rimbalza contro un difensore procurandosi un taglio al collo del piede destro che lo tiene fuori dalla finalissima con la Germania. Ricordo il giro di campo degli Azzurri in trionfo, Antognoni è di lato in tuta ginnica ed un velo di amarezza per non aver avuto parte attiva nel giorno più bello della storia calcistica d’Italia traspare dal suo volto.

Mala sorte, accidenti. Come nel 1984, la Fiorentina più bella che si rammenti, quella del 3-3 con la Juventus e proprio Giancarlo che in tuffo di testa infila Tacconi. In piena corsa per le prime piazze la Fiorentina affronta la Sampdoria, un intervento involontario di Luca Pellegrini spezza il perone del campione viola e sarà l’inizio del tramonto. “Antonio sei come il sole, risorgi ed illumini tutto”, torna a calcare i campi di gioco dopo quasi due anni di inattività appena in tempo per allevare sotto la sua ala protettrice il talento emergente di un altro numero 10 che farà epoca, Roberto Baggio.

La carriera volge al termine. Gli ultimi spiccioli di classe pura Giancarlo li spende nell’esperienza in Svizzera al Losanna, poi spazio alle emozioni, struggenti, del giorno dell’addio al calcio. 25 aprile 1989, in quello Stadio Comunale che da sempre è il teatro che illustra la sua classe, davanti alla gente che lo ha amato come il figlio più caro, in un tripudio di fazzoletti e gli occhi di tutti umidi per la commozione, il campione saluta.

Giancarlo Antognoni, angelo biondo in maglia viola, sarà sempre il “capitano”. Eroe di Firenze.

LA JUGOPLASTIKA E LA STELLA DI KUKOC E RADJA

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Jugoplastika campione d’Europa 1989 – da ballineurope.com

Dalle parti di Spalato la pallacanestro significa qualcosa. Ed ha tracce d’Europa indelebili che rimandano alla meravigliosa epopea di una squadra che al tempo della riunificazione si chiamava Jugoplastika e ha dominato il continente cestistico.

Dato a Cesare quel che è di Cesare, ovvero ricordato della Jugoplastika che vinse il suo primo titolo nazionale nel 1971 per raggiungere poi la finale di Coppa dei Campioni al debutto, 1972, sconfitta di misura dall’Ignis Varese e da un canestro di Tony Gennari a pochi secondi dalla sirena, eccoci a raccontare di un giovane eppur grande allenatore, Bozidar Maljkovic, in panchina fin dall’età di 19 anni per aver dovuto interrompere la carriera di giocatore per un infortunio. Che nel 1986 prende in consegna un manipoli di giovanissimi talenti, li conduce alla vittoria in campionato l’anno dopo battendo il Partizan di Divac e Djordevic ed avvia una parabola che ancor oggi attende che qualcuna faccia altrettanto, ovvero tre Coppe dei Campioni consecutive, come solo Riga agli albori della manifestazione è stata capace.

Boza“, come universalmente lo conosciamo, passerà pure per difensivista e magari qualche esteta del gioco avrà da obiettare ritenendolo una sorta di antibasket, fatto è che sotto la sua guida cresce e si concretizza la classe abbacinante di Toni Kukoc, che farà la fortuna della Jugoplastika e di tutte le squadre che in seguito si potranno avvalere del suo operato; le movenze eleganti e la vena realizzativa nei pressi della retina di Dino Radja, un altro che addiverrà a sontuosa carriera NBA con i Boston Celtics; la solidità nel catturare rimbalzi e giocare sporco di Goran Sobin; l’efficacia e la capacità di rendere al meglio nei momenti-chiave di Dusko Ivanovic, il veterano del quintetto; la regia occulta ma essenziale di Luka Pavicevic. Insomma, qualità e quantità in abbondanza e la prima esperienza in Coppa dei Campioni, stagione 1988/1989, è subito baciata dal successo: inattesa ad altissimi livelli, la Jugoplastika giunge alla final-four alla Olympiahalle di Monaco, fa fuori il Barcellona in semifinale grazie a 24 punti di Kukoc per battere poi all’atto decisivo il Maccabi in versiona americana, partito con i favori del pronostico ma sconfitto in finale per la terza volta consecutiva, 75-69, stavolta per i 20 punti e 10 rimbalzi di Radja – eletto miglior giocatore della rassegna a quattro -, i 18 di Kukoc e i 12 di Ivanovic.

La stagione successiva, 1989/1990, la Jugoplastika continua a dominare in patria assicurandosi campionato e coppa nazionale ed in Europa è attesa alla conferma. La squadra non è più una piacevole sorpresa bensì un carro armato che non conosce ostacolo, Zoran Sretenovic in cabina di regia e Velimir Perasovic di guardia ormai fanno parte del quintetto-base e due conoscenza future del campionato italiano, Zan Tabak e Zoran Savic, sono cambi importanti in chiave europea. Stavolta il quartetto di pretendenti al titolo si presenta all’appuntamento del Pabellon Principe Felipe di Saragozza, il Barcellona ha le credenziali migliori dopo una fase a gironi fenomenale ma i catalani, ancora una volta seppur in finale, si arrendono agli slavi. Che dopo aver disposto facilmente del Limoges in semifinale, trionfa 72-67 con Kukoc sugli scudi, 20 punti e palma di MVP della final-four, e il trio Radja/Ivanovic/Perasovic a quota 12 punti.

Lasciato il nome Jugoplastika per un più commerciale Pop-84, la serie d’oro arriva a compimento l’anno dopo, 1990/1991, quando Maljkovic ha salutato per accasarsi proprio a Barcellona passando il testimone a Zeljko Pavlicevic. Anche Radja non è più della partita, trasferito a Roma, così come Sobin e Ivanovic andati a paga a Salonicco e Girona, nondimeno la squadra è competitiva e al solito dominatrice in campionato. C’è una nuova recluta, Avie Lester, ed è americano, da North Carolina State, a certificare della svolta storica in corso nel paese, trova spazio Aramis Naglic ma anche se i fattori sono invertiti la sostanza non cambia. Spalato vince quel che deve vincere a livello nazionale e per la fase finale di Coppa dei Campioni è presente all’appello al Palais Omnisports di Parigi-Bercy. Batte la Scavolini Pesaro ed accede alla terza finale consecutiva dove trova, guarda caso, il Barcellona del vecchio timoniere, “Boza“Maljkovic. Sarebbe perfetto chiudere la parabola vincente proprio al cospetto di chi quella parabola l’ha prodotta, e Zoran Savic decide di assurgere al rango di gran protagonista per compiere l’impresa. Mette a referto 27 punti, Kukoc ne segna solo 8 ma si guadagna comunque il titolo di MVP, Lester va in doppia cifra a quota 11 punti e infine, 70-65, al termine di una sfida avara di spettacolo, con i catalani ben al di sotto delle aspettative e Spalato al solito capace di esprimere efficacia e redditività quando conta, il tris è servito.

Qui si chiude l’epopea d’oro della Jugoplastika di Miljnkovic, Kukoc, Radja e compagnia bella… e non solo, in Europa è stata squadra tra le più grandi di sempre. Vediamo chi riesce a far di meglio.

QUANDO KELLY BEFFO’ ARGENTIN A SANREMO

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Sean Kelly vince la volata – da cyclismerevue.blogs.sudinfo.be

Indiscutibilmente Sean Kelly e Moreno Argentin appartengono all’elite dei grandi cacciatori di classiche. E probabilmente sono tra i più performanti della storia del pedale, basta darne un occhio al palmares. Son stati avversari per le strade di un mondo, quello del ciclismo, che andava sempre più globalizzandosi, curiosamente però hanno battagliato in confronto diretto, testa-a-testa, loro due soli, in un’unica occasione. E se per l’irlandese il ricordo profuma di gloria, l’italiano ancora ha da mandar giù il boccone amaro.

La Milano-Sanremo, lo sappiamo, ha da sempre tracciato nervoso ma non proibitivo che si presta a disegno tattico complesso ed apre le porte a pretendenti di varia estrazione tecnica. Può piacere ai velocisti che attendono l’arrivo a ranghi compatti; può solleticare la fantasia di chi ha coraggio di attaccare da lontano; risulta corsa adattissima a chi ha la stoccata sulle rampe brevi; non è vietata ad discesisti più spericolati; infine qualche volta ha premiato scalatori di provata esperienza. Ergo, in tanti la sognano ma poi solo uno ne sarà celebrato vincitore.

Per l’edizione 1992, numero  ottantatre di una meravigliosa storia nata nel 1907, si corre il 21 marzo e mai fu più veritiera l’etichetta di “Mondiale di Primavera“. Stavolta, in verità, c’è un favorito d’obbligo, che nei pronostici della vigilia ha credenziali decisamente ben superiori di quelle degli altri concorrenti al via. Moreno Argentin, appunto, che già di per sè è un fuoriclasse assoluto delle corse di un giorno, ed è in quei giorni baciato da uno stato di grazia senza precedenti: il campione di San Donà di Piave ha vinto due tappe e la classifica della Settimana Siciliana, ha dominato la Tirreno-Adriatico vincendo tre frazioni consecutive, e non fa mistero di puntare ad una corsa adattissima ai suoi mezzi ma che in precedenza lo ha sempre respinto, seppur terzo da giovanissimo nel 1982 e quarto nel 1990. Chiappucci è campione in carica ma il suo secondo di quella volta, Rolf Sorensen il danese, è decisamente più in forma, vincitore proprio della Tirreno-Adriatico e intruppato, come Argentin, in seno all’Ariostea del “sergente di ferro” Giancarlo Ferretti, squadra di riferimento. Bugno e Fondriest sono gli altri azzurri di punta, l’uno trionfatore nel 1990 l’altro puledro di razza che ben si esprime tra i capi della riviera ligure, Jalabert, Museeuw e Ludwig attendono con trepidazione di poter dimostrarsi all’altezza della “Classicissima“.

Fabrizio Convalle, in maglia Amore&Vita e vincitore della tappa di Teramo al Giro d’Italia del 1990, è il temerario che azzarda la fuga a lunga gittata. Prende cappello dal gruppo dopo trenta chilometri e rimane per ore in solitaria avanguardia. Acquisisce quasi ventidue minuti di vantaggio, ma la corsa è lunga, 294 chilometri, e la sorte è segnata. Sul Passo del Turchino, asperità che ha fatto la leggenda della corsa, il margine è ridotto a quattordici minuti, Fontanelli e Fabrizio Bontempi escono dal plotone e provano la rincorsa. Che si completa a Borghetto Santo Spirito, ma è già l’ora di cominciare a far sul serio e nella zona dei capi, Mele, Cervo e Berta, il gruppo è di nuovo compatto. Ci prova Rijs, altro uomo Ariostea, che guadagna qualche secondo ma non va oltre, sulla Cipressa è la volta del messicano Alcalà che scollina con dieci secondi di vantaggio ma anche per lui non c’è possibilità di fuga. L’Ariostea stoppa ogni tentativo con l’eccellente Furlan, proprio mentre Bugno, Chiappucci e Indurain sono eliminati da una caduta, così come Cassani che incoccia in uno scooter a bordo strada. La bicicletta dell’attuale c.t.della nazionale rimbalza tra i corridori e Sean Kelly la evita per miracolo riparandosi con le mani.

Già, proprio Sean Kelly, che veste la casacca Festina, che è stato sempre al coperto nella pancia del gruppo ma che comincia a farsi vedere nelle prime posizioni quando la corsa entra nel vivo. L’irlandese ha quasi 36 anni, vinse a Sanremo nel 1986 davanti a Lemond e Beccia ed in chiusura del 1991 ha vinto il Giro di Lombardia. Insomma, pur ormai a fine carriera, ha classe ed esperienza da vendere per piazzare l’ennesima zampata del campione. Sul Poggio è il francese Boyer il primo ad accendere la miccia, ma poi è il momento per Argentin di concretizzare quel che è stato deciso a tavolino. Moreno piazza uno, due, tre, quattro, cinque scatti da antologia per selezionare la concorrenza e far esplodere il gruppo, gli avversari rotolano indietro e il veneto prende il largo. In cima alla rampa ha sette secondi di vantaggio sugli immediati inseguitori, Fondriest e Sorensen, in discesa non pennella traiettorie azzardose e quando meno se l’aspetta, ad ottocento metri dal traguardo, vede la maglia azzurra di Kelly, artefice di una discesa da vero kamikaze, materializzarsi alla sua ruota.

Il colpo è letale, Argentin va in blocco morale e la volata a due non ha storia, Kelly brucia l’italiano e conquista la Milano-Sanremo. Quella della beffa, perché a tre secondi sopraggiunge il gruppo regolato da Museeuw. Mannaggia Moreno, quanto ci sei andato vicino…

PIETRANGELI RE DI FRANCIA NEL 1959

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Nicola Pietrangeli vincitore a Parigi – da levocidellanotte.forumfree.it

Forse qualcuno potrà obiettare sul fatto che Nicola Pietrangeli sia stato il miglior tennista prodotto dal Belpaese, preferendogli magari Adriano Panatta, ma quel che è certo è che il ragazzo nato a Tunisi e trasferito giovanotto a Roma è stato il pioniere a sventolare il tricolore in un torneo del Grande Slam. E già questo è meritevole di primato assoluto.

Quando Pietrangeli si presenta al Parc d’Auteuil per gli Internazionali di Francia del 1959 ha già in bacheca un trionfo a Roma, due anni addietro, e nel 1958, primo italiano appunto della storia, ha colto il successo nel doppio misto al Roland-Garros, accoppiato alla britannica Shirley Bloomer. Il professionismo ha tolto di mezzo l’australiano Mervyn Rose, che è campione uscente a Parigi e proprio nel 1958 ha battuto Pietrangeli in una splendida finale a Roma risolta al quinto set, i favori del pronostico sono quindi riversati sul cileno Luis Ayala, finalista a Parigi e detentore del titolo a Roma. Neale Fraser è testa di serie numero 2, sono della partita anche due giovani australiani che faranno parlar di loro in un futuro prossimo, Emerson numero nove e Laver numero tredici, gli americani si affidano a Budge Patty, numero otto e re nel 1950, il “vecchio” Drobny che vinse nel 1951 e nel 1952 è numero dieci del seeding e tra i primi sedici trovano posto anche Orlando Sirola e Giuseppe Merlo, seppur ben più avvezzi alla pratica del doppio.

Pietrangeli ha talento naturale, fa leva sul rovescio che è colpo tra i più redditizi ed eleganti del panorama tennistico mondiale e da fondocampo ha pochi rivali. Non rigetta il gioco di volo, con tocco delicato ed istinto felino, sebbene si faccia preferire in risposta e nel contrattacco, che spesso affida alla smorzata che lascia sui blocchi l’avversario. E’ testa di serie numero tre, al Roland-Garros, occupa la parte bassa del tabellone e all’esordio il sorteggio gli offre in sacrificio il messicano Mario Lamas, già soddisfatto di strappare un set ed impegnare più del dovuto il fuoriclasse italiano. Lo spagnolo Couder, 6-3 6-2 6-2, e il danese Ulrich, 7-5 6-3 6-4, non rappresentano ostacoli impegnativi per Nicola che di slancio guadagna la semifinale dopo aver surclassato anche il britannico Billy Knight, 6-1 6-2 6-1. Qui trova sulla sua strada l’avversario previsto, ovvero Fraser, che ha ruolino di marcia immacolato e ha spento l’illusione del giovane connazionale Martin Mulligan, killer agli ottavi di Drobny. Pierre Darmon, sesto favorito del torneo, era il francese di punta in questo settore di tabellone, ma il transalpino esce subito di scena, eliminato in cinque tiratissimi set dal cecoslovacco Javorsky.

Nell’altra fetta di tabellone Ayala lascia un paio di set per strada a Merlo agli ottavi e ferma la corsa di Emerson ai quarti di finale, il sudafricano Veermak suda e soffre ma infine prevale alla distanza con il francese Haillet, il migliore dei suoi, e il belga Brichant, Laver paga dazio all’inesperienza rimbalzando al terzo turno con l’austriaco Legenstein e allo stesso stadio della competizione Orlando Sirola si arrende nettamente al danese Nielsen, vincitore con un rapido 6-2 6-3 6-4.

Ad altezza semifinale, dunque, ecco il poker d’assi atteso alla vigilia. Ed è parziale sorpresa, perché se è vero che la sconfitta di Ayala con Veermak fa gridare alla sensazione per responso ed entità numerica, 6-2 6-1 6-4, quella di Fraser con Pietrangeli, sempre in tre set, 7-5 6-3 7-5, è giustificabile per la maggior adattabilità dell’italiano alla superficie in terra battuta.

Sabato 30 maggio è tempo di fare la storia, per il tennis italiano. Nicola Pietrangeli ha solo l’ultimo atto da portare a compimento, far fuori il sudafricano Ian Veermak che seppur finalista è ben più predisposto ai campi veloci, dove esprime il meglio del suo repertorio di servizi e voleé. Ad onor del vero Veermak ci prova anche con Pietrangeli, e per un set, il primo, gli va pure bene visto che intasca il parziale 6-3, dopodiché l’azzurro aggiusta la misura del passante e la sfida cambia padrone. Pietrangeli vince tre set in scioltezza, 6-3 6-4 6-1, e si porta a casa la Coppa destinata al vincitore.

E’ il primo successo bianco-rosso-verde in singolare in una prova del Grande Slam… e la terra di Francia, casa dei cugini, è proprio il teatro ideale per scrivere una bella pagina di storia sportiva.