IL “THREEPEAT” DEI LOS ANGELES LAKERS DI INIZIO NUOVO MILLENNIO

2000 NBA Finals Game 6: Indiana Pacers vs. Los Angeles Lakers
Bryant ed O’Neal (assieme a “Magic”) festeggiano il titolo NBA 2000 – da:losangeles.cbslocal.com

Articolo di Giovanni Menenti

Tracciare la Storia della più importante franchigia del Basket Professionistico americano – 31 Finali NBA disputate, con 16 vittorie a fronte di 15 sconfitte – è qualcosa che di più semplice non si potrebbe, visto che è caratterizzata da periodi ben precisi e delineati …

In origine, alla fondazione avvenuta nel 1947, la franchigia opera nel Minnesota sotto la denominazione di Minneapolis Lakers e domina gli anni pionieristici del Basket oltreoceano, conquistando i titoli 1948 della NBL (National Basketball League) e 1949 della BAA (Basket American League), con quest’ultima a trasformarsi nell’attuale NBA a partire dalla stagione seguente, in cui i Lakers – trascinati dalla prima grande stella di detto Sport, vale a dire George Mikan, centro da 208cm. e 111kg. – confermano il titolo, che fanno loro per altre tre edizioni consecutive, dal 1952 al ’54.

Inizia quindi un periodo di relative “vacche magre”, coinciso con il ritiro di Mikan, in cui l’unico acuto è la Finale 1959 persa 0-4 contro i Boston Celtics, sino al trasferimento della franchigia a Los Angeles a far tempo dall’estate 1960, giusto in tempo per far vivere ai tifosi californiani un decennio caratterizzato dalla “Maledizione dei Celtics” …

In tale periodo, difatti, in cui i Lakers possono contare su stelle di assoluta grandezza quali Elgin Baylor (che ne veste la maglia dal 1960 al ’71) e Jerry West – per 15 anni consecutivi (dal 1961 al ’74) selezionato per lo “All Star Game” – cui, nella seconda metà del decennio, si uniscono Gail Goodrich e Wilt Chamberlain, gli stessi disputano ben 7 Finali per il titolo restando sempre regolarmente sconfitti, nelle prime 6 occasioni dalla “Boston Dinasty” di Red Auerbach e Bill Russell, e nell’ultima circostanza in una celebre serie contro i New York Knicks delle stelle Willis Reed, Dave DeBusschere e Walt Frazier.

Questa sorta di “Tabù infernale” viene esorcizzato nel 1972 allorché Jerry West e Wilt Chamberlain conducono i Lakers alla rivincita sui Knicks con un netto 4-1, ancorché l’ultima parola spetti ai newyorkesi l’anno seguente, restituendo l’identico punteggio in due serie che vedono scendere in campo due personaggi che avranno in futuro modo di fare le fortune del Club californiano in veste di allenatori, ovvero Pat Riley in maglia gialloviola e Phil Jackson nelle file di New York …

Resto degli anni ’70 quanto mai avaro di soddisfazioni per i Lakers – che dal 1962 al ’73 hanno complessivamente disputato ben 9 Finali per il titolo con il poco onorevole primato di una sola vittoria a fronte di 8 sconfitte – sino a che l’esito del Draft svoltosi il 25 giugno 1979 determina una svolta epocale.

Con la prima scelta spettante, come da regolamento, alle due formazioni delle rispettive Conference con il peggior record al termine della passata stagione, i Los Angeles Lakers avevano acquisito tale diritto dai New Orleans Jazz nell’ambito di uno scambio di giocatori per ciò che riguarda la Western Conference, nel mentre sulla costa orientale tale opzione spetta ai Chicago Bulls …

Il sorteggio tra le due franchigie ripaga i Lakers della sfortuna accumulata nelle ricordate Finali perse nelle precedenti stagioni, in quanto tocca loro la prima scelta che non può che ricadere sull’indiscusso “fenomeno” della NCAA, ovvero Earvin “Magic” Johnson vincitore del titolo 1979 con “Michigan State” in una Finale passata alla storia, in quanto negli avversari di ”Indiana State” milita Larry Bird, il suo principale rivale nel decennio a seguire.

Con “Magic” a comandare il gioco, ben assistito da un roster in cui figurano anche Kareem Abdul-Jabbar, Norman Nixon, James Worthy, Byron Scott, Michael Cooper, Jamaal Wilkes ed A.C. Green (nonché il citato Pat Riley a dirigere le operazioni dalla panchina …), a 20 anni di distanza si ripete il “testa a testa” coi Boston Celtics – che oltre a Bird, possono contare su Robert Parish, Tiny Archibald, Cedric Maxwell, Dennis Johnson e Kevin McHale – ma stavolta con esito ben diverso, visto che in 12 stagioni (dal 1980 al 1991) i Lakers disputano 9 Finali con 5 successi (due contro Boston e Philadelphia ed uno a spese di Detroit) a fronte di 4 sconfitte, contro Philadelphia, Boston, Detroit e Chicago.

E proprio l’esito della Finale 1991 contro i Bulls segna, da un lato l’inizio della “Era Jordan” che vede Chicago aggiudicarsi 6 titoli con due “tris consecutivi” (1991-’93 e 1996-’98) intervallati solo dal temporaneo ritiro della loro stella, mentre per i Lakers il solo raggiungere la Finale nel corso degli anni ’90 resta un miraggio, con il miglior piazzamento costituito nella Finale di Conference del 1998, solo per essere “spazzati via” per 0-4 senza possibilità di replica dagli Utah Jazz della micidiale coppia John Stockton/Karl Malone …

E sì che per cercare d’invertire la tendenza e fronteggiare lo strapotere dei Bulls, l’ex stella Jerry West – ora svolgente funzioni di General Manager del Club – aveva messo a segno nell’estate ’96 due “colpi mica da ridere”, ovvero convincendo i Charlotte Hornets a privarsi dell’allora 18enne Kobe Bryant, ottenuto al Draft quale 13esima scelta al primo turno, in cambio del centro serbo Vlade Divac, così da liberare spazio nel “salary cap” per tesserare il “free agentShaquille O’Neal, in scadenza di contratto con gli Orlando Magic, al quale vengono offerti 121milioni di dollari per 7 stagioni.

Ma nonostante tali innesti, ed un miglioramento nel record stagionale, il miglior risultato negli anni a seguire resta la riferita Finale di Conference, mentre la stagione seguente – dimezzata a seguito del “Lockout” (lo sciopero dei giocatori …) a soli 50 incontri – i Lakers vengono nuovamente umiliati 0-4, stavolta in semifinale di Conference, dai San Antonio Spurs, sulla strada del loro primo titolo NBA …

A questo punto, West si convince che occorre completare la formazione con una guida carismatica ed in suo favore gioca la rottura coi Chicago Bulls del tecnico Phil Jackson – nonostante i due “Threepeat” (gioco di parole tra “three” (tre) e “repeat” (ripetere) in uso in America per indicare tre titoli consecutivi …) ottenuti tra il 1991-’93 ed il 1996-’98 – a seguito dei contrasti (o per meglio dire le invidie …) con il General Manager Jerry Krause, il quale ritiene che siano sottovalutati i suoi meriti nel costruire un roster vincente rispetto a quelli riconosciuti a Jackson come allenatore.

Lasciati i Bulls sbattendo la porta, Jackson giura di non allenare mai più, ma poi, dopo un anno sabbatico, il suo orgoglio lo porta ad accettare l’offerta dei Lakers rimettendosi in gioco e dimostrare che i suoi successi non erano solo ed esclusivamente Jordan dipendenti …

In un organico che, oltre a Kobe a Shaq, poteva contare su Glen Rice, Derek Fisher, Robert Horry e Rick Fox, Jackson punta sullo “usato sicuro”, chiedendo come rinforzi solo giocatori d’esperienza, quali l’ex Lakers A.C. Green (36 anni), al pari di Brian Shaw (33), un John Salley (35) reduce da due anni di inattività ed il fido Ron Harper (36) proveniente dai Bulls …

Ciò in quanto l’esperto Jackson – 6 vittorie su altrettante Finali disputate – sa che, specialmente nei Playoff, l’esperienza gioca un fattore fondamentale, ed, in ogni caso, Los Angeles disputa una “regular season” fantastica, chiusa con un record di 67-15 che, per la franchigia, è il secondo migliore di sempre dopo il 69-13 dell’anno dell’unico titolo di West, nel 1972 …

Sotto la sua guida, O’Neal realizza le sue migliori medie in carriera, concludendo la stagione con 29,7 punti, 3,8 assist e 13,6 rimbalzi a partita, così come il non ancora 21enne Bryant migliora le sue percentuali rispetto alle precedenti stagioni, chiudendo con 22,5 punti, 6,3 rimbalzi e 4,9 assist di media, così da presentarsi alla post-season con il vantaggio del fattore campo ed una gran voglia di riportare il titolo nella “Città degli Angeli” …

A dispetto però della superiorità dimostrata durante la stagione, i Playoff si dimostrano molto più ostici di quanto prevedibili, a cominciare dal primo turno contro i Sacramento Kings, superati 3-2 solo grazie al fattore campo, pur se la decisiva gara-5 allo “Staples Center” di Los Angeles (inaugurato ad inizio Torneo …) non ha storia, visto il 113-86 conclusivo, con O’Neal in cattedra dall’alto (è proprio il caso di dirlo …) dei suoi 32 punti e 18 rimbalzi.

Superati, al contrario, con relativa facilità (4-1) i Phoenix Suns in Semifinale di Conference – ed O’Neal a far registrare medie di 30,2 punti, 16.2 rimbalzi, 2,6 stoppate ed altrettanti assist a partita – i Lakers tornano a vedere i fantasmi nella Finale della Western Conference opposti ai Portland Trail Blazers, allorché sprecano un vantaggio di 3-1, costruito con due vittorie in trasferta alla “Rose Garden Arena”, facendosi superare 88-96 in gara-5 sul parquet amico e quindi rimandare ogni decisione a gara-7 dopo essere stati sconfitti in Oregon …

Opposto al suo vecchio giocatore Scottie Pippen, Jackson rischia seriamente una clamorosa umiliazione allorché, all’inizio dell’ultimo quarto, i Lakers sono sotto 58-71 ed a salvarlo – con Bryant ed O’Neal a stare in campo 47’ su 48’ – sono la precisione al tiro di Robert Horry e, soprattutto, di Brian Shaw (11 punti con 3 su 4 dalla lunga distanza …) per un parziale di 31-13 che rovescia le sorti dell’incontro sino all’89-84 conclusivo.

Tornati in Finale a 9 anni di distanza – quando furono sconfitti proprio da Jackson coi suoi Chicago Bulls – i Lakers devono confrontarsi con la “voglia di vincere” degli Indiana Pacers, giunti alla prima (e sinora unica …) Finale della loro storia, e soprattutto del loro leader Reggie Miller che, alla soglia dei 35 anni, è consapevole che ben difficilmente potrà avere una seconda opportunità …

Tenuto a dimostrare di meritare i 17milioni a stagione di contratto, Shaquille O’Neal trasforma la serie in quella che sarà definita come “La Finale di Shaq”, troneggiando nelle prime due sfide allo “Staples Center” con 43 punti e 19 rimbalzi in gara-1 e 40 punti e 24 rimbalzi in gara-2, per poi mettere il proprio sigillo nel 120-118 all’overtime della fondamentale gara-4 alla “Conseco Fieldhouse” di Indianapolis, in cui segna a referto 36 punti e 21 rimbalzi, per poi lasciare a Bryant (autore di 28 punti …) l’incarico di “finire il lavoro” al supplementare – visto che lui è costretto ad uscire per raggiunto limite di falli – per il 3-1 nella serie …

Ad un successo dal titolo e con la prospettiva delle ultime due gare allo “Staples Center”, i Lakers lasciano ad Indiana il dominio di gara-5 (120-87), per poi chiudere il discorso il 19 giugno 2000, ancora una volta grazie ad un decisivo ultimo quarto, affrontato sotto di 5 punti (79-84) ed in cui, nonostante la mostruosa prova complessiva di O’Neal (41 punti, 12 rimbalzi e 4 stoppate …), ad ergersi a protagonisti sono gli esperti “panchinari” voluti da Jackson, con Fisher, Horry e Fox a mettere a segno quattro bombe dalla distanza per il parziale di 37-27 che ribalta le sorti della sfida con il definitivo 116-111 che consegna al tecnico il suo settimo anello su altrettante Finali, mentre Shaquille O’Neal abbina al titolo di MVP della “regular season” anche quello delle Finali.

Le scelte di West circa la panchina e di Jackson in merito ai giocatori hanno trasformato una squadra di grandi solisti in una formazione vincente, anche se l’allenatore è il primo a sapere di non poter chiedere altro ad atleti ultratrentenni, così che il roster viene “alleggerito” della presenza di A.C. Green, Rice e Salley, peraltro sostituiti dagli altrettanto esperti Isaiah Rider (29 anni), prelevato da Atlanta, Greg Foster (32), proveniente da Seattle ed un’altra “vecchia conoscenza” di Jackson, ovvero Horace Grant (35), uomo chiave nei suoi primi tre titoli a Chicago …

Contrariamente alla precedente stagione, i Lakers incappano in qualche sconfitta di troppo in Campionato, concludendo lo stesso con un record di 56-26 che li pone alle spalle dei San Antonio Spurs (58-24) nella Western Conference, con O’Neal a far registrare medie di 28,7 punti, 12,7 rimbalzi, 3,7 assist e 2,8 stoppate a partite, nel mentre le percentuali di Bryant parlano di 28,5 punti, 5,9 rimbalzi e 5,0 assist di media a partita, ma, viceversa, compiono un percorso pressoché immune da ostacoli nei Playoff, dove sono sufficienti loro appena 16 incontri per confermarsi Campioni, rispetto alle 23 partite della stagione precedente …

Con uno Shaq a confermarsi sugli stessi livelli di 12 mesi prima – 30,4 punti, 15,4 rimbalzi, 3,2 assist e 2,4 stoppate di media – ed, al contrario, con la crescita di Bryant che si assesta a 28,5 punti, 5,9 rimbalzi e 5,0 assist a partita, appare evidente che affrontare i Lakers significhi già partire con circa 60 punti di zavorra, ed a farne le spese, nella Zona occidentale, sono i Portland Trail Blazers (3-0) ed i Sacramento Kings (4-0), prima del previsto confronto per il titolo di Conference contro i San Antonio Spurs …

Penso che tutto si sarebbero aspettate le “Twin Towers” Tim Duncan e David Robinson, nonché il tecnico Gregg Popovich, tranne che di subire una tale mortificazione, con il fattore campo fatto immediatamente saltare in gara-1 (104-90, con un Kobe monumentale, 45 punti con 10 rimbalzi, seguito da O’Neal con 28 punti (73 in due, ci siamo capiti …) ed 11 rimbalzi …), per poi aggiudicarsi anche gara-2 (88-81) allo “Alamodome”, prima di completare il “cappotto” con due umilianti 111-72 e 111-82 nelle sfide allo “Staples Center”, per una serie che incorona Bryant con 33,3 punti, 7,0 rimbalzi ed altrettanti assist di media.

Giunti in Finale con l’immacolato record di 11-0, a cercare di impedire il “Back to back” ai Lakers sono i Philadelphia 76ers della stella Allen Iverson, nominato MVP della “regular season, come dire uno stimolo in più per il gigantesco (m.2,16 per 147kg.) Shaquille O’Neal per “ristabilire le gerarchie” …

Come spesso accade in questi frangenti, la squadra che ha lo svantaggio del fattore campo cerca di sorprendere i rivali in gara-1 per sovvertire tale ruolo, “scherzetto” che riesce anche stavolta ai Sixers, che espugnano lo “Staples Center” 107-101 al supplementare, grazie ad una prova mostruosa di Iverson – non a caso soprannominato “The Answer” (“la risposta”) – il quale replica ai 44 punti (e 20 rimbalzi …) di O’Neal, mettendo a referto 48 punti, compresi 7 nel supplementare che decide la partita …

Kobe & Shaq si incaricano di riequilibrare le sorti della serie in gara-2 (31 punti il primo, 20 rimbalzi e 8 assist il secondo), per poi andarsi a giocare il titolo nelle tre trasferte consecutive nell’arco di 6 giorni nella “Città dell’amore fraterno”, anche se gli oltre 20mila spettatori che riempiono le tribune del “First Union Center” sembrano tutt’altro che ospitali …

A dividersi i compiti da “buoni fratelli”, sono viceversa Bryant ed O’Neal, che in gara-3 realizzano 32 e 30 punti rispettivamente per il 96-91 che riporta in favore di Los Angeles il fattore campo, mentre il netto 100-86 di gara-4 (messa in ghiaccio già dopo tre quarti, chiusi sul 77-59) vede ergersi a protagonista il colosso del New Jersey, autore di 34 punti, 14 rimbalzi e 5 assist …

Avanti 3-1 nella serie, Los Angeles potrebbe voler chiudere la stessa sul parquet amico, ma Jackson vuol dimostrare di essere a capo di una squadra e non solo di aver saputo ottimizzare al meglio le qualità dei sui due fuoriclasse, e l’esito di gara-5 che conclude ogni discorso – anche in questo caso un 108-96 maturato nei primi tre parziali, chiusi sul punteggio di 83-68 – vede una ripartizione dei punti tra O’Neal (29), Bryant (26), Fox (20) e Fisher (18), mentre l’accentratore Iverson, nonostante sia stato il “leading scorer” in tutte e tre le sfide (con due volte 35 ed una 37 punti …), ha modo di realizzare a proprie spese che da soli non si vincono le partite.

Ottenuto il “Back to back” (termine Usa per indicare la conferma di un titolo …) che a Los Angeles era stato ottenuto solo da “Magic” Johnson nel 1987 ed ’88 e con O’Neal eletto per il secondo anno consecutivo MVP delle Finali, per Jackson si apre la sfida più difficile, ovvero riuscire per la terza volta in carriera a vincere tre titoli consecutivi, il che lo porterebbe altresì ad eguagliare il record di 9 anelli appartenente al leggendario Read Auerbach, coach dei Boston Celtics anni ’60.

E’ evidente che il motto “squadra che vince non si cambia” vale anche negli States, e nella ricerca del proprio record, Jackson conferma il suo “quintetto base” costituito, oltre che da Kobe e Shaq, da Fisher, Fox ed Horry, con piccole variazioni nel roster relative solo alle riserve, con a vestire la divisa gialloviola Lindsey Hunter, Samaki Walker ed un “solito” vecchietto quale Mitch Richmond (36) proveniente da Washington ed alla sua stagione d’addio …

Torneo 2001-’02 che si dimostra più competitivo in quanto, ancorché i Lakers lo concludano con un record di 58-24 migliore rispetto alla precedente stagione (e pari ai San Antonio Spurs …) a primeggiare ad Ovest sono i Sacramento Kings di coach Rick Adelman, che possono contare sul talentuoso playmaker Mike Bibby, prelevato da Vancouver, oltre che sull’affermata stella Chris Webber e sulla coppia slava costituita da Peja Stojakovic e, soprattutto, da quel Vlade Divac “sacrificato” da West sull’altare di Shaquille O’Neal …

Pronto a dare il meglio di sé ai Playoff, O’Neal conclude la “regular season” con 27,2 punti, 10,7 rimbalzi, 3,0 assist e 2,0 stoppate di media, mentre Bryant fa registrare medie di 25,2 punti, 5,5 rimbalzi ed altrettanti assist a partita, per poi migliorarsi entrambi quando la posta in palio si alza …

Superato senza eccessivi problemi il primo turno (3-0) contro Portland, in semifinale i San Antonio Spurs “addolciscono” solo leggermente l’umiliante 0-4 dell’anno precedente con il successo per 88-85 di gara-2, ma il 4-1 conclusivo la dice lunga sulla superiorità di Los Angeles, trascinata da Bryant con i suoi 26.2 punti di media, per poi prepararsi a quella che tutti considerano una sorta di “Finale anticipata” contro i “cugini” californiani di Sacramento …

Un derby in piena regola e che – nonostante le tre vittorie ad una in Campionato per i Lakers – si dimostra quanto mai incerto e combattuto sino all’ultimo tiro dell’ultima sfida, con il fattore campo a saltare in gara-1 (106-99 a favore di Los Angeles alla “Arco Arena”) ed in gara-3 (103-90 con cui i Kings si impongono allo “Staples Center”), nel mentre l’esito di gara-4 (100-99 per i Lakers) e gara-5 (92-91 per i Kings) stanno a dimostrare l’estremo equilibrio fra le due formazioni …

In svantaggio 2-3 nella serie, i Lakers impattano affermandosi (106-102, con 41 punti e 17 rimbalzi di O’Neal) in gara-6, così da rimandare la decisione alla settima ed ultima sfida da disputarsi il 2 giugno 2002 a Sacramento, la più classica “win or die” (“vincere o morire”) nel lessico Usa …

E, per decidere la quale – con il punteggio sempre in equilibrio, 21-22, 54-52, 74-73 dopo i primi tre quarti – non sono sufficienti i 48 minuti regolamentari, conclusi sul 100 pari, ed ad avere la meglio è la maggior tenuta del “quintetto base” di Jackson (che produce 107 dei 112 punti dei Lakers, con O’Neal e Bryant sugli scudi con 35 e 30 punti rispettivamente …) per il 112-106 che certifica la terza Finale consecutiva.

L’uomo che non conosce sconfitta” è chiamato a confermare questa sua qualità contro i Campioni della Costa orientale, vale a dire i New Jersey Nets, a loro volta usciti vittoriosi (4-2) dal confronto contro i Boston Celtics, e non sono in pochi ad ipotizzare che le scorie della battaglia contro Sacramento e l’età media inferiore del quintetto base allenato da un ex di lusso quale Byron Scott possano incidere sull’esito della contesa …

E se si è meno giovani (28,4 rispetto a 26,2 la differenza di età tra i due quintetti …), sarà meglio cercare di chiudere la questione il prima possibile, deve essersi detto Shaquille O’Neal, il quale mette il suo timbro sul 2-0 casalingo di inizio serie (36 punti 16 rimbalzi nel 99-94 di gara-1 e 40 punti e 12 rimbalzi nel ben più ampio 106-83 di gara-2), così da mettere pressione a Jason Kidd & Co. nelle due successive sfide in programma alla “Continental Airlines Arena” …

Determinante, per l’esito finale, è gara-3 – ricordiamo che, nella storia della NBA, nessuna squadra è mai riuscita sinora a rimontare uno svantaggio di 0-3 nei Playoff – dove Kidd sforna un’eccellente prestazione impreziosita da 30 punti, 10 assist e 5 rimbalzi, portando i Lakers sul 78 pari all’inizio dell’ultimo quarto, ma quando si hanno di fronte quei fenomeni che confezionano 71 punti in due (36 Kobe, 35 Shaq …), l’unica cosa da fare è prenderne atto ed applaudire, con il 106-103 definitivo che, di fatto, consegna il terzo titolo a Los Angeles, certificato dal 113-107 di gara-4 in cui O’Neal giganteggia con 34 punti e 10 rimbalzi, per medie nella serie di 36,3 punti e 12,3 rimbalzi, ampiamente sufficienti a vederlo premiato per il terzo anno consecutivo come MVP delle Finali.

E così, Phil Jackson si conferma “l’uomo del threepeat, avendone collezionati tre in carriera, ma, incredibile solo a pensarlo, non sono tutte “rose e fiori” all’interno della squadra, a causa dei contrasti – espressi anche pubblicamente – tra le due stelle Bryant ed O’Neal, nel mentre non sono mancati screzi anche tra Jackson e Bryant, con quest’ultimo a ritenere noioso il gioco del tecnico, secondo lui troppo legato al rispetto degli schemi (il celebre “triangle offense” da lui ideato …) da lasciare poco spazio all’iniziativa individuale, così che spesso si produce in attacco in degli “uno contro uno” buoni solo a far infuriare il “Maestro Zen”, che arriva persino a chiederne la cessione …

Ma, per fortuna di entrambi, la Dirigenza dei Lakers fa orecchie da mercante ed, insieme, conquisteranno altri due titoli nel 2009 e nel 2010, ma questa, come suole dirsi, è un’altra storia …

 

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LE AMERICANE D’ORO AI PRIMI MONDIALI DI BASKET DEL 1953

1953
La squadra di basket americana – da usab.com

articolo di Nicola Pucci

Quando la Federazione Internazionale di Basket programma per il 1953 in Cile la prima edizione dei Mondiali riservati alle donne, infine giunge il momento anche per le ragazze di far vedere al pianeta della palla a spicchi che pure loro, quando chiamate ad esercitarsi con il canestro, ci sanno fare.

Il format iridato femminile ricalca quello maschile che tre anni prima, sempre in Sudamerica, in Argentina, ha emesso il suo primo vagito celebrando la vittoria in finale della squadra di casa contro gli Stati Uniti, 64-50. Quindi 10 squadre sono ammesse a partecipare, tra queste le migliori rappresentanti appunto del Sudamerica, Cile, Argentina e Paraguay che hanno vinto le prime tre edizioni della rassegna continentale, a cui si aggiungono Brasile e Perù, le tre rappresentanti del Nord-Centroamerica, ovvero Stati Uniti, Messico e Cuba, e due formazioni europee, curiosamente Francia e Svizzera, non meglio che settima ed ottava agli Europei del 1952, vinti dall’Urss che ha rinunciato al viaggio transoceanico al pari delle altre compagini dell’Est e come la stessa Italia, che nel 1938 a Roma vinse l’edizione d’apertura della principale manifestazione del Vecchio Continente.

Come è logico che sia c’è grande attesa per gli Stati Uniti, allenati da John Head, che si presentano all’evento mondiale forti di una squadra che si compone di ben sette giocatrici del Nashville Business College, a cui si aggiungono Betty Clark e Janet Thompson dell’Iowa Wesleyan College. Ma la prima storica sfida, il 7 marzo 1953, all’Estadio Nacionale de Chile che accoglie tutte le gare della rassegna su una piattaforma in legno appositamente costruita per la gioia di ben 35.000 spettatori comodamente seduti, vede opposte Francia e Perù, con le transalpine infine che si impongono con inequivocabile 62-22, trascinate da Anne-Marie Colchen, atleta versatile se è vero che è già stata campionessa europea di salto in alto nel 1946 ad Oslo, che segna 21 punti ed infine verrà eletta miglior marcatrice con 19,2 punti di media a partita. Il giorno dopo Maria Ferrari con 19 punti trascina il Brasile ad una facile vittoria contro Cuba, 50-31, e le americane esordiscono contro il Paraguay, sbarazzandosi delle avversarie, 60-22, grazie a 13 punti di Agnes Baldwin. L’Argentina, che supera il Messico con il punteggio di 39-34, e le padrone di casa del Cile, che liquidano la Svizzera 37-28 sfruttando gli 11 punti di Onesima Reyes, accedono a loro volta al girone finale che assegna le medaglie, così come lo stesso Paraguay che prevale in tre partite di ripescaggio con Messico, 41-33, Perù, 42-30, e Cuba, 69-59 nella prima sfida conclusa ai tempi supplementari e decisa dai 18 punti di Cira Escudero. 

Dal 13 al 22 marzo, dunque, vanno in scena le sfide che valgono il primo titolo mondiale della storia, e gli Stati Uniti, che vestono ovviamente i panni della grandi favorite, hanno subito la meglio della Francia a chiusura di una contesa serrata, 41-37, con 12 punti di Katherine Washington, che a fine torneo sarà la migliore della squadra americana in media punti, 10.8, ed un’eccellente difesa sulla Colchen, tenuta a soli 9 punti. In effetti il girone a sei squadre risulta particolarmente equilibrato, con la squadra di coach Head che soffre un tempo con l’Argentina, per poi dilagare alla distanza, 34-22 con 14 punti di Pauline Bowden, per poi cedere, inaspettatamente, ad un Brasile in grande spolvero e con la solita Ferrari miglior marcatrice della serata, 14 punti.

La sconfitta con la squadra verde-oro non solo rilancia le brasiliane, ma rimette in corsa per la vittoria finale anche la Francia, che batte lo stesso Brasile e il Paraguay grazie a due prestazioni da 25 e 18 punti dell’immarcabile Colchen, e il Cile, che si avvale dell’appassionato tifo del pubblico amico e che per una scelta di calendario “casalingo” gioca le sue partite sempre per ultima, che dopo una sconfitta dolorosa con l’Argentina, 38-44, rimedia contro Paraguay e proprio la Francia trovando in Caty Hurtado, che con 27 punti firma una serata da antologia, e Reyes due terminali offensivi di sicuro affidamento.

Le due ultime sfide, dunque, sono decisive per un quartetto di squadre che vanno a giocarsi i tre piazzamenti sul podio. E quando gli Stati Uniti, tenendo il Paraguay a soli 6 punti nel primo tempo per poi imporsi 41-31 con 13 punti della Washington, e il Cile, vincendo di misura lo spareggio sudamericano con il Brasile 41-37 grazie ai 17 punti della Reyes, si trovano all’ultimo giorno con un record in classifica di 3 vittorie ed 1 sola sconfitta, ecco che proprio il confronto diretto è destinato a decidere chi alzerà nel cielo di Santiago la prima Coppa del Mondo, di dimensioni ciclopiche!, di pallacanestro femminile.

Il 22 marzo l’Estadio Nacional de Chile rigurgita più che mai passione tricolor, e dopo che nelle due prime partite del pomeriggio il Brasile, infine quarto, ha battuto il Paraguay 40-37 e la Francia, superando l’Argentina 48-26 grazie alla solita Colchen che con 30 punti firma la miglior prestazione individuale del torneo, si è garantita la medaglia di bronzo, alle 20.30 ora locali Stati Uniti e Cile scendono sul rettangolo di gioco in legno. Con in palio il titolo mondiale. E, a dispetto del tifo dei 35.000 cileni in tribuna, le americane sono padrone del campo, con la Bowden che fa la voce grossa sotto canestro mettendo a segno 17 punti e la Washington che al solito si fa trovare pronta alla realizzazione con il tiro da fuori firmando infine 14 punti, dominando già nel primo tempo, chiuso sul 26-19 nonostante la buona prova della Hurtado che va ancora in doppia cifra con 11 punti, per poi allungare sul definitivo 49-36 a referto.

Gli Stati Uniti, secondo le previsioni, aprono l’albo d’oro dei Campionati del Mondo, e se ancor oggi, a distanza di tanti anni, le ragazze stelle-e-strisce rimangono pur sempre le giocatrici di basket di riferimento, ci sarà un perché, no? Ah, dimenticavo: quell’enorme trofeo vinto in Cile non potè viaggiare con le campionesse, troppo ingombrante per entrare attraverso le porte dell’U.S. B-17 che tornava in patria!

 

 

GEORGE GERVIN, “L’UOMO DI GHIACCIO” CHE NON TRADIVA MAI

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George Gervin a San Antonio – da:poundingtherock.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel Mondo anglosassone è prassi pressoché consolidata assegnare un soprannome ai grandi Campioni dello Sport, usanza a maggior ragione fatta propria oltre Oceano per i divi delle principali discipline professionistiche americane, specie per quanto riguarda il Basket …

E non sono mai appellativi dati a caso, basti pensare, tra i più noti, a “Magic” assegnato ad Earvin Johnson per l’imprevedibilità delle giocate, così come “Air” a Michael Jordan per la sua capacità di restare sospeso in aria come fosse dotato di ali, e via discorrendo …

Ragion per cui, se al protagonista del nostro racconto odierno è stata affibbiata la nomea di “Iceman” (“Uomo di ghiaccio”), il significato è abbastanza lampante, ovvero sta nella freddezza dimostrata in ogni occasione in cui doveva trasformare in canestri ogni suo tentativo …

Valga al proposito quanto dichiarato dall’ex stella e successivo General Manager dei Los Angeles Lakers, Jerry West – uno che quanto a “violentatori di retine” non si può certo dire che non se ne intenda – allorché se ne esce con “E’ l’unico per il quale sarei disposto a pagare per vederlo giocare”, dopo che nel 1982 si era aggiudicato il suo quarto titolo di “Top Scorer” della “Regular Season”.

Mentre più tecnico è il commento del Coach Dick Motta, che ha condotto al titolo NBA i “Washington Bullets” nel 1978, non avendo remore a dichiarare: “Non hai possibilità di fermarlo, puoi solo sperare che si senta stanco dopo aver tentato i suoi consueti 40 o più tiri, in quanto sono convinto che abbia la possibilità di segnare ogni volta che vuole …”.

Eppure, la vita non è stata facile per questo Campione, la cui freddezza al tiro è stata pari al suo carattere schivo, quasi insensibile ad ogni tipo di emozioni retaggio di un’infanzia difficile, dai cui possibili rischi è riuscito a sfuggire principalmente grazie al suo grande amore per il Basket, divenuto la sua “ancora di salvezza” …

Nasce difatti il 27 aprile 1952 a Detroit, nel Michigan, George Gervin, componente di una famiglia con altri cinque tra fratelli e sorelle ed il cui padre – come troppo spesso avviene, purtroppo, negli Stati Uniti – decide di non assumersi la responsabilità di crescere i figli e se ne va via da casa, lasciando un tale onere nelle mani della moglie, la quale si dedica a svolgere ogni tipo di lavoro pur di cercare di non far mancare niente ai propri ragazzi.

Non riesco a capacitarmi di come abbia fatto”, ha poi avuto modo di ricordare George, “deve essere stata una donna incredibilmente forte, visto che ha sempre fatto in modo che non avessimo mai fame …!!”, anche se, ovviamente, già riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena era il massimo che si potesse pretendere in famiglia …

Altrettanto ovvio, peraltro, che non potesse seguire i figli durante l’arco della giornata ed anche George passa molte ore in strada, cosa non simpatica in una Metropoli come Detroit dove il tasso di criminalità è molto alto, anche a livello giovanile, con il tangibile rischio di finire nei guai, come ha poi sottolineato lo stesso Gervin: “Se non provi una simile realtà, non puoi capire, è come vivere ogni giorno in uno stato di guerra perenne, l’unica differenza rispetto ai miei coetanei è che ero innamorato del Basket …!!”.

Sport che George inizia a praticare a casa di un cugino assieme ad un amico del suo stesso quartiere di nome Ralph Simpson, contro cui si troverà poi a giocare tra i Professionisti, per poi cercare di mettersi in luce alla “Martin Luther King High School”, allorché misurava non più di m.1,73 e non andava molto a genio al tecnico della squadra, il quale non riponeva molta fiducia in lui, tutto il contrario del suo assistente, Willie Meriweather, che riesce a convincerlo a dargli un’opportunità nella formazione juniores, cosa della quale la futura stella della NBA resterà sempre grato, “Willie era come un padre per me, il nostro rapporto è stato fondamentale per il mio futuro …”.

Ma un altro personaggio svolge un ruolo importante nella crescita cestistica di George, ovvero il custode della Scuola, da lui conosciuto solo come “Signor Winters”, e che ogni sera gli consente di rimanere solo in palestra ad allenarsi nel tiro a canestro, a condizione che poi mettesse tutto in ordine prima di andare via …

E Gervin, ha così la doppia occasione, da un lato di specializzarsi in quella che diverrà la sua dote migliore da Pro, e dall’altro di evitare cattive compagnie, come lo stesso ha poi riconosciuto: “Stare lì per ore, solo con la mia immaginazione, mi permetteva di sognare un futuro da giocatore professionista, nonché di evitare di essere coinvolto in qualcosa di illecito, come furti o droga che circolavano nel quartiere, l’unica cosa che mi importava era il Basket ed, in un certo senso, posso dire di essere stato un ragazzo fortunato …!!”.

C’era però un problema, nel senso che ai miglioramenti di George sul parquet non corrispondeva altrettanta brillantezza sui libri, così che – essendo il rendimento scolastico in funzione delle presenze nel Team del Liceo – è costretto a saltare quasi metà delle gare nella sua stagione da junior …

Ancora una volta, è Meriweather a prenderlo per mano, lo convince a frequentare la Scuola estiva, così che i suoi voti migliorano e, data anche l’incrementata altezza a m.1,93, nel suo ultimo anno alla “High School” registra 31 punti e 20 rimbalzi di media a partita, tali da consentire alla sua squadra di raggiungere ai Quarti di finale del Torneo statale.

Tutto stava andando per il meglio, Gervin ottiene una borsa di studio per giocare alla “California State University” sotto la guida del celebre coach Jerry Tarkanian, ma dapprima non riesce ad ambientarsi sulla costa occidentale del Paese, tornando a casa dopo solo un semestre per frequentare la “Eastern Michigan University” ad Ypsilanti, trovandosi molto più a suo agio come testimoniano i 29,5 punti di media messi a segno al suo secondo anno …

Quindi, una inaspettata perdita di controllo rischia di mandare in fumo tutto quanto di buono aveva costruito sino ad allora, visto che durante la semifinale nazionale del Torneo NCAA ad Indiana, George prende a pugni un avversario, con conseguente sospensione dalla squadra ed infine espulsione dalla squadra, perdendo così anche l’opportunità di partecipare alle selezioni per la Nazionale olimpica e per i Giochi Panamericani.

Disperato, senza più nessuno a cui rivolgersi, Gervin accetta l’offerta dei “Pontiac Chaparrals” per giocare nella “Eastern Basketball Association, una delle Leghe minori di maggior successo, per un compenso di 500 dollari al mese, mantenendosi comunque sui 40 punti di media …

Talora, però, l’occasione buona è dietro l’angolo, ed una sera a vederlo giocare c’è tra i pubblico Johnny Kerr, un osservatore dei “Virginia Squares”, Club militante nell’allora ABA (“American Basketball Association”), la rivale della NBA ed a caccia d talenti per migliorarne il livello tecnico e qualitativo …

Gervin, bontà sua, mette 50 punti a referto e dal giorno dopo è già un giocatore degli Squares con un contratto da 40mila dollari annui, avendo la possibilità di giocare a fianco di una stella quale Julius Erving, il quale conclude la stagione con 31,9 punti, 12,2 rimbalzi e 4,2 assist di media, mentre il non ancora 21enne George, che debutta il 26 gennaio 1973 mettendo a segno 20 punti, fa registrare medie di 14,1 punti e 4,3 rimbalzi a partita nei soli 30 incontri disputati.

E’ in questo periodo, che un compagno di squadra, tal Fatty Taylor, assegna a George il soprannome di “Iceberg Slim”, nome di battaglia di un boss della malavita di Chicago che aveva appena scritto un best-seller sulle sue esperienze al riguardo, con il giocatore ad ammettere che proprio quella “è l’immagine che ho sempre avuto della mia città, grandi macchine, tanti soldi, non preoccuparsi del futuro perché tanto è più probabile morire giovani, questa è la vita di Detroit, della maggior parte dei ragazzi con cui sono cresciuto …!!”.

Per fortuna il Basket lo ha salvato, aggiungiamo noi, con tanto di evoluzione del soprannome in “The Iceman” (letteralmente “L’uomo di ghiaccio”), avendo riferimento più alla sua compostezza e freddezza sul parquet che non all’aspetto ed alle prodezze di un boss di strada …

In ogni caso, la permanenza di Gervin in Virginia non sarebbe durata a lungo, visti gli enormi problemi finanziari della franchigia che, dopo essere stata costretta a provarsi di Erving e Swen Nater, il 30 gennaio 1974 cede anche il contratto della guardia del Michigan ai San Antonio Spurs per il controvalore di 228mila dollari, trattativa che l’ABA stessa cerca di impedire, ma la questione viene definita in un’aula di Tribunale, con verdetto a favore degli Spurs, mentre gli Squares, nell’arco di due anni, scompaiono.

Divenuto eleggibile per il Draft NBA di fine maggio 1974, Gervin viene scelto al terzo giro dai Phoenix Suns come quarantesimo giocatore assoluto, circostanza che non risulta gradita al giocatore, il quale preferisce restare nella ABA con San Antonio, sino a che poi le due Leghe si fondono nell’estate ’76 ed a quel punto può misurarsi con il “meglio del meglio” del Basket Professionistico Usa, al pari del suo ex compagno Julius Erving, che si trasferisce dai New York Nets ai Philadelphia 76ers …

E, dopo aver mantenuto media di quasi 22 punti e 7 rimbalzi a partita nella dissolta ABA, Gervin non si scompone anche al confronto della nuova e ben più agguerrita concorrenza, smentendo le previsioni degli osservatori che prevedevano per lui una carriera buona, ma non eccezionale.

Ma al ragazzo del Michigan piacciono le sfide – ed ancor più i fatti rispetto alle parole, per coronare quei sogni che immaginava quando, da solo al Liceo, si allenava da solo in una palestra vuota – e non sono in pochi che devono ricredersi allorquando si aggiudica per quattro volte in cinque la Classifica di “Miglior realizzatore” della “regular season”, viene inserito in cinque occasioni nel “Primo Quintetto NBA” ed è selezionato per nove anni consecutivi per lo “All Star Game” di metà febbraio, uno dei più classici appuntamenti della Stagione NBA …

Con l’arrivo in panchina di Doug Moe, San Antonio punta molto sulle qualità della sua “bocca da fuoco” – che al primo anno nella NBA registra medie da 23,1 punti, 5.5 rimbalzi e 2,9 assist a partita, con gli Spurs ad uscire al primo turno dei Playoff – anche perché, oltre a lui, l’organico può contare solo sulle prestazioni dell’ala piccola Larry Kenon e del centro Billy Paultz, con il resto a svolgere più o meno il ruolo di comprimari …

Prese le misure”, nella stagione 1977-’78 Gervin trascina gli Spurs ad un record di 52-30 (secondo migliore della “Eastern Conference”), pur venendo eliminati nella Semifinale di Conference (2-4) dai Washington Bullets che poi si aggiudicheranno l’anello, conquistando però il suo primo titolo di “Top Scorer” e nel modo più incredibile possibile …

A contendergli la palma di miglior realizzatore è David Thompson, guardia dei Denver Nuggets, ed entrambi i duellanti disputano l’ultima gara della stagione regolare il 9 aprile 1978, ma per questioni di fuso orario, la gara dei Nuggets si conclude per prima, con Thompson ad aver messo a referto – ovviamente con i compagni a giocare per lui – qualcosa come 73 punti (!!), peraltro frutto d medie stratosferiche, ovvero 28 su 38 al tiro (73,7% …!!) e 17 su 20 dalla lunetta, pur nella sconfitta per 137-139 di Denver contro i Pistons nella gara svoltasi, ironia della sorte, proprio a Detroit, città natale di Gervin.

Ciò sta a significare che, quando gli Spurs scendono in campo a New Orleans contro i Jazz, al loro miglior tiratore servono almeno 58 punti per far suo il titolo ed, al pari dell’incontro di Detroit, le due squadre evitano di difendere con particolare attenzione, per far sì che il gioco risulti più fluido possibile, al pari delle occasioni di andare al tiro …

E, quando Gervin fallisce i suoi primi sei tiri della gara – evidentemente anche un “uomo di ghiaccio” può subire la pressione – chiede ai suoi compagni di smetterla di cercarlo ad ogni costo, invito che, per sua fortuna, non viene accolto, portandolo per be 49 volte alla conclusione ed anche se le sue percentuali sono ben inferiori a quelle di Thompson (solo 23 tiri a segno per il 46,9% di media), i 46 punti dal campo – di cui 33 nel solo secondo quarto, migliorando il record di 32 dello stesso Thompson di poche ore prima – uniti ai 17 liberi realizzati su 20 tentativi, fanno sì che il referto parli di 63 punti, consentendogli di superare di una bava (27,22 a 17,15 punti di media a partita …) il rivale per il suo primo titolo di “Top Scorer”, venendo altresì preceduto solo da Bill Walton dei Portland Trail Blazers nella votazione quale MVP della “regular season”.

Statistiche che per Gervin si incrementano nelle due successive stagioni, che lo vedono confermarsi come il “Re dei Marcatori”, rispettivamente con 29,6 e 33,1 punti di media a partita, che, nel secondo caso rappresenta il suo “Personal Best” in carriera per singolo Torneo, nel mentre nel 1979 è nuovamente in lizza per il titolo di MVP della “regular season”, venendogli stavolta preferito Moses Malone …

Essendo, peraltro, il Basket un gioco di squadra, certi exploit possono risultare fini a se stessi se non accompagnati dai successi a livello di franchigia, così che Gervin ed i San Antonio Spurs si vedono sfuggire la “grande occasione” nel corso dei Playoff ’79, allorché nella Finale della Eastern Conference, nuovamente opposti ai Washington Bullets, sprecano un vantaggio di 3-1 nella serie – in cui il 27enne di Detroit viaggia a 31,0 punti, 6,3 rimbalzi e 2,4 assist di media a partita – perdendo gara-6 100-108 in Texas per poi subire la beffa di essere sconfitti in rimonta 107-105 nella decisiva gara-7, nonostante i 42 punti messi a referto da Gervin …

Era, questa, una grande opportunità per cercare di aggiudicarsi il titolo, in quanto a partire dall’inizio degli anni ’80 fanno il loro ingresso nella NBA i due “grandi rivali” Larry Bird ad Est ed Earvin “Magic” Johnson ad Ovest, e con San Antonio trasferito nella Western Conference, sperare di avere la meglio sui fantastici Los Angeles Lakers di Phil Jackson diventa poco più che una chimera …

Gervin lotta da par suo, aggiudicandosi il quarto titolo di “Leading Scorer” nel 1982 con 32,3 punti di media, ma San Antonio, nonostante possa contare su di un “quintetto base” sicuramente superiore al suo ingresso nella NBA, con Johnny Moore playmaker, Mike Mitchell ala piccola, Gene Banks ala grande ed Artis Gilmore centro, vede la strada sbarrata verso la Finale per il titolo assoluto dai Lakers sia nel 1982 (0-4 l’esito della serie …) che l’anno seguente, anche se stavolta (2-4) più combattuta.

Oramai superata la trentina, Gervin continua ad essere il miglior realizzatore degli Spurs anche nel 1983 e 1984 – con 26,2 e 25,9 punti di media a partita – ma l’arrivo alla guida del Coach Cotton Fitzimmons ne segna la fine del rapporto con San Antonio …

Il nuovo tecnico, difatti, ritiene Gervin debole in difesa ed in più che non abbia il coraggio di assumersi la responsabilità di eseguire l’ultimo tiro nelle gare “punto a punto”, ragion per cui nel 1985 pone fine ai suoi 12 anni di esperienza in Texas lasciandosi alle spalle un’eredità di “qualcosa” come 23,602 punti realizzati con la maglia n.44 di San Antonio …

Ceduto ai Chicago Bulls della nuova stella Michael Jordan, dove ritrova il suo vecchio coach Stan Albeck, Gervin ha la sfortuna di capitare nella stagione in cui il futuro “Air” è vittima di un infortunio che lo costringe a disputare solo 18 partite, con l’ultimo acuto della sua carriera costituito dai 45 punti (15 su 29 dal campo e 15 su 16 dalla lunetta …) messi a referto il 27 gennaio 1986 nella sconfitta dei Bulls per 116-124 a Dallas contro i Mavericks.

Calato il sipario sulla NBA, Gervin si concede una “vacanza romana”, accasandosi al Banco di Roma per la stagione 1986-’87 della Serie A1 italiana, conclusa all’ottavo posto nella stagione regolare ed eliminazione al primo turno dei Playoff contro la Scavolini Pesaro, ma lasciando nella memoria dei tifosi capitolini il ricordo della sua immensa classe, certificata dai 26,1 punti di media a partita …

Certo, la mancata conquista dell’anello rappresenta il “punto debole” della sua attività, ma come si fa a non considerare George “Ice” Gervin tra i più grandi di ogni epoca, una volta consultate le aride statistiche da cui si ricava come solo Wilt Chamberlain, Michael Jordan e Kevin Durant abbiano vinto più titoli di “Leading Scorer” di lui, che è stato altresì il primo ad aggiudicarsene tre consecutivi – impresa poi compiuta anche, oltre allo stesso Jordan, da Kobe Bryant e Durant – per un totale (tra ABA ed NBA) di 26.595 punti per una media di 26,2 a partita e, come se non bastasse, vanta l’incredibile record di essere andato in “doppia cifra” per ben 407 gare consecutive (!!), una sorta di autentica “macchina da canestri”.

Qualcuno se ne è accorto, comunque, e nel 1996, in occasione del 50esimo anniversario della Fondazione della NBA, George Gervin è stato, a giusta ragione, inserito nella lista dei “50 Migliori Giocatori” di detto periodo, nonché aver avuto l’onore, nel medesimo anno, di essere introdotto nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, curiosamente assieme, tra gli altri, a quel David Thompson con cui si era trovato a rivaleggiare per il trono dei realizzatori nel 1978 …

Diciamo che buona parte dei sogni di quel ragazzino che si allenava da solo in palestra si sono realizzati …

 

LA DOPPIETTA FRANCESE DI BOURGES IN COPPA CAMPIONI NEL BIENNIO ’97/’98

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Bourges in trionfo – da flashbacknba.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

La storia della Coppa dei Campioni di basket femminile non ha grandi tracce di Francia, almeno nell’albo d’oro delle squadre vincenti, fin dall’anno della sua prima edizione, datata stagione 1958/1959, quando ad imporsi è lo Slavia Sofia che batte nella doppia finale la Dinamo Mosca. In seguito, il Daugawa Riga impone all’Europa cestistica una vera e proprio dittatura, vincendo 15 delle 16 edizioni successive (in totale sono 18), ed è proprio in questo lasso di tempo che Clermont Ferrand diventa la prima formazione transalpina capace di raggiungere i vertici del basket continentale, con le tre finali perse nel 1971, nel 1973 e nel 1974, guadagnando poi ancora l’atto conclusivo della manifestazione nel 1976, quando si arrende allo Sparta Praga, e nel 1977, quando la gara per il titolo si gioca in partita secca e a vincere è ancora Riga, nettamente, 79-53.

Nel corso degli anni Ottanta il basket bleu-blanc-rouge sparisce dalle zone alte delle classifiche delle competizioni che contano, anche con quella Nazionale che proprio grazie al contributo massiccio delle giocatrici del Clermont Ferrand era salita più volte sul podio agli Europei, con la gemma del secondo posto nel 1970 quando a vincere, manco a dirlo, era stata l’Unione Sovietica. Ed in effetti sembra un’inversione di tendenza irreversibile rispetto al passato, fin quando, agli inizi degli anni Novanta, non si affaccia nel panorama nazionale il Cercle Jean Macé Bourges Basket, club fondato nel 1967 e che proprio nel 1990, vincendo la Coppa di Francia ed accedendo per la prima volta nella massima serie francese, avvia un’epopea d’oro ancora aperta che porta in dote, ad oggi, ben 14 titoli nazionali e 10 Coppe di Francia.

Ma torniamo ai primi anni Novanta, precisamente alla stagione 1993/1994, quando Pierre Fosset diventa presidente del club ed affida la panchina della squadra proprio ad un ex-sovietico, Vadim Kapranov. Il biennio si rivela subito vincente, anche perché, oltre alla dirigenza e alla guida tecnica, Bourges si regala anche Yannick Souvré, playmaker di gran classe ed una delle giocatrici francesi più forti di sempre. Ed i risultati non tardano a venire, se è vero che l’anno dopo, stagione 1994/1995, Bourges, che nel frattempo si è separata dallo storico marchio Cercle Jean-Macé, conquista il titolo di Francia e si impone pure in campo europeo, facendo sua la Coppa Ronchetti battendo nella doppia finale la Lavezzini Basket Parma, 56-47 e 56-53.

E’ il primo successo europeo francese della storia, e non sarà certo l’ultimo. Perché proprio Bourges, dopo che nella stagione 1995/1996 si è arresa, alla sua prima partecipazione, alla Comense nella semifinale della Final Four di Coppa dei Campioni giocata a Sofia, 62-54, è pronta stavolta a far saltare il banco.

La stagione dell’apoteosi continentale, 1996/1997, a cui si aggiunge lo scontato successo in campionato, è ad onor del vero macchiata dalla tragedia che colpisce mister Kapranov, che perde la figlia per un incidente stradale e non può esser presente all’atto finale della competizione. Alla Final Four di Larissa, in Grecia, il 10 aprile, in panchina siede il secondo dell’allenatore russo, Olivier Hirsch, ma Bourges, che ha dominato il girone eliminatorio vincendo 11 delle 14 partite che, tra le altre, vedeva le francesi opposte a Como e alle tedesche del Wuppertal, dopo essersi presa la rivincita della squadra italiana in semifinale, 68-58 con 20 punti della slovacca Anna Kotocova, vendicando la sconfitta di 12 mesi prima, in finale sbaraglia il campo proprio con Wuppertal, detentrice del  titolo, ipotecando il successo già a fine primo tempo, 38-25, grazie alla solita regia magistrale di Souvré e alla prova di una monumentale Isabelle Fijalkowski, che firma una prestazione da 24 punti e 12 rimbalzi, con 8/14 al tiro da due e 8/8 ai tiri liberi, ben assistita da Catherine Melain, a sua volta autrice di 18 punti.

Forse Bourges non gioco la miglior partita possibile, come certificano le 25 palle perse, ma le sue stelle fanno la differenza, ed infine, con un risultato che non ammette repliche, 71-52 con la sola Marlies Askamp, 14 punti a referto, in grado tra le teutoniche di giocare alla pari con le avversarie, e dominando ogni settore di gioco, dalla percentuale di tiro (25/49 contro 19/62), ai rimbalzi (41 a 22) e agli assist (13 a 6), sale sul tetto d’Europa.

Passa un anno e Bourges, che fa poker in campionato a spese, come nelle due stagioni precedenti, del Valenciennes, è pronta a bissare il successo continentale, giungendo seconda nel raggruppamento che comprende due delle altre tre formazioni presenti alle Final Four del 1996 e del 1997, ovvero Como, che ha strappato proprio alle francesi Isabelle Fijalkowski, e Ruzomberok, con un record di 10 vittorie e 4 sconfitte. E se ai quarti di finale si rinnova la sfida con il Wuppertal, risolto stavolta in tre partite, ecco che la Final Four, disputata davanti al pubblico di casa del Palais des Sports du Prado, gremito all’inverosimile, regala in dote al Bourges una semifinale proprio con il Valenciennes. In effetti, non c’è proprio partita. Trascinata dall’appassionato tifo dei suoi sostenitori, Bourges domina la sfida con un eloquente 69-48 firmato dai 16 punti di Eva Nemcova, nel mentre le spagnole del Getafe negano a Como un’altra finale europea imponendosi, forse a sorpresa, 73-69 grazie a 20 punti di Amaya Valdemoro. Ed è la stessa Nemcova, 21 punti e miglior realizzatrice della squadra francese con 18,7 punti di media a partita, ad ergersi a protagonista della finale, al pari di Odile Santaniello che firma una doppia doppia, 21 punti e 10 rimbalzi, con Anna Kotocova che contribuisce con 15 punti e Yannick Souvré che al solito è impeccabile in regia, smazzando ben 11 assist.

Finisce 76-64 e nel tripudio della sua gente Bourges non solo si conferma la più squadra più forte d’Europa, ma realizza pure una doppietta consecutiva che mai nessuna formazione francese, in qualsiasi altro sport, è riuscita a fare. Impresa da record? Beh, direi proprio di sì.

IL 21 FEBBRAIO 2003 VA IN SCENA L’ULTIMA GRANDE RECITA DI MICHAEL JORDAN

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Michael Jordan con la maglia dei Washington Wizards – da:washingtonpost.com

Articolo di Giovanni Manenti

Di Michael Jeffries Jordan – o, più semplicemente, MJ, per gli americani abituati a semplificare sempre tutto – si conosce oramai vita, morte e miracoli, a cominciare dall’adolescenza, gli anni al College che consentono a North Carolina di aggiudicarsi il titolo NCAA nel 1982, per poi conquistare la medaglia d’Oro con gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 dopo essere stato scelto dai Chicago Bulls al Draft del precedente 19 giugno …

Analogamente risaputa è la sua straordinaria carriera da Professionista, con le 6 vittorie in altrettante Finali NBA disputate con tre titoli consecutivi (1991-’93 e 1996-’98) in due distinte fasi dopo il temporaneo ritiro di 20 mesi per giocare Baseball, serie in cui ottiene altrettanti riconoscimenti di MVP delle Finali, avendone conquistati altri 5 della “Regular Season”.

Inoltre ha partecipato ad ogni “All Star Game” delle stagioni in cui è sceso sul parquet, concludendo la carriera con 32.292 punti, 6.672 rimbalzi e 5.633 assist, per delle relative, stratosferiche medie di 30,1 punti, 6,2 rimbalzi e 5,3 assist a partita (!!), oltre ad aver guidato il “Dream Team” per il suo secondo Oro olimpico ai Giochi di Barcellona ’92, prima edizione aperta ai giocatori Professionisti.

Ed allora, vi chiederete cosa occorra aggiungere a tutto ciò, ebbene qualcosina ancora c’è perché non molti sono a conoscenza dell’ultimo “come back” (“ritorno”) di Jordan dopo l’annunciato secondo ritiro, al tempo 35enne, ad avvenuta conquista del sesto anello con i Chicago Bulls al termine delle Finali Playoff 1998, vittime sacrificali, per il secondo anno consecutivo, gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone.

Annunciato definitivamente il ritiro dalle scene – peraltro con una frase degna del miglior Mourinho, ovvero: “sono al 99,9% sicuro di non disputare più un incontro di NBA …” – a gennaio ’99, l’anno seguente Jordan fa il suo rientro nel mondo del Basket Professionistico Usa, non più in veste di giocatore, bensì di proprietario dei Washington Wizards, che dopo aver chiuso la stagione 2000 al terz’ultimo posto della Eastern Conference con un desolante record di 29-53, fanno ancor peggio nella successiva, il cui record di 19-63 li confina solo al di sopra, ironia della sorte, proprio del Chicago Bulls, fanalino di coda sulla Costa Orientale.

Saranno state le prestazioni imbarazzanti della squadra, oppure l’esser tornato a respirare l’aria dei palazzetti, così come un identico rientro da parte del suo amico Mario Lemieux, che dopo tre anni di assenza dalla NHL (“la Lega Professionistica di Hockey su Ghiaccio”) si era ripresentato sulle piste di ghiaccio per indossare nuovamente la maglia dei Pittsburgh Penguins, fatto sta che le voci di un suo clamoroso ritorno cominciano a farsi sempre più insistenti, suffragate dall’intensità degli allenamenti a cui MJ si sottopone durante la primavera ed estate 2001, nonché dall’aver ingaggiato come Coach Doug Collins, suo allenatore a Chicago dal 1986 al 1989.

L’annuncio ufficiale viene dato ai media il 25 settembre ’01, notizia che avrebbe superato qualsiasi altra se gli Usa non fossero stati ancora sotto shock per l’attentato alle “Twin Towers” di appena due settimane prima, e lo stesso Jordan dichiara di devolvere il proprio compenso a favore delle famiglie delle vittime, per poi fare il suo rientro in campo (sfruttando quello 0,1% lasciato in sospeso …) il 30 ottobre ’01 nella sconfitta di misura dei “suoi” (in questo caso in tutti i sensi …) Wizards per 91-93 al Madison Square Garden di New York contro i Knicks …

In una stagione condizionata da problemi al ginocchio destro, Jordan scende in campo in sole 60 gare, di cui 53 da titolare, sulle 82 in calendario, ma il confronto tra il giocatore/proprietario ed il resto del Team è imbarazzante, laddove si consideri che il record delle partite in cui ha giocato è del 50% (30 sconfitte rispetto ad altrettante vittorie), mentre nelle rimanenti 22 i Wizards ottengono solo 7 successi, per un totale di 37-45 che li relega in decima posizione della Eastern Conference, comunque un bel progresso rispetto all’anno precedente.

Inutile dire che Jordan risulta il miglior realizzatore della squadra, con 22,9 punti, 5,7 rimbalzi e 5,2 assist di media a partita, che si innalzano a 24,3 punti, 6,0 rimbalzi e 5,4 assist se ci si limita alle sole gare in qui ha fatto parte degli “Starting Five” (“Quintetto iniziale”), festeggiando l’arrivo del nuovo anno con un “Season High” realizzato il 29 dicembre ’01 al “MCI Center” di Washington, allorché mette a referto, a quasi 39 anni di età, la bellezza di 51 punti tirando con il 58,3% (21 su 36) dal campo e mettendo a segno 9 tiri liberi su 10 tentativi nel successo per 107-90 contro, manco a dirlo, i sempre più derelitti Chicago Bulls …

Adesso per Jordan resta un ultimo obiettivo, vale a dire abbandonare l’attività a 40 anni compiuti – che non è un record, visto che Kareem Abdul-Jabbar aveva smesso a 42, ma comunque un bel traguardo da raggiungere – e, superati i problemi fisici, pur a dispetto delle sue 40 primavere, è l’unico giocatore di Washington a disputare tutte ed 82 le gare della “Regular Season”, di cui 67 inerito nel quintetto iniziale …

Il suo sogno sarebbe quello di poter condurre i Wizards ai Playoff, raggiunti una sola volta – nel 1997, eliminati 0-3 al primo turno proprio da MJ ed i suoi Bulls – nelle ultime 14 stagioni, ma a fine gennaio 2003 il bilancio non è confortante, con un record di 22 successi a fronte di 25 sconfitte quando per poter sperare nell’accesso alla “Post Season” occorre almeno superare la quota del 50% di vittorie, ma il mese entrante di febbraio è quello in cui Michael Jordan festeggia i 40 anni, essendo nato il 17, e volete che non abbia in serbo qualche sorpresa …??

Il primo acuto giunge proprio l’1 febbraio, allorché realizza 45 punti – 18 su 33 (54,5%) al tiro e 9 su 10 dalla lunetta – nello scontro diretto per l’accesso ai Playoff con i New Orleans Hornets vinto 109-104 sul parquet amico, per poi disputare il 9 febbraio alla “Philips Arena” di Atlanta il suo 14esimo “All Star Game”, prima di entrare per l’ultima volta nel libro dei record della NBA …

In stagione, oltre ai ricordati 45 punti rifiilati agli Hornets, Jordan aveva già superato “quota 40” in una sola altra occasione, grazie ai 41 che avevano consentito il 4 gennaio ’03 ai Wizards di avere la meglio 107-104 sui quotati Indiana Pacers del suo “nemico giurato” Reggie Miller e Jermaine O’Neal, ma il tutto era avvenuto non avendo ancora superato “la soglia dei 40 anni”, la cui viceversa prima gara dopo tale data è in programma il 21 febbraio, sempre sul parquet amico.

Bisogna entrare nella mentalità americana, dove gli slogan costituiscono una sorta di pane quotidiano e, considerando che, sino ad allora, nessun giocatore NBA ha messo a segno 40 o più punti dopo aver superato la quarantina, ecco che Jordan viene atteso a compiere l’impresa dei “40 points aged 40” (“40 punti a 40 anni”) che stuzzica non poco la curiosità dei media …

E, per l’occasione alla quale non vogliono rinunciare gli spettatori del “MCI Center”, Jordan sceglie un degno avversario, vale a dire nientemeno che i New Jersey Nets che guidano la Classifica della Atlantic Division con un record, al momento, di 37-18 rispetto al 25-28 di Washington, Nets guidati dal playmaker Jason Kidd (concluderà la stagione con 8,9 assist di media/partita) e che giungeranno sino alla Finale per il titolo, sconfitti dai San Antonio Spurs di Tim Duncan.

Ma ad uno che in oltre 20 anni di carriera ai massimi livelli le grandi sfide non hanno mai fatto paura, anzi lo hanno sempre affascinato, la gara contro la Capolista della Division è l’ideale per esaltarsi, disputando una gara di un’intensità pazzesca, gettandosi su di ogni pallone vagante con l’incoscienza di un ragazzino, mentre la mano è sempre calda come nei giorni migliori.

Coach Collins avverte che il suo “Proprietario” sta compiendo un’altra storica impresa e lo risparmia il meno possibile, facendogli disputare 43’ dei 48’ previsti, ed è Jordan a ricucire ogni tentativo di fuga di New Orleans, che all’intervallo lungo conduce di un solo punto (45-44) …

E’ la difesa la chiave della gara, con il solo Jefferson ad emergere tra gli ospiti con 25 punti all’attivo, mentre Jordan lotta come un leone anche sotto canestro, catturando ben 10 rimbalzi difensivi per poi violentare la retina dall’altra parte del campo, dando ai Wizards un primo piccolo vantaggio (58-54 e 63-60) nel corso del terzo periodo, per poi incaricarsi di “ricucire lo strappo” allorché i Nets, con un parziale di 6-0, si erano portati in vantaggio 66-63 …

Iniziato l’ultimo quarto con un solo punto (69-68) di vantaggio, i Wizards temono che Jordan accusi la più che comprensibile fatica, ma niente di più sbagliato qualora si consideri che stiamo parlando di uno che ha vinto un titolo NBA con 40 di febbre per un virus intestinale, segnando 38 punti, anche se avvenuta 6 anni prima.

E’ difatti Jordan a segnare il canestro del +3 (71-68) ad inizio del quarto periodo, è ancora lui a riportare le sorte della gara in parità sul 73-73, nonché a segnare dalla lunetta i tiri liberi del +2 (81-79) a 4’09” dal termine con cui tocca la fatidica soglia dei 40 punti, con la sovrimpressione sugli schermi a ricordare immediatamente come sia il primo giocatore a raggiungere tale “score” a 40 anni compiuti …

Ma a Jordan non basta, un record accompagnato da una sconfitta non fa parte del suo essere, ed eccolo allora recuperare un rimbalzo fondamentale con 1’30” da giocare e New Orleans tornata in vantaggio 84-83 per il quale subisce anche un colpo andando in lunetta per un “1 su 2” che riporta le sorti dell’incontro in parità, prima che i Nets guidino lo stesso 86-85 con soli 47” da giocare e palla in mano …

Ma il tiro dalla lunga distanza finisce sul ferro e dopo il rimbalzo, catturato da Christian Laettner, la palla viene consegnata a Jordan, il quale si produce in una delle sue celebri entrate in faccia a Richard Jefferson – di 17 anni più giovane di lui (!!) – per andare a depositare la stessa a canestro per il controsorpasso (87-86), con magari l’unica differenza che una decina di anni prima avrebbe schiacciato, ma glielo perdoniamo …

Mancano ancora 34” alla sirena, ma i Nets invece che l’azione manovrata vanno al tiro rapido da fuori che non centra il bersaglio, con Jordan a catturare il rimbalzo ed avviare l’azione che porta Washington sul +3 (89-86) che poi è anche il risultato finale, visto che il tiro della disperazione di Jefferson dalla lunga distanza non coglie neppure il ferro.

Un successo importante in chiave Playoff, portando i Wizards sul 26-28 – anche se poi non riusciranno nell’intento, concludendo la stagione al nono posto con l’identico score di 37-45 dell’anno precedente – ma i riflettori sono tutti per colui che ha deciso di regalare ai suoi tifosi ed a tutti coloro che amano il Basket, un’ultima, straordinaria recita, sintetizzate nelle aride cifre da 43 punti (18 su 30 (60%) dal campo e 7 su 8 ai tiri liberi), 10 rimbalzi, 3 assist, 4 palle recuperate ed una stoppata …

Siamo sicuri che, all’uscita dal Palazzetto, molti se non la quasi totalità dei presenti si sia chiesta: “Ma siamo sicuri che abbia veramente 40 anni …??” …

 

I 63 PUNTI DI ARLAUCKAS IN VIRTUS BOLOGNA-REAL MADRID DI COPPA DEI CAMPIONI 1996

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Joe Arlauckas in azione – da marca.com

articolo di Nicola Pucci

La storia cestistica di oggi rimanda agli anni in cui la principale manifestazione del basket continentale si chiamava ancora Coppa dei Campioni, le formazioni più forti d’Europa potevano avvalersi del fondamentale apporto tecnico di campioni dal passato NBA scintillante, e gli organici in competizione avevano una spiccata connotazione autarchica.

Insomma, siamo nel bel mezzo degli anni Novanta, precisamente stagione 1995/1996, e proprio quella che oggi chiamiamo comunemente Eurolega sta per scrivere una pagina memorabile, annotando un record destinato a resistere ancora a lungo.

Il Real Madrid è detentore del titolo, conquistato l’anno precedente a spese dell’Olympiakos, 73-61 nella finale giocata a Saragozza grazie a 23 punti e 7 rimbalzi dello “zar” Sabonis, e per l’anno in corso ha tutte le intenzioni di bissare l’impresa per quella che sarebbe la sua nona vittoria, incrementando un primato a livello di club che invece verrà aggiornato solo nel corso del Nuovo Millennio. Ma la concorrenza è decisamente agguerrita, a cominciare appunto dalle squadre elleniche che ormai guardano alla Coppa Campioni come ad un traguardo assolutamente alla loro portata, ed in effetti a fine stagione sarà il Panathinaikos ad alzare il trofeo trascinato dalle prodezze di Dominique Wilkins, per proseguire con lo stesso Barcellona che tenta di arginare, come avviene in ogni disciplina sportiva, lo strapotere dei madrilisti ed ambisce a conquistare per la prima volta il tetto d’Europa, e per chiudere con le illusioni cullate dalle due squadre italiane in lizza, la Virtus Bologna, con marchio Buckler ed il leggendario Alberto Bucci in panchina, a sua volta ancora a secco e che romperà il sortilegio nel 1998 battendo un’altra squadra greca, l’Aek Atene, e la Benetton Treviso, che con la finale del 1992 persa con il Limoges è in ordine di tempo l’ultima squadra tricolore ad aver raggiunto l’atto decisivo della rassegna.

Ma qui il racconto di quella storica stagione di Coppa dei Campioni, una volta registrati i successi di tutte le squadre favorite in un secondo turno preliminare che promuove direttamente alla fase a gironi, tra queste, proprio Barcellona ed Olympiakos, oltre ai francesi dell’Antibes, chiama appunto in causa la Virtus Bologna, inserita in un raggruppamento di ferro com’è il girone B, che mette assieme anche Barcellona, Real Madrid e Panathinaikos, oltre agli israeliani del Maccabi, l’altra formazione transalpina del Pau-Orthez, i croati del Cibona e i portoghesi del Benfica.

E mentre Olympiakos, Cska Mosca, Treviso ed Ulker Istanbul occupano nel girone A i primi quattro posti che garantiscono l’accesso ai quarti di finale da giocarsi con il formato dell’eliminazione diretta, proprio nel girone B le due spagnole fanno la parte del leone chiudendo ai primi due posti e precedendo Panathinaikos e Pau-Orthez, che accedono a loro volta alla fase successiva, estromettendo invece la Virtus Bologna, che dopo aver battuto il Barcellona nella prima gara, 90-73 con 22 punti di Komazec ed Orlando Woolridge, perde due incontri capitali con i francesi, per presentarsi ormai senza più possibilità alcuna all’ultima sfida, quella in calendario il 15 febbraio 1996 da giocarsi davanti al pubblico amico di Casalecchio sul Reno.

Tocca, a questo punto, raccontare preventivamente qualcosa di Joe Arlauckas, pivottone americano classe 1965, nato a Rochester, alto 205 centimetri, e che dopo una breve parentesi in NBA con la maglia dei Sacramento Kings, hanno conosciuto anche in Italia quando nel corso della stagione 1987/1988 ha difeso per 12 gare i colori di Caserta, ad onor del vero senza troppa gloria, sommando 10,7 e 6,8 punti a partita. Negli anni successivi, Arlauckas si è trasferito in Spagna, prima al Malaga e poi al Vitoria, per infine approdare al Real Madrid nel 1993.

E con i bianchi Joe si è tolto lo sfizio di vincere la Liga nel 1994 e la Coppa dei Campioni, appunto, del 1995, segnando 16 punti in finale, oltre a migliorare sensibilmente le sue statistiche tanto da mettere a segno, nei cinque anni con il Real Madrid, 2.584 punti in 136 partite alla ragguardevole media di 19 punti a serata.

Fin quando, appunto il 15 febbraio 1996, giunge l’ultima gara di girone a Bologna. Arlauckas si trova a dover fronteggiare il talento offensivo di Woolridge, che metterà a referto 31 punti assistito, seppur inutilmente, da Arijan Komazec a sua volta autore di 21 punti. Ma le due prestazioni virtussine nulla sono a confronto con la prova stratosferica di Arlauckas, assolutamente incontenibile ed in grado di segnare da ogni posizione, tanto da iscrivere infine uno score di 63 (!!!) punti, frutto di un 24/29 nel tiro da due e 15/18 nei tiri liberi. I 5.700 spettatori assiepati in tribuna si lustrano gli occhi al cospetto di una prova, a cui aggiungere 11 rimbalzi, 2 assist e 4 palle recuperate in 39 minuti di permanenza sul parquet, che se non può certo migliorare quella che, in Coppa dei Campioni, seppe regalare Radivoj Korac nel 1965, 99 (!!!) punti nel match tra OKK Belgrado e Alvik Stoccolma terminata 155-57, altresì assegna all’americano un record che da quel giorno nessuno è mai stato in grado neppure di avvicinare.

Per le statistiche, che nel basket significano parecchio, il Real Madrid vince 115-96, a dispetto di un misero 0/11 (!!!) nel tiro da tre punti, esercizio sconosciuto ad Arlauckas ma che per l’occasione, visto che gli entra praticamente tutto, prova a sua volta, fallendo. Racconterà Zoran Savic, suo compagno al Real Madrid di quella sera e che a fine stagione si trasferirà proprio alle V-nere, “Joe aveva sbagliato due tiri nei primi minuti di gioco, ma non si era allarmato, ed in seguito ogni suo tentativo andava a bersaglio. Giocava come su una nuvola, ma nessuno di noi aveva avuto la percezione che avesse segnato così tanti punti. Poi, a fine partita, leggendo le statistiche del match…

Record, dunque, e vale a Joe Arlauckas, che già in altre cinque occasioni aveva superato i 30 punti nel corso di quella Coppa dei Campioni, con un massimo di 35 fondamentali nella vittoria di misura a Tel Aviv con il Maccabi, 77-75, la vittoria finale nella classifica dei cannonieri, alla media di 26,4 punti a partita e con il 57,6% nel tiro da due. E se non è un fuoriclasse questo…

JULIUS ERVING, IL “DOCTOR J” CHE HA ESALTATO PER 15 ANNI IL BASKET USA

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Julius Erving con la maglia dei 76ers – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando nell’estate 1976 la seconda Lega Professionistica di Basket Usa, ovverossia la ABA (American Basketball Association) è costretta a chiudere i battenti dopo 9 anni di attività per gravi problemi finanziari, delle 7 franchigie che ne facevano parte – rispetto alle 10 delle edizioni precedenti, i Baltimore Claws non avevano iniziato la stagione, mentre i San Diego Sails e gli Utah Stars non la terminano – solo 4 confluiscono nella preesistente e più affermata NBA (National Basketball Association).

Tra queste, vi sono i New York Nets, che portano (o meglio avrebbero voluto portare …) in dote – dato che per sostenere i maggiori costi della nuova Lega sono costretti a cederlo – la “Stella dell’ABA”, ovverossia l’ala piccola Julius Erving, da tre anni votato come MVP (Most Valuable Player) della disciolta Federazione.

Un Erving che, per la verità, nella NBA aveva già “rischiato” di giocarvi già quattro anni prima, andando a completare un “trio da favola” a Milwaukee con Oscar Robertson e Kareem Abdul-Jabbar, ma di questo avremo tempo per tornarci su, occupandoci prima delle origini di questo “fenomeno” del parquet.

Julius Winfield Erving nasce il 22 febbraio 1950 ad East Meadow, sull’isola di Long Island, nello Stato di New York, per poi crescere nel quartiere Roosevelt e frequentare la “Roosevelt High School”, dove riceve il soprannome di “Doctor” che lo accompagna per tutta la carriera.

A dire il vero, tale “nickname” è poco più di un gioco tra Julius ed un suo fraterno amico, tale Leon Saunders, con cui frequenta il Liceo e che lui chiama “The Professor” ottenendo di rimando “The Doctor”, un modo di appellarsi reciprocamente che, in effetti, sarebbe dovuto restare circoscritto alla loro sfera intima, se non fosse che è lo stesso Erving a renderlo di dominio pubblico allorché inizia a far valere i numeri della sua classe cristallina, tant’è che il pubblico lo definisce “Black Moses” (“Il Mosè nero”) ed Houdini, al che ad un cronista che lo apostrofa con un: “non so più come definirti” dopo una partita, lui risponde candidamente: “se proprio volete darmi un soprannome, chiamatemi Dottore …

Nasce così il mito di “Doctor Julius”, poi trasformato nel più semplice “Doctor J” di cui sono piene le pagine del Romanzo del Basket Usa, da lui stesso alimentato nel biennio in cui frequenta la “University of Massachusetts”, realizzando medie di 26.3 punti e 20,2 rimbalzi a partita, uno dei soli sei giocatori di ogni epoca ad essere riuscito nell’impresa di superare “quota 20” in entrambe tali statistiche.

Ma, a 21 anni, Julius desidera bruciare le tappe ed, anziché proseguire negli studi – conseguirà la laurea in leadership creativa ed amministrazione solo nel 1986, solo per rispettare una promessa fatta alla madre – si affaccia al Basket professionistico, dovendo giocoforza scegliere una formazione della ABA in quanto le regole del tempo della NBA non consentivano di tesserare giovani che non avessero lasciato il liceo da almeno quattro anni …

Ed ecco, allora, Erving sottoscrivere un contratto quadriennale da 500mila dollari con i “Virginia Squares”, franchigia della città di Norfolk, in Virginia, con cui, nella sua stagione da “Rookie”, realizza medie da 27,3 punti, 15,7 rimbalzi e 4,0 assist a partita, con gli Squares a perdere la Finale di Conference 3-4 contro i New York Nets, con il “Dottore” ad elevare le sue percentuali alla stratosferica quota di 33,3 punti, 20,4 rimbalzi e 6,5 assist nel corso dei Playoffs.

Divenuto tesserabile per la NBA, nel Draft del 10 aprile ’72 Julius Erving viene scelto al primo giro come dodicesimo dai Milwaukee Bucks, edizione che vede fare il loro ingresso nella NBA anche a Bob McAdoo e Paul Westphal, solo che vi è un “piccolo” problema …

Difatti, prima di tale data, Erving si era già accordato con gli Atlanta Hawks, sottoscrivendo un contratto da un milione di dollari dopo essere entrato in contrasto con i Virginia Squares ai quali aveva chiesto la rinegoziazione dei suoi compensi, avendo scoperto che il suo agente dell’epoca, Steve Arnold, era in realtà un impiegato della Società e lo aveva convinto ad accettare condizioni inferiori.

Un bel “busillis”, con tre squadre (oltretutto di due Leghe diverse …) a pretendere i servigi del “Dottore”, e mentre la franchigia di Norfolk si rivolge al Tribunale per pretendere il rispetto del contratto, James Walter Kennedy, il “Commissioner” della NBA, dà ragione ai Bucks che hanno acquisito i diritti sul giocatore tramite il Draft, comminando una multa di 25mila dollari agli Hawks ogni qualvolta Erving – che si stava allenando con loro – fosse sceso in campo, anche solo per una gara amichevole.

L’ultima parola, però, spetta al Giudice Edward Neaher, il quale emette un verdetto con cui ingiunge ad Erving il divieto di giocare con qualsiasi squadra che non fossero i Virginia Squares ed ecco che, per il Dottore, il sogno di far parte della “Grande Famiglia” della NBA deve essere rimandato.

Si potrebbe pensare che una tale decisione abbia inciso sul rendimento di Erving nella successiva stagione, niente di più falso in quanto una cosa sono i diritti salariali ed un’altra la professionalità sui parquet, incrementando anzi a 31,9 la sua media punti a partita, per poi essere comunque la “chiave” che consente a Virginia di sopravvivere per altre tre stagioni nell’ABA a causa dei gravi problemi finanziari che la affliggono.

Ecco pertanto la franchigia scambiare Erving e Willie Sojourner con i New York Nets, ricevendo in contropartita George Carter, Kermit Washington e, soprattutto, 750mila dollari con cui sistemare le casse societarie, mentre i Nets completano il quintetto per poter aspirare al titolo al quale erano andati vicino nel 1972, perdendo 2-4 la Serie Finale contro gli Indiana Pacers.

Il triennio nella sua città natale è quello della definitiva consacrazione per Erving, il quale, oltre a ricevere per tre stagioni consecutive il titolo di MVP della Lega, trascina letteralmente i New York Nets a due titoli nel 1974 (4-1 agli Utah Stars) e ’76 (4-2 ai Denver Nuggets), circostanze in cui si vede assegnare anche la palma di MVP dei Playoffs – con una straordinaria media di 34,7 punti, 12,6 rimbalzi e 4,9 assist a partita nella Post Season ’76 – ma, sopra ogni cosa, si impone all’attenzione generale per il suo gioco altamente spettacolare, fatto in particolare di un’agilità e potenza atletica sinora sconosciute, e che trova la sua sublimazione nelle spettacolari schiacciate, per eseguire le quali salta ben oltre le braccia protese dei difensori, avvitandosi e restando a lungo sospeso in aria come mai si era visto prima.

Esecuzioni che mandano in delirio i fans e che fanno di Erving “l’oggetto del desiderio” di molte altre franchigie della NBA, specie dopo che emergono le difficoltà finanziarie dei Nets – che in vista della nuova avventura si erano aggiudicati anche le prestazione del futuro “Hall of Famer” Nate Archibald – allorché i “cugini” del New York Knicks chiedono loro un indennizzo di 4,8milioni di dollari per aver “invaso” il loro territorio, una somma elevata che andava a sommarsi alle maggiori tasse da pagare per partecipare alla nuova Lega Professionistica unificata.

Non sapendo più come riuscire a far quadrare i conti, Roy Boe, proprietario dei Nets, dapprima cerca di convincere Erving a rinunciare al promesso aumento di stipendio, ricevendo un netto rifiuto, e quindi offre il giocatore ai Knicks in cambio della rinuncia alla citata indennità, proposta che viene rigettata solo per passare agli annali come la “peggior decisione” nella storia della franchigia.

Con le spalle al muro, Boe è costretto ad accettare l’offerta dei Philadelphia 76ers che rilevano il contratto da 3milioni di dollari di Erving sborsandone un’ulteriore identica cifra per il giocatore, notizia che fa il giro del mondo e che, se serve a rivitalizzare il mondo un po’ in declino della NBA, di sicuro incide sul rendimento dei Nets, con lo stesso Boe, anni dopo, a rimpiangere l’accaduto: “L’accordo di fusione tra le due Leghe mi consentì di approdare alla NBA, ma mi costrinse a distruggere la squadra vendendo Erving per pagare il salatissimo conto …” …

Certamente, non hanno di che lamentarsi nella “Città dell’Amore fraterno” che, dopo essere stati eliminati l’anno precedente al primo turno dei Playoffs, si aggiudicano il titolo della Eastern Conference avendo la meglio 4-2 sugli Houston Rockets per poi cedere con lo stesso punteggio nella Finale assoluta contro Portland, in cui, ancorché i Sixers potessero contare sul vantaggio del fattore campo, risulta decisiva la sconfitta in gara-5 per 104-110 allo “Spectrum” nonostante i 37 punti di “Doctor J”, il quale è altresì l’ultimo ad alzare bandiera bianca nella decisiva gara-6 in Oregon, allorché iscrive ben 40 punti a referto, tirando con il 58,6% nella sconfitta per 107-109 che regala ai Blazers quello che è tuttora l’unico titolo della loro Storia.

Quella della mancata conquista del titolo NBA è una sorta di “maledizione” che continua a perseguitare Julius Erving – che sceglie il n.6 di maglia, qualcuno dice a ricordo dei “6 milioni di dollari” cui è complessivamente costato alla Dirigenza della Metropoli della Pennsylvania, altri perché simboleggia l’appellativo di “Sixers” del Team – anche negli anni a venire, con la stagione ’78, conclusa dai Philadelphia con il miglior record (55-27) di “regular season” ad Est, sconfitta 2-4 dai Washington Bullets (poi vincitrici del titolo) nella Finale di Conference, nonostante alla guida della squadra sia chiamato Billy Cunningham, già Campione NBA coi Sixers nel 1967.

Questo binomio Cunningham/Erving induce la proprietà a rinforzare progressivamente la squadra, che al Draft 1978 si aggiudica le prestazioni di Maurice Cheeks, talentuoso playmaker proveniente dalla West Texas University, e dell’ala forte Bobby Jones, scambiato coi Denver Nuggets per George McGinnis, ma purtroppo per loro il “Mondo della NBA” viene sconvolto da ciò che accade al Draft 1979, allorché irrompono contemporaneamente nel dorato panorama della Lega Professionistica due giocatori che ne scriveranno la storia nel successivo decennio, ovverossia Earvin “Magic” Johnson, proveniente da Michigan State, prima scelta dei Los Angeles Lakers, e Larry Bird, messo sotto contratto dai Boston Celtics.

Con la struttura della NBA che prevede due Campioni di Conference che poi si affrontano per la conquista dell’anello, ecco nascere una rivalità quanto mai accesa tra Boston e Philadelphia, le cui sfide per primeggiare sulla costa orientale appassionano quanto, se non più, la Finale per il titolo assoluto …

Di ciò si avvantaggiano indubbiamente i Lakers, basti pensare che – in virtù di una minor concorrenza ad Ovest, ferma restando la forza della formazione guidata da Pat Riley – nei 10 Tornei degli anni ’80 raggiungono in ben 8 occasioni la Finale per il titolo, potendo anche contare, nell’atto conclusivo, su di una maggiore freschezza fisica rispetto a chi, tra Boston e Philadelphia, abbia alfine avuto la meglio dopo “sfide all’ultimo sangue”.

Quale che sia il dominio di Celtics e Sixers nella Atlantic Division è certificato dalla prima stagione da “Rookie” di Larry Bird, con Boston a primeggiare nella “regular season” con un record di 61-21 appena superiore ai 59-23 di Philadelphia, che però si prende la rivincita nella Finale di Conference avendo la meglio per 4-1 nella Serie, in cui i due “big” trascinano le rispettive formazioni facendo registrare medie da 25,0 punti, 8,4 rimbalzi e 4,2 assist a partita il “Dottore, con “la grande speranza bianca” a replicare con 22,2 punti, 13,8 rimbalzi e 3,6 assist, a dimostrazione di quanto fondamentale fosse il contributo degli stessi alle fortune dei rispettivi Team.

La Finale per il titolo contro i Lakers – che godono del vantaggio del fattore campo per una sola vittoria in più (60-22) in “regular season” – illude Philadelphia di poter tornare sul trono a 13 anni di distanza dal trionfo del 1967 con Wilt Chamberlain, allorché espugnano in gara-2 il “Forum” di Inglewood per 107-104 nonostante i 38 punti ed i 14 rimbalzi di Jabbar, il quale si ripete “restituendo il favore” con 33 punti e 14 rimbalzi con cui in gara-3 i Lakers espugnano 111-101 il parquet di Philadelphia.

Sul punteggio di 3-2 per i Lakers nella Serie – strepitosa gara-5 vinta 108-103 al “Forum” con 40 punti e 15 rimbalzi di Jabbar, a cui Erving risponde con 36 punti, 9 rimbalzi e 6 assist – la decisione matura in gara-6 dove a salire in cattedra è il 21enne “Magic” Johnson, autore di una prestazione ai limiti dell’inverosimile, considerata altresì l’assenza di Jabbar per infortunio, con il 60,9% (14 su 23) al tiro ed il 100% dalla lunetta che valgono 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assist, di fronte alla quale serve solo togliersi il cappello ed il 123-107 con cui si conclude la sfida rende perfettamente l’idea della differenza dei valori in campo, laddove si consideri che nelle 5 precedenti gare vi era stato un distacco medio tra le due squadre di appena 5,6 punti.

Sapere di doversi scontrare con una formazione che ha nel proprio roster altresì talenti – oltre ai citati Kareem e “Magic” – quali Norman Nixon, Michael Cooper e Jamaal Wilkes, non deve certo indurre all’ottimismo in fase di preparazione per ogni nuova stagione, ma in ogni caso è già più che sufficiente la rivalità coi Celtics a scaldare gli animi dei tifosi dello “Spectrum”, che vedono comunque la dirigenza mettere a segno un altro colpo importante, con la scelta di Andrew Toney nel Draft 1980, così da aggiungere una importante “bocca da fuoco” nel tiro dal perimetro, sollevando in parte Erving dall’assumersi quasi esclusivamente in prima persona un tale onere, così che ha la possibilità di contribuire maggiormente al gioco di squadra.

Nulla di nuovo sul fronte orientale” verrebbe da dire, parafrasando il titolo del celebre romanzo storico del 1929 scritto dal tedesco Erich Maria Remarque, con le due dominatrici ad Est a concludere a braccetto la stagione regolare 1981 con l’identico record di 60-22 – medie di 19,4 punti, 9,9 rimbalzi e 5,0 assist a partita per Bird, cui Erving risponde con 24,6 punti, 8,0 rimbalzi e 4,4 assist – per poi ritrovarsi per l’oramai classico appuntamento della Finale della Eastern Conference.

Serie non indicata ai deboli di cuore e che si conclude con una quanto mai amara delusione per il Dottore ed i suoi compagni, visto che, dopo aver ribaltato il vantaggio del fattore campo imponendosi 105-104 (33 punti di Bird e 20 di Archibald per i Celtics, 26 di Toney e 25 di Erving per i Sixers) al “Boston Garden” in gara-1 ed essersi portati sul 3-1 nella serie sfruttando le due partite allo “Spectrum”, cedono nelle tre sfide finali, tutte decise all’ultimo secondo (111-109, 100-98, 91-90 a favore di Boston), con in particolare la fondamentale gara-6, disputata sul parquet amico e che avrebbe potuto chiudere la serie, in cui Philadelphia spreca un vantaggio di 9 punti (51-42) maturato all’intervallo lungo.

Amarezza acuita dal fatto che i Celtics vincono il titolo avendo la meglio in Finale (4-2) sugli Houston Rockets che avevano a sorpresa eliminato i Campioni in carica dei Lakers al primo turno, a conferma di una grande “occasione” persa, e non può certo essere di grande consolazione per “Doctor J” il fatto di essere eletto MVP della “regular season, anche rispetto all’esito della stagione successiva …

Coi Sixers, difatti, ad aver concluso al secondo posto ad Est rispetto a Boston (58-24 e 63-19 i rispettivi record), la formazione di Cunningham – ancora con “Doctor J” leader quanto a punti con 24,4 di media a partita – dimostra segnali di crescita in Maurice Cheeks, oramai faro del gioco avendo incrementato ad 8,4 la media degli assist distribuiti ad ogni incontro, così come in Andrew Toney che ha messo a frutto il suo primo anno da matricola, capace pertanto di vedersela da pari a pari coi Celtics nella terza riedizione consecutiva dell’appuntamento divenuto oramai un classico, vale a dire la Finale della Eastern Conference.

Ed, ancora una volta, l’esito della sfida sembra suonare come una beffa per Erving ed i suoi, coi Sixers a ribaltare nuovamente il vantaggio del fattore campo imponendosi per 121-113 (Toney monumentale, 59,1% al tiro con 30 punti a referto …) in gara-2 al “Boston Garden”, per poi portarsi come l’anno prima sul 3-1 nella serie e quindi fallire il match point allo “Spectrum” in gara-6, sconfitti 75-88 in una partita a punteggio insolitamente basso e che i Celtics fanno loro nell’ultimo quarto, chiuso con un parziale di 27-11.

L’appuntamento per stabilire chi dovrà affrontare in Finale Los Angeles – che nel frattempo non ha certo faticato più di tanto per “spazzare via” sia Phoenix che San Antonio con l’identico punteggio di 4-0 – è fissato per il 23 maggio ’82 al “Boston Garden dove sulle tribune aleggiano tifosi che girano con indosso un lenzuolo a simboleggiare “i fantasmi” dell’anno precedente, pregustando analogo esito.

C’è qualcuno che, però, non è molto d’accordo al riguardo e che, soprattutto, ha da farsi perdonare la sciagurata prestazione (1 su 11 al tiro …) di due giorni prima a Philadelphia, e quel tale è Andrew Toney che stavolta mette a segno 34 punti (14 su 23 al tiro e 6 su 8 dalla lunetta), ben assistito dal consueto contributo di Erving (29 punti) e da un Cheeks che, oltre a distribuire 11 assist, va anch’egli 19 volte a referto per il 120-106 conclusivo, così che al “Boston Garden” al posto dei lenzuoli appaiono dei cartelli con su scritto “Beat L.A.” (“Battete Los Angeles”), tanto per chiarire il livello di rivalità tra Bird e “Magic”.

Ovvio che, con un ritmo di gare incalzante, giungere ad affrontare i Lakers con 15 partite disputate nell’arco di 32 giorni (dal 21 aprile al 23 maggio) rispetto alle sole 8 giocate da “Magic” & Co. non è propriamente il massimo, laddove si consideri come Los Angeles abbia ulteriormente potenziato la propria rosa con l’innesto di Bob McAdoo, e la differenza emerge subito in gara-1, allorché i Lakers ribaltano il fattore campo imponendosi 124-117 allo “Spectrum”, rimontando nella ripresa uno svantaggio di 11 punti (50-61) all’intervallo lungo grazie ad una eccellente distribuzione al tiro, laddove si consideri che tutti e 7 i giocatori schierati da Riley chiudono in doppia cifra, con la curiosità che a segnare il minor numero di punti è proprio Johnson, appena 10.

Portatasi sul 3-1 nella serie, Los Angeles consente a Philadelphia di prendersi la magra consolazione di infliggerle il peggior passivo delle Finali con il 135-102 di gara-5, con Erving a dominare sotto i tabelloni con 12 rimbalzi e contribuendo altresì con 23 punti, mentre Toney si incarica di mitragliare la retina avversaria con una percentuale del 72,2% (13 su 18 al tiro) che, unita al 5 su 6 ai liberi, assomma a 31 punti, prima che la successiva gara-6 al “Forum” metta la parola fine alla sfida, ancora grazie alla sapiente distribuzione di gioco da parte di Riley (6 uomini in doppia cifra da un massimo di 27 ad un minimo di 13) contro cui la “splendida coppia” formata da Erving e Toney da sola (59 punti in due, 30 e 29 rispettivamente) poco può, ed il 114-104 conclusivo incorona nuovamente Magic sul trono della NBA.

E’ oramai chiaro a Cunningham ed alla proprietà dei Sixers che, se si vuole centrare il titolo, occorre completare una squadra che per 4/5 è già eccellente nell’unico ruolo in cui soffre la superiorità altrui, ovvero quello di centro, dove i pur validi Caldwell Jones e Darryl Dawkins non sono in grado di reggere il confronto con Robert Parish e Kareem, ed ecco allora presentarsi l’occasione giusta con Moses Malone, in scadenza di contratto con gli Houston Rockets.

L’offerta di Philadelphia è di quelle cui è difficile poter rinunciare – il contratto siglato il 2 settembre ’82 prevede 13,2 milioni di dollari per 6 stagioni – ed il “bagno di sangue” è comunque redditizio, presentandosi ai nastri di partenza del Torneo 1982-’83 con quello che è da molti considerato il miglior roster nella Storia della franchigia, superiore anche alla rosa che vinse il titolo nel 1967.

Ed, in effetti, già dalla “regular season” si avverte allo “Spectrum” un’aria diversa dalle stagioni passate, con gli avversari spazzati via come foglie secche ed un record di 65-17 inferiore solo al 68-13 dell’anno di Chamberlain, anche se, memori delle delusioni delle precedenti edizioni, in casa Sixers si predica prudenza …

Una prudenza che non rientra nel Dna di Malone – che con medie di 24,5 punti, 15,3 rimbalzi e 2,0 stoppate a partita riceve il titolo di MVP della stagione regolare – il quale si sbilancia nel poi divenuto celebre “fo, fo, fo” (che sta per “four, four, four”, ovvero vincere le tre serie di Playoff in quattro partite ciascuna), pronostico centrato al 90% in quanto Philadelphia, dopo aver umiliato 4-0 proprio quei New York Knicks che avevano rinunciato a tesserare Erving, concede l’onore delle armi a Milwaukee in gara-4 della Finale dell’Eastern Conference – in una sorte di nemesi, anche in questo caso la squadra che aveva scelto Erving nel Draft 1972 – serie poi chiusa sul 4-1 con Malone miglior rimbalzista in tutti e cinque gli incontri.

C’era qualcosa da vendicare, in casa Sixers, allorché si apprestano a sfidare, per la terza volta in quattro anni, i Los Angeles Lakers per la conquista dell’anello, ma stavolta lo strapotere di Malone sotto i tabelloni è la chiave di volta della serie, chiusa come da pronostico (di Moses, ovviamente …) sul 4-0, con il centro della Virginia a risultare “Top Scorer” e miglior rimbalzista delle prime tre partite – 27 e 18, 24 e 12, 28 e 19 rispettivamente – lasciando a Jabbar l’onore di mettere a segno 28 punti nella conclusiva gara-4 che i Sixers vincono 115-108 al “Forum” di Inglewood il 31 maggio ’83, pur, dal canto suo, riuscendo a catturare “qualcosa” come ben 23 rimbalzi …!!

Inutile sottolineare come Malone abbini il titolo di MVP delle Finali a quello della “regular season, ma il più felice a Philadelphia, ed i suoi fans con lui, è Doctor Julius Erving, che a 33 anni già compiuti corona il sogno di una carriera che stava pensando non potesse mai più ormai concretizzarsi.

L’aver, giustamente, evidenziato l’apporto fondamentale di Malone per la conquista dell’anello, non deve far passare in secondo piano l’apporto dato anche da Erving al successo dei Sixers, con 21,4 punti, 6,8 rimbalzi e 3,7 assist in stagione regolare, cui fa registrare 18,4 punti, 7,6 rimbalzi e 3,4 assist nei Playoffs a conferma della sua caratura di giocatore totale.

Un po’ l’appagamento dopo il risultato raggiunto e molto i conti con la carta d’identità, fanno sì che le ultime stagioni di Erving siano leggermente al di sotto dei propri standard abituali, con Philadelphia eliminata al primo turno dei Playoffs ’84 nientemeno che dai New Jersey Nets con cui “Doctor J” aveva vinto due titoli NBA, per poi tornare l’anno seguente a disputare le Finali di Conference, avversari, manco a dirlo, i Boston Celtics …

Con i Sixers ad aver irrobustito il quintetto base con una giovane promessa di nome Charles Barkley scelto al primo turno del Draft 1984 – quello, per intendersi, in cui entrano a far parte della NBA anche Akeem Olajuwon e Michael Jordan – le premesse sono per una serie equilibrata tra due formazioni dotate di larga esperienza – Larry Bird, Danny Ainge, Dennis Johnson, Robert Parish e Kevin McHale da un lato, contrapposti al quintetto base Campione due anni prima, Maurice Cheeks, Andrew Toney, obby Jones, Julius Erving e Moses Malone dall’altro – ma l’esito è viceversa ben diverso, con Boston ad imporsi per 4-1 in virtù dell’attenta marcatura su Malone, limitato a soli 18,2 punti.

Dovranno trascorrere ben 16 anni prima che Philadelphia possa tornare a disputare una Finale di Conference – e vincerla, 4-3 su Milwaukee nel 2001 – solo per essere sconfitta nella sfida per il titolo, indovinate un po’, dai Los Angeles Lakers, mentre Erving si ritira al termine del 1987 dopo aver disputato un’ultima stagione a mo’ di tournée d’addio, presentato nei vari impianti prima di ogni gara e con il pubblico locale ad esaurire la capienza per rendergli onore …

Un Julius Erving del quale le aride cifre recitano, in 16 stagioni di carriera professionistica (tra le 5 nella ABA e le successive 11 nella NBA), di 30.026 punti (24,2 di media/gara), 10.525 rimbalzi (8,5) e 5.176 assist (4,2), ma che da sole non rendono l’idea di cosa sia stato il “Dottore” nel panorama del Basket mondiale, ovviamente inserito nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” a far tempo dal 1993.

Molto meglio quindi, lasciare la parola a Johnny Kerr, ex Centro di Philadelphia tra metà anni ’50 ed il corrispondente periodo del successivo decennio, il quale ne fa una descrizione che colpisce l’immaginario allorché afferma come: “nei suoi primi anni da professionista, Erving era come Thomas Edison, in grado di inventare qualcosa di nuovo ad ogni partita …!!”.

Ma, forse, il miglior tributo in merito a quanto abbia inciso la presenza di “Doctor J” sul futuro del Basket mondiale viene da colui che è universalmente ritenuto come il più devastante giocatore di ogni epoca, vale a dire Michel Jordan, non a caso soprannominato “Air” (“Aria”) per le sue capacità di restare in volo nell’eseguire schiacciate battendo anche da lontano – una caratteristica portata sul parquet proprio da Erving – il quale, nel confermare di essersi ispirato a lui, laconicamente ammette: “Senza Doctor J non sarebbe mai esistito MJ …!!”.

E, con questo, doveroso omaggio, pensiamo che possiamo davvero chiudere …

 

COPPA SAPORTA 2002, IL PRIMO TROFEO DELLA MENS SANA SIENA


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La Mens Sana Siena – da basketsiena.it

articolo di Nicola Pucci

Parlare di pallacanestro, a Siena, può avere un duplice effetto: da un lato rievoca storia ed imprese cestistiche di una società, la Mens Sana appunto, tra le più blasonate del panorama italiano, dall’altro riapre la ferita, mai del tutto rimarginata, della messa in liquidazione della società, sull’onda lunga del crack del Montedeipaschi, che porta poi, nel 2014, alla dichiarazione di fallimento della società.

Ma le vicende giudiziarie che vedono coinvolto, soprattutto, Ferdinando Minucci, prima dirigente, poi presidente della società, nulla tolgono ai successi ottenuti nel corso del primo decennio degli Anni Duemila quando, in virtù appunto della sponsorizzazione del Gruppo Montedeipaschi, la Mens Sana assurge al rango non solo di squadra di riferimento in Italia, ma pure di compagine in grado di competere anche in Europa ai massimi livelli.

Ed è proprio un trofeo continentale ad impreziosire, per primo, la bacheca della Mens Sana, che se nel corso degli anni Settanta si affaccia per la prima volta in serie A per poi tornare a farne parte in pianta stabile nella seconda metà degli Anni Novanta, proprio in Coppa Europa, fino al 1991 conosciuta come Coppa delle Coppe e che dal 1999 assumerà il nome di Coppa Saporta, nella stagione 1993/1994, debutta in campo internazionale, fermandosi agli ottavi di finale contro i turchi del Tofas Bursa.

La Mens Sana, col passare degli anni, acquisisce sempre maggior spessore, nazionale così come internazionale, giungendo ai quarti di finale di Coppa Korac nella stagione 1998/1999 quando un solo punto di differenza consente al Barcellona di avere la meglio nel doppio confronto con i toscani.

Il nuovo Millennio porta in dote la sponsorizzazione con il Gruppo Montedeipaschi, ed il salto di qualità, visto che i soldoni non mancano di certo, è ormai dietro l’angolo. A rinforzare una squadra già competitiva, giungono giocatori come lo sloveno Boris Gorenc e Roberto Chiacig, che nel 2001 sono protagonisti con i quarti di finale sia nei play-off scudetto (fuori con la Fortitudo Bologna), che in Coppa Italia (altra eliminazione per mano della squadra emiliana) e Supercoppa (quando a battere la squadra di Frates è la Virtus Roma).

Un altro anno ancora, ed ecco che con il cambio in panchina che vede Ergin Altman avvicendare Fabrizio Frates, la Mens Sana per la prima volta della sua storia cestistica iniziata nel 1934 si arrampica in finale. Che poi sono addirittura due, una sfortunata in Coppa Italia con la Virtus Bologna che si impone di misura, 79-77, una invece baciata dal successo, in Coppa Saporta, a conclusione di una cavalcata trionfale che qui andiamo a ripercorrere, tappa dopo tappa.

Preventivamente, occorre ricordare che l’albo d’oro di una competizione che ha cambiato nome tre volte e che proprio nel 2002 andrà definitivamente in cantina, così come la Coppa Korac, cedendo il posto alla Uleb Cup che le sostuirà entrambe diventando la seconda rassegna europea più importante dopo l’Eurolega, ha più volte sorriso alle squadre italiane, fin dall’anno del debutto, a far data 1967, quando ad imporsi fu l’Ignis Varese. Napoli vinse nel 1970, agli albori di un decennio segnato dalle quattro vittorie di Cantù e le tre di Milano, a cui aggiungere i successi ancora di Varese nel 1980 e di Pesaro nel 1983. L’exploit della Virtus Bologna nel 1990 e la doppietta della Benetton Treviso nel 1995 e nel 1999 sono solo gli ultimi sussulti di un basket italiano che sta per pagare dazio, a livello continentale, alla globalizzazione del mercato imposta dalla Legge Bosman, previo il colpo di coda, appunto, della Mens Sana che per la stagione in corso, 2001/2002, difende i colori italiani in virtù del sesto posto in campionato l’anno precedente, al pari della Pallalcesto Amatori Udine, a sua volta piazzatasi al settimo posto.

Ma se la formazione friulana, passata la fase a gironi che la vedeva impegnata con Pamesa Valencia, Strasburgo, Lugano, Turk Telekom e Portugal Telecom, si arrende agli ottavi di finale agli israeliano dell’Hapoel Gerusalemme dilapidando in casa, 78-87, quando guadagnato all’andata in trasferta, 74-71, i senesi disegnano un percorso decisamente più convincente.

L’organico, per la stagione in corso, si è rinforzato grazie agli arrivi del serbo Milenko Topic, del macedone Vrbica Stefanov a cui è assegnata la regia della squadra e del lituano Mindaugas Zukauskas, a cui si aggiungono anche l’altro macedone Petar Naumoski, il montenegrino Nikola Bulatovic e l’americano Brain Tolbert, e le ambizioni di ben figurare sono suffragate dal cammino nella prima fase che vede la Mens Sana chiudere il girone B con sette vittorie e tre sole sconfitte, rimanendo imbattuta nelle cinque sfide casalinghe al Palazzetto di Viale Sclavo contro Estudiantes (106-93 con 19 punti di Topic), Panionios (74-71 con 21 punti e 12 rimbalzi di Chiacig), Darussafaka (106-83 con 18 punti di Stefanov e del turco Aplay Oztas), Hapoel Gerusalemme (99-77 con 24 punti di Gorenc) e Le Mans (91-76 con 17 punti di Chiacig).

Assorbite le tre sconfitte esterne con Hapoel, Estudiantes e Panionios, la Mens Sana si presenta all’appuntamento con gli ottavi di finali dove il sorteggio oppone il quintetto di Altman ai francesi dello Strasburgo. E se in Alsazia il punteggio di parità, 78-78 con uno straordinario capitan Chiacig che firma 24 punti e cattura 14 rimbalzi, ben coadiuvato da Topic che a sua volta infila 20 punti, è il preludio al passaggio del turno, formalizzato con il 74-66 casalingo segnato dalla serata d’eccezione di Gorenc, top-scorer con 25 punti, e di Chiacig che strappa ben 19 palloni sotto le tabelle, ai quarti di finale c’è da soffrire con i russi dell’Unics Kazan. L’andata lascia aperta la questione qualificazione, 73-70 con rimonta nelll’ultimo quarto da -10 e con Chiacig ancora sugli scudi con 21 punti a contenere i 31 punti dell’estone Muursepp, che si risolve a Siena dove la Mens Sana fa valere l’apporto del pubblico amico per il definitivo 68-58 che se ha in Chiacig il solito trascinatore con 16 punti e 17 rimbalzi, spalanca altresì le porte delle semifinali.

Dove, ad onor del vero, il compito è molto meno impegnativa del previsto, con la Mens Sana che ritrova l’Hapoel Gerusalemme già incontrato nella fase a gironi, ipotecando il passaggio del turno con la netta affermazione all’andata a Siena, 98-69 dopo l’iniziale equilibrio spezzato da un parziale di 17-2, con Naumoski sugli scudi con 26 punti e Chiacig, caso mai ce ne fosse bisogno, che si conferma leader e dominatore con 22 punti e 15 rimbalzi. In Israele (si gioca a Tel Aviv per il diktat imposto dalla Fiba, preoccupata per l’inasprirsi del conflitto israelo-palestinese) il cammino è altrettanto agevole, 94-71 con 24 punti di Chiacig e 22 di Gorenc a certificare una supremazia mai in discussione, ed ecco che la Mens Sana accede all’atto decisivo della Coppa Saporta dove, il 30 aprile, l’attende il Pamesa Valencia, che in semifinale si è sbarazzato dei polacchi dell’Anwil Wloclawek, vincendo sia la sfida in casa (77-65 con 17 punti di Rodilla Gil) che quella in trasferta (58-53 con 18 punti dell’americano Derrick Alston).

Si gioca al Palais des Sports de Gerland di Lione, in Francia, e tra gli oltre 6.000 spettatori che gremiscono le tribune c’è una numerosissima rappresentanza di senesi che fiutano l’impresa storica. Gli spagnoli hanno già giocato tre anni prima una finale di Coppa Saporta contro la Benetton Treviso, perdendola di misura, 64-60, ed anche stavolta trovano una squadra italiana tra loro e il sogno di salire sul tetto d’Europa.

In effetti le due squadre appaiono contratte nei primi minuti di gioco, con Altman che schiera Stefanov in regia, Chiacig che spadroneggia sotto i tabelloni, Topic che gli dà una mano e Gorenc e Zukauskas che hanno il compito di mettere in retina il persistente possesso palla ideato dall’allenatore turco e impostato dal playmaker macedone. Naumoski, dal canto suo parte dalla panchina, e coach Luis Casimiro, che guida il Valencia, risponde con Paraiso in regia, Hopkins e Alston a catturare rimbalzi e Rodilla Gil e Luengo a mirare il canestro dalla distanza, mancando invece di Dante Calabria che a gennaio si è seriamente infortunato ad una caviglia. Proprio Rodilla Gil, che chiuderà con 18 punti, produce il primo allungo del Valencia, che al settimo minuto si porta sul 13-7. Nel secondo quarto di gioco Naumoski si incarica di suonare la riscossa, e con il supporto di Chiacig, che nessuno ma proprio nessuno può contenere sotto i tabelloni, Stefanov, che segna con regolarità, e Topic, che ai 14 punti finali aggiunge anche 6 rimbalzi, Siena recupera, aggancia, allunga e dilata il parziale, fino al 36-26.

Valencia fatica a contenere il gioco dal perimetro della Mens Sana, anche perché Alston è già gravato di tre falli dopo appena 10 minuti di gioco, e solo cinque punti consecutivi di Rodilla Gil consentono agli spagnoli di ridurre il margine all’intervallo, 36-31. Ma è un fuoco di paglia. Nel terzo quarto Siena bombarda con precisione chirurgica dall’arco dei 6,25 metri, con Stefanov e Naumoski che infine firmeranno rispettivamente 17 e 23 punti, e quando i toscani arrivano al massimo vantaggio sul 54-42 la coppa sembra prendere decisamente la via di Piazza del Campo.

Nervoso e senza punti di riferimento concreti in attacco, ad eccezione di uno stoico Hopkins che battaglia con Chiacig mettendo a referto 20 punti e 10 rimbalzi, il Valencia sbuffa e soffre, nondimeno riuscendo a tornare in partita in chiusura di terzo tempo, 59-53. Disavanzo che nell’ultimo periodo si riduce ancora, 61-58, prima che salgano in cattedra Naumoski che infila due triple consecutive fondamentali per un nuovo allungo e il cuore di Chiacig, che ai 9 punti aggiunge 11 rimbalzi e, soprattutto, una leadership da vero capitano. Per il Valencia è la resa, e quando, con il punteggio di 81-71, la Mens Sana Siena infine mette il sigillo alla Coppa Saporta con “Ghiaccio“, autore di torneo da favola con 16.2 punti e 10.7 rimbalzi di media a partita, che si merita pure l’MVP della finalissima, è l’ora di aprire la bacheca. E’ la prima coppa, e non sarà certo l’ultima, anzi…

COPPA KORAC 1998 E IL GIORNO DI GLORIA DEL BASKET VERONA

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Dalla Vecchia con la Coppa Korac – da tggialloblu.it

articolo di Nicola Pucci

La Scaligera Basket Verona, fondata nel 1951, deve attendere la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta non solo per guadagnare infine il massimo palcoscenico nazionale, ma anche per assurgere al rango di grande protagonista della pallacanestro continentale.

Dopo esser giunta quinta e terza nel campionato di A2 nel 1989 e nel 1990, la prima stagione del nuovo decennio porta in dote alla formazione veronese, che si accoppia al marchio Glaxo, la prima storica promozione in Serie A1, conquistata con un record di ben 25 vittorie e sole 5 sconfitte. Sotto la guida esperta di Alberto Bucci, in organico ci sono giocatori del calibro di Paolo Moretti, Riccardo Morandotti, Giampiero Savio e Roberto Dalla Vecchia, accompagnati dal contributo di due americani di sostanza, Tim Kempton e Russ Schoene, e la squadra è tanto competitiva da mettere in bacheca, addirittura, la Coppa Italia, prendendosi il lusso di far fuori Caserta agli ottavi di finale e Virtus Bologna ai quarti, per poi avere la meglio di Livorno in semifinale e di Milano, 97-85, all’atto decisivo nella final-four di Bologna, prima e ad oggi unica formazione di Serie A2 ad alzare il trofeo.

Verona entra in pompa magna nel basket che conta, e se alla retrocessione dell’anno dopo faranno seguito una pronta risalita nella massima divisione ed alcuni piazzamenti di grande prestigio come le due semifinali play-off del 1994, eliminata dalla Virtus Bologna, e del 1997, quando sarà Treviso ad imporsi nel derby veneto, ecco che anche l’Europa inizia a diventare teatro delle imprese del quintetto scaligero. Che se nel frattempo torna in finale di Coppa Italia nel 1994 e nel 1996 e nel 1997 vince la Supercoppa battendo ancora una volta Milano, 79-72, nella sfida di Assago, si affaccia in semifinale in Coppa delle Coppe nel 1992, perdendo la doppia sfida con il Real Madrid poi vincitore del torneo contro il Paok Salonicco, per infine arrivare a giocarsi il titolo nello stesso 1997 quando è proprio il Real Madrid a spengere i sogni dei ragazzi allenati da Andrea Mazzon vincendo 78-64 la finale di Nicosia.

Sono passati alcuni anni da quella prima grande finale di Coppa Italia del 1991 che fece gridare al mondo che Verona non era solo Romeo e Giulietta e il calcio campione d’Italia del 1985. In panchina c’è ora proprio Mazzon, giovane allenatore poco più che 30enne, che si è forgiato con la gavetta delle squadre giovanili ed è stato vice di Franco Marcelletti, e con il marchio Mash Jeans i veneti sono finalmente pronti a conquistare l’Europa, trascinati in campo dall’indiscutibile classe di Mike Iuzzolino, giunto nella città scaligera nel 1995 dopo un’onesta carriera NBA con i Dallas Mavericks.

Accanto all’americano, che ha in mano le chiavi della squadra e acquisirà poi cittadinanza italiana, esercitano ancora i “vecchi” Dalla Vecchia e Savio, Roberto Bullara agisce nel ruolo di guardia, Alessandro Boni fa valere i chili sotto i tabelloni, due americani di medio cabotaggio come Myron Brown e Randolph Keys danno un valido contributo, così come il muscolare tedesco Hans Gnad e l’atletico danese Joachim Jerichow. Mazzon sembra avere la bacchetta magica e riesce a miscelare perfettamente talento cestistico e forza fisica, tanto che Verona diventa squadra pericolosissima, in Italia come in Europa, difficile per tutti da battere.

E se la stagione 1997/1998 si chiuderà con i quarti di finale play-off ed eguale piazzamento in Coppa Italia, ecco che la Mash Jeans compete in Coppa Korac. E fa saltare il banco di una competizione che ha nell’Aris Salonicco i detentori del titolo, negli spagnoli del Tau Ceramica gli sfidanti più autorevoli, nella Stella Rossa Belgrado la mina vagante e nelle altre italiane Varese, Roma e Siena contendenti con ben più di qualche legittima ambizione.

La prima fase a gironi non riserva sorprese, 32 protagoniste accedono al tabellone ad eliminazione diretta e per Verona gli ostacoli Konya, Zadar e Kavadarci sono solo un antipasto di quel che sarà il seguito della rassegna. Che ai sedicesimi di finale offre in pasto ai ragazzi di Mazzon proprio il Tau Ceramica, costretto a cedere nettamente davanti al pubblico amico, 70-90, sotto i colpi di Iuzzolino e Dalla Vecchia che mettono a referto 25 e 23 punti rispettivamente, non riuscendo poi a ribaltare il passivo a Verona, 85-79, quando Iuzzolino, al solito incontenibile in attacco, ne firma altri 25 per garantire il passaggio del turno.

E se nel frattempo la Stella Rossa rimedia in casa, 91-73, la sconfitta subita a Siena, 72-81, l’Aris Salonicco fa altrettanto con gli spagnoli del Manresa e Varese e Roma fanno valere la legge del più forte contro Spartak Mosca e Cherno More Varna, agli ottavi Verona trova sulla sua strada gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon, perdendo di misura in Israele, 83-86 nonostante 18 punti di Keys, per poi rifarsi davanti al pubblico amico, 71-60, guadagnando il biglietto per i quarti di finale.

Dove il contingente italiano giunge dimezzato, stante la sconfitta di Varese con i francesi dello Cholet e la vittoria di Roma con l’Unicaja Malaga, e dove Verona deve fronteggiare l’altra squadra greca in corsa, il Peristeri, che vince di quattro in casa trascinata da Henry e Gurovic ma cede 90-79 in Veneto, lasciando via libera agli scaligeri che vanno a comporre il quartetto che si giocherà il trofeo grazie ai 31 punti di Iuzzolino e i 27 di uno scatenato Brown, alla miglior prestazione stagionale.

Tra le quattro squadre ancora in lizza non ci sono più i campioni in carica dell’Aris Salonicco, sconfitti in entrambe le gare da Roma, mentre rimangono in corsa la Stella Rossa, che rispetta il pronostico con i turchi del Konya, e i francesi dello Cholet, che a loro volta hanno la meglio nel derby transalpino con Dijon. Yugoslavi e francesi si sfidano in una semifinale che si risolve già nel match di andata, con la Stella Rossa che si impone con un clamoroso 81-49 che spalanca la porta della finale, mentre un altro derby, stavolta tra Verona e Roma, deciderà il nome della seconda squadra finalista.

In effetti l’incrocio tricolore è incerto. Nel match d’andata, al Palaolimpia di Verona, Roma chiude avanti all’intervallo, 44-42, con Obradovic sugli scudi, ma deve poi arrendersi alla prestazione magistrale di Iuzzolino che mette a segno ben 38 punti, frutto di un 5/8 da due, 7/9 da tre e 7/7 dalla lunetta, firmando il 96-82 che ipoteca il passaggio del turno. Al ritorno, infatti, la squadra di Mazzon contiene senza troppi affanni il tentativo di recupero dei capitolini, che vincono di soli 2 punti, 72-70, lasciando via libera a Verona che con i 24 punti del solito Iuzzolino e la concretezza granitica di Gnad che sfiora la doppia doppia con 14 punti e 8 rimbalzi, per il secondo anno consecutivo va a giocarsi una finale europea. Stavolta da disputarsi con la formula del doppio confronto, 25 marzo in Italia e 1 aprile in Yugoslavia.

Ad onor del vero le cose sembrano mettersi male, per gli scaligeri. Che davanti all’appassionato pubblico amico chiudono il primo tempo avanti, 43-38 dopo aver toccato anche il +13 sul 30-17, grazie all’ennesima prova maiuscola di Iuzzolino che segna 24 dei suoi 27 punti totali, ben assistito da Keys che chiuderà la serata con 17 punti. Nel secondo tempo la Stella Rossa serra i ranghi e limita le giocate del play italo-americano, salgono in cattedra Bolic e Rakocevic, che segnano rispettivamente 18 e 17 punti, e dopo aver raggiunto il massimo vantaggio sul 59-47, infine gli yugoslavi si impongono 74-68, lasciando immaginare che sette giorni dopo a Belgrado si potrà festeggiare un titolo continentale che manca dal 1974 quando la Stella Rossa trionfò in Coppa delle Coppe.

Invece… invece succede che in un Pionir che rigurgita passione nazionalista, infuocato come solo sanno essere i palazzetti del basket da quelle parti, Verona gioca la partita della vita e va a prendersi quella coppa che quasi nessuno ormai riteneva alla portata. Topic e Popovic sono i più ispirati con 17 e 14 punti, ma Mazzon azzecca ogni mossa e la sua squadra gioca d’assieme, unita, con spirito indomito che ben si identifica nei 18 punti di Iuzzolino, che risulterà infine miglior marcatore dell’intera manifestazione con 22.2 punti di media a partita, nei 13 punti e 4/5 da tre di uno stoico capitan Dalla Vecchia, nei 12 punti in 20 minuti di Bullara, negli 11 punti ed ancor più 12 rimbalzi di Keys, dominatore della serata sotto i tabelloni, e nei 9 punti e 7 palloni catturati di Alessandro Boni. A cui tocca la vetrina finale, quando a 12 secondi dalla sirena, con Verona avanti di 8 punti, va a rimbalzo sulla tripla di Bencic che danza sul ferro ma non entra, subendo fallo ed andando in lunetta per il tiro libero che vale una Coppa Korac.

Verona, che dodici mesi prima aveva conosciuto l’amaro della sconfitta, stavolta assapora fino in fondo la dolcezza del trionfo. Finisce 73-64 e il titolo europeo, inseguito ed infine acchiappato, prende la strada per l’Italia. Quel 1 aprile 1998, la coppa farà bella mostra di sè sotto gli occhi di Romeo e Giulietta. Ed è uno scenario da leccarsi i baffi.

LA STAGIONE 1946-’47 D’ESORDIO DEL BASKET PROFESSIONISTICO NBA

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I Philadelphia Warriors, primi Campioni della NBA nel 1947 – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando siamo abituati ad usufruire di un prodotto a noi familiare, difficilmente realizziamo a chi od a cosa si debba la sua invenzione, ed altrettanto avviene allorché assistiamo ad un evento sportivo, senza pensare alle origini dello stesso …

Oggigiorno, con le possibilità create dalle varie Tv satellitari, ci possiamo godere, tranquillamente seduti sul divano di casa, uno degli spettacoli più emozionanti e coinvolgenti offerti dal panorama dello Sport mondiale, ovverossia il Basket professionistico Usa, la sin troppo celebrata (ancorché meritatamente …) Lega dell’NBA, ovvero la “National Basketball Association” ed i suoi talentuosi Campioni, da LeBron James a Steve Curry, da James Harden a Kevin Durant, piuttosto che Russell Westbrook.

Ma non avremmo mai potuto beneficiare di ciò, come dell’aver ammirato in passato le prodezze di Larry Bird, “Magic” Johnson, Isiah Thomas, Michael Jordan e via dicendo, se, il 6 giugno 1946 a New York, la riferita Lega non fosse stata fondata, anche se non con l’attuale denominazione.

Difatti, prima di tale data, esistevano già due Leghe professionistiche negli Stati Uniti, ovverossia la ABL (“American Basketball League”) ad Est, risalente ben al 1925, e la NBL (”National Basketball League”), operante nelle città industriali del Midwest e fondata nel 1937, anche se le relative gare si disputavano in impianti di capienza limitata, quandanche non addirittura in sale da ballo o nelle palestre dei Licei …

Ecco, allora, nascere l’idea, da parte del proprietario del celebre “Boston Garden”, Walter Brown, di adibire gli impianti che ospitavano le gare dell’Hockey su ghiaccio – la NHL (“National Hockey League”) – per gli incontri di basket, visto che restavano inutilizzati per larga parte dell’anno, cosa che viene messa in pratica quel riferito inizio giugno del 1946, attraverso la creazione della BAA (“Basketball Association of America”), con nomina a Presidente della neonata Lega di Maurice Podoloff, che già ricopriva identica carica nella AHL, vale a dire la “American Hockey League”.

Nata così da una “costola” dell’hockey su ghiaccio – disciplina peraltro più antica rispetto al basket – la BAA vede ai propri vertici importanti uomini d’affari, ma, per logica conseguenza, poco esperti nel gestire squadre di pallacanestro, provenendo la maggior parte di loro da un altro Sport, pur adottando sin dalla stagione inaugurale la formula della suddivisione delle squadre partecipanti nelle due Division, la Eastern e la Western, che con il tempo sarebbero divenute Conference, per poi far seguire, al termine della “regular season”, la fase dei Playoff per l’assegnazione del titolo.

La grande innovazione della neocostituita Lega professionistica non è tanto da un punto di vista tecnico, in quanto la qualità non si dimostra superiore a quello delle altre due citate concorrenti – prova ne sia che i titoli del 1948 e ’49 vengono vinti dai Baltimore Bullets e dai Minneapolis Lakers, provenienti dalla ABL ed NBL rispettivamente – bensì organizzativo e di immagine, portando il basket nelle grandi Arene, siano il già citato “Boston Garden” o l’ancor più famoso “Madison Square Garden” di New York, anche se, nelle prime stagioni anch’essa, al par delle altre, non vede giocatori di colore nei roster delle varie formazioni partecipanti.

Questa situazione di ben tre Leghe professionistiche non poteva logicamente durare a lungo, e come sempre accade in questi casi, dopo che la seconda stagione aveva visto ben quattro franchigie – Cleveland, Detroit, Pittsburgh e Toronto – abbandonare la BAA lasciandola con sole sette partecipanti, poi incrementate ad otto grazie all’inserimento dei ricordati Baltimore Bullets provenienti dalla ABL, mentre nella successiva le formazioni iscritte salgono a 12 grazie al travaso di Fort Wayne, Indianapolis, Minneapolis e Rochester dalla NBL, ecco che il 3 agosto 1949 le sei compagini residue di quest’ultima Lega confluiscono anch’esse nella BAA dando luogo a tutti gli effetti all’attuale NBA, il cui primo Torneo ufficiale sotto tale denominazione è pertanto quello del 1949-’50, nel mentre la resistente ABL perde sempre più appeal e scomparirà a sei anni di distanza, nel 1955 dopo 30 anni di attività.

Fatta questa premessa per inquadrare quella che è stata la genesi della NBA – la quale ha peraltro riconosciuto come validi a tutti gli effetti per il suo “Albo d’Oro” i titoli conseguiti nei tre anni di vita della BAA – andiamo ad analizzare quello che è stato l’andamento della prima stagione, alla quale prendono parte 11 squadre, sei della parte orientale (Washington, Philadelphia, New York, Providence, Boston e Toronto) e cinque della occidentale (Chicago, Saint Louis, Cleveland, Detroit e Pittsburgh) degli Stati Uniti.

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La locandina del primo match – da:alchetron.com

Venerdì 1 novembre 1946 è la “data storica” in cui viene disputata la prima gara ufficiale della nuova Lega, presso il “Maple Leaf Gardens” di Toronto, tra i padroni di casa degli Huskies ed i New York Knicks, con questi ultimi ad imporsi per 68-66 e la loro guardia Ossie Schectman, che conclude con 11 punti all’attivo, a passare anch’egli alla storia quale realizzatore del primo canestro in una sfida sostanzialmente decisa da una maggior precisione degli ospiti dalla lunetta, con 20 su 26 rispetto al 16 su 29 dei loro avversari.

Con 60 incontri di “regular season” disputati, ad emergere nella “Eastern Division” sono i Washington Capitols allenati da quel Red Auerbach che farà le fortune degli “invincibili” Boston Celtics degli anni ’50 e ’60, che realizzano uno score di 49-11, riuscendo altresì in due occasioni a superare “quota 100” – cosa tutt’altro che usuale all’epoca – allorché si impongono per 107-81 a Cleveland il 2 febbraio ’47 (22 punti di Bob Feerick, 18 di John Manken e 17 di Fred Scolari), impresa replicata il successivo 26 marzo sul parquet amico della “Uline Arena”, quando a soccombere per 105-77 sono i Chicago Stags, con stavolta Bones McKinney a mettere a referto 18 punti, rispetto ai 17 di Feerick .

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Auerbach ed i Capitols – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Visto lo scarso numero di partecipanti, la formula dei Playoff prevede che ad accedere agli stessi siano le sole prime tre squadre di ogni Division, con la vincente ad essere esonerata dal primo turno, mentre le seconde e le terze si affrontano al meglio delle tre partite, ma con accoppiamenti interzone, nel senso che le due seconde si affrontano tra loro, così come le terze, una decisione che oggi farebbe discutere, ma d’altronde, non dobbiamo dimenticarci che siamo alle prime armi.

Ad Ovest, intanto, a farsi preferire sono i Chicago Stags, che prevalgono di misura (record di 39-22 rispetto a 38-23) nei confronti dei Saint Louis Bombers, riuscendo peraltro anch’essi a superare in ben quattro occasioni quota 100 punti realizzati – per due volte a scapito di Pittsburgh, fanalino di coda della Lega, nell’arco di una settimana, 109-85 e 101-82 tra il 6 ed il 12 febbraio ’47 – con Cleveland ad occupare la terza posizione con il 50% di vittorie, mentre ad Est, alle spalle di Washington, acquisiscono il diritto ad accedere alla “post season” Philadelphia e New York, entrambe con un record positivo di 35-25 e 33-27 rispettivamente.

Ai più attenti non sarà sfuggita una particolarità, ovvero che il record di Chicago e Saint Louis e costituito da 61 incontri rispetto ai 60 di calendario, e ciò è dovuto semplicemente al fatto che alle due squadre viene fatto disputare, il 31 maggio ’47 al “Chicago Stadium”, una sorta di spareggio per stabilire, essendo terminate a pari punti, chi dovesse essere esonerata dal primo turno dei Playoff, sfida quanto mai incerta che si risolve solo al supplementare, con i padroni di casa ad imporsi per 73-66.

Prima di addentrarci nell’esaminare l’esito dei Playoff, occorre dare il giusto risalto a coloro che hanno dato lustro a questa prima stagione, vale a dire i leader delle varie classifiche individuali, che pertanto premiano l’ala Joe Fulks dei Philadelphia Warriors quale miglior realizzatore con 1.389 punti per una media di 23,2 a partita, con un massimo di 41 realizzati il 14 gennaio ’47 nel successo per 104-74 a Toronto con 15 tiri a segno ed 11 su 16 dalla lunetta.

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Joe Fulks dei Philadelphia Warriors – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Ad avere però una miglior percentuale realizzativa dal campo è il già citato Feerick di Washington, con una media del 40,1%, nel mentre proviene da Providence il “re degli assist”, ovvero Ernie Calverley che ne distribuisce ben 202 per una media di 3,4 a partita ed il più preciso dalla lunetta è ancora un giocatore dei Capitols, vale a dire Fred Scolari con una percentuale dell’81,1%.

E, per concludere questa rivisitazione dei “top player”, la prima “All-BAA First Team” – una segnalazione che negli Usa assume un notevole valore per un giocatore – è composta da Max Zaslofsky (Chicago Stags) come playmaker, i già citati Fulks, Feerick e McKinney quali ali e Stan Miasek dei Detroit Falcons in veste di miglior centro.

Ma, già dalla sua prima edizione, il Basket professionistico conferma come una cosa sia la “regular season” e ben altra i Playoff, che si aprono ad inizio aprile ’47, e la sfida tra le due terze – New York ad Est e Cleveland ad Ovest – vede prevalere la formazione della “Grande mela” che, dopo aver perso anche piuttosto nettamente gara-1 (51-77) alla Cleveland Arena, fa valere la legge del Madison Square Garden nelle due successive sfide, che vedono la coppia formata da Bud Palmer e Stan Stulz fare il bello e cattivo tempo, mettendo a segno in coppia 52 punti in gara-2 (conclusa 86-74) e 51 nella decisiva gara-3, il cui risultato non è mai in discussione sino al 93-71 conclusivo.

Con New York ad aver, pertanto, sfruttato appieno il fattore campo costituito da un miglior record nella stagione regolare, la stessa cosa non accade nella sfida tra le due seconde delle rispettive Division, ancorché la differenza fosse minima (38-22 per Saint Louis e 35-25 per Philadelphia), con i Warriors a compiere il proprio dovere in gara-1 alla Philadelphia Arena, venendo a capo di un match equilibrato, risolto solo nel finale per il 73-68 conclusivo, ribaltato viceversa con autorità in Missouri, dove i Bombers si impongono d’autorità per 73-51, facendo ritenere poco più che una formalità il terzo e decisivo incontro che ha luogo il giorno dopo, 6 aprile ’47 sempre sul loro parquet.

Ed invece Philadelphia, riordinate le idee e, soprattutto, ritrovato un Fulks degno del suo ruolo di miglior marcatore della stagione regolare, mettendo 24 punti a referto, riesce nell’impresa di espugnare con un altrettanto netto 75-59 il campo avverso, guadagnandosi il diritto a sfidare per l’accesso alla Finale i New York Knicks, i cui confronti in “regular season” si erano conclusi con un record di 4-2 a loro favore.

Non ci siamo dimenticati di Chicago e Washington, ma il “vantaggio” di essere state esonerate dal disputare il primo turno della “Post season” viene in un certo qual modo annullato dallo scontro diretto in semifinale, anziché affrontare una delle seconde o terze, decisione piuttosto sorprendente per come siamo abituati a decifrare la “Griglia Playoff” ai giorni nostri, ma tant’è, con però una sostanziale differenza, nel senso che mentre la serie tra Philadelphia e New York si mantiene al meglio delle tre partite, quella tra le due vincitrici delle rispettive Division è al meglio delle sette, in pratica una sorta di Finale anticipata.

Il che sta altresì a significare che mentre le gare tra Knicks e Warriors prendono il via il 12 aprile, quelle tra Stags e Capitols hanno già visto disputarsi le prime sfide in concomitanza con gli incontri del primo turno, per così arrivare ad una conclusione più o meno contemporanea per dar luogo alla successiva Finale per il titolo.

Capisco come non sia molto facile raccapezzarsi in questo sovrapporsi di date, ma come sempre l’esempio pratico è la migliore soluzione, con Philadelphia che conferma, rispetto a New York, la superiorità già dimostrata nella stagione regolare, grazie alla riacquistata vena realizzativa di Fulks, “top scorer” sia in gara-1 vinta per 82-70 nella “città dell’amore fraterno” che nell’ancor più netto successo per 72-53 con cui, a due giorni di distanza, i Warriors espugnano il Madison Square Garden.

Nel frattempo, Chicago e Washington se le stanno dando di santa ragione, con questi ultimi – che si presentano all’appuntamento, oltre che con il già citato miglior record assoluto in “regular season”, forti anche delle 5 vittorie ad 1 ottenute nel corso della stagione – a subire due inattese, ma non per questo meno nette (65-81 e 53-69) sul parquet amico in gara-1 e gara-2 a distanza di un giorno l’una dall’altra, per poi soccombere anche in gara-3 (67-55, con la coppia Don Carlson e Max Zaslofsky a realizzare da soli il 63% dei punti totali, con 22 e 20 rispettivamente) ed essere i primi a sperimentare una regola tuttora esistente nella Storia dei Playoff NBA.

Tale regola, semplicemente, riflette il fatto che nessuna squadra ha mai rimontato uno svantaggio di 0-3 in una serie, e nonostante i Capitols abbiano un sussulto d’orgoglio imponendosi in gara-3 per 76-69 e quindi mettere paura agli Stags in gara-4 violandone per 67-55 il relativo parquet, la speranza di allungare la serie a gara-7, da disputare alla “Uline Arena” davanti ai propri tifosi, viene vanificata dalla più incerta delle sfide, che vede le due squadre andare all’intervallo lungo sul 30-29 per i padroni di casa, che poi dilatano il vantaggio sino a 52-48 alla conclusione del terzo parziale e quindi concludono sul 66-61 grazie soprattutto alle prestazioni di Chris Halbert e Zaslofsky (25 e 18 punti rispettivamente), mentre Auerbach è nell’occasione decisiva “tradito” da Feerick, con soli 8 punti a referto.

Ed eccoci così giunti alla serie per l’assegnazione del titolo, con Chicago che, avendo eliminato i dominatori della stagione regolare assume le vesti di favorita per la vittoria finale, con il vantaggio psicologico delle 5 vittorie ad 1 ottenute nelle stagione regolare, peraltro, curiosamente, esattamente identico a quello che, al contrario, vantava Washington nei suoi confronti, e per questo forse non proprio beneaugurante.

Con gli incontri programmati a distanza di un giorno l’uno dall’altro allorché la serie si disputa nella stessa città, il 48enne coach dei Warriors Edward Gottlieb ha dalla sua un Fulks rinfrancato dall’esito delle semifinali, come dimostra chiaramente il 16 aprile ‘47 in gara-1 allorché domina nettamente la sfida dall’alto dei suoi 37 punti, di cui ben 29 messi a segno nella ripresa per l’84-71 che viene più o meno replicato il giorno appresso, visto l’85-74 in cui stavolta Philadelphia si impone di squadra, con ben 5 suoi elementi in doppia cifra, a dimostrazione che limitare il “top scorer” della “regular season” (solo 13 punti a referto …) non è abbastanza per vincere.

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Joe Fulks in azione – da:prohoopshistory.net

La ricordata regola dello “0-3 non rimontabile” viene vissuta stavolta sulla propria pelle dai giocatori di Chicago in gara-3, la cosiddetta “sfida che non si deve perdere”, e che, al contrario, vede i Warriors avere la meglio sul parquet avverso in una partita giocata “punto a punto”, con le due squadre andate all’intervallo sul 31 pari, per poi vedere gli ospiti prendere un lieve margine (47-46) a fine terzo periodo e quindi resistere sino al 75-72 conclusivo che vede nuovamente Fulks indiscusso protagonista con i suoi 26 punti realizzati.

Una situazione di 3-0 a proprio favore fa generalmente sì che gara-4 sia appannaggio della formazione a secco di vittorie, cosa che si verifica anche in questa occasione, non senza batticuore per i tifosi degli Stags che, convinti di aver oramai la vittoria in tasca dopo il 65-52 di chiusura terzo quarto, vedono la loro squadra rimontata sino a chiudere per un solo punto di scarto (74-73) l’incontro a proprio favore …

Si torna quindi a Philadelphia per quella che può essere l’ultima e decisiva sfida, con i Warriors ad un successo dalla conquista del titolo, ed i supporters iniziano già a pregustare i festeggiamenti del dopopartita alla fine del primo periodo, chiuso su di un confortante 27-13, ma senza aver fatto i conti con l’orgoglio di Chicago che, dapprima riduce lo svantaggio a 38-40 all’intervallo e quindi si porta in vantaggio 68-63 quando inizia l’ultimo quarto.

A scacciare la paura che comincia ad aleggiare sulle tribune della Philadelphia Arena non può essere altri che Fulks con i suoi 34 punti a referto – nonché concludendo la serie con una media di 26,2 a partita – anche se a realizzare il canestro del pareggio sull’80-80 ad 1’ dalla sirena è Howie Dallmar, prima che la gara assumesse il suo contorno definitivo di 83-80 che laurea i Warriors quali i primi Campioni della nuova Lega Professionistica Usa.

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La palla di gara-5 autografata dai giocatori dei Warriors – da:deskgram.net

Curioso il fatto che detta franchigia non sia, come molti potrebbero credere, quella che successivamente è divenuta i “Philadelphia 76ers” di Moses Malone e Dr. J Julius Erving, in quanto questi ultimi nascono nel 1963 come prosecuzione dei “Syracuse Nationals”, mentre i Warriors hanno mantenuto il loro soprannome, divenendo, con il tempo, dapprima i “San Francisco Warriors” (1962-71) e quindi gli attuali “Golden State Warriors”, dominatori della recente Storia della NBA con tre titoli (2015, ’17 e ’18) nelle ultime quattro stagioni grazie alle prodezze di Stephen Curry e Kevin Durant, quest’ultimo premiato come MVP delle Finali Playoff degli ultimi due anni …

Peccato che un tale riconoscimento sia stato istituito solo a far tempo dal 1969, altrimenti i Warriors – oltre a Rick Barry nel ’75 ed ad André Iguodala nel ’15 – avrebbero visto beneficiarne un altro dei propri giocatori.

E, se avete avuto la pazienza di seguire il racconto sino a questo punto, non potrete avere certo alcun dubbio al riguardo, Joe Fulks, of course …!!