1965: INTER-LIVERPOOL 3-0, LA GRANDE RIMONTA

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Il 3-0 di Facchetti – da it.wikipedia.org

Se parliamo della Grande Inter di Moratti, qualche giovanotto magari tornerà ai tempi del “triplete” di Mourinho. Per carità, niente da obiettare… ma in casa nerazzurra l’etichetta rimanda agli anni Sessanta, ed evoca una data simbolo.

12 maggio 1965. L’Inter ha l’impronta del “magoHelenio Herrera già da qualche anno, ha vinto in Italia – scudetto nel 1963 – e conosciuto gloria europea – Coppa dei Campioni nel 1964 contro il Real Madrid, 3-1 a Vienna – ma la bacheca è destinata a colmarsi di trofei nel breve termine ed abbisogna di un’impresa che rimanga negli annali del football. E’ in atto la semifinale di Coppa dei Campioni, i nerazzurri puntano al bis ma l’andata in terra britannica, a Liverpool, è stata un calvario. I Reds del santone Shankly mancano ancora di palmares ma cominciano a farsi notare nel continente, vincono 3-1 con i detentori del titolo ed ipotecano l’accesso alla finalissima.

Urge la partita della vita, per i nerazzurri. E lo stadio di San Siro sta per conoscere una serata indimenticabile. Leggiamo lo schieramento dell’Inter. In porta Sarti veste i panni della saracinesca, la cerniera difensiva si compone di mastini del calibro di Guarnieri e Burgnich, Picchi è il libero, Facchetti l’atletico terzino di fascia che spinge; il giovane Bedin fatica per tre, Corso e Suarez mettono fosforo e classe al servizio di Jair, irrefrenabile nelle sue scorribande, Mazzola è il fuoriclasse del gruppo, Peirò agisce di punta.

Non sono ancora i tempi del gol che vale doppio se segnato in trasferta, ergo Herrera sa che per passare il turno bisogna imporsi con tre reti di margine. L’argentino è maestro di tattica, l’Inter gioca con difesa ben compatta, eccellente preparazione fisica e capacità di rilanciare il contrattacco. Si gioca davanti a quasi 77.000 spettatori vocianti, e al minuto 8 la missione, da impossibile che pareva alla vigilia, diventa un po’meno improbabile: Corso pennella col magico piede sinistro la famosa punizione a “foglia morta” e firma il vantaggio. Neppure il tempo di ammortizzare il colpo che il Liverpool, centoventi secondi dopo, subisce ancora. E stavolta il gol ha i contorni del rocambolesco. Sugli sviluppi di una rimessa laterale Mazzola lancia Peirò in profondità, obbligando l’estremo inglese, Lawrence, all’uscita tempestiva. I due si scontrano e Peirò termina alle spalle del portiere che si accinge al rinvio… ma lo spagnolo ha tempismo da vero rapinatore, cattura la palla che Lawrence sta facendo rimbalzare a terra e insacca a porta sguarnita. Minuto 10 e siamo 2-0, il passivo è già recuperato e per i nerazzurri la strada verso la finale non è più così ripida.

La sfida a questo punto cambia decisamente copione. Il Liverpool sente che l’occasione sta per sfumare e comincia a giocare calcio offensivo appoggiandosi ad attaccanti del calibro di Hunt, St.John e Callaghan, i tre frombolieri del match d’andata. Ma la difesa dell’Inter stavolta non lascia spazio e nel secondo tempo l’Inter può tornare a farsi vedere dalle parti di Lawrence. Fino al minuto 62, quando Facchetti in sortita offensiva si trova con la palla buona tra i piedi e dal limite scaglia il fendente che gonfia la rete. 3-0, sugli spalti è tripudio collettivo e al fischio di chiusura dello spagnolo Ortiz de Mendebille – su cui si sprecheranno in seguito voci di favoritismi – le note di “when the Saints go marching in” suonano a celebrare un’impresa che ancora oggi la Milano che batte bandiera nerazzurra ricorda tra le più memorabili di sempre.

Post scriptum: qualche settimana dopo l’Inter, proprio a San Siro, vincerà di misura la finale con il Benfica, 1-0 con gol di Jair; se aggiungiamo lo scudetto e la Coppa Intercontinentale di fine anno ecco perché la Grande Inter è quella di papà Moratti, Angelo. Non me ne voglia il figlio, Massimo, e tanto meno quel gran simpaticone che risponde al nome di Josè Mourinho.

INGEMAR STENMARK, LO SVEDESE DI GHIACCIO

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Ingemar Stenmark in azione – da acarya.it

Quando a metà anni 70 le imprese di Thoeni, Gros e Plank avviarono la meravigliosa epopea della “Valanga azzurra”, un fuoriclasse che veniva dalla sperduta cittadina scandinava di Tarnaby si prese il lusso di suscitare l’ammirazione anche di quegli stessi avversari che puntualmente bastonava sulle piste di mezzo mondo: il suo nome era Ingemar Stenmark, lo chiamarono “lo svedese di ghiaccio“, ed è stato, senza rischio di venir smentiti, lo sciatore più grande di sempre.

Confronti tra campionissimi di epoche diverse lasciano sempre ampio spazio all’incertezza ed aprono dibattiti destinati  a non aver risposta, ma il giudizio sull’immenso “Ingo” è pressoché unanime. Scoprimmo Stenmark una mattina di marzo 1975 quando la cara, vecchia Rai – inderogabilmente con la forza delle immagini in bianco-e-nero – trasmise il famoso parallelo di Val Gardena che assegnava la Coppa del Mondo. Fuori dal giochi il terzo incomodo, Franz Klammer, la sfida finale vide al cancelletto di partenza Gustavo Thoeni sul pendio di destra e sul pendio di sinistra Ingemar Stenmark, astro nascente di diciannove anni che si affacciava da poco al grande palcoscenico dello sport delle nevi ma portava, indiscutibili, le stimmate del predestinato. Ingemar si sdraiò di fianco e lo scivolone consegnò la sfera di cristallo al silenzioso azzurro di Trafoi, ma il futuro apparteneva allo svedese e i tre anni successivi lo videro dominare in classifica generale.

Stenmark non aveva rivali tra i pali stretti dello slalom, così come tra le porte larghe dello slalom gigante. Proprio nella disciplina più tecnica mise in mostra una conduzione di curva innovativa e ineguagliata, che aprì la strada alla modernità e ispirerà il suo allievo prediletto, Alberto Tomba. A fine carriera vanterà 86 vittorie in Coppa del Mondo, un record difficilmente superabile, distribuite in 46 giganti e 40 slalom.

La Federazione internazionale escogitò un regolamento cervellotico per arginare lo strapotere dello scandinavo che rischiava di far perdere di interesse alla Coppa del Mondo, e così la coppa generale passò in altre, meno nobili mani (non me ne vogliano Peter Luescher e Andreas Wenzel). Ingemar, nemico giurato della polivalenza, non sconfessò se stesso e tranne una fugace apparizione a Kitzbuhel, mai la discesa libera lo vide al cancelletto di partenza, anche in questo predecessore di Alberto Tomba. Nella stagione 1978/1979 vinse 10 giganti su 10 e dominò ai Mondiali di Garmisch col doppio oro, così come alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980. Le assurde regole del professionismo di allora lo tennero fuori dalla kermesse olimpica di Sarajevo 1984, continuò a dettar legge in Coppa e chiuse una carriera leggendaria nel 1989 con l’ultima vittoria a 33 anni, passando il testimone all’erede che come lui dominerà la scena degli slalom e rifiuterà di cedere ai ricatti di una Federazione troppo ottusa per accogliere il nuovo che avanza.

Uscì di scena senza pretendere troppe luci della ribalta, schivo così come schivo è il personaggio: semplicemente il più grande.

1970, L’IGNIS VARESE CONQUISTA L’EUROPA

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Ignis Varese 1970 – da varesesport.com

Non vorrei far torto a Milano, neppure a Cantù, o Roma, magari Bologna, ma mi vien da pensare che la Varese del basket targata Ignis possa considerarsi la regina d’Europa della pallacanestro tricolore.

E’ un fregio, questo, che ha radici lontane, esattamente nel 1956, quando l’industriale Giovanni Borghi – titolare appunto del marchio di elettrodomestici Ignis – diventa proprietario della società e per i lombardi è l’alba di un’era che sarà gloriosa. Varese ben presto raggiunge la vetta in Italia con gli scudetti del 1961, 1964 e 1969, si afferma fuori dai confini nazionali con la Coppa Intercontinentale del 1966 e guadagna il primo trofeo europeo con la Coppa delle Coppe del 1967. Insomma, l’Ignis è presenza fissa nella grandi manifestazioni cestistiche, manca solo la consacrazione in Coppa dei Campioni, territorio di caccia delle formazioni sovietiche e già in bacheca della rivale storica, la Simmenthal Milano.

Corre l’anno 1970, la guida della squadra è affidata ad Aza Nikolic, santone del basket jugoslavo, per anni selezionatore della nazionale, prima di accasarsi a Belgrado, con cui ha vinto lo scudetto in patria, e poi a Padova, dove si è guadagnato la palma di allenatore dell’anno. L’uomo è severo, tenace, anche duro talvolta; predica il verbo del lavoro ad oltranza ed ha la presunzione di sapere quel che ciò può significare: la vittoria. E vittoria sia.

Varese entra in lizza agli ottavi di finale, eliminando senza troppi patemi i finlandesi dell’Honka. Nel girone a quattro con Cska Mosca (o Armata Rossa, come viene comunemente chiamata a quei tempi), Villeurbanne e Stella Rossa chiude seconda alle spalle dei sovietici, perdendo netto in trasferta, 83-60, ma altrettanto nettamente vincendo davanti al pubblico amico, 79-59.

La squadra è competitiva ai massimi livelli, e lo ha dimostrato proprio nella sfida con i detentori del trofeo; in semifinale Varese si conferma con il Real Madrid, finalista dodici mesi prima e vincitore in Coppa dei Campioni nel 1967 e nel 1968, e raggiunge il traguardo della finale passando di misura in Spagna, 90-86, per poi dominare nel ritorno in casa, 103-78, trascinata da Ricky Jones che segna rispettivamente 29 e 36 punti. Ad attendere l’Ignis c’è una squadra che incute timore, il Cska Mosca – o Armata Rossa, fate voi.

L’ultimo atto va in scena a Sarajevo, il 9 aprile 1970, al Palasport Skenderija, e per Nikolic è una sorta di ritorno a casa, nativo com’è proprio della città bosniaca. Aldo Ossola in regia, Dodo Rusconi guardia, il messicano volante Manuel Raga e Ricky Jones alle ali, il ventenne Dino Meneghin sotto i tabelloni: questo il quintetto che scende in campo, con capitan Ottorino Flaborea prezioso sesto uomo, ben spalleggiato da Paolo Vittori. I sovietici si affidano al leggendario Sergei Belov e al gigantesco Vladimir Andreev, ma per loro la serata si rivelerà una cocente delusione.

Nikolic è un maestro della difesa ed organizza con Jones e Meneghin una guardia attenta su Andreev, che verrà tenuto a 12 punti. Varese è avanti nel punteggio fin dalle battute iniziali, con Meneghin terminale offensivo che segna con continuità, 20 punti, e Manuel Raga immarcabile nel primo tempo in cui mette a referto 15 punti. L’Ignis costruisce buone trame offensive ed allunga al vantaggio massimo sul 21-6 ma i sovietici non si arrendono e tornano sotto con Andreev e Zharmukhamedov, 14 punti alla fine. All’intervallo Varese conduce in doppia cifra, 44-34 ma perde Jones, espulso per avere replicato con le cattive ad una gomitata di Medvedev, ed ha giocatori importanti come Ossola, Rusconi e Meneghin gravati dai falli.

Nel secondo tempo Belov, miglior marcatore della gara con 21 punti, suona la riscossa e il Cska si avvicina a meno due, sul 52-50, anche grazie a Sidjakin che esce dalla panchina e contribuisce con 18 punti. Ma è un fuoco di paglia. La difesa di Varese è efficace, Zharmukhamedov esce per falli, Andreev è ben contenuto e Flaborea va più volte a bersaglio con l’uncino che lo ha reso celebre e che strappa applausi agli italiani presenti sulle tribune. Il suggello alla vittoria è di Meneghin, che si carica la squadra sulle spalle e la conduce al primo successo in Coppa dei Campioni.

Sarà solo l’inizio di una collezione da primato, ma questa è un’altra storia e ne riparleremo. E’ una promessa.

MARATONA DI SEUL, L’OLIMPIADE D’ORO DI BORDIN

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Gelindo Bordin al traguardo – da vicenzatoday.it

Con quella barba e quel profilo da dio ellenico, con quella corsa a busto eretto e quell’incedere che forse apparteneva a Fidippide, non poteva che vincere la maratona, prova olimpica per eccellenza. E a Seul, il 2 ottobre 1988, quando da noi albeggia e i sogni sono ancor lungi da lasciar spazio alla realtà domenicale, Gelindo Bordin si siede accanto alle divinità dell’antica Grecia, cinto della corona d’alloro che spetta ad un trionfatore a cinque cerchi.

Vicentino di Lumignano di Longare, classe 1959, Bordin è allievo di Luciano Gigliotti e da almeno due stagioni è maratoneta di levatura internazionale. Nel 1986, a Stoccarda, ha colto l’oro europeo anticipando Orlando Pizzolato; ai Mondiali romani dell’anno dopo è salito sul terzo gradino del podio, alle spalle del keniano Wakiihuri e dell’uomo di Gibuti, Salah. Proprio i due sono gli avversari più temibili nella prova dell’Olimpiade coreana, a cui Gelindo si presenta da titolare del primato italiano, 2ore 9minuti 27secondi, ottenuto a Boston qualche mese prima. Manca l’etiope Dinsamo, recordman del mondo, escluso dal boicottaggio, ma il lotto dei pretendenti ad una medaglia è folto. C’è il giapponese Nakayama che ha confidenza con il tracciato avendo trionfato due volte negli anni precedenti, il connazionale Seko è della partita così come il tanzaniano Ikangaa e i due australiani Moneghetti e De Castella, dal pronostico non è escluso il britannico Spedding e altri due italiani, Pizzolato e Poli, vantano tre successi in fila a New York e coltivano l’illusione di far loro l’appuntamento che vale l’immortalità sportiva, al pari del keniano Hussein che proprio a Boston ha battuto Bordin.

Bordin ha preparato puntigliosamente i 42,195 chilometri olimpici, con carichi di lavoro massicci che ne hanno forgiato il carattere, potenziato lo spirito e garantita una forma ottimale. La gara è tattica, come è naturale che sia in una kermesse così importante, tant’è vero che l’italiano si trova attardato di qualche secondo ai 15 chilometri, per poi rientrare successivamente sul gruppo dei migliori. Intorno al trentesimo chilometro rimangono sette uomini al comando, e sono quelli che andranno a giocarsi la vittoria: c‘è Bordin e con lui i due favoriti Wakiihuri e Salah, Nakayama, Spedding, Seko e Ikangaa mentre i due australiani accusano un lieve margine di ritardo, Hussein è già ritirato e Pizzolato e Poli sbuffano nelle retrovie. Seko si stacca, Ikangaa non regge e Spedding perde terreno, Nakayama galleggia in quarta posizione e il trio composto da Bordin, Wakiihuri e Salah se ne va a caccia delle medaglie. I due africani allungano, Salah rimane solo al comando con pochi secondi di vantaggio ma il finale di Bordin è strepitoso. Risucchia Wakiihuri, va a prendere Salah che cede di schianto chiudendo terzo scavalcato dal keniano, ed entra nello Stadio Olimpico da trionfatore, 80 anni dopo Dorando Pietri – poi squalificato – a Londra nel 1908.

La gioia di Bordin al traguardo è composta, si inginocchia e bacia la pista che lo elegge re di maratona. Ed ora può sedersi nell’Olimpo dove dimorano gli dei.

JOHN SURTEES, CAMPIONE DEL MONDO IN MOTO E IN AUTO

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John Surtees su Ferrari – da archive.kaskus.co.id

John Surtees, probabilmente, non è stato il più grande di sempre, ma un campione vero senz’altro sì. Il suo nome è destinato all’immortalità non solo perchè trova posto negli albi d’oro più prestigiosi, ma perchè è l’unico a potersi fregiare del titolo di campione del mondo sia in sella ad una moto di classe 500 sia alla guida di una monoposto di Formula 1.

Britannico, nato a Tatsfield l’11 febbraio 1934, approccia il mondo motoristico accompagnando il padre in competizioni di sidecar. Debutta nel motomondiale nel 1952 su Norton, ma è il passaggio alla MV Agusta nel 1956 a segnare il suo destino. Con la casa varesina di Cascina Costa vince ben sette titoli mondiali (4 in classe 500, 3 in classe 350, con un clamoroso en-plein di 13 vittorie complessive in 13 gare nel 1959) prima di passare definitivamente al volante della Lotus con la quale esordisce il 4 maggio 1960 con un ritiro nel Gran Premio di Montecarlo.

Surtees ha ovviamente fama planetaria per i successi da centauro, ma denuncia altrettanta confidenza con i bolidi di Formula 1, il che non può certo sfuggire all’occhio attento di Enzo Ferrari. Che nel 1963, dopo averlo corteggiato nelle due stagioni precedenti, infine lo ingaggia e la scelta si rivelerà azzeccata. Dopo l’apprendistato in Lotus, Cooper e Lola – con cui è quarto nel mondiale 1962 – è infine competitivo ai massimi livelli ed ottiene la prima vittoria nel Gran Premio di Germania al Nurburgring.

Il 1964 è l’anno della definitiva consacrazione. Surtees vince ancora in Germania e a Monza, è secondo in Olanda e a Watkins Glen e si presenta all’ultima gara, sul circuito Hermanos Rodriguez di Città del Messico, da secondo in classifica, distante cinque punti da Graham Hill e con quattro punti di vantaggio su Jim Clark. La corsa è drammatica, Clark è in pole-position, Surtees si avvia col quarto tempo in qualifica, Hill col sesto ma l’ago della bilancia è l’altro ferrarista, Lorenzo Bandini, che sperona Hill tagliandolo fuori dalla lotta di vertice. A due giri dal termine Clark, in testa alla gara, è costretto all’abbandono per una perdita d’olio e Surtees, secondo al traguardo grazie al gioco di squadra con Bandini che lo lascia passare, diventa campione del mondo per l’inezia di un punto su Hill.

Con la Ferrari vince altri due gran premi, in Belgio e in Messico nel 1966 chiudendo l’anno alle spalle di Jack Brabham, ma il divorzio con la scuderia di Maranello si consuma comunque ed ha contorni misteriosi. Si parla di un complotto ordito dal direttore sportivo Dragoni per agevolare l’italiano Bandini, addirittura si ipotizza lo spionaggio industriale a favorire la Lola con cui Surtees ha buoni rapporti, fatto è che il “Drake” si libera di Surtees che si accasa con la Honda. Il pilota britannico fa in tempo a conquistare l’ultima vittoria in Formula 1, a Monza nel 1967 prendendosi una sorta di clamorosa rivincita con la “Rossa“, ma la sua carriera è ormai in parabola discendente. Guida ancora per BRM e McLaren prima di diventare costruttore ed organizzare un team privato, con cui chiude nel 1972.

John Surtees oggi è un attempato benché brillante gentiluomo britannico, marchiato dalla tragedia della perdita del figlio Henry, strappato alla vita nel corso di una prova di Formula 2. Ma un record gli appartiene: unico campione del mondo su due e quattro ruote, e questo primato non potrà portarglielo via nessuno.

WIMBLEDON 1974, L’ALLIEVO BATTE IL MAESTRO

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Connors col trofeo – da bettingpro.com

Gioventù ed esperienza, l’allievo che impara in fretta e il maestro che non vuol farsi da parte. Ovvero, Wimbledon 1974, l’anno in cui l’emergente, Connors, si iscrive all’albo d’oro più prestigioso, che respinge ancora una volta il matusa, Rosewall.

Jimbo” ha da compiere 22 anni, è giovane e in salute tant’è vero che nel corso dell’anno ha già impreziosito il palmares personale con il primo Grande Slam di una carriera che si annuncia – e lo sarà – luminosa, gli Open d’Australia a gennaio. E’ accreditato della terza testa di serie, ma l’ambizione senza freni ne fa il principale pretendente al trono di re d’Inghilterra. Kodes e Metreveli, finalisti dodici mesi prima nell’edizione azzoppata dal boicottaggio dei giocatori schierati con Niki Pilic, occupano a loro volta la parte bassa del tabellone, dall’alto tasso di competitività. C’è Nastase, numero due del mondo, che incoccia e inciampa nel tennis senza fronzoli e tutto sostanza di Stockton, ed allora Connors alza la voce e in rapida successione liquida lo svedese Bengston, 10-8 al quinto set Dent confermando il successo della finale australiana, Adriano Panatta in tre set e il cileno Fillol. Nei quarti di finale l’americano sfida a singolar tenzone il detentore del titolo, Kodes, e quel che ne esce è un match avvincente, deciso in volata, Connors si impone infine sbarrando la strada al bis del ceco e spalancando la propria verso il primo trionfo londinese. Stockton si arrende in semifinale dopo l’illusorio primo set e “Jimbo” guadagna il posto all’atto risolutivo.

Nella parte alta del tabellone attenderesti Newcombe, prima testa di serie, magari in alternativa il promettentissimo orso scandinavo Borg, fresco di laurea al Roland-Garros, 18 anni, seppur ancora acerbo per i prati. Ma se lo svedese non vede pallina al cospetto dell’egiziano El Shafei al terzo turno, è un altro australiano, all’anagrafe vicino ai 40 anni, che mai ha violato in passato il tempio sacro di Wimbledon, ad ammaliare il pubblico con classe ed eleganza nota, tanto da giungere in finale. Ken Rosewall, già proprio lui, finalista deluso a tre riprese, 1954, 1956 e 1970, disinnesca agli ottavi il servizio paralizzante di Tanner, infrange ai quarti di finale il sogno del baffuto connazionale di calare il poker dopo le tre vittorie del 1967, 1970 e 1971, spenge in semifinale l’illusione di Stan Smith di bissare il successo del 1972, e vola in finale.

Ma il 6 luglio, sul Centre Court più famoso, non c’è proprio partita. Connors, l’allievo, ha fame di vittoria e baldanza ed arroganza a sufficienza per impartire lezione, severissima, al maestro, Rosewall, a corto di fiato e respinto ancora ad un passo dall’unico titolo mancante alla sua collezione di fuoriclasse senza età.

Connors stravince, 6-1 6-1 6-4, e si prende la vetta del mondo. E’ lui il nuovo padrone del tennis.

GIMONDI E MERCKX, TRIONFO E DRAMMA AL GIRO D’ITALIA 1969

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Gimondi e Merckx – da pinterest.com

Nel raccontare il Giro d’Italia del 1969 ho qualche reticenza: lo vinse Gimondi o lo perse Merckx? La questione, a distanza di anni, è ancora aperta, abbiate la pazienza di seguirmi e vi spiegherò perchè.

E’ l’edizione numero 52 della Corsa Rosa e il programma prevede, per i forzati del pedale, ventitré tappe da percorrere tra il 16 maggio e l’8 giugno. Merckx in maglia Faema è il favorito d’obbligo in virtù del successo dell’anno prima e perchè reduce da una primavera trionfale con i successi a Sanremo, al Fiandre e alla Liegi; Gimondi, fasciato col tricolore di campione d’Italia, veste la casacca della Salvarani ed è lo sfidante eletto a furor di popolo; tra i due è atteso Adorni quale terzo incomodo, anche se il tempo scorre e il parmense, pur campione del mondo in carica, è già nella fase discendente della carriera e pagherà cara una crisi di tenia.

Si parte con la Garda-Brescia di 142 chilometri ed è l’occasione per Giancarlo Polidori, buon passista fuggito sul colle di Sant’Eusebio, di vincere in solitario e vestire la prima maglia rosa. Merckx è in agguato, da buon “cannibale” non si fa attendere e già al terzo giorno piazza la zampata a Montecatini dopo aver allungato sull’Abetone proprio in compagnia di Gimondi. I 21 chilometri della tappa contro il tempo di Montecatini confermano lo strapotere del belga, che fa tris a Terracina nel giorno funestato dalla morte di un giovanissimo appassionato, vittima del crollo di una tribuna sovraffollata al traguardo. Basso e Dancelli anticipano tutti a Napoli e Potenza ed è già l’ora, per Eddy, di balzare al comando della classifica generale. Cede la maglia rosa a Schiavon per un paio di tappe, ma se ne rimpossessa a San Marino dove è Bitossi a tagliare il traguardo a braccia alzate.

Scocca l’ora della cronometro attesa da Gimondi per ribaltare la situazione, 49 chilometri tra Cesenatico e San Marino, ma il responso boccia il bergamasco, costretto a concedere a Merckx un ulteriore disavanzo di 1minuto 7secondi. Il giorno di riposo e la vittoria di Roberto Ballini non mutano il volto della graduatoria che vede il belga sopravanzare l’azzurro di 1minuto 41secondi la sera del 1 giugno, in quel di Savona. Ma è l’ora del patatrac, del fattaccio che non ti aspetti, dell’episodio a sensazione che scuote il ciclismo e che ancor oggi pone interrogativi mai del tutto risolti.

La mattina seguente, fulmine a ciel sereno, il Giro d’Italia è scosso dalla notizia-bomba che Merckx è risultato positivo ad uno stimolante, la fencamfamina, e si consuma il dramma sportivo: inevitabile l’esclusione dalla corsa. L’immagine di Merckx disperato che in lacrime professa la sua innocenza commuove ed emoziona il mondo dello sport, che inevitabilmente di spacca in due, diviso tra innocentisti e colpevolisti. Si ipotizzerà a lungo il complotto, si parlerà di una “strana” borraccia passata all’atleta in corsa… comunque sia non lo sapremo mai per certo.

Sta di fatto che Gimondi si ritrova leader del Giro d’Italia, si rifiuterà di vestire la maglia rosa non conquistata sulla strada e la Faema si ritirerà in blocco dalla corsa, ma tenendo fede al suo ruolo di numero uno d’Italia porta a termine l’impresa chiudendo da dominatore una classifica che nelle prime dieci posizione colloca solo il tedesco Altig, nono, come presenza straniera. Claudio Michelotto, al miglior piazzamento in carriera, è il delfino di Gimondi, secondo a 3minuti 35secondi; sul terzo gradino del podio sale Italo Zilioli, già tre volte secondo in passato, che accusa un ritardo di 4minuti 48secondi.

Vince Gimondi, e il responso premia il più meritevole, ma il dubbio resta: con Merckx ancora in gara sarebbe andata diversamente? Non avremo mai risposta, questo ve lo posso assicurare: ovvio, direbbe La Palice.

MONDIALI 1990, LA FIABA DEL CAMERUN SI INFRANGE AI QUARTI DI FINALE

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Roger Milla – da it.wikipedia.org

Sento la necessità di raccontarvi una fiaba. Autentica, reale, che si può toccar con mano, non prodotta dalla fantasia: ha solo un difetto, manca il lieto fine. O almeno, la conclusione può definirsi amara, ma quel che successe prima ha tutti i crismi della favola che piace.

Italia 1990, Mondiali di calcio. Il Camerun, squadra che già otto anni prima al rendez vous in terra spagnola proprio con l’Italia bearzottiana si è illustrata agli occhi del pianeta, si presenta in sordina all’appuntamento iridato. Il calcio africano ha fatto progressi, certo, ma di acqua sotto i ponti ne ha da scorrere prima che possa competere ai livelli che contano. Alla guida di un gruppo amalgamato con difficoltà e diviso in fazioni contrapposte c’è stavolta un russo, tale Nepomnyashchi – e mi scuso con l’interessato se ho sbagliato a scriverne il nome ma sfido chiunque a riuscirci correttamente – che ha la sventura di vedersi inserito nel girone che lo oppone non solo all’Argentina campione del mondo, ma pure ai connazionali che ancora battono bandiera sovietica, anche se il marchio CCCP o URSS ormai suona anacronistico ed aspetta solo di venir messo definitivamente da parte. In più c’è la Romania di quel meraviglioso mancino che risponde al nome di Hagi accoppiato al talento in divenire di Raducioiu e alla nuova recluta viola Lacatus, ergo la strada sembra sbarrata ancor prima di averla imboccata.

L’organico, ad onor del vero, è interessante. Epurato Bell troppo impegnato a far polemica con la sua federazione, N’Kono difende ancora i pali e lo fa con la stessa destrezza con cui meravigliò il mondo in quel di Vigo – ad eccezione del gol di Graziani che lo… gelò – anche se gli anni cominciano a pesare; c’è sempre Kunde, omaccione nerboruto che Zoff e compagni impararono a conoscere in quei tempi di gloria; Tataw è il capitano e poi c’è un vecchio amico, dall’età non ben identificata, che da anni presta piede e inventiva nel campionato francese. Si chiama Roger Milla e farà parlar di sè, questo è certo.

L’8 giugno è il giorno dell’apertura dei campionati, e a Milano è di scena l’Argentina. Tocca proprio al Camerun bagnare l’esordio del detentori del titolo, sua maestà Maradona è della partita e con lui Caniggia, Balbo, Burruchaga e Sensini che hanno la presunzione di pensare che si andrà a passeggio. Errore, grossolano errore. Gli africani si difendono e contrattaccano, picchiano e corrono, termineranno in nove ma nel frattempo, minuto 67, Omam-Biyik sale in cielo a colpire di testa e uccellare Pumpido, che la combina grossa accompagnando la palla in fondo al sacco. I 73.000 e rotti dello stadio Meazza sono attoniti, e c’è da gridare al clamoroso quando il triplice fischio del francese Vautrot suggella l‘1-0 Camerun che apre la rassegna.

Di colpo la squadra africana occupa le prime pagine dei giornali, c’è necessità pertanto di dimostrare che non solo di fortuna e casualità si trattò quel pomeriggio. Ecco allora che a Bari, sei giorni più tardi, contro la Romania, inizia a prendere forma lo spauracchio di un signore di mezza età, Milla appunto, gettato nella mischia a gioco inoltrato perchè la benzina non è tanta, ma che di classe ed esperienza è in grado di spostare gli equilibri: al minuto 59 scocca la sua ora ed ha tempo a disposizione quanto basta per segnare le due reti che assicurano il successo, 2-1, e la qualificazione anticipata al secondo turno. Con l’Unione Sovietica il tranello non riesce, 0-4, ma non importa, tanto è solo accademia.

Vabbè, dai, dove vuoi che possa arrivare il Camerun… son le voci che circolano tra gli addetti ai lavori. Ma il bello deve ancora venire. Prima puntata: ottavi di finale con la Colombia, 23 giugno, stadio San Paolo di Napoli. I sudamericani hanno il vento in poppa, li allena un santone, Maturana, e li guida in campo un regista capellone, Valderrama. Sono il nuovo che avanza, hanno ambizione e giocano un buon calcio ma… ma c’è sempre lui, Milla il sempreverde, e c’è Higuita, portiere saltimbanco che a quanto pare ha predisposizione per il circo: ai tempi supplementari entrano in scena e se l’attaccante sblocca il punteggio partendo, è noto, dalla panchina, all’estremo difensore va male l’azzardoso tentativo di dribbling proprio a Milla che soffia palla, raddoppia e manda il Camerun a giocare i quarti di finale con l’Inghilterra.

Ecco, se fino ad allora gli africani ci hanno messo grinta a grappoli, un pizzico di sana cattiveria e la dea bendata li ha indubbiamente assistiti, nel match con i britannici è l’ora di giocare a calcio. E lo fanno maledettamente bene. Seconda puntata, 1 luglio, solito teatro, stadio San Paolo di Napoli. Da una parte blasone, tradizione e classe; dall’altra freschezza, una buona dose di incoscienza e forza fisica: mescolate il tutto e il prodotto è eccellente, ovvero la partita più bella del Mondiale. Peccato che a dirigerla, così come la finalissima qualche giorno più tardi, ci sia un uomo nero con smisurata propensione al protagonismo, tale Edgardo Codesal Mendez della Federazione messicana. Platt sblocca al 25′, Kunde dal dischetto pareggia al 61′, Ekeke sorpassa quattro minuti dopo. Il Camerun assapora il traguardo storico delle semifinali, manovra che è un piacere ma sul più bello inciampa sulle decisioni del direttore di gara che assegna un primo penalty, trasformato da Lineker al minuto 83, ne concede un altro a supplementari in corso che l’attaccante, con freddezza, trasforma ancora.

Che vi avevo detto? 3-2 Inghilterra il punteggio, i leoni indomabili tornano a casa e la fiaba, meravigiosa, finisce qui. Bella ma incompiuta.

LUCCHINELLI E MAMOLA, DUELLANTI IN CLASSE 500

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Marco Lucchinelli su Suzuki – da mucchioselvaggio.net

Oggi abbiamo Valentino Rossi che si azzanna con gli spagnoli, un tempo c’era Agostini che lasciava le briciole agli avversari. Ma tra i due fenomeni che hanno scritto la storia della classe 500, è bene ricordare che nel 1981 un altro azzurro conobbe il trionfo e divenne campione del mondo nella categoria regina del motociclismo.

Marco Lucchinelli ha debuttato nel 1975 in classe 350 ma è solo dall’anno precedente che corre in classe 500 con la Suzuki ufficiale del Team Gallina, incassando all’ultima prova il primo successo iridato nel Gran Premio di Germania sul circuito di Nordschleife. Al via della stagione 1981 il pilota italiano affianca Randy Mamola che punta al titolo, Kenny Roberts è detentore degli ultimi tre con la Yamaha ed insieme al compagno di scuderia Barry Sheene sembra essere il favorito del campionato.

Il sipario si alza il 26 aprile con il Gran Premio d’Austria a Salisburgo, e l’abbrivio per Lucchinelli non è dei più felici, si avvia col secondo tempo in qualifica alle spalle di Graeme Crosby, altro pilota ufficiale in Suzuki, ma si ritira lasciando via libera a Mamola che si impone anticipando proprio Crosby. Sette giorni dopo, ad Hockenheim in Germania, Lucchinelli sale sul terzo gradino del podio, Roberts e Mamola lo battono dopo una lotta serrata e sembrano prendere il largo in classifica. Altra settimana, altra corsa, stavolta sul tracciato di Monza dove Roberts rinnova l’appuntamento con la vittoria e balza al comando della graduatoria, nel giorno in cui Mamola non raccoglie punti e Lucchinelli non va oltre il quinto posto, nonostante il miglior tempo in prova.

Ma Lucchinelli siede su una moto altamente competitiva, le doti di guida sono indubbie e l’individuo ha classe e brillantezza. Se a questo si aggiunge una dose massiccia di ardimento in gara, tanto da ritenerlo tra i più spericolati del lotto, ecco che il cocktail non può che essere vincente e dal Gran Premio di Francia sul circuito di Le Castellet il pilota ligure diventa ingiocabile per gli avversari. Mette in fila altre cinque pole-position consecutive, che si accoppiano a quattro vittorie proprio in Francia, in Olanda, in Belgio e nel Gran Premio di San Marino, con l’aggiunta del secondo posto in Jugoslavia alle spalle di Mamola che assurge al rango di concorrente più pericoloso nella corsa al titolo mondiale.

La sera del 12 luglio, a chiusura della prova sanmarinese di Imola, Lucchinelli è in testa alla classifica con 88 punti, inseguito da Mamola a quota 72, e con tre sole gare ancora da disputare l’ipoteca sulla vittoria finale è consistente. Ma a Silvestone Lucchinelli cade e l’americano riduce il divario a soli sei punti giungendo secondo alle spalle di Roberts che torna pure lui in gioco, rimandando la soluzione finale al Gran Premio di Finlandia, dove Lucchinelli pilota da dominatore la sua Suzuki lasciando Mamola a 20secondi. Manca solo il suggello ad un titolo che non può sfuggire, ed il 16 agosto, in Svezia, sul circuito di di Anderstorp, Lucchinelli e Mamola rimangono a distanza da Barry Sheene. Marco si accontenta di un anonimo nono posto ma è quanto basta ad issarlo sul tetto del mondo.

L’anno dopo Franco Uncini gli strapperà il titolo, un paio di decenni poi toccherà al “dottor Rossi“… ma il 1981 segnerà per sempre, indelebile, il nome di Marco Lucchinelli.

MONDIALI DI ST.MORITZ 1974, GUSTAVO THOENI “GIGANTE” ROMPE L’INCANTESIMO

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Gustavo Thoeni in trionfo – da gazzetta.it

Zeno Colò ad Aspen, nel 1950, aveva mostrato allo sci italiano cosa andava fatto e come bisognava serpeggiare tra i pali per vincere uno slalom gigante mondiale. Ma poi gli azzurri erano entrati in una sorta di limbo, dimenticando l’insegnamento del campione abetonese; per ventiquattro anni erano rimasti all’asciutto e la medaglia d’oro era diventata una chimera.

Ma la mattina del 5 febbraio 1974, sulle nevi elvetiche di St.Moritz, infine l’incantesimo si rompe. L’eroe capace di simile impresa è un ragazzo di Trafoi, schivo e taciturno, neppure ventitreenne, ma che scia come un maestro e vanta già un palmares da fuoriclasse assoluto. Gustavo Thoeni, è lui l’eroe, da tre stagioni domina in Coppa del Mondo, ai Giochi olimpici di Sapporo due anni prima ha intascato l’oro in gigante e l’argento in slalom (validi anche come prova mondiale), ma con i Mondiali ha un conto in sospeso: nel 1970 in Valgardena, debuttante nel Circo Bianco e novizio alla kermesse mondiale, ha chiuso lo slalom in quarta posizione, deragliando dopo poche porte in gigante.

La Valanga Azzurra – perchè i tempi son quelli – schiera al cancelletto un quartetto agguerrito: Thoeni, Gros, Stricker e Schmalzl qualche settimana prima hanno occupato, insieme a Tino Pietrogiovanna, i primi cinque posti della prova di Berchtesgaden nel giorno in cui, appunto, la Valanga Azzurra è esplosa, plasmata da quel magnifico pigmalione che risponde al nome di Mario Cotelli. L’austriaco Hans Hinterseer, bello, biondo e maledettamente competitivo, è l’avversario più temibile di un lotto di partecipanti che comprende un giovanissimo Stenmark, che si affaccia appena nel Circo BiancoKlammer che si schiera al via ma non è la sua disciplina preferita, lo svizzero Pargaetzi che non ha precedenti sul podio ma è dato in buona forma.

Macchè, non c’è n’è per nessuno già nel corso della prima manche, che Thoeni pennella con audacia e intraprendenza associata ad una perfezione stilistica che non ha eguali, lasciando gli avversari a distanza di sicurezza. E’ già Grande Italia, con Schmalzl che chiude in seconda posizione e Gros che occupa il terzo gradino del podio provvisorio. Hinterseer ha palesato diverse incertezze e il cronometro lo penalizza, ma c’è ancora una seconda discesa da disputare e i giochi non sono ancora fatti.

O almeno, non lo sono per i piazzamenti che valgono una medaglia, perchè per l’oro Thoeni ha già una grossa credenziale da presentare all’incasso. Hinterseer esce dal cancelletto come una furia, si batte come un leone, rischia di saltare a più riprese ma riesce a tagliare il traguardo con un tempo eccellente e per il soffio di 7centesimi scavalca Piero Gros, che pare doversi accontentare di un piazzamento ai piedi del podio. Non è così perchè Schmalzl spreca l’occasione della vita pagando a carissimo prezzo un errore madornale sull’ultimo muro, trovandosi così, lui sì, con la medaglia di legno al collo. Tocca a Thoeni, l’incedere del fuoriclasse è più prudente ma basta e avanza per garantire un margine rassicurante su Hinterseer, secondo a 92centesimi. Gros, euforico per la vittoria di Gustavo, è medaglia di bronzo, un deluso Schmalzl quarto e Stricker sesto, artefice di una rimonta orgogliosa. Nono e decimo due che di medaglie ne vinceranno parecchie, ma altrove, Stenmark e Klammer.

L’oro è di Gustavo Thoeni, primo “gigante” mondiale che batte bandiera bianco-rosso-verde dai tempi di Zeno Colò: qualche giorno dopo, tra i pali stretti dello slalom, concederà un clamoroso bis.