JANI SIEVINEN, UNA STELLA NEL GRIGIORE DEL NUOTO FINLANDESE

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Jani Sievinen in azione ai Giochi di Atlanta ’96 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

La bellezza del panorama olimpico sta nel consentire alle diverse Nazioni partecipanti alle varie edizioni dei Giochi, di cimentarsi negli Sport che più ne rappresentano le rispettive tradizioni, così come, al contrario, vi sono Paesi che, a dispetto di un elevato numero di medaglie complessivamente conquistato, “bucano” alcune discipline, nonostante queste siano largamente praticate nel resto del Pianeta …

Uno di questo casi riguarda la Finlandia, il cui medagliere ai Giochi parla di “qualcosa” come 303 medaglie (di cui 101 d’oro) conquistate – ed in cui la “parte del leone” la fa l’Atletica Leggera, con ben 114 allori di cui 48 Ori che la pongono addirittura al quarto posto riferendosi a detta singola specialità – cui fa da stridente contrasto quanto, viceversa, ottenuto da un altro Sport olimpico per eccellenza, vale a dire il Nuoto, in cui nessun atleta finlandese è sinora riuscito a salire sul gradino più alto del podio, potendo il Paese scandinavo vantare la “miseria” di un argento e tre bronzi nelle 25 edizioni cui ha preso parte.

Ed, addirittura, se si esclude il ranista Arvo Ossian Aaltonen – vincitore di due medaglie di bronzo ai Giochi di Anversa 1920 sui 200 e 400 metri rana – sino a fine anni ’80 nessun nuotatore di ambo i sessi ha mai avuto l’onore di salire su di un podio olimpico …

Una situazione che si modifica ad inizio della decade successiva grazie alle imprese di due coetanei, vale a dire lo stileliberista Antti Kasvio e, soprattutto, lo specialista dei misti Jani Sievinen, protagonista della nostra Storia odierna.

Nato a Vihti, cittadina di meno di 30mila anime posta a 30 chilometri a nordovest della Capitale Helsinki, il 31 marzo 1974 – tre mesi dopo Kasvio, che viceversa vede la luce il 20 dicembre 1973 – Sievinen appare per la prima volta alla ribalta internazionale allorché, appena 17enne, si presenta ai Campionati Europei di Atene ’91, ottenendo l’accesso alle Finali sia dei 200 che dei 400misti, giungendo quinto in 4’23”34 su quest’ultima – vinta dall’azzurro Luca in 4’17”81 – ed ottavo sulla più corta distanza, in cui, peraltro, otterrà le maggiori soddisfazioni a far tempo dalla stagione seguente.

Iscritto, difatti – come ogni buon mistista che si rispetti – anche in un’altra specialità, ovvero i m.100 farfalla in cui non raggiunge la Finale, Sievinen ha modo di mettersi in mostra ai Giochi di Barcellona ’92 nella gara dei m.200 misti, nelle cui batterie del mattino del 31 luglio realizza il miglior tempo, nonché “Personal Best” e primato nazionale all’epoca con 2’01”18, così da incutere un certo timore al dominatore della specialità, vale a dire l’imbattibile ungherese Tamas Darnyi – primo nuotatore ad infrangere la “barriera dei 2’ netti” con il record di 1’59”36 stabilito ai Mondiali di Perth ’91 – nonché al suo connazionale Attila Czene ed alla coppia americana formata da Greg Burgess e Ron Karnaugh …

La Finale del pomeriggio vede il 18enne finlandese esprimersi suoi medesimi livelli (2’01”28 il suo tempo), non sufficiente però a salire sul podio, visto che il bronzo spetta a Czene in 2’01”00 mentre la sfida per l’Oro è ancora una volta appannaggio (2’00”76 a 2’00”97) di Darnyi su Burgess.

Qualcosa però si sta muovendo in casa scandinava, visto che grazie a Kasvio, bronzo sui m.200sl alle spalle del russo Sadovyi e dell’eterno piazzato Anders Holmertz, la croce blu in campo bianco torna a salire su di un pennone nel corso di una cerimonia di premiazione olimpica, il che rappresenta sicuramente un incoraggiamento in vista degli appuntamenti europei e mondiali del successivo biennio .

La Rassegna Continentale di Sheffield ’93 rappresenta il definitivo riscatto del nuoto finnico grazie ai suoi citati alfieri, dato che Kasvio fa addirittura doppietta sui m.200 e 400sl – nel primo caso avendo la meglio (1’47”11 ad 1’47”25) sul Campione olimpico Sadovyi e, sulla più lunga distanza superando (3’47”81 a 3’48”14) l’idolo di casa Paul Palmer – ma anche Sievinen si fa rispettare.

Approfittando, difatti, dell’assenza di Darnyi nella gara dei m.200misti, ha l’occasione di riscattare la beffa subita da Czene ai Giochi catalani, superandolo nettamente nella relativa Finale, ma con in più l’aggiunta di un sensazionale tempo di 1’59”50 (rispetto al 2’00”70 dell’ungherese …) che lo pone a soli 0”14 centesimi dal limite assoluto di Darnyi.

Quest’ultimo impone la propria legge cogliendo l’ultima medaglia d’oro – la 16esima tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei … (!!) – di una straordinaria carriera facendo sua a fatica, per soli 0”27 centesimi (4’15”24 a 4’15”51) la Finale dei m.400misti, prima di ritirarsi, consapevole di lasciare l’eredità della specialità in buone mani …

Mai profezia si dimostra più veritiera in occasione della settima edizione dei Campionati Mondiali che si svolge a Roma ad inizio settembre ’94 e rappresenta il punto più alto nella Storia del Nuoto finlandese, con entrambi i suoi citati rappresentanti a cogliere un Oro ed un argento a testa.

A stile libero, Kasvio raggiunge il vertice iridato sui m.200 avendo la meglio con largo margine (1’47”32 ad 1’48”24) su Holmertz, con il bronzo appannaggio del neozelandese Danyon Loader – che due anni dopo, ai Giochi di Atlanta ’96, trionferà su entrambe le distanze – per poi inchinarsi (3’43”80, Record mondiale, a 3’48”55) solo al fuoriclasse australiano Kieren Perkins, con Loader ancora terzo, sulla distanza dei 400 metri, mentre le sfide di Sievinen sui misti hanno dell’epico …

La prima delle due gare in programma è quella della più lunga distanza, in cui, nelle batterie del mattino del 6 settembre, Sievinen fa segnare con 4’18”14 il secondo miglior tempo di qualificazione, inserendosi tra i due americani Eric Namesnik e Tom Dolan, con 4’16”48 e 4’19”17 rispettivamente.

La Finale del pomeriggio ribalta l’esito delle eliminatorie, con il finlandese a migliorarsi sino a 4’13”29 per un argento sicuro, visto che Namesnik coglie il gradino più basso del podio in 4’15”69, ma nulla può rispetto alla straordinaria impresa di Dolan che, coprendo le otto vasche in 4’12”30, addirittura migliora di 0”06 centesimi il limite mondiale stabilito da Darnyi alla Rassegna Iridata di Perth ’91 …

Che la kermesse romana dovesse segnare un cambio ai vertici della specialità se ne aveva sentore sin dal citato 1’59”50 si Sievinen agli Europei di Sheffield, ma ora toccava proprio a lui dimostrare di avere nelle braccia e nelle gambe detta possibilità in vista della sfida sui 200 metri, che va in scena cinque giorni dopo, l’11 settembre.

Con la coppia americana formata dall’argento olimpico Burgess e da Namesnik, con in più il sempre pericoloso Czene in agguato, le qualificazioni del mattino vedono il 20enne finlandese ottenere il miglior tempo con 2’00”94 con largo margine sulla coppia Usa e l’ungherese, viceversa racchiusi nello spazio di soli 0”12 centesimi, e vi è molta curiosità per vedere se, al pomeriggio, Darnyi perderà anche il suo secondo primato assoluto …

Transitato in 56”61 a metà gara – più veloce di 0”19 centesimi rispetto al record del Campione ungherese – Sievinen allunga decisamente nella frazione a rana, portando ad 1”62 il suo vantaggio sul citato primato all’ultima virata, per poi distendersi a stile libero ed andare a trionfare con larghissimo margine sia sui suoi avversari che sul precedente limite, fermando i cronometri sull’1’58”16 (ben 1”20 meglio di Darnyi), con le piazze d’onore appannaggio di Burgess e Czene, in 2’00”86 e 2’01”84 rispettivamente.

Un’impresa da “Guinness dei Primati”, quella di Sievinen, che lo proietta ai vertici della specialità e ne fa il logico favorito in vista dei Giochi di Atlanta ’96, in preparazione dei quali si presenta ai Campionati Europei di Vienna ’95, in programma a fine agosto …

In detta rassegna, che rappresenta il tramonto di Kasvio, Sievinen sfida il connazionale anche sulla distanza a lui più congeniale dei m.200sl, emergendo quale vincitore in 1’48”98 relegando Holmertz al suo consueto ruolo di “eterno secondo, mentre Kasvio completa la propria collezione di medaglie con il bronzo continentale, per poi non avere rivali nelle due prove sui misti.

Sulla più lunga distanza, difatti, rifila un distacco di 3”57 (4’14”75 a 4’18”32) al polacco Marcin Malinski, con l’azzurro Luca Sacchi bronzo, mentre sui 200 metri sforna un’altra eccellente prestazione che lo fa nuovamente scendere sotto l’1’59” netti, un 1’58”61 (a 0”45 centesimi dal proprio limite assoluto) al quale Czene non è in grado di replicare, concludendo ad oltre 2” di distacco, cronometrato in 2’00”88 …

L’importante è ora cercare di mantenere detto stato di forma in vista dell’appuntamento olimpico, ed in ogni caso gli squilli che provengono da oltre Oceano, in occasione dei Trials di inizio marzo ’96 ad Indianapolis parlano di un Dolan praticamente imbattibile sulla doppia distanza, visto che si afferma in 4’12”72, con Namesnik a fargli compagnia nella Capitale della Georgia, mentre nella gara in cui Sievinen è fresco primatista mondiale, i riscontri della coppia Dolan/Burgess (2’00”20 e 2’01”55) non sono tali da impensierire, almeno sulla carta …

Qualcosa però si inceppa nel meccanismo dell’oramai 22enne finlandese, che forse commette un errore di valutazione iscrivendosi anche sui m.200sl, le cui batterie si svolgono al mattino del 20 luglio ’96, n quanto ottiene l’ottavo tempo utile per qualificarsi per la Finale pomeridiana a pari merito (1’49”05) con il britannico Palmer, costringendolo ad altre quattro (inutili …) vasche di spareggio poiché, incredibile a dirsi, i due toccano contemporaneamente in 1’48”89 …!!

A questo punto, consapevole di non aver in ogni caso possibilità di medaglia, Sievinen rinuncia a favore del rivale – che, per notizia, giunge ottavo ed ultimo – onde non sprecare ulteriori energie in vista dell’impegno sui m.400misti in programma all’indomani …

Sforzo di cui, in ogni caso, risente nelle qualificazioni del mattino, che lo vedono concludere con il nono tempo (e pertanto primo degli esclusi dalla Finale …) di 4’23”13, un riscontro inguardabile rispetto alle prestazioni delle stagioni precedenti e che, a questo punto, mettono in dubbio anche quell’oro che sembrava scontato sulla più corta distanza …

E così, mentre Dolan e Namesnik fanno doppietta (4’14”90 e 4’15”25 rispettivamente …) con tempi superiori a quanto nuotato dal finlandese l’anno prima a Vienna, a Sievinen restano quattro giorni di tempo per cercare di recuperare una accettabile condizione e poter finalmente regalare al proprio Paese quella medaglia d’oro nel Nuoto sinora sempre sfuggitagli …

Forse per darsi una carica di autostima, nelle batterie del 25 luglio ’96 al “Georgia Tech Aquatic Center” di Atlanta, Sievinen realizza il miglior tempo di 2’01”05, così da prendere il via nella quarta corsia al pomeriggio, con gli altri favoriti più esterni, Czene e Burgess in prima e seconda e Dolan in settima …

Dopo una prima frazione a farfalla che vede prevalere il canadese Curtis Myden – il quale transita in 25”94, addirittura 0”23 centesimi al di sotto del record di Sievinen – la vasca a dorso è appannaggio di Czene, che vira a metà gara in 56”42, anch’egli più rapido per 0”19 centesimi del passaggio mondiale del finlandese, il quale non riesce a colmare il gap a rana – anche se il record è salvato, visto il transito in 1’30”87 dell’ungherese – per poi lanciarsi in un disperato tentativo di rimonta negli ultimi 50 metri a stile libero …

Nella frazione a lui più congeniale, Sievinen si stacca dal resto degli altri finalisti, recuperando bracciata dopo bracciata rispetto a Czene il quale, rendendosi conto che ha a disposizione “l’occasione di una vita”, cerca di resistere riuscendo nell’intento per soli 0”22 centesimi, sufficienti a garantirgli la “Gloria Olimpica” ed il relativo record dei Giochi, essendo sceso per la prima volta in carriera sotto i 2’ netti, con 1’59”91 rispetto al 2’00”13 del quanto mai deluso finlandese …

Crediamo che per Sievinen sia poca soddisfazione sapere che tuttora, ad oltre 20 anni di distanza, il suo è il miglior piazzamento mai ottenuto da un nuotatore del suo Paese alle Olimpiadi, scaricando negli anni a seguire la propria amarezza facendo incetta di medaglie nei poco frequentati Mondiali in vasca corta – 4 Ori e 2 argenti tra le edizioni di Hong Kong ’99, Atene 2000 e Mosca ’02 – mentre nelle altre grandi Manifestazioni internazionali la sua stella è oramai offuscata.

Fuori dal podio sia alle Rassegne iridate che olimpiche – 11esimo ai Mondiali di Perth ’98 ed ottavo in Finale ai Giochi di Sydney 2000 sui m.200 misti i suoi migliori successivi risultati nel successivo quinquennio – Sievinen raccoglie gli ultimi “spiccioli di gloria” a livello europeo, conquistando il bronzo sui m.200misti sia alle Rassegne Continentali di Siviglia ’97 ed Istanbul ’99, prima di avere un rigurgito di orgoglio avvicinandosi alla soglia dei 30 anni …

Ai Campionati europei di Berlino ’02, difatti, il 28enne finlandese riesce a scendere nuovamente sotto i 2’ netti, il che gli consente di tornare a salire sul gradino più alto di un podio, lasciando l’amaro in bocca (1’59”30 ad 1’59”83) al nostro Alessio Boggiatto, circostanza che gli dà la forza per cimentarsi nuovamente ai massimi livelli in occasione della Rassegna iridata di Barcellona ’03, visto altresì che, bene o male, nessuno è ancora stato in grado di battere il suo record mondiale, ad oltre 8 anni d distanza …

Peccato per Sievinen che il 2003 sia proprio l’anno della definitiva consacrazione del “Kid di Baltimora” Michael Phelps, che dapprima migliora il suo primato scendendo ad 1’57”94 a fine giugno, per poi far ancor meglio proprio nel capoluogo catalano, sia in semifinale (1’57”52) che in Finale facendo fermare i cronometri su di un incredibile 1’56”04 in una gara dove il finlandese rende comunque onore alla sua carriera con un più che onorevole quarto posto in 1’59”98.

Il passo di addio di Sievinen avviene l’anno seguente, ultimando il proprio Palmarès con l’argento alle spalle dell’austriaco Markus Rogan (1’59”79 a 2’00”43) alla Rassegna Continentale di Madrid ’04, per poi abbandonare l’attività dopo la deludente partecipazione alla sua quarta Olimpiade di Atene ’04, per poi ricevere dal Comitato Olimpico del proprio Paese l’onore di fungere da Portabandiera alla Cerimonia di Apertura dei Giochi di Londra 2012.

Un riconoscimento, a nostro modo di vedere, doveroso e quanto mai meritato …

 

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LA VERA STORIA DI ERIC LIDDELL, IL CAMPIONE CHE PER FEDE RINUNCIO’ AD UNA MEDAGLIA OLIMPICA

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Eric Liddell in azione durante i Giochi di Parigi ’24 – da:washingtontimes.com

Articolo di Giovanni Manenti

C’è un proverbio americano che recita: “Mai rovinare una bella storia con la verità …!!”, figuriamoci se poi detta “storia” diviene la trama di un Film “Cult” come “Momenti di Gloria” (“Chariots of Fire” nella versione originale …), diretto da Hugh Hudson e che riceve ben sette Nomination agli Oscar, vincendone quattro …

Detta pellicola ripercorre il racconto dei due velocisti britannici Harold Abrahams ed Eric Liddell, protagonisti alle Olimpiadi di Parigi 1924 nelle sfide contro i rivali americani, ma prendendosi alcune concessioni non rispondenti alla realtà.

La prima è relativa al fatto che Abrahams si sia aggiudicato la Finale dei 100 metri per riscattare la delusione dell’ultimo posto sulla doppia distanza, nulla di più falso, visto che in realtà il programma prevedeva l’esatto contrario, vale a dire la disputa per prima della gara più breve, ma l’aspetto più romanzesco riguarda proprio Liddell, pur ammettendo che la versione cinematografica è senz’altro più affascinante

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La Locandina del Film – da:imdb.com

Il film, difatti, narra la vicenda del rifiuto di Liddell a prender parte alla gara dei 100 metri in quanto le batterie della stessa si sarebbero svolte alla domenica – giorno sacro in base alle convinzioni religiose a lui inculcate dai genitori, missionari protestanti – come se la notizia gli fosse giunta solo al momento dell’imbarco per la Francia, con in più la “commedia” di Lord Burghley che gli cede il suo posto sui 400 metri, avendo egli già conquistato una medaglia.

Ricostruzione priva di qualsiasi fondamento, in primis perché Burghley – nel film riportato come Lord Lindsay, non avendo l’originale concesso l’autorizzazione ad usare il proprio nome – non era iscritto a tale gara e poi non aveva vinto alcuna medaglia (ci riuscirà quattro anni dopo, imponendosi nella Finale dei m.400hs ai Giochi di Amsterdam ’28 …) essendo stato eliminato nelle batterie dei 110 metri ad ostacoli.

Secondariamente poiché il programma delle varie prove era conosciuto da mesi e Liddell, effettivamente, si era rifiutato di correre le batterie dei 100 metri una volta verificato che le stesse erano calendarizzate per domenica 6 luglio 1924, ma la decisione di abbinare il giro di pista ai 200 metri – cosa assolutamente insolita all’epoca, e replicata solo da Michael Johnson a fine dello scorso secolo – venne presa a tale epoca, consentendogli di eseguire allenamenti specifici sulla distanza.

Detto ciò, solo per una corretta rispondenza con la realtà, la vita – sportiva e non, compresa la tragica fine – di Eric Liddell è ampiamente degna di essere raccontata, visto che per molti resta l’atleta scozzese più popolare di ogni epoca e per questo, giova riconoscerlo, “Momenti di Gloria” ha contribuito non poco, riportando alla memoria avvenimenti forse troppo a lungo dimenticati …

La particolarità della, pur breve, esistenza di Liddell inizia dalla nascita, vedendo la luce il 16 gennaio 1902 a Tientsin (o Tianjin secondo l’accezione cinese) futura metropoli della Repubblica Popolare cinese, secondogenito di una coppia di missionari protestanti di origine scozzese che vi svolgono la loro opera pastorale.

Trascorsa l’infanzia nel Paese asiatico, all’età di 6 anni Eric ed il fratello maggiore Robert (di soli due anni più anziano …) vengono accompagnati in Inghilterra per iscriverli allo “Eltham College”, una Scuola posta nella zona sud di Londra e riservata ai figli di missionari, mentre i genitori e la sorella Jenny fanno ritorno in Cina dove, poco dopo, nasce il quarto fratello, Ernest …

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Il giovane Eric (secondo, da dx) con genitori e fratelli – da:kofigyasiacquah.com

Al College, Liddell dimostra di avere tutte le qualità di “uomo modello”, scrupoloso nello studio, integerrimo nella vita privata grazie ai sentimenti religiosi a lui trasmessi dai genitori e, cosa che non guasta, con un naturale talento per l’attività sportiva, primeggiando sia nella corsa, così come nel cricket e nel rugby, una sorta di “Sport nazionali” sull’isola britannica.

Ma la svolta da un punto di vista agonistico avviene con l’iscrizione, nel 1920 a 18 anni compiuti, all’Università di Edimburgo, dove raggiunge il fratello Robert – che otterrà la Laurea in Medicina e più tardi lo seguirà in Cina per assisterlo nell’opera missionaria – per seguire il Corso di Scienze naturali, allorché riesce altresì a cimentarsi, con successo in entrambe le discipline, tra Atletica Leggera e Rugby.

Se, difatti, il nome di Liddell è principalmente legato alla conquista dell’Oro olimpico ai Giochi di Parigi 1924, sono in pochi a sapere che i suoi primi successi sono legati alle prestazioni con la palla ovale, tanto da essere selezionato per la Nazionale scozzese, nello scontato ruolo di ala, per poter sfruttare al meglio le sue doti di velocista.

E non è che Liddell sia, per così dire, un comprimario, tutt’altro, tanto da fare il suo esordio il 2 gennaio 1922 davanti a 37mila spettatori per la gara inaugurale del Torneo delle “Cinque Nazioni, avversaria la Francia e, quasi un segno del destino, terreno di gioco dello “Stade de Colombes”, dove due anni e mezzo più tardi coglierà la Gloria olimpica …

L’incontro, disputato sotto una forte pioggia e con il campo ai limiti della praticabilità, si conclude in parità sul 3-3 grazie ad una meta (che all’epoca valeva appena tre punti) per parte, ma Liddell viene confermato anche per il successivo impegno, un altro pari, stavolta per 9-9, contro il Galles ad Inverleith, prima di assaporare la gioia della prima vittoria il 25 febbraio 1922 sempre sul terreno amico, contribuendo al successo per 6-3 sull’Irlanda realizzando la meta del sorpasso nella ripresa.

Non schierato nell’ultimo, decisivo match contro l’Inghilterra – che la Scozia perde per 11-5 – Liddell torna protagonista nell’edizione dell’anno seguente del Torneo, allorché va a segno depositando l’ovale oltre la linea di meta in ognuna delle tre vittoriose sfide contro Francia (16-3), Galles (11-3) ed Irlanda (13-3), prima di affrontare, il 17 marzo 1923 ad Edimburgo, un’Inghilterra anch’essa a punteggio pieno per l’ultimo e decisivo match che avrebbe assegnato il Trofeo ed il relativo “Grande Slam” …

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Eric Liddell (il primo, seduto, a destra) con la Nazionale Scozzese – da:herschelian.com

Sinora imbattuto nei precedenti sei incontri disputati con la sua nazionale, Liddell conosce stavolta la sua unica sconfitta (ancorché di misura, 6-8 solo perché, a parità di mete, due per parte, William Luddington riesce a trasformarne una per il XV della Rosa …) per quella che è altresì la sua ultima apparizione ufficiale su di un campo di Rugby, essendo giunto il momento di concentrarsi sulle piste di atletica, vista l’incombenza dell’appuntamento olimpico.

E che Liddell possa essere l’uomo di punta della velocità britannica lo dimostra l’esito dei Campionati britannici AAA (Amateur Athletics Association) che si disputano nello stesso anno, imponendosi sia sulle 100 che sulle 200yds con i rispettivi tempi di 9”7 (che resterà imbattuto per 35 anni !!) e 21”6, tali da far impallidire i riscontri di 10”1 e 22”25 con cui Abrahams si aggiudica i titoli inglesi.

Che il 21enne scozzese avesse le potenzialità per far bene anche sul giro di pista lo dimostra la settimana successiva alla conclusione dei Campionati, allorché in un triangolare con Inghilterra, Scozia ed Irlanda (e non in un incontro Scozia-Francia come riportato nel film …), cade durante la gara sulle 440yds, rimettendosi a correre con circa 20 metri di svantaggio, riuscendo a rimontare i suoi avversari per poi batterli sul filo di lana, per una vittoria che, laconicamente commenta: “semplicemente non amo essere battuto …!!” …

Sbarcato in Francia, non senza aver ricevuto pesanti critiche per la sua decisione di non partecipare alla gara dei 100 metri, Liddell trascorre la domenica del 6 luglio 1924, mentre gli altri atleti sono impegnati nelle batterie e quarti della più breve prova del programma olimpico, svolgendo la sua professione evangelica con il tenere un sermone nella Chiesa scozzese posta nel Capoluogo transalpino, pur iniziando a maturare dei dubbi circa il fatto di aver preso la giusta decisione, soprattutto allorché – lui, scozzese sino al midollo – viene accusato di “traditore” da parte dei suoi stessi connazionali, che ripongono nelle sue qualità la pressoché unica possibilità di conquistare un Oro olimpico.

Il giorno successivo, Liddell è comunque sulle tribune ad assistere al trionfo del suo amico/rivale Abrahams, il quale dimostra una forma decisamente superiore al resto dei suoi avversari, certificata dall’essere cronometrato in 10”6 (pur con la tara del riscontro manuale e non elettronico …) sia nei quarti che in semifinale ed in Finale, il che eguaglia il record olimpico stabilito dall’americano Donald Lippincott ai Giochi di Stoccolma 1912, avendo la meglio (10”7) sull’americano Jackson Scholz, mentre il primatista mondiale e Campione olimpico in carica, Charles Paddock, delude concludendo non meglio che quinto in 10”9 …

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L’arrivo vincente di Abrahams sui m.100 – da:gettyimages.it

Rinfrancato dal fatto che, comunque, la medaglia d’Oro non sia sfuggita ad un rappresentante di sua Maestà britannica, Liddell scende in pista il giorno successivo per disputare batterie e quarti dei 200 metri, ottenendo la qualificazione alle semifinali concludendo alle spalle dell’australiano Slip Carr la seconda serie dei quarti, con tutti i migliori ancora della partita.

Con le semifinali in programma alle ore 14:00 e la Finale alle 15:45 del 9 luglio 1924, le stesse evidenziano il desiderio di riscatto degli scattisti Usa, che difatti si impongono in entrambe le serie, con Scholz ad imporsi nella prima in 21”8 davanti al connazionale George Hill ed ad Abrahams, e Paddock a precedere Liddell nella seconda, pur venendo accreditati entrambi del medesimo tempo di 21”8, con l’ultimo posto utile per la Finale colto dal quarto americano Bayes Norton …

Con quattro rappresentanti dello “Zio Sam” al via dell’atto conclusivo, per Liddell ed Abrahams è difficile sperare nella vittoria, ma mentre quest’ultimo, oramai appagato, si lascia andare allorché capisce che il podio è irraggiungibile, concludendo in 22”3 al sesto ed ultimo posto, il tenace e combattente esponente delle “Highlands” – sentendosi altresì in debito con i propri connazionali per la rinuncia ai 100 metri – colui a cui “non piace essere battuto …”, si impegna sino allo spasimo per centrare un onorevole terzo posto in 21”9 alle spalle degli scatenati Scholz e Paddock, rispettivamente Oro ed argento in 21”6 e 21”7.

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L’arrivo della Finale dei m.200 – da:gettyimages.it

Un’iniezione di fiducia, indubbiamente, ma non sufficiente a fare di Liddell – un po’ per scarsa abitudine sulla distanza e soprattutto per i tempi dei suoi avversari – il favorito sui 400 metri, visto che nelle gare sinora disputate non è mai sceso sotto i 49” netti, mentre dall’altra parte dell’Oceano sono sbarcati in Francia atleti in grado di correre il giro di pista 1” più veloci, a cominciare da John Coard Taylor, vincitore dei Trials in 48”1 …

Liddell si impone comunque con facilità in 50”2 nella sua batteria nel primo pomeriggio del 10 luglio, per poi giungere, due ore dopo, alle spalle (49”0 a 49”3) dell’olandese Adriaan Paulen nella quarta serie dei Quarti, non lasciando prevedere eccessive speranze per il giorno dopo, specie avendo visto lo svizzero Josef Imbach avanzare pretese di medaglia stabilendo in 48”0 il record olimpico.

Pensare che nell’arco di sole 24 ore un atleta – per quanto dotato di un “animus pugnandi” di prim’ordine come quello del 22enne scozzese – possa migliorarsi di 1” o forse più per ambire al gradino più alto del podio, può sembrare fantascienza, ma non dimentichiamo la carica spirituale di cui Liddell è portatore …

In ogni caso, già l’esito delle due semifinali, in programma alle ore 14:45 dell’11 luglio 1924, contribuisce a fare chiarezza, visto che l’americano Horatio Fitch cancella immediatamente il primato olimpico dello svizzero aggiudicandosi la prima serie in 47”8, tanto da portarsi dietro l’altro britannico Guy Butler – argento sulla distanza ed Oro con la staffetta 4×400 metri quattro anni prima ai Giochi di Anversa – che scende a 47”9 con anche il terzo qualificato, il canadese David Johnson, ad essere cronometrato in 48”0 tempo di assoluto valore.

La risposta di Liddell non si fa attendere, imponendosi nella seconda serie nel suo “Personal Best” di 48”2 sull’ex primatista olimpico Imbach (48”3), ma è opinione diffusa che un tale, già sensibile miglioramento, possa essere sufficiente giusto per completare un podio che vede favoriti per la medaglia d’Oro i ricordati Fitch e Butler …

C’è però un particolare sconosciuto agli altri finalisti, e cioè che al mattino a Liddell era stato consegnato un foglio piegato da parte di uno dei massaggiatori del Team britannico, che riportava come messaggio un brano (leggermente errato …) di un salmo di Samuele che recita: “Nell’Antico Testamento è scritto: “Chi onora me, io onorerò …!!” Ti auguro il miglior successo in ogni occasione”, circostanza che lo commosse specialmente per il fatto di essere stato compreso per la sua scelta di privilegiare la propria fede rispetto alla possibilità di una medaglia olimpica …

Ed è, pertanto, con questa rinnovata carica – e non, come nella versione cinematografica, che lo vede ricevere tale biglietto dall’americano Scholz poco prima della partenza – che alle ore 17:30 di venerdì 11 luglio Liddell si allinea con gli altri cinque finalisti in attesa del via da parte dello starter, sorteggiato nella sesta e più esterna corsia, ideale punto di riferimento per i suoi avversari, ma che lo convince a mettere in atto una tattica all’apparenza scriteriata …

Unanimemente conosciuta come “Il Giro della Morte”, la gara dei 400 metri necessita di una accurata distribuzione delle forze onde non rimanere a corto di fiato ed ossigeno sul rettilineo conclusivo, circostanza indubbiamente sconosciuta allo scozzese che al via accelera come se stesse replicando la Finale dei 200 metri …

Difatti, a metà gara “The flying Scotman” (“Lo Scozzese volante”) viene cronometrato in 22”2 (appena 0”3 decimi più lento della gara sui m.200 …!!), con addirittura due dei co-favoriti, il citato Imbach ed il vincitore dei Trials Taylor a cadere nel tentativo di reggerne il ritmo, con il primo ad abbandonare ed il secondo a proseguire, staccatissimo, ma mentre tutti ne attendono il crollo, addirittura incrementa il vantaggio …

Mettendo in mostra un’andatura non il massimo dell’ortodossia stilistica – in quanto corre con il capo reclinato all’indietro, come se avesse difficoltà di respirazione, ed in questo, occorre darne atto, è giusto ricordare come l’interpretazione dell’attore Ian Charleson sia perfettamente rispondente alla realtà – Liddell sembra non fermarsi più, per poi crollare, esausto, solo dopo la linea del traguardo avendo fermato i cronometri sul sensazionale tempo di 47”6, nuovo record olimpico …!!

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L’arrivo vittorioso di Liddell nella Finale dei m.400 – da:epm.org

Increduli, i favoriti Fitch e Butler completano la loro fatica giungendo ad oltre cinque metri di distanza, con i rispettivi tempi di 48”4 e 48”6 che valgono loro l’argento ed il bronzo, chiedendosi come abbia fatto il loro rivale a compiere un’impresa così straordinaria …

Potenza della Fede”, verrebbe da dire, e sicuramente essa ha giocato un ruolo importante, se non decisivo, ma da cantori di Sport resta il legittimo dubbio sin dove Liddell si sarebbe potuto spingere se non avesse seguito l’istinto missionario.

A conferma di ciò, basti solo pensare che l’anno seguente, in cui consegue la Laurea in Scienze Naturali, l’ancor 23enne scozzese si conferma Campione delle Highlands sia sulle 100 che sulle 220 e 440yds come l’anno precedente, mentre sulle due più corte distanze esse rappresentano il quinto anno di successi consecutivi …

Ed invece, proprio nel 1925 Liddell segue la sua vocazione, facendo ritorno in Cina, per intraprendere l’attività di missionario, nonché di insegnante, impegnandosi altresì nello sviluppo delle attività sportive per poi, in occasione di un suo ritorno in Gran Bretagna nel 1932, ricevere la nomina di Ministro di Culto.

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Liddell (il primo in alto a sx) con la famiglia al ritorno in Cina nel 1925 – da:pinterest.it

Due anni dopo, il 32enne Eric contrae matrimonio con Florence MacKenzie, una missionaria canadese, unione dalla quale nascono tre figlie (Patricia, Heather e Maureen), anche se non avrà mai l’occasione di conoscere quest’ultima, visto che nel 1941, con il precipitare della situazione politica a causa dell’entrata in guerra del Giappone, Liddell consiglia la moglie a ritirarsi in Canada dai propri genitori assieme alle bambine.

Fedele al proprio mandato, Liddell resta in Cina a predicare la pace, circostanza che non gli impedisce di essere internato dalle truppe di Hirohito in un campo di concentramento dove, nonostante le dure privazioni cui sono sottoposti i prigionieri, continua a dare prova di grande fermezza morale, collaborando ad una più accettabile condizione di vita, nonché sostenendo ed aiutando i più deboli e sofferenti, al punto di rinunciare – essendo stato riconosciuto come atleta di valore e Campione olimpionico – a far parte di uno scambio di prigionieri cedendo il suo posto ad una donna incinta …

Tenutosi in contatto con la moglie e le figlie per via epistolare, le sue condizioni di salute non possono che fatalmente peggiorare, iniziando a mostrare segni di squilibrio mentale che egli attribuisce alle gravose mansioni svolte, ma più probabilmente si tratta di un tumore al cervello che, nelle sue condizioni, non poteva certo essere diagnosticato, né quantomeno curato …

Liddell spira così, il 21 febbraio 1945, dopo poco più di un mese dal compimento dei 43 anni, a Weifang, città posta nello Shandong centrale, senza aver potuto riabbracciare i suoi familiari, ma la sua figura ha avuto il meritato e doveroso omaggio anche dal popolo cinese, in quanto la relativa salma è tuttora tumulata nel “Mausoleo dei Martiri” di Shijiazhuang, un onore non da poco per uno straniero, e per di più occidentale …

Con la sua prematura scomparsa, Liddell lascia la terra per entrare nell’immortalità, avendo dato prova nella sua pur breve esistenza, di come si possano coltivare i più alti valore di Sport e Fede, riuscendo a prevalere nell’uno senza per questo dover rinunciare all’altro, con in più il particolare, se vogliamo un po’ inquietante, che anche il citato Charleson, che ne ha rivestito il ruolo in “Momenti di Gloria”, muore poco più che 40enne, il 6 gennaio 1990 a Londra.

Ma, a causarne il decesso, è “la Peste del 2000”, ovvero l’AIDS, contratta per la promiscuità dei suoi rapporti data la sua veste di omosessuale, il che, di sicuro, al contrario di Eric, non ne fa certo un martire …

 

EDER JOFRE, IL “GALLO D’ORO” DEL PUGILATO BRASILIANO

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Eder Jofre – da twitter.com

articolo di Nicola Pucci

A detta di chi se ne intende, il massimo esponente del pugilato brasiliano rimane Eder Jofre, tanto forte e vincente da meritarsi l’appellativo di “O Galo Do Ouro“, ovvero “il gallo d’oro” della boxe del suo paese negli anni in cui si cinse la testa della corona di campione del mondo.

Il sudamericano di San Paolo, dove era nato il 26 marzo 1936, la sera del 19 agosto 1961 mise in palio la cintura iridato dei pesi gallo contro il venezuelano Ramon Arias, andando a sfidarlo a casa sua, a Caracas, e mandandolo al tappeto nel corso della settima ripresa, assurgendo infine al rango di fuoriclasse della boxe mondiale.

Jofre, tanto potente quanto elegante, seguito dal padre Josè Aristide, di origine argentina, aveva debuttato a torso nudo nel marzo 1957, battendo Raul Lopez in cinque round, non prima aver partecipato alle Olimpiadi dell’anno precedente a Melbourne, in Australia, dove era stato eliminato al secondo turno della categoria dei pesi gallo dal cileno Claudio Barrientos che lo aveva sconfitto ai punti, complice una frattura al naso. Da professionista, pareggiò nella sua città due volte con l’argentino Ernesto Miranda, molto apprezzato in Italia pochi anni dopo, e che più volte avrebbe in seguito incrociato i guantoni con il brasiliano. In Uruguay ottenne un altro verdetto di parità con l’altro argentino Ruben Caceres e sul finire del 1959 superò ai punti il suo primo avversario italiano, il cagliaritano Gianni Zuddas, non prima di aver subito l’onta di venir mandato al tappeto dall’argentino Josè Smecca, che lo atterrò al primo round di una sfida poi risolta da Jofre alla settima ripresa.

Nel 1960 Eder dimostrò i progressi fatti quando, il 19 febbraio, al Ginasio Estadual do Ibirapuera della sua San Paolo dove solitamente combatteva, tolse la cintura sudamericana dei pesi gallo proprio ad Ernesto Miranda con verdetto unanime in 15 riprese, e la difese contro lo stesso avversario nel mese di giugno, stavolta abbattendo l’avversario alla terza ripresa.

Sempre nel 1960 Jofre debuttò a Los Angeles, in California, imponendosi al campione messicano Jose Medel mettendolo fuori combattimento al decimo round. Ritornò nella “città degli angeli” californiana in novembre, e l’incrocio fu nuovamente fortunato perchè il brasiliano, in sei riprese, demolì la resistenza in un altro campione azteca, Eloy Sanchez, conquistando infine il titolo mondiale NBA vacante dei pesi gallo.

Il 25 marzo 1961, al Estadio de General Severiano di Rio de Janeiro, davanti ad un pubblico appassionato in delirio per la boxe fulminante del campione del mondo, Jofre difese una prima volta la sua cintura iridata piegando al nono round il mancino cagliaritano Piero Rollo, campione d’Italia e d’Europa della categoria.

Dopo il successo su Ramon Arias, gli altri impegni mondiali videro il “gallo d’oro” brasiliano travolgere tra il 1962 ed il 1964, dopo due vittorie di preparazione con il britannico Johnny Caldwell e il messicano-californiano Herman Marques, ancora Jose Medel, il giapponese Katsutoshi Aoki a Kokugikan, il filippino Johnny Jamito a Quezon City ed il colombiano Bernardo Caraballo al Plaza de Toros Santamaria di Bogotà, confermandosi il numero 1 indiscusso della categoria. Ma nel maggio 1965, tornato in Giappone, Jofre dovette cedere lo scettro mondiale al termine di 15 riprese combattute e a seguito di un verdetto controverso ad un altro pugile del Sol Levante, Fighting Harada, contro il quale provò inutilmente a cercare la rivincita nel maggio dell’anno seguente, dopo aver rimediato un pari con lo statunitense Manny Elias.

Jofre annunciò il suo ritiro dal pugilato nel gennaio 1967 ma non seppe resistere al richiamo del ring, ritornando a calzare i guantoni nell’agosto 1969, stavolta nella categoria dei pesi piuma. Nel maggio 1973, davanti al pubblico amico di Brasilia, tolse il titolo mondiale WBC della categoria a Jose Legra, cubano naturalizzato spagnolo, e conservò la seconda cintura iridata contro l’ex-campione del mondo dei pesi gallo Vicente Saldivar con uno spettacolare k.o. alla quarta ripresa. Privato del titolo nel giugno dell’anno successivo per non averlo difeso nei tempi previsti, continuò nondimeno a combattere fino all’ottobre 1976, senza subire sconfitte, lasciando definitivamente la boxe per la morte del fratello Dogalberto e dopo 78 confronti, con un palmares di 72 vittorie, 2 pareggi e sole 4 sfide perdute.

Capito perché Eder Jofre era considerato il “gallo d’oro” del pugilato brasiliano?

IL TRIENNIO AI VERTICI EUROPEI E MONDIALI DEL TRENTINO VOLLEY

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La Itas Trento festeggia la Champions League 2009 – da:legavolley.it

Articolo di Giovanni Manenti

In uno Sport come la Pallavolo, storicamente radicato lungo la via Emilia, prova ne sia che, dall’istituzione del Campionato Italiano nel 1946 la prima formazione non proveniente dall’Emilia-Romagna ad aggiudicarsi lo Scudetto è la Ruini di Firenze nel 1964, la relativa asticella – fatta salva l’episodica stagione 1978 allorché a vincere il titolo è la Paoletti Catania – si è progressivamente alzata verso Nord …

La prima a rompere questa egemonia è stata Torino, con il periodo d’oro della Klippan/Robe di Kappa a cavallo degli anni ’80, per poi spostarsi in Veneto, dove gli anni ’90 hanno visto il dominio della Sisley Treviso, prolungatosi oltre metà del primo decennio del nuovo secolo, allorché nel panorama del Volley nostrano irrompe una nuova realtà che sposta ulteriormente a Nord, ovvero addirittura in Trentino Alto Adige il vertice di tale disciplina a livello nazionale.

Prima di entrare nel racconto di tale “miracolo sportivo”, ci sia permesso un parallelo calcistico con il primo Milan dell’Era Berlusconi che, con il Tecnico Arrigo Sacchi alla guida, riuscì, a fine anni ’80, a far seguire alla vittoria dello Scudetto 1988 la conquista, per due stagioni consecutive, di Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, citazione utile solo a ricordare che la “Trentino Volley” è riuscita a far meglio, centrando una tale impresa per un triennio di seguito …!!

Ma se il Milan aveva alle spalle una sua già gloriosa storia, fatta di Scudetti e Coppe internazionali varie, la vicenda del Trentino Volley ha quasi del romanzesco, visto che di Pallavolo, a quelle latitudini, non si era mai parlato in termini così altisonanti, con l’unica compagine a praticare tale disciplina a livelli non più che discreti era la “Mezzolombardo Volley”, che nel 1997 aveva guadagnato la promozione in A2 …

Caso vuole che nella primavera del 2000 un Club storico come Ravenna – vincitrice di tre Coppe dei Campioni consecutive dal 1992 al ’94 allorché faceva parte del Gruppo Ferruzzi – non riesca più a far fronte alle proprie difficoltà finanziarie, decidendo di rinunciare al titolo sportivo che viene pertanto rilevato dalla nuova Società “Trentino Volley” appositamente costituita grazie alla passione ed all’interesse di Diego Mosna, 50enne trentino doc e proprietario della “Diatec, multinazionale dell’industria cartiera, il quale ne diviene il Presidente ed abbina il nome della sua azienda a quello delle Assicurazioni Itas al neonato Gruppo Sportivo che assume pertanto la denominazione di “Itas Diatec Trentino”.

Rilevato, pertanto, il diritto a partecipare al Campionato di Serie A1 2000-’01, la Itas muove i suoi primi passi – affidata sotto l’aspetto tecnico alla guida di Bruno Bagnoli, fratello minore del più affermato Daniele – concludendo al decimo e nono posto le sue due prime stagioni nell’elite del Volley nazionale, in cui ad aggiudicarsi il titolo sono le “solite note” di Treviso e Modena, per poi compiere un primo “salto di qualità” nel 2003, allorché ad indossarne la maglia giungono tre esponenti della “Generazione di Fenomeni” del Volley azzurro, ovvero il palleggiatore Paolo Tofoli e gli schiacciatori Lorenzo Bernardi ed Andrea Sartoretti.

Giunta difatti settima alla conclusione della “regular season”, Trento dà del filo da torcere a Modena, impegnandola sino al tiebreak della quinta e decisiva sfida dei Quarti dei Playoff Scudetto (25-23, 17-25, 23-25, 25-17, 10-15 i relativi parziali) a dimostrazione che la strada intrapresa è quella giusta – Modena perderà poi la Finale Scudetto 3-1 nella serie contro Treviso – e per migliorare la quale viene deciso di affidare la panchina ad un tecnico di valore quale Silvano Prandi, protagonista degli anni d’oro di Torino.

L’avvicendamento alla guida – unito alla forza dei due schiacciatori russi Alexei Kazakov ed Igor Choulepov – fa sì che Trento concluda la stagione 2004 al primo posto (con 21 vittorie e solo 5 sconfitte), per poi pagare l’inesperienza venendo sconfitto 1-3 nei Quarti dei Playoff Scudetto da Perugia, viceversa superata (3-1 e 3-0) in entrambe le gare di Campionato, una delusione che si ripercuote sulla stagione successiva – caratterizzata dall’esonero a marzo di Prandi, nonché dall’addio di Bernardi e dei due citati schiacciatori russi – conclusa all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff, venendo eliminato ai Quarti da Piacenza dopo l’illusione fornita dal successo esterno per 3-1 in gara-1 …

Risultati che non possono soddisfare l’ambizioso Presidente Mosna, il quale impone una prima variazione di rotta affidando la guida della squadra per le due successive stagioni al Tecnico brasiliano Radames Lattari, per poi ringiovanire la rosa con l’inserimento dei suoi connazionali André Nascimento ed André Heller, rispettivamente schiacciatore e centrale, mentre in regia Tofoli è sostituito dall’altro azzurro Marco Meoni.

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Il Tecnico Radames Lattari – da:legavolley.it

Nonostante finisca il Campionato 2006 al sesto posto, Trento supera per la prima volta i Quarti dei Playoff, togliendosi la soddisfazione di eliminare Modena sconfiggendola 3-2 (18-25, 25-15, 20-25, 25-21, 15-6) al “PalaPanini” nella decisiva gara-3, salvo poi cedere 1-3 in semifinale contro la corazzata Treviso che, sorprendentemente, abdica dopo tre titoli consecutivi di fronte a Macerata, al suo primo successo assoluto, riprendersi peraltro lo scettro la stagione successiva, superando nettamente Piacenza.

Torneo 2007 in cui Trento non conferma le speranze nate dall’anno precedente, peggiorando la posizione di fine Campionato, concluso all’ottavo posto per poi essere eliminato al primo turno dei Playoff da Cuneo, al termine in ogni caso di tre sfide tutte concluse sul punteggio di 3-2, per quella che resta per lungo tempo l’ultima stagione di “vacche magre” per la formazione trentina …

L’estate 2007 rappresenta, a tutti gli effetti, la “stagione della svolta”, allorché il Presidente Mosna ed il General Manager Giuseppe Cormio decidono di abbandonare la pista sudamericana virando decisamente verso Est, a cominciare dalla panchina, affidata al Tecnico bulgaro Radostin Stojcev, proveniente dalla Dinamo di Mosca, dove svolgeva le funzioni di secondo allenatore, Club da cui preleva anche il connazionale Matej Kazijski, premiato a fine 2006 come “Miglior Schiacciatore europeo dell’anno”.

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Il bulgaro Matej Kazijski – da:twitter.com

Ma l’orientalizzazione della rosa non si ferma qui, al bulgaro Milyakov, già in forza dalla stagione precedente, vengono affiancati altri due compagni di Nazionale, vale a dire Vasil Stoyanov e, soprattutto, lo schiacciatore Vladimir Nikolov, mentre un altro, fondamentale innesto giunge dall’inserimento, in veste di palleggiatore, della “leggenda” serba Nikola Grbic, da quattro stagioni in forza a Piacenza, ancora in grado di comandare il gioco a suo piacimento, a dispetto degli oramai raggiunti 34 anni di età …

Con una sorta di Nazionale bulgara sul parquet – cui non deve peraltro disconoscersi il contributo di una giovane promessa del Volley azzurro, vale a dire il 26enne Emanuele Birarelli, che proprio a Trento giunge alla definitiva consacrazione – Trento conquista per la seconda volta nella sua breve storia la prima posizione al termine della “regular season”, ma stavolta il cammino nei Playoff Scudetto è ben diverso.

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Il palleggiatore Nikola Grbic – da:legavolley.it

Abbinato, difatti, ad una Modena da un paio di stagioni in netto calo, Trento non ha difficoltà a qualificarsi per le semifinali in due sole gare (3-0 e 3-1), per poi rifilare un ancor più netto doppio 3-0 a Roma e quindi accedere per la prima volta alla Finale per il titolo, avversaria la Copra Piacenza che, in semifinale, ha avuto la meglio su Cuneo imponendosi 3-1 al “PalaBreBanca” nello spareggio.

Con il fattore campo a proprio vantaggio, il sestetto di Stojcev non ha difficoltà ad imporsi per 3-0 (25-20, 26-24, 25-15) in gara-1, per poi andare vicinissimo a chiudere il conto al “PalaBanca” di Piacenza, cedendo solo 14-16 al tiebreak del quinto e decisivo set, rimandando pertanto ogni decisione alla terza e decisiva sfida che va in scena il 7 maggio 2008, in un “PalaTrento” riempito sino al limite della relativa capienza, con Grbic & Co. a non fare sconti, imponendosi con un ancor più netto 3-0 (29-27, 25-16, 25-19) in cui gli emiliani restano in partita nel solo primo parziale, per la gioia incontenibile degli oltre 4mila tifosi presenti …

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Nikola Grbic alza il Trofeo dello Scudetto 2008 – da:trentinovolley.it

L’aver portato in Trentino il titolo di Campione d’Italia – curiosamente, per rispettare il parallelo calcistico fatto in premessa, a 20 anni esatti di distanza dalla Scudetto del Milan di Sacchi – determina il compito di rappresentare l’Italia (unitamente a Piacenza e Macerata) nella successiva edizione della Champions League, che per Trento si apre sorteggiata nel Gruppo E assieme ai francesi del Beauvais Oise, agli austriaci dell’Aon HotVolleys Vienna ed agli sloveni dell’ACH Bled …

Un cammino che vede la formazione di Stojcev – che, nel frattempo, ha ridotto ai soli Kazijski e Krasimir Stefanov la componente bulgara, tornando a puntare sul Brasile con l’ingaggio dello schiacciatore Leandro Neves Vissotto, prelevato da Taranto, e del centrale Riad Ribeiro Pires Garcia, proveniente direttamente dal Sudamerica – rifilare identici 3-0 alle avversarie sul parquet amico ed imporsi altresì in trasferta, concedendo due soli set al Club viennese, così da concludere imbattuta il proprio Girone ed affrontare la successiva Fase ad eliminazione diretta.

Sbrigata la formalità (doppio 3-0) con gli spagnoli del Maiorca, ai Quarti di finale il sorteggio pone di fronte a Grbic & Co. gli ostici polacchi dell’AZS Czestochowa, che nel turno precedente hanno infranto i sogni di gloria di Piacenza, impegno anch’esso superato in scioltezza, grazie all’autorevole successo esterno per 3-1 (22-25, 25-21, 25-17,25-18) cui fa seguito un ancor più netto 3-0 (25-19, 25-13, 25-12 i relativi parziali), che garantisce l’accesso alle “Final Four” del 4 e 5 aprile 2009 in programma alla “02 Arena” di Praga, avversari i greci dell’Iraklis Salonicco, i russi dell’Iskra Odincovo ed una vecchia conoscenza quale la Lube Banca Marche Macerata …

Ed è proprio il confronto tutto italiano a decidere chi dovrà affrontare in Finale l’Iraklis, che si è già sbarazzata per 3-1 dell’Iskra, e la compagine di Stojcev prosegue nella sua striscia di imbattibilità nel corso del Torneo, avendo la meglio in tre soli set (25-21, 25-19, 25-23) e così giungere al primo, importante appuntamento internazionale a nemmeno 10 anni dalla sua fondazione.

Due formazioni senza alcun Trofeo internazionale nelle rispettive bacheche si danno pertanto battaglia nell’atto conclusivo del 5 aprile, ed è la maggior esperienza ai massimi livelli di alcuni dei propri componenti (Grbic e Kazijski su tutti …) a fare la differenza, con Trento che, dopo aver dominato (25-12) il primo set, si fa sorprendere (21-25) nel secondo, per poi concludere sul 3-1 grazie al 26-24 e 25-22 con cui si aggiudica il terzo ed il quarto parziale.

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Trento festeggia la Champions League 2009 – da:eurosport.com

Salita sul tetto d’Europa, la Itas Diatec Trentino intenderebbe confermarsi anche in patria, ma il logorio di una stagione così massacrante si fa sentire all’ultimo atto, allorché deve sfidare Piacenza nella Finale Scudetto, tornata a disputarsi al meglio delle cinque gare …

In una serie emozionante, con le squadre sul 2-2 – con Trento ad aver restituito, in gara-4, il successo esterno che Piacenza aveva colto in gara-3 al PalaTrento – la sfida decisiva si svolge ancora sul parquet amico il 17 maggio, e rappresenta una delle poche delusioni di un quinquennio da incorniciare per i tifosi trentini, che già si stanno preparando a festeggiare, visto che i loro beniamini si portano sul 2-0 (25-21 e 25-20), per poi assistere, ammutoliti, alla reazione della compagine emiliana che fa suoi i successivi tre parziali (25-21, 25-22 sino al 15-13 del tiebreak) per conquistare il primo (e sinora unico …) Scudetto della loro Storia …

Fare a cambio tra il titolo italiano e quello europeo è comunque un qualcosa a cui si può sottostare, soprattutto in vista della successiva stagione in cui, oltre al Campionato ed all’impegno continentale, la squadra è chiamata a cimentarsi anche nel Campionato Mondiale per Club – Manifestazione abortita dopo le prime quattro edizioni dal 1989 al ’92 e riapparsa quasi per far piacere a Trento – che si svolge dal 3 all’8 novembre 2009 a Doha, in Qatar.

Con ad essere iscritte le vincenti dei cinque maggiori Tornei continentali (Europa, Asia, Africa, Nord e Centro America e Sudamerica), oltre alla formazione di casa dell’Al-Arabi e le invitate Zenit-Kazan e Skra-Belchatow, le stesse vengono suddivise in due Gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime due a qualificarsi per le semifinali incrociate …

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Osmany Juantorena, naturalizzato italiano, qui in maglia azzurra – da:panorama.it

Per la compagine di Stojcev – che nel frattempo ha in parte rivoluzionato la rosa, affidando la regia, dopo l’addio di Nikola Grbic, al palleggiatore brasiliano Raphael de Oliveira e, soprattutto, con il tesseramento del fortissimo schiacciatore cubano Osmany Juantorena, nipote del celebre mezzofondista Alberto e reduce da tre anni di inattività – l’unico serio ostacolo à costituito dai russi dello Zenit-Kazan, superati solo 15-11 al tiebreak del quinto e decisivo set, così fa garantirsi il primo posto nel Girone e l’abbinamento in semifinale con gli iraniani del Paykan, Campioni d’Asia …

Incontro che si rivela, come da pronostico, poco più di una formalità, vinto per 3-0 (25-18, 25-22, 25-19) per poi giocarsi il titolo iridato contro la ben più agguerrita formazione polacca, giunta anch’essa imbattuta in Finale, dopo aver regolato 3-1 (15-25, 25-23 25-21, 26-24) lo Zenit-Kazan al termine di una combattutissima sfida.

Ci si potrebbe attendere una gara giocata punto a punto, ma al contrario, con una manovra ben orchestrata da Rapahel e con un Kazijski (premiato come MVP del Torneo) a martellare da par suo il muro avversario, la stessa risulta in equilibrio solo nel primo set, vinto da Trento 26-24, per poi non conoscere ostacoli come dimostrano il 25-18 e 25-19 con cui si concludono il secondo ed il terzo parziale.

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Trento festeggia il Mondiale per Club 2009 – da:trentino volley

Al nono anno dalla fondazione, Diego Mosna è riuscito a portare la sua Trentino Volley dapprima ai vertici europei e quindi mondiali, ma la sua fame di vittorie non si è ancora conclusa, ed allora all’assalto del bis continentale, senza peraltro trascurare il Campionato, che la vede concludere la “regular season” al primo posto, frutto di 23 vittorie e sole cinque sconfitte.

Inserito in un “Girone di ferro”, assieme ai greci dell’Olympiakos ed ai russi della Dinamo Mosca, Trento subisce la sua prima sconfitta a livello Champions League il 5 gennaio 2010, superata 3-1 nella Capitale moscovita, ma ciò nonostante conclude il Gruppo al primo posto, il che le consente di affrontare nel turno successivo i ben più abbordabili belgi del Roeselare (eliminati con un doppio 3-1) e quindi giocarsi nuovamente con l’Olympiakos l’accesso alle “Final Four” di inizio maggio 2010, per il cui svolgimento è stata scelta la sede di Lodz, in Polonia.

Evidentemente a proprio agio con le formazioni greche, ecco che Trento non ha difficoltà a superare anche questo ostacolo con una certa facilità, confermata dal doppio 3-1, anche se l’affermazione in terra ellenica è quanto mai combattuta come dimostrano (34-32, 22-25, 25-16, 29-27) i relativi parziali.

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Il successo in Coppa Italia 2010 – da:wikipedia.org

Costretta a disimpegnarsi sul doppio fronte interno – dove, per non farsi mancare niente, il 31 gennaio 2010 si era aggiudicata anche la Coppa Italia, sconfiggendo 3-1 (28-26, 25-15, 20-25, 27-25) Cuneo nella Finale disputata al “PalaTerme” di Montecatini – e continentale, la Itas Diatec Trentino inizia il 24 marzo i Playoff Scudetto, avendo la meglio per 3-0 nei Quarti su Verona, per poi soffrire maggiormente per eliminare Macerata in semifinale, accedendo alla sua terza Finale consecutiva per il titolo grazie al successo per 3-2 in gara-4 nelle Marche, disputatasi il 29 aprile, a due giorni dal viaggio in Polonia per giocarsi la Champions …

L’1 maggio, pertanto, sul parquet della “Atlas Arena” di Lodz, Trento affronta gli sloveni del Bled per garantirsi – cosa che fa piuttosto agevolmente, visto l’andamento (25-13, 23-25, 25-21. 25-17) dei parziali che certificano il 3-1 conclusivo – la sua seconda Finale consecutiva, avversaria, ironia della sorte, proprio quella Dinamo Mosca che ne aveva interrotto l’imbattibilità a livello europeo …

Mai rivincita fu più dolce, con una dimostrazione di superiorità talmente assoluta che neppure i parziali di 25-12, 25-20, 25-21 sono sufficienti a chiarirne l’evidenza, con in più la soddisfazione di veder Juantorena premiato come MVP delle “Final Four”.

Per concludere la stagione – che ha visto sinora Trento disputare qualcosa come 55 incontri (28 di Campionato, 7 di Playoff, 12 di Champions League, 5 di Coppa del Mondo e 3 di Coppa Italia …) – manca solo la Finale Scudetto che, per esigenze della Nazionale, si disputa in gara unica, appuntamento al 9 maggio 2010, al “Futurshow Station” di Casalecchio sul Reno, avversario il Piemonte Volley Cuneo, per quello che, in caso di vittoria, avrebbe rappresentato un “Grande Slam” irripetibile …

Ed anche stavolta, come l’anno scorso nella decisiva sfida con Piacenza, Trento illude i propri tifosi dominando il primo set, chiuso sul 25-14, per poi farsi rimontare da Cuneo che, al pari degli emiliani, conquista proprio a spese dei trentini il primo titolo (ed anche per loro, sinora unico …) della loro storia, aggiudicandosi i restanti parziali per 25-22, 25-20 e 25-22, con in più la beffa che l’ultima palla a terra la metta l’ex Vladimir Nikolov, protagonista del primo Scudetto trentino.

Una Finale vinta e due perse in un Torneo italiano che sta cambiando fisionomia, visto che nell’ultimo triennio ha visto trionfare tre diverse formazioni al loro primo successo tricolore, ma per la Itas Diatec Trentino i confini nazionali sono sempre più ristretti, visto che deve cimentarsi nelle maggiori competizioni internazionali, dove sembra trovarsi maggiormente a proprio agio, anche se l’intensità delle stesse incide giocoforza sulle prestazioni in Campionato.

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Il Presidente Diego Mosna ed il Tecnico Radostan Stojcev – da:wikipedia.org

Situazione, quest’ultima, che si modifica nella successiva stagione 2010-’11 – alla quale Trento prende parte avendo sostituito il brasiliano Vissotto, tornato in patria, con lo schiacciatore ceco Jan Stokr, prelevato da Perugia, ma con in più il vantaggio di aver prolungato il contratto di Juantorena, nel frattempo divenuto cittadino italiano – anche grazie ad un innegabile vantaggio acquisito in Champions League …

Competizione nella quale Trento è inserito nel Gruppo D, assieme ai temibili polacchi del Belchatow, che difatti gli infliggono un pesante 0-3 il 24 novembre ’10, anche se, a metà dicembre, alla sospensione del Torneo, ha pur sempre già messo in carniere il doppio successo con i rumeni dello Zalau ed una sofferta vittoria interna per 3-2 sui tedeschi del Friedrichshafen …

Ma, mentre gli altri atleti si godono le festività natalizie, per Trento vi è da onorare l’impegno di Coppa del Mondo, ancora ospitato dalla Capitale qatarota, inserito nel Gruppo B assieme agli argentini del Bolivar, ai californiani del Paul Mitchell ed ai vice Campioni d’Europa della Dinamo Mosca.

Nella riedizione della Finale continentale di Lodz, l’esito non cambia, con Trento a ribadire il precedente successo per 3-0 (25-21, 25-23, 27-25 i relativi parziali), così da concludere in testa il Girone ed affrontare in semifinale, per il secondo anno consecutivo gli iraniani del Paykan, cui viene riservato il medesimo trattamento, per poi trovarsi di fronte proprio i polacchi del Belchatow, dai quali era stato sconfitto nelle eliminatorie di Champions League …

Stavolta l’esito è ben diverso, grazie ad un 25enne Juantorena al top della condizione – premiato sia come MVP che quale miglior schiacciatore del Torneo – e per la formazione polacca non vi è scampo, superata con un 3-1 i cui parziali di 25-22, 25-19, 20-25, 25-16 sono tali da non ammettere repliche.

Finale iridata del 21 dicembre 2010 che si replica ad inizio nuovo anno al “PalaTrento” nella quinta gara del Girone di Champions League, con analogo esito (compreso il 25-16 del quarto set), anche se la sconfitta in terra tedesca all’ultimo turno relega i Campioni d’Europa al secondo posto, ottenendo però un prezioso regalo da parte della CEV (“Confédération Européenne de Volleyball”) che, designando Bolzano quale sede delle “Final Four”, automaticamente esclude Trento dai successivi turni eliminatori …

Un favore che la formazione di Stojcev – oramai alla sua quarta stagione in panchina – sfrutta portando a termine il miglior Campionato della sua Storia, concluso con 25 vittorie ed una sola sconfitta (1-3 in casa contro Verona, per poi disputare le “Final Four” di Champions League prima dell’inizio dei Playoff …

Già due volte Campioni Continentali, per Juantorena & Co. sarebbe un delitto deludere i propri tifosi che hanno l’occasione di assistere da vicino al principale appuntamento continentale, avversari in semifinale i polacchi dello Jastrzebski Wiegel, allenati da una vecchia conoscenza del Volley azzurro, vale a dire quel Loreno Bernardi che per un biennio aveva contribuito alla crescita del Club trentino.

Ma non c’è riconoscenza che tenga il 26 marzo 2011 al “Palaonda” di Bolzano, e la formazione polacca viene spazzata via con un eloquente 3-0 (25-16, 27-25, 25-22) per poi assistere al “Derby russo” tra Zenit-Kazan e Dinamo Mosca, appannaggio dei primi con un altrettanto netto 3-0, certificato dai relativi parziali di 26-24, 25-20, 25-21) e darsi quindi appuntamento per la sfida decisiva in programma il 27 marzo 2011.

Un Kazan che si era laureato Campione continentale nel 2008, prima dell’esordio di Trento nella Manifestazione, e pertanto quanto mai desideroso di tornare sul trono europeo, ma nonostante la formazione russa possa contare su stelle di prima qualità – quali il palleggiatore americano Lloy Ball (oro con gli Usa ai Giochi di Pechino ’08), nonché il 35enne opposto Sergej Tetjuchin (argento a Sydney 2000 e bronzo ad Atene ’04 e Pechino ’08) al pari dello schiacciatore Maksim Michajlov e del centrale Aleksandr Abrosimov – nulla può contro la forza e la volontà di affermarsi del sestetto di Stojcev, in cui brillano come al solito Juantorena e Kazijski – non a caso premiati come MVP e “Miglior Schiacciatore” delle “Final Fou” – ed è ecco che il “tris continentaleè bello e confezionato con un 3-1 (25-17, 20-25, 25-23, 25-20) che rappresenta altresì la vittoria n.100 di una squadra maschile italiana nella Manifestazione.

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La festa per la conquista della Champions League 2011- da:trentino volley

Oramai libero da impegni internazionali, Trento può concentrarsi sui Playoff Scudetto, il cui primo ostacolo dell’Umbria Volley San Giustino non può certo rappresentare un serio ostacolo per i tricampioni europei, difatti superato in tre gare, tutto il contrario della sfida di semifinale contro la rinata Casa Modena che, a dispetto del quinto posto in “regular season”, ha eliminato al primo turno la Gabeca Montichiari …

Ritrovato lo spirito dei tempi migliori, i modenesi replicano con il 3-0 di gara-2 ed il 3-1 di gara-3 alle due sconfitte per 0-3 patite al “PalaTrento”, impianto che, pertanto, è chiamato ad ospitare, l’8 maggio 2011, la sfida senza appello per l’accesso in Finale …

E, nonostante la fiera resistenza del sestetto emiliano, alla fine è Trento a spuntarla in quattro set (25-23, 28-30, 25-22, 25-11 i relativi parziali) per accingersi a preparare il riscatto nella Finale unica contro Cuneo che li aveva battuti l’anno precedente e che ha avuto la meglio, al termine di una combattutissima serie, su Macerata.

L’appuntamento è fissato per il 15 maggio 2011 al “PalaLottomatica” di Roma e l’Itas Diatec Trentino dimostra a chiare note quanto avesse inciso, nella sfida di 12 mesi prima, la stanchezza dell’impegno di Champions League, imponendosi con un 3-0 i cui parziali di 25-13, 25-22 e 25-9 appaiono addirittura imbarazzanti per gli sconfitti.

Finalmente, Trento è riuscito a completare il filotto Coppa del Mondo, Champions League e Scudetto nel corso della stessa stagione, a cui aggiunge anche il terzo titolo iridato 2011 conquistato ad inizio ottobre sempre a Doha avendo la meglio su quelli che sono oramai divenuti gli “avversari storici” dello Zenit-Kazan, superati 3-1 (25-22, 25-21, 19-25, 25-14) in Semifinale, al pari dei polacchi dello Jastrzebski Wiegel, cui viene riservato identico trattamento, visto che gli stessi consumano tutte le loro energie facendo loro il primo set 31-29, per poi cedere di schianto, come testimoniano il 25-16, 25-11, 25-16 dei successivi parziali, con ancora Juantorena a vedersi assegnato il premio di MVP e “Miglior Schiacciatore” del Torneo, cui fanno da contorno Raphael quale “Miglior Palleggiatore” e Kazijski in veste di “Miglior Servizio” …

Così, il tris italiano, europeo e mondiale lo si può leggere sia sotto forma della stagione (2010-’11) che avendo riferimento all’anno solare, ed anche se a marzo ’12 il Kazan si prende la sua rivincita, superando Trento nella semifinale di Champions League in modo da porre fine al suo dominio, il triennio vissuto dal sestetto di Stojcev rappresenta una delle pagine più gloriose nella Storia del Volley azzurro, per una Società che continua, ancor oggi, a mantenersi al vertici della Pallavolo italiana, avendo nel frattempo arricchito il proprio Palmarès con altri due Scudetti (2013 e ’15), altrettante Coppe Italia (2012 e ’13) e, tanto per ribadire una certa predisposizione alla globalità planetaria, anche due ulteriori Coppe del Mondo per Club nel 2012 e ’18, pur se la Champions League è, da un quadriennio a questa parte, patrimonio esclusivo del Kazan …

Indubbiamente, quanto mai felice fu, in quella estate del 2000, la scelta di rilevare il titolo sportivo di Ravenna, per portare una “ventata d’aria fresca” nel panorama del Volley italiano del nuovo millennio …

 

LA DOPPIETTA ORO ED ARGENTO DI PALLHUBER E CATTARINUSSI AI MONDIALI DI BIATHLON DEL 1997

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Wilfried Pallhuber – da biathlon.com.ua

articolo di Nicola Pucci

A dispetto dei recenti successi iridati ed in Coppa del Mondo di Dorothea Wierer, Lisa Vittozzi e Dominik Windisch, il biathlon non è certo disciplina, tra quelle invernali, che più di ogni altra abbia regalato grandi sussulti in Casa Italia. Solo nel 1979, con il terzo posto di Luigi Weiss nella gara della 10 km. ai Mondiali di Ruhpolding, vi è traccia tricolore negli albi d’oro delle grandi manifestazioni internazionali. E se da quel giorno gli azzurri hanno collezionato un totale di 27 medaglie garantendo al nostro Paese un posto tra i top-10 di una classifica globale dominata dalla Norvegia, nel corso degli Anni Novanta, sia nelle prove individuale che in quelle a squadre, l’Italia ha scritto qualche pagina interessante di questo sport che coniuga l’attitudine a far correre gli sci con la precisione al poligono di tiro.

In questo percorso di crescita che ha visto Johann Passler a sua volta cogliere il bronzo, sempre nella 10 km., ai Mondiali del 1985 a Ruhpolding, terra che dunque sembra portar bene ai colori azzurri, e l’anno dopo, ad Oslo, la staffetta 4×7,5 km. giungere terza alle spalle di Unione Sovietica e Germania Est, ripetendo poi gli stessi risultati anche in sede Olimpica a Calgary 1988 con la sola differenza che Passler sale sul podio nella 20 km., infine nel 1990 ecco giungere il primo successo di prestigio, con Pieralberto Carrara, Wilfried Pallhuber, Johann Passler e Andreas Zingerle ad imporsi in staffetta ai Mondiali di Minsk. E se nel 1991, a Lathi, l’oro giunge nella prova a squadre, proprio Zingerle assurge al rango di fuoriclasse nell’edizione del 1993, sulle nevi bulgare di Borovets, con la fantastica doppietta vincente dominando la 20 km. davanti a due stelle di prima grandezza quali sono i russi Sergei Tarasov e Sergei Tchepikov.

All’orizzonte del panorama bianco-rosso-verde, nel frattempo, stanno iniziando a prendere forma due ragazzi che talento ne hanno, da vendere. L’uno, appunto Wilfried Pallhuber, classe 1967, originario di quell’Anterselva che sta al biathlon un po’ come Kitzbhuel sta alla discesa libera, Lahti allo sci di fondo ed Innsbruck al salto dal trampolino, ovvero è la sua culla più materna, l’altro è René Cattarinussi, di cinque anni più giovane, classe 1972, nato invece a Tolmezzo, in quella Carnia indubbiamente più famosa per aver dato i natali ad una certa Manuela Di Centa.

Willie The Kid” Pallhuber, in effetti, è già noto al grande pubblico del biathlon, se è vero che esordì in una grande rassegna ai Mondiali di Feistritz del 1989 rimanendo ai piedi del podio sia nella staffetta 4×7,5 km. che nella prova a squadre, per poi essere parte integrante del quartetto campione del mondo l’anno dopo. E se in Coppa del Mondo infila una serie di ben 5 vittorie individuali a cui aggiungere altre tre medaglie d’oro iridate nelle gare assieme ai compagni di Nazionale, per l’edizione 1997 dei Mondiali, sulle nevi slovacche di Brezno-Osrblie, ha in serbo un colpaccio che sta per inserirlo di diritto nell’alveo dei campioni con la “C” maiuscola. Assieme a lui, proprio Cattarinussi, che se è a secco di successi in Coppa del Mondo, vanta altresì una medaglia di bronzo iridata a Ruhpolding, guarda che coincidenza, nella 10 km. del 1996, battuto dagli immancabili russi Vladimir Drachev e Viktor Maigourov.

Insomma, l’Italia ha qualche carta interessante da giocarsi al tavolo dei grandi per la rassegna mondiale del 1997, in calendario dal 1 al 9 febbraio. Pallhuber in stagione ha già vinto nella 20 km. di Ostersund, qualche giorno dopo il terzo posto di Cattarinussi nella 12,5 km. ad inseguimento di Lillehammer, ma punta l’obiettivo già sulla 10 km. che apre il programma iridato. Pur sapendo che tra gli avversari da battere c’è un certo Ole Einar Bjorndalen, che sta solo iniziando a scrivere la sua storia di biathleta più grande di sempre.

Il 23enne norvegese si è già imposto a tre riprese nel corso della stagione di Coppa del Mondo, e si spartisce i favori del pronostico proprio con Maigourov, a sua volta tre volte a segno, e con il tedesco Sven Fischer, che ha fatto doppietta nelle due gare di esordio a Lillehammer. I tre atleti daranno vita ad una battaglia serrata per la conquista della vittoria finale in Coppa del Mondo, che sorriderà al teutonico, ma a Brezno-Osrblie, oltre che con Ricco Gross, ancora in cerca del primo successo individuale in una grande manifestazione, con l’altro germanico Franck Luck che fu iridato nel 1989, con Drachev stesso che difende il titolo, con il francese Bailly-Salins che colse l’oro ai Mondiali di Anterselva del 1995 e con l’austriaco Ludwig Grendler che sta disputando la miglior stagione in carriera, attendono la sfida lanciata dagli italiani, Pallhuber e Cattarinussi in primis, Pieralberto Carrara che è stato secondo nella 10 km. di Anterselva qualche giorno prima dell’inizio dei Mondiali e il giovane Patrick Favre in secundis.

Quel che va in onda il 1 febbraio 1997, nella 10 km. sprint, tuttavia, va ben oltre le più rosee aspettative di Casa Italia. Succede infatti che mentre i campioni attesi alla recita naufragano nelle retrovie, con Bjornldalen solo nono, Maigourov non meglio che dodicesimo e Fischer addirittura ventiquattresimo, gli azzurri non solo sono velocissimi con gli sci ai piedi, ma pure maledettamente precisi ed efficaci al poligono di tiro, con Pallhuber che piazza un 10 su 10 sensazionale che lo lancia solitario al comando della gara. Solo il lettone Jekabs Nakums, che dodici mesi dopo, a Minsk, sarà terzo, e il finlandese Ville Rykkonen, che non ha pedigree, sono pari all’italiano con il fucile, ma anche troppo meno svelti quando c’è da menare con gli sci, ed allora per il ragazzo di Anterselva, in smaglianti condizioni di forma proprio nell’appuntamento più importante della stagione, è tempo di andarsi a prendere un oro meraviglioso.

Quando poi Cattarinussi sbaglia un solo colpo, recuperando così il tempo concesso con gli sci al bielorusso Oleg Ryzhenkov, la doppietta bianco-rosso-verde è cosa fatta, con 16″8 a separare i due azzurri e Patrick Favre che per un soffio non completa un tris che darebbe ad una gara già memorabile i contorni dell’epica, terminando quarto a poco più di tre secondi dalla medaglia di bronzo.

Doppietta azzurra, dunque, con Pallhuber e Cattarinussi oro ed argento… già, meritandosi quella gloria imperitura che solo oggi, 22 anni dopo, Wierer e Windisch sul gradino più alto del podio nello spazio di un paio d’oro ai Mondiali di Ostersund 2019, hanno saputo eguagliare.

I TRIONFI OLIMPICI E MONDIALE DI SVETLANA MASTERKOVA, FIGLI DELLA MATERNITA’

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Svetlana Masterkova ai giochi di Atlanta ’96 – da:eurasiatx.com

Articolo di Giovanni Manenti 

Lo Sport al femminile, sino a non molti anni fa, era ritenuto potersi svolgere solo in età giovanile, o quanto meno da ragazze nubili, molto spesso facendo combaciare l’abbandono dell’attività agonistica con il desiderio di metter su famiglia ed avere figli …

Fortunatamente, questo stereotipo – ricordiamo il clamore che suscitò l’olandese Francina “Fanny” Blankers-Koen allorché, da moglie e madre, vinse ben 4 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Londra 1948, tanto da meritarsi l’appellativo di “Mammina volante” – è progressivamente andato in disuso, tanto che al giorno d’oggi non sono infrequenti casi di atlete che mettono al mondo figli durante la loro carriera, senza risentirne dal punto di vista dei risultati.

C’è poi chi, addirittura, dalla maternità ha acquisito nuova forza – e, nel caso in esame, soprattutto resistenza – tanto da raggiungere vette viceversa inesplorate prima di contrarre matrimonio, a dimostrazione di come il parto sia un evento che contribuisce alla completa maturità femminile.

La più evidente conferma di quanto appena descritto la fornisce la mezzofondista russa Svetlana Aleksandrovna Masterkova, nata il 17 gennaio 1968 ad Achinsk, città siberiana di poco più di 100mila abitanti, la quale, dopo aver corso gli 800 metri in 2’04″59 il 19 agosto 1984 a Debrecen, conclude non meglio che sesta la Finale su detta distanza ai Campionati Europei Juniores dell’anno seguente, svoltisi a Cottbus, in Germania Orientale, peggiorandosi con 2’06”91.

Di lei non si hanno più particolari notizie sino a che non fa registrare un discreto 2’02”70 sul doppio giro di pista a Donetsk ad inizio luglio ’89, per poi abbattere per la prima volta in carriera la “barriera dei 2’ netti” il 9 giugno 1990 a Mosca, scendendo sino ad 1’59”83, circostanza che per una specialista sulla distanza rappresenta un po’ l’ingresso nell’elite internazionale.

Il primo “anno della svolta” avviene nel 1991, allorché la Masterkova si impone ai Campionati nazionali sovietici svoltisi a luglio a Kiev con il convincente tempo di 1’57”23 (suo “Personal Best” all’epoca), così da essere selezionata per la Rassegna iridata in programma a Tokyo a fine agosto, non nascondendo ambizioni di medaglia …

Speranze che sembrano suffragate dall’esito delle due semifinali, allorché dopo che nella prima ad imporsi è la cubana Ana Fidelia Quirot in 2’00”08, la 23enne siberiana conclude terza in volata la seconda spalla a spalla con la rappresentante del Suriname Letitia Vriesde, accreditate entrambe di 1’59”15 e precedute dall’ex tedesca orientale Christine Wachtel, che taglia il traguardo in 1’59”10.

Prestazione che però non viene ripetuta nella Finale del 26 agosto, in cui Masterkova resta imbottigliata nel momento decisivo, così da concludere, demoralizzata, in ottava ed ultima posizione in 2’02”92 mentre il successo arride alla connazionale Liliya Nurutdinova che ha la meglio in volata (1’57”50 ad 1’57”55) sulla favorita cubana Quirot.

Questo passo falso fa sì che la mezzofondista russa viva un paio di stagioni ai margini della Nazionale, visto che per le Olimpiadi di Barcellona ’92 non viene selezionata, nonostante avesse corso in 1’57”63 a fine maggio a Mosca, ma non si può imputare nulla alla Federazione sovietica, visto che tutte e tre le prescelte giungono in Finale dei m.800, con la Campionessa mondiale Nurutdinova a cogliere l’argento davanti alla Quirot, entrambe beffate dall’impresa compiuta dall’olandese Ellen van Langen che, nel suo “Giorno dei Giorni”, raggiunge l’apice della carriera, trionfando in un eccellente 1’55”54 …

Il 1993 si apre per la Masterkova sotto i migliori auspici grazie alla medaglia d’argento conquistata ai Campionati Mondiali Indoor di Toronto, preceduta (1’57”55 ad 1’59”18) dalla mozambicana Maria Mutola, per poi essere però incappare in un banale infortunio che non le consente di scendere in pista alla Rassegna iridata di Stoccarda ’93, dove sarebbe stata probabilmente una delle protagoniste avendo corso il doppio giro di pista, piazzandosi seconda e migliorando il proprio personale, in 1’56”76 al “Weltklasse” di Zurigo, circostanza quest’ultima che le consente peraltro di classificarsi al terzo posto del Ranking Mondiale di fine anno, stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”.

Forse è proprio la delusione derivante da questa mancata partecipazione che induce l’oramai 26enne siberiana a pensare alla propria vita privata, contraendo matrimonio nel 1994 con il ciclista su strada Asiat Saitov, unione dalla quale nasce l’anno seguente la loro unica figlia Anastasia, circostanze che la portano a saltare entrambe le stagioni agonistiche …

Non è mai dato a sapere cosa scatti nella mente di una donna dopo aver compiuto l’atto più importante della propria esistenza, ovvero dare la vita ad un altro essere umano, sta di fatto che l’acquisita maternità fa sì che, al ritorno in pista, si assista ad una Masterkova ritrovata e ben più consapevole delle proprie potenzialità, supportata dal fatto che, per la prima volta in carriera, decide di “allungare” sino a cimentarsi anche sulle distanze dei m.1500 e del miglio …

Ed il primo, tangibile risultato di questa “nuova era” dell’oramai 28enne russa giunge nella sessione invernale, allorché conquista il bronzo sui m.800 ai Campionati Europei Indoor di Stoccolma ’96, corsi in 2’02”86 alle spalle della francese Patricia Djaté-Taillard e dell’olandese Stella Jongmans (2’01”71 e 2’01”88 rispettivamente), per poi correre la distanza in 1’57”87 all’aperto ad inizio giugno ’96 a Madrid e quindi dare spettacolo ai Campionati nazionali in programma a San Pietroburgo il successivo mese di luglio.

Qui la Masterkova fornisce una prova di straordinaria superiorità, facendo suoi entrambi i titoli sia sugli 800, coperti in 1’58”34 che sui 1500 metri, in cui scende per la prima volta sotto la “barriera dei 4’ netti”, facendo fermare i cronometri sul 3’59”30, stavolta non lasciando dubbio alcuno circa la sua convocazione in vista delle Olimpiadi di Atlanta in programma a fine mese.

Nonostante queste confortanti prestazioni, la Masterkova non si presenta comunque sulla pista della Capitale georgiana con i favori del pronostico sulla prima gara in programma, vale a dire i m.800, che vanno al contrario alle già ricordate Mutola e Quirot – che avevano chiuso al primo e secondo posto il Ranking di fine anno ’95 nonché altresì conquistato il rispettivo titolo iridato ai Mondiali di Stoccarda ’93 e Goteborg ’95 – le quali confermano il loro ottimo stato di forma sin dalle qualificazioni.

In una prova di altissimo livello tecnico – basti pensare che correre in batteria in 2’00”25 non è sufficiente per accedere al turno successivo (!!) – le due semifinali somigliano a due distinte Finali dati i rispettivi riscontri cronometrici, dato che vedono Masterkova imporsi in volata (1’57”05 ad 1’57”99) su Quirot nella prima serie, mentre ad aggiudicarsi la seconda è Mutola (1’57”62 ad 1’57”77) sull’altra rappresentante russa Yelena Afanasyeva, con la “povera” Vriesde – argento iridato l’anno prima a Goteborg con il suo “Personal Best” di 1’56”68 – ad essere esclusa dall’atto conclusivo nonostante abbia coperto il doppio giro di pista in 1’58”29 …

Finale che va in scena alle 19:15 ora locale del 29 luglio 1996 e Masterkova mette in atto una tattica che, all’apparenza, può apparire suicida, ovvero portarsi subito in testa allorché le atlete scendono alla corda, con a fianco la connazionale Afanasyeva, transitando a metà gara in 58”43 mentre Mutola e Quirot seguono a stretto contatto dietro alle due russe …

Ci si attende il crollo della siberiana allorché, all’attacco dell’ultima curva, con la compagna a sfilare nelle retrovie, la stessa viene attaccata da Quirot, Mutola oltre alla sempre pericolosa britannica Kelly Holmes, con quest’ultima quasi ad appaiarla all’ingresso nel rettilineo conclusivo …

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Il vittorioso arrivo di Masterkova sui m.800 ad Atlanta ’96 – da:olympic.org

Ma, contro ogni previsione, Masterkova reagisce, avendo addirittura le forze per sprintare e, mentre Holmes paga lo sforzo profuso, ella va a trionfare in 1’57”73, rendendo vano il disperato tentativo di recupero di Queirot e Mutola, che devono accontentarsi, coi rispettivi tempi di 1’58”11 ed 1’58”71, di occupare il secondo e terzo gradino del podio.

L’immagine che viene irradiata in Mondovisione è di una Masterkova più sorpresa che felice, probabilmente essendo la prima a non credere all’insperato traguardo raggiunto, mentre la delusione è dipinta a forti tinte sul volto della cubana, la quale a 33 anni, si è vista sfuggire l’ultima possibilità di Gloria olimpica, anche se l’anno seguente confermerà il titolo iridato di Goteborg …

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Mutola, Masterkova e Quirot sul podio dei m.800 – da:11alive.com

Ma se per la cubana e la mozambicana il loro impegno a Giochi può considerarsi concluso – a parte, per la Quirot, il correre l’ultima frazione della staffetta 4×400 che il quartetto caraibico conclude al sesto posto – non altrettanto si può dire per Masterkova, iscritta ai m.1500 che affronta per la prima volta in una grande Rassegna internazionale, con il vantaggio di non aver nulla da perdere, unito all’assenza di grandi favorite, come, viceversa, era avvenuto sul doppio giro di pista.

Affrontata quindi, più per curiosità e per dimostrare le proprie potenzialità sulla distanza, la Masterkova si qualifica per la Finale a 12 con il terzo posto in 4’10”35 nella prima delle due semifinali, alle spalle (4’09”44 e 4’09”83 rispettivamente) dell’austriaca Theresia Kiesl e della non ancora 21enne rumena Gabriela Szabo, astro nascente del mezzofondo sia veloce che prolungato, mentre la seconda serie è appannaggio della britannica Holmes, desiderosa di riscattare la delusione degli 800 metri e che precede (4’05”88 a 4’06”13) l’americana Regina Jacobs, con al contrario a fallire l’accesso alla Finale l’algerina Hassiba Boulmerka, Campionessa olimpica ed iridata in carica, così come un’altra delle pretendenti al podio, l’irlandese Sonia O’Sullivan, era uscita al primo turno.

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Una fase della Finale dei m.1500 ad Atlanta ’96 – da:bbc.com

Con un pronostico, pertanto, quanto mai incerto, la mezzofondista siberiana inizia a convincersi di potersi giocare le sue carte anche su questa distanza, presentandosi alla Finale del 3 agosto, alle 20:15 ora di Atlanta, decisa a dar battaglia come suo solito, prendendo la testa in avvio, ma con un ritmo non elevato, tanto da indurre la Holmes a rilevarla al comando per dare una prima accelerata al gruppo, poi pian piano rientrata, circostanza confermata dal passaggio in 2’10”55 agli 800 metri …

Posizioni che non mutano alla campana dell’ultimo giro, con Holmes e Masterkova affiancate a tirare il gruppo, tallonate da Kiesl, Szabo e dalla portoghese Carla Sacramento, sino a che, all’attacco dell’ultima curva, sono l’austriaca e la piccola rumena a lanciare lo sprint all’esterno ma, mentre la Holmes cede di schianto (finirà 11esima …), la russa sembra replicare in fotocopia il finale degli 800 metri, dapprima resistendo all’attacco portatole e quindi producendosi in un allungo che sfianca la resistenza delle rivali, andando a trionfare in 4’00”83, con largo margine su Szabo e Kiesl, che concludono in 4’01”54 e 4’03”02 rispettivamente, per un’accoppiata 800/1500 metri sinora realizzata ai Giochi solo dalla sovietica Tatyana Kazankina alle Olimpiadi di Montreal ’76 …

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Il bis olimpico sui m.1500 ad Atlanta ’96 – da:gettyimages.it

Che la 28enne russa vivesse uno “stato di grazia” incredibile lo dimostra nel prosieguo del mese di agosto, che contribuisce a dare i definitivi connotati al suo “Anno di Gloria 1996”, stabilendo ben due primati mondiali nell’arco di 10 giorni …

Sapientemente consigliata, ritenendo inarrivabili i record sulle distanze classiche degli 800 – detenuto, ed ancor oggi ineguagliato, dalla cecoslovacca Jarmila Kratochvilova con 1’53”28 realizzato il 26 luglio ’83 a Monaco di Baviera – e 1500 metri, dove la detentrice è la quanto mai sospetta cinese Qu Yunxia coi suoi 3’50”46 ottenuti a Pechino l’11 settembre 1993, ecco che la Masterkova tenta l’assalto ai limiti sui m.1000 (da un anno detenuto proprio dalla Mutola con 2’29”34) e sulla più frequentata prova del miglio, dove il primato da battere è quello della rumena Paula Ivan con 4’15”61 risalente al 10 luglio 1989 a Nizza.

Il primo a cadere è proprio quest’ultimo, frantumato dalla Masterkova nella più nobile delle occasioni, ovvero sulla magica pista del “Letzigrund” di Zurigo, dove il 14 agosto ‘96 porta il limite assoluto a 4’12”56 – venendo altresì cronometrata in 3’56”77 ai m.1500, suo “Personal Best” in carriera – tempo talmente straordinario che ha sinora resistito agli attacchi dell’etiope Genzebe Dibaba, mentre il successivo 23 agosto tocca a Maria Mutola scendere dal trono dei m.1000, corsi dalla mezzofondista russa in 2’28”98, appena 0”36 centesimi in meno del vecchio limite.

Non può esservi dubbio alcuno sul fatto che a fine stagione Masterkova occupi la prima posizione del Ranking mondiale in entrambe le specialità degli 800 metri e dei 1500/miglio, ricevendo altresì il riconoscimento di “Women’s Track & Field Athlete of the Year” da parte della medesima rivista specializzata.

Attesa per la conferma alla Rassegna iridata di Atene ’97, Masterkova è purtroppo vittima di un infortunio al tendine di Achille che la esclude dalla Finale e pone anzitempo fine alla stagione, mentre l’anno successivo si concentra esclusivamente sulle distanze dei m.1500 e del miglio.

Su quest’ultima distanza, si aggiudica le tre gare vinte tra inizio luglio ed inizio agosto (con il miglior tempo ottenuto di 4’20”39), mentre sulla prova metrica realizza il suo “Personale stagionale” con 3’57”11 l’8 agosto 1998 a Montecarlo, per poi infilare una serie di 6 successi consecutivi che la vedono trionfare al “Weltklasse” di Zurigo (3’59”83), far suo il titolo europeo alla Rassegna Continentale di Budapest, dove gli è sufficiente un 4’11”91 per tenere a bada la Sacramento e quindi, dopo il 3’58”95 ottenuto al “Memorial Van Damme” a Bruxelles, imporsi in 4’09”41 nell’ottava edizione della Coppa del Mondo disputatasi a Johannesburg, così da riguadagnare il vertice del Ranking mondiale a fine stagione.

Resta solo un vuoto da colmare nel suo già ragguardevole Palmarès, ovvero quel titolo iridato che, per un motivo od un altro, gli è sinora sempre sfuggito, e che si prefigge di conquistare ai Mondiali di Siviglia ’99, in preparazione ai quali non si risparmia riprendendo a competere anche sugli 800 metri, dove la concorrenza è più agguerrita …

Iniziata la stagione all’aperto con un eccellente riscontro di 1’55”87 (suo “Personal Best” in carriera) sui m.800 corsi il 18 giugno ’99 al “Memorial Vladimir Kuts” di Mosca, Masterkova si presenta all’appuntamento iridato – dove è iscritta su entrambe le specialità – avendo all’attivo ben 6 risultati al di sotto dei 4’ netti, compreso l’1’56”37 ottenuto a Zurigo a 10 giorni dall’inizio della Manifestazione, pur sconfitta di misura (1’56”04) dalla Mutola, cui vanno i favori del pronostico.

Con stavolta l’americana Jearl Miles Clark a fare l’andatura, transitando a metà gara in 57”63, la oramai 31enne Masterkova si pone sulla scia della Mutola allorché la mozambicana sferra il suo attacco alla Miles a metà dell’ultima curva, per poi dare vita ad un entusiasmante duello spalla a spalla di cui, sorprendentemente, approfitta la ceca Ludmila Formanova che, rinvenendo all’esterno, brucia sul filo di lana le due rivali, come testimoniano i relativi tempi che vedono la Mutola beffata per soli 0”04 centesimi (1’56”68 ad 1’56”72) e la siberiana a completare il podio in 1’56”93.

L’attività svolta la stagione precedente ha fatto sì che la Masterkova abbia perso lo spunto di velocità necessario per affermarsi sul doppio giro di pista, ma la maggiore assuefazione alla resistenza le torna viceversa a favore nella prova sulla più lunga distanza, la cui Finale è in programma il 29 agosto …

Con un’andatura sostenuta sin dalle prime battute, il gruppo delle 12 finaliste procede in fila indiana, diradandosi giro dopo giro fino a che, al suono della campana degli ultimi 400 metri a contendersi il podio sono rimaste in cinque, vale a dire la lusitana Sacramento, che transita in prima posizione con a fianco l’etiope Kutre Dulecha, con alle loro spalle Masterkova e l’americana Jacobs e, leggermente più staccata, la rumena Violeta Beclea …

Sul rettilineo di fronte la portoghese sferra un primo attacco, al quale peraltro le altre pretendenti alle medaglie sono in grado di reagire, così che all’uscita dell’ultima curva ha oramai speso ogni residua stilla di energie, venendo superata di slancio dalla 31enne siberiana che si produce nel suo oramai consueto sprint conclusivo, portandosi dietro la sola Jacobs, costretta peraltro (3’59”53 a 4’00”35) ad arrendersi, con il bronzo appannaggio dell’etiope Dulecha che riesce, per la bava di 0”02 centesimi (4’00”96 a 4’00”98) a resistere al disperato ritorno della Beclea, mentre Sacramento, sfinita, giunge non meglio che quinta …

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Il successo iridato sui m.1500 ai Mondiali di Siviglia ’99 – da:gettyimages.it

Il titolo iridato consente alla Masterkova di confermarsi, per la terza volta in quattro stagioni, al vertice del Ranking mondiale di fine anno, piazzandosi terza nella graduatoria relativa agli 800 metri, per poi tentare senza fortuna la carta delle Olimpiadi di Sydney 2000, ritirandosi nel corso delle batterie dei m.1500 …

Ma tanto, oramai, la sua bella pagina nella “Storia dell’Atletica Leggera” l’aveva già scritta e chissà se gran parte del merito non sia da attribuire alla piccola Anastasia …

 

IL 21 FEBBRAIO 2003 VA IN SCENA L’ULTIMA GRANDE RECITA DI MICHAEL JORDAN

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Michael Jordan con la maglia dei Washington Wizards – da:washingtonpost.com

Articolo di Giovanni Manenti

Di Michael Jeffries Jordan – o, più semplicemente, MJ, per gli americani abituati a semplificare sempre tutto – si conosce oramai vita, morte e miracoli, a cominciare dall’adolescenza, gli anni al College che consentono a North Carolina di aggiudicarsi il titolo NCAA nel 1982, per poi conquistare la medaglia d’Oro con gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 dopo essere stato scelto dai Chicago Bulls al Draft del precedente 19 giugno …

Analogamente risaputa è la sua straordinaria carriera da Professionista, con le 6 vittorie in altrettante Finali NBA disputate con tre titoli consecutivi (1991-’93 e 1996-’98) in due distinte fasi dopo il temporaneo ritiro di 20 mesi per giocare Baseball, serie in cui ottiene altrettanti riconoscimenti di MVP delle Finali, avendone conquistati altri 5 della “Regular Season”.

Inoltre ha partecipato ad ogni “All Star Game” delle stagioni in cui è sceso sul parquet, concludendo la carriera con 32.292 punti, 6.672 rimbalzi e 5.633 assist, per delle relative, stratosferiche medie di 30,1 punti, 6,2 rimbalzi e 5,3 assist a partita (!!), oltre ad aver guidato il “Dream Team” per il suo secondo Oro olimpico ai Giochi di Barcellona ’92, prima edizione aperta ai giocatori Professionisti.

Ed allora, vi chiederete cosa occorra aggiungere a tutto ciò, ebbene qualcosina ancora c’è perché non molti sono a conoscenza dell’ultimo “come back” (“ritorno”) di Jordan dopo l’annunciato secondo ritiro, al tempo 35enne, ad avvenuta conquista del sesto anello con i Chicago Bulls al termine delle Finali Playoff 1998, vittime sacrificali, per il secondo anno consecutivo, gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone.

Annunciato definitivamente il ritiro dalle scene – peraltro con una frase degna del miglior Mourinho, ovvero: “sono al 99,9% sicuro di non disputare più un incontro di NBA …” – a gennaio ’99, l’anno seguente Jordan fa il suo rientro nel mondo del Basket Professionistico Usa, non più in veste di giocatore, bensì di proprietario dei Washington Wizards, che dopo aver chiuso la stagione 2000 al terz’ultimo posto della Eastern Conference con un desolante record di 29-53, fanno ancor peggio nella successiva, il cui record di 19-63 li confina solo al di sopra, ironia della sorte, proprio del Chicago Bulls, fanalino di coda sulla Costa Orientale.

Saranno state le prestazioni imbarazzanti della squadra, oppure l’esser tornato a respirare l’aria dei palazzetti, così come un identico rientro da parte del suo amico Mario Lemieux, che dopo tre anni di assenza dalla NHL (“la Lega Professionistica di Hockey su Ghiaccio”) si era ripresentato sulle piste di ghiaccio per indossare nuovamente la maglia dei Pittsburgh Penguins, fatto sta che le voci di un suo clamoroso ritorno cominciano a farsi sempre più insistenti, suffragate dall’intensità degli allenamenti a cui MJ si sottopone durante la primavera ed estate 2001, nonché dall’aver ingaggiato come Coach Doug Collins, suo allenatore a Chicago dal 1986 al 1989.

L’annuncio ufficiale viene dato ai media il 25 settembre ’01, notizia che avrebbe superato qualsiasi altra se gli Usa non fossero stati ancora sotto shock per l’attentato alle “Twin Towers” di appena due settimane prima, e lo stesso Jordan dichiara di devolvere il proprio compenso a favore delle famiglie delle vittime, per poi fare il suo rientro in campo (sfruttando quello 0,1% lasciato in sospeso …) il 30 ottobre ’01 nella sconfitta di misura dei “suoi” (in questo caso in tutti i sensi …) Wizards per 91-93 al Madison Square Garden di New York contro i Knicks …

In una stagione condizionata da problemi al ginocchio destro, Jordan scende in campo in sole 60 gare, di cui 53 da titolare, sulle 82 in calendario, ma il confronto tra il giocatore/proprietario ed il resto del Team è imbarazzante, laddove si consideri che il record delle partite in cui ha giocato è del 50% (30 sconfitte rispetto ad altrettante vittorie), mentre nelle rimanenti 22 i Wizards ottengono solo 7 successi, per un totale di 37-45 che li relega in decima posizione della Eastern Conference, comunque un bel progresso rispetto all’anno precedente.

Inutile dire che Jordan risulta il miglior realizzatore della squadra, con 22,9 punti, 5,7 rimbalzi e 5,2 assist di media a partita, che si innalzano a 24,3 punti, 6,0 rimbalzi e 5,4 assist se ci si limita alle sole gare in qui ha fatto parte degli “Starting Five” (“Quintetto iniziale”), festeggiando l’arrivo del nuovo anno con un “Season High” realizzato il 29 dicembre ’01 al “MCI Center” di Washington, allorché mette a referto, a quasi 39 anni di età, la bellezza di 51 punti tirando con il 58,3% (21 su 36) dal campo e mettendo a segno 9 tiri liberi su 10 tentativi nel successo per 107-90 contro, manco a dirlo, i sempre più derelitti Chicago Bulls …

Adesso per Jordan resta un ultimo obiettivo, vale a dire abbandonare l’attività a 40 anni compiuti – che non è un record, visto che Kareem Abdul-Jabbar aveva smesso a 42, ma comunque un bel traguardo da raggiungere – e, superati i problemi fisici, pur a dispetto delle sue 40 primavere, è l’unico giocatore di Washington a disputare tutte ed 82 le gare della “Regular Season”, di cui 67 inerito nel quintetto iniziale …

Il suo sogno sarebbe quello di poter condurre i Wizards ai Playoff, raggiunti una sola volta – nel 1997, eliminati 0-3 al primo turno proprio da MJ ed i suoi Bulls – nelle ultime 14 stagioni, ma a fine gennaio 2003 il bilancio non è confortante, con un record di 22 successi a fronte di 25 sconfitte quando per poter sperare nell’accesso alla “Post Season” occorre almeno superare la quota del 50% di vittorie, ma il mese entrante di febbraio è quello in cui Michael Jordan festeggia i 40 anni, essendo nato il 17, e volete che non abbia in serbo qualche sorpresa …??

Il primo acuto giunge proprio l’1 febbraio, allorché realizza 45 punti – 18 su 33 (54,5%) al tiro e 9 su 10 dalla lunetta – nello scontro diretto per l’accesso ai Playoff con i New Orleans Hornets vinto 109-104 sul parquet amico, per poi disputare il 9 febbraio alla “Philips Arena” di Atlanta il suo 14esimo “All Star Game”, prima di entrare per l’ultima volta nel libro dei record della NBA …

In stagione, oltre ai ricordati 45 punti rifiilati agli Hornets, Jordan aveva già superato “quota 40” in una sola altra occasione, grazie ai 41 che avevano consentito il 4 gennaio ’03 ai Wizards di avere la meglio 107-104 sui quotati Indiana Pacers del suo “nemico giurato” Reggie Miller e Jermaine O’Neal, ma il tutto era avvenuto non avendo ancora superato “la soglia dei 40 anni”, la cui viceversa prima gara dopo tale data è in programma il 21 febbraio, sempre sul parquet amico.

Bisogna entrare nella mentalità americana, dove gli slogan costituiscono una sorta di pane quotidiano e, considerando che, sino ad allora, nessun giocatore NBA ha messo a segno 40 o più punti dopo aver superato la quarantina, ecco che Jordan viene atteso a compiere l’impresa dei “40 points aged 40” (“40 punti a 40 anni”) che stuzzica non poco la curiosità dei media …

E, per l’occasione alla quale non vogliono rinunciare gli spettatori del “MCI Center”, Jordan sceglie un degno avversario, vale a dire nientemeno che i New Jersey Nets che guidano la Classifica della Atlantic Division con un record, al momento, di 37-18 rispetto al 25-28 di Washington, Nets guidati dal playmaker Jason Kidd (concluderà la stagione con 8,9 assist di media/partita) e che giungeranno sino alla Finale per il titolo, sconfitti dai San Antonio Spurs di Tim Duncan.

Ma ad uno che in oltre 20 anni di carriera ai massimi livelli le grandi sfide non hanno mai fatto paura, anzi lo hanno sempre affascinato, la gara contro la Capolista della Division è l’ideale per esaltarsi, disputando una gara di un’intensità pazzesca, gettandosi su di ogni pallone vagante con l’incoscienza di un ragazzino, mentre la mano è sempre calda come nei giorni migliori.

Coach Collins avverte che il suo “Proprietario” sta compiendo un’altra storica impresa e lo risparmia il meno possibile, facendogli disputare 43’ dei 48’ previsti, ed è Jordan a ricucire ogni tentativo di fuga di New Orleans, che all’intervallo lungo conduce di un solo punto (45-44) …

E’ la difesa la chiave della gara, con il solo Jefferson ad emergere tra gli ospiti con 25 punti all’attivo, mentre Jordan lotta come un leone anche sotto canestro, catturando ben 10 rimbalzi difensivi per poi violentare la retina dall’altra parte del campo, dando ai Wizards un primo piccolo vantaggio (58-54 e 63-60) nel corso del terzo periodo, per poi incaricarsi di “ricucire lo strappo” allorché i Nets, con un parziale di 6-0, si erano portati in vantaggio 66-63 …

Iniziato l’ultimo quarto con un solo punto (69-68) di vantaggio, i Wizards temono che Jordan accusi la più che comprensibile fatica, ma niente di più sbagliato qualora si consideri che stiamo parlando di uno che ha vinto un titolo NBA con 40 di febbre per un virus intestinale, segnando 38 punti, anche se avvenuta 6 anni prima.

E’ difatti Jordan a segnare il canestro del +3 (71-68) ad inizio del quarto periodo, è ancora lui a riportare le sorte della gara in parità sul 73-73, nonché a segnare dalla lunetta i tiri liberi del +2 (81-79) a 4’09” dal termine con cui tocca la fatidica soglia dei 40 punti, con la sovrimpressione sugli schermi a ricordare immediatamente come sia il primo giocatore a raggiungere tale “score” a 40 anni compiuti …

Ma a Jordan non basta, un record accompagnato da una sconfitta non fa parte del suo essere, ed eccolo allora recuperare un rimbalzo fondamentale con 1’30” da giocare e New Orleans tornata in vantaggio 84-83 per il quale subisce anche un colpo andando in lunetta per un “1 su 2” che riporta le sorti dell’incontro in parità, prima che i Nets guidino lo stesso 86-85 con soli 47” da giocare e palla in mano …

Ma il tiro dalla lunga distanza finisce sul ferro e dopo il rimbalzo, catturato da Christian Laettner, la palla viene consegnata a Jordan, il quale si produce in una delle sue celebri entrate in faccia a Richard Jefferson – di 17 anni più giovane di lui (!!) – per andare a depositare la stessa a canestro per il controsorpasso (87-86), con magari l’unica differenza che una decina di anni prima avrebbe schiacciato, ma glielo perdoniamo …

Mancano ancora 34” alla sirena, ma i Nets invece che l’azione manovrata vanno al tiro rapido da fuori che non centra il bersaglio, con Jordan a catturare il rimbalzo ed avviare l’azione che porta Washington sul +3 (89-86) che poi è anche il risultato finale, visto che il tiro della disperazione di Jefferson dalla lunga distanza non coglie neppure il ferro.

Un successo importante in chiave Playoff, portando i Wizards sul 26-28 – anche se poi non riusciranno nell’intento, concludendo la stagione al nono posto con l’identico score di 37-45 dell’anno precedente – ma i riflettori sono tutti per colui che ha deciso di regalare ai suoi tifosi ed a tutti coloro che amano il Basket, un’ultima, straordinaria recita, sintetizzate nelle aride cifre da 43 punti (18 su 30 (60%) dal campo e 7 su 8 ai tiri liberi), 10 rimbalzi, 3 assist, 4 palle recuperate ed una stoppata …

Siamo sicuri che, all’uscita dal Palazzetto, molti se non la quasi totalità dei presenti si sia chiesta: “Ma siamo sicuri che abbia veramente 40 anni …??” …

 

LA SFIDA AI GRANDI DEL PASSATO VINTA DA ERNIE ELS ALL’US OPEN 1994

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Ernie Els all’US Open 1994 – da usga.org

articolo di Nicola Pucci

C’è tanto passato ma anche molto presente, nell’edizione 1994 dell’US Open. Già, perchè se sono in gara campionissimi che hanno fatto la storia del torneo a far data anni Sessanta (Jack Nicklaus), Settanta (Hale Irwin) e Ottanta (Tom Watson), non solo limitandosi a fare atto di presenza, ma pure competendo con credenziali eccellenti, se è vero che al primo giro sono tutti e tre in corsa stazionando nelle posizioni di testa, è altrettanto certo che l’uomo da battere è un fuoriclasse poco più che 24enne, che guarda al presente con legittime ambizioni e sembra destinato a caratterizzare il futuro con il suo indubbio talento.

Il presente risponde al nome di Ernie Els, sudafricano grande e grosso tanto da meritarsi l’appellativo di “The big easy“, che esprime una naturalezza ed una fluidità del gesto tale che nessuno, ma proprio nessuno, può dubitare sul fatto che sta per segnare un’epoca golfistica con la sua impronta di campione. In effetti il ragazzone di Johannesburg, che da adolescente ha praticato rugby, cricket e tennis con buoni risultati tanto da vincere all’età di 13 anni l’Eastern Transvaal Junior Championships, e che ha scoperto mazze e bastoni ad 8 anni grazie al padre Neels, è un predestinato se è vero che, una volta scelta la via definitiva del golf, già si impone nel 1984 al Junior World Golf Championship nella categoria riservata ai ragazzi di 13/14 anni battendo un altro giovanotto che farà parlare di sè, un certo Phil Mickelson, per poi vincere, 17enne, il campionato nazionale sudafricano, superando in questo il record di precocità detenuto da Gary Player.

La strada maestra è tracciata, e per Els si aprono velocemente le porte della notorietà, passando professionista nel 1991 ed illustrandosi sul Sunshine Tour, vinto da dominatore nel 1992, per poi conqusitare la Dunlop Phoenix del 1993, giocata a Miyazaki in Giappone e prima vittoria fuori dai confini sudafricani, battendo quel Fred Couples che è pur sempre il vincitore del Masters di Augusta dell’anno prima. Quando poi, la stagione successiva, 1994, si apre per Els con la prima di una serie di 28 vittorie sull’European Tour, trionfando al Dubai Desert Classic con 6 colpi di vantaggio su Greg Norman, campione in carica dell’Open Championship, si ha la sensazione che i tempi siano già maturi per primeggiare anche nelle competizioni che regalano l’immortalità sportiva.

Nel frattempo il sudafricano ha infatti debuttato nei tornei Major, evidenziando, caso mai ce ne fosse bisogno, tutto quello che è il suo talento nelle pratica golfistica, mancando il taglio in due edizioni consecutive del PGA Championship ma figurando infine tra i top-10 nelle altre quattro gare disputate, quinto e sesto all’Open Championship, settimo all’US Open del 1993 con due ultimi fantastici giri in 68 e 67 colpi, ed ottavo al Masters disputato in aprile.

Il rendez-vous con la gloria è per il mese di giugno 1994, dal 16 al 20, all’Oakmont Country Club, dove è calendarizzata l’edizione numero 94 dell’US Open. Appunto Nicklaus, Irwin e Watson sono i campioni affermati attesi alla recita, a dispetto dell’età che avanza, ma sono della partita anche chi vinse in un passato più recente come Fuzzy Zoeller, 1984, Scott Simpson, 1987, Tom Kite, 1992, e Curtis Strange, che fece doppietta consecutiva nel 1988 e nel 1989 come seppero fare, prima di lui, solo Willie Anderson, tris addirittura tra il 1903 e il 1905, Bobby Jones, Ralph Guldahl e Ben Hogan. Ambizioni legittime, se non di prevalere almeno di mettersi in evidenza, avrebbero altri “vecchi” vincitori del torneo, come l’immenso Arnold Palmer, ormai 65enne, Johnny Miller, Andy North, Larry Nelson, Payne Stewart e Lee Jenzen, che è il campione in carica, ma nessuno di loro passa il taglio del secondo giro, ed allora la disfida si risolve nel confronto tra i grandi rimasti in corsa.

Tra i quali, dopo un primo giro che vede, dunque, Watson chiudere al comando in 68 colpi, 3 sotto il par, precedendo di 1 colpo Els, Nicklaus e Irwin, a cui si aggiunge il neozelandese di origini italiane Frank Nobilo, merita un posto speciale lo scozzese Colin Montgomerie, che al secondo giro è il migliore di tutti in 65 colpi, prendendo il comando della gara con due colpi di vantaggio su John Cook e David Edwards, che lo eguagliano nello score di giornata, e l’immancabile Irwin, in cerca del quarto successo all’US Open. Nicklaus, Els e Nobilio non sono distanti, mentre un giro in 73 colpi rigetta Watson nelle retrovie.

Quel che accade, però, alla buca 4 del terzo giro, un par 5 da 560 yards, segna la svolta del torneo. Els col secondo colpo, giocato con un ferro-2, raggiunge il green per imbucare poi un fantastico putt che vale l’eagle e l’allungo in classifica, chiudendo in 66 colpi, 5 sotto il par, e distanziando lo stesso Nobilo, a sua volta autore di uno score di 68 colpi che gli consente di portarsi in seconda posizione a 2 colpi dal leader. Irwin che si conferma il più continuo, Montgomerie che sente fin troppo la pressione, Watson che risale, e Loren Roberts che firma un giro da 64 colpi, sono ancora in corsa per la vittoria finale, che stavolta avrà un’appendice.

Al quarto giro, infatti, dopo che Els ha beneficiato al tee della buca 1 di una decisione controversa in quanto, a seconda di un ufficiale di gara, una telecamera aerea era sulla sua linea di gioco, potendo così rigiocare il primo colpo, Roberts e Montgomerie, in 70 colpi, ricuciono il disavanzo di 3 colpi dal sudafricano, che fallisce il putt della vittoria all’ultima buca, vedendosi così costretto ad uno spareggio a tre come, un’ultima volta, era successo nel 1963 quando poi Julius Boros sconfisse Jacky Cupit e Gary Player, l’unico altro sudafricano a vincere l’US Open, e che prima del giro finale lascia nell’armadietto di Els un biglietto d’auguri. Sarà di buon auspicio.

E qui le cose sembrano volgere decisamente al peggio per Els, che dopo un bogey alla prima delle 18 buche supplementari previste, chiude la seconda, un par 4, addirittura in 7 colpi, trovandosi così a dover rincorrere Roberts che, a differenza di Montgomerie che proprio non riesce ad azzeccarne una, tiene la testa del giro di play-off con apparente sicurezza. Ma Els non si arrende di certo, all’inizio tremebondo fa seguire tre birdie alle buche 3, 7 e 9, riagganciando Robert che incappa in un doppio bogey alla buca 5. L’americano ha ancora un colpo di vantaggio alla buca 16, ma vola in bunker e la nuova parità, stavolta, è definitiva, con i due contenders che chiudono in 74 colpi, contro i 78 di Montgomerie, costringendosi all’ulteriore sfida a due, quella della “morte improvvisa“. E se alla buca 10, da dove ha inizio la singolar e risolutiva tenzone, Els e Roberts segnano un par, alla buca 11 la palla dell’americano, ancora una volta, si arena nel bunker con il secondo colpo, compromettendo approccio e putt. Els non esita, trova il green e con una buca in 4 colpi, contro i 5 di Roberts, può infine esultare tra le braccia del caddie, che, curiosamente, risponde al nome di Ricky Roberts e che dopo il putt fallito alla buca 18 lo aveva incitato a “tener duro“.

Lunga e faticosa la strada verso la vittoria, ma quell’US Open del 1994  apre la scrigno dei tesori d’oro di Ernie Els. Succederà ancora, statene certi.

IL DECENNIO “BELLO E MALEDETTO” DEL LEEDS UNITED DI DON REVIE

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Una formazione del Leeds stagione 1969.70 – da:ozwhitelufc.net.au

Articolo di Giovanni Manenti

Negli Sport di squadra, si parla molto spesso di “Ciclo vincente” per indicare un periodo – di solito oscillante tra i 5 ed i 10 anni – in cui una formazione ha dominato la scena, generalmente nel panorama interno, meglio se poi allo stesso si aggiungono anche dei Trionfi a livello internazionale.

E, dato che stiamo parlando di Calcio britannico, tre esempi possono essere sufficienti a far comprendere il concetto, vale a dire gli scozzesi del Celtic Glasgow – che dal 1966 al ’74 si aggiudica nove titoli consecutivi, oltre a 5 Scottish FA Cup ed altrettante Scottish League Cup, aggiungendovi anche lo storico successo in Coppa dei Campioni ’67 ed una seconda Finale nel 1970 – al pari del Liverpool – che, dal canto suo, dal 1973 al 1984 mette in fila 8 titoli nazionali, una FA Cup, 4 League Cup consecutive, ma soprattutto 4 Coppe dei Campioni, due Coppe Uefa ed una Super Coppa Uefa – così come, in tempi più recenti, il Manchester United di Sir Alex Ferguson, che in addirittura in un ventennio, dal 1993 al 2013, ha arricchito la propria bacheca di ben 13 titoli nazionali, 5 FA Cup, 4 League Cup ed, a livello internazionale, due Champions League (con altre due Finali perse), una Coppa Intercontinentale ed una Coppa del Mondo per Club.

Tutta questa premessa necessaria per introdurre il racconto di un decennio ai massimi vertici del Calcio inglese e continentale di un Club per il quale detto periodo rappresenta l’indiscusso apice della sua ultracentenaria Storia, concluso il quale ha una sola altra occasione per festeggiare, cogliendo il terzo titolo di Campione della First Division nel 1992, curiosamente l’ultima edizione prima dell’introduzione, dalla stagione successiva, della Premier League …

Il fatto è che in questo decennio in cui il Leeds United – i più attenti lettori avranno già capito che è a detto Club che ci stavamo riferendo – si assicura la quanto mai antipatica etichetta di “perdente di successo”, poiché, ai soli 6 successi (quattro interni e 2 continentali) raccolti, affianca una serie incredibile di piazzamenti, costituiti da 5 secondi posti in Campionato e 3 Finali di FA Cup perse sul fronte interno, così come altrettante Finali di Coppe europee che lo vedono soccombere.

Un qualcosa da mandare al manicomio qualsiasi tifoso de “The Whites” (“I Bianchi”, dal colore della divisa), come se sul Club di Elland Road gravasse una sorta di maledizione che il breve racconto di tale decennio fa meglio comprendere, visto che alcuni Trofei sfuggono loro in modo talmente beffardo da far pensare che, veramente, ci sia stata una specie di congiunzione astrale negativa al riguardo.

Ma andiamo con ordine, il Leeds United viene rifondato nel 1919, n quanto il precedente Leeds City Fc, nato nel 1904, era stato radiato dalla Football League a causa di alcuni pagamenti illegali relativi al tesseramento di giocatori nel periodo del primo conflitto mondiale, ma durante il periodo intercorrente tra le due Guerre, la squadra non riesce ad emergere dal un grigio anonimato, potendo vantare, quale miglior piazzamento, un ottavo posto nella stagione 1932-’33.

Ancor peggio le cose vanno nell’immediato Secondo Dopoguerra, visto che al termine del primo Campionato postbellico il Leeds retrocede in Second Division dove staziona per ben 9 stagioni prima di ottenere la Promozione nel 1956, salvo far ritorno nel purgatorio a distanza di quattro anni.

Una Società, pertanto, di pressoché nulle tradizioni nella Patria degli inventori del Football – ed il cui unico giocatore ad elevarsi dalla mediocrità è il “Gigante buono” John Charles, che tra il 1949 ed il 1957 realizza ben 150 reti prima di fare le fortune della Juventus nel Campionato italiano – e ben pochi avrebbero creduto che, viceversa, con l’inizio degli anni ’60, il “brutto anatroccolo” si sarebbe trasformato in uno splendido cigno – la comparazione non è casuale, avendo come riferimento il bianco candore della divisa da gioco – in grado di incutere timore alle grandi del Calcio d’oltremanica.

Anche perché, il ritorno in Second Division vede il Leeds navigare nelle zone basse della Classifica, così che la Dirigenze assume, nel marzo 1961, quella che diviene la “decisione della svolta” per le sorti del Club, ovverossia licenziare il Manager Jack Taylor ed affidare la squadra al 34enne Don Revie che proprio ad Elland Road sta consumando gli ultimi spiccioli di carriera …

E così, quattro giorni dopo l’uscita di scena di Taylor, Revie assume le vesti di Player/Manager alquanto in uso in Inghilterra, pur se i suoi esordi non sono certo confortanti, visto che il Leeds, dopo aver concluso in 14esima posizione la stagione ’61, riesca seriamente di sprofondare per la prima volta nella sua Storia in Third Division l’anno seguente, riuscendo a salvarsi grazie ad un positivo finale di Torneo, al termine del quale Revie attacca definitivamente le scarpette al chiodo per assumere la veste di allenatore a tempo pieno.

In questa sua nuova veste, il Tecnico sposa appieno la filosofia della Società di attingere al vivaio per migliorare la qualità della prima squadra, che al suo arrivo poteva contare su due soli giocatori di spessore, vale a dire il roccioso mediano scozzese Billy Bremner ed il centrale difensivo Jack Charlton, fratello maggiore del più celebre Bobby, inserendo, a partire dalla successiva stagione, giocatori che ne faranno la storia nel decennio a seguire.

Non è assolutamente un caso che una delle chiavi di lettura per comprendere il “Periodo d’Oro” del Leeds sia proprio quello di aver creato un gruppo unito e coeso al proprio interno – basti solo pensare che ben 9 dei 10 giocatori che occupano la “Graduatoria All Time” di presenze complessive del Club (unico “intruso” Gary Kelli del periodo 1992-’07 …) appartengano a tale epoca, con la curiosità dei due citati Jack Charlton e Bremner separati (773 a 772) da una sola gara a favore del primo – e già dall’autunno ’62 entrano a far parte in pianta stabile della rosa della prima squadra il 17enne portiere Gary Sprake, il 18enne terzino Paul Reaney (terzo nella Classifica con 748 gettoni a suo conto …) ed il 19enne mediano Norman Hunter, che a fine carriera conterà 726 apparizioni con il Club, quarto quanto a presenze complessive …

Questa “ventata di gioventù” porta il Leeds a concludere il Torneo ’63 al quinto posto, a soli quattro punti dalla Promozione, obiettivo che viene centrato la stagione successiva, allorché si aggiudica la Second Division con 63 punti, frutto di 24 vittorie, 15 pareggi e 3 sole sconfitte, in cui un ruolo importante lo riveste il talentuoso 23enne centrocampista irlandese Johnny Giles, prelevato dal Manchester United.

E, proprio contro i “Red Devils” il Leeds inaugura la poco augurabile striscia di eventi negativi che ne caratterizza l’intero decennio ai vertici del Calcio britannico, provare per credere, con il tutto a nascere a fine marzo ’65, allorché le due formazioni si incontrano sabato 27 ad Hillsborough, per la semifinale di FA Cup, mentre sono entrambe in lizza per la conquista del titolo …

La gara si conclude sullo 0-0 e quattro giorni dopo, nel replay disputato al City Ground di Nottingham, è il Leeds ad imporsi per 1-0 grazie ad una rete di Bremner, per quella che è la prima Finale di FA Cup della sua storia, con appuntamento fissato a Wembley per il successivo 10 maggio, avversario il Liverpool.

Resta tutto aprile da gestire per la volata finale per la conquista del titolo, con una Classifica che, ad inizio mese, vede il Leeds al comando con 50 punti su 34 gare disputate, con lo United – in cui disputa la sua prima stagione da titolare un tale George Best – ad inseguire a quota 49, ma con una partita giocata in più.

In 30 giorni in cui le due squadre sono costrette a disputare 8 e 7 incontri rispettivamente, il Leeds si gioca la possibilità di far suo il primo titolo della storia sabato 17, allorché ospita ad Elland Road il Manchester United davanti al record di oltre 52mila spettatori, solo per subire la maggiore esperienza della formazione guidata da Matt Busby, che si impone per 1-0, grazie ad una rete di Connelly nel primo tempo, così vendicando l’eliminazione in Coppa.

La sconfitta ha un contraccolpo mortale per il Leeds che, appena due giorni dopo, sprofonda 0-3 a Sheffield contro il Wednesday, dando definitivamente addio alle speranze di vittoria del titolo, e non tragga in inganno la conclusione a pari merito a quota 61 con il Manchester – curiosamente con identica ripartizione di 26 vittorie, 9 pareggi e 7 sconfitte – poiché quest’ultimo, laureatosi Campione per un nettamente migliore quoziente reti (2,282 ad 1,596) perde l’ultimo incontro a Birmingham contro l’Aston Villa a titolo oramai conquistato …

Resta comunque da disputare la Finale di FA Cup di fronte ai consueti 100mila spettatori di Wembley contro un Liverpool che non ha ancora il Trofeo in bacheca, avendo perso le due precedenti disputate nel lontano 1914 e quindi nel 1950, mentre per il Leeds si tratta di un esordio assoluto.

Ed anche stavolta, nonostante la formazione di Bill Shankly si dimostri superiore, la beffa è in agguato, poiché la gara si prolunga ai supplementari dopo che al 90’ il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 di partenza e, dopo che Bremner pareggia la rete di Hunt al 93’, tocca ad Ian St. John impedire che la sfida vada al replay, incornando in tuffo un cross dalla destra di Callaghan, a 3’ dal termine dell’extra time.

L’esito di questa prima stagione – titolo sfumato a 4 giornate dal termine, sconfitta nella Finale di FA Cup a 3’ dal termine dei supplementari – è quanto mai emblematico di cosa il futuro prossimo ha da riservare al Club di Don Revie, anche se, trattandosi di un ritorno ai vertici e della relativa giovane età media della rosa, il tutto viene preso con sufficiente filosofia, ma il peggio deve ancora venire …

L’anno seguente è caratterizzato da un’altra importante “New entry” in prima squadra, vale a dire l’inserimento come titolare del 19enne scozzese Peter Lorimer – che alla fine risulta il “Top Scorer” di ogni epoca con 238 reti messe a segno in 703 gare (sesto assoluto …) complessivamente disputate – contribuendo ad un’altra più che positiva stagione che vede il Leeds confermarsi secondo nella League, anche se stavolta a debita distanza (61 punti a 55) dal Liverpool, e fare la sua prima apparizione in Europa.

Poiché, all’epoca, alle due principali Manifestazioni continentali, vale a dire la Coppa dei Campioni e la Coppa delle Coppe, il cui accesso è riservato ai vincitori dei rispettivi titoli e Coppe nazionali, giocoforza i piazzamenti del Leeds comportano per lo stesso la partecipazione alla terza competizione, ovvero la Coppa delle Fiere, poi sostituita dal 1971 con la Coppa Uefa.

Ecco quindi che i ragazzi di Revie dimostrano di essere capaci di farsi onore anche al di fuori dei confini nazionali, raggiungendo imbattuti le semifinali – dopo aver eliminato formazioni di un certo valore, quali Torino, Valencia ed Ujpest – per affrontare gli spagnoli del Real Saragozza che infliggono loro la prima sconfitta per 0-1 all’andata in terra iberica, rimediata grazie al 2-1 interno che rende necessario (all’epoca non vigeva la norma del valore doppio delle reti in trasferta …) un incontro di spareggio disputato l’11 maggio con il favore del fattore campo, reso peraltro vano dalla superiorità messa in mostra dalla compagine aragonese, che si impone con un netto 3-1.

Ancora una volta, un’uscita di scena a pochi passi dalla gloria, ma anche in questo caso, trattandosi dell’esordio europeo, le scusanti vi sono tutte, ed allora tanto vale pensare ad affrontare con il giusto approccio la stagione successiva, in cui inizia a muovere i primi passi in prima squadra un’altra importante pedina dello scacchiere di Don Revie, e cioè il polivalente 22enne Paul Madeley, utilizzabile sia in difesa che a centrocampo, a conclusione della cui carriera andrà ad occupare la quinta posizione con 725 presenze complessive nella “Graduatoria All Time” …

In Campionato, il Leeds si mantiene fra le prime, pur concludendo lo stesso al quarto posto con 55 punti, a 5 lunghezze dai vincitori dello United, dedicando maggiori energie alle Coppe, che lo vedono sconfitto 0-1 al Villa Park di Birmingham dal Chelsea nella semifinale di FA Cup per una rete segnata da Tony Hateley, il padre di Mark di successiva, rossonera memoria, mentre il cammino in Europa è più confortante.

Con ancora il Valencia a cadere vittima dei “Bianchi” al secondo turno ed, una volta tanto, la buona sorte a dar loro una mano, allorché eliminano ai Quarti di Finale il Bologna (0-1 ed 1-0) solo grazie al lancio della monetina, ecco che la formazione di Revie si trova a disputare l’atto conclusivo, dopo aver superato (4-2 e 0-0) gli scozzesi del Kilmarnock in semifinale, tra fine agosto ed inizio settembre ’67, poiché la Dinamo Zagabria, loro avversaria, ha disputato il precedente turno – in cui ha clamorosamente sovvertito uno 0-3 esterno contro l’Eintracht Francoforte con un 4-0 al ritorno in Croazia – tra il 7 ed il 14 giugno.

Sicuramente non il miglior modo di iniziare la nuova stagione il vedersi nuovamente sfuggire la possibilità di conquistare un trofeo, vista la sconfitta per 0-2 a Zagabria e lo 0-0 del ritorno, il che consente di far un primo, provvisorio bilancio di questo iniziale triennio ai vertici, che consta di due secondi posti in Campionato, e due Finali, una di FA Cup e l’altra di Coppa delle Fiere, perse, oltre ad un paio di eliminazioni in semifinale …

Ce n’è abbastanza affinché si possa sperare che la tendenza si inverta, anche se, forse, uno dei limiti del Leeds è proprio quello di voler competere in ogni manifestazione, così da avere nelle fasi decisive delle stesse giocatori logorati da una stagione massacrante, ma tant’è …

Certo che, con una formazione in cui disputa la sua ultima, nonché miglior stagione, Jimmy Greenhoff e che vede compiere il salto di qualità da parte sia del terzino sinistro Terry Cooper che dal centrocampista Eddie Gray – cui farà compagnia, cinque anni dopo, il fratello minore Frank – nonché rinforzare il reparto offensivo con l’acquisto dallo Sheffield del centravanti Mick Jones, alcun traguardo sembra essere vietato, ed, in effetti, l’anno 1968 confermerebbe questa teoria.

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Leeds ed Arsenal scendono in campo a Wembley per la Finale di League Cup ’68 – da:twitter.com

In una stagione, pertanto, in cui il Leeds scende in campo per disputare ben 68 incontri (incluse le due citate gare di Finale di Coppa delle Fiere …), finalmente un primo Trofeo va ad arricchire la bacheca di Elland Road, al termine di un trionfale percorso nella League Cup costellato di sole vittorie – tra cui quella nella doppia semifinale (1-0 e 3-2) contro il Derby County dell’odiato Brian Clough – e concluso con il successo per 1-0 sull’Arsenal nella Finale disputata a Wembley il 2 marzo ’68, grazie ad una rete messa a segno da Cooper dopo 20’ di gioco.

Sfatato un tabù, il Leeds inizia l’anno 1968 con un analogo positivo cammino in FA Cup, la cui prima vittima, al terzo turno, è ancora il Derby County (sconfitto per 2-0), per poi non conoscere ostacoli sino alla sfida con l’Everton in semifinale, in programma il 27 aprile ad Old Trafford …

Parallelamente, il Leeds non conosce sconfitta alcuna neppure in Coppa delle Fiere, pur favorito da una serie di sorteggi favorevoli che, dopo aver eliminato gli ostici jugoslavi del Partizan Belgrado al secondo turno, mettono sulla loro strada negli Ottavi e nei Quarti due formazioni scozzesi, entrambe eliminate (1-0 ed 1-1 l’Hibernian, 0-0 e 2-0 i Glasgow Rangers), per poi essere abbinati ad una terza formazione delle Highlands, ovvero il Dundee, nelle semifinali in programma l’1 ed il 15 maggio.

Abbiamo evidenziato tutte queste date poiché, dopo la giornata di Campionato disputatasi il 20 aprile, la Classifica recita: Manchester United p.54 (39 gare giocate), Leeds p.53 (38), Manchester City p.50 (38) e Liverpool p.48, ma con sole 37 gare disputate, un finale di Torneo quanto mai incerto, ma con solo il Leeds impegnato su tre fronti …

Un calendario massacrante che presenta immediatamente il conto, poiché il successivo martedì 23 Bremner & Co. vengono sconfitti 2-3 a Stoke e nel weekend tocca all’Everton estrometterli dalla FA Cup superandoli per 1-0, per poi dover affrontare, il sabato successivo, il Liverpool ad Elland Road, dopo aver dovuto viaggiare in Scozia per l’andata delle semifinali di Coppa delle Fiere contro il Dundee.

Uscito indenne per 1-1 dal Dens Park, la sfida con i Reds risulta determinante per il finale di stagione, in quanto la sconfitta interna per 1-2 dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo, toglie ogni speranza di aggiudicarsi il titolo, così da potersi concentrare sull’appuntamento internazionale per il quale, grazie ad una rete di Eddie Gray a 9’ dal termine, il Leeds ottiene la qualificazione alla sua seconda Finale consecutiva, avversari gli ungheresi del Ferencvaros.

Anche stavolta, però, visto il prolungarsi della stagione e la disputa delle Fasi Finali del Campionato Europeo per Nazioni a cui l’Inghilterra partecipa, le due gare previste sono in programma all’inizio della successiva, e stavolta sono gli inglesi a festeggiare, capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Jones al 41’ del primo tempo della gara di andata, resistendo al ritorno a Budapest grazie alla forza di una difesa oramai ampiamente consolidata.

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La rete di Mick Jones contro il Ferencvaros – da:dailymail.co.uk

Finalmente non rimasti a bocca asciutta dopo le delusioni del passato, nello Yorkshire si ritiene che sia giusto pensare anche al quanto mai prestigioso titolo di Campioni d’Inghilterra, anche perché consentirebbe di partecipare all’ancor più famosa competizione internazionale della Coppa dei Campioni, e, con un raggiunto perfetto mix di gioventù ed esperienza, il Torneo ’69 si trasforma in poco più di una passerella, tralasciando le Coppe nazionali.

Con due soli passi falsi nel proprio cammino, i tifosi del Leeds possono finalmente festeggiare la vittoria nella League, giunta grazie a due pareggi entrambi a reti bianche conquistati alla terz’ultima e penultima giornata a Liverpool, dapprima a Goodison Park contro l’Everton e quindi ad Anfield, per una Classifica finale che li vede primi con ben 67 punti – frutto di 27 vittorie, 13 pareggi e 2 sconfitte, 66 reti fatte (Jones “Top scorer” con 14 …) e solo 26 subite – e 6 lunghezze di vantaggio sul Liverpool e 10 sull’Everton.

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La formazione del Leeds Campione d’Inghilterra 1969 – da:ozwhitelufc.net.au

Il percorso in Coppa delle Fiere si arresta ai Quarti di finale, con l’Ujpest Dosza a vendicare i propri connazionali, ma chi se ne importa, visto che dall’anno prossimo il confronto sarà con le big d’Europa, con ancora un finale di stagione quanto mai thrilling

Attrezzatosi per questo più impegnativo confronto con un ulteriore innesto in attacco di un giocatore destinato a far la storia del Club, vale a dire il 23enne Allan Clarke prelevato dal Leicester, il Leeds inizia la stagione con ambiziosi obiettivi, condivisi anche dalla stragrande maggioranza dei propri tifosi sulla spinta dei successi dei due anni precedenti, non immaginando che la sorte ha per un loro in serbo il ritorno alle vecchie (cattive) abitudini …

Abbandonata anzitempo la League Cup, la formazione di Don Revie si presenta al rush finale di primavera in lotta per il titolo, visto che dopo il turno andato in scena il 28 febbraio ’70, si trova in testa con 51 punti in 34 partite, due in più di un Everton che, però, ha una gara in meno, così come deve affrontare nei Quarti di Coppa Campioni i belgi dello Standard Liegi ed il Manchester United in semifinale di FA Cup.

I doppi impegni di Coppa fanno sì che le energie dei giocatori vengano ridotte al lumicino dopo un “Tour de force” quanto mai massacrante – in ordine cronologico, successo a Liegi per 1-0 il 4 marzo, pareggio 0-0 nella semifinale di FA Cup il 14 marzo, vittoria per 1-0 al ritorno con lo Standard il 18 marzo, ancora pari a reti bianche nel replay di FA Cup del 23 e successo per 1-0 nel secondo replay del 26 marzo – così che, dopo un pari per 0-0 a Liverpool il 7 ed una vittoria esterna per 2-1 a Wolverhampton il 21 marzo, mentre l’Everton ha fatto “filotto” con quattro vittorie in altrettanti incontri disputati, la Classifica veda quest’ultimo a quota 57 in 37 gare, rispetto ai 54, ma con una gara in meno, da parte del Leeds …

L’aver giocato 7 partite nello spazio di soli 22 giorni fa sì che il doppio turno pasquale – con gare in programma sabato 28 e lunedì 30 marzo – risulti fatale per “The Whites”, sconfitti a domicilio dallo Sheffield United e travolti 1-4 a Derby, così che l’Everton, che allunga a 6 gare la propria striscia vincente, prende il definitivo vantaggio per poi far suo il titolo a quota 66 punti contro i 55 di un Leeds oramai concentrato solo sulle Coppe.

Con un calendario accorciato in vista dei Mondiali di Messico ’70 – in cui l’Inghilterra è chiamata a difendere il titolo conquistato quattro anni prima a Londra – Finale di FA Cup e semifinale di Coppa dei Campioni (avversari gli scozzesi del Celtic Glasgow) intrecciano le rispettive date, con l’andata di quest’ultima competizione a disputarsi l’1 aprile e che vede i biancoverdi espugnare 1-0 Elland Road grazie ad una rete di Connelly in apertura, per poi dover scendere in campo l’11 aprile a Wembley per contendere al Chelsea la FA Cup, a cinque anni di distanza dalla sfida contro il Liverpool.

Ancora una volte la dea bendata volge le spalle al Leeds che, due volte in vantaggio, viene puntualmente raggiunto dai londinesi, con Houseman a pareggiare in chiusura di primo tempo la rete d’apertura di Jack Charlton, mentre ancor più male fa il pari di Hutchinson all’86’, appena 2’ dopo che Jones aveva siglato il punto del provvisorio 2-1, con necessità quindi di disputare la ripetizione.

Prima però, c’è da rendere visita al Celtic, ed ad Hampden Park proprio lo scozzese Bremner dimostra di voler vendere cara la pelle, realizzando al 14’ la rete che riporta in equilibrio le sorti della sfida, prima che, nella ripresa, ci pensino Hughes e Murdoch a ribaltarne l’esito, in un match che consegna alla compagine diretta da Jock Stein la sua seconda (nonché ultima) Finale della massima Manifestazione continentale, e passa altresì alla Storia per aver ospitato sulle tribune ben 136.505 spettatori, record di sempre per una gara europea di Club.

La Football Association, bontà sua, concede al Leeds due settimane di tempo prima di rigiocare la ripetizione della Finale di FA Cup, che va in scena mercoledì 29 aprile ’70, ultimo atto di una stagione che ha visto il Leeds scendere 62 volte in campo, e, manco a dirlo, nuovamente spreca il vantaggio maturato nella prima frazione di gioco con Jones al 35’, facendosi raggiungere da una rete di Osgood a 12’ dal termine, per poi deporre le armi nei supplementari, allorché è Webb a decidere la sfida che manda il Trofeo ad arricchire la bacheca di Stamford Bridge.

Magra soddisfazione vedere quattro dei propri giocatori – Cooper, Jack Charlton, Hunter e Clarke – essere selezionati da Alf Ramsey per i Mondiali messicani, occorre cancellare immediatamente “il ritorno ai Santi Vecchi”, già dalla stagione successiva, in cui, usciti prematuramente dalle Coppe nazionali, le forze dei ragazzi di Don Revie sono concentrate solo su Campionato e Coppa delle Fiere …

In quella che è oramai divenuta la sua competizione preferita – nelle precedenti quattro edizioni, una vittoria, due Finali, una semifinale ed un Quarto di Finale – il Leeds anche stavolta raggiunge la semifinale, avversario il Liverpool, con le due sfide ad andare in scena nel bel mezzo della lotta per il titolo, da mesi una lotta a due con l’Arsenal …

Dopo il successo sul Burnley per 4-0 del 3 aprile ’71, il Leeds guida la graduatoria con 56 punti in 36 partite, seguito dai “Gunners” a quota 50, ma con ben 3 gare in meno, così che, dopo il pari esterno per 1-1 a Leicester, l’andata di Coppa delle Fiere ad Anfield del 14 aprile – ancorché vinta per 1-0 grazie ad una rete del solito Bremner – inserita tra i turni di Campionato contro Huddersfield (0-0 esterno) e West Bromwich (sconfitta 1-2 in casa), consente all’Arsenal di prendere il largo in testa alla Classifica, rendendo vane le ultime tre vittorie (tra cui proprio l’1-0 interno sui futuri Campioni), con l’ennesima beffa di vedersi sfuggire il titolo (65 a 64) per un punto …

Fortunatamente, quantomeno, il minimo vantaggio conseguito ad Anfield viene difeso con successo nel pari a reti bianche del ritorno, così come il Leeds ottiene il secondo Trofeo continentale della sua Storia avendo la meglio nella doppia Finale (2-2 esterno ed 1-1 ad Elland Road) sugli italiani della Juventus, solo grazie alla introdotta norma del valore doppio delle reti in trasferta.

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I giocatori del Leeds festeggiano la conquista della Coppa delle Fiere ’71 – da:pinterest.it

Con l’abolizione della vecchia Coppa delle Fiere, viene disputata una gara tra il Barcellona (vincitore di tre edizioni) ed il Leeds, affermatosi nell’ultima, per la definitiva assegnazione del Trofeo, sfida andata in scena il 22 settembre 1971 al Camp Nou, con i catalani risultati vincitori per 2-1, mentre la successiva stagione si apre con una clamorosa uscita di scena al primo turno della neonata Coppa Uefa, visto che il 2-0 conquistato all’andata contro i belgi del Lierse viene rovesciato al ritorno con uno 0-4 che rappresenta la più pesante sconfitta in Europa di tale periodo.

Il vantaggio di tale debacle sta nel fatto che ora è possibile concentrarsi solo sulle competizioni nazionali, ed il cammino in FA Cup è di quelli benauguranti, poiché dopo aver eliminato il Liverpool (0-0 e 2-0 al replay) al quinto turno, il resto è in discesa, sino alla semifinale del 15 aprile 1972 ad Hillsborough contro il Birmingham, travolto 3-0 per giungere alla terza Finale negli ultimi 8 anni, in programma il 6 maggio a Wembley, avversari i detentori dell’Arsenal …

Lo stesso 15 aprile si disputa la terz’ultima giornata d calendario del Campionato, al termine della quale il Derby County ha un punto di vantaggio (56 a 55) sul Manchester City, seguiti da Liverpool e Leeds a quota 54 e 53 punti rispettivamente, ma con una e due gare da recuperare.

Un finale come mai si era visto in First Division, con il Manchester City a fare da harakiri venendo sconfitto 1-2 il 18 ad Ipswich, pur riscattandosi superando 2-0 il Derby nello scontro diretto di sabato 22, mentre anche il Leeds alterna una sconfitta esterna a Newcastle al successo per 1-0 sul West Bromwich, mentre il Liverpool supera 2-0 l’Ipswich …

Con il Manchester City a guidare la Classifica a quota 57 ma avendo completato il proprio calendario, seguono il Derby ed il Liverpool a 56 ed il Leeds a 55, con il programma che prevede l’1 maggio lo scontro diretto Derby-Liverpool ed i finalisti di FA Cup ad ospitare il Chelsea, facendo appieno il proprio dovere mentre la sfida al vertice premia per 1-0 la formazione di Brian Clough che se ne va in ferie provvisoriamente in testa con 58 punti, ma avendo ultimato le gare a propria disposizione, ritenendo quanto mai difficile poter festeggiare, visto che l’8 maggio sono in programma i recuperi di Leeds (secondo a quota 57) in casa di un tranquillo Wolverhampton e Liverpool (quarto con 56 punti), impegnato ad Highbury contro l’Arsenal.

Per i ragazzi di Don Revie si prospetta la ghiotta occasione di realizzare il “double” (accoppiata titolo/FA Cup, molto sentita oltremanica …) ed, al terzo tentativo, finalmente anche il prato di Wembley arride loro, grazie all’unico acuto della Finale messo a segno da Allan Clarke al 53’ raccogliendo di testa un cross teso da parte di Mick Jones.

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Don Revie con la FA Cup 1972 – da:rivistaundici.com

Ma non c’è tempo per festeggiare, un altro importante appuntamento li attende, e le speranze dei tifosi assumono già i caratteri delle celebrazioni allorché Bremner al Molineux Ground sigla la rete che manda le squadre al riposo, considerando altresì che la gara tra Arsenal e Liverpool è ferma sullo 0-0 …

Ma mentre la gara di Highbury non si sblocca, facendo così svanire i sogni di gloria dei Reds, in casa dei Wolves si consuma il dramma di un Leeds – al quale per far suo il titolo basterebbe un pareggio dato il miglior quoziente reti – incapace di mantenere il vantaggio, facendosi rimontare grazie ai centri di Dougan e Munro che così consegnano il titolo ad un Brian Clough che, sarcasticamente, ringrazia.

Come tutte le belle favole, anche la “Storia d’Amore” tra Don Revie ed il Leeds sta per volgere al tramonto, non senza aver però regalato al tecnico altri due durissimi bocconi amari da mandar giù, da catalogare sotto la voce “Maledizione di Maggio” che sembra perseguitare il Club, se non ci credete, fate un po’ voi …

La parte finale della stagione 1973, in cui il Leeds abbandona prematuramente ogni pretesa di titolo, poi conquistato dai “Reds”, con la sconfitta per 0-2 ad Anfield alla quart’ultima giornata, può comunque riservare non poche soddisfazioni, visto che i successi (entrambi per 1-0) sul Derby County nei Quarti e sul Wolverhampton in Semifinale (curiosamente le due formazioni che avevano determinato la mancata conquista del titolo l’anno prima …) schiudono per la quarta volta, nonché seconda consecutiva, le porte di Wembley per la Finale di FA Cup, avversaria una compagine di Second Division, il Sunderland, mentre un cammino immune da passi falsi fa sì che il Leeds raggiunga la Finale di Coppa delle Coppe, contro però una delle più forti squadre europee, vale a dire gli italiani del Milan …

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La rete di Porterfield che decide la Finale di FA Cup 1973 – da:joe.co.uk

La prima ad andare in scena, sabato 5 maggio sul verde prato dello “Empire Stadium”, è la Finale di FA Cup, ma contro ogni più azzardata previsione, a prevalere sono i biancorossi di Bob Stokoe, ai quali è sufficiente una rete di Ian Porterfield al 32’ per alzare il Trofeo, poi egregiamente difesa dall’estremo difensore Jimmy Montgomery nel corso della ripresa …

Un colpo basso inaspettato, ma l’undici di Revie ha tali risorse che, 11 giorni dopo, il 16 maggio a Salonicco, è pronta a sfidare i rossoneri per l’atto conclusivo di Coppa delle Coppe, che li lascia sconfitti e schiumanti rabbia, allorché, dopo il vantaggio iniziale di Chiarugi su punizione al 5’ di gioco, il resto dell’incontro si trasforma in un assedio alla retroguardia milanista, dove giganteggia il portiere Vecchi, in serata di grazia, e l’arbitro greco Christos Michas a chiudere un occhio in più di un’occasione su qualche trattenuta sospetta in area rossonera …

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Una fase della Finale Milan-Leeds di Coppa delle Coppe ’73 – da:gettyimages.no 

Una doppia amarezza che il Leeds sfoga l’anno seguente in Campionato, forse avendo capito come sia meglio concentrare le forze su di un solo obiettivo, raggiunto in maniera esaltante, stabilendo il record di ben 29 gare iniziali senza conoscere sconfitta, prima di concludere il Torneo con 62 punti e 5 di vantaggio sui Campioni in carica del Liverpool.

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Il Leeds Campione d’Inghilterra nel 1974 – da:ozwhitelufc.net.au

Delusioni a parte, il lavoro di Don Revie alla guida de “The Whites” non può non essere apprezzato, ed è ciò che pensa anche la Football Association, allorché gli offre l’incarico di sostituire Sir Alf Ramsey alla guida della Nazionale inglese dopo la mancata qualificazione ai Mondiali di Germania ’74.

Al suo posto, però, la Dirigenza compie la scelta meno opportuna, vale a dire quella di chiamare il “nemico giurato” di Don Revie, vale a dire proprio Brian Clough, il quale, dall’alto del suo ego smisurato, intende rivoluzionare tutti i metodi di allenamento e tattiche sinora utilizzate, con il risultato di mettersi contro lo spogliatoio per un’avventura durata lo spazio di appena 44 giorni

In sua sostituzione viene chiamato Jimmy Armfield, il quale guida con saggezza la squadra verso quello che potrebbe essere il “degno epilogo” di un decennio comunque da incorniciare, ovverossia la Finale di Coppa dei Campioni dopo un percorso senza ostacoli che aveva visto l’eliminazione, una dopo l’altra, di squadre del calibro di Zurigo, Ujpest, Anderlecht e Barcellona, anche se l’avversario più temibili, vale a dire i Campioni in carica del Bayern Monaco, l’attende in Finale il 28 maggio ’75 a Parigi.

Forse per Revie è stata una fortuna l’esere stato chiamato ad allenare la Nazionale, essendosi così risparmiato forse la più grande amarezza nella Storia del Club, con ancora il direttore di gara, stavolta il francese Michel Kitabdjan, a sorvolare nel primo tempo su di un mani di Beckenbauer in area e sull’apparso ancor più netto atterramento di Allan Clarke da parte del Capitano bavarese.

Chiuso sullo 0-0 il primo tempo, poco dopo l’ora di gioco è Maier ad ergersi protagonista nel respingere una conclusione da pochi passi dell’onnipresente Bremner, per poi toccare al guardalinee segnalare una posizione di fuorigioco passivo dello stesso mediano scozzese ed invalidare la rete messa a segno da Lorimer a metà ripresa, e le leggi spietate del Calcio non ammettono deroghe, così che tocca poi a Roth sbloccare il risultato con una conclusione dal limite al 71’ e quindi a “Der Bomber” Gerd Muller arrotondare il risultato a 9’ dal termine …

L’andamento della gara fa infuriare i tifosi presenti sugli spalti del “Parc des Princes”, lasciandosi andare ad alcune intemperanze e gli incidenti causati comportano una squalifica di 4 anni a livello internazionale che, di fatto, pone la parola fine al “Decennio di Gloria” del Club dello Yorkshire …

Che dire, se siete giunti sino a questo punto del racconto, immagino che vi sarete fatti da soli una vostra idea, ovvero “Squadra di Fenomeni” bersagliata dalla malasorte, oppure compagine che non è stata capace di gestire energie fisiche e nervose nei momenti decisivi delle varie stagioni …??

Ad ognuno lascio ampia libertà di scelta …

 

LA ZAMPATA VELOCE DI VAN STEENBERGEN ALLA MILANO-SANREMO 1954

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Rik Van Steenbergen in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Ad esser del tutto sinceri, non è proprio un’impresa semplice scegliere una tra le tante perle di una carriera da fuoriclasse come quella di Rik Van Steenbergen. Il corridore belga, in effetti, vanta qualcosa come 270 successi su strada, che ne fanno il quarto ciclista più vincente della storia alle spalle, ovviamente, del “cannibale” Eddy Merckx, del connazionale che qualche anno dopo ne avrebbe rilevato il testimone, Rick Van Looy, e di Francesco Moser.

E sono successi di pregio, come la memorabile tripletta al campionato del mondo (1949, 1956 e 1957), oppure le doppiette al Giro delle Fiandre (1944 e 1946) e alla Parigi-Roubaix (1948 e 1952), a cui aggiungere due volte la Freccia Vallone (1949 e 1958), la Parigi-Bruxelles (1950), e un bottino congruo di vittorie distribuite nella tre grandi corse a tappe, ben 25.

Insomma, un campione tra i più grandi di sempre, quasi imbattibile in volata, ma altrettanto valido anche sui percorsi misti e capace di difendersi in montagna, come certifica il secondo posto al Giro d’Italia del 1951, quando chiuse ad 1’46” da Fiorenzo Magni e si prese il lusso di precedere in classifica Ferdy Kubler, Fausto Coppi, Hugo Koblet, Louison Bobet e Gino Bartali, tutti decisamente più accreditati di lui nelle gare a tappe.

Tra queste perle, dunque, ne dobbiamo eleggere una, ed allora, visto che siamo un pizzico sciovinisti, scegliamo la Milano-Sanremo 1954, che Van Steenbergen vince dopo avervi partecipato già quattro volte. E se al debutto, nel 1950, il belga, in maglia iridata, fu solo settimo nonostante fosse il favorito in uno sprint ristretto che invece premiò Gino Bartali, astuto nel prendergli la ruota e saltarlo al momento opportuno, nei tre anni successivi rimase ai margini della battaglia per la vittoria, che arrise allo stesso Bobet nel 1951 e per due volte a Loretto Petrucci, ultimo italiano in ordine di tempo ad imporsi nella “Classicissima” prima di Michele Dancelli interrompesse il sortilegio ben 17 anni dopo, nel 1970.

Nel 1954, dunque, per l’edizione numero 45 del “mondiale di primavera“, 219 ciclisti si danno appuntamento ai nastri di partenza da Piazza Diaz a Milano. La messa in marcia è prevista per le 8.30, e se Petrucci vorrebbe tanto completare un tris consecutivo, come mai nessuno prima è stato capace di fare, bisogna altresì tener conto delle ambizioni dei due grandi del ciclismo italiano, ovviamente Coppi e Bartali, vincitori rispettivamente già tre e quattro volte a testa. Il piemontese sfoggia la sua bella maglia arcobaleno, conquistata qualche mese prima a Lugano, e quale migliore occasione di una Milano-Sanremo per darle lustro? Il toscano, invece, è all’ultima recita di una carriera memorabile e legittimamente ambisce a salutare con un colpo di coda che, ad onor del vero, in pochi pronosticano. Anche perché la concorrenza, soprattutto straniera, è numerosa e di livello, a cominciare proprio da Van Steenbergen che vuol infrangere il tabù, per proseguire con Louison Bobet, che con il successo del 1951 ha dimostrato di aver confidenza con la corsa in Riviera, per infine annotare le candidature autorevoli di Stan Ockers, Brik Schotte e dei due svizzeri Koblet e Kubler. Fiorenzo Magni, “il leone delle Fiandre” per le tre vittorie tra il 1949 e il 1951, infine, è il terzo incomodo tra i due galli nel pollaio, appunto Coppi e Bartali, e può vantare cinque piazzamenti tra i primi dieci all’arrivo, a cominciare dal quarto posto al debutto nell’edizione del 1941.

Alla partenza il cielo è grigio, come spesso può capitare nel marzo pazzerello, e se le strade sono in parte deserte, una spiacevole sorpresa attende Kubler, che vorrebbe giocare con un piccolo leoncino alla partenza rimediandone, invece, una zampata, che non è certo di buon auspicio per la gara che va a cominciare. E che per lo svizzero non sia proprio giornata è confermato dalla caduta che coinvolge l’elvetico e Nello Lauredi all’altezza di Pavia, con l’italo-francese costretto all’abbandono e a farsi medicare in ospedale. Tocca poi a Piazza, Gaggero, Medri, Gismondi e Gauthier animare una fuga a lunga gittata, con lo stesso Gaggero che sotto una pioggia battente transita per primo in vetta al Passo del Turchino, con il gruppo, trainato dal giovane Gastone Nencini, che accusa un ritardo di poco meno di un minuto.

La corsa è comunque bloccata, ed è solo in Riviera, in prossimità di Alassio, dopo che si è esaurita la fuga dei primi attaccanti, che la corsa si accende con un plotoncino di dieci corridori che si sgancia. Tra questi, Nencini è tra i più attivi con Pasqualino Fornara, Remy, Crespi, Ockers, Ciolli, Bartalini, Gianneschi, Grosso e quel Riccardo Filippi che è campione del mondo dei dilettanti in carica, titolo, come quello di Coppi, conquistato a Lugano battendo Nencini e Van Looy. Si entra nella zona dei Capi, e Filippi, che corre per la Bianchi, forza il ritmo sul Mele per poi rilanciare sul Berta, scremando il gruppetto e provocando la resa di Fornara e Crespi, investito da un auto. Davanti il giovane ciclista di Ivrea rimane con Remy, Ockers insegue a 56″ proprio mentre Coppi si scatena, seguito a ruota dal francese Francis Anastasi. Fausto, capitano di Filippi alla Bianchi, è però costretto a fare gioco di squadra ed in pianura viene riassorbito dal gruppo principale, così come Ockers, ad Imperia, rientra sul duo di testa.

A 20 chilometri dal traguardo Filippi, Remy ed Ockers hanno un vantaggio di 1’20” sul gruppo ma è qui, forse equivocando un ordine di Zambrini, patron della Bianchi, che si decide la corsa: Filippi smette di collaborare, nell’atto di favorire il rientro di Coppi, e la mossa, in effetti, produce l’effetto atteso. Ma non è Coppi a rifarsi sotto, bensì Bobet, accompagnato da Guido Messina e Donato Zampini, che ai meno tre agguantano i fuggitivi che ormai sembravano destinati a giocarsi tra loro la vittoria finale. Volata a sei dunque? Niente affatto, perché gli uomini al comando temporeggiano e proprio sul rettilineo d’arrivo si materializza la maglia Girardengo-ElDorado di Rik Van Steenbergen, che rinviene a velocità doppia, salta i sei al comando e, dopo 282 chilometri coperti in 7h10’03”, va a vincere, rigettando il tentativo di rimonta non solo di Coppi e Petrucci, che infine sono quarto e quinto, ma anche di Anastasi, che chiude in scia al belga, e Giuseppe Favero, altro uomo Bianchi, che sale sul terzo gradino del podio aggrappandosi, nello sforzo violento dello sprint risolutivo, ai pantaloncini di Petrucci.

Finalmente re a Sanremo, Van Steenbergen travolge in una abbraccio Costante Girardengo, il campione delle sei vittorie alla “Classicissima“, e non trattiene una lacrima: ne avrà vinte tante di corse, il grande Rik, ma questa Milano-Sanremo ha un sapore davvero speciale.