LA DISCESA D’ORO DI BERNHARD RUSSI ALLE OLIMPIADI DI SAPPORO 1972

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Russi in discesa a Sapporo 1972 – da masterx.iulm.it

articolo di Nicola Pucci

Se ci pensiamo bene, Bernhard Russi cosa vuole veramente di più dalla vita? E’ bello, scia bene, ed è pure maledettamente competitivo nelle gare che contano.

In effetti, questo svizzero non ancora 24enne, debutta in Coppa del Mondo il 19 gennaio 1968 nel gigante di Adelboden con un 48esimo posto, e nel corso della stagione successiva entra a far parte in pianta stabile della squadra rossocrociata, pur infortunandosi seriamente ad una vertebra cerebrale durante le riprese di una discesa a cui prende parte in qualità di stuntman di un film di James Bond. Nondimeno denuncia già buona attitudine non solo alla discesa libera, che nel corso della carriera lo celebrerà tra i più grandi di sempre, ma anche tra le porte larghe dello slalom gigante, e a far data 1970 si piazza una prima volta nella top-10 a Wengen, decimo, per poi sbaragliare il campo qualche settimana dopo ai Mondiali di Val Gardena cogliendo la medaglia d’oro proprio in discesa libera sulla mitica Saslong, pur essendosi rotto una mano la settima precedente e partendo con il pettorale numero 15, davanti all’austriaco Karl Cordin e all’altrettanto sorprendente australiano Malcolm Milne, che butta giù dal podio il grande Karl Schranz, infine solo quarto.

I tre ragazzi, curiosamente tutti classe 1948, sembrano destinati a segnare un’epoca del discesismo internazionale, rilevando il testimone dai vecchi mamasantissima del Circo Bianco, ma se Cordin un paio di vittorie le metterà in saccoccia, in effetti solo Russi assurgerà al rango di fuoriclasse. Come puntualmente avviene nelle due stagioni di Coppa del Mondo che seguono, 1970/1971 e 1971/1972, quando l’elvetico diventa il discesista più forte del pianeta vincendo due coppe di specialità, conquistando cinque successi parziali (Megeve e Sugarloaf il primo anno, St.Moritz, Crystal Mountain e Val Gardena il secondo) ed aggiungendo anche l’unico trionfo in carriera in slalom gigante, a Mont Sainte-Anne.

Seppur ancora molto giovane, Russi, che piace proprio a tutti ed è ricercatissimo da televisioni e rotocalchi, diventa il campione di riferimento del Circo Bianco, al pari di quel Gustavo Thoeni che primeggia nelle discipline tecniche, e per il primo rendez-vous olimpico sulle nevi giapponesi di Sapporo, nel 1972, lo svizzero si presenta al massimo della forma. Con il pronostico che lo accredita del ruolo di grande favorito. Anche perché è fuori dai Giochi l’unico avversario che sembrerebbe in grado di impensierirlo, proprio Schranz che ha vinto tre discese in successione dopo la prima vittoria stagionale di Russi a St.Moritz, escluso per aver violato le regole, ferree, del dilettantismo, tanto da indurlo a porre fine alla sua leggendaria carriera.

Tra gli outsiders che ambiscono, comunque, a provare a battere Russi o quanto meno a strappare una medaglia, ci sono Heini Messner, che guida il Wunderteam austriaco, ed Henri Duvillard, entrambi saliti ripetutamente sul podio, così come qualche legittima ambizione la cullano gli altri due svizzeri Walter Tresch e Roland Collombin, quest’ultimo poco meno che 21enne ed astro nascente di un paese che produce campioni a getto continuo. Marcello Varallo, Giuliano Besson, Stefano Anzi e Gustavo Thoeni difendono i colori azzxurri, ma infine si classificheranno nell’ordine dal decimo al tredicesimo posto.

La sfida per la vittoria, sul Mout Eniwa di Hokkaido, il 7 febbraio 1972, si accede da subito con la prova dello svizzero meno blasonato, Andreas Sprecher, pettorale numero 1, che segna il miglior tempo in 1’53″11. Thoeni è lontano, così come il francese Orcel, ed allora ecco che con il pettorale numero 4 si lancia dal cancelletto proprio Russi. Lo svizzero è guidato da una determinazione feroce, e se il suo allenatore Paul Berlinger ha grattato via la sciolina poco prima della partenza tanto da mettergli ai piedi sci perfettamente guidabili, ecco che il campione di Andermatt, tecnicamente impeccabile e stilisticamente bello a vedersi, plana a valle fermando il cronometro su un 1’51″43 che nessuno può proprio avvicinare. Non ci riescono Milne e Cordin, gli avversari iridati, non meglio che 23esimo e settimo, parzialmente ci provano Messner, sceso con il pettorale numero 5, che va a prendersi il bronzo con un distacco che sfiora il secondo, e Collombin, che col pettorale numero 11 fa correre un brivido, minimo, sulla schiena dell’illustre connazionale salendo sul secondo gradino del podio con un margine di 0″64. Quando poi anche Tresch, infine sesto, e il norvegese Erik Haker, che ha il pettorale 26, chiude in quinta posizione, ecco che per Russi è già tempo di aggiungere l’oro olimpico alla vittoria mondiale di due anni prima.

Al vertice della gloria sportiva, Russi, che a fine anno si merita la palma di “sportivo dell’anno” in Svizzera, è pronto a cogliere altre tre vittorie in Coppa del Mondo (saranno infine nove) a Grindelwald e St.Anton nel 1973 e a Morzine nel lontano 1977. Ma… ma all’orizzonte già si profilano le figure di Roland Collombin, che vedrà una carriera luminosa spezzarsi con una terribile caduta a Val d’Isere, e del “kaiser” Franz Klammer, che dominerà la scena e ai Giochi di Innsbruck del 1976 negherà a Russi un clamoroso bis.

Già, ricordate? Bernhard Russi, bello, bravo e maledettamente competitivo nei giorni che contano. E a casa del nemico asburgico sarà medaglia d’argento. Canto del cigno di una carriera comunque monumentale.

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LA DOPPIETTA ORO ED ARGENTO DI PALLHUBER E CATTARINUSSI AI MONDIALI DI BIATHLON DEL 1997

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Wilfried Pallhuber – da biathlon.com.ua

articolo di Nicola Pucci

A dispetto dei recenti successi iridati ed in Coppa del Mondo di Dorothea Wierer, Lisa Vittozzi e Dominik Windisch, il biathlon non è certo disciplina, tra quelle invernali, che più di ogni altra abbia regalato grandi sussulti in Casa Italia. Solo nel 1979, con il terzo posto di Luigi Weiss nella gara della 10 km. ai Mondiali di Ruhpolding, vi è traccia tricolore negli albi d’oro delle grandi manifestazioni internazionali. E se da quel giorno gli azzurri hanno collezionato un totale di 27 medaglie garantendo al nostro Paese un posto tra i top-10 di una classifica globale dominata dalla Norvegia, nel corso degli Anni Novanta, sia nelle prove individuale che in quelle a squadre, l’Italia ha scritto qualche pagina interessante di questo sport che coniuga l’attitudine a far correre gli sci con la precisione al poligono di tiro.

In questo percorso di crescita che ha visto Johann Passler a sua volta cogliere il bronzo, sempre nella 10 km., ai Mondiali del 1985 a Ruhpolding, terra che dunque sembra portar bene ai colori azzurri, e l’anno dopo, ad Oslo, la staffetta 4×7,5 km. giungere terza alle spalle di Unione Sovietica e Germania Est, ripetendo poi gli stessi risultati anche in sede Olimpica a Calgary 1988 con la sola differenza che Passler sale sul podio nella 20 km., infine nel 1990 ecco giungere il primo successo di prestigio, con Pieralberto Carrara, Wilfried Pallhuber, Johann Passler e Andreas Zingerle ad imporsi in staffetta ai Mondiali di Minsk. E se nel 1991, a Lathi, l’oro giunge nella prova a squadre, proprio Zingerle assurge al rango di fuoriclasse nell’edizione del 1993, sulle nevi bulgare di Borovets, con la fantastica doppietta vincente dominando la 20 km. davanti a due stelle di prima grandezza quali sono i russi Sergei Tarasov e Sergei Tchepikov.

All’orizzonte del panorama bianco-rosso-verde, nel frattempo, stanno iniziando a prendere forma due ragazzi che talento ne hanno, da vendere. L’uno, appunto Wilfried Pallhuber, classe 1967, originario di quell’Anterselva che sta al biathlon un po’ come Kitzbhuel sta alla discesa libera, Lahti allo sci di fondo ed Innsbruck al salto dal trampolino, ovvero è la sua culla più materna, l’altro è René Cattarinussi, di cinque anni più giovane, classe 1972, nato invece a Tolmezzo, in quella Carnia indubbiamente più famosa per aver dato i natali ad una certa Manuela Di Centa.

Willie The Kid” Pallhuber, in effetti, è già noto al grande pubblico del biathlon, se è vero che esordì in una grande rassegna ai Mondiali di Feistritz del 1989 rimanendo ai piedi del podio sia nella staffetta 4×7,5 km. che nella prova a squadre, per poi essere parte integrante del quartetto campione del mondo l’anno dopo. E se in Coppa del Mondo infila una serie di ben 5 vittorie individuali a cui aggiungere altre tre medaglie d’oro iridate nelle gare assieme ai compagni di Nazionale, per l’edizione 1997 dei Mondiali, sulle nevi slovacche di Brezno-Osrblie, ha in serbo un colpaccio che sta per inserirlo di diritto nell’alveo dei campioni con la “C” maiuscola. Assieme a lui, proprio Cattarinussi, che se è a secco di successi in Coppa del Mondo, vanta altresì una medaglia di bronzo iridata a Ruhpolding, guarda che coincidenza, nella 10 km. del 1996, battuto dagli immancabili russi Vladimir Drachev e Viktor Maigourov.

Insomma, l’Italia ha qualche carta interessante da giocarsi al tavolo dei grandi per la rassegna mondiale del 1997, in calendario dal 1 al 9 febbraio. Pallhuber in stagione ha già vinto nella 20 km. di Ostersund, qualche giorno dopo il terzo posto di Cattarinussi nella 12,5 km. ad inseguimento di Lillehammer, ma punta l’obiettivo già sulla 10 km. che apre il programma iridato. Pur sapendo che tra gli avversari da battere c’è un certo Ole Einar Bjorndalen, che sta solo iniziando a scrivere la sua storia di biathleta più grande di sempre.

Il 23enne norvegese si è già imposto a tre riprese nel corso della stagione di Coppa del Mondo, e si spartisce i favori del pronostico proprio con Maigourov, a sua volta tre volte a segno, e con il tedesco Sven Fischer, che ha fatto doppietta nelle due gare di esordio a Lillehammer. I tre atleti daranno vita ad una battaglia serrata per la conquista della vittoria finale in Coppa del Mondo, che sorriderà al teutonico, ma a Brezno-Osrblie, oltre che con Ricco Gross, ancora in cerca del primo successo individuale in una grande manifestazione, con l’altro germanico Franck Luck che fu iridato nel 1989, con Drachev stesso che difende il titolo, con il francese Bailly-Salins che colse l’oro ai Mondiali di Anterselva del 1995 e con l’austriaco Ludwig Grendler che sta disputando la miglior stagione in carriera, attendono la sfida lanciata dagli italiani, Pallhuber e Cattarinussi in primis, Pieralberto Carrara che è stato secondo nella 10 km. di Anterselva qualche giorno prima dell’inizio dei Mondiali e il giovane Patrick Favre in secundis.

Quel che va in onda il 1 febbraio 1997, nella 10 km. sprint, tuttavia, va ben oltre le più rosee aspettative di Casa Italia. Succede infatti che mentre i campioni attesi alla recita naufragano nelle retrovie, con Bjornldalen solo nono, Maigourov non meglio che dodicesimo e Fischer addirittura ventiquattresimo, gli azzurri non solo sono velocissimi con gli sci ai piedi, ma pure maledettamente precisi ed efficaci al poligono di tiro, con Pallhuber che piazza un 10 su 10 sensazionale che lo lancia solitario al comando della gara. Solo il lettone Jekabs Nakums, che dodici mesi dopo, a Minsk, sarà terzo, e il finlandese Ville Rykkonen, che non ha pedigree, sono pari all’italiano con il fucile, ma anche troppo meno svelti quando c’è da menare con gli sci, ed allora per il ragazzo di Anterselva, in smaglianti condizioni di forma proprio nell’appuntamento più importante della stagione, è tempo di andarsi a prendere un oro meraviglioso.

Quando poi Cattarinussi sbaglia un solo colpo, recuperando così il tempo concesso con gli sci al bielorusso Oleg Ryzhenkov, la doppietta bianco-rosso-verde è cosa fatta, con 16″8 a separare i due azzurri e Patrick Favre che per un soffio non completa un tris che darebbe ad una gara già memorabile i contorni dell’epica, terminando quarto a poco più di tre secondi dalla medaglia di bronzo.

Doppietta azzurra, dunque, con Pallhuber e Cattarinussi oro ed argento… già, meritandosi quella gloria imperitura che solo oggi, 22 anni dopo, Wierer e Windisch sul gradino più alto del podio nello spazio di un paio d’oro ai Mondiali di Ostersund 2019, hanno saputo eguagliare.

LA DOPPIETTA SLALOM/GIGANTE DI DEBORAH COMPAGNONI AI MONDIALI DEL SESTRIERE 1997

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Deborah Compagnoni in trionfo nello slalom – da gettyomages.com

articolo di Nicola Pucci

Corre l’anno 1997 e la rassegna iridata dello sci alpino è programmata per la prima quindicina di febbraio in Italia, al colle del Sestriere. E’ l’edizione numero 34 dei Mondiali che videro la luce nell’ormai lontano 1931 a Murren, in Svizzera, e sta per tingersi di azzurro come mai in precedenza, grazie anche, se non soprattutto, al contributo sostanziale garantito dalla classe cristallina di Deborah Compagnoni.

Valtellinese di Bormio, dove è nata il 4 giugno 1970, la Compagnoni ha già un palmares da fare invidia alle più grandi sciatrici di sempre. Predestinata al successo dai giorni in cui, non ancora 17enne, vinse la medaglia d’oro in slalom gigante ai Mondiali juniores di Salen/Hemsedal del 1987 battendo Petra Kronberger e salendo sul terzo gradino del podio in discesa libera alle spalle delle due asburgiche Daxer e Ginther, e a dispetto di due gravissimi infortuni ai legamenti del crociato destro che ne hanno rallentata l’ascesa, l’azzurra ha colto già undici successi in Coppa del Mondo, per poi infilare una serie senza precedenti di vittorie nelle grandi competizioni internazionali. Se alle Olimpiadi di Albertville del 1992 sbaragliò il campo in supergigante, tra le porte del gigante, di cui è l’interprete stilisticamente e tecnicamente più perfetta dell’intero Circo Bianco, ha lasciato solo le briciole alle avversarie, trionfando alle Olimpiadi di Lillehammer del 1994 e ai Mondiali di Sierra Nevada del 1996, fallendo solo alla prima esperienza iridata  di Morioka del 1993 dove ottenne solo un quinto posto in supergigante.

E se la collezione si completerà con un terzo oro alle Olimpiadi di Nagano del 1998 quando, ancora in slalom gigante, Deborah diventerà l’unica atleta della storia italiana a salire per tre edizioni consecutive dei Giochi sul gradino più alto del podio, ecco che i Mondiali del Sestriere del 1997 cadono a pennello per celebrare come si deve lo sterminato talento della ragazza valtellinese. Che ha neppure 27 anni ed è nel pieno della maturità tecnica ed atletica.

In effetti la Compagnoni sta tracciando, sulla neve, la miglior stagione della sua carriera, se è vero che dopo il successo nello slalom di Semmering a dicembre, il primo ed unico in Coppa del Mondo, ha infilato un tris consecutivo in gigante, dal 17 al 26 gennaio 1997, imponendosi due volte a Zwiesel ed una a Cortina, successi che, assieme a quello di Vail a marzo, le consentiranno di vincere a fine stagione la coppa di specialità, prima sciatrice italiana a riuscire nell’impresa, altresì terminando al quarto posto in classifica generale, 967 punti contro i 1960 punti di Pernilla Wiberg, autentica regina e dominatrice del Circo Bianco.

La rassegna piemontese, se inizialmente impegna i maschietti con le prove veloci, altresì inverte le donne, che il 5 febbraio scendono in pista sulla “Kandahar” per la gara di slalom speciale. Si gareggia in notturna, e proprio la Wiberg, così come la neozelandese Claudia Riegler, che in stagione hanno già collezionato tre vittorie a testa, sono le pronosticate per la medaglia d’oro. Ma il tracciato, poco selettivo, livella le forze in campo e la prima manche si chiude con la svizzera Kerin Roten al comando in 52″67, inseguita dalla Compagnoni, scesa col pettorale numero 2, a 0″05 e dall’austriaca Elfi Eder a 0″08. Riegler e Wiberg non decollano e sono solo quinta e nona, mentre in lizza per il podio c’è l’altra azzurra Lara Magoni, attardata di 0″46. Ma nella seconda manche, trascinata dal tifo assordante dei sostenitori che gremiscono le tribune, è grande Italia, con la Magoni che pennella la gara della vita per issarsi temporaneamente al comando in 1’45″15, Wiberg e Riegler che deragliano nel disperato tentativo di operare la rimonta, così come Sabine Egger e Marlies Oester, e Deborah che sciorina il meglio del suo repertorio con una serpentina stratosferica che le permette di superare la connazionale di ben 1″27. Manca solo la Roten, ma la sciata dell’elvetica è impacciata, priva della brillantezza palesata nella prima discesa, ed infine il cronometro non solo certifica la vittoria della campionessa di Bormio, ma pure relega Karin alle spalle anche della Magoni. Oro ed argento, e la serata al colle del Sestriere si tinge di bianco-rosso-verde.

Quattro giorni dopo, il 9 febbraio, la Compagnoni dà appuntamento alle avversarie per lo slalom gigante sulla pista “Sises 2“. Deborah è la grande favorita, impegnata nella disciplina preferita, e realisticamente poche sembrano le rivali destinate ad impensierirla, vista la dittatura instaurata dall’azzura nell’anno in corso. Tra queste, le due tedesche Seizinger ed Ertl, l’una seppur più votata alle prove veloci, l’altra in calo dopo esser stata bronzo ai Mondiali di Morioka e argento alle Olimpiadi di Lillehammer, ovviamente la Wiberg che cerca il riscatto, Roten e Nef che difendono le chances della Svizzera, la “vecchia” Anita  Wachter  che realisticamente è l’unica carta che l’Austria ha da giocarsi nella lotta per le medaglie, l’altra azzurra Sabina Panzanini, artefice di una stagione tanto positiva da averla vista imporsi prima a Park City, poi a Maribor. Ma quando le chiacchiere del pre-gara lasciano il campo… pardon, la pista, alle atlete, non ce n’è proprio per nessuna. La Compagnoni è due spanne sopra le altre, e già nella prima manche mette una seria ipoteca sul titolo iridato fissando il miglior tempo, lei che è scesa col pettorale numero 4, in 1’17″64, lasciando la Roten a 0″73 e la Wachter a 1″11. Con un capitale del genere, Deborah può amministrare nella seconda discesa e se infine l’elvetica ancora una volta sale sul podio, stavolta seconda, facendo praticamente match pari con l’azzurra per un ritardo definitivo di 0″80, l’austriaca scivola in quarta posizione, scavalcata dalla francese Leila Piccard che si toglie il lusso di segnare il miglior tempo di manche per risalire dalla 12esima posizione e prendersi un’insperata medaglia di bronzo.

Ma sono dettagli, quel che conta è che nel cielo di Sestriere, corre l’anno 1997, ancora una volta brilla luminosissima, forse come non mai, la stella di Deborah Compagnoni, che viene, scia e vince, anzi stravince… come solo i fuoriclasse sanno fare.

 

IL 5 GENNAIO 1967 A BERCHTESGADEN LA PRIMA VOLTA DELLA COPPA DEL MONDO DI SCI

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La gara di slalom a Berchtesgaden – da blog.berchtesgadener-land.com

articolo di Nicola Pucci

Lo sci alpino ha genesi complessa, per quel che riguarda le grandi manifestazioni internazionali. Se nel 1931, a Murren, in Svizzera, viene disputata la prima edizione dei Campionati del Mondo, solo cinque anni dopo, in concomitanza con le Olimpiadi di Garmisch del 1936, la disciplina più importante tra gli sport invernali trova infine posto nell’arengo a cinque cerchi, quando i Giochi hanno già mandato in onda le rassegne del 1924 a Chamonix, quella di St.Moritz del 1928 e Lake Placid 1932.

L’evoluzione della specie ha i suoi tempi per partorire un nuovo venuto, e quando ad agosto 1966 vanno in scena i Mondiali di Portillo in Cile, ecco che dall’intuito di Serge Lang, firma tra le più autorevoli de L’Equipe, il principale quotidiano sportivo francese, nasce l’idea di creare un circuito a tappe per le gare di sci alpino. Austria e Stati Uniti, per bocca di Bob Beattie e Sepp Sulzberger, responsabili tecnici delle rispettive squadre nazionali, sostengono il progetto, al pari di Honoré Bonnet che altri non è che il direttore agonistico di quella Francia che quando si tratta di innovare in materia sportiva non è seconda a nessuno. E se un tempo ormai lontano il barone Pierre De Coubertin ideò i Giochi Olimpici dell’era moderna, ecco che a Lang e ai suoi compari, che già in gennaio in occasione di una gara sulla mitica Streif di Kitzbuhel avevano per la prima volta prospettato l’ipotesi di dar vita ad una competizione a tappe simile alla già esistente “Challange de l’Equipe” che coinvolgeva però solo le nazionali alpine, spetta la paternità della Coppa del Mondo di sci, approvata infine senza troppe difficoltà da Marc Hodler, svizzero presidente della Federazione Internazionale Sci.

E così, il 5 gennaio 1967, la neonata rassegna internazionale conosce il battesimo di fuoco, con tanto di finanziamento garantito dall’acqua minerale Evian che ha sede in Savoia. Ad onor del vero lo scenario preposto per questa “prima“, Berchtesgaden in Baviera, è noto soprattutto per esser stato, ai tempi del secondo conflitto mondiale, il luogo scelto da Hitler, che affittò e fece ampliare il Berghof dal suo architetto di fiducia Albert Speer, quale residenza estiva. 82 atleti sono attesi a questa storica gara, uno slalom speciale da disputarsi sulla pista Jenner, e tra questi c’è il 23enne gardenese Carlo Senoner, che proprio a Portillo ha vinto a sorpresa la medaglia d’oro, ci sono i francesi Guy Perillat e Louis Jauffret, che accompagnarono l’italiano sul podio, ci sono i beniamini di casa Willy Bogner e Ludwig Leitner, ci sono soprattutto due campioni che hanno segnato e segneranno pagine indimenticabili non solo della prima edizione della Coppa del Mondo, ma di tutta la storia dello sci, ovvero Karl Schranz e Jean-Claude Killy.

Dopo la prima manche, a sorpresa, comanda il boscaiolo svedese Bengt Erik Grahn, artefice di una serpentina senza pecche, che guida la classifica provvisoria con oltre un secondo di vantaggio sul francese Jules Melquiond e proprio Killy. Ma lo scandinavo, che non è certo atteso dagli addetti ai lavori ad una prestazione di tale rilievo, rimane a metà dell’opera, cedendo ai trabocchetti della Jenner che lo costringono alla resa a poche porte dal traguardo.  La vetrina, pertanto, spetta all’austriaco Heini Messner, molto più a suo agio in discesa libera e slalom gigante al punto da raccogliere in carriera due bronzi olimpici a Grenoble 1968 e a Sapporo 1972, che rimonta dalla decima posizione e fissa il miglior tempo in 1’37″260. Melquiond, secondo al termine della prima manche, è secondo anche a chiusura della gara, attardato di 600 millesimi che poi la Fis arrotonda a 5 centesimi, con lo svizzero Dumeng Giovanoli che sale sul terzo gradino del podio con un distacco di 13 centesimi. I primi tre in classifica realizzano un vero e proprio exploit, se è vero che alle loro spalle terminano campioni del calibro di Killy, che poi dominerà la stagione di Coppa del Mondo vincendo ben 12 delle 17 gare in programma e mettendosi in cassaforte la “sfera di cristallo” doppiando con 225 punti i 114 punti dello stesso Messner secondo classificato per poi bissare l’anno dopo quando conquisterà anche tre ori ai Giochi di Grenoble, lo stesso Senoner che si conferma ad alti livelli, Perillat che altri non è che il campione del mondo tra le porte larghe del gigante, e Schranz che seppur gli anni passino è sempre il fuoriclasse di riferimento dello sci austriaco tanto da vincere a sua volta la classifica generale di Coppa del Mondo nel 1969 e nel 1970.

Heini Messner entra così di diritto tra gli eroi dello sci alpino internazionale, e se quel successo tra i pali bavaresi resterà un unicum della sua carriera, poco importa. Fu lui, quel 5 gennaio 1967, a tracciare la strada ed aprire l’album della meravigliosa storia della Coppa del Mondo. E questo è un vanto davvero… speciale.

FRANZ HEINZER, IL RE DELLA DISCESA INCORONATO AI MONDIALI DI SAALBACH 1991

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Franz Heinzer in discesa ai Mondiali 1991 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Sono almeno dieci anni che Franz Heinzer appartiene al gotha della discesa libera internazionale. Giovanotto svizzero nato a Svitto l’11 aprile 1982, non ancora 19enne, il 18 gennaio 1981, è giunto ottavo sulla mitica Streif di Kitzbuhel, per poi qualche settimana dopo ottenere il primo podio in carriera con un terzo posto ad Aspen.

Insomma, Heinzer ha esordito adolescente in Coppa del Mondo, e se ben presto ha denunciato classe innata, scivolando a valle veloce nei tratti filanti ed avendo padronanza assoluta nel disegnare le curve, deve altresì confrontarsi non solo con il meglio del discesismo mondiale, ma pure far fronte all’enorme concorrenza in casa Svizzera. Già, perchè gli anni Ottanta sono gli anni di Pirmin Zurbriggen e Peter Muller, due che vantano un palmares sterminato con 19 vittorie a testa in Coppa del Mondo, un titolo iridato per entrambi ed un oro ed un argento alle Olimpiadi.

Heinzer si è fatto strada a spallate in questo magma di campionissimi della velocità, e se il primo successo giunge in combinata a Val Gardena il 19 dicembre 1982, esattamente dodici mesi dopo ecco che l’elvetico si impone in discesa a Val d’Isere, anticipando per il soffio di 1 centesimo il canadese Todd Brooker e di 6 centesimi l’austriaco Harti Weirather, che altri non è che il campione del mondo in carica per il titolo conquistato a Schladming nel 1982.

E’ solo l’inizio di una magnifica avventura nel principale circuito sciistico mondiale, che a fine carriera, nel 1994, lo premierà con 17 successi parziali, di cui 15 appunto in discesa libera, tre coppette consecutive di specialità dal 1991 al 1993 ed una di supergigante nello stesso 1991, ed un terzo posto in classifica generale nel 1993 alle spalle di Marc Girardelli e Kjetil André Aamodt.

Certo, se si analizzano con attenzione le prestazioni di Heinzer, si evince abbastanza chiaramente che lo svizzero, pur figurando costantemente tra i migliori, patisce la maggior caratura e personalità degli stessi Zurbriggen e Muller, che nel corso degli anni Ottanta, appunto, gli sono superiori, per poi diventare il discesista di riferimento con lo sbocciare degli anni Novanta quando i due fuoriclasse appendono gli attrezzi al chiodo. E se nel triennio 1991-1993 mette in cascina dieci vittorie, ecco che il nome di Heinzer trova posta nell’albo d’oro di Kitzbuhel, cogliendo un primo successo sulla Streif il 12 gennaio 1991 e trionfando in due discese in due giorni il 17 e il 18 gennaio 1992, aggiungendo una vittoria anche a Wengen, davanti al pubblico amico, il 25 gennaio 1992, per imporsi anche su piste blasonate come Val d’Isere, Val Gardena e Garmisch.

Che Heinzer sia forte ma subisca pure una sorta di complesso di inferiorità è certificato, nel frattempo, dai parziali fallimenti nelle grandi rassegne, Mondiali od Olimpiadi che siano. Pare infatti avere un conto in sospeso con la gara iridata, chiudendo quarto a Schladming, nel 1982, preceduto, appunto, da Weirather, Cathomen e Resch, bissando il piazzamento tre anni dopo a Bormio, stavolta alle spalle di Zurbriggen, Muller e dell’americano Lewis che nega un tris rossocrociato, e rimanendo ancora ai piedi del podio nel 1987 a Crans Montana quando le prime due posizioni si invertono e un altro svizzero, Karl Alpiger, lo beffa per soli 14 centesimi, terminando solo 11esimo in supergigante a Vail nel 1989 quando non viene schierato in discesa libera per i modesti risultati ottenuti nel corso dell’anno. Non vanno certo meglio le cose in sede olimpica, classificandosi soli 17esimo a Calgary nel 1988, troppo attardato dagli immancabili Zurgbriggen e Muller che occupano le prime due piazze.

Insomma, Heinzer è sì il re della discesa libera, ma è un sovrano senza corona, urge dunque sopperire alla mancanza con un titolo che lo elevi al rango di campionissimo. Come, magari, meriterebbe per doti tecniche e palmares in Coppa del Mondo.

Giungono, come il cacio sui maccheroni, i Mondiali 1991, da disputarsi sulle nevi austriache di Saalbach. Heinzer è fresco di successo a Kitzbuhel, proprio in casa dei nemici storici della sua Svizzera, e non fa mistero di voler provare a concedere il bis anche in sede iridata. Nel corso della stagione di sono già corse cinque discese, e se Heinzer ha dominato sulla Sasslong e sulla Streif, il collega di bandiera Daniel Mahrer, un altro che ha doti e curriculum per reclamare una vittoria di pregio, ha vinto la gara di Garmisch, mentre Val d’Isere ed una seconda prova in Val Gardena hanno visto prevalere rispettivamente il “vecchio” Stock, che fu campione olimpico nell’ormai lontana Lake Placid 1980, e il norvegese Skaardal. Questi sono i pretendenti più autorevoli alla medaglia d’oro, ma dal pronostico non sono certo esclusi il francese Alphand, l’azzurro Peter Runggaldier e gli altri aquilotti Helmut Hoeflenher e Peter Wirnsberger, che giocano in casa e conoscono perfettamente le trappole della  Schneekristall di Saalbach.

In effetti la pista disegnata per assegnare il titolo mondiale è particolarmente adatta ai discesisti più tecnici, ed in questo Heinzer è sicuramente lo sciatore più completo dell’intero Circo Bianco, favorito dai bookmakers per la vittoria iridata. Decimo quattro giorni prima nel supergigante che ha regalato la vittoria a Stephan Eberharter, il 27 gennaio Heinzer, in una giornata di splendido sole, si lancia dal cancelletto col pettorale numero 7, seguendo a ruota Runggaldier che ha sciato senza sbavature fissando il miglior tempo in 1’55″16, 41 centesimi più veloce di Mahrer che dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, buttando a sua volta giù dal podio Stock che infine chiuderà quarto, il migliore di un Wunderteam austriaco che si vedrà negare una medaglia nella gara più importante.

Re Franz è veloce, ma nella parte alta, quella più tecnica, paga dazio alla classe naturale del giovane azzurro, che pennella le curve come solo lui sa fare ed all’intermedio viaggia con 50 centesimi di vantaggio, 39″91 contro 40″41. Nella parte centrale la tracciatura è più filante, e metro dopo metro Heinzer recupera il margine di ritardo per catapultarsi infine sul traguardo in 1’54″91, 25 centesimi di Runggaldier che scala in seconda posizione. Quando, poco dopo, col pettorale numero 11 Hoeflenher getta alle ortiche ogni possibilità di medaglia inciampando all’uscita dal cancelletto di partenza, Ghedina ed Alphand sono fuori gara e Skaardal non va oltre il sesto posto, alle spalle anche del connazionale Thorsen, accusando un passivo di 1″20, ecco che la vittoria tanto attesa da Franz Heinzer da sogno eterno si trasforma in splendida realtà. Ora sì, una corona d’oro cinge la testa del re.

WAYNE GRETZKY, IL RE DELL’HOCKEY SU GHIACCIO CON UN “TRADIMENTO” ALLE SPALLE

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Wayne Gretzky con la Stanley Cup – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Provate, così per gioco, ad immaginare solo per un momento a fondere insieme in un unico calciatore gli attuali Messi e Cristiano Ronaldo, al pari di, andando a ritroso nel tempo, Cruijff e van Basten, così come Pelè e Maradona piuttosto che Puskas e Di Stefano.

Ne verrebbe fuori un giocatore devastante, senza eguali nella ultracentenaria Storia del Football, ma, come detto, è solo un innocente gioco che però, incredibile solo a pensarlo, trova la sua concretizzazione in un’altra disciplina e colui che è riuscito in questa impresa altri non è che il giocatore di Hockey su ghiaccio Wayne Gretzky …

Come si potrebbe, altrimenti, definire colui che, in 21 stagioni disputate nella NHL (National Hockey League), la Lega Professionistica americana, è stato in grado di realizzare 894 reti e fornire 1.963 assist per un totale di 2.857 punti – nell’Hockey, giova ricordarlo, le due Classifiche vengono sommate – in 1.487 gare di “regular season” disputate …??

Questo “fenomeno assoluto” – i cui record tuttora risultano ineguagliati – nasce il 26 gennaio 1961 a Brantford, nell’Ontario e sembra come se sua madre lo avesse partorito con il bastone di Hockey in mano, visto che ad appena 10 anni, disputando il Campionato scolastico dell’Ontario con la squadra dei “Brantford Steelers”, Wayne stabilisce un primato mai più neppure lontanamente avvicinato, vale a dire realizzare 378 reti (e fornire 139 assist) in appena 85 gara giocate (!!), dal che si più facilmente intuire come non si possa considerarlo diversamente che un “predestinato” …

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Wayne Gretzky da “bambino prodigio” – da:acidcow.com

Chiaramente, le sue incredibili prestazioni da adolescente fanno presto a varcare i confini statali, ed ecco che a Gretzky si interessano – dopo aver disputato i Tornei juniores con i Toronto Nationals, Seneca Nationals, Peterborough Peters ed i Sault Ste. Marie Greyhounds, ed aver, con quest’ultima, segnato 86 reti e distribuito ben 137 assist in 64 incontri disputati nel 1977 – gli Indianapolis Racers, con cui, appena 17enne, firma il suo primo contratto da Professionista per la cifra di 875mila dollari per quattro anni.

Ma la squadra della Capitale dell’Indiana non è in grado di far fronte finanziariamente all’impegno assunto, trovandosi ben presto in difficoltà economiche, e sulla giovane promessa si precipita Peter Pocklington, proprietario degli Edmonton Oilers, il quale si gioca gran parte della sua reputazione (nonché del proprio portafoglio …) facendo sottoscrivere al non ancora maggiorenne Gretzky un contratto decennale con opzione per i successivi 10 anni.

Come tipico nello Sport Professionistico americano, anche la relativa firma diviene un evento mediatico, venendo apposta nell’impianto di gioco del “Northlands Coliseum” davanti a 15mila spettatori, ma quel che più colpisce è l’importo in calce al contratto stesso, ovvero 21milioni di dollari (!!) per i prossimi 20 anni, una cifra che, all’epoca, non aveva confronti rispetto a qualsiasi altra disciplina …

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Gretzky esulta dopo un rete nell’anno dell’esordio ad Edmonton – da:realclearlife.com

Un investimento senza alcun dubbio rischioso, ma che si dimostra sin da subito azzeccato allorché nel successivo triennio gli Oilers raggiungono sempre i Playoff, mentre Gretzky, dal canto suo, nel 1982 realizza 92 reti (suo massimo in carriera per singola stagione …) e supera “quota 200” come punti complessivi, con 212 all’attivo, anche se il cammino nella “post season” si ferma al primo turno, clamorosamente sconfitti 2-3 nella serie dai Los Angeles Kings.

Serie, quella con i Kings, caratterizzata da gara-3 passata alla storia come “il Miracolo di Manchester” – la città inglese non c’entra nulla, l’appellativo deriva dal fatto che il “Forum” di Inglewood, a Los Angeles, è situato sul “Manchester Boulevard” – in quanto, con le due avversarie con una vittoria a testa, alla fine del secondo periodo gli Oilers conducono per 5-0 (con due reti di Gretzky …), solo per farsi rimontare sino al 5-5 grazie al punto messo a segno da Steve Bozek a 5” dalla sirena e quindi subire la rete del definitivo sorpasso nel corso del tempo supplementare.

Smaltita la delusione, anche se per Gretzky, a livello personale, giunge il riconoscimento di “Atleta dell’anno” da parte della prestigiosa rivista “Sports Illustrated”, l’assalto alla Stanley Cup è solo rimandato, e l’anno successivo, con una formazione che include anche futuri “Hall of Famers” quali Mark Messier – un’intera carriera ad Edmonton ed attualmente terzo nella “Graduatoria All Time” quanto a punti realizzati – Glenn Anderson ed il finlandese Jari Kurri, nonché il portiere Grant Fuhr ed il difensore Paul Coffey, l’obiettivo è solo sfiorato.

Dopo aver, difatti, conquistato il primo posto nella loro Divisione – con Gretzky a migliorare il suo record di assist stagionali, portandolo da 120 a 125 – gli Edmonton Oilers “spazzano via” senza problema alcuno, sul loro cammino verso il titolo, dapprima i Winnipeg Jets (serie conclusa sul 3-0, con Gretzky ad andare 4 volte a segno nel 6-3 di gara-1), per poi fare altrettanto con i Calgary Flames (4-1, con Gretzky a realizzare un’altra quaterna nel 10-2 di gara-3) e quindi rifilare analoga sorte ai Chicago Black Hawks, sconfitti 4-0 nella Finale di Conference, così da accedere alla loro prima Finale per il titolo nella Storia della NHL.

Campioni in carica, da tre stagioni, sono i New York Islanders, i quali non fanno sconti e conquistano il loro quarto titolo consecutivo con un 4-0 (2-0, 6-3, 5-1 e 4-2 i risultati dei singoli incontri …) che non ammette repliche, serie in cui Gretzky non riesce peraltro mai a trovare la via della rete, uno smacco da riscattare la stagione seguente, in quanto non possono essere sufficienti per il suo smisurato orgoglio i titoli di MVP e di “Top Scorer” della “regular season”.

Titoli, questi ultimi, che Gretzky fa suoi da un triennio e che si aggiudica anche l’anno seguente per poi affrontare, nominato Capitano della squadra, i Playoff dove, dopo una facile eliminazione (3-0) ancora dei Winnipeg Jets, gli Oilers rischiano grosso nella semifinale di Conference contro Calgary, allorché sprecano un vantaggio di 3-1 nella serie rimandando l’accesso alla Finale a gara-7, che si aggiudicano per 7-4.

Scampato il pericolo, non c’è storia contro i Minnesota North Stars, travolti 4-0, per poi rinnovare la sfida contro i detentori dei New York Islanders, in cui assume un ruolo decisivo la prestazione del portiere Grant Fuhr in gara-1, respingendo tutti e 34 i tentativi dei padroni di casa nel successo esterno per 1-0 degli Oliers al “Nassau Coliseum” della metropoli newyorkese, e la successiva netta sconfitta per 1-6 in gara-2 viene ampiamente ammortizzata dalle tre larghe vittorie consecutive (7-2, 7-2 e 5-2) conseguite ad Edmonton – con Gretsky protagonista in queste ultime due, con una doppietta a testa – per festeggiare il primo trionfo del Club canadese nella Stanley Cup.

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Wayne Gretzky con la Stanley Cup ’84 – da:gettyimages.it

Un trionfo che gli Oilers ripetono anche nel 1985 – dopo che Gretzky viene riconosciuto come MVP e Capocannoniere della “regular season” per il quinto anno consecutivo – in cui “The Great One”, come oramai è unanimemente conosciuto, ottiene anche il premio di MVP dei Playoffs, che per Edmonton si traducono in poco più di una passerella contro Los Angeles e Winnipeg (travolte per 3-0 e 4-0 rispettivamente …), per poi incontrare una maggior resistenza nella Finale di Conference contro Chicago in cui, dopo che le due squadre hanno rispettato il fattore campo nei primi cinque incontri, diviene decisiva gara-6 che gli Oliers si aggiudicano con un imbarazzante 8-2 al “Chicago Stadium” per il 4-2 che chiude la serie e li porta ad affrontare i Philadelphia Flyers nella Finale per il titolo.

Anche stavolta, come l’anno precedente, Gretzky ed i suoi compagni hanno lo svantaggio del fattore campo, ribaltato con il successo per 3-1 in gara-2 dopo la sconfitta per 1-4 al debutto nella serie allo “Spectrum”, per poi non lasciare scampo agli avversari sul campo amico, in cui Gretzky si erge a protagonista assoluto in gara-3, realizzando tre delle 4 reti per il 4-3 conclusivo, cui segue una doppietta nel 5-3 di gara-4, limitandosi a mettere il sigillo nel largo 8-3 che conferma il titolo in casa canadese, concludendo i Playoff con un personale “score” di 17 reti e 30 assist, per un record in carriera di 47 punti.

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I Capitani Wayne Gretzky e Rich Sutter (Philadelphia) prima di gara-5 – da:gettyimages.it

Non si vede, in fase di previsione, chi possa fermare Gretzky nella successiva stagione, tanto più che il 25enne dell’Ontario disputa la sua migliore annata condita dalla stratosferica cifra di ben 163 assist per 215 punti complessivi che rappresentano i suoi rispettivi record in carriera e, per quanto ovvio, determinano l’assegnazione dei sesti titoli consecutivi di MVP e Capocannoniere della “regular season, se non fosse che, nella semifinale di Conference dei Playoff, gli Oilers vengono beffati 3-4 da Calgary, in una serie dove il fattore campo salta di continuo e l’ultima, decisiva sfida, vede gli ospiti imporsi al “Northlands Coliseum” per 3-2 grazie ad uno spunto vincente nel corso del terzo periodo di Perry Berezan, ironia della sorte nativo proprio di Edmonton …

Con altri due anni di contratto prima di far valere l’opzione di rinnovo, Gretzky onora al meglio il suo impegno con gli Oilers, visto che nel 1987 si conferma MVP e “Top Scorer” (con 183 punti, frutto di 62 reti e 121 assist …) della “regular season e gli Oilers raggiungono in carrozza – 4-1 a Los Angeles, 4-0 a Winnipeg e 4-1 a Detroit – la loro quarta Finale in 5 anni per l’aggiudicazione della Stanley Cup.

Atto conclusivo che vede nuovamente come loro avversari, a due anni di distanza, i Philadelphia Flyers, ma il fatto di avere stavolta il vantaggio del fattore campo dalla propria parte non facilita il compito di Edmonton, poiché, ritrovatasi in vantaggio 3-1, spreca l’opportunità di chiudere la serie davanti al pubblico amico in gara-5 venendo sconfitta per 3-4 dopo essersi portata sul 3-1 ad inizio del secondo periodo e, pertanto, dopo una seconda battuta d’arresto consecutiva per 2-3 allo “Spectrum” in gara-6, diviene decisiva l’ultima sfida che va in scena il 31 maggio ’87 al “Northlands Coliseum”.

Lo spavento costituito dalla rete di Murray Craven dopo 1’41” del primo parziale, viene compensato dalle successive realizzazioni di Messier, Kurri ed Anderson per il 3-1 conclusivo in una gara largamente dominata oltre il punteggio (43 a 20 le conclusioni a rete) e così il pubblico della città dell’Ontario può festeggiare il suo terzo trionfo nella Manifestazione, apoteosi ripetuta la successiva stagione.

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La festa per la conquista della Stanley Cup ’87 – da:gettyimages.it

Nonostante che, per la prima volta dopo 7 anni consecutivi, Gretzky si veda togliere la palma sia di “top scorer” che di MVP della stagione regolare da un’altra leggenda dell’Hockey canadese, vale a dire Mario Lemieux, il quale si aggiudica entrambi i riconoscimenti a dispetto del fatto che i suoi Pittsburgh Penguins non si qualifichino per i Playoffs, la superiorità disputata dagli Oliers nelle gare della post season assume caratteri imbarazzanti (per le avversarie, naturalmente …), considerato altresì che, dopo 6 anni, la affrontano non da vincitori della propria Division, preceduti di Calgary.

Circostanza che passa praticamente inosservata in occasione della semifinale di Conference dove, dopo aver superato Los Angeles per 4-1, i malcapitati “Flames” subiscono un “cappotto” di 4-0 con Gretzky protagonista in gara-2, dove una sua rete al supplementare consente agli Oilers di espugnare per la seconda volta in tre giorni lo “Olympic Saddledome” per poi chiudere i conti sul campo amico e quindi avere ragione dei Detroit Red Wings per il loro quinto titolo di Conference ed accedere alla Finale per la conquista del trofeo.

Avversari insoliti, i Boston Bruins, a secco di vittorie da 16 anni – ed essere stati sconfitti in Finale nel 1974, ’77 e ’78 – non sono in grado di invertire questa tendenza, trovandosi sotto 0-3 nella serie allorché, in gara-4 al “Boston Garden”, la stessa viene sospesa dopo 16’37” del secondo periodo sul punteggio di 3-3 per un guasto alle luci, così che Edmonton può celebrare il suo quarto titolo il 26 maggio ’88 al “Northlands Coliseum”, imponendosi per 6-3 in quella che rappresenta una data storica in quanto vede Gretzky realizzare, a 9’44” del secondo parziale, quella che è la sua ultima rete con gli Oilers ed altresì ottenere la sua seconda nomina a MVP dei Playoffs.

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Gretzky ed i compagni festeggiano la Stanley Cup ’88 – da:si.com

A 27 anni, nel pieno della maturità psicofisica, Gretzky non ha altro da fare che onorare l’impegno che gli garantirebbe tanti bei soldoni per un altro decennio, cosa che tutti si attendono, data anche l’indiscutibile forza della squadra in cui gioca e che potrebbe consentirgli di arricchire ancor più il proprio Palmarès, ma Pocklington, il proprietario degli Oilers, ha bisogno di “monetizzare” il suo Campione per rientrare di sue esposizioni personali, e dopo una serie di “tira e molla” con lo stesso Gretzky, alla fine quello che negli Stati Uniti viene a futura memoria definito come “The Trade” (“Lo Scambio”) per antonomasia, si concretizza.

E’ il 9 agosto 1988 allorché Gretzky prende pertanto la strada per Los Angeles, accasandosi ai Kings, assieme ai compagni di squadra Marty McSorley e Mike Krushelnyski (espressamente richiesti da Wayne …) in cambio di Jimmy Carson, Martin Gelinas e 15milioni di dollari in contanti, e tre prime scelte a favore dei Kings nei draft 1989, ’91 e ’93.

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Wayne Gretzky all’atto del trasferimento ai Kings – da:sportsnet.ca

L’annuncio del trasferimento lascia attonita un’intera città, al punto che il leader del Partito Democratico Nelson Riis chiede al Governo di bloccare la trattativa ed un fantoccio di Pocklington viene bruciato fuori dal “Northlands Coliseum”, ma vi è anche chi se la prende con il giocatore, tacciandolo di “traditore” per aver voltato le spalle alla sua città di adozione ed al suo Paese di origine, insinuando che dietro a tutto questo vi fosse l’intenzione di promuovere la carriera di attrice della moglie Janet Jones, non a caso sposata meno di un mese prima.

In ogni caso, alla prima occasione in cui i Kings si recano ad Edmonton per incontrare gli Oilers – un match trasmesso in diretta Tv in tutto il Paese davanti ad un “tutto esaurito” di 17.500 spettatori – Gretzky riceve una “standing ovation” di quattro minuti, ed a fine gara, davanti ai microfoni conferma il proprio patriottismo sottolineando come: “Sono orgoglioso di essere canadese, non ho abbandonato il mio Paese, mi sono trasferito perché facente parte di uno scambio, si tratta del mio lavoro e spero che i canadesi lo capiscano” .

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Wayne Gretzky davanti alla sua statua ad Edmonton – da:ctvnews.ca

E, di sicuro, ad Edmonton l’hanno capito, visto che, al termine della prima stagione senza il loro idolo, all’esterno del “Northlands Coliseum” viene eretta una statua in bronzo di Gretzky a grandezza naturale, con in testa la Stanley Cup, anche se proprio lui aveva decretato l’eliminazione degli Oilers al primo turno dei Playoff, realizzando due reti nel 6-3 a favore dei Kings nella decisiva gara-7.

L’impatto del 28enne dell’Ontario nella “Città degli Angeli”, pur consentendogli di vincere un ennesimo titolo di MVP della “Regular Season” (quale “top scorer”, viceversa, si conferma Mario Lemieux …), non permette però ai Kings di andare oltre, visto che nella semifinale di Conference subiscono un tremendo “cappotto” per 0-4 da Calgary che ha così l’occasione di aggiudicarsi la sua prima (e sinora unica …) Stanley Cup.

Ed ancor peggio avviene la stagione seguente, in cui Gretzky si riprende il trono di Capocannoniere con 142 punti (40 reti e 102 assist …), poiché i suoi Kings vengono letteralmente “spazzati via” in semifinale di Conference proprio dagli Oilers per 4-0 (7-0, 6-1, 5-4 e 6-5 i relativi risultati …) che poi andranno a conquistare la quinta (e sinora ultima …) Stanley Cup della loro Storia, con gli ex compagni Kurri, Anderson e Mssier a festeggiare.

La parabola discendente di Gretzky non sembra conoscere limiti – ancora eliminato da Edmonton sia nella semifinale di Conference ’91, pur essendosi confermato “top scorer” nella “regular season”, che addirittura al primo turno dei Playoff ’92 – per poi avere un sussulto d’orgoglio nel ’93, stagione che lo vede per lungo tempo ai box per una discopatia alla schiena, ma in grado di essere pronto e riposato per i Playoff, dove i Kings, a dispetto di un terzo posto conclusivo nella loro Division, progrediscono sino alla Finale per il titolo (la sesta per l’oramai 32enne Gretzky) dopo aver eliminato Calgary (4-2), Vancouver (4-1) e Toronto (4-3), con “The Great One” ancora capace di dare un fattivo contributo con 40 punti (frutto di 15 reti e 25 assist), anche se ad alzare la Stanley Cup sono i Montreeal Canadiens, che si impongono per 4-1.

Ed anche se nel ’94 Gretzky si aggiudica per la decima ed ultima volta la Classifica dei Cannonieri della “regular season”, la sua attività agonistica volge oramai al tramonto, e, dopo un triennio in cui i Kings non riescono neppure a qualificarsi per i Playoff, accetta il trasferimento ai St. Louis Blues per una stagione, nuovamente condizionata dagli infortuni, per poi concludere la carriera accasandosi ai New York Rangers con cui scende in campo per l’ultima volta a fine della stagione regolare ’99, oramai a 38 anni compiuti, per l’esattezza il 18 aprile ’99 contro i Pittsburgh Penguins.

Si comnclude così una straordinaria epoca per un giocatore che ha stravolto ogni tipo di primato della NHL, dal record di punti, migliorato sin dal 15 ottobre ’89, giorno in cui supera il limite di 1.850 del suo idolo d’infanzia, “Mister Hockey” Gordie Howe, a quello di reti segnate, raggiunto il 23 marzo ’94 al Forum di Los Angeles davanti a 16mila spettatori in delirio, allorché realizza il punto n.802, scavalcando ancora Howe e determinando una sospensione dell’incontro per 10’ di applausi scroscianti.

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La celebre rete n.802 di Gretzky – da:agendalugano.ch

E, per comprenderne appieno la grandezza e l’impatto che Wayne Gretzky ha avuto nel mondo dell’Hockey su ghiaccio, bastino queste due elementari circostanze, la prima delle quali relativa alla sua iscrizione, ad appena 7 mesi di distanza dal suo ritiro, è stato inserito nella “Hockey Hall of Fame, rispetto ai canonici tre anni di attesa per tale evento …

Ma ancor più significativa è la seconda – dato che la suddetta deroga è stata applicata anche per altri 9 giocatori – ovverossia che la NHL ha imposto che il suo numero di maglia – il 99, da lui indossato sin dai tempi in cui era junior alla Sault Ste. Marie, non potendo avere il n.9 del suo ricordato idolo Howe, in quanto già assegnata ad altri – non venisse solo ritirato dai Club dove aveva giocato, ma che nessun altro giocatore dell’intera Lega Professionistica avrebbe mai potuto averlo in futuro sulla proprie spalle.

Come dire che “The Great One”, era oramai diventato “The Only One” …!!

 

LA 50 KM D’ORO DI GIORGIO DI CENTA ALLE OLIMPIADI DI TORINO 2006

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Giorgio Di Centa in trionfo all’arrivo della 50 km – da fondoitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Non sempre è affare semplice, essere fratello d’arte. Prendete ad esempio Giorgio Di Centa, fondista friulano nato a Tolmezzo il 7 ottobre 1972, nove anni più giovane di quella Manuela che ai Giochi di Lillehammer del 1994, anno in cui lui muoveva i primi passi in Coppa del Mondo, segnava una pagina indelebile dello sport italiano mettendosi al collo ben cinque medaglie.

Ebbene, Giorgio guarda, si ispira ed impara da tale sorella, e nel corso degli anni a seguire si ritaglia a sua volta una vetrina importante del fondismo di casa nostra, collezionando una serie invidiabile di successi ai campionati nazionali ed entrando a far parte in pianta stabile della Squadra Azzurra che a cavallo tra la fine degli Anni Novanta e i primi Anni Duemila si trova a dover rimpiazzare la generazione dei De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner, che tanta gloria ha regalato allo sci nordico italiano.

In effetti Di Centa è un eccellente interprete soprattutto delle lunghe distanze, se è vero che ha attitudine particolare quando le gare si fanno faticose, come testimoniano gli otto titoli nazionali nella 50 km. e i due buoni piazzamenti ottenuti nella 30 km alle Olimpiadi di Nagano del 1998 (ottavo) e nella 50 km a quelle di Salt Lake City del 2002 (undicesimo), ma non disprezza anche le prove più brevi. Ed è proprio in una 15 km, a Conmore nel 2010, che vincerà l’unica gara individuale della sua carriera in Coppa del Mondo, mettendosi invece al collo un prestigioso argento ai Mondiali di Oberstdorf del 2005, quando nella 15+15 ad inseguimento viene anticipato di un soffio dal francese Vincent Vittoz, precedendo invece a sua volta in una volata mozzafiato il norvegese Frode Estil e lo slovacco Martin Bajcicak.

Come è naturale che sia vista la crescita tecnica e l’ottenimento di risultati di livello, Di Centa è un componente essenziale della staffetta italiana, e con i compagni ha modo di salire sul podio sia alle Olimpiadi, quando assieme a Pietro Piller Cottrer, Cristian Zorzi e Fabio Maj è secondo a Salt Lake City 2002 battuto in volata, lui ultimo frazionista, dal norvegese Anders Aukland che vendica l’affronto di Fauner che nel 1994, a Lillehammer, infilò re Daehlie, sia ai Mondiali, giungendo terzo a Trondheim nel 1997 e a Ramsau nel 1999.

Insomma, Di Centa staziona ormai da anni tra i fondisti più regolari ed incisivi del mondo, ed attende con particolare eccitazione l’edizione olimpica del 2006, che ha come sede Torino e che Giorgio spera di onorare al meglio davanti al pubblico amico. Puntando ovviamente sulla gara di staffetta, che nel frattempo lo ha visto trionfare a cinque riprese in Coppa del Mondo, buon ultima in Val di Fiemme qualche settimana prima l’evento a cinque cerchi, ma non disdegnando di coltivare ambizioni individuali sia per la gara ad inseguimento che per la conclusiva 50 km. programmata per il 26 febbraio.

A Torino Di Centa arriva tirato a lucido, perfettamente preparato all’appuntamento più importante della carriera. A dispetto dell’asma che lo prova fin da quando è bambino, Giorgio, assieme al suo allenatore Giuseppe Chenetti che ne ha modificato la tecnica e allo skimen Gianfranco Polvara, fondista dal buon passato, ha programmato la partecipazione a quattro gare, debuttando il 12 febbraio nella 30 km ad inseguimento, che prevede una prima parte a tecnica classica ed una seconda a tecnica libera. Di Centa è competitivo e con l’altro azzurro Piller Cottrer è protagonista del finale quando i due si presentano per primi sul rettilineo d’arrivo a Pragelato ma in volata sono costretti ad arrendersi alla rimonta del russo Demetiev e del norvegese Estil, dovendo infine accontentarsi di un amaro quarto posto, mancando quel podio colto invece l’anno prima ai Mondiali.

Di Centa è uomo di fatica, forgiato dalla vita dura della Carnia, e al pari dell’illustre sorella è partito da lontano per guadagnarsi un posto al sole. E se la sconfitta brucia, è pure il propellente che ci vuole per affrontare al meglio le gare che verranno, come ad esempio lo sprint a squadre, accoppiato a Freddy Schwienbacher e chiuso in nona posizione, e come, soprattutto, la staffetta 4×10, che il 19 febbraio regala all’Italia un altro momento di grande soddisfazione agonistica, con un successo che fa il paio, appunto, con quello ottenuto 12 anni prima in Norvegia. Giorgio è il secondo frazionista, rileva il testimone da Fabio Valbusa che è nel gruppo di testa con Germania, Svezia e Norvegia, tiene le code dei principali avversari, lancia a sua volta Piller Cottrer e quando Zorzi va a completare l’opera giungendo al traguardo in solitudine, 16 secondi prima delle stesse Germania e Svezia e sventolando il tricolore, può infine salire sul gradino più alto del podio a cogliere quella medaglia d’oro che manca al suo palmares di fondista campione.

Ma il bello deve ancora venire, ed è previsto per il 26 febbraio, giorno di chiusura delle Olimpiadi torinesi. Come da tradizione, il programma arriva a termine con la gara dei 50 km, la maratona che chiama all’appello i forzati della neve e della fatica in solitudine. Certo, con la mass start, adottata fin dall’anno precedente ai Mondiali, ormai non si gareggia più contro il cronometro, ma si fa corsa sugli avversari, e per quel giorno i rivali da battere, per Di Centa, rispondono al nome di Frode Estil, che proprio quel titolo iridato vinse, del collega di bandiera Piller Cottrer, del russo Dementiev che vola sulle ali del successo nella 30 km, dello svedese Anders Sodergren, che in stagione vincerà la 50 km di Coppa del Mondo ad Oslo, del francese Vittoz che vorrebbe aggiungere un oro olimpico a quello mondiale conquistato a Oberstdorf, e del tedesco Tobias Angerer, che comanda appunto il massimo circuito internazionale.

Inevitabilmente, con il nuovo formato, la corsa diventa una sfida tattica tra un considerevole numero di atleti, tra chi tenta di far selezione e chi invece, stando in scia, sfrutta l’occasione per rimanere agganciato, se ha la forza per farlo, al treno dei migliori. Dopo oltre due ore di corsa sono ben 15 i fondisti di cui si compone il gruppo di testa, e tra questi Piller Cottrer e Di Centa sembrano tra i più freschi. Sì, perché dopo 50 chilometri la fatica si fa inevitabilmente sentire, annebbia la vista ed irrigidisce i muscoli, ma in fondo al rettilineo d’arrivo, nel convulso sprint risolutivo a cui si presentano in nove, c’è la gloria olimpica ed allora, per quell’oro, si tira fuori dal serbatoio quel poco di benzina che ancora rimane e si spera che basti.

Ed è quello che Di Centa fa, mirabilmente, gettandosi a capofitto nella volata più importante della vita. L’austriaco Mikhail Botvinov entra per primo nello stadio di Pragelato, ma Giorgio lo scavalca ed allunga, con Piller Cottrer in scia, spinge come un forsennato, rigetta il tentativo di rifarsi sotto di Dementiev, dello stesso Botvinov e di Vittoz che  stavolta è nelle retrovie ed infine, al culmine di uno sforzo leonino, Di Centa taglia il traguardo a braccia alzate.

Il sogno d’oro, dodici anni dopo quello di Manuela, infine si avvera ed ora, sì, fratello Giorgio può dirsi degno di una così grande sorella. Fantastica ed olimpica la storia sportiva in casa Di Centa, vero?

NINO BIBBIA E QUELLA PRIMA MEDAGLIA DELL’ITALIA AI GIOCHI INVERNALI DEL 1948

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Nino Bibbia – da iogiocopulito.it

articolo di Nicola Pucci

Prima di trovare la loro collocazione definitiva con la prima edizione delle Olimpiadi a Chamonix nel 1924, ad accoppiarsi alla rassegna estiva di Parigi in scena qualche mese dopo, all’epoca chiamata “settimana internazionale degli sport invernali” e che ebbe riconoscimento olimpico solo l’anno successivo, gli sport invernali faticarono a ritagliarsi uno spazio proprio ed ebbero preludio singolare con quattro gare di pattinaggio di figura ai Giochi di Londra nel 1908.

L’Italia partecipò a quella prima edizione francese con 24 atleti, collezionando un sesto posto nel bob a quattro ed un nono posto con Enrico Colli nella 50 km di fondo. Quattro anni dopo, a St.Moritz, la spedizione, così come i risultati, furono ben più modesti, e se nel 1932 a Lake Placid il bob, ancora una volta, regalò qualche sprazzo di Italia con piazzamenti tra i migliori dieci equipaggi, nel 1936 a Garmisch, nell’edizione che segnò l’esordio dello sci alpino, Giulio Gerardi, Severino Menardi,  Vincenzo Demetz e Giovanni Kasebacher sfiorarono una clamorosa medaglia piazzandosi quarti con la staffetta 4×10 dello sci di fondo, battuti solo da Finlandia, Norvegia e Svezia, paesi ben più avvezzi del nostro agli sforzi solitari e prolungati dello sci nordico. Ma per il primo metallo ai Giochi della neve bisogna attendere ancora, l’interruzione imposta dal secondo conflitto bellico e la ripresa sportiva con le Olimpiadi del 1948, nuovamente con sede svizzera a St.Moritz, previo exploit di un ragazzo lombardo che adora gettarsi a pancia in giù nei budelli ghiacciati di mezza Europa.

Quel ragazzo risponde al nome di Nino Bibbia, classe 1922, ma a dispetto della nascita tricolore, spende il suo tempo tra primo e secondo dopoguerra proprio a St.Moritz, dove risiede fin da quando, ragazzino, si è trasferito al seguito dei genitori, esercitando il mestiere di fruttivendolo e utilizzando al meglio gli impianti olimpici esistenti per praticare bob, indistintamente a due o a quattro, slittino e skeleton, oltre ad hockey su ghiaccio, sci di fondo e salto con gli sci. E proprio alle due prove di bob e allo skeleton Bibbia, segnalato al Coni da Vico Rigassi, giornalista della Gazzetta dello Sport, viene iscritto per le Olimpiadi del 1948, dovendo rinunciare alle altre gare perché il programma a cinque cerchi è troppo concentrato per permettergli di gareggiare anche in altre prove, preparato a puntino e ben deciso a mettere in opera quanto appreso ed affinato nel corso degli anni.

Ed in effetti Nino non fallisce l’appuntamento olimpico. Comincia con il prendere parte alla gara di bob a 2 il 30 e 31 gennaio, accoppiato ad Edilberto Campadese, giungendo nono alle spalle anche dell’altro equipaggio azzurro formato da Mario Vitali e Dario Poggi, e se tra il 6 e il 7 febbraio farà meglio nel bob a 4 terminando in sesta posizione assieme ai compagni Giancarlo Ronchetti, Luigi Cavalieri e lo stesso Edilberto Campadese, a non più di un secondo e mezzo dal terzo gradino del podio appannaggio del primo equipaggio americano, il 3 e il 4 febbraio ha il suo personalissimo rendez-vous non solo con la storia della Olimpiadi invernali, ma con tutta la storia dello sport italiano.

Bibbia infatti è impegnato nelle sei manches di skeleton, su quella pista naturale del Cresta Run che conosce perfettamente e che sembra ritagliata a misura per lui. Solo un’altra volta lo skeleton è apparso come disciplina olimpica, esattamente 20 anni prima e curiosamente sempre a St.Moritz quando ad imporsi fu l’americano Jennison Heaton che anticipò il fratello John, di quattro anni più giovane, per l’inezia di un secondo. Proprio John è ancora in gara a sfidare Bibbia, forte di un’esperienza considerevole, vestendo i panni del principale rivale dell’italiano, al pari dell’inglese John Crammond e dell’elvetico padrone di casa Christian Fischbacher.

In effetti i favoriti della vigilia sembrano ben decisi a far valere il loro status, con Crammond a registrare il miglior tempo in 47″4 nella prima manche (Bibbia è quarto in 48″) ed Heaton a fare altrettanto nella seconda discesa, sempre in 47″4 (Bibbia si migliora, secondo in 47″6), mentre Fischbacher è vittima di un incidente e già dopo una prova a fuori dalla competizione. Ma Nino è in forma, e se non ha grande esperienza internazionale, può far valere a suo vantaggio la conoscenza di ogni trabocchetto del budello nel quale gli atleti sono costretti a guidare lo skeleton. E nella terza discesa è il migliore di tutti, ripetendo il 47″6 della seconda prova, che a fine giornata gli vale il secondo posto provvisorio assieme ad Heaton, con un risicato ritardo di soli 2 decimi da Crammond, che guida la classifica. Gli altri americani Martin, MacCarthy e Johnson, così come lo svizzero Kagi e i due inglesi Bott e Coats, sono ben più distanziati, ed in Casa Italia si comincia a respirare aria di prima medaglia olimpica della storia.

Ma Nino Bibbia non si accontenta di battagliare ad armi pari con il fior fiore degli avversari, li vuole battere e mettersi al collo il metallo più prezioso, e nella seconda giornata piazza non una, ma tre zampate da campione. Se le prime tre manches si erano disputate su di un percorso accorciato giocoforza, circa 870 metri di lunghezza, per le alte temperature causate dalle raffiche di Föhn, il vento caldo delle Api, le tre prove decisive hanno invece come teatro il percorso completo, 1231 metri di lunghezza e ben 15 curve mozzafiato, tra cui una, la Shuttlecock, particolarmente pericolosa e che non mancherà di produrre cadute ed incidenti, come già successo a Fischbacher nella prima manche. E qui l’italiano è il migliore del lotto, non lasciando scampo ai rivali.

Bibbia piazza una quarta manche da 59″5, cinque decimi meglio di Heaton, unico concorrente capace di abbattere il muro del minuto, balzando al comando anche in virtù della modesta prova di Crammond che lascia sul tracciato 1″4. Nella quinta prova Bibbia ed Heaton segnano lo stesso tempo, 1’00″2, e se ancora una volta Crammond è solo terzo mettendosi sul groppone altri sette decimi che lo escludono di fatto dalla battaglia per la medaglia d’oro, sono proprio l’italiano e l’americano a presentarsi alla partenza dell’ultima prova con il titolo olimpico in palio a fondo pista. Ma Bibbia, che deve amministrare un vantaggio di cinque decimi, non si limita a giocare di conserva, anzi, lancia il suo skeleton a tutta velocità. Perchè se la fortuna e il cronometro lo assisteranno, sa bene che a fine di quell’ultima folle corsa a pancia in giù ci sarà, per lui e l’Italia, la gloria perpetua.

Già, perchè Nino Bibbia non sbaglia, eguaglia il tempo di Crammond, che ha un ultimo sussulto di orgoglio per afferrare la medaglia di bronzo, e con il tempo di 1’00″3 anticipa ancora Heaton, che non va oltre l’1’01″2, per andare a completare le sei manches con il tempo totale 5’23″2, un secondo e quattro decimi meglio dell’americano. L’oro è suo e per l’Italia, infine, il ghiaccio è rotto… e questa è la storia della prima medaglia olimpica bianco-rosso-verde, ed è una bellissima storia. Profuma di vittoria, ne verranno tante altre ancora, ma la prima non si dimentica mai.

LA DOPPIETTA D’ORO OLIMPICA E MONDIALE DI PATRICK ORTLIEB

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Ortlieb in azione alle Olimpiadi di Albertville 1992 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Quel che c’è di straordinariamente affascinante nello sport è che riesce, spessissimo, a sovvertire i pronostici e regalare scampoli di gloria a chi magari forse non se lo aspettava proprio.

Patrick Ortlieb è un gigantesco discesista austriaco, qualcosa come 190 centimetri distribuiti per 92 chilogrammi di massa muscolare, e quando c’è da buttarsi a capofitto verso valle, è quello che si suol dire uno “slittone“, uno sciatore cioè che sfrutta la stazza e riesce a far correre perfettamente gli attrezzi che ha sotto i piedi nei tratti di discesa più filanti, denunciando qualche pecca, invece, quando si tratta di fare la curve. E queste prerogative accompagnano Ortlieb, nato a Bregenz, classe 1967 e figlio di padre alsaziano, fin dagli esordi in Coppa del Mondo, a far data 1987, quando sull’onda lunga del terzo posto colto ai Mondiali juniores del 1985 a Jasna, dove chiude alle spalle di Giorgio Piantanida e Hansjorg Tauscher, il Wunderteam biancorosso lo getta nella mischia sia a Val d’isere che a Bad Kleinkirchheim, per poi promuoverlo in pianta stabile in prima squadra la stagione successiva, 1988/1989.

In effetti Ortlieb non tarda a mettersi in luce, prediligendo una pista che ben si adatta ai grandi scivolatori come la Saslong della Val Gardena, piazzandosi quinto il 9 dicembre pur con il pettorale numero 53, per poi salire sul secondo gradino del podio il giorno dopo, sfruttando stavolta il numero 30 di partenza, battuto solo dal connazionale Helmut Hoeflenher, che lo precede per l’inezia di 0″08. E’ l’inizio di una magnifica avventura agonistica, che se a fine carriera vedrà Patrick fregiarsi di quattro vittorie parziali, di cui due proprio in Val Gardena, nel 1993 e nel 1995, permettendosi il lusso di trionfare anche sulla Streif di Kitzbuhel, nel gennaio 1994, e in supergigante a Tignes nello stesso 1994, oltre a collezionare altri 15 podi nel circuito di Coppa del Mondo, lo eleggerà campionissimo destinato all’immortalità per la particolare attitudine di dare il meglio nei grandi appuntamenti. A dispetto dei tracciati non troppo congeniali alle sue caratteristiche di sciatore possente.

Già, perché se del bronzo ai Mondiali juniores del 1985 abbiamo brevemente parlato, giova ricordare che Ortlieb, settimo ai Mondiali di Saalbach del 1991, ovviamente in discesa libera che rimane la sua specialità preferita pur gareggiando anche in supergigante, si fa trovare pronto all’appuntamento con la storia dello sci alpino alle Olimpiadi di Albertville. Il 9 febbraio 1992, i discesisti sono attesi sulla “Face de Bellevarde“, in Val d’Isere, e ad onor del vero il tracciato sembra proprio il meno adatto ai mezzi tecnici del gigante austriaco, costretto a disimpegnarsi tra dossi, curve, diagonali, salti e quant’altro fanno apparire il disegno del percorso più simile ad un supergigante che ad una discesa libera. Ed in effetti sul podio saliranno due gigantisti che nel corso della carriera si sono poi trasformati anche in abili velocisti su tracciature più ostiche, come il beniamino locale Frank Piccard, appunto campione olimpico in carica di supergigante, che è secondo per soli 0″05, e l’altro austriaco Gunther Mader, addirittura vincitore in Coppa del Mondo anche in slalom, terzo a 0″10. Ortlieb ha avuto in dote il pettorale numero 1, e alla luce dei fatti, visto che il manto nevoso tenderà velocemente a deteriorarsi, sfrutta a meraviglia il benevolo aiuto della sorte, fissando il tempo di 1’50″37, seppur commetta qualche leggera sbavatura, e sinceramente non parrebbe un cronometro destinato a resistere alle discese di chi verrà dopo di lui. Invece i rivali più accreditati deragliano, come Girardelli, accreditato del miglior primo intermedio, ed Accola, che sembrava perfetto per quel tracciato, Mader e Piccard appunto restano appena dietro, così come Wasmaier ed Heinzer che per poco non capitombola in partenza, Ghedina e Alphand deludono e a fine serata, quando c’è da salire sul gradino più alto del podio per cingersi il collo con la medaglia d’oro, l’onore spetta proprio a Patrick Ortlieb, l’ospite inatteso, che coglie il primo successo in carriera.

Garantitosi un posto nell’enciclopedia d’oro dello sci, Ortlieb, che ai Giochi di Lillehammer del 1994 sfiora nuovamente il podio terminando quarto alle spalle di Tommy Moe, Aamodt e Podivinsky, punta l’obiettivo sul titolo mondiale, dopo aver concluso non meglio che ottavo l’edizione iridata di Morioka del 1993, ben distante dal sorprendente svizzero Urs Lehmann, che lo copia ottenendo la prima vittoria in carriera nell’occasione più importante. Ma se l’elvetico non darà seguito all’exploit, Ortlieb deve dimostrare che il successo olimpico non fu certo un caso, e ai Mondiali del 1996 a Sierra Nevada fa nuovamente saltare il banco.

Luc Alphand veste i panni del grande favorito, dominando la specialità da due anni, con Lasse Kjus, Kristian Ghedina e Bruno Kernen a loro volta attesi a recitare da protagonisti. In Casa Austria, al solito, la selezione per guadagnare i quattro posti al cancelletto di partenza è serratissima, e se Ortlieb si è garantito la possibilità di difendere le sue chances vincendo in Val Gardena, accanto a lui scendono Mader, Trinkl e Knauss. Il 17 febbraio 1996 gli atleti si lanciano lungo i 3.930 metri della “Veleta“, e se il disegno non è proprio complicatissimo, nondimeno concede opportunità anche a chi sa far correre gli sci e rimanere a lungo in posizione. E in questo esercizio Ortlieb è davvero un drago. In una giornata di splendido sole, come di splendido sole fu quel 9 febbraio 1992 in Savoia, Ghedina, pettorale numero 8, fissa il miglior tempo in 2’00″44, abbattendo di 0″20 il cronometro di Kjus, ma il suo sogno di potersi mettere infine al collo il metallo più prezioso dura lo spazio di appena due minuti. Quando basta ad Ortlieb, sceso subito dopo di lui, di passare in lieve ritardo al primo intermedio, 53″08 contro 53″02, mettere la testa davanti al secondo rilevamento, 1’29″61 contro 1’29″91, infine tagliare il traguardo in 2’00″17, che vale il primo posto, con l’ampezzano retrocesso in seconda piazza. Altri due minuti ancora e a lanciarsi dal cancelletto è il discesista più forte del momento, appunto Alphand, che lotta sul filo dei centesimi più con Ghedina che con Ortlieb ed infine, per il soffio di 0″01, resta alle spalle di Kristian, sul terzo gradino del podio.

Patrick Ortlieb aggiunge così l’oro iridato a quello olimpico, e per uno che in carriera ha vinto bene ma non moltissimo, è la definitiva consacrazione a fuoriclasse. E se questo non è record, poco ci manca.

 

CARLO SENONER, CAMPIONE DEL MONDO TRA I PALI E NEL CONTO CON LA SFORTUNA

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Carlo Senoner in slalom ai Mondiali del 1966 – da neveitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Ricordando oggi la carriera di Carlo Senoner, viene quasi inevitabile domandarsi se sia più congeniale assegnargli quel titolo di campione del mondo che si guadagnò in pista, oppure definirlo l’emblema della sfortuna.

Già, perché questo bel ragazzo gardenese, nato ad un tiro di schioppo dalla mitica Saslong, seppe distinguersi con gli sci ai piedi, ma pagò anche un dazio salatissimo al fatto di non esser proprio benvoluto alla Dea Bendata.

In effetti Senoner, che vede la luce il 24 ottobre 1943, appartiene ad una foltissima famiglia, ben 11 fratelli, di albergatori che praticano lo sport della neve, ed è sul manto bianco che il giovane Carlo muove i primi passi da atleta, anche perché papà Giovanni installa il primo skilift proprio sotto casa e, seppur il ragazzo abbia solo 5 anni, la voglia di buttarsi a capofitto è davvero forte. Denunciando doti non comuni che lo evidenziano fin dall’età dell’adolescenza, tanto da meritarsi un titolo junores di campione europeo ed italiano di slalom gigante. Appena 17enne viene aggregato alla squadra che vola a Sqaw Valley per l’edizione 1960 delle Olimpiadi, e Senoner ha modo di confermare il suo talento di sciatore polivalente, classificandosi 13esimo in slalom e 17esimo in gigante ma rinunciando alla discesa per le ripetute cadute in prova.

La via maestra è tracciata, e se con la crescita tecnica iniziano anche le soddisfazioni in pista con i successi e i piazzamenti di prestigio sulla 3-Tre di Madonna di Campiglio, nondimeno Senoner inizia a fare il conto di cadute, infortuni ed ossa lasciate sulla neve. Dopo aver brillato ai Mondiali di Chamonix del 1962 con il quarto posto in combinata ad un soffio dal terzo gradino del podio occupato dal tedesco Ludwig Leitner nonostante spalla e ginocchio lussati, il sesto in gigante e il settimo in slalom, ecco che un primo grave intoppo lo costringe a seguire in televisione le Olimpiadi di Innsbruck del 1964, complice una caviglia gonfia come un melone. L’anno dopo, ai campionati italiani all’Abetone, Senoner cade in discesa rompendosi i legamenti, e sebbene la prima diagnosi escluda la possibilità di tornare a gareggiare ad alto livello, il campioncino gardenese smentisce ogni Cassandra e riprende l’attività.

Fin quando, 1966, lo sci mondiale si trasferisce a Portillo, in Cile, per l’edizione numero XIX della rassegna iridata, e per Carlo Senoner è tempo di raccogliere, non ancora 23enne, quanto la sfortuna gli aveva negato nelle precedenti grandi manifestazioni sciistiche. Si gareggia ad agosto, quando in Val Gardena è invece tempo di mietitura, e le cronache dall’altro capo del mondo trasmettono che Senoner, il 7 agosto, è giunto 20esimo in discesa libera, ben lontano dagli standard abituali. Due giorni dopo, il 9 agosto, il gigante non lo vede protagonista, ed allora, il 14 agosto, giorno di chiusura con la disputa dello slalom, si attende l’ennesima dimostrazione di forza della Nazionale francese, trionfatrice con Jean-Claude Killy e Guy Perillat nelle due prime prove e dominatrice anche con il tris al femminile firmato da Marielle Goitschel ed Annie Famose.

Senoner ha in dote il pettorale numero 1, e nella prima manche sfrutta in parte l’occasione, classificandosi in quarta posizione alle spalle dello svedese Bengt Erik Grahn, il migliore in 51″33, di Perillat e del canadese Hebron, con un ritardo di 2″39. Ma quel che accade nella seconda discesa ha del prodigioso. Carlo, che parte per ultimo, disegna una serpentina tra i pali come neppure nei suoi sogni da bambino avrebbe osato cullare, coniugando perfettamente impeto e sagacia tattica per non sbagliare laddove hanno deragliato i suoi avversari, e ferma il cronometro sul tempo finale di 1’41″56, nettamente migliore dell’ 1’42″25 di Perillat e dell’ 1’42″58 di Jauffret, provvisoriamente ai primi due posti per la caduta appunto di Grahn, costretti infine ad applaudire sportivamente, seppur a denti stretti, la vittoria a sorpresa del giovane italiano.

Carlo Senoner torna in Italia con una medaglia d’oro al collo ed il titolo di campione del mondo di slalom speciale. E se l’anno dopo, per la prima edizione del circuito di Coppa del Mondo, coglie un sesto posto proprio in slalom a Kitzbuhel quale miglior risultato, ed ai Giochi di Grenoble del 1968 non conclude la prova appendendo poi gli sci al chiodo, può comunque ritenersi appagato: il campione della sfortuna ha lasciato il segno. Ed è un segno di vittoria.