LA 50 KM D’ORO DI GIORGIO DI CENTA ALLE OLIMPIADI DI TORINO 2006

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Giorgio Di Centa in trionfo all’arrivo della 50 km – da fondoitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Non sempre è affare semplice, essere fratello d’arte. Prendete ad esempio Giorgio Di Centa, fondista friulano nato a Tolmezzo il 7 ottobre 1972, nove anni più giovane di quella Manuela che ai Giochi di Lillehammer del 1994, anno in cui lui muoveva i primi passi in Coppa del Mondo, segnava una pagina indelebile dello sport italiano mettendosi al collo ben cinque medaglie.

Ebbene, Giorgio guarda, si ispira ed impara da tale sorella, e nel corso degli anni a seguire si ritaglia a sua volta una vetrina importante del fondismo di casa nostra, collezionando una serie invidiabile di successi ai campionati nazionali ed entrando a far parte in pianta stabile della Squadra Azzurra che a cavallo tra la fine degli Anni Novanta e i primi Anni Duemila si trova a dover rimpiazzare la generazione dei De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner, che tanta gloria ha regalato allo sci nordico italiano.

In effetti Di Centa è un eccellente interprete soprattutto delle lunghe distanze, se è vero che ha attitudine particolare quando le gare si fanno faticose, come testimoniano gli otto titoli nazionali nella 50 km. e i due buoni piazzamenti ottenuti nella 30 km alle Olimpiadi di Nagano del 1998 (ottavo) e nella 50 km a quelle di Salt Lake City del 2002 (undicesimo), ma non disprezza anche le prove più brevi. Ed è proprio in una 15 km, a Conmore nel 2010, che vincerà l’unica gara individuale della sua carriera in Coppa del Mondo, mettendosi invece al collo un prestigioso argento ai Mondiali di Oberstdorf del 2005, quando nella 15+15 ad inseguimento viene anticipato di un soffio dal francese Vincent Vittoz, precedendo invece a sua volta in una volata mozzafiato il norvegese Frode Estil e lo slovacco Martin Bajcicak.

Come è naturale che sia vista la crescita tecnica e l’ottenimento di risultati di livello, Di Centa è un componente essenziale della staffetta italiana, e con i compagni ha modo di salire sul podio sia alle Olimpiadi, quando assieme a Pietro Piller Cottrer, Cristian Zorzi e Fabio Maj è secondo a Salt Lake City 2002 battuto in volata, lui ultimo frazionista, dal norvegese Anders Aukland che vendica l’affronto di Fauner che nel 1994, a Lillehammer, infilò re Daehlie, sia ai Mondiali, giungendo terzo a Trondheim nel 1997 e a Ramsau nel 1999.

Insomma, Di Centa staziona ormai da anni tra i fondisti più regolari ed incisivi del mondo, ed attende con particolare eccitazione l’edizione olimpica del 2006, che ha come sede Torino e che Giorgio spera di onorare al meglio davanti al pubblico amico. Puntando ovviamente sulla gara di staffetta, che nel frattempo lo ha visto trionfare a cinque riprese in Coppa del Mondo, buon ultima in Val di Fiemme qualche settimana prima l’evento a cinque cerchi, ma non disdegnando di coltivare ambizioni individuali sia per la gara ad inseguimento che per la conclusiva 50 km. programmata per il 26 febbraio.

A Torino Di Centa arriva tirato a lucido, perfettamente preparato all’appuntamento più importante della carriera. A dispetto dell’asma che lo prova fin da quando è bambino, Giorgio, assieme al suo allenatore Giuseppe Chenetti che ne ha modificato la tecnica e allo skimen Gianfranco Polvara, fondista dal buon passato, ha programmato la partecipazione a quattro gare, debuttando il 12 febbraio nella 30 km ad inseguimento, che prevede una prima parte a tecnica classica ed una seconda a tecnica libera. Di Centa è competitivo e con l’altro azzurro Piller Cottrer è protagonista del finale quando i due si presentano per primi sul rettilineo d’arrivo a Pragelato ma in volata sono costretti ad arrendersi alla rimonta del russo Demetiev e del norvegese Estil, dovendo infine accontentarsi di un amaro quarto posto, mancando quel podio colto invece l’anno prima ai Mondiali.

Di Centa è uomo di fatica, forgiato dalla vita dura della Carnia, e al pari dell’illustre sorella è partito da lontano per guadagnarsi un posto al sole. E se la sconfitta brucia, è pure il propellente che ci vuole per affrontare al meglio le gare che verranno, come ad esempio lo sprint a squadre, accoppiato a Freddy Schwienbacher e chiuso in nona posizione, e come, soprattutto, la staffetta 4×10, che il 19 febbraio regala all’Italia un altro momento di grande soddisfazione agonistica, con un successo che fa il paio, appunto, con quello ottenuto 12 anni prima in Norvegia. Giorgio è il secondo frazionista, rileva il testimone da Fabio Valbusa che è nel gruppo di testa con Germania, Svezia e Norvegia, tiene le code dei principali avversari, lancia a sua volta Piller Cottrer e quando Zorzi va a completare l’opera giungendo al traguardo in solitudine, 16 secondi prima delle stesse Germania e Svezia e sventolando il tricolore, può infine salire sul gradino più alto del podio a cogliere quella medaglia d’oro che manca al suo palmares di fondista campione.

Ma il bello deve ancora venire, ed è previsto per il 26 febbraio, giorno di chiusura delle Olimpiadi torinesi. Come da tradizione, il programma arriva a termine con la gara dei 50 km, la maratona che chiama all’appello i forzati della neve e della fatica in solitudine. Certo, con la mass start, adottata fin dall’anno precedente ai Mondiali, ormai non si gareggia più contro il cronometro, ma si fa corsa sugli avversari, e per quel giorno i rivali da battere, per Di Centa, rispondono al nome di Frode Estil, che proprio quel titolo iridato vinse, del collega di bandiera Piller Cottrer, del russo Dementiev che vola sulle ali del successo nella 30 km, dello svedese Anders Sodergren, che in stagione vincerà la 50 km di Coppa del Mondo ad Oslo, del francese Vittoz che vorrebbe aggiungere un oro olimpico a quello mondiale conquistato a Oberstdorf, e del tedesco Tobias Angerer, che comanda appunto il massimo circuito internazionale.

Inevitabilmente, con il nuovo formato, la corsa diventa una sfida tattica tra un considerevole numero di atleti, tra chi tenta di far selezione e chi invece, stando in scia, sfrutta l’occasione per rimanere agganciato, se ha la forza per farlo, al treno dei migliori. Dopo oltre due ore di corsa sono ben 15 i fondisti di cui si compone il gruppo di testa, e tra questi Piller Cottrer e Di Centa sembrano tra i più freschi. Sì, perché dopo 50 chilometri la fatica si fa inevitabilmente sentire, annebbia la vista ed irrigidisce i muscoli, ma in fondo al rettilineo d’arrivo, nel convulso sprint risolutivo a cui si presentano in nove, c’è la gloria olimpica ed allora, per quell’oro, si tira fuori dal serbatoio quel poco di benzina che ancora rimane e si spera che basti.

Ed è quello che Di Centa fa, mirabilmente, gettandosi a capofitto nella volata più importante della vita. L’austriaco Mikhail Botvinov entra per primo nello stadio di Pragelato, ma Giorgio lo scavalca ed allunga, con Piller Cottrer in scia, spinge come un forsennato, rigetta il tentativo di rifarsi sotto di Dementiev, dello stesso Botvinov e di Vittoz che  stavolta è nelle retrovie ed infine, al culmine di uno sforzo leonino, Di Centa taglia il traguardo a braccia alzate.

Il sogno d’oro, dodici anni dopo quello di Manuela, infine si avvera ed ora, sì, fratello Giorgio può dirsi degno di una così grande sorella. Fantastica ed olimpica la storia sportiva in casa Di Centa, vero?

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NINO BIBBIA E QUELLA PRIMA MEDAGLIA DELL’ITALIA AI GIOCHI INVERNALI DEL 1948

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Nino Bibbia – da iogiocopulito.it

articolo di Nicola Pucci

Prima di trovare la loro collocazione definitiva con la prima edizione delle Olimpiadi a Chamonix nel 1924, ad accoppiarsi alla rassegna estiva di Parigi in scena qualche mese dopo, all’epoca chiamata “settimana internazionale degli sport invernali” e che ebbe riconoscimento olimpico solo l’anno successivo, gli sport invernali faticarono a ritagliarsi uno spazio proprio ed ebbero preludio singolare con quattro gare di pattinaggio di figura ai Giochi di Londra nel 1908.

L’Italia partecipò a quella prima edizione francese con 24 atleti, collezionando un sesto posto nel bob a quattro ed un nono posto con Enrico Colli nella 50 km di fondo. Quattro anni dopo, a St.Moritz, la spedizione, così come i risultati, furono ben più modesti, e se nel 1932 a Lake Placid il bob, ancora una volta, regalò qualche sprazzo di Italia con piazzamenti tra i migliori dieci equipaggi, nel 1936 a Garmisch, nell’edizione che segnò l’esordio dello sci alpino, Giulio Gerardi, Severino Menardi,  Vincenzo Demetz e Giovanni Kasebacher sfiorarono una clamorosa medaglia piazzandosi quarti con la staffetta 4×10 dello sci di fondo, battuti solo da Finlandia, Norvegia e Svezia, paesi ben più avvezzi del nostro agli sforzi solitari e prolungati dello sci nordico. Ma per il primo metallo ai Giochi della neve bisogna attendere ancora, l’interruzione imposta dal secondo conflitto bellico e la ripresa sportiva con le Olimpiadi del 1948, nuovamente con sede svizzera a St.Moritz, previo exploit di un ragazzo lombardo che adora gettarsi a pancia in giù nei budelli ghiacciati di mezza Europa.

Quel ragazzo risponde al nome di Nino Bibbia, classe 1922, ma a dispetto della nascita tricolore, spende il suo tempo tra primo e secondo dopoguerra proprio a St.Moritz, dove risiede fin da quando, ragazzino, si è trasferito al seguito dei genitori, esercitando il mestiere di fruttivendolo e utilizzando al meglio gli impianti olimpici esistenti per praticare bob, indistintamente a due o a quattro, slittino e skeleton, oltre ad hockey su ghiaccio, sci di fondo e salto con gli sci. E proprio alle due prove di bob e allo skeleton Bibbia, segnalato al Coni da Vico Rigassi, giornalista della Gazzetta dello Sport, viene iscritto per le Olimpiadi del 1948, dovendo rinunciare alle altre gare perché il programma a cinque cerchi è troppo concentrato per permettergli di gareggiare anche in altre prove, preparato a puntino e ben deciso a mettere in opera quanto appreso ed affinato nel corso degli anni.

Ed in effetti Nino non fallisce l’appuntamento olimpico. Comincia con il prendere parte alla gara di bob a 2 il 30 e 31 gennaio, accoppiato ad Edilberto Campadese, giungendo nono alle spalle anche dell’altro equipaggio azzurro formato da Mario Vitali e Dario Poggi, e se tra il 6 e il 7 febbraio farà meglio nel bob a 4 terminando in sesta posizione assieme ai compagni Giancarlo Ronchetti, Luigi Cavalieri e lo stesso Edilberto Campadese, a non più di un secondo e mezzo dal terzo gradino del podio appannaggio del primo equipaggio americano, il 3 e il 4 febbraio ha il suo personalissimo rendez-vous non solo con la storia della Olimpiadi invernali, ma con tutta la storia dello sport italiano.

Bibbia infatti è impegnato nelle sei manches di skeleton, su quella pista naturale del Cresta Run che conosce perfettamente e che sembra ritagliata a misura per lui. Solo un’altra volta lo skeleton è apparso come disciplina olimpica, esattamente 20 anni prima e curiosamente sempre a St.Moritz quando ad imporsi fu l’americano Jennison Heaton che anticipò il fratello John, di quattro anni più giovane, per l’inezia di un secondo. Proprio John è ancora in gara a sfidare Bibbia, forte di un’esperienza considerevole, vestendo i panni del principale rivale dell’italiano, al pari dell’inglese John Crammond e dell’elvetico padrone di casa Christian Fischbacher.

In effetti i favoriti della vigilia sembrano ben decisi a far valere il loro status, con Crammond a registrare il miglior tempo in 47″4 nella prima manche (Bibbia è quarto in 48″) ed Heaton a fare altrettanto nella seconda discesa, sempre in 47″4 (Bibbia si migliora, secondo in 47″6), mentre Fischbacher è vittima di un incidente e già dopo una prova a fuori dalla competizione. Ma Nino è in forma, e se non ha grande esperienza internazionale, può far valere a suo vantaggio la conoscenza di ogni trabocchetto del budello nel quale gli atleti sono costretti a guidare lo skeleton. E nella terza discesa è il migliore di tutti, ripetendo il 47″6 della seconda prova, che a fine giornata gli vale il secondo posto provvisorio assieme ad Heaton, con un risicato ritardo di soli 2 decimi da Crammond, che guida la classifica. Gli altri americani Martin, MacCarthy e Johnson, così come lo svizzero Kagi e i due inglesi Bott e Coats, sono ben più distanziati, ed in Casa Italia si comincia a respirare aria di prima medaglia olimpica della storia.

Ma Nino Bibbia non si accontenta di battagliare ad armi pari con il fior fiore degli avversari, li vuole battere e mettersi al collo il metallo più prezioso, e nella seconda giornata piazza non una, ma tre zampate da campione. Se le prime tre manches si erano disputate su di un percorso accorciato giocoforza, circa 870 metri di lunghezza, per le alte temperature causate dalle raffiche di Föhn, il vento caldo delle Api, le tre prove decisive hanno invece come teatro il percorso completo, 1231 metri di lunghezza e ben 15 curve mozzafiato, tra cui una, la Shuttlecock, particolarmente pericolosa e che non mancherà di produrre cadute ed incidenti, come già successo a Fischbacher nella prima manche. E qui l’italiano è il migliore del lotto, non lasciando scampo ai rivali.

Bibbia piazza una quarta manche da 59″5, cinque decimi meglio di Heaton, unico concorrente capace di abbattere il muro del minuto, balzando al comando anche in virtù della modesta prova di Crammond che lascia sul tracciato 1″4. Nella quinta prova Bibbia ed Heaton segnano lo stesso tempo, 1’00″2, e se ancora una volta Crammond è solo terzo mettendosi sul groppone altri sette decimi che lo escludono di fatto dalla battaglia per la medaglia d’oro, sono proprio l’italiano e l’americano a presentarsi alla partenza dell’ultima prova con il titolo olimpico in palio a fondo pista. Ma Bibbia, che deve amministrare un vantaggio di cinque decimi, non si limita a giocare di conserva, anzi, lancia il suo skeleton a tutta velocità. Perchè se la fortuna e il cronometro lo assisteranno, sa bene che a fine di quell’ultima folle corsa a pancia in giù ci sarà, per lui e l’Italia, la gloria perpetua.

Già, perchè Nino Bibbia non sbaglia, eguaglia il tempo di Crammond, che ha un ultimo sussulto di orgoglio per afferrare la medaglia di bronzo, e con il tempo di 1’00″3 anticipa ancora Heaton, che non va oltre l’1’01″2, per andare a completare le sei manches con il tempo totale 5’23″2, un secondo e quattro decimi meglio dell’americano. L’oro è suo e per l’Italia, infine, il ghiaccio è rotto… e questa è la storia della prima medaglia olimpica bianco-rosso-verde, ed è una bellissima storia. Profuma di vittoria, ne verranno tante altre ancora, ma la prima non si dimentica mai.

LA DOPPIETTA D’ORO OLIMPICA E MONDIALE DI PATRICK ORTLIEB

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Ortlieb in azione alle Olimpiadi di Albertville 1992 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Quel che c’è di straordinariamente affascinante nello sport è che riesce, spessissimo, a sovvertire i pronostici e regalare scampoli di gloria a chi magari forse non se lo aspettava proprio.

Patrick Ortlieb è un gigantesco discesista austriaco, qualcosa come 190 centimetri distribuiti per 92 chilogrammi di massa muscolare, e quando c’è da buttarsi a capofitto verso valle, è quello che si suol dire uno “slittone“, uno sciatore cioè che sfrutta la stazza e riesce a far correre perfettamente gli attrezzi che ha sotto i piedi nei tratti di discesa più filanti, denunciando qualche pecca, invece, quando si tratta di fare la curve. E queste prerogative accompagnano Ortlieb, nato a Bregenz, classe 1967 e figlio di padre alsaziano, fin dagli esordi in Coppa del Mondo, a far data 1987, quando sull’onda lunga del terzo posto colto ai Mondiali juniores del 1985 a Jasna, dove chiude alle spalle di Giorgio Piantanida e Hansjorg Tauscher, il Wunderteam biancorosso lo getta nella mischia sia a Val d’isere che a Bad Kleinkirchheim, per poi promuoverlo in pianta stabile in prima squadra la stagione successiva, 1988/1989.

In effetti Ortlieb non tarda a mettersi in luce, prediligendo una pista che ben si adatta ai grandi scivolatori come la Saslong della Val Gardena, piazzandosi quinto il 9 dicembre pur con il pettorale numero 53, per poi salire sul secondo gradino del podio il giorno dopo, sfruttando stavolta il numero 30 di partenza, battuto solo dal connazionale Helmut Hoeflenher, che lo precede per l’inezia di 0″08. E’ l’inizio di una magnifica avventura agonistica, che se a fine carriera vedrà Patrick fregiarsi di quattro vittorie parziali, di cui due proprio in Val Gardena, nel 1993 e nel 1995, permettendosi il lusso di trionfare anche sulla Streif di Kitzbuhel, nel gennaio 1994, e in supergigante a Tignes nello stesso 1994, oltre a collezionare altri 15 podi nel circuito di Coppa del Mondo, lo eleggerà campionissimo destinato all’immortalità per la particolare attitudine di dare il meglio nei grandi appuntamenti. A dispetto dei tracciati non troppo congeniali alle sue caratteristiche di sciatore possente.

Già, perché se del bronzo ai Mondiali juniores del 1985 abbiamo brevemente parlato, giova ricordare che Ortlieb, settimo ai Mondiali di Saalbach del 1991, ovviamente in discesa libera che rimane la sua specialità preferita pur gareggiando anche in supergigante, si fa trovare pronto all’appuntamento con la storia dello sci alpino alle Olimpiadi di Albertville. Il 9 febbraio 1992, i discesisti sono attesi sulla “Face de Bellevarde“, in Val d’Isere, e ad onor del vero il tracciato sembra proprio il meno adatto ai mezzi tecnici del gigante austriaco, costretto a disimpegnarsi tra dossi, curve, diagonali, salti e quant’altro fanno apparire il disegno del percorso più simile ad un supergigante che ad una discesa libera. Ed in effetti sul podio saliranno due gigantisti che nel corso della carriera si sono poi trasformati anche in abili velocisti su tracciature più ostiche, come il beniamino locale Frank Piccard, appunto campione olimpico in carica di supergigante, che è secondo per soli 0″05, e l’altro austriaco Gunther Mader, addirittura vincitore in Coppa del Mondo anche in slalom, terzo a 0″10. Ortlieb ha avuto in dote il pettorale numero 1, e alla luce dei fatti, visto che il manto nevoso tenderà velocemente a deteriorarsi, sfrutta a meraviglia il benevolo aiuto della sorte, fissando il tempo di 1’50″37, seppur commetta qualche leggera sbavatura, e sinceramente non parrebbe un cronometro destinato a resistere alle discese di chi verrà dopo di lui. Invece i rivali più accreditati deragliano, come Girardelli, accreditato del miglior primo intermedio, ed Accola, che sembrava perfetto per quel tracciato, Mader e Piccard appunto restano appena dietro, così come Wasmaier ed Heinzer che per poco non capitombola in partenza, Ghedina e Alphand deludono e a fine serata, quando c’è da salire sul gradino più alto del podio per cingersi il collo con la medaglia d’oro, l’onore spetta proprio a Patrick Ortlieb, l’ospite inatteso, che coglie il primo successo in carriera.

Garantitosi un posto nell’enciclopedia d’oro dello sci, Ortlieb, che ai Giochi di Lillehammer del 1994 sfiora nuovamente il podio terminando quarto alle spalle di Tommy Moe, Aamodt e Podivinsky, punta l’obiettivo sul titolo mondiale, dopo aver concluso non meglio che ottavo l’edizione iridata di Morioka del 1993, ben distante dal sorprendente svizzero Urs Lehmann, che lo copia ottenendo la prima vittoria in carriera nell’occasione più importante. Ma se l’elvetico non darà seguito all’exploit, Ortlieb deve dimostrare che il successo olimpico non fu certo un caso, e ai Mondiali del 1996 a Sierra Nevada fa nuovamente saltare il banco.

Luc Alphand veste i panni del grande favorito, dominando la specialità da due anni, con Lasse Kjus, Kristian Ghedina e Bruno Kernen a loro volta attesi a recitare da protagonisti. In Casa Austria, al solito, la selezione per guadagnare i quattro posti al cancelletto di partenza è serratissima, e se Ortlieb si è garantito la possibilità di difendere le sue chances vincendo in Val Gardena, accanto a lui scendono Mader, Trinkl e Knauss. Il 17 febbraio 1996 gli atleti si lanciano lungo i 3.930 metri della “Veleta“, e se il disegno non è proprio complicatissimo, nondimeno concede opportunità anche a chi sa far correre gli sci e rimanere a lungo in posizione. E in questo esercizio Ortlieb è davvero un drago. In una giornata di splendido sole, come di splendido sole fu quel 9 febbraio 1992 in Savoia, Ghedina, pettorale numero 8, fissa il miglior tempo in 2’00″44, abbattendo di 0″20 il cronometro di Kjus, ma il suo sogno di potersi mettere infine al collo il metallo più prezioso dura lo spazio di appena due minuti. Quando basta ad Ortlieb, sceso subito dopo di lui, di passare in lieve ritardo al primo intermedio, 53″08 contro 53″02, mettere la testa davanti al secondo rilevamento, 1’29″61 contro 1’29″91, infine tagliare il traguardo in 2’00″17, che vale il primo posto, con l’ampezzano retrocesso in seconda piazza. Altri due minuti ancora e a lanciarsi dal cancelletto è il discesista più forte del momento, appunto Alphand, che lotta sul filo dei centesimi più con Ghedina che con Ortlieb ed infine, per il soffio di 0″01, resta alle spalle di Kristian, sul terzo gradino del podio.

Patrick Ortlieb aggiunge così l’oro iridato a quello olimpico, e per uno che in carriera ha vinto bene ma non moltissimo, è la definitiva consacrazione a fuoriclasse. E se questo non è record, poco ci manca.

 

CARLO SENONER, CAMPIONE DEL MONDO TRA I PALI E NEL CONTO CON LA SFORTUNA

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Carlo Senoner in slalom ai Mondiali del 1966 – da neveitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Ricordando oggi la carriera di Carlo Senoner, viene quasi inevitabile domandarsi se sia più congeniale assegnargli quel titolo di campione del mondo che si guadagnò in pista, oppure definirlo l’emblema della sfortuna.

Già, perché questo bel ragazzo gardenese, nato ad un tiro di schioppo dalla mitica Saslong, seppe distinguersi con gli sci ai piedi, ma pagò anche un dazio salatissimo al fatto di non esser proprio benvoluto alla Dea Bendata.

In effetti Senoner, che vede la luce il 24 ottobre 1943, appartiene ad una foltissima famiglia, ben 11 fratelli, di albergatori che praticano lo sport della neve, ed è sul manto bianco che il giovane Carlo muove i primi passi da atleta, anche perché papà Giovanni installa il primo skilift proprio sotto casa e, seppur il ragazzo abbia solo 5 anni, la voglia di buttarsi a capofitto è davvero forte. Denunciando doti non comuni che lo evidenziano fin dall’età dell’adolescenza, tanto da meritarsi un titolo junores di campione europeo ed italiano di slalom gigante. Appena 17enne viene aggregato alla squadra che vola a Sqaw Valley per l’edizione 1960 delle Olimpiadi, e Senoner ha modo di confermare il suo talento di sciatore polivalente, classificandosi 13esimo in slalom e 17esimo in gigante ma rinunciando alla discesa per le ripetute cadute in prova.

La via maestra è tracciata, e se con la crescita tecnica iniziano anche le soddisfazioni in pista con i successi e i piazzamenti di prestigio sulla 3-Tre di Madonna di Campiglio, nondimeno Senoner inizia a fare il conto di cadute, infortuni ed ossa lasciate sulla neve. Dopo aver brillato ai Mondiali di Chamonix del 1962 con il quarto posto in combinata ad un soffio dal terzo gradino del podio occupato dal tedesco Ludwig Leitner nonostante spalla e ginocchio lussati, il sesto in gigante e il settimo in slalom, ecco che un primo grave intoppo lo costringe a seguire in televisione le Olimpiadi di Innsbruck del 1964, complice una caviglia gonfia come un melone. L’anno dopo, ai campionati italiani all’Abetone, Senoner cade in discesa rompendosi i legamenti, e sebbene la prima diagnosi escluda la possibilità di tornare a gareggiare ad alto livello, il campioncino gardenese smentisce ogni Cassandra e riprende l’attività.

Fin quando, 1966, lo sci mondiale si trasferisce a Portillo, in Cile, per l’edizione numero XIX della rassegna iridata, e per Carlo Senoner è tempo di raccogliere, non ancora 23enne, quanto la sfortuna gli aveva negato nelle precedenti grandi manifestazioni sciistiche. Si gareggia ad agosto, quando in Val Gardena è invece tempo di mietitura, e le cronache dall’altro capo del mondo trasmettono che Senoner, il 7 agosto, è giunto 20esimo in discesa libera, ben lontano dagli standard abituali. Due giorni dopo, il 9 agosto, il gigante non lo vede protagonista, ed allora, il 14 agosto, giorno di chiusura con la disputa dello slalom, si attende l’ennesima dimostrazione di forza della Nazionale francese, trionfatrice con Jean-Claude Killy e Guy Perillat nelle due prime prove e dominatrice anche con il tris al femminile firmato da Marielle Goitschel ed Annie Famose.

Senoner ha in dote il pettorale numero 1, e nella prima manche sfrutta in parte l’occasione, classificandosi in quarta posizione alle spalle dello svedese Bengt Erik Grahn, il migliore in 51″33, di Perillat e del canadese Hebron, con un ritardo di 2″39. Ma quel che accade nella seconda discesa ha del prodigioso. Carlo, che parte per ultimo, disegna una serpentina tra i pali come neppure nei suoi sogni da bambino avrebbe osato cullare, coniugando perfettamente impeto e sagacia tattica per non sbagliare laddove hanno deragliato i suoi avversari, e ferma il cronometro sul tempo finale di 1’41″56, nettamente migliore dell’ 1’42″25 di Perillat e dell’ 1’42″58 di Jauffret, provvisoriamente ai primi due posti per la caduta appunto di Grahn, costretti infine ad applaudire sportivamente, seppur a denti stretti, la vittoria a sorpresa del giovane italiano.

Carlo Senoner torna in Italia con una medaglia d’oro al collo ed il titolo di campione del mondo di slalom speciale. E se l’anno dopo, per la prima edizione del circuito di Coppa del Mondo, coglie un sesto posto proprio in slalom a Kitzbuhel quale miglior risultato, ed ai Giochi di Grenoble del 1968 non conclude la prova appendendo poi gli sci al chiodo, può comunque ritenersi appagato: il campione della sfortuna ha lasciato il segno. Ed è un segno di vittoria.

1999, LA STAGIONE SUPER GIGANTE DI ALEXANDRA MEISSNITZER

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Alexandra Meissnitzer ai Mondiali di Vail del 1999 – da gettyimages.it

articolo di Nicola Pucci

Certo che pare proprio una beffa, per taluni campioni, aver passaporto austriaco. Perchè in quel paese che fa dello sci non solo lo sport nazionale ma una vera e propria religione, vincere e convincere talvolta può non bastare per meritarsi le stimmate di grandissimo.

Chiedete ad Alexandra Meissnitzer, ragazzona di Abtenau, piccolo borgo alpino nel distretto salisburghese di Hallein, classe 1973, che ha un palmares da leccarsi i baffi ma troppo spesso viene dimenticata, compressa tra l’era che fu impreziosita dal talento di Petra Kronberger ed Anita Wachter, quella invasa dalle coetanee più mediatiche Renate Goetschel e Michaela Dorfmeister, e quella più recente illuminata dalla classe di Marlies Schield e Nicole Hosp.

Eppure la Meissnitzer ha qualità naturali innate, e se al debutto in una grande competizione internazionale, ovvero i Mondiali juniores di Zinal del 1990, non va oltre il 13esimo posto nella discesa libera che vede Katja Seizinger, che sarà un crack della specialità, salire sul secondo gradino del podio assieme alle due russe Gladishiva, oro, e Zelenskaja, bronzo, la stagione 1990/1991 la lancia nel firmamento dello sci che conta con la vittoria nella classifica generale di Coppa Europa, doppiando con 250 punti i 137 punti raccolti proprio della Dorfmeister, con il corollario del successo anche nelle classifiche di specialità di gigante e supergigante, che gli valgono l’ingresso in prima squadra per l’edizione della Coppa del Mondo 1991/1992.

In effetti la Meissnitzer ha predisposizione per le discipline veloci, mostrandosi altresì abile tra le porte larghe del gigante, il che ne fanno, in prospettiva, una pretendente autorevole alla conquista della sfera di cristallo. E se le prime stagioni sono di apprendistato, come è naturale che sia per una sciatrice poco più che 18enne, ecco che nel 1994 la Meissnitzer, che ai Mondiali juniores di Maribor del 1992 è stata seconda in discesa alle spalle della svizzera Celine Datwyler e terza in supergigante battuta da Regina Hausl e Morena Gallizio, difende i colori del Wunderteam austriaco alle Olimpiadi di Lillehammer, sua prima esperienza a cinque cerchi, uscendo però nella gara di gigante.

In Coppa del Mondo, nel frattempo, la Messnitzer, dopo l’11esimo posto nel supergigante di Cortina nel gennaio 1994, comincia sempre più spesso a piazzarsi tra le migliori, infiltrando per la prima volta la top-ten con un nono posto nello slalom gigante di Park City a novembre 1994, sfiorando il podio con il quarto posto nel supergigante di Flachau nel gennaio 1995 ed infine non solo salendoci, ma addirittura vincendo la prima gara in carriera nel supergigante di Val d’Isere il 7 dicembre 1995.

Per l’austriaca è solo l’inizio di un’avventura da vincente nel Circo Rosa che se a fine attività l’avrà vista battere le avversarie per ben 14 volte, le regalerà pure gloria olimpica, gioia iridata e la soddisfazione di portarsi a casa la classifica generale di Coppa del mondo.

La Meissnitzer, potendo contare su eccellenti risultati in tre discipline, scala infatti velocemente le graduatorie di merito, e se nel 1996 e nel 1998 è quinta in classifica generale, ecco che una straordinaria stagione come quella del 1998/1999 è annunciata dall’exploit delle Olimpiadi di Nagano del 1998 quando l’austriaca, in forma smagliante, è medaglia di bronzo in supergigante battuta per soli 0″07 da Picabo Street e 0″06 dall’amica/rivale Dorfmeister, non va oltre l’ottavo posto in discesa libera, e si riscatta con una preziosa medaglia d’argento in gigante, ad 1″80 di distanza dall’imbattibile Deborah Compagnoni.

Che l’anno 1999 sia quello giusto per infine guadagnarsi la ribalta se ne ha sentore fin dal prologo di Solden ad ottobre, quando la Meissnitzer è seconda in gigante alle spalle della norvegese Andrine Flemmen, al primo successo in carriera, per poi vincere, sempre in gigante, l’apertura stagionale di Park City, infilando la prima di una serie di ben otto successi (cinque in gigante, due in supergigante ed uno in discesa libera) che lanciano Alexandra in vetta alla classifica generale di Coppa del Mondo, infine nettamente sua con 1672 punti contro i 1179 punti della tedesca Hilde Gerg. L’austriaca domina anche le speciali classifiche di gigante e supergigante, terminando seconda in quella di discesa libera alle spalle della connazionale Goetschl, ed è con lei, così come con la Dorfmeister, che si presenta nelle vesti di favorita alla rassegna iridata di Vail/Beaver Creek, programmata per febbraio.

E qui lo squadrone bianco-rosso, almeno nelle tre prove che premiano chi sa coniugare velocità e tecnica, sbaraglia la concorrenza. Si comincia il 3 febbraio con il supergigante sulla “International” di Vail, disciplina di cui l’azzurra Isolde Kostner è bi-campionessa iridata per i titoli conquistati a Sierra Nevada nel 1996 e al Sestriere nel 1997. Stavolta, però, la campionessa di Ortisei è costretta a cedere lo scettro, che finisce tra le solide mani proprio della Meissnitzer che per l’inezia di 0″03 beffa la Goetschel, con la Dorfmeister costretta ad accontentarsi del terzo posto con un ritardo di 0″21. Quattro giorni dopo la sfida si rinnova in discesa libera, con l’Austria che cala addirittura un clamoroso poker, con Goetschel, Dorfmeister e Messnitzer nell’ordine e l’inattesa intrusione sul terzo gradino del podio di Stefanie Schuster che per soli 0″10 relega Alexandra in quarta posizione.

La Meissnitzer fa buon viso a cattiva sorte, covando spirito di rivalsa, che puntuale giunge l’11 febbraio in slalom gigante, disciplina che in stagione l’austriaca sta marchiando con il timbro della fuoriclasse. L’avversaria da battere è la Flemmen, che appunto a Soelden ebbe la meglio, ma stavolta il desiderio di vittoria di Alexandra è tale che infine le consente di mettersi al collo la seconda medaglia d’oro, lasciando la norvegese a 0″30, con la “vecchia” Wachter, agli ultimi sussulti di una straordinaria carriera, a conquistare un magnifico terzo posto.

Con due ori mondiali ed una Coppa del Mondo generale già in bacheca, Alexandra Meissnitzer, 26enne all’apice della carriera, parrebbe avviata ad aprire un capitolo da dominatrice dello sci alpino. Ma il destino, bastardo come solo lui sa essere con alcuni dei suoi campioni più amati, che si materializza sotto forma di un grave infortunio al ginocchio sinistro durante le prove della discesa libera di Coppa del Mondo a Lake Louise all’apertura della stagione successiva, tarpa le ali all’austriaca, che vede interrompersi sul più bello una carriera fulgida.

Tornerà competitiva, Alexandra Messnitzer, dopo oltre un anno di stenti, vincendo altre tre gare di Coppa del Mondo, cogliendo l’argento in discesa libera ai Mondiali di St.Moritz del 2003 alle spalle della canadese Melanie Turgeon e mettendosi al collo un’ultima medaglia preziosa, il bronzo olimpico del supergigante a Torino 2006, quando a batterla saranno, ironia della sorte, proprio la Dorfmeister, compagna di mille battaglie e sfide, e Janica Kostelic. Per poi, appesi gli sci al chiodo, andare ad incrementare il lotto delle campionesse che hanno vinto tutto, o quasi, ma che quando si tratta di venir ricordate pochi ne hanno memoria. Fosse nata da noi… ad averne di fuoriclasse così!

SIXTEN JERNBERG, LO SPECIALISTA DELLA 50 KM CHE COLLEZIONAVA MEDAGLIE

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Sixten Jernberg alle Olimpiadi di Cortina 1956 – da sv.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Lo sci nordico, lo dice il nome stesso, ha tradizione secolare nei paesi della Scandinavia, oltreché in Unione Sovietica, e perpetra nel tempo leggende che rimandano ad atleti ammantati di eroismo sportivo.

Sixten Jernberg, ad esempio, che nasce a Malung-Salen, in Svezia, il 6 febbraio 1929, ed ha un rapporto personalissimo, nonché invidiabile, con le grandi rassegne di sci di fondo, che lo eleggono tra i più grandi per una collezione massiccia di medaglie. L’infanzia del piccolo Sixten non è delle più semplici, se è vero che fin da ragazzo è costretto a lavorare come fabbro e poi come taglialegna, una volta abbandonata la scuola. Fortuna vuole che per recarsi sul luogo di lavoro Jernberg debba coprire distanze praticabili con gli sci stretti, e quest’esercizio supplementare lo ripagherà in seguito con i successi in campo agonistico.

In effetti Sixten ci sa fare, e già nel 1949, ancora da junior, è campione distrettuale, il che gli apre le porte della Nazionale svedese. E nel 1954 avvia quella che sarà una carriera internazionale ad altissimi livelli, gareggiando ai Mondiali casalinghi di Falun dove sale sul terzo gradino del podio con la staffetta 4×10, quando con i compagni Sune Larsson, Arthur Olsson e Per-Erik Larsson termina alle spalle di Finlandia e Urss, salvando un bilancio che vede la Svezia fallire l’assalto alla medaglia nelle tre gare individuali, con lo stesso Jarnberg non meglio che quarto nella 30 chilometri e settimo nella 15 chilometri.

Jernberg non è proprio giovanissimo, avendo già 25 anni, ma una volta tracciata la via maestra, figura costantemente tra i migliori nelle grandi rassegne. Nel 1955  mette in bacheca il primo trionfo alla Vasaloppet, maratona di 90 chilometri adattissima a chi non ha timore della fatica, bissando poi nel 1960, ma nel 1956 ha il primo appuntamento con le Olimpiadi nel magnifico scenario di Cortina d’Ampezzo. E qui lo svedese è protagonista assoluto. Si comincia il 27 gennaio con la 30 chilometri, che viene corsa per la prima volta in sede olimpica, e Jarnberg, che transita con il miglior tempo al decimo chilometro anticipando di 6″ il finlandese Veikko Hakulinen, è poi costretto a cedere alla rimonta del rivale, che lo sopravanza di 5″ ai 20 chilometri per poi aumentare il divario al traguardo di 24″, che valgono a Sixten la prima medaglia d’argento della rassegna cortinese. Tre giorni dopo, infatti, la sfida si rinnova sulla distanza più breve, i 15 chilometri, e se stavolta, nella nebbia, Hakulinen non va oltre il quarto posto, Jarnberg staziona costantemente in terza posizione alle spalle del norvegese Hallgeir Brenden e ai due sovietici Vladimir Kuzin e Pavel Kolchin, sorpassando poi quest’ultimo nel finale per andare a collezionare una seconda piazza d’onore. Il 2 febbraio le Olimpiadi propongono la gara più prestigiosa, la 50 chilometri, e qui Jarnberg pennella un capolavoro, dominando fin dall’inizio per andare a precedere sul traguardo lo stesso Hakulinen, battuto di 1’18”. L’oro cinge infine il collo di Sixten e per lo svedese è già tempo di entrare a far parte dell’enciclopedia dei grandi interpreti dello sci di fondo. Con il corollario della medaglia di bronzo in staffetta.

Ma è solo l’inizio, perché come hanno dimostrato i primi due grandi eventi cui ha preso parte e la Vasaloppet del 1955, Jarnberg è specialista delle distanze lunghe, più la fatica annebbia la vista e intossica i muscoli, più lo svedese si trova a sua agio, proprio lì dove la concorrenza, invece, batte in testa. E alle due edizioni successive dei Mondiali, Lathi nel 1958 e Zakopane nel 1962, ha modo di confermarlo appieno, trionfando in entrambe le circostanze nella 50 chilometri quando sbaraglia gli avversari, siano essi i due beniamini locali Hakulinen e Arvo Viitanen in Finalndia, dove Sixten è pure oro in staffetta e bronzo nella 30 chilometri, o il connazionale Assar Ronnlund e l’altro grande interprete del fondismo finlandese dell’epoca, Kalevi hamalainen, in Polonia, dove Jarnberg si prende il lusso di bissare pure il titolo iridato con il quartetto svedese.

Ma sono i Giochi olimpici la vetrina che più di ogni altra regala l’immortalità sportiva, e a quella volge il suo guardo Jarnberg, che a Squaw Valley, nel 1960, esordisce il 19 febbraio nella 30 chilometri, che ha il vantaggio di partire per ultimo ed avere dunque come riferimento il tempo già impiegato dai diretti avversari. Tra questi ci sarebbe ancora Hakulinen, che è detentore del titolo, ma il finlandese è solo sbiadito parente del fuoriclasse che quattro anni prima si era messo l’oro al collo, incapace di andare oltre un anonimo sesto posto. La sfida per la vittoria si risolve dunque in un duello a distanza tra svedesi, con Jarnberg a fare gara di testa e passare ai due rilevamenti cronometrici dei 10 e 20 chilometri con 22″ di vantaggio, e Rolf Ramgard a provare a ricucire lo strappo nell’ultimo terzo di gara, terminando con soli 13″ di ritardo. Sixten è oro e se il buon giorno si vede dal mattino… in attesa dell’amata 50 chilometri. Invece, dopo aver colto l’argento nella 15 chilometri quando a batterlo è solo il norvegese Hakon Brusveen che fa meglio per l’inezia di 3″ rimontando lo svedese nel finale, Jarnberg incassa l’amaro di un quarto posto in staffetta, costretto ad inchinarsi al quartetto sovietico che gli nega di salire sul podio, come invece Sixten era stato capace di fare nelle precedenti sei gare disputate ai Giochi. E a testimonianza di un rendimento in calando, Jarnberg fallisce l’assalto alla conferma d’oro proprio nella 50 chilometri che il 27 febbraio chiude il programma. Lo svedese parte pigiando sull’acceleratore, facendo registrare il miglior tempo ai 10 chilometri, 33’43” contro 34’06” di Hamalainen e 34’16” di Hakulinen e Ramgard. Ma l’incedere non è quello dei giorni migliori, e se con il passare dei chilometri il ritmo di Jarnberg si affievolisce, si intensifica invece lo sforzo degli avversari, relegandolo infine in una deludente quinta posizione, a ben 6’12” da Hamalainen che chiude trionfalmente davanti ad Hakulinen e Ramgard.

La rivincita è attesa per l’edizione 1964 delle Olimpiadi, che ha come teatro Innsbruck e disegna a Seefeld il tracciato per le gare riservate ai fondisti. Jarnberg, ormai 35enne, è atteso al canto del cigno di una carriera già leggendaria, ma a dispetto dell’età avanzata, è protagonista di una rassegna dei Giochi in crescendo. Dopo aver dovuto cedere al finladese Eero Mantyranta il titolo della 30 chilometri, chiudendo solo quinto, Sixten sale sul terzo gradino del podio nella 15 chilometri, battuto dallo stesso Mantyranta e dal norvegese Harald Gronningen, riuscendo curiosamente a mettersi al collo la terza medaglia in tre edizioni consecutive nella prova a lui meno congeniale. Cosa non riuscita invece nella 30 e nella 50 chilometri. E dopo aver vinto la medaglia d’oro in staffetta, quando la Svezia con un’ultima furiosa frazione, corsa da Assar Ronnlund, rimonta uno svantaggio di 32″ all’Unione Sovietica per infine mettere lo sci davanti a quello finlandese per poco meno di 8″, Jarnberg scende in pista per la gara di commiato ai Giochi olimpici, la 50 chilometri. E miglior esito non potrebbe avere, perché, contrariamente a quanto era accaduto quattro anni prima, stavolta lo svedese distribuisce perfettamente gli sforzi, transitando quarto al rilevamento dei 12,5 chilometri a 21″ da Hamalainen, campione in carica, terzo al passaggio dei 25 chilometri a 54″ dallo stesso Hamalainen, e secondo al terzo intermedio dei 32,5 chilometri, riducendo a soli 20″ lo svantaggio dal finlandese. Ma se Hamalainen cede di schianto nell’ultimo quarto di gara, complice anche una rocambolesca caduta che lo vede andare a sbattere contro un muro, terminando addirittura sedicesimo, Jarnberg ingrana la quarta e saluta la concorrenza, andando infine a trionfare con il tempo di 2h43’52”, nettamente il migliore nelle sue tre partecipazioni olimpiche, lasciando Ronnlund a lustrare la sua medaglia d’argento colta con un margine di 1’06”.

Per Sixten Jarnberg è un addio come neppure nei sogni da bambino, quando la vita era segnata da fatica e rinunce. Ora è tempo di entrare nell’Olimpo degli eroi, vantando una collezione senza pari di metalli di valore. Poi verrà Bjorn Daehlie, ma questa è storia recente…

LA TRIONFALE DISCESA LIBERA DI HARTI WEIRATHER AI MONDIALI DI SCHLADMING 1982

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Weirather all’arrivo della discesa libera – da steiermark.orf.at

articolo di Nicola Pucci

La Planai di Schladming, per chi ha avuto la fortuna di potervi esibire sopra, appartiene al Gotha delle piste da sci. E se da anni è sede di gare di Coppa del Mondo, accolse pure nel 1982 la XXVII edizione dei Campionati del Mondo.

Pensate voi cosa possa significare per gli austriaci, che fin dalla nascita si cibano a pane e discesa libera, trionfare proprio in questa specialità ad una grande rassegna internazionale. Ne sa qualcosa il “Kaiser“, al secolo Franz Klammer, che sei anni prima, a far data 1976, vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Innsbruck assurgendo al rango di eroe nazionale. Ed ora, a Schladming, gli asburgici attendono un altro aquilotto del Wunderteam bianco-rosso sul gradino più alto del podio. Ovviamente in discesa libera, perché le altre prove, quelle di slalom tanto per capirsi, in Casa Austria son roba per pischelli e non certo per i fenomeni della velocità.

La stagione in corso porta in dote, quando il 6 febbraio i discesisti, alle ore 12, si lanciano dal cancelletto di partenza, buone indicazioni per i padroni di casa. Franz Klammer, che dal 1975 al 1978 ha dominato la scena per poi eclissarsi complici alcuni problemi familiari, è tornato a vincere nella gara di apertura sulle nevi francesi di Val d’Isere, così come il giovane e promettente Erwin Resch, poco più che 20enne, ha colto sulla Saslong di Val Gardena la prima affermazione in Coppa del Mondo. Se poi Harti Weirather nel giro di otto giorni si è preso il lusso di battere tutti sui due tracciati che da sempre fanno la storia dello sci alpino, quelli di Kitzbhuel e di Wengen, ecco che gli austriaci avanzano prepotentemente la loro candidatura a far loro anche il titolo mondiale, anche perché poi il quarto discesista, Peter Wirnsberger, ha pure lui buone carte da giocare. Sono infatti imbattuti dal 1974, quando David Zwilling battè proprio Klammer a St.Moritz, con Josef Walcher poi vincitore quattro anni dopo a Garmisch. Tenuto conto che Leonhard Stock, poco più che un carneade, ha colto a sua volta a sorpresa l’oro ai Giochi di Lake Placid, ecco che l’Austria è il paese vincitore delle ultime quattro discese libere in sede olimpica o mondiale, e giocando in casa ha tutta l’intenzione di far cinquina.

La concorrenza è nondimeno agguerrita, ed ha nei canadesi Steve Podborski, vincitore a Crans Montana e della seconda prova sulla Streif, e in Ken Read, tre volte terzo in stagione, i pretendenti più autorevoli. In casa Svizzera ci si affida a Peter Muller per riportare in patria un titolo importante che manca dalla vittoria olimpica di Bernhard Russi a Sapporo 1972, con Conradin Cathomen e Tony Buergler altri alfieri di spicco della nazionale rossocrociata, mentre l’Italia, che non va a podio dalla vittoria di Herbert Plank a Lake Louise il 4 marzo 1980, dismessi gli sci il campione di Vipiteno, guarda soprattutto al futuro, con Much Mair, all’esordio in una grande competizione, che capeggia una pattuglia che comprende anche Giuliano Giardini, Mauro Cornaz ed Oskar Delago. Tra gli outsiders si annoverano discesisti che vengono da paesi senza tradizione invernale, come il britannico Konrad Bartelski, secondo in Val Gardena, e i sovietici Vladimir Makeev e Valeri Tsyganov, quest’ultimo vincitore ad Aspen nel marzo 1981.

58 atleti sono attesi alla competizione, che si sviluppa lungo i 3.401 metri della Planai. La giornata è splendida ed illuminata da un sole abbacinante, e al parterre c’è profumo di vittoria in casa Austria. Col pettorale numero 1 si lancia Cathomen, e la sua sciata è tanto veloce quanto redditizia da fissare il tempo di 1’55″58. Sarà difficile fare meglio. Dopo lui l’Austria gioca la prima carta importante, Erwin Resch, che transita con 0″08 centesimi di ritardo all’intermedio, svantaggio che poi al traguardo aumenta a 0″15 centesimi. Come vedremo, gli varrà il terzo gradino del podio finale.

La sfida tra i migliori si gioca sul filo dei centesimi, tocca alla Svizzera provare a far saltare il banco, con Muller, pettorale numero 3, che sbaglia qualcosa di troppo chiudendo a 0″42 centesimi da Cathomen, e il giovanissimo ma promettente Franz Heinzer, poco più che 19enne, che scende a valle con il numero 5 e con il tempo di 1’55″98 dovrà accontentarsi di un amaro quarto posto. Ma l’attesa è tutta rivolta al re, Franz Klammer, che col numero 7 si lancia con il solito ardore. All’intermedio il ritardo è contenuto, solo 0″17 centesimi che rimandano la decisione alla picchiata finale ma qui il “Kaiser“, lontano parente del fuoriclasse imbattibile di un tempo, va leggermente lungo nella “S” che immette sullo schuss d’arrivo e al traguardo il cronometro boccia le sue ambizioni, piazzandolo solo in settima posizione. E dopo che Makaeev è andato in presentat-arm sul salto all’arrivo riuscendo comunque a tagliare il traguardo, e il canadese Dave Murray, lontano dai primi, ha rivelato che non è giornata per i “Crazy Canuks” canadesi, non va meglio a Stock, pettorale numero 10, che finisce nelle retrovie, ed allora, per salvare una situazione che va facendosi compromessa, ecco che con il pettorale numero 11 al cancelletto di partenza si presenta Harti Weirather.

Classe 1958, di Reutte nel Tirolo, Weirather si cimenta già da qualche anno sul palcoscenico della Coppa del Mondo, e se il 15 dicembre 1980, dopo esser giunto nono alle Olimpiadi di Lake Placid, ha colto in Val Gardena il primo successo in carriera, nel proseguimento dell’anno il suo rendimento è cresciuto ancora, consentendogli di mettere i suoi sci davanti a quelli degli altri sia a St.Anton che ad Aspen e far sua la coppetta di specialità. Ma è la stagione in corso, appunto con le vittorie di Kitzbhuel e Wengen, che lo ha consacrato campione tra i più forti e completi, e sulla Planai sta per disegnare un capolavoro. L’alfiere del Wunderteam biancorosso scia veloce già nella parte alta, non commettendo imperfezioni e passando all’intermedio con il miglior tempo, 1’13″92, ovvero otto centesimi meglio di Cathomen, per poi buttarsi a capofitto fin sulla linea d’arrivo,  trascinato dall’incitamento di una nazione intera, segnando in 1’55″10 un  tempo che migliora di ben 0″48 centesimi il limite fissato da Cathomen. Che scala in seconda posizione.

L’Austria è in delirio, Podborski e Read, che con i pettorali 14 e 15 chiudono le discese del primo gruppo di merito, non tengono fede al loro rango di discesisti di prima fascia non andando oltre il nono e quattrdicesimo posto e quando anche Much Mair, pettorale numero 19, conclude la sua prima partecipazione iridata in una pur dignitosa decima posizione con un ritardo di 1″75, è tempo per l’Austria di brindare al successo.

Harti Weirather sale sul tetto del mondo, a coronamento di due stagioni da campionissimo, e se poi, dopo quella trionfale discesa, troverà solo un’ultima vittoria a Pontresina per poi retrocedere nelle classifiche di merito, pazienza. Un oro mondiale val proprio una Messa… e poi, buon sangue non mente, se è vero che la figlia Tina ha già fatto meglio, almeno in Coppa del Mondo, con nove vittorie parziali e le coppette di specialità in supergigante nel 2017 e nel 2018.

JO POLIG E IL GIORNO DI GLORIA ALLE OLIMPIADI DI ALBERTVILLE 1992

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Jo Polig sul podio – da gettyimages.it

articolo di  Nicola Pucci

La meravigliosa enciclopedia delle Olimpiadi tramanda ai posteri, talvolta, storie di vittorie inattese. Una di queste riguarda Josef Polig, abile sciatore che seppe cogliere l’attimo, approfittando sia delle circostanze favorevoli (la dea bendata assiste gli audaci, se ne ha voglia) che rendendo al meglio nel giorno più importante (aiutati che Dio ti aiuta, cita il proverbio).

Polig, classe 1968, altoatesino di Vipiteno, nei primi anni ’90 è indubbiamente uno degli sciatori italiani più completi. Dopo aver esordito in Coppa del Mondo nel 1988 con un promettente 14esimo posto in supergigante a Schladming, tanto da meritarsi la convocazione per i Mondiali di Vail del 1989 dove è nono in combinata, nel 1991 a fine stagione è nei primi 30 in 4 specialità su 5, mancando di comparire solo nella classifica di discesa libera, disciplina per cui difetta della necessaria potenza fisica. Ad onor del vero,  non è ancora riuscito ad entrare nei primi 5 di una singola gara, seppur piazzandosi invece costantemente tra i migliori, ad esempio settimo in slalom a Madonna di Campiglio, ottavo in supergigante a Garmisch e in combinata a Kitzbhuel, e nono in gigante a Waterville Valley, a certificare nondimeno le ottime qualità tecniche quando si tratta di disegnare le curve. Grazie comunque alle sue capacità sia nelle gare veloci che in quelle tecniche, riesce ad ottenere buoni risultati proprio in combinata, conquistando come detto la nona posizione ai Mondiali di Vail.

Per la stagione 1991-92 Polig ha però fatto vedere significativi miglioramenti, con due sesti posti in gigante sia a Park City che sulla Gran Risa della Val Badia ed uno in combinata a Garmisch, e finalmente con un altro piazzamento di rilievo in combinata: quinto a Kitzbuhel, nell’ultima gara prima dei Giochi, dietro a quattro grandi campioni come Paul Accola, Marc Girardelli, Hubert Strolz e Stephan Eberharter. Con questo risultato alle spalle, prepara le valigie per la Francia, dove sarà al cancelletto di partenza in combinata, supergigante e slalom gigante alle Olimpiadi di Albertville 1992.

Prima di avventurarci, però, nel dettaglio di quella giornata gloriosa per i colori azzurri nella gara di combinata, una citazione è doverosa anche per Gianfranco Martin, genovese classe 1970, quindi due anni in meno di Polig, e decisamente molta meno esperienza internazionale. Prima delle Olimpiadi, ha disputato solo poche gare in Coppa del Mondo, essendo alla stagione del debutto nel principale circuito sciistico: specialista delle discipline veloci, è riuscito ad andare a punti in discesa e supergigante, ma in combinata ha ottenuto i risultati migliori, 11esimo a Garmisch e 13esimo a Wengen. A metà della sua prima stagione di Coppa del Mondo, riesce quindi a staccare il biglietto per le Olimpiadi sia in combinata che nelle due prove veloci.

Tra i due portacolori azzurri, tocca proprio a Martin a esordire sulle piste di Val d’Isere, in discesa libera, gareggiando il 9 febbraio sulla difficilissima e temutissima Face de Bellevarde. Vince l’austriaco Patrick Ortlieb, sceso con il pettorale numero 1, e il ligure raccoglie un onorevole 14esimo posto, che equivale al suo miglior risultato di sempre nella specialità, non avendo meglio di un 23esimo e un 26esimo posto nelle due gare di Kitzbuhel qualche settimana prima. Martin dimostra pertanto di avere un buon feeling con il tracciato, che 24 ore dopo, il 10 febbraio, ospita anche la discesa libera valida per la combinata.

Dobbiamo preventivamente ricordare, nondimeno, che la combinata ha nel 1992 un formato differente da quello di oggi. Il risultato finale non è infatti la semplice somma dei tempi, ma un più complesso algoritmo dato dai distacchi, che teoricamente dovrebbe equilibrare la gara, ma che in realtà spesso rende la classifica quasi incomprensibile da decifrare in diretta. Anche per questo motivo la combinata, già oggi considerata una disciplina per alcuni versi minore rispetto alle quattro principali, viene snobbata da alcuni big dello sci, anche se talvolta si rivela decisiva per l’assegnazione della Coppa del Mondo (come proprio quella del 1992, vinta da Paul Accola davanti ad Alberto Tomba grazie anche ai tre successi in combinata).

Comunque sia il 10 febbraio, sulla Face de Bellevarde, si disputa la discesa libera, prima prova della combinata. Dopi vari rinvii per scarsa visibilità, si parte alle 15, con due dei grandi favoriti, Marc Girardelli e Gunther Mader, costretti subito al ritiro per una caduta. Al primo posto provvisorio si piazza il supergigantista norvegese Jan Einar Thorsen, già ai piedi del podio nella discesa per l’oro del giorno prima, che fissa il miglior tempo in 1’44″97. Al secondo, a sorpresa, ecco l’azzurro Gianfranco Martin, a 51 centesimi. Poi un altro italiano, Franco Colturi a 62 centesimi, e lo svizzero Xavier Gigandet a 64 centesimi. Si tratta di quattro specialisti delle prove veloci, e così il grande favorito sembra poter essere Paul Accola, che sta disputando una grande stagione di Coppa del Mondo tanto che a fine anno farà sua la sfera di cristallo, quinto a 76 centesimi. Subito dietro, al sesto posto, Josef Polig, che accusa un ritardo di soli 81 centesimi, promettente per lui che proprio discesista non è. L’altro italiano, Christian Ghedina, che punta tutto su questa prima gara dopo l’argento ai mondiali di Saalbach dell’anno prima, delude, chiudendo al 15esimo posto, ed è praticamente fuori dai giochi per le medaglie. A questo punto, per Polig si può ragionevolmente ipotizzare l’inserimento nella lotta per salire sul podio, considerando che gli altri specialisti dello slalom accusano distacchi importanti: Steve Locher è a 1”56, Strolz a 1″57, Furuseth a 3”97, Kosir a 4″63 e Kimura addirittura a 6”01.

24 ore dopo, l’11 febbraio, si disputano le due manche di slalom. La prima è  fatale sia a Thorsen che ad Accola, che commettono errori grossolani perdendo secondi decisivi e tirandosi così fuori dalla lotta per il podio. Vince la manche, in 48″08, l’austriaco Hubert Strolz, campione olimpico in carica e a quel punto sicuramente favorito per la vittoria finale. Dietro di lui si classificano tre atleti che hanno perso troppo tempo in discesa per poter cullare ambizioni, come il bulgaro Popov, Kimura e Ishioka, e poi altri tre concorrenti ancora in lotta per le medaglie: il francese Jean Luc Cretier e l’italiano Martin, entrambi andati fortissimo in una specialità che solitamente non li vede protagonisti, e lo svizzero Locher. Deludono nuovamente Furuseth, a 2”49 da Strolz, e lo stesso Polig, che prende 3”19 dall’austriaco e oltre un secondo da Martin, finendo al quinto posto della classifica provvisoria. Si parte così per la seconda manche, meno angolata e quindi più adatta anche ai discesisti: il miglior tempo assoluto è finalmente quello di Furuseth, 50″45, che rimonta fino al settimo posto finale. Ma nel complesso fanno meglio di lui due discesisti che disputano un ottimo slalom, come Ghedina (infine 6°) e Wasmeier, altro polivalente d’eccellenza (5°). Il quintultimo a partire è Polig che, su una pista ormai rovinatissima, riesce a far segnare uno straordinario secondo tempo di manche, 50″89, portandosi al comando con un coefficiente totale di 14,58 punti. Ancora quattro atleti sono attesi al cancelletto di partenza. Il francese Cretier accusa quasi due secondi da Polig e si inserisce provvisoriamente al secondo posto, subito superato da Locher, anche lui dietro al nostro atleta con un coefficiente di 18,16 punti: per l’Italia una medaglia è già sicura prima della partenza di Martin. I due azzurri arrivano infine vicinissimi: 32 centesimi di punti, cioè circa 7 centesimi di secondo, con Polig che rimane al primo posto. E’ già grande festa in Casa Italia, perché alla partenza di Strolz due medaglie sono assicurate. L’austriaco a cinque porte dalla fine sembra sicuro del bis olimpico, ma un errore lo manda fuori dalla pista. “E’ fuori!” esclama Bruno Gattai in telecronaca diretta, e la classifica finale è così scritta: primo Josef Polig, secondo Gianfranco Martin. I due italiani, mai saliti sul podio in Coppa del Mondo, sono  sorpredentemente davanti a tutti, meritandosi gloria olimpica perpetua.

Si tratta senza dubbio delle medaglie più incredibili della storia dello sci alpino azzurro, considerando anche come continuerà poi la carriera dei due sciatori. Josef Polig cinque giorni dopo sfiora addirittura un’altra medaglia, finendo quinto in supergigante, a soli cinque centesimi dal bronzo di Thorsen, e ottiene anche un ottimo nono posto in gigante. Chiude la Coppa del Mondo al 23esimo posto, ma dopo quella stagione non riuscirà più a ottenere grandi risultati: l’anno successivo coglierà un sesto posto in supergigante a Val d’Isere e un quinto posto in discesa libera a Kvittfjell e l’anno ancora dopo un nono a Lech, sempre in supergigante, e saranno i suoi unici altri risultati nei primi 10. Gareggerà in Coppa del Mondo fino al 1995 e si ritirerà l’anno successivo, a soli 28 anni, dopo alcune gare professionistiche in Nord America.

Anche Gianfranco Martin ad Albertvielle gareggia nel supergigante olimpico, chiudendo con un buon 12esimo posto, ma non entrerà più nei primi 15 in una gara di Coppa del Mondo: il suo miglior risultato sarà un 16esimo posto in combinata a Garmisch e in discesa a Bormio nel 1993. Correrà in Coppa fino al 1994, ritirandosi l’anno successivo a soli 25 anni.

Insomma, due meteore dello sci alpino italiano ed internazionale, ma se “carpe diem” è una citazione sempre attuale, chi meglio di Jo Polig e Gianfranco Martin seppero tradurla in realtà? E questo è un merito enorme… 

 

ELENA VALBE, LA REGINA DEL FONDO CHE RIMASE SENZA ORO OLIMPICO

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Elena valbe – da championat.com

articolo di Nicola Pucci

Si possono vincere  5 coppe del mondo con il corollario di 45 successi parziali (record al femminile, superato solo dai 46 dell’immenso Bjorn Daehlie), salire 3 volte sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi e collezionare ben 17 medaglie iridate, ma non poter vantare, in tutto questo popò di trofei, neanche una medaglia d’oro individuale ai Giochi? Certo che si può, basta chiamarsi Elena Välbe, nondimeno annoverabile tra le più grandi fondiste di sempre.

Elena (all’anagrafe Elena Trubicyna) nasce a Magadan, nel più remoto estremo oriente dell’Unione Sovietica, il 20 agosto 1968, ed è proprio a quelle latitudini, sferzate dal vento e dove la neve cade copiosa per gran parte dell’anno, seppur la temperatura sia meno rigida di quel che la media annua, -2,9 gradi, lascerebbe pensare, tra le leggere ondulazioni di lande desolate e boschi dove si narrano leggende sciamane, che inizia ben presto ad appassionarsi allo sport che qui è quasi d’obbligo praticare, ovvero lo sci su attrezzi stretti. E dotata com’è di classe cristallina, così come di abnegazione granitica, devota alla disciplina come solo una siberiana sa esserlo, ben presto si guadagna l’attenzione della Federazione del suo paese che, dopo averla inserita in squadra a 14 anni, la seleziona per i Mondiali junores del 1987 di Asiago dove è già la più brava del lotto delle concorrenti.

E’ solo l’inizio di una meravigliosa avventura agonistica, che al piano superiore, tra le “grandi“, si è aperta con due primi piazzamenti tra le migliori dieci nella stessa stagione del debutto 1986/1987, con un ottavo posto nella 5 km di Lahti ed un quinto posto nella 30 km di Falun. E se l’anno dopo la Välbe è costretta a rimanere al palo perché diventa presto mamma di Frans, nato dall’unione con il fondista estone Urmas Vialbe di cui, appunto, adotta il cognome, eccola di ritorno, ormai in pianta stabile, nel circuito di Coppa del Mondo nel 1988/1989, che già segna con il suo marchio di campionessa di prima fascia.

Estremamente competitiva sia in tecnica classica che in quella libera, la siberiana non tarda a brindare sia al primo podio assoluto, con il terzo posto nella 5 km di La Feclaz, che alla prima della sua interminabile serie di vittorie, colta il 14 dicembre 1988 sulle nevi svizzera di Campra dove nella 15 km a tecnica libera batte la cecoslovacca Havrancikova e l’altra sovietica Larisa Lazutina, che assieme a lei compone quello squadrone falce-e-martello destinato a dominare la scena, e con la quale la Välbe librerà duelli serrati.

In effetti, appena 20enne, la Välbe è pronta non solo ad incamerare la prima Coppa del Monddo assoluta, quando con 167 punti complessivi sopravanza nettamente la stessa Havrancikova e l’altra sovietica Tamara Tichonova, ma pure a recitare la parte della regina alla prima rassegna iridata a cui prende parte, i Mondiali di Lahti del 1989, che vedono Elena trionfare in tecnica libera sia nella 10 km che nella 30 km, dovendo invece accontentarsi della medaglia d’argento nella staffetta 4×5 quando, accompagnata da Julija Samsurina, dalla leggendaria Raisa Smetanina e dalla Tichonova, si arrende per soli sei secondi alla superiorità della Finlandia.

Poco male, ci sarà tempo per prendersi la rivincita, come effettivamente sarà nelle quattro edizioni mondiali successive in cui Urss o Russia, grazie al contributo sostanziale di Elena, vinceranno la prova di squadra battendo l’Italia in Val di Fiemme 1991 e a Falun 1993 e la Norvegia a Thunder Bay 1995 e Trondheim 1997. Ma quel che interessa principalmente alla Välbe è affermare la sua leadership in Coppa del Mondo, dove la concorrenza è spietata in casa Unione Sovietica, se è vero che nel 1990 la Lazutina infine le strappa la classifica assoluta per l’inezia di nove punti, 146 a 137, e comincia a far capolino Ljubov Egorova, che seppur di due anni più anziana di Elena, è pronta a darle filo da torcere.

Così come filo da torcere, eclissandosi le scandinave, iniziano a dare ad Elena anche le fondiste italiane, in primis lo scricciolo piemontese Stefania Belmondo, che nelle due stagioni successive, 1990/1991 e 1991/1992, chiude, seppur nettamente distanziata, alle spalle della Välbe in classifica generale di Coppa del Mondo, in secundis Manuela Di Centa, che dopo la vittoria della Egorova nella stagione 1992/1993, a sua volta porta a casa il trofeo di fondista più completa per l’anno 1993/1994, prima azzurra a riuscirci, altresì dando vita ad un triennio di sfide eccitanti nelle rassegne internazionali che dal 1991 al 1994 vedono russe e italiane spartirsi la torta.

E se ai Mondiali della Val di Fiemme del 1991 la Välbe, esattamente come due anni prima, mette al collo due medaglie d’oro individuali vincendo la 10 km a tecnica libera dominando la svedese Marie-Helene Ostlund e la 15 km a tecnica classica anticipando di un soffio la norvegese Trude Dybendahl, oltre appunto a far tris in staffetta, a Falun nel 1993 cala la tripletta nella 15 km a tecnica classica distanziando di ben 50″ la finlandese Marja-Liisa Kirvesniemi, lasciando invece alla Belmondo la vetrina della gara della 30 km e della 15 km ad inseguimento, disputata per la prima volta in sede iridata, chiudendo la sfida incrociata Russia-Italia sul 2-2, almeno in quanto a medaglie d’oro, grazie al successo in staffetta.

La gloria olimpica, nondimeno, è l’obiettivo primario per ogni atleta che si eserciti individualmente, e la Välbe non si sottrae certo a quest’illusione. Abborda dunque la sua prima esperienza a cinque cerchi, ad Albertville 1992, con la chiara intenzione di salire sul gradino più alto del podio, forte anche di un dominio in Coppa del Mondo che la pone in cima alla lista delle favorite. Ma sui tracciati disegnati a Les Saisies Elena va incontro ad una delusione cocente, infilando una serie clamorosa di insuccessi nelle quattro gare individuali, che la vedono terminare sempre in terza posizione, siano la 15 km a tecnica classica (battuta da Egorova e Marjut Rolig), la 5 km a tecnica classica (dietro alle stesse Rolig ed Egorova), la 15 km a inseguimento (appannaggio ancora della Egorova davanti alla Belmondo) o la 30 km a tecnica libera (con Belmondo ed Egorova a scambiarsi le prime due medaglie), vincendo l’oro solo in staffetta. E come è ovvio che sia, per la Välbe si inizia a parlare di maledizione a cinque cerchi.

Tabù che si rinforza due anni dopo, a Lillehammer 1994, quando la Välbe si presenta ai Giochi non certo al meglio della condizione, come puntualmente confermato dai risultati lungo l’anello di Birkebeineren dove Egorova e Di Centa si spartiscono equamente gli ori individuali, due a testa, ed Elena è non meglio che sesta nella 15 km a tecnica libera e nella 30 km a tecnica classica, troppo distante da quel rendimento che l’hanno proclamata regina nelle stagioni precedenti.

Ma la corona di regina cinge a meraviglia la testa della Välbe, che nel triennio successivo torna a comandare la classifica di Coppa del Mondo, nel 1995 quando con 1060 punti precede un plotone di altre quattro russe e nel 1997 quando con 940 batte per la terza volta la Belmondo, che fallisce l’assalto alla sfera di cristallo come invece era riuscito, ancora, alla Di Centa nel 1996, proprio davanti alla Välbe, 1004 punti contro 945 punti.

Altrettanto feeling con i Mondiali Elena conferma di avere alle due ultime edizioni a cui prende parte, nel 1995 a Thunder Bay quando vince la 30 km a tecnica libera battendo la Di Centa e lasciando alla Lazutina la palma di stella della rassegna con tre vittorie nella 5 km a tecnica classica, nella 15 km a tecnica classica e nella 15 km ad inseguimento, completando l’en-pleim assieme in staffetta, e nel 1997, quando a Trondheim infila un clamoroso poker individuale di vittorie, complice anche la squalifica nella 5 km a tecnica classica della Egorova, positiva all’antidoping,  sempre battendo la Belmondo, compreso l’esaltante epilogo in volata nella 15 km ad inseguimento, risolto al fotofinish a favore della campionessa russa per la battito di ciglio di 2 centimetri, a cui aggiungere il pokerissimo offerto dalla vittoria in staffetta davanti alla Norvegia. Proprio alla partenza della prova di squadra fa scalpore il proclama di Elena che, in perfetto tedesco, si rivolge al pubblico ammettendo che la sola Egorova si è macchiata del reato di doping, sconciurando così l’eventuale esclusione dalla prova del quartetto russo.

Già, l’oro in una gara individuale alle Olimpiadi, che ormai è diventata l’ossessione di una memorabile carriera. Ahimè senza conforto, perché la Välbe azzarda l’ultimo, disperato tentativo di far suo quel metallo prezioso che sempre le è sfuggito. Ma l’ispirazione ormai non c’è più, la campionessa declina verso la pensione e c’è spazio solo per un’ultima vittoria in Coppa del Mondo, il 20 dicembre 1997 nella 15 km a tecnica classica di Davos, prima dell’ultima, anonima recita giapponese a Nagano, quando, limitata da un raffreddore, al prevedibile oro in staffetta, non può che associare il 17esimo posto nella 15 km a tecnica classica e il quinto posto nella 30 km a tecnica libera, dietro anche a Lazutina e Belmondo, che come lei hanno segnato il fondo anni Novanta. Ma se le due avversarie hanno in bacheca il metallo più abbacinante, a lei, Elena Välbe, la “farfalla di Magadan” perché nessuna fu mai così brava a coniugare potenza e leggerezza, quell’oro manca tanto, ma proprio tanto.

 

 

 

 

LA CLAMOROSA VITTORIA DEGLI USA SULL’URSS NELL’HOCKEY SU GHIACCIO AI GIOCHI DI LAKE PLACID 1980

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Il trionfo Usa sull’Urss ai Giochi di Lake Placid ’80 – da:youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’inizio degli anni ’80 segna il periodo più buio nell’ultra centenario “Romanzo delle Olimpiadi” a seguito del doppio boicottaggio promosso, dapprima dal Presidente Usa Jimmy Carter ai Giochi di Mosca ’80, cui fa seguito analogo atteggiamento da parte dei Paesi del blocco sovietico all’edizione successiva di Los Angeles ’84, prima volta in cui la Rassegna a cinque cerchi viene così platealmente usata a fini politici.

Eventi dimezzati che, però, si riferiscono alle sole Olimpiadi estive, poiché i Giochi invernali, programmati a Lake Placid ’80 e Sarajevo ’84, vanno regolarmente in scena, nonostante la tensione tra le due superpotenze, in occasione dell’edizione svoltasi negli Stati Uniti, sia già a livelli elevati, nell’ambito della cosiddetta “Guerra Fredda”, a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan avvenuta la vigilia di Natale 1979.

Già nel gennaio ’80 negli Usa si inizia a progettare un possibile boicottaggio dei Giochi moscoviti attraverso un rapporto della CIA al Presidente Carter e l’avvio di colloqui con le Nazioni “amiche” al fine di sondare la loro disponibilità a seguirli in tale atteggiamento, ed anche se la decisione definitiva viene assunta dal Comitato Olimpico americano nel successivo mese di marzo, è palpabile – in quei 10 giorni che andavano dal 14 al 24 febbraio ’80 a Lake Placid – un’atmosfera di ancora maggiore rivalità tra i due blocchi contrapposti …

Olimpiadi che vivono sulle imprese di quattro atleti in particolare, vale a dire il fuoriclasse svedese Ingemar Stenmark, il quale si impone sia nello Slalom speciale che in gigante, mentre ancor meglio fa la rappresentante del Liechtenstein Hanni Wenzel, che oltre ai medesimi allori conquista anche l’argento in Discesa libera (ed il fratello Andreas completa il trionfo familiare giungendo alle spalle di Stenmark nel gigante), anche se la graduatoria dei pluri medagliati vede il sovietico Nikolay Zimyatov mettersi al collo 3 ori nello Sci di fondo, facendo sue le gare della 30 e 50km., oltre alla staffetta 4x10km., impresa che peraltro impallidisce rispetto a quanto compiuto dall’americano Eric Heiden, il quale fa “cappotto” salendo sul gradino più alto del podio in tutte e cinque le prove di Pattinaggio di velocità, dai 500 sino ai 10mila metri.

L’exploit di Heiden rischia seriamente di rappresentare le uniche medaglie d’oro per il Paese ospitante, visto che dallo Sci alpino giunge solo l’argento di Phil Mahre alle spalle dell’imbattibile Stenmark, nel Pattinaggio di velocità femminile Leah Poulos-Mueller porta alla causa due secondi posti sui 500 e 1000 metri ed in quello di figura Linda Fratianne deve arrendersi di fronte alla tedesca orientale Anett Potzsch.

Resta una sola ultima speranza per incrementare il bottino degli Ori in casa americana, vale a dire la conquista del titolo nel Torneo di Hockey su ghiaccio, impresa che alla vigilia appare come un qualcosa di titanico, vista la presenza dello squadrone sovietico, da quattro edizioni dei Giochi (dal 1964 al ’76) monopolizzatore del gradino più alto del podio, cui, in sott’ordine, fanno buona compagnia la Svezia e, soprattutto, la Cecoslovacchia, argento ad Innsbruck ’76, ma capace di far suoi i titoli iridati nel 1976 e ’77, nonché di giungere seconda nel 1978 e ’79.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, non salgono su di un podio mondiale dal bronzo conquistato nell’edizione di Colorado Springs ’62, mentre in sede olimpica, dopo l’oro di Squaw Valley ’60, possono contare solo sulla medaglia d’argento di Sapporo ’72, frutto di un convincente successo per 5-1 sulla Cecoslovacchia, pur se l’esito del confronto con i sovietici è impietoso, venendo travolti per 7-2 …

Non si nutrono pertanto eccessive aspettative in casa americana circa le possibilità di vittoria a Lake Placid, data anche la differenza di esperienza internazionale rispetto ai favoriti sovietici, i quali possono contare nelle proprie file ben 5 giocatori – Valery Kharlamov, Aleksandr Maltsev, Boris Mikhailov, Vladimir Petrov e Valery Vasiliev – già Bicampioni olimpici a Sapporo ’72 ed Innsbruck ’76, mentre un sesto, Viktor Zhluktov, ha già fatto parte della formazione vincente quattro anni prima in terra austriaca.

Cosa può essere lecito attendersi – di fronte a cotanta nobiltà – da un manipolo di dilettanti guidati dal poco più che 40enne Herb Brooks (peraltro componente del Team bronzo ai Mondiali ’62 …), con in aggiunta la più bassa età media dell’intero Torneo (essendo la quasi totalità degli stessi studenti universitari …), se non di onorare al massimo l’impegno, essendo già improbabile, in sede di pronostico, accedere al girone finale a quattro.

Ciò in quanto le 12 squadre iscritte sono suddivise in due Gruppi da 6 formazioni ciascuno, con le sole prime due di ogni raggruppamento ad accedere al Girone finale per l’assegnazione delle medaglie e gli Stati Uniti, inseriti nel Gruppo A, sembrano tagliati fuori da una simile previsione essendo accoppiati alle “corazzate” di Cecoslovacchia e Svezia, rispettivamente argento e bronzo ai Campionati mondiali dell’anno precedente alle spalle dell’armata sovietica che aveva concluso la rassegna iridata a punteggio pieno, con 8 vittorie in altrettanti incontri, Urss inserita nel Gruppo B assieme a Finlandia e Canada.

Ma si sa che la gioventù, se non può, giocoforza, essere sinonimo di esperienza, può portare con se caratteristiche di esuberanza ed anche di quella giusta dose di incoscienza che può servire ad annullare l’emozione di un appuntamento così importante, ed i primi ad accorgersene sono gli svedesi, fermati sul 2-2 nell’incontro di apertura del 12 febbraio, con la rete del definitivo pareggio siglata dal 23enne Bill Baker a 27” dal termine dell’incontro.

Era questa l’iniezione di fiducia che coach Brooks si attendeva in vista del secondo, sulla carta proibitivo, incontro in scena due giorni dopo contro i vice Campioni del mondo cecoslovacchi che avevano esordito nel Torneo con un netto successo per 11-0 sui malcapitati norvegesi, e che, viceversa, dopo un primo parziale concluso sul 2-2, si rivela un autentico calvario per la formazione dell’Europa orientale che crolla sotto i colpi di un Buzz Schneider scatenato (due reti ed un assist per lui …) sino ad abbandonare la pista sotto un pesante fardello di 7-3.

Con la qualificazione alla “zona medaglie” già in tasca, occorre però non incorrere in passi falsi nelle ultime tre sfide del Girone al fine di non compromettere gli exploit realizzati con le più forti avversarie, compito che viene diligentemente portato a termine dagli americani superando, nell’ordine, Norvegia (5-1 dopo aver chiuso sullo 0-1 il primo dei tre tempi …), per poi avere facilmente la meglio 7-2 sulla Romania e quindi soffrire oltre il lecito contro la Germania Ovest, trovandosi in svantaggio 0-2 dopo i primi 20’ prima di rimettere le cose a posto nei due successivi parziale sino al 4-2 definitivo, nella giornata in cui la Cecoslovacchia deve dire addio ai sogni di gloria, sconfitta 2-4 anche dalla Svezia.

Americani e scandinavi che si qualificano a braccetto per il Girone finale a quattro portandosi in dote il pareggio per 2-2 acquisito nella fase preliminare, dovendosi confrontare con Finlandia ed Unione Sovietica, la quale ha confermato la propria netta superiorità concludendo il Gruppo B a punteggio pieno e con 51 reti realizzate rispetto alle sole 11 subite, avendo comunque sofferto più del lecito per avere ragione sia dei finnici (4-2 maturato negli ultimi 5’ di gioco) che dei canadesi, anche in questo caso con un successo per 6-4 dopo che alla conclusione del secondo tempo erano sotto 2-3.

Che si fosse trattato di due “campanelli d’allarme” sottovalutati dal tecnico sovietico Viktor Tikhonov può essere un’ipotesi plausibile, ma di certo la formazione sovietica mai avrebbe pensato, affrontando il Girone finale con 2 punti rispetto al punto a testa di Usa e Svezia, che l’avversario più ostico sarebbe stato rappresentato proprio dagli scanzonati “Yankees” rispetto ai più accreditati scandinavi.

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I saluti prima della sfida Usa-Urss – da:pasdresteve.com

Quello che poi verrà battezzato dai media Usa come “Miracle on Ice” (“Miracolo sul Ghiaccio”) va in scena il 22 febbraio ’80 alle ore 17:00 allo “Olympic Fieldhouse” di Lake Placid dove 8.500 spettatori si sono dati appuntamento per riempire ogni posto a disposizione dell’impianto, non volendosi perdere un evento così altamente atteso, al punto che il Network ABC, titolare dei diritti televisivi, ne chiede inutilmente lo spostamento alle 20:00 per consentirne la trasmissione in prima serata, richiesta cui non aderiscono i sovietici in quanto ciò comporterebbe la visione dello stesso alle ore 4:00 del mattino nel loro Paese.

In un tripudio di bandierine “Stars and stripes” sventolanti sugli spalti, accompagnato dal canto dell’inno patriottico “God bless America” (“Dio benedica l’America”), coach Brooks catechizza a dovere i propri ragazzi, motivandoli con poche, ma sentite parole:  “siete nati per essere giocatori, dovevate essere qui e questo è il vostro momento, non lasciatevelo scappare …”.

Forse ci vorrebbe qualcosa di più per sperare di superare Vladislav Tretiak – unanimemente riconosciuto come il miglior portiere al mondo all’epoca – e fronteggiare gli attacchi portati dal 36enne Capitano Boris Mikhailov, nonché dai vari Kharlamov, Makarov e Fetisov, tutte e tre successivamente inseriti nella “Hockey Hall of Fame”, nel mentre della selezione Usa nove componenti provengono dall’Università di Minnesota, dove svolge la sua attività di tecnico il coach Brooks, e quattro dalla “Boston University”, tra cui il Capitano, il 25enne italo americano Mike Eruzione, un nome che ben presto avrà modo di passare alla storia.

Al primo ingaggio, come di consueto, gli Stati Uniti si fanno sorprendere in avvio, con i sovietici a sbloccare il punteggio dopo 9’12” grazie a Vladimir Krutov, il quale devia alle spalle dell’estremo difensore americano Jim Craig una conclusione di Alexei Kasatonov, rete che contribuisce ad accendere l’incontro, visto che meno di 5’ dopo Schneider pareggia i conti prima che Makarov al 17’34” riporti ancora avanti l’Unione Sovietica.

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Il portiere Jim Craig in evidenza – da:gettyimages.it

E’ questo un periodo in cui si erge a protagonista il portiere Craig, il quale riesce a respingere le conclusioni avversarie – a fine match saranno ben 39 contro le sole 16 dei padroni di casa – e che trova un’importante punto di svolta nella fase conclusiva, allorché un “tiro della disperazione” di Dave Christian da 30 metri viene respinto da Tretiak solo per capitare sul bastone di Mark Johnson, il quale supera due difensori per andare a realizzare il punto del 2-2 con un solo 1” dalla fine del primo periodo.

Nell’intervallo il tecnico Tikhonov opera una mossa a sorpresa che coglie impreparati i giocatori di entrambe le squadre, vale a dire la sostituzione del “leggendario” Tretiak (già 2 ori olimpici e ben 7 titoli iridati nella sua bacheca …) con la riserva Vladimir Myshkin per quella che lui stesso ammetterà in seguito “essere stato il più grande errore della mia carriera” – e successivamente, allorché Johnson chiederà a Fetisov, nel frattempo militante nella NHL americana, un parere su detta circostanza, ne riceve un laconico “Coach crazy” (“Allenatore impazzito”) – pur se il secondo periodo vede un dominio assoluto da parte sovietica, caratterizzato da 12 conclusioni a 2, ma che partorisce la sola rete del 3-2 messa a segno da Matisev dopo 2’18” dalla ripresa del gioco …

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Usa-Urss Lake Placid ’80, una fase della gara – da:sportsblog.com

Considerato come all’Urss non andrebbe male neppure un pareggio, in attesa di verificare l’esito della gara a seguire tra le due formazioni scandinave, per gli Stati Uniti si rende necessario cercare di ribaltare il risultato nel corso degli ultimi 20’ della gara, un’impresa sulla carta paragonabile alla scalata di una montagna, ma in soccorso della quale giunge, dopo 6’47”, una penalità inflitta a Vladimir Krutov che lo relega in panchina per 5’, una superiorità numerica della quale gli Usa approfittano dapprima per pareggiare i conti con Johnson, il cui disco scagliato verso la porta avversaria passa sotto il corpo di Myshkin e quindi per assestare il colpo del definitivo ko con il Capitano Eruzione, appena subentrato sul ghiaccio, il quale trafigge nuovamente la riserva Myshkin con una conclusione “sporcata” da Vasiliev.

Siamo a metà dell’ultimo periodo, ci sono ancora 10’ di gioco e, con gli Stati Uniti per la prima volta in vantaggio nel corso dell’incontro, il Palazzetto del Ghiaccio è un’autentica bolgia, mentre i sovietici sono colti dal panico, pur dovendo patire una buona dose di sfortuna allorché una conclusione di Maltsev incoccia nel palo alla destra di Craig, anche perché i ragazzi americani, sollecitati dal loro allenatore – “Fate il vostro gioco, fate il vostro gioco”, urla a bordo campo – non si rinchiudono in difesa ma ribattono colpo su colpo.

Si giunge così ai minuti finali dove l’Urss rinuncia ad avanzare Myshkin come giocatore di manovra – “Non abbiamo mai adottato la soluzione sei contro cinque, neppure in allenamento perché Tikhonov non aveva fiducia in tale variante tattica”, commenta Sergey Starikov – ma non ad attaccare e, dopo che una conclusione di Petrov (capocannoniere ai Mondiali dell’anno precedente con 15 punti) termina di poco fuori, tocca a Craig deviare di piede una conclusione dello stesso attaccante sovietico a 33” dalla sirena, con gli ultimi, palpitanti attimi della sfida scanditi dal pubblico con un “Count down” ripreso dal commentatore televisivo Al Michaels della ABC che conclude la propria cronaca scandendo anch’esso: “11 secondi, eccoci, mancano 10 secondi, il conto alla rovescia inizia ora, Morrow ha il disco, lo passa a Silk, 5 secondi alla fine del match, credete nei miracoli …?? Sì …!!”.

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I giocatori Usa festeggiano il trionfo sull’Urss – da:gettyimages.it

Come la gara termina, Brooks, vinto dall’emozione, scarica la tensione raggiungendo di corsa gli spogliatoi lasciandosi andare ad un pianto liberatorio, nel mentre i giocatori intonano a loro volta il coro “God bless America” cantato dai loro tifosi, ed i media – in particolare il celebre commentatore Jim McKay della ABC – paragonano tale risultato come se “una squadra di football universitario canadese avesse sconfitto i Pittsburgh Steelers (quattro volte vincitori del Super Bowl negli ultimi sette anni …)” per far comprendere quella che fosse la differenza dei valori campo.

Attenzione, però, che il successo, ancorché inaspettato, non garantisce agli Stati Uniti la medaglia d’oro, anche se l’esito della gara svoltasi in serata, con il pareggio per 3-3 tra Finlandia e Svezia, pone gli stessi in una posizione di vantaggio con 3 punti rispetto ai 2 di Svezia ed Unione Sovietica, con i finnici a chiudere la classifica con un punto.

Resta dunque da superare l’ostacolo Finlandia, in una sfida che va in scena il 24 febbraio alle ore 11:00 locali, mentre a seguire, alle 14:30, è previsto l’incontro tra Urss e Svezia che, in caso di vittoria americana, diviene uno spareggio per il secondo posto, che viceversa potrebbe vale la medaglia d’oro qualora i finnici dovessero bloccare gli americani.

Il rischio che l’euforia per l’impresa compiuta possa trasformarsi in un pericoloso boomerang è altissimo, considerata altresì la giovane età dei componenti la formazione di Brooks che si ritrovano nella condizione di realizzare un sogno del tutto inaspettato alla vigilia dei Giochi, tensione che si fa sentire dopo i primi due parziali, al termine dei quali la Finlandia si trova in vantaggio per 2-1 …

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Una rete Usa nel decisivo match con la Finlandia – da:imasportphile.com

Lo spettro di vanificare lo “storico” successo ritrovandosi alla fine con un pugno di mosche in mano fa sì che nel breve intervallo prima dell’inizio del terzo e decisivo periodo, come riportato da Mike Eruzione, Brooks si rivolga ai propri giocatori guardandoli negli occhi e pronunciando queste poche ma dure parole: “Se voi perdete questo incontro, ciò graverà sulle vostre coscienze menti sino alla morte …!!”, ed, avviatosi verso la porta dello spogliatoio, si ferma sulla soglia e, voltandosi indietro, ripete: “ricordatevi, sino alla morte …!!”.

Non è dato lecito sapere quanto questo sermone sia stato determinante nello scatenare la reazione nel terzo parziale, ma un dato di fatto è che, alla ripresa del gioco, in poco più di 6’, dapprima Phil Verchota e quindi Bob McClanahan, riescano a ribaltare le sorti della sfida per poi toccare a Johnson mettere a segno il punto della sicurezza a poco più di 3’30” dal termine dell’incontro per il definitivo 4-2 che sancisce una delle più grandi sorprese nella Storia del torneo di Hockey su ghiaccio ai Giochi invernali.

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I giocatori Usa festeggiano l’oro – da:sportingnews.com

I sovietici, scesi sul ghiaccio sapendo di aver buttato al vento l’occasione per entrare nella leggenda con il quinto titolo olimpico consecutivo – che, considerando i successivi ori nelle edizioni dal 1984 al ’92 avrebbe portato la serie ad addirittura 8 vittorie consecutive – sfogano la propria rabbia e delusione contro i malcapitati svedesi, sommersi sotto un impietoso 9-2 che sta una volta di più a testimoniare quanto eccezionale sia stata l’impresa dei ragazzi di Herb Brooks.

Ovviamente, il rilievo mediatico, anche in virtù delle tensioni politiche ricordate all’inizio, è enormemente amplificato e lo stesso Presidente Jimmy Carter riceve alla Casa Bianca gli autori di tale storica impresa, e non sarebbe stato male, cogliendo nel volto dei giocatori la gioia e la soddisfazione per aver regalato al proprio Paese un tale motivo di orgoglio, se avesse riflettuto su come la sua decisione di boicottare i Giochi estivi di Mosca avrebbe deluso le aspettative ed i sacrifici compiuti da tantissimi altri ragazzi e ragazze americani che avevano posto tale appuntamento ai vertici dei rispettivi obiettivi di carriera.

Ma quando mai, i politici (rispetto a quanto ampiamente sbandierato a parole …) si preoccupano dei desideri del proprio popolo …??