ELGIN BAYLOR, IL PERDENTE DI SUCCESSO NELLA STORIA DELLA NBA

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Elgin Baylor al tiro contro i Celtics – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel Calcio, la consacrazione per un giocatore avviene con la conquista del titolo di Campione del Mondo, ciò nondimeno questo non vuol dire che non si possa essere stati dei fuoriclasse in carriera anche senza detto trofeo, e gli esempi più eclatanti riguardano fuoriclasse assoluti come Johan Cruijff – che almeno una Finale l’ha disputata, pur perdendola – ed Alfredo Di Stefano, che, viceversa, non è neppure mai sceso in campo in una fase finale di un Mondiale, così come, in tempi recenti, sta accadendo a Lionel Messi, il quale ha un’ultima opportunità l’anno venturo in Russia.

A scusante, vi è il fatto che i Mondiali si disputano solo una volta ogni quattro anni e, pertanto, un po’ come per i nuotatori, i ginnasti ed i praticanti atletica leggera per quanto attiene all’Oro olimpico, le occasioni sono molto meno frequenti rispetto, per ciò che riguarda la nostra storia odierna, alla possibilità di conquistare il titolo di campione nel Basket professionistico americano, che viceversa si assegna a cadenza annuale.

Immaginate poi quale possa essere il livello di frustrazione se, in 13 anni di militanza nella NBA, in una franchigia di spessore quale i Los Angeles Lakers, giungi all’atto conclusivo in ben 8 circostanze, nelle quali ti laurei Campione della Western Conference, solo per venire puntualmente sconfitto dai rivali della costa orientale.

Chi mastica di Basket NBA, ha senz’altro capito che il periodo di riferimento non può che essere quello degli anni ’60, dove a dominare la scena del palcoscenico professionistico americano sono i Boston Celtics di Red Auerbach e Bill Russell, mentre il personaggio in questione è uno dei più devastanti nella Storia della NBA, essendo stato, nel ricordato lasso di tempo della sua attività, inserito per 10 volte nel primo quintetto annuale ed in 11 occasioni selezionato per lo “All Star Game”, incontro che mette di fronte, a metà febbraio, le stelle delle rispettive Conference.

Trattasi, i più smaliziati lo avranno già capito, di Elgin Baylor, nato a Washington a metà settembre 1934, il quale viene scelto come numero1 assoluto al Draft del 1958 dai Minneapolis Lakers, proveniente dall’Università di Seattle, a conclusione di tre anni di College (di cui il primo ad Idaho) in cui mette a segno una media di 31,3 punti a partita.

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Elgin Baylor a Seattle – da gettyimages.it

Con un fisico di m.1,96 per 102kg., Baylor ricopre il ruolo di ala piccola e, per Minneapolis, finiti i “Giorni di Gloria” legati a George Mikan, prima grande stella del basket NBA, lo si ritiene l’uomo giusto in grado di rivitalizzare una squadra che ha  concluso la precedente stagione con un deludente record di 19-53, il peggiore di tutta la Lega.

L’innesto di Baylor paga immediatamente, visto che il 24enne si impone all’attenzione generale confermando le qualità già messe in mostra al College, con 24,9 punti e 15,0 rimbalzi di media a partita, tanto da aggiudicarsi senza discussioni il titolo di “Rookie of the Year” (“Matricola dell’Anno”) e condurre i Lakers al miglioramento del proprio livello (33-39) nella stagione regolare, per poi dare il meglio di sé nei playoff, dove Minneapolis conquista il titolo della Western Division superando 4-2 i St. Louis Hawks del leggendario Bob Pettit.

Memorabili le sfide tra i due in gara-5, dove Minneapolis ribalta lo svantaggio del fattore campo, andando a vincere 98-97 al supplementare sul parquet avversario in un incontro dove sia Pettit che Baylor mettono a referto 36 punti, così come nella decisiva gara-6, vinta 106-104 dai Lakers, sono i 33 punti della matricola a fare la differenza.

La prima Finale NBA per Baylor lo vede opposto, come ricordato, ai Boston Celtics, reduci, nei due anni precedenti, da altrettante sfide contro St. Louis (vittoria 4-3 nel ’57 e sconfitta 2-4 nel ’58) e la voglia di riscatto dei biancoverdi è talmente evidente che i Lakers vengono spazzati via per 4-0, con Russell a dominare sotto i tabelloni con quasi 30 rimbalzi di media a partita, una battaglia impari a cui, nel suo piccolo, Baylor risponde con medie di 22,8 punti ed 11,8 rimbalzi, non male per un esordiente.

Quello di arrivare sempre ad un passo dal successo, è, peraltro, un fardello che Baylor si porta dietro anche dal College, visto che nel suo ultimo anno aveva condotto Seattle alle “Final Four” del Torneo NCAA solo per essere sconfitto in Finale per 84-72 da Kentucky, una maledizione che lo accompagna anche per tutta la carriera professionistica.

Le due successive stagioni vedono l’importante trasferimento della franchigia da Minneapolis a Los Angeles a far tempo dall’estate ’60, mentre i Lakers perdono le due Finali della Western Division, in entrambi i casi per 3-4 al termine di autentiche battaglie contro St. Louis, i quali soccombono poi nella Finale assoluta di fronte ai pressoché invincibili Celtics, anche se la notizia più importante per Baylor è l’inserimento nel quintetto base della seconda scelta al Draft ’60, vale a dire la guardia Jerry West, proveniente dall’Università di West Virginia.

Quello che queste due autentiche “bocche da fuoco” (considerando il fatto che all’epoca non vi era ancora il tiro da 3 punti) riescono a mettere insieme nei successivi quattro anni ha dell’impensabile, ma altrettanto incredibile resta il fatto che, nonostante la presenza di queste due stelle di assoluta grandezza, il titolo prenda comunque sempre la strada del Boston Garden.

I crudi numeri spesso non rendono l’idea di ciò che si verifica realmente sul parquet, ma in questo caso pensiamo siano più che sufficienti a confermare quanto appena detto, ed allora andiamo a sciorinare le prestazioni dei soggetti in questione nel citato quadriennio – 1962, Baylor 38,3 punti e West 30,8 di media per un totale di 69,1 sui 118,5 di squadra; 1963, Baylor 34,0 e West 27,1 per un totale di 61,1 sui 115,5 punti di media dei Lakers; 1964, Baylor 25,4 e West 28,7 per un totale di 54,1 sui 109,7 punti di media del quintetto, e 1965, Baylor 27,1 e West 31,0 per un totale di 58,1 sui 111,9 punti di media di Los Angeles – prestazioni che non restano fine a sé stesse, ma che proiettano i Lakers ai vertici della Lega.

Il 1962, difatti, vede i Lakers concludere la “Regular Season” con un record di 54-26 (secondi solo al 60-20 di Boston) che li porta alla Finale contro i Celtics in cui, per due volte riescono a violare il Boston Garden – 129-122 in gara-2 (con 40 punti di West) e 126-121 in gara-5 che porta la serie sul 3-2 in loro favore – accarezzando il sogno di conquistare il prestigioso anello.

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Baylor in azione al Boston Garden nella gara-5 dei 61 punti – da pinterest.com

Proprio l’andamento di gara-5 è la testimonianza lampante di cosa potesse rappresentare Baylor per un quintetto NBA, visto che la conclude con uno “score personale” di ben 61 punti (!!) – che è a tutt’oggi il massimo punteggio realizzato in una gara di playoff – con l’aggiunta di 22 rimbalzi, una prestazione mostruosa di fronte alla quale si deve inchinare anche “Sua Maestà” Bill Russell.

Purtroppo, però, la maggior esperienza ed il gioco di squadra dei Celtics anche stavolta hanno la meglio, riprendendosi il vantaggio del fattore campo espugnando il parquet californiano in gara-6 con un autorevole 119-105 (a dispetto dei 34 punti a testa di Baylor e West) per poi concludere la serie con una palpitante sfida al Boston Garden che i padroni di casa si aggiudicano per 110-107 al supplementare, nonostante che Baylor realizzi 41 punti (con 22 rimbalzi …) e West 35 – che rappresentano in due il 71% del bottino complessivo dei Lakers – a dimostrazione come negli sport di squadra, spesso il valore dei singoli non risulti sufficiente a conquistare trofei.

Sconfitti in Finale 2-4 nel ’63 ed 1-4 nel ’65, sempre dai Celtics – mentre nel ’64 Los Angeles viene eliminata al primo turno dai St. Louis Hawks – la disputa del titolo “all’ultimo tiro” si ripete nel ’66, stagione in cui Baylor salta per infortunio parte della stagione regolare – conclusa con medie per lui modeste di 16,6 punti e 9,6 rimbalzi a partita – per poi riproporsi al meglio della condizione nella decisiva fase finale, in cui i suoi 28,6 punti e 13,1 rimbalzi di media risultano determinanti, unitamente, per quanto ovvio, ai 34,6 punti di West, per avere la meglio 4-3 su St. Louis nella Finale di Division.

Per la quinta volta opposto in Finale ai Boston Celtics, la maledizione che accompagna Baylor sembra avere tranquillamente la meglio allorché, dopo che i Lakers espugnano il Boston Garden in gara-1 per 133-129 al supplementare (41 messi a referto da West e 36 da Baylor, tanto per gradire …), Russell & Co. restituiscono il favore nei successivi tre incontri, affermandosi in California sia in gara-3 con un netto 120-106 che in gara-4 con un più combattuto 122-117, portando la serie sul 3-1 e la possibilità di chiuderla al Garden due giorni dopo, il 24 aprile ’66.

Sull’orlo della disfatta, i Lakers vengono salvati proprio da Baylor, al quale evidentemente gara-5 in casa dei rivali dà uno stimolo particolare, e memore dei 61 punti realizzati quattro anni prima, stavolta si “limita” a soli 41, impreziositi da 16 rimbalzi, per il 121-117 a favore dei Lakers che allunga la serie, portata poi sino a gara-7 con il convincente successo casalingo per 123-115.

In una affascinante sfida in cui gli attacchi hanno furoreggiato – le tre gare vinte a testa hanno sempre visto la squadra che ha avuto la meglio superare quota 120 punti – il vecchio Red Auerbach, al suo ultimo titolo da allenatore, intuisce come occorra limitare la potenza offensiva dei Lakers, segnatamente nel micidiale duo Baylor/West, ed ecco che la battaglia decisiva si gioca con la difesa dei Celtics a togliere spazi con marcature asfissianti che vedono il match portarsi sul 27-20 a fine primo quarto, 53-38 (!!) all’intervallo lungo e 76-60 a chiusura del terzo parziale, cui il disperato tentativo di rimonta dei Lakers serve solo a rendere ancora più amaro l’ennesimo calice che tocca loro, con il finale di 95-93 a sancire l’ottavo titolo consecutivo da parte dei Boston …!!.

L’anno seguente, in cui per la prima volta dopo 10 stagioni consecutive i Boston Celtics non giungono all’atto conclusivo, sconfitti 4-1 dai Philadelphia 76ers di Wilt Chamberlain nella Finale della Eastern Division, i Lakers subiscono stessa sorte contro i San Francisco Warriors, a loro volta poi battuti dai Sixers nella sfida per l’anello, ma una delle più accese rivalità nella storia del Basket Usa – e che poi avrà modo di riproporsi negli ’80 con le epiche sfide tra Larry Bird da una parte e Magic Johnson dall’altra – va nuovamente in scena per l’aggiudicazione dei titoli del 1968 e ’69, con la novità, in casa Celtics, di Bill Russell nella doppia veste di allenatore/giocatore.

E se la sconfitta del ’68, con la serie chiusa sul 4-2 per Boston grazie ad un roboante successo per 124-109 in gara-6 sul parquet californiano con John Havlicek autore di 40 punti, rientra, tutto sommato, nella logica delle cose, quel che avviene l’anno seguente è roba da far perdere il sonno a qualunque fan dei Lakers.

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Baylor, Chamberlain e West – da prohoopshistory.net

Nell’estate ’68, difatti, i Lakers si assicurano i servigi di Wilt Chamberlain, strappato ai Philadelphia 76ers – contro il quale Baylor aveva dato vita ad epiche sfide, 8.12.’61, Lakers 151 (Baylor 63 punti) – Warriors 147 (Chamberlain 78 punti), 29.12.’61, Warriors 123 (Chamberlain 60) – Lakers 118 (Baylor ’52) e 14.12.’62, Lakers 120 (Baylor 51 punti) – Warriors 118 (Chamberlain 63) – l’unico centro in grado di limitare lo strapotere di Russell a rimbalzo e, con questo “tris d’assi” a disposizione, è opinione comune che Los Angeles, per il secondo anno allenati da Van Breda Kolff, possano riuscire nella titanica impresa di sfilare l’anello dalle dita degli odiati rivali, i quali, a propria volta, disputano una delle loro peggiori stagioni, conclusa al quarto posto della Eastern Division, con un record di 48-34 che non dà loro, stavolta, il vantaggio del fattore campo.

Ma, degni della miglior Araba Fenice, i Celtics non muoiono mai, risorgendo nella “post season” per andare a disputare la dodicesima finale in 13 anni per quella che rimane, senza ombra di dubbio, la più devastante dinastia nella storia dell’NBA, preparandosi così alla loro ultima battaglia a conclusione di un ciclo irripetibile.

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro, i Lakers sfruttano appieno tale circostanza imponendosi nei rispettivi incontri casalinghi, cosa che, del resto, fanno anche i Celtics al Boston Garden – sia pur basandosi più sulla difesa come dimostrano l’89-88 di gara-4, frutto di una rimonta nell’ultimo periodo e di una pessima giornata di Baylor al tiro, ed il 99-90 di gara-6 – rimandando la decisione al settimo e decisivo incontro in California.

Al Forum di Inglewood, quel 5 maggio ’69, il proprietario dei Lakers, Jack Kent Cooke compie la più grossa sciocchezza che un dirigente possa fare, vale a dire di “vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, predisponendo i preparativi per la festa per la riconquista del titolo attraverso un programma stampato e collocato sulle poltrone degli spettatori prima della gara.

Ovviamente, tale programma capita nelle mani dei giocatori di Boston che ne prendono visione durante il riscaldamento pre-gara e se c’è una cosa al mondo che non va stuzzicata, questa è proprio il celebre “Orgoglio dei Celtics”, i quali entrano sul parquet con una grinta e determinazione mai vista durante l’intera stagione, il che li porta a condurre 59-56 a metà gara ed addirittura 91-76 alla fine del terzo periodo, chiuso con un parziale di 32-20 a loro favore.

Le energie spese portano ad un calo fisiologico nell’ultimo quarto, in cui Chamberlain dapprima commette il suo quinto fallo (nella NBA si esce a quota sei …) e quindi subisce un leggero infortunio al ginocchio che lo relega in panchina, ma ciò nonostante i Lakers rimontano con la forza della disperazione sino al 102-103 ad 1’33” dal termine, con Van Breda Kolff a negare a Chamberlain la richiesta di rientrare sul parquet, momento in cui Don Nelson azzecca un tiro dalla lunga distanza sul filo dei 24” per il nuovo strappo a 105-102 dei Celtics, che poi si portano sul 108-104 e quindi chiudere la contesa sul 108-106 finale, tra l’incredulità degli attoniti spettatori di fede gialloviola.

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Russell festeggia il trionfo al Forum – da espn.com

Stagione degli addii, in quanto Russell lascia l’attività agonistica, Van Breda Kolff viene messo sul banco degli imputati, avendo “rovinato la festa” al proprietario, con conseguente direzione Detroit e rimpiazzato da John Mullaney, proveniente dall’Università di Providence, ed i Celtics subiscono il cambio generazionale non qualificandosi per la prima volta da tempo immemore ai playoff ’70.

I Lakers, dal canto loro, dopo aver realizzato il secondo miglior record della Western Division con 46-36, si qualificano per la Finale con un perentorio 4-0 nei confronti degli Atlanta Hawks, dove ad attenderli sono i New York Knicks di Willis Reed, Walt Frazier e Bill Bradley, capaci di stampare un 60-22 in “Regular Season” da paura.

In quella che passa alla storia come la “Willis Reed Final”, succede difatti che il poderoso centro newyorkese si infortuni dopo solo 8’ di gioco durante gara-5 al “Madison Square Garden”, match che i suoi compagni riescono comunque a portare a casa sul 107-100 con una straordinaria rimonta nel secondo tempo (erano sotto 40-53 all’intervallo), ma la gravità del problema muscolare alla coscia di Willis fa sì che non possa scendere in campo al Forum, consentendo a Chamberlain di spadroneggiare con 45 punti e 27 rimbalzi per il 135-113 finale che rimanda l’assegnazione del titolo a gara-7, ancora al Madison.

Incontro che si decide prima ancora di cominciare, in quanto l’entrata in campo di Reed, ancorché menomato per la vistosa fasciatura alla coscia, con le sue prime due conclusioni andate entrambe a canestro per i suoi soli 4 punti della serata, hanno l’effetto di surriscaldare l’ambiente e di fornire ai Knicks la carica per annientare i Lakers nei primo due quarti, costruendo un vantaggio di ben 27 punti (69-42) impossibile da colmare, per concludere la sfida sul 113-99 per il primo titolo newyorkese della storia.

Per Baylor, che dal termine della stagione ’65, come ricordato, deve convivere con dei fastidiosi problemi al ginocchio, è la fine del sogno di potersi laureare campione NBA, con il poco invidiabile record di aver perso ben 8 Finali, ritirandosi a fine ottobre ’71, dopo la sconfitta per 105-109 subita contro i Golden State Warriors, avendo accumulato 23.149 punti con una media di 27,4 per gara in stagione regolare – al 29esimo posto assoluto, ma al terzo per media punti, superato solo da Michael Jordan e Chamberlain a quota 30,1 – ed 11.463 rimbalzi, con una media di 13,5 per gara.

Questa è la storia, costituita da numeri, risultati e statistiche, ma contano anche i giudizi ed ecco allora Bill Sharman, che contro Baylor ha giocato e lo ha poi allenato nelle sue ultime due sfortunate stagioni ai Lakers, sostenere come “si può affermare senza riserve come Baylor sia stato il più grande tiratore dall’angolo che abbia mai giocato a basket professionistico”, una sentenza alla quale fa eco il suo fedele compagno Jerry West, il quale ribadisce come “Baylor sia stato uno dei più spettacolari tiratori che questo sport abbia mai conosciuto, e quando sento fare paragoni con i tiratori dei nostri giorni non riesco a trovare uno in grado di competere con lui …!!”.

Peccato solo che i giudizi ed i complimenti non portino trofei e, se volete sapere come è andata a finire la stagione 1971-’72, in cui Baylor si ritira a fine ottobre ’71, la stessa, diremmo quasi ovviamente, si conclude con il successo dei Los Angeles Lakers che si prendono la rivincita sui New York Knicks, sconfitti 4-1, a sentenziare come, oltre al danno, vi si aggiunga anche la beffa…

 

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SWEN NATER, LA PRIMA STELLA EUROPEA NEL PIANETA NBA

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Swen Nater – da apiedecancha.es

articolo di Nicola Pucci

In tempo di globalizzazione selvaggia – nell’evoluzione geopolitica così come nell’attività sportiva – forse ci dimentichiamo che non troppo tempo fa il campionato NBA era un pianeta pressochè inesplorato ed inavvicinabile per i giocatori europei. E se Drazen Petrovic e Vlade Divac hanno segnato la strada nel 1989, l’uno a Portland e l’altro a Los Angeles, versante Lakers, è necessario ricordare che un altro ragazzo del continente li anticipò nel 1973, guadagnandosi una scelta del Draft da parte dei Milwaukee Bucks con il numero 16 prima di esser “scambiato” con i Virginia Squires, all’epoca militanti nell’ABA, lega alternativa all’NBA.

Vi chiederete chi sia stato questo pioniere in un’epoca in cui ancora del professionismo americano non si aveva traccia, stante lo status amatoriale dei Giochi Olimpici così come dei Mondiali, unica occasione di confronto tra il basket statunitense e la pallacanestro del resto del mondo? Stiamo parlando di Swen Nater, cestista olandese nato a Den Helder il 14 giugno 1950, e che assurgerà al rango di primo giocatore europeo della storia del basket professionistico americano.

In effetti sono circostanze non proprio invidiabili a far sì che il giovane Nater scopra l’America. Figlio di genitori divorziati, viene allevato insieme alla sorella minore in un orfanotrofio prima di poter volare, all’età di nove anni, di la dall’Oceano per ricongiungersi alla madre Marlene, nel frattempo convolata a nozze con un altro uomo. Grande e grosso com’è, 211 centimetri per 110 chili, Nater non può che dirottarsi verso la pallacanestro, anche perchè negli Usa è quasi inevitabile sposare il culto della palla a spicchi, apprendendo i rudimenti del gioco in un piccolo liceo della California, Stato in cui Swen si è stabilito. I due anni successivi, dal 1968 al 1970, allo Junior College di Cypress, svezzano il ragazzo, che viene notato dal leggendario John Wooden, coach di UCLA, prestigiosa università californiana, che lo precetta, permettendogli di allenarsi a contatto con giocatori del calibro di Bill Walton. Non gioca il torneo NCAA, relegato com’è al ruolo di sostituto del pivot bianco più forte della storia del basket americano, non solo universitario, ma vede la sua squadra conquistare due titoli e il suo apporto è fondamentale nel preparare i compagni, apprendendo altresì i trucchi del mestiere. Tanto da guadagnarsi una chance al Draft del 1973, nondimeno accompagnato dall’etichetta di “pivot fantasma“.

L’11 ottobre 1973 Nater esordisce dunque con Virginia nel campionato professionistico ABA, mettendo a referto 18 punti nella sfida persa 133-96 contro i Carolina Cougars, ma il tempo e le doti giocano a suo favore. Liberato, se è permesso dirlo, della presenza ingombrante di Bill Walton, Nater, che non ha mai calcato un parquet europeo, ha modo di evidenziare le sue capacità sotto i tabelloni, diventando ben presto uno dei migliori nel ruolo di pivot. Gioca 17 partite con Virginia, per poi passare ai San Antonio Spurs e chiudere l’anno con 14.1 punti e 12.6 rimbalzi di media a partita, per poi la stagione dopo vincere la speciale graduatoria riservata ai migliori rimbalzisti con 16.4 palloni catturati a sera. Gioca anche con i New York Nets, assieme ad un certo Julius Erwing, torna ai Virginia Squires e quando nel 1976 l’ABA fallisce, è pronto al salto nel pianeta NBA con la maglia dei Milwaukee Bucks, ex-squadra di Kareem Abdul-Jabbar che nel frattempo, 1975, è passato ai Lakers.

A Milwaukee Nater conferma quanto di buono ha già fatto vedere in ABA, ovvero presenza sotto i tabelloni e buona mano che gli permette di chiudere l’anno con 13.0 punti e 12.0 rimbalzi di media, con la memorabile prestazione del 19 dicembre quando contro Atlanta mette a referto 30 punti e 33 rimbalzi! Rimane nel Wisconsin solo una stagione, ed è un peccato, perchè nel 1977, proprio mentre passa ai Buffalo Braves orfani di un altro grande, Bob McAdoo, a Milwaukee arriva un altro emigrato europeo, il rumeno Ernest Grunfeld con cui Nater avrebbe potuto comporre la prima coppia europea del basket NBA. Passeranno dieci anni e saranno i tedeschi Detlef Schrempf e Uwe Blab a firmare questo record, vestendo insieme la casacca dei Dallas Mavericks.

Poco male, Nater ormai è un fattore dominate, con un’altra stagione in doppia doppia per punti e rimbalzi, 15.5 e 13.2, per poi accasarsi per cinque anni ai San Diego Clippers, diventando di fatto una delle stelle della franchigia. Nel corso della stagione 1979/1980, pur ritrovando Bill Walton, al rientro da un primo infortunio che lo ha tenuto lontano dal parquet per un anno, come compagno di squadra, è il miglior rimbalzista della lega con 15.0 palloni tirati giù a partita, diventando l’unico giocatore della storia a riuscire nell’impresa di dominare la speciale classifica sia in ABA che in NBA, e l’anno dopo con 15.6 punti a partita produce la miglior stagione offensiva della sua carriera.

Il giocattolo, come spesso accade, si rompe in virtù di un grave infortunio che a dicembre 1981 costringe Nater a rimaner fermo un anno, per poi, una volta tornato attivo, vedersi ancora una volta la strada chiusa da Bill Walton, a sua volta in ripresa dopo due altre stagioni di inattività. Swen chiude la sua carriera NBA con un passaggio fugace ai Los Angeles Lakers dello “showtime” di Magic Johnson, Jabbar e Worthy, battuti in finale dai Boston Celtics di Larry Bird, e si concede un’ultima esperienza cestistica, con l’Australian Udine ed ovviamente in doppia doppia, 17.1 punti e 13.6 rimbalzi a partita che non serviranno ad evitare la retrocessione in serie A2, in quell’Europa da cui era partito e che mai aveva avuto il piacere di vederlo esibire. Già, perchè il destino volle che Swen Nater, olandese, fosse il primo continentale a far divertire gli americani.

 

CLYDE DREXLER, COSI’ SPETTACOLARE DA NON VINCERE (QUASI) MAI …

 

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Drexler in maglia Portland – da:slamonline.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

La Storia degli Sport, specie per quanto riguarda le discipline che contemplano il gioco di squadra, è piena di campioni di livello assoluto che nella loro, pur prestigiosa carriera, non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo che si erano prefissati, come, nella fattispecie che andiamo ad esaminare quest’oggi, è molto spesso accaduto nel Basket professionistico americano, dove stelle di prima grandezza quali Elgin Baylor ed, in tempi più recenti, Patrick Ewing e Charles Barkley, hanno solo sfiorato la conquista dell’ambito “anello”, simbolo della vittoria del titolo NBA.

Non sfugge a tale regola – o, per meglio dire, ci va vicino, perché alla fine vi riesce – anche il protagonista della nostra storia odierna, vale a dire Clyde “The Glide” Drexler, uno dei più spettacolari giocatori che abbiano mai calcato i parquet nei suoi 15 anni di attività nella Lega Professionistica americana, tanto da essere incluso nella lista dei “50 migliori giocatori della Storia della NBA”.

Nato a New Orleans, in Louisiana, nel giugno 1962, Drexler si trasferisce da ragazzo con la famiglia ad Houston, in Texas, iniziando a giocare a basket al Liceo, con apprezzabili risultati, visto che, una volta ottenuta la maturità nel 1980, sono ben tre i college che vogliono assicurarsi i suoi servigi, e determinante nella scelta della “Houston University” è la raccomandazione che di lui fa l’amico d’infanzia Michael Young ad un assistente del celebre coach Guy Lewis – per 30 anni, dal 1956 al 1986, allenatore della squadra – nonché il desiderio di Clyde di non allontanarsi troppo da casa.

Con entrambi gli amici a far parte degli “Houston Cougars”, Drexler modifica la propria posizione in campo da centro come nell’ultimo anno al Liceo ad ala piccola/guardia (misura m.2,01 per 95kg.) a seguito del reclutamento in squadra dell’ala forte Larry Micheaux e del poderoso centro Hakeem Olajuwon, così da comporre un quartetto – con Young a fungere da playmaker – di elevata spettacolarità, il cui gioco offensivo molto spesso si conclude con il violentare la retina a suon di schiacciate, tant’è che nel biennio 1982-’83 viene coniato per loro l’appellativo di “Phi Slama Jama”.

 

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Drexler ai tempi del College con gli Houston Cougars – da:dailydsports.com

 

Non solo spettacolo fine a se stesso, però, in quanto nel 1982 i Cougars giungono alle “Final Four” che, per Drexler hanno un sapore speciale, visto che si svolgono a New Orleans, la sua città natale, traguardo ottenuto nonostante fossero solo la sesta testa di serie della “Midwest region”, non riuscendo però a raggiungere la Finale per il titolo NCAA, in quanto sconfitti 68-63 in semifinale da North Carolina.

Un appuntamento, al quale Houston va molto più vicino l’anno seguente, l’ultimo al College per Drexler, con i suoi Cougars, stavolta testa di serie n.1 del torneo regionale, che raggiungono per la seconda volta consecutiva le “Final Four”, stavolta in programma ad Albuquerque, nel New Mexico, e l’abbinamento in semifinale contro Louisville genera una delle più spettacolari partite della storia, che Houston fa sua con largo margine (94-81) ed in cui Drexler mette a segno 21 punti, impreziositi da 7 rimbalzi e 6 assist, pur se la sua negativa prestazione in Finale contro North Carolina State, condizionata da quattro falli commessi nel primo tempo e conclusa con appena 4 punti, risulta determinante per la sconfitta (52-54) subita.

Con molta probabilità, le immagini di tale contro prestazione devono avere inciso sulle decisioni delle varie franchigie in occasione del successivo Draft per la scelta dei migliori giocatori universitari da parte delle squadre della NBA, in quanto, se è pur vero che Drexler viene selezionato al primo giro, crea stupore che le prime 13 aventi diritto se lo lascino sfuggire – i soli ad essere scusati, nonostante siano coloro che più di ogni altro hanno avuto modo di osservarne le esibizioni, sono gli Houston Rockets che, avendo la prima scelta, si indirizzano su Ralph Sampson, futuro “Hall of Famer” – consentendo così ai Portland Trail Blazers di assicurarsene le prestazioni.

Peraltro, al suo primo anno da “rookie”, le statistiche di Drexler sembrano dare ragione a coloro che non erano eccessivamente convinti delle sue potenzialità, ricevendo solo poco più di 17 minuti di media a gara e partendo solo in tre occasioni nel quintetto iniziale, pur se Portland conclude con un record di 48-36 che le vale l’accesso ai playoff solo per essere eliminata 2-3 al primo turno da Phoenix.

Ben diverso è, al contrario, l’impatto con le stagioni successive, in cui le prestazioni di Drexler salgono di livello, superando i 20 punti di media nel 1987, ’88 ed ’89, stagione, quest’ultima, in cui registra i propri record in carriera, quanto a media punti, sia nella “regular” (27,2) che nella “post season” (27,7) pur predicando nel deserto, visto che Portland si qualifica per i playoff come ultima nella “Western Conference”, venendo spazzata via al primo turno (0-3) dai Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar.

La presenza dei Lakers – in otto stagioni, sulle dieci degli anni ’80, vincitori della “Western Conference” con successivi cinque titoli NBA – è un indubbio stimolo per le ambizioni di Drexler, ma anche un ostacolo qualora la squadra non riesca a crescere accanto a lui, cosa che, fortunatamente, accade nel “triennio d’oro” dei Trail Blazers, dal 1990 al ‘92, sotto la guida del nuovo tecnico Rick Aldman.

Ecco, allora che, come d’incanto, a fianco di Drexler, sempre più leader indiscusso del club, giunge a maturazione l’indiscutibile talento del playmaker Terry Porter, al suo quinto anno tra i Pro, e migliora le proprie prestazioni sotto i tabelloni la batteria dei lunghi, composta da Jerome Kersey, Buck Williams e Kevin Duckworth, che in tre garantiscono oltre 24 rimbalzi di media a partita, nonché una dote di punti superiore ai  15 testa.

Questa rinnovata coesione, fa sì che la stagione ’90 si concluda con Portland a realizzare il terzo miglior record di conference (59-23) che li porta, dopo aver surclassato (3-0) Dallas nel primo turno dei playoff, ad una durissima semifinale contro i San Antonio Spurs, nelle cui file ha finalmente debuttato The Admiral” David Robinson, il quale aveva rinviato di due anni l’ingresso nella NBA per prestare servizio nella Marina Usa, dal che il soprannome di “Ammiraglio”.

Serie infinita, senza esclusione di colpi, con Porter sugli scudi per Portland – soprattutto in gara-5, sul punteggio di 2-2, quando realizza 38 punti nel fondamentale successo per 138-132 al secondo supplementare dopo che San Antonio aveva recuperato da uno svantaggio di 53-72 a metà gara – e che si risolve solo in gara-7, che i Trail Blazers si aggiudicano 108-105 ancora una volta all’overtime, con Drexler a mettere a segno 22 punti (con 13 rimbalzi e 7 assist) e Porter ad aggiungerne altri 36, comprese tre bombe oltre il perimetro.

La buona notizia che i Phoenix Suns di Tom Chambers e Kevin Johnson hanno, nel frattempo, avuto la meglio sugli oramai stagionati Lakers, apre a Portland la strada verso il titolo della “Western Conference”, con Drexler decisivo nel 120-114 di gara-5 con 32 punti, 10 rimbalzi e 4 assist, per poi chiudere la serie sul 4-2 con il successo per 112-109 in Arizona, che vede Drexler e Porter spartirsi la palma di miglior realizzatore con 23 punti a testa.

Portland – che nella sua storia aveva sinora vinto un solo titolo di conference, nel 1977 – torna così a disputare una Finale per il titolo NBA a 13 anni di distanza, sperando di rinverdire i fasti del trionfo per 4-2 contro i Philadelphia 76ers di Julius Erving, dovendosi scontrare con i campioni in carica dei Detroit Pistons, i famosi “Bad Boys” di Chuck Daly, trascinati dalla loro stella Isiah Thomas, cui fanno degno contorno Joe Dumars, Vinnie Johnson, Mark Aguirre ed i “randellatori” Dennis Rodman, James Edwards e Bill Laimbeer.

 

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Drexler in entrata su Thomas nelle Finali ’90 – da:pinterest.com

 

La maggior esperienza dei Pistons fa la differenza, e l’effimera speranza nata con il successo dei Blazers in gara-2 in Michigan per 106-105 all’overtime, con Drexler protagonista assoluto dall’alto dei suoi 33 punti, viene immediatamente cancellata dai tripli successi di Detroit sul parquet di Portland che sanciscono la chiusura della serie sul 4-1 per Thomas & Co., nonostante Drexler abbia fatto di tutto per impedirne la riconferma del titolo, mettendo a referto statistiche che parlano di 26,4 punti, 7,8 rimbalzi e 6,2 assist di media a partita.

Ma lo sport non ammette rimpianti, persa un’occasione si va subito alla ricerca del riscatto nella stagione successiva, che, per Portland risulta una delle migliori della sua storia, quanto meno con riferimento alla “regular season”, conclusa con il miglior record di conference (63-19) e l’invidiabile prospettiva di poter tornare a lottare per il titolo, con il proprio leader sempre più protagonista, con 21,5 punti, 6,7 rimbalzi e 6,0 assist di media a partita.

Portland giunge nuovamente in Finale di Conference, opposta stavolta ai rinnovati Lakers, i quali hanno coperto l’addio di Kareem con l’inserimento in quintetto base del serbo Vlade Divac e di Sam Perkins, prelevato dai Dallas Mavericks, e la serie, con Portland a poter beneficiare del fattore campo, viene ribaltata subito in gara-1, allorché Los Angeles, con uno strepitoso ultimo quarto, chiuso sul 31-14 e trascinata da un James Worthy autore di 28 punti, espugna il parquet avversario per 111-106, per poi chiudere la serie sul 4-2 resistendo – in gara-6 al Forum di Inglewood – al disperato tentativo di Drexler e Porter (autori di 47 punti in due) di prolungarla, con il 96-95 conclusivo.

Un brutto colpo, per Portland, che nel frattempo ha potenziato il “roster” con l’inserimento di Cliff Robinson quale “sesto uomo”, ma dal quale si riprende confermandosi la formazione leader ad Ovest in virtù del record di 57-25 con cui conclude la stagione 1992 per poi potersi riscattare nel primo turno dei playoff che li vede abbinati proprio ai Lakers, oramai ombra di loro stessi, avendo perso tutti i leader carismatici, ivi compreso Magic Johnson, fermato dalla nota positività al virus HIV.

Non rappresenta quindi, per i Blazers, venire a capo della serie, vinta 3-1, così come avviene al secondo turno contro i Phoenix Suns, eliminati in cinque partite, mentre una maggior resistenza la oppongono gli Utah Jazz – che da lì a pochi anni domineranno la scena ad Ovest – in cui già inizia a far faville una delle più celebri coppie della storia del basket NBA, fornata da John Stockton e Karl Malone, i quali mantengono la serie sul piano del rispetto del fattore campo, per poi cedere sul parquet amico per 97-105 in gara-6 dove coach Rick Adelman si affida al suo quintetto base, con uniche rotazioni concesse al già citato Robinson ed all’esperto Danny Ainge, due volte campione coi Boston Celtics negli anni ’80.

Il secondo titolo della “western conference” in tre anni – e dopo il quale, sino ad oggi, non ne verranno altri – consente a Drexler di dare un ulteriore assalto all’agognato anello, ma di fronte a lui si para il peggior ostacolo che mai potesse capitargli, avente le sembianze del dominatore della scena del basket mondiale negli anni ’90, vale a dire Michael Jordan con i suoi Chicago Bulls, laureatisi campioni l’anno precedente umiliando 4-1 i Lakers dopo l’affermazione degli stessi in gara-1.

 

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La sfida tra Jordan e Drexler nelle Finali ’92 – da:pinterest.com

 

Ma i fuoriclasse non possono certo temere i confronti, ed il fatto che Drexler e Jordan ricoprano lo stesso ruolo, fa sì che ciò costituisca una “sfida nella sfida” che non manca di esaltare e nobilitare la serie – alla quale Drexler giunge dopo aver fatto registrare medie di 25,0 punti, 6,6 rimbalzi e 6,7 assist a partita nella stagione regolare – che Jordan si incarica di aprire mettendo a referto 39 punti (con 6 su 10 dalla linea dei tre punti) per il  122-89 di gara-1, a cui Drexler replica con i 26 punti di gara-2 (con l’aggiunta di 24 messi a segno da Porter), con cui Portland costruisce il successo per 115-104 all’overtime che ribalta a proprio favore il fattore capo.

Illusione di breve durata, visto che in gara-3 al Memorial Coliseum i Bulls riprendono il comando, nonostante la superba prestazione di Drexler, autore di 32 punti e 9 rimbalzi, ma la panchina corta dei Blazers incide sull’esito del confronto e, dopo aver pareggiato i conti in gara-4 grazie ad un maggior apporto di squadra (Drexler e Kersey 21 punti, Robinson 17 e Porter 14) rispetto al recital di Jordan che realizza 32 punti per il 93-88 conclusivo, il successivo incontro certifica la superiorità del più grande giocatore di ogni tempo, capace di infierire con 46 punti (con il 61% al tiro), con Drexler a dover alzare bandiera bianca pur con i suoi 30 punti messi a referto, per poi cercare, inutilmente, di allungare la serie in gara-6, dove i Blazers costruiscono un vantaggio di 79-64 a fine del terzo parziale, prima di subire l’implacabile rimonta di Chicago che, con un ultimo quarto da 33-14, si aggiudicano la gara per 97-93 e chiudono la serie.

 

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Drexler con il Dream Team ai Gioch ’92 – da:pnterest.com

 

Una delle più avvincenti serie della storia delle Finali NBA si chiude con Jordan a 35,8 punti, 4,8 rimbalzi e 6,5 assist di media, a cui, nel suo “piccolo”, Drexler risponde con medie di 24,8 punti, 7,8 rimbalzi e 5,3 assist a partita, e capirete pertanto come non possano esservi dubbi per Coach Chuck Daly, chiamato a guidare il primo “Dream Team” di professionisti Usa alle Olimpiadi di Barcellona ’92, nel selezionare entrambe le stelle, le quali contribuiscono alla più schiacciante esibizione di superiorità di una Nazionale nella rassegna a cinque cerchi.

Le due successive stagioni nella NBA, con il progressivo invecchiamento della squadra – lo stesso Drexler ha oramai superato la trentina – vedono i Blazers qualificarsi, senza infamia e senza lode, per i playoff, venendo in entrambi i casi estromessi al primo turno, circostanza che pone fine all’esperienza di Aldman alla guida di Portland, sostituito da Peter Carlesimo, proveniente dai College di Seton Hall, ma le cose non migliorano granché, nonostante che a metà stagione Drexler viaggi su medie di 22 punti a partita.

Dopo la disputa dell’All Star Game di metà febbraio ’95 – per il quale Drexler non era stato selezionato dopo sette apparizioni consecutive dal 1988 – la Società, riconoscente al suo leader, accetta la sua richiesta di trasferimento ad un Club in grado di poter competere per il titolo, che l’anno precedente, in concomitanza con il temporaneo ritiro dalle scene di Jordan, era stato appannaggio degli Houston Rockets del suo vecchio compagno di università Hakeem Olajuwon, con cui può così tornare a far coppia …
Giusto il tempo di affinare l’intesa dei bei tempi al College, ed ecco che Houston, che aveva concluso la stagione regolare al sesto posto della “western conference”, cambia decisamente marcia nei playoff, ad iniziare dalla sofferta eliminazione 3-2 degli Utah Jazz al primo turno, grazie al successo esterno per 95-91 in gara-5 con una spettacolare rimonta nell’ultimo quarto, dopo che alla fine del terzo parziale i Rockets erano sotto 64-71, targata dalla fantastica coppia Olajuwon (33 punti e 10 rimbalzi) e Drexler (31 punti e 10 rimbalzi anch’egli).

Essere stati ad un soffio dall’eliminazione al primo turno ed averlo viceversa superato, è l’iniezione di fiducia di cui i Rockets hanno bisogno, anche se sulla loro strada si para un altro tandem di valore assoluto, formato da Charles Barkley e Kevin Johnson, entrambi alla ricerca del primo titolo NBA con i loro Phoenix Suns.

Mai come in questo caso, il detto latino “mors tua, vita mea” si addice a questo scontro, dove qualcuno dovrà purtroppo dare addio ai sogni di gloria, e la bilancia pende nuovamente a favore di Houston ed ancora sulla sirena, visto che, avendo oltretutto lo sfavore del fattore campo, riescono a rovesciare una serie che li vedeva sotto per 1-3, facendo loro gara-7 al termine di una sfida sconsigliata ai deboli di cuore, con i Rockets ad imporsi in Arizona per 115-114, e la “premiata ditta” a mettere a referto 29 punti a testa.

Come colui che si trova a dover raggiungere la cima di una montagna e, contemporaneamente, schivare i sassi che gli piovono addosso, ad Houston per poter aspirare a confermare il titolo occorre ora superare, nel “derby texano”, i leader della “regular season”, vale a dire i San Antonio Spurs, serie in cui, rispetto alla citata “sfida nella sfida” tra Drexler e Jordan delle Finali ’92, il confronto si sposta a più alti livelli di altezza, contrapponendo due dei migliori centri della storia della Lega Professionistica, vale a dire Olajuwon da una parte e Robinson dall’altra.

Una sfida che il nigeriano di origine si aggiudica nettamente, con i suoi 35,3 punti e 12,3 rimbalzi di media nella serie, conclusa sul 4-2 con il successo dei Rockets per 100-95 in gara-6 al Summit di Houston, dopo che le precedenti cinque sfide si erano tutte concluse con successi esterni, circostanza inusuale, ma neppure poi tanto, trattandosi di una serie tra città limitrofe.

 

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Olajuwon e Drexler alle Finali NBA del ’95 – da:gettyimages.it

 

Ed ecco che Drexler può tornare per la terza volta a disputare la Finale per il titolo, con l’handicap dell’età (si va per i 33 …), ma con il doppio vantaggio di non aver di fronte Michael Jordan e. di contro, poter contare sulla straordinaria superiorità fisica di Olajuwon, il quale, trovandosi opposto agli Orlando Magic, ha il compito di “tenere a battesimo” per la sua prima serie di una Finale NBA, un 22enne Shaquille O’Neal.

Non sappiamo quanto la lezione sia servita a “Shaq” per i suoi successi futuri, ma il netto 4-0 con cui si conclude la serie (Olajuwon 32,8 punti, 11,5 rimbalzi e 5,5 assist di media, cui Drexler risponde con medie di 21,5 punti, 9,5 rimbalzi e 6,8 assist a partita), fa sì che il fraterno abbraccio a conclusione di gara-4 tra i due vecchi compagni di college sia una delle immagini più belle da consegnare alla memoria di questo meraviglioso Sport.

Drexler pone fine alla carriera nel ’98, dopo aver raggiunto l’anno prima con i Rockets una nuova Finale di Conference, superati 4-2 dagli Utah Jazz con la “macchina Stockton/Malone” ormai oliata alla perfezione, potendo vantare numeri che ne certificano la grandezza – 22.195 punti (20,4 media/gara), 6.677 rimbalzi (6,1 di media) e 6.125 assist (5,6 di media) in 18 anni di carriera – ma che avrebbero significato poco o niente senza la conquista del titolo NBA nel ’95, grazie al fondamentale contributo di Olajuwon.

Quando si dice come sia importante avere un amico …

 

GEORGE MIKAN, LA PRIMA STELLA NEL FIRMAMENTO DELLA NBA

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George Mikan – da ballislife.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da fare, ogni sport – individuale o di squadra che sia – per entrare nell’immaginario collettivo ha bisogno, sin dall’era pionieristica, di personaggi con cui lo si possa identificare, così è successo per l’americano Johnny Weissmuller (il futuro Tarzan di hollywoodiana memoria) nel nuoto, ed altrettanto al finlandese Paavo Nurmi per l’atletica leggera, piuttosto che ad Alfredo Binda nel ciclismo ed a Giuseppe Meazza nel calcio.

A detta regola non sfugge neppure la neonata Lega Professionistica di Basket americana, Paese che negli anni ’20 e ’30 aveva viceversa celebrato due leggende del baseball quali Babe Ruth e lo sfortunato Lou Gehrig, dominatori nelle rispettive decadi con i New York Yankees, che nell’immediato dopoguerra si identifica con la prima stella di valore assoluto, vale a dire il centro George Mikan, capace di vincere cinque titoli NBA nei primi anni ’50 con la maglia dei Minneapolis Lakers, prima dinastia in tale disciplina.

Mikan, nato a Joliet, nell’Illinois, il 18 giugno 1924, sfrutta le sue enormi potenzialità fisiche – è alto m.2,08 per 111 chili – per emergere in un Sport che, strano a credersi ai giorni nostri, all’epoca era considerato più adatto ai giocatori di media statura, ritenendo i colossi del calibro del nostro personaggio odierno più adatti a discipline quali la Lotta od il Pugilato, in quanto poco agili e sgraziati nei movimenti che il Basket viceversa impone.

Una condizione a cui non sembra sfuggire neppure Mikan, il quale oltretutto sconta anche una leggera zoppia derivante da un grave incidente ad un ginocchio subito da ragazzo che lo costringe a letto per oltre un anno e mezzo, venendo escluso dalla squadra di Basket del proprio liceo e scartato dall’Università di Notre Dame, circostanza che lo fa ripiegare sulla “DePaul University”, dove incontra colui che darà una svolta alla propria carriera da giocatore.

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Mikan a colloquio con Meyer – da playitusa.com

E’ infatti il coach Ray Meyer il primo ad accorgersi delle enormi potenzialità di quel ragazzo intelligente e fisicamente ben piazzato, ma ancora troppo timido e maldestro nell’esecuzione dei fondamentali, sottoponendolo a dure sedute di allenamento per migliorarne la tecnica di tiro e l’abilità a rimbalzo, così da trasformare in pochi mesi Mikan in un giocatore aggressivo e convinto dei propri mezzi, orgoglioso più che vergognarsene della sua altezza (nonché della miopia, che lo porta a gareggiare con gli occhiali …), da cui avrebbe potuto trarre indubbio vantaggio.

Abbinando agli insegnamenti sul parquet anche esercizi tipici del pugilato, lezioni di ballo e salto della corda per migliorarne il più possibile l’agilità e, sul lato dei fondamentali, insistendo affinché fosse in grado di eseguire ganci a canestro con entrambe le mani, Meyer riesce a costruire un centro dalle potenzialità devastanti, capace di dominare il panorama universitario nel biennio 1944-’45 che conclude in entrambi i casi quale “Top Scorer” con medie rispettivamente di 23,9 e 23,1 punti a partita, con l’apice raggiunto al “National Invitation Tournament” del 1945, che DePaul si aggiudica con irrisoria facilità e che vede Mikan votato come l’MVP della rassegna in forza dei 120 punti realizzate nelle tre gare disputate, tra cui spiccano i 53 punti messi a referto nella semifinale contro Rhode Island, curiosamente pari al totale realizzato dagli avversari, visto che l’incontro si conclude sul 97-53 (!!!).

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Mikan riceve il premio di MVP al NIT del 1945 – da gettyimages.it

Con la propria maglia n.99 ritirata dalla DePaul University, per Mikan si schiude la porta del sasket professionistico, in cui entra firmando nell’estate 1946 per i Chicago American Gears dell’allora denominata National Basketball League, con un impatto alquanto positivo per un esordiente, con una media di 16,5 punti a partita ed incrementata a 19,7 nelle tre gare di Playoff che consegnano il titolo alla squadra di Chicago.

Titolo che Mikan conferma anche l’anno successivo, quando però è già passato ai Minneapolis Lakers in modo alquanto rocambolesco, dato che a Maurice White, proprietario dei Gears viene in mente l’idea di costituire una propria Lega dal nome altisonante di “Professional Basketball League of America”, progetto che abortisce dopo appena un mese ed i suoi giocatori vengono ripartiti tra le altre 11 franchigie della NBL, e sorte vuole che a beneficiare dei servigi di Mikan sia il Club di Minneapolis.

Con indosso la maglietta della Società del Minnesota, Mikan ha l’occasione di dividere i compiti in attacco con l’ala grande Jim Pollard, formando un duo devastante che consente al potente centro di chiudere la “regular season” a 21,3 punti di media, per poi incrementare, al solito, il proprio livello realizzativo alla quota di 24,4 nei playoff, conclusi con il successo per 3-1 sui Rochester Royals.

L’anno seguente, un’altra scissione avviene all’interno del non ancora ben allineato basket americano, con le franchigie di Minneapolis, Rochester, Fort Wayne ed Indianapolis ad andare a formare, assieme alle corrispettive di New York, Boston, Philadelphia e Chicago, la “Basketball Association of America” (BAA) che, a distanza di un anno, ingloba anche le restanti compagini della NBL per dar vita alla attuale NBA.

Per Mikan, comunque, questo o quello per me pari son, visto che continua ad imperversare sotto canestro, concludendo la stagione regolare con 28,3 punti di media, pur se i Lakers registrano il secondo miglior record della Lega (44-16) preceduti per una sola vittoria dai Rochester Royals che, nei playoff vengono eliminati per 2-0 grazie al successo di misura (80-79) colto in gara-1 sul parquet avversario, dove Mikan risulta devastante con i suoi 32 punti, cui abbina i 31 di gara-2 dove i Lakers non hanno difficoltà a piegare 67-55 la resistenza dei Royals ed accedere così alla Finale per il titolo contro i Washington Capitols, al tempo allenato da un certo Red Auerbach che farà la storia di questo sport con i Boston Celtics.

La serie, al meglio delle 7 gare, si apre con due successi casalinghi per Minneapolis che poi espugna anche il parquet avversario in gara-3 portandosi ad un passo dal titolo, allorquando, in gara-4, proprio Mikan si rompe il polso, consentendo ai Capitols di ridurre lo svantaggio assicurandosi i successivi incontri casalinghi e quindi tornare a Minneapolis per gara-6 dove Mikan, sceso in campo con un’abbondante fasciatura alla mano, si conferma ancor più devastante con i suoi 29 punti per il 77-56 che consegna ai Lakers il loro secondo titolo consecutivo.

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Il trio di attacco dei Lakers, con Pollard, Mikan e Mikkelsen – da twincities.com

Oramai Mikan è leggenda, e l’ingresso negli anni ’50 non può che confermare la sua indiscussa supremazia nel panorama del basket americano, tanto che per limitarne il dominio sotto canestro la NBA raddoppia le dimensioni della “area dei tre secondi” al fine di tenerlo il più possibile lontano dalla retina, ma ciò che ne accresce ancor più la popolarità è la geniale trovata dei proprietari del Madison Square Garden di New York che, prima di una gara che vede la squadra locale affrontare i Lakers, espongono la classica insegna luminosa tipica degli impianti americani per pubblicizzare un evento e che riporta la scritta “New York Knickerbockers vs. George Mikan”, il che la dice sin troppo lunga in merito al suo strapotere sul parquet.

Con, finalmente, stabilizzata la situazione a livello federale con la creazione della NBA (“National Basketball Association”), la stagione inaugurale della nuova Lega vede Minneapolis e Rochester concludere a braccetto la “regular season” con il medesimo, impressionante record di 51-17, e Mikan guidare ancora da par suo la classifica dei realizzatori con 27,4 punti di media a partita, con un record di 51 punti nella gara, peraltro persa per 77-83, in casa dei Royals, avendo pertanto da solo messo a segno il 66% dei punti della propria squadra.

Ma, mentre Rochester cade a sorpresa nel primo turno dei playoff di fronte a Fort Wayne, Minneapolis si presenta esente da sconfitte all’appuntamento con la serie per il titolo contro i Syracuse Nationals, i quali hanno il vantaggio del fattore campo avendo concluso la stagione regolare con un record di 51-13, immediatamente saltato con il successo dei Lakers in gara-1 per 68-66 grazie ad un’altra straordinaria prestazione di Mikan che, con i suoi 37 punti messi a referto, realizza, come di consueto, più della metà dei punti per la propria squadra, per poi – dopo che i successivi quattro incontri vedono il successo delle formazioni ospitanti, con la serie allungata sul 3-2 – mettere il sigillo al primo titolo NBA della storia con i suoi 40 punti nel 110-95 di gara-6 che conclude la contesa.

E se Mikan continua ad imperversare violentando la retina, tanto che nel successivo torneo 1950-’51 tocca la media di 28,4 punti a partita (la più alta per singola stagione in carriera), per una volta tocca ai Royals avere l’ultima parola, superando Minneapolis 3-1 nella finale della Western Division, nonostante sia sempre il centro dell’Illinois l’ultimo ad arrendersi, con i 32 punti messi a segno nella decisiva gara-4, persa per 75-80, così consentendo a Rochester di assicurarsi l’unico titolo della loro storia, superando 4-3 in Finale i New York Knicks.

Mai sottovalutare l’orgoglio di un campione ferito, ed anche se dalla successiva stagione la NBA introduce la già ricordata variazione del limite dell’area sotto canestro, portandolo da sei a dodici piedi – principalmente su richiesta di Joe Lapchick, coach dei New York Knicks, il quale vive la presenza sul parquet di Mikan come una sorta di nemesi – la sostanza non cambia poiché, se pur il 27enne gigante vede forzatamente ridotta la propria media punti, i suoi Lakers inanellano un tris di titoli consecutivi dal 1952 al 1954, come a dire che, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.

E, visto che dalla stagione precedente la NBA aveva iniziato a registrare anche le statistiche dei rimbalzi, se Mikan perde la leadership come realizzatore – la cui classifica nel ’52 è appannaggio di Paul Arizin dei Philadelphia Warriors con 25,4 punti di media rispetto ai 23,8 dell’occhialuto centro di Minneapolis – lo stesso si afferma nella graduatoria dei rimbalzisti, portando a casa 13,5 rimbalzi di media a partita, confermando detta superiorità anche nel ’53 con 14,4 mentre l’anno successivo i suoi 14,3 rimbalzi di media sono superati da Harry Gallatin, di New York, che ne raccoglie 15,3 suo massimo in carriera per singola stagione.

Dopo queste divagazioni, sempre utili, comunque, a comprendere lo spessore del personaggio, torniamo alle vicende sul parquet, che vedono i Lakers, dopo aver chiuso la stagione regolare con un record di 40-26, prendersi una ghiotta rivincita contro i Royals nella finale della Western Division, restituendo loro il 3-1 subito l’anno prima, per poi affrontare per il titolo proprio i New York Knicks, il cui coach, ricordate, era stato il promotore di quella che in America viene ribattezzata come la “Mikan Rule” (la “regola Mikan”) per cercare di limitarne il rendimento.

La serie è di quelle che passano alla storia, conclusa solo nella decisiva gara-7 dopo che New York, affermandosi per 80-72 in gara-2 a Minneapolis, aveva volto a proprio favore il fattore campo, salvo perderlo immediatamente quando sono i Lakers ad espugnare il Madison Square Garden per 82-77 in gara-3 per poi vedere le squadre di casa avere la meglio, portando la serie sul 3-3 prima dell’ultima e decisiva gara-7 in programma nella più popolosa città del Minnesota.

E, con Mikan leader quanto a rimbalzi in tutti e sette gli incontri disputati, la sfida conclusiva si risolve in un trionfo per i Lakers che dominano la gara, con il loro centro a mettere a referto 22 punti e 19 rimbalzi per l’82-65 che riporta Minneapolis ai vertici della NBA.

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Mikan festeggia uno dei titoli coi Lakers – da croatia.org

Fatto intendere a Lapchick che non può essere una variazione regolamentare a ridurre la devastante impronta che Mikan ha oramai impresso ad uno sport che, anche grazie a lui, sta sempre più prendendo piede negli States, niente di meglio che ribadire il concetto quando le due squadre si ritrovano nuovamente di fronte per le Finali del 1953, pur se Minneapolis era dovuta ricorrere a gara-5 per superare 3-2 Fort Wayne nella finale della Western Division.

Stavolta, i Lakers sembra quasi giochino come il gatto con il topo, concedendo agli avversari di sorprenderli in casa in gara-1 per 96-88 per poi, dopo aver pareggiato i conti in gara-2, prendersi il gusto di andare ad espugnare il Madison Square Garden con tre successi consecutivi, in cui Mikan è protagonista nella gara-4 che risulta quella decisiva, visto il 71-69 con cui si conclude e che lo vede autore di 27 punti, mentre nel 91-84 di gara-5 che chiude la sfida sul 4-1 per Minneapolis si concede n turno di riposo con appena 14 punti a referto.

Con il peso degli anni che inizia a farsi sentire – Mikan va verso i 30, Pollard, di due anni più anziano, li ha già superati – la stagione 1953-’54 vede comunque Minneapolis realizzare il miglior record in “regular season” con 46-26 anche se la media realizzativa del suo poderoso centro scende per l’unica volta al di sotto dei 20 punti, attestandosi a quota 18,1, per poi prepararsi ad affrontare un’altra epica sfida nella finale per il titolo, proprio contro quei Syracuse Nationals contro cui, nel ’50, si era inaugurata la prima stagione NBA.

Una serie durissima, in cui il fattore campo salta come i tappi di spumante a Capodanno, e che vede Syracuse espugnare Minneapolis in gara-2 per portarsi sull’1-1 solo per spronare Mikan a dare il meglio di se stesso nella successiva gara-3, in cui i suoi 30 punti risultano determinanti nel successo per 81-67 che riporta l’inerzia della serie a favore dei Lakers, i quali, dopo essersi assicurati anche gara-5 sul parquet avverso portandosi sul 3-2 con le ultime due sfide davanti al pubblico amico, soccombono in gara-6 per 63-65 nonostante Mikan giochi praticamente da solo, con i suoi 30 punti realizzati, rimandando i festeggiamenti a gara-7 in cui a fare la parte del leone, una volta tanto, sono i suoi compagni, distribuendo tra loro i punti del 87-80 che pone fine alla contesa.

Per il ragazzo timido, introverso e maldestro che aveva varcato la soglia della “DePaul University” dieci anni prima, si tratta della definitiva consacrazione attraverso un percorso che apre una strada nuova nel basket professionistico e che sarà seguito, anche con maggior successo e risalto, visto anche l’interesse successivamente rivolto dai “Media” a tale disciplina, dai vari Bill Russell, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, i quali non potranno peraltro che ringraziare Mikan per il contributo fornito nella crescita del movimento, ed, in particolare, del ruolo di centro nell’economia di squadra.

 

IL DREAM TEAM 2 DI O’NEAL E L’IRIDE IN CANADA NEL 1994

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Il Dream Team 2 – da basketinside.com

articolo di Nicola Pucci

Due anni dopo l’esibizione senza precedenti e mai più replicata di un’impareggiabile parata di stelle ai Giochi di Barcellona del 1992, il mai troppo enfatizzato Dream Team tanto per capirsi, la squadra americana di pallacanestro si presenta all’appello dei Mondiali in Canada del 1994. Campioni leggendari come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, ovviamente, non ci sono più, quindi la nuova versione del Dream Team lascia spazio al nuovo che avanza, che risponde ai nomi di Shaquille O’Neal (22 anni), Alonzo Mourning (24 anni), Shawn Kemp e Larry Johnson (entrambi 25 anni). Accanto alle nuove reclute esercitano, sotto l’occhio attento di coach Don Nelson, campioni a loro volta affermati, quali Dominique Wilkins (34 anni) e Joe Dumars (31 anni), a completare un organico comunque di primissimo livello che comprende anche Reggie Miller, Dan Majerle, Mark Price, Kevin Johnson, Derrick Coleman e Steve Smith.

Si gioca dal 4 al 14 agosto allo Skydome e al Maple Leaf Garden di Toronto e al Coops Coliseum di Hamilton ed in lizza, per un evento che vale anche come torneo di qualificazione olimpica per Atlanta 1996, ci sono 16 Nazionali. Unica assenza di rilievo, l’Italia, mentre sono della partita Russia e Croazia, nate sulle ceneri delle ormai defunte Urss e Jugoslavia, dominatrici dell’edizione argentina del 1990 chiusa con il successo slavo per 92-75.

Il Dream Team 2, battezzato in ricordo dei predecessori “barcellonesi” e con la timida illusione di ripetere quell’exploit, nondimeno è largamente superiore alla concorrenza e già nella prima fase a gironi ha modo di sciorinare basket di eccellente qualità, andando oltre i 100 punti al debutto con la Spagna, 115-100 con 21 punti di Dumars e 20 di Miller, con la Cina, 132-77 con O’Neal top-scorer con 22 punti, e con il Brasile, 105-82 con l’immarcabile O’Neal ancora il migliore con 27 punti. Bis repetita al secondo turno, quando ad arrendersi alla superiorità della squadra di Nelson sono l’Australia, demolita 130-74 con 31 punti di Miller che piazza un 4/4 da due e 5/6 da tre oltre ad 8/8 ai liberi, Portorico, altrettanto impossibilitata a fare match pari 134-83 con O’Neal e Miller che segnano rispettivamente 29 e 28 punti, e la stessa Russia, che si arrende 111-94 e al 10/11 da due di O’Neal che segna ancora 21 punti.

Nel frattempo la kermesse iridata boccia l’ambiziosa Spagna del “vecchio” San Epifanio, del bomber Herreros e di Jordi Villacampa, relegata dalla sorprendente sconfitta di misura con la Cina, 78-76, al girone che assegna i posti dal nono al dodicesimo; la Croazia illustra lo sterminato talento di Dino Radja, che gioca a Boston, Toni Kukoc, scelto da Chicago proprio nell’anno del primo ritiro di Jordan, e Arijan Komazec, stella a Varese; l’Australia ha in Andrew Gaze il miglior tiratore scelto del torneo con 23.9 punti di media a partita; la Russia trascinata da Sergei Bazarevich e la Grecia che ha nei veterani Giannakis e Fassoulas i suoi leader vincono i propri gironi e si presentano all’appuntamento con la fase decisiva con l’ambizione neppure troppo taciuta di salire sul podio.

Al penultimo atto, a giocarsi il titolo mondiale, in effetti arrivano le quattro squadre più attrezzate. Ovviamente gli Stati Uniti, che non hanno trovato ostacoli lungo il loro cammino, la Croazia che ha vinto le sei gare disputate, la Russia che ha ceduto solo agli americani, e la stessa Grecia, che ha superato 74-71 il Canada nel match decisivo per la qualificazione grazie a 28 punti di Christodoulou. E sono proprio gli ellenici a provare a far saltare il banco, affrontando gli Stati Uniti il 13 agosto allo SkyDome di Toronto. Figurarsi. Il Dream Team 2 non conosce incertezza, pur stavolta non superando la soglia dei 100 punti segnati, vincendo facile 97-58 con 14 punti di Miller e 16 rimbalzi di O’Neal, mentre l’altra semifinale ripropone la sfida, seppur con denominazione diversa, della finale di quattro anni prima. Croazia e Russia si affrontano nel sostanziale equilibrio, con Bazarevich che conferma la sua classe segnando 16 punti, ben supportato da Babkov con 13 punti, che garantiscono il successo finale di misura, 66-64 nonostante i 22 punti di Komazec, i 16 di Radja e i 10 rimbalzi di Vrankovic, e chiavi d’accesso all’atto decisivo.

In finale, ad onor del vero, non c’è proprio partita. La superiorità americana è tanto evidente da risultare quasi imbarazzante per i malcapitati russi, costretti ad accusare già all’intervallo un passivo impossibile da contenere, 73-40. Wilkins è il miglior marcatore con 20 punti, O’Neal, eletto infine MVP della rassegna, Mourning e Kemp firmano a loro volta 18, 15 e 14 punti e ben otto giocatori del Dream Team 2 vanno in doppia cifra. Johnson e lo stesso O’Neal sotto le tabelle raccattano tutto quel che capita nei pressi dei loro tentacoli, 11 e 10 rimbalzi rispettivamente, e seppur nel secondo tempo il divario sia più contenuto, infine lo score a referto di 137-71 la dice lunga su quanto forte sia questa seconda versione del basket stelle-e-strisce. Non bastano le buone prove di Babkov (22 punti, con 8/13 al tiro complessivo), Mikhaylov (19 punti) e Bazarevich (17 punti) a salvare l’onore dei russi, ancora una volta secondi al mondo… lassù, sul trono, siede il Dream Team 2, forte, fortissimo e terribilmente simile alla squadra dei sogni che incantò Barcellona.

BOB McADOO E LA SUA TRIPLA VITA DA CAMPIONE DI BASKET

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McAdoo marcato da Erving nella Finale NBA ’82 – da amicohoops.net

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari affermati Campioni della NBA che sono venuti a concludere una brillante Carriera in Italia – citiamo, ad esempio, Darryl Dawkins a Milano, George Gervin a Roma e Dominique Wilkins a Bologna – nessuno di loro ha lasciato un così tangibile ricordo sia dal punto di vista professionale che umano di quanto abbia fatto Robert Lee, ma per tutti, semplicemente, Bob” McAdoo nei suoi 6 anni trascorsi nel Bel Paese.

Nato a Greensboro, nel North Carolina, il 25 settembre 1951, leggenda vuole che a soli 3 anni il piccolo Bob fosse già capace di infilare la palla a spicchi dentro ad un canestro, abilità che ha poi mantenuto sino a quasi 40 anni, unitamente alla passione per il sassofono, strumento da lui suonato in un Gruppo di rhythm-and-blues ai tempi del Liceo.

Periodo in cui Bob non eccelle quanto a rendimento scolastico, circostanza che non gli consente, ultimati gli studi superiori, di superare l’esame di ammissione alla “North Carolina University” – uno dei College più titolati al Torneo di Basket NCAA, dato che li ha visti qualificarsi in 20 occasioni alle “Final Four” con 11 Finali e 6 Titoli al loro conto – dovendosi accontentare di ripiegare sulla più modesta “Vincennes Junior College” dello Stato di Indiana dove, per sua fortuna, migliora il proprio status accademico, con ciò consentendogli di accedere, nel 1971, a North Carolina.

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McAdoo a North Carolina – da gettyimages.it

Nell’unica stagione in cui indossa la maglietta dei “Tar Heels”, McAdoo mette infatti in mostra tutte le proprie qualità, con 19,5 punti e 10,1 rimbalzi di media che portano North Carolina ad un record di 29-5 ed a qualificarsi per le “Final Four” di Los Angeles, dove viene sconfitta in Semifinale 79-75 da Florida State, nonostante la superba prestazione del centro, autore di 24 punti e 15 rimbalzi, circostanza che gli consente di essere inserito nel quintetto ideale della stagione.

Quindici giorni dopo la fine del Torneo NCAA, il 10 aprile ’72, si svolge a New York l’atteso Draft da parte delle franchigie della NBA e McAdoo viene selezionato come seconda scelta assoluta da parte dei “Buffalo Braves”, dopo che Portland, avente il primo diritto, si orienta verso LaRue Martin proveniente da Loyola, una delle peggiori “prime scelte” della Storia del Basket Professionistico americano.

Buffalo, alla sua terza stagione nella NBA, spera, con l’innesto di McAdoo, di migliorare il proprio rendimento rispetto ai due campionati precedenti, entrambi conclusi con un modesto record di sole 22 vittorie a fronte di 60 sconfitte, ma Coach Jack Ramsey inizialmente ritiene il 21enne Bob troppo esile (misura m.2,06 per 95kg.) per il ruolo di centro, impiegandolo come ala bassa, salvo poi convincersi del contrario allorquando, in un match contro New York, il talentuoso Bill Bradley rifila 38 punti in faccia a McAdoo, non proprio un eccellente difensore.

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McAdoo a canestro coi Buffalo Braves – da hoopshabit.com

Accorgimento che, se tardivo per il primo anno da Professionista di McAdoo, paga i suoi frutti nelle tre successive Stagioni, nelle quali si aggiudica altrettanti titoli di “Miglior Realizzatore” con medie, rispettivamente, di 30,6 – 34,5 (suo massimo in carriera) e 31,1 punti a partita, che trascinano Buffalo ai primi Playoff della sua Storia, pur venendo sempre eliminati nella Semifinale di Conference, di cui va comunque ricordata la serie del 1975, persa 4-3 contro i Washington Bullets, nel corso della quale McAdoo fa registrare una sensazionale media di 37,4 punti e 13,4 rimbalzi a partita (!!), con l’apice in gara-4, dove realizza 50 punti e cattura 21 rimbalzi nel successo per 108-102 dei “Braves”.

Numeri e prestazioni che fanno scrivere a metà della Stagione 1975-’76 alla celebre rivista “Sport Illustrated” come McAdoo sia “il più rapido centro e la più sbalorditiva macchina da canestri che abbia mai giocato a Basket”, giudizio condiviso dall’ex Boston Celtics Bill Russell, all’epoca Coach a Seattle, che definisce il 25enne di North Carolina come “il più grande tiratore di tutti i tempi, sfatando la diceria che un centro non possa possedere anche un tiro micidiale”.

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McAdoo con uno dei trofei di “Miglior Realizzatore” vinti – da pinterest.com

Premesse che, però, non vengono mantenute negli anni a seguire, allorché, in parte anche a causa di vari infortuni che lo affliggono, McAdoo diventa “l’oggetto misterioso” della NBA, cambiando ripetutamente squadra, da New York ad inizio ’77 (in cui entra in rotta di collisione con l’altra Star dei Knicks, Spencer Haywood) a Boston nell’ultima parte della Stagione 1978-’79, per poi accasarsi a Detroit, dove salta quasi per intero il Torneo 1981-’82, concluso con i New Jersey Nets, tant’è che il suo approdo, l’estate seguente, ai Los Angeles Lakers passa quasi inosservato, ritenendo gli addetti ai lavori che, avendo già superato la soglia dei 30 anni, ben difficilmente sarebbe stato in grado di ritagliarsi uno spazio importante coi giallo-viola.

Lakers che, dopo essersi laureati Campioni nel 1980 (il primo anno da “Rookie” di Earvin “Magic” Johnson), erano incappati in una inopinata sconfitta al primo turno dei Playoff ’81 da parte degli Houston Rockets di Moses Malone (poi sconfitti in Finale dai Boston Celtics di Larry Bird) ed erano quindi desiderosi di riscatto e l’apporto di esperienza di McAdoo poteva rivelarsi utile, tanto più che il leggendario centro titolare, Kareem Abdul-Jabbar, aveva comunque quattro primavere in più.

Entrato in punta di piedi al “Forum” di Inglewood, McAdoo si trova in una posizione all’interno della franchigia a lui più congeniale, essendosi lamentato del fatto che, in ogni squadra dove era andato, i dirigenti ed i tifosi “si aspettavano che io da solo risolvessi ogni gara, così da creare una pressione insostenibile”.

 

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McAdoo al tiro in faccia a Larry Bird – da pinterest.com

Cosa che, ovviamente, non si registra in Calfornia, con il quintetto base composto da Nixon, “Magic”, Cooper, Wilkes e Jabbar, a cui McAdoo, nella sua prima stagione, dà un contributo costituito da 41 presenze in “Regular Season” sempre proveniente dalla panchina, facendo registrare una media di 9,6 punti e 3,9 rimbalzi a partita, decisamente migliorata nelle serie dei Playoff, in cui Los Angeles “spazza via” dapprima Phoenix e quindi San Antonio (entrambe per 4-0) per poi tornare a conquistare l’anello superando 4-2 in Finale i Philadelphia 76ers di “Doctor J” Julius Erving.

McAdoo, difatti, disputa tutte e 14 le gare della “Post Season”, elevando a 16,7 la media punti ed a 6,8 la quota di rimbalzi catturati per gara, risultando determinante nella decisiva gara-6 al “Forum” (Philadelphia poteva contare sul vantaggio del fattore campo, in caso di sconfitta, la settima e decisiva sfida si sarebbe disputata allo “Spectrum”) mettendo a segno 16 punti con 9 rimbalzi nei 33 minuti giocati, al pari di Michael Cooper, anch’egli partito dalla panchina, i subentri dei quali venivano richiesti dai supporters californiani al grido di “Doo, doo, doo”, quando volevano Bob, e di “Coo, coo, coo”, quando invece era considerata necessaria la presenza di Michael.

Riacquistata sicurezza nei propri mezzi e con la fiducia da parte del Coach Pat Riley e dei compagni nei suoi confronti, McAdoo fornisce un fattivo contributo anche alle successive tre stagioni disputate con la maglia dei Lakers, che vedono Los Angeles giungere in Finale nel 1983 (distrutti 4-0 dalla voglia di riscatto dei 76ers) e l’anno seguente, dove cedono solo in gara-7 nella tradizionale sfida degli anni ’80 contro gli arci rivali dei Boston Celtics, decisa dall’esito di gara-4 dove i Lakers, in vantaggio 2-1 nella serie, vengono sconfitti 129-125 al “Forum” al supplementare, per poi confermarsi nuovamente Campioni nel 1985, prendendosi la più gustosa delle rivincite, con il successo per 111-100 in gara-6 al “Boston Garden”.

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McAdoo e Byron Scott festeggiano il titolo ’85 – da gettyimages.it

Quattro Stagioni con altrettante Finali Playoff e due Titoli vinti, non sono niente male per un “vecchietto” come McAdoo, ma i Lakers intendono ringiovanire la propria panchina e, pertanto, non esercitano l’opzione contrattualmente prevista per prolungare di un ulteriore anno la sua permanenza in California, concedendogli la veste di “free agent” che lo porta ad accasarsi a Philadelphia solo a metà della successiva Stagione, conclusa dai “Sixers” con una rocambolesca sconfitta 113-112 in gara-7 delle Semifinali della Eastern Conference contro Milwaukee, nonostante la presenza in squadra di campioni quali Maurice Cheeks e Charles Barkley, oltre al già ricordato Julius Erving.

A 35 anni suonati, McAdoo deve decidere se accettare l’offerta economica dei 76ers per il prolungamento di contratto (che non ritiene in linea con le sue potenzialità) oppure optare per un’esperienza all’estero e, per fortuna dei tifosi di basket italiani, sceglie questa seconda soluzione, approdando all’Olimpia Milano alla corte di Dan Peterson, per formare un trio con pochi eguali composto anche da Mike D’Antoni e Dino Meneghin, cui si aggiungono Roberto Premier, l’altro americano Ken Barlow, Franco Boselli e Vittorio Gallinari.

L’impatto di McAdoo con il Basket europeo è devastante, visto che nella sua prima Stagione l’Olimpia, all’epoca sponsorizzata Tracer, fa incetta di trofei, aggiudicandosi il 25 marzo ’87, nella Finale di Bologna, la Coppa Italia superando in volata (95-93) la Scavolini Pesaro, per poi riportare, ad oltre 20 anni di distanza, la Coppa dei Campioni a Milano.

Una manifestazione, alla quale sembra che la Tracer debba dare l’addio già ai Quarti di finale quando, opposta ai greci dell’Aris di Salonicco, capitanati da quell’autentica “macchina da canestri” che risponde al nome di Nikos Galis, incappa in una serata da dimenticare in terra greca, venendo sommersa da un divario di ben 31 punti (98-67, con 44 realizzati da Galis), in cui l’unico a non perdere la testa è proprio McAdoo, che con i suoi 26 punti tiene a galla (si fa per dire …) la barca milanese, rivelatisi poi, al contrario, determinanti, allorquando, al ritorno, limitato Galis a soli 16 punti ed i greci a 49 in totale, Milano si impone per 83-49 garantendosi la prosecuzione nel Torneo, poi vinto con il successo per 71-69 sugli israeliani del Maccabi Tel Aviv nella Finale di Losanna del 2 aprile ’87.

Per completare il “tris”, manca il titolo italiano, con Milano che accede ai Playoff con il quarto posto nella “Regular Season”, ma la doppia vittoria in Semifinale contro Varese (95-75 a Masnago, 78-71 a Milano), garantisce il vantaggio del fattore campo nella Finale contro la Mobilgirgi Caserta, superata con un netto 3-0, frutto del successo esterno in gara-1 per 90-85 e delle successive vittorie al “Forum” per 99-90 ed 84-82.

Striscia di vittorie che non si ferma neppure l’anno seguente, quando la Tracer fa sua la Coppa Intercontinentale sconfiggendo 100-84 in Finale il Barcellona il 20 settembre ’87, per poi confermarsi Campione d’Europa con una rinnovata formula che, ricalcando lo stile NCAA, qualifica le migliori squadre alla “Final Four” disputatasi a Gand, in Belgio, dove i milanesi superano in semifinale ancora l’Aris di Galis per 87-82 per poi trovarsi nuovamente ad affrontare il Maccabi Tel Aviv nella Finale del 7 aprile ’88, risolta a favore di D’Antoni & Co. per 90-84 in una squadra, dove, oltre ai “soliti noti”, si stanno facendo largo i giovani Piero Montecchi e Riccardo Pittis.

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Meneghin, Peterson e McAdoo celebrano uno dei tanti successi di Milano – da lastampa.it

Fallito l’appuntamento con lo scudetto, perso in finale contro la Scavolini Pesaro, McAdoo completa la sua personale bacheca di Trofei aggiungendovi, l’anno seguente, un altro Titolo nazionale superando in una serrata, combattutissima e controversa serie l’Enichem Livorno per 3-2, durante la quale l’asso americano fornisce una delle sue migliori prestazioni in Italia – 20 punti ed 8 rimbalzi in gara-1, 20 e 7 in gara-2, 13 e 10 in gara-3 e 23 e 13 in gara-4, non sufficienti però ad impedire il successo per 83-77 da parte di Livorno – fatta salva un’insolita, opaca prestazione nella decisiva gara-5 sul parquet toscano e risolta per 86-85 a favore della ora Philips Milano con un canestro del livornese Andrea Forti sulla sirena, dapprima convalidato e poi annullato tra le proteste dei padroni di casa.

McAdoo conclude la sua esperienza milanese con una anonima stagione (più che sua, della squadra, dato il contributo di 27,5 punti ed 8 rimbalzi di media a partita) nel ’90, per poi disputare altri due anni a Forlì e collezionare appena due presenze a Fabriano prima di porre fine a 41 anni alla sua brillante carriera (che nei suoi 6 anni in Italia ha fatto comunque registrare medie di 26,6 punti ed 8,7 rimbalzi a partita, e scusate se è poco …), della cui esperienza in Italia resterà per sempre impressa l’immagine in tutti coloro che – dal vivo od in Televisione – ebbero modo di vedere una Stella della NBA tuffarsi senza paura sul parquet nella serie della Finale Playoff ’89 contro Livorno per recuperare una palla vagante, un atteggiamento che da solo è più che sufficiente ad inquadrare la grandezza dell’uomo, oltre che dell’atleta.

Introdotto nel 2000 nella celebre “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, molta soprese e proteste ha destato la decisione della Lega NBA di non inserire McAdoo nella “Lista dei 50 Migliori Giocatori del XX Secolo”, ma d’altronde, si sa, nessuno è perfetto (riferito alla Lega, ovviamente…).

 

IL BRASILE DEL BASKET 1963 E LA VENDETTA DEL MARACANAZO

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Il Brasile in azione – da acervo.oglobo.globo.com

articolo di Nicola Pucci

Se le due edizioni dei Mondiali di calcio disputate in casa hanno regalato al Brasile solo le due mazzate mortali del Maracanazo nel 1950 e del Mineirazo nel 2014, un altro sport di squadra ha invece sorriso ai verde-oro, proiettandoli sul tetto del mondo davanti al pubblico amico.

Nel 1962, infatti, la pallacanestro celebra la IV rassegna iridata della serie, e la FIBA per quell’anno inizialmente avrebbe assegnato la competizione alla città di Manila, nelle Filippine. Ma il rifiuto del Governo di concedere il visto d’ingresso ai giocatori e ai dirigenti delle squadre del blocco socialista obbliga la Federazione internazionale a revocare l’assegnazione, spostando la kermesse in Brasile l’anno dopo. Le Filippine vengono a loro volta escluse dalla competizione e il paese sudamericano, già impegnato con l’organizzazione del torneo nel 1954 quando chiuse al secondo posto battuto in finale dagli Stati Uniti di Kirby Minter, 62-41, può tentare con legittime ambizioni di difendere quel titolo mondiale poi acchiappato nell’edizione successiva, in Cile nel 1959, 81-67 prendendosi la rivincita proprio con gli americani, trascinati da Amaury Antonio Pasos.

In effetti le due squadre sono le logiche favorite della manifestazione, fresche di confronto qualche giorno prima in finale ai Giochi Panamericani di San Paolo, con gli Stati Uniti medaglia d’oro 78-66 grazie ai 22 punti di Jerry Shipp. Coach Garland Pinholster ha “trasferito” a Rio de Janeiro, dal 12 al 25 maggio, gli stessi effettivi, con giocatori del calibro di Vincent Ernst, Donald Kojis, soprattutto quel Willis Reed che sarà una stella di prima grandezza in NBA, e punta senza mezzi termini a far suo il titolo affidandosi ad un gruppo colladauto di atleti universitari e militari.

Altri undici quintetti sono in lizza. Urss e Yugoslavia, rispettivamente prima e seconda agli Europei del 1961, assieme alla Francia che di quella rassegna fu quarta, alle spalle della Bulgaria invece assente; Uruguay, Argentina e Perù che si sono guadagnati il diritto a partecipare ai Campionati Sudamericani, sempre del 1961; Canada, Messico, Portorico, Giappone e l’Italia di Nello Paratore, in virtù di un invito degli organizzatori.

Gli azzurri, che avranno in Paolo Vittori il miglior marcatore con 14.3 punti a partita, e si affidano a campioni come Alessandro Riminucci, Gianfranco “Dado” Lombardi e Gabriele Vianello, vincono le prime due sfide con Argentina (91-73 con 20 punti di Vittori) e Messico (90-82, con Vittori ancora incontenibile con 31 punti), cedendo inevitabilmente ma con onore agli Stati Uniti (87-77, con Giambattista Cescutti a 22 punti), qualificandosi per la fase finale dove raccolgono sei sconfitte in sei partite per un definitivo settimo posto in classifica.

Ma torniamo alle pretendenti alle medaglie. Gli americani debuttano con una vittoria sofferta, e rimontando un passivo di -10, con il Messico, 88-74, grazie ai 18 e 16 punti di Kojis e Reed, denunciando altresì quelle pecche che li terranno infine giù dal podio. Battuti infatti dalla Jugoslavia, 75-73 nonostante i 23 punti di Shipp, e dall’Urss, 75-74 con Volnov sugli scudi con 20 punti, nel girone finale, gli Stati Uniti si trovano nella necessità di battere il Brasile all’ultimo incontro per raccogliere, almeno, la medaglia di bronzo. Ma davanti ai 25.000 appassionati carioca del Ginásio do Maracanãzinho di Rio de Janeiro, il compito si presenta difficile e seppur in vantaggio per quasi tutto il primo tempo, infine Wlamir Marques con 26 punti trascina i padroni di casa al trionfale 85-81 che mette il suggello al titolo mondiale del Brasile.

Già, perchè i verdeoro, che per la formula a 13 squadre accedono direttamente al girone finale a sette, completano un percorso netto, nell’entusiasmo popolare che tanto ricalca quello già visto in occasione dei Mondiali di calcio del 1950. Fortunatamente, questa volta, però, con esito ben differente. Il Brasile batte senza patemi Portorico e Italia, demolendo poi la pericolosa Jugoslavia di Radivoj Korac, 90-71, che al pari del padroni di casa ha curriculum immacolato. Decisivo, ai fini dell’assegnazione della medaglia d’oro, è a questo punto, dopo la vittoria come da pronostico con la Francia, il match tra Brasile e Urss, a sua volta imbattuto e che ha in Aleksander Petrov la sua stella più luminosa. I giocatori di casa si presentano all’appuntamento fornendo i tifosi di stelle filanti, petardi e confetti, non certo memori del precedente del 1950, scatenando un autentico delirio collettivo che infine produce gli effetti sperati, con il successo 90-79, dopo l’equilibrio del primo tempo, firmato da Marques, eletto MVP del torneo, e Pasos, autori rispettivamente di 20 e 16 punti.

Il Brasile, così, è campione del mondo per la seconda, ed ultima volta, consecutiva, e per le strade di Rio de Janeiro può scatenarsi quella festa che 13 anni prima Alcide Ghiggia negò. Non sarà calcio… ma un titolo mondiale è sempre un titolo mondiale!

REGGIE MILLER, IL “CECCHINO” CHE OSO’ SFIDARE MICHAEL JORDAN

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Reggie Miller – da nba.com

articolo di Giovanni Manenti

Specie da quando lo sport – di qualunque disciplina – ha visto privilegiare l’aspetto fisico su quello puramente tecnico, vedere atleti dalle caratteristiche morfologiche alquanto esili primeggiare di fronte a “Marcantoni” di ben altra corporatura è diventata merce sempre più rara.

Deve essere stato questo il pensiero ricorrente nella mente dei tifosi quando, ai Draft svoltisi a New York il 22 giugno 1987, la Dirigenza degli Indiana Pacers, avendo l’undicesimo ordine di scelta al primo turno, si indirizza sulla guardia Reggie Miller, proveniente dalla celebre UCLA, del peso di appena 88kg. se raffrontato agli oltre 2 metri di altezza, tanto che iniziano a circolare voci sul fatto che ciò sia dipeso dal fatto che egli è il fratello minore di Cheryl, una della più famose cestiste americane, Oro ai Giochi di Los Angeles ’84 con la Nazionale Usa.

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Cheryl e Reggie Miller – da pinterest.com

In effetti, qualche legittimo dubbio può derivare se si va a leggere la biografia di Reggie, nato il 24 agosto 1965 a Riverside, in California, con malformazioni alle anche che gli impediscono di camminare regolarmente, tanto che nei primi anni è costretto ad indossare tutori ad entrambe le gambe, problema fortunatamente risolto grazie alla crescita in altezza del ragazzo, che resta comunque di aspetto gracile a confronto – a solo titolo esemplificativo – di uno Scottie Pippen (m.2,03 per 103kg.) anch’egli della medesima selezione.

Quello che, però, sfugge ai supporters dei Pacers – ma non era passato sotto traccia agli osservatori della franchigia – è il fatto che, dalla stagione precedente, nella NCAA era stato introdotto il “tiro da 3 punti”, specialità che aveva subito visto Miller come protagonista, mettendo a segno 69 “triple” da oltre la fatidica linea, tra cui spicca la conclusione nella gara contro Notre Dame del 24 gennaio ’87 che regala ad UCLA il successo per 61-59 a 10” dalla sirena, così come, a distanza di un mese, il 28 febbraio contro i Campioni di Louisville, Miller realizza 33 punti nel solo secondo tempo, tuttora record per il College californiano.

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Miller al college in maglia UCLA – da wordpress.com

Referenze da non sottovalutare, anche se spesso l’impatto con i Professionisti della NBA è di tutt’altra natura, ma non è questo il caso di Reggie che, in una carriera protrattasi per ben 18 stagioni restando sempre fedele ai colori di Indiana, conferma le sue qualità di cecchino implacabile, sia nel tiro da tre che, soprattutto, nell’essere determinante nei momenti decisivi delle gare.

Pur costretto a pagare lo scotto del debutto tra i Pro – nelle sue due prime stagioni con i Pacers, che avevano chiuso con un record di 41-41 la stagione ’87, manca la qualificazione ai Playoff – le medie realizzative di Miller migliorano anno dopo anno, ed i suoi 24,6 punti di media del ’90 (suo massimo per singola stagione in “Regular season”) consentono ad Indiana di tornare a disputare la post season, solo per essere eliminati al primo turno dai Detroit Pistons di Isiah Thomas, poi vincitori del titolo NBA.

Nel triennio successivo Indiana si conferma ancora squadra da “Fifty-fifty” – chiudendo le rispettive stagioni con i record di 41-41, 40-42 ed ancora 41-41 che non le consentono di andare oltre il primo turno dei Playoff – per poi cambiare decisamente rotta nell’estate ‘93 con l’arrivo alla guida dei Pacers del tecnico Larry Brown, reduce da ottime annate alla guida dei San Antonio Spurs e dei Los Angeles Clippers, ed i risultati sono subito evidenti, con Indiana a concludere la “regular season” con un record di 47-35 che vale il quinto posto nel ranking della Eastern Conference, posizione sfruttata superando 3-0 gli Orlando Magic al primo turno e, successivamente, gli Atlanta Hawks, Campioni della Central Division, per 4-2 ribaltando il fattore campo sfavorevole con il successo esterno per 96-85 in gara-1, acquisendo così il diritto di affrontare i New York Knicks nella Finale di Conference..

Quella tra Knicks e Pacers è una rivalità che si prolunga anche negli anni a venire, ed a questo punto è necessario aprire una finestra non solo sugli aspetti tecnici, ma anche caratteriali di Miller, il quale sul parquet – forsanche per “compensare” le sue ridotte potenzialità fisiche – non perde occasione per provocare verbalmente i suoi avversari con l’intento di innervosirli, così come non le manda certo a dire a qualche tifoso esagitato, ancor meglio se famoso come il regista Spike Lee, accanito fan newyorkese e che, al pari di Jack Nicholson a Los Angeles, ha da sempre un posto riservato a bordo campo.

Accade, difatti, con le due squadre sul 2-2 nella serie dopo aver rispettato il fattore campo nei primi quattro incontri, che in gara-5 al Madison Squadre Garden i Knicks si sentano padroni del risultato, conducendo per 70-58 alla fine del terzo quarto, senza aver fatto però i conti con Miller, il quale, dopo aver sino ad allora messo a segno 14 punti a referto, si scatena nell’ultimo parziale realizzando ben 25 punti per un totale di 39 (con 6 su 11 nel tiro da tre) che manda su tutte le furie l’indiavolato Spike Lee, il quale non trova di meglio che coprire di insulti Reggie, il quale, per quanto ovvio, risponde per le rime portandosi le mani al collo come per invitare Lee ad “impiccarsi”, gesto che diventa famoso nella Storia della Nba e non manca di portare critiche alla guardia di Indiana.

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Il celebre gesto rivolto da Miller a Spike Lee – da nba.24.it

New York riesce a ribaltare la situazione, facendo sua la serie per 4-3 solo per poi subire analoga sconfitta in Finale contro gli Houston Rockets, ma intanto la sfida personale di Miller contro di loro, che si esalta ogni qualvolta va in scena sul parquet del Madison Squadre Garden, si arricchisce, l’anno seguente, di un altro spettacolare capitolo.

Chiusa la stagione regolare con un ruolino di 52-30 che vale ad Indiana il titolo della Central Division e terzo di Conference dietro agli Orlando Magic delle giovani stelle Penny” Hardaway e Shaquille O’Neal ed ai Knicks, con i quali il confronto si ripropone pertanto nella semifinale di Conference, ancora con New York a beneficiare del vantaggio del fattore campo.

Un vantaggio che svanisce già in gara-1 e nel modo più impensabile, visto che i Knicks sono avanti 105-99 a soli 18” dalla sirena, quando Miller cava dal cilindro una serie di giocate incredibili, dapprima dimezzando il distacco con una delle sue oramai famose “bombe”, per poi andare a pressare e recuperare palla sulla rimessa sotto canestro, palleggiare per portarsi oltre la “linea dei 24 piedi” (7,24 in misura metrica …) e scagliare il tiro del pareggio a quota 105, e quindi – dopo che John Starks fallisce entrambi i tiri liberi per un fallo subito da Mitchell – tocca a lui patire identica sorte, ma con esito ben diverso, restando freddo dalla lunetta per i due punti che valgono il 107-105 finale che rischia di provocare un esaurimento nervoso a Spike Lee.

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Miller marcato da Starks in Knicks-Pacers 105-107 (gara1 playoff ’95)  – da si.com

Stavolta Indiana capitalizza al meglio il successo esterno, costretta però a bissarlo in gara-7 dopo che l’orgoglio dei Knicks aveva fatto sì che, a loro volta, si imponessero in gara-6 per 92-82 alla Market Square Arena, con ancora Miller protagonista con 29 punti (e 3 su 5 da tre …) nel 97-95 decisivo, solo per arrendersi nella Finale della Eastern Conference agli Orlando Magic, che hanno la meglio al termine di 7 combattutissimi incontri, in cui viene rispettato il fattore campo, a loro favorevole.

Il biennio successivo, caratterizzato dal ritorno a giocare con i suoi Chicago Bulls da parte del figliol prodigo Michael Jordan, è avaro di soddisfazioni per la franchigia, eliminata al primo turno da Atlanta ’96 ed addirittura incapace di qualificarsi per i Playoff l’anno successivo, periodo nel quale le migliori soddisfazioni per Miller giungono dalla sua esperienza con la Nazionale Usa, con cui vince i Campionati Mondiali di Canada ’94 spazzando via in Finale la Russia con un più che eloquente 137-91, per poi mettersi al collo la medaglia d’Oro ai Giochi di Atlanta ’96 grazie al suo determinante contributo, con 20 punti realizzati, nella finale vinta per 95-69 sulla Serbia.

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Miller assieme ai compagni sul podio di Atlanta ’96 – da basket-infos.com

Le due deludenti stagioni costano il posto a Larry Brown, avvicendato sulla panchina dei Pacers dal simbolo del basket nell’Indiana, vale a dire Larry Bird, il quale, dopo il rientro alla base di Mark Jackson nel corso della precedente stagione, intende – da grande tiratore quale è stato nei suoi 13 anni di carriera NBA – aumentare le “bocche da fuoco” della propria squadra ingaggiando dai Golden State Warriors il 34enne Chris Mullin (uomo da quasi 18mila punti in carriera), al fine di liberare Miller dalle “attente” marcature avversarie.

E’ tutt’altro che una squadra giovane quella di Indiana, visto che anche Miller va per i 33 ed il centro olandese Rik Smits (curiosamente, nato il 23 agosto, un giorno prima di Reggie …) per i 32, ma proprio per questo Bird sa che, se vuole dare una chance per il titolo ai suoi “vecchietti”, non può inserire giovani, sia pur di talento, ma che devono maturare ed integrarsi nel basket professionistico.

Una strategia che paga, visto che i Pacers passano da un record negativo di 39-43 del ’97 ad un 58-24 superato solo da Jordan & Co., contro i quali, loro malgrado, sono costretti a confrontarsi nella Finale della Eastern Conference, dopo aver eliminato i Cleveland Cavaliers e, tanto per cambiare, i Knicks, ma stavolta senza “spargimento di sangue”, tanto netta è la superiorità dei Pacers, che si impongono per 4-1.

Nessun dubbio su chi siano i favoriti della serie, ma per Miller è l’ultima occasione, dato che MJ si ritirerà a fine stagione, di provare a fare uno sgambetto al “Campione dei Campioni”, nei cui confronti applica anche la sua consueta tattica fatta di provocazioni, dandogli del “vecchio” e “finito” e così via, alle quali Jordan replica con il suo solito sorrisino, lasciando al campo la migliore risposta.

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Jordan e Miller a confronto – da grantland.com

La serie vede l’assoluto rispetto del fattore campo, con i Bulls a portarsi avanti per 2-0 e desiderosi di chiudere quanto prima la questione nei due impegni alla Market Square Arena, ma Jordan non ha fatto i conti con il desiderio di Miller di non voler sfigurare rispetto a lui e proprio davanti al pubblico amico, ragion per cui – per se non al meglio della forma per un fastidio alla caviglia – si incarica di realizzare 28 punti in gara-3 (contro i 30 di Michael), di cui 13 nell’ultimo quarto, compresi di due liberi per il 107-105 definitivo, mettendo altresì a segno 5 “bombe” su 7 tentativi, per poi “sbeffeggiare” proprio Jordan in gara-4, con i Bulls avanti di 1 a 0”7 decimi dalla sirena, liberandosi della sua marcatura dopo aver ricevuto palla da una rimessa laterale e violentare la retina con la tripla che vale il 96-94 finale, anche se poi la serie si chiude sul 4-3 per Chicago, con Indiana ad essere comunque l’unica squadra ad averla portata a gara-7 in una serie di Playoff negli ultimi tre Tornei NBA vinti, il che non è affatto cosa da poco.

Il ritiro di Jordan ed il trasferimento di Pippen ad Houston determinano il crollo di Chicago all’ultimo posto nella stagione ’99, che si apre con Indiana tra le favorite per la conquista dell’anello, e la squadra di Bird fa suo il titolo della Central Division – pur con un programma dimezzato a seguito del “braccio di ferro” tra la Lega e l’Associazione Giocatori che fa sì che il Torneo abbia inizio il 5 febbraio ’99 con sole 50 gare di “regular season” – per poi passare indenne i primi due turni dei playoff contro Milwaukee (3-0) e Philadelphia (4-0) e quindi affrontare con i favori del pronostico New York, oltretutto costretta a rinunciare ad Ewing per infortunio, nella Finale della Eastern Conference, ma due successi per 93-90 in gara-1 e 101-94 in gara-5 sul parquet di Indiana rovesciano le sorti della serie, consentendo ai Knicks di qualificarsi per l’atto conclusivo, solo per vedersi nettamente sconfitti (4-1) dai San Antonio Spurs delle “Torri” Tim Duncan e David Robinson.

Gli anni passano, e le speranze per Miller, alla soglia dei 35 anni, di disputare quantomeno una serie finale per il titolo, si affievoliscono sempre più, ma allo scadere del secondo millennio, la crescita nel quintetto base della guardia Jalen Rose, che rende 8 anni di età a Reggie, fa sì che i due si alternino nel ruolo di “cecchino”, concludendo con la stessa media di 18 punti a partita una “regular season” che, per la prima volta, vede i Pacers con il miglior score (56-26) di Conference, con l’opportunità di affrontare nuovamente i Knicks in Finale dopo aver, curiosamente, eliminato i medesimi avversari della stagione precedente, vale a dire i Bucks al primo turno ed i Sixers al secondo.

Questa volta il fattore campo del nuovo impianto denominato “Conseco Fieldhouse” è determinante e, comunque, onde evitare i rischi di una pericolosa gara-7, è sempre Miller a sobbarcarsi l’onere di chiudere la serie sul 4-2 con un’altra grande prestazione sul suo palcoscenico preferito del Madison Square Garden, realizzando 34 punti (con 5 su 7 da tre …) per il 93-80 conclusivo che certifica il pass per la Finale assoluta contro i Los Angeles Lakers.

Ma, così come Miller & Co. avevano dovuto inchinarsi di fronte al passo d’addio di Jordan, stavolta scontano la voglia di vittoria della nuova coppia leader della Lega, formata da Shaquille O’Neal e dal 22enne Kobe Bryant, che conducono Los Angeles al titolo per 4-2, nonostante Miller, orgoglioso come non mai, realizzi una media di 24,3 punti – con picchi di 33 nella vittoriosa (100-91) gara-3 e di 34 nella decisiva gara-4, persa 118-120 al supplementare – ben assecondato da Rose, che chiude a quota 23 di media.

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Miller in difesa su Bryant nelle finali NBA 2000 – da solecollector.com

Per Miller la finale contro i Lakers rappresenta il classico “canto del cigno”, a cui si abbina anche l’abbandono di Bird dalla conduzione tecnica, con la panchina che viene assegnata ad Isiah Thomas invece che a Rick Carlisle, il vice di Bird, come da quest’ultimo suggerito, e le ultime 5 stagioni di Miller ai Pacers vedono Indiana (con Carlisle richiamato in panchina nel 2003 da Bird, nel frattempo divenuto General Manager della franchigia) avere un ultimo sussulto nel 2004, sconfitti 4-2 nelle Finali della Eastern Conference dai Detroit Pistons, guidati, ironia della sorte, da quel Larry Brown che aveva contribuito, e non poco, alla crescita del giovane Reggie a metà anni ’90.

Miller si ritira a 40 anni, con un bottino di 25.279 punti realizzati (media 18,2 a partita), di cui però 2.560 derivanti da tiri oltre l’arco dei 24 piedi, che lo pongono, attualmente, al secondo posto della specifica “Graduatoria All Time”, preceduto dal solo Ray Allen con 2.972, ma con un maggior numero di gare disputate, tant’è che la percentuale dei due “bombardieri” è pressoché similare (40% Allen, 39,5% Miller), mentre per quanto riguarda il suo atteggiamento provocatorio tenuto sui vari parquet della NBA, non c’è niente di meglio che leggere quanto dallo stesso Miller riportato nel libro scritto assieme al giornalista di ESPN Gene Wojciechowski, a commento della stagione ’95 dei Pacers, ed il cui titolo, “I Love Being The Enemy” (“Adoro la parte del Nemico”), è tutto un programma ….

E, d’altronde, cosa altro ci si poteva aspettare…?

COPPA DELLE COPPE 1989, REAL MADRID-CASERTA E QUEL MATCH INDIMENTICABILE

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Petrovic e Oscar – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Quella che sto per raccontarvi è una storia di basket tra le più appassionanti che si ricordino. Ebbe come teatro lo Stadio della Pace e dell’Amicizia del Pireo di Atene, andò in scena il 14 marzo 1989, valeva per la Coppa delle Coppe e regalò l’immortalità cestistica, caso mai ancora non l’avessero guadagnata, a due mostri sacri della palla a spicchi, Drazen Petrovic ed Oscar Schmidt, fuoriclasse delle due squadre contendenti, Real Madrid e Juvecaserta.

Premessa. Caserta è ormai da qualche anno una delle realtà più importanti della pallacanestro tricolore. L’arrivo in panchina di Franco Marcelletti, che ha preso il posto di Bogdan Tanjevic, e l’innesto in squadra del fuoriclasse brasiliano, Oscar appunto, accanto alla crescita di giovani prodotti del vivaio come Nando Gentile e Vincenzo Esposito, ha garantito il salto di qualità ad una formazione approdata alla massima serie nel 1983, proprio sotto la guida del tecnico jugoslavo. Caserta ha giocato, e perso, la finale scudetto del 1986 con Milano, replicata l’anno dopo, e ha giocato, ed ancora perso, la finale di Coppa Korac, sempre nel magico anno 1986, contro Roma. Staziona ormai nei quartieri alti della classifica del campionato italiano e nel 1988, battendo Varese 113-100 in una sfida serrata, decisa al supplementare con 31 punti di Oscar e 29 di Gentile, ha infine colto il primo trionfo della sua storia, la Coppa Italia. E il PalaMaggiò, casa dei bianconeri, è pronta ad infiammarsi di nuovo per la stagione a venire, 1988/1989, anno in cui i campani intendono recitare da protagonisti.

Ad onor del vero in campionato le cose non vanno come vorrebbero, con il sesto posto in stagione regolare e l’eliminazione all’ultimo respiro, 94-93 alla bella, ai quarti play-off con la Virtus Bologna, e la sconfitta in finale di Coppa Italia contro lo stesso avversario, e con risultato maledettamente simile, 96-93, il 6 aprile, dopo un tempo supplementare. Ma nel frattempo c’è da onorare anche la presenza europea in Coppa delle Coppe, e lì, la squadra di Marcelletti, denuncia una sicurezza confortante.

Si comincia con la doppia vittoria contro i bulgari del CSKA Sofia al primo impegno, 84-74 e 103-80, per poi vedersi catapultare nel girone A a quattro con Real Madrid, Hapoel Galil e Cholet che promuove le prime due squadre alle semifinali incrociate con le promosse del girone B. Caserta perde le due sfide con gli spagnoli, nettamente in trasferta (109-92) e di un soffio al PalaMaggiò (95-94), vince le due gare con gli israeliani ed infine, all’ultima partita, si assicura il passaggio del turno battendo Cholet 80-70, rimediando alla sconfitta subita all’andata in Francia, 85-76.

E qui, al penultimo atto, Caserta si trova opposta a quel meraviglioso baluardo che risponde al nome di Arvydas Sabonis, “lo zar“. Si gioca andata e ritorno e in Lituania, che all’epoca ancora è Urss, i bianconeri rischiano il tracollo, andando sotto di -24 prima di operare la rimonta che consente loro di chiudere la sfida con un passivo recuperabile in casa, 86-80. Cosa che puntualmente accade nella bolgia del PalaMaggiò, pieno all’inverosimile e rigurgitante quella passione come solo il Sud Italia sa sprigionare, grazie soprattutto alla maiuscola prova del bulgaro Georgi Glouchkov che si prende il lusso di annullare, sotto i tabelloni, lo strapotere di Sabonis. Finisce 98-84 e per Caserta la finale è una splendida realtà.

14 marzo 1989, dunque. Atene. E qui si scrive una pagina epica di storia cestistica. Caserta trova sulla sua strada il Real Madrid di Drazen Petrovic, “il Mozart dei canestri“, che in semifinale ha sconfitto il suo passato, ovvero il Cibona Zagabria, con una doppia vittoria, 92-91 e 119-97. E se lo jugoslavo, indiscutibilmente il giocatore più forte d’Europa che di lì a qualche mese andrà a far conoscere il suo smisurato talento di là dall’Atlantico nel pianeta NBA, pennella un match memorbile, altrettanto fa il suo dirimpettaio in maglia bianconera, il “carioca” Oscar Schmidt, librando un duello all’ultimo canestro destinato all’immortalità. Ci sono 12.000 spettatori assiepati in tribuna, ad Atene, e la “torcida” casertana vale l’impeto dei realisti, che inseguono il secondo titolo in Coppa delle Coppe dopo quello vinto nel 1984 contro Milano, 82-81 nella finale di Ostenda.

Il Real Madrid è una potenza cestistica, vincitore della Coppa Korac l’anno precedente proprio contro il Cibona di Petrovic, e si garantisce qualche aiutino di troppo da parte dell’ineffabile Zdravko Kurilic, supportato dal più imparziale Kostas Rigas, comandando le operazioni, con Petrovic che segna da qualsiasi angolo del campo ed in qualsiasi condizione di tiro. Al termine saranno ben 62 punti (12/14 da due, 8/16 da tre e 14/15 ai liberi), record assoluto per una finale europea, ma Caserta ha grinta da vendere ed è in partita con Oscar che a sua volta mette a referto 44 punti. Madrid allunga sul 26-17 dopo soli sei minuti di gioco, trascinata anche dalle prestazioni impeccabili di Biriukov e Rogers (rispettivamente 20 e 14 punti) e in virtù di un’efficace fluidità di gioco, ma Caserta non si arrende, Glouchkov sotto canestro limita Fernando Martin segnando 13 punti e strappando 11 rimbalzi e Gentile a sua volta colpisce con precisione chirurgica (alla fine saranno 34 punti per lui), spalleggiato da Dell’Agnello che firma la doppia doppia con 18 punti e 12 rimbalzi. Al 13esimo minuto i bianconeri mettono la testa avanti, 34-33, ma Petrovic è immarcabile e all’intervallo il punteggio, altissimo, è fissato sul 60-57 per il Real Madrid.

La sfida tra Petrovic e Oscar si incendia ancor più nel secondo tempo, se lo slavo colpisce in entrata, il brasiliano risponde mitragliando dalla lunga distanza. Il Real Madrid fa corsa di testa, con il contributo sostanziale di Fernando Romay, abilissimo nel gioco sporco, portandosi avanti sul 85-73 al 28esimo minuto, massimo vantaggio, ma Marcelletti ordina una zona 3-2 aggressiva e la mossa sortisce gli effetti sperati. L’attacco spagnolo si inceppa, Caserta si riporta sul 91-89 e i cinque minuti finali sono pirotecnici. Petrovic, Oscar e Gentile segnano a ripetizione, e con 18 secondi ancora da giocare, sul punteggio di 102-99 per il Real Madrid, il brasiliano infila da otto metri in faccia a Cargol la bomba che firma il pareggio. Il tempo supplementare si profila all’orizzonte ma proprio Petrovic, stratosferico fino a quel momento, perde un pallone capitale: Gentile ha tra le mani il tiro della vittoria ma sbaglia, complice anche un probabile fallo di Biriukov non sanzionato dagli arbitri, ed allora una gara fin lì palpitante, emozionante come poche altre ed assolutamente indimenticabile, si decide nei cinque minuti aggiuntivi.

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La festa del Real Madrid – da apuestasbaloncesto.com.es

Qui Petrovic torna a recitare da Mozart del basket segnando 11 punti, Oscar esce per raggiunto limite di falli, così come Gentile, Esposito e Glouchkov, e infine il Real Madrid, con il punteggio di 117-113, si porta a casa la Coppa delle Coppe, spengendo il sogno di una Caserta che non può certo consolarsi con l’onore della armi. A chiusura di un confronto che vide due campioni fronteggiarsi a suon di canestri, e che ancor oggi chi vi ha assistito non può fare a meno di soffrir di nostalgia.

 

LA FAVOLA DI BOB COUSY, IL BRUTTO ANATROCCOLO CHE NESSUNO VOLEVA

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Bob Cousy – da fifteenminuteswith.com

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, la “Boston Celtics Dinasty” – capace di vincere 11 Titoli NBA in 13 Stagioni – nasce con l’arrivo al “Garden” di Bill Russell al Draft ’56, ideale completamento di un quintetto da favola sotto la regia di Red Auerbach, ma in ogni gioco di squadra che si rispetti – ed i Celtics non fanno certo eccezione, anzi tutt’altro, essendo per loro stessi proprio questa una prerogativa – non può mai essere un singolo, pur forte che sia, a fare la differenza.

Diciamo, viceversa, che l’arrivo di Russell nella franchigia del “Trifoglio verde” consente a colui che ha in mano la regia della squadra, il più eccentrico dei playmaker dell’epoca, di poter esprimere al massimo le proprie funamboliche qualità che lo fanno definire, in un gioco di parole caro oltre oceano, “Magico prima che ci fosse “Magic (Johnson, ovviamente)”.

Ed, in effetti, nello stile di Bob Cousy – perché è di lui che stiamo parlando, sperando che l’aveste già capito – si ritrovano molti dei tratti distintivi della futura stella dei Los Angeles Lakers (la vittima designata dei Celtics di quegli anni) dai passaggi dietro la schiena al “no look” ed ai layup in entrata, pur non possedendo, il piccolo Bob (m.1,85 per 80kg.) le straordinarie qualità atletiche del fuoriclasse del Michigan.

E pensare, però, che l’indiscusso dominatore del ruolo degli anni ’50 non piaceva inizialmente quasi a nessuno, il suo modo di giocare era considerato fine a sé stesso e non produttivo per la squadra, tanto che il suo arrivo a Boston è dovuto più ad uno scherzo della (buona) sorte, che non alla volontà della dirigenza, Auerbach in testa, tanto per chiarire.

Nato a Manhattan, nel cuore di New York, ad inizio agosto 1928, Cousy non ha certo un’infanzia felice, dovendo crescere nel bel mezzo della “Grande Depressione” che colpisce gli Stati Uniti dopo il crollo di Wall Street del ’29, ed oltretutto figlio di immigrati francesi, tant’è che sino all’iscrizione alle elementari, il piccolo Bob parla quasi esclusivamente la lingua francese.

Dopo aver affinato le proprie qualità alla “Andrew Jackson High School”, a Cousy viene offerta l’opportunità di proseguire gli studi al “Boston College”, ma il fatto che non avessero a disposizione un dormitorio per gli studenti, induce Cousy ad accettare l’offerta della “Holy Cross University” di Worcester, nel Massachusetts, 40 miglia ad ovest di Boston, dove si presenta nell’autunno del 1946.

E l’esordio non può che essere dei più felici, visto che i “Crusaders” chiudono la stagione con un record di 24-3 a cui Cousy contribuisce con 227 punti, terzo miglior realizzatore della franchigia dopo le stelle George Kaftan e Joe Mullaney (che approdano entrambi ai Celtics nel ’49 per una fugace esperienza), qualificandosi per il Torneo NCAA, all’epoca ristretto a sole 8 formazioni.

Vinta la prima gara per 55-47 contro Navy (l’Accademia Navale degli Stati Uniti) in un Madison Square Garden tutto esaurito, grazie ai 18 punti di Mullaney, il successivo passo verso la Finale vede i Crusaders opposti alla squadra di casa (nonché di Cousy, essendovi nato …) dei “CCNY Beavers”, che vengono spazzati via con un eloquente 60-45 in cui la parte del leone spetta a Kaftan, autore della metà dei punti realizzati dal proprio quintetto.

L’atto conclusivo, andato in scena il 25 marzo 1947 sempre al Madison Square Garden, vede i Crusaders opposti agli Oklahoma Sooners, che si sono qualificati per la Finale con due successi di misura – 56-54 contro Oregon State e 55-54 nei confronti dei Texas Longhorns – ed anch’essi subiscono la medesima sorte, venendo sconfitti per 58-47 con Kaftan nuovamente “top scorer” con 18 punti a referto, mentre Cousy, probabilmente emozionato, non gioca certo una delle migliori gare della sua carriera, limitato a soli 4 punti con un disastroso 2 su 13 al tiro.

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Un giovane Cousy in maglia Crusaders – da holycross.edu

Probabilmente, questa negativa prestazione induce il coach Doggie Julian a limitare le presenze di Cousy nella stagione seguente, un atteggiamento che delude il non ancora 20enne Bob, il quale addirittura scrive una lettera a Joe Lapchick, tecnico della “St. John’s University” per chiedergli di poter andare a giocare da loro, ricevendo come risposta la conferma sulle qualità di Julian come coach e che lo avrebbe sicuramente impiegato con maggior continuità negli anni a venire.

A dare, però, una svolta alla carriera del giovane playmaker non è tanto il suo coach quanto il pubblico del Boston Garden allorché, in una gara della stagione 1949.50 (sua ultima al College) che vedeva i Crusaders sotto contro Loyola di Chicago con soli 5’ ancora da giocare, si mette a chiedere a gran voce l’inserimento in quintetto di Cousy sinché Julian non li soddisfa, ottenendo come compenso una straordinaria prestazione condita da 11 punti ed il canestro del sorpasso sulla sirena, per poi condurre i propri compagni ad una striscia vincente di 26 gare consecutive, che consentono alla Holy Cross University di approdare al Torneo NCAA, solo per essere eliminati al primo turno per 87-74 da North Carolina State.

Ma il bello (od il grottesco, fate voi …) della carriera di Cousy giunge in occasione del Draft 1950 dove i Boston Celtics – reduci da una deludente stagione conclusasi con un record di 22-46 – hanno il diritto di prima scelta e sono in molti a ritenere che la stessa cada proprio su Cousy, ma Auerbach non è dello stesso parere, ed in sua veste punta sul pivot Chuck Share, proveniente da Bowling Green, adducendo a supporto della sua scelta le parole “ritenete che io sia qui per vincere, o per fare un favore alla gente di Boston ?”, cosa che non gli impedisce di essere aspramente criticato dalla stampa locale, anche se molti addetti ai lavori sono d’accordo con Red, ritenendo Cousy un playmaker fine a sé stesso e poco utile al gioco di squadra, specie al cospetto dei “giganti della NBA”.

Avranno modo di ricredersi, anche se la trafila di Cousy per divenire un Celtic è alquanto tortuosa, visto che il giovane play viene scelto al terzo giro dai “Tri-cities Blackhawks” (gli antenati degli attuali Atlanta Hawks), una soluzione non gradita al giocatore – che nel frattempo ha intenzione di aprire una Scuola Guida a Worcester – il quale chiede un ingaggio di 10mila dollari per recarsi in Georgia, rifiutando l’offerta di 6mila pervenuta dalla franchigia, con ciò venendo destinato ai “Chicago Stags”.

Neppure questa trattativa giunge a buon fine, in quanto la franchigia, in gravi problemi finanziari, non è in grado di iscriversi al Campionato e l’allora “Commissioner”, Maurice Podoloff, consente un sorteggio suppletivo che include, oltre alla matricola Cousy, la guardia Max Zaslofsky ed il play Andy Phillip, ed al quale sono invitati i New York Knicks, i Philadelphia Warriors ed i Boston Celtics, rappresentati dal proprietario Walter Brown.

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Auerbach dà il benvenuto a Cousy – da fifteenminuteswith.com

Quest’ultimo, molto “signorilmente“, ammetterà in seguito che le sue speranze si fondavano su Zaslofsky, avrebbe tollerato Phillip e che quando, viceversa, la sorte gli aveva consegnato Cousy, fosse stato vicino a svenire, dovendo poi sottoscrivere con riluttanza un contratto da 9mila dollari con il nuovo acquisto.

Di sicuro, non certo il modo migliore per far sentire a proprio agio una matricola 22enne, ma ben presto sia Brown che Auerbach devono ricredersi, dato che, alla sua prima stagione da “rookie”, Cousy realizza medie di 15,6 punti, 6,9 rimbalzi e 4,9 assist a partite che ribaltano il record in casa Celtics, concludendo la “Regular Season” con 39 vittorie a fronte di 30 sconfitte, nonché consentendo a Cousy di ottenere la prima delle sue 13 consecutive selezioni per lo “All Star Game, pur se ai playoff non superano il primo turno, eliminati da New York in due gare.

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Cousy in azione ad un “All Star Game” – da gettyimages.it

Percentuali che Cousy migliora stagione dopo stagione, incrementando la media punti intorno a 20 per gara (massimo 21,7 minimo 18,0 nell’intero decennio), ma, soprattutto, divenendo il “re degli assist”, speciale classifica che si aggiudica per 8 stagioni consecutive dal 1953 sino al ’60, con un massimo di 9,5 a partita realizzato proprio nel ’60.

E’ sin troppo logico che, con un “distributore di palloni” di tale portata, con in più la variante dell’entrata qualora non vi sia spazio per un assist vincente ed una straordinaria precisione dalla linea dei tiri liberi, le quotazioni dei Boston Celtics non potessero che salire anno dopo anno, come dimostrano i relativi record stagionali – 39-27 nel ’52 (eliminati da New York al primo turno Playoff), 46-25 nel ’53 (sconfitti nella Finale della Eastern Division ancora da New York), 42-30 nel ’54 (sconfitti nella Finale di Eastern Division da Syracuse), 36-26 nel ’55, ma ancora finalisti di Division, e 39-33 nel ’56, eliminati in semifinale sempre da Syracuse – di una squadra che, a fine Torneo ’56, poteva contare sui servigi di tre “Top Player” quali la guardia Bill Sharman, il centro Ed Macauley, e Cousy, appunto.

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L’inconfondibile stile di Cousy – da gettyymages.it

Occorre però un “qualcosa in più” per far quadrare il cerchio, e ciò prende forma con l’assunzione (fuori draft) dell’ala forte Tom Heinsohn (curiosamente proveniente da Holy Cross, il medesimo College di Cousy) e con la fortuna che i Rochester Royals optino, al primo giro del Draft 1956, su tal Sihugo Green, una guardia/ala che avrà un impatto modesto sulla Lega, lasciando ai Celtics l’opportunità, scegliendo per secondi, di portare al Boston Garden colui che ne segnerà la storia, vale a dire il centro Bill Russell, proveniente da San Francisco, con cui ha vinto gli ultimi due Tornei NCAA, e che si rivela il più devastante pivot nella storia della NBA, al pari di Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, ma nettamente superiore quanto a titoli vinti.

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Cousy, Russell ed Heinsohn festeggiano all’All Star Game – da pinterest.com

Russell, formidabile rimbalzista – chiuderà la carriera con una media di 22,5 per gara – è l’ideale tassello che consente ad Auerbach di mettere in atto il suo gioco in velocità che sconvolge la sinora compassata NBA, con il lungo della Louisiana ad afferrare rimbalzi sotto il proprio canestro per poi affidare a Cousy l’arma del contropiede che lo vede fornire assist al bacio per i compagni Sharman ed Heinsohn, quando non è lui stesso a concludere l’azione in sottomano, con risultanti devastanti, tradotti nel 44-28 con cui i Celtics si aggiudicano la Regular Season per poi, finalmente, non avere pietà dei Syracuse Nationals, spazzati via in tre gare (108-90, 120-105 ed 83-80), ed assicurarsi il diritto alla Finale assoluta contro i St. Louis Hawks del micidiale Bob Pettit, nelle cui file si è altresì accasato Ed Macauley, sacrificato in favore di Russell.

Occasione migliore non poteva esserci per valutare se la scelta della Dirigenza bostoniana fosse stata quella giusta, ed il responso del campo – ancorché la serie si risolva sul filo di lana, con i Celtics ad aggiudicarsi gara-7 al Garden per 125-123 dopo due supplementari, grazie ad un mostruoso Heinsohn, autore di 37 punti – è impietoso, in quanto Russell totalizza 22,9 rimbalzi per partita contro i 5,9 di Macauley, nel mentre la sfida degli assist è largamente appannaggio di Cousy, che ne registra 9,1 di media/gara, dimostrando la bontà del gioco di Auerbach.

Macauley ed i suoi Hawks hanno comunque modo di prendersi la rivincita l’anno seguente, sconfiggendo 4-2 in Finale i Celtics che avevano chiuso la stagione regolare con il miglior record assoluto di 49-23, una lezione di umiltà dalla quale Russell & Co. traggono insegnamento facendo propri i successivi 8 titoli consecutivi – una striscia vincente che non ha eguali nella storia della Lega Professionistica americana – ai quali Cousy fornisce il proprio contributo per i primi cinque, ritirandosi a fine stagione ’63.

Quinquennio le cui aride statistiche parlano da sole – in quanto i Celtics registrano gli impressionanti record in Regular Season di 52-20 nel ’59, 59-16 nel ’60, 57-22 nel ’61, 60-20 nel ’62 e 58-22 nel ’63 – cifre mostruose che stanno a testimoniare come oramai la macchina sia talmente oliata da poter fare a meno anche del suo talentuoso regista, la cui ultima partita di stagione regolare viene disputata il 17 marzo ’63 al Boston Garden contro Syracuse, al termine della quale si svolge la cerimonia d’addio che, rispetto ai previsti 7 minuti, si protrae per 20, con il Garden gremito come non mai a tributare autentiche ovazioni al suo campione più amato, al quale giunge anche un messaggio da parte dell’allora Presidente John F. Kennedy che recita … “Il Basket ha ricevuto un’indelebile impronta grazie alle tue non comuni doti di abilità e combattività …!!”.

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La cerimonia d’addio di Cousy al Boston Garden – da fifteenminuteswith.com

Ma c’è ancora una serie di playoff da disputare, che qualifica i Celtics all’ennesima sfida contro i dominatori della costa occidentale, i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse Elgin Baylor e Jerry West che l’anno prima avevano fatto sudare qualcosa in più delle classiche sette camicie a Cousy & Co., allungando la serie sino a gare-7 conclusa all’Overtime per 110-107 con due mostruose prestazioni, quella di Baylor da un lato, con 41 punti messi a referto, e quella di Russell dall’altro, capace di catturare qualcosa come 40 (!!) rimbalzi e di realizzare 30 punti, grazie anche ai “consueti” 9 assist di Cousy.

E se i Celtics sono celebri per il loro “spirito vincente”, non è che i Lakers siano da molto meno, prova ne sia che, con Boston in vantaggio 3-1 nella serie e desiderosi di poter festeggiare il quinto titolo consecutivo al Garden il 21 aprile ‘63, ecco che la “coppia Baylor/West” confeziona qualcosa come 75 punti in due per il 126-119 che allunga la serie, nonostante i 27 rimbalzi di Russell ed i 14 assist di Cousy.

Con la possibilità di pareggiare i conti sul parquet di casa, il successivo 24 aprile i Lakers si rendono una volta di più conto quanto la forza dei loro avversari sia nel collettivo e nella mentalità vincente, che consente loro di “spezzare la gara” nel secondo quarto, chiuso sul 33-17 per un parziale di 66-52 all’intervallo, difeso con le unghie dal ritorno di Los Angeles nella ripresa per il 112-109 che certifica il sesto anello (e quinto consecutivo) di Boston che scrive a referto ben sei giocatori in doppia cifra.

E Cousy … ?? Beh, infortunatosi ad una caviglia, circostanza che lo tiene per lungo tempo in panchina a medicarsi, rientra i campo nei minuti finali con i Celtics avanti di un sol punto, dimostrando così cosa significhi “spirito di squadra”, nonché il modo migliore per concludere una straordinaria carriera che, alla fine, parla di 18,5 punti, 7,6 assist e 5.2 rimbalzi di media per gara, ma le cui cifre non rendono l’idea di cosa sia realmente stato di positivo Cousy nell’economia del gioco dei Celtics.

Niente affatto male, per uno che era stato inizialmente visto come una specie di intruso, o no …??