DINO RADJA, II GIGANTE CROATO CHE EBBE SUCCESSO CON I BOSTON CELTICS

dino
Dino Radja con la maglia dei Boston Celtics – da clutchpoints.com

articolo di Nicola Pucci

Oggi che anche il pianeta d’oro dell’NBA porta evidenti segni europei nel nome di una globalizzazione senza freni, si dimentica che non molto tempo addietro per un giocatore del Vecchio Continente trovare spazio, ed ancor più avere successo, nella lega cestistica più famosa del mondo era impresa pressoché vietata. Con qualche eccezione.

A fine anni Ottanta, infatti, proprio due campioni di quell’allora fucina inesauribile di talenti che era la Jugoslavia, presero maglietta e scarpine ed azzardarono l’esperienza americana, l’uno, il “Mozart dei canetsriDrazen Petrovic, giocando a Portland e a New Jersey, l’altro, Vlade Divac, mettendo la sua stazza monumentale al servizio dei Los Angeles Lakers, Charlotte e Sacramento.

Erano gli anni in cui il basket balcanico, mettendo assieme serbi, croati, sloveni, montenegrini e macedoni, dominava in lungo e in largo le principali manifestazioni internazionali, Olimpiadi e Mondiali compresi, e le franchigie dell’NBA, non certo insensibili al talento anche di giocatori che non fossero di matrice autarchica, iniziavano a volgere lo sguardo verso l’Europa. E se Petrovic e Divac, a dispetto delle logiche difficoltà iniziali, aprirono la strada, a ruota seguirono altri campioni di indubbia classe provenienti proprio dall’ex-Jugoslavia, ormai avviata a quel processo di dissoluzione che non solo ne chiuse il ciclo sportivo, ma anche ne segnò il futuro geopolitico.

Dino Radja, centrone di 212 centimetri nato a Spalato il 24 aprile 1967, appartiene appunto a quella generazione di fenomeni che fece la fortuna del basket jugoslavo prima, croato poi, entrando appena 18enne nel rooster della Jugosplastika Spalato, formazione che domina al punto da conquistare due edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, nel 1989 e nel 1990. Radja è giovane ma già tanto determinante da formare con Toni Kukoc, classe 1968, altro strepitoso talento che avrà fortuna in NBA addirittura con i Chicago Bulls di sua maestà Michael Jordan, una coppia devastante, e se Radja nel 1989 trascina la Jugoplastika, pur essendo la squadra più giovane tra le quattro qualificate alla Final Four di Monaco di Baviera, alla vittoria continentale contribuendo con 18 punti alla vittoria in semifinale con il Barcellona, 87-77, e con 24 punti al successo risolutivo in finale con il Maccabi Tel Aviv, 75-69, meritandosi la nomina a MVP delle finali, l’anno dopo egual sorte tocca proprio a Kukoc, per una seconda vittoria consecutiva nella principale rassegna europea colta a spese dello stesso Barcellona, 72-67.

Proprio le prodezze in Coppa dei Campioni nel 1989 valgono a Radja la chiamata, prestigiosissima, al Draft con il numero 40 dei Boston Celtics, che si stanno preparando a sostituire la generazione dei Bird, McHale e Parish che hanno fatto la fortuna della franchigia lungo tutti gli anni Ottanta. Dino opta per rimanere in Europa, e se nel 1990, oltre al bis in Coppa dei Campioni, mette in bacheca la Coppa di Jugoslavia ed un terzo titolo nazionale consecutivo, altresì viene attratto dall’allettante offerta del Gruppo Ferruzzi, che ha appena rilevato la Virtus Roma con l’ambizioso progetto di vincere, in Italia e in Europa.

Radja rimane tre anni nella capitale, confermandosi giocatore di valore assoluto e conquistando nel 1992 la Coppa Korac, segnando 51 punti complessivi nella doppia finale con la Scavolini Pesaro, che impone il pareggio a Roma, 94-94, per poi venir travolta davanti al pubblico amico, 99-86, con il gigante croato che oltre a farsi trovare pronto in attacco, cattura anche 11 rimbalzi di importanza fondamentale.

E se con la Jugoslavia, dopo il successo agli Europei casalinghi di Zagabria del 1989 battendo in finale la Grecia, 98-77, aggiunge nel 1991, 88-73 contro l’Italia proprio nella sfida decisiva di Roma, anche l’ultimo trionfo di una squadra esplosa nel 1987 con la vittoria ai Mondiali juniores di Bormio quando gli slavi sconfissero gli Stati Uniti guidati in panchina da Larry Brown e trascinati in campo da Gary Payton, 86-76, e tutto il mondo del basket si accorse di quanto fulgido talento ci fosse nella mani di fuoriclasse in divenire come, appunto, Radja, Kukoc e Divac, ecco che per Dino, già ricco di titoli, è tempo di puntare ancora più in alto.

La guerra ormai sta per spezzare per sempre il sogno unitario del maresciallo Tito, e così Radja, dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 sotto la bandiera della Croazia che si arrende solo al Dream Team di Jordan, Bird e Magic Johnson, nel settembre 1993, ormai 26enne e nel pieno della maturità fisica e tecnica, decide di compiere il grande salto, andando infine ad illustrare la sua classe in casa dei Boston Celtics.

E proprio lì, nella città in cui l’NBA trova la sua culla più accogliente, il gigante croato ha modo di vincere la sua scommessa, meritandosi già per la prima stagione, 1993/1994, sotto l’occhio attento di Robert Parish che lo prende sotto la sua ala protettrice, l’elezione nel secondo quintetto dei rookie dell’anno, grazie a 15,1 punti e 7,2 rimbalzi di media a partite.

Certo, i numeri non dicono tutto sui miglioramenti di Radja, che ha fisico imponente e mani dolcissime dalla media distanza, ma nei due anni successivi trascorsi con i “verdi” vede le sue statistiche innalzarlo al rango di stella della squadra, tanto che nella stagione 1995/1996 arriverà addirittura a segnare 19,7 punti e catturare 9,8 rimbalzi a sera. Che per un giocatore europeo sono cifre che solo lo sfortunato Drazen Petrovic, nel frattempo deceduto in un incidente stradale il 7 giugno 1993, ha saputo iscrivere a referto.

In verità il 1996 è l’anno del canto del cigno per Dino Radja, che per la quarta stagione con la maglia dei Boston Celtics passa più tempo in infermeria che sul parquet e a fine stagione, sfumato lo scambio di mercato che avrebbe dovuto portare il croato a Filadelfia al posto di Clarence Weatherspoon, decide di chiudere la sua avventura in NBA e tornare, alle soglie dei 30 anni, a dar sfoggio di classe nella cara, vecchia Europa.

Vincerà ancora, Radja, e continuerà a deliziare il pubblico dei palazzetti di tutta Europa, ma se forse il meglio della sua carriera ormai appartiene al passato, può pure bastare: quel gigante che partì da Spalato ha vinto la sua scommessa e nel pianeta dei giganti, quello dell’NBA, pure lui si è dimostrato di esser tale. Appunto.

Annunci

IL RITORNO DEI DETROIT PISTONS AI VERTICI DELLA NBA

detroit-pistons-2004-champs-1024x576
I Detroit Pistons festeggiano il titolo NBA 2004 – da:nbafutures.com

Articolo di Giovanni Manenti

La Storia della NBA – il Campionato Professionistico di Basket Usa – è caratterizzata da periodi più o meno lunghi di predominio di singole franchigie, di cui il più impressionante è costituito dalla “Boston Dinasty” dei Celtics che, sotto la guida di Red Auerbach, si aggiudicano 11 titoli in 13 stagioni dal 1957 al 1969 …

Successivamente, ecco apparire ai vertici i Los Angeles Lakers dello “Showtime” di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar (5 titoli in 9 stagioni negli anni ’80), i Chicago Bulls di Michael Jordan, che si aggiudicano sei anelli in otto stagioni tra il 1991 ed il 1998 per poi, ad inizio del nuovo secolo, tornare a brillare la stella dei Lakers, stavolta guidata dal duo Shaquille O’Neal/Kobe Bryant.

A cercare di interrompere queste serie vincenti riescono i Boston Celtics negli anni ’80 – quelli delle celebri sfide Larry Bird(Magic Johnson – con tre titoli, al pari degli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che, approfittando del temporaneo ritiro di Jordan, si inseriscono nel biennio 1994-’95 tra i due “threepeat” dei Chicago Bulls, ma soprattutto salgono alla ribalta, a fine anni ’80 i “Bad Boys” dei Detroit Pistons, sotto la guida del leggendario tecnico Chuck Daly …

I Pistons – grazie ad un quintetto base formato da Isiah Thomas, Joe Dumars, Bill Laimbeer, Dennis Rodman e Vinnie Johnson – riescono, dopo aver costretto i Lakers a gara-7 per aggiudicarsi il titolo 1988, ad impedire il tris consecutivo di anelli per la formazione allenata da Pat Riley, infliggendo loro una pesante umiliazione (4-0 nelle Finali Playoff ’89, per poi confermarsi Campioni l’anno seguente a spese dei Portland Trail Blazers.

Dopo aver raggiunto la Finale della “Eastern Conference” anche nel 1991 – “spazzati via” con un eloquente 0-4 per l’inizio della dinastia dei Chicago Bulls di sua Maestà Michael Jordan – inizia per i Pistons un periodo di “vacche magre”, riuscendo nel successivo decennio a raggiungere solo in 5 occasioni i Playoff, solo per essere sempre eliminati al primo turno.

Ed ecco che al fine di invertire questa tendenza negativa, Bill Davidson, il proprietario dei Pistons, decide di affidare la Presidenza della franchigia ad una stella del “Periodo d’Oro” di Chuck Daly, vale a dire Joe Dumars, ad un anno dal suo ritiro come giocatore

Compito indubbiamente non facile, ma che Dumars assolve con lo stesso impegno e professionalità di quando deliziava i tifosi di Detroit con indosso la maglia n.4 dei Pistons, trovandosi subito ad affrontare lo spinoso caso di Grant Hill, l’unico vero talento in organico, che intende lasciare la squadra per accasarsi agli Orlando Magic, riuscendo ad ottenere in contropartita il 26enne Ben Wallace, un centro di m.2,06 ed il playmaker Chucky Atkins.

Come suole dirsi, ad Hill “mal gliene colse”, perché in quattro anni ad Orlando riesce a mettere insieme la miseria di 47 incontri a causa di un serio infortunio alla caviglia, nel mentre Wallace ed Atkins si integrano bene nel gioco dei Pistons, anche se la prima stagione con Dumars alla Presidenza si conclude con un record negativo di 32-50 e conseguente mancata qualificazione ai Playoff …

Dumars ha però individuato nel tecnico George Irvine il principale responsabile, che nell’estate 2001 viene sostituito da Rick Carlisle, vice allenatore di Indiana, grazie al quale i Pistons ribaltano il rendimento, concludendo la “regular season” 2002 con il record di 50-32 che li porta ad aggiudicarsi il titolo della Central Division con il secondo miglior rendimento della Eastern Division, nonché a tornare a superare un turno dei Playoff ad oltre un decennio di distanza, pur dovendosi arrendersi 1-4 di fronte ai Boston Celtics nelle semifinali di Conference.

Ma, intanto, la base è costruita, e Dumars è bravo ad aggiudicarsi in estate le prestazioni del “free agent” Chauncey Billups, a fine contratto con Minnesota, al quale aggiunge la guardia Richard Hamilton per irrobustire il parco tiratori, nonché l’ala piccola Tayshaun Prince scelta al Draft e proveniente da Kentucky …

Con tali innesti, i Pistons confermano il record (50-32) della stagione precedente, che però stavolta risulta il migliore dell’intera “Eastern Conference” – con Hamilton a contribuire con 19,7 punti, Billups con 3,9 assist e Ben Wallace con 15,4 (!!) rimbalzi di media a partita – il che consente alla formazione di Carlisle di raggiungere la Finale di Conference a 12 anni di distanza dalla sfida del 1991 contro Chicago …

Ed anche se l’esito è identico (0-4) contro i New Jersey Nets guidati da Jason Kidd, il futuro è diametralmente opposto, in quanto se la sconfitta contro Jordan aveva determinato l’inizio della fase calante, questa consente di vivere un successivo biennio ai vertici della NBA.

La “Post Season” 2003 è caratterizzata da due decisioni contrapposte della Dirigenza di Detroit, con la prima quanto mai sciagurata visto che al Draft del 26 giugno svoltosi al “Madison Square Garden” di New York – uno dei più ricchi nella Storia della Lega Professionistica Americana – pur avendo la seconda scelta assoluta, i Pistons, dopo che Cleveland non ha fallito il colpo aggiudicandosi le prestazioni di un “certoLeBron James, puntano le proprie fiches sul giovanissimo 18enne serbo Darko Milicic, quando ancora sono disponibili successive Star del calibro di Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwayne Wade che, per quanto ovvio, vengono scelte nell’ordine immediatamente seguente …

Ciò che di errato commette al Draft, Dumars lo rimedia sul mercato, riuscendo con un’abile mossa a portare a Detroit a metà febbraio 2004 l’ala centro Rasheed Wallace appena ceduto da Portland ad Atlanta – disputando con gli Hawks una sola partita – così da costituire con l’omonimo Ben una coppia di torri a presidio del canestro non indifferente.

Ma la mossa vincente avviene con il cambio in panchina, nonostante i buoni risultati ottenuti da Carlisle nel biennio alla guida dei Pistons, dato che lo stesso era attirato dalla possibilità di tornare ad allenare, stavolta come “Head Coach”, gli Indiana Pacers, cosa che difatti avviene, ed al suo posto Dumars opera una scommessa vincente, affidando l’incarico all’esperto 63enne Larry Brown fresco di inserimento nella gloriosa “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”.

Con i due innesti (in campo ed in panchina) i Pistons realizzano in “Regular Season” un record di 54-28 (17-5 con Rasheed Wallace in campo …) che non si registrava dal 1997, ma il miglioramento di altre formazioni – prima fra tutte proprio Indiana, che con Carlisle in panchina domina l’intera Lega concludendo con 61 vittorie e sole 21 sconfitte – li relega al terzo posto della “Eastern Conference”, dietro anche ai New Jersey Nets per il solo fatto che questi ultimi si sono aggiudicati il titolo della Atlantic Division …

Dopo una facile affermazione (4-1 con Hamilton e Billups a far registrare 20,2 e 18,2 punti a partita di media, ed i due Wallace a dominare a rimbalzo con un’incredibile quota complessiva di 24,0 a partita …), ai Pistons si offre l’occasione di vendicare lo 0-4 dell’anno precedente affrontando i New Jersey Nets nella semifinale di Conference.

Senza alcun dubbio la sfida contro Jason Kidd si rivela la chiave nella corsa verso il titolo, poiché Detroit che, al pari dell’epoca dei “Bad Boys”, fa della difesa e della fisicità il suo punto di forza, dopo aver costretto gli avversari a percentuali di tiro ridicole nei primi due incontri in Michigan – addirittura 78-56 (!!) in gara-1 e 95-80 in gara-2 – si vedono ripagare con la stessa moneta (64-82 e 79-94) nelle due successive sfide in New Jersey …

Con gara-5, pertanto, ad assumere una valenza fondamentale per l’esito della serie, la stessa si rivela, al contrario, quanto mai equilibrata ed emozionante, con le due squadre a concludere i 48’ regolamentari sull’88 pari, una situazione di stallo che prosegue anche dopo i primi due tempi supplementari (111-111), prima che siano i Nets, trascinati da Richard Jefferson autore di 31 punti, ad avere infine la meglio (127-120) rispetto ai Pistons penalizzati da una serata di scarsa vena di Hamilton, nonostante la prova monumentale (31 punti, 10 rimbalzi ed 8 assist) di Billups …

Ad un soffio dall’eliminazione, Detroit non può che tornare ad affidarsi alla propria difesa, che in gara-6 alla “Continental Airlines Arena” riduce l’attacco dei Nets a soli 36 punti nei primi due quarti (20 i rimbalzi totali di Ben Wallace …), andando all’intervallo lungo avanti di 14, per poi contenere il tentativo di rimonta e concludere sull’81-75 che rimanda l’esito della serie a gara-7 …

Sfida decisiva che conferma la forza difensiva dei Pistons – 14, 17, 19 e 19 i punti dei Nets per singolo parziale, con Kidd ridotto ad un umiliante 0 su 8 al tiro – che mettono in ghiaccio (43-31) la gara già all’intervallo, per poi concludere sul 90-69 che li conduce alla più delicata delle serie.

A cercare di impedire a Detroit di tornare a disputare una Finale NBA a distanza di 14 anni sono, difatti, proprio gli Indiana Pacers del loro ex coach Rick Carlisle, una “sfida nella sfida” che serve ad accendere ancor più gli animi, con oltretutto lo svantaggio del fattore campo …

Una serie caratterizzata da una statistica che non ha eguali nella Storia della NBA, vale a dire che nessuna delle due squadre riesce mai a toccare “quota 100 punti”, a dimostrazione delle capacità in panchina dei due tecnici nell’applicazione della fase difensiva, e che vede un perfetto equilibrio dopo gara-4 (2-2, con successi per 78-74 ed 83-68 di Indiana e per 72-67 ed 85-78 per Detroit), per poi vivere la svolta in gara-5 disputata il 30 maggio 2004 al “Conseco Fieldhouse” di Indianapolis …

Quella sera ad emergere è Hamilton, autore di ben 33 punti (più della metà del bottino complessivo dei Pacers …), mentre i 12 ribalzi di Ben e gli 8 di Rasheed Wallace spengono le velleità di Indiana limitata a soli 65 punti contro gli 83 dei Pistons che così di portano sul 3-2 con la speranza di concludere la serie due giorni dopo sul parquet amico …

Gara-6 rappresenta il capolavoro di Larry Brown, che infonde tranquillità e sicurezza ai suoi ragazzi dopo un inizio shock che li vede andare sotto 11-23 al termine del primo quarto, per poi rimontare senza farsi prendere dall’ansia (27-33 all’intervallo lungo, 46-50 a fine terzo parziale) e quindi assestare il colpo del ko nel quarto parziale (chiuso sul 23-15) per il definitivo 69-65 in cui spiccano i 27 (!!) rimbalzi totali dei due Wallace, che certifica il ritorno in Finale per Detroit.

Quasi in un remake hollywoodiano, avversari – come nel caso della Finale 1989 che aveva sancito il primo titolo nella Storia dei Pistons – sono i Los Angeles Lakers, altrettanto temibili come allora, visto che avevano realizzato tra il 2000 ed il 2002 quel “threepeat” sfuggito loro a fine anni ’80 e che, in luogo di Kareem, Magic e James Worthy, possono ora contare su Campioni del calibro di Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Gary Payton …

Con una serie finale strutturata sul 2-3-2 per ciò che riguarda il fattore campo, Detroit lo volge subito a proprio favore andando ad espugnare lo “Staples Center” 87-75 in gara-1 (22 punti di Billups), per poi giocarsi le proprie carte in Michigan, dopo che la “Premiata Ditta” Bryant/O’Neill (33 punti il primo, 29 il secondo) aveva riportato la serie in parità grazie al 99-91 di gara-2 …

Il problema principale per Larry Brown è sin troppo ovvio, vale a dire limitare il più possibile Bryant al tiro ed O’Neal a rimbalzo, più facile a dirsi che a farsi, ma quel che avviene in gara-3 ha del sensazionale, con l’asfissiante difesa di Detroit a ridurre Bryant ad un miserevole 4 su 13 (e o su 4 da tre punti), nel mentre i due Wallace catturano 21 rimbalzi contro i soli 8 di Shaq per un entusiasmante 88-68 in cui Hamilton mette la propria firma con i suoi 31 punti a referto …

L’esito di gara-3 ha un effetto esaltante per i ragazzi di Larry Brown, che riescono a domare la sete di riscatto di uno straordinario combattente quale O’Neal, che in gara-4 mette a segno 36 punti (16 su 21 al tiro, ma con il consueto imbarazzante 4 su 11 dalla lunetta …) e cattura 20 rimbalzi, ma è la maggiore compattezza di squadra dei Pistons a fare la differenza, con 26 punti e 13 rimbalzi di Rasheed, 23 punti di Billups e 13 rimbalzi di Ben Wallace, per l’88-80 conclusivo che porta Detroit ad un passo dal titolo …

Con la necessità di evitare il ritorno in California sul 3-2 a proprio favore, Brown cambia strategia ed i Pistons mandano in scena la loro gara più offensiva dei Playoff, tornando a toccare “quota 100” dopo 14 incontri disputati con New Jersey (il 127-120 di gara-5 è frutto di tre supplementari …), Indiana e Los Angeles, archiviando di fatto la sfida già al termine del terzo parziale, chiuso sull’82-59 prima di far festa coi propri tifosi con il 100-87 passato agli archivi, frutto di una fantastica prova di squadra, con tutto il quintetto base in doppia cifra e nonostante un Rasheed Wallace penalizzato dai falli.

Successo accompagnato dall’assegnazione a Chauncey Billups del riconoscimento come MVP dei Playoff, al fine di una stagione unica anche per il proprietario Bill Davidson, in quanto al titolo NBA aggiunge anche quello della NHL, con i Tampa Bay Lightning ad aggiudicarsi la Stanley Cup, sinora unico ad ottenere un tale risultato nella Storia dello Sport Professionistico Usa.

Se vincere non è mai facile, confermarsi è molto più difficile, con i Pistons a dare fiducia al quintetto base ed inserendo nel roster Antonio McDyess proveniente da Phoenix, scelte che pagano portando Detroit ad aggiudicarsi la Central Division – per la prima volta le due Conference vedono allargate da due a tre le rispettive Division – con un record di 54-28 e quindi apprestarsi a difendere con le unghie e coi denti il titolo appena conquistato.

Dopo un facile esordio contro Philadelphia (4-1) ed aver replicato contro Indiana il 4-2 dell’anno precedente, la sfida per il titolo della Esatern Conference vede i Pistons a dover affrontare i Miami Heat di Coach Stan Van Gundy, ritrovandosi di fronte Shaquille O’Neal, oltre alla stella Dwyane Wade …

Serie che, con Miami a godere del vantaggio del fattore campo e trovatasi in vantaggio 2-1 e 3-2, si decide negli ultimi due incontri, con dapprima Larry Brown a fare nuovamente affidamento alla sua super difesa nel contenere gli Heat a soli 66 punti in gara-6 (vinta a quota 91) e quindi riuscire ad espugnare la “American Airlanes Arena” in Florida rimontando nell’ultimo quarto da una situazione di 68-74 a 6’30” dalla sirena, grazie ad un parziale di 20-8 per l’88-82 conclusivo che proietta nuovamente i Pistons alla quinta Finale NBA della loro Storia …

Avversari i San Antonio Spurs guidati dal “guru” Gregg Popovich in panchina e, soprattutto, dal “Trio delle Meraviglie” formato da Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker in campo, favoriti sia dal vantaggio del fattore campo che dall’aver già conquistato due titoli nel 1999 e 2003, con la curiosa particolarità di imporsi negli anni dispari …

Una legge che confermano anche stavolta, ma non senza aver dovuto prima “sputare sangue” contro gli indomiti Pistons che, dopo essere stati nettamente sconfitti in Texas (69-84 e 76-97), riequilibrano le sorti della serie con gli altrettanto netti successi per 96-79 in gara-3 e 102.71 in gara-4 sul parquet amico …

Con la solita distribuzione 2-3-2 quanto ai turni casalinghi, gara-5 ancora in Michigan diviene uno snodo cruciale per l’esito della sfida e la stessa risulta la più equilibrata tra quelle sinora disputate, come conferma l’andamento del punteggio (42-42 all’intervallo lungo, 63-64 alla fine del terzo parziale …) per poi doversi ricorrere al supplementare dopo che a 33” dalla sirena Tim Duncan realizza il tiro libero dell’89-89 …

Supplementare che inizia bene per Detroit che si porta sul 93-89 e 95-91 prima che tocchi a Robert Horry ergersi a protagonista, riducendo lo scarto a due punti con una schiacciata e quindi mettendo a segno uno dei suoi micidiali tiri dalla lunga distanza a 6” dalla sirena per il 96-95 definitivo …

Ma se in Texas sono convinti di far festa il 21 giugno 2005 in occasione di gara-6, si sbagliano di grosso, non avendo fatto i conti con lo smisurato orgoglio dei Pistons, che allungano la serie con una spettacolare ripresa che, grazie ai 23 punti di Hamilton ed ai 21 di Billups, fissa il risultato sul 95-86 e manda Popovich a rimuginare su come riuscire a trovare il bandolo della matassa …

Per l’esperto allenatore dell’Indiana la soluzione è abbastanza facile, ovvero limitare Hamilton al tiro, cosa che riesce a perfezione costringendolo ad un misero 6 su 18, nel mentre in casa propria troneggiano Duncan – eletto MVP dei Playoff – con 25 punti, 11 rimbalzi e 2 stoppate e l’argentino Ginobili, che mette anch’egli 25 punti a referto, con in più il sempre valido contributo del “sesto uomo” Horry, 15 punti per lui con 2 su 4 dalla lunga distanza …

Detroit che, comunque, cede con l’onore delle armi, visto che all’inizio dell’ultimo quarto il punteggio è ancora in perfetta parità (57-57), prima di arrendersi nel Finale per il definitivo 81-74 che consegna a San Antonio il terzo titolo della sua Storia, raggiungendo proprio Detroit in questa speciale Classifica.

Con l’abbandono di Larry Brown e l’arrivo in panchina di Philip Saunders, i Pistons continuano ad essere una delle squadre leader nel Panorama della NBA, raggiungendo nel successivo triennio altrettante Finali di Conference (per un totale di 7 consecutive che rappresenta un record per la franchigia …) pur venendo sempre sconfitti 2-4 nelle serie da Miami, Cleveland e Boston rispettivamente, per poi tornare nell’anonimato degli anni ’90 con sole tre qualificazioni ai Playoff nel corso degli ultimi 12 anni …

Chissà, se in questa alternanza di decennio buono e decennio cattivo, il prossimo che sta per iniziare torni ad essere quello favorevole …

 

LA PRIMA COPPA DEI CAMPIONI JUGOSLAVA TARGATA BOSNA SARAJEVO 1979

MD_20141022_FOTOS_D_54418171696-652x492@MundoDeportivo-Web
Mirza Delibasic in azione contro il Badalona – da mundodeportivo.com

articolo di Nicola Pucci

Il basket dell’ex-Jugoslavia ha modellato pagine leggendarie di palla a spicchi, forgiando campionissimi a piene mani, regalando imprese memorabili ed iscrivendo negli albi d’oro più prestigiosi squadre formidabili. La vecchia Coppa dei Campioni, ad esempio, che oggi porta con sè il nome di Eurolega, e che proprio quaranta anni fa, nel 1979, conobbe il primo successo di matrice balcanica, grazie al Bosna Sarajevo guidato dall’immenso Bogdan Tanjevic.

Tocca fare un passo indietro, prima di ricordare quell’annata magica. Il Bosna nasce nel 1951 come società di pallacanestro dell’Università di Sarajevo, e se nei primissimi anni di vita il palcoscenico in cui compete è quello locale, la vittoria nella lega della città di Sarajevo nel 1955 promuove la squadra al campionato della Bosnia, dove prova per i successivi 17 anni a conquistarsi l’ulteriore promozione alla lega nazionale jugoslava. Cosa che infine avviene il 28 aprile 1972, battendo in finale lo Zeljeznicar Sarajevo. Proprio Tanjevic è l’architetto di una formazione competitiva che si avvale di giocatori del calibro di Svetislav Pesic e Zarko Varajic, a cui si aggiunge, proprio nel 1972, Mirza Delibasic, che diventerà il faro della squadra, nonché uno dei giocatori jugoslavi di basket più forti di sempre.

Gli anni che seguono la promozione nel massimo campionato nazionale jugoslavo sono segnati da una crescita costante che vede il Bosna giungere secondo nel 1977 alle spalle della Jugosplastika Spalato, per poi l’anno dopo, con l’innesto anche di quel Ratko Radovanovic che giocherà anche in Italia a Venezia, conquistare il primo titolo grazie a 23 vittorie in 26 partite, precedendo stavolta il Partizan Belgrado della coppia Kicanovic/Dalipagic, con lo stesso Delibasic miglior cannoniere della squadra con 26,7 punti di media a partita. Al Bosna non sfugge neppure la Coppa Nazionale, e se in Coppa Korac comincia a far la corte ad un primo successo internazionale cedendo solo in finale, guarda che coincidenza, proprio al Partizan nella finale di Banja Luka, 117-110 con 48 punti di Dalipagic, ecco che per l’anno successivo i ragazzi di Tanjevic hanno in serbo il colpaccio. E fanno saltare il banco nella principale manifestazione continentale.

La Coppa dei Campioni 1978/1979 ha due grandi favorite nel Real Madrid campione in carica, e nell’Emerson Varese, che domina la scena da un decennio se è vero che dal 1970 al 1976 ha colto ben cinque successi. Il Maccabi Tel Aviv, vincitore nel 1977, veste i panni del terzo incomodo, ed il Bosna, rappresentate di un basket in continua evoluzione, è pronto a dir la sua.

Si comincia il 2 novembre con una prima fase che raggruppa le 22 partecipanti in 6 gironi, con il Bosna che fa bottino quasi pieno vincendo cinque delle prime sei partite, liquidando facilmente i ciprioti dell’Ael Limassol e gli albanesi del Partizani Tirana, per perdere solo la sfida di Brno con il Zbrojovka, 90-89 a dispetto dei 26 punti di Radovanovic, battuto poi al “Sportska Dvorana Skenderija“, un impianto che può ospitare 6.500 sostenitori che rigurgitano passione nazionale, 105-97 con Delibasic e lo stesso Radovanovic che assieme ne mettono 49. Nel frattempo Real Madrid, Varese e Maccabi hanno vita facile, così come l’Olympiakos Atene e lo Joventus Badalona vincono i rispettivi gironi, ed allora saranno queste sei squadre, le più attese alla vigilia del torneo, a giocarsi il titolo europeo.

Il 10 gennaio 1979 la prima sfida, proprio davanti al pubblico amico, vede il Bosna fronteggiare i campioni in carica del Real Madrid, per un match tanto infuocato ed avvincente da dover richiedere la coda dei tempi supplementari, con gli slavi infine vincitori, 114-109 con 33 punti di Delibasic a bilanciare i 35 punti di Wayne Brabender, che certificano come il Bosna non sia affatto formazione da dover prendere sotto gamba.

In effetti Badalona ed Olympiakos, fin da subito, si confermano le due formazioni meno competitive del girone che promuoverà alla finalissima di Grenoble del 5 aprile le prime due classificate, ma possono agire da ago della bilancia battendo l’una o l’altra favorita, come accade con gli spagnoli che già al debutto, trascinati da Zoran Slavnic, sorprendono Varese. Ma la squadra di Dodo Rusconi ha classe, esperienza e campionissimi tali da esser la più forte del lotto, tanto da infilare una serie di sette vittorie nelle successive nove partite, compresa l’ultima e decisiva proprio in casa del Real Madrid, in una sorta di spareggio che altro non è che la rivincita della finale dell’anno prima. E in Spagna l’Emerson, priva di Meneghin infortunato, compie l’exploit che vale la finale, imponendosi di misura, 83-82 con 27 punti di un incontenibile Bob Morse e 16 di Charlie Yelverton, scavalcando in classifica i rivali e posizionandosi in testa alla classifica.

E chi arriva secondo, in modo da staccare a sua volta il biglietto per la finalissima? Ovviamente il Bosna di quel genio di Tanjevic, che vince tutte le gare casalinghe, 85-84 con il Badalona grazie a 29 punti di Radovanovic, 72-69 con l’Olympiakos con 24 punti di Delibasic, 101-87 con il Maccabi grazie all’eccezionale serata di Varajic che firma 41 punti, e 104-85 con la stessa Varese sommersa dai 38 punti di Delibasic, perde fuori casa con Maccabi, Varese e Real Madrid, ma va a prendersi due successi fondamentali nei due ultimi viaggi all’estero, 98-94 contro il Badalona grazie al solito Delibasic da 41 punti, e 88-83 al “Pireo” dove il trio Delibasic/Varajic/Radovanovic ne mette rispettivamente 27, 23 e 21, per regalare ai suoi appassionati l’illusione di un sogno chiamato Coppa dei Campioni.

Il 5 aprile 1979 è una data destinata ad entrare nella storia del Bosna Sarajevo. Il Palais des Sports di Grenoble è gremito nei suoi 12.000 posti e gli slavi, sull’onda dell’entusiasmo prodotto da un cammino non certo atteso, sono pronti a dar battaglia al totem del basket europeo, l’Emerson Varese. Meneghin è in precarie condizioni di forma e si siede in panchina, ma Yelverton e Morse ci sono e fanno paura, ben assistiti dal fosforo in regia di Maurizio Gualco. Ma è la serata di Zarko Varajic e Mirza Delibasic, che bucano la retina da ogni posizione, con il primo a firmare infine ben 45 punti (!!!) frutto di un 14/22 nel tiro da due e 17/21 ai tiri liberi, ed il secondo che lo assiste degnamente con 30 punti, a sua volta mettendo a referto una percentuale di 14/23 al tiro. Radovanovic stavolta è meno performante, segnando solo 10 punti, ma assieme a Bosiocic e Benacek lavora sporco in difesa, contenendo Morse (30 punti), Yelverton (27 punti) ed Ossola, che termina con zero punti all’attivo.

La contesa, al di là delle prestazioni individuali, è serrata e lottata punto a punto, con il Bosna che prende un massimo vantaggio di otto punti, 16-8 al quarto minuto, per poi vedersi rimontare e superare da Varese, che cambia Ossola con Colombo ed al sedicesimo minuto mette la testa avanti, 36-31. Varajic e Delibasic, però, non sbagliano un tiro e all’intervallo il 45-43 a favore degli slavi testimonia il grande equilibrio sul parquet ed annuncia un secondo tempo avvincente.

In effetti le due avversarie rimangono l’una incollata all’altra, con Rusconi che si vede costretto dall’uscita per falli di Enzo Carraria a gettare nella mischia Meneghin che seppur zoppicante segna 10 punti. Non basta, a tre minuti dalla fine il Bosna allunga sul 90-77 grazie alla serata eccezionale di Varajic e seppur Varese riesca nel finale a ricucire in parte lo strappo passando dalla zona due-tre ad una marcatura ad uomo, lo score a referto, 96-93, manda il Bosna Sarajevo diritto sul tetto d’Europa. Dove, per la prima volta nella storia, sventola la bandiera jugoslava.

YAO MING, LA STELLA CINESE CHE SFIDO’ I GRANDI DELLA NBA AMERICANA

i
Yao Ming con gli Houston Rockets – da:espn.com

Articolo di Giovanni Manenti

Ad Houston sembrano lontane anni luce le stagioni 1994 e ’95 in cui, complice anche il temporaneo ritiro dalla scena di Michael Jordan, i Rockets di Hakeem Olajuwon si aggiudicano i loro due unici titoli della NBA, per poi sparire progressivamente di scena e fallire, con l’inizio del nuovo millennio, addirittura la qualificazione ai Playoffs, facendo registrare, al termine della “Regular season” 2002, un record di 28-54 che li riporta indietro per un peggiore risultato a 20 anni prima, nel 1983 …

Ecco che, al momento in cui Houston si aggiudica tramite sorteggio il diritto di prima scelta rispetto ai Chicago Bulls ed ai Golden State Warriors per il Draft che ha luogo il 26 giugno 2002 al “Madison Square Garden” di New York, vi è una certa curiosità su quale giocatore andrà per primo a rinforzare la traballante barca guidata oramai da 11 stagioni dal Coach Rudy Tomjanovich …

Curiosità che si trasforma in sorpresa allorché il prescelto – primo caso nella Storia del Draft NBA di un giocatore proveniente da Federazione straniera – altri non è che il “Gigante” cinese Yao Ming, sul cui futuro da protagonista nel Basket Professionistico Usa non sono molti a scommettere, primo fra tutti il “solito” Charles Barkley, pronto a scommettere che Yao non riuscirà a segnare più di 19 punti in un singolo incontro nella sua stagione d’esordio …

Ma cosa ha di così speciale questo Yao Ming, nato il 12 settembre 1980 nella Megalopoli di Shanghai, per aver così colpito la Dirigenza degli Houston Rockets, pur non essendo il primo cinese ad approdare nella NBA, privilegio questo toccato tre anni prima a Wang Zhizhi, centro di m.2,13 per 110kg., accasatosi curiosamente anch’esso in Texas, ai Dallas Mavericks, per poi concludere la propria carriera negli Stati Uniti nel 2005 dopo aver vestito le divise anche dei Los Angeles Clippers e dei Miami Heat.

Yao – ricordiamo che nell’accezione cinese viene posto prima il cognome e quindi il nome di battesimo – non è in assoluto neppure lo straniero ad essere scelto per primo al Draft, in quanto ciò era toccato al citato nigeriano (poi naturalizzato americano …) Hakeem Olajuwon, ma quest’ultimo aveva studiato negli Stati Uniti e quindi non era proveniente da Federazione straniera, al contrario del centro cinese.

Di sicuro, a favore della decisione, pesa la statura, visto che Yao Ming misura ben m.2,29 per 141 chili di peso, una “eredità” assunta dai genitori Yao Zhiyuan e Fang Fengdi, entrambi giocatori di Pallacanestro – la madre anche selezionata per la Nazionale femminile cinese – che sono alti m.2,01 e m.1,99 rispettivamente, anche se il futuro “Hall of Famer” esagera un tantino, considerato che all’età di 10 anni ha già raggiunto i 165cm. di altezza, coi medici a predirgli una crescita sino a m.2,21 sbagliando per difetto …

Inutile dire che, con un fisico, del genere, non possa essere altro che il Basket la Disciplina cui dedicarsi, così da essere aggregato, appena 13enne, alla formazione juniores degli Shanghai Sharks, allenandosi sino a 10 ore al giorno per affinare la tecnica, prima di entrare a far parte della prima squadra quattro anni dopo.

Ed i progressi sono impressionanti, passando dai 10,0 ed 8,3 rimbalzi di media della prima stagione, ai 20,9 e 12,9 della seconda – peraltro ridotta a sole 12 presenze a causa della frattura ad un piede, infortunio questo che lo penalizza, a suo dire, di circa 10cm. in elevazione – per poi esplodere definitivamente nell’anno che porta alle Olimpiadi di Sydney, in cui colleziona medie di 21,2 punti e 14,5 rimbalzi a partita …

A dispetto dei 20 anni appena compiuti, Yao viene selezionato per i “Giochi di fine Millennio” ed, ancorché la stella della formazione sia il già ricordato Wang, anch’egli ha modo di farsi notare, soprattutto a rimbalzo, pur mettendo a segno anche 14 punti nella sconfitta 70-82 contro la Francia e ben 23 contro la sua “vittima preferita”, ovvero la Lituania, che in ogni caso si aggiudica la sfida 82-66, con la Cina che conclude il Torneo al decimo posto, ma Yao Ming è secondo nella Classifica delle stoppate e sesto in quella dei rimbalzi.

gettyimages-650934592-1024x1024
Yao Ming contro la Francia a Sydney 2000 – da:gettyimages.ca

Le buone prestazioni in sede olimpica si trasferiscono anche in Patria, dove le sue medie si innalzano sino a 27,1 punti e 19,4 rimbalzi nel 2001 ed a 32,4 e 19,0 rispettivamente nel 2002, anno in cui gli Sharks, grazie anche al trasferimento di Wang negli Usa indossare la maglia dei Mavericks, si aggiudicano finalmente il titolo, con Yao Ming a registrare nei Playoff medie di 38,9 (!!) punti e 20,2 rimbalzi a partita, riuscendo addirittura in un singolo match a mandare a segno tutti e 21 i tiri tentati …

Logico che, in periodo di globalizzazione, queste imprese – sia pur tarate sul livello della Pallacanestro cinese – abbiano avuto una eco rilevante anche oltre Oceano, ed ecco pertanto spiegato l’interessamento e la successiva decisione degli Houston Rockets di puntare sulla Stella cinese, su cui ha sicuramente giocato anche l’aspetto mediatico in quanto Yao Ming è oramai divenuto un personaggio di livello internazionale.

Cina che, trascinata dal suo nuovo Leader, non ha difficoltà ad imporsi ai Campionati Asiatici di Shanghai 2001 – con Yao MVP del Torneo e primo fra i rimbalzisti – e che obbliga peraltro il proprio Centro a non disertare i Campionati Mondiali che, peraltro si disputano proprio negli Stati Uniti, ad Indianapolis, dal 29 agosto all’8 settembre 2002 …

Ed anche se la formazione asiatica conclude in un desolante dodicesimo posto, Coach Tomjanovich può restare soddisfatto della prova del suo futuro giocatore, visto che conclude il Torneo quale terzo miglior marcatore con 21,0 punti di media, cui aggiunge 9,2 rimbalzi e 2,5 assist a partita, più che sufficienti ad inserirlo nel “Quintetto ideale” della Manifestazione nel ruolo di Pivot, assieme a suoi futuri avversari quali Manu Ginobili, Peja Stojakovic, Dirk Nowitzki (MVP del Torneo) ed al neozelandese Pero Cameron, unico a non essere sbarcato nella NBA …

Ovvio che, a questo punto, il 22enne di Shanghai abbia tutti i riflettori puntati su di lui, e, dopo un inizio titubante – due rimbalzi, altrettante palle perso e tre falli personali all’esordio, 2 punti (ma 1 su 5 al tiro) e 7 rimbalzi nella seconda uscita – ecco che pian piano Yao Ming inizia ad ambientarsi e già alla sua ottava gara, il 17 novembre 2002 nel successo esterno 93-89 dei Rockets a Los Angeles contro i Lakers, quel “linguacciuto” di Barkley perde la sua scommessa, dati i 20 punti (9 su 9 al tiro e 2 su 2 dalla lunetta …!!) che il “Rookie” mette a segno …

Questo “Gigante dai modi gentili” – in classico stile ed educazione asiatica – fa subito presa, non solo (ed è scontato …) sui tifosi dei Rockets, ma nell’intero panorama della NBA e le sue imprese hanno, per quanto ovvio, ampio risalto anche in Patria, dove, nonostante sia oramai un ricordo il clima da “Guerra fredda”, date anche le avviate relazioni commerciali tra i due Paesi, vedere un proprio connazionale esprimersi ai massimi livello negli Stati Uniti è quantomeno motivo di legittimo orgoglio.

E, con Yao Ming a concludere la sua prima stagione con medie di 13,5 punti, 8,2 rimbalzi ed 1,8 stoppate a partita, il rendimento di Houston si trasforma dai riferiti 28-54 della precedente stagione ad un record positivo di 43-39, pur insufficiente per un soffio ad accedere ai Playoff, nel mentre, a livello personale, viene superato da Amar’e Stoudemire nella votazione per eleggere il “Rookie of the Year (“Matricola dell’anno”), ma riceve la soddisfazione di essere il più votato dal pubblico per la selezione del “NBA All-Star Game” 2003 – evento al quale parteciperà consecutivamente sino al 2009 – precedendo addirittura una leggenda come Shaquille O’Neal …

Con Tomjanovich costretto a lasciare la guida dei Rockets per problemi di salute, la stessa viene offerta a Jeff Van Gundy, reduce da delle buone stagioni a New York, ed il nuovo coach decide di puntare su di un gioco che valorizzi al massimo le potenzialità di Yao, il quale risponde con un Torneo che lo vede guidare la franchigia sia quanto a punti che a rimbalzi, con medie di 17,5 e 9,0 rispettivamente, avendo altresì l’occasione di mettere a segno un “Personal Best” in carriera di 41 punti, 16 rimbalzi e 7 assist nel successo per 123-121 su Atlanta il 22 febbraio 2004.

Conclusa la stagione con un record migliorato di 45-37 che consente l’accesso ai Playoff solo per essere eliminati 1-4 al primo turno dai Los Angeles Lakers futuri finalisti, ad Houston hanno la soddisfazione di vedere il loro beniamino sfilare come portabandiera della Cina alla Cerimonia di Apertura dei Giochi di Atene 2004, dopo che Yao aveva contribuito alla conferma del titolo ai Campionati Asiatici di Harbin 2003, in cui risulta il “Top Scorer” con 22,9 punti di media, oltre alla scontata nomina di MVP del Torneo …

gettyimages-81448111-1024x1024
Yao Ming portabandiera ai Giochi di Atene 2004 – da:gettyimages.com.au

L’onore di essere stato scelto come portabandiera viene definito da Yao come “un sogno a lungo cullato divenuto realtà …!!” e, sul parquet greco non si risparmia, ed anche se la Cina conclude con un comunque onorevole ottavo posto, egli realizza 39 dei 69 (!!) punti con cui supera la Nuova Zelanda, per poi fornire una prova mostruosa nell’ultima gara del Girone eliminatorio contro la Serbia, mettendo a referto 13 rimbalzi e 27 punti, con percentuali di 9 su 12 su azione e 9 su 10 dalla lunetta, compresi i due tiri liberi che, a 28” dalla sirena, sanciscono il successo per 67-66 degli asiatici che, per la seconda volta nella loro Storia, si qualificano per i Quarti di Finale …

Opposto alla Lituania, che si impone nettamente per 95-75, Yao è comunque l’ultimo ad arrendersi, sfornando un’altra prestazione da incorniciare tradotta in 29 punti (8 su 13 al tiro e 13 su 15 ai liberi) ed 11 rimbalzi, il che lo porta, a fine Torneo, a capeggiare la Graduatoria dei rimbalzisti con 9,3 di media a partita ed ad essere terzo fra i realizzatori con 20,7.

gettyimages-51221773-1024x1024
Sfida Yao Ming-Zakauskas in Cina-Lituania ad Atene ’04 – da:gettyimages.ca

Ce n’è a sufficienza per guardare con ottimismo al futuro in casa Rockets, e le risultanze della successiva stagione sembrano quanto mai confortanti in tale senso, anche grazie allo scambio che porta in Texas un’affermata stella come Tracy McGrady, proveniente dagli Orlando Magic contro trasferimento in Florida di Steve Francis e Cuttino Monley, da 5 e 6 anni rispettivamente ad Houston …

Fedele al suo tratto gentile, Yao Ming commenta la trattativa senza rinunciare al proprio stile, allorché dichiara come: “Francis e Mobley si siano prodigati per aiutarmi in ogni modo nelle mie prime due stagioni”, ma al tempo stesso non può nascondere di: “essere emozionato nel dover giocare accanto a McGrady, è un giocatore in grado di fare cose fantastiche sul parquet …

Il binomio, in ogni caso, funziona, la media punti del Centro di Shanghai sale a 18,3 punti a partita e, grazie al fondamentale apporto del nuovo acquisto (25,7 punti, 6,2 rimbalzi e 5,7 assist di media), i Rockets chiudono con un record di 51-31, insufficiente però ad andare oltre il primo turno dei Playoff, cedendo 3-4 nella serie contro i “cugini” dei Dallas Mavericks, dopo che Houston spreca un vantaggio di 2-0 maturato espugnando il campo avversario, e nonostante McGrady ed Yao incrementino le rispettive medie punti a 30,7 e 21,4 a partita …

gettyimages-72286552-1024x1024
Yao Ming e Tracy McHrady ad Houston – da:gettyimages.it

Completato facilmente il tris di successi consecutivi ai Campionati Asiatici 2005 svoltisi in Qatar nella prima quindicina di settembre – con annesso titolo di MVP e Top Scorer con 20,0 punti di media – Yao Ming è oramai divenuto un fenomeno mediatico a livello planetario ed è atteso alla definitiva consacrazione nelle stagioni a venire, se non fosse che …

Già, se non fosse che un atleta che nelle sue tre prime stagioni ha saltato solo due partite, inizia a soffrire di problemi all’alluce del piede sinistro, per superare i quali viene sottoposto ad un intervento chirurgico il 18 dicembre 2005, per poi fare ritorno in campo a fine gennaio 2006, avendo saltato 21 incontri.

Nonostante le sue percentuali di fine stagione parlino di 22,3 punti e 10,2 rimbalzi a partita, la forzata assenza dal parquet comporta per Houston un desolante penultimo posto nella Western Conference con un record di 34-48 (27-30 nelle occasioni in cui Yao è sceso in campo), anche se il peggio sembra alle spalle in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono in Giappone dal 19 agosto al 3 settembre 2006, in cui il poderoso Pivot si aggiudica la Classifica dei Marcatori con 25,3 punti di media, Torneo in cui spicca la prestazione fornita nel successo per 78-77 sulla Slovenia, in cui mette a segno 36 punti (13 su 20 al tiro e 10 su 12 dalla lunetta) e cattura 10 rimbalzi.

Yao Ming ha oramai completato la sua maturazione sia fisica che tecnica e sarebbe indubbiamente in grado di divenire una delle figure più devastanti nel panorama del Basket Professionistico Usa se solo gli infortuni non continuassero a tormentarlo, così da poter scendere in campo solo in 48 occasioni nel 2007 ed in 55 nel 2008, ancorché, ogni volta che può essere impiegato, fornisca un eccellente contributo, come certificano le medie di 25,0 (suo massimo in carriera) punti nel 2007 e di 22,0 punti e 10,8 rimbalzi (altro massimo in carriera) nel 2008 …

Stagioni entrambe che, peraltro, si concludono con record positivi per Houston – 52-30 nel primo caso, addirittura 55-27 nel secondo – che però non consentono alla franchigia texana di andare oltre il primo turno dei Playoff, sempre sconfitti dagli Utah Jazz, 3-4 e 2-4 rispettivamente, con, nella seconda circostanza, l’attenuante di non aver potuto schierare il Centro cinese …

Una disdetta, quest’ultima, particolarmente sconfortante laddove si consideri come Houston stava registrando in “regular season” una striscia vincente di ben 16 gare consecutive dal 19 gennaio al 24 febbraio 2008, allorché giunge la quanto mai poco gradita notizia che ad Yao Ming è stata riscontrata una frattura da stress al piede sinistro, il che lo costringe ad un’ulteriore operazione, con la quale gli vengono inserite delle viti per rinforzare le ossa …

Yao_Ming_2008_Summer_Olympics_-_Opening_Ceremony
Yao Ming portabandiera anche a Pechino 2008 – da:wikimedia.org

Ciò nonostante, Yao Ming recupera per i Giochi di Pechino di agosto 2008, dove è nuovamente scelto quale portabandiera alla Cerimonia di Apertura, ma declina l’invito ad essere l’ultimo tedoforo per l’accensione della fiamma olimpica, dimostrando in ogni caso di aver ritrovato una condizione più che accettabile, come certificano i 19,0 punti e gli 8,2 rimbalzi di media a partita, con la Cina a raggiungere nuovamente i Quarti di Finale per arrendersi ancora di fronte all’ostacolo Lituania e concludere in ottava posizione, nel mentre le riferite medie valgono all’oramai 28enne di Shanghai il secondo posto tra i realizzatori ed il terzo tra i rimbalzisti.

gettyimages-82369609-1024x1024
Yao Ming cerca di opporsi a LeBron James in entrata – da:gettyimages.ae

Il confortante esito del Torneo olimpico riporta l’ottimismo ad Houston, tanto più che, finalmente, Yao Ming torna a disputare una stagione intera – 19,7 punti, 9,9 rimbalzi ed 1,9 stoppate di media a partita – che proiettano i Rockets ad un record di 53-29 che rappresenta il quinto migliore della Western Conference …

Come se una maledizione gravasse sui Rockets, stavolta al infortunarsi a fine febbraio è McGrady, che deve anch’egli sottoporsi ad un’operazione saltando il resto della stagione, ma Houston, grazie agli inserimenti nel roster dell’argentino Luis Scola e di Ron Artest (che poi modifica il proprio nome in Metta World Peace …), riesce finalmente a superare il primo turno dei Playoff, eliminando 4-2 Portland in una serie in cui Yao mette a referto 15,8 punti e 10,7 rimbalzi …

I successivi avversari sono i Los Angeles Lakers, ed in gara-1, allo Staples Center della Metropoli californiana, va in scena quella che può essere a giusta ragione considerata l’ultima grande recita di Yao Ming che, con 28 punti, 10 rimbalzi e 2 stoppate, conduce i Rockets al successo per 100-92 prima che, dopo le due successive partite a vantaggio dei Lakers, ancora una volta la sfortuna si accanisca contro di lui, sotto forma di una nuova frattura al piede sinistro che stavolta comporta addirittura il dover saltare l’intera stagione successiva, mentre l’orgoglio dei suoi compagni porta comunque Los Angeles a gara-7 prima di capitolare.

Stavolta è proprio finita, non vi è più alcuna possibilità di recupero ed a gennaio 2011, dopo un ultimo, vano tentativo di rientro, cala il sipario sull’attività di colui che, con la sua personalità, intelligenza e gentilezza ha conquistato l’America più di qualsiasi altra multinazionale del suo Paese, di cui è stato degno ambasciatore in una disciplina che, finito lui, non ha più vinto un solo incontro nelle due successive edizioni dei Giochi di Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016 …

Come accade ai grandi, anche se nelle sue stagioni nella NBA non è mai stato premiato come MVP di qualcosa, ad Yao Ming Houston ha concesso l’onore del ritiro della sua maglia n.11, mentre nell’aprile 2016 è stato introdotto nella “Naismith Memorial Hall of Fame”, assieme a Shaquille O’Neal ed Allen Iverson.

A dimostrazione che, ad ogni buon conto, un segno Yao lo ha lasciato nella “Patria del Basket”, mentre a tutti gli appassionati resta un enorme rimpianto, vale a dire cosa avrebbe potuto combinare se il suo fisico, così imponente (ma forse, proprio per questo, altrettanto fragile …) non lo avesse tradito …

Ma tanto, questo, non lo sapremo mai …

 

IL “THREEPEAT” DEI LOS ANGELES LAKERS DI INIZIO NUOVO MILLENNIO

2000 NBA Finals Game 6: Indiana Pacers vs. Los Angeles Lakers
Bryant ed O’Neal (assieme a “Magic”) festeggiano il titolo NBA 2000 – da:losangeles.cbslocal.com

Articolo di Giovanni Menenti

Tracciare la Storia della più importante franchigia del Basket Professionistico americano – 31 Finali NBA disputate, con 16 vittorie a fronte di 15 sconfitte – è qualcosa che di più semplice non si potrebbe, visto che è caratterizzata da periodi ben precisi e delineati …

In origine, alla fondazione avvenuta nel 1947, la franchigia opera nel Minnesota sotto la denominazione di Minneapolis Lakers e domina gli anni pionieristici del Basket oltreoceano, conquistando i titoli 1948 della NBL (National Basketball League) e 1949 della BAA (Basket American League), con quest’ultima a trasformarsi nell’attuale NBA a partire dalla stagione seguente, in cui i Lakers – trascinati dalla prima grande stella di detto Sport, vale a dire George Mikan, centro da 208cm. e 111kg. – confermano il titolo, che fanno loro per altre tre edizioni consecutive, dal 1952 al ’54.

Inizia quindi un periodo di relative “vacche magre”, coinciso con il ritiro di Mikan, in cui l’unico acuto è la Finale 1959 persa 0-4 contro i Boston Celtics, sino al trasferimento della franchigia a Los Angeles a far tempo dall’estate 1960, giusto in tempo per far vivere ai tifosi californiani un decennio caratterizzato dalla “Maledizione dei Celtics” …

In tale periodo, difatti, in cui i Lakers possono contare su stelle di assoluta grandezza quali Elgin Baylor (che ne veste la maglia dal 1960 al ’71) e Jerry West – per 15 anni consecutivi (dal 1961 al ’74) selezionato per lo “All Star Game” – cui, nella seconda metà del decennio, si uniscono Gail Goodrich e Wilt Chamberlain, gli stessi disputano ben 7 Finali per il titolo restando sempre regolarmente sconfitti, nelle prime 6 occasioni dalla “Boston Dinasty” di Red Auerbach e Bill Russell, e nell’ultima circostanza in una celebre serie contro i New York Knicks delle stelle Willis Reed, Dave DeBusschere e Walt Frazier.

Questa sorta di “Tabù infernale” viene esorcizzato nel 1972 allorché Jerry West e Wilt Chamberlain conducono i Lakers alla rivincita sui Knicks con un netto 4-1, ancorché l’ultima parola spetti ai newyorkesi l’anno seguente, restituendo l’identico punteggio in due serie che vedono scendere in campo due personaggi che avranno in futuro modo di fare le fortune del Club californiano in veste di allenatori, ovvero Pat Riley in maglia gialloviola e Phil Jackson nelle file di New York …

Resto degli anni ’70 quanto mai avaro di soddisfazioni per i Lakers – che dal 1962 al ’73 hanno complessivamente disputato ben 9 Finali per il titolo con il poco onorevole primato di una sola vittoria a fronte di 8 sconfitte – sino a che l’esito del Draft svoltosi il 25 giugno 1979 determina una svolta epocale.

Con la prima scelta spettante, come da regolamento, alle due formazioni delle rispettive Conference con il peggior record al termine della passata stagione, i Los Angeles Lakers avevano acquisito tale diritto dai New Orleans Jazz nell’ambito di uno scambio di giocatori per ciò che riguarda la Western Conference, nel mentre sulla costa orientale tale opzione spetta ai Chicago Bulls …

Il sorteggio tra le due franchigie ripaga i Lakers della sfortuna accumulata nelle ricordate Finali perse nelle precedenti stagioni, in quanto tocca loro la prima scelta che non può che ricadere sull’indiscusso “fenomeno” della NCAA, ovvero Earvin “Magic” Johnson vincitore del titolo 1979 con “Michigan State” in una Finale passata alla storia, in quanto negli avversari di ”Indiana State” milita Larry Bird, il suo principale rivale nel decennio a seguire.

Con “Magic” a comandare il gioco, ben assistito da un roster in cui figurano anche Kareem Abdul-Jabbar, Norman Nixon, James Worthy, Byron Scott, Michael Cooper, Jamaal Wilkes ed A.C. Green (nonché il citato Pat Riley a dirigere le operazioni dalla panchina …), a 20 anni di distanza si ripete il “testa a testa” coi Boston Celtics – che oltre a Bird, possono contare su Robert Parish, Tiny Archibald, Cedric Maxwell, Dennis Johnson e Kevin McHale – ma stavolta con esito ben diverso, visto che in 12 stagioni (dal 1980 al 1991) i Lakers disputano 9 Finali con 5 successi (due contro Boston e Philadelphia ed uno a spese di Detroit) a fronte di 4 sconfitte, contro Philadelphia, Boston, Detroit e Chicago.

E proprio l’esito della Finale 1991 contro i Bulls segna, da un lato l’inizio della “Era Jordan” che vede Chicago aggiudicarsi 6 titoli con due “tris consecutivi” (1991-’93 e 1996-’98) intervallati solo dal temporaneo ritiro della loro stella, mentre per i Lakers il solo raggiungere la Finale nel corso degli anni ’90 resta un miraggio, con il miglior piazzamento costituito nella Finale di Conference del 1998, solo per essere “spazzati via” per 0-4 senza possibilità di replica dagli Utah Jazz della micidiale coppia John Stockton/Karl Malone …

E sì che per cercare d’invertire la tendenza e fronteggiare lo strapotere dei Bulls, l’ex stella Jerry West – ora svolgente funzioni di General Manager del Club – aveva messo a segno nell’estate ’96 due “colpi mica da ridere”, ovvero convincendo i Charlotte Hornets a privarsi dell’allora 18enne Kobe Bryant, ottenuto al Draft quale 13esima scelta al primo turno, in cambio del centro serbo Vlade Divac, così da liberare spazio nel “salary cap” per tesserare il “free agentShaquille O’Neal, in scadenza di contratto con gli Orlando Magic, al quale vengono offerti 121milioni di dollari per 7 stagioni.

Ma nonostante tali innesti, ed un miglioramento nel record stagionale, il miglior risultato negli anni a seguire resta la riferita Finale di Conference, mentre la stagione seguente – dimezzata a seguito del “Lockout” (lo sciopero dei giocatori …) a soli 50 incontri – i Lakers vengono nuovamente umiliati 0-4, stavolta in semifinale di Conference, dai San Antonio Spurs, sulla strada del loro primo titolo NBA …

A questo punto, West si convince che occorre completare la formazione con una guida carismatica ed in suo favore gioca la rottura coi Chicago Bulls del tecnico Phil Jackson – nonostante i due “Threepeat” (gioco di parole tra “three” (tre) e “repeat” (ripetere) in uso in America per indicare tre titoli consecutivi …) ottenuti tra il 1991-’93 ed il 1996-’98 – a seguito dei contrasti (o per meglio dire le invidie …) con il General Manager Jerry Krause, il quale ritiene che siano sottovalutati i suoi meriti nel costruire un roster vincente rispetto a quelli riconosciuti a Jackson come allenatore.

Lasciati i Bulls sbattendo la porta, Jackson giura di non allenare mai più, ma poi, dopo un anno sabbatico, il suo orgoglio lo porta ad accettare l’offerta dei Lakers rimettendosi in gioco e dimostrare che i suoi successi non erano solo ed esclusivamente Jordan dipendenti …

In un organico che, oltre a Kobe a Shaq, poteva contare su Glen Rice, Derek Fisher, Robert Horry e Rick Fox, Jackson punta sullo “usato sicuro”, chiedendo come rinforzi solo giocatori d’esperienza, quali l’ex Lakers A.C. Green (36 anni), al pari di Brian Shaw (33), un John Salley (35) reduce da due anni di inattività ed il fido Ron Harper (36) proveniente dai Bulls …

Ciò in quanto l’esperto Jackson – 6 vittorie su altrettante Finali disputate – sa che, specialmente nei Playoff, l’esperienza gioca un fattore fondamentale, ed, in ogni caso, Los Angeles disputa una “regular season” fantastica, chiusa con un record di 67-15 che, per la franchigia, è il secondo migliore di sempre dopo il 69-13 dell’anno dell’unico titolo di West, nel 1972 …

Sotto la sua guida, O’Neal realizza le sue migliori medie in carriera, concludendo la stagione con 29,7 punti, 3,8 assist e 13,6 rimbalzi a partita, così come il non ancora 21enne Bryant migliora le sue percentuali rispetto alle precedenti stagioni, chiudendo con 22,5 punti, 6,3 rimbalzi e 4,9 assist di media, così da presentarsi alla post-season con il vantaggio del fattore campo ed una gran voglia di riportare il titolo nella “Città degli Angeli” …

A dispetto però della superiorità dimostrata durante la stagione, i Playoff si dimostrano molto più ostici di quanto prevedibili, a cominciare dal primo turno contro i Sacramento Kings, superati 3-2 solo grazie al fattore campo, pur se la decisiva gara-5 allo “Staples Center” di Los Angeles (inaugurato ad inizio Torneo …) non ha storia, visto il 113-86 conclusivo, con O’Neal in cattedra dall’alto (è proprio il caso di dirlo …) dei suoi 32 punti e 18 rimbalzi.

Superati, al contrario, con relativa facilità (4-1) i Phoenix Suns in Semifinale di Conference – ed O’Neal a far registrare medie di 30,2 punti, 16.2 rimbalzi, 2,6 stoppate ed altrettanti assist a partita – i Lakers tornano a vedere i fantasmi nella Finale della Western Conference opposti ai Portland Trail Blazers, allorché sprecano un vantaggio di 3-1, costruito con due vittorie in trasferta alla “Rose Garden Arena”, facendosi superare 88-96 in gara-5 sul parquet amico e quindi rimandare ogni decisione a gara-7 dopo essere stati sconfitti in Oregon …

Opposto al suo vecchio giocatore Scottie Pippen, Jackson rischia seriamente una clamorosa umiliazione allorché, all’inizio dell’ultimo quarto, i Lakers sono sotto 58-71 ed a salvarlo – con Bryant ed O’Neal a stare in campo 47’ su 48’ – sono la precisione al tiro di Robert Horry e, soprattutto, di Brian Shaw (11 punti con 3 su 4 dalla lunga distanza …) per un parziale di 31-13 che rovescia le sorti dell’incontro sino all’89-84 conclusivo.

Tornati in Finale a 9 anni di distanza – quando furono sconfitti proprio da Jackson coi suoi Chicago Bulls – i Lakers devono confrontarsi con la “voglia di vincere” degli Indiana Pacers, giunti alla prima (e sinora unica …) Finale della loro storia, e soprattutto del loro leader Reggie Miller che, alla soglia dei 35 anni, è consapevole che ben difficilmente potrà avere una seconda opportunità …

Tenuto a dimostrare di meritare i 17milioni a stagione di contratto, Shaquille O’Neal trasforma la serie in quella che sarà definita come “La Finale di Shaq”, troneggiando nelle prime due sfide allo “Staples Center” con 43 punti e 19 rimbalzi in gara-1 e 40 punti e 24 rimbalzi in gara-2, per poi mettere il proprio sigillo nel 120-118 all’overtime della fondamentale gara-4 alla “Conseco Fieldhouse” di Indianapolis, in cui segna a referto 36 punti e 21 rimbalzi, per poi lasciare a Bryant (autore di 28 punti …) l’incarico di “finire il lavoro” al supplementare – visto che lui è costretto ad uscire per raggiunto limite di falli – per il 3-1 nella serie …

Ad un successo dal titolo e con la prospettiva delle ultime due gare allo “Staples Center”, i Lakers lasciano ad Indiana il dominio di gara-5 (120-87), per poi chiudere il discorso il 19 giugno 2000, ancora una volta grazie ad un decisivo ultimo quarto, affrontato sotto di 5 punti (79-84) ed in cui, nonostante la mostruosa prova complessiva di O’Neal (41 punti, 12 rimbalzi e 4 stoppate …), ad ergersi a protagonisti sono gli esperti “panchinari” voluti da Jackson, con Fisher, Horry e Fox a mettere a segno quattro bombe dalla distanza per il parziale di 37-27 che ribalta le sorti della sfida con il definitivo 116-111 che consegna al tecnico il suo settimo anello su altrettante Finali, mentre Shaquille O’Neal abbina al titolo di MVP della “regular season” anche quello delle Finali.

Le scelte di West circa la panchina e di Jackson in merito ai giocatori hanno trasformato una squadra di grandi solisti in una formazione vincente, anche se l’allenatore è il primo a sapere di non poter chiedere altro ad atleti ultratrentenni, così che il roster viene “alleggerito” della presenza di A.C. Green, Rice e Salley, peraltro sostituiti dagli altrettanto esperti Isaiah Rider (29 anni), prelevato da Atlanta, Greg Foster (32), proveniente da Seattle ed un’altra “vecchia conoscenza” di Jackson, ovvero Horace Grant (35), uomo chiave nei suoi primi tre titoli a Chicago …

Contrariamente alla precedente stagione, i Lakers incappano in qualche sconfitta di troppo in Campionato, concludendo lo stesso con un record di 56-26 che li pone alle spalle dei San Antonio Spurs (58-24) nella Western Conference, con O’Neal a far registrare medie di 28,7 punti, 12,7 rimbalzi, 3,7 assist e 2,8 stoppate a partite, nel mentre le percentuali di Bryant parlano di 28,5 punti, 5,9 rimbalzi e 5,0 assist di media a partita, ma, viceversa, compiono un percorso pressoché immune da ostacoli nei Playoff, dove sono sufficienti loro appena 16 incontri per confermarsi Campioni, rispetto alle 23 partite della stagione precedente …

Con uno Shaq a confermarsi sugli stessi livelli di 12 mesi prima – 30,4 punti, 15,4 rimbalzi, 3,2 assist e 2,4 stoppate di media – ed, al contrario, con la crescita di Bryant che si assesta a 28,5 punti, 5,9 rimbalzi e 5,0 assist a partita, appare evidente che affrontare i Lakers significhi già partire con circa 60 punti di zavorra, ed a farne le spese, nella Zona occidentale, sono i Portland Trail Blazers (3-0) ed i Sacramento Kings (4-0), prima del previsto confronto per il titolo di Conference contro i San Antonio Spurs …

Penso che tutto si sarebbero aspettate le “Twin Towers” Tim Duncan e David Robinson, nonché il tecnico Gregg Popovich, tranne che di subire una tale mortificazione, con il fattore campo fatto immediatamente saltare in gara-1 (104-90, con un Kobe monumentale, 45 punti con 10 rimbalzi, seguito da O’Neal con 28 punti (73 in due, ci siamo capiti …) ed 11 rimbalzi …), per poi aggiudicarsi anche gara-2 (88-81) allo “Alamodome”, prima di completare il “cappotto” con due umilianti 111-72 e 111-82 nelle sfide allo “Staples Center”, per una serie che incorona Bryant con 33,3 punti, 7,0 rimbalzi ed altrettanti assist di media.

Giunti in Finale con l’immacolato record di 11-0, a cercare di impedire il “Back to back” ai Lakers sono i Philadelphia 76ers della stella Allen Iverson, nominato MVP della “regular season, come dire uno stimolo in più per il gigantesco (m.2,16 per 147kg.) Shaquille O’Neal per “ristabilire le gerarchie” …

Come spesso accade in questi frangenti, la squadra che ha lo svantaggio del fattore campo cerca di sorprendere i rivali in gara-1 per sovvertire tale ruolo, “scherzetto” che riesce anche stavolta ai Sixers, che espugnano lo “Staples Center” 107-101 al supplementare, grazie ad una prova mostruosa di Iverson – non a caso soprannominato “The Answer” (“la risposta”) – il quale replica ai 44 punti (e 20 rimbalzi …) di O’Neal, mettendo a referto 48 punti, compresi 7 nel supplementare che decide la partita …

Kobe & Shaq si incaricano di riequilibrare le sorti della serie in gara-2 (31 punti il primo, 20 rimbalzi e 8 assist il secondo), per poi andarsi a giocare il titolo nelle tre trasferte consecutive nell’arco di 6 giorni nella “Città dell’amore fraterno”, anche se gli oltre 20mila spettatori che riempiono le tribune del “First Union Center” sembrano tutt’altro che ospitali …

A dividersi i compiti da “buoni fratelli”, sono viceversa Bryant ed O’Neal, che in gara-3 realizzano 32 e 30 punti rispettivamente per il 96-91 che riporta in favore di Los Angeles il fattore campo, mentre il netto 100-86 di gara-4 (messa in ghiaccio già dopo tre quarti, chiusi sul 77-59) vede ergersi a protagonista il colosso del New Jersey, autore di 34 punti, 14 rimbalzi e 5 assist …

Avanti 3-1 nella serie, Los Angeles potrebbe voler chiudere la stessa sul parquet amico, ma Jackson vuol dimostrare di essere a capo di una squadra e non solo di aver saputo ottimizzare al meglio le qualità dei sui due fuoriclasse, e l’esito di gara-5 che conclude ogni discorso – anche in questo caso un 108-96 maturato nei primi tre parziali, chiusi sul punteggio di 83-68 – vede una ripartizione dei punti tra O’Neal (29), Bryant (26), Fox (20) e Fisher (18), mentre l’accentratore Iverson, nonostante sia stato il “leading scorer” in tutte e tre le sfide (con due volte 35 ed una 37 punti …), ha modo di realizzare a proprie spese che da soli non si vincono le partite.

Ottenuto il “Back to back” (termine Usa per indicare la conferma di un titolo …) che a Los Angeles era stato ottenuto solo da “Magic” Johnson nel 1987 ed ’88 e con O’Neal eletto per il secondo anno consecutivo MVP delle Finali, per Jackson si apre la sfida più difficile, ovvero riuscire per la terza volta in carriera a vincere tre titoli consecutivi, il che lo porterebbe altresì ad eguagliare il record di 9 anelli appartenente al leggendario Read Auerbach, coach dei Boston Celtics anni ’60.

E’ evidente che il motto “squadra che vince non si cambia” vale anche negli States, e nella ricerca del proprio record, Jackson conferma il suo “quintetto base” costituito, oltre che da Kobe e Shaq, da Fisher, Fox ed Horry, con piccole variazioni nel roster relative solo alle riserve, con a vestire la divisa gialloviola Lindsey Hunter, Samaki Walker ed un “solito” vecchietto quale Mitch Richmond (36) proveniente da Washington ed alla sua stagione d’addio …

Torneo 2001-’02 che si dimostra più competitivo in quanto, ancorché i Lakers lo concludano con un record di 58-24 migliore rispetto alla precedente stagione (e pari ai San Antonio Spurs …) a primeggiare ad Ovest sono i Sacramento Kings di coach Rick Adelman, che possono contare sul talentuoso playmaker Mike Bibby, prelevato da Vancouver, oltre che sull’affermata stella Chris Webber e sulla coppia slava costituita da Peja Stojakovic e, soprattutto, da quel Vlade Divac “sacrificato” da West sull’altare di Shaquille O’Neal …

Pronto a dare il meglio di sé ai Playoff, O’Neal conclude la “regular season” con 27,2 punti, 10,7 rimbalzi, 3,0 assist e 2,0 stoppate di media, mentre Bryant fa registrare medie di 25,2 punti, 5,5 rimbalzi ed altrettanti assist a partita, per poi migliorarsi entrambi quando la posta in palio si alza …

Superato senza eccessivi problemi il primo turno (3-0) contro Portland, in semifinale i San Antonio Spurs “addolciscono” solo leggermente l’umiliante 0-4 dell’anno precedente con il successo per 88-85 di gara-2, ma il 4-1 conclusivo la dice lunga sulla superiorità di Los Angeles, trascinata da Bryant con i suoi 26.2 punti di media, per poi prepararsi a quella che tutti considerano una sorta di “Finale anticipata” contro i “cugini” californiani di Sacramento …

Un derby in piena regola e che – nonostante le tre vittorie ad una in Campionato per i Lakers – si dimostra quanto mai incerto e combattuto sino all’ultimo tiro dell’ultima sfida, con il fattore campo a saltare in gara-1 (106-99 a favore di Los Angeles alla “Arco Arena”) ed in gara-3 (103-90 con cui i Kings si impongono allo “Staples Center”), nel mentre l’esito di gara-4 (100-99 per i Lakers) e gara-5 (92-91 per i Kings) stanno a dimostrare l’estremo equilibrio fra le due formazioni …

In svantaggio 2-3 nella serie, i Lakers impattano affermandosi (106-102, con 41 punti e 17 rimbalzi di O’Neal) in gara-6, così da rimandare la decisione alla settima ed ultima sfida da disputarsi il 2 giugno 2002 a Sacramento, la più classica “win or die” (“vincere o morire”) nel lessico Usa …

E, per decidere la quale – con il punteggio sempre in equilibrio, 21-22, 54-52, 74-73 dopo i primi tre quarti – non sono sufficienti i 48 minuti regolamentari, conclusi sul 100 pari, ed ad avere la meglio è la maggior tenuta del “quintetto base” di Jackson (che produce 107 dei 112 punti dei Lakers, con O’Neal e Bryant sugli scudi con 35 e 30 punti rispettivamente …) per il 112-106 che certifica la terza Finale consecutiva.

L’uomo che non conosce sconfitta” è chiamato a confermare questa sua qualità contro i Campioni della Costa orientale, vale a dire i New Jersey Nets, a loro volta usciti vittoriosi (4-2) dal confronto contro i Boston Celtics, e non sono in pochi ad ipotizzare che le scorie della battaglia contro Sacramento e l’età media inferiore del quintetto base allenato da un ex di lusso quale Byron Scott possano incidere sull’esito della contesa …

E se si è meno giovani (28,4 rispetto a 26,2 la differenza di età tra i due quintetti …), sarà meglio cercare di chiudere la questione il prima possibile, deve essersi detto Shaquille O’Neal, il quale mette il suo timbro sul 2-0 casalingo di inizio serie (36 punti 16 rimbalzi nel 99-94 di gara-1 e 40 punti e 12 rimbalzi nel ben più ampio 106-83 di gara-2), così da mettere pressione a Jason Kidd & Co. nelle due successive sfide in programma alla “Continental Airlines Arena” …

Determinante, per l’esito finale, è gara-3 – ricordiamo che, nella storia della NBA, nessuna squadra è mai riuscita sinora a rimontare uno svantaggio di 0-3 nei Playoff – dove Kidd sforna un’eccellente prestazione impreziosita da 30 punti, 10 assist e 5 rimbalzi, portando i Lakers sul 78 pari all’inizio dell’ultimo quarto, ma quando si hanno di fronte quei fenomeni che confezionano 71 punti in due (36 Kobe, 35 Shaq …), l’unica cosa da fare è prenderne atto ed applaudire, con il 106-103 definitivo che, di fatto, consegna il terzo titolo a Los Angeles, certificato dal 113-107 di gara-4 in cui O’Neal giganteggia con 34 punti e 10 rimbalzi, per medie nella serie di 36,3 punti e 12,3 rimbalzi, ampiamente sufficienti a vederlo premiato per il terzo anno consecutivo come MVP delle Finali.

E così, Phil Jackson si conferma “l’uomo del threepeat, avendone collezionati tre in carriera, ma, incredibile solo a pensarlo, non sono tutte “rose e fiori” all’interno della squadra, a causa dei contrasti – espressi anche pubblicamente – tra le due stelle Bryant ed O’Neal, nel mentre non sono mancati screzi anche tra Jackson e Bryant, con quest’ultimo a ritenere noioso il gioco del tecnico, secondo lui troppo legato al rispetto degli schemi (il celebre “triangle offense” da lui ideato …) da lasciare poco spazio all’iniziativa individuale, così che spesso si produce in attacco in degli “uno contro uno” buoni solo a far infuriare il “Maestro Zen”, che arriva persino a chiederne la cessione …

Ma, per fortuna di entrambi, la Dirigenza dei Lakers fa orecchie da mercante ed, insieme, conquisteranno altri due titoli nel 2009 e nel 2010, ma questa, come suole dirsi, è un’altra storia …

 

LE AMERICANE D’ORO AI PRIMI MONDIALI DI BASKET DEL 1953

1953
La squadra di basket americana – da usab.com

articolo di Nicola Pucci

Quando la Federazione Internazionale di Basket programma per il 1953 in Cile la prima edizione dei Mondiali riservati alle donne, infine giunge il momento anche per le ragazze di far vedere al pianeta della palla a spicchi che pure loro, quando chiamate ad esercitarsi con il canestro, ci sanno fare.

Il format iridato femminile ricalca quello maschile che tre anni prima, sempre in Sudamerica, in Argentina, ha emesso il suo primo vagito celebrando la vittoria in finale della squadra di casa contro gli Stati Uniti, 64-50. Quindi 10 squadre sono ammesse a partecipare, tra queste le migliori rappresentanti appunto del Sudamerica, Cile, Argentina e Paraguay che hanno vinto le prime tre edizioni della rassegna continentale, a cui si aggiungono Brasile e Perù, le tre rappresentanti del Nord-Centroamerica, ovvero Stati Uniti, Messico e Cuba, e due formazioni europee, curiosamente Francia e Svizzera, non meglio che settima ed ottava agli Europei del 1952, vinti dall’Urss che ha rinunciato al viaggio transoceanico al pari delle altre compagini dell’Est e come la stessa Italia, che nel 1938 a Roma vinse l’edizione d’apertura della principale manifestazione del Vecchio Continente.

Come è logico che sia c’è grande attesa per gli Stati Uniti, allenati da John Head, che si presentano all’evento mondiale forti di una squadra che si compone di ben sette giocatrici del Nashville Business College, a cui si aggiungono Betty Clark e Janet Thompson dell’Iowa Wesleyan College. Ma la prima storica sfida, il 7 marzo 1953, all’Estadio Nacionale de Chile che accoglie tutte le gare della rassegna su una piattaforma in legno appositamente costruita per la gioia di ben 35.000 spettatori comodamente seduti, vede opposte Francia e Perù, con le transalpine infine che si impongono con inequivocabile 62-22, trascinate da Anne-Marie Colchen, atleta versatile se è vero che è già stata campionessa europea di salto in alto nel 1946 ad Oslo, che segna 21 punti ed infine verrà eletta miglior marcatrice con 19,2 punti di media a partita. Il giorno dopo Maria Ferrari con 19 punti trascina il Brasile ad una facile vittoria contro Cuba, 50-31, e le americane esordiscono contro il Paraguay, sbarazzandosi delle avversarie, 60-22, grazie a 13 punti di Agnes Baldwin. L’Argentina, che supera il Messico con il punteggio di 39-34, e le padrone di casa del Cile, che liquidano la Svizzera 37-28 sfruttando gli 11 punti di Onesima Reyes, accedono a loro volta al girone finale che assegna le medaglie, così come lo stesso Paraguay che prevale in tre partite di ripescaggio con Messico, 41-33, Perù, 42-30, e Cuba, 69-59 nella prima sfida conclusa ai tempi supplementari e decisa dai 18 punti di Cira Escudero. 

Dal 13 al 22 marzo, dunque, vanno in scena le sfide che valgono il primo titolo mondiale della storia, e gli Stati Uniti, che vestono ovviamente i panni della grandi favorite, hanno subito la meglio della Francia a chiusura di una contesa serrata, 41-37, con 12 punti di Katherine Washington, che a fine torneo sarà la migliore della squadra americana in media punti, 10.8, ed un’eccellente difesa sulla Colchen, tenuta a soli 9 punti. In effetti il girone a sei squadre risulta particolarmente equilibrato, con la squadra di coach Head che soffre un tempo con l’Argentina, per poi dilagare alla distanza, 34-22 con 14 punti di Pauline Bowden, per poi cedere, inaspettatamente, ad un Brasile in grande spolvero e con la solita Ferrari miglior marcatrice della serata, 14 punti.

La sconfitta con la squadra verde-oro non solo rilancia le brasiliane, ma rimette in corsa per la vittoria finale anche la Francia, che batte lo stesso Brasile e il Paraguay grazie a due prestazioni da 25 e 18 punti dell’immarcabile Colchen, e il Cile, che si avvale dell’appassionato tifo del pubblico amico e che per una scelta di calendario “casalingo” gioca le sue partite sempre per ultima, che dopo una sconfitta dolorosa con l’Argentina, 38-44, rimedia contro Paraguay e proprio la Francia trovando in Caty Hurtado, che con 27 punti firma una serata da antologia, e Reyes due terminali offensivi di sicuro affidamento.

Le due ultime sfide, dunque, sono decisive per un quartetto di squadre che vanno a giocarsi i tre piazzamenti sul podio. E quando gli Stati Uniti, tenendo il Paraguay a soli 6 punti nel primo tempo per poi imporsi 41-31 con 13 punti della Washington, e il Cile, vincendo di misura lo spareggio sudamericano con il Brasile 41-37 grazie ai 17 punti della Reyes, si trovano all’ultimo giorno con un record in classifica di 3 vittorie ed 1 sola sconfitta, ecco che proprio il confronto diretto è destinato a decidere chi alzerà nel cielo di Santiago la prima Coppa del Mondo, di dimensioni ciclopiche!, di pallacanestro femminile.

Il 22 marzo l’Estadio Nacional de Chile rigurgita più che mai passione tricolor, e dopo che nelle due prime partite del pomeriggio il Brasile, infine quarto, ha battuto il Paraguay 40-37 e la Francia, superando l’Argentina 48-26 grazie alla solita Colchen che con 30 punti firma la miglior prestazione individuale del torneo, si è garantita la medaglia di bronzo, alle 20.30 ora locali Stati Uniti e Cile scendono sul rettangolo di gioco in legno. Con in palio il titolo mondiale. E, a dispetto del tifo dei 35.000 cileni in tribuna, le americane sono padrone del campo, con la Bowden che fa la voce grossa sotto canestro mettendo a segno 17 punti e la Washington che al solito si fa trovare pronta alla realizzazione con il tiro da fuori firmando infine 14 punti, dominando già nel primo tempo, chiuso sul 26-19 nonostante la buona prova della Hurtado che va ancora in doppia cifra con 11 punti, per poi allungare sul definitivo 49-36 a referto.

Gli Stati Uniti, secondo le previsioni, aprono l’albo d’oro dei Campionati del Mondo, e se ancor oggi, a distanza di tanti anni, le ragazze stelle-e-strisce rimangono pur sempre le giocatrici di basket di riferimento, ci sarà un perché, no? Ah, dimenticavo: quell’enorme trofeo vinto in Cile non potè viaggiare con le campionesse, troppo ingombrante per entrare attraverso le porte dell’U.S. B-17 che tornava in patria!

 

 

GEORGE GERVIN, “L’UOMO DI GHIACCIO” CHE NON TRADIVA MAI

GettyImages_473165532.0.0
George Gervin a San Antonio – da:poundingtherock.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel Mondo anglosassone è prassi pressoché consolidata assegnare un soprannome ai grandi Campioni dello Sport, usanza a maggior ragione fatta propria oltre Oceano per i divi delle principali discipline professionistiche americane, specie per quanto riguarda il Basket …

E non sono mai appellativi dati a caso, basti pensare, tra i più noti, a “Magic” assegnato ad Earvin Johnson per l’imprevedibilità delle giocate, così come “Air” a Michael Jordan per la sua capacità di restare sospeso in aria come fosse dotato di ali, e via discorrendo …

Ragion per cui, se al protagonista del nostro racconto odierno è stata affibbiata la nomea di “Iceman” (“Uomo di ghiaccio”), il significato è abbastanza lampante, ovvero sta nella freddezza dimostrata in ogni occasione in cui doveva trasformare in canestri ogni suo tentativo …

Valga al proposito quanto dichiarato dall’ex stella e successivo General Manager dei Los Angeles Lakers, Jerry West – uno che quanto a “violentatori di retine” non si può certo dire che non se ne intenda – allorché se ne esce con “E’ l’unico per il quale sarei disposto a pagare per vederlo giocare”, dopo che nel 1982 si era aggiudicato il suo quarto titolo di “Top Scorer” della “Regular Season”.

Mentre più tecnico è il commento del Coach Dick Motta, che ha condotto al titolo NBA i “Washington Bullets” nel 1978, non avendo remore a dichiarare: “Non hai possibilità di fermarlo, puoi solo sperare che si senta stanco dopo aver tentato i suoi consueti 40 o più tiri, in quanto sono convinto che abbia la possibilità di segnare ogni volta che vuole …”.

Eppure, la vita non è stata facile per questo Campione, la cui freddezza al tiro è stata pari al suo carattere schivo, quasi insensibile ad ogni tipo di emozioni retaggio di un’infanzia difficile, dai cui possibili rischi è riuscito a sfuggire principalmente grazie al suo grande amore per il Basket, divenuto la sua “ancora di salvezza” …

Nasce difatti il 27 aprile 1952 a Detroit, nel Michigan, George Gervin, componente di una famiglia con altri cinque tra fratelli e sorelle ed il cui padre – come troppo spesso avviene, purtroppo, negli Stati Uniti – decide di non assumersi la responsabilità di crescere i figli e se ne va via da casa, lasciando un tale onere nelle mani della moglie, la quale si dedica a svolgere ogni tipo di lavoro pur di cercare di non far mancare niente ai propri ragazzi.

Non riesco a capacitarmi di come abbia fatto”, ha poi avuto modo di ricordare George, “deve essere stata una donna incredibilmente forte, visto che ha sempre fatto in modo che non avessimo mai fame …!!”, anche se, ovviamente, già riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena era il massimo che si potesse pretendere in famiglia …

Altrettanto ovvio, peraltro, che non potesse seguire i figli durante l’arco della giornata ed anche George passa molte ore in strada, cosa non simpatica in una Metropoli come Detroit dove il tasso di criminalità è molto alto, anche a livello giovanile, con il tangibile rischio di finire nei guai, come ha poi sottolineato lo stesso Gervin: “Se non provi una simile realtà, non puoi capire, è come vivere ogni giorno in uno stato di guerra perenne, l’unica differenza rispetto ai miei coetanei è che ero innamorato del Basket …!!”.

Sport che George inizia a praticare a casa di un cugino assieme ad un amico del suo stesso quartiere di nome Ralph Simpson, contro cui si troverà poi a giocare tra i Professionisti, per poi cercare di mettersi in luce alla “Martin Luther King High School”, allorché misurava non più di m.1,73 e non andava molto a genio al tecnico della squadra, il quale non riponeva molta fiducia in lui, tutto il contrario del suo assistente, Willie Meriweather, che riesce a convincerlo a dargli un’opportunità nella formazione juniores, cosa della quale la futura stella della NBA resterà sempre grato, “Willie era come un padre per me, il nostro rapporto è stato fondamentale per il mio futuro …”.

Ma un altro personaggio svolge un ruolo importante nella crescita cestistica di George, ovvero il custode della Scuola, da lui conosciuto solo come “Signor Winters”, e che ogni sera gli consente di rimanere solo in palestra ad allenarsi nel tiro a canestro, a condizione che poi mettesse tutto in ordine prima di andare via …

E Gervin, ha così la doppia occasione, da un lato di specializzarsi in quella che diverrà la sua dote migliore da Pro, e dall’altro di evitare cattive compagnie, come lo stesso ha poi riconosciuto: “Stare lì per ore, solo con la mia immaginazione, mi permetteva di sognare un futuro da giocatore professionista, nonché di evitare di essere coinvolto in qualcosa di illecito, come furti o droga che circolavano nel quartiere, l’unica cosa che mi importava era il Basket ed, in un certo senso, posso dire di essere stato un ragazzo fortunato …!!”.

C’era però un problema, nel senso che ai miglioramenti di George sul parquet non corrispondeva altrettanta brillantezza sui libri, così che – essendo il rendimento scolastico in funzione delle presenze nel Team del Liceo – è costretto a saltare quasi metà delle gare nella sua stagione da junior …

Ancora una volta, è Meriweather a prenderlo per mano, lo convince a frequentare la Scuola estiva, così che i suoi voti migliorano e, data anche l’incrementata altezza a m.1,93, nel suo ultimo anno alla “High School” registra 31 punti e 20 rimbalzi di media a partita, tali da consentire alla sua squadra di raggiungere ai Quarti di finale del Torneo statale.

Tutto stava andando per il meglio, Gervin ottiene una borsa di studio per giocare alla “California State University” sotto la guida del celebre coach Jerry Tarkanian, ma dapprima non riesce ad ambientarsi sulla costa occidentale del Paese, tornando a casa dopo solo un semestre per frequentare la “Eastern Michigan University” ad Ypsilanti, trovandosi molto più a suo agio come testimoniano i 29,5 punti di media messi a segno al suo secondo anno …

Quindi, una inaspettata perdita di controllo rischia di mandare in fumo tutto quanto di buono aveva costruito sino ad allora, visto che durante la semifinale nazionale del Torneo NCAA ad Indiana, George prende a pugni un avversario, con conseguente sospensione dalla squadra ed infine espulsione dalla squadra, perdendo così anche l’opportunità di partecipare alle selezioni per la Nazionale olimpica e per i Giochi Panamericani.

Disperato, senza più nessuno a cui rivolgersi, Gervin accetta l’offerta dei “Pontiac Chaparrals” per giocare nella “Eastern Basketball Association, una delle Leghe minori di maggior successo, per un compenso di 500 dollari al mese, mantenendosi comunque sui 40 punti di media …

Talora, però, l’occasione buona è dietro l’angolo, ed una sera a vederlo giocare c’è tra i pubblico Johnny Kerr, un osservatore dei “Virginia Squares”, Club militante nell’allora ABA (“American Basketball Association”), la rivale della NBA ed a caccia d talenti per migliorarne il livello tecnico e qualitativo …

Gervin, bontà sua, mette 50 punti a referto e dal giorno dopo è già un giocatore degli Squares con un contratto da 40mila dollari annui, avendo la possibilità di giocare a fianco di una stella quale Julius Erving, il quale conclude la stagione con 31,9 punti, 12,2 rimbalzi e 4,2 assist di media, mentre il non ancora 21enne George, che debutta il 26 gennaio 1973 mettendo a segno 20 punti, fa registrare medie di 14,1 punti e 4,3 rimbalzi a partita nei soli 30 incontri disputati.

E’ in questo periodo, che un compagno di squadra, tal Fatty Taylor, assegna a George il soprannome di “Iceberg Slim”, nome di battaglia di un boss della malavita di Chicago che aveva appena scritto un best-seller sulle sue esperienze al riguardo, con il giocatore ad ammettere che proprio quella “è l’immagine che ho sempre avuto della mia città, grandi macchine, tanti soldi, non preoccuparsi del futuro perché tanto è più probabile morire giovani, questa è la vita di Detroit, della maggior parte dei ragazzi con cui sono cresciuto …!!”.

Per fortuna il Basket lo ha salvato, aggiungiamo noi, con tanto di evoluzione del soprannome in “The Iceman” (letteralmente “L’uomo di ghiaccio”), avendo riferimento più alla sua compostezza e freddezza sul parquet che non all’aspetto ed alle prodezze di un boss di strada …

In ogni caso, la permanenza di Gervin in Virginia non sarebbe durata a lungo, visti gli enormi problemi finanziari della franchigia che, dopo essere stata costretta a provarsi di Erving e Swen Nater, il 30 gennaio 1974 cede anche il contratto della guardia del Michigan ai San Antonio Spurs per il controvalore di 228mila dollari, trattativa che l’ABA stessa cerca di impedire, ma la questione viene definita in un’aula di Tribunale, con verdetto a favore degli Spurs, mentre gli Squares, nell’arco di due anni, scompaiono.

Divenuto eleggibile per il Draft NBA di fine maggio 1974, Gervin viene scelto al terzo giro dai Phoenix Suns come quarantesimo giocatore assoluto, circostanza che non risulta gradita al giocatore, il quale preferisce restare nella ABA con San Antonio, sino a che poi le due Leghe si fondono nell’estate ’76 ed a quel punto può misurarsi con il “meglio del meglio” del Basket Professionistico Usa, al pari del suo ex compagno Julius Erving, che si trasferisce dai New York Nets ai Philadelphia 76ers …

E, dopo aver mantenuto media di quasi 22 punti e 7 rimbalzi a partita nella dissolta ABA, Gervin non si scompone anche al confronto della nuova e ben più agguerrita concorrenza, smentendo le previsioni degli osservatori che prevedevano per lui una carriera buona, ma non eccezionale.

Ma al ragazzo del Michigan piacciono le sfide – ed ancor più i fatti rispetto alle parole, per coronare quei sogni che immaginava quando, da solo al Liceo, si allenava da solo in una palestra vuota – e non sono in pochi che devono ricredersi allorquando si aggiudica per quattro volte in cinque la Classifica di “Miglior realizzatore” della “regular season”, viene inserito in cinque occasioni nel “Primo Quintetto NBA” ed è selezionato per nove anni consecutivi per lo “All Star Game” di metà febbraio, uno dei più classici appuntamenti della Stagione NBA …

Con l’arrivo in panchina di Doug Moe, San Antonio punta molto sulle qualità della sua “bocca da fuoco” – che al primo anno nella NBA registra medie da 23,1 punti, 5.5 rimbalzi e 2,9 assist a partita, con gli Spurs ad uscire al primo turno dei Playoff – anche perché, oltre a lui, l’organico può contare solo sulle prestazioni dell’ala piccola Larry Kenon e del centro Billy Paultz, con il resto a svolgere più o meno il ruolo di comprimari …

Prese le misure”, nella stagione 1977-’78 Gervin trascina gli Spurs ad un record di 52-30 (secondo migliore della “Eastern Conference”), pur venendo eliminati nella Semifinale di Conference (2-4) dai Washington Bullets che poi si aggiudicheranno l’anello, conquistando però il suo primo titolo di “Top Scorer” e nel modo più incredibile possibile …

A contendergli la palma di miglior realizzatore è David Thompson, guardia dei Denver Nuggets, ed entrambi i duellanti disputano l’ultima gara della stagione regolare il 9 aprile 1978, ma per questioni di fuso orario, la gara dei Nuggets si conclude per prima, con Thompson ad aver messo a referto – ovviamente con i compagni a giocare per lui – qualcosa come 73 punti (!!), peraltro frutto d medie stratosferiche, ovvero 28 su 38 al tiro (73,7% …!!) e 17 su 20 dalla lunetta, pur nella sconfitta per 137-139 di Denver contro i Pistons nella gara svoltasi, ironia della sorte, proprio a Detroit, città natale di Gervin.

Ciò sta a significare che, quando gli Spurs scendono in campo a New Orleans contro i Jazz, al loro miglior tiratore servono almeno 58 punti per far suo il titolo ed, al pari dell’incontro di Detroit, le due squadre evitano di difendere con particolare attenzione, per far sì che il gioco risulti più fluido possibile, al pari delle occasioni di andare al tiro …

E, quando Gervin fallisce i suoi primi sei tiri della gara – evidentemente anche un “uomo di ghiaccio” può subire la pressione – chiede ai suoi compagni di smetterla di cercarlo ad ogni costo, invito che, per sua fortuna, non viene accolto, portandolo per be 49 volte alla conclusione ed anche se le sue percentuali sono ben inferiori a quelle di Thompson (solo 23 tiri a segno per il 46,9% di media), i 46 punti dal campo – di cui 33 nel solo secondo quarto, migliorando il record di 32 dello stesso Thompson di poche ore prima – uniti ai 17 liberi realizzati su 20 tentativi, fanno sì che il referto parli di 63 punti, consentendogli di superare di una bava (27,22 a 17,15 punti di media a partita …) il rivale per il suo primo titolo di “Top Scorer”, venendo altresì preceduto solo da Bill Walton dei Portland Trail Blazers nella votazione quale MVP della “regular season”.

Statistiche che per Gervin si incrementano nelle due successive stagioni, che lo vedono confermarsi come il “Re dei Marcatori”, rispettivamente con 29,6 e 33,1 punti di media a partita, che, nel secondo caso rappresenta il suo “Personal Best” in carriera per singolo Torneo, nel mentre nel 1979 è nuovamente in lizza per il titolo di MVP della “regular season”, venendogli stavolta preferito Moses Malone …

Essendo, peraltro, il Basket un gioco di squadra, certi exploit possono risultare fini a se stessi se non accompagnati dai successi a livello di franchigia, così che Gervin ed i San Antonio Spurs si vedono sfuggire la “grande occasione” nel corso dei Playoff ’79, allorché nella Finale della Eastern Conference, nuovamente opposti ai Washington Bullets, sprecano un vantaggio di 3-1 nella serie – in cui il 27enne di Detroit viaggia a 31,0 punti, 6,3 rimbalzi e 2,4 assist di media a partita – perdendo gara-6 100-108 in Texas per poi subire la beffa di essere sconfitti in rimonta 107-105 nella decisiva gara-7, nonostante i 42 punti messi a referto da Gervin …

Era, questa, una grande opportunità per cercare di aggiudicarsi il titolo, in quanto a partire dall’inizio degli anni ’80 fanno il loro ingresso nella NBA i due “grandi rivali” Larry Bird ad Est ed Earvin “Magic” Johnson ad Ovest, e con San Antonio trasferito nella Western Conference, sperare di avere la meglio sui fantastici Los Angeles Lakers di Phil Jackson diventa poco più che una chimera …

Gervin lotta da par suo, aggiudicandosi il quarto titolo di “Leading Scorer” nel 1982 con 32,3 punti di media, ma San Antonio, nonostante possa contare su di un “quintetto base” sicuramente superiore al suo ingresso nella NBA, con Johnny Moore playmaker, Mike Mitchell ala piccola, Gene Banks ala grande ed Artis Gilmore centro, vede la strada sbarrata verso la Finale per il titolo assoluto dai Lakers sia nel 1982 (0-4 l’esito della serie …) che l’anno seguente, anche se stavolta (2-4) più combattuta.

Oramai superata la trentina, Gervin continua ad essere il miglior realizzatore degli Spurs anche nel 1983 e 1984 – con 26,2 e 25,9 punti di media a partita – ma l’arrivo alla guida del Coach Cotton Fitzimmons ne segna la fine del rapporto con San Antonio …

Il nuovo tecnico, difatti, ritiene Gervin debole in difesa ed in più che non abbia il coraggio di assumersi la responsabilità di eseguire l’ultimo tiro nelle gare “punto a punto”, ragion per cui nel 1985 pone fine ai suoi 12 anni di esperienza in Texas lasciandosi alle spalle un’eredità di “qualcosa” come 23,602 punti realizzati con la maglia n.44 di San Antonio …

Ceduto ai Chicago Bulls della nuova stella Michael Jordan, dove ritrova il suo vecchio coach Stan Albeck, Gervin ha la sfortuna di capitare nella stagione in cui il futuro “Air” è vittima di un infortunio che lo costringe a disputare solo 18 partite, con l’ultimo acuto della sua carriera costituito dai 45 punti (15 su 29 dal campo e 15 su 16 dalla lunetta …) messi a referto il 27 gennaio 1986 nella sconfitta dei Bulls per 116-124 a Dallas contro i Mavericks.

Calato il sipario sulla NBA, Gervin si concede una “vacanza romana”, accasandosi al Banco di Roma per la stagione 1986-’87 della Serie A1 italiana, conclusa all’ottavo posto nella stagione regolare ed eliminazione al primo turno dei Playoff contro la Scavolini Pesaro, ma lasciando nella memoria dei tifosi capitolini il ricordo della sua immensa classe, certificata dai 26,1 punti di media a partita …

Certo, la mancata conquista dell’anello rappresenta il “punto debole” della sua attività, ma come si fa a non considerare George “Ice” Gervin tra i più grandi di ogni epoca, una volta consultate le aride statistiche da cui si ricava come solo Wilt Chamberlain, Michael Jordan e Kevin Durant abbiano vinto più titoli di “Leading Scorer” di lui, che è stato altresì il primo ad aggiudicarsene tre consecutivi – impresa poi compiuta anche, oltre allo stesso Jordan, da Kobe Bryant e Durant – per un totale (tra ABA ed NBA) di 26.595 punti per una media di 26,2 a partita e, come se non bastasse, vanta l’incredibile record di essere andato in “doppia cifra” per ben 407 gare consecutive (!!), una sorta di autentica “macchina da canestri”.

Qualcuno se ne è accorto, comunque, e nel 1996, in occasione del 50esimo anniversario della Fondazione della NBA, George Gervin è stato, a giusta ragione, inserito nella lista dei “50 Migliori Giocatori” di detto periodo, nonché aver avuto l’onore, nel medesimo anno, di essere introdotto nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, curiosamente assieme, tra gli altri, a quel David Thompson con cui si era trovato a rivaleggiare per il trono dei realizzatori nel 1978 …

Diciamo che buona parte dei sogni di quel ragazzino che si allenava da solo in palestra si sono realizzati …

 

LA DOPPIETTA FRANCESE DI BOURGES IN COPPA CAMPIONI NEL BIENNIO ’97/’98

1998_bourges_basket_euroleague-750x330.jpg
Bourges in trionfo – da flashbacknba.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

La storia della Coppa dei Campioni di basket femminile non ha grandi tracce di Francia, almeno nell’albo d’oro delle squadre vincenti, fin dall’anno della sua prima edizione, datata stagione 1958/1959, quando ad imporsi è lo Slavia Sofia che batte nella doppia finale la Dinamo Mosca. In seguito, il Daugawa Riga impone all’Europa cestistica una vera e proprio dittatura, vincendo 15 delle 16 edizioni successive (in totale sono 18), ed è proprio in questo lasso di tempo che Clermont Ferrand diventa la prima formazione transalpina capace di raggiungere i vertici del basket continentale, con le tre finali perse nel 1971, nel 1973 e nel 1974, guadagnando poi ancora l’atto conclusivo della manifestazione nel 1976, quando si arrende allo Sparta Praga, e nel 1977, quando la gara per il titolo si gioca in partita secca e a vincere è ancora Riga, nettamente, 79-53.

Nel corso degli anni Ottanta il basket bleu-blanc-rouge sparisce dalle zone alte delle classifiche delle competizioni che contano, anche con quella Nazionale che proprio grazie al contributo massiccio delle giocatrici del Clermont Ferrand era salita più volte sul podio agli Europei, con la gemma del secondo posto nel 1970 quando a vincere, manco a dirlo, era stata l’Unione Sovietica. Ed in effetti sembra un’inversione di tendenza irreversibile rispetto al passato, fin quando, agli inizi degli anni Novanta, non si affaccia nel panorama nazionale il Cercle Jean Macé Bourges Basket, club fondato nel 1967 e che proprio nel 1990, vincendo la Coppa di Francia ed accedendo per la prima volta nella massima serie francese, avvia un’epopea d’oro ancora aperta che porta in dote, ad oggi, ben 14 titoli nazionali e 10 Coppe di Francia.

Ma torniamo ai primi anni Novanta, precisamente alla stagione 1993/1994, quando Pierre Fosset diventa presidente del club ed affida la panchina della squadra proprio ad un ex-sovietico, Vadim Kapranov. Il biennio si rivela subito vincente, anche perché, oltre alla dirigenza e alla guida tecnica, Bourges si regala anche Yannick Souvré, playmaker di gran classe ed una delle giocatrici francesi più forti di sempre. Ed i risultati non tardano a venire, se è vero che l’anno dopo, stagione 1994/1995, Bourges, che nel frattempo si è separata dallo storico marchio Cercle Jean-Macé, conquista il titolo di Francia e si impone pure in campo europeo, facendo sua la Coppa Ronchetti battendo nella doppia finale la Lavezzini Basket Parma, 56-47 e 56-53.

E’ il primo successo europeo francese della storia, e non sarà certo l’ultimo. Perché proprio Bourges, dopo che nella stagione 1995/1996 si è arresa, alla sua prima partecipazione, alla Comense nella semifinale della Final Four di Coppa dei Campioni giocata a Sofia, 62-54, è pronta stavolta a far saltare il banco.

La stagione dell’apoteosi continentale, 1996/1997, a cui si aggiunge lo scontato successo in campionato, è ad onor del vero macchiata dalla tragedia che colpisce mister Kapranov, che perde la figlia per un incidente stradale e non può esser presente all’atto finale della competizione. Alla Final Four di Larissa, in Grecia, il 10 aprile, in panchina siede il secondo dell’allenatore russo, Olivier Hirsch, ma Bourges, che ha dominato il girone eliminatorio vincendo 11 delle 14 partite che, tra le altre, vedeva le francesi opposte a Como e alle tedesche del Wuppertal, dopo essersi presa la rivincita della squadra italiana in semifinale, 68-58 con 20 punti della slovacca Anna Kotocova, vendicando la sconfitta di 12 mesi prima, in finale sbaraglia il campo proprio con Wuppertal, detentrice del  titolo, ipotecando il successo già a fine primo tempo, 38-25, grazie alla solita regia magistrale di Souvré e alla prova di una monumentale Isabelle Fijalkowski, che firma una prestazione da 24 punti e 12 rimbalzi, con 8/14 al tiro da due e 8/8 ai tiri liberi, ben assistita da Catherine Melain, a sua volta autrice di 18 punti.

Forse Bourges non gioco la miglior partita possibile, come certificano le 25 palle perse, ma le sue stelle fanno la differenza, ed infine, con un risultato che non ammette repliche, 71-52 con la sola Marlies Askamp, 14 punti a referto, in grado tra le teutoniche di giocare alla pari con le avversarie, e dominando ogni settore di gioco, dalla percentuale di tiro (25/49 contro 19/62), ai rimbalzi (41 a 22) e agli assist (13 a 6), sale sul tetto d’Europa.

Passa un anno e Bourges, che fa poker in campionato a spese, come nelle due stagioni precedenti, del Valenciennes, è pronta a bissare il successo continentale, giungendo seconda nel raggruppamento che comprende due delle altre tre formazioni presenti alle Final Four del 1996 e del 1997, ovvero Como, che ha strappato proprio alle francesi Isabelle Fijalkowski, e Ruzomberok, con un record di 10 vittorie e 4 sconfitte. E se ai quarti di finale si rinnova la sfida con il Wuppertal, risolto stavolta in tre partite, ecco che la Final Four, disputata davanti al pubblico di casa del Palais des Sports du Prado, gremito all’inverosimile, regala in dote al Bourges una semifinale proprio con il Valenciennes. In effetti, non c’è proprio partita. Trascinata dall’appassionato tifo dei suoi sostenitori, Bourges domina la sfida con un eloquente 69-48 firmato dai 16 punti di Eva Nemcova, nel mentre le spagnole del Getafe negano a Como un’altra finale europea imponendosi, forse a sorpresa, 73-69 grazie a 20 punti di Amaya Valdemoro. Ed è la stessa Nemcova, 21 punti e miglior realizzatrice della squadra francese con 18,7 punti di media a partita, ad ergersi a protagonista della finale, al pari di Odile Santaniello che firma una doppia doppia, 21 punti e 10 rimbalzi, con Anna Kotocova che contribuisce con 15 punti e Yannick Souvré che al solito è impeccabile in regia, smazzando ben 11 assist.

Finisce 76-64 e nel tripudio della sua gente Bourges non solo si conferma la più squadra più forte d’Europa, ma realizza pure una doppietta consecutiva che mai nessuna formazione francese, in qualsiasi altro sport, è riuscita a fare. Impresa da record? Beh, direi proprio di sì.

IL 21 FEBBRAIO 2003 VA IN SCENA L’ULTIMA GRANDE RECITA DI MICHAEL JORDAN

WJM25WPYD42MDBD7EBMDOJJGJU
Michael Jordan con la maglia dei Washington Wizards – da:washingtonpost.com

Articolo di Giovanni Manenti

Di Michael Jeffries Jordan – o, più semplicemente, MJ, per gli americani abituati a semplificare sempre tutto – si conosce oramai vita, morte e miracoli, a cominciare dall’adolescenza, gli anni al College che consentono a North Carolina di aggiudicarsi il titolo NCAA nel 1982, per poi conquistare la medaglia d’Oro con gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 dopo essere stato scelto dai Chicago Bulls al Draft del precedente 19 giugno …

Analogamente risaputa è la sua straordinaria carriera da Professionista, con le 6 vittorie in altrettante Finali NBA disputate con tre titoli consecutivi (1991-’93 e 1996-’98) in due distinte fasi dopo il temporaneo ritiro di 20 mesi per giocare Baseball, serie in cui ottiene altrettanti riconoscimenti di MVP delle Finali, avendone conquistati altri 5 della “Regular Season”.

Inoltre ha partecipato ad ogni “All Star Game” delle stagioni in cui è sceso sul parquet, concludendo la carriera con 32.292 punti, 6.672 rimbalzi e 5.633 assist, per delle relative, stratosferiche medie di 30,1 punti, 6,2 rimbalzi e 5,3 assist a partita (!!), oltre ad aver guidato il “Dream Team” per il suo secondo Oro olimpico ai Giochi di Barcellona ’92, prima edizione aperta ai giocatori Professionisti.

Ed allora, vi chiederete cosa occorra aggiungere a tutto ciò, ebbene qualcosina ancora c’è perché non molti sono a conoscenza dell’ultimo “come back” (“ritorno”) di Jordan dopo l’annunciato secondo ritiro, al tempo 35enne, ad avvenuta conquista del sesto anello con i Chicago Bulls al termine delle Finali Playoff 1998, vittime sacrificali, per il secondo anno consecutivo, gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone.

Annunciato definitivamente il ritiro dalle scene – peraltro con una frase degna del miglior Mourinho, ovvero: “sono al 99,9% sicuro di non disputare più un incontro di NBA …” – a gennaio ’99, l’anno seguente Jordan fa il suo rientro nel mondo del Basket Professionistico Usa, non più in veste di giocatore, bensì di proprietario dei Washington Wizards, che dopo aver chiuso la stagione 2000 al terz’ultimo posto della Eastern Conference con un desolante record di 29-53, fanno ancor peggio nella successiva, il cui record di 19-63 li confina solo al di sopra, ironia della sorte, proprio del Chicago Bulls, fanalino di coda sulla Costa Orientale.

Saranno state le prestazioni imbarazzanti della squadra, oppure l’esser tornato a respirare l’aria dei palazzetti, così come un identico rientro da parte del suo amico Mario Lemieux, che dopo tre anni di assenza dalla NHL (“la Lega Professionistica di Hockey su Ghiaccio”) si era ripresentato sulle piste di ghiaccio per indossare nuovamente la maglia dei Pittsburgh Penguins, fatto sta che le voci di un suo clamoroso ritorno cominciano a farsi sempre più insistenti, suffragate dall’intensità degli allenamenti a cui MJ si sottopone durante la primavera ed estate 2001, nonché dall’aver ingaggiato come Coach Doug Collins, suo allenatore a Chicago dal 1986 al 1989.

L’annuncio ufficiale viene dato ai media il 25 settembre ’01, notizia che avrebbe superato qualsiasi altra se gli Usa non fossero stati ancora sotto shock per l’attentato alle “Twin Towers” di appena due settimane prima, e lo stesso Jordan dichiara di devolvere il proprio compenso a favore delle famiglie delle vittime, per poi fare il suo rientro in campo (sfruttando quello 0,1% lasciato in sospeso …) il 30 ottobre ’01 nella sconfitta di misura dei “suoi” (in questo caso in tutti i sensi …) Wizards per 91-93 al Madison Square Garden di New York contro i Knicks …

In una stagione condizionata da problemi al ginocchio destro, Jordan scende in campo in sole 60 gare, di cui 53 da titolare, sulle 82 in calendario, ma il confronto tra il giocatore/proprietario ed il resto del Team è imbarazzante, laddove si consideri che il record delle partite in cui ha giocato è del 50% (30 sconfitte rispetto ad altrettante vittorie), mentre nelle rimanenti 22 i Wizards ottengono solo 7 successi, per un totale di 37-45 che li relega in decima posizione della Eastern Conference, comunque un bel progresso rispetto all’anno precedente.

Inutile dire che Jordan risulta il miglior realizzatore della squadra, con 22,9 punti, 5,7 rimbalzi e 5,2 assist di media a partita, che si innalzano a 24,3 punti, 6,0 rimbalzi e 5,4 assist se ci si limita alle sole gare in qui ha fatto parte degli “Starting Five” (“Quintetto iniziale”), festeggiando l’arrivo del nuovo anno con un “Season High” realizzato il 29 dicembre ’01 al “MCI Center” di Washington, allorché mette a referto, a quasi 39 anni di età, la bellezza di 51 punti tirando con il 58,3% (21 su 36) dal campo e mettendo a segno 9 tiri liberi su 10 tentativi nel successo per 107-90 contro, manco a dirlo, i sempre più derelitti Chicago Bulls …

Adesso per Jordan resta un ultimo obiettivo, vale a dire abbandonare l’attività a 40 anni compiuti – che non è un record, visto che Kareem Abdul-Jabbar aveva smesso a 42, ma comunque un bel traguardo da raggiungere – e, superati i problemi fisici, pur a dispetto delle sue 40 primavere, è l’unico giocatore di Washington a disputare tutte ed 82 le gare della “Regular Season”, di cui 67 inerito nel quintetto iniziale …

Il suo sogno sarebbe quello di poter condurre i Wizards ai Playoff, raggiunti una sola volta – nel 1997, eliminati 0-3 al primo turno proprio da MJ ed i suoi Bulls – nelle ultime 14 stagioni, ma a fine gennaio 2003 il bilancio non è confortante, con un record di 22 successi a fronte di 25 sconfitte quando per poter sperare nell’accesso alla “Post Season” occorre almeno superare la quota del 50% di vittorie, ma il mese entrante di febbraio è quello in cui Michael Jordan festeggia i 40 anni, essendo nato il 17, e volete che non abbia in serbo qualche sorpresa …??

Il primo acuto giunge proprio l’1 febbraio, allorché realizza 45 punti – 18 su 33 (54,5%) al tiro e 9 su 10 dalla lunetta – nello scontro diretto per l’accesso ai Playoff con i New Orleans Hornets vinto 109-104 sul parquet amico, per poi disputare il 9 febbraio alla “Philips Arena” di Atlanta il suo 14esimo “All Star Game”, prima di entrare per l’ultima volta nel libro dei record della NBA …

In stagione, oltre ai ricordati 45 punti rifiilati agli Hornets, Jordan aveva già superato “quota 40” in una sola altra occasione, grazie ai 41 che avevano consentito il 4 gennaio ’03 ai Wizards di avere la meglio 107-104 sui quotati Indiana Pacers del suo “nemico giurato” Reggie Miller e Jermaine O’Neal, ma il tutto era avvenuto non avendo ancora superato “la soglia dei 40 anni”, la cui viceversa prima gara dopo tale data è in programma il 21 febbraio, sempre sul parquet amico.

Bisogna entrare nella mentalità americana, dove gli slogan costituiscono una sorta di pane quotidiano e, considerando che, sino ad allora, nessun giocatore NBA ha messo a segno 40 o più punti dopo aver superato la quarantina, ecco che Jordan viene atteso a compiere l’impresa dei “40 points aged 40” (“40 punti a 40 anni”) che stuzzica non poco la curiosità dei media …

E, per l’occasione alla quale non vogliono rinunciare gli spettatori del “MCI Center”, Jordan sceglie un degno avversario, vale a dire nientemeno che i New Jersey Nets che guidano la Classifica della Atlantic Division con un record, al momento, di 37-18 rispetto al 25-28 di Washington, Nets guidati dal playmaker Jason Kidd (concluderà la stagione con 8,9 assist di media/partita) e che giungeranno sino alla Finale per il titolo, sconfitti dai San Antonio Spurs di Tim Duncan.

Ma ad uno che in oltre 20 anni di carriera ai massimi livelli le grandi sfide non hanno mai fatto paura, anzi lo hanno sempre affascinato, la gara contro la Capolista della Division è l’ideale per esaltarsi, disputando una gara di un’intensità pazzesca, gettandosi su di ogni pallone vagante con l’incoscienza di un ragazzino, mentre la mano è sempre calda come nei giorni migliori.

Coach Collins avverte che il suo “Proprietario” sta compiendo un’altra storica impresa e lo risparmia il meno possibile, facendogli disputare 43’ dei 48’ previsti, ed è Jordan a ricucire ogni tentativo di fuga di New Orleans, che all’intervallo lungo conduce di un solo punto (45-44) …

E’ la difesa la chiave della gara, con il solo Jefferson ad emergere tra gli ospiti con 25 punti all’attivo, mentre Jordan lotta come un leone anche sotto canestro, catturando ben 10 rimbalzi difensivi per poi violentare la retina dall’altra parte del campo, dando ai Wizards un primo piccolo vantaggio (58-54 e 63-60) nel corso del terzo periodo, per poi incaricarsi di “ricucire lo strappo” allorché i Nets, con un parziale di 6-0, si erano portati in vantaggio 66-63 …

Iniziato l’ultimo quarto con un solo punto (69-68) di vantaggio, i Wizards temono che Jordan accusi la più che comprensibile fatica, ma niente di più sbagliato qualora si consideri che stiamo parlando di uno che ha vinto un titolo NBA con 40 di febbre per un virus intestinale, segnando 38 punti, anche se avvenuta 6 anni prima.

E’ difatti Jordan a segnare il canestro del +3 (71-68) ad inizio del quarto periodo, è ancora lui a riportare le sorte della gara in parità sul 73-73, nonché a segnare dalla lunetta i tiri liberi del +2 (81-79) a 4’09” dal termine con cui tocca la fatidica soglia dei 40 punti, con la sovrimpressione sugli schermi a ricordare immediatamente come sia il primo giocatore a raggiungere tale “score” a 40 anni compiuti …

Ma a Jordan non basta, un record accompagnato da una sconfitta non fa parte del suo essere, ed eccolo allora recuperare un rimbalzo fondamentale con 1’30” da giocare e New Orleans tornata in vantaggio 84-83 per il quale subisce anche un colpo andando in lunetta per un “1 su 2” che riporta le sorti dell’incontro in parità, prima che i Nets guidino lo stesso 86-85 con soli 47” da giocare e palla in mano …

Ma il tiro dalla lunga distanza finisce sul ferro e dopo il rimbalzo, catturato da Christian Laettner, la palla viene consegnata a Jordan, il quale si produce in una delle sue celebri entrate in faccia a Richard Jefferson – di 17 anni più giovane di lui (!!) – per andare a depositare la stessa a canestro per il controsorpasso (87-86), con magari l’unica differenza che una decina di anni prima avrebbe schiacciato, ma glielo perdoniamo …

Mancano ancora 34” alla sirena, ma i Nets invece che l’azione manovrata vanno al tiro rapido da fuori che non centra il bersaglio, con Jordan a catturare il rimbalzo ed avviare l’azione che porta Washington sul +3 (89-86) che poi è anche il risultato finale, visto che il tiro della disperazione di Jefferson dalla lunga distanza non coglie neppure il ferro.

Un successo importante in chiave Playoff, portando i Wizards sul 26-28 – anche se poi non riusciranno nell’intento, concludendo la stagione al nono posto con l’identico score di 37-45 dell’anno precedente – ma i riflettori sono tutti per colui che ha deciso di regalare ai suoi tifosi ed a tutti coloro che amano il Basket, un’ultima, straordinaria recita, sintetizzate nelle aride cifre da 43 punti (18 su 30 (60%) dal campo e 7 su 8 ai tiri liberi), 10 rimbalzi, 3 assist, 4 palle recuperate ed una stoppata …

Siamo sicuri che, all’uscita dal Palazzetto, molti se non la quasi totalità dei presenti si sia chiesta: “Ma siamo sicuri che abbia veramente 40 anni …??” …

 

I 63 PUNTI DI ARLAUCKAS IN VIRTUS BOLOGNA-REAL MADRID DI COPPA DEI CAMPIONI 1996

arla.jpg
Joe Arlauckas in azione – da marca.com

articolo di Nicola Pucci

La storia cestistica di oggi rimanda agli anni in cui la principale manifestazione del basket continentale si chiamava ancora Coppa dei Campioni, le formazioni più forti d’Europa potevano avvalersi del fondamentale apporto tecnico di campioni dal passato NBA scintillante, e gli organici in competizione avevano una spiccata connotazione autarchica.

Insomma, siamo nel bel mezzo degli anni Novanta, precisamente stagione 1995/1996, e proprio quella che oggi chiamiamo comunemente Eurolega sta per scrivere una pagina memorabile, annotando un record destinato a resistere ancora a lungo.

Il Real Madrid è detentore del titolo, conquistato l’anno precedente a spese dell’Olympiakos, 73-61 nella finale giocata a Saragozza grazie a 23 punti e 7 rimbalzi dello “zar” Sabonis, e per l’anno in corso ha tutte le intenzioni di bissare l’impresa per quella che sarebbe la sua nona vittoria, incrementando un primato a livello di club che invece verrà aggiornato solo nel corso del Nuovo Millennio. Ma la concorrenza è decisamente agguerrita, a cominciare appunto dalle squadre elleniche che ormai guardano alla Coppa Campioni come ad un traguardo assolutamente alla loro portata, ed in effetti a fine stagione sarà il Panathinaikos ad alzare il trofeo trascinato dalle prodezze di Dominique Wilkins, per proseguire con lo stesso Barcellona che tenta di arginare, come avviene in ogni disciplina sportiva, lo strapotere dei madrilisti ed ambisce a conquistare per la prima volta il tetto d’Europa, e per chiudere con le illusioni cullate dalle due squadre italiane in lizza, la Virtus Bologna, con marchio Buckler ed il leggendario Alberto Bucci in panchina, a sua volta ancora a secco e che romperà il sortilegio nel 1998 battendo un’altra squadra greca, l’Aek Atene, e la Benetton Treviso, che con la finale del 1992 persa con il Limoges è in ordine di tempo l’ultima squadra tricolore ad aver raggiunto l’atto decisivo della rassegna.

Ma qui il racconto di quella storica stagione di Coppa dei Campioni, una volta registrati i successi di tutte le squadre favorite in un secondo turno preliminare che promuove direttamente alla fase a gironi, tra queste, proprio Barcellona ed Olympiakos, oltre ai francesi dell’Antibes, chiama appunto in causa la Virtus Bologna, inserita in un raggruppamento di ferro com’è il girone B, che mette assieme anche Barcellona, Real Madrid e Panathinaikos, oltre agli israeliani del Maccabi, l’altra formazione transalpina del Pau-Orthez, i croati del Cibona e i portoghesi del Benfica.

E mentre Olympiakos, Cska Mosca, Treviso ed Ulker Istanbul occupano nel girone A i primi quattro posti che garantiscono l’accesso ai quarti di finale da giocarsi con il formato dell’eliminazione diretta, proprio nel girone B le due spagnole fanno la parte del leone chiudendo ai primi due posti e precedendo Panathinaikos e Pau-Orthez, che accedono a loro volta alla fase successiva, estromettendo invece la Virtus Bologna, che dopo aver battuto il Barcellona nella prima gara, 90-73 con 22 punti di Komazec ed Orlando Woolridge, perde due incontri capitali con i francesi, per presentarsi ormai senza più possibilità alcuna all’ultima sfida, quella in calendario il 15 febbraio 1996 da giocarsi davanti al pubblico amico di Casalecchio sul Reno.

Tocca, a questo punto, raccontare preventivamente qualcosa di Joe Arlauckas, pivottone americano classe 1965, nato a Rochester, alto 205 centimetri, e che dopo una breve parentesi in NBA con la maglia dei Sacramento Kings, hanno conosciuto anche in Italia quando nel corso della stagione 1987/1988 ha difeso per 12 gare i colori di Caserta, ad onor del vero senza troppa gloria, sommando 10,7 e 6,8 punti a partita. Negli anni successivi, Arlauckas si è trasferito in Spagna, prima al Malaga e poi al Vitoria, per infine approdare al Real Madrid nel 1993.

E con i bianchi Joe si è tolto lo sfizio di vincere la Liga nel 1994 e la Coppa dei Campioni, appunto, del 1995, segnando 16 punti in finale, oltre a migliorare sensibilmente le sue statistiche tanto da mettere a segno, nei cinque anni con il Real Madrid, 2.584 punti in 136 partite alla ragguardevole media di 19 punti a serata.

Fin quando, appunto il 15 febbraio 1996, giunge l’ultima gara di girone a Bologna. Arlauckas si trova a dover fronteggiare il talento offensivo di Woolridge, che metterà a referto 31 punti assistito, seppur inutilmente, da Arijan Komazec a sua volta autore di 21 punti. Ma le due prestazioni virtussine nulla sono a confronto con la prova stratosferica di Arlauckas, assolutamente incontenibile ed in grado di segnare da ogni posizione, tanto da iscrivere infine uno score di 63 (!!!) punti, frutto di un 24/29 nel tiro da due e 15/18 nei tiri liberi. I 5.700 spettatori assiepati in tribuna si lustrano gli occhi al cospetto di una prova, a cui aggiungere 11 rimbalzi, 2 assist e 4 palle recuperate in 39 minuti di permanenza sul parquet, che se non può certo migliorare quella che, in Coppa dei Campioni, seppe regalare Radivoj Korac nel 1965, 99 (!!!) punti nel match tra OKK Belgrado e Alvik Stoccolma terminata 155-57, altresì assegna all’americano un record che da quel giorno nessuno è mai stato in grado neppure di avvicinare.

Per le statistiche, che nel basket significano parecchio, il Real Madrid vince 115-96, a dispetto di un misero 0/11 (!!!) nel tiro da tre punti, esercizio sconosciuto ad Arlauckas ma che per l’occasione, visto che gli entra praticamente tutto, prova a sua volta, fallendo. Racconterà Zoran Savic, suo compagno al Real Madrid di quella sera e che a fine stagione si trasferirà proprio alle V-nere, “Joe aveva sbagliato due tiri nei primi minuti di gioco, ma non si era allarmato, ed in seguito ogni suo tentativo andava a bersaglio. Giocava come su una nuvola, ma nessuno di noi aveva avuto la percezione che avesse segnato così tanti punti. Poi, a fine partita, leggendo le statistiche del match…

Record, dunque, e vale a Joe Arlauckas, che già in altre cinque occasioni aveva superato i 30 punti nel corso di quella Coppa dei Campioni, con un massimo di 35 fondamentali nella vittoria di misura a Tel Aviv con il Maccabi, 77-75, la vittoria finale nella classifica dei cannonieri, alla media di 26,4 punti a partita e con il 57,6% nel tiro da due. E se non è un fuoriclasse questo…