HUGH ANDERSON, L’UNICO NEOZELANDESE CAMPIONE DEL MONDO DI MOTOCICLISMO

articolo di Nicola Pucci

Fra i quattro laureati per sei titoli del motomondiale del 1963, ce n’è uno solo di fresca nomina, mai giunto prima alla massima conquista cui aspira un centauro. Quel novizio in cima al mondo altri non è che il neozelandese Hugh Anderson, che si prende il merito di essere il migliore di tutti, e non sarà l’unica volta in carriera, completando un exploit che mai più nessun altro connazionale sarà in grado di emulare.

Nato ad Hamilton il 18 gennaio 1936, già giocatore di rugby (e potrebbe essere altrimenti nella patra degli All Blacks?) in gioventù con l’Huntly United, Anderson proviene da quel famoso “Circus Continental” nelle cui file hanno militato quasi tutti i piloti del Commonwealth. E se Hugh è il prototipo dello zingaro in motocicletta, non lo sarà poi per molto, perché quando approda nel massimo circuito internazionale, dopo un paio di stagioni corse in sella ad una AJS (terzo in classe 350 nel Gran Premio dell’Ulster nel 1960 alle spalle di John Surtees e di John Hartle) ed alla Norton (due volte settimo in classe 500 in Francia e a Monza), nel 1962 viene messo sotto contratto dai giapponesi, solitamente molto ospitali con i conduttori di lingua inglese, accasandosi con la Suzuki. Che lo impegna nelle due cilindrate minori, 50 e 125 cc, seppur sporadicamente gareggi ancora in classe 350 con la AJS (sesto al Tourist Trophy) e in classe 500 con la Matchless (con la quale somma solo un paio di ritiri, sempre al Tourist Trophy e nell’Ulster).

Pallido, viso da ragazzo spericolato con la mascella piccola e tirata, Anderson porta un nome già reso celebre da altri, in particolare da quel Fergus Anderson che nel 1953 e nel 1954 ha fatti suoi due titoli mondiali in classe 350 in sella ad una Moto Guzzi, prima di trovare una tragica morte a Floreffe con una BMW nel 1956. E per non essergli da meno, il neozelandese nel 1962 inizia la sua personale scalata al titolo mondiale.

Tanto per cominciare, vince le sue prime gare iridate, trionfando in Argentina, ultima prova dell’anno, sia in classe 50 (davanti al campione del mondo Ernst Degner) che in classe 125 (battendo Raul Kissling, pilota di casa), il che gli consente non solo di regalare le prime gioie stagionali alla Suzuki che ha creduto in lui, ma anche di terminare al settimo posto in classifica generale in entrambe le cilindrate. Ideale trampolino di lancio per le stagioni che hanno da venire, che consacreranno Anderson pilota di levatura mondiale.

Nel 1963, infatti, Hugh, che sfoggia foga e spericolatezza seppur il suo stile, soprattutto in curva, non sia davvero dei più ortodossi, conquista il titolo iridato in classe 50 vincendo ad Hockenheim ed in Argentina e col corollario di quattro secondi posti che gli permettono di precedere in classifica di soli 2 punti il tedesco Hans-Georg Anscheidt, che monta una Kreidler, e domina in classe 125, dove bissa il successo mondiale aggiudicandosi ben 6 gran premi, lasciando lo svizzero Luigi Taveri, centauro Honda, a distanza di sicurezza, 54 punti contro 38.

Giunto all’apice, Anderson, che si trova a meraviglia con le motoleggere del Sol Levante che si adattano perfettamente al suo fisico non certo da gigante, ha tutta l’intenzione di rimanerci a lungo, e per il 1964 punta a confermarsi campione nelle due cilindrate che ha eletto come suoi territori di conquista. Ma se in classe 50 il neozelandese coglie quattro successi che gli permettono di tenere a bada la Honda di Ralph Bryans, in classe 125, pur vincendo all’apertura stagionale a Daytona e poi ancora al Sachsenring e nell’Ulster, deve cedere il passo alle due Honda di Taveri e Jim Redman, che lo anticipano in classifica negandogli il poker iridato in due anni.

E sia, la rivincita è rimandata all’anno venturo, 1965, quando Anderson, battagliero come non mai, deve è vero accontentarsi del terzo posto finale in classe 50, vincendo solo in Spagna e con quattro secondi posti terminando alle spalle delle Honda di Bryans e Taveri, ma sbaraglia nuovamente la concorrenza in classe 125, al punto da vincere le prime quattro prove stagionali a cui aggiungere i successi in Finlandia, a Monza e in Giappone che gli consentono, con 56 punti totali, di precedere nettamente il compagno di squadra Frank Perris, secondo in classifica mondiale con 44 punti.

Con quattro titolo iridati già in cassaforte, Hugh Anderson avrebbe ancora qualche buona carta da giocare al tavolo del motorismo internazionale, ma se il 1966 non è pari alle attese, sommando cinque piazzamenti sul terzo gradino del podio che gli valgono, rispettivamente, un quarto ed un quinto posto in classifica generale, ecco che è già l’ora di parcheggiare, definitivamente, la moto da corsa.

Perché ora è tempo di motocross, e se i risultati non saranno altrettanto di pregio, che importa? Nel 1995 la “Motorcycles Hall of Fame” del suo paese lo accoglie, sperando che prima o poi tra i “kiwi” nasca un nuovo prodigio su due ruote. E’ dal 1965 che Hugh Anderson attende un erede sul tetto del mondo

DRIULIS GONZALEZ, ATLETA SIMBOLO DEL JUDO FEMMINILE CUBANO

Driulis González con l’Oro di Atlanta 1996 – da:judoinside.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel Medagliere Olimpico complessivo, Cuba è una Nazione che vede privilegiate, Atletica Leggera a parte, le Discipline da combattimento, prova ne sia che tale Graduatoria è capeggiata, per distacco dal Pugilato con ben 78 allori di cui 41 Ori – peraltro favorita dal fatto che, vigendo in detto Paese il Dilettantismo, Campioni come Teofilo Stevenson o Felix Savon abbiano potuto spadroneggiare contro giovani avversari, mentre avrebbero potuto (o dovuto …) affrontare i migliori Pesi Massimi professionisti – ma ben figurano anche la Lotta ed il Judo, con quest’ultimo ad aver sinora visto 37 suoi rappresentanti salire sul podio, ancorché con un minor numero di affermazioni (6 contro 11) rispetto ai lottatori …

Sport introdotto in occasione dei Giochi di Tokyo 1964 – e ripreso dall’edizione di Monaco 1972 dopo aver saltato Città del Messico 1968 – il Judo ha visto allargare il programma Olimpico anche al settore femminile a far tempo dalla rassegna di Barcellona 1992, circostanza di cui il Paese caraibico ha non poco beneficiato, laddove si consideri che delle citate 37 medaglie sino ad oggi conquistate, il rapporto è quanto mai impietoso verso i maschi con un rapporto di 26-11 quanto ad allori e di 5-1 per numero di Ori, ancorché il primo cubano a conseguire la “Gloria Olimpica” sia stato Hector Rodriguez, facendo suo il titolo nei Pesi Leggeri ai Giochi di Montreal 1976.

Ed anche se la prima judoka caraibica a salire sul gradino più alto del Podio è stata l’allora 22enne Odalis Revé, affermatasi nella Categoria dei Pesi Medi nell’edizione inaugurale di Barcellona 1992 per quanto attiene al settore femminile, è fuor di dubbio che colei che ha portato il Judo cubano ai massimi vertici internazionali non può che essere la protagonista della nostra Storia odierna, laddove si pensi che sia stata capace in carriera di aggiudicarsi “qualcosa” come 78 titoli, fra Olimpiadi, Mondiali, Coppa del Mondo e Tornei vari ….

Nata il 21 settembre 1973 a Guantanamo, Driulis Gonzalez fa il suo esordio nel Panorama internazionale appena 18enne ad inizio gennaio 1992 aggiudicandosi il primo dei suoi 7 titoli (1992, 1994, 1996-’98 e 2007-’08) ai Campionati Panamericani, per poi prendere parte alla tappa di Coppa del Mondo a Parigi rimediando due sconfitte ad opera della francese Magnien e della tedesca Eck, così che al suo esordio olimpico nel Capoluogo catalano non è che riscuota certo i favori del pronostico, iscritta nella Categoria dei Pesi Leggeri con un limite di 56 chilogrammi …

Gara che si svolge il 31 luglio 1992 presso il Palau Blaugrana e che, sulla base del Ranking, vede la giovane cubana dover disputare anche il turno preliminare, dove ha facilmente ragione della brasiliana Jemina Alves, per poi superare anche la cubana Gontowicz e la svedese Ursula Myren e quindi vedersi sbarrata la strada verso la Finale per l’Oro dalla beniamina di casa, nonché Campionessa mondiale di carica, Miriam Blasco, la quale si impone per ippon, costringendo la Gonzalez ai ripescaggi per l’assegnazione del bronzo, risolti a proprio favore a spese dell’americana Kate Donahoo, nel mentre la Blasco fa sua la Medaglia d’Oro sconfiggendo in Finale la britannica Nicola Fairbrother, con cui darà poi vita ad un’unione civile.

Il positivo esordio olimpico convince l’atleta caraibica circa le proprie potenzialità, che la portano, nel successivo quadriennio, ad assicurarsi il bronzo ai Campionati Mondiali di Hamilton 1993 per poi cogliere la sua prima grande affermazione imponendosi alla Rassegna Iridata svoltasi a fine settembre 1995 a Chiba, in Giappone, dove sconfigge in Finale la sudcoreana Jung Sun-Yong, dopo aver colto a fine marzo a Mar del Plata il primo dei suoi quattro titoli consecutivi ai Giochi Panamericani, peraltro di non eccessivo valore tecnico, visto che tutte ed 8 le Categorie previste sono state appannaggio di atlete cubane, ed aver altresì conquistato la Medaglia d’Oro alle Universiadi di Fukuoka, dove supera la giapponese Chiyori Tateno in Finale …

Si tratta, in ogni caso, di un avvicinamento all’appuntamento dei Giochi di Atlanta 1996 con ben altro spirito rispetto all’edizione precedente, data la veste di Campionessa mondiale in carica, ed il 24 luglio sui tatami del “Georgia World Congress Center”, l’oramai quasi 23enne Gonzalez supera la francese Magali Baton (bronzo alle Universiadi …), l’olandese Jessica Gal (bronzo ai Mondiali 1993 …) e l’argento di Barcellona, nonché Campionessa mondiale 1993, Fairbrother per poi trovarsi ad affrontare la cinese Liu Chuang per l’accesso alla Finale, liquidando l’asiatica per ippon dopo appena 21” …

Dall’altra parte del tabellone, a disputarsi la qualificazione per la Finale sono la già ricordata sudcoreana Jung e la spagnola Isabel Fernandez, con la prima ad imporsi per superiorità, così che la sfida per la “Gloria Olimpica” vede ripetersi quella avvenuta 12 mesi prima in sede iridata e la conclusione è la stessa, ovvero con la Gonzalez ad imporsi per superiorità (yuko/seoi-nage) al termine dei 4’ previsti.

Una vittoria sofferta soprattutto per il fatto che la cubana si era presentata nella Capitale della Georgia a soli due mesi di distanza da un infortunio che le aveva procurato la frattura di una vertebra cervicale, una indubbia prova anche di coraggio fortunatamente ben premiata, anche se, d’ora in avanti, non può certamente più nascondersi, ingaggiando una fiera rivalità proprio con la spagnola Fernandez, che ad Atlanta era comunque riuscita a conquistare il bronzo …

Un “testa a testa” che vede il suo primo atto l’anno seguente, allorché le due si ritrovano di fronte nella Finale dei Mondiali di Parigi che vede prevalere la 25enne iberica, sfida che, dopo che la Gonzalez replica l’Oro del 1995 alle Universiadi di Palma di Maiorca 1999, si ripropone nella Finale della Rassegna Iridata che ha luogo il 9 ottobre 1999 a Birmingham, con la cubana stavolta ad imporsi, così da darsi appuntamento ai “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000 per quella che non è certo errato definire la “resa dei conti”.

Sicuramente le due più accreditate al titolo olimpico nelle previsioni della vigilia, la Fernandez raggiunge peraltro l’atto conclusivo senza aver dato dimostrazione di una grande condizione, visto che supera sia la giapponese Kie Kusakabe che l’australiana Maria Pekli per superiorità decretata dal giudizio arbitrale, mentre dall’altra parte del tabellone appare più convincente lo stato di forma della Campionessa Olimpica e mondiale in carica, che dispone della belga Marisabel Lomba e della cinese Shen Jun …

La tattica difensiva della spagnola però paga in Finale, riuscendo a controllare gli attacchi della cubana che, nel forzare i tempi, incappa in una penalità che si rivela decisiva per l’assegnazione della Medaglia d’Oro, nonostante che quest’ultima si fosse presentata sul tatami del “Sydney Convention and Exhibition Centre” in vantaggio 5-2 nei confronti diretti con la Fernandez.

Può sicuramente aver inciso la difficoltà per la Gonzalez nel rientrare nei limiti di peso (ancorché fosse stato ampliato sino a 57kg.), tant’è che con l’entrata nel nuovo Secolo sale di Categoria fra i Superleggeri (sino a 63kg.) tornando a gareggiare, dopo una sosta di due anni, in occasione dei Campionati Mondiali 2003 che si svolgono a metà settembre ad Osaka, dimostrando di essere ancora competitiva cogliendo l’argento, sconfitta in Finale dall’argentina Daniela Krukower, peraltro da lei battuta solo un mese prima nella semifinale dei Giochi Panamericani …

Oramai superata la soglia dei 30 anni, la Gonzalez si presenta ai Giochi di Atene 2004 per la sua quarta partecipazione olimpica, venendo peraltro eliminata al primo combattimento dalla slovena Urska Zolnir, riuscendo comunque a trovare le energie e la concentrazione per il cammino ai ripescaggi che la porta ad una quarta medaglia, ancorché di bronzo, grazie anche al fatto che la Krukower è costretta all’abbandono nella sfida con la giapponese Ayumi Tanimoto, poi Oro a conclusione di una giornata pazzesca, caratterizzata da sole vittorie prima del limite.

Si potrebbe anche ragionevolmente pensare che per la cubana sia giunto il momento di ritirarsi dall’attività agonistica, ma questa idea non la sfiora nemmeno e così eccola nuovamente a sfidare le proprie avversarie alla Rassegna Iridata de Il Cairo di inizio settembre 2005, dove occupa il gradino più basso del podio, sconfitta in semifinale dalla francese Lucie Decosse che poi si “prende il lusso” di superare nella sfida conclusiva la Campionessa olimpica Tanimoto, prima di compiere quello che può a giusta ragione considerarsi il suo capolavoro due anni dopo ai Campionati Mondiali di Rio de Janeiro …

Siamo a metà settembre 2007, il 14 per l’esattezza, e la 34enne Gonzalez si aggiudica il suo terzo titolo iridato in carriera facendo sul suo percorso due “vittime illustri” quali la Tanimoto in semifinale e la Decosse in Finale, così da presentarsi con rinnovate ambizioni l’anno seguente alla sua quinta Olimpiade in programma a Pechino dall’8 al 34 agosto 2008.

Il Torneo di Judo dei Pesi Superleggeri ha luogo il 12 agosto e si risolve in una sorta di “déjà vu”, nel senso che il cammino della cubana si arresta in semifinale contro la giapponese, la quale si prende la rivincita sulla Decosse all’atto conclusivo, mentre la Gonzalez, stavolta, non riesce a coronare la sua quinta partecipazione ai Giochi con altrettante medaglie, venendo sconfitta dall’olandese Elisabeth Willeboordse nella sfida che vale il bronzo …

Resta il primato – a pari merito con la già ricordata Pekli e con la giapponese Ryoko Tamura-Tani – legato alle cinque presenze ai Giochi, oltre alle quattro medaglie cui se ne uniscono sette (3 Ori, 2 argenti ed altrettanti bronzi …) iridate che fanno di Driulis Gonzalez, senza tema di smentita, una delle più grandi interpreti della Disciplina, avendo altresì il merito di aver lasciato l’eredità in buone mani, con il testimone raccolto dalla connazionale Idalys Ortiz che, ad oggi, si è aggiudicata quattro medaglie (Un Oro, 2 argenti ed un bronzo …) nelle altrettante apparizioni olimpiche nella Categoria dei Pesi Massimi e chissà se, oramai 32enne, vorrà competere anche a Parigi 2024 …

Magari proprio per superare il record di allori di Driulis …

SKAIDRITE SMILDZINA, LA FUORICLASSE DIMENTICATA DEL BASKET URSS ANNI ’60

articolo di Nicola Pucci

Quando si deve citare il nome di una leggenda sovietica del basket femminile dell’ex-Urss, viene fuori automaticamente un nome, quello di Uljana Semionova. Per le sue straordinarie dimensioni, la giunonica giocatrice lettone (215 centimetri di altezza!) ha però allungato la sua gigantesca ombra su un’altra grande campionessa di quel paese baltico, fisicamente indubbiamente meno ingombrante ma tecnicamente molto più dotata. E dal palmares sterminato. Signori e signore, diamo il benvenuto su queste pagine a Skaidrite Smildziņa, poi sposata Budovska, protagonista della nostra storia odierna.

Ad onor del vero, cercheremo di rendere giustizia ad una sorta di “fuoriclasse dimenticata“, tant’è che la Smildziņa non compare neppure tra i “giocatori famosi” della pagina di Wikipedia dedicata al TTT Riga, (ex Daugava Riga), squadra di club di cui Skaidrite, oltre alla Nazionale sovietica, ha fatto le fortune. Non molto tempo fa, durante un programma televisivo lettone, il suo nome era totalmente sconosciuto a tre giovani trentenni presenti sul set. Eppure, se una giocatrice di basket da sola incarna il dominio totale del basket femminile sovietico dalla fine degli anni ’50 agli inizi degli anni ’70, attraversando tutti gli anni ’60, quella è proprio il capitano del fortissimo Daugava Riga.

Skaidrite Smildzina nasce il 3 marzo 1943 nel tumulto della Riga occupata dai nazisti, che due anni prima erano stati accolti come liberatori dal giogo dei sovietici, che a loro volta si erano impadroniti della piccola Lettonia un anno prima. Nel 1944, l’Armata Rossa torna a mettere radici sulle rive del Baltico, come sarà fino al 1991, e così la piccola Skaidrite cresce in una Lettonia integrata nell’immensa URSS, seppur pagando un prezzo davvero non da poco a deportazioni ed esecuzioni. La Smildzina è tuttavia fedele a ciò che le viene imposto, abbinando da adolescente gli studi presso il politecnico industriale della sua città natale all’attività di cestista. Tanto da venir notata all’età di 15 anni dagli allenatori del Daugava, che nel 1958 la inseriscono nel loro organico il che le consente di entrare a far parte di un club d’élite dove, nonostante la sua altezza (190 centimetri), viene inizialmente destinata ad un ruolo difensivo prima di diventare un pivot di assoluto valore. E la classe è tale che viene subito selezionata dagli allenatori della Nazionale dell’Urss, che la chiamano ad indossare la maglietta rossa con falce e martello per i Campionati del Mondo del 1959 che si disputano a Mosca.

E se quell’edizione numero 3 della rassegna iridata, la prima che si gioca sul suolo europeo, è segnata dall’assenza di Stati Uniti, Brasile, Francia e di altre Nazionali “capitaliste“, che non aderiscono alla manifestazione lasciando così via libera alle squadre del “blocco comunista“, ad eccezione della Corea Nord che recita il ruolo di fanalino di coda, è anche l’occasione per la 16enne Smildzina di acquisire lo status di giocatrice di levatura internazionale, liberando il suo talento offensivo che guadagna credito con il passare dei giorni. Dopo aver segnato 5 punti in ciascuna delle prime tre partite contro Jugoslavia, Polonia e Ungheria, Skaidrite triplica il suo score contro la debole Corea del Nord in una partita vinta 94-24, e, dopo esser stata tenuta a riposo contro la Cecoslovacchia, è necessario attendere il confronto con la Romania, per vedere se i 16 punti segnati non siano stati dettati solo dalla pochezza delle asiatiche. Figurarsi, la Smildzina fa meglio ancora con 17 punti in un match risolto facilmente, 70-39, ed allora è decisivo, per l’assegnazione del titolo, l’ultimo match contro la Bulgaria, l’altra squadra ancora imbattuta. Ed all’atto più importante la Smildzina sfoggia tutto il meglio del suo repertorio, mettendo con 26 punti il sigillo alla vittoria finale per 51-38, ovvero oltre il 50% dei punti dell’Urss per intascare il primo titolo mondiale della storia. Sarà solo, per la Nazionale femminile di basket dell’Urss, l’inaugurazione di un regno lungo e incontrastato di due decenni destinato a perpetrarsi fino agli Anni ’70.

Negli anni che seguono, la Smildzina diventa una stella di prima grandezza, e somma una vittoria dopo l’altra con il Daugava Riga, che infila una serie di ben 11 successi consecutivi in campionato, dal 1960 al 1970, aggiungendone un altro nel 1972, ed altrettante vittorie in Coppa dei Campioni, sempre tra il 1960 e il 1972, e con la Nazionale, che trionfa in 5 edizioni consecutive degli Europei.

Ai Mondiali di Lima, nel 1964, in nove partite l’Urss conta nove vittorie con una media di 81 punti segnati e solo 42 subiti, tra cui un umiliante 71-37 rifilato agli Stati Uniti. Skaidrite, che nel corso dell’anno, poco più che 20enne, ha ereditato la fascia di capitano della sua squadra di club, conclude il torneo con un totale di 97 punti segnati, alla media di 12,1 punti a partita ed il 69% di percentuale di tiro dal campo.

A Praga, tre anni dopo, nel 1967, l’Urss vince il titolo mondiale per la terza volta di seguito, curiosamente battendo ancora gli Stati Uniti con l’identico punteggio di 71-37 già registrato a Lima, stavolta mettendo a referto 71 punti complessivi con una media di 10,1 punti a partita ed una percentuale di tiro dal campo del 65,2%.

Qualche mese dopo, a luglio, la Smildzina diventa la signora Budovska, sposando un medico sportivo, e se l’anno dopo, cogliendo appunto un quinto titolo europeo consecutivo nell’edizione giocata in Sicilia, pone fine alla sua carriera internazionale con la Nazionale sovietica, prosegue invece l’attività con il Daugava Riga, mietendo successi su successi, a fianco proprio di Uljana Semionova che nel 1968, lei che è classe 1952, era stata inserita nell’organico della squadra lettone.

E quando nel 1972, con la bacheca ormai stracolma di trofei, appende le scarpette al chiodo, non ancora 29enne, per dedicarsi a qualcos’altro che non sia solo pallacanestro, come ad esempio mettere al mondo le due figlie Evija e Agnija, ecco che Skaidrite Smildzina, che nel 1964 venne eletta quale miglior giocatrice al mondo da una giuria di giornalisti, entra nella leggenda dello sport dell’Urss. Anche se poi, in troppi si sono dimenticati di lei e di quanto sia stata grande

GLI ANNI D’ORO DELLA PISTOIESE GRAZIE AL “FARAONE” MARCELLO MELANI

La Pistoiese all’esordio in A a Torino – da:wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Sino alla fine degli anni ’60 il campionato di calcio di Serie A era caratterizzato da un dominio pressoché assoluto dei club del Nord Italia, sia in fatto di scudetti – considerato che dalla ripresa dell’attività dopo il secondo conflitto mondiale solo la Fiorentina nel 1956 ed il Bologna nel 1964 (non a caso entrambe allenate da Fulvio Bernardini) erano riuscite ad interrompere il monopolio corrente sull’asse Milano-Torino – che di partecipazioni, visto che le presenze delle formazioni meridionali erano alquanto sporadiche.

Ed in più, la presenza nella nostra massima divisione era pressoché limitata alle sole squadre delle città capoluogo di Regione, raggiungendo la sua massima espressione a conclusione del torneo 1970 che coincide con l’unico scudetto nella storia del Cagliari ed al quale prendono parte solo tre club (Vicenza, Verona e Brescia) non rientranti nella categoria, ancorché tutte con oltre 100mila abitanti, con un massimo di oltre 250mila per la città scaligera.

Ma, progressivamente, a far tempo dalle prime stagioni del successivo decennio, ecco farsi strada quella che passa alla storia come “la riscossa delle provinciali”, ovvero di club che, per la prima volta, si affacciano al massimo panorama nazionale pur non avendo un bacino di utenza tale da poter competere, almeno sulla carta, con le “grandi storiche” del nostro calcio, con la Ternana ad avere l’onore di “rompere gli argini” nella stagione 1972-’73, seguita dal Cesena l’anno seguente e dall’Ascoli la successiva, sino a raggiungere la più alta percentuale – complice anche le retrocessioni in B di squadre come Milan, Lazio e Bologna – ad inizio anni ’80 allorché la Serie A spalanca le porte ad ulteriori realtà quali Avellino, Catanzaro, Como Cremonese. Perugia, Pisa e Pistoiese.

Sono, quelli, gli anni di presidenti che hanno fatto la storia dei rispettivi club – ne citiamo alcuni, tra i più longevi nelle rispettive cariche, come Costantino Rozzi ad Ascoli, Antonio Sibilia ad Avellino, Nicola Ceravolo a Catanzaro, Dino Manuzzi a Cesena e Domenico Luzzara a Cremona –, riuscendo altresì ad accaparrarsi, ad avvenuta riapertura delle frontiere, campioni di valore assoluto che vanno ad arricchire il tasso tecnico della nostra Serie A, nonché a fare non poche “vittime eccellenti” nelle sfide contro le formazioni ben più blasonate.

In questo contesto, anche la Toscana fa la sua parte, con due personaggi destinati a scrivere pagine indelebili della storia calcistica delle rispettive città, il più famoso dei quali è il vulcanico “presidentissimoRomeo Anconetani che, assunta nell’estate 1978 la guida di un Pisa all’epoca militante in Serie C1, dichiara ai quattro venti la sua ferma intenzione di portare i nerazzurri in Serie A, cosa che, fra gli iniziali scetticismi, si avvera già nel 1982, regalando alla tifoseria ben 16 stagioni consecutive fra la massima divisione ed il torneo cadetto.

Ma tale “previsione futuristica”, con buona pace del buon Romeo, era stata preceduta pochi anni prima a circa 60 chilometri di distanza, vale a dire allorché, nell’estate 1974, l’imprenditore Marcello Melani – pistoiese di nascita, ma che aveva fatto fortuna nel Nord Italia – rileva la squadra di calcio all’epoca militante in Serie D, lanciandosi in un proclama quanto mai ambizioso di portare gli arancioni in A nell’arco di cinque anni!

Potete immaginare quali fossero le reazioni in città, visto che la Pistoiese, pur datando la propria fondazione al 1921, aveva sino ad allora collezionato solo alcune presenze in Serie B, l’ultima delle quali peraltro risalente alla stagione 1947-’48, per poi conoscere anche l’umiliazione di retrocedere fra i dilettanti ed aver disputato l’ultimo torneo di Serie C nel 1970.

Da allora, gli arancioni del presidente Oriano Ducceschi sfiorano la risalita nel 1972, con la promozione svanita solo allo spareggio perso 0-1 con il Montevarchi a Firenze, per poi rischiare addirittura di sparire se non intervenisse una sottoscrizione popolare che consente alla Pistoiese di iscriversi al torneo 1973-’74 al termine del quale, mantenuta a fatica la categoria, irrompe sulla scena il “Faraone, soprannome derivatogli dal fatto che, affacciatosi al mondo del pallone a Monsummano costituendo l’Unione Valdinievole, era riuscito a condurla sino alla Serie D – fra l’altro imponendosi con un doppio 2-0 fra casa e fuori proprio sulla Pistoiese nel campionato 1973-’74 –, non lesinando stipendi e premi a giocatori e tecnici inusuali per la categoria.

Sfumato l’ambizioso sogno di una doppia promozione (l’Unione Valdinievole conclude sesta), Melani prende “baracca e burattini” e si trasferisce a Pistoia dove era nato il 27 maggio 1920 per iniziare a dar vita al suo “faraonico” (è proprio il caso di dirlo…) progetto, la cui prima pietra viene posta con l’immediata promozione in Serie C al termine di un torneo dominato e concluso con 49 punti, frutto di 17 vittorie, 15 pareggi e due sole sconfitte, avendo affidato la guida tecnica ad un allenatore serio quale Dino Ballacci che l’anno precedente aveva condotto l’Alessandria alla promozione fra i cadetti.

Tecnico che viene confermato anche per la successiva stagione, anche se gli arancioni la concludono a metà classifica – pur avendo inserito nell’organico un mix di giocatori esperti quali i 31enni Bonfanti, con esperienze al Milan ed all’Inter, e Volpato, che ha precedenti in A con Varese e Catania, con altri ben più giovani, fra cui spiccano l’attaccante Quadri ed il difensore Sergio Brio, in prestito dalla Juventus –, così che il mercato estivo porta importanti novità, prima fra tutte la nomina di Claudio Nassi quale direttore sportivo e l’avvicendamento in panchina, affidata a Bruno Bolchi che già aveva vissuto una analoga esperienza nel 1972-’73.

Ma importanti sono le operazioni che riguardano l’organico della squadra dove, ottenuto dalla Juventus il prolungamento del prestito di Brio, vengono a vestire i colori arancioni il mediano Sergio Borgo – che a Pistoia vive il periodo migliore della sua attività agonistica –, un giovanissimo Stefano Di Chiara proveniente dalla Primavera della Lazio, e l’attaccante Emanuele Gattelli ex Atalanta, mentre in mezzo ai pali l’accoppiata Melani/Nassi mette a segno il “colpo grosso” di affidare il ruolo ad un “Mostro sacro” quale il 37enne piombinese Lido Vieri, già idolo dei tifosi granata e nerazzurri interisti.

Con tali premesse, il torneo 1976-’77 di Serie C – Girone B si trasforma in una cavalcata trionfale che vede la Pistoiese concludere al primo posto con 54 punti (frutto di 21 vittorie, 12 pareggi e 5 sconfitte, 45 reti realizzate ed appena 16 subite) e ben 8 lunghezze di vantaggio sul Parma, così che la prima parte delle promesse del presidente si è realizzata, manca ora lo scalino conclusivo, quello oggettivamente più difficile.

Melani non è certo tipo da impressionarsi dinanzi a palcoscenici sinora inesplorati, anche se le operazioni di mercato – fatta eccezione per l’acquisto dal Torino di una giovane promessa quale Giuseppe Dossena – sono improntate più sulla necessità di rinforzare la rosa sotto il profilo dell’esperienza, così che approdano in Toscana l’attaccante Ferrari reduce da una stagione al Cagliari, la coppia di terzini formata da Rossetti e Pogliana, provenienti da Genoa e Napoli rispettivamente, mentre la regia viene affidata ad uno degli artefici dello storico scudetto biancoceleste del 1974, ovvero Mario Frustalupi.

La squadra stenta però ad ingranare, dopo 11 giornate è desolatamente ultima con soli 5 punti in classifica, così che è giocoforza procedere al cambio in panchina, con Bolchi sostituito da Enzo Riccomini reduce da un biennio alla guida dell’Ascoli, il quale compie il “miracolo” di raggiungere la salvezza grazie alle affermazioni contro il Monza e a Lecce negli ultimi due turni di campionato, così da meritarsi la conferma anche per la successiva stagione.

Scampato il pericolo, il “Faraone” rivoluzione l’undici titolare per 8 undicesimi – restano solo Di Chiara, Birgo e Frustalupi, con Brio ad aver completato il proprio tirocinio e rientrato a Torino in maglia bianconera –, con il ruolo di estremo difensore affidato al 23enne Moscatelli proveniente dal Cesena, mentre la difesa è puntellata con l’ex granata Lombardo, Bittolo ed il giovane Mosti, ed in avanti ecco gli inserimenti dei non più giovani Rognoni e Saltutti, oltre a Capuzzo, proveniente dal Cagliari.

E la musica cambia completamente, con la Pistoiese a disputare un torneo di vertice che, a quattro giornate dal termine, dopo il successo esterno per 1-0 a Varese, la vede in quarta posizione assieme al Monza con 42 punti e ad una sola lunghezza dalla coppia formata da Cagliari e Pescara, mentre l’Udinese sta facendo corsa a sé, ma tre sconfitte negli ultimi turni la relegano in quinta posizione, convincendo peraltro la dirigenza che la strada imboccata è quella giusta.

Nessuna rivoluzione, pertanto, ma solo innesti mirati, specie nel reparto arretrato, dove al confermato Mosti vengono aggiunti il giovane Salvatori prelevato dal Modena e due difensori esperti del calibro dell’ex genoano Fabrizio Berni e (per par condicio…) dell’ex sampdoriano Marcello Lippi, mentre fra centrocampo ed attacco le mosse più significative sono costituite dal prestito di Francesco Guidolin dal Verona e dall’acquisto dal Genoa di Livio Luppi, anch’egli peraltro ex gialloblu.

Il mosaico ora è completo, Riccomini sa di avere a disposizione un organico che può puntare alla promozione, e facendo leva sulla forza della propria difesa – con Moscatelli a non saltare neppure un incontro, subendo appena 23 reti nelle 38 giornate di calendario – mette le basi già a conclusione del girone di andata, che vede gli arancioni concludere al secondo posto a pari merito con Bari e Monza a quota 22 punti, per poi accelerare nel ritorno e poter festeggiare la matematica promozione addirittura con un turno d’anticipo davanti ai propri tifosi grazie al pari interno per 0-0 proprio contro il Lecce, ovvero contro la squadra con la quale, due anni prima, aveva ottenuto una sofferta salvezza.

Fate bene i vostri conti, nel 1974 Melani aveva promesso la Serie A in 5 anni, ce ne ha messo solo uno di più ed ora tutta la città non crede ai propri occhi, pur consapevole di andare ad affrontare una sorta di “mission impossible”, data la norma che contempla tre retrocessioni rispetto a sole 16 formazioni iscritte alla massima divisione, ancorché l’intervenuta retrocessione a tavolino di Milan e Lazio (e la penalizzazione di 5 punti inflitta ad Avellino, Bologna e Perugia) per la vicenda relativa allo “scandalo scommesse” apra un piccolo margine di speranza.

L’estate 1980 comporta anche un’importante novità nel panorama calcistico nostrano, vale a dire la riapertura agli stranieri – pur se limitata ad un solo giocatore per squadra –, il che fa giungere nel Bel Paese fior di campioni quali Liam Brady, Ruud Krol, Paulo Roberto Falcao, Daniel Bertoni ed Herbert Prohaska, assieme però anche a giocatori più o meno modesti, fra i quali la palma di “oggetto misterioso” se l’aggiudica senza dubbio alcuno il brasiliano Luis Silvio che nessuno ha mai capito chi lo abbia suggerito al presidente Melani.

Ciò nonostante, con la conduzione tecnica affidata a Lido Vieri ed un mercato che aveva visto la sostituzione fra i pali di Moscatelli con il più esperto Mascella reduce da un triennio alla Ternana, oltre agli importanti innesti in difesa di Zagano e del veterano Mario Bellugi, e dato vigore al centrocampo grazie all’inserimento della 19enne promessa Paolo Benedetti assieme ad Agostinelli ed all’esperto ex laziale Badiani, la responsabilità dell’attacco è pressoché interamente sulle spalle del centravanti Vito Chimenti, in cerca di riscatto dopo una deludente stagione al Catanzaro.

E, come sempre accade per le “new entry” nell’elite del calcio nostrano, la stagione è ricca di “prime volte”, come l’esordio, che avviene il 14 settembre 1980 a Torino contro i granata, concluso con una sconfitta di misura per 0-1 od il primo successo centrato alla quarta giornata allorché ad uscire sconfitto dallo “Stadio Comunale” è il Brescia, piegato da una rete di Mirco Paganelli poco prima dello scoccare dell’ora di gioco.

Ovviamente, il cammino è tutt’altro che semplice e, dopo che alla sesta giornata la Pistoiese è terz’ultima con soli 3 punti (il Bologna, partito da -5, l’ha già superata), la dirigenza decide di affiancare a Vieri, alla sua prima esperienza in panchina, l’ex commissario tecnico della Nazionale Edmondo Fabbri, da circa un quadriennio fuori dal giro.

Una mossa che, almeno inizialmente, si rivela taumaturgica, visto che facendo visita agli arancioni pagano dazio, in stretto ordine cronologico, Perugia (1-0, rete di Benedetti), Avellino (2-1, con Frustalupi ed ancora Benedetti a segno) ed il Como, sconfitto 2-0 grazie ad una doppietta di Chimenti, il che porta la Pistoiese al decimo posto in classifica dopo 11 turni, alla pari con Ascoli e Como.

Resta però il “nodo” legato alle gare in trasferta, visto che in 5 uscite gli arancioni avevano subito altrettante battute d’arresto, serie negativa interrotta il 28 dicembre 1980 grazie al successo per 3-1 a Catanzaro aperto dall’ex Chimenti e suggellato dai centri di Badiani e Paganelli e che fa trascorrere ai tifosi una fine anno come mai avrebbero neppure lontanamente sognato solo 5 anni prima, con i loro beniamini addirittura a pari merito con la Fiorentina, alla quale il calendario programma di andare a far visita dopo la pausa invernale.

Appuntamento quindi al 18 gennaio 1981 all’ancora “Stadio Comunale” del capoluogo toscano, una data che i più anziani sostenitori arancioni non potranno mai dimenticare, in quanto la Pistoiese si impone per 2-1 (reti di Rognoni e Badiani già nel primo tempo, intervallate dal momentaneo pareggio di Antognoni su rigore) e si colloca da sola al sesto posto della graduatoria con 13 punti, a quattro lunghezze dalla Roma capolista e due soli punti in meno di Juventus e Napoli, tutte squadre che potevano beneficiare dell’apporto, appunto, di Falcao, Brady e Krol, mica di un “Luis Silvio qualunque”.

Siamo convinti che non siano stati in pochi, a Pistoia, a fotocopiare o a ritagliare quella classifica pubblicata all’indomani sui giornali, e ben hanno fatto, perché questa non è una “favola a lieto fine”, in quanto nelle successive 17 giornate gli arancioni non conoscono più la gioia della vittoria, raggranellando appena 3 punti frutto di altrettanti pareggi, così da concludere malinconicamente l’unica avventura della loro storia nella massima divisione all’ultimo posto.

Melani non molla, resta per altre tre stagioni alla guida della società che naviga nella parte bassa del torneo cadetto sino a non poter evitare la retrocessione in Serie C a conclusione della stagione 1983-’84 (nonostante un disperato tentativo di salvezza nelle ultime tre giornate), circostanza che lo porta a passare la mano a Roberto Dromedari, mentre le sorti del club determinano a fine decennio il fallimento e la ripartenza dall’Interregionale.

10 anni di gloria” potrebbe essere il degno slogan da attribuire al decennio del “Faraone” sul ponte di comando della Pistoiese, e di questo parere sono stati senza alcun dubbio i suoi concittadini che, successivamente alla sua scomparsa avvenuta il 30 marzo 2002 all’età di 82 anni, hanno voluto intestargli lo Stadio Comunale che lo aveva visto acclamato dal proprio pubblico.

Così come, del resto, è avvenuto a Pisa per il ricordo di Romeo Anconetani, vale a dire “presidenti di quel calcio provinciale che fu…”.

NEL 2002 A ZOLDER MARIO CIPOLLINI RIPORTA LA MAGLIA ARCOBALENO IN ITALIA

articolo di Nicola Pucci

Il 13 ottobre 2002 è una data ben impressa nella memoria degli appassionati di grande ciclismo: in quel meraviglioso pomeriggio autunnale, il cielo fiammingo si tinge d’azzurro e l’Italia torna sul tetto del mondo, grazie alla volata imperiale del “re leone” Mario Cipollini.

Il campionato del mondo numero 69 si corre a Zolder, nel Limburgo fiammingo. Il programma del giorno prevede 20 giri di un circuito di 12,8 chilometri per un totale di 256 chilometri di fatica, e per la partenza, prevista alle ore 10.30, l’Italia veste i panni della grande favorita per tornare ad indossare quella maglia arcobaleno che manca dal bis di Gianni Bugno a Benidorm esattamente 10 anni prima, 1992. La squadra azzurra, orchestrata dal nuovo commissario tecnico Franco Ballerini, è interamente votata al servizio di Mario Cipollini, che sta disegnando una stagione pressoché perfetta con il successo a primavera, a lungo inseguito, alla Milano-Sanremo, la doppietta alla Gand-Wevelgem, vinta senza attendere la volata di gruppo, le sei vittorie e la maglia della classifica a punti al Giro d’Italia, e i tre successi alla Vuelta, eccellente trampolino di lancio per un Mondiale da disputarsi su un tracciato che si adatta perfettamente al velocista lucchese. A Zolder, infatti, non c’è praticamente traccia di salite, e l’arrivo giudicato sul circuito usato dai bolidi della Formula 1 sembra disegnato proprio per SuperMario. Il tedesco Zabel e l’australiano McEwen, oltre al campione del mondo in carica Oscar Freire, sono ragionevolmente gli avversari più temibili, ed è con loro che Cipollini, presumibilmente, si giocherà il titolo iridato.

Il francese Jacky Durand, che quando c’è da osare non teme proprio confronti, è il primo ad accendere la miccia, provando come suo costume un primo attacco dopo soli cento metri (!!!), ma il gruppo è attento e l’azione non ha seguito. L’andatura è sostenuta e al km 5 si registra il tentativo del kazako Dimitri Muravyev e dell’altro francese Andy Flickinger. L’americano Chris Horner si riporta su di loro e i tre battistrada affrontano il Bolderberg, prima breve asperità del circuito, senza però andare oltre, visto che il gruppo rientra velocemente su di loro. Al km 11 il plotone affronta compatto il Pitshelling, seconda breve salita di 400 metri, con Durand che si fa vedere ancora nelle prime posizioni, completando il primo giro in 16’12” ad una media di 47,400 km/h.

I francesi sono smaniosi di lanciare una fuga e al km 17 è Christophe Moreau che ci prova guadagnando 15″ sul gruppo. Sul Bolderberg l’olandese Karsten Kroon tenta il riaggancio, ma il suo tentativo non ha successo. Sul Pitshelling all’inseguimento del francese si mette ancora Muravyev, indubbiamente uno dei più attivi in queste prime fasi di corsa. Moreau lo aspetta e i due transitano insieme al passaggio del secondo giro. Nel frattempo Van Petegem, attardato da una caduta, rientra in gruppo mentre gli spagnoli Vicente Garcia Acosta e Diaz Justo e l’italiano Bortolami, pure loro a terra, stanno ancora inseguendo. Al km 30 i due battistrada hanno 23″ sul plotone, mentre Johan Museeuw, ex-campione del mondo nel 1996, cambia la ruota posteriore e rientra in gruppo al km 33.

I battistrada hanno un minuto di vantaggio quando dal gruppo prova il contrattacco il colombiano Victor Hugo Pena. Il plotone lascia fare e sul Pitshelling (km 36) i due di testa hanno 1’28” su Pena e 2’04” sul gruppo. Al passaggio sul traguardo del terzo giro Moreau e Muravyev sono in testa con 1’40” su Pena e 2’01” sul gruppo.

Riassorbito Pena, il plotone è in continuo fermento e ci provano prima Bobbie Traksel, poi sono i francesi che stanno cercando di rendere dura la corsa, non avendo il velocista su cui puntare in un probabile arrivo in volata. Prima forza ancora Jacky Durand e poi è Nicolas Jalabert che attacca sul Pitshelling, con i due uomini al comando che hanno ancora due minuti di vantaggio. Al termine del quarto giro Moreau e Muravyev transitano con 1’48” sul gruppo.

Nel corso del quinto giro prova il contrattacco un altro colombiano, Jairo Perez, ma se al passaggio sul traguardo accusa un ritardo di 2′ dai battistrada, il gruppo subito dietro lo riassorbe in fretta. Prova l’attacco Virenque seguito da Danilo Di Luca, ma anche in questo caso il tentativo non sortisce gli effetti sperati e a conclusione del quinto giro i due fuggitivi mantengono il comando della corsa con un margine che si aggira sui 2 minuti.

Durante il sesto giro allunga il colombiano Mauricio Ardila Cano che al passaggio sul traguardo ha un ritardo dalla testa della corsa di 2’23”; il gruppo è cronometrato a 3’20”, mentre sono gli olandesi che movimentano il settimo giro: prima prova ad attaccare Bobbie Traksel, poi è Aart Vierhouten che allunga sul Pitshelling, scollina con 3’20” di ritardo dai due fuggitivi e vede davanti a se Ardila Cano. I battistrada completano la tornata, mentre Ardila Cano viene riassorbito dal gruppo che transita compatto.

Nel corso dell’ottavo giro la velocità in gruppo aumenta notevolmente e il plotone si fraziona. Sul Bolderberg attacca il lituano Marius Sabaliauskas che sul Pitshelling scollina con un ritardo di 2’45” dai due di testa. Sulla linea del traguardo il distacco del gruppo scende a 2’53”.

Gli attacchi in gruppo si moltiplicano, seppur tutti non abbiano un seguito, ma proprio mentre i due battistrada sembrano poter dare efficacia al loro tentativo, sul Pitshelling (dove si transita per la nona volta) Muravyev cade e Moreau si trova così solo nel proseguire la fuga. Sul traguardo il francese transita con 26″ sul kazako, il gruppo è invece a 2’45”.

Nel corso del decimo giro Muravyev abbandona la corsa, mentre nel gruppo è sempre un susseguirsi di attacchi e controattacchi. Il danese Allan Johansen allunga nella zona dei box e transita sul traguardo con un ritardo di 1’34” da Moreau, con il plotone che insegue subito a ridosso a 10″.

Siamo a metà corsa. Moreau abborda il Pitshelling per l’undicesima volta con 30″ su Oscar Camenzind, campione del mondo nel 1998 a Valkenburg, che si è leggermente avvantaggiato sul gruppo, in testa al quale si vede l’Italia che comanda le operazioni, ed infatti il plotone annulla la fuga del francese al passaggio sul traguardo, mentre nel corso del giro successivo è ancora un transalpino, Cedric Vasseur, che ci prova con Tom Boonen. Ma il gruppo è attento e non lascia spazio a tentativi isolati.

Gli attacchi sono continui, ma gli italiani, che proteggendo Cipollini sono ovviamente i più interessati perché la corsa si risolva in volata, controllano con attenzione la situazione ed annullano ogni tentativo. Sul Bolderberg ci prova il britannico David Millar, che viene agganciato da Camenzind e Wrolich sul Pitshelling. Sul traguardo i tre di testa vantano un margine di 10″ sul gruppo e quando comincia il tredicesimo girosi si fanno un po’ di conti, che hanno del sensazionale: il tempo sul giro è stato di 15’16”, ad una media superiore ai 50 km/h!

All’attacco del Bolderberg il trio di testa ha 1′ sul gruppo; Traksel e Lang sono a 40″. Sul Pitshelling (13esimo passaggio) il ritardo di Traksel e Lang sale a 1’07”; il gruppo segue a 15″ ed è guidato da Polonia ed Italia. Al termine del tredicesimo giro Traksel e Lang hanno un ritardo di 1’14” mentre il gruppo è cronometrato a 1’23”.

Al quattordicesimo passaggio sul Pitshelling il gruppo, sempre guidato da Polonia ed Italia, transita con 1 minuto di ritardo dai fuggitivi, e se in salita prova l’attacco Ludo Dierckxsens con Vasseur, subito seguiti a ruota da Rogers e da Paolo Bettini, il plotone è lesto a chiudere. Al passaggio sul traguardo il ritardo del gruppo dai battistrada è sempre di 1 minuto.

L’inseguimento del gruppo produce i suoi effetti, in testa oltre all’Italia si fa vedere anche l’Australia che lavora per McEwen e sul Boldenberg i battistrada hanno solo 37″ di vantaggio. Sul Pitshelling il gruppo è vicinissimo e Joachim, che ha allungato, scollina con 27″ sulla testa della corsa. Il gruppo, sempre guidato da Italia, Polonia ed Australia, transita sul traguardo con un ritardo di 29″.

Inizia il sedicesimo giro e i corridori al comando vengono riassorbiti; subito ci prova Karsten Kroon, ma il gruppo non lascia spazio. I tentativi di attacco si susseguono ancora e vedono protagonisti Eeckhout ed Astarloa sul Pitshelling, poi tocca a Brochard e Piziks, ma il gruppo transita compatto sul traguardo.

E’ poi il turno di Nicolas Jalabert e Fabian Cancellara, che giocano la carta a sorpresa, ma l’Italia non si fa davvero trovare impreparata ed organizza l’inseguimento. I battistrada affrontano il Pitshelling con 12″ di vantaggio, Boogerd, Astarloa, Eeckhout e Bettini conducono il gruppo alla sommità e i due fuggiaschi vengono riassorbiti in discesa.

Sulla linea del traguardo Eeckhout e Vinokourov si avvantaggiano, quando oramai all’arrivo mancano tre giri. Si susseguono i tentativi, ma le squadre dei velocisti e in particolare l’Italia non lasciano spazio. Eeckhout attacca ancora sul Bolderberg, ma niente da fare. Ci provano prima Van Petegem e poi Museeuw, ma Bettini e Guido Trenti sono sulla sua ruota. Sono tanti i tentativi, ma su tutti chiudono gli italiani. Il giro è completato in 15’01” alla media di 51,100 km/h!!! Ci prova anche Konecny, ma gli italiani fanno buona guardia, in questo aiutati ora dai tedeschi che lavorano per Zabel. Mancano 20 km alla fine e in testa al gruppo Scinto, Nardello e Bramati sembrano ben decisi a non lasciare andar via nessuna fuga.

Comincia l’ultimo giro ed Italia, Germania, Spagna e Australia sono in testa a menare forte per portare i loro velocisti allo sprint finale. In particolare è l’Italia che monopolizza le prime posizioni con ben sei corridori e Cipollini costantemente al coperto alle spalle dei compagni di squadra. Ci sono anche tre australiani per McEwen e i tedeschi per Zabel. Ad otto chilometri dalla conclusione una caduta squarcia il gruppo. E’ in testa che si sono toccati, restano in piedi una trentina di corridori. Tra questi è pieno di maglie azzurre, si scorge la sagoma di Cipollini ed esplode il boato della folla. Tutto il podio di Plouay 2000 è tagliato fuori dai giochi: Vainsteins, Spruch e Freire sono attardati, ma Cipollini se la dovrà vedere con i velocisti più accreditati: Zabel, McEwen, Kirsipuu, Svorada, Glomser, Steels e Rodriguez. Gli italiani lavorano duro sul Pitshelling, in particolare con Di Luca. All’ultimo chilometro Zabel è in ottima posizione mentre gli italiani organizzano il treno per “SuperMario. Ai 500 metri Petacchi lascia a Lombardi il compito di lanciare Cipollini che vince nettamente su McEwen e Zabel. Un fantastico sprint dopo un fantastico lavoro della squadra.

E così, dopo 10 anni, la maglia arcobaleno torna in Italia. Grazie al magnifico “re leone” e per la gioia del “vecchioAlfredo Martini, storico commissorio tecnico della Nazionale, ormai in pensione, che non trattiene lacrime di gioia. Grazie Azzurri.

LA LEGGENDA DI MARIO “MACISTE” BATTAGLINI, PIONIERE DEL RUGBY ITALIANO

Battaglini guida il Rovigo all’ingresso in campo – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se nel Calcio è prassi intitolare l’impianto dove le squadre disputano i propri incontri a nomi “leggendari” di tale Disciplina – basti pensare al “Giuseppe Meazza” di Milano od al “Diego Armando Maradona” di Napoli, con addirittura Silvio Piola ad avere l’onore di vedersi dedicati gli stadi di Vercelli e Novara, al pari di Artemio Franchi per quel che concerne Firenze e Siena – ciò non è consuetudine per lo Sport “cugino” del Rugby, tant’è che un privilegio del genere è riservato a pochissimi protagonisti …

Uno di essi è Tommaso Fattori, ex nazionale e giocatore del Roma Rugby – con cui si aggiudica gli Scudetti nel 1935 e 1937, unico in grado di spezzare l’egemonia dell’Amatori Milano, capace di imporsi in 13 dei 15 Tornei fra il 1930 ed il 1946 – ed a cui è intestato l’impianto de L’Aquila, Società da lui allenata nel dopoguerra e che l’ha fatta progredire sino ai massimi vertici nazionali, ma ben più radicato al suo territorio di origine è il protagonista della nostra Storia odierna al quale, rodigino purosangue, è intestato lo Stadio di Rovigo.

In Veneto, a Rovigo così come a Treviso, il Rugby è lo Sport che ha la priorità assoluta rispetto al Calcio – in un certo senso anche a Padova, dove il Petrarca ha conquistato ben 14 Scudetti, ancorché la Società calcistica abbia disputato 15 Tornei di Serie A – visto che il Club trevigiano può vantare al proprio conto ben 15 Scudetti e 4 Coppe Italia a confronto di una sola stagione nella Massima Serie della parte calcistica, un confronto ancor più stridente per il Rovigo che viceversa non è mai andato oltre la Serie C, mentre i rappresentanti della palla ovale hanno al loro attivo 13 Scudetti ed una Coppa Italia …

Un divario enorme, al quale ha dato il proprio contributo, nell’era pionieristica del Rugby italiano, Mario Battaglini, che proprio a Rovigo vede la luce il 20 ottobre 1919, un poderoso terza linea – alla completa maturazione vanta m.1,85 per 105 chili – tanto da guadagnarsi ben presto il soprannome di “Maciste” sia per stazza che per la vigoria messa sul terreno di gioco e che si avvicina non ancora 17enne alla pratica dello Sport della palla ovale in concomitanza con la fondazione del Rovigo Rugby, avvenuta nel 1935.

Battaglini non tarda a mettere in mostra le sue innate qualità per detta disciplina, tanto che, non essendo il Club della sua città ancora in grado di competere ai massimi livelli, si trasferisce nel 1939 all’Amatori Milano con cui contribuisce immediatamente alla conquista dello Scudetto al termine di una stagione che vede la formazione meneghina concludere il Campionato imbattuta, con 13 vittorie del un solo (!!) pareggio nelle 14 gare del Torneo, trionfo poi replicato nel 1943 – mentre il rodigino era tornato per un biennio nella squadra della sua città natale – dove stavolta subisce una sola sconfitta, superato 6-3 nel derby dal GUF Milano …

Sono gli anni in cui Battaglini ha altresì l’occasione di esordire in Nazionale, scendendo in campo il 14 aprile 1940 (assieme a Fattori …) nella sconfitta per 0-3 a Bucarest, cui segue, a distanza di tre settimane l’affermazione per 4-0 a Stoccarda contro la Germania, prima che i tragici eventi del secondo conflitto mondiale determinassero la sospensione dell’attività, alla ripresa della quale l’oramai 27enne veneto si accasa in Francia, uno dei primi italiani a varcare la frontiera, accasandosi per un triennio al Vienne – con cui raggiunge la semifinale sia del Campionato 1948, sconfitto 6-11 dal Tolone che del 1949, dove ad imporsi per 12-6 è il Castres – e quindi per una quarta stagione proprio al Tolone avendo modo di farsi apprezzare anche Oltralpe …

Una caratteristica di Battaglini, a dispetto della mole, è difatti quella di essere un eccellente calciatore, nel senso che mette in mostra un’abilità non comune nella trasformazione dei calci piazzati, risultando al vertice della speciale Classifica nel corso della sua esperienza transalpina, il che gli vale l’appellativo da parte della stampa francese di “Le Grand Batta”, al pari di “Le Roi des Buteurs” (“Il Re dei Marcatori” …) – facendo scalpore un suo piazzato andato a segno da una distanza di ben 63 (!!) dalla linea di meta – oltre a rivaleggiare in mezzo al campo con il nazionale francese Robert Soro, con cui dà vita a scontri epici.

Va bene aver vissuto un’esperienza diversa ed avuto modo di confrontarsi con i migliori giocatori del Vecchio Continente – compagini britanniche escluse, ovviamente – ma si sa che il richiamo della terra natia è troppo forte ed ecco quindi che, varcata la soglia dei 30 anni, Battaglini torna nella sua Rovigo per aiutare il Club – che già si era fatto un nome nelle gerarchie del Rugby nazionale sfiorando la conquista del titolo a conclusione della stagione 1949, per poi giungere terzo l’anno seguente – ad affermarsi definitivamente …

La presenza nel XV veneto del “figliol prodigo” rappresenta un’autentica ventata di entusiasmo che consente al Rovigo di conquistare tre Scudetti (1951-’53) consecutivi – nell’ultima occasione superando 8-6 il Parma nello spareggio disputato a Bologna – circostanza che porta Battaglini, a dispetto dell’età, a ritrovare la maglia azzurra che indossa in altre tre gare in cui svolge un ruolo da protagonista, mettendo a segno una delle tre mete dell’Italia nel successo per 12-0 sulla Spagna ad inizio maggio 1951 a Roma, per poi trasformare un calcio piazzato e convertire la meta di Enzo Gerosa nella sconfitta per 8-22 patita il 26 aprile 1953 a Lione contro la Francia (in cui scende in campo con la fascia di Capitano …) e quindi completare il proprio percorso in Nazionale il mese dopo nell’affermazione per 16-14 a Bucarest contro la Romania dove mette a segno un piazzato e trasforma le due mete realizzate da Giorgio Fornari e Paolo Rosi, sì proprio il futuro telecronista della Rai di Atletica Leggera, Boxe ed, ovviamente, Rugby.

Avendo così totalizzato 18 punti nelle sue 5 gare in maglia azzurra, nell’estate 1953 Battaglini, oramai 34enne, si rende colpevole del reato di “lesa maestà” lasciando Rovigo per accasarsi al Treviso ancora a secco di allori – e che l’anno precedente aveva concluso il Torneo in penultima posizione – contribuendo al primo posto a fine Campionato a pari punti proprio con Rovigo, così da rendersi necessario lo spareggio per l’assegnazione del titolo …

Chissà con che spirito i tifosi rodigini presenti al pomeriggio del 20 giugno 1954 sulle tribune dello “Stadio Appiani” di Padova avranno visto il loro beniamino scendere in campo con la maglia avversaria, mostrando peraltro alcuna remora nello svolgere appieno il proprio compito che porta le due squadre a concludere in parità (3-3, meta di Cecchetto non trasformata per i Campioni in carica e drop di Zucchello per i trevigiani …) i tempi regolamentari, così che a decidere l’assegnazione dello Scudetto (il quarto consecutivo per Rovigo …) è una punizione in mezzo ai pali calciata da Baratella.

Battaglini conclude l’attività agonistica l’anno seguente con un’ultima stagione nelle file del Bologna, militante in Serie B, per poi avviare l’esperienza da allenatore con altrettanti ottimi risultati, visto che conduce le Fiamme Oro Padova alla conquista dei suoi primi tre titoli (1958-’60) consecutivi, così da poter vantare il non trascurabile primato di aver inaugurato l’Albo d’Oro degli Scudetti a Rovigo come giocatore ed a Padova in veste di tecnico …

Non sapremo mai sino a quando Battaglini avrebbe continuato a frequentare l’amato “Mondo della Palla Ovale” se un destino avverso non ci avesse messo lo zampino sotto forma di un incidente occorsogli mentre circolava in bicicletta a Rovigo la sera del 29 dicembre 1970, investito da un’automobile riportando dei traumi che non gli consentono di sopravvivere, spengendosi la mattino di Capodanno 1971 all’Ospedale di Padova, a soli 51 anni da poco compiuti …

Se fosse stato un essere umano, “Maciste” non avrebbe avuto problemi ad affrontarlo – lui che, a 17 anni, era riuscito in una sola giornata a disputare una gara di Rugby al mattino, un incontro di Calcio al pomeriggio ed un match di Pugilato alla sera – ma così la lotta era impari e, forse, lo consegna, vista l’ancor giovane età, ancor più all’immaginario collettivo …

D’altronde, come recita il Maestrone, “Gli Eroi son tutti giovani e belli …” …      

LA RIVINCITA OLIMPICA DI SUGAR RAY LEONARD A MONTREAL 1976

articolo di Nicola Pucci

A Sugar Ray Leonard, quel che era successo quattro anni prima, in attesa delle Olimpiadi di Monaco del 1972, non era davvero andata giù.

Dopo aver iniziato a combattere tra i dilettanti nei primi Anni Settanta, lui che era nato a Rocky Mount il 17 maggio 1956, a 16 anni aveva già colto il titolo nazionale tra i pesi leggeri. E visto che i Giochi di Monaco erano alle porte, in accordo con il suo trainer, Dave Jacobs, non trovò di meglio che mentire sulla sua età per poter essere ammesso a gareggiare alle selezioni per i Giochi, in virtù del fatto che il limite per boxare era di 17 anni. Tentando anche di realizzare il peso di 132 libbre, corse per un giorno intero attorno ad una pista di atletica e a fine serata svenne, ma fu la sconfitta in semifinale con Greg Whaley, che comunque ne prese tante al punto da lasciare poi la boxe, che gli precluse, per quell’edizione, i Giochi olimpici.

Leonard si rifarà doppiando nel 1973 il titolo nazionale, rivincendo anche i Golden Gloves, così come era stato capace di fare l’anno prima, mentre nel 1974, passando nella categoria dei superleggeri, vincerà per la terza volta consecutiva i Golden Gloves e centrerà l’altrettanto prestigioso torneo nazionale AAU, in cui trionferà anche nel 1976, aggiungendo l’oro ai Giochi Panamericani, sul primo successo internazionale da dilettante.

Ed eccoci, dunque, al 1976 ed alle Olimpiadi di Montreal. In quella che è senza alcun dubbio la più forte squadra dilettantistica di pugilato di ogni epoca schierata dagli Stati Uniti ai Giochi, la stella, alla Maurice Richard Arena, altri non è che lo stesso Sugar Ray Leonard, che trionfa nella categoria dei pesi welter junior.

Già vincitore, appunto, di tre Golden Gloves in patria e medaglia d’oro ai Giochi Panamericani del 1975 di Città del Messico, Leonard mette in mostra tutta la sua abilità pugilistica, arrivando in finale dopo aver superato, sia pur ai punti, ma sempre con verdetto unanime (5-0), lo svedese Carlsson, il sovietico Limasov, il britannico McKenzie, il tedesco est Beyer e, in semifinale, il polacco Szczerba.

L’ultimo ostacolo, però, è tutt’altro che semplice, dovendo affrontare il cubano Andres Aldama i cui avversari, nei quattro incontri precedenti, non hanno mai concluso il match in piedi, con il bulgaro Kolev andato addirittura k.o. al primo round in semifinale, percorso questo abbastanza insolito per una categoria come i welter junior, dove competono pugili al di sotto dei 63,5 kg.

L’incontro che, pertanto, oppone la tecnica alla potenza, vede Leonard dominare l’avversario che non riesce mai a centrarlo con il suo poderoso destro, cogliendo la sesta vittoria ai punti con verdetto unanime, stavolta confortato dai due conteggi subiti da Aldama che proprio non riesce ad “inquadrare” il suo più abile avversario.

E mentre il forte pugile cubano avrà modo di riscattarsi vincendo l’oro quattro anni dopo a Mosca 1980 superando in finale l’ugandese John Mugabi che avrà poi una discreta carriera da professionista, Leonard sarà uno grandi dei protagonisti del pugilato mondiale negli anni Ottanta con sfide che rimarranno nell’epica del pugilato. Ma quel che più conta, la sera del 31 luglio 1976, è che la delusione olimpica per la mancata partecipazione di quattro anni prima è infine dimenticata.

IL TRIENNIO DI LUCIANO SUSANJ AI VERTICI DEL MEZZOFONDO INTERNAZIONALE

Luciano Susanj all’arrivo della Finale di Roma 1974 – da:sportklub.rs

Articolo di Giovanni Manenti

Nazione capace di eccellere negli Sport di squadra – non a caso, nel medagliere Olimpico ha ottenuto 7 allori da Basket e Pallanuoto e 5 da Calcio e Pallamano – la ex Jugoslavia ha viceversa visto raramente primeggiare i propri rappresentanti in Discipline individuali quali ad esempio l’Atletica Leggera, dove nessun atleta di ambo i sessi è mai salito sul gradino più alto del Podio ai Giochi, così come nelle Rassegne Iridate …

La situazione è leggermente migliore per quanto concerne i Campionati Europei, dove gli atleti dell’ex Repubblica socialista hanno conquistato 6 titoli continentali, due dei quali da parte della mezzofondista Vera Nikolic – della quale abbiamo già trattato – capace di imporsi sulla distanza dei m.800 nelle edizioni di Budapest 1966 ed Helsinki 1971, cui fa seguito l’affermazione di Snezana Pajkic sui m.1500 nel 1990 a Spalato.

Altrettanti titoli europei giungono in campo maschile, dove ad essere privilegiato è il settore dei Concorsi, che vede Milos Srejovic imporsi nel Salto triplo nell’edizione di Praga 1978 e Dragutin Topic fare altrettanto nel Salto in alto nel 1990 a Spalato, peraltro tutti e quattro (comprese Nikolic e Pajkic …) di nazionalità serba, così che l’unica “voce fuori dal coro” è quella del protagonista della nostra Storia odierna, l’alter ego della Nikolic nel mezzofondo maschile …

Luciano Susanj, difatti, nasce il 10 novembre 1948 a Rijeka, nell’attuale Croazia, e che sino al 1945 apparteneva all’Italia sotto il nome di Fiume (dal che si può comprendere il nome di battesimo attribuito a Susanj …), per poi iniziare a praticare atletica nel Club AK Kvamer della sua città natale, mettendosi in luce nel biennio 1966-’67 che lo vede aggiudicarsi 5 titoli juniores cimentandosi su varie distanze in pista, dai 100 ai 400 metri piani ed ad ostacoli, tanto da essere selezionato per i Campionati Europei di Atene 1969, dove peraltro non supera le batterie dei m.400 piani, classificandosi quinto nella prima serie con il tempo di 48”4.

Ancora per qualche anno il giro di pista è la specialità preferita dal giovane croato, che nel 1972 scende a 45”9 e prende parte alla Rassegna Continentale Indoor di Grenoble dove sfiora il podio, quarto in Finale con 47”85 nella Finale vinta in 47”24 dal tedesco occidentale Georg Nuckles, per poi l’anno seguente cogliere le prime affermazioni di prestigio, ovvero imponendosi sulla medesima distanza ai Campionati Europei Indoor di Rotterdam con il record dei Campionati di 46”38 – per poi, in Coppa Europa a Celje, in Slovenia, stabilire il suo “Personal Best”  in carriera sulla distanza con il tempo di 45”93 – ed iniziare ad “esplorare” i m.800 che lo vedono far suo l’Oro il 24 agosto 1973 in 1’47”12 ai Giochi Balcanici di Atene …

Sicuramente un test, quello della Capitale ateniese, di scarso valore rispetto alla qualità degli avversari, ma che serve all’oramai 25enne Susanj per capire come sia quella la specialità su cui puntare le proprie carte per emergere a livello internazionale – in cui a fine giugno 1973 l’azzurro Marcello Fiasconero aveva migliorato in 1’43”7 il primato mondiale – ricevendo confortanti conferme in tal senso nei successivi 12 mesi, che proiettano il mezzofondista di origine croata ai vertici del doppio giro di pista.

Una stagione, il 1974, che Susanj inaugura nel migliore dei modi, aggiudicandosi il secondo titolo europeo indoor alla Rassegna Continentale di Goteborg, dove conclude la Finale sui m.800 con il tempo di 1’48”07, per poi trarre positive sensazioni in vista dei Campionati in programma a Roma dal 2 all’8 settembre, visto che due settimane prima conclude al secondo posto in 1’44”67 la gara svoltasi nell’ambito del “Weltklasse di Zurigo …

La condizione di forma espressa sulla prestigiosa pista del “Letzigrund”, pone Susanj come uno dei pretendenti al podio allorché il 2 settembre sono in programma allo “Stadio Olimpico” le batterie degli 800 metri, che non creano problemi allo jugoslavo che si impone nella terza serie con un “comodo” 1’48”4, per poi, all’indomani, concludere “fianco a fianco” (1’47”1 ed 1’47”2 rispettivamente …) nella prima delle due semifinali ad un non ancora 19enne britannico di nome Steve Ovett, destinato a scrivere, assieme al connazionale Sebastian Coe, la Storia del Mezzofondo veloce.

Da parte italiana, le speranze sono ovviamente riposte nel primatista mondiale Fiasconaro, anch’egli qualificatosi per l’atto conclusivo in un serrato arrivo nella seconda semifinale – con 5 atleti racchiusi nello spazio di 0”2 decimi, che vede escluso il rumeno Gheorghe Ghipu – il quale la sera del 4 settembre prende il via in prima corsia, mentre Susanj è in quinta dietro ad Ovett, e la sua conclamata combattività e generosità lo porta a prendere decisamente il comando, transitando in 50”10 a metà gara, un ritmo pazzesco per l’epoca, seguito dai due tedeschi orientali Diieter Fromm (Oro ed argento nelle due precedenti edizioni dei Campionati …) e Gerhard Stolle, con Susanj subito dietro …

L’intenzione dell’azzurro è chiaramente quella di imporre un’andatura tale da stroncare i suoi avversari, non riuscendo però nell’intento ed, anzi, con il risultato di fare da “lepre” per gli altri finalisti, in particolar modo Susanj che, nel momento in cui il gruppo è andato a ricomporsi, piazza all’inizio della seconda curva uno spunto che lo porta in un batter d’occhio a fare il vuoto alle sue spalle, così che il rettilineo d’arrivo si trasforma per lui in una passerella trionfale sino al traguardo, dove ferma i cronometri sul tempo di 1’44”07 – pari alla quarta miglior prestazione mondiale di allora, nonché suo “Personal Best” in carriera – mentre alle sue spalle i più immediati inseguitori “pagano dazio” venendo rimontati negli ultimi metri da Ovett e dal finlandese Markku Taskinen che, in 1’45”76 ed 1’45”89 rispettivamente, vanno a completare il podio.

L’impresa dell’Olimpico consente a Susanj di concludere la stagione al terzo posto del “Ranking Mondiale” di fine anno stilato dalla prestigiosa Rivista Usa “Track & Field News”, preceduto solo dall’americano Rick Wohlhuter e dal keniano Mike Boit, per poi salire in seconda posizione l’anno seguente alle spalle di Boit avendo ottenuto 7 vittorie e 3 secondi posti nella 10 gare disputate, con quale miglior risultato cronometrico l’1’45”23 ottenuto il 30 giugno 1975 al Meeting di Stoccolma …

A questo punto, il 27enne mezzofondista di origine croata non può certo nascondersi in vista dell’appuntamento Olimpico costituito dai Giochi di Montreal 1976, dove è, al pari degli altri, favorito dal boicottaggio in extremis degli atleti africani – tra cui i keniani Boit e John Kipkurgat – così da superare agevolmente le batterie (secondo, spalla a spalla con il 22enne belga Ivo Van Damme …) e qualificarsi per la Finale con il terzo posto nella seconda delle due semifinali, corsa in 1’47”03 preceduto anche dall’azzurro Carlo Grippo.

Rispetto alla Rassegna Continentale, sono comunque ben 5 gli atleti del Vecchio Continente schierati sulla linea di partenza della Finale che prende il via alle 17:15 ora locale di domenica 25 luglio 1976, ma tra gli altri tre vi sono il già citato Wohlhuter e, soprattutto, il cubano Alberto Juantorena che, da eccellente quattrocentista, ha deciso di doppiare ai Giochi anche sulla doppia distanza, una scelta apparsa a molti rischiosa, ma che viceversa si trasforma in una trionfale galoppata per “El Caballo” che oltre all’Oro Olimpico unisce anche il record mondiale con il tempo di 1’43”50 trascinandosi dietro Van Damme al primato nazionale di 1’43”86 che ancora resiste a quasi 50 anni di distanza e Wohlhuter a completare il podio in 1’44”12 per aver cercato di tenere il ritmo impossibile del caraibico …

Susanj fa del suo meglio concludendo sesto in 1’45”75 e l’avvenuta presa visione di come la specialità stia progredendo, unita al fatto di aver già messo su famiglia con moglie e due figli piccoli, lo consiglia a mettere fine alla sua attività agonistica, restando comunque un idolo per il proprio Paese d’origine che, con la riacquisita autonomia a fine giugno 1991, lo elegge quale “Miglior Atleta Maschile” di ogni epoca.

E c’è da dar loro ragione, visto che il tempo di 1’44”07 realizzato agli Europei di Roma non è ancora stato migliorato dopo 48 anni …    

RUDOLF SVENSSON, IL LOTTATORE ABBONATO AL PODIO OLIMPICO CHE VINCEVA IN LIBERA E GRECO-ROMANA

articolo di Nicola Pucci

Di Rudolf Svensson, lottatore svedese nato a Gudhem, area urbana della città di Falkoping, il 27 marzo 1899, possiamo davvero dire di tutto, ma non certo che non avesse un rapporto speciale con le Olimpiadi. In effetti, questo gigante di 191 centimetri d’altezza non solo fu capace di salire ben quattro volte sul podio ai Giochi, ma rappresenta anche un’eccezione visto che riuscì a farlo sia in lotta libera che in greco-romana.

Dopo aver appreso l’arte proprio a Falkoping, Svensson, che nel corso della Prima Guerra Mondiale serve il suo paese nel corpo dei Dragoni di Stoccolma, entra a far parte del Djurgardens IF, società sportiva tra le più blasonate non solo della capitale ma di tutta la Svezia, e se ai Mondiali di Helsinki del 1921 è già argento in greco-romana gareggiando nella categoria dei pesi mediomassimi riservata ai -82,5 kg, battuto solo dal finlandese Edil Rosenqvist, l’anno dopo replica il piazzamento alla rassegna iridata che va in scena a marzo proprio a Stoccolma, cedendo ancora al finnico.

In effetti, Svensson pare davvero abbonato al secondo posto, se è vero che nel 1924 fa il suo esordio alle Olimpiadi di Parigi dove, appunto, prende parte sia alla gara di greco-romana che a quella di lotta libera. E nella sua disciplina comunque preferita, liberato dell’ingombro di Rosenqvist, si trova a dover fronteggiare già al primo turno il connazionale Carl Westergren, autentica leggenda in patria nonché campione olimpico in carica nella categoria dei pesi medi, che lo atterra dopo soli 5’40” di combattimento. I due svedesi, superiori al lotto della concorrenza, vincono poi facilmente le sfide successive, per ritrovarsi di nuovo l’uno contro l’altro nel round di finale, con Westergren ad imporsi infine per decisione dei giudici, mettendosi al collo l’oro con Svensson medaglia d’argento.

Questo è quel che accadeva tra il 6 e il 10 luglio al Velodrome d’Hiver di Parigi, e qualche giorno dopo, tra l’11 e il 14 luglio, Svensson doppia lo sforzo in lotta libera ed ancora una volta, se conferma la sua classe ad altissimi livelli internazionali, si rivela un lottatore assolutamente versatile. Tra i mediomassimi lo svedese prima schiena il belga Joseph Hutmacker, poi doma ai punti il finlandese Isak Myllari e lo svizzero Charles Courant, guadagnando un’altra finale con l’americano John Spellman. E se Rudolf, già premiato con tre pesanti medaglie d’argento nelle grandi competizioni internazionali, vorrebbe tanto meritarsi la palma riservata al migliore, ancora una volta deve invece arrendersi ai punti, salendo per l’ennesima volta sul secondo gradino del podio.

Ovviamente la storia non finisce qui, ma per Svensson è tempo di salire di categoria, gareggiando tra i pesi massimi, trionfando infine agli Europei di Milano del 1925 dove si toglie lo sfizio di battere all’atto risolutivo l’ungherese Rajmund Badò. E se il successo legittima la sua collocazione tra i lottatori più forti del pianeta, lo veste anche dei panni del favorito alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, alle quali lo svedese si presenta senza l’avvallo di altre grandi prestazioni internazionali, se si esclude il secondo posto nel 1927 nel prestigioso appuntamento che ogni anno va in scena a Stoccolma, costretto ad arrendersi al tedesco Willi Muller.

Al Krachtsportgebouw della città olandese, dal 2 al 4 agosto, Svensson è decisamente superiore agli avversari, battendo già all’esordio ai punti il connazionale Hjalmar Nystrom, schienando poi il beniamino del pubblico di casa Jacob Simonis e il cecoslovacco Josef Urban, per poi, grazie al successo anche sul tedesco Georg Gehring e al forfait del’austriaco Eugen Wiesberger che non si presenta per l’ultima sfida, mettersi infine al collo una strameritata medaglia d’oro olimpica.

E non è certo finita qui, perchè nel quadriennio che segue, passando per altre due partecipazioni agli Europei che lo vedono, guarda che strano!, argento sia all’edizione del 1929 di Dortmund (superato da Gehring che si prende la rivincita tra i pesi massimi) che a quella del 1931 di Praga (dove chiude alle spalle del finlandese Onni Pellinen tra i mediomassimi), Svensson punta il mirino ad una terza partecipazione ai Giochi, che nel 1932 hanno come teatro il Grand Olympic Auditorium di Los Angeles.

E qui Rudolf, tornato nella categoria del mediomassimi, recita nuovamente la parte del protagonista assoluto, seppur il lotto degli avversari comprenda solo lo stesso Pellinen, battuto ai punti ed infine medaglia d’argento, e l’azzurro di San Giovanni in Persiceto Mario Gruppioni, schienato da Svensson e costretto ad accontentarsi del terzo gradino del podio.

Tant’è, per Rudolf Svensson è il secondo oro ai Giochi e la quarta medaglia a cinque cerchi, e se nei due anni che verranno la colleziona sarà ancor più congrua con un altro oro agli Europei di Helsinki del 1933 tra i pesi mediomassimi ed un argento alla rassegna continentale di Roma del 1934 tra i massimi, battuto dal tedesco Kurt Hornfischer, cosa rimane da aggiungere sul conto di uno dei lottatori più grandi e vincenti di sempre? Ovvio, l’introduzione nel 2005 nella FILA International Wrestling Hall of Fame.

IL QUADRIENNIO DI MARGHERITA GRANBASSI AI VERTICI DEL FIORETTO MONDIALE

Margherita Granbassi con il bronzo di Pechino 2008 – da:unicatt.it

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando, alle Olimpiadi di Barcellona 1992, la Nazionale Usa di Basket ha potuto schierare per la prima volta i Campioni della NBA – con una “carrellata” di stelle da “Magic” Johnson a Larry Bird, da Michael Jordan a Charles Barkley e così via – il termine “Dream Team” affibbiato alla selezione a stelle e strisce è iniziato ad essere abusato anche in altre Discipline e non sempre in modo del tutto appropriato …

Vi è peraltro da dire, che proprio in tale edizione dei Giochi, la Scherma femminile azzurra – all’epoca non occorreva specificare l’arma in quanto era ammesso il solo Fioretto – manda in scena un Team di agguerrite atlete che consentono all’Italia, nonostante la defezione nella prova a Squadre di Giovanna Trillini, Oro nell’individuale, di far sua per la prima volta nella Storia della Rassegna la Medaglia d’Oro, dopo averla sfiorata quattro anni prima a Seul, sconfitta in Finale dalla Germania Ovest.

Autrici dell’impresa, oltre alla Trillini, ovviamente, sono Dorina Vaccaroni, Francesca Bortolozzi, Margherita Zalaffi e Diana Bianchedi che si prendono la rivincita sulle tedesche e danno così inizio ad un periodo di trionfi senza eguali che, con l’entrata in squadra di Valentina Vezzali, le vede argento ai Mondiali di Atene 1994 e conquistare il titolo iridato l’anno seguente a L’Aja e quindi confermarsi sul gradino più alto del Podio ai Giochi di Atlanta 1996 con una netta affermazione (45-33) sulla Romania, la cui portacolori Laura Badea aveva sconfitto la Vezzali nell’assalto valevole per l’0ro Individuale …

Azzurre che poi inanellano il terzo trionfo consecutivo quattro anni dopo ai “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000 schierando Vezzali, Trillini e Bianchedi (che ad Atlanta si era infortunata, sostituita da Bortoluzzi …) dopo che, nel quadriennio post olimpico si erano aggiudicate il titolo iridato ai Mondiali di Città del Capo 1997 e La Chaux de Fonds 1998, nel mentre a livello individuale erano salite sul gradino più alto del podio Trillini nel 1997 e Vezzali nel 1999 a Seul.

Questa premessa doverosa per far comprendere al lettore sia quale fosse la forza del Team azzurro di Fioretto nell’ultimo decennio del XX Secolo quanto non fosse assolutamente facile entrarvi a far parte, come se le “Big Three” Bianchedi, Trillini e Vezzali – rispettivamente di 31, 30 e 26 anni a fine 2000 – dovessero fungere come una sorta di sbarramento per le eventuali aspiranti a farne parte …

Ma tali imprese, specie quelle Olimpiche che appaiono sui teleschermi di tutto il Pianeta, suscitano anche l’ammirazione ed il desiderio di imitarne le gesta da parte di chi, ancora in giovane età, si trova davanti al televisore, e questa scintilla scocca nella mente di una non ancora 13enne che viene letteralmente folgorata dalla classe e grinta della Trillini allorché, pur con un problema al ginocchio, riesce a far suo l’Oro di Barcellona 1992, così da iniziare a sognare di poter un giorno fare altrettanto …

Quella ragazzina risponde al nome di Margherita Granbassi, nata a Trieste ad inizio settembre 1979, per la quale non è del resto poi così difficile dedicarsi alla Scherma, visto che è l’ultima di quattro fratelli (Giovanna, Manlio e Francesco …) tutti dediti a salire in pedana arma in pugno, così, dopo aver iniziato con il fare il tifo per i suoi, tocca a lei impugnare il fioretto, sotto la guida del Maestro Andrea Magro che ne affina l’indubbio talento e la porta a conquistare una serie di importanti affermazioni a livello giovanile, sia in Italia che all’estero, visto che da “Cadetta” è argento ai Mondiali di Parigi e quindi ripete tale piazzamento alla Rassegna Iridata Juniores di Keszthely.

Fattasi pertanto già un nome a livello giovanile, la Granbassi – che nel frattempo si è anche diplomata al Liceo Linguistico – è pronta all’ingresso dalla porta principale nel “Mondo dei Grandi”, coincidente con l’inizio del terzo Millennio che la vede quale componente (assieme, ovviamente alle “veterane” suindicate …) della formazione che si aggiudica il titolo europeo alla Rassegna Continentale svoltasi ad inizio luglio 2001 a Coblenza, con Vezzali a far suo il titolo individuale in una delle tante “sfide in famiglia” con la concittadina Trillini, un successo che le vale la selezione per i Mondiali in programma a Nimes a fine del successivo mese3 di ottobre, se non fosse che …

Già, perché ad una settimana dall’inizio della Rassegna, la 22enne triestina subisce un grave infortunio al ginocchio in allenamento, addio Mondiali e soprattutto operazione chirurgica e 7 mesi di inattività prima di ritornare a gareggiare ma mai più come prima dell’incidente, anche se due componenti l’aiutano non poco, ovvero il ricordo dello stoicismo dell’ora sua compagna di squadra Trillini ed un carattere estroverso e sempre improntato all’ottimismo, che Margherita esterna con un sorriso che non può non diventare coinvolgente per tutti coloro che le gravitano attorno.

Sostituita in squadra da Frida Scarpa, le azzurre conquistano il titolo e glielo dedicano, mentre la Granbassi si trasferisce a Narni sotto la guida del Maestro Giulio Tomassini e, fra allenamenti e riabilitazione, riesce a recuperare per il 2003, stagione in cui, dopo il bronzo nella tappa de L’Avana del Grand Prix, recupera il posto in squadra e contribuisce all’argento ai Campionati Europei 2003, con l’Italia sconfitta in Finale dalla Polonia …

L’anno seguente sono in programma le Olimpiadi di Atene 2004, ma per quell’assurda rotazione imposta dal CIO, ne sono escluse le prove di Fioretto e Sciabola femminili a squadre, uniche gare che costituiscono i Mondiali di metà aprile a New York che l’Italia, con Vezzali, Trillini, Granbassi ed una 21enne esordiente Elisa Di Francisca, si aggiudica, mentre l’esordio ai Giochi della triestina si ferma al secondo turno, sconfitta 9-15 dalla francese Adeline Wuillème e quindi in tribuna a fare il tifo per le due jesine che duellano per l’Oro, con la più giovane Vezzali ad avere la meglio 15-11.

Quello fra le due fuoriclasse appare come un “duopolio” che nessun’altra può permettersi di scalfire, anche se ai Campionati Europei di Zalaegerszeg 2005 un Team inedito composto da Granbassi, Di Francisca, Valentina Cipriani ed Ilaria Salvatori si aggiudica il titolo continentale superando in Finale le favorite russe, come dire che i ricambi in casa azzurra non mancano e l’attesa, in vista dell’impegno Olimpico di Pechino 2008, è ora tutta rivolta alla Rassegna Iridata che il Bel Paese è chiamato ad ospitare dal 30 settembre al 7 ottobre 2006 a Torino …

Oramai nel pieno della maturità psicofisica, la 27enne triestina è pronta a giocarsi le sue carte e, perché no, a fare uno “scherzetto” alle sue più celebri connazionali, occasione che le si presenta allorché l’intero terzetto azzurro si qualifica per le semifinali, assieme all’ungherese Aida Mohamed, destinata a fare la figura del “Vaso di coccio fra vasi di ferro” ed, infatti, opposta alla “cannibale” Vezzali, non ha scampo, con la 32enne marchigiana a non avere pietà (15-3) e qualificarsi così per la sua sesta Finale iridata, per poi toccare a Margherita incrociare le lame con il suo idolo di gioventù, da lei ahimè “imitato” anche con la rottura del crociato del ginocchio che aveva costretto la Trillini a disputare la Finale olimpica con un vistoso tutore.

Una fase della Finale iridata fra Granbassi e Vezzali – da:margheritagranbassi.com

Ma in pedana non si fanno sconti, ed anche se la grinta e determinazione della Campionessa olimpica non fanno trasparire i 9 anni di differenza di età, alla fine la Granbassi mantiene la concentrazione necessaria per far suo l’assalto 15-8 e prepararsi per quella che, in base alle previsioni, si presenta come una “Mission Impossible”, ovvero affrontare una Vezzali vincitrice delle ultime due edizioni nel 2003 e 2005, oltre alla doppia affermazione ai Giochi di Sydney 2000 ed Atene 2004 …

Quando però ci si scambia il saluto si parte entrambe da 0-0 e così Margherita punta sulla sorpresa, portandosi sul 3-0, non che la cosa sconvolga più di tanto Valentina che, difatti, recupera sino al 4-4 per poi accasciarsi a terra perché anche il suo ginocchio non è al meglio, facendole male sin dalle prime gare del mattino e qui viene fuori tutta l’empatia e l’umanità della triestina che, avendo ben sperimentato sulla propria pelle cosa si provi in momenti simili, la aiuta a rialzarsi, le parla e poi, indossata la maschera, “rivali” in pedana, con la Campionessa in carica a riuscire a portarsi sul 6-5 a proprio favore, prima che Granbassi assesti la stoccata che manda la sfida al minuto supplementare, dove riesce a toccare con quell’affondo che vale un titolo mondiale e, per la prima volta in assoluto, tre fiorettiste italiane salgono sul podio …!!

La Granbassi festeggia il titolo mondiale 2006 – da:margtheritagranbassi.com

Le non perfette condizioni fisiche della Vezzali non consentono di bissare il titolo a squadre, con le azzurre sconfitte in Finale dalle russe, ma ormai il nuovo “Dream Team” è varato e dà ulteriore prova della propria forza l’anno seguente alla Rassegna Iridata di San Pietroburgo, dove le “terribili tre” si dividono per la seconda edizione consecutiva le tre medaglie, con la sola differenza che, stavolta, la ripetizione dell’assalto decisivo se lo aggiudica la Vezzali per 11-8, con l’Italia ad incappare successivamente in una clamorosa battuta d’arresto nella prova a squadre, eliminata 16-17 dal Giappone ai Quarti …

Forse anche perché stavolta tocca a Margherita sentire che qualcosa non va nel proprio ginocchio, così che, tornata in Italia, si sottopone ad un nuovo intervento chirurgico per anticipare i tempi di recupero in vista dell’appuntamento di Pechino che, oramai alla soglia dei 29 anni, può rappresentare un’ultima occasione per aggiudicarsi una medaglia olimpica …

L’intervento riesce, la riabilitazione pure e la Granbassi si presenta nella Capitale cinese dopo aver conquistato l’argento ai Campionati Europei di inizio luglio a Kiev – sconfitta peraltro proprio da quella Wuillème che le aveva sbarrato la strada quattro anni prima ad Atene – ed il terzetto azzurro (altresì ai primi tre posti del Ranking …) nella veste di grande favorito …

Esentate dal primo turno, Valentina, Giovanna e Margherita approdano compatte sino ai Quarti (con la sola Vezzali a soffrire un po’ per avere ragione 10-7 della cinese Zhang Lei …), dove si decide l’accesso alla zona medaglie per un qualcosa di “Déja vu” nelle due precedenti edizioni dei Mondiali, ovvero con il trio azzurro presente con assoluta autorità – Granbassi supera 12-7 la russa Yevgenya Lamonova – con a fare da “quarta incomoda” la sudcoreana Nam Hyeon-Hui che si dimostra meno malleabile dell’ungherese Mohamed, visto che si impone per 15-10 sull’oramai 38enne Trillini ed alla sua quinta partecipazione olimpica, negandole così la gioia di una terza Finale Olimpica individuale, mentre nell’altra semifinale la Vezzali ha “preso le misure” alla triestina, imponendosi per 12-3, per poi venire a capo, con esperienza e freddezza al momento giusto, della Nam in una Finale estremamente tattica conclusa sul 6-5.

A differenza dei Mondiali – che assegnano il bronzo ad entrambe le sconfitte in semifinale – alle Olimpiadi è prevista anche la sfida per il bronzo ed è quanto mai significativo che nell’ultima sua gara olimpica a livello individuale, la Trillini si ritrovi di fronte proprio quella che, da sempre, è stata la sua prima tifosa, ed anche se in pedana le due non se le risparmiano, come è giusto che sia, il successo per 15-12 della Granbassi certifica, da un lato, l’unica gara in cui la jesina non è andata a medaglia ai Giochi e, dall’altro, la conquista da parte della triestina dell’unico alloro che ancora mancava alla propria collezione …

Al quale ne aggiunge un secondo con il bronzo nella prova a squadre, ottenuto a spese dell’Ungheria dopo essere state sconfitte di un soffio (21-22) dalla Russia in semifinale e, se questo è il passo d’addio per la veterana Trillini, per la Granbassi potrebbe schiudersi un altro periodo ad alti livelli se non fosse che, dopo il titolo iridato a squadre ai Mondiali di Antalya 2009, dove le azzurre si prendono una succulenta rivincita sulle russe, annientate 45-33, gli infortuni tornano a tormentarla, con la frattura della caviglia destra, un problema alla mano con cui impugna il fioretto e quindi, dulcis in fundo, ripetuti infortuni al ginocchio che non le consentono più di tornare ad essere competitiva …

Essere comunque riuscita a tenere testa a due “cagnacce” (in senso sportivo, ovviamente …) come Giovanna e Valentina ed accolta e benvoluta nel “Dream Team” resta un punto di orgoglio indissolubile che poche altre possono vantare …

Il tutto, ovviamente, condito da quel sorriso per il quale, senza tema di smentita, Margherita non ha mai avuto eguali …