BENNY LEONARD E QUELLA MORTE INSOLITA SUL RING

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Benny Leonard – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

18 aprile 1947, St.Nicholas Arena di New York. Benny Leonard, tutto di bianco vestito come si conviene a chi dirige un incontro di pugilato, sta arbitrando la sfida tra il messicano Mario Ramon e il nero Bobby Williams, due pesi welter che sembrano posseduti dal demonio. E’ la carriera a cui ha deciso di dedicarsi una volta appesi i guantoni al chiodo, perchè l’amore per la boxe è tale che non può proprio rinunciare al profumo del ring. Ma nel corso del terzo round, inatteso come solo i colpi di un destino ingrato sanno esserlo, un arresto cardiaco lo manda al tappeto. E questa volta senza alcun conteggio, privato della possibilità di potersi rimettere in piedi. Per sempre.

Chiariamo le cose. Questo è solo il triste e precoce epilogo di una storia, di vita e di sport, assolutamente eccezionale. Perchè stiamo parlando di un pugile che se non è stato il peso leggero più forte di sempre, poco ci manca, ed è proprio a lui che si deve il conio di quella mirabile definizione della boxe che risponde al nome di “noble art“.

Benny Leonard, registrato all’anagrafe come Benjamin Leiner, di famiglia ebraica, nasce a New York il 17 aprile 1896, e pochissimi seppero come lui rendere la boxe un’arte nobile. Signore del ring, dotato di quella classe che distingue il campione dal buon pugile, era l’eleganza fatta persona, sempre impeccabile stilisticamente, mai un capello fuori posto, capace di passare con estrema naturalezza dal ghetto dell’East Side dove era nato allo schermo. Oltre che eccellente boxeur, fu infatti anche attore in “Pugni volanti“, pellicola in cui ebbe l’onore di avere fra i suoi ammiratori nientepopodimeno che il grandissimo Charlie Chaplin.

Leonard passa professionista nel 1911, e subito mostra di avere qualcosa in più degli altri: ad esempio un diretto sinistro che resta ineguagliato, tanto è preciso e perfetto nell’esecuzione, così come una tecnica sopraffina basata su spostamenti veloci sulle gambe, ed un’intelligenza pugilistica rara. Fino al 1925, anno in cui abbandonerà l’attività, fu conosciuto come “il grande maestro“, etichettato pure come “il mago del ghetto“.

Il 18 maggio 1917, al Manhattan Casino di New York, mette k.o. al nono round il detentore del titolo dei pesi leggeri, Freddie Welsh, che lo aveva battuto l’anno prima a Washington per “newspaper decision“, e diventa campione del mondo della categoria per la prima volta. Difende la cintura a più riprese, con Johnny Kilbane (k.o. al terzo round), con Charley White (k.o. all’ottava ripresa), con Joe Welling (atterrato al 14esimo round) e con Ritchie Mitchell (k.o. alla sesta ripresa), prima di trovare in Rocky Kansas un valido antagonista, che prima viene sconfitto solo ai punti il 10 febbraio 1922 al Madison Square Garden, poi va giù all’ottavo round nel match-replay del 4 luglio 1922, disputato alla Floyd Fitzsimmons’ Arena di Michigan City. Ma se c’è un avversario che gli rende dura la vita, a Leonard, quello è senza dubbio il roccioso Lew Tendler, mancino uscito dalla scuola di Filadelfia, che non si fa piegare il 24 luglio 1923 allo Yankee Stadium, cedendo solo ai punti.

I suoi due procuratori, Billy Gibson e Jack Kearns, gli offrono in pasto tutta una serie di sfidanti destinati al mondo dei sogni, e così talvolta Leonard sconfina nella categoria dei pesi welter, costringendo al pareggio, il 23 settembre 1918 a Newark, l’inglese Ted “Kid” Lewis, cedendo poi il passo a Jack Britton il 26 giugno 1922 al Velodrome del Bronx. Quest’ultimo è un combattimento controverso, con Leonard, in svantaggio, che nel 12esimo e 13esimo round mette in seria difficoltà il campione del mondo, costringendolo infine al tappeto con un colpo che gli costa, però, la squalifica e l’inevitbile sconfitta.

Quando Leonard si ritira, nel 1925, è praticamente imbattibile e imbattuto. La nostalgia però lo vince, e nel 1931 decide di tornare sul ring. Certamente è un errore, perchè anche gli eroi e i miti dello sport non possono lottare contro il tempo e così, il 7 ottobre 1932, perde nettamente con il futuro campione del mondo dei pesi welter, il canadese Jimmy McLarnin, troppo più in forma e decisamente meglio allenato, che in quel magnifico scenario che è il Madison Square Garden di New York lo manda al tappeto al sesto round, firmando, definitivamente, la resa di Leonard alle leggi del tempo.

Già, la nostalgia della boxe, decisamente canaglia. Che porta Leonard a vestire i panni, insoliti, dell’arbitro, fino a quel 18 aprile 1947, il giorno dopo il suo 51esimo compleanno, quando il cuore lo tradisce. E non poteva essere altrimenti, tra i cordoni di un ring, che gli hanno concesso fama e gloria ed ora lo innalzano al rango di campione tra i più grandi di sempre.

SANDRO LOPOPOLO, L’EREDE DI LOI CHE IL PUBBLICO NON SEPPE APPREZZARE

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Sandro Lopopolo contro il cubano Doug Vaillant – da corriere.it

articolo di Nicola Pucci

Forse quell’etichetta che gli appiccicarono addosso fin dal principio, “erede di Duilio Loi“, non giocò a favore di Sandro Lopopolo. Perchè agli inizi degli anni Sessanta, per questo ragazzo appena 20enne, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Roma del 1960 nella categoria dei pesi leggeri, battuto in finale dal polacco Kazimierz Sylwester Paździor, in un’edizione particolarmente fortunta per la boxe tricolore con gli ori di Benvenuti, Musso e De Piccoli, i tre argenti appunto di Lopopolo, Zamparini e Bossi e il bronzo di Saraudi, il carico di responsabilità sulle spalle era decisamente un fardello pesante.

Eppure Sandro, con quelle movenze eleganti sul ring e la tecnica raffinata, è stato un esteta del pugilato come pochi altri nella storia italiana, tanto da venir chiamato “il pugile ballerino“. Piccolo ma tatticamente all’avanguardia, combattivo e determinato, seppe venire a capo dei suoi limiti fisici anche in virtù di un pugno che faceva male, in grado di aprirgli un varco nelle difese dell’avversario, per poi intelligentemente indietreggiare a protezione dei colpi portati in attacco.

Pochi mesi dopo aver conquistato l’argento olimpico, il 4 marzo 1961 Lopopolo, milanese classe 1939, debutta tra i professionisti, proprio nella sua città, al Palazzetto dello Sport, battendo il marchigiano Bernardo Favia per k.o. al secondo round. Tre sole pareggi ed un “no contest” nei primi trenta combattimenti gli aprono la porta alla sfida per il titolo italiano dei pesi superleggeri, il 29 settembre 1963, quando a Mestre supera ai punti Franco Caruso, assurgendo al rango di campione.

Lopopolo, da questo momento, ingaggia una personalissima sfida con la cintura europea, che mai sarà in grado di far sua in una pur brillantissima carriera. Ci prova una prima volta a Santa Cruz di Tenerife, il 17 luglio 1965, quando il suo sogno continentale si infrange contro l’idolo locale, Juan “Sombrita” Albornoz, che si aggiudica il titolo ai punti. Nel frattempo ha perso e poi riconquistato il titolo italiano, in entrambi i casi contro Piero Brandi, sposandosi con la sua Ida e festeggiando la nascita del primogenito Stefano.

Il 1966 in effetti è l’anno d’oro della carriera e della vita di Lopopolo. Gli viene concessa infatti l’opportunità di salire sul ring per combattere per il titolo mondiale contro il venezuelano Carlos “Morocho” Hernandez, trionfatore di Eddie Perkins qualche mese prima, e il 29 aprile il Palazzetto dello Sport di Roma acclama Sandro iridato dei superleggeri, a termine di una battaglia risolta ai punti e il cui verdetto lascia margine al dubbio: il caraibico viene penalizzato da un richiamo ufficiale, ai più apparso ingiusto.

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Sandro Lopopolo – da suljosblog.com

La gloria di Lopopolo, così come il suo trono, è però di breve durata. Dopo aver perso contro l’italoargentino Nicolino Locche una sfida senza titolo in palio, e aver difeso vittoriosamente la corona mondiale contro l’altro venezuelano Vicente Rivas, sempre al Palazzetto dello Sport di Roma e sempre per decisione ai punti, il milanese soccombe alle sirene di una profumatissimo ingaggio, circa 25 milioni, mettendo il titolo di palio contro il giapponese di origine hawaiane Paul “Takeshi” Fujii, accettando di affrontare il rivale a casa sua, a Tokyo, il 30 aprile 1967.

Sulla carta il match pare agevole, e già la prima ripresa volge chiaramente a favore del campione del mondo, seppur in non buonissime condizione fisiche. Lopopolo è superiore allo sfidante per ritmo e tecnica, ma inaspettatamente nel secondo round subisce un gancio destro secco alla mandibola che lo manda al tappetto. L’italiano torna in piedi facendo appello a quell’orgoglio che non gli manca proprio, ma Fujii imperversa e dopo averlo messo a terra altre due volte, al minuto 2’33” del secondo round Sandro si arrende e cede la corona mondiale. Non sarà mai più sua.

Sandro assorbe la sconfitta con dignità, si ferma sei mesi e quando torna sul ring riprende l’inseguimento all’unico titolo mancante alla sua collezione, quello europeo. Ma la maledizione insegue il pugile milanese, costretto ad arrendersi a Montecatini, il 2 aprile 1970, al francese Rene Roque, pure stavolta per un verdetto contestato che lo boccia ben oltre i propri demeriti. Lopopolo ci prova ancora, ma non c’è niente da fare, nè a Parigi contro l’altro transalpino Roger Zami il 28 febbraio 1972, nè a Grenoble contro l’ennesimo francese Roger Menetrey il 9 dicembre 1972, stavolta per la cintura dei welter, che lo mette giù e spenge definitivamente il suo sogno europeo.

Sconfitto per la quarta ed ultima volta nell’incontro per il titolo continentale, Lopopolo annuncia il ritiro dall’attività, ma i commenti entusiastici per quest’ultima generosissima prova, seppur non confortata dalla vittoria, convincono Sandro a riprendere a combattere. Sconfigge Pietro Gasparri il 30 marzo 1973 ma, proprio nel momento in cui si torna a parlare di una possibile sfida con Bruno Arcari, campione del mondo dei superleggeri in carica, Lopopolo cambia idea e appende definitivamente i guantoni al chiodo.

Esce così di scena l’ultimo superstite di quella meravigliosa nidiata di campioni prodotta dalle Olimpiadi romane del 1960, “l’erede di Duilio Loi“, appunto. E l’etichetta, seppur il pugile milanese l’avesse accettata di buon grado, finì nondimeno per condizionarlo e nonostante il titolo mondiale in bacheca non riuscì a conquistare mai del tutto l’apprezzamento degli appassionati della noble art, che mal digerirono alcune fiacche esibizioni, certe prove abuliche, qualche sconfitta sconcertante, l’eccessiva parsimonia nell’accettare i rischi che un mestiere come il pugilato impone. Seppur meticoloso ed anche ossessivamente accurato nel preparare i colpi in palestra, a Lopopolo mancò il sostegno del… popolo della boxe, troppo più affascinato da Benvenuti, Mazzinghi, proprio Duilio Loi. E l’apprezzamento unanime non gli venne concesso.

Così è la vita, non si può aver tutto, ma almeno un titolo mondiale Sandro Lopopolo lo ha fatto suo. E quello non potrà mai negarglielo nessuno.

JOE WALCOTT, IL DEMONIO DELLE BARBADOS

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Joe Walcott contro Joe Gans – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

C’è un Joe Walcott, statunitense, che fu campione del mondo dei pesi massimi prima di venir abbattuto da Rocky Marciano, e c’è un Joe Walcott, britannico della Guyana, che qualcuno di molto autorevole considera il peso welter più forte della storia. Ecco, di lui, che fu soprannominato “il demonio delle Barbados“, tratteremo oggi su queste pagine.

Cominciando col dire che qui stiamo parlando della boxe dei primordi, ovvero quando ancora non ci sono regole ferree e i confini tra le categorie di peso sono assolutamente variabili. Fatto è che che il nostro Joe, classe 1873, nasce a Demerara, appunto in quella Guyana cha appartiene a Sua Maestà The Queen, da padre di origini brasiliane che lavora duramente spaccandosi la schiena a tagliare canna da zucchero. Joe ha muscoli possenti, cassa toracica enorme, braccia lunghe e porta i segni di quella razza che nell’aspetto ricorda gli abitanti dell’estremo Artico, ovvero taglio sottile ed obliquo degli occhi.

A 14 anni si imbarca su un brigantino in destinazione Boston come inserviente in cucina, ed è la scelta di vita che ne segnerà il futuro. Abbandona la dura vita nei campi e sa già, per certo, che a Demerara non metterà più piede. Una volta giunto in America comincia a far di pugni, con quella potenza devastante che ne sarà sempre il segno di distinzione, così come pratica la lotta pur non entusiasmandosi particolarmente nell’esercizio specifico. Nel 1890 incrocia per la prima volta i guantoni con un certo Tom Powers, mandandolo al tappeto dopo due riprese, ed è solo l’inizio di quell’avventura sul ring che lo renderà famoso. Al punto che proprio Joe Walcott, l’americano, deciderà di farsi chiamare così in suo onore (all’anagrafe era in realtà Arnold Raymond Cream).

Il nostro Walcott, il barbadoregno, è un formidabile picchiatore, seppur con scarsa tecnica che mai riuscirà ad affinare nel corso della carriera nonostante i tentativi dei suoi maestri. Ma fa lo stesso, pur compattato su 65 kg. di peso e 156 centimetri di altezza, affronta spesso e volentieri avversari ben più prestanti di lui, nondimeno dando loro sonore legnate. Ha la fortuna di poter contare su un manager di spicco, Tom O’Rourke che oltre a Walcott si occupa di un altro grande campione dell’epoca, George Dixon, e gli spalanca le porte del campionato del mondo, gettandolo nella mischia il 29 ottobre 1897 al Mechanic’s Pavillon di San Francisco dove cede per k.o.t.alla dodicesima ripresa a Kid Lavigne per la corona iridata dei pesi leggeri.

La sconfitta è bruciante, così come era stata bruciante qualche mese prima contro lo stesso Lavigne in una sfida non valida per il titolo mondiale, e come è altrettanto amara quella con il canadese di origini irlandesi Mysterious Billy Smith il 6 dicembre 1898 al Lenox A.C. di New York per il titolo mondiale dei pesi welter. E’ solo il terzo di sei combattimenti tra i due pugili, con Smith, considerato un duro, che riesce a contenere la furia demolitrice di Walcott per imporsi infine ai punti. “Il demonio delle Barbados” poi prenderà le misure al nordamericano e farà suoi i tre successivi incontri, seppur senza titolo in palio.

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Joe “Barbados” Walcott – da it.wikipedia.org

Già, la palma di miglior pugile del mondo. Che Walcott va inseguendo con insistenza da qualche anno e che può finalmente far sua il 18 dicembre 1901 quando all’International A.C. di Fort Erie, nell’Ontario, manda prima a terra e poi sconfigge per k.o.t alla quinta ripresa Jim Rube Ferns, travolto da una selva di colpi di terrificante violenza. Tommy West e Billy Woods sono le due prime difese del titolo, entrambe vinte ai punti, prima di vedersi strappare la corona da Dixie Kid, più giovane di dieci anni, che il 29 aprile 1904 approfitta della squalifica del detentore del titolo per salire a sua volta sul tetto del mondo dei pesi welter.

Ad onor del vero l’apparente squalifica senza motivo in cui incorre Walcott alla 20esima ripresa mentre stava dominando il combattimento si giustifica, eccome se si giustica, una volta che verrà accertato che l’arbitro dell’incontro, tale Dick Sullivan, aveva scommesso prima del match sulla vittoria di Dixie Kid!

A Walcott l’esito della sfida non va proprio giù ed ottiene una pronta rivincita, il 12 maggio dello stesso anno, che si risolve in un verdetto di parità; e solo con la rinuncia di Dixie Kid di difendere la corona ritenendola un intralcio  alla possibilità di guadagnare buone borse ovunque fosse richiesto, può avere una nuova chance di combattere per il titolo mondiale dei pesi welter. Il 30 settembre 1904 affronta Joe Gans, chiudendo il match in pareggio che gli vale la corona, non prima però di aver incrociato i guantoni, qualche settimana prima, al Lake Massabesic Coliseum di Manchester, nel New Hampshire, con Sam Langford, incontenibile picchiatore, un peso mediomassimo prestato per l’occasione ad un welter.

Ecco, se c’è un combattimento che rende piena giustizia al valore assoluto di Joe Walcott, più dei titoli mondiali vinti e persi (tra questi anche le due ultime sfide valide per la cintura con Honey Mellody, entrambe perse nel 1906 a Chelsea, dopo che l’anno prima, a Capodanno, si era accidentalmente sparato un colpo di pistola su una mano, faticando poi a ritrovare una forma accettabile), è proprio quella volta che osò affrontare “lo spaccaossa di Boston“, uno dei pugili più forti della storia: per venti riprese intense, violente, pure estremamente equilibrate, Joe tenne testa ad un rivale che lo sovrastava di almeno venti chili, rimanendo in piedi e facendo match pari. Sì, perchè pareggio fu ma è come se avesse vinto. Il welter che ferma il massimo… roba da fenomeno. E Joe Walcott, il “demonio delle Barbados“, fenomeno lo era proprio.

 

 

LUCIAN POPESCU, IL “CHOCOLATE BOY” RUMENO CHE VINSE TRE CINTURE EUROPEE

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Lucian Popescu – da romaniamare.info

articolo di Nicola Pucci

Non capita spesso di occuparci di pugilato in un paese come la Romania che ha nella ginnastica (Nadia Comaneci la più grande di tutti), nel canottaggio (Elisabeta Lipa e Georgeta Damian hanno vinto cinque ori olimpici a testa) o nel calcio (con lo Steaua sul tetto d’Europa nel 1986 grazie al para-rigori Ducadam) gli sport che hanno regalato le maggiori soddisfazioni. Eppure si può far qualche eccezione, e se Nicolae Lica nel 1956 vinse ai Giochi di Melbourne nella categoria dei pesi welter, senza dubbio Lucian Popescu è il più forte boxeur a battere la bandiera di Dracula.

Popescu nasce a Bucarest, il 12 gennaio 1912, e che ci sappia fare con i guantoni è certo fin da adolescente, quando 14enne sale sul ring e atterra chi gli capita a tiro. L’anno dopo, il 23 dicembre 1927, passa tra i dilettanti affrontando al debutto Nelu Oprescu, costretto ad arrendersi all’ardore del giovanotto emergente, ed è l’inizio di una carriera che se nell’arco di 18 anni, fino al 1945 quando vince il suo sessantaseiesimo ed ultimo combattimento contro il connazionale ed omonimo Gheorghe Popescu, gli regala onori e gloria in giro per l’Europa, gli nega pure la chance mondiale per qualche verdetto poco chiaro e la mancanza degli appoggi giusti al momento giusto.

Chocolate boy“, così chiamato per la carnagione scura della pelle, ha una boxe elegante ed efficace, e dopo aver vinto il titolo nazionale ed esser diventato professionista al cospetto del tedesco Hermansohn, si accorgono di lui anche in Europa il 7 giugno 1930 quando nella sua Bucarest, alla Ramcomit Hall, davanti ad un pubblico entusiasta che acclama il suo campione, affronta il francese Kid Oliva per la cintura europea dei pesi mosca. Popescu veste i panni dello sfidante ma non pare certo intimorito da un avversario che dichiara di recarsi in Romania per “un viaggio di vacanza“, anzi, sommerge il malcapitato avversario sotto una selva di colpi, mandandolo ben sette volte al tappetto prima che il match venga interrotto al decimo round. Il titolo europeo è suo, e non sarà certo l’ultimo.

La difesa del titolo infatti è convincente, contro l’altro transalpino Renè Chalange un paio di mesi dopo, prima di cedere la corona a Jackie Brown che il 4 maggio 1931, a Manchester, lo costringe a cedere lo scettro. Non sarà l’ultima sconfitta in carriera per Popescu, che nondimeno andrà al tappetto solo una volta, contro Domenico “Pasqualino” Bernasconi, un lombardo purosangue che lo mette giù alla terza ripresa, a Milano, il 19 marzo 1932, giorno in cui l’italiano strappa al rumeno la cintura europea dei pesi gallo conquistata il 19 settembre 1931, sempre a Bucarest, alla Roman Arenas, contro l’iberico Carlos Fix.

Altro non è che la seconda categoria di peso in cui Popescu primeggia a livello continentale, a dimostrazione dell’indubbio talento e di una classe senza eguali, almeno in patria, ma anche di evidenti difficoltà a tenere sotto controllo i chilogrammi in eccesso, il che gli concedono un’ulteriore chance europea, stavolta nella categoria dei pesi piuma, quando prima cede ai punti a Josè Girones, combattendo a Barcellona il 22 novembre 1933, per poi infine conquistare il titolo, quando ormai nessuno ci credeva più e la china discendente sembrava inesorabilmente avviata, ovviamente davanti al pubblico amico della capitale, 6.000 paia di occhi gaudenti della Roman Arenas, il 3 giugno 1939, quando sconfigge il belga Phil Dolhem con verdetto unanime.

Popescu è nel pieno delle sue facoltà pugilistiche, 27enne pronto a cogliere l’occasione mondiale caso mai qualche promotor gliela voglia concedere. Ma se Lucian è abile sul ring, non lo è altrettanto nel cercarsi le giuste alleanze, e di pari passi con l’evento bellico della Seconda Guerra Mondiale sfuma anche il sogno iridato. Non prima, però, di aver ceduto la cintura europea dei pesi piuma all’austriaco Ernst Weiss, che lo batte a Vienna il 30 maggio 1941, così come aver fallito il tentativo di riconquista contro la “girandola reggianaGino Bondavalli, che proprio in quel di Reggio Emilia lo sconfigge ai punti esattamente un anno dopo.

Un ultimo titolo nazionale contro Ion Sandu, categoria pesi leggeri, e poi l’addio all’attività pugilistica con due sfide a Petre Bratescu. Lucian Popescu passa dall’altra parte della palizzata, impegnandosi a divulgare la sua arte ai giovani pugili del club di boxe Progresul: già, perchè vincere il titolo europeo in tre categorie di peso diverse non è impresa da poco (ci è riuscito solo il francese Georges Carpentier) e per questo Popescu, in Romania, è proprio una laggenda.

PARK SI-HUN, L’ORO PIU’ SCANDALOSO DELLA STORIA

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Park Si-Hun al momento della proclamazione a vincitore della finale – da wonderslist.com

articolo di Giovanni Manenti

Chi è appassionato di pugilato sa bene che si tratta di una disciplina in cui ci possiamo trovare di fronte talora a verdetti discussi e discutibili, ma quanto avviene alla “Chamshil Students’ Gymnasium Arena” di Seul in occasione delle Olimpiadi del 1988, e segnatamente nella categoria dei pesi medi junior per favorire il pugile di casa Park Si-Hun, è qualcosa che va al di là dell’inverosimile.

Debita premessa: ai Giochi di Los Angeles del 1984, era stata la delegazione sudcoreana a lamentarsi di alcune decisioni avverso i propri pugili ed in favore dei rivali americani (in particolare nel match tra Jerry Page e Kim Dong-Kil valevole per i quarti di finale della categoria dei pesi welters junior) ed un certo “desiderio di vendetta” era nell’aria, ma andiamo con ordine.

Il primo a fare le spese dell’oro assegnato a prescindere al pugile coreano è l’azzurro Vincenzo Nardiello che, dopo essersi sbarazzato del samoano Likou Aliu e del rappresentante di Bermuda Quinn Paynter (entrambi sconfitti per k.o.), incrocia i guantoni con Park Si-Hun nel match dei quarti di finale che determina l’accesso alla zona medaglie.

Nardiello domina le prime due riprese, subendo in parte il ritorno del coreano nella terza, ma senza sembrare in grado di rovesciare il verdetto che, viceversa, premia Park Si-Hun per 3-2, scatenando le ire del pugile italiano e del capo delegazione Mario Pescante che senza mezzi termini proclama un “siete dei ladri“, anche nell’intento di calmare un Nardiello visibilmente fuori di sé.

Il reclamo del clan italiano viene respinto e Park Si-Hun, dopo aver superato con verdetto unanime (5-0) il canadese Raymond Downey, si appresta ad affrontare in finale il più forte rappresentante degli Stati Uniti, Roy Jones Jr., il quale è giunto all’atto conclusivo con una vittoria per k.o. al primo round contro Makalamba, pugile del Malawi, e tre successi ai punti con verdetto unanime (5-0) contro il cecoslovacco Franek, il sovietico Zaytsev e l’inglese Woodhall in semifinale.

L’andamento del match è a senso unico, con Jones che dispone a suo piacimento del coreano – tanto che un conteggio (non ufficiale) dei colpi andati a segno recita 86 a 32 per l’americano – ma anche in questo caso, tra la sorpresa generale, ivi compresa quella dell’arbitro dell’incontro (che non ha diritto di voto), il quale stenta a credere di dover alzare il braccio del coreano, la vittoria viene assegnata a Park Si-Hun da tre giudici su cinque, con il marocchino Hiouad Larbi che, successivamente, ammetterà di aver dato la vittoria al coreano solo per impedire che venisse sconfitto per 5-0, tanta era stata la superiorità di Jones. Anche in questo caso, il reclamo avanzato dalla Federazione Usa verrà respinto, anche quando, a distanza di anni, verrà alla luce che due giudici erano stati corrotti.

Per dovere di cronaca, occorre rilevare come lo stesso Park Si-Hun si sia personalmente scusato con Jones – al quale, come “contentino“, viene assegnato il “Val Barker Trophy“, riservato al miglior pugile dell’intera rassegna olimpica – riconoscendone in maniera palese la superiorità sia sul ring al momento del verdetto che successivamente sul podio.

Jones avrà modo di rifarsi con una splendida carriera tra i professionisti che lo porterà a conquistare varie corone mondiali in diverse categorie, dai pesi medi ai supermedi e dai mediomassimi (leggendaria la sfida del 2008 con Joe Calzaghe al Madison Square Garden di New York) ai massimi, tanto da essere considerato uno dei migliori pugili “Pound for Pound” di ogni epoca. Ma quel verdetto di Seul 1988 è uno macchia nera, involontaria, nella sua carriera, ed un’offesa allo spirito decoubertiano delle Olimpiadi. Mai più, per favore.

MAX SCHEMELING E QUEL PUGNO CHE MISE FUORI COMBATTIMENTO JOE LOUIS

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La gioia di Schmeling dopo aver messo al tappeto Louis – da boxrec.com

articolo di Nicola Pucci

Max Schmeling è una sorta di campione del regime, e quella sera del 19 giugno 1936, allo Yankee Stadium di New York, lontano dagli occhi dei gerarchi nazisti ma ben saldo nelle vicinanze dei loro cuori, sta per assurgere al rango di eroe del Reich.

Giovanotto di belle speranze, nato a Klein Luckow il 28 settembre 1905, prussiano nelle origini così come nel temperamento di solido combattente forgiato alla fatica, Schmeling ha già buon pedigree, se è vero che al titolo europeo dei pesi massimi fatto suo esattamente nove anni prima, il 19 giugno 1927, contro il belga Fernand Delarge, ha aggiunto le difese continentali con il connazionale Hein Domgoergen e con il piemontese Michele Bonaglia, per poi combattere per la cintura iridata con Jack Sharkey, due sfide che hanno visto il germanico sul tetto del mondo, primo europeo campione dei pesi massimi il 12 giugno 1930,  poi detronizzato nella rivincita al Madison Square Garden il 21 giugno 1932, sconfitto ai punti.

In virtù di questi risultati Schmeling è il prototipo non solo dell’ariano alto, biondo e forte (anche se lui, ad onor del vero, ha capelli scuri e carnagione olivastra), ma è altrettanto perfetto per esaltare ad arte la follia ideologica e i valori pagani del nazionalsocialismo. E’ altresi vero che Max non si dichiara apertamente simpatizzante del partito della svastica, avendo come manager l’ebreo Joe Jacobs, nondimeno è amico della famiglia Goebbels e quindi uno strappetto alla regola si può pure concedere, campione quale lui è, al servizio del regime.

Quale miglior occasione, pertanto, di quella offerta dalla possibilità di affrontare il “bombardiere nero“, Joe Louis, a casa sua, per certificare la superiorità della razza ariana? Il bianco che batte il nero? Detto, fatto, Schmeling, che da anni ormai risiede in America, è pronto alla sfida che non lo vede certo con i favori del pronostico. Louis è il fenomeno emergente, nove anni più giovane del tedesco, con un record di 24 successi (di cui 20 per k.o.) in 24 combattimenti da professionista e gli scalpi di due campioni del mondo come Primo Carnera e Max Bear. 60.000 appassionati sono presenti ad un evento inizialmente previsto per il 18 giugno, slittato poi al giorno dopo per colpa della pioggia.

In effetti quel che ne viene fuori è un incontro che disattende le previsioni. Schmeling ha studiato attentamente la boxe del rivale, notando ad esempio il difetto di abbassare la mano sinistra dopo aver portato il suo jab mancino. E proprio su questo colpo Max imposta il suo tentativo di scardinare la difesa di Louis, portando l’attacco col destro che se nei primi tre round non sortisce gli effetti sperati, alla quarta ripresa manda al tappeto Joe.

Contato per la prima volta in carriera, Louis riesce a riguadagnare il centro del ring ma il colpo lo ha tramortito squarciando la sua sicurezza di fenomeno. Nei round successivi Schmeling è padrone della contesa, Louis prova a resistere in punta di piedi ma infine, al minuto 2’29” della dodicesima ripresa, va giù ancora e stavolta per non rialzarsi più. Arthur Donovan, arbitro del match, esaurito il conteggio del “nero di Detroit“, proclama la vittoria di Schmeling e l’America tutta, così come il mondo del pugilato internazionale, applaude all’impresa non prevista del ragazzone tedesco. Che saluta con un “Heil Hitler” che suona di propaganda ma per chi ha occhio attento non pare propriamente sincero. Già.

E’ l’apice della carriera di Schmeling, pugile dalla tecnica sopraffina, che torna in patria a bordo del dirigibile “Hindenburg” e diventa un eroe ad uso e consumo del nazismo. Ma se le circostanze danno, pure tolgono: due anni dopo, stesso palcoscenico dello Yankee Stadium, ma stavolta con il titolo mondiale in palio, sarà uno scatenato Louis a prendersi una clamorosa e netta rivincita, atterrando l’avversario dopo soli 2’04” del primo round. A quel Max Schmeling che aveva conosciuto le stelle, ora non rimane che tornare alle stalle, scaricato e sbeffeggiato da quegli stessi uomini che lo avevano usato… ma il pugno che affossò Louis, così come il suo nome, appartengono all’epica della noble art. Ora e sempre. Alla faccia di Hitler e la sua combriccola di manigoldi.

HARRY GREB, L'”OCCHIO DI VETRO” CHE DEMOLIVA GLI AVVERSARI

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Harry Greb – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Due categorie tra le tante del pugilato avvincono in particolare, da sempre, gli appassionati della noble art. Pesi massimi e pesi medi. E se la questione tra chi sia il più grande tra Dempsey, Louis, Marciano, Alì e compagnia bella è ancora aperta, altrettanto irrisolta, e magari lo sarà in perpetuo, è la sfida a distanza tra fuoriclasse del guantone del calibro di Sugar Robinson, Monzon e Hagler.

Quel che è certo, tuttavia, è che Harry Greb può competere a pieno titolo per la palma di peso medio più forte di sempre. E se la stampa specializzata lo accreditata della corona, noi ci riserviamo nondimeno la sospensione del giudizio, universale, il che parrebbe logico rapportando campioni di epoche così diverse.

Greb nasce a Pittsburgh il 6 giugno 1894, e la sua carriera professionistica, che si avvia nel 1913 per chiudersi tragicamente nel 1926, è tra le più lunghe e ricche d successi dell’intera storia del pugilato.

The Pittsburgh wildcat“, ovvero “il gatto selvaggio di Pittsburgh“, mezzo tedesco e mezzo irlandese, è figlio di un marinaio che sbarca (è proprio il caso di dirlo) il lunario su vecchie carrette che trasportano carbone e ferro. E trasmette al figlio quel senso di ribellione e quel fuoco d’anima che sempre accompagneranno Harry sul ring. In effetti Greb esprime appieno, con la sua boxe, tutta la violenza e la furia distruttiva tipica di chi è costretto a vivere giorno per giorno, una tempesta pugilistica perfetta per quel corpo perfetto da peso medio, 72 kg., che nondimeno ha l’ardire di affrontare boxeur più pesanti di lui.

Greb è infatti inizialmente campione nord-americano tra i mediomassimi nel 1922, quando batte ai punti per “newspaper decision” (all’epoca il verdetto era espresso dalla stampa) Gene Tunney al termine di una battaglia senza esclusione di colpi, già proprio così, costringendo il futuro campione del mondo dei pesi massimi alla prima e poi unica sconfitta in carriera, obbligandolo pure all’ospedale con una costola incrinata ed il volto troppo simile ad una maschera di sangue. Il duello all’ultima goccia è eletto a “fight of the year“, così come la rivincita dell’anno successivo al Madison Square Garden di New York, stavolta favorevole a Tunney.

L’impeto sul ring di Greb desta sensazione, così come la sua scarsa propensione all’allenamento, tanto da affermare che “il miglior allenamento è battersi sul ring. Se gli avversari sono più pesanti molto meglio, hanno poca velocità e li puoi colpire dove vuoi“. Appunto.

Eppure Greb avrebbe pure un handicap penalizzante per le sue ambizioni di affermazione pugilistica. Già da ragazzo è vittima di un incidente che gli limita la vista dall’occhio destro, ci pensa poi Kid Norfolk, nel corso di un combattimento nel 1921, a decretarne la cecità permanente con un colpo di pollice che detrmina il distacco della retina. Figurarsi se la cosa frena Greb. Anzi, è come gettare benzina sul fuoco di una determinazione e di animus pugnandi senza pari, che si abbatte sui malcapitati che hanno la sventura di trovarsi a portata di tiro del suo destro demolitore.

Violenza e furia agonistica, ma anche qualche scorrettezza nel suo repertorio, ad esempio lasciando andare colpi di striscio che usano i bordi o i lacci dei guantoni per ferire gli avversari, e un’irriverenza così come un orgoglio fuori misura. Ne sa qualcosa Jack Dempsey, che lo ebbe prima come sparring partner nel preparare la sfida al francese Carpentier, e venne messo al tappeto, e poi quando Greb, ormai campione del mondo, rifiutò di allenarlo non accettando soldi perché “nessuno può battere Tunney“.

La strada verso la chance mondiale, curiosamente visto il curriculum quasi immacolato, è però lunga, e solo il 31 agosto 1923 a Greb viene concessa l’opportunità di combattere per la cintura iridata dei pesi medi. Johnny Wilson è l’avversario, che se ne esce sconfitto ai punti, ad onor del vero non del tutto meritatamente, a chiusura di 15 riprese equilibrate che regalano infine a “wildcat” il titolo mondiale. Seppur con qualche livido di troppo.

Ormai guadagnata fama e gloria internazionale, Greb difende la corona a più riprese, surclassando Bryan Downey, superando ancora Wilson, non lasciando scampo a Ted Moore, soprattutto battendo Mickey Walker, che il 2 luglio 1925 al Polo Grounds di New York si arrende per verdetto ai punti in quello che viene eletto, ancora, “fight of the year“.

Ma il tramonto agonistico è prossimo ormai, tocca al mancino nero della Gerogia, Theodore Flowers, diacono battista che distribuisce ai poveri della sua chiesa quel che guadagna con i pugni, interrompere la sequenza di difese vittoriose di Greb. Che si arrende una prima volta al sinistro fulminante dell’avversario il 26 febbraio 1926 in un Madison Square Garden gremito ad assistere al campione che cede il passo alla baldanzosa inventiva dello sfidante. Sei mesi dopo, 19 agosto 1926, stesso avversario e stesso palcoscenico, ma il risultato non cambia di una virgola, seppur stavolta Greb accusi non solo la superiorità pugilistica del “moro“, pure anche l’occhio buono che ormai tanto buono non lo è più.

Conviene farsi vedere da un medico”, e il 22 ottobre 1926, ad Atlantic City, Greb finisce sotto altre mani. Ma stavolta non portano pugni pesanti, bensì trattano il bisturi e proprio da quelle mani, ironia della sote, beffarda e tragica, Harry viene sconfitto. Per sempre.

Aveva 32 anni, Harry Greb, e se qualcuno lo considera il più grande peso medio di sempre, non credo proprio che ci vada troppo lontano.

QUANDO I GIUDICI NON DIEDERO LA CORONA A THOMAS HEARNS

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Hearns attacca Leonard nel match del 1989 – da board.dailyfix.net

articolo di Massimo Bencivenga

A livello di boxe, per tutto il 1989 promoter, critici e appassionati erano presi da due cose: trovare dei rivali all’altezza per Mike Tyson e Julio Cesar Chavez; e vedere i return-mach di Leonard. Sfumato quello con Hagler, le organizzazioni si misero in moto per far combattere Sugar contro “Manos de piedras“, Roberto Duran.

L’uomo di Memphis, Thomas “Hitman” Hearns è stato uno dei giganti dei ruggenti anni ’80 nelle categorie da welter a supermedi. Era più spettacolare di Hagler, meno devastante ma più tecnico di Duran, più rapido di Leonard. Tutta gente con la quale ha incrociato i guantoni. Perdendo quasi sempre. Già, perché questo fenomeno di tecnica, potenza e velocità aveva il tallone d’achille in una mascella troppo debole. O perlomeno troppo debole per resistere agli assalti di gente come Leonard o Hagler.

Al primo incontro con Ray Leonard, nel 1981, Hearns arrivò da campione dei welter, era in vantaggio, ma nelle ultime riprese la figura elegante e dinoccolata di Hearns finì nel mirino delle combinazioni rapide di Leonard che riuscì a stenderlo un paio di volte in malo modo e poi a costringere l’arbitro a fermare l’incontro.

Hearns si riprese alla grande però. Salì di categoria, riuscì a essere il primo a mandare ko Duran e ad avere l’onore e l’onere di misurarsi con il “Meraviglioso“, ossia Marvin “Marvelous” Hagler. L’incontro fu preparato come si deve, gli fu dato un titolo, quasi una primizia per i tempi: The War.

Beh, chi si aspettava una battaglia fu deluso, giacché fu un massacro. Hagler, semplicemente, scherzò con Hearns mandandolo per le terre alla terza ripresa. Fu invero un ko abbastanza comico da vedere, con Hearns che sembrò una marionetta alla quale improvvisamente qualcuno avesse tagliato i fili.

Eppure Hearns era un fenomeno. Davvero. E ritiratosi Hagler, con Leonard indeciso su cosa fare, divenne il dominus riuscendo ad essere il primo a diventare re di quattro diverse categorie di peso.

Record che detenne per poco, visto che Leonard, battendo LaLonde, riuscì ad arrivare a cinque. Il match con LaLonde fu disputato con un peso in grado di far valere il match tanto per i mediomassimo quanto i supermedi, categoria che s’era appena affacciata. Se ne facevano di cose in quegli anni.

E fu proprio sul limite di peso dei supermedi che si organizzò, per il 12 giugno del 1989, al Caesars Palace di Las Vegas, il match tra Leonard campione e Hearns deciso a lavare via l’onta. Dopo due round abbastanza equilibrati, al terzo Hearns piegò le ginocchia a Leonard. Sugar schiumò rabbia e nei due round successivi fece capire non solo di essere in forma, ma di poter far male alla mascellina di Thomas. Alcuni dei round centrali furono bellissimi e di difficile assegnazione, perlomeno in maniera univoca. Hearns teneva l’iniziativa, ma Leonard nello smarcarsi e colpire, gioco nel quale era maestro, spesso riusciva a essere ancora più incisivo di Hitman.

Il dolce arrivò in coda. Nell’undicesima ripresa, Leonard prese l’iniziativa perché sapeva di essere indietro ma, dopo un buon inizio, subì una combinazione micidiale di Hearns e finì di nuovo giù. Si riprese in maniera entusiasmante, facendo barcollare Hearns ma rischiando anche lui di andare di nuovo giù. Round fantastico. Per vincere, Leonard avrebbe dovuto buttar giù Thomas, che per evitare ciò che successe nel 1981 scelse di attaccare; una mossa che rischiò di costargli cara, visto che Leonard riuscì a centrarlo diverse volte, a destabilizzarlo, costringendolo alle corde e a legare per portare a casa il successo.

Già, perché io quell’incontro lo vidi, e per me “Hitman” aveva vinto. Ma Thomas Hearns non vinse. Pari. Questo fu il verdetto. In seguito anche Leonard, uno tutt’altro che modesto e imparziale, si ritrovò ad ammettere di essere stato premiato oltremodo dai giudici.

Spero di aver fatto balenare un po’ la magia di quegli anni, perché io ho visto anche Floyd Mayweather-Pacquaio, ma lì lo spettacolo non sono riuscito a scorgerlo.

TREVOR BERBICK, IL PUGILE CHE CHIUSE L’ERA DI ALI’ E APRI’ QUELLA DI TYSON

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Berbick contro Tyson – da athlitiki-enhmerosi.pblogs.gr

articolo di Nicola Pucci

Tra poco vi racconterò la vicenda agonistica, e nel dettaglio la carriera, di Trevor Berbick. Ma sappiate che la narrazione riguarda chi ha l’onore di aver chiuso definitivamente l’era del più grande, Muhammed Alì, ed aver avviato, involontrimente sia detto, quella gloriosa del suo successore designato, Mike Tyson.

Berbick viene alla luce il 1 agosto 1955 a Port Antonio, cittadella giamaicana non troppo distante dalla capitale Kingston, e chi nasce da quelle parti, o si diletta col reggae oppure prova a correr veloce. Ergo, per il giovanotto che si avvicina al pugilato in età già avanzata è oltremodo difficile poter trovare avversari all’altezza, e non esercitando oltre i confini patrii, quando viene selezionato per difendere i colori della Giamaica alle Olimpiadi di Montreal del 1976 nella categoria dei pesi massimi, il difetto di esperienza è palese. Berbick è bravino, questo è ovvio, ma dopo aver usufruito di un bye al primo turno, incoccia nel rumeno Mircea Simion che lo batte ai punti, proseguendo poi la sua corsa fino ad un prestigiosa medaglia d’argento, battuto a sua volta da Teofilo Stevenson.

Poco più che 21enne, Berbick sceglie la via del professionismo, lasciando l’isola natale per trasferirsi in Canada, a Montreal, dove dimorerà a lungo pur svolgendo l’attività ad Halifax e di cui qualche anno dopo prenderà cittadinanza. Proprio nel paese di adozione esordisce tra i “grandi“, il 27 settembre 1976, vincendo con Wayne Martin per k.o.t. ed assommando dopodichè una serie di undici succesi consecutivi, di cui appunto ben dieci prima del limite, per avere una prima chance di combattere per il titolo americano contro Bernardo Mercado il 3 aprile 1979. I due contendenti hanno già incrociato i guantoni da dilettanti, e fu Berbick ad imporsi allora, ma stavolta la sfida dura soli 50″, il tempo necessario a Mercado per buttar giù Trevor e prendersi la rivincita.

Berbick incassa la battuta d’arresto con maggior audacia di quanto non gli sia riuscito sul ring, forte dell’orgoglio di chi, isolano, vuol emergere tra mille difficoltà e di un pugno che se lasciato libero di colpire può far male. Ne sa qualcosa l’ex-campione del mondo John Tate, che il 20 giugno 1980 proprio all’Olympic Stadium di Montreal è messo al tappeto alla nona ripresa in una sfida brutale che dischiude a Berbick le porte dell’incontro per la cintura iridata.

L’appuntamento con la gloria sarebbe per l’11 aprile 1981, nel maestoso scenario del Caesars Palace di Las Vegas, ma l’avversario, Larry Holmes, è di quelli duri a morire, ed in effetti per Berbick, nonostante l’eccellente difesa, il verdetto che lo penalizza unanimamente dopo 15 riprese combattute ad armi pari e contro tutti i pronostici è solo la certificazione di essere al livello dei più forti.

Ecco dunque che, dopo aver messo k.o Conroy Nelson per il titolo canadese, c’è l’occasione per ritagliarsi una vetrina di rango, ovvero l’incontro con il declinante campionissimo, Muhammad Alì appunto, che si arrende a Nassau, nelle Bahamans, per verdetto unanime e chiude la sua leggenda, al tempo stesso facendo schizzare alle stelle la notorietà di Berbick. Che è il primo pugile a battere l’ostico Greg Page, il che gli garantisce il passaggio sotto l’ala protettrice di Don King, ed infine, dopo qualche altro titolo canadese e del Comonwealth e due vittorie contro avversari di buon lignaggio come David Bey e Mitch Green che valgono pure il titolo americano, ecco un’altra opportunità di diventare campione del mondo.

Il 22 marzo 1986, al Riviera Hotel & Casino di Las Vegas, Berbick ha il detentore Pinklon Thomas tra lui e il titolo WBC dei pesi massimi. L’occasione, ben più di quella con Holmes, è troppo ghiotta per essere sprecata, e Trevor stavolta non fallisce l’appuntamento. Si impone ai punti convincendo i giudici che lo confortano in blocco, ed infine sale sul tetto del mondo, primo pugile giamaicano a compiere l’impresa nella categoria più prestigiosa.

Quel che avviene in seguito è leggenda. Ma non certo per Berbick, che conserva il titolo mondiale per soli otto mesi, fino al giorno in cui un uragano di nome Mike Tyson, all’Hilton Hotel di Las Vegas, mette fine al suo regno in sole due riprese, complici un paio di atterramenti ed una superiorità disarmante. Il ricordo di Berbick, scosso dai colpi ed assolutamente incapace di rialzarsi, barcollante fino alle corde, privato del senso dell’equilibrio e in preda alla nebbia, è l’ultimo di una carriera di alto livello che conosce qualche altro ruzzolone, ad esempio con James “Buster” Douglas, che a sua volta verrà sacrificato a “Iron Mike“, e Jimmy Thunder, e di una vita che si trascina tra una condanna per stupro ed il triste epilogo del 28 ottobre 2006 quando viene assassinato per una torbida questione familiare.

Trevor Berbick chiuse un’era e fu testimone di un’altra che si apriva, comunque sia ha scritto una pagina storica di pugilato. Vero e che non fa sconti a nessuno. Come la vita.

 

NINO BENVENUTI E LA VITTORIA DEFINITIVA CON GRIFFITH

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Una fase del match – da ilpost.it

articolo di Nicola Pucci

Ho contratto una sorta di debito, con il grande Nino Benvenuti. Perchè se su queste stesse pagine ho raccontato il tramonto della sua carriera agonistica contro Carlos Monzon, ho altresì omesso di celebrarne i trionfi come sarebbe lecito per il più grande, o almeno uno dei più grandi (“io e Duilio Loi sullo stesso piano, Mazzinghi sotto” era solito affermare) del nostro pugilato. Ed allora è giunto il momento di render giustizia al buon Nino.

4 marzo 1968. Sul ring del nuovo Madison Square Garden, che ha preso il posto del “vecchio” (quarta costruzione in ordine di tempo edificata su una stazione ferroviaria nel cuore di Manatthan) che l’anno prima, il 17 aprile 1967, fu teatro del primo, leggendario match della serie che tenne nella notte italiana oltre 10 milioni di ascoltatori incollati alla radio alla voce di Paolo Valenti e si risolse nella conquista del titolo mondiale dei pesi medi versione WBA e WBC a spese di Emile Griffith, e dopo la rivincita qualche mese dopo, il 29 novembre, sul quadrato dello Shea Stadium di New York, stavolta appannaggio del “moro” delle Isole Vergini, complice anche uno stiramento muscolare allo sterno sofferto dal campione triestino, i due protagonisti si danno appuntamento per la terza volta, a chiusura, definitiva, della questione tra chi dei due sia il più abile nella tenzone pugilistica.

Stavola è mamma RAI a diffondere le immagini di una sfida epocale, altrettanto destinata a rimanere per sempre negli annali della boxe, italiana e non solo. Ci fossero i dati relativi allo share probabilmente si batterebbe il record di audiance (perdonatemi qualche termine universale di troppo, lo sapete, sono un difensore strenuo della lingua italiana). “Naino“, come lo chiamano gli americani, ha buonissima reputazione anche al di là dell’Oceano, per i tanti emigrati che lo seguono con passione tricolore, e la terza volta che i due rivali incrociano i guantoni si affrontano ancora una volta senza esclusione di colpi, nel nome di un equilibrio ormai accertato dalle due precedenti sfide decise per verdetto ai punti.

Benvenuti è eleganza, stile, leggerezza e classe cristallina, Griffith al solito ci mette ardore, pesantezza del pugno e quella dose massiccia di personalità, necessaria a chi ha sofferto per guadagnarsi la ribalta. Ed è pure dato favorito dai bookmakers. E così Nino, per infine tornare a cingersi della corona di campione del mondo, deve esibirsi in quello che può ritenersi il capolavoro tattico della sua carriera.

Se a conclusione di 15 riprese intense, in cui l’italiano risponde con le proverbiali accelerazioni con il jab sinistro alle sfuriate scomposte dello statunitense e con movenze da ballerino si sottrae alla sua baldanza fisica, l’arbitro Lo Bianco e il giudice Forbes assegnano la vittoria per 8-6 ed un round pari a Benvenuti e il giudice-arbitro Al Berl certifica il 7-7 ed un round pari, sentenza che vale al campione tricolore la riconquista del titolo dei pesi medi, questo è possibile perchè Nino, nella sera più importante e davanti alla platea più prestigiosa, 18.000 spettatori entusiasti, non sbaglia niente assurgendo, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, al rango di fuoriclasse. Decisivo per l’esito dell’incontro è il nono round, quando il pugile italiano sferra il gancio mancino che atterra Griffith, nondimeno in grado di rialzarsi, seppur penalizzato da una ripresa che lo condannerà alla sconfitta. Il detentore del titolo si rifà sotto, con furia cieca, soprattutto nell’ultimo round quando con un destro alla mascella fa vacillare Benvenuti, stoico e ben preparato fisicamente, che regge l’urto e completa vittoriosamente l’incontro.

Benvenuti chiude trionfante la trilogia mondiale, unendo, infine, quell’Italia che sul suo conto si era divisa a metà. Curioso quel che ebbe modo di dire Nino, che in quanto a lingua lunga e cervello fino non era proprio secondo a nessuno: “non puoi non diventare amico di un pugile con cui hai diviso la bellezza di 45 round“. Già, quando qualche anno dopo Griffith dichiarò al mondo la sua omosessualità, proprio il grande rivale di sempre gli diede pieno sostegno. Belle le storie che nascono e si intrecciano su un ring, vero?