FLASH ELORDE, IL BAMBINO POVERO CHE DOMINO’ NEI SUPERPIUMA

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Flash Elorde – contro Sandy Saddler

articolo di Nicola Pucci

Quando il 16 giugno 1951 Gabriel “Flash” Elorde debutta tra i professionisti mandando al tappeto al quarto round Kid Gonzaga, probabilmente mai avrebbe immaginato non solo di diventare un campione di valore assoluto, ma pure di venir annoverato tra i pugili più forti di sempre del suo paese.

Già perché questo ragazzo filippino nato a Bogo, nell’isoletta di Cebu, il 25 marzo 1935, è certamente da considerarsi tra i grandi boxer dell’isola del Pacifico, lassù dove meritano di stare fuoriclasse del calibro di Manny Pacquiao e Francisco Guilledo, in arte Pancho Villa. E questo in virtù di una carriera memorabile, già dai primordi marcata dai tratti del successo.

In effetti la boxe diventa fin da subito l’occasione del riscatto per il piccolo Gabriel, ultimo di una nidiata di ben 15 fratelli e che cresce nella miseria più nera. In casa Elorde non si vede l’ombra di un quattrino, e se giungere a fine giornata è già un’impresa, inevitabilmente, dopo soli 3 anni di scuola elementare, il bimbo è costretto a lavorare, come portatore di palle da bowling prima, come falegname poi. Fortuna vuole che l’amicizia con un ex-professionista di pugilato, Lucio Laborte, che gli mette tra le mani i primi guantoni e lo svezza tecnicamente, forgiandone il temperamento focoso seppur introverso e le innate doti naturali, segni la sua vita. Indirizzandola per il verso giusto.

Elorde impara ben presto a dar di pugni, e pure bene, evidenziando, in 166 centimetri di altezza, una velocità fuori dal comune nel portare i colpi, che appunto gli vale l’appellativo di “flash“, con quel suo mancino che quando va a segno fa male, eccome se fa male, e muovendosi tra le corde con la grazia e lo stile di un ballerino, tanto da diventare fonte di emulazione per un certo Cassius Clay. E se 16enne è già professionista, ecco che il filippino incamera una serie di successi convincenti, vincendo nel 1952 il titolo nazionale dei pesi gallo battendo Tanny Campo ai punti per poi conquistare anche la corona asiatica contro il giapponese Hiroshi Horiguchi.

Nel corso dei primi anni Cinquanta Elorde è un pugile di livello che trova vetrina essenzialmente nelle Filippine e in Giappone, combattendo nella categoria dei piuma, che lo vede perdere con Larry Bataan la sfida per il titolo asiatica, così come in quella dei pesi leggeri, che gli regala un titolo nazionale contro Tommy Romulo. Ma per acquisire visibilità globale necessita di una sfida “americana“, come puntualmente avviene il 20 luglio 1955 quando Elorde incrocia i guantoni con quel Sandy Saddler che da anni spopola nella categoria dei pesi piuma. Il filippino vince per decisione unanime, ma l’anno dopo, il 18 gennaio 1956 con la cintura mondiale in palio, al Cow Palace di Daly City Flash si arrende nella rivincita per k.o.t alla tredicesima ripresa, vittima del pugilato sporco dell’americano che ricorre a qualche scorrettezza di troppo per avere la meglio del più giovane avversario.

La sconfitta non scalfisce l’illusione di Elorde di diventare a sua volta, un giorno, campione del mondo. Come puntualmente avviene il 16 marzo 1960 quando Flash, che nel frattempo ha ripetutamente conquistato il titolo asiatico dei pesi leggeri spazzando via la resistenza di chiunque provasse a fermarlo, combatte contro Harold Gomes per la cintura iridata dei superpiuma. La sfida va in scena all’Araneta Coliseum di Quezon City, e davanti ad almeno 30.000 connazionali Elorde mette definitivamente in ginocchio il campione del mondo alla settima ripresa, riportando nelle Filippine un titolo mondiale che mancava da 21 anni, da quando Ceferino Garcia aveva sconfitto Fred Apostoli per la cintura iridata di pesi medi.

Il sogno di salire sul tetto del mondo, per Elorde, si avvera infine, ma è solo l’inizio di una dittatura nella categoria dei superpiuma, quella sotto le 126 libbre (57,152 kg.), che Flash domina nei sette anni successivi, battendo uno dopo l’altro lo stesso Gomes, che stavolta regge solo un round, Joey Lopes, sconfitto per decisione unanime, l’italiano Sergio Caprari, costretto a gettare la spugna pure lui alla prima ripresa, Auburn Copeland e Johnny Bizzarro entrambi sconfitti ai punti, Love Allotey, che incappa in una squalifica all’11esima ripresa, due volte il giapponese Teruo Kosaka, messo al tappeto in due combattimenti governati con classe ed audacia, infine il coreano Kang-II Suh e l’argentino Vicente Derado, pure loro costretti ad accusare un verdetto penalizzante ai punti.

Corre l’anno 1967 e per sette anni, record di durata ineguagliato, Flash Elorde è il peso superpiuma più forte del pianeta, almeno fino al giorno in cui il giapponese Yoshiaki Numata, a Tokyo il 15 giugno 1967, ne interrompe il regno. E se il pugile filippino, che a due riprese tentò la sorte iridata nei pesi leggeri sfidando il portoricano Carlos Ortiz, venendo in entrambe le occasioni sconfitto al 14esimo round dopo combattimenti serrati, e che trovò nel pugilato l’occasione per riscattare un’adolescenza da bambino poverissimo, è un’eroe dello sport filippino, c’è davvero un perché.

 

 

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FRANCO UDELLA, IL MINIMOSCA CHE VOLO’ SUL TETTO DEL MONDO

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Franco Udella – da boxwring.fpi.it

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un elemento che contraddistingue la carriera di pugile di Franco Udella, cagliaritano classe 1947 che fu campione del mondo dei minimosca nel 1975 e che si ritirò dall’attività nel 1979 dopo aver perso a Londra la sfida per il titolo europeo dei pesi mosca contro l’imbattuto Charlie Magri, è la costanza di rendimento e la dedizione all’esercizio della boxe a dispetto di un destino non certo benevolo.

In effetti questo sardo autentico, grintoso e caparbio come solo la gente isolana sa esserlo, ebbe la sventura di doversi disimpegnarsi in un periodo povero di talenti nostrani, quando ormai si era chiusa l’era dei tanti campioni che aveva segnato la storia del pugilato amatoriale italiano nel decennio precedente. E questo complicò non poco la maturazione tecnica e l’ascesa al professionismo di Udella, che solo grazie a tanto, ma proprio tanto sudore riuscì a giungere ad affermazione completa.

Udella, 152 centimetri per un peso variabile tra i 48 e i 51 chili, debutta nel 1966 nella categoria dei pesi mosca, cogliendo la vittoria ai campionati italiani novizi. E se l’anno successivo riesce a guadagnarsi la selezione per le Olimpiadi di Città del Messico del 1968 vincendo un paio di tornei, ecco che ai Giochi conosce l’onta della sconfitta al primo turno contro Alberto Morales, atleta di casa, che lo batte per verdetto unanime nella neo-nata categoria dei pesi minimosca.

Il sardo è ben lungi dall’arrendersi, conosce Umberto Branchini che ne sarà non solo mentore ma pure amico sincero, e con lui progetta il passaggio al professionismo. Son tempi difficili, però, per il dilettantismo azzurro che se ne è uscito dalle Olimpiadi messicane con la miseria di un bronzo di Giorgio Bambini nei pesi massimi, ed il presidente della Federazione, l’onorevole Franco Evangelisti, impone l’alt, barattando con Branchini il passaggio tra i pro di Domenica Mura al posto dello stesso Udella. Che accusa sensibilmente il colpo e rimane a combattere con gli amatori per un altro quadriennio.

Udella dirotta le sue ambizioni sui campioni europei, dove trova però l’ungherese György Gedó che lo batte sia nella finale dei minimosca a Bucarest nel 1969, non prima di aver eliminato il turco Temel e il polacco Rozek, sia al secondo turno nei mosca a Madrid nel 1972. E se il panorama nazionale gli è favorevole nel 1970 e nel 1971, Udella, che nel 1972 si frattura la mano destra cedendo senza combattere il titolo italiano a Franco Buglione, capitola ancora, invece, in sede olimpica, quando ai Giochi di Monaco si arrende al terzo turno al sovietico Boris Zoriktuyev, infine vincitore 4-1 ai punti.

Udella è un pugile battagliero, che mena con decisione caricando lancia in resta, e se nella prima fase della sua carriera i risultati tardano a venire, curiosamente il passaggio al professionismo, subito dopo le Olimpiadi con l’immancabile Branchini a suo fianco, gli mette le ali ai piedi. Il pugile cagliaritano, in effetti, ha le stimmate del campione, e dal giorno dell’esordio tra i “grandi” con la vittoria ai punti contro il nigeriano Ray Salami, e attraverso altri 17 combattimenti, già si merita, il 20 luglio 1974, una chance mondiale per la cintura WBC dei pesi mosca. L’avversario è tosto, il venezuelano Betulio Gonzalez, alto e magro, detentore del titolo, che a Lignano Sabbiadoro si rivela un ostacolo troppo arduo per Udella, costretto, con i suoi 152 centimetri, a provare ad entrare nelle difese del rivale schivando i colpi provenienti dall’alto. E per nove riprese, in effetti, la tattica dell’italiano sembra produrre i frutti sperati, tanto da risultare in vantaggio nel conteggio dei giudici, ma alla decima ripresa un gancio di Gonzalez atterra Udella, costretto così al k.o. risolutivo.

Udella non si scoraggia, diventa campione europeo dei pesi mosca battendo a Milano lo spagnolo Pedro Molledo per k.o. alla quinta ripresa, e quando poi la WBC istituisce anche per i professionisti la categoria dei pesi minimosca, grazie alle pressioni dello stesso Branchini che riterrà questo il suo più grande exploit di manager, ecco che il sardo trova conforto alle sue aspirazioni iridate il 4 aprile 1975 incrociando i guantoni con il messicano Valentin Martinez allo Stadio di San Siro, vincendo infine l’incontro per squalifica dell’avversario alla 12esima ripresa.

E’ l’apice della carriera di Udella, che si conferma ripetutamente campione d’Europa dei pesi medi superando, uno dopo l’altro, per due volte lo svizzero Fritz Chervet, con entrambi i pugili che vengono squalificati per scorrettezze nel match di Zurigo del 31 maggio 1975 e Udella che fa sua ai punti la sfida del 14 gennaio 1976 a Campione d’Italia, il concittadino Franco Sperati per k.o.t. all’ottava ripresa il 12 giugno 1976 a Santa Teresa di Gallura, ed ancora lo spagnolo José Cantero, il francese di origine algerina Nessim Zebelini, l’altro iberico Mariano Garcia che getta la spugna al sesto round nel combattimento andato in scena in quella Cagliari che accoglie Udella come un eroe, infine Manuel Carrasco, ennesimo spagnolo che tenta di opporsi alla boxe aggressiva ed efficace del sardo che a Bellaria, il 15 novembre 1978, ottiene l’ultimo titolo europeo e l’ultima vittoria della carriera.

Già, perché se poi qualche mese dopo, appunto, Charlie Magri pone fine alla sua avventura di pugile, nel mezzo di così tanta attività ci sono due sfide che segnano il curriculum di campione di Franco Udella. L’una, il 18 luglio 1976, al “El Poliedro” di Caracas, vede il cagliaritano provare a tornare in possesso della cintura mondiale dei minimosca, toltagli a tavolino per non aver voluto metterla in palio contro il venezuelano Luis Estaba, proprio contro il beniamino di casa, nel frattempo lui sì diventato campione del mondo della categoria, che lo costringe alla resa dopo sole tre riprese complice anche una ditata in un occhio che priva l’italiano di quel guizzo letale che caratterizza la sua boxe; l’altra è quella, tutta di matrice sarda, contro l’altro eroe isolano, Emilio Pireddu, che ha spodestato Sperati e che a Cagliari, il 23 dicembre 1977 e al cospetto di un pubblico appassionato che parteggia equamente per i due contendenti, cerca con il suo maggior allungo di interrompere il dominio continentale di Udella tra i pesi mosca. Infine, al termine di una sfida deludente, Franco si conferma il più forte, d’Italia e d’Europa, e tanto basta.

Franco Udella, minimosca che volò sul tetto del mondo, può a piena ragione considerarsi soddisfatto… ed un posto tra i grandi se lo merita proprio.

EDER JOFRE, IL “GALLO D’ORO” DEL PUGILATO BRASILIANO

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Eder Jofre – da twitter.com

articolo di Nicola Pucci

A detta di chi se ne intende, il massimo esponente del pugilato brasiliano rimane Eder Jofre, tanto forte e vincente da meritarsi l’appellativo di “O Galo Do Ouro“, ovvero “il gallo d’oro” della boxe del suo paese negli anni in cui si cinse la testa della corona di campione del mondo.

Il sudamericano di San Paolo, dove era nato il 26 marzo 1936, la sera del 19 agosto 1961 mise in palio la cintura iridato dei pesi gallo contro il venezuelano Ramon Arias, andando a sfidarlo a casa sua, a Caracas, e mandandolo al tappeto nel corso della settima ripresa, assurgendo infine al rango di fuoriclasse della boxe mondiale.

Jofre, tanto potente quanto elegante, seguito dal padre Josè Aristide, di origine argentina, aveva debuttato a torso nudo nel marzo 1957, battendo Raul Lopez in cinque round, non prima aver partecipato alle Olimpiadi dell’anno precedente a Melbourne, in Australia, dove era stato eliminato al secondo turno della categoria dei pesi gallo dal cileno Claudio Barrientos che lo aveva sconfitto ai punti, complice una frattura al naso. Da professionista, pareggiò nella sua città due volte con l’argentino Ernesto Miranda, molto apprezzato in Italia pochi anni dopo, e che più volte avrebbe in seguito incrociato i guantoni con il brasiliano. In Uruguay ottenne un altro verdetto di parità con l’altro argentino Ruben Caceres e sul finire del 1959 superò ai punti il suo primo avversario italiano, il cagliaritano Gianni Zuddas, non prima di aver subito l’onta di venir mandato al tappeto dall’argentino Josè Smecca, che lo atterrò al primo round di una sfida poi risolta da Jofre alla settima ripresa.

Nel 1960 Eder dimostrò i progressi fatti quando, il 19 febbraio, al Ginasio Estadual do Ibirapuera della sua San Paolo dove solitamente combatteva, tolse la cintura sudamericana dei pesi gallo proprio ad Ernesto Miranda con verdetto unanime in 15 riprese, e la difese contro lo stesso avversario nel mese di giugno, stavolta abbattendo l’avversario alla terza ripresa.

Sempre nel 1960 Jofre debuttò a Los Angeles, in California, imponendosi al campione messicano Jose Medel mettendolo fuori combattimento al decimo round. Ritornò nella “città degli angeli” californiana in novembre, e l’incrocio fu nuovamente fortunato perchè il brasiliano, in sei riprese, demolì la resistenza in un altro campione azteca, Eloy Sanchez, conquistando infine il titolo mondiale NBA vacante dei pesi gallo.

Il 25 marzo 1961, al Estadio de General Severiano di Rio de Janeiro, davanti ad un pubblico appassionato in delirio per la boxe fulminante del campione del mondo, Jofre difese una prima volta la sua cintura iridata piegando al nono round il mancino cagliaritano Piero Rollo, campione d’Italia e d’Europa della categoria.

Dopo il successo su Ramon Arias, gli altri impegni mondiali videro il “gallo d’oro” brasiliano travolgere tra il 1962 ed il 1964, dopo due vittorie di preparazione con il britannico Johnny Caldwell e il messicano-californiano Herman Marques, ancora Jose Medel, il giapponese Katsutoshi Aoki a Kokugikan, il filippino Johnny Jamito a Quezon City ed il colombiano Bernardo Caraballo al Plaza de Toros Santamaria di Bogotà, confermandosi il numero 1 indiscusso della categoria. Ma nel maggio 1965, tornato in Giappone, Jofre dovette cedere lo scettro mondiale al termine di 15 riprese combattute e a seguito di un verdetto controverso ad un altro pugile del Sol Levante, Fighting Harada, contro il quale provò inutilmente a cercare la rivincita nel maggio dell’anno seguente, dopo aver rimediato un pari con lo statunitense Manny Elias.

Jofre annunciò il suo ritiro dal pugilato nel gennaio 1967 ma non seppe resistere al richiamo del ring, ritornando a calzare i guantoni nell’agosto 1969, stavolta nella categoria dei pesi piuma. Nel maggio 1973, davanti al pubblico amico di Brasilia, tolse il titolo mondiale WBC della categoria a Jose Legra, cubano naturalizzato spagnolo, e conservò la seconda cintura iridata contro l’ex-campione del mondo dei pesi gallo Vicente Saldivar con uno spettacolare k.o. alla quarta ripresa. Privato del titolo nel giugno dell’anno successivo per non averlo difeso nei tempi previsti, continuò nondimeno a combattere fino all’ottobre 1976, senza subire sconfitte, lasciando definitivamente la boxe per la morte del fratello Dogalberto e dopo 78 confronti, con un palmares di 72 vittorie, 2 pareggi e sole 4 sfide perdute.

Capito perché Eder Jofre era considerato il “gallo d’oro” del pugilato brasiliano?

ROCKY MATTIOLI, L’EMIGRATO CHE DIVENTO’ CAMPIONE DEL MONDO

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Rocky Mattioli – da assoterzotempo.altervista.org

articolo di Nicola Pucci

Già quel soprannome, Rocky, è il segnale che nella vita e nel percorso agonistico di Rocco Mattioli c’è qualcosa di particolare.

In effetti questo ragazzo tarchiato, gladiatorio ed indomito nell’affrontare le difficoltà dell’esistenza, e che un giorno sarà campione del mondo dei superwelter, nasce il 20 luglio 1953 nel comune abruzzese di Ripa Teatina, che altri non è che il luogo da cui un bel giorno partirono, alcuni decenni prima, proprio i genitori di quel Rocky Marciano annoverabile tra i più grandi pesi massimi della storia del pugilato.

Già, perché con Mattioli di pugilato stiamo parlando, e se, inconsapevolmente sia chiaro, la strada è già tracciata fin dal giorno del primo vagito, altresì “Rocco e i suoi fratelliemigrano a loro volta, seppur in direzione Australia, a Melbourne, quando il bimbo ha soli 6 anni, a raggiungere papà Concezio che li ha preceduti di due anni e a cui si deve la paternità del nome Rocco, in onore appunto dell’immenso Marciano che nei giorni in cui mamma Graziella lo sta dando alla luce torna, guarda tu che coincidenza, al paese da cui erano partiti i genitori.

Laggiù, lontanissimo da quell’Italia che gli ha dato i natali, Rocky (da ora lo chiamerò solo ed esclusivamente così) si forgia sull’asfalto duro ed impietoso della metropoli australe, vivendo tutte le contraddizioni e le avversità del suo status di emigrante. A scuola, infatti, fatica ad apprendere la lingua, i compagni lo fanno oggetto di ripetuti scherzi e Rocky, magro come un’acciuga ed indifeso come un pulcino, opta per la palestra, imparando a dar di pugni e rinforzando sensibilmente il corpo nel pieno del suo sviluppo adolescenziale.

Pur perdendo qualche incontro all’inizio dell’attività, Mattioli cresce in fretta, dotato com’è di un’aggressività fuori dal comune e di una furia demolitrice che ben presto gli consente di avere il sopravvento degli avversari, guadagnandosi il passaggio al professionismo appena 17enne. Diventa campione australiano dei pesi welter mandando al tappeto Jeff White il 17 maggio 1973, per poi difendere la cintura contro Pongi Lie battuto ai punti qualche mese dopo, per poi cedere solo al samoano Ali Afakasi che il 14 febbraio 1975 lo costringe alla resa, complice una ferita.

E’ tempo, ora, di tornare in Italia, ed è qui, a casa sua prima, nel Vecchio Continente poi, che la boxe pesante e d’attacco di Mattioli, che altresì pecca in difesa a dispetto delle cure di Umberto Branchini che lo aveva fatto seguire dal figlio Giovanni nel suo viaggio in Australia e lo prende sotto la sua ala protettrice e di Ottavio Tazzi che lo allena, è pronta a regalare all’abruzzese una discreta fetta di notorietà. Seppur, schivo com’è, Mattioli non sarà mai un personaggio da copertina e questo, in parte, gli alienerà il sostegno del pubblico, oscillante tra farne un eroe oppure relegarlo troppo dietro ai grandi pugili italiani.

Mattioli, nondimeno, procede spedito per la sua strada, e se al debutto mette k.o. alla quarta ripresa Chris Fernandez, ed ha l’onore di incrociare i guantoni con Bruno Arcari, che è stato il re della categoria dei superleggeri qualche anno prima, costringendo il grande genovese al pareggio nella sfida al Palasport di Milano il 3 aprile 1976 gremito in ogni ordine di posto, inciampa in qualche infortunio di troppo che ne rallentano l’ascesa ai massimi livelli, fratturandosi due volte la mascella, nel 1972 ed ancora nel 1976, il che lo obbliga a due lunghi periodi di inattività, incrinandosi una costola, e nel 1979 rompendosi un braccio.

Ma le vittorie arrivano in serie a confortare la classe di Mattioli, ed infine ecco giungere l’occasione attesa da una vita quando, il 6 agosto 1977, Rocky vola a Berlino per combattere contro il beniamino locale Eckhard Dagge, campione del mondo in carica della categoria dei superwelter. In verità il pugile italiano è accreditato di ben poche chances. I tedeschi, soprattutto le ragazze, adorano questo pugile corpulento dai capelli ossigenati e dalle fattezze più da mediomassimo che da superwelter, strafottente e spaccone in conferenza stampa, e il suo manager Willy Zeller, notissimo venditore di pellicce, è tanto potente da poter garantire al suo protetto arbitri e giudici compiacenti. Ergo, quella sera di agosto alla Sporthalle berlinese, al cospetto di uno sparuto numero di giornalisti giunti dall’Italia ma con il sostegno dei connazionali residenti nella capitale, Mattioli sa di avere una sola possibilità di vittoria, ovvero quella di mandar giù il rivale. E sul ring disegna un capolavoro. Dopo una prima ripresa di studio, Rocky prende il sopravvento con la sua boxe aggressiva, e al quinto round sferra un uno-due sinistro-destro al volto che abbatte Dagge. E se il germanico, contato lentamente, può solo rimettersi in piedi con sguardo spento ed equilibrio incerto, Mattioli sale, sul tetto del mondo, cingendo la corona di campione dei superwelter.

L’apice è raggiunto, e a Mattioli, che non ama certo i pettegolezzi e rifugge le luci della ribalta, per celebrare il trionfo basta la compagnia di colei che qualche tempo dopo diventerà sua moglie, Silvia Moroni. C’è da preparare la difesa del titolo, che puntualmente Rocky conserva proprio a Melbourne, lì dove tutto era iniziato, battendo l’11 marzo 1978 Elisha Obed, pugile delle Bahamas che già aveva perso con Dagge, per k.o. alla settima ripresa, per confermarsi ancora due mesi dopo, stavolta allo Stadio Adriatico di Pescara, contro lo spagnolo José Duran, che qui chiude la carriera, messo al tappeto alla quinta ripresa.

A questo punto a Mattioli non rimane che accogliere il guanto di sfida lanciato dal britannico Maurice Hope, che Rocky affronta il 4 marzo 1979 al Teatro Ariston di Sanremo, reduce da un infortunio alla mascella rimediato nell’incontro con Freddie Boynton nel settembre precedente. Il campione del mondo pare aver recuperato la piena efficienza, ma al primo round va giù, sorpreso da un sinistro al mento, e nella caduta si rompe il braccio destro. Stoicamente Mattioli, a cui non manca certo una dose massiccia di coraggio, si rialza, prosegue l’incontro usando esclusivamente il sinistro, costringe Hope sulla difensiva ma infine all’ottava ripresa, vinto dal dolore e nell’impossibilità di proseguire il combattimento, è costretto ad alzare bandiera bianca, cedendo, seppur con l’onore delle armi, il titolo mondiale.

Mattioli, che nel frattempo si  sarà sottoposto ad un delicato intervento chirurgico al braccio e sarà padre di Massimiliano, l’anno dopo, il 12 luglio 1980, proverà a riprendersela, quella cintura iridata dei superwelter, andando a sfidare l’inglese a casa sua, al Conference Centre di Wembley, ma la fortuna, così come la forma, non saranno dalla sua parte, e quando, all’undicesima ripresa, un altro k.o.tecnico ne decreterà l’insuccesso, sarà l’ultima volta con un titolo mondiale in palio.

Ormai solo l’ombra del campione che fu, Mattioli sale qualche altra volta ancora sul ring, ma l’ora di dire basta è sopraggiunta. Rocky, è proprio il caso di dirlo, appende i guantoni al chiodo, ma se l’illustrissimo Marciano è stato immenso, questo ragazzo abruzzese, che ne condivise le origini e come lui emigrò lontano in cerca di un’affermazione, ne è stato un degnissimo erede.

GENE FULLMER, IL MORMONE CHE DIVENTO’ CAMPIONE DEL MONDO DEI PESI MEDI

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Gene Fullmer contro Florentino Fernandez – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Non so bene quanti mormoni abbiano effettivamente eccelso in campo sportivo, quel che è certo è che Gene Fullmer non solo fu peso medio tra i più forti di sempre, ma pure ebbe l’onore di fregiarsi del titolo di campione del mondo. E questo a dispetto della dottrina professata, se è vero che  il ragazzo nato a West Jordan il 21 luglio 1931, fu cresciuto come membro della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni.

In effetti Fullmer, che ha tecnica poco ortodossa e pur non essendo un picchiatore nel senso più pure del termine, è veloce ed aggressivo quanto basta per costruirsi una carriera di tutto rispetto, meritandosi l’appellativo di “ciclone“. Diventa professionista nel 1951, appena 20enne, battendo Glen Pack per k.o. alla prima ripresa, ed il suo coraggio sul ring, così come la sua forza, gli permettono di collezionare ben 29 vittorie consecutive, di cui 19 prima del limite.

La strada è tracciata, e se nel corso di quei primi anni di attività Fullmer mette in mostra quelle doti pugilistiche che ne faranno un grande interprete della categoria dei pesi medi, nondimeno la scalata al titolo iridato è complessa perché tra gli avversari da sconfiggere ci sono fuoriclasse del calibro di Sugar Ray Robinson, che è l’indiscusso numero 1, Paul Pender, che Fullmer batte comunque il 14 febbraio 1955 a Brooklyn, e Carmen Basilio, con il quale, come vedremo, nel 1959 Gene darà vita al match dell’anno.

Nel 1953 Fullmer è costretto a saltare l’intera annata complici alcuni problemi fisici, ma solo nel 1955, al trentesimo combattimento, conosce l’onta della prima battuta d’arresto quando Gil Turner ha la meglio per decisione unanime in dieci riprese. Qualche settimana dopo, davanti agli amici di West Jordan, Gene si prende la rivincita, ma se nel corso dell’anno subisce altre due sconfitte con Bobby Boyd e con l’argentino Eduardo Lausse, entrambe al Madison Square Garden di New York ed entrambe ai punti, è la vittoria dell’anno successivo contro il pericoloso francese Charles Humez, un picchiatore di tutto rispetto che è campione europeo della categoria, ad aprirgli la strada verso la chance mondiale.

Il 2 gennaio 1957, nel maestoso scenario del Madison Square Garden, Fullmer infine sale sul ring accarezzando il sogno della cintura iridata dei pesi medi, e suo avversario altri non è che il grande Sugar Ray Robinson, proprio lui, che non solo mette in palio un titolo conquistato a più riprese fin da quell’epica sfida con Jack La Motta del 14 febbraio 1951, ma pure testa la competitività di Fullmer, il nuovo che avanza della categoria. Ed il risultato, infine, premia, a sorpresa ma meritatamente, il ragazzo mormone, che al termine di 15 riprese combattute ed equilibrate batte il grande avversario per decisione unanime, salendo sul tetto del mondo, non prima aver messo al tappeto Robinson, contato nel corso del settimo round.

Come è inevitabile che sia, i due pugili si ritrovano per la rivincita il 1 maggio al Chicago Stadium, ma stavolta Robinson è nel pieno delle sue forze, motivato a confermarsi il peso medio più forte del mondo, ed al quinto round, dopo aver caracollato alle costole del rivale con quel suo magnifico stile da ballerino del ring, sferra il gancio mancino che manda Fullmer al tappeto. Per quello che i critici ritengono il “pugno perfetto” e per la conta risolutiva.

E’ il primo k.o. in carriera per Fullmer, ma il mormone ha tempra da vendere, così come è particolarmente dedito all’allenamento e devoto alla pratica pugilistica grazie ad un modus vivendi sobrio e privo di eccessi come la sua fede impone, e se nel mentre Robinson viene privato a tavolino dalla WBA della corona conquistata nel doppio confronto del 1958 con Carmen Basilio, è proprio con il boxeur di origine italiana, già iridato anche tra i pesi welter, che Fullmer sale sul ring il 28 agosto 1959 al Cow Palace di San Francisco, con in palio il titolo NBA dei pesi medi.

Quello che va in scena è un combattimento epico, tra i più leggendari della categoria, tanto da venir proclamato “Fight of the year” dall’autorevole rivista The Ring. I due sfidanti se le danno di santa ragione, con Fullmer sempre proiettato in avanti come sua abitudine, e Basilio che risponde colpo su colpo, fino al risolutivo k.o.t. dopo 39 secondi della 14esima ripresa che vale a Fullmer la riconquista del titolo mondiale.

Nel frattempo Robinson cede a Pander ma se Paul non incrocerà mai la strada di Fullmer, il campione del mondo difende il titolo affrontando, uno dopo l’altro, Spider Webb (vittoria per decisione unanime il 4 dicembre 1959 a Logan), Joey Giardello (pareggio ai punti a Bozeman il 20 aprile 1960) e nuovamente Basilio (vittoria per k.o.t. alla 12esima ripresa a Salt Lake City il 29 giugno 1960). E all’orizzonte, ancora una volta, si profila la sfida con l’ormai 40enne Robinson, che sente di avere nei guanti l’ultima chance per tornare a cingersi della corona di campione del mondo dei pesi medi.

Il 3 dicembre 1960 i due grandi rivali si danno appuntamento alla Sports Arena di Los Angeles, e quel che ne viene fuori è un incontro equilibrato, eccitante, con i due campioni al meglio della loro forma ed infine Robinson che sembra essersi meritato la preferenza dei giudici. Invece il verdetto, a sorpresa e forse anche contravvenendo quando prodotto sul ring, premia Fullmer con un pareggio che gli consente di difendere il titolo, il che, come logica conseguenza, porta ad una quarta sfida, da disputarsi al Convention Center di Las Vegas.

Il 4 marzo 1961 non c’è proprio storia. Stavolta Fullmer è troppo più aggressivo, atleticamente preparato ed incisivo, e per Robinson non c’è scampo. A chiusura di 15 riprese dominate dal pugile mormone, i tre giudici sanciscono, senza appello, la vittoria di Fullmer, ancora una volta proclamato campione del mondo dei pesi medi, altresì decretando la fine della carriera di Robinson.

Lo sarà ancora, contro due cubani di buon lignaggio, Florentino Fernandez battuto ai punti in 15 riprese e Benny Paret messo al tappeto alla 10ma ripresa, prima di una triade di incontri con il nigeriano Dick Tiger che, lui sì, metterà fine alla carriera di Fullmer.

Il 23 ottobre 1962, al Candlestick Park di San Francisco, i due pugili si affrontano per il titolo WBA, ed infine è proprio Tiger ad avere la meglio ai punti al termine di 15 riprese serrate, detronizzando il campione per decisione unanime dei tre giudici che gli assegnano cartellini da 10-1, 9-5 e 7-5. Il 23 febbraio dell’anno successivo va in scena la rivincita, al Convention Center di Las Vegas, e se per l’occasione solo un controverso verdetto ai punti risolto in parità permette a Tiger di conservare la corona, la terza ed ultima sfida si sposta in terra d’Africa, a casa del detentore del titolo, al Liberty Stadium di Ibadan. Qui il responso del ring vale come sentenza definitiva, e per Fullmer non c’è speranza. Travolto dalla maggior freschezza di Tiger, il mormone si arrende gettando la spugna al settimo round, appendendo di fatto i guantoni al chiodo.

Gene Fullmer chiude una carriera che gli vale l’etichetta di campionissimo. Perché battere Sugar Ray Robinson e cingersi la testa della corona di campione del mondo di una categoria prestigiosa come quella dei pesi medi non è proprio da tutti. Se poi si è pure mormoni… quanti prima e dopo di lui?

CHAVEZ VS.TAYLOR, A DUE SECONDI DALLA GLORIA

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Una fase del match – da roundbyroundboxing.com

articolo di Massimo Bencivenga

I ruggenti anni 80 s’erano chiusi, pugilisticamente parlando, con la bella tra Roberto Mani di pietra Duran e Ray Sugar Leonard, boxeur che ha incarnato, forse, la miglior sintesi mai posta in essere da madre natura nella miscelazione del picchiatore e schermidore perfetto.

Ecco, gli anni 80 son stati favolosi anche perché hanno dato vita a dei match che, gli appassionati l’avevano già intuito nel mentre, recavano con sé la stilla dell’immortalità.

Ancora adesso, a distanza di qualche decade, match come Hagler-Mugabi, Hagler-Hearns, i tre Leonard-Duran, la doppia sfida Hearns-Leonard, per tacere del sommo Leonard-Hagler, sono ancora oggi raccontati quasi alla stregua di imprese epiche d’una perduta età dell’oro. Ma non c’erano solo loro: c’era anche Iron Mike Tyson.

La decade s’era chiusa proprio aspettando la sfida tra Tyson e Holyfield. Una sfida tra imbattuti. En attendant che Holyfield mettesse su peso in modo da poter affrontare il più giovane campione dei massimi di sempre, trovarono allo stesso Mike uno sparring partner o poco più (almeno nelle intenzioni) in Douglas. Ma si sa, gli dei dello sport amano sghignazzare sui progetti sportivi: e Iron Mike finì nella polvere nel febbraio del 1990.

Un mese dopo andò in scena quello che venne definito il match del decennio: J.C. Chavez vs Meldrick Taylor.

J.C. era per i messicani una sorta di messia, del quale peraltro aveva le iniziali. Pur con Hagler e Leonard, Tyson, Holyfield e Hearns, il miglior pugile Pound for Pound degli 80 era il messicano soprannominato il Toro di Culiacàn. Nessuno ne ricorda la cifra stilistica, ma tutti rammentano bene la vis pugnandi del messicano, caratteristica quasi paradigmatica di una nazione sempre pronta alla pugna. J.C. Chavez aveva un gran pugno, i suoi incontri erano indisciplinati tatticamente, ma straordinariamente efficaci, perlomeno per lui. Tanto per dire, al 17 marzo del 1990, data dell’incontro anche definito Thunder meets Lightning (Il Tuono incontra il Fulmine), lo score del messicano recitava l’impressionante score di 68 incontri vinti su 68, con decine prima del limite.

Julio Cesar Chavez era il Tuono. Il fulmine aveva le fattezze e le movenze di Meldrick Taylor, oro olimpico a Los Angeles. Un oro vinto a 18 anni, magari in parte inficiato dalla mancanza della delegazione sovietica, ma avvalorato poi da uno score, sempre al 17 marzo del 1990, che recitava 24 vittorie e un pari in 25 incontri pro.

Entrambi erano imbattuti. E campioni dei welter junior (o superleggeri, se preferite). Anzi, Chavez, forse stanco di dominare i leggeri, era salito di peso per matare lo zio di Floyd Mayweather e fregiarsi di un’altra corona.

Ergo, l’incontro del decennio si tenne il 17 marzo 1990 all’Hilton di Las Vegas. E dove se no? E non tradì, contrariamente ad altri incontri etichettati in maniera ben più roboante e rodomontata, le attese. Il match tra il Tuono e il Fulmine fu bellissimo. Tutto da raccontare.

Uno sceneggiatore hollywoodiano, di quelli da blockbuster, non avrebbe saputo inventarsi finale più thrilling ed emozionante. I due, come dicevo, se le diedero di santa ragione per ben 11 round. Taylor, il fulmine, sembrava aver trovato tempo e distanza per avere ragione del coraggioso, ma più roccioso, messicano. Alla fine, il fulmine era in vantaggio sul tuono. Un po’ come nelle tempeste, laddove ci appare prima il lampo e solo dopo il suono. Non fossero stati già girati, verrebbe da commentare che forse la saga di Rocky è stata partorita dall’incredibile, ultima ripresa di Chavez-Taylor.

Chavez, il mezzo indio imbattuto, l’eroe di una nazione, uno che in quanto a coraggio dava dei punti anche a Duran, aveva un’unica opzione: buttare giù Taylor, visto e considerato che, sia pure di poco, Taylor, ballando e colpendo, era in vantaggio.

Chavez attaccò a testa bassa, ma si espose a un paio di colpi mica da ridere. Taylor lo irrise anche per un po’, a un minuto dalla fine, mimando, a braccia in giù, un balletto. Barcollò anche Chavez colpito d’incontro, ma poi, quasi casualmente, riuscì per una volta, forse l’ultima, a portare Taylor sul suo campo. Quello della garra charrua.

Ingolosito dall’odore dolce della vittoria, Taylor a 20 secondi dalla fine si scompose nel cercare il messicano e si ritrovò più per caso che per abilità di Chavez, chiuso in un angolo.

Risuonò fragoroso il tuono d‘un gancio destro che il fulmine non seppe schivare. Taylor andò giù a 16 secondi dalla fine. Si rialzò, con il conto a 9, a meno 5 secondi dalla fine.

Taylor era in piedi. Pronto a vincere. O al limite a pareggiare. Ma l’arbitro Steel, con 2 secondi sul cronometro, agitò le braccia nell’inequivocabile segno di: basta così!

Il Tuono aveva, incredibilmente, avuto ragione del Fulmine a 2 secondi dalla fine. I 2 secondi che cambiarono due vite: quella di Chavez e quella di Taylor.

Tutto questo non è un film.

VALERY POPENCHENKO, IL PIU’ GRANDE PUGILE SOVIETICO DELLA STORIA

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Valerj Popenchenko alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 – da boxinginsider.com

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamoci per un attimo dei fratelli Klitscenko, Vitali e Vladimir, che da quando il più grande dei due, nel 1999, divenne campione del mondo del pesi massimi battendo Herbie Hidea Londra, hanno segnato un’era della categoria più prestigiosa del pugilato. E magari tralasciamo di ricordare quel che è il curriculum di due altri campioni del calibro di Nicolaj Valuev e Ruslan Chagaev, pure loro detentori a più riprese del titolo dei massimi. Insomma, torniamo ai tempi della cara, vecchia Unione Sovietica, quella della falce e martello e del mai troppo millantata sigla CCCP, e raccontiamo le gesta di Valery Popenchenko, peso medio che molti considerano, dopo Laszlo Papp, il più forte pugile a non aver mai avuto la possibilità di cimentarsi con i professionisti.

Già, perché stiamo parlando di un ragazzo che, sportivamente, ebbe la sventura di nascere ed esercitare l’attività di boxeur in un periodo in cui, di là dal Muro, era fatto divieto di andare a far cassetta con i professionisti, e questo impedì a molti ottimi atleti di assurgere al rango di campionissimi. Ma, limitatamente a quel che erano le vetrine a lui destinate, Popenchenko campionissimo lo è stato comunque, e per davvero, fin da quando, lui che ebbe i natali a Kuntsevo, nel distretto di Mosca, il 2 agosto 1937, figlio di un pilota militare dell’Armata Rossa, morto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, mise i guantoni per la prima volta.

Valery, in mancanza del capo-famiglia, viene introdotto dalla madre alla Tashkent Suvorov Military School, ed è qui che all’età di 12 anni si avvicina alla pratica del pugilato. E non tarda certo a mettersi in luce, lui che con i suoi 176 centimetri distribuiti su 75 chilogrammi di massa muscolare armoniosa ha un fisico perfetto per eccellere nella categoria dei pesi medi. Ed è proprio tra i pesi medi che nel 1959 Popenchenko, che già nel 1955 aveva trionfato ai campionati giovanili, vince il suo primo titolo sovietico, impresa che poi sarà capace di ripetere consecutivamente dal 1961 al 1965, perdendo altresì la cintura nel 1960 il che gli nega la chance olimpica di gareggiare a Roma. Come vedremo tra poco, saprà riscattarsi quattro anni dopo a Tokyo.

Nel frattempo Popenchenko, che è tanto bravo nello sport quanto lo è sui banchi di scuola, al punto da assicurarsi un futuro brillante con una laurea in ingegneria conseguita con lode, prende parte agli Europei dilettanti di Mosca del 1963, vincendo la medaglia d’oro in finale contro il rumeno Ion Monea, che a Roma, invece, c’è andato, salendo sul terzo gradino del podio non prima, però, aver dato filo da torcere a quel Eddie Cook jr. che lo sconfigge in finale. E se due anni dopo, alla rassegna continentale di Berlino, il sovietico bisserà il successo stavolta battendo all’atto decisivo l’inglese William Robinson, nel bel mezzo di questo triennio di conquiste internazionali Popenchenko ha il suo personalissimo appuntamento con la storia del pugilato presentandosi tra i favoriti alle Olimpiadi di Tokyo del 1964.

In Giappone Valery trova tra i rivali più accreditati lo stesso Monea, il polacco Tadeusz Walasek che a Roma fu medaglia d’argento e l’anno dopo, agli Europei di Belgrado, è salito sul gradino più alto del podio battendo quel Yevgeny Feofanov che ai Giochi del 1960 prese il posto proprio di Popenchenko, il tedesco occidentale Emil Schulz che nel Vecchio Continente ha una discreta reputazione e l’azzurro Franco Valle, che ambisce a ripetere quel che fu capace di fare Piero Toscani ad Amsterdam nell’ormai lontano 1928, ovvero cingersi il collo con la medaglia d’oro.

Ad onor del vero Popenchenko è nel pieno della maturità sportiva, in forma smagliante ed atleticamente perfettamente preparato, e se a questo si aggiunge un’eleganza sul ring senza pari, con una tecnica invidiabile con cui sembra accarezzare gli avversari per poi piazzare colpi secchi e fulminei, tanto precisi che ficcanti, ecco che il risultato è quasi scontato. Alla Korakuen Hall di Tokyo il sovietico, dal 14 al 23 ottobre 1964, affronta uno dopo l’altro il pakistano Mahmoud che va al tappeto al primo round e costringe l’arbitro ad interrompere il combattimento dopo 2’52”, il ghanese Joe Darkey che rimane in piedi ma viene sconfitto per verdetto unanime, 5-0, e lo stesso Walasek, a sua volta mandato giù  dopo 2’13” della terza ripresa. In finale Popenchenko trova Schulz, che ha fatto un sol boccone di Monea e Valle, entrambi surclassati con un 5-0 che non ammette repliche, ma l’ostacolo sovietico è troppo arduo da superare anche per il teutonico, che dopo soli 2’05” dall’inizio della prima ripresa va giù per poi venir fermato definitivamente dal giudice di gara.

Popenchenko è finalmente campione olimpico, e a conferma di una classe indiscutibile, si merita pure la prestigiosa Coppa Val Barker, che premia il miglior pugile della rassegna a cinque cerchi. Onore, questo, che mai nessun altro sovietico può vantare, e che quattro anni prima, a Roma, aveva certificato il talento sterminato di un certo Nino Benvenuti.

L’anno dopo, appunto a seguito del successo europeo del 1965, Popenchenko chiude la carriera agonistica con un capitale di 200 successi in 213 incontri, andando a raccogliere soddisfazioni come ingegnere ed ambasciatore dello sport sovietico negli Stati Uniti. Fino alla tragica e prematura, oltreché controversa e misteriosa, fine che se lo porta via poco più che 37enne. Con l’enorme interrogativo di quel che sarebbe potuto diventare nel caso avesse avuto l’occasione di passare professionista.

LORENZO ZANON E L’OCCASIONE MONDIALE CONTRO LARRY HOLMES

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Una fase del match tra Zanon e Holmes – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

E’ proprio vero che, prima o poi, l’occasione che può cambiarti la vita capita a tutti. Basta sapere attendere. E Lorenzo Zanon, peso massimo lombardo di Novedrate, classe 1951, non si sottrae a questa semplice seppur universale norma esistenziale, anche se poi quella chance, come vedremo tra poco, non saprà sfruttarla fino in fondo.

Qualche cenno biografico, tanto per cominciare. Lorenzo è figlio di Gino, padovano che nel Secondo dopoguerra emigra in Lombardia in cerca di un futuro che non sia solo lavorare la terra. E qui, in effetti, la famiglia trova la sua collocazione sociale, tanto che il piccolo Lorenzo cresce, bene, e grande e grosso com’è già alla tenera età di sette anni si avvicina alla boxe, antica passione in casa Zanon. Il percorso agonistico porta Lorenzo a conquistare il titolo giovanile dei pesi massimi nel 1969, il che gli vale in regalo una “500” fiammante ma pure un grave incidente con frattura della gamba destra. Zanon parrebbe destinato a non poter più salire sul ring, ma la tempra è quella del duro che non si arrende e due anni dopo, a far data 1971, Lorenzo è nuovamente competitivo guadagnandosi l’argento ai campionati italiani di Roma.

L’anno dopo il passaggio al professionismo è quasi una scelta obbligata, con Ermanno Festorazzi che si arrende ai punti per la prima di una serie di 14 vittorie che valgono a Zanon l’opportunità, il 26 maggio 1975, di combattere a Milano con Giuseppe Ros per il titolo italiano dei pesi massimi. Il lombardo vince ai punti ed inizia una carriera ad alto livello che se lo costringe qualche mese dopo a cedere la cintura a Dante Cane, lo vede pure mettersi in gioco oltreoceano andando a sfidare nel 1977, al Caesars Palace di Las Vegas, Ken Norton e Jerry Quarry, non proprio due pugili qualunque, con cui perde non prima di aver venduta cara la pelle.

Zanon ha eccellente tecnica, difettando forse in potenza, ma quel che avviene dopo l’esperienza americana ha del controverso, con un inatteso stop mai del tutto chiarito da parte della Federazione pugilistica italiana che lo tiene inattivo per più di un anno. Nel frattempo, tuttavia, Lorenzo si allena, e quando può tornare a boxare sul ring, si aprono le porte della sfida continentale con l’uruguaiano naturalizzato spagnolo Alfredo Evangelista, un tempo scaricatore al porto di Montevideo e già affrontato e battuto a Bilbao il 4 febbraio 1977, che a Torino il 18 aprile 1978 si arrende ai punti alla boxe troppo più brillante del lombardo. Zanon mette in palio il titolo qualche mese dopo contro il forlivese Attilio Righetti, facendo match pari e conservando la cintura, per poi il 10 ottobre 1979, a Torino, affrontare un altro iberico, Felipe Rodriguez.

Quel che avviene il 10 ottobre segna doppiamente la carriera di Zanon, che se in serata conserva per decisione unanime dei giudici la palma di miglior peso massimo d’Europa, pure vede recapitato in mattinata al suo manager Umberto Branchini il telegramma che lo elegge sfidante del campione del mondo Larry Holmes, imbattuto e detentore del titolo WBC.

Inizialmente il combattimento è programmato a Tokyo, in dicembre, ma Don King, pigmalione di Holmes, chiede una borsa spropositata ed infine, tra conferme e smentite, viene stabilita altra data, 3 febbraio 1980, ed altra sede, ancora il Caesars Palace di Las Vegas. L’evento in Italia assume valenza storica, perchè sono ben 46 anni, ovvero da quando Prima Carnera nel 1934 aveva ceduto la corona a Max Baer, che un tricolore non si batte per il titolo dei pesi massimi.

Holmes è ovviamente il grande favorito, non solo per l’imbattibilità da professionista che ammonta a 32 vittorie consecutive, ma anche per quel che è stato capace di mostrare nelle precedenti cinque sfide iridate con gli stessi Norton ed Evangelista, Ossie Ocasio, Mike Weawer e Earnie Shavers, tutti facilmente fatti fuori. Una vera e propria forza della natura, contro la quale Zanon può opporre fantasia, coraggio e resistenza.

Ed in effetti il match, che in molti ritengono possa risolversi in una carneficina, è troppo sbilanciato dalla parte di Holmes, a cui sono garantiti 600.000 dollari contro i 125.000 dollari dello sfidante, seppur per le prime tre riprese Zanon sfoggi un jab da lustrarsi gli occhi. Il campione del mondo non si scompone e al quarto round colpisce ripetutamente al volto l’italiano che barcolla, cade al tappeto tre volte, si rialza, viene contato da Roy Solis ma resiste stoicamente. Non solo, al quinto round tenta l’azzardo attaccando il campione del mondo e meritandosi la stima e l’apprezzamento del pubblico, riuscendo a far sua quella ripresa. Ma è solo un sussulto, ferito nello smisurato orgoglio e stizzito per l’impertinenza del rivale, Holmes abborda la sesta ripresa con veemenza, fin quando Roy Solis, complice un portentoso destro risolutivo del campione del mondo, non può far altro che interrompere il match e decretare la vittoria dell’americano.

17 minuti e 39 secondi, tanto è durato il sogno iridato di Lorenzo Zanon. Certo, poco più di un battito di ciglio, ma è stato bello lo stesso… sfido chiunque a riuscire a fare altrettanto.

JACK JOHNSON E LA SFIDA DEL SECOLO A SFONDO RAZZIALE CON JAMES JEFFRIES

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Jeffries al tappeto contro Johnson – da timeline.com

articolo di Nicola Pucci

I più autorevoli, ancorché attempati, storici del pugilato considerano unanimamente John “Jack” Johnson se non il peso massimo più forte di sempre, sicuramente uno dei tre migliori, al pari di Cassius Clay e Joe Louis. E ne hanno ben donde.

Perché stiamo pur sempre parlando di un campionissimo che se è vero che non ha potuto avvalersi del conforto delle immagini televisive bensì solo dei racconti di chi ha avuto la ventura di vederlo esibire, nondimeno ebbe l’onore di fregiarsi del titolo di numero 1 del mondo e assurgere al rango non solo di idolo universale all’epoca dei pionieri della boxe ma anche di simbolo nella lotta all’emarginazione razziale.

C’è tanto, ma proprio tanto nella vita di Johnson, che vede la luce il 31 marzo 1878 a Galveston, nel Texas, secondo dei sei figli di Henry e Tina, due ex-schiavi liberati durante la guerra civile e impiegati come bidello, lui, e lavastoviglie, lei. E in virtù dell’estrazione sociale il giovane Jack, che ben presto lascia la scuola, comincia a fare a pugni nelle battle royal, ovvero gli incontri disputati da neri per un pubblico di bianchi, evidenziando doti non comuni. Eppure, a dispetto dell’umile origine, proprio con i ragazzi bianchi Jack familiarizza da adolescente (e da adulto darà uno strattone decisivo alle convenzioni dell’epoca sposando, lui di colore, tre donne bianche), condividendone gli stenti di una vita travagliata, e, peso massimo naturale com’è in virtù di una stazza che all’apice della forma fisica dice 184 centimetri per 90 chilogrammi, pare che debba a un certo Walter Lewis, conosciuto a Dallas e che per campare dipinge carrozze, il suo avviamento alla boxe che conta.

Johnson, 16enne, si trasferisce a Manhattan, incrociando i suoi destini con quelli di Barbados Joe Walcott, di cinque anni più anziano di lui, che è universalmente riconosciuto come il più grande peso welter della storia. I due afroamericani si fanno strada, e se Walcott è già campione del mondo all’alba del nuovo secolo, nel 1901 battendo James “Rube” Ferns, a Jack viene negata l’opportunità perché è fatto divieto ai neri, in Texas, di competere per la cintura iridata dei pesi massimi.

E’ vero che la notorietà di Johnson cresce a vista d’occhio, perché il ragazzo ci sa fare veramente con i guantoni, tecnicamente completo, ottimo in difesa, furbissimo nel colpire d’incontro e dotato di un uppercut devastante. L’esordio tra i professionisti è datato 1898 quando atterra Charley Brooks, ma nel suo curriculum fanno maggior rumore la sfide con John “Klondike” Haynes, che si era dichiarato campione del mondo dei pesi massimi tra i neri, e quella del 25 febbraio 1901 con il veterano Joe Choynski, proprio a Galveston, che si conclude con l’arresto dei due pugili, in quanto sono espressamente vietati gli incontri con denaro in palio. Nei 23 giorni trascorsi assieme in cella Choynski, che ha sconfitto Johnson al terzo round, insegna al rivale tutti i trucchi del mestiere, forgiandone la tecnica di campione del futuro.

Ed il futuro, almeno quello pugilistico, sorride a Johnson, che dopo esser diventato il campione del mondo tra i neri sconfiggendo il 5 febbraio 1903 Denver Ed Martin, assurge al rango di autorevole sfidante del campione del mondo dei pesi massimi, quel James Jeffries che detiene il titolo dal 1899 al 1905 ma che nega al rivale l’opportunità di poterlo affrontare, affermando che non sia proprio il caso che un pugile di colore competa per la corona più ambita.

Ritiratosi imbattuto Jeffries, che da quel momento esercita sul ring come arbitro, la strada verso la sfida mondiale pare farsi in discesa per Jack, che si vede però costretto a dover attendere il 1908 quando, infine, deve volare in Australia per poter combattere contro il nuovo re della categoria, il canadese Tommy Burns che ha ereditato la cintura da Jeffries sconfiggendo Marvin Hart e difendendola in undici occasioni. Il 26 dicembre 1908, a Sydney, Johnson ha l’occasione che attende da sempre e seppur il match, che Jack approccia provocatoriamente chiamando “pig” (maiale) il rivale, venga interrotto dalla polizia al quattordicesimo round, il direttore di gara gli assegna la vittoria per k.o. decretandolo nuovo campione del mondo della categoria dei pesi massimi. E’ il primo texano e soprattutto il primo pugile nero ad impossessarsi del titolo più prestigioso, seppur la vittoria venga infine ratificata solo nel 1910.

Ed è proprio in quell’anno che Jack, che per la vittoria con Burns si è trovato a dover fronteggiare in patria l’ostracismo dei bianchi trovando, troppo spesso, rifugio nella bottiglia, dopo quattro difese del titolo concluse con una “non decision” con Victor McLaglen, Jack O’Brien, Tony Ross e Al Kaufman e il k.o. inferto al dodicesimo round a Stanley Ketchel che, nel corso di un match violento, aveva avuto l’ardire di metterlo in ginocchio, finalmente può darsele sul ring con il nemico giurato di una volta, proprio il vecchio Jeffries, il calderaio di Carroll, che si è lasciato convincere da un bel gruzzolo di dollari a rimettere i guantoni e tornare a combattere.

Quello che va in scena nel deserto del Nevada, a Reno, il 4 luglio 1910, giorno dell’indipendenza americana, viene da molti definita la “sfida del secolo“: da una parte il nero campione del mondo, paladino del tentativo afroamericano di affrancarsi dall’emarginazione, dall’altra lo sfidante dall’illustre passato, che ha il gravoso compito di mostrare al mondo la superiorità dell’uomo bianco. Figurarsi. Johnson è troppo più performante, inattaccabile e reattivo, e nonostante Jeffries faccia fino in fondo appello allo smisurato orgoglio, deve arrendersi al 15esimo round quando per due volte va al tappetto costringendo Tex Rickard, arbitro del match, ad interrompere l’incontro.

La vittoria di Jonhson se da un lato garantisce al “gigante di Galveston” il rispetto dei bianchi che non possono che vedere in lui il legittimo numero 1 dei pesi massimi, e lo sarà almeno per altri cinque anni, scatena nondimeno un’eruzione di contrasti a sfondo razzista, con scontri che si propagano un po’ ovunque, determinando un conteggio definitivo di 25 vittime e centinaia di feriti. E se da quel giorno di pugilato glorioso una scossa elettrica ha cominciato a squarciare il magma dell’intolleranza razziale, ebbene lo si deve anche a John “Jack” Johnson, il nero che diede scacco matto al bianco, segnando la strada da percorrere. In definitiva, possiamo chiamarla semplicemente la forza dello sport, che quando c’è da abbattere le barriere è tanto dirompente da non esser seconda a nessuno.

 

BILLY PAPKE, IL “TEDESCO” CHE VINSE IL MONDIALE DEI MEDI E MORI’ SUICIDA

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Billy Papke contro Stnley Ketchel – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Ricordando le gesta pugilistiche dell’“assassino del MichiganStanley Ketchel, che merita il posto a lui riservato tra i più grandi pesi medi della storia, avevamo qualche tempo fa raccontato delle quattro sfide che lo videro opposto al “tedescoBilly Papke.

Già, proprio Papke, l’eroe della nostra storia di oggi, tedesco di origine in quanto figlio di immigrati germanici che a fine Ottocento si trasferiscono a Spring Valley, nell’Illinois, dove William Herman, appunto detto Billy, nasce il 17 settembre 1886. Il ragazzo cresce, bene, a dar di pugni e se c’è un talento che diventa il suo marchio di fabbrica, quello è una velocità talmente fuori dall’ordinario nel portare i colpi da meritarsi l’appellativo di “fulmine dell’Illinois“.

Papke è il prototipo del tedesco di stampo ariano (mi sia concesso il termine), alto, biondo, occhi azzurri e bello da esser bocconcino prelibato per le ragazze che hanno la ventura di frequentarlo. Si dice che sia un amante della bella vita, e con quel popò di fisico ne avrebbe pure ben donde, ma sul ring dismette i panni di Adone per vestire quelli più appropriati di combattente che fa di potenza, velocità e furia agonistica le armi con cui abbatte i rivali.

Tra i campioni della categoria delle 160 libbre Papke diventa ben presto uno dei candidati più autorevoli, ed è qui che il suo destino si incrocia con quello di Ketchel. Che è il numero uno dell’epoca e, come vedremo poi, col “tedesco” condividerà non solo gli incontri sul ring, così come l’anno e il mese di nascita, ma anche una tragica e precoce fine. Ketchel e Papke se le danno di santa ragione per quattro volte, ma se al primo approccio (9 giugno 1908, Milwaukee) Stanley vince ai punti in 10 riprese, per la rivincita (7 settembre 1908, Vernon) Billy ha in serbo una scorrettezza destinata ad entrare nella leggenda della boxe, colpendo il rivale con un gancio alla gola all’atto dello scambio dei saluti prima dell’inizio del match. Ketchel riesce comunque a combattere per poi arrendersi alla 12esima ripresa, non prima di aver conosciuto più volte l’onta del tappeto. Qualche settimana ancora (26 novembre 1908, Colma) e i due si incontrano una terza volta, con Ketchel a massacrare Papke che cede il titolo di campione del mondo e se ne torna a casa portando in volto i segni della battaglia tanto da non venir riconosciuto dalla moglie! Il 5 luglio 1909, sempre a Colma, andrà in scena il quarto ed ultimo atto di una fiera rivalità, risolta ai punti in 20 round a favore ancora di Ketchel che, dopo aver chiuso sul 3-1 gli scontri diretti, morirà l’anno dopo assassinato con una fucilata alle spalle per un’assurda lite mai del tutto chiarita.

Papke, che si ritiene a questo punto il legittimo depositario della cintura dei pesi medi, e dopo aver vinto in Francia una sfida epica con l’irlandese Willie Lewis che ha come teatro il Cirque de Paris, torna in America, convinto di poter agevolmente difendere il titolo. Ma gli avversari hanno poco rispetto del blasone del “tedesco“, che cede ai punti in 20 riprese a Johnny “Ciclone” Thompson (11 febbraio 1911, in Australia a Sydney) e poi, una volta che quest’ultimo è passato ai mediomassimi, il 22 febbraio 1912 a Sacramento a Frank Mantell, per k.o.t. alla 16esima ripresa di un match serrato.

Nondimeno, a Mantell non viene riconosciuta la vittoria come valida per il titolo iridato ed allora Papke, ancora il numero 1 della categoria, se ne torna di là dall’Atlantico, sempre in Francia, per battere prima Marcel Moreau, e poi, il 23 ottobre 1912 nel solito scenario del Cirque de Paris, il temibilissimo Georges Carpentier, che davanti al pubblico che impazzisce per lui si arrende solo al 17esimo round all’incalzare di Billy.

La carriera da campione del mondo di Papke, tuttavia, volge al termine (chiuderà con un curriculum di 42 vittorie, 7 pareggi e 13 sconfitte) e, dopo aver difeso il titolo contro Geo Bernard, incrocia i guantoni con Frank Klaus, l'”orso di Pittsburgh“, pure lui di origine tedesca. La sfida, programmata il 5 marzo 1913 a Parigi, mette l’uno di fronte all’altro due pugili che non fanno mistero di odiarsi, e quel che ne viene fuori è un combattimento di rara violenza, tra i più eccitanti della storia della categoria, che si risolve al 15esimo round quando Papke, reo di aver colpito Klaus al basso ventre con un pugno micidiale, viene squalificato, perdendo incontro e titolo mondiale.

Il resto è solo tragedia, e se Ketchel morì assassinato, il “tedesco“, in una folle sera del 26 novembre 1936, uccide la moglie con un colpo di rivoltella, togliendosi a sua volta poco dopo la vita. Uniti per sempre, Billy e Stanley, nella gloria pugilistica così come nell’orrore della fine.