LA ZAMPATA VELOCE DI VAN STEENBERGEN ALLA MILANO-SANREMO 1954

3c212c2944871902772f5c76c64e4dd0.jpg
Rik Van Steenbergen in trionfo – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Ad esser del tutto sinceri, non è proprio un’impresa semplice scegliere una tra le tante perle di una carriera da fuoriclasse come quella di Rik Van Steenbergen. Il corridore belga, in effetti, vanta qualcosa come 270 successi su strada, che ne fanno il quarto ciclista più vincente della storia alle spalle, ovviamente, del “cannibale” Eddy Merckx, del connazionale che qualche anno dopo ne avrebbe rilevato il testimone, Rick Van Looy, e di Francesco Moser.

E sono successi di pregio, come la memorabile tripletta al campionato del mondo (1949, 1956 e 1957), oppure le doppiette al Giro delle Fiandre (1944 e 1946) e alla Parigi-Roubaix (1948 e 1952), a cui aggiungere due volte la Freccia Vallone (1949 e 1958), la Parigi-Bruxelles (1950), e un bottino congruo di vittorie distribuite nella tre grandi corse a tappe, ben 25.

Insomma, un campione tra i più grandi di sempre, quasi imbattibile in volata, ma altrettanto valido anche sui percorsi misti e capace di difendersi in montagna, come certifica il secondo posto al Giro d’Italia del 1951, quando chiuse ad 1’46” da Fiorenzo Magni e si prese il lusso di precedere in classifica Ferdy Kubler, Fausto Coppi, Hugo Koblet, Louison Bobet e Gino Bartali, tutti decisamente più accreditati di lui nelle gare a tappe.

Tra queste perle, dunque, ne dobbiamo eleggere una, ed allora, visto che siamo un pizzico sciovinisti, scegliamo la Milano-Sanremo 1954, che Van Steenbergen vince dopo avervi partecipato già quattro volte. E se al debutto, nel 1950, il belga, in maglia iridata, fu solo settimo nonostante fosse il favorito in uno sprint ristretto che invece premiò Gino Bartali, astuto nel prendergli la ruota e saltarlo al momento opportuno, nei tre anni successivi rimase ai margini della battaglia per la vittoria, che arrise allo stesso Bobet nel 1951 e per due volte a Loretto Petrucci, ultimo italiano in ordine di tempo ad imporsi nella “Classicissima” prima di Michele Dancelli interrompesse il sortilegio ben 17 anni dopo, nel 1970.

Nel 1954, dunque, per l’edizione numero 45 del “mondiale di primavera“, 219 ciclisti si danno appuntamento ai nastri di partenza da Piazza Diaz a Milano. La messa in marcia è prevista per le 8.30, e se Petrucci vorrebbe tanto completare un tris consecutivo, come mai nessuno prima è stato capace di fare, bisogna altresì tener conto delle ambizioni dei due grandi del ciclismo italiano, ovviamente Coppi e Bartali, vincitori rispettivamente già tre e quattro volte a testa. Il piemontese sfoggia la sua bella maglia arcobaleno, conquistata qualche mese prima a Lugano, e quale migliore occasione di una Milano-Sanremo per darle lustro? Il toscano, invece, è all’ultima recita di una carriera memorabile e legittimamente ambisce a salutare con un colpo di coda che, ad onor del vero, in pochi pronosticano. Anche perché la concorrenza, soprattutto straniera, è numerosa e di livello, a cominciare proprio da Van Steenbergen che vuol infrangere il tabù, per proseguire con Louison Bobet, che con il successo del 1951 ha dimostrato di aver confidenza con la corsa in Riviera, per infine annotare le candidature autorevoli di Stan Ockers, Brik Schotte e dei due svizzeri Koblet e Kubler. Fiorenzo Magni, “il leone delle Fiandre” per le tre vittorie tra il 1949 e il 1951, infine, è il terzo incomodo tra i due galli nel pollaio, appunto Coppi e Bartali, e può vantare cinque piazzamenti tra i primi dieci all’arrivo, a cominciare dal quarto posto al debutto nell’edizione del 1941.

Alla partenza il cielo è grigio, come spesso può capitare nel marzo pazzerello, e se le strade sono in parte deserte, una spiacevole sorpresa attende Kubler, che vorrebbe giocare con un piccolo leoncino alla partenza rimediandone, invece, una zampata, che non è certo di buon auspicio per la gara che va a cominciare. E che per lo svizzero non sia proprio giornata è confermato dalla caduta che coinvolge l’elvetico e Nello Lauredi all’altezza di Pavia, con l’italo-francese costretto all’abbandono e a farsi medicare in ospedale. Tocca poi a Piazza, Gaggero, Medri, Gismondi e Gauthier animare una fuga a lunga gittata, con lo stesso Gaggero che sotto una pioggia battente transita per primo in vetta al Passo del Turchino, con il gruppo, trainato dal giovane Gastone Nencini, che accusa un ritardo di poco meno di un minuto.

La corsa è comunque bloccata, ed è solo in Riviera, in prossimità di Alassio, dopo che si è esaurita la fuga dei primi attaccanti, che la corsa si accende con un plotoncino di dieci corridori che si sgancia. Tra questi, Nencini è tra i più attivi con Pasqualino Fornara, Remy, Crespi, Ockers, Ciolli, Bartalini, Gianneschi, Grosso e quel Riccardo Filippi che è campione del mondo dei dilettanti in carica, titolo, come quello di Coppi, conquistato a Lugano battendo Nencini e Van Looy. Si entra nella zona dei Capi, e Filippi, che corre per la Bianchi, forza il ritmo sul Mele per poi rilanciare sul Berta, scremando il gruppetto e provocando la resa di Fornara e Crespi, investito da un auto. Davanti il giovane ciclista di Ivrea rimane con Remy, Ockers insegue a 56″ proprio mentre Coppi si scatena, seguito a ruota dal francese Francis Anastasi. Fausto, capitano di Filippi alla Bianchi, è però costretto a fare gioco di squadra ed in pianura viene riassorbito dal gruppo principale, così come Ockers, ad Imperia, rientra sul duo di testa.

A 20 chilometri dal traguardo Filippi, Remy ed Ockers hanno un vantaggio di 1’20” sul gruppo ma è qui, forse equivocando un ordine di Zambrini, patron della Bianchi, che si decide la corsa: Filippi smette di collaborare, nell’atto di favorire il rientro di Coppi, e la mossa, in effetti, produce l’effetto atteso. Ma non è Coppi a rifarsi sotto, bensì Bobet, accompagnato da Guido Messina e Donato Zampini, che ai meno tre agguantano i fuggitivi che ormai sembravano destinati a giocarsi tra loro la vittoria finale. Volata a sei dunque? Niente affatto, perché gli uomini al comando temporeggiano e proprio sul rettilineo d’arrivo si materializza la maglia Girardengo-ElDorado di Rik Van Steenbergen, che rinviene a velocità doppia, salta i sei al comando e, dopo 282 chilometri coperti in 7h10’03”, va a vincere, rigettando il tentativo di rimonta non solo di Coppi e Petrucci, che infine sono quarto e quinto, ma anche di Anastasi, che chiude in scia al belga, e Giuseppe Favero, altro uomo Bianchi, che sale sul terzo gradino del podio aggrappandosi, nello sforzo violento dello sprint risolutivo, ai pantaloncini di Petrucci.

Finalmente re a Sanremo, Van Steenbergen travolge in una abbraccio Costante Girardengo, il campione delle sei vittorie alla “Classicissima“, e non trattiene una lacrima: ne avrà vinte tante di corse, il grande Rik, ma questa Milano-Sanremo ha un sapore davvero speciale.

Annunci

THIERRY VIGNERON, IL PRIMATISTA DELL’ASTA CHE NON SAPEVA VINCERE

64b941cb1501acd0613c6c28245dae66
Il Saltatore con l’asta francese Thierry Vigneron – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Motto Olimpico “Citius!, Altius!, Fortius!” (dal latino, “Più veloce, più in alto, più forte”) ben si addice a quegli Sport – in particolare Atletica Leggera e Nuoto – dove, oltre alle vittorie, gli atleti si confrontano nell’abbattere barriere – siano le stesse metriche o cronometriche – che li fanno entrare nella Storia delle rispettive specialità, “muri” che, con il passare degli anni e l’evolversi delle discipline, vengono progressivamente spostati in avanti …

Ciò comporta il fatto, però, che vi siano atleti in grado di conciliare vittorie e medaglie con il raggiungimento dei rispettivi primati – due esempi per tutti, il Saltatore con l’asta Sergej Bubka ed il nuotatore Michael Phelps – ed altri che, al contrario, salgono sui gradini più alti del podio senza mai ottenere Record mondiali, così come vi è chi svolge una carriera che lo vede infrangere primati senza la soddisfazione di una Gloria olimpica od un titolo iridato.

E, visto che abbiamo citato l’ucraino Bubka, proprio la specialità del Salto con l’asta è quella che forse ha visto più spesso delle altre il verificarsi di questa discrasia, in parte dovuta anche al fatto che, al pari del salto in alto, gli atleti sono chiamati a confrontarsi con un avversario in più, oltre al rivale in pedana, vale a dire quell’asticella da superare, a cui si aggiunge l’ulteriore rapporto con l’attrezzo, l’asta appunto, da coordinare per il superamento della prova.

Tutta questa premessa utile per presentare il protagonista della nostra Storia odierna, l’ultimo in grado di sfidare il leggendario ucraino a misure inaccessibili agli altri “comuni mortali” e che al termine del suo decennio ai vertici della specialità, può essere etichettato con la mai tanto disprezzata etichetta di “Perdente di successo”.

I più preparati in materia avranno già capito come non si tratti che del francese Thierry Vigneron, il quale nasce il 9 marzo 1960 a Gennevilliers, centro di 40mila anime a soli 10 chilometri dalla Capitale Parigi, e che diviene, nel corso degli anni ’80, uno dei più celebrati interpreti della “Scuola transalpina” del salto con l’asta, visto che – dopo alcuni sprazzi nei decenni precedenti da parte di Hervé D’Encausse e François Tracanelli – vede ben tre suoi rappresentati, vale a dire Philippe Houvion, Patrick Abada e Jean-Michel Bellot, concludere l’anno 1979 classificandosi rispettivamente al terzo, quarto e decimo posto del Ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”.

Ed il 1979 è anche l’anno in cui Vigneron fa il suo esordio sulla scena internazionale mettendosi in evidenza grazie alla medaglia di bronzo conquistata ai Campionati Europei juniores di Bydgoszcz, in Polonia, con la misura di m.5,40 dovendo accontentarsi del gradino più basso del podio solo per un maggior numero di errori rispetto ai sovietici Vladimir Polyakov ed Aleksandr Krupskiy.

Il 19enne Thierry, probabilmente contento per questo positivo esordio – dopo che due anni prima, a Donetsk, si era classificato non meglio che nono con m.4,80 – non può certo immaginare che l’esito della citata Rassegna continentale altro non è che la “cartina di tornasole” di una maledizione che lo perseguiterà per il resto della carriera, in cui l’emozione gioca sicuramente un ruolo non trascurabile, poiché altrimenti non si riesce a comprendere come abbia potuto fallire tutti gli appuntamenti più importanti ai quali si presentava da favorito, ovviamente prima dell’entrata in scena di Bubka, di quasi quattro anni più giovane …

Che Vigneron abbia qualità da vendere è indubbio, lo dimostra dapprima salendo sino a m.5,61 il 30 settembre ’79 a Longwy, per poi vivere la sua prima stagione ai vertici assoluti l’anno seguente, in cui il primato mondiale viene migliorato per ben cinque volte.

In questa “gara a superarsi”, difatti – dopo che l’1 maggio il 20enne francese aggiunge 6 centimetri al proprio personale valicando l’asticella posta a m.5,67 – dieci giorni dopo, l’11 maggio all’Arena di Milano, il polacco Wladyslaw Kozakiewicz migliora di due centimetri il record detenuto dall’americano Dave Roberts innalzandosi sino a m.5,72 per poi vedersi a propria volta superato dallo stesso Vigneron, che in ben due occasioni, l’1 ed il 28 giugno ’80, realizza la misura d m.5,75 ai rispettivi Meeting di Colombes e Lilla, limite a propria volta battuto dal ricordato connazionale Houvion che sale sino a m.5,77 il 17 luglio a Parigi, ad una sola settimana dall’apertura delle Olimpiadi di Mosca, in un Meeting in cui Vigneron salta m.5,65.

Assenti gli specialisti americani, sulla pedana dello “Stadio Lenin” della Capitale moscovita, a darsi battaglia sono i rappresentanti di tre grandi scuole, vale a dire quella francese (che schiera Houvion, Bellot e Vigneron), la polacca, rappresentata, oltre che dal citato Kozakiewicz, dalla medaglia d’Oro di Montreal Tadeusz Slusarski e da Mariusz Klimczyk, e la sovietica, che peraltro perde Yuriy Prokhorenko in qualificazione, presentandosi alla Finale del 30 luglio con i soli Konstantin Volkov e Sergey Kulibaba.

Con gli altri quattro finalisti a svolgere il ruolo di “spettatori non paganti”, le prime 8 posizioni sono appannaggio dei citati atleti, ma il primo ad arrendersi, assieme al sovietico Kulibaba, è proprio Vigneron, che dopo aver saltato alla prima prova sia m.5,25 che m.5,45 si arrende fallendo tutti e tre i tentativi alla quota di m.5,55 ben 20 centimetri al di sotto del suo personale.

Non una gran miglior fortuna hanno i suoi compagni di squadra, con Bellot quinto a m.5,60 ed Houvion a subire la doppia beffa di vedersi sfuggire il podio a parità di misura (m.5,65) con Volkov e Slusarski per un maggior numero di errori commessi e poi assistere al salto vincente di Kozakiewicz che, con già la medaglia d’Oro al collo, valica l’asticella a m.5,78 per migliorare di un centimetro il suo fresco primato mondiale.

E che Vigneron avesse nelle corde quantomeno la possibilità di conquistare l’argento lo dimostra il fatto che, ad appena cinque giorni di distanza, si aggiudica il “Golden Gala” di Roma con m.5,70, misura replicata il 22 agosto a Bruxelles nel “Memorial Ivo Van Damme, potendo comunque portare a sua giustificazione il fatto che, per un 20enne, l’atmosfera della sua prima apparizione ai Giochi può averlo condizionato.

Molto più a suo agio, viceversa, Vigneron si trova nelle Manifestazioni al coperto – le uniche in cui riesce ad affermarsi in oltre 20 anni di carriera – inaugurando la serie dei successi ai Campionati Europei Indoor di Grenoble ’81, dove il 22 febbraio si aggiudica l’Oro con la misura di m.5,70 che eguaglia il suo stesso primato mondiale al coperto stabilito poco più di un mese prima, il 18 gennaio a Lione.

Un’iniezione di fiducia di cui il 21enne parigino aveva sicuramente bisogno per affrontare una stagione all’aperto caratterizzata da una seconda caratteristica quanto mai, per lui, negativa, vale a dire il fatto che i suoi primati durino lo spazio di un amen, quasi come se il realizzarli rappresentasse la molla affinché un altro atleta si decidesse a far meglio.

Questo accade puntualmente allorché Vigneron è il primo atleta al Mondo a superare i m.5,80, impresa che porta a termine il 20 giugno ’81 a Macon, solo per svegliare le mire del sovietico Polyakov, che a nemmeno una settimana di distanza, salta m.5,81 il 26 giugno a Tblisi, uno smacco che incide sulla prestazione del francese nell’unica Manifestazione internazionale di rilievo dell’anno.

Presentatosi, difatti, ancora una volta tra i favoriti per la medaglia d’Oro alle Universiadi che si svolgono a Bucarest, in Romania, dal 19 al 30 luglio, Vigneron fallisce ancora una volta il podio in una Finale che, peraltro, ha poco da invidiare ad una Olimpiade, visto che ad aggiudicarsi la Gara è il sovietico Volkov, che con m.5,75 precede il connazionale Polyakov ed Houvion, argento e bronzo rispettivamente con m.5,70 e m.5,65, ma è altresì indubbio che l’ex primatista mondiale si ferma, come l’anno prima a Mosca, ad una quota di 20cm. inferiore al suo personale, dimostrando una inattesa fragilità nelle competizioni di alto livello.

Basti pensare, difatti, che quella di Bucarest è l’unica sconfitta stagionale di Vigneron tra indoor ed outdoor, ed anche stavolta trova parziale soddisfazione con i m.5,71 con cui il 19 agosto si aggiudica il pur sempre prestigioso “Weltklasse” di Zurigo, così come aver scalato un’ulteriore posizione nel Ranking mondiale, raggiungendo la seconda posizione alle spalle del solo Volkov, dopo essere stato classificato terzo l’anno precedente …

L’anno seguente, in cui l’appuntamento principe sono i Campionati Europei di Atene ’82, vede Vigneron saltare la stagione al coperto, per poi presentarsi con un m.5,75 all’esordio a Nizza ad aprile, senza poi però ritrovare lo smalto della stagione precedente, tanto che alla citata Rassegna Continentale non va oltre un anonimo quinto posto con m.5,50 in una Finale ampiamente alla sua portata, visto che il podio è formato dai sovietici Krupskiy e Polyakov, oltre al bulgaro Atanas Tarev, tutti a quota m.5,60.

Logicamente sceso all’ottavo posto del Ranking mondiale, Vigneron si appresta a vivere un’altra stagione in “chiaroscuro” l’anno successivo, iniziata con confortanti risultati a primavera – sia in Patria, dove valica per due volte l’asticella a m.5,76 a Nizza, che in una tournée negli Usa, in cui sale sino a m.5,77 il 22 maggio a Westwood – e che lo vede battuto dal solo Volkov (m.5,65 a m.5,60) alle Universiadi ’83 di inizio luglio ad Edmonton.

Ma il 1983 è anche “l’anno della svolta” per il panorama atletico mondiale, in quanto – con 10 anni di ritardo rispetto al Nuoto – anche l’Atletica Leggera si dota dei suoi Campionati Mondiali, la cui prima edizione si svolge ad Helsinki dal 7 al 14 agosto, e qui Vigneron si rende conto di “aver sprecato” gli oltre tre anni di vantaggio anagrafico su Bubka, in quanto lo “Zar dell’asta” inaugura la sua strepitosa serie di sei titoli iridati consecutivi, affermandosi con m.5,70 …

Il problema, comunque, non è tanto il fuoriclasse ucraino, di fronte al quale tutti sono costretti ad inchinarsi, quanto le incredibili “controprestazioni” del francese, che anche in questo caso, vittima di un non ben definito “blocco psicologico”, si ferma addirittura a m.5,40 (!!), ben 40cm. al di sotto del proprio personale, misura che non può valergli altro che un desolante ottavo posto, pur se non meglio di lui fa il connazionale Quinon, vittima di tre errori sulla misura di entrata.

Questa “ansia da prestazione” deve aver mandato fuori di testa i tecnici della Federazione francese, che, attoniti, assistono a fine mese ad un “botta e risposta” tra i loro due rappresentanti, con Vignron, stavolta, a rispondere al record mondiale di m.5,82 stabilito da Quinon il 28 agosto al Meeting di Colonia, portandolo a m.5,83 quattro giorni più tardi, l’1 settembre, sulla sua pedana preferita, vale a dire quella dello “Stadio Olimpico” di Roma, in occasione del “Golden Gala”.

I primati ottenuti consentono a Vigneron di riconquistare il terzo posto nel Ranking di fine anno, alle spalle di Bubka e Volkov, ma oramai anche in quell’Albo d’Oro si profila minacciosa l’ombra del saltatore ucraino, che alza in maniera imperiosa l’asticella del record assoluto, migliorandolo in ben tre occasioni, tra il 26 maggio ed il 13 luglio ’84, sino alla quota ritenuta inaccessibile, di ben m.5,90 …

Peraltro il francese, a pochi giorni dal compimento dei 24 anni, si era affermato il 4 marzo ai Campionati Europei Indoor di Goteborg ’84 davanti a Quinon ed a Krupskiy portando a m.5,85 il primato mondiale al coperto, per poi far registrare un m.5,75 il 21 luglio a Sacramento, negli Stati Uniti, in preparazione delle Olimpiadi di inizio agosto a Los Angeles alle quali, a seguito del “contro boicottaggio” imposto da Mosca, sono assenti gli specialisti dell’Europa dell’Est, sovietici in testa.

Con Bubka e Volkov impossibilitati a partecipare, la sfida per il podio vede come logici favoriti Quinon e Vigneron, opposti agli atleti di casa Earl Bell e Mike Tully, con quest’ultimo ad aver stabilito il primato Usa con m.5,81 in occasione dei Trials di luglio.

Ed, in effetti, così è, con Vigneron e Bell a trovarsi al comando della Finale a pari merito dopo aver superato i m.5,60 – misura passata sia da Tully, già oltre i m.5,55 che da Quinon che, viceversa, ha solo un tentativo riuscito a m.5,45 – e quindi passare i m.5,65 viceversa superati da Tully alla terza prova, mentre Quinon, dopo un primo errore su detta quota, si riserva i successivi tentativi a m.5,70 …

La classica “partita a poker” tipica del Salto con l’asta, dove la carta vincente è proprio quella del 22enne lionese, che va oltre i m.5,70 per poi fare altrettanto al primo tentativo a m.5,75, misura che gli vale la medaglia d’Oro, con Tully ad accontentarsi dell’argento e la coppia Bell/Vigneron a dividersi il gradino più basso del podio, avendo entrambi fallito le tre prove a m.5,70.

Pur con l’unica medaglia olimpica conquistata in carriera, Vigneron deve ancora domandarsi come, anche in questo caso, ottenga prestazioni di oltre 20cm. inferiori ai suoi personali nelle grandi occasioni, soprattutto per quelle che sono le sue potenzialità, evidenziate in maniera tanto clamorosa quanto beffarda a fine mese, nell’amatissimo Meeting romano del “Golden Gala”.

La sera del 31 agosto 1984, difatti, ad un anno esatto dal suo precedente record di m.5,83 poi distrutto da Bubka, va in scena una “sfida titanica” tra il francese e l’ucraino ad altezze sinora mai toccate da esseri umani, il cui stesso orario, le ore 22:00 della fresca serata romana, si addice più al “match clou” di una riunione di pugilato che non di atletica leggera.

Fatto sta che la presenza dei due ultimi primatisti mondiali tiene viva l’attenzione delò pubblico sulla pedana dell’asta ed i protagonisti non si risparmiano, con Bubka a superare i m.5,60 alla seconda prova, così come Vigneron a m.5,70 mentre a m.5,81 l’ucraino fallisce il primo tentativo per tenere gli altri due a m.5,84, superati al pari del francese, che riesce nell’impresa alla seconda prova.

Si intuisce che nell’aria sta per succedere qualcosa di eclatante, allorché, rimasti soli in gara e non essendovi medaglie in palio, tanto vale andare subito all’assalto del record mondiale, con l’asticella posta a m.5,91 che Vignoron supera togliendo, momentaneamente, il primato al rivale …

Sono le 22:40, Bubka fallisce la sua prova e, quasi da consumato “habitué” del tavolo verde, chiede la misura di m.5,94 con Vigneron in attesa, cercando di scaricare la tensione venendo immortalato dalle telecamere mentre si fuma una Gauloise

Ricordate, vero, come una delle tante sfortune del francese fosse quella di vedere i propri record durare lo spazio di pochi giorni, ma mai avrebbe pensato che si potesse arrivare ad una manciata di minuti, allorché Bubka valica i m.5,94 riprendendosi lo scettro della specialità, per quello che, all’epoca, rappresenta l’ultimo sussulto della scuola francese ed, al contrario, l’inizio di una indiscussa supremazia che, già dall’anno seguente, vede il fuoriclasse ucraino superare la fatidica “quota 6 metri” e prendere quindi il volo verso vette inimmaginabili …

Se ad un atleta già di per sé fragile psicologicamente assesti un colpo da ko del genere, difficile riprendersi, ed invece, al contrario, dopo aver chiuso al quinto posto del Ranking mondiale ’84, Vigneron si riprende, disputando altre tre convincenti stagioni.

Dapprima, conquista l’argento alla prima (non ufficiale …) edizione dei Campionati Mondiali Indoor di Parigi ’85, inserendosi con m.5,70 tra i fratelli Sergey e Vassily Bubka (5,75 e 5,60 rispettivamente …), per poi ottenere la migliore misura dell’anno, manco a dirlo, al “Golden Gala”, dove il 7 settembre la sfida si ripropone, con l’ucraino ad avere (m.5,85 a m.5,80) ancora la meglio, ma comunque riconquistando a fine stagione la terza posizione nel Ranking Mondiale.

Vigneron è quindi atteso con rinnovata speranza alla Rassegna Continentale di Stoccarda ’86, alla quale si presenta forte dei m.5,90 saltati il 22 luglio a Parigi – che rappresentano la sua seconda miglior prestazione assoluta in carriera – ma ancora una volta la “sindrome da grande Manifestazione” lo colpisce e, dopo essersi qualificato per la Finale superando la misura di m.5,50 richiesta, incappa in tre nulli alla misura di entrata, assistendo così al peraltro unico successo europeo di Bubka, con il fratello Vassily a fargli da scudiero, con m.5,85 e 5,75 rispettivamente, mentre l’onore transalpino è salvato dal bronzo di Philippe Collet.

Ma quando nessuno è più disposto a scommettere sulle qualità agonistiche dell’oramai 27enne francese, ecco che “Tin Tin”, come è soprannominato, sforna un’ultima stagione di altissimo livello, inaugurata con la sessione invernale, che lo vede affermarsi per la terza volta ai Campionati Europei Indoor con la misura di m.5,85 per poi cogliere il bronzo alla Rassegna iridata di Indianapolis, a pari misura (m.5,80) con l’americano Bell, alle spalle dell’inarrivabile Bubka, primo con m.5,85.

Con un Oro ed un bronzo al coperto, per completare la raccolta stagionale di podi mancherebbe un argento alla seconda edizione dei Mondiali ’87 che, per fortuna di Vigneron, si svolgono nella “Città eterna, forse l’unica pedana dove non si sente a disagio, ed i fatti gli danno ragione.

Non essendo, infatti, nelle manifestazioni all’aperto, mai salito sul podio continentale ed avendo come miglior risultato olimpico il riferito bronzo ai Giochi “dimezzati” di Los Angeles ’84, si può tranquillamente affermare, che, a livello grandi appuntamenti, l’argento iridato di Roma rappresenti l’apice della carriera di Vigneron, in una Finale che vede Bubka “scherzare” con i suoi avversari, bastandogli due soli salti vincenti, a m.5,70 e m.5,85 per assicurarsi la medaglia d’oro, mentre, una volta tanto, il conteggio degli errori gioca a favore del francese, che si gode il secondo gradino del podio a parità di misura (m.5,80) con il non ancora 22enne emergente Radion Gataullin.

Il tris di medaglie consente a Vigneron di piazzarsi per la seconda (ed ultima volta …) al secondo posto del Ranking mondiale di fine anno, nonché di covare qualche speranza di podio in vista dell’appuntamento olimpico di Seul ’88, al quale si presenta peraltro con una miglior misura all’aperto di m.5,70 rispetto ai m.5,81 saltati il 5 febbraio ’88 in una riunione indoor a New York.

Giochi coreani che sanciscono il trionfo dell’Urss – alla sua ultima partecipazione olimpica prima del disgregamento dell’impero sovietico – con i suoi rappresentanti che monopolizzano il podio (Oro a Bubka con il record olimpico di m. 5,90, argento e bronzo a Gataullin e Gregoriy Yegorov con m.5,85 e 5,80 rispettivamente …), mentre Vigneron divide con Collet un onorevole quinto posto con m.5,70 alle spalle dell’americano Bell a parità di misura, con il protagonista della nostra storia ad entrare per l’ultima volta nella “Top Ten” mondiale con il settimo posto di fine anno.

Dopo aver saltato per infortunio la stagione 1989, Vigneron ha un ultimo sussulto con il bronzo ai Campionati Europei Indoor di Glasgow ’90 alle spalle della coppia sovietica Gataullin/Yegorov dopo aver peraltro saltato m.5,85 il 24febbraio a Colombes, per poi fallire nuovamente l’appuntamento continentale all’aperto di Spalato ’90, ancora caratterizzato da tre nulli alla misura di entrata dopo essersi presentato a detta rassegna con una miglior prestazione stagionale di m.5,77 ottenuta il 10 luglio a Nizza.

Oramai superata la trentina, Vigneron partecipa alla terza edizione dei Mondiali ’91 a Tokyo, classificandosi ottavo con m.5,60 (con Bubka a volare a m.5,95) e quindi, dopo aver saltato il successivo anno olimpico, completare la propria collezione di medaglie con un “modesto” argento ai Giochi del Mediterraneo di Narbonne ’93, con appena m.5,50 superato dal carneade greco Stavros Tsitouras.

Sicuramente non si può dire che “Tin Tin” Vigneron, con quella pettinatura da paggio dei tempi dell’Imperatore Francesco I, non abbia dato impulso e caratterizzato un periodo di profonda rivoluzione nella specialità dell’asta, l’ultimo ad arrendersi alla superiorità di Bubka, ma con un’altrettanto imbarazzante idiosincrasia alla vittoria, questa sconosciuta …

 

IL TITOLO MONDIALE 1954 DI RUPERT HOLLAUS CELEBRATO DOPO LA MORTE

Rupert-Hollaus-1.jpg
Rupert Hollaus – da rocinantemecanico.blogspot.com

articolo di Nicola Pucci

C’è un triplice legame, tragico, che accomuna due campioni, l’uno acclamatissimo, l’automobilista Jochen Rindt, l’altro poco noto al grande pubblico dei motori, il motociclista Rupert Hollaus. Entrambi sono infatti austriaci, entrambi trovarono morte precoce sul circuito brianzolo di Monza, entrambi furono consacrati campioni del mondo quando ormai già da tempo erano passati a miglior vita.

In effetti il destino, troppo spesso bastardo con i suoi figli prediletti, nel caso dei due asburgici si è divertito nel tracciare una storia tanto simile nel segmento finale da sembrare quasi grottesca. E se Rindt, poco più che 28enne, vide infrangersi sull’asfalto del Gran Premio d’Italia del 1970 i sogni di una gloria appena conquistata e il cuore della bellissima moglie Lina e della piccola Natascha, con Hollaus, una settimana dopo il compimento del suo 23esimo compleanno, volarono in cielo le illusioni in divenire e la freschezza spensierata di un giovanotto di bellissime speranze.

Classe 1931, nativo di Traisen, Hollaus inizia ben presto ad interessarsi di motociclette, e se nel secondo dopoguerra comincia a farsi conoscere in competizioni non ancora valide per il campionato del mondo, nel 1952 esordisce nella principale rassegna internazionale cimentandosi in classe 250 con una Moto Guzzi, messa a punto dal padre, che porta al traguardo in Germania con un nono posto finale. L’anno successivo gareggia sporadicamente con la NSU, azienda tedesca che già dalla fine del secolo precedente produce macchine tessili per poi dedicarsi alla costruzione anche di biciclette, automobili e motociclette, e se conquista un terzo posto in classe 125 nel Gran Premio di Spagna alle spalle di Angelo Copeta e Cecil Sandford che montano MV Augusta, nel 1954 è pronto al salto di qualità, anche perchè la NSU, per cui Hollaus svolge l’attività di meccanico, lo assolda come pilota ufficiale e lo eleva al rango di titolare. Almeno in classe 125, perché poi il centauro austriaco doppia l’impegno producendo un’ottima annata anche in classe 250, dove non compete più per la Moto Guzzi ma, appunto, per la NSU, vincendo in Svizzera e collezionando tre secondi posti che gli valgono la piazza d’onore in classifica, preceduto solo dal compagno di scuderia, il tedesco Werner Haas.

Hollaus è piccolo e magro, e sembra disegnato apposta per raggomitolarsi sul mezzo meccanico che ha l’onore, e l’onere, di portare al traguardo. Il suo stile è pulito, seppur impetuoso ed efficace, e per l’anno 1954 ha in serbo una serie di prodezze che parrebbero poterlo proiettare nell’elite mondiale del motociclismo. Già, perchè poi il destino ci metterà lo zampino…

Il campionato del mondo 1954 prende l’avvio a Reims, in Francia, e presenta la novità di una Moto Guzzi ridimensionata nelle classi inferiori, tanto da lasciare la scena alla NSU, destinata a dominare la stagione. E’ l’anno dello sviluppo delle carenature, che aumentano la velocità così come i rischi in pista, e al Tourist Trophy, che per l’occasione inaugura un nuovo circuito di 17 chilometri, il Clypse, destinato alle classe 125 e sidecar, Hollaus, che inizialmente dovrebbe agire da spalla al capitano Haas, campione del mondo in carica, una volta che questi è costretto all’abbandono complice un incidente, fa gara di testa, fronteggiando il recupero di Carlo Ubbiali che gli finisce in scia.

Dall’Isola di Mann all’Ulster il passo è breve, e giovedì 24 giugno, sul circuito di Dundrod, ancora una volta Ubbiali è l’unico, con la sua MV Augusta, in grado di contrastare lo strapotere della casa di Neckarsulm. Ma quando al quinto giro il pilota bergamasco, all’atto di affrontare una curva, viene sbalzato di sella atterrando pesantemente e riportando ferite lievi e uno shock nervoso, la corsa diventa un monologo della NSU con Hollaus, ancora una volta, abile nel comandare la corsa e chiudere in prima posizione davanti ai colleghi Muller, Baltisberger ed Haas, che accusano ritardi considerevoli sotto la bandiera a scacchi.

Con due vittorie in due gare, Hollaus diventa il pretendente più autorevole al titolo iridato, anche perché sono solo sei i gran premi da disputarsi, e i punti così accumulati sono già decisamente pesanti. E quando poi l’austriaco fa tripletta in Olanda, ad Assen, sfruttando il gioco di squadra della NSU che stringe l’impotente Ubbiali, terzo al traguardo dietro ad Hollaus e Muller e davanti a Baltisberger ed Haas, in un abbraccio da cui è impossibile divincolarsi, ecco che quel titolo ormai diventa una certezza a cui manca solo il suggello della matematica.

Come puntualmente avviene in casa, in Germania, quando il 25 luglio sul circuito di Solitude, al cospetto di 435.000 spettatori, e con la presenza in pista dei primi tedeschi orientali della storia, Horst Fugner ed Erhald Krumpholz, rispettivamente ottavo e decimo con la IFA, Hollaus ancora una volta sbaraglia la concorrenza, vincendo la quarta gara su quattro davanti al compagno Haas che si limita a tenere a bada Ubbiali, costretto ancora ad accontentarsi del terzo posto.

Rupert Hollaus è dunque il nuovo campione del mondo della classe 125, ad oggi primo ed unico austriaco ad aver realizzato l’impresa, a cui aggiungere, appunto, il secondo posto in classe 250 dove inverte le posizioni con Werner Haas. Restano da disputarsi le prove di Monza e Montjuic, e se il futuro sembra tingersi di rosa per il ragazzo austriaco, altresì c’è l’ambizione di chiudere una stagione fino a quel momento vincente in modo trionfale, collezionando se possibile sei successi in sei gare.

Ma la mattina dell’11 settembre 1954, a Monza, per il secondo giorno di prove, Hollaus ha il suo personalissimo appuntamento con il destino, ed è un incrocio, purtroppo, mortale. I cronometristi hanno appena assegnato ad Ubbiali il miglior tempo sul giro, ed Hollaus, che non vuole proprio saperne di uscire sconfitto perché ha animo battagliero, sente il bisogno di superare il rivale, che lo segue in classifica, anche in qualificazione. Con la sua NSU carenata, numero 69, l’austriaco inanella qualche giro d’assaggio, per poi lanciarsi all’assalto della pole-position. Ma proprio alla curva di Lesmo, quando ormai Hollaus pareva sul punto di migliorare il tempo di Ubbiali, guidando a 149,9 km/h, l’incitamento della folla lascia spazio a quell’incombente silenzio che fa da preludio alla tragedia.

Non ci sono telecamere, nessuna immagine, solo il racconto del compagno Haas, velocemente rientrato ai box. Hollaus è riverso a terra, con una frattura letale alla base del cranio. Il pilota viene portato in ospedale a Monza e sottoposto ad intervento chirurgico, ma non c’è niente da fare, spira dopo alcune ore di agonia.

E così, sedici anni prima di Rindt, che sempre a Monza perderà la vita nel 1970, diventando il primo ed unico campione del mondo postumo di Formula 1, Rupert Hollaus, che guidava una moto veloce come un levriero verso orizzonti di gloria inesplorati e che per ironia della sorte nel febbraio 1955 verrà pure eletto “sportivo dell’anno” in Austria, vola in cielo, cingendo la corona di re della classe 125. Maledetta e brutale coincidenza, non è vero?

IL TRIS DA VETERANO DI HALE IRWIN ALL’US OPEN 1990

hale-irwin-2.jpg
La gioia di Hale Irwin – da golf.com

articolo di Nicola Pucci

Se scandagliamo la storia ultracentenaria degli albi d’oro del golf, ci sarebbe materiale più che sufficiente per scrivere un’enciclopedia di aneddoti, tra momenti d’oro e colpi a sensazione. Quella che raccontiamo oggi ha una sede di pregio, l’US Open del 1990, ed un protagonista d’eccezione, Hale Irwin.

Che è golfista di cui spesso ci dimentichiamo, ma che in una carriera che ha abbracciato tutti gli anni Settanta ed Ottanta per affacciarsi all’ultima decade del Millennio, ha colto successi a ripetizione e si è garantito una bella fetta di immortalità sportiva.

In effetti Irwin, che nasce a Joplin nel Missouri il 3 giugno 1945 e viene avviato alla pratica golfistica dal padre all’ancor tenera età di 4 anni, disimpegnandosi con eccellenti risultati anche nel football e nel baseball alla Boulder High School, conquista la prima di una serie di 20 vittorie nel PGA Tour nel 1971 al Sea Pines Heritage Classic, cominciando da quel momento un percorso agonistico da vincente che infine lo vedrà incasellare trionfi in tutti e sei i continenti, uno dei soli cinque golfisti a realizzare l’impresa, al pari di Gary Player, David Graham, Bernhard Langer e Justin Rose.

E se al Masters vanta due quarti posti consecutivi nel 1974 e nel 1975, anno in cui chiude al quinto posto anche il PGA Championship a sette colpi da Jack Nicklaus, terminando altresì in qualità di runner-up all’Open Championship del 1983 quando a batterlo, di un colpo, è solo Tom Watson al quinto successo nel Major britannico, ecco che Irwin elegge l’US Open come suo territorio di caccia preferito. E lì, su quei prati verdi, scrive una fetta di storia golfistica con la “S” maiuscola.

Proprio all’US Open del 1967 Irwin ha debuttato in un torneo Major, chiudendo 61esimo, per poi ripresentarsi nel 1971, quando è 19esimo, nel 1972, solo 36esimo, e nel 1973, altrettanto anonimamente 20esimo. Insomma, sì, il ragazzo gioca un buon golf, ha vinto già due edizioni consecutive del Sea Pines Heritage Classic, ma ancora ha da mostrare in pieno quelle che sono le sue indubbie qualità. E per l’anno 1974, annunciata dal quarto posto al Masters, ecco che giunge, seppur inattesa, la prima vittoria proprio all’US Open, in quello che viene ricordato come “il massacro di Winged Foot” perché proprio lì, a Mamaroneck, alle porte di New York, Irwin riesce ad imporsi con uno score finale di 287 colpi, ben 7 sopra il par, peggior punteggio del Secondo Dopoguerra dopo il +9 di Julius Boros nel 1963, complici le brutali condizioni del campo di gioco, così rese dagli organizzatori in risposta al giro-record in 63 colpi di Johnny Miller l’anno precedente a Oakmont.

Se un unico successo in un Major può talvolta essere frutto di circostanze fortunate e di un fine-settimana da sogno, una seconda vittoria, come quella ottenuta da Irwin nel 1979 a dispetto di un ultimo giro in ben 75 colpi che è record, in negativo, del torneo, certificano che il campione del Missouri, che nel frattempo è andato in doppia cifra nel conteggio delle vittorie nel PGA Tour, non è un carneade ma merita un posto tra i grandi del golf. Ad arrendersi, stavolta, sono Gary Player, non certo un golfista qualunque, e Jerry Pate, trionfatore nel 1976, che chiudono a 2 colpi di distanza da Irwin che registra uno score finale pari al par.

Potrebbe essere il canto del cigno, almeno per i tornei Major, di Hale, che nel corso degli anni Ottanta staziona stabilmente tra i migliori ma non riesce più a mettersi in saccoccia uno dei quattro grandi eventi. Fin quando, nel 1990, ormai 45enne, torna prepotentemente alla ribalta con un’impresa storica destinata a riscrivere l’albo dei record dell’US Open.

Irwin è in lizza per la ventunesima volta, e non sarà neppure l’ultima visto che continuerà a presentarsi al tee di partenza fino al 2003!, ma non ha certo i favori del pronostico dalla sua parte. Il sesto posto, sempre all’US Open, del 1984 è l’ultimo suo risultato in ordine di tempo in top-10 in un Major, e visto che dal 1985, con la vittoria al Memorial Tournament, non riesce più ad imporsi nel PGA Tour, c’è qualcuno pronto a scommettere un dollaro su di un suo terzo trionfo all’US Open? Perché chi lo fa, sta per incassare un assegno milionario…

Già, perché Irwin è maledettamente in forma, e pure inaspettatamente competitivo, un po’ come ai vecchi tempi, ed un primo giro in 69 colpi, a 3 di distanza da Scott Simpson, Tim Simpson (nessun legame di parentela tra i due) e Jeff Sluman, sono lì a dimostrare che Hale ha ritrovato come d’incanto l’ispirazione che ormai pareva perduta per sempre. I 70 colpi del secondo giro consentono al due volte vincitore del torneo di rimanere in corsa, a 4 colpi da Tim Simpson, anche se poi i 74 colpi di un terzo giro non proprio brillantissimo lo relegano provvisoriamente fuori dai migliori dieci della classifica. Ma chi battaglia per la vittoria finale non è lontano, nessuno dei contenders riesce a staccarsi dal gruppo ed infine, registrando uno score di 67 colpi nelle ultime 18 buche, Irwin, che proprio alla 18 infila un putt meraviglioso da 45 piedi, sorpassa chi gli sta davanti, balzando al comando prima di vedersi riagganciare da Mike Donald a quota 209 colpi, garantendosi così il play-off.

Già il risultato ottenuto è sensazionale, ma Irwin è pronto a mettere la ciliegina sulla torta e dopo che ulteriori 18 buche, il lunedì, hanno visto i due campioni fare match pari seppur Donald avesse acquisito un vantaggio di 2 colpi fallendo un putt non impossibile proprio all’ultima buca che gli avrebbe garantito il successo, ecco che alla buca della “morte improvvisaHale piazza il birdie decisivo che, a 45 anni e 15 anni, gli vale il tris e lo status di più vecchio vincitore della storia dell’US Open.

Che Dio lo benedica, avrei quasi voluto che fosse lui a vincere!“… così disse a caldo Hale Irwin dopo la vittoria. Belle le storia di golf, vero?

REBECCA SONI ED IL QUINQUENNIO DA REGINA DELLO STILE A RANA

Rebecca_Soni_(6404090137)
Rebecca Soni – da:wikimedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nel panorama natatorio americano, vi è una specialità che risulta particolarmente “indigesta” ai nipoti dello Zio Sam, sia in ambito maschile che femminile, vale a dire la Rana, basti pensare che, tra gli uomini, la bandiera a stelle e strisce non sale sul più alto pennone, nel corso delle cerimonie di premiazione, dall’edizione di Barcellona ’92, allorché si affermarono Nelson Diebel e Mike Barrowman, nelle rispettive prove dei 100 e 200 metri …

Analogamente, tra le Donne, sino ai Giochi di fine millennio svoltisi a Sydney 2000, sui m.100 rana si era registrata la sola vittoria di Cathy Carr a Monaco ’72, mentre sulla doppia distanza – facente parte del programma olimpico sin da Parigi 1924 – solo a Città del Messico nel 1968 era riuscita ad imporsi Sharon Wichman (!!).

Situazione che, ovviamente, non migliora con l’introduzione dei Campionati Mondiali, visto che l’acuto di Kristy Kowal sui 100 metri alla Rassegna iridata di Perth ’98 resta l’unica vittoria di una ranista statunitense su entrambe le distanze sino all’edizione di Barcellona 2003.

Il tutto sino all’entrata in scena, nel primo quinquennio del nuovo Secolo, della “nuotatrice modella” per eccellenza, ovverossia la splendida Amanda Beard che – estemporaneo successo di Megan Quann sui m.100 rana a Sydney 2000 a parte – si impone sui 200 metri ai Mondiali di Barcellona ’03, bissando tale successo, l’anno seguente, in occasione dei Giochi di Atene ’04 dopo che era salita in precedenza sul podio con l’argento di Atlanta ’96 ed il bronzo di Sydney, per poi lasciare spazio alla protagonista della nostra Storia odierna.

Ed a raccogliere l’eredità della Beard – in una specialità come quella della Rana, storicamente terreno fertile delle nuotatrici dell’Europa Orientale – non poteva che essere, diremmo quasi fatalmente, una ragazza americana “di seconda generazione”, in quanto figlia di genitori di origini ungheresi e rumene, trasferitisi negli Stati Uniti nel corso degli anni ’80, provenienti da Cluj, la seconda maggiore città della Romania.

Come accade a chi approda negli Usa, Peter e Kinga Szonyi, sono costretti ad “americanizzare” il loro cognome, che diviene Soni, ed è con questa dizione che il 18 marzo 1987 nasce a Freehold, nel New Jersey, Rebecca, colei cui il destino riserva il divenire la più medagliata ranista nella storia del Nuoto a stelle e strisce.

Sorella minore di Rita, anch’essa nuotatrice di ben più modesto livello, Rebecca inizialmente si dedica alla Ginnastica, per poi seguire le orme della congiunta dall’età di 10 anni, mettendo in mostra le sue qualità gareggiando per lo “Scarlet Aquatic Club” durante gli anni del Liceo vissuti alla “West Windsor-Plainsboro High School North”, tanto che i suoi progressi la portano ad essere inclusa nella Nazionale Usa, con cui si cimenta in un primo tentativo di qualificazione ai Giochi agli “Olympic Trials” di inizio luglio ’04 che si svolgono a Long Beach, in California.

Sono le selezioni della Beard, che si afferma su entrambe le distanze – sui 200 metri addirittura migliorando in 2’22”44 il record mondiale, appartenuto alla fuoriclasse australiana Leisel Jones – mentre la 17enne del New Jersey si ferma allo scoglio delle semifinali, chiuse con il quindicesimo tempo di 1’11”13 sui 100 metri e con l’undicesimo di 2’30”98 sulla doppia distanza.

I suoi progressi, convincono comunque la Federazione Usa a selezionarla, assieme alla Quann (ora divenuta Signora Jendrick a seguito del matrimonio contratto nel dicembre 2004 …) per le Universiadi di metà agosto ’05 in programma ad Izmir, in Turchia, facendosi valere con la conquista di due medaglie d’argento – alle spalle della Quann (1’08”20 ad 1’08”77) sui m.100 rana e preceduta d’un soffio, per soli 0”03 centesimi (2’27”81 a 2’27”84) dalla giapponese Megumi Taneda sulla doppia distanza – per poi nuotare la frazione a rana nella batteria della 4×100 mista, lasciando il posto alla Quann nella Finale che vede il quartetto Usa imporsi con facilità.

I netti miglioramenti cronometrici inducono i Tecnici a riporre speranze sulla 19enne Soni in vista dei Campionati Nazionali che si svolgono ad Irvine, in California ad inizio agosto 2006 e validi quale selezione sia per i successivi “Campionati Pan Pacifici” in programma a due settimane di distanza a Victoria, in Canada, che per la Rassegna Iridata di Melbourne ’07 che, come di consueto trattandosi dell’emisfero australe, è calendarizzata nella seconda metà di marzo.

Ma c’è un problema che affligge la giovane nuotatrice, in quanto è spesso soggetta ad aritmia cardiaca, ragion per cui i medici le consigliano di sottoporsi ad un intervento chirurgico per regolarne la relativa frequenza, operazione che si svolge a poche settimane dall’inizio dei Campionati, a cui prende ugualmente parte, ma che incide sulle relative prestazioni, classificandosi non meglio che decima in entrambe le prove, coi rispettivi tempi di 1’10”59 e 2’31”54, mentre a qualificarsi per entrambe le Manifestazioni sono la più volte ricordata Quann e Tara Kirk.

Ai “Campionati Pan Pacifici”, Kirk e Quann fanno doppietta, divise da soli 0”02 centesimi (1’07”56 ad 1’07”58) sui m.100 rana, nel mentre sulla doppia distanza il podio vede escluse le raniste americane, con la Quann ad essere la migliore in 2’27”98 che le vale la quarta piazza, mentre i Mondiali rappresentano l’apice della carriera dell’atleta di casa Leisel Jones, argento sui 50 metri – inserendosi tra le americane Jessica Hardy e Kirk, rispettivamente Oro e bronzo – e vittoriosa sia sui 100 che sui 200 metri, prove in cui Kirk e Quann si aggiudicano le rispettive medaglie di argento.

La Soni, dal canto suo, sfrutta il periodo di forzata assenza dalle grandi Rassegne internazionali per intensificare la preparazione e cogliendo significativi successi a livello universitario, essendosi iscritta alla “University of South California”, periodo durante il quale è imbattuta ai Campionati NCAA sulle 200yds, facendo suoi i titoli dal 2006 al 2009, cui unisce le vittorie sulle 100yds nel 2008 e 2009, stagione quest’ultima al termine della quale consegue la Laurea in Giornalismo e Comunicazione.

Nel frattempo, però, completamente ristabilitasi, aveva cercato di superare le “forche caudine” dei terribili Trials in vista dei Giochi di Pechino ’08, che si svolgono ad inizio luglio ad Omaha, nel Nebraska, e che comporta uno dei più controversi – e per la Kirk, quanto mai amari – casi nella storia delle Selezioni Olimpiche …

Molto più a suo agio sulla doppia distanza, la Soni giunge difatti solo quarta in 1’07”80 nella Finale dei 100 metri che vede staccare il pass per la capitale cinese Jessica Hardy con 1’06”87 davanti a Quann e Kirk che concludono (1’07”50 ad 1’07”51) divise da un solo 0”01 centesimo.

Tre giorni dopo, il 4 luglio, la Soni vince con ampio margine (2’22”60 a 2’25”13) sulla Beard la Finale dei 200 metri, così che la composizione della squadra per i Giochi sembra completa, se non fosse che la Hardy risulta positiva ad un controllo antidoping e, dopo le consuete controanalisi e ricorsi vari, l’1 agosto accetta spontaneamente di abbandonare il ritiro preolimpico per non turbare il Team.

Al suo posto dovrebbe subentrare la Kirk, ma, sfortunatamente per lei – che già aveva dovuto subire la beffa della mancata qualificazione in acqua per l’inezia di un solo 0”01 centesimo – il termine ultimo per presentare le liste di iscrizione ai Giochi è già scaduto ed ecco quindi che la Soni, a dispetto del quarto posto ai Trials, può partecipare anche alla gara dei 100 metri assieme alla Quann, essendo già inserita in squadra per la prova sulla doppia distanza.

Una “grazia ricevuta” che, peraltro, la 21enne di origini ungheresi dimostra in piscina di aver ben meritato, visto che nella gara inaugurale della specialità, vale a dire i 100 metri, si qualifica per la Finale del 12 agosto con il secondo tempo delle semifinali, sia pure a debita distanza (1’05”80 ad 1’07”07) dalla primatista mondiale Jones, con anche la Quann ad entrare nelle migliori otto.

L’atto conclusivo non ha molta storia quanto alla medaglia d’Oro, con la Jones già in netto alla virata dei 50 metri, dove transita in 30”63, trascinandosi alle spalle la connazionale Tarnee White, che precede (31”24 a 31”27) la 16enne russa Yuliya Efimova, mentre la Soni è quinta a metà gara, dietro anche (31”49 a 31”56) alla connazionale Quann …

Con quasi 1” da recuperare alla Campionessa e primatista mondiale, il gradino più alto del podio è una chimera, ma una vasca di ritorno nuotata in 35”17 (seconda solo alla Jones), consente alla Soni di recuperare, una dopo l’altra, le altre finaliste che la precedono – al pari dell’austriaca Mirna Jukic, addirittura sesta alla virata – così da cogliere un insperato argento con il tempo di 1’06”73 (all’epoca suo “Personal Best”), mentre la Jones conclude nel Record olimpico di 1‘05”17 (a soli 0”08 centesimi dal suo limite mondiale) e la Jukic completa il podio in 1’07”34.

Essere passata da una mancata qualificazione ai Trials all’argento olimpico è sicuramente una notevole iniezione di fiducia per la Soni, che ora si accinge a sfidare la Jones sulla distanza a lei più congeniale – dove comunque l’australiana detiene il primato assoluto con 2’20”54 stabilito l’1 febbraio ’06 a Melbourne – mettendo subito in chiaro le proprie ambizioni nella semifinale del 14 agosto, in cui registra il miglior tempo di 2’22”64 anche su di poco superiore al 2’22”17 con cui in batteria aveva tolto alla connazionale Beard (alla sua quarta Olimpiade ed incapace di superare il primo turno …) il record olimpico stabilito ad Atene quattro anni prima.

Alle spalle di Soni e Jones, le due semifinali fanno registrare una serrata sfida a livello europeo tra la norvegese Sara Nordenstam e la già citata Jukic, con la prima a stabilire il primato continentale in 2’23”79 nella prima serie e la seconda a migliorarlo di 0”03 centesimi nella seconda, così da candidarsi per il podio e, chissà mai, da eventuali “terze incomode” in caso di un passo falso delle due favorite …

Speranza quanto mai chimerica, e che affonda nella realtà della Finale, con due coppie a fare gara a sé, con la Jones a transitare per prima sia alla virata iniziale che a metà gara, ma con un vantaggio (1’07”23 ad 1’07”46) tutt’altro che rassicurante sull’americana, mentre le due rappresentanti del Vecchio Continente viaggiano anch’esse sulla stessa linea, con la Jukic a distaccare di poco (1’09”05 ad 1’09”19) la rivale norvegese.

Austriaca che incrementa leggermente il vantaggio (1’45”74 ad 1’46”00) all’ultima virata, mentre la Soni completa la rimonta, transitando ai 150 metri praticamente appaiata (1’43”70 ad 1’43”71) all’australiana, per poi esibirsi in una strepitosa ultima vasca, nuotata in 36”22, che la porta a concludere nel nuovo primato olimpico e mondiale di 2’20”22, lasciandosi alle spalle una stremata Jones che va a toccare in 2’22”05, nel mentre la sfida per il bronzo (nonché per il record europeo) va alla Nordenstam di misura sull’austriaca, con entrambe a scendere (2’23”02 a 2’23”04) sotto i rispettivi limiti stabiliti in semifinale.

L’ultima parola, però, spetta alla Jones, che nella Finale della Staffetta 4×100 mista, infligge nella frazione a rana un distacco di ben 1”37 (1’04”58 ad 1’05”95) alla Soni, che risulta determinante nel successo del quartetto australiano su quello Usa, dato che il margine all’arrivo (3’52”69 a 3’53”30, entrambe nettamente al di sotto del precedente limite mondiale) è di soli 0”61 centesimi, con altresì ognuna della altre tre frazioniste americane a far meglio delle rispettive rivali …

Quest’ultima annotazione a parte, i Giochi di Pechino ’08 certificano la Soni come “ranista numero 1” nel panorama natatorio Usa e, considerata l’ancor sufficientemente giovane età, la proiettano verso un quadriennio post olimpico con la mai troppo simpatica etichetta di “atleta da battere”.

Una veste che, peraltro, non sembra turbare più di tanto la 22enne del New Jersey, allorché si impone d’autorità ai Campionati nazionali di inizio luglio ’09 ad Indianapolis, facendo suoi i titoli su entrambe le distanze, togliendo a Jessica Hardy il record Usa sui 100 metri, nuotati in 1’05”34 per poi sfiorare il proprio limite sui m.200, dove conclude i 2’20”38, a soli 0”16 centesimi dal primato di Pechino.

Iscritta alla Rassegna iridata di Roma ’09 – che passa alla Storia per essere l’ultima in cui la FINA autorizza l’utilizzo dei “super costumi” in poliuretano che in un biennio avevano facilitato il crollo di record in ogni specialità – anche sulla “distanza sprint” dei m.50 rana, che aveva visto il suo esordio ai Mondiali nell’edizione di Fukuoka ’01, la Soni conferma il suo eccellente stato di forma sin dalla prima prova in programma, vale a dire i 100 metri.

Con la Jones ad essersi presa un anno sabbatico, l’americana deve vedersela con la crescita esponenziale della ricordata russa Efimova, nei cui confronti, peraltro, affibbia uno schiaffo non indifferente nelle semifinali del 27 luglio, nel nuotare la seconda serie esattamente 1” più veloce, facendo fermare i cronometri sul tempo di 1’04”84 che abbatte il primato mondiale dell’australiana.

Un exploit che la Soni quasi replica nella Finale del giorno dopo, vinta in 1’04”93 a dispetto della buona prova della 17enne russa che, con 1’05”43 unisce all’argento anche il primato europeo, mentre l’altra americana Kasey Carlson completa il podio con l’1’05”75 che le vale la medaglia di bronzo.

Dopo questo altamente promettente inizio, non si vede chi possa impensierire l’americana sulla doppia distanza, ma le semifinali del 30 luglio le riservano una sgradita sorpresa, nel senso che, dopo essersi aggiudicata la prima serie in un più che eccellente 2’20”93, nella seconda la semisconosciuta canadese Annamay Pierse (sesta in Finale l’anno prima ai Giochi di Pechino ’08 con 2’23”77 …) le toglie il record assoluto nuotando la distanza in 2’20”12, per soli 0”10 centesimi inferiore al precedente limite dell’americana.

Tale circostanza fa sì che la Soni commetta un clamoroso errore pagato a carissimo prezzo, ovvero, presa dalla frenesia di ritornare in possesso del primato, impone in Finale un ritmo troppo elevato in avvio, visto che al passaggio a metà gara viene cronometrata in 1’05”73 (tempo da Finale sui 100 metri …!!) ed ancora all’ultima virata, dove transita in 1’42”20, ha 1”22 di vantaggio sul passaggio record della canadese, nonché addirittura 2”46 sulla stessa e 2”59 sulla serba Nadja Higl, terza davanti alla Jukic, che segue con 1’45”06 …

E mentre tutti si aspettano di registrare l’ennesima impresa della 22enne americana, ecco la stessa improvvisamente come fermarsi nella vasca di ritorno, oramai svuotata di ogni residua energia, tanto da nuotare (si fa per dire …) gli ultimi 50 metri in quasi 40” (39”95 per l’esattezza …), facendosi rimontare una dopo l’altra dalle altre pretendenti al podio, salvando il quarto posto solo perché non vi erano più metri da percorrere, mentre la stupita Higl va a conquistare l’unico importante successo della sua carriera, con un tempo di 2’21”62 che rappresenta il nuovo Record europeo, precedendo la fresca primatista mondiale e l’austriaca, che le fanno compagnia sul podio con 2’21”84 e 2’21”97 rispettivamente.

A completare l’opera, il giorno dopo, 1 agosto 2009, le componenti la “Staffetta B” Usa della 4x100mista falliscono l’accesso alla Finale, obiettivo che, viceversa, non sfugge alla Soni nelle semifinali dei m.50 rana, ancorché si qualifichi solo con il settimo e penultimo tempo, ma l’indomani, giornata di chiusura della Rassegna iridata, dà fondo a tutte le sue residue energie impegnando la Efimova in un duello sul filo dei centesimi che vede la giovane russa prevalere di misura (30”09 a 30”11), con entrambe a migliorare il precedente limite assoluto di 30”23 della canadese Amanda Reason.

Una delusione, quella patita sui 200 metri a Roma, che la Soni memorizza nel biennio a seguire, in cui riesce finalmente a prendere parte ai “Campionati Pan Pacifici” ’10 che si svolgono ad Irvine, in California, sfruttando l’aria di casa per imporsi su entrambe le prove, in cui ha nettamente la meglio – 1’04”93 a 1’05”66 e 2’20”69 a 2’23”23 – sulla rediviva Leisel Jones, facendo suo anche l’Oro della staffetta 4x100mista, per poi iscriversi, per l’unica volta in carriera ai Mondiali in vasca corta che si svolgono a Dubai a metà dicembre, facendo “cappotto” nel salire sul gradino più alto del podio sia sui m.50 che sui 100 e 200 metri rana, subendo l’unica sconfitta – ma non per colpa sua, che anzi porta in dote alle compagne un vantaggio di 0”47 centesimi – con la Staffetta 4x100mista, dove a prevalere di un soffio (3’48”29 a 3’48”36) è il quartetto cinese …

Due appuntamenti di livello sicuramente inferiore, ma necessari per rinforzare il morale della ragazza del New Jersey, che è ora pronta ad affrontare, con rinnovata energia, le sue due ultime stagioni, che prevedono i Mondiali di Shanghai 2011 e le Olimpiadi di Londra 2012, con la legittima aspirazione di dimostrare ai massimi livelli come sia lei l’indiscussa “Regina del Nuoto a Rana”.

Ma nello Sport le parole restano fini a se stesse, occorre cimentarsi ed è lì che si hanno i responsi, dove è il cronometro a sancire chi vince e chi perde, e la prima gara della Rassegna iridata sono, come di consueto, i m.100 rana, in cui la Hardy aveva tolto alla Soni il record mondiale appena 10 giorni dopo averlo stabilito, scendendo ad 1’04”45 il 7 agosto 2009.

Soni che, comunque, dimostra tutta la propria volontà di confermare il titolo iridato di Roma 2009, nuotando la seconda semifinale in 1’04”91, appena 0”07 centesimi sopra quello che resta il suo “Personal Best” in Carriera, ben al di sotto dell’1’06”66 con cui la Jones si era aggiudicata la prima serie.

Superiorità che la 24enne di origini ungheresi conferma nella Finale del 26 luglio, prendendo la testa della gara sin dalle prime bracciate, virando già con 0”45 di vantaggio sull’australiana, poi dilatato all’arrivo che la vede trionfare per un lei, a questo punto, “comodo” 1’05”05, con la Jones ad incrementare la propria collezione di medaglie con l’argento in 1’06”25, mentre la cinese Ji Liping beffa per soli 0”04 centesimi (1’06”52 ad 1’06”56) la Efimova nella lotta per il bronzo.

Messo al sicuro il primo Oro, ancora in acqua due giorni dopo, per batterie e semifinali sulla doppia distanza, con ancora l’americana a far registrare il miglior tempo con i 2’21”03 con cui si aggiudica la seconda serie, rifilando ben 2”63 di distacco alla Efimova, che realizza comunque la seconda miglior prestazione tra le qualificate alla Finale del 29 luglio 2011.

Memore dell’esperienza romana, la Soni non forza i ritmi, pur guadagnandosi – con un passaggio di 1’08”05 a metà gara – un vantaggio di quasi 2” (1”88 per l’esattezza …) sulla russa, che poi riesce ad amministrare andando a concludere facendo doppietta in 2’21”47 rispetto ai “curiosi” 2’22”22 della Efimova.

Il giorno dopo, 30 luglio, sono in programma batterie e semifinali dei m.50 rana e batterie e Finale della staffetta 4x100mista, e la Soni stacca il biglietto per l’atto conclusivo sulla più corta distanza con il secondo miglior tempo (30”40 a 30”74) alle spalle della connazionale Jessica Hardy, per poi concentrarsi sulla staffetta mista.

E qui, compie una sorta di “piccolo capolavoro”, nuotando una frazione da 1’04”71 – le altre avversarie fanno registrare rispettivamente 1’05”91 la Efimova, 1’06”18 la Jones ed 1’06”27 la cinese Ji Liping – che dà al quartetto Usa un vantaggio incolmabile che lo porta a sfiorare in 3’52”36 il primato mondiale stabilito dal quartetto cinese in 3’52”19 ai Mondiali di Roma 2009.

Tre Ori su altrettante gare, per realizzare un fantastico “Poker” resta solo la Finale dei m.50 rana del 31 luglio, giorno di chiusura della rassegna iridata, ma sarebbe chiedere oggettivamente troppo, ed è ampiamente sufficiente il bronzo in 30”58 che la Soni si mette al collo, preceduta per soli 0”09 centesimi dalla Efimova, nel mentre la Hardy domina la prova in 30”19.

Una prestazione ampiamente confortante in vista del passo d’addio previsto per le Olimpiadi londinesi del 2012, alle quali la Soni si qualifica alle selezioni Usa di Omaha venendo inaspettatamente battuta sui m.100 (i 50 metri sono distanza olimpica solo a Stile libero …) dalla 20enne Breeja Larson (1’05”92 ad 1’05”99) nella Finale che vede la Hardy, terza, esclusa dai Giochi, mentre non ha alcuna rivale sulla doppia distanza.

Programma dei Giochi che prevede il 29 luglio batterie e semifinali dei m.100 con Finale il giorno dopo, quindi un giorno di riposo per poi affrontare l’1 agosto batterie e semifinali sulla doppia distanza con Finale all’indomani, e quindi chiusura con il 3 batterie ed il 4 agosto Finale della Staffetta 4x100mista.

Chiaramente data per favorita assieme alla Efimova, la Soni resta un po’ sbalordita nel vedere il suo tempo di 1’05”75 realizzato in batteria, migliorato nell’ultima serie dalla 15enne Ruta Meilutyte che, con 1’05”56 realizza il record nazionale, per poi scendere ad 1’05”21 in semifinale, che rappresenta altresì il primato europeo.

Negli anni ’70 non era raro vedere simili exploit realizzati da adolescenti, anche perché, in genere, i nuotatori abbandonavano l’attività intorno ai 20 anni, ma adesso la cosa fa più notizia e grande è la curiosità nel vedere se l’adolescente lituana sia in grado di gestire tre turni di gare, nonché l’emozione di trovarsi a sfidare per la medaglia d’Oro olimpica Campionesse oramai affermate.

Ma il detto “beata incoscienza” ben si addice alla ragazzina dell’Est Europa, che si getta in acqua dando fondo alle proprie risorse, il che la porta a virare in 30”56 con le sole Larson ed Efimova – passaggi di 30”85 e 30”90 rispettivamente – a cercare di tenerle il ritmo, solo per scoppiare nella vasca di ritorno e concludere non meglio che sesta e settima, mentre la Soni, quarta a metà gara con un distacco di 0”72 centesimi, amministra meglio le energie, recuperando bracciata dopo bracciata sino a raggiungere la Meilutyte proprio all’arrivo, ma quando si voltano per guardare il tabellone elettronico, esso indica una differenza di 0”08 centesimi (1’05”47 ad 1’05”55) a favore della 15enne lituana …

Magari non sarà stato di grande consolazione per la 25enne americana sapere che la Meilutyte è nata esattamente 10 anni ed un giorno (19 marzo 1987 …) dopo di lei, ma in ogni caso una medaglia olimpica non è mai da disprezzare, e poi i conti si fanno alla fine, ora c’è solo da riprendere fiato e concentrarsi sulle prossime gare, a cominciare da quella sulla doppia distanza, dove c’è il titolo di Pechino da difendere.

E poi, ci sarebbe anche un “conticino da regolare” con la canadese Pierse (ancorché non sia presente ai Giochi …) in merito a quell’exploit che ne aveva condizionato la Finale ai Mondiali di Roma, ed il cui primato ancora resiste, ma non per molto, visto che nella seconda semifinale dell’1 agosto la Soni lo migliora nuotando in 2’20”00 oltre 2” in meno del secondo miglior tempo, fatto registrare dalla danese Rikke Pedersen con il record nazionale di 2’22”23.

Nella Finale del giorno dopo, la favorita americana mette a frutto la propria esperienza acquisita nel corso degli anni mantenendo un ritmo costante – dopo una prima vasca in 32”49, le tre successive vengono coperte in 35”61, 35”85 e 35”64 – ampiamente sufficiente per controllare la 21enne giapponese Satomi Suzuki, che coglie l’argento eguagliando in 2’20”72 il record asiatico davanti alla Efimova che centra in 2’20”92 il nuovo Record europeo, mentre la Soni, bontà sua, toglie 0”01 centesimo al suo freschissimo limite, così da essere la prima nuotatrice al Mondo ad infrangere la barriera dei 2’20” netti …

Concludere la carriera con un ultimo Oro non sarebbe niente affatto male, e l’impresa riesce alla 25enne del New Jersey, fornendo il consueto, fondamentale, contributo nella frazione a rana della staffetta 4x100mista, nuotata in 1’04”82 per consentire al quartetto Usa – composto anche da Missy Franklin a dorso, Dana Vollmer a farfalla ed Allison Schmitt a stile libero – di migliorare in 3’52”05 il primato mondiale cinese.

Cala così il sipario sull’attività della più forte ranista americana di ogni tempo, capace – staffette a parte – di conquistare 9 medaglie, tra olimpiche ed iridate, nelle gare individuali, di cui 5 Ori, 3 argenti ed un solo bronzo, tanto da farla entrare a pieno titolo nell’elite della specialità.

Certo però, che se quella ragazzina avesse aspettato giusto un altro anno …

 

LA BEFFA DI ADELAIDE CHE COSTO’ IL TITOLO 1986 A MANSELL E LO REGALO’ A PROST

australian-grand-prix-in-adelaide-in-1986-oleg-konin.jpg
L’esplosione della gomma d Mansell – da f1supernews.con

articolo tratto da Cavalieri del rischio

La Formula 1 “che fudeve la propria fama a gare spettacolari, gesti eroici, fallimenti clamorosi, grandi uomini, circuiti affascinanti, innovazioni tecniche e tanto altro, oltre indubbiamente a rivalità e dualismi dai risvolti sportivi e umani molto intensi; storie che attirano il pubblico, coinvolto a sua volta in diatribe infinite che spesso superano la carriera e a volte l’esistenza stessa dei protagonisti delle vicende narrate. Su una di queste storie Ron Howard ha prodotto un film che ha riscosso un discreto successo al botteghino, incontrando i favori del grande pubblico e dividendo gli appassionati di Formula 1, visto che alcuni si aspettavano forse una riproduzione più tecnica e fedele delle avventure di Lauda e Hunt, anche se non possiamo dimenticare che quella pellicola è prima di tutto intrattenimento e in un’era dove la Formula 1 è distante come non mai dalla gente vedere le file al cinema per ammirare le gesta di due eroi dei gran premi dovrebbe bastarci.

Due sono i mondi in cui gli uomini si ritrovano messi a nudo, tutte le facciate spariscono, in modo che è possibile vedere il loro nocciolo duro. Il primo è il campo di battaglia.” Edward Bunker.

Senza scomodare i pionieri della Formula 1 e restando nell’era moderna, c’è sicuramente un incontro/scontro che se trasferito a Hollywood meriterebbe una trilogia in stile “Lord of the Rings”: stiamo parlando ovviamente di Senna e Prost, il duello dei duelli, in pista e fuori, tra dichiarazioni al vetriolo, colpi proibiti e un finale romantico reso amaro dalla tragedia. La Mclaren in quel periodo non aveva rivali all’altezza e riuscì a controllare la situazione incamerando titoli mondiali a ripetizione, ma in casa Williams una situazione analoga portò risultati nefasti in ben due occasioni. Nel 1981, con Reutemann e Jones a condividere il box, il team non riuscì a gestire il conflitto con logica “aziendale”, vanificando le prestazioni dell’auto favorita e lasciando strada ad un terzo incomodo teoricamente svantaggiato, ma abile a raccogliere i risultati necessari per tenersi in gioco fino all’ultimo incredibile round. Il terzo incomodo rispondeva al nome di Nelson Piquet, che cinque anni più tardi, nel 1986, si trovò a sua volta al centro di un aspro conflitto con il compagno di squadra Nigel Mansell alla corte di Sir Frank. Dopo due titoli mondiali in sette stagioni alla Brabham, team di nobile origine destinato ad un rapidissimo declino, Piquet aveva trovato nuovi stimoli nell’offerta della Williams, pronta a tornare ai vertici grazie ad uno staff di prim’ordine e una FW11 di nuova concezione, più convenzionale e affidabile, dotata di un propulsore Honda che si dimostrò non solo potente ma più equilibrato nel rapporto tra durata e prestazioni, limando anche i cronici problemi di turbo-lag che lo avevano afflitto nelle prime stagioni in F1. Il campione carioca trovò ai box Nigel Mansell, pilota aggressivo e istintivo che dopo le iniziali difficoltà convinse gli addetti ai lavori in merito alla proprie qualità, entusiasmando il pubblico per l’attitudine da guerriero senza paura, come quando a Dallas partì dalla pole e dopo alcuni problemi tecnici svenne al traguardo dopo aver spinto la vettura rimasta senza benzina. Il leone inglese era arrivato in Williams l’anno precedente, accolto con poca simpatia da Rosberg, anche se lavorando insieme i due riuscirono ad instaurare un rapporto di reciproca stima e collaborazione importante per i risultati in pista e lo sviluppo della vettura; sarebbero riusciti i due nuovi compagni di squadra a creare lo stesso clima? A proposito: Senna, Prost, Mansell, Piquet. Incredibile pensare che per un decennio quei quattro nomi fossero presenti in un’unica griglia di partenza! C’è una bella foto che li ritrae insieme, sorridenti e rilassati (evento raro), quattro tra i piloti più forti di tutti i tempi protagonisti di un’era che, purtroppo, non potrà ripetersi, ma questa è un’altra storia.

Resistere significa semplicemente tirare fuori gli attributi, e meno sono le chance più dolce è la vittoria.” Charles Bukowski.

Arrivò finalmente l’atteso “Via” e i test invernali indicarono la Williams Honda come la compagine favorita per il titolo, anche se il team prima dell’inizio del campionato venne sconvolto da un drammatico incidente stradale di cui fu vittima il Patron Frank, da quel giorno costretto a vivere su una sedia a rotelle. Tra gli altri team il rivale più accreditato era sicuramente la Mclaren dominatrice delle ultime due stagioni, con il campione in carica Alain Prost, finalmente smarcatosi da quell’etichetta di eterno secondo che lo aveva perseguitato nei primi anni di carriera. A far compagnia al professore francese arrivò Keke Rosberg, mentre la Lotus confermò l’astro nascente Ayrton Senna, pilota micidiale sul giro secco, implacabile in condizioni di pista avverse e sempre più maturo, tanto aggressivo in pista quanto influente all’interno del proprio team, da anni lontano dai fasti degli anni d’oro ma ancora in grado di mettere in pista una vettura competitiva, con uno staff molto attento alle indicazioni di un pilota sicuramente in grado di fare la differenza. Nel tradizionale appuntamento di apertura a Jacarepagua Ayrton Senna confermò le proprie doti in prova rifilando sette decimi a Piquet e oltre un secondo a Mansell, mentre in piena era del turbo la differenza tra colossi dell’auto e piccoli team divenne sempre più evidente, tanto che a metà schieramento si riscontravano distacchi pesanti e nelle ultime file le “sorelle minori” giravano oltre dieci secondi al giro più lente dai primi. In gara Mansell fu vittima di un eccesso di agonismo ed uscì subito di scena nel tentativo di passare Senna, che chiuse secondo alle spalle di Piquet; deluse invece le aspettative la rivoluzionaria Brabham BT55 denominata “sogliola” , con Patrese costretto presto al ritiro e De Angelis fuori dalla zona punti a tre giri dal vincitore, un fallimento probabilmente decisivo per le sorti del team fondato da Black Jack. Dopo 5 anni la Formula 1 tornò in Spagna nel nuovo impianto di Jerez, aspramente criticato per la conformazione poco adatta alla categoria e le misure di sicurezza giudicate insufficienti; ne uscì comunque una bellissima gara, destinata ad entrare nella storia: Senna, ancora in pole con quasi un secondo sulla diretta concorrenza, tentò di prendere il largo, mentre alle sue spalle non mancarono i duelli; a metà gara Mansell passò in testa ma iniziò a patire un eccessivo degrado degli pneumatici, prendendo poi troppo tardi la decisione di sostituirli: rientrato in pista dopo il pit-stop iniziò a macinare giri record e in poco tempo si riportò alle spalle di Senna e i due arrivarono al fotofinish con il brasiliano primo con 14 millesimi di vantaggio!

Fortis cadere, cedere non potest.” Proverbio latino.

Prost, fino a quel momento defilato, calò un bis di vittorie a Imola e Montecarlo, portandosi in testa al mondiale, mentre le Williams sorprendentemente stentavano a decollare. Quella del Principato fu purtroppo l’ultima presenza di Elio De Angelis: i suoi sogni di gloria, già ridimensionati da un team tanto ambizioso quanto deludente, si infransero infatti definitivamente il 15 maggio 1986 in un ospedale di Marsiglia, a causa delle ferite riportate in un gravissimo incidente avvenuto il giorno precedente al Paul Ricard durante una sessione di test privati dove le misure di sicurezza si rivelarono fatalmente inadeguate. La Brabham decollò per il distacco di un alettone e prese fuoco in seguito all’impatto, De Angelis restò nella macchina in fiamme per sette minuti e i primi a soccorrerlo furono i piloti (Alain Prost tentò di estrarlo dall’auto) mentre meccanici e commissari giunsero tardivamente. Cediamo per un attimo la parola a Ezio Zermiani: “Basta con questi laceranti rumori, ora potrai rilassarti come piaceva a te. Ricordi? Ssshht, non disturbiamolo, Elio sta sognando”

Ama i tuoi nemici perché essi tirano fuori il meglio di te.” Friedrich Nietzsche.

Ancora commosso per l’assurda perdita di Elio, l’ambiente della Formula 1 ripartì nel segno di una battaglia tra quattro piloti consapevoli l’un l’altro di avere di fronte tre nemici di altissimo livello, vietato abbassare la guardia dunque, con ovvia soddisfazione per gli spettatori di un’opera di prim’ordine, probabilmente uno dei campionati più entusiasmanti della storia. A Spa Berger si mise in evidenza in prova ma al via costrinse al contatto Senna (comunque secondo) e Prost, ottimo sesto al termine di una gara di rimonta dopo essere finito in fondo al gruppo; Mansell approfittò del ritiro di Piquet per vincere la gara e recuperare terreno, concedendo un gradito bis a Montreal, insidiato realmente dal solo Rosberg, tanto aggressivo quanto eccessivo nei consumi. A quel punto il leone aveva affiancato Senna a due sole lunghezze dal leader Prost, come sempre costante e attento nella visione strategica in ottica campionato, mentre Piquet, visto da molti come il grande favorito a inizio stagione, sembrava non essere in grado di incidere. Dopo un quinto posto a Detroit, dove vinse Senna, Mansell riprese la fuga vincendo sia al Paul Ricard (drasticamente rivisto dopo l’incidente mortale di De Angelis) che a Brands Hatch, di fronte a Frank Williams, che tornò per la prima volta ai box dopo l’incidente, assistendo ad una gara dove le sue vetture terrorizzarono la concorrenza doppiando tutti. Quella di Brands Hatch fu anche l’ultima gara per Jacques Laffite, che proprio in quell’occasione eguagliò il record di presenze di Graham Hill, ma fu coinvolto in una carambola innescata da Boutsen che gli procurò gravi ferite alle gambe. Protagonista con la Ligier a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, l’umile Jacquot non ha mai attirato l’attenzione dei riflettori come altri suoi colleghi, ma è sicuramente stato tra i piloti più veloci in una generazione di fenomeni e salutò tutti con 176 presenze, 6 vittorie, 7 pole e 32 podi. A quel punto Piquet era a 18 punti dal compagno di squadra, ma Nelson non era certo tipo da abbattersi, come dimostrano le incredibili rimonte che lo portarono al titolo nel 1981 e 1983, quando a metà campionato nessuno, come in questo caso, avrebbe scommesso sulla sua vittoria. Non a caso il brasiliano calò un tris di successi tra Hockenheim e Monza, confezionando tra l’altro all’Hungaroring un sorpasso su Senna destinato ad entrare nella leggenda: un primo tentativo avvenne forzando la staccata in fondo al rettilineo, ma la Williams finì larga, Piquet rimase incollato agli scarichi di Senna per sfruttare al massimo la scia della Lotus e all’esterno della solita staccata dopo il rettilineo di partenza percorse tutto il curvone di traverso, riuscendo a controllare con un controsterzo incredibile la sua Williams, un sorpasso leggendario che portò il brasiliano di Rio a vincere il primo GP d’Ungheria della storia. In mezzo ai tre successi di Piquet vinse un Gran Premio anche Prost, sempre incollato alle Williams, mentre Senna fu vittima di due ritiri consecutivi che lo allontanarono dal vertice; nel frattempo si mise in luce il nostro Teo Fabi, protagonista a Monza e sull’Osterreichring con due pole position che, causa guasti meccanici, non portarono punti, mentre all’Estoril Mansell colse la quinta vittoria stagionale, rifilando una vera e propria mazzata alla concorrenza: con due sole gare da disputare il Leone poteva ora contare su ben 70 punti, con un margine di 10 lunghezze su Piquet e 11 su Prost. A Città del Messico il mondiale poteva chiudersi anticipatamente ma le condizioni del tracciato favorirono il compagno di squadra di Fabi, Gerhard Berger (già pronto per il passaggio in Ferrari) che regalò la prima vittoria alla Benetton con la complicità degli pneumatici Pirelli, grazie ai quali riuscì a non fermarsi ai box al contrario degli avversari gommati Goodyear, tra questi Mansell, che chiuse la gara al quinto posto ad un giro del vincitore, mentre Prost, secondo, riuscì a riaprire il mondiale, anche se la conferma del titolo sembrava comunque un’ipotesi poco probabile.

Veni, vidi, vici” Giulio Cesare.

Ad Adelaide, prova conclusiva del mondiale, in quello che poteva essere un trionfo annunciato della Williams, arrivò addirittura Sōichirō Honda, padre fondatore dell’azienda che portava il suo nome, e le prove confermarono le sensazioni della vigilia con le Williams in prima fila, grazie a Mansell primo e Piquet secondo, con Senna (ormai fuori dai giochi) al terzo posto e Prost quarto ad oltre un secondo di distacco. Davanti ad un foltissimo pubblico Ayrton Senna fu velocissimo allo start, mentre dopo pochi giri fu sorprendentemente Rosberg a prendere il comando, deciso a dare l’addio alla Formula 1 nel migliore dei modi al termine di una stagione tribolata. Mansell continuava a controllare la corsa in quanto sia Piquet che Prost avrebbero potuto sopravanzarlo in classifica solo vincendo il Gran Premio, situazione che nella prima fase di gara appariva ancora improbabile tenendo in considerazione che Piquet fu protagonista di un testacoda senza conseguenze che lo aveva ulteriormente allontanato dal leader, mentre Prost rientrò ai box causa una foratura perdendo alcune posizioni. Questo cambio gomme imprevisto si rivelò quanto mai decisivo, ma in quel momento nessuno avrebbe potuto immaginarlo. La Goodyear aveva rassicurato i propri clienti sul fatto che le proprie gomme sarebbero durate per l’intero Gran Premio, ma al sessantatreesimo passaggio la gomma di Rosberg cedette e Keke fu costretto mestamente ad accostare; la Williams forse sottovalutò l’episodio, oppure le comunicazioni non furono sufficientemente tempestive, ad ogni modo ai box del team inglese non suonò il campanello d’allarme e Mansell rimase in pista, ma nel giro successivo sul velocissimo Brabham Straight la sua gomma posteriore sinistra esplose alla velocità di 290 Km/h: l’inglese diede prova di grande temperamento controllando la vettura fino alla via di fuga, ma a quel punto poteva solo assistere al finale di gara sperando in un miracolo. La Williams tentò di correre ai ripari e Piquet venne richiamato frettolosamente ai box mentre Prost, che aveva già sostituito gli pneumatici dopo la foratura, prese il comando e non lo lasciò più, gestendo nel finale la rincorsa di uno scatenato Piquet, che inanellò una serie di giri veloci insufficienti per recuperare lo svantaggio. Si era ormai consumata quella che nella storia della Formula 1 è ricordata come la beffa di Adelaide. Alain Prost vinse il suo secondo titolo mondiale, per la Mclaren fu invece il terzo consecutivo; la compagine capitanata da Ron Dennis aveva già in programma un anno di transizione in vista del passaggio ai motori Honda, che arrivarono nel 1988 insieme ad Ayrton Senna, con l’intento di continuare il proprio ciclo vincente in Formula 1.

Box Mclaren, Senna e Prost, ma anche questa è un’altra storia…

GIULIANO TACCOLA, LA TRISTE STORIA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

10703746_809696575720388_4796574042125009149_n
Giuliano Taccola – da:asromamuseo.com

Articolo di Giovanni Manenti

Si respira un’aria nuova a Roma, sponda giallorossa, nell’estate 1968, un’aria di speranza per risollevarsi da un quinquennio dove la squadra si era al massimo piazzata all’ottavo posto in Campionato, ed anche il ricordo della Coppa Italia conquistata a novembre ’64 è oramai sbiadito, considerato poco più di un episodio fine a se stesso …

Cosa stia portando questa ventata di euforia è presto detto, il Presidente Franco Evangelisti – “Democristiano doc”, braccio destro di Giulio Andreotti – ha passato la mano ad Alvaro Marchini, affermato imprenditore edile della Capitale che, come primo atto, ingaggia, in sostituzione del “Mago di Turi” Oronzo Pugliese, nientemeno che il “Mago vero”, vale a dire Helenio Herrera, giunto al capolinea della sua gloriosa esperienza milanese alla guida della “Grande Inter”.

Herrera porta con sé un esperto mediano come il peruviano Benitez e tre giovani di belle speranze quali l’ala D’Amato e la coppia di difensori centrali formata da Aldo Bet e Sergio Santarini, così come la mediana viene rinforzata con l’acquisto di Salvori dall’Atalanta, mentre l’attacco non ha bisogno di grossi rinforzi, potendo contare sull’esperienza di una “vecchia conoscenza” del Tecnico argentino, ovvero Joaquin Peirò, uno degli artefici dei successi internazionali dei nerazzurri, e sulla crescita di un 25enne di belle speranze, che la stagione precedente, al suo esordio in giallorosso, si era fatto ben valere.

Costui è Giuliano Taccola, pisano di Uliveto Terme, frazione del Comune di Vicopisano, dove nasce il 28 giugno 1943 e che, dopo essersi distinto a livello giovanile, viene acquistato dal Genoa appena 16enne per poi essere mandato a farsi le ossa dapprima ad Alessandria e Varese e quindi in Serie C con Entella e Savona.

Ed è in terra ligure che il poco più che 20enne Taccola mette in mostra le sue doti di attaccante, andando 7 volte a segno con il Club di Chiavari e, soprattutto, contribuendo con 13 centri alla più che “storica” (in quanto unica …) Promozione del Savona in B nel ’66, venendo notato da “uno che di Calcio se ne intende” come Fulvio Bernardini, che lo segnala alla Dirigenza giallorossa.

Prima che l’affare vada in porto, però, Taccola torna a vestire, stavolta quale titolare della prima squadra, la maglia rossoblù del Genoa, con cui disputa un intero Torneo Cadetto e quindi, nell’estate ’67, può finalmente presentarsi per la sua prima esperienza in una Società ambiziosa come la Roma.

E l’esordio nella Massima Serie è di quelli che non si scordano, sia per il palcoscenico, nientemeno che San Siro con di fronte proprio l’Inter di Herrera, che per l’esito, poiché in quella prima giornata disputatasi il 24 settembre 1967 è giusto Taccola a replicare, dopo soli 2’, alla rete di Facchetti che aveva portato in vantaggio i nerazzurri, siglando il punto dell’1-1 con cui l’incontro si conclude …

Non si tratta di un exploit isolato comunque, poiché Taccola si conferma nell’arco dell’intera Stagione, conclusa come “Top Scorer” giallorosso con 10 centri e la particolarità che, tranne l’ultima rete realizzata a Torino contro i granata nel turno conclusivo del Torneo, tutti gli altri risultano decisivi per le sorti delle gare, fornendo così un contributo determinante ad una tranquilla salvezza di quella che è oramai definita una “Rometta”, decima con 27 punti, 5 sopra la zona retrocessione.

5319ad3e67d11_3
Taccola a segno nel successo per 1-0 a Ferrara sulla Spal – da:cinquantamila.it

A 25 anni da poco compiuti, logico attendersi da Taccola un ulteriore salto di qualità per la stagione successiva, ed anche in questo caso la risposta giunge con una puntualità impressionante, visto che molti spettatori non hanno probabilmente ancora trovato posto a sedere nella sempre sentitissima sfida del 29 settembre ’68 alla prima giornata contro la Fiorentina all’Olimpico, allorché il centravanti giallorosso ha già trafitto l’estremo difensore viola Superchi, al suo primo anno da titolare a seguito della cessione di Albertosi al Cagliari, per quella che è altresì la prima rete in assoluto del Campionato.

Pazienza se poi, nella ripresa, la Fiorentina – che a fine Campionato festeggia il suo secondo Scudetto – ribalta il risultato grazie alle reti di Amarildo e Maraschi, perché Taccola è già proiettato alla gara della domenica successiva, che il Calendario ha messo in programma a casa sua, vale a dire all’Arena Garibaldi contro il neopromosso Pisa, che disputa il suo primo Torneo nella Massima Divisione dall’instaurazione del Girone Unico.

Con i suoi amici e compaesani a seguirlo dalle tribune, Taccola dà un dispiacere ai tifosi nerazzurri, incaricandosi, poco prima della mezzora di gioco, di pareggiare il punto del vantaggio siglato da Piaceri per i padroni di casa, prima che tocchi a Salvori ribaltare definitivamente il risultato per il 2-1 conclusivo, per poi continuare ad andare a rete con regolarità impressionante.

In un attacco in cui è schierato a fianco di Peirò, con Capello e Ciccio Cordova a supporto, il 25enne pisano si trova a meraviglia, prova ne siano le 7 reti che mette a segno nelle 11 partite disputate sulle prime 12 di Calendario – salta l’ottavo turno, trasferta a Verona, che vede i giallorossi sconfitti per 0-2 – con tanto di centri decisivi, come suo solito, nei successi per 2-1 contro Bologna e Vicenza e nel pareggio imposto per 1-1 all’Olimpico ai Campioni d’Italia e futuri Campioni d’Europa del Milan.

uff15_1968
La rete del pari di Taccola in Roma-Milan 1-1 – da:magliarossonera.it

La domenica successiva al pari contro i rossoneri, Taccola realizza, proprio al 90’, quasi un segno del destino, il punto della bandiera nella sconfitta per 1-2 patita dalla Roma a Varese per quella che è l’ultima rete della sua breve e sfortunata carriera, gara disputatasi il 22 dicembre ’68, alla vigilia della sosta per le festività natalizie, che vede la Roma in un’anonima posizione di centro Classifica, anche se a soli 3 punti dal quarto posto, visto che per la lotta allo Scudetto hanno già spiccato il volo, facendo corsa a sé, Cagliari, Milan e Fiorentina.

Sino a qui tutto bene, sembra il racconto di una stagione che per un ragazzo sta procedendo come meglio non potrebbe – e c’è già chi ne parla in ottica azzurra, anche se la concorrenza, Anastasi e Boninsegna in testa, certo non manca – ma c’è un però, Giuliano non sta bene, soffre di febbri improvvise ed insistenti, ed il periodo di sosta è l’ideale per approfondire la situazione clinica che, dopo vari consulti, arriva alla conclusione che ciò deriva da una forte infiammazione alle tonsille, che devono essere asportate.

L’operazione ha luogo il 5 febbraio 1969, ma l’intervento si rivela più complesso del previsto a causa di varie emorragie ed il chirurgo che lo esegue prescrive al giocatore un mese di riposo assoluto, avvisandolo altresì che, a suo giudizio, sarebbe opportuno saltare il resto della stagione, per presentarsi al meglio, completamente recuperato, alla successiva …

Il problema è andare a riferire il fatto ad Herrera – uno che del lato umano dei suoi calciatori interessa poco meno che niente, ritenendoli solo utili a perseguire il suo scopo – il quale non ci sta a perdere il suo giocatore per così tanto tempo, così che i medici lo curano con massicce doti di antibiotici, poiché il ragazzo riprende anzitempo gli allenamenti, ma alla sera la febbre si fa nuovamente sentire.

Ed a poco servono le “incazzature” del medico che lo ha operato allorché, alla visita di controllo, vede Taccola visibilmente provato, cinque chili sotto peso in quanto debilitato dagli antibiotici, al punto che, in una gara con l’allora “De Martino” (la squadra riserve …) addirittura sviene in campo.

Il chirurgo gli impone di fermarsi, pena la sua incolumità fisica, prescrivendo al giocatore anche una lastra ai polmoni, ma lo staff medico giallorosso, su pressione del tecnico, non sente ragioni, ed Herrera lo manda in campo il 7 marzo 1969 a Marassi contro la Sampdoria, per quella che è l’ultima ora su di un campo della Serie A della sua vita, sostituito da Salvori al 61’ per una botta ricevuta al malleolo.

La stagione entra nel vivo, a metà marzo la Roma è attesa dalla trasferta contro un Cagliari secondo in Classifica assieme al Milan ad un solo punto (31 a 30) di distacco dalla Fiorentina capolista, ed Herrera, con una Roma che da tre turni non va a segno ed è attesa il mercoledì successivo dalla trasferta a Brescia per l’andata dei Quarti di Coppa Italia, vorrebbe poter contare sul suo cannoniere – che, a dispetto delle sole 12 gare giocate, risulterà a fine Torneo il “top scorer” stagionale – convocandolo per la gara in Sardegna, nonostante avesse ripreso gli allenamenti solo il martedì precedente.

Taccola è riluttante, ma poi si lascia convincere, con l’assicurazione di Herrera che lo avrebbe impiegato solo a partita in corso, per poi averlo a disposizione per la gara di Coppa, ma il sabato sera ha nuovamente la febbre, la notte non si sente bene, ma il medico sociale rifiuta il ricovero all’Ospedale per accertamenti, semplicemente avverte (bontà sua …) Herrera che non è assolutamente il caso di schierarlo in campo.

E così, Taccola assiste dalla tribuna alla buona prestazione dei giallorossi che impongono il pari per 0-0 ad un Cagliari che l’anno seguente si sarebbe laureato Campione d’Italia, per poi scendere negli spogliatoi a fine gara per festeggiare assieme ai suoi compagni, laddove si compie il dramma …

Inizialmente scherza, come si conviene ad ogni ragazzo della sua età, beve un’aranciata, ma dopo pochi minuti avverte un malore e si accascia perdendo conoscenza …

Viene sdraiato sul lettino dei massaggi, gli viene praticata la “solita” iniezione – come se fosse la panacea che risolve qualsiasi problema – invece di chiamare subito un’ambulanza, ma per il povero Giuliano non c’è più nulla da fare, si spegne sopraffatto da una crisi cardiorespiratoria tra lo sgomento e lo sconcerto dei suoi compagni che in pochi attimi sono passati dalla gioia al più cupo dolore.

Sconvolti, non sanno che fare, finché a scuoterli non ci pensa ancora Herrera, che con un cinismo da brividi, impone loro: “Andiamo via, oramai è morto e non possiamo farci più niente, mercoledì abbiamo un’altra partita …!!”, già perché oramai Taccola non serviva più a raggiungere i suoi scopi, una decisione alla quale si oppongono con fermezza i soli Sirena, D’Amto e Cordova (quest’ultimo particolarmente affezionato a Giuliano, con cui divideva la camera in Albergo …) i quali restano, assieme al Direttore Sportivo Vincenzo Biancone, accanto alla salma dello sfortunato compagno …

def2.jpg
Un’immagine felice della famiglia Taccola – da:asromaultras.org

La Roma perde 0-1 a Brescia – anche se poi supera il turno al ritorno ed addirittura si aggiudica la Coppa primeggiando nel Girone Finale a quattro in cui risulta decisiva, ironia della sorte, proprio la vittoria per 2-1 a Cagliari con doppietta di Peirò – ma sulla morte del giocatore si apre il capitolo delle responsabilità, con una vedova, Marzia Nannipieri, una ragazza di appena 23 anni ma con già due figli di 4 e 6 anni a carico, a reclamare invano giustizia …

Il Calcio, purtroppo, vive al suo interno di una malevola omertà in merito ai non certo infrequenti casi di morte prematura di giocatori, e, dato che l’autopsia sul corpo dello sfortunato Giuliano non riesce a stabilire con esattezza quali siano state le cause che hanno determinato la crisi che lo ha condotto alla morte, il caso viene archiviato come “tragica fatalità”, anche se poi, a distanza di molti, troppi anni, si è passati ad un’ipotesi di omicidio preterintenzionale, forse eccessiva, ma in parte riteniamo più rispondente alla verità rispetto alla prima.

corsporttaccola
La prima pagina del Corsport – da:asromaultras.org

Alcuni aspetti, difatti, restano inconfutabili, e cioè che Taccola non si era ripreso dall’operazione subita alle tonsille e che Herrera e lo Staff medico giallorosso avevano disatteso le indicazioni del chirurgo che aveva prescritto al giocatore quantomeno “un mese di riposo assoluto, come se la salute di un atleta contasse meno che niente, “carne da macello” verrebbe da aggiungere, utile solo per dare il massimo contributo possibile nel corso dei 90’ trascorsi sul terreno di gioco …

L’ipotesi più probabile resta quella avanzata dal Massaggiatore giallorosso dell’epoca Giorgio Rossi – ovviamente a distanza di anni – il quale sostiene che Taccola sia morto per “Shock anafilattico da eccesso di antibiotici, e sotto questo punto di vista riteniamo che non siano in pochi, all’interno del Club, ad avere la cosiddetta “coscienza sporca” …

Una Società, quella giallorossa, che ha sempre cercato di far cadere nel dimenticatoio l’accaduto, negando altresì qualsiasi aiuto alla vedova ed ai figli – “il Presidente Viola mi aveva garantito un impiego alla Filiale di Pisa della Banca di Roma”, ricorda Marzia Nannipieri, “così come anche il Presidente Sensi aveva promesso un sostegno economico da parte del Club” – che hanno vissuto periodi di una povertà estrema, come se quella triste pagina della Storia giallorossa non si fosse mai consumata …

Ed anche se questa sera, 16 marzo 2019, in occasione del 50esimo anniversario della scomparsa del giocatore, la Roma giocherà a Ferrara contro la Spal indossando una maglia ricordo della tragedia, ci sembra che, sinceramente, sia veramente troppo, troppo poco …

DMITRY SAUTIN, L’HIGHLANDER DEI TUFFI CAPACE DI OPPORSI AL DOMINIO CINESE

XII+FINA+World+Championships+Day+7+4NlwFNdd1Dox
Dmitry Sautin in un tuffo dal trampolino – da:zimbio.com

Articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da girarci intorno, la verità è una sola ed incontestabile, vale a dire che, con l’ingresso della Cina nel panorama sportivo internazionale a far tempo dalle Olimpiadi di Los Angeles ’84, alcune discipline hanno radicalmente “cambiato padrone”, ed una di quelle che ha maggiormente risentito di questa nuova concorrenza è senza ombra di dubbio la specialità dei Tuffi.

Uno Sport che, fino ad allora, aveva visto la supremazia dei tuffatori americani – nella specialità dal Trampolino, dai Giochi di Anversa 1920 sino all’edizione di Barcellona ’92, su 16 occasioni solo a Monaco ’72 l’Oro sfugge ai rappresentanti dello Zio Sam – fatta salva la splendida parentesi dell’azzurro Klaus Dibiasi dalla Piattaforma, in campo maschile, con anche una discreta superiorità, sia pure meno netta, anche nel settore femminile.

Campo, quest’ultimo, che l’arrivo delle tuffatrici cinesi ha completamente ribaltato, mentre tra i maschi, inizialmente, ci è voluta tutta la classe del leggendario Greg Louganis per respingere l’attacco al suo trono da parte di Tan Liangde e Xiong Ni alle citate Olimpiadi californiane del 1984 ed alle successive di Seul ’88.

Uscito di scena forse il più grande esponente di ogni epoca in tale Disciplina, si poteva pensare che per i cinesi non vi fossero più ostacoli al loro dominio, in particolare da quando – a far tempo dai Mondiali di Perth ’98 per ciò che riguarda la Rassegna iridata e dai Giochi di Sydney 2000 per quanto attiene al panorama olimpici – vengono introdotte due nuove specialità, ovverossia i tuffi (sia dal Trampolino che dalla Piattaforma) sincronizzati, vale a dire eseguiti in coppia, in cui gli esponenti del più popolato Paese del Pianeta forniscono delle esibizioni al limite della perfezione.

C’è però qualcuno che la pensa diversamente, e che in una lunghissima Carriera durata ben 20 anni, fa di tutto per mettere loro il più classico dei “bastoni tra le ruote” e, per giunta, riuscendovi anche, dimostrandosi uno degli ultimi grandi interpreti di tale Disciplina del Vecchio Continente, peraltro degno successore di una tradizione radicata nel suo Paese, la Russia.

Dmitry Sautin, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce il 15 marzo 1974 a Voronez, nella Russia orientale al confine con l’Ucraina, viene indirizzato alla pratica dei tuffi da una sua insegnante elementare allorché ha appena 7 anni, avendone intuito il talento naturale che lo accompagna in tutta la sua carriera, anche se la stessa rischia di abortire sul nascere.

Sautin ha difatti appena avuto modo – a soli 17 anni e dopo non essere stato selezionato per i Mondiali di Perth ’91 data la sua giovane età – di mettersi in mostra alla Coppa del Mondo svoltasi a Winnipeg, in Canada, dove si classifica secondo dalla Piattaforma tra i due cinesi Sun Shuwei e Xiong Ni (rispettivamente Oro ed argento alla citata Rassegna iridata …), quando viene ferito a colpi di pugnale in un agguato alla fermata dell’autobus, il che lo costringe a trascorrere due mesi in Ospedale, recuperando fortunatamente la miglior forma fisica in vista del primo grande appuntamento della sua carriera, ovvero i Giochi di Barcellona ’92.

Già con una prima medaglia conquistata agli Europei di Atene ’91, grazie all’argento dalla Piattaforma alle spalle del connazionale Vladimir Timoshinin, Sautin fa il suo debutto nel panorama olimpico – che da lì ai successivi 16 anni diviene una sorta di sua “seconda casa” – nelle qualificazioni dal Trampolino del 28 luglio ’92, ottenendo l’accesso alla Finale a 12 del giorno dopo con il sesto miglior punteggio, peraltro ininfluente, poiché all’atto conclusivo si riparte tutti da zero.

E qui Sautin mette in mostra quella che risulta la sua principale caratteristica durante l’intera attività agonistica, vale a dire una assoluta regolarità di prestazioni, non scendendo mai sotto il 6,5 nelle valutazioni del Giudici, con la migliore esecuzione al decimo e penultimo tuffo, premiato con quattro 8,5 e tre 8,0, il che gli consente di occupare il gradino più basso del podio con 627,78 punti complessivi, mentre il cinese Tan Liangde – argento sia a Los Angeles ’84 che a Seul ’88 alle spalle di Louganis – vede svanire, oramai 27enne, la sua ultima possibilità di Gloria olimpica con un’indecisione al penultimo tuffo a causa della quale viene battuto (676,53 a 645,57) dall’americano Mark Lenzi.

Un buon inizio per il 18enne russo che, sei giorni dopo nella Finale dalla Piattaforma, non si conferma, classificandosi sesto in una Finale che vede il trionfo di Sun Shuwei, il quale conferma il titolo iridato dell’anno prima, avendo nettamente la meglio (677.31 a 633,63) sull’americano Scott Donie, con il connazionale Xiong Ni (coetaneo di Sautin, di soli due mesi maggiore …) a cogliere il bronzo.

Quella tra Sautin e Xiong Ni – che a soli 14 anni aveva conteso l’Oro dalla Piattaforma a Louganis ai Giochi di Seul ’88, venendo beffato (638,61 a 637,47) per l’inezia di 1,14 punti – è una rivalità che caratterizza le sfide olimpiche nelle ultime due edizioni di fine secolo, con il russo ad aprire l’anno ’93 piazzandosi alle spalle del cinese alla Coppa del Mondo svoltasi a Pechino ad inizio gennaio, per poi iniziare a fare incetta di medaglie europee, con l’Oro dalla Piattaforma e l’argento dal Trampolino alla Rassegna continentale di Sheffield ’93, manifestazione che serve in futuro a Sautin come una “sorta di allenamento” in vista delle sfide con gli asiatici, tanta è la sua superiorità rispetto ai tuffatori del vecchio Continente …

Ben diverso è, pertanto, l’impegno che lo attende in occasione della sua prima partecipazione iridata, vale a dire i Campionati Mondiali di Roma ’94, dove debutta nella Finale dal Trampolino del 4 settembre, in cui il cinese Yu Zhuocheng conferma la superiorità dimostrata in qualificazione affermandosi con il punteggio complessivo di 655,44 ma con Sautin ad impedire la doppietta asiatica inserendosi al secondo posto (646,59 a 638,22) rispetto all’altro cinese Wang Tianling.

Sicuramente una valida iniezione di fiducia in vista dell’oramai divenuta tradizionale sfida con il duo mandarino Sun Shuwei/Xiong Ni dalla Piattaforma, con quest’ultimo a precedere il connazionale in qualificazione, mentre Sautin ottiene solo il settimo miglior punteggio.

Abituato a dare il meglio di sé allorché ci si giocano le medaglie, il 20enne russo compie un percorso scevro da errori nella Finale dell’8 settembre ’94 – tutto il contrario di Xiong Ni, il quale commette un paio di incertezze che lo relegano in una, per lui, inusitata quinta posizione – riuscendo alfine ad avere la meglio con ristretto margine (634,71 a 630,03) su Sun Shuwei, mentre Timoshinin completa il trionfo russo andando ad occupare il terzo gradino del podio.

Un Timoshinin che, l’anno seguente, si impone proprio dalla Piattaforma ai Campionati Europei di Vienna ’95, in cui Sautin si classifica terzo alle spalle anche del tedesco Jan Hempel, dopo averlo peraltro preceduto nella Finale dal Trampolino, ed essersi aggiudicato il titolo in detta specialità alla Coppa del Mondo di inizio marzo ’95 svoltasi ad Atlanta, sede dei Giochi dell’anno seguente, superando il “rivale storico” Xiong Ni che, dopo la negativa esperienza dei Mondiali di Roma, ha deciso di abbandonare la Piattaforma per dedicarsi al Trampolino.

Appuntamento, quindi, a fine luglio nella Capitale della Georgia, con il regolamento ad introdurre una seconda fase di qualificazione, ovvero inserendo dopo il turno preliminare una serie di Semifinale per stabilire i 12 finalisti, i cui punteggi si sommano a quelli dei tuffi di Finale.

E, come suo solito, Sautin si risparmia nel turno preliminare, per poi dare il meglio di sé nei cinque tuffi di Semifinale, in cui raccoglie 229,74 punti, stesso identico “score” del campione olimpico in carica Mark Lenzi ed a stretto contatto con Xiong Ni, che capeggia la graduatoria con 231,45 attendendosi, pertanto, una sfida quanto mai accesa nei sei tuffi di Finale.

L’innovazione regolamentare non ha, in pratica, fatto altro che “spezzare in due” i precedenti 11 tuffi di Finale, facendo sì che i primi 5 contribuissero a determinare i 12 finalisti, consentendo altresì agli atleti un periodo di riposo nelle relative esibizioni, programmate le prime al mattino e le seconde al tardo pomeriggio …

Forse proprio questo “tardo pomeriggio” che, per esigenze televisive, diviene “sera inoltrata”, poiché la serie finale va in scena alle 22:00 ora locale, determina una delle rare “controprestazioni” di Sautin che, prima del tuffo conclusivo, è pur sempre ancora in lizza per una medaglia, in virtù dei suoi 584,28 punti rispetto ai 594,09 di Lenzi, mentre Xiong Ni sta eseguendo una serie perfetta e comanda dall’alto dei suoi 613,74 davanti al connazionale Yu Zhuocheng, autore di una imperiosa rimonta.

E, dopo che Yu Zhuocheng ha messo al sicuro l’argento con un’ultima esecuzione premiata con 83,16 punti, Sautin esegue lo stesso tuffo dell’asiatico, ovvero un salto mortale e mezzo rovesciato con tre avvitamenti e mezzo (coefficiente di difficoltà 3,3) caratterizzato da un’incertezza pagata a caro prezzo (60,39 il responso della Giuria), mentre al contrario Lenzi ottiene, grazie ad un coefficiente di difficoltà di 3,5 del suo tentativo, il punteggio più alto rispetto a tutti i tuffi della serie conclusiva, ottenendo un 92,40 che per poco (690,93 a 686,49) non gli consente di raggiungere Yu Zhuocheng per l’argento, mentre Xiong Ni, regale come suo solito, “sfora la barriera dei 700 punti” unendo al suo primo Oro olimpico il totale di 701,46 …

Si è solito dire che i veri Campioni si vedono nelle difficoltà, ed il quinto posto conclusivo (superato anche dall’altro americano Scott Donie) invece di abbattere Sautin, fornisce al medesimo la giusta carica per affrontare la prova dalla Piattaforma, il cui turno preliminare va in scena l’1 agosto, ed il giorno seguente si svolgono semifinali al mattino e Finale alla sera.

Con il ristretto lotto dei favoriti costituito dalla coppia russa Sautin/Timoshinin, dai rinnovati cinesi Xiao Hailiang e Tian Liang (di 19 e 17 anni, rispettivamente …) e dal sempre pericoloso tedesco Hempel, il fuoriclasse russo conclude al comando i primi due turni, ma nei 5 tuffi di semifinale ottiene un punteggio leggermente inferiore (197,22 a 194,64) rispetto ad Hempel, che così parte con un lieve vantaggio nel turno serale che assegna le medaglie, nel mentre Timoshinin è oramai fuori dalla corsa per il podio avendo realizzato solo l’undicesimo punteggio …

Un vantaggio che il tedesco si vede rimontare sin dal primo tuffo di Finale, con Sautin assolutamente perfetto delle sue prime quattro esibizioni (tre migliori punteggi ed un secondo) che gli consentono di scavare un solco incolmabile (525,60 a 476,55) a due tuffi dal termine rispetto ad Hempel, nel frattempo superato con 484,32 punti anche da Xiao Hailiang.

Il tedesco si ritrova con due ultime esecuzioni da “circoletto rosso” – premiate con 93,84 (tre 9,5 e quattro 9,0) e 92,88 (due 9,0 quattro 8,5 ed un 8,0) – che gli consentono di riprendersi l’argento (663,27 a 658,20) rispetto a Xiao Hailiang, mentre Sautin, dal canto suo, corona una eccellente prestazione con un ultimo tuffo valutato 90,24 – solo per il minor coefficiente di difficoltà, visto che i giudici gli assegnano un 10,0 quattro 9,5 e due 9,0 – per la sua prima medaglia d’Oro olimpica.

L’aver raggiunto il Trono di Olimpia è la giusta molla che permette a Sautin di vivere il suo “Anno di Gloria” assoluta tra il 20 gennaio 1997 ed il 18 gennaio ’98, periodo in cui non conosce sconfitta, ad iniziare dalla Coppa del Mondo ’97 che si svolge a Città del Messico e che lo vede primeggiare sia dal Trampolino che dalla Piattaforma, per poi affermarsi dal Trampolino ai Campionati Europei di Siviglia e quindi presentarsi come grande favorito su entrambe le prove alla Rassegna iridata di Perth che si svolge ad inizio gennaio ’98, dato anche il ritiro (solo temporaneo, però …) di Xiong Ni.

Mai come stavolta si può affermare come “gli assenti hanno sempre torto”, e liberato anche da una certa soggezione nei confronti del rivale cinese, Sautin da fondo a tutta le propria tecnica che lo vede sempre realizzare i migliori punteggi ad ogni serie di gare …

Si inizia con i tuffi dal Trampolino, e dopo il primo turno preliminare è già in testa con 430,29 punti rispetto ai 418,86 del cinese Zhou Yilin, anche se tali punteggi sono gli unici che non concorrono alla Classifica conclusiva, per poi far meglio anche (246,32 a 224,31) nei 5 tuffi di Semifinale, potendo così affrontare l’ultima serie di 6 tuffi con un buon margine che Sautin non si limita ad amministrare, ma al contrario incrementa sino a laurearsi Campione Mondiale con un totale di 746,79 punti rispetto ai 694,92 di Zhou Yilin ed ai 651,60 dell’altro russo Vassily Lissovsky.

Cinque giorni dopo, il 18 gennaio ’98, è di scena la sfida dalla Piattaforma, dove a contendere a Sautin la conferma del titolo iridato conquistato a Roma sono, oltre ai soliti Hemnpel e Timoshinin, la coppia cinese formata da Sun Shuwei e Tian Liang.

Dopo il turno preliminare ed i 5 tuffi di Semifinale, Sautin ha già totalizzato 720,78 punti – di cui 203,79 da portare in dote nella serie finale, contro i 193,11 di Hempel, i 184,17 di Tian Liang, ed i 182,85 di Sun Shuwei – provvedendo, anche in questo caso, a dilatare il distacco nella serie conclusiva, mettendosi al collo il secondo Oro con un punteggio record di 750,99 rispetto ai 699,30 punti di Tian Liang ed ai 624,15 di Hempel.

Non sappiamo se siano stati i successi del suo rivale a far tornare a Xiong Ni la voglia di cimentarsi ancora in piscina, fatto sta che ai Giochi di fine Millennio i due hanno modo di confrontarsi nuovamente, dopo che Sautin ha incrementato il proprio Palmarès con il titolo europeo dalla Piattaforma alla Rassegna Continentale di Istanbul ’99, per poi prepararsi nel modo migliore all’appuntamento olimpico nell’edizione di Helsinki 2000, che va in scena ad inizio luglio.

Come ricordato, già da alcuni anni il calendario propone anche le prove sincronizzate, sia dal Trampolino che dalla Piattaforma, e Sautin, che ai Mondiali di Perth ’98 aveva fatto sì che per la Russia partecipasse la coppia costituita da Igor Lukashin/Aleksandr Varlamov, decide di provare una tale opportunità agli Europei finlandesi, scegliendosi come compagno Alexander Dobroskok dal Trampolino ed il citato Lukashin dalla Piattaforma.

Ed i risultati – dopo che ad inizio gennaio aveva preso confidenza con il “Sydney International Aquatic Centre” dove si sarebbero svolti i Giochi aggiudicandosi la Coppa del Mondo dal Trampolino e giungendo secondo dalla Piattaforma – non possono essere più lusinghieri, visto che ai quasi scontati successi nelle due gare individuali, Sautin abbina il titolo continentale nel sincro dalla Piattaforma e l’argento dal Trampolino, superato dalla coppia tedesca formata da Andreas Wels e Tobias Schellenberg.

Con queste credenziali, Sautin si presenta ai Giochi di Sydney iscrivendosi a tutte e quattro le prove – mantenendo altresì gli stessi partner nei tuffi sincronizzati – il cui debutto, costituito dalla gara a coppie dalla Piattaforma, non potrebbe essere più beneaugurante, visto che, in coppia con Lukashin, si impone con il punteggio di 365,04 davanti alla coppia cinese formata da Hu Jia e Tian Liaing, cui è fatale un’incertezza nel penultimo tuffo, che chiude con 358,74 precedendo i tedeschi Hempel e Meyer.

Un inizio quanto mai promettente, cui fa seguito, il 26 settembre, la gara individuale dal Trampolino, in cui Sautin fa registrare nei 5 tuffi di Semifinale il miglior punteggio di 240,24 rispetto ai 235,92 punti del bronzo dalla Piattaforma di Atlanta ’96, Xiao Hailiang ed ai 234,36 del messicano Fernando Platas, mentre il rientrante Xiong Ni, dopo essere stato il migliore del turno preliminare, segue a quota 230,40 …

Quasi 10 punti di margine sul suo più pericoloso avversario può sembrare un vantaggio possibile da amministrare, tanto più che nei primi due tuffi della serie finale, eseguiti alla perfezione, il distacco si dilata, con Sautin a guidare con 412,98 punti, mentre si infiamma la lotta per l’argento tra Platas e Xiao Hailiang, divisi da poco più di un punto (391,83 a 390,60) e Xiong Ni sembra pentirsi di essere tornato a gareggiare, apparendo oramai definitivamente staccato a quota 382,35 …

Come risaputo, una delle doti degli atleti asiatici – e cinesi in particolare – è quella di saper controllare la propria emotività, ed il Campione olimpico di Atlanta ne dà conferma nei due successivi turni di salti, allorché si rimette decisamente in gioco, issandosi a quota 544,95 punti, ad un soffio da Platas, ancora provvisoriamente secondo con 545,73 ed avvicinando Sautin, pur sempre al comando con 560,58 mentre Xiao Hailiang dà l’addio ad ogni pretesa di podio.

Sentire avvicinarsi Xiong Ni non deve essere affatto piacevole per Sautin, che esegue un penultimo tuffo in sicurezza, mantenendo la testa con 638,10 punti, mentre Xiong Ni scavalca (627,12 a 624,78) Platas nella lotta per l’argento, prima di affrontare l’ultima serie che lo vede cimentarsi per primo tra i tre pretendenti al podio ed eseguire un tuffo premiato con un 81,60 utile solo a tenere alle spalle per soli 0,30 centesimi di punto un Platas la cui ultima prova viene valutata 83,64 per un totale di 708,42 rispetto al 708,72 del cinese.

Pochi sono disposti a scommettere sul mancato Oro di un Sautin cui basta ottenere 70,63 punti per aggiudicarsi la vittoria, ma l’emozione stavolta lo tradisce e l’appena 65,10 di valutazione (tre 6,5 tre 6,0 ed un 5,5) lo fa scivolare dal primo al terzo gradino del podio, per la più amara della sua collezione di medaglie.

Una delusione quanto mai difficile da digerire, specie se, due giorni dopo, Xiong Ni, assieme a Xiao Hailiang, domina la gara a coppie dal Trampolino con 365,58 punti ed ampio margine sia sul duo Sautin/Dobroskok che sugli australiani Newbery/Pullar, argento e bronzo con 329,97 e 322,86 punti rispettivamente.

Resterebbe ancora un’opportunità, costituita dalla prova individuale dalla Piattaforma, ma un Sautin mai veramente in lizza per il successo si deve accontentare del gradino più basso del podio, alle spalle della coppia cinese, che vede Tian Liaing cogliere il primo Oro individuale della sua carriera, precedendo (724,53 a 713,55) il 17enne Hu Jia.

Tornare a casa da un’Olimpiade con quattro medaglie non è cosa da tutti, anche se l’amarezza per l’Oro svanito all’ultimo tuffo è dura da buttar giù, ma Sautin trova la forza per reagire da par suo, ovvero presentandosi nelle due gare dal Trampolino ai Mondiali di Fukuoka ’01 e, dopo il bronzo nel sincro assieme a Dobroskok nella Finale vinta dalla nuova coppia cinese formata da Peng Bo e Wang Kenan, conferma il titolo individuale di Perth ’98 avendo la meglio (725,82 a 717,37) su Wang Tianling per quella che, si badi bene, è l’unica gara maschile che gli specialisti asiatici non riescono a far loro, a dimostrazione una volta di più di come l’oramai 27enne russo sia l’unico sulla faccia del Pianeta in grado di tener loro testa.

Un esito, quello nelle due prove dal Trampolino, che si ribalta – dopo che Sautin ha fatto doppietta agli Europei di Berlino ’02, stavolta cambiando partner, Dimitri Balbakov, nel sincro – in occasione della Rassegna iridata di Barcellona ’03, in cui si aggiudica l’Oro nei tuffi sincronizzati, davanti ai cinesi Wang Tianling/Wang Feng, essendo tornato a far coppia con Dobroskok, il quale coglie il più importante successo della sua carriera affermandosi nella gara individuale, precedendo (788,37 a 780,84) Peng Bo, con Sautin, terzo, pur sempre a medaglia-

Avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, molti tuffatori generalmente abbandonano la scena – tanto per fare un esempio, Dibiasi si era ritirato a 29 anni e Louganis a 28 – ma ciò non fa parte della mentalità di un agonista come Sautin, il quale si presenta alla sua quarta partecipazione olimpica ai Giochi di Atene ’04, oramai iscritto alle sole prove dal Trampolino.

La consolidata coppia con Dobroskok stavolta non brilla, classificandosi non meglio che settima in una Finale che passa alla Storia per l’incredibile errore all’ultimo tuffo della coppia cinese Peng Bo/Wang Kean, penalizzato con uno “zero” che la vede precipitare dal primo all’ottavo ed ultimo posto, come dire che “nessuno è perfetto” …

Ma l’anziano leone trova ancora la forza per ruggire e, con una gara priva di errori, riesce a totalizzare 753,27 punti nella Finale individuale, sufficienti a tenere a bada Wang Feng per il terzo gradino del podio, nonché ad impensierire il canadese Alexandre Despatie (che conclude con 755,87 …) nella lotta per l’argento, mentre Peng Bo riscatta la delusione del sincro trionfando dall’alto dei suoi 787,38 punti, record assoluto.

Chiunque nei panni di Sautin si sarebbe dichiarato ampiamente soddisfatto della propria carriera – 7 medaglie olimpiche in quattro partecipazioni ai Giochi – ma non lui che, dopo un anno sabbatico, si presenta nuovamente alla Rassegna Continentale di Budapest ’06 per confermare di poter essere sconfitto da chiunque ma non da un tuffatore europeo, conquistando il suo ennesimo titolo dal Trampolino precedendo (496,10 a 479,95) l’ex scudiero Dobroskok, mentre nella gara a coppie, assieme al nuovo partner Yuri Kunakov, si aggiudica l’argento alle spalle dei tedeschi Schellenberg/Wels.

Le buone prestazioni agli Europei sono la molla ideale per convincere Sautin a puntare alla quinta Olimpiade in programma a Pechino ’08, non senza prima saggiare le proprie possibilità ai Mondiali di Melbourne ’07, in cui si iscrive alla sola gara individuale, cogliendo l’ultima medaglia iridata della sua carriera, un bronzo venendo beffato nuovamente (518,65 a 517,10) da Despatie, nel mentre la nuova stella cinese Qin Kai inaugura la sua serie di 7 titoli iridati con 545,35 punti.

L’incredibile Sautin inaugura l’anno olimpico replicando la doppietta di Berlino ’02 alla Rassegna Continentale di Eindhoven ’08, imponendosi nel sincro, formando ancora coppia con l’appena 18enne Kunakov con largo margine (440,76 a 413,94) sui tedeschi che li avevano battuti due anni prima a Budapest, per poi mettersi al collo il suo nono titolo europeo individuale, anche stavolta con buon margine (493,70 a 468,70) sull’ucraino Illya Kvasha.

Chissà cosa avranno pensato i suoi avversari – cinesi in primis visto che i Giochi si disputano nella loro Capitale – vedendosi ancora accanto un “pericoloso 34enne” come Dmitry Sautin, ed una prima risposta la ottengono nella Finale del Trampolino sincronizzato, dove, in coppia con Kunakov, ottiene la sua ultima medaglia olimpica, un argento davanti (421,98 a 415,05) agli ucraini Kvasha/Pryhorov, nulla potendo rispetto alla superiorità dei padroni di casa Wang fend e Qin Kai, maestosi dall’alto dei loro 469,08 punti.

L’addio al palcoscenico a cinque cerchi avviene per Sautin nella Finale dal Trampolino del 19 agosto 2008 e, pur non essendo in lotta per il podio, abbandona la scena con un ultimo tuffo premiato dai giudici (chissà se in parte come una sorta di “omaggio alla carriera” …) con un 99,75 – sei 9,5 ed un 9,0 – per un totale di 512,65 punti che gli vale la quarta piazza, nonché la “standing ovation” da parte del pubblico di Pechino, degno riconoscimento ad uno dei più fieri avversari dei propri beniamini.

E, per la cronaca, resta pur sempre il miglior europeo, visto che il podio vede Despatie conquistare l’argento tra i due cinesi He Chong e Qin Kai, Oro e bronzo rispettivamente, mentre l’terno Sautin non si arrende ancora …

Partecipa, difatti, anche ai Mondiali di Roma ’09 solo per classificarsi non meglio che sesto nella Finale dal Trampolino, per poi dire davvero basta l’anno seguente, allorché, a 36 anni oramai largamente compiuti, è ancora capace di ultimare la propria collezione di medaglie con il bronzo nella gara a coppie dal Trampolino, assieme al fido Kunakov.

Non è mai corretto fare Classifiche tra chi è stato il migliore in una determinata specialità, poiché confrontare atleti di epoche diverse rende difficile qualsiasi graduatoria, ciò che è certo è che Dmitry Sautin – oltre alle 35 medaglie complessivamente conquistate (di cui 19 d’Oro, 7 d’argento e 9 di bronzo) tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei – è stato Campione, non solo di longevità, ma anche di serietà e professionalità non indifferenti …

E questo, più di ogni altra cosa, lo fa entrare di diritto nel “Gotha” dei più grandi tuffatori di ogni tempo …

 

IL GRANDE SLAM NEGATO A TONY TRABERT NEL 1955

gettyimages-167076985-612x612.jpg
Tony Trabert in azione – da gettyimages.it

articolo di Nicola Pucci

Spesso ci dimentichiamo che assieme a Budge e Laver e ben prima che vi riuscisse Nadal nel 2010, solo un altro campione nella storia del tennis è stato capace di vincere nello stesso anno Roland-Garros, Wimbledon ed Open Usa, completando tre-quarti di Grande Slam con l’unica eccezione del fallimento in Australia.

Quel campione risponde al nome di Tony Trabert, che nasce a Cincinnati il 16 agosto 1930 ed apprende il mestiere sui campi in cemento del parco vicino a casa sua, trovando in Bill Talbert, un tecnico eccellente che negli anni Quaranta ha vinto quattro US Open di doppio con Gardnar Mulloy, il mentore che lo alleva nel culto e nella specializzazione della disciplina che vedrà lo stesso Trabert eccellere in cinque prove dello Slam, in coppia con Vic Seixas e con lo stesso Talbert.  

Bill accompagna il giovane Trabert nel viaggio in Europa del 1950, e per la prima esperienza sui campi in terra battuta del Roland-Garros Tony, sconfitto in singolare da Drobny agli ottavi di finale, 6-3 6-3 9-7, non solo vince con il suo allenatore proprio il doppio battendo in finale l’esperta coppia composta da Drobny e Sturgess, ma pure si fa apprezzare dal pubblico parigino per la sua gentilezza e sportività, nondimeno applicandosi con estrema dedizione all’allenamento e all’impegno sul campo, arrivando a giocare tre partite in un giorno senza apparente fatica. Eh sì, perché oltre ad aver talento tennistico e temperamento eccellente, Trabert mette in mostra anche una preparazione atletica fuori dal comune, che si accompagna ad un fisico perfetto per il gioco del tennis.

L’exploit in terra di Francia rimane però senza seguito, perché come ogni buon americano che si rispetti Trabert parte per il servizio di leva in Germania ed è costretto a saltare la stagione 1951. Di ritorno nel 1952 sempre agli Internazionali di Francia, Trabert, che difetta stavolta di preparazione, passa tre turni senza penare eccessivamente per arrendersi poi ancora agli ottavi al filippino Felicisimo Ampon che lo elimina in tre rapidi set, 7-5 6-1 6-1. E se i risultati in singolare tardano ad arrivare, l’americano è comunque selezionato con la squadra di Coppa Davis, perdendo è vero al debutto nel 1951 contro gli australiani Sedgman-McGregor quando fa coppia con Schroeder, per poi vedersi associare al numero 1 del mondo della disciplina, appunto Seixas. E sarà la fortuna di entrambi, giocando assieme fino al 1955 quando Trabert passerà professionista a fine anno, ed infine portando a casa la Coppa nel 1954 battendo stavolta Hoad e Rosewall.

Atleta superbo, potente e votato all’attacco, senza punti deboli, con un polso di ferro che gli consentiva di giocare voleé basse di rara precisione e dotato di un rovescio piatto con cui si apriva il campo, Trabert migliora anno dopo anno, adattandosi bene sia alla terra battuta come all’erba ed al cemento, e nel 1953, infine, assurge al rango di giocatore di prima fascia anche in singolare, vincendo gli Us Open senza perdere un set e togliendosi il lusso di dominare in semifinale Rosewall, 7-5 6-3 6-3, e in finale il compagno di doppio Seixas, 6-3 6-2 6-3. E’ il primo successo Slam, non sarà certamente l’ultimo e vale a Trabert, a fine stagione, il certificato di laurea quale nuovo numero 1 del mondo.

E se nel 1954 Trabert si conferma campione completo, incoronato re di Francia con la vittoria al Roland-Garros dopo aver perso l’unico set del torneo ai quarti di finale con Mervyn Rose ed aver poi sconfitto in tre set Budge Patty, 6-3 7-5 6-4, e Arthur Larsen, 6-4 7-5 6-1, cedendo invece a Rosewall in semifinale a Wimbledon e all’altro australiano Rex  Hartwig ai quarti agli Us Open, pennella una stagione 1955 che lo eleva al rango di fuoriclasse assoluto. Sfiorando il record di quattro Slam su quattro.

Trabert, infatti, rimpiangerà la sconfitta subita da Ken Rosewall nella semifinale agli Australian Open di gennaio, fors’anche in parte appagato e deconcentrato dalla recente vittoria in Coppa Davis proprio contro l’Australia, perché poi non lascia che le briciole agli avversari nei successivi tre tornei Major.

Al Roland-Garros, campione in carica ed accreditato della testa di serie numero 1, Trabert lascia un set per strada sia contro il sudafricano Vermaak al terzo turno sia contro Rose ai quarti, e se in semifinale è avvantaggiato dal ritiro di Hamilton Richardson sul 6-1 2-2, all’atto decisivo dispone in quattro set dello svedese Sven Davidson, che domina il primo parziale per poi venire a sua volta spazzato via nei tre set finali, 2-6 6-1 6-4 6-2.

Tocca poi all’erba di Wimbledon celebrare la classe, al momento, impareggiabile del tennista americano, che surclassa la concorrenza disegnando un torneo senza macchie, con Anderson, Fancutt, Stewart, Kumar, Drobny ai quarti, Patty in semifinale e Nielsen in finale, 6-3 7-5 6-1, costretti ad alzare bandiera bianca senza l’omaggio di un set vinto.

Se poi Trabert fa altrettanto anche agli US Open, liquidando uno dopo l’altro Becker, Miyagi, Morris, Morea, Flam ai quarti 6-2 6-3 6-4, Hoad in semifinale 6-4 6-2 6-1 e prendendosi la rivincita su Rosewall in finale, 9-7 6-3 6-3, ecco che ancora una volta la palma di miglior giocatore del mondo, e pure nettamente, non può proprio togliergliela nessuno.

Certo, Trabert avrebbe negli anni a seguire altre chances per poter realizzare quel Grande Slam solo sfiorato nel 1955, ma i soldi offerti da Jack Kramer per passare al professionismo, dove più volte prenderà la paga da Pancho Gonzales dando linfa così a chi riteneva che i migliori professionisti fossero più forti dei migliori amatori, fanno davvero troppa gola, ed allora… maledetto Ken che mi hai negato la gioia del quattro su quattro!

 

C

JENO FUCHS, IL CAMPIONE GRACILE E INSIGNIFICANTE CHE APRI’ LA STRADA AL DOMINIO UNGHERESE NELLA SCIABOLA

1908kardcsapat.jpg
Jeno Fuchs, secondo da sinistra – da turul.info

articolo di Gabriele Fredianelli

Aveva tutto tranne che il physique du rôle del campione olimpico. Piccolo, gracile, apparentemente insignificante, calvo, con gli occhiali sottili appoggiati sul naso: avrebbe potuto essere il contabile di una ditta come il Bernardo Soares di Pessoa. Non fu però un contabile bensì un buon avvocato e nella seconda parte della vita si occupò di affari di Borsa.

Il magiaro Jenő Fuchs era un outsider che emerse nel mondo della scherma proprio in una gara tra professionisti forensi e conquistò ben quattro medaglie olimpiche in due edizioni dei Giochi Olimpici, tra Londra 1908 e Stoccolma 1912, quando sarebbe apparsa la prima scintilla del talento di Nedo Nadi.

Nato a Budapest nel 1882, figlio di un tipografo, furono di Fuchs le prime medaglie ungheresi nella sciabola, specialità importata dall’Italia e dal magistero di Italo Santelli, per un dominio olimpico che sarebbe stato ininterrotto fino al 1964 nell’individuale (tranne nel ’20 quando i magiari non parteciparono) e al 1960 a squadre (tranne due episodi: nel ’20 e nel ’24, quando furono secondi).

A Londra 1908 Jenő dominò la gara individuale che vide cinque ungheresi nei primi cinque posti: vinse di misura davanti al connazionale Béla Zulawszky che sarebbe morto a Saraievo all’inizio della guerra qualche anno dopo. Ovviamente l’Ungheria vinse anche l’oro a squadre – insieme a lui e al compagno c’erano Oszkár Gerde, Péter Tóth, Lajos Werkner e Dezső Földes – eliminando l’Italia in semifinale, anche se gli azzurri (Nowak, Olivier, Bertinetti e i futuri generali Pirzio Biroli e Ceccherini) sarebbero arrivati all’argento davanti alla Boemia perché allora il regolamento prevedeva che si sfidassero per il secondo posto le formazioni battute dai campioni nei vari turni.

Nel 1912 l’Ungheria fu ancora più travolgente nella sciabola. E mise 7 finalisti su 8 nell’individuale. L’unica eccezione fu il diciottenne Nedo Nadi, che rese la vita difficile a Fuchs, cedendo solo 2-3 nella poule finale e chiudendo al quinto posto. Fuchs ovviamente vinse la prova ancora una volta, davanti a Béla Békessy che, come Zulawszky, sarebbe morto in guerra quattro anni più tardi. A squadre l’Ungheria, con l’aggiunta rispetto a quattro anni prima di Ervin Mészáros, László Berti e Zoltán Schenker, fu oro davanti ad Austria, Paesi Bassi e Boemia, dopo aver battuto l’Italia nel girone di semifinale.

Dopo la Grande Guerra, ormai quasi quarantenne Fuchs si perse Anversa 1920, edizione dei Giochi a cui l’Ungheria non fu ammessa in quanto potenza sconfitta. Nel 1924 a Parigi si batté invece nelle qualificazioni ma poi, a fronte di un numero chiuso di partecipanti, lasciò il posto a connazionali più giovani: avrebbe vinto Sándor Pósta. Ma in quel ’24 l’Ungheria a squadre, nonostante Posta, von Tersztyánszky e Garay, saltò l’unico oro della sua serie che sarebbe durata ancora 40 anni, cedendo all’Italia di Oreste Puliti nel girone finale.

Ma non ci fu solo la scherma nella sua vita sportiva: Jenő fu anche un valente vogatore e un bobbista di buon livello.

La sua vita visse anche di paradossi. Ebreo di nascita, morto nel 1955, è stato inserito nella International Jewish Sports Hall of Fame. Eppure durante la seconda guerra mondiale aveva ricevuto la croce di ferro di seconda classe dell’esercito tedesco che aveva servito nelle fila della Seconda Armata ungherese.