SIXTEN JERNBERG, LO SPECIALISTA DELLA 50 KM CHE COLLEZIONAVA MEDAGLIE

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Sixten Jernberg alle Olimpiadi di Cortina 1956 – da sv.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Lo sci nordico, lo dice il nome stesso, ha tradizione secolare nei paesi della Scandinavia, oltreché in Unione Sovietica, e perpetra nel tempo leggende che rimandano ad atleti ammantati di eroismo sportivo.

Sixten Jernberg, ad esempio, che nasce a Malung-Salen, in Svezia, il 6 febbraio 1929, ed ha un rapporto personalissimo, nonché invidiabile, con le grandi rassegne di sci di fondo, che lo eleggono tra i più grandi per una collezione massiccia di medaglie. L’infanzia del piccolo Sixten non è delle più semplici, se è vero che fin da ragazzo è costretto a lavorare come fabbro e poi come taglialegna, una volta abbandonata la scuola. Fortuna vuole che per recarsi sul luogo di lavoro Jernberg debba coprire distanze praticabili con gli sci stretti, e quest’esercizio supplementare lo ripagherà in seguito con i successi in campo agonistico.

In effetti Sixten ci sa fare, e già nel 1949, ancora da junior, è campione distrettuale, il che gli apre le porte della Nazionale svedese. E nel 1954 avvia quella che sarà una carriera internazionale ad altissimi livelli, gareggiando ai Mondiali casalinghi di Falun dove sale sul terzo gradino del podio con la staffetta 4×10, quando con i compagni Sune Larsson, Arthur Olsson e Per-Erik Larsson termina alle spalle di Finlandia e Urss, salvando un bilancio che vede la Svezia fallire l’assalto alla medaglia nelle tre gare individuali, con lo stesso Jarnberg non meglio che quarto nella 30 chilometri e settimo nella 15 chilometri.

Jernberg non è proprio giovanissimo, avendo già 25 anni, ma una volta tracciata la via maestra, figura costantemente tra i migliori nelle grandi rassegne. Nel 1955  mette in bacheca il primo trionfo alla Vasaloppet, maratona di 90 chilometri adattissima a chi non ha timore della fatica, bissando poi nel 1960, ma nel 1956 ha il primo appuntamento con le Olimpiadi nel magnifico scenario di Cortina d’Ampezzo. E qui lo svedese è protagonista assoluto. Si comincia il 27 gennaio con la 30 chilometri, che viene corsa per la prima volta in sede olimpica, e Jarnberg, che transita con il miglior tempo al decimo chilometro anticipando di 6″ il finlandese Veikko Hakulinen, è poi costretto a cedere alla rimonta del rivale, che lo sopravanza di 5″ ai 20 chilometri per poi aumentare il divario al traguardo di 24″, che valgono a Sixten la prima medaglia d’argento della rassegna cortinese. Tre giorni dopo, infatti, la sfida si rinnova sulla distanza più breve, i 15 chilometri, e se stavolta, nella nebbia, Hakulinen non va oltre il quarto posto, Jarnberg staziona costantemente in terza posizione alle spalle del norvegese Hallgeir Brenden e ai due sovietici Vladimir Kuzin e Pavel Kolchin, sorpassando poi quest’ultimo nel finale per andare a collezionare una seconda piazza d’onore. Il 2 febbraio le Olimpiadi propongono la gara più prestigiosa, la 50 chilometri, e qui Jarnberg pennella un capolavoro, dominando fin dall’inizio per andare a precedere sul traguardo lo stesso Hakulinen, battuto di 1’18”. L’oro cinge infine il collo di Sixten e per lo svedese è già tempo di entrare a far parte dell’enciclopedia dei grandi interpreti dello sci di fondo. Con il corollario della medaglia di bronzo in staffetta.

Ma è solo l’inizio, perché come hanno dimostrato i primi due grandi eventi cui ha preso parte e la Vasaloppet del 1955, Jarnberg è specialista delle distanze lunghe, più la fatica annebbia la vista e intossica i muscoli, più lo svedese si trova a sua agio, proprio lì dove la concorrenza, invece, batte in testa. E alle due edizioni successive dei Mondiali, Lathi nel 1958 e Zakopane nel 1962, ha modo di confermarlo appieno, trionfando in entrambe le circostanze nella 50 chilometri quando sbaraglia gli avversari, siano essi i due beniamini locali Hakulinen e Arvo Viitanen in Finalndia, dove Sixten è pure oro in staffetta e bronzo nella 30 chilometri, o il connazionale Assar Ronnlund e l’altro grande interprete del fondismo finlandese dell’epoca, Kalevi hamalainen, in Polonia, dove Jarnberg si prende il lusso di bissare pure il titolo iridato con il quartetto svedese.

Ma sono i Giochi olimpici la vetrina che più di ogni altra regala l’immortalità sportiva, e a quella volge il suo guardo Jarnberg, che a Squaw Valley, nel 1960, esordisce il 19 febbraio nella 30 chilometri, che ha il vantaggio di partire per ultimo ed avere dunque come riferimento il tempo già impiegato dai diretti avversari. Tra questi ci sarebbe ancora Hakulinen, che è detentore del titolo, ma il finlandese è solo sbiadito parente del fuoriclasse che quattro anni prima si era messo l’oro al collo, incapace di andare oltre un anonimo sesto posto. La sfida per la vittoria si risolve dunque in un duello a distanza tra svedesi, con Jarnberg a fare gara di testa e passare ai due rilevamenti cronometrici dei 10 e 20 chilometri con 22″ di vantaggio, e Rolf Ramgard a provare a ricucire lo strappo nell’ultimo terzo di gara, terminando con soli 13″ di ritardo. Sixten è oro e se il buon giorno si vede dal mattino… in attesa dell’amata 50 chilometri. Invece, dopo aver colto l’argento nella 15 chilometri quando a batterlo è solo il norvegese Hakon Brusveen che fa meglio per l’inezia di 3″ rimontando lo svedese nel finale, Jarnberg incassa l’amaro di un quarto posto in staffetta, costretto ad inchinarsi al quartetto sovietico che gli nega di salire sul podio, come invece Sixten era stato capace di fare nelle precedenti sei gare disputate ai Giochi. E a testimonianza di un rendimento in calando, Jarnberg fallisce l’assalto alla conferma d’oro proprio nella 50 chilometri che il 27 febbraio chiude il programma. Lo svedese parte pigiando sull’acceleratore, facendo registrare il miglior tempo ai 10 chilometri, 33’43” contro 34’06” di Hamalainen e 34’16” di Hakulinen e Ramgard. Ma l’incedere non è quello dei giorni migliori, e se con il passare dei chilometri il ritmo di Jarnberg si affievolisce, si intensifica invece lo sforzo degli avversari, relegandolo infine in una deludente quinta posizione, a ben 6’12” da Hamalainen che chiude trionfalmente davanti ad Hakulinen e Ramgard.

La rivincita è attesa per l’edizione 1964 delle Olimpiadi, che ha come teatro Innsbruck e disegna a Seefeld il tracciato per le gare riservate ai fondisti. Jarnberg, ormai 35enne, è atteso al canto del cigno di una carriera già leggendaria, ma a dispetto dell’età avanzata, è protagonista di una rassegna dei Giochi in crescendo. Dopo aver dovuto cedere al finladese Eero Mantyranta il titolo della 30 chilometri, chiudendo solo quinto, Sixten sale sul terzo gradino del podio nella 15 chilometri, battuto dallo stesso Mantyranta e dal norvegese Harald Gronningen, riuscendo curiosamente a mettersi al collo la terza medaglia in tre edizioni consecutive nella prova a lui meno congeniale. Cosa non riuscita invece nella 30 e nella 50 chilometri. E dopo aver vinto la medaglia d’oro in staffetta, quando la Svezia con un’ultima furiosa frazione, corsa da Assar Ronnlund, rimonta uno svantaggio di 32″ all’Unione Sovietica per infine mettere lo sci davanti a quello finlandese per poco meno di 8″, Jarnberg scende in pista per la gara di commiato ai Giochi olimpici, la 50 chilometri. E miglior esito non potrebbe avere, perché, contrariamente a quanto era accaduto quattro anni prima, stavolta lo svedese distribuisce perfettamente gli sforzi, transitando quarto al rilevamento dei 12,5 chilometri a 21″ da Hamalainen, campione in carica, terzo al passaggio dei 25 chilometri a 54″ dallo stesso Hamalainen, e secondo al terzo intermedio dei 32,5 chilometri, riducendo a soli 20″ lo svantaggio dal finlandese. Ma se Hamalainen cede di schianto nell’ultimo quarto di gara, complice anche una rocambolesca caduta che lo vede andare a sbattere contro un muro, terminando addirittura sedicesimo, Jarnberg ingrana la quarta e saluta la concorrenza, andando infine a trionfare con il tempo di 2h43’52”, nettamente il migliore nelle sue tre partecipazioni olimpiche, lasciando Ronnlund a lustrare la sua medaglia d’argento colta con un margine di 1’06”.

Per Sixten Jarnberg è un addio come neppure nei sogni da bambino, quando la vita era segnata da fatica e rinunce. Ora è tempo di entrare nell’Olimpo degli eroi, vantando una collezione senza pari di metalli di valore. Poi verrà Bjorn Daehlie, ma questa è storia recente…

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LA TRIONFALE DISCESA LIBERA DI HARTI WEIRATHER AI MONDIALI DI SCHLADMING 1982

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Weirather all’arrivo della discesa libera – da steiermark.orf.at

articolo di Nicola Pucci

La Planai di Schladming, per chi ha avuto la fortuna di potervi esibire sopra, appartiene al Gotha delle piste da sci. E se da anni è sede di gare di Coppa del Mondo, accolse pure nel 1982 la XXVII edizione dei Campionati del Mondo.

Pensate voi cosa possa significare per gli austriaci, che fin dalla nascita si cibano a pane e discesa libera, trionfare proprio in questa specialità ad una grande rassegna internazionale. Ne sa qualcosa il “Kaiser“, al secolo Franz Klammer, che sei anni prima, a far data 1976, vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Innsbruck assurgendo al rango di eroe nazionale. Ed ora, a Schladming, gli asburgici attendono un altro aquilotto del Wunderteam bianco-rosso sul gradino più alto del podio. Ovviamente in discesa libera, perché le altre prove, quelle di slalom tanto per capirsi, in Casa Austria son roba per pischelli e non certo per i fenomeni della velocità.

La stagione in corso porta in dote, quando il 6 febbraio i discesisti, alle ore 12, si lanciano dal cancelletto di partenza, buone indicazioni per i padroni di casa. Franz Klammer, che dal 1975 al 1978 ha dominato la scena per poi eclissarsi complici alcuni problemi familiari, è tornato a vincere nella gara di apertura sulle nevi francesi di Val d’Isere, così come il giovane e promettente Erwin Resch, poco più che 20enne, ha colto sulla Saslong di Val Gardena la prima affermazione in Coppa del Mondo. Se poi Harti Weirather nel giro di otto giorni si è preso il lusso di battere tutti sui due tracciati che da sempre fanno la storia dello sci alpino, quelli di Kitzbhuel e di Wengen, ecco che gli austriaci avanzano prepotentemente la loro candidatura a far loro anche il titolo mondiale, anche perché poi il quarto discesista, Peter Wirnsberger, ha pure lui buone carte da giocare. Sono infatti imbattuti dal 1974, quando David Zwilling battè proprio Klammer a St.Moritz, con Josef Walcher poi vincitore quattro anni dopo a Garmisch. Tenuto conto che Leonhard Stock, poco più che un carneade, ha colto a sua volta a sorpresa l’oro ai Giochi di Lake Placid, ecco che l’Austria è il paese vincitore delle ultime quattro discese libere in sede olimpica o mondiale, e giocando in casa ha tutta l’intenzione di far cinquina.

La concorrenza è nondimeno agguerrita, ed ha nei canadesi Steve Podborski, vincitore a Crans Montana e della seconda prova sulla Streif, e in Ken Read, tre volte terzo in stagione, i pretendenti più autorevoli. In casa Svizzera ci si affida a Peter Muller per riportare in patria un titolo importante che manca dalla vittoria olimpica di Bernhard Russi a Sapporo 1972, con Conradin Cathomen e Tony Buergler altri alfieri di spicco della nazionale rossocrociata, mentre l’Italia, che non va a podio dalla vittoria di Herbert Plank a Lake Louise il 4 marzo 1980, dismessi gli sci il campione di Vipiteno, guarda soprattutto al futuro, con Much Mair, all’esordio in una grande competizione, che capeggia una pattuglia che comprende anche Giuliano Giardini, Mauro Cornaz ed Oskar Delago. Tra gli outsiders si annoverano discesisti che vengono da paesi senza tradizione invernale, come il britannico Konrad Bartelski, secondo in Val Gardena, e i sovietici Vladimir Makeev e Valeri Tsyganov, quest’ultimo vincitore ad Aspen nel marzo 1981.

58 atleti sono attesi alla competizione, che si sviluppa lungo i 3.401 metri della Planai. La giornata è splendida ed illuminata da un sole abbacinante, e al parterre c’è profumo di vittoria in casa Austria. Col pettorale numero 1 si lancia Cathomen, e la sua sciata è tanto veloce quanto redditizia da fissare il tempo di 1’55″58. Sarà difficile fare meglio. Dopo lui l’Austria gioca la prima carta importante, Erwin Resch, che transita con 0″08 centesimi di ritardo all’intermedio, svantaggio che poi al traguardo aumenta a 0″15 centesimi. Come vedremo, gli varrà il terzo gradino del podio finale.

La sfida tra i migliori si gioca sul filo dei centesimi, tocca alla Svizzera provare a far saltare il banco, con Muller, pettorale numero 3, che sbaglia qualcosa di troppo chiudendo a 0″42 centesimi da Cathomen, e il giovanissimo ma promettente Franz Heinzer, poco più che 19enne, che scende a valle con il numero 5 e con il tempo di 1’55″98 dovrà accontentarsi di un amaro quarto posto. Ma l’attesa è tutta rivolta al re, Franz Klammer, che col numero 7 si lancia con il solito ardore. All’intermedio il ritardo è contenuto, solo 0″17 centesimi che rimandano la decisione alla picchiata finale ma qui il “Kaiser“, lontano parente del fuoriclasse imbattibile di un tempo, va leggermente lungo nella “S” che immette sullo schuss d’arrivo e al traguardo il cronometro boccia le sue ambizioni, piazzandolo solo in settima posizione. E dopo che Makaeev è andato in presentat-arm sul salto all’arrivo riuscendo comunque a tagliare il traguardo, e il canadese Dave Murray, lontano dai primi, ha rivelato che non è giornata per i “Crazy Canuks” canadesi, non va meglio a Stock, pettorale numero 10, che finisce nelle retrovie, ed allora, per salvare una situazione che va facendosi compromessa, ecco che con il pettorale numero 11 al cancelletto di partenza si presenta Harti Weirather.

Classe 1958, di Reutte nel Tirolo, Weirather si cimenta già da qualche anno sul palcoscenico della Coppa del Mondo, e se il 15 dicembre 1980, dopo esser giunto nono alle Olimpiadi di Lake Placid, ha colto in Val Gardena il primo successo in carriera, nel proseguimento dell’anno il suo rendimento è cresciuto ancora, consentendogli di mettere i suoi sci davanti a quelli degli altri sia a St.Anton che ad Aspen e far sua la coppetta di specialità. Ma è la stagione in corso, appunto con le vittorie di Kitzbhuel e Wengen, che lo ha consacrato campione tra i più forti e completi, e sulla Planai sta per disegnare un capolavoro. L’alfiere del Wunderteam biancorosso scia veloce già nella parte alta, non commettendo imperfezioni e passando all’intermedio con il miglior tempo, 1’13″92, ovvero otto centesimi meglio di Cathomen, per poi buttarsi a capofitto fin sulla linea d’arrivo,  trascinato dall’incitamento di una nazione intera, segnando in 1’55″10 un  tempo che migliora di ben 0″48 centesimi il limite fissato da Cathomen. Che scala in seconda posizione.

L’Austria è in delirio, Podborski e Read, che con i pettorali 14 e 15 chiudono le discese del primo gruppo di merito, non tengono fede al loro rango di discesisti di prima fascia non andando oltre il nono e quattrdicesimo posto e quando anche Much Mair, pettorale numero 19, conclude la sua prima partecipazione iridata in una pur dignitosa decima posizione con un ritardo di 1″75, è tempo per l’Austria di brindare al successo.

Harti Weirather sale sul tetto del mondo, a coronamento di due stagioni da campionissimo, e se poi, dopo quella trionfale discesa, troverà solo un’ultima vittoria a Pontresina per poi retrocedere nelle classifiche di merito, pazienza. Un oro mondiale val proprio una Messa… e poi, buon sangue non mente, se è vero che la figlia Tina ha già fatto meglio, almeno in Coppa del Mondo, con nove vittorie parziali e le coppette di specialità in supergigante nel 2017 e nel 2018.

JO POLIG E IL GIORNO DI GLORIA ALLE OLIMPIADI DI ALBERTVILLE 1992

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Jo Polig sul podio – da gettyimages.it

articolo di  Nicola Pucci

La meravigliosa enciclopedia delle Olimpiadi tramanda ai posteri, talvolta, storie di vittorie inattese. Una di queste riguarda Josef Polig, abile sciatore che seppe cogliere l’attimo, approfittando sia delle circostanze favorevoli (la dea bendata assiste gli audaci, se ne ha voglia) che rendendo al meglio nel giorno più importante (aiutati che Dio ti aiuta, cita il proverbio).

Polig, classe 1968, altoatesino di Vipiteno, nei primi anni ’90 è indubbiamente uno degli sciatori italiani più completi. Dopo aver esordito in Coppa del Mondo nel 1988 con un promettente 14esimo posto in supergigante a Schladming, tanto da meritarsi la convocazione per i Mondiali di Vail del 1989 dove è nono in combinata, nel 1991 a fine stagione è nei primi 30 in 4 specialità su 5, mancando di comparire solo nella classifica di discesa libera, disciplina per cui difetta della necessaria potenza fisica. Ad onor del vero,  non è ancora riuscito ad entrare nei primi 5 di una singola gara, seppur piazzandosi invece costantemente tra i migliori, ad esempio settimo in slalom a Madonna di Campiglio, ottavo in supergigante a Garmisch e in combinata a Kitzbhuel, e nono in gigante a Waterville Valley, a certificare nondimeno le ottime qualità tecniche quando si tratta di disegnare le curve. Grazie comunque alle sue capacità sia nelle gare veloci che in quelle tecniche, riesce ad ottenere buoni risultati proprio in combinata, conquistando come detto la nona posizione ai Mondiali di Vail.

Per la stagione 1991-92 Polig ha però fatto vedere significativi miglioramenti, con due sesti posti in gigante sia a Park City che sulla Gran Risa della Val Badia ed uno in combinata a Garmisch, e finalmente con un altro piazzamento di rilievo in combinata: quinto a Kitzbuhel, nell’ultima gara prima dei Giochi, dietro a quattro grandi campioni come Paul Accola, Marc Girardelli, Hubert Strolz e Stephan Eberharter. Con questo risultato alle spalle, prepara le valigie per la Francia, dove sarà al cancelletto di partenza in combinata, supergigante e slalom gigante alle Olimpiadi di Albertville 1992.

Prima di avventurarci, però, nel dettaglio di quella giornata gloriosa per i colori azzurri nella gara di combinata, una citazione è doverosa anche per Gianfranco Martin, genovese classe 1970, quindi due anni in meno di Polig, e decisamente molta meno esperienza internazionale. Prima delle Olimpiadi, ha disputato solo poche gare in Coppa del Mondo, essendo alla stagione del debutto nel principale circuito sciistico: specialista delle discipline veloci, è riuscito ad andare a punti in discesa e supergigante, ma in combinata ha ottenuto i risultati migliori, 11esimo a Garmisch e 13esimo a Wengen. A metà della sua prima stagione di Coppa del Mondo, riesce quindi a staccare il biglietto per le Olimpiadi sia in combinata che nelle due prove veloci.

Tra i due portacolori azzurri, tocca proprio a Martin a esordire sulle piste di Val d’Isere, in discesa libera, gareggiando il 9 febbraio sulla difficilissima e temutissima Face de Bellevarde. Vince l’austriaco Patrick Ortlieb, sceso con il pettorale numero 1, e il ligure raccoglie un onorevole 14esimo posto, che equivale al suo miglior risultato di sempre nella specialità, non avendo meglio di un 23esimo e un 26esimo posto nelle due gare di Kitzbuhel qualche settimana prima. Martin dimostra pertanto di avere un buon feeling con il tracciato, che 24 ore dopo, il 10 febbraio, ospita anche la discesa libera valida per la combinata.

Dobbiamo preventivamente ricordare, nondimeno, che la combinata ha nel 1992 un formato differente da quello di oggi. Il risultato finale non è infatti la semplice somma dei tempi, ma un più complesso algoritmo dato dai distacchi, che teoricamente dovrebbe equilibrare la gara, ma che in realtà spesso rende la classifica quasi incomprensibile da decifrare in diretta. Anche per questo motivo la combinata, già oggi considerata una disciplina per alcuni versi minore rispetto alle quattro principali, viene snobbata da alcuni big dello sci, anche se talvolta si rivela decisiva per l’assegnazione della Coppa del Mondo (come proprio quella del 1992, vinta da Paul Accola davanti ad Alberto Tomba grazie anche ai tre successi in combinata).

Comunque sia il 10 febbraio, sulla Face de Bellevarde, si disputa la discesa libera, prima prova della combinata. Dopi vari rinvii per scarsa visibilità, si parte alle 15, con due dei grandi favoriti, Marc Girardelli e Gunther Mader, costretti subito al ritiro per una caduta. Al primo posto provvisorio si piazza il supergigantista norvegese Jan Einar Thorsen, già ai piedi del podio nella discesa per l’oro del giorno prima, che fissa il miglior tempo in 1’44″97. Al secondo, a sorpresa, ecco l’azzurro Gianfranco Martin, a 51 centesimi. Poi un altro italiano, Franco Colturi a 62 centesimi, e lo svizzero Xavier Gigandet a 64 centesimi. Si tratta di quattro specialisti delle prove veloci, e così il grande favorito sembra poter essere Paul Accola, che sta disputando una grande stagione di Coppa del Mondo tanto che a fine anno farà sua la sfera di cristallo, quinto a 76 centesimi. Subito dietro, al sesto posto, Josef Polig, che accusa un ritardo di soli 81 centesimi, promettente per lui che proprio discesista non è. L’altro italiano, Christian Ghedina, che punta tutto su questa prima gara dopo l’argento ai mondiali di Saalbach dell’anno prima, delude, chiudendo al 15esimo posto, ed è praticamente fuori dai giochi per le medaglie. A questo punto, per Polig si può ragionevolmente ipotizzare l’inserimento nella lotta per salire sul podio, considerando che gli altri specialisti dello slalom accusano distacchi importanti: Steve Locher è a 1”56, Strolz a 1″57, Furuseth a 3”97, Kosir a 4″63 e Kimura addirittura a 6”01.

24 ore dopo, l’11 febbraio, si disputano le due manche di slalom. La prima è  fatale sia a Thorsen che ad Accola, che commettono errori grossolani perdendo secondi decisivi e tirandosi così fuori dalla lotta per il podio. Vince la manche, in 48″08, l’austriaco Hubert Strolz, campione olimpico in carica e a quel punto sicuramente favorito per la vittoria finale. Dietro di lui si classificano tre atleti che hanno perso troppo tempo in discesa per poter cullare ambizioni, come il bulgaro Popov, Kimura e Ishioka, e poi altri tre concorrenti ancora in lotta per le medaglie: il francese Jean Luc Cretier e l’italiano Martin, entrambi andati fortissimo in una specialità che solitamente non li vede protagonisti, e lo svizzero Locher. Deludono nuovamente Furuseth, a 2”49 da Strolz, e lo stesso Polig, che prende 3”19 dall’austriaco e oltre un secondo da Martin, finendo al quinto posto della classifica provvisoria. Si parte così per la seconda manche, meno angolata e quindi più adatta anche ai discesisti: il miglior tempo assoluto è finalmente quello di Furuseth, 50″45, che rimonta fino al settimo posto finale. Ma nel complesso fanno meglio di lui due discesisti che disputano un ottimo slalom, come Ghedina (infine 6°) e Wasmeier, altro polivalente d’eccellenza (5°). Il quintultimo a partire è Polig che, su una pista ormai rovinatissima, riesce a far segnare uno straordinario secondo tempo di manche, 50″89, portandosi al comando con un coefficiente totale di 14,58 punti. Ancora quattro atleti sono attesi al cancelletto di partenza. Il francese Cretier accusa quasi due secondi da Polig e si inserisce provvisoriamente al secondo posto, subito superato da Locher, anche lui dietro al nostro atleta con un coefficiente di 18,16 punti: per l’Italia una medaglia è già sicura prima della partenza di Martin. I due azzurri arrivano infine vicinissimi: 32 centesimi di punti, cioè circa 7 centesimi di secondo, con Polig che rimane al primo posto. E’ già grande festa in Casa Italia, perché alla partenza di Strolz due medaglie sono assicurate. L’austriaco a cinque porte dalla fine sembra sicuro del bis olimpico, ma un errore lo manda fuori dalla pista. “E’ fuori!” esclama Bruno Gattai in telecronaca diretta, e la classifica finale è così scritta: primo Josef Polig, secondo Gianfranco Martin. I due italiani, mai saliti sul podio in Coppa del Mondo, sono  sorpredentemente davanti a tutti, meritandosi gloria olimpica perpetua.

Si tratta senza dubbio delle medaglie più incredibili della storia dello sci alpino azzurro, considerando anche come continuerà poi la carriera dei due sciatori. Josef Polig cinque giorni dopo sfiora addirittura un’altra medaglia, finendo quinto in supergigante, a soli cinque centesimi dal bronzo di Thorsen, e ottiene anche un ottimo nono posto in gigante. Chiude la Coppa del Mondo al 23esimo posto, ma dopo quella stagione non riuscirà più a ottenere grandi risultati: l’anno successivo coglierà un sesto posto in supergigante a Val d’Isere e un quinto posto in discesa libera a Kvittfjell e l’anno ancora dopo un nono a Lech, sempre in supergigante, e saranno i suoi unici altri risultati nei primi 10. Gareggerà in Coppa del Mondo fino al 1995 e si ritirerà l’anno successivo, a soli 28 anni, dopo alcune gare professionistiche in Nord America.

Anche Gianfranco Martin ad Albertvielle gareggia nel supergigante olimpico, chiudendo con un buon 12esimo posto, ma non entrerà più nei primi 15 in una gara di Coppa del Mondo: il suo miglior risultato sarà un 16esimo posto in combinata a Garmisch e in discesa a Bormio nel 1993. Correrà in Coppa fino al 1994, ritirandosi l’anno successivo a soli 25 anni.

Insomma, due meteore dello sci alpino italiano ed internazionale, ma se “carpe diem” è una citazione sempre attuale, chi meglio di Jo Polig e Gianfranco Martin seppero tradurla in realtà? E questo è un merito enorme… 

 

ELENA VALBE, LA REGINA DEL FONDO CHE RIMASE SENZA ORO OLIMPICO

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Elena valbe – da championat.com

articolo di Nicola Pucci

Si possono vincere  5 coppe del mondo con il corollario di 45 successi parziali (record al femminile, superato solo dai 46 dell’immenso Bjorn Daehlie), salire 3 volte sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi e collezionare ben 17 medaglie iridate, ma non poter vantare, in tutto questo popò di trofei, neanche una medaglia d’oro individuale ai Giochi? Certo che si può, basta chiamarsi Elena Välbe, nondimeno annoverabile tra le più grandi fondiste di sempre.

Elena (all’anagrafe Elena Trubicyna) nasce a Magadan, nel più remoto estremo oriente dell’Unione Sovietica, il 20 agosto 1968, ed è proprio a quelle latitudini, sferzate dal vento e dove la neve cade copiosa per gran parte dell’anno, seppur la temperatura sia meno rigida di quel che la media annua, -2,9 gradi, lascerebbe pensare, tra le leggere ondulazioni di lande desolate e boschi dove si narrano leggende sciamane, che inizia ben presto ad appassionarsi allo sport che qui è quasi d’obbligo praticare, ovvero lo sci su attrezzi stretti. E dotata com’è di classe cristallina, così come di abnegazione granitica, devota alla disciplina come solo una siberiana sa esserlo, ben presto si guadagna l’attenzione della Federazione del suo paese che, dopo averla inserita in squadra a 14 anni, la seleziona per i Mondiali junores del 1987 di Asiago dove è già la più brava del lotto delle concorrenti.

E’ solo l’inizio di una meravigliosa avventura agonistica, che al piano superiore, tra le “grandi“, si è aperta con due primi piazzamenti tra le migliori dieci nella stessa stagione del debutto 1986/1987, con un ottavo posto nella 5 km di Lahti ed un quinto posto nella 30 km di Falun. E se l’anno dopo la Välbe è costretta a rimanere al palo perché diventa presto mamma di Frans, nato dall’unione con il fondista estone Urmas Vialbe di cui, appunto, adotta il cognome, eccola di ritorno, ormai in pianta stabile, nel circuito di Coppa del Mondo nel 1988/1989, che già segna con il suo marchio di campionessa di prima fascia.

Estremamente competitiva sia in tecnica classica che in quella libera, la siberiana non tarda a brindare sia al primo podio assoluto, con il terzo posto nella 5 km di La Feclaz, che alla prima della sua interminabile serie di vittorie, colta il 14 dicembre 1988 sulle nevi svizzera di Campra dove nella 15 km a tecnica libera batte la cecoslovacca Havrancikova e l’altra sovietica Larisa Lazutina, che assieme a lei compone quello squadrone falce-e-martello destinato a dominare la scena, e con la quale la Välbe librerà duelli serrati.

In effetti, appena 20enne, la Välbe è pronta non solo ad incamerare la prima Coppa del Monddo assoluta, quando con 167 punti complessivi sopravanza nettamente la stessa Havrancikova e l’altra sovietica Tamara Tichonova, ma pure a recitare la parte della regina alla prima rassegna iridata a cui prende parte, i Mondiali di Lahti del 1989, che vedono Elena trionfare in tecnica libera sia nella 10 km che nella 30 km, dovendo invece accontentarsi della medaglia d’argento nella staffetta 4×5 quando, accompagnata da Julija Samsurina, dalla leggendaria Raisa Smetanina e dalla Tichonova, si arrende per soli sei secondi alla superiorità della Finlandia.

Poco male, ci sarà tempo per prendersi la rivincita, come effettivamente sarà nelle quattro edizioni mondiali successive in cui Urss o Russia, grazie al contributo sostanziale di Elena, vinceranno la prova di squadra battendo l’Italia in Val di Fiemme 1991 e a Falun 1993 e la Norvegia a Thunder Bay 1995 e Trondheim 1997. Ma quel che interessa principalmente alla Välbe è affermare la sua leadership in Coppa del Mondo, dove la concorrenza è spietata in casa Unione Sovietica, se è vero che nel 1990 la Lazutina infine le strappa la classifica assoluta per l’inezia di nove punti, 146 a 137, e comincia a far capolino Ljubov Egorova, che seppur di due anni più anziana di Elena, è pronta a darle filo da torcere.

Così come filo da torcere, eclissandosi le scandinave, iniziano a dare ad Elena anche le fondiste italiane, in primis lo scricciolo piemontese Stefania Belmondo, che nelle due stagioni successive, 1990/1991 e 1991/1992, chiude, seppur nettamente distanziata, alle spalle della Välbe in classifica generale di Coppa del Mondo, in secundis Manuela Di Centa, che dopo la vittoria della Egorova nella stagione 1992/1993, a sua volta porta a casa il trofeo di fondista più completa per l’anno 1993/1994, prima azzurra a riuscirci, altresì dando vita ad un triennio di sfide eccitanti nelle rassegne internazionali che dal 1991 al 1994 vedono russe e italiane spartirsi la torta.

E se ai Mondiali della Val di Fiemme del 1991 la Välbe, esattamente come due anni prima, mette al collo due medaglie d’oro individuali vincendo la 10 km a tecnica libera dominando la svedese Marie-Helene Ostlund e la 15 km a tecnica classica anticipando di un soffio la norvegese Trude Dybendahl, oltre appunto a far tris in staffetta, a Falun nel 1993 cala la tripletta nella 15 km a tecnica classica distanziando di ben 50″ la finlandese Marja-Liisa Kirvesniemi, lasciando invece alla Belmondo la vetrina della gara della 30 km e della 15 km ad inseguimento, disputata per la prima volta in sede iridata, chiudendo la sfida incrociata Russia-Italia sul 2-2, almeno in quanto a medaglie d’oro, grazie al successo in staffetta.

La gloria olimpica, nondimeno, è l’obiettivo primario per ogni atleta che si eserciti individualmente, e la Välbe non si sottrae certo a quest’illusione. Abborda dunque la sua prima esperienza a cinque cerchi, ad Albertville 1992, con la chiara intenzione di salire sul gradino più alto del podio, forte anche di un dominio in Coppa del Mondo che la pone in cima alla lista delle favorite. Ma sui tracciati disegnati a Les Saisies Elena va incontro ad una delusione cocente, infilando una serie clamorosa di insuccessi nelle quattro gare individuali, che la vedono terminare sempre in terza posizione, siano la 15 km a tecnica classica (battuta da Egorova e Marjut Rolig), la 5 km a tecnica classica (dietro alle stesse Rolig ed Egorova), la 15 km a inseguimento (appannaggio ancora della Egorova davanti alla Belmondo) o la 30 km a tecnica libera (con Belmondo ed Egorova a scambiarsi le prime due medaglie), vincendo l’oro solo in staffetta. E come è ovvio che sia, per la Välbe si inizia a parlare di maledizione a cinque cerchi.

Tabù che si rinforza due anni dopo, a Lillehammer 1994, quando la Välbe si presenta ai Giochi non certo al meglio della condizione, come puntualmente confermato dai risultati lungo l’anello di Birkebeineren dove Egorova e Di Centa si spartiscono equamente gli ori individuali, due a testa, ed Elena è non meglio che sesta nella 15 km a tecnica libera e nella 30 km a tecnica classica, troppo distante da quel rendimento che l’hanno proclamata regina nelle stagioni precedenti.

Ma la corona di regina cinge a meraviglia la testa della Välbe, che nel triennio successivo torna a comandare la classifica di Coppa del Mondo, nel 1995 quando con 1060 punti precede un plotone di altre quattro russe e nel 1997 quando con 940 batte per la terza volta la Belmondo, che fallisce l’assalto alla sfera di cristallo come invece era riuscito, ancora, alla Di Centa nel 1996, proprio davanti alla Välbe, 1004 punti contro 945 punti.

Altrettanto feeling con i Mondiali Elena conferma di avere alle due ultime edizioni a cui prende parte, nel 1995 a Thunder Bay quando vince la 30 km a tecnica libera battendo la Di Centa e lasciando alla Lazutina la palma di stella della rassegna con tre vittorie nella 5 km a tecnica classica, nella 15 km a tecnica classica e nella 15 km ad inseguimento, completando l’en-pleim assieme in staffetta, e nel 1997, quando a Trondheim infila un clamoroso poker individuale di vittorie, complice anche la squalifica nella 5 km a tecnica classica della Egorova, positiva all’antidoping,  sempre battendo la Belmondo, compreso l’esaltante epilogo in volata nella 15 km ad inseguimento, risolto al fotofinish a favore della campionessa russa per la battito di ciglio di 2 centimetri, a cui aggiungere il pokerissimo offerto dalla vittoria in staffetta davanti alla Norvegia. Proprio alla partenza della prova di squadra fa scalpore il proclama di Elena che, in perfetto tedesco, si rivolge al pubblico ammettendo che la sola Egorova si è macchiata del reato di doping, sconciurando così l’eventuale esclusione dalla prova del quartetto russo.

Già, l’oro in una gara individuale alle Olimpiadi, che ormai è diventata l’ossessione di una memorabile carriera. Ahimè senza conforto, perché la Välbe azzarda l’ultimo, disperato tentativo di far suo quel metallo prezioso che sempre le è sfuggito. Ma l’ispirazione ormai non c’è più, la campionessa declina verso la pensione e c’è spazio solo per un’ultima vittoria in Coppa del Mondo, il 20 dicembre 1997 nella 15 km a tecnica classica di Davos, prima dell’ultima, anonima recita giapponese a Nagano, quando, limitata da un raffreddore, al prevedibile oro in staffetta, non può che associare il 17esimo posto nella 15 km a tecnica classica e il quinto posto nella 30 km a tecnica libera, dietro anche a Lazutina e Belmondo, che come lei hanno segnato il fondo anni Novanta. Ma se le due avversarie hanno in bacheca il metallo più abbacinante, a lei, Elena Välbe, la “farfalla di Magadan” perché nessuna fu mai così brava a coniugare potenza e leggerezza, quell’oro manca tanto, ma proprio tanto.

 

 

 

 

LA CLAMOROSA VITTORIA DEGLI USA SULL’URSS NELL’HOCKEY SU GHIACCIO AI GIOCHI DI LAKE PLACID 1980

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Il trionfo Usa sull’Urss ai Giochi di Lake Placid ’80 – da:youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’inizio degli anni ’80 segna il periodo più buio nell’ultra centenario “Romanzo delle Olimpiadi” a seguito del doppio boicottaggio promosso, dapprima dal Presidente Usa Jimmy Carter ai Giochi di Mosca ’80, cui fa seguito analogo atteggiamento da parte dei Paesi del blocco sovietico all’edizione successiva di Los Angeles ’84, prima volta in cui la Rassegna a cinque cerchi viene così platealmente usata a fini politici.

Eventi dimezzati che, però, si riferiscono alle sole Olimpiadi estive, poiché i Giochi invernali, programmati a Lake Placid ’80 e Sarajevo ’84, vanno regolarmente in scena, nonostante la tensione tra le due superpotenze, in occasione dell’edizione svoltasi negli Stati Uniti, sia già a livelli elevati, nell’ambito della cosiddetta “Guerra Fredda”, a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan avvenuta la vigilia di Natale 1979.

Già nel gennaio ’80 negli Usa si inizia a progettare un possibile boicottaggio dei Giochi moscoviti attraverso un rapporto della CIA al Presidente Carter e l’avvio di colloqui con le Nazioni “amiche” al fine di sondare la loro disponibilità a seguirli in tale atteggiamento, ed anche se la decisione definitiva viene assunta dal Comitato Olimpico americano nel successivo mese di marzo, è palpabile – in quei 10 giorni che andavano dal 14 al 24 febbraio ’80 a Lake Placid – un’atmosfera di ancora maggiore rivalità tra i due blocchi contrapposti …

Olimpiadi che vivono sulle imprese di quattro atleti in particolare, vale a dire il fuoriclasse svedese Ingemar Stenmark, il quale si impone sia nello Slalom speciale che in gigante, mentre ancor meglio fa la rappresentante del Liechtenstein Hanni Wenzel, che oltre ai medesimi allori conquista anche l’argento in Discesa libera (ed il fratello Andreas completa il trionfo familiare giungendo alle spalle di Stenmark nel gigante), anche se la graduatoria dei pluri medagliati vede il sovietico Nikolay Zimyatov mettersi al collo 3 ori nello Sci di fondo, facendo sue le gare della 30 e 50km., oltre alla staffetta 4x10km., impresa che peraltro impallidisce rispetto a quanto compiuto dall’americano Eric Heiden, il quale fa “cappotto” salendo sul gradino più alto del podio in tutte e cinque le prove di Pattinaggio di velocità, dai 500 sino ai 10mila metri.

L’exploit di Heiden rischia seriamente di rappresentare le uniche medaglie d’oro per il Paese ospitante, visto che dallo Sci alpino giunge solo l’argento di Phil Mahre alle spalle dell’imbattibile Stenmark, nel Pattinaggio di velocità femminile Leah Poulos-Mueller porta alla causa due secondi posti sui 500 e 1000 metri ed in quello di figura Linda Fratianne deve arrendersi di fronte alla tedesca orientale Anett Potzsch.

Resta una sola ultima speranza per incrementare il bottino degli Ori in casa americana, vale a dire la conquista del titolo nel Torneo di Hockey su ghiaccio, impresa che alla vigilia appare come un qualcosa di titanico, vista la presenza dello squadrone sovietico, da quattro edizioni dei Giochi (dal 1964 al ’76) monopolizzatore del gradino più alto del podio, cui, in sott’ordine, fanno buona compagnia la Svezia e, soprattutto, la Cecoslovacchia, argento ad Innsbruck ’76, ma capace di far suoi i titoli iridati nel 1976 e ’77, nonché di giungere seconda nel 1978 e ’79.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, non salgono su di un podio mondiale dal bronzo conquistato nell’edizione di Colorado Springs ’62, mentre in sede olimpica, dopo l’oro di Squaw Valley ’60, possono contare solo sulla medaglia d’argento di Sapporo ’72, frutto di un convincente successo per 5-1 sulla Cecoslovacchia, pur se l’esito del confronto con i sovietici è impietoso, venendo travolti per 7-2 …

Non si nutrono pertanto eccessive aspettative in casa americana circa le possibilità di vittoria a Lake Placid, data anche la differenza di esperienza internazionale rispetto ai favoriti sovietici, i quali possono contare nelle proprie file ben 5 giocatori – Valery Kharlamov, Aleksandr Maltsev, Boris Mikhailov, Vladimir Petrov e Valery Vasiliev – già Bicampioni olimpici a Sapporo ’72 ed Innsbruck ’76, mentre un sesto, Viktor Zhluktov, ha già fatto parte della formazione vincente quattro anni prima in terra austriaca.

Cosa può essere lecito attendersi – di fronte a cotanta nobiltà – da un manipolo di dilettanti guidati dal poco più che 40enne Herb Brooks (peraltro componente del Team bronzo ai Mondiali ’62 …), con in aggiunta la più bassa età media dell’intero Torneo (essendo la quasi totalità degli stessi studenti universitari …), se non di onorare al massimo l’impegno, essendo già improbabile, in sede di pronostico, accedere al girone finale a quattro.

Ciò in quanto le 12 squadre iscritte sono suddivise in due Gruppi da 6 formazioni ciascuno, con le sole prime due di ogni raggruppamento ad accedere al Girone finale per l’assegnazione delle medaglie e gli Stati Uniti, inseriti nel Gruppo A, sembrano tagliati fuori da una simile previsione essendo accoppiati alle “corazzate” di Cecoslovacchia e Svezia, rispettivamente argento e bronzo ai Campionati mondiali dell’anno precedente alle spalle dell’armata sovietica che aveva concluso la rassegna iridata a punteggio pieno, con 8 vittorie in altrettanti incontri, Urss inserita nel Gruppo B assieme a Finlandia e Canada.

Ma si sa che la gioventù, se non può, giocoforza, essere sinonimo di esperienza, può portare con se caratteristiche di esuberanza ed anche di quella giusta dose di incoscienza che può servire ad annullare l’emozione di un appuntamento così importante, ed i primi ad accorgersene sono gli svedesi, fermati sul 2-2 nell’incontro di apertura del 12 febbraio, con la rete del definitivo pareggio siglata dal 23enne Bill Baker a 27” dal termine dell’incontro.

Era questa l’iniezione di fiducia che coach Brooks si attendeva in vista del secondo, sulla carta proibitivo, incontro in scena due giorni dopo contro i vice Campioni del mondo cecoslovacchi che avevano esordito nel Torneo con un netto successo per 11-0 sui malcapitati norvegesi, e che, viceversa, dopo un primo parziale concluso sul 2-2, si rivela un autentico calvario per la formazione dell’Europa orientale che crolla sotto i colpi di un Buzz Schneider scatenato (due reti ed un assist per lui …) sino ad abbandonare la pista sotto un pesante fardello di 7-3.

Con la qualificazione alla “zona medaglie” già in tasca, occorre però non incorrere in passi falsi nelle ultime tre sfide del Girone al fine di non compromettere gli exploit realizzati con le più forti avversarie, compito che viene diligentemente portato a termine dagli americani superando, nell’ordine, Norvegia (5-1 dopo aver chiuso sullo 0-1 il primo dei tre tempi …), per poi avere facilmente la meglio 7-2 sulla Romania e quindi soffrire oltre il lecito contro la Germania Ovest, trovandosi in svantaggio 0-2 dopo i primi 20’ prima di rimettere le cose a posto nei due successivi parziale sino al 4-2 definitivo, nella giornata in cui la Cecoslovacchia deve dire addio ai sogni di gloria, sconfitta 2-4 anche dalla Svezia.

Americani e scandinavi che si qualificano a braccetto per il Girone finale a quattro portandosi in dote il pareggio per 2-2 acquisito nella fase preliminare, dovendosi confrontare con Finlandia ed Unione Sovietica, la quale ha confermato la propria netta superiorità concludendo il Gruppo B a punteggio pieno e con 51 reti realizzate rispetto alle sole 11 subite, avendo comunque sofferto più del lecito per avere ragione sia dei finnici (4-2 maturato negli ultimi 5’ di gioco) che dei canadesi, anche in questo caso con un successo per 6-4 dopo che alla conclusione del secondo tempo erano sotto 2-3.

Che si fosse trattato di due “campanelli d’allarme” sottovalutati dal tecnico sovietico Viktor Tikhonov può essere un’ipotesi plausibile, ma di certo la formazione sovietica mai avrebbe pensato, affrontando il Girone finale con 2 punti rispetto al punto a testa di Usa e Svezia, che l’avversario più ostico sarebbe stato rappresentato proprio dagli scanzonati “Yankees” rispetto ai più accreditati scandinavi.

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I saluti prima della sfida Usa-Urss – da:pasdresteve.com

Quello che poi verrà battezzato dai media Usa come “Miracle on Ice” (“Miracolo sul Ghiaccio”) va in scena il 22 febbraio ’80 alle ore 17:00 allo “Olympic Fieldhouse” di Lake Placid dove 8.500 spettatori si sono dati appuntamento per riempire ogni posto a disposizione dell’impianto, non volendosi perdere un evento così altamente atteso, al punto che il Network ABC, titolare dei diritti televisivi, ne chiede inutilmente lo spostamento alle 20:00 per consentirne la trasmissione in prima serata, richiesta cui non aderiscono i sovietici in quanto ciò comporterebbe la visione dello stesso alle ore 4:00 del mattino nel loro Paese.

In un tripudio di bandierine “Stars and stripes” sventolanti sugli spalti, accompagnato dal canto dell’inno patriottico “God bless America” (“Dio benedica l’America”), coach Brooks catechizza a dovere i propri ragazzi, motivandoli con poche, ma sentite parole:  “siete nati per essere giocatori, dovevate essere qui e questo è il vostro momento, non lasciatevelo scappare …”.

Forse ci vorrebbe qualcosa di più per sperare di superare Vladislav Tretiak – unanimemente riconosciuto come il miglior portiere al mondo all’epoca – e fronteggiare gli attacchi portati dal 36enne Capitano Boris Mikhailov, nonché dai vari Kharlamov, Makarov e Fetisov, tutte e tre successivamente inseriti nella “Hockey Hall of Fame”, nel mentre della selezione Usa nove componenti provengono dall’Università di Minnesota, dove svolge la sua attività di tecnico il coach Brooks, e quattro dalla “Boston University”, tra cui il Capitano, il 25enne italo americano Mike Eruzione, un nome che ben presto avrà modo di passare alla storia.

Al primo ingaggio, come di consueto, gli Stati Uniti si fanno sorprendere in avvio, con i sovietici a sbloccare il punteggio dopo 9’12” grazie a Vladimir Krutov, il quale devia alle spalle dell’estremo difensore americano Jim Craig una conclusione di Alexei Kasatonov, rete che contribuisce ad accendere l’incontro, visto che meno di 5’ dopo Schneider pareggia i conti prima che Makarov al 17’34” riporti ancora avanti l’Unione Sovietica.

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Il portiere Jim Craig in evidenza – da:gettyimages.it

E’ questo un periodo in cui si erge a protagonista il portiere Craig, il quale riesce a respingere le conclusioni avversarie – a fine match saranno ben 39 contro le sole 16 dei padroni di casa – e che trova un’importante punto di svolta nella fase conclusiva, allorché un “tiro della disperazione” di Dave Christian da 30 metri viene respinto da Tretiak solo per capitare sul bastone di Mark Johnson, il quale supera due difensori per andare a realizzare il punto del 2-2 con un solo 1” dalla fine del primo periodo.

Nell’intervallo il tecnico Tikhonov opera una mossa a sorpresa che coglie impreparati i giocatori di entrambe le squadre, vale a dire la sostituzione del “leggendario” Tretiak (già 2 ori olimpici e ben 7 titoli iridati nella sua bacheca …) con la riserva Vladimir Myshkin per quella che lui stesso ammetterà in seguito “essere stato il più grande errore della mia carriera” – e successivamente, allorché Johnson chiederà a Fetisov, nel frattempo militante nella NHL americana, un parere su detta circostanza, ne riceve un laconico “Coach crazy” (“Allenatore impazzito”) – pur se il secondo periodo vede un dominio assoluto da parte sovietica, caratterizzato da 12 conclusioni a 2, ma che partorisce la sola rete del 3-2 messa a segno da Matisev dopo 2’18” dalla ripresa del gioco …

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Usa-Urss Lake Placid ’80, una fase della gara – da:sportsblog.com

Considerato come all’Urss non andrebbe male neppure un pareggio, in attesa di verificare l’esito della gara a seguire tra le due formazioni scandinave, per gli Stati Uniti si rende necessario cercare di ribaltare il risultato nel corso degli ultimi 20’ della gara, un’impresa sulla carta paragonabile alla scalata di una montagna, ma in soccorso della quale giunge, dopo 6’47”, una penalità inflitta a Vladimir Krutov che lo relega in panchina per 5’, una superiorità numerica della quale gli Usa approfittano dapprima per pareggiare i conti con Johnson, il cui disco scagliato verso la porta avversaria passa sotto il corpo di Myshkin e quindi per assestare il colpo del definitivo ko con il Capitano Eruzione, appena subentrato sul ghiaccio, il quale trafigge nuovamente la riserva Myshkin con una conclusione “sporcata” da Vasiliev.

Siamo a metà dell’ultimo periodo, ci sono ancora 10’ di gioco e, con gli Stati Uniti per la prima volta in vantaggio nel corso dell’incontro, il Palazzetto del Ghiaccio è un’autentica bolgia, mentre i sovietici sono colti dal panico, pur dovendo patire una buona dose di sfortuna allorché una conclusione di Maltsev incoccia nel palo alla destra di Craig, anche perché i ragazzi americani, sollecitati dal loro allenatore – “Fate il vostro gioco, fate il vostro gioco”, urla a bordo campo – non si rinchiudono in difesa ma ribattono colpo su colpo.

Si giunge così ai minuti finali dove l’Urss rinuncia ad avanzare Myshkin come giocatore di manovra – “Non abbiamo mai adottato la soluzione sei contro cinque, neppure in allenamento perché Tikhonov non aveva fiducia in tale variante tattica”, commenta Sergey Starikov – ma non ad attaccare e, dopo che una conclusione di Petrov (capocannoniere ai Mondiali dell’anno precedente con 15 punti) termina di poco fuori, tocca a Craig deviare di piede una conclusione dello stesso attaccante sovietico a 33” dalla sirena, con gli ultimi, palpitanti attimi della sfida scanditi dal pubblico con un “Count down” ripreso dal commentatore televisivo Al Michaels della ABC che conclude la propria cronaca scandendo anch’esso: “11 secondi, eccoci, mancano 10 secondi, il conto alla rovescia inizia ora, Morrow ha il disco, lo passa a Silk, 5 secondi alla fine del match, credete nei miracoli …?? Sì …!!”.

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I giocatori Usa festeggiano il trionfo sull’Urss – da:gettyimages.it

Come la gara termina, Brooks, vinto dall’emozione, scarica la tensione raggiungendo di corsa gli spogliatoi lasciandosi andare ad un pianto liberatorio, nel mentre i giocatori intonano a loro volta il coro “God bless America” cantato dai loro tifosi, ed i media – in particolare il celebre commentatore Jim McKay della ABC – paragonano tale risultato come se “una squadra di football universitario canadese avesse sconfitto i Pittsburgh Steelers (quattro volte vincitori del Super Bowl negli ultimi sette anni …)” per far comprendere quella che fosse la differenza dei valori campo.

Attenzione, però, che il successo, ancorché inaspettato, non garantisce agli Stati Uniti la medaglia d’oro, anche se l’esito della gara svoltasi in serata, con il pareggio per 3-3 tra Finlandia e Svezia, pone gli stessi in una posizione di vantaggio con 3 punti rispetto ai 2 di Svezia ed Unione Sovietica, con i finnici a chiudere la classifica con un punto.

Resta dunque da superare l’ostacolo Finlandia, in una sfida che va in scena il 24 febbraio alle ore 11:00 locali, mentre a seguire, alle 14:30, è previsto l’incontro tra Urss e Svezia che, in caso di vittoria americana, diviene uno spareggio per il secondo posto, che viceversa potrebbe vale la medaglia d’oro qualora i finnici dovessero bloccare gli americani.

Il rischio che l’euforia per l’impresa compiuta possa trasformarsi in un pericoloso boomerang è altissimo, considerata altresì la giovane età dei componenti la formazione di Brooks che si ritrovano nella condizione di realizzare un sogno del tutto inaspettato alla vigilia dei Giochi, tensione che si fa sentire dopo i primi due parziali, al termine dei quali la Finlandia si trova in vantaggio per 2-1 …

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Una rete Usa nel decisivo match con la Finlandia – da:imasportphile.com

Lo spettro di vanificare lo “storico” successo ritrovandosi alla fine con un pugno di mosche in mano fa sì che nel breve intervallo prima dell’inizio del terzo e decisivo periodo, come riportato da Mike Eruzione, Brooks si rivolga ai propri giocatori guardandoli negli occhi e pronunciando queste poche ma dure parole: “Se voi perdete questo incontro, ciò graverà sulle vostre coscienze menti sino alla morte …!!”, ed, avviatosi verso la porta dello spogliatoio, si ferma sulla soglia e, voltandosi indietro, ripete: “ricordatevi, sino alla morte …!!”.

Non è dato lecito sapere quanto questo sermone sia stato determinante nello scatenare la reazione nel terzo parziale, ma un dato di fatto è che, alla ripresa del gioco, in poco più di 6’, dapprima Phil Verchota e quindi Bob McClanahan, riescano a ribaltare le sorti della sfida per poi toccare a Johnson mettere a segno il punto della sicurezza a poco più di 3’30” dal termine dell’incontro per il definitivo 4-2 che sancisce una delle più grandi sorprese nella Storia del torneo di Hockey su ghiaccio ai Giochi invernali.

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I giocatori Usa festeggiano l’oro – da:sportingnews.com

I sovietici, scesi sul ghiaccio sapendo di aver buttato al vento l’occasione per entrare nella leggenda con il quinto titolo olimpico consecutivo – che, considerando i successivi ori nelle edizioni dal 1984 al ’92 avrebbe portato la serie ad addirittura 8 vittorie consecutive – sfogano la propria rabbia e delusione contro i malcapitati svedesi, sommersi sotto un impietoso 9-2 che sta una volta di più a testimoniare quanto eccezionale sia stata l’impresa dei ragazzi di Herb Brooks.

Ovviamente, il rilievo mediatico, anche in virtù delle tensioni politiche ricordate all’inizio, è enormemente amplificato e lo stesso Presidente Jimmy Carter riceve alla Casa Bianca gli autori di tale storica impresa, e non sarebbe stato male, cogliendo nel volto dei giocatori la gioia e la soddisfazione per aver regalato al proprio Paese un tale motivo di orgoglio, se avesse riflettuto su come la sua decisione di boicottare i Giochi estivi di Mosca avrebbe deluso le aspettative ed i sacrifici compiuti da tantissimi altri ragazzi e ragazze americani che avevano posto tale appuntamento ai vertici dei rispettivi obiettivi di carriera.

Ma quando mai, i politici (rispetto a quanto ampiamente sbandierato a parole …) si preoccupano dei desideri del proprio popolo …??

 

MICHELA FIGINI, REGINA TRA LE GRANDI DI SVIZZERA DELLO SCI ANNI OTTANTA

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Michela Figini in azione in discesa libera – da rsi.ch

articolo di Nicola Pucci

Oggi pare solo un lontano e sbiadito ricordo (non me ne voglia la brava Lara Gut), ma c’è stato un tempo in cui la Svizzera al femminile ha dato un’impronta indelebile alla storia dello sci alpino. Senza dover andar troppo indietro con gli anni, infatti, basta fermarsi a sfogliare gli albi d’oro dei mai troppo rimpianti, almeno in casa elvetica, anni Ottanta, quando  Marie-Therese Nadig, Doris De Agostini, Erica Hess, Maria Walliser, Vreni Schneider e Michela Figini hanno dominato la scena del Circo Bianco, slalom, gigante, discesa, supergigante o combinata che fosse.

Appunto Michela Figini è la protagonista di una storia sportiva che si apre il giorno in cui la ragazza ticinese vede la luce, 7 aprile 1966 a Prato Leventina. A tre anni, infatti, è già sugli sci e non tarda certo a mettersi in luce nel panorama delle gare giovanili quando a nove anni entra a far parte dello Sci Club Airolo. Dotata di piede sensibile, particolarmente adatta alle discipline veloci ma pure abile quando c’è da pennellare tra le porte larghe del gigante, la Figini ha talento da vendere, e la cosa non può certo sfuggire all’occhio vigile della sua Federazione che appena 16enne la fa debuttare in Coppa del Mondo, non prima di esser passata attraverso le forche caudine del circuito di Coppa Europa.

La stagione 1982/1983, dunque, vede il debutto di una giovanissima Figini sul principale palcoscenico dello sci alpino, e se in combinata, a Schruns il 21 gennaio 1983, per la prima volta figura nella top-ten, è proprio in discesa libera, a Mont Tremblant il 5 marzo dello stesso anno, che sale per la prima volta sul podio, terza alle spalle della canadese Laurie Graham e della connazionale Maria Walliser con cui, negli anni a seguire, darà vita ad un’accesa rivalità, sia per i risultati in pista che per le piacevoli fattezze estetiche.

Sono gli anni in cui l’altra grande ticinese dello sci femminile, Doris De Agostini, sta per uscire di scena, e Michela è pronta a rilevarne il testimone nelle discipline veloci, seppur ai Mondiali juniores del Sestriere del 1983 la Figini confermi di saperci fare anche tra i pali, cogliendo due bronzi in gigante e combinata.

Ma la Coppa del Mondo è la vetrina che l’audace svizzera ha eletto come suo teatro di recita preferito, e già per la stagione 1983/1984 coglie la prima affermazione, ovviamente in discesa libera, a Megeve il 28 gennaio 1984 quando, non ancora 18enne, si lascia dietro le due austriache Elisabeth Kirchler e Sylvia Eder, bissando il giorno dopo in combinata per le prime due vittorie di una serie che a fine carriera ne conterà ben 26 (17 in discesa, 3 in supergigante, 2 in gigante, 4 in combinata).

E se in supergigante è stata seconda a Puy St.Vincent, battuta ancora dalla Graham, così come in gigante ha collezionato già numerosi piazzamenti tra le prime pur senza salire ancora sul podio (ci riuscirà il 17 marzo a Jasna, seconda dietro alla Hess), ecco che di colpo Michela diventa la stella che la svizzera illustra agli occhi del mondo per la kermesse olimpica di Sarajevo. Dove la Figini, in effetti, non tradisce le attese, tanto da dominare la concorrenza in discesa libera il 16 febbraio quando lungo il tracciato di “Jahorina” si tiene alle spalle di un soffio la Walliser, a 0″05 centesimi, con la cecoslovacca Olga Charvatova, a 0″17 centesimi, che regala al suo paese un’insperata medaglia di bronzo.

Gioco, partita, incontro, verrebbe da dire. Perché appena maggiorenne Michela già assurge al rango di fuoriclasse, status che la ticinese consolida l’anno dopo, 1984/1985, facendo sua non solo la classifica generale di Coppa del Mondo in virtù di otto vittorie conseguite nell’arco di due mesi (dal gigante di Maribor del 4 gennaio 1985 alla combinata di Arosa dell’8 marzo 1985) precedendo con 259 punti le altre svizzere Brigitte Oertli, Walliser ed Hess, ma pure confermandosi la discesista più forte al mondo vincendo il 3 febbraio 1985 la prova iridata sulla “Cividale” di Santa Caterina, stavolta battendo Ariane Ehrat, elvetica di seconda fascia, e Katharina Guthenson, austriaca con passaporto tedesco, con un margine abissale, ben 1″61, relegando la Walliser in sesta posizione con un passivo di 1″80 che squarcia non poco l’anima sensibile della bella Maria.

Che, seppur di tre anni più anziana della Figini, fatica qualche anno di più a trovare le giuste contromisure alla superiorità dell’avversaria, con cui condivide la specializzazione sciistica in discesa libera, slalom gigante, supergigante e combinata (a sua volta otterrà 25 vittorie in carriera, una in meno di Michela). Ma quando la Walliser, infine, trova l’ispirazione giusta, ecco che le due campionesse si danno il cambio nel dominare la scena di Coppa del Mondo, con Maria che vince la sfera di cristallo nel 1986 e nel 1987 e Michela che torna a far valere la legge della più forte nel 1988, per un quadriennio che le due ragazze marchiano a fuoco con l’impronta di una classe e di una grazia senza pari.

Nel frattempo il calendario propone i Mondiali casalinghi di Crans Montana del 1987, in cui le due svizzere librano un duello epocale con la Walliser che batte nettamente la Figini sia in discesa libera che in supergigante, aggiungendo un bronzo in gigante strappato proprio alla rivale per soli 0″26 centesimi, mentre alle Olimpiadi di Calgary del 1988 Michela, che a fine stagione conquisterà appunto la sua seconda sfera di cristallo con 244 punti ancora davanti alla Oertli ed ha l’enorme onore di esser portabandiera del suo paese nel corso della Cerimonia inaugurale dei Giochi, fa meglio di Maria ma l’exploit nello scontro diretto non le basta per cogliere l’oro in supergigante, battuta dall’austriaca Sigrid Wolf, così come in discesa libera non va oltre il nono posto nel giorno d’oro della tedesca Marina Kiehl.

Ce ne sarebbe abbastanza per poter ambire, appena 22enne, ad un futuro tanto brillante da poterle addirittura far pensare di avvicinare il record di vittorie in Coppa del Mondo all’epoca detenuto dal Annemarie Moser-Proell, ma dopo una stagione 1988/1989 segnata da ben sei trionfi parziali ed una quarta coppetta di specialità in discesa libera dopo quelle del 1985, 1987 e 1988, ed un successo in discesa libera nell’amata Santa Caterina Valfurva il 27 gennaio 1990 battendo non solo la tedesca Miriam Vogt ma anche quella Petra Kronberger che come lei sta per aprire un ciclo per poi farsi precocemente da parte, ecco che Michela, carismatica, estroversa ma pure anche tremendamente sincera, decide a soli 24 anni di mettere fine al suo percorso di atleta, in disaccordo con l’allenatore-capo della Nazionale svizzera Jan Tischhauser, secondo Michela non abbastanza preparato e a suo modo di vedere reo di inquinare l’atmosfera in seno alla squadra, appoggiato però dalla Federazione svizzera.

Michela Figini se ne va, curiosamente seguendo a ruota l’amica/rivale Maria Walliser, e lo fa portando con sè lo scettro di Regina. Certo, da spartire con le grandi di Svizzera di quegli irripetibili anni Ottanta, ma che importa? Nessuna corona ha cinto una sola testa…

GIULIANA MINUZZO, PRIMA DONNA DA PODIO OLIMPICO DELLO SCI ITALIANO

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Giuliana Minuzzo – da wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Provo un senso di timoroso rispetto, nell’azzardare qualche riga di rievocazione sportiva per quell’immensa atleta che è stata Giuliana Minuzzo, sposata Chenal. Perché mi appresto a scrivere non solo di una ragazza che è stata capace di salire su un podio olimpico, il che le riserva un posto speciale tra gli eroi dello sport, ma ha avuto soprattutto il merito di aver aperto una strada che poi, nel corso dei decenni, hanno percorso il fior fiore dello sci alpino al femminile.

Certo, qualcuno avrà da obiettare che prima di Giuliana un’altra pioniera degli sport invernali tricolori, l’abetonese Celina Seghi, si sia ritagliata una vetrina di prestigio, già conquistando il bronzo in slalom ai Mondiali di Aspen del 1950, alle spalle delle austriache Dagmar Rom ed Erika Mahringer, ed in era giurassica addirittura la bolzanina Paula Wiesinger sia addirittura stata oro in discesa libera alla kermesse iridata di Cortina nel 1932, ma l’arengo a cinque cerchi ha ben altra caratura ed allora sia dato a Giuliana Minuzzo quel che è di Giuliana Minuzzo, ovvero la prima sciatrice italiana ad aver vinto una medaglia ai Giochi. E, come vedremo tra non molto, a lei spetta un altro vanto.

Vicentina di Marostica, classe 1931, minuta ma coraggiosa, Giuliana impara a sciare in Valle d’Aosta, tra le nevi del Cervino, denunciando classe naturale che si sposa ad un temperamento ribelle, prova ne sia che qualche anno dopo, moglie e madre appagata, pretenderà dalla Federsci il pagamento di una baby-sitter per accudire le sue due bambine durante le assenze per gli allenamenti. Non ancora 18enne, giunge terza ai campionati italiani di discesa libera del 1949, chiudendo in scia proprio a Celina Seghi, di undici anni più anziana ma indiscussa numero 1 dello sci nazionale, che prende coscienza che sta nascendo la rivale che ne rileverà il testimone alla fine di una carriera che sta virando verso la parte discendente, seppur l’anno dopo impreziosita, appunto, da un bronzo mondiale, e Maria Grazia Marchelli, ancor più giovane della Minuzzo di un anno, e che per le due stagioni successive vincerà il titolo nazionale di discesa libera. A Cervinia, nel 1950, Giuliana, che cresce bene sotto l’attenta guida di Leo Gasperl, cade e si infortuna proprio nel corso della discesa libera, e se nel 1951 può tornare a competere vincendo in gigante il primo di una serie di nove titoli italiani e terminando terza in discesa e slalom, nel 1952 infine conquista a Vipiteno la palma di miglior discesista.

Nel frattempo, però, Giuliana ha difeso il tricolore alle Olimpiadi di Oslo, che dal 14 al 20 febbraio 1952 hanno visto la ragazza vicentina esibirsi nelle tre gare in calendario. Si comincia con il gigante, che la Minuzzo chiude in un anonimo 20esimo posto, ad oltre 11 secondi di ritardo dall’americana Andrea Mead Lawrence, per poi ripresentarsi in pista tre giorni dopo per quella che è la prova prediletta dell’italiana, appunto la discesa libera. Sulla Norefjell, il 17 febbraio, le azzurre presentano un trio agguerrito, con la Seghi e la Marchelli che assieme alla Minuzzo ambiscono ad inserirsi nella lotta per le medaglie che sembra terreno di caccia riservato ad austriache, tedesche ed elvetiche. In effetti Trude Beiser, già seconda a St.Moritz quattro anni prima e pure campionessa del mondo in carica, sbaraglia la concorrenza, lasciando Annemarie Buchner, seconda, a nove decimi, ma sul terzo gradino del podio, con il suo bel pettorale numero 13, stritolata tra le poderose  braccia di Zeno Colò che 24 ore prima ha vinto l’oro in discesa, ecco proprio Giuliana che soffia il bronzo alla Mahringer per soli cinque decimi, prendendosi il lusso di rifilare invece ben 6 secondi alla collega ed amica Celina Seghi, solo 15esima ed artefice di una prova troppo infarcita di errori per consentirle un piazzamento tra le migliori. Per l’Italia è la prima medaglia femminile alle Olimpiadi invernali, e pazienza se poi la Seghi è quarta in slalom, privata del bronzo dalla stessa Buchner per l’inezia di cinque decimi, e la Minuzzo non va a sua volta oltre l’ottavo posto. Così come, pazienza se poi Giuliana, nel frattempo andata in sposa a Cesare Chenal che le fa pure da allenatore, quattro anni dopo, sulle nevi di Cortina, sarà amaramente quarta sia in discesa che in slalom, dove ad anticiparla, di un solo decimo, sarà addirittura la sovietica Yevgeniya Kabina-Sidorova, per poi prendersi la rivincita a Squaw Valley, nel 1960, mettendo la ciliegina sulla torta ad una carriera da campionessa vera con un altro bronzo, stavolta in gigante.

Già, perché se Giuliana ad Oslo 1952 realizza un’impresa che introduce l’ital-donne dello sci alpino tra le potenze di prima fascia – anche se poi per avere una replica dovrà attendere ben sedici anni, fin quando Claudia Giordani sarà meravigliosamente seconda in slalom a Innsbruck 1976 battuta solo dall’inavvicinabile Rosi Mittermaier di quella stagione -, ha pure l’enorme onore di essere la prima donna preposta a leggere il giuramento olimpico. Succede proprio a Cortina, nel 1956, e Giuliana, al cospetto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, si trova a dover disputare la gara più impegnativa, vincere l’emozione. Ad onor del vero le riesce benissimo, e d’altronde potrebbe essere altrimenti? Giuliana Minuzzo è stata pioniera e regina, ed un posto nella Hall of Fame dello sci italiano le spetta di diritto.

PETER LUSCHER, IL CARNEADE CHE VINSE LA COPPA DELLA MONDO 1979 BATTENDO STENMARK

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Peter Luscher ai Giochi di Lake Placid 1980 – da zimbio.com

articolo di Nicola Pucci

Non che prima e dopo abbia realizzato tali prodezze da annoverarlo tra gli immortali dello sci alpino, comunque sia Peter Luscher, complice un regolamento bizzarro, colse l’attimo fuggente e nella stagione 1978/1979 fece sua la Coppa del Mondo togliendosi il lusso di battere il più grande di tutti, re Ingemar Stenmark.

Prima di entrare nel dettaglio di quell’annata insolita, giova ricordare che Luscher, svizzero di Romanshorn che qui ebbe i natali il 14 ottobre 1956, infiltra la squadra nazionale elvetica fin da giovanotto, palesando buone doti di polivalenza seppur primeggiando, inizialmente, tra i pali stretti dello slalom. Debutta in Coppa del Mondo nella stagione 1974/1975, poco più che 18enne, giungendo settimo in combinata a Wengen per poi, l’anno successivo, figurare al sesto posto in slalom gigante a Madonna di Campiglio, all’ottavo in slalom a Schladming e al quarto sia in combinata a Garmisch che in discesa ad Aspen, quando l’asburgico Ernst Winkler gli soffia il primo podio in carriera per l’inezia di 5 centesimi.

Sono gli anni in cui imperversa l’egemonia di Stenmark, che dopo le cinque vittorie azzurre consecutive (quattro con Gustavo Thoeni ed una con Perino Gros), a sua volta infila un tris di successi in classifica generale, dominando il lotto della concorrenza con una facilità tale da costringere i vertici dello sci alpino ad ideare un nuovo sistema di conteggio che infine, se da un lato penalizzerà lo svedese che mai più sarà in grado di far sua la sfera di cristallo, premierà qualche atleta di seconda fascia. Tra questi, appunto, il nostro Peter Luscher, che dopo aver colto un secondo posto in combinata a St.Anton il 18 febbraio 1977 quando a negargli la gioia della prima vittoria in carriera è il tedesco Sepp Ferstl, e aver concluso la stagione 1977/1978 al 16esimo posto della graduatoria generale salendo sul terzo gradino del podio sia in slalom (Stratton Mountain, alle spalle di Steve Mahre e Stenmark) che in gigante (Arosa, battuto ancora da Stenmark e Andreas Wenzel), abborda la nuova annata con rinnovate ambizioni. Anche perché, nel frattempo, ha palesato progressi confortanti nelle discipline tecniche, tanto da chiudere in settima posizione in gigante ai Mondiali di Garmisch del 1978, non prima aver colto in precedenza anche un ottavo posto nello slalom olimpico di Innsbruck nel 1976.

Con la nuova formula, ai fini della classifica generale di Coppa del Mondo possono essere conteggiati solo i punti di un numero limitato di gare per specialità: due di discesa libera, tre di slalom gigante e slalom speciale e tutte le combinate, il che avvantaggia sensibilmente chi fa della polivalenza il proprio cavallo di battaglia, a danno ovviamente degli specialisti, prove tecniche o discesa libera che siano. Inoltre, i punti vengono assegnati non più solo ai primi dieci classificati di ogni prova, ma ai primi quindici, a scalare (25 al primo, 1 al quindicesimo), ed è altrettanto ovvio che il sistema progettato ha il solo scopo di impedire a Stenmark di far gara a sè.

La stagione prende avvio il 9 dicembre a Schladming, e se Stenmark infila in gigante la prima di una clamorosa serie di dieci vittorie su dieci gare in programma, Luscher chiude alle sue spalle tra le porte larghe, per poi ottenere in combinata il giorno dopo la prima vittoria in carriera, battendo Leonhard Stock e Wenzel. In effetti il campione svizzero è all’apice della forma, risultando l’avversario più irriducibile di Stenmark in gigante cogliendo quattro secondi posti a Schladming, appunto, a Kranjska Gora, a Courchevel e a Steinach, oltre ad un terzo posto a Lake Placid, infine andando ad occupare la seconda posizione nella classifica di specialità. In slalom Luscher è meno costante, nondimeno le sue serpentine sono redditizie e se a Madonna di Campiglio gli garantiscono la seconda piazza alle spalle del sorprendente connazionale Martial Donnet, a Garmisch gli offrono su di un piatto… d’oro la vittoria a spese di Phil Mahre e del bulgaro Peter Popangelov, cui aggiungere un terzo trionfo stagionale nella combinata. E visto che Stenmark, pur incamerando ben 13 successi in stagione, non può che sommare un massimo di 150 punti, Luscher approfitta dell’occasione e prende il largo in classifica generale.

Il 22enne elvetico mette in bacheca, oltre a tre vittorie, anche cinque piazze d’onore e due terzi posti, e se infine Stock sarà l’avversario che più di ogni altro gli terminerà vicino in classifica, 163 punti contro 186, un’altra mano consistente a Luscher viene data dalla dea bendata che drammaticamente toglie di mezzo un giovanotto di meravigliose doti e di luminoso futuro che risponde al nome di Leonardo David, che cade in prova sulla pista olimpica di Lake Placid per non rialzarsi più quando pareva pronto, seppur giovanissimo, a spiccare il volo.

Peter Luscher fa dunque sua la sfera di cristallo, ma quello che pare solo l’inizio di una parabola ricca di successi, invece altro non è che l’apice di una carriera che si trascina poi senza troppi sussulti, con una vittoria in combinata l’anno dopo a Madonna di Campiglio, l’argento sempre in combinata ai Mondiali di Schladming nel 1982 dove a batterlo è il carneade francese Michel Vion, un secondo posto nel primo supergigante della storia a Val d’Isere, sempre nel 1982, quando a precederlo è Peter Muller, un podio anche in discesa, nel 1983, sempre secondo e sempre a Val d’Isere, ed un inatteso ritorno di fiamma quando batte tutti in discesa a St.Anton e in supergigante a Garmisch, chiudendo proprio la stagione 1982/1983 con un quinto posto finale in classifica generale, 164 punti contro i 285 di Phil Mahre, nuovo re di Coppa del Mondo con il terzo successo consecutivo.

C’è tempo per qualche altro piazzamento da podio, in combinata soprattutto, ed anche un secondo posto sulla mitica Lauberhorn di Wengen il 20 gennaio 1985 quando l’austriaco Peter Wirnsberger, per soli 22 centesimi, nega a Luscher quel successo che avrebbe dato lustro alla carriera, prima che un fragoroso capitombolo a Bad Kleinkirchheim il 14 febbraio 1985 metta la parola fine alla vicenda agonistica di Peter. Che saluta con una sfera di cristallo in bacheca, ma siamo sinceri, la domanda sorge spontanea: avrebbe vinto, se quei buontemponi che governavano allora la Coppa del Mondo non avessero voluto fare un dispetto al grande Ingo? Qualche ragionevole dubbio sussiste, eccome se sussiste, ma possiamo fargliene una colpa se il buon Luscher è stato bravo a sfruttare le circostanze?

L’ORO SUPERGIGANTE DI DANIELA CECCARELLI AI GIOCHI DI SALT LAKE CITY 2002

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Daniela Ceccarelli sul podio – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Che l’Italia sia paese di santi, poeti e navigatori è cosa nota. Ma visto che la natura è stata benevola nel fornire lo Stivale, oltrechè di mare e sole, anche di montagne e neve, ecco che qualche buon sciatore, così come qualche valida sciatrice, siamo riusciti a partorirli. Ad esempio Daniela Ceccarelli, curiosamente nata in una zona, Frascati, dove più dei monti per gli sport invernali, il profilo altimetrico si evidenzia per colline fertili per la produzione di vino. Tant’è, la laziale, che poi ha la sua evoluzione sportiva al Club Selvino di Bergamo, è protagonista di una vicenda olimpica di grido, ed a lei dedichiamo spiccioli di racconto.

Classe 1975, la Ceccarelli affina eccellenti doti nelle discipline veloci grazie all’esperto contributo del maestro Tony Morandi, già mentore di quella Paoletta Magoni che colse l’oro in slalom nella nebbia dei Giochi di Sarajevo del 1984, e dopo aver chiuso al secondo posto nella classifica generale di Coppa Europa nel 1997 alle spalle dell’asburgica Marianna Salchinger, entra a far parte della squadra nazionale A, affacciandosi al palcoscenico prestigioso della Coppa del Mondo. Daniela si disimpegna egregiamente in discesa libera, dove può far valere sensibilità di piede alle alte velocità, e in supergigante, palesando abilità nel disegnare le curve a 100 all’ora.

Ad onor del vero le prime stagioni regalano ben poche soddisfazioni alla ragazza laziale, che solo nel dicembre 2000, con il sesto posto nel supergigante di Lake Louise, trova posto tra le migliori dieci. Esattamente un anno dopo, il 22 dicembre 2001, sale invece sul secondo gradino del podio, sempre in supergigante, a St.Moritz, battuta di 75 centesimi dalla connazionale Karen Putzer, ed è l’inizio della fase più gloriosa del suo personalissimo curriculum, confermato dal terzo posto a gennaio nella discesa di Cortina alle spalle delle due regine della specialità, Renate Goetschl e Isolde Kostner. Che di lì a qualche settimana si presentano nelle vesti di favorite delle prove olimpiche di Salt Lake City 2002, programmate sulle piste  di Snowbasin.

Daniela ovviamente è allineata al via anche in discesa, dove non va oltre un modesto 20esimo posto, distante 2″47 dalla sorprendente francese Carole Montillet che soffia la medaglia d’oro alla Kostner, per poi figurare al 15esimo posto nella combinata che certifica il talento universale della croata Janica Kostelic. Ma il 17 febbraio la Ceccarelli ha segnato sull’agenda data e luogo appropriato per meritarsi l’apoteosi, ed è lì che andiamo a rivivere emozioni indimenticabili. Tinte d’azzurro.

La stagione in corso ha mandato in scena già quattro gare di supergigante, con la Germania a farla da padrona (Hilde Gerg vincitrice a Val d’Isere e Cortina e Petra Haltmayr a sorprendere tutte a Lake Louise) e l’Italia a tenerle degnamente testa (appunto la Putzer prima in Svizzera). Il ventagio delle pretendenti alle medaglie è ovviamente ampio, anche perché le regine Goetschl e Kostner sono ancora a bocca asciutta e pretendono di riscattarsi nel giorno più importante, che ha il conforto di un sole abbacinante ad illuminare la scena. Quasi a presagio di quel che sta per accadere.

Ed accade che Karen Putzer, con la sua sciata composta, stilisticamente perfetta ed esente da pecche, seppur con una piccola sbavatura nella parte alta del tracciato, scenda a valle guidando magistralmente gli sci con il suo bel pettorale numero 2, fermando i cronometri sul tempo di 1’13″86, due secondi meglio della Haltmayer che ha aperto le danze sul manto nevoso. Che è già un bel limite da abbattere. Le due austriache Dorfmeister e Meissnitzer, che quattro anni prima a Nagano salirono sui due gradini più bassi del podio alle spalle di Picabo Street, sono dietro di una spanna e chiuderanno poi in quarta e sesta posizione, e già a Karen cominciano a brillare gli occhi. Anche perché le stesse Goetschl e Montillet, annunciate tra le più pericolose, terminano a distanza di sicurezza. Ma è destino che la giornata, da solare, diventi radiosa, per i colori azzurri in generale e per Daniela Ceccarelli in particolare, pettorale numero 9, che a differenza della collega di bandiera neanche commette la benchè minima imperfezione, passandole davanti per l’inezia di 27 centesimi, provvisoriamente delineando una classifica con l’Italia ad occupare i primi due posti.

Certo, sarebbe meraviglioso se la Kostner completasse la sinfonia tricolore, ma la campionesse di Ortisei non trova mai il feeling con il tracciato, comunque troppo angolato per i suoi gusti, chiudendo solo 13esima con un ritardo di 1″40. Ma è comunque una giornata storica per l’Italia, seppur Janica Kostelic, all’apice della carriera e protagonista assoluta della rassegna olimpica con ben tre ori in slalom, gigante e combinata, per poco non ricaccia l’ulro in gola alla Ceccarelli, sciando come solo lei sa fare e terminando seconda per il battito di ciglio di 5 centesimi.

Ma il 17 febbraio 2002, dalle parti di Sal Lake City, con l’oro olimpico in palio e la chance di albergare, per sempre nell’alveo dei campionissimi, era il giorno di Daniela Ceccarelli. Che da quel dì non si è ripetuta… ma a noi va bene pure così, siete d’accordo?

 

LA SFIDA URSS-CECOSLOVACCHIA NELL’HOCKEY SU GHIACCIO AI GIOCHI DI GRENOBLE 1968 CHE FECE VACILLARE IL TRONO SOVIETICO

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L’Unione Sovietica oro ai Giochi di Grenoble ’68 – da:hockeygods.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’hockey su ghiaccio nel corso degli anni ’60, ha un unico comune denominatore, costituito dal dominio incontrastato dell’Unione Sovietica, il cui sestetto si laurea per cinque anni consecutivamente – dal 1963 al ’67 – Campione del Mondo, pur se il titolo del 1964 è relativo alla conquista della medaglia d’oro in occasione delle Olimpiadi Invernali di Innsbruck.

Ma non sono tanto i titoli consecutivi conquistati quello che impressiona, quanto la dimostrazione di schiacciante superiorità dimostrata nel giungere al successo, a cominciare proprio dal ricordato alloro olimpico, nel cui Girone ad otto, l’armata sovietica non conosce altro che vittorie, concludendo lo stesso a punteggio pieno con 7 vittorie in altrettanti incontri, 54 reti realizzate ed appena 10 subite.

Le rivali di sempre, all’epoca, vale a dire Cecoslovacchia, Svezia e Canada vengono superate rispettivamente per 7-5, 4-2 e 3-2, nel mentre le restanti formazioni subiscono passivi a dir poco umilianti, visto che i soli Stati Uniti “salvano l’onore” contenendo la sconfitta sul 5-1, rispetto ai mortificanti 10-0 inflitti a Germania e Finlandia, per non parlare di quanto patito dalla Svizzera, sommersa sotto un impietoso 15-0.

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L’Urss Campione olimpica ad Innsbruck ’64 – da:hockeygods.com

Una formazione, per intendersi, che ha in Konstantin Loktev (6 reti e 9 assist nel torneo), Viktor Yakushev (9 e 4 rispettivamente), Vyaceslav Starshinov (8 reti e 3 assist) e Boris Mayorov, il quale segna 5 reti e distribuisce analoga quota di assist, le proprie stelle ed in cui fa il suo esordio ai massimi livelli internazionali il 23enne Anatoly Firsov, destinato ad essere per un intero decennio il più forte hockeista al mondo.

Situazione che si ripete l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali ’65 di Tampere, in Finlandia dove, con identica formula, il risultato non cambia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi tutte e 7 le gare del Girone, concluso a punteggio pieno con 51 reti realizzate ed appena 13 subite, e che vede la Svezia soccombere per 5-3, il Canada per 4-1 e la Cecoslovacchia, la più fiera avversaria e che schiera nelle sue file sia il leader della Classifica dei Marcatori (che nell’hockey su ghiaccio viene stilata sommando reti ed assist), vale a dire Josef Golonka che conclude con 14 punti, che soprattutto il miglior portiere del Torneo, Vladimir Dzurilla, che si deve inchinare in sole 10 occasioni agli attaccanti rivali, tre delle quali, però nel confronto diretto con l’Urss, perso per 3-1.

Situazione solo leggermente più complicata alla Rassegna iridata ’66 svoltasi in Jugoslavia in cui – a dispetto di una straordinaria differenza reti che la vede andare 55 volte a segno rispetto alla miseria di appena 7 goal subiti – l’Unione Sovietica incappa in un pari per 3-3 contro la Svezia, così che allo scontro con la Cecoslovacchia, a punteggio pieno ed in programma nella giornata conclusiva del Torneo, a quest’ultima basterebbe un risultato di parità per tornare a riassaporare la gioia di un titolo mondiale che manca oramai dall’edizione di Stoccolma ’49.

Già, basterebbe, se non fosse che sulla malcapitata formazione ceca si scateni una forza d’urto inarrestabile costituita dalla coppia di attaccanti formata da Veniamin Alexandrov – miglior marcatore del torneo con 17 punti – ed il già ricordato Loktev, premiato come miglior attaccante della Manifestazione, i quali sono i protagonisti dello schiacciante 7-1 con cui gli avversari vengono liquidati.

Oramai una macchina “schiacciasassi”, l’Unione Sovietica non conosce ostacoli neppure ai successivi Mondiali di Vienna ’67 dove torna ad asfaltare chiunque si presenti al suo cospetto inanellando la solita serie di 7 vittorie su altrettanti confronti, con un’imbarazzante (per le altre …) differenza reti di 58-9 da cui non è esente neppure la Svezia – ancorché medaglia d’argento alla fine – e sommersa sotto un umiliante punteggio di 9-1, mentre a provare a rendere dura la vita allo squadrone sovietico – tra le cui file emerge la stella Firsov che, con 22 punti al proprio attivo, conquista sia il titolo di Miglior marcatore che di Miglior Attaccante del Torneo – provano, con scarso successo, sia il Canada che la Cecoslovacchia, le quali possono solo salvare l’onore contenendo le sconfitte in 1-2 e 2-4 rispettivamente.

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I sovietici festeggiano una delle due reti in Urss-Canada 2-1 ai Mondiali ’67 – da:wikimedia.org 

Se siete abbastanza bravi a far di conto, avrete a questo punto realizzato come, in quattro edizioni, tra Olimpiade e Mondiali, dal 1964 al ’67 l’Unione Sovietica abbia portato a casa 27 vittorie sulle 28 gare disputate, con la sola Svezia ad imporle il pari nella Rassegna iridata ’66, circostanza che non può che indicare quella che oramai è considerata come “L’invincibile Armata” quale logica favorita alla medaglia d’oro anche ai Giochi Invernali in programma in Francia, a Grenoble, dal 6 al 17 febbraio 1968.

A cercare di impedire la prosecuzione della striscia vincente sono le consuete “tre sorelle” che negli ultimi cinque anni hanno cercato inutilmente di riuscire nell’intento, scambiandosi a turno le piazze d’onore – Svezia argento ai Mondiali ’63 e ’67 ed alle Olimpiadi ’64, Cecoslovacchia bronzo ad Innsbruck ’64 ed alla Rassegna iridata ’63, cui seguono gli argenti del 1965 e ’66, mentre il Canada ha occupato il gradino più basso del podio nelle ultime due edizioni dei Campionati del Mondo – impresa tutt’altro che facile anche perché l’Unione Sovietica schiera una formazione di età media sui 26 anni, ma con alle spalle già una grande esperienza internazionale.

Sono infatti ben 9 – oltre ai già citati Firsov, Starshinov ed Aleksandrov, ne fanno parte anche Viktor Konovalenki, Vitalt Davydov, Oleg Zaytsev, Viktor Kuzkin, Boris Mayorov ed Aleksandr Ragulin, con quest’ultimo inserito nella “Formazione ideale” delle ultime tre edizioni dei Mondiali – i selezionati già componenti la formazione medaglia d’oro ad Innsbruck quattro anni prima e, con Firsov a ribadire il suo straordinario stato di forma in attacco, tanto da confermare il doppio premio di Miglior Marcatore ed attaccante del Torneo già aggiudicatosi l’anno prima alla Rassegna iridata, solo ipotizzare un crollo sovietico sembra impresa quanto mai ardua.

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Anatoly Firsov – da:nextews.com

Con la formula immutata a prevedere un Girone all’italiana tra le 8 formazioni che compongono l’elite della specialità – le stesse del Mondiale di Vienna dell’anno precedente, con la curiosità che, per la prima ed unica volta in sede olimpica, sono previste le formazioni di Germania Est ed Ovest, che peraltro concluderanno all’ultimo e penultimo posto, con il sestetto occidentale a prevalere per 4-2 nello scontro diretto – Urss, Cecoslovacchi e Svezia si aggiudicano le loro prime quattro gare, nel mentre il Canada incappa in uno scivolone, venendo sconfitto per 2-5 dalla Finlandia l’8 febbraio alla seconda giornata.

Il quinto turno serve a chiarire la situazione in vetta alla Classifica, con l’Unione Sovietica ad avere ragione a fatica (3-2, grazie ad una doppietta di Firsov) della Svezia, mentre il Canada si riporta in lizza per il podio sorprendendo con analogo punteggio la Cecoslovacchia, dopo aver chiuso in vantaggio di tre reti il secondo parziale, rendendo vano il tentativo di rimonta dei Vice Campioni del Mondo nel terzo periodo, andati a segno con Havel e Nedomansky.

Con una Classifica, pertanto, che dopo cinque turni vede l’Unione Sovietica a punteggio pieno a quota 10 punti, seguita da Cecoslovacchia, Canada e Svezia a quota 8, tutto sembra andare secondo le più logiche previsioni, potendo Firsov & Co. accontentarsi del pareggio nel successivo match che li vede opposti alla penultima giornata ai loro più acerrimi rivali cecoslovacchi.

Occorre ora contestualizzare il momento storico di quell’incontro, che va oltre il mero aspetto sportivo, visto che nella Capitale cecoslovacca era in corso quella che è stata poi definita la “Primavera di Praga”, iniziata con l’insediamento al potere ad inizio gennaio ’68 del Presidente Aleksandr Dubcek, un riformista di origine slovacca il quale cerca di concedere maggiori diritti ai cittadini grazie ad un decentramento parziale dell’economia ed ad un processo di democratizzazione del Paese, a partire dall’allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento, tutte iniziative lodevoli ma che si scontrano con la volontà di Mosca di imporre la propria autorità sui Paesi satelliti, con conseguente occupazione militare nel successivo mese di agosto …

Non vi era, pertanto, quella sera del 15 febbraio ’68 sulla pista del Palazzo del Ghiaccio di Grenoble ancora uno stato di elevata conflittualità tra i giocatori delle due squadre come era avvenuto, ad esempio, nella celebre sfida di Pallanuoto svoltasi alle Olimpiadi di Melbourne ’56 tra sovietici ed ungheresi dopo la repressione nel sangue della rivolta scoppiata a Budapest tra fine ottobre ed inizio novembre, ma un successo in chiave sportiva sarebbe comunque stato ben salutato dalle parti di Praga e dintorni, anche perché avrebbe interrotto una sequenza di imbattibilità – tra Olimpiadi e Mondiali – che per l’Unione Sovietica durava addirittura dall’8 marzo 1963, sconfitta per 1-2 contro la Svezia padrona di casa alla Rassegna iridata di Stoccolma ’63.

Aggiorniamo la serie, dunque, e dopo quella sconfitta i sovietici inanellano 5 vittorie consecutive – che consentono loro di laurearsi Campioni del Mondo, grazie proprio alla Cecoslovacchia che, all’ultima giornata, superano 3-2 gli svedesi consegnando loro il titolo, a parità di punti, per una migliore differenza reti (+41 rispetto a +34) – cui vanno aggiunte le già citate 28 gare di imbattibilità dei successivi quattro Tornei tra Olimpiade ’64 e le tre rassegne iridate, nonché le cinque partite della competizione in corso, per un totale di 38 incontri senza conoscere non solo l’ombra di una sconfitta, ma con un solo pareggio concesso.

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La Cecoslovacchia ai Giochi di Grenoble ’68 – da:worldhockeyclassic.ru

I numeri, chiaramente non sono tutto, ma l’impresa che la Cecoslovacchia cerca di compiere ha nei suoi connotati un qualcosa di titanico, mentre le due squadre scendono sul ghiaccio dopo che, prima di loro, il Canada ha completato la propria rimonta in Classifica superando per 3-0 la Svezia, ragion per cui un eventuale vittoria ceca determinerebbe una situazione di parità a tre tra i nordamericani e le due formazioni pronte a sfidarsi.

Capitanata da Golonka ed affidata alla sapiente guida del “Generale dell’Hockey su Ghiaccio” Jaroslav Pitner, la formazione ceca gioca la carta sorpresa gettandosi all’attacco nel corso del primo periodo, tattica che si rivela vincente, concludendo tale parziale in vantaggio per 3-1 grazie ai centri di Sevcjik Hejma ed Havel, con poi toccare a Golonka mettere la propria firma al primo tentativo di rimonta sovietico, così che le due squadra affrontano gli ultimi 20’ di gioco con la Cecoslovacchia in vantaggio per 4-2.

L’Orso sovietico non è certo tipo in grado di arrendersi senza giocarsi tutte le proprie chances, e le reti di Mayorov e Polupanov alla ricerca di un pareggio che profumerebbe d’oro stanno lì a dimostrarlo, ma un acuto di Jirik spenge il tentativo di rimonta ed il 5-4 con cui si conclude la sfida rimescola le carte in gioco per quanto concerne l’assegnazione delle medaglie.

Con Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Canada a pari merito a 10 punti e la Svezia oramai tagliata fuori per l’oro (ma non per una medaglia …) con i suoi 8 punti racimolati, l’ultima e decisiva giornata, in programma il 17 febbraio ’68, vede proporsi la sfida tra Cecoslovacchia e Svezia ed, a seguire, quella tra Canada ed Unione Sovietica.

La mutata regola che, in caso di parità, predilige l’esito del confronto diretto in luogo della differenza reti generale, fa sì che la Cecoslovacchia, in caso di vittoria sugli scandinavi, automaticamente ponga fine all’egemonia sovietica che dura da un quinquennio – dopo averne già interrotto a 38 la striscia di imbattibilità nelle grandi manifestazioni internazionali – sperando che l’Urss non incappi in una seconda sconfitta consecutiva contro Canada, poiché in questo caso sarebbero i nordamericani a fregiarsi del titolo iridato.

Una speranza che sta per trasformarsi in certezza, allorché le reti di Golonka ed Hrbaty, consentono alla formazione di Pitner di condurre per 2-1 prima dell’inizio dell’ultimo periodo, poi svanita per il punto del pari siglato da Henriksson che non è sufficiente alla Svezia per entrare nel giro delle medaglie ma, ironia della sorte, proprio quella formazione scandinava che aveva inflitto all’Unione sovietica l’ultima sua precedente sconfitta nel marzo ’63 e l’aveva costretta all’unico pareggio nel quadriennio successivo, le consegna su di un piatto d’argento l’occasione per continuare la propria egemonia ai vertici della specialità.

Opportunità che la compagine allenata dal leggendario tecnico Arkady Chernyshev – quattro Ori olimpici, 11 titoli iridati ed altrettanti europei credo possano bastare – non si lascia sfuggire, e con Firsov tornato protagonista con una sua personale doppietta, cui si aggiungono gli acuti di Mishakov, Starshinov e Zimin, liquida la pratica Canada con un perentorio 5-0 che vale il secondo Oro olimpico consecutivo, ma quanta paura stavolta …

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Firsov realizza una delle sue reti nel match contro il Canada – da:gettyimages.ca

L’Unione Sovietica prosegue così nella sua irrefrenabile serie di arricchire ad ogni stagione il proprio Palmarès, che si interromperà a livello iridato solo nel 1972 ai Mondiali di Praga dove i padroni di casa avranno finalmente modo di prendersi la loro rivincita, nel mentre a livello olimpico si dovranno attendere i Giochi di Lake Placid ’80 per registrare una clamorosa abdicazione, della quale avremo modo di darvi conto a tempo debito.

Per la Cecoslovacchia resta l’amara consolazione di potersi vantare di essere stata la prima ad infliggere una sconfitta all’Armata del Ghiaccio sovietica dopo ben 5 anni di imbattibilità, che se non cancella la delusione per il titolo iridato appena sfiorato, di sicuro ha donato al proprio popolo una ventata di legittimo orgoglio sulla strada dell’auspicato processo di democratizzazione, ahimè, come anticipato, poi non portato a termine …