OLGA BRYZGINA, L’UNICA CAPACE DI BATTERE LA GRIFFITH A SEUL 1988

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Bryzgina, Griffith e Muller dopo la 4×400 di Seul ’88 – da:sport.sky.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con l’avvento di Mikhail Gorbaciov quale Segretario del PCUS, inizia nella seconda metà degli anni ’80 la fase di progressivo disgelo nei rapporti tra le due superpotenze di Unione Sovietica e Stati Uniti e che, in campo sportivo, aveva portato alla mai tanto deprecata decisione di boicottare – da parte degli opposti schieramenti – le due edizioni delle Olimpiadi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84.

Pertanto, i successivi Giochi di Seul ’88 divengono occasione per una riappacificazione a livello universale e lo spettacolo senza alcun dubbio ne risente in chiave positiva, potendo assistere a sfide di altissimo livello, specie in un settore come quello dell’Atletica Leggera al femminile, dove la rivalità e la competitività raggiungono il loro apice.

In questo contesto si inserisce la protagonista della nostra storia odierna, vale a dire l’ucraina di origini Olga Bryzgina, pur essendo nata a fine giugno 1963 a Krasnokamsk, città della Russia nordorientale situata nel territorio di Perm, la quale è una delle massime esponenti nella specialità dei 400 metri piani.

Olga Vladykina, suo cognome alla nascita, dopo un terzo posto ai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi a Praga a metà agosto ’84 quale risposta al boicottaggio delle Olimpiadi californiane, in cui copre il giro di pista in 49”52 nella gara vinta dalla tedesca orientale Marita Koch in 48”16, vive l’anno seguente la sua miglior stagione in quanto a prestazioni cronometriche, sempre però in scia alla leggendaria Koch.

Già scesa l’anno precedente sotto i 50” netti correndo i 400 metri in 48”98 il 22 giugno ’84 a Kiev ed aver conquistato il primo dei suoi tre titoli nazionali consecutivi, la Vladykina sperimenta anche i 200 metri dove realizza, il 29 agosto ’85 a Donetsk, il tempo di 22”44 che resterà la sua miglior prestazione assoluta, anche perché si esprime su detta distanza solo anche l’anno successivo, per poi dedicarsi esclusivamente al giro di pista.

Prova quest’ultima che la vede selezionata quale rappresentante dell’Unione Sovietica sia per la Finale della Coppa Europa ’85 che si svolge a Mosca a metà agosto, e che la vede vittoriosa in 48”60 (con la Koch impegnata, e vincente, sui 200 metri …), che per la quarta edizione della Coppa del Mondo, in programma in Australia, a Canberra, dal 4 al 6 ottobre ’85.

E qui, la sfida con la Koch si ripete a livelli siderali, in quanto sulla scia della tedesca orientale, che va a trionfare dominando la gara dallo sparo dello starter sino all’arrivo con lo straordinario tempo di 47”60 che consente alla stessa di riappropriarsi del record mondiale sulla distanza che le era stato tolto due anni prima dalla cecoslovacca Jarmila Kratochvilova – primato peraltro tuttora vigente, con le due atlete ad essere sinora le uniche ad aver corso i 400 metri al di sotto della barriera dei 48” netti – la ancora Vladykina fa registrare il riscontro cronometrico di 48”27, ad oltre 30 anni di distanza ancora primato sovietico, nonché quarta prestazione “All Time” sulla distanza.

Salita dal sesto al secondo posto del Ranking di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, per la Vladykina la stagione successiva vive all’insegna del confronto con la Koch in occasione dei Campionati Europei di Stoccarda di fine agosto ’86.

Stretta nella morsa di ben tre tedesche orientali – oltre alla Koch hanno aspirazione di medaglia anche Petra Muller e Kirsten Emmelmann – la Vladykina deve pensare solo a confermarsi medaglia d’argento, respingendo in 49”67, suo miglior tempo dell’anno, l’assalto della Muller e della Emmelmann, che chiudono al terzo e quarto posto rispettivamente in 49”88 e 50”43, mentre la regina della distanza si impone, da par suo, con l’inarrivabile tempo di 48”22.

Con la seconda edizione dei Campionati Mondiali in calendario a Roma a fine agosto ’87 per Olga – nel frattempo divenuta Bryzgina a seguito del matrimonio contratto con il velocista Viktor Bryzgin, anch’esso di origini ucraine – una grossa mano viene data dal ritiro dall’attività agonistica della Koch, con conseguente sfida per l’oro a divenire una questione a due con l’altra tedesca orientale Petra Muller.

Una disputa che ha un preludio già nella seconda delle tre semifinali, visto che le due avversarie sono incluse nella medesima serie, ed ad avere la meglio è la non ancora 22enne sassone in 50”15 rispetto al 50”88 della Bryzgina, che rappresenta altresì il quinto miglior tempo delle otto qualificate per la Finale del 31 agosto.

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Muller e Bryzgina a Roma ’87 – da:sporting-heroes.net

 

Con il marito Viktor – che, il giorno prima, aveva disputato la Finale dei 100 metri piani, concludendo la prova in 10”25 per un sesto posto successivamente trasformato in quinto per la squalifica del canadese Ben Johnson – a tifare per lei sulle tribune dello Stadio Olimpico, la Bryzgina è sorteggiata in seconda corsia, con la Muller a partire proprio davanti a lei in terza, ideale punto di riferimento, che la 24enne ucraina mantiene sino a metà gara, mentre ad imporre un ritmo elevato alla gara è l’altra tedesca orientale Emmelmann, in sesta corsia.

Olga incrementa la propria cadenza nel corso della seconda curva e, mentre la Emmelmann si spenge progressivamente, affianca la Muller all’ingresso nel rettilineo conclusivo per poi dimostrare una migliore ripartizione delle forze andando a sprintare per trionfare in 49”38 rispetto al 49”94 della rivale, nel mentre la Emmelmann riesce a salvare il bronzo dall’insidia portatale dall’altra sovietica Maria Pinigina.

Tedesche orientali che si prendono la rivincita nella staffetta 4×400 metri, che le vedono aggiudicarsi la medaglia d’oro con il tempo di 3’18”63 precedendo i quartetti sovietici e statunitensi, che vanno ad occupare gli altri due gradini del podio in 3’19”50 e 3’21”04 rispettivamente.

Ed anche se per il terzo anno consecutivo la Bryzgina viene classificata al secondo posto del Ranking Mondiale, venendole stavolta preferita la Muller, il titolo iridato conquistato – al quale si aggiunge anche l’argento del marito quale componente la staffetta 4×100 sovietica che chiude alle spalle degli Stati Uniti con il tempo di 38”02, all’epoca record europeo e tuttora primato nazionale – è sicuramente di maggiore soddisfazione in vista dell’appuntamento olimpico costituito dai Giochi di Seul ‘88.

Rassegna a cinque cerchi che vede la Campionessa mondiale nella logica veste di favorita d’obbligo, anche se, oltre alle rivali storiche del Vecchio Continente, non va sottovalutata l’insidia che giunge oltre Oceano dal terzetto schierato dagli Stati Uniti, ivi compresa la medaglia d’oro di Los Angeles ’84, la 28enne del Mississippi Valerie Brisco, che al Coliseum si era affermata con il record olimpico di 48”83, pur sempre la quinta miglior prestazione di sempre all’epoca.

Bryzgina che ha l’occasione di misurarsi con la Campionessa olimpica in carica nel corso della seconda delle due semifinali, avendo la meglio in 49”33 rispetto al 49”90 dell’avversaria, in una gara che vede la clamorosa esclusione dalla Finale della tedesca orientale Emmelmann, non meglio che quinta al traguardo, ma che risulta più lenta della prima serie, dove ad affermarsi è l’altra sovietica Olga Nazarova con il tempo di 49”11 precedendo la Muller e le altre due americane Diane Dixon e Deneane Howard, anch’esse scese sotto il limite dei 50”.

Con pertanto un lotto di finaliste di assoluto livello, il 26 settembre ’88, giorno dell’appuntamento conclusivo, la Bryzgina occupa la terza corsia, con la connazionale Nazarova a partire avanti a lei, mentre la Dixon e la Muller sono rispettivamente in quinta e sesta corsia e la Brisco ha in sorte la prima, nonché peggiore, delle corsie.

Con una tattica diversa rispetto alla Finale iridata, la Bryzgina imposta la gara sulla connazionale, annullando il decalage all’imbocco dell’ultima curva, dove sferra il suo attacco decisivo che le consente di presentarsi in vantaggio già all’ingresso in rettilineo, per poi aumentare la propria cadenza andando a trionfare con largo margine con il tempo di 48”65 che migliora il primato olimpico della Brisco la quale, presentatasi in seconda posizione sul rettilineo finale, paga lo sforzo venendo rimontata sia dalla Nazarova che dalla Muller che, con un ritorno imperioso, va a conquistare l’argento in 49”45.

Con già un oro olimpico al collo, la Bryzgina è attesa al bis in occasione della staffetta del miglio, la cui prova è fissata per il giorno conclusivo del programma di Atletica Leggera, vale a dire l’1 ottobre ’88, che prevede la disputa di tutte e due le staffette 4×100 e 4×400 metri, sia maschili che femminili.

E quello che sarà ricordato come il “Giorno dei Giorni della famiglia Bryzgin” si apre con l’oro del quartetto sovietico nella 4×100 metri maschile, ovviamente complice la oramai consueta squalifica in batteria degli americani per cambio fuori settore, nel mentre l’altrettanto consueta perfezione nei cambi consente all’Urss di aggiudicarsi la sfida in 38”19 rispetto ai più accreditati britannici, giunti secondi in 38”28.

In campo femminile il podio della staffetta 4×400 metri è già assegnato, data l’indiscussa superiorità dei quartetti di Unione Sovietica, Germania Est e Stati Uniti, con questi ultimi che schierano in quarta e conclusiva frazione, oltre alle tre finaliste della gara individuale – conclusa dal quarto al sesto posto – anche l’indiscussa protagonista dei Giochi coreani, vale a dire la velocista Florence Griffith.

Una Griffith che si presenta a questa sua ultima fatica dopo essere già salita sul gradino più alto del podio sia sui 100 che sui 200 metri – con tempi “inquietanti” di 10”62 e 21”34 rispettivamente – ed aver contribuito, poco più di mezz’ora prima, al successo della staffetta 4×100 Usa, a precedere di soli 0”11 centesimi (41”98 a 42”09) le rappresentanti della Germania Est.

Questa “sfida nella sfida”, con gli addetti ai lavori a domandarsi quale potrà essere l’esito della prova sul giro di pista da parte dell’americana, aumenta la suspense per quello che ci si attende essere un evento dal quale potrebbe scaturire anche l’assalto al primato mondiale detenuto dalle ragazze della Germania Est con il sensazionale tempo di 3’15”92 stabilito ad Erfurt il 3 giugno ’84, mentre si dà quasi per scontato il miglioramento del record olimpico stabilito dal quartetto degli Stati Uniti con 3’18”29 quattro anni prima a Los Angeles.

Finale che, da una lotta a tre, si riduce ad un testa a testa tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, con la Brisco a dare una grande dimostrazione di orgoglio rimontando nella parte conclusiva della terza frazione il distacco che la separava dalla sovietica Pinigina, così che all’ultimo cambio, Bryzgina e Griffith partono pressoché appaiate, con un leggero margine di vantaggio per la 25enne ucraina.

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L’arrivo della 4×400 – da:pinterest.cp.uk

 

Le due atlete non si risparmiano, dando vita alla più esaltante ultima frazione di una staffetta 4×400 femminile a cui si abbia mai avuto modo di assistere, con la Griffith a mantenersi in scia alla sua avversaria con la fondata speranza di poter sfruttare le sue maggiori doti di velocista sul rettilineo finale, ma il ritmo imposto dalla Bryzgina è tale da sfiancarne la resistenza e, sia pur cedendo qualche metro negli ultimi appoggi, riesce a conservare un margine sufficiente per replicare l’oro della gara individuale.

Ma, quella che così descritta è semplicemente la cronaca di una gara come potrebbero essercene state mille altre, ottiene viceversa la consacrazione dal riscontro cronometrico che recita 3’15”17 per il quartetto sovietico e 3’15”51 per le ragazze americane, tempi entrambi al di sotto di quello che sembrava un record stratosferico della Germania Est – le cui componenti concludono terze con il tempo di 3’18”29, curiosamente uguale al precedente record olimpico stabilito a Los Angeles ’84 – ed il cui valore è ribadito dal fatto che tutt’oggi, a 30 anni di distanza, gli stessi rappresentano la prima e la seconda prestazione mondiale di ogni epoca.

Questa volta concluso l’anno senza dubbio alcuno circa la sua veste di indiscussa n.1 del Ranking Mondiale, la Bryzgina si dedica ai doveri coniugali, saltando le due successive stagioni per effetto della maternità, mettendo alla luce la figlia Yelizaveta, nata il 28 novembre ’89, per poi prepararsi ai suoi due ultimi anni di attività agonistica.

Chiaramente, il Mondo va avanti, ed anche se i limiti della Koch sulla prova individuale e del quartetto sovietico in staffetta non vengono più superati, altre avversarie si profilano all’orizzonte, prima fra tutte la “Gazzella della Guadalupa” Marie-José Perec, dominatrice della specialità nei primi anni ’90.

Il primo confronto a livello di grande manifestazione internazionale – dopo che per la Finale di Coppa Europa era stata scelta la Nazarova, giunta terza alle spalle della Perec e della tedesca Grit Breuer – lo si ha in occasione della terza Edizione dei Campionati Mondiali in programma a Tokio a fine agosto ’91, allorché “mamma” Bryzgina giunge terza, preceduta proprio dalla francese e dalla tedesca, nella seconda delle due semifinali, per poi scendere sotto la barriera dei 50” netti nella Finale del 27 agosto ’91, pur se il suo 49”82 (miglior tempo dell’anno …) non è sufficiente per salire sul podio, venendo relegata ai margini dello stesso nella gara che incorona la Perec con il tempo di 49”13.

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Olga Bryzgina ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:gettyimages.ae

Ancora una volta, però, le doti di insuperabile agonista della Bryzgina emergono in occasione della staffetta 4×400 metri dove, non avendo la Francia la possibilità di schierare una formazione a supporto della propria fuoriclasse, conclude da par suo la quarta ed ultima frazione per condurre il quartetto sovietico alla vittoria in 3’18”43, con ampio margine su Stati Uniti e Germania (ora riunificata …), che completano il podio in 3’20”15 e 3’21”25 rispettivamente.

Con già una cospicua collezione di medaglie nel proprio Palmarès, la Bryzgina non può abbandonare l’attività agonistica senza difendere il proprio titolo olimpico in occasione dei Giochi di Barcellona ’92, ai quali tra l’altro partecipa quale rappresentante della “Comunità degli Stati Indipendenti” stante la nel frattempo intervenuta disgregazione dell’impero sovietico.

Appuntamento al quale si presenta dopo aver messo in bacheca anche l’argento ai Campionati Europei Indoor di Genova ’92, dove è sconfitta dall’americana naturalizzata spagnola Sandra Myers, e che la vede una volta di più grande protagonista, alla stregua di un soprano che calca per un’ultima volta il palcoscenico.

La sfida contro la 24enne Perec è chiaramente impari, ma ancora una volta l’esperienza accumulata negli anni che le consente di dosare le energie durante i turni eliminatori si rivela fondamentale per la Bryzgina che, dopo aver concluso al terzo posto in 49”76 la prima delle due semifinali (vinta dalla francese in 49”48 …), riserva il meglio di sé per la Finale in programma il 5 agosto ’92 …

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Olga Bryzgina in azione a Barcellona ’92 – da:gettyimages.co.uk

Schierata in terza corsia con il vantaggio di avere la Perec, in quinta, come punto di riferimento, la Bryzgina ne tiene il ritmo sino all’imbocco della seconda curva, avendo la francese già azzerato il decalage e superato la colombiana Ximena Restrepo, in sesta corsia, per poi costringere la fuoriclasse di colore ad impegnarsi al massimo per respingerne l’attacco sul rettilineo finale, così da scendere sotto i 49” netti per concludere in 48”83 (curiosamente lo stesso tempo al centesimo dell’americana Brisco a Los Angeles ’84), mentre per l’ucraina il 49”05 fatto registrare rappresenta la miglior prestazione stagionale.

Ma se la conferma del titolo olimpico sulla prova individuale era oggettivamente difficile da raggiungere vista la concorrenza dell’elegante Perec, l’impossibilità per quest’ultima di prendere il via nella staffetta per mancanza di compagne all’altezza dell’arengo olimpico, lascia aperta più che una speranza per la Bryzgina circa il poter chiudere in bellezza una carriera di per sé già eccezionale.

Con ancora una volta gli Stati Uniti a “rinforzare” il quartetto del miglio con una rappresentante proveniente dalla velocità, nel caso in esame Gwen Torrence – già oro sia sui 200 metri che con la staffetta 4×100 – tocca all’esperta 29enne Bryzgina cercare di rintuzzare l’assalto alla medaglia d’oro da parte del quartetto a stelle e strisce, compito che, ricevuto il testimone con leggero vantaggio da parte della Nazarova, porta diligentemente a termine, mantenendo quei 0”72 centesimi (3’20”20 a 3’20”92) ampiamente sufficienti per coronare una straordinaria carriera che, tra Campionati Europei, Mondiali e Giochi Olimpici, non l’ha vista salire sul podio solo in occasione della rassegna iridata di Tokyo ’91, conclusa al quarto posto.

E se, tuttora, il suo 48”27 sui 400 metri rappresenta la quarta miglior prestazione “All Time” ed il 3’15”17 della staffetta 4×400 dei Giochi di Seul ’88 – dove è stata cronometrata in ultima frazione in 47”7 per reagire all’attacco della Griffith – non è ancora stato migliorato, riteniamo che il suo nome possa, senza tema di smentita, annoverarsi a pieno titolo tra l’elite assoluta della specialità …

 

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JOHN NEWCOMBE E LA TRIS VINCENTE A WIMBLEDON

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Newcombe in trionfo a Wimbledon nel 1971 – da mediastorehouse.com

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di tennis, di campioni immortali e di grandi tornei, in casa Australia la mente inevitabilmente va a Rod Laver, che dominò come nessuno quasi mai e a due riprese, 1962 e 1969, realizzò il Grande Slam, magari anche a Ken Rosewall, longevo e vincente come pochi seppur sempre respinto nel tempio di Wimbledon, in terza battuta a quel Lew Hoad che a far data 1956 lasciò un’impronta tanto indelebile da venir oggi annoverato tra i più grandi di sempre a dispetto della breve parabola agonistica. Senza dimenticare Roy Emerson, che prima dell’avvento di Sampras e Federer deteneva il record di maggior numero di tornei dello Slam in bacheca, ben 12. Ed io, a questo lotto di fuoriclasse, mi permetto di aggiungere John Newcombe, bello, simpatico e forte al punto da comparire ben tre volte nell’albo d’oro di Wimbledon.

Classe 1944, Newcombe denuncia particolare attitudine allo sport fin da adolescente, praticandone diversi prima di dirottarsi, anima e corpo, a quello con la racchetta. E la scelta si rivela azzeccata, fin da subito, con l’approccio tra i grandi appena 17enne, un paio di titoli australiani juniores e la vittoria in Coppa Davis nel 1964. Sono gli anni in cui i mammasantissima del tennis hanno ceduto alle sirene del professionismo, e come potrebbe essere altrimenti?, nondimeno Newcombe ha modo di mettere in mostra il suo gioco serve-and-volley pressochè perfetto che gli consente per sei anni di seguito, dal 1962 al 1967, di figurare tra i migliori otto agli Australian Open, con tre semifinali consecutive che lo vedono soccombere ad Emerson a due riprese e ad Arthue Ashe nel 1967. E se infine, nel 1973 e nel 1975, sarà capace di far suo il torneo di casa, così come nello stesso 1967 ed ancora nel 1973 trionferà agli US Open, fallendo altresì sulla terra parigina non andando mai oltre gli ottavi di finale, è sull’erba più prestigiosa, ovvero quella tra i Doherty Gates dell’All England Law and Tennis Club di Wimbledon, che “John il bellosi guadagna la gloria perpetua.

Le prime esperienze sui prati londinesi, ad onor del vero, non sono proprio esaltanti, complice ovviamente la mancanza di esperienza. Nel 1961 Newcombe debutta con l’eliminazione al primo turno con lo svedese Jan-Erik Lundqvist, fresco di semifinale al Roland-Garros, che lo estromette al set decisivo, per poi nei tre anni successivi collezionare una sola vittoria con l’americano Gene Scott e tre sconfitte precoci con il messicano Rafael Osuna, il connazionale John Hillebrand e l’altro australiano di grido Fred Stolle, prima di arrampicarsi agli ottavi di finale nel 1965 quando da numero 6 del  tabellone batte uno dopo l’altro Soriano, Brown e Richey per poi arrendersi al sudafricano Cliff Drysdale.

Parrebbe buon viatico per tentare dodici mesi dopo l’attacco al titolo, anche perchè nel frattempo John si è imposto in doppio assieme all’amico Tony Roche, ma il 1966, se da un lato conferma Newcombe sul trono del torneo a quattro stavolta a fianco di Ken Fletcher, dall’altro boccia le sue aspirazioni in singolare quando al terzo turno, dopo aver vinto i primi due set, si fa rimontare proprio dal compagno di doppio che si impone 6-3 al quinto set. Nondimeno il tennis di John è in crescita costante, e se a fine estate agguanta la prima finale Slam agli Us Open (saranno ben dieci a fine carriera) arrendendosi a Fred Stolle, nel 1967 è infine tempo di aggiungere il primo Major al suo palmares di tennista di prima fascia. Ovviamente, sull’erba di Wimbledon.

Accreditato della testa di serie numero 3, alle spalle di Santana campione in carica e di Roy Emerson, Newcombe occupa la parte bassa del tabellone presieduta proprio dall’illustre connazionale che insegue il tris di vittorie dopo i trionfi del 1964 e del 1965, e se ai primi due turni prevale senza troppi patemi con il francese Jauffret e il neozelandese Fairlie, al terzo turno lascia per strada un set al giovane americano Stan Smith, che ritroveremo competitivo ai massimi livelli di lì a qualche anno, per poi superare agli ottavi l’altro statunitense Graebner, prendersi una comoda rivincita su Fletcher ai quarti, 6-4 6-2 6-4, ed infilare in quattro set lo yugoslavo Pilic che al quarto turno aveva liberato il campo dalla presenza ingombrante di Emerson, fatto fuori in quattro set. E con Santana che a sua volta cade al debutto con Charlie Pasarell, Newcombe vola da favorito in finale dove ad attenderlo c’è un rivale che non ti aspetti proprio a questo stadio della competizione, il tedesco Wilhelm Bungert, neppure compreso nel novero delle teste di serie e mai oltre i quarti di finale in una prova dello Slam. E sul Centre Court più famoso del mondo, il baffo sbarazzino e seducente di Newcombe, così come il suo tennis senza pecche, hanno nettamente la meglio, per un 6-3 6-1 6-1 che non ammette repliche ed innalza l’australiano al rango di campione.

In effetti la stagione 1967 è la migliore in carriera per John, che prima che il tennis diventi open e lasci spazio al rientro dei fuoriclasse estromessi dal professionismo, vince anche gli Us Open, 6-4 6-4 8-6 su Graebner, per poi conoscere due stagioni senza acuti, con gli ottavi a Wimbledon nel 1968 quando a negargli la chance del bis è Ashe che lo batte in cinque set, e la finale del 1969 quando trova ancora sulla sua strada Pilic e Fairlie, così come Anderson e Stolle, per poi superare l’olandese Okker ai quarti e Roche in semifinale prima di dover soccombere alla classe di Laver che in finale ha la meglio in quattro set, 6-4 5-7 6-4 6-4, in quello che sarà l’anno per lui del secondo Grande Slam.

L’appuntamento con la vittoria a Wimbledon è solo rimandato al 1970, quando Newcombe, che ha “passato” il Roland-Garros per arrivare a Londra nel pieno dei suoi mezzi fisici, si presenta da testa di serie numero 2, dovendo confrontarsi ancora con Laver. Ma stavolta il “rosso” non tiene fede al suo status di favorito, incocciando agli ottavi di finale nell’ardore del beniamino di casa, Roger Taylor, che dopo aver cominciato in sordina surclassa l’australiano non certo in giornata di grazia. Newcombe, che nel frattempo non ha concesso opportunità alcuna a Barth, Kalogeropoulos, Davidson e Ralston, dà vita nei quarti ad un match epocale con Emerson, infine battuto 11-9 al quinto set, demolendo poi lo spagnolo Gimeno in semifinale per guadagnarsi l’atto decisivo con il “vecchio” Ken Rosewall. Che dell’alto dei suoi quasi 36 anni vorrebbe tanto rompere il sortilegio con i Championships, dove ha già perso in finale nel 1954 e nel 1956, ma ancora una volta ad aver ragione è la maggior freschezza di Newcombe che a furia di servizi vincenti e voleè che atterrano nei pressi delle righe fa suo il secondo titolo a Wimbledon.

Che poi diventano addirittura tre dodici mesi dopo, 1971, quando ancora una volta Laver, Newcombe e Rosewall capeggiano il seeding, a certificare il dominio australiano su erba. In effetti i tre favoriti giungono ai quarti perdendo un paio di set per strada (Laver con il sudafricano Moore e l’olandese Okker), palensando un’unica incertezza (Newcombe nel terzo set della sfida degli ottavi con il sovietico Metreveli) e soffrendo oltre le previsioni (Rosewall costretto al quinto set nel match di secondo turno con Carmichael), per poi vedere i loro sogni di vittoria infranti da Tom Gorman che in soli tre set sorprende Laver e dallo stesso Newcombe, che anticipa in semifinale la rivincita con Rosewall imponendo ancor più la legge del più forte, 6-1 6-1 6-3. E visto che Gorman già può ritenersi soddisfatto di figurare tra i migliori quattro, ecco che in finale John trova di là dal net quel Stan Smith che qualche anno prima aveva dato segnali di eccellente attitudine al gioco sui prati londinesi. Puntualmente confermati in una sfida agguerrita, che l’americano pare indirizzare per il verso giusto vincendo secondo e terzo set dopo aver perso il primo, cedendo invece alla rimonta del campione in carica che anche contro di lui rivela insospettabili doti di gran combattente imponendosi, esattamente come l’anno precedente, al quinto set.

John Newcombe cala il tris ed è exploit, credetemi, che sul Centre Court di Wimbledon non è certo riuscito a molti. Sinonimo di grandezza assoluta.

GOLDEN STATE, UN LAMPO NEL PANORAMA NBA PRIMA DELL’ERA CURRY

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Rick Barry al tiro nella Finale contro i Bullets – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

La squadra del momento, nel panorama cestistico americano, sono i Golden State Warriors, capaci di raggiungere per quattro anni di seguito la Finale del Campionato NBA, nonché di aggiudicarsi tre delle relative sfide, sempre avendo come avversari i Cleveland Cavaliers di ”Sua Maestà” LeBron James.

In questi casi è pressoché d’obbligo andare a rivisitare la storia di una franchigia che – grazie all’apporto dei propri “Big Three”, sotto le sembianze di Stephen Curry, Kevin Durant e Klay Thompson – rischia di divenire una vera e propria dinastia nell’ambito del Basket professionistico americano, per scoprirne le radici e relative origini.

E ne viene fuori un quadro alquanto curioso, visto che Golden State – peraltro l’unica squadra NBA che non ha nel proprio nome né la città né lo Stato di appartenenza – nasce in realtà a Philadelphia, sempre come Warriors, ed ha il privilegio di conquistare il primo titolo nella stagione 1946-’47, successivamente bissato nel 1956 prima che il magnate Franklin Mieuli ne rilevasse l’intero pacchetto azionario nel 1962 trasferendo la franchigia – che nel frattempo aveva nelle proprie file il fenomeno Wilt Chamberlain, scelto al draft 1959 – sulla costa occidentale, in California, facendole assumere il nome di San Francisco Warriors.

La minor concorrenza, all’epoca, nella “Western Conference”, consente ai San Francisco Warriors di giungere due volte alla sfida decisiva per il titolo, nel 1964 e ’67, venendo peraltro in ambedue le circostanze rispettivamente sconfitti dai Boston Celtics e dai Philadelphia 76ers, ai quali era stato ceduto Chamberlain, prima di un nuovo cambio di sede.

Il trasferimento stavolta è comunque limitrofo, poiché la franchigia approda ad Oakland, città situata sulla costa est della baia di San Francisco, a far tempo dal 1971 ed anche se, come già ricordato, “Golden State” non è ufficialmente il nome di alcuna citta o Stato americano, con detta dizione (traducibile in “Stato dorato” …) si è soliti indicare la California.

Comunque, per tornare al basket giocato, gli inizi degli anni ’70 sanciscono la fine della dinastia dei Boston Celtics che avevano dominato l’intero decennio precedente e della loro storica rivalità coi Los Angeles Lakers, consentendo di far capolino anche ad altre formazioni, tra cui i New York Knicks – che nel 1970 e ’73 conquistano gli unici due anelli della loro storia – così come ai Milwaukee Bucks, che grazie alle prestazioni del futuro Kareem Abdul-Jabbar si laureano Campioni nel 1971 e giungono in Finale nel ’74, sconfitti 4-3 dai Boston Celtics guidati da John Havlicek e Jo Jo White.

In questa nuova geografia, Golden State si inserisce con una buona stagione nel 1972 – conclusa con un record di 51-31 per poi essere eliminata 4-1 al primo turno dei Playoff dai Campioni in carica di Milwaukee – seguita da un miglior percorso l’anno seguente dove, dopo essersi presa la rivincita sui Bucks, perde la Finale della Western Conference contro i Los Angeles Lakers, finalmente tornati sul trono della NBA la precedente stagione, dopo un’infinita serie di ben 7 Finali perse.

Il pur positivo record di 44-38 fatto realizzare nel 1974 non è però sufficiente ai Warriors – rappresentando il quinto miglior risultato della Western Conference – per accedere ai Playoff che, al tempo, erano riservati alle sole prime quattro squadre di ogni raggruppamento, così che per la successiva stagione viene provveduto ad una rivoluzione nel roster, con soli 6 giocatori (Rick Barry, Butch Beard, Derreck Dickey, Jeff Mullins ed i due Johnson, Charles e George) confermati, irrobustendo il quintetto base con l’arrivo del centro Clifford Ray, proveniente da Chicago, ed altresì inserendo una ventata di freschezza grazie a due azzeccate scelte al Draft del 28 maggio ’74 svoltosi a New York che portano in California la 22enne guardia Phil Smith e l’ancor più giovane ala piccola Jamaal Wilkes.

Grazie a questa nuova miscela, la squadra allenata da Al Attles, alla sua quarta stagione ad Oakland, migliora il proprio record in “regular season” a 48-34 che, se solo di 4 vittorie superiore a quello dell’anno precedente, si dimostra però sufficiente a concludere al primo posto nella Western Conference, così da assicurare il vantaggio del fattore campo nei successivi Playoff.

Con Rick Barry a confermarsi infallibile violentatore di retine con i suoi 30,6 punti di media, un importante aiuto alle sorti dei Warriors giunge dagli innesti di Ray (9,4 punti e soprattutto 10,6 rimbalzi di media) e Wilkes, il quale corona la sua prima stagione da Professionista mettendo a referto una media di 14,2 punti ed 8,2 rimbalzi, prestazioni che gli valgono il titolo di “Rookie of the Year” (“Matricola dell’Anno” …), un risultato niente male per una undicesima scelta al Draft.

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Jamaal Wilkes in azione contro Buffalo in regular season – da:gettyimages.it

Tutto ciò consente a Golden State di affrontare con rinnovato entusiasmo la post-season che la vede affrontare al primo turno i Seattle Supersonics di Tom Burleson, Fred Brown e Spencer Haywood, serie che si aggiudica per 4-2 con Rick Barry decisivo in gara-1 (123-96 con 39 punti a referto) ed in gara-3, dove i suoi 33 punti consentono ai Warriors di violare per 105-96 il parquet avversario dopo che in gara-2 era stata Seattle ad affermarsi in California 100-99.

Attesi alla Finale di Conference dai Chicago Bulls, i Warriors si trovano ad un passo dall’eliminazione dopo l’esito di gara-5 che li aveva visti soccombere 79-89 sul parquet amico, complice una serata negativa al tiro sia di Barry che di Wilkes, con la prospettiva di dover espugnare l’United Center per tenere vive le speranze di qualificazione.

E, in una gara dal punteggio basso, emerge tutta la precisione al tiro di Barry, che iscrive da solo a referto ben 36 degli 86 punti (a 72) con cui Golden State riporta l’esito della serie in parità, per poi assestare il colpo decisivo nel conclusivo settimo incontro alla “Coliseum Arena”, vinto 83-79 dopo aver rimontato uno svantaggio di 36-49 all’intervallo, grazie ad una straordinaria serata di Jamaal Wilkes, il quale fa onore al fresco titolo di “Matricola dell’Anno” mettendo a segno 23 punti con una media di 10 su 19 al tiro e 3 su 4 ai liberi.

L’aver raggiunto per la prima volta dopo 8 anni le Finali per il titolo non è però sufficiente a fare dei Warriors i favoriti per la conquista dell’anello, visto che sulla costa orientale si sono affrontate formazioni di ben altro spessore, con a prevalere per 4-2 i Washington Bullets sui Boston Celtics, due compagini, tanto per chiarire, che avevano concluso la “regular season” con l’identico record di 60-22.

E, del resto, anche i quattro precedenti in stagione avevano confermato tale trend, visto che nel Maryland i Bullets avevano collezionato due vittorie (99-91 e 125-101), avendo altresì violato 98-97 il Coliseum nell’ultimo confronto del 6 febbraio ’75, così che l’unica ancora di salvezza per i Warriors era legata al successo casalingo per 104-96 ottenuto il 4 gennaio ’75.

Con lo svantaggio del fattore campo, la serie per l’assegnazione del titolo NBA si apre domenica 18 maggio 1975 al “Capital Centre” di Landover, nel Maryland, un incontro che sembra avviato verso la più logica conclusione, con Washington a guidare 54-40 all’intervallo lungo, prima che Attles giochi la carta vincente nella figura di Phil Smith che, inizialmente in panchina, mette a segno 20 punti nei suoi soli 31’ giocati, risultando – assieme al grande lavoro sotto i tabelloni di Ray e Wilkes con 16 e 13 rimbalzi rispettivamente – decisivo per completare un’incredibile rimonta sino al 105-96 conclusivo.

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Rick Barry al tiro in gara-1 – da:gettyimages.it

Due giorni dopo si replica in California, ma non alla “Coliseum Arena” di Oakland, bensì al vicino “Cow Palace” di Daly City, con i Bullets – guidati dal cecchino Phil Chenier e potendo contare sulla potenza di Wes Unseld a rimbalzo – a cercare il riscatto, con una sfida punto a punto dopo un iniziale vantaggio di 13 punti per gli ospiti, decisa da uno straordinario Rick Barry che replica con i suoi 36 punti ai 30 di Chenier per Washington, conclusa sul 92-91 per Golden State, anche se i Bullets falliscono, a 6” dalla sirena, il canestro del sorpasso.

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Schiacciata di Clifford Ray in gara-2 – da:gettyimages.it

Con la serie inaspettatamente sul 2-0, i Warriors hanno la possibilità, il successivo venerdì 23 maggio, di portarsi sul 3-0 – un vantaggio che mai è stato rimontato in una serie di Playoff nella Storia della NBA – ospitando ancora per gara-3 i Bullets, per quella che sarà etichettata come “La gara perfetta” da parte di Barry & Co., con Golden State a comandare per tutti i 48’ ed il suo leader autore di una prestazione magistrale, con 38 punti a referto, frutto di 12 su 23 al tiro e 14 su 16 ai tiri liberi, così che il 109-101 con cui si conclude l’incontro fa sì che quella che era da tutti pronosticata come una “Mission impossible” si stia per materializzare.

Importante chiave di lettura nel trionfo dei Warriors è il fondamentale apporto della panchina – anche nella vittoriosa gara-3 George Johnson fornisce il proprio contributo con 10 punti e 9 rimbalzi nei 16’ giocati – visto che, al termine delle prime tre sfide, il confronto in termini di punti delle “seconde linee” delle due finaliste è impietoso, facendo registrare un divario di  115-53 (!!) in favore di Golden State.

Basta solo, a questo punto, mantenere i nervi saldi e non farsi prendere dall’euforia, visto che Washington ha pur sempre a disposizione tre delle eventuali quattro prossime gare sul parquet amico, ed in queste situazioni non vi è niente di meglio che cercare di approfittare dello stato di frustrazione degli avversari, cosa che, puntualmente, si verifica in una peraltro combattutissima gara-4.

Con l’intensione quantomeno di salvare l’onore, il tecnico del Bullets K.C. Jones – uno che di Finali se ne intende, avendone vinte 8 da giocatore con la maglia dei Boston Celtics – affida la marcatura di Rick Barry a Mike Riordan, il quale prende un po’ troppo sul serio l’incarico, scatenando le ire di Attles, il quale si fa anche espellere verso la metà del primo quarto entrando in campo per fronteggiare Riordan, al quale Barry aveva affibbiato uno spintone dopo essere stato scaraventato a terra da un brutto fallo da dietro.

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Rick Barry al tiro nella decisiva gara-4 – da:si.com

E. come al solito, il vantaggio iniziale di 14 punti di Washington – che chiude sul 30-20 in proprio favore il primo parziale – viene nel corso dei restanti minuti progressivamente eroso dal ritorno dei Warriors che affrontano l’ultimo quarto sotto di tre punti (70-73) per poi toccare al playmaker Butch Beard salire agli onori della ribalta mettendo a segno gli ultimi 7 punti della sua squadra, nonché della serie, compresi i due decisivi tiri liberi che sanciscono il 96-95 conclusivo per un incredibile “cappotto” inflitto da Golden State ai favoritissimi Bullets.

Va così in archivio quella che per molti addetti ai lavori rappresenta la più sorprendente vittoria in una serie finale – ricordiamo le 12 vittorie di differenza (60 a 48) in stagione regolare a favore dei Bullets – e che indiscutibilmente può essere considerata “Un lampo nel buio” nella storia della franchigia, ove si consideri che, dopo aver perso l’anno seguente la Finale della Western Conferenze 4-3 contro i Phoenix Suns, per poter rivedere i Warriors a tali livelli, occorrerà attendere 40 anni esatti, sino ai giorni nostri dell’era Curry con il trionfo del 2015 …

Ah, dimenticavo, chi credete che sia stato scelto come MVP della serie finale … ?? Ma Rick Barry ovviamente, e chi altrimenti, viste le sue statistiche che recitano 29,5 punti, 5 assist e 4 rimbalzi di media a partita …

 

L’AMBURGO E LA RIMONTA FOLLE CON IL REAL MADRID NELLA SEMIFINALE DI COPPA DEI CAMPIONI 1980

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Kaltz in azione – da soccernostalgia.blogspot.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Al termine di una delle partite più belle di sempre nella storia della Coppa Campioni, l’Amburgo annichilisce il Real Madrid, ribalta lo 0-2 dell’andata firmato da una doppietta di Santillana nel secondo tempo e si qualifica per la finale del 1980. La squadra tedesca domina l’incontro dall’inizio alla fine, e quando accelera affonda nell’impresentabile difesa spagnola come una lama nel burro. Per emozioni, facilità nell’andare in porta e numero di occasioni sembra di assistere a una partita del ventennio 1950-1970, quando il talento individuale dominava su concetti come fisicità, tatticismo e collettivismo che presero piede in modo maggiore negli Anni ’70. Trascinato dalla forza straripante di Manfred Kaltz, che sulla fascia destra fa quel che vuole, e dalla potenza devastante in attacco del gigantesco Horst Hrubesch, e pur con la sua stella Kevin Keegan non al massimo della condizione fisica, l’Amburgo dopo soli 19 minuti di gioco ha già recuperato il doppio svantaggio, per poi allungare in chiusura di tempo dopo la provvisoria ed illusoria rete dell’1-2 firmata da Cunningham, “colored” (all’epoca si chiamavano così) inglese in forza alla squadra madrilista. Nel secondo tempo gli iberici provano a rientrare in corsa ma infine si arrendono di cinquina, fallendo l’appuntamento con una finale da giocarsi in casa allo Stadio Santiago Bernabeu, sfida a cui accedono invece i tedeschi, che verranno poi battuti di misura dal Nottingham Forest di Brian Clough che con una rete decisiva di Robertson bisseranno il successo dell’anno precedente.

Amburgo: Kargus – Jakobs, Buljian, Nogly – Kaltz, Memering, Magath, Hidien – Keegan, Hrubesch, Reimann. All: Zebec.
Real Madrid: Remon (pt 30′ Gonzales) – Garcia, Pirri, Benito, Camacho – De Los Santos, Stielike, Del Bosque – Juanito (st 43′ Roberto), Santillana, Cunningham. All: Boskov.

Primo tempo
2′ Amburgo subito in avanti. Percussione di Kaltz a destra, tiro-cross basso, Remon respinge di piede, contro-cross di Jakobs, Hrubesch segna in spaccata. L’arbitro però annulla per un fuorigioco dell’attaccante tedesco.
5′ Keegan sfugge alla guardia di Garcia a destra, cross basso in area, Hrubesch calcia di prima intenzione: palla alta di pochissimo. Tedeschi scatenati in questo avvio.
6′ ancora Keegan con un cross da destra, girata in area di Hrubesch, Remon riesce a deviare in modo abbastanza fortunoso.
9′ punizione di Memering da sinistra, palla in area, colpo di testa di Jakobs da ottima posizione: fuori. Il Real Madrid fatica a entrare in partita.
12′ GOL AMBURGO: Fallo durissimo di Garcia su Keegan in area. Rigore ineccepibile: sul dischetto si presenta Kaltz, tiro forte e centrale che spiazza Remon.
14′ errore incredibile di Bulijan, che perde palla sul passaggio di Kargus, ne approfitta Santillana, ma Kargus non si fa sorprendere dal tiro a mezza altezza dell’attaccante spagnolo.
16′ progressione di Kaltz che salta due uomini, entra in area e cade, forse toccato al momento del tiro. L’arbitro lascia correre, ma le immagini poi lasciano spazio a pochi dubbi: era ancora rigore.
17′ cross di Keegan da sinistra deviato da Benito, la palla colpisce la traversa, Reimann si tuffa di testa e colpisce a botta sicura, Remon si ritrova miracolosamente il pallone tra le braccia. Il Real non è in campo: rischia di subire gol tutte le volte che l’Amburgo spinge.
19′ GOL AMBURGO: Reimann da destra pesca in area Hrubesch, l’attaccante tedesco incorna di testa e realizza. I tedeschi stanno giocando a un ritmo impressionante.
21′ Santillana di testa prova a scuotere il Real, ma Kargus c’è.
25′ finalmente ecco il Real Madrid: staffilata da lontanissimo di Cunningham, traversa piena; sulla respinta ci prova Juanito, Kargus devia.
30′ infortunio per il portiere spagnolo Remon, sostituito da Gonzales.
31′ GOL REAL MADRID: Traversone dalla trequarti sinistra di Camacho, Kargus esce a vuoto, palombella morbida di Cunningham e palla in fondo al sacco.
32′ i tedeschi si rigettano in avanti: hanno bisogno di segnare due gol per passare. Punizione di Magath, colpo di testa di Hrubesch, Gonzales blocca.
35′ Juanito innesca Cunningham che segna, ma l’arbitro aveva già fermato l’azione per fuorigioco.
41′ GOL AMBURGO: Hidien converge da sinistra, tiro respinto, palla a Kaltz sul fronte destro, missile terra-aria, la palla si infila nell’angolo opposto non dando scampo a Gonzales.
42′ il Real Madrid non ci sta: conclusione violenta di Stielike dal limite dopo un corner, Kargus abbranca in due tempi.
44′ corner da sinistra di Reimann, testa di Hrubesch, grande deviazione di Gonzales che toglie la palla da sotto la traversa con un prodigioso colpo di reni, la palla rimane in campo e si accende una mischia furibonda nell’area piccola spagnola, tentativo di Keegan sul fondo.
45′ Ancora Hrubesch da fuori, para a terra Gonzales.
49′ GOL AMBURGO: Keegan apre a sinistra per Memering, cross e colpo di testa vincente di Hrubesch, che brucia i due centrali del Real, ancora una volta imballatissimi. Si chiude un primo tempo pazzesco, uno spot per il calcio.

Secondo tempo
1′ subito Real pericoloso con Juanito, tiro rasoterra dal limite, Kargus si allunga e devia in corner.
4′ fallo su Memering quasi al limite: punizione angolata di Keegan, Gonzales si getta sulla sua destra e tocca in corner. Dalla bandierina batte Reimann, testa di Jakobs e palla sulla parte alta della traversa.
11′ lungo triangolo Magath-Kaltz-Magath, staffilata di quest’ultimo dal limite, palla fuori di un metro.
15′ scambio Juanito-Pirri-Juanito, che entra in area sul lato destro e calcia in porta, Kargus respinge.
23′ Reimann per Hrubesch, che resiste a una carica e calcia sull’uscita di Gonzales, il portiere spagnolo riesce a bloccare.
24′ cross da destra di Memering, un difensore del Real anticipa Reimann, ma la palla giunge a Hrubesch all’altezza del dischetto, tiro violento in corsa: alto. Altra grande occasione per l’Amburgo.
31′ Kaltz supera Santillana sulla destra ed entra in area, il giocatore spagnolo lo strattona da dietro e lo fa cadere. Il rigore pare evidente, ma l’arbitro incredibilmente ammonisce Kaltz per simulazione.
35′ lungo rilancio della difesa tedesca, Keegan scatta in posizione regolare e si invola verso la porta, ma il suo tiro d’esterno sul primo palo termina sul fondo.
37′ fallo su Keegan al limite: punizione bassa di Memering, Gonzales neutralizza in due tempi. Il Real Madrid sembra oramai uscito mentalmente dalla partita, l’Amburgo ha in pugno la qualificazione.
39′ espulso Del Bosque per un pugno sulla testa di Keegan: decisione ineccepibile, Real in dieci.
45′ GOL AMBURGO: Contropiede dei tedeschi, da Hidien a Hrubesch, palla in mezzo all’area a Memering, che tutto solo non ha problemi a freddare Gonzales.

LE PAGELLE DELL’AMBURGO
IL MIGLIORE KALTZ 8: padrone assoluto della fascia destra: spinge, arretra e riparte a una velocità impressionante. Puntuale nei cross, efficace nei dribbling, sempre propositivo nel dialogare con i compagni. Impreziosisce una prestazione da ricordare con una doppietta d’autore, trasformando il rigore con freddezza e infilando una cannonata dal limite.
Hrubesch 8: con più puntualità sottoporta avrebbe potuto segnare un poker, forse un pokerissimo. Svolge un lavoro impressionante in prima linea, cogliendo sempre impreparata la difesa del Real e mettendo due sigilli fondamentali per il trionfo anseatico. Suo anche l’assist per il 5-1 di Memering.
Magath 7: motore e cervello dell’Amburgo, dirige il traffico con abile maestria e gioca sempre al servizio della squadra.
Keegan 7: va a sprazzi e manca un gol non da lui, però è un rebus per la difesa spagnola. Si procura il rigore e avvia l’azione del quarto gol.
Jakobs 7: colosso difensivo, insuperabile di testa, bravo anche a farsi vedere in avanti con buona continuità.

LE PAGELLE DEL REAL MADRID
IL MIGLIORE CUNNINGHAM 6,5: gioca un ottimo primo tempo, segnando un gol di pregevole fattura e colpendo una traversa con una sassata inaudita. Di fatto, sono sue le insidie maggiori che il Real porta all’Amburgo. Nella ripresa cala decisamente.
Juanito 6: uno dei pochi a salvarsi, uno degli ultimi a mollare, probabilmente il più apprezzabile degli spagnoli come spirito di sacrificio e impegno.
Santillana 4,5: all’andata era stato l’uomo decisivo. Al ritorno è un pianto: non vede biglia in avanti e rischia di provocare un rigore per un fallo sull’imprendibile Kaltz.
Benito 4: emblema di una difesa spagnola che concede autostrade su autostrade agli attaccanti tedeschi. Seppellito.
Del Bosque 3: il pugno sulla testa di Keegan è l’amarissima ciliegina finale su una prestazione da dimenticare, perennemente e completamente fuori dal gioco.

DMITRY FOMIN, IL MARTELLO DELL’EST TERRORE DEI PARQUET ITALIANI

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Dmitry Fomin – da:rbth.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al di là delle indubbie capacità tecniche e fisiche, una importante componente per l’affermazione a livello internazionale di un singolo atleta è costituita dall’epoca in cui esso vive la propria attività agonistica, sia in relazione alla valenza dei propri avversari, ma anche al contesto storico del Paese di nascita.

Quest’ultima considerazione vale, principalmente, per gli atleti dell’ex blocco sovietico, che, grazie al crollo dell’ideologia comunista nel 1991, hanno potuto liberamente trasferirsi nella parte occidentale del Vecchio Continente per mettere a frutto le proprie competenze.

Uno dei casi più emblematici al riguardo, e che ha tangibilmente contribuito alle fortune di due prestigiosi Club della nostra pallavolo, è quello dell’ucraino Dmitry Fomin, approdato in Italia nel 1992, a conclusione delle Olimpiadi di Barcellona, nel pieno della sua maturità atletica.

Nato difatti a Sebastopoli, in Crimea che faceva all’epoca parte dell’Unione Sovietica, il 21 gennaio 1968 e figlio di un marinaio, il giovane Dmitry si avvia alla pallavolo durante gli anni scolastici e, favorito dalla sua maggiore altezza (a sviluppo completato mette su un fisico di m.2,00 per 97kg.) rispetto ai propri compagni, non fatica ad emergere, tanto che, dopo gli esordi nel Lokomotiv Kiev, nel 1989 fa già parte della più gloriosa squadra di volley di ogni tempo, vale a dire il CSKA Mosca.

Coniugare la parola CSKA con il verbo vincere è sin troppo facile oltre cortina, visto che quando il 21enne Fomin entra a farne parte il Club ha “appena vintoil suo 19esimo titolo nazionale negli ultimi 20 anni (solo nel 1984 non riesce nell’impresa …) ed ha in bacheca già 12 Coppe dei Campioni, per cui non è certo difficile aggiungere altri due Campionati Sovietici nel 1990 e ’91, nonché iniziare a fare conoscenza con le compagini italiane nella più prestigiosa Manifestazione europea per Club.

Con l’altrettanto gloriosa formazione della Panini Modena che nel 1990 corona il sogno di laurearsi Campione d’Europa dopo tre Finali consecutive perse proprio contro la compagine moscovita – a sorpresa eliminata al secondo turno dai francesi del Frejus, poi sconfitti 2-3 in Finale dai modenesi – i due sestetti tornano a scontrarsi nella Fase a Gironi che qualifica le prime due di ogni Gruppo alla “Final Four” in programma nella città emiliana il 9 e 10 marzo ’91.

L’esito dei due incontri arride a Fomin & Co., che si impongono nettamente a Mosca (3-0, con parziali di 15-11, 15-7, 15-8) per poi far loro anche il match al “Pala Panini” grazie al 17-16 del tiebreak del quinto e decisivo set, così da accedere alla semifinale contro i francesi del Cannes, nel mentre l’altro abbinamento vede la sfida fratricida tra le due rivali storiche emiliane, vale a dire Modena e Parma.

Con le due gare senza storia, che vedono le nette affermazioni dell’armata sovietica e di Parma, che schianta Modena con un 3-0 i cui parziali di 15-12, 15-4, 15-8 la dicono lunga sulla superiorità dimostrata dai ragazzi di Bebeto, tocca a questi ultimi fare i conti con la devastante potenza sotto rete di Fomin, ben spalleggiato dai compagni Andrey Kuznetsov ed Igor Runov, argento alle Olimpiadi di Seul con la Nazionale Sovietica, così che il Palazzetto dello Sport modenese ha l’occasione di assistere ad un assaggio di quello che, per un decennio, sarà il terrore dei parquet della penisola, con il CSKA a tornare sul tetto d’Europa con un 3-1 più netto di quanto si possa pensare, visto che il solo secondo set vinto dagli emiliani per 17-15 è largamente compensato dai netti 15-6, 15-3 e 15-10 con cui i moscoviti si aggiudicano gli altri parziali.

Anno 1991 che è ancora ben lungi dal concludersi per il 23enne Fomin, visto che se a livello di Club ha confermato la supremazia assoluta della propria squadra, tocca ora confrontarsi con la propria Nazionale con la “Generazione di Fenomeni” azzurra che il tecnico argentino Julio Velasco ha portato in due anni a vincere i Campionati Europei ’89 ed i Mondiali in Brasile nel ’90.

Prima occasione di confronto è data dalla World League, con le due squadre inserite nel medesimo Girone – assieme a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud – a dare vita a quattro intensissime sfide, che vedono concludersi con un 3-2 a testa le gare svoltesi a Mosca e, viceversa, due successi (per 3-2 e 3-1) dell’Italia sul suolo amico, con entrambe le formazioni peraltro qualificate per la “Final Four” in programma a Milano a fine luglio ’91 assieme ad Olanda e Cuba, provenienti dall’altro raggruppamento.

World League che, per il secondo anno consecutivo si aggiudica l’Italia superando per 3-0 in Finale Cuba che aveva impedito all’Unione Sovietica il ripetersi della sfida con il sestetto azzurro, essendo stata sconfitta per 2-3 (12-15 al tiebreak) dai caraibici, rinviando pertanto l’appuntamento ai Campionati Europei in programma a settembre ’91 in Germania.

Inserite in due distinti Gironi, Italia ed Urss si qualificano per le semifinali incociate entrambe a punteggio pieno (15-1 la differenza set per gli azzurri, 15-3 per i sovietici), così come non hanno difficoltà a regolare i padroni di casa tedeschi (3-1, parziali di 15-12, 15-4, 11-15, 15-6) gli azzurri, facendo altrettanto i sovietici contro l’Olanda, piegata 3-0 con un 15-8 periodico, così che è enorme l’attesa per la sfida decisiva in programma al Palazzetto dello Sport di Berlino il 15 settembre ’91.

Ed è la stessa Italia laureatasi Campione del Mondo, con Tofoli in regia, Andrea Lucchetta, Bernardi, Giani opposti, Zorzi schiacciatore ed Andrea Gardini centrale, a doversi stavolta inchinare alle bordate che da ogni posizione Fomin – non a caso eletto “Miglior Giocatore del Torneo” – indirizza loro, facendo sì che l’incontro si concluda con un netto 3-0 (parziali 15-11, 17-15, 15-9) in cui gli azzurri tengono botta solo nel secondo set.

Per Fomin l’anno solare si conclude come meglio non potrebbe, vale a dire con un altro trionfo – e relativo doppia corona di “Miglior Attaccante” e “Miglior Giocatore Assoluto” – alla Coppa del Mondo disputata a fine novembre ’91 in Giappone, con l’Urss a subire una sola sconfitta per 1-3 dagli Stati Uniti, bilanciata dal netto successo per 3-0 su Cuba, a propria volta vincitrice con analogo punteggio sugli Usa così da consegnare il titolo all’Unione Sovietica per una miglior differenza set.

Prima di approdare in Italia a fine estate ’92, sia Fomin – che vi partecipa sotto la bandiera della “Comunità degli Stati Indipendenti” – che gli Azzurri di Velasco, falliscono l’appuntamento olimpico di Barcellona ’92 dove erano attesi da protagonisti e che, viceversa, li vede entrambi uscire ai Quarti di Finale, coi primi sconfitti ancora una volta dagli Stati Uniti per 1-3 ed i secondi dall’Olanda per 2-3 (con il discusso 16-17 al tiebreak del quinto set, ultima volta in cui non vige la regola dello scarto di due punti …), formazioni che si candidano al ruolo di “bestie nere” delle rispettive Nazionali.

L’approdo nel Bel Paese fa sì che Fomin si accasi al Messaggero Ravenna, con l’ingrato compito – assieme ai brasiliani Renan Dal Zotto e Giovane, provenienti rispettivamente da Parma e Padova e medaglia d’Oro con la loro Nazionale ai Giochi di Barcellona ’92 – di non far rimpiangere la coppia americana formata da Karch Kiraly e Steve Timmons, grazie alla quale il sestetto di Daniele Ricci si era laureato Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo.

Trovandosi stavolta come compagni di squadra Margutti, Masciarelli e Gardini – avversari nelle sfide con le rispettive Nazionali – Fomin non tradisce le attese, consentendo alla formazione romagnola di dominare l’edizione ’93 della Coppa dei Campioni, conclusa da imbattuta, con 6 vittorie su altrettanti incontri nel Girone di accesso alle “Final Four” in programma al Pireo a marzo, dove non ha difficoltà a regolare per 3-1 in semifinale i belgi dello Zelik per poi ribadire la propria superiorità nel “derby” tutto italiano con Parma, pur se i relativi parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 stanno a testimoniare come l’equilibrio sul parquet sia stato ben più evidente di quanto il 3-0 conclusivo potrebbe far intendere.

Fatta propria anche la Supercoppa Europea ’93 e conquistata la sua terza Coppa dei Campioni bissando nel ’94 il successo dell’anno precedente ancora a spese di Parma per poi raggiungere ancora la Finale nel ’95, dovendosi stavolta inchinare nella terza sfida tricolore consecutiva rispetto al Sisley Treviso, per Fomin giunge il momento, a seguito del dissesto del “Gruppo Ferruzzi”, di lasciare Ravenna andando ad indossare proprio i colori di Treviso, non prima di aver partecipato alla seconda esperienza olimpica della sua carriera.

Con un comportamento parallelo a quello dell’Italia di Velasco, anche la Russia – per cui l’oramai 28enne di Sebastopoli decide di gareggiare rispetto all’Ucraina, proprio Paese di origine, stante la pochezza a livello internazionale di detta Nazionale – vede migliorare nell’edizione di Atlanta ’96 il proprio piazzamento rispetto ai Giochi di Barcellona ’92, ma ancora insufficiente a fregiarsi della medaglia d’oro.

Inserite, difatti, nel medesimo Girone, nel mentre gli Azzurri concludono lo stesso a punteggio pieno senza aver perso neppure un set, il sestetto russo incappa in tre sonore battute d’arresto, oltre che con l’Italia, anche con Olanda ed Jugoslavia, il che lo relega al quarto posto con conseguente abbinamento nei Quarti di Finale con Cuba, qualificatasi come prima nell’altro raggruppamento, pur con una sconfitta nel peraltro ininfluente ultimo incontro con il Brasile.

Contro la compagine caraibica, la Russia ritrova lo smalto perso, con Fomin protagonista con 8 punti e 24 attacchi vincenti per il 3-0 (15-13, 17-15, 15-11 i relativi parziali), che la proietta in semifinale dove però si trova la strada sbarrata da un’Olanda all’apice della sua storia e che, dopo averla superata con un 3-0 i cui parziali di 15-6, 15-6, 15-10 sono tali da non ammettere repliche, fa svanire in Finale anche i sogni di Gloria Olimpica degli Azzurri, sconfitti 3-2 al termine di una sfida intensissima conclusa per 17-15 al tiebreak del quinto e decisivo set.

Accasatosi a Treviso, Fomin ritrova Gardini, con cui aveva condiviso la sua prima stagione a Ravenna ed assieme al quale forma una forza d’attacco impressionante, potendo altresì contare sulle prestazioni dell’azzurro Lorenzo Bernardi e dell’olandese Ron Zwerver, il tutto alimentato in regia dalle sapienti mani del palleggiatore azzurro Paolo Tofoli, pur se la prima stagione vede i veneti soccombere di fronte a Modena nella sfida tricolore al termine di cinque combattutissime sfide.

E’ quello, della seconda metà degli anni ’90, il periodo di maggior gloria a livello internazionale del Club modenese – non più abbinato alla gloriosa “Panini”, avendo ora assunto la denominazione di “Las Daytona” prima ed “Unibon” successivamente – che si laurea per tre stagioni consecutive (nel 1996, ’97 e ’98) Campione d’Europa, succedendo proprio a Treviso che si era aggiudicato la Coppa Campioni nel ’95.

Per Fomin, che ha nel proprio palmarès già tre Coppe dei Campioni, è giunto il momento di rinverdire tale bacheca ed ecco quindi che, dopo aver conquistato nel ’98 sia lo Scudetto, al termine di tre sole sfide (3-0, 3-1 e 3-1) con Cuneo, stessa sorte toccata a Modena in semifinale, che la Coppa CEV, tutto è pronto per dare nuovamente l’assalto alla principale Manifestazione Continentale a livello di Club.

Con uno dei più forti sestetti mai visto nei Palasport italiani, con l’olandese Blangé in regia, Benardi, Fomin e Papi – quest’ultimo, 25enne, proveniente da Cuneo in sostituzione dell’olandese Zwerver – schiacciatori uniti ai centrali Gravina e Gardini (a dispetto dei suoi 33 anni …), Treviso domina la stagione in Italia, concludendo la “regular season” con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta per poi non conoscere ostacoli nei Playoff conclusi con un doppio successo (3-0 e 3-2) su Modena in Finale, a cui unisce anche il trionfo europeo a spese dei belgi del Noliko Maaseik con un netto 3-0 in una competizione in cui si applica per la prima volta il “Rally Point System.

Il XX secolo si conclude per Treviso con due importanti cambi nel relativo sestetto titolare, con lo jugoslavo Nikola Grbic a rilevare Blangé nel ruolo di palleggiatore, nel mentre la partenza di Gardini è compensata dall’arrivo dell’argentino Marcos Antonio Milinkovic, un mutamento che, se determina il dover abdicare in Italia dopo due Scudetti consecutivi, in virtù della sorprendente sconfitta nei Quarti di Finale contro Palermo (giunto ottavo nella stagione regolare …), non impedisce a Fomin di aggiudicarsi la qua quinta personale Coppa dei Campioni, la cui Fase Finale si disputa proprio a Treviso e, finalmente, i 5mila spettatori che assiepano le tribune del “Palaverde” possono festeggiare il trionfo dei loro beniamini, che hanno la meglio per 3-1 nel match conclusivo sui tedeschi del Friedrichshafen, con Lorenzo Bernardi eletto MVP delle “Final Four.

Anche per Fomin, oramai 32enne, gli anni iniziano a pesare, ed il nuovo millennio si inaugura per Treviso con l’avvicendamento in panchina di Daniele Bagnoli, approdato a Modena e sostituito dall’argentino Raul Lozano, tecnico proprio di quel sorprendente Palermo che aveva eliminato Treviso nei playoff dell’anno precedente, cui fanno seguito l’arrivo del 36enne Fabio Vullo quale regista in luogo di Grbic, mentre a potenziare l’attacco a muro giunge un altro olandese, stavolta nella figura di Bas van der Goor, proveniente da Modena a rimpiazzare Milinkovic.

Ma, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, con Treviso ancora protagonista sia in Italia che all’estero, tornando a conquistare lo Scudetto – che per l’ucraino di nascita rappresenta il quinto della sua straordinaria carriera – con una Fase dei Playoff immune da sconfitte, che vede cadere ai propri piedi una dietro l’altra, dapprima Montichiari (3-1 esterno, seguito da 3-1 e 3-0 al “Palaverde”), quindi Modena (altro 3-1 esterno cui fanno seguito due 3-0 sul parquet amico) per poi toccare a Milano subire la superiorità trevigiana in Finale, lottando al Palalido dove spreca un vantaggio di 2 set a 0 facendosi rimontare sino al 15-13 nel tiebreak del quinto e decisivo set, cui seguono due successi, entrambi per 3-1 al “Palaverde” che laureano per la quinta volta Treviso Campione d’Italia.

Anche in Europa il cammino è positivo, nel tentativo di emulare Modena con un tris di successi consecutivo, fallito proprio all’ultimo, decisivo appuntamento della Finale parigina del 24 marzo ’01 contro i padroni di casa del Paris, che si impongono per 3-2 al termine di una sfida avvincente e combattutissima come dimostrano i relativi parziali di 25-22, 17-25, 22-25, 25-23, 15-13 a favore del Club transalpino.

E’ questo il canto del cigno per Fomin, il quale, nella sua decima ed ultima stagione in Italia non riesce più ad essere così determinante come in passato, tanto che la Sisley non riesce a superare la Fase a Gironi della ridenominata Champions League, nel mentre in Campionato giunge a disputare l’ennesima Finale Scudetto, avversaria stavolta Modena, che ha la meglio in quattro partite, con la sfida decisiva dell’8 maggio ’02 al “Pala Panini” risolta ancora al tie break con un 20-18 che dimostra la volontà di non mollare da parte dei Campioni in carica.

Con la sua uscita dalle scene – gioca un altro anni in Giappone per poi abbandonare definitivamente l’attività nel 2006 a 38 anni dopo tre stagioni alla Dynamo Tatransgaz – il Campionato italiano perde con Fomin uno dei protagonisti che più gli hanno dato lustro per capacità fisiche, qualità tecniche e correttezza sportiva, ma di sicuro le avversarie avranno tirato un sospiro di sollievo, bersagliate come erano state lungo un intero decennio dal più forte martello straniero che abbia mai calcato i nostri parquet …

 

ROGER WALKOWIAK, UN CARNEADE SUL PODIO PIU’ ALTO DEL TOUR DE FRANCE

 

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Roger Walkowiak in maglia gialla al Tour de France 1956 – da lastampa.it

articolo di Nicola Pucci

Certo che se devo esser etichettato come un carneade per poi riuscire a trionfare sulle strade del Tour de France, ecco… allora, ben vanga. E’ più o meno quel che è successo a Roger Walkowiak, onesto mestierante del pedale ma che è destinato, in perpetuo, ad appartenere alla leggenda del ciclismo per quel che fu capace di fare alla Grande Boucle nell’estate del 1956.

Figlio di un polacco di Lublino emigrato in Francia per lavorare l’acciaio, Roger vede i natali il 2 marzo 1927 a Montluçon, e per un incidente di lavoro si trova ad esercitare il mestiere di usciere nella ditta del padre, praticando ciclismo nei ritagli di tempo, sull’esempio dell’amico Roger Colas che ha già ottenuto qualche discreto risultato a livello locale. Ad onor del vero il giovane Walkowiak non pare essere un vincente nato, ma nel 1949 diventa campione regionale in Auvergne e con il secondo posto al Gran Premio Wolber, classica di antico lignaggio, si guadagna il passaggio al professionismo con la casacca della Riva Sport-Dunlop.

Corre l’anno 1950, ed il dado è tratto, ma la prima stagione per Roger è un martirio, se è vero che trascorre più tempo a curarsi i malanni che in sella al mezzo meccanico. L’anno dopo le cose migliorano, e con la vittoria nel gran premio della montagna al Circuito delle Sei Province si merita il plauso di Jean Bidot, selezionatore della nazionale francese, che lo cataloga tra i migliori prospetti del paese, così come quello di Andrè Leducq, vincitore del Tour de France nel 1930 e nel 1932, che lo ritiene in procinto di diventare un corridore di primo piano. Partecipa in effetti per la prima volta alla massima corsa ciclistica del mondo intruppato nella squadra Ouest Sud-Ouest, non andando oltre il 57esimo posto, ma per ottenere infine il primo successo da professionista bisogna attendere il 1952, quando fa sua la tappa di Quimper al Tour de l’Ouest, gara che peraltro conclude al secondo posto della classifica generale alle spalle del compagno di casacca alla Peugeot, Ugo Anzile.

Gli anni cominciano a sommarsi, l’uno maledettamente uguale all’altro, con Walkowiak che si disimpegna egregiamente su ogni terreno ma denuncia una scarsa attitudine alla vittoria, collezionando nondimeno alcuni piazzamenti che ne evidenziano le doti di ciclista battagliero. E’ ad esempio ottavo alla Milano-Sanremo del 1953, anno che lo vede anche secondo alla Parigi-Nizza, battuto dal connazionale Jean-Pierre Munch che lo precede di 3’18”, e questi risultati sono sufficienti per garantirsi una seconda partecipazione al Tour de France, stavolta difendendo i colori della squadra Nord-Est/Centre, in appoggio allo stesso Anzile, a Gilbert Bauvin e a Roger Hassenforder, che dopo la tappa di Caen ha l’onore di indossare la maglia gialla per quattro giorni. Roger, dal canto suo, è infine 47esimo in classifica generale ma con i compagni ha la soddisfazione di chiudere al terzo posto nella speciale classifica a squadre, dietro a Paesi Bassi e Francia.

L’anno 1954, così come il 1952, è segnato dall’unico acuto al Tour de l’Ouest, stavolta concluso sul terzo gradino del podio alle spalle di André Vlayen e Francis Anastasi, mentre nel 1955, con la nuova casacca della Gitane-Hutchinson, è protagonista sulle strade del Critérium du Dauphiné Libéré quando, attaccando prima nella tappa che si conclude a Lione e difendendosi poi come un leone sia nella frazione a cronometro che sulle rampe del Mont Ventoux, chiude al secondo posto dietro all’innavicinabile Louison Bobet per poi correre il Tour de France sempre con la squadra Nord-Est/Centre ma non prima di aver sognato di venire selezionato dal commissario tecnico Marcel Bidot per difendere i colori della Nazionale francese. E’ costretto al ritiro all’undicesima tappa per un’infezione al soprassella e all’alba dei suoi 29 anni sembra proprio che l’occasione di dire la sua nel consesso del grande ciclismo sia sfumata.

Macchè. Il carneade che ormai da sei anni si sbatte a destra e manca senza trovar soddisfazione, debutta l’anno 1956, con la maglia della Saint-Raphaël-R.Geminiani-Dunlop, in maniera del tutto inattesa, ovvero vincendo una corsa che conta. Sauveur Ducazeaux, suo direttore tecnico alla Nord-Est/Centre, per l’occasione guida la Francia all’edizione della Vuelta, e ricordandosi dell’affidabilità di uno dei suoi pupilli, inserisce in formazione Walkowiak che contribuisce al successo nella cronosquadre di Barcellona per poi, in solitario, andare ad imporsi a Pamplona, pagando infine dazio al ritiro del capitano Bobet e alla mancanza di stimoli della Nazionale, con lo stesso Roger ad abbandonare nel corso della sedicesima tappa suscitando l’ira dello stesso Ducazeaux che progetta di non convocarlo per il Tour de France. Figurarsi, Walkowiak al via da Reims, il 5 luglio, c’è, eccome se c’è, e la sua storia agonistica sta per cambiare. Garantendogli l’immortalità.

La corsa alla maglia gialla, ad onor del vero, è orfana del vincitore delle tre precedenti edizioni, proprio Louison Bobet, così come del nuovo detentore del record dell’ora, quel Jacques Anquetil ritenuto ancora troppo giovane per un evento di tale portata, ma anche degli italiani Fausto Coppi e Gino Bartali e degli svizzeri Hugo Koblet e Ferdi Kübler. Sono altresì presenti Gaul e Bahamontes, draghi della montagna, Gemignani che guida la Francia assieme a Gilbert Bauvin e il campione del mondo Stan Ockers, ed è su questo quintetto che sono puntati gli occhi degli addetti ai lavori. Ma nessuno di loro avrà l’onore di sfilare in maglia gialla a Parigi il 28 luglio perché nel corso della settima tappa, tra Lorient e Angers, Walkowiak, che già nelle frazioni precedenti aveva mostrato buona attitudine alla battaglia, fa parte di una maxi-fuga di trentuno corridori che giunge al traguardo con 18 minuti e 46 secondi di vantaggio sul resto del gruppo: la vittoria di tappa arride al velocista italiano Alessandro Fantini, mentre è proprio Walkowiak a vestire la maglia gialla, scalzando André Darrigade. Il francese perde il simbolo del primato quattro giorni dopo a Bayonne, a favore dell’olandese Gerrit Voorting, anche su suggerimento di Ducazeaux che gli prospetta l’eventualità di risparmiare energie per poi provare sulle Alpi a portare un attacco deciso al podio di Parigi; a seguire la maglia passa nuovamente a Darrigade a Pau e poi a Jan Adriaensens a Luchon e, appunto sulle Alpi, a Wout Wagtmans.

Ma il bello deve ancora venire. Dopo che Jean Forestier ha vinto a Gap, Walkowiak, quinto in classifica generale con un ritardo di 4’27” da Wagtmans, regge bene il confronto con i grandi campioni della montagna nella tappa che si conclude a Torino e prevede la scalata dell’Izoard, giungendo quinto e trovandosi a sera secondo in classifica. E 24 ore dopo, esattamente come immaginato dal suo mentore in ammiraglia, lungo i 250 chilometri che uniscono il capoluogo piemontese a Grenoble Walkowiak piazza la zamapata vincente. Dopo che i migliori si sono controllati sul Moncenisio, le pendenze carogna della Croix de Fer accendono la miccia ed è proprio Walkowiak ad orchestrare l’attacco decisivo. Gaul, fuori classifica, ed Ockers, pure lui lontano in graduatoria generale, si accodano ed il terzetto, dopo aver fagocitato i temerari della prima ora, disintegra il plotone dei favoriti. Il lussemburghese arriverà da solo al traguardo, con 3’22” su Ockers e 7’29” su Gastone Nencini, ma Walkowiak, in difficoltà sull’ultima ascesa di giornata, il Col Luitel, ed infine aiutato da Bahamontes a limitare i danni, lascia a sua volta Wagtmans, in crisi nera, ad altri 8 minuti di margine tornando a vestire le insegne del primato, con 3’56” su Gilbert Bauvin.

Il giorno dopo Walkowiak sarà vittima di una caduta ma riuscirà a rientrare sul diretto avversario, che rosicchierà oltre due minuti nella lunga cronometro di Lione. E quando, a Parigi, potrà brindare a caviale e champagne all’ultima maglia gialla infine conquistata, ecco, quel 28 luglio 1956, Roger Walkowiak, il carneade del pedale, si guadagnò una fetta di gloria ciclistica. E se la buona sorte ebbe a dargli una mano, se la meritò tutta, ma proprio tutta, perché quell’edizione memorabile del Tour de France fu vinta da un campione. Altroché un usurpatore. Parole di Bernard Hinault, uno che di Grande Boucle se ne intende…

 

BENITEZ-PALOMINO, IL MONDIALE DEI PESI WELTER CHE INFIAMMO’ PORTORICO

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Benitez contro Palomino  – da static.boxrec.com

articolo di Nicola Pucci

Prima che la tennista Monica Puig regalasse a Portorico la prima medaglia d’oro della sua storia olimpica a Rio de Janeiro nel 2016, l’isola caraibica aveva guadagnato gloria sportiva con il titolo mondiale del baseball del 1951 e con la clamorosa vittoria della squadra di basket, trascinata da Carlos Arroyo (24 punti), sul Dream Team americano ai Giochi di Atene del 2004. Ma se si tratta di parlare di pugilato, due nomi su tutti meritano la vetrina nazionale, Felix Trinidad in epoca recente e un po’ più di tempo fa Wilfred Benitez, protagonista del racconto di oggi.

Il 14 gennaio 1979 lo Stadio Hiram Bithorn di San Juan è teatro di una sfida, organizzata da quel promoter senza eguali che risponde al nome di Bob Arum, destinata ad entrare nella mitologia del pugilato. Appunto Benitez, eroe di casa avviato alla pratica della boxe dal papà Gregorio e dai fratelli che prima di lui hanno infilato i guantoni, combatte contro Carlos Paolomino per il titolo mondiale WBC dei pesi welter. E se il messicano è il detentore della corona, conquistata a Wembley il 22 giugno 1976 contro John Stracey e difesa sette volte, Benitez può fregiarsi di un record che ancora resiste in ambito pugilistico, ovvero di essere il più giovane campione del mondo della storia, in virtù della vittoria a soli 17 anni e 6 mesi, il 6 marzo 1976 proprio a San Juan, contro il veterano Antonio Cervantes, battuto ai punti per il mondiale WBA dei superleggeri. Da quel dì glorioso il portoricano ha conservato la cintura tre volte, rispettivamente contro Emiliano Villa, Tony Petronelli e Ray Chavez Guerrero, per poi salire di categoria, ed è qui che le cose si fanno interessanti.

Wilfred, nato il 12 settembre 1958 a New York dove per la prima volta mette piede in palestra, e che nel frattempo si avvale dei consigli tecnici dell’ex campione del mondo Emile Griffith, quello per intendersi della triplice sfida con Nino Benvenuti, sa di avere una chance se e solo se sarà capace di fronteggiare un pugile più esperto e “pesante” di lui, in possesso del pugno del k.o., giocando di rimessa, difendendosi con guardia alta a centro ring, in attesa di trovare il varco per piazzare a sua volta l’affondo vincente. Ed è una tattica, applicata alla perfezione da Benitez, che come vedremo darà frutti copiosi.

Palomino ovviamente si merita una borsa ben più massiccia dello sfidante, 465.000 dollari contro 90.000, ma Portorico spinge il suo beniamino e Benitez, accompagnato all’angolo da papà Gregorio e dall’ex-campione del mondo, prova a pennellare la prova perfetta. Come preteso dal suo illustre allenatore. E già nel corso del primo round Wilfred, fedele al copione stabilito a tavolino, prende il centro del ring, dondolando con quello stile poco ortodosso che lo evidenzia, abilissimo e tanto mobile dal tronco in su da impedire all’avversario di portare i suoi colpi penetranti. Palomino, che ne sa una più del diavolo pur dovendo fare i conti con una lunga inattività per essersi rotto la mano nell’ultima difesa contro Armando Muniz, fatica a far breccia nella difesa del rivale così ben organizzata, ma dopo quattro round di attesa, nella quinta ripresa attacca con decisione portando un gancio destro che costringe Benitez alla corda. Provvidenziale giunge il gong a salvare il portoricano.

Palomino sembra poter imprimere il suo marchio di fuoriclasse al combattimento, ma non è così. Benitez ha risorse inattese e, fors’anche per la serata comunque di scarsa vena del campione del mondo, lento e privo di quella scintilla agonistica che tante volte gli aveva permesso di volgere a sua favore anche le situazioni più complesse, entra sempre più nel match con le sue combinazioni, togliendo sicurezza a Palomino ed accelerando il ritmo, tanto che il detentore del titolo, per consiglio del suo manager Steve McCoy, si rende ben conto che se vuol confermarsi tale deve mettere al tappeto il giovane portoricano. Ma niente e nessuno può più fermare Benitez, che quando si trova costretto ad indietreggiare usa sapientemente la corda per proteggersi dall’incalzare di Palomino, che tenta un ultimo disperato assalto per sovvertire le sorti di una sfida che infine lo condanna a cedere la cintura dei welter.

Jay Edson, arbitro dell’incontro, assegna la vittoria dopo 15 riprese a Benitez annotando sul suo cartellino 147-143, un solo colpo in più di quelli conteggiati dal giudice Harry Gibbs, con il solo Zach Clayton che con il punteggio di 145-142 si schiera a favore di Palomino, scatenando l’ira dello stesso Bob Arum che lo accuserà di essere al soldo del rivale Don King. Ma non può bastare al campione del mondo, Wilfred Benitez detronizza il re e Portorico, ebbra di gioia, saluta un boxeur di bellissime speranze sul tetto del mondo.

CHIARA CAINERO, LA PRIMA VOLTA D’ORO DELLE DONNE DEL TIRO

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Chiara Cainero – da udinetoday.it

articolo di Nicola Pucci

Fucile o pistola che sia, l’Italia aveva mostrato nel corso della sua storia olimpica di aver eccellente mira soprattutto al maschile, se è vero che, andando a ritroso, solo Valentina Turisini con l’argento nei 50 metri tre posizioni ad Atene nel 2004, Deborah Gelisio a Sydney 2000 con il secondo posto nella doppia fossa olimpica ed Edith Gufler, pure lei sul secondo gradino del podio a Los Angeles 1984 nel fucile 10 metri, avevano dato lustro all’esercizio di tiro in gonnella.

Già campionessa d’Europa nel 2006 a Maribor e nel 2007 a Granada, nonché medaglia d’argento a Zagabria e di bronzo a Nicosia ai Mondiali nello stesso biennio, Chiara Cainero regala all’Italia la prima medaglia d’oro della storia del tiro a volo femminile alle Olimpiadi, vincendo ai Giochi di Pechino del 2008 la prova di skeet.

L’azzurra è tra le attese protagoniste che il 14 agosto prendono posizione nel poligono del Beijing Shooting Range Clay Target Field, tra queste la campionessa in carica Diana Igaly, ungherese, e Zemfira Meftahatdinova, che compete per l’Azebaijan e fu a sua volta oro olimpico a Sydney nel 2000, quando la disciplina esordì ai Giochi, scambiandosi poi il terzo gradino del podio con la rivale quattro anni dopo. Sono della partita anche la cinese Wei Ning, argento ad Atene nel 2004, e la russa Svetlana Demina, che fu seconda a Sydney, mentre sono da annoverare tra le favorite la britannica Elena Little, la tedesca Christine Brinker e la slovacca Danka Bartekova, che nel corso del quadriennio post olimpico hanno tutte realizzato il record del mondo nelle prime tre sessioni di qualificazione, ovvero 74 colpi sui 75 disponibili.

A Pechino la Cainero, friuana di Udine, classe 1978 e quindi 30enne all’atto di presentarsi al poligono di tiro, dopo una primo giro senza errori, sbaglia in seguito tre colpi ma chiude in testa il turno preliminare eguagliando il record olimpico, 72 colpi, un piattello meglio della thailandese Sutiya “Nee” Jiewchaloemmit, che a sua volta anticipa l’americana Kim Rhode, due volte campionessa olimpica del double trap (Atlanta 1996 e Atene 2004), la Brinker e la Wei Ning, che totalizzano 70 colpi, con la svedese Nathalie Larsson che a quota 69 colpi si assicura l’ultimo posto utile per la serie finale, dalla quale sono invece escluse Iglay e Meftahatdinova, oltre a Little, Bartekova e Demina.

La finale è appassionante, con la Cainero, che fu ottava ad Atene, che sbaglia subito un piattello, ne spacca un altro ma era difettoso, e quando deve tirare nuovamente commette un secondo errore, il che consente il recupero della Rhode e della Brinker, così come della Larsson. Si gareggia sotto la pioggia battente, la Cainero non si arrende, rimonta a sua volta su Rhode e Brinker, mette a segno 21 colpi e con un totale di 93 piattelli si gaudagna lo spareggio con le due rivali, mentre la Larsson è relegata a sua volta allo spareggio per il quarto posto con la Jiewchaloemmit. Il braccio della ragazza di Udine quando c’è da afferrare la gloria non trema e mette a segno due colpi, mentre un errore costa a Rhode e Brinker la medaglia d’oro che infine cinge il collo della tiratrice italiana. L’americana agguanta l’argento battendo 2 piattelli a 1 la Brinker, ma nel cielo plumbeo di Pechino sventola il tricolore… e la strada maestra è infine tracciata. Poi verranno Jessica Rossi e Diana Bacosi, ma ne parleremo un’altra volta. Promesso.

 

ARGENTINA-INGHILTERRA 1986, L’ETERNA SFIDA DAI MILLE RISVOLTI

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La celebre rete di mano di Maradona – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché, conclusa la Fase a Gironi del Campionato Mondiale di Messico ’86, le combinazioni degli incontri ad eliminazione diretta evidenziano come l’Argentina, qualora avesse superato i rivali storici dell’Uruguay nel “derby sudamericano” degli Ottavi di finale, avrebbe dovuto affrontare la vincente della gara tra Inghilterra e Paraguay, l’attenzione dei media di tutto il Mondo si riversa su quella che sarebbe potuta essere una sfida epocale sotto molteplici punti di vista.

Evento che, puntualmente si verifica, visto che una rete di Pasculli è sufficiente alla Albiceleste per avere ragione di un Uruguay in versione alquanto modesta rispetto ai fasti degli anni ’50, mentre la ritrovata vena realizzativa di Lineker – che sigla una doppietta dopo essere andato a segno tre volte nel precedente match contro la Polonia – consente all’Inghilterra di avere facilmente la meglio per 3-0 sull’altra sudamericana, il che permette alle due squadre di poter “saldare i conti” che erano rimasti in sospeso dalla controversa sfida andata in scena esattamente 20 anni prima nell’edizione della rassegna iridata svoltasi proprio sul suolo britannico.

Cosa accadde quel 23 luglio 1966, con Inghilterra ed Argentina ad affrontarsi allo Stadio di Wembley per i Quarti di finale è presto detto, visto che da parte sudamericana tale match è tuttora etichettato come “El Robo del Siglo” (“Il furto del Secolo”), in quanto la formazione guidata dal tecnico Juan Carlos Lorenzo resta in 10 uomini dopo appena 35’ a causa dell’espulsione del proprio capitano Antonio Rattin, decretata dal Direttore di gara tedesco Rudolf Kreitlein per le sue reiterate proteste, determinando la sospensione dell’incontro per diversi minuti in quanto il giocatore si rifiuta di lasciare il campo e deve essere scortato negli spogliatori dalla Polizia.

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La contestata espulsione di Rattin – da:dailymail.co.uk

Con il sospetto che inglesi e tedeschi – che nello stesso giorno eliminano per 4-0 l’Uruguay solo dopo che lo stesso è rimasto in 9 uomini ed era stato negato un clamoroso calcio di rigore per fallo di mano sulla linea di porta di Schnellinger – abbiano complottato contro le formazioni sudamericane anche quale forma di “vendetta” per il trattamento subito dalle europee quattro anni prima in Cile, a rincarare la dose giunge la rete che decide l’incontro, messa a segno da Hurst a 12’ dal termine con un preciso colpo di testa, ma in sospetta posizione di fuorigioco, talché un giornale argentino se ne esce pubblicando l’immagine del leone Willie, la Mascotte ufficiale della rassegna, vestito da pirata a simboleggiare l’evento.

Ed a placare gli animi non contribuisce certo l’atteggiamento del Commissario Tecnico inglese Alf Ramsey, il quale impedisce ai propri giocatori di scambiarsi le maglie a fine gara con gli argentini, da lui descritti come “animali” secondo quanto riportato dai media, i quali riferiscono come lo stesso, nel corso della conferenza post match, abbia dichiarato che “è un vero peccato vedere perso il grande talento dell’Argentina, noi siamo in grado di mettere in mostra il nostro miglior calcio contro il giusto modo di opporvisi, vale a dire una squadra che si confronta sul piano del gioco e non che si comporta come animali …!!”.

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Il CT Ramsey si oppone allo scambio delle maglie – da:theguardian.com

Capirete pertanto, quale possa essere il sentimento di rivincita da parte degli argentini, tanto più che allo stesso si uniscono vicende ben più tragiche rispetto ad una semplice partita di calcio e che vedono coinvolte le rispettive Nazioni, vale a dire una vera e propria Guerra nel senso più stretto del termine.

Tale scontro bellico – della durata di due mesi e mezzo – si svolge dal 2 aprile al 14 giugno 1982 ed ha come obiettivo il possesso delle Isole Falkland (o Malvinas, secondo l’accezione spagnola …) che vengono attaccate dalle truppe argentine su iniziativa del Generale Leopoldo Galtieri, all’epoca Presidente del Paese sudamericano, con l’intento di fare affidamento sul sentimento nazionalistico del proprio popolo, che ne rivendicava la sovranità, al fine di spostarne l’attenzione dalla devastante crisi economica che lo affliggeva e che stava generando una contestazione su larga scala contro la Giunta Militare che lo governava.

Ma, ancorché colte di sorpresa dall’attacco argentino, le autorità britanniche non misero molto tempo a replicare, inviando nell’Atlantico Meridionale una task force che in men che non si dica ribalta le sorti del conflitto costringendo gli argentini alla resa, grazie soprattutto alla schiacciante superiorità aerea e navale, con un bilancio da parte sudamericana che parla di 649 morti, oltre mille feriti ed 11mila prigionieri, un’autentica disfatta che costringe Galtieri a dimettersi da capo del Governo in vista di un successivo processo di democratizzazione che troverà il suo sbocco con l’elezione a Presidente del socialista Raul Ricardo Alfonsin nel dicembre 1983.

Chiaramente, tali vicende non coinvolgono in alcun modo i protagonisti della sfida che va in scena alle ore 12:00 locali del 22 giugno 1986 allo “Estadio Azteca” di Città del Messico, dato anche il fatto che i giocatori più rappresentativi della formazione argentina giocano in Europa ed hanno già avuto diverse occasioni di confrontarsi con i propri avversari a livello di Club, ma indubbiamente servono ai Media per creare un clima di particolare attesa verso l’opinione pubblica.

Per quanto ovvio da prevedere, la rivalità e l’ostilità tra le due opposte tifoserie non tarda a manifestarsi fuori dal rettangolo di gioco, con scontri tra i rispettivi schieramenti che determinano diversi ricoveri in Ospedale ed il furto di bandiere della “Union Jack” da parte dei “barra bravas” (la definizione spagnola di ultras od hooligans …), i quali li esporranno come trofei specie durante le gare interne disputate dal Boca Juniors nella propria tana, la celebre “Bombonera” di Buenos Ayres.

E non si lascia certo sfuggire l’occasione di rivangare tale evento il “Lider Maximo” della compagine biancoceleste, vale a dire il proprio Capitano Diego Armando Maradona che, dopo la delusione di quattro anni prima in Spagna, è consapevole che, a quasi 26 anni di età ed al top della maturazione fisica e mentale, la rassegna messicana può consegnargli un’opportunità unica per laurearsi Campione del Mondo, arringando i propri compagni nello spogliatoio nei minuti immediatamente antecedenti il fischio d’inizio.

Per fortuna, durante l’arco dei 90’ di gioco, sono proprio i ventidue scesi in campo a dimostrare la maggiore maturità e sportività, dando luogo ad una sfida combattuta ed avvincente, ma sempre nei limiti della lealtà e correttezza agonistica, per la quale il principale appunto deve essere rivolto alla Commissione Arbitrale della FIFA che, onde evitare polemiche di sorta, evita di designare una terna europea o sudamericana, affidando la Direzione di gara al tunisino Alì Bennaceur, coadiuvato dai guardalinee Berny Ulloa Morera del Costarica e dal bulgaro Bogdan Dotchev, una scelta che se può considerarsi “politicamente corretta”, all’atto pratico si rivela deleteria per la scarsa attitudine degli stessi a dirigere sfide di un tale livello.

Dal punto di vista degli undici titolari, il Tecnico inglese Bobby Robson conferma in toto la formazione che ha sconfitto il Paraguay, affidandosi all’esperienza del 37enne Shilton tra i pali e contando su di un quadrilatero di centrocampo che abbina alla forza fisica di Peter Reid e Trevor Steven, la dinamicità di Steve Hodge e la tecnica di Glenn Hoddle per supportare la coppia di attacco formata da Peter Beardsley e Gary Lineker, con quest’ultimo il lizza per il titolo di Capocannoniere della Manifestazione, con già cinque reti al suo attivo.

Bilardo, dal canto suo, opera due sole varianti rispetto al vittorioso incontro contro la “Celeste, vale a dire l’avvicendamento quale terzino sinistro di Olarticoechea rispetto a Garre e, soprattutto, la rinuncia – a dispetto dall’aver realizzato la sola rete dell’incontro – del centravanti Pasculli per opporre al centrocampo inglese un pari numero di avversari con l’inserimento di Hector Enrique, così da disporre di un’unica punta fissa nella persona dell’attaccante del Real Madrid Jorge Valdano e consentendo a Maradona di svariare a suo piacimento lungo tutto l’arco offensivo.

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I due Capitani, Maradona e Shilton, prima del fischio d’inizio – da:thesun.ie

Con i riflettori puntati sulle due riferite stelle – Maradona da una parte e Lineker dall’altra – le due formazioni disputano un primo tempo guardingo, nel corso del quale i principali pericoli per la porta di Shilton giungono dai calzi piazzati affidati al sensibile piede mancino del “Pibe de Oro”, anche se proprio all’Inghilterra capita al 13’ la più ghiotta occasione per passare in vantaggio, complice un’azzardata uscita di Pumpido che perde palla, consentendo a Beardsley, da posizione defilata, di calciare nella porta sguarnita fallendo il bersaglio di pochissimo.

Maradona conferma di essere ispirato, giostrando a tutto campo per trovare spazio e saltare in dribbling i propri avversari che non sono in grado di dedicare un uomo alla sua stretta sorveglianza – come viceversa farà Beckenbauer in Finale con Matthaus – costringendo Fenwick al fallo da ammonizione, ma nonostante le sue buone intenzioni, all’intervallo il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 di partenza.

Uno “score” a reti bianche che non dura molto in avvio di ripresa, allorché – tra il 51’ ed il 55’ – vanno in scena “i 5 minuti più famosi della Storia dei Mondiali” ed in cui la veste del protagonista non può che essere del primattore, vale a dire lui, Diego Armando Maradona.

Il primo atto si verifica con la goffa complicità di Steve Hodge che, trovatosi al limite della propria area, intercetta un tentativo di scambio stretto tra Maradona e Valdano alzando un campanile che pone Shilton nella condizione di uscire per respingere di pugno, solo per vedersi anticipare dal fuoriclasse argentino per quello che è il punto del vantaggio, se non fosse che …

Già, solo che la rete è viziata da un astuto, quanto clamoroso fallo di mano di Maradona, il quale sopperisce al divario di quasi 20cm. in altezza colpendo la sfera con un pugno per toglierla dalla disponibilità del portiere inglese, cosa della quale l’arbitro tunisino non si avvede (così come il suo collaboratore di linea, meglio posizionato in verità …) concedendo la rete, con “El Dies” che successivamente rivela di aver invitato i propri compagni ad abbracciarlo, visto che nessuno si era mosso, nel timore che il Direttore di gara potesse tornare sulla sua decisione.

Fortunato nell’aver commesso una simile irregolarità a Shilton piuttosto che a Schumacher – abbiamo il fondato dubbio che, in questa seconda ipotesi, Maradona avrebbe potuto porre fine alla propria carriera … – il 26enne boarense è altrettanto consapevole di non poter macchiare la propria immagine con una tale prodezza negativa e, sapendo di averne le possibilità, mette in atto l’unico modo a sua disposizione per rimediare, vale a dire mostrare all’intero Pianeta del Football, dopo il peggio, anche il meglio del suo repertorio.

Occasione che non tarda a materializzarsi, trascorrendo appena 4’ prima che Maradona raccolga la sfera poco oltre la propria metà campo per poi inventarsi una progressione che non ha eguali nella Storia dei Mondiali, durante la quale supera come birilli quattro difensori inglesi con una serie di finte e controfinte, per poi presentarsi davanti a Shilton venutogli incontro in disperata uscita, evitarlo con uno spostamento di corpo e quindi depositare il pallone nella porta vuota con un morbido tocco di esterno sinistro.

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Lo straordinario raddoppio di Maradona – da:wikiwand.com

Oltre alla meraviglia di questa prodezza individuale, che non a caso viene successivamente celebrata come “Il Goal del Secolo“,  resta ben presente nella memoria la cronaca della rete da parte dei cronisti argentini con la loro consueta enfasi nel descrivere certe azioni, nel mentre all’Inghilterra va riconosciuto il pregio di non crollare di fronte al doppio colpo da ko ricevuto, ed anzi, con l’inserimento da parte di Robson di due ali di ruolo quali Chris Waddle e Peter Barnes in luogo di Steven e Reid, così da schierare un inusuale 4-2-4 rischiando il tutto per tutto, riesce anche a tornare in partita.

Ed il merito è da ascrivere al nuovo entrato Barnes, che si esibisce in una penetrazione sul lato sinistro dell’attacco inglese, per poi crossare un invitante pallone a centro area che Lineker si incarica di trasformare per quella che diviene la sua sesta rete del Torneo, decisiva per l’assegnazione del titolo di Capocannoniere, con un goal di vantaggio proprio su Maradona, che replica la propria personale doppietta anche in semifinale ai danni del Belgio.

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La rete vdell’1-2 siglata da Lineker – da:gettyimages.co.uk

Mancano però soli 9’ al termine dell’incontro e l’Argentina – che nel frattempo è corsa ai ripari inserendo il difensore Tapia in luogo di Burruchaga – riesce a portare in termine la vittoria che le consente di accedere alla Semifinale, non prima che i suoi tifosi non abbiano avvertito un brivido correre lungo la loro schiena allorché Barnes replica la precedente azione solo per calibrare stavolta un traversone troppo sul secondo palo che, con Pumpido superato dalla traiettoria, non viene raccolto dal “rapace” Lineker lanciatosi in tuffo per un impatto invero alquanto problematico.

Ovviamente, la sfida non si conclude al fischio finale del Direttore di gara, avendo un logico prolungamento nel dopo gara, con Maradona letteralmente assediato dai cronisti di ogni testata radiotelevisiva e della carta stampata, dopo che le immagini televisive avevano “smascherato” in termini inequivocabili la propria scorrettezza in occasione della rete del vantaggio sudamericano.

Non era facile uscire da una simile, delicata situazione, ma l’asso argentino ha la prontezza di spirito per trovare la chiave giusta per smorzare gli animi con la più famosa dichiarazione mai pronunciata nel corso di una conferenza stampa, asserendo che: “El primero Goal …?? Un poco con la cabeza de Maradona y un otro poco con la mano de Dios …!!” (la traduzione riteniamo sia assolutamente inutile …) dal che la sua “marachella” passa alla Storia come la rete realizzata grazie alla “Mano di Dio”.

Ovviamente, rispetto a 20 anni prima, le parti si invertono, con la Stampa britannica stavolta a lamentare di essere stata defraudata della possibilità di vincere la Coppa del Mondo, mentre sulla sponda sudamericana non vi è critica, bensì soddisfazione proprio per il modo come la gara si era sbloccata, dando altresì – come giusto che fosse – ampio risalto alla successiva, indiscutibile, assoluta prodezza del proprio fenomeno.

L’Argentina trarrà massimo giovamento da questo successo, visto che una settimana dopo, il 29 giugno ’86, replica la controversa vittoria di 8 anni prima con il secondo titolo mondiale della propria Storia superando 3-2 in Finale la Germania Ovest, nel mentre l’Inghilterra se ne torna a casa ancora con il rammarico di non essere riuscita a capitalizzare, così come quattro anni prima in Spagna, il talento di una delle sue migliori generazioni di calciatori, che troverà poi la sua conclusione quattro anni dopo ad Italia ’90, con un’amarissima eliminazione ai calci di rigore in semifinale contro i “soliti” tedeschi …

 

MAUREEN CONNOLLY, PRIMA FUORICLASSE DEL TENNIS MONDIALE, VITTIMA DI UN TRAGICO DESTINO

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Maureen Connolly – da:xgames.espn.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel tennis, specialmente in campo femminile, è alquanto sovente vedere atlete poco più che ragazzine giungere ai vertici della specialità, anche se per alcune di esse – come nel caso di Tracey Austin, tuttora la più giovane ad essersi aggiudicata gli US Open all’età di 16 anni, 8 mesi e 28 giorni – tale exploit iniziale non è poi abbinato da una continuità di risultati.

Costanza di vittorie che, viceversa, ritroviamo in due Campionesse di epoca più recente, prima fra tutte la tedesca Steffi Graf, che a 20 anni si era già aggiudicata ben 8 tornei del Grande Slam, ivi compreso il poker nel corso di un medesimo anno, il 1988, cui aveva fatto seguito la serba Monica Seles, anch’essa con 8 titoli al proprio conto prima del compimento dei 20 anni e con due tre quarti di Slam consecutivi, nel 1991 e ’92, prima che la sua carriera venisse pesantemente condizionata dall’atto di un folle fanatico tifoso della Graf che l’accoltella alla schiena al Torneo di Amburgo a fine aprile ’93.

Un evento dal quale la Seles non riesce completamente a riprendersi, tornando a vincere un ulteriore Torneo dello Slam trionfando agli Australian Open ’96, ma che consente di introdurre il personaggio della nostra storia odierna, di fronte al quale le imprese delle citate tenniste impallidiscono, in quanto a 20 anni ancora da compiere stava per andare alla ricerca del suo decimo successo in un Torneo del Grande Slam, se solo un destino avverso non avesse deciso diversamente e, come vedremo, in modo ben più tragico.

Maureen Connolly, poiché è di lei che stiamo parlando, nasce a San Diego, in California, il 17 settembre 1934 e sin da bambina si appassiona all’equitazione, ma la madre – che aveva divorziato dal marito quando Maureen aveva appena tre anni crescendola assieme ad una zia – non era in condizione di poterle pagare le relative, costose lezioni, così che fu costretta ad indirizzarsi verso il tennis, disciplina che inizia a praticare all’età di 10 anni sotto la guida di Wilbur Folson, che ne intuisce il talento naturale mentre tira i primi colpi con la racchetta dopo aver svolto attività di raccattapalle.

C’è un piccolo problema da risolvere però, un qualcosa che oggi viene visto come un’arma in più ma che all’epoca, stiamo parlando di fine anni ’40, era considerato un limite per un tennista, vale a dire il fatto che Maureen è mancina, e poiché in quel periodo nessun atleta che impugnasse la racchetta con la mano sinistra era salito ai vertici della specialità, ecco che l’adolescente californiana trasforma il proprio modo di giocare sino a possedere uno dei più devastanti dritti della storia del tennis.

Introdotta ai primi fondamentali di tale sport, il passaggio alle più alte vette internazionali giunge per Maureen grazie al fatto di passare sotto l’ala protettiva di Eleanor Tennant, all’epoca l’indiscussa leader quale coach nel mondo del tennis femminile americano e che aveva condotto Alice Marble alla conquista di quattro titoli agli US Open dal 1936 al 1940.

Ed i progressi sono talmente evidenti che le consentono di iscriversi, non ancora 15enne, agli US Open del 1949 in programma sul cemento di Forest Hills, dove viene eliminata al secondo turno, così come l’anno seguente )in cui a compiere l’impresa di lesa maestà è Doris Hart che avrà modo di pentirsi, nel tempo, per tale impudenza …) per quelle che, badate bene, saranno le sue due sole sconfitte (!!) nei Tornei del Grande Slam disputati …

Salita nel Ranking mondiale grazie ad affermazioni in Tornei minori ed aver contribuito – con una facile vittoria 6-1, 6-3 sulla britannica Kay Tuckey – al netto successo degli Stati Uniti nel tradizionale appuntamento della “Wightman Cup” del 1951 contro le tenniste del Regno Unito, la Connolly si presenta agli US Open ’51 come quarta testa di serie, con pertanto una potenziale previsione di semifinalista.

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La Formazione Usa nella Wightman Cup” – da:dallasnews.com

Occorre a questo punto fare una doverosa precisazione sul livello delle avversarie della 17enne californiana, da cui se ne può trarre la relativa grandezza, visto che il periodo a cavallo degli anni ’50 è uno dei più floridi nel panorama tennistico femminile d’oltre Oceano, che ha visto dominare nel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale Louise Brough – con cinque titoli a suo favore, tra cui tre successi consecutivi a Wimbledon tra il 1948 ed il ’50 – e la sua compagna di doppio Margaret Osborne duPont che si aggiudica sei titoli del Grande Slam tra cui il tris consecutivo dal 1948 al ’50 agli US Open, per poi fare sfracelli in coppia con 10 affermazioni consecutive (!!) agli US Open durante l’intero arco degli anni ’40, cui uniscono cinque vittorie a Wimbledon (di cui tre consecutive tra il 1948 ed il ’50) e tre al Roland Garros.

Iniziata la loro parabola discendente – nel 1951 la Osborne duPont compie 33 anni e la Brough 28 – le stesse vengono degnamente sostituite da una nuova coppia formata da Doris Hart e Shirley Fry, anch’esse eccezionali doppiste che dominano tale specialità nel successivo decennio con 15 Finali disputate nei Tornei del Grande Slam riportando in 11 occasioni il successo, nel mentre a livello individuale la Fry giunge in 8 occasioni all’atto conclusivo con 4 vittorie ed altrettante sconfitte e la Hart è, al contrario, molto più costante, risultando ben 18 volte finalista, pur se con soli 6 titoli nel proprio Palmarès, in larga parte “merito” (o “colpa”, dipende da quale angolatura si guardi …) della Connolly, di cui diviene la vittima preferita, avendole per quattro volte sbarrato la strada verso la gloria.

Questa digressione – utile a comprendere la competitività dell’epoca – è stata necessaria per comprendere la valenza delle affermazioni della Connolly, la quale, raggiunte con irrisoria facilità le semifinali degli US Open ’51, dapprima infligge un doppio 6-4 alla Hart per poi venire a capo di una combattuta Finale contro la Fry, risolta a proprio favore per 6-3, 1-6, 6-4 dimostrando di possedere – a dispetto della giovane età – il carattere necessario per superare il “passaggio a vuoto” del secondo set, peraltro uno dei pochissimi da lei persi nella pur breve carriera.

Conquistata l’America, per Maureen è tempo di farsi conoscere anche nel Vecchio Continente e la sua prima esperienza sull’erba, nel “Tempio del Tennis Mondiale” a Wimbledon nel 1952, è di quelle che restano indimenticabili per più serie di motivi.

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Maureen Connolly al Torneo di Manchester ’52 – da:gettyimages.it

Presentatasi nella capitale londinese dopo essersi aggiudicati i Tornei di Surbiton e Manchester ed aver contribuito alla consueta “passeggiata” degli Stati Uniti sulla Gran Bretagna nella “Wightman Cup”, la Connolly subisce un infortunio alla spalla durante il Torneo al Queen’s Club, oggi riservato ai soli uomini, notoriamente ritenuto come la migliore anticamera prima del British Open.

Detta circostanza induce la sua allenatrice Tennant a consigliarle di rinunciare a Wimbledon per il rischio di peggiorare il proprio infortunio con possibili gravi conseguenze a medio-lungo termine, un invito per nulla gradito dalla Connolly che, per tutta risposta, convoca una conferenza stampa in cui, oltre a confermare la sua presenza nel Torneo, comunica la propria decisione di licenziare Eleanor Tennant come coach …!!

Quello che, a prima vista, sembra un atteggiamento quantomeno frettoloso, fa ricredere tutti allorché, due settimane dopo, è proprio Maureen a ricevere il simbolo del trionfo sull’erba londinese, non senza aver dato un’ulteriore prova di carattere, quando sembra sul punto di cedere – sotto 4-5, 15-30 e seconda palla di servizio – nel terzo set contro la britannica Susan Partridge prima di far suo il parziale (e quindi il match) per 7-5, per poi recuperare dal 5-7 del primo set contro l’australiana Thelma Long nei Quarti di Finale (6-2, 6-0 i successivi due parziali) e quindi concludere in bellezza contro le connazionali Fry (6-4, 6-3 in semifinale) e Brough nella Finale, sconfitta 7-5, 6-3 a dispetto degli 11 anni di differenza.

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Connolly e Brough a Wimbledon ’52 – da:pinterest.com

Confermato il titolo dell’anno precedente all’edizione ’52 degli US Open, che vede le “fantastiche quattro” del tennis Usa raggiungere le semifinali – con la Hart a superare 9-7, 8-6 la Brough e Connolly a far suo per 4-6, 6-4, 6-1 il match con la Fry – solo per far prendere conoscenza alla Hart la “maledizione” che la perseguiterà per un anno intero nei confronti di Maureen, che la supera per 6-3, 7-5, la stagione 1953 è quella della definitiva consacrazione per la non ancora 19enne californiana, che non conosce ostacolo alcuno sul suo cammino.

Prima tappa, gli Australian Open, Torneo all’epoca in larga parte disertato dai tennisti non appartenenti al Continente australe, e difatti, le sole due americane teste di serie – nonché compagne di doppio – si affrontano in Finale con la Connolly ad aver facilmente ragione per 6-3, 6-2 della connazionale Julie Sampson, assieme alla quale si aggiudica anche il doppio avendo la meglio in due set (6-4, 6-2) sulla coppia australiana Beryl Penrose/Mary Bevis Hawton, per quella che è la sua unica partecipazione a tale competizione.

Ben diverso è il primo approccio della Connolly sulla terra rossa del Roland Garros, dove la concorrenza è molto più agguerrita, prova ne sia che nei Quarti le quattro tenniste americane ancora in lizza sono abbinate a tre francesi ed una britannica, ma come suol dirsi, “invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia” e tutte le rappresentanti del vecchio Continente devono alzare bandiera bianca e far sì che anche gli Open di Francia si trasformino in una sorta di Campionato nazionale a stelle e strisce, con Maureen a mettere in fila dapprima Dorothy Head in semifinale con un doppio 6-3 e quindi far capire alla Hart che per lei non ci sono chances di vittoria, superandola con un netto 6-2, 6-4 nella sfida decisiva.

Hart che, assieme alla compagna di doppio Fry, si prende una platonica rivincita facendo suo il titolo del doppio con il punteggio di 6-4, 6-3 sulla coppia Connolly/Sampson, ma per lei le umiliazioni erano ben lungi dal dichiararsi concluse.

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Doris Hart e Maureen Connolly nel 1953 – da:wikimedia.org

Con entrambe le amiche/rivali al top della condizione nel luglio ’53 londinese, le stesse giungono in Finale al Torneo di Wimbledon senza aver perso neppure un set, e se la Hart ha conosciuto una certa resistenza solo nel Quarto di Finale contro l’ungherese Zsuzsa Kormoczy (superata con un doppio 7-5), il cammino della Connolly è talmente impressionante che merita di essere riportato, avendo la stessa via via travolto la sudafricana Dora Kilian (doppio 6-0), la britannica Petchell (doppio 6-1) e l’altra britannica Anne Shilcock (6-0, 6-1) per poi avere ragione della tedesca Erika Vollmer (6-3, 6-0) nei Quarti ed infliggere la consueta lezione alla connazionale Fry in Semifinale, schiantata con un doppio 6-1.

Con soli 8 games persi in cinque incontri, la Connolly è la logica favorita dei bookmakers per confermare il titolo dell’anno precedente, ma in Finale la Hart, di 9 anni più anziana, la mette a dura prova, costringendola a sciorinare il suo miglior tennis per avere la meglio al termine di due combattutissimi set che infiammano il competente pubblico del Campo Centrale e che la vedono spuntarla per 8-6, 7-5 tanto da suscitare l’ammirazione di uno dei più accreditati giornalisti dell’epoca, tale James Lionel Manning , che sulle pagine del “Sunday Dispatch” è portato a concludere che “Non esisterà mai la perfezione nello Sport, ma ritengo di non esservi mai andato così vicino come nell’ammirare Maureen nella Finale di ieri …!

La Hart, in coppia con l’inseparabile Fry, si vendica della frustrazione infliggendo alla Connolly ed alla Sampson una severa punizione in doppio, che la vede, per una volta, stabilire un altro record, ma in negativo, vale a dire subire un umiliante doppio 0-6 che non ha eguale nella storia del British Open.

Ma alla Connolly, a meno di un mese dal compimento dei 19 anni, interessa solo completare il Grande Slam nell’arco di una sola stagione, impresa che sino a tale data, era stata compiuta esclusivamente dall’americano Don Budge nel 1938, nel mentre nessuna donna era mai riuscita a tanto.

E, con un percorso pressoché similare a quello londinese, cadono sotto i colpi della sua racchetta le malcapitate Jean French (6-0, 6-1), Pat Stewart (6-3, 6-1) e Jeanne Arth (6-1, 6-3), per poi avere ragione ai Quarti della connazionale Althea Gibson per 6-3, 6-2 ed infliggere alla Fry la medesima umiliazione di Wimbledon, vale a dire un doppio 6-1 in semifinale per riproporre altresì analoga sfida con la Hart che, per la terza volta consecutiva nel corso della stagione, deve inchinarsi, stavolta ben più nettamente, con un 6-2, 6-4 che lascia ben pochi spazi a repliche di sorta.

Raggiunto il vertice assoluto della specialità da parte della Connolly, il mondo del tennis si interroga sulle qualità di questo fenomeno, concordando sul fatto che la qualità del gioco dalla medesima espresso faccia sì di coniugare il desiderio materno che l’avrebbe voluta una etoile della danza classica, tanto le sue movenze sui vari terreni, fossero essi in terra battuta, erba o cemento, altro non erano che poesia pura.

La sua forza consisteva in un approccio all’epoca pressoché sconosciuto, costituito da una rara potenza e precisione negli scambi da fondocampo, che le consentivano di giungere al punto ancor prima di seguire i propri attacchi a rete, una particolarità così sintetizzata dal celebre cronista del “New York Times”, Allison Danzig: “Maureen, con l’assoluta perfezione del suo tempismo, fluidità di gioco, equilibrio e sicurezza che mette nei propri colpi, ha sviluppato il dritto più micidiale che si sia mai visto sinora”.

Tutte qualità che consentono alla Connolly d avviarsi a festeggiare i suoi primi 20 anni proseguendo in una striscia di imbattibilità che non conosce eguali e, dopo aver conquistato sei titoli in altrettanti Tornei consecutivi del Grande Slam, salta l’edizione ’54 degli Australian Open per concentrarsi suoi più importanti appuntamenti stagionali, ad iniziare dalle conferme dei titoli sia al Roland Garros – per una volta snobbati dalle sue connazionali – che a Wimbledon.

Senza la concorrenza delle sue compagne nella “Whigtman Cup”, il cammino di Maureen sulla terra rossa parigina si risolve in poco più di un semplice allenamento, presentandosi alla Finale del 30 maggio ’54 avendo perso solo 10 games in cinque incontri, nonché distrutto 6-0, 6-1 l’azzurra Silvana Lazzarino in semifinale, prima di regolare 6-4, 5-1 la francese Ginette Bucaille, così da completare la doppia esperienza sulla terra rossa con un record di 10 incontri vinti senza subire sconfitte ed un solo set perso (nei quarti del ’53 contro la Partridge, nel frattempo divenuta Chatrier, superata 3-6, 6-2, 6-2).

Altrettanto impressionante il percorso a Wimbledon, dove nel consueto “duello in famiglia” tra americane, la Connolly infligge due pesanti doppi 6-1 alle connazionali Osborne duPont nei Quarti e Betty Pratt in semifinale, prima di respingere il disperato tentativo della oramai 31enne Brough di tornare sul trono londinese, superandola per 6-2, 7-5 nella Finale del 3 luglio ’54.

Con una tripla esperienza nella capitale britannica conclusa con 18 vittorie in altrettanti match disputati e due soli set persi nella già ricordata edizione ’52, sono in molti, per non dire quasi tutti gli addetti ai lavori, dai tecnici ai giornalisti ed alle stesse avversarie, a domandarsi dove potrà arrivare questo dominio così netto, visto che Maureen si appresta a festeggiare il suo 20esimo compleanno, che cadrebbe il 17 settembre, arricchendo la sua bacheca di trofei con il decimo titolo dello Slam agli US Open ’54, la cui Finale è prevista il 6 settembre.

Ma, dove non sono riuscite a fermarla le sue avversarie, vi riesce il fato, tradita dalla sua passione per i cavalli, che la vede il 20 luglio ’54, protagonista di un incidente mentre è in sella a “Colonel Merryboy”, allorché una betoniera mette paura all’animale, facendo cadere la tennista ed il cavallo che le frana addosso procurandole una doppia frattura alla gamba destra, che la costringe al forzato e prematuro ritiro.

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Maureen Connolly dopo l’infortunio – da:gettyimages.it

In sua assenza, la Hart riesce finalmente a far suo il titolo, che poi bisserà l’anno seguente, mentre la Storia del tennis non saprà mai quali livelli avrebbe raggiunto la carriera di Maureen, che comunque non fa un dramma del suo incidente, e, dopo aver ricevuto un indennizzo di 95mila dollari per l’infortunio subito, può dedicarsi al suo amore per i cavalli e la famiglia, sposando nel 1955 Norman Brinker, un membro della squadra di equitazione degli Stati Uniti alle Olimpiadi di Helsinki ’52, unione da cui nascono due figlie, Cindy e Brenda, nel 1957 e 1959 rispettivamente..

Felicemente sposata, Maureen potrebbe vivere una vita normale, restando parzialmente legata al mondo del tennis in veste di corrispondente per quotidiani americani e britannici in occasione dei principali Tornei sul suolo degli Stati Uniti, nonché attraverso la “Maureen Connolly Brinker Foundation” per promuovere tale disciplina a livello giovanile.

Ma il destino non aveva ancora smesso di accanirsi contro di lei, venendole diagnosticato un tumore ovarico nel 1966, una malattia che purtroppo ebbe ad espandersi negli anni successivi portandola a subire un terzo intervento chirurgico allo stomaco il 4 giugno ’69 quando le sue condizioni erano già disperate, tanto che la sua breve vita si conclude poche settimane dopo, il 21 giugno, all’età di appena 34 anni.

Di quella che è indubbiamente stata la più forte tennista “under 20” di ogni epoca ed i cui limiti non ci è stato possibile conoscere, restano le testimonianze contenute nella sua autobiografia pubblicata nel 1957, in cui di sé stessa racconta come “ho sempre creduto che il successo sui campi di tennis fosse il mio destino, un destino oscuro in cui a volte il terreno di gioco diventava la mia giungla segreta ed io un cacciatore solitario e spaventato, come se non fossi altro che una bambina piena di odio e paura, la cui unica arma di difesa era una racchetta dorata”.

Non poteva certo sapere al momento, Maureen, che quel “destino oscuro” le avrebbe riservato un altro ben più pesante fardello contro cui non è stato sufficiente lottare con la consueta tenacia, l’unico che può “vantarsi” di averla sconfitta …