GEORGE MIKAN, LA PRIMA STELLA NEL FIRMAMENTO DELLA NBA

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George Mikan – da ballislife.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da fare, ogni sport – individuale o di squadra che sia – per entrare nell’immaginario collettivo ha bisogno, sin dall’era pionieristica, di personaggi con cui lo si possa identificare, così è successo per l’americano Johnny Weissmuller (il futuro Tarzan di hollywoodiana memoria) nel nuoto, ed altrettanto al finlandese Paavo Nurmi per l’atletica leggera, piuttosto che ad Alfredo Binda nel ciclismo ed a Giuseppe Meazza nel calcio.

A detta regola non sfugge neppure la neonata Lega Professionistica di Basket americana, Paese che negli anni ’20 e ’30 aveva viceversa celebrato due leggende del baseball quali Babe Ruth e lo sfortunato Lou Gehrig, dominatori nelle rispettive decadi con i New York Yankees, che nell’immediato dopoguerra si identifica con la prima stella di valore assoluto, vale a dire il centro George Mikan, capace di vincere cinque titoli NBA nei primi anni ’50 con la maglia dei Minneapolis Lakers, prima dinastia in tale disciplina.

Mikan, nato a Joliet, nell’Illinois, il 18 giugno 1924, sfrutta le sue enormi potenzialità fisiche – è alto m.2,08 per 111 chili – per emergere in un Sport che, strano a credersi ai giorni nostri, all’epoca era considerato più adatto ai giocatori di media statura, ritenendo i colossi del calibro del nostro personaggio odierno più adatti a discipline quali la Lotta od il Pugilato, in quanto poco agili e sgraziati nei movimenti che il Basket viceversa impone.

Una condizione a cui non sembra sfuggire neppure Mikan, il quale oltretutto sconta anche una leggera zoppia derivante da un grave incidente ad un ginocchio subito da ragazzo che lo costringe a letto per oltre un anno e mezzo, venendo escluso dalla squadra di Basket del proprio liceo e scartato dall’Università di Notre Dame, circostanza che lo fa ripiegare sulla “DePaul University”, dove incontra colui che darà una svolta alla propria carriera da giocatore.

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Mikan a colloquio con Meyer – da playitusa.com

E’ infatti il coach Ray Meyer il primo ad accorgersi delle enormi potenzialità di quel ragazzo intelligente e fisicamente ben piazzato, ma ancora troppo timido e maldestro nell’esecuzione dei fondamentali, sottoponendolo a dure sedute di allenamento per migliorarne la tecnica di tiro e l’abilità a rimbalzo, così da trasformare in pochi mesi Mikan in un giocatore aggressivo e convinto dei propri mezzi, orgoglioso più che vergognarsene della sua altezza (nonché della miopia, che lo porta a gareggiare con gli occhiali …), da cui avrebbe potuto trarre indubbio vantaggio.

Abbinando agli insegnamenti sul parquet anche esercizi tipici del pugilato, lezioni di ballo e salto della corda per migliorarne il più possibile l’agilità e, sul lato dei fondamentali, insistendo affinché fosse in grado di eseguire ganci a canestro con entrambe le mani, Meyer riesce a costruire un centro dalle potenzialità devastanti, capace di dominare il panorama universitario nel biennio 1944-’45 che conclude in entrambi i casi quale “Top Scorer” con medie rispettivamente di 23,9 e 23,1 punti a partita, con l’apice raggiunto al “National Invitation Tournament” del 1945, che DePaul si aggiudica con irrisoria facilità e che vede Mikan votato come l’MVP della rassegna in forza dei 120 punti realizzate nelle tre gare disputate, tra cui spiccano i 53 punti messi a referto nella semifinale contro Rhode Island, curiosamente pari al totale realizzato dagli avversari, visto che l’incontro si conclude sul 97-53 (!!!).

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Mikan riceve il premio di MVP al NIT del 1945 – da gettyimages.it

Con la propria maglia n.99 ritirata dalla DePaul University, per Mikan si schiude la porta del sasket professionistico, in cui entra firmando nell’estate 1946 per i Chicago American Gears dell’allora denominata National Basketball League, con un impatto alquanto positivo per un esordiente, con una media di 16,5 punti a partita ed incrementata a 19,7 nelle tre gare di Playoff che consegnano il titolo alla squadra di Chicago.

Titolo che Mikan conferma anche l’anno successivo, quando però è già passato ai Minneapolis Lakers in modo alquanto rocambolesco, dato che a Maurice White, proprietario dei Gears viene in mente l’idea di costituire una propria Lega dal nome altisonante di “Professional Basketball League of America”, progetto che abortisce dopo appena un mese ed i suoi giocatori vengono ripartiti tra le altre 11 franchigie della NBL, e sorte vuole che a beneficiare dei servigi di Mikan sia il Club di Minneapolis.

Con indosso la maglietta della Società del Minnesota, Mikan ha l’occasione di dividere i compiti in attacco con l’ala grande Jim Pollard, formando un duo devastante che consente al potente centro di chiudere la “regular season” a 21,3 punti di media, per poi incrementare, al solito, il proprio livello realizzativo alla quota di 24,4 nei playoff, conclusi con il successo per 3-1 sui Rochester Royals.

L’anno seguente, un’altra scissione avviene all’interno del non ancora ben allineato basket americano, con le franchigie di Minneapolis, Rochester, Fort Wayne ed Indianapolis ad andare a formare, assieme alle corrispettive di New York, Boston, Philadelphia e Chicago, la “Basketball Association of America” (BAA) che, a distanza di un anno, ingloba anche le restanti compagini della NBL per dar vita alla attuale NBA.

Per Mikan, comunque, questo o quello per me pari son, visto che continua ad imperversare sotto canestro, concludendo la stagione regolare con 28,3 punti di media, pur se i Lakers registrano il secondo miglior record della Lega (44-16) preceduti per una sola vittoria dai Rochester Royals che, nei playoff vengono eliminati per 2-0 grazie al successo di misura (80-79) colto in gara-1 sul parquet avversario, dove Mikan risulta devastante con i suoi 32 punti, cui abbina i 31 di gara-2 dove i Lakers non hanno difficoltà a piegare 67-55 la resistenza dei Royals ed accedere così alla Finale per il titolo contro i Washington Capitols, al tempo allenato da un certo Red Auerbach che farà la storia di questo sport con i Boston Celtics.

La serie, al meglio delle 7 gare, si apre con due successi casalinghi per Minneapolis che poi espugna anche il parquet avversario in gara-3 portandosi ad un passo dal titolo, allorquando, in gara-4, proprio Mikan si rompe il polso, consentendo ai Capitols di ridurre lo svantaggio assicurandosi i successivi incontri casalinghi e quindi tornare a Minneapolis per gara-6 dove Mikan, sceso in campo con un’abbondante fasciatura alla mano, si conferma ancor più devastante con i suoi 29 punti per il 77-56 che consegna ai Lakers il loro secondo titolo consecutivo.

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Il trio di attacco dei Lakers, con Pollard, Mikan e Mikkelsen – da twincities.com

Oramai Mikan è leggenda, e l’ingresso negli anni ’50 non può che confermare la sua indiscussa supremazia nel panorama del basket americano, tanto che per limitarne il dominio sotto canestro la NBA raddoppia le dimensioni della “area dei tre secondi” al fine di tenerlo il più possibile lontano dalla retina, ma ciò che ne accresce ancor più la popolarità è la geniale trovata dei proprietari del Madison Square Garden di New York che, prima di una gara che vede la squadra locale affrontare i Lakers, espongono la classica insegna luminosa tipica degli impianti americani per pubblicizzare un evento e che riporta la scritta “New York Knickerbockers vs. George Mikan”, il che la dice sin troppo lunga in merito al suo strapotere sul parquet.

Con, finalmente, stabilizzata la situazione a livello federale con la creazione della NBA (“National Basketball Association”), la stagione inaugurale della nuova Lega vede Minneapolis e Rochester concludere a braccetto la “regular season” con il medesimo, impressionante record di 51-17, e Mikan guidare ancora da par suo la classifica dei realizzatori con 27,4 punti di media a partita, con un record di 51 punti nella gara, peraltro persa per 77-83, in casa dei Royals, avendo pertanto da solo messo a segno il 66% dei punti della propria squadra.

Ma, mentre Rochester cade a sorpresa nel primo turno dei playoff di fronte a Fort Wayne, Minneapolis si presenta esente da sconfitte all’appuntamento con la serie per il titolo contro i Syracuse Nationals, i quali hanno il vantaggio del fattore campo avendo concluso la stagione regolare con un record di 51-13, immediatamente saltato con il successo dei Lakers in gara-1 per 68-66 grazie ad un’altra straordinaria prestazione di Mikan che, con i suoi 37 punti messi a referto, realizza, come di consueto, più della metà dei punti per la propria squadra, per poi – dopo che i successivi quattro incontri vedono il successo delle formazioni ospitanti, con la serie allungata sul 3-2 – mettere il sigillo al primo titolo NBA della storia con i suoi 40 punti nel 110-95 di gara-6 che conclude la contesa.

E se Mikan continua ad imperversare violentando la retina, tanto che nel successivo torneo 1950-’51 tocca la media di 28,4 punti a partita (la più alta per singola stagione in carriera), per una volta tocca ai Royals avere l’ultima parola, superando Minneapolis 3-1 nella finale della Western Division, nonostante sia sempre il centro dell’Illinois l’ultimo ad arrendersi, con i 32 punti messi a segno nella decisiva gara-4, persa per 75-80, così consentendo a Rochester di assicurarsi l’unico titolo della loro storia, superando 4-3 in Finale i New York Knicks.

Mai sottovalutare l’orgoglio di un campione ferito, ed anche se dalla successiva stagione la NBA introduce la già ricordata variazione del limite dell’area sotto canestro, portandolo da sei a dodici piedi – principalmente su richiesta di Joe Lapchick, coach dei New York Knicks, il quale vive la presenza sul parquet di Mikan come una sorta di nemesi – la sostanza non cambia poiché, se pur il 27enne gigante vede forzatamente ridotta la propria media punti, i suoi Lakers inanellano un tris di titoli consecutivi dal 1952 al 1954, come a dire che, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.

E, visto che dalla stagione precedente la NBA aveva iniziato a registrare anche le statistiche dei rimbalzi, se Mikan perde la leadership come realizzatore – la cui classifica nel ’52 è appannaggio di Paul Arizin dei Philadelphia Warriors con 25,4 punti di media rispetto ai 23,8 dell’occhialuto centro di Minneapolis – lo stesso si afferma nella graduatoria dei rimbalzisti, portando a casa 13,5 rimbalzi di media a partita, confermando detta superiorità anche nel ’53 con 14,4 mentre l’anno successivo i suoi 14,3 rimbalzi di media sono superati da Harry Gallatin, di New York, che ne raccoglie 15,3 suo massimo in carriera per singola stagione.

Dopo queste divagazioni, sempre utili, comunque, a comprendere lo spessore del personaggio, torniamo alle vicende sul parquet, che vedono i Lakers, dopo aver chiuso la stagione regolare con un record di 40-26, prendersi una ghiotta rivincita contro i Royals nella finale della Western Division, restituendo loro il 3-1 subito l’anno prima, per poi affrontare per il titolo proprio i New York Knicks, il cui coach, ricordate, era stato il promotore di quella che in America viene ribattezzata come la “Mikan Rule” (la “regola Mikan”) per cercare di limitarne il rendimento.

La serie è di quelle che passano alla storia, conclusa solo nella decisiva gara-7 dopo che New York, affermandosi per 80-72 in gara-2 a Minneapolis, aveva volto a proprio favore il fattore campo, salvo perderlo immediatamente quando sono i Lakers ad espugnare il Madison Square Garden per 82-77 in gara-3 per poi vedere le squadre di casa avere la meglio, portando la serie sul 3-3 prima dell’ultima e decisiva gara-7 in programma nella più popolosa città del Minnesota.

E, con Mikan leader quanto a rimbalzi in tutti e sette gli incontri disputati, la sfida conclusiva si risolve in un trionfo per i Lakers che dominano la gara, con il loro centro a mettere a referto 22 punti e 19 rimbalzi per l’82-65 che riporta Minneapolis ai vertici della NBA.

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Mikan festeggia uno dei titoli coi Lakers – da croatia.org

Fatto intendere a Lapchick che non può essere una variazione regolamentare a ridurre la devastante impronta che Mikan ha oramai impresso ad uno sport che, anche grazie a lui, sta sempre più prendendo piede negli States, niente di meglio che ribadire il concetto quando le due squadre si ritrovano nuovamente di fronte per le Finali del 1953, pur se Minneapolis era dovuta ricorrere a gara-5 per superare 3-2 Fort Wayne nella finale della Western Division.

Stavolta, i Lakers sembra quasi giochino come il gatto con il topo, concedendo agli avversari di sorprenderli in casa in gara-1 per 96-88 per poi, dopo aver pareggiato i conti in gara-2, prendersi il gusto di andare ad espugnare il Madison Square Garden con tre successi consecutivi, in cui Mikan è protagonista nella gara-4 che risulta quella decisiva, visto il 71-69 con cui si conclude e che lo vede autore di 27 punti, mentre nel 91-84 di gara-5 che chiude la sfida sul 4-1 per Minneapolis si concede n turno di riposo con appena 14 punti a referto.

Con il peso degli anni che inizia a farsi sentire – Mikan va verso i 30, Pollard, di due anni più anziano, li ha già superati – la stagione 1953-’54 vede comunque Minneapolis realizzare il miglior record in “regular season” con 46-26 anche se la media realizzativa del suo poderoso centro scende per l’unica volta al di sotto dei 20 punti, attestandosi a quota 18,1, per poi prepararsi ad affrontare un’altra epica sfida nella finale per il titolo, proprio contro quei Syracuse Nationals contro cui, nel ’50, si era inaugurata la prima stagione NBA.

Una serie durissima, in cui il fattore campo salta come i tappi di spumante a Capodanno, e che vede Syracuse espugnare Minneapolis in gara-2 per portarsi sull’1-1 solo per spronare Mikan a dare il meglio di se stesso nella successiva gara-3, in cui i suoi 30 punti risultano determinanti nel successo per 81-67 che riporta l’inerzia della serie a favore dei Lakers, i quali, dopo essersi assicurati anche gara-5 sul parquet avverso portandosi sul 3-2 con le ultime due sfide davanti al pubblico amico, soccombono in gara-6 per 63-65 nonostante Mikan giochi praticamente da solo, con i suoi 30 punti realizzati, rimandando i festeggiamenti a gara-7 in cui a fare la parte del leone, una volta tanto, sono i suoi compagni, distribuendo tra loro i punti del 87-80 che pone fine alla contesa.

Per il ragazzo timido, introverso e maldestro che aveva varcato la soglia della “DePaul University” dieci anni prima, si tratta della definitiva consacrazione attraverso un percorso che apre una strada nuova nel basket professionistico e che sarà seguito, anche con maggior successo e risalto, visto anche l’interesse successivamente rivolto dai “Media” a tale disciplina, dai vari Bill Russell, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, i quali non potranno peraltro che ringraziare Mikan per il contributo fornito nella crescita del movimento, ed, in particolare, del ruolo di centro nell’economia di squadra.

 

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IL DREAM TEAM 2 DI O’NEAL E L’IRIDE IN CANADA NEL 1994

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Il Dream Team 2 – da basketinside.com

articolo di Nicola Pucci

Due anni dopo l’esibizione senza precedenti e mai più replicata di un’impareggiabile parata di stelle ai Giochi di Barcellona del 1992, il mai troppo enfatizzato Dream Team tanto per capirsi, la squadra americana di pallacanestro si presenta all’appello dei Mondiali in Canada del 1994. Campioni leggendari come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, ovviamente, non ci sono più, quindi la nuova versione del Dream Team lascia spazio al nuovo che avanza, che risponde ai nomi di Shaquille O’Neal (22 anni), Alonzo Mourning (24 anni), Shawn Kemp e Larry Johnson (entrambi 25 anni). Accanto alle nuove reclute esercitano, sotto l’occhio attento di coach Don Nelson, campioni a loro volta affermati, quali Dominique Wilkins (34 anni) e Joe Dumars (31 anni), a completare un organico comunque di primissimo livello che comprende anche Reggie Miller, Dan Majerle, Mark Price, Kevin Johnson, Derrick Coleman e Steve Smith.

Si gioca dal 4 al 14 agosto allo Skydome e al Maple Leaf Garden di Toronto e al Coops Coliseum di Hamilton ed in lizza, per un evento che vale anche come torneo di qualificazione olimpica per Atlanta 1996, ci sono 16 Nazionali. Unica assenza di rilievo, l’Italia, mentre sono della partita Russia e Croazia, nate sulle ceneri delle ormai defunte Urss e Jugoslavia, dominatrici dell’edizione argentina del 1990 chiusa con il successo slavo per 92-75.

Il Dream Team 2, battezzato in ricordo dei predecessori “barcellonesi” e con la timida illusione di ripetere quell’exploit, nondimeno è largamente superiore alla concorrenza e già nella prima fase a gironi ha modo di sciorinare basket di eccellente qualità, andando oltre i 100 punti al debutto con la Spagna, 115-100 con 21 punti di Dumars e 20 di Miller, con la Cina, 132-77 con O’Neal top-scorer con 22 punti, e con il Brasile, 105-82 con l’immarcabile O’Neal ancora il migliore con 27 punti. Bis repetita al secondo turno, quando ad arrendersi alla superiorità della squadra di Nelson sono l’Australia, demolita 130-74 con 31 punti di Miller che piazza un 4/4 da due e 5/6 da tre oltre ad 8/8 ai liberi, Portorico, altrettanto impossibilitata a fare match pari 134-83 con O’Neal e Miller che segnano rispettivamente 29 e 28 punti, e la stessa Russia, che si arrende 111-94 e al 10/11 da due di O’Neal che segna ancora 21 punti.

Nel frattempo la kermesse iridata boccia l’ambiziosa Spagna del “vecchio” San Epifanio, del bomber Herreros e di Jordi Villacampa, relegata dalla sorprendente sconfitta di misura con la Cina, 78-76, al girone che assegna i posti dal nono al dodicesimo; la Croazia illustra lo sterminato talento di Dino Radja, che gioca a Boston, Toni Kukoc, scelto da Chicago proprio nell’anno del primo ritiro di Jordan, e Arijan Komazec, stella a Varese; l’Australia ha in Andrew Gaze il miglior tiratore scelto del torneo con 23.9 punti di media a partita; la Russia trascinata da Sergei Bazarevich e la Grecia che ha nei veterani Giannakis e Fassoulas i suoi leader vincono i propri gironi e si presentano all’appuntamento con la fase decisiva con l’ambizione neppure troppo taciuta di salire sul podio.

Al penultimo atto, a giocarsi il titolo mondiale, in effetti arrivano le quattro squadre più attrezzate. Ovviamente gli Stati Uniti, che non hanno trovato ostacoli lungo il loro cammino, la Croazia che ha vinto le sei gare disputate, la Russia che ha ceduto solo agli americani, e la stessa Grecia, che ha superato 74-71 il Canada nel match decisivo per la qualificazione grazie a 28 punti di Christodoulou. E sono proprio gli ellenici a provare a far saltare il banco, affrontando gli Stati Uniti il 13 agosto allo SkyDome di Toronto. Figurarsi. Il Dream Team 2 non conosce incertezza, pur stavolta non superando la soglia dei 100 punti segnati, vincendo facile 97-58 con 14 punti di Miller e 16 rimbalzi di O’Neal, mentre l’altra semifinale ripropone la sfida, seppur con denominazione diversa, della finale di quattro anni prima. Croazia e Russia si affrontano nel sostanziale equilibrio, con Bazarevich che conferma la sua classe segnando 16 punti, ben supportato da Babkov con 13 punti, che garantiscono il successo finale di misura, 66-64 nonostante i 22 punti di Komazec, i 16 di Radja e i 10 rimbalzi di Vrankovic, e chiavi d’accesso all’atto decisivo.

In finale, ad onor del vero, non c’è proprio partita. La superiorità americana è tanto evidente da risultare quasi imbarazzante per i malcapitati russi, costretti ad accusare già all’intervallo un passivo impossibile da contenere, 73-40. Wilkins è il miglior marcatore con 20 punti, O’Neal, eletto infine MVP della rassegna, Mourning e Kemp firmano a loro volta 18, 15 e 14 punti e ben otto giocatori del Dream Team 2 vanno in doppia cifra. Johnson e lo stesso O’Neal sotto le tabelle raccattano tutto quel che capita nei pressi dei loro tentacoli, 11 e 10 rimbalzi rispettivamente, e seppur nel secondo tempo il divario sia più contenuto, infine lo score a referto di 137-71 la dice lunga su quanto forte sia questa seconda versione del basket stelle-e-strisce. Non bastano le buone prove di Babkov (22 punti, con 8/13 al tiro complessivo), Mikhaylov (19 punti) e Bazarevich (17 punti) a salvare l’onore dei russi, ancora una volta secondi al mondo… lassù, sul trono, siede il Dream Team 2, forte, fortissimo e terribilmente simile alla squadra dei sogni che incantò Barcellona.

BOB McADOO E LA SUA TRIPLA VITA DA CAMPIONE DI BASKET

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McAdoo marcato da Erving nella Finale NBA ’82 – da amicohoops.net

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari affermati Campioni della NBA che sono venuti a concludere una brillante Carriera in Italia – citiamo, ad esempio, Darryl Dawkins a Milano, George Gervin a Roma e Dominique Wilkins a Bologna – nessuno di loro ha lasciato un così tangibile ricordo sia dal punto di vista professionale che umano di quanto abbia fatto Robert Lee, ma per tutti, semplicemente, Bob” McAdoo nei suoi 6 anni trascorsi nel Bel Paese.

Nato a Greensboro, nel North Carolina, il 25 settembre 1951, leggenda vuole che a soli 3 anni il piccolo Bob fosse già capace di infilare la palla a spicchi dentro ad un canestro, abilità che ha poi mantenuto sino a quasi 40 anni, unitamente alla passione per il sassofono, strumento da lui suonato in un Gruppo di rhythm-and-blues ai tempi del Liceo.

Periodo in cui Bob non eccelle quanto a rendimento scolastico, circostanza che non gli consente, ultimati gli studi superiori, di superare l’esame di ammissione alla “North Carolina University” – uno dei College più titolati al Torneo di Basket NCAA, dato che li ha visti qualificarsi in 20 occasioni alle “Final Four” con 11 Finali e 6 Titoli al loro conto – dovendosi accontentare di ripiegare sulla più modesta “Vincennes Junior College” dello Stato di Indiana dove, per sua fortuna, migliora il proprio status accademico, con ciò consentendogli di accedere, nel 1971, a North Carolina.

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McAdoo a North Carolina – da gettyimages.it

Nell’unica stagione in cui indossa la maglietta dei “Tar Heels”, McAdoo mette infatti in mostra tutte le proprie qualità, con 19,5 punti e 10,1 rimbalzi di media che portano North Carolina ad un record di 29-5 ed a qualificarsi per le “Final Four” di Los Angeles, dove viene sconfitta in Semifinale 79-75 da Florida State, nonostante la superba prestazione del centro, autore di 24 punti e 15 rimbalzi, circostanza che gli consente di essere inserito nel quintetto ideale della stagione.

Quindici giorni dopo la fine del Torneo NCAA, il 10 aprile ’72, si svolge a New York l’atteso Draft da parte delle franchigie della NBA e McAdoo viene selezionato come seconda scelta assoluta da parte dei “Buffalo Braves”, dopo che Portland, avente il primo diritto, si orienta verso LaRue Martin proveniente da Loyola, una delle peggiori “prime scelte” della Storia del Basket Professionistico americano.

Buffalo, alla sua terza stagione nella NBA, spera, con l’innesto di McAdoo, di migliorare il proprio rendimento rispetto ai due campionati precedenti, entrambi conclusi con un modesto record di sole 22 vittorie a fronte di 60 sconfitte, ma Coach Jack Ramsey inizialmente ritiene il 21enne Bob troppo esile (misura m.2,06 per 95kg.) per il ruolo di centro, impiegandolo come ala bassa, salvo poi convincersi del contrario allorquando, in un match contro New York, il talentuoso Bill Bradley rifila 38 punti in faccia a McAdoo, non proprio un eccellente difensore.

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McAdoo a canestro coi Buffalo Braves – da hoopshabit.com

Accorgimento che, se tardivo per il primo anno da Professionista di McAdoo, paga i suoi frutti nelle tre successive Stagioni, nelle quali si aggiudica altrettanti titoli di “Miglior Realizzatore” con medie, rispettivamente, di 30,6 – 34,5 (suo massimo in carriera) e 31,1 punti a partita, che trascinano Buffalo ai primi Playoff della sua Storia, pur venendo sempre eliminati nella Semifinale di Conference, di cui va comunque ricordata la serie del 1975, persa 4-3 contro i Washington Bullets, nel corso della quale McAdoo fa registrare una sensazionale media di 37,4 punti e 13,4 rimbalzi a partita (!!), con l’apice in gara-4, dove realizza 50 punti e cattura 21 rimbalzi nel successo per 108-102 dei “Braves”.

Numeri e prestazioni che fanno scrivere a metà della Stagione 1975-’76 alla celebre rivista “Sport Illustrated” come McAdoo sia “il più rapido centro e la più sbalorditiva macchina da canestri che abbia mai giocato a Basket”, giudizio condiviso dall’ex Boston Celtics Bill Russell, all’epoca Coach a Seattle, che definisce il 25enne di North Carolina come “il più grande tiratore di tutti i tempi, sfatando la diceria che un centro non possa possedere anche un tiro micidiale”.

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McAdoo con uno dei trofei di “Miglior Realizzatore” vinti – da pinterest.com

Premesse che, però, non vengono mantenute negli anni a seguire, allorché, in parte anche a causa di vari infortuni che lo affliggono, McAdoo diventa “l’oggetto misterioso” della NBA, cambiando ripetutamente squadra, da New York ad inizio ’77 (in cui entra in rotta di collisione con l’altra Star dei Knicks, Spencer Haywood) a Boston nell’ultima parte della Stagione 1978-’79, per poi accasarsi a Detroit, dove salta quasi per intero il Torneo 1981-’82, concluso con i New Jersey Nets, tant’è che il suo approdo, l’estate seguente, ai Los Angeles Lakers passa quasi inosservato, ritenendo gli addetti ai lavori che, avendo già superato la soglia dei 30 anni, ben difficilmente sarebbe stato in grado di ritagliarsi uno spazio importante coi giallo-viola.

Lakers che, dopo essersi laureati Campioni nel 1980 (il primo anno da “Rookie” di Earvin “Magic” Johnson), erano incappati in una inopinata sconfitta al primo turno dei Playoff ’81 da parte degli Houston Rockets di Moses Malone (poi sconfitti in Finale dai Boston Celtics di Larry Bird) ed erano quindi desiderosi di riscatto e l’apporto di esperienza di McAdoo poteva rivelarsi utile, tanto più che il leggendario centro titolare, Kareem Abdul-Jabbar, aveva comunque quattro primavere in più.

Entrato in punta di piedi al “Forum” di Inglewood, McAdoo si trova in una posizione all’interno della franchigia a lui più congeniale, essendosi lamentato del fatto che, in ogni squadra dove era andato, i dirigenti ed i tifosi “si aspettavano che io da solo risolvessi ogni gara, così da creare una pressione insostenibile”.

 

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McAdoo al tiro in faccia a Larry Bird – da pinterest.com

Cosa che, ovviamente, non si registra in Calfornia, con il quintetto base composto da Nixon, “Magic”, Cooper, Wilkes e Jabbar, a cui McAdoo, nella sua prima stagione, dà un contributo costituito da 41 presenze in “Regular Season” sempre proveniente dalla panchina, facendo registrare una media di 9,6 punti e 3,9 rimbalzi a partita, decisamente migliorata nelle serie dei Playoff, in cui Los Angeles “spazza via” dapprima Phoenix e quindi San Antonio (entrambe per 4-0) per poi tornare a conquistare l’anello superando 4-2 in Finale i Philadelphia 76ers di “Doctor J” Julius Erving.

McAdoo, difatti, disputa tutte e 14 le gare della “Post Season”, elevando a 16,7 la media punti ed a 6,8 la quota di rimbalzi catturati per gara, risultando determinante nella decisiva gara-6 al “Forum” (Philadelphia poteva contare sul vantaggio del fattore campo, in caso di sconfitta, la settima e decisiva sfida si sarebbe disputata allo “Spectrum”) mettendo a segno 16 punti con 9 rimbalzi nei 33 minuti giocati, al pari di Michael Cooper, anch’egli partito dalla panchina, i subentri dei quali venivano richiesti dai supporters californiani al grido di “Doo, doo, doo”, quando volevano Bob, e di “Coo, coo, coo”, quando invece era considerata necessaria la presenza di Michael.

Riacquistata sicurezza nei propri mezzi e con la fiducia da parte del Coach Pat Riley e dei compagni nei suoi confronti, McAdoo fornisce un fattivo contributo anche alle successive tre stagioni disputate con la maglia dei Lakers, che vedono Los Angeles giungere in Finale nel 1983 (distrutti 4-0 dalla voglia di riscatto dei 76ers) e l’anno seguente, dove cedono solo in gara-7 nella tradizionale sfida degli anni ’80 contro gli arci rivali dei Boston Celtics, decisa dall’esito di gara-4 dove i Lakers, in vantaggio 2-1 nella serie, vengono sconfitti 129-125 al “Forum” al supplementare, per poi confermarsi nuovamente Campioni nel 1985, prendendosi la più gustosa delle rivincite, con il successo per 111-100 in gara-6 al “Boston Garden”.

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McAdoo e Byron Scott festeggiano il titolo ’85 – da gettyimages.it

Quattro Stagioni con altrettante Finali Playoff e due Titoli vinti, non sono niente male per un “vecchietto” come McAdoo, ma i Lakers intendono ringiovanire la propria panchina e, pertanto, non esercitano l’opzione contrattualmente prevista per prolungare di un ulteriore anno la sua permanenza in California, concedendogli la veste di “free agent” che lo porta ad accasarsi a Philadelphia solo a metà della successiva Stagione, conclusa dai “Sixers” con una rocambolesca sconfitta 113-112 in gara-7 delle Semifinali della Eastern Conference contro Milwaukee, nonostante la presenza in squadra di campioni quali Maurice Cheeks e Charles Barkley, oltre al già ricordato Julius Erving.

A 35 anni suonati, McAdoo deve decidere se accettare l’offerta economica dei 76ers per il prolungamento di contratto (che non ritiene in linea con le sue potenzialità) oppure optare per un’esperienza all’estero e, per fortuna dei tifosi di basket italiani, sceglie questa seconda soluzione, approdando all’Olimpia Milano alla corte di Dan Peterson, per formare un trio con pochi eguali composto anche da Mike D’Antoni e Dino Meneghin, cui si aggiungono Roberto Premier, l’altro americano Ken Barlow, Franco Boselli e Vittorio Gallinari.

L’impatto di McAdoo con il Basket europeo è devastante, visto che nella sua prima Stagione l’Olimpia, all’epoca sponsorizzata Tracer, fa incetta di trofei, aggiudicandosi il 25 marzo ’87, nella Finale di Bologna, la Coppa Italia superando in volata (95-93) la Scavolini Pesaro, per poi riportare, ad oltre 20 anni di distanza, la Coppa dei Campioni a Milano.

Una manifestazione, alla quale sembra che la Tracer debba dare l’addio già ai Quarti di finale quando, opposta ai greci dell’Aris di Salonicco, capitanati da quell’autentica “macchina da canestri” che risponde al nome di Nikos Galis, incappa in una serata da dimenticare in terra greca, venendo sommersa da un divario di ben 31 punti (98-67, con 44 realizzati da Galis), in cui l’unico a non perdere la testa è proprio McAdoo, che con i suoi 26 punti tiene a galla (si fa per dire …) la barca milanese, rivelatisi poi, al contrario, determinanti, allorquando, al ritorno, limitato Galis a soli 16 punti ed i greci a 49 in totale, Milano si impone per 83-49 garantendosi la prosecuzione nel Torneo, poi vinto con il successo per 71-69 sugli israeliani del Maccabi Tel Aviv nella Finale di Losanna del 2 aprile ’87.

Per completare il “tris”, manca il titolo italiano, con Milano che accede ai Playoff con il quarto posto nella “Regular Season”, ma la doppia vittoria in Semifinale contro Varese (95-75 a Masnago, 78-71 a Milano), garantisce il vantaggio del fattore campo nella Finale contro la Mobilgirgi Caserta, superata con un netto 3-0, frutto del successo esterno in gara-1 per 90-85 e delle successive vittorie al “Forum” per 99-90 ed 84-82.

Striscia di vittorie che non si ferma neppure l’anno seguente, quando la Tracer fa sua la Coppa Intercontinentale sconfiggendo 100-84 in Finale il Barcellona il 20 settembre ’87, per poi confermarsi Campione d’Europa con una rinnovata formula che, ricalcando lo stile NCAA, qualifica le migliori squadre alla “Final Four” disputatasi a Gand, in Belgio, dove i milanesi superano in semifinale ancora l’Aris di Galis per 87-82 per poi trovarsi nuovamente ad affrontare il Maccabi Tel Aviv nella Finale del 7 aprile ’88, risolta a favore di D’Antoni & Co. per 90-84 in una squadra, dove, oltre ai “soliti noti”, si stanno facendo largo i giovani Piero Montecchi e Riccardo Pittis.

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Meneghin, Peterson e McAdoo celebrano uno dei tanti successi di Milano – da lastampa.it

Fallito l’appuntamento con lo scudetto, perso in finale contro la Scavolini Pesaro, McAdoo completa la sua personale bacheca di Trofei aggiungendovi, l’anno seguente, un altro Titolo nazionale superando in una serrata, combattutissima e controversa serie l’Enichem Livorno per 3-2, durante la quale l’asso americano fornisce una delle sue migliori prestazioni in Italia – 20 punti ed 8 rimbalzi in gara-1, 20 e 7 in gara-2, 13 e 10 in gara-3 e 23 e 13 in gara-4, non sufficienti però ad impedire il successo per 83-77 da parte di Livorno – fatta salva un’insolita, opaca prestazione nella decisiva gara-5 sul parquet toscano e risolta per 86-85 a favore della ora Philips Milano con un canestro del livornese Andrea Forti sulla sirena, dapprima convalidato e poi annullato tra le proteste dei padroni di casa.

McAdoo conclude la sua esperienza milanese con una anonima stagione (più che sua, della squadra, dato il contributo di 27,5 punti ed 8 rimbalzi di media a partita) nel ’90, per poi disputare altri due anni a Forlì e collezionare appena due presenze a Fabriano prima di porre fine a 41 anni alla sua brillante carriera (che nei suoi 6 anni in Italia ha fatto comunque registrare medie di 26,6 punti ed 8,7 rimbalzi a partita, e scusate se è poco …), della cui esperienza in Italia resterà per sempre impressa l’immagine in tutti coloro che – dal vivo od in Televisione – ebbero modo di vedere una Stella della NBA tuffarsi senza paura sul parquet nella serie della Finale Playoff ’89 contro Livorno per recuperare una palla vagante, un atteggiamento che da solo è più che sufficiente ad inquadrare la grandezza dell’uomo, oltre che dell’atleta.

Introdotto nel 2000 nella celebre “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, molta soprese e proteste ha destato la decisione della Lega NBA di non inserire McAdoo nella “Lista dei 50 Migliori Giocatori del XX Secolo”, ma d’altronde, si sa, nessuno è perfetto (riferito alla Lega, ovviamente…).

 

IL BRASILE DEL BASKET 1963 E LA VENDETTA DEL MARACANAZO

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Il Brasile in azione – da acervo.oglobo.globo.com

articolo di Nicola Pucci

Se le due edizioni dei Mondiali di calcio disputate in casa hanno regalato al Brasile solo le due mazzate mortali del Maracanazo nel 1950 e del Mineirazo nel 2014, un altro sport di squadra ha invece sorriso ai verde-oro, proiettandoli sul tetto del mondo davanti al pubblico amico.

Nel 1962, infatti, la pallacanestro celebra la IV rassegna iridata della serie, e la FIBA per quell’anno inizialmente avrebbe assegnato la competizione alla città di Manila, nelle Filippine. Ma il rifiuto del Governo di concedere il visto d’ingresso ai giocatori e ai dirigenti delle squadre del blocco socialista obbliga la Federazione internazionale a revocare l’assegnazione, spostando la kermesse in Brasile l’anno dopo. Le Filippine vengono a loro volta escluse dalla competizione e il paese sudamericano, già impegnato con l’organizzazione del torneo nel 1954 quando chiuse al secondo posto battuto in finale dagli Stati Uniti di Kirby Minter, 62-41, può tentare con legittime ambizioni di difendere quel titolo mondiale poi acchiappato nell’edizione successiva, in Cile nel 1959, 81-67 prendendosi la rivincita proprio con gli americani, trascinati da Amaury Antonio Pasos.

In effetti le due squadre sono le logiche favorite della manifestazione, fresche di confronto qualche giorno prima in finale ai Giochi Panamericani di San Paolo, con gli Stati Uniti medaglia d’oro 78-66 grazie ai 22 punti di Jerry Shipp. Coach Garland Pinholster ha “trasferito” a Rio de Janeiro, dal 12 al 25 maggio, gli stessi effettivi, con giocatori del calibro di Vincent Ernst, Donald Kojis, soprattutto quel Willis Reed che sarà una stella di prima grandezza in NBA, e punta senza mezzi termini a far suo il titolo affidandosi ad un gruppo colladauto di atleti universitari e militari.

Altri undici quintetti sono in lizza. Urss e Yugoslavia, rispettivamente prima e seconda agli Europei del 1961, assieme alla Francia che di quella rassegna fu quarta, alle spalle della Bulgaria invece assente; Uruguay, Argentina e Perù che si sono guadagnati il diritto a partecipare ai Campionati Sudamericani, sempre del 1961; Canada, Messico, Portorico, Giappone e l’Italia di Nello Paratore, in virtù di un invito degli organizzatori.

Gli azzurri, che avranno in Paolo Vittori il miglior marcatore con 14.3 punti a partita, e si affidano a campioni come Alessandro Riminucci, Gianfranco “Dado” Lombardi e Gabriele Vianello, vincono le prime due sfide con Argentina (91-73 con 20 punti di Vittori) e Messico (90-82, con Vittori ancora incontenibile con 31 punti), cedendo inevitabilmente ma con onore agli Stati Uniti (87-77, con Giambattista Cescutti a 22 punti), qualificandosi per la fase finale dove raccolgono sei sconfitte in sei partite per un definitivo settimo posto in classifica.

Ma torniamo alle pretendenti alle medaglie. Gli americani debuttano con una vittoria sofferta, e rimontando un passivo di -10, con il Messico, 88-74, grazie ai 18 e 16 punti di Kojis e Reed, denunciando altresì quelle pecche che li terranno infine giù dal podio. Battuti infatti dalla Jugoslavia, 75-73 nonostante i 23 punti di Shipp, e dall’Urss, 75-74 con Volnov sugli scudi con 20 punti, nel girone finale, gli Stati Uniti si trovano nella necessità di battere il Brasile all’ultimo incontro per raccogliere, almeno, la medaglia di bronzo. Ma davanti ai 25.000 appassionati carioca del Ginásio do Maracanãzinho di Rio de Janeiro, il compito si presenta difficile e seppur in vantaggio per quasi tutto il primo tempo, infine Wlamir Marques con 26 punti trascina i padroni di casa al trionfale 85-81 che mette il suggello al titolo mondiale del Brasile.

Già, perchè i verdeoro, che per la formula a 13 squadre accedono direttamente al girone finale a sette, completano un percorso netto, nell’entusiasmo popolare che tanto ricalca quello già visto in occasione dei Mondiali di calcio del 1950. Fortunatamente, questa volta, però, con esito ben differente. Il Brasile batte senza patemi Portorico e Italia, demolendo poi la pericolosa Jugoslavia di Radivoj Korac, 90-71, che al pari del padroni di casa ha curriculum immacolato. Decisivo, ai fini dell’assegnazione della medaglia d’oro, è a questo punto, dopo la vittoria come da pronostico con la Francia, il match tra Brasile e Urss, a sua volta imbattuto e che ha in Aleksander Petrov la sua stella più luminosa. I giocatori di casa si presentano all’appuntamento fornendo i tifosi di stelle filanti, petardi e confetti, non certo memori del precedente del 1950, scatenando un autentico delirio collettivo che infine produce gli effetti sperati, con il successo 90-79, dopo l’equilibrio del primo tempo, firmato da Marques, eletto MVP del torneo, e Pasos, autori rispettivamente di 20 e 16 punti.

Il Brasile, così, è campione del mondo per la seconda, ed ultima volta, consecutiva, e per le strade di Rio de Janeiro può scatenarsi quella festa che 13 anni prima Alcide Ghiggia negò. Non sarà calcio… ma un titolo mondiale è sempre un titolo mondiale!

REGGIE MILLER, IL “CECCHINO” CHE OSO’ SFIDARE MICHAEL JORDAN

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Reggie Miller – da nba.com

articolo di Giovanni Manenti

Specie da quando lo sport – di qualunque disciplina – ha visto privilegiare l’aspetto fisico su quello puramente tecnico, vedere atleti dalle caratteristiche morfologiche alquanto esili primeggiare di fronte a “Marcantoni” di ben altra corporatura è diventata merce sempre più rara.

Deve essere stato questo il pensiero ricorrente nella mente dei tifosi quando, ai Draft svoltisi a New York il 22 giugno 1987, la Dirigenza degli Indiana Pacers, avendo l’undicesimo ordine di scelta al primo turno, si indirizza sulla guardia Reggie Miller, proveniente dalla celebre UCLA, del peso di appena 88kg. se raffrontato agli oltre 2 metri di altezza, tanto che iniziano a circolare voci sul fatto che ciò sia dipeso dal fatto che egli è il fratello minore di Cheryl, una della più famose cestiste americane, Oro ai Giochi di Los Angeles ’84 con la Nazionale Usa.

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Cheryl e Reggie Miller – da pinterest.com

In effetti, qualche legittimo dubbio può derivare se si va a leggere la biografia di Reggie, nato il 24 agosto 1965 a Riverside, in California, con malformazioni alle anche che gli impediscono di camminare regolarmente, tanto che nei primi anni è costretto ad indossare tutori ad entrambe le gambe, problema fortunatamente risolto grazie alla crescita in altezza del ragazzo, che resta comunque di aspetto gracile a confronto – a solo titolo esemplificativo – di uno Scottie Pippen (m.2,03 per 103kg.) anch’egli della medesima selezione.

Quello che, però, sfugge ai supporters dei Pacers – ma non era passato sotto traccia agli osservatori della franchigia – è il fatto che, dalla stagione precedente, nella NCAA era stato introdotto il “tiro da 3 punti”, specialità che aveva subito visto Miller come protagonista, mettendo a segno 69 “triple” da oltre la fatidica linea, tra cui spicca la conclusione nella gara contro Notre Dame del 24 gennaio ’87 che regala ad UCLA il successo per 61-59 a 10” dalla sirena, così come, a distanza di un mese, il 28 febbraio contro i Campioni di Louisville, Miller realizza 33 punti nel solo secondo tempo, tuttora record per il College californiano.

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Miller al college in maglia UCLA – da wordpress.com

Referenze da non sottovalutare, anche se spesso l’impatto con i Professionisti della NBA è di tutt’altra natura, ma non è questo il caso di Reggie che, in una carriera protrattasi per ben 18 stagioni restando sempre fedele ai colori di Indiana, conferma le sue qualità di cecchino implacabile, sia nel tiro da tre che, soprattutto, nell’essere determinante nei momenti decisivi delle gare.

Pur costretto a pagare lo scotto del debutto tra i Pro – nelle sue due prime stagioni con i Pacers, che avevano chiuso con un record di 41-41 la stagione ’87, manca la qualificazione ai Playoff – le medie realizzative di Miller migliorano anno dopo anno, ed i suoi 24,6 punti di media del ’90 (suo massimo per singola stagione in “Regular season”) consentono ad Indiana di tornare a disputare la post season, solo per essere eliminati al primo turno dai Detroit Pistons di Isiah Thomas, poi vincitori del titolo NBA.

Nel triennio successivo Indiana si conferma ancora squadra da “Fifty-fifty” – chiudendo le rispettive stagioni con i record di 41-41, 40-42 ed ancora 41-41 che non le consentono di andare oltre il primo turno dei Playoff – per poi cambiare decisamente rotta nell’estate ‘93 con l’arrivo alla guida dei Pacers del tecnico Larry Brown, reduce da ottime annate alla guida dei San Antonio Spurs e dei Los Angeles Clippers, ed i risultati sono subito evidenti, con Indiana a concludere la “regular season” con un record di 47-35 che vale il quinto posto nel ranking della Eastern Conference, posizione sfruttata superando 3-0 gli Orlando Magic al primo turno e, successivamente, gli Atlanta Hawks, Campioni della Central Division, per 4-2 ribaltando il fattore campo sfavorevole con il successo esterno per 96-85 in gara-1, acquisendo così il diritto di affrontare i New York Knicks nella Finale di Conference..

Quella tra Knicks e Pacers è una rivalità che si prolunga anche negli anni a venire, ed a questo punto è necessario aprire una finestra non solo sugli aspetti tecnici, ma anche caratteriali di Miller, il quale sul parquet – forsanche per “compensare” le sue ridotte potenzialità fisiche – non perde occasione per provocare verbalmente i suoi avversari con l’intento di innervosirli, così come non le manda certo a dire a qualche tifoso esagitato, ancor meglio se famoso come il regista Spike Lee, accanito fan newyorkese e che, al pari di Jack Nicholson a Los Angeles, ha da sempre un posto riservato a bordo campo.

Accade, difatti, con le due squadre sul 2-2 nella serie dopo aver rispettato il fattore campo nei primi quattro incontri, che in gara-5 al Madison Squadre Garden i Knicks si sentano padroni del risultato, conducendo per 70-58 alla fine del terzo quarto, senza aver fatto però i conti con Miller, il quale, dopo aver sino ad allora messo a segno 14 punti a referto, si scatena nell’ultimo parziale realizzando ben 25 punti per un totale di 39 (con 6 su 11 nel tiro da tre) che manda su tutte le furie l’indiavolato Spike Lee, il quale non trova di meglio che coprire di insulti Reggie, il quale, per quanto ovvio, risponde per le rime portandosi le mani al collo come per invitare Lee ad “impiccarsi”, gesto che diventa famoso nella Storia della Nba e non manca di portare critiche alla guardia di Indiana.

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Il celebre gesto rivolto da Miller a Spike Lee – da nba.24.it

New York riesce a ribaltare la situazione, facendo sua la serie per 4-3 solo per poi subire analoga sconfitta in Finale contro gli Houston Rockets, ma intanto la sfida personale di Miller contro di loro, che si esalta ogni qualvolta va in scena sul parquet del Madison Squadre Garden, si arricchisce, l’anno seguente, di un altro spettacolare capitolo.

Chiusa la stagione regolare con un ruolino di 52-30 che vale ad Indiana il titolo della Central Division e terzo di Conference dietro agli Orlando Magic delle giovani stelle Penny” Hardaway e Shaquille O’Neal ed ai Knicks, con i quali il confronto si ripropone pertanto nella semifinale di Conference, ancora con New York a beneficiare del vantaggio del fattore campo.

Un vantaggio che svanisce già in gara-1 e nel modo più impensabile, visto che i Knicks sono avanti 105-99 a soli 18” dalla sirena, quando Miller cava dal cilindro una serie di giocate incredibili, dapprima dimezzando il distacco con una delle sue oramai famose “bombe”, per poi andare a pressare e recuperare palla sulla rimessa sotto canestro, palleggiare per portarsi oltre la “linea dei 24 piedi” (7,24 in misura metrica …) e scagliare il tiro del pareggio a quota 105, e quindi – dopo che John Starks fallisce entrambi i tiri liberi per un fallo subito da Mitchell – tocca a lui patire identica sorte, ma con esito ben diverso, restando freddo dalla lunetta per i due punti che valgono il 107-105 finale che rischia di provocare un esaurimento nervoso a Spike Lee.

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Miller marcato da Starks in Knicks-Pacers 105-107 (gara1 playoff ’95)  – da si.com

Stavolta Indiana capitalizza al meglio il successo esterno, costretta però a bissarlo in gara-7 dopo che l’orgoglio dei Knicks aveva fatto sì che, a loro volta, si imponessero in gara-6 per 92-82 alla Market Square Arena, con ancora Miller protagonista con 29 punti (e 3 su 5 da tre …) nel 97-95 decisivo, solo per arrendersi nella Finale della Eastern Conference agli Orlando Magic, che hanno la meglio al termine di 7 combattutissimi incontri, in cui viene rispettato il fattore campo, a loro favorevole.

Il biennio successivo, caratterizzato dal ritorno a giocare con i suoi Chicago Bulls da parte del figliol prodigo Michael Jordan, è avaro di soddisfazioni per la franchigia, eliminata al primo turno da Atlanta ’96 ed addirittura incapace di qualificarsi per i Playoff l’anno successivo, periodo nel quale le migliori soddisfazioni per Miller giungono dalla sua esperienza con la Nazionale Usa, con cui vince i Campionati Mondiali di Canada ’94 spazzando via in Finale la Russia con un più che eloquente 137-91, per poi mettersi al collo la medaglia d’Oro ai Giochi di Atlanta ’96 grazie al suo determinante contributo, con 20 punti realizzati, nella finale vinta per 95-69 sulla Serbia.

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Miller assieme ai compagni sul podio di Atlanta ’96 – da basket-infos.com

Le due deludenti stagioni costano il posto a Larry Brown, avvicendato sulla panchina dei Pacers dal simbolo del basket nell’Indiana, vale a dire Larry Bird, il quale, dopo il rientro alla base di Mark Jackson nel corso della precedente stagione, intende – da grande tiratore quale è stato nei suoi 13 anni di carriera NBA – aumentare le “bocche da fuoco” della propria squadra ingaggiando dai Golden State Warriors il 34enne Chris Mullin (uomo da quasi 18mila punti in carriera), al fine di liberare Miller dalle “attente” marcature avversarie.

E’ tutt’altro che una squadra giovane quella di Indiana, visto che anche Miller va per i 33 ed il centro olandese Rik Smits (curiosamente, nato il 23 agosto, un giorno prima di Reggie …) per i 32, ma proprio per questo Bird sa che, se vuole dare una chance per il titolo ai suoi “vecchietti”, non può inserire giovani, sia pur di talento, ma che devono maturare ed integrarsi nel basket professionistico.

Una strategia che paga, visto che i Pacers passano da un record negativo di 39-43 del ’97 ad un 58-24 superato solo da Jordan & Co., contro i quali, loro malgrado, sono costretti a confrontarsi nella Finale della Eastern Conference, dopo aver eliminato i Cleveland Cavaliers e, tanto per cambiare, i Knicks, ma stavolta senza “spargimento di sangue”, tanto netta è la superiorità dei Pacers, che si impongono per 4-1.

Nessun dubbio su chi siano i favoriti della serie, ma per Miller è l’ultima occasione, dato che MJ si ritirerà a fine stagione, di provare a fare uno sgambetto al “Campione dei Campioni”, nei cui confronti applica anche la sua consueta tattica fatta di provocazioni, dandogli del “vecchio” e “finito” e così via, alle quali Jordan replica con il suo solito sorrisino, lasciando al campo la migliore risposta.

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Jordan e Miller a confronto – da grantland.com

La serie vede l’assoluto rispetto del fattore campo, con i Bulls a portarsi avanti per 2-0 e desiderosi di chiudere quanto prima la questione nei due impegni alla Market Square Arena, ma Jordan non ha fatto i conti con il desiderio di Miller di non voler sfigurare rispetto a lui e proprio davanti al pubblico amico, ragion per cui – per se non al meglio della forma per un fastidio alla caviglia – si incarica di realizzare 28 punti in gara-3 (contro i 30 di Michael), di cui 13 nell’ultimo quarto, compresi di due liberi per il 107-105 definitivo, mettendo altresì a segno 5 “bombe” su 7 tentativi, per poi “sbeffeggiare” proprio Jordan in gara-4, con i Bulls avanti di 1 a 0”7 decimi dalla sirena, liberandosi della sua marcatura dopo aver ricevuto palla da una rimessa laterale e violentare la retina con la tripla che vale il 96-94 finale, anche se poi la serie si chiude sul 4-3 per Chicago, con Indiana ad essere comunque l’unica squadra ad averla portata a gara-7 in una serie di Playoff negli ultimi tre Tornei NBA vinti, il che non è affatto cosa da poco.

Il ritiro di Jordan ed il trasferimento di Pippen ad Houston determinano il crollo di Chicago all’ultimo posto nella stagione ’99, che si apre con Indiana tra le favorite per la conquista dell’anello, e la squadra di Bird fa suo il titolo della Central Division – pur con un programma dimezzato a seguito del “braccio di ferro” tra la Lega e l’Associazione Giocatori che fa sì che il Torneo abbia inizio il 5 febbraio ’99 con sole 50 gare di “regular season” – per poi passare indenne i primi due turni dei playoff contro Milwaukee (3-0) e Philadelphia (4-0) e quindi affrontare con i favori del pronostico New York, oltretutto costretta a rinunciare ad Ewing per infortunio, nella Finale della Eastern Conference, ma due successi per 93-90 in gara-1 e 101-94 in gara-5 sul parquet di Indiana rovesciano le sorti della serie, consentendo ai Knicks di qualificarsi per l’atto conclusivo, solo per vedersi nettamente sconfitti (4-1) dai San Antonio Spurs delle “Torri” Tim Duncan e David Robinson.

Gli anni passano, e le speranze per Miller, alla soglia dei 35 anni, di disputare quantomeno una serie finale per il titolo, si affievoliscono sempre più, ma allo scadere del secondo millennio, la crescita nel quintetto base della guardia Jalen Rose, che rende 8 anni di età a Reggie, fa sì che i due si alternino nel ruolo di “cecchino”, concludendo con la stessa media di 18 punti a partita una “regular season” che, per la prima volta, vede i Pacers con il miglior score (56-26) di Conference, con l’opportunità di affrontare nuovamente i Knicks in Finale dopo aver, curiosamente, eliminato i medesimi avversari della stagione precedente, vale a dire i Bucks al primo turno ed i Sixers al secondo.

Questa volta il fattore campo del nuovo impianto denominato “Conseco Fieldhouse” è determinante e, comunque, onde evitare i rischi di una pericolosa gara-7, è sempre Miller a sobbarcarsi l’onere di chiudere la serie sul 4-2 con un’altra grande prestazione sul suo palcoscenico preferito del Madison Square Garden, realizzando 34 punti (con 5 su 7 da tre …) per il 93-80 conclusivo che certifica il pass per la Finale assoluta contro i Los Angeles Lakers.

Ma, così come Miller & Co. avevano dovuto inchinarsi di fronte al passo d’addio di Jordan, stavolta scontano la voglia di vittoria della nuova coppia leader della Lega, formata da Shaquille O’Neal e dal 22enne Kobe Bryant, che conducono Los Angeles al titolo per 4-2, nonostante Miller, orgoglioso come non mai, realizzi una media di 24,3 punti – con picchi di 33 nella vittoriosa (100-91) gara-3 e di 34 nella decisiva gara-4, persa 118-120 al supplementare – ben assecondato da Rose, che chiude a quota 23 di media.

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Miller in difesa su Bryant nelle finali NBA 2000 – da solecollector.com

Per Miller la finale contro i Lakers rappresenta il classico “canto del cigno”, a cui si abbina anche l’abbandono di Bird dalla conduzione tecnica, con la panchina che viene assegnata ad Isiah Thomas invece che a Rick Carlisle, il vice di Bird, come da quest’ultimo suggerito, e le ultime 5 stagioni di Miller ai Pacers vedono Indiana (con Carlisle richiamato in panchina nel 2003 da Bird, nel frattempo divenuto General Manager della franchigia) avere un ultimo sussulto nel 2004, sconfitti 4-2 nelle Finali della Eastern Conference dai Detroit Pistons, guidati, ironia della sorte, da quel Larry Brown che aveva contribuito, e non poco, alla crescita del giovane Reggie a metà anni ’90.

Miller si ritira a 40 anni, con un bottino di 25.279 punti realizzati (media 18,2 a partita), di cui però 2.560 derivanti da tiri oltre l’arco dei 24 piedi, che lo pongono, attualmente, al secondo posto della specifica “Graduatoria All Time”, preceduto dal solo Ray Allen con 2.972, ma con un maggior numero di gare disputate, tant’è che la percentuale dei due “bombardieri” è pressoché similare (40% Allen, 39,5% Miller), mentre per quanto riguarda il suo atteggiamento provocatorio tenuto sui vari parquet della NBA, non c’è niente di meglio che leggere quanto dallo stesso Miller riportato nel libro scritto assieme al giornalista di ESPN Gene Wojciechowski, a commento della stagione ’95 dei Pacers, ed il cui titolo, “I Love Being The Enemy” (“Adoro la parte del Nemico”), è tutto un programma ….

E, d’altronde, cosa altro ci si poteva aspettare…?

COPPA DELLE COPPE 1989, REAL MADRID-CASERTA E QUEL MATCH INDIMENTICABILE

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Petrovic e Oscar – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Quella che sto per raccontarvi è una storia di basket tra le più appassionanti che si ricordino. Ebbe come teatro lo Stadio della Pace e dell’Amicizia del Pireo di Atene, andò in scena il 14 marzo 1989, valeva per la Coppa delle Coppe e regalò l’immortalità cestistica, caso mai ancora non l’avessero guadagnata, a due mostri sacri della palla a spicchi, Drazen Petrovic ed Oscar Schmidt, fuoriclasse delle due squadre contendenti, Real Madrid e Juvecaserta.

Premessa. Caserta è ormai da qualche anno una delle realtà più importanti della pallacanestro tricolore. L’arrivo in panchina di Franco Marcelletti, che ha preso il posto di Bogdan Tanjevic, e l’innesto in squadra del fuoriclasse brasiliano, Oscar appunto, accanto alla crescita di giovani prodotti del vivaio come Nando Gentile e Vincenzo Esposito, ha garantito il salto di qualità ad una formazione approdata alla massima serie nel 1983, proprio sotto la guida del tecnico jugoslavo. Caserta ha giocato, e perso, la finale scudetto del 1986 con Milano, replicata l’anno dopo, e ha giocato, ed ancora perso, la finale di Coppa Korac, sempre nel magico anno 1986, contro Roma. Staziona ormai nei quartieri alti della classifica del campionato italiano e nel 1988, battendo Varese 113-100 in una sfida serrata, decisa al supplementare con 31 punti di Oscar e 29 di Gentile, ha infine colto il primo trionfo della sua storia, la Coppa Italia. E il PalaMaggiò, casa dei bianconeri, è pronta ad infiammarsi di nuovo per la stagione a venire, 1988/1989, anno in cui i campani intendono recitare da protagonisti.

Ad onor del vero in campionato le cose non vanno come vorrebbero, con il sesto posto in stagione regolare e l’eliminazione all’ultimo respiro, 94-93 alla bella, ai quarti play-off con la Virtus Bologna, e la sconfitta in finale di Coppa Italia contro lo stesso avversario, e con risultato maledettamente simile, 96-93, il 6 aprile, dopo un tempo supplementare. Ma nel frattempo c’è da onorare anche la presenza europea in Coppa delle Coppe, e lì, la squadra di Marcelletti, denuncia una sicurezza confortante.

Si comincia con la doppia vittoria contro i bulgari del CSKA Sofia al primo impegno, 84-74 e 103-80, per poi vedersi catapultare nel girone A a quattro con Real Madrid, Hapoel Galil e Cholet che promuove le prime due squadre alle semifinali incrociate con le promosse del girone B. Caserta perde le due sfide con gli spagnoli, nettamente in trasferta (109-92) e di un soffio al PalaMaggiò (95-94), vince le due gare con gli israeliani ed infine, all’ultima partita, si assicura il passaggio del turno battendo Cholet 80-70, rimediando alla sconfitta subita all’andata in Francia, 85-76.

E qui, al penultimo atto, Caserta si trova opposta a quel meraviglioso baluardo che risponde al nome di Arvydas Sabonis, “lo zar“. Si gioca andata e ritorno e in Lituania, che all’epoca ancora è Urss, i bianconeri rischiano il tracollo, andando sotto di -24 prima di operare la rimonta che consente loro di chiudere la sfida con un passivo recuperabile in casa, 86-80. Cosa che puntualmente accade nella bolgia del PalaMaggiò, pieno all’inverosimile e rigurgitante quella passione come solo il Sud Italia sa sprigionare, grazie soprattutto alla maiuscola prova del bulgaro Georgi Glouchkov che si prende il lusso di annullare, sotto i tabelloni, lo strapotere di Sabonis. Finisce 98-84 e per Caserta la finale è una splendida realtà.

14 marzo 1989, dunque. Atene. E qui si scrive una pagina epica di storia cestistica. Caserta trova sulla sua strada il Real Madrid di Drazen Petrovic, “il Mozart dei canestri“, che in semifinale ha sconfitto il suo passato, ovvero il Cibona Zagabria, con una doppia vittoria, 92-91 e 119-97. E se lo jugoslavo, indiscutibilmente il giocatore più forte d’Europa che di lì a qualche mese andrà a far conoscere il suo smisurato talento di là dall’Atlantico nel pianeta NBA, pennella un match memorbile, altrettanto fa il suo dirimpettaio in maglia bianconera, il “carioca” Oscar Schmidt, librando un duello all’ultimo canestro destinato all’immortalità. Ci sono 12.000 spettatori assiepati in tribuna, ad Atene, e la “torcida” casertana vale l’impeto dei realisti, che inseguono il secondo titolo in Coppa delle Coppe dopo quello vinto nel 1984 contro Milano, 82-81 nella finale di Ostenda.

Il Real Madrid è una potenza cestistica, vincitore della Coppa Korac l’anno precedente proprio contro il Cibona di Petrovic, e si garantisce qualche aiutino di troppo da parte dell’ineffabile Zdravko Kurilic, supportato dal più imparziale Kostas Rigas, comandando le operazioni, con Petrovic che segna da qualsiasi angolo del campo ed in qualsiasi condizione di tiro. Al termine saranno ben 62 punti (12/14 da due, 8/16 da tre e 14/15 ai liberi), record assoluto per una finale europea, ma Caserta ha grinta da vendere ed è in partita con Oscar che a sua volta mette a referto 44 punti. Madrid allunga sul 26-17 dopo soli sei minuti di gioco, trascinata anche dalle prestazioni impeccabili di Biriukov e Rogers (rispettivamente 20 e 14 punti) e in virtù di un’efficace fluidità di gioco, ma Caserta non si arrende, Glouchkov sotto canestro limita Fernando Martin segnando 13 punti e strappando 11 rimbalzi e Gentile a sua volta colpisce con precisione chirurgica (alla fine saranno 34 punti per lui), spalleggiato da Dell’Agnello che firma la doppia doppia con 18 punti e 12 rimbalzi. Al 13esimo minuto i bianconeri mettono la testa avanti, 34-33, ma Petrovic è immarcabile e all’intervallo il punteggio, altissimo, è fissato sul 60-57 per il Real Madrid.

La sfida tra Petrovic e Oscar si incendia ancor più nel secondo tempo, se lo slavo colpisce in entrata, il brasiliano risponde mitragliando dalla lunga distanza. Il Real Madrid fa corsa di testa, con il contributo sostanziale di Fernando Romay, abilissimo nel gioco sporco, portandosi avanti sul 85-73 al 28esimo minuto, massimo vantaggio, ma Marcelletti ordina una zona 3-2 aggressiva e la mossa sortisce gli effetti sperati. L’attacco spagnolo si inceppa, Caserta si riporta sul 91-89 e i cinque minuti finali sono pirotecnici. Petrovic, Oscar e Gentile segnano a ripetizione, e con 18 secondi ancora da giocare, sul punteggio di 102-99 per il Real Madrid, il brasiliano infila da otto metri in faccia a Cargol la bomba che firma il pareggio. Il tempo supplementare si profila all’orizzonte ma proprio Petrovic, stratosferico fino a quel momento, perde un pallone capitale: Gentile ha tra le mani il tiro della vittoria ma sbaglia, complice anche un probabile fallo di Biriukov non sanzionato dagli arbitri, ed allora una gara fin lì palpitante, emozionante come poche altre ed assolutamente indimenticabile, si decide nei cinque minuti aggiuntivi.

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La festa del Real Madrid – da apuestasbaloncesto.com.es

Qui Petrovic torna a recitare da Mozart del basket segnando 11 punti, Oscar esce per raggiunto limite di falli, così come Gentile, Esposito e Glouchkov, e infine il Real Madrid, con il punteggio di 117-113, si porta a casa la Coppa delle Coppe, spengendo il sogno di una Caserta che non può certo consolarsi con l’onore della armi. A chiusura di un confronto che vide due campioni fronteggiarsi a suon di canestri, e che ancor oggi chi vi ha assistito non può fare a meno di soffrir di nostalgia.

 

LA FAVOLA DI BOB COUSY, IL BRUTTO ANATROCCOLO CHE NESSUNO VOLEVA

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Bob Cousy – da fifteenminuteswith.com

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, la “Boston Celtics Dinasty” – capace di vincere 11 Titoli NBA in 13 Stagioni – nasce con l’arrivo al “Garden” di Bill Russell al Draft ’56, ideale completamento di un quintetto da favola sotto la regia di Red Auerbach, ma in ogni gioco di squadra che si rispetti – ed i Celtics non fanno certo eccezione, anzi tutt’altro, essendo per loro stessi proprio questa una prerogativa – non può mai essere un singolo, pur forte che sia, a fare la differenza.

Diciamo, viceversa, che l’arrivo di Russell nella franchigia del “Trifoglio verde” consente a colui che ha in mano la regia della squadra, il più eccentrico dei playmaker dell’epoca, di poter esprimere al massimo le proprie funamboliche qualità che lo fanno definire, in un gioco di parole caro oltre oceano, “Magico prima che ci fosse “Magic (Johnson, ovviamente)”.

Ed, in effetti, nello stile di Bob Cousy – perché è di lui che stiamo parlando, sperando che l’aveste già capito – si ritrovano molti dei tratti distintivi della futura stella dei Los Angeles Lakers (la vittima designata dei Celtics di quegli anni) dai passaggi dietro la schiena al “no look” ed ai layup in entrata, pur non possedendo, il piccolo Bob (m.1,85 per 80kg.) le straordinarie qualità atletiche del fuoriclasse del Michigan.

E pensare, però, che l’indiscusso dominatore del ruolo degli anni ’50 non piaceva inizialmente quasi a nessuno, il suo modo di giocare era considerato fine a sé stesso e non produttivo per la squadra, tanto che il suo arrivo a Boston è dovuto più ad uno scherzo della (buona) sorte, che non alla volontà della dirigenza, Auerbach in testa, tanto per chiarire.

Nato a Manhattan, nel cuore di New York, ad inizio agosto 1928, Cousy non ha certo un’infanzia felice, dovendo crescere nel bel mezzo della “Grande Depressione” che colpisce gli Stati Uniti dopo il crollo di Wall Street del ’29, ed oltretutto figlio di immigrati francesi, tant’è che sino all’iscrizione alle elementari, il piccolo Bob parla quasi esclusivamente la lingua francese.

Dopo aver affinato le proprie qualità alla “Andrew Jackson High School”, a Cousy viene offerta l’opportunità di proseguire gli studi al “Boston College”, ma il fatto che non avessero a disposizione un dormitorio per gli studenti, induce Cousy ad accettare l’offerta della “Holy Cross University” di Worcester, nel Massachusetts, 40 miglia ad ovest di Boston, dove si presenta nell’autunno del 1946.

E l’esordio non può che essere dei più felici, visto che i “Crusaders” chiudono la stagione con un record di 24-3 a cui Cousy contribuisce con 227 punti, terzo miglior realizzatore della franchigia dopo le stelle George Kaftan e Joe Mullaney (che approdano entrambi ai Celtics nel ’49 per una fugace esperienza), qualificandosi per il Torneo NCAA, all’epoca ristretto a sole 8 formazioni.

Vinta la prima gara per 55-47 contro Navy (l’Accademia Navale degli Stati Uniti) in un Madison Square Garden tutto esaurito, grazie ai 18 punti di Mullaney, il successivo passo verso la Finale vede i Crusaders opposti alla squadra di casa (nonché di Cousy, essendovi nato …) dei “CCNY Beavers”, che vengono spazzati via con un eloquente 60-45 in cui la parte del leone spetta a Kaftan, autore della metà dei punti realizzati dal proprio quintetto.

L’atto conclusivo, andato in scena il 25 marzo 1947 sempre al Madison Square Garden, vede i Crusaders opposti agli Oklahoma Sooners, che si sono qualificati per la Finale con due successi di misura – 56-54 contro Oregon State e 55-54 nei confronti dei Texas Longhorns – ed anch’essi subiscono la medesima sorte, venendo sconfitti per 58-47 con Kaftan nuovamente “top scorer” con 18 punti a referto, mentre Cousy, probabilmente emozionato, non gioca certo una delle migliori gare della sua carriera, limitato a soli 4 punti con un disastroso 2 su 13 al tiro.

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Un giovane Cousy in maglia Crusaders – da holycross.edu

Probabilmente, questa negativa prestazione induce il coach Doggie Julian a limitare le presenze di Cousy nella stagione seguente, un atteggiamento che delude il non ancora 20enne Bob, il quale addirittura scrive una lettera a Joe Lapchick, tecnico della “St. John’s University” per chiedergli di poter andare a giocare da loro, ricevendo come risposta la conferma sulle qualità di Julian come coach e che lo avrebbe sicuramente impiegato con maggior continuità negli anni a venire.

A dare, però, una svolta alla carriera del giovane playmaker non è tanto il suo coach quanto il pubblico del Boston Garden allorché, in una gara della stagione 1949.50 (sua ultima al College) che vedeva i Crusaders sotto contro Loyola di Chicago con soli 5’ ancora da giocare, si mette a chiedere a gran voce l’inserimento in quintetto di Cousy sinché Julian non li soddisfa, ottenendo come compenso una straordinaria prestazione condita da 11 punti ed il canestro del sorpasso sulla sirena, per poi condurre i propri compagni ad una striscia vincente di 26 gare consecutive, che consentono alla Holy Cross University di approdare al Torneo NCAA, solo per essere eliminati al primo turno per 87-74 da North Carolina State.

Ma il bello (od il grottesco, fate voi …) della carriera di Cousy giunge in occasione del Draft 1950 dove i Boston Celtics – reduci da una deludente stagione conclusasi con un record di 22-46 – hanno il diritto di prima scelta e sono in molti a ritenere che la stessa cada proprio su Cousy, ma Auerbach non è dello stesso parere, ed in sua veste punta sul pivot Chuck Share, proveniente da Bowling Green, adducendo a supporto della sua scelta le parole “ritenete che io sia qui per vincere, o per fare un favore alla gente di Boston ?”, cosa che non gli impedisce di essere aspramente criticato dalla stampa locale, anche se molti addetti ai lavori sono d’accordo con Red, ritenendo Cousy un playmaker fine a sé stesso e poco utile al gioco di squadra, specie al cospetto dei “giganti della NBA”.

Avranno modo di ricredersi, anche se la trafila di Cousy per divenire un Celtic è alquanto tortuosa, visto che il giovane play viene scelto al terzo giro dai “Tri-cities Blackhawks” (gli antenati degli attuali Atlanta Hawks), una soluzione non gradita al giocatore – che nel frattempo ha intenzione di aprire una Scuola Guida a Worcester – il quale chiede un ingaggio di 10mila dollari per recarsi in Georgia, rifiutando l’offerta di 6mila pervenuta dalla franchigia, con ciò venendo destinato ai “Chicago Stags”.

Neppure questa trattativa giunge a buon fine, in quanto la franchigia, in gravi problemi finanziari, non è in grado di iscriversi al Campionato e l’allora “Commissioner”, Maurice Podoloff, consente un sorteggio suppletivo che include, oltre alla matricola Cousy, la guardia Max Zaslofsky ed il play Andy Phillip, ed al quale sono invitati i New York Knicks, i Philadelphia Warriors ed i Boston Celtics, rappresentati dal proprietario Walter Brown.

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Auerbach dà il benvenuto a Cousy – da fifteenminuteswith.com

Quest’ultimo, molto “signorilmente“, ammetterà in seguito che le sue speranze si fondavano su Zaslofsky, avrebbe tollerato Phillip e che quando, viceversa, la sorte gli aveva consegnato Cousy, fosse stato vicino a svenire, dovendo poi sottoscrivere con riluttanza un contratto da 9mila dollari con il nuovo acquisto.

Di sicuro, non certo il modo migliore per far sentire a proprio agio una matricola 22enne, ma ben presto sia Brown che Auerbach devono ricredersi, dato che, alla sua prima stagione da “rookie”, Cousy realizza medie di 15,6 punti, 6,9 rimbalzi e 4,9 assist a partite che ribaltano il record in casa Celtics, concludendo la “Regular Season” con 39 vittorie a fronte di 30 sconfitte, nonché consentendo a Cousy di ottenere la prima delle sue 13 consecutive selezioni per lo “All Star Game, pur se ai playoff non superano il primo turno, eliminati da New York in due gare.

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Cousy in azione ad un “All Star Game” – da gettyimages.it

Percentuali che Cousy migliora stagione dopo stagione, incrementando la media punti intorno a 20 per gara (massimo 21,7 minimo 18,0 nell’intero decennio), ma, soprattutto, divenendo il “re degli assist”, speciale classifica che si aggiudica per 8 stagioni consecutive dal 1953 sino al ’60, con un massimo di 9,5 a partita realizzato proprio nel ’60.

E’ sin troppo logico che, con un “distributore di palloni” di tale portata, con in più la variante dell’entrata qualora non vi sia spazio per un assist vincente ed una straordinaria precisione dalla linea dei tiri liberi, le quotazioni dei Boston Celtics non potessero che salire anno dopo anno, come dimostrano i relativi record stagionali – 39-27 nel ’52 (eliminati da New York al primo turno Playoff), 46-25 nel ’53 (sconfitti nella Finale della Eastern Division ancora da New York), 42-30 nel ’54 (sconfitti nella Finale di Eastern Division da Syracuse), 36-26 nel ’55, ma ancora finalisti di Division, e 39-33 nel ’56, eliminati in semifinale sempre da Syracuse – di una squadra che, a fine Torneo ’56, poteva contare sui servigi di tre “Top Player” quali la guardia Bill Sharman, il centro Ed Macauley, e Cousy, appunto.

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L’inconfondibile stile di Cousy – da gettyymages.it

Occorre però un “qualcosa in più” per far quadrare il cerchio, e ciò prende forma con l’assunzione (fuori draft) dell’ala forte Tom Heinsohn (curiosamente proveniente da Holy Cross, il medesimo College di Cousy) e con la fortuna che i Rochester Royals optino, al primo giro del Draft 1956, su tal Sihugo Green, una guardia/ala che avrà un impatto modesto sulla Lega, lasciando ai Celtics l’opportunità, scegliendo per secondi, di portare al Boston Garden colui che ne segnerà la storia, vale a dire il centro Bill Russell, proveniente da San Francisco, con cui ha vinto gli ultimi due Tornei NCAA, e che si rivela il più devastante pivot nella storia della NBA, al pari di Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, ma nettamente superiore quanto a titoli vinti.

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Cousy, Russell ed Heinsohn festeggiano all’All Star Game – da pinterest.com

Russell, formidabile rimbalzista – chiuderà la carriera con una media di 22,5 per gara – è l’ideale tassello che consente ad Auerbach di mettere in atto il suo gioco in velocità che sconvolge la sinora compassata NBA, con il lungo della Louisiana ad afferrare rimbalzi sotto il proprio canestro per poi affidare a Cousy l’arma del contropiede che lo vede fornire assist al bacio per i compagni Sharman ed Heinsohn, quando non è lui stesso a concludere l’azione in sottomano, con risultanti devastanti, tradotti nel 44-28 con cui i Celtics si aggiudicano la Regular Season per poi, finalmente, non avere pietà dei Syracuse Nationals, spazzati via in tre gare (108-90, 120-105 ed 83-80), ed assicurarsi il diritto alla Finale assoluta contro i St. Louis Hawks del micidiale Bob Pettit, nelle cui file si è altresì accasato Ed Macauley, sacrificato in favore di Russell.

Occasione migliore non poteva esserci per valutare se la scelta della Dirigenza bostoniana fosse stata quella giusta, ed il responso del campo – ancorché la serie si risolva sul filo di lana, con i Celtics ad aggiudicarsi gara-7 al Garden per 125-123 dopo due supplementari, grazie ad un mostruoso Heinsohn, autore di 37 punti – è impietoso, in quanto Russell totalizza 22,9 rimbalzi per partita contro i 5,9 di Macauley, nel mentre la sfida degli assist è largamente appannaggio di Cousy, che ne registra 9,1 di media/gara, dimostrando la bontà del gioco di Auerbach.

Macauley ed i suoi Hawks hanno comunque modo di prendersi la rivincita l’anno seguente, sconfiggendo 4-2 in Finale i Celtics che avevano chiuso la stagione regolare con il miglior record assoluto di 49-23, una lezione di umiltà dalla quale Russell & Co. traggono insegnamento facendo propri i successivi 8 titoli consecutivi – una striscia vincente che non ha eguali nella storia della Lega Professionistica americana – ai quali Cousy fornisce il proprio contributo per i primi cinque, ritirandosi a fine stagione ’63.

Quinquennio le cui aride statistiche parlano da sole – in quanto i Celtics registrano gli impressionanti record in Regular Season di 52-20 nel ’59, 59-16 nel ’60, 57-22 nel ’61, 60-20 nel ’62 e 58-22 nel ’63 – cifre mostruose che stanno a testimoniare come oramai la macchina sia talmente oliata da poter fare a meno anche del suo talentuoso regista, la cui ultima partita di stagione regolare viene disputata il 17 marzo ’63 al Boston Garden contro Syracuse, al termine della quale si svolge la cerimonia d’addio che, rispetto ai previsti 7 minuti, si protrae per 20, con il Garden gremito come non mai a tributare autentiche ovazioni al suo campione più amato, al quale giunge anche un messaggio da parte dell’allora Presidente John F. Kennedy che recita … “Il Basket ha ricevuto un’indelebile impronta grazie alle tue non comuni doti di abilità e combattività …!!”.

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La cerimonia d’addio di Cousy al Boston Garden – da fifteenminuteswith.com

Ma c’è ancora una serie di playoff da disputare, che qualifica i Celtics all’ennesima sfida contro i dominatori della costa occidentale, i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse Elgin Baylor e Jerry West che l’anno prima avevano fatto sudare qualcosa in più delle classiche sette camicie a Cousy & Co., allungando la serie sino a gare-7 conclusa all’Overtime per 110-107 con due mostruose prestazioni, quella di Baylor da un lato, con 41 punti messi a referto, e quella di Russell dall’altro, capace di catturare qualcosa come 40 (!!) rimbalzi e di realizzare 30 punti, grazie anche ai “consueti” 9 assist di Cousy.

E se i Celtics sono celebri per il loro “spirito vincente”, non è che i Lakers siano da molto meno, prova ne sia che, con Boston in vantaggio 3-1 nella serie e desiderosi di poter festeggiare il quinto titolo consecutivo al Garden il 21 aprile ‘63, ecco che la “coppia Baylor/West” confeziona qualcosa come 75 punti in due per il 126-119 che allunga la serie, nonostante i 27 rimbalzi di Russell ed i 14 assist di Cousy.

Con la possibilità di pareggiare i conti sul parquet di casa, il successivo 24 aprile i Lakers si rendono una volta di più conto quanto la forza dei loro avversari sia nel collettivo e nella mentalità vincente, che consente loro di “spezzare la gara” nel secondo quarto, chiuso sul 33-17 per un parziale di 66-52 all’intervallo, difeso con le unghie dal ritorno di Los Angeles nella ripresa per il 112-109 che certifica il sesto anello (e quinto consecutivo) di Boston che scrive a referto ben sei giocatori in doppia cifra.

E Cousy … ?? Beh, infortunatosi ad una caviglia, circostanza che lo tiene per lungo tempo in panchina a medicarsi, rientra i campo nei minuti finali con i Celtics avanti di un sol punto, dimostrando così cosa significhi “spirito di squadra”, nonché il modo migliore per concludere una straordinaria carriera che, alla fine, parla di 18,5 punti, 7,6 assist e 5.2 rimbalzi di media per gara, ma le cui cifre non rendono l’idea di cosa sia realmente stato di positivo Cousy nell’economia del gioco dei Celtics.

Niente affatto male, per uno che era stato inizialmente visto come una specie di intruso, o no …??

MONTREAL 1976, LA PRIMA VOLTA DEL BASKET FEMMINILE AI GIOCHI

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Semjonova contro il Giappone – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Se la pallacanestro è sport olimpico fin dai Giochi di Berlino del 1936, lo è stato a lungo solo ed esclusivamente al maschile. Ma nel 1976, a Montreal, è il momento di ammettere il gentil sesso alla competizione a cinque cerchi e se quell’edizione verrà ricordata per l’exploit di Nadia Comaneci ma anche per il deficit finanziario e il boicottaggio dei paesi africani, schierati in opposizione alla presenza della Nuova Zelanda che si era “concessa il lusso” di disputare un match di rugby in Sudafrica, in aperto regime di apartheid, nondimeno segna un momento storico per la palla a spicchi al femminile.

In verità la Fiba sta spingendo già dal 1956 perchè il basket delle ragazze venga ammesso alle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Ma la proposta è rigettata, ed allora ci vogliono ancora dodici anni perchè infine il CIO ceda il passo, in una storica sessione che si svolge proprio durante i Giochi di Monaco del 1972. E in Canada i maschietti, beati lori, vengono accompagnati dalle giocatrici che possono illustrare agli occhi del mondo quel che sanno fare.

Il torneo femminile, a differenza appunto di quello maschile che coinvolge ben dodici squadre, vede in lizza solo sei formazioni. C’è ovviamente il Canada in qualità di paese ospitante; ci sono Urss, Giappone e Cecoslovacchia che l’anno prima, 1975, hanno occupato le prime tre posizioni ai Mondiali disputati in Colombia; e ci sono Stati Uniti e Bulgaria che hanno chiuso ai primi due posti il Torneo Preolimpico di qualificazione andato in scena in Canada. E’ invece assente l’Italia, seppur quarta alla competizione iridata. Si gioca con la formula del round robin, tutti contro tutti, e quindi il quintetto rosa che vorrà essere il primo a cingersi dell’alloro olimpico dovrà uscir vincente da una serie di cinque partite.

L’Unione Sovietica è la grande favorita della rassegna olimpica che, dal 19 al 26 luglio, ha come teatro l’Étienne Desmarteau Centre di Montreal, forte di un dominio assoluto sia a livello europeo (ha vinto ininterrottamente il titolo dal 1960) che mondiale (detentrice delle ultime cinque vittorie), e in Colombia all’ultima edizione ha sbaragliato la concorrenza vincendo le nove partite programmate e consentendo solo alla Cecoslovacchia di avvicinarla, battuta “solo” 62-50 nel girone finale. Lidija Alekseeva guida una formazione che ha nella gigantesca Uljana Semjonova, 213 centimetri che si muovono in un 58 di piede, la stella incontrastata… anche perchè a quell’altezza vertiginosa è praticamente impossibile contrastarla sotto canestro!

E l’Unione Sovietica, come era facile attendersi, domina la competizione, lasciando le briciole alle avversarie e conquistando la prima medaglia d’oro olimpica della storia del basket femminile. Nei cinque incontri disputati il Canada (che chiuderà il torneo a bocca asciutta) si arrende al debutto, 115-51 con 14 punti di Natalia Klimova, la Cecoslovacchia ripete quasi in fotocopia la gara iridata, 88-75 con 26 punti a testa della Semjonova e di Taniana Ovechkina, la Bulgaria nulla può, 91-68 con Olga Sukharnova miglior marcatrice del match con 19 punti, gli Stati Uniti rivelano di essere ancora ben distanti dalle storiche rivali, sepolti 112-77 dai 32 punti e 19 rimbalzi della Semjonova, infine le piccole giapponesi (171 centimetri di altezza media contro i 182 centimetri delle sovietiche) vendono cara la pelle, pur sconfitte 98-75 con la Semjonova a 20 punti e 18 palloni catturati sotto i tabelloni.

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La squadra USA alle Olimpiadi del 1976 – da usab.com

Proprio la squadra del Sol Levante è la grande sorpresa del torneo, battendo prima gli Stati Uniti 84-71 in virtù della stratosferica prestazione di Keiko Namai che mette a referto ben 35 punti e risulterà a fine Giochi la miglior realizzatrice con una media di 20.4 punti di media a partita davanti alla stessa Semjonova che a sua volta firma 19.4 punti a sera, superando poi facilmente la squadra di casa, 121-89, prima di arrendersi di un soffio alla Bulgaria, 66-63 (decisivi 25 punti di Penka Stoyanova), chiudendo in una poco veritiera quinta posizione finale che non rende giustizia al buon gioco prodotto e all’eccellente percentuale al tiro, complessivo 47,4%.

La Semjonova, che gioca a Riga e che oltre ai successi in nazionale ha pure colto con la squadra di club ben otto successi consecutivi in Coppa dei Campioni, è ovviamente la star acclamata della manifestazione, e se si vede costretta a cedere alla Namai lo scettro di miglior marcatrice, nondimeno fa la voce grossa, come è logico che sia vista la stazza, sotto i tabelloni, raccattando 12.4 palloni a partita. Gli Stati Uniti riscattano la pesante sconfitta con le sovietiche e l’iniziale scivolone con le nipponiche superando poi nettamente Bulgaria, Canada e Cecoslovacchia, con le buone prestazioni di Lucia Harris e Nancy Dunkle, e proprio grazie al successo 83-67 all’ultimo turno con la squadra che ha in Bozena Miklosovicova la giocatrice di punta, si assicurano la medaglia d’argento, con la Bulgaria che paga la sconfitta nello scontro diretto con le americane, 95-79, dovendosi accontentare del bronzo.

Magra consolazione, sia chiaro, perchè quel che conta è aprire l’albo d’oro olimpico sul gradino più alto del podio. Questo onore spetta alle sovietiche e al suo totem, ed è storia… quel che verrà dopo è solo la bella favola del basket femminile che continua.

 

 

PETE MARAVICH, LA “PISTOLA” CHE NON FECE MAI CILECCA

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Pete Maravich con coach Cotton Fitzsimmons – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel basket si parla di tiratori infallibili e si accosta questa caratteristica alla squadra dei Boston Celtics, il ricordo corre immancabilmente alla figura di Larry Bird, l’uomo “sbarcato” nella NBA – assieme ad Earvin “Magic” Johnson sulla sponda californiana dei Los Angeles Lakers – giusto in tempo per salvare la Lega da una crisi che sembrava irreversibile.

Pochi però sanno che proprio al suo esordio nel basket professionistico coi i Celtics nell’autunno ’79, Bird si sarebbe trovato come compagno di squadra, ancorché al suo passo d’addio, colui che su quella abilità di “cecchino infallibile” aveva costruito la propria carriera, dapprima al College e quindi nelle 10 stagioni vissute nel vasto pianeta della NBA.

Quel “qualcuno” altri non è che Peter Press “Pete” Maravich, nato ad Aliquippa, in Pennsylvania, il 22 giugno 1947 da una famiglia il cui padre, Petar, figlio di immigrati serbi, aveva a propria volta giocato a pallacanestro ed ora svolgeva funzioni da allenatore presso le Università, ed è chiaramente lui ad insegnare al ragazzo i fondamentali del gioco sin da quando ha sette anni, trascorrendo ore al fine di migliorarne il controllo di palla, la tecnica nei passaggi ed il tiro, specie dalla lunga distanza.

Gli insegnamenti paterni iniziano a dare i loro frutti sin dalle “High School” (il nostro liceo) che Pete frequenta dapprima alla “Daniel High School” di Central, South Carolina, per poi completare gli studi secondari alla “Needham B. Broughton High School” di Raleigh, North Carolina, a seguito dell’incarico ottenuto dal padre quale coach della North Carolina State University.

Concluse le superiori, Pete avrebbe avuto intenzione di iscriversi alla West Virginia University, ma proprio in quell’estate al padre viene offerto il ruolo di coach presso l’Università di Louisiana State, ed ecco che occasione migliore non vi è per trasferirvi l’intera famiglia e potersi prendere direttamente cura del proprio ragazzo e verificarne i miglioramenti.

Purtroppo, le regole dell’epoca, non consentivano alle matricole di essere inserite nella squadra che partecipa al Campionato NCAA, così che Pete deve attendere ancora una stagione per il suo debutto con i “Tigers”, pur facendo intravedere le sue grandi doti nella sua partita d’esordio contro i pari età, in cui mette a segno 50 punti, con l’aggiunta di 14 rimbalzi ed 11 assist.

E che la formazione di Louisiana State abbia bisogno di un innesto così importante lo dimostra la prima stagione da allenatore di “Papà Petar”, conclusa con un inglorioso score di 3 sole vittorie a fronte di 23 sconfitte, che, dall’anno successivo, con l’inserimento del figlio, si trasforma immediatamente in un ben più lusinghiero 14-12.

L’impatto di Pete sul palcoscenico della NCAA è di quelli che non si dimenticano facilmente, visto che nei suoi tre anni al College totalizza qualcosa come 3.667 punti – pari a medie/gara di 43,8 nel ’68, 44,2 nel ’69 e 44,5 nel ’70 – ed anche se LSU fallisce la qualificazione per le “Final Four” il suo contributo resta nella storia del Campionato Universitario, soprattutto laddove si consideri che all’epoca non era ancora stato introdotto il “tiro da tre punti” e, dato che molte delle conclusioni di Maravich giungevano da lontano, lo statistico di ESPN, Bob Carter, ebbe a calcolare, approssimativamente, che, qualora tale norma fosse stata in vigore, la media/gara della guardia dei Tigers avrebbe potuto raggiungere quota 57 punti.

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Maravich in azione con Louisiana State al College – da si.com

Fin troppo scontato che una “macchina da canestri” di siffatta natura – e per la quale, data la sua postura nell’eseguire il tiro da fuori come se tenesse in mano un revolver, gli era stato appiccicato sin dal liceo il soprannome di “Pistol Pete”, poi avvalorato dalle sue medie realizzative – fosse ben appetita dai Club Professionistici in occasione del Draft svoltosi il 23 marzo ’70 e, difatti, dopo che i Detroit Pistons scelgono Bob Lanier ed i San Diego Rockets si orientano su Rudy Tomjanovich, ecco che gli Atlanta Hawks, che hanno il terzo diritto di chiamata, non si fanno sfuggire il talento di Louisiana State.

Atlanta aveva chiuso la stagione al primo posto con un record di 48-34 solo per essere sconfitta pesantemente per 4-0 dai Los Angeles Lakers nella Finale della Western Conferece, e, con l’allargamento della Lega da 14 a 17 squadre e l’inserimento degli Hawks nella Central Division della Eastern Conference, si rendeva chiaramente necessario un rinforzamento della rosa a disposizione del coach Richie Guerin.

Una scelta peraltro discutibile, quella di Atlanta, visto che nel ruolo di guardia potevano contare su Lou Hudson, già da quattro anni facente parte della franchigia e che aveva chiuso la stagione con 25,4 punti di media, ed in più non era molto gradito ai “senatori” l’elevato contratto di quasi due milioni di dollari offerto alla matricola, una cifra alquanto considerevole al tempo.

Maravich, comunque, dimostra di meritare l’ingaggio ricevuto, con una stagione da 23,2 punti di media che gli vale l’inserimento nella “Squadra Rookie dell’anno” ed, oltretutto, scaccia i dubbi sulla sua incompatibilità con Hudson, visto che con il suo stile molto più eclettico e dinamico rispetto al compassato compagno, quest’ultimo ne giova incrementando la sua media a 26,8 punti per gara, anche se il rendimento degli Hawks peggiora, pur guadagnando l’accesso ai playoffs, dove sono eliminati al primo turno dai Campioni in carica dei New York Knicks.

Situazione che si ripete nella stagione successiva – che Atlanta conclude ancora con un record negativo di 36-46 – venendo nuovamente eliminata al primo turno dei playoff, pur dando filo da torcere ai Boston Celtics, da cui vengono sconfitti per 4-2 in una serie in cui Maravich (il quale aveva peggiorato le proprie media in “regular season” con 19,3 punti a partita) dimostra di poter rivaleggiare alla pari con i migliori giocatori della Lega, realizzando 27,7 punti di media con punte di 37 in gara-3 e gara-6 e di 36 in gara-4.

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Maravich in azione con gli Hawks contro i Boston Celtics – da nba.com

Questo positivo finale di stagione, che serve anche a scacciare le critiche dei soliti soloni che giudicavano il gioco di Pete più spettacolare che utile, è il preludio alla miglior annata di Maravich con gli Hawks, i quali ritornano ad uno score positivo di 46-36, con “Pistol Pete” capace di totalizzare 27,1 punti e 6,9 assist di media a partita (rispettivamente 5. e 6. posto nelle relative classifiche assolute) e, con i 2.063 punti realizzati, uniti ai 2.029 di Hudson, essi diventano la sola seconda coppia di una stessa squadra in grado di compiere l’impresa di superare entrambi quota 2.000 in una singola stagione, che vede per la prima volta Maravich altresì selezionato per l’All Star Game, esperienza questa che ripete altre quattro volte in carriera.

Ciò nonostante, i playoff sono sempre un tabù e, nonostante il cambio in panchina con l’arrivo di coach Cotton Fitzsimmons in sostituzione di Guerin, ancora una volta Atlanta è eliminata da Boston al primo turno, e l’anno successivo le cose vanno ancor peggio, con gli Hawks quinti nella “Regular Season” e fuori dai playoff, nonostante che Maravich disputi la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo, chiusa a 27,7 punti di media, secondo solo a Bob McAdoo dei Buffalo Braves.

Per Maravich è giunta l’ora di cambiare aria, e l’occasione gli viene offerta dall’ingresso nella Lega di una nuova franchigia, i New Orleans Jazz, che hanno bisogno di un giocatore in grado di far presa sul pubblico per il suo stile di gioco brillante ed imprevedibile.

Certo, essere il leader di una debuttante può essere divertente, ma di sicuro non gratificante a livello di risultati, ma comunque Maravich dimostra di svolgere il ruolo per cui è stato chiamato con la massima diligenza, ed anche se i Jazz concludono la stagione con il peggior record (23-59) della Lega, totalizza una media di 21,3 punti/gara, ma soprattutto pone le basi per il miglioramento della squadra.

Un impegno che dà i suoi frutti la stagione successiva, con New Orleans che migliora il proprio rendimento sino a 38-44 nonostante una serie di infortuni limitino a 62 le presenze di Maravich, che comunque conclude con una media punti di 25,9 inferiore solo a Bob McAdoo e Kareem Abdul-Jabbar, riuscendo l’anno seguente – nonostante un peggioramento nel record dei Jazz in “regular season” a 35-47 – a far sua la classifica dei realizzatori con 31,1 punti di media a partita, superando quota 40 in 13 occasioni, con un massimo di 68 raggiunto nella vittoria interna per 124-107 sui New York Knicks il 25 febbraio ’77, in una serata che resterà storica per aver tirato dal campo con oltre il 60% (26 canestri su 43 tentativi, ed, al solito, non era ancora stato introdotto il tiro da tre punti), oltre ad aver trasformato 16 tiri liberi su 19, uno “score” che nessuna guardia prima di allora aveva mai realizzato e che era in ogni caso la terza miglior prestazione di un singolo giocatore, dopo Chamberlain ed Elgin Baylor, con quest’ultimo che, proprio nel corso della stagione, aveva rilevato Butch Van Breda Kolff quale coach dei Jazz.

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Pete Maravich in azione con i Jazz – da si.com

La soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto è però mitigata dai sempre più frequenti problemi alle ginocchia – le cui articolazioni soffrono per lo stile di gioco della guardia, fatto di movimenti rapidi e di continui spostamenti per liberarsi al tiro o servire un compagno meglio piazzato – che portano Maravich a saltare 32 gare nel ’78 e 33 nel ’79, ed il rendimento di New Orleans fatalmente ne risente, tornando ad essere il fanalino di coda della Lega con sole 26 vittorie conseguite nel ’79.

A ciò si aggiungano problemi finanziari per la franchigia, che il proprietario Sam Battistone ha nel frattempo trasferito da New Orleans a Salt Lake City, costringendo a cedere la giovane promessa Truck Robinson, e le difficoltà fisiche di Maravich non gli consentono di allenarsi con profitto, con ciò inducendo il nuovo coach Tom Nissalke ad impiegarlo in soli 17 incontri nella prima parte della nuova stagione, per il disappunto sia del giocatore che dei numerosi fans di Utah che avevano accolto con soddisfazione il trasferimento dei Jazz nella città dei Mormoni, circostanza che finisce per determinare la messa della oramai 32enne guardia sul mercato, venendo acquistata a gennaio ’80 proprio da quei Boston Celtics che hanno nelle loro file la matricola Larry Bird, capace di realizzare 21,3 punti di media nel suo primo anno da “Rookie”.

La scelta di Maravich è condizionata anche dal fatto di cercare di chiudere la carriera con un titolo NBA, e nella seconda parte di stagione con i biancoverdi, fornisce il proprio contributo disputando 26 gare ad 11,5 punti di media, coi Celtics che realizzano il miglior score della Lega, con 61 vittorie.

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Maravich nella sua ultima stagione, ai Boston Celtics – da pinterest.com

I presupposti per la conquista dell’anello vi sono tutti, a maggior ragione dopo il 4-0 con cui Boston letteralmente spazza via Houston nella Semifinale di Conference, solo per trovare in Julius Erving ed i suoi Sixers un ostacolo insormontabile, venendo a propria volta sconfitti per 4-1, ad un passo dalla Finale per il titolo, ed il 105-94 con cui Philadelphia espugna il “Boston Garden” il 27 aprile ’80 fa calare il sipario sulla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia della NBA.

Per ironia della sorte, proprio nella stagione del suo ritiro, la Lega introduce il tiro da tre punti e Maravich – a causa del ridotto impiego – ne infila 10 su 15 tentativi, il che fa pensare a quali potrebbero essere state le medie realizzative di un giocatore che viene incluso nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” nel 1987 e le sue maglie ritirate sia dagli Atlanta Hawks (n.44) che dagli Utah Jazz e dai New Orleans Pelicans (n.7).

Gli anni successivi al suo ritiro vedono Maravich dedicarsi a vita meditativa attraverso l’apprendimento dello yoga e lo studio dell’induismo, approfondendo le conoscenze circa l’esistenza degli extraterrestri e dedicandosi ad una dieta vegetariana e macrobiotica, prima di abbracciare la fede cristiana evangelica, asserendo di voler essere ricordato come … “un buon Cristiano che fa del suo meglio per servire Gesù, non come un giocatore di basket …!!”.

Questa sua nuova visione di vita, porta Maravich a volare il 5 gennaio ‘88 dalla Louisiana a Pasadena in California, chiamato da James Dobson – un esponente della Chiesa Evangelica – per registrare un intervento che sarebbe andato in onda in tarda serata nel programma radiofonico dallo stesso condotto e, nel frattempo, partecipa ad una partita amatoriale nella palestra della “First Church of Nazarene”, dove, ad un certo punto, si accascia al suolo colpito da un attacco cardiaco che lo stronca ad appena 40 anni di età.

L’autopsia rivela che Maravich aveva vissuto con un grave difetto congenito derivante dalla mancanza dell’arteria coronarica sinistra, il che stava a significare che la parte destra aveva dovuto sobbarcarsi un doppio lavoro sino a che la membrana non ha retto lo sforzo, determinandone la morte.

Aveva un cuore grande, “Pistol Pete”, più di quello che Madre Natura gli aveva fornito, e che poi, inesorabile, gli ha chiesto il conto.

LA POOL COMENSE E QUEL SOGNO REALIZZATO CHIAMATO COPPA DEI CAMPIONI

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La Pool Comense 1994 – da museodelbasket-milano.it

articolo di Nicola Pucci

Gli anni Novanta della pallacanestro femminile italiana sono segnati dal dominio di una squadra che ha scritto pagine memorabili non solo sul territorio nazionale, ma anche in campo europeo.

Il basket a Como ha radici antiche, se è vero che l’Associazione Sportiva Dilettantistica Ginnastica Comense, nata nel 1872, ha cominciato ad esercitarsi con la palla a spicchi a far data dal 1919 con i maschietti, per poi dare spazio dal 1945 anche alle ragazze. Che in riva al Lario, allenate da Enrico Garbosi, giocano proprio bene e conquistano ben presto quattro scudetti consecutivi tra il 1950 e il 1953. Ma il successo ha vita breve, Garbosi si alterna alla guida della Reyer Venezia maschile e con il suo allontanamento Como chiude i battenti. Per riaprirli negli anni Sessanta, proiettandosi poi negli anni Settanta del centenario della fondazione della società, ed attaccare le prime posizioni del basket nostrano negli anni Ottanta quando la pallacanestro si stacca dalla ginnastica e vive di luce propria.

Fino, appunto, al 1989 quando un gruppo di sponsor unisce le forze per dar vita a quella realtà che prende il nome di Pool Comense, destinata a segnare un’epoca. Perso clamorosamente lo scudetto 1990 dopo aver condotto per 2-0 la finale con Cesena, Como instaura una dittatura vera e propria che porta in dote alla squadra nerostellata addirittura nove successi consecutivi in campionato (il totale ad oggi ammonta a 15) e cinque vittorie in Coppa Italia. Insomma, in Italia non ce n’è proprio per nessuna ed è quindi ora di provare a far saltare il banco anche in Europa.

L’approccio ad onor del vero non è dei più confortanti, con la delusione del 1991 quando in Coppa Ronchetti Como perde all’atto decisivo con la Gemeaz Milano, castigata dai 33 punti di Cinzia Zanotti, e la cocente eliminazione in semifinale di Coppa del Campioni dell’anno successivo, per mano della Dinamo Kiev che poi perderà in finale con Godella. E proprio con le spagnole la Pool Comense dà vita nel triennio successivo, 1993-1995, una serie di tre epici scontri finali che delibereranno la squadra più forte d’Europa.

Tocca a questo punto fare un salto indietro di qualche stagione e ricordare che nel 1989, proprio in occasione della cavalcata che in campionato ha partorito la prima di una serie infinita di finali, seppur perduta, la squadra ha messo in organico giocatrici di livello assoluto, Mara Fullin, Silvia Todeschini e Renata Salvestrini su tutte che vanno a tener compagnia alla storica capitana Viviana Ballabio e a comporre l’ossatura di una formazione pronta a primeggiare in Italia e in Europa. L’anno dopo arriva da Ancona il centro Stefania Passaro e quando Aldo Corno prende il timone della squadra nel 1991 c’è solo da passare alla cassa a raccogliere i frutti, copiosi, di una programmazione senza punti deboli. Anche perché nel 1992 arriva dal Godella una certa Razija Mujanovic, pivot jugoslavo di 201 centimetri, che prende il posto di Valerie Still passata alle nemiche storiche di Cesena, e a questo punto il mosaico è completato.

La stagione 1992/1993 vede in effetti la Pool Comense mettersi in tasca il il terzo titolo italiano consecutivo, 3-0 a Cesena, a cui si aggiunge il trionfo in Coppa Italia contro Pescara. Ma è la Coppa dei Campioni l’obiettivo primario della squadra lariana, anche per infine rompere il sortilegio europeo e vendicare le due amarezze con Milano e Kiev. Il cammino della Pool Comense è convincente, con il debutto con le israeliane dell’Elitzur Holon, la passeggiata con le rumene dell’Universitatea Dacia Cluj e le otto vittorie nelle dieci partite del girone finale che vede le lombarde competere con le spagnole del Godella, detentrici del titolo, le francesi del Challes, le slovacche del Ruzomberok, la Dinamo Kiev e le ungheresi del PVSK, che garantiscono l’accesso alla Final Four di Lliria. E se la semifinale con il Ruzomberok conferma il potenziale delle nersotellate che si impongono con un netto 85-72 grazie a 27 punti dell’americana Bridgette Gordon, la finalissima con il Godella ha contorni drammatici, con la sfida che si risolve con un parziale di 11-3 per le spagnole al tempo supplementare per il 66-58 a referto che boccia le ambizioni delle comasche a dispetto dell’eccellente prova di Fullin e Mujanovic, entrambe autrici di 18 punti.

La sete di rivincita della Pool Comense non abbisogna di molto tempo per trovar soddisfazione, passano dodici mesi e a fronte dell’ennesimo successo in campionato, sempre con Cesena e sempre per 3-0, le nerostellate stavolta conquistano il tetto d’Europa. Usk Praga cede il passo all’esordio, nettamente, e per le ragazze di Corno il cammino nel girone finale è una sinfonia di 13 vittorie e una sola sconfitta, proprio contro Godella, per l’ammissione con le spagnole, le polacche del Poznan e le tedesche del Wuppertal alla Final Four che va in scena proprio a Poznan. E qui, davanti ad un pubblico appassionato e in un pallazzetto colmo di entusiasmo, la Pool Comense infrange i sogni della squadra polacca, 77-62 con Mujanovic che ne mette 19, ben spalleggiata da Gordon, 16 punti, e Fullin, 15 punti, il che apre le porte alla sfida finale con Godella, a sua volta vincitrice del Wuppertal 75-62 con la coppia Zasulskaya/Mc Clain che realizza ben 51 punti. L’atto conclusivo non ha storia. In un Pianella di Cucciago che rigurgita tifo, Como comanda già nel primo tempo chiuso sul +14, trascinata in attacco dall’immarcabile Mujanovic che firma la doppia doppia con 21 punti e 12 rimbalzi, per poi contenere nella ripresa il tentativo di rimonta della campionesse in carica che hanno in Zasulskaya e Mc Clain due eccellenti bocche da fuoco e in Pilar Valero, 20 punti, una guida precisa in regia e implacabile in atacco. Accanto a Gordon, 18 punti, e Fullin, 17 punti, Todeschini e Ballabio portano un contributo sostanziale di tecnica ed esperienza, a cui si aggiungono Passaro, Arcangeli e Stazzonelli che si fanno trovare pronto al momento opportuno ed infine, col punteggio di 79-68, è giunta l’ora per Como di alzare la Coppa dei Campioni.

Ormai regina d’Europa, la Pool Comense è piazza prelibata per chiunque voglia giocare grande basket, e la “zarinaCatarina Pollini, giocatrice tra le più forti di sempre del basket italiano, nella stagione 1994/1995 giunge ad integrare un gruppo consolidato che gioca a memoria, al pari di Elena Paparazzo. E’ l’anno dell’en-plein, con Schio battuta in campionato e in finale di Coppa Italia, e l’Europa non si sottrae neppure stavolta all’abbraccio trionfante del quintetto comasco. Wuppertal, Lubiana, Galatasaray, Dinamo Kiev e Usk Praga si trovano a sbattere il muso contro l’imbattibilità di Como, che fa dieci su dieci, per poi prevalere nei due incontri di quarti di finale con Ruzomberok, 80-76 e 81-70, qualificandosi alla Final Four che ha come teatro il Pianella di Cantù. E se la semifinale con le francesi del Valenciennes si risolve in volata, 70-66, con le solite Fullin e Mujanovic miglior marcatrici con 16 e 15 punti e con la prova di autorità di Todeschini che segna 14 punti vanificando i 25 punti della lituana Streimikyte, in finale è sfida numero tre con Godella, per definire chi delle due sia la squadra più forte del continente. Le due rivali si affrontano punto-a-punto, con Como che comanda all’intervallo, 35-32, per poi allungare nella ripresa fino al 64-57 definitivo a referto che porta la firma di una stratosferica Mujanovic, 23 punti e 7 rimbalzi, con la “zarina” che se non segna molto, solo 5 punti, si fa sentire sotto canestro mettendo anche il suo nome nell’albo d’oro della Coppa Campioni.

Negli anni a seguire Como dominerà ancora in Italia, con altri quattro titoli, ma la corsa al trono d’Europa conoscerà qualche brusca fermata di troppo. Come nel 1996, quando Wuppertal si imporrà nettamente 76-62 nella finale di Sofia grazie a 27 punti di Sandra Brondello, o come nel 1999, quando sarà Ruzomberok ad esultare a Brno, 63-48 contro una Pool Comense rinnovata e che avrà nella francese Isabelle Fijalkowski, 16 punti, la stella di prima grandezza.

Ma non importa, il basket femminile italiano ha dimora tra le sue preferita a Como ed ancor oggi, quando si parla d’Europa e di quel manipolo di campionesse, la nostalgia è proprio canaglia. Già, perchè da quel magico 1995 l’Italia è ancora in attesa di alzare la Coppa… ne ha da passar di acqua sotto i ponti!