PIERINO GABETTI, IL PESO PIUMA CHE SOLLEVO’ IL MONDO

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Pierino Gabetti – da wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Ricordate la citazione da noi proposta all’atto di raccontare di Filippo Bottino? Per chi ha memoria corta… l’Italia è terra di santi, navigatori e poeti, ma pure di qualche sollevatore, soprattutto dalle parti del genovese. E le Olimpiadi di Parigi del 1924 confermano, anzi rafforzano, quanto l’Italia seppe fare quattro anni prima ad Anversa, ovvero issare sul pennone olimpico più alto il tricolore (con stemma sabaudo), allungando l’era d’oro del bilanciere (e pure del medagliere, scusate la rima) azzurro.

Pierino Gabetti, 20enne appunto nato a Sestri Ponente, di mestiere fa il marinaio ma a tempo perso, che poi tanto perso non è, si esercita nel sollevare pesi. E pure con buon profitto, se è vero che nel 1923 conquista il primo dei suoi sette titoli italiani (quattro tra i pesi piuma e tre tra i pesi leggeri), convincendo così Enrico Taliani, guru della pesistica di casa nostra, ad inserirlo nella squadra che difenderà i colori azzurri ai Giochi parigini.

E qui Gabetti non tradisce le attese, seppur non sia certo tra i più accreditati della pattuglia azzurra che ha nello stesso Bottino, Giuseppe Tonani e Carlo Galimberti gli uomini di punta. Il 21 luglio, in quello splendido impianto che è il Velodrome d’Hiver, costruito nel 1910, Pierino entra in lizza nella categoria dei pesi piuma, fino a 60 kg., con tutto l’ardore della sua giovane età e l’ambizione dettata da un temperamento battagliero, addirittura un chilo in meno del limite richiesto.

Sono cinque le prove in programma: strappo e slancio ad un braccio e a due braccia, distensione lenta a due braccia, e per ciascuna sono previste tre alzate, con la classifica che viene compilata sulla somma delle alzate migliori. Gabetti domina il lotto dei partecipanti, realizzando il punteggio migliore in quattro prove, terminando quinto solo nella distensione lenta. L’austriaco Andreas Stadler, campione del mondo in carica per il titolo conquistato nel 1923 a Vienna, è l’avversario più temibile nella corsa alla medaglia d’oro, anche se riesce infine a mettersi l’argento al collo solo dopo l’ultima prova, quella dello slancio a due braccia, quando con lo stesso punteggio di Gabetti, 105 chili, scavalca lo svizzero Reinmann, che chiude terzo con un punteggio complessivo di 382,5 chili.

Gabetti è nettamente il migliore, prendendo la testa del concorso fin dall’avvio con il nuovo primato del mondo nello strappo ad un braccio (il destro) con 65 kg., eguagliando lo stesso Stadler, per poi allungare con lo slancio col braccio sinistro, 77,5 kg., contenere con la distensione lenta, 72,5 kg., il tentativo di recupero di Reinmann, e chiudere con due nuovi record olimpici, 82,5 e 100 kg. nello strappo e nello slancio a due braccia, totalizzando 402,5 chiliPer Gabetti è l’apoteosi olimpica, a cui manca solo la ciliegina sulla torta quando, fuori gara, prova con 108,5 kg. a battere il record del mondo, fallendo di un soffio, pure dello slancio a due braccia, detenuto dallo svizzero Heinrich Graf, assente alla competizione perchè passato professionista. Non certo un forzuto, Pierino è nondimeno celebrato per la “muscolatura di una statuetta d’arte“, tanto che Stadler, pur favorito alla vigilia, deve accontentarsi dell’argento, distanziato di ben 17,5 kg.

Quattro anni dopo, ad Amsterdam, Gabetti prova a concedere il bis, nel frattempo impadronitosi di due record del mondo riconosciuti dalla Federazione pesistica internazionale, quando solleva 90 e 92,5 kg. nello strappo a due braccia. Pur confermandosi tra i più forti, stavolta Pierino è solo, si fa per dire, medaglia d’argento alle spalle di un altro austriaco, Franz Andrysek, che all’ultimo sforzo, lo slancio, lo sopravanza di cinque chilogrammi complessivi, 287,5 a 282,5.

Ma va bene anche così, oro ed argento olimpici, quanti possono dire di aver fatto altrettanto?

 

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THOMAS LANGE, QUANDO EST OD OVEST NON FA DIFFERENZA

537124107articolo di Giovanni Manenti

Anche se ciò non è in linea con quello che dovrebbe essere lo spirito alla base delle singole discipline sportive – pur se il pensiero di decoubertiana memoria è sempre suonato utopistico sin dall’inizio – troppo spesso la politica ha fatto uso dello sport per affermare la propria superiorità.

Negli anni ’60 e ’70 si è assistito, in piena epoca di “Guerra Fredda” tra i due opposti blocchi, ad una accesa rivalità che vedeva il medagliere olimpico quale simbolo di superiorità delle due rispettive ideologie, con uso più che sovente di additivi per migliorare le prestazioni dei singoli atleti per il “bene del paese”.

Ciò nondimeno, le due decadi successive, pur vivendo il culmine di questa acerrima contesa con i due opposti boicottaggi delle Olimpiadi Giochi di Mosca 1980 e di Los Angeles 1984 – con il senno di poi è evidente come, in un clima del genere, sia stata poco felice la scelta del CIO di assegnare a dette città l’organizzazione dei Giochi – hanno altresì visto la disgregazione dell’impero sovietico, con conseguente riunificazione della Germania, da un lato, e la proliferazione di nuove realtà indipendenti, dall’altro.

In detto scenario, alcuni atleti si sono ritrovati in scomode posizioni, vuoi per dover rinunciare al più importante appuntamento della loro carriera causa boicottaggio, così come nel veder sparire un apparato che sino ad allora li aveva accolti, e doversi, conseguentemente, adeguare ad una nuova realtà.

Uno di questi casi è quello del canottiere Thomas Lange, nato a fine febbraio 1964 ad Eisleben, ridente cittadina della Bassa Sassonia, nota per aver dato i natali a Martin Lutero, all’epoca facente parte della Germania Est.

Come molti ragazzi della sua epoca, Lange sviluppa una particolare predisposizione per il canottaggio, sport molto in voga nell’ex Ddr, tanto da mettersi in evidenza ad appena 16 anni quando, unitamente a Roland Schroeder, si aggiudica la medaglia d’oro ai Campionati mondiali juniores di Hazewinkel nel due di coppia, superando di un soffio l’armo britannico, composto, pensate un po’, da Adam Clift e da un “certo” Steve Redgrave, il quale resta talmente ammaliato dal modo di remare del giovane tedesco est, uscendosene con un “Thomas ha un talento unico, si vede che è nato per praticare questo sport …”, il che vale molto di più di un semplice attestato di stima.

L’abitudine a salire sul gradino più alto del podio non viene persa da Lange neppure nelle due successive edizioni dei Mondiali juniores, quando si aggiudica l’oro nel singolo sia a Sofia 1981 che a Piediluco 1982, circostanza che lo fa considerare pronto dalla federazione tedesco orientale per l’esordio coi “grandi” alla rassegna iridata 1983 che si svolge in Germania, a Duisburg, ed in cui viene iscritto nel due di coppia assieme ad Uwe Heppner.

Opposti ai campioni mondiali in carica, i norvegesi Rolf Thorsen ed Alf Hansen, che l’anno prima a Lucerna avevano sconfitto proprio la coppia della Germania Est formata da Kroppelien e Dreifke, Lange & Heppner riscattano l’onore del proprio paese infliggendo all’equipaggio nordico una dura lezione, staccandolo di oltre 3″ (6’20″170 a 6’23″430).

A 20 anni da poco compiuti, per Lange si aprirebbe quello che per un ragazzo della sua età sembra un sogno coltivato da piccolo non appena tornava a casa dagli allenamenti, vale a dire il suo primo appuntamento olimpico, se non fosse che deve per la prima (e non sarà l’ultima, purtroppo) volta in vita sua fare i conti con la politica che, causa il contro boicottaggio dei Paesi del “blocco sovietico” ai Giochi di Los Angeles 1984, non gli consente di prendere parte alla rassegna a cinque cerchi.

Una probabile medaglia d’oro persa, come dimostra l’esito dei Mondiali di Hazewinkel 1985 dove la coppia Lange/Heppner bissa il titolo di due anni prima in una finale in cui, per rendere l’idea, l’armo belga composto da Crois e De Loof, argento l’anno prima ai Giochi californiani, si piazza ai margini del podio ma con un distacco di quasi 7″ (!!!) dall’equipaggio dell’ex Ddr.

Per un vincente del suo calibro, Lange avverte l’avventura nel due di coppia come un qualcosa di limitativo delle proprie potenzialità, decidendo di dedicarsi al singolo anche per potersi confrontare con due mostri sacri come il finnico Pertti Karppinen ed il connazionale di sponda occidentale Peter-Michael Kolbe, i quali si stanno dividendo da anni la scena internazionale, con il finlandese a prevalere in sede olimpica ed il tedesco in occasione delle rassegne iridate.

Una sfida che però, a causa di una malattia che ne impedisce l’attività agonistica nel corso del 1986, Lange deve rimandare ai Mondiali di Copenhagen 1987 dove il 23enne sassone – di 11 anni più giovane dei coetanei Kolbe e Karppinen – infligge agli storici rivali una memorabile sconfitta, concludendo la prova in 7’37″480 con oltre 3″ di distacco sugli stupefatti avversari, cui non resta che sprintare per l’argento, con Kolbe a spuntarla per l’inezia di appena 0″14 centesimi (7’40″76 a 7’40″90).

Lange è oramai pronto per aggiungere l’alloro olimpico alla sua fama e, dopo aver dovuto rinunciare a Los Angeles per motivi indipendenti dalla sua volontà, non si lascia stavolta sfuggire la grande occasione costituita dai Giochi di Seul 1988, mettendo in mostra una superiorità talmente schiacciante da relegare lo sbalordito Kolbe – che pure conclude la gara in un 6’54″77 che gli vale l’argento – ad un distacco di quasi 5″!

L’impresa che vale a Lange il “passaggio del testimone” è ben riassunta nelle parole del coach tedesco orientale Jurgen Grobler, il quale evidenzia come “Thomas abbia una particolare predisposizione per il canottaggio, i suoi remi entrano in acqua con una incredibile velocità, al pari di Ivanov, il sovietico che vinse tre medaglie d’oro olimpiche a cavallo degli anni ’60; ma rispetto agli altri, Lange ha una qualità in più, vale a dire quella di saper leggere la gara e capire quando è il momento di forzare il ritmo“.

All’apice della successo, Lange non ha difficoltà a confermarsi campione mondiale sul lago di Bled in Slovenia nell’edizione 1989 della rassegna iridata, ma fosche nubi stanno per addensarsi sulla sua famiglia per effetto della caduta del muro di Berlino nel novembre del medesimo anno.

Difatti il padre, che risulterà essere stato un membro della Stasi (la famigerata polizia segreta dell’ex Ddr), si suicida ed il 25enne Thomas riprende gli studi in medicina dedicando meno tempo al canottaggio, circostanza che induce la federazione ad iscriverlo ai Mondiali 1987 in Tasmania nuovamente nel duo di coppia assieme a Stefan Ullrich, ottenendo comunque un significativo argento a poco più di mezzo secondo di distacco dagli austriaci Jonke e Zerbst.

Superato il comprensibile shock derivante dalla tragedia familiare, Lange riprende ad allenarsi con continuità e l’anno seguente, tornato a cimentarsi nel singolo, mette ancora la prua della sua imbarcazione davanti a tutti ai Mondiali di Vienna 1991, rifilando quasi 4″ di distacco al cecoslovacco Chalupa, argento anche l’anno precedente in Australia, preparandosi così a difendere il titolo olimpico alle Olimpiadi di Barcellona 1992, stavolta sotto i colori della Germania unificata.

Con Kolbe fuori dai giochi, sia per raggiunti limiti di età che per l’unico posto a disposizione, ovviamente assegnato a Lange, e con il 39enne Karppinen alla sua quinta ed ultima Olimpiade, l’unico serio antagonista per l’oro è ancora il già citato Vaclav Chalupa, con il quale “incrocia i remi” già in semifinale, che il tedesco si aggiudica con un vantaggio di circa 1″50, con Karppinen che giunge quarto e fallisce l’entrata in finale, mentre l’argentino Sergio Fernandez ottiene il miglior tempo di 6’53″40 facendo sua la seconda serie.

Ma il canottiere sudamericano ha evidentemente sprecato tutte le sue energie in qualificazione, non entrando mai in gara nella finale dell’1 agosto 1992 sul lago di Banyoles e concludendo staccatissimo all’ultimo posto, mentre, come da pronostico, la medaglia d’oro è un affare a due tra Chalupa e Lange, con il cecoslovacco che cerca di sorprendere il rivale forzando il ritmo in avvio, tanto da transitare in testa a metà gara con un vantaggio di 0″38 centesimi sul tedesco, il quale, da par suo, ben lungi dal farsi intimorire, aumenta la frequenza dei colpi nella seconda parte, portandosi nettamente in testa già ai 1500 metri per poi contenere il tentativo di rimonta di Chalupa ed andare a trionfare in 6’51″40 rispetto al 6’52″93 del suo tenace avversario.

Il bis olimpico rappresenta l’apice della carriera di Lange che, bronzo l’anno successivo ai Mondiali di Racice, in Repubblica ceca – dove il “povero” Chalupa, nelle acque del bacino amico, riesce finalmente a sopravanzarlo solo per vedersi beffare dal canadese Derek Porter, incrementando così la sua collezione di secondi posti – si dedica agli studi completando nel 1994 il corso di laurea in Medicina, così saltando l’appuntamento con i Mondiali di Indianapolis.

Ripresa l’attività per inseguire il sogno del tris olimpico ad Atlanta 1996 – impresa già riuscita al sovietico Vyacheslav Ivanov tra Melbourne 1956 e Tokyo 1964, nonché al più volte ricordato Karppinen da Montreal 1976 a Los Angeles 1984 (pur con il vantaggio dei due boicottaggi) – Lange viene per la prima volta escluso dal podio nella rassegna iridata di Tampere 1995, giungendo quinto nella gara che vede trionfare lo sloveno Iztok Cop, per poi vendere cara la pelle in occasione della rassegna a cinque cerchi, dove conclude una eccezionale carriera con il terzo posto alle spalle dello svizzero Xeno Muller, vittorioso in 6’44″85, con l’argento a sfuggirgli per soli 0″27 centesimi a beneficio del citato canadese Porter.

Al ritiro, Lange ottiene nel 1997 dalla Federazione Internazionale (FISA) il prestigioso riconoscimento della “Medaglia Thomas Keller, premio istituito nel 1990 alla memoria del monegasco Thomas Keller, presidente federale dal 1958 sino alla sua morte, avvenuta nel 1989, in una cerimonia che vede altresì salire sul palco i “fratelloni d’Italia” Giuseppe e Carmine Abbagnale, per poi dedicarsi alla professione di medico in Ratzeburg, lasciando all’ex compagno di squadra Peter Hoeltzenbein il compito di completarne il profilo con le parole “sono sempre stato profondamente impressionato da come questo fantastico atleta abbia potuto passare in un attimo dalle competizioni al suo studio medico in Ratzeburg!“.

Forse, il buon Peter non rammenta che quando si è campioni con la “C maiuscola”, lo si è in ogni aspetto ed in qualunque situazione!

CHUCK WEPNER E IL MATCH CON ALI’ CHE ISPIRO’ ROCKY BALBOA

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Chuck Wepner mette al tappeto Alì – da theguardian.com

articolo di Nicola Pucci

A molti osservatori distratti della noble-art il nome di Chuck Wepner dirà poco o niente. E non potrebbe essere altrimenti, come biasimarli? Ma a chi se ne intende, ed ha pure buona conoscenza del grande schermo, la storia che sto per narrarvi non solo suona affascinante, ha altresì tracciato indelebilmente la carriera dell’eroe del cinema italo-americano per eccellenza, Sylvester Stallone, in arte Rocky Balboa.

La storia racconta che il nostro eroe, Chuck Wepner appunto, nasce il 26 febbraio 1939 a New York, e fin da adolescente madre natura, se non generosa in quanto a talento e raffinatezza, nondimeno fornisce al ragazzotto, ben presto privato della presenza del padre e cresciuto dalla nonna, chili e tempra indomita in abbondanza. E il buon Chuck ne approfitta. Nel tirare di pugni, ad esempio, cosa che sembra riuscirgli piuttosto efficacemente, se è vero che, seppur privo di mobilità e grazia, assorbe senza batter ciglio i colpi possenti che gli avversari stampano sul suo corpo, per ribattere da par suo con veemenza e spesso aver partita vinta.

E’ dura guadagnarsi la pagnotta, a Bayonne, nel New Jewrsey, tanto che tra cantieri navali e basi marine il buon Chuck un giorno avrà modo di ricordare “che bisognava lottare per sopravvivere“. Gioca a basket, si arruola in Marina dove è già il pugile migliore, e nel 1964 debutta nel professionismo, proprio al City Stadium di Bayonne, davanti agli amici di sempre, battendo per k.o. alla terza ripresa un certo George Cooper.

E’ l’avvio di un cammino agonistico che conoscerà infine, in 51 incontri, 35 vittorie, 14 sconfitte e 2 verdetti di parità, entrambi con Everett Copeland. Esce dai patri confini solo il 22 giugno 1969 per incrociar guantoni, e perdere, con Jose Roman a San Juan di Portorico, ma la notorietà è garantita dal successivo incontro con un giovanissimo George Foreman, campione olimpico dei pesi massimi a Città del Messico nel 1968, che lo batte al Madison Square Garden il 18 agosto 1969 per k.o.t. all’inizio della terza ripresa, già con un occhio malconcio e il volto ridotto ad una maschera di sangue.

Ecco, se c’è una cosa che a Wepner riesce particolarmente bene è non cedere mai il passo ad avversari decisamente più forti, e Big George lo è chiaramente, resistendo non si sa bene come alla gragnuola di fendenti che gli arrivano da ogni parte. Nondimeno si costruisce una buona reputazione, è il boxeur più affermato nel Northeast’s Club Boxing circuit, e dopo una sconfitta sempre per k.o.t. con Sonny Liston al termine di un combattimento di inaudita violenza, il 29 giugno 1970 nel “suo” New Jersey, si merita l’appellattivo di “il sanguinolento di Bayonne“.

Già, perché Wepner a fine carriera vanterà il poco invidiabile record di aver costretto il suo cutman a cucirgli ben 329 punti di sutura sul volto (secondo solo ai 359 di un altro indomabile incassatore, Vito Antuofermo), e se non può certo illustrarsi per l’aspetto stilistico della sua boxe, ancor meno può dirsi che sia bello a vedersi. E’ sì di stazza imponente, assecondata da un coraggio senza eguali ed un ardire quasi illimitato ma… ma Chuck Wepner non è proprio il prototitpo del campione del pugilato.

Eppure c’è chi lo segue con ammirazione, e l’occasione della vita capita il 24 marzo 1975, quando quel meraviglioso promoter che risponde al nome di Don King lo sceglie quale sfidante del suo campionissimo, Muhammad Alì, per il titolo mondiale dei pesi massimi, versione WBA e WBC, forse anche incoraggiato dal successo di Chuck un paio di anni prima con l’ex-detentore della cintura Ernie Terrell, probabilmente perchè al momento il pugile di Bayonne è tra i massimi più accreditati in circolazione.

La sfida va in scena al Richfield Coliseum, nell’Ohio, alle porte di Cleveland, ed ovviamente il pronostico è a senso unico. Oltre ai 15.000 spettatori presenti all’incontro, in un teatro del Greenwich Village, davanti ad una delle 150 tv a circuito chiuso che trasmettono il match, un giovane attore di belle speranze, Sylvester Stallone,  assiste a quella che pare dover essere una semplice esibizione del campione di Louisville. Invece, fedele alla sua etichetta, Wepner ne busca tante ma mai indietreggia, incassa e riparte di slancio, fino al reato di lesa maestà del nono round, quando all’atto di affondare il destro alle costole, cammina sul piede del famoso rivale che mette il sedere a terra.

Sia mai. Alì, fin lì padrone del match e al solito irridente l’avversario, ha l’orgoglio scosso, e se hai l’ardire di sfidare un campione a singolar tenzone, questo come minimo s’arrabbia e magari te le fa pagar cara. Quel che si abbatte su Chuck da lì al termine del combattimento, in effetti, è una selva impressionante di cazzotti, il temerario barcolla ma resta in piedi, sanguina da ogni poro ma non vuol saperne di arrendersi, il volto tumefatto e gli occhi lividi, fino all’ultima ripresa, quando con soli 19″ ancora da disputarsi è l’ora del definitivo k.o.tecnico.

Alì vince, ed è naturale che sia così, ma a Wepner va l’onore delle armi, l’applauso dei presenti e la trasfigurazione in Rocky Balboa dell’epica resistenza sul ring. Già, perché Stallone trae ispirazione e un domani prossimo la fama cinematografica gli aprirà le porte. Grazie a Chuck, pugile tra i tanti ma “sanguinolento ed eroico” come pochi.

FRANÇOIS CEVERT, IL TRAGICO DESTINO DEL “PRINCIPE” DELLA FORMULA 1

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Un primo piano di Cevert – da diegoalvera.it

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Nato il 25 febbraio 1944 da una famiglia benestante, François Cevert iniziò a correre in auto iscrivendosi ad una scuola di pilotaggio, spinto in particolare dalla conoscenza del motociclista (poi pilota di Formula 1) Jean Pierre Beltoise, fidanzato della sorella. Nel 1966 Cevert conquistò il Volant Shell, battendo un’altra giovane promessa come Patrick Depailler e vincendo il premio, pari ad un’intera stagione sponsorizzata nel campionato francese 1967 di Formula 3 al volante di un’Alpine-Renault, mentre l’anno seguente vinse il titolo con il team Tecno, che lo promosse in Formula 2, dove concluse la stagione al terzo posto assoluto, con tanto di vittoria al prestigioso evento di Rouen, fuori campionato.

Debuttò in Formula 1 durante la stagione 1970 con un March schierata dalla Tyrrell, ottenendo un punto al Gran Premio d’Italia corso a Monza e numerosi ritiri causati dalla scarsa affidabilità del mezzo. Riuscì nondimeno a garantirsi la fiducia del team che lo confermò per la stagione seguente come scudiero di Stewart, colui che lo aveva segnalato a Ken Tyrrell dopo averlo affrontato in una gara di Formula 2 e che lo prese sotto la propria ala consigliandolo costantemente durante il primo campionato completo, alla guida delle competitive vetture del boscaiolo, da quell’anno costruttore dei telai e non più “cliente” March.

Cevert affrontò un inizio stentato ma dal Gran Premio di Francia sul tracciato di Le Castellet ebbe modo di riscattarsi conquistando il secondo posto alle spalle proprio di Stewart, poi le due Tyrrell ottennero un’altra doppietta al Nurburgring e il francese salì nuovamente sul podio a Monza; arrivò anche il giorno della prima vittoria (primo transalpino a riuscirvi dopo i successi di Trintignant nel 1955 e 1958), sul circuito di Watkins Glen, dove Cevert staccò agevolmente gli avversari di oltre 40 secondi, terminando il campionato al terzo posto con 26 punti, dopo aver svolto ottimamente il lavoro di gregario per il compagno di squadra Stewart, campione del mondo per la seconda volta in carriera davanti a Ronnie Peterson.

Meno fortunata fu la stagione seguente, 1972, in quanto la Lotus schierò una vettura imprendibile, gestita al meglio dall’abile Fittipaldi, mentre le Tyrrell di Stewart e Cevert navigarono in mezzo al gruppo, con quest’ultimo al sesto posto nella classifica iridata con 15 punti totali, frutto di due secondi posti e un quarto come unici piazzamenti utili in un stagione negativa, riabilitata da una piazza d’onore prestigiosa alla 24 ore di Le Mans, ottenuta in coppia con Ganley.

Il 1973 vide la grande battaglia tra Stewart e Fittipaldi, mentre Cevert e Peterson, i due luogotenenti delle prime guide, si contesero la terza posizione in classifica: il francese non riuscì a vincere nemmeno un Gran Premio ma diede prova del proprio talento con una serie di podi e piazzamenti utili, ben sei secondi posti ed un terzo, a dimostrazione del raggiungimento di una grande maturità agonistica che portò Ken Tyrrell a considerarlo come l’erede naturale di Stewart.

Si arrivò così alla prova conclusiva del campionato, in quella che doveva essere una festa annunciata, proprio a Watkins Glen, dove Cevert aveva colto la sua unica vittoria e dove purtroppo in questo caso troverà la morte. Durante le prove, il 6 ottobre 1973, alla velocissima “esse” nella parte iniziale del tracciato, Cevert perse il controllo della vettura e andò a sbattare ad oltre 200 chilometri orari contro le vicine barriere metalliche, rimbalzando poi contro quelle poste al lato opposto della pista, con la sua Tyrrell capovolta e spezzata a metà. I primi ad accorrere furono Jody Scheckter e l’amico Carlos Pace, i quali capirono subito la gravità della situazione: il pilota non venne estratto subito dai rottami fumanti della Tyrrell in quanto, come avrà modo di affermare il collega di scuderia nonché amico Stewart, prontamente sopraggiunto sul luogo della tragedia, “l’hanno lasciato nell’auto perché era chiaramente morto“.

Stewart, distrutto dal dolore, non si presentò al via della gara e si ritirò alla Formula 1 prima del suo centesimo Gran Pemio, più tardi rivelò che aveva da tempo maturato l’intenzione di abbandonare le corse e che Ken Tyrrell aveva già deciso di promuovere Cevert al ruolo di prima guida, optando come seconda guida del 1974 per Roger Williamson, anche lui deceduto nel corso della stagione, e successivamente per Jody Scheckter, poi affiancato da Patrick Depailler.

Per François Cevert 48 Gran Premi con un vittoria, 13 podi e 2 giri più veloci, un terzo posto nel mondiale come miglior risultato di una carriera che si annunciava brillante e ricca di successi, tragicamente interrotta in un’era molto dura, dove purtroppo la Formula 1 incontrava la morte praticamente ogni anno. Con il ritiro di Stewart e la morte di Cevert, bello da far girare la testa alle fanciulle e dai modi educati tanto da coniare per lui l’etichetta di “principe della Formula 1“, la Tyrrell iniziò una lunga e inesorabile discesa trascorrendo alcuni anni tra i “big” pur senza vincere il titolo, fino a scivolare in fondo al gruppo e giungere alla chiusura definitiva alla fine degli anni novanta.

1997, IL DEBUTTO DELL’EUROLEGA E LA PRIMA VOLTA DELL’OLYMPIACOS

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Rivers in azione contro il Barcellona – da euroleague.net

articolo di Nicola Pucci

Se nel 1996 il Panathinaikos ha iscritto la Grecia all’albo d’oro della Coppa dei Campioni di basket come in precedenza non era riuscito a fare nel corso degli anni Ottanta l’Aris Salonicco del “dio” Galis, la stagione successiva celebra la doppietta ellenica, stavolta nel nome dell’altra grande ateniese, l’Olympiacos.

Dusan Ivkovic è la nuova guida tecnica di una squadra che ha colto il quarto titolo nazionale consecutivo (ottavo in totale), ma che ancora attende di issarsi su gradino più alto di un podio europeo, dopo aver perso le due finali continentali con Badalona e Real Madrid nel 1994 e nel 1995. Ed è giunta l’ora di spezzare l’incantesimo.

24 formazioni sono allineate al via dell’edizione numero 40 di un torneo che per la prima volta assume il nome di Eurolega e vede le partecipanti, altrettanto per la prima volta, suddivise in gironi fin dalla prima fase, quattro gruppi di sei squadre ciascuno. L’Olympiacos è inserito nel secondo raggruppamento, con Fortitudo Bologna, Estudiantes Madrid, Cibona Zagabria, Alba Berlino e Spirou Charleroi, e dopo la sconfitta al debutto proprio con i tedeschi, 67-64 al “Piraeus” nonostante i 18 punti di David Rivers, conclude con cinque vittorie ed altrettante sconfitte, con lo stesso Rivers, che ha un passato NBA a fianco di Magic Johnson, che segna 23 punti nella vittoria 79-72 con lo Spirou e 27 punti nella sconfitta con l’Estudiantes 87-78, lo jugoslavo Dragan Tarlac che tocca un massimo di 29 punti nel successo, netto, 96-80 con la Fortitudo Bologna e l’altro americano di grido, Willie Anderson, stella di San Antonio, che contribuisce con una media di 11.8 punti a partita prima del ritorno anticipato in America.

Chiusa la prima fase al quinto posto, l’Olympiacos accede alla seconda fase, sempre a gironi, che lo vede stavolta opposto, oltre che all’Alba Berlino e Spirou in qualità di quarta, quinta e sesta del gruppo B, anche ad Adecco Milano, Cska Mosca e Maccabi Tel Aviv, rispettivamente prima, seconda e terza del gruppo A. 19 punti del tedesco Christian Welp regalano un trionfo eclatante con il Cska, 82-51, a cui fanno seguito due altri successi al “Piraeus” contro il Maccabi, 69-60 con 20 punti di Rivers, e contro Milano, 87-84 con la coppia Rivers/Tarlac capace di mettere a segno 48 punti, con Sigalas e Welp a loro volta decisivi nella vittoria esterna con il Cska a Mosca, 79-70, che spalanca ai greci le porte della fase ad eliminazione diretta.

Gli ottavi di finale propongono all’Olympiacos l’ostacolo Partizan Belgrado, ed è uno stratosferico Nakic con 27 punti e 9/10 al tiro da due punti a firmare l’exploit esterno in gara-1, 80-71, ben supportato da Rivers che aggiunge 7 rimbalzi e 5 assist ai 14 punti messi a referto, che sembrano poter assicurare alla squadra di Ivkovic il passaggio del turno. Ma l’inatteso scivolone casalingo, 60-61, nonostante i 14 punti di Fassoulas che non bastano ad arginare l’eccellente prova di Drobnjak autore di 19 punti, obbliga l’Olympiacos a ripetere l’impresa sul parquet belgradese, 74-69 con 21 punti dell’americano ex-Antibes, con cui ha vinto il titolo francese nel 1995, 19 di Nakic e 14 di un Fassoulas dominatore sotto i tabelloni che garantiscono la qualificazione ai quarti di finale dove ad attendere i ragazzi di Ivkovic c’è il rivale più temuto, il Panathinaikos campione d’Europa in carica, per un derby che si annuncia incandescente.

Ed in effetti le due sfide ateniesi non tradiscono la aspettative, ma è l’Olympiacos a far valere ancora una volta la legge del più forte, come già certificato da tre della ultime quattro finali di campionato, prima con un clamoroso 69-49 alla OAKA Arena firmato da 17 punti di Rivers e 16 di Tarlac, non lasciando opportunità alcuna ad un avversario totalmente disarmato, e poi con il risolutivo 65-57 al Piraeus, con Tomic miglior realizzatore della serata con 17 punti e con lo stesso Rivers che, a fine partita e con la certezza della qualificazione alla Final Four di Roma dal 22 al 24 aprile, afferma che “l’anno scorso siamo stati eliminati ai quarti di finale dal Real Madrid. Nel corso di questa stagione i giornalisti e i media ci hanno sostenuti, ed adesso posso dire quello in cui credo: vinceremo il titolo. Una volta qualificati per la Final Four, il più è stato fatto. Quest’anno abbiamo raccolto la sfida di tutti, ogni ostacolo è stato scavalcato, ed ora, qualificandoci tra le prime quattro, dobbiamo solo rimanere calmi e concentrati per poter fare quello che è necessario per vincere“.

Buon profeta, il buon David Rivers. Che in semifinale trova sulla sua strada l’Olimpia Lubiana, troppo inesperta a questi livelli per opporre resistenza allo strapotere dell’americano che con 28 punti (6/10 da due, 2/3 da tre e 10/10 ai tiri liberi) regala alla sua squadra, in aggiunta ai 10 punti e 13 rimbalzi di Tarlac, la terza finale europea della sua storia dopo, appunto, quello sfortunate del 1994 e 1995. Contro un’altra squadra, il Barcellona, che di sconfitte in finale se ne intende proprio, a sua volta battuto all’atto decisivo già in quattro occasioni, non ultima contro il Panathinaikos dodici mesi prima, un beffardo 67-66.

Il 24 aprile i 12.500 spettatori del Palaeur di Roma attendono con eccitazione la sfida stellare tra i due registi, David Rivers e Sasha Djordjevic, ma anche Sigalas e Tomic contro Fernandez e Karnishovas, Fassoulas e Tarlac contro Jimenez e Rivas. E se nel primo tempo le due squadre fanno match pari, chiudendo sul 31-29, nella ripresa l’esperienza e il gioco basato sulla forza fisica dei greci ha decisamente la meglio, con Rivers che domina l’incontro dall’alto dei suoi 26 punti con 6/9 da due, 1/3 da tre e 11/14 dalla lunetta, oltre agli 11 punti e 14 rimbalzi di Tarlac, contro i soli 6 punti di uno spento Djordjevic per la resa incondizionata del quintetto di coach Aito, 73-58.

E così, con Rivers che si merita il riconoscimento quale MVP della Final Four, l’Olympiacos infine rompe il sortilegio e per la prima volta sale sul tetto d’Europa. Non sarà l’ultima, potete scommetterci.

DAVID CAMPESE, L’ANARCHICO DEL RUGBY

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David Campese in azione contro l’Irlanda – da en.espn.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari sport di squadra, ve ne è uno solo che rifugge dal celebrare il singolo rispetto alla forza del collettivo, e questo è il rugby, disciplina dove non sentirete mai parlare del “Brasile di Pelé”, così come dell'”Argentina di Maradona” o dei “Chicago Bulls di Michael Jordan“.

Ciò dipende dal fatto che il rugby è “uno sport senza stelle, caso mai fatto di costellazioni” e per un giocatore essere conosciuto a titolo individuale è un segno di fallimento, l’esatto contrario di quello che il rugby rappresenta, dove non devi cercare di emergere, poiché il gruppo ne è la forza e devi godere del privilegio di farne parte.

Detto dogma vale per quasi tutti i componenti del XV di una squadra, eccezion fatta per coloro – le ali in particolare – cui è demandato il compito di finalizzare l’azione corale e portare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, e per questo sono i più conosciuti a livello mediatico per le interviste rilasciate a fine gara, anche se le loro dichiarazioni spesso non dicono nulla sull’andamento della stessa, poiché loro partecipano solo alla parte finale del gioco, è il loro compito, e devono farlo bene.

Ed il più grande di questi finalizzatori è stato l’australiano David Campese, definito “il Pelè del rugby“, anche se tale nomea, come detto, mortifica in parte il senso del gioco, in quanto il football vive per creare “nuovi Pelè“, al contrario della palla ovale dove gli altri componenti della formazione sono convinti che ammettere il talento e la superiorità di un Campese stia a significare di non aver capito l’essenza stessa della disciplina.

E, peraltro, è proprio difficile non accorgersi in campo di Campese, nato a Queanbeyan, cittadina situata nel Nuovo Galles, ad ottobre 1962 da genitori italiani di origini venete emigrati in Australia, in quanto è lui stesso, con il suo stile di gioco a farsi notare, per l’imprevedibilità delle sue giocate che disorientano le difese avversarie sino a portarlo a segnare mete spettacolari, così come a fornire assist decisivi al “compagno a rimorchio“, una volta che vede chiusa la via verso la linea fatale.

Quasi scontato il fatto che un giocatore così estroverso in attacco non abbia una altrettanto valida mentalità difensiva, ed i suoi detrattori non perdono occasione per rinfacciargli la distrazione commessa contro i “British Lions” il 15 luglio 1989 a Sydney che costa ai “Wallabies” la sconfitta per 18-19 ed il conseguente successo nella serie per la selezione britannica.

Poca cosa, comunque, rispetto a quanto di buono fatto da Campese in fase offensiva per la sua nazionale, con cui debutta, non ancora ventenne, il 14 agosto 1982 a Christchurch contro gli “storici” rivali della Nuova Zelanda, mettendo a segno la sua prima meta nella gara vinta dagli “All Blacks” per 23-16, e venendo selezionato per la prima edizione della Coppa del Mondo, congiuntamente organizzata dai due paesi oceanici nel maggio/giugno 1987.

Campese, nel frattempo, è stato oggetto di un vero e proprio colpo di mercato da parte di Vittorio Munari, all’epoca allenatore del Petrarca Padova, che, approfittando del calendario inverso tra gli emisferi australe e boreale, riesce ad ingaggiarlo contando anche sul fatto della vicinanza alla sua famiglia di origine, i cui parenti non mancano di assiepare le tribune del vecchio “Stadio Appiani”, con il loro congiunto che li ripaga contribuendo alla vittoria di tre scudetti consecutivi, dal 1985 al 1987, a dimostrazione dell’amore che lega Campese al rugby, che pratica ininterrottamente per tutti e dodici i mesi dell’anno.

L’esordio nella Coppa del Mondo del 1987 avviene il 23 maggio 1987 al “Concord Oval” di Sydney contro l’Inghilterra e Campese lo bagna con una meta nel 19-6 con cui i “Wallabies” si affermano, per poi spazzare via gli Stati Uniti ed il Giappone con due inequivocabili score di 47-12 e 42-23 rispettivamente, prima di sbarazzarsi per 33-15 anche dell’Irlanda nei quarti di finale ed andare ad affrontare la Francia in semifinale.

Con tutto l’emisfero australe ad attendersi la finale già scritta tra Nuova Zelanda (cui in semifinale tocca il Galles) ed Australia, una meta di Serge Blanco allo scadere dissolve le speranze degli australiani, rimandando l’appuntamento con la storia di quattro anni, quando ad organizzare l’evento saranno Gran Bretagna e Francia.

Giova ora ricordare come una prerogativa del XV australiano sia proprio quella di dare il meglio di sé in occasione dei grandi appuntamenti, piuttosto che nei vari “test match“, prova ne sia che contro i rivali storici degli “All Blacks”, i “Wallabies” vantano una percentuale di vittorie inferiore al 28% tra “Bledisloe Cup” e “Tri Nations” (ora divenuto “The Rugby Championship” con l’ammissione dell’Argentina), così come verso il Sudafrica, nei cui confronti la percentuale di successi è di poco superiore al 40%.

Statistiche che variano drasticamente in occasione della Coppa del Mondo, manifestazione in cui l’Australia riesce sempre a tirar fuori il meglio di sé e Campese, giunto all’apice della condizione fisico-atletica (è alto 180cm. per 89kg.) alla soglia dei trent’anni, ne dà una dimostrazione palese al pubblico britannico e francese nella seconda edizione andata in scena ad ottobre 1991.

Inclusa nel terzo girone, l’Australia non ha difficoltà a superare Argentina (32-19, due mete di Campese) e Galles (umiliante 38-3 con Campese ancora a segno ), trovando, al contrario, una fiera resistenza nel derby australe contro le Samoa Occidentali, piegate per 9-3 solo grazie alla precisione nei calci da fermo di Lynagh.

E così, mentre l’ardore dei samoani si infrange nei quarti contro la Scozia, venendo sconfitti per 28-6, l’Inghilterra ammutolisce il “Parc des Princes” di Parigi superando 19-10 i padroni di casa, ed i campioni uscenti neozelandesi non hanno alcuna difficoltà a travolgere 29-13 i canadesi, al celebre “Lansdowne Road” di Dublino, storica tana degli irlandesi, va in scena il quarto più equilibrato tra i padroni di casa ed il XV capitanato da Nick Farr-Jones.

Dopo una prima frazione di gioco conclusa in parità sul 6-6, con Campese ad aprire lo score dopo 16′ depositando l’ovale in mezzo ai pali per una facile trasformazione di Lynagh (all’epoca la meta valeva ancora 4 punti rispetto ai 5 odierni), vantaggio neutralizzato da due piazzati del mediano di apertura irlandese Ralph Keyes, la gara si infiamma nella ripresa per quella i media definiscono “una splendida esibizione di rugby alla mano“.

L’Australia è padrona del campo, ma i calci di Keyes le impediscono di allungare in maniera definitiva, e comunque quando Campese – dopo che due piazzati di Lynagh e Keyes avevano portato il punteggio su 9 pari – realizza la sua seconda meta sfruttando un calcio a seguire di Little portando i suoi avanti 15-9 (grazie alla consueta trasformazione di Lynagh), il match sembra incanalato verso l’attesa semifinale contro gli All Blacks.

Mai sottovalutare, però, l’orgoglio degli indomiti irlandesi che, dopo aver accorciato le distanze con il “solito” piazzato di Keyes, si gettano disperatamente all’attacco, cogliendo il frutto del loro lavoro a 6′ dal termine quando un calcio in avanti di Staples trova Jack Clarke a contendere l’ovale a Campese, il quale, una volta di più, dimostra le sue scarse attitudini difensive perdendo il confronto con l’ala irlandese che può così lanciare Gordon Hamilton per la meta del sorpasso (16-15) tra il tripudio dei quasi 55.000 spettatori che gremiscono il loro “tempio del rugby”, pronti a rinchiudersi subito dopo in un religioso silenzio per consentire a Keyes di mettere a segno i punti della conversione per un inaspettato 18-15 a pochi minuti dalla conclusione del match.

Campese si trova nella scomoda posizione di dover rimediare al proprio erroreun po’ come accadde a Gianni Rivera nella famosa Italia-Germania dei Mondiali 1970 in Messico – ed, al pari del “Golden Boy”, l’ala italo-australiana regala una indimenticabile magia che ammutolisce il pubblico che già pregustava l’impresa.

Dapprima, conquista una mischia entro l’area dei 22 metri a 2′ dal termine, e poi, ricevuta la palla lungo l’out destro, si lancia verso la linea di meta braccato da tre difensori irlandesi che lo placcano, solo per consentirgli un inatteso tocco in direzione di Lynagh che, seguita l’azione, può depositare l’ovale all’altezza della bandierina per il definitivo 19-18 che dischiude ai Wallabies la strada verso la semifinale …

Una settimana esatta dopo, il 27 ottobre, è ancora il “Lansdowne Road” di Dublino ad accogliere l’attesa semifinale tra Australia ed i campioni in carica della Nuova Zelanda, i cui due match nella “Bledisloe Cup” disputatisi ad agosto si erano conclusi con una vittoria per parte, coi Wallabies a prevalere 21-12 a Sydney e gli All Blacks a rendere la pariglia affermandosi 6-3 ad Auckland.

Ma stavolta, la gara è a senso unico, con l’Australia a disputare una fantastica prima frazione di gioco, ed a cui dà il là proprio Campese dopo appena 7′, ricevendo l’ovale da Lynagh dopo una rimessa laterale ed inventandosi una diagonale da poco oltre la linea dei 22 metri sino alla bandierina all’angolo sinistro del fronte di attacco australiano, iniziativa che disorienta i difensori neozelandesi che si accorgono del pericolo quando oramai Campese è lanciato oltre la linea di meta.

E, dopo, che Lynagh aveva aggiunto tre punti allo score con un piazzato, ecco che arriva il capolavoro di Campese poco oltre la mezz’ora, allorquando, raccolto un calcio a scavalcare di Lynagh, si lancia verso la linea di meta lungo l’out destro per servire un assist “no look (alla “Magic” Johnson per intendersi) al compagno Mike Horan che arriva a rimorchio alla sua destra e può depositare indisturbato l’ovale in mezzo ai pali, dato che i difensori neozelandesi ertano tutti impegnati a tentare di bloccare lo scatenato n. 11 australiano.

Con il punteggio di 13-0 all’intervallo, il match non ha più storia, concludendosi sul 16-6 per i Wallabies, ed anche se in finale la difesa inglese fa buona guardia impedendo a Campese di andare in meta, l’ala aussie ha ancora modo di esibirsi in una giocata decisiva ai fini del risultato, dopo che la gara si era sbloccata a cavallo della mezz’ora di gioco, grazie ad un piazzato di Lynagh ed ad una realizzazione del pilone Tony Daly che deposita di forza l’ovale in meta successivamente ad una rimessa a pochi metri dalla fatidica linea, per il 9-0 con cui le due squadre vanno al riposo.

Nella ripresa, infatti, Campese, dimostrando insolite doti di sacrificio anche in fase difensiva a difesa dell’importantissimo vantaggio, si dedica al controllo della formidabile ala inglese Rory Underwood, e si rende protagonista dell’azione che in pratica decide le sorti dell’incontro, intercettando un passaggio di Winterbottom verso Underwood che avrebbe potuto riaprire la gara, suggellando così il successo finale dell’Australia per 12-6, con Lynagh a concludere il torneo con 66 punti all’attivo e Campese, autore di 6 mete, eletto miglior giocatore della manifestazione.

E’ questo il punto più alto della carriera di Campese, nel frattempo preda in Italia dell’ambizioso “Amatori Milano” targato Berlusconi, con cui disputa cinque stagioni dal 1988 al 1993, incrementando il proprio palmarès con altri due scudetti, nel 1991 e nel 1993, per poi concludere la sua esperienza in nazionale partecipando al suo terzo Mondiale in Sudafrica nel 1995 ed ottenendo l’onore di raggiungere la sua centesima presenza con la maglia dei Wallabies proprio nella sua Padova, il 23 ottobre 1996, nella gara in cui l’Australia sconfigge 40-18 gli azzurri ed al cui termine riceve una doverosa e meritata “standing ovation” da parte del pubblico presente.

Ecco, questo è stato Campese, il giocatore che più di ogni altro ha contribuito a far assumere al rugby, con le sue giocate (ed anche alcuni atteggiamenti spocchiosi ed irriverenti) e la sua imprevedibilità in campo, connotati universali, tanto da detenere tuttora – e con largo margine – il primato delle mete realizzate coi Wallabies, pari a ben 64 nei 101 incontri disputati.

Lo si può amare od odiare, ma non lo si può certamente ignorare, anche se ciò è contro lo spirito del rugby, ma ogni tanto un’eccezione può essere concessa, no?

JACKIE FIELDS, IL PUGILE CHE DIVENTO’ CAMPIONE GRAZIE AD UNA COLLETTA

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Jackie Fields – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Jackie Fields, che in verità all’anagrafe fu trascritto come Jacob Finkelstein, deve ai compagni di allenamento se vinse prima il titolo olimpico, poi divenne campione del mondo, infine fu inserito nella International Boxing All of Fame.

Andiamo per ordine. Nato a Chicago il 9 febbraio 1908, il giovane Jacob, che ha sangue ebraico nelle vene, inizia a boxare a 14 anni e deve al suo istruttore di quei giorni, l’ex pugile Marty Fields appunto, il nome che lo introdurrà tra gli immortali della noble art. E’ decisamente abile con i guantoni, il giovane Jacob, dotato di classe cristallina e dallo stile impeccabile, ma la sua vita non è solo dare di pugni e quando gli americani selezionano la spedizione per le Olimpiadi di Parigi del 1924, Jackie, che nel mentre si è trasferito con la famiglia a Los Angeles, studia e per il poco tempo che ha da dedicare all’allenamento, oltre ad una mano rotto, è battuto in semifinale nel torneo di qualificazione. Sorte vuole che il ragazzo, poco più che 16enne, sia ben gradito ai compagni che raccolgono qualche spicciolo necessario per garantirgli il viaggio nella capitale francese. Dove Fields, e sarà la sua fortuna, arriva accompagnato da un eccellente record da amatore (conta 51 successi in 54 combattimenti), seppur ancora non certo della partecipazione ai Giochi, infine promosso sul campo, pardon sul ring, dagli attenti selezionatori del suo paese assieme a Joseph Salas che ha quattro anni più di lui ed è campione nazionale.

In terra transalpina il giovane, anzi giovanissimo, visto che ha poco più di 16 anni, Jacob illustra tutto il suo smisurato potenziale. Combatte nella categoria dei pesi piuma, e nonostante l’inesperienza, è già il più elegante sul ring tra tutti i competitori ai Giochi, sonfiggendo uno dopo l’altro ai punti, per decisione unanime, l’irlandese Doyle, il norvegese Hansen, il cileno Abarca e l’argentino Quartucci, per guadagnarsi così l’occasione finale proprio con Salas. I due americani sono buon amici, a tal punto che Fileds, infine vincitore ancora una volta inequivocabilmente ai punti, venuto a conoscenza del verdetto che lo proclama più giovane olimpionico di sempre del pugilato trova rifugio, in lacrime, negli spogliatoi, quasi colpevole di aver fatto un torto al compagno di bandiera.

Tant’è, il giovane Jacob, che per tutti ora è Jackie, si affaccia al professionismo di ritorno dall’exploit parigino con un record di precocità che, a meno che non venga abbassato il limite d’età per gareggiare nel pugilato, è destinato a durare in perpetuo, ed è solo l’abbrivio di una carriera che si annuncia colma di soddisfazioni. L’8 maggio 1925 Fields e Salas sono nuovamente l’uno contro l’altro, ad Hollywood, e Jackie si conferma vincendo ai punti in dieci riprese, per poi cominciare l’escalation agonistica che ha come obiettivo, logicamente, il titolo mondiale.

La strada è lunga, e pure segnata da alcune sconfitte con Jimmy McLarnin, unico in grado di metterlo k.o. alla seconda ripresa, Louis “Kid” Kaplan e Sammy Mandell, prima del match atteso con Young Jack Thompson, che il 25 marzo 1929 si arrende al Coliseum di Chicago all’ardore di Fields che ha così l’opportunità, esattamente quattro mesi dopo, di combattere con Joe Dundee per la cintura iridata, versione WBA, dei pesi welter.

La sfida  ha come teatro la State Fairgrounds Arena di Detroit, e il suo svolgimento, sotto gli occhi di 27.000 spettatori attoniti, ha del drammatico. Fields aggredisce l’avversario mandandolo due volte al tappeto all’inizio della seconda ripresa, tanto che all’angolo di Dundee, contato a nove e a sette, si teme il crollo. Invece Dundee ha la forza di tornare in piedi per colpire Jackie con una scorrettezza alle parti intime, al punto che Fields non sarebbe in grado di proseguire l’incontro, tanto ha accusato il colpo basso. Inevitabile è però la squalifica di Dundee, che affermerà di aver agito involontariamente, che regala così il titolo a Fields, infine sul tetto del mondo dopo un lungo inseguimento.

Jackie ha poco più di 21 anni, la boxe è ai suoi piedi ma dopo aver sconfitto in due occasioni Vince Dundee, fratello minore di Joe, ed aver perso ai punti con Young Corbett III, mette il titolo in palio proprio con Young Jack Thompson, che il 9 maggio 1930 all’Olympia Stadium di Detroit riscatta la sconfitta dell’anno prima e strappa al campione la corona di re dei pesi welter. Fileds, scalzato proprio quando pareva poter aprire un’era vincente, si trova così a dover ripartire da capo, o quasi, ma forte di un pugilato senza pecche e sostenuto da grinta da vendere, torna a respirare aria di titolo mondiale il 28 gennaio 1932 quando, allo Stadium di Chicago, ovvero la città che lo aveva visto nascere e crescere nel ghetto ebraico forgiando proprio qui la tempra del combattente, batte Lou Brouillard per decisione unanime alla decima ripresa riconquistando quella corona dei pesi welter che il rivale aveva sua volta tolto a Thompson.

Ma come già la prima difesa del titolo conquistato lo aveva visto soccombere, anche stavolta la gloria di Fields è di breve durata. Vittima di un incidente d’auto che lo priva della vista da un occhio per il distacco della retina, Jackie mette in palio la cintura con Young Corbett III il 22 febbraio 1933 al Seals Stadium di San Francisco dove un arbitro incapace, tale Jack Kennedy, assegna la vittoria al decimo round a Corbett. Ammesso l’errore a Jack Kearns, menager di Fileds, Kennedy ne uscirà a sua volta colpito da un destro che lo manda al tappetto ben più dei due contendenti che se le sono suonate sul ring.

Fatto è che Fields, ormai in pericolo di cecità, perso il titolo chiude la carriera con l’ultima sfida, vittoriosa, a Young Jack Thompson. Poi appende i guantoni al chiodo ed attende che la International Boxing Hall of Fame gli dia il benvenuto, a fianco di chi ha scritto pagine epiche di pugilato. Cosa che puntualmente avviene nel 1994.

Già, tutto grazie ad una generosa colletta. Visto cosa significa esser caro ai compagni?

IL DISASTRO AEREO DI MONACO 1958, L’UNICA SFIDA PERSA DA DUNCAN EDWARDS

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Duncan Edwards – da 101greatgoals.com

articolo di Giovanni Manenti

Di sicuro non poteva arrendersi senza almeno averci provato, a vincere la più ardua delle tante battaglie disputate sui campi da gioco, quella in cui era in ballo la sua vita, ma nonostante la forte fibra, la volontà e la tenacia nel non voler mollare, ha dovuto inchinarsi, dopo 15 giorni di terribile agonia presso l’Ospedale di Monaco di Baviera, e, il 21 febbraio 1958, andare a fare compagnia agli altri sette suoi sfortunati compagni periti sul colpo nel disastro aereo di Monaco.

Stiamo parlando di Duncan Edwards, poco più che 21enne all’epoca della tragedia – era nato, difatti, ad inizio ottobre 1936 a Dudley, nella contea di Worcester – ma già affermatosi a livello nazionale ed internazionale come uno dei più forti mediani mai prodotti dal football d’oltre Manica, cresciuto nell’Academy del Manchester United per andare a formare il celebre gruppo dei “Busby Babes” che l’allenatore Matt Busby stava conducendo alla gloria europea, suo grande obiettivo da sempre …

E che Edwards fosse un predestinato, lo dimostra il debutto in prima squadra nell’aprile 1953 a 17 anni non ancora compiuti, stagione in cui conquista, con la formazione giovanile, la “FA Youth Cup“, per poi divenire titolare dal torneo successivo, in un susseguirsi di crescita esponenziale sua, e dei “Red Devils” di conseguenza.

La paziente opera di assemblaggio di una formazione vincente compiuta da Busby dà i suoi frutti e, dopo un quarto ed un quinto posto nella First Division 1954 e 1955, i suoi ragazzi dominano il campionato 1956, vinto con 60 punti (ben undici di vantaggio sul Blackpool, secondo classificato), grazie alla straordinaria vena realizzativa del duo formato da Tommy Taylor e Denis Viollet, autori di 45 reti in due, alle cui spalle dà manforte in mediana Edwards, che conclude la stagione con 33 presenze e tre reti, avendo dovuto saltare due mesi per una terribile influenza.

La conquista del titolo di campione d’Inghilterra – appena il quarto all’epoca per il Manchester United – consente ai “Red Devils” di partecipare alla neonata Coppa dei Campioni, la cui prima edizione è vinta dal Real Madrid di Di Stefano & Co., ed il tecnico Busby, dimostrando una lungimiranza insolita per il calcio britannico, spocchiosamente ancora chiuso in quell’aurea di superiorità per niente scalfita dalle deludenti esperienza della nazionale ai Mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, intuisce come tale competizione sia un ideale trampolino di lancio per far acquistare esperienza ai propri ragazzi ed acquisire fama internazionale al club.

E’ così che, per la successiva stagione, il tecnico inserisce in pianta stabile nell’undici titolare l’interno Liam Whelan, il quale fornisce un contributo forse inaspettato al cammino del Manchester United, mettendo a segno ben 26 reti (contro le 22 di Tommy Taylor e le 16 di Viollet) nel bis del titolo, con ben 64 punti conquistati, durante un torneo in cui fa il suo esordio in prima squadra un altro futuro campione, vale a dire l’allora 19enne Bobby Charlton, che aveva conquistato per tre anni consecutivi la “FA Youth Cup” (nel 1954 e nel 1955 ancora con l’apporto di Edwards, nonostante facesse già parte della prima squadra).

Ma il successo in campionato è solo uno degli obiettivi stagionali dello United, il quale raggiunge anche la finale di FA Cup solo per essere sconfitto 1-2 dall’Aston Villa, ben figurando altresì nella prima esperienza in Coppa Campioni, dove i “Busby Babesraggiungono la semifinale del torneo dopo aver eliminato nei quarti di finale, al termine di due autentiche battaglie, gli spagnoli dell’Athletic Bilbao (3-5 al San Mamès dopo essere stati sotto 0-3 all’intervallo, ribaltato con il 3-0 all’Old Trafford, grazie ad una rete di Berry a 5′ dal termine), per vedersi abbinati ai detentori del trofeo, i “Blancos” del Real Madrid.

Il banco di prova contro l’elite del calcio europeo – con un attacco che schierava il mortifero trio composto da Kopa, Di Stefano e Gento – vede il Manchester sconfitto, ma non umiliato, perdendo 1-3 al Santiago Bernabeu dopo aver chiuso sullo 0-0 il primo tempo, e rimediando con orgoglio un pareggio al ritorno per 2-2 (reti di Taylor e Charlton), dopo essere andati al riposo sotto di due reti.

Ed Edwards, che ha saltato solo una delle otto partite di Coppa Campioni, chiudendo la stagione con 48 presenze complessive e sei reti al proprio conto, è il più determinato a convincere Busby che la strada è quella giusta e che si può tentare l’impresa l’anno successivo, mettendo a frutto il bagaglio di esperienza acquisito in questa prima uscita ed avendo la squadra, oramai, una sua connotazione ben precisa.

Tra l’altro, è anche la stagione che porta ai campionati mondiali in programma in Svezia ad inizio giugno 1958, e la nazionale inglese, di cui fanno parte in pianta stabile i tre “United” Roger Byrne, Tommy Taylor ed, appunto, Duncan Edwards – il quale aveva esordito il 2 aprile 1955 a 18 anni e 183 giorni, un record nel dopoguerra superato solo da Michael Owen nel 1998 – si presenta con ottime credenziali dopo aver vinto a suon di reti il girone di qualificazione contro Danimarca ed Eire, con Edwards sempre presente.

A soli 21 anni, iniziare una stagione con così tanti obiettivi – un possibile tris in campionato, la ricerca della gloria europea e la speranza di ben figurare nel suo primo Mondiale – deve aver rappresentato il massimo per Edwards, che, difatti, nel pieno della sua potenzialità atletica non salta neppure una gara di campionato, così come nei primi due turni di FA Cup (in cui il Manchester dispone per 3-1 del Workington e per 2-0 dell’Ipswich), mancando solo la formalità del ritorno nel primo turno di Coppa dei Campioni contro gli irlandesi dello Shamrock Rovers, umiliati per 6-0 all’andata.

Con Edwards in forma mondiale e Tommy Taylor e Viollet ad andare regolarmente a segno con 16 reti a testa ad inizio febbraio, il Manchester United si presenza alla fase cruciale della stagione ancora in lizza per tutti e tre gli obiettivi, con 36 punti dopo 28 turni di campionato, pur distanziato di sei lunghezze dalla capolista Wolverhampton – che deve però affrontare ad Old Trafford alla penultima giornata –, qualificato al quinto turno di FA Cup, il cui sorteggio ha previsto per il 15 febbraio il match interno contro lo Sheffield Wednesday, e, cosa più importante, ancora in grado di competere in Coppa dei Campioni, dove si è qualificato per i quarti di finale dopo aver eliminato i cecoslovacchi del Dukla Praga.

L’abbinamento dei quarti pone al Manchester come avversario un cliente per nulla facile quale gli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, eliminati l’anno prima in semifinale dalla Fiorentina del dottor Fulvio Bernardini, e che possono vantare nelle proprie file assi del calibro del portiere Beara e degli attaccanti Kostic e Sekularac.

Che la qualificazione alle semifinali non sia per niente agevole, i “Busby Babes” se ne rendono conto nell’andata disputata il 14 gennaio ad Old Trafford, con gli ospiti a condurre grazie ad una rete di Tasic poco oltre la mezz’ora e rimontati nella ripresa dalle reti di Charlton e Colman per un 2-1 conclusivo poco rassicurante in vista del ritorno, in programma mercoledì 5 febbraio 1958 a Belgrado.

Appuntamento al quale, peraltro, il Manchester United si presenta in eccellenti condizioni, forte dei successi in campionato per 7-2 contro il Bolton tra le mura amiche, e per aver risolto a proprio favore la “battaglia di Highbury” contro l’Arsenal dell’1 febbraio, vinta per 5-4 – ed in cui vanno a segno Taylor (2), Charlton, Viollet ed anche proprio Edwards per il suo sesto centro in 36 presenze e che sarà, purtroppo, anche l’ultimo – e che tiene ancora vive le speranze per un terzo titolo consecutivo.

Rinfrancati nel morale, i giocatori del Manchester United scendono in campo a Belgrado decisi a dar battaglia e, pronti via, Viollet mette a segno dopo appena 2′ di gioco il punto del vantaggio, che Charlton capitalizza con una doppietta a cavallo della mezz’ora che ammutolisce gli oltre 50.000 presenti sugli spalti e manda i “Red Devils” negli spogliatori con un rassicurante vantaggio di tre reti.

Vantaggio oltremodo necessario, poiché nel secondo tempo la Stella Rossa prova a ribaltare le sorti dell’incontro, riuscendovi solo in parte con le reti di Kostic alla prima azione della ripresa e di Tasic su rigore prima dello scoccare del 10′, riscaldando gli animi in tribuna ed in campo, ma il Manchester dimostra di aver acquisito la mentalità necessaria per tener botta, concedendo agli avversari solo il punto del pari a 2′ dal termine, ancora con Kostic.

Raggiunta la semifinale di Coppa Campioni per il secondo anno consecutivo, Matt Busby si coccola i suoi ragazzi di cui può andare orgoglioso, pensando a quale potrà essere il prossimo avversario (all’epoca le gare di Coppa si svolgevano in date sfalsate), con la speranza di evitare nuovamente il Real Madrid, che il 23 gennaio, al Santiago Bernabeu, aveva seppellito sotto una marea di reti (8-0) i malcapitati connazionali del Siviglia, nel mentre l’aereo che sta riportando la squadra in patria fa scalo tecnico a Monaco di Baviera.

Le condizioni meteo sono precarie, nevica e vi è anche una scarsa visibilità ed, al momento di ripartire, per due volte i piloti falliscono il decollo, cosa che fa presagire il pernottamento in Germania prima di riprendere il volo all’indomani, tant’è che Duncan Edwards telegrafa alla fidanzata il seguente messaggio… “Tutti i voli cancellati, partiamo domani, Duncan…“.

Ma il comandante James Thain, preoccupato per il mancato rispetto del piano di volo, rifiuta una simile alternativa, tentando un terzo decollo che si rivela fatale, come aveva drammaticamente previsto una delle vittime, Liam “Billy” Whelan, che viene udito pronunciare la frasestiamo andando a morire, bene, io sono pronto“.

La neve, difatti, aveva provocato uno strato di ghiaccio e fanghiglia sulla pista che compromette le operazioni di partenza, con l’aereo che non riesce a prendere quota, sbandando lungo il tragitto ed andando a schiantarsi contro una casa nelle zone limitrofe all’aeroporto.

Le conseguenze sono devastanti, dei 44 occupanti, 20 muoiono sul colpo tra cu sette componenti della rosa del Manchester (Bent, Byrne, Colman, Jones, Pegg, Taylor e Whelan), mentre altri vengono ricoverati in ospedale, compreso il tecnico Busby e Duncan Edwards, le cui condizioni appaiono disperate.

Con fratture multiple alle gambe ed alle costole ed i reni seriamente danneggiati, i medici del “Rechts der Isar Hospital” di Monaco di Baviera non disperano comunque di salvarlo, contando sulla giovane età e la forte fibra del ragazzo, applicandogli un rene artificiale, che però ne riduce la coagulazione del sangue, generando delle emorragie interne.

Ancora cosciente, Edwards chiede al vice allenatore Jimmy Murphy… “quando è prevista la gara con il Wolverhampton? (penultima di campionato, ndr) Non voglio assolutamente mancare!“, a testimonianza della forza di volontà nel non volersi arrendere ad un destino avverso che, viceversa, aveva già scritto per lui la data della mattina del 21 febbraio 1958 quale suo ultimo giorno nel “grande libro della vita“.

Nessuno potrà mai sapere quali risultati avrebbe potuto ottenere nel prosieguo della carriera Edwards, che ad appena 21 anni contava già 177 presenze nel club e 18 “caps” con la nazionale, così come quali traguardi avrebbe potuto raggiungere quella grandiosa formazione, da due anni campione d’Inghilterra, mentre il fato risparmia Busby dopo due mesi di lotta tra la vita e la morte, lui che dichiara che “avrebbe voluto seguire i suoi ragazzi in cielo…“, probabilmente per consentirgli di realizzare il sogno di portare il Manchester United ad essere la prima squadra inglese a conquistare la Coppa dei Campioni. Proprio nel decennale del tragico evento, nel 1968, e, mentre uno degli scampati alla sciagura, Bobby Charlton, poneva il sigillo con una personale doppietta alla vittoria per 4-1 nella finale contro il Benfica, Busby poteva alzare gli occhi nel cielo di Londra ed immaginare le espressioni sorridenti di Duncan, Geoff (Bent), Roger (Byrne), Eddie (Colman), Mark (Jones), David (Pegg), Tommy (Taylor) e Liam (Whelan) nel fare festa insieme a lui ed alla seconda generazione di “Busby Babes“.

ALBERT RICHTER,IL TEDESCO “A OTTO CILINDRI” UCCISO DAL NAZISMO

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Albert Richter si rifiuta di fare il saluto nazista – da emergenzeweb.it

articolo tratto da GPM ciclismo

La storia che tratteremo oggi è una di quelle come solo lo sport sa regalarci. Ci racconta di un ciclista, un pistard tra i più forti degli anni 30, ma ci narra anche di amicizia, di coraggio, forza e libertà, quella libertà che una bicicletta rappresenta meglio di qualsiasi altro oggetto.

Questa è la storia di un uomo che per la sua libertà e per quella degli altri ha saputo rinunciare ad ambizioni personali e vittorie, fino alla fine: nell’inseguire i suoi ideali, è stato privato persino della vita; ed è proprio dalla fine, tragica, che inizieremo a raccontare.

E’ il 2 gennaio del 1940 e su tutti i giornali nazisti appare la notizia che Albert Richter è stato trovato morto in una cella del carcere di Lorrach, una cittadina tedesca al confine con la Svizzera. Richter era stato arrestato il 9 dicembre, si dice grazie alla spia fatta da due sue rivali che venivano regolarmente battuti, ma questo non si saprà mai con certezza. Quel che è certo è che fu arrestato mentre cercava di varcare il confine con 13.000 marchi nascosti nella sua bicicletta. I giornali, per screditarlo, diranno che sono soldi rubati, ma in realtà sono i risparmi di una famiglia ebrea di suoi amici che dovevano essere salvati dal regime. Gli stessi giornali diranno anche che Albert si è suicidato per la vergogna: falso, è stato ucciso dalla polizia tedesca perché era un personaggio scomodo.

Albert Richter è stato ucciso perché aveva un allenatore ebreo e perché era un antinazista. In realtà lui non si definì mai tale, il buon senso al tempo prescriveva di non farlo, ma si è sempre rifiutato di indossare la maglia con la svastica durante le gare, preferendone una più classica con disegnata l’aquila simbolo della Germania. Inoltre, non amava fare il saluto nazista dopo le sue vittorie, si rifiutava di fare la spia di ritorno dai frequenti viaggi che faceva per gareggiare e per finire rifiutò la chiamata alle armi dichiarando, dopo aver passato buona parte della sua carriera sfrecciando sui velodromi francesi, “io non sparo ai miei amici“.

La storia di Richter è simile a quella di molti ciclisti del suo tempo: fa il garzone in una bottega, e a tempo perso si reca al velodromo di Colonia per allenarsi di nascosto dal padre che riteneva la bicicletta una perdita di tempo. Lo fa solo per passione, ma un giorno viene notato da Ernst Berliner, un mobiliere, ex corridore di origine ebraica malvisto dalle camice brune ma con la fama di ottimo preparatore di ciclisti. Da quel giorno, tra i due nasce oltre ad un rapporto professionale un sentimento di amicizia che Albert non rinnegherà mai. Sotto la guida di Berliner, il giovane Albert comincia ad avere i suoi primi successi, si reca spesso in Francia, dove il ciclismo su pista è più all’avanguardia, e nel 1932 a Roma conquista la medaglia d’oro ai mondiali dilettanti su pista.

Nello stesso anno non gli viene permesso di partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles, ufficialmente per mancanza di fondi, ma forse perché un atleta allenato da un ebreo non poteva rappresentare la Germania. Negli anni successivi partecipa a parecchie corse vincendone più di una e meritandosi il soprannome di “tedesco ad otto cilindri“, perché dicevano che sembrava che avesse un motore nella sua bici. Arriva sul podio ai mondiali e la sua carriera sembra andare per il verso giusto, ma il suo allenatore è costretto a fuggire dalla Germania e lo esorta a fare altrettanto. Lui inizialmente si rifiuta, nonostante abbia numerose occasioni, e torna l’ultima volta a Berlino nel 1939, partecipando al Grand Prix e vincendolo. Rientrato nella sua Colonia, si rende conto che per lui rimanere nella Germania nazista non è più possibile, allora decide di scappare portando con se quel denaro che gli sarà fatale.

Il resto è storia, la propaganda nazista non vuole che lui diventi un martire, e allora cerca di infangare la sua figura, cerca di farlo apparire come un ladruncolo qualsiasi, cerca di far dimenticare le sue vittorie, perché un esempio come il suo può risultare pericoloso. Inizialmente ci riescono, ma dall’altra parte dell’oceano c’è qualcuno che non ci sta. È il suo amico Ernst Berliner, che nel frattempo, passando per l’Olanda, è fuggito fin negli Stati Uniti, ma non lo ha mai dimenticato e allora si prodiga per cercare la verità e per riabilitare il nome del suo amico, del suo campione, che è stato infangato. E alla fine ci riuscirà.

Oggi il velodromo di Colonia si chiama “Albert Richter” e tutti in Germania conoscono la vera storia di questo uomo coraggioso, che non si è piegato al regime ed ha dovuto pagare il prezzo più alto per la sua libertà, ma che, in conclusione, come in un lieto fine sarà ricordato nei secoli a venire come un grande atleta ma soprattutto come un grande uomo.

LO SGAMBETTO DI HANA MANDLIKOVA AGLI US OPEN 1985

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Hana Mandlikova in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Se Chris Evert era la classe, Martina Navratilova era la potenza. Se l’americana ammaliava con movenze graziose, la ceca stupiva con esecuzioni mascoline. E per un decennio almeno, tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80, hanno instaurato una dittatura tennistica che nessuna, ma proprio nessun’altra atleta in gonnella è riuscita proprio a interrompere.

Eppure, c’è chi ha tentato di inserirsi tra le due regine, garantendosi una ribalta di prestigio, come ad esempio baby-Tracy Austin, treccine e rovescio bimane, fotocopia di Chris; soprattutto l’altra rappresentante dal di là del Muro, Hana Mandlikova, l’altra ceca stilisticamente tanto bella e perfetta quanto fragile caratterialmente da vincere meno di quello che il suo talento di cristallo avrebbe potuto permetterle, troppo spesso soccombente al dominio di Martina.

Hana nondimeno si affaccia alla ribalta, lei classe 1962, con eccellenti credenziali, se è vero che a fine 1980, appena maggiorenne, mette in saccoccia gli Australian Open su erba battendo in finale, 6-0 7-5, la beniamina di casa Wendy Turnbull che ha liberato il campo estromettendo in semifinale la Navratilova, per poi bissare a giugno 1981 sulla terra rossa del Roland-Garros, 6-2 6-4 alla tedesca Sylvia Hanika dopo l’exploit con la Evert sempre in semifinale, e perdere tre finali Slam, due sul cemento agli US Open ed una sui prati di Wimbledon. Per disegnare poi il capolavoro a fine estate 1985, proprio nel tourbillon impazzito di Flushing Meadows, tra grattacieli, rombo di aerei e puzza di hamburger.

Evert e Navratilova, naturalmente, capeggiano l’entry list, l’una dopo aver riguadagnato la testa del ranking mondiale trionfando a Parigi, l’altra comunque capace di imporsi in Australia e per la sesta volta nell’amata Londra… si tenga a mente, tre finali di Slam sempre risolte dallo scontro diretto. E niente lascia pensare che anche a New York non si debba assistere alla quarta recita stagionale tra le due supercampionesse, esattamente come l’anno prima ed esattamente come nelle ultime sei finali di Slam negli ultimi due anni!

La Mandlikova, semifinalista a Melbourne, ha conosciuto l’onta di una prematura eliminazione sia al Roland-Garros, battuta ai quarti dalla tedesca Kohde-Kilsch, che a Wimbledon, sorpresa addirittura al terzo turno dall’australiana Elizabeth Smylie, ed a quindi tutto il desiderio di questo mondo di riscattarsi. Anche perchè l’anno in corso l’ha vista primeggiare solo in due eventi di minor cabotaggio, a Oakland in febbraio e a Princeton in marzo, e il suo talento, certificato dalla terza testa di serie, pertanto medita vendetta. Pam Shriver, abituale compagna di doppio di Martina, la stessa Kohde-Kilsch, Zina Garrison, Helena Sukova e la più anziana delle sorelle Maleeva, Manuela, completano il lotto delle prime otto pretendenti al titolo, onestamente con pochissime chances di alzare la coppa e tanta, ma proprio tanta certezza di gareggiare per un piazzamento.

In effetti Evert e Navratilova sbaragliano la concorrenza in primi turni di scarsissimo livello tenico, cedendo 15 giochi in quattro incontri Chris, esattamente come Martina, tenuta sulla corda solo dalla svedese Catarina Lindqvist agli ottavi, infine battuta 6-4 7-5. Nel frattempo la Mandlikova ha gioco facile con la britannica Brown, 6-2 6-1, e la sua connazionale Annable Croft, che ben conosciamo oggi per le apparizioni in video ad Eurosport, 6-3 6-3, per poi eliminare la Hanika, 6-3 6-4, e concedere un set al gioco brillante di Kathy Jordan, 7-5 3-6 6-1, mentre si mette in luca una giovane teutonica, tale Steffi Graf, che annuncia una carriera favolosa sbarazzandosi della Maleeva agli ottavi con un netto 6-2 6-2, unica intromissione a sorpresa tra le prime otto che guadagnano i quarti di finale.

E qui, se Evert e Navratilova non conoscono esitazione con la Kohde Kilsch, 6-3 6-3, e la Garrison, 6-2 6-3, Hana ha bisogno di tutta la sua eleganza nel disporre a suon di serve-and-volley della Sukova, 7-6 7-5, meritandosi la semifinale con Chris, e la Graf, dotata non solo di dritto e gran gambe ma pure di una buonissima dose di istinct-killer, supera la Shriver con un infinito 7-6 6-7 7-6, andando così ad incrociare racchetta con Martina.

La Mandlikova pare aver recuperato la smalto che negli anni passati l’ha vista trionfatrice sull’erba australiana e sulla terra transalpina, e con la Evert, in una memorabile contrapposizione di soluzioni tecniche, attacco contro difesa, ed in una paradisiaca esercitazione sinfonica di grazia ed eleganza, dopo aver perso di un soffio il primo set, 6-4, trova lo slancio per due parziali da sogno, 6-2 6-3, vincendo finalmente con l’americana e vendicando le due sconfitte qui patite in finale nel 1980 e nel 1982. La Navratilova nel mentre liquida l’ardore giovanile della Graf, 6-2 6-3, ed allora l’ultimo atto nel catino di Flushing Meadows sarà sfida in famiglia tra cecoslovacche votate all’offensiva, Martina contro Hana, con i precedenti a favore della campionessa di Revnice, che regala quattro anni all’avversaria, 14-5.

La sfida è bellissima. Se Martina ci mette esperienza e forza bruta, Hana risponde con esuberanza e tocco raffinato, tanto da far suo un primo set capitale al tie-break, 7-3, dopo aver condotto nel set addirittura 5-0 prima di subire la rimonta dell’avversaria, per poi sfiorire in un secondo parziale troppo veloce per esser degno di una finale di tale eccelsa levatura tecnica, 6-1. Si decide tutto al set decisivo, e qui la vicenda è leggendaria. La Mandlikova sale 5-3, ha la palla per chiudere, la spreca, viene costretta ad un altro tie-break, vola 6-0, vede la Navratilova rifarsi sotto 6-2, infine quando l’ultima, impeccabile, voleè di rovescio vale la vittoria, crolla a terra ebbra di gioia.

Hana Mandlikova, che non primeggiava certo per costanza di rendimento e spirito battagliero, stavolta sgambetta le due regine, diventa una delle poche tenniste capaci di vincere uno Slam su tre superfici diverse e può cantare felice “New York, New York!“.