TERRY MCGOVERN, IL PESO PIUMA CHE PICCHIAVA COME UN FALEGNAME

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Terry McGovern – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Terry il terribile“, al secolo Terry McGovern, di sangue irlandese, nato a Johnstown in Pennsylvania il 9 marzo 1880, fu il mammasantissima dei pesi piuma ad inizio Novecento.

Ereditato il trono dal leggendario George Dixon, campione del mondo ben diciassette volte dal 1891, che fu costretto a gettare la spugna all’ottavo round del match andato in scena il 9 gennaio 1900 al Broadway Athletic Club di New York, McGovern era casualmente capitato nel mondo della boxe passando attraverso il lavoro di falegname e grazie anche all’attività di giocatore di baseball. Morto il padre, in effetti, Terry fin da ragazzo aveva dovuto provvedere alle esigenze della famiglia, impugnando sega e martello, e nel tempo libero si dilettava nel colpire e lanciar palla in un diamante. Accadde un giorno che una partita finì in una colossale azzuffata e fu l’attimo in cui McGovern scoprì che con i pugni sapeva farsi rispettare. Accasatosi presso il Greenwood Athletic Club di Brooklyn, tra le corde di un ring potè sprigionare la rabbia prodotta da un destino non certo benevolo, e la sua vita conobbe qui una svolta, garantendogli la riscossa attesa.

Tenacissimo di temperamento e forgiato in un fisico da superuomo, seppur in soli 160 centimetri di altezza, “Terry il terribile“, come venne ben presto battezzato, esordì diciassettenne, perdendo per squalifica con Johnny Snee, ma ebbe modo di riscattarsi prontamente e la sua potenza era tale che gli organizzatori degli incontri si videro spesso costretti ad opporgli sfidanti ben più pesanti, che puntualmente venivano abbattuti. Stessa sorte capitò al britannico Pedlar Palmer, che il 12 settembre 1899, davanti ai 10.000 spettatori della Westchester A.C. di Tuckahoe, andò k.o. già alla prima ripresa, consentendo a McGovern di cogliere il titolo mondiale dei pesi gallo lasciato vacante da Jimmy Barry. Oltre a permettergli di incassare la ragguardevole somma, per l’epoca, di 7.500 dollari. La prima difesa contro Harry Forbes, uno che in seguito avrebbe vinto sei volte il titolo, il 22 dicembre dello stesso anno a Braodway (anche se c’è qualche dubbio che il match valesse per la cintura mondiale), fu altrettanto rapida, con la vittoria al secondo round complice un tremendo destro del campione al mento dello sfidante, il che convinse Terry di salire di categoria, iniziando proprio con Dixon il suo dominio tra i pesi piuma.

E qui McGovern potè mettere in mostra tutto quel che era il suo talento distruttivo. Battè campioni più grandi e grossi di lui e già affermati, come Frank Erne nel prestigioso scenario del Madison Square Garden di New York e Joe Gans, con cui condivise una notte in gattabuia per gli schiamazzi dell’incontro, titolari entrambi, e a più riprese, della cintura dei pesi leggeri, ma costretti a soccombere al pugilato senza freni di “Terry il terribile“, per poi mettere il palio il titolo dei pesi piuma contro Eddie Santry (Chicago, 1 febbraio 1900), Oscar Gardner (New York, 9 marzo 1900), Tommy White (Coney Island, 12 giugno 1900), Joe Bernstein (Louisville, 2 novembre 1900), ancora Oscar Gardner (San Francisco, 30 aprile 1901), e Aurelio Herrera (sempre San Francisco, 29 maggio 1901), tutti inesorabilmente destinati, chi prima, chi dopo, a conoscere l’onta dell’atterramento a tappeto.

Le belle pagine, nel pugilato e nella vita, così come hanno un inizio sono anche destinate ad avere una fine, inevitabilmente, e quella del libro agonistico di Terry McGovern si chiude il 28 novembre 1901, al Coliseum di Hartford. L’avversario è Young Corbett II, uno che in quanto a classe ne ha da vendere, ed il detentore del titolo ha modo di accorgersene fin dal gong iniziale, subendo l’impeto dello sfidante che alla seconda ripresa, dopo averlo già mandato al tappeto, lo atterra definitivamente. Il conteggio costa il titolo a McGovern e avvia l’eclisse sportiva, con la sconfitta anche nel match di rivincita di due anni dopo a San Francisco, ed un palmares che assomma infine 59 vittorie (di cui 44 per k.o.), 5 sconfitte e 3 pareggi.

Il resto, ovvero giù dal ring, racconta di un bel gruzzolo di denaro guadagnato così come puntualmente sperperato sui tavoli verdi del gioco d’azzardo, una discreta carriera da arbitro, il ricovero in una casa di cura per malattie mentali ed una morte prematura per polmonite fulminante, a soli 38 anni, il 22 febbraio 1918, che sconfisse quel corpo che pareva inattaccabile. Ma se Terry McGovern, detto “Terry il terribile“, è considerato il più grande peso piuma di sempre ci sarà una ragione, o no? E quella lo rende immortale.

 

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DUILIO LOI E LA SFIDA MONDIALE CON CARLOS ORTIZ

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Duilio Loi contro Carlos Ortiz – da 2out.it

articolo di Nicola Pucci

Tralasciamo il primo titolo italiano dei pesi leggeri conquistato nel 1951 a Milano contro Pierluigi Uboldi; così come la sconfitta del 1952 e poi la vittoria del 1954 per la cintura europea contro il danese Jorgen Johansen, e le successive otto difese contro Bruno Visintin, Jacques Herbillon, Giancarlo Garbelli, Seraphin Ferrer, José Hernandez (due volte), Felix Chiocca e Mario Vecchiatto; saltiamo anche il passaggio alla categoria dei pesi welter, con i trionfi continentali del 1959 contro il toscano Emilio Marconi e quelli in successione contro lo stesso Visintin, il francese Maurice Auzel, Chris Christensen e Fortunato Manca. Insomma, andiamo direttamente al 1 settembre 1960, Stadio di San Siro di Milano, per l’atto più glorioso della carriera di Duilio Loi. Un idolo, ormai 31enne, a cui viene infine concessa la chance di poter combattere per il titolo mondiale, categoria pesi welter junior. Ad onor del vero qualche mese prima, al Cow Palace di Dale City, l’italiano ha già incrociato i guantoni con il portoricano Carlos Ortiz, con l’iride in palio, perdendo solo ai punti per un verdetto che i sostenitori italiani presenti contestano con il lancio di bottiglie sul ring… ma stavolta la rivincita si gioca in casa, e l’occasione è ghiotta.

Nato a Trieste il 19 aprile 1929 ma di origine sarde da parte di padre, Loi attraversa tutti gli anni Cinquanta della boxe italiana, e lo fa non solo con passo sicuro, vincendo titoli a iosa, ma pure accattivandosi il sostegno del pubblico. E’ boxeur indomito e indomabile, che getta il cuore oltre l’ostacolo in ogni occasione, dai riflessi felini e il pugno sinistro che senza aver potenza proverbiale lascia comunque il segno, tecnicamente eccelso seppur non sostenuto da un fisico dirompente. E quella sera del 1960, davanti ad una folla oceanica accorsa da ogni dove a sostenerlo nell’impari sfida, Loi disegna un capolavoro di tattica pugilistica. Ortiz lo sovrasta in centimetri, 170 contro 164, forte anche di un gap generazionale di sette anni, e fors’anche di un talento pugilistico superiore, ma Duilio, che si è preparato con cura certosina lontano da sguardi indiscreti, è all’altezza delle aspettative.

In effetti la sfida è meno violenta e accesa di quel che si possa prevedere. Ortiz, detentore del titolo, parte a spron battuto, anche perchè ha buona memoria e conosce perfettamente pregi e difetti dell’avversario. Le prime riprese sono difficili per Loi, che accusa le entrate del pugno destro del portoricano che sovente ne scardina la guardia. Duilio si oppone come può, raramente capace di portare i suoi colpi, e in tribuna ci si chiede se il match non possa risolversi in un’altra delusione mondiale per l’italiano.

Ma Loi è duro a morire. E per questo la gente lo ama. Se Ortiz è abilissimo nel fare breccia nelle sicurezze dei rivali, altrettanto Duilio riesce ad esprimersi al meglio quando la battaglia si fa pericolosa. Quando la fatica comincia a farsi sentire, per lui è invece il momento di accendersi… e le sorti dell’incontro si capovolgono. Dalla sesta ripresa Loi, a cui è stata offerta una borsa di 5 milioni di lire a fronte dei 25 milioni garantiti al campione del mondo, avvia la riscossa. Non più sola resistenza, ma il gancio sinistro comincia a colpire con puntualità, tanto che in un crescendo rossiniano, e nel tripudio di chi assiste all’evento, il margine, che sembrava irrecuperabile, si riduce. Fino all’epilogo, che ha del clamoroso per come si erano messe le cose, ma che alla luce di quel che accade rientra assolutamente nella logica del match: tre riprese consecutive, dall’11esima alla 13esima, appartengono all’enciclopedia della boxe italiana e la ribalta, per Loi, che è conosciuto come “l’uomo degli ultimi due round”, è conquistata. Così come la cintura di campione del mondo dei pesi welter junior, a dispetto del disperato, ultimo tentativo di Ortiz di ribaltare ancora a suo favore le sorti del match. Il verdetto dei giudici è senza appello: Avrutschenko assegna 74 punti a Loi contro 73, De Backer vede parità sostanziale a 72 punti, Esparraguerra premio Duilio 72 punti a 69.

Salito sul tetto del mondo, Loi metterà in palio il titolo con la terza sfida della serie con Ortiz, sempre a Milano e sempre a San Siro, il 10 maggio 1961, ed anche stavolta avrà la meglio, mettamente, pure obbligando il rivale a metter ginocchio a tappetto al sesto round. Un altro campione, poi, proverà a sbarrargli la strada, Eddie Perkins, e saranno ancora tre sfide da spellarsi le mani: un pareggio il 21 ottobre 1961 a Milano, la vittoria dell’americano il 14 settembre 1962 al Velodromo Vigorelli e nuovamente il successo per Loi, l’ultimo a chiusura della carriera, il 15 dicembre 1962, ancora a Milano, al Palazzetto dello Sport.

Può bastare a meritarsi un posto nella International Boxing Hall of Fame? Pare proprio di sì…

FRANCESCO DAMIANI, L’ALTRO TRICOLORE SUL TETTO DEL MONDO DEI PESI MASSIMI

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Damiani contro Biggs – da dartortotorromeo.com

articolo di Nicola Pucci

Mi preme dare a Cesare quel che è di Cesare. Mi spiego: siamo universalmente proiettati nel ricordare l’immenso Primo Carnera quale italiano campione del mondo dei pesi massimi, ma troppo spesso dimentichiamo che solo un altro ragazzone di casa nostra ha colto quel titolo prestigioso. Francesco Damiani, perché è di lui che oggi voglio parlarvi, merita la vetrina perché a fianco degli eroi leggendari del pugilato, un posticino non da poco se lo è ritagliato pure lui.

Classe 1958, romagnolo di Bagnacavallo, Damiani comincia a guadagnarsi attenzione mediatica quando viene selezionato per difendere il tricolore nella categoria dei massimi alle Olimpiadi di Mosca del 1980. In terra sovietica Francesco, dotato di un pugno che fa male ed eccellente incassatore, debutta contro il rumeno Teodor Pirjol, vincendo ai punti, per poi inchinarsi al turno successivo, sempre per verdetto unanime (5-0) a Piotr Zaev, beniamino di casa che verrà sconfitto in finale da Teofilo Stevenson, giunto al culmine della carriera con il terzo titolo olimpico consecutivo.

Proprio con Stevenson Damiani incrocia i guantoni due anni dopo ai Mondiali dilettanti di Monaco di Baviera, mettendo fine all’imbattibilità del cubano che durava da ben 11 anni con un inequivocabile successo ai punti. L’azzurro giunge in finale ma si deve accontentare della medaglia d’argento, sconfitto all’atto decisivo da quel Tyrell Biggs che alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 lo batte ancora, sempre in finale e sempre ai punti, seppur stavolta con verdetto decisamente controverso e dubbio, dopo aver superato per k.o.t prima il tanzaniano Willie Esangura, poi il britannico Robert Wells.

Con due argenti al collo, pure due succesi agli Europei  di Tampere nel 1981 (con il sovietico Vyacheslav Yakovlev) e di Varna nel 1983 (con il tedesco orientale Ulli Kaden) ed un eccellente percorso da dilettante, a Damiani si spalancano le porte del professionismo, debuttando il 5 gennaio 1985 al Palazzetto dello Sport di Perugia contro l’ivoriano Allou Gobe, primo di una serie di 30 vittorie che impreziosiranno il suo curriculum tra i “grandi“.

La categoria del pesi massimi sta per accogliere il talento demolitore di Mike Tyson, che il 1 marzo 1987 battendo Tony Tucker diventa il titolare delle tre cinture di campione del mondo, WBA, WBC e IBF, ultimo ad esser riuscito nell’impresa. Nel 1988 nasce anche la WBO (World Boxing Organization) e a Damiani, che nel frattempo ha conquistato la corona europea della categoria battendo ad Aosta lo svedese Anders Eklund per k.o. alla sesta ripresa, difendendo poi il titolo contro l’olandese John Emmen al Palatrussardi di Milano e contro il tedesco Manfred Jassmann a Sassari, oltre a sfatare il tabù-Biggs, viene offerta la possibilità di combattere per il titolo mondiale della nuova Federazione.

Il 6 maggio 1989, allo Stadio Nicola De Simone di Siracusa, assistito dll’inseparabile Umberto Branchini che ne cura gli interessi, Damiani affronta il sudafricano Johnny Du Plooy, e al minuto 1’48” della terza ripresa mette al tappeto l’avversario, cingendosi della corona di campione del mondo come, appunto, solo Primo Carnera era riuscito a fare. Certo, il titolo non varrà quello che Tyson unanimamente detiene per le tre altre Federazioni, ma ha pur sempre valore universale e quindi… diamo a Damiani quel che è di Damiani.

Qualche mese dopo, al Palazzo dello Sport di Cesena, il pugile romagnolo difende il titolo battendo l’argentino Daniel Eduoardo Neto per k.o.t. al terzo round, per poi mettere in palio la corona, ancora imbattuto da professionista, l’11 gennaio 1991 ad Atlantic City, contro Ray Mercer. Ed è proprio di là dall’Oceano, alla ricerca di quella consacrazione che era sfuggita di un niente alle Olimpiadi del 1984, che Damiani conosce l’onta della prima sconfitta, messo k.o. al minuto 2’47” del nono round, non prima però di aver venduta cara la pelle ed aver dato saggio dell’abituale determinazione pugilistica. Forse addirittura in vantaggio nei cartellini dei giudici.

Sembra l’inizio del declino ma, mentre Tyson perde inopinatamente con Buster Douglas, a sua volta sconfitto da Evander Holyfield, a Damiani è ancora una volta offerta l’opportunità di assurgere agli onori della cronaca, venendo scelto quale sfidante del campione in carica per il match che riunifica le cinture. Ma su quel ring di Atlanta, il 23 novembre 1991, Francesco non salirà mai, sostituito da Bert Cooper (che perderà), complice un infortunio alla caviglia in allenamento che gli nega l’ultima chance iridata della carriera.

E’ tempo di chiudere il capitolo agonistico, ed il commiato è sfortunatamente con una debacle, il 23 aprile 1993 a Memphis nella sfida con Oliver McCall che infligge all’italiano la seconda sconfitta in carriera. L’ultima, ma non importa: lassù, accanto a Primo Carnera, un posticino al sole tra i pesi massimi Francesco Damiani se l’è proprio garantito.

TYSON-BONECRUSCHER SMITH, TANTO RUMORE PER NULLA

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Una fase del match – da boxrec.com

articolo di Massimo Bencivenga

E‘ storia recente il match, se così lo vogliamo chiamare, tra Mayweather jr e McGregor, con Pretty Boy a scherzare e a regalare, dopo la noia dell’incontro con Pacquiao, un ultimo (?) saggio delle sue qualità, quelle che ha troppo spesso centellinate.

Mayweather-McGregor è stato un evento mediatico di livello planetario. Come lo fu del resto il match con Manny.

Il primo match da me visto e presentato come una resa dei conti tra grandissimi fu quello tra Iron Mike, ossia Tyson, e un certo Spaccaossa.

Capite bene che, e parliamo del marzo del 1987, un evento del genere, con un incontro all’ultimo sangue tra uno che sembrava la nuova pietra di paragone con i grandissimi e uno che aveva quel grandguignolesco soprannome non poteva non stuzzicare la mia fantasia di bimbo. Anche se parteggiavo spudoratemente per il giovanissimo campione mi aspettavo una battaglia all’ultimo pugno.

Del resto, come si dice?, è il valore dell’avversario a dare la misura del campione.

In verità, al di là del nomignolo, James Smith, si chiamava così lo Spaccaossa, non era poi questo grandissimo pugile; certo aveva un buon pugno, ma una mascella fragilina, perlomeno a quei livelli, e una tenuta mentale non proprio granitica, debolezza che gli aveva fatto perdere qualche match già vinto.

Una debolezza psicologica che non trova riscontro nel suo curriculum scolastico, atteso che Smith, cosa abbastanza rara per i tempi, era anche laureato.

A ogni modo James “Bonecrusher” Smith era campione Wba, mentre Tyson era Wbc.

Ci sarebbe molto da dire sul percorso ellittico che lo portò alla chance mondiale con Witherspoon, ma non è questo il momento. Anzi, vinse anche un po‘ a sorpresa.

Don King fece la sua parte e organizzò il match tra il più grande picchiatore in circolazione, il suo protetto Mike, che arrivò al match con 28 incontri vinti, 26 dei quali per ko, e James, che vantava 19 vittorie (14 per ko) e 5 sconfitte. In palio le corone, e il tentativo di portare Iron Mike all’unificazione.

Tanto rumore per nulla. James era più alto di Mike, ma non sfruttò mai il suo allungo, del resto non era uno schermidore. Né si vide quasi mai balenare il pugno che aveva frantumato la mascella di Marvis Frazier e mandato per le terre Frank Bruno.

Niente di tutto questo, “Bonecrushernon fece altro che scappare e legare per tutto il match, con una melina stucchevole volta unicamente a non dar spazio e tempo alle combinazioni sottomisura destro-sinistro di Mike Tyson.

Bonecruscher” si sottrasse alla tenzone, riuscendo a essere aggressivo verbalmente e non, solo a gong fermo; ci furono non pochi pugni e spintoni a secondi fermi in quel match, una cosa non proprio da noble art.

Al settimo round Tyson finì giù, ma solo perché sbilanciato dalla troppa foga e dall’irritazione.

Il round successivo fu molto duro per Smith, che sembrò sul punto di cedere. Ma resistette a quel round e ai quattro successivi.

Nel dodicesimo Tyson gli fece la lingiaccia per tentare di scuotere quell’atteggiamento prudente e imbolsito ma niente, “Bonecruschercercò di buttare giù Tyson negli ultimi 20 secondi, dove ci fu la battaglia che il mondo aspettava.

Alla fine il verdetto fu unanime. Tyson ebbe la sua seconda corona, e qualche mese dopo, sempre ai punti, ma in maniera un po‘ più sofferta si prese al terza, l’Ibf, sconfiggendo un sorprendente Tony Tucker, che fece più dello spaccaossa.

Tanto rumore per nulla, diceva il Bardo. E per fare un buon match bisogna essere in due.

BENNY LEONARD E QUELLA MORTE INSOLITA SUL RING

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Benny Leonard – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

18 aprile 1947, St.Nicholas Arena di New York. Benny Leonard, tutto di bianco vestito come si conviene a chi dirige un incontro di pugilato, sta arbitrando la sfida tra il messicano Mario Ramon e il nero Bobby Williams, due pesi welter che sembrano posseduti dal demonio. E’ la carriera a cui ha deciso di dedicarsi una volta appesi i guantoni al chiodo, perchè l’amore per la boxe è tale che non può proprio rinunciare al profumo del ring. Ma nel corso del terzo round, inatteso come solo i colpi di un destino ingrato sanno esserlo, un arresto cardiaco lo manda al tappeto. E questa volta senza alcun conteggio, privato della possibilità di potersi rimettere in piedi. Per sempre.

Chiariamo le cose. Questo è solo il triste e precoce epilogo di una storia, di vita e di sport, assolutamente eccezionale. Perchè stiamo parlando di un pugile che se non è stato il peso leggero più forte di sempre, poco ci manca, ed è proprio a lui che si deve il conio di quella mirabile definizione della boxe che risponde al nome di “noble art“.

Benny Leonard, registrato all’anagrafe come Benjamin Leiner, di famiglia ebraica, nasce a New York il 17 aprile 1896, e pochissimi seppero come lui rendere la boxe un’arte nobile. Signore del ring, dotato di quella classe che distingue il campione dal buon pugile, era l’eleganza fatta persona, sempre impeccabile stilisticamente, mai un capello fuori posto, capace di passare con estrema naturalezza dal ghetto dell’East Side dove era nato allo schermo. Oltre che eccellente boxeur, fu infatti anche attore in “Pugni volanti“, pellicola in cui ebbe l’onore di avere fra i suoi ammiratori nientepopodimeno che il grandissimo Charlie Chaplin.

Leonard passa professionista nel 1911, e subito mostra di avere qualcosa in più degli altri: ad esempio un diretto sinistro che resta ineguagliato, tanto è preciso e perfetto nell’esecuzione, così come una tecnica sopraffina basata su spostamenti veloci sulle gambe, ed un’intelligenza pugilistica rara. Fino al 1925, anno in cui abbandonerà l’attività, fu conosciuto come “il grande maestro“, etichettato pure come “il mago del ghetto“.

Il 18 maggio 1917, al Manhattan Casino di New York, mette k.o. al nono round il detentore del titolo dei pesi leggeri, Freddie Welsh, che lo aveva battuto l’anno prima a Washington per “newspaper decision“, e diventa campione del mondo della categoria per la prima volta. Difende la cintura a più riprese, con Johnny Kilbane (k.o. al terzo round), con Charley White (k.o. all’ottava ripresa), con Joe Welling (atterrato al 14esimo round) e con Ritchie Mitchell (k.o. alla sesta ripresa), prima di trovare in Rocky Kansas un valido antagonista, che prima viene sconfitto solo ai punti il 10 febbraio 1922 al Madison Square Garden, poi va giù all’ottavo round nel match-replay del 4 luglio 1922, disputato alla Floyd Fitzsimmons’ Arena di Michigan City. Ma se c’è un avversario che gli rende dura la vita, a Leonard, quello è senza dubbio il roccioso Lew Tendler, mancino uscito dalla scuola di Filadelfia, che non si fa piegare il 24 luglio 1923 allo Yankee Stadium, cedendo solo ai punti.

I suoi due procuratori, Billy Gibson e Jack Kearns, gli offrono in pasto tutta una serie di sfidanti destinati al mondo dei sogni, e così talvolta Leonard sconfina nella categoria dei pesi welter, costringendo al pareggio, il 23 settembre 1918 a Newark, l’inglese Ted “Kid” Lewis, cedendo poi il passo a Jack Britton il 26 giugno 1922 al Velodrome del Bronx. Quest’ultimo è un combattimento controverso, con Leonard, in svantaggio, che nel 12esimo e 13esimo round mette in seria difficoltà il campione del mondo, costringendolo infine al tappeto con un colpo che gli costa, però, la squalifica e l’inevitbile sconfitta.

Quando Leonard si ritira, nel 1925, è praticamente imbattibile e imbattuto. La nostalgia però lo vince, e nel 1931 decide di tornare sul ring. Certamente è un errore, perchè anche gli eroi e i miti dello sport non possono lottare contro il tempo e così, il 7 ottobre 1932, perde nettamente con il futuro campione del mondo dei pesi welter, il canadese Jimmy McLarnin, troppo più in forma e decisamente meglio allenato, che in quel magnifico scenario che è il Madison Square Garden di New York lo manda al tappeto al sesto round, firmando, definitivamente, la resa di Leonard alle leggi del tempo.

Già, la nostalgia della boxe, decisamente canaglia. Che porta Leonard a vestire i panni, insoliti, dell’arbitro, fino a quel 18 aprile 1947, il giorno dopo il suo 51esimo compleanno, quando il cuore lo tradisce. E non poteva essere altrimenti, tra i cordoni di un ring, che gli hanno concesso fama e gloria ed ora lo innalzano al rango di campione tra i più grandi di sempre.

SANDRO LOPOPOLO, L’EREDE DI LOI CHE IL PUBBLICO NON SEPPE APPREZZARE

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Sandro Lopopolo contro il cubano Doug Vaillant – da corriere.it

articolo di Nicola Pucci

Forse quell’etichetta che gli appiccicarono addosso fin dal principio, “erede di Duilio Loi“, non giocò a favore di Sandro Lopopolo. Perchè agli inizi degli anni Sessanta, per questo ragazzo appena 20enne, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Roma del 1960 nella categoria dei pesi leggeri, battuto in finale dal polacco Kazimierz Sylwester Paździor, in un’edizione particolarmente fortunta per la boxe tricolore con gli ori di Benvenuti, Musso e De Piccoli, i tre argenti appunto di Lopopolo, Zamparini e Bossi e il bronzo di Saraudi, il carico di responsabilità sulle spalle era decisamente un fardello pesante.

Eppure Sandro, con quelle movenze eleganti sul ring e la tecnica raffinata, è stato un esteta del pugilato come pochi altri nella storia italiana, tanto da venir chiamato “il pugile ballerino“. Piccolo ma tatticamente all’avanguardia, combattivo e determinato, seppe venire a capo dei suoi limiti fisici anche in virtù di un pugno che faceva male, in grado di aprirgli un varco nelle difese dell’avversario, per poi intelligentemente indietreggiare a protezione dei colpi portati in attacco.

Pochi mesi dopo aver conquistato l’argento olimpico, il 4 marzo 1961 Lopopolo, milanese classe 1939, debutta tra i professionisti, proprio nella sua città, al Palazzetto dello Sport, battendo il marchigiano Bernardo Favia per k.o. al secondo round. Tre sole pareggi ed un “no contest” nei primi trenta combattimenti gli aprono la porta alla sfida per il titolo italiano dei pesi superleggeri, il 29 settembre 1963, quando a Mestre supera ai punti Franco Caruso, assurgendo al rango di campione.

Lopopolo, da questo momento, ingaggia una personalissima sfida con la cintura europea, che mai sarà in grado di far sua in una pur brillantissima carriera. Ci prova una prima volta a Santa Cruz di Tenerife, il 17 luglio 1965, quando il suo sogno continentale si infrange contro l’idolo locale, Juan “Sombrita” Albornoz, che si aggiudica il titolo ai punti. Nel frattempo ha perso e poi riconquistato il titolo italiano, in entrambi i casi contro Piero Brandi, sposandosi con la sua Ida e festeggiando la nascita del primogenito Stefano.

Il 1966 in effetti è l’anno d’oro della carriera e della vita di Lopopolo. Gli viene concessa infatti l’opportunità di salire sul ring per combattere per il titolo mondiale contro il venezuelano Carlos “Morocho” Hernandez, trionfatore di Eddie Perkins qualche mese prima, e il 29 aprile il Palazzetto dello Sport di Roma acclama Sandro iridato dei superleggeri, a termine di una battaglia risolta ai punti e il cui verdetto lascia margine al dubbio: il caraibico viene penalizzato da un richiamo ufficiale, ai più apparso ingiusto.

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Sandro Lopopolo – da suljosblog.com

La gloria di Lopopolo, così come il suo trono, è però di breve durata. Dopo aver perso contro l’italoargentino Nicolino Locche una sfida senza titolo in palio, e aver difeso vittoriosamente la corona mondiale contro l’altro venezuelano Vicente Rivas, sempre al Palazzetto dello Sport di Roma e sempre per decisione ai punti, il milanese soccombe alle sirene di una profumatissimo ingaggio, circa 25 milioni, mettendo il titolo di palio contro il giapponese di origine hawaiane Paul “Takeshi” Fujii, accettando di affrontare il rivale a casa sua, a Tokyo, il 30 aprile 1967.

Sulla carta il match pare agevole, e già la prima ripresa volge chiaramente a favore del campione del mondo, seppur in non buonissime condizione fisiche. Lopopolo è superiore allo sfidante per ritmo e tecnica, ma inaspettatamente nel secondo round subisce un gancio destro secco alla mandibola che lo manda al tappetto. L’italiano torna in piedi facendo appello a quell’orgoglio che non gli manca proprio, ma Fujii imperversa e dopo averlo messo a terra altre due volte, al minuto 2’33” del secondo round Sandro si arrende e cede la corona mondiale. Non sarà mai più sua.

Sandro assorbe la sconfitta con dignità, si ferma sei mesi e quando torna sul ring riprende l’inseguimento all’unico titolo mancante alla sua collezione, quello europeo. Ma la maledizione insegue il pugile milanese, costretto ad arrendersi a Montecatini, il 2 aprile 1970, al francese Rene Roque, pure stavolta per un verdetto contestato che lo boccia ben oltre i propri demeriti. Lopopolo ci prova ancora, ma non c’è niente da fare, nè a Parigi contro l’altro transalpino Roger Zami il 28 febbraio 1972, nè a Grenoble contro l’ennesimo francese Roger Menetrey il 9 dicembre 1972, stavolta per la cintura dei welter, che lo mette giù e spenge definitivamente il suo sogno europeo.

Sconfitto per la quarta ed ultima volta nell’incontro per il titolo continentale, Lopopolo annuncia il ritiro dall’attività, ma i commenti entusiastici per quest’ultima generosissima prova, seppur non confortata dalla vittoria, convincono Sandro a riprendere a combattere. Sconfigge Pietro Gasparri il 30 marzo 1973 ma, proprio nel momento in cui si torna a parlare di una possibile sfida con Bruno Arcari, campione del mondo dei superleggeri in carica, Lopopolo cambia idea e appende definitivamente i guantoni al chiodo.

Esce così di scena l’ultimo superstite di quella meravigliosa nidiata di campioni prodotta dalle Olimpiadi romane del 1960, “l’erede di Duilio Loi“, appunto. E l’etichetta, seppur il pugile milanese l’avesse accettata di buon grado, finì nondimeno per condizionarlo e nonostante il titolo mondiale in bacheca non riuscì a conquistare mai del tutto l’apprezzamento degli appassionati della noble art, che mal digerirono alcune fiacche esibizioni, certe prove abuliche, qualche sconfitta sconcertante, l’eccessiva parsimonia nell’accettare i rischi che un mestiere come il pugilato impone. Seppur meticoloso ed anche ossessivamente accurato nel preparare i colpi in palestra, a Lopopolo mancò il sostegno del… popolo della boxe, troppo più affascinato da Benvenuti, Mazzinghi, proprio Duilio Loi. E l’apprezzamento unanime non gli venne concesso.

Così è la vita, non si può aver tutto, ma almeno un titolo mondiale Sandro Lopopolo lo ha fatto suo. E quello non potrà mai negarglielo nessuno.

JOE WALCOTT, IL DEMONIO DELLE BARBADOS

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Joe Walcott contro Joe Gans – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

C’è un Joe Walcott, statunitense, che fu campione del mondo dei pesi massimi prima di venir abbattuto da Rocky Marciano, e c’è un Joe Walcott, britannico della Guyana, che qualcuno di molto autorevole considera il peso welter più forte della storia. Ecco, di lui, che fu soprannominato “il demonio delle Barbados“, tratteremo oggi su queste pagine.

Cominciando col dire che qui stiamo parlando della boxe dei primordi, ovvero quando ancora non ci sono regole ferree e i confini tra le categorie di peso sono assolutamente variabili. Fatto è che che il nostro Joe, classe 1873, nasce a Demerara, appunto in quella Guyana cha appartiene a Sua Maestà The Queen, da padre di origini brasiliane che lavora duramente spaccandosi la schiena a tagliare canna da zucchero. Joe ha muscoli possenti, cassa toracica enorme, braccia lunghe e porta i segni di quella razza che nell’aspetto ricorda gli abitanti dell’estremo Artico, ovvero taglio sottile ed obliquo degli occhi.

A 14 anni si imbarca su un brigantino in destinazione Boston come inserviente in cucina, ed è la scelta di vita che ne segnerà il futuro. Abbandona la dura vita nei campi e sa già, per certo, che a Demerara non metterà più piede. Una volta giunto in America comincia a far di pugni, con quella potenza devastante che ne sarà sempre il segno di distinzione, così come pratica la lotta pur non entusiasmandosi particolarmente nell’esercizio specifico. Nel 1890 incrocia per la prima volta i guantoni con un certo Tom Powers, mandandolo al tappeto dopo due riprese, ed è solo l’inizio di quell’avventura sul ring che lo renderà famoso. Al punto che proprio Joe Walcott, l’americano, deciderà di farsi chiamare così in suo onore (all’anagrafe era in realtà Arnold Raymond Cream).

Il nostro Walcott, il barbadoregno, è un formidabile picchiatore, seppur con scarsa tecnica che mai riuscirà ad affinare nel corso della carriera nonostante i tentativi dei suoi maestri. Ma fa lo stesso, pur compattato su 65 kg. di peso e 156 centimetri di altezza, affronta spesso e volentieri avversari ben più prestanti di lui, nondimeno dando loro sonore legnate. Ha la fortuna di poter contare su un manager di spicco, Tom O’Rourke che oltre a Walcott si occupa di un altro grande campione dell’epoca, George Dixon, e gli spalanca le porte del campionato del mondo, gettandolo nella mischia il 29 ottobre 1897 al Mechanic’s Pavillon di San Francisco dove cede per k.o.t.alla dodicesima ripresa a Kid Lavigne per la corona iridata dei pesi leggeri.

La sconfitta è bruciante, così come era stata bruciante qualche mese prima contro lo stesso Lavigne in una sfida non valida per il titolo mondiale, e come è altrettanto amara quella con il canadese di origini irlandesi Mysterious Billy Smith il 6 dicembre 1898 al Lenox A.C. di New York per il titolo mondiale dei pesi welter. E’ solo il terzo di sei combattimenti tra i due pugili, con Smith, considerato un duro, che riesce a contenere la furia demolitrice di Walcott per imporsi infine ai punti. “Il demonio delle Barbados” poi prenderà le misure al nordamericano e farà suoi i tre successivi incontri, seppur senza titolo in palio.

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Joe “Barbados” Walcott – da it.wikipedia.org

Già, la palma di miglior pugile del mondo. Che Walcott va inseguendo con insistenza da qualche anno e che può finalmente far sua il 18 dicembre 1901 quando all’International A.C. di Fort Erie, nell’Ontario, manda prima a terra e poi sconfigge per k.o.t alla quinta ripresa Jim Rube Ferns, travolto da una selva di colpi di terrificante violenza. Tommy West e Billy Woods sono le due prime difese del titolo, entrambe vinte ai punti, prima di vedersi strappare la corona da Dixie Kid, più giovane di dieci anni, che il 29 aprile 1904 approfitta della squalifica del detentore del titolo per salire a sua volta sul tetto del mondo dei pesi welter.

Ad onor del vero l’apparente squalifica senza motivo in cui incorre Walcott alla 20esima ripresa mentre stava dominando il combattimento si giustifica, eccome se si giustica, una volta che verrà accertato che l’arbitro dell’incontro, tale Dick Sullivan, aveva scommesso prima del match sulla vittoria di Dixie Kid!

A Walcott l’esito della sfida non va proprio giù ed ottiene una pronta rivincita, il 12 maggio dello stesso anno, che si risolve in un verdetto di parità; e solo con la rinuncia di Dixie Kid di difendere la corona ritenendola un intralcio  alla possibilità di guadagnare buone borse ovunque fosse richiesto, può avere una nuova chance di combattere per il titolo mondiale dei pesi welter. Il 30 settembre 1904 affronta Joe Gans, chiudendo il match in pareggio che gli vale la corona, non prima però di aver incrociato i guantoni, qualche settimana prima, al Lake Massabesic Coliseum di Manchester, nel New Hampshire, con Sam Langford, incontenibile picchiatore, un peso mediomassimo prestato per l’occasione ad un welter.

Ecco, se c’è un combattimento che rende piena giustizia al valore assoluto di Joe Walcott, più dei titoli mondiali vinti e persi (tra questi anche le due ultime sfide valide per la cintura con Honey Mellody, entrambe perse nel 1906 a Chelsea, dopo che l’anno prima, a Capodanno, si era accidentalmente sparato un colpo di pistola su una mano, faticando poi a ritrovare una forma accettabile), è proprio quella volta che osò affrontare “lo spaccaossa di Boston“, uno dei pugili più forti della storia: per venti riprese intense, violente, pure estremamente equilibrate, Joe tenne testa ad un rivale che lo sovrastava di almeno venti chili, rimanendo in piedi e facendo match pari. Sì, perchè pareggio fu ma è come se avesse vinto. Il welter che ferma il massimo… roba da fenomeno. E Joe Walcott, il “demonio delle Barbados“, fenomeno lo era proprio.

 

 

LUCIAN POPESCU, IL “CHOCOLATE BOY” RUMENO CHE VINSE TRE CINTURE EUROPEE

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Lucian Popescu – da romaniamare.info

articolo di Nicola Pucci

Non capita spesso di occuparci di pugilato in un paese come la Romania che ha nella ginnastica (Nadia Comaneci la più grande di tutti), nel canottaggio (Elisabeta Lipa e Georgeta Damian hanno vinto cinque ori olimpici a testa) o nel calcio (con lo Steaua sul tetto d’Europa nel 1986 grazie al para-rigori Ducadam) gli sport che hanno regalato le maggiori soddisfazioni. Eppure si può far qualche eccezione, e se Nicolae Lica nel 1956 vinse ai Giochi di Melbourne nella categoria dei pesi welter, senza dubbio Lucian Popescu è il più forte boxeur a battere la bandiera di Dracula.

Popescu nasce a Bucarest, il 12 gennaio 1912, e che ci sappia fare con i guantoni è certo fin da adolescente, quando 14enne sale sul ring e atterra chi gli capita a tiro. L’anno dopo, il 23 dicembre 1927, passa tra i dilettanti affrontando al debutto Nelu Oprescu, costretto ad arrendersi all’ardore del giovanotto emergente, ed è l’inizio di una carriera che se nell’arco di 18 anni, fino al 1945 quando vince il suo sessantaseiesimo ed ultimo combattimento contro il connazionale ed omonimo Gheorghe Popescu, gli regala onori e gloria in giro per l’Europa, gli nega pure la chance mondiale per qualche verdetto poco chiaro e la mancanza degli appoggi giusti al momento giusto.

Chocolate boy“, così chiamato per la carnagione scura della pelle, ha una boxe elegante ed efficace, e dopo aver vinto il titolo nazionale ed esser diventato professionista al cospetto del tedesco Hermansohn, si accorgono di lui anche in Europa il 7 giugno 1930 quando nella sua Bucarest, alla Ramcomit Hall, davanti ad un pubblico entusiasta che acclama il suo campione, affronta il francese Kid Oliva per la cintura europea dei pesi mosca. Popescu veste i panni dello sfidante ma non pare certo intimorito da un avversario che dichiara di recarsi in Romania per “un viaggio di vacanza“, anzi, sommerge il malcapitato avversario sotto una selva di colpi, mandandolo ben sette volte al tappetto prima che il match venga interrotto al decimo round. Il titolo europeo è suo, e non sarà certo l’ultimo.

La difesa del titolo infatti è convincente, contro l’altro transalpino Renè Chalange un paio di mesi dopo, prima di cedere la corona a Jackie Brown che il 4 maggio 1931, a Manchester, lo costringe a cedere lo scettro. Non sarà l’ultima sconfitta in carriera per Popescu, che nondimeno andrà al tappetto solo una volta, contro Domenico “Pasqualino” Bernasconi, un lombardo purosangue che lo mette giù alla terza ripresa, a Milano, il 19 marzo 1932, giorno in cui l’italiano strappa al rumeno la cintura europea dei pesi gallo conquistata il 19 settembre 1931, sempre a Bucarest, alla Roman Arenas, contro l’iberico Carlos Fix.

Altro non è che la seconda categoria di peso in cui Popescu primeggia a livello continentale, a dimostrazione dell’indubbio talento e di una classe senza eguali, almeno in patria, ma anche di evidenti difficoltà a tenere sotto controllo i chilogrammi in eccesso, il che gli concedono un’ulteriore chance europea, stavolta nella categoria dei pesi piuma, quando prima cede ai punti a Josè Girones, combattendo a Barcellona il 22 novembre 1933, per poi infine conquistare il titolo, quando ormai nessuno ci credeva più e la china discendente sembrava inesorabilmente avviata, ovviamente davanti al pubblico amico della capitale, 6.000 paia di occhi gaudenti della Roman Arenas, il 3 giugno 1939, quando sconfigge il belga Phil Dolhem con verdetto unanime.

Popescu è nel pieno delle sue facoltà pugilistiche, 27enne pronto a cogliere l’occasione mondiale caso mai qualche promotor gliela voglia concedere. Ma se Lucian è abile sul ring, non lo è altrettanto nel cercarsi le giuste alleanze, e di pari passi con l’evento bellico della Seconda Guerra Mondiale sfuma anche il sogno iridato. Non prima, però, di aver ceduto la cintura europea dei pesi piuma all’austriaco Ernst Weiss, che lo batte a Vienna il 30 maggio 1941, così come aver fallito il tentativo di riconquista contro la “girandola reggianaGino Bondavalli, che proprio in quel di Reggio Emilia lo sconfigge ai punti esattamente un anno dopo.

Un ultimo titolo nazionale contro Ion Sandu, categoria pesi leggeri, e poi l’addio all’attività pugilistica con due sfide a Petre Bratescu. Lucian Popescu passa dall’altra parte della palizzata, impegnandosi a divulgare la sua arte ai giovani pugili del club di boxe Progresul: già, perchè vincere il titolo europeo in tre categorie di peso diverse non è impresa da poco (ci è riuscito solo il francese Georges Carpentier) e per questo Popescu, in Romania, è proprio una laggenda.

PARK SI-HUN, L’ORO PIU’ SCANDALOSO DELLA STORIA

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Park Si-Hun al momento della proclamazione a vincitore della finale – da wonderslist.com

articolo di Giovanni Manenti

Chi è appassionato di pugilato sa bene che si tratta di una disciplina in cui ci possiamo trovare di fronte talora a verdetti discussi e discutibili, ma quanto avviene alla “Chamshil Students’ Gymnasium Arena” di Seul in occasione delle Olimpiadi del 1988, e segnatamente nella categoria dei pesi medi junior per favorire il pugile di casa Park Si-Hun, è qualcosa che va al di là dell’inverosimile.

Debita premessa: ai Giochi di Los Angeles del 1984, era stata la delegazione sudcoreana a lamentarsi di alcune decisioni avverso i propri pugili ed in favore dei rivali americani (in particolare nel match tra Jerry Page e Kim Dong-Kil valevole per i quarti di finale della categoria dei pesi welters junior) ed un certo “desiderio di vendetta” era nell’aria, ma andiamo con ordine.

Il primo a fare le spese dell’oro assegnato a prescindere al pugile coreano è l’azzurro Vincenzo Nardiello che, dopo essersi sbarazzato del samoano Likou Aliu e del rappresentante di Bermuda Quinn Paynter (entrambi sconfitti per k.o.), incrocia i guantoni con Park Si-Hun nel match dei quarti di finale che determina l’accesso alla zona medaglie.

Nardiello domina le prime due riprese, subendo in parte il ritorno del coreano nella terza, ma senza sembrare in grado di rovesciare il verdetto che, viceversa, premia Park Si-Hun per 3-2, scatenando le ire del pugile italiano e del capo delegazione Mario Pescante che senza mezzi termini proclama un “siete dei ladri“, anche nell’intento di calmare un Nardiello visibilmente fuori di sé.

Il reclamo del clan italiano viene respinto e Park Si-Hun, dopo aver superato con verdetto unanime (5-0) il canadese Raymond Downey, si appresta ad affrontare in finale il più forte rappresentante degli Stati Uniti, Roy Jones Jr., il quale è giunto all’atto conclusivo con una vittoria per k.o. al primo round contro Makalamba, pugile del Malawi, e tre successi ai punti con verdetto unanime (5-0) contro il cecoslovacco Franek, il sovietico Zaytsev e l’inglese Woodhall in semifinale.

L’andamento del match è a senso unico, con Jones che dispone a suo piacimento del coreano – tanto che un conteggio (non ufficiale) dei colpi andati a segno recita 86 a 32 per l’americano – ma anche in questo caso, tra la sorpresa generale, ivi compresa quella dell’arbitro dell’incontro (che non ha diritto di voto), il quale stenta a credere di dover alzare il braccio del coreano, la vittoria viene assegnata a Park Si-Hun da tre giudici su cinque, con il marocchino Hiouad Larbi che, successivamente, ammetterà di aver dato la vittoria al coreano solo per impedire che venisse sconfitto per 5-0, tanta era stata la superiorità di Jones. Anche in questo caso, il reclamo avanzato dalla Federazione Usa verrà respinto, anche quando, a distanza di anni, verrà alla luce che due giudici erano stati corrotti.

Per dovere di cronaca, occorre rilevare come lo stesso Park Si-Hun si sia personalmente scusato con Jones – al quale, come “contentino“, viene assegnato il “Val Barker Trophy“, riservato al miglior pugile dell’intera rassegna olimpica – riconoscendone in maniera palese la superiorità sia sul ring al momento del verdetto che successivamente sul podio.

Jones avrà modo di rifarsi con una splendida carriera tra i professionisti che lo porterà a conquistare varie corone mondiali in diverse categorie, dai pesi medi ai supermedi e dai mediomassimi (leggendaria la sfida del 2008 con Joe Calzaghe al Madison Square Garden di New York) ai massimi, tanto da essere considerato uno dei migliori pugili “Pound for Pound” di ogni epoca. Ma quel verdetto di Seul 1988 è uno macchia nera, involontaria, nella sua carriera, ed un’offesa allo spirito decoubertiano delle Olimpiadi. Mai più, per favore.

MAX SCHEMELING E QUEL PUGNO CHE MISE FUORI COMBATTIMENTO JOE LOUIS

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La gioia di Schmeling dopo aver messo al tappeto Louis – da boxrec.com

articolo di Nicola Pucci

Max Schmeling è una sorta di campione del regime, e quella sera del 19 giugno 1936, allo Yankee Stadium di New York, lontano dagli occhi dei gerarchi nazisti ma ben saldo nelle vicinanze dei loro cuori, sta per assurgere al rango di eroe del Reich.

Giovanotto di belle speranze, nato a Klein Luckow il 28 settembre 1905, prussiano nelle origini così come nel temperamento di solido combattente forgiato alla fatica, Schmeling ha già buon pedigree, se è vero che al titolo europeo dei pesi massimi fatto suo esattamente nove anni prima, il 19 giugno 1927, contro il belga Fernand Delarge, ha aggiunto le difese continentali con il connazionale Hein Domgoergen e con il piemontese Michele Bonaglia, per poi combattere per la cintura iridata con Jack Sharkey, due sfide che hanno visto il germanico sul tetto del mondo, primo europeo campione dei pesi massimi il 12 giugno 1930,  poi detronizzato nella rivincita al Madison Square Garden il 21 giugno 1932, sconfitto ai punti.

In virtù di questi risultati Schmeling è il prototipo non solo dell’ariano alto, biondo e forte (anche se lui, ad onor del vero, ha capelli scuri e carnagione olivastra), ma è altrettanto perfetto per esaltare ad arte la follia ideologica e i valori pagani del nazionalsocialismo. E’ altresi vero che Max non si dichiara apertamente simpatizzante del partito della svastica, avendo come manager l’ebreo Joe Jacobs, nondimeno è amico della famiglia Goebbels e quindi uno strappetto alla regola si può pure concedere, campione quale lui è, al servizio del regime.

Quale miglior occasione, pertanto, di quella offerta dalla possibilità di affrontare il “bombardiere nero“, Joe Louis, a casa sua, per certificare la superiorità della razza ariana? Il bianco che batte il nero? Detto, fatto, Schmeling, che da anni ormai risiede in America, è pronto alla sfida che non lo vede certo con i favori del pronostico. Louis è il fenomeno emergente, nove anni più giovane del tedesco, con un record di 24 successi (di cui 20 per k.o.) in 24 combattimenti da professionista e gli scalpi di due campioni del mondo come Primo Carnera e Max Bear. 60.000 appassionati sono presenti ad un evento inizialmente previsto per il 18 giugno, slittato poi al giorno dopo per colpa della pioggia.

In effetti quel che ne viene fuori è un incontro che disattende le previsioni. Schmeling ha studiato attentamente la boxe del rivale, notando ad esempio il difetto di abbassare la mano sinistra dopo aver portato il suo jab mancino. E proprio su questo colpo Max imposta il suo tentativo di scardinare la difesa di Louis, portando l’attacco col destro che se nei primi tre round non sortisce gli effetti sperati, alla quarta ripresa manda al tappeto Joe.

Contato per la prima volta in carriera, Louis riesce a riguadagnare il centro del ring ma il colpo lo ha tramortito squarciando la sua sicurezza di fenomeno. Nei round successivi Schmeling è padrone della contesa, Louis prova a resistere in punta di piedi ma infine, al minuto 2’29” della dodicesima ripresa, va giù ancora e stavolta per non rialzarsi più. Arthur Donovan, arbitro del match, esaurito il conteggio del “nero di Detroit“, proclama la vittoria di Schmeling e l’America tutta, così come il mondo del pugilato internazionale, applaude all’impresa non prevista del ragazzone tedesco. Che saluta con un “Heil Hitler” che suona di propaganda ma per chi ha occhio attento non pare propriamente sincero. Già.

E’ l’apice della carriera di Schmeling, pugile dalla tecnica sopraffina, che torna in patria a bordo del dirigibile “Hindenburg” e diventa un eroe ad uso e consumo del nazismo. Ma se le circostanze danno, pure tolgono: due anni dopo, stesso palcoscenico dello Yankee Stadium, ma stavolta con il titolo mondiale in palio, sarà uno scatenato Louis a prendersi una clamorosa e netta rivincita, atterrando l’avversario dopo soli 2’04” del primo round. A quel Max Schmeling che aveva conosciuto le stelle, ora non rimane che tornare alle stalle, scaricato e sbeffeggiato da quegli stessi uomini che lo avevano usato… ma il pugno che affossò Louis, così come il suo nome, appartengono all’epica della noble art. Ora e sempre. Alla faccia di Hitler e la sua combriccola di manigoldi.