LA DOPPIETTA D’ORO ALLE OLIMPIADI DI SAPPORO 1972 DELLA TEENAGER MARIE-THERESE NADIG

sapporo-1972-NADIG_BG
La Nadig impegnata in slalom gigante alle Olimpiadi di Sapporo 1972 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Quando a fine stagione 1980/1981 Marie-Therese Nadig appenderà gli sci al chiodo, potrà illustrare agli occhi del mondo una carriera da fuoriclasse con 24 vittorie parziali, ben 57 podi e il successo nella classifica generale di Coppa del Mondo proprio nel 1981. Ma nel suo caso è necessario mettere indietro le lancette del tempo e tornare al febbraio 1972 quando questa ragazzina non ancora maggiorenne, al primo anno completo nel Circo Bianco, esplode compiutamente alle Olimpiadi di Sapporo dimostrando quel che è capace di fare.

In effetti la Nadig, svizzerotta paffuta nata a Flums l’8 marzo 1954, figlia di un architetto ed unica femmina tra quattro fratelli maschi, ha classe da vendere e doti rare di polivalenza, vincendo nel 1970 in slalom gigante e combinata ai campionati elvetici juniores. Folgorata da cotanto valore, la Federazione svizzera la inserisce da subito nei quadri della squadra nazionale e se il debutto in Coppa del Mondo nella stessa stagione 1970/1971 è avara di risultati, ecco che l’anno dopo Marie-Therese è già sesta in discesa libera sulle nevi amiche di St,Moritz, per poi, dopo tre quinti posti consecutivi a Val d’Isere, Sestriere e Bad Gastein, salire infine per la prima volta sul podio giungendo seconda, sempre in discesa libera, a Grindelwald, battuta di 0″56 dall’immensa Annemarie Moser-Proell, che domina la scena da qualche anno.

I risultati ottenuto convincono i tecnici svizzeri a convocarla per le Olimpiadi di Sapporo del 1972, in cui la Nadig è iscritta non solo alla prova veloce, ma pure allo slalom gigante, forte di un terzo posto a St.Gervais alle spalle dell’imbattibile Proell e dell’altra austriaca Monika Kaserer, e allo slalom speciale, vantando tra i pali stretti un ottavo posto a Bad Gastein. E in Giappone la Nadig, seppur neofita a questi livelli, fa saltare il banco.

Il programma femminile di sci alpino si apre il 5 febbraio con la disputa della discesa libera lungo il tracciato disegnato alle pendici del Mount Eniwa. La Proell, che ha vinto la Coppa del Mondo nel 1971 aggiungendo pure le coppette di specialità in discesa libera e slalom gigante, sembra inavvicinabile per le avversarie, se è vero che in stagione ha vinto quattro delle cinque prove disputate, giungendo seconda a Val d’Isere battuta dalla francese Jacqueline Rouvier. La transalpina, a Sapporo, non è della partita, ma le connazionali Isabelle Mir, che fu seconda quattro anni prima a Grenoble alle spalle dell’asburgica Olga Pall, e Annie Famose, sempre in cerca della prima affermazione ai Giochi, parrebbero le avversarie più autorevoli della Proell. Che nondimeno tutti, ma proprio tutti gli addetti ai lavori, pronosticano quale sicura vincitrice. In effetti la Mir, pettorale numero 3, è veloce tanto da fissare il miglior tempo provvisorio, 1’38″62. Ma la francese ha commesso qualche sbavatura di troppo, ed allora col pettorale numero 7 ecco che l’americana Susan Corrock, che ha pedigree modesto e non è mai salita sul podio in carriera fa meglio di lei, 1’37″68, balzando al comando. La statunitense finirà terza, ma a batterla non è la Proell, scesa col numero 15, che ferma il cronometro sull’1’37″00, bensì proprio la Nadig, pettorale numero 10, che pennella una discesa a valle sensazionale, migliora di un secondo netto il tempo della Corrock e mette una barriera tanto alta che neppure la fuoriclasse austriaca sarà in grado di scavalcare.

Non ancora 18enne e già campionessa olimpica della prova più prestigiosa, Marie-Therese tre giorni dopo si presenta al cancelletto di partenza dello slalom gigante, senza niente da perdere ma con addosso gli occhi del mondo che attendono da lei una conferma. E la svizzera, a dispetto dell’età, non tradisce le attese, giocando un altro brutto tiro alla Proell, favoritissima anche tra le porte larghe e ben decisa a prendersi la rivincita. Si corre in un’unica manche, stavolta sul Mount Teine, e la Proell, che beneficia del pettorale numero 2, disegna una prova che pare magistrale, prendendo la testa della gara in 1’30″75, 1″60 meglio della connazionale Wiltrud Drexel che è scesa prima di lei ed infine salirà sul terzo gradino del podio.

Le due vittorie in stagione a Oberstaufen e Maribor accrediterebbero la francese Françoise Macchi quale rivale più pericolosa per la Proell, ma la transalpina, dopo un quarto posto in discesa a Grindelwald e seppur solo 21enne, ha deciso di abbandonare l’attività agonistica ed allora ecco che dal ventaglio delle possibili avversarie della campionessa austriaca esce, ancora una volta, il nome della Nadig che con il pettorale numero 10, che evidentemente le porta fortuna, non sbaglia niente fermando il cronometro sul tempo di 1’29″9′ che relega, ancora una volta, la Proell in seconda posizione.

Marie-Therese Nadig, giovincella irriverente affatto intimorita dalla forza della regina della nevi, vince la seconda medaglia d’oro alle Olimpiadi e se questa è solo l’alba della sua carriera… beh, statene certi, quel che verrà sarà altrettanto bello.

Annunci

LO SLALOM D’ORO DI BENNI RAICH ALLE OLIMPIADI DI TORINO 2006 CHE ATTENDEVANO ROCCA

gettyimages-113113157-612x612
Benni Raich in azione nello slalom olimpico – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Il 25 febbraio 2006 è la data segnata di rosso dal popolo dello sci d’Italia. Quella sera, in effetti, un paese intero, od almeno quello che si interessa di sport invernali, attende trepidante quella medaglia d’oro dello slalom che molti, se non tutti, già vedono al collo di Giorgio Rocca.

Già, perché in una stagione che calendarizza l’edizione numero venti delle Olimpiadi della neve, Rocca ha mostrato di essere una spanna sopra la concorrenza, dominando le prime cinque gare disputate sulle piste di Beaver Creek, Madonna di Campiglio, Kranjska Gora, Adelboden e Wengen, infilando un filotto consecutivo di vittorie che tra i pali stretti solo fuoriclasse del calibro di Stenmark, Tomba e Girardelli sono stati in grado di emulare prima di lui. Certo, le altre due prove di Kitzbuhel e Schladming, in cui il ragazzo nato a Coira, nel Cantone dei Grigioni, è deragliato, hanno aperto qualche crepa nell’animo sensibile di Giorgio, ma quando l’appuntamento con la gloria olimpica batte l’ora, ecco che Rocca veste inevitabilmente i panni del grande favorito. Anche perché c’è da riscattare l’amarezza della prematura uscita nella prima manche di quattro anni prima, a Salt Lake City, anche se in verità i due bronzi iridati del 2003 a St.Moritz, battuto da Ivica Kostelic e Silvan Zurbriggen, e del 2005 a Bormio, alle spalle di Benjamin Raich e Rainer Schoenfelder, con l’aggiunta di una terza medaglia, sempre di bronzo, in combinata, hanno già in parte mitigato la delusione.

Raich, appunto, il “Benni” dello sci mondiale, è uno degli avversari di Rocca di maggior caratura, più volte vincitore in slalom nel corso di una carriera già monumentale che sfoggia due bronzi olimpici nel 2002, proprio in slalom e combinata, ed una collezione invidiabile di medaglie ai Mondiali. Certo, mancherebbe un oro olimpico che renderebbe piena giustizia al talento sconfinato dell’austriaco che si affacciò al pianeta del Circo Bianco proprio il giorno in cui un altro campionissimo, Alberto Tomba, dismetteva i panni del fenomeno metropolitano prestato all’alta montagna, e Benni non fa mistero che proprio a Torino potrebbe essere l’occasione giusta per garantirsi l’immortalità sportiva.

Come puntualmente avviene in virtù delle due trionfali manches di slalom gigante del 20 febbraio, quando l’asburgico beffa di soli 0″07 il francese Joel Chenal, lasciando Herminator Maier, riemerso dal gravissimo incidente del 2001 che per poco non gli costa la vita, con la soddisfazione di un eroico ritorno sul terzo gradino del podio olimpico. E visto che l’appetito vien mangiando, Raich per l’ultima gara della kermesse a cinque cerchi ha in canna il colpo destinato ad innalzarlo al rango di fuoriclasse. Come, invece, non riesce a Giorgio Rocca, per la disdetta degli appassionati verde-bianco-rosso che la sera del 25 febbraio 2006 sono assiepati lungo le pendici del Sestriere.

Sono le 15 quando Rocca, pure baciato dalla buona sorte che gli regala il pettorale numero 1 permettendogli di scivolare a valle su un manto nevoso immacolato, esce dal cancelletto con tutta la pressione di un giovanotto di meravigliose speranze, poco più che 30enne e nel pieno della maturità atletica e tecnica, a cui non si chiede che di vincere. E che quell’onere pesi come un macigno sulle spalle dell’azzurro è tanto palese che si ha la sensazione che qualcosa freni, in parte, quella serpentina che, solitamente efficace ed esente da pecche, non lascia chances agli avversari. Certo, il 20″09 fissato al primo intermedio lascerà Raich a 0″12 e sarà motivo di grande rimpianto, ma la sensazione è di un Rocca non intrattenibile come sempre, e… e dopo 35″ di fatica, all’atto di fermare i cronometri al secondo rilevamento intermedio, all’entrata sull’ultimo muro con una curva verso destra Rocca aumenta la pressione sullo sci sinistro per cercare di guadagnare prima possibile la massima pendenza. Ma la lamina dello sci rimane impigliata nella neve e l’attrezzo, arcuandosi, sbilancia Rocca che va in rotazione di busto, sovrappone gli sci, ne perde il controllo ed esce di pista. Così termina l’illusione, sua e di milioni di italiani, di mettersi al collo il metallo più pregiato.

Neppure un giro d’orologio e la gara, per l’Italia intera, è già finita. Ma non per gli altri draghi dei pali stretti, che ancora devono dire la loro. Tra questi, Kalle Palander, pettorale numero 3, che a Schladming ha vinto l’ultima prova prima delle Olimpiadi, e che con il tempo di 53″38 sembra ben avviato a tentare di dare un seguito a quell’oro iridato conquistato, a sorpresa, ai Mondiali di Vail del 1999; l’austriaco Rainer Schoenfelder, pettorale numero 4, una sorta di eterno piazzato del Nuovo Millennio, che rimane in corsa per un piazzamento sul podio pur accusando 0″65 di ritardo; lo svedese André Myhrer, pettorale numero 5, che con 53″95 è di poco avanti allo sciatore del Wunderteam; proprio Raich, pettorale numero 6, che scia pulito e senza sbavature, e che con il tempo di 53″37 balza al comando per l’inezia di un solo centesimo; l’americano Ted Ligety, pettorale numero 7, già vincitore dell’oro della combinata, che con l’uscita di Rocca è forse il più forte del lotto ma usa troppo, inforca e dice addio all’illusione della doppietta; il giapponese Kentaro Minagawa, pettorale numero 11, mai sul podio in Coppa del Mondo, ma che con il tempo di 53″44 è provvisoriamente terzo e sogna di piazzare il colpaccio della vita; l’altro asburgico Reinfried Herbst, pettorale numero 14, che nel seguito dell’attività agonistica vincerà ben nove gare ma al Sestriere è ancora all’asciutto e che con il quarto tempo, 53″55, è in piena battaglia per vincere proprio in sede olimpica il primo slalom in carriera; come il canadese Thomas Grandi, pettorale numero 15, che chiude le discese del primo gruppo di merito piazzandosi quinto in 53″64.

Insomma, fuori Rocca, e fuori anche gli altri azzurri Thaler e Moelgg, con Schmid nelle retrovie, non resta che tifare straniero, ed in verità la seconda manche, così come già la prima discesa, non manca proprio di regalare emozioni. Tanto per cominciare  Ivica Kostelic, troppo in ritardo nella prima discesa, che piazza un tempone, 50″02, balza al comando e finirà sesto, a tre decimi dalla medaglia di bronzo; poi Schoenfelder, senza più niente da perdere, pure lui in grande rimonta, che con il tempo globale di 1’44″15 rigetta i tentativi di Myhrer e Grandi di far meglio di lui, per andare infine a cogliere la medaglia di bronzo.

La sfida per la vittoria è riservata a Herbst, che anticipa il connazionale 1’43″97 salendo sul secondo gradino del podio, a Minagawa, che paga dazio all’emozione di strappare un risultato a sensazione eguagliando Myhrer per un quarto posto amarissimo quanto amari sono i tre centesimi che lo separano dalla medaglia di bronzo, a Palander che non porta a termine la prova e vede sfumare quel metallo che ormai sentiva suo. Infine è la volta di Benni Raich, che non tradisce emozione alcuna, scia perfetto, in controllo seppur velocissimo, fissando ancora una volta il miglior tempo di manche, 49″77, un centesimo meglio dello svizzero Marc Berthod, solo 14esimo in classifica, ed impadronendosi della seconda medaglia d’oro con un complessivo 1’43″14, ben 0″83 davanti ad Herbst.

E così, se in Casa Austria si festeggia la doppietta al maschile gigante/slalom, l’Italia si inchina e si lecca le ferite. Perché se di medaglie neanche a parlarne, quell’oro di Giorgio Rocca che pareva probabile ma infine sfuma per una banale scivolata, brucia, ma brucia proprio tanto.

JONAS NILSSON, IL SUCCESSORE DI STENMARK CHE FU CAMPIONE DEL MONDO NEL 1985

nilsson
Jonas Nilsson in azione ai Mondiali di Bormio 1985 – da twitter.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginate voi cosa dovesse significare, in Svezia, provare a disimpegnarsi ad alti livelli tra i pali stretti dello slalom nei primi anni Ottanta. Già, perché se si aveva talento certo, era inevitabile che venisse fatto l’accostamento con il più grande di tutti, che all’epoca ancora esercitava, con profitto, il mestiere, ovvero Ingemar Stenmark. E la similitudine, statene altrettanto certi, poteva suonare tanto ingombrante da pesare come un macigno sulle spalle del destinatario.

E’ un po’ quel che accade a Jonas Nilsson, giovanotto di bellissime speranze, che vede la luce ad Hedemora, cittadella svedese della contea di Dalama, il 7 marzo 1963. Da quelle parti gli inverni sono lunghi e corti, nel senso che nevica e fa freddo per molti mesi e c’è luce del sole, che non riscalda, solo per poche ore, ed è inevitabile per un ragazzino provare fin da piccolo a mettere gli sci ai piedi, che se non sono quelli stretti del fondo, almeno hanno il calibro più largo di quelli dell’alpino. Come puntualmente capita a Jonas, che sviluppa centimetri in altezza, 185, e denuncia ben presto, appunto, abilità non comune quando c’è da scendere a valle serpeggiando tra i pali stretti.

Il talento di Nilsson non sfugge all’occhio vigile della Federazione svedese di sci alpino, che se si bea per i successi dell’immenso Ingo, nondimeno va cercando i successori per una carriera che agli albori degli anni Ottanta, seppur ancora segnata da tracce vincenti, nondimeno è meno dominante di quando, nella seconda metà anni Settanta, Stenmark non era neppure lontanamente avvicinabile dagli avversari. Stig Strand e Bengt Fjallberg sono i prospetti più interessanti, ma Nilsson, giovanissimo, già è capace di imporsi agli Europei Juniores del 1981 di Skofja Loka, quando batte l’austriaco Walter Gugele e l’azzurro Simone Galli, per poi l’anno dopo terminare al secondo posto nella classifica di slalom di Coppa Europa, preceduto da un altro azzurro di indubbie doti, ma che poi non si confermerà tra i “grandi“, Peter Mally.

E’ già tempo per questo lungagnone votato esclusivamente allo slalom speciale di affacciarsi in Coppa del Mondo, cosa che accade nella stagione 1983/1984, quando è già bravo e svelto nel collezionare tre piazzamenti tra i migliori terminando sesto a Kranjska Gora, decimo a Parpan e settimo a Kitzbuehl, il che gli permette di staccare il biglietto per le Olimpiadi di Sarajevo. Ed in sede olimpica Nilsson, rivelando la non comune dote di saper dare il meglio di se stesso nelle prove più importanti, per un soffio, il che equivale alla miseria di 5 centesimi, non strappa una prima medaglia, terminando quarto alle spalle dei fratelli Phil e Steve Mahre e del francese Didier Bouvet.

Pazienza, la carriera dello scandinavo è appena nata ma già porta segnali confortanti per quel che riguarda il futuro. Anche in chiave successione-Stenmark, se non nel pareggiarne l’inarrivabile palmares, almeno nel diventarne l’erede quale sciatore di riferimento per la Svezia. In effetti Nilsson, sullo slancio di quella stagione del debutto in Coppa del Mondo assolutamente promettente, nell’anno successivo sale una prima volta sul podio nell’apertura al Sestriere, secondo alle spalle di Girardelli che è il nuovo mammasantissima dei pali stretti, per poi bissare il risultato a La Mongie, quando a superarlo, di 23 centesimi, è Andreas Wenzel, che batte bandiera del Liechtenstein. E quando a febbraio si rinnova l’appuntamento con una grande manifestazione internazionale, stavolta i Mondiali di Bormio del 1985, ecco che Jonas Nilsson, forte dell’esperienza a cinque cerchi acquisita con la delusione di Sarajevo, è pronto a far saltare il banco.

Girardelli è il logico favorito per la gara di slalom prevista il 10 febbraio a chiusura della rassegna iridata, in virtù delle quattro vittorie in sette prove disputate nel corso dell’anno, appunto a Sestriere, Bad Wiessee, Kitzbuehl e Wengen, ma dovrà guardarsi, oltre che dallo stesso Nilsson, anche dallo jugoslavo Bojan Krizaj, vincitore a Madonna di Campiglio e da anni alla ricerca della definitiva affermazione, da Wenzel che porta in dote il successo di La Mongie, e da quel Pirmin Zurbriggen che se è più adatto alle porte larghe del gigante, nondimeno si è imposto nel secondo slalom del Sestriere e compete con Girardelli per la conquista della sfera di cristallo. Paolo De Chiesa, Alex Giorgi, Ivano Edalini ed Oswald Totsch sono gli alfieri azzurri che puntano al podio, anche se, ad onor del vero, l’impresa sembra difficile.

La pista “Stelvio” di Bormio è perfettamente pronta per accogliere i draghi dello slalom, ma i primi passaggi selezionano già i migliori che si contenderanno la vittoria, con Krizaj, pettorale numero 1, che segna il tempo di 49’30”, Girardelli, che scende subito dopo, che abbassa il limite firmando il miglior cronometro, 49″01, l’austriaco Robert Zoller, numero 3, che in 49″67 è quarto e Nilsson, numero 5, che scia pulito, senza sbavature, rimanendo con il terzo tempo, 49″33, perfettamente in corsa per un posto sul podio. Come vedremo tra poche righe, andrà addirittura oltre. De Chiesa, 49″80, e un abulico Stenmark, doppio detentore del titolo per i trionfi mondiali di Garmisch nel 1978 e di Schladming nel 1982 ma per la prima volta in carriera all’asciutto di vittorie in stagione, 49″94, sono rispettivamente quinto e sesto, mentre, in assenza dei fratelli Mahre che dopo le Olimpiadi di Sarajevo si sono ritirati, sono già fuori dai giochi Zurbriggen e Wenzel, attesi protagonisti, così come gli altri due svedesi Johan Wallner e Fjallberg,

La seconda manche, ovviamente, è risolutiva, e con l’inversione dei migliori cinque è proprio De Chiesa ad aprire le discese, fissando un tempo che lo vedrà infine scivolare al sesto posto, 1’40″27. Che l’azzurro non abbia sfruttato a fondo la pista perfetta è certificato dalla prova di Zoller, la cui serpentina tra i pali è tanto efficace da valergli, con l’1’39″35 globale, il terzo gradino del podio finale ed una medaglia di bronzo che risulteranno essere il miglior risultato in carriera. Ma Nillson, terzo a lanciarsi dal cancelletto, è ancor più bravo, scivola via veloce e preciso, senza la benchè minima incertezza, e quando il cronometro lo premia con il primo posto, 1’38″82, ecco che almeno una medaglia sembra garantita. Tanto più che Krizaj, nemmeno lontano parente dello slalomista prepotente della prima manche, ancora una volta paga dazio alla tensione del grande evento, addirittura terminando sesto.

Girardelli e proprio Stenmark sono gli ultimi due rivali che possono negare a Nilsson il successo pieno, ma se Marc parte dal primo posto della prima manche, Ingemar deve rimontare un ritardo considerevole. Cosa che riesce parzialmente allo svedese, infine quarto grazie ad una prestazione comunque brillante, ma quando il lussemburghese, stranamente impacciato in una disciplina che non pareva riservargli sorprese, taglia il traguardo meno veloce di Jonas del soffio di 6 centesimi, 1’38″88, ecco che Nilsson non solo riscatta l’amaro quarto posto olimpico ma pure, non ancora 22enne, sale sul tetto del mondo, succedendo nell’albo d’oro dello slalom a Stenmark.

Non andrà molto oltre Jonas Nilsson, cogliendo solo due vittorie in Coppa del Mondo a Madonna di Campiglio il 16 dicembre 1985 e a Kranjska Gora il 6 gennaio 1990. Ma ditemi voi chi mai potrebbe designarsi erede del più grande di tutti?

MARIO LEMIEUX, LA STELLA DELLA NHL PIU’ FORTE DI OGNI AVVERSITA’

cut
Mario Lemieux con la maglia dei Pittsburgh Penguins – da:nhl.com

Articolo di Giovanni Manenti

La rivalità, è risaputo, rappresenta il sale dello Sport, particolarmente nelle discipline individuali, mentre in quelle di squadra più che di rivalità in senso stretto è più corretto forse parlare di paragoni, e quello che vi stiamo per raccontare è uno di quelli che ha maggiormente caratterizzato la NHL (“National Hockey League”), ovvero la Lega Professionistica Usa di Hockey su Ghiaccio …

Ed ha altresì per protagonisti due giocatori entrambi canadesi, che hanno incrociato i bastoni per 13 stagioni, dal 1984 al 1997 e che sono universalmente riconosciuti come due (se “non i due” …) maggiori interpreti di tale Sport di ogni epoca.

Del primo, Wayne Gretzky, di quasi 5 anni maggiore di età, ne abbiamo già parlato, e le statistiche, aride quanto si voglia, ma che alla fine sono quelle che contano, sono dalla sua parte, ma se nessuno può togliergli questo primato, ve ne è un altro, non quantificabile, che spetta di diritto al protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire di essere stato il più amato dal pubblico durante una carriera degna di un film.

Costui, per chi ha dimestichezza con il disco su ghiaccio lo avrà già capito, altri non è che Mario Lemieux, nato il 5 ottobre 1965 a Montréal, la più popolosa Metropoli del Québec, Provincia del Canada, ultimogenito figlio di Jean-Guy, impiegato nel settore edile, il quale gli trasmette la passione per l’Hockey, Sport Nazionale nel Paese della foglia d’acero, che inizia a praticare già dall’età di 3 anni, seguendo le orme dei fratelli maggiori Alain e Richard.

Cresce in fretta Mario, anche troppo per gli standard dell’epoca, arrivando a completa maturazione fisica a misurare m.1,94 per 107 chili – Gretzky, per fare un paragone, era alto 183cm. per 84kg. – ma ciò non sminuisce assolutamente la sua agilità e destrezza una volta sceso sul ghiaccio, mettendo in luce qualità non comuni già in età adolescenziale, come testimonia il celebre Coach Scotty Bowman che, avendolo visto giocare a 13 anni, si lascia scappare la profezia de “il migliore che io abbia mai visto giocare a quell’età …” …

lemieux-lafleur-1040x572
Lemieux applaude il suo idolo Guy Lafleur al ritiro – da:sportsnet.ca

E Bowman ci aveva visto giusto, le prestazioni del giovane Lemieux con i Laval Voisins nella “Québec Major Junior Hockey League” lo portano a stabilire ogni tipo di record, compreso quello di Guy Lafleur, il suo idolo da ragazzino e capace di vincere ben cinque edizioni (1973 e dal 1976 al ’79) della “Stanley Cup” con i “Montréal Canadiens”, la formazione della sua città, vale a dire realizzare più di 130 reti in una singola stagione …

Orbene, prima dell’ultima gara di “regular season”, al non ancora 19enne Lemieux mancano tre centri per pareggiare tale primato, e ne segna 6 per concludere a quota 133 e divenire, come logico che sia, la prima scelta in vista del Draft per entrare a far parte del Mondo nella NHL, che si svolge proprio a casa sua, al “Montreal Forum”, il 9 giugno 1984 …

c3249c103959c35c9479357e4e5744a2
Un giovane Lemieux coi Laval Voisins – da:pinterest.it

Nonostante il giocatore avesse pubblicamente dichiarato di non avere alcuna preferenza al riguardo, il fatto che il “diritto di prima scelta” toccasse ai “Pittsburgh Penguins” fece sì che trattative al riguardo si svolgessero ancor prima della citata data, senza peraltro riuscire a trovare un accordo, circostanza che, al momento in cui Pittsburgh fece valere il suo diritto in tale sede, Lemieux si rifiuta di stringere la mano al General Manager Eddie Johnston e di posare per le foto di rito con la maglia dei “pinguini” …

Peraltro, Pittsburgh stava attraversando una grave crisi finanziaria e di spettatori, con il Palazzetto del ghiaccio che ha stento si riempiva per la metà della capienza, ed i tifosi riponevano grandi speranze sulla nuova stella della NHL, basti pensare che il Draft viene seguito da oltre tremila spettatori piazzati davanti al maxischermo posto nella “Civic Arena”, impianto dove i Penguins disputano le gare interne.

Come talora accade anche nelle storie sentimentali, dagli iniziali screzi – poi sanati con la sottoscrizione di un contratto da 600mila dollari a stagione per il primo biennio, più un bonus di 150mila dollari alla relativa firma – nasce un matrimonio che risulta inscindibile tra Lemieux e la città di Pittsburgh, come avremo modo di descrivere.

Dal punto di vista agonistico, l’impatto non può essere migliore, dato che al debutto contro i Boston Bruins, l’11 ottobre 1984, Lemieux va a segno sin dalla prima azione della sua carriera da professionista, in una stagione che lo vede totalizzare 100 punti (43 goal e 57 assist), così da aggiudicarsi il “Calder Memorial Trophy”, premio riservato alla miglior matricola (“Rookie” secondo l’accezione americana …), nonché essere nominato MVP del classico “All Star Game”, un evento raro per un esordiente.

Ovviamente, “una rondine non fa primavera”, ed il miglioramento di Pittsburgh è relativamente modesto, passando da un record di 16 vittorie, 6 pareggi e 58 sconfitte del 1984 a 24, 5 e 51 della stagione seguente, nel mentre Gretzky, coi suoi “Edmonton Oilers”, si aggiudica la seconda Stanley Cup consecutiva.

Per altre tre stagioni i “Penguins” vedono i Playoff per il titolo come una chimera, nonostante che, a livello personale, i progressi della loro stella siano tangibili – secondo nella Classifica Marcatori nel 1986 con 141 punti, alle spalle del solo Gretzky che, con 215, stabilisce un record tuttora imbattuto nella NHL, terzo l’anno seguente con 107 (ma penalizzato dall’aver disputato solo 63 incontri …) per poi far sua la corona di “Leading Scorer” nel 1988 con 168 punti, frutto di 70 reti e ben 98 assist – visto che il numero di vittorie non supera la cifra di 34, 30 e 36 rispettivamente, con la quota più bassa, non a caso coincidente con la stagione in cui Lemieux salta 17 gare per problemi, purtroppo ricorrenti, alla schiena.

A contribuire a questa crescita contribuiscono le prestazioni di un non ancora 22enne Lemieux nell’edizione 1987 della “Canada Cup” – una sorta di “Mondiale ristretto” a cui partecipano le 6 migliori Nazioni del pianeta, ovvero Canada, Urss, Usa, Finlandia, Svezia e Cecoslovacchia – che i padroni di casa si aggiudicano superando in Finale l’Unione Sovietica grazie alla “straordinaria coppia” formata da Gretzky (21 punti, 3 reti e 18 assist per lui) e da Lemieux che risponde con 11 reti e 7 assist per un totale di 18 punti …

Gretzky-Lemieux-Murphy-Canada-Cup-1987-featured
I giocatori canadesi festeggiano contro l’Urss nella Canada Cup ’87 – da:thehockeynews.com

La “stagione della svolta” per Pittsburgh, nonché della definitiva consacrazione per il non ancora 24enne canadese, giunge nel 1988-’89, allorché i “Penguins” tornano a disputare i Playoff a 10 anni di distanza dall’eliminazione (4-0) da parte dei “Boston Bruins” nel 1979, ma soprattutto Lemieux si conferma miglior realizzatore andando ad un passo dalla fatidica “quota 200”, fermandosi a 199, grazie ad 85 reti ed a 114 assist (tutti “Personal Best” in Carriera …), tanti quanti serviti da Gretzky che, oltretutto, deve abdicare dopo 4 Stanley Cup vinte negli ultimi 5 anni, pur restando il Trofeo in Canada, vinto dai “Calgary Flames” per 4-2 sui “Montreal Canadiens”.

Il record di 40 vittorie e 33 sconfitte di Pittsburgh consente loro di superare il primo turno dei Playoff per poi arrendersi al termine di un’emozionante sfida contro i “rivali storici” dei “Philadelphia Flyers” – sconfitti 3-4 nella serie perdendo gara-7 in casa 1-4) – ma soprattutto la stagione passa alla Storia per l’impresa compiuta da Lemieux a cavallo del Capodanno ’89 …

E’ la sera del 31 dicembre 1988, difatti, allorché i “Pittsburgh Penguins” affrontano i “New Jersey Devils” e Lemieux, oltre a totalizzare 8 punti, realizza 5 reti in ognuna delle altrettante possibilità che il regolamento offre, ovvero in superiorità, parità ed inferiorità numerica, su rigore ed a porta vuota, un evento tuttora unico nella Storia dell’Hockey Professionistico Usa …

Oramai definitivamente affermatosi, a Lemieux manca solo la conquista dell’ambita Stanley Cup – visto che, tra l’altro, l’amico/rivale Wayne si è reso colpevole di “alto tradimento” trasferendosi da Edmonton ai “Los Angeles Kings” nell’estate 1988 – un’impresa che assumerebbe ancor maggior prestigio ottenuta con una formazione non di primissimo livello quale Pittsburgh, e l’asso di Montreal inizia come meglio non potrebbe la stagione seguente, se non fosse costretto a fermarsi a causa dei lancinanti dolori alla schiena che ne rendevano difficoltosi i movimenti sul campo, nonostante abbia fatto di tutto per resistere, suscitando il rispetto da parte di Craig Patrick, General Manager dei “Penguins”, il quale anni dopo avrà a dichiarare: “vedere il modo con cui cercava di sopportare la sofferenza mi ha fatto capire un sacco di cose su Mario …!!” …

Per ovviare alla situazione, nell’estate ’90 Lemieux si sottopone ad un intervento chirurgico che non fa che peggiorare la situazione in quanto l’operazione genera un’infezione per la quale i medici disperano addirittura che possa tornare a camminare, figurarsi a giocare, non avendo fatto i conti con la forza di volontà del giocatore che, dopo tre mesi di accurata riabilitazione, torna sul ghiaccio a gennaio 1991.

La situazione della squadra non è disperata in quanto, per sopperire alla sua assenza, la Dirigenza aveva operato sul mercato acquistando giocatori del calibro di Joe Mullen, Larry Murphy, e Ron Francis, ma è certo che sono i 45 punti nelle sole 26 gare disputate da Lemieux a condurre Pittsburgh al record di 41 vittorie e 33 sconfitte per poter affrontare i Playoff con il proprio asso ristabilito ed, oltretutto, riposato rispetto al resto del panorama …

Playoff che, peraltro, iniziano con lo spavento da parte dei “Penguins”, due volte sconfitti nel primo turno alla “Civic Arena” dai “New Jersey Devils”, che si portano in vantaggio 3-2 nella serie per poi essere sconfitti 3-4 in gara-6 alla “Brendan Byrne Arena” e quindi cedere 0-4 nella decisiva gara-7 in Pennsylvania …

Superata la paura, Pittsburgh ha la meglio 4-1 su Washington e quindi supera 4-2 i “Boston Bruins” nella Finale di Conference con Lemieux protagonista assoluto con 15 punti (6 goal e 9 assist) per accedere a quella che è la prima Finale nella Storia dei “Penguins”, avversari i “Minnesota North Stars”, alla loro seconda apparizione all’atto conclusivo, dopo la sconfitta patita 1-4 contro i “New York Islanders” esattamente 10 anni prima, nel 1981 …

Un Trofeo che, pertanto, deve essere alzato da un Club finora a digiuno di affermazioni, ma per sfortuna dei “North Stars”, essi non hanno tra le loro file un Lemieux che non vuole certo farsi sfuggire “l’occasione della vita”, specie dopo quello che aveva dovuto subire pochi mesi addietro, e, dopo aver steccato gara-1 perdendo il vantaggio del fattore campo a causa della sconfitta per 4-5, contribuisce al successo per 4-1 di gara-2 con una “rete capolavoro” da molti giudicata come il gioiello della sua carriera, allorché, con il disco incollato al bastone, opera una finta a destra per poi sterzare rapidamente sulla sua sinistra, aggirare il portiere avversario ed infilare il disco nella porta sguarnita mentre sta cadendo …

maxresdefault
Lemieux segna il “goal capolavoro” contro Minnesota – da:youtube.com

Nonostante Minnesota faccia valere il fattore campo con il successo in gara-3 al “Metropolitan Sports Center”, esso rappresenta l’ultimo acuto della serie, che Pittsburgh si aggiudica facendo sue le successive tre partite per 5-3, 6-4 ed un imbarazzante 8-0 di gara-6, con Lemieux a concludere i Playoff con 44 punti (16 goal e 28 assist) nei 23 incontri disputati, con valido supporto anche da parte del compagno Kevin Stevens con 33 punti (17 e 16, rispettivamente…) …

gettyimages-667933038-1024x1024
Pittsburgh festeggia la conquista della Stanley Cup ’91 – da:gettyimages.ca

Versate comprensibili lacrime di gioia negli spogliatoi, Lemieux deve tornare a fare i conti con la sua schiena malmessa nella successiva stagione, che gli fa perdere 16 gare, pur bastando le 64 volte che scende in campo a fargli totalizzare 131 punti per tornare ad essere il “Leading Scorer” della “Regular Sesaon, precedendo il ricordato Stevens e Gretzky, fermi rispettivamente a quota 123 e 121, circostanza che però incide sull’esito del Torneo, che Pittsburgh conclude con 39 vittorie ed un conseguente cammino in salita nei Playoff …

Le possibilità di una conferma del titolo sembrano svanire già al primo turno allorché, opposti ai “Washington Capitals”, i “Penguins” si ritrovano sotto 1-3 nella serie con due delle ultime tre gare in programma da disputarsi al “Capital Center” della Capitale americana, per poi toccare a Lemieux suonare la riscossa che porta Pittsburgh ad affermarsi 5-2, 6-4 e 3-1 per rovesciare l’esito della sfida con il loro leader a totalizzare 17 punti (7 goal e 10 assist) nelle 6 gare disputate, avendo saltato gara-1.

Che Pittsburgh abbia peraltro acquisito una mentalità vincente e consapevolezza dei propri mezzi lo dimostra l’esito del secondo turno, visto che, privo della sua stella a causa di una frattura ad una mano procuratagli da Adam Graves dei “New York Rangers, riesce ugualmente a chiudere la serie sul 4-2 per poi affrontare nuovamente i “Boston Bruins” nella Finale di Conference, letteralmente “spazzati via” con un 4-0 che non ammette repliche, con la sola gara-1 (l’ultima prima del rientro di Lemieux) decisa 4-3 al supplementare …

Nuovamente in Finale a distanza di 12 mesi, i “Penguins” trovano sulla loro strada i “Chicago Blackhawks” che, a dispetto del 4-0 con cui si conclude la serie, oppongono una valida resistenza, visto che ben tre delle quattro gare terminano con una sola rete di distacco e Lemieux viene nominato MVP dei Playoff, che conclude con uno “score” personale di 34 punti (16 goal e 18 assist) nelle sole 15 gare disputate.

gettyimages-167889999-1024x1024
Lemieux in azione in gara-4 della Finale ’92 contro Chicago – da:gettyimages.it

Le prestazioni dell’oramai 27enne stella del Québec nelle due post-season che hanno portato Pittsburgh a conquistare le sue prime Stanley Cup fanno sì che il famoso commentatore Dick Irvin, con alle spalle una carriera iniziata oltre 50 anni prima,  dichiari che “Nelle Finali del 1991 e ’92, Mario Lemieux è riuscito ad elevare il proprio livello di gioco a dei limiti che non ho mai visto raggiungere da nessun altro giocatore …”.

Con Gretzky ad aver superato la trentina, è indubbio che il nuovo idolo della NHL non può che essere lui, l’uomo di Montreal, al quale manca solo ora il superare il record di punti del connazionale, impresa che sembra in grado di poter compiere nel corso della successiva stagione, allorché al compimento di metà delle gare in calendario, ha già totalizzato 39 reti e 104 punti in 40 delle 80 partite previste

Potete pertanto immaginare quale possa essere stato lo choc nel mondo della NHL quando, il 12 gennaio 1993 Lemieux convoca una conferenza stampa per comunicare essergli stato diagnosticato il “Linfoma di Hodgkin, malattia potenzialmente letale che, oltre al proseguimento della carriera, ne metteva a repentaglio la stessa vita …

Ma un colosso come Mario non è certo il tipo di arrendersi così facilmente e, dopo un’assenza di due mesi durante la quale si sottopone a lunghe sedute di radioterapia, si presenta il 2 marzo 1993 proprio allo “Spectrum” di Philadelphia, ovvero il campo dei “Flyers”, i più accesi rivali dei “Penguins”, vista la vicinanza delle rispettive città …

0002632_mario-lemieux-of-the-penguins
Sports Illustrated celebra il ritorno di Lemieux

Orbene, al suo ingresso in campo, il pubblico gli riserva una “standing ovation” di oltre due minuti, che Lemieux ricambia sul ghiaccio con un goal ed un assist anche se ciò non evita la sconfitta per 4-5, ma la successiva striscia di 17 vittorie consecutive porta Pittsburgh ad un record di 56 vittorie ed al primo posto nella griglia Playoff, mentre a livello personale Lemieux si conferma miglior marcatore con 160 punti nelle 60 gare disputate, il che starebbe a significare una “proiezione” di 213 qualora avesse giocato tutte ed 80 le partite in Calendario, con il record di Gretzky a portata di mano …

Di sicuro, comunque, le sedute a cui si era sottoposto per sconfiggere il male, non fanno sì che Lemieux possa affrontare i Playoff al massimo della condizione, ciò nondimeno Pittsburgh abdica con onore, sconfitto nella Semifinale di Conference 4-3 nella serie dai “New York Islanders”, con gara-7 decisa 4-3 al supplementare …

Quanto sopra riferito trova conferma nei mesi successivi stagioni, visto che sia il riacutizzarsi dei dolori alla schiena, che portano Lemieux ad una seconda operazione nell’estate ’93 limitandone le presenze a sole 22 apparizioni nella stagione regolare, e quindi gli effetti della radioterapia determinano l’insorgere di anemia e conseguente affaticamento che lo inducono a saltare l’intera stagione 1994-’95, scelta quanto mai oculata, visto che si ripresenta pienamente ristabilito per affrontare le sue due ultime stagioni …

Il ritorno nel 1996 consente a Lemieux di aggiudicarsi i titoli di MVP e di “Top Scorer” della “regular season”, toccando ancora 161 punti (69 goal e 92 assist), anche se Pittsburgh perde 3-4 dai “Florida Panthers” la Finale della “Eastern Conference”, per poi superare ancora “quota 100 punti” per il suo ultimo titolo di Miglior Marcatore della NHL nel 1997, totalizzandone 122, frutto di 50 reti e 72 assist, stagione in cui centra anche la rete n.600 in carriera …

Prima dei Playoff ’97, Lemieux annuncia il proprio ritiro, oramai stanco dei lunghi anni trascorsi a combattere con gli innumerevoli problemi di salute, dichiarando semplicemente come “sia troppo arduo continuare, dal punto di vista fisico e mentale, e senza la condizione che mi aveva consentito di esprimermi ai miei livelli, il mio contributo alla squadra è poco significativo …”.

Indubbiamente alzi la mano che si sente di dargli torto, e caso vuole che la sua ultima gara, nel primo turno dei Playoff, sia proprio a Philadelphia, dove i “Flyers” eliminano 4-1 i “Penguins”, con i tifosi locali nuovamente ad osannarlo al coro di “Mario, Mario”, mentre li salutava a partita conclusa, un giusto tributo ad un Campione per il quale la “Hockey Hall of Fame” fa un’eccezione al normale periodo di attesa dalla conclusione dell’attività inserendolo nel successivo autunno, mentre la sua maglia n.66 viene ritirata da Pittsburgh …

It’s all over”, è tutto finito, dunque, ed il 32enne Lemieux può dedicarsi alla sua splendida famiglia, composta dalla moglie Nathalie, sposata a fine giugno 1993, appena guarito dal linfoma di Hodgkin, e da ben quattro figli, Lauren (nata nell’aprile di detto anno …), Stephanie (1995), Austin Nicholas (1996) ed Alexa (1997) …

Non si può certo dire che Mario non sapesse come occupare il tempo quando era libero da impegni sportivi e, comunque, “mai dire mai”, poiché ecco che, all’improvviso, a fine dicembre 2000, quella maglia n.66 che era stata innalzata come vessillo sotto la copertura della “Civic Arena” torna ad essere indossata da Lemieux per affrontare Toronto …

cut (1)
IL ritorno di Lemieux il 27 dicembre 2000 – da:nhl.com

Cosa abbia indotto il giocatore a compiere una tale scelta non è mai facile da decifrare, la “scusa” pubblicamente riferita è quella di accontentare il figlio Austin di 4 anni che voleva avere la soddisfazione di vederlo giocare, ma vi è anche il fatto che, nel frattempo, Lemieux era divenuto co-proprietario dei “Penguins”, salvandoli dalla bancarotta …

Non ha problemi, il 35enne Lemieux ad affrontare la ressa dei cronisti, allorché afferma: “Per me non vi è niente di speciale nel tornare a giocare, perché sono sano, ho riposato per oltre tre anni ed ho recuperato condizione fisica e mentale” e, difatti, 76 punti in 43 gare disputate ed una convincente serie dei Playoff 2001, con Pittsburgh a giungere sino alla Finale di Conference, eliminata 1-4 dai “New Jersey Devils”, lo stanno a dimostrare.

E poi, può togliersi la soddisfazione di vincere un qualcosa che a Gretzky non è riuscito, non tutto per colpa sua, chiaramente, visto che dall’edizione 2002 delle Olimpiadi Invernali, in programma a Salt Lake City, nello Utah, il Torneo di Hockey su Ghiaccio è aperto anche ai Professionisti, alla stregua di quanto, 10 anni prima, era successo per il Basket.

Ed il Canada non vuole privarsi – a dispetto dei quasi 37 anni – della sua stella che, pur con un utilizzo limitato quanto a minutaggio, fornisce comunque il proprio contributo alla conquista della medaglia d’oro con in più la soddisfazione di sconfiggere, nella Finale per il titolo, i padroni di casa Usa per 5-2, con Lemieux a concludere il Torneo con 2 reti e 4 assist nelle quattro gare in cui è sceso in campo …

920x920 (1)
Lemieux festeggia l’Oro olimpico di Salt Lake City ’02 – da:sfgate.com

Lemieux gioca sino a 40 anni, vale a dire a dicembre 2005 quando viene definitivamente fermato a seguito di un’aritmia cardiaca, combinata con l’oramai palese impossibilità di giocare ai livelli a cui tutti aveva abituato.

E, del resto, il suo contributo alla causa dei “Penguins” era stato più che sufficiente in tutti questi anni, avendoli salvati due volte dal Fallimento, contribuendo a portare in bacheca due Stanley Cup, nonché a riempire Arene di tutto il Nord America di tifosi entusiasti e, soprattutto, aveva con il suo esempio, data fiducia a molte persone nel superare le avversità e gli ostacoli che la vita ti può presentare …

Tutto questo sommato assieme fa tornare alla mente quanto il suo allenatore Scotty Bowman (quello che lo aveva giudicato a 13 anni, ricordate ….) ebbe a riferire ai media al termine di una serie Playoff in cui Lemieux aveva letteralmente trascinato la squadra al successo contro Washington, affrontandoli con un sorriso ed, allargando le braccia: “Ti senti sempre molto fiducioso quando sai che Mario gioca per te …!!

 

LA DISCESA D’ORO DI BERNHARD RUSSI ALLE OLIMPIADI DI SAPPORO 1972

Russi-Sapporo.jpg
Russi in discesa a Sapporo 1972 – da masterx.iulm.it

articolo di Nicola Pucci

Se ci pensiamo bene, Bernhard Russi cosa vuole veramente di più dalla vita? E’ bello, scia bene, ed è pure maledettamente competitivo nelle gare che contano.

In effetti, questo svizzero non ancora 24enne, debutta in Coppa del Mondo il 19 gennaio 1968 nel gigante di Adelboden con un 48esimo posto, e nel corso della stagione successiva entra a far parte in pianta stabile della squadra rossocrociata, pur infortunandosi seriamente ad una vertebra cerebrale durante le riprese di una discesa a cui prende parte in qualità di stuntman di un film di James Bond. Nondimeno denuncia già buona attitudine non solo alla discesa libera, che nel corso della carriera lo celebrerà tra i più grandi di sempre, ma anche tra le porte larghe dello slalom gigante, e a far data 1970 si piazza una prima volta nella top-10 a Wengen, decimo, per poi sbaragliare il campo qualche settimana dopo ai Mondiali di Val Gardena cogliendo la medaglia d’oro proprio in discesa libera sulla mitica Saslong, pur essendosi rotto una mano la settima precedente e partendo con il pettorale numero 15, davanti all’austriaco Karl Cordin e all’altrettanto sorprendente australiano Malcolm Milne, che butta giù dal podio il grande Karl Schranz, infine solo quarto.

I tre ragazzi, curiosamente tutti classe 1948, sembrano destinati a segnare un’epoca del discesismo internazionale, rilevando il testimone dai vecchi mamasantissima del Circo Bianco, ma se Cordin un paio di vittorie le metterà in saccoccia, in effetti solo Russi assurgerà al rango di fuoriclasse. Come puntualmente avviene nelle due stagioni di Coppa del Mondo che seguono, 1970/1971 e 1971/1972, quando l’elvetico diventa il discesista più forte del pianeta vincendo due coppe di specialità, conquistando cinque successi parziali (Megeve e Sugarloaf il primo anno, St.Moritz, Crystal Mountain e Val Gardena il secondo) ed aggiungendo anche l’unico trionfo in carriera in slalom gigante, a Mont Sainte-Anne.

Seppur ancora molto giovane, Russi, che piace proprio a tutti ed è ricercatissimo da televisioni e rotocalchi, diventa il campione di riferimento del Circo Bianco, al pari di quel Gustavo Thoeni che primeggia nelle discipline tecniche, e per il primo rendez-vous olimpico sulle nevi giapponesi di Sapporo, nel 1972, lo svizzero si presenta al massimo della forma. Con il pronostico che lo accredita del ruolo di grande favorito. Anche perché è fuori dai Giochi l’unico avversario che sembrerebbe in grado di impensierirlo, proprio Schranz che ha vinto tre discese in successione dopo la prima vittoria stagionale di Russi a St.Moritz, escluso per aver violato le regole, ferree, del dilettantismo, tanto da indurlo a porre fine alla sua leggendaria carriera.

Tra gli outsiders che ambiscono, comunque, a provare a battere Russi o quanto meno a strappare una medaglia, ci sono Heini Messner, che guida il Wunderteam austriaco, ed Henri Duvillard, entrambi saliti ripetutamente sul podio, così come qualche legittima ambizione la cullano gli altri due svizzeri Walter Tresch e Roland Collombin, quest’ultimo poco meno che 21enne ed astro nascente di un paese che produce campioni a getto continuo. Marcello Varallo, Giuliano Besson, Stefano Anzi e Gustavo Thoeni difendono i colori azzxurri, ma infine si classificheranno nell’ordine dal decimo al tredicesimo posto.

La sfida per la vittoria, sul Mout Eniwa di Hokkaido, il 7 febbraio 1972, si accede da subito con la prova dello svizzero meno blasonato, Andreas Sprecher, pettorale numero 1, che segna il miglior tempo in 1’53″11. Thoeni è lontano, così come il francese Orcel, ed allora ecco che con il pettorale numero 4 si lancia dal cancelletto proprio Russi. Lo svizzero è guidato da una determinazione feroce, e se il suo allenatore Paul Berlinger ha grattato via la sciolina poco prima della partenza tanto da mettergli ai piedi sci perfettamente guidabili, ecco che il campione di Andermatt, tecnicamente impeccabile e stilisticamente bello a vedersi, plana a valle fermando il cronometro su un 1’51″43 che nessuno può proprio avvicinare. Non ci riescono Milne e Cordin, gli avversari iridati, non meglio che 23esimo e settimo, parzialmente ci provano Messner, sceso con il pettorale numero 5, che va a prendersi il bronzo con un distacco che sfiora il secondo, e Collombin, che col pettorale numero 11 fa correre un brivido, minimo, sulla schiena dell’illustre connazionale salendo sul secondo gradino del podio con un margine di 0″64. Quando poi anche Tresch, infine sesto, e il norvegese Erik Haker, che ha il pettorale 26, chiude in quinta posizione, ecco che per Russi è già tempo di aggiungere l’oro olimpico alla vittoria mondiale di due anni prima.

Al vertice della gloria sportiva, Russi, che a fine anno si merita la palma di “sportivo dell’anno” in Svizzera, è pronto a cogliere altre tre vittorie in Coppa del Mondo (saranno infine nove) a Grindelwald e St.Anton nel 1973 e a Morzine nel lontano 1977. Ma… ma all’orizzonte già si profilano le figure di Roland Collombin, che vedrà una carriera luminosa spezzarsi con una terribile caduta a Val d’Isere, e del “kaiser” Franz Klammer, che dominerà la scena e ai Giochi di Innsbruck del 1976 negherà a Russi un clamoroso bis.

Già, ricordate? Bernhard Russi, bello, bravo e maledettamente competitivo nei giorni che contano. E a casa del nemico asburgico sarà medaglia d’argento. Canto del cigno di una carriera comunque monumentale.

LA DOPPIETTA ORO ED ARGENTO DI PALLHUBER E CATTARINUSSI AI MONDIALI DI BIATHLON DEL 1997

pall.jpg
Wilfried Pallhuber – da biathlon.com.ua

articolo di Nicola Pucci

A dispetto dei recenti successi iridati ed in Coppa del Mondo di Dorothea Wierer, Lisa Vittozzi e Dominik Windisch, il biathlon non è certo disciplina, tra quelle invernali, che più di ogni altra abbia regalato grandi sussulti in Casa Italia. Solo nel 1979, con il terzo posto di Luigi Weiss nella gara della 10 km. ai Mondiali di Ruhpolding, vi è traccia tricolore negli albi d’oro delle grandi manifestazioni internazionali. E se da quel giorno gli azzurri hanno collezionato un totale di 27 medaglie garantendo al nostro Paese un posto tra i top-10 di una classifica globale dominata dalla Norvegia, nel corso degli Anni Novanta, sia nelle prove individuale che in quelle a squadre, l’Italia ha scritto qualche pagina interessante di questo sport che coniuga l’attitudine a far correre gli sci con la precisione al poligono di tiro.

In questo percorso di crescita che ha visto Johann Passler a sua volta cogliere il bronzo, sempre nella 10 km., ai Mondiali del 1985 a Ruhpolding, terra che dunque sembra portar bene ai colori azzurri, e l’anno dopo, ad Oslo, la staffetta 4×7,5 km. giungere terza alle spalle di Unione Sovietica e Germania Est, ripetendo poi gli stessi risultati anche in sede Olimpica a Calgary 1988 con la sola differenza che Passler sale sul podio nella 20 km., infine nel 1990 ecco giungere il primo successo di prestigio, con Pieralberto Carrara, Wilfried Pallhuber, Johann Passler e Andreas Zingerle ad imporsi in staffetta ai Mondiali di Minsk. E se nel 1991, a Lathi, l’oro giunge nella prova a squadre, proprio Zingerle assurge al rango di fuoriclasse nell’edizione del 1993, sulle nevi bulgare di Borovets, con la fantastica doppietta vincente dominando la 20 km. davanti a due stelle di prima grandezza quali sono i russi Sergei Tarasov e Sergei Tchepikov.

All’orizzonte del panorama bianco-rosso-verde, nel frattempo, stanno iniziando a prendere forma due ragazzi che talento ne hanno, da vendere. L’uno, appunto Wilfried Pallhuber, classe 1967, originario di quell’Anterselva che sta al biathlon un po’ come Kitzbhuel sta alla discesa libera, Lahti allo sci di fondo ed Innsbruck al salto dal trampolino, ovvero è la sua culla più materna, l’altro è René Cattarinussi, di cinque anni più giovane, classe 1972, nato invece a Tolmezzo, in quella Carnia indubbiamente più famosa per aver dato i natali ad una certa Manuela Di Centa.

Willie The Kid” Pallhuber, in effetti, è già noto al grande pubblico del biathlon, se è vero che esordì in una grande rassegna ai Mondiali di Feistritz del 1989 rimanendo ai piedi del podio sia nella staffetta 4×7,5 km. che nella prova a squadre, per poi essere parte integrante del quartetto campione del mondo l’anno dopo. E se in Coppa del Mondo infila una serie di ben 5 vittorie individuali a cui aggiungere altre tre medaglie d’oro iridate nelle gare assieme ai compagni di Nazionale, per l’edizione 1997 dei Mondiali, sulle nevi slovacche di Brezno-Osrblie, ha in serbo un colpaccio che sta per inserirlo di diritto nell’alveo dei campioni con la “C” maiuscola. Assieme a lui, proprio Cattarinussi, che se è a secco di successi in Coppa del Mondo, vanta altresì una medaglia di bronzo iridata a Ruhpolding, guarda che coincidenza, nella 10 km. del 1996, battuto dagli immancabili russi Vladimir Drachev e Viktor Maigourov.

Insomma, l’Italia ha qualche carta interessante da giocarsi al tavolo dei grandi per la rassegna mondiale del 1997, in calendario dal 1 al 9 febbraio. Pallhuber in stagione ha già vinto nella 20 km. di Ostersund, qualche giorno dopo il terzo posto di Cattarinussi nella 12,5 km. ad inseguimento di Lillehammer, ma punta l’obiettivo già sulla 10 km. che apre il programma iridato. Pur sapendo che tra gli avversari da battere c’è un certo Ole Einar Bjorndalen, che sta solo iniziando a scrivere la sua storia di biathleta più grande di sempre.

Il 23enne norvegese si è già imposto a tre riprese nel corso della stagione di Coppa del Mondo, e si spartisce i favori del pronostico proprio con Maigourov, a sua volta tre volte a segno, e con il tedesco Sven Fischer, che ha fatto doppietta nelle due gare di esordio a Lillehammer. I tre atleti daranno vita ad una battaglia serrata per la conquista della vittoria finale in Coppa del Mondo, che sorriderà al teutonico, ma a Brezno-Osrblie, oltre che con Ricco Gross, ancora in cerca del primo successo individuale in una grande manifestazione, con l’altro germanico Franck Luck che fu iridato nel 1989, con Drachev stesso che difende il titolo, con il francese Bailly-Salins che colse l’oro ai Mondiali di Anterselva del 1995 e con l’austriaco Ludwig Grendler che sta disputando la miglior stagione in carriera, attendono la sfida lanciata dagli italiani, Pallhuber e Cattarinussi in primis, Pieralberto Carrara che è stato secondo nella 10 km. di Anterselva qualche giorno prima dell’inizio dei Mondiali e il giovane Patrick Favre in secundis.

Quel che va in onda il 1 febbraio 1997, nella 10 km. sprint, tuttavia, va ben oltre le più rosee aspettative di Casa Italia. Succede infatti che mentre i campioni attesi alla recita naufragano nelle retrovie, con Bjornldalen solo nono, Maigourov non meglio che dodicesimo e Fischer addirittura ventiquattresimo, gli azzurri non solo sono velocissimi con gli sci ai piedi, ma pure maledettamente precisi ed efficaci al poligono di tiro, con Pallhuber che piazza un 10 su 10 sensazionale che lo lancia solitario al comando della gara. Solo il lettone Jekabs Nakums, che dodici mesi dopo, a Minsk, sarà terzo, e il finlandese Ville Rykkonen, che non ha pedigree, sono pari all’italiano con il fucile, ma anche troppo meno svelti quando c’è da menare con gli sci, ed allora per il ragazzo di Anterselva, in smaglianti condizioni di forma proprio nell’appuntamento più importante della stagione, è tempo di andarsi a prendere un oro meraviglioso.

Quando poi Cattarinussi sbaglia un solo colpo, recuperando così il tempo concesso con gli sci al bielorusso Oleg Ryzhenkov, la doppietta bianco-rosso-verde è cosa fatta, con 16″8 a separare i due azzurri e Patrick Favre che per un soffio non completa un tris che darebbe ad una gara già memorabile i contorni dell’epica, terminando quarto a poco più di tre secondi dalla medaglia di bronzo.

Doppietta azzurra, dunque, con Pallhuber e Cattarinussi oro ed argento… già, meritandosi quella gloria imperitura che solo oggi, 22 anni dopo, Wierer e Windisch sul gradino più alto del podio nello spazio di un paio d’oro ai Mondiali di Ostersund 2019, hanno saputo eguagliare.

LA DOPPIETTA SLALOM/GIGANTE DI DEBORAH COMPAGNONI AI MONDIALI DEL SESTRIERE 1997

gettyimages-52839684-612x612.jpg
Deborah Compagnoni in trionfo nello slalom – da gettyomages.com

articolo di Nicola Pucci

Corre l’anno 1997 e la rassegna iridata dello sci alpino è programmata per la prima quindicina di febbraio in Italia, al colle del Sestriere. E’ l’edizione numero 34 dei Mondiali che videro la luce nell’ormai lontano 1931 a Murren, in Svizzera, e sta per tingersi di azzurro come mai in precedenza, grazie anche, se non soprattutto, al contributo sostanziale garantito dalla classe cristallina di Deborah Compagnoni.

Valtellinese di Bormio, dove è nata il 4 giugno 1970, la Compagnoni ha già un palmares da fare invidia alle più grandi sciatrici di sempre. Predestinata al successo dai giorni in cui, non ancora 17enne, vinse la medaglia d’oro in slalom gigante ai Mondiali juniores di Salen/Hemsedal del 1987 battendo Petra Kronberger e salendo sul terzo gradino del podio in discesa libera alle spalle delle due asburgiche Daxer e Ginther, e a dispetto di due gravissimi infortuni ai legamenti del crociato destro che ne hanno rallentata l’ascesa, l’azzurra ha colto già undici successi in Coppa del Mondo, per poi infilare una serie senza precedenti di vittorie nelle grandi competizioni internazionali. Se alle Olimpiadi di Albertville del 1992 sbaragliò il campo in supergigante, tra le porte del gigante, di cui è l’interprete stilisticamente e tecnicamente più perfetta dell’intero Circo Bianco, ha lasciato solo le briciole alle avversarie, trionfando alle Olimpiadi di Lillehammer del 1994 e ai Mondiali di Sierra Nevada del 1996, fallendo solo alla prima esperienza iridata  di Morioka del 1993 dove ottenne solo un quinto posto in supergigante.

E se la collezione si completerà con un terzo oro alle Olimpiadi di Nagano del 1998 quando, ancora in slalom gigante, Deborah diventerà l’unica atleta della storia italiana a salire per tre edizioni consecutive dei Giochi sul gradino più alto del podio, ecco che i Mondiali del Sestriere del 1997 cadono a pennello per celebrare come si deve lo sterminato talento della ragazza valtellinese. Che ha neppure 27 anni ed è nel pieno della maturità tecnica ed atletica.

In effetti la Compagnoni sta tracciando, sulla neve, la miglior stagione della sua carriera, se è vero che dopo il successo nello slalom di Semmering a dicembre, il primo ed unico in Coppa del Mondo, ha infilato un tris consecutivo in gigante, dal 17 al 26 gennaio 1997, imponendosi due volte a Zwiesel ed una a Cortina, successi che, assieme a quello di Vail a marzo, le consentiranno di vincere a fine stagione la coppa di specialità, prima sciatrice italiana a riuscire nell’impresa, altresì terminando al quarto posto in classifica generale, 967 punti contro i 1960 punti di Pernilla Wiberg, autentica regina e dominatrice del Circo Bianco.

La rassegna piemontese, se inizialmente impegna i maschietti con le prove veloci, altresì inverte le donne, che il 5 febbraio scendono in pista sulla “Kandahar” per la gara di slalom speciale. Si gareggia in notturna, e proprio la Wiberg, così come la neozelandese Claudia Riegler, che in stagione hanno già collezionato tre vittorie a testa, sono le pronosticate per la medaglia d’oro. Ma il tracciato, poco selettivo, livella le forze in campo e la prima manche si chiude con la svizzera Kerin Roten al comando in 52″67, inseguita dalla Compagnoni, scesa col pettorale numero 2, a 0″05 e dall’austriaca Elfi Eder a 0″08. Riegler e Wiberg non decollano e sono solo quinta e nona, mentre in lizza per il podio c’è l’altra azzurra Lara Magoni, attardata di 0″46. Ma nella seconda manche, trascinata dal tifo assordante dei sostenitori che gremiscono le tribune, è grande Italia, con la Magoni che pennella la gara della vita per issarsi temporaneamente al comando in 1’45″15, Wiberg e Riegler che deragliano nel disperato tentativo di operare la rimonta, così come Sabine Egger e Marlies Oester, e Deborah che sciorina il meglio del suo repertorio con una serpentina stratosferica che le permette di superare la connazionale di ben 1″27. Manca solo la Roten, ma la sciata dell’elvetica è impacciata, priva della brillantezza palesata nella prima discesa, ed infine il cronometro non solo certifica la vittoria della campionessa di Bormio, ma pure relega Karin alle spalle anche della Magoni. Oro ed argento, e la serata al colle del Sestriere si tinge di bianco-rosso-verde.

Quattro giorni dopo, il 9 febbraio, la Compagnoni dà appuntamento alle avversarie per lo slalom gigante sulla pista “Sises 2“. Deborah è la grande favorita, impegnata nella disciplina preferita, e realisticamente poche sembrano le rivali destinate ad impensierirla, vista la dittatura instaurata dall’azzura nell’anno in corso. Tra queste, le due tedesche Seizinger ed Ertl, l’una seppur più votata alle prove veloci, l’altra in calo dopo esser stata bronzo ai Mondiali di Morioka e argento alle Olimpiadi di Lillehammer, ovviamente la Wiberg che cerca il riscatto, Roten e Nef che difendono le chances della Svizzera, la “vecchia” Anita  Wachter  che realisticamente è l’unica carta che l’Austria ha da giocarsi nella lotta per le medaglie, l’altra azzurra Sabina Panzanini, artefice di una stagione tanto positiva da averla vista imporsi prima a Park City, poi a Maribor. Ma quando le chiacchiere del pre-gara lasciano il campo… pardon, la pista, alle atlete, non ce n’è proprio per nessuna. La Compagnoni è due spanne sopra le altre, e già nella prima manche mette una seria ipoteca sul titolo iridato fissando il miglior tempo, lei che è scesa col pettorale numero 4, in 1’17″64, lasciando la Roten a 0″73 e la Wachter a 1″11. Con un capitale del genere, Deborah può amministrare nella seconda discesa e se infine l’elvetica ancora una volta sale sul podio, stavolta seconda, facendo praticamente match pari con l’azzurra per un ritardo definitivo di 0″80, l’austriaca scivola in quarta posizione, scavalcata dalla francese Leila Piccard che si toglie il lusso di segnare il miglior tempo di manche per risalire dalla 12esima posizione e prendersi un’insperata medaglia di bronzo.

Ma sono dettagli, quel che conta è che nel cielo di Sestriere, corre l’anno 1997, ancora una volta brilla luminosissima, forse come non mai, la stella di Deborah Compagnoni, che viene, scia e vince, anzi stravince… come solo i fuoriclasse sanno fare.

 

IL 5 GENNAIO 1967 A BERCHTESGADEN LA PRIMA VOLTA DELLA COPPA DEL MONDO DI SCI

Ski-Weltcup-Slalom-Jenner-1967.jpg
La gara di slalom a Berchtesgaden – da blog.berchtesgadener-land.com

articolo di Nicola Pucci

Lo sci alpino ha genesi complessa, per quel che riguarda le grandi manifestazioni internazionali. Se nel 1931, a Murren, in Svizzera, viene disputata la prima edizione dei Campionati del Mondo, solo cinque anni dopo, in concomitanza con le Olimpiadi di Garmisch del 1936, la disciplina più importante tra gli sport invernali trova infine posto nell’arengo a cinque cerchi, quando i Giochi hanno già mandato in onda le rassegne del 1924 a Chamonix, quella di St.Moritz del 1928 e Lake Placid 1932.

L’evoluzione della specie ha i suoi tempi per partorire un nuovo venuto, e quando ad agosto 1966 vanno in scena i Mondiali di Portillo in Cile, ecco che dall’intuito di Serge Lang, firma tra le più autorevoli de L’Equipe, il principale quotidiano sportivo francese, nasce l’idea di creare un circuito a tappe per le gare di sci alpino. Austria e Stati Uniti, per bocca di Bob Beattie e Sepp Sulzberger, responsabili tecnici delle rispettive squadre nazionali, sostengono il progetto, al pari di Honoré Bonnet che altri non è che il direttore agonistico di quella Francia che quando si tratta di innovare in materia sportiva non è seconda a nessuno. E se un tempo ormai lontano il barone Pierre De Coubertin ideò i Giochi Olimpici dell’era moderna, ecco che a Lang e ai suoi compari, che già in gennaio in occasione di una gara sulla mitica Streif di Kitzbuhel avevano per la prima volta prospettato l’ipotesi di dar vita ad una competizione a tappe simile alla già esistente “Challange de l’Equipe” che coinvolgeva però solo le nazionali alpine, spetta la paternità della Coppa del Mondo di sci, approvata infine senza troppe difficoltà da Marc Hodler, svizzero presidente della Federazione Internazionale Sci.

E così, il 5 gennaio 1967, la neonata rassegna internazionale conosce il battesimo di fuoco, con tanto di finanziamento garantito dall’acqua minerale Evian che ha sede in Savoia. Ad onor del vero lo scenario preposto per questa “prima“, Berchtesgaden in Baviera, è noto soprattutto per esser stato, ai tempi del secondo conflitto mondiale, il luogo scelto da Hitler, che affittò e fece ampliare il Berghof dal suo architetto di fiducia Albert Speer, quale residenza estiva. 82 atleti sono attesi a questa storica gara, uno slalom speciale da disputarsi sulla pista Jenner, e tra questi c’è il 23enne gardenese Carlo Senoner, che proprio a Portillo ha vinto a sorpresa la medaglia d’oro, ci sono i francesi Guy Perillat e Louis Jauffret, che accompagnarono l’italiano sul podio, ci sono i beniamini di casa Willy Bogner e Ludwig Leitner, ci sono soprattutto due campioni che hanno segnato e segneranno pagine indimenticabili non solo della prima edizione della Coppa del Mondo, ma di tutta la storia dello sci, ovvero Karl Schranz e Jean-Claude Killy.

Dopo la prima manche, a sorpresa, comanda il boscaiolo svedese Bengt Erik Grahn, artefice di una serpentina senza pecche, che guida la classifica provvisoria con oltre un secondo di vantaggio sul francese Jules Melquiond e proprio Killy. Ma lo scandinavo, che non è certo atteso dagli addetti ai lavori ad una prestazione di tale rilievo, rimane a metà dell’opera, cedendo ai trabocchetti della Jenner che lo costringono alla resa a poche porte dal traguardo.  La vetrina, pertanto, spetta all’austriaco Heini Messner, molto più a suo agio in discesa libera e slalom gigante al punto da raccogliere in carriera due bronzi olimpici a Grenoble 1968 e a Sapporo 1972, che rimonta dalla decima posizione e fissa il miglior tempo in 1’37″260. Melquiond, secondo al termine della prima manche, è secondo anche a chiusura della gara, attardato di 600 millesimi che poi la Fis arrotonda a 5 centesimi, con lo svizzero Dumeng Giovanoli che sale sul terzo gradino del podio con un distacco di 13 centesimi. I primi tre in classifica realizzano un vero e proprio exploit, se è vero che alle loro spalle terminano campioni del calibro di Killy, che poi dominerà la stagione di Coppa del Mondo vincendo ben 12 delle 17 gare in programma e mettendosi in cassaforte la “sfera di cristallo” doppiando con 225 punti i 114 punti dello stesso Messner secondo classificato per poi bissare l’anno dopo quando conquisterà anche tre ori ai Giochi di Grenoble, lo stesso Senoner che si conferma ad alti livelli, Perillat che altri non è che il campione del mondo tra le porte larghe del gigante, e Schranz che seppur gli anni passino è sempre il fuoriclasse di riferimento dello sci austriaco tanto da vincere a sua volta la classifica generale di Coppa del Mondo nel 1969 e nel 1970.

Heini Messner entra così di diritto tra gli eroi dello sci alpino internazionale, e se quel successo tra i pali bavaresi resterà un unicum della sua carriera, poco importa. Fu lui, quel 5 gennaio 1967, a tracciare la strada ed aprire l’album della meravigliosa storia della Coppa del Mondo. E questo è un vanto davvero… speciale.

FRANZ HEINZER, IL RE DELLA DISCESA INCORONATO AI MONDIALI DI SAALBACH 1991

gettyimages-540694661-1024x1024.jpg
Franz Heinzer in discesa ai Mondiali 1991 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Sono almeno dieci anni che Franz Heinzer appartiene al gotha della discesa libera internazionale. Giovanotto svizzero nato a Svitto l’11 aprile 1982, non ancora 19enne, il 18 gennaio 1981, è giunto ottavo sulla mitica Streif di Kitzbuhel, per poi qualche settimana dopo ottenere il primo podio in carriera con un terzo posto ad Aspen.

Insomma, Heinzer ha esordito adolescente in Coppa del Mondo, e se ben presto ha denunciato classe innata, scivolando a valle veloce nei tratti filanti ed avendo padronanza assoluta nel disegnare le curve, deve altresì confrontarsi non solo con il meglio del discesismo mondiale, ma pure far fronte all’enorme concorrenza in casa Svizzera. Già, perchè gli anni Ottanta sono gli anni di Pirmin Zurbriggen e Peter Muller, due che vantano un palmares sterminato con 19 vittorie a testa in Coppa del Mondo, un titolo iridato per entrambi ed un oro ed un argento alle Olimpiadi.

Heinzer si è fatto strada a spallate in questo magma di campionissimi della velocità, e se il primo successo giunge in combinata a Val Gardena il 19 dicembre 1982, esattamente dodici mesi dopo ecco che l’elvetico si impone in discesa a Val d’Isere, anticipando per il soffio di 1 centesimo il canadese Todd Brooker e di 6 centesimi l’austriaco Harti Weirather, che altri non è che il campione del mondo in carica per il titolo conquistato a Schladming nel 1982.

E’ solo l’inizio di una magnifica avventura nel principale circuito sciistico mondiale, che a fine carriera, nel 1994, lo premierà con 17 successi parziali, di cui 15 appunto in discesa libera, tre coppette consecutive di specialità dal 1991 al 1993 ed una di supergigante nello stesso 1991, ed un terzo posto in classifica generale nel 1993 alle spalle di Marc Girardelli e Kjetil André Aamodt.

Certo, se si analizzano con attenzione le prestazioni di Heinzer, si evince abbastanza chiaramente che lo svizzero, pur figurando costantemente tra i migliori, patisce la maggior caratura e personalità degli stessi Zurbriggen e Muller, che nel corso degli anni Ottanta, appunto, gli sono superiori, per poi diventare il discesista di riferimento con lo sbocciare degli anni Novanta quando i due fuoriclasse appendono gli attrezzi al chiodo. E se nel triennio 1991-1993 mette in cascina dieci vittorie, ecco che il nome di Heinzer trova posta nell’albo d’oro di Kitzbuhel, cogliendo un primo successo sulla Streif il 12 gennaio 1991 e trionfando in due discese in due giorni il 17 e il 18 gennaio 1992, aggiungendo una vittoria anche a Wengen, davanti al pubblico amico, il 25 gennaio 1992, per imporsi anche su piste blasonate come Val d’Isere, Val Gardena e Garmisch.

Che Heinzer sia forte ma subisca pure una sorta di complesso di inferiorità è certificato, nel frattempo, dai parziali fallimenti nelle grandi rassegne, Mondiali od Olimpiadi che siano. Pare infatti avere un conto in sospeso con la gara iridata, chiudendo quarto a Schladming, nel 1982, preceduto, appunto, da Weirather, Cathomen e Resch, bissando il piazzamento tre anni dopo a Bormio, stavolta alle spalle di Zurbriggen, Muller e dell’americano Lewis che nega un tris rossocrociato, e rimanendo ancora ai piedi del podio nel 1987 a Crans Montana quando le prime due posizioni si invertono e un altro svizzero, Karl Alpiger, lo beffa per soli 14 centesimi, terminando solo 11esimo in supergigante a Vail nel 1989 quando non viene schierato in discesa libera per i modesti risultati ottenuti nel corso dell’anno. Non vanno certo meglio le cose in sede olimpica, classificandosi soli 17esimo a Calgary nel 1988, troppo attardato dagli immancabili Zurgbriggen e Muller che occupano le prime due piazze.

Insomma, Heinzer è sì il re della discesa libera, ma è un sovrano senza corona, urge dunque sopperire alla mancanza con un titolo che lo elevi al rango di campionissimo. Come, magari, meriterebbe per doti tecniche e palmares in Coppa del Mondo.

Giungono, come il cacio sui maccheroni, i Mondiali 1991, da disputarsi sulle nevi austriache di Saalbach. Heinzer è fresco di successo a Kitzbuhel, proprio in casa dei nemici storici della sua Svizzera, e non fa mistero di voler provare a concedere il bis anche in sede iridata. Nel corso della stagione di sono già corse cinque discese, e se Heinzer ha dominato sulla Sasslong e sulla Streif, il collega di bandiera Daniel Mahrer, un altro che ha doti e curriculum per reclamare una vittoria di pregio, ha vinto la gara di Garmisch, mentre Val d’Isere ed una seconda prova in Val Gardena hanno visto prevalere rispettivamente il “vecchio” Stock, che fu campione olimpico nell’ormai lontana Lake Placid 1980, e il norvegese Skaardal. Questi sono i pretendenti più autorevoli alla medaglia d’oro, ma dal pronostico non sono certo esclusi il francese Alphand, l’azzurro Peter Runggaldier e gli altri aquilotti Helmut Hoeflenher e Peter Wirnsberger, che giocano in casa e conoscono perfettamente le trappole della  Schneekristall di Saalbach.

In effetti la pista disegnata per assegnare il titolo mondiale è particolarmente adatta ai discesisti più tecnici, ed in questo Heinzer è sicuramente lo sciatore più completo dell’intero Circo Bianco, favorito dai bookmakers per la vittoria iridata. Decimo quattro giorni prima nel supergigante che ha regalato la vittoria a Stephan Eberharter, il 27 gennaio Heinzer, in una giornata di splendido sole, si lancia dal cancelletto col pettorale numero 7, seguendo a ruota Runggaldier che ha sciato senza sbavature fissando il miglior tempo in 1’55″16, 41 centesimi più veloce di Mahrer che dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, buttando a sua volta giù dal podio Stock che infine chiuderà quarto, il migliore di un Wunderteam austriaco che si vedrà negare una medaglia nella gara più importante.

Re Franz è veloce, ma nella parte alta, quella più tecnica, paga dazio alla classe naturale del giovane azzurro, che pennella le curve come solo lui sa fare ed all’intermedio viaggia con 50 centesimi di vantaggio, 39″91 contro 40″41. Nella parte centrale la tracciatura è più filante, e metro dopo metro Heinzer recupera il margine di ritardo per catapultarsi infine sul traguardo in 1’54″91, 25 centesimi di Runggaldier che scala in seconda posizione. Quando, poco dopo, col pettorale numero 11 Hoeflenher getta alle ortiche ogni possibilità di medaglia inciampando all’uscita dal cancelletto di partenza, Ghedina ed Alphand sono fuori gara e Skaardal non va oltre il sesto posto, alle spalle anche del connazionale Thorsen, accusando un passivo di 1″20, ecco che la vittoria tanto attesa da Franz Heinzer da sogno eterno si trasforma in splendida realtà. Ora sì, una corona d’oro cinge la testa del re.

WAYNE GRETZKY, IL RE DELL’HOCKEY SU GHIACCIO CON UN “TRADIMENTO” ALLE SPALLE

today_in_replay_20141227_169_xl
Wayne Gretzky con la Stanley Cup – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Provate, così per gioco, ad immaginare solo per un momento a fondere insieme in un unico calciatore gli attuali Messi e Cristiano Ronaldo, al pari di, andando a ritroso nel tempo, Cruijff e van Basten, così come Pelè e Maradona piuttosto che Puskas e Di Stefano.

Ne verrebbe fuori un giocatore devastante, senza eguali nella ultracentenaria Storia del Football, ma, come detto, è solo un innocente gioco che però, incredibile solo a pensarlo, trova la sua concretizzazione in un’altra disciplina e colui che è riuscito in questa impresa altri non è che il giocatore di Hockey su ghiaccio Wayne Gretzky …

Come si potrebbe, altrimenti, definire colui che, in 21 stagioni disputate nella NHL (National Hockey League), la Lega Professionistica americana, è stato in grado di realizzare 894 reti e fornire 1.963 assist per un totale di 2.857 punti – nell’Hockey, giova ricordarlo, le due Classifiche vengono sommate – in 1.487 gare di “regular season” disputate …??

Questo “fenomeno assoluto” – i cui record tuttora risultano ineguagliati – nasce il 26 gennaio 1961 a Brantford, nell’Ontario e sembra come se sua madre lo avesse partorito con il bastone di Hockey in mano, visto che ad appena 10 anni, disputando il Campionato scolastico dell’Ontario con la squadra dei “Brantford Steelers”, Wayne stabilisce un primato mai più neppure lontanamente avvicinato, vale a dire realizzare 378 reti (e fornire 139 assist) in appena 85 gara giocate (!!), dal che si più facilmente intuire come non si possa considerarlo diversamente che un “predestinato” …

rare_photos_01.jpg
Wayne Gretzky da “bambino prodigio” – da:acidcow.com

Chiaramente, le sue incredibili prestazioni da adolescente fanno presto a varcare i confini statali, ed ecco che a Gretzky si interessano – dopo aver disputato i Tornei juniores con i Toronto Nationals, Seneca Nationals, Peterborough Peters ed i Sault Ste. Marie Greyhounds, ed aver, con quest’ultima, segnato 86 reti e distribuito ben 137 assist in 64 incontri disputati nel 1977 – gli Indianapolis Racers, con cui, appena 17enne, firma il suo primo contratto da Professionista per la cifra di 875mila dollari per quattro anni.

Ma la squadra della Capitale dell’Indiana non è in grado di far fronte finanziariamente all’impegno assunto, trovandosi ben presto in difficoltà economiche, e sulla giovane promessa si precipita Peter Pocklington, proprietario degli Edmonton Oilers, il quale si gioca gran parte della sua reputazione (nonché del proprio portafoglio …) facendo sottoscrivere al non ancora maggiorenne Gretzky un contratto decennale con opzione per i successivi 10 anni.

Come tipico nello Sport Professionistico americano, anche la relativa firma diviene un evento mediatico, venendo apposta nell’impianto di gioco del “Northlands Coliseum” davanti a 15mila spettatori, ma quel che più colpisce è l’importo in calce al contratto stesso, ovvero 21milioni di dollari (!!) per i prossimi 20 anni, una cifra che, all’epoca, non aveva confronti rispetto a qualsiasi altra disciplina …

wayne-gretzky-800x543
Gretzky esulta dopo un rete nell’anno dell’esordio ad Edmonton – da:realclearlife.com

Un investimento senza alcun dubbio rischioso, ma che si dimostra sin da subito azzeccato allorché nel successivo triennio gli Oilers raggiungono sempre i Playoff, mentre Gretzky, dal canto suo, nel 1982 realizza 92 reti (suo massimo in carriera per singola stagione …) e supera “quota 200” come punti complessivi, con 212 all’attivo, anche se il cammino nella “post season” si ferma al primo turno, clamorosamente sconfitti 2-3 nella serie dai Los Angeles Kings.

Serie, quella con i Kings, caratterizzata da gara-3 passata alla storia come “il Miracolo di Manchester” – la città inglese non c’entra nulla, l’appellativo deriva dal fatto che il “Forum” di Inglewood, a Los Angeles, è situato sul “Manchester Boulevard” – in quanto, con le due avversarie con una vittoria a testa, alla fine del secondo periodo gli Oilers conducono per 5-0 (con due reti di Gretzky …), solo per farsi rimontare sino al 5-5 grazie al punto messo a segno da Steve Bozek a 5” dalla sirena e quindi subire la rete del definitivo sorpasso nel corso del tempo supplementare.

Smaltita la delusione, anche se per Gretzky, a livello personale, giunge il riconoscimento di “Atleta dell’anno” da parte della prestigiosa rivista “Sports Illustrated”, l’assalto alla Stanley Cup è solo rimandato, e l’anno successivo, con una formazione che include anche futuri “Hall of Famers” quali Mark Messier – un’intera carriera ad Edmonton ed attualmente terzo nella “Graduatoria All Time” quanto a punti realizzati – Glenn Anderson ed il finlandese Jari Kurri, nonché il portiere Grant Fuhr ed il difensore Paul Coffey, l’obiettivo è solo sfiorato.

Dopo aver, difatti, conquistato il primo posto nella loro Divisione – con Gretzky a migliorare il suo record di assist stagionali, portandolo da 120 a 125 – gli Edmonton Oilers “spazzano via” senza problema alcuno, sul loro cammino verso il titolo, dapprima i Winnipeg Jets (serie conclusa sul 3-0, con Gretzky ad andare 4 volte a segno nel 6-3 di gara-1), per poi fare altrettanto con i Calgary Flames (4-1, con Gretzky a realizzare un’altra quaterna nel 10-2 di gara-3) e quindi rifilare analoga sorte ai Chicago Black Hawks, sconfitti 4-0 nella Finale di Conference, così da accedere alla loro prima Finale per il titolo nella Storia della NHL.

Campioni in carica, da tre stagioni, sono i New York Islanders, i quali non fanno sconti e conquistano il loro quarto titolo consecutivo con un 4-0 (2-0, 6-3, 5-1 e 4-2 i risultati dei singoli incontri …) che non ammette repliche, serie in cui Gretzky non riesce peraltro mai a trovare la via della rete, uno smacco da riscattare la stagione seguente, in quanto non possono essere sufficienti per il suo smisurato orgoglio i titoli di MVP e di “Top Scorer” della “regular season”.

Titoli, questi ultimi, che Gretzky fa suoi da un triennio e che si aggiudica anche l’anno seguente per poi affrontare, nominato Capitano della squadra, i Playoff dove, dopo una facile eliminazione (3-0) ancora dei Winnipeg Jets, gli Oilers rischiano grosso nella semifinale di Conference contro Calgary, allorché sprecano un vantaggio di 3-1 nella serie rimandando l’accesso alla Finale a gara-7, che si aggiudicano per 7-4.

Scampato il pericolo, non c’è storia contro i Minnesota North Stars, travolti 4-0, per poi rinnovare la sfida contro i detentori dei New York Islanders, in cui assume un ruolo decisivo la prestazione del portiere Grant Fuhr in gara-1, respingendo tutti e 34 i tentativi dei padroni di casa nel successo esterno per 1-0 degli Oliers al “Nassau Coliseum” della metropoli newyorkese, e la successiva netta sconfitta per 1-6 in gara-2 viene ampiamente ammortizzata dalle tre larghe vittorie consecutive (7-2, 7-2 e 5-2) conseguite ad Edmonton – con Gretsky protagonista in queste ultime due, con una doppietta a testa – per festeggiare il primo trionfo del Club canadese nella Stanley Cup.

gettyimages-456705305-1024x1024
Wayne Gretzky con la Stanley Cup ’84 – da:gettyimages.it

Un trionfo che gli Oilers ripetono anche nel 1985 – dopo che Gretzky viene riconosciuto come MVP e Capocannoniere della “regular season” per il quinto anno consecutivo – in cui “The Great One”, come oramai è unanimemente conosciuto, ottiene anche il premio di MVP dei Playoffs, che per Edmonton si traducono in poco più di una passerella contro Los Angeles e Winnipeg (travolte per 3-0 e 4-0 rispettivamente …), per poi incontrare una maggior resistenza nella Finale di Conference contro Chicago in cui, dopo che le due squadre hanno rispettato il fattore campo nei primi cinque incontri, diviene decisiva gara-6 che gli Oliers si aggiudicano con un imbarazzante 8-2 al “Chicago Stadium” per il 4-2 che chiude la serie e li porta ad affrontare i Philadelphia Flyers nella Finale per il titolo.

Anche stavolta, come l’anno precedente, Gretzky ed i suoi compagni hanno lo svantaggio del fattore campo, ribaltato con il successo per 3-1 in gara-2 dopo la sconfitta per 1-4 al debutto nella serie allo “Spectrum”, per poi non lasciare scampo agli avversari sul campo amico, in cui Gretzky si erge a protagonista assoluto in gara-3, realizzando tre delle 4 reti per il 4-3 conclusivo, cui segue una doppietta nel 5-3 di gara-4, limitandosi a mettere il sigillo nel largo 8-3 che conferma il titolo in casa canadese, concludendo i Playoff con un personale “score” di 17 reti e 30 assist, per un record in carriera di 47 punti.

gettyimages-456682875-1024x1024
I Capitani Wayne Gretzky e Rich Sutter (Philadelphia) prima di gara-5 – da:gettyimages.it

Non si vede, in fase di previsione, chi possa fermare Gretzky nella successiva stagione, tanto più che il 25enne dell’Ontario disputa la sua migliore annata condita dalla stratosferica cifra di ben 163 assist per 215 punti complessivi che rappresentano i suoi rispettivi record in carriera e, per quanto ovvio, determinano l’assegnazione dei sesti titoli consecutivi di MVP e Capocannoniere della “regular season, se non fosse che, nella semifinale di Conference dei Playoff, gli Oilers vengono beffati 3-4 da Calgary, in una serie dove il fattore campo salta di continuo e l’ultima, decisiva sfida, vede gli ospiti imporsi al “Northlands Coliseum” per 3-2 grazie ad uno spunto vincente nel corso del terzo periodo di Perry Berezan, ironia della sorte nativo proprio di Edmonton …

Con altri due anni di contratto prima di far valere l’opzione di rinnovo, Gretzky onora al meglio il suo impegno con gli Oilers, visto che nel 1987 si conferma MVP e “Top Scorer” (con 183 punti, frutto di 62 reti e 121 assist …) della “regular season e gli Oilers raggiungono in carrozza – 4-1 a Los Angeles, 4-0 a Winnipeg e 4-1 a Detroit – la loro quarta Finale in 5 anni per l’aggiudicazione della Stanley Cup.

Atto conclusivo che vede nuovamente come loro avversari, a due anni di distanza, i Philadelphia Flyers, ma il fatto di avere stavolta il vantaggio del fattore campo dalla propria parte non facilita il compito di Edmonton, poiché, ritrovatasi in vantaggio 3-1, spreca l’opportunità di chiudere la serie davanti al pubblico amico in gara-5 venendo sconfitta per 3-4 dopo essersi portata sul 3-1 ad inizio del secondo periodo e, pertanto, dopo una seconda battuta d’arresto consecutiva per 2-3 allo “Spectrum” in gara-6, diviene decisiva l’ultima sfida che va in scena il 31 maggio ’87 al “Northlands Coliseum”.

Lo spavento costituito dalla rete di Murray Craven dopo 1’41” del primo parziale, viene compensato dalle successive realizzazioni di Messier, Kurri ed Anderson per il 3-1 conclusivo in una gara largamente dominata oltre il punteggio (43 a 20 le conclusioni a rete) e così il pubblico della città dell’Ontario può festeggiare il suo terzo trionfo nella Manifestazione, apoteosi ripetuta la successiva stagione.

gettyimages-456690183-1024x1024.jpg
La festa per la conquista della Stanley Cup ’87 – da:gettyimages.it

Nonostante che, per la prima volta dopo 7 anni consecutivi, Gretzky si veda togliere la palma sia di “top scorer” che di MVP della stagione regolare da un’altra leggenda dell’Hockey canadese, vale a dire Mario Lemieux, il quale si aggiudica entrambi i riconoscimenti a dispetto del fatto che i suoi Pittsburgh Penguins non si qualifichino per i Playoffs, la superiorità disputata dagli Oliers nelle gare della post season assume caratteri imbarazzanti (per le avversarie, naturalmente …), considerato altresì che, dopo 6 anni, la affrontano non da vincitori della propria Division, preceduti di Calgary.

Circostanza che passa praticamente inosservata in occasione della semifinale di Conference dove, dopo aver superato Los Angeles per 4-1, i malcapitati “Flames” subiscono un “cappotto” di 4-0 con Gretzky protagonista in gara-2, dove una sua rete al supplementare consente agli Oilers di espugnare per la seconda volta in tre giorni lo “Olympic Saddledome” per poi chiudere i conti sul campo amico e quindi avere ragione dei Detroit Red Wings per il loro quinto titolo di Conference ed accedere alla Finale per la conquista del trofeo.

Avversari insoliti, i Boston Bruins, a secco di vittorie da 16 anni – ed essere stati sconfitti in Finale nel 1974, ’77 e ’78 – non sono in grado di invertire questa tendenza, trovandosi sotto 0-3 nella serie allorché, in gara-4 al “Boston Garden”, la stessa viene sospesa dopo 16’37” del secondo periodo sul punteggio di 3-3 per un guasto alle luci, così che Edmonton può celebrare il suo quarto titolo il 26 maggio ’88 al “Northlands Coliseum”, imponendosi per 6-3 in quella che rappresenta una data storica in quanto vede Gretzky realizzare, a 9’44” del secondo parziale, quella che è la sua ultima rete con gli Oilers ed altresì ottenere la sua seconda nomina a MVP dei Playoffs.

1988-oilers-wayne-gretzky-mark-messier-05051854final
Gretzky ed i compagni festeggiano la Stanley Cup ’88 – da:si.com

A 27 anni, nel pieno della maturità psicofisica, Gretzky non ha altro da fare che onorare l’impegno che gli garantirebbe tanti bei soldoni per un altro decennio, cosa che tutti si attendono, data anche l’indiscutibile forza della squadra in cui gioca e che potrebbe consentirgli di arricchire ancor più il proprio Palmarès, ma Pocklington, il proprietario degli Oilers, ha bisogno di “monetizzare” il suo Campione per rientrare di sue esposizioni personali, e dopo una serie di “tira e molla” con lo stesso Gretzky, alla fine quello che negli Stati Uniti viene a futura memoria definito come “The Trade” (“Lo Scambio”) per antonomasia, si concretizza.

E’ il 9 agosto 1988 allorché Gretzky prende pertanto la strada per Los Angeles, accasandosi ai Kings, assieme ai compagni di squadra Marty McSorley e Mike Krushelnyski (espressamente richiesti da Wayne …) in cambio di Jimmy Carson, Martin Gelinas e 15milioni di dollari in contanti, e tre prime scelte a favore dei Kings nei draft 1989, ’91 e ’93.

gretzky_kings_presser-cropped.jpg
Wayne Gretzky all’atto del trasferimento ai Kings – da:sportsnet.ca

L’annuncio del trasferimento lascia attonita un’intera città, al punto che il leader del Partito Democratico Nelson Riis chiede al Governo di bloccare la trattativa ed un fantoccio di Pocklington viene bruciato fuori dal “Northlands Coliseum”, ma vi è anche chi se la prende con il giocatore, tacciandolo di “traditore” per aver voltato le spalle alla sua città di adozione ed al suo Paese di origine, insinuando che dietro a tutto questo vi fosse l’intenzione di promuovere la carriera di attrice della moglie Janet Jones, non a caso sposata meno di un mese prima.

In ogni caso, alla prima occasione in cui i Kings si recano ad Edmonton per incontrare gli Oilers – un match trasmesso in diretta Tv in tutto il Paese davanti ad un “tutto esaurito” di 17.500 spettatori – Gretzky riceve una “standing ovation” di quattro minuti, ed a fine gara, davanti ai microfoni conferma il proprio patriottismo sottolineando come: “Sono orgoglioso di essere canadese, non ho abbandonato il mio Paese, mi sono trasferito perché facente parte di uno scambio, si tratta del mio lavoro e spero che i canadesi lo capiscano” .

image
Wayne Gretzky davanti alla sua statua ad Edmonton – da:ctvnews.ca

E, di sicuro, ad Edmonton l’hanno capito, visto che, al termine della prima stagione senza il loro idolo, all’esterno del “Northlands Coliseum” viene eretta una statua in bronzo di Gretzky a grandezza naturale, con in testa la Stanley Cup, anche se proprio lui aveva decretato l’eliminazione degli Oilers al primo turno dei Playoff, realizzando due reti nel 6-3 a favore dei Kings nella decisiva gara-7.

L’impatto del 28enne dell’Ontario nella “Città degli Angeli”, pur consentendogli di vincere un ennesimo titolo di MVP della “Regular Season” (quale “top scorer”, viceversa, si conferma Mario Lemieux …), non permette però ai Kings di andare oltre, visto che nella semifinale di Conference subiscono un tremendo “cappotto” per 0-4 da Calgary che ha così l’occasione di aggiudicarsi la sua prima (e sinora unica …) Stanley Cup.

Ed ancor peggio avviene la stagione seguente, in cui Gretzky si riprende il trono di Capocannoniere con 142 punti (40 reti e 102 assist …), poiché i suoi Kings vengono letteralmente “spazzati via” in semifinale di Conference proprio dagli Oilers per 4-0 (7-0, 6-1, 5-4 e 6-5 i relativi risultati …) che poi andranno a conquistare la quinta (e sinora ultima …) Stanley Cup della loro Storia, con gli ex compagni Kurri, Anderson e Mssier a festeggiare.

La parabola discendente di Gretzky non sembra conoscere limiti – ancora eliminato da Edmonton sia nella semifinale di Conference ’91, pur essendosi confermato “top scorer” nella “regular season”, che addirittura al primo turno dei Playoff ’92 – per poi avere un sussulto d’orgoglio nel ’93, stagione che lo vede per lungo tempo ai box per una discopatia alla schiena, ma in grado di essere pronto e riposato per i Playoff, dove i Kings, a dispetto di un terzo posto conclusivo nella loro Division, progrediscono sino alla Finale per il titolo (la sesta per l’oramai 32enne Gretzky) dopo aver eliminato Calgary (4-2), Vancouver (4-1) e Toronto (4-3), con “The Great One” ancora capace di dare un fattivo contributo con 40 punti (frutto di 15 reti e 25 assist), anche se ad alzare la Stanley Cup sono i Montreeal Canadiens, che si impongono per 4-1.

Ed anche se nel ’94 Gretzky si aggiudica per la decima ed ultima volta la Classifica dei Cannonieri della “regular season”, la sua attività agonistica volge oramai al tramonto, e, dopo un triennio in cui i Kings non riescono neppure a qualificarsi per i Playoff, accetta il trasferimento ai St. Louis Blues per una stagione, nuovamente condizionata dagli infortuni, per poi concludere la carriera accasandosi ai New York Rangers con cui scende in campo per l’ultima volta a fine della stagione regolare ’99, oramai a 38 anni compiuti, per l’esattezza il 18 aprile ’99 contro i Pittsburgh Penguins.

Si comnclude così una straordinaria epoca per un giocatore che ha stravolto ogni tipo di primato della NHL, dal record di punti, migliorato sin dal 15 ottobre ’89, giorno in cui supera il limite di 1.850 del suo idolo d’infanzia, “Mister Hockey” Gordie Howe, a quello di reti segnate, raggiunto il 23 marzo ’94 al Forum di Los Angeles davanti a 16mila spettatori in delirio, allorché realizza il punto n.802, scavalcando ancora Howe e determinando una sospensione dell’incontro per 10’ di applausi scroscianti.

gretzky-802
La celebre rete n.802 di Gretzky – da:agendalugano.ch

E, per comprenderne appieno la grandezza e l’impatto che Wayne Gretzky ha avuto nel mondo dell’Hockey su ghiaccio, bastino queste due elementari circostanze, la prima delle quali relativa alla sua iscrizione, ad appena 7 mesi di distanza dal suo ritiro, è stato inserito nella “Hockey Hall of Fame, rispetto ai canonici tre anni di attesa per tale evento …

Ma ancor più significativa è la seconda – dato che la suddetta deroga è stata applicata anche per altri 9 giocatori – ovverossia che la NHL ha imposto che il suo numero di maglia – il 99, da lui indossato sin dai tempi in cui era junior alla Sault Ste. Marie, non potendo avere il n.9 del suo ricordato idolo Howe, in quanto già assegnata ad altri – non venisse solo ritirato dai Club dove aveva giocato, ma che nessun altro giocatore dell’intera Lega Professionistica avrebbe mai potuto averlo in futuro sulla proprie spalle.

Come dire che “The Great One”, era oramai diventato “The Only One” …!!