HOLYFIELD-FOREMAN, “LA BATTAGLIE DELLE ETA'” DEL 1991

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Una fase del match – da ringtv.com

articolo di Nicola Pucci

Quando Evander Holyfield, il 25 ottobre 1990, manda al tappeto al terzo round James “Buster” Douglas diventando campione del mondo dei pesi massimi ed allo stesso tempo vendicando quel Mike Tyson che con Douglas, nel febbraio precedente, aveva subito un’inattesa e pure tanto bruciante sconfitta, sa già che lo attende al varco, di lì a qualche mese, George Foreman.

Già, perché il 42enne di Marshall, che fu medaglia d’oro alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, che venne reso immortale dall’epica sfida del 30 ottobre 1974 a Kinshasa, nello Zaire, “The rumble in the jungle” contro Mohammad Alì, che nel 1977 lasciò la boxe dopo la sconfitta contro Jimmy Young e che nei successivi dieci anni predicò il verbo del Signore, tornò poi sul ring nel 1987, nuovamente attratto dal fascino dei guantoni, ponendosi l’obiettivo di riconquistare la cintura più ambita da chiunque, almeno una volta della vita, combatta un match di pugilato.

Ed in effetti, se Holyfield, 28enne di Atmore, è il detentore del titolo, nel pieno delle sue forze ed imbattuto da professionista, sebbene possa vantare, al contrario del rivale, solo una medaglia di bronzo ai Giochi di Los Angeles 1984 quando venne sconfitto in semifinale dal neozelandese Kevin Barry, il ruolino di marcia di Foreman nei quattro anni dal ritorno recita un 24-0 che non ammette repliche e la dice lunga sulla competitività di “Big George” che ha ottenuto ben 23 successi prima del limite, atterrando qualsiasi avversario abbia provato a sbarrargli la strada nell’inseguimento di una nuova chance iridata. Che, puntualmente, grazie a quel fantastico promoter che risponde al nome di Bob Arum (ed anche agli 11 milioni di dollari elargiti da un certo Donald Trump, tramite il Trump Plaza Hotel and Casino, che fiuta l’affare del secolo pugilistico) gli viene offerta, ed il 21 aprile 1991, al Convention Center di Atlantic City, Holyfield e Foreman si troveranno l’uno di fronte all’altro, Evander con la dichiarata intenzione di confermarsi re dei pesi massimi e George che può diventare il campione del mondo più anziano di sempre. A dimostrazione, nel caso succeda, che la carta d’identità non rappresenterebbe un problema.

La borsa offerta ai due contendenti è inevitabilmente lucrosa, 20 milioni di dollari per Holyfield e 12,5 per Foreman, e le aspettative per una sfida che nei mesi preliminari non manca certo di far discutere e provocare scintille altrettanto alta. Se Foreman millanta ogni tre per due di essere sicuro di detronizzare il campione del mondo, il manager di Holyfield, Dan Duva, non la manda certo a dire, affermando che “la gente sostiene che Foreman sia in forma come un violino, a me sembra invece più simile ad un violoncello“. Giocando, ovviamente, sul peso di “Big George“, che dichiara 117 chilogrammi (per 193 centimetri di altezza) contro i 94 chilogrammi di Holyfield (che, da par suo, è alto 188 centimetri).

Il titolo in palio riunifica le cinture WBA, WBC e IBF, e se l’evento, trasmesso in pay-per-view da TVKO, si merita l’interesse di quasi 1 milione e mezzo di americani, che ancor oggi è lo share più alto mai fatto registrare da un evento in diretta, portando in casa 55 milioni di dollari di diritti televisivi, altri 19.000 spettatori trovano posto posto sugli spalti del Covention Center, trepidando in attesa che i due campionissimi se le diano di santa ragione.

Ed è quel che accade tra le corde, perché se Holyfield, che viene dato logicamente favorito, 3 a 1, fa valere tutta la sua abilità di pugile completo e padrone dei colpi, Foreman incassa ed ha forza a sufficienza per provare a scardinare la difesa del campione. Cosa che parrebbe succedere nel corso di una memorabile settima ripresa, che la prestigiosa rivista The Ring Magazine eleggerà poi “round of the year“, quando, dopo che Evander, palesando la consueta aggressività, ha attaccato il rivale con veemenza colpendolo con il jab, George, inizialmente sulla difensiva in attesa del momento giusto per mulinare il destro, approfitta di un gancio sinistro andato a vuoto del campione per sferrare un poderoso gancio destro che si stampa sulla testa di Holyfield. Quel che succede poi è un susseguirsi di scambi di rara intensità agonistica, ai tentativi di Foreman che vuol cogliere l’attimo fuggente rispondono i contrattacchi di Holyfield, se l’uno regge e riparte l’altro fa la voce grossa e para i colpi di chi lo vuol buttare giù dal trono. Al gong Foreman è illeso ed Holyfield non ancora in grado di assestare il pugno del k.o., più fresco dello sfidante, e potrebbe essere altrimenti vista la differenza di età?, ma incerto sull’esito del match.

Che anche nei round successivi segue tuttavia il copione prestabilito, Evander indubbiamente più propenso all’attacco e George sulla difensiva. Fino al gong della 12esima ripresa, che sancisce, per verdetto unanime, la vittoria di Holyfield, con i cartellini di Tom Kaczmarek, 115-112, Jerry Roth, 117-110, ed Henry Eugene Grant, 116-111, che non ammettono dubbi su chi sia stato il più meritevole sul ring.

E così, quella che è nota come “Battle of the ages” (“Battaglia delle età“), finisce com’era nelle previsioni della vigilia. Perché quando un giovane, pure più forte, affronta un seppur arzillo vecchietto, vince sempre lui. Anche se tre anni dopo George Foreman, 45enne, strapperà il titolo mondiale a Michael Moorer. Così, tanto per firmare un record e smentire gli scettici… alla faccia dei luoghi comuni.

MICHAEL CARRUTH, L’ORO OLIMPICO FESTEGGIATO CON FIUMI DI BIRRA

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Michael Carruth – da irishnews.con

articolo di Nicola Pucci

La storia sportiva di Michael Carruth ha qualcosa del curioso. Perché premia un paese, l’Irlanda, che mancava dal gradino più alto del podio addirittura dalle Olimpiadi di Melbourne del 1956, e che quando, appunto Carruth, riuscì a salirci a Barcellona nel 1992, decise di festeggiare in maniera del tutto originale. Oseremmo dire, niente affatto sobria.

Torniamo dunque all’edizione del 1956 dei Giochi, che hanno come sede il continente australe e che per esigenze climatiche si disputano in quella che in Europa è la stagione invernale. Il 1 dicembre accade, infatti, che Ron Delany, 21enne di Arklow, vinca i 1500 metri a tempo di record olimpico, 3’41″2, regalando all’Irlanda quella che è soltanto la sua quarta medaglia d’oro della storia, tutte conquistate in atletica leggera, due con il leggendario martellista Pat O’Callaghan (Amsterdam 1928 e Los Angeles 1932) ed una con il 400 ostacolista Bob Tisdall (sempre nella “città degli Angeli“, che evidentemente porta fortuna). Dopodiché, per il paese caro a San Patrizio, solo piazzamenti, con due argenti e due bronzi distribuiti in 36 anni di partecipazioni olimpiche.

A Barcellona, nel 1992, spira però aria nuova, sullo sport irlandese. E che possa scapparci il colpaccio tinto d’oro, se ne ha sentore nella giornata del 9 agosto, che calendarizza le finali del torneo di pugilato. Che storicamente è disciplina che, oltre a regalare i due bronzi di Jim McCourt nei pesi leggeri a Tokyo nel 1964 e di Hugh Russell nei pesi mosca a Mosca nel 1980, racconta che quando si tratta di impugnare i guantoni l’Irlanda può pur sempre vantare qualche campione dall’illustre pedigree.

Giova pur sempre ricordare, infatti, che proprio in Irlanda, a far data anni Venti, al National Stadium di Dublino si disputarono i primi combattimenti di boxe sul suolo europeo, e se poi seppero davvero farsi rispettare pugili del calibro di James Braddock (quello di “cinderella man“, tanto per intendersi), Tommy Loughran, Mickey Walker e Terry “il terribile” McGovern, solo per citarne alcuni che divennero campioni del mondo e che, seppur americani di passaporto, avevano sangue irlandese nelle vene, ecco che in Catalogna tocca a Wayne McCullogh scendere per primo sul ring allestito al Pavelló Club Joventut Badalona, uscendo infine sconfitto dal combattimento con il cubano Joel Casamayor che si prende l’oro dei pesi gallo relegando lo sfidante alla piazza d’onore.

Tocca poi, per la categoria dei pesi welter, a Michael Carruth, che si trova a dover fronteggiare per l’assalto alla medaglia d’oro un altro caraibico, Juan Hernandez Sierra. Ma prima che i due giovanotti se le diano di santa ragione, è bene presentare l’irlandese, che è nato a Dublino il 9 luglio 1967, ha dunque 25 anni, ha iniziato a boxare sulle orme di papà Austin, allenatore al Greenhills Boxing Club della capitale, è caporale dell’Irish Army ed ha già testato il clima olimpico alle Olimpiadi di Seul del 1988 quando, allora 21enne, battè nettamente all’esordio il giapponese Satoru Higashi prima di andare pesantemente al tappetto al primo round della sfida di secondo turno, abbattuto dallo svedese George Scott che si sarebbe poi spinto fino alla finale, perdendola contro il tedesco orientale (già, erano ancora i tempi del Muro di Berlino) Andreas Zulow. E se l’anno dopo, ai Mondiali dilettanti di Mosca, Carruth si è in parte rifatto strappando una medaglia di bronzo, sconfitto da Andreas Otto, altro pugile battente bandiera DDR, con un eloquente 18-1 in semifinale, ecco che nel triennio successivo, acquisita la necessaria esperienza, punta il mirino sui Giochi di Barcellona del 1992.

E qui Michael fa valere ardore, coraggio ed anche una buon tasso tecnico, entrando in gara con un facile successo ai punti, 11-2, contro il samoano Mikaele Masoe, per poi, per uno strano scherzo del destino, prendersi la rivincita sullo stesso Otto – che a Mosca fu argento come fu argento anche ai Mondiali di Sydney del 1991 battuto da Juan Hernandez Sierra -, che stavolta è costretto ad arrendersi, 35-22, al desiderio di rivalsa dell’irlandese. E se nel frattempo lo stesso Sierra, in qualità di campione del mondo e gran favorito della kermesse a cinque cerchi, non ha difficoltà a sbarazzarsi del francese Said Bennajem, 6-0, del coreano Jun Jin-Chul, che va k.o. alla seconda ripresa, e dello svedese Soren Antman, pure lui atterrato al secondo round, il quartetto che in semifinale si gioca le medaglie vede Carruth affrontare il thailandese Arkhom Chenglai e Sierra incrociare i guantoni con Anibal Acevedo, che a sorpresa ai quarti ha eliminato il rumeno Francisc Vastag, che ai Mondiali di Mosca del 1989, appunto, colse l’oro contro Otto.

Le due semifinali non hanno storia, con Carruth e Sierra a dominare i due sfidanti, sconfitti con punteggi severi, 11-4 ed 11-2 rispettivamente, ed allora, senza ormai più niente da perdere, anzi, con la gloria perpetua a portata di… pugno, l’irlandese, che non parte certo favorito dal pronostico, sale sul ring ad affrontare il pugile che tutti, ma proprio tutti, vedono quale futuro re d’Olimpia, imbattuto e vincitore com’è nei pesi welter ai Central American and Caribbean Games (1990), ai Pan American Games (1991), e ai Mondiali dilettanti (1991), che vincerà poi anche nel 1993 e nel 1995, che lo hanno confermato quale dominatore della categoria.

Ma le Olimpiadi rimangono un tabù, per Sierra, che sarà medaglia d’argento anche ad Atlanta 1996, e che il 9 agosto 1992 trova in Carruth, assistito all’angolo da papà Austin e che ha per coach un cubano, Nicolas Cruz, un avversario che proprio non ne vuol sapere di sprecare l’occasione di una vita. Anche perché sa che a casa sua, in Irlanda, un paese intero si è fermato per seguire la sua rincorsa alla medaglia d’oro, e che inizia con l’equilibrio del primo round, che Carruth, che stampa un paio di destri al volto del rivale, che lo sovrasta in altezza ed allungo, chiude in vantaggio, 4-3, prima di vedersi segnare sul cartellino dei giudici tre penalità che valgono l’8-8 al termine della seconda ripresa. Ed è proprio qui, quando si attende che il campione cubano possa far valere i diritti di una classe superiore, che Carruth sovverte le sorti dell’incontro affondando i colpi ed andando infine a garantirsi, 13-10, il suo personalissimo posto nella storia d’Irlanda. Perché, dopo 36 anni e per la prima volta nel pugilato, un figlio di San Patrizio sale sul gradino più alto del podio ai Giochi. In un tripudio di bandiere verde-bianco-arancio che sventolano nel palazzetto barcellonese.

Non finisce qui, perché è giusto che Michael Carruth venga omaggiato come si deve ad un campione olimpico. Ed allora, se la promozione a sergente è pressoché d’obbligo, al suo ritorno nell’isola i pub irlandesi abbassano il prezzo della birra a quello dell’ultima vittoria alle Olimpiadi, anno 1956, quattro pence. Una medaglia d’oro val bene un bel po’ di sbronze, dico bene? Perché quella sera ne versarono a fiumi, di pinte, per i locali di Temple Bar a Dublino

 

IL PUGILATO D’ORO DI VICTOR AVENDANO ALLE OLIMPIADI DI AMSTERDAM 1928

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Victor Avendano – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Son certo di stupirvi, se vi dico che l’Argentina, storicamente nota per aver regalato grandi momenti di calcio ed alcuni tennisti di livello assoluto, tra le 21 medaglie d’oro colte alle Olimpiadi si è vista nell’obbligo di dover ringraziare, soprattutto, qualche baldo giovanotto con i guantoni.

Già, proprio così, di quel numero non proprio consistente di metalli, ben sette riguardano i trionfi nel pugilato, a distanziare, guarda caso, proprio calcio, atletica e polo (che nel 1924, a Parigi, celebrò la prima vittoria ai Giochi del paese sudamericano), che per due volte hanno portato in dote il primo gradino del podio. E a far data 1928, quando la rassegna a cinque cerchi trova ospitalità ad Amsterdam, ecco che proprio la boxe sorride all’Argentina, in virtù dei successi di Arturo Rodriguez, che nella finale dei pesi massimi mette k.o. alla prima ripresa lo svedese Nils Ramm, e Victor Avendano, campione a cinque cerchi della categoria subito inferiore, quella dei mediomassimi. Ma se Rodriguez non ha poi dato un seguito tra i professionisti a quel trionfo, altresì impegnandosi con il rugby, e diremmo proprio con eccellenti risultati tanto da diventare capitano della Nazionale argentina, Avendano ha combattuto anche tra i “grandi“, in verità solo sul suolo amico di Buenos Aires, per poi diventare uno stimato arbitro internazionale a cui venne assegnata la direzione di ben quattro sfide valide per il titolo mondiale.

Torniamo però a quell’edizione memorabile, almeno per il pugilato argentino, di Amsterdam 1928, quando Avendano, che è nato nella capitale il 5 giugno 1907 ed ha approcciato la boxe all’età di 16 anni, attratto dalle imprese del grande Luis Angel Firpo che in un epico match andato in scena il 14 settembre 1923 al Polo Grounds di New York si toglie la soddisfazione di far volare oltre le corde un certo Jack Dempsey, prima di venire messo a sua volta al tappeto, entra in gara l’8 agosto, appunto, nella categoria dei pesi mediomassimi, affrontando al primo turno il cileno Sergio Ojeda. Le sfide di pugilato hanno come teatro il Krachtsportgebouw della città dei canali, e che Victor, che fino a quel momento ha perso solo 5 degli oltre 100 incontri disputati, sta prestando il servizio di leva in un reggimento di fanteria e necessita pertanto di un permesso speciale del Ministro della Guerra (a patto che si presenti ad Amsterdam nella sua uniforme di soldato) per potersi aggregare alla spedizione olimpica, possa dire la sua nella lotta alle medaglia è certificato da una vittoria senza appello ai punti.

Al torneo sono iscritti 16 pugili in rappresentanza di 16 paesi, e tra questi i due principali favoriti alla vittoria finale, l’americano Leon Lucas, che vanta una lunga esperienza dall’alto dei suoi 27 anni, e il tedesco Ernst Pistulla, campione nazionale tra i dilettanti e che morirà nella Campagna di Russia nel corso della Seconda Guerra Mondiale, per uno strano scherzo del destino si trovano sorteggiati l’uno contro l’altro già al debutto. Ad imporsi, ai punti, è proprio Pistulla, che non certo appagato, al secondo turno elimina, sempre con verdetto ai punti, l’irlandese Boy Murphy, per poi sbarrare la strada in semifinale al beniamino di casa, quel Karel Miljon che, già argento e bronzo in due edizioni degli Europei riservati ai dilettanti, è la grande speranza del pugilato olandese ed ha riposto sulla rassegna a cinque cerchi tutte le sue illusioni di grandezza.

Pistulla, dunque, l’11 agosto è puntuale all’appuntamento che vale la medaglia d’oro, e se il terreno sembra ormai liberato dei rivali più accreditati, ecco che la parte alta del tabellone offre in pasto al germanico Avendano, che al secondo turno si sbarazza, sempre ai punti e col sostegno di uno sparuto gruppo di connazionali, del canadese Donald Carrick, uno che oltre che sul ring ci sa fare anche sui green se è vero che è il miglior golfista del suo paese, per poi affrontare in semifinale il sudafricano Don McCorkindale, che al primo turno aveva subito interrotto il cammino del romano Domenico Ceccarelli.

Il combattimento è violento, e se McCorkindale prova a far valere la sua potenza, decisamente superiore a quella del sudamericano, Avendano, che ha classe da vendere, e a dispetto di un paio di avvertimenti, ci mette tutta la sua giovanile esuberanza, infine convince i giudici a premiarlo con un verdetto che gli apre le porte della sfida finale per la medaglia d’oro.

E nel mentre Miljon, battendo lo stesso McCorkindale, si mette al collo almeno la medaglia di bronzo, ecco che Avendano e Pistulla se le danno di santa ragione con in palio il titolo olimpico, in un incontro che non manca di appassionare il pubblico che, dopo aver visto l’altro argentino Victor Peralta, nei pesi piuma, defraudato di una meritatissima vittoria contro il pugile di casa Bep van Klaveren, è ostile alla giuria, parteggiando apertamente per il giovane boxeur di Buenos Aires. E’ scritto, infatti, che l’11 agosto 1928, ad Amsterdam, sia il giorno di gloria del pugilato argentino, ed allora Avendano, esattamente come Rodriguez qualche minuto dopo di lui, va a prendersi la vittoria, abbattendosi con furia sul tedesco in un primo round dominato, amministrando il vantaggio nella seconda ripresa ed infine legittimando la vittoria con un terzo round all’attacco, che lo proclama campione olimpico della categoria dei pesi mediomassimi. Meritandosi, in premio, che sia la stessa regina Guglielmina ad appuntargli la medaglia d’oro sul petto.

Visto che in Argentina, oltre al calcio ed al tennis, in aggiunta al polo, si è bravi anche nel tirar di pugni? Perché poi Avendano, a fronte di una breve carriera da professionista, avrà l’onore di arbitrare la sfida di rivincita tra Nino Benvenuti e Carlos Monzon, semplicemente il più grande di sempre della boxe bianco-celeste.

IL PUGILATO “DIPINTO” DI MICKEY WALKER

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Mickey Walker contro Jack Britton – da theflightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Il minimo che si possa dire di Mickey Walker è che avesse talento da vendere in qualsiasi cosa abbia provato a cimentarsi. Pugilato, amori, arte pittorica ed anche nell’utilizzo dei piaceri della bottiglia.

Già perché questo ragazzo di chiare origini irlandesi, nato ad Elizabeth, nel New Jersey, il 13 luglio 1901, figlio di un pugile professionista mancato, se con i guantoni ha scritto pagine leggendarie di boxe, una volta dismessi i panni del pugile di primissima fascia ha vestito quelli di pittore, dipingendo capolavori su tele quasi pari a quelli con cui incantò il mondo sul ring. Perché indubbiamente ci sapeva davvero fare, nell’uno come nell’altro caso.

Bando ai preamboli, seppur necessari, ed allora occupiamoci direttamente della carriera agonistica di Walker che negli anni in cui il pugilato è mestiere per uomini strappati alla strada debutta tra i professionisti non ancora 18enne, a far data 10 febbraio 1919 quando davanti al pubblico di casa chiude con un “no contest” la sfida con Dominic Orsini. E se i primi combattimenti di una lunghissima serie che, quando sarà l’ora di dedicarsi ad altro, totalizzerà 163 incontri con 131 vittorie, 25 sconfitte, 5 verdetti di parità ed appunto 2 non contests, sono marcati dal segno della vittoria, ecco che il 29 aprile dello stesso anno, sconfinando a Newark, conosce l’onta del primo k.o., messo al tappeto alla prima ripresa da Phil Delmont.

170 centimentri per 70 chilogrammi, Walker è un peso welter naturale, e se la strada che porta al combattimento per il titolo mondiale è decisamente lunga ed irta di ostacoli, ecco che Mickey, costretto inizialmente a dar di pugni in un’area in cui ancora non è stato installato il sistema di conteggio ordinario dello score, nel 1921 si sposta nel Rhode Island dove questo viene infine introdotto, perdendo per squalifica con Joe Stefanik, battendo una prima volta ai punti in dodici riprese Kid Green ed affrontando quel Jack Britton, che è campione del mondo in carica dei pesi welter, con il quale, il 18 luglio 1921, addiviene all’ennesimo no contest.

Ed è proprio con lo stesso Britton che Walker, il 1 novembre 1922, ha l’opportunità di combattere per il titolo mondiale, nel magnifico scenario del Madison Square Garden di New York. Quella che ne vien fuori è una sfida che mette in mostra tutto il coraggio e l’esuberanza del pugile del New Jersey, che si guadagna infine la corona di re dei pesi welter a chiusura di quindici round selvaggi, atterrando il rivale alla dodicesima ripresa ed infine aggiudicandosi l’incontro ai punti.

Da quel momento Walker diventa il dominatore incontrastato della categoria per almeno un quadriennio, difendendo il titolo in due incontri con Pete Latzo e Jimmy Jones, risolti con due no contests, e con Lew Tendler, mancino di grande esperienza, e Bobby Barrett, costretti invece a saggiare il sapore acre del tappetto, nel mentre Dave Shade e Sailor Friedman, nel 1925, sono a loro volta costretti ad alzare bandiera bianca.

Sarà lo stesso Latzo, il 20 maggio 1926 al Watres Armory di Scranton, in Pennsylvania, ad interrompere la bella avventura di Walker tra i pesi welter battendolo per decisione unanime ai punti, nel frattempo però Mickey, che si è guadagnato il nomignolo di “The Toy Bulldog“, ha operato anche il salto nella categoria superiore, quella dei medi, e il 2 luglio del 1925, al Polo Grounds di New York, incrocia i guantoni con Harry Greb, in quello che verrà designato come “match of the year” dalla prestigiosa rivista Ring Magazine. Ne vien fuori un combattimento dalla violenza inaudita, con il campione del mondo che tiene l’iniziativa nei primi round prima di vedersi mettere in difficoltà dalla boxe senza troppi tatticismi di Walker che carica a testa bassa e colpisce ripetutamente il detentore del titolo. Fino alla 14esima, risolutiva ripresa, quando Greb trova strada nella difesa dell’avversario colpendolo al mento con un destro di rara precisione ed efficacia. Barcollante, Walker riesce a rimanere in piedi anche nel successivo, ultimo round per vedersi infine decretare sconfitto per decisione unanime.

Il sogno di diventare campione del mondo anche dei pesi medi sembra svanire, ma a Walker, previa una vittoria ai punti su Jock Malone, viene concessa una seconda opportunità di combattere per il titolo, il 3 dicembre 1926 al Coliseum di Chicago. L’avversario, anche stavolta, è di quelli da far tremare i polsi, quel Tiger Flowers, diacono battista che distribuisce ai poveri della sua chiesa i premi guadagnati con la boxe, che ha spodestato proprio Greb battendolo due volte al 15esimo round. E Mickey non si lascia sfuggire la chance iridata, seppur ferito all’occhio sinistro già dalla quarta ripresa. Si combatte, anche qui, con energia per 10 round, e se Flowers sembra poter avere la meglio, ecco che nelle due ultime riprese è Walker ad abbattersi sull’avversario mettendolo, è proprio il caso di dirlo, alle corde. E quando il verdetto ai punti viene comunicato da Benny Yanger, unico giudice dell’incontro, in principio i fischi di disapprovazione accolgono la vittoria del pugile di origini irlandesi, per tramutarsi poi in timidi applausi. E parrebbe pure giusto così.

Walker legittima il titolo dei pesi medi nei tre anni successivi battendo Tommy Milligan per k.o. e due volte Ace Hudkins, per poi lasciare vacante la corona mondiale per provare ad impossessarsene di una terza, quelle ambitissima dei mediomassimi. E qui, la storia, oltreché complicarsi maledettamente, si fa anche tremendamente interessante, perché Walker, inevitabilmente costretto a pagar dazio sul piano fisico, ci mette tanto del suo, ovvero talento, spirito indomito e coraggio, andando a sfidare prima Tommy Loughran, altro figlio di immigrati irlandesi, il 28 marzo 1929 al Chicago Stadium, che lo batte di un niente ai punti, e poi l’ebreo Maxie Rosemblooom, con cui divide una sincera amicizia fuori dal ring, che il 3 novembre 1933 al Madison Square Garden, ancora ai punti seppur stavolta con piena unanimità, infrange il suo sogno di diventare campione del mondo.

Ce n’è abbastanza, a questo punto, per decidere di appendere i guantoni al chiodo, come puntualmente avviene due anni dopo complice un’ultima sconfitta per k.o.t. contro Erich Seeling, e se alcune altre gemme vanno ad impreziosire il curriculum agonistico di Walker, come ad esempio un pareggio con l’ex-campione del mondo dei pesi massimi Jack Sharkey e due vittorie contro due colossi del calibro dello spagnolo Paulino Uzcudun e di Rosembloom stesso, ecco che con pennello e tele Mickey ha modo di illustrare una vena artistica affatto disprezzabile.

Anzi, le opere di Walker troveranno il consenso dei galleristi, a New York come a Londra, e se bacco, tabacco e venere furono altri piacevoli passatempi, aprendo uno stimatissimo negozio di vini ad Elizabeth dove chiunque poteva presentarsi per sorseggiare un calice, ed amoreggiando sotto la Tour Eiffel con l’affascinante Norma Talmadge, si può negare che “The Toy Bulldog” non riuscisse ad eccellere ovunque provasse a cimentarsi? Chi lo ha visto giocare, giura fosse anche un golfista con i fiocchi

CARLO ORLANDI, IL PUGILE SORDOMUTO CHE SALI’ SUL TRONO D’OLIMPIA

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Carlo Orlandi – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Quando l’Italia si presenta alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 per difendere le proprie chances nel torneo di pugilato, ancora è vergine di medaglie se è vero che nelle precedenti quattro edizioni dei Giochi in cui la “noble art” è andata in scena mai è salita sul podio. Ed allora se in terra d’Olanda è proprio giunta l’ora di rompere il ghiaccio, ecco che gli azzurri si fanno rispettare con i guantoni al punto da comandare il medagliere finale della rassegna a cinque cerchi, in virtù delle conquiste d’oro di Vittorio Tamagnini, che sconfigge ai punti l’americano John Daley nei pesi gallo, di Piero Toscani, che fa altrettanto nei pesi medi superando il cecoslovacco Jan Hermanek, e con il milanese Carlo Cavagnoli a salire sul terzo gradino del podio nei pesi mosca strappando il bronzo al sudafricano Buddy Lebanon.

Ma c’è una medaglia, ancora d’oro, che forse più di ogni altra ha il sapore dell’impresa, perché a conquistarla è un ragazzo, che di nome fa Carlo Orlandi, in evidente difficoltà nell’espressione individuale, in quanto sordomuto, ma assolutamente superiore agli avversari quando si tratta di salire sul ring e dar di pugni a chi abbia il coraggio di affrontarlo. Ed anche a dispetto dell’età, se è vero che ad Amsterdam Orlandi ha poco più di 18 anni.

Carlo nasce infatti a Seregno il 23 aprile 1910, e da bambino sviluppa la sua menomazione, complice l’aggressione di un cane che lo azzanno a collo e spalla. Ma se le ferite, sul corpo, si rimarginano velocemente, non altrettanto si può dire di quelle che hanno lacerato l’animo dell’adolescente, perché l’accadimento è tanto traumatico che il piccolo Carlo da quel giorno maledetto perde in parte l’udito e mastica parole pronunciate a strappi, trovando fortunatamente nel pugilato l’occasione del riscatto. Orlandi, che ha visto al cinema l’incontro tra Dempsey e Carpentier rimanendone folgorato, entra per la prima volta in una palestra di Milano all’età di 15 anni, nel quartiere di Porta Romana che è una sorta di santuario della boxe meneghina, e qui trova l’ambiente ideale per esprimere quell’intelligenza e quella tenacia a cui le difficoltà nell’udire e nel parlare non possono davvero rendere giustizia. E sul ring, ben presto, il lombardo dimostra di essere il più forte di tutti, vincendo il titolo italiano dei pesi leggeri tra i dilettanti, il che gli garantisce il passaporto per le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, selezionato dal commissario tecnico Carletto Czerni. Pronto a far saltare il banco.

Al Krachtsportgebouw, dal 7 all’11 agosto, la categoria dei pesi leggeri di pugilato ha nel tedesco Franz Dubbers, così come nel campione nazionale americano Steve Halaiko e nello svedese Gunnar Berggren, i principali favoriti alla vittoria finale. A cui si aggiunge, noblesse oblige, il danese Hans Nielsen, campione olimpico in carica per la vittoria ottenuta quattro anni prima a Parigi contro l’argentino Alfredo Copello.

Ma se il germanico esce al secondo turno, battuto a sorpresa ai punti da un altro argentino, Pascual Bonfiglio, a sua volta poi eliminato proprio da Halaiko, lo statunitense e lo scandinavo rispettano i pronostici e si trovano avversari in una semifinale che promuove Halaiko all’atto conclusivo, con un verdetto per la verità contestato dal clan di Berggren e che genera una rissa tra le opposte fazioni, sedata solo dopo un paio d’ore di cazzottoni fuori ordinanza.

All’altra semifinale accede proprio Carlo Orlandi, che dopo aver battuto al primo turno lo spagnolo Roberto Sanz, non senza qualche difficoltà ad onor del vero e rimettendoci un dente, desta invece grande impressione nel vittorioso match con il rhodesiano Cecil Bissett ai quarti, messo k.o. al primo round. In semifinale Orlandi sconfigge ai punti il danese Hans Nielsen, che si vede così costretto a rinunciare al sogno del bis olimpico, e si presenta al combattimento che vale il titolo sostenuto dal tifo del pubblico di casa.

Orlandi, di carnagione olivastra tanto da venir chiamato “el negher de Porta Romana“, fa valere la sua boxe audace, raffinata ed elegante, senza essere un grande incassatore nè un violento picchiatore, ed infine vince meritatamente ai punti, anche se l’angolo americano contesta il verdetto, unanime, che boccia le ambizioni di Halaiko di diventare campione olimpico.

Per Carlo Orlandi, simpatico, estroso e carismatico tanto da meritarsi un ballo d’onore con la regina Guglielmina, non è solo un sogno che si avvera, ma anche l’occasione per gridare al mondo, con le sue imprese sportive, che ben più delle parole quel che contano sono i fatti. Il seregnino avrà poi una buona carriera da professionista, diventando campione italiano e campione europeo dei pesi leggeri, battendo nel 1934, a Milano, il belga Francois Sybille ai punti. Così, tanto per ribadire il concetto.

I TITOLI MONDIALI IN TRE CATEGORIE DIVERSE DEL SANDINISTA ALEXIS ARGUELLO

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Alexis Arguello in azione – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Non sono molti i pugili che sono stati capaci di vincere il titolo di campione del mondo in due diverse categorie di peso. Ed ancor più difficile è esser riusciti a conquistare la cintura in tre di queste, come ad esempio seppe fare il “sandinistaAlexis Arguello.

Nicaraguense di Managua, dove nasce il 19 aprile 1952, non si può davvero dire che Arguello abbia avuto un’esistenza ordinaria. E questo fin dall’infanzia, spesa nella miseria più nera del Barrio Monseñor Lezcano, quando uno degli otto figli di un padre calzolaio che tenta il suicidio saltando in un pozzo abbandonato quando Alexis ha 5 anni e che quando ne ha 9, non potendo più provvedere al suo sostentamento, lo obbliga, obtorto collo, a scappare di casa ed andare ad impiegarsi in un caseificio, a 13 anni se ne va in Canada a cercar fortuna, prima di rientrare a Managua per prendersi cura della sua famiglia.

Le difficoltà esistenziali forgiano il carattere del giovane Arguello, che lungo tutto l’arco di una memorabile carriera farà della determinazione e del coraggio le armi che gli consentiranno di risultare un vincente. E che il pugilato possa essere l’occasione del riscatto è già chiaro a tutti quando il ragazzo, troppo spesso coinvolto in risse da strada, colleziona un record da amatore di 58 vittorie e 2 sole sconfitte, debuttando al professionismo solo 16enne, nel 1968.

Non che l’esordio, il 26 ottobre 1968, sia dei più promettenti, se è vero che Arguello, che si avvicinò alla pratica pugilistica quando la sorella Marina sposò un boxeur, perde per k.o. alla prima ripresa contro un certo Israel Medina. Ma è solo lo scotto del debutto, perché poi, almeno per i primi anni di carriera, combattendo esclusivamente in Nicaragua, Alexis vince spesso e si costruisce un’eccellente reputazione quale peso piuma, diventando uno dei pugili più forti del Centroamerica. Il che, a far data 16 febbraio 1974, gli vale una prima chance iridata, sconfinando a Panama City ed affrontando il campione in carica, Ernesto Marcel, che lo batte ai punti dopo 15 riprese di combattimento serrato. Marcel si ritira subito l’incontro con Arguello, e se il titolo WBA dei pesi piuma rimane vacante, ecco che nove mesi dopo, il 23 novembre 1974, al Forum di Inglewood è proprio Alexis ad andare a prenderselo, battendo per k.o. alla tredicesima ripresa il messicano Ruben Olivares.

E’ solo l’inizio di un dominio della categoria che si protrae fino al 1977, lasso di tempo in cui Arguello difende il titolo contro il venezuelano Leonel Hernandez (k.o.t. all’ottava ripresa, a Caracas, 15 marzo 1975), il panamense Rigoberto Riasco (k.o.t alla seconda ripresa, davanti al pubblico amico dell’Estadio Flor de Cana di Granada, 31 maggio 1975), il giapponese Royal Kobayashi (battuto per k.o. alla quinta ripresa a casa sua, a Kokugikan, il 12 ottobre 1975) e il messicano Salvador Torres (mandato al tappeto alla terza ripresa, nuovamente al Forum di Inglewood, 19 giugno 1976), per poi decidere di saltare alla categoria superiore, quella dei superpiuma.

Ed anche qui Arguello conferma il suo status di fuoriclasse della boxe, tanto da venir considerato in Nicaragua, oggi che di anni ne son passati ormai tanti, lo sportivo più forte di sempre. Il 28 gennaio 1978, all‘Estadio Juan Ramon Loubriel di Bayamon, a Puerto Rico, Alexis sfida il temibilissimo detentore del titolo, il portoricano Alfredo Escalera, che ha già difeso il titolo dieci volte dopo averlo strappato al giapponese Kuniaki Shibata tre anni prima a Tokyo. Quel che va in scena è uno dei combattimenti più brutali e violenti della storia del pugilato, noto come “The bloody battle of Bayamon“, ed Escalera soccombe sotto i colpi di un Arguello scatenato che gli spacca naso e bocca prima di costringerlo alla resa definitiva al 13esimo round, non prima che il portoricano abbia venduta cara la pelle e a sua volta si sia abbattuto ripetutamente contro lo sfidante.

Nuovo campione del mondo dei pesi superpiuma, Alexis difende il titolo ben otto volte in due anni, compresa la rivincita garantita allo stesso Escalera che si arrende allo Sports Palace di Rimini, così come sono costretti ad alzare bandiera bianca, uno dopo l’altro, Rey Tam, Diego Alcalà, Arturo Leon, Rafael “Bazooka” Limon, Bobby Chacon, Ruben Castillo e Rolando Navarrete. Non poca preoccupazione, ad onor del vero, destarono i tagli al viso inferti da Escalera al campione, che rifiutò di farsi ricoverare in ospedale dopo l’incontro dovendo prendere un volo che lo riportasse in Nicaragua, permettendo al medico che lo assisteva di intervenire chirurgicamente sul suo volto mentre, da sveglio, in treno andava da Rimini all’aeroporto di Roma!

Dicevamo dell’esistenza molto poco ordinaria di Alexis Arguello, che nel mentre sferra pugni a destra e a manca in giro per il mondo, regalando gloria a se stesso e al suo paese, trova il tempo di impegnarsi politicamente con il movimento sandinista, che ribalta in Nicaragua la dittatura del generale Anastasio Somoza Debayle. Con i guerriglieri comunisti Arguello, che ha perso il fratello Edoardo ferito, catturato e bruciato vivo dalle forze governative, ha modo di illustrare il suo amor patrio, fin quando, una volta al potere, gli stessi sandinisti non gli confiscano case, auto di lusso, barca e conto in banca perché, a loro dire, Arguello aveva posato in foto con lo stesso Somoza. Inevitabile, il passaggio politico tra le file anticomuniste, trasferendosi negli Stati Uniti, a Miami, dove Arguello diventa l’idolo degli anticastristi, non prima di far ritorno in Nicaragua a metà anni Novanta allineandosi nuovamente tra le file dello stesso partito sandinista, che gli garantisce nel 2008 la carica di sindaco di Managua.

Ma torniamo all’attività pugilistica, che vede Arguello, una volta lasciata la categoria dei superpiuma, trovare gloria anche tra i pesi leggeri. Qui, il 20 giugno 1981, vola in Inghilterra ad affrontare il campione del mondo, Jim Watt, all’Empire Pool di Wembley. In effetti il match non ha storia, e seppur lo scozzese, sanguinante, riesca a rimanere in piedi per i 15 round previsti, infine il verdetto dei giudici è inequivocabile, decretando per decisione unanime la vittoria di Arguello che diventa solo il sesto pugile capace di vincere il titolo mondiale in tre categoria di peso diverse. Solo qualche settimana prima ci era riuscito anche un altro centroamericano, il portoricano Wilfred Benitez, battendo Maurice Hope nella sfida valida per il titolo mondiale WBC dei pesi medi junior.

Arguello è ormai una celebrità, assoluta, e se difende la cintura dei pesi leggeri battendo Ray “bum bum” Mancini, il cui padre, affetto da una grave malattia, il pugile nicaraguense si impegna di aiutare, Roberto Elizondo, James Busceme ed Andy Ganigan, che lo manda al tappeto alla seconda ripresa prima di venir a sua volta atterrato, definitivamente, al quinto round, sempre in territorio americano, che altro gli rimane da aggiungere alla sua carriera di pugile? Ovviamente il titolo mondiale in una quarta categoria di peso, quella del superleggeri, che ha nel fenomenale afro-americano Aaron Pryor il campione in carica.

Quelle del 12 novembre 1982 all’Orange Bowl di Miami e del 9 settembre 1983 al Caesars Palace di Las Vegas sono due battaglie epocali, note come “The battle of the champions“. Ma se nel primo confronto, risolto con il k.o.t. di Arguello alla 14esima ripresa, c’è il mistero mai risolto della bottiglietta passata a Pryor, all’angolo a chiusura del 13esimo round, quando il campione, in evidente difficoltà, trova risorse inattese, al secondo tentativo non ce n’è proprio per nessuno. Pryor manda al tappeto l’avversario, al decimo round, e spenge il sogno di Arguello di diventare il primo pugile della storia a fregiarsi di quattro corone iridate.

C’è da farsene bastare, comunque, perché Alexis Arguello non è stato un campione qualunque. Come non è stato un uomo ordinario, lo dice la sua storia esistenziale. Ed allora, conosciuto l’uso in abbondanza di alcool e droga, per arrivare al capolinea terreno non poteva proprio fare altrimenti, sparandosi un colpo di pistola al cuore, il 1 luglio 2009. In quella Managua per cui, oggi, la gente del Nicaragua lo acclama come il suo campione prediletto.

CARMELO BOSSI, IL CAMPIONE DEL MONDO DEI SUPERWELTER CHE COME BENVENUTI ESPLOSE A ROMA 1960

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Carmelo Bossi in azione – da lanottedeicampioni.it

articolo di Nicola Pucci

A ben vedere, quelli che sono stati i pugili tricolori che alle Olimpiadi di Roma del 1960 hanno conosciuto la gloria, hanno pure preso slancio dai Giochi per costruirsi una carriera tra i professionisti degna di nota, nel bene così come nel male. Ad esempio, Nino Benvenuti e Sandro Lopopolo non hanno certo bisogno di presentazione, li conosciamo bene come perfettamente conosciamo il loro splendido percorso agonistico tra i grandi, e se Francesco Musso e Francesco De Piccoli, medaglie d’oro nei pesi piuma e nei pesi massimi, si sono persi per strada, così come Primo Zamparini, argento nei pesi gallo, e Giulio Saraudi, bronzo tra i pesi mediomassimi, ecco che c’è un terzo boxeur, Carmelo Bossi, che di soddisfazioni se ne è pur tolta qualcuna.

Milanese classe 1939, la carriera professionistica di Bossi si muove, sempre, all’insegna della prudenza, sull’onda lunga di una pur buonissima attività da dilettante. Bossi, infatti, è campione italiano tra i pesi welter nel 1958, e l’anno successivo medaglia d’argento ai Campionati Europei di Lucerna, sempre tra i welter, quando a batterlo è solo il polacco Leszek Drogosz, presentandosi invece ai Giochi olimpici di Roma, nel 1960, per competere tra i superwelter in quanto il tecnico della Nazionale italiana, Natalino Rea, ha optato nella sua categoria di peso su Nino Benvenuti, campione europeo a sua volta proprio dei superwelter, dove ha sconfitto un altro polacco, Henryk Dampc. Carmelo e il suo clan, un nutrito e sempre presente manipoli di fratelli, ingoia il boccone amaro e si vede costretto a partecipare ad un torneo eliminatorio quadrangolare per l’individuazione del rappresentante italiano ai Giochi, e solo dopo aver battuto, in successione, Sandro Mazzinghi, Giuseppe Galmozzi e Remo Golfarini, Bossi può infine entrare a far parte della squadra olimpica di pugilato.

Alle Olimpiadi Bossi sa farsi rispettare e conquista una prestigiosa medaglia d’argento, superando nell’ordine il rhodesiano Brian Van Niekerk, l’uruguayano Pedro Votta, il francese di colore Souleymane Diallo e il britannico William Fisher, tutti con verdetto ai punti., perdendo, sempre ai punti, solamente in finale contro lo statunitense Wilbert McClure, che lo priva della medaglia d’oro.

Il salto tra i professionisti è quasi immediato, nel 1961, ma Bossi non ha fretta, opera un passo dopo l’altro, rodando il suo talento in un quadriennio quasi senza macchie (lo batte solo Johnny Angelo), prima di approdare, il 18 giugno 1965, al combattimento con Alfredo Parmeggiani per il titolo italiano dei pesi welter, nella sua Milano, conquistando quella cintura che poi difende contro il laziale Domenico Tiberia, una prima volta a Napoli il 5 ottobre 1965, e poi nuovamente l’8 gennaio 1967 nella rivincita ad Aprilia, sempre con verdetto ai punti.

Per Carmelo, dopo trenta combattimenti, si aprono le porte per una chance europea dei pesi welter, da sfruttare il 17 maggio 1967 a Sanremo, contro il francese Jean Josselin, assurto al primato continentale dopo aver strappato il titolo, a Parigi, al britannico Brian Curvis, Non è una sfida facile, quella con il transalpino, ma il temperamento focoso di Josselin si sposa perfettamente con la boxe intelligente e di rimessa del milanese, che centellina i colpi, usa la testa più della forza, non prende rischi inutili ed irretisce l’avversario, incapace di venire a capo del pugilato utilitaristico di Bossi che infine, con verdetto unanime, si impone ai punti e sale sul tetto d’Europa.

La prima difesa del titolo è con lo stagionato inglese Johnny Cooke, sconfitto per k.o tecnico alla dodicesima ripresa del match andato in scena, sempre a Sanremo, il 16 agosto 1967, il che convince poi Carmelo a prendersi una sosta di qualche mese per monetizzare il successo in una tournée in Sudafrica prima di affrontare nuovamente Josselin, a Roma il 3 maggio 1968, che come già nel primo incontro è costretto ad alzare bandiera bianca ancora una volta ai punti.

Bossi è in rampa di lancio, ma proprio sul più bello scivola sulla classica buccia di banana, che ha le sembianze dell’olandese delle Antille, Edwin “Fighting” Mack, una guardia destra di colore a cui Carmelo deve cedere per k.o. tecnico alla decima ripresa, il 14 agosto 1968 a Roma, quando i colpi violenti del mulatto olandese, che mena come un fabbro, gli procurano una doppia frattura alla mascella.

L’avventura europea di Bossi si ferma qui, per non riaprirsi mai più, e se nel frattempo ha provato a sfidare per due volte il campione del mondo dei pesi welter, il sudafricano Willie Ludick, davanti al suo pubblico di Johannesburg, perdendo ai punti sia il 7 ottobre che il 25 novembre 1967, ecco che nella primavera del 1969 Bossi si prende la rivincita su Mack, che Silvano Bertini aveva precedentemente ridimensionato, per poi offrirsi un’ultima chance europea, il 9 aprile 1970 a Vienna, contro un picchiatore in grande ascesa quale l’austriaco Johann Orsolics, ex avversario di Bruno Arcari tra i superleggeri, che, a dispetto del mestiere e dell’avvedutezza tattica del milanese, vince nettamente ai punti.

La sconfitta europea sembra il preludio al fine carriera di Bossi, ormai quasi 31enne, ma quell’organizzatore dalle mille risorse e dai mille agganci che risponde al nome di Rodolfo Sabbatini opera una sorta di magia inventandosi, praticamente dal nulla, l’inattesa proposta di un campionato del mondo dei pesi superwelter contro quel Fred Little che aveva già sconfitto Mazzinghi e non attendeva altro di trovare la miglior offerta per poter monetizzare il successo. E’ altresì vero che il 31 ottobre 1969 i due pugili si erano già incontrati in un test amichevole a Roma e Carmelo ne era uscito sconfitto alla terza ripresa per un intervento medico che aveva decretato l’impossibilità per Bossi di proseguire dopo che i due pugili si erano vicendevolmente colpiti con una testata, ma il 9 luglio 1970, allo Stadio Sada di Monza, c’è in palio la cintura mondiale, ed è davvero tutta un’altra faccenda.

In Brianza fa un caldo infernale, che sembra intorpidire ancor più la poca voglia che Little ha di sbattersi fino in fondo. Il match non decolla, è lento, privo di ardore agonistico, con due avversari che si studiano e paiono ben più preoccupati a non farsi del male piuttosto che a prendere l’iniziativa in mano. Di tanto in tanto accennano qualche spunto di aggressività, per poi tornare in quel torpore che è perfettamente in sintonia con il clima. E così, senza troppi sussulti, si arriva alla quindicesima ed ultima ripresa, con Bossi che seppur senza eccedere ha sicuramente osato di più, ed infine viene giustamente premiato dai giudici che lo annunciano quale nuovo campione del mondo dei pesi superwelter.

E’ il capolavoro, tattico, della carriera di Carmelo Bossi, che grazie all’operato di Sabbatini si vede offrire l’occasione di far fruttare il titolo iridato, contro il sordomuto spagnolo José Hernandez, per una borsa di ben 32 milioni, a cui aggiungere 5 milioni per la vendita dei diritti televisivi. Inizialmente la sfida, da disputarsi al Palacio de los Deportes di Madrid, è programmata per la fine di marzo ma qui entrano in gioco vischiossimi fratelli del campione del mondo, che convincono Carmelo a far slittare il match al 29 aprile 1971. E quel giorno la sfida non è affatto una passeggiata, vuoi per il clima ostile creato dai madrileni, che parteggiano ovviamente per il loro beniamino e cercano in ogni modo di fare pesare su Bossi la forza del loro tifo nazionalista, vuoi per la tenacia del pugile spagnolo che ci mette molto del suo, affrontando il match con le armi solitamente care a Bossi, ovvero accortezza tattica ed attendismo. Hernandez boxa di rimessa, come piacerebbe tanto fare a Bossi, che è costretto a tirar fuori il meglio del suo repertorio, affidandosi a cuore e grinta. Ed infine il verdetto di pareggio, fors’anche generoso per il campione del mondo, annunciato da Bernard Mascot, Rolf Neuhold ed Herbert Thomser, i tre giudici chiamati a deliberare, conserva all’Italia il titolo iridato dei pesi superwelter.

E pazienza se il 31 ottobre 1971, a Tokyo, il giapponese Koichi Wajima, gnomo sgraziato ma dalla potenza terrificante, metterà la parola fine al regno di Carlo, costringendo il milanese ad una dignitosissima resa ai punti. Lassù, in vetta al mondo, Bossi ci è arrivato, con la sua boxe intelligente seppur priva di forza, lui come Nino Benvenuti e Sandro Lopopolo, gli altri grandi d’Italia che iniziarono a Roma 1960 ad inseguire il loro sogno di gloria pugilistica.

ARCHIE MOORE, LO STAKANOVISTA DEL PUGILATO CHE FU IRIDATO MA MAI “MASSIMO”

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Archie Moore contro Joey Maxim – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un elemento che contraddistingue la carriera di Archie Moore, ecco, quello è senza dubbio la sua longevità nel salire sul ring, se è vero che ad oggi detiene ancora un record che pare difficile possa venir battuto mai, ovvero quello di ben 131 successi prima del limite in 220 incontri in carriera, di cui 185 portati a termine vittoriosamente.

In effetti questo ragazzone afroamericano, nato a Benoit il 13 dicembre 1916 (o 1913 come sosteneva la madre, Lorena), all’anagrafe Archibald Lee Wright, vive un’infanzia difficile per l’abbandono del padre, agricoltore vagabondo, e se mamma Lorena non può provvedere a lui e alla sorella maggiore, ecco che il piccolo Archibald viene preso in cura da zio Cleveland e zia Willie Pearl Moore, da cui adotta il cognome, trasferendosi a St.Louis.

Sfortuna vuole che anche zio Cleveland muoia in un incidente nel 1928, ed allora per Archibald si apre la via della strada, dove con gli amici compie qualche piccolo furto che gli garantisce i soldi necessari per comprare un paio di guantoni da pugile e che, una volta ricco e famoso, avrà modo di ricordare sorridendo. Viene arrestato, finisce in riformatorio dove trascorre ventidue mesi, e nel 1933 entra nel Civilian Conservation Corps, un programma di assistenza statale per giovani americani, lavorando per la divisione forestale in un campo a Poplar Bluff, nel Missouri. Qui ha modo di far pugilato e trasformare l’attività al campo in un vero e proprio terreno d’allenamento, tracciando la strada che due anni dopo, a far data 1935, lo vede debuttare tra i professionisti avviando un’avventura agonistica tra le più lunghe della storia della boxe, tanto da arrivare a coronamento addirittura trent’anni dopo, nel 1965, quando, 52enne, a Chicago, Moore avrà ancora forza e coraggio per mandare al tappeto Nap Mitchell.

Nel frattempo, però, sono molte le imprese pugilistiche di Archie che meritano di venir raccontate, come, ad esempio, i primi quindici incontri disputati da quando, il 3 settembre 1935, ha debuttato battendo, proprio a Poplar Bluff, Billy Simms che va giù al secondo round, pareggiando con Sammy Christian e perdendo una prima volta solo il 1 settembre 1937 con Billy Adams, vincitore ai punti.

Tra Missouri e California Archie Moore si costruisce una discreta fama con la sua boxe potente e redditizia, allargando i suoi orizzonti pugilistici, inderogabilmente nella categoria dei pesi mediomassimi, anche in Indiana ed Arizona prima di una lunga tourneè che nel 1940 lo vede varcare i confini degli Stati Uniti alla volta dell’Australia dove ottiene sette vittorie in sette incontri, trovando solo in Ron Richards un rivale all’altezza che lo impegna in dieci riprese il 18 aprile per poi costringerlo a dover ricorrere al verdetto dei giudici l’11 luglio successivo.

Al ritorno in patria Moore perde ai punti con Shorty Hogue, che lo aveva già battuto l’anno prima, prendendosi poi una clamorosa rivincita il 30 ottobre 1942 decretandone il k.o.t. dopo sole due riprese, combattendo poi per tre volte per il titolo dei mediomassimi dello Stato della California, pareggiando con Eddie Booker, battendo Jack Chase ed infine perdendo il 2 agosto 1943 a San Francisco contro lo stesso Chase, che lo irretisce con la sua boxe difensiva.

Gli anni passano e i combattimenti si susseguono a ritmo incalzante, sulla Costa Atlantica dove Moore si è spostato nel dicembre 1944 affrontando pugili del calibro di Lloyd Marshall, Jimmy Bivins, Holman Williams, e Curtis Sheppard ed Ezzard Charles scendendo di categoria tra i massimi leggeri, così come su quella del Pacifico dove Archie è tornato nell’ottobre 1946 ritrovando l’avversario di un tempo, appunto Jack Chase.

Ed allora, perché la carriera di Moore arrivi ad una svolta decisiva, bisogna attendere i primi anni Cinquanta quando, ormai accompagnato dalla nomea di “re senza corona“, la sua strada incrocia quella di Jack Kearns, manager-pigmalione che seppur 70enne ha le intuizioni geniali che spalancheranno le porte verso quel titolo mondiale per il quale Archie ancora non ha mai avuto l’occasione di combattere. Kearns, che si è fatto una reputazione di giocatore di poker imbattibile ed abilissimo in operazioni di marketing, ha affiancato Jack Dempsey nei suoi anni d’oro, per poi accompagnare l’italo-americano Joey Maxim, al secolo Giuseppe Antonio Berardinelli, nel corso degli Anni Quaranta.

Proprio Maxim, che ha inflitto a Sugar Ray Robinson l’unica sconfitta in carriera prima del limite costringendolo alla resa per k.o.t. alla 14esima ripresa nell’epica sfida del 25 giugno 1952 allo Yankee Stadium di New York, è il campione del mondo dei pesi mediomassimi, già suo dopo le vittorie con Gus Lesnevich, Freddie Mills, Bob Murphy e appunto Robinson. E per Kearns, che ne sa una più del diavolo, è un gioco da ragazzi organizzare il match tra il detentore del titolo ed Archie Moore, e sebbene Maxim abbia quasi 10 anni meno dello sfidante, Moore è padrone del match che va in scena il 17 dicembre 1952 a St.Louis. Il destro poderoso e risolutore di Archie più di una volta colpisce nel segno, Maxim, a dispetto dell’età, appare ben più declinante dell’ormai 36enne Moore ed infine, dopo quindici riprese quasi a senso unico, il campione di Benoit conquista quella cintura iridata che sembrava solo il sogno di un ragazzo di strada.

Quello che sembra il premio ad una carriera, diventa invece solo il primo tassello di una dittatura nella categoria che vedrà Moore difendere il titolo addirittura fino al 12 agosto 1959 quando, dopo la vittoria per k.o. alla terza ripresa contro il canadese Yvon Durelle, già battuto qualche mese prima così come erano stati costretti ad arrendersi, uno dopo l’altro, lo stesso Maxim altre due volte, Harold Johnson, l’hawaiano Carl Bobo Olson, il pugile di Trinidad&Tobago Yoland Pompey e Tony Anthony, verrà privato del titolo dalla NYSAC, la sigla di New York, per poi riconquistarlo un’ultima volta al Madison Square Garden il 10 giugno 1961 contro il colosso di Anzio Giulio Rinaldi, che il 29 ottobre 1960 lo aveva battuto a Roma.

Moore ha la capacità quasi miracolosa di scendere e salire di peso, passando rapidamente delle 175 alle 188 libbre che segnano il confine tra le due categorie a cui Archie strizza l’occhio, quella appunto dei mediomassimi tra i quali è annoverabile tra i campioni più grandi di sempre, e quella dei massimi, che invece lo respingerà sempre. In effetti Moore, che ha un fisico eccezionale e non teme i sacrifici in palestra, deve la sua longevità ad una vera vita da atleta, tanto che nel lasso di tempo in cui domina tra i mediomassimi, oscilla di peso e si gioca la carta della sfida iridata con i due grandi fuoriclasse dell’epoca, l’imbattuto, in 48 incontri, ed imbattibile Rocky Marciano, e Floyd Patterson.

La sfida con Marciano è programmata per il 21 settembre 1955 allo Yankee Stadium di New York, e se l’eccitazione che si respira in tribuna è palpabile, ecco che Moore, che ha tecnica e potenza in egual misura, alla seconda ripresa con un magistrale destro d’incontro manda al tappetto per la seconda ed ultima volta in carriera il campione che ha sangue abruzzese nelle vene. Lo smacco scatena la reazione di Marciano, mai così a mal partito come ad inizio combattimento, che si abbatte su Archibald atterrandolo cinque volte prima del k.o. definitivo alla nona ripresa.

Il titolo mondiale dei pesi massimi sfuma, come evapora una seconda volta, e per sempre, il 30 novembre 1956 quando Moore sfida il giovanissimo Floyd Patterson, fresco di titolo olimpico ad Helsinki 1952 ed elegantissimo sul ring, che gli rende ben 22 anni di età ed ha ereditato la cintura dallo stesso Marciano che ha appeso i guantoni al chiodo. E la differenza, al Chicago Stadium, si sente tutta, se è vero che Patterson atterra Moore una prima volta con un gancio mancino al quinto round, per poi, nuovamente in piedi lo sfidante, sferrare il destro risolutivo che pone la parola fine al match.

Con la sconfitta con Patterson Archie Moore fallisce l’ultima chance di diventare campione del mondo dei pesi massimi, e se tra i mediomassimi, ancora, sarà il numero 1… beh, il suo bel posto tra i grandissimi del pugilato se lo è comunque ampiamente guadagnato.

L’AMORE PER MISS ITALIA E LA SFIDA MONDIALE CON JACK LA MOTTA DI TIBERIO MITRI

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Tiberio Mitri dopo la sfida con Turpin – da boxering.fpi.it

articolo di Nicola Pucci

Proviamo per un attimo a dimenticare il tragico epilogo esistenziale quando il suo corpo, travolto da un treno in transito, viene ritrovato senza vita lungo i binari della Roma-Civitavecchia in una triste mattina del 12 febbraio 2001. Ma Tiberio Mitri, infine preda di droghe ed alcool e vittima dell’alzheimer, ha conosciuto gloria ed onori, meritandosi un amore da copertina e una chance iridata con il grande Jack La Motta.

Già, perché Mitri è stato un campione, vero, tra i più grandi del pugilato italiano ed il primo nel secondo dopoguerra ad assurgere agli onori della cronaca, risollevandosi dalle macerie del conflitto bellico. Perché lui, triestino classe 1926, schivo e tormentato da un’adolescenza precaria, rinchiuso in un “educatorio” da ragazzo, seppe trovare nella boxe l’appiglio per emergere, avvalendosi di una classe innata, un fisico perfetto distribuito su 172 centimetri d’altezza, ed uno stile elegante.

Peso medio di grande spessore, Mitri passa professionista appena 20enne, nel 1946, sconfiggendo al debutto Lorenzo Pamio al Teatro dei Quattromila di Venezia. E se quella sarà solo la prima di una serie di 88 vittorie in 101 incontri, con il corollario di appena 6 sconfitte e 7 pareggi, ecco che nel 1949, dopo aver conquistato l’anno prima il titolo italiano a spese di Michele Marini proprio nella sua Trieste, sale sul trono d’Europa battendo ai punti al Palais des Sports di Bruxelles l’idolo locale, il belga Cyril Delannoit.

E se a dicembre dello stesso 1949 conserva la cintura continentale contro il francese Jean Stock, ecco che l’anno dopo al pugile friulano viene già concessa l’opportunità mondiale, ovvero combattere contro Jack La Motta, detentore del titolo conquistato contro Marcel Cerdan, il 12 luglio 1950 nello scenario prestigioso del Madison Square Garden di New York.

Ma prima di entrare nel dettaglio di quello storico match, è bene tornare indietro di qualche mese, esattamente al 15 gennaio quando Tiberio, biondo e bello come un dio greco, è convolato a nozze con Fulvia Franco, bella quanto se non più di lui se è vero che due anni prima, a far data 1948, si è guadagnata il titolo di Miss Italia.

Come è naturale che sia, l’amore tra la miss e il campione è su tutte le prime pagine dei giornali dell’epoca, ma quel che conta è che alla vigilia della sfida che vale una carriera Mitri, più che ad allenarsi come converrebbe per un incontro di tale importanza, si intrattiene in interminabili telefonate notturne con la moglie, al momento di stanza ad Hollywood con la concreta possibilità di un’avventura cinematografica, salendo così  sul ring non certo nelle migliori condizioni.

Nondimeno quel 12 luglio 1950, giorno del suo 24esimo compleanno, Mitri combatte come un leone, prendendone tante dal “toro del Bronx“, mai così veemente, ma dandone altrettante, come ad esempio al quinto round quando un destro dell’italiano si stampa sulla fronte del campione del mondo. La Motta incassa il colpo, e se da quel momento ci mette ancora più foga e carica agonistica andando a bersaglio alla sesta ripresa colpendo Mitri all’occhi sinistro, a sua volta il triestino non ne vuol proprio sapere di far brutta figura, incitato a bordo ring da Fulvia. Ed è proprio alla settima ripresa che Mitri ha la chance di far volgere l’incontro a suo favore, quando don un destro al mento fa vacillare il grande Jack.

Ci sarebbe tutto il tempo per poter insistere e magari trovare la chiave di volta che condurrebbe alla vittoria, ma La Motta ha la tempra e l’ardore del fuoriclasse, e se l’ottava ripresa è ancora a favore del pugile italiano, il match prende poi una piega decisamente a favore del detentore del titolo che ne tiene le redini in mano ed infine, con verdetto unanime, conserva la cintura ai punti, con Mark Conn che lo premia addirittura con 12-3 troppo severo per Mitri, in parte limitato ma tanto coraggioso da terminare la sfida in piedi.

Quella che parrebbe essere la svolta per una carriera ancora in divenire, in realtà per Mitri non è che la punta dell’iceberg, tanto che il triestino avrà modo di affermare in seguito di “essersi sentito vecchio” quella sera. Tiberio combatte ancora per sette anni, trovando modo, il 2 maggio 1954, di incrociare i guantoni con l’inglese Randy Turpin, uno che dalla boxe avrà fama e quattrini e che qualche anno prima si è preso il lusso di battere, addirittura, Ray Sugar Robinson. In palio c’è nuovamente la cintura europa e il triestino, dopo la sconfitta subita da La Motta, ha conosciuto altre due battute d’arresto ad opera di Charles Humez e Claude Ritter. Sconfitte più psicologiche che fisiche. Ma stavolta ha nelle mani un colpo da maestro, anche perché da qualche tempo lo segue Gigi Proietti, il fratello di Roberto, uno dei più grandi pugili romani. Ed il nuovo manager lo ha ricostruito non solo fisicamente ma anche mentalmente.

Alle 20,30 della sera Tiberio Mitri entra nell’arena dello Stadio Torino di Roma, scortato da Giacomo Di Segni, grande campione dei dilettanti. I preliminari sembrano interminabili, ma non lo sarà il match. Poche fasi di studio poi una finta di sinistro, suguita da una finta di destro, e poi scatta il gancio sinistro al mento di Turpin, come una molla. L’inglese crolla fulminato al tappeto e batte la testa, al 7 si rialza, fa pochi passi e ricade tra la seconda e terza corda. Non ci sono dubbi, dopo appena 1 minuto e 5 secondi Tiberio Mitri torna ad essere campione europeo.

Non importa se perderà il titolo alla prima difesa contro lo stesso Charles Humez. Quello di Roma non fu un colpo fortunato, fu il flash di un capolavoro magistralmente scattato, e se la vita, che nel frattempo lo ha privato di Fulvia, gli regalerà, al di là dei numerosi ruoli di attore, più dolori che gioie fino al tragico epilogo… beh, insomma, l’amore di una miss e una sfida mondiale non sono proprio un bottino da disprezzare. Mal che vada gli sono valsi l’affetto perpetuo della gente, e non è davvero poco.

MONZON-VALDEZ, LA SFIDA CHE VALEVA LA CORONA DI RE DEI MEDI

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Monzon contro Valdez – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

C’è talmente tanto nella vita di Carlos Monzon, dentro e fuori dal ring, che concentrarne il racconto tra le poche righe concesse é pressoché impossibile. Tra imprese pugilistiche, exploit sentimentali, disastri esistenziali ed una morte prematura, tocca spurgare e scegliere un momento, ed allora la macchina del tempo torna a quel 26 giugno 1976 e la sfida con il colombiano Rodrigo Valdez, valida per la riunificazione dei titoli WBA e WBC dei pesi medi.

Monzon, argentino classe 1942 nato a San Javier, cresciuto nei ghetti malfamati di Santa Fè e che ebbe adolescenza tanto difficile da prospettarsi, per lui, un futuro da criminale ben prima, fortunatamente, di trovar rifugio nella boxe, agli inizi di una carriera professionistica avviata atterrando Ramon Montenegro il 6 febbraio 1963, sostenuto da quell’Amilcar Brusa che sarà sempre al suo fianco, combatte esclusivamente in patria, e se denuncia fin da subito una classe purissima spalmata su un fisico quasi da mediomassimo, altresì vince spesso, bene, e capitonbola, raramente, infine meritandosi una prima occasione mondiale il 7 novembre 1970 quando a Roma mette fine al regno nei pesi medi di Nino Benvenuti.

Da quel momento Monzon diventa una star di prima grandezza, e se gli eccessi non mancheranno davvero nel corso di una parabola esistenziale che non può, proprio mai, essere ordinaria, ecco che il fuoriclasse argentino, che elegge l’Europa quale suo territorio di conquista, assomma una difesa dietro l’altra della cintura iridata. Saranno infatti ben 14 le sfide mondiali che vedranno Carlos confermarsi il peso medio più forte non solo del suo periodo, ma fors’anche di tutti i tempi, firmando un primato per la categoria che nessuno ad oggi è stato in grado di migliorare.

E se sotto i colpi della sua boxe potente e stilisticamente aggressiva cadono, uno dopo l’altro, campioni del calibro dello stesso Benvenuti, che nel match di rivincita dell’8 maggio 1971 a Montecarlo va giù alla terza ripresa, quell’Emile Griffith che del triestino fu grande avversario e cede il passo nei due incontri disputati con il sudamericano, Denny Moyer, il francese Jean-Claude Bouttier, l’amico di Alain Delon, che si arrende pure lui due volte, il fragile danese Tom Bogs, il ben più massiccio Bennie Briscoe, e il cubano José Napoles, ad inizio 1974 la WBC lo priva del titolo per non aver accettata la sfida del colombiano Rodrigo Valdez, che ha fatto fuori lo stesso Briscoe e si sarebbe guadagnata la chance di incrociare i guantoni con Monzon.

Carlos, obtorto collo, deve accontentarsi della cintura WBA, battendo uno dopo l’altro, senza troppe difficoltà, Tony Mundine, Tony Licata e Gratien Tonna, quando infine è poi l’ora di andare ad affrontare lo stesso Valdez ed informarlo, caso mai se ne senta il bisogno, che l’indiscusso re dei medi batte bandiera argentina.

26 giugno 1976, dunque. Allo Stade Louis II di Montecarlo, proprio lì dove Monzon mise fine alla carriera di Benvenuti, sono l’uno di fronte all’altro i due dioscuri dei pesi mesi. E se Carlos può far valere tecnica, esperienza e l’imbattibilità quando c’è da competere per la cintura iridata, lo sfidante, che poi proprio sfidante non è perché pure lui è accreditato di un titolo mondiale, si affida al coraggio e ad un bonus di rabbia prodotta dalla morte del fratello, ucciso in una rissa da bar in Colombia proprio la settimana prima l’incontro.

Ad onor del vero, il colombiano chiede che possa slittare la data del combattimento in modo da ricongiungersi ai familiari, ma il contratto firmato è vincolante al punto che la sera del 26 giugno Valdez è costretto a salire sul ring, non prima esser dovuto ricorrere a ben sei pesate per rientrare nel limite imposto dalla categoria dei medi. Dando vita ad una battaglia cruenta, dura, in cui i due pugili se le danno di santa ragione, seppur Monzon sia decisamente superiore. Valdez, fors’anche un po’ distratto dai tragici accadimenti dei giorni precedenti, e potrebbe essere altrimenti?, getta il cuore oltre l’ostacolo ma infine crolla al tappeto alla 14esima ripresa e seppur sia in grado di rimettersi in piedi, il verdetto dei giudici è senza appello. Il cartellino di Raymond Baldeyrou dice 146-144 per l’argentino, André Bernier segna 147-145 e il 148-144 di Pierre Talayrac certifica la vittoria, per decisione unanime, di Carlos Monzon, che si riprende lo scettro di re dei pesi mesi.

Monzon e Valdez incroceranno nuovamente i guantoni, il 30 luglio 1977, sempre a Montecarlo e sempre allo Stade Louis II, per volontà dello stesso colombiano, desideroso di riscattare la prima sconfitta, a suo modo di vedere condizionata dal lutto familiare. E se Rodrigo, proprio in avvio della seconda ripresa si prenderà il lusso di atterrare il campione argentino, nondimeno ancora una volta scenderà sconfitto dal ring, sempre per verdetto unanime dei giudici che sanciranno, definitivamente, il dominio di Carlos Monzon tra i pesi medi. Lui, era il numero 1.