ARNAUD MASSY E LA PRIMA VITTORIA NON DI LINGUA INGLESE ALL’OPEN CHAMPIONSHIP 1907

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Arnaud Massy – da ulyces.co

articolo di Nicola Pucci

Quando il golf emette il primo vagito con la disputa nel 1860 dell’edizione inaugurale dell’Open Championship al Prestwick Golf Club che celebra la vittoria di Willie Park sr., scozzese come scozzesi saranno tutti i vincitori fino alla trionfale escursione dell’amateur inglese John Ball esattamente trent’anni dopo, 1890, bastoni e sacche sembrano dover essere di appartenenza esclusiva di giocatori di lingua inglese, se è vero che rare sono le intromissioni di golfisti di altra provenienza. Lo Slam britannico, in effetti, accoglie solo nel 1902 il francese Arnaud Massy nella top-ten finale, ed è proprio il transalpino non solo il protagonista della nostra storia di oggi, ma pure il primo vincitore dell’Open Championship a non parlare inglese. Ma andiamo per gradi.

Massy, in effetti, vedi i natali a Biarritz, il 6 luglio 1877, ed è casualmente da quelle parti, sulle coste atlantiche che volgono lo sguardo verso la frontiera spagnola con i Paesi Baschi, che gli aristocratici scozzesi ed inglesi importano i disegni del primo campo da golf in Francia, a Pau, a far data 1856, seguito a ruota nel 1888 da un secondo percorso tracciato proprio a Biarritz, il Golf du Phare. Il giovane Arnaud, che di aristocratico, ahimé per lui, ha ben poco, e che fin da ragazzino è costretto ad esercitare il mestiere di mozzo su un battello che pesca sardine, ha nondimeno l’occhio vigile, e se pratica con buona destrezza la pelota basca che dalle sue parti è una sorta di sport nazionale, altresì scopre il green vicino casa e si appassiona al golf, ammirando con gli amici le prodezze dei nobili inglesi che vi giocano. Il dado è tratto.

Nato mancino, Massy impara a giocare anche con la mano destra, e se ai primordi improvvisa qualche buca utilizzando attrezzi di fortuna, con il passare del tempo, osservando e provando a ripetere i colpi eseguiti dai giocatori del club, viene notato dai soci del circolo, attratti dal talento di questo ragazzo determinato e corpulento. Ed una volta che viene impiegato come caddie nelle gare che si disputano quasi ogni giorno, ecco che nel 1896 dall’incontro con un banchiere inglese che se la cava egregiamente con il bastone, Everard Hambro, scaturisce l’opportunità di potersi recare al North Berwick New Club, nei pressi di Muirfield, dove Arnaud può migliorare il suo gioco ed affinare la tecnica. Qui conosce Ben Sayers, che fu secondo all’Open Championship nel 1888, e si allena con Davie Grant, che di classe ne ha da vendere ed in quella stessa edizione del Major britannico fu tra i migliori, ma soprattutto incrocia il leggendario Harry Vardon, che l’Open lo ha già vinto tre volte, e se da quel momento il campionissimo inglese diventa il suo naturale punto di riferimento, nel Massy 1899 è pronto a diventar professionista.

L’Open Championship è ovviamente l’appuntamento più atteso, e Massy vi esordisce nel 1902, suscitando la curiosità del pubblico del Royal Liverpool Golf Club che non ha mai visto un giocatore non britannico provare a competere con i campioni di lingua inglese. Ed in effetti quella prima esperienza di Massy è positiva, terminata appunto con una onorevolissima decima posizione a 13 colpi dal vincitore Sandy Herd, per poi piazzarsi quinto nel 1905 e sesto l’anno dopo, 1906, quando conquista la prima edizione dell’Open di Francia, che si disputa a Paris-La Boulie, battendo di 11 colpi nientepopodimeno che Tom Vardon, fratello minore di Harry, aprendo una serie di quattro successi, l’ultimo nel 1925 quando Arnaud avrà 48 anni.

E’ giunta l’ora, però, di far saltare il banco all’Open Championship, e sarebbe il primo europeo continentale a farlo, e per il 1907 Massy ha in serbo l’exploit proprio al Royal Liverpool Golf Club, a Hoylake, il 20 e 21 giugno, edizione numero 46 del torneo più prestigioso del mondo. Per la prima volta vengono disputati due giri di qualificazione, e già Massy e J.H.Taylor, vincitore nel 1894, nel 1895 e nel 1900, pur in condizioni difficili per il forte vento, denunciano una forma confortante. E così sia, la mattina del giovedì Massy, potente e preciso, segna il miglior score del primo giro, 76 colpi, appaiato in testa a Walter Toogood, con tre colpi di vantaggio su Willie McEwan e sullo stesso Taylor. Al pomeriggio il francese rimane solo in testa, girando in 81 colpi e precedendo di un colpo Taylor e Tom Ball, ma il bello deve ancora venire, e l’ultimo giorno, con due giri da disputarsi al mattino e al pomeriggio, sarà palpitante.

Affatto preoccupato di chi lo insegue, che altri non sono che i migliori golfisti in circolazione, Massy, che nel 1903 ha sposato Janet Punton Henderson, operatrice telefonica, che sta per renderlo padre, deve accusare il sorpasso di Taylor che con uno score di 76 colpi lo sopravanza di un colpo, con Harry Vardon che è il migliore in 74 colpi e si piazza in terza posizione provvisoria, seppur con 5 colpi di ritardo. Ma alle ultime 18 buche, sotto una pioggia battente, Taylor sbaglia qualche colpo di troppo, come quando alla buca tre fa doppio bogey, Massy non palesa incertezze ed infine, con un giro finale in 77 colpi ed uno score globale di 312 colpi, due meglio di Taylor che è secondo per la quarta volta consecutiva, vince l’Open Championship e diventa non solo il primo ed unico francese a farlo, ma anche il primo golfista che non parla inglese a diventare re d’Inghilterra.

Volete sapere come va a finire? All’atto di sollevare l’ambita Claret Jug Massy apprende la notizia di esser diventato padre di una bambina, che chiamerà Hoylake. Già, proprio il luogo ammantato di magia che lo ha consegnato alla storia del golf.

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GERD WESSIG E QUEL VOLO ALTISSIMO AI GIOCHI DI MOSCA 1980

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Gerd Wessig ai Giochi di Mosca 1980 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Le mai tanto condannate decisioni scellerate delle due Superpotenze di boicottare a vicenda le edizioni di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 delle Olimpiadi – ultimi retaggi di una “Guerra fredda” divenuta oramai anacronistica – hanno impedito a molti atleti di coronare il sogno di una carriera fatta di impegno e sacrificio, nonché agli sportivi di assistere ad alcune sfide di altissimo livello …

Ovviamente, alcuni allori hanno visto svilire il loro valore – per restare al solo campo dell’Atletica Leggera, citiamo a mo’ d’esempio i successi dei tedeschi orientali Thomas Munkelt e Volker Beck sui m.110 e 400hs ai Giochi di Mosca, vista l’assenza dei primatisti mondiali e favoritissimi americani Renaldo Nehemiah ed Edwin Moses, mentre, al contrario, i concorsi di Los Angeles quattro anni dopo, sono stati inficiati dalla mancata partecipazione del sovietico Sergej Bubka nel Salto con l’asta, al pari dei pesisti della Germania Est Udo Beyer ed Ulf Timmermann, per non parlare dei lanciatori del martello sovietici, padroni indiscussi di tale specialità – ragion per cui, per avvalorare il diritto a salire sul gradino più alto del podio, alla medaglia d’Oro occorre abbinare la prestazione.

Ed, in quest’ottica, i Giochi di Mosca, di cui andiamo a trattare quest’oggi, fanno segnare una particolarità proprio nei concorsi, e, più nello specifico nelle specialità del Salto in Alto e con l’Asta, ovvero di essere l’ultima edizione in cui il vincitore realizza anche il relativo record mondiale che, se nel caso dell’Asta ha un solo precedente risalente ai Giochi di Anversa 1920 – allorché si impose con m.4,09 l’americano Frank Foss – per quel che riguarda il Salto in Alto si tratta dell’unica occasione in assoluto in cui detto caso si sia verificato.

Del primato del polacco Kozakiewicz nell’Asta abbiamo già avuto modo di parlare – con tanto del celebre “gesto dell’ombrello” rivolto all’ostile pubblico moscovita che ne fischiava i tentativi – e quindi rivolgiamo la nostra attenzione al Salto in l’Alto che, fra l’altro, vive proprio nella stagione olimpica un’impennata ai massimi livelli …

Specialità rimasta per anni ancorata al “mito di Valerj Brumel”, salito con il suo stile ventrale da m.2,23 sino ai m.2,28 superati il 21 luglio 1963 a Mosca – per poi non conoscerne le reali potenzialità a causa dell’incidente in moto che, di fatto, ne tronca la carriera nel 1965 – la stessa vive una fase rivoluzionaria grazie al nuovo stile che prende il nome dal suo ideatore, l’americano Dick Fosbury, che superando l’asticella di schiena si impone ai Giochi di Città del Messico 1968 con m.2,24.

Inutile dire che negli Stati Uniti la nuova tecnica viene pressoché immediatamente abbracciata, a differenza di ciò che accade nel Vecchio Continente, ed in particolare in Unione Sovietica, in ciò confortata dapprima dal successo del “ventralistaJuri Tarmak con m.2,23 ai Giochi di Monaco 1972 e quindi dalle imprese di Vladimir Yashchenko che strappa all’americano Dwight Stones il record mondiale valicando proprio oltre Oceano il 2 giugno 1977 a Richmond l’asticella posta a m.2,33 per poi elevarsi sino a m.2,34 l’anno seguente a Tbilisi.

Ma le imprese del 20enne ucraino si fermano di fronte ad un terribile infortunio che gli causa la rottura di entrambi i legamenti crociati del ginocchio sinistro ed il conseguente addio all’attività agonistica, dando così via libera alla definitiva adozione del “Fosbury Flop” in ogni parte del pianeta, e di cui uno dei maggiori interpreti è il polacco Jacek Wszola che, sfruttando un tale stile, si aggiudica l’Oro ai Giochi di Montreal 1976 con tanto di record olimpico a quota m.2,25.

Saltatore polacco che si presenta ai Giochi di Mosca nella veste di grande favorito per il bis olimpico, visto che appena due mesi prima, il 25 maggio 1980 ad Eberstadt, in Germania Ovest, ha migliorato il primato mondiale di Yashchenko portandolo a m.2,35 solo per essere eguagliato, a distanza di 24 ore, dal non ancora 19enne “enfant prodige” del salto in alto tedesco, vale a dire Dietmar Mogenburg, che raggiunge la stessa quota al Meeting di Rehlingen.

Ma Mogenburg, aderendo il proprio Paese al boicottaggio dei Giochi moscoviti imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, non può giocarsi le proprie carte sulla pedana dello spettacolare “Stadio Lenin” della Capitale russa, talché considerata altresì l’assenza dei saltatori americani ed un certo ritardo della Scuola sovietica – alle prese con il cambio di stile tra ventrale e Fosbury – non si vede, in fase di pronostico, chi possa impedire al Wszola il bis olimpico …

Se i saltatori della parte occidentale della Germania devono, loro malgrado, far buon viso a cattivo gioco, non altrettanto accade per la parte orientale, che si presenta a Mosca con un terzetto di buona levatura, composto dal 22enne Henry Lauterbach, con un “Personal Best” di m.2,30 saltati a Potsdam a metà agosto 1978 ed un miglior risultato stagionale di m.2,27 realizzato due settimane prima dei Giochi ai Campionati Nazionali di Cottbus, e dalla giovane promessa non ancora 20enne Jorg Freimuth, che presenta quale biglietto da visita il salto a m.2,28 ottenuto a Potsdam, anch’egli a 15 giorni dalla gara olimpica …

A completare il trio è il protagonista della nostra Storia odierna, ovvero Gerd Wessig, nato il 16 luglio 1959 a Lubz, nella Pomerania occidentale e che deve la propria abilità in tale specialità in parte al fatto dell’incredibile crescita di circa 20cm. tra i 18 ed i 20 anni, che lo portano nel 1979 a misurare m.2,01 per 88kg., fisico perfetto per un saltatore, con conseguente miglioramento dei suoi risultati dai m.2,13 del 1977 ai m.2.19 dell’anno seguente sino ai m.2,23 indoor raggiunti a fine dicembre 1979.

Ma l’anno della svolta è rappresentato per Wessig dalla stagione che ha come appuntamento principale i Giochi di Mosca, che lo vede in costante crescita, a partire dai m.2,29 indoor superati il 20 gennaio a Berlino, per poi valicare in tre occasioni l’asticella a m.2,27 all’aperto sino a far suo il titolo nazionale il 17 luglio a Cottbus con il suo “Personal Best” di m.2,30 così da farsi il miglior regalo possibile per i 21 anni compiuti il giorno precedente guadagnandosi la selezione olimpica …

Gara che si svolge con le qualificazioni in programma il 31 luglio 1980 e la Finale il giorno dopo, con il limite di m.2,21 fissato per accedere alla Finale rivelatosi troppo basso, visto che ben 16 atleti riescono nell’intento, dei quali sono oramai in 13 ad adottare lo stile Fosbury, con il ventrale destinato a passare alla storia …

Sedici concorrenti stanno a significare una gara quanto mai lunga e snervante, coi migliori a limitare i tentativi alle quote più basse – Wszola entra in gara a m.2,15 per poi “passare” i m.2,18 e ripresentarsi in pedana a m.2,21, al pari di Lauterbach, Wessig e lo svizzero Roland Dalhauser, mentre Freimuth passa i m.2,15 e supera al primo tentativo i m.2,18 – con una prima selezione ai m.2,21 dove rimangono in 11 e Wszola palesa una prima incertezza, facendo sua la quota alla seconda prova e Lauterbach addirittura alla terza …

Ma è allorquando l’asticella viene posta a m.2,24 che si verifica una vera e propria ecatombe, con l’eliminazione di ben cinque finalisti – tra cui il trio sovietico composto da Aleksey Demyanyuk, Gennady Belkov ed Aleksandr Grigoryev, il più accreditato in virtù dell’argento conquistato due anni prima con m.2,28 agli Europei di Praga, alle spalle del già ricordato Yashchenko – ed i soli Wessig e Freimuth ancora esenti da errori, mentre a Wszola serve ancora un secondo tentativo per accedere alla misura superiore …

I m.2,27 iniziano ad essere una quota di tutto rispetto – nonché rappresentare il nuovo record olimpico – e difatti alzano bandiera bianca sia Dalhauser che lo jugoslavo Vaso Komnenic, classificati quinto e sesto per un minor numero di errori da parte dello svizzero, mentre Wszola, ritrovata la giusta concentrazione, stavolta valica l’asticella al primo tentativo al pari di un ritrovato Lauterbach e di Wessig, rispetto ad un Freimuth che deve addirittura ricorrere alla terza prova a sua disposizione …

In ogni caso, la lotta per le medaglie vede una sfida tra il polacco ed i tre tedeschi orientali, e nell’aria si incomincia ad intuire che si possa assistere ad un qualcosa di clamoroso, specie dopo che a m.2,29 l’unico ad aver bisogno di un secondo tentativo è proprio Wessig (alla prima incertezza di giornata), mentre il polacco ed i suoi due connazionali valicano l’asticella alla prima prova …

Con il record olimpico ad essere migliorato ad ogni salto, la quota di m.2,31 è fatale a Lauterbach, che così esce dal giro medaglie e non riesce a migliorare il suo miglior risultato di m.2,30 ottenuto in carriera, ma ai vertici della Classifica provvisoria Wessig si riprende il comando facendo sua la misura al primo tentativo rispetto al secondo di cui hanno bisogno Wszola ed il sorprendente Freimuth …

In una sfida tra giovani – il Campione olimpico e primatista mondiale in carica avrebbe compiuto 24 anni a fine dicembre, Wessig, come già riferito, ha appena festeggiato i 21 anni e Freimuth è in attesa di compierne 20 il prossimo 10 settembre – occorre evidenziare come, al momento, entrambi i tedeschi orientali abbiano già fatto meglio rispetto alle misure con cui si sono presentati a Mosca, ragion per cui gli esperti continuano a vedere in Wszola il favorito …

Ed, in effetti, allorché l’asticella viene posta a m.2,33 – una quota di ben 8cm. superiore al vecchio record olimpico, un incremento mai verificatosi nella Storia dei Giochi – tale misura risulta fatale a Freimuth, il quale in seguito non rispetterà le attese, risultando i m.2,31 di Mosca e la relativa medaglia di bronzo il suo miglior risultato in carriera.

La sfida si sposta ora sul favorito polacco e sul “saltatore venuto dal nulla” di cui, sino a due settimane prima dell’apertura dei Giochi si sapeva poco o niente, ma che si rende conto di vivere il più classico “Giorno dei Giorni”, un’occasione unica ed irripetibile .…

Entrambi ad esibirsi con lo stile Fosbury, hanno però un diverso asse di battuta, in quanto il tedesco opera una rincorsa da destra che lo porta a staccare con il piede sinistro, tutto l’opposto del primatista mondiale che, partendo da sinistra, stacca con il destro e, comunque, al primo tentativo entrambi abbattono l’asticella, pur se è Wszola a destare la migliore impressione …

Costretto a migliorarsi ancora se vuole aspirare alla medaglia d’Oro, Wessig opera un piccolo capolavoro alla seconda prova andando ben oltre l’asticella con il bacino per poi eseguire un velocissimo richiamo degli arti inferiori, così da migliorare per la quarta volta nel corso della gara il record olimpico, realizzare il suo personale e portarsi a soli 2cm. dal primato assoluto del suo rivale, il tutto in un colpo solo …

Wszola accusa il colpo, il suo secondo tentativo è completamente sballato e deve ora cercare, nei pochi minuti a disposizione per la terza e decisiva prova, di ritrovare la concentrazione necessaria per superare una quota alla sua portata …

Peraltro, anche qualora riuscisse nell’intento, il polacco sarebbe comunque sempre alle spalle di Wessig in Classifica ed il fatto che non si riservi l’ultima prova a sua disposizione per la quota superiore, pari al suo fresco primato mondiale, può essere interpretato come una scarsa fiducia nei propri mezzi, oppure nella necessità di recuperare entusiasmo prima di attaccare il record …

Pensieri che, in ogni caso, non turbano la concentrazione di Wszola che deve solo maledire la buona sorte, poiché il suo tentativo è buono ma non sufficiente, con l’asticella a cadere dopo essere stata sfiorata dalle gambe in fase di richiamo, così da doversi accontentare dell’argento manifestando tutta la sua rabbia nel ricadere sui materassi …

Ma, per il polacco, le delusioni non sono ancora finite, visto che “al danno di unisce la beffa”, sotto forma della richiesta di Wessig di fissare l’asticella al nuovo record assoluto di m.2,36 misura che, tra la sorpresa e lo stupore generale, vede il tedesco andare oltre, ma che entusiasma soprattutto per l’ampio margine tra il suo bacino e l’asticella, un salto che vale tranquillamente tra i m.2,39/2,40.

Proprio tale circostanza induce il rappresentante della Germania Est a tentare anche la quota superiore di m.2,38 ma oramai, giustamente, scarico per l’incredibile risultato raggiunto, fallisce i tentativi a sua disposizione e, del resto, non è che abbia già fatto poco.

Chissà cosa avrà pensato Mogenburg nella sua casa di Leverkusen nell’assistere a tali evoluzioni, vedendosi anch’esso detronizzato del record mondiale senza però, al contrario di Wszola, potersi difendere in pedana, di sicuro è che per Wessig la Finale di Mosca rappresenta una sorta di “toccata e fuga” nella specialità del Salto in alto, visto che nelle stagioni a seguire il suo miglior risultato sarà di m.2,31 a metà giugno 1989 a Rostock, il che lo fa selezionare per rappresentare la Germania Est alla quarta edizione della Coppa del Mondo a Barcellona, dove conclude non meglio che quarto con m.2,20 mentre tre anni prima, in occasione dei campionati Europei di Stoccarda ’86, non era andato oltre il settimo posto con m.2,25 …

Per ciò che riguarda il primato mondiale, lo stesso resiste per un triennio prima che sulla scena internazionale appaia il cinese Zhu Jianhua – che lo migliora in tre occasioni tra l’11 giugno 1983 ed il 10 giugno 1984 sino a m.2,39 – nel mentre Mogenburg sale anch’egli, al pari di Wessig, a quota m.2,36 curiosamente nella stessa riunione di Eberstadt dove Zhu realizza il suo ultimo record, ma prendendosi la più dolce delle rivincite esattamente due mesi dopo ai Giochi di Los Angeles, dove si impone con m.2,35 davanti allo svedese Sjoberg (m.2,33) ed alla coppia Zhu/Stones, i due primatisti senza Ori olimpici.

Dubbi sul reale valore di Wessig, vista la sua crescita di statura anomala in soli due anni e l’incredibile miglioramento (addirittura di 13cm. …) ottenuto nella stagione olimpica …??

Mah, ognuno può pensarla come meglio crede, certo non è che tutto ciò che proviene dall’ex Repubblica Democratica tedesca debba per forza essere “viziato” dall’ombra del doping, di sicuro vi è che la sua prestazione allo “Stadio Lenin” di Mosca, in quel primo agosto 1984, esaminata sotto il puro lato tecnico, ha rappresentato qualcosa di molto vicino alla perfezione …

Ed a noi, in mancanza di prove contrarie certe, questo basta ed avanza …

 

ERIC MAECHLER, IL GREGARIO DI LUSSO CHE FU MAGLIA GIALLA E VINSE A SANREMO

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Erich Maechler in maglia gialla al Tour de France 1987 – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Il ciclismo è sport di fatica, ma se si ha tenacia ed anche un pizzico di buona sorte, prima o poi stai pur certo che può ricompensarti con qualche bel momento di gloria. Chiedete, ad esempio, ad Eric Maechler, passistone svizzero nato a Hochdorf il 24 settembre 1960 e attivo tra i professionisti tra il 1982 e il 1995, con 25 vittorie ed alcune perle che meritano di venir ricordate.

Maechler è un corridore poderoso, azzarderemmo un “armadio” al servizio del pedale, dotato di una forza erculea che gli consente di tenere in salita ritmi impensabili per un atleta di tale stazza. Non è uno scalatore, ovviamente, ma se i doveri di squadra lo richiedono, Eric è capace di reggere sulle salite di media lunghezza, e se non gli capitano tra le ruote corridori con il patentino di grimpeur, se la può giocare con chiunque. Sul passo, se in compagnia, è il classico pedalatore fortissimo, ovvero ideale per una cronosquadre. Un po’ meno, quando si trova a dover competere in una cronometro individuale. In sostanza, come tanti passisti pur di grande valore, ha bisogno di particolari circostanze per mettere in funzione il suo motore. In volata, poi, non è fermo, ed anche lì, senza ruote veloci di livello, se la gioca. Se i suoi meriti non sono stati tradotti completamente nel palmares, lo si deve al ruolo di spalla e di gregario che, negli anni migliori, ha svolto per i suoi capitani. Ma quando ha potuto correre per se stesso, “il gregarione” come qualcuno lo chiamava, è stato indubbiamente tra i migliori. Insomma un corridore che sfogliando gli albi d’oro non lo si trova spesso, ma quando appare, appare bene.

Da ragazzino Maechler distribuisce equamente l’impegno fra ciclismo e lavoro in tipografia, poi, dopo un biennio 1980-1981 estremamente positivo fra i dilettanti, opera la scelta, a poco più di ventuno anni, di provare la strada del professionismo, accasandosi in una piccola formazione svizzera, la Royal Wrangler.

Ottiene subito buoni risultati, nel 1982, vincendo la Stausee Rundfahrt Klingnau, il Tour del Nord-Ovest e l’ottava tappa del Giro di Svizzera con arrivo a Berna, nell’anno del successo finale di Giuseppe Saronni. Davvero non male per un debuttante. L’anno seguente si accasa alla Cilo Aufina, la principale formazione professionistica elvetica, praticamente una nazionale. Si ripete, vincendo il Giro dei Sei Comuni e la sesta tappa del Giro di Svizzera, stavolta a Bellinzona, ma, soprattutto, dimostrando la sua completezza, senza mai risparmiarsi scortando i compagni.

Nel 1984 Maechler inizia la stagione col piede giusto, vincendo a Montenero della Bisaccia, con un colpo di mano nel finale, la seconda tappa della Tirreno-Adriatico, che poi lo vide secondo nella classifica finale, a soli 2″ dal vincitore Tommy Prim. A giugno, si laurea campione svizzero su strada, vincendo una corsa, davanti a Seiz e Glaus, a cui partecipano, con classifiche separate, anche i tedeschi dell’ovest.

Messosi particolarmente in luce quale uomo-squadra ma all’occorrenza anche come corridore vincente, nel 1985 entra a far parte di una delle squadre più competitive del mondo, la Carrera diretta da Davide Boifava, che poi diventerà la sua squadra storica.

Assoldato per ricoprire il ruolo di spalla e gregario, partecipa sia al Giro che al Tour e per lui, in tutta la stagione, non ci sono particolari occasioni per gioire, pur cogliendo qualche piazzamento significativo. Nel 1986, pur lavorando per il compagno Urs Zimmermann, vince la quinta tappa del Dauphine Liberé e, soprattutto, con un arrivo in solitudine, fa sua la tappa del Tour de France che si concludeva sul mitico Puy de Dome.

L’anno successivo, 1987, è il migliore delle carriera dell’elvetico e si apre col botto della vittoria alla Milano-Sanremo, quando Maechler azzarda la fuga a lunga gittata con altri otto compagni, rimane solo sulla Cipressa con Allan Peiper, lo stacca sul Poggio e giugse al traguardo con un margine esiguo di 6″ sul gruppo, conquistando infine quella vittoria di pregio che gli fa acquisire notorietà e spessore tecnico. Prosegue poi la stagione vincendo la Seetal Rundfahrt Hochdorf, il prologo e la quinta tappa del Dauphine Liberé, per poi presentarsi al via del Tour de France in forma smagliante. Sulle strade della Grande Boucle Maechler è protagonista della fuga nella tappa che si conclude a Stoccarda, e seppur battuto dal portoghese Acacio Da Silva, a sera indossa la maglia gialla, tenendola per i successivi sei giorni, per poi a cederla a Charly Mottet in un’edizione infine vinta dal compagno di squadra Stephen Roche.

Che le sue doti non siano solo quelle del semplice “gregarione” che aveva trovato la grande vittoria nella Classicissima, lo dimostra nel 1988, dove è autore, ancora una volta, di una grandissima primavera. Vince dapprima la Vuelta Camp di Morvedre, quindi 2 tappe e la classifica finale della Vuelta della Comunidad Valenciana, per poi, giunto in Italia, aggiudicarsi la principale corsa a tappe corsa sull’arco di una settimana, ovvero la Tirreno-Adriatico. Maechler domina al punto di aggiungere alla classifica generale anche due traguardi parziali, a Paglieta e la cronometro conclusiva di San Benedetto del Tronto, lasciando infine Tony Rominger a 16″. Alla Milano-Sanremo lotta strenuamente per concedere il bis, terminando ottavo. Durante il resto dell’anno esegue alla perfezione il ruolo per il quale è apprezzato dagli addetti ai lavori, quello di spalla di capitani più forti di lui e nel 1989, ancora, è protagonista alla Tirreno-Adriatico, corsa che dimostra di essere particolarmente congeniale ai suoi mezzi, trionfando nella tappa di Atri, e, per il resto, dando pieno sfoggio di coraggio ed abnegazione faticando, tanto, per i compagni di casacca.

Non altrimenti vanno le stagioni 1990 e 1991, quando Maechler ottiene due vittorie, la Kika Classic e la quarta tappa del Giro di Lussemburgo, entrambe colte nel 1990. A fine 1991 chiude il suo rapporto con la Carrera, società alla quale ha dato tantissimo, e ritorna in Svizzera, all’Helvetia, dove conquista nuovamente il Tour del Nord-Ovest. Chiusa la stagione, quando Eric medita ormai di ritirarsi dall’attività agonistica, una giovane formazione italiana, la Jolly Club 88, gli chiede di tornare al Giro e lui accetta, ma il corridore svizzero ha imboccato la china discendente della carriera e non riesce a rendere secondo le aspettative.

Maechler continua a gareggiare anche nel biennio 1994-1995, impegnandosi in una piccolissima formazione giapponese, l’Inoac, ma corre pochissimo, ed il suo è più che altro un impegno “divulgativo“. Il suo ultimo piazzamento, il secondo posto alla Japan Cup vinta da Chiappucci, suo vecchio capitano, certificano, caso mai ce ne fosse bisogno, che le doti di corridore comunque battagliero e preposto al colpaccio non sono definitivamente sopite.

In carriera lo svizzero è stato luogotenente di fiducia, oltre del “Diablo” varesino e dei già citati Zimmermann e Roche, anche di Roberto Visentini, Guido Bontempi, Djamolidine Abdujaparov, e se ancora oggi si cerca un modello di riferimento di gregario capace anche di vincere, ecco che il pensiero va ad Eric Maechler. Che fece fatica per altri ma seppe ritagliarsi momenti di gloria. Già, proprio come un campione.

IL RITORNO DEI DETROIT PISTONS AI VERTICI DELLA NBA

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I Detroit Pistons festeggiano il titolo NBA 2004 – da:nbafutures.com

Articolo di Giovanni Manenti

La Storia della NBA – il Campionato Professionistico di Basket Usa – è caratterizzata da periodi più o meno lunghi di predominio di singole franchigie, di cui il più impressionante è costituito dalla “Boston Dinasty” dei Celtics che, sotto la guida di Red Auerbach, si aggiudicano 11 titoli in 13 stagioni dal 1957 al 1969 …

Successivamente, ecco apparire ai vertici i Los Angeles Lakers dello “Showtime” di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar (5 titoli in 9 stagioni negli anni ’80), i Chicago Bulls di Michael Jordan, che si aggiudicano sei anelli in otto stagioni tra il 1991 ed il 1998 per poi, ad inizio del nuovo secolo, tornare a brillare la stella dei Lakers, stavolta guidata dal duo Shaquille O’Neal/Kobe Bryant.

A cercare di interrompere queste serie vincenti riescono i Boston Celtics negli anni ’80 – quelli delle celebri sfide Larry Bird(Magic Johnson – con tre titoli, al pari degli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che, approfittando del temporaneo ritiro di Jordan, si inseriscono nel biennio 1994-’95 tra i due “threepeat” dei Chicago Bulls, ma soprattutto salgono alla ribalta, a fine anni ’80 i “Bad Boys” dei Detroit Pistons, sotto la guida del leggendario tecnico Chuck Daly …

I Pistons – grazie ad un quintetto base formato da Isiah Thomas, Joe Dumars, Bill Laimbeer, Dennis Rodman e Vinnie Johnson – riescono, dopo aver costretto i Lakers a gara-7 per aggiudicarsi il titolo 1988, ad impedire il tris consecutivo di anelli per la formazione allenata da Pat Riley, infliggendo loro una pesante umiliazione (4-0 nelle Finali Playoff ’89, per poi confermarsi Campioni l’anno seguente a spese dei Portland Trail Blazers.

Dopo aver raggiunto la Finale della “Eastern Conference” anche nel 1991 – “spazzati via” con un eloquente 0-4 per l’inizio della dinastia dei Chicago Bulls di sua Maestà Michael Jordan – inizia per i Pistons un periodo di “vacche magre”, riuscendo nel successivo decennio a raggiungere solo in 5 occasioni i Playoff, solo per essere sempre eliminati al primo turno.

Ed ecco che al fine di invertire questa tendenza negativa, Bill Davidson, il proprietario dei Pistons, decide di affidare la Presidenza della franchigia ad una stella del “Periodo d’Oro” di Chuck Daly, vale a dire Joe Dumars, ad un anno dal suo ritiro come giocatore

Compito indubbiamente non facile, ma che Dumars assolve con lo stesso impegno e professionalità di quando deliziava i tifosi di Detroit con indosso la maglia n.4 dei Pistons, trovandosi subito ad affrontare lo spinoso caso di Grant Hill, l’unico vero talento in organico, che intende lasciare la squadra per accasarsi agli Orlando Magic, riuscendo ad ottenere in contropartita il 26enne Ben Wallace, un centro di m.2,06 ed il playmaker Chucky Atkins.

Come suole dirsi, ad Hill “mal gliene colse”, perché in quattro anni ad Orlando riesce a mettere insieme la miseria di 47 incontri a causa di un serio infortunio alla caviglia, nel mentre Wallace ed Atkins si integrano bene nel gioco dei Pistons, anche se la prima stagione con Dumars alla Presidenza si conclude con un record negativo di 32-50 e conseguente mancata qualificazione ai Playoff …

Dumars ha però individuato nel tecnico George Irvine il principale responsabile, che nell’estate 2001 viene sostituito da Rick Carlisle, vice allenatore di Indiana, grazie al quale i Pistons ribaltano il rendimento, concludendo la “regular season” 2002 con il record di 50-32 che li porta ad aggiudicarsi il titolo della Central Division con il secondo miglior rendimento della Eastern Division, nonché a tornare a superare un turno dei Playoff ad oltre un decennio di distanza, pur dovendosi arrendersi 1-4 di fronte ai Boston Celtics nelle semifinali di Conference.

Ma, intanto, la base è costruita, e Dumars è bravo ad aggiudicarsi in estate le prestazioni del “free agent” Chauncey Billups, a fine contratto con Minnesota, al quale aggiunge la guardia Richard Hamilton per irrobustire il parco tiratori, nonché l’ala piccola Tayshaun Prince scelta al Draft e proveniente da Kentucky …

Con tali innesti, i Pistons confermano il record (50-32) della stagione precedente, che però stavolta risulta il migliore dell’intera “Eastern Conference” – con Hamilton a contribuire con 19,7 punti, Billups con 3,9 assist e Ben Wallace con 15,4 (!!) rimbalzi di media a partita – il che consente alla formazione di Carlisle di raggiungere la Finale di Conference a 12 anni di distanza dalla sfida del 1991 contro Chicago …

Ed anche se l’esito è identico (0-4) contro i New Jersey Nets guidati da Jason Kidd, il futuro è diametralmente opposto, in quanto se la sconfitta contro Jordan aveva determinato l’inizio della fase calante, questa consente di vivere un successivo biennio ai vertici della NBA.

La “Post Season” 2003 è caratterizzata da due decisioni contrapposte della Dirigenza di Detroit, con la prima quanto mai sciagurata visto che al Draft del 26 giugno svoltosi al “Madison Square Garden” di New York – uno dei più ricchi nella Storia della Lega Professionistica Americana – pur avendo la seconda scelta assoluta, i Pistons, dopo che Cleveland non ha fallito il colpo aggiudicandosi le prestazioni di un “certoLeBron James, puntano le proprie fiches sul giovanissimo 18enne serbo Darko Milicic, quando ancora sono disponibili successive Star del calibro di Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwayne Wade che, per quanto ovvio, vengono scelte nell’ordine immediatamente seguente …

Ciò che di errato commette al Draft, Dumars lo rimedia sul mercato, riuscendo con un’abile mossa a portare a Detroit a metà febbraio 2004 l’ala centro Rasheed Wallace appena ceduto da Portland ad Atlanta – disputando con gli Hawks una sola partita – così da costituire con l’omonimo Ben una coppia di torri a presidio del canestro non indifferente.

Ma la mossa vincente avviene con il cambio in panchina, nonostante i buoni risultati ottenuti da Carlisle nel biennio alla guida dei Pistons, dato che lo stesso era attirato dalla possibilità di tornare ad allenare, stavolta come “Head Coach”, gli Indiana Pacers, cosa che difatti avviene, ed al suo posto Dumars opera una scommessa vincente, affidando l’incarico all’esperto 63enne Larry Brown fresco di inserimento nella gloriosa “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”.

Con i due innesti (in campo ed in panchina) i Pistons realizzano in “Regular Season” un record di 54-28 (17-5 con Rasheed Wallace in campo …) che non si registrava dal 1997, ma il miglioramento di altre formazioni – prima fra tutte proprio Indiana, che con Carlisle in panchina domina l’intera Lega concludendo con 61 vittorie e sole 21 sconfitte – li relega al terzo posto della “Eastern Conference”, dietro anche ai New Jersey Nets per il solo fatto che questi ultimi si sono aggiudicati il titolo della Atlantic Division …

Dopo una facile affermazione (4-1 con Hamilton e Billups a far registrare 20,2 e 18,2 punti a partita di media, ed i due Wallace a dominare a rimbalzo con un’incredibile quota complessiva di 24,0 a partita …), ai Pistons si offre l’occasione di vendicare lo 0-4 dell’anno precedente affrontando i New Jersey Nets nella semifinale di Conference.

Senza alcun dubbio la sfida contro Jason Kidd si rivela la chiave nella corsa verso il titolo, poiché Detroit che, al pari dell’epoca dei “Bad Boys”, fa della difesa e della fisicità il suo punto di forza, dopo aver costretto gli avversari a percentuali di tiro ridicole nei primi due incontri in Michigan – addirittura 78-56 (!!) in gara-1 e 95-80 in gara-2 – si vedono ripagare con la stessa moneta (64-82 e 79-94) nelle due successive sfide in New Jersey …

Con gara-5, pertanto, ad assumere una valenza fondamentale per l’esito della serie, la stessa si rivela, al contrario, quanto mai equilibrata ed emozionante, con le due squadre a concludere i 48’ regolamentari sull’88 pari, una situazione di stallo che prosegue anche dopo i primi due tempi supplementari (111-111), prima che siano i Nets, trascinati da Richard Jefferson autore di 31 punti, ad avere infine la meglio (127-120) rispetto ai Pistons penalizzati da una serata di scarsa vena di Hamilton, nonostante la prova monumentale (31 punti, 10 rimbalzi ed 8 assist) di Billups …

Ad un soffio dall’eliminazione, Detroit non può che tornare ad affidarsi alla propria difesa, che in gara-6 alla “Continental Airlines Arena” riduce l’attacco dei Nets a soli 36 punti nei primi due quarti (20 i rimbalzi totali di Ben Wallace …), andando all’intervallo lungo avanti di 14, per poi contenere il tentativo di rimonta e concludere sull’81-75 che rimanda l’esito della serie a gara-7 …

Sfida decisiva che conferma la forza difensiva dei Pistons – 14, 17, 19 e 19 i punti dei Nets per singolo parziale, con Kidd ridotto ad un umiliante 0 su 8 al tiro – che mettono in ghiaccio (43-31) la gara già all’intervallo, per poi concludere sul 90-69 che li conduce alla più delicata delle serie.

A cercare di impedire a Detroit di tornare a disputare una Finale NBA a distanza di 14 anni sono, difatti, proprio gli Indiana Pacers del loro ex coach Rick Carlisle, una “sfida nella sfida” che serve ad accendere ancor più gli animi, con oltretutto lo svantaggio del fattore campo …

Una serie caratterizzata da una statistica che non ha eguali nella Storia della NBA, vale a dire che nessuna delle due squadre riesce mai a toccare “quota 100 punti”, a dimostrazione delle capacità in panchina dei due tecnici nell’applicazione della fase difensiva, e che vede un perfetto equilibrio dopo gara-4 (2-2, con successi per 78-74 ed 83-68 di Indiana e per 72-67 ed 85-78 per Detroit), per poi vivere la svolta in gara-5 disputata il 30 maggio 2004 al “Conseco Fieldhouse” di Indianapolis …

Quella sera ad emergere è Hamilton, autore di ben 33 punti (più della metà del bottino complessivo dei Pacers …), mentre i 12 ribalzi di Ben e gli 8 di Rasheed Wallace spengono le velleità di Indiana limitata a soli 65 punti contro gli 83 dei Pistons che così di portano sul 3-2 con la speranza di concludere la serie due giorni dopo sul parquet amico …

Gara-6 rappresenta il capolavoro di Larry Brown, che infonde tranquillità e sicurezza ai suoi ragazzi dopo un inizio shock che li vede andare sotto 11-23 al termine del primo quarto, per poi rimontare senza farsi prendere dall’ansia (27-33 all’intervallo lungo, 46-50 a fine terzo parziale) e quindi assestare il colpo del ko nel quarto parziale (chiuso sul 23-15) per il definitivo 69-65 in cui spiccano i 27 (!!) rimbalzi totali dei due Wallace, che certifica il ritorno in Finale per Detroit.

Quasi in un remake hollywoodiano, avversari – come nel caso della Finale 1989 che aveva sancito il primo titolo nella Storia dei Pistons – sono i Los Angeles Lakers, altrettanto temibili come allora, visto che avevano realizzato tra il 2000 ed il 2002 quel “threepeat” sfuggito loro a fine anni ’80 e che, in luogo di Kareem, Magic e James Worthy, possono ora contare su Campioni del calibro di Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Gary Payton …

Con una serie finale strutturata sul 2-3-2 per ciò che riguarda il fattore campo, Detroit lo volge subito a proprio favore andando ad espugnare lo “Staples Center” 87-75 in gara-1 (22 punti di Billups), per poi giocarsi le proprie carte in Michigan, dopo che la “Premiata Ditta” Bryant/O’Neill (33 punti il primo, 29 il secondo) aveva riportato la serie in parità grazie al 99-91 di gara-2 …

Il problema principale per Larry Brown è sin troppo ovvio, vale a dire limitare il più possibile Bryant al tiro ed O’Neal a rimbalzo, più facile a dirsi che a farsi, ma quel che avviene in gara-3 ha del sensazionale, con l’asfissiante difesa di Detroit a ridurre Bryant ad un miserevole 4 su 13 (e o su 4 da tre punti), nel mentre i due Wallace catturano 21 rimbalzi contro i soli 8 di Shaq per un entusiasmante 88-68 in cui Hamilton mette la propria firma con i suoi 31 punti a referto …

L’esito di gara-3 ha un effetto esaltante per i ragazzi di Larry Brown, che riescono a domare la sete di riscatto di uno straordinario combattente quale O’Neal, che in gara-4 mette a segno 36 punti (16 su 21 al tiro, ma con il consueto imbarazzante 4 su 11 dalla lunetta …) e cattura 20 rimbalzi, ma è la maggiore compattezza di squadra dei Pistons a fare la differenza, con 26 punti e 13 rimbalzi di Rasheed, 23 punti di Billups e 13 rimbalzi di Ben Wallace, per l’88-80 conclusivo che porta Detroit ad un passo dal titolo …

Con la necessità di evitare il ritorno in California sul 3-2 a proprio favore, Brown cambia strategia ed i Pistons mandano in scena la loro gara più offensiva dei Playoff, tornando a toccare “quota 100” dopo 14 incontri disputati con New Jersey (il 127-120 di gara-5 è frutto di tre supplementari …), Indiana e Los Angeles, archiviando di fatto la sfida già al termine del terzo parziale, chiuso sull’82-59 prima di far festa coi propri tifosi con il 100-87 passato agli archivi, frutto di una fantastica prova di squadra, con tutto il quintetto base in doppia cifra e nonostante un Rasheed Wallace penalizzato dai falli.

Successo accompagnato dall’assegnazione a Chauncey Billups del riconoscimento come MVP dei Playoff, al fine di una stagione unica anche per il proprietario Bill Davidson, in quanto al titolo NBA aggiunge anche quello della NHL, con i Tampa Bay Lightning ad aggiudicarsi la Stanley Cup, sinora unico ad ottenere un tale risultato nella Storia dello Sport Professionistico Usa.

Se vincere non è mai facile, confermarsi è molto più difficile, con i Pistons a dare fiducia al quintetto base ed inserendo nel roster Antonio McDyess proveniente da Phoenix, scelte che pagano portando Detroit ad aggiudicarsi la Central Division – per la prima volta le due Conference vedono allargate da due a tre le rispettive Division – con un record di 54-28 e quindi apprestarsi a difendere con le unghie e coi denti il titolo appena conquistato.

Dopo un facile esordio contro Philadelphia (4-1) ed aver replicato contro Indiana il 4-2 dell’anno precedente, la sfida per il titolo della Esatern Conference vede i Pistons a dover affrontare i Miami Heat di Coach Stan Van Gundy, ritrovandosi di fronte Shaquille O’Neal, oltre alla stella Dwyane Wade …

Serie che, con Miami a godere del vantaggio del fattore campo e trovatasi in vantaggio 2-1 e 3-2, si decide negli ultimi due incontri, con dapprima Larry Brown a fare nuovamente affidamento alla sua super difesa nel contenere gli Heat a soli 66 punti in gara-6 (vinta a quota 91) e quindi riuscire ad espugnare la “American Airlanes Arena” in Florida rimontando nell’ultimo quarto da una situazione di 68-74 a 6’30” dalla sirena, grazie ad un parziale di 20-8 per l’88-82 conclusivo che proietta nuovamente i Pistons alla quinta Finale NBA della loro Storia …

Avversari i San Antonio Spurs guidati dal “guru” Gregg Popovich in panchina e, soprattutto, dal “Trio delle Meraviglie” formato da Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker in campo, favoriti sia dal vantaggio del fattore campo che dall’aver già conquistato due titoli nel 1999 e 2003, con la curiosa particolarità di imporsi negli anni dispari …

Una legge che confermano anche stavolta, ma non senza aver dovuto prima “sputare sangue” contro gli indomiti Pistons che, dopo essere stati nettamente sconfitti in Texas (69-84 e 76-97), riequilibrano le sorti della serie con gli altrettanto netti successi per 96-79 in gara-3 e 102.71 in gara-4 sul parquet amico …

Con la solita distribuzione 2-3-2 quanto ai turni casalinghi, gara-5 ancora in Michigan diviene uno snodo cruciale per l’esito della sfida e la stessa risulta la più equilibrata tra quelle sinora disputate, come conferma l’andamento del punteggio (42-42 all’intervallo lungo, 63-64 alla fine del terzo parziale …) per poi doversi ricorrere al supplementare dopo che a 33” dalla sirena Tim Duncan realizza il tiro libero dell’89-89 …

Supplementare che inizia bene per Detroit che si porta sul 93-89 e 95-91 prima che tocchi a Robert Horry ergersi a protagonista, riducendo lo scarto a due punti con una schiacciata e quindi mettendo a segno uno dei suoi micidiali tiri dalla lunga distanza a 6” dalla sirena per il 96-95 definitivo …

Ma se in Texas sono convinti di far festa il 21 giugno 2005 in occasione di gara-6, si sbagliano di grosso, non avendo fatto i conti con lo smisurato orgoglio dei Pistons, che allungano la serie con una spettacolare ripresa che, grazie ai 23 punti di Hamilton ed ai 21 di Billups, fissa il risultato sul 95-86 e manda Popovich a rimuginare su come riuscire a trovare il bandolo della matassa …

Per l’esperto allenatore dell’Indiana la soluzione è abbastanza facile, ovvero limitare Hamilton al tiro, cosa che riesce a perfezione costringendolo ad un misero 6 su 18, nel mentre in casa propria troneggiano Duncan – eletto MVP dei Playoff – con 25 punti, 11 rimbalzi e 2 stoppate e l’argentino Ginobili, che mette anch’egli 25 punti a referto, con in più il sempre valido contributo del “sesto uomo” Horry, 15 punti per lui con 2 su 4 dalla lunga distanza …

Detroit che, comunque, cede con l’onore delle armi, visto che all’inizio dell’ultimo quarto il punteggio è ancora in perfetta parità (57-57), prima di arrendersi nel Finale per il definitivo 81-74 che consegna a San Antonio il terzo titolo della sua Storia, raggiungendo proprio Detroit in questa speciale Classifica.

Con l’abbandono di Larry Brown e l’arrivo in panchina di Philip Saunders, i Pistons continuano ad essere una delle squadre leader nel Panorama della NBA, raggiungendo nel successivo triennio altrettante Finali di Conference (per un totale di 7 consecutive che rappresenta un record per la franchigia …) pur venendo sempre sconfitti 2-4 nelle serie da Miami, Cleveland e Boston rispettivamente, per poi tornare nell’anonimato degli anni ’90 con sole tre qualificazioni ai Playoff nel corso degli ultimi 12 anni …

Chissà, se in questa alternanza di decennio buono e decennio cattivo, il prossimo che sta per iniziare torni ad essere quello favorevole …

 

MARIEL ZAGUNIS ED I PRIMI ORI AMERICANI NELLA SCHERMA

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L’americana Mariel Zagunis – da:mpr.org

Articolo di Giovanni Manenti

Vi sono Discipline olimpiche che sono patrimonio esclusivo di un gruppo ristretto di Nazioni, ed una di queste è storicamente la Scherma, in cui le “Quattro Sorelle” dominatrici rispondono al nome di Francia, Italia, Ungheria e Russia/Unione Sovietica …

Per rendersi conto di quanto appena riferito, basta dare un’occhiata al Medagliere complessivo dei Giochi in campo maschile – settore in cui le tre specialità hanno fatto il loro ingresso nel programma olimpico sin dalle prime edizioni, Fioretto e Sciabola già da Atene 1896 e Spada quattro anni dopo a Parigi – con Francia ed Italia ad aver raccolto, rispettivamente, 103 e 96 medaglie (con 37 Ori a testa), seguite dall’Ungheria con 66 allori e dall’Urss – ricordiamo, penalizzata dall’aver iniziato a partecipare da Helsinki ’52 – con 39, bottino al quale, se aggiungiamo le ulteriori 17 medaglie conquistate dalla disgregazione dell’impero sovietico, porta il totale a 56, con 20 Ori rispetto ai 29 magiari.

La situazione non cambia molto nel settore femminile, il quale peraltro ha ritardato di molto il completamento del suo programma, per moltissimo tempo ristretto alla sola arma del Fioretto – presente a livello individuale dai Giochi di Parigi 1924, dovendosi viceversa attendere l’edizione di Roma 1960 per vedere inserita anche la prova a Squadre – cui sono seguite la Spada a far tempo da Atlanta 1996 e, buon’ultima la Sciabola, che ha dovuto attendere addirittura il nuovo Secolo con la gara individuale disputatasi per la prima volta ai Giochi di Atene 2004 e quella a squadre dall’edizione successiva …

E, grazie alle prestazioni del nostro, invincibile “Dream Team” del Fioretto, qui a comandare la Classifica complessiva è l’Italia con 27 medaglie, seguita a quota 22 dalla sommatoria tra Russia/Unione Sovietica ed a 21 dall’Ungheria, nel mentre la Francia ha sinora raccolto 12 allori.

In campo femminile, peraltro, si sono ritagliate un loro spazio anche la Germania (19 medaglie complessive), nonché Romania e Cina, con 10 e 9 allori rispettivamente, ma è proprio da detto settore che anche la Nazione “Regina dei Giochi”, vale a dire gli Stati Uniti, riescono a colmare una lacuna a dir poco imbarazzante e che ha coperto l’intero XX secolo …

Sino alle Olimpiadi di Sydney 2000 comprese, difatti, i/le rappresentanti dello Zio Sam avevano visto in una sola occasione un proprio atleta salire sul gradino più alto del podio, anche se ciò era avvenuto agli albori dei “Giochi dell’Era moderna”, nonché in una specialità poi immediatamente abbandonata, ovvero la “Scherma col bastone” (!!) che a Saint Louis 1904 vide il podio monopolizzato dal trio americano, con tale Albertson Van Zo Post – peraltro altresì argento nel Fioretto individuale e bronzo sia nella Spada che nella Sciabola individuale – a fregiarsi della Medaglia d’Oro.

Considerato altresì il valore relativo che può essere dato a quell’edizione dei Giochi, conclusa con gli Stati Uniti ad aver collezionato 239 (!!) medaglie rispetto alle 13 della Germania ed alle 9 di Cuba, rispettivamente seconda e terza nel computo totale, è sin troppo lecito ritenere che una potenza mondiale come gli Usa abbiano “dimenticato” la Scherma tra gli Sport da insegnare ai propri giovani …

Ed, a colmare questa lacuna, giunge la decisione del CIO, come sopra riportato, di allargare anche a Spada e Sciabola le specialità inserite nel programma femminile, e proprio da quest’ultima, finalmente anche l’inno americano può risuonare all’interno del Palazzetto in cui si svolgono le gare di Scherma.

Ciò grazie, però, ad un’unica schermitrice, che è, per quanto ovvio, la protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire Mariel Zagunis, nata il 3 marzo 1985 a Portland, nell’Oregon, figlia di un emigrato lituano, con entrambi i genitori, Robert e Cathy, partecipanti ai Giochi di Montreal nel 1976, il padre undicesimo e la madre sesta, quali componenti dei rispettivi equipaggi del Quattro con …

Una passione, quella per la Scherma, nata in famiglia, visto che sia il fratello maggiore Marten che il minore Merrick hanno intrapreso la stessa carriera, ma senza riuscire d emergere come, viceversa, è avvenuto per la sorella, le cui eccelse qualità hanno iniziato ad emergere sin dalla più giovane età, avendo iniziato a cimentarsi al compimento dei 10 anni.

Già nel 2002, a 17 anni, Mariel si aggiudica la Coppa del Mondo juniores di Sciabola, titolo che replica nei biennio successivo, al termine del quale completa gli Studi alla Valley Catholic di Portland per iscriversi alla “University of Notre Dame”, nell’Indiana, non prima però di aver lasciato un segno indelebile nella Storia della Scherma del suo Paese, aiutata anche da quel “pizzico di buona sorte” che nello Sport, come nella vita quotidiana, non guasta mai …

La 19enne Zagunis, difatti, non era stata selezionata per le Olimpiadi di Atene 2004 – edizione in cui la Sciabola femminile fa il suo esordio – alle quali sono iscritte quali rappresentanti degli Stati Uniti le sorelle Sada ed Emily Jacobson, ma fortuna vuole che la Nigeria decida di non far fare il viaggio nella Capitale greca alla sua schermitrice Jacqueline Esimaje, così che a prenderne il posto, quale immediatamente successiva nel Ranking mondiale, sia proprio la giovane proveniente dall’Oregon …

E, come nelle belle favole, Mariel inizia un percorso che la vede crescere assalto dopo assalto, iniziando da una sofferta vittoria (15-13) contro la giapponese Madoka Hisage, per poi prendere confidenza con la pedana dello “Hellinikon Olympic Compex” di Atene e superare nei Quarti la ben più esperta azera Yelena Jemayeva – di ben 14 anni più anziana e, soprattutto, Campionessa Mondiale nel 1999 e 2000, oltre che bronzo nel 2001 ed argento nel 2002 – che deve arrendersi per 15-11 …

Qualificata per le Semifinali – in un tabellone che, nella parte bassa vede l’altra americana Sada Jacobsen “vendicare” la sconfitta della sorella Emily superando 15-11 la francese Léonore Perrus per andare ad affrontare la cinese Tan Xue, Campionessa Mondiale 2002 ed argento 2003 – la strada verso la medaglia d’oro vede apposta alla Zagunis la rumena Catalina Gheorghitoia che, a dispetto dei suoi 29 anni, viene “spazzata via” con un eloquente 15-7, nel mentre nel secondo assalto, la connazionale Jacobsen si difende bene, ma poi deve comunque cedere 12-15 di fronte alla favorita Tan.

Jacobsen che si consola, superando con l’identico punteggio (15-7) la rumena nella sfida per il bronzo, per quella che, in ogni caso, è cronologicamente la prima medaglia americana nella Scherma femminile, anche se di sicuro non la più pregiata, visto che sta per scendere in pedana la Zagunis che, mal che vada, si porterà a casa almeno l’argento …

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Una fase della Finale tra Zagunis e Tan – da:gettyimages.ca

In una sfida tra “teenagers” (la cinese Tan Xue ha solo un anno di più), il fatto di non aver nulla da perdere gioca a favore della ragazza dell’Oregon, quel pomeriggio del 17 agosto 2004 ad Atene, la quale sorprende in avvio la favorita avversaria portandosi in un lampo sul 9-2 prima di dover subire la rimonta della Tan che, con quattro stoccate consecutive riduce le distanze sul 9-6 e sembra poter invertire l’inerzia della Finale …

Ma così non è, con la Zagunis a riprendere il controllo dell’assalto, mantenere la freddezza necessaria e portarsi sul 14-7 per poi concludere, dopo aver subito due stoccate dalla rivale, sul 15-9 che certifica il primo Oro al femminile per gli Stati Uniti, che tornano ad occupare il gradino più alto del podio ad un secolo esatto (!!) di distanza dai Giochi di Saint Louis 1904, ma con tutte le perplessità espresse in precedenza.

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Zagunis dopo il successo di Atene ’04 – da:academyoffencingmasters.com

Per sfortuna delle ragazze americane non è prevista la prova a squadre, ma per la Zagunis poco male, visto che sfrutta il quadriennio post olimpico per arricchire il proprio Palmarès con il titolo iridato a squadre (assieme alle compagne Sada Jacobsen e Rebecca Ward) ai Mondiali di Lipsia 2005, per poi avere “il nemico in casa” con la citata Ward (peraltro talento quanto mai precoce, essendo appena 16enne …), che la supera nella Finale della Rassegna iridata dell’panno successivo a Torino – ed in cui la Jacobsen fa suo il bronzo a pari merito con la sudcoreana Kim Hye-Jim – così da completare un tris di medaglie che ha uguale riscontro per l’Italia nel Fioretto, con Granbassi, Vezzali e Trillini.

Ma, come per le azzurre del Fioretto, l’aver dominato la gara individuale non è garanzia di successo nella prova a squadre e, così come le nostre schermitrici si arrendono in Finale alla Russia, analogo esito ha la sfida per l’Oro tra le americane e le francesi ed, in ogni caso, le quattro medaglie raccolte rappresentano l’intero bottino del Team Usa nella Rassegna iridata.

Oramai rappresentando la “Punta di Diamante” dell’intero movimento schermistico Usa, le sciabolatrici subiscono un’inattesa battuta d’arresto ai Mondiali di San Pietroburgo 2007, dove sia la Jacobsen che la Zagunis vengono eliminate nei Quarti, la prima in modo netto (10-15) dall’italiana Gioia Marzocca e la Campionessa olimpica arrendendosi solo all’ultima stoccata (14-15) di fronte alla polacca Bogna Jozwiak, con il titolo a premiare la 28enne veterana russa Yelena Nechayeva, che supera 15-12 in Finale l’onnipresente cinese Tan Xue.

Un Mondiale stregato, che vede gli Usa uscire ai Quarti (sconfitti 42-45 dall’Italia) anche nella prova a squadre, ma dal quale le ragazze trovano le giuste motivazioni in vista dell’appuntamento olimpico dell’anno seguente a Pechino per ribadire il loro diritto ad essere riconosciute come le indiscusse dominatrici della specialità.

E’ fuor di dubbio che il trio di sciabolatrici che si presenta il 9 agosto 2008 sulle pedane dello “Olympic Green Convention Centre” di Pechino debba rivestire il ruolo di favorite, ma riteniamo che l’esito della gara individuale non possa essere stato immaginato neppure tra i più ottimisti tra i Dirigenti e Tecnici della Federazione Usa, tanto più che il lotto delle partecipanti – come accade alla nascita di una nuova specialità – è passato dalle 24 di Atene alle 39 della Capitale cinese …

Per la Zagunis la gara olimpica si trasforma altresì in una sorta di “resa dei conti” contro coloro che avevano avuto l’ardire di sconfiggerla nel biennio precedente, e la prima a cadere in questa “sete di rivincita” è la polacca Jozwiak, peraltro colei che le oppone la maggior resistenza, superata per 15-13 negli ottavi, per poi avere ragione ai Quarti con facilità (15-9) dell’atleta di casa Bao Yingyng …

Analogo “percorso immacolato” compiono la Campionessa iridata di Torino Ward, in difficoltà solo nel superare all’ultima stoccata (15-14) la tunisina Azza Besbes nei Quarti, e l’altra connazionale Jacobsen, la quale fa strage di ucraine – 15-13 alla Olga Kharlan agli Ottavi e 15-11 Olena Khomrova ai Quarti – così che tre delle quattro semifinaliste provengono dagli Stati Uniti …

Unica a cercare di impedire il trionfo a “stelle e strisce” è la russa Sofia Velikaya, la quale si rende “colpevole” di aver dato un grosso dispiacere al pubblico di casa, avendo la meglio ai Quarti (15-9) sulla loro beniamina Tan Xue, costretta ad uscire anzitempo di scena …

Speranze che per la 23enne di Kazan si spengono nell’assalto perso 11-15 di fronte alla Jacobsen, nel mentre la Zagunis si prende la più dolce delle rivincite sulla Ward che l’aveva sconfitta a Torino, superandola con l’identico punteggio per una Finale “All American” mai vista prima d’ora in sede olimpica …

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Jacobsen e Zagunis a Pechino ’08 – da:gettyimages.ae

Ward che, in ogni caso, completa un tris che ha dell’incredibile beffando all’ultima stoccata (15-14) la Velikaya – che spreca un iniziale vantaggio di 6-1 – prima che in pedana salgano le sue due connazionali per la sfida per l’Oro che si rivela meno combattuta del previsto, con la Campionessa in carica a portarsi sul 2-0 per poi non essere più raggiunta, sino a condurre per 12-8 prima di assestare le tre ultime stoccate che certificano il bis di Atene.

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Jacobsen, Zagunis e Ward alla premiazione – da:usafencing.org

Attese alla conferma nella prova a Squadre, le americane, anche in questo caso, copiano le azzurre del Fioretto – prima, terza e quarta nella gara individuale e solo bronzo a squadre, sconfitte 21-22 dalla Russia in semifinale – facendosi sorprendere 39-45 dall’Ucraina in una sfida dove la peggiore è proprio la Zagunis che perde tutti e tre i suoi assalti (5-7 contro la Kharlan, 4-5 rispetto alla Khomrova ed addirittura un mortificante 2-5 contro Halyna Pundyk), per poi aggiudicarsi (45-38) il bronzo sulla Francia, nel mentre le ucraine infliggono un secondo dispiacere alle sciabolatrici cinesi, superandole con il minimo scarto di 45-44.

Oramai divenuta “leggenda”, la Zagunis ribadisce la propria superiorità facendo suoi i titoli individuali nelle due successive edizioni dei Mondiali di Antalya 2009 – altra “rivincita” con il netto 15-6 in Finale all’ucraina Kharlan – e di Parigi 2010, dove tocca ancora alla Kharlan arrendersi, questa volta per 15-11, allo strapotere della 25enne di Portland, viceversa non più assecondata dalle proprie compagne e costretta a restare fuori dal podio nelle prove a Squadre.

Indiscussa “stella” della specialità, la Zagunis è peraltro costretta a confrontarsi con la crescita del movimento, e la prima, bruciante sconfitta, la subisce l’anno seguente in occasione dei Mondiali che si svolgono in Sicilia, a Catania, dove stavolta è la russa Velikaya a prendersi son lei la rivincita della doppia sconfitta subita a Pechino dalle connazionali Jacobsen e Ward, superandola all’ultima stoccata (15-14), con ciò impedendo il completamento di un “tris iridato” che avrebbe avuto pochi eguali nella Storia della specialità …

Zagunis che torna sul podio iridato a squadre, bronzo dopo la netta sconfitta (33-45) in semifinale contro la Russia, per poi apprestarsi a difendere il doppio titolo olimpico in occasione dei Giochi di Londra 2012dove è prescelta quale portabandiera alla Cerimonia di Apertura – edizione in cui non è prevista la Prova a Squadre, disputata solo con valenza iridata e dove le americane confermano il bronzo di Catania per un podio identico con le russe ad aver la meglio in Finale sulle ucraine.

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Zagunis portabandiera Usa ai Giochi ’12 – da:nytimes.com

Torneo che va in scena l’1 agosto 2012 allo “ExCel Exhibition Centre” di Londra e che la Zagunis affronta con la consueta autorità, come dimostra l’esito degli assalti – 15-7 alla indonesiana Permatasari, 15-9 alla giapponese Nakayama e 15-6 alla cinese Zhu Min – che la conducono alla zona medaglie, assieme alle “storiche” avversarie Velikaya e Kharlan, nonché alla 24enne sudcoreana Kim Ji-yeon, alla quale è abbinata …

E, mentre il “derby” russo-ucraino va (15-12) alla Velikaya, la Kim – sino ad allora priva di successi importanti in carriera al di fuori del suo Continente – opera la sorpresa di giornata superando 15-13 la più titolata americana, per poi completare l’opera avendo la meglio in Finale anche sulla Velikaya con un netto 15-9, nel mentre una sfiduciata americana si arrende (10-15) anche rispetto alla Kharlan.

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Zagunis e Kharlan si salutano dopo il bronzo di Londra ’12 – da:kmuw.org

La mancata medaglia olimpica di Londra segna l’inizio della parabola discendente per una Zagunis comunque in grado di ben figurare anche nelle Rassegne iridate del quadriennio post olimpico – bronzo a squadre e sconfitta 14-15 ai Quarti dalla russa Yekaterina Dyachenko ai Mondiali di Budapest ’13, Oro a squadre e superata in Finale (12-15) dalla Kharlan l’anno seguente a Kazan ed ancora bronzo a squadre nel 2015 a Mosca dove la Velikaya sfrutta l’aria di casa per imporsi sia a squadre che nella gara individuale, mentre l’americana esce agli Ottavi (9-15) contro l’ungherese Anna Marton – per poi presentarsi al suo quarto “appuntamento a cinque cerchi” ai Giochi di Rio de Janeiro 2016.

A 12 anni di distanza dalla impertinente ragazzina che aveva sovvertito le gerarchie ad Atene 2004, l’oramai 31enne Zagunis non avrebbe intenzione di abdicare, ma è ancora la russa Dyachenko a sbarrarle la strada avendo la meglio (15-12) agli Ottavi in una gara che vede svanire (almeno per ora …) anche il sogno olimpico della Velkaya, sconfitta 14-15 in Finale dalla connazionale Yana Egorian, consolandosi comunque con l’Oro a squadre, prova che vede la ragazza dell’Oregon salire ancora una volta sul podio grazie al 45-30 sull’Italia nella sfida per il bronzo, dopo essere stata eliminata 42-45 dalla Russia in semifinale.

Per una che è stata per 13 anni consecutivi (dal 2003 al 2016) tra le prime 5 del Ranking Mondiale – occupando in 5 occasioni il primo posto, 3 volte il secondo ed altrettante il terzo, piazzandosi quarta nel 2016 e quinta nel 2005 – è giunto il momento di dedicarsi anche alla famiglia e, complice anche alla frattura del dito di un piede avvenuta ad ottobre 2016, Mariel decide di pensare alla maternità, mettendo al mondo una figlia di nome Sunday nell’ottobre 2017, saltando di conseguenza le stagioni 2017 e ’18, così da scendere al 40esimo e 35esimo posto del Ranking Mondiale dopo aver ripreso a gareggiare a fine 2018, con l’obiettivo di tagliare il traguardo di una quinta Olimpiade l’anno prossimo a Tokyo …

Una chimera, forse, ma considerato che nelle due edizioni dei Mondiali in cui era assente, le sue compagne hanno portato a casa solo il bronzo di Anne-Elizabeth Stone l’anno scorso in Cina nella gara individuale, “mai dire mai”, visto che, oltretutto, non sarebbe il primo caso di atleta resa più forte dalla maternità, prima fra tutte la nostra Valentina Vezzali – idolo giovanile della Zagunis – che aveva raggiunto tale traguardo a Londra all’età di 38 anni …

E, mai come in questo caso, vale l’adagio: “chi vivrà vedrà …!!” …

 

LA DOPPIETTA D’ORO ALLE OLIMPIADI DI SAPPORO 1972 DELLA TEENAGER MARIE-THERESE NADIG

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La Nadig impegnata in slalom gigante alle Olimpiadi di Sapporo 1972 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Quando a fine stagione 1980/1981 Marie-Therese Nadig appenderà gli sci al chiodo, potrà illustrare agli occhi del mondo una carriera da fuoriclasse con 24 vittorie parziali, ben 57 podi e il successo nella classifica generale di Coppa del Mondo proprio nel 1981. Ma nel suo caso è necessario mettere indietro le lancette del tempo e tornare al febbraio 1972 quando questa ragazzina non ancora maggiorenne, al primo anno completo nel Circo Bianco, esplode compiutamente alle Olimpiadi di Sapporo dimostrando quel che è capace di fare.

In effetti la Nadig, svizzerotta paffuta nata a Flums l’8 marzo 1954, figlia di un architetto ed unica femmina tra quattro fratelli maschi, ha classe da vendere e doti rare di polivalenza, vincendo nel 1970 in slalom gigante e combinata ai campionati elvetici juniores. Folgorata da cotanto valore, la Federazione svizzera la inserisce da subito nei quadri della squadra nazionale e se il debutto in Coppa del Mondo nella stessa stagione 1970/1971 è avara di risultati, ecco che l’anno dopo Marie-Therese è già sesta in discesa libera sulle nevi amiche di St,Moritz, per poi, dopo tre quinti posti consecutivi a Val d’Isere, Sestriere e Bad Gastein, salire infine per la prima volta sul podio giungendo seconda, sempre in discesa libera, a Grindelwald, battuta di 0″56 dall’immensa Annemarie Moser-Proell, che domina la scena da qualche anno.

I risultati ottenuto convincono i tecnici svizzeri a convocarla per le Olimpiadi di Sapporo del 1972, in cui la Nadig è iscritta non solo alla prova veloce, ma pure allo slalom gigante, forte di un terzo posto a St.Gervais alle spalle dell’imbattibile Proell e dell’altra austriaca Monika Kaserer, e allo slalom speciale, vantando tra i pali stretti un ottavo posto a Bad Gastein. E in Giappone la Nadig, seppur neofita a questi livelli, fa saltare il banco.

Il programma femminile di sci alpino si apre il 5 febbraio con la disputa della discesa libera lungo il tracciato disegnato alle pendici del Mount Eniwa. La Proell, che ha vinto la Coppa del Mondo nel 1971 aggiungendo pure le coppette di specialità in discesa libera e slalom gigante, sembra inavvicinabile per le avversarie, se è vero che in stagione ha vinto quattro delle cinque prove disputate, giungendo seconda a Val d’Isere battuta dalla francese Jacqueline Rouvier. La transalpina, a Sapporo, non è della partita, ma le connazionali Isabelle Mir, che fu seconda quattro anni prima a Grenoble alle spalle dell’asburgica Olga Pall, e Annie Famose, sempre in cerca della prima affermazione ai Giochi, parrebbero le avversarie più autorevoli della Proell. Che nondimeno tutti, ma proprio tutti gli addetti ai lavori, pronosticano quale sicura vincitrice. In effetti la Mir, pettorale numero 3, è veloce tanto da fissare il miglior tempo provvisorio, 1’38″62. Ma la francese ha commesso qualche sbavatura di troppo, ed allora col pettorale numero 7 ecco che l’americana Susan Corrock, che ha pedigree modesto e non è mai salita sul podio in carriera fa meglio di lei, 1’37″68, balzando al comando. La statunitense finirà terza, ma a batterla non è la Proell, scesa col numero 15, che ferma il cronometro sull’1’37″00, bensì proprio la Nadig, pettorale numero 10, che pennella una discesa a valle sensazionale, migliora di un secondo netto il tempo della Corrock e mette una barriera tanto alta che neppure la fuoriclasse austriaca sarà in grado di scavalcare.

Non ancora 18enne e già campionessa olimpica della prova più prestigiosa, Marie-Therese tre giorni dopo si presenta al cancelletto di partenza dello slalom gigante, senza niente da perdere ma con addosso gli occhi del mondo che attendono da lei una conferma. E la svizzera, a dispetto dell’età, non tradisce le attese, giocando un altro brutto tiro alla Proell, favoritissima anche tra le porte larghe e ben decisa a prendersi la rivincita. Si corre in un’unica manche, stavolta sul Mount Teine, e la Proell, che beneficia del pettorale numero 2, disegna una prova che pare magistrale, prendendo la testa della gara in 1’30″75, 1″60 meglio della connazionale Wiltrud Drexel che è scesa prima di lei ed infine salirà sul terzo gradino del podio.

Le due vittorie in stagione a Oberstaufen e Maribor accrediterebbero la francese Françoise Macchi quale rivale più pericolosa per la Proell, ma la transalpina, dopo un quarto posto in discesa a Grindelwald e seppur solo 21enne, ha deciso di abbandonare l’attività agonistica ed allora ecco che dal ventaglio delle possibili avversarie della campionessa austriaca esce, ancora una volta, il nome della Nadig che con il pettorale numero 10, che evidentemente le porta fortuna, non sbaglia niente fermando il cronometro sul tempo di 1’29″9′ che relega, ancora una volta, la Proell in seconda posizione.

Marie-Therese Nadig, giovincella irriverente affatto intimorita dalla forza della regina della nevi, vince la seconda medaglia d’oro alle Olimpiadi e se questa è solo l’alba della sua carriera… beh, statene certi, quel che verrà sarà altrettanto bello.

REBECCA ADLINGTON, LA REGINA DEL NUOTO BRITANNICO

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Rebecca Adlington con una delle due medaglie d’oro di Pechino ’08 – da:teamgb.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nonostante sia favorita dalla propria posizione geografica, la Gran Bretagna – al pari dell’Italia, del resto – non ha mai goduto di grande prestigio nel Panorama Natatorio internazionale, prova ne siano i soli 10 Ori olimpici raccolti in campo maschile, di cui ben 6 nelle edizioni pionieristiche dei Giochi, da Parigi 1900 a Londra 1908, per poi eccellere in una sola specialità, ovvero la Rana dove, dopo il successo dello scozzese David Wilkie a Montreal nel 1976 sui 200 metri, sono giunte le vittorie sulla più corta distanza da parte di Duncan Goodhew a Mosca 1980, Adrian Moorhouse a Seul 1988 ed, infine, di Adam Peaty nell’ultima edizione di Rio de Janeiro …

Altrettanto sconfortante il quadro nel settore femminile, dove – anche qui, a parte le vittorie della staffeta 4x100sl ai Giochi di Stoccolma 1912 e di Lucy Morton sui m.200 rana a Parigi nel 1924 – le medaglie d’Oro sono merce rarissima e frutto di imprese episodiche, come quelle realizzate da Judy Grinham sui m.100 dorso a Melbourne 1956 e da Anita Lonsbrough, capace di affermarsi sui m.200 rana quattro anni dopo a Roma.

Da allora, oltre 40 anni di buio profondo, prima che sulla scena apparisse la protagonista della nostra Storia odierna, ovvero colei che in un quinquennio di continuità di risultati ha ridato prestigio al Nuoto britannico con le sue prestazioni ai massimi livelli …

Coloro che sono addentro a tale disciplina avranno già compreso che il riferimento non può che essere rivolto a Rebecca Adlington, una “ragazzona” di m.1,79 per 70 chilogrammi, nata il 17 febbraio 1989 a Mansfield, nella Contea di Nottingham, anche se in famiglia lo Sport preferito è il calcio, visto che un suo prozio, Terry Adlington, ha militato negli anni ’50 come estremo difensore del Derby County, squadra per la quale Rebecca, diremmo quasi ovviamente, fa il tifo.

Ad indirizzare Rebecca verso il Nuoto è lo spirito di emulazione verso le due sorelle maggiori, entrambe nuotatrici, ma sin dall’età di 14 anni non ci vuol molto ad accorgersi delle sue maggiori qualità rispetto alle sorelle, primo fra tutti il suo Coach Bill Furniss – nessun legame di parentela coi fratelli americani Steve e Bruce Furniss, Campioni degli anni ’70 – che la seguirà durante l’intera sua carriera.

Dotata di una notevole capacità di resistenza, la giovane Rebecca sopporta con sacrificio i duri allenamenti a cui la sottopone Furniss, abbinandovi una tale forza mentale che la fanno ritenere una promessa in chiave futura, oltretutto confortati dall’esito dei Campionati Europei Juniores di Lisbona 2004, dove la 15enne di Nottingham si impone in 8’39”63 sui m.800sl, in una Rassegna dove emerge, in campo maschile, il tedesco Paul Biedermann, trionfatore sui 200, 400 e 1500 metri a stile libero.

Attesa pertanto a confermarsi ai massimi livelli l’anno seguente, la stagione 2005 si rivela al contrario drammatica per la Adlington, dapprima alle prese con una febbre ghiandolare che ne ritarda la preparazione, e quindi con l’ancor più grave caso della sorella Laura che viene colta da encefalite, lottando per oltre un mese tra la vita e la morte e, pur riprendendosi, tale esperienza ha ripercussioni traumatiche su Rebecca, anche se sarà poi la stessa a trasformarle in energia positiva, rivelando in seguito come: “Tale vicenda mi ha reso più determinata, convincendomi ad intensificare gli allenamenti …!!”.

Per un inspiegabile senso di imitazione, una specialità come quella del mezzofondo a stile libero – che non aveva mai regalato medaglie olimpiche e/o mondiali al nuoto britannico, fatto salvo l’argento di Sarah Hardcastle sui m.400sl ai Giochi di Los Angeles ’84 e di Jackie Willmot sui m.800sl alla Rassegna iridata di Guayaquil ’82 – improvvisamente si risveglia tutta d’un tratto, con le nuotatrici di sua Maestà a far loro quattro delle sei medaglie in palio tra i m.400 ed 800sl ai Campionati Europei di Budapest 2006 …

Purtroppo per loro, detta Rassegna Continentale vede il dominio assoluto – oltre che della tedesca Bretta Steffen, Oro sui m.50 e 100sl e con le staffetta 4×100 e 4x200sl, nonché argento con la 4x100mista – della francese Laure Manaudou già Oro sui m.400sl ed argento sui m.800sl due anni prima ai Giochi di Atene ’04, la quale fornisce una prova di incredibile versatilità, imponendosi sui m.100 dorso e sui m.200 misti per poi spopolare a stile libero …

Terza, difatti, sulla più corta distanza dei m.200sl, la fuoriclasse transalpina trionfa sui m.400sl migliorando in 4’02”13 il suo fresco record mondiale stabilito tre mesi prima ai campionati Nazionali, alle cui spalle si piazzano la 20enne Joanna Jackson e Caitlin McClatchey, con i rispettivi tempi di 4’07”76 e 4’08”13 …

Non maggiore resistenza offre la 17enne Adlington rispetto alle proprie compagne sulla più lunga distanza, che la non ancora 20enne Manaudou si aggiudica con il primato europeo di 8’19”29, a 3”07 dal limite assoluto che l’americana Janet Evans detiene dal 20 agosto 1989, mentre la mezzofondista britannica riesce comunque a prevalere (8’27”88 ad 8’28”40) sulla più esperta connazionale Rebecca Cooke, già bronzo sui m.800sl ai Mondiali di Barcellona 2003.

Il vantaggio anagrafico rispetto alle sue avversarie fa sì che alla Federazione britannica si attenda una crescita della Adlington nel successivo biennio, che prevede quali appuntamenti clou i Mondiali di fine marzo 2007 a Melbourne e le Olimpiadi in programma a Pechino ad inizio agosto 2008.

Con la Gran Bretagna a schierare in Australia nelle due prove del mezzofondo le stesse coppie degli europei di Budapest, i risultati sono, viceversa, sconfortanti, in quanto la sola Jackson raggiunge la Finale dei m.400sl – peraltro conclusa non meglio che settima in 4’07”42 – mentre le altre tre rappresentanti del Regno Unito falliscono per un soffio la qualificazione all’atto conclusivo, con la McClatchey nona in batteria sulla più corta distanza, e le due Rebecca, Cooke ed Adlington, rispettivamente nona e decima coi tempi di 8’35”25 ed 8’36”26, di quasi 10” superiori a quanto fatto registrare l’anno prima nella Rassegna Continentale …

Può darsi che sulla controprestazione della 18enne inglese sia incisa la collocazione dell’evento a fine marzo, in ogni caso il carattere di un’atleta si vede principalmente in come riesce a superare le delusioni, e, sotto questo profilo, miglior risposta non può venire da una Adlington che, uscita in lacrime dalla piscina australiana, giura a sé stessa una pronta riscossa per la stagione olimpica.

La fondamentale caratteristica di Rebecca è costituita proprio dalla caparbietà e, sfruttando il maggior tempo a disposizione per preparare al meglio la nuova stagione che ha come obiettivo le Olimpiadi di Pechino, ecco che ai Campionati britannici – valevoli anche come Selezione per i Giochi – si aggiudica le prove sia sui m.200 che 400 ed 800sl, anche se poi rinuncia alla prova più breve – dove ha comunque stabilito in 1’56”66 il suo “Personal Best” in carriera – per concentrarsi su quelle dove ha maggiori probabilità di successo …

La prima prova in programma sono i m.400sl che, per esigenze televisive Usa, vedono disputarsi le batterie al pomeriggio di Pechino del 10 agosto e la Finale al mattino del giorno dopo e la concorrenza è di livello assoluto, visto che già nella quinta serie l’americana Katie Hoff migliora in 4’03”71 il record olimpico che risaliva ai tempi della fuoriclasse Janet Evans di Seul 1988, solo per vederselo superare nella serie seguente dall’azzurra e primatista mondiale Federica Pellegrini, che nuota in 4’02”19, trascinandosi però dietro la Adlington che, con 4’02”24 stabilisce il nuovo primato nazionale, mentre il quarto miglior riscontro cronometrico viene ottenuto dall’altra rappresentante britannica Jackson …

Con le grandi favorite ad aver già scoperto le proprie carte in batteria, ci si attendono scintille in Finale, a cui partecipa altresì una Manaudou pur qualificatasi con l’ultimo tempo utile e la sua precaria condizione di forma viene confermata all’indomani, concludendo ultima e staccatissima …

La lotta per le medaglie vede partire in testa l’americana Hoff, la quale transita al comando a metà gara in 2’01”05, seguita dalla francese Coralie Balmy (2’01”24) e dalla Pellegrini (2’01”32), con le due britanniche Adlington e Jackson (2’01”56 e 2’01”60) praticamente appaiate …

Con cinque atlete racchiuse nello spazio di mezzo secondo, ci si attende l’attacco dell’azzurra ai 300 metri, mentre viceversa è ancora la Hoff a guidare in 3’01”91, allungando il proprio margine sia sulla Balmy (3’02”82) che sulla primatista mondiale (3’03”08), a sua volta attaccata dalla Jackson (3’03”08) nel mentre la Adlington appare un tantino attardata, visto il suo passaggio in 3’03”36 con un distacco di 1”45 dall’americana …

E, mentre la Pellegrini cede clamorosamente nelle ultime due vasche, concludendo non meglio che quinta in 4’04”56, ecco che alla virata dei 350 metri la Hoff mantiene intatto il proprio vantaggio, transitando in 3’32”58, con l’unica variante costituita dalla rimonta della Jackson (3’33”66 a 3’33”72) sulla Balmy, risultando alquanto scarse le possibilità non solo di vittoria, ma anche di podio, della Adlington, cronometrata in 3’34”04 …

Pensare di recuperare 1”46 in soli 50 metri sembra un’impresa pressoché impossibile, ma è al contrario qui che viene fuori tutto il carattere della ragazza di Nottingham, che stampa un’ultima vasca da 29”18 che la porta a recuperare, bracciata dopo bracciata, sulla Hoff per poi beffarla per l’inezia di appena 0”07 centesimi (4’03”22 a 4’03”29), con il podio completato dalla Jackson, a propria volta davanti alla francese (4’03”52 a 4’03”60) di soli 0”08 centesimi.

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L’esultanza della Adlington all’arrivo dei m.400sl – da:gettyimages.dk

Poco importa se i tempi risultano superiori a quelli delle batterie – nel mezzofondo ciò accade spesso, rispetto a quanto si verifica, al contrario, nelle prove di velocità – dato che nelle grandi manifestazioni contano le medaglie, ed aver riportato l’Union Jack sul più alto pennone a 20 anni di distanza dal successo di Moorhouse a Seul ’88, ed addirittura a 48 dall’ultima vittoria di una nuotatrice, fanno della Adlington una sorta di eroina in Patria …

Ma non c’è tempo per festeggiare, visto che un’altra ed ancor più dura prova l’attende – nel mentre la Pellegrini si riscatta facendo suo l’Oro sui m.200sl con tanto di record mondiale in 1’54”82 strappandolo alla rivale Manaudou – ovvero gli 800 metri stile libero, per i quali sono in programma le batterie al pomeriggio del 14 e la Finale al mattino del 16 agosto.

Il successo sui m.400sl proietta la britannica nel ruolo di favorita anche sulla doppia distanza, circostanza che non la spaventa, visto che in batteria realizza il miglior tempo di 8’18”06 che, oltre a migliorare il record olimpico dell’americana Brooke Bennett stabilito a Sydney 2000, avvicina il limite mondiale detenuto ancora da Janet Evans con i suoi 8’16”22 nuotati ai “Campionati Pan Pacifici” di Tokyo 1989 …

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La Adlington in azione nella batteria dei m.800sl – da:gettyimages.fi

In più, una buona notizia le giunge dalla mancata qualificazione – avendo concluso con il decimo ed undicesimo tempo – delle due americane Kate Ziegler ed Hoff, specie per la prima, bicampionessa mondiale sia sui m.800 che sui 1500sl alle Rassegne iridate di Montreal ’05 e Melbourne ’07 e presentatasi a Pechino, al pari della Manaudou, non certo nelle migliori condizioni …

E, quanto rocambolesco era stato il successo sui m.400sl, così al contrario una marcia trionfale diviene l’affermazione sulla doppia distanza per una Adlingtn che, già a metà gara ha fatto il vuoto alle proprie spalle – fatta salva la rumena Camelia Potec, che la segue (4’05”72 a 4’07”93) a poco più di 2” di distacco per poi pagare tale sforzo nella seconda parte vedendosi sfuggire il bronzo per soli 0”08 centesimi (!!) – avendo quindi come unico avversario il cronometro nella caccia al record mondiale …

Primato che cade a distanza di 19 anni allorché la britannica va a toccare in perfetta solitudine in 8’14”10 – migliorando pertanto il limite della Evans ci ben 2”12 – mentre i colori azzurri festeggiano lo splendido argento della romana Alessia Filippi, che, con una gara accorta, rimonta sino a concludere in 8’20”23, mentre come detto il bronzo sfugge alla Potec (8’23”03 ad 8’23”11) a beneficio della danese Lotte Friis …

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La felicità della Adlington al record mondiale sui m.800sl – da:gettyimages.it

Con le sue due medaglie d’oro a rappresentare le uniche vittorie britanniche ottenute al “Beijing National Aquatics Centre” della Capitale cinese, inutile dire che i media le riservino attenzioni tali da fare divenire la Adlington una sorta di celebrità in Patria, visto che ai doverosi titoli in prima pagina fanno seguito una sfilata in autobus scoperto nella sua città natale di Mansfield e, soprattutto, la nomina ad “Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico” ricevuta direttamente dalle mani della Regina Elisabetta II a Buckingham Palace.

Ma Rebecca non dimentica la promessa fatta alla sorella Laura ed ecco che sfrutta la notorietà per farsi portavoce dell’Associazione contro l’Encefalite, tutte attività che in parte condizionano la sua preparazione in vista dei Mondiali di Roma 2009, dove, peraltro, la Adlington offre un’ulteriore prova della sua integrità sportiva rifiutandosi di indossare i discussi “costumi gommati”, incurante del fatto che ciò possa nuocerle in fatto di prestazioni …

Di diverso avviso la più volte ricordata connazionale Jackson, che ai Campionati britannici di metà marzo 2009 addirittura toglie alla Pellegrini il record mondiale sui m.400sl nuotando la distanza in 4’00”66, anche se il suo record, a differenza di quello stabilito dalla Adlington a Pechino, avrà ben poca durata …

Ciò in quanto la Rassegna iridata di Roma passa alla Storia – oltre che per l’eccezionale numero di record stabiliti, 13 in campo maschile e 14 in quello femminile – per le due “barriere” abbattute dalla Pellegrini, prima donna al Mondo a nuotare sia i m.200sl sotto l’1’53” netto, andando a toccare in 1’52”98 (primato tuttora ineguagliato …) che, soprattutto, a scendere sotto il “muro dei 4’ netti” sulla doppia distanza, dove si impone in 3’59”15, davanti alla coppia britannica, la quale realizza i rispettivi “Personal best” in carriera, con la Jackson argento in 4’00”60 e la Adlington bronzo in 4’00”79.

Jackson che ottiene un secondo argento nella Finale dei m.800sl in 8’16”66, preceduta solo dalla danese Friis (8’15”92), in una gara dove la primatista mondiale si deve accontentare dei margini del podio, avendo nuotato in 8’17”90 alle spalle della beniamina di casa Filippi, bronzo in 8’17”21.

Dopo aver entrambe contribuito al bronzo della staffetta 4x200sl con il record europeo di 7’45”51, la Adlington vince la propria battaglia in quanto la FINA mette al bando i costumi che hanno favorito una tale ecatombe di record, avviandosi a riconquistare il ruolo di vertice che le spetta nell’ultimo triennio di attività …

Il primo appuntamento è costituito dai Campionati Europei di inizio agosto 2010 a Budapest, dove la Adlington si aggiudica il titolo sui m.400sl (in assenza della Pellegrini …) in 4’04”55 per poi deludere nella Finale dei m.800sl – curiosamente disputati dalla Pellegrini che sale sul podio come terza in 8’24”99 – dove conclude non meglio che settima in 8’27”48 e quindi contribuire, schierata in prima frazione, al bronzo della staffetta 4x200sl.

Stagione che, comunque, si conclude in gloria per la 21enne inglese grazie al doppio successo sui m.400sl (4’05”68) e sui m.800sl (8’24”69) ottenuto ai “Commonwealth Games” di inizio ottobre 2010 svoltisi a Delhi, in India, cui aggiunge altresì il bronzo sui m.200sl e con la staffetta 4x200sl, giusto per riprendere confidenza con il gradino più alto del podio in vista dei Mondiali di Shaghai 2011.

Rassegna iridata che si svolge nell’ultima settimana di luglio 2011 ed il ritorno in Cina è quanto di più beneaugurante per la britannica che, come da programma, fa il suo esordio sui m.400sl che, a differenza delle Olimpiadi, prevedono batterie al mattino e Finale al pomeriggio del 24 luglio, con la Adlington a prendersela “un po’ troppo comoda” tanto da rischiare la qualificazione, visto il settimo tempo di 4’07”38 nuotato, nel mentre la primatista e Campionessa mondiale uscente Pellegrini fa registrare il miglior tempo di 4’04”76 …

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Pellegrini ed Adlington Oro e argento sui m.400sl ai Mondiali 2011 – da:zimbio.com

Una Pellegrini oramai in grado di gestire a proprio piacimento le energie sulle otto vasche e, dopo essere transitata a metà gara in terza posizione – peraltro a soli 0”20 centesimi (2’02”10 a 2’02”30) dalla Adlington – innesta il turbo nel terzo quarto di gara per andare a replicare il titolo di Roma in assoluta tranquillità (4’01”97), mentre la britannica difende la seconda posizione per soli 0”05 centesimi (4’04”01 a 4’04”06) dall’assalto della 22enne francese Camille Muffat, a cui il destino riserva una prematura, tragica scomparsa, vittima di un incidente aereo nel marzo 2015.

Quattro giorni di riposo – la Adlington viene esentata dal far parte della staffetta 4x200sl – ed il 29 luglio eccola di nuovo in vasca per le batterie dei m.800sl, con Finale prevista il giorno appresso, ed in cui la più seria rivale non può che essere la già riferita danese Friis, che sta vivendo il suo periodo migliore, coronato dalla doppietta m.800/1500sl agli Europei di Budapest dell’anno precedente …

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La Adlington impegnata nella Finale dei m.800sl ai Mondiali 2011 – da:gettyimages.co.uk

Ed, in effetti, qualificatesi con i due migliori tempi, la Finale si risolve in una “lotta a due” – in cui cerca inizialmente di inserirsi la “rinata” Kate Ziegler, che poi cede progressivamente salvando comunque il bronzo – tanto che a metà gara appena 0”06 centesimi (4’09”32 a 4’09”38) le dividono …

Danese che passa al comando al rilevamento successivo, per poi mantenere la testa sino all’ultima virata (7’48”39 a 7’48”60) per poi, nonostante nuoti l’ultima vasca in un eccellente 29”81, essere costretta ad arrendersi all’imperioso “rush finale” della britannica che va ad imporsi in 8’17”51 rispetto all’8’18”20 della sua avversaria.

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La Adlington festeggia il titolo iridato sui m.800sl a Shanghai – da:independent.co.uk

Avendo oramai nel proprio Palmarès Ori in tutte e quattro le grandi Manifestazioni – Olimpiadi, Mondiali, Europei e “Commonwealth Games – la Adlington sa che difficilmente potrà essere ancora competitiva per la vittoria alle prossime Olimpiadi, ma il fatto che le stesse si disputino a Londra, fa sì che non possa deludere un pubblico che l’adora e che le perdonerà, a prescindere, qualsiasi risultato …

Non crediate però che ciò non voglia dire, per una stakanovista quale essa è, prepararsi per l’evento in modo approssimativo, solo che nel Nuoto il “ricambio generazionale” è quanto mai veloce ed “il nuovo che avanza” fa la sua comparsa proprio allo “Aquatics Centre” della capitale londinese …

Ne sa qualcosa la ricordata danese che, nonostante realizzi sui m.400sl il record nazionale con 4’03”98, deve accontentarsi di restare ai margini del podio, in una Finale dove la sfortunata Muffat raggiunge l’apice della carriera avendo la meglio (4’01”45 a 4’01”77) sulla 22enne americana Allison Schmitt, con la Adlington a far suo il bronzo in 4’03”01.

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Adlington, Muffat e Schmitt a Londra 2012 – da:gettyimages.in

L’ultima recita della fuoriclasse britannica va in scena il 3 agosto 2012 con la Finale dei m.800sl, dopo che il giorno prima appena 0”11 centesimi (8’21”78 ad 8’21”89) l’avevano divisa dalla sua acerrima rivale Friis nel far registrare i migliori tempi in batteria …

Con il terzo miglior tempo si era qualificata per la Finale l’appena 15enne di Washington, destinata a riscrivere le classifiche del mezzofondo dai 400 ai 1500sl, e la cui prima pagina viene riempita proprio a Londra con una condotta di gara che la vede al comando dall’inizio alla fine, sino ad andare a concludere nello strepitoso record Usa di 8’14”63 (a soli 0”53 centesimi dal primato assoluto della britannica …), nel mentre la Adlington, sospinta dal proprio pubblico, paga stavolta una gara troppo dispendiosa in avvio, facendosi rimontare dalla spagnola e quanto mai versatile Mireia Belmonte Garcia, che la sopravanza ai 650 metri, per soffiarle l’argento …

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Ledecky ed Adlington all’arrivo dei m.800sl a Londra 2012 – da:independent.co.uk

Come detto, nei successivi 7 anni l’americana non conosce rivali nel mezzofondo, facendo suoi i record mondiali dai m.400 sino ai m.1500sl – quello della Adlington sui m.800sl viene migliorato una prima volta in 8’13″86 ai Mondiali di Barcellona 2013 – ma il messaggio lanciato dalla britannica viene raccolto dalla connazionale Jazmin Carlin, che ai Giochi di Rio de Janeiro 2016 si arrende, su entrambe le distanze olimpiche, solo di fronte alla “Bambina prodigio” americana …

Ed è questa, indubbiamente la migliore eredità lasciata dallaRegina del Nuoto britannico” …

 

 

IL VENTO DELL’EST SUL PRIMO CAMPIONATO EUROPEO PER NAZIONI

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L’Urss Campione d’Europa 1960 – da:agones.gr

Articolo di Giovanni Manenti

Se non si può disconoscere agli inglesi il ruolo di pionieri in moltissime Discipline sportive – ma con il grave limite di un altezzoso isolazionismo nella relativa pratica – allo stesso tempo va riconosciuto alla Francia il merito della divulgazione dello Sport a livello mondiale …

Chi, difatti, se non il Barone Pierre De Coubertin ebbe l’idea di promuovere le “Olimpiadi dell’Era Moderna”, divenute poi la massima rassegna planetaria a livello sportivo ed a chi, se non a Jules Rimet, si deve la creazione dei Campionati Mondiali di Calcio …??

Alla stessa stregua, fu il Direttore de “L’Equipe”, Gabriel Hanot, a lanciare l’idea della Coppa dei Campioni per Club, nata nel 1955 ed alla quale fece seguito la nascita del Campionato d’Europa per Nazioni su iniziativa del Segretario Generale della UEFA, Henry Delaunay, peraltro scomparso tre anni prima che la Manifestazione avesse inizio, portata avanti dal proprio figlio Pierre.

Personaggio a cui viene pertanto intitolato il Trofeo – Coppa Henry Delaunay – messo in palio a favore della squadra della Nazione vincitrice, ma alla prima edizione, così come avvenne 30 anni prima per i Campionati Mondiali, non sono poche le defezioni …

Dapprima, diremmo quasi scontata, l’assenza delle formazioni britanniche – vale a dire Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda del Nord, troppo impegnate nella disputa del “British Home Championship” (“Torneo Interbritannico” …) per potersi degnare di fare tappa sul Continente – cui peraltro fanno seguito le rinunce sia di Italia, ancora a “leccarsi le ferite” della mancata partecipazione ai Mondiali di Svezia ’58, che della Germania Ovest, con pertanto alcune delle più grandi realtà calcistiche europee a disertare la Manifestazione, ivi compresa, a sorpresa, anche la Svezia finalista ai Mondiali disputati in casa …

Di contro, massiccia è la presenza al gran completo delle formazioni dell’Est Europa – Urss, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Germania Est ed Jugoslavia – sempre pronte a rivendicare una loro superiorità rispetto al resto del Vecchio Continente specie negli Sport di squadra, anche se l’esito delle prime edizioni della ricordata Coppa dei Campioni, con 5 vittorie consecutive del Real Madrid (ed altresì due italiane, altrettante francesi ed una tedesca occidentale a disputare la Finale …) non depone così a loro favore.

Ma i Club occidentali possono contare sull’apporto degli stranieri – spesso anche sudamericani – cosa viceversa impossibile in una competizione per Nazioni ed, in effetti, il relativo svolgimento, quantomeno di questa prima edizione, con rose composte altresì da giocatori tutti militanti in formazioni dei rispettivi Paesi, dà ragione a questa tesi …

Pertanto, con 17 Nazioni iscritte, si rende necessario un turno preliminare per ridurle a 16 ed a farne le spese è la Repubblica d’Irlanda, la quale non riesce a conservare il doppio vantaggio conseguito nella gara di andata, venendo travolta per 0-4 a Bratislava dalla Cecoslovacchia.

Ridotte a 16 le partecipanti, la Formula ricalca quella consolidata della Coppa dei Campioni, con abbinamenti per sorteggio e qualificazione al turno successivo con partite di andata e ritorno, fatto salvo che per le quattro semifinaliste che si affrontano in gara unica per la Fase Finale da disputarsi in un unico Paese.

Un calendario internazionale all’epoca ancora non ben strutturato fa sì che vi sia una notevole discrepanza temporale nella disputa dei relativi incontri – prova ne sia il caso eclatante della sfida tra Unione Sovietica ed Ungheria, con l’andata svoltasi a Mosca il 28 settembre 1958 ed il ritorno a Budapest esattamente un anno dopo (!!) – con gli Ottavi di Finale a concludersi il 25 ottobre 1959 …

La prima squadra a qualificarsi per i Quarti è la Francia, che travolge per 7-1 (doppiette di Fontaine, Vincent e Cisowski ed acuto di Kopa) la Grecia a Parigi per poi pareggiare 1-1 al ritorno, seguita dalla Romania, che dopo un 3-0 sulla Turchia maturato nel finale della gara di andata, rischia ad Istanbul, trovandosi sullo 0-2 a più di mezzora dal termine, portando comunque a casa la qualificazione.

In una settimana – tra il 21 ed il 28 giugno 1959 – si svolgono le gare tra Germania Est e Portogallo, con i lusitani ad imporsi sia a Berlino (2-0) che ad Oporto (3-2) in una serie in cui spicca Coluna, autore di 3 reti, per poi toccare all’Austria staccare il biglietto per i Quarti, allorché il 23 settembre 1959 replicano al “Praterstadion” di Vienna, con un pesante 5-2, il successo per 1-0 colto in trasferta a maggio in Norvegia.

Quattro giorni dopo – ed ad un anno di distanza, come già riferito – l’Unione Sovietica certifica con la vittoria per 1-0 a Budapest il passaggio del turno a spese di un’Ungheria già sconfitta per 3-1 a Mosca, per poi toccare alla Spagna – una delle favorite del Torneo – completare la distruzione della Polonia, superandola per 3-0 a Madrid dopo la lezione impartita a giugno a Chorzow, con un 4-2 impreziosito dalle doppiette dei fuoriclasse Suarez e Di Stefano, quest’ultimo a segno anche al ritorno.

Una Cecoslovacchia che ha disputato il preliminare con l’Irlanda ad inizio maggio 1959 – quando altre formazioni si erano già qualificate per i Quarti (!!) – è di conseguenza costretta a posticipare i propri incontri con la Danimarca e, dopo il pari per 2-2 ottenuto a Copenaghen il 23 settembre dopo essersi trovata sotto per 0-2, definisce la sfida con un pesante 5-1 il 18 ottobre a Brno, anche in questo caso, curiosamente, dopo essere passata in svantaggio.

Resta un’ultima squadra per completare il quadro delle otto qualificate per i Quarti di Finale, e tale biglietto se lo aggiudica la Jugoslavia che, dopo il successo interno per 2-0 a Belgrado, resiste al tentativo di riscossa della Bulgaria a Sofia, grazie alla rete di Mujic che annulla, dopo appena 2’, il vantaggio di Diev per i padroni di casa.

Pur con le “defezioni eccellenti” ricordate in premessa, il quadro delle ammesse ai Quarti è comunque di buon livello, comprendendo formazioni di spessore quali Francia (terza ai Mondiali 1958), Urss ed Jugoslavia (eliminate ai Quarti della citata Rassegna iridata …), Portogallo, Cecoslovacchia, Austria e Romania, oltre alla Spagna, che rappresenta un caso particolare …

Potendo, difatti, contare sui naturalizzati Ladislao Kubala ed Alfredo Di Stefano, le “Furie Rosse” sono in grado di mettere assieme un “attacco da paura” con l’aggiunta di Tejada, Suarez e Gento, il che fa della compagine iberica la netta favorita per la conquista del titolo, se non che “il Diavolo ci mette lo zampino”, sotto forma di un sorteggio maligno che l’abbina proprio all’Unione Sovietica, in pratica il Paese leader dell’ideologia comunista contro il regime franchista del “Generalissimo”, ultimo baluardo fascista dell’Europa occidentale …

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Una formazione della Spagna del 1960 – da:sefutbol.com

Ovvio che tale accoppiamento generi non poche problematiche a livello politico, per cercare di dirimere le quali viene lasciato un maggior lasso di tempo, calendarizzando le due sfide tra fine maggio ed inizio giugno 1960, con l’andata a Mosca ed il ritorno a Madrid …

Nel frattempo, gli altri accoppiamenti hanno esiti molto netti, con la Francia a qualificarsi per prima per la Fase Finale non avendo pietà dell’Austria sia all’andata a Colombes (5-2 con tripletta di Just Fontaine, il Capocannoniere dei Mondiali di Svezia …) che al ritorno al “Praterstadion” di Vienna, con un altrettanto eloquente 4-2.

La Jugoslavia, dal canto suo, rischia contro il Portogallo, trovandosi sotto per 0-2 a Lisbona, prima che una rete di Kostic a 9’ dal termine renda meno problematico il ritorno a Belgrado, dove lo stesso attaccante della Stella Rossa sigla una doppietta ad inizio ripresa nel 5-1 a favore della formazione di Ljubomir Lovric.

Senza difficoltà alcuna, viceversa, la qualificazione della Cecoslovacchia che – nell’arco di una settimana, dal 22 al 29 maggio 1960 – si sbarazza della fragile Romania, risparmiandole una cocente umiliazione, visto che dopo il 2-0 dell’andata a Bucarest, non infierisce dopo essersi trovata al ritorno sul 3-0 quando non è ancora trascorso il 20’ di gioco.

Il citato 29 maggio è altresì la data fissata per la gara di andata tra Unione Sovietica e Spagna, ma Franco vieta ai suoi giocatori di recarsi a Mosca per disputare l’incontro e, come logica conseguenza, l’UEFA non può che prendere la decisione di estromettere gli iberici dalla competizione, con ciò confermano quella sorta di “Maledizione” che ha impedito a Di Stefano di cogliere un successo con una Nazionale nel corso della propria carriera …

Rimasta pertanto l’unica a difendere lo strapotere dell’Europa orientale, la Francia si vede assegnare l’organizzazione della Fase Finale della prima edizione del “Campionato Europeo per Nazioni, un po’ per doveroso omaggio all’ideatore della Manifestazione Henry Delauney e, soprattutto, per le garanzie offerte circa una maggiore esperienza nel proporre eventi del genere …

Detto questo, altri problemi – stavolta di natura tecnica – assillano il Commissario Tecnico Albert Batteux, il quale deve rinunciare per infortunio ai suoi due attaccanti principe, ovvero Just Fontaine, dal quale non si riprenderà mai appieno, ed il polacco naturalizzato francese Raymond Kopa, così che tra i 17 selezionati (date le sole due gare da disputarsi …) gli unici giocatori di un certo spessore sono il difensore Robert Jonquet, il centrocampista Jean-Jacques Marcel e l’attaccante Jean Vincent, quest’ultimo affiancato dal promettente 23enne Maryan Wisnieski, anch’esso di chiari origini polacche.

Di contro, le tre rappresentati dell’Europa dell’Est – che rappresentano, al momento, una importante realtà nel panorama continentale, confermata due anni dopo ai Mondiali in Cile, con la Cecoslovacchia finalista, la Jugoslavia semifinalista e l’Urss eliminata ai Quarti – possono contare su di una maggiore esperienza internazionale, dovuta al fatto di poter partecipare, considerato lo “status” di Dilettanti dei propri giocatori, alle Olimpiadi che, non a caso, hanno visto Urss ed Jugoslavia disputare la Finale ai Giochi di Melbourne ’56, con gli slavi che faranno proprio l’Oro ai Giochi di Roma del successivo mese di settembre …

Ma il tempo delle chiacchiere è finito, quello che conta adesso è il verdetto del campo e la sera del 6 luglio 1960 sapremo già chi saranno le due finaliste, con i padroni di casa francesi a dare il via alla Manifestazione affrontando la Jugoslavia alle ore 20:00 al “Parc des Princes” di Parigi, mentre alle 21:30 tocca ad Unione Sovietica e Cecoslovacchia sfidarsi allo “Stade Velodrome” di Marsiglia.

Con il Calcio a non aver ancora pienamente attecchito nel cuore dei transalpini, visto che poco più di 25mila spettatori – per fare un raffronto, appena due mesi prima, nel ben meno capiente impianto di Colombes, oltre 30mila persone si erano godute il successo per 23-6 dei “Bleus” sull’Irlanda nel “Cinque Nazioni” di Rugby – prendono posto sulle tribune, venendo peraltro ricompensati dall’assistere ad uno dei match più incredibili nella Storia dell’intera Manifestazione …

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L’ingresso in campo di Francia ed Jugoslavia – da:dailymail.co.uk 

Da due squadre votate all’offensiva – chiara dimostrazione il 9-4 complessivo della Francia all’Austria ed il 6-3 rifilato dalla Jugoslavia al Portogallo – era lecito attendersi un match ricco di reti, così che qualcuno storce il naso dal momento che dopo il “botta e risposta” nell’arco di 60”  (al vantaggio di Galic dopo 11’ replica Vincent …) si debba attendere il 43’ prima che il 22enne François Heutte consenta ai padroni di casa di andare al riposo sul 2-1 a proprio favore …

Ma come in una sagra paesana, i “fuochi d’artificio” sono riservati alla ripresa, ed ecco quindi che le tre reti realizzate nella prima frazione di gioco, vengono replicate in poco più di un quarto d’ora del secondo tempo, con gli spettatori a non credere ai propri occhi nel vedere i propri beniamini portarsi dapprima sul 3-1 con Wisnieski al 53’ e quindi, dopo la rete di Zanetic che riduce le distanze, realizzare il punto del 4-2 ancora grazie ad Heutte che, nel corso della Manifestazione, realizza tre dei suoi quattro centri complessivi con la maglia della Nazionale …

Il tempo trascorre e le possibilità di una Francia finalista – evento che non farebbe altro che confermare il trend derivante dal terzo posto mondiale del 1958 e dalla Finale di Coppa dei Campioni disputata dal Reims l’anno seguente – sembrano prendere maggiore vigore sino a che non si entra nell’ultimo quarto d’ora di gioco …

Ovvio che di fronte ad un attacco in cui giostrano Jerkovic, Galic, Sekularac ed il già ricordato Kostic non ci si debba mai rilassare, ma se poi a dar loro una mano provvede anche l’estremo difensore George Lamia – alla sua sesta, nonché penultima, apparizione con la propria Nazionale – quanto mai incerto, ecco che dalla gioia si può passare all’incubo più profondo nello spazio di appena 4’, visto che dopo che l’ala destra Tomislav Knez riduce le distanze al 75’, tocca a Jerkovic (futuro Capocannoniere due anni dopo ai Mondiali in Cile …) realizzare una doppietta nell’arco di un solo giro di lancetta e ribaltare il risultato sino al 5-4 definitivo, impensabile solo pochi minuti prima.

Completamente diverso lo svolgimento della seconda semifinale, dominata in lungo ed in largo dall’Unione Sovietica nonostante la Cecoslovacchia schieri in difesa il celebre portiere Schrojf, unitamente a Novak e Popluhar, e potesse contare sul leggendario Josef Masopust – primo giocatore dell’Europa orientale a ricevere nel 1962 il “Ballon d’Or” messo in palio dalla rivista francese “France Football” – in una sfida che, dopo la rete d’apertura siglata poco oltre la mezz’ora da Valentin Ivanov, 25enne attaccante della Torpedo Mosca, non ha più storia …

E’ lo stesso Ivanov, difatti, ad andare ancora a segno al 56’ a conclusione di un’azione personale che lo porta a dribblare anche l’estremo difensore avversario, per poi toccare a Ponedelnik fissare il punteggio sul definitivo 3-0 con una violenta conclusione di destro al 66’, mentre i frastornati cecoslovacchi sprecano anche la più ghiotta delle occasioni per cercare di rientrare in partita allorché, appena 1’ dopo, Vojta calcia a lato un penalty, forse intimorito dalla presenza tra i pali del “Ragno nero” Lev Jascin.

Cecoslovacchia che si consola con il successo per 2-0 (di Bubnik al 58’ e di Pavlovic all’88’ le reti …) nella Finale per il terzo posto disputatasi il 9 luglio a Marsiglia – davanti a meno di 10mila spettatori (!!) – su di una Francia per la quale disputa l’ultima delle sue 58 partite, con fascia di Capitano al braccio, il 35enne Robert Jonquet, leader di quel Reims per 5 volte Campione nel corso degli anni ’50.

Ma oramai l’attenzione è tutta rivolta alla Finale per il titolo, che va in scena al “Parc des Princes” di Parigi la sera del 10 luglio 1960, dove il Direttore di gara inglese Arthur Ellis – l’arbitro italiano Cesare Jonni aveva diretto sia la semifinale tra Urss e Cecoslovacchia che la sfida per il terzo posto – dà il fischio d’inizio alle ore 21:30 davanti a meno di 18mila spettatori (17.966 per la precisione …), la più bassa capienza nella Storia della Manifestazione, anche se vi incidono, e non poco, le difficoltà di trasferirsi all’estero per i residenti nei Paesi sotto il controllo sovietico …

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I Capitani Netto e Kostic prima della Finale – da:beyondthelastman.com

Per il Commissario tecnico Gavriil Kachalin non vi sono dubbi di formazione, confermando gli undici titolari che hanno schiantato la Cecoslovacchia, nel mentre le quattro reti subite dalla Francia costano il posto al portiere Soskic, rimpiazzato da Blagoje Vidinic, al pari del Capitano Branko Zebec – con un brillante futuro da Tecnico in Germania Ovest – e di Knez, rispettivamente sostituiti da Jovan Miladinovic e da Zeljko Matus, quest’ultimo al suo esordio in Nazionale …

Fini palleggiatori, per nulla intimoriti dalla maggiore fisicità dei propri avversari, gli jugoslavi comandano il gioco nella prima parte, sfiorando il vantaggio con un cross dalla sinistra di Galic per poco non tradotto in goal da una deviazione di testa in tuffo da parte di Jerkovic, per poi riuscire a sbloccare il risultato in chiusura di primo tempo allorché, a parti invertite, un cross dal fondo di Jerkovic viene raccolto sotto misura da Galic, abile ad anticipare di testa il Capitano sovietico Igor Netto e sorprendere sul primo palo Jascin con una precisa deviazione di testa …

Andata al riposo sotto di una rete, l’Urss ha la fortuna di trovare immediatamente il punto del pareggio al 4’ della ripresa, complice un difettoso intervento di Vidinic su conclusione da fuori di Bubukin, la cui corta respinta è raccolta da Slava Metreveli – alla sua quarta rete in 10 presenze in Nazionale – che può così battere a rete a porta sguarnita …

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La rete del pari di Metreveli – da:worldsoccer.com

Raggiunto il pari, l’Unione Sovietica ha la grande occasione per far suo l’incontro a 3’ dal termine dei tempi regolamentari, ed a sprecarla è Ivanov, così che la prima Finale dei campionati Europei è anche la prima che si prolunga ai supplementari, dove stavolta è Jerkovic a fallire la più ghiotta opportunità, non riuscendo a deviare un invitante passaggio a pochi metri dalla porta difesa da Jascin …

E, quanto mai fedele al motto “Goal sbagliato, goal subito”, ecco che a 7’ dal termine dei supplementari giunge, puntuale, la beffa, sotto forma di un’azione insistita sulla fascia sinistra da parte dell’estrema Mikhail Meskhi, il quale calibra un perfetto cross per la testa di Ponedelnik, il quale incorna alla perfezione non lasciando scampo al, questa volta incolpevole, Vidinic.

E’ la rete che sancisce la vittoria sovietica e, mentre il Capitano Igor Netto riceve la “Coppa Henry Delauney” per il successivo giro di campo di prammatica, resta curiosa la storia di Ponedelnik, primo calciatore del suo Paese ad essere convocato in Nazionale nonostante giocasse in Seconda Divisione, per poi bagnare l’esordio, il 19 maggio 1960, con una tripletta nel 7-1 rifilato alla Polonia in amichevole, e quindi confermarsi andando a segno sia in semifinale che in Finale agli Europei, per quelle che erano solo la sua seconda e terza presenza …

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Netto ed i compagni con la Coppa – da:goal.com

Una prima edizione che va pertanto agli archivi nel “Segno dell’Est”, anche se favorito dalla mancata partecipazione di alcune big – ma, come suole dirsi, “gli assenti hanno sempre torto” – e, per quel che concerne, nello specifico, il successo dell’Unione Sovietica, con il dubbio di come sarebbe andata a finire qualora il sorteggio avesse abbinato la Spagna ad un’altra formazione …

Dubbio, solo in parte, fugato dall’esito dell’edizione successiva, in cui la Spagna – chiamata ad organizzare la fase Finale della Manifestazione – supera nell’atto conclusivo per 2-1 proprio una Unione Sovietica che, a scanso di equivoci, è l’indiscussa dominatrice dei primi quattro Campionati Europei, in quanto giunge in semifinale in ogni occasione, e disputa una seconda Finale nel 1972 a Bruxelles, sconfitta 0-3 dalla Germania Ovest.

Ma questa, come sempre si dice in questi casi, è un’altra Storia …

 

LA TRIPLETTA OLIMPICA D’ORO DEL “GRANDE MAESTRO” DELLA LOTTA LIBERA BUVAJSAR SAJTIEV

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Sajtiev in azione a Pechino 2008 – da

articolo di Nicola Pucci

Il russo Buvajsar Sajtiev, immenso interprete della lotta libera, ha un palmares tale che considerarlo tra i più grandi di sempre di una disciplina sportiva che evoca la leggenda dei Giochi dell’Antica Grecia, quando la lotta era assieme al pugilato la base del pancrazio, ovvero il combattimento senza regole, non è certo un azzardo.

Già campione olimpico ad Atlanta nel 1996, quando in finale dominò il coreano Park Jang-Soon con un eloquente 5-0,  e ad Atene 2004 (fu solo nono invece a Sydney nel 2000, sconfitto a sorpresa dall’americano Brandon Slay), quando altrettanto eloquentemente superò all’atto decisivo il kazako Gennadiy Laliyev per 7-0, Sajtiev vanta anche sei successi ai Mondiali ed altrettanti agli Europei, e quando si presenta alle Olimpiadi di Pechino del 2008 cerca il terzo trionfo ai Giochi: sarebbe il primo a riuscirci in un’unica categoria della lotta libera, seppur non consecutivamente, quella dei pesi welter, sotto i 74 kg.

Assente a Mondiali del 2007, dove si è imposto l’altro russo Makhach Murtazaliev che lo ha battuto ai campionati russi complice un infortunio al collo, e sconfitto nell’edizione iridata del 2006 dal bulgaro Mihail Ganev che gli infligge la seconda battuta d’arresto in carriera nei grandi eventi internazionali, Sajtiev, che adora Boris Pasternak e prima di ogni combattimento non manca di recitarne un poema come fonte di ispirazione, ha vinto proprio la sfida con Murtazaliev per rappresentare il suo paese a Pechino, e in Cina, il 20 agosto 2008, al China Agricultural University Gymnasium, seppur ormai 33enne, è nuovamente il favorito alla vittoria finale.

Il cammino verso la medaglia d’oro di questo ragazzo ceceno che giovanissimo lasciò la città natale di Chasavjurte per cercar fortuna nel centro di addestramento di Krasnoyarsk in Siberia e che ha nel fratello Adam, di due anni più giovane, un degnissimo erede capace di sostituirlo sul gradino più alto del podio proprio nella categoria dei pesi welter ai Mondiali del 1999 ad Ankara ed esser a sua volta campione olimpico a Sydney 2000 nella categoria riservata agli 85 kg., in effetti, non conosce ostacoli, vincendo agevolmente al primo turno con il coreano Cho Byung-Kwan, al secondo con il turco Ahmet Gulhan e al terzo con il cubano Iván Fundora, già medaglia di bronzo ad Atene nel 2004. In semifinale Sajtiev approfitta del forfait del bulgaro Kiril Terziev per arrampicarsi in finale dove trova l’uzbeko Soslan Tigiev (che verrà poi squalificato per esser risultato positivo alla metilexaneamina, vedendosi così revocata la medaglia d’argento).

La finale è drammatica, con Tigiev che si impone nel primo periodo e Sajtiev che ha bisogno di tutta la sua classe e di tutta la sua esperienza per aggiudicarsi gli altri due combattimenti e infine mettersi al collo la tanto ambita terza medaglia d’oro olimpica. E’ il canto del cigno di uno dei più grandi lottatori della storia, e il suo nome, per sempre da quei giorni, è citato assieme a quello degli eroi di Olimpia.

HARRISON DILLARD, IL RE DEGLI OSTACOLI CON UNA CHANCE DI RISERVA

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Harrison Dillard in allenamento – da:ideastream.org

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché il leggendario Jesse Owens stupisce il Mondo intero grazie alla conquista di quattro medaglie d’Oro alle Olimpiadi di Berlino 1936, nella sua città natale di Cleveland vi è un ragazzino di 13 anni che resta colpito dalla parata in onore del suo così celebre concittadino al ritorno dai Giochi, al punto da maturare l’idea, un giorno, di emularlo …

Un’ambizione vieppiù consolidata dal momento che ha l’occasione di incontrarlo di persona, ricevendo il graditissimo regalo di un paio di scarpette chiodate, le prime della sua vita, ed, in effetti, riescenell’intento, collezionando anch’egli 4 medaglie d’Oro olimpiche, solo che per compiere una tale impresa necessita di due edizioni dei Giochi – anche per il fatto di essere “caduto nella trappola” dei famigerati Trials – ma questo è, tutto sommato, un particolare secondario.

Harrison William Dillard, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce l’8 luglio 1923 nella più popolosa città dell’Ohio ed il primo passo per seguire le orme di Owens è quello di iscriversi alla “East Technical High School, la stessa frequentata dalla “Antilope d’Ebano”, per poi entrare a far parte del “Baldwin-Wallace College” di Berea.

Ed è nel 1942, all’età di 19 anni, che di Dillard si inizia a sentir parlare nell’ambiente dell’Atletica americana, allorché ai Campionati AAU, dapprima si classifica secondo tra gli ostacoli alti e terzo in quelli bassi nella Categoria Juniores e quindi, il giorno dopo, giunge quinto in 53”7 nella Finale dei m.400 ostacoli tra i Seniores …

Quello del giro di pista con barriere è una specialità che viene ben presto abbandonata da Dillard, il quale preferisce concentrarsi sulle più corte distanze – ovvero i m.110 o le 120yds ad ostacoli, al pari delle 220yds ostacoli, gara questa prettamente americana – ivi compresi i 100 metri piani, scelta quest’ultima che si dimostra in seguito quanto mai azzeccata.

Costretto a “servire la Patria” nel corso della Seconda Guerra Mondiale – periodo in cui, peraltro, si mantiene in forma gareggiando in Italia e Germania con migliori risultati di 10”6 sui m.100 e di 14”6 sui m.110hs ottenuti nel 1945 – al ritorno negli Stati Uniti Dillard si dimostra pressoché imbattibile sugli ostacoli alti.

Detta indiscussa superiorità è certificata dal doppio successo – sia ai Campionati Universitari NCAA che a quelli Assoluti AAU – ottenuto nelle stagioni 1946 e ’47, imponendosi a livello College con il medesimo tempo di 14”2, nel mentre ai Campionati AAU al 14”2 del 1946 fa seguito il 14”0 dell’anno successivo, eguagliando altresì il record mondiale di 22”3 sulle 220yds ad ostacoli …

Atteso quindi ad una legittima conferma in occasione della stagione olimpica che ha come principale appuntamento il ritorno dei Giochi dopo due edizioni degli stessi cancellate a causa dei tragici eventi bellici, Dillard ribadisce il proprio ruolo di pretendente alla medaglia d’Oro sui m.110hs allorché, il 17 aprile 1948 a Lawrence, nel Kansas, ferma i cronometri sul tempo di 13”6 in una gara sulle 120yds, che rappresenta il nuovo record mondiale …

A fine giugno 1948, Dillard vanta un’incredibile serie di vittorie – degna di un Edwin Moses degli anni ’80 – costituita da qualcosa come 82 (!!) successi consecutivi tra ostacoli e piano che lo rendono il protagonista più atteso ai Campionati AAU di Milwaukee del 2 e 3 luglio, nonché ai Trials in programma ad Evanston, nell’Illinois, il weekend seguente …

Ma un programma che comprime nell’arco di soli 67’ batterie e Finali sia dei m.100 piani che dei m.110hs, fa sì che Dillard conosca la parola sconfitta su entrambe le distanze, battuto da Barney Ewell (10”6 a 10”7) sul piano e da Bill Porter (14”1 a 14”3) sugli ostacoli.

Un “campanello d’allarme” in vista dei Trials, gare in cui “è vietato sbagliare” e dove, comunque, il calendario che vede i m.100 fissati per il 9 luglio ed i m.110hs al giorno successivo consente a Dillard un più adeguato dispendio di energie …

Qualificatisi per la Finale dei 100 metri piani vincendo le rispettive batterie, ci si attende una sfida tra Ewell e Dillard, ma al colpo dello starter il più lesto a mettersi in moto è Ed Conwell – uno “sprinter puro” che dà il suo meglio nelle più brevi gare indoor – al cui inseguimento si pongono Ewell, Mel Patton e Dillard, ma mentre il primo va a dominare la scena dai 50 metri in poi, concludendo in 10”2 (10”33 elettronico) e Patton fa suo il secondo posto, il 25enne dell’Ohio strappa il terzo biglietto utile per Londra solo sul filo di lana, non sapendo quanto dovrà ringraziare quei 0”03 centesimi (10”50 a 10”53) che lo hanno separato da Conwell.

Ma l’aspettativa maggiore è riversata al giorno dopo per la rivincita tra Porter e Dillard sulla sua gara preferita, ovvero i m.110hs in cui si presenta nella veste di primatista mondiale, e l’esito delle batterie conferma tale previsione, aggiudicandosi i due le rispettive batterie con il medesimo tempo di 14”0 …

Quel che nessuno però avrebbe mai pensato di assistere è un Dillard incredibilmente impacciato in Finale, tanto da abbattere il secondo, quarto, sesto e settimo ostacolo e quindi perdere il ritmo e fermarsi prima dell’ottava barriera, una conclusione imbarazzante, con Porter, al contrario, ad imporsi in 13”9 con Craig Dixon e Clyde Scott a guadagnarsi il pass olimpico in 14”1 e 14”2 rispettivamente.

La “dura legge dei Trials” ha colpito ancora e Dillard deve sole recitare il “mea culpa” per non essersi fatto trovare pronto al momento giusto, ma in ogni caso la qualificazione sui 100 metri piani gli fornisce quantomeno la prospettiva di una medaglia d’Oro con la staffetta 4×100, oltre ad una possibilità di podio nella gara individuale, ed invece …

Come da calendario, la “prova regina” dell’Atletica Leggera, quella che serve a stabilire chi sia “L’uomo più veloce al Mondo”, inaugura il programma olimpico, con batterie e Quarti previsti per il 30 luglio 1948, mentre il giorno seguente si disputano semifinali e Finale …

Il trio americano non ha alcun problema ad imporsi nelle rispettive serie dei Quarti (10”4 per Dillard e Patton, 10”5 per Ewell), mentre l’ultima è appannaggio del panamense Lloyd La Beach in 10”5, con la composizione delle due semifinali a proporre la sfida anticipata tra Ewell e Dillard nella prima serie e tra Patton e La Beach nella seconda …

Sono le 14:30 del 31 luglio 1948 quando i concorrenti si presentano ai blocchi di partenza delle semifinali, il cui esito contribuisce ad incrementare le chances di successo per Patton, che si impone d’autorità in 10”4 nella seconda serie su La Beach, cronometrato in 10”5, stesso tempo assegnato a Dillard ed Ewell nella prima, nel mentre a completare la lista dei finalisti vi sono i due atleti di casa Alastair McCorquodale e McDonald Bailey …

Con La Beach ed Ewell ad aver eguagliato, nel corso della stagione, il primato mondiale di 10”2 tuttora detenuto da Jesse Owens e da Harold Davis (il miglior sprinter al Mondo nel periodo tra il 1940 ed il ’43, con la sola sfortuna di essere coinciso con gli eventi bellici …) ed un Patton in splendide condizioni, le speranze di podio per Dillard sembrano ridotte al lumicino, neppure favorito dal sorteggio delle corsie, in quanto gli viene assegnata la sesta, la più esterna e vicina alle transenne, mentre dalla prima alla quinta sono schierati Patton, Ewell, La Beach, McCorquodale e Bailey …

Atleti che si pongono agli ordini dello Starter alle 15:45 dello “Empire Stadium” di Wembley ed al cui sparo tocca stavolta è Patton a gettare al vento al sua grande occasione ritardando la partenza al pari di Bailey, il tutto mentre Dillard, al contrario, prende la testa della gara sapendo di doversi giocare al massimo le proprie carte, un vantaggio che mantiene sin sul traguardo, allorché viene raggiunto dalla progressione di Ewell …

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L’arrivo dei m.100 ai Giochi di Londra 1948 – da:ideastream.org

Catapultatisi entrambi sul filo di lana e con la maggiore spinta a fargli superare il connazionale dopo la fatidica linea, Ewell è convinto di aver vinto e si lascia andare a manifestazioni di gioia, già però frustrate dal terzo arrivato La Beach, il quale lo avvisa: “Guarda che non hai vinto, l’Oro è di “Bones” (“Ossa”, il soprannome per il quale Dillard è conosciuto nell’ambiente a causa della sua magrezza …)” …

L’esame del fotofinish da parte della Giuria conferma l’impressione del panamense – curiosamente l’unico atleta del proprio Paese a partecipare ai Giochi e che, bronzo anche sui m.200, conquista le sole due medaglie olimpiche in Atletica Leggera per Panama prima che, esattamente 60 anni dopo, nel 2008 a Pechino, tocchi ad Irving Saladino salire sul gradino più alto del Podio nel Salto in Lungo – assegnando (10”3 a 10”4) la vittoria a Dillard, così che ad Eewll tocca fare “buon viso a cattivo gioco”, peraltro accettando il verdetto con grande fair play complimentandosi con il compagno di squadra, atteggiamento che impressiona gli 82mila spettatori presenti sulle tribune.

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Il fotofinish che dà ragione a Dillard – da:gettyimages.it

Solo per la cronaca, i Giochi di Londra non vedono la buona sorte schierata in favore del 30enne Ewell, che tre giorni dopo, nella Finale dei m.200, sconta la voglia di rivincita di Patton, che lo fulmina sul filo di lana pur essendo entrambi accreditati dello stesso tempo di 21”1, così che l’unica gioia giunge dallo scontato Oro con la staffetta 4×100, dove gli Stati Uniti si impongono in 40”6 con largo margine su Gran Bretagna ed Italia.

Il giorno dopo la Finale dei 200 metri, Dillard osserva dalla tribuna lo svolgimento dell’atto conclusivo della “sua” gara, ovvero i m.110hs, in cui la sua assenza non crea alcun disturbo al Team Usa, visto che non hanno problema alcuno nel monopolizzare il podio, con Porter a confermarsi in 13”9 precedendo Scott e Dixon che concludono nell’ordine, pur essendo entrambi accreditati dello stesso tempo di 14”1.

All’epoca – e lo sarebbe stato almeno per altri due decenni – la vita agonistica di un atleta negli Usa era legata alla sua permanenza all’Università e, specie se si erano già raggiunti dei risultati di eccellenza, era buona norma abbandonare le piste, come accade per Porter, ritiratosi nonostante avesse appena 22 anni …

Un avversario in meno per Dillard, che viceversa conta già 25 primavere, ma che ha uno stimolo in più per proseguire, vale a dire il sogno neppure tanto nascosto di riprendersi quattro anni dopo ad Helsinki ciò che gli era stato negato nella Capitale londinese.

Peraltro, dopo aver chiuso al primo ed al secondo posto, rispettivamente, del Ranking Mondiale degli anni 1947 e 1948 per quel che concerne i m.110hs, stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, l’atleta dell’Ohio ha una ulteriore ottima stagione l’anno seguente, durante la quale corre le 100yds nel suo “Personal Best” in carriera di 9”4, viene cronometrato in 10”4 sui m.100 ed è sconfitto di un soffio da Dixon (13”8 per entrambi …) nella Finale dei m.110hs ai Campionati AAU, il quale lo precede altresì nel Ranking di fine anno.

Conclusi gli studi universitari, di Dillard si perdono le tracce, nel mentre nel panorama degli ostacoli alti si fa largo un nuovo protagonista nella figura del 20enne californiano Dick Attlesey, il quale si aggiudica i titoli AAU nel 1950 e 1951 con i rispettivi tempi di 13”6 e 13”8, appropriandosi altresì del record mondiale correndo tra le barriere in 13”5 il 10 luglio 1950 proprio ad Helsinki, sulla pista che, da lì a due anni, ospiterà le Olimpiadi …

Nel frattempo, Dillard si è dedicato principalmente alle gare piane indoor, così da affinare la sua velocità di base, ed eccolo tornare a cimentarsi sugli ostacoli nella stagione che ha come massimo appuntamento i Giochi nella Capitale finlandese, dimostrando di aver trovato una più che soddisfacente condizione con l’imporsi in 13”7 ai Campionati AAU del 21 giugno 1952 per il suo terzo titolo nazionale …

All’opposto di quanto accaduto quattro anni prima ai Trials di Evanston, stavolta, nelle selezioni che hanno luogo la settimana successiva a Los Angeles, la “ruota della fortuna” gira dalla parte dell’oramai 29enne di Cleveland, sotto forma di un infortunio che mette fuori causa il primatista mondiale Attlesey nella prima batteria, cui si aggiunge la caduta di Dixon in Finale …

Una tale ecatombe comporta per Dillard l’affermazione in 14”0 davanti ad un pericoloso rivale quale il 22enne texano Jack Davis, suo probabile maggior avversario nella Capitale scandinava, mentre a completare il trio per il viaggio in Europa è Art Barnard …

Oramai abituati a monopolizzare il podio di tale gara, che ad Helsinki vede ridotte a tre sole prove essendo tolti i Quarti di Finale, le attenzioni sono rivolte alle due semifinali in programma alle ore 15:00 del 24 luglio 1952, che vedono Dillard avere la meglio (14”0 a 14”2) su Barnard nella prima serie, mentre Davis risparmia energie imponendosi in un tranquillo 14”4 nella seconda …

Trascorrono quasi quattro ore, prima che, alle 18:40 i sei finalisti si allineino sulla linea di partenza per quella che si attende una Finale interamente “a stelle e strisce”, pronostico quanto mai confermato visto il divario abissale esistente tra i rappresentanti dello Zio Sam ed il resto della concorrenza …

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Dillard e Davis nella Finale ai Giochi di Helsinki ’52 – da:verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Con Barnard a fare da terzo incomodo, ma sin troppo soddisfatto del suo bronzo in 14”1, la sfida tra i due grandi favoriti vede Dillard mettere a frutto gli allenamenti sulla velocità pura, prendendo un vantaggio in avvio che Davis riesce solo parzialmente a colmare, ed anche se ufficialmente ai due viene assegnato lo stesso tempo ufficiale manuale di 13”7 quale record olimpico, in realtà la rilevazione elettronica vede una corretta differenza (13”91 a 14”0) a favore dell’atleta dell’Ohio, che può così ritenersi soddisfatto di aver rimediato a quanto accaduto quattro anni prima.

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Davis, Dillard e Barnard alla premiazione – da:wikipedia.org

Tra l’altro, Dillard diviene il terzo atleta a poter vantare il titolo olimpico sia sul piano che sugli ostacoli a livello individuale, pur se i primi due – Walker Tewksbury ed Harry Hillmann – avevano compito una tale impresa agli albori delle “Olimpiadi dell’Era Moderna”, ovvero a Parigi 1900 il primo ed a St. Louis 1904 il secondo …

Oltretutto, il negativo esito della gara dei m.100 piani – al di là del successo dell’americano Lindy Remigino – a causa dell’infortunio di Art Bragg, induce la Federazione Usa ad inserire Dillard ed Andy Stanfield, Oro sui m.200, quali componenti della staffetta 4×100, che si aggiudica la gara in 40”1 precedendo Unione Sovietica ed Ungheria, così’ che Dillard può eguagliare il record del suo più famoso concittadino Jesse Owens di aver conquistato ben 4 medaglie d’Oro olimpiche.

 

A parte un velleitario tentativo di qualificarsi anche per i Giochi di Melbourne 1956, Dillard è tuttora uno dei pochi Campioni olimpici ancora in vita, festeggiando quest’oggi le 96 primavere, esempio quindi anche di longevità rispetto ai propri connazionali, tra cui il solo Davis, scomparso nel 2012, ha superato gli 80 anni …

Che sia stato tutto merito di quelle scarpette regalategli da James Cleveland “Jesse” Owens …?? Mah …