CHOLET E I 45 PUNTI DI GRAYLIN WARNER CONTRO IL REAL MADRID DI PETROVIC

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Graylin Warner – da cholet-basket.com

articolo di Nicola Pucci

Il basket a Cholet ha storia recente, se è vero che il club è stato fondato solo nel 1975 e prende parte al campionato francese di pallacanestro a far data dal 1986. Nondimeno, ha parecchie storie interessanti da raccontare, e se un paio di queste portano in dote un titolo nazionale nel 2010 e due Coppe di Francia nel 1998 e nel 1999, oltre ad una finale di Eurochallange persa nel 2009 contro la Virtus Bologna, 77-75, un’altra ha una data segnata di rosso in bacheca ed un protagonista battente bandiera americana.

Corre l’anno 1988/1989 e lo Cholet, che la stagione prima ha raggiunto la sua prima finale di play-off perdendo il doppio confronto con il Limoges, viaggia a buon ritmo in campionato, dove chiude la stagione regolare in seconda posizione alle spalle del solito Limoges, per poi vedersi negare una seconda finale consecutiva dall’exploit del Pau Orthez che viola l’impianto di “La Meilleraie” nella sfida decisiva di semifinale. La squadra allenata da Jean Galle,  che ha in organico un giovanissimo Antoine Rigaudeau ed un altro promettente campione come Jean Bilba, è altresì impegnata nella sua prima avventura europea, in Coppa delle Coppe, e dopo aver eliminato nel turno preliminare gli olandesi del Miniware Weert rimontando in casa, 80-42, la sconfitta rimediata all’andata, 56-75, accede alla seconda fase a gironi, che la vede inserita in un gruppo che comprende anche il Real Madrid che ha in Drazen Petrovic la sua stella più luminosa, la Snaidero Caserta dell’altro immenso bomber Oscar Schmidt, e gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon.

E se la competizione, infine, riserva ai francesi l’amarezza dell’eliminazione come ultima delle quattro componenti del girone, nondimeno regala anche la gioia di un primo prestigioso successo, il 10 gennaio 1989, con Caserta, 85-76, in un match che suggella la forza agonistica di un ottimo Patrick Cham capace di contenere Oscar a “soli” 32 punti, e certifica il fiuto offensivo di Graylin Warner, americano di Tylertown al terzo anno in Francia e con un trascorso in Italia a Fabriano, che si ritaglia una serata da antologia, con 44 punti e 10 rimbalzi, confermandosi cecchino di assoluto livello, tanto è vero che viaggia in campionato a 28.3 punti di media a partita. Ben spalleggiato, per l’occasione, da Valery Demry, che firma 13 punti e smazza 11 assist.

Ma l’appuntamento con la gloria, per lo Cholet e per Warner, è programmato per sette giorni dopo, quando al “La Meilleraiesi presenta il grande Real Madrid di coach Lolo Sainz, che non è solo il “Mozart del basket“, appunto Drazen Petrovic, ma anche i fratelli Martin, José Biriukov, Johnny Rogers e Pep Cargol. Insomma, una sorta di Davide contro Golia, con un club che può vantare ben sette Coppe dei Campioni e 25 titoli spagnoli, e l’altro che spende le sue prime esperienze a livello continentale, con i bookmakers che danno vincenti i padroni di casa ad una quota di 20.000 a 1! Invece…

… invece accade quel che, talvolta, rende lo sport in particolare, e il basket nel suo specifico, una bellissima favola da raccontare ai nipotini. In effetti, nel match di andata, i madrileni si sono imposti con un 69-62 che se da un lato non rende fino in fondo giustizia al coraggio dei francesi, trascinati proprio da Warner che ne mette 26 e capaci di andare al riposo in vantaggio di 5 punti, dall’altro conferma che quando c’è da giocare per vincere Petrovic è il più forte di tutti, infine autore di 28 punti.

Al ritorno, 5.000 fedelissimi gremiscono l’impianto di Cholet. L’entusiasmo è alle stelle e ben 70 giornalisti sono accreditati per un evento tanto atteso da venir pure trasmesso in diretta TV. Il disegno tattico di Jean Galle è semplice, almeno nelle intenzioni della vigilia: limitare Petrovic ed innescare il talento offensivo di Warner. Ma quel che viene messo in pratica sul parquet di gioco, va ben oltre le illusioni dei tifosi francesi. Già, perché Demory è in serata strepitosa, sia nel mandare a bersaglio 16 punti che, soprattutto, illuminare il gioco dei compagni con 17 assist, ma è Warner, ancora una volta, a segnare con impressionante continuità, bersagliando la retina dei madrileni da ogni posizione per uno score finale di 45 punti, con 18 su 34 dal campo, di cui 5 su 10 dall’arco dei 6 metri, a cui aggiungere 11 rimbalzi. E se Cham, Bilba e Dider Dobbels si fanno trovare pronti quando chiamati in causa, la sfida, che è tanto incandescente da provocare la quadrupla espulsione al 35′ dell’altro americano di Cholet, Orlando Graham, così come dei fratelli Martin, Fernando ed Antonio, e di Bruno Constant, complice una furiosa bagarre scatenata sotto canestro, si risolve in un duello epocale all’ultimo punto.

Petrovic gioca come sa, ma non bastano i 31 punti e gli 11 assist, così come i 20 punti e 12 rimbalzi di Rogers e i 16 punti e 9 rimbalzi dello stesso Antonio Martin, a scongiurare una clamorosa sconfitta che se nei primi venti minuti, chiusi sul 49-46 per la squadra di Sainz, sembra improbabile, via via si materializza nel secondo tempo quando lo Cholet prima aggancia il Real Madrid, poi lo sorpassa, infine opera l’allungo decisivo che vale una vittoria storica alla sirena, 95-85.

Finisce con Graylin Warner, il “levriero des Mauges“, portato in trionfo, e per lui, che al Draft NBA del 1984 fu scelto al sesto giro in 129esima posizione, e che in Europa, come lui stesso ebbe modo di affermare, pochi conoscevano e in virtù di ciò fu libero di tirare come e quando voleva, è la serata che vale una carriera. Al cospetto di Sua Maestà.

 

 

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BILL WALTON, LA “SPERANZA BIANCA” DEL BASKET NBA

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Bill Walton a Portland – da:blazersedge.com

Articolo di Giovanni Manenti

Con il termine “Speranza bianca”, si era soliti, negli Stati Uniti, definire un pugile di tale razza capace di arginare lo strapotere degli afroamericani nella Categoria dei Pesi Massimi dopo il ritiro di Rocky Marciano avvenuto nell’aprile 1956, poi allargato anche al Basket NBA per quanto riguarda il ruolo di centro.

A parte il periodo pioneristico della Lega Professionistica Usa, in cui a svettare era stato George Mikan dei Minneapolis Lakers in un’epoca in cui la percentuale di neri era ridotta al minimo, gli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio avevano visto difatti il dominio assoluto di tre “torri” praticamente insuperabili, ovverossia Bill Russell, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, già Lew Alcindor, prima di abbracciare la fede mussulmana.

E, con i ragazzi di colore ammessi oramai senza limitazioni in tutti i College americani, pensare di “scovare” un centro di razza bianca in grado di dominare sotto i tabelloni era un’impresa pressoché irrealizzabile, sino a che un bel giorno di fine anni ’60 Danny Crum, assistente del leggendario coach di UCLA John Wooden, si reca ad una gara tra formazioni di liceo in cui scende in campo la squadra della “Helix High School” di San Diego …

Al ritorno alla celebre Università di Los Angeles, Crum si lascia scappare una dichiarazione in cui afferma di aver visto la prestazione del miglior giocatore liceale a cui avesse mai assistito, circostanza che porta Wooden ad ammonire il suo collaboratore onde non passare da idiota ed incompetente, anche perché, parole sue, “non c’è mai – e dico mai – stato un giocatore decente proveniente da San Diego …!!”.

Probabilmente Wooden non è a conoscenza del detto che “c’è sempre una prima volta, nella vita …” e comunque sarà lui il primo a ricredersi, allorché se lo ritrova nella sua Università, facendo sì che la striscia vincente di cinque titoli NCAA consecutivi da parte di UCLA si allunghi sino a sette.

Questo fenomeno altri non è che William Theodore “Bill” Walton, nato il 5 novembre 1952 a La Mesa, città di poco più di 50mila anime, situata nel Sud della California, nella Contea di San Diego, il quale, rosso di capelli e lentigginoso (altra caratteristica non proprio gradita a Wooden …) si mette in evidenza nel corso degli anni vissuti alla citata “Helix High School” di San Diego, arrivando, cosa inaudita per un liceale non ancora 18enne, ad essere selezionato per i Campionati Mondiali che si svolgono dal 10 al 24 maggio ’70 in Jugoslavia.

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John Wooden e Bill Walton ad UCLA – da:optimism.ucla.edu

Favorito da un’altezza sproporzionata, specie per un bianco – a maturazione completa, Bill misura m.2,11 per 95 chilogrammi – che lo porta, una volta diplomatosi, a scegliere la prestigiosa UCLA per affinare la propria tecnica, Walton non impiega molto a convincere coach Wooden – che, ricordiamo, ha avuto il privilegio di avere tra le sue file per i tre anni di college, Lew Alcindor con tanto di tre titoli NCAA consecutivi dal 1967 al ’69 – delle proprie qualità, ed anche se la striscia vincente era proseguita sia nel 1970 che nel ’71, ciò che avviene nelle prime due stagioni al College del ragazzo di San Diego ha dell’incredibile.

In entrambe le annate, difatti, UCLA finisce imbattuta con un record di 30 vittorie e nessuna sconfitta, superando nelle “Final Four” ’72 Louisville 96-77 in semifinale per poi aver ragione in Finale di Florida State con il punteggio di 81-76 in cui Walton mette la sua firma con 20 punti e ben 24 rimbalzi, prestazione che addirittura impallidisce se rapportata a cosa è capace di fare l’anno successivo, allorché nella Finale contro Memphis State, dopo un’agevole vittoria (70-59) su Indiana in Semifinale, realizza più della metà dei punti della propria squadra nel travolgente successo per 87-66, mandando a canestro 21 dei suoi 22 tentativi …!!.

Ovvio che un tale strapotere non potesse che essere premiato con altrettanti riconoscimenti di MVP nelle tre stagioni al College, con il record di UCLA a fermarsi ad 88 vittorie consecutive, per poi conoscere la sconfitta in semifinale nelle ”Final Four” ’74 contro North Carolina State che si impone per 80-77 dopo ben due tempi supplementari.

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Walton in azione con la maglia di UCLA – da:si.com

Walton conclude il suo triennio universitario con medie di 20,3 punti e 15,7 rimbalzi a partita, ma anche dando dimostrazione di non essere “allineato” con l’establishment americano allorché, poco più che 18enne, viene arrestato durante una manifestazione contro la guerra nel Vietnam arrivando a criticare pubblicamente l’allora Presidente Richard Nixon con le parole: “La tua generazione ha rovinato il mondo, la mia sta provando a risollevarlo; il denaro non significa niente per me, non può comprare la felicità ed io voglio solo essere felice …!!”.

Atteggiamenti che preoccupano anche Wooden, oramai ricredutosi sul fatto che da San Diego “non provenga mai un giocatore decente …”, anche perché si sussurra che il giovane Bill intenda dedicarsi ad una vita ascetica, ma tale ipotesi viene, fortunatamente a cadere, venendo peraltro sostituita da quello che diverrà il vero problema di Walton, vale a dire i ripetuti infortuni che il suo fisico gli fa scontare, soprattutto alle caviglie ed ai piedi, pur avendo già sofferto per un tendinite alle ginocchia ed un infortunio alla schiena durante gli anni al College.

Una situazione fisica ben conosciuta dalla Dirigenza dei Portland Trail Blazers, ma che non le impedisce di fare il nome di Bill Walton allorché vanta la prima scelta assoluta nel Draft che si svolge il 28 maggio ’74 a New York, dovendo cercare di raddrizzare una pessima stagione conclusa con il non certo esaltante record di 27 sole vittorie a fronte di 55 sconfitte, penultimo nella Lega.

Con il suo compagno di College Keith (successivamente Jamaal …) Wilkes scelto dai Golden State Warriors, Walton si appresta a dare un positivo contributo alle sorti dei Trail Blazers, ma nella sua prima stagione da Professionista le sue presenze in squadra sono limitate a sole 35 gare – pur con un minutaggio di 33 minuti a partita – a causa dei ripetuti infortuni che lo portano a subire fratture al naso, piede, polso e gamba, così come nella successiva, allorché le presenze aumentano a 51 incontri con un suo personale record di 26 vittorie e 25 sconfitte, rispetto a quello di 11-20 fatto segnare da Portland in sua assenza, con una nuova, mancata qualificazione ai Playoffs dalla costituzione della franchigia, avvenuta nel 1970.

E’ evidente che se nell’Oregon si hanno pretese ambiziose, queste non possono prescindere da un Walton a pieno servizio, visto il suo progressivo acclimatarsi alla realtà professionistica – dai 12,8 punti, 12,6 rimbalzi e 4,8 assist a partita del primo anno si era già passati si era già passati a più confortanti medie di 16,1 punti, 13,4 rimbalzi e 4,3 assist del secondo – con in più il vantaggio di vedersi affiancato da un’ala forte come Maurice Lucas, proveniente dalla dissolta ABA (“American Basketball Association”).

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Bill Walton e Maurice Lucas con il coach Jack Ramsay – da:ml20.org

Finalmente liberato da gravi infortuni, Walton disputa 65 delle 82 gare della “regular season” 1976-’77, incrementando a quasi 35 minuti la permanenza sul parquet, a 18,6 la sua media punti e capeggiando le Classifiche NBA sia quanto a rimbalzi (14,4 a partita) che a stoppate, con una media di 3,2 per incontro.

Ben supportato da Lucas (20,2 punti ed 11,4 assist di media per lui …), Walton contribuisce, unitamente al cambio in panchina che vede il pur valido Lenny Wilkens (Campione NBA nel ’79 coi Seattle Supersonics …) rimpiazzato da Jack Ramsay proveniente da Buffalo, a qualificare per la prima volta nella loro Storia i Trail Blazers alla “post season, avendo concluso la stagione regolare con un record di 49-33 pur se opinione diffusa è che per il titolo della “Western Conference” i favoriti siano i Lakers di Kareem Abdul-Jabbar.

Portland, comunque, inizia con umiltà il suo cammino nei playoff, avendo ragione in tre partite (96-83, 104-107 e 106-98) dei Chicago Bulls nel turno preliminare, in cui dominano Lucas a canestro con 22,3 punti di media e Walton a rimbalzo catturandone oltre 12 a partita.

Qualificati per le Semifinali di Conference, i Blazers devono affrontare i Denver Nuggets della stella David Thompson, ben affiancato da Dan Issel e Bobby Jones, franchigia neo affiliata alla NBA in quanto proveniente dalla citata ABA e che beneficia del vantaggio del fattore campo, in quanto ha concluso la “regular season” con una sola vittoria (50-32) in più rispetto a Portland.

Serie che si decide in gara-1, allorché i Blazers espugnano il parquet avversario al termine di una gara vinta 101-100 sul filo della sirena, con la coppia Lucas/Walton a fare sfracelli (23 punti e 13 rimbalzi per il primo, 22 e 12, impreziositi anche da 6 assist per il secondo), così ribaltando il fattore campo, poi difeso nelle successive sfide in Oregon, con Walton protagonista in gara-3 (110-106, con 26 punti, 13 rimbalzi, 5 assist e 4 stoppate), per chiudere la serie sul 4-2 ed avviarsi a vendere cara la pelle nel confronto contro i temibilissimi Lakers che, al suo interno, prevede la sfida tra i due centri Walton e Jabbar, un vero e proprio “esame di laurea” per il 25enne californiano …

Esame che Walton e Portland superano a pieni voti, visto il difficilmente pronosticabile 4-0 con cui si conclude la serie, peraltro non veritiero se si considerano gli scarti punti dei singoli incontri, eccezion fatta per gara-1 al “Forum” di Inglewood, dove i Blazers si impongono d’autorità per 121-109 con una superba prova d’insieme, basti pensare che ben quattro giocatori del quintetto base superano “quota 20 punti”, compreso Walton che ne mette a referto 22, impreziositi da 13 rimbalzi e 6 assist.

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Walton contro Jabbar nelle Finali di Conference – da:gettyimages.it

Dall’altra parte, Jabbar “predica nel deserto” e le sue eccellenti medie di 30,3 punti, 16 rimbalzi e 3,8 stoppate nella serie non riescono ad arginare la superiorità di squadra di Portland, ora attesa all’ultima, decisiva prova per il titolo contro i Campioni della costa orientale, vale a dire i Philadelphia 76ers che possono contare sulla loro star “Doctor J”, al secolo Julius Erving, anch’egli proveniente dalla ABA, dove militava nei New York Nets.

Una serie conclusiva che vede i Sixers portarsi sul 2-0 dopo due comode vittorie allo “Spectrum” per 107-101 e 107-89, alle quali i Blazers replicano con due schiaccianti successi sul parquet amico per 129-107 in gara-3 (20 punti, 18 rimbalzi, 9 assist e 4 stoppate per Walton, 27 punti, 12 rimbalzi e 5 assist per Lucas) ed addirittura per 130-98 in gara-4, con la guardia Lionel Hollins a catturare la scena dall’alto dei suoi 25 punti, conditi da 6 assist, mentre la coppia Walton/Lucas contribuisce con 25 rimbalzi ed 11 punti in due.

Con la serie sul 2-2, si ha l’impressione che gara-5 in programma il 3 giugno ’77 a Philadelphia possa risultare decisiva per la conquista del titolo e la dimostrazione si percepisce nei primi due quarti, con difese arcigne e molti falli che mandano le due squadre all’intervallo lungo sul punteggio basso di 45-41 a favore di Portland.

Blaziers che poi costruiscono il successo con un devastante terzo periodo, chiuso sul 40-25 per un vantaggio di 19 punti in cui Walton è protagonista a rimbalzo con un’equazione di una semplicità a dir poco elementare, ovverossia od Erving va a canestro – saranno 37 i suoi punti a fine gara, con 9 rimbalzi e 7 assist – oppure le braccia tentacolari del ragazzo di San Diego catturano la respinta del ferro (sono 24 in totale, di cui ben 20 difensivi) per poi avviare il contropiede alla cui finalizzazione pensano Bob Gross e Lucas, autori di 25 e 20 punti rispettivamente, per il 110-104 conclusivo che consegna a Portland un vitale “match point” in vista di gara-6 in Oregon.

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Walton in difesa nelle Finali contro i 76ers – da:nba.com

Festeggiati al ritorno da 5mila fans ad attenderli in Aeroporto, i giocatori dei Blaziers sanno di non poterli deludere allorquando, ad appena 48 ore di distanza, scendono nuovamente in campo per quella che è tuttora ricordata come una data “storica” per la franchigia, poiché rappresenta l’unica loro conquista del titolo NBA.

Tutta la città è colta da un virus definito come “Blazermania” che coinvolge ogni abitante, sia esso presente all’impianto od incollato davanti ai teleschermi, e Walton & Co. ripagano un tale affetto ponendo le basi del successo nei primi due quarti, andando al riposo sul punteggio di 67-55, un margine di 12 da poter gestire nei successivi parziali.

Ma non si può mai stare tranquilli dal momento che gli avversari hanno nelle proprie file un talento quale Julius Erving, il quale cerca di allungare la serie sino a gara-7 mettendo a referto 40 punti, con 17 su 29 al tiro e 6 su 7 dalla lunetta, ma i consueti 24 rimbalzi di Walton, con l’aggiunta di ben 8 stoppate a “condire” i 20 punti realizzati, rendono vano un tale tentativo, ed allorché l’ala forte dei Sixers George McGinnis fallisce il tiro in sospensione del possibile pareggio a 4” dalla sirena, il 109-107 conclusivo certifica il trionfo di Portland e quello personale di Walton, eletto MVP delle Finali.

Oramai affermatosi come stella indiscussa nel Panorama del Basket Professionistico Usa, Walton inizia alla grande la successiva stagione, che lo vede realizzare medie di 18,9 punti (record in carriera), 13,4 rimbalzi, 5 assist (anch’essi record per singola stagione) e 2,5 stoppate a partita, prima che, a fine febbraio ’78 la malasorte non ci metta nuovamente lo zampino, con i Portland Trail Blazers a registrare un record di 48-10 con lui in campo.

Sofferente per una frattura al piede – solo la prima di una serie di infortuni comprese le caviglie che ne condizionano il resto della carriera – Walton è costretto ad operarsi saltando il resto della “regular season”, che i suoi compagni peraltro concludono con il miglior record di 58-24 della Lega, per poi fare ritorno nei primi due incontri di Playoff contro Seattle, con tanto di ricaduta che ne preclude l’impiego per l’intera, successiva stagione.

Ciò nonostante, a Walton viene assegnato il premio di MVP della stagione regolare ed il suo coach Ramsay, intervistato dalla rivista “Sport”, si lascia andare ad un commento che recita, riferendosi ai grandi centri del passato: “Bill Russel è stato un eccellente stoppatore, così come Wilt Chamberlain impressionante in fase offensiva, ma Walton sa fare entrambe le cose …!!”.

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Bill Walton con i San Diego Clippers – da:gettyimages.ca

Ramsay ancora non sa che, uscito claudicante dal campo il 21 aprile ’78 durante gara-2 contro Seattle, quella è l’ultima volta che Walton indossa la canottiera dei Blaziers poiché, dopo essere rimasto ai box per il resto dell’anno ed i successivi 12 mesi, il suo rientro avviene il 29 gennaio 1980 con i San Diego Clippers, anno nuovamente falcidiato da infortuni che lo vede scendere in campo appena in 14 occasioni, per poi saltare completamente le due stagioni seguenti per sottoporsi ad interventi chirurgici tendenti a ricostruire la struttura ossea del piede, nonché a lunghe terapie riabilitative, in grado comunque di restituirgli una sufficiente tenuta fisica, visto che nelle sue tre ultime stagioni con i Clippers – l’ultima delle quali con il trasferimento della franchigia a Los Angeles – scende in campo in 33, 55 e 67 occasioni rispettivamente, pur se solo nel 1985 la squadra riesce ad evitare di essere il fanalino di coda della Western Conference.

Vicino alla soglia dei 33 anni, sembrerebbe impossibile che ci fosse qualcuno in grado di puntare su di un giocatore che ha trascorso le ultime sei stagioni più nella “lista infortunati” che in campo ed, invece, a Walton giunge la chiamata forse meno aspettata, ovverossia nientemeno che da parte dei Boston Celtics, che l’anno prima avevano perso il titolo nella consueta “sfida degli anni ‘80” contro i rivali dei Los Angeles Lakers …

Stiamo parlando della fenomenale compagine che può annoverare nelle sue file stelle del calibro di Larry Bird, Robert Parish e Kevin McHale, ed il contributo che può fornire Walton è giocoforza limitato, ma il perfetto dosaggio del suo utilizzo da parte del coach K.C. Jones fa sì che per l’unica volta in carriera scenda in campo in 80 delle 82 gare di “regular season”, con una media/gara di 19’ e di 7,6 punti e 6,8 rimbalzi a partita.

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Bill Walton ai Boston Celtics – da:bleacherreport.com

Celtics che non hanno problema alcuno a dominare la stagione regolare, facendo segnare il record assoluto di 67-15 (con i Lakers secondi con 62-20 …), così come il titolo della Eastern Conference è poco più di una formalità, visto il 3-0 inflitto a Chicago al primo turno ed il 4-1 e 4-0 con cui vengono letteralmente “spazzati via” gli Atlanta Hawks ed i Milwaukee Bucks nelle due successive serie, dove Walton fornisce il proprio contributo, in particolare in gara-4 contro i Bucks, dove resta in campo per ben 30’, così concedendo un salutare riposo ai compagni in vista della sfida conclusiva per il titolo.

Sfida però che, a sorpresa, non oppone i Celtics ai Lakers, inaspettatamente superati 4-1 nella Finale di Conference dagli Houston Rockets delle “Torri Gemelle” Ralph Sampson ed Hakeem Olajuvon (m.2,24 e 2.13 rispettivamente …!!), il che fa ritenere la presenza di Walton quanto mai necessaria per dare un aiuto sotto i tabelloni.

Ed, in quello che per lui rappresenta il classico “canto del cigno”, Walton non si tira certo indietro da combattente indomito quale egli è, ed i suoi 10 punti (con il 100% dal campo), uniti ad 8 rimbalzi e 3 assist nei 18’ giocati in gara-1 contribuiscono al successo di Boston 112-100, performance replicata nella fondamentale gara-4 vinta dai Celtics 106-103 in Texas per poi chiudere definitivamente il conto in gara-6 al “Garden” dove nel netto 114-97 che certifica l’ultimo trionfo dei “Trifogli” degli anni ’80 – dovranno passare ben 22 anni affinché tornino a festeggiare un titolo NBA – mette la sua degna firma, con 10 punti, 8 rimbalzi e 3 assist.

Un ritorno ai vertici a 9 anni di distanza colmi di sofferenze, ed ancor più reso gratificante dall’essere scelto come “Miglior Sesto Uomo dell’Anno”, avrebbe potuto tenere accesa la fiammella della speranza anche per i mesi a seguire, ma come se il fato avesse voluto ricompensare Walton per quanto aveva dovuto subire in passato, così la “maledizione” torna a farsi beffa dello sfortunato giocatore tenendolo ai box sino marzo ’87, disputando solo gli ultimi 10 incontri della stagione regolare, per poi avere la platonica soddisfazione di disputare la sua terza serie di Finale in carriera contro i Los Angeles Lakers, potendo peraltro offrire un aiuto del tutto marginale ai propri compagni che vengono sconfitti 4-2 da Magic Johnson & Co..

I 10’ disputati il 14 giugno ’87 in gara-6 al Forum di Inglewood con 2 punti e 3 rimbalzi messi a referto rappresentano il calare del sipario sull’attività agonistica di un giocatore del quale resteranno per sempre inesplorate quali potessero essere le reali potenzialità senza la sfilza infinita di infortuni che ne hanno caratterizzato la carriera, ma che ha indubbiamente dimostrato, nelle rare occasioni in cui ha potuto scendere in campo al top della condizione fisica, di non aver usurpato il titolo di “speranza bianca” nel ruolo di centro, tutt’altro che sfigurando rispetto agli avversari di colore.

E poi, far ricredere un “guru” come John Wooden sul fatto che nessun giocatore “decente” potesse provenire da San Diego avrà anch’esso il suo pregio, o no …??

 

LA SORPRESA D’ARGENTO DELLA FRANCIA A SYDNEY 2000

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Una fase della finale Usa-Francia – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Non che la Francia avesse un curriculum olimpico da lustrarsi gli occhi, prima dell’edizione dei Giochi di Sydney 2000. La pallacanestro transalpina, ad onor del vero, aveva colto un argento prezioso alla prima rassegna olimpica del secondo dopoguerra, a Londra 1948, quando il quintetto del leggendario coach Robert Busnel, sconfitto il Brasile in semifinale, si era arreso solo agli imbattibili Stati Uniti di Alex Groza e Bob Kurland. Ma da quel dì mai più era stata capace di arrampicarsi sul podio, altresì, dal 1960 al 2000, partecipando solo nel 1984 a Los Angeles con un anonimo 11esimo posto. Insomma, in Australia la Francia, che tornava a competere dunque nell’arengo olimpico dopo un’assenza di ben 16 anni, non cullava particolari illusioni di medaglia, a dispetto del quarto posto agli Europei dell’anno prima quando la squadra di Antoine Rigaudeau, davanti al pubblico di casa, aveva chiuso alle spalle di Italia, Spagna e Yugoslavia, guadagnando così il biglietto per i Giochi.

Ed invece… invece alle prime Olimpiadi del  nuovo Millennio la Francia stupisce il mondo della pallacanestro, con un torneo destinato ad entrare negli annali del basket bleau-blanc-rouge. La squadra, guidata in panchina dal tecnico Jean-Pierre de Vincenzi, vola in Australia priva dell’unico giocatore assoldato in NBA, quel  Tariq-Abdul Wahad che esercita ad Orlando dopo aver esordito a Sacramento, e rispetto al rooster che alla rassegna continentale ha sfiorato l’atto decisivo, manca anche di Alain Digbeu, inserendo invece Yann Bonato e l’americano naturalizzato francese Crawford Palmer, che a sua volta sostituisce Ronnie Smith. Su tutto e tutti, ovviamente, la stella è proprio Rigaudeau, che da qualche anno delizia il pubblico bolognese di fede Virtus.

Gli Stati Uniti di coach Rudy Tomjanovich, come è logico che sia, hanno il pronostico tutto dalla loro parte, puntando a recitare se non come seppe fare il Dream Team barcellonese del 1992, almeno come i campioni di Atlanta 1996. Ray Allen, Kevin Garnett, Jason Kidd, Alonzo Mourning e Vince Carter sono solo alcune delle superstar della formazione stelle-e-strisce, che nondimeno si trova a dover vendicare lo smacco dei Mondiali in Grecia del 1998, quando, complice il serrate dei giocatori NBA, si presentò all’appuntamento con una squadra giovane e di scarsa esperienza, composta di atleti universitari e di leghe secondarie, incocciando nel talento di Lituania e Russia e non andando oltre il terzo posto. Stavolta, c’è da giurarci, le cose andranno ben diversamente, con la Yugoslavia di Danilovic e Bodiroga, che quel torneo iridato lo vinse, a vestire i panni della sfidante, con Italia, Spagna, Lituania e Russia in lizza per una medaglia.

Dodici squadre sono suddivise in due gironi, con Australia, paese ospitante, Angola, campione d’Africa, Nuova Zelanda, vincitrice del campionato oceanico, Canada, seconda al campionato panamericano, e Cina, campione d’Asia, a completare il lotto delle partecipanti. E se gli Stati Uniti nel gruppo A collezionano cinque vittorie in cinque partite con un +146 nel computo dei punti fatti e subiti, alle spalle degli americani la battaglia si infiamma per le altre tre posizioni che qualificano ai quarti di finale. L’Italia, trascinata da Carlton Myers, batte Lituania, 50-48, e Francia, 67-57, e pur perdendo l’ultimo match con la Cina, 76-85, giunge seconda proprio davanti alla formazione di Sarunas Jasikevicius e Gintaras Einikis. I transalpini non sembrano troppo performanti, vincendo facile al debutto con la Nuova Zelanda, 76-50 con 16 punti di Bonato, per poi cedere di schianto proprio contro la Lituania, spazzati via dai 19 punti e 6 rimbalzi di Einikis. Contro la Cina del giovane e gigantesco Yao Ming la squadra di de Vincenzi non può permettersi di sbagliare, ed in effetti, dopo un primo tempo sottotono chiuso con un passivo di cinque punti, la Francia rimonta e dilaga nei secondi venti minuti trascinata da un Rigaudeau spaziale che mette a referto 29 punti. Il passaggio al turno ad eliminazione diretta è a questo punto garantito, rimane solo da stabilire in quale posizione, e le sconfitte con l’Italia, appunto, nonostante i 17 punti di Laurent Sciarra, e quella come preventivato, seppur onorevole, con gli Stati Uniti, 94-106, assegna alla Francia un quarto di finale abbordabile con l’inatteso Canada.

Già, perché contro ogni pronostico i nordamericani, che hanno in regia il genio di Steve Nash e in attacco la mano calda di Michael Meeks, battono una dopo l’altra Australia, a cui non basta l’ennesimo torneo da primattore del “vecchioAndrew Gaze che chiuderà la rassegna come miglior cannoniere a 19,9 punti di media a partita, Angola, Spagna e addirittura Yugoslavia, quando Nash con 26 punti, 8 assist e 8 rimbalzi rende inutili i 20 punti di Danilovic, garantendosi il primo posto nel girone nonostante la sconfitta con la Russia, 59-77, che a sua volta avanza ai quarti di finale assieme alla stessa Yugoslavia e all’Australia, estromettendo la Spagna.

Ai quarti di finale, dunque, Francia-Canada, con Nash che sfida Rigaudeau per un altro incrocio tra stelle di prima grandezza. Fortuna vuole che coach de Vincenzi azzecchi la marcatura sul fuoriclasse dei Dallas Mavericks, affidandolo al controllo di Makan Dioumassi che riesce perfettamente nel compito riducendo l’impatto sull’incontro di Nash a soli 10 punti, 8 assist, 1 rimbalzo e addirittura 9 palle perse. Certo, Todd MacCulloch segna 23 punti e cattura 9 rimbalzi, ma infine Sciarra, autore ancora di 17 punti e 7 rimbalzi, ha il pieno sostegno dei compagni e la Francia, avanti di 15 punti all’intervallo, contiene il recupero del Canada e con il punteggio di 68-63 si guadagna un posto tra le prime quattro.

Dove, ovviamente, ci sono gli Stati Uniti, che travolgono la Russia 85-70 con Garnett in doppia doppia di punti e rimbalzi, 16 e 11, l’Australia, che con 27 punti di Gaze tiene a distanza una deludente Italia che ha solo Fucka in grande spolvero, e la Lituania, che mette in evidenza le magagne della Yugoslavia, 76-63, con un immenso Einikis da 26 punti e 8 rimbalzi.

E se in semifinale Jasikevicius, 27 punti, e soci fanno vedere le streghe agli Stati Uniti cedendo solo di una spanna, 85-83 con 18 punti di Carter e 16 di Mourning, la Francia va a giocarsi un posto in finale contro i padroni di casa dell’Australia, già celebrata dalla stampa locale come sicura finalista nella sfida attesa contro le stelle dell’NBA. Figurarsi, i 218 centimetri di Frederic Weis mettono la museruola a Luc Longley, centro dei Chicago Bulls, Gaze ed Heal sono tenuti a soli 10 punti e la Francia, artefice della miglior partita del torneo, domina la sfida in lungo e in largo, ancora con Sciarra miglior marcatore con 16 punti, coadiuvato dai 13 punti di Rigaudeau e dagli 11 punti e 9 rimbalzi dello stesso Weis, ed infine con il punteggio, senza appello, di 76-52 la squadra transalpina torna esattamente là dove era già stata nel lontano 1948, ovvero in finale alle Olimpiadi. Dove ad attenderla c’è il totem Stati Uniti.

Affatto appagata dal risultato acquisito, la Francia, con un ottimo Stephane Risacher da 15 punti, gioca una partita di grande sostanza, andando al riposo sul 32-46 ma trovando le energie e il coraggio per tornare in quota. E quando Rigaudeau a 4’28” dalla fine, infila la tripla del meno quattro, addirittura per un attimo si illude di poter realizzare l’exploit memorabile, battere gli Stati Uniti di un Jason Kidd che avrà modo di affermare “il vostro playmaker sembra niente, invece è un eccellente giocatore di basket“. Rudy Tomjanovich corre ai ripari, chiama il time-out e alla ripresa i suoi ragazzi, con Carter ed Allen che firmano 13 punti a testa e Vin Baker che contribuisce con 11 punti, dominando sotto le tabelle con 35 palloni catturati a 20, allungano nuovamente per il definitivo 85-75 a referto.

La Francia di Laurent Sciarra, 19 punti 4 rimbalzi e 4 assist in finale, e di Antoine Rigaudeau, miglior marcatore transalpino nel torneo con 12,6 punti di media a partita, ma anche di Laurent Foirest, Moustapha Sonko, Yann Bonato, Stephane Risacher, Makan Dioumassi, Frederic Weis, Crawford Palmer, Thierry Gadou, Cyril Julian e Jim Bilba, a completare l’organico, coglie l’argento, ed è un metallo di valore, e se ancora oggi quella squadra che sognò l’oro contro i mostri sacri alberga nel ricordo dei baskettari di là dalle Alpi, c’è proprio un perché.

GRANT HILL, LA GRANDE PROMESSA DEL BASKET NBA SCONFITTA DAGLI INFORTUNI

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Grant Hill, in maglia Orlando Magic – da:orlandopinstripedpost.com

Articolo di Giovanni Manenti

Pochi giocatori nella Storia della NBA si sono presentati sulla soglia della più importante Lega Professionistica di Basket recando un biglietto da visita pari a quello ottenuto da Grant Hill nei suoi quattro anni di College alla “Duke University”, eccezion fatta per l’allora Lew Alcindor – poi divenuto celebre sotto il nuovo nome di Kareem Abdul-Jabbar – il quale aveva vinto tre titoli NCAA consecutivi con l’Università di UCLA, guidata dal leggendario John Wooden.

Una sorta di predestinato, Grant Hill, il quale nasce il 5 ottobre 1972 a Dallas, in Texas, negli anni in cui il padre Calvin, a propria volta professionista, ma di football, gioca nei “Dallas Cowboys”, essendo stato eletto “Rookie of the Year (“Matricola dell’anno”) nel 1969, per poi conquistare il Super Bowl 1971 superando 24-3 i Miami Dolphins.

Una caratteristica, quella di essere scelto come “Matricola dell’anno” che accomunerà padre e figlio, ancorché in discipline diverse, cosa non comune nella Storia dello Sport Usa, ma non precorriamo eccessivamente i tempi.

Che il giovane Grant abbia sin da giovane le idee chiare è dimostrato allorché deve decidere la scelta del College, considerando che suo padre desidera che frequenti la “University of North Carolina”, mentre la madre sarebbe felice di vederlo iscriversi a “Georgetown“, ma lui opta per “Duke University” per essere allenato da uno dei migliori tecnici nella storia, non solo dell’ateneo, ma dell’intero Basket NCAA, ovverossia l’impronunciabile Mike Krzyzewki – altrimenti ribattezzato come “Coach K” – già insediato a Duke dal 1980 e che, proprio grazie ad Hill, inizia la sua straordinaria carriera che lo pone tra i più vincenti del panorama cestistico universitario americano, comprese tre medaglie d’oro olimpiche e due mondiali con la Squadra Professionistica degli Stati Uniti.

Allorché il 18enne Grant si unisce al gruppo guidato da Coach K, lo stesso è reduce dalla umiliante sconfitta per 103-73 (!!) subita l’anno precedente in Finale ad opera della “University of Nevada” di Las Vegas (abbreviato in UNLV), avversaria che si ritrovano ad affrontare nella semifinale delle “Final Four” ad Indianapolis, prendendosi la rivincita con un sofferto 79-77 che apre la strada verso il primo titolo NCAA per il College, grazie al 72-65 con cui viene superata Kansas nell’atto decisivo, in cui a risultare decisivi sono i futuri protagonisti della NBA Christian Laettner (18 punti e 10 rimbalzi per lui) e Bobby Hurley, fornitore di 9 assist.

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Hill in azione nella Finale ’91 contro Kansas – da:gettyimages.it

Ed Hill, dal canto suo, fornisce un contributo nella sua stagione iniziale pari ad 11,2 punti, 5,1 rimbalzi e 2,2 assist di media a partita, statistiche tutte incrementate l’anno seguente a 14,0 punti, 5,7 rimbalzi e 2,7 assist per far sì che Duke si confermi Campione, questa volta superando in Finale con un netto 71-51 Michigan con il “magico trio” a dividersi (Laettner 19 punti, Hill 10 rimbalzi ed Hurley 7 assist) da buoni amici la ribalta, un evento che, in ambito universitario, non si registrava dal 1973, allorché UCLA aveva messo in fila il suo settimo sigillo consecutivo.

E proprio Hill risulta determinante nella sfida contro Kentucky nella Finale della “East Regional” che schiude la porta alle “Final Four”, gara infinita conclusasi 104-103 al supplementare, allorché, sotto 102-103 con 2”1 ancora da giocare, si inventa un passaggio che taglia tutto il campo per raggiungere sul lato opposto Laettner, il quale arpiona la palla, si libera del suo avversario diretto e deposita la stessa nel canestro sul filo della sirena.

La perdita di Laettner, passato alla NBA nel Draft ‘92 dopo essere stato l’unico giocatore di College selezionato per far parte dello storico “Dream Team” che incanta il mondo intero alle Olimpiadi d Barcellona dello stesso anno, cui segue identico percorso compiuto da Hurley nel ’93, fa sì che nel suo ultimo anno a Duke, tocchi ad Hill assumersi la responsabilità di guidare i “Blue Devils” nella loro terza apparizione in quattro stagioni alle “Final Four” per il titolo NCAA.

Incarico che Coach K è ben lieto di affidargli, tenendolo in campo una media di quasi 36’ a gara, venendo ripagato con 17,4 punti, 6,9 rimbalzi ed addirittura 5,2 assist per partita, anche se all’atto conclusivo Duke, dopo aver superato 70-65 Florida in Semifinale, deve arrendersi 72-76 nei confronti di Arkansas.

Vi sarete resi conto, dalla lettura delle aride cifre, quanto Hill rappresenti il classico esempio di “giocatore universale”, circostanza questa testimoniata dal fatto di essere stato il primo giocatore ad aver messo a referto, nei suoi quattro anni al College, più di 1.900 punti, 700 rimbalzi, 400 assist, 200 palle recuperate e 100 stoppate, ragion per cui non vi è da stupirsi se diviene l’ottavo giocatore nella storia della “Duke University” a veder ritirato il proprio numero, il 33 …

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Grant Hill e Coach K a Duke University – da:gettyimages.co.uk

Vi è, pertanto, molta attesa per vedere quale sarà l’esito del Draft che si svolge il 29 giugno ad Indianapolis, con i Milwaukee Bucks, aventi la prima scelta, ad orientarsi su Glenn Robinson, proveniente da Purdue, ingolositi dal fatto che sia stato eletto “NCAA Player of the Year” nella stagione appena conclusa.

Secondi e terzi a fare le proprie nomine sono i Dallas Mavericks ed i Detroit Pistons, terminati ultimi nelle loro rispettive Midwest e Central Division del Torneo ’94, e la propensione dei Mavericks per Jason Kidd della “University of California” sta a significare che Hill prenda la strada del Michigan, vedendo svanire la possibilità di giocare nella sua città natale.

L’impatto nel nuovo mondo della NBA è peraltro positivo sia per Kidd che per Hill, ed anche se le performance delle rispettive squadre vedono un maggiore miglioramento per i Mavericks – passati da un inquietante 13-69 (peggior squadra dell’intera Lega) del ’94 ad un più accettabile 36-46, mentre i Pistons registrano un 28-54 rispetto al 20-62 della precedente stagione – a livello individuale le due matricole rivaleggiano per il titolo di “Rookie of the Year” a tal punto che il premio viene assegnato ad entrambi a pari merito, consentendo così al 22enne Grant di eguagliare il padre Calvin.

Il comunque, devastante impatto di Hill nella sua prima stagione da Pro non è racchiuso nelle sole statistiche (19,9 punti, 6,4 rimbalzi e 5,0 assisti di media a partita), di per sé significative, ma altresì dal fatto che lo stesso ottiene il maggior numero di voti (1.289.585 per la precisione …) da parte dei tifosi nella scelta dei quintetti per il classico appuntamento dello “All Star Game” di metà febbraio, prima matricola a ricevere un tale consenso, non solo del Basket, ma bensì delle quattro maggiori Leghe Professionistiche (le altre sono il Football, Baseball ed Hockey su ghiaccio …) americane.

Un riconoscimento che per Hill si ripresenta per tutte le 6 stagioni vissute a Detroit – fatto salvo il 1999 in cui la gara non viene disputata stante la “stagione dimezzata” per effetto del lungo “braccio di ferro” tra i giocatori ed il Commissioner David Stern – mentre le sorti della franchigia, pur migliorando anno dopo anno, non riescono a tornare ai fasti di fine anni ’80, allorché i famosi “Bad Boys” guidati da Coach Chuck Daly, raggiungono tre Finali NBA consecutive, vincendo il titolo nel 1989 e ’90.

E, del resto, di quel leggendario quintetto, all’arrivo di Hill a Detroit, è rimasto solo il famoso Joe Dumars, assieme al quale cerca di risollevare le prestazioni di una squadra che, già dalla stagione successiva, con Doug Collins, proveniente da Chicago, a rilevare Don Cheney nel ruolo di allenatore, torna a registrare un record (46-36) positivo a conclusione della “regular season” che vale l’accesso ai Playoff dopo quattro anni di attesa.

Post season che, peraltro, dura lo spazio di un amen, coi Pistons “spazzati via” dalla devastante forza del duo Shaquille O’Neal/”Penny” Hardaway e dei loro Orlando Magic, che si impongono in tre sole gare, nonostante Hill cerchi di tenere a galla la baracca con 19,0 punti, 7,3 rimbalzi e 3,7 assist di media a partita, con la speranza che questa esperienza possa comunque tornare utile per la stagione successiva.

Ed, in effetti, pur con la perdita di Allan Houston, trasferitosi a New York, ma con il ritorno dell’ormai 38enne Rick Mahorn, giusto per far capire ai più giovani quale fosse lo spirito che animava i citati “Bad Boys”, la “regular season” si conclude con un confortante record di 54-28 che vale il quinto posto nella “East Conference” ed un conseguente primo turno dei Playoff contro la quarta miglior classificata sulla costa orientale, ovverossia gli Atlanta Hawks di Dikembe Mutombo e dell’ex compagno di College di Hill, vale a dire Christian Laettner.

L’attesa per un confronto equilibrato è confermata dall’andamento della serie, in cui Hill – che ha concluso la stagione con il suo massimo in carriera quanto a rimbalzi e palle recuperate (con 7,3 ed 1,8 di media rispettivamente), incrementando altresì a 21,4 la quota di punti a partita – si rende protagonista in gara-2 nel successo per 93-80 sul parquet avverso, impresa poi vanificata dal riscatto degli Hawks che in gara-4, nonostante i 28 punti di Hill, violano il campo dei Pistons riportando la serie in parità per poi chiuderla sul 3-2 nella decisiva gara-5, conclusa sul punteggio di 84-79, con Hill a dolersi del fatto che la sua miglior prestazione nei Playoff quanto a punti realizzati (23,6) non sia stata sufficiente per avanzare al secondo turno.

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Hill in entrata su Mutombo in Detroit-Atlanta – da:mlive.com

Una sorta di “maledizione” che, dopo un inatteso ridimensionamento nel ’98 – il che costa la panchina a Collins, rilevato a fine gennaio ’98 da Alvin Gentry – con i Pistons a chiudere con un record negativo di 37-45 che li esclude dalla post season, si riaffaccia nella stagione successiva – limitata da sole 50 gare di “regular season”, essendo la stessa iniziata a febbraio ‘99 per il ricordato sciopero dei giocatori – e che Detroit conclude nuovamente con il quinto miglior record (29-21), il che determina il ripetersi dell’accoppiamento con Atlanta al primo turno dei Playoff.

Con stavolta il fattore campo a farla da padrone, la serie ha un andamento assolutamente lineare, in quanto dopo i due netti successi iniziali (90-70 ed 89-69) degli Hawks sul parquet amico, Detroit rende la pariglia con altrettante schiaccianti vittorie al “The Palace” (79-63 e 103-82), prima che la decisiva gara-5 volga ancora a favore di Mutombo & Co. per 87-75 nonostante che Laettner, rispetto alla sfida di due anni prima, vesta ora la canottiera dei Pistons.

La successiva stagione di fine millennio vede Hill ottenere il suo miglior risultato in Carriera quanto a punti realizzati in “regular Season” con una media di 25,8 a partita, appena sufficiente però a consentire ai Pistons di salvare il posto nella griglia Playoff per una sola gara (42-40) di differenza rispetto ad Orlando che conclude con il 50% di vittorie, un piazzamento che non dà molte speranze in vista dei Playoff che, difatti, vedono i Miami Heats imporsi con un facile 3-0.

Sei stagioni vissute a Detroit, in cui Hill ha dimostrato di poter stare tranquillamente al passo dei più forti giocatori del pianeta e nelle quali ha registrato i suoi “Personal Best” di media in carriera sia nella stagione regolare che nei Playoff quanto a punti (25,8 nel 2000 e 23,6 nel ’97, rispettivamente), rimbalzi (9,8 e 7,3 entrambi nel ’96) ed assist (7,3 nel ’97 e 7,4 nel ’99), conermando la sua versatilità in tutte le varie fasi del gioco, il che gli consente di poter essere alternativamente impiegato come guardia od ala piccola, come certificato dall’aver capeggiato la lista dei giocatori autori del maggior numero (ben 10) di “triple doppie (per i profani, significa essere andati in doppia cifra in una singola gara quanto a punti, rimbalzi ed assist …) nel ’96, mentre l’anno successivo risulta il primo giocatore dai tempi di Larry Bird nel ’90 a concludere la stagione con medie superiori a 20 punti, 9 rimbalzi e 7 assist, un’impresa che verrà superata solo da Russell Westbrook 20 anni dopo, con una straordinaria “tripla doppia” di media.

Stagione, quella del ’97, in cui Hill incrementa a 13 le gare in cui realizza una “tripla doppia – tra le quali emerge la superba prestazione costituita da 34 punti, 15 rimbalzi e 14 assist mandata in scena il 18 gennaio ’97 e resasi necessaria per violare il parquet del “Forum” di Inglewood rifilando ai Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant una sconfitta per 100-97 dopo due supplementari – che, da sole, rappresentano il 35% del totale stagionale di tutta la Lega (!!), ed al termine della quale è, per l’unica volta in carriera, inserito nel primo quintetto NBA, assieme, tanto per capirsi, a stelle del calibro di Karl Malone, Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Tim Hardaway, e scusate se è poco …

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Charles Barkley e Grant Hill sul podio di Atlanta ’96 – da:basketinside.com

Non ancora 28enne – con anche un Oro olimpico al collo, quale componente del “Dream Team 2” che aveva confermato ai Giochi di Atlanta ’96 l’oro conquistato quattro anni prima alle Olimpiadi catalane – Hill sembra avere ancora stagioni davanti per deliziare gli appassionati di basket Usa, ma in mezzo vi si mette la malasorte, sotto forma di un infortunio patito alla caviglia sinistra il 15 aprile 2000 nella gara contro i Philadelphia 76ers, ad una settimana dall’inizio dei Playoff, che Hill vuole ugualmente giocare peggiorando la situazione, in quanto è costretto ad alzare bandiera bianca in gara-2, così dovendo rinunciare anche alla selezione per le Olimpiadi di fine millennio.

E, per un giocatore i cui primi sei anni nel dorato mondo della NBA avevano fatto registrare totali di 9.393 punti, 3.417 rimbalzi e 2.720 assist – numeri che solo Oscar Robertson e Larry Bird prima di lui e LeBron James successivamente sono stati in grado di superare in tale arco temporale – finiscono le luci della ribalta e si apre un calvario fatto di tentativi di recupero della migliore forma fisica a cui si alternano continue ricadute, prova ne sia che, trasferitosi nell’estate 2000 agli Orlando Magic in cambio di Chucky Atkins e Ben Wallace, le sue apparizioni nelle tre stagioni successive sono limitate a 4 presenze nel 2001, 14 nel 2002 e 29 nel 2003.

Ad aggiungere benzina sul fuoco, una nuova operazione alla caviglia cui si sottopone nel marzo ’03 determina una grave complicazione per un’infezione batterica che costringe Hill ad un ricovero ospedaliero di una settimana ed ad una successiva cura a base di antibiotici della durata di 6 mesi, il che determina la necessità di saltare l’intera stagione 2003-’04-

L’anno seguente i guai sembrano alle spalle, potendo disputare 67 gare di “regular season” con discrete medie (19,4 punti, 4,7 rimbalzi e 3,3 assist a partita), secondo miglior realizzatore dei Magic, anche se Orlando fallisce l’accesso ai Playoff, ma le sventure non sono finite per l’oramai 32enne texano, poiché la stagione successiva è ancora vittima di frequenti infortuni che ne limitano a sole 21 le sue presenze in campo, a causa di un’ernia inguinale derivante da una pressione non uniforme sulle caviglie nel correre, residuo del precedente incidente all’arto sinistro.

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Hill con la maglia degli Orlando Magic – da:orlandomagicdaily.com

Solo nel 2007 Hill può finalmente tornare a giocare con una certa continuità, disputando 65 gare di “regular season” ed i suoi 14,4 punti di media, uniti al positivo apporto del centro Dwight Howard e dell’ala turca Hedo Turkoglu, consentono agli Orlando Magic di riconquistare il diritto a disputare i Playoff, ma la loro ottava posizione nella griglia della “Eastern Conference” li porta scontrarsi proprio contro i Detroit Pistons, i quali non hanno pietà della loro ex stella, liquidando la serie con un pesante 4-0 nonostante Hill faccia registrare medie di 15,0 punti, 5,5 rimbalzi e 3,3 assist a partita, non disprezzabili se si tiene conto di tutto quello che ha dovuto passare.

A scadenza di contratto ed approssimandosi a festeggiare le 35 primavere, Hill è indeciso su quale strada scegliere, per poi accettare la non trascurabile offerta dei Phoenix Suns pari ad 1,83milioni di dollari per la prima stagione ed 1,97milioni per la seconda.

L’aria dell’Arizona e, soprattutto, il fatto di dividersi le responsabilità della squadra con il talentuoso playmaker canadese Steve Nash, rivitalizzano Hill al punto che, per la prima volta in carriera, nella stagione ’09 riesce a disputare tutte ed 82 le gare in calendario, fornendo ai Suns quel contributo di esperienza che consente loro di registrare stagioni con record oltre il 50% (55-27 nel 2008, con consueta uscita al primo turno dei Playoff e 42-40 nel 2009, non sufficiente per accedere alla post season …), prima di avere finalmente l’opportunità di giocarsi una serie di Playoff come Dio comanda nel ’10, allorché Phoenix ottiene, con 54-28, il terzo miglior risultato della “Western Conference”.

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Steve Nash e Grant Hill a Phoenix – da:valleyofthesuns.com 

Arrivare al punto più alto della propria attività a livello di squadra a quasi 38 anni di età non è certo il massimo, ma almeno poter “assaporare” il gusto di queste sfide può essere la giusta ricompensa per tutti le traversie incontrate nel corso degli ultimi anni.

A ciò un contributo lo fornisce indubbiamente anche la presenza del suo ex coach Gentry che, dopo quattro anni quali assistente di Mike D’Antoni, rileva il ruolo dell’ex playmaker della Milano di Dan Peterson a far tempo dall’autunno ’08, il quale non si fa scrupoli nell’inserire Hill nel quintetto iniziale in tutte e 6 le gare necessarie ai Suns per avere ragione 4-2 dei Portland Trail Blazers al primo turno, così come nella semifinale di Conference in cui Phoenix “schianta” i San Antonio Spurs di Tim Duncan e Manu Ginobili con un pesante 4-0 frutto di due successi in Texas per 110-96 in gara-3 (in cui anche Hill mette la sua degna firma con 18 punti a referto …) e 107-101 nella gara-4 che chiude la serie.

Tra il sogno per Hill di disputare la sua unica Finale per il titolo assoluto e la cruda realtà si frappone ora un ultimo ostacolo, costituito però dai Los Angeles Lakers della “bocca da fuoco” Kobe Bryant all’apice della carriera, il quale sforna medie da 33,7 punti, 7,2 rimbalzi ed 8.3 assist a partita che costringono Phoenix ad alzare bandiera bianca, pur prendendosi la soddisfazione di due successi alla “Resort Arena” e, per Hill, di essere ancora schierato in tutte e 6 le gare nel quintetto iniziale.

Adesso siamo veramente ai titoli di coda e, nonostante Hill disputi altre 80 gare nella successiva stagione – in cui comunque fa registrare la sua miglior media punti di 13,2 del quinquennio vissuto in Arizona – la fine della carriera è oramai prossima, ed anche se, allo spirare del suo contratto coi Suns, accetta un ingaggio dai Los Angeles Clippers, il riaffiorare di problemi fisici lo pone nella condizione di dichiarare l’1 giugno 2013 ad oltre 40 anni di età, il definitivo ritiro dall’attività agonistica.

Di lui resta il ricordo di uno dei più forti e completi giocatori universitari di ogni epoca, nonché di un devastante iniziale impatto nel magico Mondo della NBA – panorama cui lascia in eredità 17.127 punti, 6.169 rimbalzi e 4.252 assist – alla cui mancanza di titoli conquistati la Lega Professionistica ha deciso di rimediare inserendo Grant Hill, nella sessione del corrente anno, nella prestigiosa “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, un riconoscimento che ne premia l’indubbio talento e che fa ammenda all’infinita scia di infortuni che ne hanno condizionato la carriera.

E poi, come direbbe De Gregori, “non è da questi particolari (titoli vinti, nella circostanza …) che si riconosce un Campione …!!” …

KRESIMIR COSIC, IL FUORICLASSE EUROPEO CHE DISSE NO ALL’NBA

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Kresimir Cosic con la maglia della Brigham Young University – da basketnet.it

articolo di Nicola Pucci

In quella sterminata fucina di talentuosissimi giocatori, di pallacanestro ma non solo, che è l’ex-Yugoslavia, una citazione a parte merita uno dei più grandi di sempre, se non forse il migliore di tutti. Almeno in Europa.

Kresimir Cosic, tanto per chiarire fin dal principio di chi stiamo parlando, nasce a Zagabria il 26 novembre 1948, e se la condizioni di vita da quelle parti, a dispetto dell’idea unitaria proposta dal Maresciallo Tito, sono decisamente difficoltose un po’ per tutti, il giovanotto cresce, tanto, in altezza, e decisamente meno in chilogrammi, acquisendo tuttavia fin da adolescente le caratteristiche del giocatore di pallacanestro. A cui può associare doti non comuni nell’utilizzo delle mani, estremamente sensibili nel mettere la sfera a spicchi nella retina

Nel frattempo, assieme alla famiglia, il “piccolo” Cosic prende cappello e si trasferisce a Zara, sulla costa dalmata, e qui viene ben presto inserito in organico dalla squadra locale, che attendeva proprio un giovane fuoriclasse per spiccare il salto in alto. E fuoriclasse, Cosic, lo è davvero, tanto da venir forgiato da quell’Enzo Sovitti che non è solo un allenatore, ma pure il mentore di quel KK Zadar destinata a segnare la storia della pallacanestro yugoslava. In effetti, con il contributo di Kresimir che dall’alto dei suoi 211 centimetri è difficilmente contenibile, la squadra conquista i suoi primi titoli nazionali, nel 1965, nel 1967 e nel 1968, terminando altresì terza nel 1966 alle spalle di Olimpia Lubjana e Partizan Belgrado.

I successi in campionato del pivottone che gli amici di infanzia chiamavano “Auschwitz” per quanto fosse magro, spalancano a Cosic le porte della Nazionale yugoslava, allenata da un’altra leggenda della pallacanestro di quel paese, Ranko Zeravica, che lo seleziona con la squadra pronta a giocarsi le sue chances sia ai Mondiali in Uruguay del 1967, chiusi in seconda posizione alle spalle dell’Urss, che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. In quella formazione esercitano altri campionissimi, tra tutti Radivoj Korac, e saranno solo gli Stati Uniti di Spencer Haywood a negare alla Yugoslavia, vincitrice in semifinale di una sfida drammatica con l’Urss (63-62 con Cosic che in 21 minuti segna 6 punti), il trionfo ai Giochi, battendola sia nella fase a gironi (73-58 con 13 punti di Cosic) che in finale (65-50 con Cosic tenuto a soli 4 punti). Kresimir, che delizia nondimeno la platea per i movimenti difficili da contrastare nell’area piccola ed una mano delicata, più da guardia che da pivot, chiude la sua prima esperienza olimpica con 7,7 punti a partita ed un massimo di 16 punti in 18 minuti nella sfida di girone con l’Italia. E dovrà rimandare a data da destinarsi l’appuntamento con la gloria a cinque cerchi.

In effetti Cosic, ormai diventato un fattore dominante, colleziona una serie impressionante di titoli con la sua Nazionale, cogliendo l’oro alle edizioni iridate in casa del 1970 (segnando 15 punti nella decisiva sfida con gli Stati Uniti, risolta 70-63, e venendo inserito nel quintetto ideale del torneo) e nelle Filippine del 1978 (ancora una volta eletto miglior pivot della rassegna, rimanendo imbattuto e segnando 6 punti nell’appassionante finale, vinta 82-81 al tempo supplementare con l’Urss), vincendo per tre volte di seguito agli Europei (1973 in Spagna quando è pure nominato MVP del torneo, come già accaduto nel 1971, 1975 in Yugoslavia e 1977 in Belgio) e poi salire infine sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Mosca del 1980, proprio in casa della rivale per antonomasia, l’Urss, eliminata in semifinale dall’Italia di Sandro Gamba, poi battuta all’atto decisivo 86-77, a vendicare l’anonimo quinto posto di Monaco 1972 e l’ancor più bruciante secondo posto del 1976 quando Cosic&C. furono sconfitti nettamente dagli Stati Uniti di Adrian Dantley, 95-74 nonostante 27 punti di Praja Dalipagic.

Ma se i destini di Cosic si incrociano con quelli degli Stati Uniti, sovente, a livello di Nazionale, ancor più Kresimir ha modo di conoscere il basket stelle-e-strisce volando, a far data 1970, di là dall’Atlantico per vestire per tre anni la maglia della Brigham Young University, stato dello Utah, nel campionato NCAA, dove non solo conferma di essere un cestista tanto forte come da quelle parti hanno raramente visto facendo segnare a partita, al secondo anno, una media punti di 22,3 e 12,8 rimbalzi, ma abbracciando pure un credo, quello Mormone, che lo accompagnerà nel corso della sua, come vedremo, pur breve esistenza.

L’uomo matura e l’atleta si evolve ancora, diventando il pioniere del pivot moderno, capace di catturare rimbalzi per appoggiare a canestro ma anche di tirare dalla media distanza e smazzare assist al bacio, tanto da meritarsi per due anni di seguito una chiamata al Draft NBA, prima dai Portland Trail Blazers nel 1972 e poi addirittura dai Los Angeles Lakers 1973. Ma Kreso, come viene affettuosamente ormai appellato, dice “no grazie“, e se ne torna nella sua Zara, dove ha modo di vincere ancora due campionati, nel 1974 e nel 1975, per poi passare all’Olimpia Lubjana ed andare a deliziare il pubblico bolognese di fede Virtus, quella del mitico avvocato Porelli, che cerca l’anti-Meneghin per scalfire il dominio di Varese. Qui Cosic, dopo qualche iniziale difficoltà di adattamento, forse anche perché poco propenso all’allenamento ed eternamente pigro come tutti gli slavi, trova l’intesa perfetta con coach Terry Driscoll che disegna per lui una zona 3-2 e la giusta alchimia di squadra con Renato Villalta, Carlo Caglieris e Pietro Generali, oltrechè con l’altro straniero, Owen Wells prima, Jim McMillian poi, e per le “V nere” è manna piovuta dal cielo, con due scudetti cuciti sulle maglie superando Milano e Cantù in due finali chiuse sul 2-0.

La carriera di Kreso volge al termine, ma la classe è immensa e immutata, ed una volta nuovamente a casa, stavolta a difendere i colori di quel Cibona Zagabria che qualche anno dopo accoglierà un altro grande di Yugoslavia, Drazen Petrovic, Cosic trova il tempo di far suo il titolo nazionale nel 1982 battendo i nemici giurati del Partizan Belgrado, infilare un tris in Coppa di Yugoslavia ed infine conquistare un trofeo europeo con la squadra di club, unico tassello mancante al suo palmares, ovvero la Coppa delle Coppe del 1982 quando con 22 punti è decisivo nel successo di misura sul Real Madrid, 96-95 nella finale di Bruxelles.

Poi è tempo di saluti, ahimé prematuri rispetto alle previsioni, perché se è vero che una volta dismessi i panni del giocatore-fenomeno Kresimir si ricicla nelle vesti di allenatore per poi laurearsi e venir nominato vice-ambasciatore a Washington di quella Croazia ormai travolta dall’orrore della guerra, è altresì maledettamente vero che un brutto male se lo porta via nel 1995 a soli 47 anni. Già, come diceva quella frase ad effetto?… ah ecco… “perché Dio gli eroi li vuole presto accanto a sè“. E Kresimir Cosic, eroe del basket, lo è stato davvero, tra i più grandi di sempre.

LA DOPPIA FINALE NBA SEATTLE-WASHINGTON PRIMA DELL’ERA BIRD-MAGIC

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Una fase delle Finali Washington-Seattle del 1978 – da:washingtonian.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se è vero che la Lega Professionistica di Basket Usa era sull’orlo del collasso a fine anni ’70, salvata dalla contemporanea entrata nel suo panorama di due leggende quali Larry Bird ed Earvin “Magic” Johnson a ridare nuova linfa e spettacolarità al “prodotto” sapientemente gestito dal Commissioner David Stern, è altrettanto indubbio che proprio detto decennio ha consentito ad alcune franchigie di conquistare gli unici titoli NBA della loro Storia.

Conclusa, difatti, la “Dinasty” dei Boston Celtics di Bill Russell e Red Auerbach – capaci di aggiudicarsi 11 titoli in 13 stagioni dal 1957 al ’69, con quasi sempre i Los Angeles Lakers nel ruolo di “vittima sacrificale” – ecco che le 10 successive edizioni del Campionato NBA vedono affermarsi 8 formazioni diverse, pur con i Celtics a metterci nuovamente lo zampino con altri due trionfi nel 1974 e ’76.

Due titoli vanno anche alla franchigia della “Grande Mela”, i New York Knicks di Willis Reed, impresa mai più replicata in seguito, mentre i Lakers riescono finalmente a rompere il tabù imponendosi nel ’72 ed i Golden State Warriors fanno loro il primo anello sotto detta denominazione nel ’75, per poi dover attendere l’attuale “era Curry” per tornare ai vertici del Basket Usa.

A completare il decennio, mancano le affermazioni dei Milwaukee Bucks e dei Portland Trail Blazers che, sfruttando entrambe le qualità dei loro centri, Lew Alcindor (poi divenuto Kareem Abdul Jabbar …) e Bill Walton rispettivamente, si impongono nel 1971 e ’77, anch’esse per gli unici titoli della loro Storia, prima di arrivare alle protagoniste del nostro racconto odierno, vale a dire i Seattle Supersonics ed i Washington Bullets, le quali chiudono la decade dando vita, nelle due ultime stagioni, a due sfide memorabili.

Mentre “Magic” Johnson sta deliziando i supporters dei Michigan State Spartans dando sfoggio di parte del suo repertorio successivamente apprezzato a livello planetario e Larry Bird fa altrettanto alla “Indiana State University” in attesa del confronto diretto nelle Finali NCAA ’79, le due riferite franchigie sono ancora alla ricerca del loro primo titolo NBA, anche se con un diverso, pregresso percorso.

Se a Seattle, difatti, i Sonics sono una franchigia di abbastanza recente fondazione, essendo nata nel 1967 e solo da tre stagioni ha iniziato a farsi un nome nell’ambito della Lega Professionistica, centrando l’accesso ai Playoff per due anni consecutivi nel 1975 e ’76 (in entrambi i casi venendo sconfitti nelle Semifinali di Conference …), ben diverso è il cammino dei Washington Bullets, denominazione assunta a far tempo dal 1974 e che già li ha visti disputare due Finali per il titolo, nel 1971 come Baltimora Bullets, piegati 4-0 dai Bucks di uno strepitoso Alcindor, e nel 1975, subendo analogo “cappotto” dai Golden State Warriors, per poi essere sconfitti nelle Semifinali di Conference ’76 e ’77, da Cleveland ed Houston, rispettivamente.

Dopo il ritiro di Gus Johnson nel 1972 ed il trasferimento di Earl Monroe nel ’71 a New York, i Bullets fanno affidamento sui futuri “Hall of FamersWes Unseld, seconda scelta assoluta al Draft 1968, ed Elvin Hayes, viceversa prima scelta assoluta nel medesimo anno da parte di Houston ed approdato a Washington nel ’72, due torri da m.2,01 e m.2,06 rispettivamente, ad alimentare le quali provvede il playmaker Phil Chenier, quarta scelta assoluta dei Bullets al Draft del 1971.

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Le “Torri” Unseld (n.41) ed Hayes (n.11) dei  Bullets – da:si.com 

Il coach Dick Motta, alla guida dei Bullets dal 1976, si attende la crescita del giovane Kevin Grevey, da due stagione con il Club, così come di Tom Henderson, giunto a Washington a metà della stagione ’77 proveniente da Atlanta, mentre un altro importante tassello giunge nel mercato estivo con l’acquisizione dell’esperta e micidiale 30enne ala piccola Bob Dandridge da Milwaukee, uno dei “giustizieri” dei Bullets nelle Finali del 1971.

Dall’altra parte, sulla costa occidentale, a Seattle, curiosamente facente parte dello Stato di Washington, la squadra, allenata per un quadriennio dalla “leggenda vivente” Bill Russell, vede assegnata la guida tecnica a Bob Hopkins, promosso a tale ruolo dopo tre stagioni quale assistente dell’ex centro dei Boston Celtics, scelta che si rivela quanto mai infelice, visto che lo stesso viene esonerato a fine novembre ’77 dopo un terrificante ruolino di 5-17, rilevato da quel Lenny Wilkens che per tre stagioni, dal 1969 al ’72, aveva ricoperto la veste di allenatore/giocatore con i Sonics, per poi vivere analoga esperienza a Portland, guidata anche nel ’76 dopo aver smesso l’attività agonistica, per poi prendersi un anno di riposo proprio nella stagione in cui i Blazers, con Jack Ramsay alla guida, centrano l’unico titolo NBA della loro Storia.

Animato, pertanto, da un desiderio di prendersi una rivincita, Wilkens costruisce una squadra giovane, a guidare la quale pensa il playmaker Fred Brown, sesta scelta assoluta dei Sonics al Draft ’71, coadiuvato dal futuro “Hall of FamerDennis Johnson, la cui scelta al Draft ’76 era passata sotto traccia, ma che contribuirà in seguito alle fortune dei Boston Celtics, mentre la batteria dei lunghi viene rinforzata con l’acquisizione al Draft ’77, quale ottava scelta assoluta, di Jack Sikma, un centro di m.2,11 proveniente dall’Illinois.

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Jack Sikma dei Seattle Supersonics – da:si.com

Per dare alla compagine anche una giusta dose di esperienza, viene ingaggiato in estate da Denver l’ala forte Paul Silas, così come dal Colorado giunge Marvin Webster, mentre un grosso contributo nelle conclusioni dal perimetro viene fornito dal 24enne Gus Williams, prelevato dai Golden State Warriors.

Troppi cambiamenti nel roster sono fatali ad Hopkins, mentre la conoscenza della franchigia da parte di Wilkens fa sì che, come per magia, i Sonics infilino una serie di 6 vittorie consecutive e di 11 nelle prime 12 gare con il nuovo coach in panchina, raddrizzando una stagione che – grazie al record di 42-18 portato in dote da Wilkens – vede i Sonics concludere al terzo posto della “Pacific Division” ed al quarto assoluto nella “Western Conference, guidata dai Campioni in carica di Portland con uno score di 58-24.

Sul fronte orientale, viceversa, nonostante avesse meno problemi di assemblaggio di organico, i Bullets peggiorano il record dell’anno precedente, concludendo la “regular season” con un record di 44-38, secondi nella “Central Division” alle spalle dei San Antonio Spurs e terzi assoluti nella graduatoria capeggiata dai Philadelphia 76ers della stella Julius Erving con 55 vittorie a fronte di 27 sconfitte.

Questi piazzamenti comportano un percorso in salita per entrambe le formazioni nei Playoffs, dove solo nel primo turno possono beneficiare del vantaggio del fattore campo, ma a favore dei Bullets giunge, quale favorevole previsione, la voce del noto giornalista di san Antonio, Dan Cook, il quale conia la frase, poi divenuta celebre, “l’opera non è finita finché il soprano canta …!” …

Mai profezia si rivela più azzeccata poiché, dopo un facile successo per 2-0 sugli Atlanta Hawks, i Bullets ribaltano il pronostico proprio contro i San Antonio Spurs, eliminati 4-2 nella Semifinale di Conference grazie ad una superba prestazione di Hayes (24,3 punti e 13,2 punti di media nella serie), ben supportato da Unseld a rimbalzo e da Dandridge al tiro, con la “partita chiave” costituita dalla vittoria per 121-117 in gara-2 in Texas, con Grevey sugli scudi con 31 punti (ed Hayes a metterne 28 a referto) per contrastare “the one man show” mandato in scena da George Gervin per gli Spurs, con 46, purtroppo per lui, inutili punti.

Analogamente, sulla costa opposta degli States, dopo aver avuto la meglio 2-1 sui Lakers, Wilkens si prende una deliziosa rivincita facendo fuori i Campioni in carica di Portland con identico punteggio di 4-2 in una serie dove emerge la compattezza del quintetto base in cui tutti danno il loro contributo, con medie tra i 13,8 ed i 17,3 punti a partita, risultando decisive gara-1, in cui i Sonics ribaltano il vantaggio del fattore campo andando a vincere al “Memorial Coliseum” 104-95 dopo essere stati sotto di 11 a fine primo quarto, ed il 100-98 di gara-4 a Seattle che porta la serie sul 3-1 grazie ad un monumentale Sikma, che realizza 28 punti e cattura 11 rimbalzi.

Eliminata la testa di serie n.1, per i Sonics è necessario superare la n.2, vale a dire i Denver Nuggets di Dan Issel e Bobby Jones se vogliono centrare la prima Finale NBA della loro storia, missione portata a termine con l’identico punteggio di 4-2 in cui stavolta emergono, come tiratori scelti, Gus Williams e Dennis Johnson, con 20,7 e 18,3 punti di media a partita, e dove la “partita chiave” è gara-2 che vede Seattle vincere in Colorado 121-111 con ben 6 giocatori in doppia cifra e le guardie Brown, Johnson e Williams a crivellare la retina, mettendo a referto 26, 22 e 21 punti rispettivamente.

Dall’altra parte dell’America, l’ostacolo per i Bullets è ancora più duro, dovendo affrontare i Philadelphia 76ers desiderosi di riscattare la sconfitta subita in Finale l’anno prima contro Portland ed, anche in questo caso, una sola vittoria esterna caratterizza la serie, e si registra in gara-1 allorché il quintetto di Dick Motta espugna lo “Spectrum” per 122-117 al supplementare, grazie ad una spettacolare prova di Elvin Hayes (28 punti e 18 rimbalzi al suo conto), ben coadiuvato da Grevey e Dandridge, che mettono a referto 26 e 22 punti, per poi resistere, nella decisiva gara-6, al disperato tentativo dei Sixers di prolungare la serie, chiusa sul 101-99 per il determinante apporto di Hayes ed Unseld sotto i tabelloni (29 rimbalzi in due …) ed ancora di Dandridge dalla distanza, autore di 28 punti.

E così, per la quarta volta nel decennio, dopo i successi di New York, Milwaukee e Portland, si ha la certezza che anche le Finali ’78 premieranno una squadra che andrà ad iscrivere il proprio nome per la prima volta nell’albo d’oro, in una sfida che sfugge ai pronostici, poiché se è vero che Seattle ha il vantaggio del fattore campo, alla stessa stregua Washington può farsi forte del record di 3-1 nelle quattro sfide di “regular season”, peraltro sempre molto equilibrate nel punteggio.

Comunque la serie – con il formato 1-2-2-1-1 quanto a distribuzione dei campi – prende il via il 21 maggio ’78 al “Coliseum” di Seattle e verrà ricordata come una delle più equilibrate e combattute negli annali della NBA, già con gara-1 “portata a casa” dai Sonics 106-102 in virtù di un parziale di 33-18 nell’ultimo quarto, esaltati da Brown autore di 30 punti, ed i Bullets a replicare in gara-2 con un più agevole 106-98 nel quale a fare la differenza è, al solito, Dandridge, che firma 34 punti con 14 su 22 al tiro.

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Dennis Johnson (Seattle) al tiro in gara-2 delle Finali ’78 – da:gettyimages.it

Con anche gara-3 in programma al “Capital Centre”, Seattle piazza un primo “knock down” andando ad espugnare 93-92 il parquet dei rivali in una sfida punto a punto per tutte e quattro i periodi, rendendo vana la mostruosa prova (29 punti e 20 rimbalzi …!!) di Hayes, mentre Dennis Johnson limita Grevey, costretto ad un desolante 1-14 al tiro.

Con la possibilità di portarsi sul 3-1 sfruttando il fattore campo, Seattle butta via detta opportunità dopo aver iniziato il quarto periodo con un vantaggio di 9 punti (ed aver condotto di 15 a 2’ dalla conclusione del terzo …) per poi venire sconfitta 120-116 al supplementare dove si ritaglia il suo “angolo di gloria” la riserva Charles Johnson con tre conclusioni a bersaglio consecutive che consentono ai Bullets di pareggiare la serie, salvo poi soccombere in gara-5 98-94 con Brown e Dennis Johnson sugli scudi con 26 e 24 punti a testa.

1978 NBA Finals Game 6: Seattle Supersonics v Washington Bullets
Hayes (n.11) e Grevey (n.35) dei Bullets in gara-6 – da:gettyimages.it

Ad una vittoria dal titolo e con la prospettiva di gara-7 da disputare al “Coliseum”, i Sonics affrontano senza la dovuta concentrazione l’ultima sfida nel Maryland, l’unica impari della serie, che Washington si aggiudica con un eloquente 117-82 in cui Hayes torna a ricoprire il ruolo da protagonista che gli compete con 21 punti e 15 rimbalzi, match che consente a Dick Motta di ruotare la panchina con il duplice risultato di far riposare i titolari e dare fiducia alle riserve in vista dell’ultimo, decisivo atto in programma il 7 giugno a Seattle.

Con le due formazioni a fronteggiarsi per la settima volta in 18 giorni, la strategia di Motta di cercare di bloccare le “bocche da fuoco” delle guardie di Seattle si rivela vincente, con Dennis Johnson – sinora la lieta sorpresa della stagione per i Sonics – costretto ad un imbarazzante 0-14 e poco meglio di lui fa Gus Williams (4-12), così aprendo la strada al successo dei Bullets costruito con certosina pazienza, mattone su mattone, come testimonia l’andamento del punteggio, che vede gli ospiti sempre avanti (31-28, 53-45, 79-66) prima di una vampata d’orgoglio dei padroni di casa nell’ultimo quarto, trascinati dalla coppia in attacco Webster e Sikma (48 punti e 30 rimbalzi in due …), che porta Seattle a -4 a 90” dalla sirena e sul 99-101 allorché Unseld è mandato in lunetta per due tiri liberi pesantissimi che vanno a segno, toccando poi a Dandridge completare l’opera con l’ultimo canestro per il 105-99 conclusivo, con il citato centro a ricevere il premio di MVP delle Finali.

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Webster (n.40) e l’MVP delle Finali Unseld (n.41) in gara-7 – da:pinterest.it

Perdere un titolo lungamente atteso davanti al proprio pubblico è un “boccone amaro” difficile da digerire, mentre per i Bullets, al terzo tentativo, finalmente il sogno si realizza, ma per le due franchigie la contesa non si esaurisce qui, poiché – mentre Larry Bird e “Magic” Johnson si sfidano nella Finale NCAA ’79, che vede quest’ultimo trionfare con Michigan State, in attesa di replicare tali regolamenti di conti nel successivo decennio nel panorama NBA – hanno a disposizione ancora una stagione “tutta per loro” per confermare o ribaltare le gerarchie nella Lega Professionistica americana.

E che proprio l’esito del 1978 sia servito a rinforzare il convincimento delle proprie forze è dimostrato dall’andamento della “regular season” ’79, che vede sia Seattle ad Ovest che Washington ad Est realizzare i rispettivi record di Conference, con i Campioni in carica a farsi leggermente preferire (54-28 rispetto a 54-30) ed anche i confronti diretti conclusi con due vittorie a testa.

Il famoso motto che recita “squadra che vince non si cambia” vale anche per Motta ed i suoi Bullets che confermano il quintetto titolare, mentre a Seattle, con Wilkens a voler cancellare la delusione della stagione precedente avendo stavolta l’opportunità di svolgere anche la preparazione pre-campionato, l’unica novità di rilievo è costituita dallo scambio con New York che vede Webster approdare nella grande Metropoli in cambio della 23enne ala forte Lonnie Shelton.

Due compagini alquanto speculari, entrambe senza la “stella” ma con un organico medio di prim’ordine, tanto che nella stagione regolare sono ben 7 i giocatori di Wilkens ad andare in doppia cifra di media quanto a punti, mentre il solo Sikma emerge a rimbalzo, con 12,4 a partita, così come tra i Bullets sono in 6 ad ottenere analogo rendimento, anche se qui si fanno comunque preferire Hayes e Dandridge con 21,8 e 20,4 di media, con il primo a capeggiare anche le statistiche relative ai rimbalzi, catturandone 12,1 rispetto ai 10,8 di Unseld.

La sfida è pertanto lanciata e, con il nuovo regolamento che le esenta dal primo turno dei Playoffs, Seattle non ha alcuna difficoltà a sbarazzarsi (4-1) dei Los Angeles Lakers nelle semifinali di Conference – Gus Williams eccellente con 30,8 punti di media, seguito da Dennis Johnson a quota 21,0 – mentre molta più fatica fanno i Bullets per aver ragione (4-3) degli Atlanta Hawks, in una serie dove il fattore campo salta di continuazione sino al definitivo 100-94 di gara-7, marcato a tinte forte da Hayes con 39 punti, per medie nella serie di 25,4 e 13,4 rimbalzi, ben spalleggiato da Dandridge, con 25,7 punti al proprio conto.

Una cosa è la “regular season” ed un’altra i Playoffs e sia Seattle che Washington lo sanno bene dopo l’esperienza vissuta a proprio favore l’anno precedente, e devono entrambe dar fondo a tutte le loro energie per venire a campo di due combattutissime Finali di Conference, con il titolo della costa occidentale appannaggio dei Sonics per 4-3 sui Phoenix Suns dopo aver seriamente rischiato l’eliminazione sul 2-3 e trovandosi sotto 77-85 all’inizio dell’ultimo quarto di gara-6 in Arizona, mentre dalla parte orientale i Bullets fanno ancor meglio, rimontando una situazione sfavorevole di 1-3 contro i San Antonio Spurs, imponendosi anch’essi nell’ultimo quarto di gara-6 e compiendo un autentico capolavoro nell’ultimo, decisivo incontro sul parquet amico, allorché la spuntano in extremis per 107-105 dopo aver iniziato l’ultimo periodo sul 76-82, letteralmente salvati dai 37 punti di Dandridge, ad annullare i consueti 42 per Gervin.

E, come se nulla fosse cambiato, le due formazioni si ritrovano nuovamente di fronte il 20 maggio ’79 per un’ideale prosecuzione di quella “sfida infinita” andata in scena la stagione precedente, con l’unica variante che ora il vantaggio (teorico, molto torico …) del fattore scampo spetta ai Campioni in carica, i quali capiscono subito dalla partita che apre la serie che i Sonics non hanno alcuna intenzione di ripetere l’esperienza passata, vista la loro reazione che li porta ad impattare a quota 97 a pochi secondi dalla sirena dopo essere stati anche a -18, con la gara decisa da un fallo fischiato a Dennis Johnson sul “Man of the MatchLarry Wright – futuro beniamino del pubblico della Capitale per lo storico Scudetto del Banco di Roma nel 1983 – che manda quest’ultimo in lunetta per i due tiri liberi che completano il suo score di 26 punti.

Nelle rivincite è sempre difficile prevedere se prevalga il desiderio di confermare la superiorità acquisita l’anno prima oppure la voglia di riscatto da parte di chi è stato battuto, ma stavolta, a differente della precedente sfida, la risposta sin troppo chiara la dà il campo, con i Sonics a dominare il resto della serie, a cominciare dall’espugnare in maniera convincente il “Capital Centre” in gara-2 per 92-82 con Gus Williams, che aveva trascinato la rimonta nel match d’esordio con 32 punti, a confermarsi il “top scorer” mettendone a referto altri 23, per poi essere nuovamente protagonista con 31 punti in una gara-3 assolutamente dominata da Seattle e conclusa sul punteggio di 105-95 al quale forniscono il loro prezioso contributo anche Sikma (21 punti e 17 rimbalzi) ed un sempre più decisivo Dennis Johnson, che chiude con 17 punti, 9 rimbalzi e due stoppate.

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Dennis Johnson in entrata contrastato da Ballard (n.42) – da:aminoapps.com

La “creatura” di Lenny Wilkens oramai è un meccanismo ben oliato che funziona alla perfezione, ma guai a credere di aver partita vinta, men che mai quando si deve fronteggiare l’orgoglio dei Campioni in carico, ed ecco allora che gara-4 – che in caso di vittoria porterebbe Seattle sul 3-1 – si rivela la più combattuta sfida di tutta la serie …

Portato sino al supplementare, l’incontro è la testimonianza perfetta della chiave di lettura di queste Finali, vale a dire l’imbarazzante superiorità delle guardie di Wilkens rispetto ai diretti avversari, visto che nel 114-112 conclusivo, i due “cecchiniGus Williams e Dennis Johnson mettono a segno 36 e 32 punti rispettivamente, con Sikma a contribuire sotto i tabelloni con 20 punti e 17 rimbalzi e Johnson a completare l’opera con l’aggiunta di 4 stoppate, l’ultima delle quali su Kevin Grevey a 4” dalla sirena.

Ad una vittoria dal titolo con tre match ancora da disputare, i Sonics si recano nel Maryland decisi a non ripetere l’errore della passata stagione allorché vennero “spazzati via” in gara-6, preludio alla successiva sconfitta, ma l’inizio della partita sembra viceversa ricalcarne l’andamento, con i Bullets, trascinati da Hayes autore di 20 punti nel solo primo quarto, concludono tale periodo sul 30-19 a loro favore.

A questo punto, complici anche gli infortuni a Grevey (uscito dopo 3’) e Tom Henderson, il quintetto di Wilkens non si fa prendere dalla fretta di rimontare, ricucendo lo svantaggio minuto dopo minuto (43-51 all’intervallo lungo, 66-69 a fine terzo quarto) per poi assestare il colpo decisivo nell’ultimo periodo e completare la rimonta sino al 97-93 conclusivo che sancisce la prima (nonché unica) conquista del titolo NBA da parte sia di Seattle che del proprio tecnico Wilkens.

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Dennis Johnson, MVP delle Finali – da:gettyimages.it

Uscito distrutto da gara-7 dell’anno precedente (lo 0 su 14 al tiro, ricordate …), anche Dennis Johnson si prende la sua personale rivincita venendo premiato come MVP delle Finali, un eccellente biglietto da visita per la sua futura carriera con la maglia dei Boston Celtics, con cui si aggiudica altri due titoli, nel 1984 ed ’86.

Già, “i famosi anni ‘80”, quelli del definitivo rilancio della NBA, delle celebri sfide tra Larry Bird ed i suoi Celtics (3 titoli) ed i Lakers del rivale “Magic” Johnson (5 titoli) per un dominio solo scalfito dai Philadelphia 76ers nel 1983 e dal “back to back” dei Detroit Pistons di Isiah Thomas, vincitori nel biennio 1989-’90 prima che iniziasse l’era di “sua Maestà” Michael Jordan.

Però a noi resta, con un pizzico di nostalgia, il ricordo di quegli anni ’70 in cui il titolo era a portata di mano di molte più franchigie e, se da un punto di vista tecnico e spettacolare sicuramente inferiore, recava in sé l’indubbio vantaggio dell’incertezza che, in ogni tipo di competizione, è un po’ il sale della stessa …

 

ALPHONSO FORD, IL BOMBER DELL’EUROLEGA SCONFITTO DALLA LEUCEMIA

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Alphonso Ford con la maglia della Scavolini – da basketstories.net

articolo di Nicola Pucci

Il 31 ottobre avrebbe compiuto 47 anni, ma il percorso terreno di Alphonso Ford si è tragicamente e precocemente interrotto il 4 settembre 2004, complice una terribile malattia che non lo ha risparmiato e non ha avuto pietà per il suo status di campione.

Già, perchè Ford un campione lo è stato davvero, seppur non nel suo paese d’origine, lui che era nato a Greenwood, nello Stato del Mississippi, il 30 ottobre 1971. In effetti Alphonso, che prende dimestichezza con la palla a spicchi all’Amanda Hezy High School di Greenwood, nel 1989 entra al Mississippi Valley State College e qui gioca per quattro anni, assommando eccellenti numeri nel campionato NCAA, come ad esempio 29 punti, 5.4 rimbalzi e 3 assist di media nelle 109 gare disputate. Insomma, un fior d’attaccante, con un magnifico tiro in sospensione, che al Draft del 1993 viene scelto al secondo giro con il numero 32 dai Filadelfia 76ers.

Ma a Ford difettano quelle doti fisiche che permettono ad un giocatore di eccellere nel pianeta NBA, e in due stagioni di militanza nella Lega vede il campo solo ad 11 riprese, distribuendo le sue entrare sul terreno di gioco con i Seattle Supersonics (6 gare nella stagione 1993/1994 a 2.7 punti di media) e con gli stessi Sixers (5 gare nella stagione 1994/1995 portando la sua media punti a 3.8 a partita) che lo avevano assoldato, in entrambi i casi, con contratti a termine di 10 giorni.

Nell’impossibilità di mostrare in suo talento sul palcoscenico più prestigioso, e dopo esser passato per la CBA (Continental Basketball Association) dove in due anni si merita sia il titolo di Rookie of the year che la convocazione all’All Star Game, Ford prende cappello e si trasferisce in Europa, dove per l’annata 1995/1996 mette la sua mano calda di guardia tiratrice a disposizione della squadra spagnola dell’Huesca, di cui ripaga la fiducia mettendo a referto 24.9 punti di media a partita, pur non riuscendone ad evitare la retrocessione.

Ma non è qui che Alphonso assurge agli onori della cronaca, bensì in Grecia, dove l’americano approda nell’estate del 1996 per vestire la casacca del Papagou, piccola società della periferia di Atene. Ed ancora una volta Ford conferma che il mestiere di bomber lo sa fare bene, imbucando 24.6 punti a partita che gli valgono il titolo di capocannoniere del campionato, ma è proprio nel corso dell’anno che il suo destino va a sbattere contro una malattia che non gli lascerà speranza. Gli viene infatti diagnosticata una leucemia, e la società lo mette alla porta.

Dopo un anno trascorso a combattere contro il male, Ford torna in campo con lo Sporting Atene che lo mette sotto contratto per la stagione 1998/1999. Ed è qui che Alphonso mette in mostra un coraggio non comune, sfidando la malattia giocando ai suoi livelli e contribuendo sostanzialmente al buon piazzamento della sua squadra, decima grazie ai 22.7 punti del ragazzo del Mississippi che per la seconda volta vince il titolo di miglior marcatore.

28enne, ed ormai diventato una stella di prima grandezza del basket greco, Ford è pronto al salto di qualità quando il Peristeri, per la due stagioni successive, decide di affidargli le sorti dell’attacco nel tentativo di dare l’assalto alle prime posizioni del campionato. In effetti la squadra, nel 1999/2000, conclude al quinto posto, con un terzo titolo di capocannoniere ancora con 22.7 punti di media, ma è l’occasione per Alphonso di scoprire l’Europa, con una prima partecipazione ad una competizione continentale, la Coppa Korac, che Ford chiude con 20.7 punti di media ed una prestazione superlativa contro i bosniaci del Brotnjo Citluk, sommersi con 37 punti, per poi venir estromesso agli ottavi di finale dall’Estudiantes Madrid.

Ma quel che conta, ora, è che il Peristeri con il quinto posto si è garantito l’accesso all’Eurolega, e per Ford sta per iniziare il periodo più fecondo della sua carriera cestistica. Nella stagione 2000/2001, l’americano debutta così nella principale rassegna europa, e non tarda ad illustrare le sue doti di implacabile realizzatore, iniziando la sua avventura con 35 punti proprio contro l’Estudiantes in un un girone che la squadra greca chiude in seconda posizione alle spalle della Fortitudo Bologna, garantendosi la qualificazione agli ottavi di finale. Qui il cammino del Peristeri si interrompe contro il Tau Ceramica di Luis Scola, Oberto e Stombergas (che arriverà fino all’ultimo atto, perdendo la decisiva gara-5 con la Kinder Bologna) ma Ford è autore di una prima gara sensazionale, 41 punti e 9 rimbalzi, che se non basta ad evitare la sconfitta della sua squadra, 81-79, almeno gli permette di consolidare la sua leadership nella classifica marcatori, infine fatta sua alla considerevole media di 26 punti di media con un eccellente 58.7% al tiro da due punti, precedendo Gregor Fucka che in maglia Fortitudo si ferma a 25.2. Ciliegina sulla torta, Ford viene pure inserito nel quintetto base dell’anno, assieme allo stesso Fucka, Louis Bullock che gioca a Verona, Derrick Hamilton e Dejan Tomasevic, così come viene eletto miglior giocatore del campionato greco in cui il Peristeri si ferma in semifinale, sconfitto in due partite dall’Olympiakos.

Fresco reduce da un exploit del genere, a Ford si spalancano le porte di una delle squadre più forti non solo di Grecia, ma di tutto il panorama europeo, proprio l’Olympiakos Atene, che punta a vincere in patria e in Eurolega. Ma se infine i risultati bocciano le ambizioni dei bianco-rossi del Pireo, che perdono la finale di campionato con l’Aek Atene, 2-3 con Ford assente nelle due ultime gare per via di un infortunio, ed in Europa non superano il girone di qualificazione alla final-four per un’inattesa sconfitta casalinga con l’Olimpia Lubiana, 85-89, vincendo solo la Coppa Nazionale in finale con il Maroussi quando mette a referto 24 punti, dopo aver eliminato in semifinale gli storici rivali del Panathinaikos (che si vendicano trionfando proprio in Eurolega), Alphonso ancora una volta trova soddisfazione sul piano personale, vincendo un quarto titolo dei marcatori, terzo consecutivo, in campionato a 21.6 punti di media, e bissando in Eurolega quando fatto l’anno precedente, con prestazioni di assoluto valore contro Unicaja Malaga (34 punti), Benetton Treviso (31 punti) e lo stesso Panathinaikos (33 punti) che gli valgono una media finale di 24.8 punti a partita, distribuita stavolta in 20 gare. Bodiroga gli termina alle spalle, distanziato nettamente, con 20.1 punti di media.

Ormai universalmente riconosciuto come il bomber più prolifico d’Europa, Ford opta per un’ulteriore scelta di vita, lasciando una Grecia che in ottica Olimpiadi 2004 si trova nella necessità di alleggerire i bilanci e ridurre gli ingaggi, per andare ad illustrare il suo talento in Italia. Trova pertanto casa prima al Monte Paschi Siena, che Ford trascina alla Final-Four di Eurolega nel 2002/2003 segnando 17.9 punti di media a partita e venendo inserito nel primo quintetto dell’anno pur fallendo la semifinale con Treviso, a cui segna solo 15 punti nel 62-65 che condanna i toscani all’eliminazione, e poi alla Scavolini Pesaro, dove i tifosi lo osannano con l’appellativo di “Fonzie“.

Ed è proprio qui, nella Marche, in una stagione che Ford chiude con 22.2 punti di media contribuendo al quarto posto in campionato, che vale l’accesso all’Eurolega, ed al raggiungimento della finale di Coppa Italia, perso con Treviso, che la leucemia presenta senza via d’uscita il suo conto ad Alphonso.

Cari amici, sono nella sfortunata posizione di dover annunciare che non sarò in grado di disputare la stagione 2004-2005 con la Scavolini. Purtroppo le mie condizioni di salute non mi consentono più, a questo punto, di competere come un atleta professionista. In questo momento sono veramente grato a tutti voi e a tutti gli allenatori, compagni di squadra, tifosi, arbitri e dirigenti che, nel corso di tutti questi anni, mi hanno dato l’opportunità di competere nello sport che ho amato di più. Per quanto riguarda il mio club, la Scavolini Pesaro, voglio di cuore ringraziare ogni persona dell’organizzazione, i miei compagni di squadra, i miei allenatori e i nostri grandi tifosi. Voglio che ognuno di voi continui ad avere fede. Siate forti e combattete duro. Il mio cuore sarà sempre con tutti voi. Con rispetto“. Con queste parole, il 26 agosto 2004, Alphonso Ford saluta e se ne va, campione sul campo e fuori. 10 giorni dopo, a Memphis, dove aveva cercato un ultimo disperato, tentativo di sconfiggere la morte, chiude gli occhi, per sempre.

Da quel giorno l’Eurolega lo onora con l’ “Alphonso Ford Top Scorer Trophy“, assegnato al bomber dell’anno. E sapete chi è stato il primo a vincerlo? Charles Smith, che sostituì Ford a Pesaro… quando si dice ironia della sorte. Che con Ford non è stata certo benevola. Grazie campione.

PAT EWING, IL RE SOTTO CANESTRO CUI E’ MANCATO SOLO L’ANELLO

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Patrick Ewing coi New York Knicks – da nba.com

articolo di Giovanni Manenti

Dopo che la Lega Professionistica di Basket americana era stata salvata a fine anni ’70 da un declino che sembrava inarrestabile grazie al contemporaneo sbarco di due autentiche leggende quali Larry Bird ed Ervin “Magic” Johnson – che, con la loro rivalità, caratterizzano l’intero decennio successivo – anche nel corso dei primi anni ’80 non mancano giocatori di assoluto livello a rinforzare le varie franchigie.

Ed ecco, quindi, che nel Draft 1980 approda nella NBA Kevin McHale, l’anno seguente è la volta di Isiah Thomas, ed il 1982 è la volta di James Worthy e Dominique Wilkins, mentre nel 1983 gli Houston Rockets ed i Portland Trail Blazers si accurano i servizi di Ralph Sampson e Clyde Drexler, rispettivamente.

Ma nessuna di queste stagioni può competere con il talento che sprigiona dalle scelte del biennio a cavallo di metà anni ’80, che vede nel Draft del 1984 entrare nel favoloso mondo della NBA Hakeem Olajuwon, Michael Jordan e Charles Barkley e, l’anno successivo, tocca a Patrick Ewing, Chris Mullin e Karl Malone andare a rinforzare i quintetti dei New York Knicks, Golden State Warriors ed Utah Jazz rispettivamente, Club in cui spenderanno la quasi totalità della propria carriera.

Di questo sestetto, che sarà protagonista di epiche sfide nel corso degli anni ’90, ve ne sono tre che sono reduci dalla medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e che, otto anni dopo a Barcellona ’92, faranno parte nel celebre “Dream Team” – prima Squadra di Professionisti ammessa ai Giochi – vale a dire Michael Jordan, Chris Mullin e Patrick Ewing.

Dei primi due abbiamo già trattato in questa rubrica, e pertanto oggi ci focalizziamo sulla carriera di Patrick Aloysius “Pat” Ewing, nato il 5 agosto 1962 a Kingston, in Giamaica dove eccelle nel Calcio e nel Cricket, prima di ricongiungersi ai suoi genitori, nel frattempo emigrati negli Stati Uniti a Cambridge, nel Massachusetts, all’età di 12 anni.

Entrato a far parte della “Cambridge Rindge and Latin School“, il giovane Patrick scopre il basket anche a causa della sua imbarazzante altezza (è già alto m.2,08 …) che, se lo fa sembrare goffo nel suo primo anno alle superiori, una volta svezzato da coach Mike Jarvis porta quest’ultimo a non avere remore nel dichiarare che “Pat sarà il prossimo Bill Russell della NBA, con in più migliori doti in attacco …!”.

Una previsione che può sembrare azzardata, ma che prende corpo non appena Ewing, a 19 anni, si iscrive alla “Georgetown University”, dove a plasmarlo definitivamente è il tecnico John Thompson, con un passato da giocatore a metà anni ’60 proprio a fianco di Russell ai Boston Celtics, e con una tale coppia così ben assortita tra campo e panchina, il College ottiene in tre delle quattro stagioni con Ewing ad indossarne i colori altrettante qualificazioni alle “Final Four” del Torneo NCAA, dopo che un tale traguardo era stato raggiunto solo nel lontano 1943, sconfitto 34-46 in Finale dall’Università del Wyoming.

Il quadriennio vissuto al College consente ad Ewing di “assaporare” quelle che saranno le tremende sfide che lo attendono tra i Professionisti, contro Jordan ed Olajuwon – di poco più giovani di lui – una coppia che monopolizza i primi 8 titoli degli anni ’90 con le rispettive squadre dei Chicago Bulls e degli Houston Rockets.

La prima occasione di trovarsi faccia a faccia con Jordan avviene nella Finale del Campionato NCAA ’82 contro North Carolina, con quest’ultima ad imporsi per 63-62 grazie al canestro decisivo di Jordan (autore di 16 punti, 9 rimbalzi e 2 assist), anche se la palma di MVP va a James Worthy, decisivo coi suoi 28 punti messi a referto, mentre Ewing, dal canto suo, è il migliore per Georgetown dall’alto dei suoi 23 punti ed 11 rimbalzi.

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Ewing festeggia la vittoria nella Finale NCAA ’84 – da si.com

Eliminata al secondo turno delle Finali Regionali, Georgetown torna a competere per il titolo nel 1984, opposta stavolta agli Houston Cougars nelle cui file fa bella mostra di sé il nigeriano Hakeem Olajuwon, ma in questa occasione sono gli Hoyas (per quello che, a tutt’oggi, è l’unico loro successo  nel Torneo NCAA) a celebrare la vittoria, rimontando uno svantaggio iniziale di 12 punti per andare ad affermarsi per 84-75 con Ewing a ricevere la palma di MVP della Finale, mentre l’anno seguente Georgetown è nuovamente presente all’atto conclusivo solo per subire una seconda sconfitta di misura, stavolta per 64-66 opposta ai Villanova Wildcats.

Chiaro che un personaggio come Michael Jordan è molto meglio trovarselo da compagno che non da avversario, ed ecco allora che la “splendida coppia” di guardia e centro fornisce il proprio, determinante contributo alla conquista della medaglia d’oro degli Usa ai Giochi di Los Angeles ’84, con Ewing a far registrare, da par suo, 11,0 punti e 5,6 rimbalzi di media a partita, con l’apice di 17 punti e 8 rimbalzi toccato nel successo per 104-68 contro l’Uruguay.

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Pat Ewing al centro del Team Usa oro a Los Angeles ’84 – da gettyimages.it

Con il favore della prima scelta assoluta, il 18 giugno ’85 al “Felt Forum” di New York, i New York Knicks non si lasciano sfuggire l’occasione di tesserare il gigante di origini giamaicane – che nel frattempo ha raggiunto i 216 centimetri per 116 chili – al fine di rigenerare una franchigia che aveva concluso la stagione in una desolante ultima posizione nella “Atlantic Division” con un imbarazzante record di 24 sole vittorie a fronte di ben 58 sconfitte, nonché con la speranza di rinverdire i fasti di inizio anni ’70, con tre Finali disputate in quattro stagioni e due titoli, nel 1970 e ’73, conquistati …

Purtroppo, l’innesto di Ewing non contribuisce a migliorare le cose, visto che l’anno seguente il relativo record è addirittura peggiore (23-59), ma di ciò non si può certo incolpare il possente centro, visto che la sua stagione d’esordio tra i Professionisti certifica medie da 20,0 punti e 9,0 rimbalzi a partita, il che gli consente di ricevere il Premio di “Rookie of the Year, un riconoscimento che, tanto per chiarire, nei due anni precedenti era toccato a Ralph Sampson e Michael Jordan.

Le cose iniziano a migliorare a partire dal 1989, stagione che i Knicks concludono con un record di 52-30 che consente loro di vincere la “Atlantic Division” e che rappresenta la seconda miglior prestazione nella Eastern Conference dietro ai Detroit Pistons di Isiah Thomas (63-19), ma nei playoffs inizia a materializzarsi per Ewing – che nel frattempo ha incrementato le sue medie a 22,7 punti, 9,3 rimbalzi e 2,4 assist a partita – quella che può essere tranquillamente definita la “Maledizione Jordan”, visto che i suoi Chicago Bulls disputano anch’essi la Conference della Costa orientale degli Stati Uniti.

Il primo assaggio della devastante forza, fisica e mentale, di MJ Ewing lo subisce nelle semifinali della Eastern Conference ’89 in cui, a dispetto dei suoi 21,3 punti, 10,0 rimbalzi e 3,2 assist di media a partita, nulla può contro lo strapotere del suo compagno di squadra olimpica, che fa registrare 35,7 punti di media con vertici di 47 in gara-4 e di 40 in gara-3 e gara-6 per il successo 4-2 dei Bulls nella serie.

Sfida che, dopo che nel ’90 i New York Knicks vengono eliminati al secondo turno dei playoffs 1-4 dai Pistons – nonostante che Ewing disputi la miglior “regular season” della sua carriera chiusa con 28,6 punti, 10,9 rimbalzi e 4,0 stoppate di media a partita – si ripete per tre stagioni consecutive dal 1991 al ’93, le quali coincidono con altrettanti titoli NBA per Michael Jordan ed i suoi Bulls.

Vi è però una notevole differenza su come New York giunga a tali appuntamenti, visto che nel ’91, stagione che vede il coach Stu Jackson avvicendato da John MacLoad, realizza un record negativo di 39-43 buono solo per accedere da ultima qualificata alla post season, giusto per fare da sparring partner al comodo 3-0 con cui Chicago chiude la serie, mentre dall’estate successiva le cose cambiano, e non poco, nella franchigia della “Grande Mela” con l’approdo in panchina del celebre tecnico Pat Riley, reduce dall’aver condotto i Los Angeles Lakers a 4 trionfi nel corso degli anni ’80.

Con l’arrivo di Riley, i Knicks mettono a segno due buoni colpi di mercato, rilevando Xavier McDaniel dai Phoenix Suns e mettendo sotto contratto il “free agent” Anthony Mason, due ali forti da m.2,01 utili per andare a rafforzare il reparto dei lunghi che ruota attorno ad Ewing e Charles Oakley, con la formazione completata da Gerald Wilkins, le due guardie John Starks e Mark Jackson ed il rookie Greg Anthony, Campione NCAA ’90 con l’Università di Las Vegas.

Il miglioramento è evidente, con la stagione regolare conclusa con un record di 51-31 che pone New York come quarta miglior classificata ad Est, solo che, dopo aver avuto la meglio per 3-2 nella serie dei Playoffs contro Detroit, lo scoglio della semifinale di Conference vede i Knicks opposti ai Campioni in carica dei Chicago Bulls.

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Fase di una sfida tra Jordan ed Ewing – da businessinsider.com.au

Ben decisi a vendere cara la pelle, i Knicks ingaggiano furiose battaglie nelle due settimane dal 5 al 17 maggio ’92 che portano la serie alla decisiva gara-7 dopo aver inizialmente invertito il vantaggio del fattore campo in gara-1 con il successo per 94-89 al Chicago Stadium in cui Ewing è assoluto protagonista mettendo a referto qualcosa come 34 punti, 16 rimbalzi, 6 stoppate e 5 assist, per poi vedersi ricambiato il favore in gara-3 allorché sono i Bulls ad imporsi per 94-86 al “Madison Square Garden” e toccare stavolta a Jordan fare il fenomeno, con 32 punti e 9 rimbalzi al proprio conto, prima che il fattore campo la faccia da padrone nelle successive gare che vedono Chicago chiudere la serie sul 4-3 con Jordan a capeggiare i suoi con 31,3 punti, 5,7 rimbalzi e 4,3 assist a partita, cui Ewing replica con medie di 22,1 punti, 11,1 rimbalzi, 2,4 assist e 2,3 stoppate a partita.

Anche stavolta, come nel 1984, è sempre meglio avere “Air” come compagno di squadra e gli Stati Uniti – usciti frustrati dalle Olimpiadi di Seul ’88, dove a guidarli in panchina è proprio quel Thompson che Ewing aveva avuto come coach a Georgetown, che li vedono conquistare solo il bronzo a causa della sconfitta per 76-82 patita in semifinale contro l’Unione Sovietica – ottengono dal CIO l’apertura ai Professionisti, avendo così modo di schierare ai Giochi di Barcellona il celeberrimo “Dream Team” di cui Ewing è l’unico rappresentante dei Knicks, andando a far coppia, nel ruolo di centro, con David Robinson dei San Antonio Spurs.

E, come 8 anni prima, fornisce il suo buon contributo alla causa nazionale, facendo registrare negli 8 incontri disputati, medie da 9,5 punti e 5,3 rimbalzi per quella che si materializza per gli Usa come una sorta di marcia trionfale, avendo rifilato scarti superiori ai 30 punti ad ogni avversaria.

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Ewing al tiro con il Team Usa ai Giochi di Barcellona ’92 – da si.com

Rientrato in Patria, Ewing si appresta ad affrontare la nuova sfida ai Chicago Bulls forte di un roster che ha visto giungere a New York Charles Smith e Doc Rivers dai Lakers con l’aggiunta di quel pizzico di esperienza che porta in dote la 33enne guardia Rolando Blackman, prelevata dai Dallas Mavericks.

Una miscela che – con un quintetto base formato da Starks, Mason, Smith, Oakley ed Ewing – affidata alle sapienti mani di coach Riley, consente ai Knicks di pareggiare il miglior record della propria Storia in “regular season” chiudendo la stessa con 60 successi e 22 sconfitte come nella vittoriosa campagna del 1970, ma con un trend nella parte conclusiva della stagione che li vede conquistare 24 vittorie nelle ultime 28 partite disputate, potendo così vantare il primo posto ad Est ed il conseguente vantaggio del fattore campo nei Playoffs, mentre i Campioni in carica di Chicago terminano secondi con un record di 57-25.

Facile presupporre che toccherà a queste due squadre sfidarsi per il titolo della Eastern Conference che dà accesso alla serie finale contro la vincente ad Ovest, pronostico che viene ampiamente rispettato con New York a far fuori Indiana (3-1) e Charlotte (4-1), mentre i Bulls fanno altrettanto con ancor maggiore facilità, “spazzando via” (è proprio il caso di dire …) prima Atlanta e quindi Cleveland senza subire sconfitta alcuna.

Contro questo rullo compressore, a New York si affidano al fattore campo ed all’impareggiabile tifo dei supporters del “Madison Square Garden”, circostanza che fa ritenere l’impresa possibile allorché i Knicks si portano sul 2-0 dopo le due gare interne, serie poi posta in equilibrio dai Bulls i quali sfruttano altrettanto le due gare disputate allo “Stadium” – con Jordan che, in gara-4 mette a segno 54 punti, più della metà dei 105 realizzati dalla propria squadra – ragion per cui gara-5 al Madison rappresenta per molti la vera svolta della serie.

Sfida equilibratissima, che vede le due formazioni divise da un solo punto (56 a 55 per New York) all’intervallo lungo, con i Bulls a prendere un leggero margine in chiusura di terzo quarto (80-77) e quindi difenderlo sino alla sirena per un preziosissimo 97-94 dove, con un Jordan leggermente al di sotto del proprio standard in fatto di punti (29), ma compensati da ben 14 (!!) assist e 10 rimbalzi, Ewing cerca inutilmente di porre argine dall’alto dei suoi 33 punti e 9 rimbalzi.

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Una fase di gara-6 con Jordan ed Ewing a rimbalzo – da gettyimages.it

Con Chicago che non si lascia sfuggire l’occasione di chiudere la serie sul 4-2 facendo sua gara-6 per 96-88, Ewing dimostra ancora una volta le proprie qualità di combattente indomito, capeggiando la serata sia quanto a punti che rimbalzi, con 26 e 13 rispettivamente, ma la “premiata ditta” formata da Jordan e Pippen (49 punti e 16 assist in due …), fa nuovamente naufragare i suoi sogni di gloria.

Ad aprire qualcosa di più che una speranza giunge il primo, provvisorio, ritiro di Jordan dalle scene, così che nel ’94 i Knicks – che concludo la stagione regolare con un record di 57-25 a pari merito con gli Atlanta Hawks – hanno la possibilità di superare finalmente i Bulls per 4-3 nelle semifinali e fare altrettanto con gli Indiana Pacers nella Finale di Conference, al termine di una serie che vede Ewing capeggiare le statistiche di squadra sia per punti (22,3), rimbalzi (10,7) e stoppate (2,9) di media a partita.

Tra l’oramai quasi 32enne centro di origine giamaicana ed il sospirato anello si frappongono solo gli Houston Rockets di “Sua Maestà” Hakeem Olajuwon contro il quale Ewing ingaggia un duello sotto canestro senza esclusione di colpi, con i Rockets a poter beneficiare del vantaggio dei fattore campo per la sola vittoria in più (58-24) ottenuta in “regular season”.

Più preciso al tiro Olajuwon, più presente a rimbalzo Ewing, tant’è che la serie vede il primo “top scorer” in tutti e 7 gli incontri disputati, la sfida si decide in gara-6, che i Knicks disputano al “The Summit” di Houston in vantaggio 3-2 nella serie, sapendo che anche l’eventuale ultima partita vedrà i Rockets poter sfruttare il parquet amico.

Trascinata al tiro da uno Starks in ottime condizioni (conclude con 27 punti, di cui 5 su 9 dalla lunga distanza …), New York ricuce nel terzo parziale, chiuso sul 62-65, lo strappo che l’aveva vista andare all’intervallo lungo sotto di 10, ma la titanica lotta sotto i tabelloni – con Ewing a registrare 17 punti, 15 rimbalzi, 4 stoppate e 3 assist – premia ancora una volta Olajuwon, che dal canto suo mette a referto 30 punti, 10 rimbalzi, 4 stoppate e 2 assist per una sofferta vittoria per 86-84 che rimanda ogni decisione alla conclusiva gara-7.

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Ewing tenta di stoppare Olajuwon nelle Finali NBA ’94 – da pinterest.it

Traditi” da Starks nell’ultima sfida con un imbarazzante 2 su 18 al tiro, sia pur compensato dalla buona serata di Derek Harper con 23 punti a referto, i Knicks restano a contatto dei Rockets per tutti i 48’ minuti della sfida (21-22 dopo il primo quarto, 43-45 all’intervallo lungo, 60-63 alla fine del terzo parziale) per poi cedere 84-90 in quella che sarà etichettata come la “Olajuwon vs. Ewing NBA Final”, visto che il confronto tra i due giganti vede il nigeriano di nascita prevalere quanto a punti (26,9 a 18,9) ed ad assist 3,6 ad 1,7) ed il rivale fare meglio a rimbalzo (12,4 a 9,1) e per stoppate (4,3 a 3,9), con le 30 complessive a rappresentare all’epoca un record per una serie di playoff.

Persa la grande occasione, i Knicks disputano altre tre buone stagioni con Ewing ancora protagonista – nelle sue prime 13 stagioni da Professionista non è mai andato sotto i 20 punti e gli 8 rimbalzi di media a partita – ma che coincidono, da un lato con l’addio di Riley a fine ’95, sostituito inizialmente con Don Nelson e quindi da Jeff Van Gundy, e dall’altro dal ritorno sulle scene di Michael Jordan, il quale inanella coi suoi Chicago Bulls un nuovo tris di anelli consecutivi dal 1996 al ’98.

Da un punto di vista personale, la stagione ’98 vede Ewing bloccarsi per infortunio alla vigilia di Natale ’97 dopo sole 26 gare disputate per poi ripresentarsi in campo nella semifinale della Eastern Conference contro Indiana fornendo un contributo di 33’ con 14 punti ed 8 rimbalzi nella serie che vede Reggie Miller & Co. imporsi per 4-1.

Ed, ancora una volta, l’addio (questa volta definitivo, o quasi …) di Michael Jordan, consente a New York di approdare alla Finale assoluta per il titolo nella “stagione dimezzata” del ’99, un fattore positivo per il 37enne Ewing che può quindi disputare una stagione regolare ridotta e fornire il suo bagaglio di esperienza nelle prime due serie di Playoff contro Miami, allenata da Riley, ed Atlanta, superate rispettivamente per 3-2 e 4-0, per poi – dopo aver contribuito al successo esterno per 93-90 in gara-1 contro Indiana con 16 punti e 10 rimbalzi – infortunarsi nel successivo incontro ed abbandonare la “post season” che vede i Knicks soccombere all’atto conclusivo per 4-1 contro i San Antonio Spurs delle “Torri Gemelle” Tim Duncan e David Robinson, sfida che si rivela improponibile senza il supporto di Ewing sotto canestro.

Con questa ultima delusione cala praticamente il sipario sull’attività agonistica di uno dei più forti centri di ogni epoca della Lega Professionistica Usa, nominato tra i migliori 50 giocatori allorché nel 1996 la NBA ha celebrato il suo 50esimo anniversario, per poi entrare a pieno titolo nella “Basketball Hall of Fame” nel 2008, dopo aver concluso la carriera a 40 anni con un’ultima stagione a New York nel 2000 e due successive a Seattle nel 2001 ed ad Orlando nel 2002.

Nel Basket le statistiche contano più delle parole e quelle di Ewing riportano, nei suoi 17 anni vissuti sui parquet di oltre Oceano, 24.815 punti realizzati (media 21,0 a partita) in “regular season”, 11.607 rimbalzi (media 9,8 a partita) e 2.804 stoppate, specialità quest’ultima che lo vede al settimo posto nella “Graduatoria All-Time”.

Certo, manca l’anello, ma d’altronde aver avuto la sfortuna di essere stato coetaneo di Michael Jordan ed Hakeem Olajuwon riteniamo che abbia avuto un “certo peso”, o no?

 

CHRIS MULLIN, QUANDO UN DOPPIO ORO OLIMPICO VALE IL TITOLO NBA

Golden State Warriors: Chris Mullin
Chris Mullin a Golden State – da:cherrycollectables.com.au

Articolo di Giovanni Manenti

Alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, i padroni di casa degli Stati Uniti schierano nel Torneo di Basket forse la più forte squadra universitaria nella Storia dei Giochi, potendo contare su due fuoriclasse assoluti, vale a dire la futura leggenda Michael Jordan – Campione NCAA ’82 con North Carolina – ed il centro Patrick Ewing, fresco vincitore del titolo NCAA ’84 con Georgetown e che avrebbe fatto le fortune dei New York Knicks nel panorama professionistico.

Il contro boicottaggio imposto dai Paesi del blocco sovietico incide sulla competizione solo per l’assenza dell’Unione Sovietica, sostituita dalla Germania Ovest, ma sono presenti Nazioni del calibro di Brasile, Australia, Italia, Spagna e, soprattutto, Jugoslavia, Campione Mondiale ’78 ed Oro alle precedenti Olimpiadi di Mosca ’80.

Ma, contro Jordan & Co., c’è ben poco da fare, visto che gli Usa vincono il proprio Girone a punteggio pieno con una media punti di 102,2 nelle cinque gare disputate – tra cui un imbarazzante 101-68 rifilato alla Spagna – per poi riservare analogo trattamento nei Quarti di finale alla Germania ed in semifinale al sorprendente Canada che aveva fatto fuori gli Azzurri nel turno precedente e presentarsi all’appuntamento per l’oro ancora contro gli iberici che, a loro volta, avevano creato sensazione superando 74-61 in semifinale i Campioni in carica della Jugoslavia, nonostante questi ultimi potessero contare su fuoriclasse del calibro di Aleksandr e Drazen Petrovic, Branko Vukicevic, Drazen Dalipagic e Ratko Radovanovic.

Ed, in una formazione in cui Jordan viaggia a medie di 19,6 punti a partita, con l’apice di 24 nella ricordata prima sfida contro la Spagna, ed Ewing fornisce il proprio contributo costituito da 12,6 punti e 6,4 rimbalzi di media per gara, si fa notare, come terza forza del roster, un 21enne newyorkese – compiuti proprio durante il Torneo – proveniente dalla “St. John’s University, College di mediocri tradizioni in campo cestistico, visto che nella sua Storia aveva raggiunto le “Final Four” del Torneo NCAA solo nel 1952.

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Mullin a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.ae

Questo ragazzone bianco, di m.2,01 per 91 chili, che può giocare indistintamente come guardia od ala piccola, altri non è che Chris Mullin, nato a Brooklyn il 30 luglio 1963, il quale festeggia il suo compleanno mettendo a referto 10 punti nella gara del Girone eliminatorio contro Canada, dopo averne realizzati 12 il giorno prima contro la Cina, cui seguono i 13 contro Uruguay ed il suo contributo con 16 nella più volte citata distruzione della Spagna.

Giocatore poco appariscente dal punto di vista dello spettacolo, Mullin è micidiale nel tiro dalla media e lunga distanza, caratteristica che mette a frutto in particolare nella Semifinale che vede gli Usa affrontare nuovamente il Canada, gara in cui ricopre le vesti del trascinatore dall’alto dei suoi 20 punti, meglio di Jordan che si limita a 13, con 4 rimbalzi e 3 assist, mentre Ewing fornisce il proprio contributo di 10 punti e 7 rimbalzi nel 78-59 che schiude agli Stati Uniti le porte della Finale per l’oro ancora contro gli iberici.

Jordan non è certo il tipo che può farsi togliere le luci della ribalta senza reagire, ed il 10 agosto ’84 al “Forum” di Inglewood riconquista la scena da par suo mettendo a segno 20 punti nel nuovo, largo successo per oltre 30 punti (96-65) contro la Spagna, con Mullin a rivestire stavolta il ruolo di suggeritore, servendo ben 6 assist a coronamento della medaglia d’oro americana.

Appassionatosi al Basket sin da ragazzino, Mullin non perde occasione per assistere alle gare interne dei Knicks al “Madison Square Garden”, cercando di “rubare” i segreti dei talentuosi Walt Frazier ed Earl Monroe dell’epoca, così come ammira le qualità realizzative di Larry Bird e John Havlicek dei Boston Celtics, scegliendo il 17 come proprio numero di maglia in onore di quest’ultimo, autore di oltre 26mila punti nella NBA in un’epoca dove ancora non vigeva la regola del tiro da 3 punti.

Ed il giovane Chris non si fa neppure scrupoli di affinare le proprie doti di combattente trasferendosi regolarmente nei “Quartieri Neri” della “Grande Mela” quali il Bronx ed Harlem per sfidare nei playground i ragazzi di colore, con ciò cementando un carattere forte ma poco incline all’esibizionismo, cosa certamente non indicata in certi luoghi, dove occorre far buon viso a cattivo gioco e rispondere solo a suon di canestri alle inevitabili provocazioni.

Questa sua maniacale applicazione – in ciò molto somigliante all’atteggiamento tenuto da Larry Bird negli anni della sua gioventù – fa sì che già al liceo Mullin ottenga il soprannome di “Mr. Basketball” dello Stato di New York e di lui non può non accorgersene il celebre scopritore di talenti Lou Carnesecca, dal 1965 Allenatore alla “St. John’s University”, nel Queen’s, che se ne aggiudica le prestazioni.

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Chris Mullin a St. John’s University – da:nymag.com

Nel suo primo anno al College, Mullin realizza 16,6 punti di media – un record per una matricola a St. John’s – mentre nelle tre stagioni successive è nominato “Big East Player of the Year”, raggiungendo l’apice della propria carriera a livello universitario nell’anno successivo all’oro olimpico allorché conduce la propria squadra per la seconda (e sinora ultima …) volta della sua storia alle “Final Four” del Torneo NCAA, sconfitta in semifinale 59-77 dai Campioni in carica di Georgetown del suo compagno di Nazionale olimpica Pat Ewing, a propria volta superato in Finale 64-66 da Villanova.

Ma per Mullin – il quale conclude la carriera universitaria vedendosi assegnato il “John R. Wooden Award”, premio riservato al miglior giocatore universitario della stagione (tanto per capirsi, vinto da Larry Bird nel 1979, da Ralph Sampson nel 1982 ed ’83 e da Jordan l’anno precedente …) – sta per aprirsi un nuovo capitolo della propria carriera cestistica con il Draft NBA svoltosi proprio nella sua New York il 18 giugno 1985, con i Knicks, aventi la prima scelta, a privilegiare il reparto offensivo orientandosi, e non si può certo dar loro torto, sul più volte ricordato Patrick Ewing.

Fa, casomai, più specie che il Miglior giocatore universitario dell’anno debba attendere la settima chiamata prima di essere scelto, orientandosi dli Indiana Pacers su Wayman Tisdale – anch’esso componente della formazione Campione olimpica – così come altri due suoi compagni nell’avventura californiana, John Koncak e Joe Kleine, gli vengono preferiti, rispettivamente dagli Atlanta Hawks e dai Sacramento Kings.

Quando, infine, tocca ai Golden State Warriors avanzare la loro richiesta, ecco che la scelta ricade sul 22enne newyorkese, desiderosi di ritornare ai vertici della Lega visto che, dopo il titolo conquistato nel 1975, sono ben 8 stagioni che non riescono neppure a qualificarsi per la “Post season, avendo addirittura chiuso l’ultimo Campionato all’ultimo posto della “Western Conference”, con un poco invidiabile record di 22 gare vinte a fronte di ben 60 sconfitte.

Mullin, da solo, non può certo fare miracoli, anche se il suo primo anno da “Rookie” lo vede realizzare 14,0 punti di media – andando in 10 occasioni oltre i 20 punti, tra cui i 24 nel successo esterno per 130-122 sui Los Angeles Lakers ed i 26 (suo massimo stagionale …) nella sconfitta per 115-124 ad Houston contro i Rockets – con i Warriors a migliorare di poco il proprio record, chiudendo a 30-52 per poi, con l’avvento di George Karl in panchina, tornare ad un record positivo nel 1987, qualificandosi per la prima volta ai Playoffs in un decennio, solo per essere eliminati nella Semifinale di Conference dai pressoché imbattibili Los Angeles Lakers dell’epoca.

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Chris Mullin ai Warriors nel 1987 – da:gettyimages.it 

Una situazione che Golden State vive nuovamente nel 1989 e ’91 – sconfitta in semifinale dai Phoenix Suns e dai Lakers, rispettivamente, sempre per 1-4 – nonostante Mullin abbia oramai definitivamente assunto il ruolo di leader della franchigia, con 26,5 punti di media (suo massimo in carriera per singola stagione …) nel 1989, in cui realizza un “season high” di 47 nella sconfitta per 126-128 al supplementare contro i Los Angeles Clippers, e 25,7 nel ’91, stagione in cui mette a referto 41 punti nel successo per 125-124 al “Forum” sui Los Angeles in gara-2 delle semifinali playoff.

Il tutto grazie all’arrivo alla guida dei Warriors di Don Nelson, il quale nei suoi 6 anni a Golden State dal 1988 al ’94 tiene una media di vittorie pari al 53,47%, raggiungendo il top nel ’92 allorché la squadra realizza un record di 55-27 secondo nella Western Conference solo ai Portland Trail Blazers, ed in cui Mullin si conferma “top scorer” con 25,6 punti di media, pur se la stagione si conclude con un’ingloriosa uscita al primo turno dei playoff, sconfitti 1-3 dai Seattle Super Sonics.

Ma il 1992 è una data storica per il Basket non solo americano, bensì mondiale, in quanto segna l’ingresso dei Professionisti nell’arengo olimpico e gli Usa, scioccati dall’eliminazione in semifinale ai Giochi di Seul ’88 dall’Unione Sovietica – per quella che, oltre Oceano, è tuttora considerata la “prima vera sconfitta” degli Stati Uniti in tale Torneo, non riconoscendo come tale quella subita a Monaco ’72 – decidono, facendo leva sullo smisurato orgoglio nazionale, di inviare all’edizione di Barcellona ’92 quello che ad ogni latitudine del pianeta sarà universalmente riconosciuto come il “Dream Team”.

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Il “Dream Team” Usa ai Giochi di Barcellona ’92 – da:nba.com

Affidata alle sapienti mani di Chuck Daly, coach dei Detrot Pistons, la selezione – che comprende, così tanto per salvare le apparenze, anche un universitario quale Chris Laettner, reduce da due titoli NCAA consecutivi con Duke – si permette di schierare Campioni del calibro di Larry Bird e “Magic” Johnson (i dominatori della NBA per l’intero decennio ’80 …), cui vengono affiancati altri talenti quali John Stockton e Karl Malone, Charles Barkley, Clyde Drexler e David Robinson, nonché tre “reduci” della formazione medaglia d’oro otto anni prima nell’edizione californiana dei Giochi.

E Daly, ben sapendo che, oltre allo spettacolo – comunque assicurato – occorre anche concretezza per non fallire un obiettivo che, se non raggiunto, vedrebbe crollare di fatto il mito del Basket Usa, alle scontate convocazioni di Michael Jordan e Patrick Ewing – non a caso “Rookie of the Year” nei rispettivi anni da matricola nel 1985 ed ’86 – aggiunge anche quella di Chris Mullin, classico uomo da “un nome, una garanzia, che non può creare problemi di incompatibilità con le super star a sua disposizione, ma che, altrettanto, è sicuro mettersi a disposizione della squadra in caso di necessità.

Mai scelta si rivela più azzeccata, visto che, in un “Dream Team” che asfalta tutto quanto gli si presenti davanti – 115,8-70,0 la media punti di scarto nel girone eliminatorio, compreso un 103-70 alla Croazia di Drazen Petrovic, Dino Radja e Toni Kukoc – per poi “regalare” imbarazzanti punteggi a Portorico (115-77) nei Quarti di Finale, alla Lituania di Arvidas Sabonis (addirittura umiliata per 127-76, ma c’era da “regolare il conto” di Seul …) in semifinale ed ancora alla Croazia in Finale, battuta con oltre 30 punti di scarto per 117-85, ecco che il “gregario” Mullin porta diligentemente a termine il compito assegnatogli.

In un “Palau Municipal d’Esports” di Badalona che fa registrare il tutto esaurito ogni volta che i “mostri sacri” americani scendono sul parquet, tutti gli occhi sono puntati su cosa saranno capace di fare i vari Jordan (con il suo fedele partner ai Chicago Bulls, Scottie Pippen …), “Magic”, Barkley, Stockton e Drexler, e passa quasi inosservato colui che vive il Basket come un qualcosa di essenziale, che non spreca mai un pallone, sia per depositarlo in fondo alla retina che per servire un assist vincente ad un proprio compagno, ma a fine Torneo, in una disciplina che fa delle statistiche la propria essenza, ci si accorge che l’oramai 29enne newyorchese ha fatto registrare 12,9 punti – con un apice di 19 contro il Brasile e di 20 nella “distruzione” della Lituania in semifinale – e 3,6 assist di media a partita, superiori agli 11,6 punti e 3,0 assist che avevano contraddistinto le sue prestazioni 8 anni prima a Los Angeles.

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Mullin sul podio di Barcellona tra Scottie Pippen e Michael Jordan – da:pinterest.com

Personaggio schivo, poco incline ad apparire davanti ai riflettori, Mullin festeggia la stagione dei suoi 30 anni con 25,9 punti di media nel ’93 – sua seconda miglior prestazione in carriera – per poi entrare nella fase calante della propria attività agonistica e che, dopo un’altra convincente stagione dei Warriors nel ’94 (50-32) seguita però da un’immediata uscita ai Playoffs, vede Golden State tornare malinconicamente ai livelli precedenti l’arrivo della micidiale guardia.

Desideroso di provare a vincere un titolo, nell’estate ’97 Mullin si trasferisce agli Indiana Pacers sotto la guida del suo idolo giovanile Larry Bird – uno che di tiratori se ne intende – venendogli accordata fiducia tanto da essere inserito, a dispetto dei 34 anni suonati, nel quintetto titolare di tute ed 82 le gare della “regular season”, dallo stesso ripagata con una percentuale del 55,9% al tiro, risultando il terzo miglior marcatore con 11,3 punti di media, dietro al cecchino Reggie Miller ed a Rik Smits, che chiudono a 19,5 e 16,7 rispettivamente.

Tale positiva stagione consente a Pacers di ottenere il terzo miglior record (58-24) della Eastern Conference, ma la strada per il titolo – dopo aver eliminato 3-1 Cleveland al primo turno e 4-1 i New York Knicks di un oramai stanco Pat Ewing nelle Semifinali di Conference – viene bloccata dai Chicago Bulls in cui Michael Jordan manda in scena l’ultima recita della sua straordinaria carriera, al termine di una drammatica serie conclusa sul 4-3 con entrambe le squadre a far rispettare il fattore campo.

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Duello Mullin-Jordan nei Playoffs ’98 tra Indiana e Chicago – da:pinterest.it

Il ritiro dalle competizioni di MJ fornisce a Mullin ed ai Pacers un’ultima opportunità di conquistare l’anello, ma, a dispetto del record di 33-17 nella “stagione dimezzata” a causa dello sciopero dei giocatori, tocca stavolta ai New York Knicks, nonostante il modesto apporto di Ewing – comunque determinante nel successo per 93-90 di gara-1 con 16 punti e 10 rimbalzi – sbarrare ad Indiana la strada della Finale per il titolo, così che Mullin si vede costretto a concludere la propria carriera, con un nostalgico ritorno ai Warriors nel 2001 a 38 anni, senza aver potuto coronare il sogno del titolo NBA.

Non sapremo mai se, per uno come Chris Mullin che ha indubbiamente lasciato il segno nei suoi 16 anni da Professionista, con quasi 18mila punti a referto (media di 18,2 a partita), 4,1 rimbalzi e 3,5 assist all’attivo, sarebbe stato meglio conquistare la Lega rispetto alle medaglie d’oro olimpiche, ma siamo certi che lui non si sia posto il problema.

D’altronde, l’unica cosa che veramente gli interessava era quella di fare appieno il proprio dovere e, su questo punto, crediamo che nessuno abbia qualcosa da obiettare …

 

COPPA KORAC 1995, CON L’ALBA BERLINO L’UNICO TRIONFO EUROPEO DEL BASKET TEDESCO

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L’Alba Berlino festeggia la vittoria in Coppa Korac – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Parlate di calcio, con i tedeschi, seppur quest’anno sia loro andata buca in Russia. Magari tornate ai tempi d’oro di Becker e Steffi Graf, quando il vertice del tennis apparteneva ai teutonici. Potreste anche trattare di motori, Vettel e Mercedes, e trovereste terreno fertile. Ma il basket non è proprio la loro riserva di caccia sportiva preferita.

Nondimeno negli anni Novanta la pallacanestro di là dal Reno conosce un inatteso momento di gloria, con il clamoroso successo agli Europei disputati in casa nel 1993, quando Christian Welp trascina il quintetto guidato da Svetislav Pesic al trionfale 71-70 in finale con la Russia. E due anni dopo, nelle competizioni per club che fino a quel dì hanno sempre bocciato le ben scarse illusioni germaniche, è l’ora di sfatare un tabù. E l’impresa, in Coppa Korac, riesce all’Alba Berlino, sulla cui panchina, casualmente, subito dopo il trionfo continentale nelle kermesse per nazionali, siede proprio Pesic.

Ad onor del vero la squadra berlinese ha storia brevissima, essendo nata solo nel 1991 sulle ceneri del BG Charlottenburg di cui l’Alba ha rilevato i diritti. Ed i primi tre anni sono già promettenti, con la finale in Bundesliga nel 1992 persa 3-0 con il Bayer Leverkusen che poi, con lo stesso risultato, boccia le ambizioni dei ragazzi di Pesic due anni dopo in semifinale. Nel frattempo l’Alba Berlino, nel quadro di una crescita costante, approccia l’Europa, anche se in Coppa Korac sbatte il muso contro gli spagnoli del Elosua Leon nel 1993, per poi fermarsi dodici mesi dopo nella fase a gironi. Ma la stagione 1994/1995 è alle porte e i tedeschi sono pronti al grande salto.

In effetti l’Alba, se da un lato conferma ormai il suo status di sfidante del Bayer Leverkusen in campionato, rinnovando l’appuntamento con la finale così come, ahimé per lei, anche con la sconfitta, altro 3-0 all’atto decisivo, in Europa il cammino è entusiasmante ben oltre le più rosee aspettative e produce un risultato a sensazione. In assenza del Paok Salonicco, vincitore dell’edizione 1994, e che per l’anno in corso è impegnato in Coppa dei Campioni, l’entry list è aperta da un poker di squadre tricolori che puntano a far bottino pieno, ovvero l’Illycaffè Trieste, finalista appunto con gli ellenici seppur con l’ausilio del marchio Stefanel che stavolta è associato a Milano, la Filodoro Bologna che si appresta a vivere il decennio d’oro della sua storia cestistica, e la Birex Verona di Franco Marcelletti. Estudiantes Madrid, Manresa, Caceres e Caja San Fernando Siviglia battono bandiera iberica, l’Aris Salonicco difende le chances della Grecia al pari di Panionios Atene e Peristeri e Dinamo Mosca, Ulker e Pau Orthez hanno blasone ed organico sufficientemente attrezzati per coltivare legittime ambizioni di vittoria finale.

Dopo un turno preliminare che ha operato la prima scrematura delle 95 squadre iscritte al torneo, i primi due turni non riservano sorprese clamorose, con la sola eliminazione dell’Aris Salonicco che cede di misura nella sfida più interessante con la Dinamo Mosca, recuperando solo tre dei cinque punti di passivo accumulati nel match d’andata (99-94 con 38 punti di Tony Ehite e 86-89). Italiane e spagnole avanzano in blocco alla fase a gironi, che impegna sedici squadre, ed accanto alle favorite della vigilia, ecco anche l’Alba Berlino, che dopo aver eliminato gli ungheresi del Zalaegerszegi vincendo facilmente le due sfide in calendario (Alibegovic miglior marcatore con 20 e 16 punti rispettivamente), riserva stessa sorte ai francesi del Digione (Alibegovic 20 punti all’andata e Rodl 29 al ritorno).

L’Alba Berlino si affida alla regia sapiente di Sasa Obradovic, con l’ex-Fortitudo Teoman Alibegovic a bucare le retine supportato da Rodl e Freyer e con Gunther Behnke a raccattare i palloni rifiutati dal canestro. Il cocktail risulta vincente, con il contributo prezioso del nigeriano naturalizzato tedesco Okulaja e dell’altro teutonico con sangue turco nelle vene Ozturk, e con Machowski, Braun, Baeck e Falk a completare la rotazione a disposizione di coach Pesic. Che ci mette del suo, ma proprio tanto del suo, per amalgamare alla perfezione un gruppo di talento ma con poca esperienza internazionale, anche se gli stessi Rodl, Ozturk, Behnke e Baeck facevano parte della Germania campione d’Europa, inserito nel gruppo che comprende Pau Orthez, Estudiantes Madrid e Birex Verona.

L’iniziale, fragorosa sconfitta interna con i francesi, 82-101 con 30 punti di Winslow a vanificare i 25 punti di Alibegovic, sembra non lasciare troppe speranze all’Alba Berlino di proseguire il suo percorso europeo, a cui fa seguito, dopo il successo con Verona 76-66 firmato ancora da 29 punti di Alibegovic, un’altra sconfitta che parrebbe letale, seppur questa di misura, con l’Estudiantes, 65-63 grazie a 24 punti di Michael Smith. Ed invece le tre partite di ritorno rivoluzionano la classifica, con il Pau Orthez che si assicura il primo posto vincendo cinque delle sei partite ma perdendo in casa, 78-80 grazie a 32 punti di Alibegovic e al contributo di Rodl e Baeck con 18 e 17 punti, quella che risulta decisiva per il passaggio del turno della squadra di Pesic, che con il successo il Francia ed un clamoroso 107-80 all’ultimo turno con l’Estudiantes con Baeck top-scorer con 23 punti, in contemporanea alla sconfitta di Verona a Pau (con i giocatori tedeschi, in mancanza di internet, nel cerchio di metacampo ad attendere notizie confortanti via telefono), a sua volta vola ai quarti di finale.

A questo stadio della competizione giungono anche Trieste, che esce per mano del Caceres che rimonta in Spagna, 118-96 con 29 punti di Paraiso, il passivo accusato in Italia, 82-93, Milano che con Pessina, Bodiroga e De Pol sugli scudi liquida facilmente il Panionios, e appunto il Pau Orthez che grazie a 21 punti di Conrad McRae e 18 punti di Didier Gadou ribalta in casa, 88-73, la sconfitta esterna con l’Ulker, 65-72. Dal canto suo l’Alba Berlino, opposta alla Filodoro Bologna, vince di misura al Palazzetto di Charlottenburg gremito nei suoi 3.000 posti per questa prima volta ai quarti di finale, 77-73 con 18 punti di Rodl, reggendo poi l’urto in trasferta ala Paladozza, 80-80 con Djodjevic a 29 punti ben contrastato da Alibegovic con 19 punti, e conquistndo una storica promozione alle semifinali. Dove ad attendere i tedeschi ci sono gli spagnoli del Caceres, con Milano che invece affronta i francesi del Pau Orthez, infine battuti nelle due partite, con Bodiroga assoluto dominatore davanti al pubblico amico del Forum di Assago con 34 punti a confezionare il 90-85 che dischiude al quintetto di Boscia Tanjevic le porte della finale.

Dove, a sorpresa perché è una prima volta per il basket tedesco, c’è proprio l’Alba Berlino, che in casa pennella la gara perfetta imponendosi con un netto 93-70 che porta la firma di Rodl e Alibegovic, entrambi a quota 24 punti, e Obradovic, che ai 23 punti aggiunge anche 11 rimbalzi e 5 assist. Con un margine di vantaggio così ampio alla squadra di Pesic non rimane che contenere al ritorno il prevedibile ma inoffensivo tentativo di rimonta del Caceres, costretto infine a cedere anche davanti al pubblico amico alle prodezze in attacco di Alibegovic, ancora una volta incontenibile e miglior marcatore della serata con 26 punti.

L’appuntamento con la storia per l’Alba è fissato per il 15 marzo, quando i 9.000 appassionati fasciati di giallo-azzurro della Deutschlandhalle di Berlino attendono i loro eroi all’ultima recita. A questa sfida i tedeschi giungono dopo aver imposto lo stop alla Stefanel Milano nel match di andata al Forum di Assago, 87-87, trascinati dalla furia agonistica di uno stratosferico Obradovic che mette a referto 34 punti, consentendo alla sua squadra di ricucire lo strappo che a metà secondo tempo aveva permesso a Bodiroga e Gentile, autori rispettivamente di 17 e 16 punti, di allungare sul +10, 55-45. In Germania la musica è ben diversa, il trionfo europeo del 1993 è troppo vicino per non aver rinforzato nell’animo dei berlinesi il desiderio del bis, e l’Alba non tradisce. Milano ha Fucka, in non buone condizioni fisiche, relegato in panchina e verrà impiegato infine per 22 minuti (e 6 punti), nondimeno la squadra di Tanjevic vende cara la pelle grazie alla classe di Nando Gentile che spara con precisione da tre punti e al contributo di Sconochini, che costruiscono un vantaggio di cinque punti, 45-40, per il 48-47 all’intervallo che la dice lunga sull’equilibrio del match. E sulla serata di grazia di Alibegovic, già a quota 24 punti a metà gara. Nel secondo tempo la Stefanel tenta un nuovo allungo sul 54-49 ma un parziale di 12-2, complice l’uscita per raggiunto limite di falli di Pessina, spezza la partita in due a favore dell’Alba Berlino. De Pol è un gigante con 16 punti e 10 rimbalzi ma può solo limitare i danni di Milano, che pur rimanendo in partita fino al suono della sirena, cede progressivamente campo ad Alibegovic, che chiude con 34 punti e 11 rimbalzi, e a Rodl, a sua volta autore di 16 punti.

Finisce 85-79 per l’Alba Berlino, ed ora sì, a pieno titolo e a squarciagola, può urlare all’Europa che in Germania, oltre al calcio, si gioca bene anche a pallacanestro.