LUIGI MINCHILLO, L’IMBATTIBILE SUPERWELTER A CUI MANCO’ IL TITOLO MONDIALE

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Una fase del match tra Hearns e Minchillo – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

A Luigi Minchillo quel che era successo alle Olimpiadi di Montreal del 1976 non era proprio andato a genio. Una Commissione tecnica decisamente non all’altezza aveva selezionato per l’evento a cinque cerchi sette atleti, di questi solo sei avevano fatto parte della spedizione ai Giochi, stante il forfeit all’ultimo momento del peso medio Matteo Salvemini, e Minchillo, foggiano di San Paolo Civitate, classe 1955, era della partita.

Luigi aveva già avuto modo di illustrare al mondo le sue doti di guerriero indomabile, competendo da junior tra i welter ed avendo modo di incrociare i guantoni con un certo Ray “Sugar” Leonard, di un anno più giovane di lui, che nell’ambito di un match Italia-Usa del 1973 a Roccamonfina lo aveva mandato al tappeto alla prima ripresa. Sarebbe stato l’unico, alla fine dei salmi, a riuscirci. Ma la scorza è di quelle dure, il ragazzo pugliese ha coraggio da vendere, così come un pugno che sa far male, e nel 1975 mette in bacheca il titolo italiano dei dilettanti così come la vittoria ai Giochi del Mediterraneo, in un caso tra i welter, nell’altro tra i pesi medi. E poi, la gioia dell’esperienza olimpica.

Ma a Montreal Minchillo, che avrebbe le carte in regola per combattere nella categoria dei superwelter, viene “declassato” ai welter e lì, dove avrebbe dovuto magari competere il  riminese Pierangelo Pira, pur denunciando una forma accettabile, si vede costretto a cedere al terzo turno per verdetto unanime al tedesco Reinhard Skricek, che ne infrange i sogni di andare a medaglia. Ed è ovvio, che una volta passato professionista nel 1977, Luigi abbia una gran voglia di riscattare quella cocente delusione.

In effetti la carriera di Minchillo, da questo momento in poi, vira per il senso sperato, assoldato per la scuderia milanese Totip che ha in Umberto Branchini un mentore impareggiabile. Il 24 aprile 1979 conquista a Pesaro il titolo italiano dei superwelter battendo Clemente Gessi, già costretto ad arrendersi al primo round alla furia del pugile foggiano, per poi difendere la cintura a quattro riprese con Paolo Zanusso, con quell’Alvaro Scarpelli che nel 1978 era stato l’unico a poter vantare di averlo battuto in Italia, e per due volte con Vincenzo Ungaro.

La vetrina continentale, a questo punto, l’attende e il 1 luglio 1981, sul ring di Formia, tocca al francese Luis Acaries, che qualche mese prima ha strappato la corona europea dei superwelter allo jugoslavo Marijan Benes battendolo ai punti, assaggiare la pesantezza della boxe di Minchillo che infine, con verdetto unanime, fa suo il combattimento e il titolo dopo dodici riprese condotte con audacia e senso tattico. L’Europa accoglie Luigi tra i grandi, e che Minchillo sia il superwelter più forte in circolazione se ne ha conferma nelle difese vittoriose con l’altro transalpino Claude Martin, messo k.o. dopo soli quindici secondi a Rennes il 28 novembre 1981, il 30 marzo 1982 alla Wembley Arena quando ha la meglio di un soffio del britannico di colore Maurice Hope, che qualche dispiacere lo aveva dato prima a Vito Antuofermo e poi a Rocky Mattioli, mandando tre volte al tappeto il tedesco Jean-Andrè Emmerich il 22 agosto sempre del 1982 a Praia a Mare, infine venendo a capo proprio di Benes il 28 ottobre, a San Severo, sconfitto in un match tra i più duri e dispendiosi della sua carriera, nonostante uno dei tre giudici avesse decretato il pari.

Quel che manca, a questo punto, alla consacrazione perpetua di Minchillo, imbattibile in Europa, è il titolo mondiale, in un’epoca in cui la categoria dei superwelter abbonda di campioni del calibro di Wilfred Benitez, Roberto Duran, che Luigi ha già affrontato nel settembre del 1981 al Caesar’s Palace di Las Vegas, uscendone sconfitto solo ai punti, e Thomas Hearns. Ed è proprio “il cobra” Hearns l’avversario che Luigi si trova a dover sfidare l’11 febbraio 1984 alla Joe Louis Arena di Detroit, in un combattimento valido per la WBC e che il pugliese affronta senza troppi timori reverenziali. Anzi, è proprio Minchillo a ferire per primo, al secondo round, un rivale che a sua volta non si fa pregare per menare, affondando nella difesa del pugile italiano che al settimo round sanguina dall’arcata sopraccigliare. A Luigi manca il pugno del k.o., nell’occasione che vale una vita agonistica, e sarà questo il rimpianto più acuto della sua carriera, dovendo infine cedere per verdetto unanime quando i tre giudici lo bocciano, nettamente, in un match che se lo vede penalizzato nel risultato, ne amplifica il valore di guerriero indomabile. Il titolo mondiale, a scanso di equivoci, premia comunque il pugile migliore.

Già, quella cintura iridata che sfuma ancora, per sempre, la sera del 1 dicembre 1984, quando al Palasport di Milano Minchillo si arrende per k.o.t. alla tredicesima ripresa al giamaicano Mike McCallum, un altro mammasantissima della categoria, che qualche mese prima era diventato il primo pugile dell’isola caraibica a fregiarsi del titolo mondiale lasciato vacante da Duran, battendo l’irlandese Sean Mannion.

Con la sconfitta con McCallum cala il sipario sul sogno mondiale di Minchillo, che rimane fermo per un anno, torna a combattere, si concede un’ultima chance europea contro il francese Renè Jacquot che sul ring di Rimini, il 29 gennaio 1988, lo sconfigge inesorabilmente per k.o.t. alla quarta ripresa. Ed allora è tempo di chiudere, con l’autorevolezza di chi conobbe l’onta del tappetto solo una volta, si fregiò del titolo europeo, ebbe l’ardire di provare a salire sul tetto del mondo ma fu respinto. Storia e vita di pugili. E di uomini coraggiosi.

 

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SILVANO BERTINI E QUEL TITOLO IRIDATO SFUMATO CONTRO WAJIMA NEL 1973

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Una fase del match tra Wajima e Bertini – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Silvano Bertini non era certo ignoto al grande pubblico del pugilato. La sua carriera da dilettante era lì a dimostrarlo, con la medaglia di bronzo nella categoria dei pesi welter alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, quando dopo aver approfittato della squalifica del canadese Desrosiers, aver dominato l’arabo Saddik ed aver messo al tappeto alla seconda ripresa il britannico Varley, si era arreso di un soffio in semifinale al polacco Marian Kasprzyk che poi avrebbe colto l’oro contro il sovietico Tamulis. Non solo, vantava due titoli mondiali militari, un oro ai Giochi del Mediterraneo, un paio di successi ai campionati italiani ed un argento agli Europei di Mosca del 1963 quando a batterlo era stato proprio Ricardas Tamulis.

Poi era venuto il passaggio al professionismo, sull’onda lunga dunque di un bel palmares da giovanotto, e la conferma di quella buona tecnica forgiata da Adriano Sconcerti che nel 1965 lo aveva seguito nel salto tra i grandi, così come di un fisico compatto ed una boxe, in sostanza, solida ed efficace. E il titolo italiano contro Domenico Tiberia nel 1968 legittimava l’inserimento di Bertini tra i grandi del pugilato tricolore, buon viatico verso la corona europa strappata il 18 gennaio 1969 all’olandese Edwin Mack, seppur poi ceduta il 5 maggio dello stesso anno a Parigi al francese Jean Josselin per k.o.t. all’ottava ripresa. Non sarà l’unica occasione in cui Bertini dovrà cedere il passo ad un transalpino, costretto alla resa anche nella nuova chance continentale del 26 novembre 1971 quando a Ginevra Roger Menetrey lo batte per k.o.t. alla tredicesima ripresa.

Campione italiano dei pesi medi junior nel 1972 a danno di Alberto Torri, pare mancare a Bertini, toscanaccio doc nato a Signa, alle porte di Firenze, il 27 marzo 1940, soltanto l’occasione iridata a dar lustro ad una carriera comunque più che onorevole. Invece… invece quel tram chiamato desiderio infine si materializza, attraverso un’inattesa “offerta” del giapponese Koichi Wajima, titolare della cintura iridata dei pesi medi junior e che già in passato ha dato qualche dispiacere di troppo all’Italia, battendo prima ai punti in quindici riprese serrate Carmelo Bossi a Tokyo il 31 ottobre 1971, demolendo poi in soli 49 secondi lo stesso Tiberia il 7 maggio 1972 a Fukuoka, capace di rialzarsi due volte ma infine costretto a lanciare l’asciugamano dopo meno di due minuti di impari battaglia.

Lo scenario, il 14 luglio 1973, stavolta è Sapporo, capitale dell’Hokkaido, teatro delle Olimpiadi invernali dell’anno prima. E per Bertini, nove anni dopo i Giochi di Tokyo, è il ritorno nel paese del Sol Levante, che in sede olimpica gli fu parzialmente amico. Il viaggio in aereo è lungo ed estenuante, e quel di cui ha bisogno il pugile toscano all’arrivo è una buona palestra dove poter rimettere in sesto quei muscoli atrofizzati nelle lunghe ore di permanenza in volo. Macchè. Sorrisi, inchini e corteggiamenti di ogni sorta, dispensati dai nipponici a piene mani, ma di un locale per l’allenamento neanche a parlarne. Bertini trova nondimeno un buco dove poter dare qualche pugno, esercita il fisico in qualche corsa al parco e la sera del 14, sul ring della Mokamanai Ice Arena, è pronto alla sfida che vale una vita agonistica.

In effetti il combattimento è infuocato. Bertini ci mette esplosività atletica, caparbietà e coraggio, pur mancando di quel pizzico di fantasia necessaria per prendere in ostaggio gli occhi di chi segue l’incontro, e fors’anche non più all’apice, avendo già meditato propositi di ritiro. Ma per almeno 10 round è il migliore. Ispirato e coordinato, all’8 round colpisce duro il campione che si piega. Ma, tarchiato e tozzo com’è, l’ex-camionista trentenne di Shibetsu non si spezza, fors’anche salvato dall’arbitro Ugo Takeo, che opera in suo favore.

Furia e aggressività in Wajima, anticipo e stile in Bertini. E sembra il cocktail vincente per l’azzurro. Ma così non è, perchè il giapponese, vistosi a mal partito, ricorre alle scorrettezze, abituali del suo repertorio, con quel “salto della rana” che lo vede avventarsi con un balzo verso l’avversario di turno, caricare di forza e colpire con testate energiche che in Giappone nessun direttore di gara si azzarderebbe a vietare. Questa è il canovaccio tecnico della dodicesima ripresa del match con Bertini, che accusa una ferita al sopracciglio e comincia a sanguinare copiosamente, incapace di difendersi e costretto a gettare la spugna al gong. Sconcerti vorrebbe la squalifica di Wajima, ma ti pare possibile a Sapporo? Figurarsi, l’arbitro invece lo proclama vincitore, con il supporto degli altri due giudici che certificano due cartellini da 59-55 e 60-55 a favore del detentore del titolo.

Sfuma così per Silvano Bertini il meritato sogno mondiale che forse, in Italia o in altra sede, avrebbe potuto far suo. Si chiamano storie di pugilato, si leggono ingiustizie della boxe. E non puoi proprio farci niente.

ALAN MINTER, IL MANCINO INGLESE CHE UCCISE JACOPUCCI E TOLSE IL TITOLO IRIDATO AD ANTUOFERMO

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Alan Minter contro Vito Antuofermo – da gonews.it

articolo di Nicola Pucci

Ci sono diversi momenti significativi, nella carriera agonistica del mancino inglese Alan Minter. E se alcuni di questi hanno il sapore dolcissimo dell’affermazione, ve ne sono almeno un paio di cui il “Boom boom” di Crawley, classe 1951, avrebbe volentieri fatto anche a meno.

Come è giusto che sia, conviene ricordare che Minter, battuto due volte agli Europei dilettanti dal tedesco democratico Joaquim Brauske, a Madrid nel 1971 e a Londra l’anno dopo, avrebbe potuto assurgere già a gloria imperitura se alle Olimpiadi di Monaco del 1972 si fosse visto assegnare una vittoria legittima in semifinale contro il beniamino locale, tale Dieter Kottysch, che invece gli negò l’accesso alla finale per la medaglia d’oro relegandolo ad un immeritato terzo gradino del podio.

Nondimeno Minter, peso medio che ha pugno sinistro pesante e ardore comunque che gli consente spesso di vincere pur senza dare spettacolo, passa professionista subito dopo l’evento a cinque cerchi, forte anche del titolo britannico di campione della sua categoria. Batte il connazionale Maurice Thomas il 31 ottobre 1972 alla Royal Albert Hall di Kensington per k.o.t. alla sesta ripresa, per poi infilare una lunga serie di successi interrotta da una prima sconfitta con lo scozzese Don McMillan il 5 giugno 1973. A fine carriera saranno nove, a fronte di 39 vittorie e un “no contest” contro Jan Magdziarz, uno con cui aveva già subito due cocenti battute d’arresto.

E così, dopo aver conquistato il titolo britannico dei pesi medi battendo ai punti Kevin Finnegan il 4 novembre 1975, infine Minter ha l’occasione per mettersi in bacheca quel titolo europeo sfuggito da dilettante, quando il 4 febbraio 1977, al Palazzo dello Sport di Milano, demolisce in cinque round Germano Valsecchi a chiusura di un combattimento in cui la boxe essenziale dell’inglese ha nettamente la meglio del furore scomposto del bergamasco.

Ma sono i successi con Tony Licata, sfidante iridato battuto da Carlos Monzon al Madison Square Garden nel giugno del 1975, e con Sugar Ray Seales, campione olimpico dei pesi welter a Montreal nel 1976, così come una franca vittoria contro il “vecchio” Emile Griffith, ad inserire Minter tra i pretendenti più accreditati per un combattimento per il titolo mondiale dei pesi medi. Viene nel frattempo privato della cintura continentale dal francese Gratien Tonna, che il 21 settembre 1977, sempre a Milano e sempre al Palazzo dell Sport, lo costringe a gettare la spugna all’ottavo round, per poi arrivare al drammatico 19 luglio 1978, una data che segnerà la vita sua e soprattutto, tragicamente, quella del suo avversario, il povero Angelo Jacopucci.

Allo Stadio Municipale di Bellaria, nel corso della 12esima ripresa, l’italiano abbassa improvvisamente la guardia, consentendo a Minter di colpirlo ripetutamente e duramente al volto. Jacopucci è alla mercé dell’avversario, con la testa, rimbalzando all’indietro, sottoposta a traumi evidenti e i muscoli del collo ormai rilassati, impossibilitati ad offrire la seppur minima resistenza. A quel punto ci sarebbero tutti i presupposti per una immediata interruzione del match. Ma né l’arbitro, né i secondi, né il medico a bordo ring lo ritengono opportuno. Il pugile italiano finisce al tappeto e viene sconfitto per k.oJacopucci, tuttavia, si rialza dopo il conto totale, rassicurando tutti sulle sue condizioni. Questa incapacità di prevenire il peggio gli sarà fatale. Non si sottrae, infatti, poche ore dopo l’incontro, alla cena di festeggiamento del neocampione d’Europa e, davanti allo stesso Minter, avverte improvvisamente forti attacchi di vomito. Una volta tornato in albergo cade improvvisamente in coma. Trasportato immediatamente all’ospedale “Bellaria” di Bologna, il pugile di Tarquinia viene dichiarato morto per emorragia cerebrale nella mattina del 22 luglio 1978. Aveva solo 29 anni.

La rivincita di qualche mese dopo con Tonna, che stavolta viene sconfitto in sei round, apre invece la pagina più esaltante della carriera di Minter, con  un trittico di sfide per la cintura di campione del mondo dei pesi medi. Vito Antuofermo, detentore del titolo per l’epica battaglia vittoriosa con Hagler al Caesar’s Palace di Las Vegas del 30 novembre 1979, è il rivale che il pugile inglese si trova ad affrontare la sera del 16 marzo 1980. Il teatro è sempre quello, il Caesar’s Palace, ma se nell’occasione precedente l’italo-americano in virtù del coraggio leonino era stato avvantaggiato con il verdetto di parità che lo conservava sul tetto del mondo, stavolta quindici round equilibrati convincono i giudici ad assegnare la vittoria a Minter. Responso ad onor del vero controverso, che farà gridare al maltolto per Antuofermo… ma così è la boxe.

Non ci sono invece dubbi sul responso della rivincita, che il 28 giugno dello stesso anno vede i due rivali incrociarsi ancora alla Wembley Arena di Londra. Minter domina il match costringendo Octavio Meyran, arbitro dell’incontro, ad interrompere il combattimento all’ottavo round, confermando il titolo dell’inglese. Non resta, a questo punto, per legittimare le stimmate di numero 1 del mondo del pesi medi, che affrontare proprio Hagler, in un match programmato sempre alla Wembley Arena, il 27 settembre 1980.

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Minter contro Hagler – da thefightcity.com

Minter è dato leggermente favorito e i 12.000 spettatori presenti all’evento, rigurgitanti nazionalismo a piene mani, si attendono la recita del beniamino di casa. Ma, inatteso, Hagler è padrone del match, sommergendo il malcapitato campione di colpi che ne provocano numerosi tagli vicino agli occhi. Quello attorno all’occhio sinistro è definitivo, dopo 1’45” dall’inizio del terzo round, e nonostante il parere contrario dell’angolo di Minter, il panamense Carlos Berrocal interrompe il match assegnando vittoria e cintura iridata allo sfidante. Il pubblico non ci sta, anche perchè le dichiarazioni di Hagler prima dell’incontro non sono state certo improntate al fair-play “non stringo la mano all’avversario che devo affrontare il giorno dopo“, in risposta al “non voglio essere detronizzato da un negro” di Minter, lanciando lattine e bottiglie sul ring e costringendo i due pugili ad uscire dall’impianto sotto la scorta della polizia.

Qui finisce l’avventura mondiale di Alan Minter, il boxeur che volle male agli italiani, uccidendo Jacopucci e togliendo la corona ad Antuofermo. Ma un posto tra i grandi del pugilato gli spetta di diritto.

 

TERRY MCGOVERN, IL PESO PIUMA CHE PICCHIAVA COME UN FALEGNAME

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Terry McGovern – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Terry il terribile“, al secolo Terry McGovern, di sangue irlandese, nato a Johnstown in Pennsylvania il 9 marzo 1880, fu il mammasantissima dei pesi piuma ad inizio Novecento.

Ereditato il trono dal leggendario George Dixon, campione del mondo ben diciassette volte dal 1891, che fu costretto a gettare la spugna all’ottavo round del match andato in scena il 9 gennaio 1900 al Broadway Athletic Club di New York, McGovern era casualmente capitato nel mondo della boxe passando attraverso il lavoro di falegname e grazie anche all’attività di giocatore di baseball. Morto il padre, in effetti, Terry fin da ragazzo aveva dovuto provvedere alle esigenze della famiglia, impugnando sega e martello, e nel tempo libero si dilettava nel colpire e lanciar palla in un diamante. Accadde un giorno che una partita finì in una colossale azzuffata e fu l’attimo in cui McGovern scoprì che con i pugni sapeva farsi rispettare. Accasatosi presso il Greenwood Athletic Club di Brooklyn, tra le corde di un ring potè sprigionare la rabbia prodotta da un destino non certo benevolo, e la sua vita conobbe qui una svolta, garantendogli la riscossa attesa.

Tenacissimo di temperamento e forgiato in un fisico da superuomo, seppur in soli 160 centimetri di altezza, “Terry il terribile“, come venne ben presto battezzato, esordì diciassettenne, perdendo per squalifica con Johnny Snee, ma ebbe modo di riscattarsi prontamente e la sua potenza era tale che gli organizzatori degli incontri si videro spesso costretti ad opporgli sfidanti ben più pesanti, che puntualmente venivano abbattuti. Stessa sorte capitò al britannico Pedlar Palmer, che il 12 settembre 1899, davanti ai 10.000 spettatori della Westchester A.C. di Tuckahoe, andò k.o. già alla prima ripresa, consentendo a McGovern di cogliere il titolo mondiale dei pesi gallo lasciato vacante da Jimmy Barry. Oltre a permettergli di incassare la ragguardevole somma, per l’epoca, di 7.500 dollari. La prima difesa contro Harry Forbes, uno che in seguito avrebbe vinto sei volte il titolo, il 22 dicembre dello stesso anno a Braodway (anche se c’è qualche dubbio che il match valesse per la cintura mondiale), fu altrettanto rapida, con la vittoria al secondo round complice un tremendo destro del campione al mento dello sfidante, il che convinse Terry di salire di categoria, iniziando proprio con Dixon il suo dominio tra i pesi piuma.

E qui McGovern potè mettere in mostra tutto quel che era il suo talento distruttivo. Battè campioni più grandi e grossi di lui e già affermati, come Frank Erne nel prestigioso scenario del Madison Square Garden di New York e Joe Gans, con cui condivise una notte in gattabuia per gli schiamazzi dell’incontro, titolari entrambi, e a più riprese, della cintura dei pesi leggeri, ma costretti a soccombere al pugilato senza freni di “Terry il terribile“, per poi mettere il palio il titolo dei pesi piuma contro Eddie Santry (Chicago, 1 febbraio 1900), Oscar Gardner (New York, 9 marzo 1900), Tommy White (Coney Island, 12 giugno 1900), Joe Bernstein (Louisville, 2 novembre 1900), ancora Oscar Gardner (San Francisco, 30 aprile 1901), e Aurelio Herrera (sempre San Francisco, 29 maggio 1901), tutti inesorabilmente destinati, chi prima, chi dopo, a conoscere l’onta dell’atterramento a tappeto.

Le belle pagine, nel pugilato e nella vita, così come hanno un inizio sono anche destinate ad avere una fine, inevitabilmente, e quella del libro agonistico di Terry McGovern si chiude il 28 novembre 1901, al Coliseum di Hartford. L’avversario è Young Corbett II, uno che in quanto a classe ne ha da vendere, ed il detentore del titolo ha modo di accorgersene fin dal gong iniziale, subendo l’impeto dello sfidante che alla seconda ripresa, dopo averlo già mandato al tappeto, lo atterra definitivamente. Il conteggio costa il titolo a McGovern e avvia l’eclisse sportiva, con la sconfitta anche nel match di rivincita di due anni dopo a San Francisco, ed un palmares che assomma infine 59 vittorie (di cui 44 per k.o.), 5 sconfitte e 3 pareggi.

Il resto, ovvero giù dal ring, racconta di un bel gruzzolo di denaro guadagnato così come puntualmente sperperato sui tavoli verdi del gioco d’azzardo, una discreta carriera da arbitro, il ricovero in una casa di cura per malattie mentali ed una morte prematura per polmonite fulminante, a soli 38 anni, il 22 febbraio 1918, che sconfisse quel corpo che pareva inattaccabile. Ma se Terry McGovern, detto “Terry il terribile“, è considerato il più grande peso piuma di sempre ci sarà una ragione, o no? E quella lo rende immortale.

 

DUILIO LOI E LA SFIDA MONDIALE CON CARLOS ORTIZ

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Duilio Loi contro Carlos Ortiz – da 2out.it

articolo di Nicola Pucci

Tralasciamo il primo titolo italiano dei pesi leggeri conquistato nel 1951 a Milano contro Pierluigi Uboldi; così come la sconfitta del 1952 e poi la vittoria del 1954 per la cintura europea contro il danese Jorgen Johansen, e le successive otto difese contro Bruno Visintin, Jacques Herbillon, Giancarlo Garbelli, Seraphin Ferrer, José Hernandez (due volte), Felix Chiocca e Mario Vecchiatto; saltiamo anche il passaggio alla categoria dei pesi welter, con i trionfi continentali del 1959 contro il toscano Emilio Marconi e quelli in successione contro lo stesso Visintin, il francese Maurice Auzel, Chris Christensen e Fortunato Manca. Insomma, andiamo direttamente al 1 settembre 1960, Stadio di San Siro di Milano, per l’atto più glorioso della carriera di Duilio Loi. Un idolo, ormai 31enne, a cui viene infine concessa la chance di poter combattere per il titolo mondiale, categoria pesi welter junior. Ad onor del vero qualche mese prima, al Cow Palace di Dale City, l’italiano ha già incrociato i guantoni con il portoricano Carlos Ortiz, con l’iride in palio, perdendo solo ai punti per un verdetto che i sostenitori italiani presenti contestano con il lancio di bottiglie sul ring… ma stavolta la rivincita si gioca in casa, e l’occasione è ghiotta.

Nato a Trieste il 19 aprile 1929 ma di origine sarde da parte di padre, Loi attraversa tutti gli anni Cinquanta della boxe italiana, e lo fa non solo con passo sicuro, vincendo titoli a iosa, ma pure accattivandosi il sostegno del pubblico. E’ boxeur indomito e indomabile, che getta il cuore oltre l’ostacolo in ogni occasione, dai riflessi felini e il pugno sinistro che senza aver potenza proverbiale lascia comunque il segno, tecnicamente eccelso seppur non sostenuto da un fisico dirompente. E quella sera del 1960, davanti ad una folla oceanica accorsa da ogni dove a sostenerlo nell’impari sfida, Loi disegna un capolavoro di tattica pugilistica. Ortiz lo sovrasta in centimetri, 170 contro 164, forte anche di un gap generazionale di sette anni, e fors’anche di un talento pugilistico superiore, ma Duilio, che si è preparato con cura certosina lontano da sguardi indiscreti, è all’altezza delle aspettative.

In effetti la sfida è meno violenta e accesa di quel che si possa prevedere. Ortiz, detentore del titolo, parte a spron battuto, anche perchè ha buona memoria e conosce perfettamente pregi e difetti dell’avversario. Le prime riprese sono difficili per Loi, che accusa le entrate del pugno destro del portoricano che sovente ne scardina la guardia. Duilio si oppone come può, raramente capace di portare i suoi colpi, e in tribuna ci si chiede se il match non possa risolversi in un’altra delusione mondiale per l’italiano.

Ma Loi è duro a morire. E per questo la gente lo ama. Se Ortiz è abilissimo nel fare breccia nelle sicurezze dei rivali, altrettanto Duilio riesce ad esprimersi al meglio quando la battaglia si fa pericolosa. Quando la fatica comincia a farsi sentire, per lui è invece il momento di accendersi… e le sorti dell’incontro si capovolgono. Dalla sesta ripresa Loi, a cui è stata offerta una borsa di 5 milioni di lire a fronte dei 25 milioni garantiti al campione del mondo, avvia la riscossa. Non più sola resistenza, ma il gancio sinistro comincia a colpire con puntualità, tanto che in un crescendo rossiniano, e nel tripudio di chi assiste all’evento, il margine, che sembrava irrecuperabile, si riduce. Fino all’epilogo, che ha del clamoroso per come si erano messe le cose, ma che alla luce di quel che accade rientra assolutamente nella logica del match: tre riprese consecutive, dall’11esima alla 13esima, appartengono all’enciclopedia della boxe italiana e la ribalta, per Loi, che è conosciuto come “l’uomo degli ultimi due round”, è conquistata. Così come la cintura di campione del mondo dei pesi welter junior, a dispetto del disperato, ultimo tentativo di Ortiz di ribaltare ancora a suo favore le sorti del match. Il verdetto dei giudici è senza appello: Avrutschenko assegna 74 punti a Loi contro 73, De Backer vede parità sostanziale a 72 punti, Esparraguerra premia Duilio 72 punti a 69.

Salito sul tetto del mondo, Loi metterà in palio il titolo con la terza sfida della serie con Ortiz, sempre a Milano e sempre a San Siro, il 10 maggio 1961, ed anche stavolta avrà la meglio, mettamente, pure obbligando il rivale a metter ginocchio a tappetto al sesto round. Un altro campione, poi, proverà a sbarrargli la strada, Eddie Perkins, e saranno ancora tre sfide da spellarsi le mani: un pareggio il 21 ottobre 1961 a Milano, la vittoria dell’americano il 14 settembre 1962 al Velodromo Vigorelli e nuovamente il successo per Loi, l’ultimo a chiusura della carriera, il 15 dicembre 1962, ancora a Milano, al Palazzetto dello Sport.

Può bastare a meritarsi un posto nella International Boxing Hall of Fame? Pare proprio di sì…

FRANCESCO DAMIANI, L’ALTRO TRICOLORE SUL TETTO DEL MONDO DEI PESI MASSIMI

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Damiani contro Biggs – da dartortotorromeo.com

articolo di Nicola Pucci

Mi preme dare a Cesare quel che è di Cesare. Mi spiego: siamo universalmente proiettati nel ricordare l’immenso Primo Carnera quale italiano campione del mondo dei pesi massimi, ma troppo spesso dimentichiamo che solo un altro ragazzone di casa nostra ha colto quel titolo prestigioso. Francesco Damiani, perché è di lui che oggi voglio parlarvi, merita la vetrina perché a fianco degli eroi leggendari del pugilato, un posticino non da poco se lo è ritagliato pure lui.

Classe 1958, romagnolo di Bagnacavallo, Damiani comincia a guadagnarsi attenzione mediatica quando viene selezionato per difendere il tricolore nella categoria dei massimi alle Olimpiadi di Mosca del 1980. In terra sovietica Francesco, dotato di un pugno che fa male ed eccellente incassatore, debutta contro il rumeno Teodor Pirjol, vincendo ai punti, per poi inchinarsi al turno successivo, sempre per verdetto unanime (5-0) a Piotr Zaev, beniamino di casa che verrà sconfitto in finale da Teofilo Stevenson, giunto al culmine della carriera con il terzo titolo olimpico consecutivo.

Proprio con Stevenson Damiani incrocia i guantoni due anni dopo ai Mondiali dilettanti di Monaco di Baviera, mettendo fine all’imbattibilità del cubano che durava da ben 11 anni con un inequivocabile successo ai punti. L’azzurro giunge in finale ma si deve accontentare della medaglia d’argento, sconfitto all’atto decisivo da quel Tyrell Biggs che alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 lo batte ancora, sempre in finale e sempre ai punti, seppur stavolta con verdetto decisamente controverso e dubbio, dopo aver superato per k.o.t prima il tanzaniano Willie Esangura, poi il britannico Robert Wells.

Con due argenti al collo, pure due succesi agli Europei  di Tampere nel 1981 (con il sovietico Vyacheslav Yakovlev) e di Varna nel 1983 (con il tedesco orientale Ulli Kaden) ed un eccellente percorso da dilettante, a Damiani si spalancano le porte del professionismo, debuttando il 5 gennaio 1985 al Palazzetto dello Sport di Perugia contro l’ivoriano Allou Gobe, primo di una serie di 30 vittorie che impreziosiranno il suo curriculum tra i “grandi“.

La categoria del pesi massimi sta per accogliere il talento demolitore di Mike Tyson, che il 1 marzo 1987 battendo Tony Tucker diventa il titolare delle tre cinture di campione del mondo, WBA, WBC e IBF, ultimo ad esser riuscito nell’impresa. Nel 1988 nasce anche la WBO (World Boxing Organization) e a Damiani, che nel frattempo ha conquistato la corona europea della categoria battendo ad Aosta lo svedese Anders Eklund per k.o. alla sesta ripresa, difendendo poi il titolo contro l’olandese John Emmen al Palatrussardi di Milano e contro il tedesco Manfred Jassmann a Sassari, oltre a sfatare il tabù-Biggs, viene offerta la possibilità di combattere per il titolo mondiale della nuova Federazione.

Il 6 maggio 1989, allo Stadio Nicola De Simone di Siracusa, assistito dll’inseparabile Umberto Branchini che ne cura gli interessi, Damiani affronta il sudafricano Johnny Du Plooy, e al minuto 1’48” della terza ripresa mette al tappeto l’avversario, cingendosi della corona di campione del mondo come, appunto, solo Primo Carnera era riuscito a fare. Certo, il titolo non varrà quello che Tyson unanimamente detiene per le tre altre Federazioni, ma ha pur sempre valore universale e quindi… diamo a Damiani quel che è di Damiani.

Qualche mese dopo, al Palazzo dello Sport di Cesena, il pugile romagnolo difende il titolo battendo l’argentino Daniel Eduoardo Neto per k.o.t. al terzo round, per poi mettere in palio la corona, ancora imbattuto da professionista, l’11 gennaio 1991 ad Atlantic City, contro Ray Mercer. Ed è proprio di là dall’Oceano, alla ricerca di quella consacrazione che era sfuggita di un niente alle Olimpiadi del 1984, che Damiani conosce l’onta della prima sconfitta, messo k.o. al minuto 2’47” del nono round, non prima però di aver venduta cara la pelle ed aver dato saggio dell’abituale determinazione pugilistica. Forse addirittura in vantaggio nei cartellini dei giudici.

Sembra l’inizio del declino ma, mentre Tyson perde inopinatamente con Buster Douglas, a sua volta sconfitto da Evander Holyfield, a Damiani è ancora una volta offerta l’opportunità di assurgere agli onori della cronaca, venendo scelto quale sfidante del campione in carica per il match che riunifica le cinture. Ma su quel ring di Atlanta, il 23 novembre 1991, Francesco non salirà mai, sostituito da Bert Cooper (che perderà), complice un infortunio alla caviglia in allenamento che gli nega l’ultima chance iridata della carriera.

E’ tempo di chiudere il capitolo agonistico, ed il commiato è sfortunatamente con una debacle, il 23 aprile 1993 a Memphis nella sfida con Oliver McCall che infligge all’italiano la seconda sconfitta in carriera. L’ultima, ma non importa: lassù, accanto a Primo Carnera, un posticino al sole tra i pesi massimi Francesco Damiani se l’è proprio garantito.

TYSON-BONECRUSCHER SMITH, TANTO RUMORE PER NULLA

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Una fase del match – da boxrec.com

articolo di Massimo Bencivenga

E‘ storia recente il match, se così lo vogliamo chiamare, tra Mayweather jr e McGregor, con Pretty Boy a scherzare e a regalare, dopo la noia dell’incontro con Pacquiao, un ultimo (?) saggio delle sue qualità, quelle che ha troppo spesso centellinate.

Mayweather-McGregor è stato un evento mediatico di livello planetario. Come lo fu del resto il match con Manny.

Il primo match da me visto e presentato come una resa dei conti tra grandissimi fu quello tra Iron Mike, ossia Tyson, e un certo Spaccaossa.

Capite bene che, e parliamo del marzo del 1987, un evento del genere, con un incontro all’ultimo sangue tra uno che sembrava la nuova pietra di paragone con i grandissimi e uno che aveva quel grandguignolesco soprannome non poteva non stuzzicare la mia fantasia di bimbo. Anche se parteggiavo spudoratemente per il giovanissimo campione mi aspettavo una battaglia all’ultimo pugno.

Del resto, come si dice?, è il valore dell’avversario a dare la misura del campione.

In verità, al di là del nomignolo, James Smith, si chiamava così lo Spaccaossa, non era poi questo grandissimo pugile; certo aveva un buon pugno, ma una mascella fragilina, perlomeno a quei livelli, e una tenuta mentale non proprio granitica, debolezza che gli aveva fatto perdere qualche match già vinto.

Una debolezza psicologica che non trova riscontro nel suo curriculum scolastico, atteso che Smith, cosa abbastanza rara per i tempi, era anche laureato.

A ogni modo James “Bonecrusher” Smith era campione Wba, mentre Tyson era Wbc.

Ci sarebbe molto da dire sul percorso ellittico che lo portò alla chance mondiale con Witherspoon, ma non è questo il momento. Anzi, vinse anche un po‘ a sorpresa.

Don King fece la sua parte e organizzò il match tra il più grande picchiatore in circolazione, il suo protetto Mike, che arrivò al match con 28 incontri vinti, 26 dei quali per ko, e James, che vantava 19 vittorie (14 per ko) e 5 sconfitte. In palio le corone, e il tentativo di portare Iron Mike all’unificazione.

Tanto rumore per nulla. James era più alto di Mike, ma non sfruttò mai il suo allungo, del resto non era uno schermidore. Né si vide quasi mai balenare il pugno che aveva frantumato la mascella di Marvis Frazier e mandato per le terre Frank Bruno.

Niente di tutto questo, “Bonecrushernon fece altro che scappare e legare per tutto il match, con una melina stucchevole volta unicamente a non dar spazio e tempo alle combinazioni sottomisura destro-sinistro di Mike Tyson.

Bonecruscher” si sottrasse alla tenzone, riuscendo a essere aggressivo verbalmente e non, solo a gong fermo; ci furono non pochi pugni e spintoni a secondi fermi in quel match, una cosa non proprio da noble art.

Al settimo round Tyson finì giù, ma solo perché sbilanciato dalla troppa foga e dall’irritazione.

Il round successivo fu molto duro per Smith, che sembrò sul punto di cedere. Ma resistette a quel round e ai quattro successivi.

Nel dodicesimo Tyson gli fece la lingiaccia per tentare di scuotere quell’atteggiamento prudente e imbolsito ma niente, “Bonecruschercercò di buttare giù Tyson negli ultimi 20 secondi, dove ci fu la battaglia che il mondo aspettava.

Alla fine il verdetto fu unanime. Tyson ebbe la sua seconda corona, e qualche mese dopo, sempre ai punti, ma in maniera un po‘ più sofferta si prese al terza, l’Ibf, sconfiggendo un sorprendente Tony Tucker, che fece più dello spaccaossa.

Tanto rumore per nulla, diceva il Bardo. E per fare un buon match bisogna essere in due.

BENNY LEONARD E QUELLA MORTE INSOLITA SUL RING

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Benny Leonard – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

18 aprile 1947, St.Nicholas Arena di New York. Benny Leonard, tutto di bianco vestito come si conviene a chi dirige un incontro di pugilato, sta arbitrando la sfida tra il messicano Mario Ramon e il nero Bobby Williams, due pesi welter che sembrano posseduti dal demonio. E’ la carriera a cui ha deciso di dedicarsi una volta appesi i guantoni al chiodo, perchè l’amore per la boxe è tale che non può proprio rinunciare al profumo del ring. Ma nel corso del terzo round, inatteso come solo i colpi di un destino ingrato sanno esserlo, un arresto cardiaco lo manda al tappeto. E questa volta senza alcun conteggio, privato della possibilità di potersi rimettere in piedi. Per sempre.

Chiariamo le cose. Questo è solo il triste e precoce epilogo di una storia, di vita e di sport, assolutamente eccezionale. Perchè stiamo parlando di un pugile che se non è stato il peso leggero più forte di sempre, poco ci manca, ed è proprio a lui che si deve il conio di quella mirabile definizione della boxe che risponde al nome di “noble art“.

Benny Leonard, registrato all’anagrafe come Benjamin Leiner, di famiglia ebraica, nasce a New York il 17 aprile 1896, e pochissimi seppero come lui rendere la boxe un’arte nobile. Signore del ring, dotato di quella classe che distingue il campione dal buon pugile, era l’eleganza fatta persona, sempre impeccabile stilisticamente, mai un capello fuori posto, capace di passare con estrema naturalezza dal ghetto dell’East Side dove era nato allo schermo. Oltre che eccellente boxeur, fu infatti anche attore in “Pugni volanti“, pellicola in cui ebbe l’onore di avere fra i suoi ammiratori nientepopodimeno che il grandissimo Charlie Chaplin.

Leonard passa professionista nel 1911, e subito mostra di avere qualcosa in più degli altri: ad esempio un diretto sinistro che resta ineguagliato, tanto è preciso e perfetto nell’esecuzione, così come una tecnica sopraffina basata su spostamenti veloci sulle gambe, ed un’intelligenza pugilistica rara. Fino al 1925, anno in cui abbandonerà l’attività, fu conosciuto come “il grande maestro“, etichettato pure come “il mago del ghetto“.

Il 18 maggio 1917, al Manhattan Casino di New York, mette k.o. al nono round il detentore del titolo dei pesi leggeri, Freddie Welsh, che lo aveva battuto l’anno prima a Washington per “newspaper decision“, e diventa campione del mondo della categoria per la prima volta. Difende la cintura a più riprese, con Johnny Kilbane (k.o. al terzo round), con Charley White (k.o. all’ottava ripresa), con Joe Welling (atterrato al 14esimo round) e con Ritchie Mitchell (k.o. alla sesta ripresa), prima di trovare in Rocky Kansas un valido antagonista, che prima viene sconfitto solo ai punti il 10 febbraio 1922 al Madison Square Garden, poi va giù all’ottavo round nel match-replay del 4 luglio 1922, disputato alla Floyd Fitzsimmons’ Arena di Michigan City. Ma se c’è un avversario che gli rende dura la vita, a Leonard, quello è senza dubbio il roccioso Lew Tendler, mancino uscito dalla scuola di Filadelfia, che non si fa piegare il 24 luglio 1923 allo Yankee Stadium, cedendo solo ai punti.

I suoi due procuratori, Billy Gibson e Jack Kearns, gli offrono in pasto tutta una serie di sfidanti destinati al mondo dei sogni, e così talvolta Leonard sconfina nella categoria dei pesi welter, costringendo al pareggio, il 23 settembre 1918 a Newark, l’inglese Ted “Kid” Lewis, cedendo poi il passo a Jack Britton il 26 giugno 1922 al Velodrome del Bronx. Quest’ultimo è un combattimento controverso, con Leonard, in svantaggio, che nel 12esimo e 13esimo round mette in seria difficoltà il campione del mondo, costringendolo infine al tappeto con un colpo che gli costa, però, la squalifica e l’inevitbile sconfitta.

Quando Leonard si ritira, nel 1925, è praticamente imbattibile e imbattuto. La nostalgia però lo vince, e nel 1931 decide di tornare sul ring. Certamente è un errore, perchè anche gli eroi e i miti dello sport non possono lottare contro il tempo e così, il 7 ottobre 1932, perde nettamente con il futuro campione del mondo dei pesi welter, il canadese Jimmy McLarnin, troppo più in forma e decisamente meglio allenato, che in quel magnifico scenario che è il Madison Square Garden di New York lo manda al tappeto al sesto round, firmando, definitivamente, la resa di Leonard alle leggi del tempo.

Già, la nostalgia della boxe, decisamente canaglia. Che porta Leonard a vestire i panni, insoliti, dell’arbitro, fino a quel 18 aprile 1947, il giorno dopo il suo 51esimo compleanno, quando il cuore lo tradisce. E non poteva essere altrimenti, tra i cordoni di un ring, che gli hanno concesso fama e gloria ed ora lo innalzano al rango di campione tra i più grandi di sempre.

SANDRO LOPOPOLO, L’EREDE DI LOI CHE IL PUBBLICO NON SEPPE APPREZZARE

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Sandro Lopopolo contro il cubano Doug Vaillant – da corriere.it

articolo di Nicola Pucci

Forse quell’etichetta che gli appiccicarono addosso fin dal principio, “erede di Duilio Loi“, non giocò a favore di Sandro Lopopolo. Perchè agli inizi degli anni Sessanta, per questo ragazzo appena 20enne, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Roma del 1960 nella categoria dei pesi leggeri, battuto in finale dal polacco Kazimierz Sylwester Paździor, in un’edizione particolarmente fortunta per la boxe tricolore con gli ori di Benvenuti, Musso e De Piccoli, i tre argenti appunto di Lopopolo, Zamparini e Bossi e il bronzo di Saraudi, il carico di responsabilità sulle spalle era decisamente un fardello pesante.

Eppure Sandro, con quelle movenze eleganti sul ring e la tecnica raffinata, è stato un esteta del pugilato come pochi altri nella storia italiana, tanto da venir chiamato “il pugile ballerino“. Piccolo ma tatticamente all’avanguardia, combattivo e determinato, seppe venire a capo dei suoi limiti fisici anche in virtù di un pugno che faceva male, in grado di aprirgli un varco nelle difese dell’avversario, per poi intelligentemente indietreggiare a protezione dei colpi portati in attacco.

Pochi mesi dopo aver conquistato l’argento olimpico, il 4 marzo 1961 Lopopolo, milanese classe 1939, debutta tra i professionisti, proprio nella sua città, al Palazzetto dello Sport, battendo il marchigiano Bernardo Favia per k.o. al secondo round. Tre sole pareggi ed un “no contest” nei primi trenta combattimenti gli aprono la porta alla sfida per il titolo italiano dei pesi superleggeri, il 29 settembre 1963, quando a Mestre supera ai punti Franco Caruso, assurgendo al rango di campione.

Lopopolo, da questo momento, ingaggia una personalissima sfida con la cintura europea, che mai sarà in grado di far sua in una pur brillantissima carriera. Ci prova una prima volta a Santa Cruz di Tenerife, il 17 luglio 1965, quando il suo sogno continentale si infrange contro l’idolo locale, Juan “Sombrita” Albornoz, che si aggiudica il titolo ai punti. Nel frattempo ha perso e poi riconquistato il titolo italiano, in entrambi i casi contro Piero Brandi, sposandosi con la sua Ida e festeggiando la nascita del primogenito Stefano.

Il 1966 in effetti è l’anno d’oro della carriera e della vita di Lopopolo. Gli viene concessa infatti l’opportunità di salire sul ring per combattere per il titolo mondiale contro il venezuelano Carlos “Morocho” Hernandez, trionfatore di Eddie Perkins qualche mese prima, e il 29 aprile il Palazzetto dello Sport di Roma acclama Sandro iridato dei superleggeri, a termine di una battaglia risolta ai punti e il cui verdetto lascia margine al dubbio: il caraibico viene penalizzato da un richiamo ufficiale, ai più apparso ingiusto.

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Sandro Lopopolo – da suljosblog.com

La gloria di Lopopolo, così come il suo trono, è però di breve durata. Dopo aver perso contro l’italoargentino Nicolino Locche una sfida senza titolo in palio, e aver difeso vittoriosamente la corona mondiale contro l’altro venezuelano Vicente Rivas, sempre al Palazzetto dello Sport di Roma e sempre per decisione ai punti, il milanese soccombe alle sirene di una profumatissimo ingaggio, circa 25 milioni, mettendo il titolo di palio contro il giapponese di origine hawaiane Paul “Takeshi” Fujii, accettando di affrontare il rivale a casa sua, a Tokyo, il 30 aprile 1967.

Sulla carta il match pare agevole, e già la prima ripresa volge chiaramente a favore del campione del mondo, seppur in non buonissime condizione fisiche. Lopopolo è superiore allo sfidante per ritmo e tecnica, ma inaspettatamente nel secondo round subisce un gancio destro secco alla mandibola che lo manda al tappetto. L’italiano torna in piedi facendo appello a quell’orgoglio che non gli manca proprio, ma Fujii imperversa e dopo averlo messo a terra altre due volte, al minuto 2’33” del secondo round Sandro si arrende e cede la corona mondiale. Non sarà mai più sua.

Sandro assorbe la sconfitta con dignità, si ferma sei mesi e quando torna sul ring riprende l’inseguimento all’unico titolo mancante alla sua collezione, quello europeo. Ma la maledizione insegue il pugile milanese, costretto ad arrendersi a Montecatini, il 2 aprile 1970, al francese Rene Roque, pure stavolta per un verdetto contestato che lo boccia ben oltre i propri demeriti. Lopopolo ci prova ancora, ma non c’è niente da fare, nè a Parigi contro l’altro transalpino Roger Zami il 28 febbraio 1972, nè a Grenoble contro l’ennesimo francese Roger Menetrey il 9 dicembre 1972, stavolta per la cintura dei welter, che lo mette giù e spenge definitivamente il suo sogno europeo.

Sconfitto per la quarta ed ultima volta nell’incontro per il titolo continentale, Lopopolo annuncia il ritiro dall’attività, ma i commenti entusiastici per quest’ultima generosissima prova, seppur non confortata dalla vittoria, convincono Sandro a riprendere a combattere. Sconfigge Pietro Gasparri il 30 marzo 1973 ma, proprio nel momento in cui si torna a parlare di una possibile sfida con Bruno Arcari, campione del mondo dei superleggeri in carica, Lopopolo cambia idea e appende definitivamente i guantoni al chiodo.

Esce così di scena l’ultimo superstite di quella meravigliosa nidiata di campioni prodotta dalle Olimpiadi romane del 1960, “l’erede di Duilio Loi“, appunto. E l’etichetta, seppur il pugile milanese l’avesse accettata di buon grado, finì nondimeno per condizionarlo e nonostante il titolo mondiale in bacheca non riuscì a conquistare mai del tutto l’apprezzamento degli appassionati della noble art, che mal digerirono alcune fiacche esibizioni, certe prove abuliche, qualche sconfitta sconcertante, l’eccessiva parsimonia nell’accettare i rischi che un mestiere come il pugilato impone. Seppur meticoloso ed anche ossessivamente accurato nel preparare i colpi in palestra, a Lopopolo mancò il sostegno del… popolo della boxe, troppo più affascinato da Benvenuti, Mazzinghi, proprio Duilio Loi. E l’apprezzamento unanime non gli venne concesso.

Così è la vita, non si può aver tutto, ma almeno un titolo mondiale Sandro Lopopolo lo ha fatto suo. E quello non potrà mai negarglielo nessuno.

JOE WALCOTT, IL DEMONIO DELLE BARBADOS

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Joe Walcott contro Joe Gans – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

C’è un Joe Walcott, statunitense, che fu campione del mondo dei pesi massimi prima di venir abbattuto da Rocky Marciano, e c’è un Joe Walcott, britannico della Guyana, che qualcuno di molto autorevole considera il peso welter più forte della storia. Ecco, di lui, che fu soprannominato “il demonio delle Barbados“, tratteremo oggi su queste pagine.

Cominciando col dire che qui stiamo parlando della boxe dei primordi, ovvero quando ancora non ci sono regole ferree e i confini tra le categorie di peso sono assolutamente variabili. Fatto è che che il nostro Joe, classe 1873, nasce a Demerara, appunto in quella Guyana cha appartiene a Sua Maestà The Queen, da padre di origini brasiliane che lavora duramente spaccandosi la schiena a tagliare canna da zucchero. Joe ha muscoli possenti, cassa toracica enorme, braccia lunghe e porta i segni di quella razza che nell’aspetto ricorda gli abitanti dell’estremo Artico, ovvero taglio sottile ed obliquo degli occhi.

A 14 anni si imbarca su un brigantino in destinazione Boston come inserviente in cucina, ed è la scelta di vita che ne segnerà il futuro. Abbandona la dura vita nei campi e sa già, per certo, che a Demerara non metterà più piede. Una volta giunto in America comincia a far di pugni, con quella potenza devastante che ne sarà sempre il segno di distinzione, così come pratica la lotta pur non entusiasmandosi particolarmente nell’esercizio specifico. Nel 1890 incrocia per la prima volta i guantoni con un certo Tom Powers, mandandolo al tappeto dopo due riprese, ed è solo l’inizio di quell’avventura sul ring che lo renderà famoso. Al punto che proprio Joe Walcott, l’americano, deciderà di farsi chiamare così in suo onore (all’anagrafe era in realtà Arnold Raymond Cream).

Il nostro Walcott, il barbadoregno, è un formidabile picchiatore, seppur con scarsa tecnica che mai riuscirà ad affinare nel corso della carriera nonostante i tentativi dei suoi maestri. Ma fa lo stesso, pur compattato su 65 kg. di peso e 156 centimetri di altezza, affronta spesso e volentieri avversari ben più prestanti di lui, nondimeno dando loro sonore legnate. Ha la fortuna di poter contare su un manager di spicco, Tom O’Rourke che oltre a Walcott si occupa di un altro grande campione dell’epoca, George Dixon, e gli spalanca le porte del campionato del mondo, gettandolo nella mischia il 29 ottobre 1897 al Mechanic’s Pavillon di San Francisco dove cede per k.o.t.alla dodicesima ripresa a Kid Lavigne per la corona iridata dei pesi leggeri.

La sconfitta è bruciante, così come era stata bruciante qualche mese prima contro lo stesso Lavigne in una sfida non valida per il titolo mondiale, e come è altrettanto amara quella con il canadese di origini irlandesi Mysterious Billy Smith il 6 dicembre 1898 al Lenox A.C. di New York per il titolo mondiale dei pesi welter. E’ solo il terzo di sei combattimenti tra i due pugili, con Smith, considerato un duro, che riesce a contenere la furia demolitrice di Walcott per imporsi infine ai punti. “Il demonio delle Barbados” poi prenderà le misure al nordamericano e farà suoi i tre successivi incontri, seppur senza titolo in palio.

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Joe “Barbados” Walcott – da it.wikipedia.org

Già, la palma di miglior pugile del mondo. Che Walcott va inseguendo con insistenza da qualche anno e che può finalmente far sua il 18 dicembre 1901 quando all’International A.C. di Fort Erie, nell’Ontario, manda prima a terra e poi sconfigge per k.o.t alla quinta ripresa Jim Rube Ferns, travolto da una selva di colpi di terrificante violenza. Tommy West e Billy Woods sono le due prime difese del titolo, entrambe vinte ai punti, prima di vedersi strappare la corona da Dixie Kid, più giovane di dieci anni, che il 29 aprile 1904 approfitta della squalifica del detentore del titolo per salire a sua volta sul tetto del mondo dei pesi welter.

Ad onor del vero l’apparente squalifica senza motivo in cui incorre Walcott alla 20esima ripresa mentre stava dominando il combattimento si giustifica, eccome se si giustica, una volta che verrà accertato che l’arbitro dell’incontro, tale Dick Sullivan, aveva scommesso prima del match sulla vittoria di Dixie Kid!

A Walcott l’esito della sfida non va proprio giù ed ottiene una pronta rivincita, il 12 maggio dello stesso anno, che si risolve in un verdetto di parità; e solo con la rinuncia di Dixie Kid di difendere la corona ritenendola un intralcio  alla possibilità di guadagnare buone borse ovunque fosse richiesto, può avere una nuova chance di combattere per il titolo mondiale dei pesi welter. Il 30 settembre 1904 affronta Joe Gans, chiudendo il match in pareggio che gli vale la corona, non prima però di aver incrociato i guantoni, qualche settimana prima, al Lake Massabesic Coliseum di Manchester, nel New Hampshire, con Sam Langford, incontenibile picchiatore, un peso mediomassimo prestato per l’occasione ad un welter.

Ecco, se c’è un combattimento che rende piena giustizia al valore assoluto di Joe Walcott, più dei titoli mondiali vinti e persi (tra questi anche le due ultime sfide valide per la cintura con Honey Mellody, entrambe perse nel 1906 a Chelsea, dopo che l’anno prima, a Capodanno, si era accidentalmente sparato un colpo di pistola su una mano, faticando poi a ritrovare una forma accettabile), è proprio quella volta che osò affrontare “lo spaccaossa di Boston“, uno dei pugili più forti della storia: per venti riprese intense, violente, pure estremamente equilibrate, Joe tenne testa ad un rivale che lo sovrastava di almeno venti chili, rimanendo in piedi e facendo match pari. Sì, perchè pareggio fu ma è come se avesse vinto. Il welter che ferma il massimo… roba da fenomeno. E Joe Walcott, il “demonio delle Barbados“, fenomeno lo era proprio.