COPPA DELLE COPPE 1989, REAL MADRID-CASERTA E QUEL MATCH INDIMENTICABILE

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Petrovic e Oscar – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Quella che sto per raccontarvi è una storia di basket tra le più appassionanti che si ricordino. Ebbe come teatro lo Stadio della Pace e dell’Amicizia del Pireo di Atene, andò in scena il 14 marzo 1989, valeva per la Coppa delle Coppe e regalò l’immortalità cestistica, caso mai ancora non l’avessero guadagnata, a due mostri sacri della palla a spicchi, Drazen Petrovic ed Oscar Schmidt, fuoriclasse delle due squadre contendenti, Real Madrid e Juvecaserta.

Premessa. Caserta è ormai da qualche anno una delle realtà più importanti della pallacanestro tricolore. L’arrivo in panchina di Franco Marcelletti, che ha preso il posto di Bogdan Tanjevic, e l’innesto in squadra del fuoriclasse brasiliano, Oscar appunto, accanto alla crescita di giovani prodotti del vivaio come Nando Gentile e Vincenzo Esposito, ha garantito il salto di qualità ad una formazione approdata alla massima serie nel 1983, proprio sotto la guida del tecnico jugoslavo. Caserta ha giocato, e perso, la finale scudetto del 1986 con Milano, replicata l’anno dopo, e ha giocato, ed ancora perso, la finale di Coppa Korac, sempre nel magico anno 1986, contro Roma. Staziona ormai nei quartieri alti della classifica del campionato italiano e nel 1988, battendo Varese 113-100 in una sfida serrata, decisa al supplementare con 31 punti di Oscar e 29 di Gentile, ha infine colto il primo trionfo della sua storia, la Coppa Italia. E il PalaMaggiò, casa dei bianconeri, è pronta ad infiammarsi di nuovo per la stagione a venire, 1988/1989, anno in cui i campani intendono recitare da protagonisti.

Ad onor del vero in campionato le cose non vanno come vorrebbero, con il sesto posto in stagione regolare e l’eliminazione all’ultimo respiro, 94-93 alla bella, ai quarti play-off con la Virtus Bologna, e la sconfitta in finale di Coppa Italia contro lo stesso avversario, e con risultato maledettamente simile, 96-93, il 6 aprile, dopo un tempo supplementare. Ma nel frattempo c’è da onorare anche la presenza europea in Coppa delle Coppe, e lì, la squadra di Marcelletti, denuncia una sicurezza confortante.

Si comincia con la doppia vittoria contro i bulgari del CSKA Sofia al primo impegno, 84-74 e 103-80, per poi vedersi catapultare nel girone A a quattro con Real Madrid, Hapoel Galil e Cholet che promuove le prime due squadre alle semifinali incrociate con le promosse del girone B. Caserta perde le due sfide con gli spagnoli, nettamente in trasferta (109-92) e di un soffio al PalaMaggiò (95-94), vince le due gare con gli israeliani ed infine, all’ultima partita, si assicura il passaggio del turno battendo Cholet 80-70, rimediando alla sconfitta subita all’andata in Francia, 85-76.

E qui, al penultimo atto, Caserta si trova opposta a quel meraviglioso baluardo che risponde al nome di Arvydas Sabonis, “lo zar“. Si gioca andata e ritorno e in Lituania, che all’epoca ancora è Urss, i bianconeri rischiano il tracollo, andando sotto di -24 prima di operare la rimonta che consente loro di chiudere la sfida con un passivo recuperabile in casa, 86-80. Cosa che puntualmente accade nella bolgia del PalaMaggiò, pieno all’inverosimile e rigurgitante quella passione come solo il Sud Italia sa sprigionare, grazie soprattutto alla maiuscola prova del bulgaro Georgi Glouchkov che si prende il lusso di annullare, sotto i tabelloni, lo strapotere di Sabonis. Finisce 98-84 e per Caserta la finale è una splendida realtà.

14 marzo 1989, dunque. Atene. E qui si scrive una pagina epica di storia cestistica. Caserta trova sulla sua strada il Real Madrid di Drazen Petrovic, “il Mozart dei canestri“, che in semifinale ha sconfitto il suo passato, ovvero il Cibona Zagabria, con una doppia vittoria, 92-91 e 119-97. E se lo jugoslavo, indiscutibilmente il giocatore più forte d’Europa che di lì a qualche mese andrà a far conoscere il suo smisurato talento di là dall’Atlantico nel pianeta NBA, pennella un match memorbile, altrettanto fa il suo dirimpettaio in maglia bianconera, il “carioca” Oscar Schmidt, librando un duello all’ultimo canestro destinato all’immortalità. Ci sono 12.000 spettatori assiepati in tribuna, ad Atene, e la “torcida” casertana vale l’impeto dei realisti, che inseguono il secondo titolo in Coppa delle Coppe dopo quello vinto nel 1984 contro Milano, 82-81 nella finale di Ostenda.

Il Real Madrid è una potenza cestistica, vincitore della Coppa Korac l’anno precedente proprio contro il Cibona di Petrovic, e si garantisce qualche aiutino di troppo da parte dell’ineffabile Zdravko Kurilic, supportato dal più imparziale Kostas Rigas, comandando le operazioni, con Petrovic che segna da qualsiasi angolo del campo ed in qualsiasi condizione di tiro. Al termine saranno ben 62 punti (12/14 da due, 8/16 da tre e 14/15 ai liberi), record assoluto per una finale europea, ma Caserta ha grinta da vendere ed è in partita con Oscar che a sua volta mette a referto 44 punti. Madrid allunga sul 26-17 dopo soli sei minuti di gioco, trascinata anche dalle prestazioni impeccabili di Biriukov e Rogers (rispettivamente 20 e 14 punti) e in virtù di un’efficace fluidità di gioco, ma Caserta non si arrende, Glouchkov sotto canestro limita Fernando Martin segnando 13 punti e strappando 11 rimbalzi e Gentile a sua volta colpisce con precisione chirurgica (alla fine saranno 34 punti per lui), spalleggiato da Dell’Agnello che firma la doppia doppia con 18 punti e 12 rimbalzi. Al 13esimo minuto i bianconeri mettono la testa avanti, 34-33, ma Petrovic è immarcabile e all’intervallo il punteggio, altissimo, è fissato sul 60-57 per il Real Madrid.

La sfida tra Petrovic e Oscar si incendia ancor più nel secondo tempo, se lo slavo colpisce in entrata, il brasiliano risponde mitragliando dalla lunga distanza. Il Real Madrid fa corsa di testa, con il contributo sostanziale di Fernando Romay, abilissimo nel gioco sporco, portandosi avanti sul 85-73 al 28esimo minuto, massimo vantaggio, ma Marcelletti ordina una zona 3-2 aggressiva e la mossa sortisce gli effetti sperati. L’attacco spagnolo si inceppa, Caserta si riporta sul 91-89 e i cinque minuti finali sono pirotecnici. Petrovic, Oscar e Gentile segnano a ripetizione, e con 18 secondi ancora da giocare, sul punteggio di 102-99 per il Real Madrid, il brasiliano infila da otto metri in faccia a Cargol la bomba che firma il pareggio. Il tempo supplementare si profila all’orizzonte ma proprio Petrovic, stratosferico fino a quel momento, perde un pallone capitale: Gentile ha tra le mani il tiro della vittoria ma sbaglia, complice anche un probabile fallo di Biriukov non sanzionato dagli arbitri, ed allora una gara fin lì palpitante, emozionante come poche altre ed assolutamente indimenticabile, si decide nei cinque minuti aggiuntivi.

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La festa del Real Madrid – da apuestasbaloncesto.com.es

Qui Petrovic torna a recitare da Mozart del basket segnando 11 punti, Oscar esce per raggiunto limite di falli, così come Gentile, Esposito e Glouchkov, e infine il Real Madrid, con il punteggio di 117-113, si porta a casa la Coppa delle Coppe, spengendo il sogno di una Caserta che non può certo consolarsi con l’onore della armi. A chiusura di un confronto che vide due campioni fronteggiarsi a suon di canestri, e che ancor oggi chi vi ha assistito non può fare a meno di soffrir di nostalgia.

 

LA FAVOLA DI BOB COUSY, IL BRUTTO ANATROCCOLO CHE NESSUNO VOLEVA

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Bob Cousy – da fifteenminuteswith.com

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, la “Boston Celtics Dinasty” – capace di vincere 11 Titoli NBA in 13 Stagioni – nasce con l’arrivo al “Garden” di Bill Russell al Draft ’56, ideale completamento di un quintetto da favola sotto la regia di Red Auerbach, ma in ogni gioco di squadra che si rispetti – ed i Celtics non fanno certo eccezione, anzi tutt’altro, essendo per loro stessi proprio questa una prerogativa – non può mai essere un singolo, pur forte che sia, a fare la differenza.

Diciamo, viceversa, che l’arrivo di Russell nella franchigia del “Trifoglio verde” consente a colui che ha in mano la regia della squadra, il più eccentrico dei playmaker dell’epoca, di poter esprimere al massimo le proprie funamboliche qualità che lo fanno definire, in un gioco di parole caro oltre oceano, “Magico prima che ci fosse “Magic (Johnson, ovviamente)”.

Ed, in effetti, nello stile di Bob Cousy – perché è di lui che stiamo parlando, sperando che l’aveste già capito – si ritrovano molti dei tratti distintivi della futura stella dei Los Angeles Lakers (la vittima designata dei Celtics di quegli anni) dai passaggi dietro la schiena al “no look” ed ai layup in entrata, pur non possedendo, il piccolo Bob (m.1,85 per 80kg.) le straordinarie qualità atletiche del fuoriclasse del Michigan.

E pensare, però, che l’indiscusso dominatore del ruolo degli anni ’50 non piaceva inizialmente quasi a nessuno, il suo modo di giocare era considerato fine a sé stesso e non produttivo per la squadra, tanto che il suo arrivo a Boston è dovuto più ad uno scherzo della (buona) sorte, che non alla volontà della dirigenza, Auerbach in testa, tanto per chiarire.

Nato a Manhattan, nel cuore di New York, ad inizio agosto 1928, Cousy non ha certo un’infanzia felice, dovendo crescere nel bel mezzo della “Grande Depressione” che colpisce gli Stati Uniti dopo il crollo di Wall Street del ’29, ed oltretutto figlio di immigrati francesi, tant’è che sino all’iscrizione alle elementari, il piccolo Bob parla quasi esclusivamente la lingua francese.

Dopo aver affinato le proprie qualità alla “Andrew Jackson High School”, a Cousy viene offerta l’opportunità di proseguire gli studi al “Boston College”, ma il fatto che non avessero a disposizione un dormitorio per gli studenti, induce Cousy ad accettare l’offerta della “Holy Cross University” di Worcester, nel Massachusetts, 40 miglia ad ovest di Boston, dove si presenta nell’autunno del 1946.

E l’esordio non può che essere dei più felici, visto che i “Crusaders” chiudono la stagione con un record di 24-3 a cui Cousy contribuisce con 227 punti, terzo miglior realizzatore della franchigia dopo le stelle George Kaftan e Joe Mullaney (che approdano entrambi ai Celtics nel ’49 per una fugace esperienza), qualificandosi per il Torneo NCAA, all’epoca ristretto a sole 8 formazioni.

Vinta la prima gara per 55-47 contro Navy (l’Accademia Navale degli Stati Uniti) in un Madison Square Garden tutto esaurito, grazie ai 18 punti di Mullaney, il successivo passo verso la Finale vede i Crusaders opposti alla squadra di casa (nonché di Cousy, essendovi nato …) dei “CCNY Beavers”, che vengono spazzati via con un eloquente 60-45 in cui la parte del leone spetta a Kaftan, autore della metà dei punti realizzati dal proprio quintetto.

L’atto conclusivo, andato in scena il 25 marzo 1947 sempre al Madison Square Garden, vede i Crusaders opposti agli Oklahoma Sooners, che si sono qualificati per la Finale con due successi di misura – 56-54 contro Oregon State e 55-54 nei confronti dei Texas Longhorns – ed anch’essi subiscono la medesima sorte, venendo sconfitti per 58-47 con Kaftan nuovamente “top scorer” con 18 punti a referto, mentre Cousy, probabilmente emozionato, non gioca certo una delle migliori gare della sua carriera, limitato a soli 4 punti con un disastroso 2 su 13 al tiro.

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Un giovane Cousy in maglia Crusaders – da holycross.edu

Probabilmente, questa negativa prestazione induce il coach Doggie Julian a limitare le presenze di Cousy nella stagione seguente, un atteggiamento che delude il non ancora 20enne Bob, il quale addirittura scrive una lettera a Joe Lapchick, tecnico della “St. John’s University” per chiedergli di poter andare a giocare da loro, ricevendo come risposta la conferma sulle qualità di Julian come coach e che lo avrebbe sicuramente impiegato con maggior continuità negli anni a venire.

A dare, però, una svolta alla carriera del giovane playmaker non è tanto il suo coach quanto il pubblico del Boston Garden allorché, in una gara della stagione 1949.50 (sua ultima al College) che vedeva i Crusaders sotto contro Loyola di Chicago con soli 5’ ancora da giocare, si mette a chiedere a gran voce l’inserimento in quintetto di Cousy sinché Julian non li soddisfa, ottenendo come compenso una straordinaria prestazione condita da 11 punti ed il canestro del sorpasso sulla sirena, per poi condurre i propri compagni ad una striscia vincente di 26 gare consecutive, che consentono alla Holy Cross University di approdare al Torneo NCAA, solo per essere eliminati al primo turno per 87-74 da North Carolina State.

Ma il bello (od il grottesco, fate voi …) della carriera di Cousy giunge in occasione del Draft 1950 dove i Boston Celtics – reduci da una deludente stagione conclusasi con un record di 22-46 – hanno il diritto di prima scelta e sono in molti a ritenere che la stessa cada proprio su Cousy, ma Auerbach non è dello stesso parere, ed in sua veste punta sul pivot Chuck Share, proveniente da Bowling Green, adducendo a supporto della sua scelta le parole “ritenete che io sia qui per vincere, o per fare un favore alla gente di Boston ?”, cosa che non gli impedisce di essere aspramente criticato dalla stampa locale, anche se molti addetti ai lavori sono d’accordo con Red, ritenendo Cousy un playmaker fine a sé stesso e poco utile al gioco di squadra, specie al cospetto dei “giganti della NBA”.

Avranno modo di ricredersi, anche se la trafila di Cousy per divenire un Celtic è alquanto tortuosa, visto che il giovane play viene scelto al terzo giro dai “Tri-cities Blackhawks” (gli antenati degli attuali Atlanta Hawks), una soluzione non gradita al giocatore – che nel frattempo ha intenzione di aprire una Scuola Guida a Worcester – il quale chiede un ingaggio di 10mila dollari per recarsi in Georgia, rifiutando l’offerta di 6mila pervenuta dalla franchigia, con ciò venendo destinato ai “Chicago Stags”.

Neppure questa trattativa giunge a buon fine, in quanto la franchigia, in gravi problemi finanziari, non è in grado di iscriversi al Campionato e l’allora “Commissioner”, Maurice Podoloff, consente un sorteggio suppletivo che include, oltre alla matricola Cousy, la guardia Max Zaslofsky ed il play Andy Phillip, ed al quale sono invitati i New York Knicks, i Philadelphia Warriors ed i Boston Celtics, rappresentati dal proprietario Walter Brown.

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Auerbach dà il benvenuto a Cousy – da fifteenminuteswith.com

Quest’ultimo, molto “signorilmente“, ammetterà in seguito che le sue speranze si fondavano su Zaslofsky, avrebbe tollerato Phillip e che quando, viceversa, la sorte gli aveva consegnato Cousy, fosse stato vicino a svenire, dovendo poi sottoscrivere con riluttanza un contratto da 9mila dollari con il nuovo acquisto.

Di sicuro, non certo il modo migliore per far sentire a proprio agio una matricola 22enne, ma ben presto sia Brown che Auerbach devono ricredersi, dato che, alla sua prima stagione da “rookie”, Cousy realizza medie di 15,6 punti, 6,9 rimbalzi e 4,9 assist a partite che ribaltano il record in casa Celtics, concludendo la “Regular Season” con 39 vittorie a fronte di 30 sconfitte, nonché consentendo a Cousy di ottenere la prima delle sue 13 consecutive selezioni per lo “All Star Game, pur se ai playoff non superano il primo turno, eliminati da New York in due gare.

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Cousy in azione ad un “All Star Game” – da gettyimages.it

Percentuali che Cousy migliora stagione dopo stagione, incrementando la media punti intorno a 20 per gara (massimo 21,7 minimo 18,0 nell’intero decennio), ma, soprattutto, divenendo il “re degli assist”, speciale classifica che si aggiudica per 8 stagioni consecutive dal 1953 sino al ’60, con un massimo di 9,5 a partita realizzato proprio nel ’60.

E’ sin troppo logico che, con un “distributore di palloni” di tale portata, con in più la variante dell’entrata qualora non vi sia spazio per un assist vincente ed una straordinaria precisione dalla linea dei tiri liberi, le quotazioni dei Boston Celtics non potessero che salire anno dopo anno, come dimostrano i relativi record stagionali – 39-27 nel ’52 (eliminati da New York al primo turno Playoff), 46-25 nel ’53 (sconfitti nella Finale della Eastern Division ancora da New York), 42-30 nel ’54 (sconfitti nella Finale di Eastern Division da Syracuse), 36-26 nel ’55, ma ancora finalisti di Division, e 39-33 nel ’56, eliminati in semifinale sempre da Syracuse – di una squadra che, a fine Torneo ’56, poteva contare sui servigi di tre “Top Player” quali la guardia Bill Sharman, il centro Ed Macauley, e Cousy, appunto.

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L’inconfondibile stile di Cousy – da gettyymages.it

Occorre però un “qualcosa in più” per far quadrare il cerchio, e ciò prende forma con l’assunzione (fuori draft) dell’ala forte Tom Heinsohn (curiosamente proveniente da Holy Cross, il medesimo College di Cousy) e con la fortuna che i Rochester Royals optino, al primo giro del Draft 1956, su tal Sihugo Green, una guardia/ala che avrà un impatto modesto sulla Lega, lasciando ai Celtics l’opportunità, scegliendo per secondi, di portare al Boston Garden colui che ne segnerà la storia, vale a dire il centro Bill Russell, proveniente da San Francisco, con cui ha vinto gli ultimi due Tornei NCAA, e che si rivela il più devastante pivot nella storia della NBA, al pari di Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, ma nettamente superiore quanto a titoli vinti.

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Cousy, Russell ed Heinsohn festeggiano all’All Star Game – da pinterest.com

Russell, formidabile rimbalzista – chiuderà la carriera con una media di 22,5 per gara – è l’ideale tassello che consente ad Auerbach di mettere in atto il suo gioco in velocità che sconvolge la sinora compassata NBA, con il lungo della Louisiana ad afferrare rimbalzi sotto il proprio canestro per poi affidare a Cousy l’arma del contropiede che lo vede fornire assist al bacio per i compagni Sharman ed Heinsohn, quando non è lui stesso a concludere l’azione in sottomano, con risultanti devastanti, tradotti nel 44-28 con cui i Celtics si aggiudicano la Regular Season per poi, finalmente, non avere pietà dei Syracuse Nationals, spazzati via in tre gare (108-90, 120-105 ed 83-80), ed assicurarsi il diritto alla Finale assoluta contro i St. Louis Hawks del micidiale Bob Pettit, nelle cui file si è altresì accasato Ed Macauley, sacrificato in favore di Russell.

Occasione migliore non poteva esserci per valutare se la scelta della Dirigenza bostoniana fosse stata quella giusta, ed il responso del campo – ancorché la serie si risolva sul filo di lana, con i Celtics ad aggiudicarsi gara-7 al Garden per 125-123 dopo due supplementari, grazie ad un mostruoso Heinsohn, autore di 37 punti – è impietoso, in quanto Russell totalizza 22,9 rimbalzi per partita contro i 5,9 di Macauley, nel mentre la sfida degli assist è largamente appannaggio di Cousy, che ne registra 9,1 di media/gara, dimostrando la bontà del gioco di Auerbach.

Macauley ed i suoi Hawks hanno comunque modo di prendersi la rivincita l’anno seguente, sconfiggendo 4-2 in Finale i Celtics che avevano chiuso la stagione regolare con il miglior record assoluto di 49-23, una lezione di umiltà dalla quale Russell & Co. traggono insegnamento facendo propri i successivi 8 titoli consecutivi – una striscia vincente che non ha eguali nella storia della Lega Professionistica americana – ai quali Cousy fornisce il proprio contributo per i primi cinque, ritirandosi a fine stagione ’63.

Quinquennio le cui aride statistiche parlano da sole – in quanto i Celtics registrano gli impressionanti record in Regular Season di 52-20 nel ’59, 59-16 nel ’60, 57-22 nel ’61, 60-20 nel ’62 e 58-22 nel ’63 – cifre mostruose che stanno a testimoniare come oramai la macchina sia talmente oliata da poter fare a meno anche del suo talentuoso regista, la cui ultima partita di stagione regolare viene disputata il 17 marzo ’63 al Boston Garden contro Syracuse, al termine della quale si svolge la cerimonia d’addio che, rispetto ai previsti 7 minuti, si protrae per 20, con il Garden gremito come non mai a tributare autentiche ovazioni al suo campione più amato, al quale giunge anche un messaggio da parte dell’allora Presidente John F. Kennedy che recita … “Il Basket ha ricevuto un’indelebile impronta grazie alle tue non comuni doti di abilità e combattività …!!”.

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La cerimonia d’addio di Cousy al Boston Garden – da fifteenminuteswith.com

Ma c’è ancora una serie di playoff da disputare, che qualifica i Celtics all’ennesima sfida contro i dominatori della costa occidentale, i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse Elgin Baylor e Jerry West che l’anno prima avevano fatto sudare qualcosa in più delle classiche sette camicie a Cousy & Co., allungando la serie sino a gare-7 conclusa all’Overtime per 110-107 con due mostruose prestazioni, quella di Baylor da un lato, con 41 punti messi a referto, e quella di Russell dall’altro, capace di catturare qualcosa come 40 (!!) rimbalzi e di realizzare 30 punti, grazie anche ai “consueti” 9 assist di Cousy.

E se i Celtics sono celebri per il loro “spirito vincente”, non è che i Lakers siano da molto meno, prova ne sia che, con Boston in vantaggio 3-1 nella serie e desiderosi di poter festeggiare il quinto titolo consecutivo al Garden il 21 aprile ‘63, ecco che la “coppia Baylor/West” confeziona qualcosa come 75 punti in due per il 126-119 che allunga la serie, nonostante i 27 rimbalzi di Russell ed i 14 assist di Cousy.

Con la possibilità di pareggiare i conti sul parquet di casa, il successivo 24 aprile i Lakers si rendono una volta di più conto quanto la forza dei loro avversari sia nel collettivo e nella mentalità vincente, che consente loro di “spezzare la gara” nel secondo quarto, chiuso sul 33-17 per un parziale di 66-52 all’intervallo, difeso con le unghie dal ritorno di Los Angeles nella ripresa per il 112-109 che certifica il sesto anello (e quinto consecutivo) di Boston che scrive a referto ben sei giocatori in doppia cifra.

E Cousy … ?? Beh, infortunatosi ad una caviglia, circostanza che lo tiene per lungo tempo in panchina a medicarsi, rientra i campo nei minuti finali con i Celtics avanti di un sol punto, dimostrando così cosa significhi “spirito di squadra”, nonché il modo migliore per concludere una straordinaria carriera che, alla fine, parla di 18,5 punti, 7,6 assist e 5.2 rimbalzi di media per gara, ma le cui cifre non rendono l’idea di cosa sia realmente stato di positivo Cousy nell’economia del gioco dei Celtics.

Niente affatto male, per uno che era stato inizialmente visto come una specie di intruso, o no …??

MONTREAL 1976, LA PRIMA VOLTA DEL BASKET FEMMINILE AI GIOCHI

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Semjonova contro il Giappone – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Se la pallacanestro è sport olimpico fin dai Giochi di Berlino del 1936, lo è stato a lungo solo ed esclusivamente al maschile. Ma nel 1976, a Montreal, è il momento di ammettere il gentil sesso alla competizione a cinque cerchi e se quell’edizione verrà ricordata per l’exploit di Nadia Comaneci ma anche per il deficit finanziario e il boicottaggio dei paesi africani, schierati in opposizione alla presenza della Nuova Zelanda che si era “concessa il lusso” di disputare un match di rugby in Sudafrica, in aperto regime di apartheid, nondimeno segna un momento storico per la palla a spicchi al femminile.

In verità la Fiba sta spingendo già dal 1956 perchè il basket delle ragazze venga ammesso alle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Ma la proposta è rigettata, ed allora ci vogliono ancora dodici anni perchè infine il CIO ceda il passo, in una storica sessione che si svolge proprio durante i Giochi di Monaco del 1972. E in Canada i maschietti, beati lori, vengono accompagnati dalle giocatrici che possono illustrare agli occhi del mondo quel che sanno fare.

Il torneo femminile, a differenza appunto di quello maschile che coinvolge ben dodici squadre, vede in lizza solo sei formazioni. C’è ovviamente il Canada in qualità di paese ospitante; ci sono Urss, Giappone e Cecoslovacchia che l’anno prima, 1975, hanno occupato le prime tre posizioni ai Mondiali disputati in Colombia; e ci sono Stati Uniti e Bulgaria che hanno chiuso ai primi due posti il Torneo Preolimpico di qualificazione andato in scena in Canada. E’ invece assente l’Italia, seppur quarta alla competizione iridata. Si gioca con la formula del round robin, tutti contro tutti, e quindi il quintetto rosa che vorrà essere il primo a cingersi dell’alloro olimpico dovrà uscir vincente da una serie di cinque partite.

L’Unione Sovietica è la grande favorita della rassegna olimpica che, dal 19 al 26 luglio, ha come teatro l’Étienne Desmarteau Centre di Montreal, forte di un dominio assoluto sia a livello europeo (ha vinto ininterrottamente il titolo dal 1960) che mondiale (detentrice delle ultime cinque vittorie), e in Colombia all’ultima edizione ha sbaragliato la concorrenza vincendo le nove partite programmate e consentendo solo alla Cecoslovacchia di avvicinarla, battuta “solo” 62-50 nel girone finale. Lidija Alekseeva guida una formazione che ha nella gigantesca Uljana Semjonova, 213 centimetri che si muovono in un 58 di piede, la stella incontrastata… anche perchè a quell’altezza vertiginosa è praticamente impossibile contrastarla sotto canestro!

E l’Unione Sovietica, come era facile attendersi, domina la competizione, lasciando le briciole alle avversarie e conquistando la prima medaglia d’oro olimpica della storia del basket femminile. Nei cinque incontri disputati il Canada (che chiuderà il torneo a bocca asciutta) si arrende al debutto, 115-51 con 14 punti di Natalia Klimova, la Cecoslovacchia ripete quasi in fotocopia la gara iridata, 88-75 con 26 punti a testa della Semjonova e di Taniana Ovechkina, la Bulgaria nulla può, 91-68 con Olga Sukharnova miglior marcatrice del match con 19 punti, gli Stati Uniti rivelano di essere ancora ben distanti dalle storiche rivali, sepolti 112-77 dai 32 punti e 19 rimbalzi della Semjonova, infine le piccole giapponesi (171 centimetri di altezza media contro i 182 centimetri delle sovietiche) vendono cara la pelle, pur sconfitte 98-75 con la Semjonova a 20 punti e 18 palloni catturati sotto i tabelloni.

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La squadra USA alle Olimpiadi del 1976 – da usab.com

Proprio la squadra del Sol Levante è la grande sorpresa del torneo, battendo prima gli Stati Uniti 84-71 in virtù della stratosferica prestazione di Keiko Namai che mette a referto ben 35 punti e risulterà a fine Giochi la miglior realizzatrice con una media di 20.4 punti di media a partita davanti alla stessa Semjonova che a sua volta firma 19.4 punti a sera, superando poi facilmente la squadra di casa, 121-89, prima di arrendersi di un soffio alla Bulgaria, 66-63 (decisivi 25 punti di Penka Stoyanova), chiudendo in una poco veritiera quinta posizione finale che non rende giustizia al buon gioco prodotto e all’eccellente percentuale al tiro, complessivo 47,4%.

La Semjonova, che gioca a Riga e che oltre ai successi in nazionale ha pure colto con la squadra di club ben otto successi consecutivi in Coppa dei Campioni, è ovviamente la star acclamata della manifestazione, e se si vede costretta a cedere alla Namai lo scettro di miglior marcatrice, nondimeno fa la voce grossa, come è logico che sia vista la stazza, sotto i tabelloni, raccattando 12.4 palloni a partita. Gli Stati Uniti riscattano la pesante sconfitta con le sovietiche e l’iniziale scivolone con le nipponiche superando poi nettamente Bulgaria, Canada e Cecoslovacchia, con le buone prestazioni di Lucia Harris e Nancy Dunkle, e proprio grazie al successo 83-67 all’ultimo turno con la squadra che ha in Bozena Miklosovicova la giocatrice di punta, si assicurano la medaglia d’argento, con la Bulgaria che paga la sconfitta nello scontro diretto con le americane, 95-79, dovendosi accontentare del bronzo.

Magra consolazione, sia chiaro, perchè quel che conta è aprire l’albo d’oro olimpico sul gradino più alto del podio. Questo onore spetta alle sovietiche e al suo totem, ed è storia… quel che verrà dopo è solo la bella favola del basket femminile che continua.

 

 

PETE MARAVICH, LA “PISTOLA” CHE NON FECE MAI CILECCA

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Pete Maravich con coach Cotton Fitzsimmons – da gettyymages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel basket si parla di tiratori infallibili e si accosta questa caratteristica alla squadra dei Boston Celtics, il ricordo corre immancabilmente alla figura di Larry Bird, l’uomo “sbarcato” nella NBA – assieme ad Earvin “Magic” Johnson sulla sponda californiana dei Los Angeles Lakers – giusto in tempo per salvare la Lega da una crisi che sembrava irreversibile.

Pochi però sanno che proprio al suo esordio nel basket professionistico coi i Celtics nell’autunno ’79, Bird si sarebbe trovato come compagno di squadra, ancorché al suo passo d’addio, colui che su quella abilità di “cecchino infallibile” aveva costruito la propria carriera, dapprima al College e quindi nelle 10 stagioni vissute nel vasto pianeta della NBA.

Quel “qualcuno” altri non è che Peter Press “Pete” Maravich, nato ad Aliquippa, in Pennsylvania, il 22 giugno 1947 da una famiglia il cui padre, Petar, figlio di immigrati serbi, aveva a propria volta giocato a pallacanestro ed ora svolgeva funzioni da allenatore presso le Università, ed è chiaramente lui ad insegnare al ragazzo i fondamentali del gioco sin da quando ha sette anni, trascorrendo ore al fine di migliorarne il controllo di palla, la tecnica nei passaggi ed il tiro, specie dalla lunga distanza.

Gli insegnamenti paterni iniziano a dare i loro frutti sin dalle “High School” (il nostro liceo) che Pete frequenta dapprima alla “Daniel High School” di Central, South Carolina, per poi completare gli studi secondari alla “Needham B. Broughton High School” di Raleigh, North Carolina, a seguito dell’incarico ottenuto dal padre quale coach della North Carolina State University.

Concluse le superiori, Pete avrebbe avuto intenzione di iscriversi alla West Virginia University, ma proprio in quell’estate al padre viene offerto il ruolo di coach presso l’Università di Louisiana State, ed ecco che occasione migliore non vi è per trasferirvi l’intera famiglia e potersi prendere direttamente cura del proprio ragazzo e verificarne i miglioramenti.

Purtroppo, le regole dell’epoca, non consentivano alle matricole di essere inserite nella squadra che partecipa al Campionato NCAA, così che Pete deve attendere ancora una stagione per il suo debutto con i “Tigers”, pur facendo intravedere le sue grandi doti nella sua partita d’esordio contro i pari età, in cui mette a segno 50 punti, con l’aggiunta di 14 rimbalzi ed 11 assist.

E che la formazione di Louisiana State abbia bisogno di un innesto così importante lo dimostra la prima stagione da allenatore di “Papà Petar”, conclusa con un inglorioso score di 3 sole vittorie a fronte di 23 sconfitte, che, dall’anno successivo, con l’inserimento del figlio, si trasforma immediatamente in un ben più lusinghiero 14-12.

L’impatto di Pete sul palcoscenico della NCAA è di quelli che non si dimenticano facilmente, visto che nei suoi tre anni al College totalizza qualcosa come 3.667 punti – pari a medie/gara di 43,8 nel ’68, 44,2 nel ’69 e 44,5 nel ’70 – ed anche se LSU fallisce la qualificazione per le “Final Four” il suo contributo resta nella storia del Campionato Universitario, soprattutto laddove si consideri che all’epoca non era ancora stato introdotto il “tiro da tre punti” e, dato che molte delle conclusioni di Maravich giungevano da lontano, lo statistico di ESPN, Bob Carter, ebbe a calcolare, approssimativamente, che, qualora tale norma fosse stata in vigore, la media/gara della guardia dei Tigers avrebbe potuto raggiungere quota 57 punti.

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Maravich in azione con Louisiana State al College – da si.com

Fin troppo scontato che una “macchina da canestri” di siffatta natura – e per la quale, data la sua postura nell’eseguire il tiro da fuori come se tenesse in mano un revolver, gli era stato appiccicato sin dal liceo il soprannome di “Pistol Pete”, poi avvalorato dalle sue medie realizzative – fosse ben appetita dai Club Professionistici in occasione del Draft svoltosi il 23 marzo ’70 e, difatti, dopo che i Detroit Pistons scelgono Bob Lanier ed i San Diego Rockets si orientano su Rudy Tomjanovich, ecco che gli Atlanta Hawks, che hanno il terzo diritto di chiamata, non si fanno sfuggire il talento di Louisiana State.

Atlanta aveva chiuso la stagione al primo posto con un record di 48-34 solo per essere sconfitta pesantemente per 4-0 dai Los Angeles Lakers nella Finale della Western Conferece, e, con l’allargamento della Lega da 14 a 17 squadre e l’inserimento degli Hawks nella Central Division della Eastern Conference, si rendeva chiaramente necessario un rinforzamento della rosa a disposizione del coach Richie Guerin.

Una scelta peraltro discutibile, quella di Atlanta, visto che nel ruolo di guardia potevano contare su Lou Hudson, già da quattro anni facente parte della franchigia e che aveva chiuso la stagione con 25,4 punti di media, ed in più non era molto gradito ai “senatori” l’elevato contratto di quasi due milioni di dollari offerto alla matricola, una cifra alquanto considerevole al tempo.

Maravich, comunque, dimostra di meritare l’ingaggio ricevuto, con una stagione da 23,2 punti di media che gli vale l’inserimento nella “Squadra Rookie dell’anno” ed, oltretutto, scaccia i dubbi sulla sua incompatibilità con Hudson, visto che con il suo stile molto più eclettico e dinamico rispetto al compassato compagno, quest’ultimo ne giova incrementando la sua media a 26,8 punti per gara, anche se il rendimento degli Hawks peggiora, pur guadagnando l’accesso ai playoffs, dove sono eliminati al primo turno dai Campioni in carica dei New York Knicks.

Situazione che si ripete nella stagione successiva – che Atlanta conclude ancora con un record negativo di 36-46 – venendo nuovamente eliminata al primo turno dei playoff, pur dando filo da torcere ai Boston Celtics, da cui vengono sconfitti per 4-2 in una serie in cui Maravich (il quale aveva peggiorato le proprie media in “regular season” con 19,3 punti a partita) dimostra di poter rivaleggiare alla pari con i migliori giocatori della Lega, realizzando 27,7 punti di media con punte di 37 in gara-3 e gara-6 e di 36 in gara-4.

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Maravich in azione con gli Hawks contro i Boston Celtics – da nba.com

Questo positivo finale di stagione, che serve anche a scacciare le critiche dei soliti soloni che giudicavano il gioco di Pete più spettacolare che utile, è il preludio alla miglior annata di Maravich con gli Hawks, i quali ritornano ad uno score positivo di 46-36, con “Pistol Pete” capace di totalizzare 27,1 punti e 6,9 assist di media a partita (rispettivamente 5. e 6. posto nelle relative classifiche assolute) e, con i 2.063 punti realizzati, uniti ai 2.029 di Hudson, essi diventano la sola seconda coppia di una stessa squadra in grado di compiere l’impresa di superare entrambi quota 2.000 in una singola stagione, che vede per la prima volta Maravich altresì selezionato per l’All Star Game, esperienza questa che ripete altre quattro volte in carriera.

Ciò nonostante, i playoff sono sempre un tabù e, nonostante il cambio in panchina con l’arrivo di coach Cotton Fitzsimmons in sostituzione di Guerin, ancora una volta Atlanta è eliminata da Boston al primo turno, e l’anno successivo le cose vanno ancor peggio, con gli Hawks quinti nella “Regular Season” e fuori dai playoff, nonostante che Maravich disputi la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo, chiusa a 27,7 punti di media, secondo solo a Bob McAdoo dei Buffalo Braves.

Per Maravich è giunta l’ora di cambiare aria, e l’occasione gli viene offerta dall’ingresso nella Lega di una nuova franchigia, i New Orleans Jazz, che hanno bisogno di un giocatore in grado di far presa sul pubblico per il suo stile di gioco brillante ed imprevedibile.

Certo, essere il leader di una debuttante può essere divertente, ma di sicuro non gratificante a livello di risultati, ma comunque Maravich dimostra di svolgere il ruolo per cui è stato chiamato con la massima diligenza, ed anche se i Jazz concludono la stagione con il peggior record (23-59) della Lega, totalizza una media di 21,3 punti/gara, ma soprattutto pone le basi per il miglioramento della squadra.

Un impegno che dà i suoi frutti la stagione successiva, con New Orleans che migliora il proprio rendimento sino a 38-44 nonostante una serie di infortuni limitino a 62 le presenze di Maravich, che comunque conclude con una media punti di 25,9 inferiore solo a Bob McAdoo e Kareem Abdul-Jabbar, riuscendo l’anno seguente – nonostante un peggioramento nel record dei Jazz in “regular season” a 35-47 – a far sua la classifica dei realizzatori con 31,1 punti di media a partita, superando quota 40 in 13 occasioni, con un massimo di 68 raggiunto nella vittoria interna per 124-107 sui New York Knicks il 25 febbraio ’77, in una serata che resterà storica per aver tirato dal campo con oltre il 60% (26 canestri su 43 tentativi, ed, al solito, non era ancora stato introdotto il tiro da tre punti), oltre ad aver trasformato 16 tiri liberi su 19, uno “score” che nessuna guardia prima di allora aveva mai realizzato e che era in ogni caso la terza miglior prestazione di un singolo giocatore, dopo Chamberlain ed Elgin Baylor, con quest’ultimo che, proprio nel corso della stagione, aveva rilevato Butch Van Breda Kolff quale coach dei Jazz.

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Pete Maravich in azione con i Jazz – da si.com

La soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto è però mitigata dai sempre più frequenti problemi alle ginocchia – le cui articolazioni soffrono per lo stile di gioco della guardia, fatto di movimenti rapidi e di continui spostamenti per liberarsi al tiro o servire un compagno meglio piazzato – che portano Maravich a saltare 32 gare nel ’78 e 33 nel ’79, ed il rendimento di New Orleans fatalmente ne risente, tornando ad essere il fanalino di coda della Lega con sole 26 vittorie conseguite nel ’79.

A ciò si aggiungano problemi finanziari per la franchigia, che il proprietario Sam Battistone ha nel frattempo trasferito da New Orleans a Salt Lake City, costringendo a cedere la giovane promessa Truck Robinson, e le difficoltà fisiche di Maravich non gli consentono di allenarsi con profitto, con ciò inducendo il nuovo coach Tom Nissalke ad impiegarlo in soli 17 incontri nella prima parte della nuova stagione, per il disappunto sia del giocatore che dei numerosi fans di Utah che avevano accolto con soddisfazione il trasferimento dei Jazz nella città dei Mormoni, circostanza che finisce per determinare la messa della oramai 32enne guardia sul mercato, venendo acquistata a gennaio ’80 proprio da quei Boston Celtics che hanno nelle loro file la matricola Larry Bird, capace di realizzare 21,3 punti di media nel suo primo anno da “Rookie”.

La scelta di Maravich è condizionata anche dal fatto di cercare di chiudere la carriera con un titolo NBA, e nella seconda parte di stagione con i biancoverdi, fornisce il proprio contributo disputando 26 gare ad 11,5 punti di media, coi Celtics che realizzano il miglior score della Lega, con 61 vittorie.

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Maravich nella sua ultima stagione, ai Boston Celtics – da pinterest.com

I presupposti per la conquista dell’anello vi sono tutti, a maggior ragione dopo il 4-0 con cui Boston letteralmente spazza via Houston nella Semifinale di Conference, solo per trovare in Julius Erving ed i suoi Sixers un ostacolo insormontabile, venendo a propria volta sconfitti per 4-1, ad un passo dalla Finale per il titolo, ed il 105-94 con cui Philadelphia espugna il “Boston Garden” il 27 aprile ’80 fa calare il sipario sulla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia della NBA.

Per ironia della sorte, proprio nella stagione del suo ritiro, la Lega introduce il tiro da tre punti e Maravich – a causa del ridotto impiego – ne infila 10 su 15 tentativi, il che fa pensare a quali potrebbero essere state le medie realizzative di un giocatore che viene incluso nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” nel 1987 e le sue maglie ritirate sia dagli Atlanta Hawks (n.44) che dagli Utah Jazz e dai New Orleans Pelicans (n.7).

Gli anni successivi al suo ritiro vedono Maravich dedicarsi a vita meditativa attraverso l’apprendimento dello yoga e lo studio dell’induismo, approfondendo le conoscenze circa l’esistenza degli extraterrestri e dedicandosi ad una dieta vegetariana e macrobiotica, prima di abbracciare la fede cristiana evangelica, asserendo di voler essere ricordato come … “un buon Cristiano che fa del suo meglio per servire Gesù, non come un giocatore di basket …!!”.

Questa sua nuova visione di vita, porta Maravich a volare il 5 gennaio ‘88 dalla Louisiana a Pasadena in California, chiamato da James Dobson – un esponente della Chiesa Evangelica – per registrare un intervento che sarebbe andato in onda in tarda serata nel programma radiofonico dallo stesso condotto e, nel frattempo, partecipa ad una partita amatoriale nella palestra della “First Church of Nazarene”, dove, ad un certo punto, si accascia al suolo colpito da un attacco cardiaco che lo stronca ad appena 40 anni di età.

L’autopsia rivela che Maravich aveva vissuto con un grave difetto congenito derivante dalla mancanza dell’arteria coronarica sinistra, il che stava a significare che la parte destra aveva dovuto sobbarcarsi un doppio lavoro sino a che la membrana non ha retto lo sforzo, determinandone la morte.

Aveva un cuore grande, “Pistol Pete”, più di quello che Madre Natura gli aveva fornito, e che poi, inesorabile, gli ha chiesto il conto.

LA POOL COMENSE E QUEL SOGNO REALIZZATO CHIAMATO COPPA DEI CAMPIONI

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La Pool Comense 1994 – da museodelbasket-milano.it

articolo di Nicola Pucci

Gli anni Novanta della pallacanestro femminile italiana sono segnati dal dominio di una squadra che ha scritto pagine memorabili non solo sul territorio nazionale, ma anche in campo europeo.

Il basket a Como ha radici antiche, se è vero che l’Associazione Sportiva Dilettantistica Ginnastica Comense, nata nel 1872, ha cominciato ad esercitarsi con la palla a spicchi a far data dal 1919 con i maschietti, per poi dare spazio dal 1945 anche alle ragazze. Che in riva al Lario, allenate da Enrico Garbosi, giocano proprio bene e conquistano ben presto quattro scudetti consecutivi tra il 1950 e il 1953. Ma il successo ha vita breve, Garbosi si alterna alla guida della Reyer Venezia maschile e con il suo allontanamento Como chiude i battenti. Per riaprirli negli anni Sessanta, proiettandosi poi negli anni Settanta del centenario della fondazione della società, ed attaccare le prime posizioni del basket nostrano negli anni Ottanta quando la pallacanestro si stacca dalla ginnastica e vive di luce propria.

Fino, appunto, al 1989 quando un gruppo di sponsor unisce le forze per dar vita a quella realtà che prende il nome di Pool Comense, destinata a segnare un’epoca. Perso clamorosamente lo scudetto 1990 dopo aver condotto per 2-0 la finale con Cesena, Como instaura una dittatura vera e propria che porta in dote alla squadra nerostellata addirittura nove successi consecutivi in campionato (il totale ad oggi ammonta a 15) e cinque vittorie in Coppa Italia. Insomma, in Italia non ce n’è proprio per nessuna ed è quindi ora di provare a far saltare il banco anche in Europa.

L’approccio ad onor del vero non è dei più confortanti, con la delusione del 1991 quando in Coppa Ronchetti Como perde all’atto decisivo con la Gemeaz Milano, castigata dai 33 punti di Cinzia Zanotti, e la cocente eliminazione in semifinale di Coppa del Campioni dell’anno successivo, per mano della Dinamo Kiev che poi perderà in finale con Godella. E proprio con le spagnole la Pool Comense dà vita nel triennio successivo, 1993-1995, una serie di tre epici scontri finali che delibereranno la squadra più forte d’Europa.

Tocca a questo punto fare un salto indietro di qualche stagione e ricordare che nel 1989, proprio in occasione della cavalcata che in campionato ha partorito la prima di una serie infinita di finali, seppur perduta, la squadra ha messo in organico giocatrici di livello assoluto, Mara Fullin, Silvia Todeschini e Renata Salvestrini su tutte che vanno a tener compagnia alla storica capitana Viviana Ballabio e a comporre l’ossatura di una formazione pronta a primeggiare in Italia e in Europa. L’anno dopo arriva da Ancona il centro Stefania Passaro e quando Aldo Corno prende il timone della squadra nel 1991 c’è solo da passare alla cassa a raccogliere i frutti, copiosi, di una programmazione senza punti deboli. Anche perché nel 1992 arriva dal Godella una certa Razija Mujanovic, pivot jugoslavo di 201 centimetri, che prende il posto di Valerie Still passata alle nemiche storiche di Cesena, e a questo punto il mosaico è completato.

La stagione 1992/1993 vede in effetti la Pool Comense mettersi in tasca il il terzo titolo italiano consecutivo, 3-0 a Cesena, a cui si aggiunge il trionfo in Coppa Italia contro Pescara. Ma è la Coppa dei Campioni l’obiettivo primario della squadra lariana, anche per infine rompere il sortilegio europeo e vendicare le due amarezze con Milano e Kiev. Il cammino della Pool Comense è convincente, con il debutto con le israeliane dell’Elitzur Holon, la passeggiata con le rumene dell’Universitatea Dacia Cluj e le otto vittorie nelle dieci partite del girone finale che vede le lombarde competere con le spagnole del Godella, detentrici del titolo, le francesi del Challes, le slovacche del Ruzomberok, la Dinamo Kiev e le ungheresi del PVSK, che garantiscono l’accesso alla Final Four di Lliria. E se la semifinale con il Ruzomberok conferma il potenziale delle nersotellate che si impongono con un netto 85-72 grazie a 27 punti dell’americana Bridgette Gordon, la finalissima con il Godella ha contorni drammatici, con la sfida che si risolve con un parziale di 11-3 per le spagnole al tempo supplementare per il 66-58 a referto che boccia le ambizioni delle comasche a dispetto dell’eccellente prova di Fullin e Mujanovic, entrambe autrici di 18 punti.

La sete di rivincita della Pool Comense non abbisogna di molto tempo per trovar soddisfazione, passano dodici mesi e a fronte dell’ennesimo successo in campionato, sempre con Cesena e sempre per 3-0, le nerostellate stavolta conquistano il tetto d’Europa. Usk Praga cede il passo all’esordio, nettamente, e per le ragazze di Corno il cammino nel girone finale è una sinfonia di 13 vittorie e una sola sconfitta, proprio contro Godella, per l’ammissione con le spagnole, le polacche del Poznan e le tedesche del Wuppertal alla Final Four che va in scena proprio a Poznan. E qui, davanti ad un pubblico appassionato e in un pallazzetto colmo di entusiasmo, la Pool Comense infrange i sogni della squadra polacca, 77-62 con Mujanovic che ne mette 19, ben spalleggiata da Gordon, 16 punti, e Fullin, 15 punti, il che apre le porte alla sfida finale con Godella, a sua volta vincitrice del Wuppertal 75-62 con la coppia Zasulskaya/Mc Clain che realizza ben 51 punti. L’atto conclusivo non ha storia. In un Pianella di Cucciago che rigurgita tifo, Como comanda già nel primo tempo chiuso sul +14, trascinata in attacco dall’immarcabile Mujanovic che firma la doppia doppia con 21 punti e 12 rimbalzi, per poi contenere nella ripresa il tentativo di rimonta della campionesse in carica che hanno in Zasulskaya e Mc Clain due eccellenti bocche da fuoco e in Pilar Valero, 20 punti, una guida precisa in regia e implacabile in atacco. Accanto a Gordon, 18 punti, e Fullin, 17 punti, Todeschini e Ballabio portano un contributo sostanziale di tecnica ed esperienza, a cui si aggiungono Passaro, Arcangeli e Stazzonelli che si fanno trovare pronto al momento opportuno ed infine, col punteggio di 79-68, è giunta l’ora per Como di alzare la Coppa dei Campioni.

Ormai regina d’Europa, la Pool Comense è piazza prelibata per chiunque voglia giocare grande basket, e la “zarinaCatarina Pollini, giocatrice tra le più forti di sempre del basket italiano, nella stagione 1994/1995 giunge ad integrare un gruppo consolidato che gioca a memoria, al pari di Elena Paparazzo. E’ l’anno dell’en-plein, con Schio battuta in campionato e in finale di Coppa Italia, e l’Europa non si sottrae neppure stavolta all’abbraccio trionfante del quintetto comasco. Wuppertal, Lubiana, Galatasaray, Dinamo Kiev e Usk Praga si trovano a sbattere il muso contro l’imbattibilità di Como, che fa dieci su dieci, per poi prevalere nei due incontri di quarti di finale con Ruzomberok, 80-76 e 81-70, qualificandosi alla Final Four che ha come teatro il Pianella di Cantù. E se la semifinale con le francesi del Valenciennes si risolve in volata, 70-66, con le solite Fullin e Mujanovic miglior marcatrici con 16 e 15 punti e con la prova di autorità di Todeschini che segna 14 punti vanificando i 25 punti della lituana Streimikyte, in finale è sfida numero tre con Godella, per definire chi delle due sia la squadra più forte del continente. Le due rivali si affrontano punto-a-punto, con Como che comanda all’intervallo, 35-32, per poi allungare nella ripresa fino al 64-57 definitivo a referto che porta la firma di una stratosferica Mujanovic, 23 punti e 7 rimbalzi, con la “zarina” che se non segna molto, solo 5 punti, si fa sentire sotto canestro mettendo anche il suo nome nell’albo d’oro della Coppa Campioni.

Negli anni a seguire Como dominerà ancora in Italia, con altri quattro titoli, ma la corsa al trono d’Europa conoscerà qualche brusca fermata di troppo. Come nel 1996, quando Wuppertal si imporrà nettamente 76-62 nella finale di Sofia grazie a 27 punti di Sandra Brondello, o come nel 1999, quando sarà Ruzomberok ad esultare a Brno, 63-48 contro una Pool Comense rinnovata e che avrà nella francese Isabelle Fijalkowski, 16 punti, la stella di prima grandezza.

Ma non importa, il basket femminile italiano ha dimora tra le sue preferita a Como ed ancor oggi, quando si parla d’Europa e di quel manipolo di campionesse, la nostalgia è proprio canaglia. Già, perchè da quel magico 1995 l’Italia è ancora in attesa di alzare la Coppa… ne ha da passar di acqua sotto i ponti!

DENNIS RODMAN, IL “VERME” VISSUTO DUE VOLTE

 

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Dennis Rodman – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo in una notte di febbraio ‘93, a bordo di un pick-up vi è un uomo di colore che sta meditando sulla propria vita con un fucile carico appoggiato sul sedile di fianco, una scena neanche troppo infrequente negli Stati Uniti, dove il mercato delle armi è libero e le problematiche di ordine economico e sociale sono anch’esse all’ordine del giorno, specie tra i “colored”.

La cosa, però, assume un aspetto ben diverso, una volta chiarito che il luogo dove l’automezzo si trova è il parcheggio dell’Arena che ospita le gare interne della squadra di Basket dei Detroit Pistons e l’uomo all’interno altri non è che Dennis Rodman, uno dei leader della franchigia due volte campione NBA nel 1989 e ’90, il quale ha ancora tre anni di contratto a 4milioni di dollari a stagione.

Certo, dopo l’eliminazione al primo turno dei playoffs ’92, il campionato seguente era iniziato in maniera insoddisfacente per i Pistons e Rodman aveva appena divorziato dalla prima moglie, unione durata appena un anno e da cui era nata la figlia Alexis, un evento che lo aveva traumatizzato, ma da qui a togliersi la vita sembra che di differenza ce ne sia, e neppure poca.

Lo stesso Rodman, anni più tardi, nella sua biografia “As Bad as I wanna be” (“Così cattivo come voglio essere”), ammette di aver seriamente pensato a togliersi la vita, ma quella notte in cui ha rivisitato come in un film la sua esistenza sino ad allora, lo aveva convinto ad uccidere sì, ma l’altro Dennis, quello che era stato sino ad allora, ed iniziare un nuovo capitolo del suo cammino terreno.

Scelta quanto mai saggia, verrebbe da dire, e non c’è alcun dubbio al riguardo, ma d’altronde Rodman è un uomo che ha sempre vissuto di eccessi ed anche questo fa parte del personaggio, al quale, peraltro, la vita ha tutt’altro che sorriso sin dalla tenera età.

Nato, difatti, il 13 maggio 1961 a Trenton, nel New Jersey, Rodman, al pari della madre e delle due sorelle minori, viene ben presto abbandonato dal padre, militare nell’Aviazione americana, al ritorno dalla guerra nel Vietnam per andare a trasferirsi in pianta stabile nelle Filippine, un trauma dallo stesso mai totalmente superato, tanto da rifugiarsi nella frase “qualcuno mi ha messo al mondo, ma non per questo vuol dire che sia mio padre”.

Crescere in un ambiente matriarcale non facilita il cammino verso la maturità interiore di Dennis – al quale non contribuisce certo il nomignolo di “The Worm” (“il verme”) affibbiatogli da ragazzo per le sue movenze mentre giocava a flipper – che si dimostra sempre più timido ed introverso, specie rispetto alle sorelle, a differenza delle quali, che sin da piccole se la cavavano più che bene con la “palla a spicchi”, ha l’handicap dell’altezza, tant’è che al primo anno del liceo misurava meno di m.1,70 e così, mentre Debra e Kim vincono tre Campionati statali, al maschio di casa tocca quasi sempre sedersi in panchina e vedere giocare i propri compagni.

Una situazione a cui pone rimedio madre natura, facendo sì che il giovane cresca di ben 23 centimetri in due soli anni, così che al termine del liceo Dennis misura m.1,98 (che poi sarebbero diventati 2,01 …) e può quindi cimentarsi ad armi pari sotto canestro, mettendo sin da subito in evidenza quella che è la “specialità della casa”, vale a dire un’abilità fuori dal comune nell’andare a rimbalzo.

Nel suo passaggio al college – non uno dei più rinomati, trattandosi della “Southeastern Oklahoma State University”, associata alla NAIA (“National Association of Intercollegiate Athletics”) – Rodman riesce comunque a farsi notare realizzando in tre stagioni medie di 25,7 punti e 15,7 rimbalzi a partita, tanto che nel “Draft Nba” del 1986, viene scelto al secondo giro dai Detroit Pistons, che come prima opzione si erano assicurati le prestazioni di John Salley da Georgia Tech.

E’ la franchigia dei celebri “Bad Boys”, temuti per il loro gioco duro, e nella quale Rodman si trova perfettamente a proprio agio tra i vari Isiah Thomas, Joe Dumars, Adrian Dantley e Bill Laimbeer, ma soprattutto può finalmente avere come punto di riferimento una figura maschile che non esita a definire come il “suo vero padre”, nel coach Chuck Daly, ed anche se gli inizi non lo vedono inserito nel quintetto titolare, riesce comunque a dare il suo positivo contributo alle stagioni dei Pistons che, dopo aver perso la Finale della “Eastern Conference” ’87 portando comunque i Boston Celtics di Larry Bird a gara-7, si vendicano l’anno successivo, conquistando il diritto a sfidare nella Finale per il titolo i Los Angeles Lakers, dopo aver sconfitto stavolta 4-2 i Celtics.

Rodman dimostra di avere, oltre che braccia lunghe per andare a rimbalzo, anche una lingua non meno corta, permettendosi di esprimere valutazioni poco carine addirittura su Larry Bird, da Dennis considerato “sopravvalutato in virtù del fatto di essere un bianco in uno sport dove primeggiano gli atleti di colore”, un’uscita che gli vale non poche critiche, pur venendo difeso dal suo capitano, Isiah Thomas.

Meglio concentrarsi sul parquet, comunque, e dopo la sconfitta in gara-7 di fronte ai Lakers nelle Finali ’88, ecco che i Pistons si vendicano con il “cappotto inflitto a Magic & Co. l’anno successivo per il primo anello nella storia della franchigia, con Rodman che, in gara-3 (vinta da Detroit 114-110 al Forum di Inglewood) domina a rimbalzo conquistandone ben 19 per la propria squadra.

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Rodman festeggia il primo titolo NBA coi Pistons – da nbareligion.com

Un successo che i Pistons ripetono l’anno successivo, quando ancora una volta impediscono ai Chicago Bulls di un sempre più dominante Michael Jordan di aggiudicarsi il titolo della “Eastern Conference” in una serie dove a prevalere è il fattore campo ed in cui Rodman risulta il miglior rimbalzista della propria squadra con una media di 9,7 a partita, dopo aver compensato la partenza di Ricky Mahorn verso Minnesota con prestazioni tali da fargli vincere il premio di “Miglior Difensore dell’Anno”.

La Finale assoluta – che vede i Pistons opposti ai Portland Trail Blazers – anche in questo caso ha poca storia, con i ragazzi di Chuck Daly ad imporsi per 4-1, con un solo leggero passaggio a vuoto in gara-2 persa di un solo punto (105-106), ma dominando il resto degli incontri.

L’anno successivo la ruota gira a favore di Jordan e dei suoi Bulls che stavolta, rodati a puntino, non hanno pietà dei Pistons spazzandoli via con un inequivocabile 4-0 nella Finale di Conference ed aprirsi la strada verso il primo dei tre titoli consecutivi.

Il declino dei Pistons coincide con, viceversa, l’inserimento di Rodman in quintetto base, ma il tempo è impietoso per tutti, men che meno per coach Daly che, al termine dei playoff ’92, conclusi con un’eliminazione al primo turno da parte di New York, abbandona il club, proprio mentre Rodman di aggiudica il primo dei suoi sette titoli consecutivi di miglior rimbalzista della stagione regolare, con una media mai più superata di 18,7 a partita a fronte di 1.530 rimbalzi complessivi, una cifra mai raggiunta dai 1.572 di Wilt Chamberlain nel ’72 e che nessuno in seguito riuscirà più ad eguagliare.

Ma l’equilibrio mentale di Rodman non è dei più stabili e l’abbandono di Daly è per lui una mazzata dalla quale ha difficoltà a riprendersi, rischiando la tragica conclusione citata in premessa, per poi chiedere il trasferimento a fine stagione, nonostante avesse ancora tre anni di contratto per una cifra complessiva di 12 milioni di dollari.

A farsi avanti sono i San Antonio Spurs che lo ritengono, a ragione, il partner ideale dello “Ammiraglio” David Robinson, al fine di consentire al fortissimo centro di dedicarsi più al tiro che non ai rimbalzi, perfetto connubio che, nei due anni di permanenza di Rodman nel Texas, li vede prevalere quanto a canestri realizzati (29,8 e 27,6 punti di media per Robinson) che a cattura di palloni a rimbalzo (17,3 e 16,8 per Rodman), con l’unica amarezza derivata dalla sconfitta nella Finale della Western Conference per mano degli Houston Rockets nonostante il primo posto conseguito nella stagione regolare con uno score di 62 gare vinte a fronte di sole 20 perse.

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Rodman ai San Antonio Spurs – da politico.com

Così narrata, sembra una storia come tante altre, ma allora cosa è veramente successo, quella notte di febbraio ’93 …?? Lo descrive lo stesso Rodman, ammettendo che “invece di farla finita, decisi di uccidere l’impostore che viveva dentro di me, colui che m aveva sinora impedito di vivere, felice, la mia vita come veramente volevo che fosse …!!”.

Ciò voleva dire liberarsi degli stereotipi imposti dal vivere comune, e la prima, visibile, svolta fu costituita dal colore dei capelli che, a seconda dell’umore, erano ora biondi, rossi o blu, il tutto unito a trasgressioni di ogni tipo, cosa che Rodman non rinnega affatto, limitandosi però a giustificare il proprio operato adducendo che “ho avuto la chance di vivere la vita come piace a me e, se non siete d’accordo, baciatemi il c….. (slang molto in uso negli States …); la maggior parte delle persone sono fondamentalmente dei lavoratori che desiderano sentirsi liberi, essere se stessi, essi mi guardano e vedono uno che cerca di riuscirvi, mostrando loro che non vi è problema ad essere differenti e credo anche che loro pensino questo quando vengono a vedermi giocare: andiamo a vedere questo ragazzo che ci farà divertire …!!”.

Sicuramente aiutato dalla fama raggiunta, resta comunque difficile da ritenere che, con un simile atteggiamento, ed alla non più verde età di 34 anni, Rodman venga scelto proprio dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan – tornato sul parquet dopo un anno e mezzo di inattività – per compensare la perdita di Horace Grant, trasferitosi agli Orlando Magic.

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Rodman con Jordan e Pippen ai Bulls – da clutchpoints.com

Ed invece, Phil Jackson punta proprio su di lui, una decisione che non lo farà rimpiangere dal punto di vista sportivo, con Rodman che allunga con i Bulls sino a sette la serie di titoli consecutivi quale miglior rimbalzista della “regular season”, fornendo un valido contributo al secondo “threepeat” (gioco di parole per significare tre titoli Nba consecutivi …) che Chicago mette a segno dal 1996 al ’98 dopo quello realizzato dal 1991 al ’93.

Più difficile, ovviamente, la gestione comportamentale, specie quando si hanno in squadra due leader naturali come Jordan e Scottie Pippen, ma la coabitazione tra i tre non crea problemi di sorta, come lo stesso Rodman ammette “sul parquet io e Jordan andiamo d’accordo e parliamo tranquillamente degli schemi di gioco, ma al di fuori siamo agli esatti opposti, come dire che se io me ne vado al nord, lui si orienta verso il sud, mentre Pippen si posizione a metà tra di noi”.

Se l’armonia regna coi compagni non altrettanto si può dire verso terzi, come quando, a marzo ’96, in una gara a New Jersey, Rodman ha un pesante “faccia a faccia” con uno dei direttori di gara, tale da essere sanzionato con sei turni di sospensione ed una multa da 20mila dollari, pur risultando poi decisivo in gara-2 e gara-6 delle Finali ’96 contro Seattle con, rispettivamente, 20 e 19 rimbalzi.

L’anno seguente, coi Bulls a confermarsi campioni a spese degli Utah Jazz, Rodman sale agli onori della cronaca in negativo per un calcio all’inguine assestato ad un cameraman in un match contro Minnesota, cosa che gli costa 200mila dollari quale risarcimento all’operatore ed 11 turni di sospensione senza stipendio, un’impresa pertanto stimabile intorno al milione di dollari.

Intenzionato a farsi perdonare nell’ultima stagione in cui i Bulls vincono l’anello, Rodman colleziona una media di 15 rimbalzi a partita, superando undici volte quota 20 con un picco di 29 contro gli Atlanta Hawks e di 15 solo offensivi (più altri 10 sotto il proprio canestro) contro i Los Angeles Clippers, per poi limitare la potenza di Karl Malone nei primi tre incontri della Finale Playoffs.

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Rodman e Karl Malone nelle finali Nba 1997 – da chasetheink.com

Ma non sarebbe Rodman se, alla vigilia di gara-4, non abbandonasse il ritiro per andare a disputare un match di wrestling assieme ad Hulk Hogan, cosa che gli costa un’ammenda di 20mila dollari (niente rispetto agli oltre 200mila intascati per detta esibizione), ma che non gli impedisce comunque di contribuire, con la cattura di 14 rimbalzi, al successo per 86-82 che porta i Bulls sul 3-1 nella serie, spianando loro la strada per la vittoria finale.

Non sono in molti a potersi vantare di concludere la propria carriera nella prestigiosa NBA con qualcosa come sette anelli al proprio conto e, d’altronde, se uno come coach Phil Jackson – che, quanto ad anelli, se ne intende, avendone vinti ben 11 (6 con Chicago e 5 copi Lakers) – ha affermato che, da un punto di vista puramente fisico, Rodman sia stato il miglior atleta da lui allenato.

Ma il “nuovo” Rodman si spinge più in là, quando afferma “guardo a me stesso come una delle tre massime attrazioni della NBA; se non ci sono Shaquille O’Neal o Michael Jordan, ecco, allora vengo io …!!”.

Non c’è che dire, il “verme” è proprio diventato grande …..

VENEZIA E QUELLA COPPA KORAC GETTATA AL VENTO NEL 1981

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Una fase della finale tra Badalona e Venezia – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Togliete tutto ai Veneziani, pronti probabilmente a ripudiare Marco Polo, magari a barattare il Ponte di Rialto con una pericolante passarella tibetana, fors’anche a svendere il Carnevale al miglior offerente. Ma non negate loro la possibilità di conservare al caldo del cuore e resuscitare il ricordo della fantastica squadra di basket che nel corso della stagione 1980/1981 regalò un sogno. Seppur infranto sul più bello.

Scherzi a parte, l’antefatto serve comunque a legittimare la memorabile impresa che i lagunari, targati col marchio Carrera, seppero prima progettare, poi realizzare, infine non portare a compimento in quella Coppa Korac 1981 che l’anno precedente aveva già visto trionfare un’altra grande realtà provinciale del basket tricolore, la Sebastiani Rieti di “zio” Willie Sojourner.

Non a caso ho usato il termine progettare, aiuta a comprendere quel che era l’ambizioso disegno del giovane patron Roberto Carrain, erede di una dinastia di albergatori. Ebbene, Carrain intende riportare la Reyer ai fasti del biennio 1942/1943, quando colse gli unici due scudetti della sua storia cestistica iniziata nel 1925, ed affida la chiavi della squadra a Tonino Zorzi, di ritorno in laguna dopo aver seduto in panchina dal 1971 al 1979 ed aver trascorso un sorta di anno di transizione alla Mens Sana Siena nel 1980. Il coach goriziano ha tra le mani un parco giocatori di prim’ordine, in virtù soprattutto dell’innesto di due fuoriclasse che lasceranno traccia indelabile dalle parti di Piazza San Marco, deliziando l’appassionato pubblico che prende posto al Palazzetto dell’Arsenale: lo jugoslavo Drazen Dalipagic, detto “Praja” in onore di Prajo, giocatore di quel Velez Mostar che in gioventù fu la squadra calcistica del cuore di Drazen, che proprio a Mostar ebbe i natali, cecchino dalla mano tanto fatata che un giorno ne metterà addirittura 70 contro le “V nere” bolognesi, e l’americano di colore Spencer Haywood, leggiadro nelle movenze e sopraffino nella tecnica, con una particolare propensione all’uso della cocaina e per questo bisognoso di rifarsi una verginità cestistica dopo aver colto un oro olimpico a Città del Messico nel 1968 ed esser stato 4 volte All Star in NBA.

Ad onor del vero Venezia, per la stagione 1980/1981, si trova a dover recitare in Serie A2, retrocessa due anni prima e quinta poi al primo tentativo di risalita. Ma per l’anno in corso la cavalcata è trionfale, perchè il quintetto è nettamente superiore al lotto delle avversarie e la promozione, acquisita con il primo posto frutto di 26 vittorie in 32 partite, consente anche l’accesso ai play-off che vedono infine i lagunari, dopo aver eliminato Forlì vincendo 76-75 il match di spareggio, soccombere ai quarti alla Taurisanda Varese di Dino Meneghin e Bob Morse.

Un giovane Andrea Gracis, poco più che 20enne, in cabina di regia, Giovanni Grattoni guardia tiratrice e Fabrizio Della Fiori, che ha trascorsi importanti con Cantù e di Korac se ne intende proprio se è vero che l’ha vinta già tre volte con i brinzoli, compongono lo zoccolo duro di una formazione che ha in Lorenzo Carraro e Luigi Serafini soprattutto, ma anche Luca Silvestrin, Angelo Bianchini, Stefano Gorghetto, Claudio Soro e Michele Marella validi rincalzi, pronti all’occorrenza a contribuire alle fortune del club.

E di fortune, in quel magico anno 1981, la Reyer Venezia a spasso per l’Europa ne ha parecchie. Compete in una manifestazione che allinea al via, oltre a Rieti in qualità di detentrice del titolo, anche quattro rappresentanti di quella Jugoslavia – Partizan, Jugoplastika, Zadar e Stella Rossa – che spopola e produce campioni a getto continuo, la Dinamo Mosca che tiene alta la bandiera falce e martello dell’Unione Sovietica, l’emergente Aris Salonicco dell’altrettanto emergente Nikos Galis, la Joventut de Badalona e i francesi dell’Orthez. Insomma, la concorrenza è folta ed agguerrita e per i ragazzi di Zorzi è dura poter pensare di andare lontano.

Invece… invece accade che l’ingranaggio funzioni perfettamente, a cominciare dal doppio impegno, vittorioso, al primo turno con gli israeliani dell’Hapoel Haifa, sconfitti 103-95 e 100-89, che garantisce il passaggio alla fase a gironi. E qui Venezia compie un altro capolavoro. Seppur opposti a squadre del calibro di Aris, Jugoplastika e Zbrojovka, i granata realizzano un percorso perfetto, sei vittorie in sei partite, passando netto a Spalato, 101-85, sbancando di un soffio Salonicco, 86-85, facendo valere la legge del più forte a Brno, 110-109. Al Palazzetto dell’Arsenale, poi, non ce n’è per nessuno, solo gli jugoslavi riescono a contenere il passivo, 107-100, ed allora la qualificazione alle semifinali è cosa fatta.

Quando poi anche la Dinamo Mosca, al penultimo atto, si arrende in laguna, 119-104, sepolta dalla serata di grazia di Dalipagic e Haywood che in due fanno 73 punti (43+30), non riuscendo a ribaltare il risultato tra le mura amiche, 104-101 dopo il pericoloso 62-48 all’intervallo, con Carraro e Della Fiori che con 17 punti a testa tengono buona compagnia nel “boxscore” ai due stranieri, è l’ora di preparare i bagagli e affilare le armi… si va a Barcellona, 19 marzo 1981, a giocarsi il trofeo.

Palau Blaugrana, ore 17. L’ultimo ostacolo verso l’apoteosi per la Reyer è il Badalona di coach Manel Comas, a sua volta vincitore in semifinale della Stella Rossa, 109-85 con 27 punti di Joe Galvin, bissato al ritorno, 82-73 con Josè Maria Margall miglior marcatore con 22 punti. La formazione iberica è solida e competitiva seppur non potendo contare in organico stelle di prima grandezza, con due americani, appunto Galvin e Al Skinner che ha pure un contratto solo per giocare in Coppa, che potremmo definire “normali“. Proprio Margall è il più quotato, già campione nazionale nel 1977, sotto le tabelle c’è il veterano Luis Miguel Santillana, Gonzalo Sagi-Vela completa il quintetto e si affaccia alla ribalta internazionale il giovanissimo Jordi Villacampa, destinato ad un avvenire radioso.

La sfida è di quelle infuocate, da una parte il maggior peso tecnico dei veneziani, dall’altra il tifo orgasmico dei 3.000 assiepati sugli spalti, in stragrande percentuale di fede iberica. Ed è proprio Badalona a fare la voce grossa nei primi venti minuti di gioco, chiudendo su 48-42 e mettendo a frutto la giornata di grazia di Sagi-Vela, che chiuderà con 27 punti, ben assistito dall’immancabile Margall, 23 punti, a cui danno un valdio contributo Skinner e Galvin, rispettivamente 19 e 16 punti. Ma Venezia resta aggrappata al match, nella ripresa uno stratosferico Haywood da 30 punti e 9 rimbalzi fa il bello e il cattivo tempo e con il consueto contributo al tiro di Dalipagic e Della Fiori che ne mettono 25 e 20 a testa i granata rimontano, agganciano, sorpassano ed infine allungano. Di tanto quel che pare bastare ad alzare la Coppa, prima 77-72, poi 89-80 massimo vantaggio, ancora sul 90-82 con meno di due minuti da giocare.

Sembra fatta, già si comincia a respirare aria di vittoria, ma il basket è sport crudele, capace di ribaltare situazioni apparentemente definitive, ed è proprio quel che accade. Venezia si spenge sul più bello, gestendo male un paio di possessi, il Badalona ci crede ed un canestro folle, da sei metri, sulla sirena del biondo Galvin, dopo che Grattoni ha perso un pallone letale a sei secondi dalla fine, vale il 92-92 che rimanda la decisione al tempo supplementare. E qui gli spagnoli, che hanno perso Margall, Skinner e Santillana per raggiunto limite di falli, trovano canestri preziosi in Delgado, che poi esce per falli pure lui, e proprio Sagi-Vela, alla gara della vita, Carraro segna 12 punti così come Serafini costretto a sua volta ad uscire anzitempo, e decisivo, dopo che Venezia ancora una volta ha condotto di quattro punti, è un canestro più tiro libero di Sagi-Vela che con 48″ ancora da giocare firma il sorpasso, 105-104. Venezia avrebbe ancora la chance per il contro-sorpasso, ma prima Haywood non trattiene un pallone che esce lateralmente, poi, dopo che Badalona ha provato a congelare i secondi finali fallendo il tiro del definitivo k.o. con German, sbaglia da sotto proprio all’ultimo tuffo con Della Fiori il canestro della gloria.

Il sogno finisce così, con una sconfitta che a distanza di anni brucia ancora, ma quel manipolo di campioni ha scritto una pagina di basket leggendario. E a Venezia il cuore batte forte nel ricordarli.

KAREEM, ED IL SUO GANCIO NEL CIELO DELLA NBA

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Kareem Abdul Jabbar – da thestar.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando ci si accinge a narrare la storia di un campione dello sport, di qualsiasi disciplina si tratti, la retrospettiva va sempre a cosa egli/ella abbia conquistato, dai tornei vinti se trattasi di tennisti, medaglie conquistate nel caso di assi dell’atletica, ginnastica o nuoto, campionati e coppe varie per coloro che hanno praticato sport di squadra, con i numeri e le statistiche a supporto delle rispettive carriere.

Ed in uno sport in cui, forse più di ogni altro, le statistiche rivestono un ruolo fondamentale quale è il basket i soli aridi numeri potrebbero essere più che sufficienti a descrivere cosa Kareem Abdul-Jabbar abbia rappresentato per il panorama cestistico mondiale, ed invece vi accorgerete quanto essi siano sì importanti, ma limiterebbero la statura del personaggio.

Nato a New York il 16 aprile 1947, unico figlio di un agente di polizia e di una commessa dei grandi magazzini, già appena venuto alla luce si può intuire quale possa essere il suo futuro, visto che misura quasi 60 cm. e pesa quasi 6 chili, venendogli imposto il nome di battesimo di Ferdinand Lewis Alcindor Jr, lo stesso del padre, secondo una tradizione in voga negli Stati Uniti.

Di famiglia cattolica, Lew viene battezzato secondo il rito di Sacra Romana Chiesa e frequenta un liceo cattolico a Manhattan, iniziando nel frattempo a coltivare la passione – trasmessagli dal padre – per la musica jazz, circostanza, come da lui stesso ammesso, che lo favorirà nel rilassarsi prima dei più importanti match della sua carriera.

Ma al liceo, il giovane Alcindor riesce a farsi apprezzare più per le sue doti fisico-atletiche – visto che al suo ingresso risultava già alto m.2,03 – consentendo alla squadra della sua scuola di vincere tre titoli consecutivi a livello di “high school“, con un impressionante record di 79 partite vinte contro due sole perse, ed una serie di 71 incontri di seguito senza conoscere sconfitta, il che già gli consente di acquisire il soprannome di “the tower from power“, che tradotto in italiano suona più o meno come “potenza dall’alto” ed, ovviamente, di essere corteggiato dalle più prestigiose Università degli Stati Uniti.

Per un cittadino della “Grande Mela” fare il viaggio sulla costa opposta non deve essere stato molto semplice, ma la scelta di iscriversi alla celeberrima UCLA – acronimo di “University of California, Los Angeles” – e, soprattutto, di poter essere allenato da un guru del basket quale John Wooden si rivela quanto mai azzeccata.

Già campione NCAA nel 1964 e 1965, con l’arrivo di Alcindor – che, nel frattempo, ha completato la propria crescita giungendo a m.2,10 – UCLA diviene imbattibile con l’aggiunta di tre titoli consecutivi, dal 1967 al 1969, in cui il centro risulta devastante sotto canestro, al punto che, al termine della prima stagione, la NCAA vara l’assurda regola con cui viene vietato di schiacciare la palla dentro la retina.

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Il giovane Lew Alcindor e coach John Wooden ad UCLA – da iconomy.com

Non che questo cambi molto per UCLA, che nel triennio in cui può contare sull’apporto di Alcindor stabilisce un record di 88 gare vinte a dispetto di due sole sconfitte (!!!), ed anzi aiuta il pivot a migliorare la propria tecnica di tiro, cosa di cui si avvarrà, e non poco, nella successiva carriera professionistica.

Ma altri due episodi contraddistinguono il suo trascorso al college, di cui il primo lo segna da un punto di vista fisico, con una lesione alla cornea dell’occhio sinistro subita in uno scontro a rimbalzo – e che determina il suo successivo utilizzo di occhiali a protezione durante le stagioni nella NBA – mentre il secondo ne muta l’aspetto spirituale, iniziando ad avvicinarsi all’Islam ed alla religione musulmana.

Questioni fisiche e religiose a parte, non ci vuol molto a capire come Alcindor sia divenuto l’oggetto del desiderio in occasione del “draft” del 1969 per stabilire quale franchigia se ne sarebbe assicurata le prestazioni a livello professionistico, e la questione non si rivela affatto di facile soluzione.

I primi a farsi vivi, difatti, sono gli “Harlem Globe Trotters, pronti ad offrirgli un contratto da un milione di dollari l’anno per giocare con loro, vedendosi opporre un cortese rifiuto, ma poi vi è l’allora situazione di due Leghe Professionistiche, la NBA (National Basketball Association) e l’ABA (American Basketball Association), ed in entrambi i draft, le due franchigie a detenere il diritto di prima scelta – i Milwaukee Bucks per la NBA ed i New York Nets per l’ABA – ovviamente optano per Alcindor.

New York crede di avere dalla sua il vantaggio di essere la squadra della sua città natale, ma Alcindor decide sulla base dell’ingaggio offerto e quello di Milwaukee si rivela superiore facendo sottoscrivere al centro un contratto da 1,4 milioni di dollari, così spiazzando New York che tenta una contromossa sottoponendo al proprio illustre cittadino la favolosa somma di 3,25 milioni annui, ma ancora una volta egli dimostra la propria statura non solo in fatto di centimetri, rigettando l’offerta con le parole “una corsa al rialzo è sgradevole per chi vi è coinvolto, mi sentirei come un pezzo di carne e non come un essere umano ed io non voglio che ciò accada!“.

Entrato nella grande famiglia del basket pro in un club al suo solo secondo anno dalla fondazione, l’impatto di Alcindor è devastante, concludendo la stagione con 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4.1 assist di media a partita che gli valgono il premio di “Rookie of the Year” (“matricola dell’anno“), mentre i Bucks ottengono il secondo miglior record (56-26) della “Western Division“, venendo sconfitti 4-1 nella finale di Conference dai New York Knicks, poi vittoriosi nella finale per il titolo contro i Lakers.

La conferma ad alti livelli del nuovo centro convince la dirigenza di Milwaukee a compiere un importante sacrificio economico assicurandosi i servizi del veterano Oscar Robertson, da 10 anni guardia dei Cincinnati Royals, e l’intesa tra i due si dimostra talmente efficace da portare i Bucks al miglior record assoluto (66-16) dell’intera Lega, cui fa seguito una serie playoff nella quale vengono spazzati via con irrisoria facilità i San Francisco Warriors (4-1), i Los Angeles Lakers nella finale di Conference (4-1), per poi infliggere un sonoro cappotto (4-0) ai Baltimora Bullets nella serie per il titolo, al termine della quale Alcindor – che nel frattempo è stato premiato come MVP della “regular season” – annuncia pubblicamente di adottare, in ossequio al suo nuovo credo, il nome di Kareem Abdul-Jabbar, il cui significato può tradursi in “Nobile servo di Dio“.

Premio di MVP che Jabbar si vede assegnare anche nel 1972 – stagione in cui i Bucks chiudono con il secondo miglior record (63-19) della Lega e perdono la finale di Conference per 4-2 contro i Lakers – nonché nel 1974, ultimo anno di carriera di Robertson e penultimo di Kareem a Milwaukee, conquistando il titolo di Conference e cedendo solo 4-3 ai Boston Celtics in una serie finale dove su sette incontri il fattore campo salta in ben cinque occasioni, e in gara-6 si verifica un episodio determinante per il futuro della carriera di Jabbar.

Con i Celtics in vantaggio 3-2 nella serie, al Boston Garden stanno già pregustando la festa trovandosi in vantaggio per 101-100 con soli 7″ da giocare, ma ecco che proprio Jabbar si inventa dall’angolo il suo famoso “Sky hook (“gancio cielo) che manda la palla a concludere la propria parabola dolcemente nella retina e rinvia la decisione a gara-7, ancorché poi facilmente vinta da Boston 102-87.

Milwaukee Bucks vs. Los Angeles Lakers
Il “gancio cielo” di Jabbar con i Bucks – da basketinside.com

L’addio di Robertson ed una frattura alla mano per Jabbar durante la preparazione (che gli fa saltare i primi 16 incontri) sono il preludio della peggior stagione dei Bucks, che non si qualificano per i playoff 1975 giungendo ultimi nella Midwest Division, e devono dare l’addio alla loro stella che si accasa ai Los Angeles Lakers, i quali, avendo a loro volta chiuso all’ultimo posto la Pacific Division, sono in fase di ricostruzione dopo l’abbandono dei vari Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain, con Kareem chiamato all’ingrato compito di non far rimpiangere proprio quest’ultimo.

Rispetto all’esordio coi Bucks, l’impatto ai Lakers è più morbido per Jabbar, nonostante medie/gara da 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,1 stoppate in “regular season“, non sufficienti però a garantire l’accesso ai playoff, ma solo a far vincere a Kareem il suo quarto MVP in carriera.

Le cose vanno nettamente meglio l’anno seguente, in cui Kareem si vede confermare come MVP della stagione regolare e conduce i Lakers alla finale di Conference, venendo peraltro pesantemente sconfitti per 4-0 da Portland poi vincitrice del titolo, ma la vera svolta per la franchigia gialloviola giunge nel draft 1979 quando riesce ad assicurarsi le prestazioni di Earvin “Magic” Johnson, dopo che la franchigia si era peraltro già rinforzata nelle due stagioni precedenti con gli innesti di Norman Nixon e Jamaal Wilkes.

E se poi, da tale data e sino al ritiro di Kareem, avvenuto nel 1989 a 42 anni, il “roster” giallo-viola si rinforza con gente del calibro di Michael Cooper, Byron Scott e James Worthy, capirete bene come al Forum di Inglewood si possa dare inizio allo “Showtime che in un decennio porta i Lakers a disputare ben 8 finali NBA, conquistando cinque titoli.

Il dubbio, più che legittimo, può nascere su come abbia potuto un centro già ben oltre la trentina adeguarsi ad uno stile di gioco tutto corsa e fantasia come quello imposto da “Magic” e la risposta la fornisce la grande passione che da sempre Jabbar ha avuto per il basket, unita ad un’elevata professionalità e stile di vita che lo hanno mantenuto integro, nonché ad una forza mentale ed interiore che ne hanno fatto il leader carismatico di questa squadra, un leader silenzioso all’esatto opposto del carattere esuberante di Johnson, ma di fronte al quale lo stesso “Magic” ne riconosce l’autorità.

E prova più lampante non può esservi – dopo che Kareem si aggiudica per la sesta volta (record NBA) il titolo di MVP nella prima stagione di “Magic” conclusa con il titolo nel 1980 – di quanto accade nella serie finale del 1985 che oppone, come da copione nel decennio – i Lakers ai Boston Celtics di Larry Bird & Co.

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Jabbar festeggia uno dei titoli NBA coi Lakers – da gettyimages.it

Succede, difatti, che in gara-1 disputata al Boston Garden – con i Celtics che godono del vantaggio del fattore campo in virtù di una sola vittoria in più (63 a 62) ottenuta in stagione, e che sono altresì i detentori del titolo avendo sconfitto 4-3 proprio i Lakers l’anno precedente – i padroni di casa si impongano con un perentorio e, per certi versi, umiliante score di 148-114, in cui Jabbar recita un ruolo negativo, venendo limitato a 12 punti ed appena 3 rimbalzi dalla ferrea marcatura imposta da Robert Parish, il quale, dal canto suo, segna a referto 18 punti con 8 rimbalzi, ed i “media iniziano a chiedersi se, con 38 primavere sulle spalle, l’età non possa costituire un limite per il pur talentuoso centro.

Per coach Pat Riley non c’è bisogno di analizzare nel dettaglio cosa non abbia funzionato, in quanto, nella consueta sessione del mattino seguente, in cui i giocatori assistono alla registrazione dell’incontro, è proprio Kareem, silenzioso come al solito, a sedersi innanzi al video invece che posizionarsi, come suo solito, in fondo alla stanza, un chiaro messaggio lanciato ai compagni di ammissione della propria giornata negativa e della volontà di non ripeterla.

Così come, nei due giorni successivi, si dimostra il più determinato negli allenamenti, correndo come non mai da una parte all’altra del campo, volendo acquistare la fiducia totale dei propri compagni, i quali non debbano in alcun modo scendere sul parquet pensando che il loro leader non sia più in grado di sostenerli, e nello spogliatoio del Boston Garden, prima di gara-2, Kareem pronuncia queste poche, ma significative parolepossiamo anche non vincere, ma l’importante è che ognuno di noi dia il meglio di sé stesso!.

Immagino siate curiosi di sapere come è andata a finire, beh, Kareem segna 30 punti con il 57,7% dal campo, cattura 17 rimbalzi, i Lakers sbancano il Garden 109-102 per poi vincere la serie 4-2, costringendo Parish alla resa nelle successive quattro partite, in una delle quali si prende addirittura il lusso di conquistare un rimbalzo difensivo, palleggiare sino al lato opposto del campo e poi esibirsi nella specialità della casa, l’oramai divenuto famosissimo in tutto il mondo “gancio cielo“, tanto da far esprimere a Pat Riley il breve, ma esauriente concetto 2tutto quello che avete appena visto, ha una sola spiegazione, e si chiama passione!“.

Ah, quasi dimenticavo, i numeri di cui parlavo all’inizio, perché è giusto sapere che Kareem Abdul-Jabbar (già Lew Alcindor) conclude i suoi 20 anni di carriera NBA con 1.560 gare di “regular season” e 237 di playoff disputate, 6 titoli NBA, 6 titoli di MVP della stagione regolare, 38.387 punti realizzati (n.1 di sempre), 17.440 rimbalzi (n.3 dietro a Wilt Chamberlain e Bill Russell) e 3.189 stoppate, anche qui al terzo posto, preceduto da Hakeem Olajuwon e Dikembe Mutombo, niente affatto male, direi.

Ma spero che, avendo letto l’articolo, vi siate resi conto che i numeri non sono proprio tutto…

IL TRIONFO DELLA LETTONIA AI PRIMI EUROPEI DI BASKET DEL 1935

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La Lettonia campione d’Europa – da wikivisually.com

articolo di Nicola Pucci

Ancora vergine di grandi competizioni internazionali, a differenze di altri sport di squadra che già da tempo impegnano l’una contro l’altra le Nazionali più forti del pianeta, infine la FIBA, (originariamente, quando venne fondata il 16 giugno 1932, Fédération Internationale de Basketball Amateur) ha partita vinta, per bocca del suo Presidente Leon Buffard, e vede il sorgere, nel 1935, quindi un anno prima dell’esordio della pallacanestro alle Olimpiadi di Berlino, del primo Campionato Europeo per Nazioni.

L’onore di ospitare la nascente competizione continentale spetta alla Svizzera, paese che sembra esente dai pruriti aggressivi in un’Europa sul punto di esplodere e che in quel di Ginevra accoglie proprio la sede della Federazione Internazionale. Si gareggia dal 2 al 7 maggio e sono dieci le squadre ammesse a partecipare: ovviamente la Svizzera che fa gli onori di casa, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Lettonia, Romania, Spagna, Ungheria. C’è pure l’Italia, guidata in panchina da quell’Attilio De Filippi che con la Ginnastica Triestina vincerà ben cinque scudetti negli anni Trenta, alternandosi al comando del campionato italiano a Ginnastica Roma e Olimpia Milano.

Gino Basso il napoletano in rappresentanza del Sud, Bruno Caracoi, il bomber riconosciuto Livio Franceschini, Emilio Giassetti, Giancarlo Marinelli prima star acclamata della Virtus Bologna, Sergio Paganella, Egidio Premiani ed Ezio Varisco che morirà combattendo in Libia, sono gli otto componenti dell’Italia che il sorteggio accoppia alla Bulgaria per uno dei cinque match di turno preliminare.

Si comincia, dunque, il 2 maggio al Pavillon des Sports du Bout-du-Monde di Ginevra, e se la Spagna, costretta ad un match di spareggio con il Portogallo per accedere alla fase finale, giocato a Madrid e vinto per 33-12, si sbarazza del Belgio 25-17 grazie a 8 punti (!!!) di Pedro Alonso, e la Cecoslovacchia sorprende la Francia imponendosi di misura, 23-21, proprio la Svizzera padrona di casa si sbarazza agevolmente della Romania, 42-9. Nel frattempo la Lettonia, che a differenza delle grandi squadre occidentali ha un appeal mediatico men che discreto ed è allenata da Valdemārs Baumanis, evidenzia tuttavia un’invidiabile forza collettiva, demolendo a sua volta l’Ungheria, 46-12, trascinata da Janis Lidmanis, straordinario talento baltico che, oltre a saperci fare con la palla a spicchi, è pure calciatore di livello con il JKS Riga e la Nazionale del suo paese, con la quale collezionerà ben 55 presenze e 2 reti.

E l’Italia? L’Italia, appunto, debutta vittoriosamente con la Bulgaria 42-23, con Franceschini sugli scudi con ben 32 punti, ma per l’anomala formula del torneo che promuove direttamente alle semifinali tre squadre, ovvero Spagna, Lettonia e Cecoslovacchia, obbligando Svizzera e Italia ad un ulteriore duello per definire la quarta semifinalista, incoccia nella maggior presenza fisica dei rossocrociati che dopo il 15-15 all’intervallo piazzano un parziale di 12-2 nel secondo tempo chiudendo sul 27-17 che apre loro le porte delle semifinali e manda gli azzurri a gareggiare nel torneo di consolazione. Appunto, consolazione, che vedrà l’Italia infine settima, dopo aver perso con la Francia, 29-27, e battuto nuovamente la Bulgaria, 35-22, laureando Franceschini miglior marcatore della manifestazione, con 68 punti totali e 17 di media a partita. Che, per i parametri dell’epoca, se non sono un primato da guinness poco ci manca.

Il 6 maggio si giocano le due semifinali e la Lettonia, confermando quando di buono messo in mostra al turno precedente, ha la meglio anche dei padroni di casa, 28-19, trascinata stavolta dall’altro campione uscito dal cilindro di coach Baumanis, ovvero il pivot Rudolfs Jurcins, che con le sue lunghe leve destabilizza la difesa elvetica garantendo ai baltici di strappare il biglietto per la finalissima.

Dove, il 7 maggio, alle ore 22.30, la Lettonia trova la Spagna, che ha eliminato alla distanza la Cecoslovacchia, 21-17. Il match che vale il primo titolo europeo della storia è combattuto ed appassionante, con Jurcins che ancora una volta domina sotto i tabelloni realizzando 11 punti e consentendo l’allungo della Lituania che chiude il primo tempo in vantaggio di otto punti, 16-8. Nella seconda metà di gioco la squadra di mister Mariano Manent, di origine argentine, prova a ricucire lo strappo, con Rafael Martin, infine premiato come miglior giocatore del torneo, top-scorer con 6 punti all’attivo. La Lettonia è nondimeno superiore a rimbalzo, mantiene un margine di sicurezza  e con il punteggio a referto di 24-18 sale sul tetto d’Europa. Prima e ad oggi unica volta della sua storia.

Una storia cestistica che due anni dopo vedrà la Lettonia ospitare la seconda edizione, terminando non meglio che sesta in una manifestazione appannaggio dell’Unione Sovietica vincitrice in finale con l’Italia, e salire sul secondo gradino del podio nel 1939 alle spalle dei “cugini” della Lituania. Poi la follia della Seconda Guerra Mondiale spezzerà per sempre il sogno sportivo di quella nidiata di ottimi giocatori, così come l’occupazione sovietica al termine del conflitto marcherà tragicamente la vita di alcuni di loro: Jurcins, ad esempio, arrestato, deportato in un gulag ed infine morto prematuramente a 39 anni a Molotov Oblast; lo stesso Lidmanis, con la moglie Anne, fu costretto a lasciare il paese per trovare poi riparo in Australia; infine l’artefice di quel successo, coach Baumanis, per sottrarsi alla deportazione peregrinò per l’Europa prima di stabilirsi negli Stati Uniti.

Quel che resta è il libro dei record, e quel nome della Lettonia che prima di tutte colse l’oro europeo: il tributo del film “Dream Team 1935“, uscito nelle sale nel 2012, rende immortali quei ragazzi che a basket giocavano bene. Proprio bene. E noi facciamo altrettanto… Eduards Andersons, Aleksejs Anufrijevs, Mārtiņš Grundmanis, Herberts Gubiņš, Rūdolfs Jurciņš, Jānis Lidmanis, Džems Raudziņš, Visvaldis Melderis, coach Valdemārs Baumanis.

JOHN STOCKTON, COSI’ ANONIMO DA ESSERE IL MIGLIORE

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John Stockton – da saltcityhoops.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se vi dovesse mai capitare di fare un viaggio a Spokane, ridente città situata nella zona orientale dello stato di Washington, attraversata dal fiume omonimo e ad ovest delle Montagne Rocciose, nonché distante meno di 150 km. dal confine con il Canada, potreste incontrare per strada un personaggio che, a prima vista, altri non sembra che un consulente finanziario.

Ed invece quel signore lì, l’anticonformista per eccellenza, specie negli Usa dove gli sportivi di ogni disciplina non si risparmiano certo quanto a stravaganze, altri non è che John Stockton, che ha Spokane ha avuto i natali il 26 marzo 1962 e tuttora vi risiede con la propria, numerosa, famiglia e che ha sempre preferito i fatti alle parole, tanto da risultare per un decennio il miglior playmaker in assoluto della NBA, la lega professionistica di basket americana, continuando a detenere i primati quanto ad assist forniti e palle recuperate.

Cresciuto in una famiglia di vasta cultura sportiva – il nonno paterno, Houston Stockton, era stato un discreto giocatore di football (quello americano, ovviamente) negli anni ’20 – il giovane John dimostra sin dalle prime uscite una insolita riluttanza verso i grandi palcoscenici, rifiutando varie offerte dalle più importanti università dell’Idaho e del Montana dopo essersi messo in mostra nel locale liceo, per restare nella sua Spokane ed iscriversi alla Gonzaga University, dove subisce la positiva influenza del coach Dan Fitzgerald, anche se i “Bulldogs” non sono una formazione in grado di competere per i vertici della NCAA.

Nei tre anni al college, Stockton perfeziona la propria abilità di “assist man” e nel recuperare palla agli avversari, tant’è che, nel 1984, anno del suo passaggio al professionismo, detiene il record dell’ateneo per passaggi smarcanti – 554 in tre anni, che lo vede tuttora al quarto posto nella graduatoria assoluta – e per palle recuperate, ben 262, primato ancor oggi insuperato, nonostante Gonzaga sia successivamente divenuta, a partire dal nuovo millennio, una delle più temibili squadre nel panorama del basket universitario americano.

Queste statistiche consentono a Stockton di essere preselezionato da Bob Knight in vista della scelta dei 16 giocatori che andranno a comporre la squadra olimpica Usa ai Giochi di Los Angeles 1984, venendo scartato all’ultimo taglio – peraltro assieme a Maurice Martin, Terry Porter e Charles Barkley, anche se quest’ultimo più per incompatibilità caratteriale con il coach che non per questioni tecniche – ma avendo la possibilità di far una prima conoscenza con Karl Malone, proveniente da Louisiana State, con cui formerà una delle più devastanti coppie della storia della NBA.

Lasciato a Michael Jordan e Patrick Ewing il compito, non molto impegnativo peraltro, di vincere l’oro olimpico, a Stockton non resta che verificare quale team professionistico abbia intenzione di assicurarsi i suoi servizi in occasione del draft svoltosi il 19 giugno 1984 a New York e ricordato come quello di maggior impatto sul torneo NBA, visto che ne uscirono futuri campioni ed “Hall Famers” quali Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Charles Barkley, mentre gli Utah Jazz, che devono scegliere per 16esimi, optano per il play di Gonzaga, e le cronache riportano che le migliaia di tifosi radunate al “Salt Palace” per assistere in diretta all’evento, accolsero la notizia con un silenzio di tomba, atteggiamento del quale avrebbero avuto modo di ricredersi.

La fortuna di Stockton e dei Jazz si materializza l’anno seguente – dopo che, nella sua prima stagione da “rookie“, John chiude con medie di 5,6 punti e 5,1 assist per gara ed Utah viene eliminata al secondo turno dei playoff da Denver – allorquando, con la 13esima scelta nel draft, possono portare nello stato dei Mormoni l’ala forte Karl Malone, per gentile concessione di Indiana, Seattle, Cleveland e Phoenix che, pur avendo diritto di scelta anteriore, optano, per detto ruolo, rispettivamente su Wayman Tisdale, Xavier McDaniel, Charles Oakley ed Ed Pinckney, mah.

Sono quelli gli anni in cui nella NBA dominano la scena i Boston Celtics ed i Los Angeles Lakers, con questi ultimi a mandare in scena il celebre “Show Time” sapientemente diretto da “Magic” Johnson ed al quale gli Utah Jazz, con Stockton stabilmente in quintetto base a far tempo dalla stagione 1987/88 – la prima che lo vede al vertice nella speciale classifica degli assist con 13,8 di media per gara – riescono ad opporre ottime prestazioni in “regular season“, poi puntualmente vanificate ai playoff, con due cocenti eliminazioni al primo turno sia nel 1989 che nel 1990, ad opera rispettivamente di Golden State (0-3) e Phoenix Suns (2-3), nonostante che proprio nel 1990 Stockton stabilisca il suo “personal best” di 14,5 assist a partita, per un totale di 1.134 nel corso della stagione regolare.

Primato che, quanto a numero complessivo, Stockton supera l’anno seguente giungendo a quota 1.164, quarta stagione consecutiva in cui Stockton supera “quota mille“, cui ne aggiunge una quinta l’anno successivo per poi toccare a sette con analoghi exploit nel 1994 e 1995, un qualcosa di mostruoso, qualora si pensi che solo due altri giocatori in carriera – Kevin Porter nel 1979 con 1.099 ed Isiah Thomas nel 1985 con 1.123, entrambi con la divisa dei Detroit Pistons – sono riusciti in una tale impresa.

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Un assist di Stockton – da nba-evolution.com

Sfortunatamente per Stockton ed “il postino” Karl Malone – così soprannominato poiché “recapita” a canestro gli inviti del compagno – all’appannamento di Magic Johnson e Larry Bird e dei loro Lakers e Celtics, fa da contrapposizione l’era di Michael Jordan e dei suoi “Chicago Bulls, tale da rendere sempre più difficile la conquista dell’anello da parte dei “re del pick and roll“, che non è un ballo in voga all’epoca, ma una combinazione tesa a smarcare il lungo per ricevere l’assist vincente, ed in questo fondamentale nessuna coppia è stata così abile nella relativa esecuzione più dei due “amici per la pelle” di Salt Lake City.

Un primo riconoscimento per Stockton – e di converso anche per Malone – giunge nella selezione per il celebre “Dream Team” chiamato a riscattare l’onore degli Usa alle Olimpiadi di Barcellona 1992 dopo il fallimento di quattro anni prima a Seul, e stavolta il coach Chuck Daly (allenatore nella NBA dei Detroit Pistons) non ha remore ad inserire entrambe le stelle dei Jazz tra i dodici che sbarcano in Catalogna, pur se, più per motivi di marketing e pubblicitari che di altro, a Stockton tocca il ruolo di comprimario nel ruolo di play data l’ingombrante e mediatica presenza di Magic Johnson.

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Stockton con la maglia Usa – da nba-evolution.com

Nelle tre prime stagioni del nuovo decennio – dal 1991 al 1993 – in cui l’anello non si sfila dalle dita dei Bulls, Utah continua, nonostante Stockton non manchi di primeggiare nella speciale classifica degli assist, con medie di 14,2, 13,7 e 12 per gara, a fallire anche il titolo della Western Conference, per il cui atto conclusivo si qualificano nel 1992 solo per essere superati 4-2 da Portland.

E’ evidente che il solo “duo delle meraviglie” non è sufficiente per far compiere il salto di qualità alla squadra, ed il coach Andy Sloan corre ai ripari ottenendo, nel 1994 a stagione in corso, i servigi di Jeff Hornacek, acquistato dai Philadelphia 76ers e potendo così affiancare ai “big two” un esterno da oltre 15 punti di media a stagione e con percentuali intorno al 40% nel tiro da tre.

L’innesto fornisce subito i suoi frutti ed i Jazz – dopo aver chiuso la stagione regolare con il quinto miglior record di 53-29 – giungono nuovamente alla finale di Conference, vedendosi però sbarrata la strada dagli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che sfruttano al meglio il periodo dedicato al baseball di Michael Jordan per far loro il titolo contro New York dopo aver spazzato via Utah 4-1 nella finale della costa occidentale, ripetendosi l’anno seguente, sia nell’eliminazione dei Jazz – ma stavolta per 3-2 al primo turno nonostante i Rockets fossero giunti non meglio che sesti in “regular season” – che nella conquista dell’anello, compiendo l’impresa di superare, uno dietro l’altro, i terzi (Utah), i secondi (Phoenix, serie conclusa 4-3) ed i primi (San Antonio, sconfitti 4-2) della Western Conference, per poi non lasciare scampo nella finale NBA agli acerbi Orlando Magic del 22enne Shaquille O’Neal.

Al di là del negativo esito delle precedenti stagioni, gli Utah stanno sempre più immagazzinando e mettendo in pratica gli schemi e gli insegnamenti di Sloan, il quale, al pari di Stockton e Malone, lega la propria carriera pressoché interamente ai Jazz, che allena per ben 23 stagioni, e sono pronti a raccogliere la sfida lanciata alle altre formazioni della lega dai Chicago Bulls del figliol prodigo Michael Jordan.

Le prove generali si svolgono nel 1996, quando Utah, chiusa la stagione regolare con il terzo miglior record – e Malone con 25,7 punti di media, Hornacek 15,2 ed il 47% dalla lunga distanza e Stockton a distribuire 11,2 assist a partita – raggiunge nuovamente la finale di Conference, che stavolta lo oppone ai Seattle Supersonics di Shawn Kemp e Gary Payton nel “derby dello Stato di Washington“, soccombendo 90-86 in gara-7 nonostante il contributo di Stockton anche in fase realizzativa, con 22 punti a referto.

Per Stockton e Malone l’amarezza viene mitigata dal secondo oro consecutivo conquistato alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – i soli, con Barkley, Scottie Pippen e David Robinson, reduci dal “Dream Team di quattro anni prima – ma ancora una volta Stockton è chiamato a far da riserva, nel ruolo di play, a Gary Payton, leader dei Sonics.

Si rende quindi evidente dover cercare il miglior ranking in “regular season” per poter aver aspirazioni di finale e, nei due anni successivi, i Jazz centrano l’obiettivo, con i rispettivi record di 64-18 nel 1997 e di 62-20 nel 1998, così da poter disporre del vantaggio del fattore campo nei playoff della costa occidentale, che li vedono nella prima delle due stagioni disporre con sufficiente facilità dei Los Angeles Clippers (3-0), dei “cugini” dei Lakers (4-1) e di vendicarsi di Houston con il 4-2 che li laurea campioni della Western Conference, per potersi, finalmente, presentare al cospetto di sua maestà Jordan per il titolo assoluto.

Ma con i Bulls a beneficiare del vantaggio del fattore campo, in virtù del 69-13 della stagione regolare, e soprattutto con Jordan a fare il Jordan con una media di 32,3 punti/gara, l’impresa si rivela insormontabile, pur con la difesa di Utah a limitare l’attacco di Chicago e, con due vittorie casalinghe a testa, la serie si risolve in gara-5 in quella che passa alla storia come la “partita della febbre, ma non del tifo sugli spalti del “Delta Center“, bensì per un vero e proprio attacco febbrile accusato il giorno prima da Michael Jordan per aver mangiato una pizza avariata, menomazione alla quale “Air” risponde da par suo mettendo a segno 38 punti, con i Bulls che rimontano nell’ultimo quarto, con un parziale di 23-16 che dà loro la vittoria per 90-88, per poi chiudere definitivamente i conti due giorni dopo, allo “United Center“, con il 90-86 che certifica il loro quinto titolo in sette stagioni, ancora una volta rimontando dopo essere stati sotto di 7 punti all’intervallo.

Con le sue tre stelle ad avvicinarsi alla soglia dei 40 anni, per Utah le speranze di giungere finalmente alla conquista del titolo si riducono sensibilmente, ma il loro spirito è quello dei campioni di razza e, pareggiando il record in stagione regolare di 62-20 con i Chicago Bulls, ottengono il vantaggio del fattore campo, qualora le due squadre si aggiudicassero le rispettive Conference, grazie al doppio – e quasi in fotocopia – successo (101-94 a Chicago, 101-93 a Salt Lake City) in “regular season“.

Diciamo che i Jazz si erano “costruiti” il diritto alla rivincita, e così è stato, con il solo spavento al primo turno dei playoff contro Houston, vincitore in gara-1 rovesciando il fattore campo, per poi essere sconfitto 3-2, mentre i successivi accoppiamenti non costituiscono problemi di sorta, con San Antonio ed i Lakers annichiliti sotto i rispettivi 4-1 e 4-0 subiti, mentre dall’altra parte della costa i Bulls dovevano sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione, nella finale di Conference, degli Indiana Pacers in una serie dove è il fattore campo a farla da padrone, venendo puntualmente rispettato per il 4-3 definitivo.

Con stavolta il vantaggio del campo a disposizione, le possibilità di giungere finalmente al sospirato anello sono indubbiamente maggiori, ma mai dare qualcosa per scontato quando dall’altra parte vi è un Jordan in stato di grazia, ben supportato dal fedele Scottie Pippen e dal croato Tony Kukoc, e le prime avvisaglie si vedono già in gara-1 che Utah porta a casa solo al supplementare 88-85 dopo aver subito la consueta rimonta di Chicago nell’ultimo parziale e con Stockton sugli scudi quanto a realizzazioni, risultando il “top scorer” dei suoi con 24 punti all’attivo.

I Jazz replicano in gara-2 gli 88 punti della prima serata, ma stavolta non si rivelano sufficienti per impedire ai Bulls di violare il parquet del “Delta Center” in un match in cui Jordan mette a referto 37 dei 93 punti realizzati dalla sua squadra, e quando, in gara-3 allo “United Center“, Utah viene sommersa per un risultato di 96-54 che non ha eguali in una serie finale di playoff, sono in molti a pensare che ben difficilmente le due squadre si sarebbero incontrate di nuovo a Salt Lake City, convinzione ancor più rafforzata dal successo di Chicago per 86-82 in gara-4, il che stava a significare che mancava una sola gara per chiudere la questione, e la stessa si giocava a Chicago due giorni dopo, il 12 giugno 1998.

Sloan non può che far appello all’orgoglio dei suoi per prolungare la serie e, per una volta, a strappare la scena a Jordan è il “postino” Karl Malone che, ben coadiuvato da Stockton, autore di 12 assist, mette a segno qualcosa come 39 punti (con il 63% dal campo e l’83% ai liberi) per l’83-81 conclusivo che strozza in gola ai tifosi dei Bulls la gioia per la conquista del sesto anello, che già pregustavano dopo il 36-30 in loro favore con cui si era chiuso il primo tempo.

Sotto 2-3 nella serie, ma con le due ultime gare in programma sul parquet amico, l’occasione è più unica che rara per i Jazz e l’atmosfera sulle tribune del “Delta Center“, la sera del 14 giugno, è quella tipica “dell’oggi o mai più” e la gara assume i nitidi contorni della più autentica delle sfide playoff.

Con le due squadre decise a non mollare – anche se sarebbe più corretto dire Jordan al posto di Chicago, visto che Pippen, già non al meglio, vede peggiorare la sua condizione tanto da limitare il suo minutaggio a soli 26′ con 8 punti all’attivo – i Jazz prendono un modesto vantaggio che li porta a condurre 25-22 dopo il primo parziale, 49-45 all’intervallo lungo e 66-61 alla fine del terzo quarto, rimandando il tutto agli ultimi 12′ di gara.

Qui entra in scena Jordan, il quale dapprima ricuce lo strappo, raggiungendo la parità a quota 83, e poi, dopo che Stockton replica da 3 per l’86-83 a meno di 42″ dal termine, va a segno in entrata e quindi compie il suo capolavoro, rubando palla in attacco a Karl Malone – autore peraltro di una prova mostruosa con 31 punti, 11 rimbalzi e 7 assist – ed andando a canestro per l’88-87 che ribalta la situazione, giungendo a quota 45 punti in serata.

Ci sarebbe spazio per un ultimo tiro, con 5″ ancora da giocare, e la responsabilità se la assume Stockton con una conclusione da 3 che prende il ferro e sulla quale si chiudono definitivamente i suoi sogni di gloria, anche se nel dopo-gara il playmaker dei Jazz dichiara di essersi sentito sicuro del fatto che il tiro andasse a canestro.

Per Stockton non vi sarà più un’altra chance per il titolo, venendo i suoi Utah Jazz eliminati da Portland nelle semifinali della Western Conference nel 1999 e nel 2000 ed al primo turno dei playoff nelle successive tre stagioni, ritirandosi a maggio 2003 dopo 19 stagioni consecutive in cui ha disputato qualcosa come 1.504 incontri di stagione regolare – dei quali 1.412 in coppia con Karl Malone – distribuito 15.806 assist (media 10,5 a partita) e recuperato 3.265 palloni, tant’è che a Salt Lake City, oltre a ritirare la sua maglia n. 12, hanno pure intitolato la strada che porta al Palazzetto “John Stockton Drive“.

Il tutto per un giocatore che ha sempre rifiutato le luci della ribalta, che ha continuato ad indossare pantaloncini corti nell’epoca in cui nella Nba incomincia a prendere voga la moda dei pantaloncini lunghi sino alle ginocchia e che, intervistato su quanto entusiasmante sia stata la sua vita da stella del basket, si permette di rispondere che… “starsene in una stanza d’albergo in attesa della gara non ha mai compensato quello che ho perso nel non poter stare con la mia famiglia….

Ecco, questo, in estrema sintesi, è stato John Stockton, l’antidivo per eccellenza