SAMBO E BARAN, IL DUE CON CHE APRI’ LA STRADA AI FRATELLI ABBAGNALE

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Sambo, Cipolla e Baran – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di canottaggio, inevitabilmente il pensiero corre in direzione dei leggendari “fratelloni d’Italia“, al secolo Giuseppe e Carmine Abbagnale, che assieme al timoniere Peppino Di Capua hanno infiammato i cuori tricolori grazie alle loro imprese olimpiche e alle indimenticabili telecronache di Giampiero Galeazzi, capaci in carriera di conquistare due ori ed un argento ai Giochi nella specialità del due con. Ma senza bisogno di scomodare i giurassici Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, che in compagnia di Guido De Filip trionfarono alle Olimpiadi di Anversa del 1920, c’è un altro armo che fece risuonare le note dell’Inno di Mameli, quello composto da Primo Baran e Renzo Sambo, che con il decisivo apporto di Bruno Cipolla colse l’oro ai Giochi di Città del Messico del 1968.

In verità quella messicana è un’edizione dei Giochi avara di successi per l’Italia (solo otto anni dopo a Montreal faremo ancor peggio con soli due ori…), che sale sul gradino più alto del podio con Pierfranco Vianelli nella corsa individuale su strada di ciclismo e con Klaus Dibiasi nei tuffi dalla piattaforma 10 metri, ma una bella soddisfazione giunge proprio dal canottaggio, che rinvigorisce una buona tradizione che dai tempi di Olgeni-Scatturin ha visto gli azzurri trionfare nel quattro con ad Amsterdam nel 1928, nel quattro senza a Londra nel 1948 ed ancora con il quattro con a Melbourne nel 1956.

Renzo Sambo e Primo Baran sono due ragazzi trevigiani, l’uno un omone di 190 centimetri per 90 chilogrammi, classe 1942 che esercita l’attività di orafo per gentile intercessione del sindaco della città, l’altro di un anno più giovane e che dopo i trascorsi nel ciclismo fatica come magazziniere per guadagnarsi la pagnotta. Entrambi appartengono al Dopolavoro Ferroviario di Treviso e si allenano nelle acque tortuose del fiume Sile, ed è qui che maturano quella classe e quell’esperienza che li porta in cima al mondo. Bruno Cipolla è di Cuneo, ha solo 16 anni e studia alle Magistrali, e quel 19 ottobre 1968, sul podio, piangerà tutta la sua emozione di giovanissimo medagliato d’oro della storia olimpica italiana.

L’armo azzurro non rappresenta però una sorpresa, nelle acque del canale di Cuemanco a Xochimilco, in quanto aveva già conquistato il bronzo ai Campionati Mondiali al lago di Bled del 1966 battuti da Olanda e Francia e l’oro europeo a Vichy – competizione che, di fatto, è equiparabile al Mondiale – l’anno precedente i Giochi quando Cipolla era subentrato ad Enrico Pietropolli, a sua volta sostituto di Giorgio Conte che agli Europei di Duisburg del 1965 aveva vinto l’argento.

Eppure i due canottieri veneti rischiano di non andarci nemmeno in Messico perché nell’anno preolimpico 1967 si sono rifiutati di allenarsi collegialmente lontano da Treviso, tanto da subire minacce di squalifica da parte della Federazione: l’oro di Vichy smorza le polemiche, i tre amici salgono sull’aereo in destinazione Distrito Federal e sarà la loro fortuna.

Sambo e Baran, che conoscono il campo di regata proprio per avervi disputato la gara preolimpica, non hanno problemi nel primo turno eliminatorio, qualificandosi direttamente alle semifinali senza bisogno del ripescaggio, con il secondo miglior tempo dietro all’armo tedesco orientale formato da Helmut Wollmann e Wolfgang Gunkel. Inseriti nella seconda semifinale, vincono la loro batteria scendendo sotto il limite degli 8′ e con un netto margine su Danimarca e Germania Ovest, mentre nell’altra regata sono ancora i Tedeschi Est a prevalere con un ridotto margine sull’Olanda, che dell’armo che vinse ai Mondiali di Bled ha solo Hadriaan Van Nees accoppiato stavolta a Herman Suselbeek, mentre più staccati finiscono gli Stati Uniti di Bill Hobbs e Richard Edmunds.

L’esito delle eliminatorie fa presagire un duello tra Italia e Germania Est per la medaglia d’oro, ma al momento delle operazioni di peso che preliminarmente fanno da prologo alla sfida in acqua, Cipolla non riesce a mandare l’ago della bilancia oltre i prescritti cinquanta chilogrammi. Pertanto, pur di non gareggiare con un’antipatica zavorra allacciata alla schiena, pensa bene di mettersi a bere acqua fino al raggiungimento dei fatidici 50. In gara, inaspettatamente, sono proprio i tedeschi i primi a cedere, dopo aver condotto in testa i primi 500 metri, non reggendo il ritmo dei colpi in acqua di Italia ed Olanda che si staccano per andare a contendersi la prima posizione. Van Nees e Suselbeek rilevano il testimone per remare al comando fino ai 1.500 metri quando, con Cipolla a dettare i tempi delle vogate e Sambo e Baran ad eseguire come meglio non si potrebbe, superano l’imbarcazione “orange“, che ha in Rody Rijnders l’esterrefatto timoniere che si vede scavalcare, per andare infine a tagliare il traguardo con un vantaggio di quasi 2″, 8’04″81 contro 8’06″80, mentre i tedeschi orientali, in chiaro crollo fisico per i problemi legati all’altura e forsanche psicologico, perdono anche il bronzo per l’inezia di 15/100 a beneficio dell’equipaggio danese composto da Jorn Krab e Harry Jorgensen.

L’Italia è campione olimpico del due con, 48 anni dopo Olgeni/Scatturin e 16 anni ad aprire la strada ai fratelli Abbagnale che rinnoveranno l’appuntamento con la medaglia d’oro nel 1984 a Los Angeles. Il premio? Un milione di lire dal Coni da dividersi in tre e una Fiat 500, che Sambo cambierà con una 850, lui che in quel macchinino proprio non riuscirà ad entrare per la stazza imponente. Poco male, quel che conta è che abbia messo braccia e gambe nell’armo che gli ha regalato l’immortalità sportiva, a lui, Baran e Cipolla. E ora chi li dimentica?

I “FAVOLOSI ANNI ’80” DEL GOTEBORG A LIVELLO EUROPEO

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Goteborg vincente in Coppa Uefa nel 1987 – da oldscottishfootball.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Non si può certo dire che – sport nordici a parte – il calcio sia una disciplina sconosciuta in Svezia, paese, al contrario, capace di sfornare fior di campioni, soprattutto a partire dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, che vede la Nazionale scandinava conquistare la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Londra ’48, con un attacco che schiera il futuro trio rossonero composto da Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, per poi far buona figura ai successivi Campionati Mondiali del ’50 in Brasile e giungere sino alla Finale dell’edizione da lei stessa ospitata, arrendendosi solo al Brasile di Pelè & Co.

Non male, peraltro, anche la generazione degli anni ’70, capace di qualificarsi per tre edizioni consecutive dei Mondiali (1970, ’74 e ’78) quando le partecipanti erano solo 16 e non 32 come al giorno d’oggi, in cui emergono il portiere Ronnie Hellstroem, il difensore Bjorn Nordqvist (primo calciatore a superare le 100 presenze in Nazionale …), il centrocampista Bo Larsson e, soprattutto, la schiera di attaccanti, formata da Conny Torstensson, Ove Kindvall, Ralf Edstrom e Roland Sandberg.

Ma, non diciamo di successi, ma anche solo di apparizioni in Semifinale nelle grandi manifestazioni europee a livello di Club, manco a parlarne, un po’ perché le stesse hanno avuto inizio quando l’assoluta “Generazione di Fenomeni” degli anni ’40 e ’50 era oramai agli sgoccioli della propria attività, e, più che altro, poiché i talenti venivano ingaggiati dalle ricche Società del Continente ed in particolare italiane, tra cui, oltre al già citato trio rossonero, giova ricordare Lennart Skoglund, Hans Jeppson, Arne Selmosson e Kurt Hamrin, i quali hanno fatto bella mostra di sé nella nostra Serie A, deliziando i tifosi di Inter, Napoli, Lazio, Roma, Fiorentina e Milan.

Desta pertanto non poca sorpresa il fatto che, nel ’79, la formazione del Malmoe sia non solo la prima compagine svedese a raggiungere una Semifinale nelle tre grandi Manifestazioni Continentali (Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere/Uefa), ma addirittura a qualificarsi per l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni – invero agevolata da sorteggi non impossibili, avendo dovuto affrontare, cammin facendo, i francesi del Monaco, i sovietici della Dynamo Kiev, i polacchi del Wisla Cracovia e gli austriaci dell’Austria Vienna – solo per essere sconfitti con il minimo scarto, da un’altra debuttante, vale a dire il Nottingham Forest di Brian Clough, in virtù di una rete messa a segno da Trevor Francis in chiusura di primo tempo.

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La rete di Francis che decide Nottingham Forest-Malmoe – da itv.com

Nel frattempo, però, si sta formando, sul suolo svedese, l’ossatura di una squadra destinata a stravolgere le gerarchie del calcio europeo, ed affidata ad un giovane tecnico poco più che 30enne e da un mediocre passato come calciatore nel ruolo di difensore, vale a dire Sven-Goran Eriksson, che proprio da questo suo inizio in Patria si costruisce la fama di apprezzato allenatore sino a guidare, in seguito, compagini famose quali Benfica, Roma, Fiorentina, Sampdoria e Lazio, per poi approdare sulla panchina della Nazionale inglese.

Il Club in questione altri non è che l’IFK Goteborg, abbreviazione di Idrottsforeningen Kamraterna Goteborg (vale a dire, Compagnia delle Associazioni Sportive Goteborg), fondato nel 1904, con nel suo conto già 7 titoli di Campione svedese, ma che, dopo l’ultimo torneo vinto nel 1969, addirittura retrocede l’anno seguente, conoscendo durante gli anni ’70, il periodo peggiore della sua ora più che centenaria Storia, con ben sei stagioni in seconda divisione, prima di riconquistare la Massima Serie nel 1976.

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Una prima formazione Göteborg anni ’80 – da corriere.it

Si può quindi ben comprendere come venga accolta quale manna dal cielo dai tifosi dei “Blavitt” (i biancoblù), la conquista della – tra l’altro prima – Coppa di Svezia (la “Svenska Cupen”) nella primavera ’79, addirittura superando con un perentorio 6-1 i rivali del Atvidabergs nella Finale disputata nel tradizionale impianto del “Rasundastadion” di Stoccolma, preludio ad un finale di stagione – ricordiamo che in Svezia il Campionato si disputa nell’anno solare, da aprile ad ottobre – concluso al secondo posto, ad una sola lunghezza di distacco dai Campioni dell’Halmstadts BK.

Tale successo nella Coppa nazionale consente al Goteborg di riaffacciarsi in Europa – a 9 anni di distanza dall’ingloriosa uscita al primo turno della Coppa dei Campioni, umiliata il 16 settembre ’70 tra le mura amiche per 0-4 dal Legia Varsavia di Deyna e Gadocha, che si afferma anche al ritorno per 2-1, a 14 giorni di distanza – stavolta impegnato in Coppa delle Coppe, dove Eriksson mette in mostra una più che organizzata fase difensiva, il che permette alla formazione svedese di capitalizzare al massimo l’unica rete di Holm che decide l’andata dei Sedicesimi di finale contro gli irlandesi del Waterford, chiudendo il ritorno sull’1-1, e quindi di limitare al minimo i danni nell’insidiosa trasferta in terra ellenica contro il Panionios, il cui 0-1 viene ribaltato al ritorno grazie ai centri di Nordin e Tord Holmgren, per poi nulla poter opporre allo strapotere dell’Arsenal che, nell’andata dei Quarti, travolge per 5-1 ad Highbury un Goteborg che si era addirittura portato in vantaggio con Torbjorn Nilsson, decretandone la relativa uscita di scena.

Un’esperienza comunque utile per i ragazzi di Eriksson, pur se la partecipazione alla Coppa Uefa dell’anno seguente si conclude al primo turno, ancora a causa di un pesante 1-5 esterno contro gli olandesi del Twente Enschede, cui la doppietta del “solito” Nilsson al ritorno non è sufficiente a ribaltare l’esito del doppio confronto, mentre sul fronte interno la stagione ’80 vede il Goteborg concludere il Torneo al terzo posto, a tre punti dall’Osters Campione, il quale si ripete l’anno seguente con i “Blavitt” stavolta secondi, ma a quattro punti di distacco.

La squadra sta comunque sempre più prendendo confidenza dei propri mezzi ed assimilando le direttive tattiche di Eriksson, fiducia che viene incrementata dai primi turni della Coppa Uefa 1981-’82 – che, ribadiamo, si disputano mentre il Campionato è alle strette finali – in cui il Goteborg dispone dapprima a proprio piacimento dei “cugini” finnici dell’Haka Valkeakoski (3-2 esterno ed agevole 4-0 al ritorno all’Ullevi), per poi incontrare non poche difficoltà per eliminare gli austriaci dello Sturm Graz (2-2 in trasferta con doppietta di Torbjorn Nilsson a recuperare lo 0-2 iniziale e 3-2 al ritorno grazie ad un rigore trasformato da Fredriksson all’89’) e quindi disporre dei rumeni della Dinamo Bucarest (doppio successo, 3-1 in casa ed 1-0 in trasferta, ancora “targato” Nilsson, autore di 3 reti nel doppio confronto), prima della pausa invernale per rivedersi a marzo in occasione dei quarti di finale che oppongono agli svedesi i temibili spagnoli del Valencia.

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Torbjorn Nilsson, capocannoniere in Coppa Uefa nel 1982 – da fotbollsmamma.se

E, come le formazioni scandinave sono avvantaggiate nei turni iniziali delle Coppe europee per il fatto di essere maggiormente rodati grazie alla calendarizzazione dei loro Campionati, così, nella decisiva fase primaverile delle stesse, scontano il fatto di essere ancora nella fase di preparazione, il che comunque non impedisce al Goteborg di dar battaglia al “Mestalla”, in una gara che si risolve in un quarto d’ora di fuoco, con gli spagnoli a portarsi avanti con il danese Arnesen dopo appena 5’, per vedersi raggiunti e superati da un micidiale uno-due nell’arco di 2’ firmato Ruben Svensson e, tanto per cambiare, Nilsson, prima che ancora Arnesen sigli il punto del definitivo 2-2 poco dopo il 15’ del primo tempo, un risultato che al ritorno i ragazzi di Eriksson mettono al sicuro con un franco 2-0 siglato da Tommy Holgrem e da un rigore di Fredriksson.

Giunti alle fasi conclusive del torneo, per il Goteborg si presenta lo spauracchio costituito dai tedeschi del Kaiserslautern, che nel turno precedenti si erano permesso il lusso di umiliare nientemeno che il Real Madrid, ribaltando al “Betzembergstadion” l’1-3 patito al Santiago Bernabeu infliggendo ai “Blancos” una delle loro più pesanti sconfitte in campo europeo, un 5-0 che non ammette repliche.

Oltretutto, a difesa dei pali della porta tedesca, vi è una vecchia conoscenza del calcio svedese, vale a dire quel Ronnie Hellstrom per 77 volte titolare del ruolo in Nazionale, ma che deve capitolare all’andata in terra renana di fronte alla rete di Corneliusson che ristabilisce la parità dopo l’iniziale vantaggio teutonico con Hofeditz, rimandando la decisione circa il passaggio del turno al ritorno in Svezia, sentenza che necessita del prolungamento ai supplementari dopo l’1-1 al 90’ che rispecchia il risultato dell’andata e che viene decretata da un calcio di rigore trasformato al 103’ ancora da Fredriksson, sempre implacabile dal dischetto.

Seconda squadra scandinava della storia a raggiungere una Finale europea dopo il già citato Malmoe, il Goteborg, a detta degli addetti ai lavori, non dovrebbe far altro che rispettare il ruolo della vittima sacrificale di fronte ai “Panzer” dell’Amburgo, da 4 anni a contendere al Bayern la leadership in Patria, con i successi in Bundesliga ’79 ed ’82 ed il secondo posto nel 1980 ed ’81 alle spalle dei bavaresi, nonché sconfitti nella Finale di Coppa dei Campioni ’80, e che possono contare tra le proprie file fior di nazionali, quali il terzino Manfred Kaltz, il difensore centrale Dittmar Jakobs, il centrocampista Felix Magath ed il centravanti Horst Hrubesch, quest’ultimo realizzatore in Finale della doppietta con cui la Germania si era aggiudicato il Campionato Europeo ’80 contro il Belgio.

Lascia pertanto alquanto perplessi l’atteggiamento rinunciatario messo in mostra dagli anseatici nella gara di andata del 5 maggio allo Stadio Ullevi, punito da una rete di Tod Holmgren a 3’ dal termine che regala al Goteborg uno stretto margine da amministrare al ritorno in terra tedesca, atteggiamento giustificato dai media con la necessità di non sprecare eccessive energie, visto che sono anche in lotta per il titolo, con due soli punti di vantaggio sul Colonia a quattro giornate dal termine della Bundesliga.

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La rete di Holmgren che decide l’incontro – da twb22.blogspot.it

Vantaggio che resta invariato quando di turni ne restano solo due, ed i 60mila che gremiscono il 19 maggio ’82 il Volksparkstadion di Amburgo si attendono di poter festeggiare il loro secondo Trofeo continentale, dopo la Coppa delle Coppe conquistata nel ’77 a spese dell’Anderlecht, dovendosi però render conto che l’impresa è molto più difficile del previsto, specie quando, poco prima della mezz’ora, Corneliusson raccoglie al volo un traversone dalla sinistra di Holmgren per trafiggere Stein, facendo sì che adesso ai tedeschi servano ben tre reti se vogliono alzare la Coppa.

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Il rigore del definitivo 3-0 trasformato da Fredriksson – da ndr.de

Impresa che diventa materialmente impossibile nel momento in cui, poco dopo l’ora di gioco, Torbjorn Nilsson, lanciato in contropiede, beffa la retroguardia amburghese per trafiggere ancora Stein e siglare il suo personale nono goal che lo rende il Capocannoniere della Manifestazione, con il freddo Fredriksson a chiudere definitivamente i discorsi trasformando, 4’ dopo, un rigore concesso per fallo sullo stesso Nilsson per il 3-0 conclusivo che incorona Eriksson ed i suoi ragazzi sul trono d’Europa.

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Si festeggia la conquista della Coppa Uefa 1982 – da ifkgoteborg.se

Stagione che per il tecnico svedese ed i suoi ragazzi è ben lungi dal considerarsi conclusa, visto che al trionfo in Europa seguono la conquista della Coppa nazionale (3-2 in Finale all’Osters) ed il ritorno al titolo a 13 anni di distanza dall’ultimo successo, superando in volata l’Hammarby di un solo punto.

L’aver ottenuto uno storico “Triplete” determina non solo l’abbandono di Eriksson, il quale va a sedersi sulla panchina del Benfica, ma anche il consueto “saccheggio” dei migliori elementi da parte di altri Club Europei, con Nilsson ad accasarsi al Kaiserslautern, Corneliusson ad approdare allo Stoccarda per poi vestire, per 5 anni consecutivi, i colori del Como, e Stromberg a seguire il tecnico al Benfica solo per trasferirsi, ad un anno di distanza, in Italia e divenire un beniamino dei tifosi dell’Atalanta, di cui indossa la relativa maglia per ben 8 stagioni di seguito, finendovi la carriera.

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Stromberg in maglia Goteborg – da zonacesarini.it

Ovvio che questo è il destino delle zocietà che sono costrette a cedere i pezzi pregiati per esigenze di bilancio, ma dover ricostruire quasi da zero l’organico non è impresa facile e difatti, nonostante il Goteborg si confermi Campione anche nei successivi anni ’83 ed ’84, sul fronte internazionale lo scotto viene pagato con l’eliminazione al primo turno di Coppa delle Coppe ad opera degli ungheresi dell’Ujpest a settembre ’82, e miglior sorte non ottiene il ritorno in Coppa dei Campioni, pur se il sorteggio non è certo benevolo, abbinando agli svedesi i giallorossi della Roma (poi Finalista …) al primo turno, arrendendosi a Falçao & Co. per 0-3 all’Olimpico, ma salvando l’onore con il successo per 2-1 al ritorno.

Una miglior sorte consente al Goteborg di avanzare sino ai quarti di finale della Coppa Campioni ’85, superando per la norma delle reti segnate in trasferta i belgi del Beveren agli Ottavi, dopo aver sommerso sotto una valanga di reti (17-0 il conto complessivo …!!) i malcapitati lussemburghesi dell’Avenir Beggen al primo turno, solo per essere eliminati in primavera dal Panathinaikos, risultando fatale la sconfitta interna per 0-1 all’andata.

A questo punto, la dirigenza svedese punta sul ritorno in panchina di Gunder Bengtsson, già vice di Eriksson, di cui aveva preso il posto nella parte conclusiva del vittorioso Campionato ’82 quando il tecnico di Torsby aveva preso la strada di Lisbona, e che, nel frattempo, ha vissuto esperienze alla guida dei norvegesi del Valerengen e dei portoghesi del Nacional.

La scelta si rivela quanto mai azzeccata, in quanto, alla sua prima stagione, riesce a condurre il Goteborg sino alla semifinale di Coppa dei Campioni dopo aver eliminato i bulgari del Trakia Plovdiv (3-2 e 2-1), i turchi del Fenerbahçe (4-0 ed 1-2) e gli scozzesi dell’Aberdeen (2-2 esterno e 0-0), compiendo la clamorosa impresa di sconfiggere 3-0 all’andata il Barcellona (doppietta del figliol prodigo Nilsson ed acuto di Holmgren), solo per vedersi rendere la pariglia al Camp Nou (tripletta di “Pichi” Alonso) ed uscire ai calci di rigore.

Una cocente delusione, che però Bengtsson trasforma in motivazione affinché i giocatori diano il massimo di sé nella successiva – e, sulla carta, più abbordabile – Coppa Uefa, con la speranza di rinverdire i fasti di 5 anni prima, affrontata con una squadra il cui più esperto è il difensore Glenn Hysen, già protagonista, al pari di Tord Holmgren, del successo del 1982 e rientrato alla base dopo un’esperienza in Olanda nel Psv Eindhoven, mentre in attacco, ritiratosi Nilsson, si fa affidamento sulla maturazione del centravanti Stefan Pettersson e sulle capacità realizzative del non più giovane Lennart Nilsson, prelevato dall’Elfsborg.

L’inizio è dei più promettenti, con i cechi del Sigma Oloumuc spazzati via con un secco 4-0 dopo l’1-1 in trasferta all’andata, così come il 2-0 all’Ullevi viene amministrato al ritorno contro i tedeschi orientali dello Stahl Brandeburgp ai Sedicesimi, e la fase ascendente del Torneo si conclude alla grande con un doppio successo (1-0 in trasferta e 4-0 tra le mura amiche) contro i belgi del Gent, con quattro giocatori diversi ad andare a segno, a dimostrazione della bontà degli schemi di Bengtsson.

Il risveglio, a primavera, è però da incubi, a seguito dell’abbinamento contro gli italiani dell’Inter dalla pressoché impenetrabile difesa imperniata su Zenga, Bergomi, Ferri e Passarella, e, difatti, l’andata in Svezia si conclude sullo 0-0 di partenza, e quando, al ritorno a San Siro, una clamorosa autorete di Fredriksson sblocca il risultato a favore dei nerazzurri, è opinione comune che il cammino del Goteborg sia ai titoli di coda, ma la rete del pari di Pettersson a meno di un quarto d’oro dal termine, abile a ribadire in rete una corta respinta di Zenga su precedente colpo di testa, rovescia le sorti della qualificazione, consentendo agli svedesi di accedere alla loro semifinale consecutiva a livello europeo, avversari gli austriaci del Tirol Innsbruck che, a loro volta, avevano fatto fuori l’altra italiana, il Torino.

Ancora l’incontro di andata si risolve in una goleada per gli svedesi, che travolgono per 4-1 i loro avversari, ma stavolta l’esito al ritorno rispetto a 12 mesi prima è ben diverso, con una rete di Michael Andersson (prelevato dall’Hammarby) a decidere l’incontro e consentire l’accesso alla seconda Finale della storia del Club, avversari gli scozzesi del Dundee United che, a loro volta, si sono trasformati in “Giants killing” (come si usa dire nella terra di Albione), avendo eliminato dapprima il Barcellona di Mark Hughes e Hary Lineker nei Quarti e quindi il Borussia Monchengladbach in semifinale, in entrambi i casi espugnando il campo delle rivali.

Un avversario, pertanto, da affrontare con le molle, sicuramente meno temibile rispetto all’Amburgo del lustro precedente, ma che fa della difesa il suo punto di forza (una sola rete subita dal Barcellona ed una dal Borussia nei precedenti doppi confronti …), in cui spiccano i nazionali Malpas, Narey ed Hegarty, e, del resto, anche il tasso tecnico della compagine svedese è di gran lunga inferiore a quello di inizio anni ’80.

Peraltro, la gara di andata, disputata il 6 maggio ’87 allo Stadio Ullevi, ricalca a grandi linee la sfida con l’Amburgo, con le squadre decise a non scoprirsi troppo ed, ora come allora, è sufficiente una sola rete, messa a segno da Stefan Pettersson, il quale raccoglie di testa un corner da sinistra al 38’, a sancire il successo della formazione scandinava.

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Le squadre scendono in campo al ritorno a Dundee – da gettyimages.co.uk

Un vantaggio minimo, da difendere con le unghie e con i denti due settimane dopo al Tannadice Park di Dundee, ma che viene capitalizzato al massimo allorché, a metà primo tempo, Lennart Nilsson ripaga i soldi spesi per il suo ingaggio raccogliendo un rilancio lungo della difesa, per liberarsi al limite dell’area di rigore e scagliare un velenoso destro rasoterra che coglie impreparato il portiere avversario, Billy Thomson.

Ed anche se, allo scoccare dell’ora di gioco, Clark realizza il punto del pari per i padroni di casa, nei successivi 30’ la difesa svedese tiene ed il capitano Glenn Hysen può orgogliosamente alzare al cielo il Trofeo, prima di decidere anche lui di monetizzare le proprie qualità, accasandosi dapprima alla Fiorentina e quindi al Liverpool.

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Fredriksson ed Hysen festeggiano la conquista della Coppa – da uefa.com

Per il Goteborg gli anni di gloria non sono certo finiti, visto che in sette anni, dal 1990 al ‘96, si aggiudica per ben 6 volte (con la sola eccezione del ’92) il titolo nazionale, ma l’allargamento delle partecipanti alla neonata Champions League non consente più di eccellere a livello continentale, fatto salvo il cammino nell’edizione ’95 allorquando, inserito in un Girone con Barcellona, Manchester United e Galatasaray, si classifica sorprendentemente al primo posto, per poi essere eliminato dal Bayern ai Quarti solo per le reti segnate in trasferta, restando così solo i “Favolosi anni ‘80” quelli che consegnano la squadra svedese alla Gloria Continentale …

LA RISCOSSA “ALL BLACKS” DEL 1996, FRUTTO DI UN ORGOGLIO FERITO

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Il mediano di mischia Andrew Mehrtens in azione – da gettyimages.ca

articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da dire, niente è più pericoloso dell’orgoglio ferito di una squadra che ritiene di aver subito una pesante ingiustizia, e se poi questa squadra pratica uno Sport come il Rugby, ed i suoi componenti altri non sono che i famosi “All Blacks” neozelandesi, beh, allora doverseli ritrovare di fronte con tale spirito in corpo può essere davvero rischioso.

La sconfitta per 15-12 contro il Sudafrica nella Finale della terza edizione della Coppa del Mondo ’95, grazie ad un drop di Joel Stransky a 7’ dal termine dei tempi supplementari è ancora una ferita troppo fresca per i neozelandesi, i grandi favoriti del Torneo, i quali ritengono – più o meno a ragione – di essere stati volutamente danneggiati dai padroni di casa attraverso una intossicazione alimentare a due giorni dalla sfida conclusiva, subendo poi, oltre al danno, anche la beffa di ascoltare le dichiarazioni dei Dirigenti sudafricani alla cena post-match in merito al fatto che, non avendo il paese di Nelson Mandela partecipato alle prime due Rassegne iridate stante il veto per le note vicende razziali, essi dovevano considerarsi i veri ed unici Campioni del Mondo.

Ce n’è più che a sufficienza affinché i “tuttineri” – la cui delegazione, per protesta, abbandona la sala dopo aver sentito le suindicate parole – meditino una “feroce rivincita”, da consumarsi il più presto possibile, ed ecco che in loro soccorso giunge la decisione assunta dall’International Rugby Board di aprire la disciplina al professionismo e, dato ormai il reinserimento a pieno titolo del Sudafrica nello sport mondiale, nonché sulla spinta delle Tv che, dopo un iniziale scetticismo, stanno toccando con mano l’elevata audience dei confronti tra le più forti compagini del pianeta, vara il “Tri Nations”, vale a dire un torneo con gare di andata e ritorno tra le tre superpotenze dell’emisfero australe, Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, la cui prima edizione si disputa proprio l’anno seguente, vale a dire nel 1996.

Per gli “All Blacks” si tratta di un’occasione da non farsi assolutamente sfuggire, ed alla quale abbinano, visto che il programma prevede l’ultima loro gara da disputarsi il 10 agosto ’96 proprio in Sudafrica, il prolungamento della permanenza nel Paese sino a fine agosto, inserendo nel calendario altri tre “test match” da disputarsi a cadenza settimanale, il 17, 24 e 31 successivi.

Per chi non è addentro al mondo della palla ovale, è giusto precisare che “test match” sta al Rugby come “incontro ufficiale” al calcio e che, prima dell’introduzione di Coppa del Mondo e “Tri Nations” (poi divenuto “The Rugby Championship” con l’allargamento, a far tempo dal 2012, anche all’Argentina), i confronti tra le tre grandi avvenivano in occasione di quelle che venivano definite “test series”, di cui l’ultima in ordine di tempo tra “All Blacks” e “Springbocks”, andata in scena 20 anni prima, nell’estate ’76, ebbe la triste conseguenza del boicottaggio, da parte degli altri Paesi africani, dei Giochi Olimpici di Montreal ’76, per le amare questioni relative alla politica di apartheid del Governo sudafricano.

The All Blacks face the Springboks in 1976
Fase di un test match del 1976 – da colorsport.co.uk

Oltretutto, macchia indelebile nella gloriosa Storia della formazione neozelandese, vi è il fatto che mai sino ad allora gli “All Blacks” si siano aggiudicati una serie in Sudafrica, le più recenti delle quali parlano di una vittoria, un pari e due sconfitte nel ’60, una vittoria e tre sconfitte nel ’70, stesso esito con cui si era concluso il già ricordato “tour” del 1976, il che costituisce la classica “ragione di più” per prepararsi come meglio non si potrebbe all’appuntamento.

La prima gara dell’edizione inaugurale del “Tri Nations” si svolge il 6 luglio ’96 all’Athletic Park di Wellington, ed a fare le spese della voglia di riscatto neozelandese sono i malcapitati “Wallabies” australiani, sommersi da sei mete realizzate da altrettanti giocatori diversi, cui si somma la precisione al calcio del mediano di apertura Mehrtens per un 43-6 che non ammette repliche, mentre la sfida con gli “Springbocks”, andata in scena il 20 luglio al Lancaster park di Christchurch dopo che gli stessi erano stati sconfitti per 21-16 la settimana prima dall’Australia, ricalca l’andamento della Finale mondiale dell’anno precedente, con la difesa sudafricana ancora in grado di bloccare le iniziative di Jonah Lomu & Co. senza conceder loro alcuna meta, ma stavolta con un Mehrtens molto più preciso al piede, i cui calci piazzati danno agli “All Blacks” una sofferta vittoria per 15-11.

E quando poi la Nuova Zelanda espugna, sette giorni dopo, il Lang Park di Brisbane per 32-25 (ancora con Mehrtens protagonista, capace di mettere a segni 6 calci piazzati, oltre alla trasformazione delle mete realizzate da Bunce e John Marshall), aggiudicandosi così anche la “Bledisloe Cup” nei confronti dell’Australia, l’ultimo confronto con il Sudafrica, in programma il 10 agosto ’96, non avrebbe più alcun valore per la vittoria del “Tri Nations”, pur se gli “Springbocks” si sono presi la rivincita sui “Wallabies” superandoli per 25-19, ma assume un’importanza capitale per le ragioni suesposte.

Ed anche se non si tratta di tornare sul “luogo del delitto”, in quanto rispetto alla Finale mondiale, il terreno è quello del “Newlands Stadium” di Città del Capo in luogo dell’Ellis Park di Johannesburg, ben 51mila spettatori sono desiderosi di assistere all’evento che vede ancora presenti i due rispettivi Capitani, François Pienaar (che aveva sollevato al cielo la Webb Ellis Cup, ricevuta dalle mani di Nelson Mandela) e Sean Fitzpatrick, nonché i due mediani di apertura che con i loro calci, andati a segno o meno, avevano deciso la sfida, vale a dire Joel Stransky da una parte ed Andrew Mehrtens dall’altra.

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Fase di un match del Tri Nations del 10 agosto 1996 – da gettyimages.co.nz

E sono ancora loro i protagonisti anche di questo incontro, che il Sudafrica conduce all’intervallo per 15-6 in virtù delle mete di du Randt e Mulder, di cui una sola trasformata da Stralsky e di un calcio piazzato dello stesso mediano d’apertura, cui la Nuova Zelanda oppone solo due punizioni in mezzo ai pali di Mehrtens, per poi subire nella ripresa il ritorno degli “All Blacks”, la cui ondata nera si abbatte sulla difesa dei padroni di casa, realizzando due mete con Dowd ed Osborne (sostituto di Jonah Lomu) che Mehrtens si incarica di trasformare, aggiungendo altri tre piazzati per il risultato finale di 29-18 nei confronti di un Sudafrica che nel secondo tempo è stato capace di realizzare solo una punizione con Stransky.

Vincere il “Tri Nations” a punteggio pieno è già, di per sé, una chiara dimostrazione di superiorità da parte degli “All Blacks” che cancella l’onta della sconfitta mondiale, ma, se ben ricordate, c’è ancora quella macchia da eliminare nel loro palmarès, e derivante dal fatto di non essersi mai aggiudicata una “Test series” disputata nel Paese sudafricano, e, sull’onda del netto successo appena conseguito, i neozelandesi si rendono conto che è giunto il momento di eliminare anche quest’ultima piccola pecca.

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Il capitano Fitzpatrick con i trofei vinti – da odt.co.nz

Trasferitisi a Durban, il 17 agosto va in scena il primo dei tre “test match” davanti ancora ad oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune del King’s Park e che assistono ad un’autentica prova di forza degli avanti neozelandesi, i quali rompono la barriera difensiva sudafricana andando per tre volte in meta con Zinzan Brooke, Cullen e Wilson contro il solo ovale depositato oltre la linea di meta da van Schalkwyk per i padroni di casa, la cui precisione al piede i Stransky riesce solo, nel finale, a rendere meno amara la sconfitta, certificata con il 23-19 con cui si conclude l’incontro.

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Il mediano di mischia sudafricano in azione nel primo test match – da gettyimages.it

A questo punto, il successivo match, in programma il 24 agosto al “Loftus Versfield” di Pretoria, assume un’importanza decisiva, poiché, in caso di vittoria neozelandese, le sorti delle “test series” sarebbero già segnate, ragion per cui viene reinserito nel XV iniziale, da parte dei padroni di casa, il mediano di mischia Joost van der Westhuizen, mentre, da parte “All Blacks”, viene confermato Osborne in luogo di Lomu e la rinuncia a Mehrtens, sostituito da Simon Culhane.

Ci si potrebbe aspettare che il Sudafrica adotti la tattica che già ha dato i suoi frutti in altre occasioni, e cioè di limitare il più possibile la forza d’urto neozelandese, ed invece l’incontro vede le due squadre giocare a viso aperto, il che lo rende ovviamente molto più spettacolare e ricco di realizzazioni, con ben tre mete per parte – Kruger, Strydom e van der Westhuizen per i padroni di casa, Zinzan Brooke e due volte l’ala Jeff Wilson, uno che ha il dente avvelenato per essere stato “ingabbiato”, l’anno prima all’Ellis Park di Johannesburg, dai difensori “Springbocks” – e la differenza dettata da una sola trasformazione di Stransky rispetto al “tre su tre” di Culhane, oltre ad un drop di Zinzan (nome completo, Murray Zinzan Valentine …) Brooke che sanciscono il definitivo 33-26 che consente agli “All Blacks” di sfatare, alla buon’ora, la “Maledizione della Terra dei Diamanti”.

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Zinzan Brooke festeggia dopo il drop messo a segno – da gettyimages.ae

Parziale consolazione, per un Sudafrica che, dalla Finale mondiale del 24 giugno ’95, ha poi conosciuto solo sconfitte nei successivi quattro confronti contro gli “All Blacks”, giunge dalla vittoria nel conclusivo “test match” di fine agosto, il cui protagonista è van der Westhuizen, autore di due mete (saranno 38 alla data dei ritiro nel 2003, record all’epoca …) ed alla quale contribuisce il piede insolitamente freddo di Mehrtens, rientrato in squadra per l’occasione, per un 32-22 che salva l’onore degli “Springbocks”, ma nulla toglie all’impresa dei Neozelandesi.

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La gioia degli All Blacks, dirigenti compresi, alla conquista delle “Test series” – da gettyimages.ae

C’è da pensare che – quantunque una vittoria in un Mondiale non abbia paragoni – le 9 vittorie sui 10 “test match” disputati dalla Nuova Zelanda nel ’96, abbiano quanto meno riscritto quella che, all’epoca, era la più corretta gerarchia delle forze in campo e che l’orgoglio ferito di cui avevamo parlato all’inizio abbia contribuito non poco a ristabilirla.

I FRATELLI PANINI ED IL VOLLEY, UNA LUNGA STORIA D’AMORE

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Formazione Panini Modena seconda metà anni ’80 – da modenasportiva.it

articolo di Giovanni Manenti

Al di fuori delle metropoli, non sono rari in Italia i casi di città che si identificano con grandi Aziende che vi hanno la loro sede – a mero titolo esemplificativo, citiamo Ivrea con la Olivetti e Novara con la De Agostini – e Modena è uno di questi casi, fungendo da punto di riferimento per le celebri “Edizioni Panini Spa” che, a partire dagli anni ’60, hanno deliziato bambini ed, in seguito, schiere di collezionisti con le loro raccolte di figurine, inizialmente dei soli “Calciatori”, poi allargatesi anche ad altri settori.

Una famiglia, quella dei Panini, da sempre indirizzata verso lo sport e che non ha voluto far mancare il suo concreto appoggio alla città abbinando il proprio nome ad una delle formazioni più vincenti in assoluto del panorama sportivo nazionale, vale a dire la squadra di pallavolo modenese.

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La famosa edicola della famiglia Panini a Modena – da comune.modena.it

Occorre ricordare come, nell’immediato secondo dopoguerra, Modena fosse la indiscutibile patria del Volley italiano, potendo contare ben tre squadre di vertice, la “Crocetta Villa d’Oro” (oggi “Villa d’Oro Pallavolo”, militante in Serie B2), la “Minelli” (scioltasi nel 1975 …) e la “Avia Pervia”, le quali si aggiudicano 11 titoli consecutivi (3 ciascuno la Crocetta Villa d’Oro e la Minelli, e 5 la Avia Pervia) di Campione d’Italia dal 1953 al ’63, anno in cui la Avia Pervia si scioglie per problemi economici ed il suo famoso Tecnico, Franco Anderlini, che l’aveva guidata alla conquista dei 5 Scudetti, passa alla guida della “Menegola”, la squadra dei Vigili del Fuoco di Modena, all’epoca militante in Serie B.

Con la fine dell’egemonia modenese e l’emergere di due nuove realtà quali la Ruini Firenze e la Virtus Bologna – che si dividono le vittorie nei successivi 5 Campionati nazionali – ecco che il maggiore dei quattro fratelli Panini, Giuseppe, decide di entrare nel mondo pallavolistico, fondando nel 1966, assieme al fratello Benito, il “Gruppo Sportivo Panni”, che rileva il titolo sportivo della Menegola e, con Anderlini in panchina, in soli due anni passa dalla Serie C alla Massima Divisione nazionale, ai cui vertici si era nel frattempo riaffacciata anche Parma, vincitrice del titolo nel 1969.

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La prima formazione della Panini nella stagione 1966/67 – da modenavolley.it

Anderlini completa il proprio percorsa di crescita della formazione modenese – di cui, per quanto ovvio, le “Edizioni Panini” fanno da sponsor sulle maglie, divenendo, a tutti gli effetti, universalmente riconosciuta come “Panini Modena” – restando alla guida del sestetto sino al 1975, avendo modo di ingaggiare, nella prima metà degli anni ’70, epiche sfide con la “Ruini Firenze” (riduzione della completa denominazione di “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Otello Ruini”), nelle cui file spadroneggiano campioni e glorie della nazionale azzurra quali il palleggiatore Mario Mattioli, il centrale Erasmo Salemme e lo schiacciatore Andrea Nencini.

Ma Anderlini non è certo il tipo capace di farsi intimorire ed ingaggia, con il suo amico Aldo Bellagambi, Tecnico del sestetto fiorentino, una lotta all’ultimo set che vede la Panini Modena aggiudicarsi il suo primo titolo nel ’70, vincendo 21 gare sulle 22 in programma – unica battuta d’arresto, l’1-3 subito in terra toscana, restituito con un netto 3-0 in Emilia – mentre alla Ruini è fatale una seconda sconfitta per 3-1 patita a Parma, per concludere al secondo posto a sole due lunghezze di distanza, in un’epoca in cui non erano ancora previsti i Playoff.

E’ una formazione, quella messa in campo dal Tecnico modenese, che può contare sull’esperienza del 37enne palleggiatore cecoslovacco Josef Musil – Argento e Bronzo olimpico a Tokyo ’64 e Città del Messico ’68 con la propria Nazionale, nonché Campiona Mondiale a Parigi ’56 e Praga ’66 – e dell’universale Andrea Nannini, modenese di nascita, classe 1944, – che aveva debuttato con la Minelli e richiamato all’ovile da Anderlini dopo tre anni a Firenze e la conquista dello Scudetto ’68 con la Ruini – ai quali si aggiungono giovani promesse che diverranno cardini del Club e della Nazionale, quali i non ancora 20enni quali Paolo Montorsi, Stefano Sibani, Rodolfo Giovenzana e, soprattutto, il 17enne Francesco “Pupo” Dall’Olio, che veste per 12 stagioni consecutive la maglia gialloblù nel ruolo di orchestratore del gioco.

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Il cecoslovacco Josef Musil, regista del primo scudetto – da wikipedia.org

L’anno seguente, le parti si invertono nello stesso identico modo, con Ruini e Panini ad aggiudicarsi i rispettivi confronti diretti casalinghi, ma mentre per la formazione fiorentina quella resta l’unica sconfitta del torneo, i modenesi incappano in una seconda battuta d’arresto per 1-3 sul campo di Parma che costa loro il titolo, Scudetto di cui si riappropriano nel ’72 al termine di una appassionante sfida durata 22 giornate ed in cui le due formazioni non hanno rivali, concludendo la stagione a pari merito a quota 42 punti, “scambiandosi i favori” nei confronti diretti (3-1 per la Panini a Modena e 3-2 per la Ruini a Firenze), rendendo così necessario uno spareggio per l’assegnazione del titolo di Campione d’Italia.

Spareggio previsto dal regolamento, quantunque la Panini avesse concluso il Torneo con una migliore differenza set (65-12 rispetto al 64-15 dei suoi avversari), e che ha luogo a Roma il 31 marzo 1972 e si risolve con l’apoteosi per i gialloblù del Commendator Panini, che travolgono i malcapitati rivali con un 3-0 che non ammette repliche, come dimostrano i relativi parziali (15-13, 15-5, 15-10) che evidenziano come vi sia stata incertezza solo nel primo set.

In questo dominio, si inserisce un “terzo incomodo” nelle vesti della Lubiam Bologna, trascinata dal formidabile schiacciatore azzurro Giorgio barbieri, la quale “rompe le uova nel paniere” alle protagoniste dei Tornei precedenti, sconfiggendole entrambe sul parquet di casa, ma a risultare decisive – dato che la classifica avulsa parla di due vittorie e due sconfitte a testa nei confronti diretti tra le tre primattrici – figurano le battute d’arresto dei bolognesi per 2-3 a Trieste ed una ancor più inaspettata dei modenesi, per 1-3 in casa contro gli eterni rivali di Parma, così consegnando alla Ruini il suo terzo ed ultimo Scudetto della propria Storia.

Già, perché da metà anni ’70 anche il mondo del Volley inizia progressivamente ad evolversi, con l’arrivo di sponsor danarosi che offrono lucrosi contratti a giocatori che sino ad allora avevano giocato quasi per puro dilettantismo, e la prima a farne le spese è proprio la formazione fiorentina, che vede il proprio organico saccheggiato dalla formazione romana dell’Ariccia (in seguito Federlazio), che nell’estate ’73 tessera Mattioli e Salemme, ai quali l’anno successivo si aggiunge anche Nencini, determinando, di fatto, lo scioglimento del Club, poi materialmente avvenuto nel 1980.

Di questo cambio di scenario, con i campioni d’Italia della Ruini addirittura retrocessi al termine della stagione 1973/1974, ne approfitta la Panini per conquistare il suo terzo scudetto in una Serie A allargata a 16 squadre e che si dimostra, per i motivi suddetti, più equilibrata, con Anderlini che vince il suo ottavo titolo da allenatore con 46 punti – frutto di 23 vittorie su 26 incontri – e 6 di vantaggio sulla coppia Ariccia/Bologna.

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Una formazione della Panini anni ’70 – da modenavolley.it

Ma anche per la Panini il periodo delle “vacche grasse” sta per concludersi, anche se, dopo l’addio di Anderlini nel ’75 (anno in cui lo Scudetto per la prima volta esce dal territorio Tosco-emiliano approdando nella Capitale con l’Ariccia in cui Mattioli ricopre la doppia funzione di Allenatore(giocatore), la “tradizione degli anni pari”, che vuole la Panini sempre vittoriosa in detti anni, si ripete anche nel ’76 quando, sotto la guida del polacco Edward Skorek – anch’egli nella doppia veste di Allenatore/giocatore – si aggiudica il suo quarto titolo, superando la Klippan Torino nello spareggio di Milano del 16 maggio ’76, con un eloquente 3-0 suggellato dai parziali di 15-12, 15-12, 15-5.

Le gerarchie, fatalmente, cambiano, con l’avvento delle ricordate grandi aziende (la Paoletti a Catania, la Robe di Kappa a Torino, la Santal (facente parte del Gruppo Parmalat) a Parma, e così via …) e per la Panini anche i tradizionali anni pari non portano più scudetti, mentre nei dispari, al massimo, si arriva secondi (nel ’79 ed ’81 alle spalle di Torino, e nel 1985 perdendo la Finale Playoff – instaurati dal 1982 – contro la Mapier Bologna), non risultando sufficienti, per il palato fine dei tifosi modenesi, le vittorie di 3 Coppe Italia (’79, ’80 ed ’85) ed i primi successi internazionali (Coppa delle Coppe ’80 e ben 3 Coppe CEV consecutive, dal 1983 al 1985).

Sono però queste affermazioni in campo europeo a cementare la forza di un Gruppo nel quale, dopo due anni a Milano ed uno a Modena, è rientrato Pupo” Dall’Olio, ora 32enne, ideale leader per un sestetto che, a partire dall’estate ’85, viene affidato al nuovo “guru” del Volley mondiale, vale a dire l’argentino Julio Velasco, sotto la cui guida, i gialloblù rompono un digiuno durato 10 anni, al termine di una stagione equilibratissima, che vede 5 squadre raccolte nell’arco di soli due punti (Bologna e Milano 36 punti, Modena, Parma e Falconara 34) al termine della “regular season”.

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Il tecnico Julio Velasco – da ilrestodelcarlino.it

Ma la forza di Velasco – come poi dimostrerà anche alla guida della Nazionale – è quella di saper tirar fuori il meglio dai suoi giocatori nei momenti chiave, ed i Playoff ’86 si dimostrano una passerella d’onore per i suoi ragazzi, che asfaltano Torino in semifinale in tre sole partite (3-0, 3-1, 3-1) ed analoga sorte tocca in Finale a Bologna che, pur avendo dalla sua il vantaggio del fattore campo, cede anch’essa in tre partite, pur ben più combattute, come dimostrano i risultati di 3-2, 3-1 e 3-2 a favore di Modena.

Si tratta del primo dei quattro Scudetti consecutivi vinti da Velasco nel quadriennio vissuto dal tecnico argentino a Modena prima di prendere in mano le redini della Nazionale, la cui prima Stagione è altresì completata dalla conquista di Coppa Italia e Coppa delle Coppe, avendo la possibilità di poter gestire quella che passerà alla storia come la “Generazione di Fenomeni”, composta, oltre che dal non più giovane Franco Bertoli, da Andrea Lucchetta (classe ’62), Fabio Vullo (’64), Luca Cantagalli (’65) ed un giovanissimo Lorenzo Bernardi, classe ’68, ai quali si affiancano, come stranieri, gli argentini Esteban Martinez (nell’anno ’86), Esteban De palma (anno ’87) e Raoul Quiroga (anni ’86 ed ’88), e l’americano Doug Partie nel 1989.

Squadra fortissima, d’accordo, ma non da meno è l’acerrima rivale di Parma (Santal sino al 1987, poi divenuta Maxicono a seguito della cessione del Club dal Gruppo Parmalat al Gruppo Motta), guidata a propria volta da un altro grande tecnico, Giampaolo Montali, e che nelle sue file annovera l’altra metà della “Generazione di Fenomeni”, composta da Marco Bracci, Andrea Zorzi, Claudio Galli ed Andrea Giani, prova ne siano gli esiti delle sfide nelle tre Finali Playoff vinte da Modena nel 1987 (0-3, 3-2, 2-3, 3-1, 3-0), ’88 (3-0, 1-3, 3-0, 0-3, 3-2) ed ’89 (1-3, 3-1, 3-0, 3-0).

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La Panini Modena campione d’Italia 1988 – da modenatoday.it

C’è un però, come in tutte le grandi famiglie, e quel però riflette la “maledizione della Coppa dei Campioni”, che aveva già visto trionfare la Klippan Torino nel 1980 (pur in assenza delle squadre sovietiche), nonché gli “odiati rivali” di Parma nel 1984 e 1985, poi sconfitti l’anno successivo nella Fase finale disputatasi proprio nella città emiliana, subendo una clamorosa rimonta da 2-0 a 2-3 (parziali, 15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15) contro i formidabili Campioni del CSKA di Mosca.

E sono proprio gli stessi sovietici a negare per tre anni di seguito la gioia del successo a Velasco ed ai suoi ragazzi, imponendosi per 3-1 (15-8, 8-15, 15-7, 15-2) nel 1987 ad Hertogenbosch, in Olanda, cui fa seguito il netto 3-0 del 1988 a Lorient, in Francia ed il 3-1 (10-15, 15-12, 15-5, 15-4) nella Finale ’89, disputatasi in Grecia nella città portuale de Il Pireo.

Il distacco da Velasco, comporta un primo disimpegno da parte della Famiglia Panini, in cui vece subentra in qualità di sponsor la Philips, ed in panchina il croato Vladimir Jankovic, per una stagione che, nonostante il primo posto al termine della “regular season”, vede la formazione modenese cedere finalmente lo scettro – al quarto tentativo consecutivo – alla Maxicono Parma, venendo nettamente sconfitta in tre sole partite nella Finale Playoff, ma, al contrario, trionfare per la prima volta in Coppa Campioni, avendo la meglio, l’11 marzo ’90 ad Amsterdam, sui francesi del Frejus al termine di una combattutissima Finale, come dimostrano i parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9 a favore di Lucchetta & Co.

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Giuseppe Panini festeggia coi suoi ragazzi la Coppa Campioni ’90 – da gelocal.it

Per i fratelli Panini è il giusto premio alla loro passione e generosità dimostrata rispetto ad una città che ha loro permesso di affermarsi a livello imprenditoriale, ma non possono più reggere il confronto con i colossi che sbarcano nel panorama del Volley nazionale, con Raul Gardini alla guida del “Messaggero Ravenna”, Berlusconi a costituire la “Polisportiva Milan/Mediolanum” ed il Gruppo Benetton a foraggiare il “Sisley Treviso“, tant’è che, come era accaduto 17 anni prima alla Ruini, la rosa gialloblù viene letteralmente “saccheggiata”, con Bertoli e Lucchetta a prendere la strada di Milano, Vullo si accasa a Ravenna, mentre Cantagalli ed il “gioiellino” Bernardi si fanno attrarre dalle offerte di Treviso.

E’ giunta quindi l’ora di passare la mano, evento che si formalizza nel ’93 con il passaggio delle quote societarie a Giovanni Vandelli, industriale nel settore delle ceramiche, grazie al quale il Club torna ai passati splendori tanto da mettere in fila ben tre Coppe dei Campioni consecutive, dal 1996 al ’98, ma è fuor di dubbio che, per ogni appassionato di Volley che si rispetti, la squadra di Modena resterà sempre e comunque solo la mitica “Panini” …

IGNAZIO FABRA, IL LOTTATORE SORDOMUTO CHE SALI’ SUL PODIO OLIMPICO

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Ignazio Fabra – da accademiascuderipalermo.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La lotta ha sempre riservato soddisfazioni all’Italia in sede olimpica. Senza dover scomodare Frank Chamizo, cubano naturalizzato azzurro che fu medaglia di bronzo nei pesi leggeri all’ultima edizione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016, possiamo menzionare Claudio Pollio, oro a Mosca nel 1980 sempre nella lotta libera, e le altre sei vittorie nella lotta greco-romana, ancor più favorevole ai nostri colori: dal pioniere Enrico Porro, che si impose nei pesi leggeri a Londra nel 1908, al milanese Giovanni Gozzi, sul gradino più alto del podio nei pesi piuma a Los Angeles nel 1932, dal piccolo colosso Pietro Lombardi, trionfatore nei pesi mosca a Londra nel 1948, alla doppietta nei pesi mosca leggeri di “Pollicino” Vincenzo Maenza, 1984 a Los Angeles e 1988 a Seul, per finire con il più contemporaneo Andrea Minguzzi, il migliore a Pechino nel 2008 nei pesi medi. Se a queste sette perle aggiungiamo quattro argenti e dieci bronzi, è certificato che la specialità che rimanda al mito di Milone è tra le più gettonate in casa Italia quando si parla di Olimpiadi. Ed un contributo sostanziale a questa messe di ottimi risultati è stato garantito anche da Ignazio Fabra.

Che nasce il 25 aprile 1930 a Palermo, sordomuto, per meritarsi in carriera il prestigioso riconoscimento di due medaglie d’argento olimpiche nella lotta greco-romana: ad Helsinki 1952 ed a Melbourne 1956, in entrambi i casi della categoria pesi mosca.

Avviato all’attività di lottatore dallo zio, Nino Calvaruso, che conduce il ragazzo, uno dei nove fratelli e sorelle di una famiglia numerosa, presso l’Accademia Pandolfini affidandolo alle cure del Maestro, quel Vincenzo Scuderi che in seguito avrebbe fondato la Polisportiva che è intitolata al suo nome, Fabra si disimpegna egregiamente alternando la greco-romana allo stile libero e diviene subito un protagonista della disciplina. Nonostante l’handicap che lo limita fin dal giorno in cui vide la luce, vince il suo primo titolo assoluto non ancora ventenne nel 1950 a Pavia, replicando poi l’anno dopo a Cagliari e affermandosi, nello stesso anno 1951, ai Giochi del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Ma quel che stuzzica l’appetito sportivo del lottatore siciliano è ovviamente l’appuntamento olimpico di Helsinki 1952. La sua categoria è quella dei mosca, in cui l’Italia può vantare il campione in carica Pietro Lombardi. Il direttore tecnico della Nazionale, Luigi Cardinale, punta però sull’ambizione a cinque cerchi del campioncino più giovane, dirottando Lombardi fra i pesi gallo (terminerà ottavo), e verrà ripagato con una meritatissima e prestigiosa presenza sul podio.

Fabra debutta vincendo con il francese Faure, per poi schienare l’egiziano Famzy e battere nell’ordine il rumeno Pirvulescu e lo svedese Johansson. Al turno finale Fabra sconfigge nettamente il finlandese Honkala, prima di venire a sua volta superato dal sovietico Boris Gurevich in una finale drammatica in cui l’azzurro male interpreta un segnale dei suoi tecnici Cardinale e Quaglia, va all’attacco e provoca la reazione dell’avversario che lo pone in ponte guadagnando in questo modo quel punto che gli regala la vittoria.

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Fabra sul secondo gradino del podio alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Fabra è però oramai ai vertici del mondo. Continua ad essere protagonista in patria (a fine carriera vanterà 10 titoli tricolori, di cui 7 in greco-romana e 3 in libera gareggiando inizialmente per i Vigili del Fuoco Caramanna di Palermo ed a fine carriera per l’Italsider, la casa di tanti lottatori) ed all’estero. Nel 1955, ai Campionati Mondiali di Karlsruhe in Germania, batte sei avversari di fila di cui 5 per atterramento e compie un’impresa mai ripetuta dal suoi pur bravi successori in azzurro, quella di conquistare il titolo iridato contro il sovietico Nail Garayev.

A questo punto è giunta l’ora di rinnovare la sfida olimpica, e l’anno dopo, 1956, a Melbourne, Fabra è il grande favorito nella corsa al titolo. Supera i turni eliminatori che lo vedono opposto al turco Egribas, all’americano Wilson, all’ungherese Baranya ed ancora Pirvulescu. Ma il girone finale gli è fatale, complice anche una distorsione al ginocchio, giungendo secondo alle spalle del sovietico Nikolay Solovyov che lo schiena, dopo aver superato ancora Egribas, con lo stesso risultato di 2-1 con cui si era imposto al primo turno.

Fabra sarà in gara anche a Roma nel 1960, chiudendo in quinta posizione nella gara infine vinta da quel Dumitru Pirvulescu tante volte suo indomabile rivale, per poi conquistare altre due medaglie d’argento iridate, a Toledo negli Stati Uniti nel 1962 battuto dal sovietico Sergey Rybalko e ad Helsingborg in Svezia nel 1963 sconfitto stavolta dallo yugoslavo Borivoje Vukov, per chiudere poi alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 ai piedi del podio, quarto alle spalle dell’immancabile Pirvulescu che gli soffia la medaglia di bronzo.

Sul piano tecnico fu un geniale innovatore, esprimendosi sempre con gesti di inimitabile spettacolarità e stilisticamente assolutamente all’avanguardia; dal punto di vista tattico il suo unico credo era l’attacco continuo e senza calcoli, sempre battagliero sia che fosse in vantaggio che in svantaggio: gli è mancato solo l’alloro ai Giochi, ma due argenti lo elevano al rango di campione.

OLANDA-ITALIA 1978 E QUEI DUE TIRI DA LONTANO CHE SORPRESERO ZOFF

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Una fase di gioco – da pinterest.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Olanda-Italia è una partita decisiva per accedere alla finalissima dei Mondiali in Argentina del 1978. Entrambe hanno battuto l’Austria e pareggiato con la Germania Ovest, dunque arrivano al match a quota tre punti. Agli “orange” basta il pari per qualificarsi, in virtù di una miglior differenza reti; l’Italia deve vincere. Nel primo tempo, gli azzurri segnano grazie ad un’autorete di Brands che nel tentativo di anticipare Bettega infila nella propria porta, e dominano la gara, non lasciando agli avversari neppure lo straccio di un tiro in porta. La partita sembra dunque nelle mani dell’Italia, ma nel secondo tempo incredibilmente le parti si capovolgono: l’Olanda pareggia subito con lo stesso Brands con un tiro da fuori area e poi controlla il gioco, l’Italia è incapace di rendersi pericolosa e la squadra di Happel procede spedita verso la finale, trovando anche la rete del 2-1 definitivo con un’altra conclusione da lontano di Haan che beffa Zoff, apparso incerto.

Olanda: Schrijvers (pt 21′ Jongbloed) – Jansen, Krol, Brandts, Poortvliet – Haan, Neeskens, W. de Kerckhof – Rep (st 20′ van Kraay), R. de Kerckhof, Rensenbrink.
Italia: Zoff – Scirea – Cuccureddu, Gentile, Cabrini – Benetti (st 32′ Graziani), Zaccarelli, Tardelli – Causio (st 1′ C. Sala), Bettega – Rossi.

Primo tempo
5′ corner per l’Italia da destra, dopo un cross di Tardelli deviato. Palla in mezzo all’area, Rossi anticipa il suo marcatore e colpisce di testa, ma il pallone termina alto.
8′ Bettega a centrocampo lascia a Causio, lancio d’esterno, a sinistra, per lo scatto di Cabrini, che entra in area e calcia di prima intenzione, pallone alto. L’Italia è partita in modo più aggressivo.
10′ Neeskens perde un sanguinoso pallone nella propria trequarti, ne approfitta Causio che si invola verso la porta, prova a servire Rossi, ma Schrijvers esce e anticipa l’attaccante italiano.
11′ cross di Brandts dalla trequarti sinistra, Rensenbrink di testa, in tuffo, sfiora l’incrocio dei pali.
18′ splendida azione palla a terra dell’Italia, che sta giocando molto meglio. Bettega al limite pesca di prima Tardelli a sinistra, cross basso sul secondo palo che inganna tutta la difesa olandese, Causio manca di un niente il tapin vincente.
20′ GOL ITALIA Fallo di Brandts su Bettega sul fronte sinistro dell’attacco italiano. Punizione, la palla giunge ancora a Bettega che scambia con Benetti. Neeskens, per anticipare Rossi, svirgola all’indietro, si inserisce Bettega che è oramai solo davanti a Schrijvers, Brandts interviene in scivolata e infila clamorosamente la propria porta. Vantaggio meritato per l’Italia. Schrijvers nell’azione si fa male, esce in barella ed entra Jongbloed.
22′ fallo di Brandts su Rossi a metàcampo. Punizione, Tardelli tocca per Causio, lungo lancio in area, Krol respinge di testa a campanile, Rossi lo brucia e tocca sul secondo palo, grande riflesso di Jongbloed che riesce a deviare il pallone in corner.
23′ calcio d’angolo a destra per l’Italia. Causio scodella in mezzo all’area, la difesa olandese allontana, palla a Benetti, che si coordina e lascia partire una staffilata, Jongbloed abbranca in presa.
33′ prima, potenziale, occasione da gol per l’Olanda. Cuccureddu perde palla a destra, ne approfitta Neeskens, che suggerisce centralmente per Rep, palla immediata in area a Rensenbrink, che tira e colpisce il palo. L’arbitro però aveva fischiato un fuorigioco.
46′ punizione per l’Italia, Causio serve Cabrini, cross sul secondo palo, sponda aerea di Bettega per Rossi, colpo di testa e parata a una mano di Jongbloed. Anche in questo caso, però, l’azione era stata fermata per fuorigioco. Si chiude un primo tempo che ha visto l’Italia dominare in lungo e in largo. L’Olanda si è segnalata solo per un gioco molto duro.

Secondo tempo
3′ fallo del neo-entrato Claudio Sala su Haan a centrocampo. Punizione di Krol, lungo pallone in area, stacco imperioso di Neeskens, Zoff è costretto ad alzare in corner. L’Olanda ha cominciato il secondo tempo in modo più deciso.

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Il gol dell’1-1 di Brands – da gettyimages.com

5′ GOL OLANDA rimessa laterale a sinistra per l’Olanda, Poortvliet serve Krol, palla in area, la difesa italiana respinge, dopo una fase un po’ confusa Brandts scaglia un destro di inaudita potenza che si infila all’incrocio. Zoff sembra comunque un po’ sorpreso.
12′ fallo di Jansen su Rossi sulla trequarti. Cabrini batte per un compagno sul lato sinistro, cross, sponda di Bettega e tapin vincente di Rossi. Ma l’azione era ferma per fuorigioco.
25′ W. de Kerckhof riceve palla a sinistra, direttamente da una rimessa di Jongbloed, supera due italiani e dal limite prova a sorprendere Zoff sul primo palo, il portiere italiano è attento e neutralizza.
31′ GOL OLANDA Fallo di Benetti su W. de Kerckhof a centrocampo. Punizione di Krol, che tocca ad Haan, proiettile dalla trequarti, la palla sbatte sul palo e finisce in rete sorprendendo Zoff.
34′ Neeskens per Haan, da questi a sinistra per Rensenbrink, che ha spazio, si accentra, ma il suo tiro termina largo di un metro. L’Olanda ora ha preso fiducia.
36′ spunto di Neeskens, che entra in area sul lato destro, palla indietro a un compagno, tiro un po’ fiacco, Zoff para.
38′ Neeskens ruba ancora il tempo a Gentile, va via di forza, cross basso, Zoff anticipa tutti. Altro pericolo nato dai piedi sapienti di Neeskens.
39′ rimaessa laterale per l’Olanda a destra, cross in mezzo all’area, Scirea si addormenta, Rensenbrink lo anticipa e colpisce di testa in tuffo, Zoff abbranca in presa. L’Olanda vince e va in finale. L’Italia chiude in completa confusione un match che nel primo tempo sembrava poter far comodamente suo.

LE PAGELLE DELL’OLANDA
IL MIGLIORE NEESKENS 7: dopo un primo tempo difficile, in cui commette qualche errore di troppo (da uno di questi nasce anche il gol del vantaggio italiano), nella ripresa è l’assoluto trascinatore dell’Olanda. Quando lui sale di colpi, tutta la manovra ne trae beneficio. Ha piedi buoni, grande intelligenza tattica e un invidiabile senso del gioco e del collettivo. Dopo il maestro Cruijff, si conferma il più dotato della generazione d’oro olandese.
Haan 7: a centrocampo fa il suo senza mai risparmiarsi. Corona una prestazione tutta grinta e solidità con un gol meraviglioso, da lontanissimo, che sorprende Zoff e permette ai suoi di staccare definitivamente il pass per la finalissima.
Krol 6,5: nel primo tempo Paolo Rossi lo fa diventare matto. Nella ripresa, quando il baricentro dell’Italia si abbassa, lui può uscire palla al piede e dare manforte alle azioni d’attacco. Dalla sua rimessa laterale nasce l’1-1, dalla sua punizione battuta corta ad Haan il 2-1.
Rensenbrink 6: sfiora due gol di testa, nel primo tempo la mira è imprecisa, nella ripresa è bravo Zoff. Gioca molto al servizio della squadra, arretrando e preferendo usare la sciabola del fioretto.
Rep 5,5: un po’ fuori dal gioco, non trova mai il tempo e lo spazio per fare male. Sostituito a metà ripresa.

LE PAGELLE DELL’ITALIA
IL MIGLIORE ROSSI 6,5: regge praticamente da solo il peso dell’attacco italiano. Nel primo tempo è un assoluto rebus per Krol e compagni, sguscia via da tutte le parti, e crea non pochi pericoli. Nella ripresa è lasciato da solo a lottare contro la difesa schierata, ma non si tira mai indietro.
Causio 6,5: sostituzione inspiegabile, a meno che non si sia trattato di problemi fisici. Per un tempo, fa ammattire la difesa olandese, con lanci, aperture e assist al bacio. Poi entra Claudio Sala al suo posto e l’Italia smarrisce tutto lo spirito d’iniziativa della prima frazione. Solo un caso?
Bettega 6: propizia la rete del vantaggio e lotta su tutti i palloni come un leone. Anche lui nel primo tempo è assolutamente dominante, poi cala come il resto dei compagni.
Scirea 6: commette una sola leggerezza, nel finale quando si fa bruciare da Rensenbrink a risultato oramai acquisito. Per il resto, organizza con sagacia e qualità il reparto, tentando a volte anche di salire senza palla per dare una mano nella costruzione del gioco.
Zoff 5,5: sulle conclusioni ravvicinate è sempre attentissimo. Da lontano si lascia però sorprendere dai tiri di Brandts e Haan. Sul primo, soprattutto, sembra sulla traiettoria, ma il pallone va più veloce e lo passa, senza lasciargli scampo.
Gentile 5,5: solido e preciso con la difesa schierata. Ma quando viene puntato nell’uno contro uno, in particolar modo da Neeskens, va sempre in difficoltà.
Tardelli 5,5: dopo un primo tempo su ottimi livelli, nella ripresa va in totale sofferenza al pari degli altri due compagni di reparto (Benetti e Zaccarelli), non riuscendo più a garantire supporto nelle due fasi di gioco.

URSS-UNGHERIA ED “IL BAGNO DI SANGUE” DI MELBOURNE ’56

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Zador scortato dalla Polizia – da nbcolympics.com

articolo di Giovanni Manenti

Se le Olimpiadi del 1956 si fossero svolte nel tradizionale periodo estivo di luglio/agosto, la storia che oggi andiamo a raccontare non avrebbe potuto avere come palcoscenico la rassegna a cinque cerchi, ma l’assegnazione dei Giochi alla città di Melbourne aveva fatto sì che, svolgendosi la manifestazione nell’emisfero australe, la stessa avesse luogo dal 22 novembre al 7 dicembre del medesimo anno.

Giochi che vengono preceduti, a livello internazionale, da un evento che sconvolge la mente e gli ideali di molte persone del pianeta, le quali avevano guardato con simpatia, se non addirittura con ammirazione, alla svolta comunista dell’area sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ancor più convinti dopo la morte di Stalin, personaggio sicuramente ben poco democratico quanto a metodi persecutori e repressivi.

Questo cambio di direzione politica, con l’avvento di Nikita Krusciov quale Segretario del PCUS, induce il Primo Ministro ungherese Imre Nagy ad avviare un processo di liberalizzazione non gradito alle autorità sovietiche che lo destituiscono riproponendo in sua vece il predecessore Mtyas Rakosi, appartenente alla “vecchia guardia stalinista”, un avvicendamento che determina la ferma, contraria, presa di posizione da parte del movimento studentesco.

Ed è proprio nel pomeriggio del 22 ottobre ’56 – singolarmente ad un mese esatto dall’apertura dei Giochi di Melbourne – che, da una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti a sostegno dei loro coetanei della città di Poznan, in Polonia, che avevano visto una loro protesta violentemente repressa dal Governo, nasce una vera e propria rivolta alla quale si uniscono i cittadini della capitale Budapest e che, in pochi giorni, assume una vasta scala a livello nazionale, con milioni di ungheresi a sostenerne la causa, ottenendo il controllo di molte Istituzioni e su larga parte del territorio, consentendo il reintegro di Nagy quale Primo Ministro, il quale accoglie gran parte delle richieste dei dimostranti.

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Un’immagine della rivolta – da gettyimages.com

In questo scenario, il gruppo di atleti ungheresi selezionati per le oramai prossime Olimpiadi viene alloggiato in un impianto alla periferia di Budapest, ma abbastanza vicino per sentire i rumori degli spari, domandandosi quale possa essere il loro futuro, sia come cittadini che come sportivi, e sul secondo punto la risposta giunge da Nagy, il quale dichiara il 30 ottobre che devono partire per l’Australia, dove rappresenteranno un Paese libero.

Nagy richiede il sostegno della comunità internazionale nella instaurata lotta per l’indipendenza dal giogo sovietico, ma contro di lui si mette anche il destino, con l’avvio della “crisi di Suez”, iniziata il 29 ottobre con l’occupazione militare del Canale di Suez da parte di Francia, Gran Bretagna ed Israele che, data l’importanza strategica del sito, distrae le Grandi Potenze dalla vicenda magiara, in ordine alla quale, comunque, il neo Primo Ministro prosegue per la sua strada, facendo uscire il proprio Paese dal “Patto di Varsavia” e dichiarando la volontà dell’Ungheria di ottenere la propria indipendenza.

Gli atleti ungheresi partono dunque verso l’Australia – in un tortuoso viaggio via terra della durata di ben tre settimane – con la convinzione che la rivoluzione abbia avuto successo, senza riuscire ad avere più notizie sino al loro arrivo in Oceania, allorquando apprendono dalla stampa locale, tramite Miklos Martin, l’unico rappresentante della Delegazione in grado di capire e parlare l’inglese, che il Paese era stato invaso dalle truppe sovietiche, la rivolta sedata nel sangue e che almeno 3mila persone erano morte negli scontri, mentre Nagy viene arrestato proprio il 22 novembre, giorno della Cerimonia inaugurale dei Giochi, dai quali, per protesta rispetto alla vicenda ungherese, si ritirano Spagna, Svizzera ed Olanda, mentre, per la cronaca, Egitto, Iraq e Libano boicottano la manifestazione in ordine alla citata crisi di Suez.

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L’intervento dei carri armati sovietici a sedare la rivolta – da cnn.com

Occorre, adesso, fare un passo indietro per quanto attiene al torneo di pallanuoto, disciplina in cui gli ungheresi sono maestri, essendosi laureati Campioni Olimpici a Los Angeles ’32 e Berlino ’36, per poi abdicare di fronte all’Italia a Londra ’48, ma riprendendosi immediatamente lo scettro ad Helsinki ’52, prima edizione dei Giochi a cui partecipa anche l’Unione Sovietica, che conclude in una deludente settima posizione avendo, nel corso del torneo stesso, subito una sconfitta per 5-3 contro i magiari.

Per cercare di ridurre il “gap” tra le due formazioni, la Federazione sovietica adotta un sistema alquanto inusuale, attuabile solo in virtù della propria egemonia politica, vale a dire assistere e far partecipare i propri atleti ai metodi di allenamento degli ungheresi, in quanto, come sottolineato da Viktor Ageyev, membro della squadra sovietica, “all’epoca, essi erano i nostri idoli, ci erano nettamente superiori ed io mi chiedevo come potessimo mai fare a batterli”.

Un’ingerenza, che la Federazione ungherese deve subire “obtorto collo”, e che, come facilmente immaginabile, non è per niente gradita dai giocatori, tra i quali Istvan Hevesi tiene a ricordare, in tono alquanto sarcastico, come “(i sovietici) prendessero nota di qualsiasi cosa noi facessimo, ripetendola perfettamente identica il giorno successivo, non facevano altro che copiarci”.

In preparazione del Torneo Olimpico, le due squadre hanno anche occasione di misurarsi in acqua in due incontri amichevoli (si fa per dire …), di cui il primo, disputatosi a Mosca, e vinto dai padroni di casa grazie ad alcune controversi ed a loro favorevoli decisioni arbitrali, si conclude con una memorabile rissa negli spogliatoi, mentre al secondo, stavolta svoltosi in Ungheria, gli spettatori non trovano di meglio che volgere la schiena alla squadra sovietica al suo ingresso in piscina, nonché di coprirne con una selva di fischi assordanti l’esecuzione dell’inno nazionale.

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La formazione ungherese – da waterpololegends.com

Ce ne sarebbe già più che a sufficienza per creare la “giusta atmosfera” in occasione di una eventuale sfida in sede olimpica, ma è certo che la repressione nel sangue della rivolta di ottobre esaspera ancor più gli animi, con gli atleti ungheresi che cercano di sfruttare a proprio vantaggio il panorama della rassegna a cinque cerchi per divulgare al mondo intero l’enorme difficoltà psicologica con cui stanno affrontando la manifestazione.

Da un punto di vista strettamente tecnico, l’Ungheria aveva messo a punto, su suggerimento del proprio giocatore Kalman Markovitz, un sistema di marcatura a zona completamente rivoluzionario per l’epoca, ma che stava dando i suoi frutti, visto che nel girone eliminatorio i suoi compagni non avevano avuto difficoltà alcuna a travolgere (per 6-1 e 6-2 rispettivamente) Gran Bretagna e Stati Uniti, confermando poi la validità dello schema infliggendo due paritetiche sconfitte per 4-0 a Germania ed Italia nel Girone finale a sei squadre.

Alla penultima giornata, la Classifica vede l’Ungheria al comando a punteggio pieno con 6 punti, seguita dalla Jugoslavia a 5 (in virtù di un inopinato pareggio per 2-2 con la Germania) e l’Unione Sovietica a quota 4, a causa della sconfitta per 2-3 patita contro gli slavi nel Girone eliminatorio, quando le due rivali scendono in acqua quel fatidico 6 dicembre ’56 per una gara che, per i sovietici, rappresenta la classica “ultima spiaggia” se vogliono alimentare residue speranze di laurearsi Campioni olimpici.

Per molti componenti la squadra magiara, il lato sportivo riveste un’importanza secondaria rispetto al desiderio di vendetta per i fatti avvenuti in Patria, come non nasconde, senza mezzi termini, lo stesso Hevesi “ci hanno sparato addosso, questi bastardi, alimentando dentro di noi il fuoco della vendetta che ci permetterà di non dar loro scampo …!!”.

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La piscina olimpica di Melbourne – da heraldsun.com.au

L’ambiente intorno alla piscina è di per sé abbastanza teso, vista l’attesa che gravita intorno al match, con le tribune gremite da oltre 5mila spettatori, larga parte dei quali costituita da membri della comunità ungherese di Melbourne, giunti per dare supporto ai propri atleti, i quali, dal canto loro, sentono di avere un compito extra sportivo da portare a termine, come riconosce Ervin Zador, il quale sarà poi il protagonista della “scena madre” passata alla storia, “sentivamo che avremmo giocato per l’intero nostro Popolo, gli ungheresi emigrati in Australia nutrivano una profonda ostilità verso i sovietici per tutto ciò che avevano fatto al nostro Paese a partire dal 1945 e l’atmosfera era effettivamente surriscaldata”.

Ma Zador è anche consapevole della superiorità tecnica sua e dei suoi compagni e non intende cadere nella trappola costituita da eventuali provocazioni avversarie, in quanto l’obiettivo è quello di confermare il titolo conquistato ad Helsinki, e, pertanto, ammonisce gli altri componenti la squadra “cerchiamo di capire quale è il loro atteggiamento, se iniziano ad innervosirsi ed a picchiare, allora non giocheranno bene, e se non giocano bene noi li sconfiggeremo facilmente, a condizione di mantenere i nervi calmi”.

Il piano funziona, meno di un minuto dall’inizio dell’incontro ed un giocatore sovietico è già espulso, come in seguito avviene per altri due suoi compagni (ed altrettanti in casa magiara), ma, nel frattempo l’Ungheria si è portata in vantaggio grazie ad un rigore di Gyarmati fatto ripetere due volte – il che contribuisce ad irritare ancor di più gli avversari – per poi dilatare a dismisura il vantaggio grazie ad altre tre reti realizzate da Karpati, Zador e Bolvari che portano il punteggio sul 4-0, mentre dall’altro lato la difesa si dimostra insuperabile.

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Una fase del match – da pinterest.com

Ed è a questo punto, con la vittoria ormai in tasca, che gli ungheresi iniziano a provocare gli avversari al suono di “Voi, sporchi bastardi, siete venuti a bombardare il nostro Paese”, al che i sovietici replicano dando dei “traditori” ai rivali, così che i “corpo a corpo” hanno avvio sopra e sotto il livello dell’acqua, quando, a 2’ dalla fine, viene chiesto a Zador di prendersi cura di Valentin Prokopov, senza alcun dubbio il giocatore di maggior talento della formazione sovietica.

Zador accetta di buon grado, non mancando di “ricordare” al suo avversario come non sia “altro che un perdente, la gara sta finendo e tu non fai altro che cercare scuse …”, ed altre amenità del genere, il che provoca la reazione di Prokopov, il quale, esasperato, non trova di meglio che colpire proditoriamente con un pugno l’ungherese al sopracciglio destro, provocandogli un taglio profondo da cui sgorga sangue a fiotti, così colorando di rosso l’acqua della piscina.

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Zador insanguinato – da dailymail.co.uk

Apriti Cielo, parte del pubblico, seduto a circa due metri dall’episodio, scavalca le transenne intendendo farsi giustizia sommaria, e buon per tutti che le forze di Polizia, allertate per l’occasione, riescano ad intervenire tempestivamente bloccando i più esagitati e consentendo così al malcapitato arbitro svedese di porre fine all’incontro, con l’Ungheria che, il giorno appresso – pur con Zador impossibilitato a scendere in acqua per la ferita riportata – riesce a sconfiggere la Jugoslavia per 2-1 nell’ultimo, decisivo incontro del Girone, confermando il titolo di campione olimpico.

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Gli ungheresi festeggiano l’oro con Zandor incerottato – da:pinterest.com

Nel clima imperante di “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Usa ed Urss, è sin troppo ovvio che la foto di Zador sanguinante all’uscita dall’acqua venga strumentalizzata, dal che la partita viene etichettata dai media americani come “The Blood in the Water” (“Acqua color Sangue”) ed, in ogni caso, metà dei componenti della squadra ungherese richiedono asilo in Australia, piuttosto che affrontare le incertezze che presenterebbe loro il ritorno in Patria.

Zador, il più o meno involontario protagonista dell’evento ed all’epoca appena 21enne, opta viceversa per un trasferimento negli Stati Uniti, a San Francisco, dove, peraltro, abbandona poco tempo dopo la pallanuoto agonistica stante il mediocre livello di tale disciplina negli “States” per dedicarsi al ruolo di allenatore di nuoto, circostanza che gli consente di avere un ultimo contatto con la Gloria Olimpica, potendo vantarsi di avere fatto crescere, nel corso degli anni ’60, un talento che risponde al nome di Mark Spitz.

Nel 2006, per commemorare il 50esimo anniversario della fallita rivoluzione ungherese, Quentin Tarantino e Lucy Liu hanno prodotto un documentario Usa dal titolo “Freedom’s Fury” (“La violenza della Libertà”), della durata di 90’ contenente anche l’episodio incriminato, il quale è altresì inserito nel film di produzione ungherese “Children of Glory”, uscito nel medesimo anno per la regia di Krisztina Goda.

AARON KRICKSTEIN, IL TENNISTA PRECOCE CRESCIUTO CON BOLLETTIERI

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Aaron Krickstein – da dailyherald.com

articolo di Nicola Pucci

Nell’agosto del 1983 Aaron Krickstein ha da pochi giorni compiuto 16 anni. Nato ad Ann Arbor il 2 agosto 1967, nel Michigan, da famiglia ebrea, è un predestinato al successo, se è vero che fin dall’adolescenza ha collezionato una serie senza precedenti di vittorie. Ad esempio, difendendo i colori della University Liggett School ha messo in fila ben 56 partite senza sconfitta; nel 1982 è stato campione americano under 16, per poi mettersi in bacheca anche il titolo nazionale tra gli under 18 l’anno successivo. Insomma, Nick Bollettieri, che a Bradenton, in Florida, ha messo in piedi l’accademia che avvia e forgia al tennis corri-e-tira i campioni del domani, lo prende sotto la sua ala protettrice e lo presenta al mondo dei grandi nell’edizione 1983 degli US Open, nel catino di Flushing Meadows.

E qui nasce la nomea di Krickstein nuovo prodigio del tennis stelle-e-strisce, in antitesi a Jimmy Arias, altro prodotto dell’accademia di Bollettieri, di tre anni più anziano e già affermato con il successo a Roma in primavera e una striscia importante di risultati nell’estate americana che precede lo Slam newyorchese. Aaron entra in tabellone beneficiando di un invito degli organizzatori, in virtù proprio del successo ai campionati nazionali, e non tradisce le attese. Mobilissimo da fondo, tatticamente intelligente e in possesso di un dritto esplosivo, Krickstein debutta nel tennis che conta battendo al primo turno un giovanotto scandinavo che farà strada, ma proprio tanta, un certo Edberg, che cede il passo 7-6 al quinto set in una sfida drammatica, per poi demolire il carneade Scott Lipton in tre rapidi set ed incrociare Vitas Gerulaitis, uno che a New York ha fatto finale nel 1979. L’incontro è appassionante, e già come con “Stefanello“, Krickstein evidenzia quello che sarà il suo marchio di fabbrica lungo tutto l’arco della carriera, ovvero la capacità di dare il meglio quando le sfide si allungano, tanto da chiudere l’attività agonistica con un clamoroso record di 27-8 negli incontri decisi al quinto set. Fatto è che con Gerulaitis Aaron va sotto 3-6 3-6, rimonta 6-4 6-3 per poi recuperare da 2-4 al quinto per imporsi infine 6-4, successo che lo proietta agli ottavi. Qui la corsa si ferma contro Yannick Noah, troppo più forte ed esperto, che si impone 6-3 7-6 6-3, ma Krickstein ha mostrato doti non comuni e il tennis di pressione da fondocampo, imposto a giovani bellimbusti in età precoce, diventa un fattore dominante del tennis americano.

In effetti il ragazzo del Michigan entra nel grande giro dalla porta principale, protagonista nel primo Slam disputato e cogliendo già un paio di primati che ancor oggi resistono all’incalzare del tempo: a Tel Aviv, ad ottobre, diventa il più giovane vincitore di un torneo del circuito maggiore, battendo all’atto conclusivo il tedesco Christoph Zipf, 7-6 6-3, per poi l’anno successivo infiltrare la top-ten della classifica mondiale in nona posizione il 13 agosto 1984, a 17 anni e 11 giorni. Ce n’è abbastanza, dunque, per legittimare le speranze che gli americani ripongono in Krickstein, per il dopo-Connors e il dopo-McEnroe, ma le cose, come vedremo, non andranno proprio così.

In effetti Aaron è un eccellente giocatore di pressione, dotato appunto di un colpo di sbarramento sicuramente penetrante e affidabile come il dritto, rovescio bimane e un servizio appena sufficiente, ma per guadagnare le prime posizioni del ranking ci vuole qualcosa di più. Soprattutto, bisogna confidare nell’appoggio della dea bendata. Cosa, ahimè, che manca a Krickstein, visto che gli infortuni limitano il potenziale del giovanotto che troppo spesso è costretto in infermeria, piede, polso o ginocchia che siano. Ciò non gli impedisce, ovviamente, di diventare lottatore indomabile che proprio nei tornei dello Slam riesce a dare il meglio, soprattutto agli amati US Open dove è nei quarti nel 1988, battendo ancora Edberg in cinque set prima di arrendersi a Darren Cahill, e in semifinale nel 1989, sconfitto da Becker, che lo ferma ai quarti anche nel 1990. Proprio ad inizio stagione, il 26 febbraio, raggiunge il suo best ranking in carriera, numero 6, e può infine vantare in bacheca nove tornei all’attivo, che lo innalzano al rango di giocatore di buon livello.

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Krickstein e Connors agli US Open 1991 – da spaziotennis.com

Krickstein resta nel circuito fino al 1996, quando una sequenza di 12 sconfitte consecutive lo convincono che l’usura ormai ha piegato, per sempre, il suo corpo e ridotto all’impotenza il suo gioco fatto di corse e recuperi. Rimangono allora negli occhi di tutti la finale a Montecarlo nel 1992, quando Aaron, su una superficie a lui sicuramente congeniale ma mai praticata con assiduità, prediligendo il cemento, batte lo stesso Becker, Chesnokov e Prpic prima di arrendersi a Muster, 6-3 6-1 6-3; la semifinale agli Australian Open del 1995, con l’ennesimo successo al quinto set con Edberg agli ottavi e la sconfitta per ritiro con Agassi; comunque due presenze agli ottavi di finale a Wimbledon, nel 1989 e nel 1995; soprattutto, Krickstein, con la complicità determinante di Jimmy Connors, suo buon amico in passato e da quel giorno non più gradito, regala all’enciclopedia del tennis la memorabile sfida degli US Open del 1991: da un lato, appunto, il 24enne Aaron, dall’altra il 39enne Jimbo, che infiamma il pubblico, lo trascina dalla sua parte in preda al furore agonistico, infine si impone, in un’altalena di punteggio, 7-6 al quinto set negando a Krickstein il quarto di finale con l’olandese Haarhuis.

Quel match è l’emblema di quel che è mancato a Krickstein per fare il balzo definitivo da bimbo-precoce a campione: quando i grandi acceleravano, lui rimaneva sui blocchi. E così, il pupillo di Bollettieri, si è dovuto accontentare di essere il primo dei secondi.

HEINI HEMMI E IL GIGANTE D’ORO A SORPRESA AD INNSBRUCK 1976

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Heini Hemmi in azione – da cardcow.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare dal prima, con qualche buon risultato al debutto in Coppa del Mondo nel gennaio 1970 (quinto in slalom a Wengen e quarto in gigante a Kranjska Gora) e la lunga eclisse prima del podio a Mount Garibaldi nel marzo 1975 nel gigante vinto da Ingemar Stenmark, o da quel che ottenne poi, ad esempio le quattro vittorie tutte inderogabilmente tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci (Mont Sainte Anne, Val d’Isere, Ebnat-Kappel e sulla Kuonisbergli di Adelboden) con il corollario nel 1977 della coppetta di specialità: Heini Hemmi sarà sempre e solo l’elvetico che alle Olimpiadi di Innsbruck del 1976 azzeccò il colpo della vita privando l’Italia di una vittoria che pareva sicura e infliggendo alla “Valanga Azzurra” una dolorosissima sconfitta.

Innsbruck, dunque, lunedì 9 e martedì 10 febbraio. Già, perchè sono i tempi in cui il gigante si disputa in due giorni. La pista “Hoadl-Mittelstation” di Axamer Lizum, teatro dell’evento a cinque cerchi, è tosta, insidiosa, piena di trabocchetti e cambi di pendenza che rendono difficile trovare il ritmo. Nondimeno, per la prima discesa tracciata dall’austriaco Ernst Hinterseer, padre di Hans che è l’alfiere di casa più acclamato, i favoriti rispondono al nome di Gustavo Thoeni e Ingemar Stenmark, dioscuri non solo della specialità ma dell’intero panorama sciistico internazionale, che in stagione hanno dominato le gare di Val d’Isere, Adelboden e Zwiesel, con gli altri due azzurri Piero Gros, tre volte a podio, e Franco Bieler, vincitore a Morzine, e lo svizzero Engelhard Pargätzi, primo a Madonna di Campiglio e terzo sulle nevi di casa di Adelboden, pure loro in corsa per una medaglia. Completano il lotto dei pretendenti ad un posto sul podio l’altro svizzero Ernst Good, che con Pargätzi completò la doppietta rossocrociata sulla 3-Tre, e lo stesso Hans Hinterseer, con Fausto Radici che è il quarto uomo a difendere il tricolore, con Klammer che gareggia con il pettorale numero 13 puntando alla combinata e con l’esordio in una grande rassegna di un giovanotto non ancora 19enne, americano, che in futuro farà parlar di sè, Phil Mahre, e che pur essendo qui più per imparare che per impartire lezioni, chiuderà in una onorevolissima quinta posizione. Di Heini Hemmi, ad onor del vero, nessuno pare preoccuparsi troppo.

Ma torniamo ai nostri campioni, che danno vita ad una sfida sorprendente nel gioco che vale la gloria olimpica. Good è il primo a scendere, e sul tappeto ghiacciato sfrutta l’occasione lasciando correre gli sci per fermare il cronometro sul tempo di 1’44″60. Bieler, subito dopo, ne testa la prova, e il ritardo accusato al traguardo, 1″49, certifica la buona prova dell’elvetico che seppur senza fiato all’arrivo è sicuramente in corsa per un piazzamento di prestigio. E’ la volta di Thoeni, e il campione di Trafoi non tradisce le attese. Scia pulito, lavora di spigolo, è dietro di quasi un secondo all’intermedio ma nella seconda parte di manche innesta il turbo e col tempo di 1’44″19 balza al comando. Si attende la discesa del rivale più temibile, ovviamente Stenmark, nel frattempo nel disinteresse generale o quasi piomba al traguardo proprio Heini Hemmi, che si piazza alle spalle del compagno di squadra Good con un ritardo di 1″22 che sembra escluderlo dai giochi per la vittoria finale. Appunto, sembra, ma la seconda manche riserverà una clamorosa sorpresa, anche perchè al round finale “Ingogiunge con un passivo pesante e assolutamente imprevedibile alla vigilia, ben 2″32 da Gustavo, complice una prova in cui lo svedese si limita a scendere a valle senza prendere il benchè minimo rischio sul fondo traditore. Meglio di lui fa Mahre, ad 1″32 da Thoeni, e Gros, che dal connazionale al comando è invece attardato di 1″50. Insomma, c’è da esser fiduciosi per la prestazione di Thoeni e Mario Cotelli, mentore della “Valanga Azzurra“, gongola sotto i baffi, anche perchè il nemico giurato è lontano e non sembra in grado di ribaltare il risultato.

Ed invece… ed invece 24 ore dopo, succede il finimondo. Il ghiaccio vivo del tracciato incute rispetto, ma ancor più del manto a preoccupare è il profilo disegnato dall’allenatore degli svizzeri, Peter Franzen, che ha disseminato lungo i 1.200 metri di pista ben 73 porte, assolutamente ravvicinate tra loro. Il che va tutto a discapito di un ritmo armonico, tanto caro a Thoeni e agli altri gigantisti più tecnici, favorendo altresì i due elvetici che stazionano alle spalle di Gustavo, Good ed Hemmi, oltre a Pargätzi che è provvisoriamente sesto, che hanno l’occasione per cogliere qualcosa di prezioso. Proprio Pargätzi, autore di una buona discesa, fa segnare il miglior tempo, 3’28″76, preannunciando quel che sarà la riscossa rossocrociata di una stupefacente seconda manche. Che, invece, dice male agli italiani, con Gros che, in vantaggio all’intermedio, deraglia e dice addio ai sogni di gloria (si rifarà qualche giorno dopo cogliendo l’oro in slalom). Il bello, però, deve ancora venire, e se a Stenmark riesce quel che non gli era riuscito nella prima manche, ovvero sciare come sa, guadagnando la prima posizione provvisoria con il tempo di 3’27″41, il barbuto Heini Hemmi, scricciolo di 163 centimetri per 60 chilogrammi, danza con destrezza ed efficacia tra le porte che più che un gigante sembrano uno slalom speciale ed al traguardo ha l’onore di star davanti di 44 centesimi a Ingemar.

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Il podio olimpico – da rtr.ch

Gustavo Thoeni e Ernst Good sono i due ultimi baluardi che possono negare ad Hemmi la gioia inattesa della medaglia d’oro. L’uno, l’azzurro, consapevole di una superiorità tante volte attestata, l’altro, il collega di bandiera, che ha pure lui davanti alle punte degli sci l’occasione della carriera. Succede allora quel che non ti aspetti, ovvero un Gustavo impacciato, che non riesce a sintonizzarsi con il tracciato stretto, reso infido dal ghiaccio e dalle angolature forse eccessive, che subisce piuttosto che aggredire i pali e che infine, quasi senza rendersene conto, accusa un ritardo abissale, 70 centesimi, che lo fanno scivolare in terza posizione alle spalle dello stesso Hemmi e di Stenmark. Medaglia di bronzo che poi, di lì a qualche minuto, per l’azzurro diventa un amaro quarto posto quando Good, simile nella sciata ad Hemmi, resta alle spalle del compagno per 20 centesimi, nondimeno completando una clamorosa doppietta in casa Svizzera.

Immaginabile la gioia di Heini Hemmi, il piccoletto sbucato dal nulla, che bissando in bella copia quel che seppe fare quattro anni prima a Sapporo lo spagnolo Ochoa in slalom, beffa re Gustavo e si guadagna un posto nell’Olimpo. Neanche fosse facile…

DEBBIE MEYER, LA “BAMBINA PRODIGIO” DEL NUOTO USA

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Debbie Meyer in allenamento a Messico 1968 – da google.com

articolo di Giovanni Manenti

Come noto, il Nuoto è una disciplina dove per emergere occorre iniziare la relativa pratica sin dalla più tenera età, non essendo rari – anzi tutt’altro, in particolare in campo femminile – i casi di adolescenti che si affermano ai più alti livelli in campo internazionale, ultimo esempio quello dell’americana Katie Ledecky, la quale, dopo aver vinto il suo primo Oro olimpico a Londra ’12 all’età di 15 anni, può oggi contare, a 20 anni da poco compiuti, qualcosa come 14 successi individuali tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, nella specialità dello stile libero.

Ma, vista la notorietà e la risonanza che tale Sport ha oramai raggiunto a livello mediatico, per cui la Ledecky è un esempio sulla bocca di tutti, come lo è la nostra Pellegrini oppure lo è stato, in campo maschile, Michael Phelps e tanti altri ancora, sono in pochi a sapere che l’impresa compiuta dall’americana ai recenti Giochi di Rio de Janeiro ‘16, quando è stata capace di far suoi gli Ori sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, aveva avuto un illustre precedente da parte dii una sua connazionale, ancor più giovane di lei, e risalente alle Olimpiadi di Città del Messico ’68.

Questa “Bambina prodigio”, altri non è che Debbie Meyer, venuta alla luce il 14 agosto 1952 ad Annapolis, nel Maryland, la quale inizia a praticare nuoto sin dall’età di 9 anni e frequenta la “Rio Americano High School” a Sacramento, in California, durante i suoi anni di massimo splendore agonistico.

Specialista delle lunghe distanze, dai 400 sino ai 1500sl, la giovane Debbie si impone dei ritmi di allenamento mostruosi – si calcola che nei 7 anni precedenti le sue vittorie olimpiche abbia percorso circa 30mila miglia a nuoto in allenamento – pur mantenendo, all’esterno, l’immagine di una ragazzina semplice ed allegra come tutte le sue coetanee, ma capace, in piscina, di riscrivere le tabelle dei record su tali distanze.

American Swimmer, Debbie Meyer at Crystal Palace in 1967
Una giovanissima Meyer – da pinterest.com

I risultati di tali massacranti livelli di preparazione, si manifestano agli occhi degli osservatori internazionali quando, in occasione del meeting di Santa Clara, in California, del 9 luglio 1967, la Meyer, a 15 anni non ancora compiuti, compie la straordinaria impresa di migliorare, in una sola giornata, i record mondiali sia degli 800sl che dei 1500sl, portandoli rispettivamente a 9’35”8 (1”1 in meno del vecchio limite della connazionale Sharon Finneran, stabilito nel settembre ’64) ed a 18’11”1, abbassando di quasi 2” il primato della connazionale Patricia Carreto dell’anno precedente.

Ma una cosa sono i primati realizzati in un meeting, ed un’altra la capacità di confermarsi in grandi manifestazioni internazionali, e la Meyer è chiamata immediatamente a dare prova di ciò meno di tre settimane dopo, in occasione dei Pan American Games” in programma a Winnipeg, in Canada, e che rappresentano per il Team Usa un ideale banco di prova n vista della rassegna olimpica dell’anno successivo ed in cui, tanto per chiarire, il già famoso Don Schollander realizza il record mondiale sui 200sl, mentre “Colui che sarà Leggenda”, vale a dire Mark Spitz, migliora i limiti assoluti su entrambe le distanze a farfalla.

In un tale consesso di fenomeni, per la “mascotte” del gruppo quale è la non ancora 15enne Debbie, ci sarebbe da farsi tremare i polsi, visto che anche in campo femminile il lotto delle partecipanti è di livello assoluto, visto che vengono migliorati ben 7 primati mondiali in gare individuali, ma la giovanissima al suo primo anno di liceo, non è certo il tipo capace di farsi intimorire, visto che non appena si tuffa in acqua l’unico suo traguardo è quello di nuotare più velocemente che può.

Come detto, l’edizione ’67 dei “Pan American Games” assume una rilevante importanza in chiave olimpica, poiché il relativo programma natatorio – ridotto all’osso sino a quattro anni prima a Tokyo ’64 – viene finalmente allargato ad un maggior numero di gare, passando da 7 in campo maschile e 6 in quello femminile a 12 per entrambi i sessi, per quanto attiene alle sole gare individuali, circostanza che fa sì che la Meyer possa aspirare ad iscriversi alle tre prove sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, mentre in precedenza, per le ragazze, era prevista la sola prova sui 400sl, oltre, ovviamente, ai 100sl.

Calcoli, comunque, prematuri, poiché il posto come ben si sa, specie negli Stati Uniti, con i famigerati Trials, bisogna guadagnarselo, e la Meyer avanza la sua immediata candidatura nei citati “Pan American Games”, quando due dei sette record mondiali migliorati portano la sua firma, vale a dire il limite sui 400sl stabilito dalla connazionale Pamela Kruse proprio in occasione del già ricordato Meeting di Santa Clara di inizio mese, che la giovane Debbie distrugge il 27 luglio portandolo a 4’32”64 (con un miglioramento di quasi 4” !!), per poi, due giorni dopo, frantumare il suo fresco primato sugli 800sl, portandolo a 9’22”9, un crono che appare straordinario per gli standard dell’epoca, così come ancor più stupefacente è ciò che la ragazzina realizza ai Campionati Nazionali che si svolgono il mese dopo a Filadelfia, dove è la prima nuotatrice al mondo ad infrangere la barriera dei 18’ netti sui 1500sl (distanza non olimpica per le donne), portando il record ad un sensazionale 17’50”2.

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Meyer impegnata ai “Pan American Games” del 1967 – da dailydsports.com

Non sono, comunque, rari i casi di giovanissime che esplodono e poi non riescono a confermarsi, in considerazione soprattutto del periodo adolescenziale e della difficoltà di sopportare eccessivi carichi di lavoro in allenamento, ma questa non è assolutamente la condizione della Meyer, la quale, anzi, affronta la stagione olimpica come meglio non potrebbe, avendo tre grandi scogli da superare, e cioè i Campionati Nazionali di inizio agosto ’68 a Lincoln, gli “Olympic Trials” a Los Angeles a fine dello stesso mese e, se qualificata, le Olimpiadi di Città del Messico ad ottobre.

E che, la Meyer abbia intenzione di mettere a frutto la massacrante preparazione invernale, lo si intuisce chiaramente sin dai Campionati Nazionali, dove l’1 agosto migliora il proprio limite sui 400sl in 4’26”7 e, tre giorni dopo, abbassa di altri 5”, portandolo a 9’17”8, il record sugli 800sl, aggiungendo altri due titoli ai complessivi 19 che si aggiudica in carriera (facendo sue le gare dai 400 ai 1500sl per quattro anni consecutivi, dal 1967 al ’70), per poi prepararsi ad affrontare la concorrenza interna ai Trials di fine mese.

Concorrenza che si dimostra agguerrita sulla più breve distanza dei 200sl dove la Meyer è, teoricamente, più attaccabile, con la Linda Gustavson che, nelle batterie del mattino del 24 agosto, migliora il record mondiale fissandolo a 2’07”9, solo per vedersi esclusa dalla selezione olimpica classificandosi non meglio che quarta nella Finale del pomeriggio (mentre ottiene, in ogni caso, la qualificazione sia sui 100 che sui 400sl) che vede, al contrario, trionfare la Meyer, togliendole anche il freschissimo primato, visto che copre le quattro vasche in 2’06”7, suo unico record mondiale stabilito su questa distanza rispetto al totale di 15 realizzati in carriera.

Ottenuta la qualificazione sulla carta più difficile, la Meyer espleta la formalità di staccare il pass olimpico sulle gare a lei più congeniali senza però risparmiarsi, visto che sia sui 400sl del giorno appresso che sugli 800sl del 28 agosto, si incarica di frantumare i suoi stessi limiti, scendendo sino a 4’24”5 sui 400 ed a 9’10”4 sulla più lunga distanza.

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Debbie Meyer in azione a Messico 1968 – da gettyimages.com

Inutile dire come tutti gli occhi degli addetti ai lavori, rappresentanti dei media e spettatori compresi, siano tutti orientati su ciò che la “Ragazzina prodigio” possa essere in grado di fare in sede olimpica – pur se va considerato che l’aria rarefatta della Capitale messicana non favorisce grandi prestazioni sulle lunghe distanze – curiosi soprattutto di verificare se la pressione derivante dal ruolo di assoluta favorita in una manifestazione di così elevata grandezza possa o meno incidere sul suo rendimento.

Non è però tanto la pressione – che ha ampiamente dimostrato essere in grado di scrollarsi di dosso con irrisoria facilità – quanto problemi fisici, dovuti ad una intossicazione alimentare, a preoccupare la 16enne Debbie, la quale debutta nel panorama olimpico con le batterie dei 400sl in programma il 19 agosto ’68, al termine delle quali, nuotando in un per lei comodo 4’35”0, realizza largamente il miglior tempo, nonché record olimpico, per poi migliorarsi in 4’31”8 nella Finale del giorno dopo, tenendo a bada il desiderio di rivincita della Gustavson, nettamente battuta con il suo 4’35”5 che le vale l’argento.

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Meyer impegnata sui 400sl a Messico 1968 – da gettyimages.com

Rotto il classico ghiaccio, la Meyer è ora pronta a fronteggiare la concorrenza interna sulla prova dei 200sl, sulla quale ha, in effetti, un minor margine di supremazia rispetto alle avversarie, come confermato dalle batterie del 21 ottobre che la vedono sì realizzare il miglior tempo di 2’13”1, ma le connazionali Jane Barkman ed Jan Henne (di cinque anni più anziana di lei) non sono distanti, avendo nuotato in 2’13”6 e 2’13”8 rispettivamente, considerando poi che, per la Meyer, la Finale del giorno dopo sarà preceduta dalle batterie degli 800sl al mattino.

Batterie in cui la Meyer passeggia in 9’42”8, realizzando il secondo miglior tempo dietro all’australiana Karen Moras per risparmiare energie in vista della Finale dei 200sl che, come largamente previsto, vede il podio interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che migliorano largamente i tempi ottenuti in qualifica, ma nulla possono la Henne e la Barkman – classificatesi nell’ordine, con 2’11”0 e 2’11”2 rispettivamente – contro lo strapotere della 16enne del Maryland, che si impone, sia pur a fatica, in 2’10”5.

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Finale olimpica di Città del Messico – da youtube.com

Un giorno di riposo per ritemprare le forze e la Meyer è pronta a sostenere la sua ultima fatica, con la Finale sugli 800sl, in cui dà, qualora ce ne fosse bisogno, prova di un’ulteriore dimostrazione della sua schiacciante superiorità nei confronti del lotto delle avversarie, che possono solo assistere al suo personalissimo show che la porta a toccare in 9’24”0 con un vantaggio di quasi 12” (!!) sulla connazionale Pamela Kruse, che chiude in 9’35”7, con l’australiana Moras beffata per un solo 0”1 decimo nella volata per il bronzo che privilegia la messicana Maria Teresa Ramirez per il tripudio del pubblico presente.

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I tre ori vinti dalla Meyer a Messico 1968 – da valcomnews.com

Unica disdetta, per la Meyer, deriva dal fatto che il programma olimpico in campo femminile non contempli ancora la disputa della staffetta 4x200sl, che verrà introdotta solo a far tempo dai Giochi di Atlanta ’96, impedendole così di eguagliare il poker di medaglie d’oro realizzato dal connazionale Don Schollander quattro anni prima a Tokyo ’64 (ma con l’aiuto di due staffette), avendo pertanto l’onore di essere la prima nuotatrice a conquistare tre Ori in gare individuali, un record che, limitatamente allo stile libero, sarà eguagliato 48 anni dopo dall’altra “ragazzina terribile” Katie Ledecky, ricordata all’inizio, ma a 19 anni di età rispetto ai 16 della Meyer.

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Katie Ledecky e Debbie Meyer oggi – da nytimes.com

Meyer che, non essendovi all’epoca Campionati Mondiali negli anni dispari come ai tempi odierni, prosegue l’attività per altre due stagioni prima di ritirarsi dalle scene, avendo comunque modo di migliorare ancora di 0”2 decimi il proprio limite sui 400sl, portandolo a 4’24”3 in occasione dei Campionati Nazionali del 20 agosto ’70 a Los Angeles, mentre l’anno prima, nella stessa rassegna, si era aggiudicata il titolo sui 1500sl abbassando il suo stesso primato ad un sensazionale 17’19”9, un riscontro cronometrico che, tanto per fare un paragone che rende chiaramente l’idea di cosa abbia rappresentato l’americana nel panorama natatorio internazionale, le avrebbe consentito di lottare sino all’ultima bracciata per l’Oro ai Giochi di Roma ’60 in campo maschile, dato che la vittoria viene conquistata dall’australiano John Konrads in 17’19”6 …!!.

Chissà quale sarebbe stata la carriera di Debbie Meyer se avesse potuto contare sui finanziamenti e sponsor dei nuotatori di oggi, visto che a detta dei tecnici essa, al momento del suo ritiro a 18 anni, non aveva ancora espresso appieno le proprie potenzialità, specie sulle più lunghe distanze.