LA GLORIA OLIMPICA E MONDIALE DEL VOLLEY POLACCO DI META’ ANNI ’70

polcub158-x
Una fase del match Polonia-Cuba ai Giochi di Montreal 1976 – da:volleyray.com

Articolo di Giovanni Manenti

Inutile sprecare giri di parole, il dato di fatto incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti, vale a dire che il panorama della Pallavolo internazionale parla, sino a fine anni ’80, esclusivamente la lingua dell’Europa dell’Est, e segnatamente l’idioma russo, sia a livello di Club che, ancor più, di squadre nazionali …

Prova ne sia che, nelle prime 7 edizioni dei Campionati Mondiali – dalla inaugurale del 1949 in Cecoslovacchia e sino alla Rassegna del 1970, svoltasi in Bulgaria – l’unico Paese a salire sul podio, con un “misero” bronzo conseguito proprio in quest’ultima occasione, è il Giappone, a fronte di 4 successi sovietici, due cecoslovacchi ed uno, a sorpresa, della Germania Est nella citata edizione del 1970, la sola che non vede lo squadrone sovietico andare a medaglia.

Situazione di certo non migliore a livello olimpico – dove tale Disciplina è introdotta dai Giochi di Tokyo 1964 su espressa richiesta del Paese ospitante – visto che nelle tre edizioni (1964, ’68 e ’72) disputatesi, il solo sestetto nipponico è riuscito ad imporsi a Monaco, coronando un percorso che lo aveva visto aggiudicarsi il bronzo all’esordio e l’argento quattro anni dopo (sempre con l’Urss medaglia d’oro), avendo la meglio 3-1 in Finale sulla Germania Est Campione iridata, con l’Unione sovietica costretta ad accontentarsi del gradino più basso del podio …

Si tratta, in sostanza, di una contrapposizione tra Il gioco di alto livello tecnico, vario negli schemi e veloce praticato in Giappone e la straripante potenza fisica degli atleti dell’Est, dato che nella parte occidentale del Vecchio Continente è ancora ben lungi da venire la “rivoluzione copernicana” predicata da Velasco con l’Italia di fine anni ’80 – che negli anni a seguire avrà validi proseliti anche in Olanda, Francia, Spagna e, più recentemente, anche in Belgio – nel mentre oltre Oceano stanno muovendo i primi passi formazioni del calibro di Cuba, Brasile e Stati Uniti, in grado di rendere la Pallavolo uno Sport quanto più globale si possa immaginare.

Ma restiamo, al momento, focalizzati su questo inizio di anni ’70, dove, tra i Paesi dell’Europa orientale – eccezion fatta per l’Ungheria, la quale riversa tutte le proprie energie nella Pallanuoto, una sorta di Sport nazionale magiaro, oltretutto con eccellenti risultati – ve ne è uno che sinora non è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio, vale a dire la Polonia …

Quinta, difatti, alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 ed addirittura nona all’edizione successiva di Monaco ’72, la Nazionale polacca può al massimo vantare tre quarti posti iridati, avendo altresì concluso i Mondiali 1970 al quinto posto, quelli, per intendersi, dell’inattesa disfatta sovietica, relegata in un’anomala sesta posizione.

A digiuno, pertanto, di qualsiasi tipo di medaglia sia olimpica che iridata – ed anche in sede di Campionati Europei non c’è da far “salti di gioia”, potendo contare appena su di un bronzo raccolto nell’edizione 1967 svoltasi in Turchia – la Polonia non può che accettare il ruolo di “Parente povera” nel panorama pallavolistico dell’Est Europa che, al contrario, vede, Urss a parte, la Cecoslovacchia vantare un argento ed un bronzo olimpici, due Ori e quattro argenti iridati, nonché tre Ori ed altrettanti argenti a livello continentale.

E fanno meglio anche la Romania (due argenti ed altrettanti bronzi iridati, un Oro, due argenti ed un bronzo continentali), al pari della Bulgaria (un argento e due bronzi ai Mondiali ed un argento ed un bronzo agli Europei), mentre la ricordata Germania Est racchiude il proprio Palmarès nel citato titolo iridato del 1970, cui segue l’argento olimpico di Monaco 1972.

Parimenti, nessuna squadra di Club polacca si è sinora affermata nella più prestigiosa Manifestazione continentale, dove solo nel 1973 il Rzeszow raggiunge la Finale, solo per essere sconfitto dalla “Armata rossa” del CSKA Mosca, il quale guida a tutt’oggi dall’alto la Graduatoria dei Trofei conquistati con ben 13 successi, ancorché l’ultimo risalga al 1991, forse non a caso coincidente con la disgregazione dell’impero sovietico …

Ma qualcosa si sta muovendo nel Paese stretto tra Germania Est ed Unione Sovietica e che, ricordiamo, in un periodo in cui è ancora lontana dal concludersi la “Guerra Fredda” tra i blocchi occidentale ed orientale – ne avremo una chiara testimonianza che, purtroppo, coinvolge anche il Mondo dello Sport con i mai tanto sciagurati boicottaggi dei Giochi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 – non vive al suo interno certo di un rapporto idilliaco nei confronti del regime comunista imposto da Mosca, non fosse altro che per la connotazione profondamente cattolica dei propri abitanti rispetto al disprezzo delle religione tipico della filosofia marxista-leninista, con altresì molti atleti “figli della Seconda Guerra mondiale”, periodo in cui la Polonia ha rischiato seriamente di essere annientata, spartita da un lato dalle forze naziste e, dall’altro, da quelle sovietiche …

Qualcuno dei lettori potrà obiettare che questa divagazione poco ha a che fare con un racconto sportivo, ma la stessa serve a comprendere come in una qualsiasi disciplina gli aspetti motivazionali abbiano una componente fondamentale per raggiungere determinati obiettivi, prova ne sia il divenuto famoso “gesto dell’ombrello” rivolto al pubblico di Mosca dall’astista polacco Wladyslaw Kozakiewicz in occasione del salto a m.5,78 che gli vale la medaglia d’Oro alle Olimpiadi 1980 …

E, così come l’esplosione del Volley azzurro – di cui l’argento iridato di Roma 1978 rappresenta un episodio fine a se stesso – ha un nome e cognome ben precisi nella figura del Tecnico argentino Julio Velasco, altrettanto avviene per la Polonia, con la nomina alla guida della Nazionale di Hubert Wagner, già componente, in qualità di giocatore, della spedizione giunta quinta sia ai Giochi di Città del Messico ’68 che ai Mondiali 1970.

Ereditata la formazione che aveva deluso ai Giochi di Monaco 1972, rimediando solo sconfitte nel Girone eliminatorio contro le “sorelle dell’Est Europa” (0-3 contro la Cecoslovacchia, 2-3 contro Urss e Bulgaria), oltre ad un 1-3 contro la Corea del Sud, così da classificarsi non meglio che nona, Wagner che, come detto, conosce bene la quasi totalità dei giocatori per aver condiviso esperienze olimpiche e mondiali, ritiene gli stessi ancora più che affidabili, confermandone ben 7 – Bosek, Gawlowski, Kabarz, Stefanski, Zarzycki e Gosciniak, oltre al leader e Capitano Edward Skorek – tra i selezionati per i Mondiali che si svolgono dal 12 al 28 ottobre 1974 in Messico …

Ad essi, il neo Commissario Tecnico aggiunge i giovani Czaja, Rybaczewski e Woytowicz, oltre ai più esperti Sadalski e, soprattutto, Aleksander Skiba, già presente sia ai Giochi di Città del Messico 1968 che alla Rassegna iridata 1970, e che verrà ad allenare in Italia a Parma per poi restare nel nostro Paese sino alla prematura scomparsa, avvenuta nel 2000 a soli 55 anni …

Wagner è convinto che i suoi ragazzi abbiano tutte le potenzialità fisiche e tecniche per emergere ai massimi livelli e che la sola cosa su cui debba lavorare è la concentrazione e l’autostima – in ciò confortato dalle sfide ai Giochi di Monaco ’72 contro la Bulgaria (sconfitta 2-3 dopo aver condotto 2 set a 0) e contro l’Unione Sovietica, contro cui giocano alla pari perdendo 2-3 ma con un numero complessivo di punti (67-66) a loro favorevole – compito tutt’altro che proibitivo per chi è nato nel marzo del 1941 ed ha dovuto vivere la propria infanzia in mezzo agli orrori del secondo conflitto mondiale …

Poiché, giocoforza, il Torneo di Volley olimpico deve essere compresso in due settimane con la partecipazione di sole 10/12 squadre, i Mondiali rappresentano, al contrario, una vetrina ben più qualificata, con il doppio di formazioni iscritte, suddivise in sei Gironi da quattro squadre ciascuno, da cui si qualificano le prime due per dar vita ad ulteriori tre Gruppi da quattro squadre, con ancora le migliori due a comporre le “Final Six” che si incontrano nuovamente in un “Girone all’italiana”, ripartendo tutte da zero …

Una Manifestazione, pertanto, quanto mai massacrante, con la Polonia che, in forza degli scarsi risultati sinora conseguiti a livello internazionale non può certo pretendere di essere considerata “testa di serie”, venendo sorteggiata nel Girone di Toluca, assieme ad Urss, Usa ed Egitto …

E’ comunque l’occasione per testare subito gli eventuali progressi del sestetto di Wagner, e le risposte non potrebbero essere più positive, visto che, dopo il comodo 3-0 ai nordafricani, la Polonia supera 3-1 sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, infliggendo a quest’ultima parziali di 15-9, 6-15, 15-6, 15-11 impensabili solo fino a due anni orsono …

L’aver vinto il proprio Girone consente alla Polonia di poter beneficiare di una seconda fase più agevole, visto che fanno parte del suo Gruppo il Belgio (facile 3-0) ed i padroni di casa del Messico (3-1 molto più combattuto di quanto si potesse pensare …), affrontati dopo aver dato una schiacciante dimostrazione di superiorità contro i Campioni in carica ed argento olimpico della Germania Est, travolta 3-0 con parziali (15-4, 15-6, 15-2) a dir poco imbarazzanti …

Se la formula avesse ricalcato quella in uso più avanti nella Rassegna iridata – e cioè di mantenere i risultati conseguiti nella Fase eliminatoria nel Girone finale – la Polonia avrebbe già avuto un cammino più facile nella corsa verso il podio, ma all’epoca quanto fatto in precedenza non ha valore alcuno, ed ecco che tutte e sei le formazioni qualificate ripartono da zero, incontrandosi l’un l’altra in cinque giorni consecutivi nella Capitale Città del Messico …

Con cinque rappresentanti dell’Europa dell’Est – Urss, Polonia, Germania Est, Cecoslovacchia e Romania – ed il solo Giappone a rappresentare il “Resto del Mondo, la svolta giunge al primo turno, allorché il 22 ottobre 1974 scendono sul parquet i sestetti di Polonia ed Unione Sovietica, sfida che i ragazzi di Wagner fanno loro per 3-2 dopo aver preso il vantaggio nel primo, combattuto parziale (16-14), per poi concedere agli avversari il secondo e quarto set (9-15 e 12-15, rispettivamente), ma dimostrandosi superiori sia nel portarsi sul 2-1 (15-6) che mantenendo la freddezza necessaria per aggiudicarsi 15-7 il quinto e decisivo parziale …

Non aveva torto, il 33enne tecnico di Poznan, nel ritenere che ai suoi ragazzi mancasse solo la convinzione nei propri mezzi, necessaria proprio nei momenti topici di ogni singolo incontro, e che stavolta, al contrario, viene fuori in occasione delle sfide con Cecoslovacchia e Germania Est, entrambe sconfitte 15-5 al quinto set, a dimostrazione altresì di un’eccellente condizione fisica, ma al termine di due match dall’andamento diametralmente opposto …

Contro i cechi, difatti, la Polonia è brava a non vanificare il successo contro l’Urss ritrovandosi sotto per 0-2 (13-15, 14-16), per poi riacquistare gioco e concentrazione per far sì che i successivi parziali (15-6, 15-10, 15-5) non avessero storia, mentre la rivincita contro una Germania Est umiliata nel precedente confronto, li vede riordinare le idee dopo aver sprecato a propria volta un vantaggio di 2-0 (15-7, 15-9) perdendo il terzo e quarto set (13-15, 12-15) sino al decisivo 15-5 dell’ultimo parziale …

Nel frattempo, l’Unione Sovietica si è ripresa alla grande, macinando un successo dietro l’altro su Romania (3-1), Giappone, Germania Est e Cecoslovacchia – tutte spazzate via per 3-0 – così che per la Polonia, che a propria volta non ha avuto difficoltà a far suo per 3-0 il match contro la Romania, diviene decisiva la sfida, in programma il 28 ottobre 1974, contro il Giappone, in quanto al momento di scendere in campo l’Urss (che ha completato il proprio cammino) vanta 9 punti (4 vittorie ed una sconfitta) ed una differenza set di 14-4, mentre il sestetto polacco ha 8 punti frutto di sole vittorie, ma una differenza set peggiore (12-6) ed anche il Giappone – sconfitto solo dai sovietici – può ancora sperare con i suoi 7 punti ed una differenza set di 9-7 …

In pratica, un successo della Polonia le assicurerebbe il titolo iridato, che viceversa andrebbe all’Urss in caso di sconfitta, mentre il Giappone, per assicurarsi l’argento – con tutte e tre le squadre a concludere a pari punti con 4 vittorie ed una sconfitta a testa – necessita una vittoria per 3-0 …

Tutti calcoli che lasciano il tempo che trovano allorché Skorek & Co., dopo aver illuso i propri avversari (ed i sovietici in tribuna …) facendosi sorprendere 13-15 nel primo set, si aggiudicano con autorità il secondo ed il terzo parziale (15-7, 15-11), per poi soffrire, come è doveroso quando si lotta per salire sul “tetto del mondo”, nel quarto set, vinto 17-15 ai vantaggi e passare in un amen, dal “brutto anatroccolo” dell’Europa orientale, ancora a secco di medaglie olimpiche e/o iridate, allo “splendido cigno” che si issa sul gradino più alto del podio.

Una Polonia che non si ferma qui, e dopo essersi dovuta inchinare alla voglia di rivincita sovietica l’anno seguente, in occasione dei Campionati Europei 1975 svoltisi in Jugoslavia – dove l’Urss conferma il titolo conquistato nel 1967 e 1971 – cogliendo peraltro un sempre significativo secondo posto davanti ai padroni di casa ed alla Romania, l’obiettivo di Wagner è quello di puntare al “bersaglio grosso” costituito dalle Olimpiadi di Montreal 1976.

Potendo ancora contare su di uno “zoccolo duro” di ben 9 reduci dal titolo iridato – Bosek, Gawlowski, Kabarz, Rybaczewski, Sadalski, Stefanski, Zarzycki e Wojtowicz, oltre alla “leggendaSkorek, reduce da una stagione quale allenatore/giocatore in Italia alla Panini Modena, conclusa con la conquista dello Scudetto – Wagner vi aggiunge Bebel (già tra i selezionati ai Giochi di Monaco 1972 …), Lubiejewski, reduce dall’argento continentale, ed il 20enne Lasko, per un misto tra giovani ed esperti che si augura possa ben figurare …

Come ricordato, le Olimpiadi, dovendo sottostare a dei criteri di universalità e ristrettezza di tempi, vedono le iscritte ridotte a sole 10 squadre, ed all’Europa toccano quattro posti, appannaggio di Polonia ed Urss quali rispettive Campioni Mondiali ed Europei, oltre a Cecoslovacchia ed Italia, frutto di un Girone di qualificazione svoltosi nel nostro Paese, per quella che è la prima partecipazione ai Giochi per il sestetto azzurro …

Di contro, l’Asia è rappresentata dai Campioni olimpici in carica del Giappone e dalla sempre ostica Corea del Sud, il Nord e Centro America da Cuba, il Sudamerica dal Brasile, oltre ai padroni di casa del Canada ed alla rappresentante africana dell’Egitto, il quale peraltro si ritira dopo la prima gara aderendo al boicottaggio da parte degli altri Paesi del proprio Continente contro l’ammissione della Nuova Zelanda, rea di aver intrattenuto rapporto con il Sudafrica, in cui vive il quanto mai odioso regime di “apartheid” …

Nonostante la veste di Campione mondiale, la Polonia è tutt’altro che favorita dal sorteggio, dato che, a parte la “cenerentola” Canada, deve vedersela con Cuba, Cecoslovacchia e Corea del Sud, e Wagner farebbe volentieri a meno di dover ogni volta “verificare” la tenuta fisica e mentale dei suoi …

Ciò in quanto, già all’esordio, i detentori del titolo iridato si trovano sotto 0-2 (12-15, 6-15) contro i temibili sudcoreani, prima di riordinare le idee ed imporre la “legge del più forte” nei successivi parziali il cui esito (15-6, 15-6, 15-5) non lascia dubbio alcuna circa la legittimità del successo polacco …

kor-pol205-copy
Skorek contro il muro coreano – da:volleyray.com

Allenatosi contro i padroni di casa (3-0 con soli 17 punti concessi agli avversari …), il sestetto di Wagner torna in campo per affrontare Cuba e, manco a dirlo, parte nuovamente “ad handicap” in virtù dei primi due set (13-15, 10-15) appannaggio dei caraibici, prima di riequilibrare le sorti del match nei due successivi parziali (15-6, 15-9) e rimandare ogni decisione al quinto e decisivo set …

Ma chi pensa che l’inerzia della gara abbia oramai preso la strada della formazione dell’Est Europa deve subito ricredersi in quanto, trascinati da un superbo Sarmientos, i cubani ribattono colpo su colpo protraendo la sfida ai vantaggi prima che l’ultima parola tocchi a Skorek per il punto del definitivo 20-18 che, oltre alla vittoria, significa primo posto nel Girone ed accesso alle semifinali incrociate, dopo aver sbrigato la pratica (3-1) contro una Cecoslovacchia ormai “parente povera” dello squadrone capace di rivaleggiare ai vertici del Volley mondiale negli anni ’50 e ’60 …

L’aver concluso imbattuta il proprio Girone significa per la Polonia l’abbinamento con il Giappone, secondo nell’altro Gruppo alle spalle dell’Unione Sovietica (da cui è stato pesantemente battuto per 0-3) che, a propria volta deve vedersela contro Cuba, alleata politicamente, ma che in questo caso cercherà di rendere dura la vita alla formazione delle stelle Vladimir Kondra, Aleksandr Savin, Vladimir Chernyshov e di quel Vyacheslac Zaytsev che, trasferitosi successivamente in Italia, altri non è che il padre di Ivan, bronzo nel 2012 ed argento nel 2016 alle Olimpiadi con la Nazionale azzurra …

cuba-cccp126-x
Una fase della semifinale Urss-Cuba – da:volleyray.com

Divagazioni familiari a parte, l’Unione Sovietica – la cui ossatura è principalmente costituita dai giocatori del CSKA Mosca, da tre stagioni consecutive sul trono d’Europa quale vincitore della Coppa dei Campioni, Torneo al quale le formazioni sovietiche non partecipano nell’anno olimpico in preparazione ai Giochi – non ha alcun problema a sbarazzarsi del sestetto caraibico con un netto 3-0 (15-12, 15-7, 15-8 i relativi parziali), mentre ben diverso è il destino dei ragazzi di Wagner …

Pur essendo oramai abituati agli “alti e bassi” dei suoi, il tecnico non ha modo di rilassarsi neppure dopo che, perso il primo set 15-17, la Polonia prende decisamente in mano le redini del gioco, facendo suoi con un doppio 15-6 e successivi parziali, prima che tocchi al Giappone reagire con un 15-10 che rimanda ogni decisione al quinto e decisivo set, che Skorek & Co. si aggiudicano restituendo il 15-10 ai nipponici …

L’appuntamento con la storia e la “Gloria olimpica” è fissato per il 30 luglio 1976 alla “Paul Sauvé Arena” di Montreal e, fermo restando il fondamentale equilibrio tra i due sestetti, gli addetti ai lavori sono a chiedersi quanto possa incidere la tenuta fisica di una Polonia che ha sinora dovuto disputare ben 22 set contro gli appena 12 dei sovietici, che non hanno sinora concesso alcun parziale ai loro avversari …

E la sfida che va in scena è di quelle da prendere come “Spot pubblicitario” per il Volley, con due squadre che lottano accanitamente su ogni pallone ed il punteggio ne è la logica conseguenza, con l’Urss a portarsi sul 2-1 (15-11, 13-15, 15-12), prima che l’incontro tocchi il suo apice nel quarto parziale …

Lo stesso rappresenta, di fatto, l’ago della bilancia della Finale, in quanto, dopo emozioni a non finire, ad aggiudicarselo sono i polacchi per 20-18, ribaltando l’inerzia della gara e confermare la loro superiore forza mentale che li porta a schiantare 15-7 i sovietici nel quinto e decisivo set, l’unico senza storia dell’intero incontro, per quella che, tuttora, è l’unica Medaglia d’Oro olimpica per la Nazione dell’Europa orientale.

La serie vincente termina a causa della decisione di andare ad allenare il Legia Varsavia, lasciando l’incarico a Skiba che, peraltro, conduce la Polonia a quattro argenti consecutivi ai Campionati Europei dal 1977 al 1983 ed al quarto posto ai Giochi di Mosca 1980, dove l’Oro non sfugge ai padroni di casa, per poi vedere il Volley polacco tornare nell’anonimato sino alla recente ripresa costituita dai due titoli mondiali consecutivi conquistati nel 2014 e 2018.

Toccherà ora a questa nuova generazione cercare di rinverdire, l’anno prossimo alle Olimpiadi di Tokyo 2020, i fasti di quel “Triennio di Gloria” che resta in ogni caso indimenticabile nella storia pallavolistica del proprio Paese …

Annunci

BILL IVY, L’IRIDATO A CUI UN GRIPPAGGIO COSTO’ LA VITA

bi-f67
Bill Ivy – da forix.autosport.com

articolo di Nicola Pucci

A far la conta dei centauri che hanno accolto il rischio quale componente essenziale dell’attività agonistica e in virtù di ciò ci hanno lasciato la buccia nel corso degli anni Sessanta, ci vorrebbe il pallottoliere. Tante, troppe le giovani vite spezzate nel rincorrere l’affermazione, a due così come a quattro ruote, e quella di Bill Ivy, campioncino inglese di bellissime speranze, è una di queste.

Occorre partire dalla fine, ahimè, ovvero da quel maledetto sabato 12 luglio 1969 quando Ivy, impegnato nelle prove del Gran Premio della Germania Est sul circuito del Sachsenring, guida la sua Java Typ 673 350 4 cilindri due tempi tanto velocemente da cercare di fissare un cronometro che gli consenta di tenere il ritmo della MV Augusta di Giacomo Agostini, dominatore della stagione. In verità la moto ha già palesato più volte noie meccaniche, ma stavolta il grippaggio all’atto di abbordare una curva a 140 km/h provoca l’incidente che sbalza Bill di sella privandolo del casco e proiettandolo contro un muretto di cemento non protetto da balle di fieno. L’impatto è tale che lo sventurato motociclista perde conoscenza, morendo di lì a qualche ora all’ospedale di Hohenstein.

La morte precoce, e naturalmente tragica, priva il mondo del motociclismo di un pilota audace e sbarazzino, nato 27 anni prima a Maidstone e che in gioventù si era distinto anche con i guantoni da pugile, vincendo a livello studentesco e meritandosi l’appellativo di “little Bill” per la taglia minuta. Il padre gli regala, al compimento dei 14 anni, una Francis-Barnett ed è la scintilla che incendia il suo animo di ragazzo preposto alla velocità, sviluppando da quel giorno un amore senza pari per il mezzo a due ruote. Non tarda a partecipare alle prime gare, e se il contratto di assunzione con la Associated Motor Cycles gli garantisce il posto alla catena di montaggio e poi quello di meccanico, solo nel 1959 ottiene l’abilitazione a gareggiare con una Itom 50 sul circuito di Brands Hatch, dove con un terzo posto legittima la scelta del titolare dell’officina, Don Chisolm, di farlo correre.

Il dado è tratto, e se la sua guida è irruente, così come il carattere, nondimeno in pista Ivy ci sa fare, vincendo l’anno dopo sullo stesso tracciato con una Matchless 500 e debuttando nel campionato inglese in classe 250. Gli exploit in gara vanno di pari passo, ad onor del vero, con qualche doloroso infortunio, ma nel 1962 l’inglese è pronto ad affacciarsi al grande palcoscenico del Motomondiale, partecipando al Tourist Trophy con una Honda 50, per poi collezionare 12 mesi dopo un onorevole settimo posto che migliora il 25esimo del debutto.

Qualche anno ancora nelle cilindrate minori, poi nel 1965 Ivy si merita l’ingaggio da parte della Yamaha, non prima aver vinto due titoli inglesi in classe 125 e in classe 500. La casa giapponese lo affianca a Phil Read, campione del mondo in carica proprio in classe 125, e se al primo anno sale una prima volta sul podio in Giappone in classe 250, alle spalle di Mike Hailwood e Isamu kasuya, entrambi in sella ad Honda, nel 1966, assoldato in pianta stabile come pilota ufficiale, è competitivo ai massimi livelli, disputando un’eccellente stagione in classe 125 terminando secondo in classifica alle spalle dello svizzero Luigi Taveri con il corollario della prime vittorie iridate, ben quattro.

Come è conseutudine dell’epoca, Ivy gareggia in più cilindrate, cogliendo un terzo posto in Germania in classe 250 e chiudendo secondo in Giappone in classe 350, battuto di un soffio dal collega di scuderia, appunto Phil Read, ma gli ottimi risultati sono solo l’antipasto di quel che Ivy è capace di fare l’anno dopo, 1967, e quello dopo ancora, 1968, quando assomma 10 vittorie in classe 125 con annesso titolo e secondo posto in classifica (alle spalle ovviamente di Read) e 7 in classe 250 con due piazze sul podio finale, terzo e secondo. In questo caso nel 1968 cede a Read in quanto i due, compagni di squadra, hanno vinto lo stesso numero di Gran Premi ed hanno lo stesso numero di secondi posti; dato che il regolamento esclude però la possibilità di assegnazione del titolo in ex aequo, viene aggiunto un comma retroattivo che introduce l’ulteriore discriminante del minore tempo complessivo nei Gran Premi validi per il punteggio. Il titolo viene così assegnato a Read, la cui somma dei tempi risulta inferiore di circa due minuti.

Ci sarebbe tutto il tempo per prendersi la rivincita, tanto più che per il 1969 Ivy, oltre a declinare anche verso l’automobilismo impegnandosi con profitto in Formula 2, accetta l’offerta della cecoslovacca Java per gareggiare in classe 350 con una 4 cilindri. Ma c’è da ostacolare l’immenso Agostini, che con la sua 3 cilindri domina la concorrenza dall’alto di una classe superiore, e quando, dopo due secondi posti ad Hockenheim ed Assen, il calendario programma la prova del Sachsenring, il 12 luglio, ecco che Ivy va incontro al suo destino. E, purtroppo, è un destino mortale.

 

HEYSEL, 29 MAGGIO 1985, QUANDO 39 VITE VALGONO MENO DI UNA COPPA …!!

Foto 1-k45D-U1080635761531rnB-1024x576@LaStampa.it.jpg
Il titolo all’indomani del quotidiano torinese – da:lastampa.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando succedono tragedie che lasciano il segno nella mente di ognuno di noi – a solo titolo esemplificativo ricordo la Strage di Capaci dove perse la vita il Giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie ed a tre uomini della scorta oppure l’attentato alle Torri Gemelle a New York – resta impresso il ricordo di dove fossimo e cosa stessimo facendo nel momento in cui apprendiamo la notizia …

Sicuramente molto più semplice, per ogni sportivo ed appassionato di calcio, è ricordare dove si trovava la sera di mercoledì 29 maggio 1985, in cui stava per disputarsi l’evento clou della stagione calcistica europea, ovvero la Finale di Coppa dei Campioni tra le due formazioni più accreditate alla vigilia, vale a dire gli inglesi del Liverpool, detentori del Trofeo, e la Juventus, vincitrice l’anno precedente della Coppa delle Coppe e finalista due anni prima ad Atene contro l’Amburgo …

E, difatti, allorché al primo turno si registra l’eliminazione sia dei Campioni di Spagna che di Germania – peraltro non “le solite note”, bensì l’Athletic di Bilbao, sorpreso (2-3, 0-0) dai francesi del Bordeaux, e lo Stoccarda, fatto fuori (1-1, 2-2) dai bulgari del Levski Sofia – solo un sorteggio che le accoppiasse prima dell’atto conclusivo poteva impedire che la Finale fosse tra le due favorite d’obbligo.

Due soli momenti di rispettiva apprensione durante il loro cammino – un 3-1 interno contro il Benfica difeso con lo 0-1 allo “Estadio da Luz” negli ottavi per i “Reds”, e la sconfitta per 0-2 a Bordeaux nella semifinale di ritorno per i bianconeri che rischia di mandare in fumo il 3-0 dell’andata a Torino – e quindi italiani ed inglesi sono pronti a darsi battaglia sul terreno dello Stadio Heysel di Bruxelles …

Battaglia “sportiva”, ovviamente, tra due squadre che si temono e si rispettano – e che già avevano avuto modo di incontrarsi il 16 gennaio 1985 a Torino per contendersi la Super Coppa Uefa, con vittoria della Juventus per 2-0, doppietta di Boniek – ma che mai avrebbero pensato che una partita di calcio avesse potuto generare quella che, a tutti gli effetti, diviene tristemente famosa come “la strage dell’Heysel”.

maxresdefault
Scirea festeggia la Super Coppa UEFA – da:youtube.com

Già, l’Heysel, ed è da qui che iniziano le “dolenti note”, in quanto trattasi di un impianto assolutamente inadeguato per ospitare un evento di tale portata, trattandosi di una struttura risalente al 1929 ed inaugurata l’anno successivo, pertanto vetusta ed obsoleta, nonché priva di uscite di sicurezza in caso di incidenti e delle più semplici pareti divisorie.

Abituati ad altri e più adeguati scenari, sia il Presidente bianconero Giampiero Boniperti che l’Amministratore Delegato del Liverpool Peter Robinson, invano fanno pressione sull’UEFA affinché sposti la sede della Finale, considerando che la stessa oppone due tra le più fori compagini europee e la disponibilità di impianti ben più capienti e sicuri quali il “Camp Nou” di Barcellona ed il “Santiago Bernabeu” di Madrid …

Ma i massimi dirigenti europei non intendono sentire ragioni, probabilmente fidandosi del fatto che lo “Stadio Heysel” aveva già ospitato incontri di massimo livello, oltre alla Finale dei Campionati Europei per Nazioni del 1972 tra Germania Ovest ed Unione Sovietica, vi si erano difatti disputati gli ultimi atti della Coppa dei Campioni 1958, 1966 e 1974 e di Coppa delle Coppe 1964, 1976 e 1980, così come l’Anderlecht, non più tardi di 24 mesi prima, vi aveva giocato la gara di andata della doppia Finale di Coppa Uefa contro proprio gli inglesi del Tottenham, e quindi, di che preoccuparsi …??

Foto-storiche-Heysel00002
Lo Stadio Heysel come si presentava nel maggio 1985 – da:quellidiviafiladelfia.org

Si saprà in seguito che il sopralluogo degli ispettori UEFA all’impianto era durato non più di 30’, ma ritorniamo, invece, ai ricordi di chi scrive che, come milioni di italiani, si appresta ad assistere all’evento accendendo la Tv – la ripresa è prevista su Rai2, telecronista Bruno Pizzul – ed, invece delle consuete scene pre-partita, coi giocatori che effettuano il riscaldamento in campo ed i rispettivi tifosi ad incoraggiarli con canti e cori, vede apparire sullo schermo immagini di cui a fatica riesce a comprenderne il significato …

Già, perché circa un’ora prima dell’inizio della gara (fissato per le 20,15 …) qualcosa di grave era accaduto nella curva riservata ai supporters inglesi, ma non dagli stessi interamente riempita, essendo rimasto invenduto il “settore Z”, dei cui biglietti erano entrati in possesso spettatori tranquilli e meno abituati ad ogni sorta di “guerriglia” – come magari sarebbero stati preparate le frange ultras bianconere, viceversa occupanti la curva opposta – tanto che fra di loro, oltre a tifosi italiani ve ne sono anche di altre nazionalità …

Oltretutto, a dividerli dalla preponderante tifoseria inglese vi sono solo due basse reti metalliche, e superale le quali è in pratica un gioco da ragazzi per i famigerati “Hooligans” che vedono la presenza di “estranei” nella loro curva come una sorta di affronto e, circa un’ora prima dell’orario previsto per l’inizio della sfida, si lanciano all’attacco sfondando le reti divisorie per “conquistare detto spazio” (“take an end”), come se fosse un territorio da occupare in tempo di guerra …

Impauriti da tale violenza e, ribadiamo, assolutamente impreparati ad una tale evenienza stante il loro carattere pacifico non facendo parte di alcuna frangia estremista del tifo, gli spettatori si danno alla fuga impauriti, alcuni di loro provano a rifugiarsi sul terreno di gioco, dove le “solerti” forze dell’ordine belghe, assolutamente impreparate a fronteggiare un tale evento, non trovano di meglio che manganellare i tifosi che cercano una via di salvezza sul campo, di fatto rispedendoli sulle tribune dove, nel frattempo, si sta consumando la tragedia …

Presi dal panico, difatti, centinaia di tifosi si ammassano sul muro di recinzione dello Stadio – alcuni di loro si lanciano anche volontariamente nel vuoto con un balzo di 10 metri – con il risultato che lo stesso, formato da calcestruzzo e, si scoprirà in seguito, in parte indebolito dai varchi che taluni vi avevano creato a calci per entrare gratis, crolla sotto il peso della gente con scene allucinanti di persone che vengono schiacciate dal relativo peso, mentre altre vengono calpestate dalla folla impazzita che cerca una via di scampo sia verso l’esterno che entro il terreno di gioco.

strage-heysel
Una drammatica immagine degli incidenti – da:crono.news

Una visione apocalittica, alla quale un battaglione della Polizia belga, di stanza a meno di un chilometro dall’impianto, riesce in qualche modo a riportare la calma, presentandosi però allo Stadio solo mezz’ora dopo l’inizio degli incidenti, della cui gravità iniziano a rendersi conto anche i tifosi bianconeri occupanti la curva opposta, i quali divellano la rete di recinzione, pronti a volersi fare giustizia da sé, ma oramai – e per fortuna, sottolineo io – il campo è presidiato dalle forze dell’ordine e le due tifoserie non vengono mai a contatto.

Ecco, è questo lo scenario che si presenta innanzi a coloro che, come me, pensavano di dover assistere ad una splendida serata di Sport, mentre invece, con le notizie che si rincorrono circa lo stato dei feriti, iniziano a circolare le prime voci circa la possibile presenza di morti, ed un sempre più imbarazzato Bruno Pizzul, in stretto contatto con Gianfranco De Laurentiis dagli studi di Roma, commenta gli avvenimenti in tempo reale con una professionalità encomiabile nel cercare di non creare il panico soprattutto tra chi in Italia ha dei parenti allo Stadio …

Anche alcuni giocatori bianconeri – già in tenuta da gioco, essendo trascorso l’orario di inizio della partita – si presentano presso la curva dei propri sostenitori invitandoli a mantenere la calma e restare tranquilli onde non peggiorare la situazione, mentre i vertici della Uefa, alla presenza dei Dirigenti dei due Club, discutono se sia il caso o meno di disputare la partita, per poi – su invito anche dello stesso Ministro degli Interni e delle forze dell’ordine belghe – optare per far giocare l’incontro, soprattutto per consentire di ripristinare l’ordine all’esterno della struttura, portare soccorso ai feriti ed evitare ulteriori scontri, avendo così due ore a disposizione per organizzare un servizio d’ordine per il deflusso delle opposte tifoserie a gara conclusa …

 

A dare la comunicazione agli spettatori sono, dal microfono dello speaker dello Stadio i due Capitani, Phil Neal e Gaetano Scirea, che usano una frase da tenere a mente, vale a dire “giochiamo per voi”, nel senso che loro per primi si rendono conto che quella che sta per andare in scena, in uno scenario irreale, tutto può essere considerato, tranne che una “vera” partita di calcio …

André_Daïna_4.jpg
I Capitani Neal e Scirea prima dell’inizio – da: saladellamemoriaheysel.it

Decisione non da tutti condivisa, peraltro, come dalla Tv tedesca che annulla la trasmissione dell’incontro, mentre quella austriaca la riproduce senza audio ed anche il nostro Pizzul manifesta il proprio disappunto, annunciando ai telespettatori che, costretto a compiere il proprio dovere, cercherà di commentare “nel modo più neutro, impersonale ed asettico possibile …” …

Sono le 21,40 vale a dire 1h e 25’ dopo il canonico orario dell’incontro, allorché il Direttore di gara svizzero André Daina dà il fischio d’inizio ad un match che il sottoscritto guarda in poltrona come inebetito, lo sguardo assente, il pensiero rivolto al dramma che si sta consumando all’esterno del settore Z – con le prime notizie di vittime a trovare sempre più conferma – e le azioni di gioco, peraltro assai poche nel corso della prima frazione di gioco, a scivolare via senza alcuna impressione visiva.

Quanto durerà questa farsa …??”, rimugino nella mente, e come avranno deciso di concluderla è il pensiero che mi assilla, ritenendo che nell’intervallo qualcosa debba succedere, e la risposta giunge puntuale poco prima dell’ora di gioco, allorché uno dei lanci di oltre 60 metri per cui va famoso l’asso francese Michel Platini trova Boniek pronto a lanciarsi verso l’area avversaria venendo sgambettato da Gillespie prima che possa entrarvi …

Le immagini testimoniano come il fallo sia avvenuto un buon metro/metro e mezzo fuori area, ma all’arbitro svizzero, posizionato ad oltre 25 metri di distanza, non pare vero di fischiare il penalty, ghiotta occasione per indirizzare la partita verso coloro che dovranno piangere per le loro vittime …

292C94B700000578-0-image-a-29_1432893099503
Il rigore trasformato da Platini – da:dailymail.co.uk

Sul dischetto si porta Platini, esecuzione perfetta, Grobbelaar da una parte e palla dall’altra per una successiva esultanza forse un tantino eccessiva da parte de “Le Roi”, “ma fa parte della recita, penso io, occorre far credere che tutto si stia svolgendo regolarmente …”, per la rete che decide la sfida, con il compianto Capitano Scirea a ricevere a fine gara quella che è, dopo due Finali perse – entrambe per 0-1, nel 1973 a Belgrado contro l’Ajax e 10 anni dopo ad Atene contro l’Amburgo – la prima Coppa dei Campioni vinta dal Club di Piazza Crimea.

Con lo Stadio oramai blindato dalle forze dell’ordine, le operazioni di deflusso avvengono senza incidenti, coi tifosi inglesi scortati all’Aeroporto per il rientro in Patria, ma intanto si fanno i conti degli incidenti e gli stessi forniscono un esito agghiacciante: 39 morti (di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi ed un irlandese …) e qualcosa come circa 600 feriti più o meno gravi, fortunatamente senza andare nei giorni successivi ad incrementare il numero delle vittime …

365af9e87d296d80b8f219839a79bc03_169_xl
Un’immagine dei drammatici soccorsi – da:gazzetta.it

Conclusa la pagina della “mera cronaca”, inizia il “valzer delle responsabilità” per quanto accaduto, con l’UEFA, in termini quanto mai ipocriti, a rifiutare qualsiasi addebito, additando come “unici responsabili” dell’accaduto i tifosi inglesi, per i quali la prima a rivoltarsi contro è la “Lady di ferro” Margaret Thatcher, che chiede immediatamente alla Federazione inglese di escludere i propri Club da ogni competizione europea per poi lanciarsi nella sua “personale battaglia” contro gli hooligans, peraltro largamente vinta …

Ovviamente, per salvare la faccia, anche l’UEFA, gli organizzatori dell’evento, i proprietari dello Stadio Heysel e la Polizia belga vengono indagati quali corresponsabili dell’accaduto, ma dopo un’istruttoria di 18 mesi, il Giudice belga Marina Coppieters decide che la responsabilità è solamente ed esclusivamente da attribuire ai tifosi inglesi, e così l’ultimo capitolo della farsa è completato, con i parenti delle vittime a richiedere inutilmente un risarcimento alla UEFA, sempre negato.

La stessa UEFA usa il “pugno duro” nei confronti dei Club inglesi, escludendoli dalle Coppe Europee per un periodo di cinque anni – analogo provvedimento non viene esteso dalla FIFA alla Nazionale, che può quindi prendere parte sia ai Campionati Mondiali di Messico ’86 che di Italia ’90, oltre che agli Europei di Germania ’88 – con, per il Liverpool, l’estensione del bando di ulteriori tre anni, poi ridotti ad uno soltanto, talché il Club di Anfield si ripresenta ai nastri di partenza dell’edizione 1991-’92 della Coppa Uefa dove, quasi un segno del destino, viene eliminato ai Quarti proprio da una squadra italiana, ovvero il Genoa, tra l’altro prima formazione del nostro Paese ad espugnare il leggendario “Anfield Stadium” …

CONCLUSIONI:

Quella sinora descritta è l’arida ed amara cronaca della più grande tragedia del Calcio continentale, ma avendo trattato l’argomento in buona parte in prima persona, mi sento in dovere di esprimere il mio personale parere su tali avvenimenti, con l’obiettività che chi ha la pazienza di seguirmi spero mi riconosca, e pertanto:

– non possono sussistere dubbi che la scelta dello Stadio Heysel pone la UEFA di fronte ad una sorta di “responsabilità morale premeditata” in quanto assolutamente inidoneo ad ospitare un avvenimento del genere, tanto più che, come ricordato all’inizio, la Finale tra Juventus e Liverpool era la più pronosticabile;

– alla stessa si unisce la dimostrata (purtroppo …) incapacità della Polizia belga nel gestire gli incidenti – vengono addirittura impiegati soldati a cavallo …!! – non essendo preparati a fronteggiare una tale situazione;

– parimenti si sarebbe dovuta evitare la vendita dei biglietti del “Settore Z”, sapendo che non vi era una parete divisoria adeguata rispetto alla tifoseria avversaria, ed anche in questo caso la UEFA non può nascondere le proprie responsabilità;

– che la responsabilità delle vittime sia da attribuire ai tifosi inglesi è palesemente scontato, ma sorge il dubbio sul fatto che gli stessi fossero solo fans del Liverpool, visto che i “Reds” erano alla loro quinta Finale in nove anni e, nelle precedenti occasioni, mai si erano registrati incidenti di una tale gravità;

– difatti, è stato successivamente appurato che tra i supporters d’Oltre Manica vi erano i famigerati “Headhunters” (“Cacciatori di teste”, un nome che è tutto in programma …), frangia più violenta del tifo del Chelsea, assieme ad altri hooligans che usano le gare in Continente per sfogare i propri istinti malsani;

– a mio parere, la decisione di disputare l’incontro è l’unica che potesse essere presa nella circostanza, in quanto consentendo ai tifosi di concentrarsi su quanto avveniva in campo – “Giochiamo per voi …”, ricordate l’appello di Neal e Scirea – da un lato si elimina il rischio di ulteriori incidenti e, dall’altro, si consente di portare soccorso ai feriti con maggiore ordine e tranquillità, oltre ad organizzare il deflusso degli spettatori a fine partita;

– quello che avrebbe dovuto fare l’UEFA, dal punto di vista sportivo, sarebbe stato di dichiarare che “la gara si era disputata pro-forma”, cancellando il verdetto sul campo (vi immaginate cosa poteva succedere se avesse vinto il Liverpool, gli sarebbe stata consegnata la Coppa …??) ed assegnando comunque il Trofeo alla Juventus per “squalifica” del Club inglese, come avvenuto diverse volte in passato nel nostro Campionato, quando gli incontri sono stati portati a termine dalla terna arbitrale per poi assegnare la vittoria per 2-0 a tavolino;

– solo che questa, a mio giudizio giuridicamente corretta, decisione, avrebbe comportato, di fatto, una “ammissione di responsabilità” da parte del Massimo Ente calcistico europeo, che aveva, al contrario, tutto l’interesse a far emergere che “tutto si era svolto nella massima regolarità …!!”.

Per concludere, nel ribadire la legittimità dell’assegnazione della Coppa dei Campioni alla Juventus, non ho gradito, non tanto l’esultanza in campo (ci poteva stare …), ma quella all’atterraggio all’Aeroporto di Caselle, esponendo il Trofeo in bella vista, con grave mancanza di rispetto per le 39 vittime ed i loro familiari …

Infine, a quei malati di mente che ancora, pur a distanza di 34 anni da quella tragica sera, si “divertono” ad infangare la memoria di qui poveri morti, vorrei ricordare un solo nome, Andrea Casula, che ai loro aridi cuori probabilmente non dirà niente, ma che è la più giovane vittima dell’Heysel, visto che all’epoca non aveva ancora compiuto 11 anni …

Se vi è rimasta una sola briciola di umanità, pensateci …

Ma, forse, sto perdendo il mio tempo …

 

IL “THREEPEAT” DEI LOS ANGELES LAKERS DI INIZIO NUOVO MILLENNIO

2000 NBA Finals Game 6: Indiana Pacers vs. Los Angeles Lakers
Bryant ed O’Neal (assieme a “Magic”) festeggiano il titolo NBA 2000 – da:losangeles.cbslocal.com

Articolo di Giovanni Menenti

Tracciare la Storia della più importante franchigia del Basket Professionistico americano – 31 Finali NBA disputate, con 16 vittorie a fronte di 15 sconfitte – è qualcosa che di più semplice non si potrebbe, visto che è caratterizzata da periodi ben precisi e delineati …

In origine, alla fondazione avvenuta nel 1947, la franchigia opera nel Minnesota sotto la denominazione di Minneapolis Lakers e domina gli anni pionieristici del Basket oltreoceano, conquistando i titoli 1948 della NBL (National Basketball League) e 1949 della BAA (Basket American League), con quest’ultima a trasformarsi nell’attuale NBA a partire dalla stagione seguente, in cui i Lakers – trascinati dalla prima grande stella di detto Sport, vale a dire George Mikan, centro da 208cm. e 111kg. – confermano il titolo, che fanno loro per altre tre edizioni consecutive, dal 1952 al ’54.

Inizia quindi un periodo di relative “vacche magre”, coinciso con il ritiro di Mikan, in cui l’unico acuto è la Finale 1959 persa 0-4 contro i Boston Celtics, sino al trasferimento della franchigia a Los Angeles a far tempo dall’estate 1960, giusto in tempo per far vivere ai tifosi californiani un decennio caratterizzato dalla “Maledizione dei Celtics” …

In tale periodo, difatti, in cui i Lakers possono contare su stelle di assoluta grandezza quali Elgin Baylor (che ne veste la maglia dal 1960 al ’71) e Jerry West – per 15 anni consecutivi (dal 1961 al ’74) selezionato per lo “All Star Game” – cui, nella seconda metà del decennio, si uniscono Gail Goodrich e Wilt Chamberlain, gli stessi disputano ben 7 Finali per il titolo restando sempre regolarmente sconfitti, nelle prime 6 occasioni dalla “Boston Dinasty” di Red Auerbach e Bill Russell, e nell’ultima circostanza in una celebre serie contro i New York Knicks delle stelle Willis Reed, Dave DeBusschere e Walt Frazier.

Questa sorta di “Tabù infernale” viene esorcizzato nel 1972 allorché Jerry West e Wilt Chamberlain conducono i Lakers alla rivincita sui Knicks con un netto 4-1, ancorché l’ultima parola spetti ai newyorkesi l’anno seguente, restituendo l’identico punteggio in due serie che vedono scendere in campo due personaggi che avranno in futuro modo di fare le fortune del Club californiano in veste di allenatori, ovvero Pat Riley in maglia gialloviola e Phil Jackson nelle file di New York …

Resto degli anni ’70 quanto mai avaro di soddisfazioni per i Lakers – che dal 1962 al ’73 hanno complessivamente disputato ben 9 Finali per il titolo con il poco onorevole primato di una sola vittoria a fronte di 8 sconfitte – sino a che l’esito del Draft svoltosi il 25 giugno 1979 determina una svolta epocale.

Con la prima scelta spettante, come da regolamento, alle due formazioni delle rispettive Conference con il peggior record al termine della passata stagione, i Los Angeles Lakers avevano acquisito tale diritto dai New Orleans Jazz nell’ambito di uno scambio di giocatori per ciò che riguarda la Western Conference, nel mentre sulla costa orientale tale opzione spetta ai Chicago Bulls …

Il sorteggio tra le due franchigie ripaga i Lakers della sfortuna accumulata nelle ricordate Finali perse nelle precedenti stagioni, in quanto tocca loro la prima scelta che non può che ricadere sull’indiscusso “fenomeno” della NCAA, ovvero Earvin “Magic” Johnson vincitore del titolo 1979 con “Michigan State” in una Finale passata alla storia, in quanto negli avversari di ”Indiana State” milita Larry Bird, il suo principale rivale nel decennio a seguire.

Con “Magic” a comandare il gioco, ben assistito da un roster in cui figurano anche Kareem Abdul-Jabbar, Norman Nixon, James Worthy, Byron Scott, Michael Cooper, Jamaal Wilkes ed A.C. Green (nonché il citato Pat Riley a dirigere le operazioni dalla panchina …), a 20 anni di distanza si ripete il “testa a testa” coi Boston Celtics – che oltre a Bird, possono contare su Robert Parish, Tiny Archibald, Cedric Maxwell, Dennis Johnson e Kevin McHale – ma stavolta con esito ben diverso, visto che in 12 stagioni (dal 1980 al 1991) i Lakers disputano 9 Finali con 5 successi (due contro Boston e Philadelphia ed uno a spese di Detroit) a fronte di 4 sconfitte, contro Philadelphia, Boston, Detroit e Chicago.

E proprio l’esito della Finale 1991 contro i Bulls segna, da un lato l’inizio della “Era Jordan” che vede Chicago aggiudicarsi 6 titoli con due “tris consecutivi” (1991-’93 e 1996-’98) intervallati solo dal temporaneo ritiro della loro stella, mentre per i Lakers il solo raggiungere la Finale nel corso degli anni ’90 resta un miraggio, con il miglior piazzamento costituito nella Finale di Conference del 1998, solo per essere “spazzati via” per 0-4 senza possibilità di replica dagli Utah Jazz della micidiale coppia John Stockton/Karl Malone …

E sì che per cercare d’invertire la tendenza e fronteggiare lo strapotere dei Bulls, l’ex stella Jerry West – ora svolgente funzioni di General Manager del Club – aveva messo a segno nell’estate ’96 due “colpi mica da ridere”, ovvero convincendo i Charlotte Hornets a privarsi dell’allora 18enne Kobe Bryant, ottenuto al Draft quale 13esima scelta al primo turno, in cambio del centro serbo Vlade Divac, così da liberare spazio nel “salary cap” per tesserare il “free agentShaquille O’Neal, in scadenza di contratto con gli Orlando Magic, al quale vengono offerti 121milioni di dollari per 7 stagioni.

Ma nonostante tali innesti, ed un miglioramento nel record stagionale, il miglior risultato negli anni a seguire resta la riferita Finale di Conference, mentre la stagione seguente – dimezzata a seguito del “Lockout” (lo sciopero dei giocatori …) a soli 50 incontri – i Lakers vengono nuovamente umiliati 0-4, stavolta in semifinale di Conference, dai San Antonio Spurs, sulla strada del loro primo titolo NBA …

A questo punto, West si convince che occorre completare la formazione con una guida carismatica ed in suo favore gioca la rottura coi Chicago Bulls del tecnico Phil Jackson – nonostante i due “Threepeat” (gioco di parole tra “three” (tre) e “repeat” (ripetere) in uso in America per indicare tre titoli consecutivi …) ottenuti tra il 1991-’93 ed il 1996-’98 – a seguito dei contrasti (o per meglio dire le invidie …) con il General Manager Jerry Krause, il quale ritiene che siano sottovalutati i suoi meriti nel costruire un roster vincente rispetto a quelli riconosciuti a Jackson come allenatore.

Lasciati i Bulls sbattendo la porta, Jackson giura di non allenare mai più, ma poi, dopo un anno sabbatico, il suo orgoglio lo porta ad accettare l’offerta dei Lakers rimettendosi in gioco e dimostrare che i suoi successi non erano solo ed esclusivamente Jordan dipendenti …

In un organico che, oltre a Kobe a Shaq, poteva contare su Glen Rice, Derek Fisher, Robert Horry e Rick Fox, Jackson punta sullo “usato sicuro”, chiedendo come rinforzi solo giocatori d’esperienza, quali l’ex Lakers A.C. Green (36 anni), al pari di Brian Shaw (33), un John Salley (35) reduce da due anni di inattività ed il fido Ron Harper (36) proveniente dai Bulls …

Ciò in quanto l’esperto Jackson – 6 vittorie su altrettante Finali disputate – sa che, specialmente nei Playoff, l’esperienza gioca un fattore fondamentale, ed, in ogni caso, Los Angeles disputa una “regular season” fantastica, chiusa con un record di 67-15 che, per la franchigia, è il secondo migliore di sempre dopo il 69-13 dell’anno dell’unico titolo di West, nel 1972 …

Sotto la sua guida, O’Neal realizza le sue migliori medie in carriera, concludendo la stagione con 29,7 punti, 3,8 assist e 13,6 rimbalzi a partita, così come il non ancora 21enne Bryant migliora le sue percentuali rispetto alle precedenti stagioni, chiudendo con 22,5 punti, 6,3 rimbalzi e 4,9 assist di media, così da presentarsi alla post-season con il vantaggio del fattore campo ed una gran voglia di riportare il titolo nella “Città degli Angeli” …

A dispetto però della superiorità dimostrata durante la stagione, i Playoff si dimostrano molto più ostici di quanto prevedibili, a cominciare dal primo turno contro i Sacramento Kings, superati 3-2 solo grazie al fattore campo, pur se la decisiva gara-5 allo “Staples Center” di Los Angeles (inaugurato ad inizio Torneo …) non ha storia, visto il 113-86 conclusivo, con O’Neal in cattedra dall’alto (è proprio il caso di dirlo …) dei suoi 32 punti e 18 rimbalzi.

Superati, al contrario, con relativa facilità (4-1) i Phoenix Suns in Semifinale di Conference – ed O’Neal a far registrare medie di 30,2 punti, 16.2 rimbalzi, 2,6 stoppate ed altrettanti assist a partita – i Lakers tornano a vedere i fantasmi nella Finale della Western Conference opposti ai Portland Trail Blazers, allorché sprecano un vantaggio di 3-1, costruito con due vittorie in trasferta alla “Rose Garden Arena”, facendosi superare 88-96 in gara-5 sul parquet amico e quindi rimandare ogni decisione a gara-7 dopo essere stati sconfitti in Oregon …

Opposto al suo vecchio giocatore Scottie Pippen, Jackson rischia seriamente una clamorosa umiliazione allorché, all’inizio dell’ultimo quarto, i Lakers sono sotto 58-71 ed a salvarlo – con Bryant ed O’Neal a stare in campo 47’ su 48’ – sono la precisione al tiro di Robert Horry e, soprattutto, di Brian Shaw (11 punti con 3 su 4 dalla lunga distanza …) per un parziale di 31-13 che rovescia le sorti dell’incontro sino all’89-84 conclusivo.

Tornati in Finale a 9 anni di distanza – quando furono sconfitti proprio da Jackson coi suoi Chicago Bulls – i Lakers devono confrontarsi con la “voglia di vincere” degli Indiana Pacers, giunti alla prima (e sinora unica …) Finale della loro storia, e soprattutto del loro leader Reggie Miller che, alla soglia dei 35 anni, è consapevole che ben difficilmente potrà avere una seconda opportunità …

Tenuto a dimostrare di meritare i 17milioni a stagione di contratto, Shaquille O’Neal trasforma la serie in quella che sarà definita come “La Finale di Shaq”, troneggiando nelle prime due sfide allo “Staples Center” con 43 punti e 19 rimbalzi in gara-1 e 40 punti e 24 rimbalzi in gara-2, per poi mettere il proprio sigillo nel 120-118 all’overtime della fondamentale gara-4 alla “Conseco Fieldhouse” di Indianapolis, in cui segna a referto 36 punti e 21 rimbalzi, per poi lasciare a Bryant (autore di 28 punti …) l’incarico di “finire il lavoro” al supplementare – visto che lui è costretto ad uscire per raggiunto limite di falli – per il 3-1 nella serie …

Ad un successo dal titolo e con la prospettiva delle ultime due gare allo “Staples Center”, i Lakers lasciano ad Indiana il dominio di gara-5 (120-87), per poi chiudere il discorso il 19 giugno 2000, ancora una volta grazie ad un decisivo ultimo quarto, affrontato sotto di 5 punti (79-84) ed in cui, nonostante la mostruosa prova complessiva di O’Neal (41 punti, 12 rimbalzi e 4 stoppate …), ad ergersi a protagonisti sono gli esperti “panchinari” voluti da Jackson, con Fisher, Horry e Fox a mettere a segno quattro bombe dalla distanza per il parziale di 37-27 che ribalta le sorti della sfida con il definitivo 116-111 che consegna al tecnico il suo settimo anello su altrettante Finali, mentre Shaquille O’Neal abbina al titolo di MVP della “regular season” anche quello delle Finali.

Le scelte di West circa la panchina e di Jackson in merito ai giocatori hanno trasformato una squadra di grandi solisti in una formazione vincente, anche se l’allenatore è il primo a sapere di non poter chiedere altro ad atleti ultratrentenni, così che il roster viene “alleggerito” della presenza di A.C. Green, Rice e Salley, peraltro sostituiti dagli altrettanto esperti Isaiah Rider (29 anni), prelevato da Atlanta, Greg Foster (32), proveniente da Seattle ed un’altra “vecchia conoscenza” di Jackson, ovvero Horace Grant (35), uomo chiave nei suoi primi tre titoli a Chicago …

Contrariamente alla precedente stagione, i Lakers incappano in qualche sconfitta di troppo in Campionato, concludendo lo stesso con un record di 56-26 che li pone alle spalle dei San Antonio Spurs (58-24) nella Western Conference, con O’Neal a far registrare medie di 28,7 punti, 12,7 rimbalzi, 3,7 assist e 2,8 stoppate a partite, nel mentre le percentuali di Bryant parlano di 28,5 punti, 5,9 rimbalzi e 5,0 assist di media a partita, ma, viceversa, compiono un percorso pressoché immune da ostacoli nei Playoff, dove sono sufficienti loro appena 16 incontri per confermarsi Campioni, rispetto alle 23 partite della stagione precedente …

Con uno Shaq a confermarsi sugli stessi livelli di 12 mesi prima – 30,4 punti, 15,4 rimbalzi, 3,2 assist e 2,4 stoppate di media – ed, al contrario, con la crescita di Bryant che si assesta a 28,5 punti, 5,9 rimbalzi e 5,0 assist a partita, appare evidente che affrontare i Lakers significhi già partire con circa 60 punti di zavorra, ed a farne le spese, nella Zona occidentale, sono i Portland Trail Blazers (3-0) ed i Sacramento Kings (4-0), prima del previsto confronto per il titolo di Conference contro i San Antonio Spurs …

Penso che tutto si sarebbero aspettate le “Twin Towers” Tim Duncan e David Robinson, nonché il tecnico Gregg Popovich, tranne che di subire una tale mortificazione, con il fattore campo fatto immediatamente saltare in gara-1 (104-90, con un Kobe monumentale, 45 punti con 10 rimbalzi, seguito da O’Neal con 28 punti (73 in due, ci siamo capiti …) ed 11 rimbalzi …), per poi aggiudicarsi anche gara-2 (88-81) allo “Alamodome”, prima di completare il “cappotto” con due umilianti 111-72 e 111-82 nelle sfide allo “Staples Center”, per una serie che incorona Bryant con 33,3 punti, 7,0 rimbalzi ed altrettanti assist di media.

Giunti in Finale con l’immacolato record di 11-0, a cercare di impedire il “Back to back” ai Lakers sono i Philadelphia 76ers della stella Allen Iverson, nominato MVP della “regular season, come dire uno stimolo in più per il gigantesco (m.2,16 per 147kg.) Shaquille O’Neal per “ristabilire le gerarchie” …

Come spesso accade in questi frangenti, la squadra che ha lo svantaggio del fattore campo cerca di sorprendere i rivali in gara-1 per sovvertire tale ruolo, “scherzetto” che riesce anche stavolta ai Sixers, che espugnano lo “Staples Center” 107-101 al supplementare, grazie ad una prova mostruosa di Iverson – non a caso soprannominato “The Answer” (“la risposta”) – il quale replica ai 44 punti (e 20 rimbalzi …) di O’Neal, mettendo a referto 48 punti, compresi 7 nel supplementare che decide la partita …

Kobe & Shaq si incaricano di riequilibrare le sorti della serie in gara-2 (31 punti il primo, 20 rimbalzi e 8 assist il secondo), per poi andarsi a giocare il titolo nelle tre trasferte consecutive nell’arco di 6 giorni nella “Città dell’amore fraterno”, anche se gli oltre 20mila spettatori che riempiono le tribune del “First Union Center” sembrano tutt’altro che ospitali …

A dividersi i compiti da “buoni fratelli”, sono viceversa Bryant ed O’Neal, che in gara-3 realizzano 32 e 30 punti rispettivamente per il 96-91 che riporta in favore di Los Angeles il fattore campo, mentre il netto 100-86 di gara-4 (messa in ghiaccio già dopo tre quarti, chiusi sul 77-59) vede ergersi a protagonista il colosso del New Jersey, autore di 34 punti, 14 rimbalzi e 5 assist …

Avanti 3-1 nella serie, Los Angeles potrebbe voler chiudere la stessa sul parquet amico, ma Jackson vuol dimostrare di essere a capo di una squadra e non solo di aver saputo ottimizzare al meglio le qualità dei sui due fuoriclasse, e l’esito di gara-5 che conclude ogni discorso – anche in questo caso un 108-96 maturato nei primi tre parziali, chiusi sul punteggio di 83-68 – vede una ripartizione dei punti tra O’Neal (29), Bryant (26), Fox (20) e Fisher (18), mentre l’accentratore Iverson, nonostante sia stato il “leading scorer” in tutte e tre le sfide (con due volte 35 ed una 37 punti …), ha modo di realizzare a proprie spese che da soli non si vincono le partite.

Ottenuto il “Back to back” (termine Usa per indicare la conferma di un titolo …) che a Los Angeles era stato ottenuto solo da “Magic” Johnson nel 1987 ed ’88 e con O’Neal eletto per il secondo anno consecutivo MVP delle Finali, per Jackson si apre la sfida più difficile, ovvero riuscire per la terza volta in carriera a vincere tre titoli consecutivi, il che lo porterebbe altresì ad eguagliare il record di 9 anelli appartenente al leggendario Read Auerbach, coach dei Boston Celtics anni ’60.

E’ evidente che il motto “squadra che vince non si cambia” vale anche negli States, e nella ricerca del proprio record, Jackson conferma il suo “quintetto base” costituito, oltre che da Kobe e Shaq, da Fisher, Fox ed Horry, con piccole variazioni nel roster relative solo alle riserve, con a vestire la divisa gialloviola Lindsey Hunter, Samaki Walker ed un “solito” vecchietto quale Mitch Richmond (36) proveniente da Washington ed alla sua stagione d’addio …

Torneo 2001-’02 che si dimostra più competitivo in quanto, ancorché i Lakers lo concludano con un record di 58-24 migliore rispetto alla precedente stagione (e pari ai San Antonio Spurs …) a primeggiare ad Ovest sono i Sacramento Kings di coach Rick Adelman, che possono contare sul talentuoso playmaker Mike Bibby, prelevato da Vancouver, oltre che sull’affermata stella Chris Webber e sulla coppia slava costituita da Peja Stojakovic e, soprattutto, da quel Vlade Divac “sacrificato” da West sull’altare di Shaquille O’Neal …

Pronto a dare il meglio di sé ai Playoff, O’Neal conclude la “regular season” con 27,2 punti, 10,7 rimbalzi, 3,0 assist e 2,0 stoppate di media, mentre Bryant fa registrare medie di 25,2 punti, 5,5 rimbalzi ed altrettanti assist a partita, per poi migliorarsi entrambi quando la posta in palio si alza …

Superato senza eccessivi problemi il primo turno (3-0) contro Portland, in semifinale i San Antonio Spurs “addolciscono” solo leggermente l’umiliante 0-4 dell’anno precedente con il successo per 88-85 di gara-2, ma il 4-1 conclusivo la dice lunga sulla superiorità di Los Angeles, trascinata da Bryant con i suoi 26.2 punti di media, per poi prepararsi a quella che tutti considerano una sorta di “Finale anticipata” contro i “cugini” californiani di Sacramento …

Un derby in piena regola e che – nonostante le tre vittorie ad una in Campionato per i Lakers – si dimostra quanto mai incerto e combattuto sino all’ultimo tiro dell’ultima sfida, con il fattore campo a saltare in gara-1 (106-99 a favore di Los Angeles alla “Arco Arena”) ed in gara-3 (103-90 con cui i Kings si impongono allo “Staples Center”), nel mentre l’esito di gara-4 (100-99 per i Lakers) e gara-5 (92-91 per i Kings) stanno a dimostrare l’estremo equilibrio fra le due formazioni …

In svantaggio 2-3 nella serie, i Lakers impattano affermandosi (106-102, con 41 punti e 17 rimbalzi di O’Neal) in gara-6, così da rimandare la decisione alla settima ed ultima sfida da disputarsi il 2 giugno 2002 a Sacramento, la più classica “win or die” (“vincere o morire”) nel lessico Usa …

E, per decidere la quale – con il punteggio sempre in equilibrio, 21-22, 54-52, 74-73 dopo i primi tre quarti – non sono sufficienti i 48 minuti regolamentari, conclusi sul 100 pari, ed ad avere la meglio è la maggior tenuta del “quintetto base” di Jackson (che produce 107 dei 112 punti dei Lakers, con O’Neal e Bryant sugli scudi con 35 e 30 punti rispettivamente …) per il 112-106 che certifica la terza Finale consecutiva.

L’uomo che non conosce sconfitta” è chiamato a confermare questa sua qualità contro i Campioni della Costa orientale, vale a dire i New Jersey Nets, a loro volta usciti vittoriosi (4-2) dal confronto contro i Boston Celtics, e non sono in pochi ad ipotizzare che le scorie della battaglia contro Sacramento e l’età media inferiore del quintetto base allenato da un ex di lusso quale Byron Scott possano incidere sull’esito della contesa …

E se si è meno giovani (28,4 rispetto a 26,2 la differenza di età tra i due quintetti …), sarà meglio cercare di chiudere la questione il prima possibile, deve essersi detto Shaquille O’Neal, il quale mette il suo timbro sul 2-0 casalingo di inizio serie (36 punti 16 rimbalzi nel 99-94 di gara-1 e 40 punti e 12 rimbalzi nel ben più ampio 106-83 di gara-2), così da mettere pressione a Jason Kidd & Co. nelle due successive sfide in programma alla “Continental Airlines Arena” …

Determinante, per l’esito finale, è gara-3 – ricordiamo che, nella storia della NBA, nessuna squadra è mai riuscita sinora a rimontare uno svantaggio di 0-3 nei Playoff – dove Kidd sforna un’eccellente prestazione impreziosita da 30 punti, 10 assist e 5 rimbalzi, portando i Lakers sul 78 pari all’inizio dell’ultimo quarto, ma quando si hanno di fronte quei fenomeni che confezionano 71 punti in due (36 Kobe, 35 Shaq …), l’unica cosa da fare è prenderne atto ed applaudire, con il 106-103 definitivo che, di fatto, consegna il terzo titolo a Los Angeles, certificato dal 113-107 di gara-4 in cui O’Neal giganteggia con 34 punti e 10 rimbalzi, per medie nella serie di 36,3 punti e 12,3 rimbalzi, ampiamente sufficienti a vederlo premiato per il terzo anno consecutivo come MVP delle Finali.

E così, Phil Jackson si conferma “l’uomo del threepeat, avendone collezionati tre in carriera, ma, incredibile solo a pensarlo, non sono tutte “rose e fiori” all’interno della squadra, a causa dei contrasti – espressi anche pubblicamente – tra le due stelle Bryant ed O’Neal, nel mentre non sono mancati screzi anche tra Jackson e Bryant, con quest’ultimo a ritenere noioso il gioco del tecnico, secondo lui troppo legato al rispetto degli schemi (il celebre “triangle offense” da lui ideato …) da lasciare poco spazio all’iniziativa individuale, così che spesso si produce in attacco in degli “uno contro uno” buoni solo a far infuriare il “Maestro Zen”, che arriva persino a chiederne la cessione …

Ma, per fortuna di entrambi, la Dirigenza dei Lakers fa orecchie da mercante ed, insieme, conquisteranno altri due titoli nel 2009 e nel 2010, ma questa, come suole dirsi, è un’altra storia …

 

FLASH ELORDE, IL BAMBINO POVERO CHE DOMINO’ NEI SUPERPIUMA

Elorde1-530x317
Flash Elorde – contro Sandy Saddler

articolo di Nicola Pucci

Quando il 16 giugno 1951 Gabriel “Flash” Elorde debutta tra i professionisti mandando al tappeto al quarto round Kid Gonzaga, probabilmente mai avrebbe immaginato non solo di diventare un campione di valore assoluto, ma pure di venir annoverato tra i pugili più forti di sempre del suo paese.

Già perché questo ragazzo filippino nato a Bogo, nell’isoletta di Cebu, il 25 marzo 1935, è certamente da considerarsi tra i grandi boxer dell’isola del Pacifico, lassù dove meritano di stare fuoriclasse del calibro di Manny Pacquiao e Francisco Guilledo, in arte Pancho Villa. E questo in virtù di una carriera memorabile, già dai primordi marcata dai tratti del successo.

In effetti la boxe diventa fin da subito l’occasione del riscatto per il piccolo Gabriel, ultimo di una nidiata di ben 15 fratelli e che cresce nella miseria più nera. In casa Elorde non si vede l’ombra di un quattrino, e se giungere a fine giornata è già un’impresa, inevitabilmente, dopo soli 3 anni di scuola elementare, il bimbo è costretto a lavorare, come portatore di palle da bowling prima, come falegname poi. Fortuna vuole che l’amicizia con un ex-professionista di pugilato, Lucio Laborte, che gli mette tra le mani i primi guantoni e lo svezza tecnicamente, forgiandone il temperamento focoso seppur introverso e le innate doti naturali, segni la sua vita. Indirizzandola per il verso giusto.

Elorde impara ben presto a dar di pugni, e pure bene, evidenziando, in 166 centimetri di altezza, una velocità fuori dal comune nel portare i colpi, che appunto gli vale l’appellativo di “flash“, con quel suo mancino che quando va a segno fa male, eccome se fa male, e muovendosi tra le corde con la grazia e lo stile di un ballerino, tanto da diventare fonte di emulazione per un certo Cassius Clay. E se 16enne è già professionista, ecco che il filippino incamera una serie di successi convincenti, vincendo nel 1952 il titolo nazionale dei pesi gallo battendo Tanny Campo ai punti per poi conquistare anche la corona asiatica contro il giapponese Hiroshi Horiguchi.

Nel corso dei primi anni Cinquanta Elorde è un pugile di livello che trova vetrina essenzialmente nelle Filippine e in Giappone, combattendo nella categoria dei piuma, che lo vede perdere con Larry Bataan la sfida per il titolo asiatica, così come in quella dei pesi leggeri, che gli regala un titolo nazionale contro Tommy Romulo. Ma per acquisire visibilità globale necessita di una sfida “americana“, come puntualmente avviene il 20 luglio 1955 quando Elorde incrocia i guantoni con quel Sandy Saddler che da anni spopola nella categoria dei pesi piuma. Il filippino vince per decisione unanime, ma l’anno dopo, il 18 gennaio 1956 con la cintura mondiale in palio, al Cow Palace di Daly City Flash si arrende nella rivincita per k.o.t alla tredicesima ripresa, vittima del pugilato sporco dell’americano che ricorre a qualche scorrettezza di troppo per avere la meglio del più giovane avversario.

La sconfitta non scalfisce l’illusione di Elorde di diventare a sua volta, un giorno, campione del mondo. Come puntualmente avviene il 16 marzo 1960 quando Flash, che nel frattempo ha ripetutamente conquistato il titolo asiatico dei pesi leggeri spazzando via la resistenza di chiunque provasse a fermarlo, combatte contro Harold Gomes per la cintura iridata dei superpiuma. La sfida va in scena all’Araneta Coliseum di Quezon City, e davanti ad almeno 30.000 connazionali Elorde mette definitivamente in ginocchio il campione del mondo alla settima ripresa, riportando nelle Filippine un titolo mondiale che mancava da 21 anni, da quando Ceferino Garcia aveva sconfitto Fred Apostoli per la cintura iridata di pesi medi.

Il sogno di salire sul tetto del mondo, per Elorde, si avvera infine, ma è solo l’inizio di una dittatura nella categoria dei superpiuma, quella sotto le 126 libbre (57,152 kg.), che Flash domina nei sette anni successivi, battendo uno dopo l’altro lo stesso Gomes, che stavolta regge solo un round, Joey Lopes, sconfitto per decisione unanime, l’italiano Sergio Caprari, costretto a gettare la spugna pure lui alla prima ripresa, Auburn Copeland e Johnny Bizzarro entrambi sconfitti ai punti, Love Allotey, che incappa in una squalifica all’11esima ripresa, due volte il giapponese Teruo Kosaka, messo al tappeto in due combattimenti governati con classe ed audacia, infine il coreano Kang-II Suh e l’argentino Vicente Derado, pure loro costretti ad accusare un verdetto penalizzante ai punti.

Corre l’anno 1967 e per sette anni, record di durata ineguagliato, Flash Elorde è il peso superpiuma più forte del pianeta, almeno fino al giorno in cui il giapponese Yoshiaki Numata, a Tokyo il 15 giugno 1967, ne interrompe il regno. E se il pugile filippino, che a due riprese tentò la sorte iridata nei pesi leggeri sfidando il portoricano Carlos Ortiz, venendo in entrambe le occasioni sconfitto al 14esimo round dopo combattimenti serrati, e che trovò nel pugilato l’occasione per riscattare un’adolescenza da bambino poverissimo, è un’eroe dello sport filippino, c’è davvero un perché.

 

 

ITALO ZILIOLI, L’ETERNO PIAZZATO DEL GIRO D’ITALIA

Italo_Zilioli,_Giro_d'Italia_1969
Zilioli al Giro d’Italia 1969 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Talvolta succede che alcuni corridori, pur dotati di classe certa, tentino in ogni modo di sedurre una corsa, senza poi riuscire mai a conquistarla. E’ quel che succede, ad esempio, a Italo Zilioli, più volte prossimo a vincere il Giro d’Italia ma infine incapace di cogliere l’ultima Rosa, quella che ne avrebbe celebrato il trionfo.

Torinese classe 1941, Zilioli ha modo di illustrarsi fin da ragazzo, denunciando doti non comuni che avrebbero dovuto, in prospettiva, innalzarlo al rango di fuoriclasse, come poi invece non avverrà. Già nel 1959, infatti, vince un titolo italiano allievi, confermandosi, per stile e facilità di pedalata, uno dei giovani più promettenti del panorama ciclistico italiano, tanto che Vincenzo Giacotto, suo mentore, lo fa ben presto debuttare tra i professionisti nelle file della Carpano.

Corre l’anno 1962 e Zilioli, accompagnato dalla pesantissima etichetta di “nuovo Coppi“, si mitte in luce subito, al Giro dell’Appennino, incendiando la corsa con un tentativo solitario sotto la pioggia sulla temibile salita della Bocchetta, che di quella corsa è totem e trampolino di lancio per chi la vuol vincere. E che sia destinato a vincerla Zilioli pare ormai certo, se una caduta non gli precludesse la possibilità di tagliare per primo il traguardo di Pontedecimo.

Malinconico, con un velo di tristezza sempre disegnato sul volto da gran signore quale lui è, Zilioli rimanda l’appuntamento con la vittoria all’anno successivo, quando si impone in successione in quattro classiche del ciclismo di casa nostra, ovvero Tre Valli Varesine (battendo Cribiori), Giro del Veneto (davanti a De Rosso), Giro dell’Emilia (lasciando Ciampi a tre minuti) e appunto Giro dell’Appennino (stavolta sotto il sole cocente e Diego Ronchini attardato di oltre due minuti), aggiungendo la prima tappa di un Giro di Svizzera disputato da protagonista con un confortante sesto posto finale in classifica.

Nel frattempo Italo ha modo di partecipare per la prima volta al Giro d’Italia, chiudendo 18esimo, ed è proprio sulle strade della Corsa Rosa che Zilioli segna la sua avventura professionistica con le stimmate dell’eterno piazzato. Tanto che nel 1964 il torinese punta il suo obiettivo, legittimamente ad onor del vero, sulla classifica generale del Giro.

In effetti Zilioli, che nel corso dell’anno si impone in altre tre corse di gran lignaggio quali Coppa Sabatini, Coppa Agostoni e Giro del Veneto confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, che non solo è capace di azzardare l’azione risolutiva ma pure di portarla a termine, si trova a battagliare sulle strade del Giro d’Italia con quel Jacques Anquetil già quattro volte vincitore al Tour de France e in trionfo nella Corsa Rosa del 1960. La sfida pare impari, vista la caratura dell’avversario, ma Zilioli non si arrende, mai, staccando il campione francese a Lavarone, Pedavena, Roccaraso e Santa Margherita Ligure, per poi tentare l’ultimo assalto nella Cuneo-Pinerolo, la tappa resa celebre nel 1949 dall’impresa di Fausto Coppi. Il colpaccio non riesce, complice anche una crisi di fame, ma infine Zilioli è secondo, staccato di 1’22”.

Non ancora 23enne, quindi giovanissimo, Zilioli avrebbe tutto il tempo per cogliere quell’affermazione “rosa” negata dal grande transalpino, ed in effetti per il 1965 Italo rinnova la sfida, motivato dal cambio di casacca, difendendo ora i colori della Sanson, a cui regala alcune perle come la vittoria nella corsa in salita Nizza-Mont Angel e nel Giro del Ticino. Al Giro d’Italia, però, ancora una volta il corridore piemontese si trova a dover fare i conti con un avversario più in forma e, in definitiva, più forte di lui, Vittorio Adorni, che si impossessa della maglia di leader al termine della cronometro di Taormina e, lui sì, domina la concorrenza, lasciando Zilioli, nuovamente secondo, ad oltre 11 minuti di ritardo e con la parziale consolazione della vittoria di tappa a Saas-Fee.

Dodici mesi ancora, anno 1966, e Zilioli si stacca definitivamente di dosso l’etichetta di “nuovo Coppi” per calzare quello più veritiero, ed in parte beffardo, di eterno piazzato del Giro d’Italia. Già, perché se nel corso della stagione Italo coglie al Campionato di Zurigo la vittoria di maggior pregio in carriera, da aggiungere al Gran Premio Industria e Commercio di Prato, ecco che alla Corsa Rosa, ed è la terza volta consecutiva, si deve arrendere al mammasantissima di turno, questa volta quel Gianni Motta che ha classe da vendere quanto, se non di più, di lui e lo lascia con l’amaro in bocca di 3’57” di ritardo, togliendosi altresì lo sfizio, ironia della sorte, di precedere di soli 43″ proprio Anquetil.

Giro d’Italia maledetto, dunque, per Italo Zilioli, che se nel 1967 è costretto all’abbandono, torna competitivo ai  massimi livelli nei tre anni successivi, collezionando un quarto posto nel 1968, a 9’17” da Eddy Merckx e vincendo la tappa di Sanremo, salendo sul terzo gradino del podio nel 1969, a 4’48” da Felice Gimondi e un nuovo successo parziale a Folgaria, e quinto nel 1970, a 8’14” dall’imbattibile Merckx ed una terza vittoria a Rivisondoli.

I bei tempi sono ormai andati, però, e se “il cannibale” imprime il suo marchio al ciclismo mondiale lasciando men che le briciole ai rivali, Zilioli, che sta al Giro d’Italia come il Tour de France sta a Raymond Poulidor, ovvero eterno secondo senza neppure la soddisfazione di vestire almeno un giorno le insegne del primato, ecco che Italo nondimeno si toglie qualche altra soddisfazione importante, che se non ne legittima lo status di fuoriclassse, almeno danno lustro ad una carriera comunque di prima fascia.

Nel 1970, infatti, Zilioli vince la tappa di Angers al Tour de France vestendo a sera, e per altre cinque tappe, la maglia gialla, mettendo nella stessa stagione altresì la sua firma alla Settimana Catalana, al Giro delle Marche e al Giro del Piemonte, vincendo Trofeo Laigueglia e Tirreno-Adriatico nel 1971, infine collezionando un’altra tappa al Monte Argentario al Giro d’Italia nel 1972 e completando il palmares personale con Coppa Placci e Giro dell’Appenino nel 1973 e due ultima vittorie nella “Corsa dei Due Mari”, a Pescasseroli nel 1974 e a Monte Livata nel 1975.

Certo, Italo Zilioli corse, e corse bene, per almeno un decennio, ma il Giro d’Italia lo respinse, sempre, e quell’etichetta di eterno piazzato, se è difficile da digerire, comunque rende giustizia ai suoi meriti di ciclista di rango.

STEFANO BALDINI, L’ORO PIU’ BELLO NELL’OCCASIONE MIGLIORE

Stefano-Baldini-Atene-2004
Il trionfale arrivo di Baldini ad Atene 2004 – da:garmin.com

Articolo di Giovanni Manenti

Paese di Santi, Poeti e Navigatori, l’Italia si scopre anche, dalla seconda metà degli anni ’70, terra di Maratoneti, visto che, a 50 e più anni di distanza dalle imprese – oltre che del leggendario Dorando Pietri alle Olimpiadi londinesi del 1908 – di Valerio Arri, bronzo ai Giochi di Anversa 1920, e di Romeo Bertini, addirittura argento quattro anni dopo a Parigi 1924, i nostri rappresentanti erano spariti dalle grandi Manifestazioni internazionali …

E ciò indipendentemente dall’entrata in scena degli uomini degli altipiani africani – il cui ingresso nel panorama mondiale avviene con il successo dell’etiope Abebe Bikila ai Giochi di Roma 1960 – poiché anche l’Albo d’Oro dei Campionati Europei, vede un nostro rappresentante salire sul podio solo ed esclusivamente nell’edizione inaugurale di Torino 1934, grazie al bronzo di Aurelio Genghini.

Da allora, il buio più totale, con i primi timidi segni di risveglio a registrarsi alle Olimpiadi di Montreal 1976, dove l’ex siepista e mezzofondista Franco Fava (classe 1952) coglie l’ottavo posto, seguito da Massimo Magnani (classe 1951), il quale conclude tredicesimo per poi giungere egli stesso ottavo quattro anni dopo nell’edizione di Mosca 1980.

Altro periodo di “vacche magre” sino a metà anni ’80, allorché emerge il “Gruppo dei fondisti di fine anni ’50“, curiosamente scaglionati a distanza di 12 mesi, rappresentato da Gianni Poli (classe 1957) e dalla coppia formata da Orlando Pizzolato e Gelindo Bordin (nati nel 1958 e 1959, rispettivamente), cui si unisce Salvatorie Bettiol, che vede la luce nel 1961 …

Ecco allora che l’Italia – sino a quel momento dominatrice sulle lunghe distanze solo grazie ai propri marciatori – si pone ai vertici della Maratona mondiale, come confermano gli esiti delle Rassegne Continentali di Stoccarda ’86, con Bordin e Pizzolatro a giungere a braccetto (2.10’54” a 2.10’57”), e di Spalato ’90, dove Bordin si conferma Campione Europeo, precedendo (2.14’02” a 2.14’55”) Gianni Poli.

Fondista vicentino che si conferma anche a livello mondiale, dapprima con il bronzo alla Rassegna iridata di Roma ’87 – terzo in 2.12’40” alle spalle del keniano Douglas Wakiihuri e del rappresentante di Gibuti Hussein Ahmed Salah (2.11’48” e 2.12’30” rispettivamente …) – e quindi compiendo il suo capolavoro ai Giochi di Seul 1988 per il primo Oro olimpico italiano nella Maratona, dove, con una condotta di gara perfetta, ha la meglio sugli stessi rivali, concludendo in 2.10’32” rispetto alle 2.10’47” di Wakiihuri ed alle 2.10’59” di Salah.

2556042-53019557-1600-900
Bordin vincitore ai Giochi di Seul ’88 – da:eurosport.com

Periodo, oltretutto, in cui i nostri rappresentanti si fanno altresì valere nelle grandi Maratone cittadine, con Poli ad affermarsi nel 1986 a New York (2.11’06”) e nel 1988 ad Honolulu (2.12’47”), dopo aver nello stesso anno stabilito il proprio “Personal Best” con il quinto posto in 2.09’33 colto alla Maratona di Boston, prova quest’ultima vinta da Bordin nel 1990 – anch’esso con il Primato personale di 2.08’19” – nel mentre Pizzolato è ricordato per la doppia vittoria consecutiva a New York nel 1984 (2.14’53”) e 1985 (2.11’34”), stagione in cui fissa a 2.10’23” il suo “Personal Best” in carriera …

Bettiol, dal canto suo, si dimostra un “eterno piazzato”, visto che, dopo il doppio successo alla Maratona di Venezia nel 1986 e 1987 (con un significativo 2.10’01” nella seconda occasione …), giunge secondo a New York (2.11’41”) nel 1988 ed a Londra (2.10’40”) nel 1990, al pari delle grandi Manifestazioni internazionali, dove si classifica quarto ai Campionati Europei di Spalato 1990 – sfiorando pertanto quello che sarebbe stato un “Fantastico Tris” azzurro – sesto in 2.15’58” alla Rassegna iridata di Tokyo ’91 e quinto in 2.14’15” alle Olimpiadi di Barcellona ’92, in entrambi i casi migliore degli italiani in gara (con Bordin ottavo in Giappone …), prima di realizzare nel 1994 con 2.09’40” il proprio limite in carriera.

Tutta questa lunga – ma diremmo, anche doverosa – premessa per introdurre il protagonista della nostra Storia odierna, ovvero colui che più degli altri è emerso da un altro quartetto di valenti fondisti, come se le mamme italiane si fossero messe d’accordo nel partorire Vincenzo Modica e Giacomo Leone nel 1971 e Danilo Goffi e Daniele Caimmi nel 1972, questi ultimi due, curiosamente, a due settimane di distanza l’uno dall’altro …

Ma delle loro prestazioni avremo modo di parlare nel descrivere l’attività agonistica di colui che ha riportato il fondo italiano ai vertici mondiali della specialità, con un Palmarès superiore anche a quello – già di per sé straordinario – di Gelindo Bordin, vale a dire l’emiliano Stefano Baldini, il quale nasce il 25 maggio 1971 a Castelnovo di Sotto, Comune di meno di 9mila anime posto in provincia di Reggio Emilia, alle quali la sua famiglia contribuisce in maniera rilevante, visto che Stefano è “appena uno” dei ben 11 fratelli …

Proprio l’esempio di uno di essi – Marco, con un personale di 2.16’32” sulla Maratona tutt’altro che disprezzabile – porta il giovane Stefano ad avvicinarsi al mezzofondo, dedicandosi inizialmente alle prove su pista dei 5 e 10mila metri, passando poi con il tempo alla Maratona solo a 24 anni compiuti.

I suoi progressi in pista lo portano – dopo essersi piazzato al nono posto in 14’20”63 ai Campionati Europei Juniores di Varazdin 1989 – a scendere l’anno seguente per la prima volta sotto le rispettive barriere dei 30’ sui 10 chilometri e dei 14’ sui 5000 metri, grazie, su questa seconda prova, al 13’54”38 con cui si classifica sesto alla Rassegna Mondiale Juniores di Plovdiv 1990.

Miglioratosi nel 1992 a 13’39”37 sui m.5000 corsi il 9 settembre a Bologna ed a 28’25”98 nel 1993 sui 10mila sempre nel Capoluogo emiliano, Baldini affronta la sua prima grande Manifestazione internazionale partecipando ai Campionati Europei di Helsinki 1994.

Nonostante si presenti alla Rassegna Continentale forte di due eccellenti prestazioni cronometriche – 13’34”81 sui m.5000 corsi ad inizio giugno al “Golden Gala” di Roma ed il suo primo “under 28’ netti” sui 10mila metri, coperti in 27’57”86 a fine mese ad Helsinki – nella prova più importante della stagione Baldini incorre in una “controprestazione” di 28’41”82 che lo relega in 20esima posizione in una gara tattica che lo spagnolo Abel Anton si aggiudica in 28’06”03.

Questo deludente risultato, unito alla quanto mai simile prestazione sulla medesima distanza fornita l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali di Goteborg ’95 – che lo vedono concludere 18esimo in 28’08”39 nonostante corso in batteria in 27’50”27 – inducono Baldini a fare un primo tentativo sulla Maratona, coprendo i 42 chilometri di Venezia di fine ottobre in un confortante 2.11’01”, niente affatto male per un esordiente …

Non sono però ancora maturi i tempi per dedicarsi esclusivamente a tale specialità, visto che incombono le Olimpiadi di Atlanta 1996, alle quali Baldini si presenta con rinnovate ambizioni, forte del 27’43”98 fatto registrare a fine maggio a Bratislava ed, ancor più, del 13’23”43 con cui copre i m.5000 al “Golden Gala” di inizio giugno, in entrambi i casi suoi “Personal Best” in carriera su tali distanze.

Speranze rimandate al mittente in maniera se vogliamo anche impietosa, con il 25enne emiliano eliminato nella semifinale dei m.5000 (ottavo in 14’06”45) ed ancora 18esimo (nonché ultimo …) nella Finale dei 10mila metri con il tempo altissimo di 29’07”77 …

L’esito di Atlanta è pressoché decisivo per la futura decisione di Baldini di abbandonare la pista per la strada, in più confortata dalla sua partecipazione alla quinta edizione dei Campionati Mondiali di Mezza Maratona, disputatisi il 29 settembre a Palma di Maiorca e dove l’azzurro coglie il suo primo, significativo successo, affermandosi in 1.01’17” precedendo il keniano Josephat Kiprono ed il rappresentante dello Zimbabwe Tendai Chimusasa, che concludono in 1.01’30” ed 1.02’00” rispettivamente.

Oramai il cammino del 26enne reggiano è segnato e, dopo un’ultima gara in carriera sui m.5000 il 25 giugno 1997 a Parigi e la partecipazione sui 10mila metri ai Campionati Mondiali di Atene del successivo inizio agosto – Manifestazione in cui migliora il piazzamento, giungendo nono, ma non soddisfa il riscontro cronometrico di 28’11”97 – la parte finale di stagione ribadisce la bontà della scelta …

Dopo essersi, difatti, piazzato secondo alla Maratona di Londra il 13 aprile 1997 portando il personale a 2.07’57” con un sensibile miglioramento di oltre 3” al suo precedente limite, Baldini conclude brillantemente la sua seconda partecipazione al Campionato Mondiale di Mezza Maratona di inizio ottobre a Kosice a dispetto del nono posto finale, dato il tempo di 1.01’01” fatto registrare, nulla potendo opporre al trio keniano formato da Shem Kororia, Moses Tanui e Kenneth Cheruiyot, che si gioca il podio in volata nell’ordine con tempi straordinari (59’56”, 59’58” ed 1.00’00” rispettivamente …).

In più, a convincere Baldini a percorrere la nuova strada vi è anche la rivalità interna che fa sempre da stimolo, come accade dopo il successo di Giacomo Leone alla Maratona di New York 1996 in 2.09’54”, il che lo porta a tentare anch’egli la sorte nella “Grande Mela”, tagliando il traguardo in “Central Park” il 2 novembre 1997 al terzo posto in 2.09’31” …

A tenere alto il buon nome dell’Italia nelle grandi Manifestazioni vi avevano comunque pensato, alla ricordata Rassegna Iridata di Atene ’97, il riferito Leone, che si classifica settimo in 2.17’16”, e soprattutto il 26enne lombardo Danilo Goffi che, già migliore degli Azzurri con il nono posto nella prova olimpica di Atlanta in 2.15’08”, sfiora il podio con le 2.14’47” che gli valgono la quarta moneta alle spalle dell’australiano Steve Moneghetti, in una gara monopolizzata dal duo spagnolo formato da Abel Anton e Martin Fiz, che concludono in volata, divisi da soli 5” (2.13’16” a 2.13’21”).

Oramai consapevole di “cosa farà da grande”, Baldini intensifica la preparazione in vista dell’appuntamento continentale costituito dai Campionati Europei di Budapest, al quale si presenta dopo essersi aggiudicato la Maratona di Roma di fine marzo 1998 con il tempo di 2.09’33”, miglior “biglietto da visita” possibile per ottenere la selezione, vista la qualificata concorrenza nella squadra azzurra …

gettyimages-1270468-1024x1024
Il vittorioso arrivo di Baldini agli Europei di Budapest 1998 – da:gettyimages.ae

E che queste ultime parole non siano campate in aria lo dimostra proprio l’esito della gara andata in scena il 22 agosto 1998 per le strade della Capitale ungherese, dove Baldini, Goffi e Vincenzo Modica mettono a segno un’impresa unica nel suo genere – che ricorda il tris Mei, Cova e Antibo sui 10mila metri a Stoccarda 1986 – monopolizzando il podio che vede Baldini avere la meglio (2.12’01” a 2.12’11”) su Goffi in volata, mentre il 27enne siciliano conclude anch’egli sotto le 2.13’ con il tempo di 2.12’53”, con buona pace del terzetto spagnolo che occupa dalla quarta alla sesta posizione, mentre la prova di insieme azzurra è completata altresì dal settimo posto di Giovanni Ruggiero in 2.13’59”, il che consente all’Italia di aggiudicarsi anche il titolo europeo a squadre.

gettyimages-1270452-1024x1024
Modica, Baldini e Goffi celebrano il “tris azzurro” – da:gettyimages.it

La vita di un atleta, si sa, non è mai “tutta rose e fiori” e, proprio nel momento in cui sta raccogliendo i frutti dei suoi sacrifici, Baldini è costretto a saltare l’intero anno 1999 per infortunio, stagione che utilizza per convolare a nozze con la quattrocentista Virna De Angeli e seguirla dalla tribuna ai Mondiali di Siviglia ’91, Rassegna che, anche in sua assenza, vede la truppa azzurra ben figurare, laddove si consideri che, alle spalle dell’idolo di casa Abel Anton – che bissa in 2.13’36” il titolo di due anni prima ad Atene – Modica coglie uno splendido argento in 2.14’03”, con Goffi quinto in 2.14’50” e Caimmi a chiudere la Classifica dei primi 10 con il tempo di 2.16’23”.

gettyimages-1557166-1024x1024
La gioia di Modica per l’argento mondiale di Siviglia ’99 – da:gettyimages.it

Non è facile riprendersi da un anno di inattività, e Baldini ne paga lo scotto ai “Giochi di Fine Millennio”, presentandosi all’appuntamento dell’1 ottobre 2000 a Sydney con l’unico riscontro del sesto posto di metà aprile a Londra, dove ha coperto la distanza in 2.09’45”, con il risultato di non completare la gara, al pari di Modica, così che a salvare l’onore in Casa Italia vi pensa Leone – che l’anno precedente aveva fatto registrare i rispettivi tempi di 2.10’03” giungendo sesto a Londra e di 2.09’36” con il quarto posto di New York – il quale, dopo l’eccellente risultato costituito dal secondo posto colto a Roma in 2.08’41”, ottiene un significativo piazzamento, classificandosi quinto in 2.12’14”, alle spalle del britannico Jon Brown, mentre il podio parla esclusivamente africano, con la vittoria che arride all’etiope Gezahege Abera in 2.10’11” davanti al keniano Erick Wainaina, già bronzo quattro anni prima ad Atlanta.

La Maratona non è specialità in cui ci si possa affidare al caso od alla fortuna, tutto ciò che ottieni è frutto di duri allenamenti e grandi sacrifici, specie per i fondisti europei cui Madre Natura non ha fornito un “fisico ad hoc” come quello degli atleti degli altipiani, ed ecco che, in vista dell’appuntamento iridato di Edmonton 2001 – stagione per Baldini allietata dalla nascita a giugno della prima figlia Alessia, cui seguiranno Laura a febbraio 2012 e Lorenzo a gennaio 2015 – l’oramai 30enne emiliano svolge un confortante test ad inizio aprile a Torino, secondo in 2.08’51”, al pari di Leone, che alla Maratona di Otsu, in Giappone, del 4 marzo 2001, stabilisce il proprio “Personal Best” in carriera con 2.07’52”, all’epoca altresì primato italiano …

Coppia azzurra che ben si comporta in Canada il 3 agosto 2001, data della gara, con Leone a cogliere il suo ultimo piazzamento di un certo rilievo giungendo undicesimo i 2.17’54”, mentre Baldini riesce ad inserirsi nell’oramai consueto duello etiope/keniano che vede Abera bissare l’Oro olimpico in 2.12’42” davanti al keniano Simon Biwott (2.12’43”), nel mentre l’azzurra strappa a Testaye Tola il gradino più basso del podio in 2.13’18”.

gettyimages-607214-2048x2048
Baldini in azione durante la Maratona di Edmonton 2001 – da:gettyimages.it

Un bronzo iridato è il modo migliore per ottenere anche sontuosi ingaggi nelle più importanti Maratone del pianeta, ragion per cui Baldini “salta” gli Europei di Monaco di Baviera 2002 – dove si iscrive sui soli 10mila metri, peraltro ottenendo il suo miglior piazzamento in pista, con il quarto posto in 27’50”98 – per dedicarsi alla strada, avendo così l’opportunità di migliorare il primato italiano di Leone con le 2.07’29” corse il 14 aprile a Londra, per poi classificarsi quinto ad inizio novembre a New York con il tempo di 2.09’12”.

Tempi che, in ogni caso, confermano il suo ottimo stato di forma, e se si può rinunciare “a cuor leggero” ad un Campionato Europeo, ben più difficile è evitare di confrontarsi con il resto del pianeta in occasione della Rassegna iridata di Parigi 2003, dove Baldini si presenta forte delle 2.07’56” fatte registrare il 13 aprile a Londra e che gli valgono la seconda posizione …

In una prova disputata a fine agosto, nonostante il clima non proprio favorevole, la stessa fa registrare il record dei Campionati, con il successo ad arridere al marocchino Jaouad Gharib in 2.08’31”, avendo la meglio in volata (2.08’38”) sullo spagnolo Julio Rey, nel mentre il portacolori azzurro conferma il bronzo di due anni prima in 2.09’14”, con anche Caimmi a ben figurare, chiudendo sesto in 2.09’29”.

gettyimages-2475586-1024x1024
Un Baldini soddisfatto dopo il bronzo iridato di Parigi 2003 – da:gettyimages.it

E’ altresì risaputo che, nelle gare di resistenza, l’aspetto anagrafico conta molto meno rispetto alle prove di velocità od agilità, portandosi viceversa dietro, con l’età, una maggiore esperienza fondamentale soprattutto per ciò che concerne l’aspetto tattico nel gestire una prova così delicata e massacrante, circostanza che Baldini sfrutta a proprio favore nella sua terza apparizione olimpica, che nell’occasione vede i celebri 42,195 chilometri snodarsi sul percorso che leggenda vuole sia stato ultimato da Filippide per annunciare la vittoria degli Ateniesi sui Persiani …

L’unica certezza è che l’arrivo, quel 29 agosto 2004, è fissato all’originario Stadio Panathinaikos dove si erano svolte nel 1896 le prime Olimpiadi dell’Era Moderna, appositamente ristrutturato per l’occasione, il che fornisce un’ulteriore aureola di gloria alla competizione, a cui sono iscritti, oltre a Baldini, anche Caimmi ed Alberico Di Cecco per l’Italia, con ai nastri di partenza l’ex mezzofondista keniano Paul Tergat, detentore della migliore prestazione mondiale (per la Maratona non si parla mai di “record” …) in virtù delle 2.04’55” corse il 28 settembre 2003 a Berlino.

L’alfiere azzurro, presentatosi nella Capitale ateniese dopo il consueto test di metà aprile a Londra – concluso con un buon quarto posto in 2.08’37” – saggiamente non segue l’attacco a metà gara portato dal brasiliano Vanderlei de Lima (Oro nella specialità ai “Giochi Panamericani” di Winnipeg 1999 e Santo Domingo 2003), il quale accumula un buon margine prima che sia lo stesso Baldini a rompere gli indugi al 25esimo chilometro, guidando un gruppetto di inseguitori composto da otto unità, andatesi man mano riducendosi sino a che ad inseguire il sudamericano restano l’azzurro, il citato primatista mondiale Tergat e l’americano di origine eritrea Mebrahtom “Meb” Keflezighi

Contro ogni aspettativa, il primo a crollare è proprio Tergat – concluderà non meglio che decimo in 2.14’45” – mentre al comando il vantaggio di Lima scema progressivamente, con Baldini che intuisce come stia per materializzarsi la sua “grande occasione”, non potendo peraltro immaginare di ricevere un aiuto quanto mai insolito ed insperato …

Accade, difatti, che a circa 7 chilometri dalla conclusione, mentre Vanderlei de Lima sta cercando di resistere al tentativo di rimonta di Baldini, lo stesso venga aggredito da tal Cornelius Horan, un manifestante irlandese ubriaco, il quale cerca di impedirgli di proseguire la corsa …

vanderlei
L’incredibile aggressione a Vanderlei de Lima – da:revistacanal.com

Fortunatamente per il brasiliano, l’intervento del pubblico presente – e segnatamente dello spettatore greco Polyvios Kossivas – consente di liberarlo dal malintenzionato, così che può riprendere a correre, pur se, nel frattempo, è stato superato dall’azzurro, in quanto l’incidente è stato valutato possa essergli costato tra i 15” ed i 20”, oltre ovviamente alla perdita di ritmo, che per chi è esperto di maratone, sa cosa possa voler dire …

Per onestà, occorre evidenziare che la differenza di passo tra Baldini e Vanderlei de Lima era tale che l’azzurro avrebbe in ogni caso portato a casa la vittoria, mentre forse il gesto dello squilibrato è costato al brasiliano la medaglia d’argento, viceversa appannaggio di Keflezighi, pur riuscendo quantomeno a salvare il podio dal ritorno del britannico Jon Brown …

Di sicuro non un bello spot per l’Atletica e lo Sport in generale, ma comunque, ripetiamo, ciò non inficia la legittimità della vittoria di Baldini, che può fare il suo ingresso in solitario nel suggestivo Stadio Panathinaikos per andare a coronare il sogno di una vita, tagliando il traguardo in 2.10’55” e portare nuovamente l’Italia sul gradino più alto del podio olimpico a 16 anni di distanza dal trionfo di Gelindo Bordin a Seul.

Mens Marathon
Baldini festeggia l’Oro di Atene 2004 – da:germanroadraces.de

Allo sfortunato fondista brasiliano, oltre alla consolazione del bronzo, viene altresì assegnata, quanto mai a giusta ragione, la “Medaglia Pierre de Coubertin” per l’elevato senso di sportività dimostrato nella circostanza, nel mentre la pattuglia azzurra vede Di Cecco concludere nono in 2.14’34” e Caimmi rispettare lo “Spirito Olimpico” evitando di ritirarsi nonostante il modesto piazzamento, 52esimo con 2.23’07” …

Per Baldini, al contrario, inizia il “tira e molla” tra il volersi ritirare e ripensarci, ma dopo che la successiva stagione – oltre al consueto appuntamento primaverile con Londra, quinto in 2.09’25” – lo vede ritirarsi ai Campionati Mondiali di Helsinki 2005, l’azzurro è ancora in grado di piazzare due “colpi” allo scoccare delle 35 primavere …

Dapprima, nell’oramai abituale appuntamento londinese del 23 aprile 2006, realizza il suo “Personal Best” in carriera con 2.07’22” – tuttora imbattuto quale miglior prestazione italiana sulla distanza – per poi arricchire il suo invidiabile Palmarès con un secondo titolo europeo alla Rassegna Continentale di Goteborg, dove il 13 agosto 2006 sono sufficienti 2.11’32” per avere ragione dello svizzero Viktor Rothlin e dello spagnolo Rey, con il Team azzurro a portare al traguardo anche Francesco Ingargiola (quinto con 2.13’04”) e Goffi che chiude undicesimo in 2.13’04”.

B_fed41d1b0567eb3ef817203a40476d66
Il vittorioso arrivo di Baldini agli Europei di Goteborg ’06 – da:runnersworld.it

Non avendo più granché da chiedere quanto ad allori, Baldini si dedica ai grandi appuntamenti su strada, partecipando a due edizioni consecutive della Maratona di New York – sesto in 2.11’33” nel 2006 e quarto l’anno seguente con 2.11’58” – per poi rispettare la “regola non scritta” che vuole che l’Oro olimpico in carica debba difendere il titolo nell’edizione successiva dove, a dispetto degli oramai 37 anni, è ancora in grado di ben figurare nella gara dei Giochi di Pechino 2008, migliore degli italiani con il tempo di 2.13’25” che gli vale la 12esima posizione, nel mentre il keniano Samuel Kamau Wanjiru fa registrare il record olimpico di 2.06’32”, migliorando il limite di 2’09’21” del portoghese Carlos Lopes risalente addirittura ai Giochi di Los Angeles 1984 …

Il fatto che Baldini si iscriva anche alla Maratona dei Campionati Europei 2010 di Barcellona è solo un mero dato statistico, visto che non completa neppure la prova, utile solo a fargli annunciare il ritiro definitivo dalle competizioni, lasciando gli appassionati a disquisire se debba spettare a lui od a Gelindo Bordin la palma di “Miglior Maratoneta azzurro” di ogni epoca …

Ma, in tutta sincerità, crediamo che ciò, ai diretti interessati, importi veramente il giusto …

 

ADRIAN MOORHOUSE, IL PRINCIPE INGLESE DELLA RANA PIU’ FORTE DI OGNI AVVERSITA’

adrian-moorhouse.jpg
Adrian Moorhouse – da:teamgb.com

Articolo di Giovanni Manenti

Curioso il fatto di come, in alcuni Sport che comprendono varie specialità – quali Atletica Leggera, Nuoto, Ginnastica e Scherma – vi siano Nazioni che vedono i propri rappresentanti primeggiare in una sola di esse, come se le altre quasi non esistessero o, comunque, relegate a ruolo di comprimarie …

Un esempio eclatante di quanto appena riferito, giunge dalla Gran Bretagna per quanto attiene al Nuoto maschile, disciplina che l’ha vista raccogliere solo 10 medaglie d’Oro nella ultracentenaria Storia delle Olimpiadi.

Laddove si consideri poi, che ben 6 di esse sono state conquistate tra le edizioni di Parigi 1900 e Londra 1908, ecco che le restanti quattro hanno visto i rappresentanti di Sua Maestà trionfare esclusivamente nello stile a rana, da David Wilkie ai Giochi di Montreal ’76 sino al recente Adrian Peaty, 40 anni dopo a Rio de Janeiro …

E se il citato Wilkie è stato di gran lunga il più decorato – con due argenti ed un Oro olimpici (con quest’ultimo ad impedire un fantastico “Cappotto Usa” a Montreal ’76 …), 3 Ori e 2 bronzi mondiali, nonché 2 Ori ed un argento europei – non vi è dubbio che il record di longevità, dopo aver ricordato anche Duncan Goodhew (Oro sui m.100 rana ai Giochi di Mosca ’80) e Nick Gillingham (argento a Seul ’88 e tre volte Campione europeo sui m.200 rana), spetti al protagonista della nostra Storia odierna.

Nato difatti il 24 maggio 1964 a Bradford, nello Yorkshire, Adrian David Moorhouse resta “folgorato”, come spesso accade in età giovanile, dalla vittoria di Wilkie a Montreal, episodio che lo porta a cercare di ricalcarne le orme, così che già nel 1980 inizia a far parte della Nazionale britannica, pur non essendo selezionato per i Giochi di Mosca dove, ripetiamo, ad affermarsi sulla distanza dei m.100 rana è il connazionale Goodhew, pur beneficiando dell’assenza dei nuotatori americani.

E mentre per Goodhew detto alloro rappresenta l’apice della carriera, dall’anno successivo il suo ruolo di leader della specialità è raccolto da Moorhouse, il quale fa il proprio esordio internazionale ai Campionati Europei di Spalato ’81, dove si piazza quarto sui m.100 rana in 1’04”13 e coglie il bronzo sulla doppia distanza, nuotata in 2’18”14, a soli 0”06 centesimi dalla medaglia d’argento, mentre la vittoria arride al sovietico Robertas Zhulpa in 2’16”15, non lontano dal limite mondiale appartenente a Wilkie con i suoi 2’15”11 realizzati in occasione del più volte ricordato trionfo olimpico canadese.

Nonostante abbia ottenuto il miglior piazzamento sulla doppia distanza alla Rassegna Continentale, Moorhouse si trova più a suo agio sui 100 metri, come dimostra l’anno seguente allorché si presenta al doppio appuntamento dei Campionati Mondiali di inizio agosto 1982 a Guayaquil, cui seguono i “Commonwealth Games” in programma a Brisbane, in Australia, ad inizio ottobre …

Vi è da dire, nel commentare la carriera del ranista inglese, che la stessa è coincisa con un periodo di fioritura di grandi esponenti della specialità, quali gli americani John Moffet e Steve Lundquist, al pari dell’ungherese Karoly Guttler e del sovietico Dmitry Volkov, nonché, soprattutto, del canadese Victor Davis, con il quale la rivalità con Moorhouse tocca i massimi livelli, avendo gli stessi modo di confrontarsi anche nei “Giochi di Sua Maestà” …

L’esordio iridato del 18enne di Bradford, in Ecuador, è complessivamente confortante, visto che nella Finale dei m.100 rana dell’1 agosto sfiora il podio, fallito per l’inezia di soli 0”02 centesimi (1’03”13 ad 1’03”15) rispetto a Moffet, nel mentre il titolo se lo aggiudica Lundquist, a propria volta migliore di Davis (1’02”75 ad 1’02”82) di soli 0”07 centesimi, non lontano dal primato mondiale che lo stesso Lundquist aveva strappato al tedesco Gerald Morken solo 12 giorni prima con 1’02”62 e che poi abbassa ad 1’02”53 il successivo 21 agosto.

Davis che, viceversa, trovandosi più a suo agio sulla doppia distanza, trionfa il 5 agosto nella Finale dei m.200 rana in cui fa registrare il nuovo limite mondiale di 2’14”77, precedendo il Campione europeo Zhulpa e Moffet (2’16”68 e 2’18”54 rispettivamente …), mentre Moorhouse conclude non meglio che settimo con il tempo di 2’19”85.

La rivincita tra l’inglese ed il canadese si consuma due mesi dopo a Brisbane, dove Moorhouse coglie il suo primo, significativo successo, superando di stretta misura Davis (1’02”93 ad 1’03”18) nella Finale dei m.100 rana – in cui, per la prima volta in carriera, scende sotto la “barriera dell’1’03” netti” – per poi arrendersi all’indiscussa superiorità del suo avversario sulla doppia distanza, dove si afferma in 2’16”25 rispetto ai 2’19”31 che valgono a Moorhouse – argento anche con la staffetta 4x100mista alle spalle dell’Australia – il bronzo, preceduto anche dall’atleta di casa Glen Beringen.

Stagione importante per il ranista britannico, che acquista piena consapevolezza nei propri mezzi, così da poter pianificare la partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, passando attraverso i Campionati Europei di Roma in programma a fine agosto 1983 …

Nel mentre dall’altra parte dell’Oceano Lundquist è impegnato a migliorare se stesso, abbassando ulteriormente nel giro di soli 11 giorni il proprio primato sui m.100 rana portandolo dapprima ad 1’02”34 e quindi ad 1’02”28 in occasione dei “Giochi Panamericani” di Caracas, Moorhouse si presenta alla Piscina dei Fori Imperiali come il logico favorito su entrambe le distanze, subendo viceversa un’inattesa sconfitta sui 100 metri, ancorché per soli 0”05 centesimi (1’03”32 ad 1’03”37), da parte del pur sempre valido Zhulpa, con l’ex primatista Morken a completare il podio in 1’04”16 …

Inglese che si riscatta sulla distanza a lui meno congeniale, affermandosi sui m.200 rana con il tempo di 2’17”49 in una Finale in cui Zhulpa giunge terzo in 2’18”72, preceduto anche dall’ungherese Alban Vermes, con il sovietico a cogliere un secondo Oro con la staffetta 4x100mista che vede la Gran Bretagna concludere sesta.

Nella carriera di ogni atleta, la massima ambizione è quella di raggiungere la “Gloria Olimpica”, appuntamento verso il quale è incentrata la preparazione nel periodo della massima maturità, con però la limitazione dovuta al fatto che tale Rassegna si svolge ogni quattro anni e, pertanto, riuscire a far combaciare il miglior stato di forma con l’evento non è spesso facile.

Quando poi vi si mettono anche circostanze extra sportive – come nel caso dei due opposti boicottaggi dei blocchi occidentale ed orientale ai Giochi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 – le possibilità si riducono ancor più, così che, ad esempio, i ranisti sovietici ed ungheresi, tra i migliori della specialità, devono loro malgrado rinunciare alla rassegna californiana.

Di contro, l’anno olimpico porta quasi sempre al miglioramento delle proprie prestazioni, in specie in un Paese come gli Stati Uniti dove è talora più difficile superare i Trials di qualificazione – ricordiamo che, proprio dall’edizione di Los Angeles ’84, gli iscritti ad ogni singola gara individuale vengono ridotti da tre a due – che non aggiudicarsi la medaglia d’oro, prova ne sia che, nella Finale dei m.100 rana del 25 giugno 1984 ad Indianapolis, Richard Schroeder viene escluso con un tempo di 1’03”03 – che gli sarebbe valso il quarto posto ai Giochi – mentre Moffet e Lundquist scendono entrambi sotto il precedente limite mondiale, con il primo ad avere la meglio per soli 0”03 centesimi (1’02”13 a 1’02”16) …

Problemi di partecipazione che non riguardano sia Moorhouse che Davis, con quest’ultimo a confermare il proprio stato di grazia migliorando, il 17 giugno, il suo stesso record sulla doppia distanza, abbassandolo sino a 2’14”58, mentre per l’inglese, purtroppo, una brutta tonsillite contratta alla vigilia dei Giochi, ne limita le prestazioni, a dimostrazione di quanto appena detto …

Il programma prevede che, nel “McDonald’s Olympic Swin Stadium” di Los Angeles, la prima gara ad andare in scena siano i m.100 rana, con batterie fissate al mattino e la Finale al pomeriggio del 29 luglio 1984, con Moffet a fornire una performance eccellente che lo porta a sfiorare il suo fresco primato, cogliendo il Record Olimpico in batteria con 1’02”16, nel mentre Lundquist, Davis e Moorhouse si qualificano con i rispettivi quinto, sesto e settimo tempo …

Un Lundquist che vede il suo trono di miglior ranista del pianeta detenuto da un quinquennio – pur non avendo potuto dare dimostrazione di ciò ai Giochi di Mosca ’80 per il noto boicottaggio – vacillare pericolosamente sotto la spinta del connazionale, riceve un insperato aiuto dalla buona sorte, allorché lo sforzo in batteria determina una contrattura muscolare per Moffet, il quale si presenta ugualmente sui blocchi di partenza della Finale, sia pur con una vistosa fasciatura alla coscia destra …

Con il suo principale avversario visibilmente menomato e Moorhouse non al meglio della condizione, Lundquist deve tenere a bada il solo Davis – viceversa in splendida forma come non mai – dando vita ad una splendida sfida che li vede entrambi scendere per la prima volta al Mondo sotto l’1’02” netto, con l’americano a concludere in 1’01”65 (record che resta imbattuto per 5 anni …) ad il canadese a far registrare il suo “Personal Best” in carriera con 1’01”99.

Il tutto mentre Moorhouse fallisce il podio, piazzandosi non meglio che quarto in 1’03”25, preceduto anche (1’02”97) dall’australiano Peter Evans, davanti allo stoico Moffet che conclude la gara in 1’03”29 imprecando alla mala sorte che gli ha tolto un’opportunità più unica che rara …

La delusione olimpica è atroce per Moorhouse – il quale non riesce a qualificarsi, con il nono tempo, primo degli esclusi, per la Finale dei 200 metri, vinta agevolmente con il nuovo record assoluto di 2’13”34 da Davis, il quale contribuisce anche all’argento del Canada nella staffetta 4x100mista – il quale medita addirittura di abbandonare l’attività: “A conclusione dei Giochi ero distrutto, mi ero convinto di non avere le qualità per vincere una medaglia d’Oro olimpica e mondiale e non volevo più avere nulla a che fare con il Nuoto …!!”.

L’aver “staccato la spina” ed essersi preso un periodo di riflessione, aiuta Moorhouse a convincersi di dare a se stesso un’altra chance in vista della Rassegna Continentale, in preparazione della quale assume un valore fondamentale lo stabilire il Record mondiale sui m.100 rana in vasca corta con il tempo di 1’00”58, il che diviene la necessaria iniezione di fiducia per presentarsi con rinnovate ambizioni ai Campionati Europei di inizio agosto 1985 a Sofia dove, iscritto sulla sola più breve distanza, fa suo il titolo con un più che discreto 1’02”99 precedendo il tedesco Rolf Beab e la nuova stella della rana sovietica, il 19enne Volkov.

Rinfrancato da tali risultati, Moorhouse è pronto ad accettare la doppia sfida con Davis dell’anno seguente, incentrata, nell’arco di un mese, dapprima sui “Commonwealth Games” di fine luglio 1986 in programma ad Edimburgo e quindi, a metà agosto, sulla Rassegna iridata di Madrid

In un Team britannico in cui inizia a farsi strada anche Nick Gillingham – peraltro, al contrario del connazionale, più a suo agio sulla doppia distanza – Davis e Moorhouse danno spettacolo nella Capitale scozzese, staccandosi dal resto del lotto in entrambe le gare che, rispetto ai pronostici, forniscono un esito inverso, nel senso che il canadese precede il 22enne inglese di stretta misura (1’03”01 ad 1’03”09) sui m.100, per poi esserne sconfitto (2’16”35 a 2’16”70) sui 200 metri, prova il cui podio è completato da Gillingham, sia pur a debita distanza.

Ma, quelle di Edimburgo, non sono altro che le “Prove Generali” in vista della ben più importante Rassegna iridata, dove la sfida tra i due rivali è considerata uno dei “piatti forti” del programma, visto anche il ricambio generazionale in corso tra gli americani dopo il ritiro di Lunquist e Moffet, con il solo ricordato Volkov a vestire i panni del “terzo incomodo”, anche se non è altresì da trascurare il nostro Gianni Minervini, che aveva mancato il podio europeo per soli 0”05 centesimi sui m.100 rana l’anno precedente a Sofia …

E che Moorhouse abbia tutte le carte in tavola per primeggiare lo conferma nelle batterie del mattino del 17 agosto, allorché stabilisce il miglior tempo con 1’02”28 che rappresenta altresì il nuovo Record europeo, lasciandosi alle spalle sia Davis (1’03”28) che Volkov (1’03”78), con Minervini ad inserirsi tra i due con un eccellente 1’03”27 …

Oltretutto coetanei – Davis è di soli tre mesi più anziano – i due favoriti non si risparmiano al pomeriggio, con l’argento di Los Angeles a prendere la testa in avvio, virando per primo a metà gara, per poi essere raggiunto e superato all’altezza dei 75 metri da Moorhouse che va a toccare migliorando il tempo del mattino con 1’02”01 lasciando ad oltre mezzo secondo Davis (1’02”71), mentre Minervini la spunta (1’03”00 ad 1’03”30) su Volkov nella lotta per il bronzo

Ma c’è un giallo, vale a dire una decisione del Giudice di linea che accusa l’inglese di virata irregolare in quanto nella subacquea dopo metà gara avrebbe, secondo lui, battuto i piedi a farfalla, con conseguente squalifica, confermata anche dopo l’appello della Federazione britannica, anche se le riprese televisive non evidenziano un tale anomalo comportamento …

Se Moorhouse fosse stato quello di Los Angeles, una mazzata del genere sarebbe stata più che sufficiente per mandare tutti in malora, ma fortunatamente l’acquisita forza mentale gli consente di trasformare in energia positiva il torto subito, in parte compensato, per quanto possa valere, dal primo posto nel Ranking Mondiale di fine anno, un titolo che manterrà per il successivo quadriennio.

Davis, dal canto suo, dimostra di aver iniziato la fase calante, come certifica l’esito dei m.200 rana che lo vede sconfitto (2’14”27 a 2’14”93) dal 17enne ungherese Jozsef Szabo, il quale vive il suo “Periodo di Gloria” facendo seguire al titolo iridato anche quello europeo nel 1987 e l’Oro olimpico a Seul ’88, nel mentre Moorhouse conclude ai margini del podio, quarto in 2’17”97 …

Oramai deciso a puntare pressoché esclusivamente ai 100 metri, Moorhouse si presenta ai Campionati Europei 1987 che si svolgono nella seconda metà di agosto a Strasburgo con il chiaro obiettivo di testare le proprie condizioni in vista dell’appuntamento olimpico dell’anno successivo a Seul, ben sapendo che lo stesso rappresenta la sua ultima possibilità per affermarsi in detta Rassegna, e l’esito è quanto mai rassicurante.

Difatti, pur se iscritto su entrambe le prove, il riscontro cronometrico di 1’02”13 con cui tiene a bada Volkov (1’02”43) per confermare il titolo di Sofia sui m.100 rana, migliora il suo record europeo – non essendo chiaramente stato omologato il tempo di Madrid – ed anche il riscontro sulla doppia distanza, indipendentemente dal bronzo ottenuto, è quanto mai confortante, visto che il 2’15”75 rappresenta il suo “Personal Best” in carriera, pur se il riferito Szabo è di un altro Pianeta, come certifica il suo 2’13”87 con cui si aggiudica la medaglia d’Oro in una Finale in cui conclude al quinto posto in 2’16”82 anche Gillingham …

Un Moorhouse che conclude le sue fatiche in terra di Francia completando il “tris di medaglie” con l’argento della staffetta 4x100mista alle spalle dell’Unione Sovietica, per poi affrontare il periodo di allenamenti invernali con la ferma intenzione di far suo l’Oro olimpico, dopo quella che ritiene la beffa dello “scippo” del titolo iridato a Madrid.

Quella che, a tutti gli effetti, è la “Resa dei Conti” con Davis – il quale rimane vittima di un controverso incidente che lo vede perdere la vita il 13 novembre 1989, a soli 25 anni – va in scena alla “Jamsil Indoor Swimming Pool” della Capitale coreana il 19 settembre 1988, dopo che già nelle batterie del giorno prima Moorhouse aveva “mostrato le carte”, con il miglior tempo di 1’02”19, pur se anche il canadese e Volkov non erano andati male, divisi (1’02”48 ad 1’02”49) da un solo 0”01 centesimo, con anche l’ungherese Karoly Guttler, il nostro Minervini ed il tedesco orientale Christian Poswiat a scendere sotto l’1’03” netti, mentre delude l’americano Schroeder, qualificatosi con il settimo tempo di 1’03”05 dopo aver vinto i Trials di Austin in 1’01”96 …

Con Moorhouse e Davis ad occupare le corsie centrali, quella di Seul è ricordata come una delle più emozionanti Finali olimpiche nella Storia dei m.100 rana, con ben 7 degli 8 finalisti a scendere sotto l’1’03” netti e, soprattutto, con un andamento sconvolgente, visto che a prendere decisamente la testa in avvio è Volkov, il quale tenta la “carta a sorpresa” virando a metà gara in 28”12, tempo inaudito (addirittura inferiore di 0”76 centesimi al passaggio record di Lunquist a Los Angeles ’84 …) che gli consente di avere un vantaggio superiore agli 0”80 centesimi su di un terzetto comporto da Guttler (28”94), Minervini (28”96) e Schroeder (28”97), nel mentre Moorhouse e Davis transitano pressoché appaiati (29”42 e 29”44) addirittura in sesta e settima posizione …

Recuperare 1”30 in soli 50 metri sembra un’impresa ai limiti dell’impensabile, ma la rana è lo stile più lento e può consentire tali rimonte, con il sovietico che ai 75 metri inizia a perdere confidenza sino ad essere raggiunto proprio sul tocco finale per un arrivo che ad occhio nudo gli spettatori non sono in grado di decifrare, finché a dirimere la questione non interviene il tabellone elettronico che assegna la vittoria a Moorhouse che migliora nuovamente con 1’02”04 il primato europeo, ma con il ridottissimo margine di solo 0”01 centesimo su Guttler, nel mentre Volkov salva (1’02”20 ad 1’02”38) quantomeno il bronzo dal ritorno di Davis, per la prima volta escluso dal podio dal 1982 ad oggi.

La visione del proprio nome in cima al tabellone provoca in Moorhouse un’esplosione di gioia indescrivibile, rendendosi conto di essere finalmente ripagato dell’impegno e dei sacrifici compiuti per assaporare il suo “Momento di Gloria”, per un successo che, a livello di squadra, “rischia” di essere completo, con Gillingham a cogliere l’argento alle spalle di Szabo (2’13”52 a 2’14”12) sulla doppia distanza, mentre anche lo sfortunato canadese ha modo di completare la sua straordinaria carriera con l’argento ottenuto con la staffetta 4x100mista.

Un Moorhouse che è in seguito la palese dimostrazione di quanto sia importante raggiungere determinati traguardi a livello psicologico, visto che, con la mente sgombra dall’assillo del grande successo internazionale, giustifica a pieno titolo l’Oro conseguito negli anni a venire, allorché alla Rassegna Continentale di Bonn 1989 migliora, addirittura in batteria, il Record mondiale di 1’01”65 stabilito da Lunquist a Los Angeles ’84, nuotando la distanza in 1’01”49, per poi non avere difficoltà da imporsi in Finale con il tempo di 1’01”71, ancorché pure Volkov (1’01”97) scenda sotto l’1’02” netti, con il podio ad essere completato da un Gillingham che, dal canto suo, si aggiudica il titolo sui m.200 rana togliendo in 2’12”90 il primato assoluto a Davis …

Con i Campionati Mondiali che, a causa dell’assegnazione a Perth, slittano dal 1990 a gennaio ’91 trovandosi nell’emisfero australe, nello stesso mese dell’anno precedente si svolgono ad Auckland i “Commonwealth Games”, dove Moorhouse si impone sui m.100 rana eguagliando al centesimo il suo fresco primato mondiale, nel mentre Gillingham non va oltre due medaglie di bronzo su entrambe le distanze, nuotando ben al di sopra delle sue possibilità sui 200 metri.

Quasi fosse telecomandato, Moorhouse centra per la terza volta il crono di 1’01”49 anche ai Campionati britannici il 26 luglio ’90, così che appare il logico favorito per l’Oro alla Rassegna iridata di Perth ’91, che vede la prova sui m.100 rana fissata per il 7 gennaio, con batterie al mattino e Finale al pomeriggio …

Come però i più attenti lettori avranno avuto modo di realizzare, vi è un’altra Nazione europea in grado di sfornare ranisti a ripetizione, vale a dire l’Ungheria che, con Szabo ad aver esaurito in un triennio le sue velleità – concluderà al quinto posto la Finale dei 200 metri – affianca al sempre pericoloso Guttler il non ancora 19enne Norbert Rozsa, alla sua prima apparizione sul grande palcoscenico internazionale …

Un esordio con il botto, in quanto in batteria l’ungherese realizza il miglior tempo andando a fermare i cronometri (indovinate un po’ …) anch’esso sul tempo di 1’01”49, caso più unico che raro di un record mondiale eguagliato quattro volte, cogliendo impreparato Moorhouse, pur se lo stesso nuota in 1’01”88 precedendo Volkov, Guttler e Wunderlich, anch’essi sotto l’1’03” netti, mentre Minervini centra ancora l’accesso alla Finale, sia pur con l’ottavo tempo utile …

Azzurro che compie il suo capolavoro in Finale, allorché realizza il suo “Personal Best” in carriera con lo straordinario tempo di 1’01”74 che gli vale il bronzo, relegando per soli 0”05 centesimi Volkov ai margini del podio, anche se la vera sfida si svolge tra un Moorhouse che nuota sui propri limiti, concludendo in un comunque eccellente 1’01”58, non sufficiente però ad impedire alla nuova stella magiara di soffiargli Oro e record mondiale andando a toccare in 1’01”45 …

Rozsa che si conferma a grandi livelli anche sui 200 metri, cogliendo l’argento in 2’12”03 davanti a Gillingham (2’13”12), dovendosi peraltro arrendere al nuovo dominatore della specialità, vale a dire l’americano Mike Barrowman che, dopo aver già a più riprese migliorato il precedente primato di Gillingham, porta tale limite a 2’11”23.

Per Moorhouse l’occasione per prendersi una rivincita sull’ungherese potrebbe essere data dai Campionati Europei che si svolgono ad Atene a fine agosto, ma ancora una volta Rozsa dimostra la sua superiorità, abbassando ad 1’01”29 il proprio limite in batteria per poi avere la meglio in Finale così da impedire all’inglese (argento in 1’01”88) di conquistare un “Fantastico Poker” di titoli continentali consecutivi, andando a toccare, verrebbe da ridere, in 1’01”49 ovviamente …

Per l’oramai 28enne di Bradford è giunta l’ora dell’addio all’attività agonistica, non prima però di calcare per un’ultima volta la scena olimpica, iscrivendosi anche ai Giochi di Barcellona dove nella Finale dei m.100 rana la coppia britannica Gillingham/Moorhouse conclude non meglio che settimo ed ottavo, divisi, da buoni amici, da un solo 0”01 centesimo (1’02”32 ad 1’02”33), nel mentre Rozsa viene sconfitto a sorpresa (1’01”50 ad 1’01”68) dall’americano Nelson Diebel, all’unico grande successo della propria carriera, mentre più logico è l’argento conquistato sulla doppia distanza, dove ha la meglio nella sfida per la piazza d’onore (2’11”23 a 2’11”29) su Gillingham – con entrambi a scendere sotto il precedente limite europeo – rispetto allo stratosferico tempo di 2’10”16 stabilito da Barrowman e destinato a resistere per oltre un decennio …

A PECHINO 2008 LA PRIMA VOLTA DELLA FRANCIA SUL TRONO OLIMPICO DELLA PALLAMANO

reuters137465102408124752_big
Un’azione di gioco di Daniel Narcisse – da repubblica.it

articolo di Nicola Pucci

Già due volte campione del mondo, nel 1995 in Islanda e nel 2001 davanti al pubblico amico, nonché detentrice del titolo europeo in carica per la vittoria alla rassegna continentale in Svizzera nel 2006, la Francia della pallamano manca di celebrare nel migliore dei modi la corona più ambita, quella olimpica, vantando in sede a cinque cerchi una sola medaglia di bronzo alla prima partecipazione, a Barcellona 1992. Bisogna dunque colmare il gap con le formazioni più blasonate, e il 2008 è l’anno giusto.

Il National Indoor Stadium di Pechino accoglie le dodici squadre che partecipano al torneo di pallamano alle Olimpiadi del 2008. I Giochi pechinesi sono attesi con grande curiosità, visto l’equilibrio e l’alternarsi della nazionali capaci di primeggiare nelle grandi manifestazioni internazionali, se è vero che da quando la Croazia vinse il titolo ai Giochi di Atene del 2004, battendo in finale la Germania, nel quadriennio successivo le due edizioni dei Mondiali del 2005 e del 2007 e degli Europei del 2006 e del 2008 hanno visto il trionfo di Spagna e Germania nella kermesse iridata, di Francia appunto e Danimarca nell’evento continentale.

E proprio queste sono le favorite a Pechino, a conferma del dominio nella specialità delle squadre europee, con la sola Corea del Sud, tra i paesi extraeuropei, capace di salire sul podio olimpico nella rassegna casalinga di Seul del 1988 e che, assieme alla Cina padrona di casa e al Brasile e all’Egitto che rappresentano Sudamerica e Africa, proverà a scombussolare i piani delle formazioni più attrezzate.

Il gruppo A, però, boccia proprio Cina e Brasile, che chiudono agli ultimi due posti rimanendo escluse dai quarti finali ai quali accedono, invece, la Francia, nonostante la sua stella Jerome Fernandez subisca la frattura del terzo metacarpo nel match con la Croazia e sia costretto a lasciare il torneo, che totalizza quattro vittorie ed un pareggio all’ultimo turno con la Polonia, che termina al secondo posto, 30-30 grazie a 8 reti di Nikola Karabatic, mentre Croazia e Spagna, trascinata dal bomber Juan Garcia, che sarà miglior realizzatore dei Giochi con 49 reti, si assicurano a loro volta il passaggio alla fase ad eliminazione diretta.

Il gruppo B è decisamente equilibrato e combattuto, con la Corea del Sud che chiude in testa con sei punti, frutto di tre vittorie e due sconfitte, al pari di Danimarca e Islanda, che ha in Snorri Gudjonsson e Gudjon Valur Sigurdsson una coppia capace di segnare ben 91 reti nel torneo. Russia e Germania terminano appaiate a quota cinque punti, ma i tedeschi, campioni del mondo in carica e vice-campioni olimpici, pagano dazio ad una peggior differenza reti e con la sconfitta con la Danimarca all’ultima partita del girone, 27-21, escono a testa bassa dalla competizione.

Ai quarti di finale la Francia si conferma in gran forma battendo proprio la Russia, 27-24 grazie a 9 reti di uno scatenato Daniel Narcisse, con la Croazia che prosegue nella sua difesa del titolo superando la Danimarca, 26-24 con 7 reti di Goran Sprem, l’Islanda che spenge le fresche illusioni della Polonia, 32-30 con Alexander Petersson che si guadagna la palma di match-winner con 6 reti, e la Spagna che boccia la Corea del Sud, netto 29-24 dopo un primo tempo equilibrato, con Albert Rocas sugli scudi con 8 reti.

In semifinale, dunque, quattro squadre europee, e nel primo match la Francia ferma la corsa verso il bis olimpico della Croazia imponendosi 25-23 grazie a 6 reti di Cedric Burdet e del solito Narcisse e le parate di Thierry Omeyer, che sarà poi premiato come miglior portiere della rassegna. Non bastano alla Spagna, invece, le 7 reti di Rocas per venire a capo di un’ottima Islanda, che si impone alla distanza con un netto 36-30 e va in finale a giocarsi la medaglia d’oro con la Francia.

All’atto decisivo non c’è storia, la Francia, decisamente la squadra più forte del torneo tanto da aver vinto sette delle otto partite disputate, accumula già nel primo tempo un vantaggio consistente, 15-10 grazie alle 8 reti di Karabatic e al contributo di un ottimo Bertrand Gille, per poi amministrare nella ripresa e chiudere con il punteggio di 28-23 che vale il primo trionfo ai Giochi per i transalpini, capitanati da Olivier Girault e che, in precedenza, potevano vantare, come ricordato, solo un bronzo alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. La Spagna chiude sul terzo gradino del podio dopo aver battuto 35-29 la Croazia.

C’è sempre una prima volta, no? Anche perché poi la Francia, quattro anni dopo a Londra, avendoci ormai preso gusto bisserà l’alloro olimpico

LE AMERICANE D’ORO AI PRIMI MONDIALI DI BASKET DEL 1953

1953
La squadra di basket americana – da usab.com

articolo di Nicola Pucci

Quando la Federazione Internazionale di Basket programma per il 1953 in Cile la prima edizione dei Mondiali riservati alle donne, infine giunge il momento anche per le ragazze di far vedere al pianeta della palla a spicchi che pure loro, quando chiamate ad esercitarsi con il canestro, ci sanno fare.

Il format iridato femminile ricalca quello maschile che tre anni prima, sempre in Sudamerica, in Argentina, ha emesso il suo primo vagito celebrando la vittoria in finale della squadra di casa contro gli Stati Uniti, 64-50. Quindi 10 squadre sono ammesse a partecipare, tra queste le migliori rappresentanti appunto del Sudamerica, Cile, Argentina e Paraguay che hanno vinto le prime tre edizioni della rassegna continentale, a cui si aggiungono Brasile e Perù, le tre rappresentanti del Nord-Centroamerica, ovvero Stati Uniti, Messico e Cuba, e due formazioni europee, curiosamente Francia e Svizzera, non meglio che settima ed ottava agli Europei del 1952, vinti dall’Urss che ha rinunciato al viaggio transoceanico al pari delle altre compagini dell’Est e come la stessa Italia, che nel 1938 a Roma vinse l’edizione d’apertura della principale manifestazione del Vecchio Continente.

Come è logico che sia c’è grande attesa per gli Stati Uniti, allenati da John Head, che si presentano all’evento mondiale forti di una squadra che si compone di ben sette giocatrici del Nashville Business College, a cui si aggiungono Betty Clark e Janet Thompson dell’Iowa Wesleyan College. Ma la prima storica sfida, il 7 marzo 1953, all’Estadio Nacionale de Chile che accoglie tutte le gare della rassegna su una piattaforma in legno appositamente costruita per la gioia di ben 35.000 spettatori comodamente seduti, vede opposte Francia e Perù, con le transalpine infine che si impongono con inequivocabile 62-22, trascinate da Anne-Marie Colchen, atleta versatile se è vero che è già stata campionessa europea di salto in alto nel 1946 ad Oslo, che segna 21 punti ed infine verrà eletta miglior marcatrice con 19,2 punti di media a partita. Il giorno dopo Maria Ferrari con 19 punti trascina il Brasile ad una facile vittoria contro Cuba, 50-31, e le americane esordiscono contro il Paraguay, sbarazzandosi delle avversarie, 60-22, grazie a 13 punti di Agnes Baldwin. L’Argentina, che supera il Messico con il punteggio di 39-34, e le padrone di casa del Cile, che liquidano la Svizzera 37-28 sfruttando gli 11 punti di Onesima Reyes, accedono a loro volta al girone finale che assegna le medaglie, così come lo stesso Paraguay che prevale in tre partite di ripescaggio con Messico, 41-33, Perù, 42-30, e Cuba, 69-59 nella prima sfida conclusa ai tempi supplementari e decisa dai 18 punti di Cira Escudero. 

Dal 13 al 22 marzo, dunque, vanno in scena le sfide che valgono il primo titolo mondiale della storia, e gli Stati Uniti, che vestono ovviamente i panni della grandi favorite, hanno subito la meglio della Francia a chiusura di una contesa serrata, 41-37, con 12 punti di Katherine Washington, che a fine torneo sarà la migliore della squadra americana in media punti, 10.8, ed un’eccellente difesa sulla Colchen, tenuta a soli 9 punti. In effetti il girone a sei squadre risulta particolarmente equilibrato, con la squadra di coach Head che soffre un tempo con l’Argentina, per poi dilagare alla distanza, 34-22 con 14 punti di Pauline Bowden, per poi cedere, inaspettatamente, ad un Brasile in grande spolvero e con la solita Ferrari miglior marcatrice della serata, 14 punti.

La sconfitta con la squadra verde-oro non solo rilancia le brasiliane, ma rimette in corsa per la vittoria finale anche la Francia, che batte lo stesso Brasile e il Paraguay grazie a due prestazioni da 25 e 18 punti dell’immarcabile Colchen, e il Cile, che si avvale dell’appassionato tifo del pubblico amico e che per una scelta di calendario “casalingo” gioca le sue partite sempre per ultima, che dopo una sconfitta dolorosa con l’Argentina, 38-44, rimedia contro Paraguay e proprio la Francia trovando in Caty Hurtado, che con 27 punti firma una serata da antologia, e Reyes due terminali offensivi di sicuro affidamento.

Le due ultime sfide, dunque, sono decisive per un quartetto di squadre che vanno a giocarsi i tre piazzamenti sul podio. E quando gli Stati Uniti, tenendo il Paraguay a soli 6 punti nel primo tempo per poi imporsi 41-31 con 13 punti della Washington, e il Cile, vincendo di misura lo spareggio sudamericano con il Brasile 41-37 grazie ai 17 punti della Reyes, si trovano all’ultimo giorno con un record in classifica di 3 vittorie ed 1 sola sconfitta, ecco che proprio il confronto diretto è destinato a decidere chi alzerà nel cielo di Santiago la prima Coppa del Mondo, di dimensioni ciclopiche!, di pallacanestro femminile.

Il 22 marzo l’Estadio Nacional de Chile rigurgita più che mai passione tricolor, e dopo che nelle due prime partite del pomeriggio il Brasile, infine quarto, ha battuto il Paraguay 40-37 e la Francia, superando l’Argentina 48-26 grazie alla solita Colchen che con 30 punti firma la miglior prestazione individuale del torneo, si è garantita la medaglia di bronzo, alle 20.30 ora locali Stati Uniti e Cile scendono sul rettangolo di gioco in legno. Con in palio il titolo mondiale. E, a dispetto del tifo dei 35.000 cileni in tribuna, le americane sono padrone del campo, con la Bowden che fa la voce grossa sotto canestro mettendo a segno 17 punti e la Washington che al solito si fa trovare pronta alla realizzazione con il tiro da fuori firmando infine 14 punti, dominando già nel primo tempo, chiuso sul 26-19 nonostante la buona prova della Hurtado che va ancora in doppia cifra con 11 punti, per poi allungare sul definitivo 49-36 a referto.

Gli Stati Uniti, secondo le previsioni, aprono l’albo d’oro dei Campionati del Mondo, e se ancor oggi, a distanza di tanti anni, le ragazze stelle-e-strisce rimangono pur sempre le giocatrici di basket di riferimento, ci sarà un perché, no? Ah, dimenticavo: quell’enorme trofeo vinto in Cile non potè viaggiare con le campionesse, troppo ingombrante per entrare attraverso le porte dell’U.S. B-17 che tornava in patria!