LE FATICHE DI BRONZO DI GIORGIO VANZETTA ALLE OLIMPIADI DI ALBERTVILLE 1992

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Giorgio Vanzetta – da catalog.skicards.ru

articolo di Nicola Pucci

Nessuno, ma proprio nessuno, può dimenticare quell’epica edizione tricolore delle Olimpiadi di Albertville del 1992. Deborah Compagnoni che diventa fuoriclasse dominando in supergigante per poi lacerarsi un ginocchio strillando di dolore in mondovisione il giorno dopo, Alberto Tomba che tiene a bada Marc Girardelli e bissa il successo di Calgary in gigante, quello scricciolo di donna che é Stefania Belmondo che demolisce la concorrenza nella 30 km., Jo Polig che coglie al volo l’occasione della vita e a sorpresa si mette al collo la medaglia d’oro della combinata.

Sì, indubbiamente, questi campioni ci hanno fatto emozionare, in quel febbraio savoiardo, ma il vostro scriba, che ama le storie discrete e gli uomini di fatica più di tutti gli altri, elegge un suo personalissimo eroe per quei Giochi memorabili, Giorgio Vanzetta.

Già, proprio lui, l’uomo della Val di Fiemme, che nasce a Cavalese il 9 ottobre 1959 e che, davvero, non può che crescere a pane, sci di fondo e Marcialonga. E nel tempo, entrato nei quadri della Nazionale italiana nel 1978 non prima di esser diventato campione europeo juniores, si ritaglia una vetrina d’eccezione, accanto a compagni formidabili quanto lui.

In effetti Vanzetta si costruisce una buona reputazione per le gare di staffetta, debuttando alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980 con un sesto posto nella 4×10 e un 34esimo nella 15 km, a Sarajevo nel 1984 figura 14esimo, 24esimo e 30esimo nella 15, 30 e 50 km ed è stavolta settimo nella prova di gruppo e ai Mondiali di Seefeld del 1985, assieme a Maurilio De Zolt, Marco Alberello e Giuseppe Ploner conquista una storica medaglia d’argento. A cui fa seguito, l’anno dopo, l’unico podio in carriera in Coppa del Mondo in una gara individuale, il terzo posto nella 15 km a tecnica classica di Lahti.

Gli anni passano e i chilometri si centuplicano nelle gambe di Giorgio, che non teme certo la fatica, così come si sommano i piazzamenti a ridosso dei migliori che certificano il valore internazionale del fondista della Val di Fiemme. Che alle Olimpiadi di Calgary del 1988 è decimo nella 15 km e quinto sia nella 30 km che in staffetta, nel mentre ai Mondiali, già quarto nella 15 km proprio di Seefeld anticipato di un soffio da De Zolt, chiude ai piedi del podio, e con l’amaro in bocca, sempre nella 15 km e in staffetta nel 1991, quando la rassegna iridata trova ospitalità sulle nevi amiche della Val di Fiemme.

Proprio nel 1991, infine, Vanzetta ha colto la prima vittoria in carriera in Coppa del Mondo (sarà anche l’unica) aggiudicandosi il 1 marzo la staffetta di Lahti associato a De Zolt, Silvio Fauner e Alfred Runggaldier, ma se lo sforzo di gruppo regala soddisfazione collettiva, vuoi mettere la gioia prodotta da un exploit in solitario? Ed allora Giorgio, che va ormai per i 33 anni, dà appuntamento per le Olimpiadi di Albertville 1992, sua quarta partecipazione a cinque cerchi. E sarà un successo che premierà anni di duro lavoro, passione ed immutato coraggio.

Il 13 febbraio 1992, a Les Saisies, Vanzetta entra in scena nella 10 km a tecnica classica, e se la distanza potrebbe non essergli troppo congeniale visto che l’azzurro predilige lo sforzo prolungato, ecco che il settimo posto finale, dopo esser transitato in terza posizione al secondo rilevamento intemedio a soli 11″4 dall’immenso Bjorn Daehlie che poi sarà solo quarto nella gara vinta dal connazionale Vegard Ulvang, certifica il suo eccellente stato di forma.

Due giorni dopo, il 15 febbraio, i protagonisti della 10 km si ritrovano per la 15 km ad inseguimento a tecnica libera, che si disputa per la prima volta in sede olimpica. Ed è qui che Vanzetta compie un capolavoro, perché se Ulvang, che parte con 19″ di vantaggio su Marco Albarello, 20″ sullo svedese Christer Majbaeck e 25″ sullo stesso Daehlie, parrebbe irraggiungibile, il trentino vede Bjorn volare la distanza e prendere il largo per andare a mettersi al collo la medaglia d’oro, ma a sua volta, rimontati e distanziati Majbaeck, Niklas Jonsson e Harri Kirvesniemi, e rintuzzando il ritorno dell’altro svedese Torgny Mogren, va a riprendere Ulvang e Albarello, terminando in scia allo scandinavo ma battendo il compagno sul traguardo per conquistare così la medaglia di bronzo.

Realizzato il sogno di una vita agonistica, a Vanzetta l’appetito vien mangiando, e se con Giuseppe Pulié, Marco Albarello e Silvio Fauner fa appieno il suo dovere salendo sul secondo gradino del podio nella 4×10, ecco che il 22 febbraio 1992, giorno di chiusura dei Giochi, assieme a Maurilio De Zolt si allinea alla partenza della 50 km, la gara che può regalare l’immortalità sportiva.

Ad onor del vero, ancora una volta, la tecnica libera è il piatto preferito di Daehlie, che sbaraglia la concorrenza dall’alto di una classe ineguagliabile completando la maratona in 2h03’41″5, ma alle sue spalle proprio i due fondisti italiani librano un duello meraviglioso che può valere la medaglia. Il “grillo“, dopo una partenza in sordina, come suo solito accelera il ritmo transitando sempre in seconda posizione, seppur a debita distanza dal campione norvegese, per infine cogliere l’argento come già era stato capace di fare a Calgary nel 1988, ma è Vanzetta a dare spettacolo, risultando quarto al secondo e terzo intermedio alle spalle del tedesco Johann Muhlegg, guadagnando la terza posizione al quarto intermedio con 6″ di vantaggio sul russo Aleksej Prokurorov, vedendosi nuovamente scavalcare da Muhlegg che al quinto intermedio ha un ultimo sussulto e gli rifila 3″, infine operando l’allungo decisivo negli ultimi quindici chilometri quando, a dispetto dell’età, sale in cattedra segnando un tempo di due minuti esatti più alto di quello di De Zolt ma sale ancora sul terzo gradino del podio, relegando Prokurorov a 24″ nel mentre Muhlegg crolla, scvalcato anche dal francese Hervé Balland e dal cecoslovacco Radim Nyc.

E così Giorgio Vanzetta, barbuto come un dio d’Olimpia, infine, trova soddisfazione al suo rango di gran fondista, e se oggi, a distanza di anni, si vuol celebrare un’impresa dei Giochi, seppur della neve, è suo il primo nome che rimanda alle gesta degli eroi.

 

MICHAEL VON GRUENIGEN, L’ESTETA DELLO SLALOM GIGANTE

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Michael Von Gruenigen in azione alle Olimpiadi di Nagano 1998 – da rivistacorner.ch

articolo di Nicola Pucci

Alcuni sciatori hanno il dono, concesso da Madre Natura, di essere il prototipo perfetto, tecnicamente e stilisticamente, di una specifica disciplina. Pensiamo a Franz Klammer, il discesista per antonomasia, Stenmark e magari anche Hirscher tra i pali stretti, lo stesso “re Ingo” e Gustavo Thoeni tra le porte larghe del gigante. Ed è proprio in questa specialità, che più di ogni altra abbisogna della capacità di sposare perfettamente velocità e gesto tecnico, che il Circo Bianco ha applaudito le imprese atletiche e la raffinatezza stilistica di Michael Von Gruenigen, che se non è pari allo svedese e al valdostano per palmares assoluto, indubbiamente li vale in quanto ad estetica dello sforzo agonistico.

Svizzero di Saanen, piccolo comune del Canton Berna, dove vede la luce l’11 aprile 1969, Von Gruenigen da buon elvetico che si rispetti – perché da quelle parti lo sci è una sorta di religione -, nonostante la sua adolescenza venga segnata dalla perdita prematura dei genitori, la madre morta per un ictus ed il padre travolto da un trattore, calza fin dalla tenera età di tre anni un paio di attrezzi per scivolare a valle, palesando doti non comuni che convincono i quadri della Federazione ad inserirlo, non 18enne, nella squadra che gareggia ai Mondiali Juniores di Salen del 1987, in Svezia. Michael eccelle già in gigante, pur non disdegnando di disimpegnarsi con buoni risultati anche in slalom, ed alla kermesse iridata chiude secondo tra i pali larghi a 0″21 centesimo da Roger Pramotton, fratello minore di quel Richard che è protagonista tra i più brillanti proprio in gigante in Coppa del Mondo e che sarà pure lui poi dirottato nel principale circuito dello sci internazionale senza peraltro avere gran successo. 

Von Gruenigen ha un futuro che si prospetta roseo, e se la stagione successivo viene aggregato alla prima squadra, il 10 gennaio 1989, quando deve ancora compiere i 20 anni, debutta in Coppa del Mondo nel gigante di Kirchberg, per poi, col sesto posto di Park City del 23 novembre 1989, entrare per la prima volta tra i migliori dieci al traguardo.

Michael scia bene, se ne accorgono proprio tutti, e si fa apprezzare per la pulizia stilistica e l’efficacia tra le porte, ma l’inizio di carriera propone le inevitabili difficoltà che un giovane sciatore si trova a dover fronteggiare quando, a corto di esperienza, deve esibirsi su tracciati severi, come ad esempio la Gran Risa della Val Badia e la Kuonisbergli di Adelboden. Von Gruenigen, nondimeno, impara velocemente, e se nella stagione 1989/1990 è anche ottavo sulle nevi amiche di Veysonnaz, nei due anni successivi va a guadagnarsi il primo gruppo di merito, giungendo quinto proprio in Val Badia e quarto sulla Podkoren di Kranjska Gora, il 4 gennaio 1992, dove rimane alle spalle di Alberto Tomba a cui, negli anni a seguire, strapperà lo scettro di miglior gigantista del pianeta.

Von Gruenigen, lo avrete capito, gareggia solo nelle due discipline tecniche, e se lo slalom lo vedrà in carriera due volte sul podio, secondo a Wengen nel 1995 (dietro all’Albertone nazionale) e nel 1999 (battuto da Benjamin Raich), ecco che, dopo il settimo posto in gigante ai Mondiali di Saalbach del 1991 e pari risultato proprio in slalom alle Olimpiadi di Albertville del 1992, il 19 gennaio 1993, infine, il campioncino elvetico non solo sale per la prima volta sul podio in Coppa del Mondo, ma pure ottiene il primo successo, davanti al pubblico di casa di Veysonnaz, anticipando Tomba di 0″07 centesimi.

E’ il primo tassello di una carriera da immenso gigantista che conosce, in seguito, altri 22 successi, tanto da porlo al quarto posto assoluto alle spalle dell’irraggiungibile Stenmark (46 vittorie), di Marcel Hirscher (32 vittorie) e di Ted Ligety (24 vittorie), a cui aggiungere, ovviamente, ben 4 coppette di specialità (1996, 1997, 1999 e 2003, quando appenderà gli sci al chiodo). E se il palmares gli rende giustizia, l’elezione a prototipo del gigantista perfetto ancor più certifica una classe che ha pochi eguali nella storia delle specialità.

Messe da parte ambizioni di Coppa del Mondo dove, per ovvie ragioni, non può competere per la classifica generale disertando prove veloci e combinate (anche se nel 1996 è terzo sommando 880 punti e in altre cinque occasioni figura nella top-ten finale), Von Gruenigen punta il mirino sui grandi appuntamenti, perché è lì che si può guadagnare il posto riservato agli immortali dello sport. Dominando, curiosamente, ai Mondiali ma fallendo, tranne un’eccezione, alle Olimpiadi.

In sede iridata, dopo l’esperienza al debutto di Saalbach e la delusione di Morioka quando, nel 1993, non porta a termine la prova, nel 1996, nell’edizione slittata di un anno di Sierra Nevada, Michael, che in gigante è il grande favorito della prova, ammortizza il terzo posto colto alle spalle di Tomba e del connazionale Urs Kaelin mettendosi al collo anche il bronzo in slalom, quando solo “la Bomba” e Mario Reiter sono più abili di lui nella serpentina tra i pali. Ma è solo questione di tempo, dodici mesi dopo, al Sestriere, non ce n’è davvero per nessuno e Von Gruenigen, finalmente, va a prendersi il titolo mondiale, surclassando la concorrenza, con Lasse Kjus che chiude ad 1’12” e l’inatteso Andreas Schifferer ad 1’45”.

E se due anni dopo, Vail 1999, lo svizzero è solo settimo, il riscatto non si fa attendere e nella prima edizione del Nuovo Millennio, St.Anton 2001, Von Gruenigen conquista una seconda medaglia d’oro, battendo il “gemello” di Kjus, Kjetil Andre Aamodt, e il francese Frederic Covili, per poi, nuovamente, giungere settimo a St.Moritz 2003, sua ultima partecipazione mondiale.

Rimane, dunque, un solo cruccio nella carriera di Von Gruenigen. Lo avrete già capito, le Olimpiadi appunto, che se per le prime due partecipazioni, Albertville 1992 e Lillehammer 1994, l’elvetico non veste ancora i panni del numero 1 e si deve pertanto accontentare di piazzamenti ben poco in linea con la sua fama, l’occasione giusta per spezzare il sortilegio a cinque cerchi sarebbero i Giochi di Nagano del 1998. Ma con Tomba ormai all’ultima, sfortunata recita, Michael si trova a dover fare i conti con il nuovo che avanza, e costui altri non è che Hermann Maier, che vince in gigante relegando il fuoriclasse svizzero sul terzo gradino del podio, preceduto anche dall’altro mammasantissima dello sci austriaco, Stephan Eberharter, che in quella stagione detta legge assieme ad “Herminator”.

La medaglia di bronzo è solo il suggello ad una carriera da gigantista monumentale, e se gli allori e le vittorie impreziosiscono la bacheca di Michael Von Gruenigen, a noi comuni mortali, che lo abbiamo visto esibirsi tra le porte larghe, resta l’immagine della perfezione estetica. Troppo bello perché qualcuno possa sciare meglio.

LA DOPPIETTA OLIMPICA IN DISCESA LIBERA DI KATJA SEIZINGER

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Katja Seizinger in azione a Nagano 1998 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Storicamente, con l’unica eccezione della canadese Kerrin Lee-Gartner che sorprese le favorite ad Albertville nel 1992, la discesa libera ai Giochi olimpici del Vecchio Millennio è di esclusivo appannaggio di Svizzera, Austria e Germania. E se elvetiche ed asburgiche, in virtù del loro affaccio pressoché totale sul massiccio alpino/dolomitico, hanno colto quattro successi a testa, le teutoniche, a loro volta posizionate a ridosso degli speroni rocciosi delle Alpi della Baviera, possono vantare le vittorie di Heidi Biebl, che aprì la strada a Squaw Valley nel 1960, di Rosi Mittermaier, che ad Innsbruck 1976 vinse l’oro anche in gigante, e di Marina Kiehl, che a Calgary 1988 beffò avversarie più accreditate di lei, fin quando, nell’ultimo decennio del secolo, appare sulla scena del liberismo mondiale, e non solo, Katja Seizinger.

In effetti questa ragazza nata il 10 maggio 1972 è una sciatrice atipica, se è vero che non è originaria di quella Germania meridionale che può praticare gli sport della neve, bensì ha visto i natali a Datteln, in quel bacino della Ruhr che ha tante, ma davvero tante risorse che le permettono di far da traino al paese, ma non certo in ambito sciistico, “piatta com’è come la mia mano“. Ed allora la giovane Katja apprende l’arte d far scivolare a valle gli attrezzi salendo, non troppo lontano da casa, ai 625 metri del Katzenbuckel, vecchio vulcano del gruppo montuoso dell’Odenwald che non sputa fuoco ormai da millenni. E la Seizinger è tanto brava da guadagnarsi, poco meno che 17enne, la convocazione per i Mondiali juniores di Alyeska del 1989, non prima di aver trionfato al prestigioso “Trofeo Topolino” (geniale kermesse giovanile ideata da Rolly Marchi) nel 1986, mettendosi al collo l’argento in supergigante, battuta dall’austriaca Sabine Ginther, e il bronzo in gigante, alle spalle delle gemelle americane Schmidinger, Kimberly e Krista, altresì terminando ottava in discesa libera.

La Seizinger ha classe da vendere nel disegnare le curve e piedi sensibilissimi, il che ne fanno non solo una sciatrice completa, ma anche il prototipo perfetto della campionessa del domani, tanto che la federazione tedesca già a dicembre del 1989 la fa esordire in Coppa del Mondo, dove coglie subito un 15esimo posto in combinata, a cui fa seguito, a marzo, nel supergigante di Meribel, il secondo posto alle spalle della sola Carole Merle, primo di una serie di ben 76 podi in carriera, col corollario di 36 vittorie (16 in discesa e altrettante in supergigante, 4 in gigante).

E se il suo nome è vergato sulle sfere di cristallo del 1996 e del 1998, aggiungendo quattro coppe di specialità in discesa e cinque in supergigante, Katja Seizinger a pieno titolo è da ritenersi la sciatrice di riferimento delle discipline veloci per gli Anni Novanta, palesando altresì il merito, che è solo delle fuoriclasse, di saper rendere al meglio nelle grandi rassegne internazionali, come la tedesca, dopo l’esordio in Alaska, ha modo di confermare ai Mondiali juniores del 1990 a Zinal, nel Canton Vallese, vincendo in supergigante e terminando seconda in discesa libera, gigante e combinata.

Nel frattempo la Seizinger cresce, tanto, in Coppa del Mondo, vincendo un prima volta il 7 dicembre 1991 a Santa Caterina Valfurva, in supergigante, e partecipando ai Mondiali di Saalbach in febbraio, prima sua esperienza in una kermesse tra le “grandi“, dove è competitiva con il quinto posto in discesa libera e in combinata ma non abbastanza da salire sul podio. Sarà, infatti, l’unica volta che Katja se ne tornerà a mani vuote da un grande appuntamento sciistico.

Se la Seizinger, infatti, si riscatta in sede iridata a Morioka 1993 (oro in supergigante, ma delusa dall’amaro quarto posto in discesa libera a soli 0″05 centesimi da Anja Haas), a Sierra Nevada 1996 (argento in discesa alle spalle di Picabo Street, quinta in gigante e fuori gioco in supergigante) e a Sestriere 1997 (ancora seconda in supergigante e combinata, sconfitta rispettivamente da Isolde Kostner e Renate Goetschl per l’inezia di 0″08 e 0″04 centesimi, chiudendo solo quinta in discesa e gigante), ecco che per meritarsi un posto tra le più grandi di sempre, caso mai non lo fosse già per quanto già vinto in Coppa del Mondo, sceglie le Olimpiadi, e poteva essere altrimenti?, quale vetrina per la gloria imperitura.

Katja debutta ad Albertville, nel 1992, e se Veronika Wallinger la butta giù dal podio in discesa libera per l’inezia di 0″03 centesimi, la medaglia di bronzo in supergigante dietro a Deborah Compagnoni e a Carole Merle è già un bel traguardo per una ragazza che non ha ancora 20 anni. Ed allora, basta attendere quattro anni, e a Lillehammer, nel 1994, in terra di Norvegia, la Seizinger fa meglio ancora e va a prendersi una gustosa rivincita.

La Seizinger si presenta all’appuntamento a cinque cerchi sull’onda longa di due coppe di discesa libera vinte nel 1992 e nel 1993, ed una di supergigante messa in bacheca nel 1993, nonché delle prime dieci vittorie parziali in Coppa del Mondo, terminando terza e secondo in una classifica generale vinta da Petra Kronberger prima, da Anita Wacher poi, ma è la stagione in corso che la deve eleggere, con forza, quale sciatrice più forte del lotto. Ad onor del vero il cammino non è così convincente come sarebbe stato lecito attendersi, con sole due vittorie all’attivo in discesa libera e supergigante il 14 e 15 gennaio sulla pista delle “Tofane” di Cortina che la relegano a distanza da Vreni Schneider che domina la classifica generale, ma le Olimpiadi sono alle porte e la Seizinger, terza anche nel gigante di Maribor, è pronta a giocarsi le sue chances in tre discipline, che poi diventano quattro con l’aggiunta della combinata.

Si comincia il 15 febbraio 1994 con la disputa del supergigante, ma a Kvitfjell, dove si gareggia quando inizialmente la gara era prevista ad Hafjell, considerato tracciato invece troppo piatto e facile, Katja, campionessa del mondo in carica ed indicata da tutti quale favorita della gara, viene tradita dal percorso, e forse anche dal desiderio di affermazione, e si trova con le chiappe sulla neve, lasciando via libera a Diann Roffe, partita con il pettorale numero 1, che a distanza di nove anni rinnova l’appuntamento con una grande vittoria, bissando il successo ottenuto in gigante ai Mondiali di Bormio del 1985.

Quattro giorni di attesa a rimuginare sull’errore commesso e cullando il sogno del riscatto, ed il 19 febbraio le velociste sono attese per la discesa libera, con Katja ancora nei panni della protagonista più attesa ed un manipolo di avversarie di cui tener conto. Tra queste, una giovanissima Isolde Kostner che qualche settimana prima ha colto a Garmisch la prima vittoria di una carriera che sarà luminosissima, la canadese Kate Pace, che ha vinto la discesa d’apertura di Tignes e proprio a Morioka 1993 si è presa il titolo mondiale, le due americane Hilary Lindh, argento alle Olimpiadi di Albertville, e Picabo Street, il nuovo che avanza, così come la francese Melanie Suchet, reduce dai primi piazzamenti a podio, non può essere esclusa dal pronostico, nel mentre Goetschl, Wallinger ed Haas, che in passato hanno già dato qualche dispiacere a Katja, difendono le chances del Wunderteam austriaco.

Un’altra tedesca, Miriam Vogt, è la prima a lanciarsi dal cancelletto in una giornata di splendido sole seppur di freddo glaciale (-14° all’arrivo), ma il suo tempo, 1’37″86 lungo i 2641 metri del tracciato, è puramente indicativo, subito migliorato dalla Pace, che infine sarà quinta, 1’37″17. Tocca alla Seizinger, pettorale numero 3, e la campionessa teutonica, stavolta, non commette imperfezioni, anzi, guida gli sci come nessun’altra è davvero in grado di fare, velocissima nei tratti di puro scorrimento, impeccabile nel disegnare le curve e stilisticamente perfetta nell’addomesticare le ondulazioni del terreno e i salti proposti, tanto da fermare i cronometri su un tempo, 1’35″93, che già pare difficilmente migliorabile. La Lindh è solo settima ad oltre un secondo e mezzo, Haas e Wallinger naufragano, terminando non meglio che 31esima e 14esima, ed allora, con la Suchet, che seppur priva di esperienza, termina ad una onorevolissima sesta posizione, sono Street, pettorale numero 8, Kostner, pettorale numero 12, e l’altra tedesca Martina Ertl, pettorale numero 16, le uniche in grado, se non proprio di far correre un brivido lungo la schiena, almeno di tener ancora desta l’attenzione della Seizinger che attende al traguardo cullando la sua prima posizione. E se l’americanina, il cui nome in lingua “shoshoni” significa “acqua scintillante“, è la più performante andando a chiudere con soli, si fa per dire, 0″66 centesimi di ritardo strappando la prima medaglia della sua ancor giovanissima carriera, ecco che la ragazza di Ortisei, abilissima di piede seppur non proprio perfetta in curva, a sua volta sale sul terzo gradino del podio, attardata di 0″92 centesimi, privando la Ertl di una medaglia che avrebbe completato il trionfo tedesco. Perché Katja Seizinger, assolutamente inarrivabile, è campionessa olimpica di discesa libera.

E se “l’appetito vien mangiando“, mai citazione è più calzante per chi è ingordo di successi come la Seizinger, che da fuoriclasse quale lei è registra il mirino e punta l’obiettivo sulla conferma a cinque cerchi. Passando, appunto, per un primo successo in classifica generale di Coppa del Mondo, una messe non indifferente di successi parziali, e i tre argenti iridati ad impreziosire una collezione che già la eleva al rango di campionessa tra le più grandi della storia dello sci alpino femminile.

Nel febbraio 1998 le Olimpiadi invernali tornano a disputarsi nel paese del Sol Levante, a Nagano, come già avvenne con Sapporo 1972, ed in effetti il Giappone evoca in Katja solo ricordi piacevoli, se è vero che ai Mondiali di Morioka del 1993 vinse l’unico suo oro iridato. E ai Giochi nipponici la campionessa tedesca, che ha soli 26 anni ma che un infortunio a fine anno le farà saltare la stagione successiva per poi indurla al ritiro che puntualmente verrà annunciato a fine 1999, realizza una performance assolutamente degna di nota.

La Seizinger, esattamente come quattro prima a Lillehammer, è iscritta a quattro prove, ovviamente discesa libera dove difende il titolo, supergigante, gigante e combinata che invece in Norvegia le riservarono tre uscite premature. A Nagano si comincia l’11 febbraio con il supergigante, e il sesto posto finale della tedesca, a 0″42 centesimi proprio da Picabo Street che fa suo l’oro, risulterà infine il peggior risultato dell’intera sua partecipazione ai Giochi, vincendo il 17 febbraio in combinata per un podio tutto germanico completato da Martina Ertl ed Hilde Gerg ed aggiungendo il 20 febbraio il bronzo in gigante, ad oltre 2″ dalla Compagnoni e ad un soffio dall’austriaca Alexandra Meissnitzer che per soli 0″22 centesimi le nega il secondo posto. Nel mezzo di tutto questo popò di roba, il 16 febbraio, alle ore 10.30 locali, due giorni dopo la data prevista complice lo slittamento, e da quelle parti succede spesso, causa maltempo, la Seizinger si presenta al cancelletto di partenza della sua prova prediletta, la discesa libera, ed ha tutta l’intenzione di diventare l’unica sciatrice, record da estendere anche agli uomini, capace di bissare la vittoria nella gara-regina della velocità.

Street e Lindh sono le vincitrici delle prove dei Mondiali di Sierra Nevada del 1996 e di Sestriere 1997, ma se la seconda ha dopodiché appeso gli sci al chiodo, Picabo, che a fine dicembre 1996 si è rotta il femore e strappata il legamento crociato anteriore recuperando poi solo in previsione dei Giochi di Nagano, è la sfidante più pericolosa, al pari di Renate Goetschl, vincitrice della coppa di specialità nel 1997, e della svedese Pernilla Wiberg, che ha fatto sua la sfera di cristallo nel 1997 ed ha più volte dimostrato di esser competitiva in tutte le specialità. Isolde Kostner, prima sulle “Tofane” di Cortina, punta ad una medaglia, nel mentre le due francesi Suchet e Masnada, a podio in stagione, sono a loro volta comprese nel lotto delle discesiste in grado di dire la loro nella lotta per le prime piazze, fatto salvo che la Seizinger ha vinto quattro delle sei gare finora disputate, giungendo seconda ad Altemarkt e sesta a Cortina, unica volta fuori dal podio. E a Nagano è lei la grande favorita.

Sulla “Olympic Course II” di Happo One, ad Hakuba, 39 sciatrici sono pronte alla sfida lungo i 2518 metri di un tracciato nervoso ma non particolarmente difficile, ed è la Meissnitzer a lanciarsi per prima, segnando il tempo di 1’29″84 che la relegherà all’ottavo posto. Meglio di lei, col pettorale numero 2, fa proprio la Masnada, 1’29″37, e se la francese non sembra destinata ad un risultato eclatante, ecco che Heidi Zurbriggen e la connazionale Suchet le terminano alle spalle, prima che tocchi alla Seizinger uscire dal cancelletto. Pettorale numero 5, Katja pennella le curve e scia veloce, esattamente come aveva programmato di fare, ed ancora una volta, tagliato il traguardo con il miglior tempo provvisorio, 1’28″89, si ha la sensazione che possa esser sufficiente per la vittoria finale. La Goetschel, infatti, deraglia ed è fuori dai giochi, la Street non ripete l’exploit del supergigante ed è solo sesta con un passivo di 0″65 centesimi, ed allora, quando anche la Kostner non porta a termine la prova, per la Seizinger l’ultimo pericolo viene della Wiberg, pettorale numero 15, che chiude il primo gruppo di merito. La svedese è convincente e fa correre un brivido lungo la schiena della tedesca, ma infine, per 0″28 centesimi, col tempo di 1’29″17 va a prendersi “solo“, si fa per dire, la medaglia d’argento.

E così Katja Seizinger, se già era fenomeno per tutto quel che aveva vinto in precedenza, di prepotenza va a prendersi il suo posto tra gli eletti di Olimpia. Perché vincere ai Giochi è da regina, confermarsi è degno di una Dea.

FABIENNE SERRAT, SCIATRICE DI FRANCIA BELLA, BRAVA E PIAZZATA

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Fabienne Serrat vincitrice ai Mondiali di St.Moritz del 1974 – da alpinestyle56.com

articolo di Nicola Pucci

Non posso davvero negare che se da adolescente, nel bel mezzo degli anni Settanta, avvalendosi del fatto di avere sangue transalpino nelle vene (al 50%, l’altro batte bandiera verde-bianca-rossa), il vostro scriba abbia iniziato ad appassionarsi di sci per le imprese della Valanga Azzurra, e potrebbe essere altrimenti?, lo abbia fatto pure per le prodezze di una donzella bella e brava che con gli attrezzi ai piedi ci sapeva davvero fare.

Lo avrete capito, certamente, Fabienne Serrat è quell’eroina di cui oggi, su queste stesse pagine, proverò a tracciare il rendiconto di una carriera che, se è privata di un metallo olimpico, nondimeno è tra le più congrue del panorama di Francia.

Che la Serrat abbia talento da vendere è certificato dalla vittoria nel 1972 nella classifica generale della prima edizione della Coppa Europa, e dall’esordio in Coppa del Mondo, poco più che 16enne, lei che è nata il 5 luglio 1956 a Bourg-d’Oisans, piccolo centro di oltre 3000 anime nel dipartimento dell’Isere, ed ha iniziato a sciare quasi ancor prima di muovere i primi passi, vincendo tanto da giovanissima e facendo intravedere quelle doti naturali che ben presto le valgono l’etichetta di erede di quel plotoncino, numeroso, di campionesse che la Francia ha prodotto negli anni Sessanta. C’è da raccogliere, infatti, il testimone, pesantuccio per la verità, lasciato in dote dalle sorelle Goitschel, Marielle e Christine, da Annie Famose e Isabelle Mir, da Michele Jacot e Ingrid Lafforgue.

La stagione 1972/1973, che segue quella della Olimpiadi di Sapporo in cui altre due transalpine, Daniele Debernard e Florence Steurer, più anziane di lei, sono salite sui due gradini più bassi del podio in slalom, registra infatti il debutto di Fabienne nel principale circuito internazionale, in cui la ragazza, che si fa notare non solo per le qualità di eccellente gigantista ed abile slalomista ma anche per un sorriso che conquista ed un innegabile appeal estetico, è già 17esima nel primo gigante disputato, il 20 dicembre 1972 sulle nevi austriache di Saalbach, replicando poi col 7mo posto in slalom a Maribor a gennaio, primo di una serie sterminata di piazzamenti nella top-ten.

La Serrat, che si disimpegna egregiamente anche in discesa, predilige tuttavia le discipline tecniche, e se nella primavera del 1973 coglie il primo titolo francese in gigante (a fine carriera saranno ben 13, di cui 7 in gigante, 3 in combinata, 2 in slalom ed 1 in discesa, uno meno di Florence Masnada che detiene il record con 14 vittorie), ecco che a corollario di una prima, promettentissima stagione la sciatrice francese sale per la prima volta sul podio, terminando il 22 marzo seconda in slalom ad Heavenly Valley, battuta dalla connazionale Patricia Emonet che è di soli 17 giorni più giovane di lei e che sta per completare un poker di successi che la incoroneranno regina tra i pali stretti.

Ma se per la Emonet quei successi saranno solo illusori di un futuro che poi sarà meno roseo del previsto, Fabienne, che conclude 20esima in classifica generale e 10ma in quella di slalom, deve solo attendere la stagione successiva per andare a sua volta ad impreziosire già il suo palmares. Nel 1974, infatti, annunciati da una prima vittoria, il 25 gennaio a Bad Gastein, battendo due fuoriclasse del calibro di Lise-Marie Morerod e Rosi Mittermaier, da un terzo posto, due quarti ed un sesto in gigante, da due piazze d’onore, sempre a Bad Gastein e a Les Diablerets, in entrambi i casi alle spalle di Christa Zechmeister, ed un quinto posto in slalom, la francese si presenta ai Mondiali di St.Moritz con le credenziali di sciatrice di prima fascia. Ed ancor prima di aver raggiunto la maggiore età, fa saltare il banco.

Sulle nevi svizzere, infatti, la Serrat entra in scena al primo giorno della rassegna, il 3 febbraio, e in gigante, dopo che Monika Kaserer, 1’44″35″, e Annemarie Moser-Proell, 1’44″24, con i pettorali 1 e 3 hanno fissato i due migliori tempi, ecco che la discesa di Fabienne, col pettorale 4, è tanto esente da pecche da far meglio ancora, nettamente, 1’43″18, al punto da conquistare la vetta della classifica. E quando l’altra francese Jacqueline Rouvier, pettorale 6, completa il podio col terzo cronometro, 1’43″81, e la tedesca Traudl Treichl, pettorale 7, è seconda in 1’43″72, e sciatrici temibili come Claudia Giordani, che in stagione ha vinto a Les Gets, Michel Jacot, unica transalpina della storia a vincere la Coppa del Mondo generale, nel 1970, la canadese Kathy Kreiner, a sua volta trionfatrice a Pfronten, e la svizzera Marie-Therese Nadig, campionessa olimpica in carica, deragliano, ecco che per la Serrat è già tempo di mettersi al collo una prima medaglia d’oro iridata. Che poi diventano due, con il successo in combinata, acquisito in virtù del decimo posto in discesa libera ed il quarto posto nello slalom conclusivo, che ne fanno la regina della rassegna, così come tra i maschietti lo è un certo Gustavo Thoeni, che fa doppietta slalom/gigante.

Assurta al rango di stella di prima grandezza, la Serrat, che ha chiuso l’anno con il quinto posto in classifica generale di Coppa del Mondo ed il secondo e terzo nelle speciali graduatorie di gigante e speciale, nelle sette stagioni successive, dal 1975 al 1981, non esce mai dalle migliori dieci della classifica generale, collezionando una serie impressionante di piazzamenti. Quel che contraddistingue Fabienne, infatti, è la costanza di rendimento, che la vedranno a fine carriera sommare ben 37 podi, con sole 3 vittorie.

Al primo successo di Bad Gastein, la Serrat aggiunge, il 17 dicembre 1975, la vittoria nello slalom di Cortina d’Ampezzo, superando le due tedesche Pamela Behr e Rosi Mittermaier, per poi, dopo una lunga astinenza, calare il tris a Piancavallo, il 13 dicembre 1980, quando sempre tra le porte strette si prende il lusso di battere Erika Hess, che le rimane alle spalle di 1’13”, e Maria Rosa-Quario, terza con un distacco di 1’41”.

La ragazzina che si era affacciata al proscenio con tutta la sua esuberanza giovanile, nel frattempo cresce, e se le Olimpiadi non le portano fortuna, come documentano la fallimentare prima esperienza ad Innsbruck, nel 1976, quando salta nella prima manche dello slalom ed è 21esima in discesa, il beffardo quarto posto in gigante a Lake Placid, nel 1980, quando, dopo aver avuto l’enorme onore di portare la bandiera francese nella cerimonia d’apertura, a negarle la medaglia in gigante, per l’inezia di un solo centesimo, è la connazionale Perrine Pelen, uscendo poi in slalom dopo l’ottavo tempo parziale nella prima manche, per poi chiudere con il mesto ritiro nella seconda manche del gigante a Sarajevo nel 1984, va a prendersi un’altra gran bella soddisfazione ai Mondiali di Garmisch del 1978, quando rinnova l’appuntamento con il podio cogliendo il bronzo in combinata.

Proprio alla rassegna iridata austriaca la Serrat conferma lo status di piazzata di lusso, con il quinto posto in slalom e il sesto in gigante, così come a Schladming, sempre in Austria, ai Mondiali del 1982 termina quinta tra le porte larghe e decima in slalom, così, tanto per gradire, visto che è sempre tra le più brave, ed anche tra le più carine, ma qualche pastorotta alpestre lo è più di lei. Ed il profumo della vittoria, quello, ormai è solo un lontano ricordo.

Volete sapere com’è andata a finire? Fabienne Serrat, una volta ritirata nel 1984, ha sposato Peter Luescher, combinatista elvetico che proprio grazie ai piazzamenti strappò la sfera di cristallo ad un certo Ingemar Stenmark… sarà un caso?

ESME’ MACKINNON, E’ SCOZZESE LA PRIMA REGINA MONDIALE DELLO SCI ALPINO

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La squadra britannica di sci alpino, con Esme Mackinnon (la quarta da destra) – da nevasport.com

articolo di Nicola Pucci

Lo sci alpino femminile è tra le poche discipline sportive ad aver mandato in scena prima i Campionati del Mondo, poi le Olimpiadi. E l’evento, nato per iniziativa dell’inglese Arnold Lunn e di un comitato di studio di cui faceva parte anche il Conte Aldo Bonacossa, che propose l’idea nel corso del Congresso della Federazione Internazionale di Sci tenuto ad Oslo nel mese di febbraio del 1930, ha data e luogo precisi, dal 19 al 23 febbraio 1931 nella località svizzera di Murren.

Tra le Nazionali più accreditate per questa storica edizione, la Gran Bretagna ha un plotone di eccellenti sciatrici, che entrano in lizza già al primo giorno, con la disputa dello slalom speciale. Tra queste, c’è la veterana Audrey Sale-Barker, 28enne del Ladies Ski Club fondato proprio da Lunn, vincitrice nel 1929 dell’unico concorso di sci alpino riconosciuto dalla FIS, quello prestigiosissimo dell’Arlberg Kandahar, nonché una delle due sole donne, l’altra era Doreen Elliott, ammesse alla gara di discesa libera andata in scena a Zakopane, dove chiude 14esima, c’è Jeanette Kessler, che di anni ne ha quasi 23 e che può ragionevolmente ambire ad un piazzamento tra le prime, e c’è la giovanissima Esmé Mackinnon, scozzese di Edimburgo, che ha poco più di 17 anni essendo nata il 2 dicembre 1913.

Austria, Svizzera e Germania, ovvero i tre paesi alpini presenti all’appuntamento iridato, oltre all’Italia che schiera il solo Carlo Barassi che chiuderà ultimo sia in discesa che in slalom, a loro volta puntano a conquistare le prime due vittorie, se è vero che oltre allo slalom speciale, solo la discesa libera, da disputarsi il giorno dopo, conta per il medagliere ufficiale, mentre la discesa “lunga” e la combinata non vengono conteggiate dalla Federazione Internazionale quali gare mondiali.

Il 19 febbraio 1931, dunque, sulla pista Winteregg della città dall’Oberland bernese, si inizia con i pali stretti, e tra le 18 concorrenti iscritte alla prova, la prima a lanciarsi è la svizzera Elsie Roth, che fissa il tempo di 2’32″3, penalizzata di 6 secondi per aver toccato un palo. Giova ricordare che, per le regole imposte all’epoca, è vietato farlo in quanto gli sciatori devono mostrare la loro abilità nell’aggirare l’ostacolo. Dopo che la tedesca Medi Schmidt, col pettorale numero 2, ha abbassato sensibilmente il limite fermando i cronometri sul tempo di 1’57″0, ecco che sul manto nevoso si esibisce, col pettorale numero 3, Audrey Sale-Barker, che è tanto più veloce quanto imperfetta, meritandosi ben 12 secondi di penalità che non le impediscono di balzare al comando con il tempo complessivo di 1’33″1. Ma aver colpito per due volte i pali costa caro all’inglese, che si vede a sua volta scavalcare dall’austriaca Inge Lantschner, 26enne di Innsbruck campionessa nazionale di discesa, che con il tempo di 1’20″9 prende saldamente la testa della gara. Ma se altre due britanniche, Freda Gossage e Dorothy Credswon, terminano alle spalle dell’asburgica accusando un ritardo, rispettivamente, di 7″9 e 8″4, la Mackinnon scende a valle con il pettorale numero 15, mostrando una classe naturale nel disegnare la serpentina tra i pali, a dispetto della giovane età. E la scozzese, con il tempo di 1’17″3, fa meglio ancora della Lantschner, ed è lei, a questo punto, la favorita per la vittoria finale, con la connazionale Kessler provvisoriamente terza con 5″ di ritardo.

Nella seconda manche, in effetti, la Sale-Barker, senza più niente da perdere, scende senza freni segnando il miglior tempo parziale, 1’16″4, un secondo meglio della svizzera Rosli Rominger, che la relega in quarta posizione, preceduta dalla Kessler che sale sul terzo gradino del podio con il tempo complessivo di 2’42″3. La britannica, a sua volta, firma il terzo tempo di manche ma rimane a soli tre decimi dal secondo posto, che premia la Lantschner che regala all’Austria un argento prezioso, il primo della sua storia iridata. La ragazza tirolese, ad onor del vero, prova a recuperare il disavanzo dalla Mackinnon, ma incappa in qualche errore di troppo ed allora la giovanissima di Edimburgo, forte del vantaggio acquisito nella prima discesa, può amministrare il capitale di cui dispone per cogliere, col quarto tempo parziale, 1’20″7, la medaglia d’oro, anticipando la rivale di quattro secondi, 2’38″0 contro 2’42″0.

Neppure 24 ore di riposo che le stesse sciatrici, il 20 febbraio, si ritrovano alla partenza per la prova di discesa libera. Nella notte ha nevicato, costringendo gli organizzatori ad accorciare la gara di 2000 metri, ma le 19 ragazze iscritte, tra cui la norvegese Ostbye e la svizzera de Latour che infine non trovano posto in classifica, hanno tutte le intenzioni di darsi battaglia per i tre gradini del podio. Ed ancora una volta la Gran Bretagna, dopo l’oro e il bronzo in slalom ed aver occupato cinque delle prime sei posizioni, domina la sfida, con la Sale-Barker che delude le attese chiudendo solo nona, Kessler e Gossage che sono subito a ridosso delle prime tre, e Nell Carroll che con il tempo di 3’32″4 si guadagna la seconda piazza. Ma se Irma Schmidegg, nata a Trieste e pure campionessa austriaca di sci di fondo, sostituisce la Lantschner, che sbaglia tanto al punto da concludere non meglio che ottava, sale sul terzo gradino del podio con il tempo di 4’02″6, ecco che quando a scendere a valle è la Mackinnon, si ha davvero la sensazione, netta, che tra lei e le avversarie ci sia davvero un abisso. Esmé, che tutti chiamano Muffie, è infatti protagonista di una discesa impeccabile, tanto che quando la britannica taglia la linea di arrivo in 3’05″6, sono addirittura ventisette secondi che la separano della Schmidegg! E la doppietta iridata è servita.

Ci sarebbe ancora l’opportunità, per Muffie, di risultare la migliore nella discesa “lunga“, ma se quella gara non rientra, appunto, nel conteggio delle prove mondiali riconosciute dalla FIS, la Mackinnon è protagonista, suo malgrado, di un fatto curioso, assolutamente irripetibile nella storia delle competizioni sciistiche. Mentre sta cercando il percorso più adatto per guadagnare il traguardo (all’epoca le gare di discesa non avevano un tracciato stabilito, bensì, decretate partenza ed arrivo, era perizia dell’atleta indovinare il tragitto migliore), una processione funebre si frappone sul suo cammino! La scozzese si ferma, attende rispettosamente che il corteo faccia il suo corso, per poi riprendere la sua esibizione. Fortuna vuole che i cronometristi siano testimoni dell’accaduto, fermando il tempo per poi riavviarlo nel mentre la Mackinnon si lancia nuovamente. E le due austriache Lantschner e Schmidegg, pure stavolta, sono costrette ad alzare bandiera bianca.

Esmé Mackinnon, dunque, entra non solo nel libro dei record, perché vincere due ori su due, a cui aggiungere un terzo successo, seppur non registrato, che poi diventano quattro con i 100.000 punti della combinata che assomma i risultati delle tre gare disputate, è già una bell’impresa, ma ha pure il grande merito di aver scritto la prima pagina dell’enciclopedia dei Campionati del Mondo di sci. Da quei giorni remoti, altri campioni proveranno a seguirne la traccia.

PETAR POPANGELOV, UN BULGARO SUL GRADINO PIU’ ALTO DEL PODIO IN COPPA DEL MONDO

Hans BézardFerrogasse   7 A- 1180  Wien Tel.<: +43660 4711 444
Petar Popangelov in azione – da solonieve.es

articolo di Nicola Pucci

Che uno sciatore bulgaro potesse un giorno diventare un campione in grado di competere con i fuoriclasse alpini e qualche scandinavo di gran lignaggio, pareva davvero un’eventualità remota nel corso degli Anni Settanta. Eppure in Coppa Europa, circuito parallelo alla Coppa del Mondo che da quando era nata, a far data 1971, aveva parimenti celebrato i trionfi finali di quattro azzurri (Ilario Pegorari, Fausto Radici, Diego Amplatz e Bruno Confortola) e di un “aquilotto” austriaco (Cristian Witt-Doring), a mettere il suo sigillo alla classifica generale nella stagione 1976/1977 era stato, appunto, un ragazzo proveniente dalla Bulgaria.

Petar Popangelov, in effetti, nasce il 31 gennaio 1959 a Samokov, cittadina a 60 chilometri da Sofia adagiata ai piedi del Monte Rila che con i suoi 2925 metri è la vetta più alta dei balcani. E sui dolci pendii vicino casa il piccolo Petar, all’età di tre anni, viene messo sugli sci dal padre, Petar di nome pure lui, che ha praticato a sua volta sport e sci agonistico a buoni livelli, che lo allena e ne forgia il temperamento, intuendone doti non comuni. Petar impara egregiamente l’arte di scivolare a valle disegnando serpentine tra i pali stretti dello slalom e pennellando curve veloci tra quelli del gigante, e se crescendo di statura acquisisce forza fisica, nondimeno conserva quell’eleganza che è davvero un dono di natura.

Proprio il circuito di Coppa Europa pone il nome di Popangelov, che è già stato campione europeo juniores in slalom a Gallivare nel 1976 battendo l’austriaco Franz Gruber e terminando secondo in gigante alle spalle di Leonhard Stock, all’attenzione degli addetti ai lavori, disputando una stagione, appunto quella 1976/1977, da assoluto protagonista, al punto da collezionare quattro vittorie consecutive, di cui due in gigante e slalom alle finali di Folgarida che gli consentono di scavalcare in classifica l’azzurro Arnold Senoner ed assicurarsi il trofeo.

Petar, ovviamente, si disimpegna esclusivamente nelle due discipline tecniche, come dimostra il bis concesso in slalom agli Europei juniores del 1977, disputati stavolta a Kranjska Gora e davanti ad un altro asburgico, Wolfram Ortner, ed è proprio nel corso della stagione dei suoi 18 anni che esordisce anche in Coppa del Mondo, arrivando decimo in slalom a Berchtesgaden il 10 gennaio 1977.

I pali stretti sono il suo pane preferito, pur disimpegnandosi egregiamente anche in gigante, e se nel corso della prima stagione Popangelov non puà far altro che accumulare esperienza, avendo nondimeno già messo in curriculum una prima presenza olimpica l’anno precedente ad Innsbruck dove è 26esimo in gigante, per la stagione 1977/1978 i progressi sono tanto evidenti che Petar, dopo essersi riproposto subito, a Madonna di Campiglio, tra i migliori giungendo ottavo, sale due volte sul secondo gradino del podio, sempre in slalom, sui tracciati carichi di prestigio e storia di Wengen e Kitzbuhel, in entrambi i casi battuto dall’austriaco Klaus Heidegger.

I due risultati proiettano Popangelov nell’esclusiva cerchia degli sciatori capaci di primeggiare in una particolare disciplina, e per un decennio, o poco meno, il nome di Petar comparirà ripetutamente tra i migliori specialisti dello slalom. Il bulgaro, nel frattempo 12esimo in gigante ai Mondiali di Garmisch del 1978 quando invece deraglia in slalom, torna infatti sul podio l’anno dopo, il 9 gennaio 1979, ancora secondo tra i pali stretti a Crans Montana quando ad anticiparlo è il tedesco Christian Neureuther, chiudendo l’anno al quarto posto della graduatoria di specialità alle spalle di Stenmark, Phil Mahre e dello stesso Neureuther, per poi, l’anno dopo ancora, ripetere il risultato, quando la classifica di slalom ripropone gli stessi campioni con il solo Bojan Krizaj al posto di Phil Mahre.

Insomma, il bulgaro ormai è una realtà, ed allora, per entrare definitivamente negli annali della storia dello sci e della Coppa del Mondo, Petar dà appuntamento a tutti sulle nevi germaniche di Lenggries, l’8 gennaio 1980, quando va a cogliere il risultato più importante della sua carriera. Per l’occasione Popangelov sciorina il meglio del su repertorio, disegnando una serpentina senza sbavature, attaccando senza troppi calcoli tattici ma conservando in pieno una perfetta centralità sugli attrezzi, il che gli consente di tenersi alle spalle il sovietico Alexander Zhirov, che si arrende per 0″49 e conferma che lo sci alpino non è mestiere esclusivo dei paesi alpini e scandinavi. Già, perché sul terzo gradino del podio, staccato di 0″75, sale Sua Maestà Ingemar Stenmark, a sua volta abile nel precedere Phil Mahre e Gustavo Thoeni. E i nomi degli sconfitti danno lustro alla vittoria di Petar.

Che non darà seguito a quella giornata magistrale, ma sarà capace, oltre a vincere tre edizioni delle Universiadi, di salire altre sei volte sul podio, tre volte secondo e tre volte terzo, globalizzando ben undici piazzamenti tra i migliori tre all’arrivo. Ed allora, se a Petar verrà a mancare il suggello di una medaglia in una grande rassegna che, forse, avrebbe anche meritato, terminando sesto in slalom sia ai Giochi di Lake Placid del 1980 (a 0″34 dalla medaglia di bronzo dello svizzero Jacques Luthy e dopo una furiosa rimonta dal nono posto della prima manche), che alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984 (a 0″48 dal terzo posto del sorprendente francese Didier Bouvet), la palma di sciatore bulgaro più forte di sempre non gliela può davvero togliere nessuno. A dimostrazione che anche dalle sue parti si poteva imparare a sciare bene.

NATHALIE SANTER, LA PRIMA REGINA DEL BIATHLON D’ITALIA

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Nathalie Santer al tiro – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Oggi che tutti quanti noi, addetti ai lavori e semplici appassionati, siamo qui a celebrare le vittorie tracciate d’oro di Dorothea Wierer, occorre nondimeno tornare indietro di qualche anno ed altrettanti osanna intonare per un’altra ragazza che col biathlon ci sapeva decisamente fare. Ma andiamo per gradi.

Da quando venne istituita la Coppa del Mondo femminile, a far data stagione 1982/1983, a cui due anni dopo fece seguito la prima edizione della rassegna iridata, come è logico che sia l’Italia in gonnella, che solo allora iniziava a praticare con una certa frequenza lo sport che associa l’abilità nel far correre gli sci stretti alla destrezza nel tiro al poligono, ha dovuto attendere qualche anno prima di iniziare ad affacciarsi nelle posizioni se non di assoluto rilievo, almeno di primo rincalzo. Troppo distante da nazionali guida quali Norvegia, Svezia ed Unione Sovietica, con l’aggiunta di Francia e Germania quali paesi alpini più competitivi, in Italia la disciplina si evolve nel suo bacino più materno, quello di Anterselva, ed è qui che una ragazza della vicina Val Pusteria, con l’eclissarsi degli Anni Ottanta, infiltra la Coppa del Mondo rivelando buonissime doti, soprattutto con gli sci ai piedi.

Nathalie Santer, perché è di lei che stiamo parlando, nasce a San Candido il 28 marzo 1972 da padre italiano, Herbert che è uno degli organizzatori della Marcialonga, e madre belga, Godeliv, e se l’incontro con il biathlon avviene non prima dei 17 anni, ecco che l’apprendimento è tanto veloce quanto promettente da vederla giù campionessa italiana nel 1990, sia nella gara sprint che nella 15 km, primi titoli di una collezione che a fine carriera ne conterà ben 17. Proprio in quell’anno la Santer viene aggregata alla Nazionale maggiore, assieme a quella Siegrid Pallhuber, di due anni più esperta, che è la rivale più agguerrita in campo tricolore, debuttando in Coppa del Mondo con un 30esimo posto nella 15 chilometri proprio sulla pista amica di Anterselva, per poi, nella stagione 1991/1992, conclusa con il 34esimo posto in classifica generale, e sempre ad Anterselva, ottenere il primo piazzamento nella top-ten di un’atleta italiana nella storia della Coppa del Mondo, giungendo quinta nella gara di sprint.

Il 1992 è anche anno olimpico e Nathalie, proprio assieme a Pallhuber ma anche ad Erica Carrara e Monika Schwingshackl, si presenta all’appuntamento con i Giochi di Albertville, i primi che vedono disputarsi il biathlon femminile, giungendo 16esima nella 7,5 km sprint ed ottava nella 15 chilometri, a confermare quelle doti che ormai sono evidenti a tutti.

La Santer, in effetti, rappresenta l’alternativa a quelle che sono le campionesse dei paesi di grande tradizione nel biathlon, e poco più che 20enne, nella stagione 1992/1993, la pusterlese diventa a pieno titolo una sciatrice capace di competere con le migliori. Nelle quattordici prove individuali disputate, Nathalie è sempre protagonista di ottime prove, se si eccettua il 50esimo posto nella sprint di Kontiolahti, penalizzata da ben 7 errori al poligono di tiro, giungendo sesta nella sprint di Pokljuka, ottava nella 15 km di Val Ridanna e quinta in quella di Kontiolahti, ma soprattutto salendo per la prima volta sul podio, il 21 gennaio 1993, nella 15 km di Anterselva quando a batterla sono solo la bulgara Iva Karagiozova e la canadese Myriam Bedard. E che non sia un episodio isolato se ne ha riprova qualche settimana dopo a Lillehammer, quando solo tre errori nell’ultima sessione di tiro le negano la prima vittoria in carriera, superata solo dalla russa Anfisa Restzova, che altri non è che la detentrice della sfera di cristallo e che a fine anno doppierà la vittoria, con la Santer infine quarta assoluta nella classifica generale, salendo ancora sul podio ad Ostersund, seconda nuovamente nella 15 km anticipata dalla slovacca Martina Halinarova e terza nella 7,5 km sprint.

Nel frattempo la Santer ha partecipato alla sua prima rassegna iridata, a Borovetz, in Bulgaria, ottenendo non meglio che un 13esimo posto nella 15 km. E se i Mondiali, a cui Nathalie prenderà parte a ben quattordici riprese, non trovando però mai l’ispirazione necessaria per mettersi al collo una medaglia, ottenendo solo un amaro quarto posto nella 15 km a Ruhpolding, nel 1996, beffata per 7″ dall’ucraina Olena Petrova, saranno una sorta di maledizione, ecco che la ragazza di San Candido dirotta sulla Coppa del Mondo tutte le energie per meritarsi lo status di campionessa. Disegnando una stagione 1993/1994 con i fiocchi.

Il cammino che porta alla conquista della sfera di cristallo inizia a dicembre con le due gare austriache di Bad Gastein, e per la Santer, così come l’Italia del biathlon femminile, il 9 e l’11 dell’ultimo mese dell’anno sono due date storiche. Nathalie, infatti, al solito velocissima sugli sci e stavolta mai così precisa al tiro con un solo errore nelle quattro sessioni al poligono, mette subito a segno una vittoria epocale, trionfando nella 15 km davanti all’ucraina Nadija Bilova, distanziata addirittura di 2 minuti, per poi bissare nella gara sprint, togliendosi il lusso di battere le due norvegesi Hildegunn Mikkelsplass e Gunn Margit Aas Andreassen. I due terzi posti di Pokljuka e la seconda piazza nella 7,5 km sprint di Ruhpolding rafforzano la prima posizione provvisoria nella classifica generale della Santer, che indossa il pettorale giallo, trovandosi a duellare per la vittoria finale con la bielorussa Svetlana Paramygina.

E’ un qualcosa di mai vista e di assolutamente inatteso, una biathleta italiana che lotta per conquistare la Coppa del Mondo, e se infine è l’ex-sovietica a mettersi in bacheca la sfera di cristallo grazie alle tre vittorie consecutive di Anterselva e di Hinton, in Canada, dove fa doppietta, la Santer chiude seconda con altri due piazzamenti a podio, sempre terza a Canmore, compresa la risolutiva, ultima gara sprint, a cui le due contendenti si presentano divise da soli 9 punti, dunque in piena bagarre, e che la bielorussa conclude seconda, nove secondi davanti a Nathalie. La classifica generale finale dice Paramygina 215 punti, Santer 204, e se quella sfera di cristallo sfuggita per un soffia pare dover essere l’obiettivo degli anni a seguire, in realtà rimarrà il miraggio solo sfiorato al termine di una stagione irripetibile.

La Santer, infatti, che ha rinnovato l’appuntamento con le Olimpiadi di Lillehammer 1994, naufragando nella 15 km, addirittura 25esima in una prova che in Coppa del Mondo non l’aveva mai vista scendere oltre il 14esimo posto, e terminando non meglio che settima la gara sprint, che poi sarà il suo miglior risultato in cinque partecipazioni ai Giochi, rimanendo dunque all’asciutto di medaglie, negli anni a seguire non riesce a confermare quei livelli di eccellenza. In cinque stagioni, infatti, sale solo una volta sul podio, terza nella 15 km a Ruhpolding nel 1995, figurando in sesta posizione nella classifica generale finale del 1996 quando, ormai, sta per aprirsi l’era della svedese Magdalena Forsberg, capace di vincere per sei volte di seguito la sfera di cristallo.

La classe, tuttavia, non è acqua, e se l’ispirazione dei bei tempi sembra ormai perduta, la Santer si concede un’ultima, forse inattesa, zampata d’autore. Siamo all’alba del Nuovo Millennio, e a gennaio 2000, nell’arco di dieci giorni, Nathalie brinda alla nuova epoca tornando sul podio a distanza di cinque anni, terza nella sprint di Oberhof, ed infine cogliendo la terza ed ultima vittoria in carriera. E’ il 15 gennaio e a Ruhpolding, laddove più volte si era esibita da campionessa, sbaraglia il campo ancora nella 7,5 km sprint, battendo in volata la tedesca Katrin Apel.

Ci sarà ancora tempo, l’anno dopo, per un ultimo podio in Coppa del Mondo nella sprint di Holmenkollen, protraendo poi l’attività difendendo i colori azzurri fino alle Olimpiadi di Torino 2006 quando, ormai 34enne, saluterà l’Italia per poi gareggiare ancora due anni battendo bandiera belga.

Che altro ancora? Ah già, il matrimonio, e successivo divorzio, con Ole Einar Bjørndalen, niente di più che il biathleta più forte di sempre. Ma questo è solo gossip, quel che conta è che Nathalie Santer è stata la regina del biathlon d’Italia, prima che all’orizzonte apparisse Dorotea. Ma questa è storia di oggi… to be continued.

LA DOPPIETTA AMERICANA IN GIGANTE DI ARMSTRONG E COOPER ALLE OLIMPIADI DI SARAJEVO 1984

DEBBIE
Debbie Armstrong in gigante alle Olimpiadi di Sarajevo 1984 – da seattletimes.com

articolo di Nicola Pucci

Da quando Gretchen Fraser colse il primo oro olimpico femminile trionfando in slalom ai Giochi di St.Moritz del 1948, mai le ragazze americane erano state capaci di realizzare una doppietta come invece riesce loro il 13 febbraio 1984 alle Olimpiadi di Sarajevo.

Sulle pendici della collina di Jahorina, proprio lì dove quattro giorni dopo l’azzurra Paoletta Magoni sbucherà dalla nebbia per andare a prendersi una memorabile medaglia d’oro, sono attese alla recita le specialiste dello slalom gigante. E ad onor del vero le ragazze stelle-e-strisce sono tra le candidate più autorevoli ad occupare il gradino più alto del podio, visto che Christin Cooper due anni prima, ai Mondiali di Schladming, si è rivelata in tutto il suo talento giungendo seconda alle spalle di Erika Hess nelle due discipline tecniche, sommando alla collezione personale anche il bronzo della combinata, e Tamara McKenney ha dominato tra i pali larghi aggiudicandosi la coppa di specialità, così come la sfera di cristallo, nella stagione 1983.

Proprio l’elvetica è la favorita per aggiudicarsi quel titolo olimpico che quattro anni prima, curiosamente sulle nevi americane di Lake Placid, ha premiato Hanni Wenzel, stavolta assente perché tacciata di professionismo, avendo vinto in stagione il gigante di apertura di Val d’Isere (davanti alla francese Perrine Pelen e alla stessa Wenzel) e quello di St.Gervais les Bains che si è disputato a fine gennaio (anticipando la Cooper ed un’altra promettente transalpina, Carole Merle), nel mentre la Wenzel si è imposta ad Haus, battendo la tedesca Maria Epple ed ancora la Cooper, che si conferma competitiva ma non ancora vincente.

La squadra americana, dunque, è forte ed agguerrita, con Cooper e McKinney che lanciano il guanto di sfida alla Svizzera, che alla Hess affianca la fenomenale Michela Figini, che vincerà di lì a tre giorni la discesa libera, alla Francia, che ha in Fabienne Serrat, oro ai Mondiali addirittura a St.Moritz 1974, e in Perrine Pelen due validissime concorrenti, e all’Austria, apparsa però tanto in difficoltà da presentare quattro atlete accreditate di pettorali oltre il primo gruppo di merito ed incapace di salire sul podio in Coppa del Mondo da quando, il 19 marzo 1979, ci riuscì per l’ultima volta Annemarie Moser-Proell a Furano.

Dopo giorni di maltempo che ha costretto a far slittare la disputa delle due discese libere, di fatto lo slalom gigante femminile è la prima gara olimpica di Sarajevo 1984, e alle ore 10 in punto, pettorale numero 1, è Michela Figini a lanciarsi dal cancelletto per la prima manche, fermando i cronometri a 1’10″58. L’elvetica ha sbavato un po’ troppo, perché seppur dotata di classe cristallina ancora non ha piena padronanza delle porte larghe del gigante, e già la concorrente successiva, Perrine Pelen, che ha classe ed esperienza in dosi massicce, fa meglio, nettamente, fissando il tempo a 1’09″64. Col pettorale numero 3 tocca alla prima americana del lotto, Cindy Nelson, che nel 1983 ha chiuso la classifica di specialità alle spalle della McKinney, ma la sua sciata denuncia qualche imbarazzo in eccesso, e sul manto reso infido dalle nevicate dei giorni precedenti è lontana col tempo di 1’11″44, nel mentre Maria Epple, onestamente non più di una pericolosissima outsider, in 1’10″40 è proprio davanti alla Figini.

Tocca alle migliori, e se la francese Anne-Flore Rey, 1’10″09, può dire la sua per un piazzamento tra le migliori, così come la cecoslovacca Olga Charvatova, 1’09″94″, Tamara McKinney non è fedele al suo rango, come d’altra parte le sta accadendo in Coppa del Mondo, rimanendo dietro alle due francesi, 1’10″11, a loro volta scavalcate dall’inattesa Blanca Fernandez Ochoa, sorella di quel Paco che a Sapporo 1972 in slalom beffò Gustavo Thoeni e la Valanga Azzurra, che col tempo di 1’09″52 balza in testa alla classifica provvisoria prima della discesa delle sciatrici più attese. Ma se Erika Hess, pettorale numero 13, sbaglia troppo tagliando il traguardo in un modesto 1’10″54″, ecco che le americane sbaragliano il campo. La Cooper, pettorale numero 9, non è davvero una sorpresa fermando il cronometro in un eccezionale 1’08″87, ovvero sessantacinque centesimi meglio della Ochoa, mentre decisamente inattesa è invece la prestazione di Debbie Armstrong, pettorale numero 15, che chiude il primo gruppo di merito rimanendo a soli dieci centesimi dalla connazionale, garantendosi il secondo posto provvisorio.

Prima di raccontare la seconda manche, è necessario spendere due parole proprio sulla Armstrong, che porta un cognome impegnativo, nonché comune negli Stati Uniti, ma che tra qualche ora ne sarà degnissima mettendosi al collo la medaglia più pregiata. Poco più 20enne, nata a Salem, in Oregon, il 6 dicembre 1983, e cresciuta a Seattle, la Armstrong già da un paio di anni gareggia in Coppa del Mondo, seppur non abbia ancora ottenuto grandi risultati. Vanta infatti un quinto ed un settimo posto in discesa libera nella stagione d’esordio, 1982/1983, dove si è rivelata abile velocista, per poi acchiappare il primo podio in carriera in supergigante a Puy St.Vincent l’8 gennaio 1984, terza alle spalle della canadese Laurie Graham e di Michela Figini. E’ vero, in gigante ha ottenuto solo un quinto posto, a St.Gervais les Bains, nell’ultima gara prima delle Olimpiadi, ma il risultato testimonia un miglioramento costante ed una condizione di forma al top. Come la prima manche di Sarajevo sta a confermare.

La Armstrong è però ben lungi dall’accontentarsi, anche perché c’è in ballo una scommessa con Michel Rudigoz, capoallenatore della squadra femminile, che le dovrà pagare 50 dollari se vincerà la gara. E nella seconda discesa piazza la zampata che la consegna all’immortalità sportiva. Erika Hess e Tamara McKinney, le due regine dello sci alpino femminile, senza più niente da perdere fanno segnare terzo e miglior tempo di manche, rispettivamente 1’11″97 e 1’11″72, che consente loro di risalire in settima e quarta posizione, ma Perrine Pelen è altrettanto veloce e in 1’11″76 va a prendersi la prima piazza provvisoria, il che significa almeno medaglia di bronzo visto che Blanca Fernandez Ochoa non ripete l’ottima prima manche scivolando al sesto posto, anticipata anche dalla tedesca Marina Kiehl, autrice di due discese estremamente regolari e redditizie.

Tocca alle due americane, prima la Armstrong, poi la Cooper, ed è fortissima la sensazione che se non dovessero commettere gravi errori, saranno loro due a giocarsi la medaglia d’oro. La prima a scendere è Debbie, e la sua sciata è tanto pulita quanto priva di rischi seppur efficace, infine tagliando il traguardo con il tempo globale di 2’20″98, quarantadue centesimi meglio della Pelen che scala seconda. Christin, l’eterna piazzata dei grandi appuntamenti, con tre medaglie iridate già nel cassetto e quattro vittorie in Coppa del Mondo, equamente distribuite tra combinata e slalom, ma sempre sconfitta in gigante, ha davanti alla punta dei suoi sci la grande occasione della carriera. E della sua vita agonistica. Ma ancora una volta, paga dazio, sbagliando grossolanamente alla quinta porta, il che vuol dire un ritardo sostanzioso all’intermedio impossibile da rimediare nella parte finale. La Cooper salva la medaglia d’argento, l’ennesima, per due soli centesimi, lasciandosi alle spalle la Pelen, ma Debbie Armstrong è irraggiungibile e con la freschezza giovanile di una 20enne spensierata va a cingersi il collo con la medaglia d’oro.

Ah già… dimenticavo, Michel Rudigoz perde, è vero, la scommessa, ma può consolarsi facendo i conti con le medaglie. Oro ed argento alle ragazze americane, exploit mai riuscito, almeno così dicono gli albi d’oro olimpici. Ed allora è proprio giunta l’ora, in casa Stati Uniti, di far festa. Fino a notte fonda.

LE CINQUE VITTORIE IN DISCESA LIBERA DI DIDIER CUCHE SULLA STREIF DI KITZBUHEL

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Didier Cuche sulla Streif di Kitzbuhel nel 2012 – da sport.sky.it

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di sci e discesa libera, inevitabilmente il pensiero di chiunque abbia messo almeno una volta ai piedi un paio di attrezzi non può che andare al luogo che più di ogni altro si ammanta di leggenda: la Streif, e non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, perché tutti, ma proprio tutti, sanno che quel pendio scende nella valle di Kitzbuhel.

E qui si fa la storia dello sci alpino. Perché a Kitzbuhel si cominciò a gareggiare già ai primordi della disciplina invernale per eccellenza, a far data 1931, seppur quella prima edizione del celebre trofeo dell’Hahnenkamm ebbe ospitalità a Fleckhalm, quando ad imporsi, ovviamente, fu un austrico, Ferdl Friedensbacher. Ci volle qualche altro anno ancora per adottare la Streif, ma quando su quel mitico tracciato nel 1937 vinse Thaddaus Schwabl, ecco che i draghi della velocità infine trovarono la loro culla preferita, aprendo la prima pagina di quell’albo d’oro che ancor oggi è il più ambito dai liberisti di tutto il pianeta.

Leggendo i nomi di chi ha saputo dominare la paura del vuoto nel saltare alla Mausefalle (“trappola per topi“), pennellare con perizia la doppia curva in contropendenza che immette alla Steilhang, far scorrere rapidi gli sci lungo la stradina del Brückenschuss, indirizzare gli attrezzi verso quella diagonale che catapulta nel ripidissimo rettilineo d’arrivo all’Hausbergkante, troviamo campionissimi quali Christian Pravda che fece tripletta tra il 1951 e il 1954, Toni Sailer che tra il 1956 e il 1957 si lasciò tutti alle spalle, i francesi Adrien Duvillard e Guy Perillat che nel 1960 e nel 1961 furono i primo a spezzare il predominio sulla Streif di austriaci e svizzeri, l’altro transalpino Jean-Claude Killy che nel 1967 battezzò la gara inserita nella prima edizione di Coppa del Mondo, l’immenso Karl Schranz che fu il primo nel 1972 a completare un poker di successi. E poi ancora lo sfortunato Roland Collombin, il “KaiserFranz Klammer che tra il 1975 e il 1977 firmò una magistrale tripletta consecutiva per poi eclissarsi e tornare sul gradino più alto del podio nel 1984, il tedesco Sepp Ferstl che scelse proprio Kitzbuhel per ottenere due delle sue tre vittorie in carriera, i canadesi Ken Read e Steve Podborski che legittimarono la fama dei “Crazy canucks“, e Kristian Ghedina, che nel 1998 issò per la prima volta il tricolore sul pennone più alto, tracciando quel solco nel quale, in tempi recenti, si sono inseriti Dominik Paris, con una tripletta prepotente, e Peter Fill.

Proprio il giorno prima la vittoria di Ghedina, 23 gennaio 1998, iscrive il suo nome all’albo d’oro della Streif uno svizzero di sicuro talento ma ancora acerbo, Dider Cuche, che a quel momento, in una carriera ad altissimo livello che deve ancora sbocciare visto che non ha ancora 24 anni, non ha ottenuto nessun piazzamento sul podio.

Nato nel minuscolo borgo di Le Paquier, nel distretto di Val de Ruz, il 16 agosto 1974, Cuche ha esordito in Coppa del Mondo nel dicembre del 1993, classificandosi 57esimo nella discesa libera di Bormio. E se i primi anni nel massimo circuito internazionale non sono proprio ricchi di soddisfazioni, anzi collezionando qualche infortunio di troppo, ecco che l’elvetico, per la stagione 1997/1998, inizia a figurare tra i più veloci, aprendo l’anno con il 15esimo posto a Beaver Creek. Il che certifica che il ragazzo ha doti interessanti, perché storicamente la “Birds of prey” è una delle piste più complicate del circuito di Coppa del Mondo. In effetti, nelle discese che seguono, Didier, che nel 1996 fu 22esimo al primo affaccio sulla Streif, non infiltra ancora la top-10, come invece riesce in supergigante risultando settimo sempre a Beaver Creek e nono e decimo nelle due prove di Schladming, nondimeno denunciando continuità di risultati con cinque piazzamenti tra i migliori quindici. Fin quando il programma non calendarizza, appunto il 23 gennaio 1998, una prima discesa a Kitzbuhel, da disputarsi con l’anomala formula delle due manches.

E qui Cuche, che è cresciuto nel culto di discesisti quali, appunto, Collombin, che vinse sulla Streif nel 1973 e nel 1974, Pirmin Zurbriggen, che nel 1985 fece doppietta in due giorni strozzando in gola l’urlo di gioia delle genti che quaggiù attendono l’evento per un anno intero, e Franz Heinzer, capace di fare altrettanto nel 1992 non prima aver già trionfato una prima volta nel 1991, piazza l’acuto che non ti aspetti. Il tracciato è accorciato per l’inclemenza del tempo, e se senza Mausefalle, Steilhang e Brückenschuss non è davvero la stessa cosa, che importa? Lo svizzero segna un tempo complessivo di 2’31″55, ovvero 14 centesimi meglio del francese Nicolas Burtin e 32 centesimi dell’altro transalpino Jean-Luc Cretier e in un colpo solo ottiene primo piazzamento nei dieci in discesa libera, primo podio in carriera e prima vittoria in assoluto. Exploit, come vedremo, non isolato ma che avrà decisamente un buon seguito.

Se il giorno dopo, infatti, Cuche chiude alle spalle di Ghedina, battuto a sua volta di 14 centesimi, ecco che Kitzbhuel 1998 è solo l’abbrivio di una carriera niente affatto male che per Didier arriverà a conclusione solo molti anni dopo, addirittura nel 2012 alle soglie dei 38 anni. E se in questo lasso di tempo il ragazzo diventa grande con il corollario di 21 vittorie parziali, la conquista della coppetta di discesa libera a quattro riprese, il che ne giustifica ampiamente l’introduzione nella ristretta cerchia dei velocisti più forti di sempre, un oro iridato in supergigante a Val d’Isere nel 2009, a cui aggiungere due secondi posti in discesa libera sempre a Val d’Isere 2009 e a Garmisch 2011, e un argento olimpico, sempre in supergigante, a Nagano nel 1998, ecco che proprio lungo la Streif, dove nacque il Didier Cuche campione, lo svizzero va a fissare il record senza precedenti di cinque vittorie in discesa libera.

Ad onor del vero Cuche deve attendere un bel po’ per tornare a domare la Streif. Esattamente dieci anni, nel mentre si presenta al cancelletto di partenza altre nove volte ottenendo solo un secondo posto nel 2003 quando termina alle spalle dell’americano Daron Rahlves per l’inezia di 5 centesimi. Ma lo svizzera acquisisce esperienza e temperamento ed affina la tecnica con il passare delle stagioni, aggiungendo alle innate capacità di scorrevolezza anche buonissima qualità nel disegnare le curve veloci. E il 19 gennaio 2008 è nuovamente pronto a far saltare il banco a Kitzbhuel.

Dall’anno prima, in effetti, lo svizzero è entrato in una nuova dimensione, conquistando appunto la sua prima coppa di specialità in discesa libera. E sulla Streif fa valere la legge del più forte, stavolta con la soddisfazione di farlo sul tracciato completo. Cuche si lancia dal cancelletto di partenza con il pettorale numero 29, ed ha nel mirino il tempo fissato dall’americano Bode Miller, 1’53″02, che capeggia la classifica provvisoria. E se dopo il salto della Mausefalle accusa un ritardo di 0″24 centesimi, ridotti a 0″07 alla Steilhang, ecco che sci veloci e coraggio lo elevano al rango di migliore dopo cinquanta secondi di gara, con ben 0″43 centesimi di vantaggio su Miller, che diventano 0″36 all’ingresso dell’Hausbergkante. La sfida tra i due campioni si risolve nell’ultimo tratto che catapulta sulla linea del traguardo, e se l’americano ha una punta di velocità leggermente più alta, allo svizzero non manca di certo il pelo sullo stomaco per conservare 0″27 centesimi che gli valgono la seconda vittoria in carriera sulla Streif. Ed il bello deve ancora venire.

Già, perché dopo il quarto posto del 2009, quando Didier viene preceduto non solo dagli “aquilotti” Michael Walchhofer e Klaus Kroell ma anche dal connazionale Didier Defago che fa sua la gara, dimostra nel triennio successivo, che poi è quello conclusivo della sua carriera, che mai l’aforisma “invecchiando si migliora” fu più azzeccato.

Si comincia il 23 gennaio 2010, in una stagione che regalerà all’elvetico la terza coppa di specialità. E la giornata, allietata da uno splendido sole, per Cuche, già vincitore 24 ore prime in supergigante, sta per diventare radiosa. Fasciato col suo bel pettorale rosso di miglior discesista del mondo, Didier esce dal cancelletto con il numero 20, stavolta all’inseguimento del tempo fatto segnare dal sorprendente sloveno Andrej Sporn, 1’54″02. Due centesimi dividono i due contendenti al passaggio alla Mausefalle, con Cuche che pennella le curve della Steilhang balzando al comando con un margine di 0″37 centesimi. Che si riducono a 0″17 centesimi dopo il tratto di puro scorrimento della Brückenschuss, salgono a 0″20 centesimi all’ingresso all’Hausbergkante, infine diventano 0″28 all’atto di tagliare il traguardo in prima posizione. E siamo a tre, ad eguagliare Zurbriggen ed Heinzer, che proprio due pivelli, in casa Svizzera, non sono davvero.

Il poker è servito l’anno dopo, il 22 gennaio 2011, quando ancora una volta Cuche si trova a duellare con Bode Miller. Ma se nel 2008 i due discesisti avevano dato vita ad una sfida serrata, risolta sul filo dei centesimi, stavolta Didier è decisamente una spanna, anzi due, sopra la concorrenza. Numero 18 alla partenza, lo svizzero è perfetto al salto della Mausefalle, seppur debba concedere 0″06 centesimi all’americano, va leggermente basso di linea alla Steilhang ma riduce il margine a 0″04 centesimi, fila come uno treno alla Brückenschuss, da dove esce con un vantaggio di 0″37 centesimi, per poi aumentare ancora la sua cadenza fino al 1″03 con cui entra all’Hausbergkante. La picchiata verso il traguardo equivale ad una sorta di passerella trionfale, ed infine con il tempo di 1’57″72, ovvero 0″98 centesimi meglio di Miller, va a prendersi la quarta vittoria sulla Streif. Come solo i due più grandi di sempre, Schranz e Klammer, prima di lui erano stati capaci di fare.

Ma Cuche è campione di razza, e seppur vada ormai per i 38 anni, il 21 gennaio 2012, sotto lo sguardo porprio di “Kaiser” Franz e di Arnold Schwarzenegger che non manca mai l’appuntamento con la discesa della Streif, ha in serbo la ciliegina sulla torta. Il che significa quinta vittoria in discesa libera a Kitzbuhel, per un record che attende di venir battuto, da chissà chi e chissà quando. E Didier lo fa con in bacheca la quarta vittoria nella coppa di specialità, prendendosi l’enorme soddisfazione di battere, a casa sua, il Wunderteam austriaco. Ad onor del vero, per la cinquina, la sorte non è benevolissima con Cuche, che per uno dei tanti scherzi del maltempo, che a queste latitudini spesso fa i capricci, si vede costretto a scendere su un tracciato accorciato. Pazienza, quando lo svizzero, sotto una fitta nevicata e con una visibilità ridotta al minimo sindacale, entra in lizza, al comando c’è Joachim Puchner, pettorale numero 5, che col tempo di 1’13″64 precede di 0″04 centesimi il francese Johan Clarey. Didier col suo numero 19 è già in testa al primo rilevamento di 0″16 centesimi, incidendo poi un po’ troppo con le lamine e vedendosi scavalcare di 0″17 centesimi dall’asburgico al secondo intertempo. All’Hausberkante Cuche lima qualcosa tanto da trovarsi in ritardo di soli 0″07, per piazzare poi la sparata risolutiva che gli consente di piombare sul traguardo alla velocità di 125 km/h fermando il cronometro ad 1’13″28, ovvero 0″36 centesimi meglio di Puchner. Che termina addirittura quarto, complici le prove veloci di Klaus Kroell, pettorale numero 20, che infine sale sul terzo gradino del podio con un ritardo di 0″30 centesimi, a sua volta beffato anche dal connazionale Romed Baumann, pettorale numero 21, che viaggia velocissimo fino all’Hausbergkante dove si presenta con un margine massiccio di 0″25 centesimi per poi, per una leggera sbavatura sullo schuss finale, accusare al traguardo un ritardo di 0″24 centesimi.

L’Austria intera impreca, perché non solo esce con le ossa rotte dalla gara più amata, ma deve assorbire anche l’onta di applaudire Didier Cuche, campione di quella Svizzera da sempre nemica giurata, che si prende lo scettro di re di Kitzbuhel. In attesa che chi sia capace di far meglio sulla Streif si faccia vivo e venga a bussare alla porta dei grandi campioni del liberismo mondiale.

MICHELE JACOT, L’UNICA FRANCESE A CONQUISTARE LA SFERA DI CRISTALLO

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Michele Jacot in azione – da imago-images.de

articolo di Nicola Pucci

Che le ragazze francesi ci sappiano decisamente fare quando si tratta di portare gli sci a valle è assodato. Nel corso degli anni Sessanta, quando il circuito di Coppa del Mondo sta per vedere la luce, partorito dal genio organizzativo di Serge Lang, la Francia, infatti, illustra la classe delle sorelle Goitschel, Christine e Marielle, che si scambiano primo e secondo posto in slalom e gigante alle Olimpiadi di Innsbruck del 1964, con la più giovane, ed anche forse più forte, Marielle, che conserva in famiglia il titolo tra i pali stretti trionfando anche sulle nevi di casa di Grenoble nel 1968. In sede iridata le cose non vanno di certo molto peggio, a cominciare da Portillo nel 1966, dove, accanto alla stessa Marielle che vince la medaglia d’oro in discesa libera, in gigante e in combinata e sale sul secondo gradino del podio in slalom, emerge il talento di Annie Famose, che è seconda in discesa e combinata dietro all’illustre connazionale e la batte proprio tra i pali stretti. C’è poi Isabelle Mir, classe 1949, che ai Giochi fatti in casa è seconda nella prova veloce, coetanea di quella Florence Steurer che è medaglia di bronzo in gigante in Cile, nel mentre, proprio in Coppa del Mondo, si affacciano alla ribalta Françoise Macchi, vincitrice in gigante a Val d’Isere nel 1968, ed Ingrid Lafforgue, che perpetra l’ottima tradizione transalpina in slalom vincendo a Saint-Gervais les Bains ad inizio 1969.

Ce ne sarebbe già abbastanza per eleggere la Francia a nazione-guida dello sci alpino femminile, ma siccome “melius abundare quam deficere“, ecco che dal lotto spunta un’altra campionessa, tale Michele Jacot, classe 1952, che si affaccia giovanissima sul circuito internazionale e si toglierà la soddisfazione di essere la prima, e ad oggi, curiosamente, anche l’unica atleta a portare in dote al suo paese la sfera di cristallo.

Michele, altrettanto curiosamente, non è figlia delle Alpi, se è vero che nasce, appunto il 5 gennaio 1952, a Le Pont-de-Beauvoisin, piccolo borgo situato nel dipartimento dell’Isere. Ma le montagne non sono lontane, ed allora, visto che la ragazza denuncia doti non comuni di polivalenza mostrandosi abile, sui pendii del Monte Bianco, nel destreggiarsi tra i pali così come nel lanciarsi a capofitto in discesa, ecco che già per la stagione 1967/1968, la seconda della storia della Coppa del Mondo, viene inserita nella squadra nazionale francese, cogliendo un promettente ottavo posto in slalom, a Saint-Gervais les Bains. E se il buon giorno si vede dal mattino, poco più che 16enne, ecco che la Jacot sembra destinata ad andare a rinforzare quella squadra francese che da anni ormai fa la voce grossa in campo femminile.

Detto, fatto. Dopo quel primo exploit da top-ten, la Jacot è settima anche in discesa libera, sempre a Saint-Gervais les Bains, per poi, la stagione successiva, fare il salto di qualità avvicinando il podio a Grindelwald, dove è quarta in discesa subito alle spalle della connazionale Mir. Quel quarto posto è solo il preludio a quel che di bello avverrà poi, perché Michele, dopo altri quattro piazzamenti di rilievo, il 9 febbraio 1969, a Vipiteno, va a prendersi in slalom gigante la prima vittoria in carriera, battendo l’americano Marilyn Cochran e l’ennesima transalpina di prima fascia, Ingrid Lafforgue. Ne seguiranno altre nove, compresa quella di Mont Sainte-Anne qualche settimana dopo, a chiudere un’annata che vede la francese chiudere con un beneaugurante ottavo posto in classifica generale.

Ma quel che regala notorietà e gloria, a Michele Jacot, è la stagione 1969/1970, che vede la francese gran protagonista alla rassegna iridata di Val Gardena, dove debutta con un ottavo posto in discesa libera, per proseguire poi con il bronzo in slalom alle spalle della stessa Lafforgue e dell’altra Cochran, Barbara Ann, infine completando le sue fatiche con il quarto posto in gigante, giù dal terzo gradino del podio, occupato dalla Macchi, per soli due centesimi, il che gli vale la vittoria nella speciale classifica di combinata.

Ma è la Coppa del Mondo l’obiettivo sul quale la Jacot punta il mirino, con la non celata ambizione di succedere nell’albo d’oro a Nancy Greene, che ha fatte sue le prime due edizioni, e la stessa Marilyn Cochran, detentrice della sfera di cristallo. E se la Macchi apre la corsa a tappe vincendo il gigante di Val d’Isere il 10 dicembre 1969, due giorni dopo la Jacot vince in slalom avviando quella sfida a due che avrà come premio finale, appunto, il successo nella classifica generale di Coppa del Mondo. In effetti la Jacot rivela una costanza di rendimento invidiabile, vincendo tra le porte larghe del gigante a Oberstaufen e Vancouver, giungendo seconda a Lienz, battuta da Jody Nagel, terza a Val d’Isere e quarta in Val Gardena, mettendosi in bacheca anche la coppetta di specialità a pari merito con la Macchi, trionfando in slalom a Val d’Isere e Grindelwald, e salendo tre volte sul terzo gradino del podio in discesa libera. Assomma 180 punti, che sono sufficienti a far sua la sfera di cristallo, capeggiando una graduatoria che parla transalpino, se è vero che le tengono compagnia, in seconda e terza posizione, Macchi e Steurer, con la Lafforgue quarta a testimoniare la dittatura imposta dalla Francia sullo sci alpino.

Poco più che maggiorenne, Michele sembra destinata a dare la sua impronta allo sci mondiale, ma all’orizzonte già si profila una candidata che le vieterà il bis. E’ fortissima in ogni disciplina, difende i colori del Wunderteam austriaco, il suo nome è Annemarie Moser-Proll. Che per la stagione 1970/1971, lei che ha un anno di meno della Jacot, si trova ad inseguire la francese, che colleziona quattro vittorie, le ultime della sua carriera (gigante e slalom ad Oberstaufen, discesa a Schruns ed ancora gigante a Sugarloaf), così come l’asburgica, che cala poi un tris consecutivo, e risolutivo, nelle ultime tre gare della stagione, tre giganti in quattro giorni all’Abetone e ad Are, che gli consentono di scavalcare la francese, relegarla al secondo posto e mettere le mani sulla sua prima sfera di cristallo.

Per la Jacot, già tanto vincente seppur giovanissima, è già l’ora, o quasi, di farsi da parte. Perché per gli anni a seguire la Proell lascia alle rivali pochi margini di gloria effimera, e Michele perde l’ispirazione dei giorni migliori. Regalandosi, è vero, qualche sprazzo dell’antica grandezza, come ad esempio nel gigante di Maribor del 7 gennaio 1972, quando, come ai vecchi tempi, giunge seconda alle spalle della Macchi anticipando la Proell, e come il 3 marzo 1972 quando coglie in slalom, a Heavenly Valley, battuta dalla Steurer, l’ultimo podio di una carriera ancora fresca.

La classe, ben lo sappiamo, non è acqua, ed allora la Jacot, ormai non più in grado di competere per i primi posti in Coppa del Mondo, complice anche un infortunio a Cervinia che aveva messo seriamente a rischio il proseguimento dell’attività facendole saltare interamente la stagione 1972/1973, dopo l’anonima partecipazione alle Olimpiadi di Sapporo del 1972 quando non va oltre un 15esimo posto in discesa libera, il 16esimo in gigante ed una prematura uscita in slalom, si riserva un ultimo guizzo. E lo fa in un appuntamento che conta, ovvero i Mondiali di St.Moritz del 1974 dove, dopo il 15esimo posto in discesa libera a 3″42 dalla Proell, pennella due manches da antologia in slalom, andando a prendersi la medaglia d’argento, battuta solo da Hanni Wenzel.

Quale modo migliore per mettere i sigilli ad una carriera che ammette Michele Jacot all’alveo delle grandi sciatrici? Perché da quegli anni Settanta la Francia ancora attende chi possa, come lei, portarsi a casa un coppa. Di cristallo, come di cristallo era il suo talento.