JANET EVANS E L’IMPRESA PASSATA IN SECONDO PIANO DI SEUL 1988

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Janet Evans – da cerchidigloria.it

articolo di Giovanni Manenti

Talvolta, anche le grandi imprese sportive hanno bisogno di un po’ di fortuna per trovare il giusto spazio e la corretta considerazione da parte di sportivi, tecnici e stampa specializzata, e non è certo questo il caso di Janet Evans, nuotatrice americana “schiacciata” alle Olimpiadi di Seul 1988 dalle attenzioni dei media verso il tentativo (poi parzialmente fallito) del proprio connazionale Matt Biondi di emulare la leggenda Mark Spitz e conquistare 7 medaglie d’oro, ed invece uguagliato solo a numero di allori, ma di colore diverso (5 ori, un argento ed un bronzo).

E neppure può ottenere il riconoscimento di miglior atleta in campo femminile, scontrandosi con la tedesca est Kristin Otto che, a propria volta, centra un record tuttora imbattuto conquistando ben 6 medaglie d’oro di cui 4 in gare individuali, così che le prestazioni della Evans, oro sui 400 ed 800 stile libero e sui 400 misti, passano inizialmente in secondo piano, salvo poi trovare giusto riconoscimento con il passare del tempo, quando i suoi riscontri cronometrici sono molto difficili anche solo da avvicinare.

E pensare che, oltretutto, la spedizione olimpica Usa a Seul è tutt’altro che da incorniciare, avendo ottenuto un bottino di 28 medaglie – piuttosto basso per gli standard americani – di cui solo 8 d’oro e, particolare curioso, questi otto successi vedono tutti protagonisti due soli nuotatori, il già ricordato Matt Biondi con 5 ori (due individuali e 3 in staffetta) e la giovanissima Janet, con i citati tre ori individuali.

Nata a Fullerton, in California, a fine agosto 1971, Janet Evans impara a nuotare prima che a camminare, e all’età di 3 anni è già in grado di praticare gli stili a farfalla e a rana, mettendosi in luce, a dispetto di chi sosteneva che con un fisico così minuto non avrebbe avuto chances di vittoria, ad un anno dai Giochi di Seul quando, appena sedicenne, detronizza l’australiana Tracey Wickham dei record mondiali sui 400 ed 800 stile libero, nuotando le distanze rispettivamente in 4’05″45 ed in 8’22″44, completando poi un tris di primati facendo suo anche il record sui 1500 metri (non inclusi nel programma olimpico), migliorando in 16’00″73 il limite della connazionale Kim Linehan e divenendo, il successivo 26 marzo 1988, la prima donna ad infrangere “il muro dei 16 minuti“, stabilendo con 15’52″10 un primato che resisterà per quasi 20 anni prima di essere migliorato dalla connazionale Kate Ziegler nel giugno 2007.

Dopo aver testato le sue possibilità di vittorie olimpiche ai “Pan Pacific Games” del 1987 di Brisbane, dove ottiene l’oro sui 400 misti in 4’44″99 e sui 400 stile libero con il record dei campionati di 4’09″32 e dove subisce una delle rarissime sconfitte sugli 800 metri da parte dell’australiana Julie McDonald, la Evans è pronta per affrontare gli insidiosi “Olympic Trials” di Austin, dove non ha difficoltà a staccare i tre “pass” per la rassegna coreana.

A Seul, la giovane Janet si trova praticamente da sola – unitamente ad una ancor più adolescente, il quattordicenne talento ungherese Krisztina Egerszegi – a fronteggiare il “canto del cigno” delle walchirie della ex Ddr, le quali, staffette comprese, fanno loro ben 10 delle 15 gare del programma natatorio, dal che si evince quanto straordinaria sia stata l’impresa dell’americanina.

La prima gara in calendario sono i 400 misti, specialità mai affrontata dalla tedesca Est Kristin Otto, la quale, a dispetto della sua indiscussa polivalenza, ha solo fatto qualche fugace “visita” sulla più corta distanza dei 200 (di cui era stata medaglia d’oro ai Mondiali 1986 di Madrid), privilegiando ella le prove più brevi, ed, uscita dalle scene la dominatrice di inizio anni 1980, l’altra tedesca orientale Petra Schneider, le più accreditate rivali della Evans vanno ricercate tra le due rappresentanti della Ddr Daniela Hunger e, soprattutto, Kathleen Nord, già argento sulla distanza ai Mondiali di Guayaquil 1982 ed oro quattro anni dopo a Madrid, nonché campionessa europea nel 1983 ed 1985 e bronzo l’anno prima a Strasburgo.

Le qualificazioni del 18 settembre vedono registrare il miglior tempo alla romena Noemi Lung (terza due anni prima a Madrid) in 4’41″96 davanti alla Nord (4’42″92) ed alla Evans (4’43″04), mentre la Hunger si “nasconde” in 4’44″85 giungendo seconda nella batteria vinta dalla Evans.

Nella finale del giorno dopo, la Nord prende il vantaggio nella frazione iniziale a farfalla, sua specialità dove conquisterà l’oro sui 200 metri, venendo superata a metà gara dalla Evans dopo la frazione a dorso, con l’americana che controlla a rana per poi chiudere d’autorità con il crono di 4’37″76, non distante dai record olimpico e mondiale (rispettivamente di 4’36″29 e 4’36″10) della Schneider, precedendo la romena Lung che con 4’39″76 beffa la Hunger nella volata per l’argento, mentre una delusa Nord conclude non meglio che quinta.

Archiviata la prima sfida con le tedesche orientali – con la Hunger che si riscatta facendo suoi i 200 misti dove la Lung ottiene la sua seconda medaglia giungendo terza – la Evans può ora concentrarsi sulle più lunghe gare del programma natatorio, iniziando dai 400 metri che vedono stabilite le qualificazioni al mattino e la finale al tardo pomeriggio del 22 settembre.

Sulla distanza, la concorrenza delle due walchirie è di tutto rispetto, schierando in vasca la fortissima Heike Friedrich, già oro il giorno prima sui 200 stile libero e capace, ai Mondiali di Madrid 1986, di fare doppietta sui 200 e 400 stile libero ed imbattuta da ben 14 finali consecutive, nonché Anke Moehring, argento agli Europei di Sofia 1985, pur preferendo la doppia distanza degli 800, su cui è parimenti iscritta.

Le qualifiche del mattino vedono le tre favorite vincere le rispettive batterie, con la Moehring che si impone nella seconda in 4’10″64, la Friedrich nella terza in un comodo 4’11″30 e la Evans che, nella quarta ed ultima serie, strappa alla Moehring il miglior tempo nuotando in 4’10″12.

La finale del tardo pomeriggio si risolve in un avvincente duello tra la Evans, che prende la testa della gara sin dalle prime bracciate, e le due tedesche che non si fanno staccare restandole a contatto sinché, ai terzi 100 metri, la Friedrich non incrementa il ritmo lasciando indietro la connazionale ed andando ad insidiare l’americana, con le due “ondine” che toccano quasi contemporaneamente ai 300 metri.

Ci si attende che la Friedrich, venendo dalla velocità e che aveva previsto di concludere la gara in 4’05”, piazzi il suo spunto vincente nelle ultime due vasche quando, viceversa, è la Evans che, a sorpresa, si distacca, con la tedesca est che paga lo sforzo profuso nella quinta e sesta vasca, andando a toccare in un fantastico crono di 4’03″85 a migliorare di 1″60 il suo precedente limite, un primato che durerà quasi 18 anni prima di essere superato dalla francese Laure Manoudou, mentre la Friedrich, letteralmente scoppiata nel finale, salva a stento l’argento dal ritorno della Moehring, chiudendo in 4’05″94 rispetto al 4’06″62 della compagna.

Concluse dalla Friedrich le proprie fatiche olimpiche, la tedesca orientale lascia alla citata Moehring ed ad Astrid Strauss l’ingrato compito di cercare di sconfiggere la Evans nella gara più lunga del programma, gli 800 metri che vedono le qualificazioni in calendario il 23 settembre e la finale il giorno dopo.

La Moehring aveva, nell’agosto 1987, migliorato il fresco primato mondiale della Evans portandolo ad 8’19″53 solo per far sì che l’americana se ne riappropriasse nuotando in 8’17″12 ai campionati primaverili Usa il 22 marzo 1988, e dalla sua poteva vantare sulla distanza il bronzo agli Europei di Sofia 1985 e l’oro due anni dopo a Strasburgo, mentre la Strauss porta in dote, come validissime credenziali, l’argento sui 400 e l’oro sugli 800 ai Mondiali di Madrid 1986, oltre alle doppiette d’oro sulle riferite distanze agli Europei 1985 e d’argento all’edizione 1987.

Due avversarie, insomma, di tutto rispetto, come dimostrato anche dall‘esito delle batterie di qualificazione dove la Strauss, inserita nella stessa serie della Evans, la precede di giustezza (8’28″07 ad 8’28″13), mentre nell’ultima serie la Moehring giunge anch’essa seconda, preceduta dall’australiana Julie McDonald che, ricorderete, aveva battuto la Evans nella finale dei “Pan Pacific Games” l’anno prima.

Quando la Evans e le due tedesche si presentano sui blocchi di partenza per la finale del 24 settembre, salta subito all’occhio l’enorme differenza di fisico, con la Strauss alta m.1,87 per 82kg. cui la Moehring risponde con m.1,82 di altezza e 69kg. di peso rispetto alle minuscole misure (m.1,66 per 46kg.) della giovane americana – peraltro molto simili a quelle della nostra Novella Calligaris che ai Mondiali di Belgrado 1973 ebbe anch’essa a sfidare, sulle medesime distanze, le prime esponenti del “movimento natatorio della Ddr” – che, per niente intimorita dalla stazza delle sue avversarie, prende subito la testa della gara per non mollarla più sino all’arrivo, dove conclude con il nuovo record olimpico di 8’20″20, con la lotta per le altre due medaglie che vede prevalere di misura la Strauss (8’22″09), con la Mc Donald al bronzo in 8’22″93 e la Moehring che, pur nuotando in 8’23″09, si ferma ai piedi del podio.

Nel prosieguo della sua carriera, la Evans si conferma regina sui 400 ai Mondiali di Perth 1991, cedendo poi alle Olimpiadi di Barcellona 1992 solo alla sua nuova avversaria, la tedesca Dagmar Hase, in un avvincente testa a testa deciso solo agli ultimi metri per appena 19/100, ultimo acuto prima di un modesto piazzamento come quinta ai Mondiali di Roma 1994, mentre sugli 800 – dopo aver ritoccato il proprio limite mondiale portandolo ad 8’16″22 ai “Pan Pacific Games” di Tokyo 1989, un record che resterà anch’esso insuperato per 19 anni esatti, sino al 8’14″10 di Rebecca Adlington ai Giochi di Pechino 2008 – la sua superiorità è indiscutibile vincendo consecutivamente l’oro ai Mondiali di Perth 1991, Olimpiadi di Barcellona 1992 e Mondiali di Roma 1994 per poi concludere, nel 1996, a 25 anni, con un sesto posto ai Giochi di Atlanta, avendo nel frattempo “passato il testimone” alla giovane connazionale Brooke Bennett.

Come dire, quale morale della carriera di Janet, che con la volontà, il coraggio e la determinazione, la “storia di Davide contro Goliapuò sempre ripetersi

LA GIOIA D’ORO DI CASARTELLI A BARCELLONA 1992

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La vittoria di Casartelli – da avisbikenokiasiemens.it

Ho pianto due volte, con Fabio Casartelli, e credo proprio di non esser stato l’unico. Se il dramma che lo ha strappato alla vita lo ha negato ai suoi cari, nondimeno è di conforto per noi semplici appassionati ricordare l’apice del suo viaggio agonistico.

Un ragazzo intelligente, Fabio, radioso come il suo sorriso, abile una volta montato in sella ad una bicicletta al punto da sedersi al tavolo dei vincitori di una medaglia d’oro olimpica.

Eccoci dunque a Barcellona, 2 agosto 1992, sull’impegnativo ma non proibitivo circuito del San Sadurnì de Noya, eletto per la prova a cinque cerchi. Un anello di 16 chilometri e qualche metro da ripetere dodici volte per compessivi 194,4 chilometri di fatica, incarogniti dal caldo asfissiante. L’Italia ha buon palmares in passato per la gara su strada, che per l’edizione catalana in corso è l’ultima a veder allineati al via i dilettanti. Se Attilio Pavesi vinse a Los Angeles nel 1932 quando ancora si correva a cronometro, Baldini a Melbourne nel 1956, Zanin a Tokyo nel 1964 e Vianelli a Città del Messico nel 1968 hanno regalato un tris tricolore che fa dell’Italia l’unico paese, dal 1936, ad aver collezionato tre successi nella prova in linea.

A Barcellona il campo dei partecipanti è di assoluto valore, anche se le Nazionali possono schierare un massimo di tre atleti e la sfida, pertanto, è difficilmente controllabile e sfugge ad ogni progetto tattico studiato a tavolino. C’è ad esempio un certo Lance Armstrong, americano che non più tardi di dodici mesi dopo sarà già campione del mondo dei professionisti a Oslo, prima dell’interruzione dell’attività per un male fortunatamente curabile, ed un rientro condito da ben sette successi consecutivi al Tour de France, ahimé per lui con l’aiuto esagerato di sostanze illecite; c’è un tedesco veloce, che ama le classiche in linea e ne farà incetta nel corso della carriera, soprattutto dalle parti di Sanremo, Erik Zabel; c’è un olandese di grido, Erik Dekker, che gli addetti ai lavori considerano il principale pretendente alla medaglia d’oro; c’è l’altro teutonico Steffen Wesemann che nel 2004 levigherà le pietre del Giro delle Fiandre; c’è la coppia francese Hervé-Magnien che pare ben attrezzata per il percorso olimpico; e c’è un azzurro autorevole, Davide Rebellin, che a distanza di 24 anni da quel giorno barcellonese ancora compete, e pure con discreti risultati dopo una carriera mirabile, tra i professionisti.

Ad onor del vero la gara non riserva grossi sussulti. Ci provano in tanti ad infiammare la corsa, lo stesso Hervé prende cappello dal gruppo assieme al belga Thijs e all’austriaco Totschnig ma al sesto giro il plotone è nuovamente compatto. Il commissario tecnico Giosué Zenoni, oltre a Rebellin, ha selezionato Mirco Gualdi, che nel 1990 fu campione del mondo dei dilettanti in Giappone a Utsunomiya e che ha ritardato il passaggio tra i professionisti proprio per poter essere della partita a Barcellona; il terzo uomo è invece un comasco che sta per compiere 22 anni (esattamente il 16 agosto), appunto Fabio Casartelli, che ha buon curriculum ed ha già pagato dazio alla sfortuna, malato di monunucleosi da ragazzo, e nel 1990 investito da un auto che gli ha procurato la rottura della dodicesima vertebra.

In effetti l’altimetria del tracciato non è così selettiva da scremare in avanti i favoriti della vigilia. Tocca a Gualdi orchestrare l’azione di un drappello di nove ardimentosi, tra cui anche il danese Lars Michaelsen (che nel 1995 befferà Maurizio Fondriest alla Gand-Wevelgem) che a due giri dal termine scatena la bagarre ma non riesce a prendere il largo. Casartelli e il lettone Ozols rientrano da dietro, Gualdi, regista in corsa, astutamente ripone velleità personali di vittoria favorendo il comasco che a 17 chilometri dal traguardo azzecca la fuga decisiva con lo stesso Ozols e Dekker. Il terzetto si avvantaggia velocemente viaggiando di comune accordo, e con 35 secondi di margine sul gruppo, che Zabel regolerà in volata per un inutile e beffardo quarto posto, i tre fuggiaschi vanno a contendersi le medaglie.

Ozols, stanco e appagato, neppure ci prova, Casartelli ha la sparata giusta e taglia il traguardo a braccia alzate, con Dekker secondo alle sue spalle in 4h35’21”, per un sogno olimpico che si avvera. Curiosa la foto dell’arrivo, con i tre protagonisti uno in coda all’altro felici ed esultanti per il risultato ottenuto.

Se temo la maledizione che quasi puntualmente colpisce i vincitori di Mondiali ed Olimpiadi? Non ho avuto tempo di pensarci. E mica potevo frenare in volata, no?“… sappiamo tutti come è andata a finire, povero e sfortunato Fabio. Dalle lacrime di gioia del 2 agosto 1992 alle lacrime di disperazione del 18 luglio 1995, ma tra gli déi di Olimpia a Casartelli è riservato un posto speciale.

LA BELLA FAVOLA DEL “BRUTTO ANATROCCOLO” GREG LOUGANIS

 

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Greg Louganis a Seul 1988 – da wbur.org

articolo di Giovanni Manenti

Cosa pensereste se vi dicessi che sto per raccontarvi la storia di un personaggio che, generato da due incoscienti adolescenti e da questi logicamente abbandonato all’età di soli otto mesi, risulta leggermente “indietro” in epoca scolare a causa della sua “dislessia” che lo fa essere mal tollerato dai suoi genitori adottivi, vivendo anche situazioni di abusi e violenze domestiche sfociate in una depressione giovanile che lo porta ad un passo dal suicidio e dalla quale cerca di sfuggire rifugiandosi in alcool e droghe leggere, per poi scoprirsi con tendenze omosessuali che determinano come conseguenza, a seguito di esperienze con vari partners occasionali, la contrazione – all’età di soli 28 anni – del virus HIV, anticamera del terribile e per lo più letale AIDS.

Beh, di sicuro, la prima reazione sarebbe quella di pensare di aver sbagliato sito, trattandosi di una delle tante storie di vita vissuta che riguardano ragazzi sfortunati la cui esistenza è stata contrassegnata da tanti e tali eventi negativi da portarli progressivamente alla perdizione, mentre invece no, quanto descritto non è altro che la vita “fuori dalla piscina” del personaggio che – quantomeno sino all’avvento dei fenomeni cinesi – è stato universalmente riconosciuto come il più grande tuffatore di ogni epoca, vale a dire l’americano Greg Louganis.

Louganis vede la luce il 29 gennaio 1960, figlio naturale di una coppia quindicenne (samoano lui, svedese la madre) che lo abbandona dopo pochi mesi per poi essere adottato da una coppia che non può avere figli, formata dal marito Peter Louganis, di origini greche, e dalla moglie Frances, una contadina texana, che già avevano adottato una bambina, di nome Despina.

E, proprio vedendo la sorellastra maggiore esibirsi in un concorso di danza, Greg (diminutivo del nome completo di Gregory Efthimios) si mostra attratto da tale specialità così come dalla ginnastica artistica, dimostrando sin da subito un notevole talento che lo porta a frequentare apposite scuole ed a vincere vari premi.

I primi problemi per il piccolo Greg arrivano in età scolare, quando viene deriso dai compagni per i suoi problemi nel parlare in quanto dislessico, venendo soprannominato “retard“, ossia ritardato, anomalia che lo pone anche in cattiva luce in famiglia tanto da fargli ritenere che “i miei genitori non mi hanno voluto, coloro che mi hanno adottato non mi amano, sono ritardato, sono brutto“, pensando seriamente di farla finita, ma fortunatamente gli manca il coraggio di “affondare” il rasoio che ha in mano.

Solo in un ambiente Greg si trova a suo agio, quando deve mettere in movimento il suo corpo con movenze talmente armoniose che, una volta provato a tuffarsi nella piscina di casa, se ne innamora a tal punto che, sotto la guida del suo primo allenatore John Anders (nientemeno che il poliziotto del quartiere) giunge secondo ad 11 anni ai campionati Juniores Nazionali.

Nel frattempo, però, abbandonata la strada di togliersi la vita, affoga le sue problematiche esistenziali nel più classico e peggiore dei rimedi, vale a dire abusando di alcool e facendo uso di droghe, iniziando con la marijuana, atteggiamenti che lo portarono in riformatorio dopo aver sfogato la propria rabbia sui suoi genitori adottivi.

Ma proprio nel momento più buio della sua ancor giovane vita, ecco che un raggio di luce squarcia le tenebre dell’esistenza di Greg, sotto forma dell’ex medaglia olimpica Sammy Lee – il primo americano di origine asiatica (suo padre era coreano) a conquistare un oro per gli Stati Uniti a Londra 1948 dalla piattaforma, successo poi bissato quattro anni dopo ad Helsinki 1952 – il quale, da allenatore della squadra olimpica americana, ne aveva subito intuito il grande talento, ritenendolo capace di rinverdire i successi dell’altro suo allievo Ron Webster, vincitore dai 10 metri a Roma 1960 e Tokyo 1964 prima dell’avvento dell’angelo biondo, l’azzurro Klaus Dibiasi, primo sia a Città del Messico che a Monaco di Baviera.

La presenza di Lee, anche per una qual certa rassomiglianza fisica, ha su Greg lo stesso effetto del “Maestro Myagi” nel famoso film cult “The Karate Kid“, riuscendo ad affinarne la tecnica e smussandone le problematiche di natura caratteriale, tanto che a soli 16 anni, agli “Olympic Trials” di Knoxville, Louganis strappa il pass per i Giochi di Montreal 1976 sia dal trampolino che dalla piattaforma.

Il suo esordio nel panorama olimpico si conclude con un sesto posto nella gara dal trampolino del 22 luglio, vinta dal connazionale Phil Boggs, apprestandosi, cinque giorni dopo, a sfidare la leggenda Dibiasi dalla piattaforma, dopo aver fatto meglio del bolzanino in qualifica, con 583,50 punti rispetto ai 570,54 dell’altoatesino.

Stimolato da una tale – e, forse, inaspettata – concorrenza, Dibiasi conclude alla grande la sua immensa carriera superando la “barriera dei 600 punti“, totalizzandone 600,51 rispetto ai 576,99 di Louganis, in lotta per l’oro sino al penultimo tuffo e ricevendo a fine gara, i complimenti da parte dell’azzurro che non ha difficoltà a premonirgli che “a Mosca 1980 ti vedrò vincere due medaglie d’oro“.

Dibiasi non poteva certo immaginare che la sua previsione sarebbe stata vanificata dal boicottaggio posto in atto dal presidente Usa Jimmy Carter verso l’edizione moscovita, ma il suo giudizio era esatto se si pensa che, ai Campionati Mondiali di Berlino 1978, Louganis si aggiudica il suo primo oro dalla piattaforma con 844,11 punti davanti al tedesco Est Falk Hoffmann (sesto due anni prima a Montreal) ed al sovietico Vladimir Alyenik che conferma il bronzo dei Giochi canadesi, e che, quattro anni dopo, ai Mondiali 1982 di Guayaquil in Colombia, realizza la sua prima doppietta aggiudicandosi il titolo sia dal trampolino (con 752,67 punti, oltre 100 di vantaggio sul secondo, il sovietico Kuzmin) che dalla piattaforma, dove totalizza 634,26 punti, grazie soprattutto ad un quarto tuffo di finale assolutamente perfetto, tanto da essere valutato con un “10” da tutti e sette i giudici presenti, sconfiggendo di misura ancora Alyenik che, due anni prima a Mosca, in sua assenza, aveva conquistato l’argento dietro ad Hoffmann.

Esplicata la formalità di mettersi finalmente al collo i suoi due primi ori olimpici ai Giochi parimenti dimezzati di Los Angeles 1984 in cui rintuzza i primi, all’epoca velleitari, tentativi di successo dei tuffatori cinesi, Louganis si conferma bicampione del mondo da trampolino e piattaforma anche ai Mondiali di Madrid 1986, in cui dai tre metri respinge nuovamente le ambizioni del cinese Tan Liangde (argento anche a Los Angeles due anni prima) e dai 10 metri dispone con autorità (668,58 punti a 624,33) dell’altro cinese Li Kongzheng, preparandosi per le Olimpiadi di Seul dove ambisce ad essere il primo tuffatore a conquistare l’oro da trampolino e piattaforma in due edizioni consecutive dei Giochi.

Nel frattempo, però, la vita fuori dalla vasca continuava ad essere complicata per Greg che, scoperte le sue tendenze gay, aveva nuovamente tentato il suicidio dopo essere stato respinto da un compagno ed iniziato anche “a farsi” di cocaina, ma fortunatamente, i successi sportivi erano la miglior medicina, dato che, dopo i Giochi di Los Angeles, aveva instaurato una relazione stabile, trasferendosi a Malibu.

Ma le brutte sorprese sono sempre dietro l’angolo e, mentre si sta preparando per l’appuntamento olimpico di Seul, una mattina di marzo 1988 Greg riceve una telefonata dal suo compagno, Tom, che lo avvisa di temere di aver contratto l’AIDS, notizia che induce lo stesso Louganis a sottoporsi al test che lo rivela “positivo al virus dell’HIV“.

Una mazzata, a soli sei mesi dall’inizio dei Giochi e, in accordo con il suo allenatore Ron O’Brien, che aveva preso il posto dell’anziano Sammy Lee dopo i Giochi di Montreal, decide di tenere nascosta la cosa, limitandosi ad assumere massicce dosi di AZT, un farmaco ritardante lo sviluppo dell’infezione, con l’intesa che le Olimpiadi coreane avrebbero segnato la conclusione della carriera di Louganis, ancorché appena ventottenne.

E, con questo terribile segreto di cui, oltre a lui, ne sono a conoscenza solo il suo allenatore ed il suo compagno, Louganis si presenta alla gara dal trampolino dove, mentre è in testa alle qualificazioni del 19 settembre, commette un errore nell’esecuzione del nono tuffo, un “due e mezzo rovesciato” che gli fa urtare la testa contro la base del trampolino, procurandogli una ferita e, chiaramente, una fuoriuscita di sangue.

Uscito dalla vasca, Greg allontana in malo modo l’allenatore capo Jan Snick volendosi far medicare solo da Ron, che conosce la sua situazione, il quale, dopo averlo curato, lo convince a tornare in gara, assicurandolo che quanto accaduto non sarà di nessun nocumento agli altri atleti in gara.

Greg, pur se dubbioso sulla correttezza della scelta, obbedisce al suo coach, riesce a qualificarsi ugualmente per la finale con il terzo miglior punteggio di 629,67 dietro all’eterno rivale Tan Liangde (che totalizza 682,65 punti) ed al tedesco Albin Killat, con l’altro cinese Li Deliang ad essere il quarto a superare la barriera dei 600 punti.

Ripresosi dall’infortunio, nella finale del giorno dopo, Louganis sforna la miglior prestazione della sua carriera, a ciò costretto dalle prestazioni dei due asiatici, per sconfiggere i quali (Tan Liangde va all’argento con 704,88 punti e Li Deliang al bronzo con 665,28) totalizza il punteggio record di 730,80 punti che resterà primato olimpico sino ad Atene 2004.

Sei giorni dopo, nelle qualificazioni dalla piattaforma, Greg si dimostra il migliore con 617,67 punti davanti al cinese di turno, che stavolta ha le sembianze ed il nome del quattordicenne (!!!) Xiong Ni, il quale si dimostra, nella finale del 27 settembre, pienamente in grado di infrangere il sogno della quarta medaglia in due edizioni consecutive dei Giochi per Louganis.

Infatti, prima dell’undicesimo ed ultimo tuffo, il quattordicenne asiatico si trova in vantaggio su Louganis di tre punti ed, eseguendo un “triplo e mezzo ritornato“, ottiene dai giudici un punteggio pari ad 82,56 che sembra porlo al riparo da ogni pericolo, costringendo Louganis ad eseguire “il tuffo della morte” (così definito perché era purtroppo costato la vita al russo Sergey Shalibashvili alle Universiadi di Edmonton 1983), vale a dire il “triplo e mezzo rovesciato“, che comporta il massimo coefficiente di difficoltà.

Greg si affida alla sua straordinaria memoria cinetica che gli consente di ricordare ogni particolare delle sequenze più difficili e di eseguirle in modo perfetto, cosa che avviene anche dalla piattaforma di Seul, ottenendo dai giudici gli 86,70 punti che gli sono sufficienti per superare Xiong Ni per soli 1,14 punti di margine (638,81 a 637,47).

E, mentre il cinese avrà modo di riscattarsi facendo suoi gli ori dal trampolino ad Atlanta 1996 e Sydney 2000, la carriera sportiva di Louganis termina qui ed avrà poi modo di fare “outing” con la pubblicazione, nel 1995, del libro autobiografico “Breaking the Surface“(“Tornando in Superficie“) che diviene un autentico “best seller” e, dal punto di vista sentimentale, trovare la serenità con il matrimonio contratto nell’ottobre 2013 con il compagno Johnny Chaillot, un assistente legale.

E, come direbbe l’immenso Shakespeare … “All’s well that ends well!!!

PAUL ACCOLA E LA COPPA DEL MONDO 1992 STRAPPATA A TOMBA

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Paul Accola con la sfera di cristallo – da alchetron.com

Costretto a cedere il passo a due supercampioni, Zurbriggen e Girardelli, che in materia di Coppa del Mondo la sapevano lunga, mai e poi mai Alberto Tomba avrebbe immaginato di diversi arrendere all’elvetico che non ti aspetti.

Ed invece… corre l’anno 1992, pari ed olimpico, ed ecco che ti spunta a sorpresa quel bel manzo di Paul Accola che lascia il bolognese con il cerino in mano. Sia chiaro, niente da obiettare sul successo finale in classifica del ragazzo che viene da Davos, ma insomma…

Accola non è certo un pivello qualunque quando la stagione va a cominciare. Non ancora 25enne, ha colto già un bronzo a Giochi di Calgary del 1988 in combinata, anticipato dagli austriaci Strolz e Gstrein, piazzamento migliorato ai Mondiali di Vail dell’anno dopo quando solo Girardelli lo batte, sempre in combinata. I due exploit a medaglia evidenziano la polivalenza dello svizzero, abile scivolatore tra i pali stretti, nondimeno altrettanto capace di spingere quando le curve si allargano in gigante e supergigante, così come se si tratta di far velocità in discesa. Baricentro basso, potenza e piedi sensibili sono le su virtù, certo la tecnica non è sopraffina come quella dell’Alberto nazionale, ma dopo otto stagioni in cui Zurbriggen e Girardelli si sono equamente divisi il numero di sfere di cristallo, quattro a testa, è lui oggi l’avversario da battere.

La stagione debutta selle nevi nord-americane, quattro gare in fotocopia se è vero che Tomba vince gigante e slalom battendo Accola a Park City, i ruoli si invertono a Breckenridge dove tocca all’elvetico infrangere i sogni di vittoria del bolognese. La sfida è lanciata, Girardelli è ancora competitivo ma non a sufficienza per inserirsi nel duello a due e le quattro prove italiane del mese di dicembre esaltano Tomba che si impone nello slalom del Sestriere, sbaraglia la concorrenza nel gigante sulla Gran Risa ed è secondo a Madonna di Campiglio sull’amato Canalone Miramonti della 3-Tre, balzando al comando della graduatoria.

In effetti i due rivali hanno alcune convergenze, sia nel modo di sciare che nella struttura fisica. Ma se Alberto limita il suo esercizio alle discipline tecniche, Paul si disimpegna in tutte le specialità e questo, alla resa dei conti, farà la differenza. Gennaio è decisivo per la corsa alla sfera di cristallo, prima dell’appuntamento olimpico di Albertville. Tomba vince ancora negli slalom di Kranjska Gora, Kitzbuhel e Wengen (a fine stagione, sommando anche le due vittorie agli ultimi due appuntamenti di Crans Montana in slalom e gigante, saranno nove i successi parziali), Accola a sua volta fa bottino pieno nelle tre combinate previste dal calendario, Garmisch, Kitzbuhel e Wengen, giungendo secondo in supergigante a Garmisch alle spalle di Patrick Holzer e proprio in slalom a Wengen dietro a Tomba.

La lotta tra i due contendenti è serrata, a cavallo dei Giochi Accola, che dopo Garmisch ha riguadagnato il primo posto in graduatoria, vince in supergigante a Megeve e Morioka (con Tomba che si cimenta in Giappone ma non va oltre un quindicesimo posto), operando l’allungo decisivo in classifica. Tomba nel frattempo si mette al collo l’oro del gigante e l’argento dello slalom olimpico ma ancora una volta deve arrendersi alla continuità del rivale, che approfitta delle gare veloci di Panorama ed Aspen per mettere in cassaforte la Coppa del Mondo, con il suggello di sette vittorie parziali, la coppetta di supergigante, la classifica di combinata e 1699 punti in  graduatoria.

Tomba si ferma a 1362 punti e deve accontentarsi delle coppe di specialità in slalom e gigante; c’è feeling con l’Accola che lo ha battuto e ne ha infranto il sogno di primeggiare nell’albo d’oro della Coppa del Mondo, la foto-ricordo lo vede secondo e rimanda a qualche anno dopo. Quando infine il tabù verrà abbattuto.

IL FLOP DEL BASKET USA A SEUL 1988 E LA NASCITA DEL DREAM TEAM

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Urss-Usa a Seul 1988 – da sport.segodnya.ua

articolo di Giovanni Manenti

Se, come recita un vecchio adagio, “la vendetta è un piatto che si mangia freddo“, sedici anni sono senza alcun dubbio un lasso di tempo più che ragguardevole affinché tale rivincita, in senso sportivo ovviamente, si abbia a compiere.

Già, perché è proprio questo il periodo intercorso affinché le nazionali degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica si potessero nuovamente incontrare sul parquet di una rassegna olimpica dopo la contestata (e mai accettata dagli americani, che rifiutarono le medaglie d’argento tuttora conservate nel caveau della Sede del CIO a Losanna) vittoria dell’Urss per 51-50 del 10 settembre 1972 ai Giochi di Monaco che poneva termine all’imbattibilità a stelle-e-strisce che durava sin dall’ammissione del basket alle Olimpiadi, a far tempo da Berlino 1936 e che resta sinora l’unica sconfitta nel torneo cestistico.

Chiaramente, nel mancato ritrovarsi hanno inciso i due boicottaggi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984, e, nel frattempo, gli Usa ed i suoi giovani universitari hanno ripreso a conquistare l’oro facendo loro i titoli a Montreal 1976 e nell’edizione californiana, nel mentre l’Unione Sovietica non è più riuscita a ripetersi, complice l’apparizione sul panorama cestistico mondiale del classico terzo incomodo costituito dalla fortissima Jugoslavia di Cosic & Co. che, dopo aver impedito l’immediata rivincita all’Olimpiade canadese superando i sovietici per 89-84 salvo poi essere travolti 95-74 dagli americani in finale, si era addirittura presa il lusso di andare a vincere l’oro nell’edizione successiva di Mosca, in cui peraltro l’Urss era stata a sorpresa eliminata dall’Italia di Sandro Gamba.

Non erano comunque mancate lo occasioni in cui le due formazioni si fossero scontrate nei sedici anni citati, vale a dire durante la disputa dei Campionati Mondiali (in calendario ogni quattro anni nelle stagioni pari in mezzo alle Olimpiadi), in cui, al contrario dei Giochi Olimpici, l’Urss era riuscita a farsi rispettare, a cominciare dal successo nell’edizione 1974 a San Juan di Portorico dove aveva avuto la meglio solo per la miglior differenza canestri rispetto a Jugoslavia e Stati Uniti al termine di un girone finale che le aveva viste “scambiarsi” reciprocamente i favori (Jugoslavia-Urss 82-79, Usa-Jugoslavia 91-88 ed Urss-Usa 105-94 nell’ultima gara della serie), cedendo poi quattro anni dopo a Manila ad una superba Jugoslavia trascinata da Dalipagic che, dopo aver sconfitto per 105-92 l’Urss nel girone di semifinale, la supera nuovamente per 82-81 all’over time nella finale, in un’edizione che vede gli Usa concludere in una poco onorevole quinta posizione.

Difficilmente, all’epoca, l’Unione Sovietica falliva due volte di seguito, e l’edizione 1982 di Calì dei Mondiali si dimostra l’occasione giusta per “vendicarsi” degli jugoslavi che nel girone finale vengono sconfitti per 99-94, stessa sorte subita contro gli Usa per 88-81, relegando i campioni olimpici e mondiali in carica al bronzo, mentre Usa ed Urss, dopo che nel girone il successo era arriso agli americani per 99-93, si affrontano nel match decisivo per l’oro che, in una sorta di “riedizione” (ma stavolta senza polemiche) della finale di Monaco 1972, vede i ragazzi guidati dall’intramontabile coach Alexander Gomelski prevalere di un sol punto, 95-94.

Ma oramai l’ora delle “Olimpiadi della riappacificazione” sono alle porte, finalmente a Seul 1988 gli atleti di tutto il mondo (con la sola eccezione di Cuba) potranno nuovamente confrontarsi in tutte le discipline e, per quanto attiene al basket i tempi e, soprattutto, gli uomini sono cambiati.

La questione non riguarda tanto gli Stati Uniti, poiché, schierando formazioni costituite da giocatori provenienti dai college universitari, a fine Giochi gli stessi vengono scelti nel corso del “Draft Nba” divenendo professionisti, ma le altre due super potenze cestistiche hanno mutato il loro volto.

Della Jugoslavia campione mondiale 1978 e olimpica 1980, il carismatico leader Kresimir Cosic ne è ora la guida tecnica, ed ai vari Dalipagic, Delibasic, Kicanovic, Jerkov e Radovanovic si sono sostituiti i non meno talentuosi Drazen Petrovic, Divac, Kukoc, Radja, Paspalj e Vrankovic, mentre nell’Unione Sovietica, conclusa l’epoca di Sergej Belov, Myshkin, Tkacenko, Eremin e Belostenny, si sta facendo largo un gruppo di giovani talenti capitanato da Arvidas Sabonis, cui fanno da degno seguito Volkov, Marciulionis, Kurtinaitis, Chomicius e Tikhonenko.

Quintetti in grado di dar filo da torcere ai giovani “Yankees“, la cui Federazione però, convinta dai successi di Los Angeles 1984 (dove, giova ricordare, erano nel “roster” assi del calibro di Pat Ewing, Chris Mullin ed un certo Michael Jordan) e, soprattutto, dei Campionati Mondiali di Madrid 1986, in cui era bastato un superbo David “The Admiral” Robinson, affiancato da Steve Kerr e Brian Shaw, per avere ragione per 87-85 dell’Urss in finale per quello che era il solo secondo titolo a livello mondiale degli Usa, ritiene che anche all’edizione coreana dei Giochi i prodotti dei college possano essere sufficienti a sconfiggere la pur agguerrita concorrenza.

E, in effetti, la squadra affidata a John Thompson, coach di Georgetown University con cui aveva vinto il titolo NCAA del 1984, è, alla luce delle successive esperienze nella NBA, composta di elementi di valore dove, al solo David Robinson reduce dal successo mondiale di Madrid, vengono affiancati talenti del calibro di Mitch Richmond, Dan Majerle e Danny Manning, i quali devono pertanto testare la crescita del “fenomeno basket” nel vecchio continente.

Gli accoppiamenti dei due gironi eliminatori per il torneo olimpico che ha inizio il 17 settembre 1988, determinano l’inserimento di Urss ed Jugoslavia nel gruppo A, unitamente ad Australia, Portorico, Repubblica Centrafricana ed i padroni di casa della Corea del Sud, mentre, nell’altro raggruppamento, gli Usa devono vedersela con la Spagna (finalista quattro anni prima a Los Angeles), Brasile, Canada, Cina ed Egitto.

E mentre nel girone A la Jugoslavia mette subito in chiaro le sue velleità di successo superando alla prima giornata l’Urss con un netto 92-79 e terminando poi al primo posto davanti ai sovietici, nonostante l’indolore sconfitta all’ultimo turno con la sempre pericolosa mina vagante costituita da Portorico, le convinzioni dei tecnici Usa sulla forza della propria squadra sembrano confermate dal match d’esordio, in cui la Spagna viene letteralmente spazzata via con un eloquente 97-53 da non ammettere repliche, proseguendo poi il proprio percorso senza intoppi che li porta a guidare il girone B davanti agli stessi iberici.

Ai quarti di finale si qualificano le prime quattro di ogni girone, con i consueti incroci di prima c. quarta, seconda c. terza ecc. e, per la Jugoslavia l’avversario di turno è il Canada, superato senza problemi per 95-73, così come non incontrano difficoltà gli Stati Uniti ad asfaltare anche Portorico (loro tradizionale ostico avversario) per 94-57, mentre l’Unione Sovietica – che nel frattempo a richiamato in panchina il “vecchio” Gomelski dopo la sconfitta di due anni prima ai Mondiali – deve faticare non poco per avere ragione 110-105 dei brasiliani, dopo aver chiuso il primo tempo in svantaggio per 53-58.

Con le due semifinali che vedono abbinate la Jugoslavia all’Australia (che, a sorpresa, ha eliminato per 77-74 la favorita Spagna) e l’Urss agli Usa, potrà finalmente andare in scena sul panorama olimpico la replica della finale di Monaco 1972, in programma per il 28 settembre 1988 e che deciderà chi dovrà affrontare in finale gli jugoslavi che dispongono con relativa facilità degli “Aussies” con il punteggio di 91-70.

Ed è qui che il sessantenne colonnello compie il suo capolavoro; ben consapevole che l’unico modo per fermare gli americani è limitarne l’attacco – dato che nei sei incontri sinora disputati hanno viaggiato alla media di 96,5 “points for game” – imposta una gara basata su pressing alto e difesa, in modo da rendere difficile l’andare al tiro per gli avversari, tattica che si rivela vincente e, dopo aver chiuso già il primo tempo in vantaggio di 10 punti sul 47-37, Sabonis & Co. non hanno difficoltà a contenere il disperato tentativo di rimonta finale del Team Usa che, sempre indietro nel punteggio, subisce per 82-76 la sua seconda sconfitta nella storia dei Giochi.

Parziale consolazione il bronzo ottenuto infliggendo all’Australia un pesante 78-49, mentre i ragazzi di Gomelski, sulla spinta del successo ottenuto, vendicano la sconfitta subita dagli slavi nel girone eliminatorio, avendo la meglio con autorità per 76-63 e cogliendo così il secondo oro olimpico nella storia dell’Unione Sovietica, curiosamente in entrambi i casi con una vittoria sugli Usa sul loro cammino.

Rispetto a Monaco 1972 non vi furono polemiche di sorta, sia per la correttezza del verdetto maturato sul parquet che per il fatto che il clima politico da “guerra fredda” all’epoca esistente si era lentamente stemperato, ragion per cui le conseguenze di tale sconfitta furono esclusivamente di carattere sportivo, in quanto il Comitato Olimpico Americano, stufo del fatto che i propri universitari dovessero confrontarsi con i migliori e più esperti cestisti degli altri paesi, moltiplicò le richieste affinché il torneo di basket olimpico fosse aperto anche ai professionisti della NBA, ottenendo il “via libera” dalla FIBA nell’aprile 1989, con ciò determinando la nascita del celebre “Dream Team”, composto dalle migliori stelle del panorama cestistico mondiale, da Magic Johnson a Bird, da Jordan allo stesso Robinson, che prenderà parte ai successivi Giochi di Barcellona 1992.

Ma le Olimpiadi di Seul 1988 vengono ricordate anche per un altro motivo, vale a dire per essere state le ultime con i blocchi sovietico ed jugoslavo uniti, poiché la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la successiva guerra tra le varie etnie slave faranno sì che – dopo che l’ultima occasione di confronto venne costituita dai Mondiali di Argentina 1990, per la cronaca vinti dalla Jugoslavia 92-75 in finale sull’Urss con gli Usa terzi – a Barcellona si presentassero la Croazia e la Lituania (oltre alla ex Urss sotto la dizione “Comunità degli Stati Indipendenti”) che erano coloro che fornivano i giocatori di maggior talento alle citate precedenti formazioni.

Un’altra epoca, sia dal punto di vista politico che sportivo, si apre e nulla sarà più come prima

BRNO 1996, LA PRIMA VOLTA MONDIALE DI VALENTINO ROSSI

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Valentino Rossi sul podio di Brno – da motogp.com

Oggi che la clessidra scandisce inesorabilmente l’incedere del tempo e che l’ometto riflessivo e metodico ha da un pezzo preso il posto del ragazzo esuberante e fuori dalle righe, Valentino Rossi non può certo aver rimosso dai ricordi di una carriera monumentale quel che accadde esattamente 20 anni addietro.

18 agosto 1996, pare ieri ma in effetti è un’era giurassica fa. Rossi si è appena affacciato, 17enne nato ad Urbino il 16 febbraio 1979, cresciuto poi a Tavulla, nel massimo circuito motoristico a due ruote. Il Mondiale lo ha accolto come una sorta di predestinato in virtù del successo al campionato italiano e il terzo posto nella rassegna europea in classe 125.

Rossi guida l’Aprilia RS125 del team privato di Giampiero Sacchi, è croce (neppure troppa) e delizia (a piene mani) del tecnici che vedono in lui un concentrato di smisurato talento e totale dedizione al mestiere che non possono che dischiudere le porte ad un futuro radioso. Sarà così. Nel frattempo, proprio la stagione 1996 lo ha visto debuttare con esiti promettenti, già sesto in Malesia all’esordio il 31 marzo, due volte quarto in Spagna e al Mugello, infine il 4 agosto il primo podio in Austria, terzo sul tracciato A1-Ring alle spalle dei due piloti Honda, l’azzurro Ivan Goi e il tedesco Dirk Raudies.

Che il fine settimana in Repubblica Ceca, a Brno, possa essere il momento del primo trionfo iridato se ne ha segnale già dalle prove ufficiali del sabato. Valentino aggredisce le curve di un circuito a lui congeniale, osa come suo solito ben oltre il consentito, la sua Aprilia ne asseconda l’ardimento ed infine il cronometro lo premia con la prima pole-position della carriera. Ne seguirà una lunga serie. La domenica, proprio il 18 agosto 1996, Rossi si trova a battagliare con Jorge Martinez, esperto motociclista iberico, 34 primavere, ovvero il doppio del pesarese, già con quattro titoli in bacheca (3 in classe 80 e 1 in classe 125).

Sorpassi e controsorpassi azzardati, accelerate improvvise, staccate al limite… insomma, tutto il repertorio che un buon pilota deve avere. E Rossi e Martinez non ne difettano, anzi, si sfidano a duello tra le colline di Brno, una lotta all’ultima sgassata ed è Valentino ad infilare il rivale all’ultimo giro per andare a tagliare il traguardo in prima posizione per il soffio di 2 decimi. E’ nientepopodimeno che il primo successo di una collezione che oggi, a distanza di due decenni, ne somma altre 113!!!

Valentino Rossi, numero 46, in omaggio al padre Graziano, che assiema alla classe infinita sarà una costante in carriera, dopo l’arrivo tiene fede alla fama di campione “senza freni” rischiando, in preda all’euforia, di sbattere contro il muretto dove sono raccolti i tecnici Aprilia. Il tricolore sventola sul podio di Brno ed è la prima gioia di una motociclista-bambino oggi diventato fenomeno. Lo chiamano “dottore“, sarà mica un caso?

Ah, dimenticavo: quel giorno sul terzo gradino del podio, dietro a Rossi e Martinez, sale il giapponese Tomomi Manako, su Honda. Chi era costui?

IL CAPORALE E IL COLONNELLO: SMITH-NASTASE, FINALE A WIMBLEDON 1972

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Stan Smith in azione – da bnrd.es

Era l’epoca lontana dell’Est e dell’Ovest, della contrapposizione dei due blocchi, il Muro di Berlino era ben lungi dall’esser crollato e il professionismo sportivo, per sciocche ragioni ideologiche, bandito al di là della cortina di ferro. Ilie Nastase, campione rumeno, era pertanto un amatore della racchetta ed aveva un mestiere: era un militare. Di più, per i servizi resi al suo paese, il presidente Ceausescu l’aveva addirittura nominato colonnello! Ragionevolmente si può dubitare che il “colonnello” Nastase abbia mai esercitato quel grado di prestigio, nondimeno poteva uscire dai confini di Stato, girare il mondo del tennis e rappresentare la Romania in Coppa Davis.

Il caso vuole che proprio negli anni 1971 e 1972 l’americano Stan Smith fosse a sua volta chiamato alle armi. Di stanza a Washington, usufruiva di permessi che gli consentivano di praticare l’attività di tennista di livello ed è con il grado di caporale che a sua volta é autorizzato a disimpegnarsi in Coppa Davis e presentarsi all’appuntamento con il torneo di Wimbledon nel giugno del 1972. In assenza dei professionisti sotto contratto con il WCT, tra questi il campione uscente John Newcombe, così come Laver, Rosewall e Arthur Ashe, a cui dal primo gennaio è fatto divieto di partecipare alle competizioni ufficiali, sono pertanto due uomini dell’esercito ad occupare la scena per l’anno in corso: chi mai l’avrebbe detto tre anni prima, quando si era aperta l’era Open del tennis?

A Wimbledon è in un tabellone zoppo che Smith e Nastase, prime due teste di serie, andranno a disimpegnarsi, con l’intento di ritrovarsi il 9 luglio, giorno della finale. Gli altri pretendenti al titolo, ad onor del vero, hanno poche chances di cogliere il trofeo dell’All England Lawn Tennis and Croquel Club: due specialisti della terra battuta (Orantes numero 3 e Kodes numero 5), qualche vecchio marpione (Gimeno numero 4, Barthes numero 6 e Hewitt numero 7) e per la prima volta un sovietico (Alex Metreveli, numero 8).

Il torneo non riserva grosse sorprese, e solo la pioggia, che da queste parti non manca mai, turba lo svolgimento della rassegna innaffiando i prati in abbondanza. Tanto che per la prima volta la sfida decisiva slitta alla domenica, interrompendo una tradizione quasi centenaria. Ai primi turni si mette in evidenza un altro americano, giovane e di sicuro avvenire, tale Jimmy Connors, 19 anni, che al debutto elimina proprio Hewitt, 6-3 9-7 7-5, per poi fare altrettanto ai sedicesimi con un altro giovanotto di belle speranze, Adriano Panatta, battuto 6-3 0-6 6-4 8-6. Con il gioco d’attacco da fondocampo, il rovescio bimane, la capacità in risposta e un temperamento da guerriero indomito, Connors si spinge addirittura fino ai quarti, con lo scalpo anche di Jauffret agli ottavi, 6-2 6-3 6-3, per arrendersi poi proprio a Nastase ai quarti, nettamente, 6-4 6-4 6-1. Un incrocio tra i due comunque produttivo, se è vero che l’anno dopo faranno coppia nel torneo di doppio. Vincendo.

Nel frattempo Smith rispetta il suo status di numero 1 del seeding, battendo d’entrata il tedesco Plotz e il rodesiano Irvine, lasciando un set a Sandy Mayer uscito dalle qualificazioni e all’australiano Fletcher, regolando Kodes e Metreveli (che curiosamente dodici mesi dopo si troveranno di fronte in finale in un’edizione del torneo ancor più penalizzata dalle assenze) per addivenire al match decisivo con Nastase, che dopo Connors demolisce ancora in tre set Orantes in semifinale, 6-3 6-4 6-4, presentandosi puntuale all’appuntamento del 9 luglio sul Centre Court più famoso del mondo.

Il caporale Smith e il colonnello Nastase infine si danno battaglia, fortuna vuole che sia un combattimento pacifico, a dispetto dei blocchi ideologici che rappresentano. Si conoscono bene, per essersi più volte affrontati, e in prospettiva della finale di Coppa Davis che andrà in scena di lì a qualche mese a Bucarest, il duello di Wimbledon non solo regalerà l’immortalità, ma sarà pure un eccellente biglietto da visita e motore psicologico per l’incontro a squadre.

Fin da subito il match è meravigliosamente bello ed incerto. Nastase mette in bacheca il primo set, 6-4, deliziando la folla, nondimeno comincia a dar qualche segnale di nervosismo. Cambia più volte racchetta, infine torna alla prima utilizzata per poi, platealmente, camminarne sulle corde come se queste fossero troppo tese. Smith, baffuto e dal gioco elegante e redditizio a rete, ne approfitta per ribaltare la situazione con un duplice 6-3, portandosi in vantaggio due set a uno. Il rumeno non si arrende, ancora 6-4 al quarto set e così la sfida verrà risolta al parziale decisivo. Ancor più eccitante. I due avversari rimangono incollati l’uno all’altro fino al 4-4: è il momento di forzare il destino e i due campioni lo sanno. Smith serve ma due risposte di Nastase lo fulminano, 0-30. Ancora un passante e potrebbero essere tre palle-break per il rumeno, che tanto somiglierebbero all’occasione per chiudere il match. “A quel momento ho pregato“, racconterà l’americano in conferenza stampa. Perché Smith, fervente credente, trova nella religione l’ancora di salvataggio per uscire da una situazione sportivamente drammatica. Serve e segue a rete, Nastase risponde e sembra poter passare il rivale che si distende, tocca la palla con la punta della racchetta e deposita di là dal net il 15-30 anziché lo 0-40. E’ l’attimo in cui la partita cambia padrone. Nastase accusa il colpo, Smith tiene infine il servizio e sul 5-4 ha pure due match-ball. Tocca a Ilie uscire dal baratro, ci riesce impattando a 5-5 ma poco dopo, sul 6-5 Smith, perde il controllo del suo turno di battuta mettendo in rete un facile smash che consegna il titolo all’americano.

Smith salta la rete ebbro di felicità e corre ad abbracciare Nastase, testa tra le mani costernato e che avrà modo di dire “ci sono andato così vicino…“. Bene, caporale Smith, complimenti, sei tu il campione di Wimbledon: hai battuto il colonnello ma è stata una giornata di festa, perché lo sport è gioia e non guerra. Quella, i due militari con la racchetta, la ripudiano, sempre.

MATT BIONDI E IL TENTATIVO FALLITO DI EMULARE SPITZ A SEUL 1988

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Matt Biondi trionfante – da swimmingworldmagazine.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nella storia olimpica, un atleta – di qualsivoglia disciplina – compie un’impresastorica“, lascia ai posteri un’eredità fatta di uno stimolo a cercare di emulare, uguagliando, se non addirittura migliorando, tale exploit.

Così è stato in atletica per i quattro ori conquistati da Jesse Owens a Berlino 1936, impresa poi pareggiata a 48 anni di distanza da un altro atleta americano, Carl Lewis, che a Los Angeles 1984 si aggiudica le stesse identiche medaglie che il suo illustre predecessore si era messo al collo nell’edizione tedesca, mentre più difficile, almeno in apparenza, appare il compito di qualsiasi nuotatore che intenda emulare il record stabilito da Mark Spitz a Monaco 1972, con 7 medaglie d’oro ed altrettanti primati mondiali.

E’ altresì indubbio che un tale tentativo possa essere ricercato esclusivamente da un nuotatore americano, in quanto solo facendo parte del “Team Usa” si può avere la quasi certezza del successo nelle tre staffette (4×100 e 4×200 stile libero e 4×100 mista) previste dal programma olimpico e che sono la base per poter sperare di ottenere detto risultato e, a soli 16 anni di distanza dall’impresa di Spitz, ecco che a cimentarsi in una simile prova si presenta, alle Olimpiadi coreane di Seul 1988, Matt Biondi, “colosso” ventitreenne di oltre 2metri per 95kg.

Messosi in luce ai Trials Olimpici di Los Angeles 1984, dove conquista un posto nella staffetta 4×100 stile libero che poi andrà all’oro con annesso record mondiale, Biondi si pone all’attenzione della critica l’anno seguente, allorquando il 6 agosto, nel corso dei campionati nazionali Usa, stabilisce per due volte il primato mondiale sui 100 stile libero, con i tempi di 49″24 e 48″95, primo uomo ad infrangere la “barriera dei 49″ netti” sulla distanza.

Con questo biglietto da visita, il gigante californiano si presenta dieci giorni a Tokyo per la prima edizione dei “Pan Pacific Games“, in cui è iscritto a quattro gare individuali (50, 100 e 200 stile libero e 100 farfalla) che lo vedono primeggiare in 22″73 e 49″17 sulle due distanze veloci a stile libero, ottenere il secondo posto dietro al connazionale Heath sui 200 stile libero ed andare al bronzo sui 100 farfalla, preceduto da due specialisti quali il connazionale Pablo Morales (argento l’anno prima sulla distanza alle Olimpiadi di Los Angeles) e l’australiano Jon Sieben, viceversa oro ai Giochi californiani sulla doppia distanza.

Con ogni probabilità, l’aver poi contribuito al successo nelle tre staffette – con un conseguente bottino complessivo di 5 ori, un argento ed un bronzo – rafforza in Biondi la convinzione di poter tentare di emulare l’impresa di Spitz a Monaco 1972, dove il “baffuto” fenomeno ottenne i propri successi individuali sui 100 e 200 metri (all’epoca i 50 stile libero non si disputavano) sia nel crawl che a farfalla.

Dotato di una esplosività non comune, Biondi si indirizza viceversa sulle distanze più brevi e, messi nel conto i 50 ed i 100 a stile libero ed i 100 farfalla, deve scegliere se puntare sui 200 stile libero oppure a farfalla, scegliendo la prima opzione poiché, in effetti, trattasi di una specialità meno dispendiosa rispetto all’ipotesi alternativa.

E, per saggiare le possibilità di un tale exploit, sede migliore non possono essere che i Campionati Mondiali, la cui quinta edizione è in programma a Madrid dal 13 al 23 agosto 1986 ed ai quali Biondi si presenta forte del fatto di aver tolto, ai Trials di Orlando di fine giugno, il primato mondiale sui 50 stile libero al connazionale Tom Jager nuotando in 22″33, nonché di aver migliorato il proprio limite sui 100, portandolo a 48″74.

La rassegna mondiale è però di ben altro spessore quanto a concorrenza rispetto ai “Pan Pacific Games” (ai quali, comunque, partecipano paesi di elevata cultura natatoria quali Australia, Canada e Giappone) e Biondi ne fa le spese, aggiudicandosi da par suo i soli 100 metri stile libero con il crono di 48″94, dovendo arrendersi sui 50 al citato connazionale Tom Jager che si prende la rivincita per aver perso il record mondiale, superato anche dallo svizzero Dano Halsall e, sui 100 farfalla, ancora una volta a Morales, mentre sui 200 stile libero deve accontentarsi del bronzo in una gara vinta dal fuoriclasse tedesco Michael Gross, vittorioso anche sui 200 farfalla e, cosa più preoccupante per Biondi, capace di superare gli Usa nella staffetta 4×200 stile, la cui vittoria va all’altra formazione tedesca, quella occidentale.

L’esito di Madrid, con sette medaglie sì, ma solo 3 d’oro, due d’argento ed altrettante di bronzo, non scalfisce comunque più di tanto l’ottimismo di Biondi che inizia a “scaldare i motori” in vista dell’appuntamento olimpico di Seul, pur se ai “Pan Pacific Games” di Brisbane 1987 deve incassare una cocente sconfitta sui 50 stile libero da Jager che, con 22″32, si riprende per 1/100 il record mondiale, così come Morales si conferma imbattibile sui 100 farfalla, il cui ordine d’arrivo con l’australiano Sieben secondo e Biondi terzo, ricalca quello di due anni prima a Tokyo.

Come avrete capito, Michael Gross a parte, i più temibili rivali per impedirgli di centrare il proprio ambizioso proposito, Biondi li ha in casa, fra i propri connazionali, ed una prima verifica si ha agli Olympic Trials, previsti ad Austin ad inizio agosto 1988.

Le risultanze danno esiti contrastanti per Biondi in quanto, pur vincendo i 100 metri stile libero portando il proprio limite mondiale ad un fantastico 48″42, sui 50 viene nuovamente battuto da Jager – che a marzo aveva limato il proprio limite a 22″23 – capace di nuotare la distanza in 22″25 rispetto ai 22″50 di Biondi, il quale viene preceduto di misura (1’48″35 ad 1’48″37) anche sui 200 da Troy Dalbey.

L’unica buona notizia, se così si può definire, proviene dai 100 farfalla dove, a sorpresa, il primatista mondiale Pablo Morales manca la qualificazione, giungendo terzo nella gara vinta da Biondi in un comunque convincente crono di 53″09, circostanza che consente al “nostro” di staccare comunque il “pass” per le previste quattro gare individuali ai Giochi coreani di metà settembre.

Con la previsione di far sue le tre staffette e l’eliminazione di Morales, Biondi appare l’uomo da battere sui 100 stile libero e farfalla, dovendo poi combattere sino all’ultima bracciata sui 50 ed i 200 stile libero contro Tom Jager e Michael Gross, detentori dei rispettivi record mondiali sulle distanze.

Per Spitz, l’ansia di vedere emulata la propria impresa si concentra sulla prima prova stabilita dal programma natatorio, vale a dire i 200 stile libero, la cui finale è in programma il 19 settembre dopo che in qualificazione il miglior crono è stato fatto registrare dal polacco Artur Wojdat, altro pretendente all’oro al pari di Gross, il quale ha preceduto proprio Biondi nella settima batteria, mentre Gross si è aggiudicato l’ottava davanti ad un semisconosciuto australiano, tal Duncan Armstrong, presente ai Giochi con il 46.mo tempo del ranking mondiale che, comunque, nuotando in 1’48″66, abbassa di 1″30 il proprio “personale“.

All’atto conclusivo, Biondi conferma le sue doti di velocista, passando ai 100 ed ai 150 metri sotto il limite mondiale di Gross, salvo poi spegnersi progressivamente nella vasca conclusiva, venendo rimontato proprio da Armstrong che realizza una delle più grandi sorprese dei Giochi andando a vincere strappando a Gross – non meglio che quinto dietro anche a Wojdat – il record mondiale in 1’47″25 mentre Biondi viene superato all’ultima bracciata anche dall’eterno piazzato, lo svedese Holmertz, dovendosi accontentare del bronzo.

L’aver oramai fallito l’obiettivo prefissatosi di emulare il suo grande predecessore, può comunque avere su Biondi il vantaggio di eliminare la pressione generata da un simile tentativo, e modo migliore per superare la delusione gli si presenta due giorni dopo quando si piazza sui blocchi di partenza della finale dei 100 farfalla da netto favorito, ma anche stavolta, nonostante copra la distanza in 53″01, suo miglior tempo in carriera, deve arrendersi ad un altro “underdog“, il rappresentante del Suriname Anthony Nesty, che lo beffa per un solo centesimo, portando al suo paese il primo e sinora unico oro della storia dei Giochi.

E, nonostante in chiusura di giornata Biondi possa finalmente festeggiare un oro con la vittoria ed annesso record mondiale nella staffetta 4×200 stile libero, da lui portata al trionfo con un’ultima frazione da 1’46″44 in cui scarica tutta la rabbia sin lì accumulata, rimontando e rifilando 2″ di distacco a Steffen Zesner, ultimo frazionista della Germania Est, che aveva cambiato per primo ai 600 metri, sono in molti a ritenere che le due batoste subite possano avere pesanti ripercussioni sulle restanti prove che Biondi dovrà affrontare sui 100 e, soprattutto, sui 50 stile libero.

Ma non si è campioni per caso, e Biondi riesce a trarre dalle delusioni patite la forza per emergere e, dapprima conferma la sua netta superiorità sui 100 stile libero, vinti d’autorità il 22 agosto in un 48″63 inarrivabile per il resto della concorrenza e poi, dopo aver contribuito il giorno dopo con una stratosferica ultima frazione in 47″81, al successo ed ovvio primato mondiale nella staffetta 4×100 stile libero, debellando le velleità di successo della squadra sovietica, i riflettori dei “media americani” (sempre grandiosi nel creare dualismi e sfide) sono puntati sul “duello spaziale” tra Matt e Tom (Jager) sulla più breve distanza dei 50 stile libero, le cui batterie e relativa finale sono previste al mattino ed al pomeriggio del 24 agosto.

Al mattino, il primo a svelare le carte tra gli uomini-jet è lo svizzero Dano Halsall, che si aggiudica la settima batteria in 22″61, crono immediatamente abbattuto da Biondi nella serie successiva con un eccellente 22″39 mentre Jager si nasconde nella nona ed ultima batteria, giungendo secondo in 22″61 dietro al sovietico Gennadi Prigoda, primo in 22″57.

Appare subito chiaro che da questo quartetto usciranno le medaglie al pomeriggio e, nella gara in cui è proibito sbagliare e financo respirare, la finale regala al pubblico dell’Olympic Park una sfolgorante edizione di Matt Biondi in “versione Superman“, che stacca sin dalle prime bracciate il resto del lotto, andando a toccare nel nuovo record mondiale di 22″14, 9/100 meglio di quanto fatto cinque mesi prima da Jager, il quale, dal canto suo, ottiene l’argento in 22″36 davanti a Prigoda e ad Halsall.

Oramai liberato da ogni tipo di pressione, Biondi viene schierato nella frazione a farfalla della staffetta 4×100 mista che il 25 agosto conclude la rassegna natatoria e, con il “crono lanciato” di 52″38, fornisce il proprio importante contributo al successo del “Team Usa” che, in 3’36″93, migliora, manco a dirlo, il suo stesso limite mondiale, consegnando a Biondi la sua quinta medaglia d’oro olimpica.

Non avrà emulato Spitz, ma tornarsene negli “States” con 7 medaglie – di cui 5 d’oro, una d’argento ed una di bronzo – e 4 nuovi limiti mondiali (uno individuale e tre in staffetta), rappresenta per Biondi il secondo miglior risultato di sempre a livello maschile alle Olimpiadi dopo l’exploit di Monaco 1972, almeno sino a quando, sul panorama natatorio mondiale non spunterà l’ombra di un certo Michael Phelps, a XXI secolo già inoltrato…

IL MONDIALE 1978 E LA BEFFA DI KNETEMANN

CM1978
La volata tra Moser e Knetemann – da surlaligne.free.fr

Già teatro delle sfide iridate del 1927 (quando Binda anticipò Girardengo e Piemontesi per un podio tutto tricolore) e del 1966 (vittoria di Altig davanti ad Anquetil e Poulidor), il circuito automobilistico del Nurburgring, ad Adenau, che qualche anno prima mise seriamente in pericolo la vita di Niki Lauda, accoglie nel 1978 i forzati del pedale per l’appuntamento che assegna la maglia arcobaleno.

Alfredo Martini è il regista in ammiraglia di una Nazionale azzurra che si presenta in Germania nei panni della favorita. Già, perché l’Italia può schierare Francesco Moser, campione del mondo in carica in virtù del successo conseguito dodici mesi prima in Venezuela, a San Cristobal, battendo in una volata a due il tedesco Dietrich Thurau. E il trentino non fa mistero di puntare a concedere il bis, il tracciato è impegnativo ma non proibitivo, vallonato e veloce quanto basta per mettere in risalto le doti di fuoriclasse del corridore di Palù di Giovo, fresco di primo successo alla Parigi-Roubaix, terzo al Giro alle spalle del belga De Muynck e di Baronchelli e trionfatore di due premondiali di prestigio, il Trofeo Matteotti e la Tre Valli Varesine, entrambe conquistate superando Giovanni Battaglin, pure lui selezionato per la corsa mondiale.

Appunto, Martini ha scelto undici campioni che avranno il compito di sostenere il sogno del bis iridato di Moser. C’è il nuovo gioiello del ciclismo italiano, quel Giuseppe Saronni che farà parlar di sè non solo in Germania ma anche nel corso di una sontuosa carriera; ci sono proprio Battaglin e Baronchelli, valide alternative dei due capitani designati, che al pari di Panizza, Beccia e Bortolotto hanno attitudine allo sforzo sulle rampe; Gavazzi è la ruota veloce, che al campionato italiano gli ha permesso di fulminare gli stessi Moser e Saronni; Visentini è l’altro giovane puledro di razza; Lualdi, Fabbri, Riccomi e Crepaldi faranno fatica per i capitani e porteranno le borracce. Di riserva, Gimondi e Bitossi, supercampioni al capolinea di una storia agonistica da incorniciare.

Nondimeno la concorrenza è autorevole. A cominciare dagli olandesi Zoetemelk, Raas e Knetemann, che hanno dimestichezza con le corse in linea e formano una corazzata che può attendere la volata, così come attaccare dalla distanza, oppure selezionare la corsa; il belga Freddy Maertens, che battè proprio Moser due anni prima ad Ostuni, seppur non in smaglianti condizioni di forma; l’altro fiammingo De Vlaeminck, a cui manca solo l’iride per impreziosire una carriera già monumentale; il tedesco Thurau che gioca in casa; soprattutto Bernard Hinault, astro nascente del ciclismo mondiale, non solo capitano di una Francia che attende di cogliere la medaglia più preziosa dal giorno in cui Jean Stablinski, a Salò, sorprese tutti, correva l’anno 1962.

27 agosto 1978, dunque, edizione numero 45 del campionato del mondo su strada professionisti che vide la luce nel 1927, proprio al Nurburgring. La giornata è grigia, il cielo promette pioggia e nell’oscurità si comincia così come, 7 ore e 32 minuti, si finirà al termine di 273,7 chilometri di speranze e fatica. C’è da scalare la rampa del Carousel, che dovrebbe far selezione ma che in realtà, complici le avverse condizioni meteo, lascia le cose così come stanno, con i favoriti che si marcano stretti e la Nazionali di riferimento più attente a non fare la mossa sbagliata piuttosto che a disegnare una strategia d’attacco.

Ci pensa allora il talento individuale a provare a far esplodere la corsa. Dopo che Maertens è stato costretto al ritiro da una caduta, proprio Saronni tenta l’azzardo da lontano, scatenando la reazione di Hinault che gli salta sulla ruota portandosi appresso Knetemann e il danese Marcussen, che rimangono passivi a veder quel che accade. Accade che “Beppe” spinge e provocherà la rabbia di Moser, Hinault gli dà una mano ma il vantaggio sul gruppo non va mai oltre il minuto e col passare dei chilometri la fuga si spenge.

Thurau cede al penultimo dei 12 giri programmati, e con lui naufragano le chances dei tedeschi di vincere in casa, all’ultimo giro Raas allunga a sette chilometri dal traguardo e Moser, visto che il momento è decisivo, risponde da par suo ancora con Knetemann e Marcussen, sempre presenti ma altrettanto poco collaborativi, pronti ad agganciarsi. Moser forza i tempi sull’ultima ascesa del Carousel e rimane solo con Knetemann, a cui si appannano gli occhiali per le gocce di pioggia ma a cui rimane ancora qualche residuo d’energia nei polpacci.

Qui si consuma il dramma dell’uno, Moser, e l ‘apoteosi dell’altro, Knetemann. L’italiano è più veloce, ha più benzina in corpo e più forza nelle gambe, tira come un forsennato sentendo sempre più vicino il momento della doppietta mondiale. L’olandese sbuffa e soffre per rimanere incollato alla ruota del campione trentino, pare dover cedere da un momento all’altro, fors’anche chiede al compagno di fuga di scortarlo fino al traguardo per poter poi comparire nella foto d’arrivo… ma ha in serbo il colpaccio.

Ai trecento metri l’olandese è davanti e l’azzurro, al centro della strada, avvia la volata ma la contropendenza d’arrivo gli è fatale, Knetemann lo affianca e proprio sulla linea, per la miseria di due centimetri, incenerisce i suoi sogni di confermarsi sul tetto del mondo.

Gerrie Knetemann veste i colori dell’arcobaleno e a Francesco Moser, che mai avrebbe immaginato cotanta beffa, non rimane che l’amaro in bocca di ciò che doveva essere e non è stato. Accidenti a te, Nurburgring 1978.

DORINA VACCARONI, LA RAGAZZA TERRIBILE DEL FIORETTO ITALIANO

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Dorina Vaccaroni – da melochiede.it

Le idee sono sempre state chiare, fin troppo: “La scherma è come la boxe: l’avversario è un nemico da uccidere” (ipse dixit). Non è stata mica una delle tante, Dorina Vaccaroni. E non solo per il vasto curriculum sportivo, non esclusivamente nel suo fioretto: i tre metalli vinti alle Olimpiadi, in quattro edizioni dei Giochi; i cinque ori mondiali; la seconda carriera nel ciclismo che prosegue tuttora, oltre i cinquanta d’età e di là dall’Oceano. Ma anche per tutto il resto dentro e fuori la pedana.

Un personaggio controverso, la veneziana. Tanto amata dal pubblico quanto sopportata a malapena dall’establishment delle lame. Eppure prima del Dream Team e della Vezzali, negli anni ’80 la scherma italiana in rosa fu lei.

La lunga treccia, le unghie colorate, i capelli biondi, l’aria sbarazzina, le tante copertine a lei dedicate, il matrimonio (breve) con un calciatore (l’ex-viola Andrea Manzo). “La ragazza terribile della scherma italiana, quella bella, viziata, capricciosa” secondo le parole di Emanuela Audisio, alla quale in un’intervista confessò: “Ho sofferto per l’invidia delle altre. Ero una ragazzina, avevo 17 anni, un aspetto molto femminile, gli anelli, la treccia, gli orecchini, gli orsacchiotti di peluche dentro la sacca dei fioretti. Sorridevo sempre. E tutti a dire: se la tira, è una diva, è arrogante, è viziata. Mi odiavano, provavano un gusto enorme a battermi, erano gelose e me la facevano pagare“.

Classe ’63, allieva a Mestre del mitico Livio Di Rosa, Dorina comincia a raccogliere allori già negli anni giovanili, prima di esordire ancora non diciassettenne alle Olimpiadi di Mosca del 1980, con un incoraggiante sesto posto individuale e il quinto a squadre. L’81-’82 è il biennio della sua esplosione: Coppa del Mondo, titolo europeo e mondiale a squadre. Nell’83 è campionessa del mondo individuale e a squadre e piazza il tris consecutivo in Coppa del Mondo.

L’appuntamento con la storia è a Los Angeles 1984: per lei arriva però solo il bronzo individuale, frenata da problemi fisici. Ma si tratta comunque dell’inizio di una escalation a cinque cerchi. A Seul sarà argento a squadre, dopo una finale con la Germania con non poche polemiche sull’arbitraggio (il presidente di giuria si toglie la giacca e abbandona gli assalti per protesta). A Barcellona oro a squadre, con Francesca Bortolozzi, Margherita Zalaffi, Giovanna Trillini e Diana Bianchedi.

L’anno dopo, nel 1993, lascia l’attività agonistica, a nemmeno trent’anni, prima di tornare in pedana nel ’98 per vincere i titoli italiani di Terza e Quarta Categoria. Nel 2000, già madre di due figlie, si dà al ciclismo e in particolare alla gran fondo, vincendo il titolo italiano master, arrivando seconda al mondiale e passando nel 2005 pure al professionismo per una stagione. Vegetariana della prima ora, vive ora a Los Angeles, si dedica all’ultracycling e nel mezzo ha provato, in questo raro caso senza successo, a fare un salto nel mondo della politica.