BOB McADOO E LA SUA TRIPLA VITA DA CAMPIONE DI BASKET

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McAdoo marcato da Erving nella Finale NBA ’82 – da amicohoops.net

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari affermati Campioni della NBA che sono venuti a concludere una brillante Carriera in Italia – citiamo, ad esempio, Darryl Dawkins a Milano, George Gervin a Roma e Dominique Wilkins a Bologna – nessuno di loro ha lasciato un così tangibile ricordo sia dal punto di vista professionale che umano di quanto abbia fatto Robert Lee, ma per tutti, semplicemente, Bob” McAdoo nei suoi 6 anni trascorsi nel Bel Paese.

Nato a Greensboro, nel North Carolina, il 25 settembre 1951, leggenda vuole che a soli 3 anni il piccolo Bob fosse già capace di infilare la palla a spicchi dentro ad un canestro, abilità che ha poi mantenuto sino a quasi 40 anni, unitamente alla passione per il sassofono, strumento da lui suonato in un Gruppo di rhythm-and-blues ai tempi del Liceo.

Periodo in cui Bob non eccelle quanto a rendimento scolastico, circostanza che non gli consente, ultimati gli studi superiori, di superare l’esame di ammissione alla “North Carolina University” – uno dei College più titolati al Torneo di Basket NCAA, dato che li ha visti qualificarsi in 20 occasioni alle “Final Four” con 11 Finali e 6 Titoli al loro conto – dovendosi accontentare di ripiegare sulla più modesta “Vincennes Junior College” dello Stato di Indiana dove, per sua fortuna, migliora il proprio status accademico, con ciò consentendogli di accedere, nel 1971, a North Carolina.

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McAdoo a North Carolina – da gettyimages.it

Nell’unica stagione in cui indossa la maglietta dei “Tar Heels”, McAdoo mette infatti in mostra tutte le proprie qualità, con 19,5 punti e 10,1 rimbalzi di media che portano North Carolina ad un record di 29-5 ed a qualificarsi per le “Final Four” di Los Angeles, dove viene sconfitta in Semifinale 79-75 da Florida State, nonostante la superba prestazione del centro, autore di 24 punti e 15 rimbalzi, circostanza che gli consente di essere inserito nel quintetto ideale della stagione.

Quindici giorni dopo la fine del Torneo NCAA, il 10 aprile ’72, si svolge a New York l’atteso Draft da parte delle franchigie della NBA e McAdoo viene selezionato come seconda scelta assoluta da parte dei “Buffalo Braves”, dopo che Portland, avente il primo diritto, si orienta verso LaRue Martin proveniente da Loyola, una delle peggiori “prime scelte” della Storia del Basket Professionistico americano.

Buffalo, alla sua terza stagione nella NBA, spera, con l’innesto di McAdoo, di migliorare il proprio rendimento rispetto ai due campionati precedenti, entrambi conclusi con un modesto record di sole 22 vittorie a fronte di 60 sconfitte, ma Coach Jack Ramsey inizialmente ritiene il 21enne Bob troppo esile (misura m.2,06 per 95kg.) per il ruolo di centro, impiegandolo come ala bassa, salvo poi convincersi del contrario allorquando, in un match contro New York, il talentuoso Bill Bradley rifila 38 punti in faccia a McAdoo, non proprio un eccellente difensore.

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McAdoo a canestro coi Buffalo Braves – da hoopshabit.com

Accorgimento che, se tardivo per il primo anno da Professionista di McAdoo, paga i suoi frutti nelle tre successive Stagioni, nelle quali si aggiudica altrettanti titoli di “Miglior Realizzatore” con medie, rispettivamente, di 30,6 – 34,5 (suo massimo in carriera) e 31,1 punti a partita, che trascinano Buffalo ai primi Playoff della sua Storia, pur venendo sempre eliminati nella Semifinale di Conference, di cui va comunque ricordata la serie del 1975, persa 4-3 contro i Washington Bullets, nel corso della quale McAdoo fa registrare una sensazionale media di 37,4 punti e 13,4 rimbalzi a partita (!!), con l’apice in gara-4, dove realizza 50 punti e cattura 21 rimbalzi nel successo per 108-102 dei “Braves”.

Numeri e prestazioni che fanno scrivere a metà della Stagione 1975-’76 alla celebre rivista “Sport Illustrated” come McAdoo sia “il più rapido centro e la più sbalorditiva macchina da canestri che abbia mai giocato a Basket”, giudizio condiviso dall’ex Boston Celtics Bill Russell, all’epoca Coach a Seattle, che definisce il 25enne di North Carolina come “il più grande tiratore di tutti i tempi, sfatando la diceria che un centro non possa possedere anche un tiro micidiale”.

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McAdoo con uno dei trofei di “Miglior Realizzatore” vinti – da pinterest.com

Premesse che, però, non vengono mantenute negli anni a seguire, allorché, in parte anche a causa di vari infortuni che lo affliggono, McAdoo diventa “l’oggetto misterioso” della NBA, cambiando ripetutamente squadra, da New York ad inizio ’77 (in cui entra in rotta di collisione con l’altra Star dei Knicks, Spencer Haywood) a Boston nell’ultima parte della Stagione 1978-’79, per poi accasarsi a Detroit, dove salta quasi per intero il Torneo 1981-’82, concluso con i New Jersey Nets, tant’è che il suo approdo, l’estate seguente, ai Los Angeles Lakers passa quasi inosservato, ritenendo gli addetti ai lavori che, avendo già superato la soglia dei 30 anni, ben difficilmente sarebbe stato in grado di ritagliarsi uno spazio importante coi giallo-viola.

Lakers che, dopo essersi laureati Campioni nel 1980 (il primo anno da “Rookie” di Earvin “Magic” Johnson), erano incappati in una inopinata sconfitta al primo turno dei Playoff ’81 da parte degli Houston Rockets di Moses Malone (poi sconfitti in Finale dai Boston Celtics di Larry Bird) ed erano quindi desiderosi di riscatto e l’apporto di esperienza di McAdoo poteva rivelarsi utile, tanto più che il leggendario centro titolare, Kareem Abdul-Jabbar, aveva comunque quattro primavere in più.

Entrato in punta di piedi al “Forum” di Inglewood, McAdoo si trova in una posizione all’interno della franchigia a lui più congeniale, essendosi lamentato del fatto che, in ogni squadra dove era andato, i dirigenti ed i tifosi “si aspettavano che io da solo risolvessi ogni gara, così da creare una pressione insostenibile”.

 

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McAdoo al tiro in faccia a Larry Bird – da pinterest.com

Cosa che, ovviamente, non si registra in Calfornia, con il quintetto base composto da Nixon, “Magic”, Cooper, Wilkes e Jabbar, a cui McAdoo, nella sua prima stagione, dà un contributo costituito da 41 presenze in “Regular Season” sempre proveniente dalla panchina, facendo registrare una media di 9,6 punti e 3,9 rimbalzi a partita, decisamente migliorata nelle serie dei Playoff, in cui Los Angeles “spazza via” dapprima Phoenix e quindi San Antonio (entrambe per 4-0) per poi tornare a conquistare l’anello superando 4-2 in Finale i Philadelphia 76ers di “Doctor J” Julius Erving.

McAdoo, difatti, disputa tutte e 14 le gare della “Post Season”, elevando a 16,7 la media punti ed a 6,8 la quota di rimbalzi catturati per gara, risultando determinante nella decisiva gara-6 al “Forum” (Philadelphia poteva contare sul vantaggio del fattore campo, in caso di sconfitta, la settima e decisiva sfida si sarebbe disputata allo “Spectrum”) mettendo a segno 16 punti con 9 rimbalzi nei 33 minuti giocati, al pari di Michael Cooper, anch’egli partito dalla panchina, i subentri dei quali venivano richiesti dai supporters californiani al grido di “Doo, doo, doo”, quando volevano Bob, e di “Coo, coo, coo”, quando invece era considerata necessaria la presenza di Michael.

Riacquistata sicurezza nei propri mezzi e con la fiducia da parte del Coach Pat Riley e dei compagni nei suoi confronti, McAdoo fornisce un fattivo contributo anche alle successive tre stagioni disputate con la maglia dei Lakers, che vedono Los Angeles giungere in Finale nel 1983 (distrutti 4-0 dalla voglia di riscatto dei 76ers) e l’anno seguente, dove cedono solo in gara-7 nella tradizionale sfida degli anni ’80 contro gli arci rivali dei Boston Celtics, decisa dall’esito di gara-4 dove i Lakers, in vantaggio 2-1 nella serie, vengono sconfitti 129-125 al “Forum” al supplementare, per poi confermarsi nuovamente Campioni nel 1985, prendendosi la più gustosa delle rivincite, con il successo per 111-100 in gara-6 al “Boston Garden”.

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McAdoo e Byron Scott festeggiano il titolo ’85 – da gettyimages.it

Quattro Stagioni con altrettante Finali Playoff e due Titoli vinti, non sono niente male per un “vecchietto” come McAdoo, ma i Lakers intendono ringiovanire la propria panchina e, pertanto, non esercitano l’opzione contrattualmente prevista per prolungare di un ulteriore anno la sua permanenza in California, concedendogli la veste di “free agent” che lo porta ad accasarsi a Philadelphia solo a metà della successiva Stagione, conclusa dai “Sixers” con una rocambolesca sconfitta 113-112 in gara-7 delle Semifinali della Eastern Conference contro Milwaukee, nonostante la presenza in squadra di campioni quali Maurice Cheeks e Charles Barkley, oltre al già ricordato Julius Erving.

A 35 anni suonati, McAdoo deve decidere se accettare l’offerta economica dei 76ers per il prolungamento di contratto (che non ritiene in linea con le sue potenzialità) oppure optare per un’esperienza all’estero e, per fortuna dei tifosi di basket italiani, sceglie questa seconda soluzione, approdando all’Olimpia Milano alla corte di Dan Peterson, per formare un trio con pochi eguali composto anche da Mike D’Antoni e Dino Meneghin, cui si aggiungono Roberto Premier, l’altro americano Ken Barlow, Franco Boselli e Vittorio Gallinari.

L’impatto di McAdoo con il Basket europeo è devastante, visto che nella sua prima Stagione l’Olimpia, all’epoca sponsorizzata Tracer, fa incetta di trofei, aggiudicandosi il 25 marzo ’87, nella Finale di Bologna, la Coppa Italia superando in volata (95-93) la Scavolini Pesaro, per poi riportare, ad oltre 20 anni di distanza, la Coppa dei Campioni a Milano.

Una manifestazione, alla quale sembra che la Tracer debba dare l’addio già ai Quarti di finale quando, opposta ai greci dell’Aris di Salonicco, capitanati da quell’autentica “macchina da canestri” che risponde al nome di Nikos Galis, incappa in una serata da dimenticare in terra greca, venendo sommersa da un divario di ben 31 punti (98-67, con 44 realizzati da Galis), in cui l’unico a non perdere la testa è proprio McAdoo, che con i suoi 26 punti tiene a galla (si fa per dire …) la barca milanese, rivelatisi poi, al contrario, determinanti, allorquando, al ritorno, limitato Galis a soli 16 punti ed i greci a 49 in totale, Milano si impone per 83-49 garantendosi la prosecuzione nel Torneo, poi vinto con il successo per 71-69 sugli israeliani del Maccabi Tel Aviv nella Finale di Losanna del 2 aprile ’87.

Per completare il “tris”, manca il titolo italiano, con Milano che accede ai Playoff con il quarto posto nella “Regular Season”, ma la doppia vittoria in Semifinale contro Varese (95-75 a Masnago, 78-71 a Milano), garantisce il vantaggio del fattore campo nella Finale contro la Mobilgirgi Caserta, superata con un netto 3-0, frutto del successo esterno in gara-1 per 90-85 e delle successive vittorie al “Forum” per 99-90 ed 84-82.

Striscia di vittorie che non si ferma neppure l’anno seguente, quando la Tracer fa sua la Coppa Intercontinentale sconfiggendo 100-84 in Finale il Barcellona il 20 settembre ’87, per poi confermarsi Campione d’Europa con una rinnovata formula che, ricalcando lo stile NCAA, qualifica le migliori squadre alla “Final Four” disputatasi a Gand, in Belgio, dove i milanesi superano in semifinale ancora l’Aris di Galis per 87-82 per poi trovarsi nuovamente ad affrontare il Maccabi Tel Aviv nella Finale del 7 aprile ’88, risolta a favore di D’Antoni & Co. per 90-84 in una squadra, dove, oltre ai “soliti noti”, si stanno facendo largo i giovani Piero Montecchi e Riccardo Pittis.

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Meneghin, Peterson e McAdoo celebrano uno dei tanti successi di Milano – da lastampa.it

Fallito l’appuntamento con lo scudetto, perso in finale contro la Scavolini Pesaro, McAdoo completa la sua personale bacheca di Trofei aggiungendovi, l’anno seguente, un altro Titolo nazionale superando in una serrata, combattutissima e controversa serie l’Enichem Livorno per 3-2, durante la quale l’asso americano fornisce una delle sue migliori prestazioni in Italia – 20 punti ed 8 rimbalzi in gara-1, 20 e 7 in gara-2, 13 e 10 in gara-3 e 23 e 13 in gara-4, non sufficienti però ad impedire il successo per 83-77 da parte di Livorno – fatta salva un’insolita, opaca prestazione nella decisiva gara-5 sul parquet toscano e risolta per 86-85 a favore della ora Philips Milano con un canestro del livornese Andrea Forti sulla sirena, dapprima convalidato e poi annullato tra le proteste dei padroni di casa.

McAdoo conclude la sua esperienza milanese con una anonima stagione (più che sua, della squadra, dato il contributo di 27,5 punti ed 8 rimbalzi di media a partita) nel ’90, per poi disputare altri due anni a Forlì e collezionare appena due presenze a Fabriano prima di porre fine a 41 anni alla sua brillante carriera (che nei suoi 6 anni in Italia ha fatto comunque registrare medie di 26,6 punti ed 8,7 rimbalzi a partita, e scusate se è poco …), della cui esperienza in Italia resterà per sempre impressa l’immagine in tutti coloro che – dal vivo od in Televisione – ebbero modo di vedere una Stella della NBA tuffarsi senza paura sul parquet nella serie della Finale Playoff ’89 contro Livorno per recuperare una palla vagante, un atteggiamento che da solo è più che sufficiente ad inquadrare la grandezza dell’uomo, oltre che dell’atleta.

Introdotto nel 2000 nella celebre “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, molta soprese e proteste ha destato la decisione della Lega NBA di non inserire McAdoo nella “Lista dei 50 Migliori Giocatori del XX Secolo”, ma d’altronde, si sa, nessuno è perfetto (riferito alla Lega, ovviamente…).

 

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MAY SUTTON, LA PRIMA STELLA DEL TENNIS AMERICANO

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May Sutton – da tennisforum.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginiamo di esser trasferiti di là dall’Atlantico, ad inizio del Novecento, quando il tennis è sport d’elite ben più di oggi ed ha tratti autarchici. Ebbene, qui esercita e vince una ragazza, May Sutton, nata in Inghilterra, a Plymouth, il 25 settembre 1886, che a sei anni varca l’Oceano con la famiglia per diventare, col tempo, la prima stella acclamata del tennis statunitense.

Siamo in California, a Pasadena, dove il papà di May, Adolfo, capitano in pensione della Royal Navy, ha deciso di godersi il frutto di una vita di lavoro acquistando un ranch. Ed è proprio lui ad avviare allo sport con la racchetta le quattro figlie, May appunto che è la più giovane, Violet, Florence ed Ethel, utilizzando il campo in cemento fatto costruire accanto a casa. Le ragazze ci sanno fare, dominando i tornei californiani e collezionandone ben 18 titoli di stato, obbligando a dire che “per battere una Sutton ci vuole una Sutton“, ma fin da subito il talento di May, dotata di un rovescio magnificamente potente e pure eccellente giocatrice di basket, è tanto evidente che sarà lei a proseguire con una carriera internazionale di livello assoluto.

E i risultati la confortano. Fin da subito. Nel 1904, 18enne, partecipa per la prima volta agli US Open al Cricket Club di Filadelfia, sbaragliando la concorrenza. Nelle cinque partite disputate, lascia solo 10 giochi alle avversarie, demolendo in finale 6-1 6-2 quella Elisabeth Moore che ha già trionfato tre volte ed altre tre volte è stata finalista, vincendo anche la gara di doppio accoppiata a Miriam Hall.

Già in rampa di lancio, seppur giovanissima, la Sutton, che ormai ha nazionalità e passaporto statunitense, opta per andare a raccogliere la sfida delle giocatrici di casa nel tempio già consacrato alla leggenda di Wimbledon. Torna a casa, insomma, e sarà un rientro trionfale. Nel 1905, infatti, dopo aver fatto suo il torneo su erba di Manchester, May si presenta ai Championships quale unica iscritta non britannica, ed infila una dietro l’altra Meyer (6-0 6-0), Stawell-Browne (6-3 6-1), Longhurst (6-3 6-1), Thomson (8-6 6-1), Morton (6-4 6-0) e Wilson (6-3 8-6), accedendo così al Challange Round, ovvero la finale, contro Dorothea Douglass, campionessa in carica degli ultimi due anni, costretta ad arrendersi infine in due set, 6-3 6-4. Il pubblico londinese, ammaliato dal gioco dell’americana che si affida anche ad un dritto liftato che scombussola i piani all’avversaria gettandola fuori dal campo, è stupito per un abbigliamento assolutamente non conforme alla tradizione, con braccia scoperte e una gonna che lascia intravedere le caviglie. La Sutton coglie il primo successo straniero a Wilmbledon e di colpo, seppur già nota al grande pubblico, diventa una star di prima grandezza. Ne dovrà scorrere di acqua sotto i ponti prima che un’altra stella luminosa, Suzanne Lenglen, abbia l’ardire di osare altrettanto.

Con la Douglass, May dà vita ad un triennio di sfide che hanno nel Centre Court il teatro preferito. Nel 1906 i ruoli si invertono e stavolta è la ragazza inglese, di otto anni più anziana, a far percorso perfetto contro Thomson, Meyer, Longhurst, Tulloch e Sterry, per rinnovare poi l’appuntamento con la vittoria imponendosi al Challange Round, dove è la Sutton a vestire i panni della detentrice del titolo, con il punteggio serrato di 6-3 9-7.

Non c’è due senza tre e l’anno dopo, 1907, la Sutton deve nuovamente far fronte alla concorrenza per guadagnare la terza finale consecutiva per affrontare ancora quella che nel frattempo, causa matrimonio, è diventata la signora Lambert Chambers. Slocock (6-2 6-1), Lowther (duplice 6-4), Morton (6-0 6-2), Meyer (6-0 6-3), Bosworth (6-2 6-2) e Wilson (6-4 6-2) sono solo semplici formalità lungo la strada che porta alla terza, ed ultima, sfida della serie. Che poi si risolve in una facile vittoria di May che domina 6-1 6-4 salendo, per la seconda volta, sul trono d’Inghilterra.

A chiusura di un quadriennio di successi, la Sutton torna negli Stati Uniti, si sposa nel 1912 con Tom Bundy, a sua volta buon giocatore tanto da raggiungere la finale agli US Open nel 1910 (battuto da William Larned) e vincere tre edizioni consecutive del torneo di doppio accoppiato a Maurice McLoughlin, e lascia l’attività. Ma un campione non è campione a caso, e May ha modo di tornare a far parlare di sè. Riprende a giocare nel 1921, giungendo per due volte in semifinale agli US Open arrendendosi prima a Molla Mallory, poi a Helen Wills, meritandosi poi a 39 anni, nel 1925, una nuova opportunità in finale di doppio agli stessi US Open con Elizabeth Ryan e la convocazione alla prestigiosa Wightman Cup, per infine raggiungere un’ultima volta i quarti di finale a Wimbledon nel 1929, a 22 anni di distanza dal successo del 1907. Record per record, è pure la prima donna a venir ammessa alla Tennis Hall of Fame, nel 1956.

E visto che il saper giocare bene a tennis è un’arte conosciuta in casa Sutton/Bundy, ecco che nel 1938 la figlia Dorothy, con la quale ha giocato in doppio agli US Open nel 1928 e nel 1929 per un’inedita versione madre/figlia, trionfa agli Australian Open, unico caso della storia in cui genitore e figlio vincono una prova del Grande Slam in singolare. Buon sangue non mente proprio, vero?

 

 

 

SANTIAGO “GHITO” VERNAZZA, IL PRIMO IDOLO ROSANERO

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da figurinecalciatoripalermo.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli anni ’50 non sono dei più facili per il Palermo Calcio, che oscilla tra le posizioni di bassa classifica in Serie A, dovendo altresì fare i conti con diverse retrocessioni, per poi, magari, risalire più o meno prontamente nella massima divisione, una specie di “pendolo” – ci sia concessa l’espressione – tra le due categorie, una condanna a cui non sfugge al termine della stagione 1954, conclusa al penultimo posto con 26 punti, a pari merito con Spal ed Udinese, rendendosi pertanto necessari gli spareggi per determinare chi, delle tre, andrà a fare compagnia al Legnano.

Spareggi che risultano fatali ai rosanero, sconfitti per 2-1 dalla Spal il 20 giugno ’54 all’Olimpico dopo il pari contro l’Udinese, per poi riassaporare i terreni della Massima Serie con la conquista della Promozione al termine del Campionato Cadetto ’56, concluso al secondo posto con 47 punti, alle spalle dell’Udinese, a quota 49, con la speranza di riuscire a mantenere la Categoria negli anni a seguire.

Speranza che fatica a materializzarsi, visto che a fine anno solare ’56, la squadra, affidata alla guida di Ettore Puricelli, si ritrova al penultimo posto in Classifica con 10 punti conquistati in 13 gare disputate, frutto di 3 vittorie, 4 pareggi e 6 sconfitte, e con appena 10 reti segnate, in un reparto a cui non fornisce l’apporto sperato l’argentino Walter Gomez, prelevato dal River Plate via Milan, e che, viceversa, in Sudamerica aveva spopolato nelle file dei “Milionarios”.

La dirigenza rosanero cerca di porre rimedio a questa carenza in attacco facendo giungere in Italia il compagno di reparto al River di Gomez, vale a dire l’argentino Santiago Vernazza, un’alta destra dal tiro potente che, ci si augura, possa restituire nuova linfa all’asfittico reparto avanzato.

Vernazza, nato a Buenos Aires il 23 settembre 1928, è uno dei più talentuosi giocatori dell’epoca in Patria, formatosi nelle Giovanili del Platense, con cui si mette in luce nelle stagioni 1949 e ’50, realizzando rispettivamente 20 e 18 reti, così da attirare le attenzioni del River Plate, che lo acquista per completare una linea di attacco che possa rinverdire i fasti della “Maquina” degli anni ’40, visto che sia Pedernera che Di Stefano si erano fatti attrarre dalle lusinghe colombiane, andando a vestire i colori del “Club Deportivo Los Millonarios” di Bogotà.

Compito che la guizzante ala destra svolge come meglio non potrebbe, lui il più giovane di una linea offensiva composta, oltre che dai quasi coetanei Juan José Pizzuti ed il già citato uruguaiano Gomez, dagli oramai “anzianiAngel Labruna e Felix Loustau, realizzando, nella stagione d’esordio, 21 reti che lo consacrano capocannoniere del torneo ’51, per poi fornire il proprio contributo di reti ed assist nella conquista dei campionati argentini nel 1952, ’53, ’55 e ’56, avendo altresì l’opportunità di giocare a fianco di Omar Sivori, futura stella della Juventus.

Guito” (diminutivo di Santiago, poi modificato in “Ghito” nella traduzione dallo spagnolo all’italiano dai tifoso rosanero) è descritto in Patria, con la consueta enfasi dei cronisti di scuola latino/sudamericana, come uno che “tenia un canòn en su botin derecho” (“che aveva un cannone nella scarpa destra“) per quanto impressionanti erano le sue reti dalla media distanza oppure le conclusioni ad incrociare una volta penetrato in area di rigore.

Un “biglietto da visita” niente male, dunque, e si può pertanto ben comprendere la  sorpresa e la delusione della dirigenza palermitana allorquando, al suo esordio alla “Favorita” il 13 gennaio 1957, in occasione della gara Palermo-Sampdoria, valida per la 15esima giornata del girone di andata, Vernazza viene fischiato dal pubblico, sicuramente scontento dell’andamento del torneo – i rosanero sono al penultimo posto in classifica con 11 punti – e che, con ogni probabilità, si attendeva un rinforzo di maggior spessore.

Giova ricordare come, a fine anni ’50, non è che vi fosse la possibilità di attingere a notizie riguardanti calciatori stranieri rispetto a quanto, viceversa, avviene al giorno d’oggi, figuriamoci se poi addirittura provenienti dal Sudamerica, ma comunque Vernazza impiega poco tempo a trasformare quei fischi in applausi e la diffidenza e lo scetticismo in un affetto molto prossimo all’amore da parte degli appassionati sostenitori rosanero.

E ciò, nonostante la pessima stagione del Palermo che, concluso il Girone di Andata al penultimo posto con 13 punti, uno in più del Torino ed al pari del Vicenza, ne racimola appena 9 nel Ritorno per concludere il Campionato staccatissimo dal resto delle avversarie, pur se l’apporto di Vernazza in fatto di reti è lusinghiero, essendo andato a segno 11 volte in 19 presenze, con i primi centri realizzati il 3 marzo ’57 nel pareggio esterno per 2-2 a Marassi contro il Genoa, caratterizzato da analoga doppietta, sul fronte rossoblù, di un altro platense, l’uruguaiano Julio Cesar Abbadie, impresa cui fanno seguito, una settimana dopo, la prima rete realizzata alla “Favorita” nel 3-1 rifilato dai rosanero all’Atalanta ed, a distanza di 16 giorni, la doppietta che stende il Bologna facendo sognare i tifosi in un miracolo che viceversa non si realizza, in virtù dei soli 2 punti raccolti – vittoria interna sulla Triestina per 2-1 con doppietta, manco a dirlo di Vernazza – nelle ultime 10 giornate.

Non vi è, in ogni caso modo migliore, per entrare nel cuore dei tifosi di ogni club che si rispetti, specie per uno straniero, che quello di accettare di seguire il destino della propria squadra anche in caso di retrocessione – non va dimenticato che stiamo parlando, come già ricordato, di un giocatore reduce da 4 titoli di Campione argentino con il River Plate – e l’attaccamento ai colori rosanero dimostrato da Vernazza nelle due successive Stagioni tra i Cadetti fa sì che il legame con la tifoseria diventi indissolubile.

Già, perché il ritorno in B – con la conferma, oltre che di Vernazza, anche di Gomez al centro dell’attacco, peraltro con pessimi riscontri, date le sole 4 reti messe a segno dall’uruguaiano – si dimostra più arduo del previsto e, a dispetto del cambio di ben tre allenatori (si inizia con Pietro Rava per poi richiamare Kossovel dopo 8 giornate e quindi concludere con Carlo Rigotti nel girone di ritorno), la classifica finale vede i rosanero concludere in una deludente sesta posizione, ad 8 lunghezze dal Bari, secondo in graduatoria e che si aggiudica lo spareggio per la A contro il Verona, penultimo nella massima divisione, e ciò a dispetto del buon apporto di reti di Vernazza, che va a segno in 12 occasioni, largamente il migliore dei suoi.

L’estate ’58 porta consiglio alla Dirigenza rosanero, che non perde tempo nel contattare una “Vecchia Gloria” della Favorita, vale a dire il boemo Cestmir Vycpalek che ne aveva indossato con profitto la maglia nelle quattro stagioni a cavallo dell’inizio anni ’50 tutte concluse con altrettante salvezze in Serie A, il quale ha appena dato l’addio al calcio giocato dopo 6 anni al servizio del Parma, offrendogli pertanto la panchina siciliana.

Il cammino non è peraltro facile, visto che al giro di boa di metà stagione il Palermo si trova quarto in Classifica a quota 22 punti, rispettivamente 5 e 4 in meno di Atalanta e Lecco che capeggiano la graduatoria, tenuto a galla dalle prodezze di Vernazza già ben 13 volte a segno, compresa una delle imprese che lo consacrano definitivamente nell’immaginario collettivo dei tifosi rosanero, allorquando, l’11 gennaio ’59, una sua tripletta negli ultimi 6’ di gioco ribalta lo 0-1 casalingo con il Como nel 3-1 conclusivo, con tutto lo Stadio in piedi ad osannarlo.

Con la squadra che progressivamente trova il proprio equilibrio nel corso del Torneo, le prodezze di Vernazza sono meno necessarie, pur se alla fine si laurea Capocannoniere con 19 reti – primo straniero a realizzare una tale impresa nel nostro Campionato cadetto – ed il Palermo può festeggiare il ritorno nella Massima Serie con una giornata di anticipo, concludendo la Stagione a quota 49 punti, due in meno dell’Atalanta, ma con 4 lunghezze di vantaggio sul Lecco.

Il confronto con l’Elite del Calcio Italiano resta peraltro arduo, pur se il Palermo si gioca sino all’ultimo le sue carte nella lotta salvezza – che vede aumentato a tre il numero delle retrocessioni – con alcune “perle” dell’argentino, quali la trasformazione in goal di un calcio di punizione da circa 40 metri (il famoso “cannone nella scarpa destra”, ricordate …?) nella doppietta rifilata all’Alessandria, sconfitta per 4-0 alla “Favorita”, il quale si conferma il “Top Scorer” con 9 reti, facendo anche un’altra singolare esperienza.

Difatti, dopo che proprio grazie a due sue prodezze nello spazio di 7 giorni (1-0 al Milan su rigore il 24 aprile ed analogo 1-0 contro l’Atalanta l’1 maggio ’59, gare entrambe disputate alla “Favorita”) il Palermo si trova in piena lotta salvezza a 5 turni dal termine, in virtù del terz’ultimo posto in Classifica a quota 22 punti assieme al Napoli, con una lunghezza di vantaggio sull’Alessandria, mentre il Genoa è oramai irrimediabilmente condannato, la successiva sconfitta esterna nel confronto diretto contro i “grigi” induce la Dirigenza palermitana a sollevare Vycpalek dall’incarico in vista della trasferta di San Siro contro l’Inter.

Ed, in attesa di affidare la panchina all’ex mediano rosanero Eliseo Lodi, ecco che la guida tecnica alla “Scala del Calcio” spetta proprio a Vernazza in veste di Allenatore/giocatore e diciamo che non se la cava poi male, tornandosene a casa con un rocambolesco 3-3 in cui mette la sua firma con la rete che dà il via alla rimonta del Palermo dopo il 3-1 con cui si era concluso il primo tempo, per quella che è la sua ultima rete con la maglia rosanero, visto che i tre, pur buoni, successivi risultati (vittoria 1-0 sul Vicenza, pareggio esterno 1-1 a Marassi contro il Genoa ed analogo pari interno con la Juventus) non evitano la retrocessione, per un solo punto (27 a 28) rispetto all’Udinese.

Superata largamente la trentina, stavolta Vernazza non rifiuta le lusinghe provenienti dal Milan, trasferendosi in rossonero per dare un più che lusinghiero contributo – con le sue 14 reti realizzate, secondo solo ad Altafini con 22 centri – al secondo posto di fine stagione, a soli 4 punti di distacco dalla Juventus Campione d’Italia, per poi concludere la carriera con due più anonime Stagioni al Lanerossi Vicenza e quindi tornarsene in Patria per far ciò che meglio gli riesce, vale a dire aprire una “Scuola Calcio” a Buenos Ayres per insegnare ai ragazzi la magica “Arte del Futebol”.

Ma c’è chi di lui non si è dimenticato, e sono i tifosi rosanero i quali, nei rituali riconoscimenti coincidenti con l’entrata nel nuovo millennio, chiamati ad eleggere il giocatore palermitano del XX Secolo, non hanno avuto dubbi nel far primeggiare “Ghito” nel Referendum appositamente creato, per poi tributargli un’autentica ovazione in occasione della premiazione avvenuta il 5 aprile 2009 prima della gara contro il Torino al “Renzo Barbera”, in cui gli viene consegnata una maglia con su scritto il suo nome, un evento che commuove Vernazza, ad 80 anni suonati, il quale ricambia un tale affetto con le parole: “Mi sento un siciliano nel Cuore e ciò che provo si consolida sempre più con il passare degli anni, ragion per cui ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di tornare a Palermo, quella che considero la mia città …!”.

Lasciateci dire che è praticamente impossibile non amare un personaggio così ed a noi, nel nostro piccolo, ci sembra doveroso omaggiarlo con questo modesto ricordo proprio oggi, che taglia il traguardo degli 89 anni

 

FRANZ KLAMMER, IL KAISER DELLO SCI AUSTRIACO

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Franz Klammer a Kitzbuhel – da telegraph.co.uk

articolo di Nicola Pucci

L’accezione del termine Kaiser si adatta perfettamente all’eroe dello sci che oggi è protagonista del nostro racconto. Franz Klammer, l’imperatore del discesismo, ha instaurato una dittatura che non ha riscontri nella disciplina per eccellenza degli sport invernali, quel catapultarsi a valle senza freni che in un paese come l’Austria vale quanto, se non più di una religione.

Lassù, tra le vette innevate della Carinzia, Franz vede la luce il 3 dicembre 1953 e quel giorno, ignari, i suoi genitori, che si occupano di agricoltura, neppure lontanamente hanno idea di quel che diventerà quel bimbo. Come per altri ragazzi della sua età, l’avvicinamento alla disciplina sportiva è dettato dalle circostanze, se è vero che per percorrere il tratto che lo separa da scuola il mezzo più pratico sono ovviamente gli sci. Perdipiù, dietro casa ha una collinetta invitante, e visto che lo ski lifts non c’è, sale arrampicandosi per poi gettarsi a perdifiato in interminabili sessioni di rischiosissime discese.

Il dado è tratto, e seppur Klammer si avvicini alle competizioni solo in età avanzata, intorno ai 14 anni, ecco che il talento naturale è subito evidente, soprattutto al selezionatore dei discesisti austriaci Charly Kahr, consentendogli di competere ad armi pari, e spesso battere, gli avversari che vengono dal Tirolese e dal Salisburghese, notoriamente le zone più fertili di giovani promesse dello sci.

Christian Pravda, Toni Sailer, Egon Zimmermann, Karl Schranz. Sono gli eroi dello sci austriaco, che in un passato recente o meno hanno colto allori olimpici (Sailer e Zimmermann) e mondiali (tutti e quattro) in discesa libera, e come tali sono fonte di ispirazione per Klammer quando, a fine stagione 1971/1972, debutta nel circuito di Coppa del Mondo. Curiosamente, però, Franz esordisce con un 25esimo posto in gigante in Val Gardena ed il successivo 22esimo posto in slalom a Madonna di Campiglio, specialità che approccia con moderato entusiasmo. E se tra le porte larghe sarà tanto abile da cogliere in carriera anche un podio a Mont St.Anne, i pali stretti non faranno proprio per lui, abbandonando la disciplina per concentrare talento ed energie sulla prova prediletta, ovviamente la discesa libera, proprio quando si chiude la parabola di Schranz. Perchè, è noto, se in Austria non sei un discesista, non puoi proprio considerarti uno sciatore con la S maiuscola.

L’anno dopo Franz è già pronto, appena 19enne, ad infiltrare i migliori, che rispondono soprattutto ai nomi degli elvetici Bernhard Russi e Roland Collombin. Sulla Saslong in Val Gardena ottiene il primo piazzamento di prestigio, quinto, bissato a Grindelwald, per poi salire sul secondo gradino del podio il 3 febbraio 1973, a St.Anton, quando proprio Russi è migliore di lui di 2″09. Per l’elvetico è l’ottavo successo in carriera, ma pure la consapevolezza che un nuovo campione si sta profilando all’orizzonte e sarà dura riuscire a conservare il primato.

Non bisogno attendere a lungo, in effetti, per registrare la prima vittoria in Coppa del Mondo: il 22 dicembre 1973, sulla Planai di Schladming, Klammer, ancora con il pettorale numero 16 che apre il secondo gruppo di merito, anticipa gli stessi Collombin e Russi sciando ad una velocità/media record di 111,251 km/h, destinata a resistere fino ai tempi di Armin Assinger nel 1993, e seppur a fine stagione si vedrà costretto a lasciare al più giovane dei rossocrociati lo scettro di miglior discesista del mondo chiudendo secondo nella classifica di specialità, 120 punti a 100, urla al mondo tutto il suo desiderio di aprire un’epoca. Che nel frattempo lo vede mettersi al collo l’oro in combinata e l’argento in discesa, alle spalle del connazionale David Zwilling, alla kermesse iridata di St.Moritz a febbraio 1974.

Quel che si apre l’anno dopo è un dominio senza precedenti. Certo, il drammatico capitombolo che costa carriera e paralisi al povero Collombin nelle prove della prima discesa di Coppa sul tracciato di Val d’Isere favorisce l’asburgico, ma Klammer conferma di meritare la palma di nuovo messia della discesa libera vincendo otto delle nove gare in programma. In uno scenario prestigioso come la mitica Lauberhorn di Wengen, l’11 gennaio 1975, lascia Herbert Plank, secondo classificato, a 3″54 di distacco, certificando di essere su di un altro pianeta rispetto alla concorrenza. A fine stagione si trova a competere con Thoeni, a cui ha negato una clamorosa vittoria sulla Streif di Kitzbuhel per l’inezia di un centesimo di secondo, e Stenmark per la conquista della sfera di cristallo, ma il parallelo decisivo di Val Gardena, così come la sua mancanza di risultati nelle due disciplice tecniche, bocciano le sue legittime ambizioni di grandezza, per un trofeo che avrebbe potuto far suo senza l’ulteriore coda finale se un attacco dello sci non si fosse aperto a Megeve costringendolo al ritiro, unica discesa non portata a termine vittoriosamente, quando sarebbe stato sufficiente un quarto posto!

Klammer ha modo di riscattarsi, con gli interessi, l’anno dopo. Innsbruck 1976 è sede olimpica, e per l’asburgico la responsabilità di dover vincere davanti ad una Nazione intera pesa come un macigno. Sulla Patscherkofel, il 5 febbraio, l’attesa dei 60.000 sostenitori presenti all’evento è tanta, Kaiser Franz ha il pettorale numero 15 e chiude le discese del primo gruppo di merito, rinunciando a calzare per un’occasione così importante i famosi Fischer C4 con il buco, optando per un vecchio, ma più affidabile paio di sci. Russi, intramontabile, campione olimpico in carica ma che non vince in Coppa del Mondo da tre anni, ha ritrovato lo smalto dei bei tempi e fa segnare il miglior cronometro, 1’46″06, 53 centesimi ad anticipare un altrettanto eccellente Plank. A metà gara Klammer è in ritardo di 20 centesimi, la pista è segnata, ma il tratto finale è magistrale, degno di quel fuoriclasse assoluto qual è ed al traguardo, in un tripudio di bandiere biancorosse, balza in testa, 1’45″73. La medaglia d’oro è sua e l’Austria, intera, si prostra ai piedi di Kaiser Franz.

Che nel corso dell’anno vince cinque delle otto gare in calendario, confermandosi, caso mai ce ne fosse bisogno, nettamente il più forte sui tracciati che segnano la storia dello sci alpino: Wengen e Kitzbuhel. Mettendo in bacheca anche la seconda coppetta di specialità, che poi diventano tre l’anno succesivo quando vince le prime cinque discese stagionali, che assommate alle quattro dell’anno precedente fanno un totale di nove vittorie consecutive, primato ad oggi imbattuto e che è destinato a rimanere inviolabile.

Tecnicamente senza pecche, velocissimo di piede, potente e con una carica agonistica di primo livello, Klammer è il prototipo del discesista perfetto, e le 19 vittorie in tre anni, con l’aggiunta del titolo olimpico, sono lì a dimostrarlo. Quel che manca, al Kaiser, è solo il successo iridato, ed è l’obiettivo della stagione che segue, 1977/1978, che propone ai funamboli della discesa la kermesse mondiale in quella Garmisch che spesso gli ha sorriso in carriera. Ma seppur l’annata regali al campionissimo la quarta coppetta di specialità consecutiva, altresì lo vede “solo” due volte sul gradino più alto del podio, a Val d’Isere nel primo appuntamento in calendario e a Laax nell’ultimo. Nel mezzo, nuovi rivali lo mettono in imbarazzo, tra tutti Plank e il connazionale Josef Walcher, che proprio ai Mondiali non solo lo batte nettamente, ma lo relega addirittura giù dal podio, in una per lui anonima e insoddisfacente quinta piazza.

Pare impossibile che possa accadere, visto che Franz non ha ancora 25 anni, ma la china discendente è già imboccata. Anche perchè il fratello minore Klaus si spezza la schiena in una gara FIS a Lienz rimanendo paralizzato, e la tragedia familiare incide profondamente nell’animo del fuoriclasse austriaco. Che sparisce dagli ordini di arrivo, è costretto a rinunciare a difendere l’alloro olimpico a Lake Placid nel 1980, chiude solo settimo ai Mondiali di Schladming nel 1982 per poi piazzare l’ultimo colpo di coda, inatteso ma così prestigioso da incendiare, a distanza di tempo ed ancora una volta, l’Austria intera.

Dopo aver rinnovato l’appuntamento con il successo a Val d’Isere il 6 dicembre 1981, a quasi quattro anni dall’ultimo trionfo, ed aver conquistato, il 20 dicembre 1982, la quarta vittoria sulla Saslong, tornando pure a primeggiare nella graduatoria di specialità per la quinta volta grazie ad una ritrovata costanza di rendimento, il 21 gennaio 1984 compie un capolavoro, per la 25esima ed ultima trionfale discesa libera. Il teatro scelto è quello preferito, e pure il più blasonato, la Streif di Kitzbhuel già inchinata ai suoi piedi tre volte. Klammer, pettorale numero 14, si lancia dal cancelletto come una furia, è impeccabile alla Mausefalle, disegna magnificamente le curve alla Steilhang, lascia correre gli sci nel lungo tratto di piano, abborda l’Hausbergkante con decisione e non trema sul velocissimo schuss che proietta al traguardo: è primo in 2’02″82, lasciando i conazionali Resch e Steiner ad oltre mezzo secondo.

Kaiser Franz vince ancora, a casa sua e davanti al pubblico che lo adora, lì sulla pista che sorride solo ai campionissimi. Sì, al di là dei numeri, Klammer è stato il discesista più grande di sempre.

ZIZINHO, IL MAESTRO BRASILIANO CHE VIDE SCHIAFFINO VINCERE LA COPPA DEL MONDO

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Zizinho con la maglia del San Paolo – da soy502.com

articolo di Massimo Bencivenga

C’è stato un trait d’union tra l’Onta del Maracanazo e il Pelè patrimonio nazionale del Brasile. Qualcuno che traghettò la gioia di un popolo dalle sforbiciate di Leonidas sino ai ghirigori di Neymar. L’elemento in comune si chiamava Tomás Soares da Silva, meglio noto come Zizinho, oppure come O Mestre Ziza.

E Maestro lo era sul serio, visto che Pelé lo prese a suo esempio e idolo; e per una volta devo dire che Pelé ha imbroccato il paragone, perché davvero Zizinho è stata la pietra angolare sulla quale è stata edificata la fantastica genia dei mulati, come si dice da quelle parti, capaci di unire estro e fantasia a una coordinazione neuromuscolare fuori dall’ordinario. Così era Pelè, così era Ronaldo, così Ronadinho. Così è Neymar. E così era Zizinho.

Spesso giocava con il numero 8 sulla camiseta, ma era un 10 a tutto tondo, come si usava all’epoca, ossia uno dei componenti della linea d’attacco, né più né meno di Labruna, il 10 della Maquina Platense; né più né meno di come sarebbe stato Ferenc Puskas, il colonnello dell’Aranycsapat, la Squadra d’Oro, l’Ungheria allenata da Sebes.

Nacque, forse, il 14 settembre 1921 a São Gonçalo, nel Grande Rio de Janeiro, ma i genitori si trasferono a Niteroi, dove iniziò a giocare; o forse dovrei dire officiare, visto che c’era qualcosa di sacro nel suo calcio. Sia come sia, il Flamengo iniziò a notare quel gracile attaccante del club Byron, e lo prese nel 1939.

Nel Flamengo, il giovane Zizinho, si trovò a osservare due autentici mostri sacri, noti anche in Italia. Il grande attaccante Leonidas e il terzino Domingos da Guaita. Il primo non giocò contro l’Italia la semifinale a Marsiglia dei Mondiali del 1938, perché leggermente infortunato non per leggerezza come vuole la vulgata; il secondo invece per effetto di una leggerezza perse il pallone che diede il là alla vittoria azzurra.

Si narra che in un allenamento, l’allenatore, davanti ai tifosi, mandò uno svogliato Leonidas a farsi la doccia sostituendolo con il giovanissimo Zizinho. Il ragazzo prese palla, scartò tre quattro persone e fece gol. E poi rifece tutto. Avversari saltati come birilli e nuova marcatura. Fortunati quei tifosi che assistettero in diretta all’esplosione di una Supernova. Dovevo farmi notare, pare abbia detto in seguito per giustificare un egoismo che non ebbe mai, essendo stato anche un eccezionale assistman.

Se tutto ciò può appartenere alla leggenda, per certo abbiamo le parole del giornalista e inviato della Gazzetta dello Sport Giordano Fatori, che dopo averlo visto giocare ai Mondiali del 1950 non trovò di meglio che scrivere: “il calcio di Zizinho mi ricorda Da Vinci a dipingere un lavoro raro“. Già, perché Zizinho entrò sin dal 1942 nell’orbita della Selecao, con prima marcatura all’Ecuador.

Tra il 1942 e il Maracanazo ci furono non poche soddisfazioni. Mentre l’Europa era messa a ferro e fuoco dalla Seconda Guerra Mondiale, in Sudamerica si giocò con regolarità, o meglio, con il concetto di regolarità che è ordinario a quelle latitudini. Non si giocarono i Mondiali in quegli anni, ma alcune edizioni della Copa America. E che edizioni!

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Zizinho in Nazionale – da efemeridesdoefemello.com

Formidabile quella del 1945, con due linee d’attacco leggendarie a darsi battaglia. Da un lato gli argentini Mario Boyé, Norberto Méndez, René Pontoni, Rinaldo Martino e Felix Loustau; Osmar Tesourinha, Thomaz Zizinho, Heleno de Freitas, Jair Pinto e Ademir de Menezes per il Brasile. Le due squadre fecero strage di reti, ma nello scontro diretto la spuntò l’Argentina per 3-1, con hat-trick ante litteram di Méndez. Nel 1947, la Seleccion perse per strada Pontoni, ma il sostituto si rivelò ben più che all’altezza. Anche perché si chiamava Alfredo Di Stefano. Nel 1949, complice l’assenza dell’Argentina, per via di una serrata dei calciatori nei confronti della Federazione, con Adolfo Pedernera tra i più facinorosi, il Brasile di Zizinho e Ademir, la Punta de Lanza, l’attaccante che fece cambiare modulo difensivo a tanti allenatori, maramaldeggiò vincendo in scioltezza la Copa America organizzata in casa. Un po‘ le prove per il Mondiale del 1950.

Ma prima del Maracanazo ci fu un altro trauma nella vita sportiva di Zizinho. Il Flamengo lo cedette prima dei Mondiali al Bangu Atlético Clube per 800 mila cruzeiros, una cifra record per il Brasile ai tempi. Ma soprattutto lo vendette senza consultare Zizinho, che si ritrovò ad abbandonare la squadra e la camiseta del cuore dopo tre titoli e qualcosa come 145 gol in 318 partite.

Nel Mondiale casalingo Zizinho giocò da par suo, dribblando e lanciando, irridendo l’avversario e segnando, assistendo nei gol il formidabile Ademir o il guizzante Friaca. Andò tutto bene, sino a quel giorno nefasto. Quando con tanta classe in campo, su un lato come sull‘altro, a vincere furono le parole di Obdulio Varela, quel Los de afuera son de palo consegnate alla leggenda, nonché le manoni dello stesso, quando nell’intervallo le mise addosso a Schiaffino inchiodandolo alle sue responsabilità. Ti chiamano El Dios, facci vincere, pare disse a Pepe. Che fece spallucce, perché lui era così.

Nonostante la sconfitta, Zizinho fu ritenuto il miglior calciatore della kermesse iridata. Ma qualcosa s’era ormai rotto. Non era solo il Maracanazo. Zizinho ebbe sempre a dire di non saper cosa lo addolorò di più in quel fatale 1950, se la sconfitta con l’Uruguay o la cessione del Flamengo.

Si vendicò a modo suo, quando nella prima partita contro il Flamengo guidò il Bangu in un roboante 6-0. Giocò bene anche lì, segnando altri 122 gol, riuscendo a diventare l’idolo di un giovanissimo Edson Arantes do Nascimiento, ma anche a fallire, per diatribe con la Federazione, la convocazioni ai Mondiali svizzeri del 1954, i primi visti in mondovisione, possiamo dire. Dove tutti avrebbero potuto ammirare la sua classe, e confrontarla con quella di Schiaffino e Puskas.

Nel 1957 passò al San Paolo, dove giocò cosi bene che Feola stava lì lì per convocarlo per i Mondiali svedesi del 1958, quelli dove esplose Pelè.

Il capitolo con la nazionale, inaugurato come detto nel 1942 si chiuse, e sempre contro l’Argentina, la nazionale che lo tenne a battesimo nel debutto, nel 1957, con 53 partite, 30 gol e la vittoria in Copa America del 1949, competizione nella quale è ancora il bomber all-time con 17 confirmed kill. Giocò ancora qualche anno, anche in Cile, ma poi smise. Provò a fare l’allenatore, ma il suo calcio non era qualcosa che si potesse insegnare.

O’Mestre Ziza morì l’8 febbraio 2002. Il suo calcio no, perché è passato per Pelè e Romario, Ronaldo e Ronaldihno e attualmente ha un pregevole alfiere in Neymar.

 

LA LUNGA RINCORSA ALLA GLORIA OLIMPICA DI KOJI GUSHIKEN

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Koji Gushiken festeggia l’oro a Los Angeles ’84 – da theolympians.co

Articolo di Giovanni Manenti

La mai troppo biasimata, assurda, decisione di coinvolgere lo Sport nelle diatribe politiche tra le due Superpotenze di Unione Sovietica e Stati Uniti, con gli arcinoti boicottaggi – da parte dei rispettivi blocchi – delle Olimpiadi di Mosca ’80 e delle successive di Los Angeles ’84, oltre a svilire da un punto di vista tecnico alcuni risultati in esse ottenuti per la mancanza del confronto diretto, fa anche sì che per atleti che hanno incentrato l’attività agonistica principalmente nel sogno di poter salire sul gradino più alto di un Podio Olimpico, ciò rappresenti spesso la fine di quell’agognato desiderio.

In diverse discipline, difatti, come Nuoto e Ginnastica in particolare, dove il ricambio è più frequente che in altri Sport, dover attendere altri quattro anni per cercare di cogliere la Gloria Olimpica rischia di divenire un lasso di tempo insormontabile, ed uno di questi a rischiare una tale situazione è il ginnasta giapponese Koji Gushiken che, nato a metà novembre 1956 nella suggestiva città di Osaka, aveva centrato sui Giochi di Mosca ’80 il proprio obiettivo a cinque cerchi.

Chiamato a raccogliere la pesante eredità dello squadrone del Sol Levante dominatore del panorama ginnico a cavallo degli anni ’70 – con i vari Sawao Kato, Akinori Nakayama e Shigeru Kasamatsu a rilevare il testimone dai pionieri Takashi Ono ed Yukio Endo – Gushiken entra a far parte della formazione nipponica, in cui resistono ancora Kasamatsu e Kenmotsu della “vecchia guardia”, in occasione dei Mondiali di Fort Worth ’79, contribuendo alla conquista dell’Argento a squadre alle spalle dei fortissimi sovietici, per poi essere il migliore dei suoi nel Concorso Generale Individuale, ancorché non vada oltre il settimo posto, ed aggiudicarsi il Bronzo nel Cavallo con Maniglie, sfiorando in altre due occasioni il podio, agli Anelli ed alle Parallele.

C’era, ovviamente, da lavorare sodo per contrastare lo strapotere dei due fuoriclasse sovietici Alexander Dityatin e Nikolai Andrianov, circostanza che per ogni giapponese che si rispetti non crea soverchie preoccupazioni, meticolosi come sono e disponibili al sacrificio nel sottoporsi ad allenamenti massacranti, ma la decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi moscoviti, con conseguente adesione da parte del Governo nipponico, cala come un macigno sulla testa di Gushiken, il quale aveva confermato in modo tangibile i propri miglioramenti in occasione della Coppa del Mondo svoltasi il medesimo anno, con la conquista del Bronzo nel Concorso Generale Individuale, cui fanno seguito l’Oro alla Sbarra, l’Argento al Cavallo con Maniglie ed il Bronzo agli Anelli nelle prove alle singole specialità.

Inutile dire che Dityatin ed Andrianov sbancano la concorrenza in sede olimpica, con il primo addirittura ad andare a medaglia in tutte ed otto le prove in programma (con 3 Ori, 4 Argenti ed un Bronzo, evento mai ripetuto sino ad oggi) ed il secondo, già protagonista assoluto a Montreal ’76 con 4 Ori, a completare il suo ricchissimo Palmarès con altri cinque allori costituiti da 2 Ori, altrettanti Argenti ed un Bronzo, mentre per il giapponese si prospetta un’attesa lunga quattro anni per poter sperare in una propria affermazione.

Il primo stimolo necessario a dare la carica a Gushiken è rappresentato dall’Edizione dei Mondiali ’81 che si svolge proprio a Mosca ed occasione migliore non può esservi per verificare la propria competitività con i Campioni sovietici della disciplina, ed il confronto – con Andrianov ritiratosi dalle scene e Dityatin al suo passo d’addio a causa di un infortunio subito in allenamento subito dopo i Giochi di Mosca che ne limita le prestazioni – regge, in quanto con il 25enne ad assumere il ruolo di leader del rinnovato Team giapponese, conferma l’Argento nel Concorso Generale a Squadre, ma con un divario di appena 0,100 millesimi di punto (588,950 a 588,850) rispetto alla formazione sovietica.

Nelle prove individuali, Gushiken si migliora nel Concorso Generale Individuale, salendo sul Podio quale terzo classificato, piazzamento che ottiene anche al Corpo Libero per poi dividerne il più alto gradino con Dityatin nell’esercizio alle Parallele, concluso con un totale di 19,826 punti per entrambi.

Un altro pericolo di color rosso si sta peraltro profilando all’orizzonte, ed è costituito dalla costante crescita dei ginnasti cinesi che, dopo essere rimasti a secco nell’edizione americana del ’79, stavolta riempiono il medagliere con due Ori, un Argento ed un Bronzo e, soprattutto, facendo esordire un giovane non ancora 18enne, tale Li Ning, di cui si sentirà parlare in seguito.

Nel suo percorso di avvicinamento ai Giochi di Los Angeles ’84, Gushiken si presenta ai Mondiali di Budapest ’83 con l’onere di essere praticamente il solo ginnasta del proprio Paese a cercare di contrastare il dominio cinese/sovietico ed, a dispetto della retrocessione al terzo posto nel Concorso Generale a Squadre – curiosamente con lo stesso identico punteggio complessivo di 588,850 registrato due anni prima a Mosca e che vede il primo trionfo nella Storia della Rassegna Iridata del Team cinese – si posiziona al posto d’onore nel Concorso Generale Individuale alle spalle del sovietico Dmitry Bilozerchev, dominatore nella Capitale ungherese con 4 Ori e due Argenti, con il quale divide il gradino più alto de podio agli Anelli, prova conclusa con 19,925 punti per entrambi, appena 0,025 millesimi di punto meglio di Li Ning.

E, mentre a Bilozerchev, degnissimo erede dei ricordati “mostri sacri” Dityatin ed Andrianov, tocca subire la stessa sorte di Gushiken, non potendo esibirsi sulle pedane ed agli attrezzi nella palestra dell’Università di UCLA a Los Angeles a causa del contro boicottaggio da parte dei Paesi del “Blocco comunista” (ma anch’egli avrà poi l’opportunità di rifarsi quattro anni dopo alle Olimpiadi di Seul ’88 …), per il giapponese, oramai 28enne, la maggior insidia ai propri sogni di gloria giunge proprio dai continui miglioramenti del cinese Li Ning, di sette anni più giovani di lui e divenuto leader di una squadra che torna a misurarsi sulla scena olimpica dopo decenni di assenza, a dimostrazione altresì di una propria indipendenza politica da Mosca non avendo aderito alla proposta di boicottare la Rassegna a Cinque Cerchi.

Con gli atleti di casa – anch’essi in crescita esponenziale in tale disciplina – a fare da terzi incomodi, specie con Peter Vidmar e Bart Conner, ed il classico “occhio di riguardo” da parte della Giuria per i rappresentanti del Paese che ospita i Giochi, il Concorso Generale a Squadre si risolve sul filo di lana a favore degli Stati Uniti nei confronti della Cina (591,400 a 590,800), mentre per Gushiken ed i suoi compagni non resta che accontentarsi del Bronzo, in attesa della prova più attesa, vale a dire il Concorso Generale Individuale.

Per Gushiken si tratta di una prova in salita, avendo concluso gli esercizi validi per la gara a squadre con 59,100 punti che lo collocano addirittura al quinto posto con un distacco di 0,175 punti da Vidmar e di 0,125 da Li Ning, una differenza che per manifestazioni di questo livello può divenire difficile da colmare e, difatti, il giapponese è ben consapevole del fatto di dover rasentare la perfezione agli esercizi liberi previsti per il 31 luglio ’84.

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Il salto al volteggio che garantisce l’oro a Gushiken – da gettyimages.it

Perfezione che Gushiken raggiunge al Volteggio, poiché i pur ottimi punteggi di 9,90 totalizzati al Corpo Libero, Cavallo con Maniglie e Parallele, nonché di 9,95 ricevuti per le esibizioni alla Sbarra ed agli Anelli, non sono sufficienti per garantirsi la medaglia d’Oro, cosa che viceversa avviene con il 10 che gli viene assegnato per l’esercizio al Volteggio che – con il 9,90 ricevuto sia da Vidmar che da Li Ning – fa sì che la Classifica si capovolga a favore del giapponese, il quale corona il suo personale “Sogno di Gloria” con il minimo scarto previsto, vale a dire 0,025 millesimi di punto (118,700 a 118,675) rispetto a Vidmar, per la delusione degli spettatori presenti, mentre a Li Ning tocca il gradino più basso del podio, staccato a propria volta di soli 0,125 millesimi, che conclude le proprie fatiche a quota 118,575.

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L’esibizione agli anelli che gli vale l’argento – da gettyimages.it

Il giovane cinese ha comunque modo di riscattarsi dalle delusioni dei Concorsi Generali con gli Ori al Corpo Libero, Anelli e Cavallo con Maniglie e l’Argento al Volteggio, mentre Gushiken completa la sua collezione di medaglie spartendo con Li Ning l’Oro agli Anelli (19,850 per entrambi), facendosi sorprendere dall’altro cinese Lou Yun al Volteggio, dove non ripete l’eccellente prestazione che gli ha consentito di conquistare l’Oro nel Concorso Generale – stavolta appannaggio del 20enne cinese che fa registrare un 10 ed un 9,95 – e conquistando il Bronzo alla Sbarra, attrezzo che vede trionfare un altro ginnasta del Sol Levante, Shinji Morisue, autore di una prestazione impeccabile, premiata dai Giudici con ben tre 10 in ognuna delle sue esibizioni.

Per Gushiken il sogno si è finalmente realizzato, avvicinandosi alla soglia dei 30 anni potrebbe essere giunto il tempo per abbandonare l’attività, dubbio che gli viene tolto da una frattura alla caviglia procuratasi in allenamento nel maggio ’85 che lo tiene fermo per tre mesi, ponendo fine alla propria carriera con la partecipazione, in condizioni chiaramente non ottimali, ai Mondiali di Montreal ’85 in cui aggiunge al proprio Palmarès solo il Bronzo alle Parallele.

Ma tanto, lo scopo principale della sua vita era stato raggiunto, no?

 

LEARCO GUERRA, LA LOCOMOTIVA UMANA CHE VINSE L’IRIDE AI MONDIALI DEL 1931

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Learco Guerra – da runveg.it

articolo di Nicola Pucci

Quando l’Unione Ciclistica Internazionale assegna a Copenaghen, per l’anno 1931, l’undicesima edizione dei campionati del mondo, decide anche, per la prima ed unica volta nella storia del pedale, di far svolgere le due prove previste, dilettanti e professionisti, contro le lancette del cronometro. Ed in questa specialità l’Italia, che detiene il titolo con Alfredo Binda che si è imposto a Liegi l’anno prima bissando il successo già colto al Nurburgring nel 1927 quando i professionisti furono ammessi a partecipare per la prima volta, ha un asso nella manica da giocarsi al tavolo dei pretendenti alla maglia iridata.

Learco Guerra, mantovano di San Nicolò Po, classe 1902, è giunto tardi al ciclismo che conta, solo 26enne nel 1928, ma in quasi quattro anni di attività ha recuperato il tempo perso figurando spesso tra i primi nelle classifiche delle corse di maggior prestigio. Certo, è l’epoca in cui proprio Binda spopola facendo man massa di vittorie, obbligando addirittura gli organizzatori del Giro d’Italia a pagarlo profumatamente per tenerlo fuori dall’edizione del 1930 vista la sua superiorità, ma Guerra è corridore tenace, fortissimo sul passo e dopo un paio di stagioni senza grosse soddisfazioni, in maglia Maino vince due tappe proprio al Giro del 1930 chiudendo in nona posizione ed è secondo al Tour de France qualche settimana dopo, battendo tutti a Dinan, Cannes e Grenoble per vedersi infine anticipare in classifica dal solo André Leducq, vestendo la maglia gialla per sette giorni. Nel frattempo vince davanti a Binda il primo di una serie di cinque campionati nazionali consecutivi, accendendo una rivalità destinata a fare epoca, e con il terzo posto a fine anno al Giro di Lombardia alle spalle di Michele Mara e dello stesso Binda e la piazza d’onore al Mondiale di Liegi si presenta ai nastri di partenza del nuovo anno, 1931, con l’ambizione di far saltare il banco.

Ad onore del vero Guerra è costretto ad incassare la delusione del Giro d’Italia, nonostante vinca quattro tappe e sia il primo corridore della storia ad indossare la maglia rosa: cade nel corso della nona tappa tra Montecatini e Genova ed è costretto al ritiro quando pareva ormai destinato alla vittoria finale. Alla Milano-Sanremo si inchina ancora una volta a Binda che lo batte in volata, si conferma campione italiano davanti a Fabio Battesini e proprio con il suo delfino, così come con Binda, compone il terzetto che a Copenaghen è chiamato ad onorare la maglia azzurra.

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Guerra in maglia iridata – da usv1919.it

In Danimarca si corre il 26 agosto, ed il percorso, lungo i suoi 172 chilometri (!!!), ad onor del vero non presenta difficoltà altimetriche. Tra i diciassette iscritti alla prova ci sono avversari di valore. Ad esempio il belga Gaston Rebry che a primavera ha trionfato per la prima volta alla Parigi-Roubaix (coglierà infine tre successi al “Velodromo“, oltre ad aggiudicarsi pure il Giro delle Fiandre nel 1934); l’altro fiammingo Maurice Dewaele che ha vinto il Tour del France del 1929 dopo esser salito sul podio nelle due edizioni precendenti, secondo nel 1927 e terzo nel 1928; il terzo belga della serie, Jules Van Hevel, ormai 36enne, ma che può vantare in bacheca le vittorie al Fiandre nel 1920 e alla Roubaix nel 1924; il francese Ferdinand Le Drogo che è stato due volte campione nazionale; l’altro transalpino Armand Blanchonnet che alle Olimpiadi di Parigi del 1924 vinse la prova individuale e quella a squadre; l’austriaco Max Bulla che al Tour de France ha corso da indipendente riuscendo tuttavia, primo e unico caso nella storia della Grande Boucle, a vestire le insegne del primato, cogliendo altresì tre successi parziali; infine il promettente svizzero Albert Buchi che è a sua volta campione nazionale, così come l’olandese Cesar Bogaert.

Si comincia poco dopo l’alba, e alle 7 è Rebry ad avviarsi per primo, con gli atleti distanziati di due minuti l’uno dall’altro. Battesini è il quinto a partire, a Guerra è toccato il numero dodici e Binda, in qualità di campione in carica, si mette in moto per ultimo, fasciato della maglia arcobaleno. Ed è proprio sul dualismo Guerra-Binda che sembra doversi risolvere la questione, esattamente come successo dodici mesi primo a Liegi.

In effetti i due campioni sembrano fatti apposta per l’essere l’uno l’alternativa all’altro. Tanto è abile nell’esercizio in solitario sul passo Learco, così è una spanna superiore a tutti in montagna Alfredo; indomabile e talvolta scomposto il mantovano, dotato di classe sopraffina ed elegante il varesino; usato a fini propagandistici da Mussolini Guerra, convinto antifascista Binda. Ma a Copenaghen l’allievo, che poi tanto allievo non è, supera il maestro e domina la concorrenza dall’alto di una superiorità disarmante.

Già al 54esimo chilometro, infatti, Guerra ha già risucchiato quattro avversari partiti prima di lui, transitando in 1h18′ con due minuti di vantaggio sul transalpino Le Drago, con Binda e Battesini attardati invece di ben oltre tre minuti. La pedalata della “locomotiva umana“, etichetta coniata dal direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo, è come sempre potente ed efficace, e la media di 41,538 km/h la dice lunga sul ritmo imposto alla gara dal campione italiano. Al km 98 il margine sugli inseguitori è immutato, seppur la media oraria, inevitabilmente con il passare dei chilometri e con l’aumentare della fatica, sia destinata a scendere. Si entra nell’ultimo settore di gara, e Guerra vola incontrastato verso il trionfo, a dispetto del vento contrario che rende la corsa durissima nella sua fase discendente verso il traguardo.

Battesini balza al secondo posto con un ritardo di oltre sei minuti al 139esimo km, Binda è terzo a 6’50” scavalcando i due francesi Le Drago e Blanchonnet, mentre Rebry, Dewaele e Van Hevel navigano nelle retrovie. Il finale, però, rivoluziona la classifica alle spalle dell’irraggiungibile Guerra. Binda, ormai vistosi battuto, si ferma in un casolare a bere una bevanda e chiude, anonimo, in sesta posizione con un pesante fardello di 8’42”. Blanchonnet scoppia e si ritira, Rebry taglia per primo il traguardo ma non va oltre il settimo posto, Battesini ferma il cronometro sul tempo di 4h59’40” e sembra certo di salire sul podio. Non è così, perché dopo che Bulla ha chiuso in quinta posiziona, prima è Le Drago a scavalcare l’azzurro chiudendo in 4h58’20”, poi è l’inatteso Buchi ad anticipare Battesini di 1’11”, facendolo scivolare in quarta posizione, privato di una medaglia che aveva a lungo sognato di far sua.

Ah già, quasi dimenticavamo: dopo aver raggiunto e sperato otto corridori partiti prima di lui, Learco Guerra taglia il traguardo con lo stupefacente tempo di 4h53’43”, alla media oraria di 35,137 km/h. La “locomotiva umana” ha viaggiato a velocità supersonica, proibita agli avversari, e a fine giornata, sbuffante ma felice, si veste dei colori dell’iride.

LA GLORIA E LA TRISTE FINE DI BOB HAYES, “L’UOMO PROIETTILE”

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Bob Hayes nella sua doppia veste sportiva – da theafricanamericanathlete.com

articolo di Giovanni Manenti

Molti esperti di atletica leggera sono soliti distinguere la storia di detta disciplina, soprattutto per quanto attiene ai record nelle gare in pista, in due fasi ben delineate, vale a dire il “prima e dopo” l’introduzione delle piste in sintetico che hanno chiaramente consentito di ottenere migliori e più veloci prestazioni.

Orbene, proprio l’ultima Olimpiade disputata sulla terra battuta, vale a dire i Giochi di Tokyo ’64, riesce, nel settore della velocità, a mettere in mostra colui che, sempre a detta di molti, può essere annoverato come “il più veloce uomo della Terra” o, quantomeno, aggiungo io, sicuramente uno tra i più grandi velocisti di ogni epoca, sicuramente il dominatore del suo periodo, e del quale non si sono potute conoscere appieno le potenzialità, visto il passaggio al Football professionistico all’età di appena 22 anni.

Questo “mostro” di potenza – una struttura fisica di m.1,83 per 86 chili di muscoli – altri non è che Robert Lee “Bob” Hayes, nato alle soglie del Natale 1942 a Jacksonville, in Florida, da una relazione che la madre aveva intrattenuto con un altro uomo, tale George Sanders, mentre il marito, Joseph Hayes combatteva con l’esercito Usa nel Secondo Conflitto Mondiale.

Sono un figlio della guerra, nel vero senso della parola”, così amava descriversi Hayes, con una punta di amara autoironia, il quale sviluppa sin dall’adolescenza un fisico poderoso che lo porta ad eccellere nella squadra di football del Liceo di Jacksonville, con cui nel ’58 vince il Campionato Regionale con la vittoria in Finale dei suoi “Gilbert High Panthers” per 14-7 sui rivali della “Dillard High School” di Fort Lauderdale davanti a qualcosa come 11mila spettatori, per poi iscriversi alla “Miami A&M University”, un College storicamente riservato ai ragazzi di colore.

La storia del football americano insegna che gli scout, alla ricerca di “runners” in grado di recapitare l’ovale oltre la linea di meta, attingano ai migliori velocisti del panorama atletico statunitense, ma, nel caso, di Hayes si può tranquillamente affermare, senza tema di smentita, che sia questo sport a “prestare” il 20enne della Florida all’atletica leggera per il buon nome e l’onore della nazione, salvo poi riprenderselo a missione compiuta.

Ed è quello che in effetti accade, con Hayes che nei suoi anni al College non conosce sconfitta in gare sui 100 metri o sulle 100yds, pur se le principali Università si astengono dall’invitarlo ai loro meeting – un po’ per una questione razziale ed anche per non far sfigurare i loro iscritti – e, quando lo fanno, devono fare i conti con la potenza che sprigiona dal suo corpo, imponendosi ai suoi primi Campionati AAU nel ’62 in 9”3 sulle 100yds, titolo replicato l’anno seguente in 9”2, pur se assistito da un vento oltre la norma.

Ad occuparsi di affinare lo stile di corsa di “Bullet Bob” (Bob il proiettile), per quello che diviene il suo soprannome ufficiale, ci pensa il tecnico Robert Griffin, visto che l’andatura del ragazzo è sgraziata, poco ortodossa e derisa dai più famosi allenatori che sentenziano come “sembra che vada in tutte le direzioni, tranne che verso il traguardo”, retaggio del Football, dove, oltre che correre, devi anche scansare gli avversari.

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Bob Hayes nei suoi anni al college – da gettyimages.it

I duri e specifici allenamenti a cui Hayes viene sottoposto da Griffin e, successivamente, da Dick Hill danno comunque i loro frutti, tanto che a fine anno ’62 tutti gli esperti ed i media si ricredono sulle sue possibilità, affermando che sarebbe con ogni probabilità diventato il più grande sprinter della Storia, in ciò confortati dalle 54 vittorie consecutive nell’arco di 28 mesi che lo rendono il punto di forza della Squadra Usa in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, in cui per gli Stati Uniti c’è da cancellare l’onta della doppia sconfitta sui 100 e 200 metri patita quattro anni prima a Roma ’60 per mano di due atleti europei, il tedesco Armin Hary ed il nostro Livio Berruti, interrompendo un’egemonia a “stelle e strisce” che durava dai Giochi di Amsterdam ’28 con la doppietta su entrambe le distanze da parte del canadese Percy Williams.

Non è, in ogni caso, un momento brillante per lo sprint in casa Usa – ben diverso dalla fenomenale selezione che si presenta quattro anni dopo sulle piste di Città del Messico – ed anche per questo accade un fatto che resta clamoroso nella storia dei famigerati e drammatici “Olympic Trials”.

Succede, difatti che, nel laurearsi per la terza volta consecutiva Campione AAU con il tempo di 10”3, Hayes si produca uno strappo muscolare che non gli consente di partecipare alle selezioni in programma il 3 luglio ’64 a New York, ma che, per sua fortuna, determinano solo i finalisti per il successivo appuntamento previsto a metà settembre a Los Angeles e la Federazione, dando per una volta prova di lungimiranza, concede a “Bullet Bob” una deroga per potersi schierare ai blocchi di partenza in sostituzione di Paul Drayton, ottavo classificato a New York.

Hayes parte per la California pieno di dubbi, essendo stato a riposo per tutta l’estate, aver preso di conseguenza qualche chilo di troppo e, soprattutto, senza la certezza che la muscolatura sia in grado di rispondere appieno ad una forte sollecitazione.

In più, come se il destino non volesse proprio farlo partecipare ai Giochi, resta bloccato nell’ascensore dell’albergo – a causa del peso eccessivo degli occupanti, oltre a Bob, vi erano il pesista Dallas Long ed i discoboli Al Oerter e Jay Silvester – il che gli fa perdere la navetta che conduce al “Coliseum” e lo costringe a raggiungere lo Stadio di corsa facendo slalom tra le automobili, ed in questo l’esperienza nel Football indubbiamente agevola, per poi far comunque sua la gara in 10”1 e staccare il pass olimpico.

Recuperata la piena condizione fisica, Hayes si presenta sulla pista giapponese come il logico favorito e non sappiamo se stia o meno pensando a cosa il fato possa ancora riservargli, dopo l’infortunio ed il blocco dell’ascensore, per impedirgli di coronare il sogno olimpico, fatto sta che non ha alcun problema, al debutto il 14 ottobre, ad aggiudicarsi le proprie serie nei primi due turni, dando appuntamento al giorno successivo per la disputa delle semifinali ed eventuale finale.

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Bob Hayes a Tokyo – da gettyimages.in

L’aggettivo “eventuale” calza a pennello, poiché, anche se Hayes non ha problemi a qualificarsi per la finale, facendo sua la prima semifinale disputata al mattino addirittura correndo in 9”9 (ma con un vento di oltre 5 m/s), un’amara sorpresa doveva attenderlo alla partenza della finale, prevista alle 15:30, ora locale.

Era difatti successo che, rientrato al Villaggio Olimpico per rilassarsi in vista della gara più importante della sua vita, fosse stato infastidito da Joe Frazier mentre si stava riposando nella sua stanza assieme al lunghista Ralph Boston, ed il futuro Campione del Mondo dei Pesi Massimi, nel rovistare nella sacca di Bob per cercare una gomma da masticare, ne avesse fatto rotolare una scarpa sotto il letto, senza che il velocista se ne accorgesse.

Probabilmente solo il colore della sua pelle, impedisce di veder il volto altrimenti sbiancato di Hayes mentre si accinge a prepararsi per la Finale, ma i suoi gesti di disperazione sono sufficientemente eloquenti per far sì che il mezzofondista Tom Farrell gli si avvicini per chiedergli spiegazioni e, per una volta tanto, qualcuno in Cielo deve essersi commosso, visto che Farrell indossa proprio lo stesso numero (il 40) di Hayes, il quale, a dispetto del fisico statuario, ha piedi piccoli, così consentendogli di poter partecipare alla gara.

Sospiro di sollievo in parte mitigato dal fatto di essere stato sorteggiato in prima corsia, evento a dir poco deleterio poiché, data la pista in terra battuta, le condizioni della pista erano a dir poco disastrose, a causa sia delle forti piogge che dell’avvenuta disputa, il giorno precedente, della 20km. di marcia.

Con tutte queste difficoltà a cercare di impedirgli di conquistare l’alloro olimpico, il “ragazzone” della Florida non ha neanche il tempo di concentrarsi sui suoi avversari, il più pericoloso dei quali è senza dubbio il cubano Enrique Figuerola, cui era sfuggito per un pelo il Bronzo ai Giochi di Roma ’60 e, nel quadriennio post olimpico, si era aggiudicato l’Oro alle Universiadi di Sofia ’61 e Porto Alegre ’63, nonché i “Pan American Games” di San Paolo ’63, tutte manifestazioni alle quali, peraltro, Hayes era assente.

Sarà stata la sua indiscussa superiorità, accresciuta dalla tensione accumulata per gli eventi che avevano preceduto la Finale, fatto sta che mai come in questa circostanza Hayes fa onore al proprio soprannome di “Bullet Bob”, schizzando fuori dai blocchi proprio come un proiettile uscito dalla canna di un fucile, mulinando le gambe con un ritmo impressionante che già a metà gara l’Oro risulta palesemente assegnato, andando a concludere in 10”0 manuali – Record Mondiale eguagliato, cronometrato in 10”06 elettronico – con un ampio margine sui suoi avversari, con il citato Figuerola ed il canadese Harry Jerome a fargli compagnia sul podio.

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Il trionfale arrivo di Hayes sui m.100 – da gettyimages.co.uk

Il sogno si era avverato, ed a renderlo ancor più meraviglioso vi era la circostanza di averlo realizzato al cospetto del leggendario Jesse Owens, presente in tribuna ed a fianco del quale sedeva Mary, la madre di Bob, alla quale gli abitanti di Jacksonville avevano pagato il viaggio in Giappone per consentirle di ammirare l’impresa del proprio figlio.

Impresa che non resta fine a se stessa, in quanto sei giorni dopo, Hayes dà una sensazionale dimostrazione della propria potenza nella Finale della Staffetta 4×100 in cui raccoglie il testimone in quinta posizione per poi prodursi in una straordinaria accelerazione che porta il quartetto Usa al successo con il tempo, e conseguente Primato Mondiale, di 39”0 venendo la sua frazione lanciata cronometrata in 8”6, un’esibizione ineguagliata neppure da “Sua Maestà” Bolt ai giorni nostri.

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L’impresa di Hayes con la staffetta 4×100 – da dailydsports.com

Purtroppo, per tutti gli amanti dell’Atletica Leggera, resterà per sempre il legittimo dubbio di non aver potuto verificare quali fossero i limiti di Hayes, dato che lo stesso viene affascinato dalle sirene – e, più che altro, dai dollari – del Football americano, venendo scelto dai “Dallas Cowboys” al Draft del 1964, con cui si mette in evidenza nelle prime due Stagioni, capeggiando la Classifica dei “touchdwon”, con 12 e 13 rispettivamente, per poi progressivamente uscire di scena, pur facendo comunque parte della formazione che, il 16 gennaio ’72, si aggiudica il “Superbowl” con una netta vittoria per 24-3 sui Miami Dolphins, circostanza che fa di Hayes l’unico atleta nella Storia capace di abbinare una Medaglia d’Oro Olimpica al titolo nella NFL.

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Bob Hayes (n.22) in azione con i Dallas Cowboys – da gettyimages.it

Hayes si ritira nel ’76 dopo un’ultima stagione con la maglia dei prestigiosi “San Francisco 49ers”, avendo accumulato un patrimonio di 4milioni di dollari che spariscono in breve in virtù di una vita dissoluta, in parte derivante dagli steroidi anabolizzanti per rinforzare i muscoli e dalla cocaina per reggere allo stress, di cui aveva fatto uso nel periodo trascorso nel Football professionistico.

Viene anche condannato a due anni di carcere per spaccio di droga, nell’aprile ’79, pur venendo liberato dopo soli 10 mesi per buona condotta, ma tale esperienza lo fa sprofondare sempre più nella depressione dedicandosi all’alcool che lo rende l’ombra di sé stesso, rimasto solo, senza più una famiglia – anche la seconda moglie lo lascia, non essendo in grado di mantenere né lei né, tantomeno, i figli – per una misera vita di stenti che lo vede entrare ed uscire dai centri di disintossicazione, venendo sovvenzionato, senza che lui lo sappia, dai suoi ex compagni di squadra a Dallas che gli pagano le cure e l’affitto di casa.

In condizioni pietose, non esce neppure più di casa, vergognandosi del proprio stato, fino a che non giunge il colpo del definitivo ko sotto forma di un cancro alla prostata con conseguente operazione e cicli di chemioterapia e radioterapia che lo costringono a vivere, se così si può dire, su di una sedia a rotelle, dimostrando quasi il doppio dei suoi anni sino a che, poco prima dello scoccare della mezzanotte del 18 settembre 2002 – a tre mesi dal compimento dei 60 anni – complicazioni ad una polmonite se lo portano via, in una stanza dello “Shands Hospital” di Jacksonville, solo e dimenticato da tutti.

E così, come talmente veloce e piena di gloria era stata la vita da atleta, altrettanto veloce, ma costellata di sole amarezze, si consuma la successiva esistenza di “Bullet Bob” Hayes, il più grande (forse, tra i più grandi, di sicuro) velocista di ogni epoca.

FABIO DAL ZOTTO, LA METEORA CHE BRILLO’ QUELL’ESTATE DEL 1976 A MONTREAL

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Dal Zotto contro Stankovic alle Olimpiadi di Montreal 1976 – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Ha ballato un’Olimpiade sola, Fabio Dal Zotto, ma che Olimpiade. Estate 1976, Canada, Montreal. Fabio è allora poco più che un ragazzino veneziano. Promettente, ma ha appena compiuto diciannove anni nel giorno di inaugurazione dei Giochi canadesi. Classe 1957, altissimo, magrissimo.

La scherma è una questione di famiglia per parte di madre, Elsa Borella, buona fiorettista negli anni Quaranta. Il cugino più giovane, e futuro compagno di nazionale, Andrea (Borella appunto), diventerà campione olimpico a squadre a Los Angeles nel 1984, cinque ori mondiali (a squadre), due volte campione europeo individuale. Ma per adesso in famiglia c’è solo lui sotto i riflettori.

Quando arriva in Canada, quel ragazzino ha l’aria da spaccone. “Sono qui per vincere” dichiara. L’Italia non vince un oro nel fioretto individuale alle Olimpiadi da quarant’anni, dal gigante romano Gaudini a Berlino 1936. Nel mezzo hanno vinto francesi (tanto), sovietici (una volta), polacchi (un paio di volte), perfino rumeni (Ion Drîmbă nel ’68). Italiani al massimo sul podio. Compreso il bronzo nel ’52 del livornese Manlio Di Rosa, fratello di quel Livio che a Mestre del giovane Del Zotto è maestro (nonché forgiatore della grande scuola veneziana degli anni ’80-’90).

E’ già una sorpresa vederlo convocato ai Giochi, nonostante diversi titoli giovanili alle spalle e un recente bronzo ai mondiali Giovani.

Di sicuro, Fabio in pedana si fa riconoscere per una scherma non consueta e per un carattere irruento. Per capirsi. Lui dichiara: “Sono un po’ matto e mi piace poco allenarmi. La scherma è divertimento”. Un tecnico francese, dopo averlo visto all’opera, lo definisce “matto geniale”.

Eppure, nonostante le dichiarazioni forti, il girone iniziale è più ombre che luci per lui. Due vittorie e tre sconfitte. Ma è una prestazione in crescendo. Passa il secondo e il terzo turno, ancora a gironi, ed entra nel tabellone delle dirette. Fa fuori lo statunitense Donofrio e di misura il tedesco Hein (10-9), decisamente più esperti di lui. Arrivare da unico italiano alla finale “a sei” è già un enorme successo. Ma lui non si accontenta. I suoi avversari sono tutti piuttosto giovani, una nuova generazione alla ribalta. Ma tra quei giovani, lui è il più giovane di tutti. Supera l’australiano Benko, i sovietici Romankov e Stankovic e il francese Pietruszka. La sconfitta con l’altro transalpino Talvard lo costringe però al barrage per l’oro. L’ultimo ostacolo è di nuovo il mancino sovietico (dell’estremo Oriente, ma bielorusso di scuola) Alexander Romankov, uno che concluderà la carriera diversi anni dopo con dieci titoli mondiali e allora ha già vinto una Coppa del Mondo nonostante abbia solo 23 anni. Lo spareggio è senza storia anche stavolta: 5-1 per Del Zotto. Era lì per vincere e ha vinto.

Non finisce qui per Fabio. Nella prova a squadre, è uno dei trascinatori degli azzurri fin dai primi turni. Insieme a lui ci sono Carlo Montano, Stefano Simoncelli, Giambattista Coletti e Attilio Calatroni. Nel girone eliminatorio l’Italia supera il Giappone e la Germania Ovest. Nei quarti batte facile gli Stati Uniti. In semifinale Dal Zotto è fondamentale contro la strafavorita Francia, superata per differenza stoccate. In finale però, le due vittorie di Dal Zotto stavolta non bastano contro la Germania Ovest, che si impone per 9-6 ma consegna comunque agli azzurri, che non andavano a medaglia da Roma 1960, un buon argento per una squadra non proprio stellare.

La carriera di Dal Zotto promette bene dopo quell’oro olimpico a diciannove anni, ma in realtà non decollerà mai e Montreal resterà l’unica grande stagione della sua vita. A Mosca non partecipa ai Giochi dopo un litigio con un maestro, l’anno dopo, nel 1981, viene espulso dai mondiali per indisciplina. Al suo palmares aggiungerà, dopo il Canada, “solotre argenti mondiali a squadre tra ’77 e ’81, un oro e un argento ai Mondiali Militari, un oro agli Europei, un argento e un bronzo alle Universiadi.

FRANCESCO DAMIANI, L’ALTRO TRICOLORE SUL TETTO DEL MONDO DEI PESI MASSIMI

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Damiani contro Biggs – da dartortotorromeo.com

articolo di Nicola Pucci

Mi preme dare a Cesare quel che è di Cesare. Mi spiego: siamo universalmente proiettati nel ricordare l’immenso Primo Carnera quale italiano campione del mondo dei pesi massimi, ma troppo spesso dimentichiamo che solo un altro ragazzone di casa nostra ha colto quel titolo prestigioso. Francesco Damiani, perché è di lui che oggi voglio parlarvi, merita la vetrina perché a fianco degli eroi leggendari del pugilato, un posticino non da poco se lo è ritagliato pure lui.

Classe 1958, romagnolo di Bagnacavallo, Damiani comincia a guadagnarsi attenzione mediatica quando viene selezionato per difendere il tricolore nella categoria dei massimi alle Olimpiadi di Mosca del 1980. In terra sovietica Francesco, dotato di un pugno che fa male ed eccellente incassatore, debutta contro il rumeno Teodor Pirjol, vincendo ai punti, per poi inchinarsi al turno successivo, sempre per verdetto unanime (5-0) a Piotr Zaev, beniamino di casa che verrà sconfitto in finale da Teofilo Stevenson, giunto al culmine della carriera con il terzo titolo olimpico consecutivo.

Proprio con Stevenson Damiani incrocia i guantoni due anni dopo ai Mondiali dilettanti di Monaco di Baviera, mettendo fine all’imbattibilità del cubano che durava da ben 11 anni con un inequivocabile successo ai punti. L’azzurro giunge in finale ma si deve accontentare della medaglia d’argento, sconfitto all’atto decisivo da quel Tyrell Biggs che alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 lo batte ancora, sempre in finale e sempre ai punti, seppur stavolta con verdetto decisamente controverso e dubbio, dopo aver superato per k.o.t prima il tanzaniano Willie Esangura, poi il britannico Robert Wells.

Con due argenti al collo, pure due succesi agli Europei  di Tampere nel 1981 (con il sovietico Vyacheslav Yakovlev) e di Varna nel 1983 (con il tedesco orientale Ulli Kaden) ed un eccellente percorso da dilettante, a Damiani si spalancano le porte del professionismo, debuttando il 5 gennaio 1985 al Palazzetto dello Sport di Perugia contro l’ivoriano Allou Gobe, primo di una serie di 30 vittorie che impreziosiranno il suo curriculum tra i “grandi“.

La categoria del pesi massimi sta per accogliere il talento demolitore di Mike Tyson, che il 1 marzo 1987 battendo Tony Tucker diventa il titolare delle tre cinture di campione del mondo, WBA, WBC e IBF, ultimo ad esser riuscito nell’impresa. Nel 1988 nasce anche la WBO (World Boxing Organization) e a Damiani, che nel frattempo ha conquistato la corona europea della categoria battendo ad Aosta lo svedese Anders Eklund per k.o. alla sesta ripresa, difendendo poi il titolo contro l’olandese John Emmen al Palatrussardi di Milano e contro il tedesco Manfred Jassmann a Sassari, oltre a sfatare il tabù-Biggs, viene offerta la possibilità di combattere per il titolo mondiale della nuova Federazione.

Il 6 maggio 1989, allo Stadio Nicola De Simone di Siracusa, assistito dll’inseparabile Umberto Branchini che ne cura gli interessi, Damiani affronta il sudafricano Johnny Du Plooy, e al minuto 1’48” della terza ripresa mette al tappeto l’avversario, cingendosi della corona di campione del mondo come, appunto, solo Primo Carnera era riuscito a fare. Certo, il titolo non varrà quello che Tyson unanimamente detiene per le tre altre Federazioni, ma ha pur sempre valore universale e quindi… diamo a Damiani quel che è di Damiani.

Qualche mese dopo, al Palazzo dello Sport di Cesena, il pugile romagnolo difende il titolo battendo l’argentino Daniel Eduoardo Neto per k.o.t. al terzo round, per poi mettere in palio la corona, ancora imbattuto da professionista, l’11 gennaio 1991 ad Atlantic City, contro Ray Mercer. Ed è proprio di là dall’Oceano, alla ricerca di quella consacrazione che era sfuggita di un niente alle Olimpiadi del 1984, che Damiani conosce l’onta della prima sconfitta, messo k.o. al minuto 2’47” del nono round, non prima però di aver venduta cara la pelle ed aver dato saggio dell’abituale determinazione pugilistica. Forse addirittura in vantaggio nei cartellini dei giudici.

Sembra l’inizio del declino ma, mentre Tyson perde inopinatamente con Buster Douglas, a sua volta sconfitto da Evander Holyfield, a Damiani è ancora una volta offerta l’opportunità di assurgere agli onori della cronaca, venendo scelto quale sfidante del campione in carica per il match che riunifica le cinture. Ma su quel ring di Atlanta, il 23 novembre 1991, Francesco non salirà mai, sostituito da Bert Cooper (che perderà), complice un infortunio alla caviglia in allenamento che gli nega l’ultima chance iridata della carriera.

E’ tempo di chiudere il capitolo agonistico, ed il commiato è sfortunatamente con una debacle, il 23 aprile 1993 a Memphis nella sfida con Oliver McCall che infligge all’italiano la seconda sconfitta in carriera. L’ultima, ma non importa: lassù, accanto a Primo Carnera, un posticino al sole tra i pesi massimi Francesco Damiani se l’è proprio garantito.