L’ORO E IL SORTILEGIO INFRANTO DELLA PALLAMANO NORVEGESE AI GIOCHI DEL 2008

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Lybekk in azione alle Olimpiadi di Pechino 2008 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

In assenza della Danimarca, vincitrice delle medaglia d’oro alle ultime tre edizioni dei Giochi di Atlanta 1996, Sydney 2000 e Atene 2004 ma eliminata clamorosamente nel torneo preolimpico di qualificazione, i pronostici per il torneo di pallamano femminile alle Olimpiadi di Pechino del 2008 sono indirizzati verso la Russia, campione del mondo in carica per il titolo conquistato in Francia nel 2007, la Norvegia, che fu sconfitta proprio in finale alla rassegna iridata, 29-24, ma ha conquistato a sua volta un tris di vittorie agli Europei, e la Corea del Sud, seconda quattro anni prima alla kermesse greca a cinque cerchi, quando si arrese 38-36 al supplementare al termine di una sfida epocale con le giocatrici danesi.

In verità, la squadra scandinava per trionfare in sede olimpica sembra dover sconfiggere, più che le avversarie, un vero e proprio sortilegio, come certificato dalle precedenti edizioni dei Giochi in cui ha colto ben due piazzamenti d’onore, nel 1988 e nel 1992 battuta dalla Corea del Sud, un bronzo nel 2000 alle spalle di Danimarca ed Ungheria, e un quarto posto nel 1996 ad Atlanta, dove fu proprio l’Ungheria a negarle il bronzo superandola 20-18 nella finale per il terzo posto. Se poi, a dispetto dell’argento iridato, si ricorda che la Norvegia è mancata all’appuntamento olimpico di Atene 2004, ecco che la formazione allenata da Marit Breivik, una leggenda in patria e alla guida della Nazionale dal 1994, ha proprio il dente avvelenato ed ha gran desiderio di sfatare la maledizione.

E il pronostico viene ampiamente rispettato, se è vero che già nella prima fase a gironi la Norvegia chiude al comando il primo gruppo con cinque vittorie in cinque partite, trovando una valida resistenza solo nell’ultimo match con la Romania, trascinata dalle reti di Ramona Maier che sarà bomber d’eccellenza della manifestazione con 56 reti, battuta solo 24-23 e che a sua volta occupa il secondo posto, qualificandosi ai quarti di finale insieme alla Cina padrona di casa e alla Francia. Nel secondo girone Russia e Corea del Sud si affrontano all’esordio, terminando in parità, 29-29, grazie alle 6 segnature di Yekaterina Marennikova e alle 7 di Kim On-A, risultato che regala poi alle europee il primo posto in classifica e alle campionesse asiatiche il secondo, con l’Ungheria della stella Anita Görbicz e la Svezia che si qualificano ai quarti di finale estromettendo il Brasile e una deludente Germania, ultima con un solo punto.

Proprio le magiare ai quarti di finale infrangono le illusioni della Romania di competere per le medaglie, imponendosi 34-30 dopo aver chiuso in svantaggio il primo tempo e nonostante le 11 reti della Maier, mentre la Norvegia, che più che della bravura dei singoli si avvale della forza del collettivo tanto è vero che a fine torneo nessuna giocatrice appare nella top-ten della classifica marcatrici, vince facilmente il derby scandinavo con la Svezia, 31-24 grazie anche alle prodezze del portiere Katrine Lunde Haraldsen e alle 6 reti di Tonje Larsen ed Else-Marthe Lybekk, la Corea del Sud fa altrettanto con la Cina, 31-23 ed 8 reti di Park Chung-Hee che insieme a Hong Jeong-Ho e Moon Pil-Hee forma un trio capace di segnare ben 123 reti in tutto il torneo, e la Russia che si impone alla Francia solo al tempo supplementare, 32-31, rimontando una situazione compromessa nel primo tempo, 12-16, ed infine affidandosi alle 6 reti di Irina Bliznova.

Le due semifinali sono altrettanto appassionanti ed equilibrate, con la Norvegia che batte di misura la Corea del Sud, 29-28, grazie al contributo offensivo di Gro Hammerseng e di Kari Matte Johansen, che segnano entrambe 6 reti vanificando le 9 reti di Moon Pil-Hee, prendendosi così la rivincita, a lungo attesa, delle due sconfitte in finale del 1988 e del 1992, e si guadagna la possibilità di giocare per il titolo proprio contro la Russia, che dopo lo scampato pericolo con la Francia batte l’Ungheria, 22-20, prendendo fin da subito un buon vantaggio per poi contenere il ritorno delle avversarie e con Irina Bliznova ancora sugli scudi con 7 reti.

Il Beijing National Indoor Stadium, il 23 agosto 2008, è gremito in ogni ordine di posto, per un atto decisivo che, ad onor del vero, ha esito molto meno incerto del previsto, con la Norvegia che domina l’incontro trascinata dalle reti, ben 9, di un’eccellente Linn-Kristin Riegelhuth, e dalla parate decisive della Haraldsen, eletta miglior portiere della rassegna, per un punteggio finale, 34-27, che non ammette repliche e consegna alla squadra scandinava, finalmente, il titolo olimpico vendicando la sconfitta ai Mondiali dell’anno prima e sfatando una maledizione che durava ormai da troppo tempo. Non certo sazia di successi, ed infine rotto il ghiaccio, la Norvegia bisserà addirittura quattro anni dopo a Londra 2012… ma questa è davvero un’altra storia.

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KURT HAMRIN, UN “UCCELLINO” CHE HA FATTO IL NIDO IN ITALIA

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Hamrin al tiro contro la Juventus a Torino – da:repubblica.it

Articolo di Giovanni Manenti

Gli anni ’50 sono caratterizzati, per il nostro Calcio, dalla calata in massa di giocatori stranieri provenienti dalla Scandinavia, principalmente danesi – chi non ricorda John e Karl Aage Hansen e Karl Aage Praest, che indossano la maglia della Juventus – e, soprattutto, svedesi, alcuni del quali reduci dal trionfo alle Olimpiadi di Londra ’48, come il celebre trio formato da Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm (ribattezzato “Gre-No-Li”) che fa le fortune rossonere nella prima metà del decennio, cui seguono Lennart Skoglund, Hasse Jeppson ed Arne Selmosson, solo per ricordare i più famosi …

Era un calcio, quello che si praticava all’epoca in Svezia, così come negli altri Paesi scandinavi, all’insegna del puro dilettantismo, e l’essere approdati nel Bel Paese rappresenta per detti giocatori, peraltro di elevate qualità tecniche, una sorta di Eldorado dove potersi sistemare per il resto della vita, ed è pertanto logico che le “sirene” di una tale opportunità giungano alle orecchie di coloro che, al contrario, sono ancora costretti, in Patria, a svolgere un lavoro per mantenere la propria famiglia.

Uno di questi, di una decina d’anni più giovane rispetto ai citati connazionali, ma che già ha avuto modo di mettersi in luce nella formazione dell’AIK Stoccolma, è Kurt Hamrin, protagonista della nostra Storia odierna e che si innamora talmente della penisola italiana da non lasciarla più.

Nato, difatti, nella Capitale svedese il 19 novembre 1934 – per rendere l’idea, Gren, Nordahl e Liedholm erano, a scalare, delle rispettive classi 1920, ’21 e ’22 – Hamrin debutta 18enne nell’AIK e già dalla stagione successiva si mette in evidenza realizzando 15 reti in 22 gare di Campionato per quello, stiamo parlando del 1953, che rappresenta una tappa importante della sua carriera, sportiva e personale.

E’ difatti in tale anno che Kurt sposa Marianne, la compagna di tutta una vita, di due anni più giovane e che all’epoca lavora in una panetteria, mentre lui, figlio di un imbianchino, presta la propria opera in una zincografia di cui si serve il quotidiano “Dagens Nyheter” (in italiano, letteralmente “Notizie d’oggi”), ricevendo uno dei più graditi regali di nozze da Rudolf “Putte” Kock, ovverossia il Commissario Tecnico della Nazionale svedese, che lo fa esordire l’8 ottobre ’53 a Bruxelles contro il Belgio, gara conclusa con una sconfitta per 0-2 che certifica la qualificazione dei “Diavoli Rossi” ai Mondiali di Svizzera ’54.

Occorre precisare come la Federazione attuasse una politica autarchica, nel senso che ne erano esclusi i giocatori che si erano trasferiti all’estero, atteggiamento di cui fa le spese anche Hamrin – che nel frattempo ha avuto modo di realizzare la sua prima rete in Nazionale nientemeno che al “Nepstadion” di Budapest, davanti ad 80mila spettatori, allorché la Svezia impone il pari per 2-2 alla “Grande Ungheria” di Puskas che, appena 10 giorni dopo, avrebbe umiliato l’Inghilterra con il celebre 6-3 di Wembley – dal momento in cui si trasferisce in Italia.

Già, perché nell’AIK il 20enne Kurt continua ad andare regolarmente a segno, tanto da aggiudicarsi il titolo di Capocannoniere nel ’54 con 22 reti in altrettante gare disputate e, poiché anche nella Capitale svedese la FIAT ha una propria Succursale, ecco che delle sue imprese iniziano ad interessarsi anche gli osservatori della Juventus, e quando uno di loro si reca a Lisbona il 20 novembre ’55 per assistere alla sfida tra Svezia e Portogallo, conclusa sul 6-2 per i gialloblù, non pone tempo in mezzo nel contattare la guizzante ala destra e proporgli un ingaggio con il Club bianconero.

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Hamrin esulta dopo una rete con l’AIK – da:storiedicalcio.altervista.org

Offerta che Hamrin accetta, ma non prima di essersi consultato con la fedele Marianne, ed eccoli dunque salire sull’aereo per atterrare a Milano, e da qui proseguire per il Capoluogo piemontese nell’estate ’56, con la Juventus a sborsare 15mila dollari al Club svedese per assicurarsene le prestazioni.

Reduci da due stagioni anonime – settimi nel ’55 ed addirittura 12esimi l’anno seguente – i bianconeri fanno molto affidamento sulle capacità della piccola ala svedese (alto 170 centimetri …) per cercare di invertire la tendenza, e gli inizi sono più che positivi, visto che all’esordio nel nostro Campionato, Hamrin mette a segno una doppietta nel successo esterno per 3-0 a Roma contro la Lazio del 16 settembre ‘56, per poi siglare la rete di apertura nel 2-0 rifilato alla SPAL una settimana dopo nel debutto al “Comunale” davanti ai suoi nuovi tifosi.

Tutto quello che i suoi connazionali gli avevano raccontato si stava realizzando per Kurt, ma il sogno più volte accarezzato si scontra con la dura realtà di una frattura al quinto metatarso del piede destro che viene mal curata dallo staff medico bianconero, costringendolo ad affrettati recuperi e conseguenti ricadute, con il risultato di saltare 11 delle 34 gare in calendario e far sì che la stagione si concluda per la Juventus con un’anonima nona posizione, con 11 vittorie, altrettanti pareggi e ben 12 sconfitte, per le quali occorre rilevare come 7 delle stesse siano avvenute senza che Hamrin scendesse in campo.

E, nonostante l’Avvocato Gianni Agnelli avesse intuito, nonché apprezzato, le qualità tecniche del giovane svedese, non si può certo dar torto alla Società di Piazza Crimea nel puntare, per l’anno successivo, sulla coppia di stranieri costituita da John Charles ed Enrique Omar Sivori, con tanto di immediata conquista dello Scudetto, mentre Hamrin viene ceduto in prestito al Padova del “Paron” Nereo Rocco, accompagnato dalla poco edificante etichetta di “caviglia di vetro”, formazione patavina dalla quale i bianconeri ottengono il “gioiellino” Bruno Nicolé, appena 17enne, e che manterrà solo in parte le aspettative.

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Hamrin al Padova – da:wikipedia.org

Uomo concreto ed abituato ad andare a fondo alle questioni, Rocco fa visitare Kurt da un suo amico ortopedico e, come ad aver scoperto l’acqua calda, ecco che l’applicazione di una semplice soletta nella scarpa da gioco risolve il problema e, come per magia, l’ala svedese ricomincia da dove tutto era iniziato, ovverossia andando a segno all’esordio e, guarda caso, ancora proprio contro la Lazio, anche se stavolta allo “Stadio Appiani”, per quella che diviene la più grande stagione nella storia del glorioso Club biancoscudato, conclusa con un esaltante terzo posto, ad un sol punto dalla Fiorentina, seconda, e con Hamrin a mettere a segno ben 20 reti in 30 gare disputate.

Altra stagione da incorniciare, per Hamrin, e che si conclude in gloria dal momento che la Federazione svedese, in quanto Paese organizzatore dei Campionati Mondiali ’58, torna sui propri passi e, nel mentre Gren (”il Profesdsore” …) aveva già riconquistato la maglia della Nazionale, essendo tornato in patria nel 1956 dopo sette stagioni in Italia, anche altri “emigrati” vengono selezionati per poter allestire una formazione competitiva.

Ed ecco, allora, assegnare i gradi di Capitano al rossonero Nils Liedholm e comporre un attacco da favola con Hamrin, Gren, Simonsson e Skoglund, per un percorso che vede i padroni di casa giungere sino alla Finale, grazie anche alle prodezze del 24enne Kurt, che realizza la doppietta con cui la Svezia supera 2-1 l’Ungheria (altra “squadra del destino”, evidentemente …) nel Girone eliminatorio, per poi ripetersi sbloccando, ad inizio ripresa, il Quarto di finale contro l’Urss di un “certo” Jashin tra i pali e quindi mettere il punto esclamativo, a 2’ dal termine, nel 3-1 con cui i padroni di casa liquidano la Germania in semifinale, prima di arrendersi al Brasile della nuova stella Pelè.

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Hamrin impegna Gilmar nella Finale Mondiale ’58 – da:gettyimages.it

Ce n’è più che a sufficienza per convincere il Presidente della Fiorentina Enrico Befani sul fatto che sia proprio Hamrin il calciatore giusto a cui far indossare la maglia n.7 che per un triennio ha fatto sognare i tifosi viola essendo appartenuta al fuoriclasse brasiliano Julio Botelho “Julinho”, il cui ritorno in Sudamerica ha creato non poche delusioni in riva all’Arno.

Ma si sa, i tifosi fanno presto a cambiare idolo, e l’amore tra Kurt e famiglia (dal matrimonio con Marianne nascono ben cinque figli …) e la città di Dante Alighieri non tarda a sbocciare, ripagando la fiducia della Dirigenza toscana con ben 26 reti in 32 presenze (terzo nella Classifica Cannonieri alle spalle dei soli Angelillo ed Altafini …) che portano la Fiorentina a restare in lotta per lo Scudetto sino alla quart’ultima giornata, allorquando la sconfitta per 0-2 ad Udine concede il via libera al Milan per il quarto Scudetto “italiano” del suo Capitano di Nazionale Nils Liedholm.

Una continuità nell’andare a segno frutto di un innato senso del goal, abbinato ad una facilità di saltare l’uomo inconsueta alle nostre latitudini – lo stesso Kurt ha dichiarato di essersi ispirato a Stanley Matthews, “The Wizard of Dribbling” (“il mago del dribbling”) d’oltremanica, in quanto anch’egli ala destra, pur riconoscendo le immense qualità, sul versante opposto, del connazionale Skoglund – una sorta di “Garrincha nordico” verrebbe da pensare, se non fosse che Mané preferiva andare sul fondo a crossare, mentre Hamrin prediligeva puntare dritto a rete, facendo altresì leva su di una velocità di base non indifferente, il che gli costa l’appellativo di “Uccellino” che si porta dietro per tutta la sua carriera nella nostra Serie A, affibbiatogli da Beppe Pegolotti, un giornalista de “La Nazione”, avendo paragonato la sua corsa al volo di un uccellino, appunto …

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Una delle tante reti in viola di Hamrin – da:labaroviola.com

Un bottino di reti che Hamrin replica anche l’anno successivo – stavolta superato nella Classifica Cannonieri solo da Sivori che ne realizza 28 – in cui la Fiorentina si piazza per il quarto Campionato consecutivo al secondo posto, per poi essere sconfitta dalla Juventus nella Finale di Coppa Italia disputatasi a San Siro il 18 settembre ’60, con i bianconeri a prevalere per 3-2 ai supplementari.

Ciò consente comunque ai viola, avendo i bianconeri conquistato anche lo Scudetto, di rappresentare l’Italia nella prima edizione della Coppa delle Coppe che, stante l’esiguo numero delle squadre iscritte, vede la Fiorentina entrare in lizza direttamente dai Quarti di finale, avversari i modesti svizzeri del Lucerna che sono costretti, loro malgrado, a fare la “conoscenza” con le capacità realizzative dello svedese che mette a segno la tripletta che decide il match di andata (3-0) a fine novembre ‘60, cui fa seguire una doppietta nel facile 6-2 del ritorno al “Comunale”.

L’impegno europeo distrae la Fiorentina dal Campionato – concluso al settimo posto con Hamrin a mettere a segno 14 reti – ma le consente di approdare alla Finale dopo aver superato gli jugoslavi della Dinamo Zagabria, rischiando al ritorno, dopo il 3-0 dell’andata, allorché, dopo essere andata al riposo sotto 0-2, è provvidenziale la rete di Petris in avvio di ripresa.

Atto conclusivo che prevede una doppia sfida, con gare di andata e ritorno, contro gli scozzesi dei Glasgow Rangers, programmata al 17 maggio ‘61 nelle Highlands ed al 27 successivo in Toscana, proprio mentre la Fiorentina è parimenti impegnata nelle fasi conclusive della Coppa Italia, che supera andando a vincere 6-4 (!!) a Roma contro i giallorossi il 3 maggio e quindi prendendosi la rivincita sulla Juventus, sconfitta 3-1 al “Comunale” di Firenze una settimana dopo.

Qualificati per due Finali di Coppa, i viola realizzano uno straordinario “en plein”, divenendo il primo Club italiano a conquistare un Trofeo continentale, grazie al 2-0 all’Ibrox Park (doppietta di Milan) davanti ad 80mila spettatori ed al 2-1 al ritorno al “Comunale”, dove sulle tribune sono presenti 50mila spettatori per festeggiare il trionfo, certificato dal punto di Hamrin a 4’ dal termine, così da aggiudicarsi anche il titolo di Capocannoniere della manifestazione, con 6 reti.

Non si può ancora andare in vacanza, poiché l’11 giugno, ancora al “Comunale”, è di scena la Finale di Coppa Italia contro la Lazio, una delle “vittime” preferite dello svedese, che però stavolta lascia il relativo compito a Petris in apertura ed a Milan a 10’ dal termine per il 2-0 che suggella una stagione straordinaria.

Una Fiorentina che, anche negli anni a seguire – con validissimi tecnici in panchina quali il leggendario ungherese Nandor Hidegkuti, Fulvio Valcareggi e Giuseppe Chiappella – si distingue in Campionato con ottimi piazzamenti (terza nel 1962, sesta nel ’63, quarta sia nel ’64 che nel ’65), cui Hamrin non fa mancare il proprio contributo realizzativo, tra cui i 19 centri nel ’64, a due sole lunghezze dal Capocannoniere Harald Nielsen del Bologna, con in più anche una seconda Finale consecutiva di Coppa delle Coppe, in cui stavolta i viola soccombono all’Atletico Madrid, dopo che la ripetizione della gara (essendosi conclusa sull’1-1 la sfida del 10 maggio ‘62) si svolge ad inizio settembre a causa della concomitanza coi Campionati Mondiali in Cile e vede gli spagnoli imporsi con un netto 3-0.

Sono gli anni in cui in riva all’Arno sta crescendo quella che viene definita la “Fiorentina ye-ye” per i molti giovani lanciati in prima squadra ed alla quale l’oramai più che 30enne Hamrin fa da chioccia, riuscendo peraltro a mantenere il suo elevato contributo in fatto di reti – nuovamente in doppia cifra nel ’66 (12) e nel ’67 (16, a due lunghezze dal Capocannoniere Riva del Cagliari …) – ed a cogliere altri due Trofei al termine della stagione ’66, allorché i viola conquistano la loro terza Coppa Italia al termine di un percorso che li vede eliminare il Milan nei Quarti (3-1 a San Siro con una rete di Hamrin) ed in semifinale l’Inter al “Comunale” (2-1 “targato” Brugnera ed Hamrin), prima di avere la meglio in Finale solo ai supplementari della rivelazione Catanzaro, sconfitto per 2-1 il 19 maggio a Roma, dopo che lo svedese aveva aperto le marcature, per poi aggiungere il successo nella “Mitropa Cup”, grazie alla vittoria per 1-0 contro i cechi dello Jednota Trencin.

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Hamrin riceve, da Capitano, la Coppa Italia ’66 – da:wikipedia.org

Avvicinatosi al compimento dei 33 anni, tutto si sarebbe aspettato Hamrin tranne che una chiamata dal suo vecchio allenatore Nereo Rocco, tornato ad allenare il Milan dopo un quadriennio al Torino – a dire il vero il “Paron” lo aveva cercato anche durante la militanza granata, ma la contropartita di “appena” 30milioni di vecchie lire chieste dai viola gli aveva fatto credere che “ci fosse sotto qualcosa”, ritenendola troppo bassa per un giocatore di tale livello – lasciando così la città di cui si era innamorato con un’eredità di ben 208 reti, di cui 151 in 289 gare di solo Campionato, record, quest’ultimo, soffiatogli per un solo goal da Batistuta, giunto a quota 152 nel Duemila.

Stavolta, non vi sono conguagli, trattandosi di uno “scambio alla pari” con il brasiliano Amarildo che, dopo due buone stagioni in rossonero, si era fatto notare più per le sue intemperanze nei confronti degli arbitri che non per le giocate, necessitando altresì il Milan di coprire il ruolo di ala destra, viste le difficoltà di Mora a recuperare dal grave infortunio subito a Bologna nel dicembre ’65.

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Hamrin e Rocco al Milan – da:storiedicalcio.altervista.org

Con due ali nuove di zecca, avendo dato fiducia a sinistra al 21enne Pierino Prati, “il Milan dei senatori” – Rocco aveva preteso, oltre allo svedese, anche l’acquisto del 32enne portiere Fabio Cudicini e del quasi 30enne libero Saul Malatrasi – disputa una stagione superlativa, dominando il Campionato vinto con ampio margine sul Napoli e con Hamrin a non far rimpiangere il suo vecchio tecnico della scelta fatta, andando subito a rete all’esordio a Ferrara contro la SPAL (4-1 il risultato finale), per poi contribuire alla conquista dello Scudetto con 8 reti in 23 presenze, tra cui la doppietta che consente ai rossoneri di imporsi per 3-2 a Torino contro i granata e, per par condicio, la rete decisiva nel 2-1 di fine febbraio, sempre a Torino, ma contro quella Juventus che lo aveva scartato da giovane, anche se il meglio doveva ancora venire…

Un Milan padrone in campo nazionale, si fa altrettanto onore a livello continentale, dove è iscritto alla Coppa delle Coppe e, dopo qualche patema di troppo per superare gli ungheresi del Vasas Gyoer (2-2 esterno ed 1-1 a San Siro) negli ottavi e gli ostici belgi dello Standard Liegi (doppio 1-1 e 2-0 nello spareggio disputato a San Siro) nei quarti, si qualifica per la Finale di Rotterdam del 23 maggio ’69 superando (2-0 a Milano, 0-0 a Monaco di Baviera) il Bayern di Maier, Muller e Beckenbauer.

Avversaria un’altra formazione tedesca, vale a dire l’Amburgo del temibile cannoniere Uwe Seeler, e la sfida viene risolta già nei primi 20’ di gioco dal più anziano in campo, e cioè il micidiale svedese che sblocca il risultato dopo appena 3’ arpionando a centro area un passaggio rasoterra dell’avanzato Anquilletti per fulminare in scivolata Ozcan in disperata uscita, per poi concedere uno strepitoso bis al 19’ allorché, ricevuta palla sull’out destro, punta l’area avversario umiliando due difensori tedeschi con altrettanti tunnel per poi lasciar partire il tiro che Ozcan – non certo impeccabile nella circostanza – si lascia sfuggire per il punto del definitivo 2-0.

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La prima rete di Hamrin all’Amburgo – da:wikimedia.org

Una stagione finita in gloria, il 1968, alla stregua di quella di 10 anni prima con la Finale mondiale – a proposito, Hamrin viene chiamato in Nazionale anche per le fallite qualificazioni agli Europei ’64 ed ai Mondiali di Inghilterra ’66, concludendovi la propria esperienza a settembre ’65 con un più che ragguardevole “score” di 16 reti in 32 presenze – e che per lo svedese, oramai avviato ai capitoli di coda della sua meravigliosa carriera, ha un’esaltante appendice l’anno seguente, allorché, complice anche un intervento al menisco,  Rocco lo impiega pressoché esclusivamente in Coppa dei Campioni, dove è determinante nell’accesso del Milan in Finale in virtù del punto del 2-0 realizzato in avvio di ripresa nella semifinale di andata contro i detentori del Manchester United (poi difeso con le unghie e con i denti nella sconfitta per 0-1 al ritorno …) e quindi scendere in campo al “Santiago Bernabeu” per contribuire alla lezione (4-1 con tripletta di Pierino Prati …) inflitta all’Ajax di un giovane Cruijff.

Dipendesse da lui, non vorrebbe mai smettere di giocare, il buon Kurt, ma la carta d’identità reclama i suoi diritti ed eccolo allora approdare al Napoli dove, dopo una prima tribolata stagione con sole 5 presenze ed una rete all’attivo, offre un maggior contributo, nel ’71 a quasi 37 anni, al terzo posto finale dei partenopei, realizzando, il 24 gennaio 1971 nel successo per 1-0 al “San Paolo” contro il Catania, la sua rete n.190 nella nostra Serie A, il che lo colloca tuttora, a quasi 50 anni di distanza, all’ottavo posto della “Classifica All Time” tra i migliori marcatori della nostra Massima Divisione.

Un solo, grande rimpianto, ha caratterizzato la carriera del piccolo “Uccellino”, e non è, come qualcuno potrebbe credere, la mancata vittoria ai Mondiali di Svezia ’58, bensì il fatto di non essere riuscito a conquistare lo Scudetto con l’amata Fiorentina – la sua “Squadra del Cuore” assieme all’AIK – restando peraltro indissolubilmente alla città “Culla del Rinascimento”, dato che ha mantenuto la residenza in Italia e dove se non in zona Coverciano, da cui, affacciandosi alla finestra, può ancora assaporare l’odore di quel Calcio che tutto ha rappresentato per lui, anche se a fatica si riconosce nel gioco odierno, soprattutto per la ridotta lealtà e correttezza tra i giocatori, detto da uno che in carriera non è mai stato espulso né ammonito …

Kurt non lo sa, ma a vincere un Mondiale in qualche modo ha contribuito, perché a metà anni ’60 c’era un ragazzino sui 10 anni che, con il padre, andava da Prato a Firenze non tanto per vedere la Fiorentina quanto proprio lo svedese, per imparare le sue finte, carpirne le astuzie, i segreti di come facesse a segnare così tanto facendosi beffa di difensori molto più alti e robusti di lui.

Quel ragazzino si chiama Paolo Rossi, Capocannoniere nel trionfo dell’Italia al Mondiale di Spagna ’82, ed anche per questo, grazie di tutto, Kurt, impossibile non volerti bene …

CHOLET E I 45 PUNTI DI GRAYLIN WARNER CONTRO IL REAL MADRID DI PETROVIC

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Graylin Warner – da cholet-basket.com

articolo di Nicola Pucci

Il basket a Cholet ha storia recente, se è vero che il club è stato fondato solo nel 1975 e prende parte al campionato francese di pallacanestro a far data dal 1986. Nondimeno, ha parecchie storie interessanti da raccontare, e se un paio di queste portano in dote un titolo nazionale nel 2010 e due Coppe di Francia nel 1998 e nel 1999, oltre ad una finale di Eurochallange persa nel 2009 contro la Virtus Bologna, 77-75, un’altra ha una data segnata di rosso in bacheca ed un protagonista battente bandiera americana.

Corre l’anno 1988/1989 e lo Cholet, che la stagione prima ha raggiunto la sua prima finale di play-off perdendo il doppio confronto con il Limoges, viaggia a buon ritmo in campionato, dove chiude la stagione regolare in seconda posizione alle spalle del solito Limoges, per poi vedersi negare una seconda finale consecutiva dall’exploit del Pau Orthez che viola l’impianto di “La Meilleraie” nella sfida decisiva di semifinale. La squadra allenata da Jean Galle,  che ha in organico un giovanissimo Antoine Rigaudeau ed un altro promettente campione come Jean Bilba, è altresì impegnata nella sua prima avventura europea, in Coppa delle Coppe, e dopo aver eliminato nel turno preliminare gli olandesi del Miniware Weert rimontando in casa, 80-42, la sconfitta rimediata all’andata, 56-75, accede alla seconda fase a gironi, che la vede inserita in un gruppo che comprende anche il Real Madrid che ha in Drazen Petrovic la sua stella più luminosa, la Snaidero Caserta dell’altro immenso bomber Oscar Schmidt, e gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon.

E se la competizione, infine, riserva ai francesi l’amarezza dell’eliminazione come ultima delle quattro componenti del girone, nondimeno regala anche la gioia di un primo prestigioso successo, il 10 gennaio 1989, con Caserta, 85-76, in un match che suggella la forza agonistica di un ottimo Patrick Cham capace di contenere Oscar a “soli” 32 punti, e certifica il fiuto offensivo di Graylin Warner, americano di Tylertown al terzo anno in Francia e con un trascorso in Italia a Fabriano, che si ritaglia una serata da antologia, con 44 punti e 10 rimbalzi, confermandosi cecchino di assoluto livello, tanto è vero che viaggia in campionato a 28.3 punti di media a partita. Ben spalleggiato, per l’occasione, da Valery Demry, che firma 13 punti e smazza 11 assist.

Ma l’appuntamento con la gloria, per lo Cholet e per Warner, è programmato per sette giorni dopo, quando al “La Meilleraiesi presenta il grande Real Madrid di coach Lolo Sainz, che non è solo il “Mozart del basket“, appunto Drazen Petrovic, ma anche i fratelli Martin, José Biriukov, Johnny Rogers e Pep Cargol. Insomma, una sorta di Davide contro Golia, con un club che può vantare ben sette Coppe dei Campioni e 25 titoli spagnoli, e l’altro che spende le sue prime esperienze a livello continentale, con i bookmakers che danno vincenti i padroni di casa ad una quota di 20.000 a 1! Invece…

… invece accade quel che, talvolta, rende lo sport in particolare, e il basket nel suo specifico, una bellissima favola da raccontare ai nipotini. In effetti, nel match di andata, i madrileni si sono imposti con un 69-62 che se da un lato non rende fino in fondo giustizia al coraggio dei francesi, trascinati proprio da Warner che ne mette 26 e capaci di andare al riposo in vantaggio di 5 punti, dall’altro conferma che quando c’è da giocare per vincere Petrovic è il più forte di tutti, infine autore di 28 punti.

Al ritorno, 5.000 fedelissimi gremiscono l’impianto di Cholet. L’entusiasmo è alle stelle e ben 70 giornalisti sono accreditati per un evento tanto atteso da venir pure trasmesso in diretta TV. Il disegno tattico di Jean Galle è semplice, almeno nelle intenzioni della vigilia: limitare Petrovic ed innescare il talento offensivo di Warner. Ma quel che viene messo in pratica sul parquet di gioco, va ben oltre le illusioni dei tifosi francesi. Già, perché Demory è in serata strepitosa, sia nel mandare a bersaglio 16 punti che, soprattutto, illuminare il gioco dei compagni con 17 assist, ma è Warner, ancora una volta, a segnare con impressionante continuità, bersagliando la retina dei madrileni da ogni posizione per uno score finale di 45 punti, con 18 su 34 dal campo, di cui 5 su 10 dall’arco dei 6 metri, a cui aggiungere 11 rimbalzi. E se Cham, Bilba e Dider Dobbels si fanno trovare pronti quando chiamati in causa, la sfida, che è tanto incandescente da provocare la quadrupla espulsione al 35′ dell’altro americano di Cholet, Orlando Graham, così come dei fratelli Martin, Fernando ed Antonio, e di Bruno Constant, complice una furiosa bagarre scatenata sotto canestro, si risolve in un duello epocale all’ultimo punto.

Petrovic gioca come sa, ma non bastano i 31 punti e gli 11 assist, così come i 20 punti e 12 rimbalzi di Rogers e i 16 punti e 9 rimbalzi dello stesso Antonio Martin, a scongiurare una clamorosa sconfitta che se nei primi venti minuti, chiusi sul 49-46 per la squadra di Sainz, sembra improbabile, via via si materializza nel secondo tempo quando lo Cholet prima aggancia il Real Madrid, poi lo sorpassa, infine opera l’allungo decisivo che vale una vittoria storica alla sirena, 95-85.

Finisce con Graylin Warner, il “levriero des Mauges“, portato in trionfo, e per lui, che al Draft NBA del 1984 fu scelto al sesto giro in 129esima posizione, e che in Europa, come lui stesso ebbe modo di affermare, pochi conoscevano e in virtù di ciò fu libero di tirare come e quando voleva, è la serata che vale una carriera. Al cospetto di Sua Maestà.

 

 

MARY DECKER, DAI TRIONFI MONDIALI ALLE LACRIME CHE COMMOSSERO L’AMERICA

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Mary Decker caduta nella Finale dei m.3000 a Los Angeles ’84 – da:deadspin.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al pari dei media di ogni Nazione, ma sicuramente trattati con più enfasi – visto anche l’elevato numero di Network televisivi – negli Stati Uniti si è soliti celebrare le gesta e le disgrazie che hanno per protagonisti assi dello Sport, in modo da far leva sull’aspetto emotivo degli spettatori, il tutto in nome del “benedetto” audience dal quale dipendono i ricchissimi contratti pubblicitari.

E, dato che lo Sport è prodigo di questo tipo di situazioni, allorché per infortuni e/o incidenti di vario genere atleti di qualsivoglia disciplina possono ritrovarsi in un amen dagli altari alla polvere, ecco che storie del genere assumono maggior risalto quanto più elevata è la fama di colui (o colei …) che la vive in prima persona.

Figuriamoci se poi teatro della vicenda sono le Olimpiadi – massimo evento nella Storia dello Sport mondiale – ed altresì quelle che, ancora in pieno clima di “Guerra fredda”, si svolgono a Los Angeles nel 1984, caratterizzate dal “contro boicottaggio” imposto da Mosca ai Paesi del blocco sovietico dopo la mai tanto sciagurata decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di impedire ai propri atleti, quattro anni prima, di partecipare ai Giochi organizzati nella Capitale moscovita.

Con il colosso ABC a detenere per 20 anni i diritti televisivi sulla Rassegna a cinque cerchi – la sua prima copertura avviene a Città del Messico e si conclude con l’edizione di Seul ’88 – il compito dei telecronisti in detta occasione è sin troppo evidente, ovverossia esaltare al massimo le imprese dei rappresentanti dello Zio Sam che fanno man bassa di medaglie (saranno 174 in totale, di cui ben 83 d’oro) a rimarcare a chiare note la supremazia del Mondo occidentale rispetto ai “Paesi d’oltre cortina” …

E, sicuramente, le occasioni non mancano, dal quasi cappotto sfiorato in piscina all’impresa di Carl Lewis, capace di emulare l’impresa del leggendario Jesse Owens nell’aggiudicarsi quattro medaglie d’oro in Atletica leggera, così come vengono esaltate a dismisura le figure nel “fenomeno degli ostacoli” Edwin Moses e della piccola ginnasta Mary Lou Retton, per non parlare probabilmente della più forte squadra universitaria di Basket schierata ai Giochi, visto che si permette di schierare assi del calibro di Michael Jordan, Patrick Ewing e Chris Mullin, futuri componenti anche del famoso “Dream Team” di otto anni dopo a Barcellona ’92.

In un tale contesto, ben ci sta – sempre per i ricordati motivi di audience – anche una “Storia strappalacrime”, e per far ciò molto meglio se l’involontaria protagonista è una donna, circostanza che notoriamente commuove di più ed a farne le spese, suo malgrado, è la mezzofondista Mary Decker, su cui erano, a giusta ragione, puntati i fari viste le credenziali con cui si era presentata ai Giochi.

Il mezzofondo veloce, nel programma olimpico femminile di Atletica Leggera, aveva visto la luce ai Giochi di Amsterdam ’28 con la prova sugli 800 metri, per poi essere cassato visto gli sforzi sostenuti delle ragazze, molte delle quali conclusero esauste la gara, prima di riapparire alle Olimpiadi di Roma ’60 cui solo nell’edizione di Monaco ’72 viene affiancata la distanza sui 1500 metri, mentre è proprio a Los Angeles che debuttano sia il mezzofondo prolungato, con la prova sui 3mila metri, che la Maratona.

Una specialità, quella del mezzofondo, in cui le ragazze americane manco si sognano lontanamente di poter competere alla pari con le atlete dell’Europa orientale, Unione Sovietica in testa, a maggior ragione dal momento in cui la stessa sale alla ribalta del Mondo dell’Atletica Leggera, con gli anni ’70 a vedere il dominio di Ljudmila Bragina e Tatiana Kazankina, per poi passare il testimone a Nadia Olizarenko.

Il tutto sino a che non si presenta sulla scena internazionale la protagonista della nostra storia odierna, vale a dire la già menzionata Mary Decker, nata il 4 agosto 1958 a Bunnvale, nel New Jersey, per poi trasferirsi all’età di 10 anni, assieme alla famiglia, nel Sud della California, dove inizia quella che sarà la sua principale attività per quasi un trentennio, ovverossia correre, correre ed ancora correre.

Non si è mai capito cosa abbia portato una ragazzina a spingere il proprio fisico – non certo scultoreo, nella piena maturità raggiunge m.1,68 per 51kg. – oltre i limiti della decenza per tale età, basti pensare che, dopo aver vinto ad 11 anni la sua prima gara locale, l’anno seguente “Little Mary” (“la piccola Mary”) come era definita, completa una Maratona e quattro corse sulle medie e lunghe distanze nell’arco di una sola settimana (!!), sforzi di cui pagherà il prezzo nel corso della sua carriera.

Gli anni ’70 sono caratterizzati, negli Stati Uniti, dal dominio di Francie Larrieu, la quale si aggiudica ben 6 titoli nazionali (1972, ’73, ’76, ’77, ’79 ed ’80) sulla distanza dei m.1500, solo per essere la chiara testimone di quanto ampio sia ancora il gap da colmare rispetto alle mezzofondiste dell’Europa orientale, non riuscendo a superare l’ostacolo delle semifinali sia ai Giochi di Monaco ’72 che ai successivi di Montreal ’76.

Nel frattempo, inizia a farsi notare nel panorama atletico femminile americano, la minuscola Decker (a 14 anni pesava appena 40 chili …) che, dopo essere stata esentata dalla partecipazione ai Trials olimpici del 1972, l’anno seguente si mette in luce giungendo seconda in 2’05”6 sulle 880yd ai campionati AAU alle spalle di Wendy Koenig, per poi cogliere il suo primo titolo nel 1974, correndo la distanza in 2’05”2, stagione al termine della quale è in possesso del record mondiale indoor sia sulle 880yd (2’02”4) che sulla distanza metrica degli 800 metri, con 2’01”8.

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Una 15enne Decker vince i m.800 tra Usa-Urss nel ’74 – da:deadspin.com

Quello che sembra l’inizio di una folgorante carriera sul più classico esempio della “enfant prodige” – la Decker raggiunge il terzo posto nel Ranking mondiale di fine anno ’73 sugli 800 metri stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – subisce un brusco stop a causa dei ripetuti, eccessivi sforzi cui l’adolescente ha sottoposto il proprio fisico, causandogli una sindrome compartimentale, ovverossia una situazione di disagio risultante dall’aumento della pressione all’interno della gamba, e che, unitamente a dover sopportare delle fratture da stress, la costringono a sottoporsi ad interventi chirurgici ed a scomparire dalla scena prima di farvi ritorno solo nel 1978.

Ritrovata una forma decente, la Decker fa il suo rientro, oramai 20enne, in occasione dei Campionati AAU che si disputano il 16 e 17 giugno ‘78 a Westwood, in California, cogliendo un confortante terzo posto, in 2’03”1, nella Finale degli 800 metri, specialità che, a partire dall’anno seguente, la vede meno impegnata per dedicarsi a più lunghe distanze.

Per la prima volta a confronto con la Larrieu, la Decker viene sconfitta (4’04”6 a 4’06”8) nella Finale dei m.1500 ai campionati AAU ’79 di Walnut, dove la 27enne californiana si aggiudica anche i 3mila metri, per poi imporsi sulla medesima distanza in occasione dei “Giochi Panamericani” di San Juan, in Portorico, in cui precede (4’05”7 a 4’06”4) la connazionale Julie Brown, per poi tornare a scalare i vertici assoluti nel corso dell’anno olimpico 1980.

Stagione che la Decker inaugura stabilendo, il 26 gennaio ’80 ad Auckland, in Nuova Zelanda, il record mondiale sul miglio, corso in 4’21”68, ancorché detta distanza non sia solitamente affrontata dalle specialiste sovietiche e dell’Est Europa, preferendo le stesse cimentarsi sulla prova metrica dei m.1500, cui segue il primato assoluto indoor sui 1500 metri, corsi in 4’00”8 l’8 febbraio ’80 a New York, per poi piazzarsi terza in 2’02”3 sugli 800 metri ai Campionati AAU di giugno e quindi ottenere la platonica selezione olimpica ai Trials di Eugene, dove il 29 giugno ’80 si impone sui m.1500 in 4’04”91, senza peraltro potersi confrontare ai Giochi di Mosca per il ricordato boicottaggio, dove peraltro per accedere al podio si rende necessario scendere sotto la barriera dei 4’ netti, con l’oro vinto dalla sovietica Kazankina con il record olimpico di 3’56”6.

Una differenza che appare ancora lunga da colmare, in una stagione che vede la Decker esplorare anche i 3mila metri, corsi in 8’38”73 il 15 luglio ’80 ad Oslo per poi essere la prima mezzofondista Usa a scendere sotto la barriera dei 4’ netti sui 1500 metri, grazie al 3’59”43 ottenuto il 13 agosto ’80 sulla leggendaria pista del “Letzigrund” al “Weltklasse” di Zurigo, tutte prestazioni che le consentono di far nuovamente capolino nella “Top Ten” del Ranking mondiale di fine anno, che la vede occupare la sesta posizione sui 1500 metri e la settima sulla doppia distanza.

Ma ancora una volta guai fisici ne condizionano la stagione seguente, che la Decker mette a frutto per convolare a nozze con il maratoneta Ron Tabb – unione peraltro di breve durata, visto che i due divorziano già nel 1983 – per poi rientrare nel circuito più forte di prima per i suoi quattro anni al vertice assoluto.

Incurante dei rischi a cui continua a sottoporre il proprio fisico, la Signora Tabb si cimenta su ogni distanza dagli 800 sino ai 10mila metri, inanellando una serie di record mondiali, ad iniziare dal primato indoor sui 3mila metri, stabilito il 5 febbraio ’82 ad Inglewood con il tempo di 8’47”3 per poi far suo quello all’aperto sui 5mila metri, corsi in 15’08”26 il 5 giugno ad Eugene, prima di aggiudicarsi il titolo sui m.1500 ai Campionati AAU di Knoxville, vinti in 4’03”37 con largo margine sulle sue avversarie.

Il successivo mese di luglio è la dimostrazione lampante delle potenzialità dell’oramai quasi 24enne californiana, che il 7 migliora il proprio record Usa sui 3mila metri scendendo sotto gli 8’30” con l’8’29”71 realizzato al Meeting di Oslo, il 9 a Parigi si riappropria del limite sul miglio che gli era stato sottratto dalla sovietica Ljudmila Veselkova, correndo la distanza in 4’18”08 per poi cinque giorni dopo, al Meeting di Losanna, scendere per la prima volta sotto i 2’ netti sugli 800 metri, coperti in 1’58”33 e quindi, rientrata negli Stati Uniti, cimentarsi sui 10km. solo per realizzare in 31’35”3 la miglior prestazione assoluta, così che nei Ranking mondiali di fine anno appare al nono posto sui m.1500, al quarto sui 3/5mila ed al primo sui 10mila metri …

Una stakanovista del mezzofondo, che, una volta fatto il pieno di record, deve anche dimostrare nei confronti diretti la propria superiorità, e l’occasione giunge grazie alla prima edizione dei Campionati Mondiali di Atletica Leggera, ideati dal Presidente della IAAF Primo Nebiolo e la cui organizzazione è affidata ad Helsinki, dove hanno luogo dal 7 al 14 agosto ’83 e per la cui selezione vale, negli Stati Uniti, l’esito dei Campionati AAU che si svolgono dal 18 al 20 giugno ad Indianapolis.

Per la Decker, già in rotta con il marito, è l’occasione per cogliere la sua unica doppietta a livello nazionale, aggiudicandosi con irrisoria facilità, in assenza di una valida concorrenza, sia i 1500 che i 3000 metri con i rispettivi tempi di 4’03”50 ed 8’38”36 per poi “affinare” la preparazione in vista della Rassegna iridata partecipando ai Meeting europei dove migliora i record nazionali dei m.1500, corsi in 3’57”12 il 26 luglio ’83 a Stoccolma – un primato che resta imbattuto per 32 (!!) anni, prima che il 17 luglio 2015 Shannon Rowbury lo migliori in 3’56”29 – e, cinque giorni dopo, coprire il doppio giro di pista in 1’57”60 a Gateshead.

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Mary Decker dopo aver ottenuto il Record Usa sui m.1500 a Stoccolma – da:gettyimages.it

Tempi, questi ultimi, che avvalorano l’eccellente condizione di forma con cui la californiana si presenta nella capitale finlandese, intenzionata a farsi il miglior regalo per i suoi 25 anni appena compiuti il 4 agosto, e che la vedono scendere in pista lunedì 8 per le batterie dei 3mila metri, prova in cui sono iscritte la primatista mondiale sovietica Svetlana Ulmasova, grazie al tempo di 8’26”78 stabilito il 25 luglio ’82, e la connazionale Kazankina, a propria volta detentrice del record assoluto sui 1500 metri.

Roba da far tremare i polsi, e che rimanda tutto alla Finale del 10 agosto, visto che la Ulmasova si impone nella prima batteria in un comodo 8’46”65, mentre Kazankina e Decker concludono affiancate, in totale souplesse, la seconda, accreditate del medesimo tempo di 8’44”72.

Le Finali, per quanto concerne le gare di mezzofondo, difficilmente regalano tempi di valore assoluto, risolvendosi quasi sempre in gare tattiche dove la conquista di una medaglia vale ben di più del riscontro cronometrico (per quello ci sono apposta i Meeting …), circostanza che, pertanto, lascia perplessi gli addetti ai lavori allorché l’americana si mette a condurre il ritmo sin dall’avvio, con l’intento di sfiancare, mano a mano, la resistenza delle sue avversarie.

E quello che, per molti, appare un atteggiamento suicida, dato che è seguita come un’ombra dalla coppia formata delle due sovietiche, alle quali sembra tirare la volata, si rivela viceversa una tattica vincente, con il lotto delle finaliste che, a tre giri dal termine vede al comando un quintetto che, oltre alle tre citate favorite, comprende anche la britannica Wendy Sly e l’azzurra Agnese Possamai, autrice di una gara coraggiosa, con la tedesca occidentale Brigitte Kraus a fare da elastico tra le prime ed il resto del gruppo …

Incurante di ciò che avviene alle sue spalle, l’americana continua a fare l’andatura in testa alla gara, con la Kraus nel frattempo ad essersi ricongiunta alle prime, per poi rintuzzare un attacco della Sly a 600 metri dall’arrivo ed affrontare così al comando l’ultimo giro di pista, con 6 atlete racchiuse in un fazzoletto e tutte con possibilità di salire sul podio.

Ultimo giro che vede la Decker aumentare progressivamente l’andatura, e quando a metà dell’ultima curva la Kazankina sferra l’atteso attacco all’esterno che appare vincente lungo il rettilineo d’arrivo, ecco l’americana prodursi in un’accelerazione della quale sono quasi tutti a chiedersi dove abbia trovato le energie, per sprintare ed andare a trionfare in 8’34”62, mentre la sovietica, che credeva di aver partita vinta, si vede scavalcata negli ultimi appoggi dalla Kraus, che la beffa per appena 0”02 centesimi (8’35”11 ad 8’35”13) nella lotta per la medaglia d’argento, con la nostra Possamai a concludere in sesta posizione, ma con la soddisfazione del record italiano di 8’37”96.

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Il vittorioso arrivo della Decker nella Finale dei m.3000 ai Mondiali ’83 – da:gettyimages.it

Aver sconfitto le sovietiche – e che rappresentanti, due primatiste mondiali – sul loro terreno, fanno della Decker una sorta di “eroina nazionale”, costretta due giorni dopo, a fronteggiare il desiderio di riscatto delle atlete dell’Urss nelle batterie dei m.1500, in cui si schierano alla partenza le 30enni Yekaterina Podkopayeva (già bronzo sugli 800 metri) e Zamira Zaytseva (argento sulla distanza l’anno prima ai Campionati Europei), oltre alla 23enne Ravilya Agletdinova.

Sfida Decker c. Urss che si evidenzia sin dalle batterie del 12 agosto, in cui l’americana fa registrare il miglior tempo nella seconda serie, precedendo di soli 0”17 centesimi (4’07”47 a 4’07”64) la Zaytseva, mentre le altre due sono appannaggio di Agletdinova e Podkopayeva, ragion per cui vi è molta attesa in vista della Finale del 14 agosto, giorno di chiusura della Rassegna iridata, soprattutto per vedere quale sia la tattica che l’americana intende applicare e, viceversa, l’eventuale “gioco di squadra” messo in atto dalle sovietiche.

Tattica vincente non si cambia”, verrebbe da dire, parafrasando un vecchio detto calcistico che fa riferimento a non modificare una formazione vincente, e difatti la Decker replica la stessa condotta di gara, con le sovietiche a mantenere un atteggiamento attendista, probabilmente contando sullo spunto finale data la stanchezza derivante per la californiana dall’aver già dovuto correre due turni sulla doppia distanza.

L’americana si presenta così in testa alla campana dell’ultimo giro, con Zaytseva a fianco, seguite da una coppia formata dalla britannica Sly e dalla nostra Gabriella Dorio e con Agletdinova e Podkopayeva immediatamente di rincalzo, pronte a sferrare il loro attacco, che si materializza, viceversa, all’inizio dell’ultima curva da parte di Zaytseva che supera di slancio la Decker per presentarsi con buon margine in dirittura d’arrivo mentre alle spalle dell’americana rinvengono le altre due sovietiche per un’immagine curiosa che la vede stretta in una morsa di tre avversarie della stessa Nazione da cui sembra impossibile possa uscire, salvo rendersi conto che Zaytseva sta andando in riserva e, falcata dopo falcata, la rimonta per poi superarla a 5 metri dal filo di lana, con l’esausta sovietica a concludere cadendo, con il cronometro a registrare 4’00”90 per la Decker, 4’01”19 per Zytseva, mentre la sfida per completare il podio è appannaggio di Podkopayeva (4’02”25 a 4’02”67) su Agletdinova.

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Il vittorioso arrivo della Decker sui m.1500 ai Mondiali ’83 – da:gettyimages.it

Se prima era un’eroina, immaginatevi come possa essere considerata Mary Decker al ritorno in Patria, avendo umiliato le Campionesse sovietiche in specialità dove si sentivano pressoché invincibili, tanto da farne uno dei richiami pubblicitari più importanti in vista delle Olimpiadi dell’anno successivo, che si disputano nel suo Stato adottivo, ovverossia la California, teatro il “Coliseum” di Los Angeles, dopo aver, per quanto ovvio, concluso la stagione ai vertici del ranking mondiale su entrambe le distanze.

Ottenuta la qualificazione su ambedue le prove agli “Olympic Trials” di metà giugno svoltisi sul medesimo impianto – seconda sui m.1500 in 4’00”40 dietro alla Wysocki e nettamente prima con 8’34”91 sulla doppia distanza – la Decker scopre che il programma olimpico non la favorisce, visto che pone l’8 ed il 10 agosto batterie e Finale dei 3mila metri, alternando le stesse prove sui m.1500 al 9 ed 11 agosto, il che rende praticamente impossibile il voler “doppiare”, riservandosi per la sola gara più lunga, cosa alla quale, difatti, rinuncia anche la britannica Sly e che, al contrario, affronta la temibilissima rumena Maricica Puica, che aveva dovuto rinunciare ai Mondiali per un banale infortunio subito giocando a basket.

Con le altre atlete del blocco sovietico a dover sottostare al boicottaggio imposto da Mosca, sono proprio le rumene, unitamente alle britanniche le più serie avversarie di una Decker su cui sono puntate tutte le attenzioni dei media, la quale si impone nella prima batteria in 8’44”38, tempo che viene migliorato dalla Puica che fa sua la terza serie in 8’43”32.

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La Decker al comando nella Finale di Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Ritenuta la rumena l’unica in grado di poter insidiare la corsa all’oro dell’atleta di casa, la Finale del 10 agosto vede alla partenza anche la 18enne britannica di origini sudafricane Zola Budd, la quale ha la particolarità di correre scalza e che si presenta all’appuntamento più importante della sua carriera, non meno che la Decker, e che invece si trasforma in un incubo per entrambe …

Accade, difatti, che la Budd contrasti la consueta tattica d’attacco della californiana, così che è lei a fare l’andatura a tre giri e mezzo dal termine, conducendo un quartetto che comprende anche Sly e Puica con tutte le altre a far da comprimarie, quando avviene il “fattaccio”, ovverossia la Decker ad urtare in una gamba della britannica, che si sbilancia ma riesce a restare in piedi e proseguire, mentre l’americana, che corre come sempre alla corda, inciampa sul cordolo che delimita la pista, cadendo rovinosamente a terra e vedendo così svanire il proprio sogno di gloria.

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La caduta della Decker – da:ronnydeschepper.com

La gara viene poi vinta dalla rumena in 8’35”96 sulla Sly, mentre la Budd paga lo sforzo, forse anche una leggera menomazione subita nel fortuito incidente e gli insulti che le provengono dagli spalti e conclude non meglio che settima, mentre le immagini della Decker dolorante ed in lacrime a bordo pista fanno il giro del mondo, così come quella del fidanzato Richard Slaney – un discobolo britannico che poi sposerà a Capodanno ’85 – che la prende in braccio per condurla negli spogliatoi.

Anche se, in genere, la responsabilità di un incidente del genere ricade sull’atleta che segue – in questo caso la Decker – il “delitto di lesa Maestà” commesso dalla giovane britannica fa sì che la stampa americana addebiti alla stessa la responsabilità dell’accaduto attraverso una vera e propria “persecuzione mediatica”, il che determina che si arrivi al punto che la stessa riceva addirittura minacce di morte da parte di qualche esaltato tifoso.

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Decker in lacrime – da:vothphoto.com

A parte tali ingiustificati eccessi, tutti gli Stati Uniti si stringono attorno alla loro “sfortunata eroina”, divenendo la Decker a suo modo il simbolo dei Giochi al pari dei 4 ori di Carl Lewis, lei che era stata eletta a paladina del carattere americano dopo le vittorie sulle sovietiche, e va anche ammesso non tornare a suo onore il “cavalcare l’onda” mediatica che attribuisce alla Budd la colpa di quanto successo, salvo poi fare marcia indietro negli anni a seguire, allorché afferma come “la ragione per cui sono caduta è da attribuire alla mia inesperienza nel correre in gruppo …”.

Ma la vita va avanti, e la Decker, ora divenuta Signora Slaney, disputa un’ultima grande stagione l’anno seguente, che la vede aggiudicarsi ben 12 gare tra 800 e 3mila metri nei vari Meeting europei, in cui stabilisce altrettanti primati personali, nonché nazionali, dopo aver migliorato l’1 giugno ad Eugene il proprio limite sui 5mila metri, corsi in 15’06”53.

In ordine cronologico, il 16 agosto ‘85 a Bruxelles la Decker abbassa ad 1’56”90 il record Usa sugli 800 metri – che resiste per 14 anni, sino all’1’56”40 di Jearl Miles-Clark dell’11 agosto ’99 a Zurigo – per poi dare vita, cinque giorni dopo al tradizionale appuntamento del “Weltklasse” di Zurigo, ad una delle più memorabili sfide nella storia del Miglio, che la vede riappropriarsi del primato mondiale che le era stato tolto dalla Puica nel settembre ’82, battendo in volata, con il riscontro cronometrico di 4’16”71, proprio la rumena e la Budd, che chiudono alle sue spalle, rispettivamente in 4’17”33 e 4’17”57, tempi che, ancora a fine anno 2017, rientrano tra i primi 10 della Classifica All Time e, per quanto riguarda l’americana, resiste tuttora come limite nazionale.

Non contenta, la Decker migliora il 25 agosto a Colonia il record Usa sui 3mila metri portandolo ad 8’29”69 e quindi, dopo aver sfiorato il proprio limite sui m.1500 metri, corsi in 3’57”24 a Bruxelles il 30 agosto, fornisce un’altra dimostrazione di forza allo Stadio Olimpico durante il “Golden Gala” del 7 settembre, allorché scende sino ad 8’25”83 sui m.3000, tempo che anch’esso resiste all’usura del tempo quale primato nazionale

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Puica, Budd e Decker al “Golden Gala” ’85 – da:gettyimages.it 

Inutile dire che, a fine stagione, la Decker torna al vertice del ranking mondiale sia sui 1500 che sui 3000 metri, ma nulla di tutto ciò potrà mai restituirle il sogno infranto della “Gloria Olimpica” sfumata, visto che salta poi la stagione ’86 per dare alla luce la sua unica figlia Ashley Lynn (nata il 30 maggio 1986), l’anno successivo è ancora vittima del riacutizzarsi di infortuni di vario genere e l’ultima, seria chance di un’altra opportunità olimpica – ci proverà anche nel ’92 con scarsi risultati – ottenuta grazie alla vittoria ai Trials ’88 su entrambe le distanze, la vedono poi concludere ottava sui m.1500 e decima sui 3mila metri ai Giochi di Seul ’88, quando oramai ha già compiuto 30 anni e, soprattutto, il suo fisico è logorato da un’attività intesa come poche.

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Mary Decker agli Olympic Trials ’88 – da:gettyimages.fi  

Una donna ed un’atleta “Born to run” (“nata per correre”), e non avrebbe sbagliato la celebre rockstar americana Bruce Springsteen se si fosse ispirata a Mary Decker nella stesura del pezzo, di cui resteranno per sempre impresse nella mente la straordinaria doppietta ai Mondiali di Helsinki, i numerosi record realizzati nonché la struggente immagine della caduta ai Giochi di Los Angeles che commosse un’intera Nazione …

Un eccesso di emotività oppure un calcare la mano ad arte da parte dei Media per aumentare l’audience, tutto può essere, personalmente comprendo solo il “dramma sportivo” di un’atleta a cui la malasorte ha impedito di giocarsi sino in fondo le proprie chance di vittoria …

E, detto tra noi, mi basta così …

 

VALERY POPENCHENKO, IL PIU’ GRANDE PUGILE SOVIETICO DELLA STORIA

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Valerj Popenchenko alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 – da boxinginsider.com

articolo di Nicola Pucci

Dimentichiamoci per un attimo dei fratelli Klitscenko, Vitali e Vladimir, che da quando il più grande dei due, nel 1999, divenne campione del mondo del pesi massimi battendo Herbie Hidea Londra, hanno segnato un’era della categoria più prestigiosa del pugilato. E magari tralasciamo di ricordare quel che è il curriculum di due altri campioni del calibro di Nicolaj Valuev e Ruslan Chagaev, pure loro detentori a più riprese del titolo dei massimi. Insomma, torniamo ai tempi della cara, vecchia Unione Sovietica, quella della falce e martello e del mai troppo millantata sigla CCCP, e raccontiamo le gesta di Valery Popenchenko, peso medio che molti considerano, dopo Laszlo Papp, il più forte pugile a non aver mai avuto la possibilità di cimentarsi con i professionisti.

Già, perché stiamo parlando di un ragazzo che, sportivamente, ebbe la sventura di nascere ed esercitare l’attività di boxeur in un periodo in cui, di là dal Muro, era fatto divieto di andare a far cassetta con i professionisti, e questo impedì a molti ottimi atleti di assurgere al rango di campionissimi. Ma, limitatamente a quel che erano le vetrine a lui destinate, Popenchenko campionissimo lo è stato comunque, e per davvero, fin da quando, lui che ebbe i natali a Kuntsevo, nel distretto di Mosca, il 2 agosto 1937, figlio di un pilota militare dell’Armata Rossa, morto nel corso della Seconda Guerra Mondiale, mise i guantoni per la prima volta.

Valery, in mancanza del capo-famiglia, viene introdotto dalla madre alla Tashkent Suvorov Military School, ed è qui che all’età di 12 anni si avvicina alla pratica del pugilato. E non tarda certo a mettersi in luce, lui che con i suoi 176 centimetri distribuiti su 75 chilogrammi di massa muscolare armoniosa ha un fisico perfetto per eccellere nella categoria dei pesi medi. Ed è proprio tra i pesi medi che nel 1959 Popenchenko, che già nel 1955 aveva trionfato ai campionati giovanili, vince il suo primo titolo sovietico, impresa che poi sarà capace di ripetere consecutivamente dal 1961 al 1965, perdendo altresì la cintura nel 1960 il che gli nega la chance olimpica di gareggiare a Roma. Come vedremo tra poco, saprà riscattarsi quattro anni dopo a Tokyo.

Nel frattempo Popenchenko, che è tanto bravo nello sport quanto lo è sui banchi di scuola, al punto da assicurarsi un futuro brillante con una laurea in ingegneria conseguita con lode, prende parte agli Europei dilettanti di Mosca del 1963, vincendo la medaglia d’oro in finale contro il rumeno Ion Monea, che a Roma, invece, c’è andato, salendo sul terzo gradino del podio non prima, però, aver dato filo da torcere a quel Eddie Cook jr. che lo sconfigge in finale. E se due anni dopo, alla rassegna continentale di Berlino, il sovietico bisserà il successo stavolta battendo all’atto decisivo l’inglese William Robinson, nel bel mezzo di questo triennio di conquiste internazionali Popenchenko ha il suo personalissimo appuntamento con la storia del pugilato presentandosi tra i favoriti alle Olimpiadi di Tokyo del 1964.

In Giappone Valery trova tra i rivali più accreditati lo stesso Monea, il polacco Tadeusz Walasek che a Roma fu medaglia d’argento e l’anno dopo, agli Europei di Belgrado, è salito sul gradino più alto del podio battendo quel Yevgeny Feofanov che ai Giochi del 1960 prese il posto proprio di Popenchenko, il tedesco occidentale Emil Schulz che nel Vecchio Continente ha una discreta reputazione e l’azzurro Franco Valle, che ambisce a ripetere quel che fu capace di fare Piero Toscani ad Amsterdam nell’ormai lontano 1928, ovvero cingersi il collo con la medaglia d’oro.

Ad onor del vero Popenchenko è nel pieno della maturità sportiva, in forma smagliante ed atleticamente perfettamente preparato, e se a questo si aggiunge un’eleganza sul ring senza pari, con una tecnica invidiabile con cui sembra accarezzare gli avversari per poi piazzare colpi secchi e fulminei, tanto precisi che ficcanti, ecco che il risultato è quasi scontato. Alla Korakuen Hall di Tokyo il sovietico, dal 14 al 23 ottobre 1964, affronta uno dopo l’altro il pakistano Mahmoud che va al tappeto al primo round e costringe l’arbitro ad interrompere il combattimento dopo 2’52”, il ghanese Joe Darkey che rimane in piedi ma viene sconfitto per verdetto unanime, 5-0, e lo stesso Walasek, a sua volta mandato giù  dopo 2’13” della terza ripresa. In finale Popenchenko trova Schulz, che ha fatto un sol boccone di Monea e Valle, entrambi surclassati con un 5-0 che non ammette repliche, ma l’ostacolo sovietico è troppo arduo da superare anche per il teutonico, che dopo soli 2’05” dall’inizio della prima ripresa va giù per poi venir fermato definitivamente dal giudice di gara.

Popenchenko è finalmente campione olimpico, e a conferma di una classe indiscutibile, si merita pure la prestigiosa Coppa Val Barker, che premia il miglior pugile della rassegna a cinque cerchi. Onore, questo, che mai nessun altro sovietico può vantare, e che quattro anni prima, a Roma, aveva certificato il talento sterminato di un certo Nino Benvenuti.

L’anno dopo, appunto a seguito del successo europeo del 1965, Popenchenko chiude la carriera agonistica con un capitale di 200 successi in 213 incontri, andando a raccogliere soddisfazioni come ingegnere ed ambasciatore dello sport sovietico negli Stati Uniti. Fino alla tragica e prematura, oltreché controversa e misteriosa, fine che se lo porta via poco più che 37enne. Con l’enorme interrogativo di quel che sarebbe potuto diventare nel caso avesse avuto l’occasione di passare professionista.

I “FANTASTICI ANNI ’80” DEL NUOTO TEDESCO NEL MEZZOFONDO A STILE LIBERO

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Il quartetto tedesco della 4x200sl ai Giochi di Seul ’88 – da:alarmy.de

Articolo di Giovanni Manenti

Certo, molti di voi che si stanno apprestando a leggere questo articolo penseranno ad un atto sacrilego nei confronti dello “Zar delle piscine”, ovverossia il fenomenale sovietico Vladimir Salnikov, autentico dominatore sulle distanze dei 400 e 1500 metri a stile libero – poiché i m.800sl sono entrati a far parte del programma dei Mondiali solo a far tempo dal nuovo secolo ed esordiranno in sede olimpica nella prossima edizione di Tokyo 2020 – durante tale arco di tempo, e non è certo nostra intenzione mancare di rispetto nei confronti di un tale talento, ma vi accorgerete che anche in Germania all’epoca non si scherzava affatto …

E’ sempre difficile capire quanto l’aspetto emulativo incida in questi casi, anche se sicuramente avere come compagno di Nazionale una leggenda del Nuoto quale Michael Gross può quantomeno essere stato di stimolo per altri atleti più o meno coetanei de “L’Albatros” – così soprannominato per l’ampiezza della sua apertura di braccia che ben si notava nel suo stile a farfalla – fatto sta che una Nazione che sino ad allora aveva raccolto poco o niente su tali distanze, ecco che improvvisamente emerge a livello assoluto.

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La straordinaria apertura di braccia di Michael Gross – da:si.com

Senza dimenticare che, rispetto al monopolio delle “Walchirie” della Germania Est nel settore femminile, in campo maschile sono i ragazzi della parte occidentale tedesca a farsi preferire, anche se poi, alla fine, l’ultima parola spetterà proprio ad un esponente dell’ex Repubblica Democratica tedesca, ma non precorriamo i tempi.

Il già citato Salnikov scopre le proprie carte alla terza edizione dei Campionati Mondiali svoltasi a Berlino Ovest nel ’78, allorché si aggiudica la medaglia d’oro su entrambe le distanze dei m.400 e 1500sl, per poi ribadire tale supremazia due anni dopo in occasione delle Olimpiadi di Mosca ’80, in cui stabilisce altresì con 14’58”27 – primo nuotatore ad infrangere la barriera dei 15’ netti – il relativo record mondiale sulla più lunga distanza, dopo essersi già appropriato, migliorandolo per tre volte tra il 1979 ed il 1980, il limite sui 400 metri stile libero.

Doppietta che il formidabile sovietico replica anche alla Rassegna iridata di Guayaquil ’82 in un periodo in cui i suoi più accaniti avversari sono i fratelli jugoslavi di origine slovena Borut e Darjan Petric, con il primo a compiere l’atto di “lesa maestà” impedendo a Salnikov un poker di doppiette infliggendogli, per soli 0”14 centesimi (3’51”63 a 3’51”77), la sconfitta nella Finale dei m.400sl ai Campionati europei di Spalato ’81, con lo Zar a riprendersi lo scettro due anni dopo a Roma, con l’oramai consueta accoppiata su entrambe le distanze del mezzofondo a stile libero.

Tutto molto bello, direte voi, ma dei tanto decantati tedeschi non se ne è ancora parlato e la ragione è prettamente anagrafica, visto che il più anziano di loro è Thomas Fahrner, nato a febbraio ’63 nel Palatinato, anche se il primo a mettersi in evidenza è il connazionale Rainer Henkel, di un anno più giovane e che ai Campionati Europei di Spalato ’81 si classifica sesto nella Finale dei m.1500sl, rassegna in cui Michael Gross inaugura il suo straordinario Palamrès con l’oro sui m.100 farfalla.

Con ancora nessun nuotatore tedesco a salire sul podio olimpico od iridato sulle prove più lunghe del programma a stile libero – se si esclude l’episodico argento di Frank Wiegand sui m.400sl ai Giochi di Tokyo ’64, peraltro a debita distanza dal fuoriclasse Usa Don Schollander, ed il bronzo del rappresentante dell’ex Ddr Frank Puftze sulla medesima distanza ai Mondiali di Cali ’75, anch’esso ben lontano dal vincitore americano Tim Shaw – un primo, ancorché tenue, segnale di risveglio lo si ha in occasione dei Mondiali di Guayaquil ’82 che vedono, citato Gross a parte, il tedesco orientale Sven Lodziewski centrare il bronzo sui m.400sl – dove Henkel è eliminato in batteria con il 12esimo tempo – dietro alla coppia sovietica formata dal più volte ricordato Salnikov e da Svyatoslav Semenov (che si ripete sui m.1500sl, con Lodziewski quarto ed Henkel quinto …) e la staffetta 4x200sl della Germania Ovest (con Henkel in terza e Gross in quarta frazione) ottenere analogo risultato.

Poca roba, verrebbe da dire, ma intanto il ghiaccio è rotto, e se l’anno seguente, alla Rassegna Continentale di Roma ’83, nessuno può permettersi di insidiare il leggendario sovietico, ecco che nella Finale dei m.400sl troviamo i tedeschi occidentali Fahrner e Stefan Pfeiffer (nato il 15 novembre ’65 ad Amburgo) classificarsi al quarto e quinto posto, con quest’ultimo ad occupare il gradino più basso del podio sui 1500sl e, poiché l’unione fa la forza, ecco che la staffetta 4x200sl si risolve nella “sfida in famiglia”, con i rappresentanti dell’Ovest (con Fahrner in prima e Gross in ultima frazione) ad avere la meglio (7’20”40 a 7’23”01) sui “cugini” orientali, con Lodziewski a chiudere, per un successo che mancava dall’edizione di Vienna ‘74.

Con Salnikov “fuori dai giochi” (in tutti i sensi …) alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 a causa del contro boicottaggio imposto da Mosca ai Paesi del blocco sovietico, ai nuotatori della Germania occidentale si offre una ghiotta opportunità per raccogliere allori, tanto più che il ricordato tempo di 7’20”40 fatto registrare dalla staffetta 4x200sl agli Europei di Roma ’83 è altresì il relativo limite mondiale.

Con una rappresentativa che può permettersi di schierare sui blocchi di partenza Gross (altresì impegnato a farfalla), Fahrner, Heinkel e Pfeiffer, le aspirazioni di andare a medaglia sono più che giustificate ed a maggior ragione avvalorate dall’esito della gara dei m.200sl, la cui Finale si svolge il 29 luglio ’84, che vede imporsi Gross con tanto di record mondiale di 1’47”44, precedendo l’americano Heath che soffia, per soli 0”59 centesimi (1’49”10 ad 1’49”69) l’argento a Fahrner.

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Fahrner e Gross dopo i m.200sl a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.ie

Fahrner che, il giorno dopo, è uno dei protagonisti di quella che da molti è considerata la più memorabile sfida nell’edizione californiana dei Giochi in campo natatorio, vale a dire la Finale della staffetta 4x200sl che, al termine di un esaltante “testa a testa” vede i quartetti di Stati Uniti e Germania Ovest disintegrare il già ricordato record mondiale di quasi 5”, con il successo che arride ai padroni di casa per l’inezia di appena 0”04 centesimi (7’15”69 a 7’15”73) grazie all’ultimo frazionista Bruce Hayes che riesce a contenere il tentativo di rimonta di Michael Gross.

Con un bronzo ed un argento già al collo, Fahrner è atteso come uno dei favoriti per la conquista della medaglia d’oro nella gara dei m.400sl, che vede batterie al mattino e Finale al pomeriggio in programma il 2 agosto, e che, al contrario, passano alla storia per una delle più incredibili vicende che possono accadere in questa disciplina.

Inserito, difatti, nella terza batteria, Fahrner si aggiudica la stessa con il tempo di 3’55”26 – abbastanza alto, visto il 3’52”82 nuotato l’anno prima in Finale a Roma e che gli era valso la quarta posizione – e che, al momento, lo relega al quarto posto tra i migliori tempi per l’accesso alla Finale, solo per subire l’amara sorpresa di vedere tre atleti nella quarta batteria ed altri due nella quinta (tra cui l’azzurro Marco Dell’Uomo, che in 3’55”00 fa registrare il limite italiano …) registrare crono migliori del suo, relegandolo in nona posizione e quindi fuori dall’atto conclusivo …

Una delusione cocente alla quale si aggiunge pure la beffa, in quanto nella Finale pomeridiana la coppia americana formata da George Di Carlo e John Mykkanen fa doppietta con i rispettivi tempi di 3’51”23 e 3’51”49 (con Pfeiffer, che era stato il migliore in batteria con 3’53”41, a concludere quarto in 3’52”91), mentre Fahrner, sceso successivamente in acqua per la cosiddetta “Finale B”, si impone facendo registrare il riscontro cronometrico di 3’50”91, ovverossia tale da consentirgli di vincere la medaglia d’oro (!!), e non può certo suonare a consolazione che tale tempo gli valga il record olimpico.

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O’Brien e Fahrner – da:gettyimages.it

La pattuglia tedesca completa il suo cammino olimpico con la Finale dei m.1500sl del 4 agosto, dove Pfeiffer ed Henkel si fanno onore, concludendo in terza e quarta posizione – con il primo a segnare il primato nazionale con 15’12”77 – alle spalle della coppia di casa formata da Mike O’Brien e Di Carlo, pur se il tempo di 15’05”20 realizzato da O’Brien dimostra come si tratti di un successo largamente “inquinato” dall’assenza di Salnikov, che nel frattempo aveva portato il proprio limite mondiale a 14’54”76 nel febbraio ’83 e pertanto con oltre 10” di margine rispetto al crono dell’americano.

Con lo “Espresso di Leningrado”, come era altresì definito, a disertare anche i Campionati Europei di Sofia ’85 e Michael Gross – che aveva compiuto l’impresa di strappare a Salnikov il record mondiale sui m.400sl nuotando la distanza in 3’47”80 il 27 giugno ’85 a Wuppertal durante i Campionati nazionali – ad iscriversi solo sulle gare individuali dei m.200sl ed a farfalla (conquistando peraltro altrettanti ori), ecco che nel mezzofondo a contrastare Henkel e Pfeiffer emerge un validissimo rivale della sponda orientale della Germania, ovverossia il sassone Uwe Dassler, nato l’11 febbraio (curiosamente lo stesso mese di Fahrner ed Henkel …) 1967 ad Ebersbach, vicino a Dresda.

Il 18enne Dassler, alla sua prima apparizione in una grande Manifestazione internazionale, infligge una severa lezione ai “cugini occidentali”, aggiudicandosi la medaglia d’oro sui m.400sl all’ultima bracciata per soli 0”02 centesimi (3’51”52 s 3’51”54) sul connazionale Lodziewski (già argento anche sui m.200sl, ma a debita distanza da Gross), con Henkel bronzo in 3’51”79 e Pfeiffer quarto, ma ben più staccato, per poi imporsi anche sui m.1500sl, dove stronca la resistenza di Henkel (15’08”56 a 15’10”34) nel finale di gara, con Pfeiffer a completare il podio senza peraltro (15’26”67) essere mai in gara per il titolo.

Otto nuotatori tedeschi ad occupare il podio nelle prove dai 200 ai 1500 metri stile libero (unico “intruso” lo svedese Tommy Werner, bronzo sul m.200sl) fanno presagire una entusiasmante sfida nella staffetta 4x200sl – dopo che già la lotta nella 4x100sl si era risolta a favore della Germania Ovest (con Fahrner in seconda e Gross in quarta frazione …) per soli 0”14 centesimi, 3’22”18 a 3’22”32 – che purtroppo viene meno per la squalifica del quartetto tedesco orientale, così che Gross, con Fahrner stavolta ad avere l’onore di chiudere la gara, può centrare, con il tempo complessivo di 7’19”23, il suo quinto successo personale, che poi incrementa a sei anche con l’oro della staffetta 4x100mista.

Una supremazia a dir poco schiacciante a livello continentale che necessita però di una riprova su scala mondiale, in occasione della Rassegna Iridata in programma a Madrid dal 17 al 23 agosto ’86 ed in cui fa la sua ricomparsa Salnikov, ancorché oramai 26enne.

Reso euforico dall’impresa compiuta alla Rassegna Continentale, Dassler si fa tentare dalla tripla iscrizione a 200, 400 e 1500 metri stile libero, pagando immediatamente dazio sulla più corta distanza, dove nella Finale del 17 agosto – con quattro tedeschi qualificati, Gross e Fahrner da una parte, Lodziewski ed appunto Dassler dall’altra – conclude desolatamente ultimo, mentre Gross e Lodziewski confermano l’ordine d’arrivo europeo, con il rappresentante occidentale ad imporsi nettamente (1’47”92 ad 1’49”12), mentre a Fahrner la gioia del podio viene tolta dall’americano Matt Biondi, bronzo in 1’49”43.

La scadente prestazione di Dassler nella prova individuale, induce la Federazione dell’ex Ddr ad escluderlo dal quartetto che, il giorno dopo, sferra l’attacco ai “cugini” occidentale nella Finale della staffetta 4x200sl, dando vita ad una sorta di replica della già ricordata celebre sfida Usa/Germania Ovest ai Giochi di Los Angeles ’84, con la formazione orientale a prevalere per l’inezia di 0”05 centesimi (7’15”91 a 7’15”96) con Lodziewski a concludere nel “testa a testa” con Fahrner, con Henkel e Gross ad aver nuotato le prime due frazioni.

Concluse le prove di velocità, l’attenzione si sposta sulla distanza dei m.400sl, gara per la quale sono in programma il 21 agosto le batterie al mattino e la Finale al pomeriggio, con le prime ancora una volta fatali a Fahrner, eliminato con il 12esimo tempo, mentre Henkel fa registrare la miglior prestazione in 3’52”98 e la coppia orientale Dassler e Lodziewski altresì qualificata come sesto e settimo.

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Rainer Henkel – da:gettyimages.co.uk

Tutt’altra storia, ovviamente, la Finale pomeridiana, con Lodziewski tutt’altro che a suo agio su tale prova ed a concludere in ottava ed ultima posizione, mentre nella sfida per l’oro tocca stavolta ad Henkel avere la meglio sul rivale dell’Est ed anche con un discreto margine (3’50”05 a 3’51”26), con l’americano Dan Jorgensen a “salvare l’onore” Usa completando il podio in 3’51”33, mentre Salnikov, in non perfette condizioni di forma, conclude non meglio che quinto in un per lui modesto 3’52”07.

Un Henkel che si sta accorgendo di vivere la sua “Settimana di Gloria”, con la possibilità di completare la stessa, due giorni dopo, con il bis sulla più lunga prova del programma natatorio, ovverossia i m.1500sl, dove Dassler preannuncia battaglia sin dalle batterie del 22 agosto, facendo segnare il miglior tempo, inferiore di oltre 2” a quello di Henkel, mentre “vittima eccellente” delle qualificazioni è stavolta Pfeiffer, appena undicesimo.

Difficile, peraltro, recuperare la condizione ottimale nel corso di una grande Manifestazione, e Dassler se ne rende conto nella Finale del 23 agosto, che non lo vede mai in lotta neppure per il podio, concludendo in quinta posizione a ben 16”57 (!!) di distacco dal 15’05”31 con cui Henkel riesce a centrare una fantastica doppietta iridata, in una gara che fa esplodere il talento dell’appena 16enne azzurro Stefano “Bibi” Battistelli, che conquista un insperato argento in 15’14”80, lasciandosi alle spalle nientemeno che il già ricordato Jorgensen e “Sua Maestà” Salnikov, quarto in 15’18”94.

 

Rassegna iridata che va dunque in archivio con ancora la Germania (sia Est che Ovest) a confermare la sua supremazia a stile libero, avendo colto oro ed argento nei m.200 e 400 e staffetta 4×200, oltre al titolo sui 1500 metri, e che non si vede come possa essere scalfita in occasione dei Campionati Europei in programma a Strasburgo dal 16 al 23 agosto ’87, interrogandosi, caso mai, su quale delle due fazioni – tra occidentale ed orientale – riuscirà a prevale sull’altra.

Rassegna che si apre con una bella soddisfazione per Lodziewski, che dedicatosi allo sprint, si aggiudica la Finale dei m.100sl a spese (49”79 a 49”88) del francese Campione in carica Stephan Caron, ed, al contrario, con una delusione per Gross, che sulla doppia distanza deve accontentarsi del bronzo – con Lodziewski quarto e Fahrner sesto – in una delle rare occasioni in cui “l’eterno piazzato” svedese Anders Holmertz centra la vittoria, precedendo (1’48”434 ad 1’48”68) un’altra delle giovani reclute della rinascita del Nuoto azzurro, ovverossia il bresciano Giorgio Lamberti.

Delusione di cui, peraltro, “l’Albatros” ha immediatamente modo di rifarsi in una fantastica Finale della staffetta 4x200sl, con la consueta sfida coi “cugini” orientali a far sì che entrambi i quartetti scendano sotto il limite mondiale stabilito dagli Stati Uniti a Los Angeles ’84, con la Germania Ovest a stampare uno straordinario tempo di 7’13”10 (di ben 2”59 inferiore al precedente primato …), trascinata da Henkel, Fahrner e Gross , mentre la Germania Est conclude in un altresì eccellente riscontro di 7’14”27, chiara testimonianza della supremazia del collettivo teutonico in tale specialità.

Il legittimo dubbio su chi, viceversa, la spunterà nella “lotta in famiglia” sulle più lunghe distanze tra un Dassler bicampione continentale a Sofia ’85 ed un Henkel bicampione iridato a Madrid ’86, si risolve nella maniera più salomonica possibile, ovverossia con un successo ed un argento a testa …

Quasi fossero buoni amici, difatti, Dassler – che ha imparato la lezione del Mondiale lasciando perdere i m.200sl – ha la meglio per 0”33 centesimi (3’48”95 a 3’49”28) su Henkel nella Finale dei m.400sl, con Fahrner bronzo in 3’49”82, posizioni che si invertono in una spettacolare sfida a tre sui m.1500sl che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima bracciata, con Henkel ad imporsi per veramente una bava (considerando la distanza …) pari a 0”07 centesimi (15’02”23 a 15’02”30 …!!), con anche Pfeiffer ottimo terzo in 15’03”06.

Ciò che, pertanto è rimasto invariato, rispetto all’edizione di Sofia ’85, è che anche stavolta i podi dei 400 e 1500 metri stile libero hanno ospitato solo ed esclusivamente specialisti provenienti dalla ancorché divisa Germania, per una supremazia mai verificatasi in termini così netti nei decenni precedenti, e che è attesa all’ultima, decisiva verifica, ai Giochi di Seul ’88, dove si presenta per l’ultima passerelle, Salnikov, ancorché iscritto solo sulla più lunga distanza, di cui è ancora il detentore del primato mondiale e dove nessun altro al Mondo è stato sinora capace di emularlo nello scendere sotto la barriera dei 15’ netti.

Anno olimpico che si apre con la sorpresa del polacco Arthur Wojdat – quarto a Strasburgo in 3’51”12 – capace di migliorare il limite mondiale di Michael Gross sui m.400sl nuotando in 3’47”38 il 25 marzo ’88 ai Campionati Primaverili Usa di Orlando, mentre in casa Germania Est sta iniziando a farsi un nome il 18enned Jorg Hoffmann, che viene difatti selezionato su entrambe le distanze per i Giochi coreani, così come Steffen Zesner, che viceversa predilige 100 e 200 metri a stile libero.

La Rassegna a cinque cerchi certifica l’addio al podio da parte tedesca sui m.200sl, con Gross e Zesner a concludere non meglio che quinti e sesti, nel mentre Fahrner è addirittura ultimo nella Finale che il 19 settembre ’88 fa registrare la grande sorpresa dell’australiano Duncan Armstrong che si impone con il record mondiale di 1’47”25, per poi attendere con curiosità quale possa essere l’esito dell’attesissima sfida del 21 settembre in occasione della Finale della staffetta 4x200sl, visto l’esito dei Campionati Europei dell’anno precedente ed il desiderio di rivalsa da parte del quartetto Usa capitanato da Matt Biondi.

Spettacolo che non viene certo a mancare, con il limite di 7’13”10 fatto segnare da Gross & Co. a Strasburgo a resistere solo come primato europeo, visto che il quartetto tedesco occidentale (di cui, come di consueto, fanno parte Fahrner, Henkel e Gross) conclude al terzo posto in 7’14”35 una Finale che vede le prime tre formazioni racchiuse in appena 1”84, preceduto dai cugini orientali (con Dassler, Lodziewski e Zessner in organico) che con 7’13”68 che migliora il loro tempo dell’anno precedente, mentre una sensazionale ultima frazione di Biondi (1’46”44, di ben 2” inferiore a quella di Zessner …) consegna agli Stati Uniti oro e record mondiale in 7’12”51.

Due giorni dopo, il 23 settembre, fari puntati su di una delle più incerte prove del programma olimpico, vale a dire i m.400sl, ai quali è altresì iscritto il già citato fresco recordman mondiale sulla più breve distanza Armstrong, oltre a Wojdat, ovviamente e buon quarto nella Finale dei m.200sl, con il consueto doppio appuntamento di batterie al mattino e Finale al pomeriggio.

E, la “mannaia” delle qualificazioni, si abbatte sul giovane Hoffmann ed il Campione iridato in carica Henkel, che fa registrare il decimo tempo, mentre assai migliore è la prestazione di Pfeiffer, secondo tempo in batteria ad un solo 0”01 centesimo (3’49”51 a 3’49”51) dal record olimpico fatto registrare a sorpresa dall’altro polacco Mariusz Podkoscielny, mentre anche Wojdat e Dassler scendono sotto i 3’50”.

Sono in molti a domandarsi quante possibilità abbia il recente record mondiale di Wojdat di resistere nella Finale del pomeriggio e la risposta la fornisce, suo malgrado, proprio l’attonito polacco il quale, dopo aver superato l’americano Matt Cietlinski alla virata dei 350 metri, nuota l’ultima vasca per andare a toccare in 3’47”34 (0”04 centesimi meglio del suo precedente limite), solo per vedersi superare da Armstrong – il quale mette in pratica la stessa identica tattica che lo aveva visto vincere i m.200sl – che conclude in 3’47”15, a propria volta beffato da Dassler che gli nega la gioia del doppio oro per imporsi in uno stupefacente riscontro cronometrico di 3’46”95, primo nuotatore ad infrangere la barriera dei 3’47” netti, mentre Pfeiffer chiude malinconicamente non meglio che sesto in 3’49”96.

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L’esultanza di Dassler dopo l’oro sui m.400sl a Seul ’88 – da:gettyimages.it

Per Dassler è il coronamento di un sogno, considerato anche che, Gross a parte, è l’unico di questo gruppo di straordinari stileliberisti ad aver centrato il record assoluto, con in più la prospettiva della prova sui m.1500sl, che prevede batterie il 24 e Finale il 25 settembre.

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Stefan Pfeiffer ai campionati iedeschi ’90 – da:gettyimages.dk

Ancora una volta, la pattuglia tedesca dimostra la propria compattezza, con sia la coppia tedesco occidentale (formata da Pfeiffer ed Henkel) che quella orientale, di cui fanno parte Dassler ed Hoffmann, a centrare l’accesso alla Finale, a cui peraltro Hoffmann rinuncia, ma quella che potrebbe essere l’apoteosi per il mezzofondo teutonico viene, per così dire, “rovinata” dallo “Zar delle piscineVladimir Salnikov che, pur non essendo più in grado, dall’alto dei suoi 28 anni, di esprimersi come ai tempi migliori, riesce pur sempre a nuotare le 30 vasche in 15’00”40, tempo ancora non alla portata di Pfeiffer e Dassler che concludono nell’ordine (15’02”69 e 15’06”15 rispettivamente …), con Henkel sesto in 15’18”19.

Il “decennio d’oro” del mezzofondo tedesco si avvia alla sua conclusione con i Campionati Europei di Bonn ’89, dove Wojdat ha la meglio su Pfeiffer (3’47”78 a 3’48”68) nella Finale dei m.400sl, con Dassler ed Hoffmann a concludere in quinta e sesta posizione, e quest’ultimo ad imporsi su Pfeiffer (15’01”52 a 15’01”93) sui 1500 metri, specialità che, a livello continentale, farà sua per altre tre edizioni consecutive di Atene ’91, Sheffield ’93 e Vienna ’95, quando oramai gareggia per la Germania riunificata, mentre “l’ultimo squillo” tedesco nel mezzofondo a stile libero lo concede proprio Hoffmann alla Rassegna iridata di Perth che, considerata la posizione nell’emisfero australe, ha insolitamente luogo a gennaio ’91.

Dresden, Schwimmer Jörg Hoffmann
Jorg Hoffmann in azione – da:wikipedia.org

Nell’inverno australiano, difatti, le uniche tre medaglie d’oro della riunificata Germania provengono dallo stile libero, con la staffetta 4x200sl a prendersi (7’13″50 a 7’14″87) la rivincita sugli Stati Uniti, a cui fanno seguito Hoffmann e Pfeiffer nel fare doppietta nella Finale del m.400sl, con i rispettivi tempi di 3’48″04 e 3’48″86, relegando Wojdat sul gradino più basso del podio, ed, infine, l’ex tedesco orientale a compiere una straordinaria impresa nella Finale dei m.1500sl, in cui supera l’australiano Kieren Perkins in una spettacolare sfida che li vede entrambi (14’50”36 e 14’50”58) migliorare il primato mondiale di Salnikov, con anche Pfeiffer (bronzo in 14’59”34) a scendere sotto la fatidica soglia dei 15’ netti.

Con questo exploit di Hoffmann si chiudono i “favolosi anni ‘80” del mezzofondo tedesco a stile libero che, a parte il bronzo dello stesso Hoffmann sui m.1500sl ai Giochi di Barcellona, non vedrà più alcun suo esponente salire su di un podio olimpico su entrambe le distanze, mentre a livello iridato il solo Paul Biedermann risulta in grado di far suo l’oro ai Mondiali di Roma ’09 ed il bronzo alla successiva rassegna di Shanghai ’11 sui 400 metri stile libero, mentre “buio totale” sulle più lunghe prove degli 800 e 1500 metri …

A questo punto, resta solo un “piccolo gioco” da mettere in atto, ovverossia perché non provate a fare la somma di quante medaglie (oro, argento e bronzo) conquistate dai nuotatori tedeschi citati nell’articolo, tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei …??

Non chiedetemi di darvi la soluzione, perché anch’io sono riuscito a perdere il conto …

 

WILLIAM JOHNSTON, IL CAMPIONE CHE FU OSCURATO DA BILL TILDEN

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William Johnston in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

La questione, come spesso accade in materia sportiva, è irrisolta: un campione costretto spesso ad inchinarsi ad un fuoriclasse più grandi di lui, deve rammaricarsi per esserselo trovato sulla strada il che gli ha impedito di ottenere un bottino più congruo di successi, oppure può vantarsi di aver trionfato battendo un rivale di così grande fama?

Provate a chiedere a William Johnston, chiamato “little Bill” per non confonderlo con l’altro Bill di cui parleremo tra poco, che nel corso di una carriera comunque invidiabile ebbe la sventura, o ventura?, di incocciare nella classe sconfinata di Bill Tilden, che fu suo compagno di squadra, e di vittorie, in Coppa Davis, e che a sua volta si guadagnò l’appellattivo, appunto, di “big Bill“. Ma se Tilden, oltreché talento, aveva una personalità tale da oscurare gli avversari, Johnston fu comunque capace di ritagliarsi uno spazio importante, risultando come secondo miglior giocatore del mondo dal 1920 al 1926, battendo chiunque provasse ad ostacolarlo, purchè non si chiamasse Bill Tilden.

Classe 1894, di San Francisco e con sangue irlandese nelle vene, Johnston comincia a giocare a tennis ad undici anni, esercitandosi sui campi pubblici in asfalto del Golden Gate Park. Nel 1910 vince il suo primo torneo juniores, e quando nel 1915, appena 20enne, trionfa per la prima volta agli US Open battendo uno dopo l’altro Clarence Griffin, Richard Norris Williams e Maurice McLoughin in finale in quattro set, diventa di colpo uno dei giocatori americani di riferimento.

Dotato di un eccellente dritto, potente e preciso, è con questo colpo che prepara il suo gioco d’attacco, spesso confortato da voleè vincenti giocate con sicurezza disarmante. E proprio nello Slam che in quegli anni ha sede al West Side Tennis Club di Forest Hills, Johnston ha modo di mettersi particolarmente il luce. Giungendo nuovamente all’atto decisivo nel 1916, quando Richard Norris Williams si prendr la rivincita imponendosi in rimonta al quinto set.

Impegnato con la US Navy nel corso della Prima Guerra Mondiale, Johnston, che in coppia proprio con Griffin ha già colto due vittorie all’US Open, torna a gareggiare nel 1919 ed è qui che il suo destino si incrocia con quello di Tilden. Nonostante abbia un anno in più, Tilden deve ancora esplodere ad alti livelli, e i due avversari si trovano per la prima uno davanti all’altro ai campionati americani su terra battuta ad Houston, con Johnston che si impone in quattro set, per poi bissare il successo il mese successivo a Forest Hills dove Johnston, che la United States Lawn Tennis Association elegge numero 1 per l’anno 1915 e per l’anno 1919, infligge al rivale una sonora lezione, 6-4 6-4 6-3.

Sembrerebbe per Johnston una sorta di certificato di laurea, ma quel che è un successo senza appello si rivela, anche, un exploit che non avrà seguito. Almeno in terra d’America, perché se è vero che Tilden e Johnston, in coppia, portano in dote agli Stati Uniti ben sette edizioni consecutive della Coppa Davis, è altrettanto vero che quando i due compagni si affrontano agli Us Open sarà sempre Tilden ad avere la meglio. E succede a cinque riprese tra il 1920 e il 1925, con Tilden che ha bisogno di cinque set per trionfare nel 1920, nel 1922 (quando rinviene da due set sotto) e 1925 mentre più agevoli sono le vittorie del 1923 e del 1924, entrambe in tre rapidi set. Solo nel 1921 Tilden-Johnston non è finale agli US Open, per il semplice motivo che i due campioni si affrontano agli ottavi di finale ed è ovviamente “big Bill” a far valere la legge del più forte in quattro set.

Le soddisfazioni che a Johnston sono negate nello Slam americano, giungono invece in dosi massicce, appunto, nella principale rassegna a squadre. Dove Johnston, dal 1920 al 1926, ha curriculum praticamente immacolato, perdendo solo il match con l’australiano James Anderson nel 1923, prendendosi altresì il lusso di battere a due riprese sia Renè Lacoste che Jean Borotra nelle due finali vittoriose contro la Francia del 1925 e del 1926, arrendendosi l’anno successivo invece allo stesse Lacoste e ad Henri Cochet quando a Filadelfia i “Moschettieri” interrompono la serie vincente degli Stati Uniti.

Ma se in casa Johnston è costretto a pagare dazio alla superiorità di Tilden, una volta messo piede in Europa il tennista di San Francisco dimostra di saperci fare anche sul “rosso”, vincendo nel 1923 il campionato del mondo su terra battuta che si tiene a Saint Cloud, battendo in finale il belga Jean Washer in cinque set, così come maratone erano state le sei sfide che gli avevano aperto la strada verso l’atto conclusivo del torneo.

Ancora più prestigioso, nondimeno, è l’exploit che qualche settimana dopo Johnston realizza a Wimbledon. In assenza, ovviamente, di Tilden che ha vinto sui prati londinesi nel 1920 e nel 1921, Johnston si presenta per la prima volta all’All England Law Tennis and Croquet Club, sbaragliando la concorrenza. L’americano passa i primi quattro turni lasciando solo le briciole ai britannici Higgs (6-4 6-2 6-1) e Watson (6-1 6-2 9-7), al sudafricano Spence (6-0 6-1 6-4) e al connazionale Vinnie Richards (6-4 6-3 7-5), lascia un set all’irlandese Cecil Campbell ai quarti (6-1 5-7 6-2 6-2), per poi abbattersi come un tornado su Brian Norton in semifinale (6-4 6-2 6-4) e Frank Hunter in finale, costretto ad alzare bianca in tre rapidi set, 6-0 6-3 6-1.

Per Johnston è il suggello di una carriera da campione, e se resta il dubbio per quel che poteva essere se non ci fosse stato Tilden, beh… sappiate che la parola fine all’attività agonistica di “little Bill” la mise invece un francese, Jean Borotra, che agli Us Open del 1926 inflisse una cocente delusione all’americano battendolo in rimonta in cinque set ai quarti di finale. Sì, era proprio giunta l’ora di appendere la racchetta al chiodo.

LAWRENCE DALLAGLIO, IL COLOSSO DI ORIGINI ITALIANE CHE FECE GRANDE L’INGHILTERRA DEL RUGBY

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Lawrence Dallaglio – da:standard.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Come in un qualsiasi Sport di squadra, anche nel Rugby vi sono ruoli più appariscenti, che entusiasmano gli spettatori, quali i due mediani di mischia e di apertura, con quest’ultimo, di solito, deputato a calciare tra i pali trasformazioni e punizioni, quand’anche non drop spesso decisivi – chi non ricorda le parabole vincenti di Joel Stransky nella Finale dei Mondiali ’95 e di Jonny Wilkinson in quella del 2003 che dettero la vittoria a Sudafrica ed Inghilterra nei rispettivi Tornei – per non parlare delle ali, chiamate con la loro velocità di base a concludere, il più delle volte, le azioni alla mano.

Non si può però prescindere da un “ruolo chiave”, ovverossia colui designato a fare il “lavoro sporco” in mezzo al terreno di gioco, il “Terza linea centro”, che nel gergo anglosassone viene più semplicemente definito “Number Eight” (”Numero otto”) dal numero di maglia che indossa e che, come facilmente intuibile, essendo il Rugby disciplina che si gioca in 15 giocatori per squadra, esso individua l’esatta metà degli stessi, come una specie di spartiacque fra difesa ed attacco.

Il “numero 8”, pertanto, deve avere caratteristiche di forza fisica pari ad un giocatore di mischia, abbinate però alle qualità tecniche di un trequarti data la sua doppia veste di dover essere il primo ostacolo alle offensive avversarie ed, altresì, pronto a rilanciare la manovra per la propria squadra.

Capirete pertanto, come per ricoprire un tale ruolo siano innanzitutto necessarie qualità fisiche non indifferenti, dovendo cercare di dominare la scena in mezzo al campo, che uniscano forza ed agilità tali da rappresentare una sorta di frangiflutti dalla cui prestazione può dipendere l’esito di un incontro.

Non voglio dire che certi doti si possano riconoscere alla nascita, ma allorché i coniugi Vincenzo (un italiano emigrato in Gran Bretagna) ed Eileen (anglo-irlandese), misero al mondo il 10 agosto 1972 a Londra il loro secondogenito, averlo chiamato Lorenzo Bruno Nero, poi “inglesizzato” in Lawrence, un qualche segno deve averlo pur dato …

Personaggio carismatico e la cui vita, sia sportiva che al di fuori del Rugby sembra un romanzo, il giovane Lawrence riceve una perfetta educazione, frequentando dapprima la “King’s House School” e quindi lo “Ampleforth College”, uno dei più famosi Istituti cattolici del Regno Unito, periodo durante il quale è al centro di un curioso evento per uno che nella pratica agonistica sarà sempre al centro di epiche sfide a colpi di muscoli.

Accade, difatti, che a 13 anni, Lawrence incida, assieme ad altri 20 compagni di scuola del coro della “King’s House”, le voci di sottofondo del celebre brano “We don’t need another Hero” cantato da Tina Turner ed utilizzato quale colonna sonora del film “Mad Max – Oltre la sfera del tuono” (1985), circostanza rimasta del tutto sconosciuta sino a quando, a venti anni di distanza, il Sindacato dei Musicisti Britannici non verifica come ai ragazzi del coro non fossero mai stati riconosciuti i diritti su tale prestazione, mettendosi alla ricerca dei componenti e svelando così la presenza tra di loro dell’oramai affermato rugbista, nonché Campione del Mondo, Dallaglio, il quale peraltro dona la quota di sua spettanza ad un Fondo di assistenza creato in memoria del suo insegnante di canto.

Nel frattempo, la “voce bianca” era alquanto cresciuta, sino a raggiungere i 191cm. di altezza ed i 112kg. di peso, misure ottimali per il ruolo che lo avrebbe reso celebre nel mondo del Rugby, al quale si avvicina a livello professionistico nel 1990, firmando per i London Wasps dopo essere stato colpito da un tragico lutto l’anno precedente, vale a dire la perdita dell’adorata sorella maggiore Francesca, perita a 19 anni il 10 agosto ’89 (dieci giorni dopo il 17esimo Compleanno di Lawrence …) nel ribaltamento di un battello fluviale sul Tamigi che provoca la morte di 51 persone.

A causa delle sue triple origini, Dallaglio avrebbe potuto essere selezionato per le Nazionali di Italia, Inghilterra ed Irlanda e, difatti, già nell’anno del suo esordio con i Wasps, ci sono dei sondaggi da parte della Federazione del trifoglio per verificarne la disponibilità a giocare con loro, invito che il 18enne Lawrence cortesemente declina.

Mai scelta si dimostra più lungimirante, poiché, nel frattempo, Dallaglio inizia a scalare le gerarchie all’interno del suo Club – al quale rimarrà fedele per l’intera sua carriera – tanto da ricevere i gradi Capitano nel ’95 ad avvenuto trasferimento di Rob Andrew al Newcastle, anno che si conclude con l’esordio in Nazionale, dapprima come riserva, subentrando nella ripresa del test match disputato il 18 novembre a Twickenham contro i Campioni del Mondo del Sudafrica, e quindi un mese dopo, il 16 dicembre, sullo stesso terreno, bagna la sua prima gara da titolare andando in meta nel successo per 27-9 sulle Isole Samoa.

Quanto la presenza di Dallaglio inizi a divenire fondamentale per i propri compagni di squadra, se ne ha una chiara dimostrazione dall’esito della Premiership ’97 che i London Wasps si aggiudicano a dispetto del fatto che altri quattro giocatori di livello avessero seguito Andrew al Newcastle, dominando la stagione – che all’epoca prevedeva l’assegnazione del titolo al termine del Girone all’italiana, senza disputa di playoff – in cui collezionano 18 vittorie, un pari e solo tre sconfitte, con la perla del successo per 40-36 sul campo dei Campioni in carica del Bath, vincitori di ben 5 titoli nelle precedenti 6 stagioni.

Successo al quale i London Wasps abbinano due vittorie consecutive nella “Anglo-Welsh Cup – Torneo che vede impegnate le 12 partecipanti alla Premiership inglese e quattro formazioni gallesi – nel 1999, superando 29-19 in Finale il Newcastle di Jonny Wilkinson, e l’anno seguente avendo la meglio per 31-12 su Northampton, trionfi che rappresentano per Dallaglio una sorta di “ritorno alla vita” dopo uno scandalo che lo aveva pesantemente coinvolto.

Oramai divenuto punto fisso del XV inglese, con il Commissario Tecnico Clive Woodward ad assegnargli la fascia di Capitano già nel ’97 a soli 25anni dopo aver vinto il “Torneo delle 5 Nazioni” nel ‘96, il 24 maggio ’99 il più celebre settimanale scandalistico britannico, ovverossia “The News of the World”, spiattella in prima pagina a caratteri cubitali la notizia che Dallaglio avrebbe fatto uso di droghe pesanti (eroina e cocaina …), anche se la circostanza viene riferita come relativa a fatti avvenuti 8 o 9 anni prima, con in più il particolare che il Capitano della Nazionale si sarebbe vantato di aver assunto tali sostanze durante una festa in Sudafrica nel ’97 al seguito dei “British Lions”.

Il giocatore si difende negando decisamente di aver mai fatto uso di simili sostanze, asserendo che le dichiarazioni a lui attribuite gli erano state estorte con un trucco durante un party in cui aveva solo ecceduto in alcolici, ma nulla più di questo.

Considerata l’integerrima condotta sempre tenuta da Dallaglio e ben sapendo quale fosse, al contrario, lo stile della rivista, sempre a caccia di “Scoop” memorabili, alla fine il giocatore viene assolto dalle accuse, pur venendo multato di 15mila sterline dalla “Rugby Football Union” per il discredito creato a tale disciplina, ma senza impedirgli di essere selezionato per i Mondiali che si sarebbero svolti ad inizio ottobre del medesimo anno proprio nel Regno Unito, e che vedono l’Inghilterra eliminata nei Quarti di finale dai campioni in carica del Sudafrica, che si impongono con un netto 44-21.

Non il modo migliore per finire il secolo, per il 28enne di origini italiane, visto che le accuse rivoltegli avevano comunque messo in discussione la sua immagine nei confronti dei tifosi, ma alle quali reagisce nel migliore dei modi e quello che più conosce, ovverossia raddoppiando le energie sul terreno di gioco, sia a livello di Club che con la Nazionale per riscattarsi agli occhi di chiunque voglia mettere in dubbio la sua dirittura morale …

Ed ecco allora giungere altre due vittorie consecutive nel Torneo europeo che, con l’aggiunta dell’Italia a far tempo dall’edizione 2000, diventa il “Sei Nazioni”, che l’Inghilterra si aggiudica nel 2000 (con Dallaglio ad andare in meta nella decisiva sfida vinta 46-12 contro il Galles …) e 2001, in cui va due volte in meta nel 43-3 rifilato alla Scozia, per poi vivere il suo “Anno di Gloria” nel 2003.

Divenuto fulcro intoccabile della mediana inglese con il suo “numero 8” ben stampato sulla maglia ed a fianco i fedeli Richard Hill e Neil Back, tanto che la stampa inglese definisce il trio come la “Santa Trinità, Dallaglio fornisce il suo consueto, nonché determinante contributo alla vittoria nel “6 Nazioni”, concluso con il “grande slam”, ovverossia l’aver vinto tutti e cinque i match disputati, con la “ciliegina sulla torta” di una delle cinque mete realizzate dal XV della rosa nell’ultima, decisiva sfida, vinta 42-6 al “Lansdowne Road” di Dublino, di fronte all’Irlanda, il 30 marzo ’03.

Ma non c’è tempo per festeggiare, poiché incombono le decisive sfide per la Premiership che, dopo un quadriennio di vittorie consecutive dei “Leicester Tigers”, vede i Campioni in carica tagliati fuori dalla lotta per il titolo, avendo la stagione regolare visto prevalere Gloucester, con largo margine sui London Wasps e Northampton.

Con i Playoff introdotti proprio dalla stagione 2002-’03, le due seconde si affrontano tra d loro sul campo dei Wasps, meglio classificati, i quali si impongono per 19-10 il 17 maggio ’03 per poi sfidare, due settimane dopo, il Gloucester nella Finale per il titolo a Twickenham, di fronte a 42mila spettatori.

Il brutto (od il bello, dipende dai punti di vista …) dei Playoff è che annullano quanto successo durante la stagione – anche se i due confronti diretti avevano visto una vittoria per parte, sui rispettivi terreni amici, per 23-16 a favore dei Wasps cui aveva replicato il 24-17 di Gloucester al ritorno – e, quel pomeriggio di fine maggio a Londra, non vi è assolutamente partita, con Dallaglio a sollevare la Coppa dopo aver travolto per 39-3 i malcapitati avversari.

Sperare di concludere l’anno con il successo ai Mondiali che si svolgono da metà ottobre in Australia può sembrare un sogno di difficile realizzazione, ma poiché non bisogna mai porre limiti alla divina provvidenza, ecco che un’ulteriore iniezione di fiducia giunge dalla franca vittoria per 25-6 nel Girone eliminatorio a spese del Sudafrica che aveva estromesso l’Inghilterra dai giochi quattro anni prima …

Passo dopo passo, cadono anche il Galles (28-17) nei Quarti e la Francia (24-7) in semifinale, a conferma che il trionfo nel “6 Nazioni” di febbraio/marzo non era certo casuale, ma ora resta l’ostacolo più duro, ovverossia il dover affrontare in Finale i padroni di casa dell’Australia sul loro campo, il “Telstra Stadium” di Sydney, di fronte a quasi 83mila spettatori.

Impresa che sembra ancor più difficile dopo la meta siglata da Tuqiri dopo appena 6’ di gioco per i Wallabies, ma l’Inghilterra non demorde, ricuce lo strappo grazie ai piazzati di Wilkinson per poi piazzare un colpo che può sembrare decisivo in chiusura di primo tempo allorché è proprio Dallaglio, imperioso nel conquistare un ovale a metà campo, avanzare sino all’area dei 22 metri per poi aprire lateralmente a Wilkinson che in un attimo fa volare in meta l’ala Jason Robinson per il 14-5 con cui le due squadre vanno al riposo.

La storia ci ricorda di come l’Australia riesca ad acciuffare il pari proprio allo scadere e tocchi poi al piede fatato di Wilkinson realizzare al 100’ di gioco il drop che sancisce il successo inglese, con Dallaglio ad uscire stremato dai numerosi scontri a metà campo e con, forse, un pizzico di amarezza nel vedere Martin Johnson alzare al cielo di Sydney la Webb Ellis Cup, gesto che sarebbe toccato a lui senza quel “maledetto” incidente di percorso …

Poco male, comunque, poiché raggiunta la vetta del Rugby mondiale vi sono ancora impegni di Club da onorare, ed il ritiro di Johnson dopo il titolo iridato consente a Dallaglio di riconquistare la fascia di Capitano della Nazionale, anche se lui stesso vi rinuncia un anno dopo, poiché le lotte che ha dovuto sostenere con tanti colpi (dati e ricevuti …) iniziano a lasciare il segno anche in un fisco possente come quello dell’italoinglese, che comunque conferma il titolo della Premiership anche nel 2004 (vittoria in Finale 10-6 sul Bath) e 2005, dove a cadere, nella Finale disputata 14 maggio ’95 a Twickenham davanti ad oltre 60mila spettatori, sono proprio i Leicester Tigers capitanati da Martin Johnson, che cedono nettamente per 39-14.

Una tale, brillante carriera, non può però prescindere da un successo europeo anche a livello di Club, ovverossia nella prestigiosa “European Rugby Champions Cup”, comunemente definita “Heinken Cup” dal nome della birra che la sponsorizza, torneo che Bath (1998), Northampton (2000) e Leicester Tigers (2001 e ’02) hanno già messo in bacheca tra le formazioni inglesi, così che l’edizione 2003-’04 sembra quella giusta per i Wasps, potendo contare sul loro capitano al top della condizione psicofisica, reduce dai trionfi della stagione precedente.

Detto fatto, vinto il Girone eliminatorio – la formula è molto simile a quella della “Champions League” calcistica – con una sola sconfitta contro i gallesi del Celtic Warriors, i London Wasps dominano sul terreno amico i “cugini” di Gloucester, sconfitti 34-3 nei Quarti di Finale, per poi compiere l’impresa di espugnare il “Lansdowne Road” di Dublino per avere la meglio 37-32 sul fortissimo Munster e quindi acquisire il diritto ad affrontare, il 23 maggio ’04 a Twickenham, i francesi del Tolosa, detentori della Coppa.

Confermando la propria caratteristica di riuscire a dare il meglio di sé negli appuntamenti più importanti, Dallaglio trascina i suoi compagni, davanti ad oltre 70mila spettatori, alla vittoria per 27-20 sulla compagine transalpina della stella Frédéric Michalak, sfida risolta da una meta del mediano di mischia gallese Rob Howley trasformata da Mark van Gisbergen ad 1’ dal termine dopo che appena 2’ prima Elissalde aveva riportato le sorti dell’incontro in parità, sul 20-20.

Alle prese con ripetuti infortuni alla caviglia ed al ginocchio, anche un lottatore indomito – un “Braveheart”, per dirla alla scozzese – come Dallaglio è costretto a passare la mano con la Nazionale, pur disputando, da subentrato, tre incontri del “6 Nazioni” ’06, per poi compiere un incredibile “come back” dopo un’operazione alla caviglia nell’edizione ’07 della “Heineken Cup”, rientrando giusto in tempo per scendere in campo nella Finale che va in scena il 20 maggio in un “derby tutto inglese” contro i Leicester Tigers che attira sulle tribune di Twickenham oltre 80mila spettatori.

Ed ancora una volta, galvanizzati dalla presenza del loro Capitano, i Wasps si esibiscono in una superba prestazione, concedendo ai Tigers – largamente favoriti alla vigilia ed alla ricerca di uno straordinario “treble” dopo essersi già aggiudicati Premiership e la “Anglo Welsh Cup” – appena tre calzi piazzati, per un netto successo testimoniato dal 25-9 (con mete di Eoin Roddam e Raphael Ibanez) con cui si conclude l’incontro, il che porta il valoroso Dallaglio a rendere il doveroso omaggio ai suoi avversari per la stagione disputata, ma anche a sottolineare come: “i media ci davano soccombenti nel pacchetto di mischia, sulle rimesse laterali, in difesa e nei tre di centrocampo, ma non hanno tenuto conto del fatto che noi credevamo nella vittoria, è questo ti porta già ad avere la metà delle chance di successo, quando affronti il Leicester e la dimostrazione l’abbiamo data nel secondo tempo difendendo bene senza concedere alcuna meta ai nostri avversari, la chiave per aggiudicarsi il trofeo …”.

Parole da grande Capitano, indubbiamente, al quale la Federazione chiede un ultimo sforzo per partecipare ai Mondiali ’07 in Francia dove l’Inghilterra deve difendere il titolo conquistato quattro anni prima, un richiamo al quale è impossibile resistere, ancorché utilizzato part-time e che vede il XV della rosa giungere contro ogni pronostico ancora una volta in Finale contro il Sudafrica allo “Stade de France” a Paris Saint-Denis, in cui Dallaglio viene mandato in campo a 12’ dal termine sul punteggio di 15-6 per gli Springbocks, non sappiamo se più per tentare una, peraltro difficile, rimonta, o per un doveroso omaggio ad un leone di tante battaglie, che con quella gara conclude un’esperienza costituita da 85 presenze e, curiosamente, altrettanti punti, frutto di 17 mete.

A chi avrà avuto la compiacenza di giungere sino a questo punto del nostro racconto può essere lecito domandarsi se un personaggio di tale spessore voglia dare l’addio alla propria carriera, a dispetto dei 35 anni e delle battaglie sostenute in 17 anni di attività agonistica ai massimi livelli, con una sconfitta e la risposta è sin troppo logica, con l’appuntamento fissato al 31 maggio 2008, scenario quello oramai consueto, vale a dire il “tempio del Rugby inglese” di Twickenham, dove quasi 82mila spettatori non si sono voluti perdere la gara d’addio del loro “Capitano”, ma altresì quella che si presenta come un’attesa rivincita della Finale di “Heineken Cup” dell’anno precedente, e cioè il rinnovo della sfida tra Wasps e Tigers, con stavolta in palio il titolo della Premiership.

Fedele alla sua caratteristica di vincere la quasi totalità delle Finali disputate – in pratica è risultato sconfitto solo contro il Bath nel ’95 ed i Saracens ’98 nella “Anglo-Welsh Cup”, quando peraltro non ricopriva ancora il ruolo di “numero 8” – anche stavolta Dallaglio non tradisce questa sua caratteristica, ed allorché l’allenatore scozzese Ian McGeechan lo richiama in panchina, sul punteggio di 23-16 per i suoi, in quanto stremato per aver speso anche l’ultima stilla di energia, tutto il pubblico presente gli dedica una “standing ovation” condivisa anche dai tifosi del Leicester, per poi toccare all’estremo van Gisbergen centrare i pali su punizione per il 26-16 conclusivo che assegna ai London Wasps il sesto titolo della loro storia, cinque dei quali hanno visto Dallaglio nel ruolo di protagonista …

Credo che non si possano avere dubbi sul fatto che quella piccola “macchia” sul suo curriculum sia stata ampiamente riscattata, o sbaglio …??

 

LO SCUDETTO GIALLOROSSO DEL 1983 E FALCAO ELETTO “OTTAVO RE DI ROMA”

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Tancredi, Superchi e Falcao festeggiano lo Scudetto – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

L’estate 1982 è una stagione di gioia per i tifosi italiani grazie alla Nazionale tornata a trionfare in un Campionato del Mondo a 44 anni di distanza dal successo di Parigi 1938 al termine di una fantastica cavalcata che ha visto gli Azzurri sconfiggere, una dopo l’altra, Argentina, Brasile, Polonia e Germania Ovest, miglior “biglietto da visita” per un prossimo Campionato di Serie A che si presenta avvincente come non mai.

Questo, in particolare poiché, dopo la riapertura delle frontiere avvenuta nel 1980 consentendo ai soli Club della Massima Divisione la possibilità di tesserare un giocatore proveniente dall’estero, la FIGC aveva allargato tale disponibilità a due calciatori per squadra, con le grandi a cercare di attrezzarsi al meglio.

Ed, altresì, venire a giocare nel Campionato della Nazione Campione del Mondo è un’ulteriore attrattiva per molti Campioni, specie sudamericani, non fosse che per il desiderio di riscattare l’amarezza dell’eliminazione subita in Spagna, ed una delle prime a comporre un’ottima coppia è la Fiorentina, beffata sul filo di lana dalla Juventus la stagione precedente, e che all’argentino Ricardo Bertoni affianca il connazionale, nonché Capitano della “Albiceleste”, Daniel Alberto Passarella.

Stesso discorso per il Napoli, che si rinforza in attacco prelevando dal River Plate, stesso Club di provenienza di Passarella, il centravanti Ramon Diaz, mentre Roma ed Inter effettuano un’operazione di mercato che si rivela determinante per le sorti delle rispettive Società.

I nerazzurri, difatti, si gettano sul tedesco Hansi Muller, reduce dalla Finale persa contro gli azzurri, creando una difficile coabitazione a centrocampo con Beccalossi e liberando l’austriaco Herbert Prohaska che si accasa alla Roma fornendo quel contributo di concretezza e linearità ad un centrocampo che già può contare sull’estro di Bruno Conti e Falcao, con la speranza altresì del pieno recupero da parte di Ancelotti dall’infortunio che ne aveva condizionato il precedente Torneo.

Chi sogna, ovviamente, sono i tifosi della Juventus, da due anni Campione d’Italia e che, con sei undicesimi (più Bettega …) della Nazionale Campione del Mondo nel proprio organico, si appresta a dare anche l’ennesimo assalto alla Coppa dei Campioni, avendo irrobustito l’attacco con il polacco Zbigniew Boniek, mentre, all’insaputa di Boniperti, l’Avvocato Agnelli aveva personalmente portato a termine l’acquisto del fuoriclasse francese Michel Platini, costringendo il Presidente a dover, suo malgrado, comunicare all’irlandese Liam Brady, protagonista nella conquista degli ultimi due Scudetti, la cessione alla neopromossa Sampdoria del Presidente Mantovani, dove va a fare coppia con un altro fuoriclasse, ma purtroppo per lui, già provato nel fisico dai massacranti Tornei d’oltremanica, vale a dire il centravanti inglese Trevor Francis …

L’aver nominato la formazione blucerchiata consente di aprire un capitolo sulle tre squadre salite dalla Serie B sia perché le altre due sono il Pisa del vulcanico Presidente Anconetani, che realizza il sogno sbandierato alla città della Torre Pendente allorché, nell’estate 1978, aveva assunto le redini della Società al tempo militante in Serie C1, e quel Verona che, sotto l’esperta guida di Osvaldo Bagnoli, sta iniziando a mettere le basi di quel “miracolo calcistico” che diverrà lo “storico” Scudetto ’85 e che tessera il talentuoso brasiliano Dirceu, proveniente da un’esperienza triennale in Spagna nelle file dell’Atletico Madrid, ma anche perché vanno a sostituire, oltre al Como, due “Nobili decadute” quali il Bologna ed il Milan che, come ebbe a dire con la sua consueta, sarcastica ironia l’Avvocato Beppino Prisco, era tornato nel Purgatorio Cadetto, “stavolta gratis dopo esserci precipitato pagando …!!”, con chiara allusione alla precedente retrocessione a tavolino dei rossoneri per il primo grande “Scandalo Scommesse” del nostro Calcio.

Pronti, via dunque, ed inizio col botto già alla prima giornata, disputatasi il 12 settembre 1982 – che bello, con tutte le partite che si disputano alla stessa ora …!! – in quanto Brady consuma la sua personale rivincita contro la Juventus Campione d’Italia sconfiggendola per 1-0 a Marassi grazie ad una rete di Ferroni a metà ripresa, mentre Inter e Roma vincono in trasferta, espugnando i campi di Verona e Cagliari, rispettivamente.

Sampdoria che, con Ulivieri in panchina, di aggiudica l’oscar di “Squadra del mese”, visto che all’exploit contro i bianconeri seguono il successo esterno per 2-1 a San Siro contro l’Inter (doppietta di Trevor Francis) ed una terza vittoria consecutiva contro la Roma, sconfitta di misura (0-1) a Marassi da una rete poco dopo la mezz’ora del suo non ancora 18enne “enfant prodige” Roberto Mancini, prelevato in estate dal retrocesso Bologna, mentre il Verona, dopo la sconfitta alla seconda giornata all’Olimpico, infligge alla Juventus il secondo stop, superandola per 2-1 al “Bentegodi”.

Sampdoria sola al comando a punteggio pieno ed Juventus terz’ultima a 2 punti, roba da non credere, soprattutto visto lo spessore delle squadre battute dai blucerchiati, che, come spesso accade in questi casi, inciampano nel confronto tra neopromosse, sconfitti 2-3 all’Arena Garibaldi (pur con la scusante dell’assenza di entrambi i suoi Campioni stranieri ..) da un Pisa in cui fa bella mostra di sé un semisconosciuto danese Klaus Berggreen, prelevato dal Lyngby ed autore di una doppietta.

Tutto da rifare, dunque, con Roma e Sampdoria ad allungare il passo nel turno successivo ed i giallorossi ad acuire la crisi del Napoli, espugnando 3-1 il San Paolo dopo che i partenopei erano reduci dal tracollo per 0-3 a Torino contro una Juventus che, dal canto suo, vince per 1-0 a Firenze (rete di Brio), ma ancora non sembra aver ingranato la giusta marcia.

Cosa che, al contrario, fa la terza “matricola terribile”, ovverossia il Verona che, dopo un franco successo interno per 3-0 sull’Avellino, infligge al Pisa la prima sconfitta stagionale alla sesta giornata violando l’Arena Garibaldi con una rete di Penzo al 65’, turno favorevole ai giallorossi che, liquidando di misura 1-0 il Cesena all’Olimpico, approfittano del tonfo blucerchiato (3-0, tripletta di uno scatenato Selvaggi …) a Torino contro i granata, unica squadra ancora imbattuta, mentre l’Inter perde una favorevole occasione facendosi rimontare negli ultimi 5’ a San Siro un vantaggio di due reti da parte del Napoli.

Ci si avvia alla metà del Girone di andata ed alla settima è in programma al Comunale di Torino il “big match” che caratterizza la prima metà degli anni ’80 della nostra Serie A, ovverossia la sfida tra Juventus e Roma che può rilanciare in Classifica i bianconeri, che difatti hanno la meglio, imponendosi 2-1 in rimonta dopo l’iniziale vantaggio giallorosso con Chierico, vanificato dalle reti in avvio di ripresa da parte di Platini (al suo secondo centro stagionale …) e di Scirea nello spazio di 7’, così consentendo al Verona di portarsi in vetta a pari merito con la Roma, grazie al comodo successo interno per 3-1 sul derelitto Catanzaro, che concluderà il Torneo in ultima, staccata posizione.

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La rete iniziale di Chierico in Juventus-Roma 2-1 – da:almanaccogiallorosso.it

E mentre la Sampdoria inizia ad accusare alcune battute a vuoto che la allontanano dalle prime posizioni, resta il Verona di Bagnoli a fare da intruso nella lotta al vertice che vede impegnate Roma, Inter ed Juventus, con quest’ultima a far cadere l’imbattibilità del Torino nel “Derby della Molerisolto alla decima giornata da un acuto di Platini al 35’, giornata che vede acuirsi le crisi di Fiorentina, sconfitta 1-3 all’Olimpico con un Bruno Conti in vena di magie ed autore di una doppietta, e soprattutto Napoli, incapace di andare oltre lo 0-0 interno contro l’Ascoli e la cui sconfitta per 0-1 a Cagliari al turno successivo costa la panchina al tecnico Giacomini, rimpiazzato da Gennaro Rambone con Bruno Pesaola Direttore Tecnico, dopo che anche l’esperienza di Marchioro alla guida dell’Avellino era durata appena cinque giornate, sostituito da Veneranda.

Uno scialbo pareggio a reti inviolate a Catanzaro da parte della capolista Roma, cui fa eco il terzo scivolone stagionale della Juventus, sconfitta 0-2 ad Ascoli (doppietta di Novellino …), consente all’Inter, corsara ad Avellino, di presentarsi il 12 dicembre ’82 all’Olimpico per una “sfida chiave” nell’economia del Torneo, da cui esce però sconfitta in virtù di una magia di Falcao ed al raddoppio di Iorio a cui la rete nel finale di Altobelli serve solo per le statistiche, così che resta solo il sorprendente Verona a tallonare da vicino i giallorossi, visto l’andamento lento delle due “grandi”, che si dividono la posta (0-0) nello scontro diretto del terz’ultimo turno dell’andata, Girone che si conclude con la Roma capolista a quota 22 punti, seguita ad una lunghezza dagli scaligeri (che vantano in Penzo il Capocannoniere provvisorio a quota 9 reti …), mentre Inter ed Juventus hanno raccolto 19 e 18 punti rispettivamente, con i bianconeri ad interrogarsi sul nuovo acquisto Platini, andato sinora a segno appena 4 volte.

Situazione che non migliora, per il fuoriclasse transalpino, neppure nei primi quattro turni del ritorno, in cui la Juventus racimola altrettanti pareggi, al pari del Verona, così che la Roma, viceversa vittoriosa, in entrambi i casi per 1-0, all’Olimpico contro Cagliari (Falcao) e Sampdoria (Iorio) ed imbattuta nello scontro diretto del 23 gennaio ’83 al “Bentegodi” (botta e risposta in 2’ tra Iorio e Penzo prima della mezz’ora …), si ritrova alla 19.ma giornata con tre punti di vantaggio sui veneti, quattro sull’Inter ed addirittura sei sui Campioni in carica della Juventus.

Un distacco che si dilata nel turno successivo, dove alla larga vittoria all’Olimpico sul Napoli (impietoso 5-2 dopo che Diaz in avvio aveva portato in vantaggio i partenopei …) fanno riscontro la pesante sconfitta del Verona ad Avellino – che restituisce alla squadra di Bagnoli lo 0-3 patito all’andata – ed il tracollo interno dell’Inter, superata 3-1 a San Siro da un pimpante Torino dell’ex tecnico Bersellini.

Chi dà segno di risveglio è, viceversa, la Juventus, che fa bottino pieno nelle due gare casalinghe contro Fiorentina (3-0) ed Udinese (4-0, con Platini a ritrovare la gioia del goal siglando una doppietta dopo ben 10 turni di astinenza …!!), miglior viatico in vista dell’ultima chance di confermarsi Campione che il calendario le offre, vale a dire lo scontro diretto in programma all’Olimpico il 6 marzo 1983 al quale si presenta con 5 punti di ritardo (26 a 31) in Classifica rispetto ai giallorossi.

Appuntamento al quale, però, le due formazioni si presentano dopo aver dovuto entrambe sostenere, al mercoledì precedenti, due test probanti alla ripresa delle Coppe Europee, con esiti diametralmente opposti, in quanto alla splendida esibizione dei bianconeri a Birmingham contro l’Aston Villa detentore della Coppa dei Campioni, sconfitto per 2-1 (di Paolo Rossi e Boniek le reti …), fa riscontro il flop interno dei giallorossi di fronte al Benfica, che si oppone con lo stesso punteggio all’Olimpico, circostanza che consiglia Liedholm ad operare alcuni cambi di formazione in vista della “sfida Scudetto”, lasciando fuori Maldera, Prohaska ed Iorio per far posto a Nappi, Righetti e Valigi.

Un’eventuale vittoria della squadra del tecnico svedese chiuderebbe virtualmente ogni discorso già ad otto giornate dal termine – anche perché il Verona ha esaurito le pile, sconfitto 1-2 dal fanalino di coda Catanzaro che aveva, a fine andata, avvicendato il tecnico Bruno Pace con Saverio Leotta, terzo ed ultimo cambio di panchina stagionale ed anche l’Inter abdica definitivamente, sorprendentemente sconfitta 0-1 a San Siro dal Pisa – e quando, poco dopo l’ora di gioco Falcao porta in vantaggio i giallorossi con una precisa deviazione di testa su punizione di Bruno Conti, 1-0 ed Olimpico, riempito sino all’inverosimile, in delirio …

Roma che ha una ghiotta occasione per il raddoppio con Iorio, smarcato a pochi passi da Zoff da un assist di Ancelotti, per poi rinchiudersi a difesa del vantaggio, dando così alla Juventus la possibilità di riorganizzarsi ed, allorché a 7’ dal termine, Platini piazza nell’angolo alto della porta di un immobile Tancredi una delle sue meravigliose traiettorie disegnate su punizione, ecco che il gelo cala sullo stadio, quasi a presagire quello che diviene l’esito finale, ovverossia la rete del sorpasso messa a segno dall’avanzato stopper Brio che raccoglie di testa sotto misura un calibrato cross da destra del ritrovato Platini.

Tutto da rifare, dunque, ed il crocevia della strada verso lo Scudetto vede il Calendario proporre le consuete sfide incrociate con formazioni in lotta per non retrocedere, con “campo base” Pisa, dove il tecnico Vinicio sta cercando di condurre i nerazzurri alla loro prima “storica” salvezza in Serie A ed è chiamato ad ospitare, nell’arco di una settimana, prima la Roma e quindi i bianconeri.

La settimana più difficile della stagione giallorossa, con Liedholm costretto anche a fare a mano per due settimane del suo bomber Pruzzo, uscito malconcio dalla sfida contro la Juventus, viene gestita al meglio dal tecnico svedese invitando i suoi giocatori alla calma ed a non farsi prendere dal panico – cosa che potrebbe anche non essere da trascurare, visti anche gli esiti dei confronti diretti, in entrambi i quali si sono fatti rimontare dopo essere passati in vantaggio – potendo comunque pur sempre vantare tre punti di vantaggio e facendo affidamento sul suo leader sul terreno di gioco, vale a dire quel Falcao che non si tira indietro andando a sbloccare le sorti dell’incontro dopo meno di un quarto d’oro di gioco, schiacciando perentoriamente di testa in rete un preciso cross da destra dell’ex nerazzurro Chierico.

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Falcao segna a Pisa – da:asrtalentialtervista.org

Il raddoppio su punizione di Di Bartolomei allo scoccare dell’ora di gioco e la rete della bandiera di Berggreen per il 2-1 finale certificano la ritrovata fiducia nel clan giallorosso, che ottiene un prezioso favore proprio dai nerazzurri toscani che, a sette giorni di distanza, bloccano sullo 0-0 di partenza – unica gara in cui Platini non va a segno nelle ultime 10 giornate di campionato – una Juventus reduce dal franco successo per 3-1 al Comunale nel ritorno di Coppa contro gli inglesi, così che l’identico risultato strappato all’Olimpico da un’Udinese piacevole rivelazione della stagione fa sì che il distacco in vetta resti invariato a sei turni dal termine del Torneo.

Con il solo Scudetto a cui pensare – essendo nel frattempo uscita dalla Coppa Uefa – la Roma vede il traguardo molto più vicino al termine di un’incredibile 25.ma giornata in cui entrambe le duellanti sono attese da impegni ostici, con la capolista impegnata sul campo di una Fiorentina in netta ripresa ed i bianconeri alle prese con il derby contro i “cugini” granata.

Con Pruzzo a rispondere al vantaggio viola con Massaro nel primo tempo, il rigore trasformato poco dopo l’ora di gioco da Prohaska sembra sufficiente a tenere a bada una Juventus che, nel frattempo, si porta sul 2-0 al 20’ della ripresa grazie a Platini dopo la rete di Rossi in apertura, prima che a Torino si registri il finimondo, con i granata a ribaltare il risultato nell’arco di soli 5’ (Dossena al 70’, Bonesso al 72’ e Torrisi al 75’) per un 3-2 conclusivo di cui la Roma non approfitta appieno facendosi raggiungere sul 2-2 a Firenze.

Quattro punti da recuperare a cinque giornate dal termine, con in più la prospettiva di potersi giocare la Finale di Coppa dei Campioni sono argomenti più che sufficienti per convogliare le energie della squadra di Trapattoni verso l’obiettivo continentale, raggiunto grazie al successo interno per 2-0 del 6 aprile ed al pari per 2-2 si due settimane dopo sul campo dei polacchi del Widzew Lodz, mentre la Roma amministra il vantaggio superando indenne l’ultimo scoglio costituito dalla sfida con l’Inter a San Siro, terminata a reti bianche, così da mantenere 3 punti di vantaggio sui Campioni d’Italia a tre giornate dal termine.

Scudetto che la Roma si aggiudica senza saperlo, nel senso che al 2-0 in casa alla terz’ultima giornata fa riscontro il pari per 3-3 al Comunale nel “Derby d’Italia” tra bianconeri e nerazzurri, così che, a due turni dal termine la Classifica recita: Roma p.40 ed Juventus p.36, ma detta gara viene successivamente assegnata a tavolino per 2-0 all’Inter poiché il suo giocatore Marini era stato colpito da una pietra alla testa all’arrivo delle squadre allo stadio.

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Il “goal Scudetto” di Pruzzo a Marassi – da:asrtalenti,altervista.org

Poco male, comunque, e forse è anche meglio così, potendo i giocatori ed i tifosi festeggiare sul campo, grazie all’1-1 conseguito a Marassi contro il Genoa, con la rete del vantaggio che non poteva che essere realizzata da altri se non da Pruzzo, con Liedholm portato in trionfo a fine gara per il suo secondo capolavoro in quattro anni dopo lo “Scudetto della stella” rossonera nel 1979 e poter preparare la grande festa per la settimana successiva all’Olimpico, vittima sacrificale il Torino sconfitto 3-1 con ad andare a segno Pruzzo, Falcao e Bruno Conti, i tre grandi protagonisti di una stagione che riporta il titolo in casa giallorossa a 41 anni di distanza dall’impresa compiuta nel 1942 dalla Roma di Amedeo Amadei, prima dell’avvento del “Grande Torino”.

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Liedholm in trionfo a Genova – da:almanaccogiallorosso.it

Un titolo indubbiamente meritato, costruito sulla regolarità e solidità di un impianto basato in difesa sulla vigoria atletica di un giovane Vierchowod in prestito dalla Sampdoria, l’esperienza del libero e Capitano Di Bartolomei, la sicurezza dell’estremo difensore Tancredi, per dar modo ad un centrocampo ben equilibrato nei singoli ruoli grazie al ritrovato Ancelotti, il metronomo Prohaska, il genio Falcao ed il fantasista Bruno Conti di orchestrare a proprio piacimento la manovra a beneficio del finalizzatore Pruzzo, ben coadiuvato, all’occorrenza, dai giovani Iorio e Chierico, senza dimenticare la poderosa spinta sulle fasce da parte degli esterni Nela e d Aldo Maldera.

E la Juventus …?? Costretta a recitare il “mea culpa” per i troppi punti persi in gare alla sua portata, dopo aver vinto entrambi i confronti diretti, non può certo suonare a consolazione la palma di Capocannoniere ottenuta da un Platini capace di andare 16 volte a segno (12 nel solo Girone di ritorno …), vista l’ennesima amarezza subita in Coppa dei Campioni, sconfitta per 0-1 in Finale dai tedeschi dell’Amburgo, per poi beffare la rivelazione Verona – quarta in Campionato con 35 punti, uno in più della Fiorentina – nella doppia Finale di Coppa Italia, con ancora Platini a siglare, al 119’ della gara di ritorno, la rete del 3-0 che ribaltava lo 0-2 dell’andata e consente al transalpino di completare la sua prima stagione in bianconero a quota 28 reti sulle 52 gare complessivamente disputate, passo decisivo per vedersi assegnare, a fine anno, il primo dei suoi tre “Palloni d’Oro” consecutivi.

Mentre, nella Capitale, reminiscenze storiche incoronano il fuoriclasse brasiliano Paulo Roberto Falcao come “Ottavo Re di Roma” …

Esagerazione, certo, ma non andatelo a dire ad un tifoso giallorosso …

 

MIKA HAKKINEN E LA DOPPIETTA FINALE CHE GLI CONSEGNO’ IL TITOLO MONDIALE 1998

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Mika Hakkinen con la McLaren nel 1998 – da img00.deviantart.net

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Schumi lancia la sfida alla McLaren  
Nelle prima due gare del 1998 la Mclaren spaventò la concorrenza realizzando due doppiette con Hakkinen e Coulthard, ma dal Gp d’Argentina le Goodyear garantirono una spinta in più alla Ferrari e Schumacher colse l’occasione al volo: vicinissimo al poleman Coulthard in prova, in gara il tedesco perse una posizione al via poi infilò entrambe le Mclaren (tra cui lo scozzese in seguito ad un contatto) e proseguì la gara con un ritmo elevatissimo, puntando ad una strategia a due soste. Rientrato in testa in seguito al secondo pit-stop, Schumacher proseguì velocissimo vincendo con un margine di sicurezza nonostante un’uscita di strada nelle battute finali, riaprendo un Mondiale che fu ancora una volta combattuto fino alla fine.

La Tyrrell al capolinea
I problemi economici della Tyrrell portarono il team a vendere il titolo sportivo alla British American Tobacco, che dalla stagione successiva avrebbe schierato una nuova squadra denominata BAR. Per il campionato 1998 la Tyrrell continuò a correre con il proprio nome anche se di fatto era già controllata dai nuovi acquirenti, affrontando un anno di transizione in vista del debutto della nuova scuderia. La 026, ultima monoposto dello storico team del boscaiolo, progettata da Harvey Postlethwaite, fu affidata a Rosset e al debuttante Takagi, che a Melbourne centrò la settima fila ma fu costretto al ritiro; a differenza del compagno di squadra il giapponese riuscì sempre a qualificarsi risultando più veloce, anche se non fu mai in grado di cogliere punti.

Spettacolo pirotecnico in casa Arrows
Nel 1996 Tom Walkinshaw acquistò una quota rilevante della Arrows e dopo un anno con i motori Yamaha (costruiti dalla Judd) fu rilevata la Brian Hart Ltd, che realizzò nel 1998 i propulsori targati Arrows. Curiosamente in Spagna nel corso del 22esimo giro i motori delle due Arrows esplosero contemporaneamente: i piloti della scuderia inglese, che proseguivano in fila, parcheggiano le loro vetture alla fine della corsia dei box fra fumo e scintille. Il team ebbe modo di consolarsi nel successivo appuntamento di Montecarlo, con Salo quarto e Diniz sesto, ultima gara con due Arrows contemporaneamente a punti.

A Monaco Wurz vs. Schumacher
Con il ritiro della Renault dalla F1 i motori francesi vennero passati alla Mecachrome che li distribuì a Williams e Benetton. Quelli di quest’ultima vennero ribattezzati Playlife, dal nome di uno dei marchi del gruppo proprietario del team. Al fianco del neo-acquisto Fisichella venne promosso titolare Wurz, che si era in messo l’anno precedente ottenendo un podio durante una breve sostituzione di Berger. Nel 1998 la vettura deluse le aspettative, Wurz ottenne comunque alcuni piazzamenti e a Monaco si fece notare per uno spettacolare duello con Michael Schumacher, anche se la sua gara si concluse anzitempo per un incidente.

Ultima per Damon, prima per Eddie
Dopo una stagione con la modesta Arrows, Damon Hill ricevette e declinò un’offerta dell’amico Alain Prost, accasandosi alla Jordan. A causa della scarsa affidabilità della vettura l’inizio non fu dei migliori, ma nella seconda metà di campionato Hill iniziò ad andare a punti regolarmente, riuscendo addirittura a vincere il Gran Premio del Belgio davanti al compagno di squadra Ralf Schumacher, primo successo per la Jordan in Formula 1, mentre al terzo posto si classificò la Sauber di Alesi, all’ultimo podio in carriera; a fine stagione il team chiuse quarto tra i costruttori, mentre Hill si piazzò al sesto posto con 20 punti.

Spa da dimenticare per Coulthard
A Spa le Mclaren monopolizzarono la prima fila, con Hakkinen primo e Coulthard secondo, mentre il terzo classificato Damon Hill era ad oltre un secondo di distacco. Al via, in condizioni critiche per la pioggia e lo start in discesa dopo il primo tornante, avvenne l’incidente con più vetture coinvolte in una gara di Formula 1: alla Source Irvine affiancò Coulthard e i due vennero infilati da Villeneuve e Schumacher, lo scozzese rimettendosi in linea perse il controllo della McLaren finendo contro il muretto rimbalzando in pista davanti al gruppo. Fisichella, Ralf Schumacher, Frentzen, Alesi e Tuero passarono mentre tutti gli altri finirono uno contro l’altro tra un mare di rottami: Irvine centrò per primo la vettura di Coulthard, poi fu la volta di Salo mentre Herbert e Trulli si girarono coinvolgendo Diniz. Panis urtò Barrichello spingendo la sua Stewart davanti a Wurz, Takagi andò a muro mentre Rosset entrò nel mucchio colpendo Panis e Barrichello. La gara fu subito interrotta e ripartì con quattro vetture in meno, quelle di Barrichello (infortunato), Salo, Rosset e Panis. Coulthard, dopo aver innescato la carambola, prese parte alla gara, dove fu protagonista di una folle manovra che causò l’incidente con Schumacher, costretto al ritiro e giustamente furioso per l’accaduto.

Minardi vs. Tyrrell sul ring
Al termine della stagione la Minardi riuscì a centrare il decimo posto tra i costruttori, ultimo piazzamento utile per accedere alla spartizione dei proventi derivanti dai diritti televisivi, obiettivo di vitale importanza per le piccole scuderie. La scuderia italiana non colse punti ma potè contare su due ottavi posti di Nakano e da uno di Tuero, che a Suzuka chiuse la piccola sfida con la Tyrrell in modo singolare, tamponando involontariamente Takagi e ponendo fine alla gara di entrambi. L’argentino nell’incidente riportò una frattura cervicale, motivo per cui probabilmente rifiutò il rinnovo contrattuale della Minardi, preferendo spostarsi alle competizioni turismo in patria.

Primo titolo per Hakkinen
Già dalle qualifiche a Suzuka i due contendenti al titolo iridato, proprio Mika Hakkinen, vincitore cinque settimane prima al Gran Premio del Lussemburgo corso sul tracciato del Nurburgring, e Michael Schumacher, iniziarono a sfidarsi a suon di giri veloci rifilando distacchi pesanti a tutti gli altri. La spuntò il ferrarista, con un decimo e mezzo sul pilota finlandese. La partenza venne ripetuta causa lo spegnimento della vettura di Trulli, mentre al secondo via fu Schumacher a commettere un errore, trovandosi costretto a partire dal fondo per il terzo via. Il tedesco fu protagonista di una furiosa rimonta che lo portò addirittura in terza posizione fino all’esplosione di uno pneumatico che pose fine ai suoi sogni di gloria. Mika Hakkinen mantenne il comando della corsa e vinse con autorità la gara, conquistando il suo primo titolo mondiale.