HARRY GREB, L'”OCCHIO DI VETRO” CHE DEMOLIVA GLI AVVERSARI

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Harry Greb – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Due categorie tra le tante del pugilato avvincono in particolare, da sempre, gli appassionati della noble art. Pesi massimi e pesi medi. E se la questione tra chi sia il più grande tra Dempsey, Louis, Marciano, Alì e compagnia bella è ancora aperta, altrettanto irrisolta, e magari lo sarà in perpetuo, è la sfida a distanza tra fuoriclasse del guantone del calibro di Sugar Robinson, Monzon e Hagler.

Quel che è certo, tuttavia, è che Harry Greb può competere a pieno titolo per la palma di peso medio più forte di sempre. E se la stampa specializzata lo accreditata della corona, noi ci riserviamo nondimeno la sospensione del giudizio, universale, il che parrebbe logico rapportando campioni di epoche così diverse.

Greb nasce a Pittsburgh il 6 giugno 1894, e la sua carriera professionistica, che si avvia nel 1913 per chiudersi tragicamente nel 1926, è tra le più lunghe e ricche d successi dell’intera storia del pugilato.

The Pittsburgh wildcat“, ovvero “il gatto selvaggio di Pittsburgh“, mezzo tedesco e mezzo irlandese, è figlio di un marinaio che sbarca (è proprio il caso di dirlo) il lunario su vecchie carrette che trasportano carbone e ferro. E trasmette al figlio quel senso di ribellione e quel fuoco d’anima che sempre accompagneranno Harry sul ring. In effetti Greb esprime appieno, con la sua boxe, tutta la violenza e la furia distruttiva tipica di chi è costretto a vivere giorno per giorno, una tempesta pugilistica perfetta per quel corpo perfetto da peso medio, 72 kg., che nondimeno ha l’ardire di affrontare boxeur più pesanti di lui.

Greb è infatti inizialmente campione nord-americano tra i mediomassimi nel 1922, quando batte ai punti per “newspaper decision” (all’epoca il verdetto era espresso dalla stampa) Gene Tunney al termine di una battaglia senza esclusione di colpi, già proprio così, costringendo il futuro campione del mondo dei pesi massimi alla prima e poi unica sconfitta in carriera, obbligandolo pure all’ospedale con una costola incrinata ed il volto troppo simile ad una maschera di sangue. Il duello all’ultima goccia è eletto a “fight of the year“, così come la rivincita dell’anno successivo al Madison Square Garden di New York, stavolta favorevole a Tunney.

L’impeto sul ring di Greb desta sensazione, così come la sua scarsa propensione all’allenamento, tanto da affermare che “il miglior allenamento è battersi sul ring. Se gli avversari sono più pesanti molto meglio, hanno poca velocità e li puoi colpire dove vuoi“. Appunto.

Eppure Greb avrebbe pure un handicap penalizzante per le sue ambizioni di affermazione pugilistica. Già da ragazzo è vittima di un incidente che gli limita la vista dall’occhio destro, ci pensa poi Kid Norfolk, nel corso di un combattimento nel 1921, a decretarne la cecità permanente con un colpo di pollice che detrmina il distacco della retina. Figurarsi se la cosa frena Greb. Anzi, è come gettare benzina sul fuoco di una determinazione e di animus pugnandi senza pari, che si abbatte sui malcapitati che hanno la sventura di trovarsi a portata di tiro del suo destro demolitore.

Violenza e furia agonistica, ma anche qualche scorrettezza nel suo repertorio, ad esempio lasciando andare colpi di striscio che usano i bordi o i lacci dei guantoni per ferire gli avversari, e un’irriverenza così come un orgoglio fuori misura. Ne sa qualcosa Jack Dempsey, che lo ebbe prima come sparring partner nel preparare la sfida al francese Carpentier, e venne messo al tappeto, e poi quando Greb, ormai campione del mondo, rifiutò di allenarlo non accettando soldi perché “nessuno può battere Tunney“.

La strada verso la chance mondiale, curiosamente visto il curriculum quasi immacolato, è però lunga, e solo il 31 agosto 1923 a Greb viene concessa l’opportunità di combattere per la cintura iridata dei pesi medi. Johnny Wilson è l’avversario, che se ne esce sconfitto ai punti, ad onor del vero non del tutto meritatamente, a chiusura di 15 riprese equilibrate che regalano infine a “wildcat” il titolo mondiale. Seppur con qualche livido di troppo.

Ormai guadagnata fama e gloria internazionale, Greb difende la corona a più riprese, surclassando Bryan Downey, superando ancora Wilson, non lasciando scampo a Ted Moore, soprattutto battendo Mickey Walker, che il 2 luglio 1925 al Polo Grounds di New York si arrende per verdetto ai punti in quello che viene eletto, ancora, “fight of the year“.

Ma il tramonto agonistico è prossimo ormai, tocca al mancino nero della Gerogia, Theodore Flowers, diacono battista che distribuisce ai poveri della sua chiesa quel che guadagna con i pugni, interrompere la sequenza di difese vittoriose di Greb. Che si arrende una prima volta al sinistro fulminante dell’avversario il 26 febbraio 1926 in un Madison Square Garden gremito ad assistere al campione che cede il passo alla baldanzosa inventiva dello sfidante. Sei mesi dopo, 19 agosto 1926, stesso avversario e stesso palcoscenico, ma il risultato non cambia di una virgola, seppur stavolta Greb accusi non solo la superiorità pugilistica del “moro“, pure anche l’occhio buono che ormai tanto buono non lo è più.

Conviene farsi vedere da un medico”, e il 22 ottobre 1926, ad Atlantic City, Greb finisce sotto altre mani. Ma stavolta non portano pugni pesanti, bensì trattano il bisturi e proprio da quelle mani, ironia della sote, beffarda e tragica, Harry viene sconfitto. Per sempre.

Aveva 32 anni, Harry Greb, e se qualcuno lo considera il più grande peso medio di sempre, non credo proprio che ci vada troppo lontano.

QUANDO I GIUDICI NON DIEDERO LA CORONA A THOMAS HEARNS

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Hearns attacca Leonard nel match del 1989 – da board.dailyfix.net

articolo di Massimo Bencivenga

A livello di boxe, per tutto il 1989 promoter, critici e appassionati erano presi da due cose: trovare dei rivali all’altezza per Mike Tyson e Julio Cesar Chavez; e vedere i return-mach di Leonard. Sfumato quello con Hagler, le organizzazioni si misero in moto per far combattere Sugar contro “Manos de piedras“, Roberto Duran.

L’uomo di Memphis, Thomas “Hitman” Hearns è stato uno dei giganti dei ruggenti anni ’80 nelle categorie da welter a supermedi. Era più spettacolare di Hagler, meno devastante ma più tecnico di Duran, più rapido di Leonard. Tutta gente con la quale ha incrociato i guantoni. Perdendo quasi sempre. Già, perché questo fenomeno di tecnica, potenza e velocità aveva il tallone d’achille in una mascella troppo debole. O perlomeno troppo debole per resistere agli assalti di gente come Leonard o Hagler.

Al primo incontro con Ray Leonard, nel 1981, Hearns arrivò da campione dei welter, era in vantaggio, ma nelle ultime riprese la figura elegante e dinoccolata di Hearns finì nel mirino delle combinazioni rapide di Leonard che riuscì a stenderlo un paio di volte in malo modo e poi a costringere l’arbitro a fermare l’incontro.

Hearns si riprese alla grande però. Salì di categoria, riuscì a essere il primo a mandare ko Duran e ad avere l’onore e l’onere di misurarsi con il “Meraviglioso“, ossia Marvin “Marvelous” Hagler. L’incontro fu preparato come si deve, gli fu dato un titolo, quasi una primizia per i tempi: The War.

Beh, chi si aspettava una battaglia fu deluso, giacché fu un massacro. Hagler, semplicemente, scherzò con Hearns mandandolo per le terre alla terza ripresa. Fu invero un ko abbastanza comico da vedere, con Hearns che sembrò una marionetta alla quale improvvisamente qualcuno avesse tagliato i fili.

Eppure Hearns era un fenomeno. Davvero. E ritiratosi Hagler, con Leonard indeciso su cosa fare, divenne il dominus riuscendo ad essere il primo a diventare re di quattro diverse categorie di peso.

Record che detenne per poco, visto che Leonard, battendo LaLonde, riuscì ad arrivare a cinque. Il match con LaLonde fu disputato con un peso in grado di far valere il match tanto per i mediomassimo quanto i supermedi, categoria che s’era appena affacciata. Se ne facevano di cose in quegli anni.

E fu proprio sul limite di peso dei supermedi che si organizzò, per il 12 giugno del 1989, al Caesars Palace di Las Vegas, il match tra Leonard campione e Hearns deciso a lavare via l’onta. Dopo due round abbastanza equilibrati, al terzo Hearns piegò le ginocchia a Leonard. Sugar schiumò rabbia e nei due round successivi fece capire non solo di essere in forma, ma di poter far male alla mascellina di Thomas. Alcuni dei round centrali furono bellissimi e di difficile assegnazione, perlomeno in maniera univoca. Hearns teneva l’iniziativa, ma Leonard nello smarcarsi e colpire, gioco nel quale era maestro, spesso riusciva a essere ancora più incisivo di Hitman.

Il dolce arrivò in coda. Nell’undicesima ripresa, Leonard prese l’iniziativa perché sapeva di essere indietro ma, dopo un buon inizio, subì una combinazione micidiale di Hearns e finì di nuovo giù. Si riprese in maniera entusiasmante, facendo barcollare Hearns ma rischiando anche lui di andare di nuovo giù. Round fantastico. Per vincere, Leonard avrebbe dovuto buttar giù Thomas, che per evitare ciò che successe nel 1981 scelse di attaccare; una mossa che rischiò di costargli cara, visto che Leonard riuscì a centrarlo diverse volte, a destabilizzarlo, costringendolo alle corde e a legare per portare a casa il successo.

Già, perché io quell’incontro lo vidi, e per me “Hitman” aveva vinto. Ma Thomas Hearns non vinse. Pari. Questo fu il verdetto. In seguito anche Leonard, uno tutt’altro che modesto e imparziale, si ritrovò ad ammettere di essere stato premiato oltremodo dai giudici.

Spero di aver fatto balenare un po’ la magia di quegli anni, perché io ho visto anche Floyd Mayweather-Pacquaio, ma lì lo spettacolo non sono riuscito a scorgerlo.

TREVOR BERBICK, IL PUGILE CHE CHIUSE L’ERA DI ALI’ E APRI’ QUELLA DI TYSON

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Berbick contro Tyson – da athlitiki-enhmerosi.pblogs.gr

articolo di Nicola Pucci

Tra poco vi racconterò la vicenda agonistica, e nel dettaglio la carriera, di Trevor Berbick. Ma sappiate che la narrazione riguarda chi ha l’onore di aver chiuso definitivamente l’era del più grande, Muhammed Alì, ed aver avviato, involontrimente sia detto, quella gloriosa del suo successore designato, Mike Tyson.

Berbick viene alla luce il 1 agosto 1955 a Port Antonio, cittadella giamaicana non troppo distante dalla capitale Kingston, e chi nasce da quelle parti, o si diletta col reggae oppure prova a correr veloce. Ergo, per il giovanotto che si avvicina al pugilato in età già avanzata è oltremodo difficile poter trovare avversari all’altezza, e non esercitando oltre i confini patrii, quando viene selezionato per difendere i colori della Giamaica alle Olimpiadi di Montreal del 1976 nella categoria dei pesi massimi, il difetto di esperienza è palese. Berbick è bravino, questo è ovvio, ma dopo aver usufruito di un bye al primo turno, incoccia nel rumeno Mircea Simion che lo batte ai punti, proseguendo poi la sua corsa fino ad un prestigiosa medaglia d’argento, battuto a sua volta da Teofilo Stevenson.

Poco più che 21enne, Berbick sceglie la via del professionismo, lasciando l’isola natale per trasferirsi in Canada, a Montreal, dove dimorerà a lungo pur svolgendo l’attività ad Halifax e di cui qualche anno dopo prenderà cittadinanza. Proprio nel paese di adozione esordisce tra i “grandi“, il 27 settembre 1976, vincendo con Wayne Martin per k.o.t. ed assommando dopodichè una serie di undici succesi consecutivi, di cui appunto ben dieci prima del limite, per avere una prima chance di combattere per il titolo americano contro Bernardo Mercado il 3 aprile 1979. I due contendenti hanno già incrociato i guantoni da dilettanti, e fu Berbick ad imporsi allora, ma stavolta la sfida dura soli 50″, il tempo necessario a Mercado per buttar giù Trevor e prendersi la rivincita.

Berbick incassa la battuta d’arresto con maggior audacia di quanto non gli sia riuscito sul ring, forte dell’orgoglio di chi, isolano, vuol emergere tra mille difficoltà e di un pugno che se lasciato libero di colpire può far male. Ne sa qualcosa l’ex-campione del mondo John Tate, che il 20 giugno 1980 proprio all’Olympic Stadium di Montreal è messo al tappeto alla nona ripresa in una sfida brutale che dischiude a Berbick le porte dell’incontro per la cintura iridata.

L’appuntamento con la gloria sarebbe per l’11 aprile 1981, nel maestoso scenario del Caesars Palace di Las Vegas, ma l’avversario, Larry Holmes, è di quelli duri a morire, ed in effetti per Berbick, nonostante l’eccellente difesa, il verdetto che lo penalizza unanimamente dopo 15 riprese combattute ad armi pari e contro tutti i pronostici è solo la certificazione di essere al livello dei più forti.

Ecco dunque che, dopo aver messo k.o Conroy Nelson per il titolo canadese, c’è l’occasione per ritagliarsi una vetrina di rango, ovvero l’incontro con il declinante campionissimo, Muhammad Alì appunto, che si arrende a Nassau, nelle Bahamans, per verdetto unanime e chiude la sua leggenda, al tempo stesso facendo schizzare alle stelle la notorietà di Berbick. Che è il primo pugile a battere l’ostico Greg Page, il che gli garantisce il passaggio sotto l’ala protettrice di Don King, ed infine, dopo qualche altro titolo canadese e del Comonwealth e due vittorie contro avversari di buon lignaggio come David Bey e Mitch Green che valgono pure il titolo americano, ecco un’altra opportunità di diventare campione del mondo.

Il 22 marzo 1986, al Riviera Hotel & Casino di Las Vegas, Berbick ha il detentore Pinklon Thomas tra lui e il titolo WBC dei pesi massimi. L’occasione, ben più di quella con Holmes, è troppo ghiotta per essere sprecata, e Trevor stavolta non fallisce l’appuntamento. Si impone ai punti convincendo i giudici che lo confortano in blocco, ed infine sale sul tetto del mondo, primo pugile giamaicano a compiere l’impresa nella categoria più prestigiosa.

Quel che avviene in seguito è leggenda. Ma non certo per Berbick, che conserva il titolo mondiale per soli otto mesi, fino al giorno in cui un uragano di nome Mike Tyson, all’Hilton Hotel di Las Vegas, mette fine al suo regno in sole due riprese, complici un paio di atterramenti ed una superiorità disarmante. Il ricordo di Berbick, scosso dai colpi ed assolutamente incapace di rialzarsi, barcollante fino alle corde, privato del senso dell’equilibrio e in preda alla nebbia, è l’ultimo di una carriera di alto livello che conosce qualche altro ruzzolone, ad esempio con James “Buster” Douglas, che a sua volta verrà sacrificato a “Iron Mike“, e Jimmy Thunder, e di una vita che si trascina tra una condanna per stupro ed il triste epilogo del 28 ottobre 2006 quando viene assassinato per una torbida questione familiare.

Trevor Berbick chiuse un’era e fu testimone di un’altra che si apriva, comunque sia ha scritto una pagina storica di pugilato. Vero e che non fa sconti a nessuno. Come la vita.

 

NINO BENVENUTI E LA VITTORIA DEFINITIVA CON GRIFFITH

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Una fase del match – da ilpost.it

articolo di Nicola Pucci

Ho contratto una sorta di debito, con il grande Nino Benvenuti. Perchè se su queste stesse pagine ho raccontato il tramonto della sua carriera agonistica contro Carlos Monzon, ho altresì omesso di celebrarne i trionfi come sarebbe lecito per il più grande, o almeno uno dei più grandi (“io e Duilio Loi sullo stesso piano, Mazzinghi sotto” era solito affermare) del nostro pugilato. Ed allora è giunto il momento di render giustizia al buon Nino.

4 marzo 1968. Sul ring del nuovo Madison Square Garden, che ha preso il posto del “vecchio” (quarta costruzione in ordine di tempo edificata su una stazione ferroviaria nel cuore di Manatthan) che l’anno prima, il 17 aprile 1967, fu teatro del primo, leggendario match della serie che tenne nella notte italiana oltre 10 milioni di ascoltatori incollati alla radio alla voce di Paolo Valenti e si risolse nella conquista del titolo mondiale dei pesi medi versione WBA e WBC a spese di Emile Griffith, e dopo la rivincita qualche mese dopo, il 29 novembre, sul quadrato dello Shea Stadium di New York, stavolta appannaggio del “moro” delle Isole Vergini, complice anche uno stiramento muscolare allo sterno sofferto dal campione triestino, i due protagonisti si danno appuntamento per la terza volta, a chiusura, definitiva, della questione tra chi dei due sia il più abile nella tenzone pugilistica.

Stavola è mamma RAI a diffondere le immagini di una sfida epocale, altrettanto destinata a rimanere per sempre negli annali della boxe, italiana e non solo. Ci fossero i dati relativi allo share probabilmente si batterebbe il record di audiance (perdonatemi qualche termine universale di troppo, lo sapete, sono un difensore strenuo della lingua italiana). “Naino“, come lo chiamano gli americani, ha buonissima reputazione anche al di là dell’Oceano, per i tanti emigrati che lo seguono con passione tricolore, e la terza volta che i due rivali incrociano i guantoni si affrontano ancora una volta senza esclusione di colpi, nel nome di un equilibrio ormai accertato dalle due precedenti sfide decise per verdetto ai punti.

Benvenuti è eleganza, stile, leggerezza e classe cristallina, Griffith al solito ci mette ardore, pesantezza del pugno e quella dose massiccia di personalità, necessaria a chi ha sofferto per guadagnarsi la ribalta. Ed è pure dato favorito dai bookmakers. E così Nino, per infine tornare a cingersi della corona di campione del mondo, deve esibirsi in quello che può ritenersi il capolavoro tattico della sua carriera.

Se a conclusione di 15 riprese intense, in cui l’italiano risponde con le proverbiali accelerazioni con il jab sinistro alle sfuriate scomposte dello statunitense e con movenze da ballerino si sottrae alla sua baldanza fisica, l’arbitro Lo Bianco e il giudice Forbes assegnano la vittoria per 8-6 ed un round pari a Benvenuti e il giudice-arbitro Al Berl certifica il 7-7 ed un round pari, sentenza che vale al campione tricolore la riconquista del titolo dei pesi medi, questo è possibile perchè Nino, nella sera più importante e davanti alla platea più prestigiosa, 18.000 spettatori entusiasti, non sbaglia niente assurgendo, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, al rango di fuoriclasse. Decisivo per l’esito dell’incontro è il nono round, quando il pugile italiano sferra il gancio mancino che atterra Griffith, nondimeno in grado di rialzarsi, seppur penalizzato da una ripresa che lo condannerà alla sconfitta. Il detentore del titolo si rifà sotto, con furia cieca, soprattutto nell’ultimo round quando con un destro alla mascella fa vacillare Benvenuti, stoico e ben preparato fisicamente, che regge l’urto e completa vittoriosamente l’incontro.

Benvenuti chiude trionfante la trilogia mondiale, unendo, infine, quell’Italia che sul suo conto si era divisa a metà. Curioso quel che ebbe modo di dire Nino, che in quanto a lingua lunga e cervello fino non era proprio secondo a nessuno: “non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai diviso la bellezza di 45 round“. Già, quando qualche anno dopo Griffith dichiarò al mondo la sua omosessualità, proprio il grande rivale di sempre gli diede pieno sostegno. Belle le storie che nascono e si intrecciano su un ring, vero?

CHUCK WEPNER E IL MATCH CON ALI’ CHE ISPIRO’ ROCKY BALBOA

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Chuck Wepner mette al tappeto Alì – da theguardian.com

articolo di Nicola Pucci

A molti osservatori distratti della noble-art il nome di Chuck Wepner dirà poco o niente. E non potrebbe essere altrimenti, come biasimarli? Ma a chi se ne intende, ed ha pure buona conoscenza del grande schermo, la storia che sto per narrarvi non solo suona affascinante, ha altresì tracciato indelebilmente la carriera dell’eroe del cinema italo-americano per eccellenza, Sylvester Stallone, in arte Rocky Balboa.

La storia racconta che il nostro eroe, Chuck Wepner appunto, nasce il 26 febbraio 1939 a New York, e fin da adolescente madre natura, se non generosa in quanto a talento e raffinatezza, nondimeno fornisce al ragazzotto, ben presto privato della presenza del padre e cresciuto dalla nonna, chili e tempra indomita in abbondanza. E il buon Chuck ne approfitta. Nel tirare di pugni, ad esempio, cosa che sembra riuscirgli piuttosto efficacemente, se è vero che, seppur privo di mobilità e grazia, assorbe senza batter ciglio i colpi possenti che gli avversari stampano sul suo corpo, per ribattere da par suo con veemenza e spesso aver partita vinta.

E’ dura guadagnarsi la pagnotta, a Bayonne, nel New Jewrsey, tanto che tra cantieri navali e basi marine il buon Chuck un giorno avrà modo di ricordare “che bisognava lottare per sopravvivere“. Gioca a basket, si arruola in Marina dove è già il pugile migliore, e nel 1964 debutta nel professionismo, proprio al City Stadium di Bayonne, davanti agli amici di sempre, battendo per k.o. alla terza ripresa un certo George Cooper.

E’ l’avvio di un cammino agonistico che conoscerà infine, in 51 incontri, 35 vittorie, 14 sconfitte e 2 verdetti di parità, entrambi con Everett Copeland. Esce dai patri confini solo il 22 giugno 1969 per incrociar guantoni, e perdere, con Jose Roman a San Juan di Portorico, ma la notorietà è garantita dal successivo incontro con un giovanissimo George Foreman, campione olimpico dei pesi massimi a Città del Messico nel 1968, che lo batte al Madison Square Garden il 18 agosto 1969 per k.o.t. all’inizio della terza ripresa, già con un occhio malconcio e il volto ridotto ad una maschera di sangue.

Ecco, se c’è una cosa che a Wepner riesce particolarmente bene è non cedere mai il passo ad avversari decisamente più forti, e Big George lo è chiaramente, resistendo non si sa bene come alla gragnuola di fendenti che gli arrivano da ogni parte. Nondimeno si costruisce una buona reputazione, è il boxeur più affermato nel Northeast’s Club Boxing circuit, e dopo una sconfitta sempre per k.o.t. con Sonny Liston al termine di un combattimento di inaudita violenza, il 29 giugno 1970 nel “suo” New Jersey, si merita l’appellattivo di “il sanguinolento di Bayonne“.

Già, perché Wepner a fine carriera vanterà il poco invidiabile record di aver costretto il suo cutman a cucirgli ben 329 punti di sutura sul volto (secondo solo ai 359 di un altro indomabile incassatore, Vito Antuofermo), e se non può certo illustrarsi per l’aspetto stilistico della sua boxe, ancor meno può dirsi che sia bello a vedersi. E’ sì di stazza imponente, assecondata da un coraggio senza eguali ed un ardire quasi illimitato ma… ma Chuck Wepner non è proprio il prototitpo del campione del pugilato.

Eppure c’è chi lo segue con ammirazione, e l’occasione della vita capita il 24 marzo 1975, quando quel meraviglioso promoter che risponde al nome di Don King lo sceglie quale sfidante del suo campionissimo, Muhammad Alì, per il titolo mondiale dei pesi massimi, versione WBA e WBC, forse anche incoraggiato dal successo di Chuck un paio di anni prima con l’ex-detentore della cintura Ernie Terrell, probabilmente perchè al momento il pugile di Bayonne è tra i massimi più accreditati in circolazione.

La sfida va in scena al Richfield Coliseum, nell’Ohio, alle porte di Cleveland, ed ovviamente il pronostico è a senso unico. Oltre ai 15.000 spettatori presenti all’incontro, in un teatro del Greenwich Village, davanti ad una delle 150 tv a circuito chiuso che trasmettono il match, un giovane attore di belle speranze, Sylvester Stallone,  assiste a quella che pare dover essere una semplice esibizione del campione di Louisville. Invece, fedele alla sua etichetta, Wepner ne busca tante ma mai indietreggia, incassa e riparte di slancio, fino al reato di lesa maestà del nono round, quando all’atto di affondare il destro alle costole, cammina sul piede del famoso rivale che mette il sedere a terra.

Sia mai. Alì, fin lì padrone del match e al solito irridente l’avversario, ha l’orgoglio scosso, e se hai l’ardire di sfidare un campione a singolar tenzone, questo come minimo s’arrabbia e magari te le fa pagar cara. Quel che si abbatte su Chuck da lì al termine del combattimento, in effetti, è una selva impressionante di cazzotti, il temerario barcolla ma resta in piedi, sanguina da ogni poro ma non vuol saperne di arrendersi, il volto tumefatto e gli occhi lividi, fino all’ultima ripresa, quando con soli 19″ ancora da disputarsi è l’ora del definitivo k.o.tecnico.

Alì vince, ed è naturale che sia così, ma a Wepner va l’onore delle armi, l’applauso dei presenti e la trasfigurazione in Rocky Balboa dell’epica resistenza sul ring. Già, perché Stallone trae ispirazione e un domani prossimo la fama cinematografica gli aprirà le porte. Grazie a Chuck, pugile tra i tanti ma “sanguinolento ed eroico” come pochi.

JACKIE FIELDS, IL PUGILE CHE DIVENTO’ CAMPIONE GRAZIE AD UNA COLLETTA

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Jackie Fields – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Jackie Fields, che in verità all’anagrafe fu trascritto come Jacob Finkelstein, deve ai compagni di allenamento se vinse prima il titolo olimpico, poi divenne campione del mondo, infine fu inserito nella International Boxing All of Fame.

Andiamo per ordine. Nato a Chicago il 9 febbraio 1908, il giovane Jacob, che ha sangue ebraico nelle vene, inizia a boxare a 14 anni e deve al suo istruttore di quei giorni, l’ex pugile Marty Fields appunto, il nome che lo introdurrà tra gli immortali della noble art. E’ decisamente abile con i guantoni, il giovane Jacob, dotato di classe cristallina e dallo stile impeccabile, ma la sua vita non è solo dare di pugni e quando gli americani selezionano la spedizione per le Olimpiadi di Parigi del 1924, Jackie, che nel mentre si è trasferito con la famiglia a Los Angeles, studia e per il poco tempo che ha da dedicare all’allenamento, oltre ad una mano rotto, è battuto in semifinale nel torneo di qualificazione. Sorte vuole che il ragazzo, poco più che 16enne, sia ben gradito ai compagni che raccolgono qualche spicciolo necessario per garantirgli il viaggio nella capitale francese. Dove Fields, e sarà la sua fortuna, arriva accompagnato da un eccellente record da amatore (conta 51 successi in 54 combattimenti), seppur ancora non certo della partecipazione ai Giochi, infine promosso sul campo, pardon sul ring, dagli attenti selezionatori del suo paese assieme a Joseph Salas che ha quattro anni più di lui ed è campione nazionale.

In terra transalpina il giovane, anzi giovanissimo, visto che ha poco più di 16 anni, Jacob illustra tutto il suo smisurato potenziale. Combatte nella categoria dei pesi piuma, e nonostante l’inesperienza, è già il più elegante sul ring tra tutti i competitori ai Giochi, sonfiggendo uno dopo l’altro ai punti, per decisione unanime, l’irlandese Doyle, il norvegese Hansen, il cileno Abarca e l’argentino Quartucci, per guadagnarsi così l’occasione finale proprio con Salas. I due americani sono buon amici, a tal punto che Fileds, infine vincitore ancora una volta inequivocabilmente ai punti, venuto a conoscenza del verdetto che lo proclama più giovane olimpionico di sempre del pugilato trova rifugio, in lacrime, negli spogliatoi, quasi colpevole di aver fatto un torto al compagno di bandiera.

Tant’è, il giovane Jacob, che per tutti ora è Jackie, si affaccia al professionismo di ritorno dall’exploit parigino con un record di precocità che, a meno che non venga abbassato il limite d’età per gareggiare nel pugilato, è destinato a durare in perpetuo, ed è solo l’abbrivio di una carriera che si annuncia colma di soddisfazioni. L’8 maggio 1925 Fields e Salas sono nuovamente l’uno contro l’altro, ad Hollywood, e Jackie si conferma vincendo ai punti in dieci riprese, per poi cominciare l’escalation agonistica che ha come obiettivo, logicamente, il titolo mondiale.

La strada è lunga, e pure segnata da alcune sconfitte con Jimmy McLarnin, unico in grado di metterlo k.o. alla seconda ripresa, Louis “Kid” Kaplan e Sammy Mandell, prima del match atteso con Young Jack Thompson, che il 25 marzo 1929 si arrende al Coliseum di Chicago all’ardore di Fields che ha così l’opportunità, esattamente quattro mesi dopo, di combattere con Joe Dundee per la cintura iridata, versione WBA, dei pesi welter.

La sfida  ha come teatro la State Fairgrounds Arena di Detroit, e il suo svolgimento, sotto gli occhi di 27.000 spettatori attoniti, ha del drammatico. Fields aggredisce l’avversario mandandolo due volte al tappeto all’inizio della seconda ripresa, tanto che all’angolo di Dundee, contato a nove e a sette, si teme il crollo. Invece Dundee ha la forza di tornare in piedi per colpire Jackie con una scorrettezza alle parti intime, al punto che Fields non sarebbe in grado di proseguire l’incontro, tanto ha accusato il colpo basso. Inevitabile è però la squalifica di Dundee, che affermerà di aver agito involontariamente, che regala così il titolo a Fields, infine sul tetto del mondo dopo un lungo inseguimento.

Jackie ha poco più di 21 anni, la boxe è ai suoi piedi ma dopo aver sconfitto in due occasioni Vince Dundee, fratello minore di Joe, ed aver perso ai punti con Young Corbett III, mette il titolo in palio proprio con Young Jack Thompson, che il 9 maggio 1930 all’Olympia Stadium di Detroit riscatta la sconfitta dell’anno prima e strappa al campione la corona di re dei pesi welter. Fileds, scalzato proprio quando pareva poter aprire un’era vincente, si trova così a dover ripartire da capo, o quasi, ma forte di un pugilato senza pecche e sostenuto da grinta da vendere, torna a respirare aria di titolo mondiale il 28 gennaio 1932 quando, allo Stadium di Chicago, ovvero la città che lo aveva visto nascere e crescere nel ghetto ebraico forgiando proprio qui la tempra del combattente, batte Lou Brouillard per decisione unanime alla decima ripresa riconquistando quella corona dei pesi welter che il rivale aveva sua volta tolto a Thompson.

Ma come già la prima difesa del titolo conquistato lo aveva visto soccombere, anche stavolta la gloria di Fields è di breve durata. Vittima di un incidente d’auto che lo priva della vista da un occhio per il distacco della retina, Jackie mette in palio la cintura con Young Corbett III il 22 febbraio 1933 al Seals Stadium di San Francisco dove un arbitro incapace, tale Jack Kennedy, assegna la vittoria al decimo round a Corbett. Ammesso l’errore a Jack Kearns, menager di Fileds, Kennedy ne uscirà a sua volta colpito da un destro che lo manda al tappetto ben più dei due contendenti che se le sono suonate sul ring.

Fatto è che Fields, ormai in pericolo di cecità, perso il titolo chiude la carriera con l’ultima sfida, vittoriosa, a Young Jack Thompson. Poi appende i guantoni al chiodo ed attende che la International Boxing Hall of Fame gli dia il benvenuto, a fianco di chi ha scritto pagine epiche di pugilato. Cosa che puntualmente avviene nel 1994.

Già, tutto grazie ad una generosa colletta. Visto cosa significa esser caro ai compagni?

PATRIZIO OLIVA, DAL TITOLO OLIMPICO ALLA CINTURA MONDIALE

Patrizio Oliva
Oliva nel match contro Sacco – da boxenews.com

L’edizione 1980 delle Olimpiadi, che va in scena nella Mosca boicottata dal blocco americano, registra nel torneo di pugilato un dominio pressoché assoluto degli atleti cubani, che si piazzano sul podio in ben 10 delle 11 categorie previste – con la sola eccezione dei pesi mosca dove Jorge Hernandez viene sconfitto ai punti al secondo turno dal pugile di casa Viktor Miroshnichenko (poi medaglia d’argento) – conquistando 6 medaglie d’oro, 2 d’argento ed altrettante di bronzo. In questo scenario emerge la classe cristallina del ventunenne napoletano Patrizio Oliva, che trionfa nella categoria dei welters junior.

Già campione europeo juniores nel 1978 nei pesi leggeri, l’anno seguente Oliva viene sconfitto nella finale dei Campionati Europei di Colonia dal sovietico Serik Konakbayev in quello che lui stesso definirà come il più duro combattimento della sua carriera, stavolta nella categoria dei pesi welters junior.

Il percorso olimpico di Oliva non trova grosse difficoltà nei primi due turni, quando si sbarazza agevolmente sia del rappresentante del Benin, Aurelien Agnan (kot al primo round) che del siriano Farez Halabi, che subisce identica sorte prima del gong del secondo round. Ben più ostico il match dei quarti di finale, che dischiude al napoletano la porta verso le medaglie, che vede Oliva opposto allo jugoslavo Ace Rusevski, già bronzo olimpico quattro anni prima a Montreal nella categoria dei leggeri, che l’azzurro supera ai punti con verdetto di misura (3-2), consentendogli di affrontare in semifinale il britannico Tony Willis, sconfitto anch’esso ai punti, ma stavolta con verdetto unanime (5-0).

L’altra semifinale mette di fronte l’idolo di casa, il citato Konakbayev, al cubano Josè Aguilar e l’incontro si risolve in una vittoria ai punti (4-1) per il sovietico per una riedizione in chiave olimpica della finale europea dell’anno precedente.

E’ indubbio che contro un pugile di casa e con il verdetto influenzato dal pubblico presente, ad Oliva serva il match della vita per conquistare l’0ro e l’azzurro risponde presente sfoderando una prestazione che non può lasciare alcun dubbio su chi sia il migliore sul ring di Mosca, ed anche se uno dei cinque giudici dà la propria preferenza al pugile sovietico, il verdetto finale di 4-1 consegna all’Italia la sua unica medaglia (ma del metallo più pregiato) della spedizione olimpica.

Konakbayev prosegue la sua carriera dilettantistica, aggiungendo al proprio palmarès – salito di categoria, nei welters – un altro titolo europeo a Tampere nel 1981 e l’argento ai Mondiali di Monaco 1982, sconfitto in finale dall’americano Mark Breland, mentre Oliva – che viene altresì premiato con la “Coppa Val Barker” quale miglior pugile dell’intera rassegna olimpica – passato professionista colleziona una serie di successi di prestigio, passando da un primo titolo italiano a novembre 1981 contro Giuseppe Rossi (ne aggiungerà altri quattro), al titolo europeo del gennaio 1983 ad Ischia contro il marsigliese Robert Gambini (lo difenderà addirittura undici volte, le ultime tre nella categoria dei pesi welter), per addivenire infine alla conquista del titolo mondiale dei welters junior (o superleggeri) versione WBA il 15 marzo 1986, quando allo Stadio Louis II di Monaco batte l’argentino Ubaldo Sacco.

Quella cintura sarà sua anche nei successivi combattimenti con Brian Brunette e Rodolfo Gonzalez, prima di conoscere l’onta della prima sconfitta da professionista il 4 luglio 1987 quando un altro argentino, Juan Martin Coggi, lo metterà al tappeto strappandogli il titolo. Un ultimo tentativo di tornare sul tetto del mondo, il 25 giugno 1992, verrà vanificato dall’americano James McGirt, che nella sfida valida per il titolo mondiale dei pesi welter versione WBC chiuderà la carriera di Oliva, che somma un record di 57 vittorie e 2 sole sconfitte.

Un posticino tra i grandi del pugilato italiano, Patrizio Oliva, se lo merita proprio.

FLOYD PATTERSON, L’ELEGANTE RE DEI MASSIMI

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Floyd Patterson contro Archie Moore – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Mi avvalgo della facoltà di poter disporre di una sorta di sospensione del giudizio, nel trattare di Floyd Patterson. E se avrete la pazienza di seguirmi, vi spiegherò perchè.

Sebbene venga considerato uno dei pesi massimi più forti della storia, tanto da guadagnarsi il titolo di miglior pugile dell’anno nel 1956 e nel 1960, oltre a veder eletti i suoi match con Johansson del 1960 e con George Chuvalo del 1965 “fight of the year“, qualche reticenza e qualche ombra accompagnano la carriera del boxeur nato a Waco, in Texas, il 4 gennaio 1935.

Sono anni in cui il pugilismo americano abbonda di fuoriclasse dal guanto che fa male, tra questi ad esempio Archie Moore contro cui Patterson, preceduto dalla fama di campione olimpico per il titolo conquistato ad Helsinki nel 1952 nella categoria dei pesi medi, combatte appena 21enne, il 30 novembre 1956, a Chicago, atterrandolo al quinto round e già impossessandosi della cintura iridata. Sembra l’abbrivio di un viaggio agonistico senza pari, ed in effetti le quattro difese del titolo contro Tommy Jackson, Pete Rademacher, Roy Harris e Brian London confermano il talento cristallino di Patterson, pugile dalla stazza non proprio imponente, 183 centimetri, per questo agile e dalla tecnica raffinata, retaggio dei suoi trascorsi nelle categorie di peso minori. Ma… ma eccoci al dunque, al primo inciampo. Ed è un inciampo clamoroso, il 26 giugno 1959, quello imposto dallo svedese Ingemar Johansson, che allo Yankee Stadium di New York, sotto gli occhi attoniti dei presenti, lo mette al tappeto ben sette volte nei tre round che decretano la sconfitta a sensazione del campione, e pure sospetto, tanto che il combattimento viene proclamato “upset of the year“, il che non depone certo a favore della carriera di Patterson. Tanto più che nelle altre due puntate della trilogia, il 20 giugno 1960 al Polo Grounds di New York e il 13 marzo 1961 al Covention Center di Miami, l’americano si prende due sonore rivincite, a sua volta atterrando il rivale in cinque e sei riprese.

Mentre va profilandosi all’orizzonte la figura ingombrante di Cassius Clay, campione olimpico a Roma e destinato a segnare un’epoca tra i pesi massimi, Patterson è atteso al varco da Sonny Liston, il nuovo che avanza, previa un’altra difesa del titolo contro Tom McNeeley. Ed è un nuovo che picchia duro, che incute timore, se è vero che ha nel frattempo demolito gli avversari che ha trovato lungo la strada che portava alla sfida per il titolo mondiale. Come altrettanto vero, e forse anche giustificato, è il reiterato tentativo dei procuratori di Floyd di “schivare” l’incontro, fors’anche per i legami, certi, di Liston con gli ambienti mafiosi. Infine il match, atteso al punto che lo stesso presidente J.F.Kennedy  chiede l’esibizione dei due campioni abbia luogo, va in scena, il 25 settembre 1962, e il Comiskey Park di Chicago è teatro ancora di una penosa recita del campione in carica, troppo inferiore allo sfidante per poterne reggere l’urto. A Liston bastano 126 secondi per mettere al tappeto Patterson, che cede la corona e prende coscienza che, forse, la sua boxe, seppur segnata dagli inconfondibili tratti dell’eleganza, è altrettanto inconfutabilmente inadeguata ai massimi livelli.

Per Patterson è l’inizio della parabola discendente, che conosce un altro capitolo amarissimo poco meno di dodici mesi dopo quando il 22 luglio 1963, stavolta al Convention Center di Las Vegas, torna sul ring per prendersi la rivincita, trovando invece ancora il pugno demolitore di Liston che lo manda giù tre volte alla prima ripresa per un match che dura quattro secondi più del precedente.

E così, mentre Cassius Clay detronizza Liston creando il mito di Muhammad Alì ed Ernie Terrell batte quel mastino di George Chuvalo, che lo stesso Patterson sconfigge ai punti al Madison Square Garden di New York il 1 febbraio 1965, Floyd ha l’occasione per tornare a combattere per il campionato del mondo proprio contro Alì. E’ il 22 novembre 1965, curiosamente il teatro scelto per la recita è sempre il Convention Center di Las Vegas, che al puledrino di Waco ricorda i tristi giorni della rivincita con Liston. Ed ahimè per lui l’esito non è confortante, in una sfida preceduta dalla provocazione di Patterson che chiama il rivale “Cassius Clay” ed Alì, lingua tagliante, che replica con un altrettanto provocatorio “Zio Tom“. Vince Muhammad, per k.o.t. al dodicesimo round, ed anche se poi Patterson avrà un’altra chance nel settembre del 1968 quando, per la squalifica di Alì, combatterà ancora con Jimmy Ellis per la corona iridata, perdendo ai punti, ormai la carriera volge al termine. Con un’ultima, forse anche patetica esibizione, proprio con Muhammad Alì, il 20 settembre 1972, in un Madison Square Garden che saluta il suo campione più elegante.

Come? Ovviamente con una sconfitta, per k.o.t. alla settima ripresa, l’ennesima di una carriera con tante vittorie di prestigio ma anche battute d’arresto con avversari più grandi di lui. Forse troppe.

STANLEY KETCHEL, L'”ASSASSINO DEL MICHIGAN” CHE MORI’ UCCISO

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Stanley Ketchel mette a terra Billy Papke nel loro terzo match – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Fu soprannominato “the Michigan assassin“, ed in buona parte l’etichetta corrispondeva al vero. Perchè Stanley Ketchel, quando saliva sul ring, non aveva altro obiettivo che mettere a terra l’avversario con cui faceva a pugni, e se ciò equivaleva a far male, molto male, meglio ancora. Anche combattendo, lui peso medio tra i più grandi di sempre ed incurante della differenza di peso, contro i massimi.

Figlio di due immigrati polacchi, Thomas e Julia, Stanley, che all’anagrafe compare come Stanislaw Kiecal, nasce a Grand Rapids, appunto nel Michigan, il 14 settembre 1886 per poi spostarsi a Butte, nel Montana. E dopo aver saltato a piè pari la scuola, ed aver lavorato come fattorino d’albergo e buttafuori facendosi al tempo stesso una discreta nomea con i guantoni, esordisce nel 1903 battendo Kid Tracy per k.o. alla prima ripresa. Si dice che sia legatissimo alla madre e leggenda, neppure troppo leggenda ad onor del vero, racconta che prima di ogni incontro immagini che l’avversario la insulti scatenando così in lui la ferocia sul ring. Perchè poi, in effetti, quando combatte Ketchel non scherza proprio, avventandosi come una furia su chiunque gli capiti di affrontare.

Perde il secondo match con Maurice Thompson, ai punti, che lo costringe alla resa anche nella sfida di rivincita, sempre ai punti, per poi pareggiare il terzo incontro, nondimeno Ketchel assomma 39 incontri tutti disputati in Montana, con 34 vittorie, 3 pareggi e appunto le due sconfitte con Thompson. La sua boxe è di una violenza senza pari, seppur non supportata da un fisico eccelso, 70 chili di peso distribuiti su 175 centimetri di altezza. Il suo spirito inquieto, forgiato dalla strada e dai combattimenti nei retrobottega da adolescente, si esprime come meglio non potrebbe tra le corde e chi di boxe ne capisce vede in lui i tratti del campione. Ahimè, la poca voglia di allenarsi, l’ancor meno attitudine ad una vita morigerata, lui che spesso eccede con qualche bicchiere di troppo e si appassiona alle avventure col gentil sesso, ne limitano il potenziale, che dal 1907 esce comunque dai confini del Montana per trasferirsi in California dove ad attenderlo c’è la gloria pugilistica.

Tocca a Joe Thomas, universalmente riconosciuto come il miglior peso medio dell’epoca, battezzare il talento grezzo ma efficace di Ketchel, che lo batte a tre riprese, due volte ai punti ed una mettendolo al tappeto al 32 round (!!!) in una disfida andata in scena alla Mission Street Arena di Colma. A fine anno 1907 Stan si merita il titolo di campione del mondo della categoria, e dopo aver battuto i “gemelli” Sullivan, Mike buttato giù al primo round e Jack atterrato alla ventesima ripresa, difende ancora il titolo di campione del mondo dei medi in tre sfide leggendarie contro il “tedesco” Billy Papke. Se nel primo match Ketchel si impone ai punti, la seconda puntata, il 7 settembre 1908, è segnata dalla scorrettezza di Papke che colpisce Stan alla gola al momento in cui i due rivali si erano avvicinati per il consueto tocco dei guantoni che precede l’inizio di ogni combattimento. Papke gioca d’esperienza e al suono del gong si sposta lateralmente per sferrare un destro che manda al tappeto Ketchel. “L’assassino del Michigan” vede le streghe, in quella prima, infernale ripresa, andando per le terre altre due volte e dall’angolo il suo manager, Pete Stone, ha sentore che andrà a finir male. In effetti l’impari lotta viene interrotta al dodicesimo round quando l’imbattuto ex campione dei pesi massimi James J.Jeffrey, ottimo arbitro nel frattempo, assegna vittoria e titolo a Papke.

Ferito nello smisurato orgoglio, Ketchel assorbe la sconfitta non avendo altro pensiero che prendersi la rivincita. Cosa che puntualmente avviene il 26 novembre dello stesso anno, quando Papke paga con gli interessi il reato commesso nella sfida precedente. Stan lo assale come un selvaggio, lo sottopone ad una sequenza impressionante di colpi e alla dodicesima ripresa, esattamente come era capitato a lui, aggredisce il rivale subito al gong mandandolo al tappetto. Leggenda per leggenda… sarà talmente malconcio, il “tedesco“, che la moglie farà fatica a riconoscerlo.

Dopo due sifde con “Filadelfia” Jack O’Brien, campione dei mediomassimi che pur sovrastandolo in altezza e peso paga dazio all’ardore agonistico di Ketchel che lo atterra quattro volte per un responso di “no decision” al primo combattimento e una vittoria per k.o.t. al terzo round nel secondo, ed aver ancora avuto la meglio di Papke chiudendo così sul 3-1 gli scontri diretti, Stan addiviene alla sfida con il leggendario peso massimo Jack Johnson, che proprio con Jeffries avrebbe dato vita l’anno dopo al match del secolo. L’incontro è programmato il 16 ottobre 1909 a Colma, solito palcoscenico della Mission Street Arena, ed è di una violenza inaudita. I due pugili, buoni amici e frequentatori, si dice, di bordelli e sale d’azzardo, se le danno di santa ragione e al dodicesimo round, dopo che Ketchel ha mandato giù Johnson, il peso massimo a sua volta di nuovo in piedi sferra un micidiale uppercut che costringe Stan alla resa per k.o. Con l’aggravio della perdita dei sensi e di alcuni denti rimasti nel guanto di Johnson!

C’è ancora tempo per una sfida pareggiata con Frank Klaus e una sconfitta ai punti con il canadese Sam Langford, altro peso massimo di acclamata fama, ed è già tempo del commiato. Non solo dai ring degli Stati Uniti, ma anche dalla vita. Il 15 ottobre 1910, in una torbida faccenda mai veramente chiarita, Stanley Ketchel si trova coinvolto, presumibilmente non suo malgrado, in una vinceda a tre in un ranch di un amico, R.P.Dickerson, a Conway, nel Missouri. Una cuoca, Goldie Smith, e il presunto di lei marito, tale Walter Dipley, sono gli oscuri protagonisti di un tentativo di rapina, o regolamento di conti, fatto è che Dipley spara un colpo di arma da fuoco a Ketchel ferendolo alla spalla ed al polmone. Nel disperato tentativo di salvare la vita all’amico agonizzante, Dickerson trasporta in treno Stan al vicino ospedale di Springfield. Ma ogni sforzo è vano.

Stanley Ketchel, noto come “l’assassino del Michigan“, muore a sua volta assassinato. Ma non è un gioco di pugili, questa è tragedia vera. Aveva solo 24 anni e fu uno dei pesi medi più grandi.

GIOVANNI PARISI, CAMPIONE COMPLETO ANCHE NELLA SFORTUNA

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Giovanni Parisi – da fuoriposto.com

articolo di Giovanni Manenti

Che il pugilato sia considerato la “Noble Art” in quanto racchiude in sé qualità come il coraggio, la forza e l’intelligenza, è risaputo, ma è altrettanto vero che per avere la determinazione che ti porta a salire su di un ring per difenderti dai colpi di un avversario e, a propria volta, volerlo atterrare, è necessario avere dentro una spinta, per non dire una rabbia, da sfogare e che per molti pugili trova la sua radice nelle difficoltà e nei traumi subiti nella propria adolescenza.

E non esente dall’aver vissuto una simile situazione è anche Giovanni Parisi, ragazzo calabrese di Vibo Valentia nato a fine dicembre 1967, il quale ha appena due anni quando, assieme a mamma Carmela ed ai due fratelli, risale la penisola per trasferirsi dapprima a Pavia e quindi a Voghera – che diviene la sua città d’adozione – al seguito di un padre che, quando torna a casa dal lavoro in pizzeria, tratta male i figli e la moglie per poi tornarsene, da solo, in Calabria nel 1985, con Giovanni non ancora maggiorenne.

Orgoglioso e sensibile, Parisi mal sopporta le angherie del padre e soffre nel vedere la madre sfiancarsi di lavoro per mantenere un tenore di vita dignitoso ai propri figli, scaricando le proprie tensioni giocando a calcio prima di dedicarsi alla boxe, attività che gli consente di irrobustire un fisico inizialmente gracile e di progredire sino ad esordire in azzurro a 17 anni e conquistarsi un posto per le Olimpiadi di Seul del 1988 grazie alla rinuncia di Caldarella nella categoria dei pesi piuma, circostanza che pone Giovanni – lui leggero naturale – di dover perdere peso in appena dieci giorni per rientrare nei 59kg. previsti.

Non ancora diciannovenne – li avrebbe compiuti il 2 dicembre – Parisi si presenta sul ring coreano non con i favori del pronostico, logicamente orientati verso il pugile americano Kelcie Banks, campione mondiale a Reno (Usa) 1986 dopo aver sconfitto in finale il cubano Jesus Sollet, titolo poi confermato ai “Pan American Games” di Indianapolis 1987 superando in finale il dominicano Villegas per quello che è l’unico oro che sfugge ai pugili cubani – che, ricordiamo, sono assenti a Seul – i quali si affermano in 10 delle 11 categorie in programma.

Solo che Banks incappa in un incidente di percorso che ne pregiudica il cammino sin dal primo turno, quando si fa sorprendere da un diretto dell’olandese Regilio Tuur – pugile di colore originario del Suriname e bronzo agli Europei di Torino 1987 (sicuramente non un sorteggio favorevole per l’americano) – che lo manda al tappeto per il conteggio finale già alla prima ripresa.

Parisi, viceversa, esentato dal primo turno, entra in competizione con un agevole successo ai punti, ma con verdetto unanime (5-0) sul rappresentante di Taipei Lu Chih Hsiung, per poi demolire il sovietico Kazanyan per k.o.t. al secondo round negli ottavi ed avere ragione ai punti, ma ancora una volta con verdetto unanime (5-0) dell’israeliano Shmuel nel match dei quarti che consente all’azzurro di entrare in zona medaglia.

La semifinale vede Parisi opposto ad un pugile tosto, vale a dire il marocchino Abdelhak Achik, reduce da due vittorie entrambe per k.o. alla prima ripresa, ma stavolta è il nordafricano a dover subire identica sorte, costringendo l’arbitro a decretare la fine del match prima del suono del gong del primo round, tanto è netta la superiorità del pugile italiano, che ora deve completare l’opera affrontando in finale il rumeno Daniel Dumitrescu, giustiziere di Tuur ai quarti e che in semifinale ha sconfitto con verdetto unanime il pugile di casa, il sudcoreano Lee Jaw-Hyuk.

Parisi non si fa sfuggire l’occasione ed impiega meno di 3′ per mandare al tappeto il suo avversario e conquistare il sesto oro della spedizione azzurra nell’ultimo giorno di gare, e poter dedicare la medaglia alla memoria dell’amata madre, scomparsa pochi mesi prima, a maggio, dopo aver dedicato tutta la propria esistenza per far crescere i figli.

Il trionfo olimpico apre a Parisi le porte del professionismo, ma anche un cambio di vita che affronta contornandosi di auto di lusso e belle donne, tra cui la ceca Lenka, conosciuta a Vibo Valentia nel giorno del suo debutto da “Pro” e che diviene sua moglie nel 1990 salvo poi divorziare nel 1996.

Ma Parisi è l’unico pugile italiano che può ancora richiamare le attenzioni del pubblico in uno sport che ha oramai perso gran parte del suo fascino nel “Bel Paese“, e per far ciò si trasferisce a Perugia sotto le sapienti mani del maestro Bocciolini, conquistando nel 1991 il tricolore dei pesi leggeri e quindi, dopo altre cinque vittorie consecutive per k.o., ottenere la chance di combattere per il titolo mondiale versione WBO nel settembre 1992, contro il messicano Javier Altamirano, match che si svolge allo Stadio di Voghera ed in cui, dopo aver subito due iniziali atterramenti nelle prime riprese, fa valere la forza del suo micidiale destro per mandare l’avversario al tappeto per il definitivo conteggio nel corso del decimo round, per la gioia dei suoi tanti tifosi di una città che lo ha adottato e che sempre di più ha imparato ad amarlo.

Le imprese del pugile italiano, il quale unisce un pugno micidiale ad una non comune abilità schermistica, non passano inosservate oltreoceano, giungendo sino alle orecchie del famoso promoter Don King, il quale sottopone a Parisi un contratto miliardario per un primo incontro con l’ex campione mondiale Freddie Pendleton a Las Vegas nel settembre 1994, match che l’azzurro si aggiudica con forse una delle sue migliori esibizioni.

La vittoria ai punti su Pendleton convince Don King ad offrire a Parisi la chance mondiale per il titolo dei superleggeri WBC contro il leggendario messicano Julio Cesar Chavez, incontro che va in scena sul mitico ring del “Caesars Palace” di Las Vegas l’8 aprile 1995, dove però il pugile calabrese appare la controfigura di se stesso e, pur resistendo in piedi per tutte e 12 le riprese previste, la vittoria ai punti del messicano è indiscutibile, come testimoniano i cartellini dei tre giudici che assegnano al campione il successo coi rispettivi punteggi di 120-107, 118-109 e 118-109.

Al ritorno in patria, Parisi licenzia l’intero suo clan affidandosi ad una nuova coppia di allenatore e manager composta da Cherchi e Locatelli, il quale ultimo convince il messicano Sammy Fuentes, neocampione mondiale dei superleggeri versione WBO, a mettere in palio il titolo in Italia e l’incontro, che si disputa il 9 marzo 1996 al Palalido di Milano, vede l’azzurro trionfare per k.o.t. tecnico all’ottavo round e quindi confermarsi campione poco più di tre mesi dopo, al termine di un combattutissimo match contro il messicano Carlos Gonzales, svoltosi al Forum di Assago davanti a 5.000 spettatori e conclusosi con un discusso verdetto di parità.

Per Parisi si schiude un periodo di serenità a tutti i livelli, dopo la turbolenta separazione dalla moglie; conosce e sposa Silvia, una ex modella slovacca che gli dà due figli (Carlos, nato nel 1999 ed Angel nel 2005), ed anche se Gonzales si prende la sua rivincita, mettendolo k.o. al nono round nel match disputatosi a Pesaro a fine maggio 1998, i soldi guadagnati con i lauti ingaggi oltreoceano possono garantire un futuro sereno a lui ed alla sua famiglia, se non fosse che un tragico destino è in agguato, portandoselo via a 41 anni da poco compiuti, sotto forma di un incidente stradale avvenuto il 25 marzo 2009 in uno scontro frontale con un furgone mentre è alla guida della sua BMW.

La sua prima grande passione, la boxe, gli ha consentito di emergere nella vita, la sua seconda, le auto veloci, gliela ha prematuramente tolta.

Addio Giovanni, e grazie di tutto…