FERNANDO ATZORI E LA BANDIERA DELLA SARDEGNA SUL PODIO OLIMPICO PIU’ ALTO

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Fernando Atzori sul podio di Tokyo 1964 – da coni.it

articolo di Nicola Pucci

L’Italia ha tradizione eccellente, quando si tratta di dar di pugni alle Olimpiadi. Senza dover scomodare Edoardo Garzena, che ai Giochi di Anversa del 1920 colse il bronzo nei pesi piuma portando in dote a Casa Italia la prima medaglia a cinque cerchi, basterebbe ricordare i tre ori ad Amsterdam 1928 messi al collo da Vittorio Tamagnini (pesi gallo), Carlo Orlandi (pesi leggeri) e Piero Toscani (pesi medi), la trionfale spedizione di Ulderico Sergo a Berlino 1936 (pesi gallo), Ernesto Formenti sul gradino più alto a Londra 1948 (pesi piuma) così come Aureliano Bolognesi quattro anni dopo ad Helsinki 1952 (pesi leggeri), infine l’edizione casalinga delle Olimpiadi di Roma del 1960 che illustrarono al mondo l’ardore di Francesco Musso (pesi piuma), l’eleganza naturale di Nino Benvenuti (pesi welters) e la potenza devastatrice di Francesco De Piccoli (pesi massimi). Ma la storia, e il percorso agonistico di Fernando Atzori hanno qualcosa di speciale. E’ sufficiente dar credito a quello che tra poco verrà raccontato.

Tanto per cominciare Fernando nasce in Sardegna, ad Ales, che è pure il paese natale di un certo Antonio Gramsci, il 1 giugno 1942, e se questo può sembrare un parametro irrilevante, non lo sarà in seguito quando, su quel podio olimpico che regala gloria per sempre, salirà il primo rappresentante isolano della storia a cinque cerchi, almeno in una prova individuale. Ma Atzori, orfano di entrambi i genitori fin da bambino, nella sua bella terra d’origine ci rimane poco, perchè qui praticare sport è impresa titanica e in mancanza di una palestra è costretto ad allenarsi in una piccola stanza con un sacco e un ring improvvisato, per trasferirsi ragazzo a Firenze dove viene preso in carico dal maestro Dino Ciappi presso l’Accademia pugilistica fiorentina. E se di giorno lavora come stuccatore, nei ritagli di tempo comincia ad allenarsi con serietà e spirito di sacrificio,  nonostante l’handicap di un dito mezzo mozzo perso giocando in una falegnameria, perchè magari il pugilato potrà essere l’unico veicolo, per lui, di affermazione.

Ed in effetti Atzori vede giusto. Piccolino e mingherlino, 158 centimetri per 51 chilogrammi, nondimeno ha tecnica invidiabile e picchia tremendamente forte, sfruttando velocità e colpo d’occhio, e tra i pesi mosca comincia ben presto a far parlare di sè. Nel 1963 avvia un biennio da favola, vincendo tra i dilettanti il titolo italiano, i Giochi del Mediterraneo a Napoli e i Mondiali Militari a Francoforte, per poi bissare l’anno successivo sia i campionati italiani che l’iride militare a Tunisi.

Forte di questa pregevole collezione di successi, Atzori si guadagna la convocazione per le Olimpiadi di Tokyo del 1964, e sarà proprio in terra d’Oriente che assurgerà al rango di campione, acquisendo in notorietà e prestigio. Il Korakuen Ice Palace è teatro degli incontri di pugilato, e per l’azzurro il debutto contro l’arabo Mahmoud Mersal, il 12 ottobre, non riserva grossi problemi, con un successo inequivocabile per verdetto unanime. Altrettanto agevoli si rivelano i due combattimenti successivi, il 16 contro l’australiano Darryl Norwood e il 19 contro l’irlandese John McCafferty, entrambi sconfitti nettamente, per poi affrontare in semifinale l’americano Bob Carmody, un bianco dal pugno pericoloso che ferisce all’occhio destro l’italiano prima di arrendersi con verdetto non unanime, 4-1. Non sarà, purtroppo per lo statunitense, il rimpianto più grande della carriera, morendo tre anni dopo in Vietnam, vittima con il suo plotone di cavalleria di un’imboscata dei vietcong. In finale ad attendere Atzori c’è il polacco Artur Olech, che ha usufruito in semifinale del forfait del sovietico Stanislav Sorokin, feritosi nel convulso match dei quarti con il coreano Choh, squalificato e rimasto per ben 51′ a centro ring in segno di protesta per la decisione dei giudici. In verità l’atto risolutivo, il 23 ottobre, non ha storia, Atzori domina con la sua boxe rapida ed efficace, e seppur venga penalizzato dall’ungherese Sermer che gli preferisce il polacco (che sarà argento anche a Città del Messico, nel 1968, battuto da Ricardo Delgado), infine si afferma ai punti, 4-1, salendo sul gradino più alto del podio e regalando alla sua Sardegna il primo oro individuale.

Assicurata la gloria perpetua, a Fernando si aprono le porte del professionismo. Ed è un’altra storia importante, suggellata da vittorie di prestigio, con l’unico rammarico di non aver mai potuto competere per la cintura mondiale. Atzori, che gli addetti ai lavori etichettano fin da subito come erede di quel Salvatore Burruni come lui sardo e campione europeo, in più detentore del titolo iridato contro il tailandese Pone Kingpetch a Roma il 23 aprile 1965, combatte proprio per la cintura continentale una prima volta il 25 gennaio 1967 a Lione, contro il francese René Libeer (guarda caso “vecchio” avversario di Burruni) battendolo ai punti a chiusura di un match aspro, duro, con qualche scorrettezza di troppo del transalpino, pure penalizzato da un richiamo ufficiale.

Il titolo europeo così conquistato è solo l’inizio di un lungo dominio continentale che vede Atzori concedere la rivincita a Libeer, pareggiandola il 2 agosto a Levico Terme, quando basta per confermarlo campione, per poi battere uno dopo l’altro lo svizzero Fritz Chervet (Berna, 15 dicembre 1967, k.o. alla quattordicesima ripresa), lo scozzese John McCluskey (vittoria per k.o. alla quarta ripresa, il 26 giugno 1968 a Napoli),  il campione italiano Franco Sperati (che cede per k.o.t. alla nona ripresa il 20 dicembre 1968 a Torino), il francese Kamara Diop (Cosenza, vittoria ai punti il 3 settembre 1969), nuovamente Sperati (che stavolta va al tappeto al dodicesimo round, davanti al pubblico amico di Cagliari, il 1 maggio 1970), lo spagnolo Andres Sainz Romero (battuto a Madrid il 18 dicembre 1970 per k.o.t alla dodicesima ripresa), ancora McCluskey (che si arrende solo ai punti, 19 marzo 1971 a Zurigo), infine il francese Gerard Macrez (ancora ai punti, il 4 agosto 1971 ad Ancona).

In totale fanno ben dieci titoli europei, ed un quinquennio da primattore che si interrompe, in maniera controversa, a Berna il 3 marzo 1972 quando Atzori ritrova Chervet, lo affronta di nuovo a casa sua ma ne subisce le reiterate scorrettezze fino ad abbandonare per protesta all’undicesimo round. Voltate le spalle all’avversario, il sardo viene aggredito dallo stesso Chervet e ne scaturisce una rissa, sedata a fatica dagli assistenti dei due pugili. Fatto è che Atzori, dopo cinque anni, cede il titolo di campione d’Europa. Per riappropriarsene un’ultima volta il 28 giugno 1973, a Novara, quando, lasciata vacante la cintura dei pesi mosca da un Chervet in cerca di una chance mondiale, Fernando batte il francese Dominique Cesari mandandolo a terra alla dodicesima ripresa. E sarà ancora Chervet, nel frattempo battuto dal tailendese Chartchai Chionoi nella sfida mondiale di Bangkok del 17 maggio 1973, a chiudere la carriera di Atzori, incrociandone i guantoni il 26 dicembre 1973 all’Hallenstadion di Zurigo, stavolta sì mandando a tappetto l’azzurro, insolitamente abulico e privo di mordente, con un gancio destro alla settima ripresa, dopo averlo già costretto a metter ginocchio a terra nel secondo e terzo round.

Già, il titolo mondiale. Per il quale Fernando Atzori non combatterà mai, sconfitto com’è in probanti sfide con il messicano Octavio Gomez (28 gennaio 1968 a Città del Messico) e il filippino Bernabe Villacampo (18 gennaio 1969 a Manila). Ma che importa, in fin dei conti? L’oro di Tokyo è pur sempre un qualcosa che rimane, per sempre, e la grande enciclopedia delle Olimpiadi ha valore universale. Fors’anche più di una corona iridata.

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JOHN DEVITT, E QUELL’ORO “SCIPPATO” A LARSON AI GIOCHI DI ROMA ’60

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Larson e Devitt dopo la finale dei m.100sl a Roma ’60 – da dailytelegraph.com.au

articolo di Giovanni Manenti

Fintanto che il Nuoto non decide di entrare nell’Era moderna con l’inizio degli anni ’70, le possibilità ai emergere a livello internazionale sono alquanto limitate, visto che, oltre a limitarsi ad una sola grande manifestazione, vale a dire i Giochi Olimpici che si disputano a cadenza quadriennale, il loro stesso programma è alquanto ridotto, con appena 6 gare individuali e due staffette in campo maschile e 5 gare individuali e due staffette nel settore femminile.

Con altresì nessun supporto economico da parte di sponsor, tale disciplina offre un’unica opportunità – per quanto riguarda gli specialisti Usa – derivante dal loro periodo di studi universitari, ragion per cui la quasi totalità di essi abbandona l’attività alla chiusura della rassegna olimpica, mentre una qual certa maggiore longevità agonistica la possono godere i loro rivali australiani, contro i quali viene ingaggiata una vera e propria sfida a colpi di bracciate a cavallo degli anni ’60.

Una rivalità che aveva toccato il punto più basso per i rappresentanti dello Zio Sam in occasione delle prime Olimpiadi svoltesi nell’emisfero australe a Melbourne ’56, in cui i nuotatori di casa si aggiudicano 5 delle 7 gare in programma in campo maschile (solo dalla successiva edizione di Roma ’60 viene introdotta la seconda staffetta, la 4×100 mista) contro la sola conquistata dall’americano William Yorzyk sui m.200 farfalla, stabilendo altresì quattro nuovi record mondiali sui m.100 e 400sl, m.100 dorso e la staffetta 4x200sl.

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L’australiano John Devitt – da gettyimages.it

Una ragione in più per cercare il riscatto da parte americana quattro anni dopo ai Giochi di Roma ’60, con una selezione completamente rinnovata, mentre in casa australiana si fa sempre affidamento sul fuoriclasse delle medie distanze a stile libero, vale a dire Murray Rose, e sulla voglia di rivincita di John Devitt, sconfitto dal connazionale John Henricks nella Finale dei 100sl con annesso primato mondiale nel tempo di 55”4.

Un record che, nel quadriennio post olimpico, Devitt si è incaricato di ritoccare per due volte nell’arco di appena 10 giorni ad inizio 1957, nuotando la distanza dapprima in 55”2 il 19 gennaio e quindi scendendo a 54”6 il 28 successivo, riscontro cronometrico mai più avvicinato da chicchessia nelle successive quattro stagioni, il che lo rende il logico favorito per l’oro sulla distanza alla rassegna a cinque cerchi romana.

A cercare di contendergli la vittoria, esce dai Trials americani di Detroit di inizio agosto ’60 il 20enne Lance Larson, studente alla “University of South California”, il quale si aggiudica la selezione con il record Usa di 55”0 e largo margine su Bruce Hunter e Jeffrey Farrell, che chiudono rispettivamente in 56”0 e 56”1.

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L’americano Lance Larson – da wikipedia.org

Larson, che ha da poco compiuto i 20 anni essendo nato a Monterrey Park, in California ad inizio luglio 1940, tenta la chance olimpica anche sui m.200 farfalla, conclusi non meglio che quarto in 2’16”0, penalizzato dal programma olimpico che non prevede la disputa della più corta distanza in detto stile, nella quale aveva stabilito per due volte nell’arco di un mese (dal 26 giugno al 24 luglio ’60) il relativo primato mondiale, primo nuotatore nella Storia a scendere sotto la barriera del 1’ con il suo 59”0 successivamente ritoccato sino a 58”7, con l’ulteriore disdetta che solo dall’edizione dei Giochi di Tokyo ’64 viene inserita la prova dei m.400 misti dove Larson avrebbe senz’altro potuto dire la sua.

Comunque, tocca in ogni caso alla gara più veloce inaugurare il programma natatorio dei Giochi di Roma ’60 allo Stadio del Nuoto al Foro Italico, con gli iscritti a disputare le batterie al mattino, per poi scendere nuovamente in acqua alla sera per le semifinali alle 20:30 e la Finale alle 21:10, un calendario che, indubbiamente, non favorisce certo le grandi prestazioni cronometriche.

In ogni caso, sin dalle batterie si delineano le forze in campo, con Devitt ad imporsi nella terza serie in 56”0 ed il solo Larson a scendere sotto tale barriera aggiudicandosi l’ultima in 55”7, nel mentre l’australiano Henricks, campione olimpico in carica, pur toccando per primo nella quinta batteria, dimostra con il suo 56”9 che il suo regno è oramai prossimo alla fine, anche a causa dei postumi di un’infezione intestinale che lo aveva colpito durante il viaggio dall’Australia a Roma.

Previsione confermata nella seconda delle tre semifinali serali, dove Henricks conclude non meglio che quarto in un imbarazzante tempo di 57”2 nella serie che segna il definitivo passaggio di consegne in favore del compagno di squadra Devitt che si impone in 55”8, mentre nella prima il “duello in famiglia made in Usa” si risolve a favore di Larson (55”5 a 55”7) sul connazionale Hunter.

Sembra questo il terzetto destinato a giocarsi le medaglie, mentre poco credito viene dato al brasiliano Manuel Dos Santos, visto il tempo di 56”3 con cui si aggiudica la terza semifinale, il quale però – consapevole che per avere chances di podio deve togliere circa 1” al proprio limite – tenta “il tutto per tutto” 40’ dopo, imponendo alla propria gara un ritmo forsennato che gli consente di virare con un netto margine per poi essere raggiunto da Devitt e Larson (in terza e quarta corsia, rispettivamente …) i quali danno così vita ad un appassionante testa a testa che si protrae ben oltre il tocco all’arrivo, nel mentre Dos Santos vede premiato il proprio coraggio salvando il bronzo (55”4 a 55”6) dal ritorno di Hunter, per quella che rappresenta la prima medaglia olimpica nel Nuoto per il proprio Paese…

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Il contestato arrivo dei m.100sl – da gettyimages.it

Succede, difatti, che, in un’epoca in cui non sono previsti sensori e conseguenti cronometraggi elettronici, la decisione circa la definizione dell’ordine di arrivo spetti ai giudici, nonché cronometristi, i quali sono posizionati ai blocchi di partenza delle singole corsie.

Orbene, nonostante Devitt si congratuli con Larson per averlo battuto al momento dell’uscita dall’acqua, non vi è unità di vedute da parte dei sei giudici chiamati a dirimere la questione, in quanto per tre di loro a toccare per primo è stato l’australiano e per i restanti l’esatto contrario.

Vi è però una discriminante che dovrebbe far pendere l’ago della bilancia a favore di Larson, vale a dire il fatto che tutti e tre i giudici che hanno visto Devitt vincente lo hanno cronometrato in 55”2, nel mentre l’americano viene accreditato di un 55”0 e due 55”1 ed, in più, allorché viene fatto ricorso al cronometraggio elettronico – non ufficiale, ma utilizzabile solo in casi dubbi come questo – il responso conferma l’impressione già riscossa a bordo vasca, e cioè Larson 55”10 e Devitt 55”16, ragion per cui…

Ed ecco che arriva il “giallo” che rende la Finale dei m.100sl maschili delle Olimpiadi di Roma ‘60 la più controversa nella Storia dei Giochi, vale a dire l’intervento del Capo dei Giudici, lo svedese Henry Runstromer, il quale si avoca una decisione che non gli spetterebbe da regolamento, assegnando la medaglia d’oro a Devitt.

Chiaramente gli Stati Uniti sporgono reclamo, ma l’appello viene respinto dalla Commissione presieduta dall’olandese Jan de Vries, all’epoca Presidente della FINA (Federation Internationale de Natation) ed a Larson non resta che masticare amaro.

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La cerimonia di premiazione dei m.100sl – da gettyimages.it

Fortuna per lui che, quale compensazione del “furto” subito, abbia la possibilità di scaricare tutta la propria rabbia e delusione quale componente della staffetta 4x100mista – la 4x100sl viene introdotta ai Giochi solo dalla successiva edizione di Tokyo ’64 – dove è inserito nella terza frazione a farfalla, di cui, come ricordato è primatista mondiale, per far spazio a stile libero al compagno Jeff Farrell, a propria volta penalizzato ai Trials dall’essersi dovuto sottoporre ad un intervento di appendicectomia ad una sola settimana dalle selezioni.

Con gli Stati Uniti avanti di 0”8 decimi (2’12”5 a 2’13”3) rispetto al quartetto australiano a metà gara, tocca a Larson stampare una frazione mostruosa a farfalla da 58”0 che consegna a Farrell un vantaggio di oltre 4” per poter andare in tutto relax a disintegrare il record mondiale portandolo sino a 4’05”4, così che il “suo oro”, bene o male, il 20enne californiano riesce a portarselo a casa.

Sia per Larson che per Devitt i Giochi di Roma ’60 rappresentano la conclusione delle rispettive carriere, con il primo a laurearsi in odontotecnica e svolgere successivamente l’attività di dentista, mentre il secondo resta nell’ambiente, iniziando a lavorare per la marca di abbigliamento sportivo Speedo, di cui diviene rappresentante dapprima per l’Europa e quindi per l’intero mercato internazionale.

Per Larson, la magra consolazione derivante dal fatto che, proprio a causa di tale contestato arrivo, la Federazione Internazionale promuove l’introduzione delle placche elettroniche all’arrivo, mentre sia lui che Devitt ottengono il meritato onore di essere inseriti nella “International Swimming Hall of Fame”, con il “piccolo” particolare che l’australiano ne viene introdotto nel 1979 e l’americano un anno dopo, nel 1980 …

Ora, cosa gli costava alla FINA, almeno in questo caso, assegnare un ex aequo?

DAVE SIMMONDS: TITOLO, VITTORIE E UNA MORTE ASSURDA

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Dave Simmonds in sella alla Kawasaki – da kawasaki.co.za

articolo di Nicola Pucci

La storia di oggi conferma, caso mai ce ne fosse biosgno, di quanto troppo spesso il destino, oltreché non aver nessun tipo di pregiudizio in quanto a stato sociale, razza o sesso, è pure tragicamente bastardo quando decide di accanirsi con i suoi eroi prediletti.

Prendete il caso di Dave Simmonds, ad esempio. Che altri non è che un brillante centauro inglese, nato a Londra il 25 ottobre 1939, che seppur figlio di un dipendente della British Overseas Airways Corporation, si appassiona fin da ragazzo più che agli aerei, alle due ruote. Da buon britannico che si rispetti. E se da un lato sarà la sua fortuna, guadagnandosi nel tempo memoria imperitura, sarà pure la sua sventura, perché appunto le vie traverse del destino non avranno pietà di lui.

Simmonds ha modi affabili e volto simpatico, ovvero i tratti classici della finezza anglosassone, tanto da venir chiamato “principino“, e di lui si comincia a parlare nei primi anni Sessanta, quando si avvicina alle competizioni in coppia al fratello Mike, in sella ad una Itom 50 cc.. Nel 1963 debutta nel motomondiale con la Tohatsu, classificandosi ottavo in 125 cc. nella prima gara in Francia, sul circuito di Clermont Ferrand, dove termina ad un giro dal vincitore, l’australiano Hugh Anderson, che in stagione farà suoi i titoli della 50 cc. e della 125 cc., ripetendo poi il risultato in 50 cc. al Tourist Trophy.

Con la casa giapponese Hammonds gareggia fino al 1966, senza ad onor del vero ottenere risultati eclatanti, ad eccezione di un sesto posto in 50 cc. ed un settimo al Montjuich in 125 cc., alternandosi in 250 cc. e 350 cc. dove monta una Honda privata che riesce a condurre ad un onorevole quinto posto al Tourist Trophy proprio nella cilindrata superiore, togliendosi lo sfizio di competere per qualche giro con Hailwood ed Agostini. Non proprio due motociclisti qualunque.

Nel 1967 l’ingaggio da parte della Kawasaki segna il punto di svolta della carriera del pilota inglese. La casa giapponese, che ha debuttato nel motomondiale l’anno prima con Toshio Fuji, ambisce a tener testa alle scuderie più prestigiose del Sol Levante, ovviamente Honda, Suzuki e Yamaha che hanno già conosciuto il successo iridato, e si affida a questo ragazzo non ancor noto al grande pubblico ma che ha coraggio ed è il prototipo del “cavaliere da officina“, immagine che scaturisce dal carrozzone in cui vive e con cui viaggia Simmonds, che si sdoppia nel ruolo di campione (seppur lo debba ancora diventare ufficialmente) in pista e meccanico di se stesso dietro le quinte.

La moto di Simmonds, una bicilindrica due tempi raffreddata ad acqua, con otto marce, inizialmente è poco affidabile, e Dave si accontenta, almeno per le prime due stagioni, di qualche scampolo di gloria, nondimeno mostrandosi all’altezza della situazione correndo in 125 cc., dove ottiene il primo podio della carriera in Finlandia chiudendo terzo alle spalle di Stuart Graham e di Bill Ivy, in 250 cc., che lo vede quarto sull’amato tracciato dell’Isola di Mann, e in 350 cc., dove non va oltre un sesto posto in Olanda.

E poi… e poi eccoci al 1969, quando Simmonds decide di concentrare quasi esclusivamente le sue energie alla 125 cc.. E che sia la scelta giusta se ne ha conferma l’11 maggio sul circuito di Hockenheim, in Germania, quando la Kawasaki dell’inglese taglia per prima il traguardo con 2″2 di vantaggio sulla Suzuki del tedesco Dieter Braun, dando così l’avvio ad una serie forse inattesa di successi ma assolutamente veritiera del salto di qualità operato dalla moto su cui Simmonds ha lavorato senza sosta. Sulle dieci gare in programma (l’inglese non è presenta alla prima prova in Spagna), Dave incamera ben otto vittorie e due secondi posti (lo battono solo il francese Jean Aureal a casa propria, a Le Mans, e proprio Braun nell’ultima prova ad Abbazia, in Yugoslavia), dominando la stagione ed infine meritandosi il titolo di campione del mondo, con 90 punti riconosciuti dei 144 globalizzati contro i 59 di Braun e i 51 dell’olandese Cees Van Dongen. Certo, Suzuki, Honda e Yamaha non hanno corso con moto ufficiali, ma il risultato fa sensazione e se c’è un momento che fotografa perfettamente l’exploit di Simmonds, quello è il trionfale successo al Tourist Trophy, ovvero l’apoteosi a campione con quasi sei minuti sulla Aermacchi di Kel Carruthers.

Quel che Simmonds ha realizzato nel 1969, non riesce a ripeterlo l’anno successivo, quando seppur competitivo si vede costretto a lasciar strada a Braun, stavolta più forte di lui, nondimeno vincendo in Finlandia e salendo altre tre volte sul podio, chiudendo al quarto posto della classifica generale della ottavo di litro.

Nel 1971 Dave, che ormai corre in pianta stabile anche in 500 cc., vince in Germania in 125 cc., e in classe regina comincia a prendere confidenza con le prime posizioni, salendo una prima volta sul podio in Olanda (terzo dietro ad Agostini e Bron), giungendo secondo in Finlandia (a due minuti dall’imbattibile campione italiano), ancora terzo a Monza (quando sono i due italiani Alberto Pagani e Gianpiero Zubani a far meglio di lui), per poi infine regalare la prima vittoria della sua storia in 500 cc. alla Kawasaki nell’ultima gara di Jarama, terminando quarto nel Mondiale.

Sembrerebbe l’abbrivio della scalata al titolo iridato più prestigioso, ma se la stagione 1972 è meno ricca di soddisfazioni di quel che le premesse lasciavano intendere con il solo secondo posto, ancora in Spagna alle spalle del connazionale Chas Mortimer, a parziale consolazione, ecco che il destino, crudele, presenta a Simmonds il suo appuntamento meno gradito.

Il 22 ottobre, un mese dopo la fine del motomondiale, Simmonds prende parte ad una gara internazionale a Rungis, alla periferia di Parigi. Terminata la fatica in pista, Dave, insieme al collega Billie Nelson, corre in aiuto a Jack Findlay, pilota privato australiano, il cui furgone sta bruciando nel paddock. All’improvviso, esplode una bombola di gas e le fiamme investono Simmonds, che rimane ustionato letalmente. Muore il giorno dopo. Ed è una morte assurda, che non può trovare conforto, per un ragazzo che aveva scongiurato i rischi del mestiere e qualche anno prima l’aveva fatta franca uscendo illeso da un incidente al Gran Premio dell’Ulster.

Con lui se ne vanno simpatia, classe e raffinatezza. Già, Dave Simmonds era proprio un inglese di quelli di prima fascia. E non doveva finir così…

AJAX-BAYERN MONACO 4-0, LO SHOW DI CRUIJFF SOTTO GLI OCCHI DEL “KAISER” BECKENBAUER

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Beckenbauer e Cruijff – da calcio.fanpage.it

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Una delle partite più straordinarie nella storia della Coppa Campioni. L’Ajax demolisce 4-0 il Bayern Monaco nell’andata dei quarti dell’edizione 1972-73. Un match ricco di campioni, emozioni e grandi giocate, che penalizza eccessivamente i tedeschi nel risultato finale ma certifica la forza degli olandesi e la classe del suo leader, Johan Cruijff, maestoso sotto gli occhi del “Kaiser” Franz Beckenbauer. Fino al gol del vantaggio di Haan all’8′ della ripresa dopo una “papera” del portiere Maier, infatti, il Bayern aveva tenuto egregiamente il campo. Anzi: erano stati forse Beckenbauer e compagni a far vedere le cose migliori. Dopo quel gol cambia tutto. Il Bayern perde fiducia e certezze, l’Ajax sviluppa con maggiore convinzione il proprio calcio fatto di possesso palla e aggressività sistematica e in una ventina di minuti scarsi trova altri tre reti, firmate da Muhren, ancora Haan e Cruijff, per il 4-0 a referto. Il ritorno a Monaco terminerà 2-1 per il Bayern, ma servirà solo per le statistiche.

Ajax: Stuy – Suurbier, Blankenburg, Schilcher, Krol – Neeskens, Haan – Rep, Muhren, Keizer – Cruijff. All: Kovacs.
Bayern Monaco: Maier – Schwarzenbeck, Beckenbauer, Roth, Hansen – Breitner – Durnberger, Hoeness, Zobel – Muller, Hoffmann. All: Lattek.

Primo tempo
4′ cross da destra di Muhren, tentativo al volo di Haan deviato, palla fuori di poco.
10′ Beckenbauer innesca Hoeness, accelerazione a sinistra, cross pericoloso, Stuy anticipa il tapin di Zobel. Il Bayern finora sta tenendo testa ai campioni d’Europa.
12′ spunto imperioso di Beckenbauer, che salta due uomini e poi dal limite cerca l’angolo basso, palla fuori di un metro.
21′ cross di Hoeness da sinistra a campanile, Stuy allontana di pugno anticipando Muller, tentativo in corsa di Hoffmann dentro l’area, palla alle stelle. Meglio il Bayern in questo avvio.
25′ Hoffmann lancia Roth in contropiede, diagonale in corsa, para Stuy.
27′ fantastica azione quasi tutta di prima del Bayern Monaco, che in pochi secondi passa da un’area all’altra. Toccano il pallone in sequenza Muller, Hoeness, Zobel, Breitner, che semina Neeskens e serve Hoeness, da questi ancora a Zobel; il centrocampista tedesco entra in area sul lato destro e mette nell’area piccola, provvidenziale salvataggio di Schilcher.
28′ da Beckenbauer a Muller, tocco geniale per Hoffmann, altra conclusione dentro l’area, palla alta di poco. Solo il Bayern in campo, Ajax sorpreso dall’atteggiamento veemente e potente dei tedeschi.
30′ azione insistita di Zobel, che giunge al limite e calcia di destro, pallone sul fondo non di molto.
32′ finalmente ecco l’Ajax: azione insistita nell’area bavarese, Muhren di testa prolunga per Keizer, che sempre di testa manda alto da buona posizione.
34′ lancio di Cruijff dalla trequarti, Beckenbauer stavolta non è irreprensibile, conclusione improvvisa di Neeskens, palla alta di pochissimo. Stanno crescendo adesso gli olandesi.
39′ Schilcher a destra per Blankenburg, tiro-cross insidioso, Maier si fa colpevolmente superare dal pallone, Roth interviene in scivolata e salva sulla linea.
44′ triangolo volante Krol-Cruijff-Krol, conclusione di esterno dal limite, Maier vola e riesce a deviare sul palo. Da una decina di minuti l’inerzia del match è cambiata ed è favorevole all’Ajax.

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La rete di testa di Cruijff – da storiedicalcio.altervista.org

Secondo tempo
1′ subito Ajax pericoloso: percussione centrale di Haan, murato da Maier in corner.
4′ clamorosa occasione per il Bayern: Beckenbauer d’esterno lancia Durnberger sulla destra, cross sul secondo palo, sponda di petto di Zobel per Hoffmann che è solo nell’area piccola, ma si coordina malissimo e spara alto.
5′ ribaltamento di fronte e chance per l’Ajax: tiro alto di Keizer dopo uno spunto di Cruijff a sinistra. Partita bellissima.
8′ GOL AJAX Papera pazzesca di Maier stile Kahn con Ronaldo nella finale del Mondiale 2002. Tiro di Schilcher da fuori, il portiere tedesco respinge in modo goffissimo sui piedi di Haan, che non ha problemi a mettere dentro in tapin.
9′ il Bayern prova subito a reagire. Durnberger suggerisce per Hoffmann, che avanza sulla destra e calcia sul primo palo, Stuy neutralizza in due tempi.
18′ possesso palla prolungato dell’Ajax, che ora ha addormentato un po’ i ritmi, Muhren ci prova da fuori, Maier c’è.
23′ GOL AJAX Rimessa laterale di Rep da destra, Schilcher mette in mezzo, Breitner allontana di testa, conclusione al volo di Muhren e palla nel “sette”, imparabile.
25′ GOL AJAX Corner di Cruijff da sinistra, colpo di testa di Haan che infila l’angolino, anticipando Beckenbauer e l’uscita di un Maier ancora incerto.
29′ tentativo di Neeskens da lontano, Maier blocca con qualche affanno in due tempi.
40′ discesa di Cruijff, palla centrale per Haan, tiro in corsa un po’ fiacco, Maier neutralizza.
42′ Cruijff per Haan, altro missile rasoterra da fuori, pallone fuori di un metro.
44′ GOL AJAX Cross da sinistra di Krol, Cruijff svetta in area tra Beckenbauer e Zobel e infila l’angolino, Maier non può nulla.

LE PAGELLE DELL’AJAX
IL MIGLIORE HAAN 8: timbra una doppietta pesantissima, aprendo le danze con un tapin sottoporta dopo la svista di Maier e realizzando il 3-0 con un preciso colpo di testa. Si fa vedere al tiro in altre occasioni. Corre ovunque, lottando su ogni pallone. Non un fine dicitore, ma un centrocampista tutto fosforo e attributi che trova una serata magica, forse la migliore della sua carriera.
Krol 7,5: giganteggia in difesa, dove gioca sempre a testa alta e concede pochissimo agli avanti bavaresi sia in fascia sia quando si accentra. Molto efficace anche quando sale, colpisce un palo da lontano con un tiro a effetto e pesca Cruyff con un cross meraviglioso per il 4-0 finale.
Cruyff 7,5: dopo una mezz’ora un po’ in sordina, si accende e inizia a seminare il panico. Va a strappi, ma fa malissimo: serve l’assist del 3-0, chiude i conti con la zuccata che vale il poker, fa ammattire il marcatore diretto Roth con la sua proverbiale e devastante velocità.
Muhren 7: realizza una rete meravigliosa, da raccontare ai nipotini, con una conclusione al volo dal limite che non dà scampo a Maier. Si conferma un giocatore utilissimo, un attaccante bravo a interpretare entrambe le fasi di gioco e dare manforte dove più occorre.
Neeskens 6,5: dopo un primo tempo sottotono, in cui soffre il dinamismo dei centrocampisti tedeschi, sale di colpi nella ripresa, sfruttando le amnesie del Bayern e cavalcando l’impetuosa crescita dei suoi. Sempre prezioso nel dirigere il traffico, sfiora anche il gol dopo uno spunto in contropiede.

LE PAGELLE DEL BAYERN MONACO
IL MIGLIORE BREITNER 6: diventa il migliore… per esclusione. Nel primo tempo gioca a un livello straordinario, insieme a Beckenbauer domina sulla partita dall’alto di un dinamismo e una sagacia tattica con pochi eguali al mondo. Lo fa oltretutto da regista difensivo, a conferma del fatto sa interpretare al meglio più ruoli e non solo quello naturale di terzino sinistro. Nella ripresa, perde metri, certezze e qualche pallone di troppo. Ma almeno non commette errori evidenti.
Beckenbauer 5,5: nei primi 45 minuti è il migliore in campo; per oltre un’ora è il migliore del Bayern, nonostante un paio di amnesie difensive. Poi va in difficoltà anche lui: viene bruciato da Haan in occasione del 3-0 e da Cruijff sul 4-0.
Muller 5: non stava bene e si vede. Nessun tiro in porta, un solo guizzo degno di nota quando offre di tacco uno splendido pallone a Hoffmann, poi sparisce dai radar, disinnescato dalla difesa olandese.
Hoffmann 4,5: avrebbe almeno tre potenziali occasioni per segnare, ma non inquadra mai la porta e quando lo fa, sono telefonate al portiere più che tiri pericolosi. Tecnicamente non sembra poi un asso. Sciagurato.
Maier 4: probabilmente la peggior partita della sua carriera. La “papera” con cui regala ad Haan la palla dell’1-0 è da “Mai dire gol”. Esce a vuoto anche sul 3-0 e anche in altre occasioni appare tutto fuorché sicuro. Una serata da incubo.

 

FRANCO BERTOLI, LA “MANO DI PIETRA” DEL VOLLEY AZZURRO

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Franco Bertoli – da gazzettadimodena.gelocal.it

articolo di Giovanni Manenti

Pochi altri giocatori possono vantare un impatto così devastante nel panorama del volley continentale quale quello avuto da Franco Bertoli nel corso di oltre un decennio che ha abbracciato gli interi anni ’80, martellando con le sue poderose schiacciate i parquet di mezza Europa e conquistando tutto quello che era possibile vincere, fatta eccezione, per una mera questione anagrafica, per i trionfi in chiave azzurra.

Nato, difatti, a fine aprile 1959 ad Udine, Bertoli è ancora troppo giovane per essere inserito dal Commissario Tecnico Carmelo Pittera tra i selezionati per la fantastica cavalcata azzurra ai Mondiali di Roma ’78, conclusa con un’insperata medaglia d’argento alle spalle della fortissima Unione Sovietica ed, a fine anni ’80, è ugualmente troppo anziano affinché il neo tecnico Julio Velasco, ancorché ne conosca sin troppo bene le qualità avendolo allenato per quattro stagioni a Modena, lo possa far rientrare nella lista dei convocati per le vittoriose campagne degli Europei di Svezia ’89 e dei Mondiali ’90 in Brasile.

Proprio nell’estate ’77, Bertoli approda a Torino proveniente dal suo primo Campionato di A1 a Padova, dove trova un altro “guru” del volley nazionale, vale a dire Silvano Prandi il quale sta costruendo un sestetto vincente che ha nel palleggiatore Piero Rebaudengo, l’universale Giancarlo Dametto ed il talentuoso centrale Gianni Lanfranco – unico del Club a far parte della Nazionale del ’78 – i suoi punti di forza, ai quali l’apporto di Bertoli quale schiacciatore di banda costituisce l’ultimo tassello per la composizione di un puzzle vincente che si aggiudica per tre stagioni consecutive il titolo di Campione d’Italia nel 1979, ’80 ed ’81.

Trionfi ai quali la “Banda Prandi”, come veniva simpaticamente definita, abbina un’impresa storica, vale a dire la conquista della Coppa dei Campioni ‘80, vinta sconfiggendo 3-0 nella Finale di Ankara del 19 marzo i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava, prima compagine italiana a salire ai vertice della massima competizione continentale per Club, nonché novità assoluta nell’Albo d’oro della manifestazione, visto che dalla sua istituzione del 1959, mai il trofeo era stato conquistato da una squadra non appartenente all’Est Europa.

Stagione, quella del 1980, che per Bertoli vede anche il debutto in maglia azzurra, avvenuto l’11 maggio a Zagabria contro la Jugoslavia (sconfitta per 1-3, parziali 6-15, 9-15, 16-14, 10-15), nonché la selezione per le Olimpiadi di Mosca ’80 sempre agli ordini di Pittera, avventura vissuta assieme ai compagni di squadra Dametto e Lanfranco, peraltro piuttosto deludente con gli azzurri che concludono al quinto ed ultimo posto il proprio Girone, alle spalle di Urss, Bulgaria, Cuba e Cecoslovacchia, salvando l’onore con la scontata vittoria sul “materasso” Libia nella sfida per il nono posto.

Sono ancora distanti i tempi in cui Velasco riuscirà a formare i cosiddetti “12 Uomini d’Oro” capaci di conquistare il Mondo, ma, nel frattempo, la crescita del nostro volley passa attraverso le squadre di club, ed a Torino, oltre al terzo titolo consecutivo nonostante la partenza di Lanfranco destinazione Parma, peraltro ben rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, vi è una veste di Campione europeo da difendere, ma stavolta l’abbinamento ai quarti di finale contro il CSKA Mosca non dà scampo ai ragazzi di Prandi, i quali soccombono in entrambi i confronti (1-3 in terra russa, 2-3 al PalaRuffini al ritorno).

Sul fronte interno, si fa sempre più consistente la concorrenza della Santal parma dell’ex Lanfranco, contro il quale Bertoli è costretto a misurarsi nelle Finali Scudetto del 1982 ed ’83, stagioni a partire dalle quali vengono introdotti nel nostro Campionato i Playoff, ed entrambe le sfide si concludono a vantaggio degli emiliani i quali riescono in ambedue le occasioni a ribaltare lo svantaggio del fattore campo, così come non miglior sorte ha l’esito delle “Final Four” di Coppa dei Campioni ’82 disputatesi a Parigi, dove la Robe di Kappa, dopo aver avuto la meglio sull’Olympiakos Atene (3-0, parziali 15-9, 15-4, 15-7) e sulla Dinamo Bucarest (3-1, parziali 8-15, 15-11, 15-8, 15-5), deve arrendersi di fronte alla maggior esperienza e forza fisica del CSKA Mosca, che si impone per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14) per quello che, all’epoca, è il loro settimo trionfo, ma che, negli anni a seguire, diviene un vero e proprio incubo per Bertoli.

Schiacciatore friulano che, al termine della stagione ’83 – che, oltre alla sconfitta nella Finale playoff contro Parma, aveva visto la formazione di Prandi uscire sconfitta anche dalla Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo – decide anch’egli di lasciare Torino destinazione Emilia, e più precisamente Modena, per irrobustire il sestetto di una Panini guidata dall’ex giocatore Andrea Nannini ed in cui stanno emergendo i giovani Andrea Lucchetta e Luca Cantagalli.

Una scelta che, inizialmente, sembra rivelarsi scellerata in quanto, a dispetto della vittoria in Coppa CEV (una sorta di Coppa UEFA se paragonata al Calcio …) a spese dell’altra italiana Gonzaga Milano, in Campionato la Panini Modena conclude la stagione regolare al terzo posto, così da essere abbinata (e sconfitta) dalla Santal Parma nella semifinale playoff, per una terza ripetizione consecutiva della Finale con Torino che stavolta ha la meglio, oltre ad aggiudicarsi anche la Finale di Coppa delle Coppe.

Ma così non è, in quanto per Torino l’accoppiata della stagione ’84 rappresenta il “canto del cigno” a seguito dell’abbandono dello sponsor Robe di Kappa, determinando una progressiva crisi che porterà addirittura il Club a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, nel mentre, una volta uscita di scena la compagine piemontese, il nostro massimo torneo si rivela una sorta di “Campionato Regionale” tra le formazioni dell’Emilia Romagna a cui partecipano, oltre alle “solite note” Modena e Parma, anche Bologna e Ravenna, per quest’ultima grazie all’entrata nell’orbita del “Gruppo Ferruzzi”.

Per Bertoli, però, oramai consacrato quale schiacciatore di valore assoluto anche a livello continentale, vi è un ulteriore importante impegno da assolvere, vale a dire l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles ’84, alle quali l’Italia si presenta come unica rappresentante europea, vista la concomitante assenza dei Paesi del blocco sovietico per il noto boicottaggio in risposta a quanto avvenuto da parte degli Usa quattro anni prima a Mosca.

Una presenza, in ogni caso, non certo da comparsa in quanto, l’anno precedente, in occasione dei Campionati Europei svoltisi in Germania Est, proprio gli azzurri – la cui guida era stata affidata a Silvano Prandi – erano stati gli unici a rivaleggiare contro le potenze dell’Est Europa, sfiorando la medaglia di bronzo alle spalle di Unione Sovietica e Polonia e persa solo per una peggiore differenza set rispetto alla Bulgaria, ma soprattutto per l’amara sconfitta nell’ultima gara del Girone finale a sei contro i padroni di casa della Germania Orientale per 2-3 (10-15, 15-6, 15-8, 14-16, 13-15), per Bertoli mitigata dal fatto di essere eletto quale “Miglior Giocatore del Torneo.

Il confronto in sede olimpica con le migliori Nazioni del Nord e Sudamerica, nonché le asiatiche Cina, Giappone e Corea del Sud, vede gli azzurri – tra le cui file Prandi schiera gli ex compagni di Bertoli, Dametto, Lanfranco e Rebaudengo – incappare in una brutta sconfitta contro il Giappone per 2-3 dopo aver sprecato un vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-11, 10-15, 10-15, 14-16) che costa loro il primato nel Gruppo B a beneficio del Canada ed il conseguente abbinamento con il Brasile in semifinale, con conseguente sconfitta, ben più netta dell’1-3 conclusivo, come dimostrano i parziali (15-12, 2-15, 3-15, 5-15) persino umilianti, per poi riscattarsi nella Finale per il bronzo contro il Canada, superato 3-0 (15-11, 15-12, 15-8) per quella che rappresenta la prima medaglia olimpica dell’Italia nella Pallavolo.

Sarà questa l’ultima soddisfazione in chiave azzurra per Bertoli, visto che i successivi Campionati Europei di Olanda ’85 e Belgio ’87 vedono l’Italia classificarsi rispettivamente al sesto e nono posto, ma a livello di Club il meglio deve ancora arrivare.

Difatti, dopo aver confermato il titolo nella Coppa CEV ’85 ed aver malamente gettato alle ortiche il Campionato dopo aver dominato la stagione regolare, perdendo la Finale Playoff ’85 contro la Mapier Bologna, ecco che l’estate seguente porta alla guida della compagine delle celebri “Figurine” colui che risolleverà le sorti del volley italiano, vale a dire l’argentino Julio Velasco.

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Panini Modena stagione 1985-’86 – da modenasportiva.it

Con il 32enne “Pupo” Dall’Olio in regia ed una batteria di attaccanti formata, oltre che da Bertoli, da Cantagalli, Lucchetta e dalla coppia argentina formata da Martinez e Quiroga, cui si sta aggiungendo un 18enne di sicuro avvenire quale Lorenzo Bernardi, la compagine di Velasco, dopo un avvio stentato con tanto di terzo posto finale nella “regular season”, dimostra di aver ben assimilato i dettami del tecnico argentino, spazzando via ogni ostacolo nei playoff – per la prima volta disputati al meglio delle cinque partite – come dimostrano gli esiti della semifinale contro Torino (3-0, 3-1, 3-1) e della rivincita contro Bologna (3-2, 3-1, 3-2) nell’atto conclusivo.

Un sestetto, quello assemblato da Velasco che, fedele a quanto trasmesso dal proprio allenatore, si esalta nelle situazioni più difficili, riuscendo ad inanellare quattro Scudetti consecutivi dal 1986 al 1989, quando il tecnico sudamericano viene chiamato alla conduzione della Nazionale italiana per dare inizio al “Periodo d’Oro” del nostro Volley, ma che, nel frattempo, costruisce una sorta di squadra “invincibile”, avendo avuto altresì l’opportunità di schierare in cabina di regia un altro “pezzo da novanta” della nostra Pallavolo, e cioè il palleggiatore Fabio Vullo, anch’esso proveniente da Torino.

A dimostrazione di quanto testé citato, valgano gli esiti delle sfide scudetto degli anni ’87 ed ’88, entrambe risolte alla quinta e decisiva partita contro i rivali storici di Parma, nel primo caso ribaltando il fattore campo facendo sua per 3-0 l’ultima gara in trasferta e, nel secondo, mantenendo saldi i nervi per aggiudicarsi 3-2 il quinto match al “Pala Panini” dopo che i precedenti quattro incontri avevano visto mantenere fede al fattore campo, mentre il quarto titolo del 1989 ha un esito più netto, visto il 3-1 finale (1-3, 3-1, 3-0, 3-0) nonostante lo svantaggio di dover disputare l’eventuale “bella” in campo avverso.

Ma, come in tutte le belle storie, c’è un però, costituito da una sorta di tabù che attanaglia Velasco ed i suoi ragazzi, in particolare Bertoli per quel che riguarda la loro “bestia nera” a livello continentale che non può che avere le sembianze della corazzata della CSKA Mosca, la quale diviene un ostacolo insormontabile in ottica conquista della tanto agognata Coppa dei Campioni, tanto più che una simile impresa è riuscita, per due stagioni consecutive (1984 ed ’85) ai rivali della Santal Parma, prima squadra italiana addirittura ad aver vinto sul campo di una squadra sovietica, pur non trattandosi del CSKA.

Quella Parma che aveva sfiorato un fantastico tris proprio nell’edizione ’86, sconfitta nell’ultima gara delle “Final Four” disputatesi sul parquet amico, proprio dal CSKA dopo essere stata in vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15), ma sorte migliore non tocca alla Panini Modena.

Per ben tre anni di fila, difatti, il sestetto di Velasco giunge ad un passo dalla conquista del trofeo ed in ognuna di tali occasioni le bordate di Bertoli – cui, non a caso, è appioppato il soprannome di “Mano di pietra” per la potenza delle sue conclusioni sotto rete – cui danno manforte Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, si infrangono sulle mani del muro avversario, ad iniziare dalla decisiva gara delle “Final Four” di Hertogenbosh in cui, con due successi a testa contro i bulgari del CSKA Sofia e gli olandesi del Martinus Amstelveen, la sfida del 27 marzo ’87 vede i modenesi reggere sino ad un set pari (8-15, 15-8), prima di cedere di schianto nei due successivi, persi 7-15 e 2-15.

BERTOLI
Franco Bertoli – da parlandodisport.it

Ancor peggio è l’esito della Finale che dall’edizione ’88 sostituisce il girone finale, conclusa con un netto 3-0 per una formazione, quella sovietica, che porta ben 7 dei suoi componenti (Sapega, Antonov, Sorokalet, Panchenko, Kuznetsov, Runov e Losev) ad essere selezionati per le Olimpiadi di Seul ’88, mentre la sfida decisiva per l’assegnazione della Coppa dei Campioni ’89, disputata l’8 marzo al Pireo, dimostra una volta di più come la maggior prestanza e resistenza fisica degli atleti sovietici sia determinante nell’andamento della gara, in cui, dopo i consueti due primi set in sostanziale equilibrio (15-10 e 12-15), fanno seguito i devastanti parziali di 15-5 e 15-4 per il 12esimo trionfo della formazione dell’esercito russo, non a caso vincitrice di 21 titoli nazionali su 22 edizioni dal 1970 al ’91, con l’unica eccezione del 1984, quando a laurearsi campioni sono i giocatori del Radiotechnik di Riga.

Ma, proprio nella stagione ’90, in cui Modena cede lo scettro in campo nazionale alla Maxicono Parma, arriva il “miracolo” in Coppa Campioni, nonostante la partenza di Velasco, sostituito dal croato Vladimir Jankovic, grazie anche ad un inatteso scivolone dei detentori del trofeo, clamorosamente eliminati al secondo turno dai francesi del Frejus.

Compagine transalpina che si ritrova, assieme ai tedeschi orientali del Lipsia ed ai finlandesi del Varkaus, nel medesimo raggruppamento della Panini Modena, da cui si qualificano le prime due per le semifinali incrociate e l’esito delle due gare di andata e ritorno vede la compagine italiana imporsi sia in campo esterno (3-2, con parziali di 15-7, 14-16, 15-2, 8-15, 15-12) che al “Pala Panini” (secco 3-0, ma con set combattuti, 15-12, 15-12, 17-15) e quindi recarsi nella città olandese di Amstelveen per affrontare in semifinale i bulgari del CSKA Sofia, mentre ai francesi toccano gli spagnoli del Portol di Palma di Maiorca.

La differenza tra le due formazioni divise dalle Alpi è talmente netta che né bulgari (3-0, parziali inequivocabili di 15-8, 15-4, 15-12) né spagnoli (ancor più netto 3-0, con parziali addirittura imbarazzanti di 15-9,15-5, 15-1) costituiscono qualcosa di più di un semplice allenamento, con la “resa dei conti” fissata all’11 marzo ’90 sul parquet del Palazzetto dello Sport olandese.

Ora, è arcinoto come, nelle competizioni ad eliminazione diretta, non vi sia di peggio che affrontare in Finale una squadra già affrontata (e battuta …) nei turni preliminari, e tale sfida non sfugge a detta regola, con il sestetto del Frejus ad opporre una tenace resistenza, dimostrata dall’andamento dei set che vedono Modena sempre avanti per poi essere raggiunta (15-5, 13-15, 15-13, 10-15), prima che la maggior esperienza e voglia di vincere di Bertoli & Co. avesse la meglio nel quinto e decisivo parziale, chiuso sul 15-9 per un indimenticabile abbraccio tra il patron Giuseppe Panini ed il suo “numero 4” che sancisce l’avverarsi di un sogno a lungo inseguito.

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L’abbraccio tra Giuseppe Panini e Bertoli dopo la Coppa ’90

Per Bertoli è la seconda Coppa dei campioni a 10 anni esatti di distanza, per la famiglia Panini il momento per disimpegnarsi da un onere finanziario divenuto insostenibile, ed anche il Capitano matura la decisione di porre fine ad una splendida avventura durata 7 anni per accettare l’offerta della Mediolanum Milano, entrata far parte dell’orbita del “Gruppo Fininvest e che si accaparra i servizi di fior di campioni, quali Lucchetta, Galli, Zorzi, oltre agli americani Dvorak e Ctvrtlik e con cui, in tre stagioni, arricchisce il proprio palmarès con due Campionati mondiali per Club (nel 1990 e ’92) e la Coppa delle Coppe ’93.

Ma Bertoli non poteva concludere la propria attività agonistica se non a Modena, dove fa ritorno nell’estate ’93 per fornire il proprio contributo al successo della sua quinta Coppa Italia nel ’94 – dopo le precedenti vinte, sempre con l’allora Panini, nel 1985, ’86, ’88 ed ’89 – ed avere l’onore di vedere la propria “maglia n. 4” ritirata, così come avviene ai più celebrati Campioni della NBA americana.

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La consegna a Petric della “maglia n.4” – daparlandodisport.it

Un ritiro, quello della maglia intendo, che non sarà definitivo, in quanto a distanza di 10 anni, nell’ottobre 2014, lo schiacciatore serbo Nema Petric, ingaggiato da Modena, chiede alla Società di poter indossare proprio quella “maglia così pesante”, adducendo a motivazione della richiesta il desiderio di ricalcare le orme di colui che è entrato di diritto nella Storia del Club modenese.

Interpellato al riguardo, per Bertoli nulla osta a tale procedura, sentendosi altresì orgoglioso di “prestare” la propria maglia ad un così valente giocatore, per il quale la circostanza porta senza alcun dubbio fortuna, visto che con tale numero contribuisce alla conquista delle Coppe Italia 2015 e ’16, delle Super Coppe Italia negli stessi anni e dello Scudetto ’16 venendo nominato altresì MVP della stagione.

Come dire che, le “stimmate” di un Campione restano attaccate alla propria maglia, chiunque la indossi!

 

IL VOLO IN DISCESA E I TRIONFI IN GIGANTE E SUPERG DI MAIER A NAGANO 1998

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Il volo di Maier in discesa – da news.at

articolo di Nicola Pucci

Le Olimpiadi di Nagano del 1998 segnano il passaggio di consegne tra il campione ormai al tramonto, seppur ancora in grado di vincere, Alberto “la bomba” Tomba, e il nuovo mammasantissima del Circo Bianco, Hermann Maier. Entrambi marchiati con le stimmate del fuoriclasse, si sono dati appuntamento alla rassegna a cinque cerchi giapponese, l’uno per accomitarsi sperando di mettendosi al collo una medaglia in quattro edizioni consecutive dei Giochi, l’altro per confermare il suo nuovo status di erede legittimo al trono. Ma se l’Albertone nazionale fallirà la sua scommessa, cadendo in gigante e rinunciando a competere nella seconda manche dello slalom dopo una fallimentare prima discesa, il superuomo del Wunderteam ha da regalare un paio di imprese da mandare ai posteri. Associate ad un capitombolo da far rizzare i capelli ed urlare alle streghe.

Herminator“, perchè è con questo appellativo che il mondo dello sci imparerà a conoscere Maier, viene alla luce il 7 dicembre 1972 ad Altenmarkt im Pongau e a 15 anni è ammesso nell’accademia sportiva della vicina Schladming, costretto tuttavia ad abbandonarla dopo meno di un anno anche per via della sindrome di Osgood-Schlatter, ma tarda ad infiltrare il circuito internazionale, impantanato com’è nella selva di ottimi sciatori che l’Austria produce a getto continuo. Fino a gennaio 1996, quando in veste di apripista per una gara di Coppa del Mondo a Flachau, fa realizzare un tempo che gli avrebbe permesso di classificarsi tra i primi dieci all’arrivo. Aggregato alla squadra di Coppa Europa, domina il circuito, il che gli garantisce il “pass” per debuttare in Coppa del Mondo. Vince a Garmisch una prima volta il 23 febbraio 1997, in supergigante, ma è nella stagione in corso, 1998, che l’asburgico imprime il suo timbro allo sci alpino.

Dotato di un fisico mozzafiato, con due gambe che sembrano tronchi d’albero ed un coraggio senza pari, Maier si disimpegna in gigante, discesa e supergigante. E se in quest’ultima disciplina sbriciola la concorrenza dominando le quattro gare programmate, tra le porte larghe impone la sua legge a Park City, Saalbach ed Adelboden, risultando pure il più veloce sulla “Stelvio” di Bormio e al “Lauberhorn” di Wengen. Insomma, infila una serie di dieci vittorie in Coppa del Mondo e si presenta a Nagano quale principale favorito in tre delle cinque prove in calendario, forte anche del primato nella classifica generale che a fine anno assegna la Sfera di cristallo.

Si comincia con la discesa libera, il 13 febbraio, sulla “Olympic Course I“, ad Hakuba, ed Hermann si trova a dover fare i conti con il connazionale Andreas Schifferer, leader in stagione della speciale classifica di disciplina. Altrettanto temibili sono Kristian Ghedina e Didier Cuche, vincitori delle due gare sulla “Streif” di Kitzbuhel, la Francia ha due discesisti di seconda fascia, Cretier e Burtin, comunque capaci di salire sul podio proprio a Wengen e Kitzbuhel, mentre non appare in grande forma Bruno Kernen, campione del mondo in carica in virtù del titolo conquistato l’anno prima a Sestriere. E se tutti loro falliranno l’appuntamento con la gloria olimpica, ad eccezione di Cretier che pennella la gara della vita battendo Kjus che quando c’è da competere per le medaglie non manca mai all’appello e l’austriaco di riserva, Trinkl, Maier rischia seriamente l’osso del collo. Al cancelletto di partenza con il pettorale numero 4, “Herminator” ha in sè tutto quel furore agonistico che è il suo marchia di fabbrica, e non chiede altro che sprigionarlo all’atto di mettersi in moto. Ed in effetti dal gabbiotto esce una belva assetata di sangue, ma dopo soli 18” di esercizio Maier è autore di una caduta tanto spettacolare quanto raccapricciante: decolla in volo neanche fosse un Jumbo e dopo aver battuto il casco sulla pista, va a finire contro le due file di reti di protezione, abbattendole e precipitando per alcuni metri, senza tuttavia riportare gravi infortuni. Qui finisce il sogno olimpico in discesa e se il buon giorno si vede dal mattino…

Figurarsi. L’uomo è di tempra granitica così come il corpo, seppur dolorante al ginocchio e alla spalla, è quello di un toro, e tre giorni dopo Maier è pronto a vender cara la pelle in supergigante. Sperando, stavolta, di non veder scivolare in pista le illusioni d’oro, che sono legittime e pure tremendamente solide se è vero che in questa disciplina l’austriaco figura come l’assoluto dominatore in Coppa, avendo battuto Eberharter di 0″36 a Beaver Creek e di 1″15 a Schladming, Schifferer di 1″19 sempre sulla nevi austriache e Knauss di 0″91 a Garmisch. Ed è proprio quest’ultimo l’avversario di riferimento, fermando il cronometro a 1’35″43, in una sfida per la vittoria che si gioca in casa Austria, seppur Cuche sarà capace di eguagliare Knauss accompagnandolo sul secondo gradino del podio. Perchè sul primo, come è logico che sia nonostante le ammaccature, sale Maier, pettorale numero 8, che seppur con qualche sbavatura di troppo e rischiando un pericolosissimo presentat’arm prima dell’intermedio, fa meglio del connazionale di 0″61. La medaglia più pregiata è sua ed il bello, credetemi, deve ancora venire.

Altri tre giorni e il 19 febbraio austriaci, svizzeri e norvegesi si trovano nuovamente avversari in gigante, con l’aggiunta di Alberto Tomba che sulla rassegna olimpica ha impostata la stagione. L’azzurro, l’abbiamo detto, deraglia nella prima manche quando viaggiava in linea con i migliori, ed allora vetrina per Maier che scende col pettorale numero 3, assolutamente più veloce del lotto dei pretendenti alle medaglie fissando il tempo di riferimento, 1’20″36. Alle sue spalle, già con un margine se non proprio rassicurante almeno confortante per le sue ambizioni di vittoria, Christian Mayer, Eberharter, Kosir e Von Grunigen sono racchiusi in 0″14 e sembrano destinati a battagliare tra loro per le altre due posizioni sul podio. Maier, in effetti, è avvantaggiato di 0″48 e nella seconda discesa, dopo che Eberharter e Von Grunigen hanno fatto valere le loro capacità tecniche tra le porte larghe per occupare le prime due piazze e Kosir e Mayer sono arretrati in classifica permettendo a Knauss di fermarsi a soli 0″02 dal podio, “Herminator“, che calcolatore non lo è proprio, si getta a capofitto lungo i trabocchetti disseminati sulla “Higashidate” di Shigakogen, centrale sugli sci, potente in uscita di curva, pure agile quando poco prima dell’intertempo, ancora, rischia di derapare mettendo mano a terra. Sul traguardo il tempo lo premia, 0″85 meglio dell’amico/rivale Eberharter, e la doppietta d’oro, come solo il grande Toni Sailer seppe fare nel 1956 a Cortina, è servita.

La domanda sorge spontanea: e se Maier non fosso decollato in discesa libera? Avrebbe fatto tris di vittorie? Il buon Cretier, che quel giorno brindò al successo, sorride e tira dritto. Visto come sono andate le cose, è andata bene, a tutti e due.

ZABEL E QUEL POKER IN VOLATA SUL RETTILINEO DELLA MILANO-SANREMO

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Zabel vince in volata nel 1998 – da velonews.com

articolo di Emiliano Morozzi

La Milano-Sanremo è la prima delle grandi classiche monumento, una corsa dove è sempre più difficile per i corridori fare selezione e dove spesso l’epilogo è una scontata volata di gruppo, come succedeva anni prima alla Gand-Wevelgem. Accade così che nella storia della corsa possa anche entrare, accanto a mostri sacri del pedale come il “cannibale” Merckx che vinse ben sette volte, il campione Girardengo che per sei volte sfrecciò primo nella città dei fiori e il tenace “Ginettaccio” Bartali che calò un bel poker in Riviera, anche un signore delle volate come Erik Zabel, capace di trionfare sul lungomare di Sanremo per quattro volte in cinque anni, dal 1997 al 2001.

La storia comincia proprio in quell’anno: dal lontano 1980 la Sanremo non termina con una volata a ranghi compatti (quell’anno trionfò Gavazzi sorprendendo Saronni) e nel 1997 sono tanti i velocisti in gruppo che puntano a tenere unito il gruppo sul Poggio e giocarsi la Classicissima allo sprint. Come di consueto, la salita del Poggio diventa teatro di tentativi da parte di chi vuole anticipare i velocisti e ad accendere la miccia è Bartoli, ma il suo attacco ha le polveri bagnate e il gruppo rintuzza la sparata del pisano. All’ultimo chilometro il gruppo è forte di una quarantina di unità: Elli ai -400 dal traguardo prova a vincere la corsa della vita, Zabel però in rimonta lo aggancia ai -50 dalla linea d’arrivo, lo salta e va a vincere la sua prima Sanremo.

L’anno dopo lo sprinter tedesco va a caccia del bis, partendo tra i favoriti: stavolta ha a sua completa disposizione uno squadrone come la Deutsche Telekom, che tiene cucito il gruppo sul Poggio e in discesa, impedendo qualche colpo di mano. Il finale della corsa è ancora una volta in volata, il treno della squadra tedesca vieta a chiunque di tentare la stoccata all’ultimo chilometro e con uno sprint imperioso Zabel trionfa lasciandosi alle spalle Magnien e Moncassin.

Considerando che ha a disposizione una formazione eccellente e che le asperità della Sanremo non fanno selezione, il velocista tedesco pare il vincitore già scritto dell’edizione 1999 della Classicissima. Quella edizione verrà ricordata più che per lo scatto del vincitore Tchmil ad anticipare i velocisti, per il temerario attacco di Pantani che fece il vuoto sulla salita della Cipressa, venendo poi ripreso in discesa.

La striscia vincente di Zabel alla Sanremo non finisce qui: nel 2000 le squadre dei velocisti collaborano tutte insieme per tenere cucita la corsa, Bartoli ci prova sulla Cipressa ma ai piedi del Poggio viene ripreso, Cipollini non riesce a tenere le ruote dei migliori e sul lungomare di Sanremo Zabel cala il tris, lasciando alle proprie spalle Baldato e staccando di un secondo Freire: il tedesco certifica il proprio dominio nelle volate.

Cipollini l’anno dopo ci riprova: gli anni passano e al re italiano delle volate manca una classica di prestigio nel palmares. Il corridore lucchese si allena per andare più forte in salita, o quantomeno per tenere il passo su strappi decisamente abbordabili come il Poggio o la Cipressa. La Telekom dell’avversario Zabel gli dà una mano tenendo compatto il gruppo fino allo sprint finale, ma ancora una volta il successo sorride al tedesco, che brucia un Cipollini furioso per la scorrettezza di Planckaert, un gesto che avrebbe impedito al corridore nostrano di sprigionare la sua potenza in volata. Ancora una volta la Milano-Sanremo parla tedesco, e con la quarta vittoria Zabel entra a pieno titolo nella storia della Classicissima.

MARY LOU RETTON, UN ORO PER DIVENIRE UNA “STAR”

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Mary Lou Retton – da biography.com

articolo di Giovanni Manenti

Poche altre Nazioni che non siano gli Stati Uniti sono in grado di esaltare le imprese sportive dei loro idoli, facendone vere e proprie icone dentro e fuori l’ambito delle rispettive discipline, e non può esservi occasione migliore al riguardo delle Olimpiadi di Los Angeles, ultimo rigurgito della “guerra fredda” tra le due super potenze Usa ed Urss prima del futuro disgelo.

Il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi costituenti il blocco sovietico dopo l’assurda decisione del Presidente americano Jimmy Carter di non partecipare ai Giochi di Mosca del precedente quadriennio, fa sì che venga a mancare la sfida sportiva tra queste due diverse concezioni di fare sport, ciò nondimeno i “Media” dello zio Sam sfruttano la circostanza per celebrare oltre misura le prestazioni dei loro rappresentanti, primo fra tutti Carl Lewis, il quale eguaglia in Atletica Leggera la leggendaria impresa compiuta nel 1936 a Berlino da Jesse Owens nell’aggiudicarsi quattro medaglie d’oro.

In questa spasmodica ricerca di “personaggi da copertina”, ecco che viene loro incontro una 16enne ragazzina la quale infiamma il pubblico presente sulle tribune del “Pauley Pavillon” della celebre Università di UCLA della metropoli californiana nel corso delle gare di ginnastica artistica.

Specialità, quest’ultima, che da quando l’Unione Sovietica partecipa alla rassegna a cinque cerchi, vale a dire dall’edizione di Helsinki ’52, ha sempre visto le sue ragazze aggiudicarsi la medaglia d’oro nel concorso generale a squadre, mentre nel concorso individuale il gradino più alto del podio non è mai sfuggito ad una rappresentante dell’Europa dell’Est, con la cecoslovacca Vera Caslavska e la rumena Nadia Comaneci le sole ad interrompere la dittatura sovietica.

Proprio le evoluzioni della non ancora 15enne Comaneci ai Giochi di Montreal ’76 colpiscono a tal punto Mary Lou Retton, una bambina al tempo di appena 8 anni essendo nata a Fairmont, in West Virginia, il 24 gennaio 1968, incollata davanti al televisore ad emozionarsi di fronte alle esibizioni della fenomenale ginnasta rumena, da invogliarla a praticare anch’essa tale disciplina, per cercare di ripercorrerne, almeno in parte, la carriera.

Mary Lou, nata con una displasia all’anca che la porterà in seguito a doversi sottoporre ad intervento chirurgico una volta terminata l’attività agonistica, ha origini italiane da parte di padre, tant’è che il cognome dei suoi avi era Rotunda, successivamente americanizzato, e si dedica alla sua passione presso la sua città natale, per poi trasferirsi a Houston, nel Texas per avere il suo secondo incrocio con la sua musa Nadia Comaneci, nel senso che viene allenata da Bela Karoly e da sua moglie Marta, proprio coloro che avevano portato Nadia alle più alte vette del panorama ginnico mondiale e che avevano “disertato” durante un tour nel 1981, chiedendo asilo politico agli Stati Uniti.

Sotto la loro guida, la minuscola Retton (alta non più di m.1,45 per 42kg.) non tarda a farsi un nome all’interno del proprio Paese imponendosi nell’edizione 1983 della “American Cup”, manifestazione nata nel 1976 ed al cui esordio aveva visto trionfare proprio la Comaneci, e giungendo seconda ai Campionati Usa alle spalle di un’altra allieva di Karoly, Dianne Durham, prima di dover rinunciare a partecipare ai Campionati Mondiali di Budapest a causa di un infortunio al polso.

Consapevole del fatto che le Olimpiadi in terra californiana rappresentano la sua unica occasione per emergere a livello mondiale, la Retton si prepara all’evento, confermando il successo dell’anno precedente alla “American Cup”, cui stavolta unisce la vittoria anche ai Campionati nazionali così come ai Trials olimpici, salvo rischiare ancora una volta di perdere una tale opportunità.

Accade, difatti, che mentre si sta allenando al Centro Olimpico, nel sedersi per firmare degli autografi, Mary Lou senta il suo ginocchio bloccarsi, dovendo pertanto ricorrere ad un intervento chirurgico a sole cinque settimane dall’inizio dei Giochi, operazione fortunatamente perfettamente riuscita e che le consente di prendere parte alla rassegna olimpica.

Rassegna, come detto in premessa, cui sono assenti i Paesi costituenti il blocco sovietico, con un’unica, ma fondamentale, eccezione, quanto meno per quanto attiene alla ginnastica ed, in particolare per quella femminile, con la partecipazione delle rappresentanti della Romania, alla quale si unisce, per la prima volta nella Storia dei Giochi, la Repubblica Popolare Cinese.

Nel Paese balcanico, l’eredità della Comaneci è stata raccolta da Ecaterina Szabo – curiosamente nata il 22 gennaio, due giorni solo prima della Retton, pur se di un anno più anziana (o meno giovane, nella circostanza …) essendo del 1967 – la quale si era messa in luce ai Campionati Mondiali di Budapest dell’anno precedente con l’argento a squadre ed il bronzo individuale nel Concorso generale, nonché con l’oro al corpo libero e l’argento al volteggio ed alle parallele asimmetriche.

Individuata nella rumena l’avversaria da battere, ecco che le ginnaste scendono in pedana il 30 luglio 1984 per le esibizioni che determinano il successo nel Concorso generale a squadre, il cui punteggio complessivo di ogni atleta, diviso a metà, serve poi da base per l’assegnazione delle successive medaglie nella prova individuale.

La sfida, come logico che fosse, si risolve in una lotta a tre tra Romania, Usa e Cina, con le rumene a prevalere di un soffio (392,200 a 391,200) sulle padrone di casa, ma al cui interno si verifica un evento che condiziona il podio della successiva gara individuale.

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Mary Lou Retton alla trave ai Giochi ’84 – da gettyimages.it

Succede, infatti, che mentre la Retton si mantiene su di un elevato standard di rendimento in tutti e quattro gli esercizi, tanto da concludere con il miglior punteggio di 79,050 (si consideri che il massimo raggiungibile è 80,00), la Szabo, pressoché perfetta sia al volteggio (9,950) che al corpo libero (9,975) ed in linea alla trave con 9,850 incappi in una fatale indecisione nella sua seconda esibizione alle parallele asimmetriche, penalizzata con un 9,30 dalla giuria per un 9,600 totale che la porta al secondo posto con 78,750 punti, a 0,300 di distanza dall’americana.

Per chi non è addentro a detta disciplina può pensare che si tratti di uno scarto risibile, oltretutto ridotto della metà allorché il 3 agosto Retton e Szabo affrontano le prove che assegnano il titolo nel Concorso generale individuale, con la prima che parte da una base di 39,525 punti rispetto ai 39,375 dell’avversaria, ma a livello di eccellenze come in questi casi, anche il più minimo scarto può essere determinante.

Con tutta l’attenzione della platea rivolta alle evoluzioni delle due rivali per l’oro, la Szabo recupera lo svantaggio grazie all’esercizio alla trave, ottenendo un 10 rispetto al 9,80 della Retton che la porta in vetta alla graduatoria provvisoria, nel mentre lo scarto di 0,050 millesimi di punto che si registra prima a favore della rumena alle parallele asimmetriche (9,900 a 9,850) e quindi dell’americana (10,000 a 9,950) al corpo libero, non sposta il divario che, prima dell’ultima esibizione al volteggio, vede l’erede della Comaneci avanti per 69,225 a 69,175, con uno scarto di 0,050 millesimi a suo favore.

Szabo che ottiene 9,900 nella sua prova al volteggio, così da raggiungere lo “score” finale di 79,125 ragion per cui alla Retton non serve altro che “l’esecuzione perfetta” se vuole salire su quel più alto gradino del podio olimpico dove aveva visto mettersi l’oro al collo il suo idolo di bambina Nadia Comaneci, dovendo cercare di tenere altissima la concentrazione del momento, con gli occhi di un intero Palazzo dello Sport puntati su di lei, oltre a quelli di milioni di americani davanti alla Tv.

Il volteggio, come specialità, consente alle ginnaste di avere a disposizione due prove e per la classifica vale la migliore delle due, così che il primo tentativo della Retton “paga” una leggera incertezza nell’atterraggio, spostando il piede sinistro, così da essere valutato non meglio di 9,800 punteggio utile solo per consolidare la medaglia d’argento.

Nel “clan Karoly” a bordo pedana le preoccupazioni non sono poche, temendo che l’eccessiva pressione sul ginocchio reduce dal recente intervento chirurgico possa comportare una dolorosa ricaduta, ma quando vi è da cogliere una “occasione che passa una sola volta nella vita” non si può stare a fare troppi calcoli ed ecco che la piccola Mary Lou, dopo il saluto di rito, prende decisa la rincorsa, stacca sulla pedana, si libra in volo e ricade a piedi perfettamente uniti per un’ovazione che si alza altissima sugli spalti in attesa del verdetto della giuria che non può che essere di 10 per la conquista, non solo del primo oro, ma addirittura della prima medaglia olimpica nel Concorso generale individuale da parte di una ginnasta americana.

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Il volteggio che vale l’oro per la Retton – da daveblackphotography.com

Capirete ora – con le due ragazze divise (79,175 a 79,125) da soli 0,050 millesimi di punto – quanto sia pesata per la Szabo quella indecisione alle parallele asimmetriche nella prova generale a squadre, che altresì la esclude dalla Finale per tale attrezzo, pur compensata dai tre ori conquistati nelle prove di specialità, che la portano a dividere quello alla trave con la compagna Simona Pauca (19,800 per entrambe, con la Retton fuori dalle medaglie per 0,100 millesimi rispetto alla connazionale Kathy Johnson), per poi imporsi con il più ridotto margine possibile di 0,025 millesimi (19,975 a 19,950 rasentando pertanto la perfezione) sull’americana Julianne McNamara al corpo libero, con la Retton bronzo con 19,775 e quindi prendersi la rivincita su quest’ultima al volteggio, ancora per il medesimo risicato distacco (19,875 a 19,850), mentre la Retton conclude la sua Olimpiade anche con il bronzo alle parallele asimmetriche, in cui il più alto gradino del podio se lo dividono la citata compagna McNamara e la cinese Ma Yanhong.

Sin troppo logico ed intuitivo che la stella della rassegna sia stata la rumena Szabo, con quattro medaglie d’oro e l’argento nel Concorso generale individuale, ma nel “Paese a stelle e strisce” il personaggio da celebrare non può essere altri che la piccola Mary Lou – che comunque si porta anch’essa a casa cinque medaglie – la quale ha dalla sua anche il fatto di aver dovuto superare problemi fisici di non poco conto, senza dimenticare il fatto di essere allenata da una coppia di esuli rumeni, circostanza su cui i “media” Usa vanno a nozze in contrapposizione al “regime sovietico”.

Ed in più, il che non guasta, a costruire l’immagine positiva di Mary Lou contribuisce senza alcun dubbio l’innata grazia e simpatia cui unisce un sorriso accattivante tale da farla in un attimo divenire “la fidanzata d’America” ed essere nominata dalla rivista specializzata “Sports Illustrated” quale “Atleta Femminile dell’anno”, oltre ad apparire nella pubblicità di una nota marca di cereali.

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Mary Lou con Reagan – da gettyimages.it

Addirittura la sua enorme popolarità nel Paese viene altresì sfruttata in politica dalla corrente repubblicana del Presidente Ronald Reagan, in carica al momento dei Giochi di Los Angeles, quale supporto nella campagna per la rielezione, conclusa vittoriosamente nel novembre dello stesso anno con una schiacciante superiorità, successo al quale ha sicuramente in parte contribuito anche l’assidua presenza dell’ex attore alle gare olimpiche, un modo molto pratico per rafforzarne l’immagine, pure se quella di lui, uomo ben piazzato fisicamente, accanto allo “scricciolo” Mary Lou non può non far sorridere.

Divagazioni a parte, a noi fa più piacere pensare che le esibizioni in pedana e la successive pubblicità della Retton siano state alla base della nascita del movimento ginnico femminile negli Stati Uniti, dominatore da inizio del corrente secolo, ad iniziare proprio da Shannon Miller – la quale aveva 7 anni all’epoca dei Giochi californiani – e successivamente capace di emergere a livello mondiale per un quinquennio ad inizio anni ’90, così come era capitato a Mary Lou assistendo alle evoluzioni della Comaneci.

Se così fosse, questa – al di là di ogni altra manifestazione di contorno – sarebbe la più bella eredità che Mary Lou Retton avrebbe mai potuto lasciare alla causa della ginnastica Usa.

 

VIRGINIA RUZICI E LA VITTORIA DELLA VITA AL ROLAND-GARROS 1978

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Virginia Ruzici – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Diventata l’incontrastata regina del tennis in gonnella il 3 novembre 1975 sull’onda lunga delle due vittorie in stagione al Roland-Garros e agli Us Open (e lo sarà consecutivamente fino al 10 luglio 1978 quando l’amica/nemica Navratilova ne rileverà il testimone), Chris Evert decide nel triennio successivo di “passare” l’appuntamento parigino, impegnata com’è nel World Team Tennis, lega professionistica americana che per qualche anno proverà a diventare un format poi invece destinato a morire. E così, in assenza della Evert, in terra parigina c’è spazio per tutte e gloria per alcune.

L’inglese Sue Barker, tanto per cominciare, che nel 1976 batte Renata Tomanova raggiungendo l’apice di una carriera altrimenti da eterna piazzata, e la yugoslava Mima Jausovec, per proseguire, che dodici mesi dopo ha la meglio all’atto decisivo di Florenta Mihai, presentandosi poi nel 1978 in qualità di testa di serie numero 1 e pronosticata da tutti quale favorita del torneo, anche per aver vinto ad Amburgo battendo in finale Virginia Ruzici, rumena rampante che si merita lo status di seconda pretendente al titolo, con la cecoslovacca Regina Marsikova, trionfatrice agli Internazionali d’Italia proprio contro la Ruzici, numero 3 del seeding.

Già Virginia Ruzici, la protagonista della storia di oggi, che nasce in Transilvania, esattamente a Campia Turzii, il 31 gennaio 1955, e che nel corso della carriera darà lustro alla Romania come in quegli stessi anni fu capace di fare, in campo maschile, quell’istrionico tennista che risponde al nome di Ilie Nastase. Ma se il ragazzo è audace in campo così come è irriverente con la lingua e affatto convenzionale negli atteggiamenti, Virginia di converso è timida seppur elegante nella forma, attenta al suo ruolo di campionessa e porta in dote personalità e carisma quanto basta per farne, una volta appesa la racchetta al chiodo, un’apprezzata consulente televisiva nonchè agente dell’attuale numero 1 del mondo, Simona Halep.

Torniamo al tennis giocato e prima di avventurarci nel dettaglio dell’edizione 1978 del Roland-Garros, ricordiamo che la Ruzici è passata professionista appena 20enne, nel 1975, pur avendo nei due anni precedenti fatto la sua apparizione nei tornei dello Slam (perdendo a Parigi al primo turno nel 1973 con la francese Nathalie Fuchs e l’anno dopo al secondo proprio con Chris Evert, 6-2 6-3) ed aver esordito in Federation Cup, evidenziando già doti che verranno confermate nel corso della sua vita agonistica, ovvero un’eccellente presenza atletica, un dritto in grado di fare la differenza ed una buona predisposizione alla battaglia quando le cose si mettono sul difficile.

In effetti la Ruzici stenta a decollare, sommando solo due titoli minori in singolare, nel 1975 a Mahwah, nel New Jersey, demolendo 6-1 6-1 la futura signora Borg, Mariana Simionescu, e nel 1977 a Palm Harbor, venendo a capo della resistenza di Laura DuPont, infine sconfitta 6-4 4-6 6-2. Ma nel 1976 la rumena raggiunge le semifinali al Roland-Garros, prima di arrendersi in tre set alla futura vincitrice, appunto la Barker, per poi arrampicarsi ai quarti di finale agli Us Open, perdendo dalla Jausovec.

Insomma, le due ultime vincitrici in terra di Francia hanno infranto il sogno della Ruzici di giocarsi le sue opportunità in una finale dello Slam, ma per il 1978 è tempo di prendersi la rivincita e le due finali di Amburgo e Roma, seppur perdute, certificano l’ottimo stato di forma con cui Virginia si presenta all’appuntamento parigino. Che debutta con la canadese Blackwood, 6-4 6-0, per poi fare un sol boccone della svedese Ekblom, 6-1 6-3, e della francese Thibault, 6-3 6-2.

Nel frattempo il torneo non riserva sorprese (ad eccezione dell’eliminazione dell’americana Nancy Richey, numero 4 del tabellone, fatta fuori dall’argentina Gonzalez al secondo turno), con la Jausovec, campionessa in carica, e la Marsikova che a loro volta si qualificano ai quarti di finale vincendo tre sfide senza lasciare un set alle avversarie di turno. E qui sele stesse Jausovec e Marsikova proseguono nel loro facile cammino battendo ancora in due set l’americana May, 6-4 6-2, e la tedesca Masthoff uscita dalla qualificazioni, 6-3 6-3, la Ruzici suda le proverbiali sette camicie con la sorprendente uruguaiana Fiorella Bonicelli, numero 13 del seeding, che costringe la rumena agli straordinari.

La sfida dei quarti risulterà la più impegnativa di tutto il torneo, con Virginia che perde al tie-break il primo set, per poi far suo il secondo 6-4 ed imporsi infine in volata, 8-6, dopo oltre tre ore di battaglia. La vittoria spalanca alla Ruzici le porte della finale, perchè trova in semifinale la francese Brigitte Simon che si infila nel settore di tabellone liberato dalla presenza di Richey e May precocemente eliminate e della Mihai, finalista nel 1977, battuta dall’australiana Tobin all’esordio, e la transalpina non può certo rappresentare un ostacolo per la rumena che vince con un netto 6-3 6-0.

Nella parte alta del tabellone, invece, Jausovec e Marsikova sono una di fronte all’altra, esattamente come l’anno precedente, e come allora, quando si impose in tre set, è la yugoslava ad avere la meglio, stavolta in due set più rapidi del previsto, 6-3 6-4, tornando in finale con l’ambizione di concedere il bis, anche perchè forse Mima coltiva l’illusione che l’avversaria più temibile sia ormai fuori dai giochi.

Figurarsi. Il 10 giugno splende il sole sul Court Central del Roland-Garros e gli spettatori stanno per assistere ad un’esecuzione. La Ruzici attacca su ogni palla, prepotente col dritto e implacabile con la voleè, lasciando la Jausovec senza contromisure da fondocampo, incapace di poter imbastire la benchè minima resistenza. Virginia è padrona del campo e in 1h 15minuti di gioco, con l’inquivocabile 6-2 6-2 nonostante un’importante palla contesa sul 2-1 per la Jausovec nel secondo set, diventa la prima, e ad oggi unica, rumena ad alzare la Coppa dei Moschettieri, emulando Nastase che cinque anni prima, nel 1973, aveva fatto altrettanto tra i maschietti.

Sarà questo il giorno della vita di Virginia Ruzici (che in coppia con la stessa Jausovec vince anche il doppio ed è finalista accoppiata a Patrice Dominguez in doppio misto), che tornerà in finale a Parigi nel 1980 perdendo con Chris Evert, 6-0 6-3, ormai già rientrata in gioco a tempo pieno, ma se la ragazza rumena con la racchetta ci sapeva proprio fare, ancor più si è fatta apprezzare per un raro esempio di lealtà sportiva quando, nel corso del match di quarti di finale di Wimbledon, sempre nell’anno d’oro 1978, contro l’australiana Goolagong, la giocatrice avversaria si fa male alla caviglia e cade in campo, costringendo il marito ad intervenire per soccorrerla. Tale comportamento è vietato dal regolamento e per l’australiana scatta la squalifica. La Ruzici non ci pensa nemmeno e pretende che si continui a giocare una volta passato il problema alla caviglia della Goolagong. Infine l’australiana si riprende e si impone passando così il turno, ma fuori dal campo si raccolgono gli attestati di stima per la giocatrice rumena e il suo nobile gesto. Chapeau Virginia.

 

BUTCH REYNOLDS E IL GIRO DELLA MORTE CHE VALSE IL RECORD DEL MONDO

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Butch Reynolds – da pinterest.com

articolo di Massimo Bencivenga

I record hanno delle storie strane, fanno dei giri immensi e poi ritornano, come diceva una canzone. E di giri, figurati e non, parleremo.

Nel luglio 1988, a Indianapolis, ai Trials americani, la selvaggia selezione per strappare i pass olimpici, e in alcuni casi, per tempi e parterre, vere e proprio finali olimpiche, i giornalisti sportivi, italiani e non, furono abbagliati da due cose: Florence Griffith-Joyner e Carl Lewis. Erano tutti a vedere le condizioni del “figlio del vento“, per confrontarle con quelle di Ben Johnson, ma rimasero folgorati da una bella ragazza, con capelli lunghi e unghie troppe lunghe e troppo laccate, che stampò un 10,49 che è storia. Ancora adesso e chissà per quanto tempo ancora, visto che trattasi di un tempo monstre.

Ecco, se i giornalisti fossero stati appena più attenti, non già Lewis o alla bellezza di Florence, forse si sarebbero accorti che sui 400 m, sul “giro della morte“, Harry Butch Reynolds, su una pista reduce da un violento acquazzone, timbrò un 43,93 che non fu record per soli sette centesimi.

Il record era di Lee Evans, uno tra i più irriducibili insieme a quello di Bob Beamon, regalati all’atletica dalle Olimpiadi in altura di Città del Messico del 1968, quelle del salto di Fosbury e del “pugno nero” di Tommy Smith e John Carlos.

Alle sue spalle, distanziato di un metro, si classificò Danny Everett in 43, 98 e terzo Steve Lewis in 44, 37.

Butch per via di Butch Cassidy.

Il 17 agosto del 1988 si corse il meeting di Zurigo, una kermesse di livello, oggi come allora. E ancora una volta gli occhi erano puntati altrove. Dove? Alla sfida sui 100m tra un Carl Lewis uscito in forma smagliante dai Trials, con un 9,78 ventoso, e il canadese Ben Johnson che, more solito, giocava a nascondersi un po’, come aveva fatto anche nel 1987, prima dell’exploit di Roma.

Gli occhi di giornalisti e appassionati erano puntati su quella sfida e si ritrovarono per le mani una gara epica, di quelle che fanno storia e racconti. Poco prima della gara dei 100m ci fu la gara dei 400m. C’erano i tre sopracitati selezionati ai Trials. E c’era Egbunike. Innocent Egbunike, nigeriano, forse dirà poco agli sportivi attuali, ma ai tempi era un signor quattrocentista, medaglia d’argento ai Mondiali di Roma dell’anno precedente. Davanti a Butch Reynolds. Si diceva di Egbunike che mancasse di una corretta gestione dello sforzo; gestione fondamentale nel “giro della morte“. Sia come sia, pronti via e Egbunike scattò come se da quella gara dipendesse la sua vita. Scattò come per correre non già un 400m, bensì un 200m. Scappò via e fece da lepre involontaria per Reynolds, che mulinò le sue gambe sulla scia del nigeriano per poi passarlo in tromba in curva e lanciarsi nel rettilineo finale verso la gloria e un tempo mostruoso: 43,30. Poi aggiornato in 43,29, ossia 57 centesimo in meno tutto in una volta sola.

Da allora, son quasi venti anni, il record è stato limato solo due volte e di 26 centesimi in totale prima da Michael Johnson e poi dallo springbook sudafricano Wayne van Niekerk.

Tecnicamente, Butch Reynolds era nato per correre questa gara, con le sue proporzioni altezza/peso, la sua falcata impettita ed efficace, sembrava un organismo geneticamente modificato per correre i 400m. Non s’era mai visto nessuno prima, né si vedrà qualcuno dopo, capace di gestire le forze come lui. Correva i primi 200 e i secondi quasi nello stesso tempo.

A Zurigo fece 21,9 nei primi 200 e 21, 4 nei secondi. Una cosa inaudita, se pensate che van Niekerk in occasione del record fece i secondi 200 in 22,5 e gli ultimi 100 in 12,00. Ah, gli ultimi 100 di Reynolds erano coperti in genere, anche quello di Zurigo, in 11,4.

Numeri che spiegano l’eccezionalità di un atleta che, paradosso dei paradossi, non ha mai vinto l’oro mondiale o olimpico nella gara individuale. Infatti, Steve Lewis a Seoul 1988 lo battè. In quel caso, forse Reynolds confidò troppo nel suo famoso recupero, quando gli altri sembravano incepparsi e lui veniva fuori alla grande. Finì secondo davanti a Danny Everett terzo.

A Zurigo finì con Everett alle spalle di Reynolds e Steve Lewis terzo. Sempre loro tre.

Una carriera senza ori individuali per un atleta che, quando in forma, era formidabile. Forse la gestione mentale non era alla pari con l’eccezionale gestione dello sforzo. O forse semplicemente un po’ di sfortuna. Chi può mai dirlo con esattezza? Il confine tra vittoria e sconfitta è spesso sottile e aleatorio per sua stessa natura.

In ogni caso, stante anche l’ascesa di Michael Johnson, che gli arrivò davanti ai Mondiali del 1993 e 1995, e qualche problema con la Federazione, la sua stella brillò sempre meno sino a eclissarsi del tutto. Tranne negli annali dei record. Dove resterà l’uomo che cancellò Lee Evans dandogli quasi sei decimi.

Era nato ad Akron, nel 1964, e forse quando fece il record da quelle parti un bimbo cominciava a palleggiare. Ad Akron è nato anche “Il Prescelto“, che non è un eroe fantasy, ma Lebron James.

Ma ci sarebbe stato il record senza quella partenza scellerata di Egbunike? Son quasi trent’anni che me lo chiedo.

I record son strani. Fanno dei giri immensi e poi ritornano.