LE ECCEZIONALI IMPRESE DI SHANE GOULD, BAMBINA PRODIGIO DEL NUOTO AUSTRALIANO

 

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Shane Gould ai Giochi di Monaco ’72 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Per una sorta di chissà quale Karma, nel momento in cui il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, dichiara aperti i Giochi della XVI Olimpiade che, per la prima volta, si svolgono nell’emisfero australe a Melbourne, sulla costa meridionale, a qualche centinaia di miglia più a nordest una madre come tante è in attesa di dare alla luce la propria figlia, non potendo ovviamente sapere che, meno di 16 anni dopo, la stessa sarà la protagonista per il suo Paese in un’analoga edizione della rassegna a cinque cerchi.

Il parto avviene il giorno dopo, il 23 novembre 1956, mentre gli atleti di 67 Nazioni iniziano a sfidarsi con l’obiettivo di riuscire a salire sul gradino più alto del podio, ed alla bambina viene impresso il nome di Shane, ma è nel cognome, Gould, che ha coniato le stimmate di quello che sarà il suo futuro di campionessa, e con il quale i media di lingua anglofona vanno a nozze per i loro abituali giochi di parole, tra Gould, appunto, e Gold, che, come tutti ben sanno, significa Oro.

Nasce così il 23 novembre 1956 a Sydney – anche questa, non a caso, la seconda città australiana ad ospitare le Olimpiadi di fine millennio, nel 2000 – nel Nuovo Galles del Sud, Shane Gould, la “bambina prodigio” che, nell’arco di soli 8 mesi, si incarica di riscrivere la tabella dei record mondiali di tutte le specialità del nuoto a stile libero, un’impresa mai registrata sino ad allora e che mai si è ad oggi ripetuta (potenzialmente, potrebbe averne la capacità la sola americana Katie Ledecky, ma dubitiamo che voglia cimentarsi sulla più breve distanza dei 100sl …).

Non ci resta molto, a Sydney, Shane, in quanto si trasferisce con la propria famiglia nelle isole Fiji quando ha appena 18 mesi e, già a sei anni, inizia a nuotare per poi dimostrare un’eccellente predisposizione durante il periodo delle scuole primarie, svolte a Brisbane, ed ancor più ai tempi del Liceo, che frequenta ritornata nella sua città natale, sotto gli attenti sguardi dei coniugi Forbes ed Ursula Carlisle e del loro assistente Tom Green, coach all’avanguardia che hanno fatto la fortuna del nuoto australiano.

Chi ha la bontà e la pazienza di seguirmi su queste pagine, sa benissimo come io consideri l’edizione dei Giochi di Monaco ’72 – dopo l’allargamento del programma natatorio avvenuto quattro anni prima a Città del Messico – come la data di nascita del Nuoto moderno, visto che in ogni gara disputata sono stati migliorati i relativi record olimpici ed, in ben 22 delle 29 gare disputate, crollano anche i primati mondiali.

Beh, nel caso della Gould, tale “spartiacque”, avviene con un anno di anticipo, allorché la poco più che 14enne australiana strabilia l’universo delle piscine con un’impresa che non ha eguali nella storia di questo meraviglioso sport, provare per credere …

Dapprima, si reca a Londra a fine aprile ‘71 per un meeting organizzato dalla Coca Cola ed, il 30, forse per una forma di riverenza nei confronti della, sino ad allora, più famosa nuotatrice australiana di tutti i tempi, vale a dire Dawn Fraser – capace di aggiudicarsi la medaglia d’oro sui 100sl in tre edizioni consecutive dei Giochi, ad iniziare proprio da Melbourne ’56, dove si impone l’1 dicembre mentre Shane è attaccata al seno materno – si limita ad eguagliare in 58”9 il limite della leggendaria campionessa, ma, il giorno dopo, non ha lo stesso rispetto verso l’americana Debbie Meyer (a propria volta vincitrice di tre ori sui 200, 400 ed 800sl ai Giochi di Città del Messico ’68), migliorando in 2’06”5 il primato sui 200sl che la nuotatrice del Maryland deteneva dai Trials Olimpici di Los Angeles ’68.

E’ fuor di dubbio che il nome di Shane Gould, dopo queste due prestazioni, inizi ad echeggiare nell’ambiente, specie sulle coste della California, e figuriamoci se gli epigoni tecnici americani non vogliono “toccare con mano” il nuovo fenomeno del nuoto mondiale.

Detto fatto, vengono immediatamente accontentati, visto che il 9 luglio ’71, in occasione del meeting di Santa Clara, Shane si appropria anche del record sui 400sl, nuotati in 4’21”2 ed abbassando così il limite stabilito dalla compagna di allenamenti Karen Moras, la quale aveva anch’essa migliorato il precedente primato della Meyer durante il già ricordato meeting di Londra, il 30 aprile precedente.

Come è noto, le stagioni nell’emisfero australe hanno una cadenza opposta rispetto alla parte boreale, e non deve quindi stupire il fatto che in Australia la stagione natatoria si svolga principalmente nei mesi da dicembre a febbraio, occasione che la Gould non si lascia sfuggire per completare il “pokerissimo” dei record a stile libero, nuotando – dopo aver il 26 novembre ritoccato a 2’05”8 il proprio record sui 200sl – gli 800sl in 8’58”1 il 3 dicembre ed i 1500sl (distanza non olimpica) in 17’00”6 il 12 successivo, in entrambi i casi davanti ai propri tifosi, e cioè nella piscina di Sydney che, meno di 30 anni dopo, ospiterà a propria volta i Giochi olimpici.

Dal 30 aprile al 12 dicembre 1971, in 227 giorni, la “ragazzina terribile” riscrive gli albi dei record mondiali del nuoto, con quattro nuovi primati assoluti ed uno eguagliato, per poi eliminare anche questa piccola discrepanza, facendo del tutto suo anche il limite sui 100sl, nuotati in 58”5 l’8 gennaio ’72, ancora a Sydney, il migliore dei modi per iniziare la stagione olimpica che porta ai Giochi di Monaco.

Ovviamente, non crediate che dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, in casa Stati Uniti, se ne stiano con le mani in mano, avendo tra l’altro a disposizione una squadra di primaria grandezza in entrambi i settori maschile e femminile – e che, difatti, alle Olimpiadi di Monaco conquista ben 43 medaglie contro le sole 10 dell’Australia – e le prime risposte vengono in occasione dei Trials di Chicago, dove la 15enne australiana vede togliersi i record sui 200sl da parte di Shirley Babashoff, che nuota la distanza in 2’05”21, nonché sulla massima distanza olimpica degli 800sl, dove ad imporsi è Jo Ann Harshbarger in 8’53”83, a testimonianza che la sfida lanciata dalla Gould è stata raccolta dal Team Usa ed il campo di battaglia per derimere la contesa sarà la “Schwimmhalle” di Monaco di Baviera.

Poiché, in qualsiasi disciplina sportiva, anche l’aspetto psicologico ha la sua sicura importanza, la relativamente minuta (misura, difatti, m.1,71 per 59kg.) australiana apre la propria “Settimana di Gloria” presentandosi il 28 agosto 1972, all’apertura del programma natatorio, sui blocchi di partenza dei 200misti, il cui record di 2’23”5 appartiene all’americana Claudia Kolb, Oro su entrambe le distanze dei 200 e 400misti a Città del Messico, e risalente all’agosto ’67.

A contendere il podio all’australiana vi sono l’americana Lynn Vidali, che fa segnare in 2’24”92 il miglior tempo in batteria, ed un’altra “bambina prodigio” che fa il suo esordio a Monaco ad un mese di distanza dal compiere 14 anni, vale a dire la tedesca orientale Kornelia Ender, la quale troverà la propria consacrazione quattro anni dopo a Montreal ’76, che si qualifica per la Finale con il secondo miglior tempo di 2’25”39, nel mentre il 2’26”44 fatto registrare dalla Gould le vale appena il sesto crono, facendo riflettere circa l’opportunità di sprecare energie in questa prova, viste le sfide che la attendono a stile libero.

Dubbio più che legittimo, che sembra trovare conferma allorché, dopo la terza vasca nuotata a rana, la Vidali vira con oltre 1” di vantaggio sulle altre finaliste, ma sia la Gould che la Ender hanno nello stile libero il loro punto di forza, raggiungendo l’americana a 20 metri dal tocco finale per poi sopravanzarla ed andare a conquistare il rispettivo Oro ed Argento, ma sbalorditivo è il riscontro cronometrico, con la tedesca a segnare un 2’23”59 che di fatto eguaglia il record della Kolb, e l’australiana a realizzare il nuovo limite in 2’23”07, oltretutto in una specialità non propriamente a lei congeniale, ed altresì raggiunto a meno di un’ora di distanza dall’aver disputato le semifinali dei 100sl.

 

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Ender, Gould e Vidali sul podio dei 200 misti – da:gettyimages.it

Già, perché il “tour de force” della non ancora 16enne Gould prevede ritmi incalzanti ed, il giorno dopo, si presenta sui blocchi per la Finale dei 100sl, dove si è qualificata con il secondo miglior tempo di 59”20 alle spalle della Babashoff (59”05) e facendo meglio dell’ulteriore pretendente alle medaglie, e cioè l’altra americana Sandy Neilson, con 59”41.

Che la lotta per le medaglie fosse ristretta a tale terzetto è opinione comune, meno che a mettersi l’Oro a collo sia la meno accreditata delle tre, vale a dire la Neilson, la quale conduce una gara di testa sin dall’inizio andando a toccare in 58”59, a soli 0”09 centesimi dal primato della Gould, la quale, a propria volta, deve subire il ritorno della Babashoff, settima alla virata dei 50 metri, che le soffia l’Argento per soli 0”04 centesimi (59”02 a 59”06), facendo sì che l’australiana subisca la sua prima sconfitta in una gara a stile libero negli ultimi due anni …!!

 

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Il podio dei 100sl – da:wikimedia.org

 

E, quanto fosse sentita la sfida con la liceale di Sydney in casa americana, è dimostrato dal fatto che, sull’onda di tale successo, le nuotatrici Usa indossano una T-shirt su cui campeggia, sfruttando ad arte il gioco di parole con il cognome della loro avversaria, la scritta “All that glitters is not Gould”, traduzione in inglese del noto adagio “Non tutto è Oro (Gold-Gould) quel che luccica”, una spavalderia di cui avranno modo di pentirsi molto presto …

Al mattino dopo, 30 agosto, sono difatti previste le batterie dei 400sl, con Finale in programma al tardo pomeriggio, ed in casa Usa i risolini di circostanza si sprecano dopo che l’australiana si qualifica per l’atto conclusivo con il solo quinto tempo, anche se, a dire il vero, un’altra insidia si presenta all’orizzonte, ed al volto, le gambe e le braccia della nostra Novella Calligaris, la quale mette a segno, con 4’24”14, non solo il miglior tempo di qualifica, ma anche il relativo record olimpico.

Un primato che dura lo spazio di un amen, visto che nella Finale del pomeriggio ben cinque ragazze ne scendono al di sotto, prima fra tutte proprio la Gould, la quale fa gara a sé, aggiudicandosi l’Oro con netto margine e frantumando il suo stesso limite, portato a 4’19”04, con la Calligaris ultima a cedere migliorandosi sino a 4’22”44 per precedere la tedesca orientale Gudrun Wegner, Bronzo in 4’23”11, mentre per il trio americano, mestamente ai margini del podio in fila indiana, sarà forse il caso di riporre quelle sciocche magliette.

 

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La Gould esulta dopo l’Oro sui 400sl – da:gettyimages.it

Un giorno di riposo è necessario, e più che sufficiente, per la Gould – la quale ha sinora altresì dimostrato una grande capacità di dosare le energie, nuotando il minimo necessario in batteria per poi dare il meglio di sé in Finale – attesa l’1 settembre alla prova forse più attesa del suo programma, vale a dire la sfida sui 200sl con la Babashoff che le aveva tolto il record alle selezioni Usa di Chicago appena un mese prima.

Come nel caso della gara sulla doppia distanza, anche in questo caso batterie al mattino, con il record olimpico che cade per tre volte, e non certo per mano della Gould che, come al solito, si qualifica con il terzo tempo di 2’07”95, avendo fatto meglio di lei l’americana Keena Rothhammer (2’07”48) e la tedesca orientale Andrea Eife con 2’07″’5, mentre la primatista mondiale Babshoff gioca anche lei a nascondino, non meglio che quinta con 2’08”48.

Ma le batterie sono una cosa e la Finale ben un’altra, con la Gould che impone alla gara un ritmo altissimo, tanto da virare a metà percorso in 1’00”04, tempo di 1”26 inferiore al passaggio record della Babashoff, la quale, in seconda corsia le nuota a fianco essendo l’australiana in terza, e, dopo un tentativo di rimonta della Rothhammer nella terza vasca, è proprio la Babashoff a tentare di andare ad insidiare la caccia al terzo Oro personale della Gould, che ha il vantaggio di poterla controllare, e l’americana non ha certo nulla da rimproverarsi, avendo nuotato più velocemente che in occasione del proprio record, ma il 2’04”33 con cui tocca la piastra d’arrivo, impallidisce di fronte al sensazionale 2’03”56 con cui l’australiana si riappropria del primato, con anche la Rothhammer, a testimonianza del livello della competizione, a scendere sotto il precedente limite, chiudendo terza in 2’04”92.

E così la Gould, che in occasione della premiazione dei 200misti aveva ricevuto in dono dalla Fraser un canguro di pezza che le era stato consegnato alla cerimonia dei Giochi di Melbourne ’56 – ad ulteriore testimonianza di un effettivo passaggio di testimone tra le due grandi interpreti del nuoto australiano – può nuovamente esibire quello che è diventato un suo talismano nel vedere nuovamente la bandiera del proprio Paese salire sul pennone più alto, tra due delusi vessilli “a stelle e strisce”.

Ci sarebbe da essere già più che soddisfatte, ma gli obblighi di una campionessa vanno rispettati, e la Gould ha ancora una prova a sua disposizione, la più massacrante, non tanto per la distanza in sé, vale a dire gli 800sl, ma in quanto giungono al termine di cinque giorni di gare in cui la quasi 16enne ha percorso 4200 metri ai massimi livelli, ma tant’è, e così il 2 settembre le batterie la vedono realizzare il terzo tempo in 9’10”84, con la sola Rothhammer a scendere sotto il muro dei 9’ e la nostra Calligaris a confermare il suo stato di grazia nuotando in 9’02”96.

Di nuovo, l’esito delle batterie indica chiaramente su chi puntare per l’assegnazione delle medaglie, ma stavolta – come accaduto per la Babashoff sui 200sl – non è sufficiente per la Gould nuotare la distanza al disotto del suo precedente limite, in quanto il suo 8’56”39 non regge il confronto rispetto all’8’53”68 con cui la Rothhammer, oltre a conquistare l’Oro, migliora il fresco primato della connazionale Harshbarger, anch’essa della contesa, conclusa in un’anonima sesta posizione, mentre “Novellina nostra” aggiunge all’Argento sui 400sl anche il Bronzo sulla più lunga distanza.

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Gould, Rothhammer e Calligaris, podio degli 800sl – da:gettyimages.it

Le fatiche della Gould si concludono qui, in tutti i sensi, decidendo la stessa di abbandonare l’attività dopo aver realizzato tre differenti primati, vale a dire di essere l’unica nella storia del nuoto ad aver detenuto contemporaneamente i record dello stile libero dai 100 sino ai 1500 metri, di essere stata la prima nuotatrice ad aggiudicarsi tre medaglie d’oro con altrettanti record mondiali, nonché la prima di ambo i sessi a salire per cinque volte sul podio in altrettante gare individuali, staffette escluse, pur avendo la sfortuna di vedere le sue imprese “parzialmente oscurate” da quanto compiuto da Mark Spitz in campo maschile, con sette medaglie d’oro accompagnate da altrettanti primati assoluti.

A dire il vero, prima di chiudere definitivamente con il nuoto a livello agonistico, c’era da scrivere un ultimo capitolo del suo breve, ma intenso romanzo sportivo, vale a dire quello di essere la prima donna a scendere sotto la barriera dei 17’ netti sui 1500sl, compito che Shane Gould porta degnamente a termine l’11 febbraio 1973 in occasione dei Campionati nazionali australiani, con il tempo di 16’56”9.

La troppa pressione da parte dei media e la sua personale riluttanza verso una troppa pubblicità – immaginate solo per un momento, quanto avrebbe potuto ricavare in fatto di sponsor se avesse gareggiato ai tempi odierni – fanno sì che la Gould scompaia dalla scena pubblica per oltre cinque lustri, sposandosi a 18 anni per poi vivere in una fattoria nella parte occidentale dell’Australia dove si dedica all’allevamento di cavalli ed all’educazione dei suoi quattro figli.

La vita coniugale non è ottimale, in quanto il coniuge si dimostra un uomo possessivo e spesso violento, così che l’unione si conclude dopo 22 anni di matrimonio, con i figli ormai grandi, circostanza che coincide con il ritorno della Gould all’antico amore – e che era stata la “goccia che aveva fatto traboccare il vaso” nei rapporti con il marito, il quale l’aveva picchiata una volta saputa la sua decisione di partecipare ai Campionati di Nuoto riservati alle Categorie Master – in cui non perde le buone abitudini, stabilendo i record australiani sui 100, 200 e 400sl, nonché sui 100 farfalla nella categoria dai 40 ai 44 anni, e dei 50 farfalla e dei 100 e 200sl nella categoria da 45 a 49 anni, con il più, nel 2003, il record mondiale di 2’38”13 sui 200misti nella fascia tra i 45 e 49 anni, migliore, così per fare un esempio, del record mondiale assoluto dell’americana Donna De Varona stabilito in 2’40”1 nel maggio ’61.

Considerato come l’esperienza matrimoniale non sia certo stata delle più felici (usando un eufemismo) resta il grande rammarico, per tutti gli amanti della disciplina, di non aver potuto esplorare sino in fondo quali limiti avrebbe potuto raggiungere la Gould se avesse continuato l’attività, quanto meno per un anno, vista l’organizzazione dei primi Campionati Mondiali, svoltisi a Belgrado nel 1973 …

Ma, come è solito dirsi, non si può aver tutto dalla vita …

 

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JORGE MARTINEZ, IL CAMPIONE DELLE CLASSI MINORI

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Jorge Martinez in sella alla Derbi – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Sembra passata un’era giurassica, perchè alcuni aspetti della sua carriera non hanno riscontri ai tempi di oggi, ma Jorge Martinez può legittimamente aspirare al titolo di campione di riferimento delle classi minori del motociclismo, quantomeno una volta appeso il casco al chiodo l’impareggiabile Angel Nieto.

Premesso che il termine “classi minori” non ha accezione riduttiva per il prestigio della categorie specifiche per i rischi ad esse connessi, altresì rimanda solo alla minor cilindrata, stiamo trattando di un centauro che conobbe gloria sportiva per buona fetta degli anni Ottanta e per una parte congrua del decennio successivo. Martinez, infatti, nasce ad Alzira, nella comunità valenciana, il 29 agosto 1962 e proprio sui circuiti della sua zona comincia già a farsi notare a fine anni Settanta, quando battaglia quasi ad armi pari nella Copa Streaker del 1979 con Sito Pons, di tre anni più vecchio, uno che poi diventerà una leggenda prima e forse più di lui.

Martinez, che gli amici chiamano “Aspar” in ricordo di quel che era il mestiere del nonno, di lì a poco (1981) è già campione nazionale nella classe 50 cc. e secondo in 125 cc., e per l’anno dopo (1982) il debutto nel circuito mondiale è quasi obbligatorio. L’esordio avviene nella classe 50 cc., in sella ad una Bultaco, con due sesti posti a Jarama e Spa che gli regalano i primi punti iridati, confermandosi poi nel 1983 con il primo di una serie di sessantuno podi globali, salendo sul gradino più basso il 22 maggio ancora nella gara di casa, sempre a Jarama, alle spalle di Eugenio Lazzarini che monta Garelli e dell’elvetico Stefan Dorflinger, soffiando il piazzamento di un battito di ciglio a Claudio Lusuardi.

Il dado è tratto, e Martinez fino al 1997, anno in cui abbandonerà le scene, lascerà il suo marchio sulle piste di mezzo mondo. Intanto è costretto a salire di classe, perchè a fine 1983 la 50 cc. chiude i battenti, passando alla classe 80 cc. in cui corre per sei anni con la Derbi che per l’occasione rientra nel Mondiale dopo che a fine 1973 si era ritirata dal circuito iridato. Jorge compete con continuità nel campionato, mettendo in mostra un coraggio leonino, uno stile di guida essenziale e un senso tattico fuori dal comune. Ad Assen, nella “cattedrale del motociclismo“, il 30 giugno conquista la sua prima vittoria battendo in volata l’olandese Hans Spann, per poi giungere secondo in Belgio e al Mugello quando a precederlo sono ancora Dorflinger e il tedesco Gerhard Waibel, chiudendo infine la stagione con il quarto posto in classifica generale, 62 punti contro gli 82 punti dello stesso Dorflinger che coglie il titolo mondiale.

L’anno dopo Martinez si migliora, vincendo a Jarama e nei due appuntamenti italiani del Mugello e di Misano, per concludere in seconda posizione con 67 punti, pure stavolta anticipato in classifica dall’immancabile Dorflinger che incamera il quarto successo iridato consecutivo, dopo aver fatti suoi anche quelli del 1982 e del 1982 in classe 50cc.

Ormai i tempi sono maturi e Martinez è pronto a rilevare il testimone dallo svizzero nelle vesti di primattore, ed in effetti tra il 1986 e il 1988 lo spagnolo non conosce rivali. E se nei primi due anni si limita a gareggiare con la cilindrata minore, assicurandosi due titoli mondiali (più giovane iridato nella storia della classe 80 cc.) e ben undici successi parziali, nel 1988 opta per un secondo impegno, guidando anche in classe 125 cc.. E’ questa la sua stagione d’oro, con ben quindici vittorie (6 in 80 cc. e 9 in 125 cc., di cui cinque consecutive) e altri due titoli mondiali, trovando modo di segnare un record con il doppio successo in un sol giorno a Imola, Assen, Rijeka e Brno.

Insomma, se la vetrina è per Eddie Lawson che trionfa nella classe regina, e Pons in parte lo oscura vincendo nella classe 250 cc., Martinez nondimeno è il pilota che per l’anno 1988 più volte sale sul primo gradino del podio. E questo è un merito che pochi altri possono poter dire di vantare.

L’apice è raggiunto, e se nel 1989 i risultati sono al di sotto delle aspettative, con un solo successo in classe 80 cc. in Italia ed un altro in classe 125 cc. in Francia che gli valgono non meglio che rispettivamente un ottavo e nono posto nelle due classifiche generali, a fine anno si consuma il divorzio con la Derbi. Martinez sceglie di guidare per la JJ Cobas che annovera tra le sue file il nuovo campione del mondo della 125 cc., l’emergente Alex Criville, e nel 1990 conquista tre vittorie a Jerez de la Frontera, a Misano e a Salisburgo, chiudendo infine in sesta posizione un campionato del mondo che saluta la vittoria finale di Loris Capirossi.

Nel frattempo la classe 80 cc. è stata pure lei definitivamente fatta fuori, e Martinez, che ama il mezzo meccanico e necessita di una dose massiccia di adrenalina come pochi altri campioni, doppia stavolta l’impegno correndo anche in classe 250 cc., ma la sua JJ Cobas è scarsamente competitiva e in curriculum “Aspar” non può che annoverare un undicesimo posto nella prova conclusiva in Australia sul circuito di Phillip Island come miglior risultato.

Dirotta dunque passione ed energie nella classe 125 cc., che lo vedono ormai relegato ad un ruolo secondario, seppur sempre tra i migliori, tanto più dal 1992 quando dà vita ad un team privato, l’Aspar Racing Team. Si toglie lo sfizio di vincere altre due gare, a Kyalami nello stesso 1992 in sella ad una Honda dopo un acceso duello con il connazionale Carlos Girò, e in Argentina nel 1994, quando con la Yamaha batte Noburu Ueda cogliendo l’ultimo di una serie di 37 successi mondiali.

Poi, nel 1997, il ritiro, non prima però aver battagliato con un giovanissimo Valentino Rossi nel giorno della prima vittoria assoluta a Brno, nel 1996, di quello che poi sarebbe diventato “The Doctor“, e una seconda vita sportiva spesa con il suo team a favorire nella corsa al titolo della classe 125 cc. Alvaro Bautista nel 2006, Gabor Talmacsi nel 2007, Julian Simon nel 2009 e Nico Terol nel 2011, tutti inderogabilmente alla guida di un’Aprilia messa a punto dal talento di “Aspar“. Che di nome faceva Jorge Martinez, ed è stato un grande delle classi minori. Sempre, ovviamente, Angel Nieto permettendo…

GERT FREDRIKSSON, IL CANOISTA SVEDESE COLLEZIONISTA DI MEDAGLIE

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Gert Fredriksson – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla della Svezia, in ambito sportivo, al di là di taluni talenti calcistici sbocciati principalmente nell’immediato dopoguerra – dal famoso trio rossonero “Gre-No-Li” (Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm) alla guizzante ala Kurt Hamrin od al centravanti Hasse Jeppson, per il quale il Comandante Achille Lauro sborsa oltre 100milioni negli anni ’50 per portarlo al Napoli – il pensiero va a due personaggi che ne hanno fatto la storia nelle rispettive specialità, vale a dire il tennista Bjorn Borg (peraltro ben coadiuvato, in seguito, dai connazionali Mats Wilander e Stefan Edberg) e lo sciatore Ingemar Stenmark, due autentiche icone degli sport citati.

Ma, se si va a scavare un po’ più indietro nel tempo, ci si accorge che, senza nulla togliere allo spessore degli atleti sopra ricordati, ve ne è un altro che, quantomeno in sede olimpica e mondiale, non ha niente da invidiare a cotanto consesso, ed anzi, rappresenta l’alfiere del proprio Paese in una specialità, come la canoa, di cui è stato per oltre un decennio il dominatore assoluto.

Il nominativo in questione altri non è che Gert Fredriksson, il quale nasce il 21 novembre 1919 a Nykoping, posta sul Mar Baltico 100 chilometri a sud-ovest della capitale Stoccolma, e dove, all’età di 17 anni inizia ad avvicinarsi al mondo della pagaia, affascinato dalle possibilità offerte dalla pratica della canoa nel meraviglioso arcipelago in cui si affaccia la sua città.

Una passione che si sviluppa in fretta, tanto da essere aggregato, come riserva, alla squadra nazionale svedese già nel 1939, a 20 anni non ancora compiuti, periodo che, purtroppo, vede l’umanità intera doversi scontrare con ben più gravi e tragici problemi che non andare per mare a vogare.

Gli eventi della seconda guerra mondiale, con la cancellazione delle Edizioni del 1940 e 1944 dei Giochi olimpici, probabilmente possono aver tolto qualche possibilità in più per arricchire il proprio medagliere a Fredriksson, ma, di contro, hanno al medesimo consentito di acquisire la giusta condizione fisica e mentale, fatta di continui e proficui allenamenti, per essere pronto, già avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, per raccogliere le sfide in sede sia olimpica che mondiale, avendo già iniziato a raccogliere titoli in patria – saranno 32 in totale, di cui 16 nel K-1 1000m., 15 nel K-1 10.000m. ed uno nel K-1 500m., in un arco temporale che va dal 1942 al ‘60 – così come raccoglie altri 17 successi nei “Campionati nordici” dal 1946 al ’55.

La disciplina della canoa in senso lato è costituita da due differenti specialità, la canoa cosiddetta “canadese” che si pratica in ginocchio sull’imbarcazione ed una pagaia a pala singola che consente di remare da un solo lato, ed il kayak che, al contrario, prevede una posizione seduta con una pagaia a doppia pala che consente di remare su entrambi i lati, e specialisti in questo sport sono da sempre gli atleti tedeschi, i quali vantano 36 medaglie d’Oro alle Olimpiadi (cui ne vanno aggiunte 14 conquistate dalla ex Germania Est), seguiti dall’Unione Sovietica a quota 29 (oltre 7 appannaggio delle varie repubbliche indipendenti ad avvenuta disgregazione dell’impero sovietico) e dall’Ungheria con 25.

Bello notare che, alle spalle di queste super potenze, si piazza la Svezia, con 30 medaglie complessive, di cui 15 d’Oro, delle quali ben 8 (e, soprattutto, 6 del metallo pregiato) sono state messe al collo di Fredriksson, il quale è, pertanto, l’atleta in assoluto più medagliato nella storia dei Giochi per quanto riguarda il suo Paese, nonché il canoista maschile a vantare tale primato per quanto attiene a detta singola disciplina, essendo superato solo dalla tedesca Birgit Fischer-Schmidt, capace in 6 edizioni (dal 1980 al 2004, saltando per boicottaggio il 1984, rappresentando, all’epoca, la ex Ddr) di vincere 12 medaglie, di cui 8 Ori.

Il tuffo nell’oro inizia per Fredriksson alla riaccensione del sacro fuoco di Olimpia ai Giochi di Londra ’48, il cui programma prevede due gare ben diverse l’una dall’altra, vale a dire il K-1 1000m (distanza che si copre in meno di 5’) ed il K-1 10.000m., una sorta di “maratona della pagaia” che vede i canoisti impegnati per quasi un’ora in una prova assolutamente massacrante.

Diverso, come accade in molti altri sport, il programma dei Mondiali, allargato ad altre gare e che, stante il ritorno all’attività sportiva dopo gli eventi bellici, si disputano in contemporanea ai Giochi, così che Fredriksson può gareggiare in quattro prove, di cui due valide per le medaglie olimpiche ed altrettante per il titolo iridato.

Iniziando da queste ultime, il 29enne svedese, il quale non fa molta distinzione tra prove di sprint o di resistenza, inaugura il proprio palmarès con il titolo iridato del K-1 500m. superando il connazionale Lars Glasser (2’14”2 a 2’15”0), insieme al quale ed ai compagni Lars Helsvik e Lennart Klingstrom, si aggiudica anche la gara della staffetta K-1 4x500m., con netto vantaggio sulle altre imbarcazioni scandinave di Norvegia e Danimarca, giunte nell’ordine.

La musica non cambia per l’assegnazione del podio olimpico, con le imbarcazioni che scendono in acqua l’11 agosto per la Finale del K-1 10.000m. che Fredriksson si aggiudica con il tempo di 50’47”7 precedendo il finlandese Kurt Wires ed il norvegese Elvin Skabo, per poi non risentire minimamente della fatica allorché, il giorno appresso, si presenta sull’incantevole bacino di Henley, sul Tamigi, per affrontare la più corta distanza del K-1 1000m., vinta con un distacco di quasi 7” (4’33”2 a 4’39”9) sul danese Kobberup che non trova riscontro nella storia dei Giochi, con il francese Henri Eberhardt, già quinto sui 10km., ad inserirsi nel dominio nordico conquistando il bronzo.

Che, al momento, la disciplina sia un “affare interno” al mondo scandinavo se ne ha la conferma, due anni dopo, in occasione della rassegna iridata di Copenaghen ’50, in cui le 9 gare in programma del kayak vedono sette successi svedesi ed uno a testa di Danimarca (nel K-1 500m. con Kobberup) e Finlandia, ma è proprio il finnico Thorvald Stromberg – di 12 anni più giovane dello svedese – ad infliggere a Fredriksson una delle sue rare sconfitte, superandolo nella Finale del K-1 10.000m., nel mentre il campione olimpico non ha difficoltà ad affermarsi con il K-1 1000m., precedendo lo stesso  Stromberg, e con la staffetta K-1 4x500m. davanti al quartetto danese.

Un brutto cliente, “da prendere con le molle”, questo giovane finlandese, il quale tiene ovviamente a ben figurare alla successiva, per lui importantissima occasione, costituita dalle Olimpiadi che si svolgono giustappunto in Finlandia, ad Helsinki ’52 nello splendido bacino di Taivallahti, ad un chilometro di distanza dallo Stadio Olimpico.

Con il calendario che prevede, come quattro anni prima, la disputa per primo del K-1 10.000m., in programma il 27 luglio ed il giorno seguente la Finale del K-1 1000m., i due favoriti si distaccano nettamente dal resto degli avversari per fare gara a sé nella “Maratona del kayak”, con Fredriksson a restare nella scia del suo più giovane rivale, salvo restare folgorato, al momento dell’attacco conclusivo, dalla freschezza del 21enne Stromberg, il quale si impone infine con ragguardevole distacco di oltre 11” (47’22”8 a 47’34”19), con il tedesco Scheuer, bronzo, a debita distanza.

Se, da un lato, 12 anni di distanza rappresentano un indubbio vantaggio dal punto di vista della vigoria fisica, dall’altro l’esperienza gioca pur sempre un indubbio punto a favore dell’atleta più anziano, circostanza che Fredriksson sfrutta appieno il giorno dopo, nella Finale del K-1 1000m., iniziando a sprintare sin da metà percorso, una tattica che trova impreparato Stromberg, il cui tentativo di rimonta si infrange al di sotto dei 2” (4’07”9 a 4’09”7) che separano le due imbarcazioni sulla linea del traguardo, mentre il tempo di 4’20”1 fatto registrare dal francese Louis Gantois, terzo arrivato, la dice ben lunga sul divario esistente tra la coppia scandinava ed il resto del lotto.

L’inesorabile avanzare dell’età, consiglia all’oramai quasi 35enne svedese di risparmiarsi le fatiche dei 10 chilometri – il cui titolo va all’ungherese Ferenc Hatlaczki, di cui sentiremo di nuovo parlare – per concentrarsi sulle più brevi distanze che il programma iridato prevede, ed ecco che, ai Mondiali di Macon ’54, in Francia, Fredriksson incrementa la propria collezione di medaglie con gli Ori nel K-1 500m., K-1 1000m. e con la conferma del titolo nella staffetta K-1 4x500m., per poi prepararsi ad affrontare la sua terza esperienza olimpica, ai Giochi di Melbourne ’56.

Occorre a questo punto fare una doverosa precisazione per replicare a chi – sia pur a giusta ragione – può obiettare come i successi dei rematori scandinavi, e pertanto anche di Fredriksson, siano stati favoriti dal fatto che tale regione avesse subito in misura minore l’impatto con gli eventi del secondo conflitto mondiale, ma una tale considerazione si scontra con la circostanza derivante dalla conferma di come, con tutte le Nazioni oramai a pieno regime in ambito sportivo, nonché con i rappresentanti dell’Unione Sovietica a far parte dell’arengo olimpico già dai Giochi di Helsinki ’52, lo svedese rappresenti ancora un ostacolo per quasi tutti insormontabile, a dispetto del fatto che si stia incamminando verso le 40 primavere.

Prova provata è quel che accade sulle acque del Lago Wendouree il 30 novembre 1956, esattamente 11 giorni dopo il compimento dei 37 anni da parte di Fredriksson, allorché lo svedese infligge un distacco di quasi 10” (47’43”4 a 47’53”3) al campione iridato ungherese Hatlaczky, di quasi 15 anni più giovane, mentre il detentore del titolo olimpico, Stromberg, conclude non meglio che quarto ad oltre mezzo minuto di distacco.

E se, come luogo comune, suole dirsi che con l’età aumentano le doti di resistenza – anche in atletica, la quasi totalità dei maratoneti si avvicina a detta prova dopo essersi cimentata per anni in pista sui 5 e 10mila metri – un punto pertanto a favore di Fredriksson, come si può spiegare il fatto che anche sulla più corta distanza del K-1 1000m. il 25enne sovietico Igor Pissarov non sia stato capace di tenere il ritmo dello svedese che va a conquistare, in 4’12”8 il suo terzo Oro consecutivo in tale prova (impresa a tutt’oggi ineguagliata …) se non con la semplice constatazione che lo svedese è stato il più forte canoista di tutti i tempi.

Con 5 Ori individuali ed un argento in sede olimpica, ce ne sarebbe più che a sufficienza per “attaccare la pagaia al chiodo”, anche perché gli anni passano pure per le “leggende” e la concorrenza si fa sempre più dura ed aggressiva, come dimostra l’esito dei Mondiali di Praga ’58, prima rassegna iridata che non vede Fredriksson salire sul gradino più alto del podio, dovendosi accontentare dell’argento con il K-1 500m. e del bronzo sia con il K-1 100m. che con la staffetta K-1 4x500m., mentre il redivivo Stromberg torna al successo nel K-1 10.000m., prova che però viene esclusa dai Giochi Olimpici di Roma ’60 in favore dell’introduzione della staffetta K-1 4x500m.

E, proprio dalla staffetta che lo aveva visto per tre volte campione mondiale, giunge la delusione della mancata qualificazione per la Finale a sei sul bacino del Lago Albano, per la sfortuna di essere, il quartetto svedese, inserito nella più veloce delle tre semifinali, in quanto il tempo di 7’55”05 realizzato avrebbe consentito l’accesso all’atto conclusivo in entrambe le altre serie, ma Fredriksson se ne fa comunque una ragione, in quanto il 29 agosto deve disputare le ultime gare della sua straordinaria carriera, vale a dire le Finali del K-1 1000m. e del K-2 1000m., in coppia con Sven-Olov Sjodelius, prima volta ai Giochi che lo svedese non si esprime in una prova individuale.

A 40 anni già compiuti, Fredriksson è in ogni caso ancora in grado di dire la sua, scendendo per la prima volta sotto i 4’ in sede olimpica nella gara individuale, il cui 3’55”89 gli vale l’unico bronzo a cinque cerchi della carriera, con il gradino più alto del podio appannaggio del danese Erik Hansen in 3’53”00 e quindi mettendo la più classica delle “ciliegine sulla torta” cogliendo un fantastico Oro con il K-2 1000m. in una Finale in cui gli Dei di Olimpia strizzano un occhio al loro eroe, dato che l’armo svedese si afferma per l’inezia di appena 0”18 centesimi (3’34”73 a 3’34”91) sugli ungheresi Mészaros/Szente.

Il contributo alla causa olimpica svedese di Fredriksson non si conclude comunque con l’addio all’attività agonistica in quanto, assunto l’incarico di Capo Allenatore della propria Federazione, non può certo considerarsi un caso il fatto che, quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, la bandiera con la croce gialla in campo blu rappresentante il Paese scandinavo continui a sventolare sul più alto pennone durante la cerimonia di premiazione della gara del K-1 1000m. (vinta da Rolf Peterson), così come per l’esito del K-2 1000m., in cui ad aggiudicarsi l’Oro è la coppia formata da Gunnar Utterberg e dal compagno di Fredriksson a Roma, Sven-Olov Sjodelius.

Come stupirsi, pertanto se, ad un atleta di così alto lignaggio – ed al quale, per le sue imprese ai Giochi di Melbourne ’56, il Comitato Olimpico Internazionale assegna il trofeo di “Miglior Sportivo dell’anno”, unico canoista a ricevere tale riconoscimento – successivamente alla sua scomparsa, avvenuta il 5 luglio 2006 ad 87 anni, la sua città natale di Nykoping abbia addirittura dedicato una statua che ne simboleggia la grandezza, non solo sportiva, ma anche umana …

 

IL PRIMO QUINQUENNIO VINCENTE DELLA JUVENTUS 1931-’35

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La Juventus Campione d’Italia 1934 – da wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Quando, il 6 ottobre 1929, si disputa la prima giornata del Campionato di Serie A a girone unico, con ciò dando ufficialmente l’addio al cosiddetto “periodo pionieristico” del nostro Calcio – anche se, ad onor del vero, già dal 1926 le varie compagini disputavano dei tornei, sia pur suddivise geograficamente, per poi dar vita alla fase finale per l’assegnazione dello Scudetto – il relativo Albo d’Oro vede al comando il glorioso Genoa con 9 titoli – da quello inaugurale del 1898 all’ultimo, conquistato nel 1924, occasione in cui, per la prima volta, viene cucito sulle maglie della squadra vincitrice il “triangolino tricolore” – seguito dall’altrettanto gloriosa Pro Vercelli a quota 7 e che aveva chiuso con la vittoria nel 1922 la sua epoca vincente.

A debita distanza, seguono le “tre grandi del Calcio italiano”, con il Milan a tre titoli – ma, dopo quello conquistato nel 1907, dovranno passare ben 44 anni prima che i tifosi rossoneri possano nuovamente tornare a gioire – ed Inter e Juventus, assieme al Bologna a quota due ciascuna, con l’ultimo torneo prima della nuova formula appannaggio dei rossoblù del celebre centravanti Schiavio, vincitori della Finale contro il Torino, dopo che le due squadre avevano dominato i rispettivi gironi, i granata con 6 punti di vantaggio sul Milan ed i felsinei con addirittura 8 sulla Juventus.

Fatta questa succinta cronistoria dell’ante girone unico, il primo torneo, che vede schierate ai nastri di partenza 18 squadre, vede il trionfo dell’Ambrosiana-Inter, guidata in panchina dall’ungherese Arpad Weisz, le cui origini ebraiche lo porteranno alla tragica fine nel 19444 nel campo di concentramento di Auschwitz, e, soprattutto, sul rettangolo di gioco dal Balilla” Giuseppe Meazza, il quale si laurea altresì capocannoniere del campionato con ben 31 reti in 33 gare disputate.

E’ un torneo che l’Ambrosiana domina, ritrovandosi a quattro giornate dal termine in testa con 47 punti, ben 6 di vantaggio su Juventus e Genova (così costretto a ribattezzarsi per le leggi del regime dell’epoca), con il Torino quarto a quota 36, anche se i successivi tre turni vedono i nerazzurri milanesi doversi recare a Torino contro i granata e quindi ospitare, in rapida successione, Genova ed Juventus all’Arena di Milano.

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Giuseppe Meazza – da wikipedia.org

L’inaspettato crollo per 4-1 dell’Ambrosiana di fronte al Torino, fa rinascere qualche speranza in casa rossoblù, che nella stessa giornata eliminano la Juventus dal giro scudetto superandola a Marassi per 2-0, in vista dello scontro diretto del 15 giugno 1930 a Milano, nel quale, trascinato da un Levratto in giornata di grazia, il Genoa si porta in vantaggio dapprima per 2-0 e quindi per 3-1 prima che il non ancora 20enne Meazza, con una sua personale tripletta, certifichi il definitivo 3-3 che consegna di fatto lo scudetto ai nerazzurri, festeggiato la domenica successiva con il successo per 2-0 sulla Juventus, reti di Viani – sì proprio lui, il futuro tecnico e dirigente di successo degli anni ’50 e ’60 – e di Conti, guizzante ala destra della nostra Nazionale durante tutti gli anni ’20.

Già, la Juventus, di cui è difficile pensare che agli albori degli anni ’30 possa contare nella propria bacheca appena due soli titoli, nonostante possa già contare tra le sue file la prima “filastrocca” costituita dal “trio portiere più terzinicomposto da Gianpiero Combi, prodotto del vivaio, Virginio Rosetta – strappato alla Pro Vercelli nel ’23 dando vita ad un vero e proprio caso per lo stipendio di ben 50mila lire offerto al giocatore dalla dirigenza bianconera – ed Umberto Caligaris, acquistato dal casale nell’estate ’28.

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Il trio Combi, Rosetta, Caligaris – da juventus.com

Altrettanto forte è la linea offensiva, irrobustita, proprio nell’anno del girone unico, con l’arrivo di due oriundi argentini, la mezzala Renato Cesarini e la funambolica ala sinistra Raimundo “Mumo” Orsi, che già aveva fatto faville in patria con la divisa de “Los Diablos Rojos” dell’Independiente, ed in cui spende gli ultimi spiccioli di carriera il più celebre della nidiata dei Cevenini, Luigi, con un brillante passato interista.

Già dal 1924 divenuta di proprietà della famiglia Agnelli, con Edoardo, figlio del capostipite e fondatore della FIAT Giovanni, a rilevare l’incarico di Presidente da Gino Olivetti, la più famosa dinastia imprenditoriale dello stivale aveva, nei suoi primi sei anni al comando, potuto festeggiare la sola conquista del titolo nel 1926, ma, con i già ricordati innesti dei due fuoriclasse argentini, stava prendendo forma quella formazione che, per un lustro, dominerà la scena nazionale.

Il primo, importante passo, avviene con l’affidare la guida tecnica della squadra, al posto dello scozzese William Aitken, a Carlo Carcano, non ancora 40enne varesino con un passato da mediano con l’Alessandria, condotta l’anno prima ad un più che dignitoso sesto posto in campionato, nonché fautore, assieme a Vittorio Pozzo, di cui è amico e con il quale collabora in occasione dei Mondiali del ’34 in Italia, dello schema tattico denominato “Metodo”, applicato dal tecnico austriaco Hugo Meisl, per 25 anni alla guida della Nazionale del suo Paese.

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Giovanni Ferrari – da wikimedia.org

Ma c’era una lacuna da colmare, dal punto di vista della rosa, vale a dire trovare un giocatore che facesse da trait d’union tra una difesa ben organizzata ed un attacco eccessivamente offensivo, con elementi poco propensi al sacrificio, ed ecco che tale falla viene colmata con l’inserimento a centrocampo di Giovanni Ferrari, consigliato dallo stesso Carcano avendolo allenato l’anno precedente all’Alessandria, il quale incarna il ruolo del primo vero regista del Calcio italiano, dotato di tecnica sopraffina e, soprattutto, di una visione di gioco che non ha eguali all’epoca, tanto che Ettore Berra così lo celebra su “Il Calcio Illustrato”: “Ferrari è, non solo il miglior giocatore della sua generazione, ma è l’uomo che insegna a tutti come si giochi per la squadra e non solo per il proprio tornaconto, come si inizi un’azione e come ci si comporti negli sviluppi della stessa”, in pratica una manna per Cevenini, Orsi e Munerati, là davanti.

Al centro dell’attacco, la Juventus rileva dal Padova il non più giovane Giovanni Vecchina, il quale in ogni caso, ben supportato da cotanto “ben di Dio”, fornisce il suo contributo di 16 reti alla conquista del titolo, che la Juventus si aggiudica con 55 punti e 4 di vantaggio sulla Roma, frutto di ben 25 vittorie, 5 pareggi e solo 4 sconfitte, di cui una, clamorosa, alla 22esima giornata, per 0-5 sul vecchio campo del “Testaccio” proprio contro i giallorossi capitanati da Fulvio Bernardini, evento talmente epico da costituire la trama di un film.

Per una sorta di “contrappasso dantesco”, la matematica certezza del primo scudetto targato Carcano giunge alla penultima giornata restituendo il favore dell’anno precedente all’Ambrosiana, sconfitta per 1-0 con rete al 38’ di Orsi, rendendo vano il successo esterno della Roma sul campo del Milan.

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La Juventus Campione nel ’31 – da wikipedia.org

Ma se uno degli adagi che recita “l’appetito vien mangiando” ben si appropria ad una squadra di calcio, questa è proprio la Juventus, le cui fameliche fauci si rendono conto che stanno per addentare un boccone sempre più grosso e, soprattutto, che hanno la possibilità di scrivere una pagina importante nella Storia del Football italiano.

Ed ecco che allora, a sostegno delle geometrie di Ferrari in fase di impostazione – il quale, peraltro, non disdegna neppure la conclusione personale, come dimostra il fatto di essere sempre andato ampiamente in doppia cifra nei suoi primi quattro anni in bianconero, a suggello della completezza del giocatore – sbarca in Italia, reduce dal primo Mondiale disputatosi in Uruguay nel ’30 e vinto dai padroni di casa per 4-2 in Finale sull’Argentina, un altro perno nello scacchiere del “Metodo” e che va a ricoprire il ruolo di centromediano, vale a dire l’oriundo argentino Luisito Monti, non proprio un filiforme – visto che anche in Sudamerica è soprannominato “Doble Ancho”, più o meno traducibile con “armadio a due ante” – ma che costituisce una insormontabile diga davanti alla difesa, ben supportato a lato da un altro neoacquisto, il mediano Bertolini, anch’egli, guarda caso, proveniente dall’Alessandria.

Con il centrocampo organizzato “a sua immagine e somiglianza”, Carcano può guidare la squadra dalla panchina con il pilota automatico, avendo peraltro necessità di richiamare all’ordine i suoi in occasione di due passi falsi nel corso del girone di andata – consueto stop, alla quinta giornata, sconfitta per 0-2 a Roma contro i giallorossi con doppietta di Bernardini e, più inatteso, flop casalingo il 27 dicembre ’31 rispetto alla Lazio, che si porta sul 2-0 quando non è ancora trascorso il 10’ per poi far sua la gara per 2-1 – che si conclude con capolista uno straordinario ed imbattuto Bologna, capace di conquistare 29 punti con 12 vittorie e 5 pareggi, con i bianconeri a tre lunghezze di distacco.

Avendo pareggiato per 1-1 il match di andata al “Littoriale” in programma all’11esima giornata, i bianconeri giungono alla sfida nel ritorno dopo aver operato il sorpasso due settimane prima, in virtù della rocambolesca sconfitta dei felsinei per 3-4 (doppietta in 2’ di Serantoni tra il 74’ ed il 75’ a rovesciare il 3-2 a favore dei rossoblù) sul campo dell’Ambrosiana e contemporaneo successo juventino per 4-2 sulla Triestina, con le due squadre che scendono in campo l’1 maggio ’32 a Torino divise da un sol punto (41 a 40) a favore dei ragazzi di Carcano.

E’ un Bologna che può contare in attacco sull’apporto di Maini e Reguzzoni, nonché, in particolare, del centravanti Schiavio – che, a fine stagione, divide il titolo di capocannoniere con il viola Petrone, entrambi a quota 25 – e ben deciso a vender cara la pelle, visto che al riposo si trova in vantaggio per 2-1 grazie ai centri proprio di Maini e Schiavio, intervallati dal provvisorio pareggio di Orsi su rigore, prima che sia il meno celebrato dei bianconeri, il già citato Vecchina, ad incaricarsi di ribaltare il punteggio nella ripresa, con una doppietta per il 3-2 finale che significa scudetto, poi raggiunto a quota 54, con Orsi miglior realizzatore con 19 centri, ben affiancato da Ferrari con 17, Vecchina 15 e Munerati 14, a conferma di un gioco di squadra che non ha confronti.

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La Juventus campione nel 1932 – da wikipedia.org

All’epoca, Juventus e Bologna sono, assieme all’Ambrosiana, la migliore espressione del nostro calcio, esportata anche all’estero, raggiungendo le stesse le semifinali dell’allora importante “Mitropa Cup” – in un certo senso antesignana della successiva Coppa dei Campioni, in quanto vi militano formazioni di Italia, Austria, Cecoslovacchi ed Ungheria, basta vedere l’esito dei Mondiali del 1934 e ’38 – che si disputano nell’estate ’32, con i bianconeri che schierano il neo acquisto Pietro Sernagiotto, proveniente dal Brasile.

Subita una pesante sconfitta per 0-4 a Praga contro lo Slavia il 6 luglio, quattro giorni dopo i bianconeri si portano sul 2-0 all’intervallo nel match di ritorno, ma l’atteggiamento rinunciatario ed ostruzionistico dei giocatori cecoslovacchi indispettisce a tal punto il pubblico che inizia a lanciare sassi in campo, uno dei quali colpisce il celebre portiere Planicka, facendo sì che i giocatori dello Slavia abbandonino in campo, restando poi chiusi per ore negli spogliatoi, salvati dall’intervento delle forze dell’ordine contro una folla inferocita, con il risultato che entrambe le squadre vengono escluse dal torneo che il Bologna, vincitore sul First Vienna nell’altra semifinale, così si aggiudica senza colpo ferire.

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Felice Placido Borel – da wikipedia.org

Quella delle competizioni europee sembra proprio una maledizione sul capo della compagine bianconera che, come avverrà anche nel seguito della sua gloriosa storia, trova riscatto in campionato, con l’edizione 1932-’33 dominata senza eccessivi patemi e la cui più lieta notizia è data dall’esplosione di un 18enne attaccante con le stimmate juventine portate indosso sin dalla nascita, in quanto figlio di uno dei pionieri della Juventus, tal Ernesto Borel, il cui rampollo Felice Placido, detto “Farfallino” per l’agilità e l’eleganza delle sue movenze, mette a segno qualcosa come 29 reti in sole 28 presenze, una in più di Schiavio e che gli valgono il titolo di massimo goleador per il terzo titolo bianconero consecutivo, con 54 punti rispetto ai 46 dell’Ambrosiana giunta seconda ed un’invidiabile differenza reti, con 83 a favore ed appena 23 subite, a dimostrazione della forza della difesa ben presidiata da Monti.

Se è pur vero che tradizione vuole una Juventus penalizzata in campo europeo, è altrettanto acclarato come una Nazionale vincente non possa fare a meno dei talenti bianconeri, ed il primo a testimoniare questa costante è Vittorio Pozzo che, affiancato dal fido Carcano, convoca per i Mondiali di Roma ’34 ben 9 giocatori che, un mese prima si sono aggiudicati il loro quarto titolo consecutivo, impresa sino ad allora mai compiuta da nessun altro Club.

Come spesso accaduto nella storia della compagine juventina, un titolo vinto di rincorsa, visto a che a metà percorso è l’Ambrosiana a guidare il gruppo con 26 punti rispetto ai 23 dei bianconeri, mentre il Bologna, handicappato da un infortunio a Schiavio che lo tiene fuori per quasi metà campionato, esce subito di scena, ed il sorpasso si compie a quattro turni dal termine, il 15 aprile ’34, quando i nerazzurri cadono a Firenze per 0-1 (rete proprio dell’ex Viani, vatti a fidare degli amici …) e la Juventus travolge per 4-1 la Lazio, concludendo l’annata – fatalmente compressa data la concomitanza con il Mondiale – a quota 53 e con Borel a confermarsi capocannoniere con addirittura 32 reti in 34 partite.

Borel fa parte, assieme a Combi, Rosetta, Caligaris, Monti, Varglien, Bertolini, Ferrari ed Orsi, dei convocati di Pozzo per il primo Mondiale disputato dagli Azzurri, ma il Commissario Tecnico, fedele ad alcuni suoi principi, gli preferisce il più esperto Schiavio, così come del celebre trio difensivo resta il solo Combi – peraltro anch’egli subentrato al titolare Carlo Ceresoli, infortunatosi ad un braccio durante la preparazione – con Monzeglio ed Allemandi a rimpiazzare Rosetta e Caligaris, ma il motore della squadra poggia sul centrocampo bianconero, orchestrato da Monti Bertolini e Ferrari, così come in attacco Pozzo non rinuncia ad Orsi, il quale sigla a 9’ dal termine, la fondamentale rete che manda l’Italia ai supplementari nella Finale contro la Cecoslovacchia di Planicka, poi risolta da una rete di Schiavio.

Con l’orgoglio del titolo iridato, i bianconeri affrontano in estate la Mitropa Cup, arrivando ancora una volta in semifinale, dove gli austriaci dell’Admira Vienna si dimostrano un ostacolo insormontabile per la Juventus, sconfitta 1-3 all’andata ed incapace di andare oltre il 2-1 casalingo al ritorno disputato il 29 luglio 1934, data importante in quanto segna l’ultima partita disputata da Gianpiero Combi, il quale pone fine alla sua carriera dopo 351 gare di solo campionato quale estremo difensore.

L’abbandono di Combi apre la strada ad una serie di avvenimenti che, di fatto, pongono fine al “quinquennio bianconero”, unitamente al logorio della “vecchia guardia” visto che anche Rosetta e Caligaris hanno abbondantemente superato la trentina, così come Monti ed Orsi, ed i soli innesti di Valinasso in porta, Foni e Depetrini in difesa e Serantoni a centrocampo non sono sufficienti a garantire quell’aurea di imbattibilità degli anni precedenti.

Come non bastasse, il 9 dicembre ’34, dopo la disputa dell’ottava giornata, con la Juventus seconda in classifica a due punti dalla Fiorentina, scoppia, clamoroso, il “caso Carcano”, con l’allenatore allontanato, ufficialmente per “motivi personali”, ma in realtà si erano fatte troppo insistenti le voci di una presunta omosessualità del tecnico, circostanza intollerabile in epoca fascista, con alcuni dirigenti a denunciare al Presidente Edoardo Agnelli tali ambiguità di rapporti, specie nei confronti di un giovane sudamericano, ed il massimo dirigente si assume la decisione di sostituirlo con Carlo Bigatto, ex bandiera bianconera.

In quest’ultimo torneo, viene fuori un’altra delle caratteristiche che più hanno marcato la storia del club bianconero, vale a dire quella voglia di non arrendersi mai, di cercare sempre la vittoria anche quando si è oramai “a pancia piena” come nel caso di giocatori pluricampioni e molti dei quali altresì con il titolo mondiale in tasca, ma questa loro tenacia viene infine premiata proprio all’ultima giornata, affrontata alla pari con l’Ambrosiana a quota 42 punti (il torneo si era nel frattempo ridotto a 16 squadre …) e decisa in virtù del successo per 1-0 con rete di Ferrari a 9’ dal termine sul campo della Fiorentina, mentre i nerazzurri, non ci crederete, cadono a Roma contro la Lazio e proprio per 4-2, anticipando così di 67 anni il tragico (da un punto di vista sportivo, s’intende …) esito 5 maggio ’02 per i tifosi della beneamata.

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Il Presidente Edoardo Agnelli – da wikipedia.org

I bianconeri hanno un’ultima possibilità di abbinare ai trionfi sulla penisola un alloro europeo arrivando nuovamente in semifinale della Mitropa Cup per affrontare i cecoslovacchi dello Sparta Praga, ma proprio alla vigilia della gara di andata nella capitale boema, vengono raggiunti dalla ferale notizia della scomparsa, il 14 luglio ’35, in un incidente aereo a soli 43 anni, di Edoardo Agnelli, così gettando nello sconforto più completo la squadra che soccombe per 0-2 ed anche se al ritorno si impone per 3-1 anche sulla scia emotiva, il match di spareggio non ha storia, con i cechi che si affermano per 5-1.

Il peggior modo per far calare il sipario sulla prima squadra leggendaria del nostro calcio, che torna a conquistare un titolo solo nel 1950, guarda caso dopo che, tre anni prima, un altro componente della famiglia Agnelli, l’Avvocato Gianni, figlio di Edoardo, era tornato alla Presidenza del Club, mentre il “dimenticato” Carcano, resta, con il 69% di percentuale di vittorie, l’allenatore con il miglior score nella ultra centenaria storia della società bianconera, insidiato in quest’ultima fase da Allegri, ma in questo caso il capitolo non è ancora concluso …

 

ERNEST STERCKX, IL CAMPIONE BELGA CHE DISSE NO AL TOUR DE FRANCE

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Ernest Sterckx all’arrivo di una corsa – da krist.be

articolo di Nicola Pucci

Alzi la mano chi ricorda Ernest Sterckx? Certo, dovrà avere qualche capello bianco, o anche qualcuno di più, in testa, ed esser magari un bel pezzo avanti con la carta d’identità, ma è un errore, grossolano, perchè stiamo pur sempre parlando di un ciclista capace in carriera di vincere 151 gare tra strada e pista. E non mi pare proprio un dato numerico irrilevante.

Sterckx nasce il 19 novembre 1922 in quel Belgio che più di ogni altro ha conosciuto l’orrore e la distruzione della Grande Guerra. Sono anni difficili, la sopravvivenza è come una sfida a dadi, o la va o la spacca, nondimeno il piccolo Ernest, scoperto da un prete, può correre in bicicletta perchè è di famiglia benestante e può permettersi il mezzo meccanico a due ruote, e già da dilettante mette in mostra quella che sarà la sua dote principale, un formidabile spunto di velocità prolungata.

In effetti Sterckx avrebbe tutto per emergere ai più alti livelli, perchè la classe è innegabile e quando c’è da piazzare la zampata vincente sono ben pochi gli atleti in grado di tenergli testa. Ma alle doti offerte in dosi massiccia da Madre Natura bisognerebbe aggiungere un’altrettanta cattiveria agonistica, e quella, in verità, manca al belga che per tutta la carriera si accontenterà di essere sempre il migliore dei secondi. E questo gli impedirà di assurgere al rango di fuoriclasse tra i più grandi.

Nondimeno il suo palmares è decisamente interessante. E congruo. Sterckx è quel che si potrebbe dire un finisseur con la “effe” maiuscola, quando si arriva in rampa è praticamente imbattibile e tra le stradine del Belgio, lastricate di pavè, spazzolate dal vento e incarognite dai muri, ha modo di vincere a ripetizione. Certo, un’altra guerra gli tarpa le ali negli anni della giovinezza agonistica, ma nel 1946 il grande ciclismo riapre i battenti e Ernest è spesso tra i primi negli ordini di arrivo.

Ed allora ecco che proprio nel 1946 Sterckx si aggiudica la Gand-Wevelgem, battendo Maurice Desimpelaere, altro fiammingo abile nelle corse di casa, che vincerà l’edizione dell’anno dopo e che risulterà essere spesso il suo avversario più irriducibile. Nello stesso 1947, infatti, Sterckx lo batte sia sul traguardo della Freccia Vallone, dove giunge in solitario a Liegi in una giornata di freddo e pioggia per quel che rimane l’exploit di maggior prestigio della sua carriera, sia alla Parigi-Bruxelles, classica delle due capitali risolta in volata su un gruppetto di cinque fuggitivi dopo aver coperto una distanza di 325 chilometri in 9 ore 40 minuti di fatica.

Sterckx è un iradiddio nelle kermesse in Belgio, che se oggi vengono poco ricordate e menzionate, all’epoca avevano valore assoluto e in molti casi equivalevano a qualcosa di molto simile alle classiche, e per un triennio, 1946, 1947 e 1948, Ernest è il migliore di tutti. Mette in saccoccia anche un successo al Giro del Belgio nel 1949, superando Raymond Impanis di soli 6″, la Nokere-Koerse lo stesso anno battendo, indovinate chi?, Desimpelaere e un tris di successi alla Hel Volk, 1952, 1953 e 1956, che ne fanno ad oggi il recordman della corsa assieme a Joseph Bruyere e Peter Van Petegem. Avrebbe potuto vincere anche il Giro delle Fiandre, ma curiosamente perde due occasioni proprio sul suo terreno preferito, la volata, giungendo “soloquarto nel 1949 quando Fiorenzo Magni ottiene la prima delle sue tre vittorie e nono nel 1956 quando la corsa sorride al francese Jean Forestier, così come non ha fortuna nelle due edizioni dei campionati del mondo a cui prende parte, figurando tra i ritirati a Reims nel 1947 e a Valkenburg nel 1948.

Insomma, un portento quando c’è da mettere la sua ruota davanti a quella degli altri. Ma Sterckx, lo abbiamo detto, non ha ambizione sfrenata, quel che gli altri avrebbero desiderato oltre ogni cosa per lui non è invece un’ossessione ed allora, fedele al suo personaggio, per due volte rifiuta la selezione per il Tour de France con la nazionale del suo paese, affermando in un caso che “ci sono corridori più meritevoli, ed io non sono all’altezza” e, sibillinamente, una seconda volta motivando il rifiuto con un “non mi interessa!“.

Ma si può? Certo, basta chiamarsi Ernest Sterckx, ed essere un campione fuori dal comune. Per lo status di fuoriclasse basta rivolgersi altrove, in verità senza andare troppo lontano…

LA VOLATA MOZZAFIATO DI FAUNER CHE VALSE L’ORO A LILLEHAMMER 1994

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L’arrivo vincente di Fauner su Daehlie – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Tre momenti hanno catturato in specialmodo la mia passione primordiale per lo sport tricolore: l’urlo di Tardelli che nel magico Bernabeu del 1982 produsse nell’anima un’inondazione di sentimento nazional-popolare, la fucilata di Saronni a Goodwood che ebbe l’impronta della folgorazione sempre in quell’anno trionfale, e… e un’indimenticabile volata con gli sci stretti del fondo che profanò il tempio sacro dei norvegesi nell’inverno del 1994. Autore di quel sacrilegio, Silvio Fauner e la staffetta 4×10, Olimpiadi di Lillehammer.

Prima del racconto di quel giorno memorabile è necessaria un premessa. L’Italia ha conosciuto nel 1968 a Grenoble lo storico successo nella 30 km di Franco Nones, ad interrompere un dominio nello sci di fondo dei paesi nordici, in primis Finlandia, Svezia e Norvegia, che da sempre fanno dello sforzo in solitario tra manti nevosi immacolati, selve oscure e temperature polari un qualcosa di molto simile ad una religione. La vittoria olimpica dell’atleta della Val di Fiemme non avrà un seguito, ma mette in marcia un movimento che qualche decennio dopo è pronto a raccogliere qualcosa di prezioso. A metà anni Ottanta, infatti, un altro fondista temprato dalla fatica e armato di coraggio, Maurilio De Zolt, avvia l’era aurea del fondismo italiano, con le prime medaglie iridate alla rassegna di Seefeld nel 1985 (argento nella 50 km e in staffetta e bronzo nella 15 km), il titolo mondiale di Obersdorf due anni dopo nella 50 km, e l’argento olimpico di Calgary ancora nella 50 km alle spalle dell’immenso Gunde Svan.

Accanto al “grillo“, carismatico pur nei suoi silenzi, cresce la potenza atletica di Marco Albarello, che proprio ad Obersdorf fa sua la 15 km, l’esperienza di Giorgio Vanzetta che con un nono posto nella classifica generale di Coppa del Mondo nel 1982 apre la strada, e la giovanile esuberanza di Fauner, che a Lahti, il 1 marzo 1991, compone già il quartetto della staffetta 4×10 km che ottiene il primo, storico successo per l’Italia nella kermesse a punti nata nel 1982.

Insomma, De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner, ovvero un mix di grinta, atletismo, esperienza e freschezza che non può che essere vincente. Ma per guadagnarsi un posto sul podio tra le grandi imprese dello sport bianco-rosso-verde è necessaria non solo una semplice vittoria, che può pure essere il frutto delle circostanze, ci vuole il capolavoro che apra la porte dell’immortalità. E quale migliore occasione di una Olimpiade in casa degli campioni più acclamati, ovvero in Norvegia?

Corre dunque l’anno 1994, quando il Comitato Olimpico ha deciso di scindere la kermesse a cinque cerchi invernale da quella estiva. Due anni prima i Giochi hanno avuto Albertville, in Savoia, come teatro e proprio lì il quartetto azzurro, che aveva in Giuseppe Puliè il primo frazionista al posto di De Zolt, ha conquistato un pur memorabile argento alle spalle degli imbattibili norvegesi, giunti al traguardo con largo margine. Ma a Lillehammer il “grillo” c’è, a dispetto delle quasi 44 primavere, reduce dal quinto posto nella gara della 30 km vinta da Thomas Alsgaard davanti al connazionale Bjorn Daehlie, dioscuri del fondismo di casa. Proprio Daehlie è il fenomeno che tutti attendono alla recita, trionfatore da par suo nella 10 km a tecnica classica e nella successiva 25 km ad inseguimento a tecnica libera. Sture Siversten e Vegard Ulvang, che colse tre ori ad Albertville, non sono certo due atleti qualsiasi e completano il poker di fuoriclasse che la Norvegia schiera al via.

Il 22 febbraio il Birkebeineren Ski Stadium, inaugurato due anni prima proprio in previsione di accogliere l’evento olimpico, è teatro di una sfida destinata ad entrare negli annali dello sci di fondo. Più di 100.000 norvegesi, tutti inderogabilmente dotati di bandierina nazionale, assiepati lungo il tracciato, attendono l’esibizione della 4×10 di casa, chiamata a far sua una medaglia d’oro che gli addetti ai lavori ritengono quasi obbligatoria. Al lancio i 190 centimetri di Siversten sovrastano i 170 di De Zolt, che accusa pure 16 anni in più d’età, ma il beniamino di casa, pur facendo gara di testa assieme al finlandese Mika Myllyla, non riesce a distanziare l’azzurro che al primo cambio accusa solo 12 secondi di ritardo dalla coppia al comando. Lo svedese Ottosson è già a 57 secondi, mentre Svizzera, Germania, Kazakistan, Repubblica Ceca e Russia navigano già oltre il minuto di disavanzo. Insomma, la  lotta per le medaglie dopo solo un quarto di garapuò ritenersi riservata a Norvegia, Finlandia e Italia.

La seconda frazione mette in moto Ulvang, con Kirvesniemi alle costole e Albarello che approfitta del ritmo blando imposto dai battistrada per rifarsi sotto. Il terzetto fila di comune accordo, nonostante il finlandese rompa uno sci, e all’ingresso nello stadio Albarello è il più lesto al cambio, anticipando di qualche metro i due rivali. Tocca a Vanzetta, e il compito è impegnativo perchè la Norvegia ha eletto il terzo frazionista, quell’Alsgaard appunto vincitore della 30 km, quale staffettista atto a provocare la selezione decisiva.

In effetti il nordico prova a stroncare la resistenza di Vanzetta e del terzo finnico in lizza, Jari Rasanen, ma lo sforzo risulta vano. Anzi, dopo aver inutilmente attaccato attorno al sesto chilometro, è lo stesso Alsgaard a pagare dazio allo sforzo profuso, faticando a tenere il passo di un Vanzetta mai così coriaceo e di un Rasanen forse oltre ogni più rosea aspettativa. Si giunge così all’ultimo cambio, con Daehlie e Fauner che trovano in Jari Isometsa il terzo incomodo, ben presto però lasciato per strada.

Norvegia contro Italia, dunque, esattamente come due anni prima ad Albertville, ma stavolta l’esito appare decisamente più incerto. Fauner, si sa, è tatticamente impeccabile e velocissimo in un arrivo in volata, e per Daehlie, supercampione tra i più grandi di sempre con l’unica pecca di uno spunto finale non proprio irresistibile, è auspicabile staccare l’italiano per non correre il rischio di farsi beffare sotto lo striscione. E ci prova con veemenza, Daehlie, più volte, su quella rampa carogna che annebbia la vista e ingolfa i muscoli di acido lattico. Ma Fauner non molla, stringe i denti e si aggrappa all’avversario, pronto alla zampata letale in quegli ultimi due chilometri più volte studiati a tavolino.

Eccoci all’interno dello stadio, i 31.000 appassionati che siedono in tribuna sono al colmo dell’eccitazione, sprigionando adrenalina da ogni poro e all’ultimo chilometro, quasi inaspettatamente ma come a voler far capire al grande campione che “io sono qui e non ti mollo“, Fauner balza in testa, senza attendere il rettilineo d’arrivo per lanciare lo sprint. Un testa-a-testa entusiasmante, la potenza di Daehlie che cerca di arginare i passi alternati rapidissimi di Fauner, l’italiano a destra vicino alle transenne che rigurgitano passione nazionale e il norvegese a sinistra verso il centro pista che pare rallentarne l’impeto. Uff, la linea d’arrivo è lì, così come la medaglia d’oro, e la punta dello sci dell’italiano è infine la prima a varcare quel tratto che vale la gloria.

Non me ne vogliano Tardelli e Saronni, Lillehammer non avrà il calore serale di Madrid o il cielo venato di grigio di Goodwood, ma quel bagliore di luce che a Lillehammer colorò la neve di azzurro è davvero un attimo indimenticabile. E profuma d’oro, quanto basta per aprire le porte dell’Olimpo.

 

MIKE WENDEN, UN OSPITE INATTESO AL BANCHETTO USA DI MESSICO ’68

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Mike Wenden – da foxsports.com.au

articolo di Giovanni Manenti

Prima che anche il Nuoto, al pari dell’Atletica Leggera, divenisse uno sport per tutti, figlio della globalizzazione, negli anni ’50 e ’60 esso era monopolio pressoché assoluto delle due superpotenze in campo natatorio, rappresentante dall’Australia e dagli Stati Uniti, prova ne sia che – con i Campionati Mondiali ancora lungi da venire – alle Olimpiadi di Melbourne ’56 i padroni di casa si aggiudicano 14 medaglie contro le 11 degli Usa (ma con un ben diverso peso, 8 a 2, degli Ori) ed alla successiva rassegna di Roma ’60 il testa a testa tra i due colossi si conclude con un 15 a 13 a favore degli Stati Uniti nel computo delle medaglie, avendo gli stessi complessivamente vinto 14 delle 15 gare in programma.

E se, ai Giochi di Tokyo ’64, il divario si dilata a favore dei rappresentanti dello Zio Sam – con 29 medaglie conquistate rispetto alle sole 9 australiane, in un’edizione caratterizzata dai quattro ori di Don Schollander nei 100 e 400sl e nelle staffette 4×100 e 4x200sl – molta attesa vi è tra gli addetti ai lavori per vedere l’esito delle gare ai successivi Giochi di Città del Messico ’68, in cui per la prima volta, il programma in piscina viene allargato a 29 prove (15 in campo maschile e 14 nel settore femminile, mancando la staffetta 4x200sl) rispetto alle sole 18 in precedenza nuotate.

Gli Stati Uniti sono ben intenzionati a voler ribadire la loro superiorità in tale disciplina ed, in effetti, il dominio è pressoché assoluto, visto che si aggiudicano ben 52 delle 77 medaglie in palio (72 nelle 24 gare individuali, oltre alle cinque nelle staffette), con larghissimo margine su Australia e Germania est, ai posti d’onore con 8 e 6 medaglie rispettivamente.

Ma, come in tutte le cose, c’è un però e, stavolta, questo è costituito – un po’ come avviene in atletica leggera per la velocità pura – dallo spessore delle vittorie, nel senso che anche nel nuoto assume una rilevanza maggiore l’essere “l’uomo più veloce al mondo” che, nella fattispecie, è colui che si aggiudica la prova che registra il minor riscontro cronometrico, vale a dire i 100 metri, vinti, un po’ a sorpresa per la verità, da Schollander a Tokyo, lui più propenso a cimentarsi sulle distanze dei 200 e 400sl.

Dai Trials di Long Beach, in California, svoltisi tra il 30 agosto ed il 3 settembre ’68, esce un trio che, nelle intenzioni dei dirigenti Usa non dovrebbe aver difficoltà ad affermarsi, dato che proprio in tale circostanza, il vincitore Zac Zorn eguaglia, in 52”6 il record mondiale stabilito l’anno prima a Winnipeg, in occasione dei “Pan American Games” da Kenneth Walsh, il quale ottiene la seconda piazza, mentre terzo, ed ultimo dei qualificati, è un certo Mark Spitz, che, nella ricordata edizione dei Giochi Panamericani, aveva stabilito i primati mondiali sui 100 e 200 farfalla e si era, nel frattempo, cimentato anche sui 400sl, facendo suo, in due riprese, il record assoluto prima che il canadese Ralph Hutton se ne appropriasse l’1 agosto ’68.

Con la possibilità, pertanto, di schierare i due primatisti mondiali ed un talento quale Spitz nella gara principe del programma natatorio, è sin troppo logico che i pronostici pendano dalla parte dei nuotatori Usa, tanto più che nella giornata inaugurale del 17 ottobre ‘68, conclusa con la staffetta 4x100sl, il quartetto statunitense dimostra una eccellente compattezza, conquistando l’Oro con il primato mondiale di 3’31”7, frutto di frazioni da 53”4 (Zorn) e quindi, lanciate, da 52”8 Steve Rerych (escluso dalla gara individuale), 52”7 Spitz ed ancora 52”8 Walsh, precedendo Unione Sovietica ed Australia, che chiudono in 3’34”2 e 3’34”7 rispettivamente.

Non sappiamo se i tecnici americani abbiano o meno letto però con attenzione le prestazioni del quartetto australiano, poiché avrebbero dovuto valutare il pericolo derivante dall’ultimo frazionista, il quale copre le sue due vasche nello straordinario tempo di 51”7 (addirittura 1” in meno del miglior crono realizzato ai componenti la staffetta Usa …!!), un campanello d’allarme da non sottovalutare in vista delle batterie dei 100sl previste per il giorno dopo.

Questo personaggio, protagonista della nostra storia odierna, altri non è che Michael “Mike” Wenden, il quale esattamente un mese dopo avrebbe compito 19 anni, essendo nato il 17 novembre 1949 a Sydney, nel Nuovo Galles del Sud, ed aveva iniziato a nuotare solo a 12 anni (un’età già avanzata per uno sport come il nuoto …) quale forma di riabilitazione per recuperare da una frattura alla gamba che si era procurata nel tentativo di scavalcare una recinzione.

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Wendel sul podio delle 110yd a Kingston ’66 – da gettyimages.it

Entrato a far parte della nazionale australiana dal 1966, alla prima manifestazione internazionale a cui partecipa, Wenden si aggiudica il titolo nelle 110yd ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, in Giamaica, precedendo in 54”0 lo scozzese Bobby McGregor, argento due anni prima ai Giochi di Tokyo ’64 alle spalle di Schollander, per poi contribuire ai successi delle staffette 4x110yd e 4x220yd stile libero.

Sicuramente un buon biglietto da visita in prospettiva olimpica – alla quale Wenden giunge con rinnovate aspirazioni di medaglia dopo che ad un test in patria ferma i cronometri sui 53”0 netti – e che l’australiano presenta, oltre che nella citata superba prestazione in staffetta, sin dalle batterie dei 100sl previste al mattino del 18 ottobre ’68, e ciò nonostante una sua per certi versi anomala difficoltà ad abituarsi all’altitudine della Capitale messicana, che gli impedisce per ben due settimane di allenarsi, nonché di dormire con regolarità.

Uno stato fisico da cui comunque recupera alla grande, visto che, inserito nell’ottava serie assieme al compagno di squadra Bob Windle, Wenden si impone in 53”6, nettamente il miglior tempo, in quanto di ben 0”6 decimi inferiore al 54”2 di Zorn, una superiorità replicata nella terza delle tre semifinali del pomeriggio allorché, dopo che Zorn scende a 53”4 aggiudicandosi la seconda serie, l’australiano supera Spitz nuotando al di sotto dei 53”0 ed andando a toccare in 52”9.

Sicuramente, le prestazioni di Wenden avranno stavolta turbato il sonno dei tre  americani, i quali avranno passato la notte a lambiccarsi su quali contromisure adottare per cercare di limitare questo “inatteso ospite” alla preannunciata festa Usa, primo fra tutti Zorn, peraltro reduce da una settimana in cui è stato colpito da un attacco influenzale.

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Wenden riceve l’oro dei 100sl – da gettyimages.it

La decisione presa da Zorn su quale tattica attuare, non appena si posiziona sui blocchi di partenza, alle 19:30 del 19 ottobre ’68, è immediatamente sotto gli occhi di tutti, vale a dire dare il massimo nei primi 50 metri per poi sperare di resistere nella vasca di ritorno, un atteggiamento che gli consente di virare con una lunghezza piena di vantaggio sul resto dei finalisti, solo per essere raggiunto ai 70 metri e quindi crollare, esausto, sino a concludere all’ottavo ed ultimo posto in 53”9 mentre là in cima, Wenden sfrutta il ritmo imposto dall’americano per aggiudicarsi la medaglia d’Oro ed, oltretutto, strappargli il record mondiale nuotando la distanza in uno straordinario tempo di 52”2, che relega Walsh e Spitz alle piazze d’onore, in 52”8 e 53”0 rispettivamente.

Uno smacco non da poco in casa Usa, dal quale comunque si ritiene di potersi riscattare con il giocare la “carta Schollander” sui 200sl – sua distanza preferita e non potuta nuotare ai giochi di Tokyo ’64 in quanto non ancora inserita nel programma olimpico – avendo il biondino del North Carolina migliorato per ben 11 volte il record mondiale negli ultimi cinque anni, con i più recenti limiti stabiliti in batteria (1’54”8) e nella successiva Finale (1’54”3) proprio in occasione dei Trials di Long Beach.

Un’occasione unica, pertanto, per Schollander per concludere la carriera potendo vantare il titolo olimpico sulle tre gare individuali dei 100, 200 e 400sl, alla quale, come nel caso della più corta distanza, si approccia dopo aver disputato, il 21 ottobre, la staffetta 4x200sl, che gli Stati Uniti si aggiudicano grazie al determinante contributo del 22enne pluriolimpionico, cui tocca rimediare, con un’ultima frazione da 1’54”6, alla sconcertante prestazione di Spitz quale terzo frazionista, riuscendo a respingere il tentativo di rimonta del quartetto australiano, con Wenden peraltro a concludere da par suo in 1’54”3 ed a mettere sul chi vive il Team a stelle a strisce anche in previsione della successiva prova individuale.

Gara che si consuma tutta nell’arco di una sola giornata, le batterie al mattino del 24 ottobre e la Finale al tardo pomeriggio ed, ancora una volta, l’australiano non si nasconde, realizzando il miglior tempo delle qualificazioni con 1’59”3 rispetto ai 2’ netti di Schollander e del canadese Hutton.

Per gli atleti, il doversi cimentare agli oltre 2mila metri di altitudine di Città del Messico rappresenta uno sforzo notevole – probabilmente anche a causa, all’epoca, di un’assistenza medica non propriamente all’avanguardia per sopperire ad una tale difficoltà respiratoria – e la Finale dei 200sl ne è una prova lampante, con i due favoriti a darsi battaglia a suon di bracciate nel rincorrere, l’uno una inattesa doppietta olimpica e l’altro il sogno della sua sesta medaglia d’oro complessiva.

Staccatisi nettamente dal resto della concorrenza, Wenden e Schollander danno fondo alle loro energie in un avvincente testa a testa che vede l’australiano sopravanzare il primatista mondiale alla virata degli ultimi 50 metri per poi mantenere il vantaggio sino al tocco finale per l’1’55”2 che certifica il suo personale trionfo rispetto all’1’55”8 dell’americano, tempi che risentono delle ricordate circostanze ambientali, pur se entrambi non riescono ad aver immediata cognizione di quanto accaduto, visto che a Schollander deve essere somministrato dell’ossigeno per riprendersi e Wenden addirittura perde conoscenza quando è ancora in acqua, rischiando di annegare, soccorso da Bob Windle il quale si accorge delle condizioni del compagno al suo arrivo, in sesta posizione, a quasi 6” di distacco.

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Wenden, al centro, esausto dopo i 200sl – da gettyimages.it

Per Wenden si tratta dell’apice della sua carriera, visto che il record mondiale di 52”2 sui 100sl stabilito in Messico resta il suo “Personal Best” – successivamente migliorato a più riprese da uno Spitz ripresosi dal “flop” del ’68 – e che, quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72, si piazza non meglio che quinto in 52”41 nella Finale dei 100sl e sfiora il podio con 1’54”40 (sua miglior prestazione in carriera) sulla doppia distanza, prove entrambe vinte da Spitz a ritmo di primato mondiale nell’ambito del record di 7 medaglie d’oro durato ben 36 anni, così come giunge quinto con la staffetta 4x200sl.

Prima di porre fine alla propria attività agonistica con la sua terza partecipazione ai “Commonwealth Games” di Christchurch ’74, in Nuova Zelanda – manifestazione in cui il campione australiano, tra gare individuali e staffette, si aggiudica complessivamente 9 ori, 3 argenti ed un bronzo – Wenden ha un sussulto d’orgoglio in occasione della prima rassegna iridata andata in scena a Belgrado ’73, replicando in 52”22 il suo miglior tempo sui 100sl, che gli vale la medaglia di bronzo nella gara vinta da Jim Montgomery e che segna il ricambio generazionale in casa Usa, per poi contribuire all’argento della staffetta 4x200sl alle spalle dell’inattaccabile quartetto americano.

Ma, tanto, il suo compito di “aver rotto le classiche uova nel paniere” alla squadra americana lo aveva già portato a termine, al pari del tedesco orientale Roland Matthes, anch’egli autore di una “doppietta” sui 100 e 200 dorso, con la particolarità di essere anch’egli nato il 17 novembre come Wenden, ancorché di un anno più giovane, nel 1950.

E poi, c’è chi ancora non crede agli oroscopi

 

JACK KRAMER E IL “POWER TENNIS” CON CUI DOMINO’ LA SCENA

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Jack Kramer in azione – da sportsthenandnow.com

articolo di Nicola Pucci

La fine del secondo conflitto mondiale riapre le porte allo sport e il tennis, universale, torna ad occupare la scena. Certo, gli anni di interruzione hanno rimescolato le carte e variato il quadro tecnico, e la Francia, padrona degli anni Venti e Trenta con i Moschettieri, si vede costretta ad un ruolo secondario. Il tennis migliore, ora, si gioca negli Stati Uniti, agevolati dal fatto di non esser stati teatro di guerra ed in grado dunque di far andare in onda l’evento più importante, ovvero gli US Open. E Jack Kramer è di gran lunga il giocatore più forte.

Kramer, classe 1921, in verità si è fatto conoscere al grande pubblico nel 1946, quando Wimbledon riapre i battenti con la vittoria a sorpresa di Yvon Petra e l’americano di Las Vegas, pur accreditato della seconda testa di serie, cede agli ottavi al coetaneo Jaroslav Drobny a termine di un’epica sfida risolta al set decisivo. Ma una volta rientrato negli Stati Uniti, sta per avviare la demolizione di ogni avversario che provi a sbarrargli la strada e per due anni, fino a chiusura della stagione 1947 quando diventerà professionista, come mai prima di lui e nessuno poi, sarà imbattibile.

Alto, biondo, potente ed atletico, velocissimo negli spostamenti, Kramer sta per imporre un nuovo stile di gioco, il “power tennis“. Grazie ad una preparazione scientifica, elaborata a tavolino con l’aiuto di un ingegnere, l’americano studia sistematicamente ogni situazione di gioco, adattando lo schema tattico in funzione della miglior possibilità di riuscita, calcolata in percentuale. In pratica, è la fine dell’improvvisazione e del gioco d’istinto, del colpo prodotto dall’ispirazione del momento. Kramer non gioca meglio, nè più veloce e più forte dei suoi predecessori più accreditati, ma strategicamente gioca il miglior colpo per ogni situazione, quello che gli concede la più alta probabilità di conquistare il punto. Certo, lo spettacolo può risentirne, ma l’efficacia e il risultato finale sono pressochè garantiti. Nasce, di fatto, il tennis in percentuale, che tanto sarà in voga tra i professionisti degli anni Cinquanta e Sessanta, fino all’inizio dell’era open, una sorta di “tennis totale“.

Battuto, dunque, a Wimbledon nel 1946, Kramer è chiamato al riscatto qualche settimana dopo a Forest Hills, palcoscenico degli Us Open, e il ragazzo 25enne non fallisce. Anzi. Polverizza gli avversari, dominando uno dopo l’altro Gilbert Hall (7-5 6-0 6-3), l’inglese Derrick Burton (6-1 6-0 6-3), Eddie Moylan (6-4 6-4 6-4), Donald McNeill (6-3 6-2 1-6 6-2) e Robert Falkenburg (6-0 6-4 6-4), prima di disporre in finale di Tom Brown (9-7 6-0 6-3) conquistando il primo titolo dello Slam. A fine anno si imbarca poi con i compagni alla volta dell’Australia per fronteggiare nella finale di Coppa Davis Quist e Bromwich che assieme al giovane Pails difendono il successo del 1939. La squadra americana è composta, oltre a Kramer, da Ted Schroeder con cui Jack vinse in doppio due edizioni degli Us Open nel 1940 e nel 1941, dallo stesso Brown, da Frank Parker, che proprio quell’insalatiera d’argento perse nel 1939, e dalla coppia composta da Gardner Mulloy e Bill Talbert, che conquistò il successo a Forest Hills nel 1942, nel 1945 e nel 1946. Non parrebbero favoriti, gli statunitensi, ma il primo giorno Schroeder viene a capo di Bromwich in cinque set e Kramer dispone in tre set di Pails, 8-6 6-2 9-7. Quando poi gli stessi Kramer e Schroeder, a sorpresa, battono agevolmente anche Quist e Bromwich, due che hanno pur sempre in palmares ben quattro titoli consecutivi agli Australian Open a cavallo della seconda guerra mondiale, la Coppa Davis prende la strada degli Stati Uniti e per Jack l’annata si chiude in bellezza.

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Jack Kramer – da webtennis.com

Il 1947, poi, per Kramer è una cavalcata trionfale. Si presenta a Wimbledon in qualità di testa di serie numero 1 ed infine sbaraglia la concorrenza, battendo l’inglese Bill Moss 6-0 6-1 6-0, il polacco Czeslaw Spychala 6-2 6-2 6-2, l’azzurro Giovanni Cucelli 6-0 6-2 6-0, lo svedese Torsten Johansson 7-5 6-2 6-3, l’australiano Geoff Brown 6-0 6-1 6-3, Dinny Pails che gli strappa un set 6-1 3-6 6-1 6-0 ed all’atto conclusivo ancora Tom Brown 6-1 6-3 6-2, sconfitto in soli 48 minuti. In totale fanno 37 games concessi agli avversari, che se non è record poco ci manca. Il pubblico londinese è stupefatto dall’efficacia del tennis di Kramer, che serve bene spazzolando le linee, pratica un eccellente gioco di volo e abbrevia gli scambi da fondocampo costringendo i rivali a prendersi più rischi di lui. Il che, significa vittoria certa.

La consacrazione a numero 1 del mondo è certificata, e viene cementata da un altro successo agli Us Open in cui Kramer, dopo aver sorvolato i primi turni concedendo solo le briciole a McGrath, Morea, Brink e Falkenburg, batte prima Drobny in quattro set in semifinale, poi Frank Parker in finale al set decisivo, rimontando 4-6 2-6 6-1 6-0 6-3. Il secondo trionfo consecutivo in Coppa Davis, sempre contro l’Australia di Bromwich e Pails ma stavolta sull’erba amica di Forest Hills, convince Kramer a cedere alle sirene del professionismo, lucrando qualche profumatissimo contratto e trovando avversari del calibro di Bobby Riggs (già, proprio lui, il tennista della “battaglia dei sessi” con Billie-Jean King) e Don Budge.

Kramer non è ricco, ha una famiglia da mandare avanti e forte di una visione avveniristica dello sport in cui chi offre uno spettacolo è giusto che venga ripagato, opta per far fruttare il suo talento, rinunciando a completare quel Grande Slam che pareva assolutamente alla sua portata. In effetti, avrebbe potuto trattenersi in Australia dopo il successo in Coppa Davis del 1946 evitandosi un trasferimento interminabile e partecipando allo Slam di inizio anno, nondimeno l’americano preferisce tornare negli Stati Uniti, così come non prenderà mai parte al Roland-Garros, compresso a fine luglio tra il torneo di Wimbledon e Us Open e ritenuto, erroneamente, evento di prestigio secondario.

E così, dopo 16 mesi di imbattibilità, Jack Kramer lascia quel tennis che lo ha visto perdere solo due partite nel 1946 ed una nel 1947 contro Talbert, incamerando otto dei nove tornei in cui si è allineato al via e chiudendo la sua carriera da amatore con una serie di 41 vittorie consecutive. Saluta e se ne va con tre titoli dello Slam in saccoccia e la convinzione che un dominio così, nel tennis moderno, non si è proprio mai più rivisto.

LOUIS HOSTIN, L’ERCOLE FRANCESE DEL SOLLEVAMENTO PESI

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Louis Hostin a Berlino – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Fate un salto in Francia, occupatevi di sport e chiedete in giro se qualcuno si interessi di sollevamento pesi. Probabilmente non troverete soddisfazione alla vostra curiosità di appassionati di uomini forzuti, eppure… eppure i nostri cugini transalpini hanno eccellente tradizione che si perde, se gli albi d’oro non ingannano, ai primordi olimpici della disciplina, se è vero che l’ultima medaglia bleu-blanc-rouge risale al 1976 quando a Montreal Daniel Senet fu argento nella categoria dei pesi leggeri, battuto all’atto decisivo dal sovietico Pyotr Korol.

Louis Hostin nasce a St.Etienne il 21 aprile 1908 e benchè sia attratto dall’atletica, al punto da costruirsi una buona reputazione di lanciatore di peso, conosce gloria perenne grazie al bilanciere. Che scopre tardi, nel 1927, quando, lavorando come venditore ambulante ai mercati e allevato al circolo Omnium stephanoise prima, al Coquelicot poi, in un Criterium Interregional è già il più abile, tanto da guadagnarsi la selezione per le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, gareggiando tra i pesi massimi-leggeri, sotto gli 82,5 chilogrammi.

La Francia ha blasone e pedigree importante nella categoria, avendo conquistato il titolo sia ad Anversa nel 1920 con Ernest Cadine, sia a Parigi nel 1924 con Charles Rigoulot, e per Hostin l’impegno è quello di non far uscire la medaglia d’oro dai confini patrii. L’uomo ha temperamento gagliardo, estroverso e indisciplinato, caciarone e dedito al divertimento ben più che alle sessioni di allenamento, spaccone tanto da far stampare cartoline postali con la sua foto portante la didascalia “campione olimpico 1928“. Ma ha il fuoco dentro, a dispetto di una tenuta nervosa che qualche volta gli fa difetto: si dice che in alcuni frangenti di capitale importanza impiegasse diversi minuti nel sollevare l’attrezzo, ipnotizzato dal bilanciere! E ad Amsterdam è pronto a dar battaglia.

L’avversario è nondimeno ostico, l’egiziano El Sayed Nosseir, che infatti equivale Hostin nella distensione lenta (100 kg.) e nello slancio (142,5 kg.), risultando invece migliore del francese nello strappo di quel tanto che basta, 112,5 kg. a 110 kg., per assicurarsi il titolo olimpico. Hostin esce in lacrime dal Krachtsportgebouw, ancora una volta penalizzato sul piano emotivo, e i connazionali si chiedono se a dispetto delle doti naturali che ne fanno un fuoriclasse sarà mai in grado di far suo quel metallo prezioso.

Basta attendere quattro anni, lasso di tempo in cui Hostin, inizialmente più un peso medio che un peso massimo-leggero, guadagna qualche chilo riuscendo comunque a migliorarsi (il che è raro in una disciplina in cui si tende a perdere di tecnica con il crescere del peso). A Los Angeles, nel 1932, il francese rinnova la sfida a cinque cerchi, ma in California, a dover di cronaca, Hostin, campione europeo nel frattempo a Monaco nel 1930, è favorito anche dal fatto che solo quattro concorrenti competono nella prova olimpica, con il campione d’Europa in carica, l’altro egiziano Hussein Moukhtar, che è assente e lascia la veste di sfidante al danese Svend Olsen, che proprio alla kermesse continentale del 1931 è salito sul terzo gradino del podio. Gli americani Duey e Good sono gli altri sollevatori in lizza, senza però impensierire i due pretendenti alla vittoria finale.

L’evento, al solito, prevede tre esercizi: distensione lenta, strappo e slancio, con tre alzate per prova e la migliore che viene conteggiata per la classifica finale. Hostin e Olsen fanno gara parallela nella distensione lenta (102,5 chili) e nello slancio (150 chili), ma è lo strappo, che ad Amsterdam aveva infranto i suoi sogni di gloria olimpica, a decidere l’assegnazione della medaglia d’oro stavolta a favore di Hostin, che solleva 112,5 chili, ben cinque in più dell’avversario: con il punteggio globale di 365,0 chili è lui il nuovo campione olimpico.

Quattro anni dopo ancora, a Berlino, con un altro titolo europeo messo in bacheca a Parigi nel 1935 e una moltitudine di record del mondo infranti, con un campo di partecipanti ben più congruo e tutti i migliori in lizza, Hostin è chiamato a confermarsi il più forte sollevatore della categoria dei pesi massimi-leggeri. Si trova a dover gareggiare in condizioni di estrema difficoltà, per l’ostilità del pubblico germanico che parteggia senza troppi freni per l’idolo locale, Eugen Deutsch, battuto proprio agli Europei dell’anno prima, ma strappo e distensione lenta sono già sufficienti al francese, ormai in grado di controllare il nervosismo che ne ha contrassegnato l’inizio della carriera, per assicurarsi quel margine di vantaggio rassicurante che il tedesco, pur con uno slancio da 150 kg. contro i 145 kg. del rivale, riesce solo a ridurre. Per Hostin è il trionfo, oscurato dall’inno egiziano maldestramente, o volontariamente?, preparato preventivamente per la premiazione di Ibrahim Wasif, infine terzo. La delegazione francese non gradisce, come è logico che sia, e l’indomani la medaglia d’oro è al collo di Hostin, in uno Stadio Olimpico “onorato” dalla presenza di Adolf Hitler.

C’è ancora tempo per un paio di medaglie iridate, argento a Parigi nel 1937 alle spalle dell’austriaco Fritz Haller e bronzo l’anno dopo a Vienna quando a batterlo sono l’americano John  Davis e lo stesso Haller, poi l’orrore della Seconda Guerra Mondiale mette fine alla carriera del pesista più forte di Francia. Che nel 1994 verrà consacrato con l’ammissione alla Hall of Fame del sollevamento pesi per la categoria d’appartenza, quella dei massimi-leggeri. Chapeau.

ERNST HAPPEL, IL GIRAMONDO INVENTORE DEL CALCIO TOTALE

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Ernst Happel coi trofei del 1983 vinti ad Amburgo – da spiegel.de

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’70, il mondo pallonaro si innamora del nuovo verbo predicato dall’Ajax Amsterdam di Giovannino Cruijff e trasmigrato in Nazionale nella celebre “Arancia meccanica che sbalordisce ai Campionati del Mondo di Germania ’74 solo per arrendersi in Finale ai padroni di casa, il merito di questa rivoluzionaria maniera di stare in campo viene attribuito al tecnico batavo Rinus Michels, che siede sulla panchina orange dopo aver guidato i “Lancieri” alla conquista della loro prima Coppa dei campioni nel ’71 e rilanciato il Barcellona ai vertici del calcio spagnolo nella sua successiva esperienza in terra iberica.

Non è uomo di molte parole e che ama la ribalta mediatica, Ernst Happel, allenatore austriaco il quale preferisce di gran lunga i fatti ed i responsi del campo ai discorsi di circostanza e tantomeno alle polemiche che, nel calcio come in ogni altro sport, valgono meno di zero rispetto agli albi d’oro ed ai palmarès, e quindi abbozza, proseguendo sulla sua strada di tecnico di valore assoluto già intrapresa da oltre 10 anni e che deve ancora essere lastricata di ulteriore gloria e successi.

Happel nasce a Vienna il 29 novembre 1925 ed entra a far parte del settore giovanile del Rapid Wien con cui debutta a 17 anni per poi disputarvi l’intera carriera – fatta salva una parentesi di due anni al Racing Club di Parigi – sino al ritiro, nel 1959 a 34 anni, potendo vantare la conquista di sei titoli nazionali e la coppa vinta nel 1946.

Gioca da difensore, Happel, ma già nei suoi anni da calciatore dimostra una statura diversa dal prototipo dell’epoca, non limitandosi a stroncare le iniziative avversarie, bensì ad impostare l’azione grazie ad un’abilità nel palleggio ed ad una visione di gioco inusuale, tanto da diventare in poco tempo il beniamino dei tifosi che assiepano le tribune del celebre stadio “Prater” i quali gli affibbiano due soprannomi che da soli sono più che sufficienti a definirne le caratteristiche, vale a dire “Achille” per il fisico statuario e la combattività mostrata in campo e “Mago” per la qualità delle sue giocate.

E, nel momento del bisogno, Happel non disdegna neppure di andare a segno e non solo in quanto deputato alla trasformazione dei calci di rigore – un suo penalty realizzato al 90’ della Finale contro i connazionali del Wacker certifica il 3-2 con cui il Rapid si aggiudica la Mitropa Cup ’51 – come dimostrato nella gara di ritorno degli ottavi della Coppa dei Campioni ’57, svoltasi il 14 novembre ’56 al Prater contro il Real Madrid detentore del trofeo.

La partita di andata si era conclusa sul punteggio di 4-2 per i “blancos” (doppiette di Di Stefano e Marcial), nettamente favoriti per il passaggio del turno, e potete pertanto immaginarvi lo stupore, primi fra tutti dei 60mila che gremiscono gli spalti del Prater, allorché a primo tempo non ancora concluso il risultato è completamente ribaltato grazie ad una tripletta messa segno proprio da Happel (di cui una sola rete su rigore …), il che costringe Di Stefano agli straordinari per siglare nella ripresa il punto dell’1-3 che manda le due squadre – all’epoca non vigeva la norma delle reti segnate in trasferta – allo spareggio, poi vinto dal Real Madrid per 2-0.

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Happel in Nazionale ai Mondiali ’58 – da orf.at

Conclusa l’attività agonistica – che lo vede anche disputare 51 partite con la maglia della Nazionale, venendo selezionato per i Mondiali di Svizzera ’54 (che l’Austria conclude al terzo posto) e di Svezia ’58 – Happel viene nominato Direttore Sportivo del Rapid, visto che sulla panchina siede da due anni il suo ex compagno di squadra Robert Korner, il quale aveva dato l’addio al calcio giocato nel ’57, un incarico indubbiamente di prestigio, ma che non consente all’ex difensore di poter esprimere il proprio credo calcistico che, nel frattempo, sta maturando nella sua mente.

Ed ecco che allora, fedele a quella che sarà poi in seguito la sua caratteristica di “eterno giramondo” – od anche “Zingaro della panchina”, avendo riferimento non certo alle sue origini, bensì al fatto di non aver fissa dimora quanto a tecnico – Happel emigra in Olanda alla guida dell’ADO Den Haag, terreno fertile per poter mettere in pratica le proprie concezioni tattiche, e che, comunque, conduce sin dalla prima stagione alla Finale della Coppa nazionale (persa 0-3 contro il Willem II) per poi ottenere lusinghieri piazzamenti (terzo nel 1965 e ’66, quarto nel ’67 e ’68) in Campionato, sino alla perla della conquista della Coppa d’Olanda nel ’68, sconfiggendo in Finale per 2-1 proprio l’Ajax che con Michels alla guida è da tre anni campione nazionale.

Ed è in virtù di questo successo che la dirigenza del Feyenoord – Club di Rotterdam ed acerrimo rivale dei biancorossi di Amsterdam – si convince ad affidarne la panchina al tecnico austriaco, in previsione dell’impegno in Coppa dei Campioni, competizione che, a dispetto della semifinale raggiunta nel ’63 (e sconfitto dal Benfica di Eusebio & C.), aveva visto gli olandesi ingloriosamente eliminati al primo turno sia nel ’62 che nel ’66.

Compito senza alcun dubbio gravoso, ma ben lungi dallo spaventare un soggetto quale Happel a cui anzi non sembra vero di poter mettere in pratica il proprio credo costituito dalla difesa a zona, accorciamento delle distanze tra i reparti e continuo movimento tendente ad occupare ogni zona del campo, con una squadra dalla maggior caratura e qualità tecnica.

Affidata – a sua immagine e somiglianza, ricordando i tempi da giocatore al Rapid Wien – la regia difensiva al capitano ed esperto difensore centrale Rinus Israel e potendo contare a centrocampo sulla potenza e la classe di Wim van Hanegem, Happel inizia l’avventura europea travolgendo (12-2 e 4-0) i malcapitati islandesi del KR Reykjavik, per poi ricevere un dono sgradito dall’urna che vede il Feyenoord abbinato negli ottavi ai Campioni in carica del Milan, capitanati dal prossimo Pallone d’Oro Gianni Rivera.

Ma, se si vuole puntare in alto, si deve essere pronti a superare qualsiasi ostacolo e, difatti, dopo aver contenuto il passivo sullo 0-1 nella gara di andata in un San Siro semivuoto – a testimonianza dello scarso appeal di cui la compagine olandese al tempo godeva – una rete di Jansen in apertura del match di ritorno al “de Kuip” pareggia i conti ed il sigillo di van Hanegem a 9’ dal termine sancisce l’eliminazione dei rossoneri dal torneo e dà altresì l’inizio ad una sorta di “maledizione” per gli italiani ogni qualvolta incontrano il tecnico austriaco.

Superato lo scoglio più difficile, il Feyenoord giunge all’appuntamento conclusivo, che fa tornare gli olandesi a San Siro – stavolta ben più gremito, con oltre 53mila spettatori sugli spalti – per affrontare i temibili scozzesi del Celtic Glasgow, da cinque anni campioni nazionali e già vincitrici del trofeo nel ’67 ai danni dell’Inter.

Gara dura, nervosa che Happel indirizza nel giusto binario dopo il “botta e risposta” alla mezz’ora del primo tempo siglato da due difensori (vantaggio di Gemmell per il Celtic al 30’, replica di Israel 2’ dopo), contenendo la maggior forza fisica degli scozzesi e, con l’incontro andato ai tempi supplementari, estraendo dal cilindro la classe cristallina dello svedese Ove Kindvall che, a 3’ dal termine dei prolungamenti, supera con un tocco delizioso il portiere avversario per il punto del definitivo 2-1 che porta per la prima volta sul trono d’Europa una formazione olandese.

Vittoria che spiana la strada ai successivi trionfi dell’Ajax indicando loro il percorso da compiere – anche se dall’alto della loro alterigia mai lo ammetteranno – ed a cui Happel fa seguire il successo nella Coppa Intercontinentale, uscendo indenne dalla “Bombonera” di Buenos Ayres di fronte ai tristemente famosi argentini (chiedere al Milan per referenze …) dell’Estudiantes dopo essere riuscito a rimontare uno svantaggio di due reti, per poi chiudere il conto con l’1-0 al ritorno, nonché la conquista del Campionato olandese 1971.

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Happel con Coppa Campioni ed Intercontinentale – da altervista.org

Oramai l’impronta sul calcio olandese è data, e per Happel si prospettano nuove sfide, accettando l’offerta del Siviglia, all’epoca militante in Seconda Divisione, al solo scopo di confrontarsi con una nuova realtà ed acquisire ancora maggiore esperienza e, dopo aver condotto il club andaluso alla Promozione nella Liga del ’75, ecco il ritorno nelle Fiandre per assumere la guida del club belga del Bruges.

Già, il Belgio, quella Nazionale da molti definita “la brutta copia dell’Olanda” con quel suo pressing asfissiante, un’applicazione ferrea della tattica del fuorigioco in difesa e contro la quale l’Italia non riesce a venire a capo durante i Campionati Europei ’80 che i “Diavoli rossi” perdono solo all’ultimo minuto in Finale contro la Germania, da dove credete che abbia preso spunto, se non dalla ragnatela ideata da Happel nei suoi tre anni in cui siede sulla panchina del Bruges e, non a caso, coincidenti con altrettanti titoli nazionali.

E’ il triennio in cui la rivale storica dell’Anderlecht giunge consecutivamente ad altrettante Finali di Coppa delle Coppe – facendo suo il trofeo nel ’76 (4-2 al West Ham) e nel ’78 (4-0 all’Austria Vienna), venendo viceversa sconfitto per 0-2 dall’Amburgo nel ’77 – ma Happel non è certo da meno, considerato che il suo Bruges partecipa alle ben più competitive Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni nei due anni successivi.

Sfortuna vuole che i belgi trovino sul loro cammino il formidabile Liverpool che nello stesso arco di tempo conquista le rispettive Coppe (Uefa nel ’76 e Campioni nel ’77 e ’78), ma in due circostanze all’appuntamento decisivo deve vedersela proprio con la “Banda Happel” che, nel frattempo, continua a mietere vittime tricolori.

Nell’edizione ’76 della Coppa Uefa, difatti, devono cedere le armi sia la Roma agli ottavi (doppio 0-1 in casa e trasferta) che il Milan ai quarti (sconfitta 0-2 in terra fiamminga e rete di Hynderyckx ad annullare la rimonta rossonera al ritorno firmata da Bigon e Chiarugi) prima che Happel vada vicino a compiere il suo capolavoro nella gara di andata della Finale disputatasi ad Anfield e che vede il Bruges portarsi sul 2-0 dopo meno di un quarto d’ora, solo per essere rimontato nello spazio di 6’ all’altezza dell’ora di gioco da un tris firmato da Ray Kennedy, Case e Keegan su rigore in fronte ad una “Kop” delirante, con ancora Keegan a siglare su punizione la rete dell’1-1 al ritorno che consegna al Liverpool la seconda Coppa Uefa della loro storia.

Altra vittima illustre cade nella rete di Happel nell’edizione ’77 della Coppa dei Campioni, sotto forma del Real Madrid, eliminato agli ottavi, per poi subire analoga sorte da parte del Borussia Monchengladbach ai quarti, evitando così di ripetere la Finale contro il Liverpool (che piega per 3-1 proprio i tedeschi allo Stadio Olimpico di Roma) che, viceversa, si ripropone l’anno successivo a Wembley, dopo che in semifinale era toccato stavolta alla Juventus subire la “dura legge di Happel, venendo eliminata con un 2-0 ai supplementari che ribalta lo 0-1 dell’andata al Comunale di Torino.

Nello stadio londinese, il Bruges riesce a disorientare i campioni in carica per oltre un’ora prima che il nuovo idolo Kenny Dalglish (che in estate aveva preso il posto di Keegan, trasferitosi all’Amburgo) trovi lo spiraglio giusto per scardinare il muro difensivo predisposto dal tecnico viennese e consegni al Liverpool la seconda Coppa Campioni consecutiva, ma le imprese del Bruges e del suo allenatore non passano certo inosservate nel resto del Continente, tanto da far ritenere alla Federazione olandese che possa essere lui l’uomo giusto per guidare l’anarchica selezione arancione in vista dei Mondiali di Argentina ’78.

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Happel sulla panchina dell’Olanda – da 11freunde.de

E’ un’Olanda in parte rifondata quella che sbarca in Argentina, con van Hanegem fuori per limiti di età e Cruijff per bizze varie, con Krol spostato da terzino a difensore centrale, ma che può sempre contare su giocatori del calibro di Neeskens ed Haan a centrocampo e di Rep e Rensenbrink in attacco, e che Happel conduce sapientemente alla Finale contro i padroni di casa, senza aver avuto pietà dei suoi connazionali austriaci – spazzati via per 5-1 nel secondo girone eliminatorio – e men che meno dell’Italia e dei suoi 9/11 di maglia bianconera che appena due mesi prima avevano subito identica sorte nella semifinale di Coppa Campioni.

Leggenda vuole che Happel, negli spogliatoi dello “Estadio Monumental” di Buenos Ayres, a pochi minuti dal fischio d’inizio della Finale mondiale, si sia rivolto ai suoi giocatori con le semplici parole “Signori, vinciamo …!!”, il che non è poi tanto incredibile se rapportato alla scarsa loquacità del personaggio e, del resto, solo il palo al 90’ colpito da Rensenbrink impedisce all’Olanda – che non aveva perso la testa dopo lo svantaggio iniziale formato da Kempes ed era giunta al pareggio con Nanninga all’81’ – di far suo il titolo, poi perso 3-1 ai supplementari – ed al tecnico austriaco di riuscire là dove Michels, quattro anni prima, aveva fallito.

Happel, dopo aver guidato per un biennio lo Standard Liegi, approda in Germania nell’estate ’81 per sedersi sulla panchina del miglior Amburgo della storia dai tempi del mitico Uwe Seeler, e, manco a dirlo, centra subito una doppia affermazione in Bundesliga nel 1982 ed ‘83 con una compagine che ha nel portiere Uli Stein, nel terzino fluidificante Manfred Kaltz, nel regista Felix Magath e nell’attaccante Horst Hrubesch i suoi punti di forza.

Ma ad Happel i successi nazionali contano relativamente, è l’Europa quella con cui vuole confrontarsi ed anche con l’Amburgo raggiunge al primo tentativo la Finale di Coppa Uefa ’82 (stavolta senza alcun scalpo nostrano …) contro gli svedesi dell’IFK Goteborg guidati da Sven Goran Eriksson, commettendo per una volta l’errore di una gara rinunciataria nel match di andata in Svezia, venendo punito da una rete di Holmgren a 3’ dal termine, per poi subire il micidiale contropiede svedese al ritorno, concluso con un netto 3-0 per la formazione di Eriksson.

Una lezione di cui Happel tiene conto nell’affrontare, l’anno seguente, la ben più prestigiosa Coppa dei Campioni, manifestazione in cui giunge per la terza volta in Finale per affrontare la favorita Juventus, forte dell’ossatura della Nazionale italiana Campione del mondo a Spagna ’82, irrobustita dalla presenza degli assi stranieri Platni e Boniek, e che ha compiuto un percorso da imbattuta, con ben 19 reti realizzate nelle 8 partite disputate, mentre i tedeschi fanno della difesa il loro punto di forza, con appena 5 reti subite.

Non è lecito sapere quanto abbia contribuito, nella testa e nelle gambe dei giocatori bianconeri e del loro tecnico Giovanni Trapattoni, la vista di Happel sulla panchina dei loro avversari per giustificare l’opaca prestazione nel match conclusivo di Atene, deciso da un beffardo tiro a spiovere di Magath dal vertice sinistro dell’area dopo appena 9’, una rete che ha il potere di far smarrire completamente l’orientamento ai campioni juventini e, di contro, fare il gioco dei tedeschi, la cui ragnatela fa sì che le occasioni per rimontare siano nulle o quasi, così che Happel diviene il primo tecnico – successivamente imitato da altri quattro allenatori, vale a dire Carlo Ancellotti, Ottmar Hitzfeld, José Mourinho ed Jupp Heynckes – a compiere l’impresa di aggiudicarsi la “Coppa dalle grandi orecchie” con due squadre diverse.

Con il passare degli anni, Happel avverte la nostalgia di casa ed eccolo allora – dopo aver salutato Amburgo con la conquista della DFB Pokal ’87 superando per 3-1 in Finale gli Suttgarter Kickers – accettare l’offerta di allenare lo Swarovski Tirol, con cui firma il contratto nell’estate ’87 e conduce alla doppietta Campionato/Coppa nazionale nel 1989 ed ad un secondo titolo nel ’90, classificandosi alla piazza d’onore nella Bundesliga austriaca nel ’91, divenendo così uno dei soli sei allenatori – gli altri sono Tomislav Ivic, Trapattoni, Mourinho, Ancellotti ed Eric Gerets – ad aver vinto il titolo di campione nazionale in almeno quattro Paesi diversi.

Perché un tale genio della panchina debba limitarsi a fornire il proprio contributo solo ad un Club devono esserselo chiesto i dirigenti della Federazione austriaca che, difatti, gli affidano la conduzione della Nazionale a gennaio ’92, incarico che Happel accetta – raccogliendo il grido di dolore del Presidente della “Fussball Bund”, Beppo Mauhart, e le pressioni addirittura del Cancelliere Franz Vanitzky – nonostante siano già presenti le avvisaglie del male che di lì a poco ne segna la fine.

Uomo, come più volte ricordato, di pochissime, ma dirette, parole, Happel non le manda a dire nella conferenza stampa di presentazione, con l’affermazione che “il calcio austriaco è caduto così in basso che non può che migliorare”, chiosando poi con il metodo da applicare, nel ribadire come “I miei quattro comandamenti sono sempre gli stessi, vale a dire, correre, correre, correre e disciplina”.

Comandamenti che Happel non fa in tempo a far assimilare ai suoi giocatori, visto che il tumore allo stomaco che lo affligge lo costringe a cicli di chemioterapia che ne deturpano il volto e ne modifichino tragicamente i lineamenti, ma ciò nonostante non abbandona sino all’ultimo il proprio impegno e quello sport che ama e che è stato tutta la sua vita, guidando per l’ultima volta la Nazionale il 28 ottobre ’92 nel successo interno per 5-2 su Israele – a sole due settimane dalla scomparsa, avvenuta il 14 novembre all’età di 67 anni – in cui è seduto sulla panchina del “Prater” che, dall’anno successivo, gli viene intitolato divenendo lo “Ernst Happel Stadion”.

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La lapide in memoria di Happel al “Prater” – da howlingpixel.com

Omaggio doveroso che la sua Vienna non poteva che riconoscere a colui che in quello stadio ha scritto pagine gloriose del calcio austriaco e che, non ha caso, è stato inserito al nono posto della “Classifica dei Migliori Allenatori” di ogni epoca, da parte della rivista specializzata “World Soccer”, anche se, “quel Rinus Michels” al secondo posto deve averlo, da lassù, un po’ contrariato.