IL TITOLO 2011 DEI DALLAS MAVERICKS CHE INCORONA DIRK NOWITZKI STELLA DELLA NBA

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Dirk Nowitzki con il Trofeo che celebra il titolo NBA 2011 – da:ibtimes.com

Articolo di Giovanni Manenti

Maggior Stato degli Usa quanto a superficie (se si esclude l’Alaska) e secondo per popolazione alle spalle della California, a fine anni ’70 il Texas ha già due sue rappresentati nella Lega Professionistica di Basket, vale a dire gli Houston Rockets ed i San Antonio Spurs, circostanza che rende titubante l’allora Commissioner della NBA Larry O’Brien a concedere l’allargamento delle Società iscritte, dato anche che la stagione 1979 ha visto chiudere in perdita 18 delle 22 franchigie ed il crollo dell’audience televisivo …

Ma con il cambio alla Presidenza che porta all’insediamento di David Stern, grazie al quale si deve la rinascita e successiva crescita esponenziale del Basket Professionistico negli Usa, ecco che anche Dallas riesce ad ottenere l’accesso a far tempo dalla stagione 1980-’81, alla quale si presenta con Dick Motta in veste di Coach ed una rosa quanto mai giovane, dfestinata a pagare dazio all’esordio.

Concluso il debutto con il peggior record (15-67) assoluto della Lega, i Mavericks (il cui nome è stato scelto con un sondaggio tra i tifosi …) mantengono Motta alla guida per altre sei stagioni, riuscendo a concludere con un record positivo dal 1984 al 1987 con conseguenti qualificazioni ai Playoff, mentre nel 1987 le 55 vittorie a fronte di sole 27 sconfitte garantiscono loro il titolo di Campioni della Midwest Division, solo per essere eliminati (3-1) dai Seattle Supersonics al primo turno della “post season”.

Un esito insoddisfacente – considerata la presenza in quintetto di Campioni quali Rolando Blackman, Mark Aguirre e Sam Perkins – che costa la panchina a Motta, sostituito da John McLeod il quale, nonostante un record (53-29) leggermente inferiore, conduce Dallas alla Finale della Western Conference per dare filo da torcere ai favolosi Los Angeles Lakers dell’epoca, sconfitti 3-4 nella serie che vede esaltarsi Aguirre con 24,7 punti, 6,6 rimbalzi e 3,0 assist di media a partita.

Tale risultato, invece di rappresentare un ideale trampolino di lancio per successive affermazioni, diviene al contrario l’apice del primo periodo della franchigia nel Panorama Professionistico Usa, dato che vi fa seguito un decennio in cui i Mavericks falliscono puntualmente la qualificazione ai Playoff, con una rotazione alla guida tecnica che vede accomodarsi in panchina Richie Adubato, Gar Heard, Quinn Buckner e quindi, dopo il ritorno per un biennio di Dick Motta, Jim Cleamons, prima che a cercare di risollevarne le sorti sia chiamato Doug Nelson, reduce da esperienze a Milwaukee, San Francisco e New York, avendo ricevuto in tre occasioni il premio quale “NBA Coach od the Year”.

Nelson si insedia alla guida nell’autunno 1997, ereditando una formazione che da sette anni conclude anzitempo la stagione, e ciò che è peggio, per i tifosi, vi è il fatto che nel biennio 1994-’95, complice il temporaneo ritiro di Michael Jordan, ad aggiudicarsi il titolo sono stati i rivali degli Houston Rockets, grazie al determinante apporto di Hakeem “The Dream” Olajuwon …

Un affronto al quale fa seguito, nella “stagione dimezzata” 1999 a causa dello sciopero dei giocatori, il primo successo della loro Storia anche per i San Antonio Spurs di Gregg Popovich e delle “Torri Gemelle” Tim Duncan e David Robinson, così che a Dallas iniziano a convincersi di essere destinati a recitare il ruolo di “parenti poveri” del Texas.

Difficile, difatti, pensare ad una rapida inversione di tendenza, visto che a nulla è servita la seconda scelta del Draft ’94 Jason Kidd, trasferitosi a Phoenix nel 1996, così come non sembra dare validi risultati il tesseramento nel 1998 di Steve Nash nel ruolo di playmaker e, tutto sommato, resta ancora una scommessa la scelta relativa al 20enne Centro tedesco Dirk Nowitzki, giunto in Texas dal Wurzburg …

Ma la svolta viene dall’alto, ovvero con il cambio di proprietà, allorché a metà gennaio 2000 la franchigia viene acquistata per 285milioni di Dollari dal 42enne miliardario Mark Cuban, il cui carisma e capacità motivazionali rivitalizzano Società, area tecnica e tifosi, i quali rappresentano il valore aggiunto dei Mavericks, certificato dallo straordinario record che vede lo “American Airlines Center” registrare il “tutto esaurito” per ben 18 stagioni consecutive da dicembre 2001 a dicembre 2019 per 731 gare consecutive, che si incrementano a 798 se si aggiungono le partite dei Playoff.

Questa ventata di energia positiva porta Dallas a completare stagioni positive, con record di 53-29 nel 2001 e 57-25 l’anno seguente (entrambe concluse con l’eliminazione nelle semifinali di Conference …), per poi centrare per la prima volta l’obiettivo delle 60 vittorie nel 2003, in cui Nowitzki comincia a rendere per il proprio valore, facendo registrare medie di 25,1 punti, 9,9 rimbalzi e 3,0 assist a partita.

Vi è però un problema per l’accesso alla Finale per il titolo, ovvero superare lo scoglio dei rivali di San Antonio che, conclusa a pari merito la “regular season”, si impongono 4-2 nella Finale della Western Conference, nonostante Dallas avesse invertito il vantaggio del fattore campo in gara-1, andando ad espugnare 113-110 lo “SBC Center”, grazie alla straordinaria serata (38 punti e 15 rimbalzi …) di Nowitzki.

Gli Spurs hanno la particolare caratteristica di apprezzare gli anni dispari, tant’è che, dopo il ricordato successo del 1999, nel primo decennio del nuovo secolo fanno loro l’anello nel 2003, ’05 e ’07, così che per gli avversari della costa occidentale conviene concentrarsi sulle stagioni pari.

Ed è ciò che, difatti, avviene a Dallas, coi Mavericks che, dopo altre due buone stagioni (52-30 nel 2004 e 58-24 l’anno seguente …) vivono il loro primo assalto al vertice della NBA nel 2006, allorché in luogo di Nelson siede in panchina Avery Johnson …

Replicato il record di 60-22 del 2003, secondo miglior risultato di Conference dopo il 63-19 di San Antonio, con Nowitzki ad elevare a 26,6 la sua media punti a partita (miglior risultato in carriera per singola stagione …), nei Playoff Dallas riesce, dopo un facile 4-0 su Memphis, a scrollarsi finalmente di dosso il “Tabù San Antonio”, riuscendo finalmente ad avere la meglio dopo aver sprecato un vantaggio di 3-1 nella serie, grazie al successo esterno per 119-111 al supplementare in gara-7, con Nowitzki autore di 37 punti …

Superati sullo slancio (4-2) i Phoenix Suns dell’ex Steve Nash, così da conquistare il primo titolo della Western Conference della loro Storia, i Mavericks si apprestano ad affrontare nella Finale assoluta i Miami Heat, sulla cui panchina ha preso posto da metà dicembre 2005 Pat Riley, già quattro volte Campione coi Lakers …

Con il fattore campo a proprio favore e la formula 2-3-2 per ciò che concerne la ripartizione delle sfide, Dallas sembra poter essere pronta a centrare l’obiettivo massimo, portandosi (90-80 e 99-85) sul 2-0, per poi cedere nelle tre trasferte in Florida, con gara-5 persa 100-101 al supplementare dopo aver condotto 51-43 all’intervallo lungo e Wade aver impattato sul 93 pari a 2”8 dalla sirena.

Con ancora le possibilità di far proprio il titolo in virtù dei residui incontri da disputare sul parquet amico, Dallas spreca un vantaggio di 46-36 in gara-6 a 3’31” dalla fine del secondo quarto, per poi lottare punto a punto nel finale di partita, prima che Dwayne Wade si erga a protagonista della serata coi suoi 36 punti che certificano il 95-92 conclusivo che consegna a Miami il suo primo titolo.

Con la magra consolazione di vedere Johnson premiato come “NBA Coach of the Year”, i Mavericks vivono una stagione sconvolgente l’anno seguente, dato che concludono la stessa con il miglior record (67-15) della loro storia, nonché dell’intera Lega, che comporta il titolo della “Southwest Division” e l’assegnazione a Nowitzki (24,6 punti, 8,9 rimbalzi e 3,4 assist di media …) del premio di “MVP della Regular season”, primo atleta europeo ad ottenere un tale riconoscimento.

Tutto sembra collimare per una seconda scalata verso la conquista dell’agognato anello, ma incredibilmente Dallas si fa sorprendere (2-4) al primo turno dei Playoff dai Golden State Warriors che avevano concluso la stagione con un record di quasi parità (42-40), anche se vi è un particolare assolutamente non trascurabile e cioè che 3 delle 15 sconfitte del quintetto di Johnson erano giunte proprio contro i Warriors, allenati, guarda caso, da quel Nelson che dei Mavericks conosceva ogni segreto …

Una delusione difficile da digerire, ma lo Sport insegna a guardare avanti e, nella successiva stagione che conclude il triennio di Avery Johnson sulla panchina, si registra il rientro dell’oramai 35enne “figliol prodigo” Jason Kidd, che nel suo peregrinare per varie stazioni della NBA ha collezionato solo due Finali perse nel 2002 e ’03 con la maglia dei New Jersey Nets, contro Lakers e Spurs rispettivamente.

Eliminati al primo turno dei Playoff 2008 (1-4 da New Orleans), Cuban decide di affidare la guida tecnica al 48enne Rick Carlisle, reduce da positive esperienze a Detroit ed Indiana, pur se la prima stagione non modifica granché l’andamento della precedente, visto il record di 50-32 ed uscita (1-4) nella semifinale della Western Conference contro Denver dopo essersi presa la platonica soddisfazione di eliminare (4-1) al primo turno San Antonio.

Per Dallas ed i suoi affezionatissimi tifosi si fa sempre più largo l’idea che trattasi di una “perfetta incompiuta, capace di grandi imprese cui seguono inattese cadute di rendimento, come testimonia la stagione 2010, conclusa con un record di 55-27 (e conseguente titolo della “Southwest Division” …), solo per vedersi sbattuta fuori al primo turno dei Playoff (2-4) da San Antonio che riscatta immediatamente l’esito della precedente stagione.

Riteniamo che neppure il più ottimista dei supporters dei Mavericks abbia potuto neanche lontanamente immaginare l’esito della stagione 2010-’11, iniziata con un quintetto base dall’età media di 32 anni, guidato da un playmaker quale Jason Kidd che va per i 38 anni, mentre per il 32enne Nowitzki, oramai alla sua tredicesima stagione nella NBA, appare difficile ipotizzare che possa mantenere a lungo i suoi elevati standard di rendimento …

In ogni caso, per lo stangone tedesco (m.2,13 per 111kg.) un’importante iniezione di fiducia giunge dal prolungamento del contratto sottopostogli che prevede una permanenza in Texas per un ulteriore quadriennio alla “modica cifra” di 80milioni di Dollari, mentre dalle operazioni di mercato giunge il rinforzo sotto i tabelloni costituito dal Centro Tyson Chandler, proveniente da Charlotte.

L’inizio del Torneo è devastante, Dallas si aggiudica 24 dei primi 29 incontri disputati, per poi soffrire di un infortunio al ginocchio patito a fine dicembre 2010 da Nowitzki (che lo porta a saltare 9 partite), a cui si aggiunge quello ben più grave di Caron Butler nel giorno di Capodanno 2011, costringendolo ai box per il resto della stagione …

Infortuni che indubbiamente incidono sull’esito della stagione regolare – nelle 9 gare di assenza di Nowitzki, Dallas se ne aggiudica solo due – conclusa con un record di 57-25, ma che forse consegnano ai Playoff un tedesco più riposato, dalle cui prestazioni dipende peraltro l’esito degli stessi.

Il primo turno vede i Mavericks affrontare Portland, chiudendo la serie sul 4-2 grazie al successo per 103-96 in gara-6 in Oregon con Nowitzki a mettere a referto 33 punti (11 su 17 dal campo ed 11 su 11 dalla lunetta), oltre ad 11 rimbalzi e 4 assist, per poi ricevere una grossa spinta al morale dall’esito della seconda sfida contro i Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol, spazzati via per 4-0 nonostante il fattore campo sfavorevole, e quindi prepararsi ad affrontare per il titolo della Western Conference la rivelazione Oklahoma del mortifero trio costituto da James Harden, Kevin Durant e Russell Westbrook …

L’esperienza del quintetto di Carlisle ha la meglio sulla gioventù dei poco più che 20enni appena citati e, dopo un passaggio a vuoto in gara-2 (sconfitta interna per 100-106), immediatamente pareggiato con il successo per 93-87 di gara-3 in Oklahoma, Nowitzki fa valere la propria legge in una superba esibizione di gara-4, ancora alla “Chesapeake Energy Arena”, caratterizzata da 40 punti, frutti di 12 su 20 dal campo (di cui 2 su 3 dalla distanza) e 14 su 15 ai tiri liberi, per poi chiudere il contro con il 100-96 di gara-5 che conclude la serie sul 4-1.

Per un curioso caso del destino, la seconda (e sinora ultima …) Finale NBA nella Storia della franchigia vede ancora come avversari i Miami Heat, anch’essi per la seconda volta giunti all’atto conclusivo, potendo altresì contare sul vantaggio del fattore campo …

Sulla carta, la formazione affidata per il terzo anno ad Erik Spoelstra risulta superiore a quella di cinque anni fa, potendo contare sul “Trio delle Meraviglie” composto, oltre che da Wade, anche da Chris Bosh e dal “prescelto” LeBron James, al suo primo anno in Florida, ma le motivazioni che animano i giocatori di Dallas, consapevoli di essere di fronte alla loro ultima occasione per la conquista del titolo, sono in grado di annullare qualsiasi gap di età, qualità tecniche e calendario …

L’esordio avviene a fine maggio 2011 alla “American Airlines Arena” di Miami, con gli Heat a far loro il primo round 92-84 grazie al fondamentale contributo dei “Big Three” che da soli mettono a referto il 70% dei punti della propria squadra, per poi ritrovarsi di fronte sul medesimo parquet a due giorni di distanza …

Quella che può essere considerata la “gara chiave” della serie, si decide nell’ultimo quarto, allorché i Mavericks, sotto di 15 (73-88) a 7’14” dalla sirena, piazzano un primo parziale di 8-0 per poi, ritrovatisi ancora in svantaggio 81-90 a 4’10” dal termine, vedere salire in cattedra Nowitzki, il quale si incarica di mettere a segno i canestri del -2 e della parità a 90, prima di violentare la retina con una conclusione dalla lunga distanza per il +3 quando mancano 26”7 alla conclusione …

Spoelstra chiede timeout, alla ripresa del gioco Chalmers rende la pariglia con un tiro da tre per il 93-93, prima che sia ancora Nowitzki, allo scadere dei 20” a disposizione per andare a canestro a siglare i due punti decisivi quando il cronometro segna 3”6 alla sirena.

Ma le emozioni non sono certo finite, poiché Miami si riappropria del vantaggio del campo andando a vincere 88-86 in gara-3 in Texas – e nonostante un’altra monumentale serata (34 punti ed 11 rimbalzi) del suo leader indiscusso – anche se la serie viene riportata in parità dall’esito di gara-4, favorevole a Dallas con un 86-83 maturato anch’esso nell’ultimo quarto, rimontando da -9 (65-74) e nonostante un Nowitzki impreciso (6 su 19) al tiro …

Più convincente il successo di gara-5, conclusa sul 112-103 coi Mavericks sempre avanti nel punteggio e micidiali nelle conclusioni dalla distanza (13 su 19 per un incredibile 68,4% …!!), così da potersi recare in Florida avanti 3-2 nella serie e l’opportunità di chiudere la stessa, stessa situazione in cui si erano trovati, al contrario, gli Heat cinque anni prima …

La stanchezza della sesta gara in 12 giorni fa sì che sia Nowitzki che Wade abbiano le polveri bagnate (9 su 27 per 21 punti totali per il primo e 6 su 16 per 17 punti il secondo …) ed a mettere il sigillo all’affermazione di Dallas pensa anche stavolta l’artiglieria pesante a disposizione di Carlisle, vale a dire il 3 su 5 si Stevenson, il 3 su 7 di Jason Terry ed il 2 su 3 di Kidd da oltre il perimetro, per una vittoria 105-95, maturata grazie al 28-21 del terzo parziale, che rende il 12 giugno una sorta di Festa Nazionale dalle parti di Dallas.

A coronamento di una tale impresa, Dirk Nowitzki viene incoronato quale “MVP dei Playoff”, anche se stavolta è stato preceduto, quale rappresentante del Vecchio Continente, dal francese Tony Parker, che se lo era aggiudicato nel 2007 …

Per il lungo tedesco, a 13 anni dal suo sbarco, appena 20enne, sul suolo americano, si tratta della definitiva consacrazione quale stella di prima grandezza nel Panorama del Basket Professionistico Usa, mentre per i suoi tifosi è e resterà per sempre un idolo a cui si sono aggrappati per poter finalmente non soffrire di complessi di inferiorità rispetto ad Houston e San Antonio, un affetto che Nowitzki ha ricambiato continuando ad indossare la sua canottiera con il n.41 sino ad oltre 40 anni di età …

E poi c’è chi sostiene che i matrimoni indissolubili non esistono …

OSCAR FURLONG, LA STELLA CHE REGALO’ ALL’ARGENTINA IL PRIMO TITOLO MONDIALE NEL 1950

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Oscar Furlong in azione – da basketcoach.net

articolo di Nicola Pucci

La storia dell’Argentina ai Mondiali di pallacanestro è segnata da due grandi momenti: la medaglia d’argento ad Indianapolis nel 2002, conquistata perdendo in finale con la Jugoslavia di Dejan Bodiroga, e la vittoria a domicilio nella prima edizione iridata, a far data 1950. E se Manuel Ginobili, non ancora fuoriclasse acclamato dei San Antonio Spurs, fu l’ago della bilancia con l'”albiceleste” del 2002, è altresì Oscar Furlong la prima stella capace non solo di trascinare l’Argentina al titolo mondiale ma pure di meritarsi la prima, storica elezione ad MVP nel 1950, nonché il titolo di capocannoniere della fase finale.

E’ dunque una stella mondiale che brilla in casa propria, quella di Oscar Furlong, discendente di una famiglia di immigrati irlandesi che a fine ‘800 accumula una discreta fortuna gestendo il settore dei trasporti tra il porto di Buenos Aires e l’entroterra del paese. Nato il 22 ottobre 1927 nel quartiere di Villa del Parque, Furlong, che cresce in altezza fino ad 1m90, respira sport proprio sotto casa se è vero che, nel fermento della capitale che in quei decenni vede nascere le prime società di rugby, fondate dai britannici, e di ginnastica e scherma, per impulso di francesi ed italiani, nel 1922 sorge il Club Gymnasia y Esgrima de Villa del Parque, che ha come primi soci Carlos e Luis Furlong, rispettivamente papà e zio di Oscar, con la sezione basket a venir istituita nel 1926.

Il giovane Oscar si affilia ovviamente al Club, dirottando inizialmente il suo interesse alla pratica del tennis, alternando poi l’impegno con la palla-a-spicchi fin quando, nel 1944, entra nei ranghi della prima squadra del Gymnasia y Esgrima de Villa del Parque.

Furlong è dotato di un grande dinamismo e di una tecnica che gli permette subito di eccellere rispetto ai compagni, al punto da diventare ben presto il leader della squadra. E in assenza ancora di un campionato nazionale, il torneo che mette l’una di fronte all’altra le formazioni della capitale è il più importante del paese e il Villa del Parque se lo aggiudica quattro volte consecutivamente tra il 1945 e il 1948.

La crescita individuale di Oscar quale cestista di levatura è esponenziale e nel 1947 si aprono per lui le porte della Nazionale argentina che nel 1948 partecipa alle Olimpiadi di Londra. Qui, inserito nel Gruppo C con gli Stati Uniti, Furlong ha già modo non solo di confrontarsi con gli americani ma pure di illustrare appieno tutto il suo talento.

L’Argentina batte l’Egitto (57-38) grazie a 21 punti di Furlong, che poi è determinante anche con la Svizzera (49-23) e nel primo tempo condotto con gli Stati Uniti  (33-26), prima del recupero e sorpasso finale stelle-e-strisce (59-57) a dispetto dei 18 punti di Oscar, miglior marcatore della serata, e i 17 di Manuel Guerrero. L’Argentina perde poi anche con la Cecoslovacchia (45-41) e termina infine 15esima, ma il ghiaccio è rotto e il futuro di Furlong si tinge di rosa, tanto da meritarsi un paio di proposte NBA, rispettivamente dai Minneapolis Lakers e dai Baltimore Bullets.

Il dilettantismo è, tuttavia, ancora ben radicato in Oscar, che declina le offerte e punta l’obiettivo sui Mondiali del 1950 da giocarsi davanti al pubblico amico. E se a Londra l’Argentina aveva mostrato ancora un volto inadeguato per un così grande evento, per la rassegna iridata casalinga il salto di qualità, tecnico così come nell’utilizzo delle moderne tecnologie, è evidente. E produce effetti addirittura superiori alle attese quando, con 12 formazioni che si presentano all’appuntamento con la prima edizione dei Mondiali dal 22 ottobre al 3 novembre, l’Argentina supera al debutto la Francia (56-40 con 14 punti di Leopoldo Contarbio), che ai Giochi ha conteso l’oro agli americani, accedendo così, con un solo match disputato e complice una formula “rivedibile“, al girone finale a 6 squadre.

Tra le pretendenti alla medaglia d’oro ci sono, ovviamente, gli Stati Uniti, che dopo le Olimpiadi vorrebbero confermarsi anche in sede iridata quali depositari della pallacanestro internazionale ma faticano ad imporsi al Cile (37-33 con Donald Slocum top-scorer con “soli” 8 punti), la stessa Francia che batte Ecuador e Perù ai ripescaggi, il Cile che fa altrettanto con Jugoslavia e Spagna (che ha in Alvaro Salvadores, 13.8 punti di media a partita, il miglior bomber della rassegna), e Brasile ed Egitto che nella gara d’esordio hanno la meglio di Perù (40-33) e Spagna (57-56).

E qui Argentina e Stati Uniti sorvolano la concorrenza, con la squadra di coach Jorge Canavesi, che accanto a Furlong, che gioca centro, presenta un altro campione del calibro di Ricardo “Pancho” Gonzalez, che supera il Brasile (40-35 con 15 punti di Furlong), il Cile (62-41 con 15 punti di Gonzalez), ancora, nettamente, la Francia (66-41 con 12 punti di Furlong e 10 di Hugo Del Vecchio) e l’Egitto (68-33 con altri 15 punti di Gonzalez), presentandosi da imbattuta alla sfida risolutiva con gli americani.

Nell’impianto di “Luna Park“, che accoglie 20.000 appassionati che rigurgitano fervore patriottico per l'”albiceleste“, il 3 novembre 1950 le due avversarie sono l’uno di fronte all’altra, con Furlong e Gonzalez alla testa di un manipolo di combattenti che hanno l’ardire di fronteggiare talenti ancora acerbi ma dall’avvenire assicurato quali John Stanich, J.L.Parks e Blake Williams (entrambi campioni NCAA con Oklahoma State), che coach Gordon Carpenter ha reclutato dai Denver Chevrolets, squadra di riferimento della Nazionale americana.

Ad onor del vero, non c’è proprio partita. L’Argentina domina già nel primo tempo, chiuso sul 34-24, e se gli Stati Uniti, con un sussulto effimero, tornano sotto sul 40-37, è proprio Furlong, che mette a referto 20 punti, ben coadiuvato da Del Vecchio a sua volta autore di 14 punti, a mettere la sua impronta da fuoriclasse sul definitivo 64-50 che decreta l’Argentina campione del mondo.

L'”albiceleste“, imbattuta in sei incontri, sale sul tetto del basket mondiale ed Oscar Furlong. che con 11.2 punti di media a partita è il miglior marcatore dei sudamericani, è la stella più abbacinante del torneo, meritandosi l’elezione ad MVP.

Peccato, poi, che con la caduta di Juan Domingo Peron, lui e i suoi compagni di quella memorabile avventura cestistica verranno banditi di professionismo dalla nuova dittatura militare, mettendo la parole fine ad un’era aurea del basket argentino che per riaverne un’altra ne dovrà passare di acqua sotto i ponti di Buenos Aires.

 

A LOS ANGELES 1984 SI AMMIRA IL DREAM TEAM UNIVERSITARIO DEL BASKET USA

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Il Team Usa campione olimpico ai Giochi di Los Angeles 1984 – da barstoolsports.com

articolo di Giovanni Manenti

Da quando, nel 1989, la FIBA (“Federation Internationale de Basketball“) autorizza la partecipazione al torneo olimpico di basket anche da parte dei cestisti che giocano nella lega professionistica Usa dell’NBA, con conseguente selezione per i successivi Giochi di Barcellona ’92 di una formazione di autentiche stelle da essere denominata Dream Team (“Squadra da sogno“), quest’ultimo termine viene sin troppo abusato negli anni a seguire in ogni altra disciplina, a cominciare proprio dalle Olimpiadi di Atlanta ’96, allorché gli Stati Uniti – mantenendo nel roster 5 medagliati della precedente edizione – vengono etichettati come Dream Team 2.

Siccome noi di SportHistoria siamo curiosi e ci piace oltremodo andare a scartabellare nel passato, ci siamo posti la domanda se, sino ad allora, nelle precedenti formazioni americane inviate ai Giochi e formate solo da studenti dei college partecipanti al torneo NCAA, ve ne fosse una che potesse essere parimenti considerata un “Dream Team” sulla scorta della successiva carriera da professionisti dei suoi componenti.

E la ricerca ha fatto sì di estrapolare due edizioni in cui, già a livello universitario, vi erano delle stelle che avrebbero successivamente fatto la fortuna dei rispettivi club nella NBA, tanto da avere l’onore di essere introdotte nella prestigiosa Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

La prima di esse è la formazione che partecipa alle Olimpiadi di Roma 1960, che si aggiudica la medaglia d’oro con una media di 101,9 punti realizzati a partita contro appena 59,5 subiti, con Oscar Robertson, Jerry Lucas e Jerry West a deliziare coloro che hanno la fortuna di assistere alle loro esibizioni contribuendo al trionfo con le rispettive medie di 17,3, 16,8 e 14,3 punti a partita, tenendo conto che, all’epoca, non esisteva il tiro da tre punti.

La seconda è quella che prende parte ai Giochi di Los Angeles 1984 – dove è vero che è assente l’Unione Sovietica, ma la presenza di Jugoslavia, Italia e Spagna, rispettivamente oro, argento e quarta classificata alla precedente edizione di Mosca 1980, ne avvalora la qualità tecnica – e che si impone con una media di 95,4 punti realizzati a partita contro 63,3 subiti.

Questo dato nudo e crudo sembrerebbe far propendere l’ago della bilancia verso i medagliati di Roma, ma occorre contestualizzare la crescita del basket a livello internazionale, poiché – fermo restando l’indiscusso valore dei suoi componenti – all’epoca lo sport della palla a spicchi sconta nel Vecchio Continente un divario ancora ben lungi dall’essere colmato, tanto che, a solo titolo esemplificativo, la sfida contro la Jugoslavia (alla sua prima apparizione ai Giochi) si conclude con un improponibile 104-42 (!!!), con il primo tempo concluso addirittura sul 63-16, impensabile rispetto alla forza che la compagine balcanica dimostra nelle edizioni successive.

Ecco pertanto che, a nostro avviso, assume una maggiore rilevanza la formazione che prende parte ai Giochi californiani che si svolgono dal 29 luglio al 19 agosto 1984 avendo come teatro “The Forum” di Inglewood, impianto di gioco dei Los Angeles Lakers, anche per l’eccellenza dei tornei NCAA del triennio 1982-’84 che precedono l’appuntamento olimpico e dai quali vengono selezionati i 12 giocatori destinati a rappresentare gli Stati Uniti.

L’edizione 1982 è appannaggio di North Carolina che si impone al fotofinish (63-62) su Georgetown, grazie ad una mostruosa prestazione (28 punti, 4 rimbalzi e 3 stoppate) di James Worthy, al suo ultimo anno al college, potendo altresì contare su Sam Perkins, a propria volta autore di 10 punti con 7 rimbalzi all’attivo, e sulla 19enne matricola Michael Jordan, il quale contribuisce al successo con 16 punti, 9 rimbalzi, due assist ed altrettante stoppate, mentre per gli sconfitti a recitare la parte del leone è un altrettanto fenomenale Patrick Ewing, il quale mette a referto 23 punti, con ben 11 rimbalzi e 4 stoppate.

Worthy è nominato “Miglior Giocatore del Torneo NCAA, nel mentre l’MVP della “regular season” spetta a Ralph Sampson di Virginia, al suo penultimo anno al college, accasandosi al Draft 1983 agli Houston Rockets quale prima scelta, al pari di Worthy per i Los Angeles Lakers nella precedente occasione.

L’anno seguente ad aggiudicarsi il titolo è North Carolina State, che prevale in un’altra equilibratissima finale per 54-52 su Houston, nonostante questi ultimi schierino un Akeem Olajuwon in versione superstar – 20 punti, 18 rimbalzi e 7 stoppate (!!!) per lui –, venendo penalizzati dall’aggravio di falli che vede Clyde Drexler sanzionato con 4 penalità già nel corso del primo tempo.

Olajuwon è altresì premiato quale Miglior Giocatore del Torneo, mentre Sampson conferma il suo titolo per la stagione regolare prima di prendere proprio la strada di Houston dove il nigeriano di nascita lo raggiunge l’anno seguente per formare “The Twin Towers” (“Le Torri Gemelle“), anche se non può essere selezionato per le Olimpiadi non avendo ancora ottenuto la cittadinanza americana, il che varrà anche in occasione della composizione del “Dream Team” per Barcellona 1992.

Pertanto, con Worthy, Sampson e Drexler già approdati nella NBA ed Olajuwon non selezionabile – lo diverrà solo a far tempo dal 1993, così da fornire il proprio contributo all’oro di Atlanta 1996 –, l’esito del torneo NCAA 1984 diviene fondamentale per la scelta dei 12 giocatori per i Giochi di Los Angeles, e le risultanze non potrebbero essere più confortanti.

Ad iniziare proprio da Jordan, che – nonostante North Carolina venga eliminata nelle semifinali regionali da Indiana (68-72) fa registrare medie da 19,6 punti, 5,3 rimbalzi e 2,1 assist a partita – viene premiato come miglior giocatore della stagione, mentre a contendersi il titolo sono Georgetown ed ancora Houston, con Olajuwon a dover subire l’amarezza di una seconda sconfitta, stavolta peraltro in termini assolutamente netti (84-75) nella sfida tra centri contro Ewing, conclusa con 9 rimbalzi a testa, con il secondo a farsi preferire quanto a stoppate (4-2), mentre il primo prevale (15 a 10) quanto a punti realizzati.

Con Ewing ad ottenere il riconoscimento di Miglior Giocatore del Torneo – intendendosi per tale, a differenza del MVP stagionale, colui che si distingue nelle fasi finali, in analogia al MVP dei playoff della NBA –, per il tecnico di Indiana University Bob Knight, chiamato a fungere da coach in sede olimpica, la scelta dei 12 rappresentanti per i Giochi non è quindi tra le più difficili, laddove si abbia riferimento al primo quintetto “All America della stagione, formato dallo stesso Ewing, Jordan e Sam Perkins di North Carolina e Wayman Tisdale di Oklahoma, oltre ad Olajuwon.

Non abbiamo idea di cosa avrebbe potuto esprimere sul parquet californiano quel quintetto se solo il nigeriano fosse stato convocabile, ma anche senza di lui la base è di quelle solide, cui vengono aggiunti Chris Mullin di St. John’s e Leon Wood di California State, facenti parte del secondo quintetto.

A completare la lista dei prescelti, sono Steve Alford (Indiana), Vern Fleming (Georgia), Joe Kleine ed Alvin Robertson (Arkansas), Jon Koncak (SMU) e Jeff Turner (Vanderbilt), con 6 dei quali – Jordan, Perkins, Robertson, Wood, Turner e Fleming – ad essere già stati ingaggiati da franchigie della NBA nel Draft svoltosi a New York il 19 giugno 1984, con il migliore in ordine di scelta ad essere Jordan (terzo, il primo è Olajuwon) sino a Fleming, 18esimo, ma in ogni caso sempre al primo turno.

Una formazione, pertanto, altamente competitiva, con l’unico limite ad essere costituito dalla giovane età – il più anziano è Perkins con 23 anni, mentre il più giovane è Alford, non ancora 20enne – e dall’inesperienza a tali livelli, visto che i campioni uscenti della Jugoslavia possono contare su giocatori affermati quali Drazen Dalipagic (già argento a Montreal ’76, oltre che oro ai Mondiali ’78 ed a Mosca ’80) e Ratko Radovanovic (anch’egli oro iridato ed olimpico), oltre all’immenso talento della stella Drazen Petrovic, che poco ha da invidiare agli esponenti del torneo NCAA.

La Jugoslavia è, comunque, un problema da affrontare in un secondo tempo, visto che il tabellone del torneo olimpico suddivide le 12 nazioni iscritte in due gruppi da 6 squadre ciascuno, e nel Girone A sono inserite Jugoslavia, Italia, Australia, Germania, Brasile e Francia, mentre nel B, a far compagnia ai padroni di casa, troviamo Spagna, Canada, Uruguay, Cina e Francia.

La formula è quanto mai semplice, con la fase eliminatoria a svolgersi con un girone all’italiana, le cui prime quattro accedono alla fase ad eliminazione diretta con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze), per poi procedere a semifinali e finali per l’assegnazione delle medaglie.

L’esordio degli Usa avviene il 29 luglio 1984 contro la Cina, spazzata via con un eloquente 97-49 (Robertson 18 punti e 6 rimbalzi e Wood a servire 10 assist), per poi toccare a Jordan ergersi a protagonista con 20 punti nel più sofferto, si fa per dire, 89-68 sui cugini canadesi, mentre nel 104-68 con cui viene affondato l’Uruguay a farsi preferire è Ewing con 17 punti, con Tisdale a catturare 10 rimbalzi e Wood a servire 9 assist.

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Michael Jordan contro l’Uruguay – da clutchpoints.com

E, dopo che il 3 agosto ad essere asfaltata (120-62) è la Francia, con Knight a dare spazio alle seconde linee, così che ad esaltarsi è il giovane Alford – il quale avrà un futuro molto più valido come coach, dopo essere stazionato per sole tre stagioni nella NBA – che mette a referto 18 punti con un incredibile 8 su 8 dal campo e 2 su 2 dalla lunetta, ecco che all’indomani si presenta il primo vero banco di prova, ovvero la sfida contro la Spagna, anch’essa a punteggio pieno grazie alla risicata vittoria (83-82) sul Canada.

Guidato dalla stella del Barcellona Juan Antonio San Epifanio, che mette a segno 17 punti, il quintetto iberico tiene botta sino all’intervallo, chiuso sul 46-41, per poi cedere nella ripresa allorché tra gli americani si scatena Jordan che, come da sua abitudine, si esalta negli appuntamenti chiave, autore di 24 punti grazie ad un eccellente 12 su 14 dal campo, con Ewing a dominare in difesa con 9 rimbalzi (oltre ad un apporto di 15 punti) e Wood a continuare ad elargire assist (ben 12) ai propri compagni per il 101-68 conclusivo.

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Coach Bob Knight con il play Leon Wood – da gettyimages.no

Lo stesso giorno, si decidono anche le posizioni del Girone A, con ad andare in scena il remake della finale olimpica di Mosca tra Jugoslavia ed Italia, anch’esse a punteggio pieno, e gli azzurri stavolta vanno vicini al colpo grosso, cedendo solo di quattro punti (65-69) con Meneghin a rispondere con 18 punti ai 19 di Dalipagic.

Formato il quadro dei quarti, l’unica delle favorite a cadere è proprio l’Italia, che cede 72-78 di fronte al Canada dopo aver chiuso in vantaggio 43-37 il primo tempo e nonostante una grande prestazione (16 punti e 6 rimbalzi) di Villalta, con a fare la differenza, da parte nordamericana, la coppia Jay Triano e Gerald Kazanowski che mettono 25 e 20 punti a referto, rispettivamente.

Non ha viceversa difficoltà la Jugoslavia a superare (110-82) l’ostacolo Uruguay, grazie ai 24 punti (11 su 14 dal campo) di Dalipagic e ad un Petrovic sontuoso coi suoi 20 punti ed 8 assist, mentre anche la Spagna rispetta il pronostico contro l’Australia, pur con maggior apprensione (101-93) e sempre grazie ad un superbo San Epifanio (25 punti, 8 su 15 dal campo e 9 su 14 ai liberi, oltre a 6 assist).

Ultimi a scendere sul parquet del Forum, gli Stati Uniti chiudono il discorso con la Germania Ovest già nel primo tempo, concluso sul 46-32 per poi dare ancora meritato spazio ad Alford, che nei 33’ in cui scende in campo realizza 17 punti, impreziositi da tre rimbalzi ed altrettanti assist per il 78-67 finale.

Definita la zona medaglie – mentre l’Italia sfoga (98-71) sulla Germania tutta la delusione per l’imprevista eliminazione –, l’8 agosto 1984 tocca a Jugoslavia e Spagna disputare la prima delle due semifinali e, contro ogni pronostico, ad imporsi sono gli iberici che, dopo essere andati al riposo sotto 35-40, riescono nella ripresa a limitare a soli 16 punti a testa Petrovic e Dalipagic (quest’ultimo autore di un imbarazzante 8 su 21 dal campo) e, con un parziale di 39-21, si affermano con il punteggio di 74-61, così da raggiungere la prima finale olimpica della loro storia.

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Pat Ewing lotta a rimbalzo contro il Canada – da gettyimages.it

Consapevole del rischio che può comportare la sfida contro il Canada – dalla quale gli Stati Uniti hanno chiaramente tutto da perdere –, Knight richiama i suoi ragazzi alla massima concentrazione, ricevendo adeguate risposte già nella prima parte, chiusa sul 43-26 a proprio favore, per poi fare turnover a risultato acquisito nei minuti finali di una gara portata a termine sul 78-59, con a mettersi stavolta in evidenza Chris Mullin – futuro implacabile cecchino coi Golden State Warriors – autore di 20 punti.

Venuta a mancare la prevista sfida per l’oro contro la Jugoslavia – che, al pari dell’Italia che conclude quinta, si riscatta con il bronzo a spese del Canada con un 88-82 in cui Dalipagic sfoga (37 punti, 16 su 25 dal campo e 5 su 8 dalla lunetta) tutta la rabbia per la deludente prestazione contro gli iberici –, ecco che, la sera del 10 agosto 1984, alle 19:00 ora locale, gli Stati Uniti si ritrovano nuovamente faccia a faccia con la Spagna, e l’esito della semifinale consiglia a Knight di predicare massima prudenza, senza cali di tensione, al fine di evitare di farsi prendere dalla tensione dell’appuntamento e dalla pressione che grava sui suoi giocatori.

Quando si hanno le stimmate del fuoriclasse, queste vengono evidenziate anche a soli 21 anni, ed ecco pertanto Jordan prendere in mano la squadra, volteggiare come solo lui sa fare tra gli sbalorditi difensori spagnoli tanto che, dopo 20’, la medaglia d’oro è già assegnata, visto il 52-29 (!!!) con cui si conclude la prima frazione di gioco.

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Jordan in Finale – da:thesportdigest.com

Oramai soddisfatti per l’argento, loro primo podio olimpico, San Epifanio & Co. pensano solo a limitare i danni, così come Knight concede la passerella a tutti i suoi giocatori e la ripresa non è altro che una lunga attesa della cerimonia di premiazione, con il risultato finale di 96-65 valido solo per le statistiche, al pari dei 20 punti di Jordan, dei 7 rimbalzi di Perkins e degli 8 assist di Wood.

Il riepilogo del percorso, oltre alle 8 vittorie ed al differenziale di 32 punti (95,4 a 63,3) di media tra punti realizzati e subiti, recita di Jordan miglior realizzatore di squadra con 17,3 punti (Mullin 11,6 ed Ewing 11,0), Tisdale miglior rimbalzista con 5,9 (Ewing 5,6) e Wood a capeggiare con 7,9 assist la classifica dell’intero torneo.

Cifre che confortano circa il criterio con cui abbiamo considerato la formazione dei Giochi di Los Angeles 1984 il Dream Team NCAA sino all’entrata in lizza dei professionisti dell’NBA a Barcellona 1992, ed il fatto che del vero e proprio Dream Team facciano poi parte Michael Jordan, Patrick Ewing e Chris Mullin suona come ulteriore conferma della bontà della nostra scelta.

Come dire che, se a Barcellona si sono raccolti i frutti, il seme era stato gettato a Los Angeles

 

MIKE BATISTE, LA “BESTIA” CHE HA FATTO LA FORTUNA DEL PANATHINAIKOS

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Mike Batiste – da basketeurope.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1996 ci fu Dominique Wilkins, nel 2000 e 2002 Dejan Bodiroga, nel 2007, 2009 e 2011 Michael “Mike” Batiste. Perché è proprio lui, la “bestia” come venne soprannominato dai compagni di squadra del Panathinaikos, a rappresentare l’emblema straniero, pur in tempi di globalizzazione massiccia, delle tre imprese che videro i greci salire sul trono d’Europa.

In effetti quell’etichetta rende perfettamente l’idea dell’attitudine in campo e del tipo di gioco che Batiste è stato in grado di sciorinare, soprattutto, sui parquet del Vecchio Continente, vestendo i colori verdi del Panathinaikos e portando a spasso quel numero 8 che in Europa divenne per almeno un decennio una sorta di segno di riconoscimento.

Batiste nasce a Long Beach il 21 novembre 1977, e se con Arizona State University, a cui offre l’impegno di 76 partite con 15 punti e 7 rimbalzi di media, ha già modo di dimostrare quelle che sono le sue doti cestistiche, dominando tra gli stoppatori nel 1998 e venendo l’anno dopo inserito nel primo quintetto della Pacific Ten Conference, e l’NBA lo snobba perché forse carente di tecnica, il suo atletismo e la sua fisicità prorompente distribuita su 204 centimetri d’altezza per 110 chilogrammi di peso non sfuggono alle attenzioni del basket europeo, meritandosi un primo contratto con i belgi del Charleroi, con cui vince la Supercoppa nel 2001, approdando poi a Biella che gli garantisce, infine, complice una buona stagione da 445 punti in 36 partite, una chance in NBA con la maglia dei Memphis Grizzlies.

Ad onor del vero, quella 2002/2003 è un’annata americana che si risolve senza troppi clamori, con 16,6 minuti di presenza in campo e 6,4 punti di media a partita, ma la furia delle sue schiacciate, l’energia nello stoppare gli avversari, blocchi animaleschi e l’ardore con cui strappa rimbalzi aprono a Batiste, nuovamente, le porte dell’Europa. Ed è, stavolta, un ingresso in pompa magna, con la chiamata del Panathinaikos che dal 2003 al 2014, ad eccezione di una breve parentesi al Fenerbache, si avvale delle sue prestazioni, ancor più diventando con lui una delle formazioni di maggior pregio del Vecchio Continente.

Batiste è un personaggio che eccelle per animus pugnandi, forse anche troppo, come quella volta in cui, in un match di Eurolega contro l’Olimpia Lubiana, con un piede si abbatte sulla testa del povero Saso Ozbolt, che ne esce malconcio, così come per dedizione al lavoro, mai saltando un appuntamento con quella Summer League che solitamente vale l’accesso alla Lega professionistica più ambita del pianeta basket, ma se il sogno NBA tramonta, ormai definitivamente, ecco che l’Europa lo acclama tra i suoi protagonisti più efficaci. Ritagliandosi quella vetrina, ed anche guadagnandosi quegli onori, che da sempre andava cercando.

Già con Charleroi Batiste, infatti, ha modo di giocare in Eurolega, non mancando di fornire prestazioni di livello assoluto come quando, con 31 punti e 10 rimbalzi, surclassa al “Basketball Center Drazen Petrovic” il Cibona Zagabria in una fredda sera di novembre 2000, certificando di essere un pivot che, forse pur mancando di qualche centimetro, può giocarsela alla pari con i più forti, come le statistiche di fine stagione nella massima rassegna continentale, 16,1 punti e 9,2 rimbalzi di media a partita, sono lì a dimostrare. Ma è ad Atene, con i verdi del Panathinaikos, che il ragazzo di Long Beach assurge al rango di stella del basket europeo.

Lasciare Memphis, dove aveva nondimeno avuto modo di giocare assieme ad un fuoriclasse del calibro di Pau Gasol, per la Grecia, si rivela la scelta più azzeccata della carriera di Batiste, che proprio nel campionato ellenico mette in fila una serie di ben 8 titoli consecutivi tra il 2004 e il 2011 (eletto nel primo quintetto nel 2007, 2009, 2010, 2011 e 2012 e MVP del campionato e delle finali nel 2010), a cui aggiungerne un nono nel 2014 avendo perso in finale nel 2012 contro i rivali storici dell’Olympiakos ed avendo optato per la parentesi con Fenerbache di coach Simone Pianigiani nel 2013 – vincendo la Coppa di Turchia -, trovando quel Zeljko Obradovic che se gli preferisce, nell’anno del suo arrivo in Grecia, il “vecchio” Darryl Middleton per la rotazione straniera in Eurolega, ne diventa il più convinto assertore del suo gioco “bestiale“.

Il Panathinaikos, e con lui Batiste, domina dunque in patria, e non sarebbe così scontato visto il livello del basket greco che vanta altre squadre di sicuro blasone internazionale come, appunto, l’Olympiakos, l’Aek Atene e l’Aris Salonicco, collezionando nove titoli e sette coppe nazionali, ma è l’Europa la vetrina più ambita, ed è lì, seppur con gli inevitabili alti e bassi che un rapporto ultradecennale comporta, che Batiste va a garantirsi la sua personalissima gloria. Oltre all’affetto dei caldissimi supporters del “gate 13“, lo storico gruppo di tifosi che solitamente siede in curva alla O.A.K.A. Arena.

Dopo l’eliminazione per mano di Siena e Treviso nella fase a gironi del 2004, nel 2005 Batiste ha il posto in quintetto nella Final Four di Mosca, cedendo in semifinale al Maccabi Tel Aviv, 91-82, ma mettendo a referto 28 punti e 10 rimbalzi nel 94-91 della finale di consolazione con il Cska Mosca che vale il terzo posto finale, per poi, nel 2006, incappare in un’amara sconfitta casalinga con il Tau Vitoria ai quarti di finale che preclude la possibilità di accedere alla Final Four che per quell’anno si disputa a Praga.

Nel 2007, però, è tempo di rivincite, e il Panathinaikos, che sa di potersi giocare le sfide decisive di Eurolega davanti al pubblico amico della O.A.K.A. Arena, si fa trovare puntuale all’appuntamento, dal 4 al 6 maggio. In semifinale, tanto per cominciare, i greci si prendono la rivincita sul Tau Vitoria, 67-53, con Batiste che segna 15 punti e cattura 12 rimbalzi, per proseguire poi con il trionfo all’atto finale con il Cska Mosca, 93-91, con l’americano che, al di là dei 12 punti e 5 rimbalzi, firma la giocata decisiva quando, con la sua squadra avanti di 2 punti a 30″ dalla sirena, seppur dovendo districarsi dalla marcatura di tre avversari riesce a segnare il canestro che risulterà risolutivo.

E se nel 2008 Siena e Partizan, nella fase a giorni, negano al Panathinaikos la possibilità di giocarsi le sue carte per la riconferma del titolo di miglior squadra d’Europa, non c’è bisogno di attendere poi troppo tempo per prendersi, nuovamente, una gustosissima rivincita. Nel 2009, infatti, Batiste e i suoi compagni, liquidano il Montepaschi ai quarti di finale, 3-1, per presentarsi alla Final Four di Berlino, ed è qui che conta far valere muscoli ed ardore agonistico. Qualità che non fanno certo difetto al cestista americano, che ci mette del suo sia nel derby di semifinale con l’Olympiakos, 84-82 con 19 punti e 6 rimbalzi, che nella finale con il Cska Mosca, che come due anni prima ad Atene cede di due punti, 73-71, con Batiste a segnare 6 punti e tirar giù 4 rimbalzi, prendendosi anche il secondo titolo di campione d’Europa.

Che poi diventano tre nel 2011 quando il Panathinaikos, che l’anno prima è stato estromesso nella fase a gironi da Partizan e Barcellona, batte proprio i catalani ai quarti di finale, 3-1, e nella Final Four al Palau San Jordi di Barcellona, demolisce Siena in semifinale, 77-69 con Batiste che segna 16 punti e prende 7 rimbalzi, e tiene a bada il Maccabi Tel Aviv in finale, 78-70, con lo stesso Batiste che è il miglior marcatore della serata con 18 punti, a cui aggiungere 6 rimbalzi che gli valgono l’elezione nel primo quintetto di Eurolega.

Con un terzo titolo europeo in saccoccia, che ha per effetto l’addio di Obradovic, ed un terzo posto nell’Eurolega del 2012 quando a battere il Panathinaikos, stavolta, è il Cska Mosca poi vincitore del titolo, 66-64, per Batiste, comunque nominato nel secondo quintetto del torneo, definitivamente ormai, si aprono le porte dell’Olimpo, lassù dove siedono gli Dei. E anche se Mike ha i tratti della “bestia“… beh, che dire? Mi pare che in quell’alveo di immortali la sua figura muscolosa ci sta proprio bene.

JAMAAL WILKES, ED UNA CARRIERA SULLE ORME DI KAREEM ABDUL-JABBAR

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Jamaal Wilkes con la maglia dei Lakers – da lakersnation.com

articolo di Giovanni Manenti

Se ad un appassionato di basket NBA venisse chiesto quali fossero le analogie tra Jamaal Wilkes e Kareem Abdul-Jabbar, la prima risposta, nonché la più scontata, sarebbe probabilmente costituita dall’aver fatto entrambi parte dell’epoca vincente dei Los Angeles Lakers di inizio anni ’80, quella passata alla storia come Show Time grazie alla fantasia di Earvin “Magic” Johnson.

Affermazione corretta, per carità, ma quanto meno limitativa delle incredibili analogie nelle rispettive carriere, ancorché Wilkes abbia, in un certo senso, copiato o, per meglio dire, rincorso il suo più illustre compagno di squadra, data la differenza di età a favore di Kareem, nato a New York il 16 aprile 1947.

Il futuro Jamaal vede viceversa la luce esattamente sei anni dopo, il 2 maggio 1952 a Berkeley, in California – e, per poco, non sono anche dello stesso segno zodiacale, Toro per Kareem, Gemelli per Jamaal –, con il nome di Jackson Keith Wilkes, uno dei cinque figli di un predicatore batista, per poi crescere a Ventura.

Già negli anni del liceo – iniziato alla Ventura High School e proseguito alla Santa Barbara High School, dove la famiglia si trasferisce nel 1969 a seguito della nomina del padre quale pastore della seconda Chiesa Battista della città californiana – Wilkes mette in mostra le proprie qualità, tant’è che entrambe le scuole ritirano il suo numero di maglia, prima di affermarsi definitivamente al College.

E qui nasce la prima analogia con Kareem, in quanto anche Wilkes si iscrive alla University of California di Los Angeles, universalmente conosciuta con l’acronimo di UCLA, dove ha la fortuna di incontrare il leggendario “Guru” John Wooden, ai suoi ultimi anni da tecnico, il quale ha saputo condurre l’ateneo alla conquista di ben 10 titoli NCAA, di cui sette consecutivi dal 1967 al 1973.

A tre di questi trionfi (1967-’69) aveva contribuito in maniera determinante l’allora Lew Alcindor, e Wilkes non è certo da meno, risultando a propria volta decisivo nell’allungare la serie aggiudicandosi le “Final Four” del 1972 (81-76 in finale contro Florida State) e del 1973, in cui a cedere nettamente per 87-66 è Memphis State, per poi vedere interrompersi la straordinaria striscia vincente nel 1974, quando UCLA è sconfitta 77-80 da North Carolina State dopo ben due tempi supplementari, a dispetto della miglior stagione di Wilkes a livello individuale, conclusa con medie di 16,7 punti e 6,6 rimbalzi a partita.

Dopo essere stato inserito nel Primo Quintetto NCAA nel 1973 e ’74, al Draft che si svolge il 28 maggio 1974 a New York Wilkes approda a Golden State quale 11esima scelta assoluta, mentre il suo compagno di squadra ad UCLA, il centro Bill Walton, ha l’onore della prima scelta, accasandosi ai Portland Trail Blazers.

Ciò che fa di Wilkes un giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere a propria disposizione sono le sue qualità di adattabilità ad ogni ruolo sul parquet, una specie di apprezzabile generalista, solo che svolto a livelli di eccellenza.

La sua abilità è, difatti, quella di saper fare al meglio le cose semplici, senza voler mai strafare, unita alla disciplina tattica imposta dal coach: se c’è da leggere un’azione in chiave difensiva, lo trovi al posto giusto, così come se vi è da rilanciare il contropiede al pari di eseguire l’assist per il compagno smarcato, tutte qualità che per Wilkes sembrano innate, è il cestista pressoché perfetto per svolgere con naturalezza il compito.

E poi c’è il tiro, che, da ala piccola (m.1,98 per 86kg.) qual è, rischia di cadere preda dei tentacoli di avversari più alti di lui, ma che Wilkes esegue come nessun tecnico avrebbe mai potuto insegnargli, in quanto fuori da ogni schema logico.

Questo poiché, nella preparazione del tiro, inclina il corpo verso destra, con il braccio a posizionarsi sopra la scapola sino a dietro l’orecchio in modo da far quasi sparire la palla dalla visuale del marcatore, per poi lasciar partire una parabola alta che lo porterà a concludere la carriera da professionista con una percentuale di realizzazione pari al 50%, oltre al 76% ai tiri liberi, tanto che il suo futuro tecnico ai Lakers, Paul Westhead, avrà modo di definire pittorescamente le esecuzioni di Wilkes come “neve che cade da una foglia di bambù.

Tutte caratteristiche che Wilkes mette in mostra sin dal suo debutto nella NBA, allorché scende sul parquet in ognuna delle 82 gare di “regular season” con un minutaggio di oltre 30’, fornendo un contributo di 14,2 punti, 8,8 rimbalzi e 2,2 assist di media a partita per una stagione che vede i Warriors concludere con il miglior record (48-34) della Western Conference.

E, contro ogni previsione e trascinati da un Rick Barry tornato quello dei tempi migliori, i Golden State Warriors si aggiudicano l’anello spazzando via in finale per 4-0 i Washington Bullets, ma avendo rischiato l’eliminazione nella finale di Conference contro i Chicago Bulls, serie conclusa sul 4-3 dopo essere stati sotto 2-3 e 59-65 all’inizio dell’ultimo quarto di gara-7, incontro in cui il 22enne californiano mette a referto 23 punti (10 su 10 dal campo e 3 su 4 dalla lunetta ), a cui aggiungere 8 rimbalzi e 3 assist, prestazione che contribuisce in modo determinante alla sua nomina aRookie of the Year(“Matricola dell’Anno“), riconoscimento che, guarda caso, anche Kareem Abdul-Jabbar aveva ottenuto nel 1970, al suo primo anno ai Milwaukee Bucks, per poi far suo l’anello l’anno seguente.

E, al pari di Kareem, a settembre 1975 Wilkes si converte all’Islam, assumendo il nome di Jamaal Abdul-Lateef, ancorché, a differenza del leggendario centro, continui ad usare il suo cognome di nascita esclusivamente per motivi di riconoscimento pubblico.

Certo, Jamaal non ha l’impatto mediatico di Kareem, e questa scelta può essere condivisibile, e comunque la sua crescita a livello professionistico prosegue, con il secondo anno a vederlo raggiungere 17,8 punti di media ed il suo “Personal Best” in carriera quanto a rimbalzi, 8,8 a partita, pur se i Warriors, dopo essersi migliorati sino ad un record di 59-23, vengono stavolta sorpresi 3-4 nella finale della Western Conference dopo aver condotto 3-2 nella serie ed essere stati ad un soffio da chiuderla a proprio favore, sconfitti 104-105 in gara-6 da Phoenix.

Liberatosi come “free agent” al termine del suo triennio a San Francisco, Wilkes firma nell’estate 1977 per i Los Angeles Lakers, reduci da una stagione che li aveva visti subire un “cappotto” (0-4) nelle finali della Western Conference contro i Portland Trail Blazers di Bill Walton e Maurice Lucas, destinati poi a vincere l’anello.

La sua prima esperienza nella “Città degli Angeli” è condizionata dalla frattura ad un dito che costringe Wilkes a saltare 31 incontri della stagione regolare, con i Lakers a concludere con il quinto miglior record di Conference (45-37) ed essere eliminati al primo turno dei playoff, per poi dimostrare alla dirigenza di non essersi sbagliata sul suo conto, andando per la prima volta oltre i 18 punti di media (18,6) a partita nel 1979, secondo miglior realizzatore dopo Jabbar, anche se per Los Angeles non cambia molto, visto che viene eliminata (1-4 da Seattle) nelle semifinali di Conference. Ma le cose stanno radicalmente per cambiare…

Con il coach Jerry West ad assumere incarichi dirigenziali, la panchina è affidata dapprima a Jack McKinney, cui subentra l’assistente Paul Westhead ad inizio novembre 1979 a seguito di un incidente in bicicletta, ma soprattutto è l’inizio dello Show Time grazie al tesseramento di “Magic” Johnson, la cui carica esplosiva rivoluziona l’intera squadra, con lo stesso Wilkes a trarne giovamento.

Con i Lakers a secco di successi dal 1972, l’impatto di Johnson è devastante, portando la franchigia a concludere la stagione regolare con un record di 60-22 (inferiore solo al 61-21 degli acerrimi rivali dei Boston Celtics dell’altra nuova stella Larry Bird), cui Wilkes fornisce un determinante contributo di 20,0 punti, 6,4 rimbalzi e 3,0 assist di media a partita.

Tornati ad essere competitivi per il titolo, i Lakers si sbarazzano con facilità (4-1) sia di Phoenix che di Seattle per affrontare all’atto conclusivo i Philadelphia 76ers di Julius Erving che, a loro volta, hanno avuto la meglio su Boston nella finale di Eastern Conference.

E qui Wilkes dimostra appieno la sua versatilità, nonché dedizione alle sorti della squadra, allorché, sul 3-2 nella serie a proprio favore, i Lakers sono chiamati ad affrontare i Sixers allo “Spectrum” in gara-6 privi del loro centro titolare Abdul-Jabbar, infortunatosi alla caviglia.

Quella gara, conclusa sul 123-107 che riporta Los Angeles ai vertici della NBA, passa alla storia per la prestazione di “Magic” Johnson che, partendo in quintetto come centro titolare in luogo di Kareem, si permette di mettere a referto qualcosa come 42 punti (14 su 23 dal campo e 14 su 14 dalla lunetta), oltre a 15 rimbalzi e 7 assist, così da far passare in second’ordine un’altra notevole esibizione.

Già, perché Wilkes – che conclude i playoff con 20,3 punti di media, suo massimo in carriera, e 21,3 nella serie contro Philadelphia – si permette a propria volta di realizzare 37 punti e catturare 10 rimbalzi, così che assieme a “Magic” mettono a segno il 64% del bottino dell’intera squadra, ed è lo stesso Johnson a rendere merito al compagno nel post partita, allorché riconosce che “Jamaal ha disputato una gara incredibile, tutti state parlando dei mie 42 punti, ma non dimenticatevi dei suoi 37!.

Anche stavolta, Jamaal e Kareem raggiungono a braccetto il loro secondo titolo NBA, e la versatilità di Wilkes trova conferma la stagione seguente, allorquando un infortunio al ginocchio tiene fuori “Magic” per oltre metà della stagione regolare, così da assumersi una maggiore responsabilità al tiro che lo porta al suo massimo in carriera di 22,6 punti di media a partita – ancora una volta secondo solo a Jabbar – anche se i Lakers escono malinconicamente al primo turno dei Playoff.

Oramai pedina fondamentale nello scacchiere dei Lakers, Wilkes trova la propria consacrazione nella stagione successiva, con l’arrivo di Pat Riley in panchina e conclusa per la terza volta oltre i 20 punti (21,1) di media a partita e che vede Los Angeles tornare a festeggiare il titolo ancora (4-2) contro Philadelphia, da cui vengono peraltro sconfitti nel 1983 con un pesante 0-4 nei Playoff resi celebri dalla premonizione (“Four, Four, Four”) del neo acquisto Moses Malone da parte della franchigia della “Città dell’Amore Fraterno”.

A 30 anni compiuti, Wilkes ha oramai dato il massimo per i Lakers, smentendo coloro che non lo ritenevano fisicamente pronto a reggere il confronto con i colossi della NBA, ma anche se non sufficientemente muscoloso, Wilkes ha nella forza e resistenza le sue maggiori qualità, prova ne sia che nel suo miglior quinquennio – dal 1978 al 1983 – salta solo 3 delle 410 gare disputate dai Lakers, ed in una stagione è altresì il leader per minuti giocati.

E, in più, la sua corporatura agile e snella gli permette di avere la meglio su avversari più poderosi, così come lo stile di tiro quanto mai morbido fa sì che gli venga affibbiato il soprannome di “Silk” (“Seta”), risultando Wilkes quanto mai utile nei famosi contropiedi orchestrati da “Magic” Johnson o da Norman Nixon, facendosi trovare spesso pronto a ricevere l’assist per la conclusione vincente.

Ma i Lakers sono oramai divenuti una franchigia vincente, e nell’estate ’82 portano a Wilkes il nemico in caso, ovvero la prima scelta assoluta James Worthy proveniente da North Carolina, il quale scala in fretta le gerarchie togliendo spazio al veterano, che si aggiudica un quarto anello personale (terzo a Los Angeles) nel 1985 – dopo essere stato sconfitto 3-4 nella finale ’84 dai Celtics – pur non potendo prendere parte ai playoff a causa della rottura dei legamenti del ginocchio sinistro per la quale aveva saltato anche 40 gare della stagione regolare.

Lasciato libero dai Lakers a fine stagione, Wilkes firma per i “cugini” dei Clippers, ma a fine dicembre 1985 annuncia il suo ritiro dalle scene, rendendosi conto di non essere in grado di fornire il contributo sperato alle sorti della squadra.

Wilkes lascia in eredità al basket professionistico 14.644 punti (17,7 di media), 5.117 (6,2) rimbalzi e 2.050 (2,5) assist, vedendo ritirata la sua maglietta nr.52 sia da UCLA che da Los Angeles, esattamente come avvenuto per Kareem Abdul-Jabbar, ma il miglior apprezzamento alla sua carriera giunge dallo stesso John Wooden, suo coach al College.

In un’intervista rilasciata al New York Postnel 1985, difatti, il celebre tecnico descrive il suo giocatore di NCAA ideale come uno che “sia un bravo studente, educato, cortese, che sappia giocare per la squadra, difendere e forte a rimbalzo, nonché dotato di un buon tiro dentro e fuori dal perimetro…, in pratica non ho fatto altro che descrivere Jamaal Wilkes!.

Come chiosa finale, Wilkes viene inserito nel 2007 nella “Pac-12 Conference Hall of Honor – che include i giocatori universitari che si sono distinti nella costa occidentale degli Usa –, cui segue, ad inizio aprile 2012, l’introduzione nella prestigiosa Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Riconoscimenti che, in precedenza, aveva ricevuto anche Kareem Abdul-Jabbar, of course…

L’EFES ISTANBUL IN COPPA KORAC 1996, PRIMA VOLTA DEL BASKET TURCO SUL TRONO D’EUROPA

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L’Efes Istanbul con la Coppa Korac vinta nel 1996 – da gzt.com

articolo di Nicola Pucci

Oltre al basket di matrice latina, soprattutto spagnola ed italiana, che abbonda negli albi d’oro delle competizioni continentali, e quello battente, un tempo, bandiera sovietica e jugoslava, dominante da sempre, c’è un terzo bacino d’utenza che ha nello sport della palla a spicchi una disciplina che ha prodotto non pochi risultati d’eccezione. Ed è quello mediterraneo che avvolge Grecia, Turchia ed Israele, con le squadre di Atene, Olympiakos e Panathinaikos, ancor più dell’Aek e dell’Aris, che ha sede a Salonicco, ed il Maccabi Tel Aviv, che da decenni stazionano tra le prime della classe, non poche volte essendo riuscite ad issare la coppa più prestigiosa, quella che premia il quintetto più forte d’Europa.

Ma in Turchia, a dispetto dell’ottima tradizione, la pallacanestro ha dovuto attendere l’ultimo decennio del Vecchio Millennio per infine poter issarsi sul gradino più alto del podio, seppur ciò non sia avvenuto nella cara, vecchia Coppa dei Campioni, dove solo nel 2017 il Fenerbache ha battuto tutti, bensì nella terza coppa per importanza, la pure sempre prestigiosa Coppa Korac, dedicata al campione slavo Radivoj, scomparso in un tragico incidente stradale nel 1969, e che dal 2002 è stata definitivamente messa in naftalina.

Protagonista dell’impresa, appunto nella stagione 1995/1996, è l’Efes Istanbul, che altro non è che la squadra più blasonata e vincente del paese della mezzaluna, vantando, ad oggi, 14 titoli di campione di Turchia e 10 vittorie nella coppa nazionale. E se gli anni Novanta, con cinque “scudetti” tra il 1992 e il 1997 e quattro coppe tra il 1994 e il 1998, a cui aggiungere quattro Coppe del Presidente tra il 1992 e il 1998, sono indubbiamente i più fecondi per il basket della capitale, ecco che l’Europa, ancora vergine di successi di matrice turca, diventa l’obiettivo dell’Efes, che aveva debuttato in Coppa dei Campioni nella stagione 1979/1980 uscendo nella prima fase a gironi.

Negli anni successivi a quella prima esperienza continentale, in effetti, l’Efes ha sciorinato basket per i parquet europei con frequenza pressoché annuale, acquisendo quell’esperienza che è necessaria per provare a vincere, come dimostrano i quarti di finale raggiunti in Coppa dei Campioni (1985), Coppa delle Coppe (1981 e 1987) e Coppa Korac (1982 e 1990), affacciandosi poi agli anni Novanta con ancor maggiori ambizioni, suffragate dai successi in patria.

Proprio la stagione 1992/1993 regala infatti all’Efes Istanbul, e a tutto il basket turco, il primo approdo ad una finale europea, in questo caso la Coppa delle Coppe (nel frattempo rinominata Coppa Europa), che vede infine la squadra, allenata da Aydin Ors che è stato appena promosso dopo anni nelle giovanili e guidata in campo da Petar Naumoski, arrendersi per soli due punti, 48-50, all’Aris Salonicco che fa suo il trofeo grazie a 19 punti e 18 rimbalzi di Roy Tarpley, uno che poteva essere un crack in Nba se non fosse stato limitato da problemi con droghe, nella fattispecie cocaina, ed alcool, che ne provocarono l’espulsione definitiva nel 1995, e 15 punti dell’ex-fiorentino J.J.Anderson.

Quella prima finale continentale convince, caso mai ce ne fosse bisogno, che il sogno di poter un giorno alzare un trofeo europeo non è solo una dolce chimera, bensì un obiettivo realisticamente perseguibile, e dopo l’eliminazione ai quarti di finale di Coppa dei Campioni nel 1994 per mano del Barcellona, che vince la sfida in tre atti, e quella nel girone degli ottavi nel 1995, ecco che per la stagione 1995/1996, seppur retrocesso in Coppa Korac, l’Efes fa saltare il banco.

L’ossatura della squadra è ormai consolidata, con il nucleo storico composto da Oyguc che presidia l’area piccola, Aydin che agisce da ala grande, e Sarica che sostiene in regia il macedone Petar Naumoski, di rientro dopo aver giocato una stagione alla Benetton Treviso con cui ha vinto la Coppa Italia. Altrettanto cavallo di ritorno è il secondo straniero della rosa, l’americano Conrad McRae, scelto col numero 38 dai Washington Bullets al Draft del 1993, che due anni prima aveva esercitato con i colori del Fenerbache ed è reduce da un campionato positivo con i francesi dei Pau Orthez, concluso con la sconfitta in finale con Antibes in quattro partite. E se in campionato l’Efes domina la concorrenza vincendo 28 delle 30 partite di stagione regolare, per conquistare poi il titolo numero 7 della sua storia senza perdere una sfida di play-off, 3-0 con il Netas, 3-0 con il Tofas Bursa e 4-0 in finale con l’Ulker Istanbul, ecco che Ors e i suoi ragazzi possono volgere lo sguardo all’Europa con non poche chances di figurare tra le squadre accreditate alla vittoria.

97 squadre sono iscritte all’edizione numero XXV della Coppa Korac, con i detentori dell’Alba Berlino e i finalisti dell’Olimpia Milano, che capeggiano la lista delle favorite, ammessi direttamente al secondo turno, schivando i rischi, per altro ridotti ai minimi termini, di un esordio che screma di altre 30 formazioni il gruppone delle partecipati, già ridotto di 35 unità da un turno preliminare che ha visto uscire di scena Bosna Sarajevo e Spartak Mosca, che hanno dato forfait a tabellone compilato, Stella Rossa, sconfitta dai russi del Volgograd, e Racing Parigi, fatto fuori dal London Towers, 147-145 nel computo globale delle sfide di andata e ritorno.

Oltre che da Milano, i colori italiani sono difesi dalla Scavolini Pesaro, che entra in gioco liquidando i croati del Kantrida Rijeka grazie a i 30 punti al ritorno di Lloyd Daniels, dalla Cagiva Varese, che si impone facilmente allo Slavia Sofia sfruttando due prestazioni da 32 e 23 punti di William Edwards ed Andrea Meneghin, e dalla Fortitudo Bologna, a sua volta facile vincitrice degli israeliani dell’Hapoel Holon. Avanzano in blocco anche le quattro squadre spagnole (Manresa, Estudiantes, Saragozza e Festina Andorra), così come quelle greche (Aek Atene, Aris Salonicco, Panionios e Sporting Atene) e turche (Tofas Bursa, Fenerbache, Ankara ed Efes Pilsen, che si sbarazza degli sloveni del Polzela, 76-66 in trasferta replicato dal 68-52 casalingo, con Naumoski che ne mette rispettivamente 25 e 16), le tre formazioni francesi (Dijon, Villeurbanne e Cholet), due russe (Saratov e Samara), due in rappresentanza della Serbia (Vojvodina e Borovica) e due per la Lituania (Siauliai e Silute), nel mentre K.K.Spalato per la Croazia, Charleroi per il Belgio, Maccabi Rishon per Israele, Bamberg per la Germania, Stal Bytom per la Polonia e Bavaria per la Slovenia completano il quadro delle squadre che accedono al secondo turno, dal quale usciranno le sedici formazioni atte a giocare i quattro gironi di ammissione al tabellone finale ad otto.

E già qui il contingente italiano dimostra di essere ben intenzionato a far strada comune, con Milano, Pesaro, Varese e Bologna, sponda Fortitudo, ad eliminare rispettivamente Siauliai, Ankara, K.K.Spalato e Bamberg con il confortante 8-0 globale nelle otto sfide andate in scena, con il poker di spagnole che a loro volta avanza a vele spiegate, seppur Manresa, Saragozza e Festina Andorra debbano rimontare in casa quanto concesso in trasferta all’andata, Panionios, Aek Atene, Sporting Atene ed Aris egualmente alla fase a gironi, con Salonicco che ribalta il pesantissimo 54-80 con i polacchi dello Stal Bytom grazie al sostegno, al solito incendiario, del pubblico dell’Alexandreio Melathron, 94-51 grazie a 30 punti di Constantinos Angelidis, con il Villeurbanne che fa fuori senza patemi il Bavaria, l’Alba Berlino ad iniziare la rincorsa al bis con due vittorie agevoli con i russi del Saratov, e Fenerbache ed Efes Istanbul che tengono ben alta la bandiera turca, con i ragazzi di Ors a fare un sol boccone degli israeliani del Maccabi Rishon, 79-59 e 82-59.

Ai gironi l’Italia fa valere, apparentemente, la legge del più forte, con Milano a capeggiare il Gruppo A davanti al Fenerbache con 5 vittorie ed una sola sconfitta, ininfluente, con l’Estudiantes, Varese a terminare seconda nel Gruppo B alle spalle dell’Efes Istanbul, perdendo proprio in Turchia e col Panionios, la Fortitudo che nel Gruppo C chiede in testa alla pari con i campioni in carica dell’Alba Berlino, e Pesaro che nel Gruppo D, dietro al Villeurbanne, si gioca la qualificazione ai quarti di finale nella sfida al penultimo turno con l’Aek Atene, sconfitto 93-86 all’Adriatic Arena con il solito Daniels, croce e delizia del popolo bianco-rossi, autore di 31 punti.

Con quattro squadre italiane qualificate ai quarti di finale, è decisamente alta la percentuale che si debba assistere ad almeno un derby tricolore. Ma il sorteggio va oltre, incrociando i destini di Varese e Milano, che si affrontano nell’ennesima riedizione di quella che è la sfida più sentita del basket azzurro, e che di lì a qualche settimana andrà in scena anche ai quarti di finale dei play-off scudetto (con la vittoria dell’Olimpia) nel mentre Pesaro e Fortitudo devono a loro volta vedersela tra loro, così come è derby turco tra Fenerbache ed Efes Istanbul, con i campioni dell’Alba Berlino che attendono di incontrare il Villeurbanne.

E sono proprio i francesi a produrre la sorpresa più clamorosa, rimontando in casa, 82-76 con 29 punti di Edward Rudd, i quattro punti di passivo, 75-79, accusati in Germania, mentre l’Efes Istanbul, confermando la superiorità già palesata in patria, demolisce il Fenerbache in trasferta, 95-68 con 36 punti di uno stratosferico Naumoski, permettendosi poi di mollare parzialmente la presa e contenere al ritorno il tentativo dei rivali di ribaltare una situazione, onestamente, ancor più che disperata, 56-74.

In casa Italia, tre delle quattro partite in programma si risolvono in altrettante vittorie esterne, con Milano che passa a Varese, 81-72 con Rolando Blackmann sugli scudi autore di 22 punti, per poi cedere di misura in casa, 89-90, nonostante i 45 punti della coppia Petruska/Edwards, garantendosi l’accesso alle semifinali, e la Fortitudo che sbanca Pesaro, 84-81 con Carlton Myers, 22 punti, a battagliare con Daniels, 32 punti, per poi mettere in cassaforte la qualificazione con il successo, 100-89, al Paladozza, con il trio Djodjevic/Myers/Gay a realizzare rispettivamente 23/23/22 punti, troppi anche per un Antonello Riva che firma con 20 punti la sua ultima grande prestazione europea.

Che l’Efes Istanbul faccia maledettamente sul serio se ne ha la prova nella sfida di andata delle semifinali, che i turchi giocano al cospetto del pubblico amico, contro la Fortutudo. I bolognesi confidano in Djodjevic e Myers, ma dopo aver disputato un eccellente primo tempo, chiuso col minimo vantaggio di 45-44, cedono di schianto nella ripresa, 102-78, sotto i colpi, incessanti, dello scatenato Ufuk, che con 34 punti risulta il top-scorer della serata, di Naumoski, preciso in regia con 10 assist e implacabile al tiro con 20 punti, e di McRae, che chiude in doppia doppia, 16 punti e 12 rimbalzi. Non bastano ai bolognesi i 24 punti di Myers, e se Djodjevic è in serata-no, insufficiente a questo punto risulta la platonica vittoria al ritorno, 97-91 con Sasha miglior marcatore della serata con 24 punti e McRae, ancora, determinate con 21 punti e 9 rimbalzi che spalancano all’Efes le porte della finale.

Dove, ad attendere il quintetto di Ors, c’è Milano, che ripete l’exploit dell’anno prima raggiungendo l’atto decisivo prevalendo sul Villeurbanne, con un faticoso 73-69 in casa, a dispetto dei 26 punti e 10 rimbalzi di Dejan Bodiroga, che eguaglia lo score di Rudd, ed un più rassicurante 81-72 all’Astroballe della città francese, con Blackmann che con 27 punti conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, che se è stato una stella di prima grandezza in NBA tanto da venir selezionato per quattro volte per l’All Star Game, non è davvero venuto in Europa solo per spendere gli ultimi spiccioli di una gloriosissima carriera.

Efes Istanbul-Olimpia Milano, dunque, è la finale di Coppa Korac 1995/1996, gli uni, poco avvezzi ai grandi palcoscenici, all’inseguimento di un traguardo che sarebbe storico per il basket turco, gli altri, carichi di gloria e con la bacheca continentale piena zeppa di trofei (ben 8), con la non certo sottaciuta ambizione di vendicare la sconfitta dell’anno prima con l’Alba Berlino. L’andata, il 6 marzo, si gioca col contorno dei 12.000 dell’Abdi İpekçi Arena, tanto rigurgitante passione nazionale che definirlo un “inferno” non è davvero inopportuno, visto il clima incandescente che accoglie le due squadre alla palla a due iniziale. E i padroni di casa, sulle ali dell’entusiasmo e con un Naumoski, 31 punti e 10 assist a referto, che ancora una volta si rivela regista eccelso e tiratore implacabile, prendono in mano le redini del match fin da un primo tempo condotto costantemente in vantaggio, per il 40-32 all’intervallo, dopo un vantaggio massimo di 11 punti sul 40-29, che mette una seria ipoteca, almeno, sulla vittoria nella prima sfida. Blackmann e Bodiroga si alternano in marcatura sul macedone, ma nulla possono per contenerne l’ispirazione, ed allora, se McRae aggiunge 13 punti, coach Tanjevic opta per una zona 1-3-1 che ha l’effetto di smorzare le trame offensive dei turchi, altresì promuovendo la rimonta che gli stessi Blackmann e Bodiroga – che segnano rispettivamente 14 e 19 punti, con l’ausilio di Nando Gentile e Gregor Fucka, a loro volta in doppia cifra con 14 e 12 punti – portano a compimento sul 58-58 quando mancano nove minuti al termine. Milano sembra in controllo, ma nel finale l’Efes, sospinta dal pubblico e trovando il valido contributo di Turkcan ed Evliyaoglu che escono dalla panchina, allunga ancora grazie a tre triple di Naumoski, per il 76-68 che se garantisce un buon margine per la sfida di ritorno, scatena l’ira di Dino Meneghin, assistente di coach Tanjevic, che per alcune dubbie decisioni del direttore di gara finlandese Carl Jungebrand, si scaglia contro di lui obbligando la polizia ad intervenire per riportare l’ordine.

Sette giorni dopo, il 13 marzo, si va a Milano, e se l’Efes è a metà dell’opera, tocca andare a completarla al Forum di Assago, altrettanto zeppo come un uovo con 10.800 sostenitori vocianti che tifano per le “scarpette rosse“. E l’inizio sembra mettersi bene per il quintetto di Bosha Tanjevic (che vuol scongiurare la quinta sconfitta in cinque finali di Coppa Korac), con Blackmann che ispira il primo allungo dell’Olimpia, firmando dopo sette minuti la tripla che vale il 16-8. Ma il vantaggio iniziale, invece di mettere le ali ai piedi dei milanesi, stuzzica invece l’orgoglio di Naumoski, assolutamente il dominatore della doppia sfida con altri 26 punti, che piazza a sua volta un parziale di 8-0 che riporta il punteggio in parità, 16-16 dopo nove minuti. Milano si trova a dover ricominciare da capo, ma è l’Efes a dettare il ritmo e ad impadronirsi, ancora, delle redini del match, con McRae che raccoglie tutto quel che viene giù dai tabelloni (infine conterà 10 rimbalzi, di cui 9 nel primo tempo) e Sarica che contribuisce con canestri importanti. Fucka è il migliore in fase realizzativa, 20 punti con 9/17 al tiro da due, Gentile e Bodiroga vanno a sprazzi, rispettivamente 15 e 14 punti, ed il parziale all’intervallo, 34-32, lascia ancora aperta la porta alla possibile rimonta di Milano. Che all’inizio del secondo tempo, però, va in crisi, trafitta da un Naumoski incontenibile, tanto che al 29esimo l’Efes, che ha messo la testa avanti, volta sul +8, 52-44, che sembra risolutivo. L’Olimpia non si arrende, perché comunque l’orgoglio è da prima della classe, e se con un ultimo sussulto prima torna in equilibrio, 62-62 al 35esimo, per poi illudere che la vittoria sia ancora possibile, 74-69 al 38esimo, gli errori di mira di Blackmann e Portaluppi, ed un’ultima tripla sulla sirena di Gentile, decretano il definitivo 77-70 che assegna all’Efes Istanbul la Coppa Korac.

E così, dopo un lungo inseguimento, anche la bandiera con la mezzaluna sventola nei cieli dell’Europa del basket.

SPENCER HAYWOOD, L’ASCESA E LA CADUTA DI UNA GLORIA OLIMPICA DIVENUTA STELLA DELL’NBA

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Spencer Haywood in azione coi Sonics – da sportsteamhistory.com

articolo di Giovanni Manenti

Prima dell’apertura del basket ai professionisti americani della NBA in occasione dei Giochi di Barcellona 1992 – che vedono la presenza del celeberrimo Dream Team, in assoluto la squadra più forte mai schierata nella storia della palla a spicchi –, la selezione olimpica statunitense era formata da promettenti giocatori prelevati dai college, e le Olimpiadi potevano divenire un’interessante vetrina per mettersi in mostra in vista del prossimo passaggio tra i pro.

Come nelle rappresentativi giovanili di calcio, talvolta vi si celavano future star della Lega, assieme a prospetti in divenire che poi non si confermeranno tali, e, per quanto concerne il primo caso, sicuramente una delle formazioni più forti fu quella schierata a Roma nel 1960, potendo contare tra le sue file giocatori del calibro di Jerry West, Jerry Lucas ed Oscar Robertson, e che, difatti, si aggiudicò il torneo con irrisoria facilità.

Anche quattro anni dopo, a Tokyo, gli Stati Uniti confermano la loro imbattibilità ai Giochi che dura dall’edizione di Berlino 1936 in cui il basket è per la prima volta ammesso al programma olimpico, con la stella più luminosa costituita da Bill Bradley, futuro campione NBA nel 1970 e ’73 coi New York Knicks, per poi intraprendere la carriera politica che lo vede diventare senatore ed addirittura concorrere per la Casa Bianca.

Si sa, però, che non tutte le annate sono eguali e, nel formare la lista dei 12 selezionati per i Giochi di Città del Messico ’68, le perplessità che la striscia vincente ai Giochi possa essere in dirittura d’arrivo non sono poche all’interno dei Comitato Olimpico Usa, data l’impossibilità di schierare il 23enne Elvin Hayes – il quale, dato che le Olimpiadi si svolgono nella seconda metà di ottobre, ha già sottoscritto un contratto da professionista con i San Diego Rockets – e la rinuncia dell’allora 21enne Lew Alcindor (il futuro Kareem Abdul-Jabbar), per dichiarati motivi di studio, uniti al suo appoggio alla causa dei diritti degli afroamericani, poi esplosa con la plateale protesta dei velocisti John Carlos e Tommie Smith.

In effetti, a posteriori, 9 dei 12 giocatori di quei Giochi ebbero una carriera professionistica limitata a pochissime stagioni quando non addirittura immediatamente respinti dal mondo della NBA, e solo Charlie Scott e Jo Jo White possono vantare di aver vinto un titolo, ed entrambi con i Boston Celtics, il primo nel 1976 ed il secondo abbinandovi anche quello del 1974, per poi essere introdotti nella prestigiosaNaismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Un panorama, pertanto, per nulla inclinante a previsioni favorevoli in vista di un torneo che, come rivali principali, vede, come sempre, le formazioni dell’Europa orientale, in special modo Unione Sovietica ed Jugoslavia che, date le norme sul dilettantismo, possono schierare giocatori di ben altra età ed esperienza internazionale, quali Kresimir Cosic, Petar Skansi e Radivoj Korac tra gli slavi e Sergej Belov e Modestas Palauskas tra i sovietici, solo per citarne alcuni.

Difficile pensare che a risolvere i problemi degli Usa possa essere proprio il più giovane dei convocati, ovvero il 19enne Spencer Haywood, nato il 22 aprile 1949 a Silver City, nel Mississippi e che, dopo aver trascinato la formazione del suo liceo, la “Pershing High School“, al titolo statale nel 1967, si è iscritto al “Trinidad State Junior College“, in Colorado.

Un’ala grande di m.2,03 per 102 chili, e l’impatto di Haywood è tale che, a dispetto della giovanissima età, i suoi 28,2 punti e 22,1 rimbalzi di media convincono i dirigenti ad inserirlo tra i selezionati per i Giochi, date anche le assenze, una scelta di cui non avranno a pentirsene.

Inseriti nel Gruppo A assieme ad Jugoslavia, Italia, Spagna, Portorico, Panama, Filippine e Senegal, gli Stati Uniti debuttano con un convincente 81-46 sulla Spagna (con Haywood miglior realizzatore con 12 punti), per poi – fatte salve le passeggiate contro Panama, Filippine e Senegal – avere la meglio anche sulla Jugoslavia con un significativo 73-58 (in cui stavolta il migliore è Jo Jo White con 24 punti), travolgere gli azzurri 100-61 grazie ad un Haywood da 26 punti e quindi doverlo ringraziare per i 21 punti che consentono di superare 61-56 l’ostacolo Portorico.

Concluso il girone al primo posto a punteggio pieno, le semifinali incrociate propongono agli Usa la sfida con il Brasile, nel mentre il secondo posto in finale se lo giocano Jugoslavia ed Urss, con anche quest’ultima sinora imbattuta.

Il quintetto americano ora ha trovato una qual certa coesione di squadra e la gara contro i brasiliani viene risolta agevolmente già con il parziale di 42-26 del primo tempo, quando poi nel 75-63 conclusivo i punti vengono ripartiti tra White, Barrett, Haywood ed Hosket grazie ad una maggior rotazione dei giocatori sul parquet da parte del coach Henry Iba dell’università di Oklahoma, in vista della finale per la quale si qualifica a sorpresa la Jugoslavia, che supera 63-62 l’Unione Sovietica grazie a due tiri liberi di Vladimir Cvetkovic a 4” dalla sirena.

L’atto conclusivo va in scena il 25 ottobre 1968 con una Jugoslavia ben più attenta in difesa, tanto che il punteggio all’intervallo vede gli Usa avanti (32-29) per soli tre punti ed il pubblico di parte locale a tifare a gran voce per gli europei, salvo che qualcuno non riesca a far cambiare loro idea.

Al rientro in campo, difatti, va in scena un autentico show da parte della coppia Haywood-White che sbalordisce i presenti con un parziale di 22-3 che di fatto chiude la partita, con gli Stati Uniti che salvaguardano la loro imbattibilità olimpica con il 65-50 conclusivo al quale Haywood contribuisce con 21 punti, così da divenire il miglior realizzatore della propria squadra con 16,3 punti di media, nonché essere eletto quale Miglior giocatore del torneo.

Al ritorno dal Messico, Haywood cambia ateneo, iscrivendosi alla “University of Detroit” dove vive un’altra favolosa stagione nella NCAA concludendo la stessa con media astronomiche di 32,1 punti e 22,1 rimbalzi a partita, circostanza che lo convince ad abbandonare gli studi per lanciarsi nel mondo professionistico, ma dato che, all’epoca, le rigide norme della NBA non consentono di farvi parte sino a che non si sia conseguito la laurea, ecco che il giocatore si accasa ai Denver Rockets della concorrente ABA (American Basketball Association), che poi sarebbe confluirà nella NBA nell’estate 1976.

Che Haywood abbia tutte le carte in regola per ben figurare tra i professionisti lo dimostra il suo anno a Denver, dove realizza medie di 30,0 punti e 19,5 rimbalzi a partita, trascinando i Rockets ad un record di 51-33 nella Western Division, pur venendo poi sconfitti 1-4 dai Los Angeles Stars nella finale di Conference, ma le prestazioni del 21enne del Mississippi fanno sì che, oltre a vincere le classifiche assolute per punti e rimbalzi, venga nominato sia “Rookie of the Year” che “MVP of the Season, per poi ottenere analogo riconoscimento nel corso dell’ABA All-Star Game 1970, dove mette a referto 23 punti, 19 rimbalzi e 7 stoppate.

Ovvio che un giocatore di tali potenzialità non possa che far gola alle più ricche franchigie della NBA ed ecco che nell’estate successiva Haywood firma un contratto con i Seattle Supersonics, forte del fatto che il proprietario Sam Schulman è disposto ad adire per vie legali contro la Lega per quello che negli Usa prende il nome di “Haywood vs National Basketball Association“.

La controversia giunge sino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, prima del cui pronunciamento la NBA decide di venire a più miti consigli, così che il 4 gennaio 1971 Haywood può finalmente fare il suo esordio nella sconfitta per 110-124 a Milwaukee contro i futuri campioni dei Bucks di uno straripante Alcindor (38 punti e 15 rimbalzi per lui), mettendo a referto 14 punti, 9 rimbalzi e 3 assist nei 24’ in cui scende in campo.

Il successivo quadriennio a Seattle rappresenta l’apice della carriera di Haywood – durante i quali realizza medie punti a partita di 26,2 nel 1972, 29,2 (suo massimo in NBA per singola stagione) nel 1973, 23,5 nel 1974 e 22,4 nel ’75, mentre nel 1974 fa registrare 13,4 rimbalzi di media, anch’esso suo massimo per singolo torneo –, certificato dall’essere in questo periodo selezionato per l’NBA All-Star Game, nonché inserito nel Primo Quintetto NBA nel 1972 e ’73 (assieme a gente come Abdul-Jabbar, Jerry West, John Havlicek e Walt Frazier, tanto per capirsi) e nel Secondo Quintetto NBA” nei due anni successivi.

Purtroppo, a tali prestazioni non corrispondono altrettanti risultati a livello di squadra, dato che solo nel 1975, dopo aver concluso la “regular season” con un record di 43-39, i Sonics ottengono la qualificazione ai playoff, venendo eliminati 2-4 nella semifinale di Conference dai Golden State Warriors, poi vincitori dell’anello.

Oramai una stella nel panorama professionistico del basket Usa, nell’estate 1975 Haywood si trasferisce dalla città della Microsoft a New York per indossare la maglietta dei Knicks, desiderosi di tornare ai vertici dopo i titoli conquistati nel 1970 e 1973.

L’approdo nella metropoli newyorkese – che avrebbe dovuto rappresentare il definitivo salto di qualità per l’oramai 26enne Spencer – determina viceversa un profondo mutamento nella vita del giocatore che, abbagliato dalle luci della “Grande Mela” e, per onestà, entrato a far parte di un roster avanti con l’età, facendovi ancora parte Bill Bradley, Earl Monroe e Walt Frazier, tutti già oltre le 30 primavere, fa parlare di sé più le cronache rosa che non quelle sportive.

Coi Knicks, difatti, a concludere all’ultimo posto della “Atlantic Division” nel 1976 e a fallire l’accesso ai playoff anche nella successiva stagione nonostante l’ingaggio di Bob McAdoo – con Haywood a scendere sotto i 20 punti ed i 10 rimbalzi di media a partita –, ecco che il nostro si innamora e convola a nozze con la 22enne modella somala Iman (nome d’arte di Zara Mohamed Abdulmaijd), protagonista delle sfilate di moda di stilisti del calibro di Gianni Versace, Clavin Klein ed Yves Saint Laurent.

Ciò comporta che, per seguire l’affascinante consorte nelle occasioni mondane, Haywood fatalmente veda ridurre il proprio impegno sul parquet, circostanza che, dopo una stagione 1978 conclusa con l’eliminazione (0-4) da parte dei Philadelphia 76ers nelle semifinali della Eastern Conference, fa sì che a gennaio 1979 venga ceduto ai New Orleans Jazz per sole 34 gare di “regular season” dove, a dispetto dell’ultima desolante posizione dei Jazz, torna a far registrare medie di 24,0 punti e 9,6 rimbalzi a partita.

Il trasferimento della franchigia a Salt Lake City, nello Utah, fa sì che nell’estate 1979, sulla scorta del buon fine di stagione precedente, ad Haywood si interessino i Los Angeles Lakers quale rinforzo di una rosa dove è appena approdata la stella Earvin “Magic” Johnson, e Spencer ha così l’opportunità di giocare a fianco proprio di Kareem Abdul-Jabbar contro cui aveva esordito 10 anni prima.

Haywood si cala nel ruolo di riserva a lui riservato, fornendo un buon contributo alla “regular season” dei Lakers – conclusa con un record di 60-22, secondo solo al 61-21 degli acerrimi rivali dei Boston Celtics –, scendendo 76 volte in campo per 20,3 minuti, 9,7 punti e 4,6 rimbalzi di media, allorché viene travolto da un vizio quasi fatale per la sua vita extrasportiva.

Accade, difatti, che le sue frequentazioni mondane lo avessero portato a bazzicare ambienti di alto bordo dove l’uso di cocaina è all’ordine del giorno, cosa alla quale non riesce a sottrarsi, così che la dipendenza viene alla luce allorché Haywood si addormenta durante una sessione di allenamento nel corso dei playoff, circostanza non tollerabile dal coach Paul Westhead che lo caccia dalla squadra.

Per cercare di rifarsi una verginità, Haywood ripara in Europa, e precisamente in Italia, accasandosi nell’estate 1980 a Venezia, al tempo militante in A2, che, in coppia con lo jugoslavo Drazen Dalipagic, trascina alla promozione e a sfiorare una clamorosa affermazione in Coppa Korac, sconfitta di un solo punto (104-105) in finale dagli spagnoli del Badalona.

Con Dalipagic tornato al Partizan, anche Haywood lascia la laguna dopo poche giornate della successiva stagione per spendere i suoi ultimi spiccioli di gloria con due stagioni nelle file dei Washington Bullets, ritirandosi nel marzo 1983, ad un mese dal compimento dei 34 anni.

Pur con tutte le limitazioni elencate, Haywood può comunque vantare una carriera da 17.111 punti (compresa la stagione nella ABA a Denver) per una media di 20,3 a partita, cui aggiunge 8.675 rimbalzi che valgono 10,3 di media a partita, nonché il fatto di vedere la sua maglia nr.24 ritirata dai Seattle Supersonics.

Diremmo quasi ovviamente, il suo matrimonio con la bella Iman – da cui ha avuto la figlia Zulekha, nata nel 1978 – si conclude con il divorzio nel 1987 e, mentre la modella continua a riempire le pagine del gossip unendosi nel 1992 alla star del rock britannico David Bowie, Haywood mantiene un profilo basso, risposandosi a propria volta nel 1990 e con la nuova compagna Linda concepisce altre tre figlie.

Impegnato nel settore immobiliare, attualmente Haywood si gode la vita a Las Vegas con la famiglia, dopo aver messo a reddito la propria, non certo monotona esistenza, attraverso la pubblicazione della propria autobiografia dal titolo, pressoché scontato, di Spencer Haywood: The Rise, the Fall and the Recovery (“Spencer Haywood: l’ascesa, la caduta e la rinascita“).

A non dimenticarsi di lui è però il mondo del basket Usa che, nel 2015, assieme al suo compagno di viaggio alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 Jo Jo White, lo inserisce nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame“, un onore che al terzo protagonista di quella medaglia d’oro, Charles Scott, spetta tre anni più tardi.

Forse, se non si fosse fatto travolgere dai tentatoli della “Grande Mela“, la carriera di Haywood avrebbe potuto prendere una svolta ancor più gloriosa, ma tanto rimpiangere serve a poco, diciamo che non si è fatto mancare nulla.

 

KEVIN JOHNSON, VIA DALLA SUA CITTA’ PER INSEGUIRE IL SOGNO DELLA NBA E FARVI RITORNO DA SINDACO

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Kevin Johnson in maglia Suns – da sixfouls.com

articolo di Giovanni Manenti

Negli Stati Uniti, essere stati personaggi del mondo dello sport o dello spettacolo non di rado rappresenta un valido biglietto da visita per una futura carriera politica, esempi ne sono l’attore Ronald Reagan giunto addirittura alla Casa Bianca, e l’altro protagonista dello schermo Arnold Schwarzenegger, il quale ha ricoperto per due mandati il ruolo di Governatore della California.

In ambito sportivo, è interessante la carriera dell’ex decatleta Bob Mathias – oro nella specialità multipla ai Giochi di Londra 1948 ed Helsinki ’52 –, successivamente membro della Camera dei Rappresentanti per la California dal 1967 al ’75, nonché quella dell’ex stella del basket Bill Bradley – due titoli NBA coi New York Knicks nel 1970 e ’73, oltre ad essersi aggiudicato l’oro olimpico ai Giochi di Tokyo ’64 e la Coppa dei Campioni ’66 nelle file del Simmenthal Milano –, eletto Senatore per due mandati per il New Jersey.

E proprio dal basket professionistico matura la sua carriera politica – sia pur di livello inferiore a quella dei nominativi testé citati – il protagonista della nostra storia odierna, vale a dire Kevin Johnson, il quale nasce il 4 marzo 1966 a Sacramento, città di poco meno di 500mila abitanti della California.

KJ, come viene ben presto nominato, soffre quando ha soli 3 anni la perdita del padre vittima di un incidente, venendo poi cresciuto dai nonni, circostanza che non gli impedisce di ben figurare a livello sportivo allorché frequenta la “Sacramento High School“, periodo in cui, al pari dei suoi coetanei, si cimenta sia nel baseball che nel basket, salvo poi preferire la palla a spicchi, dal momento che durante l’ultimo anno al liceo realizza una media di 32,5 punti a partita che gli vale la nomina di “Northern California Player of the Year“.

La statura non elevata (m.1,85 per 81kg.) porta il 17enne Kevin – il quale accetta una borsa di studio per iscriversi alla “University of California” a Berkeley – fatalmente a ricoprire il ruolo di playmaker, confermando, nel suo quadriennio al College, le sue qualità sia di tiratore che di uomo-assist, tanto da divenire il primatista sia per punti che per assist al momento del suo approdo nella NBA, nonché essere inserito per due stagioni consecutive (1986 ed ’87) nella formazione ideale del torneo NCAA.

Presentatosi al Draft che si svolge il 22 giugno 1987 a New York portando in dote medie di 14,4 punti e 4,4 assist a partita, Johnson viene ingaggiato dai Cleveland Cavaliers come settima scelta assoluta, in una rassegna da cui escono per entrare nel favoloso mondo della NBA campioni del calibro di David Robinson, Scottie Pippen, Horace Grant e Reggie Miller.

L’avventura nell’Ohio è però di breve durata in quanto – tesserato per costituire un’alternativa a Mark Price, giunto a Cleveland l’anno precedente e che nella prima stagione da rookie non aveva entusiasmato lo staff tecnico dei Cavaliers – viene successivamente utilizzato, a fine febbraio 1988, come pedina di scambio – assieme a Mark West, Tyrone Corbin ed una futura scelta al Draft – con i Phoenix Suns, mentre Larry Nance e Mike Sanders compiono il percorso inverso.

Giunto in Arizona ed ancorché limitato alle sole ultime 28 gare della “Regular season” – che vede i Suns fallire di poco l’accesso ai playoff, noni nella Western Conference –, Kevin Johnson ha comunque modo di farsi apprezzare, come dimostrano i suoi 12,6 punti ed 8,7 assist di media a partita.

Phoenix è una franchigia senza titolo NBA – avendo sfiorato la vittoria solo nel 1976, sconfitta 2-4 nelle finali contro i Boston Celtics –, e da tre stagioni non riesce a qualificarsi per la post season, ragion per cui la dirigenza decide di affidarne la guida in panchina al 57enne Cotton Fitzsimmons, già tecnico dei Suns ad inizio anni ’70, e, in mezzo al campo, al 22enne californiano.

Scelte entrambe quanto mai azzeccate, visto che nelle successive tre stagioni KJ fa registrare oltre 20 punti e 10 assist di media a partita – rispettivamente 20,4 e 12,2 (record high) nel 1989, 22,5 (record high) e 11,4 nel 1990 e 22,2 e 10,1 nel ’91 –, per un’impresa ottenuta dal suo più celebre omonimo “Magic” Johnson e da Isiah Thomas.

Queste percentuali fanno sì che Phoenix compia il tanto auspicato salto di qualità, che lo porta a concludere la stagione 1989 con il secondo miglior record (55-27) della Western Conference, preceduto solo dai Los Angeles Lakers che, fatalmente, hanno la meglio nella finale di Conference con un netto 4-0, anche se la sfida nella sfida tra i due Johnson non vede certo il giovane Kevin sfigurare di fronte a “sua Maestà“, prova ne siano le sue medie di 23,3 punti e 12,8 assist, rispetto ai 20,3 punti e 14,3 assist di “Magic“.

I Suns possono contare su di un quintetto base di tutto rispetto, con Johnson playmaker, Jeff Hornacek e Dan Majerle guardie, Tom Chambers ala e Mark West centro, con in più il 31enne ex Lakers Kurt Rambis a fungere da sesto uomo, una formazione compatta che si conferma a buoni livelli anche l’anno seguente, concludendo la stagione regolare con un record di 54-28, pur se solo quinta nella Western Conference.

Pertanto, con lo svantaggio del fattore campo in ogni serie di playoff, Phoenix dapprima sorprende Utah al primo turno, affermandosi 104-102 in gara-5 a Salt Lake City, con Johnson a mettere a referto 26 punti e 9 assist, per poi compiere l’impresa di eliminare i Lakers nella semifinale di Conference, prendendosi il lusso di violare, sia in gara-1 (104-102) che in gara-5 (106-103), il “Forum” di Inglewood per il 4-1 totale, nonostante la prestazione maiuscola nella serie – 30,2 punti, 12,2 assist e 5.8 rimbalzi di media a partita – dello stesso “Magic“.

Ma, quando sembra che il più sia fatto, dovendo affrontare nella finale di Conference i Portland Trail Blazers – che, dal canto loro, hanno fatto fuori la testa di serie nr.2, i San Antonio Spurs –, ecco che la luce si spegne in gara-6, dopo che fino ad allora entrambe le squadre avevano rispettato il fattore campo, con Portland ad affermarsi al “Memorial Coliseum” per 112-109, con Terry Porter e Clyde Drexler sugli scudi.

Ed anche se sia i Lakers che i Trail Blazers hanno poi dovuto pagare dazio nella finale per il titolo contro i “Bad Boys” dei Detroit Pistons, le due ottime stagioni di Kevin Johnson, cui se ne aggiunge una terza nel 1991 – ancorché i Suns escano al primo turno dei playoff, con Utah a prendersi stavolta la rivincita –, fanno sì che il giocatore venga votato per l'”All Star Game” 1990 e ’91, nonché inserito nel “Secondo Quintetto ideale” degli anni 1989, ’90 e ’91, un onore non da poco, qualora si consideri che nel primo quintetto figurano fuoriclasse assoluti quali “Magic“, Jordan, Barkley e Karl Malone, mentre come quinta scelta si alternano Olajuwon, Ewing e Robinson, così tanto per capire.

Il 1992, concluso anch’esso con un record positivo di 53-29 – ma con l’eliminazione in semifinale della Western Conference ancora da parte di Portland –, segna l’addio di Fitzsimmons e l’estate seguente registra importanti novità in Arizona.

Dapprima, la conduzione tecnica è affidata al 42enne Paul Westphal, promosso come coach dopo un quadriennio quale assistente di Fitzsimmons, ma, soprattutto, vengono ingaggiati l’esperto ex Celtics Danny Ainge e quella forza della natura che risponde al nome di Charles Barkley, fresco di oro olimpico con il “Dream Team” ai Giochi di Barcellona ’92, proveniente da Filadelfia.

Sfortunatamente, Johnson soffre di pubalgia proprio all’inizio del nuovo torneo, e buon per la franchigia che il tesseramento di Ainge ne riduca il danno, tanto da disputare solo 49 gare di una “regular season” che vede i Suns concludere con il miglior record (62-20) della loro storia – eguagliato solo nel 2005 –, nonché primi assoluti dell’intera Lega, grazie al devastante contributo di Barkley, che realizza medie da 25,6 punti, 12,2 rimbalzi e 5,1 assist a partita.

Pienamente recuperato per i playoff, KJ offre un validissimo contributo nelle tre combattutissime serie – 3-2 contro i Lakers, in cui salta gara-1 e che vede Phoenix affermarsi dopo aver ribaltato lo 0-2 di una doppia sconfitta interna, 4-2 contro gli Spurs con media di 20,8 punti e 9,0 assist, e 4-3 contro Seattle, decisa dal 123-110 di gara-7 in cui Barkley mette a referto 44 punti e 24 rimbalzi – che riportano in Arizona il titolo della Western Conference a 17 anni di distanza dalla prima, nonché sino ad allora, unica volta.

Il problema è che gli avversari nella finale per i titolo sono gli insaziabili Chicago Bulls di Jordan & Pippen, già campioni nel 1991 e ’92 e che, a dispetto dello svantaggio del fattore campo, ribaltano immediatamente la situazione affermandosi 100-92 e 111-108 nelle prime due sfide disputate in Arizona.

Con il rischio di un umiliante “cappotto“, i Suns sfornano una caparbia prova d’orgoglio allo “United Center“, costringendo i Bulls ad una sfida infinita protrattasi per ben tre tempi supplementari ed infine conclusa a proprio favore con il punteggio di 129-121, con un Johnson eroico, capace di restare 62’ sul parquet mettendo a referto 25 punti, 9 assist e 7 rimbalzi.

Ovviamente, ciò non è sufficiente per rovesciare le sorti della serie, che i Bulls si aggiudicano 4-2 per il primo dei loro due “Threepeat” – il secondo verrà firmato nel 1996-’98 dopo il momentaneo ritiro di MJ –, ma sta comunque a significare lo spessore e la combattività della squadra.

Il successivo biennio – che, come detto, coincide con la temporanea assenza del “cannibale” Michael Jordan – potrebbe risultare propizio per l’assalto al titolo, cosa che Johnson, da buon direttore d’orchestra, intuisce, sfornando un’altra eccellente stagione – 20,0 punti e 9,5 assist di media nella “regular season“, incrementati a 26,6 punti e 9,6 assist di media nei playoff – nel 1994, il che gli consente di essere per l’ultima volta selezionato per l'”All Star Game“, così come di essere inserito nel “Secondo Quintetto Ideale, solo che…

Solo che ad approfittare del momentaneo ritiro di “Air” Jordan sono gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, i quali eliminano i Suns 4-3 nelle semifinali di Conference ’94 – nonostante un Johnson mostruoso con 26,6 punti e 9,7 assist di media nella serie, restando 43’ in campo –, confermando analogo esito l’anno seguente, in modo quanto mai beffardo.

Avendo, difatti, concluso la “regular season” con un record di 59-23, Phoenix ha il vantaggio del fattore campo, di cui approfitta per portarsi sul 2-0 per poi, dopo la sconfitta in Texas in gara-3, condurre 3-1 grazie al successo per 114-110 al “The Summit“, con Johnson a mettere a segno 43 punti (18 su 24 dal campo, di cui 2 su 2 dalla lunga distanza, e 5 su 7 dalla lunetta), ed avere ora ben tre match point a disposizione.

Fallito il primo, e con Houston a riequilibrare le sorti della serie in gara-6, la sfida si decide in Arizona il 20 maggio 1995 per una delle più emozionanti partite nella storia dei playoff.

Con Barkley a pagare lo sforzo dell’immane confronto con Olajuwon sotto i tabelloni – saranno ben 23 i rimbalzi da lui catturati – nella precisione al tiro (solo 7 su 16 dal campo, con 18 punti totali), Johnson capisce che una chiave di lettura della gara possono essere le entrate, il che gli fa guadagnare ben 22 tiri liberi, con un solo errore, per un totale di 46 punti conditi con 10 assist, ma alla fine, sia pure per un sol punto (115-114) a sorridere sono i Rockets, che proseguono nel loro percorso verso il secondo titolo consecutivo.

Nuovamente afflitto da problemi di pubalgia, e complici altresì gli addii a fine ’96 di Westphal e Barkley, le ultime tre stagioni di Kevin Johnson risultano inferiori allo standard delle precedenti, con Phoenix a non andare mai oltre il primo turno dei playoff, mentre l’oramai 30enne playmaker, deciso a sottoporsi ad un intervento chirurgico per superare i problemi fisici, vede i medici scoprire un’ernia nascosta che lo costringe a ritirarsi nel 1998, salvo un breve ritorno a fine stagione 2000 per rimpiazzare l’infortunato Jason Kidd, che ne aveva rilevato il ruolo di playmaker da fine anni ’90.

Ma se la chiusura del XX secolo vede la fine della carriera di cestista da parte di Kevin Johnson – in onore del quale entrambe le sue maglie, la nr.11 indossata alla University of California e la nr.7 portata a Phoenix, vengono ritirate –,  l’inizio del nuovo Millennio lo porta ad accettare una nuova sfida nella sua città natale di Sacramento, candidandosi a sindaco alle elezioni del maggio 2008 dove, dopo non aver raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno, si aggiudica il ballottaggio – con il 57,4% delle preferenze – rispetto alla sua avversaria Heather Fargo, che era stata in carica per due mandati consecutivi.

Negli Usa ogni mandato ha la durata di un quadriennio e, al termine del suo primo incarico, Johnson si candida per la rielezione, stavolta sbaragliando il campo sin dal primo turno, dove ottiene il 58,7% dei voti, a conferma della bontà del suo operato.

E d’altronde, a chi è stato capace di tenere testa sul parquet a “Magic” Johnson come avversario e a Charles Barkley quale compagno di squadra, come avrebbe potuto creargli apprensione la gestione della città che gli aveva dato i natali?

Elementare, Watson, elementare …“.

 

LA PRIMA COPPA DEI CAMPIONI DEL 1958 APRE L’ERA DELL’ASK RIGA DEL COLONNELLO GOMELSKIJ

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L’Ask Riga vincitrice della Coppa dei Campioni – da fenikssfun.com

articolo di Nicola Pucci

Oggi che le Repubbliche Baltiche possono tranquillamente sopravvivere con le proprie forze, giova altresì ricordare che quando anche a quelle latitudini si era soliti issare la bandiera “falce e martello” a simboleggiare la sottomissione alla padronanza dell’Unione Sovietica, vi fu una squadra, lettone, che seppe farsi rispettare con la palla a spicchi in mano.

Corre l’anno 1957, e nel corso dei Campionati Europei di pallacanestro in svolgimento a Sofia, che stanno per andare in archivio con il quarto trionfo, appunto, dell’Urss, il segretario generale della FIBA, il britannico Renato William Jones, di concerto con i colleghi Boris Stankovic, Raimundo Saporta, Robert Busnel, Miloslav Kriz e Nikolaj Semasko, sull’onda longa di quanto deciso dalla Federazione Calcistica che per il 1955 ha già istituito la Coppa dei Campioni, delibera a sua volta per la nascita di una rassegna continentale destinata alle squadre vincitrici dei campionati nazionali.

Il dado è tratto, e a far data 1958 la Coppa dei Campioni di pallacanestro vede la luce, disputando la sua prima, storica edizione. 23 squadre sono ammesse a partecipare, tra queste il Real Madrid, fresco di primo titolo spagnolo, la Simmenthal Milano, reduce dell’aver vinto il suo decimo scudetto, quello della stella, i bulgari dell’Akademik Sofia, a loro volta eletti per la prima volta campioni in patria, ed appunto l’Ask Riga, che difende la chance del basket sovietico, dominante sulla scena europea.

E se il forfait dei libanesi dell’Union Basket Beirut concede ai siriani del Jeunesse Sportivo Aleppo di passare il prima turno preliminare senza dover scendere in campo, ecco che per il secondo turno, il 22 febbraio 1958, si affrontano i belgi del Royal SC Anderlecht e i lussemburghesi dell’Etzella Ettelbruck, prima sfida ufficiale della neonata Coppa dei Campioni. Vincono i fiamminghi, 82-43 con 23 punti a testa di François de Pauw ed Henri-Jean Crick, che altri non sono che i primi top-scorer iscritti a referto della manifestazione.

Ovviamente i valori in campo escono prepotentemente fuori nel turno successivo, che dopo aver promosso, appunto, Anderlecht, Asa Bucarest in rappresentanza della Romania, gli jugoslavi dell’Olimpia Lubiana e proprio Akademik Sofia, raggruppa le 18 squadre rimaste in corsa in quattro gironi, che promuoveranno, ciascuno, le prime due claasificate agli incontri dei quarti di finale, da disputarsi con la formula dell’eliminazione diretta in sfide di andata e ritorno.

L’Ask Riga, dunque, entra in lizza nel girone A sbarazzandosi senza troppi patemi dei tedeschi del Wissenschaft Berlino, 85-56 in Lettonia (sarebbe il caso di dire Urss) grazie a 19 punti della sua stella più luminosa, capitan Maigonis Valdmanis, che vanta in bacheca già due argenti olimpici ed un oro europeo con la Nazionale, replicato dal 91-56 in trasferta con ancora Valdmanis sugli scudi con altri 20 punti, eguagliato nella prestazione da Valdis Muiznieks. Sulla panchina siede un certo Aleksandr Gomelskij, già giocatore dell’Ask Riga fino al 1953, quando ha optato per appendere le scarpette al chiodo e vestire i panni del tecnico, tanto sapiente e geniale da ritagliarsi, nel tempo, uno spazio importante tra le leggende della storia del basket, facendo incetta di trofei con l’Ask prima, con il Cska Mosca poi, infine con la Nazionale sovietica, e meritandosi l’introduzione nella Hall of Fame nel 1995.

Ma torniamo alla competizione, che per il girone B, unico a sei squadre, promuove ai quarti di finale la Simmenthal Milano, allenata da un altro mammasantissima tra i coach europei, Cesare Rubini, che liquida gli olandesi del Wolves Amsterdam con ampio doppio punteggio, 115-47 con 29 punti dell’americano George Bon Salle e 90-42 firmato dalla coppia Bon Salle/Sardagna, per poi, nelle sfide che decidono la griglia di accesso delle due squadre promosse, superare i cecoslovacchi dello Slovan Praga, 65-47 grazie a 22 punti di Romeo Romanutti, e gli ungheresi della Honved Budapest, 80-72 con 29 punti del solito Bon Salle.

E se nel girone C l’Akademik Sofia soffre le proverbiali sette camicie per avere la meglio dell’Olimpia Lubiana, ad onor del vero più in casa, 81-80, che in trasferta, 80-64, grazie a due prestazioni da 20 e 28 punti di Viktor Radev, nel girone D il Real Madrid, trascinato dalla coppia formata dall’americano William Brindle e dal portoricano Johnny Baez, dispone dei portoghesi del Barreirense, 68-51 ed 86-40, entrando a vele spiegate nei quarti di finale.

Dove, ad attendere i madrileni, c’è l’Anderlecht, che per poco non completa una clamorosa rimonta quando, dopo esser stato travolto in Spagna, 78-59 con 25 punti di Baez e a dispetto di una resistenza dignitosa nel primo tempo, vince in Belgio, 57-43 grazie a 18 punti a testa della coppia de Pauw/Crick, rimanendo ad un passo da una clamorosa qualificazione. Accesso alla semifinale che non falliscono i bulgari dell’Akademik Sofia, che possono permettersi di perdere in casa di un punto, 77-78, dopo aver vinto in Romania all’andata contro l’Asa Bucarest, 73-64 con 16 punti dei due fratelli Panov, Georgi e Ljubomir, e l’Ask Riga, che fa un sol boccone dei polacchi del Legia Varsavia, sconfitti nettamente all’andata, 93-59 con Valdis Muiznieks miglior marcatore con 27 punti, e tenuti a bada nel ritorno, 61-63 con Muiznieks a confermarsi guardia dal tiro mortifero mettendo a segno altri 17 punti.

All’appello, contro ogni previsione, manca invece la Simmenthal Milano, che contro la Honved Budapest, beneficiando del vantaggio acquisito nella sfida di girone, 80-72, dilapida il capitale in Ungheria, cedendo, nonostante i 27 punti di Bon Salle, che a fine torneo sarà eletto nondimeno miglior marcatore alla media di 26,6 punti a partita, 85-95 sotto i colpi di uno stratosferico Laszlo Bánhegyi che con 38 punti non solo si conferma uno dei tiratori più micidiali della Coppa dei Campioni, ma firma anche la miglior impresa individuale dell’intera rassegna.

Ma se le prestazioni sul parquet, come è normale che sia, hanno scritto per ora la storia di questa prima edizione della Coppa dei Campioni, ecco che la politica entra in gioco quando si tratta di disputare le sfide di semifinale. Il sorteggio, infatti, impone al Real Madrid di far visita proprio ai sovietici dell’Ask Riga, ed è qui, come accadrà anche nel calcio qualche anno dopo, che il Generalissimo Francisco Franco mette il divieto alla squadra di recarsi a giocare in un paese col quale la Spagna è in aperto conflitto e con il quale non intrattiene rapporti diplomatici, costringendo il presidente della Federazione iberica di basket, appunto Saporta, a proporre di disputare la partita in campo neutro, a Parigi. La FIBA rifiuta, e così, col Real Madrid estromesso dal torneo, all’Ask Riga, senza scendere in campo, si aprono le porte della finalissima.

A cui accede anche l’Akademik Sofia, che fa valere la legge del più forte contro la Honved Budapest, passando di misura in trasferta, 89-87 con Radev che con 38 punti eguaglia Bánhegyi tenuto a soli 20 punti, per poi vincere agevolmente davanti al pubblico amico, 76-64 con altri 27 punti di Radev.

Atto decisivo, pure questo, che si disputa in due sfide di andata e ritorno, con il primo match, il 6 luglio 1958, a trovar ospitalità nel Daugava Stadium di Riga, lo stadio del calcio, sulle cui tribune si assiepano ben 17.000 sostenitori della squadra di Gomelskji. E la squadra di casa, fin da un primo tempo dominato tanto da garantirsi un vantaggio massimo di 20 punti sul 37-17 e chiuso poi sul 52-36, trova per l’occasione, accanto al solito Valdis Muiznieks che ne segna 24 e alla regia di capitan Valdmanis, un protagonista inatteso, il gigantesco pivot Janis Krumins, un ragno di 220 centimetri che con le sue lunghe leve raccatta tutto quel che passa sotto il canestro, mettendo infine a referto ben 32 punti dopo che nelle precedenti partite non era mai andato oltre i 17 punti. L’Akademik Sofia stenta a rimanere agganciata, ma trova nel solito Radev, che dell’alto dei suoi 196 centimetri sarebbe preposto al controllo di Krumins che lo sovrasta di oltre 20 centimetri, il terminale offensivo che con 29 punti non solo tiene in corsa la sua squadra, ma pure in buona parte ricuce il passivo fino all’86-81 sulla sirena che tiene accesa la fiammella delle speranze dei bulgari di far loro la Coppa.

Cosa che non avviene, perché anche a Sofia, il 18 luglio 1958, davanti ai 17.300 spettatori dello Stadio Vasil Levksi, l’Ask Riga conferma la sua superiorità, con il quintetto base proposto da Gomelskij che distribuisce equamente energie e punti. Se Krumins è il solito dominatore sotto i tabelloni, firmandone 13, Valdis Muiznieks è il migliore in fase realizzativa con 17 punti, Valdmanis aggiunge 15 punti alla solita regia illuminata e l’altro Muiznieks, Gundars, fa sentire a sua volta il suo peso con 11 punti, già garantendo un vantaggio confortante all’intervallo, 39-31, consolidato poi con il definitivo 84-71 a referto che decreta l’Ask Riga primo vincitore della Coppa dei Campioni.

E così, la bandiera “falce e martello viene issata sul tetto d’Europa, a conferma di un dominio assoluto che lo stesso Ask Riga avrà modo di legittimare nelle due edizioni successive. Già, perché il solco tracciato dal colonnello Gomelskij e dai suoi ragazzi con la palla a spicchi è solo all’inizio… leggere l’albo d’oro per credere.

LA COPPA DELLE COPPE 1983 UNICO TROFEO EUROPEO DELLA SCAVOLINI PESARO

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Mike Sylvester in azione – da barcalcio.net

articolo di Nicola Pucci

A scandagliare gli albi d’oro dei tornei continentali, si trovano tracce importanti di basket tricolore, soprattutto anni Settanta ed Ottanta quando la pallacanestro di casa nostra esportava bagliori di gran classe in giro per l’Europa. Non c’è bisogno di ricordare i trionfi a ripetizione di Milano, Varese e Cantù, triangolo lombardo che ha segnato la storia della palla a spicchi, dentro e ben oltre i confini patri, ma se anche Roma nel 1984 e Virtus Bologna nel 1998 e nel 2001 hanno impresso il loro segno all’elenco delle squadre vincitrici in Coppa dei Campioni, e Rieti nel 1980 e Verona nel 1998 hanno fatto altrettanto in Coppa Korac, la Coppa delle Coppe, dopo il successo di Napoli nel 1970, nel 1983 ha celebrato il primo ed unico trionfo europeo della Scavolini Pesaro.

La Victoria Libertas Pallacanestro, in effetti, con lo storico abbinamento al marchio Scavolini a far data 1975, scala velocemente le classifiche nazionali, e se nei primi tre anni vivacchia in serie B, ecco che la promozione nella massima serie del 1978 apre un’era destinata a durare a lungo e a produrre frutti copiosi. Pesaro giunge subito ai quarti di finale di Coppa Korac, eliminata nel girone dal Bosna Sarajevo, per poi nel 1981 chiudere al quarto posto la stagione regolare perdendo ai quarti di finale play-off con le “V“nere bolognesi, e l’anno dopo, con l’innesto in regia di un fuoriclasse del calibro di Dragan Kicanovic e l’avvento in panchina di Petar Skansi, addirittura dominare le trenta giornate di campionato arrampicandosi alla finale scudetto che la vede infine cedere, seppur favorita nei pronostici della vigilia, all’Olimpia Milano.

Il secondo posto definitivo in campionato relega la Scavolini, per la stagione 1982/1983, alla partecipazione in Coppa delle Coppe, che storicamente è terreno di caccia per le squadre italiane se è vero che da quando la manifestazione ha emesso il primo vagito, nel 1967 con la vittoria dell’Ignis Varese, ha visto trionfare, appunto, Napoli nel 1970, Milano e Cantù spartirsi ben sette successi tra il 1971 e 1981, e Varese imporsi ancora nel 1980. L’ultima edizione ha sorriso al Cibona Zagabria, che ha battuto nella finale di Bruxelles il Real Madrid, 96-95 ai tempi supplementari grazie a 34 punti di Andro Knego e 22 punti dell’immenso Kresimir Cosic, giunto all’ultima grande recita di una carriera monumentale, ed è proprio con le rappresentanti di Jugoslavia e Spagna, in questo caso Olimpia Lubiana e Barcellona, che Pesaro sembra principalmente destinata a confrontarsi, con i francesi del Villeurbanne, gli olandesi del Den Bosch e i sovietici dello Stroitel Kiev a vestire i panni delle outsiders.

Skansi a dettare gli schemi dalla panchina e Kicanovic a metterli in pratica in campo, dunque, sono le colonne portanti di una squadra che ha reclutato in estate un secondo jugoslavo, il centro Zeljko Jerkov, da affiancare all’italo-americano Mike Silvester, non aggraziatissimo nella dinamica di tiro ma mortifero quando c’è da infilare a canestro dalla distanza, a Domenico Zampolini che nel 1981 è stato acquistato da Rimini per l’astronomica cifra di un miliardo di lire, e a quel Walter Magnifico che universalmente è annoverato tra i più grandi giocatori della storia del basket italiano. E con il validissimo contributo di Giuseppe Ponzoni e Amos Benevelli, unici ad esserci quando Pesaro era ancora in serie B, di Alessandro Boni che è uno dei talenti in divenire della pallacanestro tricolore, e di Massimo Bini e Gianluca Del Monte, la Scavolini è pronta a dare l’assalto all’Europa in una stagione che in campionato, ancora, regalerà la delusione di una sconfitta nelle semifinali play-off con quella Milano ormai vera e propria bestia nera della squadra marchigiana.

Ma torniamo alla Coppa delle Coppe, che già in partenza si priva della presenza dei sovietici dello Stroitel Kiev, che danno forfeit lasciando via libera ai magiari del Soproni Budapest. Olimpia Lubiana e Barcellona sono direttamente ammesse ai due gironi dei quarti di finale, a cui accedono anche Den Bosch e Villeurbanne, che hanno vita facile con gli inglesi del Solent Stars Sounthampton e con gli svedesi del Solna, gli israeliani dell’Hapoel Ramat Gan, che hanno la meglio dei greci del Paok Salonicco grazie alle prodezze in attacco di Cliff Pondexter, che proprio un anno dopo sbarcherà a Pesaro, e i cecoslovacchi dell’Inter Bratislava, che in casa rimontano il -10 sofferto in Austria contro il Klosterneuburg mandando in doppia cifra tutto il quintetto base. La Scavolini, dal canto suo, debutta contro gli svizzeri del Lugano, e risolve la pratica già nel match di andata in trasferta, 114-95 con 41 punti di un incontenibile Ponzoni, bissando poi al Palas di Viale dei Partigiani, 104-76 con Ponzoni ancora sugli scudi con 22 punti, ben assistito da Kicanovic che ne mette 20, volando a vele spiegate ai quarti di finale.

Dove la squadra di Skansi si trova a dover fare i conti con Barcellona, Den Bosch ed Hapoel Ramat Gan, ed è proprio con un successo di misura in Israele, 105-103 grazie a 32 punti di Kicanovic e 26 di Sylvester, che la Scavolini intraprende la strada che nelle speranze del popolo pesarese deve condurre, almeno, alle semifinali. La sconfitta in Olanda contro il Den Bosch, 67-72 con i 28 punti di Dave Lawrence a vanificare i 43 punti della coppia Kicanovic/Jerkov, pone già i marchigiani nelle condizioni di non fallire il match casalingo con il Barcellona, ed in effetti, con un “hangar“, la muraglia del tifo biancorosso, rigurgitante passione cestistica, Kicanovic, 27 punti, Ponzoni, 25 punti, e Zampolini, 18 punti, fanno appieno il loro dovere sconfiggendo i catalani, 103-93, che hanno i soliti San Epifanio, 37 punti, e Sibilio, 28 punti, ispiratissimi ma troppo soli per pensare di farla franca.

Le prime tre partite di girone, dunque, tagliano di fatto fuori gli israeliani dell’Hapoel Ramat Gan, che hanno collezionato tre sconfitte, nel mentre Barcellona, Scavolini e Den Bosch, come le attese della vigilia avevano prospettato, vanno a giocarsi i due posti utili per le semifinali, con la squadra di Skansi che ha il calendario dalla sua dovendo affrontare olandese ed israeliani davanti al pubblico di casa: due vittorie sarebbero sufficienti per garantirsi l’accesso al turno successivo. E con l’Hapoel Ramat Gan i biancorossi non hanno alcuna difficoltà ad imporsi, 102-87, beneficiando della serata di grazia di Amos Benevelli, che firma 30 punti, e della consueta classe di Kicanovic, che distribuisce assist e segna a sua volta 28 punti, per poi, approfittando delle due sconfitte consecutive del Barcellona in Olanda ed Israele, assicurarsi la qualificazione con un turno di anticipo battendo anche il Den Bosch, altrettanto nettamente, 95-82 con 31 punti di Sylvester e 26 di Zampolini, rendendo indolore la sconfitta all’ultimo turno al Palau Blaugrana, 92-122, contro un Barcellona condannato invece ad una cocente e prematura eliminazione.

Scavolini e Den Bosch, dunque, vanno a comporre la metà del quartetto di semifinale per il girone A, mentre il girone B elegge il Villeurbanne, dominatore con cinque vittorie in sei partite, e l’Olimpia Lubiana, che sopravanza l’Inter Bratislava, quali altre due squadre destinate a contendersi la Coppa delle Coppe. E visto che vale l’incrocio prima contro seconda e viceversa, ecco che Pesaro, che ha chiuso il girone in testa grazie al quoziente canestri favorevole, +5 contro il -16 degli olandesi, si trova ad affrontare proprio gli jugoslavi in una sfida giudicata con la formula dell’andata e ritorno, con il primo match a disputarsi in Italia, e Villeurbanne e Den Bosch invece protagoniste della seconda semifinale.

Ad onor del vero, la Scavolini si rivela un avversario troppo più forte per l’Olimpia Lubiana, che già nel primo tempo di Pesaro, chiuso sul 49-33 per i biancorossi, è costretta a dover rincorrere un passivo pesante. Kicanovic e Zampolini sono i più puntuali in fase offensiva, segnando entrambi 22 punti, ma se Benevelli e Sylvester non fanno mancare il loro apporto aggiungendo 17 e 13 punti, Jerkov e Magnifico fanno buona guardia sotto i tabelloni e Ponzoni aggiunge punti importanti. Insomma, Skansi ha una squadra completa, e la Scavolini, con il 97-78 finale, può guardare con ottimismo al ritorno in Jugoslavia che si rivela, altrettanto, un match dominato dal primo all’ultimo minuto. Finisce 107-92 con Zampolini ancora nei panni del bombardiere con 29 punti e Sylvester suo fedele assistente con 20 punti, contribuendo a schiudere le porte della prima finale europea della formazione marchigiana.

Al Palacio Municipal de Deportes di Palma di Maiorca, il 9 marzo 1983, ad attendere la Scavolini ci sono i francesi del Villeurbanne, che hanno fatto fuori il Den Bosch vincendo di stretta misura in casa, 88-83 con 26 punti di Philip Szanyel, ed eludendo al ritorno il tentativo olandese di far valere il fattore campo, 81-76 con 45 punti firmati dalla coppia americana formata da Lawrence Boston e Lloyd Batts. Alain Gilles, bandiera della squadra lionese per la quale difende i colori dal 1965 risultandone per anni il cannoniere-principe, eletto miglior giocatore della storia della pallacanestro transalpina tanto da venir chiamato “monsieur basket“, veste i panni dell’allenatore-giocatore e se è in campo nel quintetto iniziale, accanto a lui si esibiscono due statunitensi di buon lignaggio come, appunto, Boston e Batts, che l’anno prima giocava a Caserta, Sznayiel che per la stagione in corso è stato eletto MVP del campionato francese, e Lionel Rigo, uno che quando c’è da bucare la retina non si fa certo pregare. Sugli spalti non c’è il pubblico delle grandi occasioni, come magari sarebbe accaduto se in finale fosse giunto il Barcellona, ma il sostegno garantito da un nutrito plotone di tifosi della Scavolini giunti da Pesaro, circa 300 e tutti vestiti di biancorosso, è chiassoso e quei fortunati stanno per esser testimoni di una prima volta difficile da dimenticare.

La squadra di Skansi, in effetti, è padrona del campo fin dalla palla a due, con la regia illuminata di Kicanovic, seppur sofferente ad un ginocchio, Zampolini e Magnifico che fanno valere peso ed altezza, Jerkov che si appiccica a Boston e Sylvester che si prende cura di Batts, un felino difficile da contenere. Il Villeurbanne risponde con la difesa a zona, ed appena i tiratori pesaresi ne prendono le misura, ecco che Kica e Mike iniziano ad infilare la retina con percentuali impressionanti, risultando a fine partita i top-scorer della serata con 31 (13 su 17 al tiro) e 24 punti (12 su 16). Al quinto minuto la Scavolini allunga sul 16-10, e se l’inerzia della sfida è tutta dalla parte dei pesaresi, il Villeurbanne non si arrende, affidandosi all’orgoglio, combattendo con tenacia, registrando il tiro con Boston e Batts che in coppia firmano 44 punti e provando a sfruttare la solita, magistrale partita di Szanyiel che con 26 punti conferma, davvero, di essere il numero 1 di Francia facendo ammattire Magnifico, che “Pero” dirotta su Boston prima di sostituirlo con Ponzoni. Pesaro dunque allunga, anche sul 38-28, ma Villeurbanne, che ha il “nero” Saint-Ange Vebobe già gravato di quattro falli a metà primo tempo, ricuce, ed all’intervallo il punteggio è ancora in equilibrio, 52-50 per la squadra di Skansi.

Il divario tra le due avversarie, nondimeno, è evidente, e se la Scavolini attende solo il momento di piazzare l’allungo decisivo, Villeurbanne non ha una panchina all’altezza, trovando nel solo Lionel Rigo, che infila otto canestri consecutivi mettendo infine a referto 19 punti, un cambio in grado di dare sostegno al quintetto di partenza. Sono ancora Kicanovic e Sylvester a produrre il parziale decisivo che a metà secondo tempo permette alla Scavolini di scrollarsi di dosso i francesi, che altro non hanno che sperare che il vecchio Gilles, ormai 38enne, abbia la riserve per un ultimo sussulto. Cosa che non è, perché Zampolini e Magnifico, pur a corrente alternata, ci mettono del loro, Jerkov segna 23 punti e Ponzoni infila canestri importanti, e quando al ventottesimo minuto il tabellone segna 81-71, netta è la sensazione che il trofeo stia prendendo la strada delle Marche. La Scavolini guadagna un massimo vantaggio di 15 punti, e nei minuti finali, con il Villeurbanne che non ha più le forze e neppure il morale per tentare un ultimo, disperato recupero, può pensare a quel che avverrà alla sirena.

Già, perché il 111-99 finale non ammette repliche, la Scavolini sale sul tetto d’Europa come non le era mai capitato prima e come mai le ricapiterà più, e la sensazione di felicità, da lassù, è davvero inebriante. Il resto è festa, grande.