DENNIS RODMAN, IL “VERME” VISSUTO DUE VOLTE

 

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Dennis Rodman – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo in una notte di febbraio ‘93, a bordo di un pick-up vi è un uomo di colore che sta meditando sulla propria vita con un fucile carico appoggiato sul sedile di fianco, una scena neanche troppo infrequente negli Stati Uniti, dove il mercato delle armi è libero e le problematiche di ordine economico e sociale sono anch’esse all’ordine del giorno, specie tra i “colored”.

La cosa, però, assume un aspetto ben diverso, una volta chiarito che il luogo dove l’automezzo si trova è il parcheggio dell’Arena che ospita le gare interne della squadra di Basket dei Detroit Pistons e l’uomo all’interno altri non è che Dennis Rodman, uno dei leader della franchigia due volte campione NBA nel 1989 e ’90, il quale ha ancora tre anni di contratto a 4milioni di dollari a stagione.

Certo, dopo l’eliminazione al primo turno dei playoffs ’92, il campionato seguente era iniziato in maniera insoddisfacente per i Pistons e Rodman aveva appena divorziato dalla prima moglie, unione durata appena un anno e da cui era nata la figlia Alexis, un evento che lo aveva traumatizzato, ma da qui a togliersi la vita sembra che di differenza ce ne sia, e neppure poca.

Lo stesso Rodman, anni più tardi, nella sua biografia “As Bad as I wanna be” (“Così cattivo come voglio essere”), ammette di aver seriamente pensato a togliersi la vita, ma quella notte in cui ha rivisitato come in un film la sua esistenza sino ad allora, lo aveva convinto ad uccidere sì, ma l’altro Dennis, quello che era stato sino ad allora, ed iniziare un nuovo capitolo del suo cammino terreno.

Scelta quanto mai saggia, verrebbe da dire, e non c’è alcun dubbio al riguardo, ma d’altronde Rodman è un uomo che ha sempre vissuto di eccessi ed anche questo fa parte del personaggio, al quale, peraltro, la vita ha tutt’altro che sorriso sin dalla tenera età.

Nato, difatti, il 13 maggio 1961 a Trenton, nel New Jersey, Rodman, al pari della madre e delle due sorelle minori, viene ben presto abbandonato dal padre, militare nell’Aviazione americana, al ritorno dalla guerra nel Vietnam per andare a trasferirsi in pianta stabile nelle Filippine, un trauma dallo stesso mai totalmente superato, tanto da rifugiarsi nella frase “qualcuno mi ha messo al mondo, ma non per questo vuol dire che sia mio padre”.

Crescere in un ambiente matriarcale non facilita il cammino verso la maturità interiore di Dennis – al quale non contribuisce certo il nomignolo di “The Worm” (“il verme”) affibbiatogli da ragazzo per le sue movenze mentre giocava a flipper – che si dimostra sempre più timido ed introverso, specie rispetto alle sorelle, a differenza delle quali, che sin da piccole se la cavavano più che bene con la “palla a spicchi”, ha l’handicap dell’altezza, tant’è che al primo anno del liceo misurava meno di m.1,70 e così, mentre Debra e Kim vincono tre Campionati statali, al maschio di casa tocca quasi sempre sedersi in panchina e vedere giocare i propri compagni.

Una situazione a cui pone rimedio madre natura, facendo sì che il giovane cresca di ben 23 centimetri in due soli anni, così che al termine del liceo Dennis misura m.1,98 (che poi sarebbero diventati 2,01 …) e può quindi cimentarsi ad armi pari sotto canestro, mettendo sin da subito in evidenza quella che è la “specialità della casa”, vale a dire un’abilità fuori dal comune nell’andare a rimbalzo.

Nel suo passaggio al college – non uno dei più rinomati, trattandosi della “Southeastern Oklahoma State University”, associata alla NAIA (“National Association of Intercollegiate Athletics”) – Rodman riesce comunque a farsi notare realizzando in tre stagioni medie di 25,7 punti e 15,7 rimbalzi a partita, tanto che nel “Draft Nba” del 1986, viene scelto al secondo giro dai Detroit Pistons, che come prima opzione si erano assicurati le prestazioni di John Salley da Georgia Tech.

E’ la franchigia dei celebri “Bad Boys”, temuti per il loro gioco duro, e nella quale Rodman si trova perfettamente a proprio agio tra i vari Isiah Thomas, Joe Dumars, Adrian Dantley e Bill Laimbeer, ma soprattutto può finalmente avere come punto di riferimento una figura maschile che non esita a definire come il “suo vero padre”, nel coach Chuck Daly, ed anche se gli inizi non lo vedono inserito nel quintetto titolare, riesce comunque a dare il suo positivo contributo alle stagioni dei Pistons che, dopo aver perso la Finale della “Eastern Conference” ’87 portando comunque i Boston Celtics di Larry Bird a gara-7, si vendicano l’anno successivo, conquistando il diritto a sfidare nella Finale per il titolo i Los Angeles Lakers, dopo aver sconfitto stavolta 4-2 i Celtics.

Rodman dimostra di avere, oltre che braccia lunghe per andare a rimbalzo, anche una lingua non meno corta, permettendosi di esprimere valutazioni poco carine addirittura su Larry Bird, da Dennis considerato “sopravvalutato in virtù del fatto di essere un bianco in uno sport dove primeggiano gli atleti di colore”, un’uscita che gli vale non poche critiche, pur venendo difeso dal suo capitano, Isiah Thomas.

Meglio concentrarsi sul parquet, comunque, e dopo la sconfitta in gara-7 di fronte ai Lakers nelle Finali ’88, ecco che i Pistons si vendicano con il “cappotto inflitto a Magic & Co. l’anno successivo per il primo anello nella storia della franchigia, con Rodman che, in gara-3 (vinta da Detroit 114-110 al Forum di Inglewood) domina a rimbalzo conquistandone ben 19 per la propria squadra.

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Rodman festeggia il primo titolo NBA coi Pistons – da nbareligion.com

Un successo che i Pistons ripetono l’anno successivo, quando ancora una volta impediscono ai Chicago Bulls di un sempre più dominante Michael Jordan di aggiudicarsi il titolo della “Eastern Conference” in una serie dove a prevalere è il fattore campo ed in cui Rodman risulta il miglior rimbalzista della propria squadra con una media di 9,7 a partita, dopo aver compensato la partenza di Ricky Mahorn verso Minnesota con prestazioni tali da fargli vincere il premio di “Miglior Difensore dell’Anno”.

La Finale assoluta – che vede i Pistons opposti ai Portland Trail Blazers – anche in questo caso ha poca storia, con i ragazzi di Chuck Daly ad imporsi per 4-1, con un solo leggero passaggio a vuoto in gara-2 persa di un solo punto (105-106), ma dominando il resto degli incontri.

L’anno successivo la ruota gira a favore di Jordan e dei suoi Bulls che stavolta, rodati a puntino, non hanno pietà dei Pistons spazzandoli via con un inequivocabile 4-0 nella Finale di Conference ed aprirsi la strada verso il primo dei tre titoli consecutivi.

Il declino dei Pistons coincide con, viceversa, l’inserimento di Rodman in quintetto base, ma il tempo è impietoso per tutti, men che meno per coach Daly che, al termine dei playoff ’92, conclusi con un’eliminazione al primo turno da parte di New York, abbandona il club, proprio mentre Rodman di aggiudica il primo dei suoi sette titoli consecutivi di miglior rimbalzista della stagione regolare, con una media mai più superata di 18,7 a partita a fronte di 1.530 rimbalzi complessivi, una cifra mai raggiunta dai 1.572 di Wilt Chamberlain nel ’72 e che nessuno in seguito riuscirà più ad eguagliare.

Ma l’equilibrio mentale di Rodman non è dei più stabili e l’abbandono di Daly è per lui una mazzata dalla quale ha difficoltà a riprendersi, rischiando la tragica conclusione citata in premessa, per poi chiedere il trasferimento a fine stagione, nonostante avesse ancora tre anni di contratto per una cifra complessiva di 12 milioni di dollari.

A farsi avanti sono i San Antonio Spurs che lo ritengono, a ragione, il partner ideale dello “Ammiraglio” David Robinson, al fine di consentire al fortissimo centro di dedicarsi più al tiro che non ai rimbalzi, perfetto connubio che, nei due anni di permanenza di Rodman nel Texas, li vede prevalere quanto a canestri realizzati (29,8 e 27,6 punti di media per Robinson) che a cattura di palloni a rimbalzo (17,3 e 16,8 per Rodman), con l’unica amarezza derivata dalla sconfitta nella Finale della Western Conference per mano degli Houston Rockets nonostante il primo posto conseguito nella stagione regolare con uno score di 62 gare vinte a fronte di sole 20 perse.

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Rodman ai San Antonio Spurs – da politico.com

Così narrata, sembra una storia come tante altre, ma allora cosa è veramente successo, quella notte di febbraio ’93 …?? Lo descrive lo stesso Rodman, ammettendo che “invece di farla finita, decisi di uccidere l’impostore che viveva dentro di me, colui che m aveva sinora impedito di vivere, felice, la mia vita come veramente volevo che fosse …!!”.

Ciò voleva dire liberarsi degli stereotipi imposti dal vivere comune, e la prima, visibile, svolta fu costituita dal colore dei capelli che, a seconda dell’umore, erano ora biondi, rossi o blu, il tutto unito a trasgressioni di ogni tipo, cosa che Rodman non rinnega affatto, limitandosi però a giustificare il proprio operato adducendo che “ho avuto la chance di vivere la vita come piace a me e, se non siete d’accordo, baciatemi il c….. (slang molto in uso negli States …); la maggior parte delle persone sono fondamentalmente dei lavoratori che desiderano sentirsi liberi, essere se stessi, essi mi guardano e vedono uno che cerca di riuscirvi, mostrando loro che non vi è problema ad essere differenti e credo anche che loro pensino questo quando vengono a vedermi giocare: andiamo a vedere questo ragazzo che ci farà divertire …!!”.

Sicuramente aiutato dalla fama raggiunta, resta comunque difficile da ritenere che, con un simile atteggiamento, ed alla non più verde età di 34 anni, Rodman venga scelto proprio dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan – tornato sul parquet dopo un anno e mezzo di inattività – per compensare la perdita di Horace Grant, trasferitosi agli Orlando Magic.

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Rodman con Jordan e Pippen ai Bulls – da clutchpoints.com

Ed invece, Phil Jackson punta proprio su di lui, una decisione che non lo farà rimpiangere dal punto di vista sportivo, con Rodman che allunga con i Bulls sino a sette la serie di titoli consecutivi quale miglior rimbalzista della “regular season”, fornendo un valido contributo al secondo “threepeat” (gioco di parole per significare tre titoli Nba consecutivi …) che Chicago mette a segno dal 1996 al ’98 dopo quello realizzato dal 1991 al ’93.

Più difficile, ovviamente, la gestione comportamentale, specie quando si hanno in squadra due leader naturali come Jordan e Scottie Pippen, ma la coabitazione tra i tre non crea problemi di sorta, come lo stesso Rodman ammette “sul parquet io e Jordan andiamo d’accordo e parliamo tranquillamente degli schemi di gioco, ma al di fuori siamo agli esatti opposti, come dire che se io me ne vado al nord, lui si orienta verso il sud, mentre Pippen si posizione a metà tra di noi”.

Se l’armonia regna coi compagni non altrettanto si può dire verso terzi, come quando, a marzo ’96, in una gara a New Jersey, Rodman ha un pesante “faccia a faccia” con uno dei direttori di gara, tale da essere sanzionato con sei turni di sospensione ed una multa da 20mila dollari, pur risultando poi decisivo in gara-2 e gara-6 delle Finali ’96 contro Seattle con, rispettivamente, 20 e 19 rimbalzi.

L’anno seguente, coi Bulls a confermarsi campioni a spese degli Utah Jazz, Rodman sale agli onori della cronaca in negativo per un calcio all’inguine assestato ad un cameraman in un match contro Minnesota, cosa che gli costa 200mila dollari quale risarcimento all’operatore ed 11 turni di sospensione senza stipendio, un’impresa pertanto stimabile intorno al milione di dollari.

Intenzionato a farsi perdonare nell’ultima stagione in cui i Bulls vincono l’anello, Rodman colleziona una media di 15 rimbalzi a partita, superando undici volte quota 20 con un picco di 29 contro gli Atlanta Hawks e di 15 solo offensivi (più altri 10 sotto il proprio canestro) contro i Los Angeles Clippers, per poi limitare la potenza di Karl Malone nei primi tre incontri della Finale Playoffs.

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Rodman e Karl Malone nelle finali Nba 1997 – da chasetheink.com

Ma non sarebbe Rodman se, alla vigilia di gara-4, non abbandonasse il ritiro per andare a disputare un match di wrestling assieme ad Hulk Hogan, cosa che gli costa un’ammenda di 20mila dollari (niente rispetto agli oltre 200mila intascati per detta esibizione), ma che non gli impedisce comunque di contribuire, con la cattura di 14 rimbalzi, al successo per 86-82 che porta i Bulls sul 3-1 nella serie, spianando loro la strada per la vittoria finale.

Non sono in molti a potersi vantare di concludere la propria carriera nella prestigiosa NBA con qualcosa come sette anelli al proprio conto e, d’altronde, se uno come coach Phil Jackson – che, quanto ad anelli, se ne intende, avendone vinti ben 11 (6 con Chicago e 5 copi Lakers) – ha affermato che, da un punto di vista puramente fisico, Rodman sia stato il miglior atleta da lui allenato.

Ma il “nuovo” Rodman si spinge più in là, quando afferma “guardo a me stesso come una delle tre massime attrazioni della NBA; se non ci sono Shaquille O’Neal o Michael Jordan, ecco, allora vengo io …!!”.

Non c’è che dire, il “verme” è proprio diventato grande …..

VENEZIA E QUELLA COPPA KORAC GETTATA AL VENTO NEL 1981

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Una fase della finale tra Badalona e Venezia – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Togliete tutto ai Veneziani, pronti probabilmente a ripudiare Marco Polo, magari a barattare il Ponte di Rialto con una pericolante passarella tibetana, fors’anche a svendere il Carnevale al miglior offerente. Ma non negate loro la possibilità di conservare al caldo del cuore e resuscitare il ricordo della fantastica squadra di basket che nel corso della stagione 1980/1981 regalò un sogno. Seppur infranto sul più bello.

Scherzi a parte, l’antefatto serve comunque a legittimare la memorabile impresa che i lagunari, targati col marchio Carrera, seppero prima progettare, poi realizzare, infine non portare a compimento in quella Coppa Korac 1981 che l’anno precedente aveva già visto trionfare un’altra grande realtà provinciale del basket tricolore, la Sebastiani Rieti di “zio” Willie Sojourner.

Non a caso ho usato il termine progettare, aiuta a comprendere quel che era l’ambizioso disegno del giovane patron Roberto Carrain, erede di una dinastia di albergatori. Ebbene, Carrain intende riportare la Reyer ai fasti del biennio 1942/1943, quando colse gli unici due scudetti della sua storia cestistica iniziata nel 1925, ed affida la chiavi della squadra a Tonino Zorzi, di ritorno in laguna dopo aver seduto in panchina dal 1971 al 1979 ed aver trascorso un sorta di anno di transizione alla Mens Sana Siena nel 1980. Il coach goriziano ha tra le mani un parco giocatori di prim’ordine, in virtù soprattutto dell’innesto di due fuoriclasse che lasceranno traccia indelabile dalle parti di Piazza San Marco, deliziando l’appassionato pubblico che prende posto al Palazzetto dell’Arsenale: lo jugoslavo Drazen Dalipagic, detto “Praja” in onore di Prajo, giocatore di quel Velez Mostar che in gioventù fu la squadra calcistica del cuore di Drazen, che proprio a Mostar ebbe i natali, cecchino dalla mano tanto fatata che un giorno ne metterà addirittura 70 contro le “V nere” bolognesi, e l’americano di colore Spencer Haywood, leggiadro nelle movenze e sopraffino nella tecnica, con una particolare propensione all’uso della cocaina e per questo bisognoso di rifarsi una verginità cestistica dopo aver colto un oro olimpico a Città del Messico nel 1968 ed esser stato 4 volte All Star in NBA.

Ad onor del vero Venezia, per la stagione 1980/1981, si trova a dover recitare in Serie A2, retrocessa due anni prima e quinta poi al primo tentativo di risalita. Ma per l’anno in corso la cavalcata è trionfale, perchè il quintetto è nettamente superiore al lotto delle avversarie e la promozione, acquisita con il primo posto frutto di 26 vittorie in 32 partite, consente anche l’accesso ai play-off che vedono infine i lagunari, dopo aver eliminato Forlì vincendo 76-75 il match di spareggio, soccombere ai quarti alla Taurisanda Varese di Dino Meneghin e Bob Morse.

Un giovane Andrea Gracis, poco più che 20enne, in cabina di regia, Giovanni Grattoni guardia tiratrice e Fabrizio Della Fiori, che ha trascorsi importanti con Cantù e di Korac se ne intende proprio se è vero che l’ha vinta già tre volte con i brinzoli, compongono lo zoccolo duro di una formazione che ha in Lorenzo Carraro e Luigi Serafini soprattutto, ma anche Luca Silvestrin, Angelo Bianchini, Stefano Gorghetto, Claudio Soro e Michele Marella validi rincalzi, pronti all’occorrenza a contribuire alle fortune del club.

E di fortune, in quel magico anno 1981, la Reyer Venezia a spasso per l’Europa ne ha parecchie. Compete in una manifestazione che allinea al via, oltre a Rieti in qualità di detentrice del titolo, anche quattro rappresentanti di quella Jugoslavia – Partizan, Jugoplastika, Zadar e Stella Rossa – che spopola e produce campioni a getto continuo, la Dinamo Mosca che tiene alta la bandiera falce e martello dell’Unione Sovietica, l’emergente Aris Salonicco dell’altrettanto emergente Nikos Galis, la Joventut de Badalona e i francesi dell’Orthez. Insomma, la concorrenza è folta ed agguerrita e per i ragazzi di Zorzi è dura poter pensare di andare lontano.

Invece… invece accade che l’ingranaggio funzioni perfettamente, a cominciare dal doppio impegno, vittorioso, al primo turno con gli israeliani dell’Hapoel Haifa, sconfitti 103-95 e 100-89, che garantisce il passaggio alla fase a gironi. E qui Venezia compie un altro capolavoro. Seppur opposti a squadre del calibro di Aris, Jugoplastika e Zbrojovka, i granata realizzano un percorso perfetto, sei vittorie in sei partite, passando netto a Spalato, 101-85, sbancando di un soffio Salonicco, 86-85, facendo valere la legge del più forte a Brno, 110-109. Al Palazzetto dell’Arsenale, poi, non ce n’è per nessuno, solo gli jugoslavi riescono a contenere il passivo, 107-100, ed allora la qualificazione alle semifinali è cosa fatta.

Quando poi anche la Dinamo Mosca, al penultimo atto, si arrende in laguna, 119-104, sepolta dalla serata di grazia di Dalipagic e Haywood che in due fanno 73 punti (43+30), non riuscendo a ribaltare il risultato tra le mura amiche, 104-101 dopo il pericoloso 62-48 all’intervallo, con Carraro e Della Fiori che con 17 punti a testa tengono buona compagnia nel “boxscore” ai due stranieri, è l’ora di preparare i bagagli e affilare le armi… si va a Barcellona, 19 marzo 1981, a giocarsi il trofeo.

Palau Blaugrana, ore 17. L’ultimo ostacolo verso l’apoteosi per la Reyer è il Badalona di coach Manel Comas, a sua volta vincitore in semifinale della Stella Rossa, 109-85 con 27 punti di Joe Galvin, bissato al ritorno, 82-73 con Josè Maria Margall miglior marcatore con 22 punti. La formazione iberica è solida e competitiva seppur non potendo contare in organico stelle di prima grandezza, con due americani, appunto Galvin e Al Skinner che ha pure un contratto solo per giocare in Coppa, che potremmo definire “normali“. Proprio Margall è il più quotato, già campione nazionale nel 1977, sotto le tabelle c’è il veterano Luis Miguel Santillana, Gonzalo Sagi-Vela completa il quintetto e si affaccia alla ribalta internazionale il giovanissimo Jordi Villacampa, destinato ad un avvenire radioso.

La sfida è di quelle infuocate, da una parte il maggior peso tecnico dei veneziani, dall’altra il tifo orgasmico dei 3.000 assiepati sugli spalti, in stragrande percentuale di fede iberica. Ed è proprio Badalona a fare la voce grossa nei primi venti minuti di gioco, chiudendo su 48-42 e mettendo a frutto la giornata di grazia di Sagi-Vela, che chiuderà con 27 punti, ben assistito dall’immancabile Margall, 23 punti, a cui danno un valdio contributo Skinner e Galvin, rispettivamente 19 e 16 punti. Ma Venezia resta aggrappata al match, nella ripresa uno stratosferico Haywood da 30 punti e 9 rimbalzi fa il bello e il cattivo tempo e con il consueto contributo al tiro di Dalipagic e Della Fiori che ne mettono 25 e 20 a testa i granata rimontano, agganciano, sorpassano ed infine allungano. Di tanto quel che pare bastare ad alzare la Coppa, prima 77-72, poi 89-80 massimo vantaggio, ancora sul 90-82 con meno di due minuti da giocare.

Sembra fatta, già si comincia a respirare aria di vittoria, ma il basket è sport crudele, capace di ribaltare situazioni apparentemente definitive, ed è proprio quel che accade. Venezia si spenge sul più bello, gestendo male un paio di possessi, il Badalona ci crede ed un canestro folle, da sei metri, sulla sirena del biondo Galvin, dopo che Grattoni ha perso un pallone letale a sei secondi dalla fine, vale il 92-92 che rimanda la decisione al tempo supplementare. E qui gli spagnoli, che hanno perso Margall, Skinner e Santillana per raggiunto limite di falli, trovano canestri preziosi in Delgado, che poi esce per falli pure lui, e proprio Sagi-Vela, alla gara della vita, Carraro segna 12 punti così come Serafini costretto a sua volta ad uscire anzitempo, e decisivo, dopo che Venezia ancora una volta ha condotto di quattro punti, è un canestro più tiro libero di Sagi-Vela che con 48″ ancora da giocare firma il sorpasso, 105-104. Venezia avrebbe ancora la chance per il contro-sorpasso, ma prima Haywood non trattiene un pallone che esce lateralmente, poi, dopo che Badalona ha provato a congelare i secondi finali fallendo il tiro del definitivo k.o. con German, sbaglia da sotto proprio all’ultimo tuffo con Della Fiori il canestro della gloria.

Il sogno finisce così, con una sconfitta che a distanza di anni brucia ancora, ma quel manipolo di campioni ha scritto una pagina di basket leggendario. E a Venezia il cuore batte forte nel ricordarli.

KAREEM, ED IL SUO GANCIO NEL CIELO DELLA NBA

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Kareem Abdul Jabbar – da thestar.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando ci si accinge a narrare la storia di un campione dello sport, di qualsiasi disciplina si tratti, la retrospettiva va sempre a cosa egli/ella abbia conquistato, dai tornei vinti se trattasi di tennisti, medaglie conquistate nel caso di assi dell’atletica, ginnastica o nuoto, campionati e coppe varie per coloro che hanno praticato sport di squadra, con i numeri e le statistiche a supporto delle rispettive carriere.

Ed in uno sport in cui, forse più di ogni altro, le statistiche rivestono un ruolo fondamentale quale è il basket i soli aridi numeri potrebbero essere più che sufficienti a descrivere cosa Kareem Abdul-Jabbar abbia rappresentato per il panorama cestistico mondiale, ed invece vi accorgerete quanto essi siano sì importanti, ma limiterebbero la statura del personaggio.

Nato a New York il 16 aprile 1947, unico figlio di un agente di polizia e di una commessa dei grandi magazzini, già appena venuto alla luce si può intuire quale possa essere il suo futuro, visto che misura quasi 60 cm. e pesa quasi 6 chili, venendogli imposto il nome di battesimo di Ferdinand Lewis Alcindor Jr, lo stesso del padre, secondo una tradizione in voga negli Stati Uniti.

Di famiglia cattolica, Lew viene battezzato secondo il rito di Sacra Romana Chiesa e frequenta un liceo cattolico a Manhattan, iniziando nel frattempo a coltivare la passione – trasmessagli dal padre – per la musica jazz, circostanza, come da lui stesso ammesso, che lo favorirà nel rilassarsi prima dei più importanti match della sua carriera.

Ma al liceo, il giovane Alcindor riesce a farsi apprezzare più per le sue doti fisico-atletiche – visto che al suo ingresso risultava già alto m.2,03 – consentendo alla squadra della sua scuola di vincere tre titoli consecutivi a livello di “high school“, con un impressionante record di 79 partite vinte contro due sole perse, ed una serie di 71 incontri di seguito senza conoscere sconfitta, il che già gli consente di acquisire il soprannome di “the tower from power“, che tradotto in italiano suona più o meno come “potenza dall’alto” ed, ovviamente, di essere corteggiato dalle più prestigiose Università degli Stati Uniti.

Per un cittadino della “Grande Mela” fare il viaggio sulla costa opposta non deve essere stato molto semplice, ma la scelta di iscriversi alla celeberrima UCLA – acronimo di “University of California, Los Angeles” – e, soprattutto, di poter essere allenato da un guru del basket quale John Wooden si rivela quanto mai azzeccata.

Già campione NCAA nel 1964 e 1965, con l’arrivo di Alcindor – che, nel frattempo, ha completato la propria crescita giungendo a m.2,10 – UCLA diviene imbattibile con l’aggiunta di tre titoli consecutivi, dal 1967 al 1969, in cui il centro risulta devastante sotto canestro, al punto che, al termine della prima stagione, la NCAA vara l’assurda regola con cui viene vietato di schiacciare la palla dentro la retina.

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Il giovane Lew Alcindor e coach John Wooden ad UCLA – da iconomy.com

Non che questo cambi molto per UCLA, che nel triennio in cui può contare sull’apporto di Alcindor stabilisce un record di 88 gare vinte a dispetto di due sole sconfitte (!!!), ed anzi aiuta il pivot a migliorare la propria tecnica di tiro, cosa di cui si avvarrà, e non poco, nella successiva carriera professionistica.

Ma altri due episodi contraddistinguono il suo trascorso al college, di cui il primo lo segna da un punto di vista fisico, con una lesione alla cornea dell’occhio sinistro subita in uno scontro a rimbalzo – e che determina il suo successivo utilizzo di occhiali a protezione durante le stagioni nella NBA – mentre il secondo ne muta l’aspetto spirituale, iniziando ad avvicinarsi all’Islam ed alla religione musulmana.

Questioni fisiche e religiose a parte, non ci vuol molto a capire come Alcindor sia divenuto l’oggetto del desiderio in occasione del “draft” del 1969 per stabilire quale franchigia se ne sarebbe assicurata le prestazioni a livello professionistico, e la questione non si rivela affatto di facile soluzione.

I primi a farsi vivi, difatti, sono gli “Harlem Globe Trotters, pronti ad offrirgli un contratto da un milione di dollari l’anno per giocare con loro, vedendosi opporre un cortese rifiuto, ma poi vi è l’allora situazione di due Leghe Professionistiche, la NBA (National Basketball Association) e l’ABA (American Basketball Association), ed in entrambi i draft, le due franchigie a detenere il diritto di prima scelta – i Milwaukee Bucks per la NBA ed i New York Nets per l’ABA – ovviamente optano per Alcindor.

New York crede di avere dalla sua il vantaggio di essere la squadra della sua città natale, ma Alcindor decide sulla base dell’ingaggio offerto e quello di Milwaukee si rivela superiore facendo sottoscrivere al centro un contratto da 1,4 milioni di dollari, così spiazzando New York che tenta una contromossa sottoponendo al proprio illustre cittadino la favolosa somma di 3,25 milioni annui, ma ancora una volta egli dimostra la propria statura non solo in fatto di centimetri, rigettando l’offerta con le parole “una corsa al rialzo è sgradevole per chi vi è coinvolto, mi sentirei come un pezzo di carne e non come un essere umano ed io non voglio che ciò accada!“.

Entrato nella grande famiglia del basket pro in un club al suo solo secondo anno dalla fondazione, l’impatto di Alcindor è devastante, concludendo la stagione con 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4.1 assist di media a partita che gli valgono il premio di “Rookie of the Year” (“matricola dell’anno“), mentre i Bucks ottengono il secondo miglior record (56-26) della “Western Division“, venendo sconfitti 4-1 nella finale di Conference dai New York Knicks, poi vittoriosi nella finale per il titolo contro i Lakers.

La conferma ad alti livelli del nuovo centro convince la dirigenza di Milwaukee a compiere un importante sacrificio economico assicurandosi i servizi del veterano Oscar Robertson, da 10 anni guardia dei Cincinnati Royals, e l’intesa tra i due si dimostra talmente efficace da portare i Bucks al miglior record assoluto (66-16) dell’intera Lega, cui fa seguito una serie playoff nella quale vengono spazzati via con irrisoria facilità i San Francisco Warriors (4-1), i Los Angeles Lakers nella finale di Conference (4-1), per poi infliggere un sonoro cappotto (4-0) ai Baltimora Bullets nella serie per il titolo, al termine della quale Alcindor – che nel frattempo è stato premiato come MVP della “regular season” – annuncia pubblicamente di adottare, in ossequio al suo nuovo credo, il nome di Kareem Abdul-Jabbar, il cui significato può tradursi in “Nobile servo di Dio“.

Premio di MVP che Jabbar si vede assegnare anche nel 1972 – stagione in cui i Bucks chiudono con il secondo miglior record (63-19) della Lega e perdono la finale di Conference per 4-2 contro i Lakers – nonché nel 1974, ultimo anno di carriera di Robertson e penultimo di Kareem a Milwaukee, conquistando il titolo di Conference e cedendo solo 4-3 ai Boston Celtics in una serie finale dove su sette incontri il fattore campo salta in ben cinque occasioni, e in gara-6 si verifica un episodio determinante per il futuro della carriera di Jabbar.

Con i Celtics in vantaggio 3-2 nella serie, al Boston Garden stanno già pregustando la festa trovandosi in vantaggio per 101-100 con soli 7″ da giocare, ma ecco che proprio Jabbar si inventa dall’angolo il suo famoso “Sky hook (“gancio cielo) che manda la palla a concludere la propria parabola dolcemente nella retina e rinvia la decisione a gara-7, ancorché poi facilmente vinta da Boston 102-87.

Milwaukee Bucks vs. Los Angeles Lakers
Il “gancio cielo” di Jabbar con i Bucks – da basketinside.com

L’addio di Robertson ed una frattura alla mano per Jabbar durante la preparazione (che gli fa saltare i primi 16 incontri) sono il preludio della peggior stagione dei Bucks, che non si qualificano per i playoff 1975 giungendo ultimi nella Midwest Division, e devono dare l’addio alla loro stella che si accasa ai Los Angeles Lakers, i quali, avendo a loro volta chiuso all’ultimo posto la Pacific Division, sono in fase di ricostruzione dopo l’abbandono dei vari Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain, con Kareem chiamato all’ingrato compito di non far rimpiangere proprio quest’ultimo.

Rispetto all’esordio coi Bucks, l’impatto ai Lakers è più morbido per Jabbar, nonostante medie/gara da 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,1 stoppate in “regular season“, non sufficienti però a garantire l’accesso ai playoff, ma solo a far vincere a Kareem il suo quarto MVP in carriera.

Le cose vanno nettamente meglio l’anno seguente, in cui Kareem si vede confermare come MVP della stagione regolare e conduce i Lakers alla finale di Conference, venendo peraltro pesantemente sconfitti per 4-0 da Portland poi vincitrice del titolo, ma la vera svolta per la franchigia gialloviola giunge nel draft 1979 quando riesce ad assicurarsi le prestazioni di Earvin “Magic” Johnson, dopo che la franchigia si era peraltro già rinforzata nelle due stagioni precedenti con gli innesti di Norman Nixon e Jamaal Wilkes.

E se poi, da tale data e sino al ritiro di Kareem, avvenuto nel 1989 a 42 anni, il “roster” giallo-viola si rinforza con gente del calibro di Michael Cooper, Byron Scott e James Worthy, capirete bene come al Forum di Inglewood si possa dare inizio allo “Showtime che in un decennio porta i Lakers a disputare ben 8 finali NBA, conquistando cinque titoli.

Il dubbio, più che legittimo, può nascere su come abbia potuto un centro già ben oltre la trentina adeguarsi ad uno stile di gioco tutto corsa e fantasia come quello imposto da “Magic” e la risposta la fornisce la grande passione che da sempre Jabbar ha avuto per il basket, unita ad un’elevata professionalità e stile di vita che lo hanno mantenuto integro, nonché ad una forza mentale ed interiore che ne hanno fatto il leader carismatico di questa squadra, un leader silenzioso all’esatto opposto del carattere esuberante di Johnson, ma di fronte al quale lo stesso “Magic” ne riconosce l’autorità.

E prova più lampante non può esservi – dopo che Kareem si aggiudica per la sesta volta (record NBA) il titolo di MVP nella prima stagione di “Magic” conclusa con il titolo nel 1980 – di quanto accade nella serie finale del 1985 che oppone, come da copione nel decennio – i Lakers ai Boston Celtics di Larry Bird & Co.

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Jabbar festeggia uno dei titoli NBA coi Lakers – da gettyimages.it

Succede, difatti, che in gara-1 disputata al Boston Garden – con i Celtics che godono del vantaggio del fattore campo in virtù di una sola vittoria in più (63 a 62) ottenuta in stagione, e che sono altresì i detentori del titolo avendo sconfitto 4-3 proprio i Lakers l’anno precedente – i padroni di casa si impongano con un perentorio e, per certi versi, umiliante score di 148-114, in cui Jabbar recita un ruolo negativo, venendo limitato a 12 punti ed appena 3 rimbalzi dalla ferrea marcatura imposta da Robert Parish, il quale, dal canto suo, segna a referto 18 punti con 8 rimbalzi, ed i “media iniziano a chiedersi se, con 38 primavere sulle spalle, l’età non possa costituire un limite per il pur talentuoso centro.

Per coach Pat Riley non c’è bisogno di analizzare nel dettaglio cosa non abbia funzionato, in quanto, nella consueta sessione del mattino seguente, in cui i giocatori assistono alla registrazione dell’incontro, è proprio Kareem, silenzioso come al solito, a sedersi innanzi al video invece che posizionarsi, come suo solito, in fondo alla stanza, un chiaro messaggio lanciato ai compagni di ammissione della propria giornata negativa e della volontà di non ripeterla.

Così come, nei due giorni successivi, si dimostra il più determinato negli allenamenti, correndo come non mai da una parte all’altra del campo, volendo acquistare la fiducia totale dei propri compagni, i quali non debbano in alcun modo scendere sul parquet pensando che il loro leader non sia più in grado di sostenerli, e nello spogliatoio del Boston Garden, prima di gara-2, Kareem pronuncia queste poche, ma significative parolepossiamo anche non vincere, ma l’importante è che ognuno di noi dia il meglio di sé stesso!.

Immagino siate curiosi di sapere come è andata a finire, beh, Kareem segna 30 punti con il 57,7% dal campo, cattura 17 rimbalzi, i Lakers sbancano il Garden 109-102 per poi vincere la serie 4-2, costringendo Parish alla resa nelle successive quattro partite, in una delle quali si prende addirittura il lusso di conquistare un rimbalzo difensivo, palleggiare sino al lato opposto del campo e poi esibirsi nella specialità della casa, l’oramai divenuto famosissimo in tutto il mondo “gancio cielo“, tanto da far esprimere a Pat Riley il breve, ma esauriente concetto 2tutto quello che avete appena visto, ha una sola spiegazione, e si chiama passione!“.

Ah, quasi dimenticavo, i numeri di cui parlavo all’inizio, perché è giusto sapere che Kareem Abdul-Jabbar (già Lew Alcindor) conclude i suoi 20 anni di carriera NBA con 1.560 gare di “regular season” e 237 di playoff disputate, 6 titoli NBA, 6 titoli di MVP della stagione regolare, 38.387 punti realizzati (n.1 di sempre), 17.440 rimbalzi (n.3 dietro a Wilt Chamberlain e Bill Russell) e 3.189 stoppate, anche qui al terzo posto, preceduto da Hakeem Olajuwon e Dikembe Mutombo, niente affatto male, direi.

Ma spero che, avendo letto l’articolo, vi siate resi conto che i numeri non sono proprio tutto…

IL TRIONFO DELLA LETTONIA AI PRIMI EUROPEI DI BASKET DEL 1935

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La Lettonia campione d’Europa – da wikivisually.com

articolo di Nicola Pucci

Ancora vergine di grandi competizioni internazionali, a differenze di altri sport di squadra che già da tempo impegnano l’una contro l’altra le Nazionali più forti del pianeta, infine la FIBA, (originariamente, quando venne fondata il 16 giugno 1932, Fédération Internationale de Basketball Amateur) ha partita vinta, per bocca del suo Presidente Leon Buffard, e vede il sorgere, nel 1935, quindi un anno prima dell’esordio della pallacanestro alle Olimpiadi di Berlino, del primo Campionato Europeo per Nazioni.

L’onore di ospitare la nascente competizione continentale spetta alla Svizzera, paese che sembra esente dai pruriti aggressivi in un’Europa sul punto di esplodere e che in quel di Ginevra accoglie proprio la sede della Federazione Internazionale. Si gareggia dal 2 al 7 maggio e sono dieci le squadre ammesse a partecipare: ovviamente la Svizzera che fa gli onori di casa, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Lettonia, Romania, Spagna, Ungheria. C’è pure l’Italia, guidata in panchina da quell’Attilio De Filippi che con la Ginnastica Triestina vincerà ben cinque scudetti negli anni Trenta, alternandosi al comando del campionato italiano a Ginnastica Roma e Olimpia Milano.

Gino Basso il napoletano in rappresentanza del Sud, Bruno Caracoi, il bomber riconosciuto Livio Franceschini, Emilio Giassetti, Giancarlo Marinelli prima star acclamata della Virtus Bologna, Sergio Paganella, Egidio Premiani ed Ezio Varisco che morirà combattendo in Libia, sono gli otto componenti dell’Italia che il sorteggio accoppia alla Bulgaria per uno dei cinque match di turno preliminare.

Si comincia, dunque, il 2 maggio al Pavillon des Sports du Bout-du-Monde di Ginevra, e se la Spagna, costretta ad un match di spareggio con il Portogallo per accedere alla fase finale, giocato a Madrid e vinto per 33-12, si sbarazza del Belgio 25-17 grazie a 8 punti (!!!) di Pedro Alonso, e la Cecoslovacchia sorprende la Francia imponendosi di misura, 23-21, proprio la Svizzera padrona di casa si sbarazza agevolmente della Romania, 42-9. Nel frattempo la Lettonia, che a differenza delle grandi squadre occidentali ha un appeal mediatico men che discreto ed è allenata da Valdemārs Baumanis, evidenzia tuttavia un’invidiabile forza collettiva, demolendo a sua volta l’Ungheria, 46-12, trascinata da Janis Lidmanis, straordinario talento baltico che, oltre a saperci fare con la palla a spicchi, è pure calciatore di livello con il JKS Riga e la Nazionale del suo paese, con la quale collezionerà ben 55 presenze e 2 reti.

E l’Italia? L’Italia, appunto, debutta vittoriosamente con la Bulgaria 42-23, con Franceschini sugli scudi con ben 32 punti, ma per l’anomala formula del torneo che promuove direttamente alle semifinali tre squadre, ovvero Spagna, Lettonia e Cecoslovacchia, obbligando Svizzera e Italia ad un ulteriore duello per definire la quarta semifinalista, incoccia nella maggior presenza fisica dei rossocrociati che dopo il 15-15 all’intervallo piazzano un parziale di 12-2 nel secondo tempo chiudendo sul 27-17 che apre loro le porte delle semifinali e manda gli azzurri a gareggiare nel torneo di consolazione. Appunto, consolazione, che vedrà l’Italia infine settima, dopo aver perso con la Francia, 29-27, e battuto nuovamente la Bulgaria, 35-22, laureando Franceschini miglior marcatore della manifestazione, con 68 punti totali e 17 di media a partita. Che, per i parametri dell’epoca, se non sono un primato da guinness poco ci manca.

Il 6 maggio si giocano le due semifinali e la Lettonia, confermando quando di buono messo in mostra al turno precedente, ha la meglio anche dei padroni di casa, 28-19, trascinata stavolta dall’altro campione uscito dal cilindro di coach Baumanis, ovvero il pivot Rudolfs Jurcins, che con le sue lunghe leve destabilizza la difesa elvetica garantendo ai baltici di strappare il biglietto per la finalissima.

Dove, il 7 maggio, alle ore 22.30, la Lettonia trova la Spagna, che ha eliminato alla distanza la Cecoslovacchia, 21-17. Il match che vale il primo titolo europeo della storia è combattuto ed appassionante, con Jurcins che ancora una volta domina sotto i tabelloni realizzando 11 punti e consentendo l’allungo della Lituania che chiude il primo tempo in vantaggio di otto punti, 16-8. Nella seconda metà di gioco la squadra di mister Mariano Manent, di origine argentine, prova a ricucire lo strappo, con Rafael Martin, infine premiato come miglior giocatore del torneo, top-scorer con 6 punti all’attivo. La Lettonia è nondimeno superiore a rimbalzo, mantiene un margine di sicurezza  e con il punteggio a referto di 24-18 sale sul tetto d’Europa. Prima e ad oggi unica volta della sua storia.

Una storia cestistica che due anni dopo vedrà la Lettonia ospitare la seconda edizione, terminando non meglio che sesta in una manifestazione appannaggio dell’Unione Sovietica vincitrice in finale con l’Italia, e salire sul secondo gradino del podio nel 1939 alle spalle dei “cugini” della Lituania. Poi la follia della Seconda Guerra Mondiale spezzerà per sempre il sogno sportivo di quella nidiata di ottimi giocatori, così come l’occupazione sovietica al termine del conflitto marcherà tragicamente la vita di alcuni di loro: Jurcins, ad esempio, arrestato, deportato in un gulag ed infine morto prematuramente a 39 anni a Molotov Oblast; lo stesso Lidmanis, con la moglie Anne, fu costretto a lasciare il paese per trovare poi riparo in Australia; infine l’artefice di quel successo, coach Baumanis, per sottrarsi alla deportazione peregrinò per l’Europa prima di stabilirsi negli Stati Uniti.

Quel che resta è il libro dei record, e quel nome della Lettonia che prima di tutte colse l’oro europeo: il tributo del film “Dream Team 1935“, uscito nelle sale nel 2012, rende immortali quei ragazzi che a basket giocavano bene. Proprio bene. E noi facciamo altrettanto… Eduards Andersons, Aleksejs Anufrijevs, Mārtiņš Grundmanis, Herberts Gubiņš, Rūdolfs Jurciņš, Jānis Lidmanis, Džems Raudziņš, Visvaldis Melderis, coach Valdemārs Baumanis.

JOHN STOCKTON, COSI’ ANONIMO DA ESSERE IL MIGLIORE

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John Stockton – da saltcityhoops.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se vi dovesse mai capitare di fare un viaggio a Spokane, ridente città situata nella zona orientale dello stato di Washington, attraversata dal fiume omonimo e ad ovest delle Montagne Rocciose, nonché distante meno di 150 km. dal confine con il Canada, potreste incontrare per strada un personaggio che, a prima vista, altri non sembra che un consulente finanziario.

Ed invece quel signore lì, l’anticonformista per eccellenza, specie negli Usa dove gli sportivi di ogni disciplina non si risparmiano certo quanto a stravaganze, altri non è che John Stockton, che ha Spokane ha avuto i natali il 26 marzo 1962 e tuttora vi risiede con la propria, numerosa, famiglia e che ha sempre preferito i fatti alle parole, tanto da risultare per un decennio il miglior playmaker in assoluto della NBA, la lega professionistica di basket americana, continuando a detenere i primati quanto ad assist forniti e palle recuperate.

Cresciuto in una famiglia di vasta cultura sportiva – il nonno paterno, Houston Stockton, era stato un discreto giocatore di football (quello americano, ovviamente) negli anni ’20 – il giovane John dimostra sin dalle prime uscite una insolita riluttanza verso i grandi palcoscenici, rifiutando varie offerte dalle più importanti università dell’Idaho e del Montana dopo essersi messo in mostra nel locale liceo, per restare nella sua Spokane ed iscriversi alla Gonzaga University, dove subisce la positiva influenza del coach Dan Fitzgerald, anche se i “Bulldogs” non sono una formazione in grado di competere per i vertici della NCAA.

Nei tre anni al college, Stockton perfeziona la propria abilità di “assist man” e nel recuperare palla agli avversari, tant’è che, nel 1984, anno del suo passaggio al professionismo, detiene il record dell’ateneo per passaggi smarcanti – 554 in tre anni, che lo vede tuttora al quarto posto nella graduatoria assoluta – e per palle recuperate, ben 262, primato ancor oggi insuperato, nonostante Gonzaga sia successivamente divenuta, a partire dal nuovo millennio, una delle più temibili squadre nel panorama del basket universitario americano.

Queste statistiche consentono a Stockton di essere preselezionato da Bob Knight in vista della scelta dei 16 giocatori che andranno a comporre la squadra olimpica Usa ai Giochi di Los Angeles 1984, venendo scartato all’ultimo taglio – peraltro assieme a Maurice Martin, Terry Porter e Charles Barkley, anche se quest’ultimo più per incompatibilità caratteriale con il coach che non per questioni tecniche – ma avendo la possibilità di far una prima conoscenza con Karl Malone, proveniente da Louisiana State, con cui formerà una delle più devastanti coppie della storia della NBA.

Lasciato a Michael Jordan e Patrick Ewing il compito, non molto impegnativo peraltro, di vincere l’oro olimpico, a Stockton non resta che verificare quale team professionistico abbia intenzione di assicurarsi i suoi servizi in occasione del draft svoltosi il 19 giugno 1984 a New York e ricordato come quello di maggior impatto sul torneo NBA, visto che ne uscirono futuri campioni ed “Hall Famers” quali Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Charles Barkley, mentre gli Utah Jazz, che devono scegliere per 16esimi, optano per il play di Gonzaga, e le cronache riportano che le migliaia di tifosi radunate al “Salt Palace” per assistere in diretta all’evento, accolsero la notizia con un silenzio di tomba, atteggiamento del quale avrebbero avuto modo di ricredersi.

La fortuna di Stockton e dei Jazz si materializza l’anno seguente – dopo che, nella sua prima stagione da “rookie“, John chiude con medie di 5,6 punti e 5,1 assist per gara ed Utah viene eliminata al secondo turno dei playoff da Denver – allorquando, con la 13esima scelta nel draft, possono portare nello stato dei Mormoni l’ala forte Karl Malone, per gentile concessione di Indiana, Seattle, Cleveland e Phoenix che, pur avendo diritto di scelta anteriore, optano, per detto ruolo, rispettivamente su Wayman Tisdale, Xavier McDaniel, Charles Oakley ed Ed Pinckney, mah.

Sono quelli gli anni in cui nella NBA dominano la scena i Boston Celtics ed i Los Angeles Lakers, con questi ultimi a mandare in scena il celebre “Show Time” sapientemente diretto da “Magic” Johnson ed al quale gli Utah Jazz, con Stockton stabilmente in quintetto base a far tempo dalla stagione 1987/88 – la prima che lo vede al vertice nella speciale classifica degli assist con 13,8 di media per gara – riescono ad opporre ottime prestazioni in “regular season“, poi puntualmente vanificate ai playoff, con due cocenti eliminazioni al primo turno sia nel 1989 che nel 1990, ad opera rispettivamente di Golden State (0-3) e Phoenix Suns (2-3), nonostante che proprio nel 1990 Stockton stabilisca il suo “personal best” di 14,5 assist a partita, per un totale di 1.134 nel corso della stagione regolare.

Primato che, quanto a numero complessivo, Stockton supera l’anno seguente giungendo a quota 1.164, quarta stagione consecutiva in cui Stockton supera “quota mille“, cui ne aggiunge una quinta l’anno successivo per poi toccare a sette con analoghi exploit nel 1994 e 1995, un qualcosa di mostruoso, qualora si pensi che solo due altri giocatori in carriera – Kevin Porter nel 1979 con 1.099 ed Isiah Thomas nel 1985 con 1.123, entrambi con la divisa dei Detroit Pistons – sono riusciti in una tale impresa.

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Un assist di Stockton – da nba-evolution.com

Sfortunatamente per Stockton ed “il postino” Karl Malone – così soprannominato poiché “recapita” a canestro gli inviti del compagno – all’appannamento di Magic Johnson e Larry Bird e dei loro Lakers e Celtics, fa da contrapposizione l’era di Michael Jordan e dei suoi “Chicago Bulls, tale da rendere sempre più difficile la conquista dell’anello da parte dei “re del pick and roll“, che non è un ballo in voga all’epoca, ma una combinazione tesa a smarcare il lungo per ricevere l’assist vincente, ed in questo fondamentale nessuna coppia è stata così abile nella relativa esecuzione più dei due “amici per la pelle” di Salt Lake City.

Un primo riconoscimento per Stockton – e di converso anche per Malone – giunge nella selezione per il celebre “Dream Team” chiamato a riscattare l’onore degli Usa alle Olimpiadi di Barcellona 1992 dopo il fallimento di quattro anni prima a Seul, e stavolta il coach Chuck Daly (allenatore nella NBA dei Detroit Pistons) non ha remore ad inserire entrambe le stelle dei Jazz tra i dodici che sbarcano in Catalogna, pur se, più per motivi di marketing e pubblicitari che di altro, a Stockton tocca il ruolo di comprimario nel ruolo di play data l’ingombrante e mediatica presenza di Magic Johnson.

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Stockton con la maglia Usa – da nba-evolution.com

Nelle tre prime stagioni del nuovo decennio – dal 1991 al 1993 – in cui l’anello non si sfila dalle dita dei Bulls, Utah continua, nonostante Stockton non manchi di primeggiare nella speciale classifica degli assist, con medie di 14,2, 13,7 e 12 per gara, a fallire anche il titolo della Western Conference, per il cui atto conclusivo si qualificano nel 1992 solo per essere superati 4-2 da Portland.

E’ evidente che il solo “duo delle meraviglie” non è sufficiente per far compiere il salto di qualità alla squadra, ed il coach Andy Sloan corre ai ripari ottenendo, nel 1994 a stagione in corso, i servigi di Jeff Hornacek, acquistato dai Philadelphia 76ers e potendo così affiancare ai “big two” un esterno da oltre 15 punti di media a stagione e con percentuali intorno al 40% nel tiro da tre.

L’innesto fornisce subito i suoi frutti ed i Jazz – dopo aver chiuso la stagione regolare con il quinto miglior record di 53-29 – giungono nuovamente alla finale di Conference, vedendosi però sbarrata la strada dagli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che sfruttano al meglio il periodo dedicato al baseball di Michael Jordan per far loro il titolo contro New York dopo aver spazzato via Utah 4-1 nella finale della costa occidentale, ripetendosi l’anno seguente, sia nell’eliminazione dei Jazz – ma stavolta per 3-2 al primo turno nonostante i Rockets fossero giunti non meglio che sesti in “regular season” – che nella conquista dell’anello, compiendo l’impresa di superare, uno dietro l’altro, i terzi (Utah), i secondi (Phoenix, serie conclusa 4-3) ed i primi (San Antonio, sconfitti 4-2) della Western Conference, per poi non lasciare scampo nella finale NBA agli acerbi Orlando Magic del 22enne Shaquille O’Neal.

Al di là del negativo esito delle precedenti stagioni, gli Utah stanno sempre più immagazzinando e mettendo in pratica gli schemi e gli insegnamenti di Sloan, il quale, al pari di Stockton e Malone, lega la propria carriera pressoché interamente ai Jazz, che allena per ben 23 stagioni, e sono pronti a raccogliere la sfida lanciata alle altre formazioni della lega dai Chicago Bulls del figliol prodigo Michael Jordan.

Le prove generali si svolgono nel 1996, quando Utah, chiusa la stagione regolare con il terzo miglior record – e Malone con 25,7 punti di media, Hornacek 15,2 ed il 47% dalla lunga distanza e Stockton a distribuire 11,2 assist a partita – raggiunge nuovamente la finale di Conference, che stavolta lo oppone ai Seattle Supersonics di Shawn Kemp e Gary Payton nel “derby dello Stato di Washington“, soccombendo 90-86 in gara-7 nonostante il contributo di Stockton anche in fase realizzativa, con 22 punti a referto.

Per Stockton e Malone l’amarezza viene mitigata dal secondo oro consecutivo conquistato alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – i soli, con Barkley, Scottie Pippen e David Robinson, reduci dal “Dream Team di quattro anni prima – ma ancora una volta Stockton è chiamato a far da riserva, nel ruolo di play, a Gary Payton, leader dei Sonics.

Si rende quindi evidente dover cercare il miglior ranking in “regular season” per poter aver aspirazioni di finale e, nei due anni successivi, i Jazz centrano l’obiettivo, con i rispettivi record di 64-18 nel 1997 e di 62-20 nel 1998, così da poter disporre del vantaggio del fattore campo nei playoff della costa occidentale, che li vedono nella prima delle due stagioni disporre con sufficiente facilità dei Los Angeles Clippers (3-0), dei “cugini” dei Lakers (4-1) e di vendicarsi di Houston con il 4-2 che li laurea campioni della Western Conference, per potersi, finalmente, presentare al cospetto di sua maestà Jordan per il titolo assoluto.

Ma con i Bulls a beneficiare del vantaggio del fattore campo, in virtù del 69-13 della stagione regolare, e soprattutto con Jordan a fare il Jordan con una media di 32,3 punti/gara, l’impresa si rivela insormontabile, pur con la difesa di Utah a limitare l’attacco di Chicago e, con due vittorie casalinghe a testa, la serie si risolve in gara-5 in quella che passa alla storia come la “partita della febbre, ma non del tifo sugli spalti del “Delta Center“, bensì per un vero e proprio attacco febbrile accusato il giorno prima da Michael Jordan per aver mangiato una pizza avariata, menomazione alla quale “Air” risponde da par suo mettendo a segno 38 punti, con i Bulls che rimontano nell’ultimo quarto, con un parziale di 23-16 che dà loro la vittoria per 90-88, per poi chiudere definitivamente i conti due giorni dopo, allo “United Center“, con il 90-86 che certifica il loro quinto titolo in sette stagioni, ancora una volta rimontando dopo essere stati sotto di 7 punti all’intervallo.

Con le sue tre stelle ad avvicinarsi alla soglia dei 40 anni, per Utah le speranze di giungere finalmente alla conquista del titolo si riducono sensibilmente, ma il loro spirito è quello dei campioni di razza e, pareggiando il record in stagione regolare di 62-20 con i Chicago Bulls, ottengono il vantaggio del fattore campo, qualora le due squadre si aggiudicassero le rispettive Conference, grazie al doppio – e quasi in fotocopia – successo (101-94 a Chicago, 101-93 a Salt Lake City) in “regular season“.

Diciamo che i Jazz si erano “costruiti” il diritto alla rivincita, e così è stato, con il solo spavento al primo turno dei playoff contro Houston, vincitore in gara-1 rovesciando il fattore campo, per poi essere sconfitto 3-2, mentre i successivi accoppiamenti non costituiscono problemi di sorta, con San Antonio ed i Lakers annichiliti sotto i rispettivi 4-1 e 4-0 subiti, mentre dall’altra parte della costa i Bulls dovevano sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione, nella finale di Conference, degli Indiana Pacers in una serie dove è il fattore campo a farla da padrone, venendo puntualmente rispettato per il 4-3 definitivo.

Con stavolta il vantaggio del campo a disposizione, le possibilità di giungere finalmente al sospirato anello sono indubbiamente maggiori, ma mai dare qualcosa per scontato quando dall’altra parte vi è un Jordan in stato di grazia, ben supportato dal fedele Scottie Pippen e dal croato Tony Kukoc, e le prime avvisaglie si vedono già in gara-1 che Utah porta a casa solo al supplementare 88-85 dopo aver subito la consueta rimonta di Chicago nell’ultimo parziale e con Stockton sugli scudi quanto a realizzazioni, risultando il “top scorer” dei suoi con 24 punti all’attivo.

I Jazz replicano in gara-2 gli 88 punti della prima serata, ma stavolta non si rivelano sufficienti per impedire ai Bulls di violare il parquet del “Delta Center” in un match in cui Jordan mette a referto 37 dei 93 punti realizzati dalla sua squadra, e quando, in gara-3 allo “United Center“, Utah viene sommersa per un risultato di 96-54 che non ha eguali in una serie finale di playoff, sono in molti a pensare che ben difficilmente le due squadre si sarebbero incontrate di nuovo a Salt Lake City, convinzione ancor più rafforzata dal successo di Chicago per 86-82 in gara-4, il che stava a significare che mancava una sola gara per chiudere la questione, e la stessa si giocava a Chicago due giorni dopo, il 12 giugno 1998.

Sloan non può che far appello all’orgoglio dei suoi per prolungare la serie e, per una volta, a strappare la scena a Jordan è il “postino” Karl Malone che, ben coadiuvato da Stockton, autore di 12 assist, mette a segno qualcosa come 39 punti (con il 63% dal campo e l’83% ai liberi) per l’83-81 conclusivo che strozza in gola ai tifosi dei Bulls la gioia per la conquista del sesto anello, che già pregustavano dopo il 36-30 in loro favore con cui si era chiuso il primo tempo.

Sotto 2-3 nella serie, ma con le due ultime gare in programma sul parquet amico, l’occasione è più unica che rara per i Jazz e l’atmosfera sulle tribune del “Delta Center“, la sera del 14 giugno, è quella tipica “dell’oggi o mai più” e la gara assume i nitidi contorni della più autentica delle sfide playoff.

Con le due squadre decise a non mollare – anche se sarebbe più corretto dire Jordan al posto di Chicago, visto che Pippen, già non al meglio, vede peggiorare la sua condizione tanto da limitare il suo minutaggio a soli 26′ con 8 punti all’attivo – i Jazz prendono un modesto vantaggio che li porta a condurre 25-22 dopo il primo parziale, 49-45 all’intervallo lungo e 66-61 alla fine del terzo quarto, rimandando il tutto agli ultimi 12′ di gara.

Qui entra in scena Jordan, il quale dapprima ricuce lo strappo, raggiungendo la parità a quota 83, e poi, dopo che Stockton replica da 3 per l’86-83 a meno di 42″ dal termine, va a segno in entrata e quindi compie il suo capolavoro, rubando palla in attacco a Karl Malone – autore peraltro di una prova mostruosa con 31 punti, 11 rimbalzi e 7 assist – ed andando a canestro per l’88-87 che ribalta la situazione, giungendo a quota 45 punti in serata.

Ci sarebbe spazio per un ultimo tiro, con 5″ ancora da giocare, e la responsabilità se la assume Stockton con una conclusione da 3 che prende il ferro e sulla quale si chiudono definitivamente i suoi sogni di gloria, anche se nel dopo-gara il playmaker dei Jazz dichiara di essersi sentito sicuro del fatto che il tiro andasse a canestro.

Per Stockton non vi sarà più un’altra chance per il titolo, venendo i suoi Utah Jazz eliminati da Portland nelle semifinali della Western Conference nel 1999 e nel 2000 ed al primo turno dei playoff nelle successive tre stagioni, ritirandosi a maggio 2003 dopo 19 stagioni consecutive in cui ha disputato qualcosa come 1.504 incontri di stagione regolare – dei quali 1.412 in coppia con Karl Malone – distribuito 15.806 assist (media 10,5 a partita) e recuperato 3.265 palloni, tant’è che a Salt Lake City, oltre a ritirare la sua maglia n. 12, hanno pure intitolato la strada che porta al Palazzetto “John Stockton Drive“.

Il tutto per un giocatore che ha sempre rifiutato le luci della ribalta, che ha continuato ad indossare pantaloncini corti nell’epoca in cui nella Nba incomincia a prendere voga la moda dei pantaloncini lunghi sino alle ginocchia e che, intervistato su quanto entusiasmante sia stata la sua vita da stella del basket, si permette di rispondere che… “starsene in una stanza d’albergo in attesa della gara non ha mai compensato quello che ho perso nel non poter stare con la mia famiglia….

Ecco, questo, in estrema sintesi, è stato John Stockton, l’antidivo per eccellenza

PUNTI E RIMBALZI, LA DOPPIA DOPPIA DI SABONIS AGLI EUROPEI DEL 1995

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Sabonis contrasta Divac – da themidfieldmag.com

articolo di Nicola Pucci

Arvydas Sabonis. Già nel pronunciarne il nome mi vengono i brividi, per quanto è stato immenso e se penso quel che avrebbe potuto essere se qualche infortunio in meno e le barriere geopolitiche dell’epoca non gli avessero impedito di conquistare l’America.

Ma c’è un torneo continentale che lo illustra per quel grandissimo giocatore che è stato, ovvero gli Europei del 1995, disputati in Grecia tra il 21 giugno e il 2 luglio nella nuovissima Olympic Indoor Hall di Atene. La kermesse vede il pivot nato a Kaunas nel 1964 vestire infine la casacca della Lituania, come già comunque avvenuto alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 chiuse sul terzo gradino del podio alle spalle del “Dream Team” americano e della Croazia, e la formazione diretta in panchina da Vladas Garastas è una delle quattordici squadre, suddivise in due gironi da sette, ammesse a partecipare.

Sarunas Marciulionis, stella dei Seattle Supersonics, è l’altra vedette con cui Sabonis deve spartirsi la scena, con giocatori di contorno che rispondono al nome di Kurtinaitis, Karnisovas e Chomicius. Non certo mezze figure, anzi. E la Lituania, inserita nel gruppo A che comprende anche la Jugoslavia grande favorita, i padroni di casa della Grecia, l’Italia di Ettore Messina, i campioni in carica della Germania e le “cenerentole” Israele e Svezia, ha buone carte da giocare al tavolo delle pretendenti alla vittoria finale.

Ed in effetti le sei partite della prima fase confermano i pronostici della vigilia. Se la Jugoslavia fa bottino pieno trascinata dall’estro di Djordjevic, dalla classe di Danilovic e Bodiroga e dalla presenza sotto canestro di Divac, Sabonis e i suoi compagni chiudono in seconda posizione con cinque successi, debuttando con la Germania, 96-82 pur senza il suo gigantesco centro, 221 centimetri, per proseguire con il franco successo sulla Grecia, 89-73 (18 punti e 23 rimbalzi per Sabonis), perdere proprio lo scontro diretto con gli slavi, 61-70 (Sabonis 18 punti e 14 rimbalzi), superare ancora l’Italia, 80-69 (Sabonis che contribuisce con 19 punti e 19 rimbalzi), la Svezia, 96-73 (Sabonis sempre in doppia doppia, 20 punti e 12 rimbalzi), ed infine Israele, 91-75 ancora una volta senza il campionissimo che dopo tre stagioni al Real Madrid con due scudetti, una Coppa del Re e una Coppa dei Campioni, sta per varcare l’oceano e accasarsi ai Portland Trail Blazers.

Il secondo posto nel girone qualifica la Lituania alla fase ad eliminazione diretta, dove ad attendere Sabonis e compagni c’è la terza forza del gruppo B, la Russia allenata dal grande Sergej Belov e che ha in Bazarevich, Babkov e Fetisov gli uomini di punta, che ha chiuso alle spalle di Croazia e Spagna, anticipando la Francia per una miglior differenza-canestri, +69 contro i +30 dei transalpini. Il 30 giugno va in onda una sorta di derby ex-sovietico, che i lituani dominano fin dal primo tempo, chiuso sul 44-33, con Sabonis che regala una prestazione mostruosa, 33 punti e 14 rimbalzi, con 13/15 al tiro da due, 1/1 dalla lunga distanza e 4/7 dalla lunetta per il definitivo 82-71 che dischiude ai suoi le porte della semifinale. Dove giunge ovviamente la Jugoslavia, che dispone facilmente della Francia 104-86 trascinata da Danilovic autore di 24 punti, ma anche la Croazia di Kukoc, che a sua volta mette a referto 24 punti, che spenge i sogni dell’Italia, 71-61, e la Grecia, che supera di misura la Spagna, 66-64 con 20 punti e 10 rimbalzi di Fasoulas.

E tocca proprio ai croati saggiare la forza della Lituania al penultimo atto, Kukoc e Radja contro Sabonis e Marciulionis, per una sfida che promette scintille. Ed in effetti l’incontro non delude le attese, con Sabonis che al solito è implacabile sotto i tabelloni confezionando l’immancabile doppia doppia, 26 punti e 17 rimbalzi, ben coadiuvato dal trio Marciulionis-Karnisovas-Kurtinaitis che mettono a referto rispettivamente 27, 19 e 16 punti, a cui Radja risponde da par suo con 25 punti. Ma la squadra di Aza Petrovic, che da due anni non ha più l’amato fratello Drazen, paga dazio alla serata di scarsa vena di Kukoc, solo 10 punti, ed il successo finale della Lituania, 90-80, legittimo, manda il quintetto di Garastas a giocare per quel titolo già conquistato in era giurassica, 1937 contro l’Italia e due anni dopo nel derby con la Lettonia.

Il 2 luglio, giorno di chiusura della rassegna, la Lituania ritrova la Jugoslavia, che nel frattempo ha infranto l’illusione della Grecia di bissare il successo del 1987, 60-52 con 19 punti di Danilovic, con la non certo peregrina speranza di prendersi la rivincita della sconfitta incassata nel girone eliminatorio. In effetti Marciulionis e Sabonis fanno appieno il loro dovere, il primo realizzando 32 punti per consacrarsi infine MVP dei campionati, il secondo completando l’ennesima ottima prestazione, seppur stavolta non confortata dalla doppia doppia, 20 punti e “solo” 8 rimbalzi. L’andamento della gara certifica un equilibrio sostanziale, con la Lituania avanti di un punto all’intervallo, 49-48, e la Jugoslavia che nella ripresa si affida ad uno straripante Djordjevic, 41 punti con un clamoroso 9/12 da tre, per portare a termine vittoriosamente la gara con il punteggio di 96-90, al solito spalleggiato da Danilovic che segna 23 punti e Divac che, oltre a catturare 9 rimbalzi, contiene la presenza ingombrante di Sabonis sotto canestro.

La Lituania coglie una meritata seppur beffarda medaglia d’argento, e per Sabonis è la quarta in Europa, dopo i due bronzi con l’Urss nel 1983 in Francia e nel 1989 in Jugoslavia, e il trionfo sempre in maglia falce-e-martello in Germania nel 1985. Il campione di Kaunas chiude una rassegna, che lo ha visto dominatore assoluto, con statistiche impressionanti: 22 punti di media nelle sette partite disputate, secondo solo compagno di nazionale Marciulionis, frutto di una percentuale del 61,8% al tiro da due e 80,7% ai liberi, e di gran lunga miglior rimbalzista con 15,3 palloni catturati per sera, lasciando Fetisov, 9,7 rimbalzi di media, a distanza siderale.

Arvydas Sabonis, che già nel vittorioso cammino con il Real Madrid in Coppa dei Campioni qualche settimana prima aveva chiuso in doppia doppia, legittima il suo posto tra le leggende del basket europeo, e lo fa seppur sconfitto: se lo chiamavano “il principe del Baltico“, ci sarà pure un motivo…

1997, IL DEBUTTO DELL’EUROLEGA E LA PRIMA VOLTA DELL’OLYMPIACOS

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Rivers in azione contro il Barcellona – da euroleague.net

articolo di Nicola Pucci

Se nel 1996 il Panathinaikos ha iscritto la Grecia all’albo d’oro della Coppa dei Campioni di basket come in precedenza non era riuscito a fare nel corso degli anni Ottanta l’Aris Salonicco del “dio” Galis, la stagione successiva celebra la doppietta ellenica, stavolta nel nome dell’altra grande ateniese, l’Olympiacos.

Dusan Ivkovic è la nuova guida tecnica di una squadra che ha colto il quarto titolo nazionale consecutivo (ottavo in totale), ma che ancora attende di issarsi su gradino più alto di un podio europeo, dopo aver perso le due finali continentali con Badalona e Real Madrid nel 1994 e nel 1995. Ed è giunta l’ora di spezzare l’incantesimo.

24 formazioni sono allineate al via dell’edizione numero 40 di un torneo che per la prima volta assume il nome di Eurolega e vede le partecipanti, altrettanto per la prima volta, suddivise in gironi fin dalla prima fase, quattro gruppi di sei squadre ciascuno. L’Olympiacos è inserito nel secondo raggruppamento, con Fortitudo Bologna, Estudiantes Madrid, Cibona Zagabria, Alba Berlino e Spirou Charleroi, e dopo la sconfitta al debutto proprio con i tedeschi, 67-64 al “Piraeus” nonostante i 18 punti di David Rivers, conclude con cinque vittorie ed altrettante sconfitte, con lo stesso Rivers, che ha un passato NBA a fianco di Magic Johnson, che segna 23 punti nella vittoria 79-72 con lo Spirou e 27 punti nella sconfitta con l’Estudiantes 87-78, lo jugoslavo Dragan Tarlac che tocca un massimo di 29 punti nel successo, netto, 96-80 con la Fortitudo Bologna e l’altro americano di grido, Willie Anderson, stella di San Antonio, che contribuisce con una media di 11.8 punti a partita prima del ritorno anticipato in America.

Chiusa la prima fase al quinto posto, l’Olympiacos accede alla seconda fase, sempre a gironi, che lo vede stavolta opposto, oltre che all’Alba Berlino e Spirou in qualità di quarta, quinta e sesta del gruppo B, anche ad Adecco Milano, Cska Mosca e Maccabi Tel Aviv, rispettivamente prima, seconda e terza del gruppo A. 19 punti del tedesco Christian Welp regalano un trionfo eclatante con il Cska, 82-51, a cui fanno seguito due altri successi al “Piraeus” contro il Maccabi, 69-60 con 20 punti di Rivers, e contro Milano, 87-84 con la coppia Rivers/Tarlac capace di mettere a segno 48 punti, con Sigalas e Welp a loro volta decisivi nella vittoria esterna con il Cska a Mosca, 79-70, che spalanca ai greci le porte della fase ad eliminazione diretta.

Gli ottavi di finale propongono all’Olympiacos l’ostacolo Partizan Belgrado, ed è uno stratosferico Nakic con 27 punti e 9/10 al tiro da due punti a firmare l’exploit esterno in gara-1, 80-71, ben supportato da Rivers che aggiunge 7 rimbalzi e 5 assist ai 14 punti messi a referto, che sembrano poter assicurare alla squadra di Ivkovic il passaggio del turno. Ma l’inatteso scivolone casalingo, 60-61, nonostante i 14 punti di Fassoulas che non bastano ad arginare l’eccellente prova di Drobnjak autore di 19 punti, obbliga l’Olympiacos a ripetere l’impresa sul parquet belgradese, 74-69 con 21 punti dell’americano ex-Antibes, con cui ha vinto il titolo francese nel 1995, 19 di Nakic e 14 di un Fassoulas dominatore sotto i tabelloni che garantiscono la qualificazione ai quarti di finale dove ad attendere i ragazzi di Ivkovic c’è il rivale più temuto, il Panathinaikos campione d’Europa in carica, per un derby che si annuncia incandescente.

Ed in effetti le due sfide ateniesi non tradiscono la aspettative, ma è l’Olympiacos a far valere ancora una volta la legge del più forte, come già certificato da tre della ultime quattro finali di campionato, prima con un clamoroso 69-49 alla OAKA Arena firmato da 17 punti di Rivers e 16 di Tarlac, non lasciando opportunità alcuna ad un avversario totalmente disarmato, e poi con il risolutivo 65-57 al Piraeus, con Tomic miglior realizzatore della serata con 17 punti e con lo stesso Rivers che, a fine partita e con la certezza della qualificazione alla Final Four di Roma dal 22 al 24 aprile, afferma che “l’anno scorso siamo stati eliminati ai quarti di finale dal Real Madrid. Nel corso di questa stagione i giornalisti e i media ci hanno sostenuti, ed adesso posso dire quello in cui credo: vinceremo il titolo. Una volta qualificati per la Final Four, il più è stato fatto. Quest’anno abbiamo raccolto la sfida di tutti, ogni ostacolo è stato scavalcato, ed ora, qualificandoci tra le prime quattro, dobbiamo solo rimanere calmi e concentrati per poter fare quello che è necessario per vincere“.

Buon profeta, il buon David Rivers. Che in semifinale trova sulla sua strada l’Olimpia Lubiana, troppo inesperta a questi livelli per opporre resistenza allo strapotere dell’americano che con 28 punti (6/10 da due, 2/3 da tre e 10/10 ai tiri liberi) regala alla sua squadra, in aggiunta ai 10 punti e 13 rimbalzi di Tarlac, la terza finale europea della sua storia dopo, appunto, quello sfortunate del 1994 e 1995. Contro un’altra squadra, il Barcellona, che di sconfitte in finale se ne intende proprio, a sua volta battuto all’atto decisivo già in quattro occasioni, non ultima contro il Panathinaikos dodici mesi prima, un beffardo 67-66.

Il 24 aprile i 12.500 spettatori del Palaeur di Roma attendono con eccitazione la sfida stellare tra i due registi, David Rivers e Sasha Djordjevic, ma anche Sigalas e Tomic contro Fernandez e Karnishovas, Fassoulas e Tarlac contro Jimenez e Rivas. E se nel primo tempo le due squadre fanno match pari, chiudendo sul 31-29, nella ripresa l’esperienza e il gioco basato sulla forza fisica dei greci ha decisamente la meglio, con Rivers che domina l’incontro dall’alto dei suoi 26 punti con 6/9 da due, 1/3 da tre e 11/14 dalla lunetta, oltre agli 11 punti e 14 rimbalzi di Tarlac, contro i soli 6 punti di uno spento Djordjevic per la resa incondizionata del quintetto di coach Aito, 73-58.

E così, con Rivers che si merita il riconoscimento quale MVP della Final Four, l’Olympiacos infine rompe il sortilegio e per la prima volta sale sul tetto d’Europa. Non sarà l’ultima, potete scommetterci.

LA DINASTIA DEI BOSTON CELTICS DI RED AUERBACH E BILL RUSSELL

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Bill Russell e Red Auerbach – da boston.sportsthenandnow.com

articolo di Giovanni Manenti

Con il termine dinastia si indica una casa regnante per alcune decine di anni su di uno stesso paese, e gli esempi più eclatanti, per quanto riguarda il vecchio continente, riguardano i Medici in Italia, e gli Asburgo, i Tudor, gli Stuart ed i Romanov all’estero.

Nello sport di oltreoceano, però, tale appellativo di “Dinasty“, lo si attribuisce a quelle squadre dominanti nelle loro discipline per almeno un decennio e, nel baseball, è stato affibbiato ai celebri New York Yankees, capaci dal 1947 al 1962 di giungere in sedici anni per ben tredici occasioni alla finale per il titolo delle “World Series“, vincendone dieci, di cui cinque consecutive dal 1949 al 1953.

Curiosamente, mentre la parabola degli Yankees volgeva al termine, stava prendendo piede un’altra “Dinasty” che avrebbe segnato un’epoca in un altro sport Usa che ancora non aveva raggiunto l’apice della popolarità del baseball, ma che proprio grazie alle imprese di quel fantastico team e della sua aureola di invincibilità, avrebbe sempre più attratto decine di migliaia di tifosi.

Stiamo parlando di basket NBA ed, ovviamente, della dinastia dei Boston Celtics, capaci in tredici anni (dal 1957 al 1969) di giungere per dodici volte – attraverso la vittoria nella “Eastern Conference” – alla finale per il titolo assoluto, assicurandoselo in undici occasioni (!!!), di cui otto consecutive, con buona pace degli acerrimi rivali della costa occidentale, vale a dire i Los Angeles Lakers, sconfitti in sette circostanze su altrettante finali.

Non sono però tutte rose e fiori gli inizi della franchigia dei Celtics, che nei loro primi quattro anni di partecipazione al campionato professionistico – nato nel 1946 – non riescono ad avere un record positivo, fallendo sempre la qualificazione alla “post season“, circostanza che induce il proprietario Walter Brown a puntare le sue carte su di un nuovo tecnico che farà la fortuna di Boston, tale Arnold “Red” Auerbach, figlio di un ebreo russo emigrato negli Stati Uniti dove a New York, nel settembre 1917, vede la luce “Red“, così soprannominato sia per il colore dei capelli che per il carattere focoso.

E la squadra dei sogni comincia lentamente a prendere forma, con un buon acquisto in Ed Macauley, proveniente dai St. Louis Bombers ed un autentico colpo di fortuna, in quanto, a seguito del fallimento dei Chicago Stings, ai Celtics giunge in dote – addirittura per sorteggio (!!!) – una figura chiave delle successive vittorie in serie, vale a dire il play Bob Cousy.

Cousy è un giocatore che trasforma la schematica monotonia del gioco dell’epoca, inventandosi iniziative che viste con gli occhi di oggi possono sembrare frivolezze, abituati allo “show time” di un Magic Johnson o di un Michael Jordan, ma che ai primi anni ’50 erano in grado di affascinare il pubblico, con palleggi dietro la schiena, entrate con scarico al compagno ed assist “no look“.

Ma l’ingresso in squadra di Cousy da solo non basta a trasformare la franchigia – che comunque già al suo primo anno, nel 1951, ottiene un record positivo di 39-30 in “regular season” approdando ai playoff per venire eliminata al primo turno dai New York Knicks – per la quale un secondo importante tassello è costituito dallingaggio, per la stagione seguente, della guardia Bill Sharman dai Washington Capitols, con cui i Celtics compiono un primo importante salto di qualità, giungendo, per tre volte nei successivi cinque anni, alla finale della “Eastern Conference” peraltro conclusa con altrettante sconfitte.

Auerbach e Cousy fanno il punto della situazione, e convengono che alla squadra per essere competitiva ad altissimo livello manca da colmare il punto debole, vale a dire la carenza a rimbalzo e “Red“, con quell’aria sorniona che lo ha sempre contraddistinto, sa di avere la persona giusta su cui puntare, e cioè Bill Russell.

Russell, un centro di colore di m.2,08 per 98kg., da due anni spopola nella NCAA con i San Francisco Dons, che conduce letteralmente a due titoli consecutivi nel 1955 e 1956, e viene scelto nel draft 1956 dai St. Louis Hawks, ragion per cui Auerbach deve compiere un grosso sacrificio se vuole portarlo al “Boston Garden“, scambiandolo con Ed Macauley e Cliff Hagan, per quello che si rivela il più grande affare nella storia del club.

Con il dominio assoluto di Russell sotto i tabelloni ed un’altra giocata di cui è maestro e sinora raramente vista sui parquet Nba, vale a dire la stoppata, e l’innesto della matricola Tom Heinsohn prelevata dagli Holy Cross Crusaders – per i quali, curiosamente, aveva stabilito un record di 51 punti in una gara proprio contro il “Boston College” – i Celtics possono mettere in pratica il loro gioco in velocità, basato su rimbalzo e contropiede che destabilizza ogni avversario, portandoli a concludere la “regular season” con il miglior record assoluto di 44-28 per poi andarsi a giocare la prima finale per il titolo contro, ironia della sorte, proprio i St. Louis Hawks ai quali avevano strappato Russell.

In una serie leggendaria, conclusa solo al settimo incontro, fanno epoca gara-1 e gara-7 disputate al “Boston Garden“, con la prima che vede gli Hawks ribaltare il fattore campo imponendosi per 125-123 dopo due tempi supplementari, con Bob Pettit a spadroneggiare con 37 punti a cui si aggiunge il contributo degli ex Macauley ed Hagan (a referto con 23 e 16 punti rispettivamente), mentre l’ultima e decisiva gara – dopo che i Celtics avevano restituito il successo esterno in gara-4 con un 123-118 firmato Bob Cousy – vede i ragazzi di Auerbach sprecare nell’ultimo quarto un vantaggio di sei punti, portando la decisione ai supplementari sul 103 pari.

E qui emerge un’altra caratteristica di Boston, loro trasmessa dallo spirito battagliero di Auerbach, ovvero “the Celtics pride” (“l’orgoglio dei Celtics“), che non li fa mai abbattere e consente loro di reagire a qualsiasi tipo di avversità e così, i primi ad accorgersene sono gli Hawks che devono arrendersi al secondo “overtime“, curiosamente con lo stesso punteggio di 125-123 con cui avevano espugnato il “Garden” in gara-1, nonostante un monumentale Bob Pettit metta a segno ben 39 punti, bilanciato dall’altra parte da uno straordinario Tom Heinsohn, il quale, oltre a essere stato premiato come “Rookie of the year” (“matricola dell’anno“) al termine della stagione, mette la classica ciliegina sulla torta con 37 punti al suo attivo.

E’ l’inizio della dinastia, anche se i St. Louis Hawks hanno modo di prendersi una ghiotta rivincita l’anno seguente, superando 4-2 i Celtics – che nel frattempo avevano migliorato il proprio record in “regular season” con 49-23 e visto Russell conquistare il suo primo titolo di MVP succedendo a Cousy – grazie ad una prestazione disumana di Pettit nella decisiva gara-6, in cui mette a segno 50 punti nel successo per 110-109 che assegna alla propria squadra l’unico titolo della loro storia.

Da quel solo punto che li ha visti abdicare, i Celtics inanellano una serie che li porta a conquistare per otto anni consecutivi il titolo NBA – dal 1959 sino al 1966 – sconfiggendo per altre due volte in finale i St. Louis Hawks (4-3 nel 1960, con Russell che nella serie finale ottiene una media di 24,9 rimbalzi a partita (!!!), e 4-1 l’anno seguente, con la media rimbalzi/gara di Russell che giunge a 28,8 e gli assist di Cousy a 10,6), mentre inizia l’incubo dei Lakers che, senza avversari ad ovest, si devono inchinare in sei occasioni allo strapotere di Boston.

E ciò, nonostante che i Lakers schierino tra le loro file due fuoriclasse di valore assoluto quali Elgin Baylor e Jerry West e che, ad est, la concorrenza sia divenuta molto più accanita da quando sbarca sul pianeta NBA l’unico centro in grado di contrastare Bill Russell, vale a dire Wilt Chamberlain, che nel suo primo anno vince il premio di “Rookie of the Year“, nonché di MVP della “regular season” con una media di 37,6 punti e 27 rimbalzi a partita.

Ma la forza mentale e l’orgoglio dei Celtics sono in grado di superare anche queste sfide, e prova migliore non può darla che la stagione 1962, in cui – dopo aver toccato quota 60 di gare vinte nella stagione regolare – si trovano ad affrontare Chamberlain ed i suoi Philadelphia Warriors nella finale di Conference, serie in cui il fattore campo la fa da padrone e risolta in gara-7 al “Boston Garden” in una sfida punto a punto terminata 109-107, ed ancor più nella finale per il titolo contro i Lakers quando, sotto 2-3 nella serie, si trovano in svantaggio 65-57 all’intervallo, per poi ribaltare il risultato nella ripresa per il 119-105 che rimanda la decisione a gara-7 al “Boston Garden“, vinta 110-107 al supplementare con Russell a mettere a referto 37 punti che annullano i consueti elevati standard di Baylor e West, autori di 41 e 35 punti rispettivamente.

Nulla può fermare i Celtics, neppure il ritiro, a 34 anni, della loro mente Bob Cousy dopo il quinto titolo consecutivo vinto nel 1963, perdita ammortizzata dall’innesto in quintetto base dei due Jones (Sam e K.C.) e con il rinforzo dell’ala John Havlicek, letale nel tiro dalla distanza e punto di forza della franchigia per oltre 15 anni.

La musica non cambia nel 1964, con i San Francisco Warriors (con Chamberlain trasferito sulla costa ovest), spazzati via 4-1 in finale, così come nel 1965 dove – dopo aver migliorato, portandolo a 62 gare vinte in “regular season“, il proprio record – conquistano il nono titolo consecutivo della “Eastern Conference” superando di misura in gara-7 (110-109) i Philadelphia 76ers di un sempre più costernato Chamberlain, per poi disporre a proprio piacimento (4-1) dei Lakers in finale.

Che, oramai, i Celtics incutano una sorta di timore reverenziale sulle avversarie è ribadito dalla stagione 1966 in cui, dopo aver perso il vantaggio del fattore campo nella “Eastern Conference” rispetto ai Sixers per una sola vittoria di scarto (55 a 54), li umiliano nella finale di Conference con un 4-1 che non ammette repliche – nonostante Chamberlain riceva il suo secondo riconoscimento di MVP della stagione regolare con medie di 33,5 punti e 24,6 rimbalzi a partita – per poi dare una dimostrazione di cosa sia la loro insuperabile forza mentale nella consueta finale contro i Lakers quando, in vantaggio 3-1 nella serie, ne perdono l’inerzia con due convincenti successi dei gialloviola che espugnano il “Boston Garden” 121-117 (con 72 punti rivenienti dalla premiata ditta Baylor & West) in gara-5 e si confermano sul parquet di casa in gara-6, vinta 123-115 con ben quattro giocatori oltre 20 punti, per poi cedere 95-93 in gara-7, con i Celtics che costruiscono il loro successo nei primi due parziali, andando all’intervallo lungo in vantaggio 53-38 e Russell, già 31enne, che conclude la serie con medie di 23,6 punti e 24.3 rimbalzi a partita.

Con l’ottavo titolo consecutivo in bacheca, l’estate 1966 riserva la sorpresa della decisione di Auerbach di lasciare la panchina per dedicarsi al ruolo di general manager, e chi meglio di Bill Russell poteva continuare a trasmettere alle nuove generazioni il celebre orgoglio Celtics, divenendo il primo afroamericano a svolgere il ruolo di coach in una squadra professionistica di basket, pur continuando a dare il proprio contributo anche sul parquet nella doppia veste di allenatore/giocatore?

Di questo avvicendamento approfittano Chamberlain ed i suoi Sixers che, al termine di un’annata da incorniciare – conclusa con un eloquente record di 68-13 in “regular season” ed il 30enne Chamberlain nominato MVP con 24,1 punti e 24,2 rimbalzi di media a partita – fermano a dieci la serie di titoli della “Eastern Conference” dei Celtics, eliminandoli 4-1 per poi affermarsi 4-2 in finale sui San Francisco Warriors.

A molti sembra che la dinastia di Boston sia oramai giunta al tramonto, ma mai sottovalutarne lo smisurato orgoglio, e nulla può spronarlo più dei cori intonati e degli striscioni sventolati dai tifosi dei Sixers che recitano “Boston is dead” (“Boston è morto“), che ne fanno le spese nella finale di Conference 1967, dove giungono con il vantaggio del fattore campo dopo il record di 62-20 in “regular season” rispetto al 54-28 dei loro avversari.

In vantaggio 3-1 nella serie e con due gare su tre delle restanti da disputarsi allo Spectrum, la prospettiva di una seconda finale consecutiva per il titolo è qualcosa di più di una speranza, ma Russell & Co. la pensano diversamente, conquistando di forza gara-5 122-104 con un parziale di 38-23 nell’ultimo quarto, per poi pareggiare la serie 114-106 al Garden e quindi zittire i fans della città dell’amore fraterno espugnando di nuovo il parquet rivale per 100-96 con una pazzesca difesa di Russell su Chamberlain, il quale non mette neanche un punto a segno nella ripresa per un misero score di 14 punti a fine gara.

Orgoglio dei Celtics che viene stupidamente stuzzicato anche dai rivali storici dei Lakers, ai quali non sono evidentemente bastate sei sconfitte in altrettante finali, ivi compresa quella del 1968 persa per 4-2, convinti come sono di aver messo il tassello decisivo nel “roster” con l’ingaggio proprio di Wilt Chamberlain dai Sixers nell’estate 1968.

Ma quello che va in scena nei playoff 1969 lo si può, senza timore di smentita, tranquillamente definire come il capolavoro di Bill Russell, con i Celtics che vi giungono con il loro peggior record di 48-34 in stagione regolare da quando è iniziato il ciclo vincente, il che sta a significare che non avranno il vantaggio del fattore campo in tutti e tre i turni della “post season“.

La cosa non sgomenta più di tanto i bostoniani, che travolgono 4-1 al primo turno i Sixers orfani di Chamberlain e poi si ripetono in finale di Conference contro i New York Knicks di Willis Reed e Walt Frazier, sconfitti 4-2 grazie al decisivo 106-105 in gara-6 che porta le firme di Sam Jones ed Havlicek, autori di 29 e 28 punti rispettivamente.

Come previsto, sulla costa orientale, i Lakers non hanno alcuna difficoltà a presentarsi all’atto conclusivo dove, con i favori del pronostico a loro favore, vincono le tre gare al Forum e, pur venendo analogamente sconfitti al Garden (perdendo sulla sirena, 88-89, gara-4), ritengono di poter far loro la decisiva gara-7 davanti al pubblico amico.

Ma quando le due squadre scendono in campo per il riscaldamento, Sam Jones si accorge dell‘imperdonabile autorete commessa da Jack Kent Cooke, proprietario dei Lakers, ovvero aver sistemato sulle poltroncine dei tifosi il programma dei festeggiamenti, che prevedeva il lancio di palloncini gialloviola, il suono dell’inno della franchigia e le interviste ai “big three” Baylor, West e Chamberlain.

Jones ne prende uno e lo fa vedere begli spogliatoi a Russell, il quale lo sfrutta a dovere per motivare i suoi con una frase che la dice lunga sul suo carismaoggi là fuori può succedere di tutto tranne una cosa: i Lakers non possono vincere!“, circostanza condivisa anche da Jerry West che si dimostra furioso per l’atteggiamento di Kent Cooke, ben sapendo che non è certo il caso di stuzzicare, nonché mancare di rispetto, a chi ha già nel proprio palmarès qualcosa come dieci titoli NBA.

E, difatti, più abituati a certe pressioni, i Celtics approfittano dell’obbligo di vincere dei rivali, andando all’intervallo lungo in vantaggio 59-56 per poi prendere il largo nel terzo parziale (chiuso sul 32-20, in cui il sesto uomo di Boston, Don Nelson, realizza 12 punti) e quindi resistere nell’ultimo quarto al disperato tentativo di rimonta dei Lakers, i quali si portano ad una sola lunghezza di distacco (102-103) a 2′ minuti dalla sirena, prima che un fortunoso canestro ancora di Nelson allo scadere dei 24″ portasse il punteggio sul 105-102, poi gestito dai Celtics per il 108-106 conclusivo che sancisce il loro undicesimo trionfo in tredici anni e la conclusione, con il ritiro dalle scene di Russell, l’unico ad aver fatto parte di ogni squadra vincente, di un ciclo che non potrà mai essere più eguagliato.

Che ne dite, se ne avranno a male i discendenti dei Medici, degli Asburgo o degli Stuart, se Russell & Co. hanno loro rubato il termine dinastia?

Personalmente, ritengo proprio di no!

SCOTT SKILES E LA SERATA RECORD DA 30 ASSIST

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Scott Skiles in azione – da nba.com

articolo di Nicola Pucci

Scott Skiles è noto per aver diretto in panchina, nel corso degli ultimi anni, Phoenix, Chicago, Milwaukee ed Orlando Magic. Ma forse non molti sono a conoscenza che il cestista in questione detiene un record che penseremmo appartenere a Magic Johnson, o magari Oscar Robertson, o forse anche John Stockton… ovvero, il maggior numero di assist smazzati in una singola gara.

30 dicembre 1990, Amway Arena di Orlando. 15.077 spettatori sono comodamente assiepati sugli spalti e neppure immaginano che qualcosa di mai visto sta per accadere sotto i loro occhi. Gli Orlando Magic, franchigia che ha debuttato in NBA solo l’anno prima, ospitano i Denver Nuggets, e la sfida non è propriamente delle più attese se è vero che le due squadre navigano nei bassifondi della lega, gli uni con un record di 6 vittorie e 23 sconfitte, gli altri con un altrettanto poco invidiabile e quasi identico score di 6 successi e 22 capitomboli.

Le stelle della squadra allenata da coach Matt Guokas sono Terry Catledge, uomo da 19.4 punti a partita l’anno precedente, e Jerry Reynolds, scelto col numero 22 da Milwaukee al primo giro del Draft del 1985 ma incapace ancora di esprimersi ad alti livelli, ed è evidente che se questi sono i cardini del quintetto, non c’è proprio da farsi grandi illusioni. Denver ha in organico il rookie Chris Jackson, che da lì a tre anni abbraccerà la fede musulmana per diventare Mahmoud Abdul-Rauf e che a fine carriera verrà a svernare in Italia, a Roseto, Michael Adams che sta viaggiando ad oltre 26 punti di media a partita, agevolato dal gioco corri-e-tira imposto da Paul Westhead, e il veterano Walter Davis, uno che sta per chiudere una dignitosissima carriera da 19.500 punti realizzati. Insomma, non si attendono grandi intuizioni tecnico-tattiche ma il match si prospetta spettacolare, perchè a fronteggiarsi sono due squadre con niente da perdere e molto da guadagnare.

E Scott Skiles ne approfitta. In un confronto che già all’intervallo vede Orlando dominare, addirittura 72-49, per poi imporsi con un eloquente 155-116, il ragazzo uscito dalla Michigan State University mette a referto ben 30 assist, realizzando un exploit ad oggi ancora ineguagliato, superando il precedente record appartenente a Kevin Porter, che con la maglia dei New Jersey Nets il 24 febbraio 1978 ne aveva distribuiti 29 contro Houston. Non pago, Skiles aggiunge anche 22 punti (5/10 da due punti, 2/3 dall’arco dei tre punti e 6/7 ai tiri liberi), 6 rimbalzi e 2 recuperi in 44 minuti di permanenza sul terreno di gioco.

I compagni di squadra sono, ovviamente, i beneficiari della serata di grazia di Skiles e del suo senso per il gioco collettivo. Non solo i titolari – Catledge con 25 punti e 11 rimbalzi, Dennis Scott che ne mette 18, Nick Anderson 17 e Greg Kite che strappa 10 palloni da sotto le tabelle – ma anche chi esce dalla panchina, come Jeff Turner e Michael Ansley, che toccano quota 13 punti, Otis Smith che segna 14 punti e proprio Jeff Reynolds, miglior marcatore di Orlando con 27 punti e che a 19″6 dalla sirena dell’ultimo quarto infila nella retina il pallone che suggella il record, si ritaglia uno spazio importante, entrando di riflesso negli annali del basket NBA.

Ad onor del vero Skiles non avrebbe proprio le stimmate del giocatore in grado di fare la differenza. Piccolo (188 centimetri), neppure longilineo (86 chilogrammi), non troppo veloce, scarsamente efficace in difesa, è giunto al quinto anno da professionista e le prime quattro stagioni lo hanno visto trovare posto più che altro in panchina e vedere il campo non più di 21 minuti per sera. Ma è giocatore tignoso, che si sbatte e che non teme di dover sudare il doppio degli altri per farsi spazio tra i giganti della lega.

All’uscita dall’università potrebbe già decidere di far altro piuttosto che giocare a basket, ma se c’è una cosa che Scott, nato a La Porte nello stato dell’Indiana il 5 marzo 1964, ha imparato nella vita è che non è buona cosa arrendersi. E lui, di arrendersi, proprio non vuol saperne e dopo gli esordi senza gloria a Milwaukee e Indiana, trova la sua dimensione ad Orlando. Passa dai 7.7 punti in 21 minuti del primo anno ai 17.2 punti in 34 minuti della seconda stagione, meritandosi il premio di NBA Most Improved Player Award, ovvero giocatore più migliorato e ora, sì, può finalmente dire di aver raggiunto il suo scopo.

Un altro paio di buone annate a Orlando, a 14.1 e 15.4 punti di media, con un massimo di 9.4 assist per sera nella stagione 92/93, e poi il trasferimento ai Washington Bullets, per poi chiudere una più che onesta carriera NBA a Filadelfia. Qui, dopo aver giocato solo dieci gare di campionato, complice un grave infortunio alla spalla destra, Skiles decide di varcare l’oceano per tentare la carta europea. Si accasa in Grecia, al Paok Salonicco, dove disputa le ultime sue partite prima di prendere il posto in panchina del suo allenatore, Michel Gomez, trascinando la squadra ellenica ad un terzo posto che vale la qualificazione in Eurolega.

E’ l’inizio di una buona carriera da allenatore, ma non è questo quel che rimarrà nel suo palmares: lì, c’è posto per il 30… 30, come il giorno della prodezza di una vita e 30 come il numero degli assist che permisero ai compagni di Orlando di andare a segno. Se qualcuno è capace di far di meglio si faccia avanti

 

NEW YORK VS.LAKERS 1970, LA PRIMA FINALE NBA DEL “DOPO RUSSELL”

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Walt Frazier al tiro – da nbalife.it

articolo di Giovanni Manenti

Se mai vi è stata una squadra in grado di esercitare un predominio assoluto nella propria disciplina, questa non può essere altro che i Boston Celtics di coach Red Auerbach e Bill Russell, capace di costituire una dinastia nel basket professionistico Usa iniziata nel 1957 e proseguita durante l’intera decade successiva, periodo in cui “The Celts” per 12 volte su 13 stagioni vincono il titolo della “Eastern Division” (non ancora “Conference” stante il limitato numero di squadre – appena 7 per ogni costa – partecipanti), cui aggiungono la conquista del titolo assoluto di campioni NBA in addirittura 11 occasioni, perdendo l’unica finale con la vincente della “Western Division“, i Saint Louis Hawks nel 1958, per poi infilare una serie di ben 8 titoli consecutivi dal 1959 al 1966.

E, se da una parte vi era una dinastia vincente, dall’altro lato dell’oceano, sulla costa californiana, un’altra prestigiosa franchigia, i Los Angeles Lakers, viveva profonde crisi depressive, dato che in ben quattro occasioni – nel 1962, 1963, 1965 e 1966 – aveva conteso “The Ring” (“l’Anello“) agli eterni rivali, uscendone sempre regolarmente sconfitta, nonostante la presenza nel roster gialloviola di futuri “Hallfamers” quali Jerry West ed Elgin Baylor, tradizione che viene puntualmente rispettata anche nel 1968 e 1969 dopo che nel 1967 il titolo era andato ai Philadelphia 76ers.

In particolare, la sconfitta del 1968 lascia una traccia indelebile nelle menti e nel morale dei Lakers, i quali si erano aggiudicati in estate le prestazioni dell’unico centro in grado di opporsi allo strapotere sotto canestro di Bill Russell, vale a dire quel Wilt Chamberlain artefice principe del trionfo dei Sixers nel 1967 dopo aver sconfitto 4-1 i Celtics nella finale della “Eastern Division“, con una media nei playoff di 21,7 punti e 29 (!!!) rimbalzi a partita.

Con Chamberlain dominante sotto i tabelloni con 21 rimbalzi di media (e 20,5 punti) a partita in stagione regolare, e West e Baylor a martellare dal perimetro con 25,9 e 24,8 punti/gara, i Lakers, forti del vantaggio del fattore campo, ritenevano di poter finalmente avere la meglio – al sesto tentativo in sette stagioni – degli ormai usurati Celtics, in cui il solo Bill Russell, a 35 anni compiuti, restava della formazione che ne aveva inaugurato nel 1957 l’era vincente.

Ma, ancora una volta, la fortuna non assiste i Lakers, con la serie che giunge a gara-7 a seguito del rispetto del fattore campo nei precedenti sei incontri – pur se in gara-4, avanti 88-87 a 7″ dalla sirena e con palla in mano, i californiani riescono nella non facile impresa di perdere 89-88 – e, con il Forum pronto a festeggiare il ritorno al titolo nella “Città degli Angeli” a 15 anni di distanza dal successo dei Minneapolis Lakers di George Mikan, la dea bendata dimostra nuovamente la sua preferenza per i Celtics quando, sul 103-102 a loro favore, un tiro allo scadere dei 24″ della riserva Keith Erickson scagliato dalla linea dei liberi coglie il secondo ferro solo per alzarsi perpendicolarmente e ricadere dentro la retina per il 105-102 ad 1’33” dal termine, poi difeso per il 108-106 finale che consegna l’11esimo anello in 13 anni alla squadra del trifoglio.

La frustrazione in casa Lakers è altissima – e ben magra consolazione è l’assegnazione a Jerry West del premio di “MVP of the NBA Finals“, primo caso in cui il riconoscimento viene assegnato ad un giocatore della squadra sconfitta – ma la vita va avanti e, con l’abbandono di Russell e la conseguente magra stagione dei Celtics nel 1970 – concluderanno con un record negativo di 34-48 e fuori dai playoff – le speranze di poter finalmente tornare ad essere una squadra vincente e togliersi di dosso la scomoda etichetta di perdenti di successo, stimolano la franchigia, sotto la guida del nuovo coach Joe Mullaney che ha rilevato Butch van Breda Kolff, cui sono state fatali le doppie sconfitte in finale coi Boston Celtics dei due anni precedenti, ma il destino non sembra avere ancora preso in simpatia Jerry West & Co., sotto forma stavolta di un infortunio al ginocchio occorso a Wilt Chamberlain il 7 novembre 1969 nella gara persa 120-122 al Forum contro i Phoenix Suns.

Senza il loro centro titolare, i Lakers riescono comunque a chiudere la stagione regolare con un record di 46-36 che garantisce loro il secondo posto nella “Western Division” dietro agli Atlanta Hawks di Lou Hudson e Walt Bellamy, ma anche la pressoché sicura perdita del fattore campo in caso di arrivo alla finale per il titolo, visto che nella “Eastern Divisioni New York Knicks hanno chiuso con un 60-22, seguiti dai Milwaukee Bucks con 56-26 ed anche i terzi ammessi alla “post season”, i Baltimore Bullets, hanno registrato una record di 50-32 superiore a quello del team di Mullaney.

Una buona notizia, finalmente, in casa Lakers deriva dall’inatteso ritorno alle gare di Chamberlain, il quale rientra sul parquet il 18 marzo 1970, in occasione della terz’ultima partita della stagione regolare, cosa che viene presa come un buon auspicio in vista della disputa degli imminenti playoffs che vedono Los Angeles abbinata a Phoenix, serie che i gialloviola portano a casa rimontando da 1-3 dopo aver perso gara-2 al Forum 101-114 e recuperando il vantaggio del fattore campo andando a vincere 104-93 gara-6 in Arizona grazie al parziale di 31-20 nell’ultimo quarto ed ai 35 punti di un immarcabile Jerry West.

Scampato il pericolo, i Lakers spazzano via 4-0 gli Hawks nella “Western Division Final“, con due convincenti successi (119-115 e 105-94) in Georgia prima di dover ricorrere al tempo supplementare in gara-3 al Forum, vinta 115-114 e poi concludere la serie ancora sul parquet amico con un netto 133-114 che, al solito, porta la firma di uno strepitoso West, autore di 39 punti, cui dà una sostanziosa mano Baylor con i suoi 31 a referto.

Sulla costa opposta, i Knicks di uno straripante Willis Reed – MVP della stagione regolare con 21,7 punti e 13,9 rimbalzi di media a partita, oltre che MVP dell'”All Star Game” 1970 vinto dall’Est sull’Ovest per 142-135 – compiono un percorso similare ai Lakers per giungere all’appuntamento conclusivo della stagione, soffrendo per eliminare 4-3 i Baltimora Bullets dopo essere stati in vantaggio 2-0 nella serie e poi, al contrario, disporre con sufficiente facilità (4-1) dei Milwaukee Bucks, nelle cui file debutta nella lega, ottenendo il premio di “Rookie dell’anno“, un certo Lew Alcindor, il quale diverrà uno dei centri più dominanti della storia della NBA con il più conosciuto nome di Kareem Abdul-Jabbar e che chiude la sua prima stagione con un record di 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4,1 assist di media/partita!

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro, i Knicks si aggiudicano il 24 aprile 1970 una gara-1 dall’andamento talmente altalenante da vederli in vantaggio per 50-30 per poi andare all’intervallo lungo sul 65-54 e quindi venire rimontati dai Lakers nel terzo periodo, chiuso sul 92-89 a favore dei californiani, prima che il decisivo apporto di Riordan e Cazzie Russell siglasse un parziale di 35-20 nell’ultimo quarto per il 124-112 definitivo, al quale Reed mette la propria firma con 37 punti, 16 rimbalzi e 5 assist.

Ma l’esperienza in questo tipo di competizione viene fatta valere dai Lakers tre giorni dopo in gara-2, con Chamberlain maggiormente votato a difendere su Reed, limitato, si fa per dire, a soli 29 punti, e con l’incontro che scivola via punto a punto (81 pari a fine terzo periodo) sino alle battute conclusive, quando dapprima Walt Frazier segna per i Knicks il canestro del 103 pari con 1′ ancora da giocare, quindi West realizza entrambi i tiri liberi per fallo subito da Riordan e quindi è Chamberlain a mettere il sigillo al successo di Los Angeles al “Madison Square Garden” stoppando un tentativo di Reed per il 105-103 che pareggia la serie e volge a favore dei Lakers il vantaggio del fattore campo.

Si cambia costa e, con il Forum di Inglewood desideroso di poter finalmente coronare il sogno di un titolo così lungamente atteso, i Lakers aggrediscono i Knicks in gara-3 il 29 aprile, portandosi a metà gara in un vantaggio apparentemente rassicurante di 56-42, ma non si vincono 60 gare in stagione regolare per caso, ed il quintetto di coach Red Holzman inizia nella ripresa a ridurre progressivamente lo scarto, riportando la sfida in parità sul 96-96 con 2′ ancora da giocare, con il punteggio ancora sul 100 pari con soli 18″ restanti.

E qui va in scena una delle situazioni più esaltanti di una finale NBA, con Frazier a portare avanti i Knicks 102-100 con soli 3″ sul cronometro, ma sufficienti affinché West potesse mettere a segno uno strabiliante canestro da oltre 18 metri che manda le squadre al supplementare, salvo che per Chamberlain, il quale, proveniente dalla ABA, era convinto che il tiro di West valesse 3 punti ed invece, nonostante la frustrazione per il pareggio ottenuto in tal modo, i Knicks riescono a vincere l’incontro per 111-108 riportandosi in vantaggio nella serie.

Serie che vive il suo momento clou nelle due partite (5 e 7) disputate al Madison Square Garden, dopo che i Lakers hanno portato la sfida sul 2-2 con un convincente successo per 121-115 (con 37 punti di West e 30 di Baylor) in gara-4, per quelle che passeranno poi alla storia come le “Willis Reed Finals“.

Succede, difatti, che il 4 maggio, verso la conclusione del primo quarto di gara-5, con i Lakers in vantaggio 25-15, Reed si produca uno strappo muscolare alla coscia in un “uno contro uno” avendo di fronte Chamberlain, circostanza che lo costringe a saltare il resto dell’incontro e Los Angeles ad approfittare della situazione con il 2,13 originario di Philadelphia a fare il bello ed il cattivo tempo sotto i tabelloni per il 53-40 con cui si conclude il primo tempo.

La situazione negli spogliatoi del Garden non è delle più rassicuranti, perdere l’incontro con la prospettiva di andarsene in California senza il loro centro titolare non è certo delle più allegre, quando ecco che viene in loro sostegno la mente grigia del futuro senatore Usa Bill Bradley – nonché vincitore della Coppa dei Campioni 1966 nel suo anno in Italia con il Simmenthal Milano – il quale suggerisce ad Holzman di rinunciare ad un pivot per marcare Chamberlain, favorendo un quintetto basso tale da impedire, o quanto meno ridurre, i rifornimenti al monumentale numero 13.

L’idea di Bradley viene sposata dal coach e si rivela vincente tanto che, come in gara-3 a Los Angeles, le guardie di New York iniziano a bombardare il canestro e a mettere in atto veloci contropiedi che trovano impreparata la difesa dei Lakers, con West incapace di mettere a segno nella ripresa un solo tiro dal campo e Chamberlain limitato a soli 4 punti dopo i 18 messi a segno nella prima parte dell’incontro, mentre i 19.500 spettatori del Garden, che non credono ai propri occhi, incitano i loro beniamini al grido di “Let’s go Knicks!” trascinandoli ad una delle più incredibili vittorie di una serie finale per il 107-100 conclusivo (parziale di 67-47 nella ripresa!!!).

Era stato il gioco di squadra ad esaltare i Knicks, con i punti quasi equamente ripartiti tra i vari componenti, ma non era logico pensare che una tale circostanza potesse ripetersi in gara-6 a Los Angeles dove, il 6 maggio 1970, i ricomposti Lakers infieriscono senza pietà sugli avversari orfani di Reed, con un 135-113 in cui Chamberlain, senza il suo rivale a fronteggiarlo, mette a referto qualcosa come 45 punti (!!!), seguito dal consueto “over 30” di West, che a propria volta chiude a quota 33.

L’andamento di gara-6 rende sin troppo evidente una cosa, e cioè che se i Knicks vogliono avere una chance di vincere, due giorni dopo, l’8 maggio 1970, la decisiva sfida di gara-7 al Garden, non possono rinunciare a Reed, la cui presenza è comunque in forte dubbio sin dentro lo spogliatoio prima della gara, tant’è che i suoi compagni scendono sul parquet per il riscaldamento senza di lui, mentre il medico si sta prodigando con delle infiltrazioni per cercare di fargli giocare quanto meno uno scampolo di partita.

E vi lascio pertanto immaginare il boato del pubblico quando un Reed in tuta e claudicante esce dal tunnel che dagli spogliatoi porta sul parquet, il loro simbolo non vuole mancare all’appuntamento più importante della sua carriera sino a quel momento, per dare il proprio contributo, tecnico ma soprattutto morale, ai suoi Knicks, lasciando, di contro, attoniti i Lakers i quali addirittura interrompono l’allenamento per sincerarsi che fosse tutto vero.

L’impatto di Reed sul match ha l’effetto di modificare l’inerzia della gara prima ancora che essa abbia inizio, con l’esito di raddoppiare le forze e le energie dei propri compagni, veri e propri leoni scatenati che mordono gli avversari alle caviglie e li distruggono a rimbalzo, spronati dal proprio indiscusso leader che mette a segno i primi due (e suoi unici) canestri della partita per poi dedicarsi per tutto il primo tempo alla marcatura di Chamberlain e quindi abbandonare la contesa con New York avanti all’intervallo di ben 27 (!!!) punti, per un 69-42 incolmabile da recuperare per West & Co., e che i Knicks gestiscono nel secondo tempo sino al 113-99 finale che sancisce il primo titolo NBA per la franchigia della “Grande Mela” e, dall’altro lato, la prosecuzione della maledizione che vede i Lakers uscire sconfitti in finale per la settima volta negli ultimi 9 anni!

Probabilmente la chiave del successo dei Knicks fu la vittoria in gara-5, “uno degli incontri di basket più spettacolari mai disputati…“, avrà in seguito a dichiarare Dave DeBusschere, che in quella sfida dovette sobbarcarsi il duro lavoro di marcare Chamberlain, ma l’esito di gara-7 venne indubbiamente condizionato dall’ingresso di Reed, il quale ricorda come “volevo giocare a tutti i costi, non avrei mai voluto guardarmi 20 anni dopo allo specchio e dirmi che non avevo tentato di disputare la gara!“.

A sostegno di questa tesi, valgano per tutti le parole di Walt Frazier, top scorer di gara-7 con 36 punti, quando sottolinea come “la scena dell’ingresso in campo di Willis (Reed, ndr) durante il riscaldamento rimarrà per sempre impressa nella mia mente, poiché so che se ciò non fosse accaduto, non avremmo mai vinto quella sfida!“.

Inutile dire che a Reed – che chiude la serie dei playoff con medie di 23,7 punti, 13,8 rimbalzi e 2,8 assist a partita – viene assegnato il premio di MVP anche delle NBA Finals, primo giocatore a ricevere detto riconoscimento in stagione regolare, all’All Star Game e nelle Finals in una singola annata, ma non si può negare che se lo sia meritato, no?