IL 21 FEBBRAIO 2003 VA IN SCENA L’ULTIMA GRANDE RECITA DI MICHAEL JORDAN

WJM25WPYD42MDBD7EBMDOJJGJU
Michael Jordan con la maglia dei Washington Wizards – da:washingtonpost.com

Articolo di Giovanni Manenti

Di Michael Jeffries Jordan – o, più semplicemente, MJ, per gli americani abituati a semplificare sempre tutto – si conosce oramai vita, morte e miracoli, a cominciare dall’adolescenza, gli anni al College che consentono a North Carolina di aggiudicarsi il titolo NCAA nel 1982, per poi conquistare la medaglia d’Oro con gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 dopo essere stato scelto dai Chicago Bulls al Draft del precedente 19 giugno …

Analogamente risaputa è la sua straordinaria carriera da Professionista, con le 6 vittorie in altrettante Finali NBA disputate con tre titoli consecutivi (1991-’93 e 1996-’98) in due distinte fasi dopo il temporaneo ritiro di 20 mesi per giocare Baseball, serie in cui ottiene altrettanti riconoscimenti di MVP delle Finali, avendone conquistati altri 5 della “Regular Season”.

Inoltre ha partecipato ad ogni “All Star Game” delle stagioni in cui è sceso sul parquet, concludendo la carriera con 32.292 punti, 6.672 rimbalzi e 5.633 assist, per delle relative, stratosferiche medie di 30,1 punti, 6,2 rimbalzi e 5,3 assist a partita (!!), oltre ad aver guidato il “Dream Team” per il suo secondo Oro olimpico ai Giochi di Barcellona ’92, prima edizione aperta ai giocatori Professionisti.

Ed allora, vi chiederete cosa occorra aggiungere a tutto ciò, ebbene qualcosina ancora c’è perché non molti sono a conoscenza dell’ultimo “come back” (“ritorno”) di Jordan dopo l’annunciato secondo ritiro, al tempo 35enne, ad avvenuta conquista del sesto anello con i Chicago Bulls al termine delle Finali Playoff 1998, vittime sacrificali, per il secondo anno consecutivo, gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone.

Annunciato definitivamente il ritiro dalle scene – peraltro con una frase degna del miglior Mourinho, ovvero: “sono al 99,9% sicuro di non disputare più un incontro di NBA …” – a gennaio ’99, l’anno seguente Jordan fa il suo rientro nel mondo del Basket Professionistico Usa, non più in veste di giocatore, bensì di proprietario dei Washington Wizards, che dopo aver chiuso la stagione 2000 al terz’ultimo posto della Eastern Conference con un desolante record di 29-53, fanno ancor peggio nella successiva, il cui record di 19-63 li confina solo al di sopra, ironia della sorte, proprio del Chicago Bulls, fanalino di coda sulla Costa Orientale.

Saranno state le prestazioni imbarazzanti della squadra, oppure l’esser tornato a respirare l’aria dei palazzetti, così come un identico rientro da parte del suo amico Mario Lemieux, che dopo tre anni di assenza dalla NHL (“la Lega Professionistica di Hockey su Ghiaccio”) si era ripresentato sulle piste di ghiaccio per indossare nuovamente la maglia dei Pittsburgh Penguins, fatto sta che le voci di un suo clamoroso ritorno cominciano a farsi sempre più insistenti, suffragate dall’intensità degli allenamenti a cui MJ si sottopone durante la primavera ed estate 2001, nonché dall’aver ingaggiato come Coach Doug Collins, suo allenatore a Chicago dal 1986 al 1989.

L’annuncio ufficiale viene dato ai media il 25 settembre ’01, notizia che avrebbe superato qualsiasi altra se gli Usa non fossero stati ancora sotto shock per l’attentato alle “Twin Towers” di appena due settimane prima, e lo stesso Jordan dichiara di devolvere il proprio compenso a favore delle famiglie delle vittime, per poi fare il suo rientro in campo (sfruttando quello 0,1% lasciato in sospeso …) il 30 ottobre ’01 nella sconfitta di misura dei “suoi” (in questo caso in tutti i sensi …) Wizards per 91-93 al Madison Square Garden di New York contro i Knicks …

In una stagione condizionata da problemi al ginocchio destro, Jordan scende in campo in sole 60 gare, di cui 53 da titolare, sulle 82 in calendario, ma il confronto tra il giocatore/proprietario ed il resto del Team è imbarazzante, laddove si consideri che il record delle partite in cui ha giocato è del 50% (30 sconfitte rispetto ad altrettante vittorie), mentre nelle rimanenti 22 i Wizards ottengono solo 7 successi, per un totale di 37-45 che li relega in decima posizione della Eastern Conference, comunque un bel progresso rispetto all’anno precedente.

Inutile dire che Jordan risulta il miglior realizzatore della squadra, con 22,9 punti, 5,7 rimbalzi e 5,2 assist di media a partita, che si innalzano a 24,3 punti, 6,0 rimbalzi e 5,4 assist se ci si limita alle sole gare in qui ha fatto parte degli “Starting Five” (“Quintetto iniziale”), festeggiando l’arrivo del nuovo anno con un “Season High” realizzato il 29 dicembre ’01 al “MCI Center” di Washington, allorché mette a referto, a quasi 39 anni di età, la bellezza di 51 punti tirando con il 58,3% (21 su 36) dal campo e mettendo a segno 9 tiri liberi su 10 tentativi nel successo per 107-90 contro, manco a dirlo, i sempre più derelitti Chicago Bulls …

Adesso per Jordan resta un ultimo obiettivo, vale a dire abbandonare l’attività a 40 anni compiuti – che non è un record, visto che Kareem Abdul-Jabbar aveva smesso a 42, ma comunque un bel traguardo da raggiungere – e, superati i problemi fisici, pur a dispetto delle sue 40 primavere, è l’unico giocatore di Washington a disputare tutte ed 82 le gare della “Regular Season”, di cui 67 inerito nel quintetto iniziale …

Il suo sogno sarebbe quello di poter condurre i Wizards ai Playoff, raggiunti una sola volta – nel 1997, eliminati 0-3 al primo turno proprio da MJ ed i suoi Bulls – nelle ultime 14 stagioni, ma a fine gennaio 2003 il bilancio non è confortante, con un record di 22 successi a fronte di 25 sconfitte quando per poter sperare nell’accesso alla “Post Season” occorre almeno superare la quota del 50% di vittorie, ma il mese entrante di febbraio è quello in cui Michael Jordan festeggia i 40 anni, essendo nato il 17, e volete che non abbia in serbo qualche sorpresa …??

Il primo acuto giunge proprio l’1 febbraio, allorché realizza 45 punti – 18 su 33 (54,5%) al tiro e 9 su 10 dalla lunetta – nello scontro diretto per l’accesso ai Playoff con i New Orleans Hornets vinto 109-104 sul parquet amico, per poi disputare il 9 febbraio alla “Philips Arena” di Atlanta il suo 14esimo “All Star Game”, prima di entrare per l’ultima volta nel libro dei record della NBA …

In stagione, oltre ai ricordati 45 punti rifiilati agli Hornets, Jordan aveva già superato “quota 40” in una sola altra occasione, grazie ai 41 che avevano consentito il 4 gennaio ’03 ai Wizards di avere la meglio 107-104 sui quotati Indiana Pacers del suo “nemico giurato” Reggie Miller e Jermaine O’Neal, ma il tutto era avvenuto non avendo ancora superato “la soglia dei 40 anni”, la cui viceversa prima gara dopo tale data è in programma il 21 febbraio, sempre sul parquet amico.

Bisogna entrare nella mentalità americana, dove gli slogan costituiscono una sorta di pane quotidiano e, considerando che, sino ad allora, nessun giocatore NBA ha messo a segno 40 o più punti dopo aver superato la quarantina, ecco che Jordan viene atteso a compiere l’impresa dei “40 points aged 40” (“40 punti a 40 anni”) che stuzzica non poco la curiosità dei media …

E, per l’occasione alla quale non vogliono rinunciare gli spettatori del “MCI Center”, Jordan sceglie un degno avversario, vale a dire nientemeno che i New Jersey Nets che guidano la Classifica della Atlantic Division con un record, al momento, di 37-18 rispetto al 25-28 di Washington, Nets guidati dal playmaker Jason Kidd (concluderà la stagione con 8,9 assist di media/partita) e che giungeranno sino alla Finale per il titolo, sconfitti dai San Antonio Spurs di Tim Duncan.

Ma ad uno che in oltre 20 anni di carriera ai massimi livelli le grandi sfide non hanno mai fatto paura, anzi lo hanno sempre affascinato, la gara contro la Capolista della Division è l’ideale per esaltarsi, disputando una gara di un’intensità pazzesca, gettandosi su di ogni pallone vagante con l’incoscienza di un ragazzino, mentre la mano è sempre calda come nei giorni migliori.

Coach Collins avverte che il suo “Proprietario” sta compiendo un’altra storica impresa e lo risparmia il meno possibile, facendogli disputare 43’ dei 48’ previsti, ed è Jordan a ricucire ogni tentativo di fuga di New Orleans, che all’intervallo lungo conduce di un solo punto (45-44) …

E’ la difesa la chiave della gara, con il solo Jefferson ad emergere tra gli ospiti con 25 punti all’attivo, mentre Jordan lotta come un leone anche sotto canestro, catturando ben 10 rimbalzi difensivi per poi violentare la retina dall’altra parte del campo, dando ai Wizards un primo piccolo vantaggio (58-54 e 63-60) nel corso del terzo periodo, per poi incaricarsi di “ricucire lo strappo” allorché i Nets, con un parziale di 6-0, si erano portati in vantaggio 66-63 …

Iniziato l’ultimo quarto con un solo punto (69-68) di vantaggio, i Wizards temono che Jordan accusi la più che comprensibile fatica, ma niente di più sbagliato qualora si consideri che stiamo parlando di uno che ha vinto un titolo NBA con 40 di febbre per un virus intestinale, segnando 38 punti, anche se avvenuta 6 anni prima.

E’ difatti Jordan a segnare il canestro del +3 (71-68) ad inizio del quarto periodo, è ancora lui a riportare le sorte della gara in parità sul 73-73, nonché a segnare dalla lunetta i tiri liberi del +2 (81-79) a 4’09” dal termine con cui tocca la fatidica soglia dei 40 punti, con la sovrimpressione sugli schermi a ricordare immediatamente come sia il primo giocatore a raggiungere tale “score” a 40 anni compiuti …

Ma a Jordan non basta, un record accompagnato da una sconfitta non fa parte del suo essere, ed eccolo allora recuperare un rimbalzo fondamentale con 1’30” da giocare e New Orleans tornata in vantaggio 84-83 per il quale subisce anche un colpo andando in lunetta per un “1 su 2” che riporta le sorti dell’incontro in parità, prima che i Nets guidino lo stesso 86-85 con soli 47” da giocare e palla in mano …

Ma il tiro dalla lunga distanza finisce sul ferro e dopo il rimbalzo, catturato da Christian Laettner, la palla viene consegnata a Jordan, il quale si produce in una delle sue celebri entrate in faccia a Richard Jefferson – di 17 anni più giovane di lui (!!) – per andare a depositare la stessa a canestro per il controsorpasso (87-86), con magari l’unica differenza che una decina di anni prima avrebbe schiacciato, ma glielo perdoniamo …

Mancano ancora 34” alla sirena, ma i Nets invece che l’azione manovrata vanno al tiro rapido da fuori che non centra il bersaglio, con Jordan a catturare il rimbalzo ed avviare l’azione che porta Washington sul +3 (89-86) che poi è anche il risultato finale, visto che il tiro della disperazione di Jefferson dalla lunga distanza non coglie neppure il ferro.

Un successo importante in chiave Playoff, portando i Wizards sul 26-28 – anche se poi non riusciranno nell’intento, concludendo la stagione al nono posto con l’identico score di 37-45 dell’anno precedente – ma i riflettori sono tutti per colui che ha deciso di regalare ai suoi tifosi ed a tutti coloro che amano il Basket, un’ultima, straordinaria recita, sintetizzate nelle aride cifre da 43 punti (18 su 30 (60%) dal campo e 7 su 8 ai tiri liberi), 10 rimbalzi, 3 assist, 4 palle recuperate ed una stoppata …

Siamo sicuri che, all’uscita dal Palazzetto, molti se non la quasi totalità dei presenti si sia chiesta: “Ma siamo sicuri che abbia veramente 40 anni …??” …

 

Annunci

I 63 PUNTI DI ARLAUCKAS IN VIRTUS BOLOGNA-REAL MADRID DI COPPA DEI CAMPIONI 1996

arla.jpg
Joe Arlauckas in azione – da marca.com

articolo di Nicola Pucci

La storia cestistica di oggi rimanda agli anni in cui la principale manifestazione del basket continentale si chiamava ancora Coppa dei Campioni, le formazioni più forti d’Europa potevano avvalersi del fondamentale apporto tecnico di campioni dal passato NBA scintillante, e gli organici in competizione avevano una spiccata connotazione autarchica.

Insomma, siamo nel bel mezzo degli anni Novanta, precisamente stagione 1995/1996, e proprio quella che oggi chiamiamo comunemente Eurolega sta per scrivere una pagina memorabile, annotando un record destinato a resistere ancora a lungo.

Il Real Madrid è detentore del titolo, conquistato l’anno precedente a spese dell’Olympiakos, 73-61 nella finale giocata a Saragozza grazie a 23 punti e 7 rimbalzi dello “zar” Sabonis, e per l’anno in corso ha tutte le intenzioni di bissare l’impresa per quella che sarebbe la sua nona vittoria, incrementando un primato a livello di club che invece verrà aggiornato solo nel corso del Nuovo Millennio. Ma la concorrenza è decisamente agguerrita, a cominciare appunto dalle squadre elleniche che ormai guardano alla Coppa Campioni come ad un traguardo assolutamente alla loro portata, ed in effetti a fine stagione sarà il Panathinaikos ad alzare il trofeo trascinato dalle prodezze di Dominique Wilkins, per proseguire con lo stesso Barcellona che tenta di arginare, come avviene in ogni disciplina sportiva, lo strapotere dei madrilisti ed ambisce a conquistare per la prima volta il tetto d’Europa, e per chiudere con le illusioni cullate dalle due squadre italiane in lizza, la Virtus Bologna, con marchio Buckler ed il leggendario Alberto Bucci in panchina, a sua volta ancora a secco e che romperà il sortilegio nel 1998 battendo un’altra squadra greca, l’Aek Atene, e la Benetton Treviso, che con la finale del 1992 persa con il Limoges è in ordine di tempo l’ultima squadra tricolore ad aver raggiunto l’atto decisivo della rassegna.

Ma qui il racconto di quella storica stagione di Coppa dei Campioni, una volta registrati i successi di tutte le squadre favorite in un secondo turno preliminare che promuove direttamente alla fase a gironi, tra queste, proprio Barcellona ed Olympiakos, oltre ai francesi dell’Antibes, chiama appunto in causa la Virtus Bologna, inserita in un raggruppamento di ferro com’è il girone B, che mette assieme anche Barcellona, Real Madrid e Panathinaikos, oltre agli israeliani del Maccabi, l’altra formazione transalpina del Pau-Orthez, i croati del Cibona e i portoghesi del Benfica.

E mentre Olympiakos, Cska Mosca, Treviso ed Ulker Istanbul occupano nel girone A i primi quattro posti che garantiscono l’accesso ai quarti di finale da giocarsi con il formato dell’eliminazione diretta, proprio nel girone B le due spagnole fanno la parte del leone chiudendo ai primi due posti e precedendo Panathinaikos e Pau-Orthez, che accedono a loro volta alla fase successiva, estromettendo invece la Virtus Bologna, che dopo aver battuto il Barcellona nella prima gara, 90-73 con 22 punti di Komazec ed Orlando Woolridge, perde due incontri capitali con i francesi, per presentarsi ormai senza più possibilità alcuna all’ultima sfida, quella in calendario il 15 febbraio 1996 da giocarsi davanti al pubblico amico di Casalecchio sul Reno.

Tocca, a questo punto, raccontare preventivamente qualcosa di Joe Arlauckas, pivottone americano classe 1965, nato a Rochester, alto 205 centimetri, e che dopo una breve parentesi in NBA con la maglia dei Sacramento Kings, hanno conosciuto anche in Italia quando nel corso della stagione 1987/1988 ha difeso per 12 gare i colori di Caserta, ad onor del vero senza troppa gloria, sommando 10,7 e 6,8 punti a partita. Negli anni successivi, Arlauckas si è trasferito in Spagna, prima al Malaga e poi al Vitoria, per infine approdare al Real Madrid nel 1993.

E con i bianchi Joe si è tolto lo sfizio di vincere la Liga nel 1994 e la Coppa dei Campioni, appunto, del 1995, segnando 16 punti in finale, oltre a migliorare sensibilmente le sue statistiche tanto da mettere a segno, nei cinque anni con il Real Madrid, 2.584 punti in 136 partite alla ragguardevole media di 19 punti a serata.

Fin quando, appunto il 15 febbraio 1996, giunge l’ultima gara di girone a Bologna. Arlauckas si trova a dover fronteggiare il talento offensivo di Woolridge, che metterà a referto 31 punti assistito, seppur inutilmente, da Arijan Komazec a sua volta autore di 21 punti. Ma le due prestazioni virtussine nulla sono a confronto con la prova stratosferica di Arlauckas, assolutamente incontenibile ed in grado di segnare da ogni posizione, tanto da iscrivere infine uno score di 63 (!!!) punti, frutto di un 24/29 nel tiro da due e 15/18 nei tiri liberi. I 5.700 spettatori assiepati in tribuna si lustrano gli occhi al cospetto di una prova, a cui aggiungere 11 rimbalzi, 2 assist e 4 palle recuperate in 39 minuti di permanenza sul parquet, che se non può certo migliorare quella che, in Coppa dei Campioni, seppe regalare Radivoj Korac nel 1965, 99 (!!!) punti nel match tra OKK Belgrado e Alvik Stoccolma terminata 155-57, altresì assegna all’americano un record che da quel giorno nessuno è mai stato in grado neppure di avvicinare.

Per le statistiche, che nel basket significano parecchio, il Real Madrid vince 115-96, a dispetto di un misero 0/11 (!!!) nel tiro da tre punti, esercizio sconosciuto ad Arlauckas ma che per l’occasione, visto che gli entra praticamente tutto, prova a sua volta, fallendo. Racconterà Zoran Savic, suo compagno al Real Madrid di quella sera e che a fine stagione si trasferirà proprio alle V-nere, “Joe aveva sbagliato due tiri nei primi minuti di gioco, ma non si era allarmato, ed in seguito ogni suo tentativo andava a bersaglio. Giocava come su una nuvola, ma nessuno di noi aveva avuto la percezione che avesse segnato così tanti punti. Poi, a fine partita, leggendo le statistiche del match…

Record, dunque, e vale a Joe Arlauckas, che già in altre cinque occasioni aveva superato i 30 punti nel corso di quella Coppa dei Campioni, con un massimo di 35 fondamentali nella vittoria di misura a Tel Aviv con il Maccabi, 77-75, la vittoria finale nella classifica dei cannonieri, alla media di 26,4 punti a partita e con il 57,6% nel tiro da due. E se non è un fuoriclasse questo…

JULIUS ERVING, IL “DOCTOR J” CHE HA ESALTATO PER 15 ANNI IL BASKET USA

141217155744-julius-erving-red-sixers-jersey-1980.1280x720
Julius Erving con la maglia dei 76ers – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando nell’estate 1976 la seconda Lega Professionistica di Basket Usa, ovverossia la ABA (American Basketball Association) è costretta a chiudere i battenti dopo 9 anni di attività per gravi problemi finanziari, delle 7 franchigie che ne facevano parte – rispetto alle 10 delle edizioni precedenti, i Baltimore Claws non avevano iniziato la stagione, mentre i San Diego Sails e gli Utah Stars non la terminano – solo 4 confluiscono nella preesistente e più affermata NBA (National Basketball Association).

Tra queste, vi sono i New York Nets, che portano (o meglio avrebbero voluto portare …) in dote – dato che per sostenere i maggiori costi della nuova Lega sono costretti a cederlo – la “Stella dell’ABA”, ovverossia l’ala piccola Julius Erving, da tre anni votato come MVP (Most Valuable Player) della disciolta Federazione.

Un Erving che, per la verità, nella NBA aveva già “rischiato” di giocarvi già quattro anni prima, andando a completare un “trio da favola” a Milwaukee con Oscar Robertson e Kareem Abdul-Jabbar, ma di questo avremo tempo per tornarci su, occupandoci prima delle origini di questo “fenomeno” del parquet.

Julius Winfield Erving nasce il 22 febbraio 1950 ad East Meadow, sull’isola di Long Island, nello Stato di New York, per poi crescere nel quartiere Roosevelt e frequentare la “Roosevelt High School”, dove riceve il soprannome di “Doctor” che lo accompagna per tutta la carriera.

A dire il vero, tale “nickname” è poco più di un gioco tra Julius ed un suo fraterno amico, tale Leon Saunders, con cui frequenta il Liceo e che lui chiama “The Professor” ottenendo di rimando “The Doctor”, un modo di appellarsi reciprocamente che, in effetti, sarebbe dovuto restare circoscritto alla loro sfera intima, se non fosse che è lo stesso Erving a renderlo di dominio pubblico allorché inizia a far valere i numeri della sua classe cristallina, tant’è che il pubblico lo definisce “Black Moses” (“Il Mosè nero”) ed Houdini, al che ad un cronista che lo apostrofa con un: “non so più come definirti” dopo una partita, lui risponde candidamente: “se proprio volete darmi un soprannome, chiamatemi Dottore …

Nasce così il mito di “Doctor Julius”, poi trasformato nel più semplice “Doctor J” di cui sono piene le pagine del Romanzo del Basket Usa, da lui stesso alimentato nel biennio in cui frequenta la “University of Massachusetts”, realizzando medie di 26.3 punti e 20,2 rimbalzi a partita, uno dei soli sei giocatori di ogni epoca ad essere riuscito nell’impresa di superare “quota 20” in entrambe tali statistiche.

Ma, a 21 anni, Julius desidera bruciare le tappe ed, anziché proseguire negli studi – conseguirà la laurea in leadership creativa ed amministrazione solo nel 1986, solo per rispettare una promessa fatta alla madre – si affaccia al Basket professionistico, dovendo giocoforza scegliere una formazione della ABA in quanto le regole del tempo della NBA non consentivano di tesserare giovani che non avessero lasciato il liceo da almeno quattro anni …

Ed ecco, allora, Erving sottoscrivere un contratto quadriennale da 500mila dollari con i “Virginia Squares”, franchigia della città di Norfolk, in Virginia, con cui, nella sua stagione da “Rookie”, realizza medie da 27,3 punti, 15,7 rimbalzi e 4,0 assist a partita, con gli Squares a perdere la Finale di Conference 3-4 contro i New York Nets, con il “Dottore” ad elevare le sue percentuali alla stratosferica quota di 33,3 punti, 20,4 rimbalzi e 6,5 assist nel corso dei Playoffs.

Divenuto tesserabile per la NBA, nel Draft del 10 aprile ’72 Julius Erving viene scelto al primo giro come dodicesimo dai Milwaukee Bucks, edizione che vede fare il loro ingresso nella NBA anche a Bob McAdoo e Paul Westphal, solo che vi è un “piccolo” problema …

Difatti, prima di tale data, Erving si era già accordato con gli Atlanta Hawks, sottoscrivendo un contratto da un milione di dollari dopo essere entrato in contrasto con i Virginia Squares ai quali aveva chiesto la rinegoziazione dei suoi compensi, avendo scoperto che il suo agente dell’epoca, Steve Arnold, era in realtà un impiegato della Società e lo aveva convinto ad accettare condizioni inferiori.

Un bel “busillis”, con tre squadre (oltretutto di due Leghe diverse …) a pretendere i servigi del “Dottore”, e mentre la franchigia di Norfolk si rivolge al Tribunale per pretendere il rispetto del contratto, James Walter Kennedy, il “Commissioner” della NBA, dà ragione ai Bucks che hanno acquisito i diritti sul giocatore tramite il Draft, comminando una multa di 25mila dollari agli Hawks ogni qualvolta Erving – che si stava allenando con loro – fosse sceso in campo, anche solo per una gara amichevole.

L’ultima parola, però, spetta al Giudice Edward Neaher, il quale emette un verdetto con cui ingiunge ad Erving il divieto di giocare con qualsiasi squadra che non fossero i Virginia Squares ed ecco che, per il Dottore, il sogno di far parte della “Grande Famiglia” della NBA deve essere rimandato.

Si potrebbe pensare che una tale decisione abbia inciso sul rendimento di Erving nella successiva stagione, niente di più falso in quanto una cosa sono i diritti salariali ed un’altra la professionalità sui parquet, incrementando anzi a 31,9 la sua media punti a partita, per poi essere comunque la “chiave” che consente a Virginia di sopravvivere per altre tre stagioni nell’ABA a causa dei gravi problemi finanziari che la affliggono.

Ecco pertanto la franchigia scambiare Erving e Willie Sojourner con i New York Nets, ricevendo in contropartita George Carter, Kermit Washington e, soprattutto, 750mila dollari con cui sistemare le casse societarie, mentre i Nets completano il quintetto per poter aspirare al titolo al quale erano andati vicino nel 1972, perdendo 2-4 la Serie Finale contro gli Indiana Pacers.

Il triennio nella sua città natale è quello della definitiva consacrazione per Erving, il quale, oltre a ricevere per tre stagioni consecutive il titolo di MVP della Lega, trascina letteralmente i New York Nets a due titoli nel 1974 (4-1 agli Utah Stars) e ’76 (4-2 ai Denver Nuggets), circostanze in cui si vede assegnare anche la palma di MVP dei Playoffs – con una straordinaria media di 34,7 punti, 12,6 rimbalzi e 4,9 assist a partita nella Post Season ’76 – ma, sopra ogni cosa, si impone all’attenzione generale per il suo gioco altamente spettacolare, fatto in particolare di un’agilità e potenza atletica sinora sconosciute, e che trova la sua sublimazione nelle spettacolari schiacciate, per eseguire le quali salta ben oltre le braccia protese dei difensori, avvitandosi e restando a lungo sospeso in aria come mai si era visto prima.

Esecuzioni che mandano in delirio i fans e che fanno di Erving “l’oggetto del desiderio” di molte altre franchigie della NBA, specie dopo che emergono le difficoltà finanziarie dei Nets – che in vista della nuova avventura si erano aggiudicati anche le prestazione del futuro “Hall of Famer” Nate Archibald – allorché i “cugini” del New York Knicks chiedono loro un indennizzo di 4,8milioni di dollari per aver “invaso” il loro territorio, una somma elevata che andava a sommarsi alle maggiori tasse da pagare per partecipare alla nuova Lega Professionistica unificata.

Non sapendo più come riuscire a far quadrare i conti, Roy Boe, proprietario dei Nets, dapprima cerca di convincere Erving a rinunciare al promesso aumento di stipendio, ricevendo un netto rifiuto, e quindi offre il giocatore ai Knicks in cambio della rinuncia alla citata indennità, proposta che viene rigettata solo per passare agli annali come la “peggior decisione” nella storia della franchigia.

Con le spalle al muro, Boe è costretto ad accettare l’offerta dei Philadelphia 76ers che rilevano il contratto da 3milioni di dollari di Erving sborsandone un’ulteriore identica cifra per il giocatore, notizia che fa il giro del mondo e che, se serve a rivitalizzare il mondo un po’ in declino della NBA, di sicuro incide sul rendimento dei Nets, con lo stesso Boe, anni dopo, a rimpiangere l’accaduto: “L’accordo di fusione tra le due Leghe mi consentì di approdare alla NBA, ma mi costrinse a distruggere la squadra vendendo Erving per pagare il salatissimo conto …” …

Certamente, non hanno di che lamentarsi nella “Città dell’Amore fraterno” che, dopo essere stati eliminati l’anno precedente al primo turno dei Playoffs, si aggiudicano il titolo della Eastern Conference avendo la meglio 4-2 sugli Houston Rockets per poi cedere con lo stesso punteggio nella Finale assoluta contro Portland, in cui, ancorché i Sixers potessero contare sul vantaggio del fattore campo, risulta decisiva la sconfitta in gara-5 per 104-110 allo “Spectrum” nonostante i 37 punti di “Doctor J”, il quale è altresì l’ultimo ad alzare bandiera bianca nella decisiva gara-6 in Oregon, allorché iscrive ben 40 punti a referto, tirando con il 58,6% nella sconfitta per 107-109 che regala ai Blazers quello che è tuttora l’unico titolo della loro Storia.

Quella della mancata conquista del titolo NBA è una sorta di “maledizione” che continua a perseguitare Julius Erving – che sceglie il n.6 di maglia, qualcuno dice a ricordo dei “6 milioni di dollari” cui è complessivamente costato alla Dirigenza della Metropoli della Pennsylvania, altri perché simboleggia l’appellativo di “Sixers” del Team – anche negli anni a venire, con la stagione ’78, conclusa dai Philadelphia con il miglior record (55-27) di “regular season” ad Est, sconfitta 2-4 dai Washington Bullets (poi vincitrici del titolo) nella Finale di Conference, nonostante alla guida della squadra sia chiamato Billy Cunningham, già Campione NBA coi Sixers nel 1967.

Questo binomio Cunningham/Erving induce la proprietà a rinforzare progressivamente la squadra, che al Draft 1978 si aggiudica le prestazioni di Maurice Cheeks, talentuoso playmaker proveniente dalla West Texas University, e dell’ala forte Bobby Jones, scambiato coi Denver Nuggets per George McGinnis, ma purtroppo per loro il “Mondo della NBA” viene sconvolto da ciò che accade al Draft 1979, allorché irrompono contemporaneamente nel dorato panorama della Lega Professionistica due giocatori che ne scriveranno la storia nel successivo decennio, ovverossia Earvin “Magic” Johnson, proveniente da Michigan State, prima scelta dei Los Angeles Lakers, e Larry Bird, messo sotto contratto dai Boston Celtics.

Con la struttura della NBA che prevede due Campioni di Conference che poi si affrontano per la conquista dell’anello, ecco nascere una rivalità quanto mai accesa tra Boston e Philadelphia, le cui sfide per primeggiare sulla costa orientale appassionano quanto, se non più, la Finale per il titolo assoluto …

Di ciò si avvantaggiano indubbiamente i Lakers, basti pensare che – in virtù di una minor concorrenza ad Ovest, ferma restando la forza della formazione guidata da Pat Riley – nei 10 Tornei degli anni ’80 raggiungono in ben 8 occasioni la Finale per il titolo, potendo anche contare, nell’atto conclusivo, su di una maggiore freschezza fisica rispetto a chi, tra Boston e Philadelphia, abbia alfine avuto la meglio dopo “sfide all’ultimo sangue”.

Quale che sia il dominio di Celtics e Sixers nella Atlantic Division è certificato dalla prima stagione da “Rookie” di Larry Bird, con Boston a primeggiare nella “regular season” con un record di 61-21 appena superiore ai 59-23 di Philadelphia, che però si prende la rivincita nella Finale di Conference avendo la meglio per 4-1 nella Serie, in cui i due “big” trascinano le rispettive formazioni facendo registrare medie da 25,0 punti, 8,4 rimbalzi e 4,2 assist a partita il “Dottore, con “la grande speranza bianca” a replicare con 22,2 punti, 13,8 rimbalzi e 3,6 assist, a dimostrazione di quanto fondamentale fosse il contributo degli stessi alle fortune dei rispettivi Team.

La Finale per il titolo contro i Lakers – che godono del vantaggio del fattore campo per una sola vittoria in più (60-22) in “regular season” – illude Philadelphia di poter tornare sul trono a 13 anni di distanza dal trionfo del 1967 con Wilt Chamberlain, allorché espugnano in gara-2 il “Forum” di Inglewood per 107-104 nonostante i 38 punti ed i 14 rimbalzi di Jabbar, il quale si ripete “restituendo il favore” con 33 punti e 14 rimbalzi con cui in gara-3 i Lakers espugnano 111-101 il parquet di Philadelphia.

Sul punteggio di 3-2 per i Lakers nella Serie – strepitosa gara-5 vinta 108-103 al “Forum” con 40 punti e 15 rimbalzi di Jabbar, a cui Erving risponde con 36 punti, 9 rimbalzi e 6 assist – la decisione matura in gara-6 dove a salire in cattedra è il 21enne “Magic” Johnson, autore di una prestazione ai limiti dell’inverosimile, considerata altresì l’assenza di Jabbar per infortunio, con il 60,9% (14 su 23) al tiro ed il 100% dalla lunetta che valgono 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assist, di fronte alla quale serve solo togliersi il cappello ed il 123-107 con cui si conclude la sfida rende perfettamente l’idea della differenza dei valori in campo, laddove si consideri che nelle 5 precedenti gare vi era stato un distacco medio tra le due squadre di appena 5,6 punti.

Sapere di doversi scontrare con una formazione che ha nel proprio roster altresì talenti – oltre ai citati Kareem e “Magic” – quali Norman Nixon, Michael Cooper e Jamaal Wilkes, non deve certo indurre all’ottimismo in fase di preparazione per ogni nuova stagione, ma in ogni caso è già più che sufficiente la rivalità coi Celtics a scaldare gli animi dei tifosi dello “Spectrum”, che vedono comunque la dirigenza mettere a segno un altro colpo importante, con la scelta di Andrew Toney nel Draft 1980, così da aggiungere una importante “bocca da fuoco” nel tiro dal perimetro, sollevando in parte Erving dall’assumersi quasi esclusivamente in prima persona un tale onere, così che ha la possibilità di contribuire maggiormente al gioco di squadra.

Nulla di nuovo sul fronte orientale” verrebbe da dire, parafrasando il titolo del celebre romanzo storico del 1929 scritto dal tedesco Erich Maria Remarque, con le due dominatrici ad Est a concludere a braccetto la stagione regolare 1981 con l’identico record di 60-22 – medie di 19,4 punti, 9,9 rimbalzi e 5,0 assist a partita per Bird, cui Erving risponde con 24,6 punti, 8,0 rimbalzi e 4,4 assist – per poi ritrovarsi per l’oramai classico appuntamento della Finale della Eastern Conference.

Serie non indicata ai deboli di cuore e che si conclude con una quanto mai amara delusione per il Dottore ed i suoi compagni, visto che, dopo aver ribaltato il vantaggio del fattore campo imponendosi 105-104 (33 punti di Bird e 20 di Archibald per i Celtics, 26 di Toney e 25 di Erving per i Sixers) al “Boston Garden” in gara-1 ed essersi portati sul 3-1 nella serie sfruttando le due partite allo “Spectrum”, cedono nelle tre sfide finali, tutte decise all’ultimo secondo (111-109, 100-98, 91-90 a favore di Boston), con in particolare la fondamentale gara-6, disputata sul parquet amico e che avrebbe potuto chiudere la serie, in cui Philadelphia spreca un vantaggio di 9 punti (51-42) maturato all’intervallo lungo.

Amarezza acuita dal fatto che i Celtics vincono il titolo avendo la meglio in Finale (4-2) sugli Houston Rockets che avevano a sorpresa eliminato i Campioni in carica dei Lakers al primo turno, a conferma di una grande “occasione” persa, e non può certo essere di grande consolazione per “Doctor J” il fatto di essere eletto MVP della “regular season, anche rispetto all’esito della stagione successiva …

Coi Sixers, difatti, ad aver concluso al secondo posto ad Est rispetto a Boston (58-24 e 63-19 i rispettivi record), la formazione di Cunningham – ancora con “Doctor J” leader quanto a punti con 24,4 di media a partita – dimostra segnali di crescita in Maurice Cheeks, oramai faro del gioco avendo incrementato ad 8,4 la media degli assist distribuiti ad ogni incontro, così come in Andrew Toney che ha messo a frutto il suo primo anno da matricola, capace pertanto di vedersela da pari a pari coi Celtics nella terza riedizione consecutiva dell’appuntamento divenuto oramai un classico, vale a dire la Finale della Eastern Conference.

Ed, ancora una volta, l’esito della sfida sembra suonare come una beffa per Erving ed i suoi, coi Sixers a ribaltare nuovamente il vantaggio del fattore campo imponendosi per 121-113 (Toney monumentale, 59,1% al tiro con 30 punti a referto …) in gara-2 al “Boston Garden”, per poi portarsi come l’anno prima sul 3-1 nella serie e quindi fallire il match point allo “Spectrum” in gara-6, sconfitti 75-88 in una partita a punteggio insolitamente basso e che i Celtics fanno loro nell’ultimo quarto, chiuso con un parziale di 27-11.

L’appuntamento per stabilire chi dovrà affrontare in Finale Los Angeles – che nel frattempo non ha certo faticato più di tanto per “spazzare via” sia Phoenix che San Antonio con l’identico punteggio di 4-0 – è fissato per il 23 maggio ’82 al “Boston Garden dove sulle tribune aleggiano tifosi che girano con indosso un lenzuolo a simboleggiare “i fantasmi” dell’anno precedente, pregustando analogo esito.

C’è qualcuno che, però, non è molto d’accordo al riguardo e che, soprattutto, ha da farsi perdonare la sciagurata prestazione (1 su 11 al tiro …) di due giorni prima a Philadelphia, e quel tale è Andrew Toney che stavolta mette a segno 34 punti (14 su 23 al tiro e 6 su 8 dalla lunetta), ben assistito dal consueto contributo di Erving (29 punti) e da un Cheeks che, oltre a distribuire 11 assist, va anch’egli 19 volte a referto per il 120-106 conclusivo, così che al “Boston Garden” al posto dei lenzuoli appaiono dei cartelli con su scritto “Beat L.A.” (“Battete Los Angeles”), tanto per chiarire il livello di rivalità tra Bird e “Magic”.

Ovvio che, con un ritmo di gare incalzante, giungere ad affrontare i Lakers con 15 partite disputate nell’arco di 32 giorni (dal 21 aprile al 23 maggio) rispetto alle sole 8 giocate da “Magic” & Co. non è propriamente il massimo, laddove si consideri come Los Angeles abbia ulteriormente potenziato la propria rosa con l’innesto di Bob McAdoo, e la differenza emerge subito in gara-1, allorché i Lakers ribaltano il fattore campo imponendosi 124-117 allo “Spectrum”, rimontando nella ripresa uno svantaggio di 11 punti (50-61) all’intervallo lungo grazie ad una eccellente distribuzione al tiro, laddove si consideri che tutti e 7 i giocatori schierati da Riley chiudono in doppia cifra, con la curiosità che a segnare il minor numero di punti è proprio Johnson, appena 10.

Portatasi sul 3-1 nella serie, Los Angeles consente a Philadelphia di prendersi la magra consolazione di infliggerle il peggior passivo delle Finali con il 135-102 di gara-5, con Erving a dominare sotto i tabelloni con 12 rimbalzi e contribuendo altresì con 23 punti, mentre Toney si incarica di mitragliare la retina avversaria con una percentuale del 72,2% (13 su 18 al tiro) che, unita al 5 su 6 ai liberi, assomma a 31 punti, prima che la successiva gara-6 al “Forum” metta la parola fine alla sfida, ancora grazie alla sapiente distribuzione di gioco da parte di Riley (6 uomini in doppia cifra da un massimo di 27 ad un minimo di 13) contro cui la “splendida coppia” formata da Erving e Toney da sola (59 punti in due, 30 e 29 rispettivamente) poco può, ed il 114-104 conclusivo incorona nuovamente Magic sul trono della NBA.

E’ oramai chiaro a Cunningham ed alla proprietà dei Sixers che, se si vuole centrare il titolo, occorre completare una squadra che per 4/5 è già eccellente nell’unico ruolo in cui soffre la superiorità altrui, ovvero quello di centro, dove i pur validi Caldwell Jones e Darryl Dawkins non sono in grado di reggere il confronto con Robert Parish e Kareem, ed ecco allora presentarsi l’occasione giusta con Moses Malone, in scadenza di contratto con gli Houston Rockets.

L’offerta di Philadelphia è di quelle cui è difficile poter rinunciare – il contratto siglato il 2 settembre ’82 prevede 13,2 milioni di dollari per 6 stagioni – ed il “bagno di sangue” è comunque redditizio, presentandosi ai nastri di partenza del Torneo 1982-’83 con quello che è da molti considerato il miglior roster nella Storia della franchigia, superiore anche alla rosa che vinse il titolo nel 1967.

Ed, in effetti, già dalla “regular season” si avverte allo “Spectrum” un’aria diversa dalle stagioni passate, con gli avversari spazzati via come foglie secche ed un record di 65-17 inferiore solo al 68-13 dell’anno di Chamberlain, anche se, memori delle delusioni delle precedenti edizioni, in casa Sixers si predica prudenza …

Una prudenza che non rientra nel Dna di Malone – che con medie di 24,5 punti, 15,3 rimbalzi e 2,0 stoppate a partita riceve il titolo di MVP della stagione regolare – il quale si sbilancia nel poi divenuto celebre “fo, fo, fo” (che sta per “four, four, four”, ovvero vincere le tre serie di Playoff in quattro partite ciascuna), pronostico centrato al 90% in quanto Philadelphia, dopo aver umiliato 4-0 proprio quei New York Knicks che avevano rinunciato a tesserare Erving, concede l’onore delle armi a Milwaukee in gara-4 della Finale dell’Eastern Conference – in una sorte di nemesi, anche in questo caso la squadra che aveva scelto Erving nel Draft 1972 – serie poi chiusa sul 4-1 con Malone miglior rimbalzista in tutti e cinque gli incontri.

C’era qualcosa da vendicare, in casa Sixers, allorché si apprestano a sfidare, per la terza volta in quattro anni, i Los Angeles Lakers per la conquista dell’anello, ma stavolta lo strapotere di Malone sotto i tabelloni è la chiave di volta della serie, chiusa come da pronostico (di Moses, ovviamente …) sul 4-0, con il centro della Virginia a risultare “Top Scorer” e miglior rimbalzista delle prime tre partite – 27 e 18, 24 e 12, 28 e 19 rispettivamente – lasciando a Jabbar l’onore di mettere a segno 28 punti nella conclusiva gara-4 che i Sixers vincono 115-108 al “Forum” di Inglewood il 31 maggio ’83, pur, dal canto suo, riuscendo a catturare “qualcosa” come ben 23 rimbalzi …!!

Inutile sottolineare come Malone abbini il titolo di MVP delle Finali a quello della “regular season, ma il più felice a Philadelphia, ed i suoi fans con lui, è Doctor Julius Erving, che a 33 anni già compiuti corona il sogno di una carriera che stava pensando non potesse mai più ormai concretizzarsi.

L’aver, giustamente, evidenziato l’apporto fondamentale di Malone per la conquista dell’anello, non deve far passare in secondo piano l’apporto dato anche da Erving al successo dei Sixers, con 21,4 punti, 6,8 rimbalzi e 3,7 assist in stagione regolare, cui fa registrare 18,4 punti, 7,6 rimbalzi e 3,4 assist nei Playoffs a conferma della sua caratura di giocatore totale.

Un po’ l’appagamento dopo il risultato raggiunto e molto i conti con la carta d’identità, fanno sì che le ultime stagioni di Erving siano leggermente al di sotto dei propri standard abituali, con Philadelphia eliminata al primo turno dei Playoffs ’84 nientemeno che dai New Jersey Nets con cui “Doctor J” aveva vinto due titoli NBA, per poi tornare l’anno seguente a disputare le Finali di Conference, avversari, manco a dirlo, i Boston Celtics …

Con i Sixers ad aver irrobustito il quintetto base con una giovane promessa di nome Charles Barkley scelto al primo turno del Draft 1984 – quello, per intendersi, in cui entrano a far parte della NBA anche Akeem Olajuwon e Michael Jordan – le premesse sono per una serie equilibrata tra due formazioni dotate di larga esperienza – Larry Bird, Danny Ainge, Dennis Johnson, Robert Parish e Kevin McHale da un lato, contrapposti al quintetto base Campione due anni prima, Maurice Cheeks, Andrew Toney, obby Jones, Julius Erving e Moses Malone dall’altro – ma l’esito è viceversa ben diverso, con Boston ad imporsi per 4-1 in virtù dell’attenta marcatura su Malone, limitato a soli 18,2 punti.

Dovranno trascorrere ben 16 anni prima che Philadelphia possa tornare a disputare una Finale di Conference – e vincerla, 4-3 su Milwaukee nel 2001 – solo per essere sconfitta nella sfida per il titolo, indovinate un po’, dai Los Angeles Lakers, mentre Erving si ritira al termine del 1987 dopo aver disputato un’ultima stagione a mo’ di tournée d’addio, presentato nei vari impianti prima di ogni gara e con il pubblico locale ad esaurire la capienza per rendergli onore …

Un Julius Erving del quale le aride cifre recitano, in 16 stagioni di carriera professionistica (tra le 5 nella ABA e le successive 11 nella NBA), di 30.026 punti (24,2 di media/gara), 10.525 rimbalzi (8,5) e 5.176 assist (4,2), ma che da sole non rendono l’idea di cosa sia stato il “Dottore” nel panorama del Basket mondiale, ovviamente inserito nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” a far tempo dal 1993.

Molto meglio quindi, lasciare la parola a Johnny Kerr, ex Centro di Philadelphia tra metà anni ’50 ed il corrispondente periodo del successivo decennio, il quale ne fa una descrizione che colpisce l’immaginario allorché afferma come: “nei suoi primi anni da professionista, Erving era come Thomas Edison, in grado di inventare qualcosa di nuovo ad ogni partita …!!”.

Ma, forse, il miglior tributo in merito a quanto abbia inciso la presenza di “Doctor J” sul futuro del Basket mondiale viene da colui che è universalmente ritenuto come il più devastante giocatore di ogni epoca, vale a dire Michel Jordan, non a caso soprannominato “Air” (“Aria”) per le sue capacità di restare in volo nell’eseguire schiacciate battendo anche da lontano – una caratteristica portata sul parquet proprio da Erving – il quale, nel confermare di essersi ispirato a lui, laconicamente ammette: “Senza Doctor J non sarebbe mai esistito MJ …!!”.

E, con questo, doveroso omaggio, pensiamo che possiamo davvero chiudere …

 

COPPA SAPORTA 2002, IL PRIMO TROFEO DELLA MENS SANA SIENA


F_saporta0102_7i3pk09v.jpg
La Mens Sana Siena – da basketsiena.it

articolo di Nicola Pucci

Parlare di pallacanestro, a Siena, può avere un duplice effetto: da un lato rievoca storia ed imprese cestistiche di una società, la Mens Sana appunto, tra le più blasonate del panorama italiano, dall’altro riapre la ferita, mai del tutto rimarginata, della messa in liquidazione della società, sull’onda lunga del crack del Montedeipaschi, che porta poi, nel 2014, alla dichiarazione di fallimento della società.

Ma le vicende giudiziarie che vedono coinvolto, soprattutto, Ferdinando Minucci, prima dirigente, poi presidente della società, nulla tolgono ai successi ottenuti nel corso del primo decennio degli Anni Duemila quando, in virtù appunto della sponsorizzazione del Gruppo Montedeipaschi, la Mens Sana assurge al rango non solo di squadra di riferimento in Italia, ma pure di compagine in grado di competere anche in Europa ai massimi livelli.

Ed è proprio un trofeo continentale ad impreziosire, per primo, la bacheca della Mens Sana, che se nel corso degli anni Settanta si affaccia per la prima volta in serie A per poi tornare a farne parte in pianta stabile nella seconda metà degli Anni Novanta, proprio in Coppa Europa, fino al 1991 conosciuta come Coppa delle Coppe e che dal 1999 assumerà il nome di Coppa Saporta, nella stagione 1993/1994, debutta in campo internazionale, fermandosi agli ottavi di finale contro i turchi del Tofas Bursa.

La Mens Sana, col passare degli anni, acquisisce sempre maggior spessore, nazionale così come internazionale, giungendo ai quarti di finale di Coppa Korac nella stagione 1998/1999 quando un solo punto di differenza consente al Barcellona di avere la meglio nel doppio confronto con i toscani.

Il nuovo Millennio porta in dote la sponsorizzazione con il Gruppo Montedeipaschi, ed il salto di qualità, visto che i soldoni non mancano di certo, è ormai dietro l’angolo. A rinforzare una squadra già competitiva, giungono giocatori come lo sloveno Boris Gorenc e Roberto Chiacig, che nel 2001 sono protagonisti con i quarti di finale sia nei play-off scudetto (fuori con la Fortitudo Bologna), che in Coppa Italia (altra eliminazione per mano della squadra emiliana) e Supercoppa (quando a battere la squadra di Frates è la Virtus Roma).

Un altro anno ancora, ed ecco che con il cambio in panchina che vede Ergin Altman avvicendare Fabrizio Frates, la Mens Sana per la prima volta della sua storia cestistica iniziata nel 1934 si arrampica in finale. Che poi sono addirittura due, una sfortunata in Coppa Italia con la Virtus Bologna che si impone di misura, 79-77, una invece baciata dal successo, in Coppa Saporta, a conclusione di una cavalcata trionfale che qui andiamo a ripercorrere, tappa dopo tappa.

Preventivamente, occorre ricordare che l’albo d’oro di una competizione che ha cambiato nome tre volte e che proprio nel 2002 andrà definitivamente in cantina, così come la Coppa Korac, cedendo il posto alla Uleb Cup che le sostuirà entrambe diventando la seconda rassegna europea più importante dopo l’Eurolega, ha più volte sorriso alle squadre italiane, fin dall’anno del debutto, a far data 1967, quando ad imporsi fu l’Ignis Varese. Napoli vinse nel 1970, agli albori di un decennio segnato dalle quattro vittorie di Cantù e le tre di Milano, a cui aggiungere i successi ancora di Varese nel 1980 e di Pesaro nel 1983. L’exploit della Virtus Bologna nel 1990 e la doppietta della Benetton Treviso nel 1995 e nel 1999 sono solo gli ultimi sussulti di un basket italiano che sta per pagare dazio, a livello continentale, alla globalizzazione del mercato imposta dalla Legge Bosman, previo il colpo di coda, appunto, della Mens Sana che per la stagione in corso, 2001/2002, difende i colori italiani in virtù del sesto posto in campionato l’anno precedente, al pari della Pallalcesto Amatori Udine, a sua volta piazzatasi al settimo posto.

Ma se la formazione friulana, passata la fase a gironi che la vedeva impegnata con Pamesa Valencia, Strasburgo, Lugano, Turk Telekom e Portugal Telecom, si arrende agli ottavi di finale agli israeliano dell’Hapoel Gerusalemme dilapidando in casa, 78-87, quando guadagnato all’andata in trasferta, 74-71, i senesi disegnano un percorso decisamente più convincente.

L’organico, per la stagione in corso, si è rinforzato grazie agli arrivi del serbo Milenko Topic, del macedone Vrbica Stefanov a cui è assegnata la regia della squadra e del lituano Mindaugas Zukauskas, a cui si aggiungono anche l’altro macedone Petar Naumoski, il montenegrino Nikola Bulatovic e l’americano Brain Tolbert, e le ambizioni di ben figurare sono suffragate dal cammino nella prima fase che vede la Mens Sana chiudere il girone B con sette vittorie e tre sole sconfitte, rimanendo imbattuta nelle cinque sfide casalinghe al Palazzetto di Viale Sclavo contro Estudiantes (106-93 con 19 punti di Topic), Panionios (74-71 con 21 punti e 12 rimbalzi di Chiacig), Darussafaka (106-83 con 18 punti di Stefanov e del turco Aplay Oztas), Hapoel Gerusalemme (99-77 con 24 punti di Gorenc) e Le Mans (91-76 con 17 punti di Chiacig).

Assorbite le tre sconfitte esterne con Hapoel, Estudiantes e Panionios, la Mens Sana si presenta all’appuntamento con gli ottavi di finali dove il sorteggio oppone il quintetto di Altman ai francesi dello Strasburgo. E se in Alsazia il punteggio di parità, 78-78 con uno straordinario capitan Chiacig che firma 24 punti e cattura 14 rimbalzi, ben coadiuvato da Topic che a sua volta infila 20 punti, è il preludio al passaggio del turno, formalizzato con il 74-66 casalingo segnato dalla serata d’eccezione di Gorenc, top-scorer con 25 punti, e di Chiacig che strappa ben 19 palloni sotto le tabelle, ai quarti di finale c’è da soffrire con i russi dell’Unics Kazan. L’andata lascia aperta la questione qualificazione, 73-70 con rimonta nelll’ultimo quarto da -10 e con Chiacig ancora sugli scudi con 21 punti a contenere i 31 punti dell’estone Muursepp, che si risolve a Siena dove la Mens Sana fa valere l’apporto del pubblico amico per il definitivo 68-58 che se ha in Chiacig il solito trascinatore con 16 punti e 17 rimbalzi, spalanca altresì le porte delle semifinali.

Dove, ad onor del vero, il compito è molto meno impegnativa del previsto, con la Mens Sana che ritrova l’Hapoel Gerusalemme già incontrato nella fase a gironi, ipotecando il passaggio del turno con la netta affermazione all’andata a Siena, 98-69 dopo l’iniziale equilibrio spezzato da un parziale di 17-2, con Naumoski sugli scudi con 26 punti e Chiacig, caso mai ce ne fosse bisogno, che si conferma leader e dominatore con 22 punti e 15 rimbalzi. In Israele (si gioca a Tel Aviv per il diktat imposto dalla Fiba, preoccupata per l’inasprirsi del conflitto israelo-palestinese) il cammino è altrettanto agevole, 94-71 con 24 punti di Chiacig e 22 di Gorenc a certificare una supremazia mai in discussione, ed ecco che la Mens Sana accede all’atto decisivo della Coppa Saporta dove, il 30 aprile, l’attende il Pamesa Valencia, che in semifinale si è sbarazzato dei polacchi dell’Anwil Wloclawek, vincendo sia la sfida in casa (77-65 con 17 punti di Rodilla Gil) che quella in trasferta (58-53 con 18 punti dell’americano Derrick Alston).

Si gioca al Palais des Sports de Gerland di Lione, in Francia, e tra gli oltre 6.000 spettatori che gremiscono le tribune c’è una numerosissima rappresentanza di senesi che fiutano l’impresa storica. Gli spagnoli hanno già giocato tre anni prima una finale di Coppa Saporta contro la Benetton Treviso, perdendola di misura, 64-60, ed anche stavolta trovano una squadra italiana tra loro e il sogno di salire sul tetto d’Europa.

In effetti le due squadre appaiono contratte nei primi minuti di gioco, con Altman che schiera Stefanov in regia, Chiacig che spadroneggia sotto i tabelloni, Topic che gli dà una mano e Gorenc e Zukauskas che hanno il compito di mettere in retina il persistente possesso palla ideato dall’allenatore turco e impostato dal playmaker macedone. Naumoski, dal canto suo parte dalla panchina, e coach Luis Casimiro, che guida il Valencia, risponde con Paraiso in regia, Hopkins e Alston a catturare rimbalzi e Rodilla Gil e Luengo a mirare il canestro dalla distanza, mancando invece di Dante Calabria che a gennaio si è seriamente infortunato ad una caviglia. Proprio Rodilla Gil, che chiuderà con 18 punti, produce il primo allungo del Valencia, che al settimo minuto si porta sul 13-7. Nel secondo quarto di gioco Naumoski si incarica di suonare la riscossa, e con il supporto di Chiacig, che nessuno ma proprio nessuno può contenere sotto i tabelloni, Stefanov, che segna con regolarità, e Topic, che ai 14 punti finali aggiunge anche 6 rimbalzi, Siena recupera, aggancia, allunga e dilata il parziale, fino al 36-26.

Valencia fatica a contenere il gioco dal perimetro della Mens Sana, anche perché Alston è già gravato di tre falli dopo appena 10 minuti di gioco, e solo cinque punti consecutivi di Rodilla Gil consentono agli spagnoli di ridurre il margine all’intervallo, 36-31. Ma è un fuoco di paglia. Nel terzo quarto Siena bombarda con precisione chirurgica dall’arco dei 6,25 metri, con Stefanov e Naumoski che infine firmeranno rispettivamente 17 e 23 punti, e quando i toscani arrivano al massimo vantaggio sul 54-42 la coppa sembra prendere decisamente la via di Piazza del Campo.

Nervoso e senza punti di riferimento concreti in attacco, ad eccezione di uno stoico Hopkins che battaglia con Chiacig mettendo a referto 20 punti e 10 rimbalzi, il Valencia sbuffa e soffre, nondimeno riuscendo a tornare in partita in chiusura di terzo tempo, 59-53. Disavanzo che nell’ultimo periodo si riduce ancora, 61-58, prima che salgano in cattedra Naumoski che infila due triple consecutive fondamentali per un nuovo allungo e il cuore di Chiacig, che ai 9 punti aggiunge 11 rimbalzi e, soprattutto, una leadership da vero capitano. Per il Valencia è la resa, e quando, con il punteggio di 81-71, la Mens Sana Siena infine mette il sigillo alla Coppa Saporta con “Ghiaccio“, autore di torneo da favola con 16.2 punti e 10.7 rimbalzi di media a partita, che si merita pure l’MVP della finalissima, è l’ora di aprire la bacheca. E’ la prima coppa, e non sarà certo l’ultima, anzi…

COPPA KORAC 1998 E IL GIORNO DI GLORIA DEL BASKET VERONA

Conquista_Korac_1-1.jpg
Dalla Vecchia con la Coppa Korac – da tggialloblu.it

articolo di Nicola Pucci

La Scaligera Basket Verona, fondata nel 1951, deve attendere la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta non solo per guadagnare infine il massimo palcoscenico nazionale, ma anche per assurgere al rango di grande protagonista della pallacanestro continentale.

Dopo esser giunta quinta e terza nel campionato di A2 nel 1989 e nel 1990, la prima stagione del nuovo decennio porta in dote alla formazione veronese, che si accoppia al marchio Glaxo, la prima storica promozione in Serie A1, conquistata con un record di ben 25 vittorie e sole 5 sconfitte. Sotto la guida esperta di Alberto Bucci, in organico ci sono giocatori del calibro di Paolo Moretti, Riccardo Morandotti, Giampiero Savio e Roberto Dalla Vecchia, accompagnati dal contributo di due americani di sostanza, Tim Kempton e Russ Schoene, e la squadra è tanto competitiva da mettere in bacheca, addirittura, la Coppa Italia, prendendosi il lusso di far fuori Caserta agli ottavi di finale e Virtus Bologna ai quarti, per poi avere la meglio di Livorno in semifinale e di Milano, 97-85, all’atto decisivo nella final-four di Bologna, prima e ad oggi unica formazione di Serie A2 ad alzare il trofeo.

Verona entra in pompa magna nel basket che conta, e se alla retrocessione dell’anno dopo faranno seguito una pronta risalita nella massima divisione ed alcuni piazzamenti di grande prestigio come le due semifinali play-off del 1994, eliminata dalla Virtus Bologna, e del 1997, quando sarà Treviso ad imporsi nel derby veneto, ecco che anche l’Europa inizia a diventare teatro delle imprese del quintetto scaligero. Che se nel frattempo torna in finale di Coppa Italia nel 1994 e nel 1996 e nel 1997 vince la Supercoppa battendo ancora una volta Milano, 79-72, nella sfida di Assago, si affaccia in semifinale in Coppa delle Coppe nel 1992, perdendo la doppia sfida con il Real Madrid poi vincitore del torneo contro il Paok Salonicco, per infine arrivare a giocarsi il titolo nello stesso 1997 quando è proprio il Real Madrid a spengere i sogni dei ragazzi allenati da Andrea Mazzon vincendo 78-64 la finale di Nicosia.

Sono passati alcuni anni da quella prima grande finale di Coppa Italia del 1991 che fece gridare al mondo che Verona non era solo Romeo e Giulietta e il calcio campione d’Italia del 1985. In panchina c’è ora proprio Mazzon, giovane allenatore poco più che 30enne, che si è forgiato con la gavetta delle squadre giovanili ed è stato vice di Franco Marcelletti, e con il marchio Mash Jeans i veneti sono finalmente pronti a conquistare l’Europa, trascinati in campo dall’indiscutibile classe di Mike Iuzzolino, giunto nella città scaligera nel 1995 dopo un’onesta carriera NBA con i Dallas Mavericks.

Accanto all’americano, che ha in mano le chiavi della squadra e acquisirà poi cittadinanza italiana, esercitano ancora i “vecchi” Dalla Vecchia e Savio, Roberto Bullara agisce nel ruolo di guardia, Alessandro Boni fa valere i chili sotto i tabelloni, due americani di medio cabotaggio come Myron Brown e Randolph Keys danno un valido contributo, così come il muscolare tedesco Hans Gnad e l’atletico danese Joachim Jerichow. Mazzon sembra avere la bacchetta magica e riesce a miscelare perfettamente talento cestistico e forza fisica, tanto che Verona diventa squadra pericolosissima, in Italia come in Europa, difficile per tutti da battere.

E se la stagione 1997/1998 si chiuderà con i quarti di finale play-off ed eguale piazzamento in Coppa Italia, ecco che la Mash Jeans compete in Coppa Korac. E fa saltare il banco di una competizione che ha nell’Aris Salonicco i detentori del titolo, negli spagnoli del Tau Ceramica gli sfidanti più autorevoli, nella Stella Rossa Belgrado la mina vagante e nelle altre italiane Varese, Roma e Siena contendenti con ben più di qualche legittima ambizione.

La prima fase a gironi non riserva sorprese, 32 protagoniste accedono al tabellone ad eliminazione diretta e per Verona gli ostacoli Konya, Zadar e Kavadarci sono solo un antipasto di quel che sarà il seguito della rassegna. Che ai sedicesimi di finale offre in pasto ai ragazzi di Mazzon proprio il Tau Ceramica, costretto a cedere nettamente davanti al pubblico amico, 70-90, sotto i colpi di Iuzzolino e Dalla Vecchia che mettono a referto 25 e 23 punti rispettivamente, non riuscendo poi a ribaltare il passivo a Verona, 85-79, quando Iuzzolino, al solito incontenibile in attacco, ne firma altri 25 per garantire il passaggio del turno.

E se nel frattempo la Stella Rossa rimedia in casa, 91-73, la sconfitta subita a Siena, 72-81, l’Aris Salonicco fa altrettanto con gli spagnoli del Manresa e Varese e Roma fanno valere la legge del più forte contro Spartak Mosca e Cherno More Varna, agli ottavi Verona trova sulla sua strada gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon, perdendo di misura in Israele, 83-86 nonostante 18 punti di Keys, per poi rifarsi davanti al pubblico amico, 71-60, guadagnando il biglietto per i quarti di finale.

Dove il contingente italiano giunge dimezzato, stante la sconfitta di Varese con i francesi dello Cholet e la vittoria di Roma con l’Unicaja Malaga, e dove Verona deve fronteggiare l’altra squadra greca in corsa, il Peristeri, che vince di quattro in casa trascinata da Henry e Gurovic ma cede 90-79 in Veneto, lasciando via libera agli scaligeri che vanno a comporre il quartetto che si giocherà il trofeo grazie ai 31 punti di Iuzzolino e i 27 di uno scatenato Brown, alla miglior prestazione stagionale.

Tra le quattro squadre ancora in lizza non ci sono più i campioni in carica dell’Aris Salonicco, sconfitti in entrambe le gare da Roma, mentre rimangono in corsa la Stella Rossa, che rispetta il pronostico con i turchi del Konya, e i francesi dello Cholet, che a loro volta hanno la meglio nel derby transalpino con Dijon. Yugoslavi e francesi si sfidano in una semifinale che si risolve già nel match di andata, con la Stella Rossa che si impone con un clamoroso 81-49 che spalanca la porta della finale, mentre un altro derby, stavolta tra Verona e Roma, deciderà il nome della seconda squadra finalista.

In effetti l’incrocio tricolore è incerto. Nel match d’andata, al Palaolimpia di Verona, Roma chiude avanti all’intervallo, 44-42, con Obradovic sugli scudi, ma deve poi arrendersi alla prestazione magistrale di Iuzzolino che mette a segno ben 38 punti, frutto di un 5/8 da due, 7/9 da tre e 7/7 dalla lunetta, firmando il 96-82 che ipoteca il passaggio del turno. Al ritorno, infatti, la squadra di Mazzon contiene senza troppi affanni il tentativo di recupero dei capitolini, che vincono di soli 2 punti, 72-70, lasciando via libera a Verona che con i 24 punti del solito Iuzzolino e la concretezza granitica di Gnad che sfiora la doppia doppia con 14 punti e 8 rimbalzi, per il secondo anno consecutivo va a giocarsi una finale europea. Stavolta da disputarsi con la formula del doppio confronto, 25 marzo in Italia e 1 aprile in Yugoslavia.

Ad onor del vero le cose sembrano mettersi male, per gli scaligeri. Che davanti all’appassionato pubblico amico chiudono il primo tempo avanti, 43-38 dopo aver toccato anche il +13 sul 30-17, grazie all’ennesima prova maiuscola di Iuzzolino che segna 24 dei suoi 27 punti totali, ben assistito da Keys che chiuderà la serata con 17 punti. Nel secondo tempo la Stella Rossa serra i ranghi e limita le giocate del play italo-americano, salgono in cattedra Bolic e Rakocevic, che segnano rispettivamente 18 e 17 punti, e dopo aver raggiunto il massimo vantaggio sul 59-47, infine gli yugoslavi si impongono 74-68, lasciando immaginare che sette giorni dopo a Belgrado si potrà festeggiare un titolo continentale che manca dal 1974 quando la Stella Rossa trionfò in Coppa delle Coppe.

Invece… invece succede che in un Pionir che rigurgita passione nazionalista, infuocato come solo sanno essere i palazzetti del basket da quelle parti, Verona gioca la partita della vita e va a prendersi quella coppa che quasi nessuno ormai riteneva alla portata. Topic e Popovic sono i più ispirati con 17 e 14 punti, ma Mazzon azzecca ogni mossa e la sua squadra gioca d’assieme, unita, con spirito indomito che ben si identifica nei 18 punti di Iuzzolino, che risulterà infine miglior marcatore dell’intera manifestazione con 22.2 punti di media a partita, nei 13 punti e 4/5 da tre di uno stoico capitan Dalla Vecchia, nei 12 punti in 20 minuti di Bullara, negli 11 punti ed ancor più 12 rimbalzi di Keys, dominatore della serata sotto i tabelloni, e nei 9 punti e 7 palloni catturati di Alessandro Boni. A cui tocca la vetrina finale, quando a 12 secondi dalla sirena, con Verona avanti di 8 punti, va a rimbalzo sulla tripla di Bencic che danza sul ferro ma non entra, subendo fallo ed andando in lunetta per il tiro libero che vale una Coppa Korac.

Verona, che dodici mesi prima aveva conosciuto l’amaro della sconfitta, stavolta assapora fino in fondo la dolcezza del trionfo. Finisce 73-64 e il titolo europeo, inseguito ed infine acchiappato, prende la strada per l’Italia. Quel 1 aprile 1998, la coppa farà bella mostra di sè sotto gli occhi di Romeo e Giulietta. Ed è uno scenario da leccarsi i baffi.

LA STAGIONE 1946-’47 D’ESORDIO DEL BASKET PROFESSIONISTICO NBA

philadelphia-warriors-1947-champs.jpg
I Philadelphia Warriors, primi Campioni della NBA nel 1947 – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando siamo abituati ad usufruire di un prodotto a noi familiare, difficilmente realizziamo a chi od a cosa si debba la sua invenzione, ed altrettanto avviene allorché assistiamo ad un evento sportivo, senza pensare alle origini dello stesso …

Oggigiorno, con le possibilità create dalle varie Tv satellitari, ci possiamo godere, tranquillamente seduti sul divano di casa, uno degli spettacoli più emozionanti e coinvolgenti offerti dal panorama dello Sport mondiale, ovverossia il Basket professionistico Usa, la sin troppo celebrata (ancorché meritatamente …) Lega dell’NBA, ovvero la “National Basketball Association” ed i suoi talentuosi Campioni, da LeBron James a Steve Curry, da James Harden a Kevin Durant, piuttosto che Russell Westbrook.

Ma non avremmo mai potuto beneficiare di ciò, come dell’aver ammirato in passato le prodezze di Larry Bird, “Magic” Johnson, Isiah Thomas, Michael Jordan e via dicendo, se, il 6 giugno 1946 a New York, la riferita Lega non fosse stata fondata, anche se non con l’attuale denominazione.

Difatti, prima di tale data, esistevano già due Leghe professionistiche negli Stati Uniti, ovverossia la ABL (“American Basketball League”) ad Est, risalente ben al 1925, e la NBL (”National Basketball League”), operante nelle città industriali del Midwest e fondata nel 1937, anche se le relative gare si disputavano in impianti di capienza limitata, quandanche non addirittura in sale da ballo o nelle palestre dei Licei …

Ecco, allora, nascere l’idea, da parte del proprietario del celebre “Boston Garden”, Walter Brown, di adibire gli impianti che ospitavano le gare dell’Hockey su ghiaccio – la NHL (“National Hockey League”) – per gli incontri di basket, visto che restavano inutilizzati per larga parte dell’anno, cosa che viene messa in pratica quel riferito inizio giugno del 1946, attraverso la creazione della BAA (“Basketball Association of America”), con nomina a Presidente della neonata Lega di Maurice Podoloff, che già ricopriva identica carica nella AHL, vale a dire la “American Hockey League”.

Nata così da una “costola” dell’hockey su ghiaccio – disciplina peraltro più antica rispetto al basket – la BAA vede ai propri vertici importanti uomini d’affari, ma, per logica conseguenza, poco esperti nel gestire squadre di pallacanestro, provenendo la maggior parte di loro da un altro Sport, pur adottando sin dalla stagione inaugurale la formula della suddivisione delle squadre partecipanti nelle due Division, la Eastern e la Western, che con il tempo sarebbero divenute Conference, per poi far seguire, al termine della “regular season”, la fase dei Playoff per l’assegnazione del titolo.

La grande innovazione della neocostituita Lega professionistica non è tanto da un punto di vista tecnico, in quanto la qualità non si dimostra superiore a quello delle altre due citate concorrenti – prova ne sia che i titoli del 1948 e ’49 vengono vinti dai Baltimore Bullets e dai Minneapolis Lakers, provenienti dalla ABL ed NBL rispettivamente – bensì organizzativo e di immagine, portando il basket nelle grandi Arene, siano il già citato “Boston Garden” o l’ancor più famoso “Madison Square Garden” di New York, anche se, nelle prime stagioni anch’essa, al par delle altre, non vede giocatori di colore nei roster delle varie formazioni partecipanti.

Questa situazione di ben tre Leghe professionistiche non poteva logicamente durare a lungo, e come sempre accade in questi casi, dopo che la seconda stagione aveva visto ben quattro franchigie – Cleveland, Detroit, Pittsburgh e Toronto – abbandonare la BAA lasciandola con sole sette partecipanti, poi incrementate ad otto grazie all’inserimento dei ricordati Baltimore Bullets provenienti dalla ABL, mentre nella successiva le formazioni iscritte salgono a 12 grazie al travaso di Fort Wayne, Indianapolis, Minneapolis e Rochester dalla NBL, ecco che il 3 agosto 1949 le sei compagini residue di quest’ultima Lega confluiscono anch’esse nella BAA dando luogo a tutti gli effetti all’attuale NBA, il cui primo Torneo ufficiale sotto tale denominazione è pertanto quello del 1949-’50, nel mentre la resistente ABL perde sempre più appeal e scomparirà a sei anni di distanza, nel 1955 dopo 30 anni di attività.

Fatta questa premessa per inquadrare quella che è stata la genesi della NBA – la quale ha peraltro riconosciuto come validi a tutti gli effetti per il suo “Albo d’Oro” i titoli conseguiti nei tre anni di vita della BAA – andiamo ad analizzare quello che è stato l’andamento della prima stagione, alla quale prendono parte 11 squadre, sei della parte orientale (Washington, Philadelphia, New York, Providence, Boston e Toronto) e cinque della occidentale (Chicago, Saint Louis, Cleveland, Detroit e Pittsburgh) degli Stati Uniti.

194647-baa-season-86746336-95aa-4dc4-bf1c-25d7cadd60d-resize-750
La locandina del primo match – da:alchetron.com

Venerdì 1 novembre 1946 è la “data storica” in cui viene disputata la prima gara ufficiale della nuova Lega, presso il “Maple Leaf Gardens” di Toronto, tra i padroni di casa degli Huskies ed i New York Knicks, con questi ultimi ad imporsi per 68-66 e la loro guardia Ossie Schectman, che conclude con 11 punti all’attivo, a passare anch’egli alla storia quale realizzatore del primo canestro in una sfida sostanzialmente decisa da una maggior precisione degli ospiti dalla lunetta, con 20 su 26 rispetto al 16 su 29 dei loro avversari.

Con 60 incontri di “regular season” disputati, ad emergere nella “Eastern Division” sono i Washington Capitols allenati da quel Red Auerbach che farà le fortune degli “invincibili” Boston Celtics degli anni ’50 e ’60, che realizzano uno score di 49-11, riuscendo altresì in due occasioni a superare “quota 100” – cosa tutt’altro che usuale all’epoca – allorché si impongono per 107-81 a Cleveland il 2 febbraio ’47 (22 punti di Bob Feerick, 18 di John Manken e 17 di Fred Scolari), impresa replicata il successivo 26 marzo sul parquet amico della “Uline Arena”, quando a soccombere per 105-77 sono i Chicago Stags, con stavolta Bones McKinney a mettere a referto 18 punti, rispetto ai 17 di Feerick .

4647washingtoncapitols-1
Auerbach ed i Capitols – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Visto lo scarso numero di partecipanti, la formula dei Playoff prevede che ad accedere agli stessi siano le sole prime tre squadre di ogni Division, con la vincente ad essere esonerata dal primo turno, mentre le seconde e le terze si affrontano al meglio delle tre partite, ma con accoppiamenti interzone, nel senso che le due seconde si affrontano tra loro, così come le terze, una decisione che oggi farebbe discutere, ma d’altronde, non dobbiamo dimenticarci che siamo alle prime armi.

Ad Ovest, intanto, a farsi preferire sono i Chicago Stags, che prevalgono di misura (record di 39-22 rispetto a 38-23) nei confronti dei Saint Louis Bombers, riuscendo peraltro anch’essi a superare in ben quattro occasioni quota 100 punti realizzati – per due volte a scapito di Pittsburgh, fanalino di coda della Lega, nell’arco di una settimana, 109-85 e 101-82 tra il 6 ed il 12 febbraio ’47 – con Cleveland ad occupare la terza posizione con il 50% di vittorie, mentre ad Est, alle spalle di Washington, acquisiscono il diritto ad accedere alla “post season” Philadelphia e New York, entrambe con un record positivo di 35-25 e 33-27 rispettivamente.

Ai più attenti non sarà sfuggita una particolarità, ovvero che il record di Chicago e Saint Louis e costituito da 61 incontri rispetto ai 60 di calendario, e ciò è dovuto semplicemente al fatto che alle due squadre viene fatto disputare, il 31 maggio ’47 al “Chicago Stadium”, una sorta di spareggio per stabilire, essendo terminate a pari punti, chi dovesse essere esonerata dal primo turno dei Playoff, sfida quanto mai incerta che si risolve solo al supplementare, con i padroni di casa ad imporsi per 73-66.

Prima di addentrarci nell’esaminare l’esito dei Playoff, occorre dare il giusto risalto a coloro che hanno dato lustro a questa prima stagione, vale a dire i leader delle varie classifiche individuali, che pertanto premiano l’ala Joe Fulks dei Philadelphia Warriors quale miglior realizzatore con 1.389 punti per una media di 23,2 a partita, con un massimo di 41 realizzati il 14 gennaio ’47 nel successo per 104-74 a Toronto con 15 tiri a segno ed 11 su 16 dalla lunetta.

fulks-joe-baa-1
Joe Fulks dei Philadelphia Warriors – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Ad avere però una miglior percentuale realizzativa dal campo è il già citato Feerick di Washington, con una media del 40,1%, nel mentre proviene da Providence il “re degli assist”, ovvero Ernie Calverley che ne distribuisce ben 202 per una media di 3,4 a partita ed il più preciso dalla lunetta è ancora un giocatore dei Capitols, vale a dire Fred Scolari con una percentuale dell’81,1%.

E, per concludere questa rivisitazione dei “top player”, la prima “All-BAA First Team” – una segnalazione che negli Usa assume un notevole valore per un giocatore – è composta da Max Zaslofsky (Chicago Stags) come playmaker, i già citati Fulks, Feerick e McKinney quali ali e Stan Miasek dei Detroit Falcons in veste di miglior centro.

Ma, già dalla sua prima edizione, il Basket professionistico conferma come una cosa sia la “regular season” e ben altra i Playoff, che si aprono ad inizio aprile ’47, e la sfida tra le due terze – New York ad Est e Cleveland ad Ovest – vede prevalere la formazione della “Grande mela” che, dopo aver perso anche piuttosto nettamente gara-1 (51-77) alla Cleveland Arena, fa valere la legge del Madison Square Garden nelle due successive sfide, che vedono la coppia formata da Bud Palmer e Stan Stulz fare il bello e cattivo tempo, mettendo a segno in coppia 52 punti in gara-2 (conclusa 86-74) e 51 nella decisiva gara-3, il cui risultato non è mai in discussione sino al 93-71 conclusivo.

Con New York ad aver, pertanto, sfruttato appieno il fattore campo costituito da un miglior record nella stagione regolare, la stessa cosa non accade nella sfida tra le due seconde delle rispettive Division, ancorché la differenza fosse minima (38-22 per Saint Louis e 35-25 per Philadelphia), con i Warriors a compiere il proprio dovere in gara-1 alla Philadelphia Arena, venendo a capo di un match equilibrato, risolto solo nel finale per il 73-68 conclusivo, ribaltato viceversa con autorità in Missouri, dove i Bombers si impongono d’autorità per 73-51, facendo ritenere poco più che una formalità il terzo e decisivo incontro che ha luogo il giorno dopo, 6 aprile ’47 sempre sul loro parquet.

Ed invece Philadelphia, riordinate le idee e, soprattutto, ritrovato un Fulks degno del suo ruolo di miglior marcatore della stagione regolare, mettendo 24 punti a referto, riesce nell’impresa di espugnare con un altrettanto netto 75-59 il campo avverso, guadagnandosi il diritto a sfidare per l’accesso alla Finale i New York Knicks, i cui confronti in “regular season” si erano conclusi con un record di 4-2 a loro favore.

Non ci siamo dimenticati di Chicago e Washington, ma il “vantaggio” di essere state esonerate dal disputare il primo turno della “Post season” viene in un certo qual modo annullato dallo scontro diretto in semifinale, anziché affrontare una delle seconde o terze, decisione piuttosto sorprendente per come siamo abituati a decifrare la “Griglia Playoff” ai giorni nostri, ma tant’è, con però una sostanziale differenza, nel senso che mentre la serie tra Philadelphia e New York si mantiene al meglio delle tre partite, quella tra le due vincitrici delle rispettive Division è al meglio delle sette, in pratica una sorta di Finale anticipata.

Il che sta altresì a significare che mentre le gare tra Knicks e Warriors prendono il via il 12 aprile, quelle tra Stags e Capitols hanno già visto disputarsi le prime sfide in concomitanza con gli incontri del primo turno, per così arrivare ad una conclusione più o meno contemporanea per dar luogo alla successiva Finale per il titolo.

Capisco come non sia molto facile raccapezzarsi in questo sovrapporsi di date, ma come sempre l’esempio pratico è la migliore soluzione, con Philadelphia che conferma, rispetto a New York, la superiorità già dimostrata nella stagione regolare, grazie alla riacquistata vena realizzativa di Fulks, “top scorer” sia in gara-1 vinta per 82-70 nella “città dell’amore fraterno” che nell’ancor più netto successo per 72-53 con cui, a due giorni di distanza, i Warriors espugnano il Madison Square Garden.

Nel frattempo, Chicago e Washington se le stanno dando di santa ragione, con questi ultimi – che si presentano all’appuntamento, oltre che con il già citato miglior record assoluto in “regular season”, forti anche delle 5 vittorie ad 1 ottenute nel corso della stagione – a subire due inattese, ma non per questo meno nette (65-81 e 53-69) sul parquet amico in gara-1 e gara-2 a distanza di un giorno l’una dall’altra, per poi soccombere anche in gara-3 (67-55, con la coppia Don Carlson e Max Zaslofsky a realizzare da soli il 63% dei punti totali, con 22 e 20 rispettivamente) ed essere i primi a sperimentare una regola tuttora esistente nella Storia dei Playoff NBA.

Tale regola, semplicemente, riflette il fatto che nessuna squadra ha mai rimontato uno svantaggio di 0-3 in una serie, e nonostante i Capitols abbiano un sussulto d’orgoglio imponendosi in gara-3 per 76-69 e quindi mettere paura agli Stags in gara-4 violandone per 67-55 il relativo parquet, la speranza di allungare la serie a gara-7, da disputare alla “Uline Arena” davanti ai propri tifosi, viene vanificata dalla più incerta delle sfide, che vede le due squadre andare all’intervallo lungo sul 30-29 per i padroni di casa, che poi dilatano il vantaggio sino a 52-48 alla conclusione del terzo parziale e quindi concludono sul 66-61 grazie soprattutto alle prestazioni di Chris Halbert e Zaslofsky (25 e 18 punti rispettivamente), mentre Auerbach è nell’occasione decisiva “tradito” da Feerick, con soli 8 punti a referto.

Ed eccoci così giunti alla serie per l’assegnazione del titolo, con Chicago che, avendo eliminato i dominatori della stagione regolare assume le vesti di favorita per la vittoria finale, con il vantaggio psicologico delle 5 vittorie ad 1 ottenute nelle stagione regolare, peraltro, curiosamente, esattamente identico a quello che, al contrario, vantava Washington nei suoi confronti, e per questo forse non proprio beneaugurante.

Con gli incontri programmati a distanza di un giorno l’uno dall’altro allorché la serie si disputa nella stessa città, il 48enne coach dei Warriors Edward Gottlieb ha dalla sua un Fulks rinfrancato dall’esito delle semifinali, come dimostra chiaramente il 16 aprile ‘47 in gara-1 allorché domina nettamente la sfida dall’alto dei suoi 37 punti, di cui ben 29 messi a segno nella ripresa per l’84-71 che viene più o meno replicato il giorno appresso, visto l’85-74 in cui stavolta Philadelphia si impone di squadra, con ben 5 suoi elementi in doppia cifra, a dimostrazione che limitare il “top scorer” della “regular season” (solo 13 punti a referto …) non è abbastanza per vincere.

jumpin-joe
Joe Fulks in azione – da:prohoopshistory.net

La ricordata regola dello “0-3 non rimontabile” viene vissuta stavolta sulla propria pelle dai giocatori di Chicago in gara-3, la cosiddetta “sfida che non si deve perdere”, e che, al contrario, vede i Warriors avere la meglio sul parquet avverso in una partita giocata “punto a punto”, con le due squadre andate all’intervallo sul 31 pari, per poi vedere gli ospiti prendere un lieve margine (47-46) a fine terzo periodo e quindi resistere sino al 75-72 conclusivo che vede nuovamente Fulks indiscusso protagonista con i suoi 26 punti realizzati.

Una situazione di 3-0 a proprio favore fa generalmente sì che gara-4 sia appannaggio della formazione a secco di vittorie, cosa che si verifica anche in questa occasione, non senza batticuore per i tifosi degli Stags che, convinti di aver oramai la vittoria in tasca dopo il 65-52 di chiusura terzo quarto, vedono la loro squadra rimontata sino a chiudere per un solo punto di scarto (74-73) l’incontro a proprio favore …

Si torna quindi a Philadelphia per quella che può essere l’ultima e decisiva sfida, con i Warriors ad un successo dalla conquista del titolo, ed i supporters iniziano già a pregustare i festeggiamenti del dopopartita alla fine del primo periodo, chiuso su di un confortante 27-13, ma senza aver fatto i conti con l’orgoglio di Chicago che, dapprima riduce lo svantaggio a 38-40 all’intervallo e quindi si porta in vantaggio 68-63 quando inizia l’ultimo quarto.

A scacciare la paura che comincia ad aleggiare sulle tribune della Philadelphia Arena non può essere altri che Fulks con i suoi 34 punti a referto – nonché concludendo la serie con una media di 26,2 a partita – anche se a realizzare il canestro del pareggio sull’80-80 ad 1’ dalla sirena è Howie Dallmar, prima che la gara assumesse il suo contorno definitivo di 83-80 che laurea i Warriors quali i primi Campioni della nuova Lega Professionistica Usa.

18013877_1952915278289117_85819287729602560_n
La palla di gara-5 autografata dai giocatori dei Warriors – da:deskgram.net

Curioso il fatto che detta franchigia non sia, come molti potrebbero credere, quella che successivamente è divenuta i “Philadelphia 76ers” di Moses Malone e Dr. J Julius Erving, in quanto questi ultimi nascono nel 1963 come prosecuzione dei “Syracuse Nationals”, mentre i Warriors hanno mantenuto il loro soprannome, divenendo, con il tempo, dapprima i “San Francisco Warriors” (1962-71) e quindi gli attuali “Golden State Warriors”, dominatori della recente Storia della NBA con tre titoli (2015, ’17 e ’18) nelle ultime quattro stagioni grazie alle prodezze di Stephen Curry e Kevin Durant, quest’ultimo premiato come MVP delle Finali Playoff degli ultimi due anni …

Peccato che un tale riconoscimento sia stato istituito solo a far tempo dal 1969, altrimenti i Warriors – oltre a Rick Barry nel ’75 ed ad André Iguodala nel ’15 – avrebbero visto beneficiarne un altro dei propri giocatori.

E, se avete avuto la pazienza di seguire il racconto sino a questo punto, non potrete avere certo alcun dubbio al riguardo, Joe Fulks, of course …!!

 

TANOKA BEARD E QUEL RECORD IN EUROLEGA CHE ANCORA RESISTE

beard.JPG
Tanoka Beard in maglia Zalgiris – da delfi.it

articolo di Nicola Pucci

Tanoka Beard è uno dei tanti cestisti americani che non possono vantare un pedigree in NBA ma hanno scritto pagine importanti di basket europeo.

Nato a Ogden il 29 settembre 1971, Beard studia e gioca da ragazzo alla Bonneville High School, per poi provare ad entrare al draft del 1993 dopo aver contribuito alle alterne fortune dei Broncos alla Boise State University. Tanoka, che ha chili in abbondanza ma non troppi centimetri per venir considerato un centro, nondimeno è proprio sotto le tabelle che viene impiegato, e nel 1993, fallita la chance con la lega professionistica americana, sbarca in Europa per vestire i colori della Virtus Roma.

E’ solo l’inizio di un’interminabile serie di esperienze nel Vecchio Continente che vedranno Beard vincere il titolo turco con l’Ulker nel 1995, mettere la firma sulla Coppa di Spagna con il Badalona nel 1997 e trionfare in ben quattro edizioni del campionato lituano con lo Zalgiris, dal 2003 al 2007. Insomma, le soddisfazioni non mancano, sia con le squadre per le quali viene ingaggiato, sia dal punto di vista individuale, se è vero che per due volte, 1999 e 2002, si merita anche la palma di MVP della Liga spagnola.

Ma c’è una data speciale, nel curriculum di Tanoka Beard, ed è quella del 20 gennaio 2004. Dall’anno prima l’americano, appunto, gioca a Kaunas, in Lituania, e se nel corso della stagione 2002/2003 ha contribuito al titolo dello Zalgiris giocando solo tre gare con statistiche comunque importanti, 17 punti e 13,7 rimbalzi a partita, l’anno in corso lo vede invece protagonista in Eurolega.

Beard non è certo uno sconosciuto, a livello internazionale, visto che per due anni di seguito, 1998 e 1999, quando esercitava in Spagna con Real Madrid e Valencia, è stato selezionato per disputare la FIBA Eurostars, una sorta di esibizione che mette l’uno contro l’altro i giocatori che maggiormente si sono distinti nelle competizioni per club. Ma è questa fredda serata d’inverno di inizio 2004 ad inserirlo di forza, è proprio il caso di dirlo, nella storia del basket continentale.

Lo Zalgiris è sorteggiato nel gruppo B di Eurolega che comprende anche Cska Mosca, Maccabi, Fortitudo Bologna e Siena, che proseguiranno la loro corsa qualificandosi per la top-16 ed arrivando poi a contendersi il titolo di campione d’Europa che infine premierà la formazione israeliana, Panathinaikos, Malaga e il fanalino di coda Novo Mesto. I lituani cercano faticosamente di rinverdire i fasti di fine anni Ottanta quando lo “zar” Arvydas Sabonis, che nel frattempo è tornato a chiudere la sua leggendaria carriera in patria, era un’iradiddio, e lo è ancora tanto da venir inserito nel primo quintetto di Eurolega, ma soprattutto di tornare ai vertici del basket continentale, come avvenne non troppo tempo addietro, nel 1999, quando Kaunas salì sul tetto d’Europa trascinata dal talento di giocatori del calibro di Tyus Edney, Stombergas e Zukauskas.

La corsa dello Zalgiris, in verità, assomma luci ed ombre, con un ruolino finale di 6 vittorie ed 8 sconfitte che varranno comunque l’accesso alla top-16 dove poi il cammino si interromperà, ma Beard la sera del 20 gennaio ha il suo personalissimo appuntamento con la storia del basket europeo, e nella sfida che oppone lo Zalgiris proprio alla Fortitudo Bologna al Paladozza realizza un’exploit che ancor oggi rimane ineguagliato. Al cospetto di un Milos Vujanic quasi altrettanto mostruoso con 31 punti, Tanoka mette a referto ben 35 punti, frutto di un 11/14 nel tiro da 2 e 13/14 dalla lunetta, a cui aggiunge ben 19 rimbalzi, 2 palle recuperate ed 11 falli subiti. Il tutto in 38 minuti di permanenza in campo, che gli valgono una valutazione di 69 che ad oggi rimane la migliore mai realizzata da un cestista in Eurolega, ben superiore al 55 di Jaka Lakovic che il 18 ottobre 2001, contro il Real Madrid, aveva firmato per Novo Mesto 38 punti, 4 rimbalzi e 7 assist.

La prodezza di Beard, che col suo fisico massiccio non trova opposizione sotto il canestro bolognese, anche perché nel quintetto di coach Repesa manca un centro di valore assoluto, non servirà ad evitare la sconfitta allo Zalgiris, 107-117, ma per questo ragazzo americano, globetrotter della palla a spicchi, da quella magica serata c’è un posto speciale nella meravigliosa enciclopedia del basket d’Europa. In attesa che qualcuno sappia far di meglio. Neanche fosse facile.

LISA LESLIE, ED IL “DREAM TEAM” USA DI BASKET AL FEMMINILE

 

gettyimages-177157534-612x612
Lisa Leslie bacia la medaglia d’oro ad Atene 2004 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

La leggenda biblica sulla creazione dell’uomo e della donna tramandataci dall’Antico Testamento, descrive Eva come nata da una costola di Adamo, e sarete pertanto a chiedervi cosa detta citazione abbia a che vedere con una storia di Sport.

Ovviamente nulla, se non usare tale paragone per evidenziare come il più devastante Centro nel panorama del Basket femminile, vale a dire l’americana Lisa Leslie, la si possa idealmente immaginare come nata da una costola di un Bill Russell così come di un Kareem Abdul-Jabbar.

E’ su di lei, nata a Gardena, in California, il 7 luglio 1972, che gira difatti attorno la squadra di Basket Usa che imita – se non addirittura supera – le gesta del celebre “Dream Team” che entusiasma alle Olimpiadi di Barcellona ’92, prima occasione in cui è concesso anche ai Professionisti della NBA di partecipare ai Giochi.

Edizione, quella catalana, che vede al contrario le ragazze americane – che avevano conquistato il primo oro olimpico della loro storia ai Giochi di Los Angeles ’84, ma di scarso valore stante l’assenza delle formazioni del blocco sovietico – non riuscire a confermare il successo ottenuto quattro anni prima a Seul, in cui avevano riscattato la sconfitta dei maschi in semifinale contro l’Urss, rifilando alle sovietiche un pesante 102-88 per poi aggiudicarsi il titolo superando 77-70 la Jugoslavia in Finale.

A Barcellona, al contrario, le parti si erano invertite, e mentre Jordan & Co. strappavano applausi con le loro giocate, dominando il Torneo aggiudicandosi ogni incontro con almeno 30 punti di scarto, ecco che le cestiste sovietiche (ancorché sotto la dizione di “Comunità degli Stati Indipendenti”) si prendono la rivincita, con il 79-73 inflitto in semifinale alle ragazze Usa, così costrette ad accontentarsi della medaglia di bronzo a spese delle cubane.

Ma, oramai, a dispetto di tale delusione, il Basket al femminile sta prendendo sempre più piede oltre Oceano, ed ecco che – anche in questo caso, verrebbe da dire – da una “costola” della NBA (la Lega Professionistica Usa) nasce la “Women’s National Basketball Association” (WNBA), costituita il 24 aprile 1996 alla vigilia delle Olimpiadi di Atlanta, il cui primo Campionato ha luogo l’anno seguente, avendo lo stesso uno svolgimento temporale diverso, dato il ridotto numero di squadre, vale a dire in un arco da Maggio a Settembre, con i Playoffs a concludersi nella prima metà di ottobre.

Al pari di quanto era successo tra i maschi dopo la delusione olimpica di Seul, anche a livello femminile la sconfitta di Barcellona, cui aveva fatto seguito analogo stop in semifinale ai Mondiali di Australia ’94 – ai quali gli Stati Uniti giungevano da detentrici del titolo – sconfitta 107-110 dal Brasile, induce la Federazione a costituire già dal 1995 un gruppo di ragazze da formare in vista dell’appuntamento nella Capitale della Georgia.

Ed, a far parte di questo gruppo – cui appartengono, quali uniche reduci dell’esperienza catalana, solo la “leggendariaTeresa Edwards, già componente del Team oro a Los Angeles ’84 e Seul ’88, e Katrina McClain, a propria volta oro in Corea – non può mancare la 23enne Lisa Leslie, reduce da quattro anni alla “University of South California” dove ha stracciato qualsiasi record, guidando le sue compagne ad 89 vittorie e 31 sconfitte nelle 120 gare disputate.

LISA LESLIE USC
Leslie ad University of South California – da:pac-12.com

A livello personale, potendo contare su di un fisico oseremmo dire perfetto (m.1,96 per 77kg.) per dominare sotto i tabelloni, Leslie fa registrare medie da 20,1 punti, 10,1 rimbalzi e 3,1 stoppate a partite, toccando nel suo ultimo anno, il 1994, quote di 21.9 punti e 12,3 rimbalzi di media.

Indubbiamente, il Centro che tutti gli allenatori vorrebbero a propria disposizione, e con la Edwards a fungere da playmaker ed un altro fenomeno quale Sheryl Swoopes a violentare la retina dal perimetro, il più è già fatto, allorché le ragazze americane si preparano ad affrontare l’impegno olimpico, dove sono inserite nel Gruppo B assieme ad Australia, Ucraina, Cuba, Corea del Sud e Zaire, mentre nel Gruppo A spicca la presenza di Russia e Brasile.

Con le prime quattro squadre a qualificarsi per i Quarti di finale con abbinamenti incrociati, Edwards & Co. rifilano pesanti passivi alle malcapitate africane (travolte per 107-47) e sudcoreane (105-64) e non miglior sorte tocca all’Ucraina (98-65), nel mentre limitano a 17 punti il passivo sia Cuba (101-84) che Australia (96-79), per poi entrare nella Fase senza possibilità di appello dell’eliminazione diretta.

Abbinate al Giappone ai Quarti, le americane si impongono 108-93 in una gara che passa alla storia per i 35 punti realizzati da Leslie (oltre ad 8 rimbalzi e 4 assist), cui danno una mano le citate Swoopes, con 9 punti e 5 assist e, soprattutto, McClain, che mette a referto 18 punti e ben 16 rimbalzi, nel mentre, dal canto suo, Teresa Edwards dispensa 12 assist.

Quarti di finale che fanno registrare la sorpresa dell’eliminazione della Russia (74-70) da parte della sempre ostica Australia, che diviene così nuovamente avversaria degli Usa in semifinale, mentre l’altra finalista scaturisce dal match tra Ucraina e Brasile, con le Campionesse del Mondo in carica ad imporsi facilmente per 81-60.

gettyimages-81458570-1024x1024
Leslie a canestro contro Australia ad Atlanta ’96 – da:gettyimages.it

Divario pressoché identico (93-71) con cui le ragazze americane hanno la meglio sulle australiane, con Leslie (22 punti e 13 rimbalzi) e McClain (18 e 15, rispettivamente) a fare il bello ed il cattivo tempo sotto i tabelloni, ricevendo una grossa mano nel tiro da fuori da Swoopes con i suoi 16 punti, il tutto per una “macchina” ben rodata ed intenzionata a non fare sconti al Brasile nell’atto conclusivo.

Scese in campo il 4 agosto ’96, due giorni dopo che il “Dream Team2” – con ancora stelle del calibro di Charles Barkley, Scottie Pippen, John Stockton, Karl Malone e Shaquille O’Neal – ha liquidato per 95-69 la Jugoslavia, le ragazze intendono anch’esse mettere il loro sigillo sull’edizione dei Giochi di Atlanta con un’imbarazzante (per le avversarie …) prova di superiorità che le porta quasi ad eguagliare il famoso 117-85 rifilato da “Magic Johnson” e Michael Jordan alla Croazia nella Finale di Barcellona, rifilando alle stravolte brasiliane un passivo (111-87) di poco inferiore, con ancora Leslie a dominare dall’alto dei suoi 29 punti.

sdut-1996-olympic-team-continues-to-impact-womens-2016jun07.jpg
Le ragazze Usa festeggiano l’oro ad Atlanta ’96 – da:tribpub.com

Intenzionate anche loro a ricevere l’appellativo di “Squadra dei Sogni”, lo “zoccolo duro” formato da una Teresa Edwards che si sta avvicinando ai 40 anni, Leslie e Swoopes si avvantaggia indubbiamente, nel quadriennio post olimpico, dal potersi cimentare nella neo costituita WNBA, i cui primi quattro Tornei sono tutti appannaggio delle Houston Comets allenate da Van Chancellor, e nelle cui file militano un’altra leggenda del Basket femminile americano, vale a dire Cynthia Cooper – eletta MVP delle Finali in tutte e quattro le stagioni – oltre alla già citata Swoopes ed ad una giovane Tina Thompson, di cui sentiremo a breve parlare.

Dal canto suo, Lisa Leslie, che è tesserata per le Los Angeles Sparks, tiene medie realizzative intorno ai 16 punti, primeggiando nella Classifica dei rimbalzi nel 1997 e ’98, con 9,5 e 10,2 di media a partita, ma non ha ancora dato il meglio di sé stessa, come avviene, viceversa, ad inizio del nuovo secolo, dopo la conferma dell’oro olimpico ai Giochi di fine millennio di Sydney 2000.

Presentatesi in Australia con i logici favori del pronostico, sia per il successo di Atlanta che per aver riconquistato il titolo iridato nella Rassegna di Berlino ’98 grazie al 71-65 sulla Russia in Finale dopo la vittoria per 93-79 sul Brasile in semifinale, le americane vengono inserite nel Gruppo B assieme alle russe, che vengono sconfitte per 88-77, al pari di Corea del Sud (89-75) e Polonia (76-57), mentre poco più che un allenamento si dimostrano gli incontri contro Cuba e Nuova Zelanda, risolti per 90-61 e 93-42 rispettivamente, con Leslie sempre in doppia cifra, fornendo assieme a Swoopes un’eccellente esibizione nel match contro le coreane, con la prima a mettere a referto 24 punti ed 11 rimbalzi e la seconda 29 punti e 9 rimbalzi, realizzando da sole in pratica il 60% del totale dei punti.

Un passo falso di troppo contro la Francia (sconfitta 70-73 al supplementare) relega nell’altro Girone, dominato dalle padrone di casa australiane, il Brasile al terzo posto, così da essere abbinato ai Quarti alla Russia per il confronto più incerto, testimoniato dall’esito dello stesso che, per la seconda edizione consecutiva, vede le russe uscire di scena a questo punto del Torneo, sconfitte di misura (67-68), nel mentre non hanno problemi a proseguire Australia e Stati Uniti (58-43 alla Slovacchia in una gara dall’insolito punteggio basso, pur con Leslie a siglare 18 punti …) ed un’altra sorpresa giunge dalla sfida tra Francia e Corea del Sud, con le asiatiche ad imporsi per 69-58.

Resesi conto che non avranno vita facile come in Georgia, le americane affrontano con la giusta concentrazione la ripetizione della gara contro le sudcoreane, vinta stavolta con un margine (78-65) ben più ridotto, ma quando si hanno nel quintetto giocatrici del calibro di Leslie (ancora in “doppia doppia” con 15 punti e 12 rimbalzi …) e Swoopes, autrice di 19 punti, tutto diventa più semplice, anche se la sfida in Finale contro le padrone di casa australiane (64-52 al Brasile, poi bronzo a spese della Corea del Sud) è tutt’altro che vinta in partenza.

Anche perché nelle file australiane milita una 19enne, tale Lauren Jackson che altri non è se non “l’alter ego” di razza bianca dell’afroamericana Leslie, della quale pareggia l’altezza (196cm.) con una maggiore tonicità muscolare, pesando 85 chili, dando inizio ad una rivalità che durerà un decennio, spostandosi anche sui parquet della WNBA, visto che viene ingaggiata dalle Seattle Storm.

E, nonostante sia la più giovane della sua formazione, la Jackson dimostra di non subire il carisma dell’oramai 28enne Leslie, aggiudicandosi il platonico confronto diretto, con 20 punti e 13 rimbalzi al proprio conto, cui l’americana risponde con 15 punti, 9 rimbalzi e 4 assist, ma è la maggior compattezza della squadra Usa a fare la differenza, con Swoopes a contribuire con 14 punti e 9 rimbalzi, oltre ad Yolanda Griffith (13 punti e 12 rimbalzi) per il netto 76-54 che consegna alla 36enne Teresa Edwards il suo quarto oro olimpico che, unito al bronzo di Barcellona ’92, ne fanno la giocatrice più medagliata nella Storia dei Giochi.

gettyimages-488901612-1024x1024
Le ragazze Usa festeggiano il titolo a Sydney 2000 – da:gettyimages.it

Con già due ori olimpici ed un titolo iridato nel proprio Palmarès, per Leslie è giunto il momento di mietere allori anche in patria con il proprio Club, a guidare il quale viene chiamato nel 2001 un idolo del “Forum” di Inglewood ai tempi dello “Showtime” di “Magic” Johnson, vale a dire Mike Cooper, i cui frutti vengono immediatamente a maturazione.

Con la sola Delisha Milton-Jones tra le Campionesse olimpiche come compagna, è Leslie a trascinare Los Angeles al titolo con una fantastica “regular Season” conclusa con un record di 28 vittorie e sole 4 sconfitte, per poi porre fine all’egemonia di Houston nelle Semifinali e superare Sacramento nella Finale della Western Conference ed acquisire così il diritto a sfidare per il titolo assoluto le ragazze di Charlotte, anch’esse alla loro prima Finale.

Già sconfitte due volte nella stagione regolare, Los Angeles ripete identico percorso nelle gare per il titolo, con Leslie dominatrice in entrambe le circostanze, con 24 punti ed 8 rimbalzi nel successo per 75-66 in campo esterno, cui aggiunge altrettanti punti e 13 rimbalzi nella demolizione per 82-54 delle avversarie nella sfida allo “Staples Center” che certifica il trionfo delle ragazze di Cooper, con Leslie a ricevere lo scontato premio di MVP delle Finali, oltre a quello per l’intera stagione.

Riconoscimento di MVP delle Finali che Leslie ottiene anche l’anno seguente, allorché, dopo aver chiuso la stagione regolare con un record di 25-7, appena migliore del 24-8 fatto registrare da Houston, con queste ultime inaspettatamente fatte fuori da Utah nel primo turno dei playoffs, si presenta per la seconda volta consecutiva all’appuntamento per il titolo dopo aver eliminato Seattle della “nemica” Jackson ed Utah per confermare la propria leadership ad Ovest, avversarie stavolta le ragazze di New York Liberty, che giungono a tale sfida per la quarta volta nei sei anni di vita della Lega femminile.

untitled.png
Lisa Leslie in azione coi Los Angeles Sparks – da:gettyimages.co.uk

 

Desiderose di sfatare questo orrendo tabù, le newyorkesi si fanno sorprendere sul parquet amico del “Madison Square Garden” per 71-63 in gara-1, per poi giocare il tutto per tutto nella seconda sfida nella “Città degli Angeli”, dove si trovano sul 66 pari prima che Nikki Teasley infili una tripla a 2”1 dalla sirena per il 69-66 conclusivo che conferma Los Angeles ai vertici della WNBA.

Stagione conclusasi in anticipo a fine agosto ’02 per consentire alla Nazionale di presentarsi in Cina onde confermare il titolo iridato del ’98, con alla guida Van Chancellor, il Coach delle Houston Comets, le cui indicazioni sembrano fornire un ulteriore miglioramento al gioco di squadra, visto che nel Girone eliminatorio, a parte lo scontato massacro (80-39) di Taipei, non fanno certo miglior figura sia Lituania, umiliata con un imbarazzante 105-48, che la stessa Russia, pesantemente sconfitta per 89-55, a cui contribuisce la “micidiale coppia” Leslie/Swoopes, con 20 e 17 punti rispettivamente.

Un ruolino di marcia che, dopo gli altri 39 punti di scarto (94-55) rifilati alla Spagna nei Quarti, induce a ritenere la conferma del titolo quasi una formalità, errore che rischia di divenire fatale contro le australiane, se non ci fosse Leslie, con un’altra “doppia doppia” (24 punti e 13 rimbalzi) a stroncarne le velleità sino al confortante 71-56 che significa la quarta Finale nelle ultime cinque edizioni della Rassegna iridata, avversaria nuovamente la Russia come quattro anni prima a Berlino.

La storia insegna che non vi è di peggio che incontrare nella sfida decisiva un’avversaria umiliata nel corso della manifestazione, ed anche stavolta – con l’Australia a conquistare il bronzo con la Jackson miglior realizzatrice del Torneo con 23,1 punti di media – dopo che gli Usa avevano accumulato 10 punti di vantaggio, si ritrovano le loro avversarie a distanza di un sol punto a 3’ dal termine, con la gara risolta a proprio favore grazie a due liberi della Swoopes per il 79-74 conclusivo e, manco a dirlo, Leslie eletta MVP del Torneo ed inserita nel quintetto base assieme alla connazionale Shannon Johnson ed, ovviamente, alla Jackson.

Questo continuo richiamo al pivot australiano ha le sue motivazioni, poiché nell’anno olimpico 2004, in cui sono in programma i Giochi di Atene, i suoi Seattle Storm riescono nell’impresa di conquistare il titolo WNBA, con la Jackson a confermarsi leader come realizzatrice con 20,5 punti di media dopo i 21.2 della stagione precedente, e quindi l’attesa per il suo confronto con Leslie nella Capitale ateniese è quanto mai elevata.

La suddivisione delle 12 formazioni iscritte non appare, invero, granché equilibrata, con Australia, Brasile e Russia inserite nel Gruppo A e, viceversa, gli Stati Uniti ad avere un cammino sulla carta più agevole, chiamati ad affrontare Spagna e Repubblica Ceca, anche se ciò deriva dall’inatteso flop di Cina e Corea del Sud che concludono agli ultimi due posti, restando escluse dalla Fase ad eliminazione diretta, alla quale, come è prassi consueta, le americane giungono imbattute, con la oramai 32enne Leslie sempre, regolarmente, in doppia cifra, con l’apice dei 25 punti rifilati alla Corea (80-57 il finale) e dei 15 punti e 10 rimbalzi nell’80-61 a spese della Spagna.

Con un’altra valida compagna a darle manforte sotto i tabelloni, vale a dire la 22enne Diana Taurasi, Leslie non ha bisogno di impegnarsi più di tanto (12 punti ed 8 rimbalzi) nel comodo successo per 102-72 sulla Grecia nei Quarti – dove, al contrario, fanno la loro bella figura Johnson con 21 punti, la citata Taurasi che mette a referto 14 punti ed 11 rimbalzi e Tina Thompson (ricordate …) con 20 punti, 6 rimbalzi e 5 assist – in attesa delle decisive sfide per la medaglia d’oro, con il torneo a vedere qualificate per le semifinali le “Magnifiche Quattro” e gli Usa affrontare la Russia ed il Brasile l’Australia.

Con sotto i tabelloni Leslie e Yelena Baranova ad annullarsi a vicenda – 11 punti, 7 rimbalzi e 3 assist per l’americana, 10 punti, 8 rimbalzi e 6 assist per la coetanea russa – a far la differenza nel sofferto 66-62 che prolunga la striscia vincente delle statunitensi sono ancora Thompson (14 punti e 5 rimbalzi) e Taurasi, che fa registrare 10 punti e 7 rimbalzi, mentre nell’altra semifinale una Jackson stratosferica (26 punti e 13 rimbalzi) contribuisce alla distruzione (88-75) del Brasile, poi sconfitto 62-71 anche dalla Russia per il bronzo.

Lisa+Leslie+Olympics+Day+15+Basketball+KwB_zF6MJMOl
Jackson e Leslie ad Atene ’04 – da:zimbio.com

E così, a quattro anni di distanza, Stati Uniti ed Australia si ritrovano nuovamente di fronte il 28 agosto 2004 nella sfida per l’oro, con le ragazze di Chancellor ad avere un’altra grande responsabilità sulle spalle, ovverossia riscattare la deludente prova dei maschi, sconfitti 89-81 in semifinale dall’Argentina e relegati sul gradino più basso del podio.

Con Taurasi a subire la pressione dell’evento, data la giovane età (ma avrà comunque modo di rifarsi nelle stagioni a venire …), l’attesa “sfida nella sfida” tra Leslie e Jackson – le quali non si “amano” sin dai Giochi di Sydney, con l’australiana a prendere per i capelli la “colored” afroamericana dopo un diverbio sotto canestro – si conclude sostanzialmente in parità, visti i 12 punti, 14 rimbalzi e 2 assist della bionda Jackson, a cui Leslie risponde con 13 punti, 8 rimbalzi ed un assist, così che, a fare la differenza in una gara equilibrata per tre quarti, vi pensano Thompson e Dawn Staley.

Con il punteggio, difatti, a vedere le americane avanti di tre punti (29-26) all’intervallo lungo, ridottosi a due sole lunghezze (52-50) alla fine del terzo periodo, il contributo di Thompson, che mette a referto 18 punti, 3 rimbalzi ed altrettanti assist e di Staley, con i suoi 14 punti, risulta fondamentale nell’allungo decisivo nel quarto parziale per il 74-63 che incorona per la terza volta consecutiva gli Stati Uniti Campioni olimpici.

gettyimages-177157377-1024x1024
Il Team Usa Oro ad Atene ’04 – da:gettyimages.it

Per Leslie, che in patria riceve un ulteriore premio di MVP della “Regular Season” nel 2006, stagione in cui fa registrare le più alte medie in carriera quanto a punti e rimbalzi (20,0 e 3,2 a partita, rispettivamente …), vi è un’ultima sfida da portare a termine, ovverossia eguagliare il record di quattro medaglie d’oro consecutive di Teresa Edwards, oltretutto alla medesima età di 36 anni qualora venisse convocata per le Olimpiadi di Pechino ’08.

Con Chancellor ad aver concluso la sua esperienza alla guida del Team Usa con l’invidiabile record di 38 vittorie e nessuna sconfitta, ed una successiva parentesi di Dawn Staley per i Mondiali ’06 in cui gli Stati Uniti abdicano a favore dell’Australia (Lauren Jackson top scorer con 21,3 punti di media e Penny Taylor MVP del Torneo) dopo essere stati sconfitti dalla Russia in semifinale, la nuova allenatrice Ann Donovan – componente della rosa vincitrice a Los Angeles ’84 e Seul ’88, nonché compagna di squadra della Jackson a Seattle – si guarda bene dal rinunciare all’apporto della sia pur 36enne Leslie in vista dell’appuntamento di Pechino, visto che, oltretutto, Staley ha cessato l’attività, mentre Swoopes e Johnson si sono chiamate fuori.

Non avendo più fuoriclasse (Leslie a parte, ovviamente …) a propria disposizione, Donovan sceglie la strada di una maggior rotazione tra le ragazze a sua disposizione, centellinando il minutaggio rispetto all’avversaria di turno, politica che paga, visto che quello che si riteneva, in partenza, potesse essere l’oro più difficile da conquistare, si rivela alla fine come il più semplice.

Con una dimostrazione di superiorità impressionante nel Gruppo eliminatorio, dove a fare la miglior figura (si fa per dire …) è la Nuova Zelanda, unica a contenere il passivo (60-96) al di sotto dei 40 punti (!!), per una media a fine girone di 98,2 a 55,2 anche l’ostacolo Corea del Sud nei Quarti viene brillantemente superato con oltre 40 punti (104-60) di scarto, gara in cui si mette in evidenza la 22enne Sylvia Foles, autrice di 26 punti e 14 rimbalzi, per poter accedere alle sfide per la medaglia d’oro che vedono per l’ennesima volta gli Stati Uniti opposti alla Russia, mentre alle Campionesse iridate australiane toccano le padroni di casa cinesi, le quali hanno già fatto anche troppo, come dimostra il pesantissimo scarto di 24 punti (56-90) che sono costrette a subire.

Per gli Usa è l’occasione di riscattare la sconfitta subita in semifinale ai Mondiali ’06, cosa che puntualmente avviene pur con una Leslie alquanto limitata dalla stretta marcatura a cui è sottoposta (solo 5 punti e 3 rimbalzi per lei …), con le ragazze di Donovan, dopo un primo tempo equilibratissimo (vantaggio minimo di 33-32 all’intervallo lungo), a prendere il largo nei due ultimi parziali per concludere con un 67-52 che vede quali protagoniste Taurasi (21 punti, 9 rimbalzi e 2 assist per lei) e Thompson, che chiude con 15 punti e 4 rimbalzi.

gettyimages-82757428-612x612
Leslie nella Finale di Pechino ’08 – da:gettyimages.it

Per la terza volta consecutiva chiamate a contendere la medaglia d’oro olimpica agli Stati Uniti, le australiane sono attese, secondo le previsioni, ad una Finale combattuta ed equilibrata, ma anche se la Jackson ha la meglio nell’eterno duello con Leslie (20 punti e 10 rimbalzi per la bionda Lauren, 14 e 7 rispettivamente per l’americana …), la sfida appare inaspettatamente già decisa all’intervallo, con ben 47 punti realizzati dalle ragazze di Donovan rispetto ai soli 30 delle loro avversarie, per poi controllare agevolmente la gara negli ultimi due periodi per un 92-65 che non ammette repliche di sorta, al quale contribuiscono anche le comprimarie Kara Lawson, Candace Parker e Foles, con 15, 14 e 13 punti a testa.

120524031754-basketball-gold5-horizontal-large-gallery
Leslie mostra i suoi quattro Ori a Pechino ’08 – da:edition.cnn.com

Per Leslie, che l’anno seguente abbandona l’attività agonistica a 37 anni, il coronamento di un sogno con il “Poker d’oro olimpico” conquistato, il record per il Team Usa tuttora insuperato di 488 punti realizzati nelle 32 gare (media 15,2 a partita …) disputate ai Giochi ed una domanda da lasciare ai posteri ….

Ma siamo proprio sicuri che il “vero” Dream Team non sia stato il nostro …??

 

CHOLET E I 45 PUNTI DI GRAYLIN WARNER CONTRO IL REAL MADRID DI PETROVIC

9581.jpg
Graylin Warner – da cholet-basket.com

articolo di Nicola Pucci

Il basket a Cholet ha storia recente, se è vero che il club è stato fondato solo nel 1975 e prende parte al campionato francese di pallacanestro a far data dal 1986. Nondimeno, ha parecchie storie interessanti da raccontare, e se un paio di queste portano in dote un titolo nazionale nel 2010 e due Coppe di Francia nel 1998 e nel 1999, oltre ad una finale di Eurochallange persa nel 2009 contro la Virtus Bologna, 77-75, un’altra ha una data segnata di rosso in bacheca ed un protagonista battente bandiera americana.

Corre l’anno 1988/1989 e lo Cholet, che la stagione prima ha raggiunto la sua prima finale di play-off perdendo il doppio confronto con il Limoges, viaggia a buon ritmo in campionato, dove chiude la stagione regolare in seconda posizione alle spalle del solito Limoges, per poi vedersi negare una seconda finale consecutiva dall’exploit del Pau Orthez che viola l’impianto di “La Meilleraie” nella sfida decisiva di semifinale. La squadra allenata da Jean Galle,  che ha in organico un giovanissimo Antoine Rigaudeau ed un altro promettente campione come Jean Bilba, è altresì impegnata nella sua prima avventura europea, in Coppa delle Coppe, e dopo aver eliminato nel turno preliminare gli olandesi del Miniware Weert rimontando in casa, 80-42, la sconfitta rimediata all’andata, 56-75, accede alla seconda fase a gironi, che la vede inserita in un gruppo che comprende anche il Real Madrid che ha in Drazen Petrovic la sua stella più luminosa, la Snaidero Caserta dell’altro immenso bomber Oscar Schmidt, e gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon.

E se la competizione, infine, riserva ai francesi l’amarezza dell’eliminazione come ultima delle quattro componenti del girone, nondimeno regala anche la gioia di un primo prestigioso successo, il 10 gennaio 1989, con Caserta, 85-76, in un match che suggella la forza agonistica di un ottimo Patrick Cham capace di contenere Oscar a “soli” 32 punti, e certifica il fiuto offensivo di Graylin Warner, americano di Tylertown al terzo anno in Francia e con un trascorso in Italia a Fabriano, che si ritaglia una serata da antologia, con 44 punti e 10 rimbalzi, confermandosi cecchino di assoluto livello, tanto è vero che viaggia in campionato a 28.3 punti di media a partita. Ben spalleggiato, per l’occasione, da Valery Demry, che firma 13 punti e smazza 11 assist.

Ma l’appuntamento con la gloria, per lo Cholet e per Warner, è programmato per sette giorni dopo, quando al “La Meilleraiesi presenta il grande Real Madrid di coach Lolo Sainz, che non è solo il “Mozart del basket“, appunto Drazen Petrovic, ma anche i fratelli Martin, José Biriukov, Johnny Rogers e Pep Cargol. Insomma, una sorta di Davide contro Golia, con un club che può vantare ben sette Coppe dei Campioni e 25 titoli spagnoli, e l’altro che spende le sue prime esperienze a livello continentale, con i bookmakers che danno vincenti i padroni di casa ad una quota di 20.000 a 1! Invece…

… invece accade quel che, talvolta, rende lo sport in particolare, e il basket nel suo specifico, una bellissima favola da raccontare ai nipotini. In effetti, nel match di andata, i madrileni si sono imposti con un 69-62 che se da un lato non rende fino in fondo giustizia al coraggio dei francesi, trascinati proprio da Warner che ne mette 26 e capaci di andare al riposo in vantaggio di 5 punti, dall’altro conferma che quando c’è da giocare per vincere Petrovic è il più forte di tutti, infine autore di 28 punti.

Al ritorno, 5.000 fedelissimi gremiscono l’impianto di Cholet. L’entusiasmo è alle stelle e ben 70 giornalisti sono accreditati per un evento tanto atteso da venir pure trasmesso in diretta TV. Il disegno tattico di Jean Galle è semplice, almeno nelle intenzioni della vigilia: limitare Petrovic ed innescare il talento offensivo di Warner. Ma quel che viene messo in pratica sul parquet di gioco, va ben oltre le illusioni dei tifosi francesi. Già, perché Demory è in serata strepitosa, sia nel mandare a bersaglio 16 punti che, soprattutto, illuminare il gioco dei compagni con 17 assist, ma è Warner, ancora una volta, a segnare con impressionante continuità, bersagliando la retina dei madrileni da ogni posizione per uno score finale di 45 punti, con 18 su 34 dal campo, di cui 5 su 10 dall’arco dei 6 metri, a cui aggiungere 11 rimbalzi. E se Cham, Bilba e Dider Dobbels si fanno trovare pronti quando chiamati in causa, la sfida, che è tanto incandescente da provocare la quadrupla espulsione al 35′ dell’altro americano di Cholet, Orlando Graham, così come dei fratelli Martin, Fernando ed Antonio, e di Bruno Constant, complice una furiosa bagarre scatenata sotto canestro, si risolve in un duello epocale all’ultimo punto.

Petrovic gioca come sa, ma non bastano i 31 punti e gli 11 assist, così come i 20 punti e 12 rimbalzi di Rogers e i 16 punti e 9 rimbalzi dello stesso Antonio Martin, a scongiurare una clamorosa sconfitta che se nei primi venti minuti, chiusi sul 49-46 per la squadra di Sainz, sembra improbabile, via via si materializza nel secondo tempo quando lo Cholet prima aggancia il Real Madrid, poi lo sorpassa, infine opera l’allungo decisivo che vale una vittoria storica alla sirena, 95-85.

Finisce con Graylin Warner, il “levriero des Mauges“, portato in trionfo, e per lui, che al Draft NBA del 1984 fu scelto al sesto giro in 129esima posizione, e che in Europa, come lui stesso ebbe modo di affermare, pochi conoscevano e in virtù di ciò fu libero di tirare come e quando voleva, è la serata che vale una carriera. Al cospetto di Sua Maestà.

 

 

BILL WALTON, LA “SPERANZA BIANCA” DEL BASKET NBA

GettyImages-482235554.0.0
Bill Walton a Portland – da:blazersedge.com

Articolo di Giovanni Manenti

Con il termine “Speranza bianca”, si era soliti, negli Stati Uniti, definire un pugile di tale razza capace di arginare lo strapotere degli afroamericani nella Categoria dei Pesi Massimi dopo il ritiro di Rocky Marciano avvenuto nell’aprile 1956, poi allargato anche al Basket NBA per quanto riguarda il ruolo di centro.

A parte il periodo pioneristico della Lega Professionistica Usa, in cui a svettare era stato George Mikan dei Minneapolis Lakers in un’epoca in cui la percentuale di neri era ridotta al minimo, gli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio avevano visto difatti il dominio assoluto di tre “torri” praticamente insuperabili, ovverossia Bill Russell, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, già Lew Alcindor, prima di abbracciare la fede mussulmana.

E, con i ragazzi di colore ammessi oramai senza limitazioni in tutti i College americani, pensare di “scovare” un centro di razza bianca in grado di dominare sotto i tabelloni era un’impresa pressoché irrealizzabile, sino a che un bel giorno di fine anni ’60 Danny Crum, assistente del leggendario coach di UCLA John Wooden, si reca ad una gara tra formazioni di liceo in cui scende in campo la squadra della “Helix High School” di San Diego …

Al ritorno alla celebre Università di Los Angeles, Crum si lascia scappare una dichiarazione in cui afferma di aver visto la prestazione del miglior giocatore liceale a cui avesse mai assistito, circostanza che porta Wooden ad ammonire il suo collaboratore onde non passare da idiota ed incompetente, anche perché, parole sue, “non c’è mai – e dico mai – stato un giocatore decente proveniente da San Diego …!!”.

Probabilmente Wooden non è a conoscenza del detto che “c’è sempre una prima volta, nella vita …” e comunque sarà lui il primo a ricredersi, allorché se lo ritrova nella sua Università, facendo sì che la striscia vincente di cinque titoli NCAA consecutivi da parte di UCLA si allunghi sino a sette.

Questo fenomeno altri non è che William Theodore “Bill” Walton, nato il 5 novembre 1952 a La Mesa, città di poco più di 50mila anime, situata nel Sud della California, nella Contea di San Diego, il quale, rosso di capelli e lentigginoso (altra caratteristica non proprio gradita a Wooden …) si mette in evidenza nel corso degli anni vissuti alla citata “Helix High School” di San Diego, arrivando, cosa inaudita per un liceale non ancora 18enne, ad essere selezionato per i Campionati Mondiali che si svolgono dal 10 al 24 maggio ’70 in Jugoslavia.

walton-large-retina
John Wooden e Bill Walton ad UCLA – da:optimism.ucla.edu

Favorito da un’altezza sproporzionata, specie per un bianco – a maturazione completa, Bill misura m.2,11 per 95 chilogrammi – che lo porta, una volta diplomatosi, a scegliere la prestigiosa UCLA per affinare la propria tecnica, Walton non impiega molto a convincere coach Wooden – che, ricordiamo, ha avuto il privilegio di avere tra le sue file per i tre anni di college, Lew Alcindor con tanto di tre titoli NCAA consecutivi dal 1967 al ’69 – delle proprie qualità, ed anche se la striscia vincente era proseguita sia nel 1970 che nel ’71, ciò che avviene nelle prime due stagioni al College del ragazzo di San Diego ha dell’incredibile.

In entrambe le annate, difatti, UCLA finisce imbattuta con un record di 30 vittorie e nessuna sconfitta, superando nelle “Final Four” ’72 Louisville 96-77 in semifinale per poi aver ragione in Finale di Florida State con il punteggio di 81-76 in cui Walton mette la sua firma con 20 punti e ben 24 rimbalzi, prestazione che addirittura impallidisce se rapportata a cosa è capace di fare l’anno successivo, allorché nella Finale contro Memphis State, dopo un’agevole vittoria (70-59) su Indiana in Semifinale, realizza più della metà dei punti della propria squadra nel travolgente successo per 87-66, mandando a canestro 21 dei suoi 22 tentativi …!!.

Ovvio che un tale strapotere non potesse che essere premiato con altrettanti riconoscimenti di MVP nelle tre stagioni al College, con il record di UCLA a fermarsi ad 88 vittorie consecutive, per poi conoscere la sconfitta in semifinale nelle ”Final Four” ’74 contro North Carolina State che si impone per 80-77 dopo ben due tempi supplementari.

University of Maryland Terrapins v UCLA Bruins
Walton in azione con la maglia di UCLA – da:si.com

Walton conclude il suo triennio universitario con medie di 20,3 punti e 15,7 rimbalzi a partita, ma anche dando dimostrazione di non essere “allineato” con l’establishment americano allorché, poco più che 18enne, viene arrestato durante una manifestazione contro la guerra nel Vietnam arrivando a criticare pubblicamente l’allora Presidente Richard Nixon con le parole: “La tua generazione ha rovinato il mondo, la mia sta provando a risollevarlo; il denaro non significa niente per me, non può comprare la felicità ed io voglio solo essere felice …!!”.

Atteggiamenti che preoccupano anche Wooden, oramai ricredutosi sul fatto che da San Diego “non provenga mai un giocatore decente …”, anche perché si sussurra che il giovane Bill intenda dedicarsi ad una vita ascetica, ma tale ipotesi viene, fortunatamente a cadere, venendo peraltro sostituita da quello che diverrà il vero problema di Walton, vale a dire i ripetuti infortuni che il suo fisico gli fa scontare, soprattutto alle caviglie ed ai piedi, pur avendo già sofferto per un tendinite alle ginocchia ed un infortunio alla schiena durante gli anni al College.

Una situazione fisica ben conosciuta dalla Dirigenza dei Portland Trail Blazers, ma che non le impedisce di fare il nome di Bill Walton allorché vanta la prima scelta assoluta nel Draft che si svolge il 28 maggio ’74 a New York, dovendo cercare di raddrizzare una pessima stagione conclusa con il non certo esaltante record di 27 sole vittorie a fronte di 55 sconfitte, penultimo nella Lega.

Con il suo compagno di College Keith (successivamente Jamaal …) Wilkes scelto dai Golden State Warriors, Walton si appresta a dare un positivo contributo alle sorti dei Trail Blazers, ma nella sua prima stagione da Professionista le sue presenze in squadra sono limitate a sole 35 gare – pur con un minutaggio di 33 minuti a partita – a causa dei ripetuti infortuni che lo portano a subire fratture al naso, piede, polso e gamba, così come nella successiva, allorché le presenze aumentano a 51 incontri con un suo personale record di 26 vittorie e 25 sconfitte, rispetto a quello di 11-20 fatto segnare da Portland in sua assenza, con una nuova, mancata qualificazione ai Playoffs dalla costituzione della franchigia, avvenuta nel 1970.

E’ evidente che se nell’Oregon si hanno pretese ambiziose, queste non possono prescindere da un Walton a pieno servizio, visto il suo progressivo acclimatarsi alla realtà professionistica – dai 12,8 punti, 12,6 rimbalzi e 4,8 assist a partita del primo anno si era già passati si era già passati a più confortanti medie di 16,1 punti, 13,4 rimbalzi e 4,3 assist del secondo – con in più il vantaggio di vedersi affiancato da un’ala forte come Maurice Lucas, proveniente dalla dissolta ABA (“American Basketball Association”).

bill-walton-jack-ramsay-and-maurice-lucas-d345bbae8df4f11f
Bill Walton e Maurice Lucas con il coach Jack Ramsay – da:ml20.org

Finalmente liberato da gravi infortuni, Walton disputa 65 delle 82 gare della “regular season” 1976-’77, incrementando a quasi 35 minuti la permanenza sul parquet, a 18,6 la sua media punti e capeggiando le Classifiche NBA sia quanto a rimbalzi (14,4 a partita) che a stoppate, con una media di 3,2 per incontro.

Ben supportato da Lucas (20,2 punti ed 11,4 assist di media per lui …), Walton contribuisce, unitamente al cambio in panchina che vede il pur valido Lenny Wilkens (Campione NBA nel ’79 coi Seattle Supersonics …) rimpiazzato da Jack Ramsay proveniente da Buffalo, a qualificare per la prima volta nella loro Storia i Trail Blazers alla “post season, avendo concluso la stagione regolare con un record di 49-33 pur se opinione diffusa è che per il titolo della “Western Conference” i favoriti siano i Lakers di Kareem Abdul-Jabbar.

Portland, comunque, inizia con umiltà il suo cammino nei playoff, avendo ragione in tre partite (96-83, 104-107 e 106-98) dei Chicago Bulls nel turno preliminare, in cui dominano Lucas a canestro con 22,3 punti di media e Walton a rimbalzo catturandone oltre 12 a partita.

Qualificati per le Semifinali di Conference, i Blazers devono affrontare i Denver Nuggets della stella David Thompson, ben affiancato da Dan Issel e Bobby Jones, franchigia neo affiliata alla NBA in quanto proveniente dalla citata ABA e che beneficia del vantaggio del fattore campo, in quanto ha concluso la “regular season” con una sola vittoria (50-32) in più rispetto a Portland.

Serie che si decide in gara-1, allorché i Blazers espugnano il parquet avversario al termine di una gara vinta 101-100 sul filo della sirena, con la coppia Lucas/Walton a fare sfracelli (23 punti e 13 rimbalzi per il primo, 22 e 12, impreziositi anche da 6 assist per il secondo), così ribaltando il fattore campo, poi difeso nelle successive sfide in Oregon, con Walton protagonista in gara-3 (110-106, con 26 punti, 13 rimbalzi, 5 assist e 4 stoppate), per chiudere la serie sul 4-2 ed avviarsi a vendere cara la pelle nel confronto contro i temibilissimi Lakers che, al suo interno, prevede la sfida tra i due centri Walton e Jabbar, un vero e proprio “esame di laurea” per il 25enne californiano …

Esame che Walton e Portland superano a pieni voti, visto il difficilmente pronosticabile 4-0 con cui si conclude la serie, peraltro non veritiero se si considerano gli scarti punti dei singoli incontri, eccezion fatta per gara-1 al “Forum” di Inglewood, dove i Blazers si impongono d’autorità per 121-109 con una superba prova d’insieme, basti pensare che ben quattro giocatori del quintetto base superano “quota 20 punti”, compreso Walton che ne mette a referto 22, impreziositi da 13 rimbalzi e 6 assist.

gettyimages-84045910-1024x1024
Walton contro Jabbar nelle Finali di Conference – da:gettyimages.it

Dall’altra parte, Jabbar “predica nel deserto” e le sue eccellenti medie di 30,3 punti, 16 rimbalzi e 3,8 stoppate nella serie non riescono ad arginare la superiorità di squadra di Portland, ora attesa all’ultima, decisiva prova per il titolo contro i Campioni della costa orientale, vale a dire i Philadelphia 76ers che possono contare sulla loro star “Doctor J”, al secolo Julius Erving, anch’egli proveniente dalla ABA, dove militava nei New York Nets.

Una serie conclusiva che vede i Sixers portarsi sul 2-0 dopo due comode vittorie allo “Spectrum” per 107-101 e 107-89, alle quali i Blazers replicano con due schiaccianti successi sul parquet amico per 129-107 in gara-3 (20 punti, 18 rimbalzi, 9 assist e 4 stoppate per Walton, 27 punti, 12 rimbalzi e 5 assist per Lucas) ed addirittura per 130-98 in gara-4, con la guardia Lionel Hollins a catturare la scena dall’alto dei suoi 25 punti, conditi da 6 assist, mentre la coppia Walton/Lucas contribuisce con 25 rimbalzi ed 11 punti in due.

Con la serie sul 2-2, si ha l’impressione che gara-5 in programma il 3 giugno ’77 a Philadelphia possa risultare decisiva per la conquista del titolo e la dimostrazione si percepisce nei primi due quarti, con difese arcigne e molti falli che mandano le due squadre all’intervallo lungo sul punteggio basso di 45-41 a favore di Portland.

Blaziers che poi costruiscono il successo con un devastante terzo periodo, chiuso sul 40-25 per un vantaggio di 19 punti in cui Walton è protagonista a rimbalzo con un’equazione di una semplicità a dir poco elementare, ovverossia od Erving va a canestro – saranno 37 i suoi punti a fine gara, con 9 rimbalzi e 7 assist – oppure le braccia tentacolari del ragazzo di San Diego catturano la respinta del ferro (sono 24 in totale, di cui ben 20 difensivi) per poi avviare il contropiede alla cui finalizzazione pensano Bob Gross e Lucas, autori di 25 e 20 punti rispettivamente, per il 110-104 conclusivo che consegna a Portland un vitale “match point” in vista di gara-6 in Oregon.

walton_3
Walton in difesa nelle Finali contro i 76ers – da:nba.com

Festeggiati al ritorno da 5mila fans ad attenderli in Aeroporto, i giocatori dei Blaziers sanno di non poterli deludere allorquando, ad appena 48 ore di distanza, scendono nuovamente in campo per quella che è tuttora ricordata come una data “storica” per la franchigia, poiché rappresenta l’unica loro conquista del titolo NBA.

Tutta la città è colta da un virus definito come “Blazermania” che coinvolge ogni abitante, sia esso presente all’impianto od incollato davanti ai teleschermi, e Walton & Co. ripagano un tale affetto ponendo le basi del successo nei primi due quarti, andando al riposo sul punteggio di 67-55, un margine di 12 da poter gestire nei successivi parziali.

Ma non si può mai stare tranquilli dal momento che gli avversari hanno nelle proprie file un talento quale Julius Erving, il quale cerca di allungare la serie sino a gara-7 mettendo a referto 40 punti, con 17 su 29 al tiro e 6 su 7 dalla lunetta, ma i consueti 24 rimbalzi di Walton, con l’aggiunta di ben 8 stoppate a “condire” i 20 punti realizzati, rendono vano un tale tentativo, ed allorché l’ala forte dei Sixers George McGinnis fallisce il tiro in sospensione del possibile pareggio a 4” dalla sirena, il 109-107 conclusivo certifica il trionfo di Portland e quello personale di Walton, eletto MVP delle Finali.

Oramai affermatosi come stella indiscussa nel Panorama del Basket Professionistico Usa, Walton inizia alla grande la successiva stagione, che lo vede realizzare medie di 18,9 punti (record in carriera), 13,4 rimbalzi, 5 assist (anch’essi record per singola stagione) e 2,5 stoppate a partita, prima che, a fine febbraio ’78 la malasorte non ci metta nuovamente lo zampino, con i Portland Trail Blazers a registrare un record di 48-10 con lui in campo.

Sofferente per una frattura al piede – solo la prima di una serie di infortuni comprese le caviglie che ne condizionano il resto della carriera – Walton è costretto ad operarsi saltando il resto della “regular season”, che i suoi compagni peraltro concludono con il miglior record di 58-24 della Lega, per poi fare ritorno nei primi due incontri di Playoff contro Seattle, con tanto di ricaduta che ne preclude l’impiego per l’intera, successiva stagione.

Ciò nonostante, a Walton viene assegnato il premio di MVP della stagione regolare ed il suo coach Ramsay, intervistato dalla rivista “Sport”, si lascia andare ad un commento che recita, riferendosi ai grandi centri del passato: “Bill Russel è stato un eccellente stoppatore, così come Wilt Chamberlain impressionante in fase offensiva, ma Walton sa fare entrambe le cose …!!”.

gettyimages-81416767-1024x1024.jpg
Bill Walton con i San Diego Clippers – da:gettyimages.ca

Ramsay ancora non sa che, uscito claudicante dal campo il 21 aprile ’78 durante gara-2 contro Seattle, quella è l’ultima volta che Walton indossa la canottiera dei Blaziers poiché, dopo essere rimasto ai box per il resto dell’anno ed i successivi 12 mesi, il suo rientro avviene il 29 gennaio 1980 con i San Diego Clippers, anno nuovamente falcidiato da infortuni che lo vede scendere in campo appena in 14 occasioni, per poi saltare completamente le due stagioni seguenti per sottoporsi ad interventi chirurgici tendenti a ricostruire la struttura ossea del piede, nonché a lunghe terapie riabilitative, in grado comunque di restituirgli una sufficiente tenuta fisica, visto che nelle sue tre ultime stagioni con i Clippers – l’ultima delle quali con il trasferimento della franchigia a Los Angeles – scende in campo in 33, 55 e 67 occasioni rispettivamente, pur se solo nel 1985 la squadra riesce ad evitare di essere il fanalino di coda della Western Conference.

Vicino alla soglia dei 33 anni, sembrerebbe impossibile che ci fosse qualcuno in grado di puntare su di un giocatore che ha trascorso le ultime sei stagioni più nella “lista infortunati” che in campo ed, invece, a Walton giunge la chiamata forse meno aspettata, ovverossia nientemeno che da parte dei Boston Celtics, che l’anno prima avevano perso il titolo nella consueta “sfida degli anni ‘80” contro i rivali dei Los Angeles Lakers …

Stiamo parlando della fenomenale compagine che può annoverare nelle sue file stelle del calibro di Larry Bird, Robert Parish e Kevin McHale, ed il contributo che può fornire Walton è giocoforza limitato, ma il perfetto dosaggio del suo utilizzo da parte del coach K.C. Jones fa sì che per l’unica volta in carriera scenda in campo in 80 delle 82 gare di “regular season”, con una media/gara di 19’ e di 7,6 punti e 6,8 rimbalzi a partita.

Bill Walton
Bill Walton ai Boston Celtics – da:bleacherreport.com

Celtics che non hanno problema alcuno a dominare la stagione regolare, facendo segnare il record assoluto di 67-15 (con i Lakers secondi con 62-20 …), così come il titolo della Eastern Conference è poco più di una formalità, visto il 3-0 inflitto a Chicago al primo turno ed il 4-1 e 4-0 con cui vengono letteralmente “spazzati via” gli Atlanta Hawks ed i Milwaukee Bucks nelle due successive serie, dove Walton fornisce il proprio contributo, in particolare in gara-4 contro i Bucks, dove resta in campo per ben 30’, così concedendo un salutare riposo ai compagni in vista della sfida conclusiva per il titolo.

Sfida però che, a sorpresa, non oppone i Celtics ai Lakers, inaspettatamente superati 4-1 nella Finale di Conference dagli Houston Rockets delle “Torri Gemelle” Ralph Sampson ed Hakeem Olajuvon (m.2,24 e 2.13 rispettivamente …!!), il che fa ritenere la presenza di Walton quanto mai necessaria per dare un aiuto sotto i tabelloni.

Ed, in quello che per lui rappresenta il classico “canto del cigno”, Walton non si tira certo indietro da combattente indomito quale egli è, ed i suoi 10 punti (con il 100% dal campo), uniti ad 8 rimbalzi e 3 assist nei 18’ giocati in gara-1 contribuiscono al successo di Boston 112-100, performance replicata nella fondamentale gara-4 vinta dai Celtics 106-103 in Texas per poi chiudere definitivamente il conto in gara-6 al “Garden” dove nel netto 114-97 che certifica l’ultimo trionfo dei “Trifogli” degli anni ’80 – dovranno passare ben 22 anni affinché tornino a festeggiare un titolo NBA – mette la sua degna firma, con 10 punti, 8 rimbalzi e 3 assist.

Un ritorno ai vertici a 9 anni di distanza colmi di sofferenze, ed ancor più reso gratificante dall’essere scelto come “Miglior Sesto Uomo dell’Anno”, avrebbe potuto tenere accesa la fiammella della speranza anche per i mesi a seguire, ma come se il fato avesse voluto ricompensare Walton per quanto aveva dovuto subire in passato, così la “maledizione” torna a farsi beffa dello sfortunato giocatore tenendolo ai box sino marzo ’87, disputando solo gli ultimi 10 incontri della stagione regolare, per poi avere la platonica soddisfazione di disputare la sua terza serie di Finale in carriera contro i Los Angeles Lakers, potendo peraltro offrire un aiuto del tutto marginale ai propri compagni che vengono sconfitti 4-2 da Magic Johnson & Co..

I 10’ disputati il 14 giugno ’87 in gara-6 al Forum di Inglewood con 2 punti e 3 rimbalzi messi a referto rappresentano il calare del sipario sull’attività agonistica di un giocatore del quale resteranno per sempre inesplorate quali potessero essere le reali potenzialità senza la sfilza infinita di infortuni che ne hanno caratterizzato la carriera, ma che ha indubbiamente dimostrato, nelle rare occasioni in cui ha potuto scendere in campo al top della condizione fisica, di non aver usurpato il titolo di “speranza bianca” nel ruolo di centro, tutt’altro che sfigurando rispetto agli avversari di colore.

E poi, far ricredere un “guru” come John Wooden sul fatto che nessun giocatore “decente” potesse provenire da San Diego avrà anch’esso il suo pregio, o no …??