MONZON-VALDEZ, LA SFIDA CHE VALEVA LA CORONA DI RE DEI MEDI

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Monzon contro Valdez – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

C’è talmente tanto nella vita di Carlos Monzon, dentro e fuori dal ring, che concentrarne il racconto tra le poche righe concesse é pressoché impossibile. Tra imprese pugilistiche, exploit sentimentali, disastri esistenziali ed una morte prematura, tocca spurgare e scegliere un momento, ed allora la macchina del tempo torna a quel 26 giugno 1976 e la sfida con il colombiano Rodrigo Valdez, valida per la riunificazione dei titoli WBA e WBC dei pesi medi.

Monzon, argentino classe 1942 nato a San Javier, cresciuto nei ghetti malfamati di Santa Fè e che ebbe adolescenza tanto difficile da prospettarsi, per lui, un futuro da criminale ben prima, fortunatamente, di trovar rifugio nella boxe, agli inizi di una carriera professionistica avviata atterrando Ramon Montenegro il 6 febbraio 1963, sostenuto da quell’Amilcar Brusa che sarà sempre al suo fianco, combatte esclusivamente in patria, e se denuncia fin da subito una classe purissima spalmata su un fisico quasi da mediomassimo, altresì vince spesso, bene, e capitonbola, raramente, infine meritandosi una prima occasione mondiale il 7 novembre 1970 quando a Roma mette fine al regno nei pesi medi di Nino Benvenuti.

Da quel momento Monzon diventa una star di prima grandezza, e se gli eccessi non mancheranno davvero nel corso di una parabola esistenziale che non può, proprio mai, essere ordinaria, ecco che il fuoriclasse argentino, che elegge l’Europa quale suo territorio di conquista, assomma una difesa dietro l’altra della cintura iridata. Saranno infatti ben 14 le sfide mondiali che vedranno Carlos confermarsi il peso medio più forte non solo del suo periodo, ma fors’anche di tutti i tempi, firmando un primato per la categoria che nessuno ad oggi è stato in grado di migliorare.

E se sotto i colpi della sua boxe potente e stilisticamente aggressiva cadono, uno dopo l’altro, campioni del calibro dello stesso Benvenuti, che nel match di rivincita dell’8 maggio 1971 a Montecarlo va giù alla terza ripresa, quell’Emile Griffith che del triestino fu grande avversario e cede il passo nei due incontri disputati con il sudamericano, Denny Moyer, il francese Jean-Claude Bouttier, l’amico di Alain Delon, che si arrende pure lui due volte, il fragile danese Tom Bogs, il ben più massiccio Bennie Briscoe, e il cubano José Napoles, ad inizio 1974 la WBC lo priva del titolo per non aver accettata la sfida del colombiano Rodrigo Valdez, che ha fatto fuori lo stesso Briscoe e si sarebbe guadagnata la chance di incrociare i guantoni con Monzon.

Carlos, obtorto collo, deve accontentarsi della cintura WBA, battendo uno dopo l’altro, senza troppe difficoltà, Tony Mundine, Tony Licata e Gratien Tonna, quando infine è poi l’ora di andare ad affrontare lo stesso Valdez ed informarlo, caso mai se ne senta il bisogno, che l’indiscusso re dei medi batte bandiera argentina.

26 giugno 1976, dunque. Allo Stade Louis II di Montecarlo, proprio lì dove Monzon mise fine alla carriera di Benvenuti, sono l’uno di fronte all’altro i due dioscuri dei pesi mesi. E se Carlos può far valere tecnica, esperienza e l’imbattibilità quando c’è da competere per la cintura iridata, lo sfidante, che poi proprio sfidante non è perché pure lui è accreditato di un titolo mondiale, si affida al coraggio e ad un bonus di rabbia prodotta dalla morte del fratello, ucciso in una rissa da bar in Colombia proprio la settimana prima l’incontro.

Ad onor del vero, il colombiano chiede che possa slittare la data del combattimento in modo da ricongiungersi ai familiari, ma il contratto firmato è vincolante al punto che la sera del 26 giugno Valdez è costretto a salire sul ring, non prima esser dovuto ricorrere a ben sei pesate per rientrare nel limite imposto dalla categoria dei medi. Dando vita ad una battaglia cruenta, dura, in cui i due pugili se le danno di santa ragione, seppur Monzon sia decisamente superiore. Valdez, fors’anche un po’ distratto dai tragici accadimenti dei giorni precedenti, e potrebbe essere altrimenti?, getta il cuore oltre l’ostacolo ma infine crolla al tappeto alla 14esima ripresa e seppur sia in grado di rimettersi in piedi, il verdetto dei giudici è senza appello. Il cartellino di Raymond Baldeyrou dice 146-144 per l’argentino, André Bernier segna 147-145 e il 148-144 di Pierre Talayrac certifica la vittoria, per decisione unanime, di Carlos Monzon, che si riprende lo scettro di re dei pesi mesi.

Monzon e Valdez incroceranno nuovamente i guantoni, il 30 luglio 1977, sempre a Montecarlo e sempre allo Stade Louis II, per volontà dello stesso colombiano, desideroso di riscattare la prima sconfitta, a suo modo di vedere condizionata dal lutto familiare. E se Rodrigo, proprio in avvio della seconda ripresa si prenderà il lusso di atterrare il campione argentino, nondimeno ancora una volta scenderà sconfitto dal ring, sempre per verdetto unanime dei giudici che sanciranno, definitivamente, il dominio di Carlos Monzon tra i pesi medi. Lui, era il numero 1.

 

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PAOLO VIDOZ E IL BRONZO A SYDNEY 2000 COSTATO SANGUE E DOLORE

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Vidoz contro Harrison alle Olimpiadi di Sydney 2000 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se a Paolo Vidoz è forse venuta a mancare una carriera professionistica tale da rendere merito fino in fondo al suo valore di supermassimo, conquistando comunque il titolo europeo a tre riprese, sempre in Germania, contro Timo Hoffmann (11 giugno 2005 a Berlino), Michael Sprott (1 ottobre 2005 ad Oldenburg) e Cengiz Koc (28 gennaio 2006 ancora a Berlino), nondimeno si è tolto soddisfazioni non da poco collezionando medaglie importanti. Ad esempio, da dilettante, dopo esser stato eliminato agli ottavi di finale alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 dal cubano Alexis Rubalcaba, conquista il bronzo sia ai Mondiali di Budapest del 1997, dove lo batte ancora Rubalcaba, che a quelli di Houston del 1999, fermato in semifinale dal kazako Mukhtarkhan Dildabekov, vincendo poi nel 2000 l’argento agli europei di categoria di Tampere perdendo solo in finale, ai punti, con il russo Alexei Lezin.

Insomma, questo ragazzone friuliano di 191 centimetri, nato a Lucinico, alle porte di Gorizia, il 21 agosto 1970 ed allenato da Bruno Piccotti, ci sa fare quando si tratta di dar di pugni, e se deve prepararsi al salto tra i professionisti, è bene farlo passando per la porta d’ingresso principale, quella dei Giochi olimpici, presentandosi all’edizione di Sydney del 2000 con le carte in regola per giungere almeno sul podio.

Al Sydney Convention and Exhibition Centre i pugili si danno appuntamento dal 23 settembre al 1 ottobre, e per Vidoz, 30enne che porta, appunto, in dote l’argento continentale ed ha perso peso per acquisire velocità sul ring scendendo a 105 kg., c’è da fronteggiare la concorrenza di avversari che conosce bene e che trova sulla sua strada ormai da anni. Ci sono, infatti, Lezin, Rubalcaba e Dildabekov, oltre a Koc che sarà rivale del goriziano tra i “grandi“, ma se Vidoz debutta con un successo convincente contro il laureato in economia americano Calvin Brock che viene stoppato dall’arbitro poco prima della chiusura del quarto round, proprio Lezin, che a sua volta vanta il titolo europeo dei dilettanti, incoccia nella boxe aggressiva dell’inglese Audley Harrison, unico rappresentante del suo paese presente a Sydney, che lo fa fuori pure lui in virtù dell’intervento arbitrale all’ultima ripresa.

Al secondo turno Vidoz dispone facilmente del nigeriano Samuel Peter, che tra i professionisti, a differenza di Paolo, sarà lui sì campione del mondo dei pesi massimi incappando poi nei fratelli Klitschenko, meritandosi uno score di 14-3, ed allora, se con l’ingresso in semifinale almeno la medaglia di bronzo è garantita, come non accadeva all’Italia dai tempi di Seul 1988, ecco che il pugile azzurro prova ad andare oltre, ovvero guadagnarsi l’accesso alla finalissima.

E chi trova Vidoz quale avversario sulla strada verso un’ipotetica sfida per la medaglia d’oro? Proprio Harrison, 29enne londinese che ha demolito l’ucraino Aleksey Masikin, 19-9, con cui Paolo ha fatto quasi match pari qualche mese prima ad Atene, 3-5, mentre Dildabekov, killer di Rubalcava, 25-12, si trova opposto all’uzbeko Rustam Saidov. E se proprio Dildabekov vola all’atto conclusivo imponendosi al termine di una sfida serrata, 28-22 sonoramente contestato, ecco che per Vidoz l’eventuale rivincita della semifinale dei Mondiali di Houston dell’anno prima è tutta da conquistare.

Già, perché Harrison è un pugile decisamente forte, maledettamente forte, tanto da venir scelto da Lennox Lewis quale sparring-partner, e se Vidoz parte col piede giusto aggiudicandosi i primi due punti, appena l’inglese, che combatte in guardia destra ed ha un allungo superiore, gli prende il tempo, ecco che le sorti del match prendono una piega decisamente favorevole ad Harrison. Che prende il largo nel punteggio, subisce il parziale ritorno di Vidoz che si affida ad un coraggio senza eguali e si riporta sotto all’inizio della terza ripresa, 12-14, grazie al jab sinistro, prima di sferrare tre colpi che non solo dilatano nuovamente il suo margine di vantaggio ma pure squarciano la sicurezza e il volto del povero Vidoz.

Che, sopraffatto ma non vinto dal dolore, già dalla prima ripresa sanguina copiosamente lordando di chiazze amaranto la maglietta rossa, complice una lussazione al naso, ma porta a termine il combattimento, infine alzando bandiera bianca, nettamente, 16-32, punteggio che andando oltre i 15 punti di differenza avrebbe imposto l’immediata interruzione del match, con quell’enorme dignità che contraddistingue la sua boxe di pugile indomabile.

L’illusione di Paolo Vidoz di meritarsi una medaglia d’oro sfuma, dolorosamente, ma un podio olimpico non è impresa riuscita a molti, ed allora, bravo Paolo, supermassimo dal cuore e dal coraggio grande così.

A puro titolo informativo… Harrison non si ferma lì, e con un inequivocabile 30-16 a Dildabekov in finale regala all’Inghilterra un titolo olimpico nel pugilato che mancava dalla vittoria di Chris Finnegan nei pesi medi a Città del Messico nel 1968 e nei pesi massimi, pensate un po’, addirittura dal 1920 quando l’impresa, ad Anversa, riuscì a Ronald Rawson. Ed allora… bravo anche tu, Audley!

TOMMY LOUGHRAN, IL CAMPIONE DEI MEDIOMASSIMI CHE SBATTE’ CONTRO CARNERA

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Lounghran contro Carnera – da explorepahistory.com

articolo di Nicola Pucci

Tommy Loughran, “the phantom of philly“, perché, pur con sangue irlandese nelle vene da parte di madre, era nativo di Filadelfia e portava in dote una fisionomia un po’ spettrale, avrebbe tanto voluto aggiungere ai titoli mondiali conquistati nella categoria dei mediomassimi anche quello più prestigioso tra i massimi. Ma il destino non volle rendergli merito, ed allora fu costretto ad accontentarsi di venir considerato tra i più grandi di sempre della sua categoria d’adozione.

Già, perché Loughran aveva talento da vendere nel dar di pugni, riuscendo ad unire perfettamente abilità, rapidità e furbizia, mascherando così alcune deficienze del suo repertorio, quali la scarsa potenza ed un fisico non proprio dirompente. E quando, lui classe 1902, coraggio da leone, poté infine battersi contro il gigante Primo Carnera per la cintura dei pesi massimi, concedeva all’avversario ben 40 chilogrammi di differenza nel peso, oltre ad una buona dose di centimetri in altezza. Era il 1 marzo 1934, e il pugile friulano difendeva per la prima volta la corona negli Stati Uniti, dopo il trionfo in Italia a Piazza di Siena in Roma contro il basco Paulino Uzcudun. Loughran, come sua abitudine, lavorò bene di gambe punzecchiando il gigantesco avversario, che lo sovrastava come una montagna sovrasta una prateria, con colpi rapidi seppur leggeri, per arrendersi infine per verdetto unanime a chiusura di 15 riprese che determinarono lo score di 10-1 secondo due giudici e di 12-3 secondo il terzo.

Eppure non si può certo nascondere che Tommy non fosse abituato a combattere con rivali più grossi di lui, anche nella categoria che lo vide primeggiare, se è vero che dei 172 match portati a termine in carriera, una buona metà almeno furono sostenuti contro pugili di stazza superiore. Nondimeno, dopo aver incrociato i guantoni con il fenomenale Harry Greb che lo mise alla prova nei primi anni tra i professionisti affrontandolo, e battendolo a fatica, per tre volte, nel 1927, lasciato vacante il titolo dei mediomassimi da Jack Delaney, flessuoso fuoriclasse canadese che affascinò addirittura il grande Ernest Hemingway con la sua boxe ricca di fantasia, a sua volta in cerca di fortuna e borse generose tra i massimi, Loughran ebbe l’opportunità di rilevarne lo status di numero 1 della categoria.

Erano quelli gli anni in cui le lotte tra irlandesi, o almeno tali di stirpe, erano frequenti. Oltre a “Filadelfia” O’Brien, lo stesso Delaney e Jack Dillon, che aveva anche qualche quarto scozzese nelle vene, tignoso ed irlandese era pure Mike McTigue, una tigre dal pelo rosso e dalle pronunciate orecchie a sventola, che ebbe i natali nella Contea di Clare per poi trasferirsi tra le prospettive tentacolari di New York. Combattente di rara energia, infaticabile e incassatore come pochi, McTigue, dopo aver fatto suo il titolo mondiale nella sua Dublino nel 1923 contro il giramondo senegalese Battling Siki ed averlo perso due anni dopo proprio a New York contro il crudele Paul Berlenbach, ebbe un’ultima occasione di riconquistare la corona iridata sfidando Loughran al Madison Square Garden in 7 ottobre 1927.

La contesa fu avvincente e violenta, come il pugno di McTigue che provò a scardinare la difesa di Loughran. Ma la boxe dell’irlandese era prevedibile, seppur aggressiva, e Tommy ebbe infine la meglio per decisione unanime dopo 15 riprese serrate, salendo sul tetto del mondo dei mediomassimi. Aprendo da quel momento l’era aurea della sua carriera, difendendo la cintura in sei occasioni, battendo, sempre ai punti e per decisione unanime in 15 riprese, Jimmy Slattery, Leo Lomski e Pete Latzo, che si arrese nuovamente in 10 round il 16 luglio 1928, come poi accadde a Mickey Walker, a Chicago l’8 marzo 1929, e a James J.Braddock, allo Yankee Stadium di New York il 18 luglio 1929.

Superiore alla concorrenza, Loughran diede a questo punto prova, oltre che di abilità, anche di immutata testardaggine, abbandonando la categoria per provare la scalata, appunto, al titolo mondiale dei pesi massimi. E se con Jack Sharkey, il “marinaio polacco di Binghamton“, conobbe l’onta del k.o. facendosi cogliere impreparato nel corso della terza ripresa, contro Steve Hamas, un massimo di scarso talento ma gran picchiatore, perse due volte e per due volte si prese la rivincita, arrivando infine all’occasione mondiale contro Primo Carnera.

Ma quel match contro la “montagna di Sequels“, il 1 marzo 1934 in un Madison Square Garden ribollente passione pugilistica, come avrà poi modo di affermare Loughran, era già deciso ancor prima di disputarsi, e per avere almeno una chance di vittoria, Tommy avrebbe dovuto atterrare Carnera. In effetti al quarto e al settimo round Loughran fece traballare il gigante italo-americano, ma non riuscì a mandarlo al tappeto ed allora, quei 40 chili di differenza, fecero la differenza ed il verdetto senza appello di tre giudici infranse l’illusione del pugile di origine irlandese di diventare campione del mondo anche dei pesi massimi.

Già, proprio come un sogno di inizio primavera.

FLASH ELORDE, IL BAMBINO POVERO CHE DOMINO’ NEI SUPERPIUMA

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Flash Elorde – contro Sandy Saddler

articolo di Nicola Pucci

Quando il 16 giugno 1951 Gabriel “Flash” Elorde debutta tra i professionisti mandando al tappeto al quarto round Kid Gonzaga, probabilmente mai avrebbe immaginato non solo di diventare un campione di valore assoluto, ma pure di venir annoverato tra i pugili più forti di sempre del suo paese.

Già perché questo ragazzo filippino nato a Bogo, nell’isoletta di Cebu, il 25 marzo 1935, è certamente da considerarsi tra i grandi boxer dell’isola del Pacifico, lassù dove meritano di stare fuoriclasse del calibro di Manny Pacquiao e Francisco Guilledo, in arte Pancho Villa. E questo in virtù di una carriera memorabile, già dai primordi marcata dai tratti del successo.

In effetti la boxe diventa fin da subito l’occasione del riscatto per il piccolo Gabriel, ultimo di una nidiata di ben 15 fratelli e che cresce nella miseria più nera. In casa Elorde non si vede l’ombra di un quattrino, e se giungere a fine giornata è già un’impresa, inevitabilmente, dopo soli 3 anni di scuola elementare, il bimbo è costretto a lavorare, come portatore di palle da bowling prima, come falegname poi. Fortuna vuole che l’amicizia con un ex-professionista di pugilato, Lucio Laborte, che gli mette tra le mani i primi guantoni e lo svezza tecnicamente, forgiandone il temperamento focoso seppur introverso e le innate doti naturali, segni la sua vita. Indirizzandola per il verso giusto.

Elorde impara ben presto a dar di pugni, e pure bene, evidenziando, in 166 centimetri di altezza, una velocità fuori dal comune nel portare i colpi, che appunto gli vale l’appellativo di “flash“, con quel suo mancino che quando va a segno fa male, eccome se fa male, e muovendosi tra le corde con la grazia e lo stile di un ballerino, tanto da diventare fonte di emulazione per un certo Cassius Clay. E se 16enne è già professionista, ecco che il filippino incamera una serie di successi convincenti, vincendo nel 1952 il titolo nazionale dei pesi gallo battendo Tanny Campo ai punti per poi conquistare anche la corona asiatica contro il giapponese Hiroshi Horiguchi.

Nel corso dei primi anni Cinquanta Elorde è un pugile di livello che trova vetrina essenzialmente nelle Filippine e in Giappone, combattendo nella categoria dei piuma, che lo vede perdere con Larry Bataan la sfida per il titolo asiatica, così come in quella dei pesi leggeri, che gli regala un titolo nazionale contro Tommy Romulo. Ma per acquisire visibilità globale necessita di una sfida “americana“, come puntualmente avviene il 20 luglio 1955 quando Elorde incrocia i guantoni con quel Sandy Saddler che da anni spopola nella categoria dei pesi piuma. Il filippino vince per decisione unanime, ma l’anno dopo, il 18 gennaio 1956 con la cintura mondiale in palio, al Cow Palace di Daly City Flash si arrende nella rivincita per k.o.t alla tredicesima ripresa, vittima del pugilato sporco dell’americano che ricorre a qualche scorrettezza di troppo per avere la meglio del più giovane avversario.

La sconfitta non scalfisce l’illusione di Elorde di diventare a sua volta, un giorno, campione del mondo. Come puntualmente avviene il 16 marzo 1960 quando Flash, che nel frattempo ha ripetutamente conquistato il titolo asiatico dei pesi leggeri spazzando via la resistenza di chiunque provasse a fermarlo, combatte contro Harold Gomes per la cintura iridata dei superpiuma. La sfida va in scena all’Araneta Coliseum di Quezon City, e davanti ad almeno 30.000 connazionali Elorde mette definitivamente in ginocchio il campione del mondo alla settima ripresa, riportando nelle Filippine un titolo mondiale che mancava da 21 anni, da quando Ceferino Garcia aveva sconfitto Fred Apostoli per la cintura iridata di pesi medi.

Il sogno di salire sul tetto del mondo, per Elorde, si avvera infine, ma è solo l’inizio di una dittatura nella categoria dei superpiuma, quella sotto le 126 libbre (57,152 kg.), che Flash domina nei sette anni successivi, battendo uno dopo l’altro lo stesso Gomes, che stavolta regge solo un round, Joey Lopes, sconfitto per decisione unanime, l’italiano Sergio Caprari, costretto a gettare la spugna pure lui alla prima ripresa, Auburn Copeland e Johnny Bizzarro entrambi sconfitti ai punti, Love Allotey, che incappa in una squalifica all’11esima ripresa, due volte il giapponese Teruo Kosaka, messo al tappeto in due combattimenti governati con classe ed audacia, infine il coreano Kang-II Suh e l’argentino Vicente Derado, pure loro costretti ad accusare un verdetto penalizzante ai punti.

Corre l’anno 1967 e per sette anni, record di durata ineguagliato, Flash Elorde è il peso superpiuma più forte del pianeta, almeno fino al giorno in cui il giapponese Yoshiaki Numata, a Tokyo il 15 giugno 1967, ne interrompe il regno. E se il pugile filippino, che a due riprese tentò la sorte iridata nei pesi leggeri sfidando il portoricano Carlos Ortiz, venendo in entrambe le occasioni sconfitto al 14esimo round dopo combattimenti serrati, e che trovò nel pugilato l’occasione per riscattare un’adolescenza da bambino poverissimo, è un’eroe dello sport filippino, c’è davvero un perché.

 

 

FRANCO UDELLA, IL MINIMOSCA CHE VOLO’ SUL TETTO DEL MONDO

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Franco Udella – da boxwring.fpi.it

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un elemento che contraddistingue la carriera di pugile di Franco Udella, cagliaritano classe 1947 che fu campione del mondo dei minimosca nel 1975 e che si ritirò dall’attività nel 1979 dopo aver perso a Londra la sfida per il titolo europeo dei pesi mosca contro l’imbattuto Charlie Magri, è la costanza di rendimento e la dedizione all’esercizio della boxe a dispetto di un destino non certo benevolo.

In effetti questo sardo autentico, grintoso e caparbio come solo la gente isolana sa esserlo, ebbe la sventura di doversi disimpegnarsi in un periodo povero di talenti nostrani, quando ormai si era chiusa l’era dei tanti campioni che aveva segnato la storia del pugilato amatoriale italiano nel decennio precedente. E questo complicò non poco la maturazione tecnica e l’ascesa al professionismo di Udella, che solo grazie a tanto, ma proprio tanto sudore riuscì a giungere ad affermazione completa.

Udella, 152 centimetri per un peso variabile tra i 48 e i 51 chili, debutta nel 1966 nella categoria dei pesi mosca, cogliendo la vittoria ai campionati italiani novizi. E se l’anno successivo riesce a guadagnarsi la selezione per le Olimpiadi di Città del Messico del 1968 vincendo un paio di tornei, ecco che ai Giochi conosce l’onta della sconfitta al primo turno contro Alberto Morales, atleta di casa, che lo batte per verdetto unanime nella neo-nata categoria dei pesi minimosca.

Il sardo è ben lungi dall’arrendersi, conosce Umberto Branchini che ne sarà non solo mentore ma pure amico sincero, e con lui progetta il passaggio al professionismo. Son tempi difficili, però, per il dilettantismo azzurro che se ne è uscito dalle Olimpiadi messicane con la miseria di un bronzo di Giorgio Bambini nei pesi massimi, ed il presidente della Federazione, l’onorevole Franco Evangelisti, impone l’alt, barattando con Branchini il passaggio tra i pro di Domenica Mura al posto dello stesso Udella. Che accusa sensibilmente il colpo e rimane a combattere con gli amatori per un altro quadriennio.

Udella dirotta le sue ambizioni sui campioni europei, dove trova però l’ungherese György Gedó che lo batte sia nella finale dei minimosca a Bucarest nel 1969, non prima di aver eliminato il turco Temel e il polacco Rozek, sia al secondo turno nei mosca a Madrid nel 1972. E se il panorama nazionale gli è favorevole nel 1970 e nel 1971, Udella, che nel 1972 si frattura la mano destra cedendo senza combattere il titolo italiano a Franco Buglione, capitola ancora, invece, in sede olimpica, quando ai Giochi di Monaco si arrende al terzo turno al sovietico Boris Zoriktuyev, infine vincitore 4-1 ai punti.

Udella è un pugile battagliero, che mena con decisione caricando lancia in resta, e se nella prima fase della sua carriera i risultati tardano a venire, curiosamente il passaggio al professionismo, subito dopo le Olimpiadi con l’immancabile Branchini a suo fianco, gli mette le ali ai piedi. Il pugile cagliaritano, in effetti, ha le stimmate del campione, e dal giorno dell’esordio tra i “grandi” con la vittoria ai punti contro il nigeriano Ray Salami, e attraverso altri 17 combattimenti, già si merita, il 20 luglio 1974, una chance mondiale per la cintura WBC dei pesi mosca. L’avversario è tosto, il venezuelano Betulio Gonzalez, alto e magro, detentore del titolo, che a Lignano Sabbiadoro si rivela un ostacolo troppo arduo per Udella, costretto, con i suoi 152 centimetri, a provare ad entrare nelle difese del rivale schivando i colpi provenienti dall’alto. E per nove riprese, in effetti, la tattica dell’italiano sembra produrre i frutti sperati, tanto da risultare in vantaggio nel conteggio dei giudici, ma alla decima ripresa un gancio di Gonzalez atterra Udella, costretto così al k.o. risolutivo.

Udella non si scoraggia, diventa campione europeo dei pesi mosca battendo a Milano lo spagnolo Pedro Molledo per k.o. alla quinta ripresa, e quando poi la WBC istituisce anche per i professionisti la categoria dei pesi minimosca, grazie alle pressioni dello stesso Branchini che riterrà questo il suo più grande exploit di manager, ecco che il sardo trova conforto alle sue aspirazioni iridate il 4 aprile 1975 incrociando i guantoni con il messicano Valentin Martinez allo Stadio di San Siro, vincendo infine l’incontro per squalifica dell’avversario alla 12esima ripresa.

E’ l’apice della carriera di Udella, che si conferma ripetutamente campione d’Europa dei pesi medi superando, uno dopo l’altro, per due volte lo svizzero Fritz Chervet, con entrambi i pugili che vengono squalificati per scorrettezze nel match di Zurigo del 31 maggio 1975 e Udella che fa sua ai punti la sfida del 14 gennaio 1976 a Campione d’Italia, il concittadino Franco Sperati per k.o.t. all’ottava ripresa il 12 giugno 1976 a Santa Teresa di Gallura, ed ancora lo spagnolo José Cantero, il francese di origine algerina Nessim Zebelini, l’altro iberico Mariano Garcia che getta la spugna al sesto round nel combattimento andato in scena in quella Cagliari che accoglie Udella come un eroe, infine Manuel Carrasco, ennesimo spagnolo che tenta di opporsi alla boxe aggressiva ed efficace del sardo che a Bellaria, il 15 novembre 1978, ottiene l’ultimo titolo europeo e l’ultima vittoria della carriera.

Già, perché se poi qualche mese dopo, appunto, Charlie Magri pone fine alla sua avventura di pugile, nel mezzo di così tanta attività ci sono due sfide che segnano il curriculum di campione di Franco Udella. L’una, il 18 luglio 1976, al “El Poliedro” di Caracas, vede il cagliaritano provare a tornare in possesso della cintura mondiale dei minimosca, toltagli a tavolino per non aver voluto metterla in palio contro il venezuelano Luis Estaba, proprio contro il beniamino di casa, nel frattempo lui sì diventato campione del mondo della categoria, che lo costringe alla resa dopo sole tre riprese complice anche una ditata in un occhio che priva l’italiano di quel guizzo letale che caratterizza la sua boxe; l’altra è quella, tutta di matrice sarda, contro l’altro eroe isolano, Emilio Pireddu, che ha spodestato Sperati e che a Cagliari, il 23 dicembre 1977 e al cospetto di un pubblico appassionato che parteggia equamente per i due contendenti, cerca con il suo maggior allungo di interrompere il dominio continentale di Udella tra i pesi mosca. Infine, al termine di una sfida deludente, Franco si conferma il più forte, d’Italia e d’Europa, e tanto basta.

Franco Udella, minimosca che volò sul tetto del mondo, può a piena ragione considerarsi soddisfatto… ed un posto tra i grandi se lo merita proprio.

EDER JOFRE, IL “GALLO D’ORO” DEL PUGILATO BRASILIANO

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Eder Jofre – da twitter.com

articolo di Nicola Pucci

A detta di chi se ne intende, il massimo esponente del pugilato brasiliano rimane Eder Jofre, tanto forte e vincente da meritarsi l’appellativo di “O Galo Do Ouro“, ovvero “il gallo d’oro” della boxe del suo paese negli anni in cui si cinse la testa della corona di campione del mondo.

Il sudamericano di San Paolo, dove era nato il 26 marzo 1936, la sera del 19 agosto 1961 mise in palio la cintura iridato dei pesi gallo contro il venezuelano Ramon Arias, andando a sfidarlo a casa sua, a Caracas, e mandandolo al tappeto nel corso della settima ripresa, assurgendo infine al rango di fuoriclasse della boxe mondiale.

Jofre, tanto potente quanto elegante, seguito dal padre Josè Aristide, di origine argentina, aveva debuttato a torso nudo nel marzo 1957, battendo Raul Lopez in cinque round, non prima aver partecipato alle Olimpiadi dell’anno precedente a Melbourne, in Australia, dove era stato eliminato al secondo turno della categoria dei pesi gallo dal cileno Claudio Barrientos che lo aveva sconfitto ai punti, complice una frattura al naso. Da professionista, pareggiò nella sua città due volte con l’argentino Ernesto Miranda, molto apprezzato in Italia pochi anni dopo, e che più volte avrebbe in seguito incrociato i guantoni con il brasiliano. In Uruguay ottenne un altro verdetto di parità con l’altro argentino Ruben Caceres e sul finire del 1959 superò ai punti il suo primo avversario italiano, il cagliaritano Gianni Zuddas, non prima di aver subito l’onta di venir mandato al tappeto dall’argentino Josè Smecca, che lo atterrò al primo round di una sfida poi risolta da Jofre alla settima ripresa.

Nel 1960 Eder dimostrò i progressi fatti quando, il 19 febbraio, al Ginasio Estadual do Ibirapuera della sua San Paolo dove solitamente combatteva, tolse la cintura sudamericana dei pesi gallo proprio ad Ernesto Miranda con verdetto unanime in 15 riprese, e la difese contro lo stesso avversario nel mese di giugno, stavolta abbattendo l’avversario alla terza ripresa.

Sempre nel 1960 Jofre debuttò a Los Angeles, in California, imponendosi al campione messicano Jose Medel mettendolo fuori combattimento al decimo round. Ritornò nella “città degli angeli” californiana in novembre, e l’incrocio fu nuovamente fortunato perchè il brasiliano, in sei riprese, demolì la resistenza in un altro campione azteca, Eloy Sanchez, conquistando infine il titolo mondiale NBA vacante dei pesi gallo.

Il 25 marzo 1961, al Estadio de General Severiano di Rio de Janeiro, davanti ad un pubblico appassionato in delirio per la boxe fulminante del campione del mondo, Jofre difese una prima volta la sua cintura iridata piegando al nono round il mancino cagliaritano Piero Rollo, campione d’Italia e d’Europa della categoria.

Dopo il successo su Ramon Arias, gli altri impegni mondiali videro il “gallo d’oro” brasiliano travolgere tra il 1962 ed il 1964, dopo due vittorie di preparazione con il britannico Johnny Caldwell e il messicano-californiano Herman Marques, ancora Jose Medel, il giapponese Katsutoshi Aoki a Kokugikan, il filippino Johnny Jamito a Quezon City ed il colombiano Bernardo Caraballo al Plaza de Toros Santamaria di Bogotà, confermandosi il numero 1 indiscusso della categoria. Ma nel maggio 1965, tornato in Giappone, Jofre dovette cedere lo scettro mondiale al termine di 15 riprese combattute e a seguito di un verdetto controverso ad un altro pugile del Sol Levante, Fighting Harada, contro il quale provò inutilmente a cercare la rivincita nel maggio dell’anno seguente, dopo aver rimediato un pari con lo statunitense Manny Elias.

Jofre annunciò il suo ritiro dal pugilato nel gennaio 1967 ma non seppe resistere al richiamo del ring, ritornando a calzare i guantoni nell’agosto 1969, stavolta nella categoria dei pesi piuma. Nel maggio 1973, davanti al pubblico amico di Brasilia, tolse il titolo mondiale WBC della categoria a Jose Legra, cubano naturalizzato spagnolo, e conservò la seconda cintura iridata contro l’ex-campione del mondo dei pesi gallo Vicente Saldivar con uno spettacolare k.o. alla quarta ripresa. Privato del titolo nel giugno dell’anno successivo per non averlo difeso nei tempi previsti, continuò nondimeno a combattere fino all’ottobre 1976, senza subire sconfitte, lasciando definitivamente la boxe per la morte del fratello Dogalberto e dopo 78 confronti, con un palmares di 72 vittorie, 2 pareggi e sole 4 sfide perdute.

Capito perché Eder Jofre era considerato il “gallo d’oro” del pugilato brasiliano?

ROCKY MATTIOLI, L’EMIGRATO CHE DIVENTO’ CAMPIONE DEL MONDO

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Rocky Mattioli – da assoterzotempo.altervista.org

articolo di Nicola Pucci

Già quel soprannome, Rocky, è il segnale che nella vita e nel percorso agonistico di Rocco Mattioli c’è qualcosa di particolare.

In effetti questo ragazzo tarchiato, gladiatorio ed indomito nell’affrontare le difficoltà dell’esistenza, e che un giorno sarà campione del mondo dei superwelter, nasce il 20 luglio 1953 nel comune abruzzese di Ripa Teatina, che altri non è che il luogo da cui un bel giorno partirono, alcuni decenni prima, proprio i genitori di quel Rocky Marciano annoverabile tra i più grandi pesi massimi della storia del pugilato.

Già, perché con Mattioli di pugilato stiamo parlando, e se, inconsapevolmente sia chiaro, la strada è già tracciata fin dal giorno del primo vagito, altresì “Rocco e i suoi fratelliemigrano a loro volta, seppur in direzione Australia, a Melbourne, quando il bimbo ha soli 6 anni, a raggiungere papà Concezio che li ha preceduti di due anni e a cui si deve la paternità del nome Rocco, in onore appunto dell’immenso Marciano che nei giorni in cui mamma Graziella lo sta dando alla luce torna, guarda tu che coincidenza, al paese da cui erano partiti i genitori.

Laggiù, lontanissimo da quell’Italia che gli ha dato i natali, Rocky (da ora lo chiamerò solo ed esclusivamente così) si forgia sull’asfalto duro ed impietoso della metropoli australe, vivendo tutte le contraddizioni e le avversità del suo status di emigrante. A scuola, infatti, fatica ad apprendere la lingua, i compagni lo fanno oggetto di ripetuti scherzi e Rocky, magro come un’acciuga ed indifeso come un pulcino, opta per la palestra, imparando a dar di pugni e rinforzando sensibilmente il corpo nel pieno del suo sviluppo adolescenziale.

Pur perdendo qualche incontro all’inizio dell’attività, Mattioli cresce in fretta, dotato com’è di un’aggressività fuori dal comune e di una furia demolitrice che ben presto gli consente di avere il sopravvento degli avversari, guadagnandosi il passaggio al professionismo appena 17enne. Diventa campione australiano dei pesi welter mandando al tappeto Jeff White il 17 maggio 1973, per poi difendere la cintura contro Pongi Lie battuto ai punti qualche mese dopo, per poi cedere solo al samoano Ali Afakasi che il 14 febbraio 1975 lo costringe alla resa, complice una ferita.

E’ tempo, ora, di tornare in Italia, ed è qui, a casa sua prima, nel Vecchio Continente poi, che la boxe pesante e d’attacco di Mattioli, che altresì pecca in difesa a dispetto delle cure di Umberto Branchini che lo aveva fatto seguire dal figlio Giovanni nel suo viaggio in Australia e lo prende sotto la sua ala protettrice e di Ottavio Tazzi che lo allena, è pronta a regalare all’abruzzese una discreta fetta di notorietà. Seppur, schivo com’è, Mattioli non sarà mai un personaggio da copertina e questo, in parte, gli alienerà il sostegno del pubblico, oscillante tra farne un eroe oppure relegarlo troppo dietro ai grandi pugili italiani.

Mattioli, nondimeno, procede spedito per la sua strada, e se al debutto mette k.o. alla quarta ripresa Chris Fernandez, ed ha l’onore di incrociare i guantoni con Bruno Arcari, che è stato il re della categoria dei superleggeri qualche anno prima, costringendo il grande genovese al pareggio nella sfida al Palasport di Milano il 3 aprile 1976 gremito in ogni ordine di posto, inciampa in qualche infortunio di troppo che ne rallentano l’ascesa ai massimi livelli, fratturandosi due volte la mascella, nel 1972 ed ancora nel 1976, il che lo obbliga a due lunghi periodi di inattività, incrinandosi una costola, e nel 1979 rompendosi un braccio.

Ma le vittorie arrivano in serie a confortare la classe di Mattioli, ed infine ecco giungere l’occasione attesa da una vita quando, il 6 agosto 1977, Rocky vola a Berlino per combattere contro il beniamino locale Eckhard Dagge, campione del mondo in carica della categoria dei superwelter. In verità il pugile italiano è accreditato di ben poche chances. I tedeschi, soprattutto le ragazze, adorano questo pugile corpulento dai capelli ossigenati e dalle fattezze più da mediomassimo che da superwelter, strafottente e spaccone in conferenza stampa, e il suo manager Willy Zeller, notissimo venditore di pellicce, è tanto potente da poter garantire al suo protetto arbitri e giudici compiacenti. Ergo, quella sera di agosto alla Sporthalle berlinese, al cospetto di uno sparuto numero di giornalisti giunti dall’Italia ma con il sostegno dei connazionali residenti nella capitale, Mattioli sa di avere una sola possibilità di vittoria, ovvero quella di mandar giù il rivale. E sul ring disegna un capolavoro. Dopo una prima ripresa di studio, Rocky prende il sopravvento con la sua boxe aggressiva, e al quinto round sferra un uno-due sinistro-destro al volto che abbatte Dagge. E se il germanico, contato lentamente, può solo rimettersi in piedi con sguardo spento ed equilibrio incerto, Mattioli sale, sul tetto del mondo, cingendo la corona di campione dei superwelter.

L’apice è raggiunto, e a Mattioli, che non ama certo i pettegolezzi e rifugge le luci della ribalta, per celebrare il trionfo basta la compagnia di colei che qualche tempo dopo diventerà sua moglie, Silvia Moroni. C’è da preparare la difesa del titolo, che puntualmente Rocky conserva proprio a Melbourne, lì dove tutto era iniziato, battendo l’11 marzo 1978 Elisha Obed, pugile delle Bahamas che già aveva perso con Dagge, per k.o. alla settima ripresa, per confermarsi ancora due mesi dopo, stavolta allo Stadio Adriatico di Pescara, contro lo spagnolo José Duran, che qui chiude la carriera, messo al tappeto alla quinta ripresa.

A questo punto a Mattioli non rimane che accogliere il guanto di sfida lanciato dal britannico Maurice Hope, che Rocky affronta il 4 marzo 1979 al Teatro Ariston di Sanremo, reduce da un infortunio alla mascella rimediato nell’incontro con Freddie Boynton nel settembre precedente. Il campione del mondo pare aver recuperato la piena efficienza, ma al primo round va giù, sorpreso da un sinistro al mento, e nella caduta si rompe il braccio destro. Stoicamente Mattioli, a cui non manca certo una dose massiccia di coraggio, si rialza, prosegue l’incontro usando esclusivamente il sinistro, costringe Hope sulla difensiva ma infine all’ottava ripresa, vinto dal dolore e nell’impossibilità di proseguire il combattimento, è costretto ad alzare bandiera bianca, cedendo, seppur con l’onore delle armi, il titolo mondiale.

Mattioli, che nel frattempo si  sarà sottoposto ad un delicato intervento chirurgico al braccio e sarà padre di Massimiliano, l’anno dopo, il 12 luglio 1980, proverà a riprendersela, quella cintura iridata dei superwelter, andando a sfidare l’inglese a casa sua, al Conference Centre di Wembley, ma la fortuna, così come la forma, non saranno dalla sua parte, e quando, all’undicesima ripresa, un altro k.o.tecnico ne decreterà l’insuccesso, sarà l’ultima volta con un titolo mondiale in palio.

Ormai solo l’ombra del campione che fu, Mattioli sale qualche altra volta ancora sul ring, ma l’ora di dire basta è sopraggiunta. Rocky, è proprio il caso di dirlo, appende i guantoni al chiodo, ma se l’illustrissimo Marciano è stato immenso, questo ragazzo abruzzese, che ne condivise le origini e come lui emigrò lontano in cerca di un’affermazione, ne è stato un degnissimo erede.

GENE FULLMER, IL MORMONE CHE DIVENTO’ CAMPIONE DEL MONDO DEI PESI MEDI

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Gene Fullmer contro Florentino Fernandez – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Non so bene quanti mormoni abbiano effettivamente eccelso in campo sportivo, quel che è certo è che Gene Fullmer non solo fu peso medio tra i più forti di sempre, ma pure ebbe l’onore di fregiarsi del titolo di campione del mondo. E questo a dispetto della dottrina professata, se è vero che  il ragazzo nato a West Jordan il 21 luglio 1931, fu cresciuto come membro della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni.

In effetti Fullmer, che ha tecnica poco ortodossa e pur non essendo un picchiatore nel senso più pure del termine, è veloce ed aggressivo quanto basta per costruirsi una carriera di tutto rispetto, meritandosi l’appellativo di “ciclone“. Diventa professionista nel 1951, appena 20enne, battendo Glen Pack per k.o. alla prima ripresa, ed il suo coraggio sul ring, così come la sua forza, gli permettono di collezionare ben 29 vittorie consecutive, di cui 19 prima del limite.

La strada è tracciata, e se nel corso di quei primi anni di attività Fullmer mette in mostra quelle doti pugilistiche che ne faranno un grande interprete della categoria dei pesi medi, nondimeno la scalata al titolo iridato è complessa perché tra gli avversari da sconfiggere ci sono fuoriclasse del calibro di Sugar Ray Robinson, che è l’indiscusso numero 1, Paul Pender, che Fullmer batte comunque il 14 febbraio 1955 a Brooklyn, e Carmen Basilio, con il quale, come vedremo, nel 1959 Gene darà vita al match dell’anno.

Nel 1953 Fullmer è costretto a saltare l’intera annata complici alcuni problemi fisici, ma solo nel 1955, al trentesimo combattimento, conosce l’onta della prima battuta d’arresto quando Gil Turner ha la meglio per decisione unanime in dieci riprese. Qualche settimana dopo, davanti agli amici di West Jordan, Gene si prende la rivincita, ma se nel corso dell’anno subisce altre due sconfitte con Bobby Boyd e con l’argentino Eduardo Lausse, entrambe al Madison Square Garden di New York ed entrambe ai punti, è la vittoria dell’anno successivo contro il pericoloso francese Charles Humez, un picchiatore di tutto rispetto che è campione europeo della categoria, ad aprirgli la strada verso la chance mondiale.

Il 2 gennaio 1957, nel maestoso scenario del Madison Square Garden, Fullmer infine sale sul ring accarezzando il sogno della cintura iridata dei pesi medi, e suo avversario altri non è che il grande Sugar Ray Robinson, proprio lui, che non solo mette in palio un titolo conquistato a più riprese fin da quell’epica sfida con Jack La Motta del 14 febbraio 1951, ma pure testa la competitività di Fullmer, il nuovo che avanza della categoria. Ed il risultato, infine, premia, a sorpresa ma meritatamente, il ragazzo mormone, che al termine di 15 riprese combattute ed equilibrate batte il grande avversario per decisione unanime, salendo sul tetto del mondo, non prima aver messo al tappeto Robinson, contato nel corso del settimo round.

Come è inevitabile che sia, i due pugili si ritrovano per la rivincita il 1 maggio al Chicago Stadium, ma stavolta Robinson è nel pieno delle sue forze, motivato a confermarsi il peso medio più forte del mondo, ed al quinto round, dopo aver caracollato alle costole del rivale con quel suo magnifico stile da ballerino del ring, sferra il gancio mancino che manda Fullmer al tappeto. Per quello che i critici ritengono il “pugno perfetto” e per la conta risolutiva.

E’ il primo k.o. in carriera per Fullmer, ma il mormone ha tempra da vendere, così come è particolarmente dedito all’allenamento e devoto alla pratica pugilistica grazie ad un modus vivendi sobrio e privo di eccessi come la sua fede impone, e se nel mentre Robinson viene privato a tavolino dalla WBA della corona conquistata nel doppio confronto del 1958 con Carmen Basilio, è proprio con il boxeur di origine italiana, già iridato anche tra i pesi welter, che Fullmer sale sul ring il 28 agosto 1959 al Cow Palace di San Francisco, con in palio il titolo NBA dei pesi medi.

Quello che va in scena è un combattimento epico, tra i più leggendari della categoria, tanto da venir proclamato “Fight of the year” dall’autorevole rivista The Ring. I due sfidanti se le danno di santa ragione, con Fullmer sempre proiettato in avanti come sua abitudine, e Basilio che risponde colpo su colpo, fino al risolutivo k.o.t. dopo 39 secondi della 14esima ripresa che vale a Fullmer la riconquista del titolo mondiale.

Nel frattempo Robinson cede a Pander ma se Paul non incrocerà mai la strada di Fullmer, il campione del mondo difende il titolo affrontando, uno dopo l’altro, Spider Webb (vittoria per decisione unanime il 4 dicembre 1959 a Logan), Joey Giardello (pareggio ai punti a Bozeman il 20 aprile 1960) e nuovamente Basilio (vittoria per k.o.t. alla 12esima ripresa a Salt Lake City il 29 giugno 1960). E all’orizzonte, ancora una volta, si profila la sfida con l’ormai 40enne Robinson, che sente di avere nei guanti l’ultima chance per tornare a cingersi della corona di campione del mondo dei pesi medi.

Il 3 dicembre 1960 i due grandi rivali si danno appuntamento alla Sports Arena di Los Angeles, e quel che ne viene fuori è un incontro equilibrato, eccitante, con i due campioni al meglio della loro forma ed infine Robinson che sembra essersi meritato la preferenza dei giudici. Invece il verdetto, a sorpresa e forse anche contravvenendo quando prodotto sul ring, premia Fullmer con un pareggio che gli consente di difendere il titolo, il che, come logica conseguenza, porta ad una quarta sfida, da disputarsi al Convention Center di Las Vegas.

Il 4 marzo 1961 non c’è proprio storia. Stavolta Fullmer è troppo più aggressivo, atleticamente preparato ed incisivo, e per Robinson non c’è scampo. A chiusura di 15 riprese dominate dal pugile mormone, i tre giudici sanciscono, senza appello, la vittoria di Fullmer, ancora una volta proclamato campione del mondo dei pesi medi, altresì decretando la fine della carriera di Robinson.

Lo sarà ancora, contro due cubani di buon lignaggio, Florentino Fernandez battuto ai punti in 15 riprese e Benny Paret messo al tappeto alla 10ma ripresa, prima di una triade di incontri con il nigeriano Dick Tiger che, lui sì, metterà fine alla carriera di Fullmer.

Il 23 ottobre 1962, al Candlestick Park di San Francisco, i due pugili si affrontano per il titolo WBA, ed infine è proprio Tiger ad avere la meglio ai punti al termine di 15 riprese serrate, detronizzando il campione per decisione unanime dei tre giudici che gli assegnano cartellini da 10-1, 9-5 e 7-5. Il 23 febbraio dell’anno successivo va in scena la rivincita, al Convention Center di Las Vegas, e se per l’occasione solo un controverso verdetto ai punti risolto in parità permette a Tiger di conservare la corona, la terza ed ultima sfida si sposta in terra d’Africa, a casa del detentore del titolo, al Liberty Stadium di Ibadan. Qui il responso del ring vale come sentenza definitiva, e per Fullmer non c’è speranza. Travolto dalla maggior freschezza di Tiger, il mormone si arrende gettando la spugna al settimo round, appendendo di fatto i guantoni al chiodo.

Gene Fullmer chiude una carriera che gli vale l’etichetta di campionissimo. Perché battere Sugar Ray Robinson e cingersi la testa della corona di campione del mondo di una categoria prestigiosa come quella dei pesi medi non è proprio da tutti. Se poi si è pure mormoni… quanti prima e dopo di lui?

CHAVEZ VS.TAYLOR, A DUE SECONDI DALLA GLORIA

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Una fase del match – da roundbyroundboxing.com

articolo di Massimo Bencivenga

I ruggenti anni 80 s’erano chiusi, pugilisticamente parlando, con la bella tra Roberto Mani di pietra Duran e Ray Sugar Leonard, boxeur che ha incarnato, forse, la miglior sintesi mai posta in essere da madre natura nella miscelazione del picchiatore e schermidore perfetto.

Ecco, gli anni 80 son stati favolosi anche perché hanno dato vita a dei match che, gli appassionati l’avevano già intuito nel mentre, recavano con sé la stilla dell’immortalità.

Ancora adesso, a distanza di qualche decade, match come Hagler-Mugabi, Hagler-Hearns, i tre Leonard-Duran, la doppia sfida Hearns-Leonard, per tacere del sommo Leonard-Hagler, sono ancora oggi raccontati quasi alla stregua di imprese epiche d’una perduta età dell’oro. Ma non c’erano solo loro: c’era anche Iron Mike Tyson.

La decade s’era chiusa proprio aspettando la sfida tra Tyson e Holyfield. Una sfida tra imbattuti. En attendant che Holyfield mettesse su peso in modo da poter affrontare il più giovane campione dei massimi di sempre, trovarono allo stesso Mike uno sparring partner o poco più (almeno nelle intenzioni) in Douglas. Ma si sa, gli dei dello sport amano sghignazzare sui progetti sportivi: e Iron Mike finì nella polvere nel febbraio del 1990.

Un mese dopo andò in scena quello che venne definito il match del decennio: J.C. Chavez vs Meldrick Taylor.

J.C. era per i messicani una sorta di messia, del quale peraltro aveva le iniziali. Pur con Hagler e Leonard, Tyson, Holyfield e Hearns, il miglior pugile Pound for Pound degli 80 era il messicano soprannominato il Toro di Culiacàn. Nessuno ne ricorda la cifra stilistica, ma tutti rammentano bene la vis pugnandi del messicano, caratteristica quasi paradigmatica di una nazione sempre pronta alla pugna. J.C. Chavez aveva un gran pugno, i suoi incontri erano indisciplinati tatticamente, ma straordinariamente efficaci, perlomeno per lui. Tanto per dire, al 17 marzo del 1990, data dell’incontro anche definito Thunder meets Lightning (Il Tuono incontra il Fulmine), lo score del messicano recitava l’impressionante score di 68 incontri vinti su 68, con decine prima del limite.

Julio Cesar Chavez era il Tuono. Il fulmine aveva le fattezze e le movenze di Meldrick Taylor, oro olimpico a Los Angeles. Un oro vinto a 18 anni, magari in parte inficiato dalla mancanza della delegazione sovietica, ma avvalorato poi da uno score, sempre al 17 marzo del 1990, che recitava 24 vittorie e un pari in 25 incontri pro.

Entrambi erano imbattuti. E campioni dei welter junior (o superleggeri, se preferite). Anzi, Chavez, forse stanco di dominare i leggeri, era salito di peso per matare lo zio di Floyd Mayweather e fregiarsi di un’altra corona.

Ergo, l’incontro del decennio si tenne il 17 marzo 1990 all’Hilton di Las Vegas. E dove se no? E non tradì, contrariamente ad altri incontri etichettati in maniera ben più roboante e rodomontata, le attese. Il match tra il Tuono e il Fulmine fu bellissimo. Tutto da raccontare.

Uno sceneggiatore hollywoodiano, di quelli da blockbuster, non avrebbe saputo inventarsi finale più thrilling ed emozionante. I due, come dicevo, se le diedero di santa ragione per ben 11 round. Taylor, il fulmine, sembrava aver trovato tempo e distanza per avere ragione del coraggioso, ma più roccioso, messicano. Alla fine, il fulmine era in vantaggio sul tuono. Un po’ come nelle tempeste, laddove ci appare prima il lampo e solo dopo il suono. Non fossero stati già girati, verrebbe da commentare che forse la saga di Rocky è stata partorita dall’incredibile, ultima ripresa di Chavez-Taylor.

Chavez, il mezzo indio imbattuto, l’eroe di una nazione, uno che in quanto a coraggio dava dei punti anche a Duran, aveva un’unica opzione: buttare giù Taylor, visto e considerato che, sia pure di poco, Taylor, ballando e colpendo, era in vantaggio.

Chavez attaccò a testa bassa, ma si espose a un paio di colpi mica da ridere. Taylor lo irrise anche per un po’, a un minuto dalla fine, mimando, a braccia in giù, un balletto. Barcollò anche Chavez colpito d’incontro, ma poi, quasi casualmente, riuscì per una volta, forse l’ultima, a portare Taylor sul suo campo. Quello della garra charrua.

Ingolosito dall’odore dolce della vittoria, Taylor a 20 secondi dalla fine si scompose nel cercare il messicano e si ritrovò più per caso che per abilità di Chavez, chiuso in un angolo.

Risuonò fragoroso il tuono d‘un gancio destro che il fulmine non seppe schivare. Taylor andò giù a 16 secondi dalla fine. Si rialzò, con il conto a 9, a meno 5 secondi dalla fine.

Taylor era in piedi. Pronto a vincere. O al limite a pareggiare. Ma l’arbitro Steel, con 2 secondi sul cronometro, agitò le braccia nell’inequivocabile segno di: basta così!

Il Tuono aveva, incredibilmente, avuto ragione del Fulmine a 2 secondi dalla fine. I 2 secondi che cambiarono due vite: quella di Chavez e quella di Taylor.

Tutto questo non è un film.

VALERY POPENCHENKO, IL PIU’ GRANDE PUGILE SOVIETICO DELLA STORIA

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Valerj Popenchenko alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 – da boxinginsider.com

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamoci per un attimo dei fratelli Klitscenko, Vitali e Vladimir, che da quando il più grande dei due, nel 1999, divenne campione del mondo del pesi massimi battendo Herbie Hidea Londra, hanno segnato un’era della categoria più prestigiosa del pugilato. E magari tralasciamo di ricordare quel che è il curriculum di due altri campioni del calibro di Nicolaj Valuev e Ruslan Chagaev, pure loro detentori a più riprese del titolo dei massimi. Insomma, torniamo ai tempi della cara, vecchia Unione Sovietica, quella della falce e martello e del mai troppo millantata sigla CCCP, e raccontiamo le gesta di Valery Popenchenko, peso medio che molti considerano, dopo Laszlo Papp, il più forte pugile a non aver mai avuto la possibilità di cimentarsi con i professionisti.

Già, perché stiamo parlando di un ragazzo che, sportivamente, ebbe la sventura di nascere ed esercitare l’attività di boxeur in un periodo in cui, di là dal Muro, era fatto divieto di andare a far cassetta con i professionisti, e questo impedì a molti ottimi atleti di assurgere al rango di campionissimi. Ma, limitatamente a quel che erano le vetrine a lui destinate, Popenchenko campionissimo lo è stato comunque, e per davvero, fin da quando, lui che ebbe i natali a Kuntsevo, nel distretto di Mosca, il 2 agosto 1937, figlio di un pilota militare dell’Armata Rossa, morto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, mise i guantoni per la prima volta.

Valery, in mancanza del capo-famiglia, viene introdotto dalla madre alla Tashkent Suvorov Military School, ed è qui che all’età di 12 anni si avvicina alla pratica del pugilato. E non tarda certo a mettersi in luce, lui che con i suoi 176 centimetri distribuiti su 75 chilogrammi di massa muscolare armoniosa ha un fisico perfetto per eccellere nella categoria dei pesi medi. Ed è proprio tra i pesi medi che nel 1959 Popenchenko, che già nel 1955 aveva trionfato ai campionati giovanili, vince il suo primo titolo sovietico, impresa che poi sarà capace di ripetere consecutivamente dal 1961 al 1965, perdendo altresì la cintura nel 1960 il che gli nega la chance olimpica di gareggiare a Roma. Come vedremo tra poco, saprà riscattarsi quattro anni dopo a Tokyo.

Nel frattempo Popenchenko, che è tanto bravo nello sport quanto lo è sui banchi di scuola, al punto da assicurarsi un futuro brillante con una laurea in ingegneria conseguita con lode, prende parte agli Europei dilettanti di Mosca del 1963, vincendo la medaglia d’oro in finale contro il rumeno Ion Monea, che a Roma, invece, c’è andato, salendo sul terzo gradino del podio non prima, però, aver dato filo da torcere a quel Eddie Cook jr. che lo sconfigge in finale. E se due anni dopo, alla rassegna continentale di Berlino, il sovietico bisserà il successo stavolta battendo all’atto decisivo l’inglese William Robinson, nel bel mezzo di questo triennio di conquiste internazionali Popenchenko ha il suo personalissimo appuntamento con la storia del pugilato presentandosi tra i favoriti alle Olimpiadi di Tokyo del 1964.

In Giappone Valery trova tra i rivali più accreditati lo stesso Monea, il polacco Tadeusz Walasek che a Roma fu medaglia d’argento e l’anno dopo, agli Europei di Belgrado, è salito sul gradino più alto del podio battendo quel Yevgeny Feofanov che ai Giochi del 1960 prese il posto proprio di Popenchenko, il tedesco occidentale Emil Schulz che nel Vecchio Continente ha una discreta reputazione e l’azzurro Franco Valle, che ambisce a ripetere quel che fu capace di fare Piero Toscani ad Amsterdam nell’ormai lontano 1928, ovvero cingersi il collo con la medaglia d’oro.

Ad onor del vero Popenchenko è nel pieno della maturità sportiva, in forma smagliante ed atleticamente perfettamente preparato, e se a questo si aggiunge un’eleganza sul ring senza pari, con una tecnica invidiabile con cui sembra accarezzare gli avversari per poi piazzare colpi secchi e fulminei, tanto precisi che ficcanti, ecco che il risultato è quasi scontato. Alla Korakuen Hall di Tokyo il sovietico, dal 14 al 23 ottobre 1964, affronta uno dopo l’altro il pakistano Mahmoud che va al tappeto al primo round e costringe l’arbitro ad interrompere il combattimento dopo 2’52”, il ghanese Joe Darkey che rimane in piedi ma viene sconfitto per verdetto unanime, 5-0, e lo stesso Walasek, a sua volta mandato giù  dopo 2’13” della terza ripresa. In finale Popenchenko trova Schulz, che ha fatto un sol boccone di Monea e Valle, entrambi surclassati con un 5-0 che non ammette repliche, ma l’ostacolo sovietico è troppo arduo da superare anche per il teutonico, che dopo soli 2’05” dall’inizio della prima ripresa va giù per poi venir fermato definitivamente dal giudice di gara.

Popenchenko è finalmente campione olimpico, e a conferma di una classe indiscutibile, si merita pure la prestigiosa Coppa Val Barker, che premia il miglior pugile della rassegna a cinque cerchi. Onore, questo, che mai nessun altro sovietico può vantare, e che quattro anni prima, a Roma, aveva certificato il talento sterminato di un certo Nino Benvenuti.

L’anno dopo, appunto a seguito del successo europeo del 1965, Popenchenko chiude la carriera agonistica con un capitale di 200 successi in 213 incontri, andando a raccogliere soddisfazioni come ingegnere ed ambasciatore dello sport sovietico negli Stati Uniti. Fino alla tragica e prematura, oltreché controversa e misteriosa, fine che se lo porta via poco più che 37enne. Con l’enorme interrogativo di quel che sarebbe potuto diventare nel caso avesse avuto l’occasione di passare professionista.