COPPA KORAC 1998 E IL GIORNO DI GLORIA DEL BASKET VERONA

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Dalla Vecchia con la Coppa Korac – da tggialloblu.it

articolo di Nicola Pucci

La Scaligera Basket Verona, fondata nel 1951, deve attendere la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta non solo per guadagnare infine il massimo palcoscenico nazionale, ma anche per assurgere al rango di grande protagonista della pallacanestro continentale.

Dopo esser giunta quinta e terza nel campionato di A2 nel 1989 e nel 1990, la prima stagione del nuovo decennio porta in dote alla formazione veronese, che si accoppia al marchio Glaxo, la prima storica promozione in Serie A1, conquistata con un record di ben 25 vittorie e sole 5 sconfitte. Sotto la guida esperta di Alberto Bucci, in organico ci sono giocatori del calibro di Paolo Moretti, Riccardo Morandotti, Giampiero Savio e Roberto Dalla Vecchia, accompagnati dal contributo di due americani di sostanza, Tim Kempton e Russ Schoene, e la squadra è tanto competitiva da mettere in bacheca, addirittura, la Coppa Italia, prendendosi il lusso di far fuori Caserta agli ottavi di finale e Virtus Bologna ai quarti, per poi avere la meglio di Livorno in semifinale e di Milano, 97-85, all’atto decisivo nella final-four di Bologna, prima e ad oggi unica formazione di Serie A2 ad alzare il trofeo.

Verona entra in pompa magna nel basket che conta, e se alla retrocessione dell’anno dopo faranno seguito una pronta risalita nella massima divisione ed alcuni piazzamenti di grande prestigio come le due semifinali play-off del 1994, eliminata dalla Virtus Bologna, e del 1997, quando sarà Treviso ad imporsi nel derby veneto, ecco che anche l’Europa inizia a diventare teatro delle imprese del quintetto scaligero. Che se nel frattempo torna in finale di Coppa Italia nel 1994 e nel 1996 e nel 1997 vince la Supercoppa battendo ancora una volta Milano, 79-72, nella sfida di Assago, si affaccia in semifinale in Coppa delle Coppe nel 1992, perdendo la doppia sfida con il Real Madrid poi vincitore del torneo contro il Paok Salonicco, per infine arrivare a giocarsi il titolo nello stesso 1997 quando è proprio il Real Madrid a spengere i sogni dei ragazzi allenati da Andrea Mazzon vincendo 78-64 la finale di Nicosia.

Sono passati alcuni anni da quella prima grande finale di Coppa Italia del 1991 che fece gridare al mondo che Verona non era solo Romeo e Giulietta e il calcio campione d’Italia del 1985. In panchina c’è ora proprio Mazzon, giovane allenatore poco più che 30enne, che si è forgiato con la gavetta delle squadre giovanili ed è stato vice di Franco Marcelletti, e con il marchio Mash Jeans i veneti sono finalmente pronti a conquistare l’Europa, trascinati in campo dall’indiscutibile classe di Mike Iuzzolino, giunto nella città scaligera nel 1995 dopo un’onesta carriera NBA con i Dallas Mavericks.

Accanto all’americano, che ha in mano le chiavi della squadra e acquisirà poi cittadinanza italiana, esercitano ancora i “vecchi” Dalla Vecchia e Savio, Roberto Bullara agisce nel ruolo di guardia, Alessandro Boni fa valere i chili sotto i tabelloni, due americani di medio cabotaggio come Myron Brown e Randolph Keys danno un valido contributo, così come il muscolare tedesco Hans Gnad e l’atletico danese Joachim Jerichow. Mazzon sembra avere la bacchetta magica e riesce a miscelare perfettamente talento cestistico e forza fisica, tanto che Verona diventa squadra pericolosissima, in Italia come in Europa, difficile per tutti da battere.

E se la stagione 1997/1998 si chiuderà con i quarti di finale play-off ed eguale piazzamento in Coppa Italia, ecco che la Mash Jeans compete in Coppa Korac. E fa saltare il banco di una competizione che ha nell’Aris Salonicco i detentori del titolo, negli spagnoli del Tau Ceramica gli sfidanti più autorevoli, nella Stella Rossa Belgrado la mina vagante e nelle altre italiane Varese, Roma e Siena contendenti con ben più di qualche legittima ambizione.

La prima fase a gironi non riserva sorprese, 32 protagoniste accedono al tabellone ad eliminazione diretta e per Verona gli ostacoli Konya, Zadar e Kavadarci sono solo un antipasto di quel che sarà il seguito della rassegna. Che ai sedicesimi di finale offre in pasto ai ragazzi di Mazzon proprio il Tau Ceramica, costretto a cedere nettamente davanti al pubblico amico, 70-90, sotto i colpi di Iuzzolino e Dalla Vecchia che mettono a referto 25 e 23 punti rispettivamente, non riuscendo poi a ribaltare il passivo a Verona, 85-79, quando Iuzzolino, al solito incontenibile in attacco, ne firma altri 25 per garantire il passaggio del turno.

E se nel frattempo la Stella Rossa rimedia in casa, 91-73, la sconfitta subita a Siena, 72-81, l’Aris Salonicco fa altrettanto con gli spagnoli del Manresa e Varese e Roma fanno valere la legge del più forte contro Spartak Mosca e Cherno More Varna, agli ottavi Verona trova sulla sua strada gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon, perdendo di misura in Israele, 83-86 nonostante 18 punti di Keys, per poi rifarsi davanti al pubblico amico, 71-60, guadagnando il biglietto per i quarti di finale.

Dove il contingente italiano giunge dimezzato, stante la sconfitta di Varese con i francesi dello Cholet e la vittoria di Roma con l’Unicaja Malaga, e dove Verona deve fronteggiare l’altra squadra greca in corsa, il Peristeri, che vince di quattro in casa trascinata da Henry e Gurovic ma cede 90-79 in Veneto, lasciando via libera agli scaligeri che vanno a comporre il quartetto che si giocherà il trofeo grazie ai 31 punti di Iuzzolino e i 27 di uno scatenato Brown, alla miglior prestazione stagionale.

Tra le quattro squadre ancora in lizza non ci sono più i campioni in carica dell’Aris Salonicco, sconfitti in entrambe le gare da Roma, mentre rimangono in corsa la Stella Rossa, che rispetta il pronostico con i turchi del Konya, e i francesi dello Cholet, che a loro volta hanno la meglio nel derby transalpino con Dijon. Yugoslavi e francesi si sfidano in una semifinale che si risolve già nel match di andata, con la Stella Rossa che si impone con un clamoroso 81-49 che spalanca la porta della finale, mentre un altro derby, stavolta tra Verona e Roma, deciderà il nome della seconda squadra finalista.

In effetti l’incrocio tricolore è incerto. Nel match d’andata, al Palaolimpia di Verona, Roma chiude avanti all’intervallo, 44-42, con Obradovic sugli scudi, ma deve poi arrendersi alla prestazione magistrale di Iuzzolino che mette a segno ben 38 punti, frutto di un 5/8 da due, 7/9 da tre e 7/7 dalla lunetta, firmando il 96-82 che ipoteca il passaggio del turno. Al ritorno, infatti, la squadra di Mazzon contiene senza troppi affanni il tentativo di recupero dei capitolini, che vincono di soli 2 punti, 72-70, lasciando via libera a Verona che con i 24 punti del solito Iuzzolino e la concretezza granitica di Gnad che sfiora la doppia doppia con 14 punti e 8 rimbalzi, per il secondo anno consecutivo va a giocarsi una finale europea. Stavolta da disputarsi con la formula del doppio confronto, 25 marzo in Italia e 1 aprile in Yugoslavia.

Ad onor del vero le cose sembrano mettersi male, per gli scaligeri. Che davanti all’appassionato pubblico amico chiudono il primo tempo avanti, 43-38 dopo aver toccato anche il +13 sul 30-17, grazie all’ennesima prova maiuscola di Iuzzolino che segna 24 dei suoi 27 punti totali, ben assistito da Keys che chiuderà la serata con 17 punti. Nel secondo tempo la Stella Rossa serra i ranghi e limita le giocate del play italo-americano, salgono in cattedra Bolic e Rakocevic, che segnano rispettivamente 18 e 17 punti, e dopo aver raggiunto il massimo vantaggio sul 59-47, infine gli yugoslavi si impongono 74-68, lasciando immaginare che sette giorni dopo a Belgrado si potrà festeggiare un titolo continentale che manca dal 1974 quando la Stella Rossa trionfò in Coppa delle Coppe.

Invece… invece succede che in un Pionir che rigurgita passione nazionalista, infuocato come solo sanno essere i palazzetti del basket da quelle parti, Verona gioca la partita della vita e va a prendersi quella coppa che quasi nessuno ormai riteneva alla portata. Topic e Popovic sono i più ispirati con 17 e 14 punti, ma Mazzon azzecca ogni mossa e la sua squadra gioca d’assieme, unita, con spirito indomito che ben si identifica nei 18 punti di Iuzzolino, che risulterà infine miglior marcatore dell’intera manifestazione con 22.2 punti di media a partita, nei 13 punti e 4/5 da tre di uno stoico capitan Dalla Vecchia, nei 12 punti in 20 minuti di Bullara, negli 11 punti ed ancor più 12 rimbalzi di Keys, dominatore della serata sotto i tabelloni, e nei 9 punti e 7 palloni catturati di Alessandro Boni. A cui tocca la vetrina finale, quando a 12 secondi dalla sirena, con Verona avanti di 8 punti, va a rimbalzo sulla tripla di Bencic che danza sul ferro ma non entra, subendo fallo ed andando in lunetta per il tiro libero che vale una Coppa Korac.

Verona, che dodici mesi prima aveva conosciuto l’amaro della sconfitta, stavolta assapora fino in fondo la dolcezza del trionfo. Finisce 73-64 e il titolo europeo, inseguito ed infine acchiappato, prende la strada per l’Italia. Quel 1 aprile 1998, la coppa farà bella mostra di sè sotto gli occhi di Romeo e Giulietta. Ed è uno scenario da leccarsi i baffi.

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LA STAGIONE 1946-’47 D’ESORDIO DEL BASKET PROFESSIONISTICO NBA

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I Philadelphia Warriors, primi Campioni della NBA nel 1947 – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando siamo abituati ad usufruire di un prodotto a noi familiare, difficilmente realizziamo a chi od a cosa si debba la sua invenzione, ed altrettanto avviene allorché assistiamo ad un evento sportivo, senza pensare alle origini dello stesso …

Oggigiorno, con le possibilità create dalle varie Tv satellitari, ci possiamo godere, tranquillamente seduti sul divano di casa, uno degli spettacoli più emozionanti e coinvolgenti offerti dal panorama dello Sport mondiale, ovverossia il Basket professionistico Usa, la sin troppo celebrata (ancorché meritatamente …) Lega dell’NBA, ovvero la “National Basketball Association” ed i suoi talentuosi Campioni, da LeBron James a Steve Curry, da James Harden a Kevin Durant, piuttosto che Russell Westbrook.

Ma non avremmo mai potuto beneficiare di ciò, come dell’aver ammirato in passato le prodezze di Larry Bird, “Magic” Johnson, Isiah Thomas, Michael Jordan e via dicendo, se, il 6 giugno 1946 a New York, la riferita Lega non fosse stata fondata, anche se non con l’attuale denominazione.

Difatti, prima di tale data, esistevano già due Leghe professionistiche negli Stati Uniti, ovverossia la ABL (“American Basketball League”) ad Est, risalente ben al 1925, e la NBL (”National Basketball League”), operante nelle città industriali del Midwest e fondata nel 1937, anche se le relative gare si disputavano in impianti di capienza limitata, quandanche non addirittura in sale da ballo o nelle palestre dei Licei …

Ecco, allora, nascere l’idea, da parte del proprietario del celebre “Boston Garden”, Walter Brown, di adibire gli impianti che ospitavano le gare dell’Hockey su ghiaccio – la NHL (“National Hockey League”) – per gli incontri di basket, visto che restavano inutilizzati per larga parte dell’anno, cosa che viene messa in pratica quel riferito inizio giugno del 1946, attraverso la creazione della BAA (“Basketball Association of America”), con nomina a Presidente della neonata Lega di Maurice Podoloff, che già ricopriva identica carica nella AHL, vale a dire la “American Hockey League”.

Nata così da una “costola” dell’hockey su ghiaccio – disciplina peraltro più antica rispetto al basket – la BAA vede ai propri vertici importanti uomini d’affari, ma, per logica conseguenza, poco esperti nel gestire squadre di pallacanestro, provenendo la maggior parte di loro da un altro Sport, pur adottando sin dalla stagione inaugurale la formula della suddivisione delle squadre partecipanti nelle due Division, la Eastern e la Western, che con il tempo sarebbero divenute Conference, per poi far seguire, al termine della “regular season”, la fase dei Playoff per l’assegnazione del titolo.

La grande innovazione della neocostituita Lega professionistica non è tanto da un punto di vista tecnico, in quanto la qualità non si dimostra superiore a quello delle altre due citate concorrenti – prova ne sia che i titoli del 1948 e ’49 vengono vinti dai Baltimore Bullets e dai Minneapolis Lakers, provenienti dalla ABL ed NBL rispettivamente – bensì organizzativo e di immagine, portando il basket nelle grandi Arene, siano il già citato “Boston Garden” o l’ancor più famoso “Madison Square Garden” di New York, anche se, nelle prime stagioni anch’essa, al par delle altre, non vede giocatori di colore nei roster delle varie formazioni partecipanti.

Questa situazione di ben tre Leghe professionistiche non poteva logicamente durare a lungo, e come sempre accade in questi casi, dopo che la seconda stagione aveva visto ben quattro franchigie – Cleveland, Detroit, Pittsburgh e Toronto – abbandonare la BAA lasciandola con sole sette partecipanti, poi incrementate ad otto grazie all’inserimento dei ricordati Baltimore Bullets provenienti dalla ABL, mentre nella successiva le formazioni iscritte salgono a 12 grazie al travaso di Fort Wayne, Indianapolis, Minneapolis e Rochester dalla NBL, ecco che il 3 agosto 1949 le sei compagini residue di quest’ultima Lega confluiscono anch’esse nella BAA dando luogo a tutti gli effetti all’attuale NBA, il cui primo Torneo ufficiale sotto tale denominazione è pertanto quello del 1949-’50, nel mentre la resistente ABL perde sempre più appeal e scomparirà a sei anni di distanza, nel 1955 dopo 30 anni di attività.

Fatta questa premessa per inquadrare quella che è stata la genesi della NBA – la quale ha peraltro riconosciuto come validi a tutti gli effetti per il suo “Albo d’Oro” i titoli conseguiti nei tre anni di vita della BAA – andiamo ad analizzare quello che è stato l’andamento della prima stagione, alla quale prendono parte 11 squadre, sei della parte orientale (Washington, Philadelphia, New York, Providence, Boston e Toronto) e cinque della occidentale (Chicago, Saint Louis, Cleveland, Detroit e Pittsburgh) degli Stati Uniti.

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La locandina del primo match – da:alchetron.com

Venerdì 1 novembre 1946 è la “data storica” in cui viene disputata la prima gara ufficiale della nuova Lega, presso il “Maple Leaf Gardens” di Toronto, tra i padroni di casa degli Huskies ed i New York Knicks, con questi ultimi ad imporsi per 68-66 e la loro guardia Ossie Schectman, che conclude con 11 punti all’attivo, a passare anch’egli alla storia quale realizzatore del primo canestro in una sfida sostanzialmente decisa da una maggior precisione degli ospiti dalla lunetta, con 20 su 26 rispetto al 16 su 29 dei loro avversari.

Con 60 incontri di “regular season” disputati, ad emergere nella “Eastern Division” sono i Washington Capitols allenati da quel Red Auerbach che farà le fortune degli “invincibili” Boston Celtics degli anni ’50 e ’60, che realizzano uno score di 49-11, riuscendo altresì in due occasioni a superare “quota 100” – cosa tutt’altro che usuale all’epoca – allorché si impongono per 107-81 a Cleveland il 2 febbraio ’47 (22 punti di Bob Feerick, 18 di John Manken e 17 di Fred Scolari), impresa replicata il successivo 26 marzo sul parquet amico della “Uline Arena”, quando a soccombere per 105-77 sono i Chicago Stags, con stavolta Bones McKinney a mettere a referto 18 punti, rispetto ai 17 di Feerick .

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Auerbach ed i Capitols – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Visto lo scarso numero di partecipanti, la formula dei Playoff prevede che ad accedere agli stessi siano le sole prime tre squadre di ogni Division, con la vincente ad essere esonerata dal primo turno, mentre le seconde e le terze si affrontano al meglio delle tre partite, ma con accoppiamenti interzone, nel senso che le due seconde si affrontano tra loro, così come le terze, una decisione che oggi farebbe discutere, ma d’altronde, non dobbiamo dimenticarci che siamo alle prime armi.

Ad Ovest, intanto, a farsi preferire sono i Chicago Stags, che prevalgono di misura (record di 39-22 rispetto a 38-23) nei confronti dei Saint Louis Bombers, riuscendo peraltro anch’essi a superare in ben quattro occasioni quota 100 punti realizzati – per due volte a scapito di Pittsburgh, fanalino di coda della Lega, nell’arco di una settimana, 109-85 e 101-82 tra il 6 ed il 12 febbraio ’47 – con Cleveland ad occupare la terza posizione con il 50% di vittorie, mentre ad Est, alle spalle di Washington, acquisiscono il diritto ad accedere alla “post season” Philadelphia e New York, entrambe con un record positivo di 35-25 e 33-27 rispettivamente.

Ai più attenti non sarà sfuggita una particolarità, ovvero che il record di Chicago e Saint Louis e costituito da 61 incontri rispetto ai 60 di calendario, e ciò è dovuto semplicemente al fatto che alle due squadre viene fatto disputare, il 31 maggio ’47 al “Chicago Stadium”, una sorta di spareggio per stabilire, essendo terminate a pari punti, chi dovesse essere esonerata dal primo turno dei Playoff, sfida quanto mai incerta che si risolve solo al supplementare, con i padroni di casa ad imporsi per 73-66.

Prima di addentrarci nell’esaminare l’esito dei Playoff, occorre dare il giusto risalto a coloro che hanno dato lustro a questa prima stagione, vale a dire i leader delle varie classifiche individuali, che pertanto premiano l’ala Joe Fulks dei Philadelphia Warriors quale miglior realizzatore con 1.389 punti per una media di 23,2 a partita, con un massimo di 41 realizzati il 14 gennaio ’47 nel successo per 104-74 a Toronto con 15 tiri a segno ed 11 su 16 dalla lunetta.

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Joe Fulks dei Philadelphia Warriors – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Ad avere però una miglior percentuale realizzativa dal campo è il già citato Feerick di Washington, con una media del 40,1%, nel mentre proviene da Providence il “re degli assist”, ovvero Ernie Calverley che ne distribuisce ben 202 per una media di 3,4 a partita ed il più preciso dalla lunetta è ancora un giocatore dei Capitols, vale a dire Fred Scolari con una percentuale dell’81,1%.

E, per concludere questa rivisitazione dei “top player”, la prima “All-BAA First Team” – una segnalazione che negli Usa assume un notevole valore per un giocatore – è composta da Max Zaslofsky (Chicago Stags) come playmaker, i già citati Fulks, Feerick e McKinney quali ali e Stan Miasek dei Detroit Falcons in veste di miglior centro.

Ma, già dalla sua prima edizione, il Basket professionistico conferma come una cosa sia la “regular season” e ben altra i Playoff, che si aprono ad inizio aprile ’47, e la sfida tra le due terze – New York ad Est e Cleveland ad Ovest – vede prevalere la formazione della “Grande mela” che, dopo aver perso anche piuttosto nettamente gara-1 (51-77) alla Cleveland Arena, fa valere la legge del Madison Square Garden nelle due successive sfide, che vedono la coppia formata da Bud Palmer e Stan Stulz fare il bello e cattivo tempo, mettendo a segno in coppia 52 punti in gara-2 (conclusa 86-74) e 51 nella decisiva gara-3, il cui risultato non è mai in discussione sino al 93-71 conclusivo.

Con New York ad aver, pertanto, sfruttato appieno il fattore campo costituito da un miglior record nella stagione regolare, la stessa cosa non accade nella sfida tra le due seconde delle rispettive Division, ancorché la differenza fosse minima (38-22 per Saint Louis e 35-25 per Philadelphia), con i Warriors a compiere il proprio dovere in gara-1 alla Philadelphia Arena, venendo a capo di un match equilibrato, risolto solo nel finale per il 73-68 conclusivo, ribaltato viceversa con autorità in Missouri, dove i Bombers si impongono d’autorità per 73-51, facendo ritenere poco più che una formalità il terzo e decisivo incontro che ha luogo il giorno dopo, 6 aprile ’47 sempre sul loro parquet.

Ed invece Philadelphia, riordinate le idee e, soprattutto, ritrovato un Fulks degno del suo ruolo di miglior marcatore della stagione regolare, mettendo 24 punti a referto, riesce nell’impresa di espugnare con un altrettanto netto 75-59 il campo avverso, guadagnandosi il diritto a sfidare per l’accesso alla Finale i New York Knicks, i cui confronti in “regular season” si erano conclusi con un record di 4-2 a loro favore.

Non ci siamo dimenticati di Chicago e Washington, ma il “vantaggio” di essere state esonerate dal disputare il primo turno della “Post season” viene in un certo qual modo annullato dallo scontro diretto in semifinale, anziché affrontare una delle seconde o terze, decisione piuttosto sorprendente per come siamo abituati a decifrare la “Griglia Playoff” ai giorni nostri, ma tant’è, con però una sostanziale differenza, nel senso che mentre la serie tra Philadelphia e New York si mantiene al meglio delle tre partite, quella tra le due vincitrici delle rispettive Division è al meglio delle sette, in pratica una sorta di Finale anticipata.

Il che sta altresì a significare che mentre le gare tra Knicks e Warriors prendono il via il 12 aprile, quelle tra Stags e Capitols hanno già visto disputarsi le prime sfide in concomitanza con gli incontri del primo turno, per così arrivare ad una conclusione più o meno contemporanea per dar luogo alla successiva Finale per il titolo.

Capisco come non sia molto facile raccapezzarsi in questo sovrapporsi di date, ma come sempre l’esempio pratico è la migliore soluzione, con Philadelphia che conferma, rispetto a New York, la superiorità già dimostrata nella stagione regolare, grazie alla riacquistata vena realizzativa di Fulks, “top scorer” sia in gara-1 vinta per 82-70 nella “città dell’amore fraterno” che nell’ancor più netto successo per 72-53 con cui, a due giorni di distanza, i Warriors espugnano il Madison Square Garden.

Nel frattempo, Chicago e Washington se le stanno dando di santa ragione, con questi ultimi – che si presentano all’appuntamento, oltre che con il già citato miglior record assoluto in “regular season”, forti anche delle 5 vittorie ad 1 ottenute nel corso della stagione – a subire due inattese, ma non per questo meno nette (65-81 e 53-69) sul parquet amico in gara-1 e gara-2 a distanza di un giorno l’una dall’altra, per poi soccombere anche in gara-3 (67-55, con la coppia Don Carlson e Max Zaslofsky a realizzare da soli il 63% dei punti totali, con 22 e 20 rispettivamente) ed essere i primi a sperimentare una regola tuttora esistente nella Storia dei Playoff NBA.

Tale regola, semplicemente, riflette il fatto che nessuna squadra ha mai rimontato uno svantaggio di 0-3 in una serie, e nonostante i Capitols abbiano un sussulto d’orgoglio imponendosi in gara-3 per 76-69 e quindi mettere paura agli Stags in gara-4 violandone per 67-55 il relativo parquet, la speranza di allungare la serie a gara-7, da disputare alla “Uline Arena” davanti ai propri tifosi, viene vanificata dalla più incerta delle sfide, che vede le due squadre andare all’intervallo lungo sul 30-29 per i padroni di casa, che poi dilatano il vantaggio sino a 52-48 alla conclusione del terzo parziale e quindi concludono sul 66-61 grazie soprattutto alle prestazioni di Chris Halbert e Zaslofsky (25 e 18 punti rispettivamente), mentre Auerbach è nell’occasione decisiva “tradito” da Feerick, con soli 8 punti a referto.

Ed eccoci così giunti alla serie per l’assegnazione del titolo, con Chicago che, avendo eliminato i dominatori della stagione regolare assume le vesti di favorita per la vittoria finale, con il vantaggio psicologico delle 5 vittorie ad 1 ottenute nelle stagione regolare, peraltro, curiosamente, esattamente identico a quello che, al contrario, vantava Washington nei suoi confronti, e per questo forse non proprio beneaugurante.

Con gli incontri programmati a distanza di un giorno l’uno dall’altro allorché la serie si disputa nella stessa città, il 48enne coach dei Warriors Edward Gottlieb ha dalla sua un Fulks rinfrancato dall’esito delle semifinali, come dimostra chiaramente il 16 aprile ‘47 in gara-1 allorché domina nettamente la sfida dall’alto dei suoi 37 punti, di cui ben 29 messi a segno nella ripresa per l’84-71 che viene più o meno replicato il giorno appresso, visto l’85-74 in cui stavolta Philadelphia si impone di squadra, con ben 5 suoi elementi in doppia cifra, a dimostrazione che limitare il “top scorer” della “regular season” (solo 13 punti a referto …) non è abbastanza per vincere.

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Joe Fulks in azione – da:prohoopshistory.net

La ricordata regola dello “0-3 non rimontabile” viene vissuta stavolta sulla propria pelle dai giocatori di Chicago in gara-3, la cosiddetta “sfida che non si deve perdere”, e che, al contrario, vede i Warriors avere la meglio sul parquet avverso in una partita giocata “punto a punto”, con le due squadre andate all’intervallo sul 31 pari, per poi vedere gli ospiti prendere un lieve margine (47-46) a fine terzo periodo e quindi resistere sino al 75-72 conclusivo che vede nuovamente Fulks indiscusso protagonista con i suoi 26 punti realizzati.

Una situazione di 3-0 a proprio favore fa generalmente sì che gara-4 sia appannaggio della formazione a secco di vittorie, cosa che si verifica anche in questa occasione, non senza batticuore per i tifosi degli Stags che, convinti di aver oramai la vittoria in tasca dopo il 65-52 di chiusura terzo quarto, vedono la loro squadra rimontata sino a chiudere per un solo punto di scarto (74-73) l’incontro a proprio favore …

Si torna quindi a Philadelphia per quella che può essere l’ultima e decisiva sfida, con i Warriors ad un successo dalla conquista del titolo, ed i supporters iniziano già a pregustare i festeggiamenti del dopopartita alla fine del primo periodo, chiuso su di un confortante 27-13, ma senza aver fatto i conti con l’orgoglio di Chicago che, dapprima riduce lo svantaggio a 38-40 all’intervallo e quindi si porta in vantaggio 68-63 quando inizia l’ultimo quarto.

A scacciare la paura che comincia ad aleggiare sulle tribune della Philadelphia Arena non può essere altri che Fulks con i suoi 34 punti a referto – nonché concludendo la serie con una media di 26,2 a partita – anche se a realizzare il canestro del pareggio sull’80-80 ad 1’ dalla sirena è Howie Dallmar, prima che la gara assumesse il suo contorno definitivo di 83-80 che laurea i Warriors quali i primi Campioni della nuova Lega Professionistica Usa.

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La palla di gara-5 autografata dai giocatori dei Warriors – da:deskgram.net

Curioso il fatto che detta franchigia non sia, come molti potrebbero credere, quella che successivamente è divenuta i “Philadelphia 76ers” di Moses Malone e Dr. J Julius Erving, in quanto questi ultimi nascono nel 1963 come prosecuzione dei “Syracuse Nationals”, mentre i Warriors hanno mantenuto il loro soprannome, divenendo, con il tempo, dapprima i “San Francisco Warriors” (1962-71) e quindi gli attuali “Golden State Warriors”, dominatori della recente Storia della NBA con tre titoli (2015, ’17 e ’18) nelle ultime quattro stagioni grazie alle prodezze di Stephen Curry e Kevin Durant, quest’ultimo premiato come MVP delle Finali Playoff degli ultimi due anni …

Peccato che un tale riconoscimento sia stato istituito solo a far tempo dal 1969, altrimenti i Warriors – oltre a Rick Barry nel ’75 ed ad André Iguodala nel ’15 – avrebbero visto beneficiarne un altro dei propri giocatori.

E, se avete avuto la pazienza di seguire il racconto sino a questo punto, non potrete avere certo alcun dubbio al riguardo, Joe Fulks, of course …!!

 

TANOKA BEARD E QUEL RECORD IN EUROLEGA CHE ANCORA RESISTE

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Tanoka Beard in maglia Zalgiris – da delfi.it

articolo di Nicola Pucci

Tanoka Beard è uno dei tanti cestisti americani che non possono vantare un pedigree in NBA ma hanno scritto pagine importanti di basket europeo.

Nato a Ogden il 29 settembre 1971, Beard studia e gioca da ragazzo alla Bonneville High School, per poi provare ad entrare al draft del 1993 dopo aver contribuito alle alterne fortune dei Broncos alla Boise State University. Tanoka, che ha chili in abbondanza ma non troppi centimetri per venir considerato un centro, nondimeno è proprio sotto le tabelle che viene impiegato, e nel 1993, fallita la chance con la lega professionistica americana, sbarca in Europa per vestire i colori della Virtus Roma.

E’ solo l’inizio di un’interminabile serie di esperienze nel Vecchio Continente che vedranno Beard vincere il titolo turco con l’Ulker nel 1995, mettere la firma sulla Coppa di Spagna con il Badalona nel 1997 e trionfare in ben quattro edizioni del campionato lituano con lo Zalgiris, dal 2003 al 2007. Insomma, le soddisfazioni non mancano, sia con le squadre per le quali viene ingaggiato, sia dal punto di vista individuale, se è vero che per due volte, 1999 e 2002, si merita anche la palma di MVP della Liga spagnola.

Ma c’è una data speciale, nel curriculum di Tanoka Beard, ed è quella del 20 gennaio 2004. Dall’anno prima l’americano, appunto, gioca a Kaunas, in Lituania, e se nel corso della stagione 2002/2003 ha contribuito al titolo dello Zalgiris giocando solo tre gare con statistiche comunque importanti, 17 punti e 13,7 rimbalzi a partita, l’anno in corso lo vede invece protagonista in Eurolega.

Beard non è certo uno sconosciuto, a livello internazionale, visto che per due anni di seguito, 1998 e 1999, quando esercitava in Spagna con Real Madrid e Valencia, è stato selezionato per disputare la FIBA Eurostars, una sorta di esibizione che mette l’uno contro l’altro i giocatori che maggiormente si sono distinti nelle competizioni per club. Ma è questa fredda serata d’inverno di inizio 2004 ad inserirlo di forza, è proprio il caso di dirlo, nella storia del basket continentale.

Lo Zalgiris è sorteggiato nel gruppo B di Eurolega che comprende anche Cska Mosca, Maccabi, Fortitudo Bologna e Siena, che proseguiranno la loro corsa qualificandosi per la top-16 ed arrivando poi a contendersi il titolo di campione d’Europa che infine premierà la formazione israeliana, Panathinaikos, Malaga e il fanalino di coda Novo Mesto. I lituani cercano faticosamente di rinverdire i fasti di fine anni Ottanta quando lo “zar” Arvydas Sabonis, che nel frattempo è tornato a chiudere la sua leggendaria carriera in patria, era un’iradiddio, e lo è ancora tanto da venir inserito nel primo quintetto di Eurolega, ma soprattutto di tornare ai vertici del basket continentale, come avvenne non troppo tempo addietro, nel 1999, quando Kaunas salì sul tetto d’Europa trascinata dal talento di giocatori del calibro di Tyus Edney, Stombergas e Zukauskas.

La corsa dello Zalgiris, in verità, assomma luci ed ombre, con un ruolino finale di 6 vittorie ed 8 sconfitte che varranno comunque l’accesso alla top-16 dove poi il cammino si interromperà, ma Beard la sera del 20 gennaio ha il suo personalissimo appuntamento con la storia del basket europeo, e nella sfida che oppone lo Zalgiris proprio alla Fortitudo Bologna al Paladozza realizza un’exploit che ancor oggi rimane ineguagliato. Al cospetto di un Milos Vujanic quasi altrettanto mostruoso con 31 punti, Tanoka mette a referto ben 35 punti, frutto di un 11/14 nel tiro da 2 e 13/14 dalla lunetta, a cui aggiunge ben 19 rimbalzi, 2 palle recuperate ed 11 falli subiti. Il tutto in 38 minuti di permanenza in campo, che gli valgono una valutazione di 69 che ad oggi rimane la migliore mai realizzata da un cestista in Eurolega, ben superiore al 55 di Jaka Lakovic che il 18 ottobre 2001, contro il Real Madrid, aveva firmato per Novo Mesto 38 punti, 4 rimbalzi e 7 assist.

La prodezza di Beard, che col suo fisico massiccio non trova opposizione sotto il canestro bolognese, anche perché nel quintetto di coach Repesa manca un centro di valore assoluto, non servirà ad evitare la sconfitta allo Zalgiris, 107-117, ma per questo ragazzo americano, globetrotter della palla a spicchi, da quella magica serata c’è un posto speciale nella meravigliosa enciclopedia del basket d’Europa. In attesa che qualcuno sappia far di meglio. Neanche fosse facile.

LISA LESLIE, ED IL “DREAM TEAM” USA DI BASKET AL FEMMINILE

 

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Lisa Leslie bacia la medaglia d’oro ad Atene 2004 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

La leggenda biblica sulla creazione dell’uomo e della donna tramandataci dall’Antico Testamento, descrive Eva come nata da una costola di Adamo, e sarete pertanto a chiedervi cosa detta citazione abbia a che vedere con una storia di Sport.

Ovviamente nulla, se non usare tale paragone per evidenziare come il più devastante Centro nel panorama del Basket femminile, vale a dire l’americana Lisa Leslie, la si possa idealmente immaginare come nata da una costola di un Bill Russell così come di un Kareem Abdul-Jabbar.

E’ su di lei, nata a Gardena, in California, il 7 luglio 1972, che gira difatti attorno la squadra di Basket Usa che imita – se non addirittura supera – le gesta del celebre “Dream Team” che entusiasma alle Olimpiadi di Barcellona ’92, prima occasione in cui è concesso anche ai Professionisti della NBA di partecipare ai Giochi.

Edizione, quella catalana, che vede al contrario le ragazze americane – che avevano conquistato il primo oro olimpico della loro storia ai Giochi di Los Angeles ’84, ma di scarso valore stante l’assenza delle formazioni del blocco sovietico – non riuscire a confermare il successo ottenuto quattro anni prima a Seul, in cui avevano riscattato la sconfitta dei maschi in semifinale contro l’Urss, rifilando alle sovietiche un pesante 102-88 per poi aggiudicarsi il titolo superando 77-70 la Jugoslavia in Finale.

A Barcellona, al contrario, le parti si erano invertite, e mentre Jordan & Co. strappavano applausi con le loro giocate, dominando il Torneo aggiudicandosi ogni incontro con almeno 30 punti di scarto, ecco che le cestiste sovietiche (ancorché sotto la dizione di “Comunità degli Stati Indipendenti”) si prendono la rivincita, con il 79-73 inflitto in semifinale alle ragazze Usa, così costrette ad accontentarsi della medaglia di bronzo a spese delle cubane.

Ma, oramai, a dispetto di tale delusione, il Basket al femminile sta prendendo sempre più piede oltre Oceano, ed ecco che – anche in questo caso, verrebbe da dire – da una “costola” della NBA (la Lega Professionistica Usa) nasce la “Women’s National Basketball Association” (WNBA), costituita il 24 aprile 1996 alla vigilia delle Olimpiadi di Atlanta, il cui primo Campionato ha luogo l’anno seguente, avendo lo stesso uno svolgimento temporale diverso, dato il ridotto numero di squadre, vale a dire in un arco da Maggio a Settembre, con i Playoffs a concludersi nella prima metà di ottobre.

Al pari di quanto era successo tra i maschi dopo la delusione olimpica di Seul, anche a livello femminile la sconfitta di Barcellona, cui aveva fatto seguito analogo stop in semifinale ai Mondiali di Australia ’94 – ai quali gli Stati Uniti giungevano da detentrici del titolo – sconfitta 107-110 dal Brasile, induce la Federazione a costituire già dal 1995 un gruppo di ragazze da formare in vista dell’appuntamento nella Capitale della Georgia.

Ed, a far parte di questo gruppo – cui appartengono, quali uniche reduci dell’esperienza catalana, solo la “leggendariaTeresa Edwards, già componente del Team oro a Los Angeles ’84 e Seul ’88, e Katrina McClain, a propria volta oro in Corea – non può mancare la 23enne Lisa Leslie, reduce da quattro anni alla “University of South California” dove ha stracciato qualsiasi record, guidando le sue compagne ad 89 vittorie e 31 sconfitte nelle 120 gare disputate.

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Leslie ad University of South California – da:pac-12.com

A livello personale, potendo contare su di un fisico oseremmo dire perfetto (m.1,96 per 77kg.) per dominare sotto i tabelloni, Leslie fa registrare medie da 20,1 punti, 10,1 rimbalzi e 3,1 stoppate a partite, toccando nel suo ultimo anno, il 1994, quote di 21.9 punti e 12,3 rimbalzi di media.

Indubbiamente, il Centro che tutti gli allenatori vorrebbero a propria disposizione, e con la Edwards a fungere da playmaker ed un altro fenomeno quale Sheryl Swoopes a violentare la retina dal perimetro, il più è già fatto, allorché le ragazze americane si preparano ad affrontare l’impegno olimpico, dove sono inserite nel Gruppo B assieme ad Australia, Ucraina, Cuba, Corea del Sud e Zaire, mentre nel Gruppo A spicca la presenza di Russia e Brasile.

Con le prime quattro squadre a qualificarsi per i Quarti di finale con abbinamenti incrociati, Edwards & Co. rifilano pesanti passivi alle malcapitate africane (travolte per 107-47) e sudcoreane (105-64) e non miglior sorte tocca all’Ucraina (98-65), nel mentre limitano a 17 punti il passivo sia Cuba (101-84) che Australia (96-79), per poi entrare nella Fase senza possibilità di appello dell’eliminazione diretta.

Abbinate al Giappone ai Quarti, le americane si impongono 108-93 in una gara che passa alla storia per i 35 punti realizzati da Leslie (oltre ad 8 rimbalzi e 4 assist), cui danno una mano le citate Swoopes, con 9 punti e 5 assist e, soprattutto, McClain, che mette a referto 18 punti e ben 16 rimbalzi, nel mentre, dal canto suo, Teresa Edwards dispensa 12 assist.

Quarti di finale che fanno registrare la sorpresa dell’eliminazione della Russia (74-70) da parte della sempre ostica Australia, che diviene così nuovamente avversaria degli Usa in semifinale, mentre l’altra finalista scaturisce dal match tra Ucraina e Brasile, con le Campionesse del Mondo in carica ad imporsi facilmente per 81-60.

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Leslie a canestro contro Australia ad Atlanta ’96 – da:gettyimages.it

Divario pressoché identico (93-71) con cui le ragazze americane hanno la meglio sulle australiane, con Leslie (22 punti e 13 rimbalzi) e McClain (18 e 15, rispettivamente) a fare il bello ed il cattivo tempo sotto i tabelloni, ricevendo una grossa mano nel tiro da fuori da Swoopes con i suoi 16 punti, il tutto per una “macchina” ben rodata ed intenzionata a non fare sconti al Brasile nell’atto conclusivo.

Scese in campo il 4 agosto ’96, due giorni dopo che il “Dream Team2” – con ancora stelle del calibro di Charles Barkley, Scottie Pippen, John Stockton, Karl Malone e Shaquille O’Neal – ha liquidato per 95-69 la Jugoslavia, le ragazze intendono anch’esse mettere il loro sigillo sull’edizione dei Giochi di Atlanta con un’imbarazzante (per le avversarie …) prova di superiorità che le porta quasi ad eguagliare il famoso 117-85 rifilato da “Magic Johnson” e Michael Jordan alla Croazia nella Finale di Barcellona, rifilando alle stravolte brasiliane un passivo (111-87) di poco inferiore, con ancora Leslie a dominare dall’alto dei suoi 29 punti.

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Le ragazze Usa festeggiano l’oro ad Atlanta ’96 – da:tribpub.com

Intenzionate anche loro a ricevere l’appellativo di “Squadra dei Sogni”, lo “zoccolo duro” formato da una Teresa Edwards che si sta avvicinando ai 40 anni, Leslie e Swoopes si avvantaggia indubbiamente, nel quadriennio post olimpico, dal potersi cimentare nella neo costituita WNBA, i cui primi quattro Tornei sono tutti appannaggio delle Houston Comets allenate da Van Chancellor, e nelle cui file militano un’altra leggenda del Basket femminile americano, vale a dire Cynthia Cooper – eletta MVP delle Finali in tutte e quattro le stagioni – oltre alla già citata Swoopes ed ad una giovane Tina Thompson, di cui sentiremo a breve parlare.

Dal canto suo, Lisa Leslie, che è tesserata per le Los Angeles Sparks, tiene medie realizzative intorno ai 16 punti, primeggiando nella Classifica dei rimbalzi nel 1997 e ’98, con 9,5 e 10,2 di media a partita, ma non ha ancora dato il meglio di sé stessa, come avviene, viceversa, ad inizio del nuovo secolo, dopo la conferma dell’oro olimpico ai Giochi di fine millennio di Sydney 2000.

Presentatesi in Australia con i logici favori del pronostico, sia per il successo di Atlanta che per aver riconquistato il titolo iridato nella Rassegna di Berlino ’98 grazie al 71-65 sulla Russia in Finale dopo la vittoria per 93-79 sul Brasile in semifinale, le americane vengono inserite nel Gruppo B assieme alle russe, che vengono sconfitte per 88-77, al pari di Corea del Sud (89-75) e Polonia (76-57), mentre poco più che un allenamento si dimostrano gli incontri contro Cuba e Nuova Zelanda, risolti per 90-61 e 93-42 rispettivamente, con Leslie sempre in doppia cifra, fornendo assieme a Swoopes un’eccellente esibizione nel match contro le coreane, con la prima a mettere a referto 24 punti ed 11 rimbalzi e la seconda 29 punti e 9 rimbalzi, realizzando da sole in pratica il 60% del totale dei punti.

Un passo falso di troppo contro la Francia (sconfitta 70-73 al supplementare) relega nell’altro Girone, dominato dalle padrone di casa australiane, il Brasile al terzo posto, così da essere abbinato ai Quarti alla Russia per il confronto più incerto, testimoniato dall’esito dello stesso che, per la seconda edizione consecutiva, vede le russe uscire di scena a questo punto del Torneo, sconfitte di misura (67-68), nel mentre non hanno problemi a proseguire Australia e Stati Uniti (58-43 alla Slovacchia in una gara dall’insolito punteggio basso, pur con Leslie a siglare 18 punti …) ed un’altra sorpresa giunge dalla sfida tra Francia e Corea del Sud, con le asiatiche ad imporsi per 69-58.

Resesi conto che non avranno vita facile come in Georgia, le americane affrontano con la giusta concentrazione la ripetizione della gara contro le sudcoreane, vinta stavolta con un margine (78-65) ben più ridotto, ma quando si hanno nel quintetto giocatrici del calibro di Leslie (ancora in “doppia doppia” con 15 punti e 12 rimbalzi …) e Swoopes, autrice di 19 punti, tutto diventa più semplice, anche se la sfida in Finale contro le padrone di casa australiane (64-52 al Brasile, poi bronzo a spese della Corea del Sud) è tutt’altro che vinta in partenza.

Anche perché nelle file australiane milita una 19enne, tale Lauren Jackson che altri non è se non “l’alter ego” di razza bianca dell’afroamericana Leslie, della quale pareggia l’altezza (196cm.) con una maggiore tonicità muscolare, pesando 85 chili, dando inizio ad una rivalità che durerà un decennio, spostandosi anche sui parquet della WNBA, visto che viene ingaggiata dalle Seattle Storm.

E, nonostante sia la più giovane della sua formazione, la Jackson dimostra di non subire il carisma dell’oramai 28enne Leslie, aggiudicandosi il platonico confronto diretto, con 20 punti e 13 rimbalzi al proprio conto, cui l’americana risponde con 15 punti, 9 rimbalzi e 4 assist, ma è la maggior compattezza della squadra Usa a fare la differenza, con Swoopes a contribuire con 14 punti e 9 rimbalzi, oltre ad Yolanda Griffith (13 punti e 12 rimbalzi) per il netto 76-54 che consegna alla 36enne Teresa Edwards il suo quarto oro olimpico che, unito al bronzo di Barcellona ’92, ne fanno la giocatrice più medagliata nella Storia dei Giochi.

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Le ragazze Usa festeggiano il titolo a Sydney 2000 – da:gettyimages.it

Con già due ori olimpici ed un titolo iridato nel proprio Palmarès, per Leslie è giunto il momento di mietere allori anche in patria con il proprio Club, a guidare il quale viene chiamato nel 2001 un idolo del “Forum” di Inglewood ai tempi dello “Showtime” di “Magic” Johnson, vale a dire Mike Cooper, i cui frutti vengono immediatamente a maturazione.

Con la sola Delisha Milton-Jones tra le Campionesse olimpiche come compagna, è Leslie a trascinare Los Angeles al titolo con una fantastica “regular Season” conclusa con un record di 28 vittorie e sole 4 sconfitte, per poi porre fine all’egemonia di Houston nelle Semifinali e superare Sacramento nella Finale della Western Conference ed acquisire così il diritto a sfidare per il titolo assoluto le ragazze di Charlotte, anch’esse alla loro prima Finale.

Già sconfitte due volte nella stagione regolare, Los Angeles ripete identico percorso nelle gare per il titolo, con Leslie dominatrice in entrambe le circostanze, con 24 punti ed 8 rimbalzi nel successo per 75-66 in campo esterno, cui aggiunge altrettanti punti e 13 rimbalzi nella demolizione per 82-54 delle avversarie nella sfida allo “Staples Center” che certifica il trionfo delle ragazze di Cooper, con Leslie a ricevere lo scontato premio di MVP delle Finali, oltre a quello per l’intera stagione.

Riconoscimento di MVP delle Finali che Leslie ottiene anche l’anno seguente, allorché, dopo aver chiuso la stagione regolare con un record di 25-7, appena migliore del 24-8 fatto registrare da Houston, con queste ultime inaspettatamente fatte fuori da Utah nel primo turno dei playoffs, si presenta per la seconda volta consecutiva all’appuntamento per il titolo dopo aver eliminato Seattle della “nemica” Jackson ed Utah per confermare la propria leadership ad Ovest, avversarie stavolta le ragazze di New York Liberty, che giungono a tale sfida per la quarta volta nei sei anni di vita della Lega femminile.

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Lisa Leslie in azione coi Los Angeles Sparks – da:gettyimages.co.uk

 

Desiderose di sfatare questo orrendo tabù, le newyorkesi si fanno sorprendere sul parquet amico del “Madison Square Garden” per 71-63 in gara-1, per poi giocare il tutto per tutto nella seconda sfida nella “Città degli Angeli”, dove si trovano sul 66 pari prima che Nikki Teasley infili una tripla a 2”1 dalla sirena per il 69-66 conclusivo che conferma Los Angeles ai vertici della WNBA.

Stagione conclusasi in anticipo a fine agosto ’02 per consentire alla Nazionale di presentarsi in Cina onde confermare il titolo iridato del ’98, con alla guida Van Chancellor, il Coach delle Houston Comets, le cui indicazioni sembrano fornire un ulteriore miglioramento al gioco di squadra, visto che nel Girone eliminatorio, a parte lo scontato massacro (80-39) di Taipei, non fanno certo miglior figura sia Lituania, umiliata con un imbarazzante 105-48, che la stessa Russia, pesantemente sconfitta per 89-55, a cui contribuisce la “micidiale coppia” Leslie/Swoopes, con 20 e 17 punti rispettivamente.

Un ruolino di marcia che, dopo gli altri 39 punti di scarto (94-55) rifilati alla Spagna nei Quarti, induce a ritenere la conferma del titolo quasi una formalità, errore che rischia di divenire fatale contro le australiane, se non ci fosse Leslie, con un’altra “doppia doppia” (24 punti e 13 rimbalzi) a stroncarne le velleità sino al confortante 71-56 che significa la quarta Finale nelle ultime cinque edizioni della Rassegna iridata, avversaria nuovamente la Russia come quattro anni prima a Berlino.

La storia insegna che non vi è di peggio che incontrare nella sfida decisiva un’avversaria umiliata nel corso della manifestazione, ed anche stavolta – con l’Australia a conquistare il bronzo con la Jackson miglior realizzatrice del Torneo con 23,1 punti di media – dopo che gli Usa avevano accumulato 10 punti di vantaggio, si ritrovano le loro avversarie a distanza di un sol punto a 3’ dal termine, con la gara risolta a proprio favore grazie a due liberi della Swoopes per il 79-74 conclusivo e, manco a dirlo, Leslie eletta MVP del Torneo ed inserita nel quintetto base assieme alla connazionale Shannon Johnson ed, ovviamente, alla Jackson.

Questo continuo richiamo al pivot australiano ha le sue motivazioni, poiché nell’anno olimpico 2004, in cui sono in programma i Giochi di Atene, i suoi Seattle Storm riescono nell’impresa di conquistare il titolo WNBA, con la Jackson a confermarsi leader come realizzatrice con 20,5 punti di media dopo i 21.2 della stagione precedente, e quindi l’attesa per il suo confronto con Leslie nella Capitale ateniese è quanto mai elevata.

La suddivisione delle 12 formazioni iscritte non appare, invero, granché equilibrata, con Australia, Brasile e Russia inserite nel Gruppo A e, viceversa, gli Stati Uniti ad avere un cammino sulla carta più agevole, chiamati ad affrontare Spagna e Repubblica Ceca, anche se ciò deriva dall’inatteso flop di Cina e Corea del Sud che concludono agli ultimi due posti, restando escluse dalla Fase ad eliminazione diretta, alla quale, come è prassi consueta, le americane giungono imbattute, con la oramai 32enne Leslie sempre, regolarmente, in doppia cifra, con l’apice dei 25 punti rifilati alla Corea (80-57 il finale) e dei 15 punti e 10 rimbalzi nell’80-61 a spese della Spagna.

Con un’altra valida compagna a darle manforte sotto i tabelloni, vale a dire la 22enne Diana Taurasi, Leslie non ha bisogno di impegnarsi più di tanto (12 punti ed 8 rimbalzi) nel comodo successo per 102-72 sulla Grecia nei Quarti – dove, al contrario, fanno la loro bella figura Johnson con 21 punti, la citata Taurasi che mette a referto 14 punti ed 11 rimbalzi e Tina Thompson (ricordate …) con 20 punti, 6 rimbalzi e 5 assist – in attesa delle decisive sfide per la medaglia d’oro, con il torneo a vedere qualificate per le semifinali le “Magnifiche Quattro” e gli Usa affrontare la Russia ed il Brasile l’Australia.

Con sotto i tabelloni Leslie e Yelena Baranova ad annullarsi a vicenda – 11 punti, 7 rimbalzi e 3 assist per l’americana, 10 punti, 8 rimbalzi e 6 assist per la coetanea russa – a far la differenza nel sofferto 66-62 che prolunga la striscia vincente delle statunitensi sono ancora Thompson (14 punti e 5 rimbalzi) e Taurasi, che fa registrare 10 punti e 7 rimbalzi, mentre nell’altra semifinale una Jackson stratosferica (26 punti e 13 rimbalzi) contribuisce alla distruzione (88-75) del Brasile, poi sconfitto 62-71 anche dalla Russia per il bronzo.

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Jackson e Leslie ad Atene ’04 – da:zimbio.com

E così, a quattro anni di distanza, Stati Uniti ed Australia si ritrovano nuovamente di fronte il 28 agosto 2004 nella sfida per l’oro, con le ragazze di Chancellor ad avere un’altra grande responsabilità sulle spalle, ovverossia riscattare la deludente prova dei maschi, sconfitti 89-81 in semifinale dall’Argentina e relegati sul gradino più basso del podio.

Con Taurasi a subire la pressione dell’evento, data la giovane età (ma avrà comunque modo di rifarsi nelle stagioni a venire …), l’attesa “sfida nella sfida” tra Leslie e Jackson – le quali non si “amano” sin dai Giochi di Sydney, con l’australiana a prendere per i capelli la “colored” afroamericana dopo un diverbio sotto canestro – si conclude sostanzialmente in parità, visti i 12 punti, 14 rimbalzi e 2 assist della bionda Jackson, a cui Leslie risponde con 13 punti, 8 rimbalzi ed un assist, così che, a fare la differenza in una gara equilibrata per tre quarti, vi pensano Thompson e Dawn Staley.

Con il punteggio, difatti, a vedere le americane avanti di tre punti (29-26) all’intervallo lungo, ridottosi a due sole lunghezze (52-50) alla fine del terzo periodo, il contributo di Thompson, che mette a referto 18 punti, 3 rimbalzi ed altrettanti assist e di Staley, con i suoi 14 punti, risulta fondamentale nell’allungo decisivo nel quarto parziale per il 74-63 che incorona per la terza volta consecutiva gli Stati Uniti Campioni olimpici.

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Il Team Usa Oro ad Atene ’04 – da:gettyimages.it

Per Leslie, che in patria riceve un ulteriore premio di MVP della “Regular Season” nel 2006, stagione in cui fa registrare le più alte medie in carriera quanto a punti e rimbalzi (20,0 e 3,2 a partita, rispettivamente …), vi è un’ultima sfida da portare a termine, ovverossia eguagliare il record di quattro medaglie d’oro consecutive di Teresa Edwards, oltretutto alla medesima età di 36 anni qualora venisse convocata per le Olimpiadi di Pechino ’08.

Con Chancellor ad aver concluso la sua esperienza alla guida del Team Usa con l’invidiabile record di 38 vittorie e nessuna sconfitta, ed una successiva parentesi di Dawn Staley per i Mondiali ’06 in cui gli Stati Uniti abdicano a favore dell’Australia (Lauren Jackson top scorer con 21,3 punti di media e Penny Taylor MVP del Torneo) dopo essere stati sconfitti dalla Russia in semifinale, la nuova allenatrice Ann Donovan – componente della rosa vincitrice a Los Angeles ’84 e Seul ’88, nonché compagna di squadra della Jackson a Seattle – si guarda bene dal rinunciare all’apporto della sia pur 36enne Leslie in vista dell’appuntamento di Pechino, visto che, oltretutto, Staley ha cessato l’attività, mentre Swoopes e Johnson si sono chiamate fuori.

Non avendo più fuoriclasse (Leslie a parte, ovviamente …) a propria disposizione, Donovan sceglie la strada di una maggior rotazione tra le ragazze a sua disposizione, centellinando il minutaggio rispetto all’avversaria di turno, politica che paga, visto che quello che si riteneva, in partenza, potesse essere l’oro più difficile da conquistare, si rivela alla fine come il più semplice.

Con una dimostrazione di superiorità impressionante nel Gruppo eliminatorio, dove a fare la miglior figura (si fa per dire …) è la Nuova Zelanda, unica a contenere il passivo (60-96) al di sotto dei 40 punti (!!), per una media a fine girone di 98,2 a 55,2 anche l’ostacolo Corea del Sud nei Quarti viene brillantemente superato con oltre 40 punti (104-60) di scarto, gara in cui si mette in evidenza la 22enne Sylvia Foles, autrice di 26 punti e 14 rimbalzi, per poter accedere alle sfide per la medaglia d’oro che vedono per l’ennesima volta gli Stati Uniti opposti alla Russia, mentre alle Campionesse iridate australiane toccano le padroni di casa cinesi, le quali hanno già fatto anche troppo, come dimostra il pesantissimo scarto di 24 punti (56-90) che sono costrette a subire.

Per gli Usa è l’occasione di riscattare la sconfitta subita in semifinale ai Mondiali ’06, cosa che puntualmente avviene pur con una Leslie alquanto limitata dalla stretta marcatura a cui è sottoposta (solo 5 punti e 3 rimbalzi per lei …), con le ragazze di Donovan, dopo un primo tempo equilibratissimo (vantaggio minimo di 33-32 all’intervallo lungo), a prendere il largo nei due ultimi parziali per concludere con un 67-52 che vede quali protagoniste Taurasi (21 punti, 9 rimbalzi e 2 assist per lei) e Thompson, che chiude con 15 punti e 4 rimbalzi.

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Leslie nella Finale di Pechino ’08 – da:gettyimages.it

Per la terza volta consecutiva chiamate a contendere la medaglia d’oro olimpica agli Stati Uniti, le australiane sono attese, secondo le previsioni, ad una Finale combattuta ed equilibrata, ma anche se la Jackson ha la meglio nell’eterno duello con Leslie (20 punti e 10 rimbalzi per la bionda Lauren, 14 e 7 rispettivamente per l’americana …), la sfida appare inaspettatamente già decisa all’intervallo, con ben 47 punti realizzati dalle ragazze di Donovan rispetto ai soli 30 delle loro avversarie, per poi controllare agevolmente la gara negli ultimi due periodi per un 92-65 che non ammette repliche di sorta, al quale contribuiscono anche le comprimarie Kara Lawson, Candace Parker e Foles, con 15, 14 e 13 punti a testa.

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Leslie mostra i suoi quattro Ori a Pechino ’08 – da:edition.cnn.com

Per Leslie, che l’anno seguente abbandona l’attività agonistica a 37 anni, il coronamento di un sogno con il “Poker d’oro olimpico” conquistato, il record per il Team Usa tuttora insuperato di 488 punti realizzati nelle 32 gare (media 15,2 a partita …) disputate ai Giochi ed una domanda da lasciare ai posteri ….

Ma siamo proprio sicuri che il “vero” Dream Team non sia stato il nostro …??

 

CHOLET E I 45 PUNTI DI GRAYLIN WARNER CONTRO IL REAL MADRID DI PETROVIC

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Graylin Warner – da cholet-basket.com

articolo di Nicola Pucci

Il basket a Cholet ha storia recente, se è vero che il club è stato fondato solo nel 1975 e prende parte al campionato francese di pallacanestro a far data dal 1986. Nondimeno, ha parecchie storie interessanti da raccontare, e se un paio di queste portano in dote un titolo nazionale nel 2010 e due Coppe di Francia nel 1998 e nel 1999, oltre ad una finale di Eurochallange persa nel 2009 contro la Virtus Bologna, 77-75, un’altra ha una data segnata di rosso in bacheca ed un protagonista battente bandiera americana.

Corre l’anno 1988/1989 e lo Cholet, che la stagione prima ha raggiunto la sua prima finale di play-off perdendo il doppio confronto con il Limoges, viaggia a buon ritmo in campionato, dove chiude la stagione regolare in seconda posizione alle spalle del solito Limoges, per poi vedersi negare una seconda finale consecutiva dall’exploit del Pau Orthez che viola l’impianto di “La Meilleraie” nella sfida decisiva di semifinale. La squadra allenata da Jean Galle,  che ha in organico un giovanissimo Antoine Rigaudeau ed un altro promettente campione come Jean Bilba, è altresì impegnata nella sua prima avventura europea, in Coppa delle Coppe, e dopo aver eliminato nel turno preliminare gli olandesi del Miniware Weert rimontando in casa, 80-42, la sconfitta rimediata all’andata, 56-75, accede alla seconda fase a gironi, che la vede inserita in un gruppo che comprende anche il Real Madrid che ha in Drazen Petrovic la sua stella più luminosa, la Snaidero Caserta dell’altro immenso bomber Oscar Schmidt, e gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon.

E se la competizione, infine, riserva ai francesi l’amarezza dell’eliminazione come ultima delle quattro componenti del girone, nondimeno regala anche la gioia di un primo prestigioso successo, il 10 gennaio 1989, con Caserta, 85-76, in un match che suggella la forza agonistica di un ottimo Patrick Cham capace di contenere Oscar a “soli” 32 punti, e certifica il fiuto offensivo di Graylin Warner, americano di Tylertown al terzo anno in Francia e con un trascorso in Italia a Fabriano, che si ritaglia una serata da antologia, con 44 punti e 10 rimbalzi, confermandosi cecchino di assoluto livello, tanto è vero che viaggia in campionato a 28.3 punti di media a partita. Ben spalleggiato, per l’occasione, da Valery Demry, che firma 13 punti e smazza 11 assist.

Ma l’appuntamento con la gloria, per lo Cholet e per Warner, è programmato per sette giorni dopo, quando al “La Meilleraiesi presenta il grande Real Madrid di coach Lolo Sainz, che non è solo il “Mozart del basket“, appunto Drazen Petrovic, ma anche i fratelli Martin, José Biriukov, Johnny Rogers e Pep Cargol. Insomma, una sorta di Davide contro Golia, con un club che può vantare ben sette Coppe dei Campioni e 25 titoli spagnoli, e l’altro che spende le sue prime esperienze a livello continentale, con i bookmakers che danno vincenti i padroni di casa ad una quota di 20.000 a 1! Invece…

… invece accade quel che, talvolta, rende lo sport in particolare, e il basket nel suo specifico, una bellissima favola da raccontare ai nipotini. In effetti, nel match di andata, i madrileni si sono imposti con un 69-62 che se da un lato non rende fino in fondo giustizia al coraggio dei francesi, trascinati proprio da Warner che ne mette 26 e capaci di andare al riposo in vantaggio di 5 punti, dall’altro conferma che quando c’è da giocare per vincere Petrovic è il più forte di tutti, infine autore di 28 punti.

Al ritorno, 5.000 fedelissimi gremiscono l’impianto di Cholet. L’entusiasmo è alle stelle e ben 70 giornalisti sono accreditati per un evento tanto atteso da venir pure trasmesso in diretta TV. Il disegno tattico di Jean Galle è semplice, almeno nelle intenzioni della vigilia: limitare Petrovic ed innescare il talento offensivo di Warner. Ma quel che viene messo in pratica sul parquet di gioco, va ben oltre le illusioni dei tifosi francesi. Già, perché Demory è in serata strepitosa, sia nel mandare a bersaglio 16 punti che, soprattutto, illuminare il gioco dei compagni con 17 assist, ma è Warner, ancora una volta, a segnare con impressionante continuità, bersagliando la retina dei madrileni da ogni posizione per uno score finale di 45 punti, con 18 su 34 dal campo, di cui 5 su 10 dall’arco dei 6 metri, a cui aggiungere 11 rimbalzi. E se Cham, Bilba e Dider Dobbels si fanno trovare pronti quando chiamati in causa, la sfida, che è tanto incandescente da provocare la quadrupla espulsione al 35′ dell’altro americano di Cholet, Orlando Graham, così come dei fratelli Martin, Fernando ed Antonio, e di Bruno Constant, complice una furiosa bagarre scatenata sotto canestro, si risolve in un duello epocale all’ultimo punto.

Petrovic gioca come sa, ma non bastano i 31 punti e gli 11 assist, così come i 20 punti e 12 rimbalzi di Rogers e i 16 punti e 9 rimbalzi dello stesso Antonio Martin, a scongiurare una clamorosa sconfitta che se nei primi venti minuti, chiusi sul 49-46 per la squadra di Sainz, sembra improbabile, via via si materializza nel secondo tempo quando lo Cholet prima aggancia il Real Madrid, poi lo sorpassa, infine opera l’allungo decisivo che vale una vittoria storica alla sirena, 95-85.

Finisce con Graylin Warner, il “levriero des Mauges“, portato in trionfo, e per lui, che al Draft NBA del 1984 fu scelto al sesto giro in 129esima posizione, e che in Europa, come lui stesso ebbe modo di affermare, pochi conoscevano e in virtù di ciò fu libero di tirare come e quando voleva, è la serata che vale una carriera. Al cospetto di Sua Maestà.

 

 

BILL WALTON, LA “SPERANZA BIANCA” DEL BASKET NBA

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Bill Walton a Portland – da:blazersedge.com

Articolo di Giovanni Manenti

Con il termine “Speranza bianca”, si era soliti, negli Stati Uniti, definire un pugile di tale razza capace di arginare lo strapotere degli afroamericani nella Categoria dei Pesi Massimi dopo il ritiro di Rocky Marciano avvenuto nell’aprile 1956, poi allargato anche al Basket NBA per quanto riguarda il ruolo di centro.

A parte il periodo pioneristico della Lega Professionistica Usa, in cui a svettare era stato George Mikan dei Minneapolis Lakers in un’epoca in cui la percentuale di neri era ridotta al minimo, gli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio avevano visto difatti il dominio assoluto di tre “torri” praticamente insuperabili, ovverossia Bill Russell, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, già Lew Alcindor, prima di abbracciare la fede mussulmana.

E, con i ragazzi di colore ammessi oramai senza limitazioni in tutti i College americani, pensare di “scovare” un centro di razza bianca in grado di dominare sotto i tabelloni era un’impresa pressoché irrealizzabile, sino a che un bel giorno di fine anni ’60 Danny Crum, assistente del leggendario coach di UCLA John Wooden, si reca ad una gara tra formazioni di liceo in cui scende in campo la squadra della “Helix High School” di San Diego …

Al ritorno alla celebre Università di Los Angeles, Crum si lascia scappare una dichiarazione in cui afferma di aver visto la prestazione del miglior giocatore liceale a cui avesse mai assistito, circostanza che porta Wooden ad ammonire il suo collaboratore onde non passare da idiota ed incompetente, anche perché, parole sue, “non c’è mai – e dico mai – stato un giocatore decente proveniente da San Diego …!!”.

Probabilmente Wooden non è a conoscenza del detto che “c’è sempre una prima volta, nella vita …” e comunque sarà lui il primo a ricredersi, allorché se lo ritrova nella sua Università, facendo sì che la striscia vincente di cinque titoli NCAA consecutivi da parte di UCLA si allunghi sino a sette.

Questo fenomeno altri non è che William Theodore “Bill” Walton, nato il 5 novembre 1952 a La Mesa, città di poco più di 50mila anime, situata nel Sud della California, nella Contea di San Diego, il quale, rosso di capelli e lentigginoso (altra caratteristica non proprio gradita a Wooden …) si mette in evidenza nel corso degli anni vissuti alla citata “Helix High School” di San Diego, arrivando, cosa inaudita per un liceale non ancora 18enne, ad essere selezionato per i Campionati Mondiali che si svolgono dal 10 al 24 maggio ’70 in Jugoslavia.

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John Wooden e Bill Walton ad UCLA – da:optimism.ucla.edu

Favorito da un’altezza sproporzionata, specie per un bianco – a maturazione completa, Bill misura m.2,11 per 95 chilogrammi – che lo porta, una volta diplomatosi, a scegliere la prestigiosa UCLA per affinare la propria tecnica, Walton non impiega molto a convincere coach Wooden – che, ricordiamo, ha avuto il privilegio di avere tra le sue file per i tre anni di college, Lew Alcindor con tanto di tre titoli NCAA consecutivi dal 1967 al ’69 – delle proprie qualità, ed anche se la striscia vincente era proseguita sia nel 1970 che nel ’71, ciò che avviene nelle prime due stagioni al College del ragazzo di San Diego ha dell’incredibile.

In entrambe le annate, difatti, UCLA finisce imbattuta con un record di 30 vittorie e nessuna sconfitta, superando nelle “Final Four” ’72 Louisville 96-77 in semifinale per poi aver ragione in Finale di Florida State con il punteggio di 81-76 in cui Walton mette la sua firma con 20 punti e ben 24 rimbalzi, prestazione che addirittura impallidisce se rapportata a cosa è capace di fare l’anno successivo, allorché nella Finale contro Memphis State, dopo un’agevole vittoria (70-59) su Indiana in Semifinale, realizza più della metà dei punti della propria squadra nel travolgente successo per 87-66, mandando a canestro 21 dei suoi 22 tentativi …!!.

Ovvio che un tale strapotere non potesse che essere premiato con altrettanti riconoscimenti di MVP nelle tre stagioni al College, con il record di UCLA a fermarsi ad 88 vittorie consecutive, per poi conoscere la sconfitta in semifinale nelle ”Final Four” ’74 contro North Carolina State che si impone per 80-77 dopo ben due tempi supplementari.

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Walton in azione con la maglia di UCLA – da:si.com

Walton conclude il suo triennio universitario con medie di 20,3 punti e 15,7 rimbalzi a partita, ma anche dando dimostrazione di non essere “allineato” con l’establishment americano allorché, poco più che 18enne, viene arrestato durante una manifestazione contro la guerra nel Vietnam arrivando a criticare pubblicamente l’allora Presidente Richard Nixon con le parole: “La tua generazione ha rovinato il mondo, la mia sta provando a risollevarlo; il denaro non significa niente per me, non può comprare la felicità ed io voglio solo essere felice …!!”.

Atteggiamenti che preoccupano anche Wooden, oramai ricredutosi sul fatto che da San Diego “non provenga mai un giocatore decente …”, anche perché si sussurra che il giovane Bill intenda dedicarsi ad una vita ascetica, ma tale ipotesi viene, fortunatamente a cadere, venendo peraltro sostituita da quello che diverrà il vero problema di Walton, vale a dire i ripetuti infortuni che il suo fisico gli fa scontare, soprattutto alle caviglie ed ai piedi, pur avendo già sofferto per un tendinite alle ginocchia ed un infortunio alla schiena durante gli anni al College.

Una situazione fisica ben conosciuta dalla Dirigenza dei Portland Trail Blazers, ma che non le impedisce di fare il nome di Bill Walton allorché vanta la prima scelta assoluta nel Draft che si svolge il 28 maggio ’74 a New York, dovendo cercare di raddrizzare una pessima stagione conclusa con il non certo esaltante record di 27 sole vittorie a fronte di 55 sconfitte, penultimo nella Lega.

Con il suo compagno di College Keith (successivamente Jamaal …) Wilkes scelto dai Golden State Warriors, Walton si appresta a dare un positivo contributo alle sorti dei Trail Blazers, ma nella sua prima stagione da Professionista le sue presenze in squadra sono limitate a sole 35 gare – pur con un minutaggio di 33 minuti a partita – a causa dei ripetuti infortuni che lo portano a subire fratture al naso, piede, polso e gamba, così come nella successiva, allorché le presenze aumentano a 51 incontri con un suo personale record di 26 vittorie e 25 sconfitte, rispetto a quello di 11-20 fatto segnare da Portland in sua assenza, con una nuova, mancata qualificazione ai Playoffs dalla costituzione della franchigia, avvenuta nel 1970.

E’ evidente che se nell’Oregon si hanno pretese ambiziose, queste non possono prescindere da un Walton a pieno servizio, visto il suo progressivo acclimatarsi alla realtà professionistica – dai 12,8 punti, 12,6 rimbalzi e 4,8 assist a partita del primo anno si era già passati si era già passati a più confortanti medie di 16,1 punti, 13,4 rimbalzi e 4,3 assist del secondo – con in più il vantaggio di vedersi affiancato da un’ala forte come Maurice Lucas, proveniente dalla dissolta ABA (“American Basketball Association”).

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Bill Walton e Maurice Lucas con il coach Jack Ramsay – da:ml20.org

Finalmente liberato da gravi infortuni, Walton disputa 65 delle 82 gare della “regular season” 1976-’77, incrementando a quasi 35 minuti la permanenza sul parquet, a 18,6 la sua media punti e capeggiando le Classifiche NBA sia quanto a rimbalzi (14,4 a partita) che a stoppate, con una media di 3,2 per incontro.

Ben supportato da Lucas (20,2 punti ed 11,4 assist di media per lui …), Walton contribuisce, unitamente al cambio in panchina che vede il pur valido Lenny Wilkens (Campione NBA nel ’79 coi Seattle Supersonics …) rimpiazzato da Jack Ramsay proveniente da Buffalo, a qualificare per la prima volta nella loro Storia i Trail Blazers alla “post season, avendo concluso la stagione regolare con un record di 49-33 pur se opinione diffusa è che per il titolo della “Western Conference” i favoriti siano i Lakers di Kareem Abdul-Jabbar.

Portland, comunque, inizia con umiltà il suo cammino nei playoff, avendo ragione in tre partite (96-83, 104-107 e 106-98) dei Chicago Bulls nel turno preliminare, in cui dominano Lucas a canestro con 22,3 punti di media e Walton a rimbalzo catturandone oltre 12 a partita.

Qualificati per le Semifinali di Conference, i Blazers devono affrontare i Denver Nuggets della stella David Thompson, ben affiancato da Dan Issel e Bobby Jones, franchigia neo affiliata alla NBA in quanto proveniente dalla citata ABA e che beneficia del vantaggio del fattore campo, in quanto ha concluso la “regular season” con una sola vittoria (50-32) in più rispetto a Portland.

Serie che si decide in gara-1, allorché i Blazers espugnano il parquet avversario al termine di una gara vinta 101-100 sul filo della sirena, con la coppia Lucas/Walton a fare sfracelli (23 punti e 13 rimbalzi per il primo, 22 e 12, impreziositi anche da 6 assist per il secondo), così ribaltando il fattore campo, poi difeso nelle successive sfide in Oregon, con Walton protagonista in gara-3 (110-106, con 26 punti, 13 rimbalzi, 5 assist e 4 stoppate), per chiudere la serie sul 4-2 ed avviarsi a vendere cara la pelle nel confronto contro i temibilissimi Lakers che, al suo interno, prevede la sfida tra i due centri Walton e Jabbar, un vero e proprio “esame di laurea” per il 25enne californiano …

Esame che Walton e Portland superano a pieni voti, visto il difficilmente pronosticabile 4-0 con cui si conclude la serie, peraltro non veritiero se si considerano gli scarti punti dei singoli incontri, eccezion fatta per gara-1 al “Forum” di Inglewood, dove i Blazers si impongono d’autorità per 121-109 con una superba prova d’insieme, basti pensare che ben quattro giocatori del quintetto base superano “quota 20 punti”, compreso Walton che ne mette a referto 22, impreziositi da 13 rimbalzi e 6 assist.

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Walton contro Jabbar nelle Finali di Conference – da:gettyimages.it

Dall’altra parte, Jabbar “predica nel deserto” e le sue eccellenti medie di 30,3 punti, 16 rimbalzi e 3,8 stoppate nella serie non riescono ad arginare la superiorità di squadra di Portland, ora attesa all’ultima, decisiva prova per il titolo contro i Campioni della costa orientale, vale a dire i Philadelphia 76ers che possono contare sulla loro star “Doctor J”, al secolo Julius Erving, anch’egli proveniente dalla ABA, dove militava nei New York Nets.

Una serie conclusiva che vede i Sixers portarsi sul 2-0 dopo due comode vittorie allo “Spectrum” per 107-101 e 107-89, alle quali i Blazers replicano con due schiaccianti successi sul parquet amico per 129-107 in gara-3 (20 punti, 18 rimbalzi, 9 assist e 4 stoppate per Walton, 27 punti, 12 rimbalzi e 5 assist per Lucas) ed addirittura per 130-98 in gara-4, con la guardia Lionel Hollins a catturare la scena dall’alto dei suoi 25 punti, conditi da 6 assist, mentre la coppia Walton/Lucas contribuisce con 25 rimbalzi ed 11 punti in due.

Con la serie sul 2-2, si ha l’impressione che gara-5 in programma il 3 giugno ’77 a Philadelphia possa risultare decisiva per la conquista del titolo e la dimostrazione si percepisce nei primi due quarti, con difese arcigne e molti falli che mandano le due squadre all’intervallo lungo sul punteggio basso di 45-41 a favore di Portland.

Blaziers che poi costruiscono il successo con un devastante terzo periodo, chiuso sul 40-25 per un vantaggio di 19 punti in cui Walton è protagonista a rimbalzo con un’equazione di una semplicità a dir poco elementare, ovverossia od Erving va a canestro – saranno 37 i suoi punti a fine gara, con 9 rimbalzi e 7 assist – oppure le braccia tentacolari del ragazzo di San Diego catturano la respinta del ferro (sono 24 in totale, di cui ben 20 difensivi) per poi avviare il contropiede alla cui finalizzazione pensano Bob Gross e Lucas, autori di 25 e 20 punti rispettivamente, per il 110-104 conclusivo che consegna a Portland un vitale “match point” in vista di gara-6 in Oregon.

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Walton in difesa nelle Finali contro i 76ers – da:nba.com

Festeggiati al ritorno da 5mila fans ad attenderli in Aeroporto, i giocatori dei Blaziers sanno di non poterli deludere allorquando, ad appena 48 ore di distanza, scendono nuovamente in campo per quella che è tuttora ricordata come una data “storica” per la franchigia, poiché rappresenta l’unica loro conquista del titolo NBA.

Tutta la città è colta da un virus definito come “Blazermania” che coinvolge ogni abitante, sia esso presente all’impianto od incollato davanti ai teleschermi, e Walton & Co. ripagano un tale affetto ponendo le basi del successo nei primi due quarti, andando al riposo sul punteggio di 67-55, un margine di 12 da poter gestire nei successivi parziali.

Ma non si può mai stare tranquilli dal momento che gli avversari hanno nelle proprie file un talento quale Julius Erving, il quale cerca di allungare la serie sino a gara-7 mettendo a referto 40 punti, con 17 su 29 al tiro e 6 su 7 dalla lunetta, ma i consueti 24 rimbalzi di Walton, con l’aggiunta di ben 8 stoppate a “condire” i 20 punti realizzati, rendono vano un tale tentativo, ed allorché l’ala forte dei Sixers George McGinnis fallisce il tiro in sospensione del possibile pareggio a 4” dalla sirena, il 109-107 conclusivo certifica il trionfo di Portland e quello personale di Walton, eletto MVP delle Finali.

Oramai affermatosi come stella indiscussa nel Panorama del Basket Professionistico Usa, Walton inizia alla grande la successiva stagione, che lo vede realizzare medie di 18,9 punti (record in carriera), 13,4 rimbalzi, 5 assist (anch’essi record per singola stagione) e 2,5 stoppate a partita, prima che, a fine febbraio ’78 la malasorte non ci metta nuovamente lo zampino, con i Portland Trail Blazers a registrare un record di 48-10 con lui in campo.

Sofferente per una frattura al piede – solo la prima di una serie di infortuni comprese le caviglie che ne condizionano il resto della carriera – Walton è costretto ad operarsi saltando il resto della “regular season”, che i suoi compagni peraltro concludono con il miglior record di 58-24 della Lega, per poi fare ritorno nei primi due incontri di Playoff contro Seattle, con tanto di ricaduta che ne preclude l’impiego per l’intera, successiva stagione.

Ciò nonostante, a Walton viene assegnato il premio di MVP della stagione regolare ed il suo coach Ramsay, intervistato dalla rivista “Sport”, si lascia andare ad un commento che recita, riferendosi ai grandi centri del passato: “Bill Russel è stato un eccellente stoppatore, così come Wilt Chamberlain impressionante in fase offensiva, ma Walton sa fare entrambe le cose …!!”.

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Bill Walton con i San Diego Clippers – da:gettyimages.ca

Ramsay ancora non sa che, uscito claudicante dal campo il 21 aprile ’78 durante gara-2 contro Seattle, quella è l’ultima volta che Walton indossa la canottiera dei Blaziers poiché, dopo essere rimasto ai box per il resto dell’anno ed i successivi 12 mesi, il suo rientro avviene il 29 gennaio 1980 con i San Diego Clippers, anno nuovamente falcidiato da infortuni che lo vede scendere in campo appena in 14 occasioni, per poi saltare completamente le due stagioni seguenti per sottoporsi ad interventi chirurgici tendenti a ricostruire la struttura ossea del piede, nonché a lunghe terapie riabilitative, in grado comunque di restituirgli una sufficiente tenuta fisica, visto che nelle sue tre ultime stagioni con i Clippers – l’ultima delle quali con il trasferimento della franchigia a Los Angeles – scende in campo in 33, 55 e 67 occasioni rispettivamente, pur se solo nel 1985 la squadra riesce ad evitare di essere il fanalino di coda della Western Conference.

Vicino alla soglia dei 33 anni, sembrerebbe impossibile che ci fosse qualcuno in grado di puntare su di un giocatore che ha trascorso le ultime sei stagioni più nella “lista infortunati” che in campo ed, invece, a Walton giunge la chiamata forse meno aspettata, ovverossia nientemeno che da parte dei Boston Celtics, che l’anno prima avevano perso il titolo nella consueta “sfida degli anni ‘80” contro i rivali dei Los Angeles Lakers …

Stiamo parlando della fenomenale compagine che può annoverare nelle sue file stelle del calibro di Larry Bird, Robert Parish e Kevin McHale, ed il contributo che può fornire Walton è giocoforza limitato, ma il perfetto dosaggio del suo utilizzo da parte del coach K.C. Jones fa sì che per l’unica volta in carriera scenda in campo in 80 delle 82 gare di “regular season”, con una media/gara di 19’ e di 7,6 punti e 6,8 rimbalzi a partita.

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Bill Walton ai Boston Celtics – da:bleacherreport.com

Celtics che non hanno problema alcuno a dominare la stagione regolare, facendo segnare il record assoluto di 67-15 (con i Lakers secondi con 62-20 …), così come il titolo della Eastern Conference è poco più di una formalità, visto il 3-0 inflitto a Chicago al primo turno ed il 4-1 e 4-0 con cui vengono letteralmente “spazzati via” gli Atlanta Hawks ed i Milwaukee Bucks nelle due successive serie, dove Walton fornisce il proprio contributo, in particolare in gara-4 contro i Bucks, dove resta in campo per ben 30’, così concedendo un salutare riposo ai compagni in vista della sfida conclusiva per il titolo.

Sfida però che, a sorpresa, non oppone i Celtics ai Lakers, inaspettatamente superati 4-1 nella Finale di Conference dagli Houston Rockets delle “Torri Gemelle” Ralph Sampson ed Hakeem Olajuvon (m.2,24 e 2.13 rispettivamente …!!), il che fa ritenere la presenza di Walton quanto mai necessaria per dare un aiuto sotto i tabelloni.

Ed, in quello che per lui rappresenta il classico “canto del cigno”, Walton non si tira certo indietro da combattente indomito quale egli è, ed i suoi 10 punti (con il 100% dal campo), uniti ad 8 rimbalzi e 3 assist nei 18’ giocati in gara-1 contribuiscono al successo di Boston 112-100, performance replicata nella fondamentale gara-4 vinta dai Celtics 106-103 in Texas per poi chiudere definitivamente il conto in gara-6 al “Garden” dove nel netto 114-97 che certifica l’ultimo trionfo dei “Trifogli” degli anni ’80 – dovranno passare ben 22 anni affinché tornino a festeggiare un titolo NBA – mette la sua degna firma, con 10 punti, 8 rimbalzi e 3 assist.

Un ritorno ai vertici a 9 anni di distanza colmi di sofferenze, ed ancor più reso gratificante dall’essere scelto come “Miglior Sesto Uomo dell’Anno”, avrebbe potuto tenere accesa la fiammella della speranza anche per i mesi a seguire, ma come se il fato avesse voluto ricompensare Walton per quanto aveva dovuto subire in passato, così la “maledizione” torna a farsi beffa dello sfortunato giocatore tenendolo ai box sino marzo ’87, disputando solo gli ultimi 10 incontri della stagione regolare, per poi avere la platonica soddisfazione di disputare la sua terza serie di Finale in carriera contro i Los Angeles Lakers, potendo peraltro offrire un aiuto del tutto marginale ai propri compagni che vengono sconfitti 4-2 da Magic Johnson & Co..

I 10’ disputati il 14 giugno ’87 in gara-6 al Forum di Inglewood con 2 punti e 3 rimbalzi messi a referto rappresentano il calare del sipario sull’attività agonistica di un giocatore del quale resteranno per sempre inesplorate quali potessero essere le reali potenzialità senza la sfilza infinita di infortuni che ne hanno caratterizzato la carriera, ma che ha indubbiamente dimostrato, nelle rare occasioni in cui ha potuto scendere in campo al top della condizione fisica, di non aver usurpato il titolo di “speranza bianca” nel ruolo di centro, tutt’altro che sfigurando rispetto agli avversari di colore.

E poi, far ricredere un “guru” come John Wooden sul fatto che nessun giocatore “decente” potesse provenire da San Diego avrà anch’esso il suo pregio, o no …??

 

LA SORPRESA D’ARGENTO DELLA FRANCIA A SYDNEY 2000

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Una fase della finale Usa-Francia – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Non che la Francia avesse un curriculum olimpico da lustrarsi gli occhi, prima dell’edizione dei Giochi di Sydney 2000. La pallacanestro transalpina, ad onor del vero, aveva colto un argento prezioso alla prima rassegna olimpica del secondo dopoguerra, a Londra 1948, quando il quintetto del leggendario coach Robert Busnel, sconfitto il Brasile in semifinale, si era arreso solo agli imbattibili Stati Uniti di Alex Groza e Bob Kurland. Ma da quel dì mai più era stata capace di arrampicarsi sul podio, altresì, dal 1960 al 2000, partecipando solo nel 1984 a Los Angeles con un anonimo 11esimo posto. Insomma, in Australia la Francia, che tornava a competere dunque nell’arengo olimpico dopo un’assenza di ben 16 anni, non cullava particolari illusioni di medaglia, a dispetto del quarto posto agli Europei dell’anno prima quando la squadra di Antoine Rigaudeau, davanti al pubblico di casa, aveva chiuso alle spalle di Italia, Spagna e Yugoslavia, guadagnando così il biglietto per i Giochi.

Ed invece… invece alle prime Olimpiadi del  nuovo Millennio la Francia stupisce il mondo della pallacanestro, con un torneo destinato ad entrare negli annali del basket bleau-blanc-rouge. La squadra, guidata in panchina dal tecnico Jean-Pierre de Vincenzi, vola in Australia priva dell’unico giocatore assoldato in NBA, quel  Tariq-Abdul Wahad che esercita ad Orlando dopo aver esordito a Sacramento, e rispetto al rooster che alla rassegna continentale ha sfiorato l’atto decisivo, manca anche di Alain Digbeu, inserendo invece Yann Bonato e l’americano naturalizzato francese Crawford Palmer, che a sua volta sostituisce Ronnie Smith. Su tutto e tutti, ovviamente, la stella è proprio Rigaudeau, che da qualche anno delizia il pubblico bolognese di fede Virtus.

Gli Stati Uniti di coach Rudy Tomjanovich, come è logico che sia, hanno il pronostico tutto dalla loro parte, puntando a recitare se non come seppe fare il Dream Team barcellonese del 1992, almeno come i campioni di Atlanta 1996. Ray Allen, Kevin Garnett, Jason Kidd, Alonzo Mourning e Vince Carter sono solo alcune delle superstar della formazione stelle-e-strisce, che nondimeno si trova a dover vendicare lo smacco dei Mondiali in Grecia del 1998, quando, complice il serrate dei giocatori NBA, si presentò all’appuntamento con una squadra giovane e di scarsa esperienza, composta di atleti universitari e di leghe secondarie, incocciando nel talento di Lituania e Russia e non andando oltre il terzo posto. Stavolta, c’è da giurarci, le cose andranno ben diversamente, con la Yugoslavia di Danilovic e Bodiroga, che quel torneo iridato lo vinse, a vestire i panni della sfidante, con Italia, Spagna, Lituania e Russia in lizza per una medaglia.

Dodici squadre sono suddivise in due gironi, con Australia, paese ospitante, Angola, campione d’Africa, Nuova Zelanda, vincitrice del campionato oceanico, Canada, seconda al campionato panamericano, e Cina, campione d’Asia, a completare il lotto delle partecipanti. E se gli Stati Uniti nel gruppo A collezionano cinque vittorie in cinque partite con un +146 nel computo dei punti fatti e subiti, alle spalle degli americani la battaglia si infiamma per le altre tre posizioni che qualificano ai quarti di finale. L’Italia, trascinata da Carlton Myers, batte Lituania, 50-48, e Francia, 67-57, e pur perdendo l’ultimo match con la Cina, 76-85, giunge seconda proprio davanti alla formazione di Sarunas Jasikevicius e Gintaras Einikis. I transalpini non sembrano troppo performanti, vincendo facile al debutto con la Nuova Zelanda, 76-50 con 16 punti di Bonato, per poi cedere di schianto proprio contro la Lituania, spazzati via dai 19 punti e 6 rimbalzi di Einikis. Contro la Cina del giovane e gigantesco Yao Ming la squadra di de Vincenzi non può permettersi di sbagliare, ed in effetti, dopo un primo tempo sottotono chiuso con un passivo di cinque punti, la Francia rimonta e dilaga nei secondi venti minuti trascinata da un Rigaudeau spaziale che mette a referto 29 punti. Il passaggio al turno ad eliminazione diretta è a questo punto garantito, rimane solo da stabilire in quale posizione, e le sconfitte con l’Italia, appunto, nonostante i 17 punti di Laurent Sciarra, e quella come preventivato, seppur onorevole, con gli Stati Uniti, 94-106, assegna alla Francia un quarto di finale abbordabile con l’inatteso Canada.

Già, perché contro ogni pronostico i nordamericani, che hanno in regia il genio di Steve Nash e in attacco la mano calda di Michael Meeks, battono una dopo l’altra Australia, a cui non basta l’ennesimo torneo da primattore del “vecchioAndrew Gaze che chiuderà la rassegna come miglior cannoniere a 19,9 punti di media a partita, Angola, Spagna e addirittura Yugoslavia, quando Nash con 26 punti, 8 assist e 8 rimbalzi rende inutili i 20 punti di Danilovic, garantendosi il primo posto nel girone nonostante la sconfitta con la Russia, 59-77, che a sua volta avanza ai quarti di finale assieme alla stessa Yugoslavia e all’Australia, estromettendo la Spagna.

Ai quarti di finale, dunque, Francia-Canada, con Nash che sfida Rigaudeau per un altro incrocio tra stelle di prima grandezza. Fortuna vuole che coach de Vincenzi azzecchi la marcatura sul fuoriclasse dei Dallas Mavericks, affidandolo al controllo di Makan Dioumassi che riesce perfettamente nel compito riducendo l’impatto sull’incontro di Nash a soli 10 punti, 8 assist, 1 rimbalzo e addirittura 9 palle perse. Certo, Todd MacCulloch segna 23 punti e cattura 9 rimbalzi, ma infine Sciarra, autore ancora di 17 punti e 7 rimbalzi, ha il pieno sostegno dei compagni e la Francia, avanti di 15 punti all’intervallo, contiene il recupero del Canada e con il punteggio di 68-63 si guadagna un posto tra le prime quattro.

Dove, ovviamente, ci sono gli Stati Uniti, che travolgono la Russia 85-70 con Garnett in doppia doppia di punti e rimbalzi, 16 e 11, l’Australia, che con 27 punti di Gaze tiene a distanza una deludente Italia che ha solo Fucka in grande spolvero, e la Lituania, che mette in evidenza le magagne della Yugoslavia, 76-63, con un immenso Einikis da 26 punti e 8 rimbalzi.

E se in semifinale Jasikevicius, 27 punti, e soci fanno vedere le streghe agli Stati Uniti cedendo solo di una spanna, 85-83 con 18 punti di Carter e 16 di Mourning, la Francia va a giocarsi un posto in finale contro i padroni di casa dell’Australia, già celebrata dalla stampa locale come sicura finalista nella sfida attesa contro le stelle dell’NBA. Figurarsi, i 218 centimetri di Frederic Weis mettono la museruola a Luc Longley, centro dei Chicago Bulls, Gaze ed Heal sono tenuti a soli 10 punti e la Francia, artefice della miglior partita del torneo, domina la sfida in lungo e in largo, ancora con Sciarra miglior marcatore con 16 punti, coadiuvato dai 13 punti di Rigaudeau e dagli 11 punti e 9 rimbalzi dello stesso Weis, ed infine con il punteggio, senza appello, di 76-52 la squadra transalpina torna esattamente là dove era già stata nel lontano 1948, ovvero in finale alle Olimpiadi. Dove ad attenderla c’è il totem Stati Uniti.

Affatto appagata dal risultato acquisito, la Francia, con un ottimo Stephane Risacher da 15 punti, gioca una partita di grande sostanza, andando al riposo sul 32-46 ma trovando le energie e il coraggio per tornare in quota. E quando Rigaudeau a 4’28” dalla fine, infila la tripla del meno quattro, addirittura per un attimo si illude di poter realizzare l’exploit memorabile, battere gli Stati Uniti di un Jason Kidd che avrà modo di affermare “il vostro playmaker sembra niente, invece è un eccellente giocatore di basket“. Rudy Tomjanovich corre ai ripari, chiama il time-out e alla ripresa i suoi ragazzi, con Carter ed Allen che firmano 13 punti a testa e Vin Baker che contribuisce con 11 punti, dominando sotto le tabelle con 35 palloni catturati a 20, allungano nuovamente per il definitivo 85-75 a referto.

La Francia di Laurent Sciarra, 19 punti 4 rimbalzi e 4 assist in finale, e di Antoine Rigaudeau, miglior marcatore transalpino nel torneo con 12,6 punti di media a partita, ma anche di Laurent Foirest, Moustapha Sonko, Yann Bonato, Stephane Risacher, Makan Dioumassi, Frederic Weis, Crawford Palmer, Thierry Gadou, Cyril Julian e Jim Bilba, a completare l’organico, coglie l’argento, ed è un metallo di valore, e se ancora oggi quella squadra che sognò l’oro contro i mostri sacri alberga nel ricordo dei baskettari di là dalle Alpi, c’è proprio un perché.

GRANT HILL, LA GRANDE PROMESSA DEL BASKET NBA SCONFITTA DAGLI INFORTUNI

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Grant Hill, in maglia Orlando Magic – da:orlandopinstripedpost.com

Articolo di Giovanni Manenti

Pochi giocatori nella Storia della NBA si sono presentati sulla soglia della più importante Lega Professionistica di Basket recando un biglietto da visita pari a quello ottenuto da Grant Hill nei suoi quattro anni di College alla “Duke University”, eccezion fatta per l’allora Lew Alcindor – poi divenuto celebre sotto il nuovo nome di Kareem Abdul-Jabbar – il quale aveva vinto tre titoli NCAA consecutivi con l’Università di UCLA, guidata dal leggendario John Wooden.

Una sorta di predestinato, Grant Hill, il quale nasce il 5 ottobre 1972 a Dallas, in Texas, negli anni in cui il padre Calvin, a propria volta professionista, ma di football, gioca nei “Dallas Cowboys”, essendo stato eletto “Rookie of the Year (“Matricola dell’anno”) nel 1969, per poi conquistare il Super Bowl 1971 superando 24-3 i Miami Dolphins.

Una caratteristica, quella di essere scelto come “Matricola dell’anno” che accomunerà padre e figlio, ancorché in discipline diverse, cosa non comune nella Storia dello Sport Usa, ma non precorriamo eccessivamente i tempi.

Che il giovane Grant abbia sin da giovane le idee chiare è dimostrato allorché deve decidere la scelta del College, considerando che suo padre desidera che frequenti la “University of North Carolina”, mentre la madre sarebbe felice di vederlo iscriversi a “Georgetown“, ma lui opta per “Duke University” per essere allenato da uno dei migliori tecnici nella storia, non solo dell’ateneo, ma dell’intero Basket NCAA, ovverossia l’impronunciabile Mike Krzyzewki – altrimenti ribattezzato come “Coach K” – già insediato a Duke dal 1980 e che, proprio grazie ad Hill, inizia la sua straordinaria carriera che lo pone tra i più vincenti del panorama cestistico universitario americano, comprese tre medaglie d’oro olimpiche e due mondiali con la Squadra Professionistica degli Stati Uniti.

Allorché il 18enne Grant si unisce al gruppo guidato da Coach K, lo stesso è reduce dalla umiliante sconfitta per 103-73 (!!) subita l’anno precedente in Finale ad opera della “University of Nevada” di Las Vegas (abbreviato in UNLV), avversaria che si ritrovano ad affrontare nella semifinale delle “Final Four” ad Indianapolis, prendendosi la rivincita con un sofferto 79-77 che apre la strada verso il primo titolo NCAA per il College, grazie al 72-65 con cui viene superata Kansas nell’atto decisivo, in cui a risultare decisivi sono i futuri protagonisti della NBA Christian Laettner (18 punti e 10 rimbalzi per lui) e Bobby Hurley, fornitore di 9 assist.

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Hill in azione nella Finale ’91 contro Kansas – da:gettyimages.it

Ed Hill, dal canto suo, fornisce un contributo nella sua stagione iniziale pari ad 11,2 punti, 5,1 rimbalzi e 2,2 assist di media a partita, statistiche tutte incrementate l’anno seguente a 14,0 punti, 5,7 rimbalzi e 2,7 assist per far sì che Duke si confermi Campione, questa volta superando in Finale con un netto 71-51 Michigan con il “magico trio” a dividersi (Laettner 19 punti, Hill 10 rimbalzi ed Hurley 7 assist) da buoni amici la ribalta, un evento che, in ambito universitario, non si registrava dal 1973, allorché UCLA aveva messo in fila il suo settimo sigillo consecutivo.

E proprio Hill risulta determinante nella sfida contro Kentucky nella Finale della “East Regional” che schiude la porta alle “Final Four”, gara infinita conclusasi 104-103 al supplementare, allorché, sotto 102-103 con 2”1 ancora da giocare, si inventa un passaggio che taglia tutto il campo per raggiungere sul lato opposto Laettner, il quale arpiona la palla, si libera del suo avversario diretto e deposita la stessa nel canestro sul filo della sirena.

La perdita di Laettner, passato alla NBA nel Draft ‘92 dopo essere stato l’unico giocatore di College selezionato per far parte dello storico “Dream Team” che incanta il mondo intero alle Olimpiadi d Barcellona dello stesso anno, cui segue identico percorso compiuto da Hurley nel ’93, fa sì che nel suo ultimo anno a Duke, tocchi ad Hill assumersi la responsabilità di guidare i “Blue Devils” nella loro terza apparizione in quattro stagioni alle “Final Four” per il titolo NCAA.

Incarico che Coach K è ben lieto di affidargli, tenendolo in campo una media di quasi 36’ a gara, venendo ripagato con 17,4 punti, 6,9 rimbalzi ed addirittura 5,2 assist per partita, anche se all’atto conclusivo Duke, dopo aver superato 70-65 Florida in Semifinale, deve arrendersi 72-76 nei confronti di Arkansas.

Vi sarete resi conto, dalla lettura delle aride cifre, quanto Hill rappresenti il classico esempio di “giocatore universale”, circostanza questa testimoniata dal fatto di essere stato il primo giocatore ad aver messo a referto, nei suoi quattro anni al College, più di 1.900 punti, 700 rimbalzi, 400 assist, 200 palle recuperate e 100 stoppate, ragion per cui non vi è da stupirsi se diviene l’ottavo giocatore nella storia della “Duke University” a veder ritirato il proprio numero, il 33 …

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Grant Hill e Coach K a Duke University – da:gettyimages.co.uk

Vi è, pertanto, molta attesa per vedere quale sarà l’esito del Draft che si svolge il 29 giugno ad Indianapolis, con i Milwaukee Bucks, aventi la prima scelta, ad orientarsi su Glenn Robinson, proveniente da Purdue, ingolositi dal fatto che sia stato eletto “NCAA Player of the Year” nella stagione appena conclusa.

Secondi e terzi a fare le proprie nomine sono i Dallas Mavericks ed i Detroit Pistons, terminati ultimi nelle loro rispettive Midwest e Central Division del Torneo ’94, e la propensione dei Mavericks per Jason Kidd della “University of California” sta a significare che Hill prenda la strada del Michigan, vedendo svanire la possibilità di giocare nella sua città natale.

L’impatto nel nuovo mondo della NBA è peraltro positivo sia per Kidd che per Hill, ed anche se le performance delle rispettive squadre vedono un maggiore miglioramento per i Mavericks – passati da un inquietante 13-69 (peggior squadra dell’intera Lega) del ’94 ad un più accettabile 36-46, mentre i Pistons registrano un 28-54 rispetto al 20-62 della precedente stagione – a livello individuale le due matricole rivaleggiano per il titolo di “Rookie of the Year” a tal punto che il premio viene assegnato ad entrambi a pari merito, consentendo così al 22enne Grant di eguagliare il padre Calvin.

Il comunque, devastante impatto di Hill nella sua prima stagione da Pro non è racchiuso nelle sole statistiche (19,9 punti, 6,4 rimbalzi e 5,0 assisti di media a partita), di per sé significative, ma altresì dal fatto che lo stesso ottiene il maggior numero di voti (1.289.585 per la precisione …) da parte dei tifosi nella scelta dei quintetti per il classico appuntamento dello “All Star Game” di metà febbraio, prima matricola a ricevere un tale consenso, non solo del Basket, ma bensì delle quattro maggiori Leghe Professionistiche (le altre sono il Football, Baseball ed Hockey su ghiaccio …) americane.

Un riconoscimento che per Hill si ripresenta per tutte le 6 stagioni vissute a Detroit – fatto salvo il 1999 in cui la gara non viene disputata stante la “stagione dimezzata” per effetto del lungo “braccio di ferro” tra i giocatori ed il Commissioner David Stern – mentre le sorti della franchigia, pur migliorando anno dopo anno, non riescono a tornare ai fasti di fine anni ’80, allorché i famosi “Bad Boys” guidati da Coach Chuck Daly, raggiungono tre Finali NBA consecutive, vincendo il titolo nel 1989 e ’90.

E, del resto, di quel leggendario quintetto, all’arrivo di Hill a Detroit, è rimasto solo il famoso Joe Dumars, assieme al quale cerca di risollevare le prestazioni di una squadra che, già dalla stagione successiva, con Doug Collins, proveniente da Chicago, a rilevare Don Cheney nel ruolo di allenatore, torna a registrare un record (46-36) positivo a conclusione della “regular season” che vale l’accesso ai Playoff dopo quattro anni di attesa.

Post season che, peraltro, dura lo spazio di un amen, coi Pistons “spazzati via” dalla devastante forza del duo Shaquille O’Neal/”Penny” Hardaway e dei loro Orlando Magic, che si impongono in tre sole gare, nonostante Hill cerchi di tenere a galla la baracca con 19,0 punti, 7,3 rimbalzi e 3,7 assist di media a partita, con la speranza che questa esperienza possa comunque tornare utile per la stagione successiva.

Ed, in effetti, pur con la perdita di Allan Houston, trasferitosi a New York, ma con il ritorno dell’ormai 38enne Rick Mahorn, giusto per far capire ai più giovani quale fosse lo spirito che animava i citati “Bad Boys”, la “regular season” si conclude con un confortante record di 54-28 che vale il quinto posto nella “East Conference” ed un conseguente primo turno dei Playoff contro la quarta miglior classificata sulla costa orientale, ovverossia gli Atlanta Hawks di Dikembe Mutombo e dell’ex compagno di College di Hill, vale a dire Christian Laettner.

L’attesa per un confronto equilibrato è confermata dall’andamento della serie, in cui Hill – che ha concluso la stagione con il suo massimo in carriera quanto a rimbalzi e palle recuperate (con 7,3 ed 1,8 di media rispettivamente), incrementando altresì a 21,4 la quota di punti a partita – si rende protagonista in gara-2 nel successo per 93-80 sul parquet avverso, impresa poi vanificata dal riscatto degli Hawks che in gara-4, nonostante i 28 punti di Hill, violano il campo dei Pistons riportando la serie in parità per poi chiuderla sul 3-2 nella decisiva gara-5, conclusa sul punteggio di 84-79, con Hill a dolersi del fatto che la sua miglior prestazione nei Playoff quanto a punti realizzati (23,6) non sia stata sufficiente per avanzare al secondo turno.

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Hill in entrata su Mutombo in Detroit-Atlanta – da:mlive.com

Una sorta di “maledizione” che, dopo un inatteso ridimensionamento nel ’98 – il che costa la panchina a Collins, rilevato a fine gennaio ’98 da Alvin Gentry – con i Pistons a chiudere con un record negativo di 37-45 che li esclude dalla post season, si riaffaccia nella stagione successiva – limitata da sole 50 gare di “regular season”, essendo la stessa iniziata a febbraio ‘99 per il ricordato sciopero dei giocatori – e che Detroit conclude nuovamente con il quinto miglior record (29-21), il che determina il ripetersi dell’accoppiamento con Atlanta al primo turno dei Playoff.

Con stavolta il fattore campo a farla da padrone, la serie ha un andamento assolutamente lineare, in quanto dopo i due netti successi iniziali (90-70 ed 89-69) degli Hawks sul parquet amico, Detroit rende la pariglia con altrettante schiaccianti vittorie al “The Palace” (79-63 e 103-82), prima che la decisiva gara-5 volga ancora a favore di Mutombo & Co. per 87-75 nonostante che Laettner, rispetto alla sfida di due anni prima, vesta ora la canottiera dei Pistons.

La successiva stagione di fine millennio vede Hill ottenere il suo miglior risultato in Carriera quanto a punti realizzati in “regular Season” con una media di 25,8 a partita, appena sufficiente però a consentire ai Pistons di salvare il posto nella griglia Playoff per una sola gara (42-40) di differenza rispetto ad Orlando che conclude con il 50% di vittorie, un piazzamento che non dà molte speranze in vista dei Playoff che, difatti, vedono i Miami Heats imporsi con un facile 3-0.

Sei stagioni vissute a Detroit, in cui Hill ha dimostrato di poter stare tranquillamente al passo dei più forti giocatori del pianeta e nelle quali ha registrato i suoi “Personal Best” di media in carriera sia nella stagione regolare che nei Playoff quanto a punti (25,8 nel 2000 e 23,6 nel ’97, rispettivamente), rimbalzi (9,8 e 7,3 entrambi nel ’96) ed assist (7,3 nel ’97 e 7,4 nel ’99), conermando la sua versatilità in tutte le varie fasi del gioco, il che gli consente di poter essere alternativamente impiegato come guardia od ala piccola, come certificato dall’aver capeggiato la lista dei giocatori autori del maggior numero (ben 10) di “triple doppie (per i profani, significa essere andati in doppia cifra in una singola gara quanto a punti, rimbalzi ed assist …) nel ’96, mentre l’anno successivo risulta il primo giocatore dai tempi di Larry Bird nel ’90 a concludere la stagione con medie superiori a 20 punti, 9 rimbalzi e 7 assist, un’impresa che verrà superata solo da Russell Westbrook 20 anni dopo, con una straordinaria “tripla doppia” di media.

Stagione, quella del ’97, in cui Hill incrementa a 13 le gare in cui realizza una “tripla doppia – tra le quali emerge la superba prestazione costituita da 34 punti, 15 rimbalzi e 14 assist mandata in scena il 18 gennaio ’97 e resasi necessaria per violare il parquet del “Forum” di Inglewood rifilando ai Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant una sconfitta per 100-97 dopo due supplementari – che, da sole, rappresentano il 35% del totale stagionale di tutta la Lega (!!), ed al termine della quale è, per l’unica volta in carriera, inserito nel primo quintetto NBA, assieme, tanto per capirsi, a stelle del calibro di Karl Malone, Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Tim Hardaway, e scusate se è poco …

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Charles Barkley e Grant Hill sul podio di Atlanta ’96 – da:basketinside.com

Non ancora 28enne – con anche un Oro olimpico al collo, quale componente del “Dream Team 2” che aveva confermato ai Giochi di Atlanta ’96 l’oro conquistato quattro anni prima alle Olimpiadi catalane – Hill sembra avere ancora stagioni davanti per deliziare gli appassionati di basket Usa, ma in mezzo vi si mette la malasorte, sotto forma di un infortunio patito alla caviglia sinistra il 15 aprile 2000 nella gara contro i Philadelphia 76ers, ad una settimana dall’inizio dei Playoff, che Hill vuole ugualmente giocare peggiorando la situazione, in quanto è costretto ad alzare bandiera bianca in gara-2, così dovendo rinunciare anche alla selezione per le Olimpiadi di fine millennio.

E, per un giocatore i cui primi sei anni nel dorato mondo della NBA avevano fatto registrare totali di 9.393 punti, 3.417 rimbalzi e 2.720 assist – numeri che solo Oscar Robertson e Larry Bird prima di lui e LeBron James successivamente sono stati in grado di superare in tale arco temporale – finiscono le luci della ribalta e si apre un calvario fatto di tentativi di recupero della migliore forma fisica a cui si alternano continue ricadute, prova ne sia che, trasferitosi nell’estate 2000 agli Orlando Magic in cambio di Chucky Atkins e Ben Wallace, le sue apparizioni nelle tre stagioni successive sono limitate a 4 presenze nel 2001, 14 nel 2002 e 29 nel 2003.

Ad aggiungere benzina sul fuoco, una nuova operazione alla caviglia cui si sottopone nel marzo ’03 determina una grave complicazione per un’infezione batterica che costringe Hill ad un ricovero ospedaliero di una settimana ed ad una successiva cura a base di antibiotici della durata di 6 mesi, il che determina la necessità di saltare l’intera stagione 2003-’04-

L’anno seguente i guai sembrano alle spalle, potendo disputare 67 gare di “regular season” con discrete medie (19,4 punti, 4,7 rimbalzi e 3,3 assist a partita), secondo miglior realizzatore dei Magic, anche se Orlando fallisce l’accesso ai Playoff, ma le sventure non sono finite per l’oramai 32enne texano, poiché la stagione successiva è ancora vittima di frequenti infortuni che ne limitano a sole 21 le sue presenze in campo, a causa di un’ernia inguinale derivante da una pressione non uniforme sulle caviglie nel correre, residuo del precedente incidente all’arto sinistro.

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Hill con la maglia degli Orlando Magic – da:orlandomagicdaily.com

Solo nel 2007 Hill può finalmente tornare a giocare con una certa continuità, disputando 65 gare di “regular season” ed i suoi 14,4 punti di media, uniti al positivo apporto del centro Dwight Howard e dell’ala turca Hedo Turkoglu, consentono agli Orlando Magic di riconquistare il diritto a disputare i Playoff, ma la loro ottava posizione nella griglia della “Eastern Conference” li porta scontrarsi proprio contro i Detroit Pistons, i quali non hanno pietà della loro ex stella, liquidando la serie con un pesante 4-0 nonostante Hill faccia registrare medie di 15,0 punti, 5,5 rimbalzi e 3,3 assist a partita, non disprezzabili se si tiene conto di tutto quello che ha dovuto passare.

A scadenza di contratto ed approssimandosi a festeggiare le 35 primavere, Hill è indeciso su quale strada scegliere, per poi accettare la non trascurabile offerta dei Phoenix Suns pari ad 1,83milioni di dollari per la prima stagione ed 1,97milioni per la seconda.

L’aria dell’Arizona e, soprattutto, il fatto di dividersi le responsabilità della squadra con il talentuoso playmaker canadese Steve Nash, rivitalizzano Hill al punto che, per la prima volta in carriera, nella stagione ’09 riesce a disputare tutte ed 82 le gare in calendario, fornendo ai Suns quel contributo di esperienza che consente loro di registrare stagioni con record oltre il 50% (55-27 nel 2008, con consueta uscita al primo turno dei Playoff e 42-40 nel 2009, non sufficiente per accedere alla post season …), prima di avere finalmente l’opportunità di giocarsi una serie di Playoff come Dio comanda nel ’10, allorché Phoenix ottiene, con 54-28, il terzo miglior risultato della “Western Conference”.

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Steve Nash e Grant Hill a Phoenix – da:valleyofthesuns.com 

Arrivare al punto più alto della propria attività a livello di squadra a quasi 38 anni di età non è certo il massimo, ma almeno poter “assaporare” il gusto di queste sfide può essere la giusta ricompensa per tutti le traversie incontrate nel corso degli ultimi anni.

A ciò un contributo lo fornisce indubbiamente anche la presenza del suo ex coach Gentry che, dopo quattro anni quali assistente di Mike D’Antoni, rileva il ruolo dell’ex playmaker della Milano di Dan Peterson a far tempo dall’autunno ’08, il quale non si fa scrupoli nell’inserire Hill nel quintetto iniziale in tutte e 6 le gare necessarie ai Suns per avere ragione 4-2 dei Portland Trail Blazers al primo turno, così come nella semifinale di Conference in cui Phoenix “schianta” i San Antonio Spurs di Tim Duncan e Manu Ginobili con un pesante 4-0 frutto di due successi in Texas per 110-96 in gara-3 (in cui anche Hill mette la sua degna firma con 18 punti a referto …) e 107-101 nella gara-4 che chiude la serie.

Tra il sogno per Hill di disputare la sua unica Finale per il titolo assoluto e la cruda realtà si frappone ora un ultimo ostacolo, costituito però dai Los Angeles Lakers della “bocca da fuoco” Kobe Bryant all’apice della carriera, il quale sforna medie da 33,7 punti, 7,2 rimbalzi ed 8.3 assist a partita che costringono Phoenix ad alzare bandiera bianca, pur prendendosi la soddisfazione di due successi alla “Resort Arena” e, per Hill, di essere ancora schierato in tutte e 6 le gare nel quintetto iniziale.

Adesso siamo veramente ai titoli di coda e, nonostante Hill disputi altre 80 gare nella successiva stagione – in cui comunque fa registrare la sua miglior media punti di 13,2 del quinquennio vissuto in Arizona – la fine della carriera è oramai prossima, ed anche se, allo spirare del suo contratto coi Suns, accetta un ingaggio dai Los Angeles Clippers, il riaffiorare di problemi fisici lo pone nella condizione di dichiarare l’1 giugno 2013 ad oltre 40 anni di età, il definitivo ritiro dall’attività agonistica.

Di lui resta il ricordo di uno dei più forti e completi giocatori universitari di ogni epoca, nonché di un devastante iniziale impatto nel magico Mondo della NBA – panorama cui lascia in eredità 17.127 punti, 6.169 rimbalzi e 4.252 assist – alla cui mancanza di titoli conquistati la Lega Professionistica ha deciso di rimediare inserendo Grant Hill, nella sessione del corrente anno, nella prestigiosa “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, un riconoscimento che ne premia l’indubbio talento e che fa ammenda all’infinita scia di infortuni che ne hanno condizionato la carriera.

E poi, come direbbe De Gregori, “non è da questi particolari (titoli vinti, nella circostanza …) che si riconosce un Campione …!!” …

KRESIMIR COSIC, IL FUORICLASSE EUROPEO CHE DISSE NO ALL’NBA

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Kresimir Cosic con la maglia della Brigham Young University – da basketnet.it

articolo di Nicola Pucci

In quella sterminata fucina di talentuosissimi giocatori, di pallacanestro ma non solo, che è l’ex-Yugoslavia, una citazione a parte merita uno dei più grandi di sempre, se non forse il migliore di tutti. Almeno in Europa.

Kresimir Cosic, tanto per chiarire fin dal principio di chi stiamo parlando, nasce a Zagabria il 26 novembre 1948, e se la condizioni di vita da quelle parti, a dispetto dell’idea unitaria proposta dal Maresciallo Tito, sono decisamente difficoltose un po’ per tutti, il giovanotto cresce, tanto, in altezza, e decisamente meno in chilogrammi, acquisendo tuttavia fin da adolescente le caratteristiche del giocatore di pallacanestro. A cui può associare doti non comuni nell’utilizzo delle mani, estremamente sensibili nel mettere la sfera a spicchi nella retina

Nel frattempo, assieme alla famiglia, il “piccolo” Cosic prende cappello e si trasferisce a Zara, sulla costa dalmata, e qui viene ben presto inserito in organico dalla squadra locale, che attendeva proprio un giovane fuoriclasse per spiccare il salto in alto. E fuoriclasse, Cosic, lo è davvero, tanto da venir forgiato da quell’Enzo Sovitti che non è solo un allenatore, ma pure il mentore di quel KK Zadar destinata a segnare la storia della pallacanestro yugoslava. In effetti, con il contributo di Kresimir che dall’alto dei suoi 211 centimetri è difficilmente contenibile, la squadra conquista i suoi primi titoli nazionali, nel 1965, nel 1967 e nel 1968, terminando altresì terza nel 1966 alle spalle di Olimpia Lubjana e Partizan Belgrado.

I successi in campionato del pivottone che gli amici di infanzia chiamavano “Auschwitz” per quanto fosse magro, spalancano a Cosic le porte della Nazionale yugoslava, allenata da un’altra leggenda della pallacanestro di quel paese, Ranko Zeravica, che lo seleziona con la squadra pronta a giocarsi le sue chances sia ai Mondiali in Uruguay del 1967, chiusi in seconda posizione alle spalle dell’Urss, che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. In quella formazione esercitano altri campionissimi, tra tutti Radivoj Korac, e saranno solo gli Stati Uniti di Spencer Haywood a negare alla Yugoslavia, vincitrice in semifinale di una sfida drammatica con l’Urss (63-62 con Cosic che in 21 minuti segna 6 punti), il trionfo ai Giochi, battendola sia nella fase a gironi (73-58 con 13 punti di Cosic) che in finale (65-50 con Cosic tenuto a soli 4 punti). Kresimir, che delizia nondimeno la platea per i movimenti difficili da contrastare nell’area piccola ed una mano delicata, più da guardia che da pivot, chiude la sua prima esperienza olimpica con 7,7 punti a partita ed un massimo di 16 punti in 18 minuti nella sfida di girone con l’Italia. E dovrà rimandare a data da destinarsi l’appuntamento con la gloria a cinque cerchi.

In effetti Cosic, ormai diventato un fattore dominante, colleziona una serie impressionante di titoli con la sua Nazionale, cogliendo l’oro alle edizioni iridate in casa del 1970 (segnando 15 punti nella decisiva sfida con gli Stati Uniti, risolta 70-63, e venendo inserito nel quintetto ideale del torneo) e nelle Filippine del 1978 (ancora una volta eletto miglior pivot della rassegna, rimanendo imbattuto e segnando 6 punti nell’appassionante finale, vinta 82-81 al tempo supplementare con l’Urss), vincendo per tre volte di seguito agli Europei (1973 in Spagna quando è pure nominato MVP del torneo, come già accaduto nel 1971, 1975 in Yugoslavia e 1977 in Belgio) e poi salire infine sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Mosca del 1980, proprio in casa della rivale per antonomasia, l’Urss, eliminata in semifinale dall’Italia di Sandro Gamba, poi battuta all’atto decisivo 86-77, a vendicare l’anonimo quinto posto di Monaco 1972 e l’ancor più bruciante secondo posto del 1976 quando Cosic&C. furono sconfitti nettamente dagli Stati Uniti di Adrian Dantley, 95-74 nonostante 27 punti di Praja Dalipagic.

Ma se i destini di Cosic si incrociano con quelli degli Stati Uniti, sovente, a livello di Nazionale, ancor più Kresimir ha modo di conoscere il basket stelle-e-strisce volando, a far data 1970, di là dall’Atlantico per vestire per tre anni la maglia della Brigham Young University, stato dello Utah, nel campionato NCAA, dove non solo conferma di essere un cestista tanto forte come da quelle parti hanno raramente visto facendo segnare a partita, al secondo anno, una media punti di 22,3 e 12,8 rimbalzi, ma abbracciando pure un credo, quello Mormone, che lo accompagnerà nel corso della sua, come vedremo, pur breve esistenza.

L’uomo matura e l’atleta si evolve ancora, diventando il pioniere del pivot moderno, capace di catturare rimbalzi per appoggiare a canestro ma anche di tirare dalla media distanza e smazzare assist al bacio, tanto da meritarsi per due anni di seguito una chiamata al Draft NBA, prima dai Portland Trail Blazers nel 1972 e poi addirittura dai Los Angeles Lakers 1973. Ma Kreso, come viene affettuosamente ormai appellato, dice “no grazie“, e se ne torna nella sua Zara, dove ha modo di vincere ancora due campionati, nel 1974 e nel 1975, per poi passare all’Olimpia Lubjana ed andare a deliziare il pubblico bolognese di fede Virtus, quella del mitico avvocato Porelli, che cerca l’anti-Meneghin per scalfire il dominio di Varese. Qui Cosic, dopo qualche iniziale difficoltà di adattamento, forse anche perché poco propenso all’allenamento ed eternamente pigro come tutti gli slavi, trova l’intesa perfetta con coach Terry Driscoll che disegna per lui una zona 3-2 e la giusta alchimia di squadra con Renato Villalta, Carlo Caglieris e Pietro Generali, oltrechè con l’altro straniero, Owen Wells prima, Jim McMillian poi, e per le “V nere” è manna piovuta dal cielo, con due scudetti cuciti sulle maglie superando Milano e Cantù in due finali chiuse sul 2-0.

La carriera di Kreso volge al termine, ma la classe è immensa e immutata, ed una volta nuovamente a casa, stavolta a difendere i colori di quel Cibona Zagabria che qualche anno dopo accoglierà un altro grande di Yugoslavia, Drazen Petrovic, Cosic trova il tempo di far suo il titolo nazionale nel 1982 battendo i nemici giurati del Partizan Belgrado, infilare un tris in Coppa di Yugoslavia ed infine conquistare un trofeo europeo con la squadra di club, unico tassello mancante al suo palmares, ovvero la Coppa delle Coppe del 1982 quando con 22 punti è decisivo nel successo di misura sul Real Madrid, 96-95 nella finale di Bruxelles.

Poi è tempo di saluti, ahimé prematuri rispetto alle previsioni, perché se è vero che una volta dismessi i panni del giocatore-fenomeno Kresimir si ricicla nelle vesti di allenatore per poi laurearsi e venir nominato vice-ambasciatore a Washington di quella Croazia ormai travolta dall’orrore della guerra, è altresì maledettamente vero che un brutto male se lo porta via nel 1995 a soli 47 anni. Già, come diceva quella frase ad effetto?… ah ecco… “perché Dio gli eroi li vuole presto accanto a sè“. E Kresimir Cosic, eroe del basket, lo è stato davvero, tra i più grandi di sempre.

LA DOPPIA FINALE NBA SEATTLE-WASHINGTON PRIMA DELL’ERA BIRD-MAGIC

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Una fase delle Finali Washington-Seattle del 1978 – da:washingtonian.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se è vero che la Lega Professionistica di Basket Usa era sull’orlo del collasso a fine anni ’70, salvata dalla contemporanea entrata nel suo panorama di due leggende quali Larry Bird ed Earvin “Magic” Johnson a ridare nuova linfa e spettacolarità al “prodotto” sapientemente gestito dal Commissioner David Stern, è altrettanto indubbio che proprio detto decennio ha consentito ad alcune franchigie di conquistare gli unici titoli NBA della loro Storia.

Conclusa, difatti, la “Dinasty” dei Boston Celtics di Bill Russell e Red Auerbach – capaci di aggiudicarsi 11 titoli in 13 stagioni dal 1957 al ’69, con quasi sempre i Los Angeles Lakers nel ruolo di “vittima sacrificale” – ecco che le 10 successive edizioni del Campionato NBA vedono affermarsi 8 formazioni diverse, pur con i Celtics a metterci nuovamente lo zampino con altri due trionfi nel 1974 e ’76.

Due titoli vanno anche alla franchigia della “Grande Mela”, i New York Knicks di Willis Reed, impresa mai più replicata in seguito, mentre i Lakers riescono finalmente a rompere il tabù imponendosi nel ’72 ed i Golden State Warriors fanno loro il primo anello sotto detta denominazione nel ’75, per poi dover attendere l’attuale “era Curry” per tornare ai vertici del Basket Usa.

A completare il decennio, mancano le affermazioni dei Milwaukee Bucks e dei Portland Trail Blazers che, sfruttando entrambe le qualità dei loro centri, Lew Alcindor (poi divenuto Kareem Abdul Jabbar …) e Bill Walton rispettivamente, si impongono nel 1971 e ’77, anch’esse per gli unici titoli della loro Storia, prima di arrivare alle protagoniste del nostro racconto odierno, vale a dire i Seattle Supersonics ed i Washington Bullets, le quali chiudono la decade dando vita, nelle due ultime stagioni, a due sfide memorabili.

Mentre “Magic” Johnson sta deliziando i supporters dei Michigan State Spartans dando sfoggio di parte del suo repertorio successivamente apprezzato a livello planetario e Larry Bird fa altrettanto alla “Indiana State University” in attesa del confronto diretto nelle Finali NCAA ’79, le due riferite franchigie sono ancora alla ricerca del loro primo titolo NBA, anche se con un diverso, pregresso percorso.

Se a Seattle, difatti, i Sonics sono una franchigia di abbastanza recente fondazione, essendo nata nel 1967 e solo da tre stagioni ha iniziato a farsi un nome nell’ambito della Lega Professionistica, centrando l’accesso ai Playoff per due anni consecutivi nel 1975 e ’76 (in entrambi i casi venendo sconfitti nelle Semifinali di Conference …), ben diverso è il cammino dei Washington Bullets, denominazione assunta a far tempo dal 1974 e che già li ha visti disputare due Finali per il titolo, nel 1971 come Baltimora Bullets, piegati 4-0 dai Bucks di uno strepitoso Alcindor, e nel 1975, subendo analogo “cappotto” dai Golden State Warriors, per poi essere sconfitti nelle Semifinali di Conference ’76 e ’77, da Cleveland ed Houston, rispettivamente.

Dopo il ritiro di Gus Johnson nel 1972 ed il trasferimento di Earl Monroe nel ’71 a New York, i Bullets fanno affidamento sui futuri “Hall of FamersWes Unseld, seconda scelta assoluta al Draft 1968, ed Elvin Hayes, viceversa prima scelta assoluta nel medesimo anno da parte di Houston ed approdato a Washington nel ’72, due torri da m.2,01 e m.2,06 rispettivamente, ad alimentare le quali provvede il playmaker Phil Chenier, quarta scelta assoluta dei Bullets al Draft del 1971.

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Le “Torri” Unseld (n.41) ed Hayes (n.11) dei  Bullets – da:si.com 

Il coach Dick Motta, alla guida dei Bullets dal 1976, si attende la crescita del giovane Kevin Grevey, da due stagione con il Club, così come di Tom Henderson, giunto a Washington a metà della stagione ’77 proveniente da Atlanta, mentre un altro importante tassello giunge nel mercato estivo con l’acquisizione dell’esperta e micidiale 30enne ala piccola Bob Dandridge da Milwaukee, uno dei “giustizieri” dei Bullets nelle Finali del 1971.

Dall’altra parte, sulla costa occidentale, a Seattle, curiosamente facente parte dello Stato di Washington, la squadra, allenata per un quadriennio dalla “leggenda vivente” Bill Russell, vede assegnata la guida tecnica a Bob Hopkins, promosso a tale ruolo dopo tre stagioni quale assistente dell’ex centro dei Boston Celtics, scelta che si rivela quanto mai infelice, visto che lo stesso viene esonerato a fine novembre ’77 dopo un terrificante ruolino di 5-17, rilevato da quel Lenny Wilkens che per tre stagioni, dal 1969 al ’72, aveva ricoperto la veste di allenatore/giocatore con i Sonics, per poi vivere analoga esperienza a Portland, guidata anche nel ’76 dopo aver smesso l’attività agonistica, per poi prendersi un anno di riposo proprio nella stagione in cui i Blazers, con Jack Ramsay alla guida, centrano l’unico titolo NBA della loro Storia.

Animato, pertanto, da un desiderio di prendersi una rivincita, Wilkens costruisce una squadra giovane, a guidare la quale pensa il playmaker Fred Brown, sesta scelta assoluta dei Sonics al Draft ’71, coadiuvato dal futuro “Hall of FamerDennis Johnson, la cui scelta al Draft ’76 era passata sotto traccia, ma che contribuirà in seguito alle fortune dei Boston Celtics, mentre la batteria dei lunghi viene rinforzata con l’acquisizione al Draft ’77, quale ottava scelta assoluta, di Jack Sikma, un centro di m.2,11 proveniente dall’Illinois.

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Jack Sikma dei Seattle Supersonics – da:si.com

Per dare alla compagine anche una giusta dose di esperienza, viene ingaggiato in estate da Denver l’ala forte Paul Silas, così come dal Colorado giunge Marvin Webster, mentre un grosso contributo nelle conclusioni dal perimetro viene fornito dal 24enne Gus Williams, prelevato dai Golden State Warriors.

Troppi cambiamenti nel roster sono fatali ad Hopkins, mentre la conoscenza della franchigia da parte di Wilkens fa sì che, come per magia, i Sonics infilino una serie di 6 vittorie consecutive e di 11 nelle prime 12 gare con il nuovo coach in panchina, raddrizzando una stagione che – grazie al record di 42-18 portato in dote da Wilkens – vede i Sonics concludere al terzo posto della “Pacific Division” ed al quarto assoluto nella “Western Conference, guidata dai Campioni in carica di Portland con uno score di 58-24.

Sul fronte orientale, viceversa, nonostante avesse meno problemi di assemblaggio di organico, i Bullets peggiorano il record dell’anno precedente, concludendo la “regular season” con un record di 44-38, secondi nella “Central Division” alle spalle dei San Antonio Spurs e terzi assoluti nella graduatoria capeggiata dai Philadelphia 76ers della stella Julius Erving con 55 vittorie a fronte di 27 sconfitte.

Questi piazzamenti comportano un percorso in salita per entrambe le formazioni nei Playoffs, dove solo nel primo turno possono beneficiare del vantaggio del fattore campo, ma a favore dei Bullets giunge, quale favorevole previsione, la voce del noto giornalista di san Antonio, Dan Cook, il quale conia la frase, poi divenuta celebre, “l’opera non è finita finché il soprano canta …!” …

Mai profezia si rivela più azzeccata poiché, dopo un facile successo per 2-0 sugli Atlanta Hawks, i Bullets ribaltano il pronostico proprio contro i San Antonio Spurs, eliminati 4-2 nella Semifinale di Conference grazie ad una superba prestazione di Hayes (24,3 punti e 13,2 punti di media nella serie), ben supportato da Unseld a rimbalzo e da Dandridge al tiro, con la “partita chiave” costituita dalla vittoria per 121-117 in gara-2 in Texas, con Grevey sugli scudi con 31 punti (ed Hayes a metterne 28 a referto) per contrastare “the one man show” mandato in scena da George Gervin per gli Spurs, con 46, purtroppo per lui, inutili punti.

Analogamente, sulla costa opposta degli States, dopo aver avuto la meglio 2-1 sui Lakers, Wilkens si prende una deliziosa rivincita facendo fuori i Campioni in carica di Portland con identico punteggio di 4-2 in una serie dove emerge la compattezza del quintetto base in cui tutti danno il loro contributo, con medie tra i 13,8 ed i 17,3 punti a partita, risultando decisive gara-1, in cui i Sonics ribaltano il vantaggio del fattore campo andando a vincere al “Memorial Coliseum” 104-95 dopo essere stati sotto di 11 a fine primo quarto, ed il 100-98 di gara-4 a Seattle che porta la serie sul 3-1 grazie ad un monumentale Sikma, che realizza 28 punti e cattura 11 rimbalzi.

Eliminata la testa di serie n.1, per i Sonics è necessario superare la n.2, vale a dire i Denver Nuggets di Dan Issel e Bobby Jones se vogliono centrare la prima Finale NBA della loro storia, missione portata a termine con l’identico punteggio di 4-2 in cui stavolta emergono, come tiratori scelti, Gus Williams e Dennis Johnson, con 20,7 e 18,3 punti di media a partita, e dove la “partita chiave” è gara-2 che vede Seattle vincere in Colorado 121-111 con ben 6 giocatori in doppia cifra e le guardie Brown, Johnson e Williams a crivellare la retina, mettendo a referto 26, 22 e 21 punti rispettivamente.

Dall’altra parte dell’America, l’ostacolo per i Bullets è ancora più duro, dovendo affrontare i Philadelphia 76ers desiderosi di riscattare la sconfitta subita in Finale l’anno prima contro Portland ed, anche in questo caso, una sola vittoria esterna caratterizza la serie, e si registra in gara-1 allorché il quintetto di Dick Motta espugna lo “Spectrum” per 122-117 al supplementare, grazie ad una spettacolare prova di Elvin Hayes (28 punti e 18 rimbalzi al suo conto), ben coadiuvato da Grevey e Dandridge, che mettono a referto 26 e 22 punti, per poi resistere, nella decisiva gara-6, al disperato tentativo dei Sixers di prolungare la serie, chiusa sul 101-99 per il determinante apporto di Hayes ed Unseld sotto i tabelloni (29 rimbalzi in due …) ed ancora di Dandridge dalla distanza, autore di 28 punti.

E così, per la quarta volta nel decennio, dopo i successi di New York, Milwaukee e Portland, si ha la certezza che anche le Finali ’78 premieranno una squadra che andrà ad iscrivere il proprio nome per la prima volta nell’albo d’oro, in una sfida che sfugge ai pronostici, poiché se è vero che Seattle ha il vantaggio del fattore campo, alla stessa stregua Washington può farsi forte del record di 3-1 nelle quattro sfide di “regular season”, peraltro sempre molto equilibrate nel punteggio.

Comunque la serie – con il formato 1-2-2-1-1 quanto a distribuzione dei campi – prende il via il 21 maggio ’78 al “Coliseum” di Seattle e verrà ricordata come una delle più equilibrate e combattute negli annali della NBA, già con gara-1 “portata a casa” dai Sonics 106-102 in virtù di un parziale di 33-18 nell’ultimo quarto, esaltati da Brown autore di 30 punti, ed i Bullets a replicare in gara-2 con un più agevole 106-98 nel quale a fare la differenza è, al solito, Dandridge, che firma 34 punti con 14 su 22 al tiro.

Seattle SuperSonics Dennis Johnson, 1978 NBA Finals
Dennis Johnson (Seattle) al tiro in gara-2 delle Finali ’78 – da:gettyimages.it

Con anche gara-3 in programma al “Capital Centre”, Seattle piazza un primo “knock down” andando ad espugnare 93-92 il parquet dei rivali in una sfida punto a punto per tutte e quattro i periodi, rendendo vana la mostruosa prova (29 punti e 20 rimbalzi …!!) di Hayes, mentre Dennis Johnson limita Grevey, costretto ad un desolante 1-14 al tiro.

Con la possibilità di portarsi sul 3-1 sfruttando il fattore campo, Seattle butta via detta opportunità dopo aver iniziato il quarto periodo con un vantaggio di 9 punti (ed aver condotto di 15 a 2’ dalla conclusione del terzo …) per poi venire sconfitta 120-116 al supplementare dove si ritaglia il suo “angolo di gloria” la riserva Charles Johnson con tre conclusioni a bersaglio consecutive che consentono ai Bullets di pareggiare la serie, salvo poi soccombere in gara-5 98-94 con Brown e Dennis Johnson sugli scudi con 26 e 24 punti a testa.

1978 NBA Finals Game 6: Seattle Supersonics v Washington Bullets
Hayes (n.11) e Grevey (n.35) dei Bullets in gara-6 – da:gettyimages.it

Ad una vittoria dal titolo e con la prospettiva di gara-7 da disputare al “Coliseum”, i Sonics affrontano senza la dovuta concentrazione l’ultima sfida nel Maryland, l’unica impari della serie, che Washington si aggiudica con un eloquente 117-82 in cui Hayes torna a ricoprire il ruolo da protagonista che gli compete con 21 punti e 15 rimbalzi, match che consente a Dick Motta di ruotare la panchina con il duplice risultato di far riposare i titolari e dare fiducia alle riserve in vista dell’ultimo, decisivo atto in programma il 7 giugno a Seattle.

Con le due formazioni a fronteggiarsi per la settima volta in 18 giorni, la strategia di Motta di cercare di bloccare le “bocche da fuoco” delle guardie di Seattle si rivela vincente, con Dennis Johnson – sinora la lieta sorpresa della stagione per i Sonics – costretto ad un imbarazzante 0-14 e poco meglio di lui fa Gus Williams (4-12), così aprendo la strada al successo dei Bullets costruito con certosina pazienza, mattone su mattone, come testimonia l’andamento del punteggio, che vede gli ospiti sempre avanti (31-28, 53-45, 79-66) prima di una vampata d’orgoglio dei padroni di casa nell’ultimo quarto, trascinati dalla coppia in attacco Webster e Sikma (48 punti e 30 rimbalzi in due …), che porta Seattle a -4 a 90” dalla sirena e sul 99-101 allorché Unseld è mandato in lunetta per due tiri liberi pesantissimi che vanno a segno, toccando poi a Dandridge completare l’opera con l’ultimo canestro per il 105-99 conclusivo, con il citato centro a ricevere il premio di MVP delle Finali.

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Webster (n.40) e l’MVP delle Finali Unseld (n.41) in gara-7 – da:pinterest.it

Perdere un titolo lungamente atteso davanti al proprio pubblico è un “boccone amaro” difficile da digerire, mentre per i Bullets, al terzo tentativo, finalmente il sogno si realizza, ma per le due franchigie la contesa non si esaurisce qui, poiché – mentre Larry Bird e “Magic” Johnson si sfidano nella Finale NCAA ’79, che vede quest’ultimo trionfare con Michigan State, in attesa di replicare tali regolamenti di conti nel successivo decennio nel panorama NBA – hanno a disposizione ancora una stagione “tutta per loro” per confermare o ribaltare le gerarchie nella Lega Professionistica americana.

E che proprio l’esito del 1978 sia servito a rinforzare il convincimento delle proprie forze è dimostrato dall’andamento della “regular season” ’79, che vede sia Seattle ad Ovest che Washington ad Est realizzare i rispettivi record di Conference, con i Campioni in carica a farsi leggermente preferire (54-28 rispetto a 54-30) ed anche i confronti diretti conclusi con due vittorie a testa.

Il famoso motto che recita “squadra che vince non si cambia” vale anche per Motta ed i suoi Bullets che confermano il quintetto titolare, mentre a Seattle, con Wilkens a voler cancellare la delusione della stagione precedente avendo stavolta l’opportunità di svolgere anche la preparazione pre-campionato, l’unica novità di rilievo è costituita dallo scambio con New York che vede Webster approdare nella grande Metropoli in cambio della 23enne ala forte Lonnie Shelton.

Due compagini alquanto speculari, entrambe senza la “stella” ma con un organico medio di prim’ordine, tanto che nella stagione regolare sono ben 7 i giocatori di Wilkens ad andare in doppia cifra di media quanto a punti, mentre il solo Sikma emerge a rimbalzo, con 12,4 a partita, così come tra i Bullets sono in 6 ad ottenere analogo rendimento, anche se qui si fanno comunque preferire Hayes e Dandridge con 21,8 e 20,4 di media, con il primo a capeggiare anche le statistiche relative ai rimbalzi, catturandone 12,1 rispetto ai 10,8 di Unseld.

La sfida è pertanto lanciata e, con il nuovo regolamento che le esenta dal primo turno dei Playoffs, Seattle non ha alcuna difficoltà a sbarazzarsi (4-1) dei Los Angeles Lakers nelle semifinali di Conference – Gus Williams eccellente con 30,8 punti di media, seguito da Dennis Johnson a quota 21,0 – mentre molta più fatica fanno i Bullets per aver ragione (4-3) degli Atlanta Hawks, in una serie dove il fattore campo salta di continuazione sino al definitivo 100-94 di gara-7, marcato a tinte forte da Hayes con 39 punti, per medie nella serie di 25,4 e 13,4 rimbalzi, ben spalleggiato da Dandridge, con 25,7 punti al proprio conto.

Una cosa è la “regular season” ed un’altra i Playoffs e sia Seattle che Washington lo sanno bene dopo l’esperienza vissuta a proprio favore l’anno precedente, e devono entrambe dar fondo a tutte le loro energie per venire a campo di due combattutissime Finali di Conference, con il titolo della costa occidentale appannaggio dei Sonics per 4-3 sui Phoenix Suns dopo aver seriamente rischiato l’eliminazione sul 2-3 e trovandosi sotto 77-85 all’inizio dell’ultimo quarto di gara-6 in Arizona, mentre dalla parte orientale i Bullets fanno ancor meglio, rimontando una situazione sfavorevole di 1-3 contro i San Antonio Spurs, imponendosi anch’essi nell’ultimo quarto di gara-6 e compiendo un autentico capolavoro nell’ultimo, decisivo incontro sul parquet amico, allorché la spuntano in extremis per 107-105 dopo aver iniziato l’ultimo periodo sul 76-82, letteralmente salvati dai 37 punti di Dandridge, ad annullare i consueti 42 per Gervin.

E, come se nulla fosse cambiato, le due formazioni si ritrovano nuovamente di fronte il 20 maggio ’79 per un’ideale prosecuzione di quella “sfida infinita” andata in scena la stagione precedente, con l’unica variante che ora il vantaggio (teorico, molto torico …) del fattore scampo spetta ai Campioni in carica, i quali capiscono subito dalla partita che apre la serie che i Sonics non hanno alcuna intenzione di ripetere l’esperienza passata, vista la loro reazione che li porta ad impattare a quota 97 a pochi secondi dalla sirena dopo essere stati anche a -18, con la gara decisa da un fallo fischiato a Dennis Johnson sul “Man of the MatchLarry Wright – futuro beniamino del pubblico della Capitale per lo storico Scudetto del Banco di Roma nel 1983 – che manda quest’ultimo in lunetta per i due tiri liberi che completano il suo score di 26 punti.

Nelle rivincite è sempre difficile prevedere se prevalga il desiderio di confermare la superiorità acquisita l’anno prima oppure la voglia di riscatto da parte di chi è stato battuto, ma stavolta, a differente della precedente sfida, la risposta sin troppo chiara la dà il campo, con i Sonics a dominare il resto della serie, a cominciare dall’espugnare in maniera convincente il “Capital Centre” in gara-2 per 92-82 con Gus Williams, che aveva trascinato la rimonta nel match d’esordio con 32 punti, a confermarsi il “top scorer” mettendone a referto altri 23, per poi essere nuovamente protagonista con 31 punti in una gara-3 assolutamente dominata da Seattle e conclusa sul punteggio di 105-95 al quale forniscono il loro prezioso contributo anche Sikma (21 punti e 17 rimbalzi) ed un sempre più decisivo Dennis Johnson, che chiude con 17 punti, 9 rimbalzi e due stoppate.

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Dennis Johnson in entrata contrastato da Ballard (n.42) – da:aminoapps.com

La “creatura” di Lenny Wilkens oramai è un meccanismo ben oliato che funziona alla perfezione, ma guai a credere di aver partita vinta, men che mai quando si deve fronteggiare l’orgoglio dei Campioni in carico, ed ecco allora che gara-4 – che in caso di vittoria porterebbe Seattle sul 3-1 – si rivela la più combattuta sfida di tutta la serie …

Portato sino al supplementare, l’incontro è la testimonianza perfetta della chiave di lettura di queste Finali, vale a dire l’imbarazzante superiorità delle guardie di Wilkens rispetto ai diretti avversari, visto che nel 114-112 conclusivo, i due “cecchiniGus Williams e Dennis Johnson mettono a segno 36 e 32 punti rispettivamente, con Sikma a contribuire sotto i tabelloni con 20 punti e 17 rimbalzi e Johnson a completare l’opera con l’aggiunta di 4 stoppate, l’ultima delle quali su Kevin Grevey a 4” dalla sirena.

Ad una vittoria dal titolo con tre match ancora da disputare, i Sonics si recano nel Maryland decisi a non ripetere l’errore della passata stagione allorché vennero “spazzati via” in gara-6, preludio alla successiva sconfitta, ma l’inizio della partita sembra viceversa ricalcarne l’andamento, con i Bullets, trascinati da Hayes autore di 20 punti nel solo primo quarto, concludono tale periodo sul 30-19 a loro favore.

A questo punto, complici anche gli infortuni a Grevey (uscito dopo 3’) e Tom Henderson, il quintetto di Wilkens non si fa prendere dalla fretta di rimontare, ricucendo lo svantaggio minuto dopo minuto (43-51 all’intervallo lungo, 66-69 a fine terzo quarto) per poi assestare il colpo decisivo nell’ultimo periodo e completare la rimonta sino al 97-93 conclusivo che sancisce la prima (nonché unica) conquista del titolo NBA da parte sia di Seattle che del proprio tecnico Wilkens.

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Dennis Johnson, MVP delle Finali – da:gettyimages.it

Uscito distrutto da gara-7 dell’anno precedente (lo 0 su 14 al tiro, ricordate …), anche Dennis Johnson si prende la sua personale rivincita venendo premiato come MVP delle Finali, un eccellente biglietto da visita per la sua futura carriera con la maglia dei Boston Celtics, con cui si aggiudica altri due titoli, nel 1984 ed ’86.

Già, “i famosi anni ‘80”, quelli del definitivo rilancio della NBA, delle celebri sfide tra Larry Bird ed i suoi Celtics (3 titoli) ed i Lakers del rivale “Magic” Johnson (5 titoli) per un dominio solo scalfito dai Philadelphia 76ers nel 1983 e dal “back to back” dei Detroit Pistons di Isiah Thomas, vincitori nel biennio 1989-’90 prima che iniziasse l’era di “sua Maestà” Michael Jordan.

Però a noi resta, con un pizzico di nostalgia, il ricordo di quegli anni ’70 in cui il titolo era a portata di mano di molte più franchigie e, se da un punto di vista tecnico e spettacolare sicuramente inferiore, recava in sé l’indubbio vantaggio dell’incertezza che, in ogni tipo di competizione, è un po’ il sale della stessa …