JAN ZELEZNY, IL PREDESTINATO DAL BRACCIO D’ORO

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Jan Zelezny – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, il 25 settembre 1988, durante la finale del lancio del giavellotto alle Olimpiadi di Seul, il finlandese Tapio Korjus, al suo ultimo tentativo, scaglia l’attrezzo a m.84,28 aggiudicandosi la medaglia d’oro soffiandola per soli 16cm. al cecoslovacco Jan Zelezny, ancora non sa di aver commesso un “delitto di lesa maestà“, avendo impedito al più forte giavellottista di ogni epoca, con quel lancio, di eguagliare il record detenuto da Al Oerter nel lancio del disco e da Carl Lewis nel salto in lungo nel conquistare 4 ori consecutivi nella medesima specialità in altrettante edizioni dei Giochi, così come fece a Mosca 1980 l’estone Jaak Uudmae rispetto alla leggenda sovietica Viktor Saneyev nel salto triplo.

E’ un predestinato, Zelezny – il quale si presenta ventiduenne a Seul forte del terzo posto conquistato l’anno prima al Mondiale di Roma e del primato mondiale stabilito con m.76,66 il 31 maggio 1987 al meeting di Nitra, in Cecoslovacchia – in quanto sia il padre che la madre erano stati a loro volta giavellottisti, con la Signora Jana che nel 1959 aveva stabilito il record nazionale juniores con m.43,26.

Come tutti i ragazzi del suo paese, Jan si dedica nell’adolescenza ai due sport che vanno per la maggiore, calcio ed hockey su ghiaccio, e la leggenda narra che, dedicatosi poi alla pallamano, se ne allontana quando un potentissimo tiro partito dal suo fenomenale braccio destro rompe il viso al malcapitato portiere.

Già, perché il segreto di Zelezny – fisico piuttosto normale per un giavellottista, 186cm. per 84 kg. – sta proprio nella sua eccellente tecnica, con un movimento del braccio che non ha eguali nella specialità e che gli consente di raggiungere misure inarrivabili per gli avversari, il tutto unito ad una costanza ed una serietà nella preparazione e negli allenamenti che lo porta a coricarsi mai oltre le 22 e che difficilmente gli consente di concedersi anche solo una birra.

Tutti ingredienti che ne plasmano la caratura del campione, messa a punto nel quadriennio post olimpico quando Jan, a dispetto di due deludenti prestazioni agli Europei di Spalato 1990 (tredicesimo in qualificazione con m.77,64 ed escluso dalla finale) ed ai Mondiali di Tokyo 1991 (addirittura 18.mo in qualifica con un modesto m.76,26), affina la propria tecnica che lo porta dapprima a riappropriarsi temporaneamente del primato mondiale (per il quale in tre anni, dal 1990 al 1993, è in corso una splendida sfida col britannico Steve Backley ed il finlandese Seppo Raty, suoi grandi avversari anche nelle manifestazioni internazionali), scagliando l’attrezzo a m.89,66 al meeting di Oslo nel luglio 1990, e poi a raccogliere la sfida di Backley e Raty alle Olimpiadi di Barcellona 1992.

Per capire la grandezza di detta rivalità – peraltro limitata al solo campo sportivo, tra atleti che si rispettano e si stimano reciprocamente – basta ricordare la progressione del record mondiale con Backley e Zelezny che si superano a vicenda nel corso di venti giorni nel luglio 1990 (89,58 e 90,98 per il britannico il 2 e 20 luglio, inframezzati dal citato 89,66 del boemo il 14 luglio), per poi vedersi scalzare da Raty che, il 6 maggio ed il 2 giugno 1991, scaglia l’attrezzo m.91,98 e 96,96 (!!!), inducendo per la seconda volta la IAAF a modificare il baricentro del giavellotto onde evitare che lo stesso possa creare pericoli per i presenti in pista, ed il primo record con il nuovo attrezzo è appannaggio di Backley che il 25 gennaio 1992 in Nuova Zelanda raggiunge la misura di m.91,46.

Con di fronte il campione europeo (Backley) e mondiale (Raty) in carica come avversari, la caccia al suo primo oro di prestigio per Zelezny si risolve ai Giochi di Barcellona 1992 già al primo lancio, con il giavellotto che atterra a m.89,66 misura inarrivabile per Raty, che al secondo tentativo scaglia l’attrezzo a m.86,60 che gli vale l’argento, con Backley al bronzo con m.83,38 alla quarta prova, mentre Zelezny legittima il successo con una seconda misura di m.88,18 raggiunta al quarto lancio.

La sfida è lanciata e l’appuntamento è rinviato ai Mondiali di Stoccarda dell’anno seguente, ai quali Zelezny si presenta da favorito non solo in virtù dell’oro olimpico, ma essendosi anche ripreso il primato mondiale con un lancio di m.95,54 ad aprile 1993 in Sudafrica, e dove tocca stavolta a Raty incappare in una controprestazione che lo vede incapace di qualificarsi per la finale.

Ma la Finlandia, si sa, è la patria del giavellotto, e – già che si parla di predestinati – il testimone lasciato cadere da Raty è immediatamente raccolto da un vero “figlio d’arte“, vale a dire Kimmo Kinnunen, figlio di Jorma (argento a Città del Messico 1968), già oro Mondiale a Tokyo 1991 e quarto a Barcellona, il quale si porta al comando al terzo tentativo con m.84,78 costringendo Zelezny, al momento in terza posizione con 81,86 dietro anche al britannico Mick Hill (82,80 alla prima prova), a dare fondo alla sua classe per portarsi dapprima al secondo posto con un lancio di m.83,82 alla quarta prova e quindi scagliare l’attrezzo ad 85,98 al quinto tentativo per far suo anche l’oro mondiale, nel mentre Backley resta ai margini del podio con un miglior lancio di m.81,80.

Curiosa la storia della rivalità tra Zelezny e Backley, con il primo che fa incetti di ori tra Olimpiadi e Mondiali, ma non riesce a salire sul gradino più alto del podio agli Europei, rassegna continentale che, viceversa, è riserva di caccia del britannico – da un punto di vista tecnico ha la stessa valenza delle altre più importanti manifestazioni, dato che le medaglie sono sempre appannaggio di atleti europei – che, difatti, bissa ad Helsinki 1994 l’oro di Spalato con la misura di m.85,20 ricomponendo il podio di Barcellona, con Raty ancora argento con m.82,90 e Zelezny – che nel frattempo aveva migliorato con m.95,66 il proprio limite mondiale a pochi giorni dalla conclusione dei Mondiali di Stoccarda – ad accontentarsi del bronzo a m.82,58.

Trascorre un anno e la sfida si ripresenta ai Mondiali di Goteborg 1995 dove la pattuglia finlandese, costituita da Raty, Parviainen ed Hakkarainen, ancorché qualificata per la finale, delude i propri sostenitori non riuscendo ad essere ammessa ai tre lanci di finale, dove, viceversa, emerge un pericoloso terzo incomodo nella figura del tedesco Boris Henry che, dopo le prime tre prove, si trova al comando con m.85,16 seguito dal connazionale Hecht a m.83,30 e da Zelezny a m.83,02, con Backley non meglio che quinto con la misura di m.81,10.

Gli ultimi tre tentativi, però, rivoluzionano la graduatoria, con Zelezny che sfodera tre lanci di valore assoluto, portandosi al comando già al quarto tentativo con m.88,92 poi incrementato a m.89,06 e quindi a m.89,58 a dimostrazione di una superiorità indiscutibile, mentre Backley dapprima entra in zona medaglie con un lancio di m.84,92 alla quinta prova e poi scaglia l’attrezzo a m.86,30 all’ultimo tentativo per la conquista di un argento a cui Henry cerca di opporsi con il suo miglior lancio, di poco inferiore, a m.86,08.

Con due ori mondiali nel suo palmarès, Zelezny è pronto a raccogliere la sfida in sede olimpica ad Atlanta 1996 nel tentativo di confermare il titolo conquistato quattro anni prima a Barcellona, essendosi preparato all’evento portando nel frattempo il proprio record mondiale a m.98,48 (!!!) il 25 maggio 1996 a Jena, e sin dalle qualificazioni si intuisce che la finale sarà di altissimo livello con il consueto trio delle meraviglie (Zelezny, Backley e Raty) a dover fronteggiare l’assalto dei due tedeschi Henry ed Hecht e dell’emergente russo Sergey Makarov.

Zelezny rompe gli indugi già al secondo lancio, scalzando con m.88,16 dalla prima posizione Backley che al primo tentativo aveva scagliato l’attrezzo a m.87,44, misure che i due atleti non riescono più a migliorare nelle prove successive – ancorché Zelezny piazzi altri due lanci sopra gli 86 metri e Backley altrettanti sopra gli 85 – garantendo comunque loro i due gradini più alti del podio, con Raty che respinge i tentativi di medaglia del duo tedesco solo grazie ad un ultimo lancio di m.86,98 che soffia il bronzo ad Hecht per soli 10 centimetri.

E così, a distanza biennale, dopo Barcellona 1992 ed Helsinki 1994, anche Atlanta 1996 vede gli stessi tre atleti monopolizzare il podio del lancio del giavellotto, a dimostrazione di una loro netta superiorità nel periodo in esame, anche se gli anni cominciano a pesare, soprattutto su Raty, il più anziano del trio, essendo del 1962, e che, difatti, abbandona la scena dopo i Mondiali di Atene 1997, dove non riesce a qualificarsi per la finale.

Mondiali dove anche Zelezny, oramai trentunenne, dopo un m.83,66 in qualifica, si piazza non meglio che nono in una finale quanto mai amara per Backley che, con il suo amico/rivale fuori dai giochi, ritiene di potersi finalmente fregiare di un oro a livello mondiale, solo per vedersi inaspettatamente superato dal sudafricano Marius Corbett con la misura di m.88,40 rispetto al m.86,80 del britannico.

Magra consolazione, per Backley, ottenere il terzo oro consecutivo agli Europei di Budapest 1998 con la misura di m.89,72 che gli avrebbe largamente consentito di aggiudicarsi Olimpiadi e Mondiale, rassegna alla quale Zelezny è assente essendosi dovuto sottoporre ad un’operazione alla spalle a cui, l’anno dopo, unisce una frattura alle vertebre a fronte della quale i medici gli sconsigliano di proseguire, a 33 anni, l’attività agonistica.

Ma ci vuol ben altro per fermare un agonista come Zelezny che sogna di collezionare un terzo oro olimpico consecutivo, impresa sinora mai riuscita ad alcun atleta (lo svedese Eric Lemming nel 1908 e 1912 ed il finlandese Jonni Myyra nel 1920 e 1924 gli unici a bissare), presentandosi anche ai Mondiali di Siviglia 1999 dove, pur in ritardo di condizione, ottiene un significativo bronzo con m.87,67 nella gara vinta dal giovane finlandese Aki Parviainen con m.89,52 davanti al greco Gatsioudis, già terzo due anni prima ad Atene, mentre Backley conclude in una deludente ottava posizione.

Pur con Raty ritiratosi dalle scene, il lotto dei pretendenti al titolo olimpico di Sydney 2000 è pur sempre di prim’ordine, comprendendo, oltre al solito Backley, i citati Parviainen e Gatsioudis ed il sempre temibile duo tedesco, formato dai più volte ricordati Henry ed Hecht, senza trascurare il russo Makarov.

Che Zelezny, comunque, intenda entrare nella storia lo si intuisce dalle qualificazioni, dove ottiene la miglior misura di m.89,39 al primo dei tre lanci a disposizione, seguito dal greco Gatsioudis a m.88,41 lasciando ai presenti la chiara sensazione di voler “chiudere in bellezza“.

La conferma la si ha il 23 settembre 2000, giorno della finale, con i pretendenti alla vittoria che “scoprono le carte” già al primo turno di lanci, con Zelezny che si porta al comando con m.89,41, davanti a Makarov (m.88,67), Hecht (m.87,76), Parviainen (m.86,62) e Backley non meglio che quinto con m.86,25.

Ma se Makarov, Hecht e Parviainen non riescono a migliorarsi nei successivi tentativi, classificandosi nell’ordine dal terzo al quinto posto, insidiati solo da un quinto lancio di Gatsioudis a m.86,53 che gli vale la sesta posizione, tra Backley e Zelezny iniziano i fuochi d’artificio, con il britannico che alla seconda prova scaglia l’attrezzo a m.89,85 portandosi al comando, solo per vedersi nuovamente superato dal boemo al turno successivo, quando il giavellotto di Zelezny supera la “fettuccia” dei 90 metri, atterrando a m.90,17, nuovo record olimpico.

Backley si arrende, Zelezny è nella leggenda a 34 anni suonati, circostanza che non gli impedisce, l’anno seguente ai Mondiali di Edmonton 2001, di centrare anche il suo terzo oro iridato con la misura di m.92,80 mai raggiunta prima di allora in una grande competizione internazionale, necessaria per rintuzzare l’assalto di Parviainen, argento con m.91,31, e di Gatsioudis, bronzo con m.89,95 mentre Backley, provate ad indovinare, conquista l’anno dopo, a Monaco di Baviera 2002, il suo quarto oro consecutivo agli Europei davanti a Makarov ed Henry.

Non c’è che dire, il destino li aveva divisi, a Jan Zelezny 3 ori (ed un argento) olimpici e 3 ori (e due bronzi) mondiali, a Steve Backley 4 ori europei, con il rimpianto di due argenti ed un bronzo olimpici e di altri due argenti iridati.

Fortuna che sono sempre stati amici, altrimenti…

LA LEZIONE DI CHANG A RE LENDL A PARIGI 1989

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Chang e Lendl – da tenniscircus.com

Non so dirvi per certo se quell’edizione memorabile del Roland-Garros 1989 venga ricordata più per la sua vittoria finale oppure per quel colpo che irrise Lendl, una sorta di reato di lesa maestà, nondimeno Michael Chang merita oggi la vetrina dedicata al tennis.

Urge, comunque, partire dall’inizio, ancor prima di dar dettaglio di quel momento storico. Alla Porte d’Auteuil si danno appuntamento gli specialisti del tennis su terra battuta, ed è un’edizione che appare incerta, se è vero che il detentore del titolo, Mats Wilander, ha già trionfato tre volte ma dopo il successo di dodici mesi prima, e il successivo exploit agli US Open che gli è valsa anche la prima posizione del ranking, ha come d’incanto perso l’ispirazione, e forse anche l’impagabile desiderio di vincere che lo ha eletto a fuoriclasse, scivolando nelle retrovie. Ivan Lendl, appunto, è nuovamente il primo giocatore del mondo, e in terra di Francia ha già brindato al successo, ad esempio nell’epica finale del 1984 quando infranse il sogno e decriptò alla distanza il magnifico serve-and-volley di Mc Enroe, oppure quando da favorito ebbe la meglio del carneade Pernfors, 1986,  e dello stesso Wilander, 1987.

Al titolo parigino puntano, senza mezzi termini ma anche con credenziali non proprio validissime, i due adepti del tennis d’attacco, Stefan Edberg lo scandinavo, elegante e armonico nel gesto, e  Boris Becker il teutonico, nerboruto e staripante nell’approccio a rete, ma che su terra battuta hanno ancora palmares vergine di successi di pregio.  Il nuovo che avanza, André Agassi, che veste pantaloncini in jeans e magliette fosforescenti, è l’altro pretendente alla corona di re di Francia, forte della semifinale dell’anno prima, anche se bocciato a Roma dall’argentino Alberto Mancini, che guida la pattuglia di specialisti del “rosso” che annovera tra i suoi interpreti più autorevoli l’altro sudamericano Perez Roldan, a sua volta finalista a Roma nel 1988, il russo Chesnokov e l’emergente spagnolo Bruguera, in assenza del “capitano” Emilio Sanchez, forfatit dell’ultimo minuto così come lo svedese Kent Carlsson. Michael Chang, dal canto suo, è testa di serie numero 15 e francamente, nel ventaglio dei possibili vincitori, non ce lo inserisce proprio nessuno.

Il primo turno non riserva sorprese, ad eccezione dell’eliminazione del coccolo di casa, Yannick Noah ormai sul viale del tramonto, che incoccia nella solidità del brasiliano Luiz Mattar ed esce in quattro set, mentre lo stesso Chang lascia un set, il primo, al belga Eduardo Masso, per poi imporsi di rincorsa, 6-7 6-3 6-0 6-3.

Al secondo turno Chang, che ha soli 17 anni, incrocia la racchetta con un ragazzino, un anno più “vecchio” di lui, ancora acerbo e a digiuno di tennis su terra, ma che in seguito farà strada, tale Pete Sampras, e il ragazzo che ha sangue nelle vene nonché tratti somatici di Taiwan, lo demolisce con un triplice 6-1. Nessuno se ne accorge, ma quel successo è di buonissimo auspicio e Chang, nel seguito, avrà modo di smentire chi non lo ha considerato degno di attenzione. Anche perché, forse, fa più notizia il facile successo di Agassi su Cané, magari anche la sconfitta del guerriero Connors, estromesso da Jay Berger.

Al terzo turno si comincia a far sul serio, e se Lendl sconfigge in tre set Cahill, dopo aver riservato stessa sorte a Kuhnen e Rostagno, per la verità tre clienti non certo adatti alla superficie, Chang fa altrettanto con il modesto Roig, e va a sfidare il cecoslovacco ad altezza ottavi di finale. Nel frattempo Wilander batte la miglior versione parigina di Omar Camporese, Courier incrocia a sua volta Agassi e ne smaschera i limiti di tenuta mentale, Edberg e Becker avanzano senza troppi patemi con Arias e Bates, e si mette in luce un altro talento della favolosa generazione 1971, il croato Ivanisevic, che dopo Reneberg e Stich, batte anche Woodforde e trova sulla sua strada proprio Edberg. Perez Roldan, che fa fuori Francesco Cancellotti, Mancini, Berger, Chesnokov, Agenor che compete per Haiti, e Tulasne difendono le chances della specie dei “terraioli“, ed è già tempo di andare a vedere quel che di clamoroso accade agli ottavi di finale.

Già, Lendl contro Chang, e quel che proprio nessuno si aspetterebbe mai. Con il numero uno del mondo che va avanti due set, 6-4 6-4, inopinatamente subisce il ritorno del “cinesino“, che corre come un matto e rimanda di là dal net tutto quel che arriva a portata di racchetta, e con un duplice 6-3 rinvia la decisione al set decisivo. Lendl schiuma rabbia, che diventa odio sportivo quando sul 4-3 Chang, in preda ai crampi e che al cambio campo mangia banane, lo sorprende battendo da sotto e mandandolo in confusione. Tanto che l’americano, poco dopo, sul servizio del rivale, si posiziona poco oltre il quadrante di battuta, costringendo il ceco al doppio fallo e firmando così il definitivo 6-3 per accedere ai quarti di finale. Del jamais vu, sul Centrale del Roland-Garros.

La strada verso la Coppa dei Moschettieri pare liberarsi per Becker ed Edberg, tanto più che Wilander è lontano parente del campione 1988 e pure lui cede ai quarti, nettamente, ad Andrej Chesnokov. Che in semifinale prova a fermare lo scatenato Chang, che dopo aver prevalso con l’ostico Agenor, un altro che se c’è da far maratona non ha certo timore, infine rivela a dispetto della giovane età sangue freddo nei momenti che contano, 6-1 5-7 7-6 7-5 al russo e prima finale in un Grande Slam senza ancora aver raggiunto la maggiore età.

Ad attendere Chang in finale c’è proprio Edberg, che supera di slancio Ivanisevic e Mancini senza perdere un set ed ha la meglio nello scontro epocale con Becker in semifinale, 6-2 al parziale decisivo dopo aver vanificato un vantaggio di due set. Lo scandinavo veste i panni del favorito, l’11 giugno 1989, quando scende sul Campo Centrale alla ricerca del titolo parigino, che sarebbe il quarto Major in carriera dopo la doppietta agli Open d’Australia, 1985 e 1987, e il primo trionfo a Wimbledon nel 1988.

Appunto, sarebbe. Perché Stefan entra in campo attanagliato dalla tensione e per un set, il primo ceduto 6-1, non ci capisce proprio niente contro quell’indemoniato di Chang che risponde e lo infila tutte le volte che si presenta a rete. Poi le cose cambiano, e sembrano mettersi pure bene per Edberg, che fa suoi i due set successivi, 6-3 6-4, prima di infilare una serie senza precedenti di palle-break non convertite che gli costano il quarto set, 6-4, e poi il match, 6-2. Dopo quasi quattro ore di battaglia Chang diventa il più giovane vincitore di sempre al Roland-Garros, 17 anni e 3 mesi.

Record che ancora oggi resiste, e magari resisterà per sempre. Quel che rimane di quell’edizione memorabile è un giovanotto, piccolo e veloce, che diede lezione al re del tennis e lo buttò giù dal trono.

A SYDNEY 2000 “RE” EDWARDS SI SIEDE SUL TRONO DI OLIMPIA

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Jonathan Edwards in trionfo a Sidney 2000 – da athletisme.blog.lemonde.fr

articolo di Giovanni Manenti

Nel variegato mondo dello sport vi sono campioni che vanno al di sopra di ogni tifo o rivalità di parte in quanto accomunano, oltre alle indubbie qualità tecniche che li hanno fatto eccellere nei rispettivi campi, anche caratteristiche tanto care al barone Pierre de Coubertin, quali rispetto per gli avversari, arbitri o giudici che siano, evitando eccessive esultanze in caso di vittoria od inscenando polemiche spesso fuori luogo in caso di sconfitta, ed esempi del genere ne abbiamo anche nel panorama sportivo italiano, cito a memoria un Gaetano Scirea in ambito calcistico, un Felice Gimondi nel ciclismo piuttosto che Klaus Dibiasi nei tuffi.

Se limitiamo il campo all’atletica leggera – dove il “Bel Paese” può annoverare, a pieno titolo, come esempio di classe, impegno e correttezza la “Divina” Sara Simeoni – dovendo scegliere un esponente nel settore maschile, la scelta potrebbe cadere su di un Edwin Moses od un Sebastian Coe, ma penso di non far torto a nessuno dando la mia personale preferenza al britannico Jonathan Edwards.

Una gran bella storia, quella del giovane Jonathan, nato a Windsor, nel Berkshire, nel maggio 1966, il quale arriva tardi all’atletica, dopo aver praticato rugby, basket e cricket, tutti sport che, comunque, gli forniscono utili basi per affrontare una specialità di grande difficoltà tecnica quale il salto triplo, in cui è fondamentale un’ottima coordinazione e distribuzione delle tre fasi – “Hop, Step and Jump” – di cui si compone ogni prova.

Ed Edwards, dal fisico longilineo (181 cm per 70 kg.), ideale per un saltatore, ma non eccessivamente potente in fase di rincorsa come altri grandi interpreti del passato quali il polacco Szmidt, il brasiliano de Oliveira o il sovietico Saneyev, proprio sulla sua tecnica cristallina fa affidamento per emergere ai massimi livelli mondiali, anche se il suo primo approccio, alle Olimpiadi di Seul 1988, è tutt’altro che rassicurante, quindicesimo in qualificazione con un modestissimo m.15,88 specie alla luce delle successive misure.

Edwards prende fiducia in se stesso conquistano l’argento con m.16,93 dietro al cipriota Marios Hadjiandreou che lo precede di soli 2 cm ai “Commonwealth Games” di Auckland ad inizio 1990, ma non viene selezionato per gli Europei di Spalato e, l’anno seguente, deve rinunciare ai Mondiali di Tokyo 1991 per rispetto alla sua fede religiosa – è figlio di un pastore anglicano – che gli vieta di gareggiare la domenica, “giorno dedicato al Signore” e nel quale rinuncia anche ad allenarsi, alla stregua dell’atteggiamento tenuto dal velocista scozzese Eric Liddell ai Giochi di Parigi 1924 ed immortalato nel celebre film “Chariots of Fire” (“Momenti di Gloria“), vincitore di ben quattro premi Oscar.

Il ritorno di Edwards sulla scena olimpica a Barcellona 1992 è però, se vogliamo, ancor più deprimente, con una misura di appena m.15,76 che lo relega al 35.mo posto, ma che gli fa maturare quella che lui stesso definirà come “la decisione più difficile della mia vita“, vale a dire il decidersi a competere anche qualora le gare fossero programmate di domenica, in quanto, dopo profonde e prolungate discussioni con il padre, ritiene che, “se Dio lo aveva fornito di un talento per competere in atletica, rinunciarvi od anche ridurlo sarebbe stato come andare contro il volere del Signore“.

Probabilmente, quella decisione libera Edwards da una sorta di blocco psicologico, tant’è che già l’anno seguente, ai Mondiali di Stoccarda 1993, sale sul podio di una grande manifestazione, piazzandosi terzo con m.17,44 dietro all’oro di Barcellona, l’americano Mike Conley, primo con m.17,86.

Il 1994 è ancora una stagione interlocutoria per Edwards, che ai risultati predilige gli allenamenti per affinare la tecnica di salto, tant’è che agli Europei di Helsinki 1994 si piazza non meglio che sesto con un modesto m.16,85 nella gara vinta dal russo Kapustin con m.17,62 e fallendo, meno di 15 giorni dopo, ancora per il minimo scarto di appena 3 centimetri, l’oro ai “Commonwealth Games” di Victoria, in Canada, per di più battuto dal connazionale Julian Golley (all’unica vittoria in una manifestazione internazionale) per m.17,03 a m.17,00.

Sono in molti a ritenere Edwards poco adatto ai grandi eventi, tanto più che ormai sta anche viaggiando verso la trentina, ma se una risposta deve esser data, migliore non ve ne può essere di ciò che il britannico compie durante tutto l’arco dell’anno 1995, il suo “Glory Year“, in cui rimane imbattuto in ogni gara a cui partecipa.

Il primo squillo giunge il 25 luglio 1995 in Coppa Europa a Villeneuve d’Ascq, in Francia, dove, pur aiutato da un vento superiore alla norma (ma non più di tanto, 2,4m/s), raggiunge la sbalorditiva misura di m.18,43 – che lui stesso definisce come il “miglior salto della mia vita, quel giorno mi sembrava di volare” – cui fa seguire un altro triplo balzo a m.18,39 anch’esso ventoso.

Ad inizio luglio, a Gateshead, plana a m.18,03 ancora una volta con vento illegale, ma il 18 luglio 1995, al meeting di Salamanca, cancella anche se per un solo centimetro, il mondiale dell’americano Willie Banks portandolo a m.17,98 ed, oramai, la fatidica “barriera dei 18 metri” sta per crollare.

Ed occasione migliore non può esservi che i Mondiali di Goteborg 1995, dove Edwards, dopo aver già saltato m.17,46 in qualifica, si appresta al suo primo tentativo, decimo dei dodici partecipanti alla finale.

La rincorsa e la pedana sono perfetti, le tre fasi ben calibrate e distribuite e l’atterraggio di Jonathan è oltre il limite stabilito dai giudici, indicato sulla fettuccia dei 18 metri – una situazione per certi versi similare al celebre salto in lungo di Bob Beamon a Città del Messico 1968 – e la relativa misurazione, che si fa attendere, mentre l’anemometro garantisce la validità del salto (vento di 1,3m/s), sancisce il superamento della storica barriera, con un m.18,16 che manda in visibilio il competente pubblico presente.

Ma se ai Giochi del 1968 l’impresa di Beamon aveva avuto il potere di “smontare” psicologicamente, oltre che gli avversari, anche lo stesso autore, ciò non avviene per Edwards – consapevole di star vivendo il suo “giorno dei giorni” – che, quando si presenta in pedana per il suo secondo tentativo, ha tutti gli occhi di tecnici, giornalisti e spettatori puntati su di lui, che ripaga con una fantastica esecuzione che migliora il precedente limite portandolo a m.18,29 (vento curiosamente ancora identico di 1,3m/s) a soli 25 minuti di distanza, impresa mai riuscita né prima né dopo, dato che il brasiliano Ferreira da Silva ed il sovietico Viktor Saneyev, rispettivamente ad Helsinki 1952 e Messico 1968, erano sì riusciti a migliorare due volte il primato, ma non in due salti consecutivi, e facendo altresì felici i puristi britannici, ancora fedeli alle misure lineari inglesi, avendo con i suoi m.18,29 superato anche i “fatidici 60 piedi” (60,009 per l’esattezza).

Con tale biglietto da visita ed una striscia di 22 gare senza conoscere sconfitta, Edwards si presenta, alla non più vede età di 30 anni, alla sua terza Olimpiade ad Atlanta 1996 dove però deve subire un’amara sconfitta dall’americano Kenny Harrison (oro a quei Mondiali di Tokyo 1991 a cui Edwards non aveva partecipato), il quale piazza un 17,99 al primo tentativo, per poi allungare sino a m.18,09 al terzo che gli vale l’oro, con Edwards che ottiene la misura di m.17,88 alla quarta prova per poi vedersi vanificare un tentativo da oltre m.18,15 per un nullo di pedana di pochi centimetri, decisione accolta da Edwards con il solito, candido sorriso, pur restando l’amarezza di una misura – quella che gli è valsa l’argento – sufficiente a vincere qualsiasi edizione delle Olimpiadi sino al giorno d’oggi tranne che a Barcellona 1992.

Il quadriennio post olimpico non è dei più esaltanti per Edwards, che ai Mondiali di Atene 1997 ottiene la misura di m.17,69 che gli vale l’argento, stretto tra i due cubani Yoelbi Quesada (oro con m.17,85) ed Alecier Urrutia (bronzo con m.17,64), facendo ancor peggio a Siviglia 1999 quando deve accontentarsi del bronzo con m.17,44 in una gara vinta, a sorpresa, dal tedesco Charles Friedek con m.17,59 pur se intramezzati dall’unico oro in carriera agli Europei svoltisi a Budapest 1998 con l’ottima misura di m.17,99 precedendo il russo Kapustin, fermo a m.17,45.

Presentatosi a Sydney 2000 per la sua quarta partecipazione olimpica, non si può dire che non fosse tra il ristretto novero dei favoriti, ma alla non più verde età di 34 anni, dimostrata dai grigiore di parte della capigliatura, sono in molti tra gli osservatori a nutrire dubbi sulle sue chances di vittoria.

I maggiori rivali, almeno stando a quanto visto in qualificazione, Edwards sembra averli in casa, con il connazionale Onochi Achike a realizzare la miglior misura con m.17,30 seguito dall’altro britannico di grandi prospettive, Phillips Idowu, mentre Edwards si limita alla quota di m.17,08, sufficiente per l’accesso diretto alla finale, che vede presenti anche i cubani Garcia e Quesada, il russo Kapustin ed il campione mondiale Friedek.

La sera della gara, in programma il 25 settembre, si mette in mostra, già al primo turno di salti, Achike che quasi replica la misura in qualifica con m.17,29 portandosi al comando, seguito dai cubani Quesada e Garcia con m.17,19 e 17.15 rispettivamente e da Edwards a m.17,12, con una prima svolta che si registra al secondo tentativo, con il russo Kapustin che, dopo un nullo d’entrata, prende il comando della gara con m. 17,46 seguito da Edwards a m.17,37.

Alla terza prova, che definisce gli otto dei dodici finalisti ad avere il diritto a compiere altri tre salti, esce clamorosamente di scena il tedesco Friedrik, incappato in tre nulli consecutivi, mentre al comando si porta Edwards con la misura di m.17,71 sufficiente a garantirgli quanto meno l’accesso al podio.

Viceversa, nessuno degli altri concorrenti è in grado di emularlo, con la lotta che si rivela appassionante solo per le posizioni di rincalzo, con Achike che perde il bronzo all’ultimo turno, quando viene superato dapprima da Quesada che, con m.17,37 assapora il podio, per poi restare anch’esso deluso dal balzo del connazionale Garcia che, con m.17,47 passa dal quinto posto all’argento, superando di un solo centimetro la misura di Kapustin, relegato in terza posizione.

Per Edwards è la definitiva consacrazione alla quale, liberatosi del peso di non aver vinto un oro olimpico, aggiunge due altre perle, sotto forma di un secondo oro mondiale ad Edmonton 2001 con m.17,92 precedendo lo svedese Olsson (poi oro ad Atene 2004) e dell’unico titolo mancante al proprio palmarès, vale a dire l’oro ai “Commonwealth Games” 2002 disputati in Inghilterra a Manchester, dove con un balzo di m.17,86 piega la resistenza del connazionale Idowu, fermo a m.17,68.

E così Jonathan Edwards si iscrive al ristretto lotto dei tre soli atleti britannici (oltre a lui, Daley Thompson e Linford Christie) capaci di completare il “Golden Slam“, vale a dire vincere Olimpiadi, Mondiali, Europei e Commonwealth Games nella stessa specialità (il decathlon per Thompson ed i 100 metri per Christie).

Non c’è che dire, era proprio la scelta giusta.

CAROLE MERLE, REGINA DELLE NEVI E UN SOGNO INFRANTO

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Carole Merle in azione – da lequipe.fr

Se a Carole Merle fate tanto di ricordare Albertville 1992 e Deborah Compagnoni, beh, come minimo vi incenerisce con gli occhi e una smorfia di disappunto le indurisce il volto.

Mi spiego. La francese è da un quadriennio l’indiscussa dominatrice in supergigante, specialità controversa che da sempre galleggia tra velocità controllata e gigantismo occulto. Ha messo infatti in saccoccia ben quattro coppe di specialità, battendo l’una dopo l’altra Sigrid Wolf, Michaela Gerg, Petra Kronberger e la norvegese Merete Fjeldavlie, che nel corso degli anni hanno provato ad interromperne il regno. 21 gare in quattro anni ed 11 vittorie, oltre ad altri tre piazzamenti sul podio, la dicono lunga quanto Carole sia adatta alla specialità. Ma il giorno più importante della carriera, all’appuntamento con la gloria olimpica, nella sua gara preferita e sulle nevi di casa, quando è nettamente in testa davanti alla teutonica Katja Seizinger, ecco che l’inattesa campionessa valtellinese scende a valle coniugando perfettamente eleganza, efficacia e velocità e con altrettanto distacco abissale la sopravanza, negandole la gioia più grande.

Siamo partiti da uno smacco per raccontare nondimeno la carriera di un’atleta comunque tra le più accreditate a cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio del decennio anni Novanta. Merle nasce a Barcelonnette il 24 gennaio 1984, e che sia brava con gli sci ai piedi è evidente fin da giovanissima, denunciando un talento naturale nel condurre le curve. Neppure diciottenne è quattordicesima nel gigante di Chamonix in Coppa del Mondo, ed è proprio tra le porte larghe che si garantisce il primo podio in carriera, 23 gennaio 1983 a Saint Gervais les Bains, battuta dall’americana Tamara McKinney, che in quella stagione domina specialità e classifica generale, e dall’altra statunitense Christin Cooper.

Ma se quel piazzamento che pare far da preludio ad un radioso futuro in realtà è solo un exploit isolato, ripetuto solo in un’altra occasione, ovvero un anno dopo nella stessa gara e sullo stesso pendio, Merle denuncia qualche difetto di concentrazione e di tenuta nervosa, una costante nei primi anni di carriera, che ne limitano il potenziale. Di lei si parla sempre in prospettiva, sì è molto forte e scia bene, ma le manca sempre qualcosa per far tornare i conti. Anche perché puntualmente rimane ai margini nelle grandi competizioni, Olimpiadi e Mondiali, collezionando non più di un 11° posto in gigante ai Giochi di Sarajevo 1984, un 12° posto in supergigante e un 15° posto sempre in gigante alla kermesse iridata di Crans Montana 1987.

Come spesso avviene con chi ha talento ma fatica a spiccare il volo, ecco che ci vuole un momento di svolta. E per Carole quel giorno, anzi quella due giorni, è il 5 e il 6 gennaio 1988 a Tignes, quando prima è terza in gigante alle spalle di Schneider e Quittet, poi ventiquattro ore dopo batte Maria Walliser e Blanca Fernandez per ottenere il primo successo in Coppa del Mondo. Il ghiaccio infine è rotto, la classe si libera e anche se alle Olimpiadi di Calgary qualche settimana dopo la francese è solo dodicesima in discesa libera e supergigante e nona in gigante, la strada è tracciata e la parte migliore della sua vita agonistica ha inizio.

Mette in bacheca dalla stagione successiva, 1988/1989, ben ventidue vittorie in Coppa del Mondo, con dodici successi in supergigante e dieci in slalom gigante, specialità che la vede pure aggiudicarsi la coppetta proprio nel 1992, che è il suo anno d’oro e che con sette vittorie chiude al secondo posto in classifica generale, 1211 punti contro i 1262 di Petra Kronberger che gli soffia la sfera di cristallo, e nel 1993, che poi è l’ultima stagione ai vertici. Il 27 marzo 1993, sulle nevi svedesi di Are, batte in gigante Compagnoni e Wachter ed è l’ultimo trionfo, prima del commiato l’anno dopo con l’ottavo posto di Vail sempre in gigante.

Certo, nel frattempo ha colto l’argento in gigante ai Mondiali di Vail del 1989 e in supergigante due anni dopo a Saalbach, a Morioka nel 1993 sempre in gigante infine ha visto premiato il lungo inseguimento con l’oro a danno di Wachter e Martina Ertl… ma quel secondo posto di Albertville 1992 brucia. Tanto. Perché Compagnoni le ha sottratto il suo sogno olimpico.

LA DOPPIETTA DI FIORAVANTI A SYDNEY 2000

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Fioravanti in trionfo – da swim4lifemagazine.it

articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di Sydney 2000 rappresentano l’ultima occasione per il nuoto azzurro se non vuole concludere il XX secolo a digiuno di medaglie d’oro, metallo che negli sport acquatici è stato conquistato per i nostri colori solo dalla pallanuoto (Londra 1948, Roma 1960 e Barcellona 1992) e dal leggendario tuffatore Klaus Dibiasi, per tre volte consecutive sul gradino più alto del podio nei tuffi dalla piattaforma a Città del Messico 1968, Monaco 1972 e Montreal 1976.

Le premesse, quantomeno in campo maschile, sono incoraggianti, dato che la spedizione azzurra in terra australiana può contare su Lorenzo Vismara (argento e bronzo europeo sui 50 stile libero), Emiliano Brembilla (già quarto ad Atlanta 1996 sui 400 e 1500 stile libero ed argento mondiale a Perth 1998 sulla distanza più lunga), e Massimiliano Rosolino (argento sui 200 stile libero e quinto sui 400 stile libero a Perth 1998, dopo aver concluso in sesta posizione i Giochi di Atlanta su entrambe le distanze) per quanto attiene allo stile libero, sul dorsista Emanuele Merisi (bronzo ad Atlanta 1996 sui 200, due volte argento ed una bronzo agli Europei sempre sui 200), sui ranisti Domenico Fioravanti (oro sui 100 rana agli Europei 1999 e 2000, dove è anche argento sui 200) e Davide Rummolo e sull’emergente “mististaAlessio Boggiatto, messosi in luce agli Europei Giovanili di Anversa 1998 (oro sui 200 e 400 misti) e di Mosca 1999 (argento sui 200 ed ancora oro sui 400).

Una formazione di tutto rispetto, senza alcun dubbio la più completa – con l’unico buco nella farfalla – che l’Italia abbia mai schierato in una rassegna olimpica, che però è chiamata a fare i conti con americani, russi/ucraini, olandesi nonché i padroni di casa australiani, ragion per cui le aspirazioni di podio sono ben riposte, ma per quanto riguarda l’oro, beh, le perplessità non mancano.

Incertezze che, però, iniziano a diradarsi sin dalla prima giornata, in cui – staffetta 4×100 stile libero a parte, in cui l’Italia conquista comunque un onorevolissimo quinto posto – sono previste, in campo maschile, batterie e finale dei 400 stile libero e batterie e semifinali dei 100 rana.

E l’inizio è dei più incoraggianti, con Rosolino che, dopo aver migliorato in batteria il record italiano con 3’45″65, secondo miglior tempo di qualifica dopo l’idolo di casa, il non oncora diciottenne Ian Thorpe che, con un secondo esatto in meno, migliora il record olimpico di 3’45″00 stabilito otto anni prima a Barcellona 1992 dal russo Sadovyi, ottiene uno splendido argento in finale nuotando in un eccellente 3’43″40 che toglie a Sadovyi anche il record europeo, mentre la “Thorpedine” manda in delirio il pubblico australiano migliorando con 3’40″59 il proprio limite mondiale di 3’41″33 stabilito quattro mesi prima.

Con l’unica amarezza legata allo sfortunatissimo Brembilla, che deve ancora una volta accomodarsi ai margini del podio, stavolta beffato per un solo 1/100 dall’americano Klete Keller (3’47″00 a 3’47″01), buone sensazioni giungono dai 100 rana, dove Domenico Fioravanti realizza il miglior tempo nelle batterie del mattino con il nuovo record italiano di 1’01″32, migliorato nel pomeriggio quando si aggiudica la seconda semifinale in 1’00″84 davanti all’americano Ed Moses ed al diciottenne giapponese Kitajima, futuro protagonista assoluto della specialità, mentre l’altra semifinale è appannaggio del primatista mondiale, il russo Roman Sloudnov, con il tempo di 1’01″15.

L’impressione è che nella finale prevista per il pomeriggio del 17 settembre l’uomo da battere sia proprio Sloudnov, il cui limite mondiale di 1’00″36 è stato realizzato appena due mesi prima dell’inizio dei Giochi, ma a prendere la testa in avvio è viceversa l’americano Ed Moses, specialista anche dei 50 rana (distanza presente solo ai Mondiali), che, in terza corsia, vira ai 50 metri in 28″37 rispetto ai 28″91 di Fioravanti che, come previsto, ha nella vasca di ritorno il suo punto di forza, raggiungendo lo statunitense ai 75 metri e quindi andarlo a battere, toccando in 1’00″46, nuovo record olimpico a soli 10/100 dal mondiale di Sloudnov che, mai in gara per l’oro, chiude in 1’00″91 al terzo posto dietro a Moses, argento in 1’00″73.

Finalmente l’incantesimo è rotto ed anche il nuoto azzurro può festeggiare una medaglia d’oro olimpica, dopo quelle Mondiali di Novella Calligaris sugli 800 stile libero a Belgrado 1973 e di Giorgio Lamberti sui 200 stile libero a Perth 1991, ma chi è questo Fioravanti, sconosciuto ai più, senz’altro meno noto dei due liberisti Brembilla e Rosolino e dei veterani Merisi e Vismara?

La risposta ve la potrebbe fornire, se fosse ancora vivo, il suo allenatore Alberto Castagnetti che di lui evidenziava come fosse dotato di classe eccelsa e di un talento innato, ai quali non abbinava però paritetico impegno negli allenamenti, tanto da essere considerato dai precedenti tecnici federali “troppo pigro per vincere“, e che difatti disdegnava la doppia distanza dei 200 poiché ritenuta “troppo faticosa“.

Giunto relativamente tardi al nuoto, tant’è che a 16 anni nel 1993 oscillava tra il quarto/quinto posto delle graduatorie juniores nazionali, Fioravanti deve tutto al suo mentore Castagnetti, già tecnico di Guarducci e Lamberti e, successivamente, di Federica Pellegrini, il quale comprende il carattere un po’ guascone e poco incline al sacrificio del suo allievo, perdonandogli gli inevitabili atteggiamenti, come quando, ai Campionati Indoor di Livorno 1997, dopo aver vinto i 100 rana con il record dei campionati, rinuncia il giorno dopo alla finale dei 200, con l’altoparlante che diffonde la notizia mentre Castagnetti è a colloquio coi giornalisti in sala stampa ed al quale non resta che commentare sconsolato: “Ecco, vedete, questo è Fioravanti!!!“.

Ma il tecnico sa di avere per le mani il più forte talento mai espresso dal nuoto azzurro e sbuffa, sopporta, ma alla fine la spunta lui, convincendo il ragazzo delle sue enormi potenzialità che lo possono portare in vetta al mondo, e l’oro olimpico conquistato sui 100 rana ne è la relativa conferma.

Resta però ancora da disputare la gara sulla distanza doppia, quella mal sopportata da Fioravanti, al quale il modo migliore per digerirla proviene proprio da quell’oro finalmente al collo, primo italiano a riuscirvi in una finale olimpica e, dunque, perché non provare una doppietta quanto mai storica, visto che dal 1968 – anno in cui ai 200 rana sono stati accoppiati anche i 100 – nessun nuotatore è mai riuscito in tale impresa.

Le batterie e le semifinali sono previste a due giorni dalla finale dei 100, al mattino ed al pomeriggio del 19 settembre, con l’eventuale finale in programma a 24 ore di distanza, e Fioravanti se la prende comoda al mattino, qualificandosi per le semifinali con il nono tempo, mentre il migliore del lotto è il connazionale Davide Rummolo che, nuotando in 2’12″75, stabilisce anche il nuovo primato italiano.

Le Semifinali del pomeriggio danno a Fioravanti l’occasione di “replicare” all’amico/rivale essendo entrambi gli Azzurri inseriti nella Seconda Serie e, mentre l’americano Kyle Salyards si aggiudica la prima con un modesto crono di 2’13”38, nel “Derby d’Italia” Fioravanti si riappropria del Record Nazionale nuotando in 2’12”37 precedendo Rummolo, secondo in 2’13”23, circostanza che determina che i due Azzurri partiranno in Finale nelle due corsie centrali, quarta e quinta rispettivamente, roba da non credere …

Vero che la specialità è un po’ ferma, risalendo il record mondiale ed olimpico al 2’10″16 stabilito dall’americano Mike Barrowman in finale a Barcellona 1992, ma di questo non si possono certo accusare i due ranisti azzurri che, viceversa, con la loro presenza, nobilitano una finale che, per quanto riguarda la vittoria ha poca storia, con Fioravanti che, dopo aver virato ai primi 50 in seconda posizione con 30″50 dietro al francese Bernard, mette la testa avanti a metà gara (1’04″15), per poi prendere il largo nei terzi cinquanta, toccando all’ultima virata in 1’37″35 con oltre 1″ di vantaggio e poi concludere in scioltezza in 2’10″87 che, oltre a frantumare il limite italiano stabilito il giorno prima, è anche il nuovo record europeo, trionfo completato da Rummolo, il cui gran finale (era ottavo ai 100 e quinto ai 150) lo porta al bronzo migliorandosi anch’esso in 2’12″73 e superato dal sorprendente sudafricano Terence Parkin che, qualificatosi con il sesto tempo di 2’13″57, si migliora sino a 2’12″50.

Il solo pensare che Fioravanti si sia migliorato di 4″ netti rispetto al 2’14″87 ottenuto appena due mesi prima agli Europei di Helsinki, dove era giunto secondo dietro al russo Komornikov – il grande deluso di Sydney, avendo mancato la finale per 8/100 – rende l’idea di quanto avrebbe potuto ottenere se solo si fosse applicato di più in allenamento, ma tant’é, l’accoppiata 100/200 è sua ed il vedere due azzurri sul podio è un’immagine che resta sinora unica in una rassegna olimpica, che l’Italia chiude in bellezza con Massimiliano Rosolino che, dopo l’argento sui 400 stile libero, completa l’opera con il bronzo sui 200 stile libero ed un fantastico oro sui 200 misti, per un’Italia che si riscatta delle delusioni patite per tutto un secolo, concludendo quarta nel medagliere natatorio, dietro ad Usa, Australia ed all’Olanda dei fenomeni Pieter van den Hoogenband in campo maschile ed Inge de Bruijn in quello femminile.

Sì, ci abbiamo messo del tempo, ma ne è valsa decisamente la pena.

L’ETERNA SFIDA GEBRSELASSIE-TERGAT SUI 10.000 METRI

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L’arrivo dei 10.000 metri alle Olimpadi di Sidney 2000 – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

D’accordo, l’atletica leggera, oltre ad essere universalmente considerata come la “regina di ogni sport“, è sempre stata la disciplina che ha proposto sfide epocali, ma è difficile chiedersi come si possa essere sempre battuti da un avversario con cui ci confrontiamo su tempi (o misure) pressoché identici.

Già, perché se in chiave olimpica due “perdenti di successo si sono dimostrati sulle distanze veloci il namibiano Frankie Fredericks e la giamaicana Merlène Ottey, è pur vero che sono stati sconfitti da avversari sempre diversi – Christie e Bailey sui 100, Marsh e Johnson sui 200 per Fredericks, Devers, Torrence e Perec per la Ottey – mentre nella rivalità tra Carl Lewis e Mike Powell nel salto in lungo, con il primo a prevalere sull’altro in tre edizioni dei Giochi (Seul 1988, Barcellona 1992 ed Atlanta 1996), il secondo si è tolto la soddisfazione non da poco di sconfiggere il “figlio del vento” proprio in occasione della sua più grande gara mai disputata, i Mondiali di Tokyo 1991 con tanto di record mondiale.

Analogamente, il britannico Steve Backley, che nel lancio del giavellotto ha dovuto subire la presenza del boemo Jan Zelezny che lo ha sconfitto in tre Olimpiadi ed altrettanti Mondiali, si è però preso la rivincita con quattro medaglie d’oro europee e poi, non va dimenticato che, nei concorsi, il duello, più che fra gli atleti, è con gli attrezzi (nel caso dei lanci) e/o con le pedane e le asticelle qualora ci si cimenti nei salti.

Quindi, ripetendo l’interrogativo, è mai possibile che due atleti, che oltretutto si sfidano in pista e “a stretto contatto di gomito“, dato che la loro specialità è il mezzofondo prolungato, e che viaggiano su tempi oltretutto similari, vedano sempre l’uno vittorioso e l’altro amaramente battuto?

La risposta è sì, se lo sconfitto risponde al nome del keniano Paul Tergat ed il vincente a quello dell’etiope Haile Gebrselassie, i quali hanno dato vita, tra Olimpiadi e Mondiali, ad una rivalità sulla più lunga distanza in pista, vale a dire i 10.000 metri, che non ha eguali nella storia della specialità e culminata con l’ultimo atto svoltosi a Sydney 2000 che ne rappresenta la sintesi perfetta.

Completamente diversi tra loro, tanto alto con la classica struttura da mezzofondista Tergat (182cm per 58kg.) quanto basso e compatto Gebrselassie (164cm per 53kg), così elegante e distinto il keniano rispetto al rozzo (ottavo figlio di dieci fratelli di un agricoltore e pastore della provincia di Arsi) l’etiope.

Gebrecresce in un misero villaggio, con capanne rotonde dal tetto di paglia, senza elettricità né acqua, solo la terra, fertile, se ben coltivata, dà di che vivere, con il fondato timore che una prolungata siccità togliesse il sostentamento primario.

Va anche a scuola, il piccolo Haile, rimasto pure orfano di madre sin da bambino, solo che la stessa dista – sembra quasi un segno del destino – 10 chilometri (i famosi 10.000 metri) dal villaggio, distanza che compie ogni giorno correndo, sia all’andata che al ritorno, coi libri sotto braccio, circostanza che, da un lato, gli forgia quella resistenza di base che diverrà il suo punto di forza per le successive vittorie e, dall’altro, lo condiziona nell’andatura in pista, con il braccio destro meno ampio del sinistro, proprio perché reggeva i libri.

Leggenda vuole che, all’età di 7 anni, ascoltando per radio (l’unico diversivo presente al villaggio) le vittorie del connazionale Myruts Yifter ai Giochi di Mosca 1980, si sia appassionato alla disciplina, ma realtà più acclarata attribuisce il merito al fratello maggiore Tekeye che, accompagnandolo ad una gara di corsa ad Asela, capoluogo della provincia, lo fa entusiasmare al punto da farlo scendere in pista sui 1.500 metri che Haile vince ricevendo in premio cinque birr (mezzo euro), una cifra irrisoria, ma che fa scattare nella mente di “Gebre” che correndo può vincere la povertà e la miseria sua e della sua famiglia.

E così, nonostante il parere contrario del padre, che avrebbe voluto vederlo a dargli una mano nel lavoro dei campi, a 16 anni Haile compie la scelta che gli cambia la vita, e cioè andare ad Addis Abeba ad allenarsi nella squadra del corpo di polizia, sotto l’attenta guida del Dr. Konstre, che lo obbliga a sessioni di allenamento massacranti, ma alle quali si sottopone di buon grado con l’obiettivo di sfuggire a quel mondo di miseria in cui è cresciuto.

E quando, a 18 anni, viene ritenuto in grado di affrontare i grandi meeting europei e le più importanti manifestazioni internazionali, “Gebreè pronto a raccogliere la sfida dei fortissimi e meglio dotati fisicamente atleti degli altipiani, i keniani Ngugi, Ondieki e Tergat, sfruttando le sue immense doti di resistenza a cui unisce una velocità di base che emerge nelle fasi finali delle gare.

Messosi in luce ai Mondiali juniores 1992, in cui vince 5.000 e 10.000 metri, Gebrselassie sale alla ribalta internazionale l’anno seguente quando, dopo aver subito una delle rarissime sconfitte sui 5.000 metri da parte del keniano Ismael Kirui (che mette in fila un trio etiope formato da “Gebre“, Fita Bayisa e Worku Bikila), si aggiudica la più lunga distanza ai Mondiali senior di Stoccarda 1993, precedendo in 27’46″02 i keniani Moses Tanui (27’46″54) e Richard Chelimo (28’06″02), con Tanui che non la prende bene per aver corso l’ultimo giro senza una scarpa a seguito di un contatto con l’etiope e per poco i due non vengono alle mani.

Ma Tergat, vi starete chiedendo, che sta facendo? Beh, il “signorino“, ancorché di quattro anni più anziano di Gebrselassie, si avvicina tardi all’atletica, a 22 anni nel 1991, approdando poi l’anno seguente in Italia al Club Fila allenato da Gabriele Rosa ed iniziando a gareggiare su strada (fa sua la “Stramilano” per sei anni consecutivi dal 1994 al 1999) e specializzandosi nel cross, dove raccoglie l’eredità del connazionale John Ngugi, campione del mondo in cinque edizioni (dal 1986 al 1989 e ne 1992), avendo la prima occasione di confrontarsi con Gebrselassie ai Mondiali di Goteborg 1995, dove, mentre il keniano Kirui bissa l’oro di Stoccarda sui 5.000 metri, “Gebre” – che oramai ha scelto i 10.000 metri come sua unica gara nelle grandi manifestazioni – fa altrettanto sui 10.000, conclusi in un eccellente 27’12″95 (record dei campionati), precedendo il marocchino Khalid Skah (controverso vincitore a Barcellona 1992) e proprio Tergat, il quale da quell’occasione inizia a riflettere su quale possa essere la tattica giusta per superare il “piccolo etiope“.

Una prima opportunità gliela fornisce l’appuntamento olimpico di Atlanta 1996, al quale Gebrselassie, a dispetto dei detrattori che lo definiscono un “succhia ruote“, si prepara sfidando i keniani anche a livello di primati mondiali, iniziando il  4 giugno 1994 ad Hengelo, in Olanda, a superare il limite di Said Aouita sui 5.000 metri che resisteva da 7 anni, portandolo a 12’56″96 e, sulla stessa pista esattamente un anno dopo, il 5 giugno 1995, stabilire in 26’43″53 il primato sui 10.000 metri e, dato che tre giorni dopo, al “Golden Gala” di Roma, il keniano Moses Kiptanui migliora il suo limite sui 5.000 portandolo a 12’55″30, ecco che “Gebre” se ne riappropria tre giorni dopo la conclusione dei Mondiali di Goteborg, coprendo la distanza in 12’44″39 al “Weltklasse” nella splendida ed insuperabile cornice del “Letzigrund” di Zurigo.

Con queste credenziali, Gebrselassie si presenta come logico favorito all’appuntamento di Atlanta 1996, dove deve respingere l’attacco del trio keniano formato da nomi di assoluto rispetto (e come potrebbe essere altrimenti?) quali Paul Koech, Machuka e Paul Tergat, che si incaricano di “sgranare” il gruppo, sino a quando, all’ottavo chilometro, è Tergat stesso a forzare l’andatura, facendo il vuoto alle sue spalle tranne che, ovviamente, per il piccolo e tenace etiope che lo segue come un’ombra, sorprendendolo prima dell’ultimo giro con uno scatto perentorio che gli consente di prendere una dozzina di metri di vantaggio, progressivamente ridotti da Tergat in un effimero tentativo di raggiungere il rivale, che taglia il traguardo nel nuovo record olimpico di 27’07″34, lasciando il keniano a soli 83/100 di ritardo, avendo coperto i secondi cinquemila nel tempo di 13’11″40, che sarebbe stato sufficiente ad aggiudicarsi l’oro in 19 delle 21 precedenti finali olimpiche sulla distanza!.

Essere giunto a meno di 1″ da Gebrselassie rafforza in Tergat l’idea di poterlo un giorno sconfiggere, anche se l’etiope si prepara ai Mondiali di Atene 1997 riappropriandosi, il 4 luglio al “Bislett” di Oslo, del record sui 10.000 metri che gli era stato tolto ad Olimpiadi concluse dal marocchino Salah Hissou (bronzo ad Atlanta), coprendo la distanza in 26’31″32, e, difatti, sulla pista greca non vi sono possibilità di successo per il resto della concorrenza, essendo la gara impostata su ritmi abbastanza lenti, con “Gebre” che piazza il suo irresistibile spunto all’ultimo giro, battendo, stavolta, piuttosto nettamente Tergat (27’24″58 a 27’25″62).

Al keniano, in evidente crisi d’identità, serve un qualcosa per migliorare la propria autostima e ciò gli viene incontro quando riesce finalmente a superare almeno in qualcosa il rivale, vale a dire togliendogli il primato mondiale, correndo in 26’27″85 il 22 agosto 1997 al meeting di Bruxelles, due settimane dopo la resa mondiale, giorno che passa alla storia come la “vendetta keniana“, poiché sui 5.000 metri è il connazionale Daniel Komen (oro sulla distanza ad Atene) a migliorare in 12’39″74 il precedente limite dell’etiope.

Figuriamoci se Gebrselassie è tipo da farsi sorprendere così facilmente e, difatti, nel 1998, anno senza Olimpiadi né Mondiali, nel giro di meno 15 giorni, ritorna in possesso dei record sia sui 10.000, corsi in 26’22″75 l’1 giugno nella “sua” Hengelo, che sulla mezza distanza, coperta in 12’39″36, appena 38/100 meglio di Komen, il 13 giugno 1998 ad Helsinki.

Ci si avvicina alle sfide di fine millennio, ma i Mondiali di Siviglia 1999 (i quarti consecutivi vinti da Gebrselassie) rappresentano poco più che una passeggiata per l’etiope, portato in carrozza sino alla fase conclusiva da un ritmo assolutamente blando, che gli consente di vincere senza fatica con un ultimo allungo a metà dell’ultimo giro in un per lui comodo 27’57″27 (oltre 1’30” sopra il suo limite mondiale), precedendo Tergat di quasi 1″ e mezzo.

Resta ancora una sfida per completare il ciclo, ed il palcoscenico è quello delle grandi occasioni, vale a dire le Olimpiadi di fine millennio di Sydney 2000, e per una volta, Tergat chiede l’aiuto ai propri compagni di squadra – diversamente a quanto avviene tra gli etiopi, vi è molta rivalità nel clan keniano, in specie per le diverse tribù di provenienza, tra le quali spiccano i Masai, mentre Tergat è di etnia Nandi – ricevendone l’assenso, essendo la stesa Federazione “stufa” di doversi sempre arrendere allo strapotere di Gebrselassie.

E, la sera del 25 settembre 2000, Patrick Ivuti e John Korir assolvono alla perfezione il compito loro assegnato, tenendo alto a turno il ritmo di gara e facendo sì che prima dell’ultimo giro, restassero in lizza per le medaglie i tre keniani ed, oltre a Gebrselassie, anche l’altro etiope Assefa Mezgebu.

Qui Tergat, che aveva corso al coperto lasciando ai compagni il compito di fare l’andatura, gioca d’anticipo scattando per primo a 300 metri dal traguardo, con uno “scarto” per portarsi all’esterno che gli costa caro in quanto, presentandosi in vantaggio sul rettilineo finale, aumenta l’andatura sino al punto di sembrare in grado di far sua la vittoria, solo per essere raggiunto a dieci metri dal traguardo ed essere bruciato da “Gebre” per l’inezia di 9/100 (27’1″”20 a 27’18″29), una margine così risicato mai verificatosi sulla distanza.

Per Gebrselassie è la definitiva consacrazione e la prospettiva di aver sconfitto la sua più grande nemica, la povertà, che gli aveva dato la forza per sopportare tanti anni di sforzi e sacrifici, lasciando comunque il testimone ad un altro eccezionale mezzofondista, il connazionale Kenenisa Bekele, che ne ripercorre le orme sia in termini di medaglie che di record stabiliti.

E Tergat? Beh, il keniano può consolarsi con cinque titoli consecutivi (dal 1995 al 1999) di campione mondiale di cross, specialità che lui stesso definisce come “quella che amo di più, è il mio mondo, prima che la IAAF introducesse nel 1998 le due distanze (4 km. la breve, 12 la lunga) vi partecipavano tutti i più forti atleti dai 1.500 metri sino alla Maratona!”.

C’è da credergli? Beh, qualcosa più di qualche legittimo dubbio rimane, specialmente ripensando a quella volata di Sydney ed ai quei maledetti 9 centesimi.

IL “FOUR, FOUR, FOUR” DI MALONE E L’ANELLO DEI 76ERS DEL 1983

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Julius Erving – da ballislife.com

articolo di Giovanni Manenti

Se per i Los Angeles Lakers – franchigia che detiene il maggior numero di finali NBA disputate con 31 – deve essere stato indubbiamente frustrante ritrovarsi, nel corso degli anni ’60, per ben 7 volte all’atto conclusivo quali vincitori della Western Conference per poi essere in tutte e sette le occasioni puntualmente sconfitti (dagli acerrimi rivali dei Boston Celtics nel 1962, 1963, 1965, 1966, 1968 e 1969, mentre nel 1970 detto onore tocca ai New York Knicks di Willis Reed & Co.), altrettanto poco piacevole è per i Philadelphia 76ers doversi scontrare con i Celtics per il titolo della Eastern Conference, senza pertanto neppure la possibilità di poter competere per la finale NBA.

E ciò, nonostante che – nel quadriennio 1965-1968 – facesse parte del “roster” dei Sixers un certo Wilt Chamberlain, che, in effetti, migliora la squadra sino a portarla per tutte e quattro le stagioni alla finale di Conference, venendo però sconfitta nel 1965 (3-4) e nel 1966 (1-4), con l’unico successo nel 1967 (4-1) che dischiude alla franchigia della “città dell’amore fraterno” la porta per il titolo assoluto, poi vinto superando in finale per 4-2 i San Francisco Warriors, mentre l’anno successivo è ancora Boston ad avere la meglio per 4-3.

Concluso tale periodo, così come per i Boston Celtics dei 10 titoli in 11 anni (!!!) sotto la guida del santone Red Auerbach dal 1959 al 1969, anche per i Sixers inizia un’opera di ricostruzione che inizia a dare i suoi primi frutti con l’ingaggio nel 1977 di “Dr. J“, al secolo Julius Erving, e la conseguente vittoria nella Eastern Conference a spese degli Houston Rockets, salvo poi perdere la finale per 4-2 di fronte ai Portland Trail Blazers di Bill Walton e Maurice Lucas, nonostante il vantaggio del fattore campo ed essersi trovati avanti nella serie 2-0 dopo i primi due incontri allo Spectrum.

Ma intanto una prima pietra era stata posta e, dopo essere stati sconfitti per 4-2 nella finale di Conference 1978 dai Washington Bullets, ecco che con l’inizio degli anni ’80 la sfida coi Celtics si ripropone in tutta la sua affascinante ed appassionante attrazione.

Conclusa la “regular season” del 1980 con 59 gare vinte e 23 perse, secondo miglior record della Eastern Conference dietro ai soli Boston Celtics (61-21), i Sixers hanno la meglio sui rivali, che nelle loro fila annoverano la matricola Larry Bird, che verrà premiato come “Rookie of the Year“, nella finale di Conference con un netto 4-1 per poi venire a loro volta sconfitti dai Los Angeles Lakers dell’altro astro nascente, Earvin “Magic” Johnson, per 4-2 nella finale NBA dopo aver sprecato il successo esterno al Forum per 107-104 che aveva ribaltato il vantaggio del fattore campo.

E’, quella dei Sixers, una squadra che può già contare, oltre ad Erving, su Maurice Cheeks come playmaker, i due Jones (Bobby e Caldwell) come ali e su Darryl “Baby GorillaDawkins come centro di 2 metri ed 11 per 114 chili.

Ma ancora qualcosa manca e, l’anno seguente, un altro tassello viene aggiunto con la scelta al “Draft” di Andrew Toney proveniente dalla Lafayette University in Lousiana, un giocatore dal tiro micidiale, circostanza che consente di migliorare il rendimento in “regular season” con 62-20 al pari dei Celtics, ma non di superarli nella Conference Final, al termine di una serie drammatica persa per 3-4 dopo essere stati in vantaggio 3-1 e con gli ultimi tre match dallo score che da solo riassume il pathos di dette gare, Boston-Phila 111-109, Phila-Boston 98-100 e Boston-Phila 91-90!!!

Roba da non credere e così, nel mentre i Celtics aggiungono un altro “anello” alla loro collezione (e Larry Bird si toglie la prima soddisfazione da “pro“), disponendo 4-2 degli Houston Rockets in finale, i Sixers si apprestano a rinnovare la sfida l’anno seguente, mantenendo invariato il “roster“, pur peggiorando leggermente il rendimento in “regular season“, conclusa con un 58-24 rispetto al 63-19 dei rivali.

Ma, stavolta, il vantaggio del fattore campo non aiuta i Celtics, e dopo che a Philadelphia avevano rivisto i fantasmi del passato con un altro vantaggio di 3-1 dilapidato con la netta sconfitta per 114-85 al Boston Garden ed il rovescio casalingo per 75-88 in gara-6, Dr. J &Co. sfoderano una prestazione superlativa in gara-7 andando a vincere 120-106 al Garden, con il pubblico di casa che, una volta perse le speranze di tornare in finale, si mette ad incitare gli avversari al grido di “beat L.A., beat L.A.!!!“, tanto per capire quanto alta fosse la rivalità tra i Celtics di Bird ed i Lakers di “Magic“.

Philadelphia ha il vantaggio del fattore campo dalla sua (il record dei Lakers in “regular season” è stato di 57-25), ma lo stesso viene immediatamente annullato dalla vittoria esterna dei Lakers allo Spectrum per 124-117 in gara-1, maturato nella ripresa dopo che, all’intervallo lungo, i Sixers guidavano di ben 11 lunghezze (61-50).

Le restanti gare vedono la conferma del fattore campo e, nonostante che i Sixers si prendano la soddisfazione di umiliare i rivali con un 135-102 in gara-5 con uno strepitoso Andrew Toney, autore di 31 punti, sono ancora “Magic” e Kareem a festeggiare dopo la vittoria in gara-6 al Forum per 114-104, con “Magic” che sforna 13 assists e cattura altrettanti rimbalzi, a fronte dei quali nulla valgono i 30 punti di Erving.

Coach Billy Cunningham – già ex giocatore dei Sixers, con cui ha vinto l'”anello” nel 1967 – comprende che per poter competere contro “Magic” e Kareem ha bisogno di un centro di elevato spessore, così come di un valido sesto uomo quale ricambio per le bocche da fuoco perimetrali, e la dirigenza lo accontenta sacrificando Dawkins, passato ai New Jersey Nets, e l’altro centro/ala forte Caldwell Jones, scambiato con il “free agentMoses Malone dagli Houston Rockets, mentre dall’Italia viene prelevato Marc Iavaroni, che ha disputato alcune buone stagioni a Brescia e a Forlì.

Indubbiamente, l’innesto di Malone si rivela come la carta vincente in mano a Cunningham, il quale ha a dichiarare come “la differenza con la passata stagione l’ha fatta Moses” e l’andamento della “regular season” è lì a dimostrarlo, con Philadelphia che inanella vittorie su vittorie, sino ad ottenere un record di 65-17, largamente il migliore non solo della Eastern Conference, ma dell’intera Lega, considerando che i Lakers chiudono con 58 successi a fronte di 24 sconfitte.

Prima dell’inizio dei playoff, Malone ottiene il suo terzo riconoscimento (dopo quelli del 1979 ed 1982 con i Rockets) quale MVP (“Most Valuable Player“) della “regular season” e, intervistato dai media circa il suo pronostico per l’imminente fase finale del torneo, se ne esce, lui non molto incline a parlare coi giornalisti, con uno strascicato e divenuto poi famoso “Fo’, fo’, fo’ …“, come a dire “Four, four, four …” (Quattro, quattro, quattro) nel senso che sarebbero bastate ai Sixers dodici partite (quattro per ogni turno) per fare “cappotto” dei loro avversari.

Una simile dichiarazione può apparire sbruffona e supponente, ma se la rilasci, specie davanti ai tritatutto Network Usa, devi anche essere in grado di mantenerne fede e, in effetti, quel che va in scena sui vari parquet sembra dar ragione a Malone, con Philadelphia che si sbarazza, come previsto, di New York per 4-0 e conquista il titolo della Eastern Conference superando i Milwaukee Bucks, ma lasciandosi sorprendere, in gara-4 alla Mecca, per 100-94, per poi chiudere definitivamente i conti allo Spectrum in gara-5 per il 4-1 che dà l’accesso alla finale assoluta ancora contro i Lakers, a loro volta vittoriosi su Portland per 4-1 e San Antonio per 4-2.

Il quintetto base di Cunningham, con Cheeks in regia, Dr. J ed Andrew Toney guardie, Bobby Jones ala e Malone centro, sa benissimo che questa è per molti di loro forse l’ultima occasione per vincere l'”anello“, ed il primo ad esserne consapevole è il pivot di 208 cm. per 118 kg., che non si fa intimidire dai più esperti e vincenti avversari – sconfitti in entrambe le occasioni in “regular season“, 114-104 al Forum e 122-120 all’over time allo Spectrum – e manda in scena una recita che non ha eguali nelle, da lui previste, quattro gare che risultano sufficienti per chiudere il discorso.

Valga quanto segue: forti del vantaggio del fattore campo, i Sixers si aggiudicano per 113-107 la gara d’esordio del 22 maggio 1983 (quella in cui, solitamente, gli avversari danno il massimo per rovesciare il fattore campo) e Malone mette a referto 27 punti e 18 rimbalzi, cui quattro giorni dopo aggiunge 24 punti e 12 rimbalzi nel più agevole 103-93 che manda Malone & Co. in California con il doppio vantaggio di 2-0.

Al Forum, il successivo 29 maggio, i Lakers guidano 52-49 all’intervallo, vengono raggiunti sul 72 pari alla fine del terzo periodo, per poi crollare nel quarto ed essere sconfitti per 111-94 nonostante i 23 punti ed i 15 rimbalzi di Kareem ed i 13 assist di “Magic“, ai quali Malone replica con una prestazione “monstrecostituita da 28 punti e 19 rimbalzi, impreziosita, già che c’è, anche da 6 assist.

Oramai, per i gialloviola non resta che salvare l’onore per non subire un umiliante “cappotto“, ma Moses non è dello stesso avviso ed anche il 31 maggio sfodera una superba gara da 24 punti ed addirittura 23 rimbalzi (!!!) che annichilisce Kareem (artefice, da par suo, di 28 punti) e gli oltre 17.000 spettatori del Forum, che vedono la loro squadra crollare dopo aver chiuso in vantaggio di 14 punti (65-51) il primo tempo, a dimostrazione della forza mentale di Dr. J & Co., che dopo aver ridotto il passivo ad 11 punti di scarto (82-93) alla fine del terzo periodo, piazzano un terrificante parziale di 33-15 negli ultimi 12′ di gioco (e della stagione) per il 115-108 conclusivo che laurea i Philadelphia 76ers campioni NBA per la sinora ultima volta della loro storia.

Ah, dimenticavo, Moses Malone è eletto anche MVP delle finali, avevate forse qualche dubbio?

CARBAJAL, IL PORTIERE DEL RECORD DI PRESENZE IN COPPA DEL MONDO

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Antonio Carbajal in uscita – da myfootballfacts.com

Antonio Carbajal ha segnato per sempre la storia della Coppa del Mondo di calcio, diventando il primo giocatore a prendervi parte in cinque edizioni consecutive, record eguagliato qualche decennio dopo dal tedesco Lothar Matthaus.

In effetti, il portiere messicano esordisce alla rassegna iridata del 1950 in Brasile, è presente in Svizzera nel 1954, in Svezia nel 1958 e in Cile nel 1962, per chiudere poi con i Mondiali in Inghilterra nel 1966, all’età di 37 anni. Certo, si limita semplicemente a partecipare, appartenendo ad una selezione, quella del Messico, che raramente è in grado di ricoprire un ruolo di primo piano, se è vero che mai raggiunge il secondo turno. Ma provate voi a fare altrettanto… non è proprio un gioco da ragazzi.

Ben piazzato, agile ed acrobatico, classe 1929, Carbajal debutta nel 1948 nel Real Club España, formazione di estrazione iberica che esercita a Città del Messico, rinunciando agli studi con grande rammarico del padre che lo vorrebbe medico. Le sue doti non tardano a venir notate dai selezionatori nazionali che lo convocano con la squadra che prende parte alle Olimpiadi di Londra del 1948, seppur senza scendere in campo (il c.t. Abel Herrera gli preferisce il più esperto José Luis Quintero) nel match perso con la Corea del Sud, 5-3, e che costa ai compagni non solo una precoce eliminazione ma anche il poco nobile appellativo di “falsi fannulloni“.

Carbajal diventa ben presto portiere affidabile e noto per le sue capacità nel controllo della palla, e dopo aver contribuito ad uno storico quarto posto del Real Club España nel campionato 1950, è chiamato a difendere la porta del Messico ai primi mondiali del secondo dopoguerra, in Brasile, nello stesso anno 1950. Il suo è un battesimo di fuoco, con il primo match che si gioca al nuovo stadio Maracanà contro i padroni di casa, il 24 giugno, che hanno vita facile, 4-0, avviando la lunga serie di insuccessi mondiali di Carbajal. Che accusa altre due sconfitte nell’arco del torneo, 4-1 con la Jugoslavia e 2-1 con la Svizzera, prima di accasarsi al FC Leon una volta rientrato in patria, squadra a cui rimarrà fedele per tutto l’arco della sua lunga carriera.

Con il Leon Carbajal conquista gli unici due campionati di un palmares quasi vergine, 1952 e 1956, diputando con i bianco-verdi 364 partite di campionato. Ma è la Coppa del Mondo la vetrina internazionale che consolida la fama del portiere messicano, anche se con esiti a dir poco catastrofici. In undici partite alle fasi finali, Carbajal ottiene una sola vittoria contro la Cecoslovacchia, poi finalista, in Cile nel 1962, 3-1, due pareggi e ben otto sconfitte, concedendo un totale di 25 reti al passivo. Un bilancio ben magro per un portiere che difenderà la propria porta sempre a mani nude e che disputa la sua ultima partita mondiale il 20 luglio 1966 a Wembley, contro l’Uruguay. Il Messico, per l’occasione, ha ancora una piccola chance di qualificazione al secondo turno, il che sarebbe un inedito, deve forzatamente vincere ma infine un pareggio a reti bianche, 0-0, elimina i centroamericani nonostante Carbajal, pure questo un inedito, tiene inviolata la porta per la prima e unica volta nel suo curriculum in Coppa del Mondo.

La sfida con l’Uruguay mette la parola fine alla carriera di un mito, di un gigante, Antonio Carbajal. Diventato allenatore, siede su numerose panchine di squadre messicane di seconda fascia nel corso degli Anni 70, vincendo nondimeno il campionato del 1975 alla guida del Deportivo Toluca, per poi veder coronata la sua storia agonistica nel corso della finale della Coppa delle Confederazioni allo Stadio Azteca, a casa sua, nel 1999, quando FIFA e Federazione Messica gli accordano un riconoscimento prestigioso: quello di entrare nel novero dei 100 migliori giocatori della storia del calcio. Oltre a venir eletto miglior portiere di sempre della CONCAF. Hai detto poco.

MARIE-JOSE’ PEREC, LA GAZZELLA DELLA GUADALUPA

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Marie-José Perec ad Atlanta 1996 – da a-mag.co

articolo di Giovanni Manenti

Nella vita di ciascuno di noi, e degli atleti in particolare, c’è sempre un personaggio – sia esso un genitore, un parente, un amico, un tecnico, financo un giornalista – che assume un ruolo preponderante nello svolgimento della propria attività agonistica, ed a questa regola non sfugge neppure Marie-José Perec, velocista francese originaria della Guadalupa, una delle più grandi interpreti di ogni tempo della specialità del giro di pista, i tremendi 400 metri che lei doma provenendo dalla velocità pura, meravigliosa per la grazia e la potenza che sprigionano dalle sue lunghe ed armoniose gambe.

Nel caso della piccola Marie-José, questa figura è rappresentata dalla nonna materna Eléonor Nelson (la “Mémère“, come la chiama lei), che si incarica di crescerla assieme ai suoi due fratelli dopo che i genitori hanno divorziato e la madre se ne è andata a Parigi.

Mémère” riesce anche a farli studiare, nel mentre Marie-José cresce a dismisura, a 13 anni è già alta m.1,75 (che poi diverranno 1,79 per 60kg.), circostanza che la rende inizialmente sgraziata nei movimenti, tanto da essere ironicamente soprannominata “canna da zucchero” dai compagni per quel suo camminare ondeggiante, ma a venirle incontro è la sua insegnante di liceo, il cui marito è istruttore di atletica, indirizzandola verso quella disciplina che la rende universalmente famosa.

I primi positivi risultati – a 16 anni corre già i 200 metri in 24″12 (!!!) – la inducono a trasferirsi a Parigi dalla madre, ma il clima europeo, troppo freddo e piovoso, non le si confà e Marie-José decide di tornarsene dalla sua amatissima “Mémère” a Basse-Terre, in Guadalupa, solo per ricevere i rimproveri della nonna che non ci pesa due volte a rispedirla in Francia, convincendola del fatto che non può sprecare un così elevato talento che madre natura le ha fornito.

E, grazie all’anziana parente, la Perec, ancorché di carattere ribelle e poco incline alla disciplina ed agli allenamenti (atteggiamento tipico di chi sa di possedere doti non comuni) si dedica all’atletica sotto la paziente guida di Jacques Piasenta che la ospita nel Centro Federale di Creteil, vicino a Parigi, fucina di campioni e dal quale dalla ragazzina allampanata e svogliata esce una campionessa a tutto tondo che nel 1991, a 23 anni, suggella la sua prima stagione d’oro migliorando i record nazionali sia sui 100 (10″96) che sui 200 (22″26) che le danno quella velocità di base necessaria per conquistare il primo alloro in una grande manifestazione, vale a dire i Mondiali di Tokyo 1991, dove precede in 49″13 la tedesca Gritt Breur, campionessa europea in carica a Spalato 1990, dove la Perec si era classificata terza.

Pur se amante della velocità, il programma olimpico e mondiale non le consente di unire al “giro della morte” anche i 200 metri ed alla sua prima esperienza ai Giochi di Barcellona 1992 fornisce una prestazione incantevole, facendo suoi i 400 metri con il tempo di 48″83 – curiosamente identico al centesimo al limite con cui l’americana Valerie Brisco aveva stabilito il record olimpico a Los Angeles 1984, poi migliorato dalla superba sovietica Olga Bryzhina con 48″65 a Seul 1988 – precedendo la stessa Bryzhina, argento in 49″05.

Chissà se proprio il fatto di aver eguagliato il tempo dell’americana abbia fatto scattare nella mente della Perec l’idea di cercare di emularne l’impresa di conquistare l’oro sulle due distanze 200/400 alla medesima riuscita a Los Angeles 1984 con tempi di assoluto rispetto (oltre al citato 48″83 ferma i cronometri sul 21″81 sui 200), ma inficiati dall’assenza delle atlete del “blocco sovietico“, fatto sta che inizia ad accarezzare tale pensiero in vista della successiva edizione di Atlanta 1996.

Nel frattempo, però, la statuaria bellezza di Marie-José fa colpo anche fuori dagli stadi e dai campi di atletica, entrando nel campo della moda, sfila per Paco Rabanne, posa per le riviste specializzate, partecipa a show televisivi e perde l’anno 1993, sfruttando detto periodo per imparare l’inglese e potersi così trasferire negli Stati Uniti, dove già abita la sorella maggiore Catherine, e poter entrare a far parte del prestigioso team di John Smith, tecnico di valore che sforna talenti alla famosa UCLA, l’Università di Los Angeles.

Marie-José è oramai una star, firma contratti multimilionari (in dollari) con la Pepsi e la Reebok, ma, per il momento, la sua prima passione è ancora l’atletica, aggiungendo al proprio palmerés i titoli europei sui 400 metri e la staffetta 4×400 ai Campionati di Helsinki 1994, nonché il suo secondo oro mondiale a Goteborg 1995, precedendo in 49″25 la bahamense Pauline Davis.

Tutto è pronto per la grande recita di Atlanta, favorita anche dall’identico tentativo (poi riuscito) di doppiare 200 e 400 da parte dell’atleta di casa Michael Johnson, circostanza che impone una variazione nel programma olimpico che, parallelamente al calendario maschile, prevede batterie, quarti, semifinale e finale dei 400 scaglionate in quattro giorni dal 26 al 29 luglio, con un successivo giorno di riposo, per poi affrontare il 31 luglio batterie e quarti dei 200 ed il giorno dopo semifinali e finale.

Un programma, in ogni caso, impegnativo che la Perec – “tirata a lucido” da John Smith – affronta con cura, risparmiandosi nei turni iniziali dei 400 per poi essere l’unica a scendere sotto i 50″ netti vincendo la seconda semifinale il 49″19, davanti alla nigeriana Ogunkoya ed alla bahamense Davis (49″57 e 49″85 rispettivamente) mentre la prima è appannaggio dell’australiana Cathy Freeman in un tranquillo 50″32.

Il tardo pomeriggio del 29 luglio, il pubblico presente attende l’esibizione di Michael Johnson, ma, nel frattempo può godersi un ghiotto antipasto, con la Perec che, schierata in terza corsia, vede la Freeman, cui è assegnata la quarta, scattare in testa allo sparo dello starter e mantenerla sino all’entrata nella seconda curva, dove viene affiancata dalla francese che la supera all’ingresso del rettilineo finale andando a vincere nel nuovo (e sinora insuperato) record olimpico di 48″25 (tutt’ora terza prestazione mondiale “all time” dietro ai dubbi crono di 47″60 della tedesca est Marita Koch e di 47″99 della cecoslovacca Jarmila Kratoshvilova), con la Freeman che “tienechiudendo in un eccellente 48″63 davanti alla nigeriana Ogunkoya (bronzo in 49″10), relegando ai margini del podio la bahamense Davis che, con 49″28, sarebbe andata a medaglia in ogni altra precedente edizione dei Giochi.

Due giorni dopo, nelle prime serie dei 200 metri, la Perec ottiene in scioltezza il miglior tempo, correndo il suo quarto di finale in 22″24, apprestandosi a sfidare in semifinale l’agguerrita concorrenza portata dal trio americano (orfano della Torrence, solo quarta ai “Trials“) composto dalla Inger Miller, Carlette Guidry e Dannette Young, oltre che dalla nigeriana Mary Onyali e dalle giamaicane Juliet Cuthbert e, soprattutto, Merlene Ottey, desiderosa di riscattarsi dalla beffa subita dalla Devers sui 100 metri.

Analogamente a quanto vissuto sui 400 metri, anche l’1 agosto 1996 la prova femminile precede quella maschile – dove Johnson farà registrare in finale lo straordinario record mondiale di 19″32 – e le due semifinali chiariscono quali siano le più accreditate pretendenti all’oro con la Perec che si aggiudica la prima serie in 22″07 davanti alla Onyali (22″16), mentre la Ottey domina la seconda in 22″08 (ancora 1/100 a separarla da una qualsiasi rivale).

Esattamente due ore dopo, le ragazze si schierano ai blocchi di partenza della finale, che vede la Perec favorita dall’assegnazione delle corsie, correndo in terza (come sui 400), mentre la Onyali è in quarta e la Ottey in quinta, splendidi punti di riferimento per la francese, che allo sparo vede scappar via la Ottey che non vuole lasciarsi scappare l’occasione, data anche la citata assenza della Torrence, e si presenta in vantaggio all’entrata in rettilineo, un vantaggio che sembra incrementare sino ai 170 metri per poi piantarsi e subire l’imperioso ritorno di Marie-José che, abituata dai 400 metri a distribuire meglio le forze, la raggiunge a 15 metri dall’arrivo per andare a cogliere il secondo oro in 22″12, con la Ottey che in 22″24 colleziona il suo sesto piazzamento olimpico sino ad allora (2 argenti ad Atlanta, uniti al bronzo di Mosca 1980, i due terzi posti di Los Angeles 1984 ed il quarto bronzo a Barcellona 1992) e la nigeriana Onyali che ottiene il bronzo in 22″38.

Marie-José è leggenda, ma ora anche il suo gran fisico comincia a risentire dell’usura dei tanti impegni – anche extra sportivi – ai quali la francese lo ha costretto, ed emergono acciacchi di varia natura uniti al “morbo di Epstein-Barr“, una forma virale che le procura spossatezza, ma ciò nonostante intende concedere alla Freeman, nel frattempo campionessa mondiale nel 1997 e nel 1999, la rivincita all’edizione australiana dei Giochi di Sydney 2000.

I risultati cronometrici del periodo che precede i Giochi non sono però confortanti e Marie-José, consapevole di non aver chances di vittoria, sceglie il modo peggiore per chiudere la carriera, inventandosi minacce e tentativi di carpire i suoi metodi di allenamento da parte dei tecnici australiani e, a due giorni prima della disputa delle batterie dei 400, prende l’aereo e se ne torna in America, accompagnata all’aeroporto dal suo “boyfriend“, il quattrocentista Usa Anthony Maybank.

La Freeman vince l’oro e Marie-José abbandona definitivamente le scene non solo atletiche, ma anche le luci della ribalta, facendo ritorno nella natia Guadalupa e rifugiandosi dall’unica persona che sa capirla e consolarla, la “Mémère“, al secolo nonna Eléonor, ritrovando pace e serenità rispetto ad un mondo che ha sì dominato in pista, ma forse “troppo grande per lei” al di fuori.

VUELTA 1987, LA PRIMA VOLTA DELLA COLOMBIA CON LUCHO HERRERA

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Lucho Herrera sul podio – da vavel.com

Sono gli anni in cui, ancora, la Vuelta apre la stagione delle grandi corse a tappe, disputandosi a primavera, qualche giorno dopo che sono andate in archivio le classiche del nord, e qualche ora prima l’inizio del Giro d’Italia. E chi la vince veste una sgargiante maglia amarillo.

Per il 1987 i disegnatori hanno tracciato un profilo che si rivelerà tra i più impegnativi della storia, un prologo e ventidue tappe tra Benidorm, il 23 aprile, e la passarella finale di Madrid, 15 maggio, 3.992 chilometri senza neanche il conforto di un giorno di riposo. Sono iscritte al via 18 squadre per 180 corridori, ed alcuni campioni di fama consolidata sono attesi alla battaglia.

C’è il detentore dl titolo, Alvaro Pino, che ha totale attitudine allo sforzo in montagna ed è ben deciso a concedere il bis; l’altro iberico di grido, Pedro Delgado, che trionfò nel 1985 e guida l’olandese PDM; l’irlandese Sean Kelly, re delle corse in linea ma già terzo dodici mesi addietro e che gli addetti ai lavori eleggono a principale favorito della corsa; il transalpino Laurent Fignon, alla ricerca dell’ispirazione perduta dopo le due perle al Tour del 1983 e del 1984; il tedesco Reimund Dietzen, un carneade per le strade d’Europa ma che in Spagna si trasforma tanto da aver collezionato negli ultimi tre anni un terzo, un settimo e un quarto posto; un manipolo di spagnoli d’assalto, capeggiati dall’inossidabile Marino Lejarreta, 30 anni, che vinse nel 1982 e fu secondo nel 1983, Laudelino Cubino e Anselmo Fuerte che rappresentano il nuovo che avanza e sosterranno Pino in maglia Bh-Sport nel suo sogno di doppietta, Vicente Belda che vuol scrollarsi di dosso l’etichetta di eterno piazzato. E poi… e poi c’è Lucho Herrera, camoscio colombiano che spiana le salite e pare adattissimo all’edizione 1987, che di chilometri all’insù ne ha proprio tanti in programma, seppur qualche giorno prima della partenza sia stato debilitato dall’influenza. Saprà comunque approfittarne, alla grande.

La vigilia un terremoto si abbatte sulla corsa: Alvaro Pino, afflitto da una tendinite, dichiara forfait lasciando con un palmo di naso organizzatori e tifosi e liberando i due scudieri Cubino e Fuerte, nonché Federico Echave, da obblighi di gregariato. La stessa Fagor è costretta a rinunciare ad atleti del calibro di Pedro Munoz ed Eric Caritoux, che sorprese tutti nel 1984, dirottati sulla Corsa rosa, e così si comincia con il belga Jean-Luc Vandenbroucke, specialista delle cronometro, che si impone nel prologo e veste la prima casacca di leader, lasciando Kelly a 6 secondi, Fignon a 28, Delgado a 32 ed Herrera a 35.

L’irlandese è il più in forma nelle prime tappe, e con il successo ad Albacete, il secondo posto di Valencia battuto allo sprint da Paolo Rosola, e la netta affermazione nella cronometro di 34,8 chilometri con partenza ed arrivo allo Stadio Mestalla conquista il primato, battendo Blanco-Villar e sopravanzando in classifica, a sera, Dietzen di 33 secondi, Fignon di 1 minuti 36 secondi, Delgadi di 1 minuti 51 secondi ed Herrera di 2 minuti 36 secondi.

Due giorni dopo, tra Salou e Barcellona, il veneto Roberto Pagnin, che già a Valencia si era vestito di giallo grazie agli abbuoni per poi venir scavalcato da Kelly dopo la prova contro le lancette, ha via libera dal gruppo, si sciroppa 150 chilometri di fuga con il francese Abadie, lo batte in volata e di nuovo veste le insegne del primato. Ma è gloria di breve durata. Ventiquattro ore dopo è previsto il primo arrivo in quota, ai 2.110 metri di Andorra, e i colombiani danno fuoco alle polveri. Jimenez e Cardenas preparano il terreno per l’attacco di Herrera, che stacca gli altri favoriti e alle spalle del vincitore, Jesus Ibanez Loyo, e di Belda, guadagna terreno prezioso in classifica, risalendo in ottava posizione. Nel frattempo Pagnin, che scalatore non è, rimbalza indietro e Kelly torna in vetta alla graduatoria.

Neanche il tempo di recuperare le energie, che si arriva di nuovo in altura, ai 1.900 metri di Cerler. Il volto della classifica cambia nuovamente, Herrera ancora una volta è il più abile in salita e se Cubino fa sua la vittoria parziale, il colombiano, accompagnato da Belda, lascia Delgado a Dietzen a trenta secondi, con Kelly che accusa poco meno di due minuti di ritardo e si vede costretto a cedere la maglia di capoclassifica, per l’inezia di due secondi, proprio al tedesco della Teka. La leadership di Dietzen non viene messa in pericolo dalle vittorie in successione di tre spagnoli, Gaston, Esparza e Aja, nelle tappe interlocutorie di Saragozza, Pamplona e Alto Campoo.

Siamo a metà percorso, ma è già l’ora della resa dei conti nel classico arrivo ai Laghi di Covadonga, nelle Asturie. Lucho Herrara ha scelto questa ascesa hors categorie per portare un deciso attacco al primato, e non fallisce l’appuntamento. Non appena la strada si impenna sotto le ruote, il colombiano attacca e frantuma il gruppo dei migliori. Solo Belda, Vargas e Kelly riescono a contenere il passivo dallo scatenato capitano della Cafè de Colombia, che vince con 1 minuto 28 secondi di vantaggio e conquista la maglia amarillo. Dietzen accusa 1 minuto 39 secondi di ritardo, mentre il margine di Delgado e Fignon è superiore ai 3 minuti e di fatto i due campioni escono dalla lotta per la vittoria finale, così come Gorospe, attardato di ben 5 minuti. Che a questo punto è riservata ad Herrera, Kelly che è secondo a 39 secondi e Dietzen che insegue a 50 secondi.

Le tappe che seguono non hanno un profilo altimetrico che possa mutare volto alla classifica generale, stuzzicano semmai l’appetito dei cacciatori di tappe che hanno terreno adatto per colpi di mano da lontano. Carlos Hernandez, Carlos Gutierrez, Juan Fernandez, Antonio Esparza, Dominique Arnaud e Roberto Pagnin, che a Vallodolid bissa il successo di Barcellona, approfittano della non belligeranza dei favoriti per entrare nell’albo d’oro della corsa, mentre si segnala il ritiro del campione del mondo Moreno Argentin, la cui presenza è stata impalpabile lungo tutto l’arco della competizione, e Laurent Fignon, che denuncia invece spirito battagliero, racimola secondi che gli consentono di tornare a ridosso dei migliori.

Ma il bello deve ancora venire. L’11 maggio, a Vallodolid, una cronometro di 24 chilometri vinta da Blanco-Villar con 11 secondi su Kelly consente all’irlandese di riguadagnare il comando della corsa, con Herrera che si difende e rimane in corsa a 42 secondi, così come Dietzen a 52 secondi, mentre Fignon e Delgado, al pari di Belda e Vargas, perdono ancora terreno e vedono ormai le loro illusioni di successo finale ridotte al lumicino. In attesa delle tre ultime, decisive frazioni di montagna.

Ad Avila, nel giorno della rinascita di Fignon che vince la tappa e torna in corsa per il podio, Kelly è costretto all’abbandono per un problema di emorroidi, e la storia della Vuelta conosce il suo momento culminante. Herrera, che chiude alle spalle del “professore“, riveste la maglia amarillo e stavolta, con un vantaggio confortante su Dietzen, vede prossimo il traguardo finale di Madrid. Fignon, a sua volta terzo, deve respingere l’attacco di Delgado che cerca di buttarlo giù dal podio, ma le frazioni che si concludono a Segovia e a Collado Villaba, oltre a certificare la competitività del ciclismo colombiano che si impone con Omar Hernandez e Pacho Rodriguez, consegnano a Lucho Herrera il trionfo finale.

Lo scalatore di Fusagasuga, classe 1961, vince con 1 minuto 4 secondi di vantaggio su Dietzen e 3 minuti 13 secondi su Fignon, salendo sul gradino più alto del podio, primo colombiano a riuscire nell’impresa. Come lui, molti anni dopo, solo Nairo Quintana. Ma questa è storia di oggi.