FRANCIA-BRASILE 1998, LA TESTA DI ZIDANE VALE UNA CORONA IRIDATA

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La prima rete di Zidane – da gettyimages.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Solo una squadra in campo allo Stade de France, nella finale del Mondiale 1998: è la Francia padrona di casa. I Bleus, trascinati da una doppietta di testa del loro asso Zidane, si laureano campioni del mondo per la prima volta nella storia, battendo nettamente il Brasile per 3-0. La squadra verdeoro, detentrice del titolo iridato conquistato quattro anni prima nella finale di Pasadena con l’Italia, vive una giornata da incubo e arriva all’incontro con il morale a terra: Ronaldo, infatti, si sente misteriosamente male alla vigilia. Non è assolutamente in condizione di giocare, ma la stella designata della squadra e della competizione iridata non può mancare nel giorno più importante. Ovviamente, in campo scende la sua controfigura: un paio di tiri, zero accelerazioni e uno sguardo perso nel vuoto. Chissà, se lui fosse stato a posto, come sarebbe finita la partita…

Francia: Barthez – Thuram, Desailly, Lebouef, Lizarazu – Petit, Deschamps – Karembeu (st 12′ Boghossian), Zidane, Djorkaeff (st 30′ Vieira) – Guivarc’h (st 21′ Dugarry). All: Jacquet.
Brasile: Taffarel – Cafu, Aldair, Junior Baiano, Roberto Carlos – Cesar Sampaio (st 29′ Edmundo), Dunga, Leonardo (st 1′ Denilson) – Rivaldo – Bebeto, Ronaldo. All: Zagallo. Arbitro: Belqola (Marocco)

Primo tempo
4′ percussione di Zidane, che scambia con Djorkaeff e poi serve in area Guivarc’h. L’attaccante francese incespica però al momento del tiro e l’azione sfuma.
7′ fallo di Cafu su Lizarazu. Punizione di Zidane in area, Djorkaeff colpisce con una spalla, palla altissima. Francia più determinata in questo avvio.
21′ Rivaldo allarga per Roberto Carlos, tiro-cross insidioso, palla sulla parte alta della rete.
23′ corner di Leonardo da destra, colpo di testa di Cesar Sampaio, para Taffarel. Il Brasile sembra più reattivo adesso.
27′ GOL FRANCIA Corner di Petit da destra, stacco aereo di Zidane, che incorna a colpo sicuro, non dando scampo a Taffarel.
31′ lungo lancio per Ronaldo, che scatta verso la porta, ma viene fermato da Barthez.
35′ Djorkaeff salta Dunga in velocità e calcia dal limite, facile parata di Taffarel.
41′ una splendida azione corale della Francia porta alla conclusione da lontano di Karembeu, palla rimpallata, se ne impossessa in area Petit. Il centrocampista francese prende la mira, ma il suo tiro finisce a lato di un soffio. Bleu vicinissimi al raddoppio.
45′ lancio dalle retrovie di Thuram, Junior Baiano si fa scavalcare dal pallone, che giunge a Guivarc’h, solo davanti a Taffarel. Il centravanti francese però non riesce ad angolare il tiro e il portiere brasiliano riesce a deviare in corner.
46′ GOL FRANCIA Calcio d’angolo da sinistra di Djorkaeff, altro colpo di testa di Zidane, palla nell’angolino, imparabile.
48′ punizione di Roberto Carlos da lontano, deviata da Deschamps, palla fuori. Il Brasile prova a scuotersi, ma con poca convinzione.

Secondo tempo
11′ punizione per il Brasile quasi al limite. Rivaldo batte per Roberto Carlos, cross, la difesa francese stavolta non è irreprensibile, pallone a Ronaldo, che stoppa con la testa e calcia dal vertice dell’area piccola, ma la sua conclusione è abbastanza centrale e Barthez respinge rimanendo fermo.
15′ rimessa laterale di Roberto Carlos in area, uscita a vuoto di Barthez, Bebeto si coordina e prova a calciare, ma Desailly riesce a spazzare in angolo. Il Brasile prova a scuotersi.
18′ lancio dalla difesa di Leboeuf, errore clamoroso di Cafu di testa, Guivarc’h è ancora una volta solo davanti a Taffarel, ma calcia incredibilmente a lato.
23′ Francia in dieci. Espulso Desailly per doppia ammonizione a causa di un fallo evitabile a gamba tesa su Cafu.
37′ lancio di Zidane per Dugarry, che si invola tutto solo verso la porta brasiliana. Diagonale in corsa, palla a lato. La Francia manca il colpo del ko.
46′ Roberto Carlos serve Edmundo, da questi in area a Denilson, tiro di prima intenzione, traversa piena. I brasiliani provano almeno a salvare l’onore delle armi.
48′ GOL FRANCIA Contropiede dei Bleu, avviato da Dugarry, rifinito da Vieira e concluso da Petit con un diagonale a bruciapelo in corsa. Palla nel sacco e apoteosi per la Francia.

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La Francia campione del mondo – da eurosport.com

LE PAGELLE DELLA FRANCIA
IL MIGLIORE ZIDANE 8: logico e ovvio dare a lui la palma del migliore. Timbra le due reti decisive nel primo tempo, nel secondo manda in porta Dugarry con un lancio vellutato. Il paradosso è che rispetto ad altre volte, appare meno presente nel gioco e meno capace di spostare gli equilibri in mezzo al campo. Si limita, insomma, a fare quello che serve: ma lo fa benissimo e diventa “Napoleone” nel giorno più atteso e importante.
Deschamps 7: intelligenza tattica, senso della posizione, come al solito fa girare la squadra come un orologio. Mediano con i fiocchi.
Leboeuf 7: gioca al posto dello squalificato Blanc e non lo fa rimpiangere. Calma olimpionica,
padronanza dei propri mezzi, non fa passare nemmeno gli spifferi.
Thuram 6,5: questa volta non ha bisogno di strafare. Controlla la sua fascia di appartenenza con la giusta attenzione, senza dover inventarsi numeri di alta scuola in fase offensiva.
Guivarc’h 5: l’unico dei suoi a steccare, ancora una volta. Ha due grandi occasioni per trovare la sua prima rete in questi Mondiali, ma fallisce clamorosamente entrambe le volte. Sciagurato.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE ROBERTO CARLOS 6,5: difficile trovare uno da salvare in una serata così. Premiamo lui perché ci ha sempre creduto (e lo dimostra l’urlo rivolto ai compagni a un certo punto nel corso del secondo tempo), perché spinge sempre sulla fascia, perché è dai suoi piedi che nascono le poche azioni degne di nota del Brasile. Lupo solitario.
Denilson 6: entra per un Leonardo inguardabile (voto 5) e rende viva la manovra offensiva del Brasile, con qualche serpentina e ghirigoro degni di nota. Meriterebbe il gol nel finale, ma il suo tiro si stampa sulla traversa.
Rivaldo 5,5: un paio di buoni assist, ma anche tante difficoltà sulla trequarti. Dovrebbe velocizzare un po’ i tempi della giocata, ma finisce con l’essere annientato dalla difesa francese.
Cafu 5: serata da incubo, l’opposto della grande prestazione offerta nella finale mondiale di quattro anni prima contro l’Italia. Sulla destra non si accende mai e sbaglia anche un passaggio elementare che per poco non regala un gol a Guivarc’h.
Ronaldo 5: era l’uomo più atteso, ma non è in campo. Il volto, triste e perso, dice tutto. La verità si scoprirà a finale conclusa: si è sentito male e non avrebbe dovuto giocare. Ha una ghiotta opportunità all’11’ della ripresa, ma si fa ipnotizzare da Barthez: quello vero, da lì, non avrebbe fallito.

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“ON THE MAP”, QUANDO IL MACCABI TEL AVIV VINSE LA COPPA DEI CAMPIONI 1977

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Tal Brody portato in trionfo – da fromthegrapevine.com

articolo di Nicola Pucci

C’è del rammarico, se si ha coraggio di avventurarsi dalle parti di Masnago, la casa della Varese del basket, e rammentare la notte del 7 aprile 1977. Perché quella sera, all’Hala Pionir di Belgrado, gli invincibili dell’Ignis, che nei sette anni precedenti avevano collezionato ben cinque vittorie e due sconfitte in sette finali di Coppa dei Campioni, incappano nella delusione più cocente della loro storia di grande squadra della pallacanestro mondiale.

Chi mai osò tanto? Chi si prese il lusso di strappare la corona dalla testa della regina? Chi ebbe l’ardire di mettere in discussione quelli che parevano gli equilibri consolidati dal basket continentale? Signori, nient’altri che gli israeliani del Maccabi Tel Aviv, che per la prima volta non solo della loro storia ma di tutta quella del paese ebraico ebbero accesso alla finale e fecero sapere al mondo che da quelle parti non solo ci si sparava addosso, ma si sapeva pure trattar bene la palla a spicchi.

Occorre fare un piccolo passo indietro, ovvero a quando l’americano di origini ebraiche Tal Brody, uscito dall’Università dell’Illinois con un ultimo anno da 19.5 punti di media a partita, nel 1966 prende bagaglio e si trasferisce a Tel Aviv, ad esercitare in quella formazione che già da qualche anno è annoverabile tra le più forti di Israele con otto titoli nazionali già all’attivo. Brody è una guardia di indubbio talento, porta in dote il gioco veloce e i duri allenamenti del basket stelle-e-strisce, ed attorno a lui nasce una squadra che dal 1967 al 1992 (tranquilli, Brody chiude la sua carriera “solo” nel 1980) incamera ben 25 titoli su 26, lasciando solo quello della stagione 1968/1969 ai cugini dell’Hapeol, diventando non solo la squadra di riferimento sul territorio nazionale, ma nel corso della seconda metà degli anni Settanta anche una contendente autorevole nel panorama cestistico europeo. Ma da qui a pensare di vincere la Coppa dei Campioni

In verità il Maccabi vanta già qualche risultato interessante in campo internazionale. Ad esempio la finale di Coppa delle Coppe nel 1967, al primo anno di Brody, quando trova all’ultimo atto proprio Varese che al cospetto del pubblico amico si impone nel match di andata 77-67 grazie a 25 punti di Stan McKenzie, contenendo al ritorno il tentativo di rimonta degli israeliani a cui non bastano i 26 punti di Brody per ribaltare il punteggio, solo 68-67 che celebra infine il trionfo di Varese. In Coppa dei Campioni, invece, solitamente il cammino si interrompe contro avversarie di maggior caratura, come Real Madrid e Brno nel 1968, lo stesso Brno e Standard Liegi nel 1969, Milano e Stella Rossa nel 1973, Varese e Berck nel 1974, Real Madrid ed ancora Berck nel 1975, l’immancabile Real Madrid e Cantù nel 1976, sempre al girone dei quarti di finale e sempre a dispetto del carisma di Brody, che nel frattempo è stato naturalizzato ed oltre al Maccabi presta la sua efficacia realizzativa anche alla Nazionale che nel 1974 vince ai Giochi Asiatici di Teheran.

Brody è leader e capitano riconosciuto di un organico che nel corso degli anni vede crescere prodotti locali come Miki Berkowitz, che nella stagione 1975/1976 si concede l’esperienza americana all’Università di Nevada-Las Vegas, Eric Menkin e Motti Aroesti,  accanto ai quali vengono inseriti americani che agiscono da ala grande, come Jim” Boatwright, da post basso, come Lou Silver, da centro, come Aulcie Perry, e da playmaker, come Bob Griffin, che conferiscono alla squadra la necessaria caratura per competere ai più alti livelli. Il tutto, sotto la guida di quel Ralph Klein nato a Berlino da padre ungherese morto ad Auschwitz, calciatore in giovane età e infine allenatore di pallacanestro, che per Israele è una sorta di leggenda ormai non più vivente.

Eccoci dunque alla stagione della consacrazione, 1976/1977, che se regala al Maccabi lo scontato titolo in patria numero 18, altresì vede i gialloblu disegnare un memorabile percorso in Coppa dei Campioni. Si comincia, stavolta, già con una prima fase che raggruppa le 23 squadre partecipanti in sei gironi che qualificano la prima formazione classificata ad un ulteriore girone di semifinale a sei squadre, le cui due prime daranno vita alla finalissima programmata, appunto, a Belgrado il 7 aprile. Il Maccabi si trova a dover fronteggiare la Sinudyne Bologna, l’Olympiakos Atene e la Dinamo Bucarest, e se con greci e rumeni gli israeliani infilano una serie di quattro vittorie in quattro partite, con Bologna si affidano alla legge della Yad-Eliyahu Arena, dove non passa proprio nessuno, e dove i felsinei conoscono l’onta di una severa sconfitta, 110-81, in virtù dei 22 punti di Silver e dei 20 di Berkowitz, che rende poi vana la vittoria nel match in Italia all’ultimo turno, 76-60 con il Maccabi già matematicamente qualificato.

Nel frattempo Real Madrid e Cska Mosca avanzano a bottino pieno, sei vittorie in sei partite trascinate dalla classe l’una di Wayne Brabenderm l’altra di Sergeij Belov, così come la Mobilgirgi Varese, detentrice del titolo, che a fronte di un’unica sconfitta a Leverkusen è presente all’appello delle semifinali, a cui accedono anche i belgi del Racing Maes Pils Mechelen e i cecoslovacchi dello Spartak Brno. Ovviamente spagnoli e lombardi sono i favoriti a giocare la quarta finale consecutiva, con i sovietici a giocare il ruolo di terzi incomodi, ma il Maccabi è cresciuto, tanto, e quel che accade ha i parametri del clamoroso.

Gli israeliani vincono in casa quattro delle cinque sfide programmate (anche se con Cska e Brno i due punti giungono a tavolino perché sovietici e cecoslovacchi, allineati, si rifiutano di andare in Israele dopo i fatti di Monaco ’72), compresa quella con il Real Madrid rimontato dopo il vantaggio all’intervallo grazie a 20 punti di Lou Silver, perdendo solo, seppur nettamente, proprio con Varese che si impone 102-79 con 29 punti di Bob Morse, ma è lontano da casa che il quintetto di Klein va a cogliere le vittorie necessarie per chiudere il girone in seconda posizione, passando sul neutro di Vilvoorde contro Brno (91-76 con 20 punti di Berkowitz) ma soprattutto, il 17 febbraio, vincendo una sorta di spareggio con il Cska Mosca, annunciato dalla dichiarazione dello stesso Kelin “battiamo l’Orso russo pensando ai nostri fratelli ebrei che non possono emigrare dall’Urss“, sempre in campo neutro e sempre in Belgio, a Virton (91-79 ancora con Berkowitz e Boatwright sugli scudi con 18 punti), che consente ai gialloblu di prevalere sullo stesso Cska e sul Real Madrid in virtù di tre vittorie e una sola sconfitta nel computo dei quattro scontri diretti. “On the map“, grida al mondo Tal Brody, e la finale è assicurata, anche se il baluardo da affrontare, proprio Varese, pare inespugnabile, forte delle due vittorie nelle due sfide di girone.

Brody è il capitano che parte dalla panchina in quello che è il giorno destinato ad entrare nella storia non solo della pallacanestro ma di tutto lo sport israeliano. Coach Klein opta per un quintetto affidando la regia ad Aroesti, Berkowitz e Boatwright sono le due bocche da fuoco, Silver agisce da ala e Perry ha il compito di far pulito sotto i tabelloni; Sandro Gamba risponde con Ossola playmaker, Iellini e Morse guardie, Randy Meister centro e Meneghin a far valere la sua duttilità di ala grande, all’occasione capace di difendere così come di attaccare. E i pronostici sono decisamente orientati verso la Mobilgirgi, che sembra destinata a far tris consecutivo.

Ma quella che i 6.000 spettatori accorsi all’evento si trovano ad assistere, è una sfida magnifica, lottata ad armi pari da due grandi contendenti, all’insegna dell’equilibrio, con Klein che decide di marcare a uomo, non concentrandosi esclusivamente su Bob Morse che è il pericolo numero 1. Ed in effetti la strategia sembra dare i frutti sperati, con il Maccabi che allunga sul 14-7 e il cecchino americano che segna i suoi primi punti solo dopo otto minuti di gioco, lasso di tempo in cui i tentacoli di Perry raccattano tutto quello che rimbalza dalle sue parti. Meister è fuori partita (segnerà infine solo 7 punti), il Maccabi prende il largo e al 16′ raggiunge il massimo vantaggio sul 30-19, con Boatwright e Berkowitz che segnano a ripetizione ben assistiti da Aroesti. Solo Meneghin, da gran combattente quale lui è, sembra ispirato in una Mobilgirgi che all’atto decisivo denuncia un insolito nervosismo, costringendo Gamba a sostituire Meister con Bisson. All’intervallo il punteggio è fissato sul 39-30 per gli israeliani, seppur Perry sia gravato di quattro falli.

Nel secondo tempo i campioni d’Italia tornano in corsa, anche perché il Maccabi si vede costretto a passare al marcamento a zona per non compromettere la prova dei giocatori su cui pende la spada di Damocle dell’uscita per falli. Morse si scioglie ed inizia ad infilare la retina con precisione, il margine si riduce e quando, al 33′, le due squadre sono in parità sul 61-61, in pochi credono che il Maccabi possa portare a compimento l’impresa. Ed invece Brody offre un contributo fondamentale pur alzandosi dalla panchina, da vero capitano e trascinatore, Boatwright segna gli ultimi 6 punti e con 26 totali è il migliore in fase realizzativa, a fronte dei 21 punti di un Meneghin monumentale e i 20 garantiti da Morse, e all’ultimo minuto, dopo che Bisson ha firmato il 78-77 rimettendo per l’ennesima volta il corsa Varese, a Silver viene fischiato un doppio passo concedendo a Ossola la possibilità di offrire a Morse il tiro della disperazione. Ma la difesa del Maccabi stringe i denti, la palla sfugge alle mani sicure del grande Bob e quando, con un solo secondo da giocare, la sfera termina la sua corsa sul fondo, è ormai certo che Israele, per la prima volta, salirà sul tetto d’Europa.

On the map“, può nuovamente gridare al mondo del basket Tal Brody, e non sarà che la prima volta. Il ghiaccio è rotto, il Maccabi entra nell’elite e quando, qualche ora dopo, Tel Aviv accoglie i suoi eroi del basket, è già l’ora di scrivere la storia. Sotto gli occhi compiaciuti… pardon, l’occhio compiaciuto, di Moshe Dayan, che onora i nuovi campioni d’Europa.

ARNE BORG E BOY CHARLTON, GLI AMICI/RIVALI DEL NUOTO ANNI ’20

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“Boy” Charlton ed Arne Borg – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

In un programma olimpico che, per ciò che riguarda il Nuoto, si completa quanto a prove in calendario solo a partire dall’edizione di Messico ’68, fortunatamente sin da 60 anni prima lo stesso prevede la disputa di due gare sulle classiche distanze del mezzofondo in piscina, vale a dire i 400 ed i 1500 metri stile libero, circostanza che consente di assistere alle prime rivalità ad alto livello sin dagli anni ’20.

Protagonisti di queste appassionanti sfide sono due atleti agli antipodi del globo terracqueo, essendo l’uno, Arne Borg, nato nella Capitale svedese Stoccolma il 18 agosto 1901 e l’altro, Andrew Murray “Boy” Charlton, venuto alla luce nell’emisfero australe, a Sydney, curiosamente anche lui d’agosto, il 12, ma di sei anni più giovane.

Ciò comporta il fatto che il primo a cimentarsi nella rassegna a cinque cerchi sia lo scandinavo, il quale prende parte ai Giochi del primo dopoguerra, nell’edizione di Anversa 1920, dove non riesce a qualificarsi per le Finali dei m.400 e 1500sl, per poi contribuire al quarto posto della Svezia nella staffetta 4x200sl.

Il quadriennio post-olimpico vede la crescita esponenziale dei due futuri rivali, i quali avranno modo di incontrarsi a gennaio 1924, ma prima Charlton si mette in luce allorché, non ancora 14enne, si afferma sulle 440yd a stile libero in un meeting nel Nuovo Galles del Sud in 5’45” il che gli vale, data la giovane età, l’appellativo di “Boy (“Ragazzo”) che lo accompagnerà per l’intera sua attività agonistica.

L’adolescente nato nella sede dei Giochi di fine millennio continua a stupire e, l’anno seguente, si migliora a 5’22”4 aggiudicandosi il titolo sulle 440yd ai Campionati del Nuovo Galles del Sud, per poi stabilire il record mondiale sulle 880yd in 11’05”4, così come sul miglio a stile libero, nuotato in 23’43”2.

La consacrazione in patria per Charlton giunge nel 1923, allorché sfida per la prima volta la “leggenda” del nuoto australiano Frank Beaurepaire – capace di conquistare 35 titoli nazionali e stabilire 15 record mondiali in carriera, così come tre argenti ed altrettanti bronzi olimpici – superandolo sulle 440yd nuotate in 5’20”4, tanto da far predire all’oramai 32enne Campione, che il ragazzo sarebbe stato in grado di stabilire il record mondiale nell’anno dei Giochi di Parigi ’24.

Nel frattempo, non è che in Scandinavia Borg se ne stia con le mani in mano, anzi l’esatto contrario, visto che il 9 aprile 1922, al meeting di Stoccolma, migliora in 5’11”8 il primato mondiale sui 400sl – ancorché lo stesso gli sia poi tolto a due mesi di distanza dal futuro “Tarzan cinematografico” Johnny Weissmuller, il quale, l’anno seguente, è il primo ad infrangere il muro dei 5’ netti, scendendo a 4’57”0 – per poi essere a propria volta il primo ad abbattere la barriera dei 22’ sui 1500sl, nuotando la distanza in 21’35”3 l’8 luglio ’23 a Goteborg.

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IL 16enne Charlton – da gettyimages.it

Solo per rendervi conto quanto fosse seguito, già all’epoca, il nuoto – disciplina olimpica per eccellenza nell’emisfero australe – tra le 5 e le 8mila persone si danno appuntamento alle “Piscine Domain” di Sydney per assistere ai Campionati del Nuovo Galles del Sud a gennaio ’24, in cui Charlton ha la possibilità di misurarsi con Borg, giunto appositamente dalla Svezia, in quella che è una sorta di gustoso antipasto rispetto all’appuntamento olimpico di metà luglio a Parigi.

Chiamati a misurarsi sulle distanze inglesi, Charlton ha la meglio in tutte e tre le gare che li vedono impegnati, eguagliando il record dello svedese sulle 440yd in 5’11”8, per poi migliorare il proprio sulla doppia distanza delle 880yd con 10’51”8 e quindi far sua anche la gara delle 220yd con il primato australiano di 2’23”8, pur se Borg non lascia l’emisfero australe a mani vuote, visto che il 30 gennaio toglie ben 20” al proprio limite sui 1500sl, portando il record a 21’15”0.

In un programma olimpico ridotto all’osso, con sole quattro prove (m. 100, 400, 1500 e staffetta 4×200) a stile libero, oltre ai m.100 dorso ed i m.200 rana, il clou dell’appuntamento parigino è dato dall’assalto a tre medaglie d’oro da parte del già citato fuoriclasse americano Weissmuller e dalla sfida sulla più lunga distanza tra Charlton e Borg, con quest’ultimo iscritto a tutte le gare a stile libero, compresi i 100 metri, e che si presenta ai Giochi assieme al fratello gemello Arke.

E sono proprio i m.1500sl ad inaugurare il programma olimpico, con batterie previste al 13 luglio, semifinali il giorno dopo e la Finale il 15, con il chiaro sentore che il record della manifestazione, risalente al 22’00”0 stabilito dal canadese George Hodgson ai Giochi di Stoccolma ’12 abbia non solo le ore, ma addirittura i minuti contati.

Mai previsione fu più facile da concretizzarsi, con Charlton a far sua la terza serie in 21’20”4, solo per poi assistere allo show di Borg che, sceso in acqua nella successiva, addirittura migliora il proprio fresco record mondiale scendendo a 21’11”4, così che l’attesa per la Finale si condisce di un altro succulento ingrediente, vale a dire quanto la sfida diretta tra i due indiscussi pretendenti alla medaglia d’oro – il terzo miglior tempo in qualifica, fatto registrare da Beaurepaire, è di oltre 1’ superiore – potrà incidere sul responso cronometrico, e le scommesse su un ulteriore abbattimento del primato assoluto si sprecano.

Con il calendario a prevedere anche due semifinali, nonché il fatto che sia Borg che Charlton vengano inseriti nella prima delle due serie, induce gli stessi a prendersi una “pausa di riflessione” in attesa di dare il meglio nell’atto conclusivo, con l’australiano ad avere la meglio, sia pur con largo margine (21’28”4 a 21’50”8), nel mentre nella seconda Beaurepaire fornisce un’ulteriore dimostrazione della propria classe, nuotando a propria volta in 21’41”6, con il gemello svedese Arke a scendere anch’esso sotto i 22’ netti solo per essere il primo degli esclusi dalla Finale.

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Charlton a Parigi ’24 – da it.pinterest.com

Finale che non tradisce le attese, ed anche se Beaurepaire pone fine alla sua carriera con il terzo bronzo olimpico sulla distanza dopo quelli di Londra 1908 (!!) ed Anversa ’20 – non avendo potuto gareggiare a Stoccolma ’12 per una sospensione da parte del CIO con l’accusa di professionismo, poi revocata due anni dopo – è ben più lontano da lui che si svolge una sfida senza esclusione di colpi che porta Borg a scendere per la prima volta sotto la barriera dei 21’ con il tempo di 20’41”4 che, ahi lui, rappresenta solo il nuovo record europeo, visto che il non ancora 17enne australiano compie una straordinaria impresa che lo porta a sfiorare quasi il limite dei 20’, andando a toccare in 20’06”6, così da vedere il primato mondiale distrutto di quasi 1’10” rispetto al limite in vigore prima dei Giochi.

Ad assistere a questa straordinaria performance è presente, sulle tribune delle “Piscine des Torelles”, mescolato tra gli 8mila spettatori estasiati, anche l’americano Weissmuller, che il giorno dopo è chiamato a difendere la propria veste di primatista mondiale sui m.400sl dall’attacco che verosimilmente gli verrà portato dai due protagonisti della più lunga distanza.

Con, anche in questo caso, la prova suddivisa in tre turni, le batterie servono a Weissmuller solo per migliorare il record olimpico di Hodgson con un per lui tranquillo 5’22”2, nel mentre sia Borg che Charlton, reduci da tre massacranti serie sui 1500sl, tendono a risparmiare energie, con i gemelli svedesi a staccare il biglietto per l’atto conclusivo concludendo ai primi due posti (5’21”4 a 5’25”0 a favore del più celebre Arne …) la seconda semifinale, nel mentre il fuoriclasse americano mette in chiaro la sua superiorità facendo registrare un 5’13”6 che relega Charlton a quasi 20” di distacco.

Ma le doti di combattente del non ancora maggiorenne australiano rifulgono ancor più nella Finale del 18 luglio, allorché riesce a stare attaccato al duo formato da Weissmuller ed Arne Borg, i quali si alternano al comando della gara prima che il futuro Tarzan prenda decisamente il largo nell’ultima e decisiva vasca, con tutti e tre i componenti del podio a scendere largamente sotto il fresco record olimpico per un arrivo che recita Weissmuller oro in 5’04”2, Borg argento con 5’05”6 e Charlton bronzo toccando in 5’06”6, per la più combattuta sfida sinora svoltasi sulla distanza in sede olimpica.

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Il podio d Parigi ’24 dei 400sl, con Charlton, Weissmuller e Borg – da gettyimages.it

E, con Borg a volersi cimentare anche sui 100sl, dove conclude quarto in 1’02”0 alle spalle di un podio interamente a stelle e strisce che vede trionfare Weissmuller con il record olimpico di 59”0 davanti ai fratelli hawaiani Duke e Samuel Kahanamoku, l’ultima occasione di confronto è data dalla prova conclusiva del programma natatorio, vale a dire la staffetta 4x200sl, a conclusione della quale sia Charlton che lo svedese incrementano la propria bacheca di medaglie, con il rispettivo argento e bronzo nella Finale, chiaramente appannaggio degli Stati Uniti con tanto di record mondiale in 9’53”4.

Atteso da tutti gli addetti ai lavori ad un brillante futuro nel mezzofondo in piscina, data l’ancor giovane età, Charlton viceversa tradisce tali speranze preferendo dedicarsi agli studi e, a causa degli scarsi risultati, a cercarsi un lavoro, così da restare assente per oltre due anni prima di riprendere ad allenarsi in vista dell’appuntamento olimpico di Amsterdam ’28.

Chi, al contrario, non soffre di tali “distrazioni” è Borg, il quale sfrutta il quadriennio post olimpico per riaffermare la propria superiorità su tali distanze, favorito anche dalla possibilità di competere ad alti livelli vista la nascita dei Campionati Europei, che vedono le prime edizioni svolgersi in due anni consecutivi, nel 1926 a Budapest e la stagione seguente a Bologna, niente di meglio per prepararsi alla rivincita ai Giochi.

Svedese che, peraltro, aveva sfogato la delusione parigina migliorando in due riprese il record mondiale di Weissmuller sui m.400sl, portandolo dapprima a 4’54”7 il 9 dicembre ’24 e quindi a 4’50”3 l’11 settembre ’25, stagioni in cui si appropria anche del primato sulla distanza degli 800sl, togliendolo a Charlton con due tempi rispettivamente di 10’43”6 e 10’37”4, ma il suo meglio lo riserva sulla più lunga distanza nelle due citate rassegne continentali.

Senza avversare nelle due prove di mezzofondo, Borg viene beffato (1’01”0 ad 1’01”1) dall’idolo di casa Istvan Barany nella Finale dei 100sl, avendo già fatto facilmente suo l’oro dei 400sl in 5’14”2 e tolto a Charlton il record mondiale sui 1500sl già in batteria, nuotata in 20’04”4 per poi prendersela comoda in Finale, il cui tempo di 21’29”2 è largamente sufficiente per tenere a bada il resto degli avversari.

Conclusa la rassegna ungherese con il bronzo della staffetta 4x200sl, Borg è chiamato a ripetersi l’anno dopo tra fine agosto ed inizio settembre ’27 ai Campionati Europei in programma a Bologna, con le sirene che giungano da oltre Oceano a portare le notizie del ritorno alle gare di Charlton, che gli ha tolto il record sugli 800sl con 10’32”0.

Ma, non essendo tale distanza inserita nel programma olimpico, lo svedese si concentra sulle prove in calendario, fornendo una prestazione senza eguali di fronte all’estasiato pubblico felsineo, mettendosi al collo un sensazionale tris di medaglie d’oro nelle tre gare individuali e stile libero, nuotando i 100 metri in 1’00”0, i m.400 in 5’08”6 e, soprattutto, togliendo quasi 1’ al proprio limite sui 1500sl, tanto da disintegrare il muro dei 20’ andando a toccare nel riscontro cronometrico di 19’07”2 che, oltre a lasciare a quasi 3’ di distanza l’azzurro Giuseppe Perentin, lascia stupefatti tecnici e cronisti dell’epoca per un risultato talmente sensazionale che risulterà imbattuto per quasi 11 anni.

Sfiorato il poker continentale con l’argento nella staffetta 4x200sl, dove il quartetto tedesco deve stabilire il primato mondiale per superare la Svezia dei gemelli Arne ed Ark Borg, allo scandinavo, con 8 medaglie (di cui 5 di metallo pregiato) europee ed una sfilza di primati mondiali, manca solo la “Gloria Olimpica” per coronare una carriera senza eguale, che già lo ha visto ricevere il soprannome dello “Storione svedese”, ma per far ciò deve verificare quali siano i progressi di Charlton dopo il ritorno alle competizioni.

Teatro della sfida è la piscina olimpica di Amsterdam, dove il programma natatorio ricalca quello di quattro anni prima a Parigi, prevedendo per prima la più lunga distanza dei 1500sl, ancora ripartita su tre turni, con batterie fissate per il 4 agosto e semifinali e Finale nei due giorni successivi.

Con i due record olimpico e mondiale (20’06”6 di Charlton e 19’07”2 di Borg, rispettivamente …) posti ad alto livello, a qualificarsi per la Finale sono solo in tre a scendere sotto i 21’, con il 20enne americano Buster Crabbe – anch’egli futura star hollywoodiana al pari di Weissmuller – a far compagnia ai due primatisti.

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Borg dopo l’oro sui 1500sl – da gettyimages.it

La Finale si risolve, al pari di quattro anni prima, in una sfida a due, ma stavolta Borg prende la testa sin dall’inizio per imporre alla gara un ritmo che l’australiano non è in grado di mantenere, andando a trionfare con il tempo di 19’51”8, unico dei sei finalisti a scendere sotto i 20’, che gli consente di abbinare al record mondiale anche quello olimpico, nel mentre Charlton conclude in 20’02”6 (comunque inferiore a quanto nuotato in occasione dell’oro di Parigi ’24 …) e Crabbe va al bronzo con oltre mezzo minuto di distacco.

Neppure il tempo di rifiatare, e tutti in acqua per i 400sl, ai quali non è iscritto Weissmuller che si riserva per i soli 100 metri e la staffetta 4x200sl, il che fa presumere al ripetersi di un duello per l’oro con eventualmente Crabbe a svolgere l’eventuale ruolo del “terzo incomodo”, ipotesi confortata dall’esito della seconda semifinale, vinta da Borg sull’americano (5’05”4 a 5’06”2), nel mentre Charlton, al solito, risparmia energie piazzandosi secondo nella prima in un comodo 5’13”6 alle spalle del poco accreditato argentino Alberto Zorrilla, che tocca in 5’11”4.

Mai fidarsi delle apparenze, però, e sia l’australiano che lo svedese lo sperimentano a caro prezzo sulla propria pelle, allorché, impegnati in un testa a testa nelle corsie centrali assieme a Crabbe, non si accorgono che all’esterno è proprio il sudamericano a piazzare il guizzo vincente per quella che, a tutt’oggi, è l’unica medaglia olimpica del proprio Paese nel Nuoto, altresì corredata dal tempo di 5’01”6 che rappresenta il nuovo record olimpico, con la sfida tra i delusi che premia Charlton (5’03”6) rispetto a Borg e Crabbe, che concludono in 5’04”6 e 5’05”4 rispettivamente.

Con la conclusione delle Olimpiadi di Amsterdam, Borg pone fine alla propria attività agonistica, dedicandosi all’attività di tecnico e gestendo una tabaccheria nella Capitale Stoccolma, per poi essere eletto nel 1966 nella “International Swimming Hall of Fame”, un’onorificenza che, sei anni più tardi (curiosamente proprio la differenza di età tra i due …), tocca anche a Charlton, il quale tenta un’ultima carta olimpica ai Giochi di Los Angeles ’32 dove però, debilitato da un’influenza contratta appena sbarcato sul suolo californiano, è costretto a chiudere in sesta ed ultima posizione la prova sui m.400sl che vedono il trionfo di Crabbe con il nuovo record olimpico di 4’48”4.

Ad ogni buon conto, i due nuotatori provenienti da due mondi così diversi, sono stati tra i più importanti e degni protagonisti in un’epoca ancora “pionieristica” di tale disciplina, capaci di dar luogo ad appassionanti e cavalleresche sfide che hanno consentito di far progredire, sia in termini di riscontri cronometrici che di metodologie di allenamento, il Nuoto verso orizzonti ancora lontani a venire, ma le cui basi risalgono, senza dubbio alcuno, al periodo che li ha visti entrambi eccellere.

 

ELLEN E IVAN OSIIER, UNA COPPIA DANESE NELLA STORIA DELLA SCHERMA

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Ellen Osiier – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Ellen Osiier ha la gonna nera, la giubba bianca e i capelli biondi. Da nubile si chiama Thomsen e viene dallo Jutland settentrionale. Ha già 34 anni quando a Parigi nel 1924 è la prima donna a vincere una medaglia d’oro olimpica nella scherma.

La vince nel fioretto che per la prima volta, quell’anno, è nel programma dei Giochi, aperto anche alle donne. L’alto tasso di nordiche la dice lunga su come l’emancipazione sportiva dovrà scendere verso il Mediterraneo un po’ per volta. 25 donne da 9 paesi: Danimarca, Gran Bretagna, Svizzera, Svezia, Francia, Stati Uniti, Paesi Bassi, Polonia e Ungheria. Le italiane non ci saranno fino al secondo dopoguerra.

Nella poule finale sono ben tre le danesi su sei partecipanti. Oltre ad Ellen, c’è la più giovane Grete Heckscher e la più esperta Yutta Barding. Al termine delle tre giornate di gare Ellen chiuderà con 16 vittorie su 16 incontri, davanti alla britannica Gladys Davies e alla connazionale Heckscher. Dietro ci saranno l’altra britannica Freeman (che sarà argento quattro anni dopo ad Amsterdam), l’altra danese Barding, e l’ungherese Tary. Di nessuna di loro, tranne la Freeman appunto, resterà poi grande traccia nell’epoca che nascerà: quella del trittico delle meraviglie delle Mayer, delle Preis e delle Elek, da lì alla seconda guerra mondiale e anche oltre.

Ellen ha però questa primogenitura, per quella che resterà l’unica medaglia d’oro della scherma danese ai Giochi fino ai giorni nostri.

La Danimarca a oggi ha vinto solo quattro medaglie olimpiche nella scherma: la precedente era del 1912, le due seguenti saranno di un’altra donna, Karen Lachmann. A vincere la prima, nel 1912, era stato Ivan Osiier, proprio il marito di Ellen. Che infatti è conosciuta come Ellen Osiier.

Ivan Joseph Martin Osiier nella spada a Stoccolma arriva dietro Paul Anspach (futuro presidente della Federazione Internazionale di Scherma), in una edizione in cui mancano i francesi (e gli italiani) e nella quale i cugini belgi mettono quattro uomini ai primi otto posti, tre nei primi quattro. Osiier a Stoccolma gioca un brutto scherzo al padrone di casa Einar Sörensen che arriva quinto, ma piazzerà comunque poi al quarto posto la Svezia nella gara a squadre.

Sciabolatore, spadista e fiorettista, Ivan è stato un uomo dai tanti record: ha partecipato a sette edizioni dei Giochi, dal 1908 al 1948, saltando solo Berlino 1936 per protesta in quanto ebreo, scendendo in pedana dai 20 ai 60 anni, con una longevità che lascia stupiti. Nella classifica di partecipazioni olimpiche è nella top ten: al primo posto c’è il cavaliere canadese Ian Millar (10 edizioni, l’ultima nel 2012 a 65 anni) e davanti a Osiier ci sono anche tre italiani tutti a quota 8, i fratelli e cavalieri Piero e Raimondo D’Inzeo e la canoista Josefa Idem (che due Olimpiadi le ha fatte sotto le insegne tedesche).

In tutto questo, Osiier ha fatto parte di ogni squadra schermistica danese, conquistando anche due quarti posti, sempre nel fioretto a squadre, ad Anversa (dietro Italia, Francia e Stati Uniti) e a Los Angeles (dietro le stesse tre squadre). In patria è stato un dominatore assoluto: dieci volte campione nazionale di spada, altrettante di sciabola, e cinque di sciabola, 13 volte campione dei Giochi Scandinavi.

Eppure Ivan aveva cominciato nel canottaggio prima di passare al mondo delle lame. Poi, a carriera ultimata, per tanti anni sarà il presidente della Federazione danese di scherma.

A mettere in pedana lui, e poi Ellen e successivamente anche Karen Lachmann, è un francese: Leonce Emilien Mahaut. Mahaut è un sergente dei dragoni francesi che, dopo l’addestramento alla celebre scuola militare e sportiva di Joinville-le-Pont, emigra prima in Romania e poi a Copenaghen dove apre una sala d’arme. Mahaut ebbe tre mogli, tutte schermidrici di ottimo livello. L’ultima fu Kate Yvonne Holgersen, due volte campionessa del mondo a squadre negli anni ’40.

 

IL 4 DI COPPIA FEMMINILE CHE REGALO’ IL PRIMO ORO OLIMPICO NEL CANOTTAGGIO ALLA CINA

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Il 4 di coppia cinese – da english.sina.com

articolo di Nicola Pucci

Tang Bin, Jin Ziwei, Xi Aihua e Zhang Yangyan. Sì, lo so, è maledettamente complicato impararli a memoria, per assonanza fonetica più simili ad uno scioglilingua che ad un quartetto di nomi. Ma in Cina, perché è da lì che provengono, hanno pari valore a quattro eroine della mitologia, perché non troppo tempo fa, 2008, regalarono al paese del Grande Dragone il primo e ad oggi ancora unico oro della storia del canottaggio olimpico.

Stiamo parlando di quattro ragazzotte di struttura massiccia, ben oltre i parametri di misurazione di quel lontano paese, se è vero che tutte loro raggiungono i 180 centimetri di altezza e i 75 chilogrammi di peso, ma distribuiscono perfettamente le loro fattezze fisiche e la forza delle loro braccia, tanto da essere eccellenti nell’arte di remare. E quando il CIO assegna proprio alla Cina l’organizzazione della XXIX edizione dei Giochi olimpici, pur non ancora assieme, tracciano sul loro personalissimo calendario la data del 17 agosto 2008 con il circoletto rosso. Perché quello è il giorno della finale del 4 di coppia femminile e le quattro ragazze vogliono, fortemente vogliono, fare la storia.

In effetti all’appuntamento a cinque cerchi sono ben altri gli armi candidati ai posti sul podio. Innanzitutto ci sono le tedesche, dell’Est o unificate, che da quando la gara è entrata a far parte del programma olimpico, ovvero a far data dal 1976, hanno sempre vinto la medaglia d’oro, ad eccezione del 1984 quando a Los Angeles a trionfare furono le rumene. Beh, ovvio, in quell’edizione falsata dal boicottaggio, la Germania Orientale non era presente. E a Pechino il quartetto composto da Oppelt, Lutze (presente nel 2000 a Sydney e nel 2004 ad Atene), Boron (che vinse nel 1996 ad Atlanta e nel 2004) e Schiller, novizia in sede olimpica, non hanno proprio intenzione di interrompere la striscia.

Ci sono poi le inglesi Vernon, Flood, Houghton e Grainger, che a turno, ad eccezione della Vernon che è all’esordio ai Giochi, hanno preso parte alle due rassegne precedenti sempre salendo sul secondo gradino del podio, ma hanno dalla loro la forza dei risultati più recenti, avendo vinto il titolo mondiale nel 2005 a Gifu, nel 2006 in casa ad Eton e nel 2007 a Monaco, depredando proprio la Germania di un titolo che tra il 1985 e il 2002 non era mai sfuggito loro. Russia ed Australia hanno trovato posto sui gradini più bassi del podio ed avanzano, pertanto, la loro candidatura se non proprio al titolo olimpico almeno a mettersi al collo uno dei metalli meno preziosi.

Ma torniamo alle nostre quattro ragazze cinesi, che già cominciano a comparire negli albi d’oro di un certo pregio, appunto cogliendo il bronzo alla kermesse iridata in Germania, chiudendo a meno di due secondi dalle tedesche che si piazzano seconde. In vista delle Olimpiadi di Pechino Zhang Yangyan, giovincella di poco più che 19enne, rimpiazza Feng Guixin, e il suo contributo ai Giochi si rivelerà decisivo.

Appuntamento dunque al Shunyi Olympic Rowing-Canoeing Park, 10 agosto 2008, quando gli otto equipaggi iscritti alla gara sono chiamati al primo confronto probante, ovvero quello proposto dalle due batterie. Per uno strano scherzo del destino la Cina viene inserita nella prima serie, così come Ucraina, Canada e Russia, ed in effetti il quattro di coppia di casa non ha problema alcuno nel garantirsi la qualificazione diretta alla finale con il primo posto in 6’11″83, nettamente davanti alle imbarcazioni rivali, mentre le due principali favorite alla vittoria finale, Gran Bretagna e Germania, si trovano a dover gareggiare l’una contro l’altra nella seconda sessione. Infine sono le campionesse del mondo a confermarsi più forti, esattamente come accaduto qualche settimana prima anche nel test della World Rowing Cup nelle acque prestigiose del Lago di Lucerna, 6’13″70 contro 6’15″26, obbligando l’armo tedesco, il 12 agosto, a dover passare per il supplementare turno di ripescaggio, risolto con la prevista qualificazione all’atto decisivo, al pari anche di Stati Uniti, Australia ed Ucraina che chiudono nell’ordine.

17 agosto 2008, dunque, giorno in cui le quattro ragazze cinesi tornano a gareggiare, affiancate in acqua 4 alle britanniche, che si avviano alla loro sinistra, con la Germania campionessa in carica che rema in acqua 2. Le tre imbarcazioni si giocano un posto al sole, sotto un cielo velato di grigio e che lascia solo intuire i raggi dietro la coltre di inquinamento che avvolge Pechino. Il copione pare scontato, con le britanniche a fare gara di testa, passando ai 500 metri in 1’29″98, con Germania e Cina ad oltre un secondo, ai 1000 metri in 3’05″85, con la Cina a scavalcare la Germania e ridurre il disavanzo a 1″01, ai 1500 metri in 4’42″13, con la Cina riallontanata a 1″47 e che pare ormai doversi accontentare di una comunque stupefacente medaglia d’argento.

Sia mai. Le quattro ragazze che battono bandiera cinese, spinte ben oltre i loro limiti dagli incitamenti dell’appassionato pubblico, che metro dopo metro sale di intensità, gettano il cuore oltre l’ostacolo; Tang Bin detta il ritmo,  Jin Ziwei (che fu amaramente quarta con l’otto ad Atene 2004) ci mette l’esperienza, Xi Aihua spinge come una forsennata e la giovanissima Zhang Yangyan, affatto impressionata dall’importanza di quel che sta per accadere, non è da meno alle compagne. Nel frastuono assordante che viene dalle tribune il 4 di coppia cinese progetta e mette in atto una rimonta clamorosa, l’imbarcazione sembra appena accarezzare l’acqua per quanto è veloce, così come quella inglese sembra zavorrata dall’imperativo di dover vincere ad ogni costo un titolo che nessuno pensa possa loro sfuggire. E così, quando ai meno 100 metri dal traguardo la prua cinese mette la testa avanti, infine 6’16″06 contro il 6’17″37 delle afflitte britanniche, si consuma l’impresa e il canottaggio apre la sua enciclopedia olimpica a quattro ragazze con gli occhi a mandorla. “E’ proprio come in un sogno“, afferma Tang Bin, che da quel 17 agosto 2008 porta al collo, lei come Jin Ziwei, Xi Aihua e Zhang Yangyan, una medaglia d’oro. E dalle parti di Pechino questa è una prodezza che ha i crismi dell’eccezione.

 

DANIEL PASSARELLA, “EL CAUDILLO” DEL MUNDIAL ARGENTINO 1978

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Passarella in trionfo al Mondiale 1978 – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

25 maggio 1953, una data in cui Madre Natura decide essere il caso di fare un regalo al calcio Mondiale in due Nazioni che vivono di tale disciplina a tempo pieno, entrambe di stampo latino, ancorché i luoghi di origine diano vita a due forme di intendere il medesimo ruolo in modo diametralmente opposto.

E’ infatti a Cernusco sul Naviglio, paese lombardo di poco più di 30mila anime, che in tal giorno vede la luce Gaetano Scirea, vale a dire colui che, assieme a Franco Baresi – di qualche anno più giovane, ma anch’egli nato di maggio, nonché lombardo, di Travagliato – ha fornito la miglior interpretazione del ruolo di libero in chiave moderna, con una raffinatezza di stile e tecnica insuperabile, il cui carisma era dato dall’eleganza dei gesti e dall’estrema correttezza, nonostante fosse chiamato ad ostacolare gli attacchi avversari, tanto da meritare l’appellativo di “Libero Gentiluomo”, mai come in questo caso quanto mai appropriato.

Ad oltre 5mila miglia di distanza, in Sudamerica, e precisamente a Chacabuco, cittadina facente parte della provincia di Buenos Ayres, è un’altra madre, moglie di un marito discendente di immigrati italiani provenienti da Catania, a provare nello stesso giorno la gioia della maternità mettendo al mondo un figlio a cui viene imposto il nome di battesimo di Daniel Alberto, ma che sarà con il suo cognome, Passarella, a regalare altrettanta felicità ad un popolo intero.

Non crediate che essere nati nella provincia della Capitale argentina possa essere un vantaggio rispetto a quanto possa aver inciso sulla carriera di Scirea venire al Mondo in un paese dell’hinterland milanese, poiché nelle “Pampas sconfinate Chacabuco dista oltre 200 chilometri da Buenos Ayres, una gran bella differenza avendo riguardo a chi, viceversa, cresce all’interno della grande Metropoli, dove quasi in ogni quartiere ha sede un Club professionistico.

Ma il giovane Daniel non è certo tipo da scoraggiarsi, lui che da bambino soffre di un grave incidente d’auto assieme al nonno materno, a causa del quale subisce una brutta frattura alla gamba destra e da cui ne esce imponendosi di imparare a giocare con la sinistra, cosa che sarà la sua successiva fortuna, e, forte di una tempra da lottatore e di un carattere vincente, non ci mette molto a mettersi in luce nelle squadre giovanili, tanto da essere notato dagli osservatori sempre alla ricerca di talenti in periferia, ed aver la possibilità di svolgere un provino sia al Boca Juniors che all’Estudiantes, peraltro con esito negativo.

Se gli andata male da juniores, ciò non vuol dire che non potrà avere una seconda chance giocando da professionista, così pensa Passarella che, pur di non rinunciare all’unica grande passione della sua vita, accetta un ingaggio dal Sarmiento, Club della città di Junin, posta a poca distanza dalla sua residenza, che milita nella terza divisione argentina ed in cui impiega poco ad affermarsi nel ruolo di terzino sinistro, vista l’abilità raggiunta nell’uso del suo piede mancino.

E l’eco delle sue prestazioni “vola veloce di bocca in bocca” (Fabrizio De André perdonerà la citazione …), tanto da arrivare alle orecchie di Omar Sivori, il quale non si fa sfuggire l’occasione di andare a scrutarlo ed, avuta conferma visiva delle sue potenzialità, convince i dirigenti del River Plate ad assicurarsene i servigi, così da firmare il suo primo contratto importante coi “Millonarios” nel 1974, proprio nell’anno in cui, nel Bel Paese, il suo coetaneo Scirea si trasferisce dall’Atalanta alla Juventus, guarda caso proprio il Club in cui Sivori ha dato il suo meglio nella sua carriera in Italia.

Un’occasione da non perdere per Passarella, di quelle che passano una volta sola nella vita, ed ecco che il 18enne dalla faccia da indio tira fuori tutto il meglio di sé, unendo ad uno spirito indomabile, una voglia di emergere e non arrendersi mai, quelle caratteristiche tecniche ideali per affermarsi nel delicato ruolo di libero, ultimo baluardo del reparto difensivo.

Dotato di un piede sinistro magico, di rara potenza e precisione, che sfrutta nell’esecuzione di calci piazzati – siano essi punizioni o rigori – così come nell’effettuare lunghi rilanci dalla propria area in grado di trasformare in un attimo l’azione da difensiva ad offensiva, nonché di uscire dall’area palla al piede per essere lui stesso ad impostare la trama d’attacco, Passarella ha nel proprio repertorio un’ulteriore, micidiale arma, vale a dire il colpo di testa.

Non è altissimo Passarella, appena m.1,74, ma le sue doti di elevazione e soprattutto tempismo lo rendono pressoché imbattibile in detto fondamentale, che sfrutta sia nel ribattere i cross degli avversari che nel dare il proprio contributo in attacco in occasione dei corner o delle punizioni da posizione defilata, potendo godere del vantaggio di partire da dietro senza un’adeguata marcatura da parte dei difensori puri, impegnati a prendersi cura degli attaccanti, il tutto per un mix, tra potenza nel piede e nello stacco aereo, che porta Passarella a realizzare 143 reti (!!) in carriera in gare di solo Campionato, secondo al Mondo, quale difensore, all’olandese Ronald Koeman – altro giocatore con la dinamite nelle scarpette – che è andato ben 193 volte a segno.

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Un esempio della potenza di Passarella nei colpi di testa – da fifa.com

Affidato alle sapienti mani della “Leggenda bonaerenseAngel Labruna – ex componente, quale interno sinistro, della celeberrima “Maquina” (assieme a Munoz, Moreno, Pedernera e Lostau …) del River Plate dominatore in patria negli anni ’40 e ’50 – il quale capisce al volo di avere a disposizione un giocatore che può farne la fortuna anche come tecnico, Passarella si impone in men che non si dica quale leader della retroguardia platense, ottenendo quel numero “6” (al pari di Scirea …) che lo caratterizzerà per il resto della carriera, non lesinando urla e rimbrotti ai compagni di reparto che non si adeguano alle sue disposizioni.

Divenuto una sorta di “allenatore in campo”, con buona pace (ed indubbia soddisfazione …) di Labruna, il River Plate comincia a mietere allori in serie, ad iniziare dai Campionati Metropolitano e Nacional del 1975 (stagione in cui, ma guarda caso, anche Scirea vince il suo primo Scudetto in Italia …) ed ancora Metropolitano nel ’77, nel mentre l’anno precedente, a dispetto di non aver conquistato alcun titolo, Passarella compie l’impresa di realizzare qualcosa come 24 (!!) reti nelle 35 gare stagionali disputate.

Ce n’è più che a sufficienza affinché di lui si accorga anche il selezionatore della “AlbicelesteLuis Cesar Menotti, al quale è stato affidato il compito, tutt’altro che grato, di formare una “Seleccion” in grado di affermarsi ai prossimi Mondiali in programma in Argentina nel 1978, un successo di vitale importanza per l’immagine della Giunta Militare che ha instaurato un regime dittatoriale nel Paese.

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Passarella (primo in alto a sinistra) con il River Plate nel ’77 – da it.pinterest.com

Fatto debuttare il 20 marzo 1976 nell’amichevole vinta per 1-0 a Kiev contro l’Unione Sovietica – nel mentre Scirea aveva esordito in maglia azzurra meno di tre mesi prima, a fine dicembre ’75 – Passarella entra subito nelle grazie del Commissario Tecnico, il quale si rende subito conto di aver trovato il leader che cercava per organizzare al meglio il reparto difensivo, ed “El Caudillo” (“Il Generale”), come oramai è soprannominato in patria per le sue doti di indomito condottiero, non tradirà le attese, prova ne sia che, nelle 70 occasioni in cui vestirà la “camiseta” con i colori della propria Nazione, non verrà mai sostituito, fornendo anche il consueto apporto realizzativo, con 22 centri che lo pongono tuttora all’ottavo posto della “Graduatoria All Time“.

E che, Passarella, sia “l’uomo giusto nel posto giusto”, se ne ha la conferma allorché, ricevuti altresì i gradi di Capitano a dispetto dell’ancor giovane età di appena 25 anni, è il primo a dare l’esempio e l’ultimo ad arrendersi nel non semplice Girone Eliminatorio del Mondiale argentino, coi padroni di casa a rimediare due sofferte vittorie per 2-1 contro Ungheria e Francia (in quest’ultimo caso andando anche a segno su calcio di rigore …), prima di potersi per la prima volta confrontare di persona con il suo coetaneo azzurro in occasione della sfida al “Monumental”, stadio in cui “El Capitan” (altro appellativo con cui è conosciuto …) gioca le gare interne con il suo River Plate, dove è peraltro costretto a soccombere, assistendo impotente all’uno-due tra Rossi e Bettega che manda in rete l’ala bianconera per il punto dell’1-0 che decide l’incontro.

Ma, alla fine, a gioire è il sudamericano, il quale, al termine della vittoriosa Finale vinta per 3-1 ai supplementari dall’Argentina sull’Olanda – che aveva impedito agli azzurri l’accesso all’atto conclusivo – è il primo Capitano nella Storia della “Albiceleste” a ricevere la prestigiosa Coppa FIFA, e l’immagine di Passarella portato in trionfo dai suoi compagni con in mano il Trofeo davanti al “suo” pubblico, ne consacra l’assoluto valore agli occhi dell’intero panorama calcistico mondiale.

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Passarella portato in trionfo dopo il Mondiale ’78 – da gettyimages.it

Tornato ad occuparsi delle vicende del proprio Club, Passarella non si stanca di vincere, aggiungendo altri quattro titoli in patria – nuova accoppiata Metropolitano/Nacional nel ’79, cui unisce il Metropolitano ’80 ed il Nacional ’81 – così da arrivare a quota 7 (non ci crederete, ma in questa sorta di “vita parallela”, l’esatto numero di Scudetti vinti in Italia con la Juventus da Scirea …) prima di calarsi nel ruolo di portacolori del proprio Paese nel difendere il titolo di Campione del Mondo nell’edizione di Spagna ’82.

Ed ancora una volta, i destini di Daniel e Gaetano si incrociano, ma stavolta ad una fase successiva, vale a dire il primo incontro del secondo Girone a cui partecipa anche il Brasile, una sorta di gara senza appello, ed il successo per 2-1 degli azzurri costringe l’Argentina, ancorché possa contare sull’estro di Maradona, ad abdicare, sconfitta anche dai verde oro, pur se l’ultimo ad arrendersi è proprio Passarella, autore della rete che dimezza le distanze, ma nulla più.

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Passarella e Zoff prima della sfida a Spagna ’82 – da gettyimages.it

Sicuramente il migliore dei suoi nel corso della manifestazione, per Passarella, sbarcato in Europa, è giunto il momento di fermarcisi, attratto dalle sirene del Bel Paese, così da accettare l’offerta della Fiorentina ed accasarsi in riva all’Arno, dove, tra l’altro, trova il compagno di Nazionale Daniel Bertoni, già da due stagioni in maglia viola.

Dopo un primo anno di giustificato ambientamento (ed alcune incomprensioni tattiche con il tecnico Giancarlo De Sisti …), Passarella diviene l’indiscusso idolo della tifoseria di Campo di Marte a partire dalla successiva stagione che, con lui a guidare da par suo la difesa, vede la Fiorentina raggiungere il terzo posto al termine del Campionato ’84, in cui realizza 7 reti, dimostrandosi implacabile dal dischetto, con tre trasformazioni su altrettante conclusioni.

Non altrettanto felice è il successivo Torneo, in cui la Fiorentina sostituisce Bertoni, trasferitosi al Napoli, con il brasiliano Socrates, ma la convivenza tra i due Capitani delle rispettive Nazionali sudamericane non giova all’armonia all’interno del gruppo, così che i viola concludono la stagione in un’anonima quinta posizione e Passarella, a dispetto delle 5 reti messe a segno, fallisce anche due calci di rigore, fatto alquanto inusuale per lui, evidente frutto di una mancanza di serenità interiore, pur se proprio in quell’anno si toglie la soddisfazione di conquistare la sua unica vittoria contro Scirea, realizzando al 77’ la rete che sancisce il successo esterno dei viola per 2-1 al Comunale di Torino.

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La difficile convivenza con Socrates in viola – da noticias.bol.uol.com.br

Tranquillità che, viceversa, ritrova appieno l’anno seguente, dopo che il nuovo Commissario Tecnico lo richiama in Nazionale, dopo tre anni di assenza dovuti all’emigrazione all’estero, in vista delle qualificazioni mondiali che si svolgono tra maggio e giugno ’85 ed in cui, ma non verrebbe nemmeno la pena sottolinearlo, Passarella non salta neppure un incontro, garantendosi così la sua terza partecipazione alla più prestigiosa manifestazione internazionale.

Un traguardo che dà una ulteriore, qualora ce ne fosse bisogno, carica al Capitano per antonomasia, che infiamma i tifosi toscani con una stagione in cui risulta il miglior marcatore in maglia viola, realizzando ben 11 reti, di cui 5 su rigore, così da superare il record di 10 centri per un difensore messo a segno dall’interista Facchetti nel 1966, poi successivamente migliorato da Marco Materazzi nel 2001, che ne totalizza 12 con il Perugia.

Caricato a mille, ed altresì omaggiato da Bilardo che, nella consueta numerazione in ordine alfabetico dei 22 argentini selezionati per il Mondiale del Messico, opera tre eccezioni, consegnandogli la maglia numero 6, così come a Maradona il 10 ed a Valdano l’11, Passarella si vede costretto a rinunciare a scendere in campo, vittima di un virus gastrointestinale e di malcelati dissidi interni con Maradona che, dopo aver preteso la mancata convocazione di Ramon Diaz, si impone anche nel voler mantenere la veste di unico, grande protagonista del Torneo, circostanza che l’ingombrante presenza di Passarella avrebbe potuto offuscare, anche per ciò che concerne l’assegnazione della fascia di Capitano.

Senza potere, pertanto, sfidare per la terza volta Scirea ad un Mondiale, visto che Italia ed Argentina sono inserite nello stesso Girone eliminatorio e sostituito, peraltro degnamente, da José Luis Brown, che va anche a segno sbloccando il risultato nella vittoriosa Finale contro la Germania Ovest, Passarella è costretto ad assistere dalla panchina al secondo trionfo mondiale della “Albiceleste” e personale di Maradona, che giunge all’apice della sua popolarità a livello internazionale, per poi vivere gli ultimi spiccioli di una carriera oramai in fase calante.

Trasferitosi difatti all’Inter di Trapattoni al ritorno dalla rassegna iridata, Passarella vive le sue due ultime stagioni in Italia in tono minore, rendendosi altresì protagonista di un brutto episodio l’8 marzo 1987 a Marassi contro la Sampdoria, allorché, coi nerazzurri sotto nel punteggio, colpisce con un calcio un raccattapalle “colpevole” di ritardare la consegna del pallone, atto per il quale, nonostante non venga espulso dall’arbitro, subisce una squalifica di 6 giornate, poi ridotte a cinque, pur avendo poi modo di scusarsi con il ragazzino.

L’esperienza italiana si conclude nel 1988, in cui l’Inter chiude al quinto posto e Passarella ne è il vice cannoniere con 6 reti, alla pari con Serena ed alle spalle del solo Altobelli, facendo ritorno in Argentina proprio mentre Scirea chiude con il calcio giocato, concedendosi un’ultima annata con gli amati colori del River Plate, terminata al quarto posto, prima di attaccare definitivamente le scarpette al chiodo, proprio mentre il suo “gemello astrologico” vede concludersi tragicamente la propria esistenza, vittima di un incidente stradale in Polonia, ad inizio settembre 1989.

Al di là della prematura e dolorosa scomparsa dell’amatissimo Gaetano, due vite sportive parallele di due autentici Campioni che hanno onorato il Calcio, nonché fornito un’espressione moderna del ruolo di libero, ancorché con diversi aspetti caratteriali che li hanno contraddistinti, ma non per questo di minor impatto per tutti coloro che apprezzano le doti carismatiche e di leader, le cui stimmate solo i “veri Capitani” portano nel loro DNA.

E pensare che c’è ancora chi non crede agli influssi astrologici

LA TRIPLETTA DI ILIE NASTASE AL TORNEO DI MONTECARLO

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Ilie Nastase – da edition.cnn.com

articolo di Nicola Pucci

A quel personaggio funambolico ed istrionico, sempre e comunque sopra le righe, che risponde al nome di Ilie Nastase vanno ascritti alcuni meriti e numerose imprese della storia del tennis. Innanzitutto, lui che viene dalla Romania, è indubbiamente il giocatore più forte di quel paese che negli anni Settanta, ovvero quando Ilie deliziava in giro per il mondo con il suo tennis scintillante e la sua indole goliarda, ebbe al femminile una quasi altrettanto abile campionessa in Virginia Ruzici. In più, il 23 agosto del 1973 è lui a comparire al primo posto del primo ranking mondiale prodotto al computer dall’Atp… e poi, vinse pur sempre alcune prove dello Slam, tipo Roland-Garros e Us Open, arrampicandosi altre due volte in finale a Wimbledon, e questo non è proprio exploit di basso profilo.

Ma Nastase, se si escludono gli albori del secolo quando Reggie Doherty prima con due triplette, Tony Wilding poi con una mano di poker, e se si tiene fuori dal conteggio quell’extraterrestre in versione moderna che è Rafael Nadal che da queste parti ha messo in saccoccia una sequenza clamorosa di otto (!!!) vittorie consecutive, è l’unico tennista della storia ad aver alzato al cielo il trofeo messo in palio all’esclusivo Country Club di Montecarlo dai Principi di Monaco per un tris in fila. Ed è pertanto cosa buona e giusta che su queste pagine si ricordino quei giorni gloriosi, che datano 1971, 1972 e 1973. Con un occhio anche all’anno dopo, 1974, quando il rumeno fallì la quaterna di un niente.

Si comincia appunto nel 1971, quando Nastase, classe 1946, si allinea ai nastri di partenza del torneo che un giorno non troppo lontano avrà premura di considerare come il “più bello del mondo, perché qui giocano tutti i migliori e l’atmosfera è fantastica“. Ilie è già terraiolo tra i più accreditati del circuito, se è vero che l’anno prima ha colto agli Internazionali d’Italia a Roma il primo successo di prestigio della carriera battendo all’atto decisivo il cecoslovacco Jan Kodes, che di lì a qualche settimana vincerà al Roland-Garros, 8-6 al quarto set, e a Montecarlo si è arrampicato in semifinale, per doversi poi arrendere a Zeljko Franulovic, che a Parigi sarà invece sfortunato finalista. Ma stavolta l’incedere è quello giusto, in un lotto di partecipanti che comprende quale favorito d’obbligo lo stesso Kodes, ad onor del vero poco ispirato tanto da farsi estromettere d’entrata dal francese Patrick Proisy, e come possibili outsiders, oltre proprio a Nastase, lo spagnolo Manuel Orantes che fu finalista nel 1970, l’olandese Tom Okker che vanta una finale agli Us Open e il “vecchio” ungherese Istvan Gulyas, che in un passato non troppo remoto ha raggiunto l’ultimo atto allo Slam parigino. In effetti Nastase, dopo aver agevolmente disposto del francese Rouyer e del polacco Gasiorek, lascia per strada un set ai quarti con l’australiano Dick Crealy, 6-3 6-4 7-9 6-2, per poi sudare le proverbiali sette camicie almeno per i primi due set con il britannico Roger Taylor, infine liquidato alla distanza 2-6 7-5 6-1 6-1. In finale il ragazzo di Bucarest trova di là dal net proprio Okker, che risparmia ai monegaschi una finale tutta rumena eliminando in semifinale Ion Tiriac, non ancora manager di sè stesso bensì giocatore di buona levatura, costretto ad arrendersi in quattro set. Nastase pare messo lì appositamente per vendicare il connazionale, di sette anni più anziano e suo abituale compagno di doppio con il quale, infatti, trionfa contro la coppia composta dagli stessi Okker e Taylor, e in finale fa valere la legge del più forte, abilissimo nel variare continuamente ritmo e nel gioco d’anticipo che disinnesca il serve-and-volley che l’olandese pratica con assiduità e generalmente con ottimi risultati. Finisce 3-6 8-6 6-1 6-1 e Nastase riserva al rivale, curiosamente, lo stesso trattamento di cui appunto Taylor era stato vittima al turno precedente, iscrivendo per la prima volta il suo nome, e la bandiera rumena, all’albo d’oro del torneo.

L’anno dopo Nastase torna sul luogo del misfatto sull’onda lunghissima della finale persa al Roland-Garros contro Kodes, che se da un lato ne certifica la competitività ad altissimi livelli, pure lo riveste del ruolo non solo di campione in carica ma anche di principale favorito al successo finale, perché stavolta i migliori disertano l’appuntamento e al Country Club, tra i pretendenti alla vittoria, sono annoverabili proprio Tiriac, al limite il francese Pierre Barthes ed anche lo jugoslavo Boro Jovanovic. Insomma, una schiera di comprimari neppure troppo di lusso. Ed una volta che il beniamino di casa ha perso al debutto e i due altri big sono inciampati nel sorprendente cecoslovacco Frantisek Pala, uno che in carriera non andrà oltre il 102esimo posto in classifica mondiale e mai raggiungerà gli ottavi di finale in un torneo dello Slam, Nastase ha la strada in discesa, lasciando un set al solo Peter Szoke, il “cameriere” ungherese che nel 1978 batterà Panatta in Coppa Davis, per poi demolire Jiri Hrebec in semifinale, 6-3 6-2 6-2, e lo stesso Pala in finale, 6-1 6-0 6-3, alzando per la secondo volta al cielo la coppa che il Principe Ranieri destina al vincitore.

Un anno ancora, 1973, e la storia si fa interessante. Decisamente. Perché dopo aver colto agli Us Open, in settembre, il primo successo in una prova dello Slam battendo a Forest Hills Arthur Ashe in cinque set, Nastase, che è fresco reduce dalla vittoria a Barcellona su Adriano Panatta, sta per imprimere il suo marchio di fuoriclasse alla stagione europea su terra battuta. E se in seguito metterà la firma anche a Madrid e Firenze sempre contro l’Adriano nazionale, se al Roland-Garros infine si prenderà il titolo di campione massacrando Niki Pilic, e a Roma completerà la striscia positiva detronizzando Orantes, nell’impareggiabile scenario monegasco Ilie ha da portare a termine un tris che da troppo decenni manca a Montecarlo. Per farlo si trova a dover fronteggiare l’attacco di Orantes stesso, testa di serie numero 2, e dei due francesi Goven e Proisy, nonché dell’altro iberico Andres Gimeno, che a Parigi ha colto la vittoria più prestigiosa della sua carriera, così come c’è una nutrita schiera di giovani virgulti che si affacciano al proscenio e lo fanno con rinnovato vigore e legittime ambizioni. E questi altri non sono che Panatta, che già brilla di luce propria, Corrado Barazzutti, che avrà poi modo di stringere buona amicizia con il torneo di Montecarlo, ed uno svedese imberbe di cui si dice un gran bene. Il suo nome è Bjorn Borg. E proprio Borg è l’avversario che Nastase trova in finale, dopo aver scavalcato senza patemi gli ostacoli proposti dal tabellone, ovvero il messicano Marcelo Lara, 6-4 6-3, ancora una volta Szoke agli ottavi, 6-2 6-2, il carneade tedesco Harald Elschenbroich ai quarti, 6-2 7-5 6-2, infine Proisy in semifinale, 6-0 6-4 6-2. In effetti il campione rumeno mostra una sicurezza disarmante, e pure un’invulnerabilità sconcertante, e Borg, che ha poco meno di 17 anni ma gioco già solido ed efficace tanto da farlo sopravvivere ad una sorta di selezione con Barazzutti prima, Goven poi, in una fetta di tabellone presidiata anche da Orantes e Panatta, all’atto decisivo un tentativo di battere il detentore del titolo almeno lo fa. Quanto basta per cedere di misura il primo set, 6-4, poi il tennis ricco di fantasia di Nastase prende il sopravvento e il 6-1 6-2 con cui il rumeno boccia le illusioni dello scandinavo la dicono lunga su chi sia il più forte sul centrale del Country Club.

Nastase completa la tripletta, così come nell’anno in corso meriterà la palma di giocatore più forte del mondo. Sventura vuole che dodici mesi più tardi, 1974, un 25enne dello Zimbabwe, senza pedigree, troverà la settimana della vita giungendo in finale quasi da perfetto sconosciuto, per poi macchiarsi, al cospetto del sovrano del tennis, del reato di lesa maestà, vincendo 5-7 6-3 6-4 e negando così al campione il poker che credeva di avere tra le mani. Ma non si può proprio aver tutto dalla vita, vero Ilie?

 

STEVE CRAM, IL TERZO INCOMODO DEL MEZZOFONDO BRITANNICO

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Steve Cram dopo aver stabilito il record mondiale dei m.1500 a Nizza – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

A cavallo degli anni ’80, l’Atletica leggera vive l’epoca della titanica sfida tra i due rappresentanti del Regno Unito, vale a dire Steve Ovett e Sebastian Coe, autentici dominatori nella specialità del mezzofondo veloce, fatta di record sui m.1500 e sul miglio tolti a vicenda, nonché di medaglie olimpiche ed europee.

Affascinati da questo confronto senza esclusione di colpi, sono in pochi ad accorgersi di come, nella Finale dei 1500 metri alle Olimpiadi di Mosca ’80, la Gran Bretagna abbia schierato un suo terzo rappresentante, il non ancora 20enne Steve Cram, il quale paga lo scotto dell’inesperienza classificandosi non meglio che ottavo in 3’42”0 nel mentre Coe va a prendersi la rivincita su Ovett, che lo aveva beffato sulla più breve distanza dei m.800.

Ma, quando si hanno degli esempi di cotanto lignaggio da emulare, si fa presto a crescere in fretta, basta credere nelle proprie possibilità e sottoporsi a duri allenamenti, cosa che Cram, non a caso nato a metà ottobre 1960 a Gateshead, città di poco più di 100mila abitanti nella Contea di Durham, famosa nel panorama dell’atletica mondiale per gli importanti Meeting che vi si svolgono nel periodo estivo.

E così, dopo un anno speso a migliorare il proprio rendimento, Cram è pronto a dare il proprio contributo al medagliere del Regno Unito in occasione dei Campionati Europei di Atene ’82, nel mentre i suoi connazionali stanno iniziando – in special modo Ovett, già presente alla rassegna continentale di Roma ‘74 – a risentire dell’usura di un’intensa attività sulle piste di tutto il pianeta.

Con Ovett costretto a rinunciare per infortunio e Coe iscritto solo sul doppio giro di pista alla ricerca di una medaglia d’oro sulla distanza che per un beffardo gioco della sorte sembra destinata a sfuggirgli nonostante ne detenga sin dal 1979 il relativo primato mondiale, Cram è chiamato a tenere alto l’onore della Corona sui 1500 metri, dimostrando, sin dalle batterie corse il 9 settembre, di essere in grado di recitare il ruolo di favorito, facendo segnare il miglior tempo con 3’38”06.

Due giorni dopo, in Finale, Cran dimostra di aver raggiunto anche un’eccellente maturità a livello mentale allorché, a metà del terzo giro, nel mentre guida il gruppo ed è affiancato dal connazionale Williamson, approfitta della caduta di quest’ultimo e della conseguente frattura che si interpone tra i finalisti per prendere decisamente la testa della corsa, scavando un solco rispetto al resto degli avversari, per poi incrementare l’andatura al suono della campana ed andare a trionfare in 3’36”49, resistendo, nel rettilineo conclusivo, al tentativo di rimonta da parte del sovietico Nikolaj Kirov e dello spagnolo José Manuel Abascal, classificatisi nell’ordine alle piazze d’onore.

Un primo successo a livello internazionale cui Cram concede il bis ad un mese di distanza, laureandosi altresì Campione dei 1500 metri ai “Commonwealth Games” ’82 di Brisbane, dove, al di là del tempo relativamente alto di 3’42”30, si permette il lusso di precedere due leggende del mezzofondo quali il neozelandese John Walker ed il keniano Mike Boit, miglior modo possibile per festeggiare in anticipo il suo 22esimo compleanno che sarebbe caduto di lì a 5 giorni.

Presa consapevolezza delle proprie potenzialità, che lo porta a battere Coe sugli 800 metri al meeting davanti ai suoi concittadini a Gateshead, Cram vive il suo “Anno di Gloria” nella stagione seguente, che ha come appuntamento principale la prima edizione dei Campionati mondiali, in programma ad Helsinki dal 7 al 14 agosto 1983, manifestazione a cui Coe è costretto a rinunciare per una infezione virale che lo ha debilitato.

Con la Gran Bretagna rappresentata sui m1500 dai protagonisti degli Europei, vale a dire Cram e Williamson, a cui si unisce un Ovett di cui non si conoscono le effettive potenzialità, essendo al rientro dopo aver sofferto diversi infortuni, l’esito delle due semifinali del 13 agosto contribuisce a determinare il lotto dei pretendenti alle medaglie, visto che Cram precede Ovett (3’35”77 a 3’36”26) in una seconda serie in cui emergono i mezzofondisti europei, con il bronzo europeo Abascal e lo svizzero Pierre Délèze a concludere non lontani divisi da soli 0”02 centesimi (3’36”35 a 3’36”37), nel mentre nella prima sono l’americano Steve Scott ed il marocchino Said Aouita a scoprire le loro carte, concludendo appaiati in 3’36”43.

Il giorno dopo, data conclusiva della manifestazione, il gruppo procede compatto sin verso la campana dell’ultimo giro, allorché è proprio Aouita a prendere decisamente la testa della corsa, con un’accelerazione imperiosa alla quale Cram è il primo a rispondere, ricucendo lo strappo e portandosi dietro Scott ed Abascal.

Il maghrebino non si scompone, prosegue nella sua azione incrementando il ritmo della propria andatura, cui Cram, dall’alto dei suoi 10cm. di altezza in più, risponde con più ampie falcate, così da sgranare il gruppo ed affrontare l’ultima curva dove il britannico sferra l’attacco decisivo, superando di slancio Aouita ed entrando in vantaggio sul rettilineo conclusivo, dove resiste al tentativo di rimonta di Scott andando a conquistare il titolo iridato in 3’41”59 rispetto al 3’41”87 dell’americano, nel mentre Aouita riesce a salvare il bronzo dall’orgoglioso finale di Ovett, escluso dal podio per soli 0”32 centesimi (3’42”92 a 3’42”34).

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L’arrivo vincente di Cram ai Mondiali di Helsinki ’83 – da gettyimages.co.jp

Con già al collo le medaglie d’oro europea e mondiale, per completare un fantastico tris – al pari dell’impresa compiuta sui 10mila metri dall’azzurro Alberto Cova – a Cram non resta che puntare alla gloria olimpica in occasione dei Giochi di Los Angeles ’84, dove il Regno Unito schiera il suo ”tris d’assi”, replicando l’iscrizione di quattro anni a Mosca ’80, identico nei nomi (Coe, Ovett e Cram), ma ben diverso nelle potenzialità, vista la crescita esponenziale che nel quadriennio ha compiuto il 24enne di Gateshead, rispetto al logico, fatale declino anagrafico dei suoi più affermati connazionali.

Nonostante Ovett riesca a qualificarsi per la Finale, le sue precarie condizioni fisiche lo portano addirittura a non concludere la prova, nel mentre i favori del pronostico, oltre a Coe e Cram, vanno chiaramente all’idolo di casa Steve Scott ed al sempre temibile spagnolo Abascal, non essendo della partita Aouita, avendo il marocchino deciso di cimentarsi sulla più lunga distanza dei 5.000 metri, scelta peraltro vincente dato che si aggiudica l’oro.

Nella Finale dell’11 agosto ’84, incitato e sospinto dal tifo degli spettatori del “Los Angeles Coliseum”, è l’americano Scott a prendere il comando delle operazioni, imprimendo alla gara un ritmo superiore alle sue reali potenzialità, tanto da pagare dazio allorché viene rilevato da Abascal, scomparendo nelle retrovie, nel mentre lo spagnolo affronta in testa l’ultimo giro seguito da un trio di inseguitori da paura, vale a dire il Campione olimpico Sebastian Coe, il Campione mondiale Steve Cram ed il detentore del record mondiale Steve Ovett, il cui sussulto d’orgoglio non è sufficiente a fargli concludere la prova, abbandonando a metà della penultima curva.

Il ritiro di Ovett comporta una frattura nel gruppo, coi primi tre ad involarsi per giocarsi i posti sul podio e gli altri a disputarsi le posizioni di rincalzo, ed in questa sfida per l’oro Coe mette sul piatto il suo miglior spunto che gli consente di respingere l’attacco di Cram all’attacco dell’ultima curva, per poi avere ancora la forza di sprintare sul rettilineo conclusivo, così da confermare il titolo di quattro anni prima a Mosca con tanto del nuovo record olimpico di 3’32”53 che cancella il 3’34”91 ottenuto dal leggendario keniano Kip Keino a Messico ’68, con anche Cram a realizzare un eccellente 3’33”40 ed Abascal degno occupante del gradino più basso del podio in 3’34”30.

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La vittoria di Coe su Cram a Los Angeles ’84 – da mirror.co.uk

Appare oramai Cram “l’uomo del futuro” della specialità, forte dell’esperienza maturata e di un fisico (m.1,86 per 69kg.) ideale per un mezzofondista, e non destano pertanto alcuna sorpresa i risultati da lui ottenuti l’anno seguente, allorché stabilisce i propri “Personal Best” sia sugli 800 metri (1’42”88 il 21 agosto ’85 al Weltklasse di Zurigo in cui sconfigge l’oro di Los Angeles, Joaquim Cruz) che sui m.1500 ed il miglio.

Questi ultimi due primati vengono ottenuti nello spazio di 10 giorni, dapprima il 16 luglio ’85 al Meeting di Nizza, coprendo la distanza metrica in 3’29”67 e quindi il 27 luglio al Meeting di Oslo dove corre il miglio in 3’46”32, che rappresentano altresì, i relativi record mondiali, cancellando dall’albo d’oro – per “par condicio” – i nomi dei suoi amici/rivali Steve Ovett e Sebastian Coe, rispettivamente.

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Cram raggiante dopo il mondiale sul miglio ad Oslo ’85 – da athleticsweekly.com

La supremazia di Cram viene confermata anche nel 1986, allorché fa doppietta sugli 800 e 1500 metri ai “Commonwealth Games” di Glasgow, imponendosi in 1’43”22 sulla più corta distanza con quasi 15 metri di vantaggio sullo scozzese Tom McKean e replicando con un tranquillo 3’50”87 sui m.1500, per poi presentarsi da favorito ai Campionati Europei di Stoccarda, dove è chiamato a difendere il titolo conquistato quattro anni prima ad Atene.

Compito che l’oramai quasi 26enne della Contea di Durham assolve diligentemente, dapprima andando a completare un podio tutto britannico sugli 800 metri, che vede finalmente Coe trionfare sulla “sua” distanza davanti a McKean, e quindi prendendosi la rivincita dei Giochi di Los Angeles ’84, avendo stavolta la meglio su Coe nei 1500 metri in virtù di una miglior tattica di corsa, che lo porta ad anticipare il due volte Campione olimpico all’attacco dell’ultima curva, così da presentarsi sul rettilineo d’arrivo con un vantaggio che il “Baronetto” non è in grado di colmare come dimostra il riscontro cronometrico (3’41”09 a 3’41”67) che li separa.

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Cram precede Coe agli Europei ’86 – da prints.colorsport.co.uk

Per Cram, all’apice della carriera, questo sarà anche il suo ultimo successo, in quanto segue una deludente stagione nel 1987 – non meglio che ottavo nella Finale dei m.1500 ai Mondiali d Roma ’87 dove era chiamato a difendere il titolo conquistato quattro anni prima ad Helsinki – mentre, dopo aver ritrovato una accettabile condizione nell’anno olimpico, un infortunio al polpaccio ne pregiudica le possibilità di vittoria ai Giochi di Seul ’88, dove conclude ai margini del podio, a soli 0”03 centesimi (3’36”21 a 3’36”24) dal bronzo del tedesco orientale Jens-Peter Herold, nella gara vinta dal keniano Peter Rono con il tempo di 3’35”96 sull’altro britannico Peter Elliot che chiude in 3’36”15.

Ed, anche se gli infortuni ne hanno limitato la carriera in pratica a soli 5 anni ad altissimo livello – dal 1982 al 1986 – Steve Cram può comunque a giusta ragione vantare il titolo di essere stato “L’Ultimo dei Grandi” del mezzofondo britannico, prova ne sia il fatto che, a distanza di oltre 30 anni, i suoi record sui 1500 metri ed il miglio restano ancora ben saldi nell’Albo dei record del Regno Unito…

AURELIANO BOLOGNESI, L’ORO AI GIOCHI DI HELSINKI 1952 DEL PUGILE POETA

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Bolognesi nel match con il finlandese Pakkanen ai Giochi del ’52 – da coni.it

articolo di Nicola Pucci

Se ne è andato da poco, Aureliano Bolognesi, e forse è il caso di spendere qualche parola sul suo conto di campione, troppo spesso dimenticato nel panorama del pugilato tricolore. Perché campione lo è stato, per davvero, nello sport così come nella vita quotidiana, abile nel coniugare l’attività agonistica con la passione per la forma d’arte a mio modestissimo parere più eccelsa, la poesia.

Già, perché Bolognesi, che nasce in quel fertilissimo bacino di pugili d’alto livello che è la Liguria, e più precisamente nel quartiere genovese di Sestri Ponente il 15 novembre 1930, comincia a dare di pugni da ragazzo nella palestra di Cornigliano, sotto l’occhio attento del maestro Alfonso Speranza che vede in lui un prospetto decisamente interessante, non solo forza e ardore ma anche intelligenza e senso strategico. Bolognesi scala velocemente le gerarchie della sua categoria, quella dei pesi leggeri, diventando campione ligure dei dilettanti prima, italiano poi nel 1951, battendo il piemontese Pietro Maffeo, che da pensionato diventerà “mago Oeffam” (Maffeo scritto all’incontrario), per bissare poi il titolo l’anno dopo contro Mario Vecchiatto.

I successi di Aureliano non mancano certo di venir accolti con favore dal selezionatore della Nazionale italiana, Natalino Rea, che lo vuole con sè alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, ma c’è un romano, Franco Rosini, che la Federazione preme perché venga convocato al posto di Bolognesi, ed allora si decide di porli l’uno di fronte all’altro su un ring: Aureliano mette il rivale al tappeto tre volte in due riprese e si assicura così il viaggio in Finlandia.

Bolognesi è ragazzo devoto ed armato di una fede religiosa incrollabile, chierichetto fino a 14 anni, se è vero che avrà modo di raccontare un aneddoto fondamentale della sua carriera: un giorno suo nonno trovò per terra un’immagine della Madonnina della Neve fecendogliene dono, ed Aureliano non mancava sera in cui prima di coricarsi pregava perché gli facesse vincere la medaglia d’oro. E il suo sogno a cinque cerchi è destinato ad avverarsi.

Alla Messuhalli Hall di Helsinki si gareggia dal 28 luglio al 2 agosto e sono diversi gli avversari di grido che Bolognesi si trova a dover affrontare, tra i 27 iscritti nella categoria dei pesi leggeri, seppur manchi lo spezino Bruno Visintin che l’anno prima, a Milano, ha vinto il titolo europei di dilettanti ma che per l’evento olimpico ha deciso di salire di peso, gareggiando nei superleggeri. E’ altresì presente l’ungherese Istvan Juhasz, che alla rassegna continentale si mise al collo la medaglia d’argento, così come il polacco Aleksy Antkiewicz che quattro anni prima a Londra, nel 1948, è salito sul terzo gradino del podio nei pesi piuma, battuto dal brianzolo Ernesto Formenti, ma il favorito della vigilia è l’americano Bobby Bickle, vincitore in patria del Chicago Golden Gloves Tournament of Champions.

E proprio un sorteggio non certo benevolo mette Bolognesi e Bickle a confronto agli ottavi di finale, dopo che il genovese ha usufruito di un bye al primo turno e lo statunitense ha messo al tappeto al secondo round Basil Henricus, rappresentante di Ceylon. L’inizio del combattimento è all’insegna di Bickle, che atterra Bolognesi al primo round con un destro alla mascella, ma l’azzurro ha tempra da lottatore indomabile, torna a centro ring e per le due successive riprese fa valere il suo piano tattico, boxando di intelligenza più che di forza, ed infine venir promosso al turno successivo seppur per decisione non unanime dei giudici, che lo eleggono vincitore, 2-1. Tocca poi proprio a Juhasz arrendersi ai quarti di finale, ancora una volta con verdetto di misura, mentre netta ed inequivocabile è la vittoria in semifinale con il beniamino locale, Erkki Pakkanen.

All’atto conclusivo si presenta anche il polacco Antkiewicz, pugile esperto e tenace che regala sette anni a Bolognesi ma che nel corso del torneo ha liquidato senza problemi il filippino Enriquez, il tedesco Wohlers e il britannico Reardon, prima di usufruire in semifinale del forfait del rumeno Gheorghe Fiat, toccato duro nel match di quarti di finale con l’argentino Bonetti. E qui, nel giorno più importante, e forse anche in parte favorito dall’immeritato verdetto che qualche minuto prima ha privato della vittoria il peso piuma Sergio Caprari nel match dominato con il cecoslovacco Jan Zachara, Bolognesi disegna il capolavoro della sua ancor fresca carriera, boxando con astuzia e coraggio per infine venir premiato dai giudici che stavolta, con benevolenza ma anche con merito indubbio, gli assegnano la vittoria per 2-1 che vale la medaglia d’oro. Grazie anche all’incitamento di Rea che alla fine della seconda ripresa, dopo che Bolognesi ha accusato un colpo del polacco, lo apostrofa “rappresenti l’Italia, sei la nostra bandiera, non puoi perdere“. Il ritorno a casa è un trionfale parata per le strade di Genova, che celebra il suo campione sotto gli occhi felici del padre, primo tifoso di Aureliano.

E’ il coronamento del percorso da dilettante di Bolognesi, che tra i puri somma ben 151 combattimenti, tra cui anche una prestigiosa sfida nel 1953 con gli Stati Uniti ed una finale ai Mondiali militari di Monaco di Baviera mancata per una frattura alla mano destra nel match di semifinale con il belga Eddy, con soli quattro pareggi ed una sconfitta, per poi operare nel 1954 il salto tra i professionisti. Aureliano ha 24 anni, è nel pieno della crescita tecnica ed atletica, ma dopo due anni con 21 incontri, 17 vittorie e due sconfitte con Mohamed Ben Alì che il 30 luglio 1955, ad Imperia, lo manda giù all’ottavo round, e con l’anconetano Mafaldo Rinaldo che il 1 ottobre 1956, a Cremona, lo obbliga a gettare la spugna alla sesta ripresa, i persistenti problemi ad una spalla lo costringono al ritiro anticipato dall’attività.

Qui si apre il secondo capitolo della vita di Aureliano Bolognesi, che ama definirsi “l’artista del ring“. In effetti l’ex-campione, che per ricordare il trionfo ai Giochi si è fatto tatuare sul polso i cinque cerchi olimpici e due guantoni, sviluppa appieno il suo sapere come analista chimico e poeta, affascinando, con i suoi modi educati ed il sorriso sempre stampato su un volto più da impiegato che da pugile, chi ha avuto l’onore di conoscerlo, trasmettendo pure il suo talento di pugile ai giovani allievi della palestra di Cornigliano. Già, proprio lì dove nacque la sua leggenda di eroe d’Olimpia.

 

 

IL DOPPIO TRIONFO EUROPEO DEL LEICESTER RUGBY DI INIZIO MILLENNIO

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Il tecnico Richards ed il capitano Johnson con la Heineken Cup ’01 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel 2016 si è, clamorosamente, nonché sorprendentemente laureato Campione della Premier League inglese di calcio, sotto la guida del tecnico italiano Claudio Ranieri, il Leicester City ha fatto sì che venisse data notorietà presso il grande pubblico al Capoluogo dell’omonima contea, situato nelle “Midlands” orientali dell’isola britannica.

Ben pochi sapevano, però, quantomeno nel Bel Paese, che tale affermazione era sì un traguardo prestigioso, ma che sbiadiva al cospetto di cosa un altro Club di Leicester, i “Tigers”, era stato in grado di compiere, salendo addirittura sul tetto d’Europa nello Sport della palla ovale, oltretutto primo, nella Storia della Manifestazione, ad aggiudicarsi per due anni consecutivi la Heineken Cup di Rugby, l’omologa dell’attuale Champions League di Calcio.

Così come il Rugby ha dovuto attendere 57 anni per dotarsi di un proprio Campionato del Mondo per Squadre Nazionali rispetto a quanto avvenuto per il football – essendosi disputata la prima edizione in Nuova Zelanda ed Australia nel 1987 – quasi altrettanto tempo è trascorso affinché anche le formazioni di Club potessero avere una propria competizione a livello europeo, inaugurata nella stagione 1995-’96, a 40 anni esatti di distanza dal debutto della Coppa dei Campioni di Calcio, con la sola, ma fondamentale differenza, di essere un torneo elitario, in quanto riservato ai soli 6 Paesi (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda, Francia ed Italia) che si contendono il prestigioso Trofeo del “Sei Nazioni” a livello di rappresentative nazionali.

Ottenendo la propria denominazione dall’abbinamento con la famosa marca di birra sponsor della competizione, il “parallelo” con il calcio continua con, anche in questo caso, una iniziale astensione da parte dei Club inglesi e scozzesi – che, come loro abitudine, vogliono prima verificare l’andamento di una manifestazione prima di degnarsi di farne parte – peraltro rientrato dalla seconda edizione, fatta salva una successiva diserzione, stavolta da parte delle Società inglesi e gallesi, nel ’99 a causa, nella fattispecie, di una disputa relativa ad una miglior ripartizione dei diritti televisivi dell’evento, con ciò impedendo al XV del Bath, laureatosi Campione nel ’98 dopo il successo per 19-18 in Finale sui detentori francesi del Brive, di poter difendere il titolo.

Finalmente, con l’avvento del nuovo secolo, la manifestazione trova pace e la sua giusta collocazione nel panorama del Rugby continentale, con la disputa della quinta edizione che consente ai Northampton Saints di far loro la coppa superando 9-8 a Twickenham i forti irlandesi del Munster, al termine di un torneo che, per la prima volta, ha visto raggiungere le semifinali a quattro formazioni di quattro Paesi diversi.

Inaugurato il nuovo millennio con il secondo successo inglese – va considerato che per i “Club della Rosa” si trattava della loro terza partecipazione avendo disertato la prima e la quarta edizione – l’en plein era stato loro impedito dalla sconfitta per 9-28 subita ad opera dei francesi del Brive, nella Finale ’97 disputata al “Cardiff Arms Park”, dai Leicester Tigers, i quali erano pertanto ben decisi a riscattare tale delusione.

Uno dei Club di più antica tradizione del Rugby inglese, essendo stato fondato nel 1880, il Leicester vanta il record del maggior numero di titoli vinti dall’istituzione del Campionato, vale a dire dal 1987, avendo fatte sue ben 10 delle 31 edizioni sin qui svolte, con la perla dei quattro successi consecutivi proprio a cavallo del cambio di secolo, dal 1999 al 2002.

Capirete, pertanto, come i Tigers fossero una serie pretendente al titolo di Campioni europei in una manifestazione che, dopo la ricordata Finale persa al debutto, li aveva visti eliminati ai Quarti di finale nel ’98 (pesante sconfitta per 18-35 di fronte ai francesi del Pau) ed uscire nella Fase a Gironi dell’edizione 2000, inaspettatamente ultimi con 4 punti nel Gruppo vinto dai transalpini dello Stade Français.

Una delusione che il tecnico Dean Richards – chiamato a guidare il Club nell’estate ’97 dopo averne indossato la maglia in 314 occasioni nel ruolo di terza linea centro, oltre ad avere nel proprio record 48 presenze e 24 punti con la Nazionale inglese – intende immediatamente riscattare, dopo aver condotto i suoi Tigers al secondo titolo consecutivo in patria, potendo contare sulla forza del Capitano e seconda linea Martin Johnson, il quale avrà, due anni più tardi, l’onore di essere a tutt’oggi l’unico europeo ad aver sollevato la “Webb Ellis Cup” dopo il trionfo dell’Inghilterra sull’Australia alla Coppa del Mondo ’03.

Leicester Tigers v Munster
Martin Johnson, capitano dei Tigers e della Nazionale inglese – da:rugbyworld.com

Con una formula che vede le 24 squadre iscritte (6 a testa per Inghilterra e Francia, 5 per il Galles, 3 per l’Irlanda e 2 per Italia e Scozia) suddivise in 6 Gironi da quattro formazioni ciascuno, si qualificano per la fase ad eliminazione diretta le vincenti dei rispettivi Gruppi, oltre alle due migliori seconde, per dar luogo ai Quarti di Finale in gara unica da disputarsi sul terreno della meglio classificata nella fase eliminatoria in una sorta di tabellone tennistico, sino all’atto conclusivo, da disputarsi al “Parc des Princes” di Parigi il 19 maggio 2001.

Inseriti nel sesto Girone, i Tigers hanno l’occasione di “vendicare” l’eliminazione subita dai francesi del Pau nei Quarti dell’edizione ’98 avendoli nel proprio raggruppamento, così da poter infliggere loro una severa lezione per 46-18 nella gara d’esordio al “Welford Road Stadium”, per poi replicare il successo anche in Continente con un altrettanto netto 20-3 che certifica il primo posto nel Girone ed il secondo nel “seeding” assoluto con 10 punti, alle spalle dello Stade Français ed il relativo accoppiamento, nella sfida dei Quarti, contro i gallesi dello Swansea.

Fase della manifestazione che non riserva sorprese, con le quattro favorite a rispettare il vantaggio del fattore campo, ed il Leicester a mettere a segno il più ampio margine (46-10) tra le qualificate alle semifinali, mentre il “derby francese” tra Stade Français e Pau va ai primi per 36-19.

Derby che, viceversa, si presenta in semifinale tra le due compagini inglesi ancora in corsa nella manifestazione, vale a dire Leicester e Gloucester, che si disputa il 21 aprile sul campo neutro del “Vicarage Road” di Watford davanti a 14mila spettatori, al termine del quale sono i Tigers a spuntarla per 19-15, mentre con l’ancor più risicato margine di 16-15 lo Stade Français ha la meglio sull’orgoglio di Irlanda del Munster, finalista la passata stagione.

Sono ben 44mila gli spettatori che si danno convegno sulle tribune del “Parc des Princes” di Parigi il 19 maggio 2001 con la speranza di rivedere il tricolore sventolare sul tetto d’Europa dopo i due iniziali successi di Tolosa e Brive, potendo contare sulla precisione al piede del mediano di apertura italoargentino Diego Dominguez, cui i Tigers oppongono l’abilità sui calci piazzati dell’estremo Tim Stimpson.

E se, per la riuscita della manifestazione, era necessaria una Finale che rendesse omaggio a questo splendido Sport fatto di “Braveheart”, nessun Spot pubblicitario avrebbe mai potuto eguagliare lo spettacolo andato in scena negli 80’ di acerrima, cavalleresca sfida parigina.

Come in ogni atto decisivo che si rispetti, le fasi iniziali vedono i rispettivi pacchetti difensivi impedire agli attacchi avversari di prendere il sopravvento, anche al logico prezzo di dover subire le penalità da parte del Direttore di gara, l’irlandese David McHugh, un conto che può divenire quanto mai salato se ad incaricarsi di calciare l’ovale tra i pali è un “cecchino” del calibro di Dominguez, i cui cinque piazzati andati a segno mandano le squadre al riposo sul punteggio di 15-9 per lo Stade Français, avendo, dal canto suo, Stimpson replicato in tre analoghe occasioni.

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Diego Dominguez al calcio – da gettyimages.it

Ma è nella ripresa che la gara si accende, con il mediano di mischia inglese Austin Healey – non a caso premiato come “Man of the Match” al termine dell’incontro – ad assumere il controllo delle operazioni in mezzo al campo, e la miccia è rappresentata dalla meta messa a segno dall’esterno Leon Lloyd alla ripresa del gioco, un’importante iniezione di fiducia che, se pur non trasformata, riporta i Tigers a contatto con gli avversari, i quali non riescono a sfondare l’arcigna difesa ben organizzata da Capitan Johnson, affidandosi alla sola “giornata di grazia” di Dominguez, implacabile da ogni piazzola del campo, con i suoi nove calci di punizione vincenti, il che manda le due contendenti alla parte conclusiva del match sul punteggio di 27-27, in virtù di una seconda meta inglese realizzata dal terza linea ala Neil Back poco prima dello scoccare dell’ora di gioco e dopo che Stimpson aveva replicato al 73’ all’ennesimo vantaggio francese messo a segno da Dominguez appena 2’ prima, centrando i pali da oltre 45 metri.

Con tutto da rifare, quindi, i minuti conclusivi sono degni di un thriller che neppure il più fedele sceneggiatore del “Mago del brivido” Alfred Hitchcock avrebbe potuto immaginare, con ancora Dominguez – autore di tutti i punti della propria squadra – a mettere a segno al 77’ il suo unico drop della partita che vale il 30-27 per i transalpini e che appare altresì ai più poter risultare decisivo per l’esito della sfida, dovendo gli stessi resistere per i soli ultimi tre minuti prima di laurearsi Campioni.

Una sorta di “Mission impossible” per i ragazzi di Dean Richards, ma il rugby, una volta di più, dimostra che “Nulla è impossibile” (“Impossible is Nothing”, per dirla all’inglese …) quando si crede nell’impresa, e la stessa si materializza allorché Healey, raccolto l’ovale sulla linea di metà campo a seguito di una rimessa laterale, riesce a trovare un varco nella mal piazzata difesa francese, incuneandosi in profondità per poi aprire sulla destra in favore di Lloyd che lo ha seguito a rimorchio, così da consentire al 24enne esterno di concludere l’azione schiacciando la palla in meta per i punti del sorpasso che la successiva trasformazione di Stimpson porta al definitivo 34-30 per il trionfo di Leicester ed il più totale sconforto dei giocatori e supporter francesi.

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La meta decisiva di Lloyd al 79′ – da gettyimages.it

Un’impresa fantastica, a coronamento di una stagione altrettanto irripetibile, od almeno così pare, ma a Leicester ci hanno preso gusto ed allora perché non riprovarci a realizzare nuovamente l’accoppiata titolo nazionale/Heineken Cup anche l’anno successivo, tanto più che l’ossatura della squadra è rimasta immutata.

E così, ai nastri di partenza dell’edizione 2002, i Tigers si presentano più agguerriti che mai, decisi a confermarsi i migliori di un torneo che ha mantenuto inalterata la relativa formula, consentendo agli stessi di aggiudicarsi il proprio Girone con 10 punti, frutto di cinque vittorie ed una sola sconfitta, all’ultimo turno in casa dei gallesi del Llanelli che, però, costa loro, in virtù di un minor numero di mete realizzate (17), il quarto posto nel tabellone per la successiva fase ad eliminazione diretta.

Costretti, pertanto, a vedersela nei Quarti di finale contro gli ostici irlandesi del “quasi omonimi” Leinster, Johnson & Co. superano l’ostacolo con facilità (29-18) in un turno che, viceversa, registra due clamorose sorprese, vale a dire la sconfitta interna dell’imbattuto Bath, seccamente sconfitto 27-10 proprio dal Llanelli, e l’ancor più inattesa battuta d’arresto dello Stade Français, finalista della passata edizione, superati per 16-14 allo “Stade Jean Bouin” di Parigi dagli irlandesi del Munster, con il solo Castres a salvare l’onore transalpino, facendo suo di misura (22-21) il derby con il Montferrand.

Nuovamente quattro formazioni di altrettante diverse Nazioni a raggiungere le semifinali, a dimostrazione dell’alto livello di competitività raggiunto dalla Manifestazione, le cui sfide vanno in scena il 27 aprile ’02 allo “Stade de la Méditerranée” di Beziers tra Castres e Munster, con questi ultimi ad imporsi per 25-17, così da raggiungere la loro seconda Finale dopo quella persa di misura due anni prima di fronte a Northampton.

Il giorno dopo, 28 aprile, tocca al “City Ground” di Nottnhjam ospitare, davanti a quasi 30mila spettatori, la “bella” tra Leicester e Llanelli, dopo le rispettive vittorie interne nel Girone eliminatorio, sfida durissima che, se da un lato conferma la solidità difensiva dei Tigers, che concedono solo quattro piazzati ai loro avversari, dall’altra vede il risultato in bilico sino all’ultimo secondo, come testimonia il 13-12 conclusivo che certifica come il Leicester sia la seconda compagine – dopo i francesi del Brive nel biennio 1997-’98 – a conquistare il diritto a disputare due Finali consecutive.

Tocca al “Millenium Stadium” di Cardiff ospitare il 25 maggio ’02 la sfida decisiva davanti ad una platea di quasi 75mila spettatori allorché l’arbitro francese Joel Judge dà il via alla contesa che lo vedrà involontario protagonista, così che, rispetto all’emozionante Finale dell’anno precedente, questa verrò ricordata più per alcune controverse decisioni, la prima delle quali si verifica già nei minuti iniziali, allorché una meta messa a segno dal samoano Freddie Tuilagi viene annullata per precedente placcaggio illegale sull’ala irlandese John Kelly, per poi essere il Munster a sbloccare il risultato grazie ad un piazzato della loro stella Ronan O’Gara (2.625 punti in 240 presenze con il Club, oltre a 1.083 punti nelle 128 occasioni in cui ha indossato la maglia della Nazionale …), raddoppiato da una seconda punizione tra i pali dello stesso O’Gara al 20’, prima che i Tigers mettano a segno una meta proprio con Geordan Murphy – ironia della sorte, l’unico irlandese schierato da Richards – il quale sfrutta un calcio a seguire di Stimpson per il 6-5 che divide le due squadre all’intervallo.

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La meta di Geordan Murphy al 26′ – da gettyimages.it

E, come un anno prima, la gara si accende nella ripresa, con O’Gara a dilatare il vantaggio irlandese con il suo terzo piazzato a segno al 49’, ma, analogamente a quanto successo nella Finale 2001, gli attacchi del “trifoglio” non riescono a sfondare il muro difensivo eretto da Capitan Johnson ed i suoi fieri compari, cosa che, viceversa, avviene sul fronte opposto, con il Leicester ad assumere il controllo del match ad avvenuto ingresso sul terreno di gioco, al posto del mediano di mischia Jamie Hamilton, di Harry Ellis, l’autore della decisiva meta nella semifinale contro Llanelli.

Convinti di poter sfondare andando in meta, i Tigers per due volte rinunciano a tentare di centrare i pali su punizione per giocare l’ovale alla mano, tattica che viene premiata allorché è Healey, poco prima dell’ora di gioco, a depositare la palla oltre la fatidica linea per consentire a Stimpson una comoda trasformazione che ribalta le sorti dell’incontro sul 12-9 a favore dei Campioni in carica, un margine vieppiù dilatato in virtù di un piazzato messo a segno dallo stesso Stimpson – nominato “Man of the Match” a fine gara – quando mancano solo 10’ al termine dell’incontro.

Ma figuriamoci se anche stavolta i “titoli di coda” non riservano sorprese, in cui ad ergersi a protagonista – come anticipato in precedenza – è il Direttore di gara transalpino, responsabile di non aver sanzionato una delle più controverse situazioni di gioco, dopo che gli irlandesi si erano già lamentati per l’annullamento di una meta dell’ala John O’Neill, ma in questo caso le riprese televisive confermano come lo stesso si fosse trascinato con il piede fuori dalla linea laterale.

Accade infatti che, con pochi spiccioli di tempo a disposizione, Munster abbia a disposizione una mischia a meno di cinque metri dalla linea di meta avversaria in posizione centrale – ricordiamo che un’eventuale meta trasformata, con i 7 punti previsti dal regolamento, darebbe la vittoria agli irlandesi – con il mediano di mischia Peter Stringer che si accinge ad introdurre l’ovale.

Appena la palla esce dalle sue mani, però, il terza linea ala inglese Neil Back, componente del pacchetto di mischia dei Tigers, assesta furbescamente un colpetto di mano alla stessa, indirizzandola presso i propri compagni che possono così liberare in touche per la conclusione dell’incontro ed a nulla valgono le proteste irlandesi verso l’arbitro Judge che, ci sia consentito il gioco di parole, ha “giudicato” male, asserendo di non aver visto alcunché di irregolare.

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I Tigers festeggiano la conquista della seconda Heineken Cup – da gettyimages.com

E, mentre se si fosse trattato di una Finale di Calcio si sarebbe ricorso ad interrogazioni parlamentare, in uno Sport ben più cavalleresco come il Rugby la decisione – seppur errata – viene accettata, a dimostrazione che gli “Dei della palla ovale” avevano stabilito che i Leicester Tigers dovessero essere la prima formazione a laurearsi Campione d’Europa per due anni consecutivi, un’impresa che sarà eguagliata nel biennio 2011-’12 dagli irlandesi del Leinster e quindi superata, nel triennio successivo, dal francesi del Tolone, guidati dal “Baronetto” inglese Jonny Wilkinson.

Avrete pertanto compreso come, ai supporters dei Tigers, il titolo della Premier League del Leicester di Ranieri, rappresenti solo una notizia da terza o quarta pagina, non di più.