COPPA KORAC 1995, CON L’ALBA BERLINO L’UNICO TRIONFO EUROPEO DEL BASKET TEDESCO

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L’Alba Berlino festeggia la vittoria in Coppa Korac – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Parlate di calcio, con i tedeschi, seppur quest’anno sia loro andata buca in Russia. Magari tornate ai tempi d’oro di Becker e Steffi Graf, quando il vertice del tennis apparteneva ai teutonici. Potreste anche trattare di motori, Vettel e Mercedes, e trovereste terreno fertile. Ma il basket non è proprio la loro riserva di caccia sportiva preferita.

Nondimeno negli anni Novanta la pallacanestro di là dal Reno conosce un inatteso momento di gloria, con il clamoroso successo agli Europei disputati in casa nel 1993, quando Christian Welp trascina il quintetto guidato da Svetislav Pesic al trionfale 71-70 in finale con la Russia. E due anni dopo, nelle competizioni per club che fino a quel dì hanno sempre bocciato le ben scarse illusioni germaniche, è l’ora di sfatare un tabù. E l’impresa, in Coppa Korac, riesce all’Alba Berlino, sulla cui panchina, casualmente, subito dopo il trionfo continentale nelle kermesse per nazionali, siede proprio Pesic.

Ad onor del vero la squadra berlinese ha storia brevissima, essendo nata solo nel 1991 sulle ceneri del BG Charlottenburg di cui l’Alba ha rilevato i diritti. Ed i primi tre anni sono già promettenti, con la finale in Bundesliga nel 1992 persa 3-0 con il Bayer Leverkusen che poi, con lo stesso risultato, boccia le ambizioni dei ragazzi di Pesic due anni dopo in semifinale. Nel frattempo l’Alba Berlino, nel quadro di una crescita costante, approccia l’Europa, anche se in Coppa Korac sbatte il muso contro gli spagnoli del Elosua Leon nel 1993, per poi fermarsi dodici mesi dopo nella fase a gironi. Ma la stagione 1994/1995 è alle porte e i tedeschi sono pronti al grande salto.

In effetti l’Alba, se da un lato conferma ormai il suo status di sfidante del Bayer Leverkusen in campionato, rinnovando l’appuntamento con la finale così come, ahimé per lei, anche con la sconfitta, altro 3-0 all’atto decisivo, in Europa il cammino è entusiasmante ben oltre le più rosee aspettative e produce un risultato a sensazione. In assenza del Paok Salonicco, vincitore dell’edizione 1994, e che per l’anno in corso è impegnato in Coppa dei Campioni, l’entry list è aperta da un poker di squadre tricolori che puntano a far bottino pieno, ovvero l’Illycaffè Trieste, finalista appunto con gli ellenici seppur con l’ausilio del marchio Stefanel che stavolta è associato a Milano, la Filodoro Bologna che si appresta a vivere il decennio d’oro della sua storia cestistica, e la Birex Verona di Franco Marcelletti. Estudiantes Madrid, Manresa, Caceres e Caja San Fernando Siviglia battono bandiera iberica, l’Aris Salonicco difende le chances della Grecia al pari di Panionios Atene e Peristeri e Dinamo Mosca, Ulker e Pau Orthez hanno blasone ed organico sufficientemente attrezzati per coltivare legittime ambizioni di vittoria finale.

Dopo un turno preliminare che ha operato la prima scrematura delle 95 squadre iscritte al torneo, i primi due turni non riservano sorprese clamorose, con la sola eliminazione dell’Aris Salonicco che cede di misura nella sfida più interessante con la Dinamo Mosca, recuperando solo tre dei cinque punti di passivo accumulati nel match d’andata (99-94 con 38 punti di Tony Ehite e 86-89). Italiane e spagnole avanzano in blocco alla fase a gironi, che impegna sedici squadre, ed accanto alle favorite della vigilia, ecco anche l’Alba Berlino, che dopo aver eliminato gli ungheresi del Zalaegerszegi vincendo facilmente le due sfide in calendario (Alibegovic miglior marcatore con 20 e 16 punti rispettivamente), riserva stessa sorte ai francesi del Digione (Alibegovic 20 punti all’andata e Rodl 29 al ritorno).

L’Alba Berlino si affida alla regia sapiente di Sasa Obradovic, con l’ex-Fortitudo Teoman Alibegovic a bucare le retine supportato da Rodl e Freyer e con Gunther Behnke a raccattare i palloni rifiutati dal canestro. Il cocktail risulta vincente, con il contributo prezioso del nigeriano naturalizzato tedesco Okulaja e dell’altro teutonico con sangue turco nelle vene Ozturk, e con Machowski, Braun, Baeck e Falk a completare la rotazione a disposizione di coach Pesic. Che ci mette del suo, ma proprio tanto del suo, per amalgamare alla perfezione un gruppo di talento ma con poca esperienza internazionale, anche se gli stessi Rodl, Ozturk, Behnke e Baeck facevano parte della Germania campione d’Europa, inserito nel gruppo che comprende Pau Orthez, Estudiantes Madrid e Birex Verona.

L’iniziale, fragorosa sconfitta interna con i francesi, 82-101 con 30 punti di Winslow a vanificare i 25 punti di Alibegovic, sembra non lasciare troppe speranze all’Alba Berlino di proseguire il suo percorso europeo, a cui fa seguito, dopo il successo con Verona 76-66 firmato ancora da 29 punti di Alibegovic, un’altra sconfitta che parrebbe letale, seppur questa di misura, con l’Estudiantes, 65-63 grazie a 24 punti di Michael Smith. Ed invece le tre partite di ritorno rivoluzionano la classifica, con il Pau Orthez che si assicura il primo posto vincendo cinque delle sei partite ma perdendo in casa, 78-80 grazie a 32 punti di Alibegovic e al contributo di Rodl e Baeck con 18 e 17 punti, quella che risulta decisiva per il passaggio del turno della squadra di Pesic, che con il successo il Francia ed un clamoroso 107-80 all’ultimo turno con l’Estudiantes con Baeck top-scorer con 23 punti, in contemporanea alla sconfitta di Verona a Pau (con i giocatori tedeschi, in mancanza di internet, nel cerchio di metacampo ad attendere notizie confortanti via telefono), a sua volta vola ai quarti di finale.

A questo stadio della competizione giungono anche Trieste, che esce per mano del Caceres che rimonta in Spagna, 118-96 con 29 punti di Paraiso, il passivo accusato in Italia, 82-93, Milano che con Pessina, Bodiroga e De Pol sugli scudi liquida facilmente il Panionios, e appunto il Pau Orthez che grazie a 21 punti di Conrad McRae e 18 punti di Didier Gadou ribalta in casa, 88-73, la sconfitta esterna con l’Ulker, 65-72. Dal canto suo l’Alba Berlino, opposta alla Filodoro Bologna, vince di misura al Palazzetto di Charlottenburg gremito nei suoi 3.000 posti per questa prima volta ai quarti di finale, 77-73 con 18 punti di Rodl, reggendo poi l’urto in trasferta ala Paladozza, 80-80 con Djodjevic a 29 punti ben contrastato da Alibegovic con 19 punti, e conquistndo una storica promozione alle semifinali. Dove ad attendere i tedeschi ci sono gli spagnoli del Caceres, con Milano che invece affronta i francesi del Pau Orthez, infine battuti nelle due partite, con Bodiroga assoluto dominatore davanti al pubblico amico del Forum di Assago con 34 punti a confezionare il 90-85 che dischiude al quintetto di Boscia Tanjevic le porte della finale.

Dove, a sorpresa perché è una prima volta per il basket tedesco, c’è proprio l’Alba Berlino, che in casa pennella la gara perfetta imponendosi con un netto 93-70 che porta la firma di Rodl e Alibegovic, entrambi a quota 24 punti, e Obradovic, che ai 23 punti aggiunge anche 11 rimbalzi e 5 assist. Con un margine di vantaggio così ampio alla squadra di Pesic non rimane che contenere al ritorno il prevedibile ma inoffensivo tentativo di rimonta del Caceres, costretto infine a cedere anche davanti al pubblico amico alle prodezze in attacco di Alibegovic, ancora una volta incontenibile e miglior marcatore della serata con 26 punti.

L’appuntamento con la storia per l’Alba è fissato per il 15 marzo, quando i 9.000 appassionati fasciati di giallo-azzurro della Deutschlandhalle di Berlino attendono i loro eroi all’ultima recita. A questa sfida i tedeschi giungono dopo aver imposto lo stop alla Stefanel Milano nel match di andata al Forum di Assago, 87-87, trascinati dalla furia agonistica di uno stratosferico Obradovic che mette a referto 34 punti, consentendo alla sua squadra di ricucire lo strappo che a metà secondo tempo aveva permesso a Bodiroga e Gentile, autori rispettivamente di 17 e 16 punti, di allungare sul +10, 55-45. In Germania la musica è ben diversa, il trionfo europeo del 1993 è troppo vicino per non aver rinforzato nell’animo dei berlinesi il desiderio del bis, e l’Alba non tradisce. Milano ha Fucka, in non buone condizioni fisiche, relegato in panchina e verrà impiegato infine per 22 minuti (e 6 punti), nondimeno la squadra di Tanjevic vende cara la pelle grazie alla classe di Nando Gentile che spara con precisione da tre punti e al contributo di Sconochini, che costruiscono un vantaggio di cinque punti, 45-40, per il 48-47 all’intervallo che la dice lunga sull’equilibrio del match. E sulla serata di grazia di Alibegovic, già a quota 24 punti a metà gara. Nel secondo tempo la Stefanel tenta un nuovo allungo sul 54-49 ma un parziale di 12-2, complice l’uscita per raggiunto limite di falli di Pessina, spezza la partita in due a favore dell’Alba Berlino. De Pol è un gigante con 16 punti e 10 rimbalzi ma può solo limitare i danni di Milano, che pur rimanendo in partita fino al suono della sirena, cede progressivamente campo ad Alibegovic, che chiude con 34 punti e 11 rimbalzi, e a Rodl, a sua volta autore di 16 punti.

Finisce 85-79 per l’Alba Berlino, ed ora sì, a pieno titolo e a squarciagola, può urlare all’Europa che in Germania, oltre al calcio, si gioca bene anche a pallacanestro.

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GOLDEN STATE, UN LAMPO NEL PANORAMA NBA PRIMA DELL’ERA CURRY

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Rick Barry al tiro nella Finale contro i Bullets – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

La squadra del momento, nel panorama cestistico americano, sono i Golden State Warriors, capaci di raggiungere per quattro anni di seguito la Finale del Campionato NBA, nonché di aggiudicarsi tre delle relative sfide, sempre avendo come avversari i Cleveland Cavaliers di ”Sua Maestà” LeBron James.

In questi casi è pressoché d’obbligo andare a rivisitare la storia di una franchigia che – grazie all’apporto dei propri “Big Three”, sotto le sembianze di Stephen Curry, Kevin Durant e Klay Thompson – rischia di divenire una vera e propria dinastia nell’ambito del Basket professionistico americano, per scoprirne le radici e relative origini.

E ne viene fuori un quadro alquanto curioso, visto che Golden State – peraltro l’unica squadra NBA che non ha nel proprio nome né la città né lo Stato di appartenenza – nasce in realtà a Philadelphia, sempre come Warriors, ed ha il privilegio di conquistare il primo titolo nella stagione 1946-’47, successivamente bissato nel 1956 prima che il magnate Franklin Mieuli ne rilevasse l’intero pacchetto azionario nel 1962 trasferendo la franchigia – che nel frattempo aveva nelle proprie file il fenomeno Wilt Chamberlain, scelto al draft 1959 – sulla costa occidentale, in California, facendole assumere il nome di San Francisco Warriors.

La minor concorrenza, all’epoca, nella “Western Conference”, consente ai San Francisco Warriors di giungere due volte alla sfida decisiva per il titolo, nel 1964 e ’67, venendo peraltro in ambedue le circostanze rispettivamente sconfitti dai Boston Celtics e dai Philadelphia 76ers, ai quali era stato ceduto Chamberlain, prima di un nuovo cambio di sede.

Il trasferimento stavolta è comunque limitrofo, poiché la franchigia approda ad Oakland, città situata sulla costa est della baia di San Francisco, a far tempo dal 1971 ed anche se, come già ricordato, “Golden State” non è ufficialmente il nome di alcuna citta o Stato americano, con detta dizione (traducibile in “Stato dorato” …) si è soliti indicare la California.

Comunque, per tornare al basket giocato, gli inizi degli anni ’70 sanciscono la fine della dinastia dei Boston Celtics che avevano dominato l’intero decennio precedente e della loro storica rivalità coi Los Angeles Lakers, consentendo di far capolino anche ad altre formazioni, tra cui i New York Knicks – che nel 1970 e ’73 conquistano gli unici due anelli della loro storia – così come ai Milwaukee Bucks, che grazie alle prestazioni del futuro Kareem Abdul-Jabbar si laureano Campioni nel 1971 e giungono in Finale nel ’74, sconfitti 4-3 dai Boston Celtics guidati da John Havlicek e Jo Jo White.

In questa nuova geografia, Golden State si inserisce con una buona stagione nel 1972 – conclusa con un record di 51-31 per poi essere eliminata 4-1 al primo turno dei Playoff dai Campioni in carica di Milwaukee – seguita da un miglior percorso l’anno seguente dove, dopo essersi presa la rivincita sui Bucks, perde la Finale della Western Conference contro i Los Angeles Lakers, finalmente tornati sul trono della NBA la precedente stagione, dopo un’infinita serie di ben 7 Finali perse.

Il pur positivo record di 44-38 fatto realizzare nel 1974 non è però sufficiente ai Warriors – rappresentando il quinto miglior risultato della Western Conference – per accedere ai Playoff che, al tempo, erano riservati alle sole prime quattro squadre di ogni raggruppamento, così che per la successiva stagione viene provveduto ad una rivoluzione nel roster, con soli 6 giocatori (Rick Barry, Butch Beard, Derreck Dickey, Jeff Mullins ed i due Johnson, Charles e George) confermati, irrobustendo il quintetto base con l’arrivo del centro Clifford Ray, proveniente da Chicago, ed altresì inserendo una ventata di freschezza grazie a due azzeccate scelte al Draft del 28 maggio ’74 svoltosi a New York che portano in California la 22enne guardia Phil Smith e l’ancor più giovane ala piccola Jamaal Wilkes.

Grazie a questa nuova miscela, la squadra allenata da Al Attles, alla sua quarta stagione ad Oakland, migliora il proprio record in “regular season” a 48-34 che, se solo di 4 vittorie superiore a quello dell’anno precedente, si dimostra però sufficiente a concludere al primo posto nella Western Conference, così da assicurare il vantaggio del fattore campo nei successivi Playoff.

Con Rick Barry a confermarsi infallibile violentatore di retine con i suoi 30,6 punti di media, un importante aiuto alle sorti dei Warriors giunge dagli innesti di Ray (9,4 punti e soprattutto 10,6 rimbalzi di media) e Wilkes, il quale corona la sua prima stagione da Professionista mettendo a referto una media di 14,2 punti ed 8,2 rimbalzi, prestazioni che gli valgono il titolo di “Rookie of the Year” (“Matricola dell’Anno” …), un risultato niente male per una undicesima scelta al Draft.

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Jamaal Wilkes in azione contro Buffalo in regular season – da:gettyimages.it

Tutto ciò consente a Golden State di affrontare con rinnovato entusiasmo la post-season che la vede affrontare al primo turno i Seattle Supersonics di Tom Burleson, Fred Brown e Spencer Haywood, serie che si aggiudica per 4-2 con Rick Barry decisivo in gara-1 (123-96 con 39 punti a referto) ed in gara-3, dove i suoi 33 punti consentono ai Warriors di violare per 105-96 il parquet avversario dopo che in gara-2 era stata Seattle ad affermarsi in California 100-99.

Attesi alla Finale di Conference dai Chicago Bulls, i Warriors si trovano ad un passo dall’eliminazione dopo l’esito di gara-5 che li aveva visti soccombere 79-89 sul parquet amico, complice una serata negativa al tiro sia di Barry che di Wilkes, con la prospettiva di dover espugnare l’United Center per tenere vive le speranze di qualificazione.

E, in una gara dal punteggio basso, emerge tutta la precisione al tiro di Barry, che iscrive da solo a referto ben 36 degli 86 punti (a 72) con cui Golden State riporta l’esito della serie in parità, per poi assestare il colpo decisivo nel conclusivo settimo incontro alla “Coliseum Arena”, vinto 83-79 dopo aver rimontato uno svantaggio di 36-49 all’intervallo, grazie ad una straordinaria serata di Jamaal Wilkes, il quale fa onore al fresco titolo di “Matricola dell’Anno” mettendo a segno 23 punti con una media di 10 su 19 al tiro e 3 su 4 ai liberi.

L’aver raggiunto per la prima volta dopo 8 anni le Finali per il titolo non è però sufficiente a fare dei Warriors i favoriti per la conquista dell’anello, visto che sulla costa orientale si sono affrontate formazioni di ben altro spessore, con a prevalere per 4-2 i Washington Bullets sui Boston Celtics, due compagini, tanto per chiarire, che avevano concluso la “regular season” con l’identico record di 60-22.

E, del resto, anche i quattro precedenti in stagione avevano confermato tale trend, visto che nel Maryland i Bullets avevano collezionato due vittorie (99-91 e 125-101), avendo altresì violato 98-97 il Coliseum nell’ultimo confronto del 6 febbraio ’75, così che l’unica ancora di salvezza per i Warriors era legata al successo casalingo per 104-96 ottenuto il 4 gennaio ’75.

Con lo svantaggio del fattore campo, la serie per l’assegnazione del titolo NBA si apre domenica 18 maggio 1975 al “Capital Centre” di Landover, nel Maryland, un incontro che sembra avviato verso la più logica conclusione, con Washington a guidare 54-40 all’intervallo lungo, prima che Attles giochi la carta vincente nella figura di Phil Smith che, inizialmente in panchina, mette a segno 20 punti nei suoi soli 31’ giocati, risultando – assieme al grande lavoro sotto i tabelloni di Ray e Wilkes con 16 e 13 rimbalzi rispettivamente – decisivo per completare un’incredibile rimonta sino al 105-96 conclusivo.

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Rick Barry al tiro in gara-1 – da:gettyimages.it

Due giorni dopo si replica in California, ma non alla “Coliseum Arena” di Oakland, bensì al vicino “Cow Palace” di Daly City, con i Bullets – guidati dal cecchino Phil Chenier e potendo contare sulla potenza di Wes Unseld a rimbalzo – a cercare il riscatto, con una sfida punto a punto dopo un iniziale vantaggio di 13 punti per gli ospiti, decisa da uno straordinario Rick Barry che replica con i suoi 36 punti ai 30 di Chenier per Washington, conclusa sul 92-91 per Golden State, anche se i Bullets falliscono, a 6” dalla sirena, il canestro del sorpasso.

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Schiacciata di Clifford Ray in gara-2 – da:gettyimages.it

Con la serie inaspettatamente sul 2-0, i Warriors hanno la possibilità, il successivo venerdì 23 maggio, di portarsi sul 3-0 – un vantaggio che mai è stato rimontato in una serie di Playoff nella Storia della NBA – ospitando ancora per gara-3 i Bullets, per quella che sarà etichettata come “La gara perfetta” da parte di Barry & Co., con Golden State a comandare per tutti i 48’ ed il suo leader autore di una prestazione magistrale, con 38 punti a referto, frutto di 12 su 23 al tiro e 14 su 16 ai tiri liberi, così che il 109-101 con cui si conclude l’incontro fa sì che quella che era da tutti pronosticata come una “Mission impossible” si stia per materializzare.

Importante chiave di lettura nel trionfo dei Warriors è il fondamentale apporto della panchina – anche nella vittoriosa gara-3 George Johnson fornisce il proprio contributo con 10 punti e 9 rimbalzi nei 16’ giocati – visto che, al termine delle prime tre sfide, il confronto in termini di punti delle “seconde linee” delle due finaliste è impietoso, facendo registrare un divario di  115-53 (!!) in favore di Golden State.

Basta solo, a questo punto, mantenere i nervi saldi e non farsi prendere dall’euforia, visto che Washington ha pur sempre a disposizione tre delle eventuali quattro prossime gare sul parquet amico, ed in queste situazioni non vi è niente di meglio che cercare di approfittare dello stato di frustrazione degli avversari, cosa che, puntualmente, si verifica in una peraltro combattutissima gara-4.

Con l’intensione quantomeno di salvare l’onore, il tecnico del Bullets K.C. Jones – uno che di Finali se ne intende, avendone vinte 8 da giocatore con la maglia dei Boston Celtics – affida la marcatura di Rick Barry a Mike Riordan, il quale prende un po’ troppo sul serio l’incarico, scatenando le ire di Attles, il quale si fa anche espellere verso la metà del primo quarto entrando in campo per fronteggiare Riordan, al quale Barry aveva affibbiato uno spintone dopo essere stato scaraventato a terra da un brutto fallo da dietro.

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Rick Barry al tiro nella decisiva gara-4 – da:si.com

E. come al solito, il vantaggio iniziale di 14 punti di Washington – che chiude sul 30-20 in proprio favore il primo parziale – viene nel corso dei restanti minuti progressivamente eroso dal ritorno dei Warriors che affrontano l’ultimo quarto sotto di tre punti (70-73) per poi toccare al playmaker Butch Beard salire agli onori della ribalta mettendo a segno gli ultimi 7 punti della sua squadra, nonché della serie, compresi i due decisivi tiri liberi che sanciscono il 96-95 conclusivo per un incredibile “cappotto” inflitto da Golden State ai favoritissimi Bullets.

Va così in archivio quella che per molti addetti ai lavori rappresenta la più sorprendente vittoria in una serie finale – ricordiamo le 12 vittorie di differenza (60 a 48) in stagione regolare a favore dei Bullets – e che indiscutibilmente può essere considerata “Un lampo nel buio” nella storia della franchigia, ove si consideri che, dopo aver perso l’anno seguente la Finale della Western Conferenze 4-3 contro i Phoenix Suns, per poter rivedere i Warriors a tali livelli, occorrerà attendere 40 anni esatti, sino ai giorni nostri dell’era Curry con il trionfo del 2015 …

Ah, dimenticavo, chi credete che sia stato scelto come MVP della serie finale … ?? Ma Rick Barry ovviamente, e chi altrimenti, viste le sue statistiche che recitano 29,5 punti, 5 assist e 4 rimbalzi di media a partita …

 

BODIROGA, “IL COLOSSO DI MAROUSI” CHE DECISE LA FAVOLOSA SEMIFINALE MONDIALE CON LA GRECIA DEL 1998

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Dejan Bodiroga – da video.gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Sarebbe riduttivo stilare una classifica dei giocatori europei che più di altri hanno regalato diamanti di sapienza cestistica. Tra questi, nondimeno, uno di loro merita un posto particolare, per raffinatezza ed eleganza del gesto, un certo Dejan Bodiroga, che per almeno tre lustri ha deliziato le platee d’Europa.

Bodiroga, classe 1973, serbo di nascita nella cittadina di Klek, proviene dall’inesauribile fucina di fuoriclasse del canestro che da sempre è la Yugoslavia, a fine anni Ottanta non ancora infiammata dai germi distruttivi delle ideologie nazionaliste che di lì a poco ridurranno a brandelli l’illusione unitaria coltivata dal maresciallo Tito. Il giovane Dejan apprende il mestiere velocemente, illustrando un talento raro e attirando su di se le attenzioni dello Zara, che appena 17enne lo lancia in prima squadra venendone ben presto ripagato con prestazioni che convincono il selezionatore della Nazionale yugoslava a selezionarlo per i Mondiali Under 19 del 1991 che hanno sede in Canada e vedranno infine Bodiroga eletto MVP della rassegna. Succederà ancora, in ben altro contesto.

Lo scoppio della guerra in Yugoslavia spreme un’enorme tributo non solo di sangue umano ma anche di speranze individuali disilluse, e Dejan, serbo in casa croata, nel 1992 è costretto a lasciare Zara, per accasarsi in Italia all’ambiziosa Stefanel Trieste di Bogdan Tanjevic, dopo aver rifiutato le allettanti proposte di Aek Atene e Olympiacos che hanno imposto al ragazzo, conditio sine qua non, di acquisire cittadinanza greca. Due anni in Friuli e due successive stagioni a Milano sono più che sufficienti per innalzare il campione serbo a stella di primissima grandezza del panorama europeo del basket, status che verrà confermato, anzi oserei affermare senza pericolo di smentita alcuna, rinforzato dalle esperienze che porteranno Dejan a vestire in successione le casacche di Real Madrid, Panathinaikos e Barcellona, concludendo poi la carriera nuovamente in Italia, a Roma. Ma c’è un luogo, un evento ed una data speciale nel suo percorso agonistico che forse più di ogni altro rende pieno merito alla classe di Bodiroga.

Corre l’anno 1998 e a chiusura di un quadriennio che ha visto la Yugoslavia, smembrata geopoliticamente ma ancora attiva a livello sportivo seppur composta esclusivamente da giocatori serbi, dominare due edizioni degli Europei (1995 in Grecia e 1997 in Spagna) ed esser giunta seconda alle Olimpiadi (1996 ad Atlanta), la stessa Grecia ospita l’edizione numero 13 dei Mondiali. In cui gli Stati Uniti, detentori del titolo in virtù del successo di quattro anni prima in Canada con Shaquille O’Neal eletto miglior giocatore del torneo, ad onor del vero stavolta si vedono costretti dal serrate dei giocatori NBA che ritarderà l’inizio della Lega, a schierare una formazione composta di soli atleti ingaggiati in Europa. E questo penalizzerà la squadra di Rudy Tomjanovich, che non andrà oltre il terzo posto.

Sedici squadre sono puntuali all’appuntamento iridato, tra queste l’Italia, che chiuderà in sesta posizione, guidata in panchina proprio da Tanjevic e con in campo un Gregor Fucka tanto bravo da venir infine inserito nel quintetto ideale della rassegna. Ma con gli Stati Uniti in formato ridotto, sono la stessa Yugoslavia che Zeljko Obradovic ha già portato sul tetto del mondo nel 1990 in Argentina, la Russia del leggendario Sergej Belov e i padroni di casa della Grecia con l’altrettando leggendario (almeno per gli ellenici) Panagiotis Yannakis che dal campo si è spostato in panchina, a dividersi i favori del pronostico, con la Spagna del bomber Herreros, l’Argentina di un giovane Ginobili e la Lituania orfana di Sabonis a giocare il ruolo di outsiders.

In effetti la prima fase a gironi non riserva sorprese, con la Grecia ad imporsi nel Gruppo A demolendo l’Italia 64-56 nello scontro diretto, la Yugoslavia che nel Gruppo B prevale 82-74 sulla Russia con Rebraca che ne mette 23 e raccatta 14 rimbalzi, la Lituania che nel Gruppo C smaschera la mancanza di competitività ad altissimi livelli degli Stati Uniti e la Spagna che nel Gruppo D batte in volata sia l’Australia di Gaze ed Heal che l’Argentina presa per mano da un eccellente Hugo Sconochini garantendosi il primo posto davanti ai sudamericani. Con i risultati acquisiti nel primo turno, le migliori otto squadre accedano alla seconda fase, suddivise in due gironi, e se la Yugoslavia, a dispetto di una sconfitta di misura con l’Italia che con il successo per 61-60 grazie a 16 punti di Fucka vola ai quarti di finale, accede al tabellone ad eliminazione diretta assieme anche a Russia e Grecia, altrettanto fanno Stati Uniti, Spagna, Argentina e Lituania, ovvero tutte le formazioni che all’inizio della manifestazione comparivano nei pronostici degli addetti ai lavori.

Ed ai quarti di finale le cose cominciano a farsi interessanti, con la Russia che non lascia scampo nel derby alla Lituania, 82-67 grazie a 31 punti di Karasev, gli Stati Uniti che eliminano di un niente un’Italia coriacea, 80-77 nonostante i 32 punti di un enorme Carlton Myers, e Yugoslavia e Grecia che guadagnano un posto tra le migliori quattro battendo Argentina e Spagna, non abbastanza forti da sconfiggere il talento degli slavi e l’ardore patriottico degli ellenici. L’8 agosto sono in programma le due semifinali, con la Russia, trascinata da Vasili Karasev, che infrange definitivamente le speranze americane di confermarsi campioni del mondo, 64-62, e Yugoslavia e Grecia che a loro volta librano un match destinato a rimanere nell’almanacco delle sfide epiche della storia della pallacanestro.

La Athens Olympic Indoor Hall di Marousi, cittadella alle porte di Atene resa celebre da Henri Miller con il diario di viaggio “il colosso di Marousi“, è colma all’inverosimile e rigurgita passione nazionale quando le due squadre scendono in campo per l’ennesima rivincita di quelle che furono la memorabile semifinale degli Europei del 1987 che santificò il genio di Nikos Galis e la finale di due anni dopo risolta nel nome del “Mozart dei canestri“, al secolo Drazen Petrovic, e che conobbero già altri due atti con le semifinali continentali del 1995 (proprio a Marousi, con Danilovic sugli scudi con 19 punti) e del 1997 (a Barcellona, con Bodiroga migliore in campo con 22 reti), entrambe favorevoli agli slavi. Ed è un’altra pagina di grande basket che viene scritta dai protagonisti, su cui si erge un Bodiroga senza precedenti.

Il 25enne serbo, che nelle due ultime stagioni ha deliziato il pubblico di Madrid e che dopo l’estate iridata volerà proprio in Grecia, assoldato dal Panathinaikos con cui vincerà due edizioni di Eurolega, pennella una prestazione sublime, mettendo a referto 31 punti frutto di 9/13 al tiro da due e 13/16 dalla lunetta, a cui aggiungere 5 rimbalzi e 4 assist. Ben assistito da Zeljko Paspalj, a sua volta autore di una doppia doppia con 20 punti e 13 rimbalzi, Bodiroga trascina la Yugoslavia ad una sofferta vittoria al tempo supplementare, 78-73 nonostante la Grecia possa vantare un Nikolaos Oikonomou sontuoso autore di 25 punti, completando poi l’opera ventiquattro ore dopo quando, in una finale altrettanto lottata punto a punto con la Russia, andrà a cogliere il titolo mondiale, 64-62, suggellando una prestazione meno scintillante ma sufficientemente concreta con 11 punti 5 rimbalzi e 2 assist. Trionfo iridato che l’ala serba vedrà sublimato dall’elezione a MVP della rassegna, perché se ad Atene, in quell’estate del 1998, “il colosso di Marousi” ha assunto sembianze umane, quelle avevano il volto cestistico di Dejan Bodiroga.

JERRY WEST, UNA VITA SPESA AL SERVIZIO DEI LOS ANGELES LAKERS

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Jerry West – da:wearebasket.net

articolo di Giovanni Manenti

Pensate ad un giocatore di basket in grado di possedere un tiro micidiale, saper difendere al meglio, di un perfezionismo ossessivo, imperturbabile in ogni frangente del match e con una pazzesca voglia di vincere, ecco tutto questo lo potete trovare in Jerry West, l’anima per tre lustri dei Los Angeles Lakers.

E ciò, nonostante possa apparire  a prima vista niente più che un “perdente di successo”, considerato che nelle 14 stagioni in cui ha indossato la canottiera giallo viola ha avuto la sfortuna di vincere un solo titolo NBA nonostante sia giunto all’atto conclusivo in ben 9 occasioni, nell’epoca in cui vigeva la “Boston Dinasty” di Red Auerbach e Bill Russell ad Est, cui, nell’ultima parte della sua carriera, si è sovrapposta la più forte formazione dei New York Knicks di ogni epoca.

Ma andiamo con ordine, Jerry nasce il 28 maggio 1938 a Chelyan, in West Virginia, quale quinto di sei fratelli di una famiglia povera, il cui padre è minatore, ed ha un’infanzia difficile, sia dal punto di vista fisico – è talmente piccolo, debole e gracile da necessitare iniezioni di vitamine ed essere tenuto in disparte dal praticare qualsiasi tipo di sport coi coetanei – che psicologico, in quanto la morte nella Guerra di Corea del fratello maggiore 21enne, al quale era molto attaccato, lo induce a chiudersi in sé stesso.

L’unica sua forma di sfogo è quella di passare ore ed ore a tirare la palla in un canestro che un suo vicino aveva inchiodato sopra la porta di un ripostiglio, affinando così quello che sarebbe poi divenuto il suo “marchio di fabbrica” negli anni a venire, vale a dire una ossessione maniacale nel perfezionare la propria tecnica al punto di fargli dire, al termine di una gara in cui aveva messo a segno 16 dei 17 tiri dal campo, realizzato tutti e 12 i tiri liberi a suo favore, catturato 12 rimbalzi e servito altrettanti assist, che “difensivamente parlando, da un punto di vista di gioco di squadra, non credo di aver disputato una buona partita …!!”, questo è sempre stato Jerry West …

Dei suoi servigi inizia a beneficiare la “East Bank High School”, il Liceo che Jerry frequenta dal 1952 al ’56, ancorché nel suo primo anno il coach Duke Shaver lo releghi spesso in panchina a causa della sua altezza, del quale però apprezza gli insegnamenti tattici e, cresciuto sino a m.1,83 (aggiungerà altri 5cm. in seguito per raggiungere il m.1,88 per 84kg. al top della forma …) e divenuto il leader della squadra, è il primo a realizzare oltre 900 punti a stagione nel suo ultimo anno, ad una media di 32,2 a partita che consentono ad East Bank di vincere il Campionato statale ’56.

Un evento che fa sì che i numerosi Talent Scout a giro per le Scuole segnalino il nome di Jerry a varie Università degli States, tanto che riceve offerte da non meno di 60 College, ma lui preferisce restare vicino casa e si iscrive alla “West Virginia University”, guidando la stessa al suo miglior risultato di sempre nel Basket NCAA, raggiungendo le “Final Four” nel 1959 – evento che si ripeterà solo nel 2010 – e perdendo la Finale 70-71 contro California, dopo aver totalizzato in stagione medie di 26,6 punti e 12,3 rimbalzi a partita, mentre i 28 punti ed 11 rimbalzi contro California consentono a West di essere nominato MVP delle “Final Four.

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West (n.44) in azione al College – da:bigbluehistory.net

Il suo terzo ed ultimo anno al College è quello della definitiva consacrazione per West che, nonostante West Virginia fallisca l’accesso alle Finali universitarie (sconfitta 91-82 al supplementare da New York nelle semifinali regionali …), tocca i suoi massimi livelli con 29,3 punti e 16,5 rimbalzi a partita, fornendo altresì 134 assist ai propri compagni, così che al Draft per la seguente stagione nella NBA, svoltosi l’11 aprile 1960 a New York, non vi sono dubbi su chi saranno le prime due scelte, oltre a Jerry anche Oscar Robertson di Cincinnati, con il secondo scelto dai Cincinnati Royals, che avevano la prima opzione, mentre West va ad irrobustire il roster dei Minneapolis Lakers, che proprio in quell’anno trasferiscono la propria franchigia a Los Angeles.

Ma prima di iniziare la loro nuova esperienza nel Basket professionistico, Robertson e West devono rendere un servizio al proprio Paese, venendo nominati co-capitani della Formazione che rappresenta gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Roma ’60, in cui deliziano gli sportivi della Capitale italiana con giocate sinora sconosciute ai Palazzetti del Bel Paese, prova ne sia l’esito della gara proprio contro gli Azzurri, che gli Usa si aggiudicano per 112-81, con 22 punti di Oscar e 18 di Jerry, per poi disporre agevolmente anche del Brasile (90-63) dopo aver inflitto un pesante scarto (81-57) anche all’Unione Sovietica.

In una Lega professionistica che, ad inizio anni ’60 conta solo 8 squadre non è poi così difficile andare a giocare per il titolo ed i Lakers, dopo una prima stagione in cui comunque migliorano il proprio record rispetto all’ultimo anno a Minneapolis (da 25-50 a 36-43), centrano l’obiettivo nel 1962, con un record di 54-26 secondo solo al 60-20 di Boston che si trovano ad affrontare dopo aver eliminato 4-2 Detroit nella Finale della Western Division.

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Jerry West in maglia Lakers – da gettyimages.it

Per la prima volta opposto a Bill Russell ed al suo pari ruolo Bob Cousy, West sperimenta sulla sua pelle cosa significhi “l’orgoglio dei Celtics”, capaci di ribaltare una situazione che per più volte li vede sul punto di capitolare, a cominciare dalla sconfitta per 129-122 subita in gara-2 al “Boston Garden” (40 punti di West e 36 di Elgin Baylor), per poi non abbattersi per l’esito di gara-3 al “Forum”, allorché è ancora West ad essere decisivo nel 117-115 per i Lakers, intercettando un passaggio di Sam Jones per andare a siglare il canestro della vittoria.

Ed, allorquando i Celtics rimettono la situazione in parità violando per 115-103 il parquet avversario in gara-4, tocca ad un fenomenale Elgin Baylor (autore di 61 punti!!!) riportare i Lakers da un passo dal titolo con il 126-121 che li vede nuovamente espugnare il “Boston Garden”, solo per vedersi restituire il favore in gara-6 e rimandare il tutto alla decisiva e senza appello gara-7.

Con la coppia Baylor-West (41 punti il primo, 35 il secondo) a tenere in gara Los Angeles, a 12” dal termine, sul punteggio di 100 pari, tocca Frank Selvy avere a disposizione il tiro del titolo per i Lakers, ma la scelta di Auerbach di lasciare spazio a lui si rivela vincente, avendo sinora centrato 2 canestri su 9 tentativi, ed il suo errore da meno di 4 metri manda la sfida al supplementare che Boston si aggiudica per 110-107, grazie ad un Russell monumentale, capace di catturare 40 (!!) rimbalzi, oltre ai 30 punti messi a segno.

Una delusione difficile da digerire per chiunque, figuriamoci per West, “il quale soffre per una sconfitta più di qualsiasi altro giocatore io abbia mai conosciuto”, sentenzia Chick Hearn, il portavoce dei Lakers, ma con cui purtroppo sarà costretto a convivere a lungo nel corso degli anni successivi, che vedono Los Angeles doversi arrendere nuovamente ai Celtics nel 1963 (4-2) ed ancor più nettamente (4-1) nel ’65, stagione che però passa alla storia per l’incredibile media di 40,6 punti tenuta da West nelle 11 gare di playoff disputate, a partire dai 46,3 a partita nella Finale della Western Division contro Baltimora, di cui vale la pena ricordare la sua veste di top scorer con 49, 52, 44, 48, 43 e 42 punti in tutte e 6 le gare disputate, dovendo altresì farsi carico dell’assenza di Elgin Baylor per infortunio.

Assenza che, chiaramente condiziona l’esito della sfida per il titolo contro i Celtics, che non tarda a riproporsi in altre due stagioni consecutive, nel 1968 e ’69, con i Lakers che, nel primo caso, giungono alla serie decisiva dopo aver spazzato via Chicago (4-1, 30,2 punti di media per Baylor e 28,4 per West) e con un ancor più devastante 4-0 San Francisco, con la coppia West-Baylor a far valere 63 punti di media (33 il primo, 30 il secondo) a partita, ma ancora una volta è Boston ad avere la meglio per 4-2, espugnando in gara-6 il Forum 124-109 grazie ad una straordinaria prestazione di John Havlicek, autore di 40 punti.

E proprio la sfida tra il cecchino di Boston ed il “nostro” assume una rilevanza capitale nell’ultima recita della dinastia bostoniana nelle Finali ’69, stagione dell’addio di Bill Russell – ora in veste di Player/Manager – e che i Lakers affrontano con rinnovato ottimismo grazie all’aver messo sotto contratto nientemeno che Wilt Chamberlain, proveniente da Philadelphia, l’unico nella Lega – nel frattempo allargatasi sino a 14 partecipanti – in grado di contrastarne la supremazia a rimbalzo.

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Il trio Lakers, Baylor, Chamberlain e West – da pinterest.co.uk

Ed, infatti, sono in pochi a scommettere sui Celtics – che per la prima volta da un decennio chiudono la “regular season” al di sotto delle 50 vittorie, un 48-34 che vale loro il quarto posto nella Eastern Division – ma il loro smisurato orgoglio li porta a riscattarsi nei playoff superando dapprima Philadelphia (4-1) e quindi i New York Knicks di Willis Reed, Wilt Frazier e Bill Bradley per 4-2 grazie al successo di misura 106-105 in gara-6 che evita loro la decisiva gara-7 al Madison Square Garden.

Ma una cosa è aggiudicarsi il titolo di Divisione ed un’altra dover affrontare i Lakers assetati di vendetta e con il fattore campo a loro disposizione, ed allorché i primi due incontri della serie finale al Forum si concludono con altrettanti successi (120-118 con 53 (!!) punti di West e 23 rimbalzi di Chamberlain, contro i 37 punti di Havlicek ed i 27 rimbalzi di Russell), cui segue un più netto 118-112 in gara-2, nonostante i 43 punti di Havlicek, cui West risponde da par suo mettendone 41 a referto) per i padroni di casa, i “de profundis” per Boston son già belli e pronti.

Los Angeles che, dopo aver perso 105-111 gara-3 al “Boston Garden” (ancora Havlicek a segno con 34 punti), avrebbe la possibilità di sferrare il colpo del knock down in gara-4, sempre sul parquet avversario, in un match dalle insolite basse percentuali al tiro (a parte West, unico con il 50% di realizzazioni e 40 punti a segno) e che vede i Lakers avanti di uno (88-87) e palla in mano a 7” dalla sirena, allorché a Baylor viene fischiato un controverso fallo di piede avendo calpestato la linea laterale, ed il cambio di possesso consente a Sam Jones di realizzare il canestro del sorpasso.

Sconfitta ammortizzata dal netto 117-104 di gara-5 al Forum, con West e Chamberlain mostruosi al tiro e sotto i tabelloni (con 39 punti e 31 rimbalzi, rispettivamente), ed anche se Boston allunga la serie sino a gara-7 con il 99-90 al Garden, quasi tutti sono convinti che il 5 maggio 1969 coinciderà con la fine della “maledizione bostoniana” per i Lakers.

Tutti, ma non Russell, che carica i suoi negli spogliatoi dopo aver letto il programma dei festeggiamenti già stabilito dalla franchigia californiana, un errore di una gravità assoluta quando si va a toccare il celebre “orgoglio dei Celtics” e che, difatti, li vede condurre 91-76 alla fine del terzo quarto, con un Forum ammutolito.

La disperata rimonta dai Lakers nell’ultimo parziale li porta a ridurre lo svantaggio sino al 102-103 ad 1’33” dalla sirena, allorché si verifica l’evento chiave della serie, con Erickson a deviare un tentativo di palleggio di Havlicek solo per far terminare la palla nelle mani di Don Nelson appostato sulla linea dei tiri liberi, il quale fa partire una conclusione affrettata in quanto sul limite dei 24” che vede la palla rimbalzare sulla parte lontana del cerchio, per poi assumere una bizzarra traiettoria che la fa ricadere nel canestro per il 105-102 che indirizza la sfida a favore di Boston, poi vincitore 108-106.

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Russell (n.6) e Chamberlain (n.13) a rimbalzo nelle Finali 1969 – da gettyimages.it

Con un altro rospo ben difficile da mandar giù, per il 31enne Jerry West – a cui ben poco serve di consolazione il cavalleresco gesto di Havlicek a fine gara-7 che lo va ad abbracciare sussurrandogli “Jerry, I love You“, considerate altresì le 33 primavere di Chamberlain e le 35 di Baylor – il sogno di laurearsi Campione NBA sembra destinato a rimanere tale (e 6 Finali perse sono indubbiamente un bel macigno a livello mentale …), ma il ritiro dalle scene di Russell e Sam Jones (coi Celtics che, difatti, falliscono addirittura l’accesso ai playoff) è visto come un buon presagio in vista della stagione 1970.

Anno in cui, sulla costa orientale, il testimone di Boston viene raccolto da New York, che domina la “regular season” con un record di 60-22, mettendo in mostra un Willis Reed da 21,7 punti e 13.9 rimbalzi di media, ben affiancato dal play Wilt Frazier, capace a propria volta di iscrivere a referto 20,9 punti ed 8,2 assist a partita, il che porta i Knicks a giocarsi le proprie chances per il titolo dopo aver sofferto contro Baltimora (4-3) al primo turno della post season per poi dominare 4-1 Milwaukee nella Finale della Eastern Division.

Dal canto loro, i Lakers compiono un percorso simile nei playoff, anch’essi soffrendo contro Phoenix – rimontati 4-3 dopo essere stati sotto 1-3 nella serie, con West e Chamberlain decisivi in gara-6 e 7 – per poi spazzar via con un 4-0 che non ammette repliche gli Atlanta Hawks nella Finale per il titolo divisionale.

Con lo svantaggio del fattore campo, i Lakers ribaltano tale situazione affermandosi in gara-2 al Madison Square Garden per 105-103 grazie ai 24 rimbalzi di Chamberlain ed ai 34 punti di West, il quale passa poi alla Storia delle Finali NBA per quel che combina in gara-3 al Forum, allorché, con Los Angeles sotto di due (100-102) a fil di sirena, si inventa letteralmente una conclusione da 60 piedi (oltre 18 metri, per intendersi …) che manda la palla a bucare la retina e la sfida al supplementare, non essendo ancora stata inserita la regola del tiro da tre punti.

Questo tiro testimonia la bontà del soprannome di “Mr. Clutch” (accezione americana per indicare colui che si prende la responsabilità dei tiri decisivi in ambito sportivo …), affibbiato a West, pur se alla fine l’ultima parola spetta a Reed che corona una superba prestazione, fatta di 38 punti e 17 rimbalzi, per condurre i Knicks alla vittoria per 111-108 che si rivela decisiva per la vittoria nella serie, giunta in gara-7 con il “Madison Square Garden” impazzito di gioia per festeggiare il primo titolo nella storia per i loro beniamini.

Visto che, invertendo l’ordine dei fattori (Boston o New York), il prodotto non cambia, nella successiva stagione – in cui la NBA si divide per la prima volta in due Conference e quattro Division stante l’allargamento a 17 delle franchigie – a West tocca subire un ulteriore smacco da parte del suo compagno di squadra alle Olimpiadi di Roma ’60, la stella Oscar Robertson che nelle precedenti 10 stagioni da professionista non era mai giunto a giocare per il titolo con i suoi Cincinnati Royals.

Trasferitosi a Milwaukee, Robertson contribuisce alla straordinaria stagione dei Bucks – che possono contare sul secondo anno da professionista di un certo Lew Alcindor (il futuro Kareem Abdul-Jabbar che, ironia della sorte, farà in seguito le fortune proprio dei Lakers …) – chiusa con un record di 66-26 e che sbarra le porte della Finale a Los Angeles sconfiggendoli 4-1 nella sfida per il titolo della Western Conference, grazie anche all’assenza di West che, infortunatosi ad un ginocchio ad inizio marzo ’71, salta il resto della stagione, così come era capitato ben prima anche ad un Baylor oramai a fine carriera.

Bisogna avere proprio una gran forza di volontà per continuare a credere in quello che sta per diventare un tabù insormontabile, ma questa, di non arrendersi mai, è forse la principale caratteristica di West, il quale, consapevole che oramai, a 33 anni suonati, le occasioni si stanno riducendo al lumicino, getta sui parquet degli Stati Uniti tutto il suo bagaglio di classe, tecnica ed esperienza per inseguire il sogno, nonostante che il tentativo di rientro del 37enne Elgin Baylor si sia arenato dopo le 9 gare iniziali del mese di ottobre ’71, ponendo così fine ad una peraltro leggendaria carriera.

A ridare ossigeno al roster dei Lakers, contribuiscono Jim McMilian, al secondo anno a Los Angeles, e Gail Goodrich, rientrato in California dopo due anni in Arizona a Phoenix, ed il loro contributo si rivela fondamentale per la miglior stagione di Los Angeles “targato West”, che chiude con il record assoluto della Lega di 69-13, ancor meglio di Milwaukee (63-19), con cui fatalmente deve scontrarsi per il titolo della Western Conference ed il conseguente accesso alla Finale NBA.

Ma, nonostante un Jabbar (che si era appena convertito all’islam cambiando nome …) assolutamente devastante – top scorer in 5 delle 6 gare disputate, con medie di 33,7 punti, 17,5 rimbalzi e 4,8 assist a partita – la serie se l’aggiudicano i Lakers che mettono in mostra una maggior compattezza di squadra, con McMillian a primeggiare quanto a punti (22,7), Chamberlain a rimbalzo (19,3) e West, dal canto suo, a sfornare assist (8,3 di media a partita …) ai compagni oltre a contribuire con 21,7 punti a referto.

Giunge, finalmente, l’occasione per la rivincita contro New York e l’incubo di una nuova disfatta si materializza in gara-1 allorché i Knicks – nonostante l’assenza per infortunio di Reed e nelle cui file gioca Phil Jackson, futuro coach di successo proprio dei Lakers – si impongono al Forum con un netto 114-92, dominando il match sin dalla prima palla a due, e la successiva vittoria per 106-92 di gara-2 non è sufficiente a scacciare i fantasmi, visto che ora, per conquistare il titolo, occorre espugnare il “Madison Square Garden“.

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West in azione contro i Knicks nelle Finali NBA 1972 – da gettyimages.it

Impresa che i Lakers portano a termine sia in gara-3 (convincente 107-96 con tutto il quintetto base in doppia cifra e Chamberlain a dettare legge con 26 punti e 20 rimbalzi) che, soprattutto, in gara-4 dove, per una volta tanto, West fallisce il tiro della vittoria allo scadere sulla sirena, pur risultando il miglior realizzatore dei suoi con 28 punti e senza scomporsi nel supplementare, che certifica il successo di Los Angeles per 116-111 e tre match ball a disposizione per coronare il sogno.

Questa volta, i tifosi del Forum possono festeggiare in anticipo, poiché la macchina da canestri dei Lakers non fallisce il compito affidatole, per un 114-100 mai in discussione e le relative bocche da fuoco a violentare ripetutamente ed a turno (Goodrich, 25, Chamberlain 24, West 23, Mc Millian 20 ed Hairston 13 punti a referto …) la retina, con coach Bill Sharman, alla sua prima stagione sulla panchina californiana, a potersi vantare di essere riuscito dove tutti gli altri suoi predecessori avevano fallito.

Per Jerry West, che conclude a due anni di distanza – dopo aver raggiunto nel ’73 un’altra Finale per il titolo, in cui sono stavolta i Knicks, grazie al rientro di Willis Reed, a rendere la pariglia con un 4-1 a loro favore – una carriera che lo ha visto selezionato per l’All Star Game in tutti e 14 i suoi anni di attività nella Lega, finisce l’incubo di non essersi mai messo al dito l’anello di Campione NBA, circostanza che avrebbe suonato come un insulto per un giocatore che ha fatto registrare in  carriera 25.192 punti – ma per una media di 27,0 che lo pone al momento al quarto posto di sempre alle spalle di Michael Jordan, Wilt Chamberlain ed Elgin Baylor e senza potersi avvalere del “tiro da tre punti”, si badi bene – cui ha unito, 6,7 assist e 5,8 rimbalzi (con un’altezza di m.1,88 …!!) a gara, tanto da farlo considerare uno dei giocatori più completi che abbiano mai calcato i parquet del Basket professionistico americano, circostanza confermata dal fatto che la sua silhouette è stata utilizzata per il logo ufficiale della NBA, oltre ad essere stato inserito, per quanto ovvio, nella “International Basketball Hall of Fame” nel 1980.

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Il logo della NBA ispirato a Jerry West – da ilpost.it

Ma per West, il suo legame con i Lakers è ben lungi dal definirsi concluso, in quanto per tre stagioni (dal 1976 al ’79) assume la veste di allenatore per poi, a far tempo dal 1982, essere nominato General Manager, ruolo nel quale si toglie quelle soddisfazioni che gli erano state negate ai tempi dell’attività agonistica, contribuendo, dalla scrivania, alla conquista di ben 7 titoli NBA sino al 2002.

In conclusione, chi più di lui può dire, a giusta ragione, di “aver dedicato l’intera sua vita” ai Los Angeles Lakers …?? Riteniamo la risposta sin troppo scontata…

2001, L’ANNO DELLA TRIPLETTA DELLA VIRTUS BOLOGNA DI MESSINA

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Mauro Ginobili in maglia bianconera – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Per ricordare quel che fu la magica stagione 2001 della Virtus Bologna, bisogna tornare indietro di qualche anno. Esattamente al 1998, quando a Piazza Azzarita si esibisce la squadra forse più bella di sempre, infarcita di campioni che hanno fatto la storia della società felsinea. C’è un concentrato di giovanile esuberanza in Rasho Nesterovic, Chicco Ravaglia e Tomas Ress (già, proprio lui che poi sarà campione con Venezia in tempi recenti), non manca l’esperienza in Ricky Morandotti, nell’eterno Gus Binelli e in quel Zoran Savic che fa la voce grossa sotto le tabelle, Alessandro Abbio e Hugo Sconochini garantiscono la necessaria scarica adrenalitica, Claudio Crippa esce dalla panchina ed è fosforo in regia a dare respiro a “le roi” Antoine Rigaudeau, talento sterminato che gestisce da par suo un attacco stellare che poggia le basi su chi di talento ne ha forse ancor di più, Predrag “Sasha” Danilovic. Il tutto, sotto la sapiente guida di Ettore Messina, per un cocktail perfetto che non può che produrre frutti copiosi.

In effetti la stagione ha i contorni del trionfo. La Virtus, sponsorizzata Kinder, vince praticamente tutto, dominando fin dalla regular season in campionato chiusa con un record di 23 vittorie e 3 sole sconfitte, per poi battere ai play-off 3-1 Roma, 3-1 Varese e 3-2 nell’epica finale la Fortitudo di Myers, Fucka, Rivers e Dominique Wilkins, sfida segnata in gara-5 dal clamoroso canestro di Danilovic che vale quattro punti e i tempi supplementari. In Eurolega il cammino è altrettanto entusiasmante, dopo aver vinto ai quarti il derby ancora con la Teamsystem, i ragazzi di Messina giungono alla Final Four di Barcelona dove l’83-61 contro il Partizan ed il risolutivo 58-44 contro l’AEK Atene di Coldebella in finale regalano ai bianconeri la prima Coppa dei Campioni della sua storia. L’unico neo di una stagione altrimenti perfetta è la sconfitta in semifinale di Coppa Italia contro la stessa Fortitudo, che si prende una parziale rivincita degli insucessi in campionato e in Europa.

Qui si chiude la prima parte dell’era d’oro della Virtus Bologna. Dopo due anni, 1999 e 2000, con un solo successo in Coppa Italia e due finali europee perdute contro Zalgiris in Eurolega e proprio AEK in Coppa Saporta, il nuovo presidente Marco Madrigali decide di operare una vera e propria rivoluzione: Danilovic si ritira, se ne vanno Savic, Morandotti, Crippa, Binelli e Nesterovic, e si riparte dal neo-capitano Rigaudeau, Abbio, Sconochini e da Messina punto fermo in panchina; vengono altresì inseriti nel rooster giovani di ottime speranze, non ancora esplosi ad alti livelli e quindi chiamati al salto di qualità: il 22enne play serbo Marko Jaric strappato alla Fortitudo, il 20enne australiano David Andersen al secondo anno in bianconero, il 21enne sloveno Matjaz Smodis che giunge dal Krka di Novo Mesto ma soprattutto l’argentino classe 1977 Emanuel Ginobili, uno dei principali artefici del miracolo della Viola Reggio Calabria (5° posto ai playoff da neopromossa). Oltre a loro, arrivano a Bologna il centro americano Rashard Griffith ed il play di ritorno Davide Bonora.

La stagione non inizia con il piede giusto, forse anche perché l’innesto delle nuove leve procede lentamente e il ritiro di Danilovic ha lasciato un vuoto difficilissimo da colmare. Alla terza giornata di campionato arriva già la prima sconfitta ad Udine contro la Snaidero di Charlie Smith, Micky Mian e Teo Alibegovic, in campo va una Virtus spaccata in due, da una parte Rigaudeau, Abbio, Sconochini e Griffith e dall’altra Andersen, Ginobili, Jaric e Smodis. Ma è qui che il lavoro in profondità di Messina si rivela fondamentale, riuscendo a ricucire la frattura unendo fuori e dentro il campo due gruppi che accorpano l’uno accanto all’altro personalità contrastanti. La Virtus, puntando sull’asse Ginobili-Griffith, ingrana la marcia superiore e diventa inarrestabile, e poter contare su una rotazione di sette giocatorui di così alto livello, oltre ad esser cosa rara nel panorama del basket non solo italiano ma anche continentale, diventa l’alchimia vincente: arrivano 21 vittorie consecutive in campionato e in Eurolega i bolognesi stravincono il girone con l’immancabile AEK, il TAU Vitoria e il Cibona (9-1). Il 25 febbraio, inatteso come un fulmine a ciel sereno, giunge la notizia della positività ad un test antidoping per Hugo Sconochini. L’argentino paga dazio con 8 mesi di squalifica e la squadra, scossa dall’evento negativo, inizia a zoppicare, raccogliendo “solo” 6 vittorie nelle ultime 10 gare di stagione regolare mentre nelle Top 16 la Kinder passeggia con gli spagnoli dell’Estudiantes di Felipe Reyes e Carlos Jimenez.

Ai quarti di finale di Eurolega arriva una spumeggiante Union Olimpija Ljubljana dei talenti locali Beno Udrih, Primoz Brezec e Sani Becirovic: in gara-1 la Virtus vince 80-79 con una tripla di Ginobili nell’ultimo possesso, mentre in gara-2 arriva un’altra vittoria risicata (79-81) grazie ad un Griffith da 26+10; nella serie di semifinale l’avversaria è quella più difficile ma anche quella che produce le emozioni più intense, ovviamente la Fortitudo Bologna. In verità le “V nere” dominano la serie, stravincendo gara-1 103-76 (Ginobili 22, Jaric 14), bissando in gara-2 sul parquet amico di Piazza Azzarita 92-84 (Ginobili 22, Griffith 17) per poi completare l’opera in gara-3 al Paladozza 70-74 grazie ad una storica rimonta dal -18 di inizio quarto periodo (Ginobili 17, Griffith 17). E’ il biglietto di accesso alla finale contro il TAU Ceramica Vitoria di coach Dusko Ivanovic, già battuto due volte nel girone di prima fase, che a sua volta ha eliminato in tre partite l’AEK Atene, negando ai greci la possibilità di concedere ai felsinei la rivincita della sfida di finale del 1998.

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La Virtus in trionfo – da corrieredibologna.corriere.it

Il primo trofeo, nel frattempo, della stagione arriva nella splendida cornice del Palafiera di Forlì: il trio Ginobili-Smodis-Griffith (MVP del torneo) si sbarazza di Biella, Roma e Pesaro e conquista il successo nelle Final Eight di Coppa Italia, riuscendo lì dove lo squadrone del 1998 aveva fallito. Tra la fine della stagione regolare di campionato e l’inizio dei playoff, la Virtus si gioca l’ultima serie finale di Eurolega, prima che Bertomeu cambi il formato a come lo conosciamo oggi: come già detto, l’avversario è il TAU Ceramica guidato in regia da Elmer Bennett, con sotto canestro l’alter-ego di Griffith, Joe Alexander, il francese Foirest ed il lituano Stombergas a colpire dal perimetro ed il tandem argentino Scola-Oberto a dar concretezza alla squadra. La serie è una battaglia epocale: senza Griffith i bianconeri perdono in casa la prima partita (65-78) per poi vincerne due di fila (94-73, Rigaudeau 23, e 60-80, Ginobili 27), in gara-4 si impone il TAU e si arriva così alla decisiva gara-5, in cui Ginobili, eletto MVP delle finali, Griffith, Rigaudeau e Jaric sono perfetti e danno a coach Messina la gioia più grande, ovvero il secondo titolo di campione d’Europa per la Virtus Bologna.

Ciliegina sulla torta, a realizzare quella tripletta solo sfiorata tre anni prima, giunge anche il 15esimo scudetto, l’ultimo della collezione, dominando i play-off con una striscia di nove vittorie in nove partite (le prime a cedere sono Roseto ai quarti e Treviso in semifinale), compreso il netto 3-0 all’atto conclusivo contro i cugini della Fortitudo, spazzati via così come era già successo in Eurolega… ed allora, è proprio tempo di celebrare un’impresa che se in casa “V nere” la ricordi, gli occhi diventano lucidi.

“ON THE MAP”, QUANDO IL MACCABI TEL AVIV VINSE LA COPPA DEI CAMPIONI 1977

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Tal Brody portato in trionfo – da fromthegrapevine.com

articolo di Nicola Pucci

C’è del rammarico, se si ha coraggio di avventurarsi dalle parti di Masnago, la casa della Varese del basket, e rammentare la notte del 7 aprile 1977. Perché quella sera, all’Hala Pionir di Belgrado, gli invincibili dell’Ignis, che nei sette anni precedenti avevano collezionato ben cinque vittorie e due sconfitte in sette finali di Coppa dei Campioni, incappano nella delusione più cocente della loro storia di grande squadra della pallacanestro mondiale.

Chi mai osò tanto? Chi si prese il lusso di strappare la corona dalla testa della regina? Chi ebbe l’ardire di mettere in discussione quelli che parevano gli equilibri consolidati dal basket continentale? Signori, nient’altri che gli israeliani del Maccabi Tel Aviv, che per la prima volta non solo della loro storia ma di tutta quella del paese ebraico ebbero accesso alla finale e fecero sapere al mondo che da quelle parti non solo ci si sparava addosso, ma si sapeva pure trattar bene la palla a spicchi.

Occorre fare un piccolo passo indietro, ovvero a quando l’americano di origini ebraiche Tal Brody, uscito dall’Università dell’Illinois con un ultimo anno da 19.5 punti di media a partita, nel 1966 prende bagaglio e si trasferisce a Tel Aviv, ad esercitare in quella formazione che già da qualche anno è annoverabile tra le più forti di Israele con otto titoli nazionali già all’attivo. Brody è una guardia di indubbio talento, porta in dote il gioco veloce e i duri allenamenti del basket stelle-e-strisce, ed attorno a lui nasce una squadra che dal 1967 al 1992 (tranquilli, Brody chiude la sua carriera “solo” nel 1980) incamera ben 25 titoli su 26, lasciando solo quello della stagione 1968/1969 ai cugini dell’Hapeol, diventando non solo la squadra di riferimento sul territorio nazionale, ma nel corso della seconda metà degli anni Settanta anche una contendente autorevole nel panorama cestistico europeo. Ma da qui a pensare di vincere la Coppa dei Campioni

In verità il Maccabi vanta già qualche risultato interessante in campo internazionale. Ad esempio la finale di Coppa delle Coppe nel 1967, al primo anno di Brody, quando trova all’ultimo atto proprio Varese che al cospetto del pubblico amico si impone nel match di andata 77-67 grazie a 25 punti di Stan McKenzie, contenendo al ritorno il tentativo di rimonta degli israeliani a cui non bastano i 26 punti di Brody per ribaltare il punteggio, solo 68-67 che celebra infine il trionfo di Varese. In Coppa dei Campioni, invece, solitamente il cammino si interrompe contro avversarie di maggior caratura, come Real Madrid e Brno nel 1968, lo stesso Brno e Standard Liegi nel 1969, Milano e Stella Rossa nel 1973, Varese e Berck nel 1974, Real Madrid ed ancora Berck nel 1975, l’immancabile Real Madrid e Cantù nel 1976, sempre al girone dei quarti di finale e sempre a dispetto del carisma di Brody, che nel frattempo è stato naturalizzato ed oltre al Maccabi presta la sua efficacia realizzativa anche alla Nazionale che nel 1974 vince ai Giochi Asiatici di Teheran.

Brody è leader e capitano riconosciuto di un organico che nel corso degli anni vede crescere prodotti locali come Miki Berkowitz, che nella stagione 1975/1976 si concede l’esperienza americana all’Università di Nevada-Las Vegas, Eric Menkin e Motti Aroesti,  accanto ai quali vengono inseriti americani che agiscono da ala grande, come Jim” Boatwright, da post basso, come Lou Silver, da centro, come Aulcie Perry, e da playmaker, come Bob Griffin, che conferiscono alla squadra la necessaria caratura per competere ai più alti livelli. Il tutto, sotto la guida di quel Ralph Klein nato a Berlino da padre ungherese morto ad Auschwitz, calciatore in giovane età e infine allenatore di pallacanestro, che per Israele è una sorta di leggenda ormai non più vivente.

Eccoci dunque alla stagione della consacrazione, 1976/1977, che se regala al Maccabi lo scontato titolo in patria numero 18, altresì vede i gialloblu disegnare un memorabile percorso in Coppa dei Campioni. Si comincia, stavolta, già con una prima fase che raggruppa le 23 squadre partecipanti in sei gironi che qualificano la prima formazione classificata ad un ulteriore girone di semifinale a sei squadre, le cui due prime daranno vita alla finalissima programmata, appunto, a Belgrado il 7 aprile. Il Maccabi si trova a dover fronteggiare la Sinudyne Bologna, l’Olympiakos Atene e la Dinamo Bucarest, e se con greci e rumeni gli israeliani infilano una serie di quattro vittorie in quattro partite, con Bologna si affidano alla legge della Yad-Eliyahu Arena, dove non passa proprio nessuno, e dove i felsinei conoscono l’onta di una severa sconfitta, 110-81, in virtù dei 22 punti di Silver e dei 20 di Berkowitz, che rende poi vana la vittoria nel match in Italia all’ultimo turno, 76-60 con il Maccabi già matematicamente qualificato.

Nel frattempo Real Madrid e Cska Mosca avanzano a bottino pieno, sei vittorie in sei partite trascinate dalla classe l’una di Wayne Brabenderm l’altra di Sergeij Belov, così come la Mobilgirgi Varese, detentrice del titolo, che a fronte di un’unica sconfitta a Leverkusen è presente all’appello delle semifinali, a cui accedono anche i belgi del Racing Maes Pils Mechelen e i cecoslovacchi dello Spartak Brno. Ovviamente spagnoli e lombardi sono i favoriti a giocare la quarta finale consecutiva, con i sovietici a giocare il ruolo di terzi incomodi, ma il Maccabi è cresciuto, tanto, e quel che accade ha i parametri del clamoroso.

Gli israeliani vincono in casa quattro delle cinque sfide programmate (anche se con Cska e Brno i due punti giungono a tavolino perché sovietici e cecoslovacchi, allineati, si rifiutano di andare in Israele dopo i fatti di Monaco ’72), compresa quella con il Real Madrid rimontato dopo il vantaggio all’intervallo grazie a 20 punti di Lou Silver, perdendo solo, seppur nettamente, proprio con Varese che si impone 102-79 con 29 punti di Bob Morse, ma è lontano da casa che il quintetto di Klein va a cogliere le vittorie necessarie per chiudere il girone in seconda posizione, passando sul neutro di Vilvoorde contro Brno (91-76 con 20 punti di Berkowitz) ma soprattutto, il 17 febbraio, vincendo una sorta di spareggio con il Cska Mosca, annunciato dalla dichiarazione dello stesso Kelin “battiamo l’Orso russo pensando ai nostri fratelli ebrei che non possono emigrare dall’Urss“, sempre in campo neutro e sempre in Belgio, a Virton (91-79 ancora con Berkowitz e Boatwright sugli scudi con 18 punti), che consente ai gialloblu di prevalere sullo stesso Cska e sul Real Madrid in virtù di tre vittorie e una sola sconfitta nel computo dei quattro scontri diretti. “On the map“, grida al mondo Tal Brody, e la finale è assicurata, anche se il baluardo da affrontare, proprio Varese, pare inespugnabile, forte delle due vittorie nelle due sfide di girone.

Brody è il capitano che parte dalla panchina in quello che è il giorno destinato ad entrare nella storia non solo della pallacanestro ma di tutto lo sport israeliano. Coach Klein opta per un quintetto affidando la regia ad Aroesti, Berkowitz e Boatwright sono le due bocche da fuoco, Silver agisce da ala e Perry ha il compito di far pulito sotto i tabelloni; Sandro Gamba risponde con Ossola playmaker, Iellini e Morse guardie, Randy Meister centro e Meneghin a far valere la sua duttilità di ala grande, all’occasione capace di difendere così come di attaccare. E i pronostici sono decisamente orientati verso la Mobilgirgi, che sembra destinata a far tris consecutivo.

Ma quella che i 6.000 spettatori accorsi all’evento si trovano ad assistere, è una sfida magnifica, lottata ad armi pari da due grandi contendenti, all’insegna dell’equilibrio, con Klein che decide di marcare a uomo, non concentrandosi esclusivamente su Bob Morse che è il pericolo numero 1. Ed in effetti la strategia sembra dare i frutti sperati, con il Maccabi che allunga sul 14-7 e il cecchino americano che segna i suoi primi punti solo dopo otto minuti di gioco, lasso di tempo in cui i tentacoli di Perry raccattano tutto quello che rimbalza dalle sue parti. Meister è fuori partita (segnerà infine solo 7 punti), il Maccabi prende il largo e al 16′ raggiunge il massimo vantaggio sul 30-19, con Boatwright e Berkowitz che segnano a ripetizione ben assistiti da Aroesti. Solo Meneghin, da gran combattente quale lui è, sembra ispirato in una Mobilgirgi che all’atto decisivo denuncia un insolito nervosismo, costringendo Gamba a sostituire Meister con Bisson. All’intervallo il punteggio è fissato sul 39-30 per gli israeliani, seppur Perry sia gravato di quattro falli.

Nel secondo tempo i campioni d’Italia tornano in corsa, anche perché il Maccabi si vede costretto a passare al marcamento a zona per non compromettere la prova dei giocatori su cui pende la spada di Damocle dell’uscita per falli. Morse si scioglie ed inizia ad infilare la retina con precisione, il margine si riduce e quando, al 33′, le due squadre sono in parità sul 61-61, in pochi credono che il Maccabi possa portare a compimento l’impresa. Ed invece Brody offre un contributo fondamentale pur alzandosi dalla panchina, da vero capitano e trascinatore, Boatwright segna gli ultimi 6 punti e con 26 totali è il migliore in fase realizzativa, a fronte dei 21 punti di un Meneghin monumentale e i 20 garantiti da Morse, e all’ultimo minuto, dopo che Bisson ha firmato il 78-77 rimettendo per l’ennesima volta il corsa Varese, a Silver viene fischiato un doppio passo concedendo a Ossola la possibilità di offrire a Morse il tiro della disperazione. Ma la difesa del Maccabi stringe i denti, la palla sfugge alle mani sicure del grande Bob e quando, con un solo secondo da giocare, la sfera termina la sua corsa sul fondo, è ormai certo che Israele, per la prima volta, salirà sul tetto d’Europa.

On the map“, può nuovamente gridare al mondo del basket Tal Brody, e non sarà che la prima volta. Il ghiaccio è rotto, il Maccabi entra nell’elite e quando, qualche ora dopo, Tel Aviv accoglie i suoi eroi del basket, è già l’ora di scrivere la storia. Sotto gli occhi compiaciuti… pardon, l’occhio compiaciuto, di Moshe Dayan, che onora i nuovi campioni d’Europa.

SHAQUILLE O’NEAL ED IL DEVASTANTE IMPATTO NEL MONDO DELLA NBA

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O’Neal con gli Orlando Magic – da nydailynews.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nell’aprile 1987, la Commissione della NBA approva l’allargamento del massimo Campionato Professionistico di Basket Usa a quattro nuove franchigie, vengono accettate le richieste delle città di Charlotte (North Carolina) e Minneapolis (Minnesota), cui fanno seguito le due della Florida, Miami ed Orlando.

Quest’ultima, in vista del debutto previsto per la stagione 1989-’90, sceglie, grazie ad un sondaggio tra i propri tifosi, di adottare il “nickname” Magic, in quanto ricorda la presenza in città di Disneyworld, e, per formare il proprio primo “roster” di esordio, ottiene all’Expansion Draft giocatori di spessore quali Reggie Theus, Scott Skiles, Terry Catledge, Sam Vincent, Otis Smith e Jerry Reynolds, mentre al Draft vero e proprio, con il diritto di scelta per undicesimi, i Magic puntano su Nick Anderson, ala piccola proveniente da Illinois, qualificatasi per le “Final Four” del Torneo NCAA, sconfitto di misura (81-83) da Michigan in semifinale.

L’esordio nel Mondo Professionistico si conclude con un record di 18-64 e l’undicesimo posto nella Eastern Conference, migliorato a 31-51 nella stagione successiva grazie alla possibilità di avere la quarta scelta al Draft, che ricade su Danny Scott da Georgia Tech, micidiale tiratore da 3 punti e che porta gli Orlando Magic a chiudere al nono posto nella mutata Conference, vale a dire sulla costa occidentale.

Quella che sembra una calamità nel processo di crescita della squadra – vale a dire l’infortunio di Scott che lo limita a sole 18 presenze nel ’92 – si rivela, viceversa, una fortuna per la franchigia in quanto, conclusa la stagione all’ultimo posto della Eastern Conference con un record di 21-61, ha l’opportunità di scegliere per prima al Draft che ha luogo il 24 giugno ’92 a Portland, in Oregon.

In una di quelle che, per gli addetti ai lavori, viene considerata una delle peggiori selezioni della Storia, con la “speranza biancaChristian Laettner – Campione NCAA con Duke nel 1991 e ’92 ed unico “universitario” aggregato al “Dream Team” Usa per i Giochi di Barcellona ’92 – scelto per terzo da Minnesota, Orlando e Charlotte, altre due delle matricole del 1989, puntano su due giocatori che, a modo loro, faranno la Storia sì, ma della NBA, vale a dire Shaquille O’Neal da parte dei Magic ed Alonzo Mourning a prendere la strada degli Hornets.

O’Neal proviene dalla “Louisiana State University” ed ha appena 20 anni allorché opera il gran salto nel Basket professionistico, forte di una devastante potenza fisica che lo porta a compensare una tecnica indubbiamente migliorabile, ancorché sotto la guida di Dale Brown con gli LSU Tigers siano stati compiuti importanti passi in avanti in tal senso.

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Un giovane O’Neal a Louisiana State University – da nba.com

Nato ad inizio marzo 1972 a Newark, nel New Jersey, Shaquille porta il cognome della madre in quanto il padre biologico, tal Joe Toney, viene arrestato e condannato per spaccio di droga allorché il futuro Campione NBA è un fanciullo ed, all’uscita di prigione, non farà più parte della famiglia, acconsentendo a riconoscere la patria potestà al nuovo compagno della donna, Phillip Harrison, un sergente dell’esercito americano.

A seguito della carriera del patrigno, la famiglia è costretta a spostarsi in varie basi militari, anche in Germania, ed è quando si trovano in Texas che Shaquille si iscrive alla “Robert G. Cole High School” di San Antonio, dove dimostra di saperci fare sotto canestro, anche in virtù della citata strapotenza fisica che lo porta, nel 1989, a catturare qualcosa come 791 rimbalzi, che rimane ancor oggi un record a livello statale.

Ed è negli anni delle Superiori che O’Neal affina anche la tecnica dello “Sky hook” (“gancio cielo”) tanto cara al leggendario Kareem Abdul-Jabbar, il che lo porta a desiderare il suo stesso numero di maglia, il “33”, solo che lo stesso non è presente nella dotazione scolastica, accettando di indossare il “32”, per poi poter finalmente avere sulla schiena il numero che tanto sognava negli anni del college.

L’impatto del “Colosso del New Jersey” – le misure di O’Neal parlano di m.2,16 di altezza per 147kg., con addirittura il n.57 di piede (!!) – nel panorama del Basket mondiale è qualcosa che più devastante non potrebbe essere, contribuendo alle tre vittorie sui primi quattro incontri stagionali degli Orlando Magic (110-100 nel derby contro i Miami Heat, e due successi sui Washington Bullets, 103-98 in campo avverso e 127-100 in Florida, quest’ultimo impreziosito da 31 punti e 21 rimbalzi), tanto da essere la prima matricola della Storia ad essere eletto “Giocatore della Settimana” all’esordio, per poi ricevere il Premio di “Rookie of the Year” ’93 ed essere votato nel quintetto base per l’All Star Game del febbraio ‘93, un evento che per una matricola non si verificava dal 1985, quando un tale onore era toccato ad un certo Michael Jordan.

In una stagione in cui il rendimento degli Orlando Magic sale, di conseguenza, vertiginosamente, stabilendo per la prima volta dal loro ingresso nella Lega Professionistica un record di parità (41-41) che li porta a sfiorare l’accesso ai playoff, della “ingombrante” presenza di “Shaq” se ne accorgono anche i Palazzetti, allorché distrugge due tabelloni, in occasione delle gare contro Phoenix e New Jersey, a causa dell’eccessiva potenza delle sue schiacciate, in quest’ultimo caso volutamente, come da lui stesso ammesso, per “farla pagare” a Derrick Coleman, che gli aveva schiacciato in faccia nel precedente incontro tra le due squadre.

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Una delle celebri schiacciate di Shaquille O’Neal – da si.com

Tabelloni distrutti a parte, il record personale al debutto di 23,4 punti, 13,9 rimbalzi e 3,5 stoppate di media a partita è ben più che incoraggiante per una franchigia che punta a scalare in fretta i vertici della NBA, ed alla quale a dare una mano è anche la buona sorte, allorché – con una probabilità su 66 (!!) – si aggiudica il “Draft Lottery” tra le formazioni escluse dai Playoff ’93 che le consente di avere la prima scelta tra i migliori giocatori provenienti dalla NCAA, evento che ha luogo il 30 giugno ’93 ad Auburn Hills, in Michigan.

Con una strategia non ben compresa dai più, comunque, Orlando opta per l’ala grande/centro Chris Webber, giocatore di sicuro talento ma che ricopre un ruolo già presidiato da O’Neal, salvo poi dirottarlo ai Golden State Warriors, ricevendo in cambio la ben più utile loro terza scelta, vale a dire la guardia “Penny” Hardaway, ideale per innescare la micidiale “Bomba Shaquille.

Ed i risultati, sul parquet, non tardano a venire, con un “quintetto base” costituito da O’Neal, Nick Anderson, Dennis Scott, Scot Skiles ed Hardaway che consente ai Magic di realizzare il quarto miglior record della Eastern Conference (50-32), a cui la matricola contribuisce con 16,6 punti e 6,6 assist di media a partita, nel mentre, dal canto suo, “Shaq” – che il 20 novembre ’93, nella vittoria esterna per 87-85 contro New Jersey, stabilisce una sensazionale “tripla doppia” con 24 punti, 28 (!) rimbalzi ed addirittura 15 (!!) stoppate a dimostrazione del suo dominio sotto canestro – migliora la sua media punti, elevandola a 29,3 che lo colloca al secondo posto tra i realizzatori, alle spalle di David Robinson, centro dei San Antonio Spurs.

Per la prima volta nella loro giovane storia, gli Orlando Magic accedono ai playoff, abbinati agli Indiana Pacers del “cecchino” Reggie Miller, costretti peraltro a pagare lo scotto dell’inesperienza e di un pizzico di sfortuna, venendo eliminati con un secco 3-0 nonostante il vantaggio del fattore campo, anche se i due incontri persi alla “Orlando Arena” vedono Indiana aggiudicarsi il primo 89-88 (dopo essere stata sotto 42-54 all’intervallo lungo …) grazie ad un canestro da 3 dell’ex Lakers Byron Scott a 2” dalla sirena, per poi replicare due giorni dopo con un 103-101 in cui Miller si erge da protagonista con 32 punti, a fronte di una serata in “chiaroscuro” di Shaquille, limitato a 15 punti ed a soli 7 rimbalzi.

Ma che siano proprio le esperienze negative a fortificare, ne è la prova la stagione seguente, allorché la chimica tra “Penny” e “Shaq” giunge al culmine, formando una delle più devastanti coppie della Lega, tanto da essere entrambi votati per il “Quintetto base” dell’All Star Game ’95, accanto allo stesso Reggie Miller, Scottie Pippen e la matricola Grant Hill dei Detroit Pistons.

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La coppia O’Neal/Hardaway – da tribecafilm.com

Con O’Neal a confermare la stessa identica media di 29,3 punti a partita – ma che stavolta gli consente di superare Robinson quale “Top Scorer” della “Regular Season”, pur se “The Admiral” lo precede nelle votazioni per l’assegnazione del “MVP of the Season – ed Hardaway ad incrementare a 7,2 la sua quota/gara di assist, impreziosita da 20,9 punti di media, gli Orlando Magic mettono a segno un record di 57-25, grazie anche al positivo apporto del neoacquisto Horace Grant (tre volte Campione NBA coi Chicago Bulls) che vale loro il primato nella Eastern Conference, nonché il quarto assoluto nella Lega.

Nella seconda stagione della temporanea assenza dai parquet di Michael Jordan, pur se lo stesso si ripresenta a marzo dopo un anno e mezzo in cui si è dedicato (peraltro con scarsi risultati …) al baseball, l’occasione è di quelle da non farsi sfuggire se si vuole cercare di conquistare l’anello, visto anche il vantaggio del fattore campo in tutti e tre i turni di playoff di Conference.

Il primo avversario sono i Boston Celtics, che si affidano al 35enne Dominique Wilkins, i quali subiscono un umiliante passivo (124-77) in gara-1, con ben 8 giocatori di Orlando in “doppia cifra, per poi far ricorso al celebre, anche se un po’ appassito, “Orgoglio Celtics” espugnando la “Orlando Arena” 99-92 in gara-2, solo per ricevere analogo trattamento nei due successivi incontri al “Boston Garden” che concludono la serie sul 3-1 per i Magic.

Approdati al secondo turno, per Shaquille & Co. vi è ora da superare “l’esame di maturità”, costituito dallo scoglio rappresentato dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan, il quale dimostra di essere ancora in grado di dire la sua, dopo che O’Neal ha dominato (con 26 punti e 12 rimbalzi) gara-1 chiusa sul 94-91, mettendo a segno 38 punti nel successo per 104-94 dei Bulls in gara-2 che ribalta il vantaggio del fattore campo in favore degli ex Campioni.

Ed ecco, allora, che emerge la forza di squadra di Orlando che, nonostante MJ infierisca con 40 punti allo “United Center”, ben coadiuvato da Pippen che ne mette 25 a referto, i cinque giocatori in doppia cifra dei Magic consentono loro di aggiudicarsi gara-3 110-101 con un parziale di 30-20 nell’ultimo quarto e con la chance di riportarsi in vantaggio tornando sul parquet amico dopo che i Bulls impattano la serie sul 2-2 in gara-4.

Con la sesta gara da giocare sul parquet amico, Jordan sa benissimo che gara-5 può rappresentare la sfida decisiva per decidere la serie, ed i suoi Bulls dimostrano di non aver perso lo spirito vincente, allorché le due squadre vanno al riposo con Chicago in vantaggio 50-43, intervallo che però consente ai Magic di riordinare le idee tanto da piazzare un devastante 35-20 nel terzo periodo che ribalta l’inerzia dell’incontro, poi concluso sul 103-95, ancora grazie ad una splendida prova di insieme (O’Neil 23 punti, 22 rimbalzi e 5 stoppate, l’ex Grant 24 punti ed 11 rimbalzi, Scott 22 punti con 5 su 9 dalla lunga distanza ed Hardaway a fornire 11 assist oltre a contribuire alla causa con 19 punti) che annulla il consueto “One Man Show” di Jordan, autore di 39 punti.

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Jordan stretto nella morsa tra O’Neal ed Hardaway in gara-1 – da gettyimages.it

Acquisita la giusta autostima e consapevolezza dei propri mezzo, gli Orlando Magic sbancano per la seconda volta lo “United Center” (27 punti e 13 rimbalzi di “Shaq”) per il 108-102 che chiude la serie sul 4-2 e li proietta alla possibilità di conquistare il loro primo titolo di Campioni della Western Conference, con ancora gli Indiana Pacers a cercare di sbarrar loro la strada.

In una sfida senza esclusione di colpi, in cui per una volta è il fattore campo a farla da padrone, la coppia O’Neal/Hardaway dimostra tutta il proprio valore, con Shaquille dominante con i suoi 39 e 32 punti nei due iniziali successi di Orlando per 105-101 e 119-114 sul parquet di casa, mentre Hardaway è il miglior realizzatore dei suoi, con 29 e 26 punti rispettivamente, nelle sfide alla “Market Square Arena” di Indianapolis dove, dopo la sconfitta per 100-105 in gara-3, i Magic sprecano la possibilità di portarsi sul 3-1 con due tiri dalla distanza falliti da Brian Shaw ed Hardaway che consegnano ai Pacers il 94-93 che riporta la situazione in parità.

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Una fase di gara-4 tra Indiana ed Orlando – da youtube.com

Il contraccolpo psicologico potrebbe condizionare l’esito di gara-5 alla “Orlando Arena”, ma ancora una volta tocca ad O’Neal ergersi a protagonista, dall’alto (è proprio il casi di dirlo …) dei suoi 35 punti e 13 rimbalzi che consentono ai Magic di creare un margine di 11 punti (83-72) all’inizio dell’ultimo quarto che il disperato tentativo di rimonta di Indiana consente loro solo di limitare il passivo al 108-106 alla sirena, per poi sfogare tutta la frustrazione in gara-6, dominata 123-96 con un Miller all’altezza della sua fama, autore di una prova esaltante al tiro, con 36 punti, frutto di 13 su 19 al tiro, di cui 6 su 10 (!!) dalla lunga distanza, rimandando così le sorti della serie alla decisiva gara-7 in cui è però “Shaq” ad avere l’ultima parola, contribuendo, con 25 punti ed 11 rimbalzi, alla distruzione dei Pacers, nettamente sconfitti con un 105-81 che consegna ad Orlando il primo dei suoi due soli titoli di Campione della Eastern Conference (il secondo giungerà 14 anni dopo, nel 2009, con un 4-2 sui Cleveland Cavaliers) e schiude le porte per la Finale assoluta, contro i Campioni in carica degli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon.

Se quelli contro Chicago ed Indiana sono stati “esami di maturità” a livello di squadra per gli Orlando Magic, il confronto diretto con il fortissimo centro di origine nigeriana rappresenta un vero e proprio “test di laurea” per il 23enne O’Neal, il quale è ben pronto al confronto.

Con i 16mila spettatori a riempiere l’intera capienza della “Orlando Arena”, il 7 giugno ’95 la sfida titanica “ad alta quota” tra le due stelle vede Shaquille dare il meglio di sé stesso, sfiorando un’insolita “tripla doppia”, in quanto ai 26 punti realizzati (con 6 su 9 dalla lunetta, fatto insolito per lui che ha nei tiri liberi il proprio tallone d’Achille) ed a 16 rimbalzi unisce ben 9 assist, ma i Magic sono traditi da Nick Anderson che fa registrare uno 0 su 4 ai liberi nelle fasi finali dei tempi regolamentari, mentre Olajuwon, che, da par suo, mette a referto 31 punti, realizza il tap-in vincente all’overtime per il 120-118 che incanala la sfida dalle parte dei Campioni della Western Conference.

La “sfida nella sfida” si ripete anche in gara-2, con Olajuwon dominatore con 34 punti, 11 rimbalzi e 4 stoppate, cui O’Neal replica con 33 punti e 12 rimbalzi, ma il divario di esperienza tra le due compagini è ancora troppo evidente e, dopo aver chiuso i primi due quarti su di un imbarazzate 63-41, i Rockets non hanno difficoltà a mettere a segno il secondo colpo esterno per il 117-106 che li fa tornare in Texas con un rassicurante 2-0 che si trasforma in un esaltante “cappotto” grazie alle vittorie per 106-103 e 113-101 al “The Summit”, così da confermare il titolo della precedente stagione.

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Una fase della sfida tra O’Neal ed Olajuwon nella conclusiva gara-4 – da gettyimages.it

Le statistiche della Finale parlano di un Olajuwon con 32,8 punti, 11,5 rimbalzi, 5,5 assist e 2,0 stoppate di media a partita, alle quali O’Neal risponde con 28,0 punti, 12,5 rimbalzi, 6.3 assist e 2,5 stoppate, a dimostrazione che, se i suoi Magic sono stati spazzati via, lui è stato in grado di reggere il confronto con uno dei più forti centri della Storia del Basket Professionistico americano.

L’anno seguente, nonostante O’Neal debba saltare 28 gare per infortuno, gli Orlando Magic migliorano ancora il loro rendimento nella “regular season” con un record di 60-22 – a tutt’oggi il migliore della loro recente Storia, solo avvicinato, con 59-23, nel 2009 e ’10 – secondo solo ai Chicago Bulls del redivivo Michael Jordan che chiudono con un 72-10 all’epoca miglior risultato assoluto, contro i quali devono logicamente disputare la Finale per il titolo della Eastern Conference, dopo non aver avuto eccessivi problemi ad eliminare Detroit (3-0) ed Atlanta (4-1).

Ma la ritrovata sintonia tra la “Premiata Ditta” formata da MJ e Scottie Pippen (con una media punti di 29.5 e 18,5 nella serie), ben supportata da Dennis Rodman a rimbalzo, non lascia spazio ai volenterosi O’Neal ed Hardaway, che, pur mettendo a referto 27,0 e 25,5 punti di media a partita, devono soccombere con un desolante 0-4 che apre la strada ai Bulls per la loro seconda tripletta di titoli 1996-’98 dopo quella del 1991-’93.

Per O’Neal, oramai affermatosi nel panorama cestistico della NBA, a fine stagione è momento di “batter cassa”, essendo a scadenza di contratto, pretendendo dagli Orlando Magic un prolungamento simile a quello di Alonzo Mourning (la seconda scelta del Draft ’92, ricordate …), vale a dire 112milioni di dollari per 7 anni, richiesta che la franchigia è disposta a soddisfare offrendone 117milioni, ma ecco che spuntano i Los Angeles Lakers – i quali non raggiungono la Finale dal ’91 (1-4 contro Chicago) – che ne mettono sul piatto 122, convincendo Shaquille a trasferirsi in California, non tanto per una questione esclusivamente economica, ma per il sogno di indossare la maglietta del suo idolo d’infanzia “Magic” Johnson, nonché per avere la possibilità di coronare la mai nascosta aspirazione di sfondare anche nel campo dello spettacolo, un’opportunità che la metropoli hollywoodiana indubbiamente offre.

Si chiude così il capitolo di uno dei più devastanti impatti di una matricola nell’universo cestistico della NBA, costituito dal quadriennio in cui ha contribuito in maniera determinante a far divenire una giovane franchigia come Orlando una delle migliori formazioni della Lega, e, per Shaquille, se ne apre uno nuovo denso di soddisfazioni che lo proietteranno ai vertici dello “Star System” americano, ma questa, come suol dirsi, è un’altra storia che, state tranquilli, non mancheremo di raccontarvi…

 

CARLOS LOYZAGA E IL BRONZO DELLE FILIPPINE AI MONDIALI DI BASKET DEL 1954

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La Nazionale di basket delle Filippine – da theonlinenarrative.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Ci sono un paio di indizi che potrebbero far pensare che le Filippine sono un paese, tra i pochi al mondo, che non vive di solo calcio. In primis che ha lasciato in eredità alla storia del pugilato due supercampionissimi che rispondono al nome di Ceferino Garcia e Manny Pacquiao, in secundis che grazie al talento di Carlos Loyzaga è l’unica nazione asiatica ad esser salita su di un podio iridato di basket, cogliendo il bronzo ai Mondiali del 1954.

Non so bene se sia nata prima la gallina o l’uovo, ovvero se sia meglio partire dalle prodezze dell’individuo per spiegare i successi di una squadra, o viceversa. Fatto è che le Filippine hanno buona tradizione cestistica, se è vero che nell’anno in cui nasce la BAP (Basketball Association of the Philippines), nel 1936, una formazione di isolani, sotto la guida di quel Dionisio Calvo che dal 2007 ha l’enorme onore di essere membro della FIBA Hall of Fame, partecipa alle Olimpiadi di Berlino, quando la pallacanestro è introdotta come sport a cinque cerchi, passando due turni contro Messico ed Estonia, per poi fermarsi ai quarti contro gli Stati Uniti che si impongono 56-23, per poi battere ancora Italia ed Uruguay concludendo infine la rassegna in quinta posizione, ad oggi miglior prestazione ai Giochi di una formazione che non appartenga ad Europa, Americhe od Oceania.

La Seconda Guerra Mondiale, come ben sappiamo, interrompe lo svolgimento delle manifestazione internazionali, ma quando la macchina si rimette in moto, negli anni Cinquanta, le Filippine tornano a recitare da protagoniste nelle grandi kermesse di pallacanestro. Come ai Giochi Asiatici, che ancora non hanno affiliazione alla FIBA, che vanno in scena nel 1951 in India e nel 1954 proprio a Manila, e che servono pure da torneo di qualificazione mondiale, che in entrambe le occasioni le Filippine fanno loro globalizzando dieci partite e dieci vittorie.

Insomma, la Nazionale di basket delle Filippine ha buon palmares, quando si presenta all’edizione numero due dei Mondiali, che dopo essere andati in scena nel 1950 in Argentina, hanno pure stavolta come teatro il Sudamerica, trovando sede a Rio de Janeiro, dal 23 ottobre al 5 novembre 1954. E nell’organico affidato ad Herminio Silva, accanto a giocatori già conosciuti a livello internazionale come Lauro Mumar, protagonista del dodicesimo posto ai Giochi di Londra del 1948, e Ponciano “Pons” Saldana che quattro anni dopo ad Helsinki, con la sua squadra infine nona, segna 79 punti in cinque partite risultando tra i migliori marcatori con una media di 15.8 punti a serata, esercita un certo Carlos Loyzaga, che universalmente viene considerato il più grande giocatore di sempre del suo paese, nonché uno dei più forti di sempre del continente asiatico, secondo solo forse a Yao Ming.

Figlio di un giocatore di calcio, Joaquin, di chiare origini basche, Carlos nasce il 29 agosto 1930 a Manila ed è nei campetti della capitale, al Teresa Valenzuela Athletic Club, che apprende a giocare, facendolo indubbiamente bene sotto canestro, dall’alto dei suoi 191 centimetri che da quelle parti bastano ed avanzano per essere un fattore dominate. Con il San Beda College vince per tre volte la Zamora Cup, meritandosi il soprannome di “The Big Difference“, per poi unirsi ai leggendari YCO Painters, e questo fa sì che Loyzaga venga ben presto aggregato alla Nazionale, già competendo ad Helsinki nel 1952, dove chiude il torneo a 10.6 punti di media a partita. Ma è destino che nel 1954, ai Mondiali in Brasile, Loyzaga sia nel pieno della sua forza e le Filippine presentino il quintetto più agguerrito di sempre, ed il risultato a sensazione premia l’uno e gli altri.

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Carlos Loyzaga – da manilatimes.net

Dodici squadre si danno appuntamento a Rio de Janeiro, e se si registra l’assenza dell’Argentina campione del mondo in carica, che ha dato forfait così come l’Urss che è campione d’Europa, i padroni di casa nondimeno ambiscono a ripetere l’exploit iridato dei cugini sfruttando il fattore campo, dovendosi guardare essenzialmente dalla rappresentativa degli Stati Uniti che, scottata dalla controprestazione di quattro anni prima quando venne sconfitta alla sfida decisiva dall’Argentina con un netto 64-50, schiera i Peoria Caterpillars, campioni all’AAU National Tournament per tre anni consecutivi, dal 1952 al 1954. Uruguay, che ha colto il bronzo alle Olimpiadi ed è campione continentale, Paraguay, Cile e Perù completano il contingente sudamericano presente all’evento, Formosa accompagna le Filippine, Israele è della partita, così come il Canada, infine Francia e Jugoslavia tengono alto l’onore della vecchia Europa.

Il primo turno, se da un lato non partorisce sorprese eliminando le squadre che si classificano ultime nei rispettivi gironi (Paraguay, Jugoslavia, Perù e Cile, con quest’ultima condannata dalla differenza canestri con Formosa e Israele), evidenzia altresì la forza degli Stati Uniti, che demoliscono Canada e Perù grazie alle prestazioni di Minter (16 punti) e Johnson (22 punti), così come quella dell’Uruguay, che prima batte al supplementare la Jugoslavia, 55-52 con 22 punti di Oscar Moglia, poi liquida senza problemi la Francia, che seppur abbia due giocatori di caratura superiore come André Vacheresse e Jean-Paul Beugnot, si arrende 58-46 ai 14 punti di Adesio Lombardo. Il Brasile, dal canto suo, in un Ginásio do Maracanãzinho che ribolle di entusiasmo carioca, fa il suo dovere superando agevolmente Filippine e Paraguay, ed entra a vele spiegate tra le otto formazioni che andranno a giocarsi il titolo mondiale.

Già, le Filippine. Che si garantiscono a loro volta l’accesso alla seconda fase, battendo d’entrata il Paraguay, 64-52, con Loyzaga che con 15 punti è già il miglior marcatore nonché il padrone dell’area piccola, permettendosi poi di perdere nettamente con i padroni di casa, 99-62 nonostante i 22 punti di Mumar.

Ma è nel girone finale che si decidono le sorti della competizione. E se Stati Uniti e Brasile, come da pronostico, sorvolano le avversarie (gli americani soffrendo in parte solo nel 64-59 con l’Uruguay e i sudamericani vincendo sempre con più di tredici punti di margine) per presentarsi allo scontro decisivo del 5 novembre, le altre contendenti si giocano il terzo gradino del podio.

E qui, a sorpresa, viene fuori il quintetto di Herminio Silva, che se perde ovviamente con Stati Uniti e Brasile, seppur riducendo con i sudamericani il passivo dai -37 della prima fase ai -16 di un match di girone finale segnato dai 15 punti di De Almeida e Loyzaga, vince invece il derby asiatico con Formosa 48-38 (12 punti di Flores), sommerge a suon di canestri Israele sotto un pesantissimo 90-56 (20 punti di Loyzaga e Saldana), smorza le velleità del Canada 83-76 (24 punti di Mumar e a dispetto dei 37 punti di John Carl Ridd, miglior prestazione individuale del torneo), tiene i nervi saldi nel capitale scontro diretto per la terza posizione con la Francia 66-60 (19 punti di Loyzaga), infine suggella un torneo da mettere in cornice con l’Uruguay 67-63, quando Loyzaga manda a referto 31 punti trascinando i compagni ad un’impresa storica, chiudendo alle spalle delle due grandi favorite.

Quel che succede poi a fine Mondiale è solo un’appendice. Come ad esempio la vittoria degli Stati Uniti, che nel catino rigurgitante passione nazionale, nonostante un’ostilità che il giorno della finale addirittura ha fatto ipotizzare un ritiro e a dispetto di un arbitraggio smaccatamente casalingo del peruviano Eduardo Airaldi e del paraguaiano Alberto Pedro, spengono il sogno del Brasile con l’eloquente 62-41 che altro non fa che allungare l’ombra del Maracanazo di calcistica memoria. E come le statistiche individuali, che premiano l’uruguaiano Oscar Moglia miglior marcatore con 18.6 punti di media a partita, in una classifica che vede Carlos Loyzaga chiudere anche qui in terza posizione con 16.4 punti. Ma non finisce qui, perché “Caloy“, come viene simpaticamente chiamato dagli amici, figura anche nel quintetto base della rassegna, accanto allo stesso Moglia, all’americano Kirby Minter (pure nominato MVP del Mondiale) e ai due brasiliani Zenny de Azevedo e Wlamir Marques.

Insomma, sono o non sono le Filippine del basket del 1954 e la sua stella più luminosa Carlos Loyzaga veri e proprio eroi nazionali? Certo che sì, seppur in buona compagnia di  Manny Pacquiao e Ceferino Garcia…

IL PRIMO TITOLO NBA DI SAN ANTONIO, NELLA STAGIONE DIMEZZATA ’99

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I San Antonio Spurs festeggiano il titolo NBA ’99 – da airalamo.com

articolo di Giovanni Manenti

La stagione 1999 passa alla Storia del Basket professionistico Usa per due eventi che la contraddistinguono in modo rilevante, di cui il primo è oltremodo clamoroso, vale a dire il braccio di ferro tra la Lega guidata dal “Commissioner” David Stern e l’Associazione dei giocatori – la “National Basketball Players Association – per il rinnovo del contratto collettivo che porta ad uno sciopero (o “Lockout”, per dirla all’americana …) mai verificatosi prima di allora, con conseguente cancellazione di buona parte del programma cestistico.

La seconda novità è relativa al primo titolo conquistato dalla franchigia dei San Antonio Spurs, relativamente giovane, in quanto fondata nel 1967 e che, dopo i primi anni quale componente della ABA (“American Basketball Association”), era poi confluita nella NBA a partire dalla stagione 1976-’77.

Conclusa la querelle tra Lega ed Associazione giocatori con il rinnovo del contratto collettivo per sei anni, finalmente, ad inizio febbraio ’99, i Palazzetti riaprono per l’avvio di una stagione che viene ridotta a soli 50 incontri rispetto ai canonici 82 normalmente in calendario, il che determina – oltre all’annullamento del classico fine settimana dell’All Star Game, previsto proprio nel secondo mese dell’anno – un programma molto accorciato per poter concludere la “regular season” nella prima settimana di maggio.

I San Antonio Spurs, dopo due ottime stagioni nel ’95 – miglior record NBA con 62-20 solo per essere sconfitti 4-2 dagli Houston Rockets nella Finale della Western Conference – e nel ’96 – quarto miglior record della Lega con 59-23, ma usciti al secondo turno dei playoff, superati 4-2 dagli Utah Jazz – avevano incontrato palesi difficoltà nel corso della successiva annata, circostanza che aveva portato all’avvicendamento in panchina ad inizio dicembre ’96 tra il Coach Tom Hill ed il suo Vice, Gregg Popovich, un evento che determina una svolta epocale nella storia del Club texano.

Con la stagione oramai compromessa – soprattutto a causa dell’infortunio della stella David Robinson, limitato a soli 6 partite (3-3), cui si aggiunge anche quello dell’ala piccola Sean Elliott, anche lui ai box da inizio febbraio ’97 – Popovich utilizza il resto della stessa per saggiare la qualità della rosa in vista del successivo Torneo, anche se la mano più grossa gliela fornisce proprio il negativo andamento stagionale, che comporta per gli Spurs la facoltà di scegliere per primi al Draft del giugno ’97, svoltosi a Charlotte, in North Carolina.

Opportunità che San Antonio non si lascia sfuggire, puntando il dito su Tim Duncan, 21enne centro di m.2,11 per 113kg. nativo delle Isole Vergini e proveniente dal College di Wake Forest, ideale sostituto dell’oramai 37enne Dominique Wilkins, trasferitosi in Italia per deliziare per una stagione i tifosi bolognesi, sponda Fortitudo.

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Duncan e Robinson (50), le “Torri Gemelle” degli Spurs – da tokkoro.com

Con Duncan e Robinson (m.2,13 per 106kg.) a formare quelle che all’epoca vengono definite “The Twin Towers (“Le Torri Gemelle”, non potendo ipotizzare la tragedia che le avrebbe colpite da lì a quattro anni …), Popovich aggiunge al proprio quintetto base anche Jaren Jackson, proveniente dai Washington Bullets, così da formare un plotone di guardie, assieme ad Avery Johnson e Vinny Del Negro (per due anni a Treviso con cui vince lo Scudetto nel ’92), necessario per compensare la ricaduta di Elliott, nuovamente fermatosi per infortunio a metà gennaio ’98.

Con un “roster” piuttosto avanti con gli anni, l’inserimento del poco più che 20enne Duncan rappresenta una ventata d’energia e di freschezza utile a contribuire al record di 56-26 (quarto migliore nella Western Conference), pur se lo scontro nella semifinale playoff contro gli Utah Jazz è ancora impari, con Stockton & Co. ad imporsi per 4-1 ed andare a sfidare per il secondo anno consecutivo gli “imbattibili” Chicago Bulls di Michael Jordan e Scottie Pippen.

Proprio l’addio all’attività agonistica di MJ a fine ’98 consente di ritenere la successiva stagione come una delle più aperte per l’assegnazione del titolo, e Popovich decide che “vecchio è meglio”, irrobustendo la rosa a sua disposizione con l’esperienza di Steve Kerr (guardia di 33 anni, reduce da tre titoli consecutivi coi Bulls), Mario Elie (guardia/ala piccola di 35 anni, proveniente da Houston) e Jerome Kersey, ala forte oramai 36enne, prelevato da Seattle dopo una carriera a Portland, cui unisce il solo giovane Antonio Daniels, che aveva disputato il suo anno da “rookie” a Vancouver.

Popovich utilizza il periodo di inattività forzata per cementare al meglio la sua squadra che, stante l’età media alquanto elevata – ben 9 dei 14 componenti il Roster hanno superato la trentina – può da un certo punto di vista essere avvantaggiata dal calendario ridotto, ma al tempo stesso penalizzata dai troppi incontri ravvicinati che la stagione comporta, e comunque, dopo un avvio incerto che vede gli Spurs con un record di 20-10 a fine marzo, nei restanti 20 incontri, Duncan & Co. ne perdono solo tre, per un record conclusivo di 37-13 che rappresenta non solo il migliore della Western Conference, ma dell’intera Lega, potendo così contare sul vantaggio del fattore campo in tutti i turni dei playoff.

Post season che San Antonio inaugura contro i Minnesota Timberwolves della futura stella Kevin Garnett, al tempo ancora 22enne, il quale mette in evidenza le proprie doti in gara-2, con i suoi 23 punti e 12 rimbalzi decisivi per il successo 80-71 di Minnesota all’Alamodome che porta la serie sull’1-1, prima che gli Spurs mettano le cose a posto espugnando due volte di seguito il “Target Center” di Minneapolis per proseguire la propria corsa verso le Finali di Conference.

Il passo falso interno contro Minnesota serve a Popovich per catechizzare i propri giocatori a tenere alta l’attenzione in vista dei prossimi rivali, i Lakers del duo Kobe Bryant/Shaquille O’Neal, ma in una serie che vede Duncan mettere a referto medie di 29,0 punti, 10,8 rimbalzi e 3,3 assist a partita – con il “Personal Show” in gara-3, vinta 103-91 al Forum di Inglewood grazie ai suoi 37 punti, 14 rimbalzi e 14 assist – Los Angeles è spazzata via con un imbarazzante 4-0, ed ora sotto per la Finale della Western Conference contro i Portland Trail Blazers, che quanto a torri non se la passano certo male, potendo contare sui 208cm. di Rasheed Wallace, nonché sui m.2,21 e l’esperienza del 34enne lituano Arvydas Sabonis, al suo quarto anno nell’Oregon.

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O’Neal nella morsa tra Will Perdue (41) e Tim Duncan – da gettyimages.it

Cambiano gli avversari, ma non l’esito del confronto, con San Antonio a soffrire di più nei due match interni allo “Alamodome”, risolti per 80-76 – grazie ai 21 punti a testa di Duncan e Robinson, utili per arginare lo strapotere di Wallace, che ne mette a referto 28 – ed a fil di sirena con un’incredibile rimonta in gara-2, dopo che all’intervallo lungo i Blazers erano avanti 48-34, in cui si rivela decisiva la “mano calda” del finalmente ristabilito Sean Elliott, il quale mette a segno ben 6 bombe su 7 tentativi, con 22 punti a suo favore per l’86-85 conclusivo, cui si sommano, viceversa, due comode vittorie esterne per un secondo 4-0 che schiude ai San Antonio Spurs la prima Finale NBA della loro storia.

Avversari i New York Knicks, i quali, chiusa la stagione regolare ad Est con l’ottavo miglior record – e con una sola vittoria di differenza (27-23 a 26-24) rispetto ai Charlotte Hornets – si sono trasformati nei playoff, facendo fuori, uno dopo l’altro, i Miami Heat di Alonzo Mourning (3-2), per poi umiliare 4-0 gli Atlanta Hawks di Dikembe Mutombo e quindi venire a capo di un’intensa Finale di Conference contro gli Idiana Pacers del cecchino Reggie Miller, piegati 4-2.

I Knicks, alla ricerca di un terzo titolo NBA dopo i successi di inizio anni ’70 “targati” Willis Reed, sono ancora scottati dalla sconfitta patita nella Finale ’94 (stagione del primo ritiro di “sua Maestà” Michael Jordan), allorché vengono sconfitti 4-3 dagli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, e per il loro centro Patrick Ewing, alle soglie dei 37 anni, questa si prospetta come una delle ultime possibilità per conquistare il tanto desiderato anello, al quale non può però dare il suo contributo, essendosi infortunato al tendine d’Achille in gara-2 contro Indiana.

Pur privi del loro carismatico centro, New York resta comunque una formazione esperta e coi suoi migliori talenti nel giusto periodo della maturazione fisica e tecnica, dai 27 anni della guardia Allan Houston, ai 28 dell’ala piccola Latrell Sprewell per finire ai quasi 30 dell’ala grande Larry Johnson, un quintetto ben amalgamato dal coach Jeff Van Gundy che, al pari di Popovich, ha assunto la guida della franchigia dopo anni quale Vice di Don Nelson.

Il via alle ostilità viene dato il 16 giugno ’99 allo “Alamodome” di San Antonio, ed anche se lo svantaggio del fattore campo è stato sinora ribaltato dai Knicks, questa volta, dopo un fulmineo avvio che li porta a condurre 27-21 a fine primo quarto, l’inerzia dell’incontro pende ben presto dalla parte degli Spurs che, trascinati da un devastante Tim Duncan autore di 33 punti e ben 16 rimbalzi, portano a casa gara-1 per 89-77 rendendo vani i 19 punti a testa della coppia Houston/Sprewell.

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Robinson stoppa Sprewell in gara-1 delle finale ’99 – da gettyimages.it

L’asfissiante guardia sotto canestro di Duncan e Robinson produce 26 rimbalzi difensivi in gara-2, così limitando New York ad appena 67 punti complessivi e, nonostante Sprewell ne risulti il top-scorer con 26, la ripartizione dei canestri in casa texana consente agli Spurs di chiudere sull’80-67 e potersi così recare nella “Grande Mela” forti del vantaggio di 2-0.

In casa Knicks ci si rende conto che ribaltare le sorti della serie rappresenta un’impresa pressoché disperata, ma per non deludere i quasi 20mila spettatori che come al solito gremiscono le tribune del “Madison Square Garden” (celebre regista Spike Lee in primis a bordo campo …), sfornano una prestazione tutto cuore in gara-3 in cui la ribalta spetta ad Houston, autore di 34 punti, ben coadiuvato da Sprewell che chiude a quota 24, per l’89-81 che dà qualche speranza tra i newyorkesi in vista del successivo match in programma il 23 giugno, sempre sul parquet amico.

Quella sera, al Madison Square Garden va in scena una delle più apprezzate “prestazioni di squadra” mai viste in una Finale NBA, di quelle cioè che rendono giustizia e fanno felice il lavoro di un coach quale Gregg Popovich, visto che tutti e cinque i componenti del quintetto base vanno in doppia cifra, a far da giusto contorno allo strapotere di Duncan, il quale mette a referto qualcosa come 28 punti e, soprattutto, ben 18 rimbalzi (di cui 15 difensivi), coi suoi scudieri a realizzare 18 punti con Elie e 14 a testa per Elliott, Johnson e Robinson, il tutto per un successo mai in discussione (50-46 a metà gara, 72-63 a fine terzo quarto) ed il cui finale di 96-89 porta gli Spurs ad una sola vittoria dal titolo.

Con, all’epoca, le Finali NBA ancora strutturate con la formula 2-3-2, anche gara-5 si svolge al “Madison Square Garden” a soli due giorni di distanza, e nel basket professionistico Usa, se c’è una cosa da evitare è proprio il veder festeggiare gli avversari sul proprio campo e, d’altronde, con i due ultimi incontri da disputare in Texas, perché non regalare tale gioia ai propri tifosi …

Privi per tutta la serie del loro leader carismatico Patrick Ewing, i Knicks si affidano a Sprewell, il quale manda in scena una serata memorabile dall’alto dei suoi 35 punti corredati da 10 rimbalzi, il che consente a New York di tenere il match in equilibrio sino alla sirena (20-23, 40-38, 59-58 i parziali per San Antonio dei primi tre quarti …), allorché tocca ad Avery Johnson mettere a segno i punti del definitivo 78-77 a 45” dal termine, con il tiro della disperazione ancora nelle mani di Sprewell che, esausto, lo sbaglia permettendo così a San Antonio di festeggiare il primo titolo della sua storia.

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Tim Duncan, MVP delle finali ’99 – da bet.com

L’esito dell’unica “Stagione dimezzata” della Storia della NBA, porta a due diverse prosecuzioni nel cammino delle due finaliste, in quanto, se per New York, dopo la sconfitta nella Finale di Conference dell’anno successivo (2-4 contro Indiana), il nuovo millennio porta solo delusioni, per la franchigia texana questo è solo l’inizio di un ciclo che vede l’inseparabile coppia Popovich/Duncan regalare ai supporters texani altri quattro titoli – 2003, ’05, ’07 e ’14, oltre alla Finale persa 3-4 contro i Miami Heat nel ’13 – così da renderla quale seconda miglior squadra di inizio secolo dopo i Los Lakers che si aggiudicano cinque titoli.

Ah, dimenticavamo, secondo voi chi sarà mai stato eletto MVP delle Finali?

La risposta è sin troppo facile, con medie di 27,4 punti, 14,0 rimbalzi e 2,4 assist a partita, non poteva essere che lui, Tim Duncan, il ragazzo proveniente dalle Isole Vergini

 

GHEORGHE MURESAN, IL GIGANTE RUMENO CHE REALIZZO’ IL SUO SOGNO IN NBA

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Muresan alle prese con Rodman – da theclassical.org

articolo di Nicola Pucci

Gli osservatori che pensavano che Gheorghe Muresan, gigantesco pivottone rumeno di 231 centimetri, non avesse nè il talento nè la tempra per diventare un buon giocatore in NBA, ebbero modo di ricredersi nel corso della stagione 1995/1996 che il ragazzo nato a Tritenii de Jos il 15 febbraio 1971 segnò con la sua impronta di cestista formato XXL.

Soprannominao “Ghidza” (contrazione di Gheorghe e Godzilla), Muresan, che ha scoperto la pallacanestro a 14 anni grazie al suo dentista che a tempo perso arbitra partite, comincia a far parlare di se ai Mondiali juniores del 1991 ad Edmondton in Canada, quando a furia di punti e rimbalzi, 24.1 e 11.4, trascina la Romania al quinto posto finale, risultando il migliore del torneo nel suo ruolo. Ovviamente Gheorghe fa valere in pieno la sua stazza ingombrante per dominare nell’area piccola, ristretto spazio di gioco che non certo a caso è stato eletto suo habitat naturale. Fin da ragazzo, quando già 15enne misura 2m07, proprio lì viene dirottato, cominciando presto a catturare palloni e mettere a segno canestri nel campionato rumeno, vestendo la maglia dell’Universitatea Cluj.

Ed è con la maglia di club che una sera di ottobre del 1991, nel corso di un match con il Pau Orthez, mette a segno ben 39 punti, rischiando quasi da solo di estromettere dalla Coppa Europa (ex Coppa dele Coppe) i francesi. I dirigenti della squadra transalpina, nella figura di Pierre Seillant, rimangono tanto impressionati dal gigantesco giocatore rumeno che lo assoldano per l’anno dopo, 1991/1992, quando Muresan trasferisce bagagli e sudore in Europa occidentale per andare a dare un saggio delle sue comunque indiscusse qualità di buon giocatore di basket. Chiude la stagione con media realizzativa interessante, 18.3 punti a partita, a cui aggiunge 10.3 rimbalzi e 2.8 stoppate, statistiche queste che gli garantiscono una certa notorietà.

E gli scouts NBA gli mettono gli occhi addosso, ritenendo che un omone con quel fisico possa essere un fattore anche nella Lega professionistica più importante del pianeta. Nel 1993 viene scelto dai Washington Bullets al Draft col numero 30, e se inizialmente la franchigia della capitale pare orientata a far maturare il rumeno in qualche squadra di livello in Europa, tipo Barcellona o Panathinaikos che gli fanno la corte, è lo stesso Muresan a decidere invece di compiere il grande salto ed andare a mettersi alla prova di là dall’Atlantico. Sceglie il numero 77 in onore alla sua taglia (7 piedi e 7 pollici, ovvero 2m31) ed abborda la stagione da rookie con la ferma intenzione di continuare a progredire. Il 17 novembre 1993 scende per la prima volta sul parquet, nella vittoria 117-104 contro i Milwaukee Bucks, un minuto di permanenza e tre punti, ma il sogno americano, per “Ghidza“, è diventato realtà.

In effetti la stagione da novizio è inevitabilmente timida, con 5.6 punti e 3.6 rimbalzi di media in appena 12 minuti di gioco, ma già l’anno successivo Muresan raddoppia il minutaggio, 23.6 minuti, così come le sue cifre in punti, 10.0, e rimbalzi, 6.7, con un massimo stagionale di 30 punti il 9 aprile 1995 nella sconfitta 98-110 contro Boston, frutto di un eccellente 13/15 nel tiro da due, a certificare che il ragazzo è in crescita (cestistica, si intende) costante.

E la consacrazione a stella non è lontana dall’arrivare, anzi. La stagione 1995/1996 è infatti quella del definitivo salto di qualità; prima dell’inizio del campionato, previsto per il 3 novembre, Muresan torna a giocare qualche partita al Pau Orthez, tanto per mantenere la forma. E la scelta si rivela azzeccata. Una volta che il campionato NBA si mette in marcia, Muresan conquista in pianta stabile il ruolo di pivot titolare, a fianco di un giovanissimo Rasheed Wallace, incrementando ancor più le sue statistiche, fino a 30 minuti in campo, 14.5 punti, 9.6 rimbalzi e 2.3 stoppate, tanto da meritarsi a fine anno la palma di Most Improved Player, ovvero giocatore più migliorato della stagione. E’ il primo cestista europeo ad imporsi in questa speciale classifica, e per “Ghidza” è un vero e proprio pelibiscito, se è vero che votano a suo favore 50 dei 110 giornalisti accreditati, che lo preferiscono nettamente a Georges McCloud, ala dei Dallas Mavericks. Ma il rumeno non si accontenta di primeggiare solo in tale graduatoria, l’appetito vien mangiando, e a conclusione di un’annata che per lui, ahimè come vedremo tra poco, non  avrà un seguito, risulta anche il giocatore con la miglior percentuale nel tiro da due, con un conclusivo 58,4% che la dice lunga sul grado di difficoltà che i rivali incontrano nel poterne contrastare le lunghissime leve. Che, è bene dirlo, di questi tempi rispondono al nome di Dennis Rodman, David Robinson, Shaquille O’Neal e Hakeem Olajuwon, con cui Muresan compete ad armi pari (o quasi), contibuendo pure a fare di Washington una franchigia capace di passare da un misero record di 21-62 ad un più che lusinghiero 39-43. Seppur senza la consolazione della qualificazione ai play-off, ma segnando il career-high in rimablzi (21 contro Miami il 17 gennaio 1996) e punti (31 contro Charlotte l’8 novembre 1995).

Per un anno ancora, 1996/1997, Muresan recita da protagonista in NBA, seppur il minutaggio e la media punti, così come quella ai rimbalzi, diminuisca perchè il rumeno entra nella rotazione che comprende anche due campioni di gran classe quali Juwan Howard e Chris Webber. Nondimeno, Gheorghe viene confortato da un nuovo successo nella graduatoria della percentuale di tiro, addirittura 60,4%, ed infine dalla qualifcazione ai play-off con conseguente elimanazione al primo turno per mano degli imbattibili Chicago Bulls di Jordan&C (seppur a chiusura di tre sfide equilibrate). Dopodichè, il giocattolo si rompe. E non è proprio un modo di dire.

L’anno dopo, infatti, Muresan è costretto a saltare l’intera stagione per un problema alla caviglia destra, così come nel 1998/1999 gioca con i nuovi compagni dei New Jersey Nets solo uno scampolo dell’ultima gara di stagione regolare per i gravi problemi alla schiena, tanto da doversi sottoporre ad un intervento chirurgico, prodotti dall’eccessiva sollecitazione dei suoi nervi contratti. Può ad onor del vero tornare a giocare, anche se solo 31 partite, ma ormai con i due anni persi se n’è andata anche la piena efficienza fisica e sotto le tabelle, “Ghidza” Muresan, non è proprio più quello dei tempi che furono.

Finisce qui la carriera americana di un gigante rumeno, alto, grande e grosso, che vide realizzarsi un sogno. Si chiamava NBA, miei cari lettori… e non era certo uno scherzo.