L’ORO OLIMPICO DEL “SETTEROSA” A CORONAMENTO DI UN DECENNIO DA SOGNO

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Il trionfo del “Setterosa” ai Giochi di Atene ’04 – da:oasport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra gli Sport di squadra, uno di quelli che ha sempre fornito maggiori soddisfazioni (e medaglie …) alla causa azzurra è senz’altro la Pallanuoto, il cui settore maschile – per il quale, non a caso è stato spesse coniato l’appellativo di “Settebello” – ha portato in dotazione, tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, 25 allori, di cui 9 ori, 6 argenti e 10 bronzi.

Detti successi hanno però ricoperto un arco di tempo di quasi un secolo, datando al 1920 la prima partecipazione olimpica dell’Italia nel Torneo di Pallanuoto, così come al 1927 risalgono i primi Campionati Europei – i Mondiali, come noto, sono stati inaugurati solo nel 1973 – ed, incredibilmente, sbiadiscono rispetto a quanto sono state capaci di fare in acqua le ragazze in un periodo ben più ristretto, vista l’introduzione del Torneo femminile solo nel 1989 a livello Continentale, nel ’94 nella Rassegna iridata ed inserito nel programma olimpico dall’edizione di fine millennio di Sydney 2000.

In detto lasso di tempo, le componenti del “Setterosa” (come è stato giustamente definito …) si sono portate a casa ben 15 medaglie, di cui ben 8 d’oro, 4 d’argento e solo 3 di bronzo, ma di detti allori la maggior parte degli stessi cade in quello che può, a giusta ragione, definirsi il “Decennio d’Oro” della Pallanuoto femminile azzurra e che vede come unico comune denominatore la presenza alla guida del tecnico Pierluigi Formiconi.

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Il Tecnico azzurro Pierluigi Formiconi – da:gettyimages.co.uk

Alla stessa stregua di un singolare parallelismo con la “Generazione di Fenomeni” della Pallavolo maschile, dove la svolta avviene nel 1989 con l’argentino Julio Velasco a ricoprire il ruolo di allenatore, anche il “Setterosa” infila una serie di trionfi più o meno paragonabili, ma riuscendo anche in quell’impresa risultata tabù per il sestetto del volley, vale a dire conquistare la “Gloria Olimpica”, viceversa negata a Bernardi & Co.

E, come nel caso della Pallavolo, è uno “zoccolo duro” formato dal portiere Francesca Conti e dalle giocatrici di movimento Carmela Allucci, Melania Grego, Giusi Malato e Martina Miceli a fare da asse portante di questa squadra che dal 1994, con il bronzo ai Mondiali di Roma, dove la Pallanuoto al femminile fa il proprio ingresso nella Rassegna iridata, sino ai Giochi di Atene ’04 diviene una sorta di “Invincibile Armata” in ogni angolo del Pianeta.

In analogia con quanto avvenuto per le imprese del Volley maschile, anche la formazione di Formiconi mette in fila un tris di successi continentali consecutivi, che porta le ragazze a trionfare nell’edizione di Vienna ’95 (7-5 in Finale all’Ungheria), cui seguono gli ori di Siviglia ’97, dove a soccombere per 7-6 nell’atto conclusivo sono le russe, e di Prato ’99, avendo la meglio solo ai tempi supplementari per 10-9 sulle sempre ostiche olandesi.

Nel frattempo, nella seconda edizione in cui la Pallanuoto femminile è di scena nella Rassegna iridata, l’Italia passa dal bronzo di Roma ’94 al gradino più alto del podio in occasione dei Mondiali di Perth ’98, attraverso un crescendo nel corso del Torneo che ha dell’incredibile.

Inserite, difatti, nel Gruppo B assieme ad Olanda, Ungheria e Grecia (le classiche rivali europee …), le azzurre incappano in altrettante sconfitte all’esordio – per 5-6, 10-11 e 4-10 rispettivamente – per poi superare facilmente Spagna (10-3) e Kazakistan (19-3) e poter così accedere alla fase ad eliminazione diretta da quarte nel Girone, dovendo così affrontare il Canada, primo nell’altro raggruppamento avendo messo in fila formazioni del calibro di Russia, Australia e Stati Uniti.

Ma ecco che viene fuori la caratteristica principale della compagine di Formiconi, vale a dire quella di saper dare il meglio di sé nelle occasioni decisive, e le ragazze forniscono una prova superba facendo loro l’incontro per 12-9 che vale l’accesso alla zona medaglie, dove vengono piegate, al termine di due sfide intense ed appassionanti, dapprima l’Australia in semifinale per 10-9 e le olandesi nella gara per il titolo iridato, conclusa sul 7-6 per le azzurre, che iniziano così ad essere definitivamente chiamata “Setterosa.

Oramai affermatasi nel Torneo iridato, la Pallanuoto femminile è pronta ad entrare nel programma olimpico, cosa che accade in occasione dei Giochi di Sydney 2000, dai quali, per un’assurda ripartizione geografica, la nostra Nazionale viene esclusa un po’ per colpa sua (sconfitta in semifinale dalla Russia nel Torneo Preolimpico di Palermo) e molto per avere il CIO privilegiato una formazione asiatica come il Kazakhstan (che le azzurre avevano travolto 16-4), senza tener conto del fatto che le nostre ragazze avevano vinto il titolo mondiale ed europeo nei due anni precedenti.

Con questa amarezza in corpo – un tentativo di chiedere l’estensione da 6 ad 8 delle squadre iscritte alla rassegna olimpica risulta vano – l’Italia scarica la delusione per l’ingiustizia subita ribadendo, nel quadriennio che porta alle Olimpiadi di Atene ’04, il proprio legittimo diritto a far parte dell’elite assoluta, a partire dai Campionati Europei di Budapest ’01.

Rinforzata la rosa con la presenza della brasiliana naturalizzata italiana Alexandra Araujo, della catanese Maddalena Musumeci, della milanese Emanuela Zanchi e, soprattutto, della fortissima centroboa Tania Di Mario – una capace di partecipare a quattro edizioni dei Giochi sino a Rio de Janeiro ’16 all’età di 37 anni – l’Italia vede interrompersi la striscia vincente di successi a livello continentale venendo sconfitta in Finale 8-10 dalle padroni di casa ungheresi, per poi rifarsi con gli interessi un mese dopo, in occasione dei Mondiali di Fukuoka ’01.

Con un titolo iridato da difendere, le ragazze di Formiconi partono, al solito, con il freno a mano tirato nel Girone eliminatorio (pareggio 8-8 contro gli Usa e brutta sconfitta per 6-13 contro le russe) che le colloca al terzo posto e conseguente abbinamento nei Quarti di finale proprio contro le Campionesse olimpiche dell’Australia, ed il 4-1 loro riservato è la chiara dimostrazione di quanto quell’oro fosse stato in un certo senso usurpato.

Nuovamente opposte alle americane in semifinale, le azzurre vanno nuovamente a segno 8 volte, ma limitando l’attacco avversario si impongono per 8-6 per poi cogliere la più dolce delle rivincite sfidando nuovamente l’Ungheria in Finale, rifilando alle sconcertate magiare un 7-3 che la dice lunga sulla superiorità in acqua delle nostre rappresentanti.

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Le azzurre festeggiano il titolo iridato a Fukuoka ’01 – da:gazzetta.it

Podi che si invertono due anni dopo, allorché l’Italia torna ai vertici continentali affrontando per la terza volta consecutiva, nella Finale dei Campionati Europei di Lubiana ’03, l’Ungheria, giunta anch’essa all’atto conclusivo con sole vittorie a proprio favore, sfida equilibrata che le azzurre si aggiudicano per 6-5, prima di trasferirsi a Barcellona per l’edizione ’03 della Rassegna iridata.

Inserite nello stesso Girone eliminatorio dell’Ungheria, questa volta le azzurre cedono per 10-11 venendo costrette al playoff per accedere ai Quarti che le vede disporre per 8-5 della Grecia, prima di disputare una titanica sfida con le olandesi, conclusa sull’8 pari anche dopo i tempi supplementari e conseguente decisione ai tiri di rigore che favorisce le nostre rappresentanti per 5-3.

Scampato il pericolo, l’Italia ha vita facile in semifinale (5-2) sul Canada che aveva sorprendentemente eliminato la Russia nel turno precedente, per andare a disputare la sua terza Finale iridata consecutiva, avversarie questa volta le americane le quali “restituisconoalle azzurre pari pari l’8-6 dalle stesse subito due anni prima in Giappone, facendo così svanire per le nostre ragazze il sogno di imitare l’oro olimpico conquistato dai maschi nella “Piscines Bernat Picornell” del Capoluogo catalano nell’epica sfida contro la Spagna padrona di casa ai Giochi di Barcellona ’92 …

Comunque, con un oro ed un argento iridato, ed identici piazzamenti ai Campionati europei nel quadriennio post olimpico, non si può certo pensare che l’Italia non facesse parte del ristretto lotto delle favorite al Torneo Olimpico dell’edizione di Atene ’04, tra l’altro molto più ridotto rispetto al Mondiale, con sole 8 squadre partecipanti rispetto alle 16 della Rassegna iridata.

Ciò però sta anche a significare che vi è un ridotto margine di errore – ricorderete l’avvio incerto dell’Italia in occasione dei due successi iridati – e le azzurre, inserite nel Gruppo A assieme all’Australia Campione in carica, alla Grecia padrona di casa ed all’onnipresente Kazakhstan, si fanno sorprendere all’esordio proprio dalle australiane, le quali concludono sul 3-1 a proprio favore il primo periodo, uno svantaggio che l’Italia non riesce a colmare (anche per merito del portiere avversario Emma Knox, capace di neutralizzare 9 delle 14 conclusioni delle nostre ragazze), soccombendo per 5-6.

Con la Grecia ad aver fatto il proprio dovere superando 8-6 il Kazakhstan, l’Italia, scesa in acqua il pomeriggio del 18 agosto ’04 dopo che, al mattino, l’Australia aveva passeggiato contro le euroasiatiche sconfitte 9-4, si trova già ad un bivio nella sfida, sempre pericolosa, contro le padrone di casa, esame viceversa superato alla grande in virtù di un 7-2 che non ammette repliche e dove a far la parte delle protagoniste sono Di Mario e Miceli, con una tripletta a testa, assieme ad una straordinaria Conti che si oppone a ben 10 delle 12 conclusioni a rete delle elleniche.

Quanto importante sia, in Tornei di tale livello, mantenere alta la concentrazione, lo dimostra il terzo incontro del Girone contro le kazache, che l’Italia conduce tranquillamente per 5-1 a metà gara per poi subire un imbarazzante “black out” nel terzo periodo che consente un pericoloso riavvicinamento sino al 6-5, prima che Formiconi strigli a dovere le proprie ragazze che concludono sull’8-6 con un certo affanno, dovendo sempre ringraziare Di Mario, che mette la propria firma su metà delle reti azzurre.

Con Australia e Stati Uniti (vincitrice del Gruppo B) già qualificate per le semifinali, all’Italia per accedere a detto stadio della Manifestazione si frappone il “classicoostacolo dell’Ungheria, che si rivela inaspettatamente più semplice del previsto, con le azzurre sempre avanti nel punteggio sino all’8-5 conclusivo con Di Mario ancora protagonista con 3 reti e Formiconi ad operare una maggior rotazione tra le ragazze, con le sole Miceli, Di Mario e Zanchi (oltre ovviamente al portiere Conti …) ad accumulare un minutaggio superiore ai 20 minuti.

Il sorprendente esito dell’altra sfida, con la Grecia ad eliminare la Russia con un 7-4 che era 7-2 ad inizio dell’ultimo periodo, fa sì che gli accoppiamenti per le semifinali vedano l’Italia doversi confrontare nuovamente con gli Stati Uniti, mentre per le padrone di casa vi è l’ostacolo costituito dalle Campionesse in carica dell’Australia, contro cui, nell’ultima gara del Girone eliminatorio, avevano pareggiato per 7-7.

Le prime a scendere in acqua sono italiane ed americane, alle ore 17:00 del 24 agosto ’04 e l’esito è da romanzo giallo, con le azzurre bloccate dalla difesa “a stelle e strisce” e le rappresentanti dello Zio Sam che sembrano avviate a replicare il successo nella Finale iridata di Barcellona dell’estate precedente, portandosi a condurre per 4-2 alla fine del terzo periodo.

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Giusy Malato al tiro nella semifinale contro gli Usa – da:gettyimages.it

Con soli 7’ a disposizione per sperare di rovesciare l’esito dell’incontro, le allieve di Formiconi confermano una volta di più la loro forza temperamentale nel non volersi mai arrendere e, trascinate dalla Di Mario autrice di una doppietta, riescono a ribaltare le sorti della sfida con un parziale di 4-1 per il 6-5 conclusivo sul quale mettono la loro firma anche Araujo, Zanchi, Malato e Ragusa con una rete a testa.

Scampato il pericolo, scendono in acqua Australia e Grecia, con queste ultime ad infliggere una vera e propria lezione alle Campionesse olimpiche uscenti, colpite a freddo da un 1-4 nel primo periodo che poi diviene 1-5 a metà gara, così consentendo alle padrone di casa di gestire il resto dell’incontro sino al 6-2 che schiude loro le porte della prima (e sinora unica …) Finale olimpica della propria Storia …

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Una fase della semifinale tra Grecia ed Australia – da:gettyimages.it

Sfida per l’oro che va in scena due giorni dopo, alle ore 18:15 del 26 agosto ’04 dopo che, per dovere di cronaca, gli Stati Uniti si sono aggiudicati per 6-5 il “Derby del Pacifico” contro l’Australia che vale loro la medaglia di bronzo, una Finale che a molti fa tornare alla mente l’inebriante sfida tra Italia e Spagna in campo maschile ai Giochi di Barcellona ’92, conclusa a favore del “Settebello” a conclusione di una interminabile serie di tempi supplementari.

Non solo la temperatura agostana al di fuori dell’impianto è simile a quella dell’estate catalana, ma lo è molto di più quanto si verifica sugli spalti, interamente coperti di bandiere bicolori, il bianco ed il blu simboleggiante i colori nazionali ellenici, con circa 10mila spettatori ad inscenare un tifo infernale con tanti di tamburi e petardi ed un grido all’unisono: “Hellas, Hellas …!!”.

Non possono certo mancare all’evento – così come accadde nel ’92 con re Juan Carlos di Spagnoli – i plenipotenziari del Governo greco, con il Premier Costa Karamanlis in testa, che già pregustano il trionfo delle loro rappresentanti, pur se, sulla carta, sono le azzurre a farsi preferire, non solo in virtù del netto successo nel Girone eliminatorio, ma per un curriculum nettamente superiore nel corso degli anni, che il solo effetto ambientale appare difficile possa modificare.

Tutte considerazioni che lasciano comunque il tempo che trovano allorché giunge il momento di calarsi in acqua per conquistare il primo pallone, agli ordini dei due arbitri, lo sloveno Boris Margeta e l’ungherese Gabor Kiszelly, e le padrone di casa sfoggiano la peraltro prevista aggressività, in più condita da una straordinaria efficacia al tiro delle due fromboliere Kyriaki Liosi (autrice di 5 reti su 10 tentativi) ed Evangelia Moraitidou, che dal canto suo trasforma in reti ben 3 dei suoi quattro tiri verso la porta di una Francesca Conti meno brillante del solito.

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Moraitidou e Malato lottano in Finale – da:gettyimages.it

Formiconi, che schiera inizialmente Conti in porta e Miceli, Allucci, Zanchi, Di Mario, Ragusa e Malato, si affida ben presto alla 31enne bresciana Melania Grego, sinora poco impiegata a causa di un infortunio alla spalla e che si rivela al contrario il classico “jolly vincente” della Finale.

Con una Di Mario per una volta al di sotto del proprio standard abituale, anche per la ferrea marcatura cui è sottoposta ed in parte “tollerata” dalla coppia arbitrale, l’Italia si trova sempre ad inseguire, 2-3 al termine del primo periodo e 5-6 a metà gara, per poi impattare nel terzo periodo e quindi concludere sul 7-7 che manda la sfida ai tempi supplementari, come a Barcellona 12 anni prima per i maschi.

Ancora 3’ di speranza per le azzurre e di illusione per le padrone di casa che scappano via sul 9-7 tra il tripudio di un popolo festante che già pregusta il trionfo prima che, facendo ricorso al loro smisurato orgoglio, le azzurre riescano a riequilibrare la situazione con il punto dell’8-9 siglato dalla Grego per poi essere Di Mario ad uscire dal torpore con la “zampata” che rinvia la decisione al secondo supplementare

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La delusione sulla panchina greca per l’oro sfumato – da:gettyimages.it 

L’essersi visto sfumare sotto gli occhi una medaglia d’oro che già sentivano al collo incide come un macigno sul morale delle greche, cosa di cui, con sapiente esperienza, approfitta Di Mario per servire a Grego (autrice di 3 reti al pari di Miceli che aveva tenuto in piedi la baracca durante i tempi regolamentari …) la palla del 10-9 definitivo, per poi controllare nei minuti finali il tentativo di rimonta di una Grecia oramai sfiduciata, con l’immagine simbolo della Finale costituita dal Capitano Giusy Malato che alza, alla sirena, il pallone da mostrare a tutti per testimoniare il trionfo azzurro …

All’artefice di questo decennio “mostruoso”, vale a dire il tecnico Formiconi – che con l’oro di Atene conclude il suo rapporto con la Nazionale femminile – il compito di commentare il successo olimpico, dapprima “togliendosi il classico sassolino dalla scarpa” dichiarando come: “a Sydney siamo state esclusi dai regolamenti, questa è la giusta vendetta sportiva”, e quindi mandare un affettuoso messaggio alle proprie ragazze, le quali: “per arrivare a questo trionfo hanno rinunciato a fare figli, sacrificato la propria vita, passato ore in piscina ad allenarsi ed ora, grazie al premio messo a disposizione dal CONI, almeno in parte saranno ricompensate” …

Parole corrette e concrete, quelle di Formiconi, a completamento di un ciclo di vittorie strepitoso, cosa che neppure la “Generazione di Fenomeni” del Volley maschile era riuscita a raggiungere, con il più il vanto di essere la prima formazione a conquistare una medaglia d’oro olimpica negli Sport di squadra al femminile, e, come si dice in questi casi, “scusate se è poco ….”

 

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ALPHONSO FORD, IL BOMBER DELL’EUROLEGA SCONFITTO DALLA LEUCEMIA

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Alphonso Ford con la maglia della Scavolini – da basketstories.net

articolo di Nicola Pucci

Il 31 ottobre avrebbe compiuto 47 anni, ma il percorso terreno di Alphonso Ford si è tragicamente e precocemente interrotto il 4 settembre 2004, complice una terribile malattia che non lo ha risparmiato e non ha avuto pietà per il suo status di campione.

Già, perchè Ford un campione lo è stato davvero, seppur non nel suo paese d’origine, lui che era nato a Greenwood, nello Stato del Mississippi, il 30 ottobre 1971. In effetti Alphonso, che prende dimestichezza con la palla a spicchi all’Amanda Hezy High School di Greenwood, nel 1989 entra al Mississippi Valley State College e qui gioca per quattro anni, assommando eccellenti numeri nel campionato NCAA, come ad esempio 29 punti, 5.4 rimbalzi e 3 assist di media nelle 109 gare disputate. Insomma, un fior d’attaccante, con un magnifico tiro in sospensione, che al Draft del 1993 viene scelto al secondo giro con il numero 32 dai Filadelfia 76ers.

Ma a Ford difettano quelle doti fisiche che permettono ad un giocatore di eccellere nel pianeta NBA, e in due stagioni di militanza nella Lega vede il campo solo ad 11 riprese, distribuendo le sue entrare sul terreno di gioco con i Seattle Supersonics (6 gare nella stagione 1993/1994 a 2.7 punti di media) e con gli stessi Sixers (5 gare nella stagione 1994/1995 portando la sua media punti a 3.8 a partita) che lo avevano assoldato, in entrambi i casi, con contratti a termine di 10 giorni.

Nell’impossibilità di mostrare in suo talento sul palcoscenico più prestigioso, e dopo esser passato per la CBA (Continental Basketball Association) dove in due anni si merita sia il titolo di Rookie of the year che la convocazione all’All Star Game, Ford prende cappello e si trasferisce in Europa, dove per l’annata 1995/1996 mette la sua mano calda di guardia tiratrice a disposizione della squadra spagnola dell’Huesca, di cui ripaga la fiducia mettendo a referto 24.9 punti di media a partita, pur non riuscendone ad evitare la retrocessione.

Ma non è qui che Alphonso assurge agli onori della cronaca, bensì in Grecia, dove l’americano approda nell’estate del 1996 per vestire la casacca del Papagou, piccola società della periferia di Atene. Ed ancora una volta Ford conferma che il mestiere di bomber lo sa fare bene, imbucando 24.6 punti a partita che gli valgono il titolo di capocannoniere del campionato, ma è proprio nel corso dell’anno che il suo destino va a sbattere contro una malattia che non gli lascerà speranza. Gli viene infatti diagnosticata una leucemia, e la società lo mette alla porta.

Dopo un anno trascorso a combattere contro il male, Ford torna in campo con lo Sporting Atene che lo mette sotto contratto per la stagione 1998/1999. Ed è qui che Alphonso mette in mostra un coraggio non comune, sfidando la malattia giocando ai suoi livelli e contribuendo sostanzialmente al buon piazzamento della sua squadra, decima grazie ai 22.7 punti del ragazzo del Mississippi che per la seconda volta vince il titolo di miglior marcatore.

28enne, ed ormai diventato una stella di prima grandezza del basket greco, Ford è pronto al salto di qualità quando il Peristeri, per la due stagioni successive, decide di affidargli le sorti dell’attacco nel tentativo di dare l’assalto alle prime posizioni del campionato. In effetti la squadra, nel 1999/2000, conclude al quinto posto, con un terzo titolo di capocannoniere ancora con 22.7 punti di media, ma è l’occasione per Alphonso di scoprire l’Europa, con una prima partecipazione ad una competizione continentale, la Coppa Korac, che Ford chiude con 20.7 punti di media ed una prestazione superlativa contro i bosniaci del Brotnjo Citluk, sommersi con 37 punti, per poi venir estromesso agli ottavi di finale dall’Estudiantes Madrid.

Ma quel che conta, ora, è che il Peristeri con il quinto posto si è garantito l’accesso all’Eurolega, e per Ford sta per iniziare il periodo più fecondo della sua carriera cestistica. Nella stagione 2000/2001, l’americano debutta così nella principale rassegna europa, e non tarda ad illustrare le sue doti di implacabile realizzatore, iniziando la sua avventura con 35 punti proprio contro l’Estudiantes in un un girone che la squadra greca chiude in seconda posizione alle spalle della Fortitudo Bologna, garantendosi la qualificazione agli ottavi di finale. Qui il cammino del Peristeri si interrompe contro il Tau Ceramica di Luis Scola, Oberto e Stombergas (che arriverà fino all’ultimo atto, perdendo la decisiva gara-5 con la Kinder Bologna) ma Ford è autore di una prima gara sensazionale, 41 punti e 9 rimbalzi, che se non basta ad evitare la sconfitta della sua squadra, 81-79, almeno gli permette di consolidare la sua leadership nella classifica marcatori, infine fatta sua alla considerevole media di 26 punti di media con un eccellente 58.7% al tiro da due punti, precedendo Gregor Fucka che in maglia Fortitudo si ferma a 25.2. Ciliegina sulla torta, Ford viene pure inserito nel quintetto base dell’anno, assieme allo stesso Fucka, Louis Bullock che gioca a Verona, Derrick Hamilton e Dejan Tomasevic, così come viene eletto miglior giocatore del campionato greco in cui il Peristeri si ferma in semifinale, sconfitto in due partite dall’Olympiakos.

Fresco reduce da un exploit del genere, a Ford si spalancano le porte di una delle squadre più forti non solo di Grecia, ma di tutto il panorama europeo, proprio l’Olympiakos Atene, che punta a vincere in patria e in Eurolega. Ma se infine i risultati bocciano le ambizioni dei bianco-rossi del Pireo, che perdono la finale di campionato con l’Aek Atene, 2-3 con Ford assente nelle due ultime gare per via di un infortunio, ed in Europa non superano il girone di qualificazione alla final-four per un’inattesa sconfitta casalinga con l’Olimpia Lubiana, 85-89, vincendo solo la Coppa Nazionale in finale con il Maroussi quando mette a referto 24 punti, dopo aver eliminato in semifinale gli storici rivali del Panathinaikos (che si vendicano trionfando proprio in Eurolega), Alphonso ancora una volta trova soddisfazione sul piano personale, vincendo un quarto titolo dei marcatori, terzo consecutivo, in campionato a 21.6 punti di media, e bissando in Eurolega quando fatto l’anno precedente, con prestazioni di assoluto valore contro Unicaja Malaga (34 punti), Benetton Treviso (31 punti) e lo stesso Panathinaikos (33 punti) che gli valgono una media finale di 24.8 punti a partita, distribuita stavolta in 20 gare. Bodiroga gli termina alle spalle, distanziato nettamente, con 20.1 punti di media.

Ormai universalmente riconosciuto come il bomber più prolifico d’Europa, Ford opta per un’ulteriore scelta di vita, lasciando una Grecia che in ottica Olimpiadi 2004 si trova nella necessità di alleggerire i bilanci e ridurre gli ingaggi, per andare ad illustrare il suo talento in Italia. Trova pertanto casa prima al Monte Paschi Siena, che Ford trascina alla Final-Four di Eurolega nel 2002/2003 segnando 17.9 punti di media a partita e venendo inserito nel primo quintetto dell’anno pur fallendo la semifinale con Treviso, a cui segna solo 15 punti nel 62-65 che condanna i toscani all’eliminazione, e poi alla Scavolini Pesaro, dove i tifosi lo osannano con l’appellativo di “Fonzie“.

Ed è proprio qui, nella Marche, in una stagione che Ford chiude con 22.2 punti di media contribuendo al quarto posto in campionato, che vale l’accesso all’Eurolega, ed al raggiungimento della finale di Coppa Italia, perso con Treviso, che la leucemia presenta senza via d’uscita il suo conto ad Alphonso.

Cari amici, sono nella sfortunata posizione di dover annunciare che non sarò in grado di disputare la stagione 2004-2005 con la Scavolini. Purtroppo le mie condizioni di salute non mi consentono più, a questo punto, di competere come un atleta professionista. In questo momento sono veramente grato a tutti voi e a tutti gli allenatori, compagni di squadra, tifosi, arbitri e dirigenti che, nel corso di tutti questi anni, mi hanno dato l’opportunità di competere nello sport che ho amato di più. Per quanto riguarda il mio club, la Scavolini Pesaro, voglio di cuore ringraziare ogni persona dell’organizzazione, i miei compagni di squadra, i miei allenatori e i nostri grandi tifosi. Voglio che ognuno di voi continui ad avere fede. Siate forti e combattete duro. Il mio cuore sarà sempre con tutti voi. Con rispetto“. Con queste parole, il 26 agosto 2004, Alphonso Ford saluta e se ne va, campione sul campo e fuori. 10 giorni dopo, a Memphis, dove aveva cercato un ultimo disperato, tentativo di sconfiggere la morte, chiude gli occhi, per sempre.

Da quel giorno l’Eurolega lo onora con l’ “Alphonso Ford Top Scorer Trophy“, assegnato al bomber dell’anno. E sapete chi è stato il primo a vincerlo? Charles Smith, che sostituì Ford a Pesaro… quando si dice ironia della sorte. Che con Ford non è stata certo benevola. Grazie campione.

YASUHIRO YAMASHITA, DA BULLO DI STRADA AD ICONA DEL JUDO MONDIALE

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Yasuhiro Yamashita – da storiedisport.it

articolo di Giovanni Manenti

In Giappone il judo non è solo uno sport, quanto una vera e propria filosofia e stile di vita, la cui pratica impone il rispetto di rigide regole ferree che condizionano i relativi comportamenti.

La prova vivente di quanto testé affermato è data dalla carriera del più grande judoka che abbia mai calcato i vari tatami sparsi nelle palestre di ogni angolo del pianeta, uno, per intendersi, capace di restare imbattuto per 9 anni e qualcosa come 203 incontri, senza subire una sola sconfitta da un avversario al di fuori del Paese del Sol Levante.

Il protagonista della storia, straordinaria, che raccontiamo quest’oggi altri non è che Yasuhiro Yamashita, nato ad inizio gennaio 1957 a Kumamoto, città di oltre 700mila abitanti posta nella regione di Kiushu, nella parte meridionale del Giappone.

Il piccolo (di età, non certo di dimensioni…) Yasuhiro si avvicina al judo visitando la scuola di Fujitsubo dove si allenano i suoi amici delle elementari, ma non ne resta particolarmente impressionato, pur venendo a conoscenza come quest’arte marziale debba la propria creazione al Maestro Jigoro Kano, il che lo convince a prendere in prestito il libro “La vita di Jigoro Kano” dalla biblioteca scolastica.

La lettura del testo lo porta ad apprendere come Kano non sia stato solo un grande judoka, ma anche un valente studente e, successivamente, educatore, circostanze che lo convincono a dedicarsi a tale pratica, anche perché, sono parole sue, “la mia corporatura in età infantile era eccessiva e, quando venivo preso in giro dai miei compagni per la mia mole, reagivo litigando e prendendoli a pugni sino a farli piangere”.

La mia obesità ed il comportamento violento”, prosegue Yamashita, “preoccupavano mia madre, la quale decise, in accordo con mio nonno, ad iscrivermi nel “Dojo” (“Palestra di judo”) locale per cercare di migliorare sia l’aspetto fisico che quello caratteriale”.

All’apice della gloria, Yamashita non nasconde come il suo successo nello Sport come nella vita sia dipeso esclusivamente da quella decisione, allorché ammette che “ciò avveniva nella primavera del mio quarto anno di Scuola elementare e, se lo si guarda da un punto di vista retrospettivo, è stato il punto di svolta della mia vita, poiché da allora sono cresciuto solo attraverso il judo, disciplina a cui devo interamente quello che sono divenuto oggi”.

Gli inizi alla scuola di Fujitsubo non sono però dei più facili per il giovane Yasuhiro, accolto con un certo scetticismo dagli istruttori del “Dojo”, come testimonia il suo primo allenatore, il quale lo descrive alla stregua di “un ragazzino sorridente e rotondetto, si vedeva benissimo che non aveva affrontato particolari difficoltà nella sua pur giovane esistenza e, pertanto, ero portato a credere che sarebbe stato improbabile che avesse potuto perseverare a lungo con i duri allenamenti che il judo riserva ai propri praticanti”.

Dubbi legittimi, per carità, ma che lo stesso Yamashita fa presto a fugare, visto che già al tempo dell’iscrizione alle Scuole Superiori, la “Tokaidai Sagami High School” prima e la “Tokai University” successivamente, è già divenuto cintura nera e si sta avviando a divenire uno dei più forti esponenti al mondo della disciplina del judo.

Le scorie del passato giovanile non cessano ancora, però, di far parte del bagaglio quotidiano di Yamashita, il quale non disdegna di affrontare a muso duro i suoi coetanei per fare a botte con loro, atteggiamenti che mal si conciliano con la filosofia del judo – che, giova ricordarlo, significa letteralmente “via della gentilezza” – tant’è che la cosa, venuta alle orecchie dei suoi istruttori, fa sì che gli venisse imposto l’aut aut di essere escluso dalla pratica di tale sport qualora avesse continuato su questa strada.

Per fortuna (non dei suoi avversari, magari…), Yamashita, oramai in età sufficientemente matura, capisce l’antifona e modifica il proprio stile di vita, che da ora in poi sarà pressoché interamente dedicata allo studio ed agli allenamenti in palestra.

Parte importante della sua crescita sono stati gli insegnamenti ricevuti da due sapienti Maestri, quali Isao Inokuma, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo ’64 nella Categoria dei Pesi Massimi e Campione Mondiale nella Categoria Open alla successiva Rassegna Iridata di Rio de Janeiro ’65, e Nobuyuki Sato, a propria volta vincitore del titolo iridato nella Categoria dei Mediomassimi ai Mondiali di Salt Lake City ’67, ma è indubbio che – è proprio il caso di dire – “l’Allievo abbia superato il Maestro” visto che Yamashita viene già convocato, sia pure come riserva, per le Olimpiadi di Montreal ’76, dove ha l’opportunità di assistere alle esibizioni della leggenda Haruki Uemura, il quale si aggiudica l’oro nella Categoria Open, dopo aver fatto suo il titolo iridato l’anno prima ai Mondiali di Vienna ’75.

L’occasione fornitagli dalla Federazione giapponese di poter assaporare l’ambiente olimpico è la spinta decisiva che porta Yamashita ad emergere definitivamente, visto che già a fine dello stesso anno si laurea Campione ai Mondiali Juniores di Madrid ’76, superando nella Finale della Categoria dei Pesi Massimi il sovietico Vladimir Shkalov, dopo aver eliminato in semifinale il polacco Wojciech Reszko, suo futuro avversario in diverse occasioni.

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Yamashita in azione – da:insidethegames.biz

I tempi sono maturi per l’affermazione a livello assoluto, e a fine aprile ’78, non ancora 20enne, Yamashita si aggiudica il primo dei suoi 9 titoli nazionali nella Categoria Open, impresa mai riuscita in precedenza a tale età, per poi salire ai vertici in occasione dei Campionati Mondiali ’79 disputati a fine dicembre a Parigi, dove conquista il suo primo titolo iridato nella Categoria Open, superando l’ungherese Imre Varga ed il sovietico Alexey Tyurin, prima di avere ragione in Finale dell’idolo di casa, il francese Jean-Luc Rougé.

Oramai apprezzato in patria, in vista delle Olimpiadi di Mosca ’80 Yamashita deve assicurarsi il posto in squadra confermando il titolo ai Campionati Giapponesi, dove a fine aprile è chiamato a confrontarsi in Finale con Sumio Endo, bronzo ai Giochi di Montreal ’76 nei Massimi ed iridato ai Mondiali di Parigi ’79 nella Categoria Open.

Il confronto tra i due campioni mondiali – largamente pubblicizzato e reclamizzato dai media locali – ha però un’imprevista conclusione allorché Endo opera un “kani basami” (letteralmente “morso d’aragosta”), una tecnica pericolosa che determina la frattura del perone della gamba destra di Yamashita, impedendogli di proseguire l’incontro, che viene peraltro giudicato pari consentendo al campione in carica di mantenere il titolo dell’anno precedente, ma con la conseguenza che tale mossa viene vietata in seguito dai regolamenti internazionali.

Costretto, peraltro, a rinunciare alle Olimpiadi di Mosca a causa dell’adesione del Giappone al boicottaggio promosso dal Presidente Usa Jimmy Carter, Yamashita – oramai nel pieno della sua maturità fisica (misura m.1,80 per 127kg.) e soprattutto mentale – fornisce la migliore delle sue performances in occasione della rassegna iridata ’81 disputatasi ad inizio settembre a Maastricht, in Olanda.

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Yamashita Oro Massimi – da:gettyimages.it

Qui lo vediamo annientare, il 3 settembre, uno dietro l’altro, l’islandese Gislason, il finlandese Juha Salonen – che poi, grazie ai ripescaggi, ottiene la medaglia di bronzo –, l’indiscusso campione spagnolo Pedro Soler ed il sudcoreano Cho Yong-Chul (futuro Campione Mondiale nell’edizione di Seul ’85), prima di confermare il titolo dei Massimi conquistato due anni prima a Parigi superando in Finale l’ostico sovietico Grigory Verichev, uno per capirsi bronzo iridato nella medesima Categoria anche a Seul ’85 e Belgrado ’89, nonché Campione Mondiale nell’edizione di Essen ’87, non certo quindi l’ultimo arrivato.

Ma, per Yamashita, questo è solo l’antipasto, poiché tre giorni dopo concede il bis iscrivendosi anche alla categoria Open, dove stavolta, ad inchinarsi davanti a lui nel cammino verso la medaglia d’oro, sono, nell’ordine, il brasiliano Moura, il canadese Mark Berger (bronzo nei Massimi ai Giochi di Los Angeles ’84), il belga Robert Van de Walle – già argento nella Categoria dei Medio Massimi e che, grazie ai ripescaggi, conquista la medaglia di bronzo, dopo aver vinto l’oro nei Medio Massimi ai Giochi di Mosca ’80 – e l’americano Dewey Mitchell, per poi avere la meglio in Finale sulla sua “vecchia conoscenza”, vale a dire il polacco Wojciech, fresco del titolo europeo conquistato a maggio ’81 alla Rassegna Continentale di Debrecen.

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Yamashita con l’Oro Categoria Open ai Mondiali di Maastricht ’81 – da:gettyimages.it

Polacco che non è fortunato, imbattendosi per la terza volta con Yamashita anche negli ottavi di finale della Categoria dei Massimi due anni dopo, ad inizio ottobre ’83, in occasione dei Campionati Mondiali di Mosca, venendo sconfitto come, del resto, stessa sorte subiscono il sovietico, nonché Campione europeo in carica Khabil Biktashev ed il tedesco Henry Stoehr, futura medaglia d’argento nella medesima Categoria ai Giochi di Seul ’88, prima che a cercare di impedire al 26enne giapponese di conquistare il suo quarto titolo iridato provi l’olandese Willy Wilhelm, peraltro con scarsa fortuna.

Ma se la superiorità di Yamashita al di fuori dei confini nazionali è oramai universalmente acclarata, non è lecito pensare che nel Paese del Sol Levante non riesca ad emergere un judoka in grado di rendergli difficile la vita, e detta figura si materializza in Hitoshi Saito, di quasi quattro anni più giovane essendo nato il 2 gennaio ’61, contro il quale si deve confrontare nelle Finali dei Campionato giapponese 1983 ed ’84, peraltro avendo sempre la meglio.

Con i regolamenti internazionali che non consentono l’iscrizione di più di un atleta per Nazione nelle varie Categorie – al riguardo precisiamo come la Categoria Open sia così chiamata in quanto possono parteciparvi judoka indipendentemente dal loro peso – ed il poter contare su due fuoriclasse di tale calibro, visto che ai Mondiali di Mosca, nel mentre Yamashita otteneva l’oro tra i Massimi Saito faceva altrettanto nella Categoria Open, la Federazione nipponica, in vista delle Olimpiadi di Los Angeles ’84, decide di iscrivere il più giovane dei due tra i Massimi, riservando la Categoria Open al più affermato Campione.

Con stavolta i Paesi del blocco sovietico ad operare il cosiddetto “contro boicottaggio”, l’avversario più pericoloso è costituito dal francese Angelo Parisi – di chiari origini italiane, essendo oltretutto nato a Frosinone e che gareggia per i colori transalpini dopo aver difeso quelli della Gran Bretagna ai Giochi di Monaco ’72 –, atleta 31enne di larga esperienza internazionale e che, sfruttando l’assenza dei fuoriclasse giapponesi, quattro anni prima a Mosca era salito sul gradino più alto del podio tra i Pesi Massimi, venendo invece sconfitto in Finale dal tedesco orientale Dietmar Lorenz nella categoria Open.

Specialista francese che partecipa alla Rassegna olimpica tra i soli Pesi Massimi, dove ritrova Saito che già lo aveva eliminato l’anno prima negli Ottavi di Finale ai Mondiali di Mosca, ma stavolta, inseriti in due gruppi diversi, lo scontro avviene solo in Finale, dove l’esperto Parisi resiste per tutti e 7 i minuti dell’incontro, che vedono l’assegnazione dell’oro al suo avversario giapponese solo ai punti.

Ben più drammatico, se vogliamo, il percorso di Yamashita alla ricerca della Gloria olimpica nella Categoria Open, ampiamente documentato dal network Usa ABC, in quanto, dopo un facile successo per ippon dopo appena 20” sul senegalese Coly, durante il secondo incontro, opposto al tedesco occidentale Arthur Schnabel, il fuoriclasse giapponese si procura uno stiramento al muscolo del polpaccio destro, così da impedirgli di far leva sulla gamba nelle sue azioni.

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Yamashita batte Coly al 1. turno a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Sebbene la menomazione consenta comunque ad Yamashita di far suo l’incontro per ippon dopo 2’50”, ben più problematica si rivela la semifinale contro il francese Laurent del Colombo, il quale prende un vantaggio dopo 30” solo per vedersi sconfitto in virtù di due waza-ari (vale a dire, due immobilizzazioni per un tempo tra i 15” ed i 19”) che pongono fine alla sofferenza del giapponese dopo 2’12” dall’inizio della sfida.

Visibilmente impossibilitato a dare il meglio di sé nella Finale contro l’egiziano Mohammed Alì Rashwan, quest’ultimo rende omaggio alla grandezza del suo avversario con una prova di enorme signorilità evitando di mirare sulla gamba destra di Yamashita – un atteggiamento che viene riconosciuto dalla Commissione Internazionale con l’assegnazione del “Premio Fair Play” – così che il giapponese può sfruttare al meglio la sua indiscussa maggiore tecnica ed esperienza e conquistare la tanto agognata medaglia d’oro grazie ad un ippon dopo solo 1’05” dall’inizio dell’incontro.

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Il podio della Categoria Open ai Giochi di Los Angeles’84 – da:gettyimages.co.jp

Con il fisico provato dai numerosi infortuni subiti ed ottenuto, grazie al successo olimpico, il sesto Dan nella gradazione di valore assoluto, Yamashita decide, a dispetto dei soli 28 anni di età, di porre fine alla propria carriera, dando l’addio all’attività agonistica davanti al proprio pubblico, confermandosi per la nona volta consecutiva Campione nazionale a fine aprile ’85 a Tokyo, sconfiggendo ancora una volta il suo amico/rivale Hitoshi Saito.

Chiaramente, il suo contributo alla disciplina che lo ha fatto divenire un’icona del judo non solo in patria, ma anche nel resto del panorama mondiale, non finisce qui, iniziando Yamashita l’esperienza di tecnico che lo porta – prima di essere nominato Direttore del settore tecnico della Federazione Internazionale nel settembre ’03 – ad assumere la carica di Commissario Tecnico della Nazionale giapponese ai Giochi di Sydney 2000 dove, nella Finale dei Massimi tra Shinohara ed il francese David Douillet, dimostra di non aver perso lo spirito aggressivo della gioventù, contestando aspramente una controversa decisione che determina la vittoria dell’atleta transalpino.

Un piccolo retaggio che gli si può perdonare, e del quale lui stesso è peraltro il primo a fare ammenda, affermando come “il judo non allena solo il corpo di una persona, ma anche il cuore ed i sentimenti, e colui che si ritiene veramente forte non mostra mai quel tipo di comportamento!!!

Davvero, il bullo di strada è divenuto un esempio da seguire, potenza e miracolo dell’arte marziale…

 

KAREN HOFF, A LONDRA 1948 IL PRIMO KAYAK D’ORO DI UNA DONNA OLIMPICA

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Karen Hoff – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se l’edizione di Berlino del 1936 segna l’esordio nell’arengo a cinque cerchi della canoa/kayak, seppur solo per le competizioni maschili, dodici anni dopo, a Londra 1948, tocca alle ragazze poter dar saggio delle loro doti, ammesse infine a partecipare.

Le acque del Tamigi, ad Henley, dove addirittura dal 1839 va in scena la regata più prestigiosa al mondo, appunto la Henley Royal Regatta che ha celebrato nel tempo il mito dei campioni più grandi, accolgono stavolta le prove olimpiche l’11 e il 12 agosto, e se sarà per lo svedese Gert Fredriksson l’occasione per vincere i primi due ori di una collezione che si protrarrà fino a Roma 1960 per un totale di ben otto medaglie, tocca ad una ragazza danese, Karen Hoff, apporre la sua firma alla prima gara femminile di kayak ai Giochi, confortando così la sua Federazione che tanto aveva fatto pressione sul Comitato Olimpico Internazionale perchè a Londra potessero gareggiare anche le donne.

La Hoff nasce a Vorup il 29 maggio 1921, ed è al kayakclub Gudenå di Randers, ad un tiro di schioppo da casa, che apprende a pagaiare fin dall’età di 13 anni, coltivando la sua passione per il kayak a dispetto della mancanza di attività internazionale imposta dal secondo conflitto bellico. Karen ci sa indubbiamente fare, e quando le ostilità, infine, arrivano a termine, entra a far parte della Nazionale danese, partecipando ai primi campionati del mondo del dopoguerra, proprio a Londra nel 1948, seconda edizione dopo quella svedese di Vaxholm del 1938, che, a differenza delle Olimpiadi di Berlino di due anni prima, aveva visto scendere in acqua anche imbarcazioni condotte da donne.

In Inghilterra la Hoff gareggia nel K-2 500 metri, unica gara femminile in calendario, associata alla connazionale Bodil Margaretha Thirstedt-Svendsen, più esperta di lei se è vero che è classe 1916 e a Vaxholm era già stata medaglia di bronzo sia nella prova singola del K-1 600 metri che in quella di coppia del K-2 600 metri, stavolta assieme a Ruth Lange. E la coppia Hoff-Svendsen, che sposa perfettamente l’acume tattico di Bodil con l’esuberanza giovanile di Karin, non lascia chances alle avversarie, cogliendo il successo davanti alle cecoslovacche Kohoutova/Kostalova e alle austriache Schwingl/Liebhart.

Qualche mese più tardi, sull’onda lunga dei ripetuti successi in patria che vedranno la Hoff, una volta appesa la pagaia al chiodo, mettere in bacheca ben sette titoli nazionali, la ragazza danese viene selezionata per difendere i colori della Danimarca alle Olimpiadi di Londra, anche se il programma prevede la disputa della sola gara singola, il K-1 500 metri. Ed è a quella prova che Karin punta il mirino.

Al Royal Regatta di Henley, la mattina di giovedì 12 agosto, la Hoff si presenta in acqua con il suo kayak “limfjorden” (quello per capirsi progettato da Jorgen Samson e costruito dalla succursale danese della Struers) assieme ad altre 9 atlete, tra queste proprio Ruzena Kostalova e Friederike Schwingl, come la stessa Karin costrette a ripiegare sulla gara in solitaria. Sono da disputarsi due batterie, e se nella prima la Kostalova non ha problemi nell’imporsi con il tempo di 2’39″6 davanti alla finlandese Saimo, alla belga Van Marcke e alla francese Vautrin a loro volta ammesse alla finale a discapito della beniamina del pubblico inglese, Joyce Richards, desolatamente e nettamente ultima, nella seconda la Hoff avanza prepotentemente la sua candidatura alla medaglia d’oro sbaragliando la concorrenza, proposta dall’olandese Van der Anker, dalla stessa Schwingl e dall’ungherese Balfalvi, facendo pure segnare il miglior tempo, 2’32″2.

Nel pomeriggio le otto finaliste si presentano all’appello per l’atto risolutivo che non solo assegnerà il metallo più prezioso, ma destinerà all’immortalità chi per prima sarà capace di giungere al traguardo dopo 500 metri di strenua fatica. E la Hoff, forte dei favori del pronostico dopo l’esibizione in batteria, non fallisce il suo personale appuntamento con la gloria, facendo fin da subito gara di testa per andare infine a trionfare con il tempo di 2’31″9, ovvero tre decimi ancora meglio della sua prima esibizione. Alle spalle della danese, che appare subito inavvicinabile per le avversarie, si libra la battaglia per le due altre piazze sul podio che vedono in lizza le stesse protagoniste che già avevano pagaiato in batteria con la Hoff, ovvero Van der Anker e Schwingl, con l’olandese che infine sopravanza la rivale per il battito di ciglio di 0″01 decimo, con la Balfalvi costretta ad accontentarsi del quarto posto ad oltre un secondo e la Kostalova non meglio che quinta, ad altri cinque secondi di ritardo.

La Huff entra di diritto nella storia delle Olimpiadi e nell’enciclopedia aurea del kayak, e quindi pazienza se due anni dopo ai Mondiali di Copenaghen, davanti al pubblico amico, sarà solo seconda alle spalle della finlandese Sylvi Saimo (sesta a Londra) che le succederà nell’albo d’oro ai Giochi vincendo ad Helsinki nel 1952. E’ lei la prima donna ad esser salita sul gradino più alto del podio in una gara olimpica di kayak, e questo è un vanto che nessuno potrà mai negarle. Ah, dimenticavo: da quel lontano 12 agosto 1948 la Danimarca attende ancora che qualche campionessa del kayak sappia fare altrettanto, vincere l’oro…

 

 

 

WOLFGANG NORDWIG, IL TEDESCO EST “PULITO” E SENZA SCONFITTE

Wolfgang Nordwig
Wolfgang Nordwig nel 1968 – da:gettyimages.ae

Articolo di Giovanni Manenti

Se è pur vero che era impensabile che un Paese di poco più di 16milioni di abitanti come la ex Germania Est potesse giungere a conquistare 102 medaglie alle Olimpiadi di Seul ’88 senza “aiuti esterni” – il cosiddetto “Doping di Stato”, poi acclarato dai documenti emersi dopo il crollo del regime comunista – è altrettanto ovvio che dovessero esserci atleti in grado di emergere indipendentemente da tali pratiche illecite.

Tra di essi, due in particolare hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo, vale a dire il nuotatore Roland Matthes – eccellente dorsista, vincitore di 4 medaglie d’oro olimpiche, altrettante europee e 3 mondiali a cavallo degli anni ’70 – ed il saltatore con l’asta Wolfgang Nordwig, protagonista del nostro racconto odierno.

Nordwig, nato a Chemnitz, in Sassonia, il 27 agosto 1943, fa il suo debutto nel 1964, superando “quota 5 metri” il 24 settembre a Berlino con la misura di m.5,01 per poi divenire, nei successivi 8 anni, il più forte al mondo in detta specialità, rilevando in Patria il ruolo detenuto da Manfred Preussger, atleta capace di stabilire, tra il 1957 ed il ’64, ben 6 record europei da m.4,52 sino ai m.5,15 del 27 agosto ’64, così come di conquistare la medaglia d’argento ai Campionati Europei di Stoccolma ’58 e di classificarsi quarto alle Olimpiadi di Tokyo ’64.

Degno erede di Preussger, il quale abbandona l’attività dopo i Giochi giapponesi, Nordwig sale a m.5,05 a Potsdam l’11 agosto ’65, stagione che lo vede inaugurare la sua straordinaria collezione di vittorie affermandosi nella prima edizione della “Coppa Europa per Nazioni Bruno Zauli”, che si svolge a Stoccarda, superando il 12 settembre l’asticella posta a 5metri per garantirsi la vittoria a spese del connazionale occidentale Klaus Lehnertz e del sovietico Gennadiy Bliznetsov, entrambi fermi a m.4,80.

Wolfgang Nordwig
Nordwig salta m.5,05 l’11 agosto ’65 a Potsdam – da:wikimedia.org

Stagione post olimpica priva di grandi appuntamenti, così che la pur non eccelsa misura raggiunta dal 22enne sassone gli è sufficiente per concludere la stessa al secondo posto del Ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – Classifica che lo vedrà in uno dei primi tre posti in 7 dei suoi 8 anni al vertice, con la sola eccezione del 1967, chiuso in sesta posizione – per poi compiere il vero e proprio “salto di qualità” nel corso del 1966.

Dapprima, difatti, Nordwig cancella definitivamente il ricordo del citato connazionale Preussger togliendogli il record europeo con un salto di m.5,23 eseguito a Varsavia il 14 agosto e quindi conferma la propria superiorità a livello continentale facendo sua la medaglia d’oro ai Campionati Europei di Budapest, rassegna in cui gli è sufficiente valicare l’asticella alla quota di m.5,10 per avere ragione dei suoi rivali Christos Papanikolaou ed Hervé D’Encausse, che gli fanno compagnia sul podio con m.5,05 e m.5,00 rispettivamente, con l’azzurro Renato Dionisi quarto, fermo a m.4,80.

Nonostante questo incremento, Nordwig scende al terzo posto nel Ranking mondiale di fine anno solo perché i due saltatori americani Bob Seagren e John Pennel hanno fatto a gara a togliersi il primato mondiale, con il primo a stabilirlo il 14 maggio a Fresno con m.5,32 ed il secondo a migliorarlo due mesi dopo a Los Angeles salendo sino a m.5,34.

Specialisti d’oltre Oceano a parte, non vi è sul vecchio Continente chi possa impensierire Nordwig, sia in Patria – dove si aggiudica per 8 anni consecutivi, dal 1965 al ’72, il titolo nazionale all’aperto gareggiando per il Gruppo Sportivo del “SC Motor Jena”, nonché dal 1964 al ’66 e dal 1969 al ’72, altri 7 titoli indoor – che tantomeno fuori dai confini nazionali, come conferma il 17 settembre ’67 a Kiev, allorché fa sua la gara nella seconda edizione della “Coppa Europa per Nazioni” con la misura di m.5,10 relegando alle piazze d’onore ancora Bliznetsov e Lehnertz, ancorché a parti invertite rispetto a due anni prima.

Il fatto, però, che la sua miglior prestazione stagionale non vada oltre i m.5,15 saltati a Blankenburg il 9 luglio e che gli venga tolto il record europeo dapprima dal francese D’Encausse con m.5,28 il 9 settembre e quindi dal greco Papanikolaou che sale sino a m.5,30 il 17 ottobre in una preolimpica a Città del Messico, fa sì che Nordwig concluda l’anno al sesto posto della Classifica Mondiale, il che rappresenta uno sprone in vista dell’appuntamento principale della successiva stagione, vale a dire le Olimpiadi nella Capitale messicana.

Obiettivo al quale D’Encausse si presenta forte dell’aver riconquistato il primato continentale con la misura di m.5,37 superata il 5 giugno ’68 a Saint-Maur, non lontano dal record mondiale che, in una sfida tutta americana, Seagren ha portato a m.5,41 il 12 settembre in occasione dei Trials olimpici di Echo Summit.

Con il primato assoluto in odore di essere migliorato, le qualificazioni del 14 ottobre allo “Estadio Olimpico Universitario” di Città del Messico non creano soverchie preoccupazioni agli atleti, visto che dei 23 iscritti ben 15 superano la quota di m.4,90 fissata per accedere alla Finale, con la sola sorpresa dell’eliminazione del tedesco occidentale Lehnertz, il quale compie tre nulli alla quota di m.4,85.

Due giorni dopo, il 16 ottobre, va in scena l’atto conclusivo, per il quale i favori del pronostico sono ripartiti tra i due americani Seagren e Pennel ed il quartetto europeo formato dai già citati D’Encausse, Papanikolaou e Bliznetsov, oltre a Nordwig, ovviamente.

La più lunga e snervante gara dei Concorsi in Atletica Leggera, il Salto con l’Asta implica sia il dover dosare le forze nel selezionare le misure così come un sottile gioco psicologico nei confronti dei propri avversari, prova ne sia che, allorché l’asticella viene posta alla quota di m.5,30 ad essere ancora in gara sono rimasti in sette, ma di loro solo tre (D’Encausse alla prima prova, Papanikolaou ed il carneade tedesco occidentale Claus Schiprowski alla seconda) hanno superato quota m.5,25 mentre gli altri quattro (Seagren, Nordwig, Pennel e Bleznitsov) hanno “passato” la misura e si trovano ovviamente alle loro spalle con m.5,20 …

Un capitolo a parte merita proprio Schiprowski, il quale si presenta a Città del Messico forte del miglior risultato ottenuto agli Europei di Budapest, conclusi all’ottavo posto con m.4,70 e che, viceversa, vive nella Capitale messicana il suo “Giorno dei Giorni” ed è altresì protagonista di un’interpretazione regolamentare che gli costa molto cara, come vedremo, vale a dire l’essergli stato decretato nullo il primo tentativo alla riferita quota di m.5,25 in quanto, nonostante avesse valicato l’asticella, l’asta vi era passata sotto, cosa all’epoca vietata.

Chiusa detta parentesi, il francese D’Encausse pecca di eccesso di confidenza passando la misura e riservandosi per la successiva a m.5,35 (che viceversa gli risulta fatale così da chiudere in un amaro settimo posto …), mentre tutti gli altri – Seagren Schiprowki e Nordwig alla prima prova, Pennel, Paapanokolau e Bleznitsov alla seconda – avanzano alla successiva quota di m.5,35 che, oltre al francese, risulta fatale anche al sovietico, mentre solo Nordwig e Papanikolaou ottengono la misura al primo tentativo, al contrario di Schiprowski che supera l’asticella alla seconda prova e Pennel alla terza, con Seagren che rischia, e non poco, giocando il tutto per tutto sui m.5,40 ad un solo centimetro dal proprio primato mondiale.

Con il record olimpico di m.5,10 stabilito dall’americano Fred Hansen quattro anni prima a Tokyo abbondantemente migliorato, nessuno dei cinque atleti rimasti in gara supera la misura di m.5,40 al primo tentativo, cosa che invece riesce a Seagren ed all’incredibile Schiprowski al secondo ed a Nordwig al terzo, con Papanikolaou e Pennel ad abbandonare la competizione, chiudendo in quarta e quinta posizione rispettivamente.

Andare oltre la successiva misura di m.5,45 vorrebbe dire stabilire il nuovo primato mondiale, circostanza che si rivela insormontabile per tutti e tre i componenti il podio, che stabiliscono quindi a pari merito il relativo record olimpico – e che, per Schiprowski e Nordwig è anche primato europeo – ma il conteggio degli errori per l’assegnazione delle medaglie premia l’americano Seagren con l’Oro, suonando come beffa per Schiprowski, argento per la ricordata norma regolamentare, mentre Nordwig deve accontentarsi del bronzo.

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Il podio del Salto co l’Asta ai Giochi di Città del Messico ’68 – da:gettyimages.it

Sparito come era apparso Schiprowski dalla scena internazionale, il 1969 vede una nuova edizione dei Campionati Europei, in programma ad Atene a metà settembre e per Nordwig, che si presenta a tale Rassegna forte della sua miglior prestazione stagionale di m.5,35 realizzata il 3 luglio a Turku, è l’occasione per ribadire la propria superiorità a livello continentale, pur essendogli necessario superare l’asticella posta a m.5,30 per avere la meglio sull’astro nascente del Salto con l’Asta scandinavo, vale a dire il 21enne svedese Kjell Isaksson – decimo ai Giochi di Città del Messico ’68 con m.5,15 – che si piazza secondo con m.5,20 precedendo l’azzurro Aldo Righi che, con m.5,10, scalza dal podio il più quotato Papanikolaou.

Conclusa la stagione al terzo posto nel Ranking Mondiale alle spalle della coppia americana formata da Seagren e Pennel, con quest’ultimo, peraltro, ad essersi riappropriato del primato mondiale saltando m.5,44 a Sacramento il 21 giugno ’69, per Nordwig è alle porte il suo “biennio d’oro”, curiosamente aperto dalla sola “vera” sconfitta – a Città del Messico, ancorché bronzo, nessuno lo aveva superato quanto a misura – patita in una grande Manifestazione internazionale nei suoi 8 anni ai massimi vertici …

Il “clamoroso” evento si verifica in occasione dei Campionati Europei Indoor di Vienna ’70, in cui la misura di m.5,20 saltata gli vale solo il bronzo alle spalle del francese François Tracanelli e di Isaksson, oro ed argento con m.5,30 e 5,25 rispettivamente (e con Papanikolaou ancora una volta, mestamente, quarto …), una sconfitta che però il 27enne tedesco orientale riscatta ampiamente nel corso della stagione.

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Nordwig al primato di m.5,45 a Berlino – da:gettyimages.it

Per prima cosa, difatti, iscrive anche il suo nome nell’Albo d’oro dei primatisti mondiali, grazie ai m.5,45 superati il 17 giugno a Berlino, per poi compiere il proprio dovere di portare punti importanti alla Germania Est nella terza edizione della “Coppa Europa per Nazioni” facendo sua la gara dell’asta il 30 agosto a Stoccolma con la misura di m.5,35 precedendo l’azzurro Renato Dionisi che di ferma a m.5,20 e quindi, appena quattro giorni dopo, a Torino, in occasione della sesta edizione delle “Universiadiaver ragione di Papanikolaou, per sconfiggere il quale, che supera m.5,42, è “costretto” a migliorare di un centimetro il suo stesso primato mondiale, portandolo a m.5,46.

Ed anche se, in termini di record, l’ultima parola spetta proprio all’astista greco, che il 24 ottobre ’70 sale fino a m.5,49, la collezione di medaglie vale a Nordwig il primo posto nel Ranking Mondiale di fine anno, una posizione confermata anche l’anno successivo, stagione in cui, senza alcun miglioramento ai vertici della specialità, il fenomeno tedesco orientale mette in successione i titoli continentali sia Indoor – con la misura di m.5,40 per avere ragione di Isaksson (m.5,35) alla Rassegna di Sofia ’71 – che all’aperto, allorché ai Campionati Europei di Helsinki ’71 ottiene il suo terzo trionfo consecutivo (evento a tutt’oggi mai più eguagliato …) con il record dei Campionati di m.5,35 precedendo ancora Isaksson e l’azzurro Dionisi, che non vanno oltre m.5,30 con lo svedese argento per il minor numero di errori.

Con due record mondiali all’attivo, tre titoli europei consecutivi ed altri vittorie di prestigio, a Nordwig per concludere al meglio una straordinaria carriera manca solo la “Gloria Olimpica”, alloro che sarebbe di particolare prestigio visto che dalla nascita dei “Giochi dell’Era moderna”, a salire sul gradino più alto del podio sono sempre stati atleti americani.

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Nordwig ai Campionati Indoor ’72 dell’ex DDR – da:gettyimages.it

Nordwig inaugura la stagione olimpica che porta all’appuntamento di Monaco di Baviera confermando il titolo europeo indoor dell’anno precedente nell’edizione di Grenoble ’72 con la misura di m.5,40 con un altro svedese, Hans Lagerqvist a dargli filo da torcere tanto da soccombere, a parità di misura, solo per il maggior numero di errori commessi, ma intanto la specialità avanza a passi da gigante.

Accade, difatti, che potendo sfruttare un attrezzo prodotto con materiali più leggeri, sia gli astisti americani che Isaksson migliorino nettamente le rispettive prestazioni, con lo svedese addirittura a migliorare per due volte nell’arco di una settimana – l’8 ed il 15 aprile ’72 ad Austin e Los Angeles rispettivamente – il primato mondiale portandolo a m.5,51 e 5,54 prima di affrontare, il successivo 23 maggio, Seagren ad El Paso, con entrambi a valicare l’asticella con il nuovo record di m.5,59.

Americano che poi si appropria in solitario del primato ai Trials olimpici di Eugene con la misura di m.5,63 superata il 2 luglio, candidandosi così per il bis dell’oro olimpico di Città del Messico, solo per poi subire il bando da parte della IAAF al nuovo attrezzo e dover pertanto gareggiare, al pari degli altri, con la vecchia asta in occasione dei Giochi di Monaco ’72, circostanza che non incide, viceversa, sulle prestazioni di Nordwig, rimasto affezionato all’attrezzo sinora usato in precedenza.

La disabitudine a saltare con la vecchia asta costa carissima ad Isaksson che, nonostante il citato suo “Personal Best” di m.5,59, non riesce a centrare la Finale olimpica, fallendo tutti e tre i suoi tentativi alla misura di 5metri nelle qualifiche dell’1 settembre ’72, con anche Seagren e l’altro americano Jan Johnson ad aver bisogno della seconda prova per superare la quota di m.5,10 stabilita come limite di qualificazione.

Atto conclusivo del giorno dopo che vede cadere “teste eccellenti” sin dalle prime prove, a cominciare dal “solito” D’Encausse che, al pari del finlandese Kalliomaki e del 22enne polacco Tadeusz Slusarski (il quale avrà, peraltro, modo di rifarsi ampiamente in seguito …), falliscono i tentativi a loro disposizione addirittura alla quota di entrata in gara, per poi la quota di m.5,20 risultare fatale all’oramai 31enne Papanikolaou, così come all’altro polacco Buciarski ed allo svedese Jemberg.

Con l’asticella posta alla misura di m.5,30 tocca al terzo svedese Legerqvist, nonché a Tracanelli, al tedesco occidentale Ohl ed al canadese Bruce Simpson abbandonare la scena, così che restano in gara solo quattro atleti, ma con la differenza che sia l’altro rappresentante della Germania Ovest Reinhard Kuretzky (alla prima prova) che Nordwig (alla seconda) hanno superato tale quota, mentre i due americani Seagren e Johnson hanno “passato riservando i propri tentativi all’innalzamento dell’asticella.

Con l’incubo, per Nordwig, di ritrovarsi ancora tra i piedi un altro “semi sconosciuto” connazionale occidentale al pari di Schiprowski quattro anni prima, tale dubbio viene spazzato allorché Kuretzky (a quel momento in testa alla Classifica provvisoria …) fallisce tutte e tre le prove a sua disposizione a m.5,35 (misura che non supererà mai in carriera, vantando un “personale” di m.5,33 stabilito nel ’74), nel mentre sia il triplice Campione europeo che il primatista mondiale Seagren valicano l’asticella al primo tentativo e Johnson al secondo, così già delineando il podio conclusivo …

Resta solo da stabilire il metallo delle relative medaglie, con Seagren temporaneamente al comando in quanto con un percorso esente da errori, Classifica che si ribalta allorquando, dopo un primo tentativo andato a vuoto per tutti e tre i pretendenti all’oro, Nordwig fa sua la misura alla seconda prova, mentre l’americano riesce nell’intento solo alla terza e Johnson abbandona la competizione, più che soddisfatto del bronzo conquistato-

Con la leadership “a stelle e strisce” in sede olimpica a vacillare, lo scossone definitivo Nordwig lo assesta alla quota di m.5,45 superata al primo tentativo, impresa alla quale Seagren non è in grado di replicare, abdicando in favore del suo rivale che, non contento, tenta il proprio “Personal Best” chiedendo di porre l’asticella a m.5,50 per riuscire nell’intento valicando la stessa alla terza prova.

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Il salto di Nordwig a m.5,50 – da:gettyimages.it

Senza più oramai alcun obiettivo da raggiungere ed avendo altresì sia infranto l’egemonia a Cinque Cerchi americana nella specialità che ottenuto il proprio miglior risultato proprio nell’occasione più importante della carriera, Nordwig si ritira dall’attività agonistica – dopo essere stato eletto “Sportivo dell’anno 1972” nel proprio Paese, anche se la rivista “Track & Field News” non gli rende onore ponendolo al terzo posto nel Ranking di fine stagione per effetto dei primati mondiali realizzati da Seagren ed Isaksson – per divenire un personaggio importante in Germania Est grazie alla laurea conseguita in Fisica ed il successivo impiego presso l’azienda di prodotti ottici, meccanici ed elettronici “Carl Zeiss”, con sede ad Jena, dove raggiunge il ruolo di Direttore del settore ricerca e sviluppo-

Un eccellente atleta ed una gran bella persona, Wolfgang Nordwig, con il solo dispiacere, per noi amanti dello “Sport pulito”, che abbia rappresentato solo una sorta di “mosca bianca” in un ambiente devastato da pratiche illecite per una inspiegabile “ideologia di regime” che è costata la salute a tanti suoi connazionali, in speciale modo nel settore femminile …

 

MICHELA FIGINI, REGINA TRA LE GRANDI DI SVIZZERA DELLO SCI ANNI OTTANTA

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Michela Figini in azione in discesa libera – da rsi.ch

articolo di Nicola Pucci

Oggi pare solo un lontano e sbiadito ricordo (non me ne voglia la brava Lara Gut), ma c’è stato un tempo in cui la Svizzera al femminile ha dato un’impronta indelebile alla storia dello sci alpino. Senza dover andar troppo indietro con gli anni, infatti, basta fermarsi a sfogliare gli albi d’oro dei mai troppo rimpianti, almeno in casa elvetica, anni Ottanta, quando  Marie-Therese Nadig, Doris De Agostini, Erica Hess, Maria Walliser, Vreni Schneider e Michela Figini hanno dominato la scena del Circo Bianco, slalom, gigante, discesa, supergigante o combinata che fosse.

Appunto Michela Figini è la protagonista di una storia sportiva che si apre il giorno in cui la ragazza ticinese vede la luce, 7 aprile 1966 a Prato Leventina. A tre anni, infatti, è già sugli sci e non tarda certo a mettersi in luce nel panorama delle gare giovanili quando a nove anni entra a far parte dello Sci Club Airolo. Dotata di piede sensibile, particolarmente adatta alle discipline veloci ma pure abile quando c’è da pennellare tra le porte larghe del gigante, la Figini ha talento da vendere, e la cosa non può certo sfuggire all’occhio vigile della sua Federazione che appena 16enne la fa debuttare in Coppa del Mondo, non prima di esser passata attraverso le forche caudine del circuito di Coppa Europa.

La stagione 1982/1983, dunque, vede il debutto di una giovanissima Figini sul principale palcoscenico dello sci alpino, e se in combinata, a Schruns il 21 gennaio 1983, per la prima volta figura nella top-ten, è proprio in discesa libera, a Mont Tremblant il 5 marzo dello stesso anno, che sale per la prima volta sul podio, terza alle spalle della canadese Laurie Graham e della connazionale Maria Walliser con cui, negli anni a seguire, darà vita ad un’accesa rivalità, sia per i risultati in pista che per le piacevoli fattezze estetiche.

Sono gli anni in cui l’altra grande ticinese dello sci femminile, Doris De Agostini, sta per uscire di scena, e Michela è pronta a rilevarne il testimone nelle discipline veloci, seppur ai Mondiali juniores del Sestriere del 1983 la Figini confermi di saperci fare anche tra i pali, cogliendo due bronzi in gigante e combinata.

Ma la Coppa del Mondo è la vetrina che l’audace svizzera ha eletto come suo teatro di recita preferito, e già per la stagione 1983/1984 coglie la prima affermazione, ovviamente in discesa libera, a Megeve il 28 gennaio 1984 quando, non ancora 18enne, si lascia dietro le due austriache Elisabeth Kirchler e Sylvia Eder, bissando il giorno dopo in combinata per le prime due vittorie di una serie che a fine carriera ne conterà ben 26 (17 in discesa, 3 in supergigante, 2 in gigante, 4 in combinata).

E se in supergigante è stata seconda a Puy St.Vincent, battuta ancora dalla Graham, così come in gigante ha collezionato già numerosi piazzamenti tra le prime pur senza salire ancora sul podio (ci riuscirà il 17 marzo a Jasna, seconda dietro alla Hess), ecco che di colpo Michela diventa la stella che la svizzera illustra agli occhi del mondo per la kermesse olimpica di Sarajevo. Dove la Figini, in effetti, non tradisce le attese, tanto da dominare la concorrenza in discesa libera il 16 febbraio quando lungo il tracciato di “Jahorina” si tiene alle spalle di un soffio la Walliser, a 0″05 centesimi, con la cecoslovacca Olga Charvatova, a 0″17 centesimi, che regala al suo paese un’insperata medaglia di bronzo.

Gioco, partita, incontro, verrebbe da dire. Perché appena maggiorenne Michela già assurge al rango di fuoriclasse, status che la ticinese consolida l’anno dopo, 1984/1985, facendo sua non solo la classifica generale di Coppa del Mondo in virtù di otto vittorie conseguite nell’arco di due mesi (dal gigante di Maribor del 4 gennaio 1985 alla combinata di Arosa dell’8 marzo 1985) precedendo con 259 punti le altre svizzere Brigitte Oertli, Walliser ed Hess, ma pure confermandosi la discesista più forte al mondo vincendo il 3 febbraio 1985 la prova iridata sulla “Cividale” di Santa Caterina, stavolta battendo Ariane Ehrat, elvetica di seconda fascia, e Katharina Guthenson, austriaca con passaporto tedesco, con un margine abissale, ben 1″61, relegando la Walliser in sesta posizione con un passivo di 1″80 che squarcia non poco l’anima sensibile della bella Maria.

Che, seppur di tre anni più anziana della Figini, fatica qualche anno di più a trovare le giuste contromisure alla superiorità dell’avversaria, con cui condivide la specializzazione sciistica in discesa libera, slalom gigante, supergigante e combinata (a sua volta otterrà 25 vittorie in carriera, una in meno di Michela). Ma quando la Walliser, infine, trova l’ispirazione giusta, ecco che le due campionesse si danno il cambio nel dominare la scena di Coppa del Mondo, con Maria che vince la sfera di cristallo nel 1986 e nel 1987 e Michela che torna a far valere la legge della più forte nel 1988, per un quadriennio che le due ragazze marchiano a fuoco con l’impronta di una classe e di una grazia senza pari.

Nel frattempo il calendario propone i Mondiali casalinghi di Crans Montana del 1987, in cui le due svizzere librano un duello epocale con la Walliser che batte nettamente la Figini sia in discesa libera che in supergigante, aggiungendo un bronzo in gigante strappato proprio alla rivale per soli 0″26 centesimi, mentre alle Olimpiadi di Calgary del 1988 Michela, che a fine stagione conquisterà appunto la sua seconda sfera di cristallo con 244 punti ancora davanti alla Oertli ed ha l’enorme onore di esser portabandiera del suo paese nel corso della Cerimonia inaugurale dei Giochi, fa meglio di Maria ma l’exploit nello scontro diretto non le basta per cogliere l’oro in supergigante, battuta dall’austriaca Sigrid Wolf, così come in discesa libera non va oltre il nono posto nel giorno d’oro della tedesca Marina Kiehl.

Ce ne sarebbe abbastanza per poter ambire, appena 22enne, ad un futuro tanto brillante da poterle addirittura far pensare di avvicinare il record di vittorie in Coppa del Mondo all’epoca detenuto dal Annemarie Moser-Proell, ma dopo una stagione 1988/1989 segnata da ben sei trionfi parziali ed una quarta coppetta di specialità in discesa libera dopo quelle del 1985, 1987 e 1988, ed un successo in discesa libera nell’amata Santa Caterina Valfurva il 27 gennaio 1990 battendo non solo la tedesca Miriam Vogt ma anche quella Petra Kronberger che come lei sta per aprire un ciclo per poi farsi precocemente da parte, ecco che Michela, carismatica, estroversa ma pure anche tremendamente sincera, decide a soli 24 anni di mettere fine al suo percorso di atleta, in disaccordo con l’allenatore-capo della Nazionale svizzera Jan Tischhauser, secondo Michela non abbastanza preparato e a suo modo di vedere reo di inquinare l’atmosfera in seno alla squadra, appoggiato però dalla Federazione svizzera.

Michela Figini se ne va, curiosamente seguendo a ruota l’amica/rivale Maria Walliser, e lo fa portando con sè lo scettro di Regina. Certo, da spartire con le grandi di Svizzera di quegli irripetibili anni Ottanta, ma che importa? Nessuna corona ha cinto una sola testa…

KURT THOMAS, IL PRIMO GINNASTA USA VINCITORE DI UN TITOLO IRIDATO

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Kurt Thomas – da:usghof.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nonostante la Ginnastica sia – assieme ad Atletica Leggera, Nuoto e Scherma – una delle quattro discipline sempre presenti nel panorama olimpico sin dalla prima edizione dei “Giochi dell’Era Moderna” di Atene 1896, detto Sport non ha mai incontrato, per lunghissimo tempo, un grande seguito nel Stati Uniti.

Tale Paese, difatti, vede un suo esponente – se si esclude l’edizione di Saint Louis 1904, dove in pratica gareggiavano da soli – salire sul più alto gradino del podio solo a Parigi ’24, con Frank Kriz a primeggiare nel Volteggio, per poi tornare a fare incetta di medaglie nell’edizione di Los Angeles ’32, anch’essa peraltro penalizzata dalla scarsa presenza di avversari del Vecchio Continente.

Dal secondo dopoguerra in poi, a livello maschile, la Ginnastica diviene una specialità riservata pressoché esclusivamente ad atleti sovietici e giapponesi, con qualche rara intrusione di altri rappresentanti dell’Europa Orientale (lo jugoslavo Miroslav Cerar su tutti …), tant’è che fece molto scalpore l’impresa dell’azzurro Franco Menichelli (un occidentale …!!), capace di conquistare l’oro al Corpo Libero, l’argento agli Anelli ed il bronzo alle Parallele, nell’edizione di Tokyo ’64, proprio in casa dei “Maestri” giapponesi.

Ma Menichelli non è altro che la classica “eccezione che conferma la regola” e nel successivo decennio il dominio incontrastato di sovietici e nipponici prosegue, pur con questi ultimi ad avere la meglio tra fine anni ’60 ed inizio della decade successivo, ma di americani manco a parlarne, visto che ai Giochi di Monaco ’72 il Team Usa si piazza non meglio che decimo nel Concorso Generale a Squadre, mentre il miglior esponente nel Concorso Generale Individuale è un certo Steven Hug, appena 31esimo, senza ovviamente la men che minima possibilità di vedere un proprio ginnasta qualificato per le Finali ai singoli attrezzi.

Sicuramente migliore l’esibizione dei rappresentanti dello Zio Sam quattro anni dopo ai Giochi di Montreal ’76, allorché gli Stati Uniti si piazzano settimi nel Concorso Generale a Squadre con 556,100 punti, non distanti dalla quinta posizione appannaggio della Germania Ovest con 557,400 per poi vedere tre loro componenti entrare in Classifica nel Concorso Generale Individuale, con il migliore Wayne Young (tredicesimo), seguito da Peter Kormann (quindicesimo, ma unico a qualificarsi per una Finale individuale, riuscendo a conquistare il bronzo al Corpo Libero) e dal protagonista della nostra storia odierna, vale a dire Kurt Thomas, che si posiziona al ventunesimo posto.

Il ritorno di un atleta americano su di un podio olimpico con il citato Kormann a 44 anni di distanza dall’essersi verificata una situazione analoga nell’edizione californiana di Los Angeles ’32, può sembrare poco più della proverbiale “goccia nell’Oceano”, ma ad un movimento in crescita come quello Usa serve indubbiamente da stimolo, primo fra tutti, proprio Thomas, all’epoca 20enne essendo nato a Miami, in Florida, il 29 marzo 1956.

Messosi in luce l’anno precedente con la conquista di quattro medaglie – argento al Volteggio ed al Cavallo con Maniglie e bronzo nel Concorso Generale Individuale ed alla Sbarra – ai “Giochi Panamericani” di Città del Messico ’75, Thomas affina le proprie qualità durante il suo periodo di studi universitari presso la “Indiana State University”, il che gli consente di aggiudicarsi 5 titoli NCAA, vale a dire il Concorso Generale Individuale e le Parallele nel ’77, confermando gli stessi, oltre alla Sbarra, due anni dopo nel ’79.

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Thomas agli Anelli ai Campionati NCAA – da:alchetron.com

In particolare, Thomas crea dei movimenti innovativi che portano il suo nome, il “Thomas Flair” (un particolare passaggio nell’esercizio al Cavallo con Maniglie …) e, soprattutto, il “Salto Thomas” al Corpo Libero, il quale consiste nell’eseguire un salto e mezzo all’indietro in posizione ripiegata con una torsione e mezzo oppure con la variante in posizione dritta, un esercizio di particolare difficoltà.

Il 22enne americano ha così l’opportunità di verificare la validità della sua invenzione presentando tale movimento in occasione dei Campionati Mondiali ’78 che si svolgono a Strasburgo, in Francia, dal 23 al 29 ottobre, fornendo un immediato contributo nel Concorso Generale a Squadre che vede gli Stati Uniti scalare di tre posizioni rispetto ai Giochi di Montreal ’76, affermandosi come la quarta potenza assoluta alle spalle degli inarrivabili Giappone ed Unione Sovietica, ma non distanti (568,700 punti a 571,750) dal bronzo conquistato dalla Germania Est.

Una crescita confermata dai piazzamenti nel Concorso Generale Individuale, con tre ginnasti tra i primi 20, con Thomas il migliore con il suo sesto posto, seguito da Bart Conner nono e Mike Williams ventesimo, con Conner ad acquisire il diritto a disputare tre Finali di specialità (Parallele, dove giunge quinto, Volteggio e Cavallo con Maniglie, in entrambi i casi settimo …), mentre il nativo della Florida punta tutto sul Corpo Libero, esercizio nel quale si presenta con il secondo miglior punteggio di 9,750 alle spalle della stella sovietica Nikolai Andrianov, forte di un 9,850 che sembra porlo al sicuro da ogni sorpresa.

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Thomas al Corpo Libero ai Mondiali di Strasburgo ’78 – da:gettyimages.co.uk

Già salire sul podio rappresenterebbe un’impresa per Thomas, considerato che nelle precedenti 18 edizioni della Rassegna Iridata alcun americano è mai riuscito a tanto, e visto che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono” – nella fattispecie con una fatale indecisione di Andrianov (che, comunque, conclude il Mondiale con 2 Ori e 3 argenti …) che lo penalizza venendo giudicato con un 9,50 per un punteggio complessivo di 19,350 che addirittura lo esclude dalle medaglie – perché non cercare di approfittarne, e la sua esecuzione, che include il suo innovativo movimento, viene apprezzata dalla Giuria che lo premia con un 9,90 che vale l’Oro per un totale di 19,650 con il vanto di precedere due medagliati olimpici e mondiali quali il giapponese Shigeru Kasamatsu ed il sovietico Alexander Dityatin, che concludono con 19,575 e 19,500 punti, rispettivamente.

Il sentire riecheggiare per la prima volta le note dell’inno americano “The Star-Spangled Banner” in un Campionato Mondiale di Ginnastica, conforta Thomas circa il poter essere in grado di competere alla pari con i più forti specialisti del pianeta e la possibilità di confermare questa impressione gli viene fornita dalla Federazione Internazionale che, intenzionata a calendarizzare i Mondiali a cadenza biennale, programma l’anno seguente la successiva edizione, assegnando la relativa organizzazione alla città texana di Fort Worth, potendo così i ginnasti Usa approfittare del vantaggio di ospitare la Manifestazione.

Con una selezione giapponese alle prese con il ricambio generazionale – del favoloso Team di inizio anni ’70 sono rimasti solo Eizo Kenmotsu ed il già citato Kasamatsu – la Rassegna Iridata si risolve in un duello a distanza tra le due stelle Dityatin da una parte e Thomas dall’altra, con la formazione degli Stati Uniti a centrare anche il podio nel Concorso Generale a Squadre, concluso al terzo posto beffando per l’inezia di 0,050 millesimi di punto (581,150 a 581,100) la Germania Est, mentre il titolo va all’Unione Sovietica davanti al Giappone.

Il punteggio ottenuto nella prova a squadre (diviso per due) fa da base di partenza per i successivi esercizi nel Concorso Generale Individuale e Dityatin vi si presenta con un vantaggio di 0,175 millesimi (59,050 a 58,875) rispetto all’americano, per poi ingaggiare una fiera sfida durante la quale nessuno dei due rivali scende sotto il 9,800 (tre 9,90 due 9,85 ed un 9,80 per il sovietico, due 9,90 altrettanti 9,85 e 9,80 per Thomas), così che il 22enne di Leningrado succede al connazionale Andrianov nell’Albo d’oro iridato, ma l’argento rappresenta un’autentica iniezione di fiducia per Thomas, atteso da ben quattro finali di specialità.

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Thomas al Cavallo con Maniglie nel Concorso Generale – da:gettyimages.it

Con il pubblico del Palazzetto dello Sport a tifare interamente per lui, il 23enne di Miami infligge una prima sconfitta al sovietico alla sbarra, attrezzo dove, partendo da un’identica base di 9,875 punti, vede il proprio esercizio premiato con 9,90 rispetto al 9,80 di Dityatin, che deve accontentarsi del bronzo, scavalcato anche dal connazionale Aleksandr Tkachyov, per poi fare suoi gli Ori agli Anelli ed al Volteggio in assenza del suo rivale americano, così da raggiungere quota quattro titoli nella Rassegna iridata.

Un avversario di tutto rispetto, il sovietico, per cui è ancor maggior vanto precederlo in qualsiasi specialità, cosa che per Thomas accade sia alle Parallele dove però la medaglia d’oro gli viene sottratta dal connazionale Conner – anch’esso cresciuto tanto da concludere al quinto posto il Concorso Generale Individuale – per soli 0,025 millesimi di punto (19,725 a 19,700), con Dityatin solo quarto, che al Cavallo con Maniglie, esercizio che, con il sovietico ancora ai margini del podio, vede Thomas doversi inchinare allo specialista ungherese Zoltan Magyar, il quale così conferma sia l’oro olimpico di Montreal ’76 che i titoli iridati di Vienna ’74 e Strasburgo ’78.

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Thomas al Corpo Libero – da:junglekey.com

Resta, per Thomas, quella che è la sua specialità preferita, vale a dire il Corpo Libero, unica in cui Dityatin non si sia qualificato per la Finale, dove trova un inatteso rivale nel tedesco orientale Roland Bruckner, con il quale parte alla pari da una base di 9,900 per entrambi, senza poter commettere il minimo errore, in quanto insidiati dalla coppia sovietica formata da Tkachyov e da Voronin a quota 9,875.

Sia l’americano che il tedesco dell’Est si confermano al loro massimo livello, ed il paritetico punteggio di 9,90 assegnato ad entrambi dalla Giuria sta a significare il doversi dividere il gradino più alto del podio, mentre Tkachyov, anch’esso premiato con 9,90, fa sua la medaglia di bronzo.

Mai un atleta “a stelle e strisce” aveva conseguito un tale bottino in una massima Manifestazione Internazionale, e le 6 medaglie conquistate valgono a Kurt Thomas il prestigioso riconoscimento del “James E. Sullivan Award – istituito sin dal 1930 ed assegnato all’atleta Usa dilettante che si è maggiormente distinto nel corso della stagione – che mai, prima di allora, aveva visto premiato un ginnasta di ambo i sessi.

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Thomas con le 6 medaglie iridate – da:gettyimages.it

L’avvincente sfida tra Thomas e Dityatin dovrebbe avere come prossima sede le Olimpiadi di Mosca ’80, ma la scellerata idea del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi determina l’impossibilità di assistervi, con lo scorato ginnasta americano a non avere neppure il coraggio di vedere l’evento in Tv, troppo male facendogli l’immagine del sovietico che sale ripetutamente sul podio per fare incetta di medaglie.

Peraltro, proprio l’esito di quell’evento, con Dityatin Oro nel Concorso Generale Individuale ed a Squadre nonché agli Anelli, ed il tedesco orientale Bruckner a confermarsi ai vertici del Corpo Libero così come l’ungherese Magyar al cavallo con Maniglia, sta a testimoniare come i valori della Rassegna Iridata ’79 vengano ribaditi in tale consesso, un ulteriore smacco per Thomas, mentre il sovietico completa la sua collezione andando a medaglia in ogni singola specialità, argento alla Sbarra, Parallele, Cavallo con Maniglie e Volteggio e bronzo al Corpo Libero.

Purtroppo Thomas, anche se non presente ai Giochi, è involontario protagonista di un tragico evento, allorché, in preparazione della Rassegna a Cinque Cerchi, la talentuosa 20enne ginnasta sovietica Elena Mukhina – sulla quale si basano le speranze della sua Federazione per contrastare la superiorità della “divina” rumena Nadia Comaneci – si infortuna gravemente in allenamento restando paralizzata, al punto che la Federazione Internazionale vieta l’esecuzione del “Salto Thomas” in campo femminile …

Per l’americano, viceversa, la mancata partecipazione alle Olimpiadi moscoviti segna la fine dell’attività agonistica, mentre il suo compagno Conner, di due anni più giovane, prosegue sino ai Giochi di Los Angeles ’84 dove conquista la medaglia d’oro nel Concorso Generale a Squadre ed alle Parallele, ma personalmente, siamo convinti che quegli allori non avrebbero fatto la felicità di Thomas, mancando, causa “contro boicottaggio” da parte dei Paesi del blocco sovietico, la sfida con i ginnasti dell’Europa orientale, come a mandare un messaggio in codice a Dityatin del tipo: “Sicuro che sia “tutto oro quel che luccica” quello che ti sei messo al collo a Mosca …??

Lascio a voi, affezionati lettori, l’onere della risposta …

 

JUVENTUS CAMPIONE 1972, PRIMO SCUDETTO DELL’ERA BONIPERTIANA TRA MILLE POLEMICHE

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La Juventus campione d’Italia ’72 – da:wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Reduce da 10 Campionati tra i più deludenti della sua gloriosa Storia – un solo Scudetto, quello del ’67, per “gentile concessione” da parte interista – la Juventus che si appresta al debutto della Stagione 1971-’72 spera di poter raccogliere i frutti del rinnovamento posto in atto a far tempo dall’anno precedente da parte del neo Presidente Giampiero Boniperti – ex stella bianconera degli anni ’50 – a cui la famiglia Agnelli ha affidato l’incarico di risollevare le sorti del Club.

Con una sapiente serie di operazioni di mercato, nell’estate ’70 Boniperti opera un triplo scambio con la Roma, acquisendo dalla Società giallorossa il terzino Spinosi, il centrocampista Capello e l’attaccante Landini, mentre prendono la strada della Capitale Del Sol, Roberto Vieri e Zigoni, per poi consegnare – reduci da due buoni Tornei, a Palermo e Varese rispettivamente – il 21enne Franco Causio ed il 20enne Roberto Bettega al nuovo Allenatore sul quale Boniperti aveva puntato molte delle sue fiches.

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Il trio Landini, Capello e Spinosi (da sin.) acquistato nel ’70 – da:storiadellaroma,it

Lungimirante come quasi sempre gli è accaduto, il neo Presidente affida la panchina ad una “vecchia gloria” nerazzurra, vale a dire Armando Picchi, reduce da esperienze al Varese ed al Livorno, ma la Stagione è purtroppo funestata dall’emergere di una forma tumorale ossea che colpisce proprio il tecnico, il quale scompare il 26 maggio ’71 a soli 36 anni, impedendogli di portare avanti un progetto che si rivelerà vincente e le cui solide basi sono confermate dal fatto che i bianconeri giungono all’atto conclusivo nell’ultima edizione della Coppa delle Fiere, sconfitti nella doppia Finale dagli inglesi del Leeds United solo per le reti realizzate in trasferta (2-2 a Torino, 1-1 a Leeds).

A proseguire l’opera iniziata da Picchi provvede Cestmir Vycpalek, promosso dalle Giovanili ed il cui buon percorso in Europa gli garantisce la conferma anche per la Stagione successiva, che vede la Dirigenza bianconera eseguire una sola importante operazione di mercato, con l’acquisto dal Varese del portiere Pietro Carmignani, al quale viene affidato il ruolo di estremo difensore titolare con Piloni riserva e Roberto Tancredi dirottato al Mantova.

Come principali avversarie, vi sono l’Inter che ha confermato in toto l’undici scudettato dell’anno precedente – ma con la “vecchia guardia” formata da Burgnich, Facchetti, Bedin, Jair, Mazzola e Corso a dover “scontare” un anno di più – un Milan che vuole riscattare la delusione della passata stagione avendo irrobustito la rosa con gli innesti del terzino Sabadini, del centrocampista Sogliano e dell’attaccante Bigon, ed il Cagliari che può di nuovo contare a tempo pieno sul suo cannoniere principe Gigi Riva, vittima di una frattura alla gamba in Nazionale a fine ottobre ’70 che lo aveva tenuto per quattro mesi lontano dai campi di gioco.

Poco credito, viceversa, viene dato ai “cugini” del Torino, squadra che non è mai andata oltre onorevoli piazzamenti, togliendosi negli anni precedenti le migliori soddisfazioni con la conquista di due Coppe Italia (nel 1968 e proprio nel ’71), ma che vede il debutto sulla panchina granata del tecnico Gustavo Giagnoni, reduce dall’aver guidato il Mantova alla Promozione in Serie A, Club dal quale fa approdare all’ombra della Mole l’attaccante Toschi.

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Gustavo Giagnoni, tecnico del Torino – da:piemontetopnews.it

Anche il Torino è una formazione che punta all’affermazione di alcuni interessanti giovani della rosa, tra cui i difensori Lombardo, Mozzini e Zecchini, i centrocampisti Claudio Sala e Rampanti e l’attaccante Paolo Pulici, potendo altresì contare sullo “zoccolo duro” costituito dal trio formato da Cereser, Agroppi e Capitan Ferrini, nel mentre in casa bianconera l’unico reduce dello Scudetto ’67 è l’altrettanto Capitano e libero Sandro Salvadore.

Un Torneo che non mancherà di riservare sorprese, vede la Juventus debuttare al “Comunale” con un franco successo sul Catanzaro per 4-2 che mette in mostra l’ottima intesa tra le due punte Anastasi e Bettega che ben si completano tra di loro, per poi steccare alla seconda giornata con l’inattesa sconfitta per 0-1 a Verona (rete di Orazi al 50’), mentre in vetta Inter, Milan e Torino viaggiano, assieme alla Roma, a punteggio pieno ed anche il Cagliari si arrende per 1-2 a Bergamo contro l’Atalanta.

Il risicato successo alla terza giornata per 1-0 sull’Atalanta (rete di Haller poco prima della mezzora …) pone la Juventus già di fronte ad un pericoloso bivio, essendo attesa il turno successivo dalla difficile trasferta di San Siro contro un Milan che prosegue la sua marcia a punteggio pieno assieme ai “cugini” dell’Inter, ed una eventuale sconfitta aprirebbe una piccola crisi in casa bianconera.

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La rete di tacco di Bettega a San Siro – da:juventus.com

Il 31 ottobre ’71 si rivela, viceversa, come un’importante chiave di svolta del Torneo, visto che con un Bettega in stato di grazia – autore di due reti, di cui una con un pregevole colpo di tacco – i bianconeri forniscono una vera e propria lezione di calcio agli straniti rossoneri che vengono travolti 1-4 a domicilio (già sotto 0-3 dopo meno di 40’ …), con l’unica consolazione della contemporanea sconfitta per 1-3 all’Olimpico dei Campioni in carica dell’Inter, con ciò ricompattando una Classifica che vede dette quattro squadre appaiate a quota 6, mentre in vetta, unica imbattuta, si affaccia proprio il Torino che ha liquidato, con una rete del subentrato Federico Rossi a 4’ dal termine, un Cagliari sinora in grave affanno.

Imbattibilità granata che si infrange al turno successivo di fronte alle reti che, nell’arco di un minuto, Bertini e Boninsegna realizzano ad un quarto d’ora dal termine per il 2-0 che porta le “tre grandi” in testa alla Graduatoria, visto che il Milan si riscatta andando a vincere a Genova contro la Sampdoria e la Juventus fa suo l’altro confronto diretto con la Roma, ribaltando nel finale, con una doppietta dell’ex Capello, la rete di Amarildo con cui i giallorossi erano andati al riposo in vantaggio.

Bianconeri che, alla sesta giornata, guadagnano per la prima volta la testa solitaria della Classifica, grazie al successo esterno a Bologna (Bettega e Capello a segno) ed approfittando dei doppi 0-0 con cui Milan ed Inter sono bloccate, da Cagliari e Napoli rispettivamente, venendo raggiunte dal Torino, vittorioso al “Comunale” sulla Sampdoria.

Altro snodo cruciale si verifica domenica 28 novembre ’71, allorché è in programma il derby di Milano, partita emozionante che vede le due squadre sul 2-2 all’intervallo (con Ghio e Boninsegna a replicare ai vantaggi rossoneri di Bigon e Rivera …), prima che a 5’ dal termine un rinvio di Burgnich incocci nella gamba di Bigon per la rocambolesca rete del 3-2 che, oltre ad assicurare il successo ai rossoneri, consente loro di agganciare in vetta la Juventus, costretta per due volte a recuperare il risultato contro il Napoli tra le mura amiche.

Derby che va, derby che viene”, e la settimana successiva tocca a Torino ospitare la stracittadina della Mole, che i bianconeri si aggiudicano per 2-1 grazie ad una rete di Capello a metà ripresa, potendo approfittare della clamorosa – e che fa la gioia di uno scommettitore del Totocalcio, autore dell’unico “13” domenicale – sconfitta interna del Milan per 0-1 contro il Mantova penultimo in Classifica, complice un acuto di Panizza a 3’ dal termine …

Posizioni che restano invariate (con la Juventus a precedere il Milan di 2 punti …) sino alla 12.ma giornata, allorché sono in programma le “sfide incrociate” tra le due Metropoli, senza però fornire particolari emozioni, visto che sia la sfida Inter-Juventus a San Siro che quella di Torino tra granata e rossoneri si concludono sul nulla di fatto a reti bianche, con ciò consentendo al Cagliari, in serie positiva da 8 giornate, di rifarsi sotto in Classifica, trovandosi a 5 punti (assieme a Torino e Roma) di distanza dalla capolista Juventus, con il Milan a quota 18 e la sorprendente Fiorentina a 16.

Particolare che si rivela importante poiché al turno successivo i bianconeri devono recarsi proprio nell’isola ed i sardi, complice uno svarione di Carmignani proprio al 90’, riescono nell’impresa di far loro il confronto, accorciando ancor più le distanze dal vertice, pur se la Juventus mantiene la vetta solitaria, dato che il Milan non va oltre il suo secondo 0-0 consecutivo al “San Paolo” contro il Napoli.

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La coppia-goal Bettega e Anastasi – da:wiklipedia.org

Le ultime due giornate del Girone di andata vedono i bianconeri riprendere il cammino con i successi per 1-0 (rete di Bettega al 73’) sulla Fiorentina e per 3-1 a Vicenza, così da chiudere la parte ascendente del Torneo a quota 24 punti, due di vantaggio sul Milan e 3 su di un’Inter in ripresa, mentre il Cagliari insegue a quota 20 ed il Torino sembra oramai fuori dai giochi, settimo con 18 punti.

Ma la vittoria sui viola porta con sé una drammatica conseguenza in casa bianconera, visto che proprio il “match winnerBettega – che sino ad allora ha segnato 10 reti nelle 14 gare disputate – accusa un forte stato febbrile negli spogliatoi e dai successivi accertamenti emerge un principio di tubercolosi che costringe il 21enne attaccante a saltare il resto della Stagione.

Una tegola di proporzioni enormi per il tecnico Vycpalek, visto che il sostituto naturale Novellini, che ne rileva il ruolo di ala sinistra nelle successive 9 partite, non si rivela all’altezza, andando a rete una sola volta, nel rotondo 4-0 alla seconda di ritorno contro il Verona.

Successo contro gli scaligeri che segue la “storica” sconfitta a Catanzaro (rete di Mammì all’84’) alla ripresa del Torneo e che consente al Milan di operare l’aggancio in vetta ed al Cagliari di portarsi a soli due punti di distacco, scavalcando un’Inter sconfitta a Bergamo.

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La rete di Mammì che decide Catanzaro-Juventus – da:storiedicalcio.aletrvista.org

Rossoneri che però, mentre come visto i bianconeri vendicano la sconfitta dell’andata contro gli scaligeri, inciampano 0-2 a Firenze e non vanno oltre il pari interno per 1-1 contro il Vicenza, facendo sì che, contrariamente a quanto successo a fine ottobre, siano loro adesso chiamati ad una sfida decisiva il 20 febbraio ’72 al “Comunale” contro la Juventus, dato che, in caso di sconfitta, scivolerebbero a 4 punti dai bianconeri.

Gara che passa alla storia per “l’atto di contrizione” dell’arbitro Lo Bello, il quale, intervenuto la sera alla celebre trasmissione “La Domenica Sportiva”, ammette di non aver visto un fallo da rigore commesso da Morini su Bigon nella ripresa sul punteggio di 1-0 a favore dei rossoneri, poi viceversa raggiunti da Salvadore a 12’ dal termine, circostanza che inizia ad alimentare polemiche che non si placano nel resto della stagione.

Nel frattempo, emerge dalle retrovie anche il Torino di Giagnoni che mette a segno il “colpo della domenica” andando ad espugnare per 2-1 (reti di Bui e Pulici) il “Sant’Elia” di Cagliari, rimettendosi anch’esso in corsa per lo Scudetto, visti i prossimi confronti diretti in calendario, dei quali approfitta già dal turno successivo, infliggendo all’Inter una sconfitta per 2-1 che suona come un addio ai sogni di gloria per i nerazzurri.

Ed eccoci giunti alla “giornata chiave” del Campionato, la 21.ma che si disputa il 12 marzo ’72 e che, mentre la Juventus rispetta il pronostico superando 2-1 il Bologna tra le mura amiche (con Anastasi e Marchetti che ribaltano in un minuto, tra il 71’ ed il 72’, il vantaggio felsineo di Perani nel primo tempo), vede andare in scena a Genova e Cagliari due gare che fanno molto discutere …

A “Marassi” contro la Sampdoria scende in campo il Torino che, dopo essere passato in vantaggio in avvio con Pulici, si fa rimontare già nel corso del primo tempo dalle reti di Cristin e Salvi per poi gettarsi all’attacco nella ripresa alla ricerca del pareggio su di un campo ai limiti della praticabilità per l’abbondante pioggia scesa sul Capoluogo ligure.

Il “fattaccio”, su di un terreno di gioco ridotto oramai ad una palude, si consuma allorché uno spiovente di Claudio Sala viene raccolto di testa da Agroppi, il quale imprime alla sfera una traiettoria che scavalca il portiere doriano e, tra una selva di gambe di giocatori appostati sulla linea, viene respinta dal libero blucerchiato Marcello Lippi (sì, proprio lui …!!), “entro od oltre” la stessa …??

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Il “goal fantasma” di Marassi – da:torcidagranata.net

Frenetiche consultazioni tra il direttore di gara Barbaresco di Cormons ed il suo assistente di linea, con l’arbitro che sembra inizialmente concedere la rete per poi tornare sulla propria decisione dopo le proteste dei padroni di casa, così condannando i granata alla sconfitta ed a veder dilatare a 4 punti il distacco dai “cugini.

A Cagliari, viceversa, quello tra rossoblù e rossoneri è una sorta di “spareggio” per il secondo posto, visto che le due squadre sono divise da un solo punto (27 il Milan, 26 i sardi) e la sfida è di quelle che fanno bene al Calcio, con le due squadre a fronteggiarsi a viso aperto ed i due estremi difensori (Albertosi da una parte e Cudicini dall’altra) ad esaltarsi nel mantenere il punteggio sull’1-1 (rete in apertura di Gori per i padroni di casa e pareggio di Bigon in apertura di ripresa), sino a che, anche in questo caso, si erge a protagonista il direttore di gara.

Mancano solo 4’ al termine e Riva, ricevuta palla appena entro l’area di rigore, spalle rivolte alla porta, tenta di scavalcare Anquilletti con un pallonetto per portarsi al tiro, ma la sfera incoccia sul braccio del difensore milanista per un tocco che, stante la vicinanza dei due giocatori, appare ai più involontario, non certo per il Sig. Michelotti di Parma che indica il dischetto del calcio di rigore che Riva si incarica di trasformare.

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Le polemiche di Rivera – da:sardegna.admaioramedia.it

Oltre che la sconfitta ed il distacco dalla capolista salito a 4 punti, il Milan deve altresì subire la mannaia della Giustizia Sportiva nei confronti del suo Capitano Gianni Rivera, che a fine partita si sfoga con i giornalisti accusando il “sistema arbitrale” di avercela espressamente contro i rossoneri, impedendo loro di vincere il Campionato, e per questo squalificato per 8 giornate, sino a fine Campionato, con l’ultima gara della stagione disputata la domenica seguente, con il pari per 1-1 nel derby contro l’Inter, che recupera il risultato grazie a Boninsegna a 6’ dal termine.

Di tutto questo marasma, la Juventus approfitta parzialmente, non andando oltre l’1-1 a Napoli la domenica successiva, giornata che rilancia le ambizioni del Torino grazie al successo interno per 2-1 sulla Fiorentina ed alla contemporanea sconfitta del Cagliari a Bologna, “complice” un’autorete di Niccolai.

Ai granata, che si trovano inaspettatamente al secondo posto a 3 punti dalla capolista, il calendario offre un’opportunità irripetibile, costituita dal derby in programma il 26 marzo ’72, sfida che può definitivamente chiudere, od improvvisamente riaprire, la “corsa Scudetto, tanto più che un Milan frastornato per la pesante squalifica inflitta al proprio Capitano, non va oltre lo 0-0 sul campo di un Mantova che, alla fin dei conti, toglie 3 punti su 4 ai rossoneri.

In un “Comunale” completamente esaurito, i granata compiono l’impresa, dapprima replicando con Claudio Sala all’iniziale vantaggio bianconero siglato da Anastasi e quindi, nonostante la perdita di Pulici, costretto a lasciare il posto a Toschi ad inizio ripresa, completando la rimonta grazie ad uno spunto di Agroppi a metà secondo tempo per l’irrefrenabile gioia dei nostalgici del “Filadelfia” che tornano ad accarezzare sogni di Scudetto ad oltre 20 anni dalla tragedia di Superga.

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Agroppi esulta dopo la rete decisiva nel derby – da:storiedicalcio.altervista.org

La sconfitta incide sul morale di una Juventus che, priva di Bettega, fatica a trovare la via della rete (rispetto ai 28 centri dell’andata, a metà ritorno è andata a segno solo 10 volte …) e Vycpalek opta per una soluzione tattica più prudente togliendo l’improduttivo Novellini per spostare Causio da interno all’ala destra con l’inserimento a centrocampo del 22enne Cuccureddu, mossa che si rivela infine vincente.

Chiamati, peraltro, ad un tris di gare non impossibili (il già retrocesso Varese in casa, Sampdoria e Mantova in trasferta …), i bianconeri confermano il momento difficile, piegando i lombardi solo per 1-0 (rete di Haller al 41’) per poi non andare oltre il pari a reti bianche a Genova ed impattando per 1-1 a Mantova, così da essere dapprima raggiunti e quindi superati da un Torino che, viceversa, fa bottino pieno sfruttando al massimo i due turni casalinghi, risolti entrambi per 1-0 contro Napoli (rete di Toschi al 90’) ed Atalanta (Rampanti a segno) mentre il Milan, dopo aver espugnato l’Olimpico contro la Roma, spreca un’altra occasione facendosi raggiungere a San Siro dal Verona.

Mancano quattro giornate al termine e la corsa al titolo è quanto mai aperta, visto che la Classifica recita: Torino p.37, Juventus e Cagliari p.35, Milan p.34, alla vigilia di un turno che ripropone le sfide incrociate Milano-Torino, con i bianconeri ad ospitare i nerazzurri e la capolista di scena a San Siro.

Il 23 aprile ’72 viene ricordato a vita dai tifosi bianconeri come il “Franco Causio Show”, visto che la 23enne ala pugliese si esalta a tal punto da siglare una sua personale tripletta nel 3-0 che schianta l’Inter, mentre un calcio di rigore trasformato ad inizio ripresa da Benetti dà il successo ai rossoneri contro il Torino ed anche da Cagliari giungono buone nuove, con i rossoblù incapaci di andare oltre l’1-1 interno contro il derelitto Varese, così ribaltando il vertice della Classifica che ora vede la Juventus comandare a quota 38 punti, seguita da Cagliari e Torino a 37 e dal Milan a quota 36.

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Il “Barone” Franco Causio – da:storiedicalcio.altervista.org

Sulla strada per il 14esimo Scudetto si frappone ora alla Juventus l’ostacolo Cagliari, che deve rendere visita al “Comunale” la domenica successiva, ed i bianconeri – con Vycpalek che da due giornate ha avvicendato in porta Piloni a Carmignani – restituiscono ai sardi il 2-1 dell’andata (rete decisiva di Anastasi a poco più di un quarto d’ora dal termine) che consente loro di incrementare a due lunghezze il vantaggio su di un Torino incapace di andare oltre lo 0-0 a Verona e raggiunto dal Milan, vittorioso per 3-0 a San Siro sul Napoli.

Due lunghezze di vantaggio a due turni dalla conclusione sono un gruzzolo che la Juventus gestisce grazie al pareggio per 1-1 a Firenze alla penultima giornata – anche se Milan e Torino accorciano ad un sol punto il distacco dal vertice – per poi non avere problemi a liquidare all’ultima giornata il Vicenza per 2-0 per quello che è l’inizio di un ciclo vincente dell’era Bonipertiana, che vedrà i bianconeri conquistare altri 8 titoli nei successivi 14 Campionati.

Se ne va così in archivio una Stagione sicuramente non priva di polemiche, con ciascuna delle contendenti a poter avanzare recriminazioni, ma, decisioni arbitrali a parte, il Milan deve recitare il “mea culpa” per i punti sprecati con il Mantova, così come il Torino recriminare sullo scarso rendimento nel Girone di andata, mentre in casa bianconera si può sempre sostenere: “Già, ma senza la malattia di Bettega, come sarebbe andata a finire …??

Tutti argomenti che servono ad alimentare le interminabili discussioni al Bar, anche se i rossoneri dovranno subire, l’anno seguente, un’ancor più atroce beffa nella “fatal Verona“, mentre a Giagnoni, “l’Allenatore con il Colbacco“, va riconosciuto il merito di aver messo le basi per il successivo, fantastico biennio granata “targato” Gigi Radice di metà anni ’70  …

 

NATALIE COUGHLIN, LA “FIDANZATA D’AMERICA” SEMPRE A MEDAGLIA

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Natalie Coughlin – da:olympics.nbcsports.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il Nuoto è una disciplina che, sino a fine anni ’70, vedeva primeggiare, specie in campo femminile, atlete poco più che adolescenti – un esempio per tutte, basti pensare alla non ancora 16enne australiana Shane Gould, vincitrice di ben 5 medaglie (di cui 3 ori) ai Giochi di Monaco ’72 – che poi sparivano dalla scena una volta ultimate le Scuole superiori od al massimo l’Università.

La crescita di tale Sport – sia dal punto di vista della globalizzazione che mediatico e, di conseguenza, sotto l’aspetto relativo alle sponsorizzazioni – ha fatto sì che la “vita media” di ogni nuotatore si sia nettamente allungata e, senza andare al “caso limite” dell’americana Dara Torres, tre volte argento olimpico alle Olimpiadi di Pechino ’08 all’età di 41 anni (!!), è piuttosto consueto vedere atleti che danno il meglio di sé stessi nel decennio tra i 20 ed i 30 anni, cosa che 40 anni fa era quasi del tutto impensabile.

Di contro, ciò determina un minor ricambio ai vertici, poiché il mancato ritiro di primatisti e medagliati fa sì che altri possano accedere a podi olimpici e/o mondiali in età più avanzata, tant’è che fece non poco scalpore la medaglia d’oro conquistata sui m.100 rana ai Giochi di Londra ’12 dall’appena 15enne bielorussa Ruta Meilutyte, visto che, oramai, una tale impresa era riservata a nuotatrici intorno ai 19/20 anni.

Ed una che ha caratterizzato questo inizio di nuovo Millennio con una particolare predisposizione per le brevi distanze, siano esse a dorso (peraltro il suo preferito …), stile libero o farfalla, è indubbiamente l’americana Natalie Coughlin, la quale fa la sua apparizione ad alti livelli sulle scene internazionali a 19 anni appunto, un’età in cui molte sue colleghe erano solite ritirarsi una ventina di anni prima.

Nata a Vallejo, in California, il 23 agosto 1982, la Coughlin inizia a prendere confidenza con le piscine all’età di 10 anni, per poi mettersi in evidenza durante il periodo alla “Carondelet High School” a Concord, sempre in California, nel corso del quale realizza due primati scolastici a livello nazionale sulle 200yd miste (1’58”45) e sulle 100yd dorso, per poi, una volta diplomatasi nel 2000, accedere alla “University of California” a Berkeley.

Sotto la guida del Coach Teri McKeever, la Coughlin si consacra sia a livello universitario – aggiudicandosi 11 titoli individuali e 12 in staffetta ai Campionati NCAA, tanto da vedersi assegnare il premio di “NCAA Swimmer of the Year” in tutti e tre gli anni di studi – che assoluto, riuscendo ad entrare nella selezione americana per i Campionati Mondiali di Fukuoka ’01.

Ottenuta la qualificazione per il solo stile a dorso (sia sui 50 che sui 100 metri), la non ancora 19enne Natalie (li avrebbe compiuti a distanza di un mese esatto …) fa il suo debutto sul grande palcoscenico internazionale facendo segnare il 23 luglio ’01 il miglior tempo di 28”49 nelle semifinali dei m.50 dorso, per poi vedersi beffata il giorno dopo in Finale allorché, in uno degli arrivi più serrati che la specialità ricordi, le tre medagliate sono divise da appena 0”03 centesimi, con l’oro che va alla connazionale Haley Cope con 28”51, seguita dalla tedesca Antje Buschschulte che, con 28”53, precede la Coughlin, bronzo in 28”54.

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La Coughlin (a ds.) sul podio dei m.50 dorso ai Mondiali ’01 – da:gettyimages.it

Smaltita la delusione, l’americana si appresta ad una sfida che, sulla carta, appare quasi improponibile, vale a dire quella sui m.100 dorso contro la 17enne rumena Diana Mocanu, medaglia d’oro l’anno prima ai Giochi di Sydney sia sui 100 che sui 200 metri dorso e che, il 26 luglio, aveva confermato la propria superiorità nella specialità facendo suo il titolo iridato sulla più lunga distanza in 2’09”94 in una Finale, peraltro, priva di esponenti americane.

Ma già nelle semifinali del giorno dopo, la Coughlin dimostra di non avere alcun timore reverenziale verso la sua avversaria, nuotando le due vasche in 1’00”91 rispetto all’1’01”26 della rumena, per poi giocarsi il tutto per tutto nella Finale del 28 luglio ’01, allorché sorprende il lotto delle finaliste con una partenza a razzo che la vede virare a metà gara in 29”16, con ben 0”30 centesimi di vantaggio sulla Buschschulte, mentre la Mocanu è addirittura quinta con 29”85.

Più avvezza alla doppia distanza, la rumena riduce il distacco nella vasca di ritorno, coperta in 30”83, non sufficiente però a colmare il gap nei confronti dell’americana che va così ad ottenere il suo primo di una lunga serie di trionfi con il tempo di 1’00”37 rispetto all’1’00”68 della Mocanu, con la tedesca Buschschulte ad aggiungere all’argento sui 50 metri il bronzo sui m.100 in 1’01”42.

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La Coughlin oro sui m.100 dorso a Fukuoka ’01 – da:gettyimages.it

Galvanizzata da tale successo, la Coughlin viene schierata il giorno dopo, data di conclusione della Rassegna iridata, nella frazione a dorso che inaugura la staffetta 4x100mista e l’1’00”18 con cui lancia al comando la staffetta Usa la porta a sfiorare (per soli 0”02 centesimi) il primato mondiale che la cinese He Cihong detiene da 7 anni grazie all’1’00”16 realizzato nel corso dei “chiacchieratissimi” Mondiali di Roma ’94.

Purtroppo, le sue compagne non riescono a conservare il vantaggio di quasi 2” che la Coughlin aveva loro portato in dote, facendosi superare dal quartetto australiano e dovendosi accontentare della medaglia d’argento, ma è indubbio che la 19enne americana ha dato lustro ad un’edizione della Rassegna iridata alquanto in tono minore per il proprio Paese ed, in vista dei prossimi appuntamenti – Pan Pacific Championships” ’02 e Mondiali ’03 – un altro obiettivo le si presenta davanti, vale a dire essere la prima donna al Mondo a superare la barriera del minuto sui 100 metri dorso.

Nel suo “Anno di Grazia 2002“, la Coughlin non trova di meglio che festeggiare il suo 20esimo Compleanno facendosi come regalo il record mondiale, con tanto di abbattimento del fatidico muro, in occasione dei Campionati Usa, che la vedono “volarea dorso sino a 59”58, con un miglioramento rispetto al vecchio primato di ben 0”58 centesimi, in un’edizione in cui domina anche negli stili libero ed a farfalla, così da presentarsi ai “Campionati Pan Pacifici” di Yokohama con l’ambizioso programma di conquistare ben 6 medaglie d’oro.

L’edizione giapponese segna il “passaggio del testimone” tra la 29enne Jenny Thompson (anche se la stessa poi proseguirà sino ad Atene ’04 …) e l’appena 20enne Natalie, che le infligge due amare sconfitte sia sui m.100 stile libero, nuotati nel record dei Campionati di 53”99, che sui m.100 farfalla, distanza coperta in 57”88 che eguaglia al centesimo il primato dei Campionati stabilito tre anni prima dalla stessa Thompson, all’epoca altresì record mondiale.

Il terzo oro individuale per la Coughlin è il più scontato, visto che scende ancora largamente sotto il minuto (59”72, record anch’esso dei Campionati) nella Finale dei m.100 dorso, mentre per ciò che riguarda le staffette, gli Stati Uniti devono vedersela con le “storiche” rivali australiane, che le sconfiggono sia nella 4x100sl (3’39”78 a 3’40”23) che nella 4x100mista (4’00”50 a 4’01”15, nonostante la Coughlin avesse loro dato il consueto vantaggio di quasi 2” nella prima frazione a dorso …), per poi cogliere, viceversa, un inatteso oro nella staffetta 4x200sl (7’56”96 a 7’59”25), al quale la californiana contribuisce con un ottimo 1’58”21 in prima frazione.

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Natalie Coughlin posa da Star per SportsIllustrated – da:youtube.com

Oramai una Diva in Patria, anche grazie alla sua indiscutibile avvenenza, la Coughlin è attesa con legittime previsioni di vittoria ai Mondiali di Barcellona ’03, evento dove, al contrario, “il Diavolo ci mette lo zampino”, sotto forma di una indisposizione influenzale con febbre alta che ne limita le prestazioni, e, nonostante sia iscritta a quattro gare individuali (100 e 200 metri dorso, m.100 stile libero e farfalla), ottiene la qualificazione per la sola Finale dei m.100 farfalla, conclusi addirittura all’ultimo posto, mentre la Thompson si prende la sua rivincita andando a conquistare il titolo iridato in 57”96, così che una tale negativa esperienza è compensata solo dall’Oro nella staffetta 4x100sl e dall’argento nella 4x100mista, con gli Usa sconfitti dalla Cina per 0”94 centesimi (3’59”89 a 4’00”83) per “colpa”, stavolta, della dorsista, visto la sua frazione nuotata in 1’02”26, ben oltre 2” al di sopra delle sue potenzialità.

Dagli altari alla polvere”, verrebbe da dire, se non ci fosse la scusante delle non buone condizioni fisiche, e comunque l’occasione per rifarsi non tarda a giungere per la Coughlin, attesa alla sua prima esperienza a cinque cerchi alle Olimpiadi di Atene ’04, dove ottiene la qualificazione per le gare individuali dei m.100sl e dei “suoi” 100 metri dorso, che ai Trials di Long Beach l’hanno vista nuovamente scendere sotto il minuto.

Il primo impegno al “Olympic Aquatic Center” di Atene ha luogo il 14 agosto con la staffetta 4x100sl e, nonostante la Coughlin nuoti la propria frazione interna in un eccellente 53”83, così come la “veterana” Thompson si danni l’anima per chiudere in 53”77, il quartetto Usa, a dispetto del record nazionale di 3’36”39 ottenuto, deve arrendersi di fronte alle australiane, che con il tempo di 3’35”94 migliorano il primato mondiale stabilito dalla Germania due anni prima ai Campionati Europei di Berlino.

Ma con un programma intenso come quello olimpico non c’è tempo per respirare, ed ecco che il giorno appresso l’americana è nuovamente sui blocchi per batterie e semifinali dei 100 metri dorso, gara dove è favorita d’obbligo, e mantiene fede a tale ruolo migliorando in semifinale il record olimpico della già ricordata rumena Mocanu, stabilito quattro anni prima a Sydney, portandolo ad 1’00”17.

Nella Finale del 16 agosto ’04, nuotando nella corsia centrale con a fianco la francese Laure Manaudou, la Coughlin mette in atto la stessa tattica dei Mondiali ’01, “sparando” un 28”89 a metà gara che la pone saldamente al comando con un vantaggio di 0”77 centesimi sulla russa naturalizzata spagnola Nina Zhivanevskaya e di 0”79 sulla sorprendente rappresentante dello Zimbabwe, Kirsty Coventry, mentre la Manaudou vira in 29”86.

Impegnata a tenere sotto controllo il previsto recupero della francese, la Coughlin non si accorge della crescita in prima corsia dell’africana di pelle bianca, riuscendo comunque a mantenere quella bava di vantaggio che le consente di far suo l’Oro olimpico pur non migliorandosi con 1’00”37 – curiosamente lo stesso identico tempo del titolo iridato di Fukuoka ’01 – con la Coventry staccata di 0”13 centesimi e la Manaudou a completare il podio in 1’00”88.

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Il podio dei m.100 dorso ad Atene ’04 – da:zimbio.com

Esaltata da tale successo, la Coughlin fornisce una superba prestazione due giorni dopo, il 18 agosto, nella Finale della staffetta 4x200sl, nuotando in prima frazione in un eccellente 1’57”74 – tanto per capirsi, detto crono le avrebbe garantito l’oro nella gara individuale – così da fornire alle sue compagne un vantaggio di 2” che le stesse incrementano leggermente andando a conquistare la medaglia d’Oro con tanto di record mondiale (7’53”42), precedendo Cina e Germania.

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La staffetta 4x200sl Usa sul podio – da:zimbio.com

Frazione di staffetta che la Coughlin nuota dopo essersi qualificata per la Finale sui m.100sl del giorno dopo con il terzo tempo di 54”37 mentre l’australiana Jodie Henry sigla il primato mondiale in 53”52, per poi non aver difficoltà ad aggiudicarsi l’Oro nella Finale del giorno dopo con il tempo di 53”84 ed ampio margine sull’olandese Inge de Bruijn e la stessa americana, che concludono in 54”16 e 54”40 rispettivamente.

La 22enne californiana conferma in detta circostanza una sua particolare predisposizione, vale a dire quella di salire sul podio di ogni gara olimpica alla quale partecipa, una caratteristica che conferma anche a completamento della sua “Settimana di Gloria” con la prova conclusiva della staffetta 4x100mista, in cui sfiora in prima frazione il suo stesso record sui 100 metri dorso, nuotata in 59”68 per un vantaggio di 1”50 sul quartetto australiano, poi incrementato da Amanda Beard a rana sino ad 1”68, solo per vedere le due fuoriclasse australiane Petria Thomas e la già citata Henry ribaltare le sorti della sfida andando a trionfare con il nuovo record mondiale di 3’57”32 lasciando le americane a consolarsi con l’argento.

Pokerissimo” di medaglie che la Coughlin fa suo anche l’anno seguente in occasione dei Mondiali di Montreal ’05, anche se stavolta deve subire un’inopinata sconfitta sulla sua distanza preferita dei m.100 dorso, appesantendosi nella vasca di ritorno dopo aver virato, al solito, nettamente in testa in 29”15 solo per essere rimontata dalla Coventry che fa doppietta con la doppia distanza, la quale va a toccare in 1’00”24, mentre anche la Buschschulte beffa l’americana per soli 0”04 centesimi (1’00”84 ad 1’00”88) nella lotta per l’argento.

Avendo probabilmente improntato la preparazione per attaccare la Henry sui m.100sl, la Coughlin non riesce nell’intento, potendo al massimo dividere il secondo gradino del podio con la francese Malia Metella (54”74 per entrambe), mentre l’australiana è inattaccabile con il suo 54”18 e quindi, avendo anche ottenuto la qualificazione alla Finale dei m.50 farfalla (conclusi al sesto posto …), la rivincita con le ragazze australiane è tutta incentrata sulle staffette.

Nella 4x100sl, la Coughlin piazza in prima frazione un 54”31 migliore anche del 54”45 della Henry, ma le sue compagne non sono altrettanto alla sua altezza, così che il quartetto Usa giunge appena terzo, superato per 0”07 centesimi (3’38”34 a 3’38”31) anche dalle tedesche, mentre le australiane vanno indisturbate a far loro il titolo iridato, con le parti che si invertono nella staffetta 4x200sl, aperta dalla californiana con 1’58”82 e conclusa con una fantastica rimonta in ultima frazione di Kaitlin Sandeno che le consente di scavalcare l’australiana Linda Mackenzie ed assicurare agli Stati Uniti la medaglia d’oro per soli 0”36 centesimi (7’53”70 a 7’54”06) di vantaggio.

Una Coughlin che sulla per lei insolita distanza dei 200 metri dà il meglio di sé in staffetta, è chiamata altresì a lanciare le proprie compagne nell’ultima gara in programma, vale a dire la 4x100mista, ed il suo tempo di 1’ netto fornisce il consueto vantaggio di 1”48, che si dimostra completamente inutile a contenere il ritorno delle indiavolate australiane, che si impongono con largo margine, 3’57”47 a 3’59”92.

Divenuta oramai una “collezionista di medaglie”, la Coughlin incrementa il proprio Palmarès con altri 6 allori ai “Pan Pacific Championships’06 di Victoria, in Canada, dove, approfittando anche da un rinnovamento nelle file australiane, porta a casa i 3 ori in staffetta, vince l’oro sui m.100sl precedendo di soli 0”05 centesimi (53”87 a 53”92) la connazionale Amanda Weir, per poi subire analoga sorte sui m.50sl, superata (25”10 a 25”32) dall’altra connazionale Kara Lynn Joyce, ma, soprattutto, deve ancora una volta abdicare sui 100 metri dorso, dove a sconfiggerla, ancorché per soli 0”03 centesimi (1’00”63 ad 1’00”66) è la giapponese Hanae Ito.

Sono in molti a questo punto a chiedersi se l’oramai 24enne californiana – nonché tuttora detentrice del relativo primato mondiale – abbia fatto più o meno bene a dedicarsi anche ad altre specialità invece che al solo dorso dove i suoi più recenti risultati sono nettamente al di sopra delle sue potenzialità, una domanda che con ogni probabilità deve essersi rivolta anch’essa, visto l’esito dei due successivi appuntamenti relativi ai Mondiali di Melbourne ’07 ed alle Olimpiadi di Peschino ’08.

Rassegna iridata che, essendo in programma nell’emisfero australe, ha luogo a fine marzo ’07 e, comunque, non è che la Coughlin si risparmi, iscrivendosi a ben 4 gare (50 e 100 metri stile libero, 100 dorso e farfalla) individuali, anche se l’esordio avviene il 25 marzo con la Finale della staffetta 4x100sl che le australiane si aggiudicano (3’35”48 a 3’35”68) grazie all’ultima frazione nuotata dalla Henry in 53”21.

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Il quartetto Usa argento nella 4x100sl a Melbourne ’07 – da:gettyimages.it

Il giorno dopo è in programma la Finale dei m.100 farfalla, occasione in cui la Coughlin realizza il proprio “Personal Best” in carriera di 57”34, tentando la solita tattica di virare per prima in 26”40, inutile per contenere il ritorno delle padroni di casa Lisbeth Lenton e Jessica Schipper, oro ed argento in 57”15 e 57”24 rispettivamente, ma comunque una confortante esibizione di buone condizioni da parte dell’americana, attesa al bivio il giorno dopo nella Finale dei m.100 dorso.

Risparmiatasi stavolta in semifinale, nuotata con il quarto tempo di 1’00”64 rispetto al miglior crono di 1’00”51 dell’australiana Emily Seebohm, la Coughlin fa svanire i sogni del pubblico di casa con una prestazione super che la vede virare a metà gara in 28”30 e poi, stimolata dall’attacco della Manaudou, andare a migliorare il proprio record mondiale con il tempo di 59”44 nel mentre anche la francese scende sotto il minuto, con il primato europeo di 59”87.

12th FINA World Swimming Championships - March 27, 2007
La Coughlin dopo l’oro sui m.100 dorso a Melbourne ’07 – da:gettyimages.it

Sulle ali dell’entusiasmo e nella sua miglior settimana in carriera quanto a tempi realizzati, la Coughlin stampa il 29 marzo il suo “Personal Best” sui m.200sl nella prima frazione della relativa staffetta, nuotata in 1’56”43 – tempo che le avrebbe garantito il bronzo nella gara individuale – per far sì che le sue compagne completino l’opera con il tempo complessivo di 7’50”09 che rappresenta anch’esso il nuovo record mondiale.

Costretta a scendere in acqua più volte al giorno, l’americana “paga dazio” nella Finale dei m.100sl del 30 marzo ’07, piazzandosi in 53”87 ai margini di un podio che vede salire sul gradino più alto ancora la Lenton in 53”40, per poi essere chiamata a dare il consueto contributo alla staffetta 4x100mista in programma il giorno appresso.

Stavolta, però, la stanchezza ha il sopravvento e l’1’00”66 con cui la Coughlin nuota la prima frazione a dorso è ben poca cosa per impensierire il quartetto australiano che va a trionfare a ritmo di record mondiale in 3’55”74 lasciando le americane ad oltre 2”50 di distacco, per poi concludere le sue fatiche l’1 aprile, giorno di chiusura della Rassegna iridata, prendendo parte anche alla Finale dei m.50sl, conclusa mestamente all’ottavo ed ultimo posto, mentre la Lenton va a conquistare in 24”53 il suo quinto titolo iridato, “Stella della Manifestazione” al femminile, con Michael Phelps a “fare le prove” in campo maschile in vista dei Giochi di Pechino ’08, affermandosi in 7 diverse specialità.

Obiettivo Pechino ‘08” valido non solo per il “Kid di Baltimora”, ma anche per la 26enne californiana, la quale inaugura l’anno olimpico limando il proprio limite sui m.100 dorso a 59”21 il 18 febbraio, per poi essere protagonista ai Trials di Omaha, in Nebraska, dove il 30 giugno in batteria la connazionale Hayley McGregory le soffia il primato con il tempo di 59”15, un “delitto di lesa Maestà” al quale la Coughlin replica nella serie successiva migliorandosi sino a 59”03 per poi, nella Finale del giorno dopo, essere la prima nuotatrice al Mondo a scendere anche sotto i 59” netti, facendo fermare i cronometri sul tempo di 58”97, nel mentre la McGregory vede sfumare i suoi sogni di Gloria piazzandosi terza in 59″42 alle spalle della Hoelzer ed esclusa pertanto dalla selezione olimpica …

Pur con la possibilità di essere la prima nuotatrice a bissare l’oro olimpico sulla distanza dei m.100 dorso nella Storia dei Giochi, la Coughlin non si risparmia, staccando il biglietto per Pechino anche sui m.100sl nonché per un’insolita prova sui m.200misti, non tanto per le sue indubbie possibilità, visti i tempi a stile libero, dorso e farfalla, ma perché è la prima volta che vi si cimenta in una grande Manifestazione internazionale, in ciò peraltro stimolata dal crono di 2’09”77 fatto segnare il 6 giugno a Los Angeles.

Come al solito, la gara di apertura, il 10 agosto ’08, è costituita dalla Finale della staffetta 4x100sl ed, in una delle più veloci gare mai disputate, a spuntarla sono le olandesi che, con il tempo di 3’33”76 segnano il nuovo record olimpico – andando altresì a soli 0”14 centesimi dal oloro stesso primato mondiale stabilito 5 mesi prima agli Europei di Eindhoven – con le ragazze Usa a concludere nel record nazionale di 3’34”33, seguite da Australia e Cina, anch’esse sotto i precedenti limiti.

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Il quartetto Usa Argento nella 4x100sl a Pechino ’08 – da:uanews.arizona.edu

Il giorno dopo, nelle semifinali dei 100 metri dorso, la Coughlin riceve un bello schiaffo allorché, nonostante si qualifichi per la Finale con un più che apprezzabile 59”43, la Coventry le strappa il record assoluto andando a toccare in un fantastico 58”77 con ben 6 ragazze qualificate per l’atto conclusivo a scendere sotto il minuto, a conferma della crescita della specialità.

A questi livelli, l’esperienza, la concentrazione ed il controllo delle proprie emozioni sono fattori determinanti per coloro che vogliono aspirare al podio, ed una conferma di ciò la si ha nella Finale del 12 agosto ’08, con le due rivali fianco a fianco nelle corsie centrali e la Coughlin a ribadire la propria tattica di partire a ritmo sostenuto che la porta a virare a metà gara in 28”52 (0”34 centesimi in meno del passaggio della Coventry il giorno prima), con l’africana staccata di 0”40 centesimi, un margine che le consente di contenere il tentativo di recupero della neoprimatista, migliorando a propria volta in 58”96 il suo stesso record Usa, mentre la Coventry chiude in un 59”13 che le vale la medaglia d’argento e l’altra americana Margaret Hoelzer completa il podio in 59”34.

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La Coughlin e la Hoelzer dopo la Finale dei m.100 dorso a Pechino ’08 – da:gettyimages.it

Prima (e sinora unica …) nuotatrice a confermarsi Campionessa olimpica su tale distanza, la Coughlin è attesa con curiosità il giorno dopo nella Finale dei m.200misti, per la quale si è qualificata con il quarto tempo nonostante abbia vinto la seconda semifinale in 2’11”84, ma nella prima la sua eterna rivale Kirsty Coventry ha stabilito il record olimpico di 2’09”53 precedendo la primatista mondiale australiana Stephanie Rice.

Per avere chances di vittoria l’americana dovrebbe migliorare il già citato suo primato personale, impresa improba e, limitandosi a 2’10”34 riesce comunque a salire sul gradino più basso del podio, mentre davanti a lei la Rice e la Coventry ingaggiano una sfida furiosa che le porta entrambe sotto il vecchio limite mondiale, con l’australiana ad avere la meglio (2’08”45 a 2’08”59) per soli 0”14 centesimi, un’Olimpiade di certo non fortunata per l’africana.

Mantenendo comunque la costante di andare sempre a medaglia, la Coughlin si augura di confermare la striscia vincente che ha visto il quartetto Usa della 4x200sl trionfare ad Atene ’04 così come alle due successive edizioni dei Mondiali, ma la concorrenza è quanto mai agguerrita, prova ne sia che le prime quattro classificate della Finale del 14 agosto scendono sotto il primato mondiale stabilito l’anno precedente dagli Stati Uniti, che devono accontentarsi del bronzo in 7’46”33 con l’Australia a precedere la Cina (7’44”31 a 7’45”93) nella sfida per l’oro.

Riposo è una parola non contemplata nel vocabolario di coloro che praticano il nuoto, ed ecco allora che il Ferragosto pechinese vede l’americana scendere nuovamente in acqua per la Finale dei m.100sl, con qualche speranza di medaglia, giacché ha fatto segnare il miglior tempo di 53”70 in una semifinale che ha visto una delle favorite, la Lisbeth Lenton ora maritata Trickett, rischiare la clamorosa eliminazione con l’ottava miglior prestazione.

Diversa la musica all’atto decisivo, dove l’australiana prende decisamente la testa in avvio, virando ai 50 metri in 25”18 seguita dalla Coughlin con 25”52 per poi sembrare avviata al successo solo per essere beffata proprio nelle ultime bracciate da una incredibile rimonta della tedesca Britta Steffen la quale, ultima a metà gara, la supera per l’inezia di 0”04 centesimi (53”12 a 53”16), nel mentre l’americana conclude in un 53”39 che eguaglia il record Usa e rappresenta il suo “Personal Best” in carriera.

Le sue fatiche, mentre il connazionale Phelps le ruba la scena con i suoi 8 ori – così superando il record del connazionale Mike Spitz stabilito a Monaco ’72 – si concludono con la staffetta 4x100mista, in cui si rinnova il duello con le australiane e che per la Coughlin è anche l’occasione per cercare di riappropriarsi del record mondiale strappatole dalla Coventry, impresa sfiorata con il 58”94 con cui migliora il proprio record e non sufficiente a garantire alle proprie compagne – non per sua colpa, sia chiaro, ma per merito della Seebohm che nuota detta frazione in 59”33 – il necessario margine per fronteggiare l’ondata australe che frantuma in 3’52”69 il loro precedente primato assoluto, sotto cui scende anche il quartetto Usa in 3’53”30.

Il biennio 2007-’08 rappresenta l’apice della carriera della fuoriclasse californiana, la quale lascia per 18 mesi l’attività agonistica – periodo in cui mette su famiglia convolando a nozze con il tecnico Ethan Hall nell’aprile ’09 – per poi rientrare nelle successive edizioni dei “Pan Pacific Championships” di Irvine ’10 e dei Mondiali di Shanghai ’11 per dare un contributo principalmente in staffetta, prima di apparire per un’ultima volta sulla scena olimpica ai Giochi di Londra ’12 dove, pur nuotando solo in batteria nella staffetta 4x100sl, le viene riconosciuta comunque la medaglia di bronzo vinta dal quartetto Usa.

Tale particolare – che potrebbe risultare insignificante per una nuotatrice che, tra gare individuali e staffette, può vantare 12 medaglie olimpiche (di cui 3 Ori), 20 iridate (di cui 8 Ori) e 16 ai Campionati Pan Pacifici, con ben 11 Ori – diviene viceversa fondamentale allorché si consideri come il totale di 12 allori ai Giochi eguaglia il bottino delle connazionali Jenny Thompson e Dara Torres e che la Coughlin risulta, nell’ultra centenaria Storia della Rassegna a Cinque Cerchi, l’unica ad essere sempre andata a medaglia nel maggior numero di gare disputate – per notizia, Michael Phelps giunse quinto sui m.200 farfalla a Sydney 2000 e quarto sui m.400misti a Londra ’12 – assieme ad una “leggenda” quale il finlandese Paavo Nurmi tra Anversa ’20 ed Amsterdam ’28

Che ne dite, pensate che possa bastare …? Io, sinceramente, credo di sì …

 

TIGER WOODS E L’EPICO US OPEN 2008 RISOLTO ALLA BUCA DELLA MORTE IMPROVVISA

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Tiger Woods in trionfo agli US Open 2008 – da golfdigest.com

articolo di Nicola Pucci

Dovessimo raccontare delle gesta di Tiger Woods, che molti annoverano quale golfista più forte di tutti i tempi, probabilmente faremmo Natale, perché le vittorie sono tante e la carriera ha percorso infinito. Ed allora mi tocca scegliere, e non è proprio un gioco da ragazzi. Sfoglio l’album dei ricordi e torno indietro di non molto, 2008, esattamente dieci anni fa, quando il fenomenale ragazzo californiano regalò l’ennesima impresa di una carriera inimitabile, o quasi, trionfando agli US Open per la terza volta, conquistando altresì il 14esimo e per ora ultimo Major della sua collezione.

Ad onor del vero, quel successo ha i parametri dell’impresa leggendaria. Perché se non è fuori dal comune il fatto che Woods domini la scena in un grande evento, lo è per come la vittoria di Tiger giunge al termine di una sfida al cardiopalma con l’avversario di quei giorni, Rocco Mediate. Che non è un fenomeno, solo sesto in precedenza al PGA Championship del 2002, e neppure tanto giovane, dall’alto dei suoi 46 anni certificati dalla data di nascita, 1962, che lo vedono ben tredici anni più anziano dell’immenso Woods, ma che sta per recitare da protagonista come mai gli era capitato nel corso di una carriera da comprimario.

L’edizione numero 108 dell’US Open va in scena dal 12 al 15 giugno (con coda al 16 giugno, vedremo poi perchè) al Torrey Pines Golf Course di La Jolla, proprio in California, a casa di Woods. Che è l’indiscusso numero 1 del mondo dal 12 giugno 2005 ma fallisce l’assalto all’US Open da quando, nel 2002, battè uno dei suoi rivali più agguerriti, Phil Mickelson, ed è al rientro nel circuito dopo un intervento in artroscopia al ginocchio sinistro che lo ha tenuto fuori dopo il Master di aprile chiuso alle spalle di Trevor Immelman. L’argentino Angel Cabrera è il detentore del titolo, conquistato dodici mesi prima a Oakmont, e capeggia un campo di partecipanti che, oltre al sudamericano e a Woods, allinea al via Lee Janzen, i due sudafricani Ernie Els e Retief Goosen, Jim Furyk, il neozelandese Michael Campbell e l’australiano Geoff Ogilvy, tutti loro già vincitori in passato. Insomma, si attende spettacolo… ma quel che sta per accadere andrà ben oltre le più rosee aspettative degli appassionanti accorsi lungo il green.

Il primo giro, giovedì 12 giugno, come spesso accade per gli US Open, mette in mostra la buona attitudine alla battaglia di due outsiders che rispondono al nome di Justin Hicks e Kevin Streelman, che chiudono appaiati in testa con 68 colpi, tre sotto il par, precedendo un quartetto a quota 69 colpi, tra i quali Rocco Mediate, competitivo fin dal giorno di apertura del Major, e lo stesso Ogilviy, campione nel 2006. Woods, Mickelson e Adam Scott, ovvero i primi tre golfisti del ranking mondiale, partono in sordina, rispettivamente a 72, 71 e 73 colpi, comunque in corsa, mentre negativa è la prova di Cabrera, assolutamente fuori condizione, lontano parente del fuoriclasse che l’anno prima fu in grado di sbaragliare il campo, che chiude a 79 colpi, ben otto sopra il par.

Venerdì 13 giugno segna la fine dell’illusione, effimera, dei due provvisori capoclassifica, che rientrano nei ranghi più consoni alle loro doti, ed è l’australiano Stuart Appleby a rilevarne la prima posizione, 139 colpi complessivi, uno in meno dello svedese Robert Karlsson (70+70), di Mediate che si conferma e di un Woods in rimonta, 68 colpi, che copre le prime nove buche in soli 30 colpi, uno in più del record per gli US Open realizzato da Vijay Singh nel 2003. Il taglio, fissato a 149 colpi, costa l’eliminazione non solo a Cabrera, che impiega 76 colpi per chiudere a 155, ma anche a Janzen, 153 colpi, e Campbell, addirittura 161 colpi, mentre la miglior performance del giorno, 66 colpi, consente allo spagnolo Miguel Angel Jimenez di assestarsi in quinta posizione.

Sabato 14 giugno costa caro ad Appleby, che retrocede in classifica come già successo il giorno prima a Hicks e Streelman, ma sono in tanti a pagare dazio alle difficoltà proposte dal green. Solo 11 degli 80 golfisti rimasti in gara chiudono sotto il par, tra questi proprio Woods, che a dispetto del ginocchio infortunato, piazza due eagles ed un birdie alla buca 17 per chiudere con 70 colpi e balzare al comando con 210 colpi, uno in meno dell’inglese Lee Westwood, unico a non aver mai girato sopra il par, con Mediate, Ogilvy e D.J.Trahan che inseguono a due colpi da Tiger.

Con Woods in testa al mattino del 15 giugno, per l’ultimo giro, sembrano non esserci troppe speranze per gli avversari di ribaltare a loro favore la situazione, vista l’abilità di Tiger nel far gara di testa. Ed invece succede quel che non ti aspetti, con un doppio-bogey alla buca 1 ed un altro alla buca 2, che costano a Woods il comando, per poi rimettersi in carreggiata con due birdies alla buca 9 e 11. Nel frattempo il rivale che nessuno, ma proprio nessuno, aveva pronosticato a questo stadio della competizione, Rocco Mediate, colpisce con inusuale costanza con tre par alle tre ultime buche, segnando 71 colpi nel giro e 283 totali, illudendosi per qualche minuto di far sua la coppa, seguendo dalla “clubhousel’ultimo colpo di Woods e di Westwood, pure lui in corsa per la vittoria. Tiger completa a sua volta il giro con un birdie, uscendo bene dal bunker, e si garantisce, a quota 283 colpi, primo posto in coabitazione con Mediate e l’accesso alle 18 buche supplementari di play-off, dal quale è invece escluso per un solo colpo proprio Westwood, infine terzo a 284 colpi, che termina la sua fatica con un par 5 all’ultima buca, vedendo così svanire i suoi sogni di gloria.

E così, lunedì 16 agosto, il Torrey Pines Golf Course di La Jolla invece di chiudere i battenti, apre le porte per un altro giorno ancora ai due contendenti rimasti a darsi battaglia, Woods e Mediate, che stanno per librare una memorabile sessione di colpi apparentemente senza fine. E’ dal 2001, quando Goosen battè di due colpi Mark Brooks, che l’US Open non si decide con un giro supplementare, ma qui si va pure oltre, perché se Woods allunga grazie a due birdies alla buca 6 e 7, Mediate si trova a dover recuperare tre colpi dopo dieci buche, complici ben quattro bogeis. Ancora una volta, ahilui, Woods trema quando si trova a dover proteggere un vantaggio cospicuo, e se a sua volta infila due bogeis alla buca 11 e 12, Mediate piazza tre birdies consecutivi che gli valgono recupero, aggancio alla buca 14 e sorpasso alla buca 15. La pressione su Woods è altissima, ma il campione è tale e dopo due buche par 3 e par 4, all’ultimo tentativo infila un birdie prodigioso che, come già al quarto giro, vale l’aggancio a Mediate a quota 71 colpi, che ancora una volta si vede scivolare il trofeo di mano quando pareva averlo afferrato.

Eccoci dunque all’epilogo, previsto con “the sudden-death“, la morte improvvisa, una sorta di golden-gol calcistico: si parte dalla buca 7 e chi per primo ne completa una con un colpo in meno, viene proclamato vincitore. E Woods, campionissimo qual’è, a dispetto del ginocchio a pezzi e della fatica accumulata, piazza un par 4 che costringe Mediate all’errore quando, nell’estremo tentativo di uscire dal bunker, fallisce a sua volta il colpo risolutivo, un pelo troppo a destra della buca, chiudendo con un bogey che lo condanna alla sconfitta.

Woods, in coda a cinque giorni di grande golf e di un percorso globale infine di 91 buche, vince il suo Major numero 14 e lo fa nelle condizioni più estreme: due giorni dopo la fine del torneo, annuncia di aver gareggiato con una frattura da stress alla gamba sinistra che lo obbligherà ad una nuova operazione e a saltare il resto della stagione. Capito perché questo ragazzo che gioca a golf è un fenomeno?

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