BENITEZ-PALOMINO, IL MONDIALE DEI PESI WELTER CHE INFIAMMO’ PORTORICO

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Benitez contro Palomino  – da static.boxrec.com

articolo di Nicola Pucci

Prima che la tennista Monica Puig regalasse a Portorico la prima medaglia d’oro della sua storia olimpica a Rio de Janeiro nel 2016, l’isola caraibica aveva guadagnato gloria sportiva con il titolo mondiale del baseball del 1951 e con la clamorosa vittoria della squadra di basket, trascinata da Carlos Arroyo (24 punti), sul Dream Team americano ai Giochi di Atene del 2004. Ma se si tratta di parlare di pugilato, due nomi su tutti meritano la vetrina nazionale, Felix Trinidad in epoca recente e un po’ più di tempo fa Wilfred Benitez, protagonista del racconto di oggi.

Il 14 gennaio 1979 lo Stadio Hiram Bithorn di San Juan è teatro di una sfida, organizzata da quel promoter senza eguali che risponde al nome di Bob Arum, destinata ad entrare nella mitologia del pugilato. Appunto Benitez, eroe di casa avviato alla pratica della boxe dal papà Gregorio e dai fratelli che prima di lui hanno infilato i guantoni, combatte contro Carlos Paolomino per il titolo mondiale WBC dei pesi welter. E se il messicano è il detentore della corona, conquistata a Wembley il 22 giugno 1976 contro John Stracey e difesa sette volte, Benitez può fregiarsi di un record che ancora resiste in ambito pugilistico, ovvero di essere il più giovane campione del mondo della storia, in virtù della vittoria a soli 17 anni e 6 mesi, il 6 marzo 1976 proprio a San Juan, contro il veterano Antonio Cervantes, battuto ai punti per il mondiale WBA dei superleggeri. Da quel dì glorioso il portoricano ha conservato la cintura tre volte, rispettivamente contro Emiliano Villa, Tony Petronelli e Ray Chavez Guerrero, per poi salire di categoria, ed è qui che le cose si fanno interessanti.

Wilfred, nato il 12 settembre 1958 a New York dove per la prima volta mette piede in palestra, e che nel frattempo si avvale dei consigli tecnici dell’ex campione del mondo Emile Griffith, quello per intendersi della triplice sfida con Nino Benvenuti, sa di avere una chance se e solo se sarà capace di fronteggiare un pugile più esperto e “pesante” di lui, in possesso del pugno del k.o., giocando di rimessa, difendendosi con guardia alta a centro ring, in attesa di trovare il varco per piazzare a sua volta l’affondo vincente. Ed è una tattica, applicata alla perfezione da Benitez, che come vedremo darà frutti copiosi.

Palomino ovviamente si merita una borsa ben più massiccia dello sfidante, 465.000 dollari contro 90.000, ma Portorico spinge il suo beniamino e Benitez, accompagnato all’angolo da papà Gregorio e dall’ex-campione del mondo, prova a pennellare la prova perfetta. Come preteso dal suo illustre allenatore. E già nel corso del primo round Wilfred, fedele al copione stabilito a tavolino, prende il centro del ring, dondolando con quello stile poco ortodosso che lo evidenzia, abilissimo e tanto mobile dal tronco in su da impedire all’avversario di portare i suoi colpi penetranti. Palomino, che ne sa una più del diavolo pur dovendo fare i conti con una lunga inattività per essersi rotto la mano nell’ultima difesa contro Armando Muniz, fatica a far breccia nella difesa del rivale così ben organizzata, ma dopo quattro round di attesa, nella quinta ripresa attacca con decisione portando un gancio destro che costringe Benitez alla corda. Provvidenziale giunge il gong a salvare il portoricano.

Palomino sembra poter imprimere il suo marchio di fuoriclasse al combattimento, ma non è così. Benitez ha risorse inattese e, fors’anche per la serata comunque di scarsa vena del campione del mondo, lento e privo di quella scintilla agonistica che tante volte gli aveva permesso di volgere a sua favore anche le situazioni più complesse, entra sempre più nel match con le sue combinazioni, togliendo sicurezza a Palomino ed accelerando il ritmo, tanto che il detentore del titolo, per consiglio del suo manager Steve McCoy, si rende ben conto che se vuol confermarsi tale deve mettere al tappeto il giovane portoricano. Ma niente e nessuno può più fermare Benitez, che quando si trova costretto ad indietreggiare usa sapientemente la corda per proteggersi dall’incalzare di Palomino, che tenta un ultimo disperato assalto per sovvertire le sorti di una sfida che infine lo condanna a cedere la cintura dei welter.

Jay Edson, arbitro dell’incontro, assegna la vittoria dopo 15 riprese a Benitez annotando sul suo cartellino 147-143, un solo colpo in più di quelli conteggiati dal giudice Harry Gibbs, con il solo Zach Clayton che con il punteggio di 145-142 si schiera a favore di Palomino, scatenando l’ira dello stesso Bob Arum che lo accuserà di essere al soldo del rivale Don King. Ma non può bastare al campione del mondo, Wilfred Benitez detronizza il re e Portorico, ebbra di gioia, saluta un boxeur di bellissime speranze sul tetto del mondo.

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DIETER KOTTYSCH, IL SUPERWELTER TEDESCO A SORPRESA SUL GRADINO PIU’ ALTO DEL PODIO OLIMPICO

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Kottysch contro il polacco Rudkowski – da welt.de

articolo di Nicola Pucci

Sarei pronto a giocarmi qualche dollaro che se l’edizione delle Olimpiadi del 1972, anziché a  Monaco, fosse andata in scena in qualunque altra parte del globo, mai nessuno avrebbe sentito parlare di Dieter Kottysch. Ed invece quella rassegna a cinque cerchi, funestata dall’atto criminoso di “Settembre nero“, proprio in Germania ebbe sede e un pugile poco ortodosso, affatto bello a vedersi, neppure troppo talentuoso, ebbe l’onore di sentir l’inno nazionale quale vincitore di una medaglia d’oro.

Kottysch nasce in Slesia, a Gliwice, il 30 giugno 1943, ma solo 16enne si appassiona alla boxe, forte di una tempra da combattente e di una resistenza fuori dal comune. Mancino, senza troppa fantasia nel portare i colpi, ma buon incassatore, tanto dedito all’allenamento da dichiarare di aver compiuto l’equivalente di un giro e mezzo del pianeta terra, Dieter primeggia tra gli juniores prima di collezionare, tra i pesi welter, ben cinque titoli nazionali tra il 1964 e il 1968, ma conosce l’onta della disillusione quando la sconfitta con Bruno Guse lo priva dell’opportunità di difendere i colori della Germania Ovest ai Giochi di Tokyo del 1964.

Non va molto meglio quattro anni dopo, a Città del Messico, dove si arrende al primo turno al sovietico Volodymyr Musalimov che sarà poi bronzo, a sua volta sconfitto in semifinale da un altro germanico, seppur dell’Est, quel Manfred Wolke infine vincitore del torneo pugilistico messicano. Se a queste controprestazioni si aggiunge che pure agli Europei dilettanti del 1967 a Roma e del 1971 a Madrid Kottysch fa ben poco strada, beh, ce ne sarebbe anche abbastanza per dire basta con la boxe.

Ed invece Kottysch non si arrende, perché la passione, così come la grinta, è proprio tanta, ed un’altra opportunità gli viene offerta quando, una volta passato alla categoria superiore, quella dei pesi superwelter, nel 1972 ha di nuovo l’onore di rappresentare la sua Germania Ovest alle Olimpiadi in quel di Monaco. Dove, con il contributo massiccio dell’organizzazione teutonica che compie un capolavoro e la compiacenza massiccia di una giuria assolutamente di parte, assurge al rango di campione destinato all’immortalità.

Si comincia con un successo al primo turno con il colombiano Bonifacio Avila, costretto a gettare la spugna al secondo round, per poi proseguire con due vittorie senza sbavature con il greco Evengelos Oikonomakos e il tunisino Mohamed Majeri, entrambi sconfitti con verdetto unanime. Kottysch accede così alle semifinali, garantendosi almeno la medaglia di bronzo, ma il bello deve ancora venire in un torneo che se ha perso l’americano Reginald Jones, sconfitto a sorpresa dal sovietico Valery Tregubov, ha nel britannico Alan Minter senza dubbio il pretendente numero uno alla vittoria finale. E proprio contro il pugile che sarà antagonista di Antuofermo tra i professionisti e pure l’avversario che costerà la vita ad Angelo Jacopucci, Kottysch incrocia i guantoni al penultimo atto dei Giochi.

Apparentemente la sfida non parrebbe avere storia. Se Minter picchia e costringe il tedesco alla difensiva, Kottysch si piega, digrigna i denti, sbuffa ma non si spezza. Certo, va pure al tappeto, ma la lunga mano della giuria compie il misfatto dopo che l’arbitro ha richiamato Minter per il persistere dei suoni gutturali emessi verso il pugile tedesco. Dieter, martellato da ogni dove, prende fiato, lega ed abbraccia il rivale forse ben oltre il consentito, pesto ma in piedi guadagna l’angolo al termine delle tre riprese ed infine si vede assegnare una vittoria, 3-2, che già di misura avrebbe penalizzato Minter nel caso in cui fosse stato lui a venir annunciato vincitore.

Kottysch vola in finale dove ad attenderlo c’è il polacco Wiesław Rudkowski, a cui lo lega un’antica amicizia nata nel 1963 ai tempi di un confronto tra Germania e Polonia, a sua  volta vincitore prima del cubano Rolando Garbey, argento quattro anni addietro a Città del Messico, poi del tedesco orientale Peter Tiepold a negare una sfida tra cugini germanici con la medaglia d’oro in palio. Ma Rudkowski si vede costretto a subire la maggior audacia del pugile di casa che alla Boxing Hall dell’Olympic Park di Monaco ha tutto il pubblico schierato a favore. Il polacco, pure penalizzato da un occhio mezzo chiuso per le ferite incassate nei combattimenti precedenti, pare rassegnato alla sconfitta ed infine, seppur di misura, ancora 3-2, Kottysch diventa il primo campione olimpico del pugilato della Germania Ovest dai tempi di Berlino 1936. E la foto col volto segnato dai lividi ma trionfante tenendo per mano la figlia Alessandra, fa il giro del mondo. Se poi aggiungete il Silberne Lorbeerblatt (Lauro d’argento) ricevuto a fine anno per meriti sportivi… beh, c’è di che rallegrarsi, vero Dieter Kottysch? Perché poi di carriera professionistica neanche a parlarne

 

 

AURELIANO BOLOGNESI, L’ORO AI GIOCHI DI HELSINKI 1952 DEL PUGILE POETA

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Bolognesi nel match con il finlandese Pakkanen ai Giochi del ’52 – da coni.it

articolo di Nicola Pucci

Se ne è andato da poco, Aureliano Bolognesi, e forse è il caso di spendere qualche parola sul suo conto di campione, troppo spesso dimenticato nel panorama del pugilato tricolore. Perché campione lo è stato, per davvero, nello sport così come nella vita quotidiana, abile nel coniugare l’attività agonistica con la passione per la forma d’arte a mio modestissimo parere più eccelsa, la poesia.

Già, perché Bolognesi, che nasce in quel fertilissimo bacino di pugili d’alto livello che è la Liguria, e più precisamente nel quartiere genovese di Sestri Ponente il 15 novembre 1930, comincia a dare di pugni da ragazzo nella palestra di Cornigliano, sotto l’occhio attento del maestro Alfonso Speranza che vede in lui un prospetto decisamente interessante, non solo forza e ardore ma anche intelligenza e senso strategico. Bolognesi scala velocemente le gerarchie della sua categoria, quella dei pesi leggeri, diventando campione ligure dei dilettanti prima, italiano poi nel 1951, battendo il piemontese Pietro Maffeo, che da pensionato diventerà “mago Oeffam” (Maffeo scritto all’incontrario), per bissare poi il titolo l’anno dopo contro Mario Vecchiatto.

I successi di Aureliano non mancano certo di venir accolti con favore dal selezionatore della Nazionale italiana, Natalino Rea, che lo vuole con sè alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, ma c’è un romano, Franco Rosini, che la Federazione preme perché venga convocato al posto di Bolognesi, ed allora si decide di porli l’uno di fronte all’altro su un ring: Aureliano mette il rivale al tappeto tre volte in due riprese e si assicura così il viaggio in Finlandia.

Bolognesi è ragazzo devoto ed armato di una fede religiosa incrollabile, chierichetto fino a 14 anni, se è vero che avrà modo di raccontare un aneddoto fondamentale della sua carriera: un giorno suo nonno trovò per terra un’immagine della Madonnina della Neve fecendogliene dono, ed Aureliano non mancava sera in cui prima di coricarsi pregava perché gli facesse vincere la medaglia d’oro. E il suo sogno a cinque cerchi è destinato ad avverarsi.

Alla Messuhalli Hall di Helsinki si gareggia dal 28 luglio al 2 agosto e sono diversi gli avversari di grido che Bolognesi si trova a dover affrontare, tra i 27 iscritti nella categoria dei pesi leggeri, seppur manchi lo spezino Bruno Visintin che l’anno prima, a Milano, ha vinto il titolo europei di dilettanti ma che per l’evento olimpico ha deciso di salire di peso, gareggiando nei superleggeri. E’ altresì presente l’ungherese Istvan Juhasz, che alla rassegna continentale si mise al collo la medaglia d’argento, così come il polacco Aleksy Antkiewicz che quattro anni prima a Londra, nel 1948, è salito sul terzo gradino del podio nei pesi piuma, battuto dal brianzolo Ernesto Formenti, ma il favorito della vigilia è l’americano Bobby Bickle, vincitore in patria del Chicago Golden Gloves Tournament of Champions.

E proprio un sorteggio non certo benevolo mette Bolognesi e Bickle a confronto agli ottavi di finale, dopo che il genovese ha usufruito di un bye al primo turno e lo statunitense ha messo al tappeto al secondo round Basil Henricus, rappresentante di Ceylon. L’inizio del combattimento è all’insegna di Bickle, che atterra Bolognesi al primo round con un destro alla mascella, ma l’azzurro ha tempra da lottatore indomabile, torna a centro ring e per le due successive riprese fa valere il suo piano tattico, boxando di intelligenza più che di forza, ed infine venir promosso al turno successivo seppur per decisione non unanime dei giudici, che lo eleggono vincitore, 2-1. Tocca poi proprio a Juhasz arrendersi ai quarti di finale, ancora una volta con verdetto di misura, mentre netta ed inequivocabile è la vittoria in semifinale con il beniamino locale, Erkki Pakkanen.

All’atto conclusivo si presenta anche il polacco Antkiewicz, pugile esperto e tenace che regala sette anni a Bolognesi ma che nel corso del torneo ha liquidato senza problemi il filippino Enriquez, il tedesco Wohlers e il britannico Reardon, prima di usufruire in semifinale del forfait del rumeno Gheorghe Fiat, toccato duro nel match di quarti di finale con l’argentino Bonetti. E qui, nel giorno più importante, e forse anche in parte favorito dall’immeritato verdetto che qualche minuto prima ha privato della vittoria il peso piuma Sergio Caprari nel match dominato con il cecoslovacco Jan Zachara, Bolognesi disegna il capolavoro della sua ancor fresca carriera, boxando con astuzia e coraggio per infine venir premiato dai giudici che stavolta, con benevolenza ma anche con merito indubbio, gli assegnano la vittoria per 2-1 che vale la medaglia d’oro. Grazie anche all’incitamento di Rea che alla fine della seconda ripresa, dopo che Bolognesi ha accusato un colpo del polacco, lo apostrofa “rappresenti l’Italia, sei la nostra bandiera, non puoi perdere“. Il ritorno a casa è un trionfale parata per le strade di Genova, che celebra il suo campione sotto gli occhi felici del padre, primo tifoso di Aureliano.

E’ il coronamento del percorso da dilettante di Bolognesi, che tra i puri somma ben 151 combattimenti, tra cui anche una prestigiosa sfida nel 1953 con gli Stati Uniti ed una finale ai Mondiali militari di Monaco di Baviera mancata per una frattura alla mano destra nel match di semifinale con il belga Eddy, con soli quattro pareggi ed una sconfitta, per poi operare nel 1954 il salto tra i professionisti. Aureliano ha 24 anni, è nel pieno della crescita tecnica ed atletica, ma dopo due anni con 21 incontri, 17 vittorie e due sconfitte con Mohamed Ben Alì che il 30 luglio 1955, ad Imperia, lo manda giù all’ottavo round, e con l’anconetano Mafaldo Rinaldo che il 1 ottobre 1956, a Cremona, lo obbliga a gettare la spugna alla sesta ripresa, i persistenti problemi ad una spalla lo costringono al ritiro anticipato dall’attività.

Qui si apre il secondo capitolo della vita di Aureliano Bolognesi, che ama definirsi “l’artista del ring“. In effetti l’ex-campione, che per ricordare il trionfo ai Giochi si è fatto tatuare sul polso i cinque cerchi olimpici e due guantoni, sviluppa appieno il suo sapere come analista chimico e poeta, affascinando, con i suoi modi educati ed il sorriso sempre stampato su un volto più da impiegato che da pugile, chi ha avuto l’onore di conoscerlo, trasmettendo pure il suo talento di pugile ai giovani allievi della palestra di Cornigliano. Già, proprio lì dove nacque la sua leggenda di eroe d’Olimpia.

 

 

CARNERA-SHARKEY, NEL 1933 IL PRIMO TITOLO MONDIALE DEL PUGILATO ITALIANO

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Sharkey al tappeto nel match con Primo Carnera – da ilgiornale.it

articolo di Nicola Pucci

Jack Sharkey è il campione del mondo in carica dei pesi massimi, quando nel 1933 si appresta a raccogliere il guanto di sfida gettato da un gigante italiano che da qualche anno semina il terrore sui ring di mezza America. “Boston Gob“, come viene chiamato il pugile americano che ha sangue lituano nelle vene (all’anagrafe è registrato come Joseph Paul Zukauskas) e che adotta il nome che lo renderà famoso in onore dei vecchi campioni Tom Sharkey (contender di James Corbett ad inizio secolo) e Jack Dempsey (il “massacratore di Manassa“), ha colto il titolo il 21 giugno 1932 battendo il tedesco Max Schmeling, eroe del Terzo Raich, al Madison Square Garden di New York, e per l’anno successivo è pronto a difendere la cintura.

Ma chi è quest’italiano di quasi due metri d’altezza e che al peso denuncia 260,5 libbre contro le sole 201 del campione del mondo? Ovviamente stiamo parlando di Primo Carnera, nato in Friuli, a Sequals, il 25 ottobre 1906, e che con Sharkey ha già incrociato i guantoni due anni prima a Brooklyn, andando al tappeto per otto, lunghi secondi di conteggio ma coraggioso da rimettersi in piedi, vender cara la pelle ed infine uscir sconfitto solo per decisione unanime dei giudici a chiusura di 15 riprese di rara ferocia. Ergo, quando è l’ora di ritrovarsi, il 29 giugno 1933 al Garden Bowl di Long Island (arena estiva del Madison Square Garden), i due contendenti si conoscono. Eccome si conoscono.

Mi preme, però, prima di raccontare nel dettaglio del match che Sharkey e Carnera librano sul ring, spendere due parole a favore dell’italiano, che nel 1930 è sbarcato negli States in cerca di fortuna, accompagnato dallo storico manager Leon See, francese ed ebreo, e da quel Bill Duffy, bricconcello e malavitoso, che lo prende sotto la sua ala protettrice e combinerà, in suo nome, una serie di incontri che se da un lato incrementeranno il suo personale conto in banca e la fama della “montagna che cammina lentamente“, come i giornalisti etichettano Carnera, avranno anche ben poca rilevanza tecnica. Basti pensare che il primo avversario affrontato sul suolo americano, Big Boy Peterson, il 16 gennaio 1930, va al tappeto al primo pugno portato dall’italiano. Che, ingenuamente all’oscurto delle trame “mafiose” ordite alle sue spalle, vince e convince, e nel frattempo, lui che da ragazzo era stato boscaiolo e sollevatore di pietre, nonché carpentiere e lottatore circense, ha affinato la sua boxe, così come i suoi movimenti di gambe, prendendo lezioni di ballo che lo aiutano negli spostamenti, perché quel corpo macro che si è sviluppato troppo per colpa di una ghiandola endocrina necessita di una dose massiccia di trattamento. Migliora la difesa, così come l’allungo con il sinistro, costruendosi anche un devastante uppercut che sarà il colpo che gli regalerà le vittorie più prestigiose e lo eleverà al rango di leggenda della boxe. E non di fenomeno da baraccone come qualcuno ha cercato, ingenerosamente, di archiviarne la carriera agonistica. E prima del match con Sharkey, Carnera, che Duffy sapientemente presenta al mondo in posa con mutandoni da combattimento e guantoni in mano, mentre si fa palpare i muscoli dalla diva Jean Harlow, all’atto di sollevare Frankie Genaro campione del mondo dei pesi mosca, oppure ancora seduto ad un tavolo davanti ad un piatto di spaghetti e una bottiglia di Chianti, si guadagna l’opportunità mondiale mandando al tappeto Ernie Schaaf il 10 febbraio 1933, atterramento che quattro giorni dopo costa la vita al pugile statunitense di origini tedesche, ad onor del vero già irrimediabilmente toccato al cervello qualche mese prima nella sfida con Max Bear.

Il marinaio di Boston azzarda una dichiarazione prima del combattimento che gli costerà cara, “la mia boxe è boxe, Carnera tira solo pugni“, e la sera del 29 giugno 1933 si trova davanti un colosso che lo sovrasta in peso, 28 kg. in più, e in centimetri, 183 contro 197, ma l’illusione è quella di ripetere il successo dei due anni prima. Il Garden Bowl, chiamato  “The Graveyard of Champions” (“il cimitero dei campioni“) perché mai nessun detentore ha difeso lì il titolo, è gremito di 40.000 spettatori, tra questi il primo cittadino di New York Fiorello La Guardia, e a Carnera viene offerta una borsa di 59mila dollari, di cui solo 360 finiranno nelle sue tasche, andando altresì il resto a foraggiare la notula del suo manager. L’italiano, che si presenta in accappatoio verde e saluta “alla romana“, sa di poter contare sul sostegno della moltitudine di immigrati accorsi all’evento, ed è consapevole di avere la chance di diventare il primo tricolore della storia a fregiarsi del titolo di campione del mondo, impresa altresì fallita l’anno prima da Oddone Piazza, sconfitto da Willie “Gorilla” Jones tra i pesi medi.

Tanto Sharky è emotivo fuori dalle corde, tanto è audace e irruente quando impugna i guantoni, forte anche del fatto che i bookmakers lo danno favorito con una quota 7:5, ed almeno per le prime tre riprese in effetti è lui a comandare il ritmo. Carnera, stavolta, però, difende con efficacia, la sua boxe non ha i contorni dell’aggressività, a dispetto della stazza, ma dopo l’iniziale sfuriata dell’americano, prende le misure ed alza il livello del sUo incedere. Fino al minuto 2’27” del sesto round, quando, dopo aver già una prima volta messo giù il rivale, lascia andare il montante destro che va a stamparsi, dirompente come una folgore, sulla mascella del campione del mondo. Che crolla al tappetto come un sacco di patate, per non alzarsi più. Arthur Donovan conta, perché è quel che richiede il protocollo del pugilato, ma Primo Carnera può già alzare le braccia in segno di vittoria. Ed iscrivere il primo nome di italica provenienza all’albo d’oro più prestigioso della boxe, quello della categoria dei pesi massimi.

In Italia il clamore suscitato dall’impresa è tale che il regime fascista, come è ovvio che sia in tempi di dittatura, si appropria del successo di Carnera per celebrare “l’ultima grande conquista dello sport fascista“, “per l’Italia e per il Duce“, come sottolinea la Gazzetta dello Sport, ed Achille Starace, segretario del Partito, non perde occasione di salutare la vittoria della razza, mandando un plauso al “figlio di Mussolini“. Carnera, buono, ingenuo, onesto e maledettamente coraggioso, forse anche ignaro di tutto, si presta e quando torna in Italia, si merita il bagno di folla che l’attende alla Stazione di Roma Termini.

La montagna che cammina lentamente” avrà modo di difendere a due riprese il titolo, contro il basco Paulino Uzcudun a Piazza di Siena a Roma, sotto gli occhi del Duce e indossando una maglietta nera, e contro l’americano Tommy Loughran al Madison Square Garden Stadium di Miami, prima di arrendersi proprio a Max Bear, che il 14 giugno 1934, sempre al Garden Bowl di Long Island, pone fine al regno di Carnera abbattendolo all’11esima ripresa.

Il sogno mondiale del pugile friulano finisce qui, ma quel che resta, immortale, è che il primo a far sventolare il tricolore sul tetto del mondo del pugilato fu un gigante buono. Il suo nome era Primo Carnera.

LEON E MICHAEL SPINKS, DUE FRATELLI NIENTE AFFATTO MALE CHE VINSERO L’ORO OLIMPICO

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I fratelli Spinks, Michael e Leon – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Storie di fratelli competitivi in contemporanea e nella stessa disciplina non è certo un inedito nell’enciclopedia dello sport. Senza scomodare i Sentimenti, un bel poker che segnò l’era del calcio anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, mi vien da pensare a Phil e Steve Mahre, che sulle nevi misero in difficoltà il grande Stenmark a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; Gene e Sandy Mayer, pure loro americani, che si fecero rispettare con la racchetta ai tempi di Connors, Borg e McEnroe; Maurizio e Giorgio Damilano che condivisero le fatiche in pista ai Giochi di Mosca del 1980, celebrando l’uno la medaglia d’oro, l’altro un onorevole undicesimo posto. Ma nel pugilato la distribuzione genetica è decisamente eventualità più remota, perchè è raro che se un ragazzo abbia desiderio di scambiar pugni, il parente stretto abbia voglia di fare altrettanto. Con qualche eccezione, ed una di queste risponde al nome di Leon e Michael Spinks.

Siamo a Montreal, sede delle Olimpiadi del 1976, e per il “team Usa” l’evento rappresenta l’ultima spedizione di valore assoluto ai Giochi, laddove si consideri che i pugili statunitensi vanno a medaglia in ben 7 delle 11 categorie in programma, conquistando 5 ori, un argento ed un bronzo. Tra i vincitori spiccano due fratelli afroamericani nati a Saint Louis, nel Missouri, il ventenne Michael Spinks che gareggia nei medi e Leon, maggiore di tre anni, iscritto nella categoria dei mediomassimi.

Per Michael, classe 1956, il cammino per la finale è relativamente agevole, dato che disputa solo l’incontro dei quarti (vinto ai punti per decisione unanime, 5-0) contro il polacco Pasiewicz, poiché sia negli ottavi che in semifinale beneficia del ritiro dei suoi avversari, il camerunense Emebe ed il rumeno Nastac rispettivamente, ma all’atto conclusivo lo attende un rivale di tutto rispetto, vale a dire il sovietico di origini uzbeche Rufat Riskiyev, che lo aveva sconfitto appena sei mesi prima a Tashkent. Il match è equilibrato, tanto che il pronostico su quale sarebbe stato il verdetto dei giudici è alquanto incerto, quando Spinks risolve la “questione” in suo favore piazzando un tremendo destro allo stomaco dell’avversario, piegandolo letteralmente in due ed inducendo l’arbitro a sospendere l’incontro ad 1’54” dalla conclusione del terzo e decisivo round.

Più lungo, ma non per questo molto più difficile, il cammino del fratello Leon, nato nel 1953, nei mediomassimi, iniziato facendo fuori per k.o. alla prima ripresa il malcapitato marocchino Fatihi nel match d’esordio e poi vincendo – sempre ai punti con verdetto unanime per 5-0 – il russo Klimanov agli ottavi, il tedesco est Sachse ai quarti ed il polacco Gortat in semifinale. Come per il fratello Michael, l’ostacolo più serio è rappresentato dall’avversario da affrontare in finale, vale a dire il cubano Sixto Soria, giunto al match decisivo dopo due vittorie per k.o. alla seconda ripresa contro il portoricano Rosa e il tedesco Gruber e l’abbandono del rumeno Dafinoiu alla prima ripresa in semifinale, per un totale di appena 9’05” disputati nel torneo, dimostrandosi, pertanto, un pugile di tutto riguardo. Nulla però può fare di fronte allo strapotere fisico di Spinks, salito sul ring appena dopo il successo del fratello, che lo atterra al primo round, continuando ad imperversare finché l’arbitro non decreta il k.o.t. ad 1’09” del terzo round.

E così, all’atto della premiazione sul podio, due fratelloni niente male, Michael e Leon Spinks, salgono sul gradino più alto, a cingersi della medaglia d’oro olimpica e a far vibrare nell’aria le note del “The Star-Spangled Banner“, l’inno americano.

Ovviamente la carriera dei due campioni a cinque cerchi non finisce qui. Anzi, questo è solo un gustoso antipasto. Sia Leon che Michael, infatti, passati professionisti, diventeranno campioni del mondo nella categoria dei pesi massimi, Leon sconfiggendo Muhammad Alì ai punti il 15 febbraio 1978 a Las Vegas a chiusura di un combattimento tanto avvincente da venir eletto match dell’anno (verrà poi sconfitto nettamente nella rivincita del 15 settembre al Superdome di New Orleans) e Michael (già per 11 volte iridato dei mediomassimi e fisicamente e tecnicamente il più forte tra i due) il 21 settembre 1985 contro quel Larry Holmes che nel giugno 1981 aveva fermato il fratello in un ultimo disperato tentativo di riconquistare la cintura mondiale, mantenendo la corona sino al 27 giugno 1988, quando alla Conventional Hall di Atlantic City verrà steso dopo 1’31” del primo round da Mike Tyson, per quella che sarà la sua unica sconfitta da professionista.

FERNANDO ATZORI E LA BANDIERA DELLA SARDEGNA SUL PODIO OLIMPICO PIU’ ALTO

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Fernando Atzori sul podio di Tokyo 1964 – da coni.it

articolo di Nicola Pucci

L’Italia ha tradizione eccellente, quando si tratta di dar di pugni alle Olimpiadi. Senza dover scomodare Edoardo Garzena, che ai Giochi di Anversa del 1920 colse il bronzo nei pesi piuma portando in dote a Casa Italia la prima medaglia a cinque cerchi, basterebbe ricordare i tre ori ad Amsterdam 1928 messi al collo da Vittorio Tamagnini (pesi gallo), Carlo Orlandi (pesi leggeri) e Piero Toscani (pesi medi), la trionfale spedizione di Ulderico Sergo a Berlino 1936 (pesi gallo), Ernesto Formenti sul gradino più alto a Londra 1948 (pesi piuma) così come Aureliano Bolognesi quattro anni dopo ad Helsinki 1952 (pesi leggeri), infine l’edizione casalinga delle Olimpiadi di Roma del 1960 che illustrarono al mondo l’ardore di Francesco Musso (pesi piuma), l’eleganza naturale di Nino Benvenuti (pesi welters) e la potenza devastatrice di Francesco De Piccoli (pesi massimi). Ma la storia, e il percorso agonistico di Fernando Atzori hanno qualcosa di speciale. E’ sufficiente dar credito a quello che tra poco verrà raccontato.

Tanto per cominciare Fernando nasce in Sardegna, ad Ales, che è pure il paese natale di un certo Antonio Gramsci, il 1 giugno 1942, e se questo può sembrare un parametro irrilevante, non lo sarà in seguito quando, su quel podio olimpico che regala gloria per sempre, salirà il primo rappresentante isolano della storia a cinque cerchi, almeno in una prova individuale. Ma Atzori, orfano di entrambi i genitori fin da bambino, nella sua bella terra d’origine ci rimane poco, perchè qui praticare sport è impresa titanica e in mancanza di una palestra è costretto ad allenarsi in una piccola stanza con un sacco e un ring improvvisato, per trasferirsi ragazzo a Firenze dove viene preso in carico dal maestro Dino Ciappi presso l’Accademia pugilistica fiorentina. E se di giorno lavora come stuccatore, nei ritagli di tempo comincia ad allenarsi con serietà e spirito di sacrificio,  nonostante l’handicap di un dito mezzo mozzo perso giocando in una falegnameria, perchè magari il pugilato potrà essere l’unico veicolo, per lui, di affermazione.

Ed in effetti Atzori vede giusto. Piccolino e mingherlino, 158 centimetri per 51 chilogrammi, nondimeno ha tecnica invidiabile e picchia tremendamente forte, sfruttando velocità e colpo d’occhio, e tra i pesi mosca comincia ben presto a far parlare di sè. Nel 1963 avvia un biennio da favola, vincendo tra i dilettanti il titolo italiano, i Giochi del Mediterraneo a Napoli e i Mondiali Militari a Francoforte, per poi bissare l’anno successivo sia i campionati italiani che l’iride militare a Tunisi.

Forte di questa pregevole collezione di successi, Atzori si guadagna la convocazione per le Olimpiadi di Tokyo del 1964, e sarà proprio in terra d’Oriente che assurgerà al rango di campione, acquisendo in notorietà e prestigio. Il Korakuen Ice Palace è teatro degli incontri di pugilato, e per l’azzurro il debutto contro l’arabo Mahmoud Mersal, il 12 ottobre, non riserva grossi problemi, con un successo inequivocabile per verdetto unanime. Altrettanto agevoli si rivelano i due combattimenti successivi, il 16 contro l’australiano Darryl Norwood e il 19 contro l’irlandese John McCafferty, entrambi sconfitti nettamente, per poi affrontare in semifinale l’americano Bob Carmody, un bianco dal pugno pericoloso che ferisce all’occhio destro l’italiano prima di arrendersi con verdetto non unanime, 4-1. Non sarà, purtroppo per lo statunitense, il rimpianto più grande della carriera, morendo tre anni dopo in Vietnam, vittima con il suo plotone di cavalleria di un’imboscata dei vietcong. In finale ad attendere Atzori c’è il polacco Artur Olech, che ha usufruito in semifinale del forfait del sovietico Stanislav Sorokin, feritosi nel convulso match dei quarti con il coreano Choh, squalificato e rimasto per ben 51′ a centro ring in segno di protesta per la decisione dei giudici. In verità l’atto risolutivo, il 23 ottobre, non ha storia, Atzori domina con la sua boxe rapida ed efficace, e seppur venga penalizzato dall’ungherese Sermer che gli preferisce il polacco (che sarà argento anche a Città del Messico, nel 1968, battuto da Ricardo Delgado), infine si afferma ai punti, 4-1, salendo sul gradino più alto del podio e regalando alla sua Sardegna il primo oro individuale.

Assicurata la gloria perpetua, a Fernando si aprono le porte del professionismo. Ed è un’altra storia importante, suggellata da vittorie di prestigio, con l’unico rammarico di non aver mai potuto competere per la cintura mondiale. Atzori, che gli addetti ai lavori etichettano fin da subito come erede di quel Salvatore Burruni come lui sardo e campione europeo, in più detentore del titolo iridato contro il tailandese Pone Kingpetch a Roma il 23 aprile 1965, combatte proprio per la cintura continentale una prima volta il 25 gennaio 1967 a Lione, contro il francese René Libeer (guarda caso “vecchio” avversario di Burruni) battendolo ai punti a chiusura di un match aspro, duro, con qualche scorrettezza di troppo del transalpino, pure penalizzato da un richiamo ufficiale.

Il titolo europeo così conquistato è solo l’inizio di un lungo dominio continentale che vede Atzori concedere la rivincita a Libeer, pareggiandola il 2 agosto a Levico Terme, quando basta per confermarlo campione, per poi battere uno dopo l’altro lo svizzero Fritz Chervet (Berna, 15 dicembre 1967, k.o. alla quattordicesima ripresa), lo scozzese John McCluskey (vittoria per k.o. alla quarta ripresa, il 26 giugno 1968 a Napoli),  il campione italiano Franco Sperati (che cede per k.o.t. alla nona ripresa il 20 dicembre 1968 a Torino), il francese Kamara Diop (Cosenza, vittoria ai punti il 3 settembre 1969), nuovamente Sperati (che stavolta va al tappeto al dodicesimo round, davanti al pubblico amico di Cagliari, il 1 maggio 1970), lo spagnolo Andres Sainz Romero (battuto a Madrid il 18 dicembre 1970 per k.o.t alla dodicesima ripresa), ancora McCluskey (che si arrende solo ai punti, 19 marzo 1971 a Zurigo), infine il francese Gerard Macrez (ancora ai punti, il 4 agosto 1971 ad Ancona).

In totale fanno ben dieci titoli europei, ed un quinquennio da primattore che si interrompe, in maniera controversa, a Berna il 3 marzo 1972 quando Atzori ritrova Chervet, lo affronta di nuovo a casa sua ma ne subisce le reiterate scorrettezze fino ad abbandonare per protesta all’undicesimo round. Voltate le spalle all’avversario, il sardo viene aggredito dallo stesso Chervet e ne scaturisce una rissa, sedata a fatica dagli assistenti dei due pugili. Fatto è che Atzori, dopo cinque anni, cede il titolo di campione d’Europa. Per riappropriarsene un’ultima volta il 28 giugno 1973, a Novara, quando, lasciata vacante la cintura dei pesi mosca da un Chervet in cerca di una chance mondiale, Fernando batte il francese Dominique Cesari mandandolo a terra alla dodicesima ripresa. E sarà ancora Chervet, nel frattempo battuto dal tailendese Chartchai Chionoi nella sfida mondiale di Bangkok del 17 maggio 1973, a chiudere la carriera di Atzori, incrociandone i guantoni il 26 dicembre 1973 all’Hallenstadion di Zurigo, stavolta sì mandando a tappetto l’azzurro, insolitamente abulico e privo di mordente, con un gancio destro alla settima ripresa, dopo averlo già costretto a metter ginocchio a terra nel secondo e terzo round.

Già, il titolo mondiale. Per il quale Fernando Atzori non combatterà mai, sconfitto com’è in probanti sfide con il messicano Octavio Gomez (28 gennaio 1968 a Città del Messico) e il filippino Bernabe Villacampo (18 gennaio 1969 a Manila). Ma che importa, in fin dei conti? L’oro di Tokyo è pur sempre un qualcosa che rimane, per sempre, e la grande enciclopedia delle Olimpiadi ha valore universale. Fors’anche più di una corona iridata.

ODDONE PIAZZA, IL PRIMO PUGILE TRICOLORE CHE COMBATTE’ PER LA CINTURA MONDIALE

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Oddone Piazza – da boxrec.com

articolo di Nicola Pucci

Ad Oddone Piazza va ascritto un merito che mai nessuno potrà negargli: quello di esser stato il primo pugile italiano a salire su un ring con in palio una cintura iridata. E questo, in una carriera meno fortunata di quel che avrebbe potuto essere, è comunque un bel risarcimento.

Conviene partire da lontano, perchè di Oddone non si è mai parlato molto e perchè troppo spesso gli almanacchi si sono dimenticati di lui. Tanto per cominciare, è bene sapere che venne alla luce il 28 novembre 1908 a Valli del Pasubio, paese dell’entroterra vicentino, ed era l’ultimo di una nidiata di otto fratelli, tutti il cui nome inderogabilmente iniziava con la “o“. Da qui il singolare Oddone con cui venne registrato all’anagrafe. Fin da ragazzo ebbe modo di appassionarsi al pugilato, gareggiando tra i pesi medi e denunciando, da subito, una boxe elegante nello stile ed un coraggio leonino.

Pugilisticamente forgiò la sua tecnica a Milano, seppur spesso avesse difficoltà nel trovare avversari in grado di battersi con lui. E lo certifica il fatto che oltre ad essere boxeur di sicuro avvenire, Piazza si cimentò anche nel judo, addirittura competendo a Roma per il titolo italiano di categoria. Inevitabilmente, con la strada senza sbocchi in Italia, prese guantoni e bagagli e si trasferì in America. E qui fu tutta un’altra musica.

Guidato da Phil Buccola al gym di Boston, Oddone esordì non ancora 22enne il 31 marzo 1930 al Casino di Fall River, battendo per k.o.t. Bernie Monahan, per poi infilare uno dietro l’altro una serie di incontri vittoriosi che gli regalarono notorietà tra gli immigrati italiani del posto. Piazza divenne un idolo, anche in virtù di una classe cristallina ed un temperamento indomito, e visto che Mickey Walker, campione del mondo dei pesi medi, era salito di categoria lasciando vacante il titolo, Oddone divenne uno dei pretendenti più autorevoli per combattere per la cintura iridata. Anche perchè, oltre ad aver superato un agonista del calibro del cubano Raul Rojas, aveva incrociato i guantoni con Henry Firpo, “il bombardiere del Kentucky“, l’11 novembre 1931 all’Auditorium di Milwaukee, che facendo valere una maggior esperienza ed affidandosi alla rudezza dei suoi colpi aveva inizialmente fatto breccia nella guardia dell’italiano, prima che questi rinvenisse con un rush finale dagli altissimi contenuti tecnici. Tanto da obbligare i giudici ad emettere un salomonico verdetto di parità che se da un lato non aveva offeso Firpo, dall’altro aveva fatto crescere ancor più la fama di Piazza, uscito infine indenne da un match drammatico.

Oddone, seppur silenzioso ed affatto a suo agio quando chiamato a far vetrina, aveva coraggio da vendere, e questo fece di lui un eroe per i tanti italiani che al pari suo avevano lasciato il Belpaese per tentar fortuna oltre Atlantico. Meritandosi pure l’apprezzamento e la stima degli addetti ai lavori americani. E visto che proprio lì l’occasione buona prima o poi capita a tutti, anche Piazza ebbe la sua, ovvero si guadagnò la chance mondiale (primo italiano nella storia del pugilato a riuscirci, un anno prima di Carnera) contro l’altro peso medio che si era fatto largo nella selva di pretendenti, il mancino calvo Willie “Gorilla” Jones, un nero dalla forza bruta e dalle lunghissime braccia, che nelle movenze, agile e scattante in avanti così come negli indietreggiamenti a scartare i colpi dell’avversario, lo facevano sembrare una scimmia.

Il match, inizialmente previsto per il 7 gennaio 1932 all’Auditorium di Milwaukee, slittò al 25 in quanto Jones addusse un infortunio in allenamento. Il che penalizzò Piazza, al massimo della forma, che invece, quando si presentò all’appuntamento della vita sotto lo sguardo febbrile di oltre 10.000 spettatori assetati di battaglia, aveva perso lo smalto ed era solo lontano parente del pugile elegante, veloce e redditizio che si era fatto ammirare nei due anni precedenti. A nulla valsero i consigli di Buccola, così come inutili si rivelarono gli allenamenti con Lou Brouillard (che sarebbe in seguito diventato campione del mondo dei pesi medi) che cercava di riprodurre la boxe mancina di “Gorilla“, e l’aiuto in qualità di sparring-partner di Johnny Indrisano. Jones fu padrone del match fin da subito, aggredendo l’italiano con la sua boxe stilisticamente poco ortodossa ma violenta. Sul ring Oddone, stavolta, espresse tutta quella timidezza che era solita del suo carattere, incapace di trovare le necessarie contromisure agli affondi del rivale, che dopo averlo ripetutamente colpito, infine lo costrinse alla resa prima ancora dell’inizio della settima ripresa.

Sfumava così il sogno mondiale di Piazza, l’italiano che aveva varcato l’Oceano per inseguire gloria perpetua e ricompense (a proposito, tra seconda e terza ripresa gli venne comunicato che avevano dimezzato la borsa!), trovò invece un osso troppo duro che lo costrinse alla resa. Lo vendicherà proprio Prima Carnera… ma vi pare che possa esser di consolazione per Oddone?

 

PANCHO VILLA, IL RIVOLUZIONARIO DELLA BOXE CHE FU CAMPIONE DEL MONDO

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Pancho Villa – da boxingnewsonline.net

articolo di Nicola Pucci

All’anagrafe era registrato come Francisco Guilledo, ma tutti lo conobbero con il nome che evoca momenti rivoluzionari, Pancho Villa.

Filippino dell’isola di Panay, nato il 1 agosto 1901, Villa è universalmente riconosciuto come il pugile asiatico più forte di ogni epoca, seppur Flash Elorde e Manny Pacquiao avrebbero forse qualcosa da obiettare. Piccolo di statura, tanto da raggiungere a malapena i 150 centimetri, ma esplosivo e implacabile sul ring, Francisco, abbandonato dal padre a sei mesi e costretto a badare alle capre nella tenuta del ricco proprietario terriero che ha accolto lui e la madre, comincia a dar di pugni con i ragazzi del villaggio, non mancando di venir notato dal promoter Frank Churchill che tra il 1919 e il 1922 lo fa combattere a Manila in una serie di incontri che non lo vedono vincitore solo per due no decision con Mike Ballerino ed una squalifica con Eddie Moore, conquistando nel frattempo due titoli nei pesi mosca, detronizzando Terio Pandong.

I patrii confini stanno ormai stretti a Pancho Villa, che si è guadagnato l’appellativo da Churchill, in onore del rivoluzionario messicano, o forse dal maestro di boxe che già nel 1918 parrebbe averlo adottato legalmente, Paquito Villa appunto. Riceve un invito da Tex Rickard, che negli Stati Uniti è una sorta di guru del pugilato, prende bagagli e guantoni e con i due mentori si imbarca alla volta degli States, con l’obiettivo di cogliere la sua chance. E in effetti la trasferta avrà fortuna.

Ad onor del vero l’approccio non è dei più promettenti, con le due sconfitte con Abe Goldstein per newspaper decision e con Frankie Genaro ai punti, ma è solo l’inizio. Villa non si arrende, batte qualche avversario secondario meritandosi la standing ovation di chi assiste ai suoi combattimenti ed infine, il 14 settembre 1922, può competere per il titolo americano dei pesi mosca, all’Ebbet’s Field di Brooklyn, contro il campione in carica Johnny Buff. Il match è violento, e si decide all’11esimo round quando un colpo secco dello sfidante manda al tappetto il campione, costretto a gettare la spugna. La corona è in saccoccia e per Villa è solo il primo di una lunga serie di successi che daranno lustro alla sua carriera.

Il pugile filippino combatte ripetutamente, spesso ad una settimana di distanza da un incontro all’altro (a fine carriera saranno ben 103 con 89 vittorie), e dopo aver confermato il titolo americano superando Goldstein, Martin e Mason, è costretto a cederlo a Genaro che il 1 marzo 1923 al Madison Square Garden di New York lo batte a chiusura di 15 round il cui verdetto, contestato dalla maggior parte degli osservatori, lascia margine a ben più di qualche semplice dubbio. Ma se la sconfitta potrebbe pregiudicare la scalata di Villa verso un’opportunità iridata, invece è il motivo per cui i promotori scelgano il filippino, la cui popolarità è senza confini, anzichè l’americano quale sfidante del leggendario Jimmy Wilde, fenomenale gallese campione del mondo che un’autorevole giuria di esperti di pugilato considera il peso mosca più forte di sempre.

Il 18 giugno 1923, al Polo Grounds di New York, va in scena una sfida destinata alla leggenda della boxe, anticipata dalle dichiarazioni della vigilia di Wilde “apprezzo il fatto che sto per essere messo a dura prova da uno dei pugili più forti” a cui Villa risponde “sono in ottime condizioni, e una volta che sono in condizione le mie preoccupazioni sono finite, sul ring non intendo dare un attimo di tregua a Wilde“. E così sia. Inarrestabile e aggressivo come è nel suo stile, Villa si abbatte sul campione del mondo, che fatica a contenerne l’esuberanza. 20.000 spettatori, al grido di “Viva Villa!“, assistono all’esibizione dello sfidante che infine al settimo round stampa un colpo risolutivo alla mascella del campione che, già messo al tappeto nel quarto e quinto round, cede di schianto. La cintura iridata dei pesi mosca è di Pancho Villa e la rivoluzione, nel pugilato, che fino ad allora aveva acclamato fuoriclasse solo americani o di provenienza del Vecchio Continente, è compiuta.

La carriera di Villa è al culmine. Rientrato nella Filippine a bordo di quello stesso transatlantico che l’anno prima lo aveva portato negli States carico di speranze, viene accolto a Manila come una stella di prima grandezza, portato in trionfo per le strade della città e presentato al cospetto del presidente Manuel Quezon che ordina che il titolo mondiale venga difeso in patria. E pensate voi che un desiderio che venga da così in alto possa essere disilluso? Sia mai.

Villa, fedele fino in fondo alla sua fama, torna invece negli States per respingere ai punti l’assalto di Benny Schwartz, 12 ottobre 1923 a Baltimora, sconfiggere per decisione unanime Frankie Ash, 30 maggio 1924 a New York, per poi, questa volta sì a Manila, confermarsi il più forte contro Clever Sencio, 2 maggio 1925.

Nessuno, ahimè, immagina che l’incontro con Sencio sarà l’ultimo di una carriera fenomenale. O almeno. La mattina del match, senza titolo in palio, con Jimmy McLarnin, il 4 luglio 1925 a Emeryville, Villa è costretto ad un appuntamento dal dentista per estrarre un dente ulcerato. Nel corso del combattimento si preoccupa più di proteggere la parte del volto dolorante piuttosto che fronteggiare i colpi del rivale, che ha partita vinta ai punti. Due giorni dopo a Villa vengono tolti altri tre denti ma nel frattempo sopravviene un’infezione che risulterà letale, diffondendosi alla gola e provocando l’angina di Ludwig.

Pancho Villa, che in vita aveva respinto tutti gli avversari che avevano provato a contrastare la sua scalata a campione, si spenge il 14 luglio 1925, non ancora 24enne. E questo rafforza la sua leggenda, perchè non solo con il fucile, ma anche con i guantoni si può esser rivoluzionari.

 

 

LUIGI MINCHILLO, L’IMBATTIBILE SUPERWELTER A CUI MANCO’ IL TITOLO MONDIALE

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Una fase del match tra Hearns e Minchillo – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

A Luigi Minchillo quel che era successo alle Olimpiadi di Montreal del 1976 non era proprio andato a genio. Una Commissione tecnica decisamente non all’altezza aveva selezionato per l’evento a cinque cerchi sette atleti, di questi solo sei avevano fatto parte della spedizione ai Giochi, stante il forfeit all’ultimo momento del peso medio Matteo Salvemini, e Minchillo, foggiano di San Paolo Civitate, classe 1955, era della partita.

Luigi aveva già avuto modo di illustrare al mondo le sue doti di guerriero indomabile, competendo da junior tra i welter ed avendo modo di incrociare i guantoni con un certo Ray “Sugar” Leonard, di un anno più giovane di lui, che nell’ambito di un match Italia-Usa del 1973 a Roccamonfina lo aveva mandato al tappeto alla prima ripresa. Sarebbe stato l’unico, alla fine dei salmi, a riuscirci. Ma la scorza è di quelle dure, il ragazzo pugliese ha coraggio da vendere, così come un pugno che sa far male, e nel 1975 mette in bacheca il titolo italiano dei dilettanti così come la vittoria ai Giochi del Mediterraneo, in un caso tra i welter, nell’altro tra i pesi medi. E poi, la gioia dell’esperienza olimpica.

Ma a Montreal Minchillo, che avrebbe le carte in regola per combattere nella categoria dei superwelter, viene “declassato” ai welter e lì, dove avrebbe dovuto magari competere il  riminese Pierangelo Pira, pur denunciando una forma accettabile, si vede costretto a cedere al terzo turno per verdetto unanime al tedesco Reinhard Skricek, che ne infrange i sogni di andare a medaglia. Ed è ovvio, che una volta passato professionista nel 1977, Luigi abbia una gran voglia di riscattare quella cocente delusione.

In effetti la carriera di Minchillo, da questo momento in poi, vira per il senso sperato, assoldato per la scuderia milanese Totip che ha in Umberto Branchini un mentore impareggiabile. Il 24 aprile 1979 conquista a Pesaro il titolo italiano dei superwelter battendo Clemente Gessi, già costretto ad arrendersi al primo round alla furia del pugile foggiano, per poi difendere la cintura a quattro riprese con Paolo Zanusso, con quell’Alvaro Scarpelli che nel 1978 era stato l’unico a poter vantare di averlo battuto in Italia, e per due volte con Vincenzo Ungaro.

La vetrina continentale, a questo punto, l’attende e il 1 luglio 1981, sul ring di Formia, tocca al francese Luis Acaries, che qualche mese prima ha strappato la corona europea dei superwelter allo jugoslavo Marijan Benes battendolo ai punti, assaggiare la pesantezza della boxe di Minchillo che infine, con verdetto unanime, fa suo il combattimento e il titolo dopo dodici riprese condotte con audacia e senso tattico. L’Europa accoglie Luigi tra i grandi, e che Minchillo sia il superwelter più forte in circolazione se ne ha conferma nelle difese vittoriose con l’altro transalpino Claude Martin, messo k.o. dopo soli quindici secondi a Rennes il 28 novembre 1981, il 30 marzo 1982 alla Wembley Arena quando ha la meglio di un soffio del britannico di colore Maurice Hope, che qualche dispiacere lo aveva dato prima a Vito Antuofermo e poi a Rocky Mattioli, mandando tre volte al tappeto il tedesco Jean-Andrè Emmerich il 22 agosto sempre del 1982 a Praia a Mare, infine venendo a capo proprio di Benes il 28 ottobre, a San Severo, sconfitto in un match tra i più duri e dispendiosi della sua carriera, nonostante uno dei tre giudici avesse decretato il pari.

Quel che manca, a questo punto, alla consacrazione perpetua di Minchillo, imbattibile in Europa, è il titolo mondiale, in un’epoca in cui la categoria dei superwelter abbonda di campioni del calibro di Wilfred Benitez, Roberto Duran, che Luigi ha già affrontato nel settembre del 1981 al Caesar’s Palace di Las Vegas, uscendone sconfitto solo ai punti, e Thomas Hearns. Ed è proprio “il cobra” Hearns l’avversario che Luigi si trova a dover sfidare l’11 febbraio 1984 alla Joe Louis Arena di Detroit, in un combattimento valido per la WBC e che il pugliese affronta senza troppi timori reverenziali. Anzi, è proprio Minchillo a ferire per primo, al secondo round, un rivale che a sua volta non si fa pregare per menare, affondando nella difesa del pugile italiano che al settimo round sanguina dall’arcata sopraccigliare. A Luigi manca il pugno del k.o., nell’occasione che vale una vita agonistica, e sarà questo il rimpianto più acuto della sua carriera, dovendo infine cedere per verdetto unanime quando i tre giudici lo bocciano, nettamente, in un match che se lo vede penalizzato nel risultato, ne amplifica il valore di guerriero indomabile. Il titolo mondiale, a scanso di equivoci, premia comunque il pugile migliore.

Già, quella cintura iridata che sfuma ancora, per sempre, la sera del 1 dicembre 1984, quando al Palasport di Milano Minchillo si arrende per k.o.t. alla tredicesima ripresa al giamaicano Mike McCallum, un altro mammasantissima della categoria, che qualche mese prima era diventato il primo pugile dell’isola caraibica a fregiarsi del titolo mondiale lasciato vacante da Duran, battendo l’irlandese Sean Mannion.

Con la sconfitta con McCallum cala il sipario sul sogno mondiale di Minchillo, che rimane fermo per un anno, torna a combattere, si concede un’ultima chance europea contro il francese Renè Jacquot che sul ring di Rimini, il 29 gennaio 1988, lo sconfigge inesorabilmente per k.o.t. alla quarta ripresa. Ed allora è tempo di chiudere, con l’autorevolezza di chi conobbe l’onta del tappetto solo una volta, si fregiò del titolo europeo, ebbe l’ardire di provare a salire sul tetto del mondo ma fu respinto. Storia e vita di pugili. E di uomini coraggiosi.

 

SILVANO BERTINI E QUEL TITOLO IRIDATO SFUMATO CONTRO WAJIMA NEL 1973

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Una fase del match tra Wajima e Bertini – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Silvano Bertini non era certo ignoto al grande pubblico del pugilato. La sua carriera da dilettante era lì a dimostrarlo, con la medaglia di bronzo nella categoria dei pesi welter alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, quando dopo aver approfittato della squalifica del canadese Desrosiers, aver dominato l’arabo Saddik ed aver messo al tappeto alla seconda ripresa il britannico Varley, si era arreso di un soffio in semifinale al polacco Marian Kasprzyk che poi avrebbe colto l’oro contro il sovietico Tamulis. Non solo, vantava due titoli mondiali militari, un oro ai Giochi del Mediterraneo, un paio di successi ai campionati italiani ed un argento agli Europei di Mosca del 1963 quando a batterlo era stato proprio Ricardas Tamulis.

Poi era venuto il passaggio al professionismo, sull’onda lunga dunque di un bel palmares da giovanotto, e la conferma di quella buona tecnica forgiata da Adriano Sconcerti che nel 1965 lo aveva seguito nel salto tra i grandi, così come di un fisico compatto ed una boxe, in sostanza, solida ed efficace. E il titolo italiano contro Domenico Tiberia nel 1968 legittimava l’inserimento di Bertini tra i grandi del pugilato tricolore, buon viatico verso la corona europa strappata il 18 gennaio 1969 all’olandese Edwin Mack, seppur poi ceduta il 5 maggio dello stesso anno a Parigi al francese Jean Josselin per k.o.t. all’ottava ripresa. Non sarà l’unica occasione in cui Bertini dovrà cedere il passo ad un transalpino, costretto alla resa anche nella nuova chance continentale del 26 novembre 1971 quando a Ginevra Roger Menetrey lo batte per k.o.t. alla tredicesima ripresa.

Campione italiano dei pesi medi junior nel 1972 a danno di Alberto Torri, pare mancare a Bertini, toscanaccio doc nato a Signa, alle porte di Firenze, il 27 marzo 1940, soltanto l’occasione iridata a dar lustro ad una carriera comunque più che onorevole. Invece… invece quel tram chiamato desiderio infine si materializza, attraverso un’inattesa “offerta” del giapponese Koichi Wajima, titolare della cintura iridata dei pesi medi junior e che già in passato ha dato qualche dispiacere di troppo all’Italia, battendo prima ai punti in quindici riprese serrate Carmelo Bossi a Tokyo il 31 ottobre 1971, demolendo poi in soli 49 secondi lo stesso Tiberia il 7 maggio 1972 a Fukuoka, capace di rialzarsi due volte ma infine costretto a lanciare l’asciugamano dopo meno di due minuti di impari battaglia.

Lo scenario, il 14 luglio 1973, stavolta è Sapporo, capitale dell’Hokkaido, teatro delle Olimpiadi invernali dell’anno prima. E per Bertini, nove anni dopo i Giochi di Tokyo, è il ritorno nel paese del Sol Levante, che in sede olimpica gli fu parzialmente amico. Il viaggio in aereo è lungo ed estenuante, e quel di cui ha bisogno il pugile toscano all’arrivo è una buona palestra dove poter rimettere in sesto quei muscoli atrofizzati nelle lunghe ore di permanenza in volo. Macchè. Sorrisi, inchini e corteggiamenti di ogni sorta, dispensati dai nipponici a piene mani, ma di un locale per l’allenamento neanche a parlarne. Bertini trova nondimeno un buco dove poter dare qualche pugno, esercita il fisico in qualche corsa al parco e la sera del 14, sul ring della Mokamanai Ice Arena, è pronto alla sfida che vale una vita agonistica.

In effetti il combattimento è infuocato. Bertini ci mette esplosività atletica, caparbietà e coraggio, pur mancando di quel pizzico di fantasia necessaria per prendere in ostaggio gli occhi di chi segue l’incontro, e fors’anche non più all’apice, avendo già meditato propositi di ritiro. Ma per almeno 10 round è il migliore. Ispirato e coordinato, all’8 round colpisce duro il campione che si piega. Ma, tarchiato e tozzo com’è, l’ex-camionista trentenne di Shibetsu non si spezza, fors’anche salvato dall’arbitro Ugo Takeo, che opera in suo favore.

Furia e aggressività in Wajima, anticipo e stile in Bertini. E sembra il cocktail vincente per l’azzurro. Ma così non è, perchè il giapponese, vistosi a mal partito, ricorre alle scorrettezze, abituali del suo repertorio, con quel “salto della rana” che lo vede avventarsi con un balzo verso l’avversario di turno, caricare di forza e colpire con testate energiche che in Giappone nessun direttore di gara si azzarderebbe a vietare. Questa è il canovaccio tecnico della dodicesima ripresa del match con Bertini, che accusa una ferita al sopracciglio e comincia a sanguinare copiosamente, incapace di difendersi e costretto a gettare la spugna al gong. Sconcerti vorrebbe la squalifica di Wajima, ma ti pare possibile a Sapporo? Figurarsi, l’arbitro invece lo proclama vincitore, con il supporto degli altri due giudici che certificano due cartellini da 59-55 e 60-55 a favore del detentore del titolo.

Sfuma così per Silvano Bertini il meritato sogno mondiale che forse, in Italia o in altra sede, avrebbe potuto far suo. Si chiamano storie di pugilato, si leggono ingiustizie della boxe. E non puoi proprio farci niente.