RORY UNDERWOOD, L’ALA DEL RUGBY INGLESE ABITUATA A VOLARE

England v Ireland - Five Nations Championship
Rory Underwood in azione contro l’Irlanda nel ’94 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Rugby è uno sport che prevede, a parte le doti fisiche, una combinazione tra abilità nel gestire la palla ovale con le mani e nel saperla adeguatamente calciare, specialità, quest’ultima, solitamente appannaggio dei mediani di mischia o di apertura, nella stragrande maggioranza dei casi chiamati a trasformare le mete dei compagni od ad incaricarsi di centrare i pali sui calci piazzati, quando non eccellino altresì nel drop, chiave tattica importante contro difese arcigne e ben chiuse.

Ciò porta alla conseguenza che siano proprio costoro a primeggiare nelle Classifiche delle varie Nazioni quanto a punti realizzati – due esempi per tutti, Jonny Wilkinson in casa inglese, dall’alto dei suoi 1.179 a cui hanno contribuito i ben 36 drop messi a segno, e Dan Carter per la Nuova Zelanda, leader mondiale dall’alto dei suoi 1.598 punti, impreziositi da 29 mete rispetto alle sole 6 del collega d’Oltremanica – ma è indubbio che ad entusiasmare il pubblico sono le iniziative di coloro che, con le loro caratteristiche di velocità ed agilità, riescono a depositare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, vale a dire le ali.

E. tra coloro che meglio hanno saputo interpretare questo ruolo, un posto di rilievo spetta senza alcun dubbio all’eclettica ala inglese Rory Underwood, per 15 anni terrore delle difese avversarie in patria nelle file del Leicester, nonché per 12 anni titolare indiscusso nel ruolo in Nazionale, di cui indossa la maglia in 85 occasioni, sempre scendendo in campo da titolare, periodo durante il quale realizza 210 punti, tutti frutto delle 49 volte in cui ha saputo depositare l’ovale oltre la linea di meta, record “All Time” ed, al momento, ineguagliabile per il XV della rosa, laddove si pensi che dietro di lui vi è Ben Cohen a quota 31 e, tra coloro in attività, non vi è traccia di chi possa far meglio.

Rory Underwood nasce a Middlesbrough il 19 giugno 1963 ed i suoi tratti somatici stanno a testimoniare le sue doppie origini, in quanto figlio di un ingegnere inglese che, trasferitosi per lavoro in Malaysia, sposa una ragazza di origini cinesi e, dopo aver trascorso l’infanzia nel citato Paese asiatico, fa rientro nel Regno Unito all’età di 13 anni, avendo così modo di frequentare un Istituto privato, la “Barnard Castle School”, nella Contea di Durham, nel Nordest dell’Inghilterra, dove ha occasione di conoscere come compagno di studi Rob Andrew, con il quale dividerà la pressoché intera carriera in Nazionale.

Concluso il liceo, Rory entra a far parte della “RAF College Cranwell”, l’Accademia dell’Aeronautica inglese, dove diviene pilota abbinando il servizio militare all’attività sportiva – all’epoca ancora dilettantistica – che lo vede tesserato per i Leicester Tigers dall’estate ’83 e con i quali trascorre pressoché interamente la sua carriera, fatta salva la stagione dell’addio nelle file dei Bedford Blues.

Delle sue qualità di ala veloce e scattante non tarda ad accorgersene anche il selezionatore Dick Greenwood, che lo fa esordire in Nazionale il 18 febbraio 1984 a Twickenham nel match vinto per 12-9 contro l’Irlanda ed, alla successiva presenza, Underwood va per la prima volta in meta al “Parc des Princes” a Parigi, non potendo peraltro evitare una pesante sconfitta per 18-32 contro i rivali storici francesi.

Non è, quello degli anni ’80, un decennio di gloria per il XV inglese, a dimostrazione del quale valga il fatto che riesce nella non facile impresa di non aggiudicarsi nessuna delle edizioni del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni”, così come ha vita breve il cammino in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo che si svolge in Australia e Nuova Zelanda tra fine maggio e giugno ’87, con l’Inghilterra eliminata nei Quarti dal Galles ed Underwood a mettere a segno le sue prime due mete nella Rassegna iridata nella larga vittoria per 60-7 sul Giappone.

A consolazione della non esaltante performance nell’emisfero australe, giunge per Underwood il primo dei suoi due titoli nazionali con i Tigers al termine della successiva stagione ’88, vinto con un solo punto di vantaggio sui London Wasps, ma per fortuna con l’ingresso nell’ultima decade del XX secolo le cose cambiano e non di poco, grazie all’avvicendamento alla guida tecnica della Nazionale di Geoff Cooke, dopo le deludenti esperienze del già citato Greenwood e del suo successore, Martin Green.

L’anno della svolta è il 1991, in cui è in programma ad ottobre la seconda edizione della Coppa del Mondo, organizzata congiuntamente dai Paesi che partecipano al “Cinque Nazioni”, torneo, quest’ultimo, che l’Inghilterra torna a vincere ad 11 anni di distanza dal suo ultimo successo.

Ed Underwood, che aveva chiuso il 1990 con 25 mete all’attivo nelle 42 presenze in Nazionale sin qui disputate, è protagonista nel “Grande Slam” inglese, andando a segno nella vittoria per 16-7 al “Lansdowne Road” di Dublino del 2 marzo ’91, per poi realizzare l’unica meta della sua squadra nell’ultimo e decisivo match disputato il 16 marzo a Twickneham contro una Francia anch’essa a punteggio pieno, in un incontro che viene ricordato per la straordinaria meta realizzata in avvio di gara – sul punteggio di 3-0 per i padroni di casa – dall’ala francese Philippe Saint-André, non a caso votata “Meta del Secolo” allorché nel 2009 il “Tempio del Rugby” inglese festeggia i suoi 100 anni di vita.

Con Andrew a rimettere le sorti dell’incontro il parità con uno dei suoi drop (saranno 21 in totale in carriera …) e l’estremo Hodgkinson da una parte e l’apertura Camberabero dall’altra infallibili sui piazzati, il break decisivo in chiusura di tempo lo mette a segno Underwood, finalizzando al meglio un’azione alla mano che vede l’ovale passare velocemente dalla mani di Andrew a quelle di Guscott per poi consentire alla guizzante ala di depositare lo stesso oltre la linea di meta per il 18-9 con cui le due squadre vanno al riposo.

Il tentativo di rimonta francese nella ripresa, con due mete di Mesnel e Camberabero, di cui una sola trasformata da quest’ultimo, viene arginato dall’ennesima punizione in mezzo ai pali di Hodgkinson per il sofferto 21-19 conclusivo che porta l’Inghilterra a sollevare nuovamente il trofeo dopo un decennio di amarezze per la gioia dei 61mila presenti sulle tribune, che percepiscono tale successo come di buon auspicio in vista della prossima Coppa del Mondo.

Manifestazione che per il XV di Cooke inizia in salita, in quanto, inserito nel Gruppo 1 assieme a Nuova Zelanda, Italia e Stati Uniti, l’esordio contro gli All Blacks Campioni in carica vede questi ultimi imporsi per 18-12, con conseguente accesso ai Quarti di Finale come seconda nel Girone – senza problemi le altre due sfide contro Italia e Stati Uniti, travolte rispettivamente per 36-6 e 37-9, con Underwood a segno una e due volte rispettivamente – ed incrocio contro una Francia desiderosa di riscattare la sconfitta del “Cinque Nazioni”, potendo contare sul fattore campo, disputandosi l’incontro al “Parc des Princes” di Parigi.

Con l’Inghilterra in vantaggio per 6-3 grazie a due piazzati di Webb cui aveva risposto Lacroix per i padroni di casa, tocca ancora ad Underwood piazzare un primo break, grazie ad una percussione di Guscott che penetra nella retroguardia transalpina per poi aprire sulla sinistra all’accorrente ala per la più agevole delle mete che determina il 10-6 con cui le due squadre vanno al riposo, un divario che poi trova la sua giusta dimensione numerica nella ripresa allorché, dopo che Lafond aveva riequilibrato le sorti dell’incontro con una meta e Webb riportato avanti i suoi centrando i pali su punizione, tocca stavolta al capitano Carling mettere il sigillo all’incontro con una meta nei minuti di recupero, trasformata da Webb per il 19-10 conclusivo che ribadisce la superiorità inglese contro le avversarie del Vecchio Continente.

Un dominio confermato dalla sofferta vittoria per 9-6 in semifinale sulla Scozia al “Murrayfield” di Edimburgo, dove la differenza, con due piazzati a testa di Webb da una parte e Gavin Hastings dall’altra, la fa ancora una volta un drop di Andrew, per poi vedere sfumare il sogno di essere la prima Nazionale Europea a sollevare la Webb Ellis Cup con un’altra sconfitta a Twickenham, in cui l’Inghilterra è superata per 12-6 dall’Australia di Michael Lynagh e David Campese.

La Rassegna iridata serve anche a confermare una specifica particolarità di Underwood per la quale facilita il compito del Commissario Tecnico, vale a dire la possibilità di essere schierato indifferentemente a destra od a sinistra dell’attacco, una duttilità che fa sì che nei primi due match di Coppa del Mondo indossi il n.14 che spetta all’ala destra (con Chris Oti a sinistra), per poi vestire la maglia n.11 di ala sinistra contro Stati Uniti e Francia (rilevato a destra da Nigel Heslop), mantenendo tale ruolo anche in semifinale e Finale quando sull’altro lato del capo operava Simon Halliday.

La presa di coscienza della propria forza viene ribadita in termini imbarazzanti nella successiva edizione del “Cinque Nazioni” ‘92, che l’Inghilterra si aggiudica completando il secondo “Grande Slam” consecutivo con punteggi umilianti per le avversarie – 25-7 ad Edimburgo sulla Scozia, 38-9 interno all’Irlanda, 31-13 contro la Francia al “Parc des Princes” ed addirittura un 24-0 nell’ultima gara a Twickenham a danno del Galles – ed in cui Underwood va a segno in ognuna delle prime tre sfide.

Ma la stagione ’92 passa alla storia per un evento che non si verificava da ben 55 anni, da quando cioè i fratelli Arthur ed Harold Wheatley erano scesi in campo il 20 marzo 1937 a Murrayfield nel match vinto per 6-3 contro la Scozia.

Già, perché Rory ha un fratello, Tony, di 6 anni più giovane, nato nel febbraio ’69 ad Ipoh, allorché la famiglia viveva in Malaysia, ed anch’esso milita come il fratello nei Leicester Tigers, nonché ricopre lo stesso ruolo di ala, solo operando esclusivamente sul fianco destro dell’attacco.

Questa circostanza si verifica in un “test match” di altrettanta importanza storica – dopo che Tony aveva debuttato il mese prima nel 26-13 imposto dall’Inghilterra al Canada a Wembley – in quanto celebra il ritorno sulla scena internazionale del Sudafrica dopo l’abolizione del bando a seguito del regime di apartheid vigente nel Paese, e la gara, andata in scena a Twickenham davanti a 54mila spettatori, vede i padroni di casa prevalere per 33-16 con ad andare in meta il minore degli Underwood, per la prima delle 13 volte in cui potrà vantare questa soddisfazione.

E, sempre a proposito di primati, l’anno seguente, in cui l’Inghilterra abdica nel “Cinque Nazioni” a dispetto del fatto di aver sconfitto sia Francia che Scozia che concludono ai primi due posti, proprio il match contro gli uomini delle “Highlands”, disputato il 6 marzo ’93 a Twickenham e concluso sul 26-12, entra nella storia per essere il primo in cui due fratelli vanno entrambi in meta, evento che si ripete nei due test match dell’autunno ’94 – dopo che l’Inghilterra aveva conclusa seconda il “Cinque Nazioni” per un’inattesa sconfitta interna di misura (12-13) contro l’Irlanda – allorché prima Tony va due volte a segno e Rory uno contro la Romania e poi le parti si invertono, con il maggiore dei due fratelli a fare “doppietta” rispetto all’unico acuto di Tony contro il Canada.

Avere due fratelli a presidiare le corsie esterne è un vantaggio non da poco anche per il nuovo Tecnico Jack Rowell, in carica da inizio giugno ’94, e che lo stesso sfrutta nel migliore dei modi nella stagione ’95, che porta al Mondiale in Sudafrica, e che l’Inghilterra inaugura completando il suo terzo “Grande Slam” nel Torneo continentale, con i due Underwood a dividersi i compiti, vale a dire Tony a contribuire alle vittorie contro Irlanda (20-8 a Dublino con una sua meta) e Francia, travolta 31-10 a Londra grazie anche a due sue realizzazioni, nel mentre Rory va due volte in meta nel 23-9 di Cardiff contro il Galles, lasciando al piede educato di Andrew (7 piazzati ed un drop) l’onore di realizzare tutti i punti nel 24-12 dell’ultima giornata contro la Scozia.

Finalista quattro anni prima e con tre Grandi Slam in un quinquennio nel “Cinque Nazioni”, l’Inghilterra si presenta come una delle favorite al Mondiale sudafricano, un’edizione in cui il XV della Rosa si identifica proprio nei due fratelli ed in Rob Andrew, all’apice della forma a dispetto, come Rory del resto, dei 32 anni ormai suonati.

Le prime due gare del Girone eliminatorio non fanno che confermare questa certezza, visto che il 24-18 sull’Argentina all’esordio è targato esclusivamente dal mediano di apertura – 6 piazzati e due drop – mentre nel più sofferto del previsto 27-20 contro l’Italia di Cutitta e Dominguez, vanno in meta sia Rory che Tony, con Andrew ad incaricarsi di una trasformazione, cui abbina altre 5 punizioni in mezzo ai pali.

Il sorteggio dei Campioni in carica dell’Australia nel Gruppo 1 assieme al Sudafrica – da cui vengono sconfitti 18-27 al debutto – fa sì che nei Quarti di finale l’Inghilterra debba affrontare proprio i Wallabies per la terza volta al Mondiale, riuscendo stavolta a prendersi la rivincita della sconfitta patita a Twickenham imponendosi per 25-22 grazie ad un drop vincente di Andrew nei tempi supplementari, dopo che Tony Underwood aveva messo a segno l’unica meta dell’incontro per i propri colori involandosi in un contropiede da metà campo, per quella che è la prima vittoria nella Rassegna iridata da parte inglese contro una formazione dell’emisfero australe.

Ben diverso, purtroppo, l’esito della semifinale in cui l’Inghilterra viene travolta, 45-29, non tanto dalla Nuova Zelanda quanto dalla furia inarrestabile dell’appena 20enne Jonah Lomu, un gigante di quasi 2 metri per 120 chili, il quale realizza 4 mete travolgendo tutto quello che gli si para davanti, e ne sa qualcosa il “povero” Tony Underwood, letteralmente calpestato in occasione di una delle citate segnature, mentre l’onore della famiglia (e del XV inglese …) viene salvato nella ripresa da Rory, autore di due mete.

Demoralizzata e sconfitta 19-9 dalla Francia nella Finale per il terzo posto, l’Inghilterra conquista il suo quarto “Cinque Nazioni” nel ’96 sopperendo alla sconfitta contro i transalpini al debutto con tre successive vittorie, tra cui quella decisiva per 18-9 ad Edimburgo contro la Scozia, con Rory Underwood – che l’anno prima si era aggiudicato il suo secondo titolo nazionale con Leicester – a concludere la sua esperienza coi colori del proprio Paese nell’incontro dell’ultima giornata, un 28-15 a spese dell’Irlanda, disputatosi il 16 marzo ’96 a Twickenham di fronte a ben 75mila spettatori che, il 3 febbraio, lo avevano visto depositare per la 49.ma ed ultima volta l’ovale oltre la linea di meta nel successo contro il Galles.

A 33 anni, per Rory Underwood l’ora del ritiro è ormai prossima, giocherà un’ultima stagione con i Tigers per poi chiudere la carriera a Bedford, con un record in Nazionale di 85 presenze che lo hanno visto conquistare 55 vittorie a fronte di 28 sconfitte e 2 pareggi, con il già ricordato primato assoluto di 49 mete realizzate – per fare un paragone, meglio di lui, nelle grandi Nazionali, hanno fatto solo il gallese Shane Williams con 58, l’australiano David Campese con 64 ed il sudafricano Bryan Habana con 67 – per un totale di 210 punti, una cifra penalizzata dal fatto che sino al 1991 la meta era valutata 4 punti rispetto ai 5 attuali.

E pensare che Rory Underwood, da molti giudicato una delle più forti ali di ogni epoca, avrebbe potuto fare molto di più se solo si fosse sottoposto (all’apice della forma era alto m.1,77 per 85kg. …) ad un regime alimentare più adeguato per un atleta, visto che il compagno di Nazionale Brian Moore ebbe a dichiarare come “Rory seguisse la più sconvolgente delle peggiori diete mai viste per un atleta di tale livello, abbuffandosi di patatine fritte, hamburger, dolci, gelati e bevendo Coca Cola, comportandosi come un ragazzino, ed il bello è che lo ammetteva pure …!!”.

Ah, bella mia sana e salutare dieta Mediterranea ….

 

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L’ORO SUPERGIGANTE DI DANIELA CECCARELLI AI GIOCHI DI SALT LAKE CITY 2002

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Daniela Ceccarelli sul podio – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Che l’Italia sia paese di santi, poeti e navigatori è cosa nota. Ma visto che la natura è stata benevola nel fornire lo Stivale, oltrechè di mare e sole, anche di montagne e neve, ecco che qualche buon sciatore, così come qualche valida sciatrice, siamo riusciti a partorirli. Ad esempio Daniela Ceccarelli, curiosamente nata in una zona, Frascati, dove più dei monti per gli sport invernali, il profilo altimetrico si evidenzia per colline fertili per la produzione di vino. Tant’è, la laziale, che poi ha la sua evoluzione sportiva al Club Selvino di Bergamo, è protagonista di una vicenda olimpica di grido, ed a lei dedichiamo spiccioli di racconto.

Classe 1975, la Ceccarelli affina eccellenti doti nelle discipline veloci grazie all’esperto contributo del maestro Tony Morandi, già mentore di quella Paoletta Magoni che colse l’oro in slalom nella nebbia dei Giochi di Sarajevo del 1984, e dopo aver chiuso al secondo posto nella classifica generale di Coppa Europa nel 1997 alle spalle dell’asburgica Marianna Salchinger, entra a far parte della squadra nazionale A, affacciandosi al palcoscenico prestigioso della Coppa del Mondo. Daniela si disimpegna egregiamente in discesa libera, dove può far valere sensibilità di piede alle alte velocità, e in supergigante, palesando abilità nel disegnare le curve a 100 all’ora.

Ad onor del vero le prime stagioni regalano ben poche soddisfazioni alla ragazza laziale, che solo nel dicembre 2000, con il sesto posto nel supergigante di Lake Louise, trova posto tra le migliori dieci. Esattamente un anno dopo, il 22 dicembre 2001, sale invece sul secondo gradino del podio, sempre in supergigante, a St.Moritz, battuta di 75 centesimi dalla connazionale Karen Putzer, ed è l’inizio della fase più gloriosa del suo personalissimo curriculum, confermato dal terzo posto a gennaio nella discesa di Cortina alle spalle delle due regine della specialità, Renate Goetschl e Isolde Kostner. Che di lì a qualche settimana si presentano nelle vesti di favorite delle prove olimpiche di Salt Lake City 2002, programmate sulle piste  di Snowbasin.

Daniela ovviamente è allineata al via anche in discesa, dove non va oltre un modesto 20esimo posto, distante 2″47 dalla sorprendente francese Carole Montillet che soffia la medaglia d’oro alla Kostner, per poi figurare al 15esimo posto nella combinata che certifica il talento universale della croata Janica Kostelic. Ma il 17 febbraio la Ceccarelli ha segnato sull’agenda data e luogo appropriato per meritarsi l’apoteosi, ed è lì che andiamo a rivivere emozioni indimenticabili. Tinte d’azzurro.

La stagione in corso ha mandato in scena già quattro gare di supergigante, con la Germania a farla da padrona (Hilde Gerg vincitrice a Val d’Isere e Cortina e Petra Haltmayr a sorprendere tutte a Lake Louise) e l’Italia a tenerle degnamente testa (appunto la Putzer prima in Svizzera). Il ventagio delle pretendenti alle medaglie è ovviamente ampio, anche perché le regine Goetschl e Kostner sono ancora a bocca asciutta e pretendono di riscattarsi nel giorno più importante, che ha il conforto di un sole abbacinante ad illuminare la scena. Quasi a presagio di quel che sta per accadere.

Ed accade che Karen Putzer, con la sua sciata composta, stilisticamente perfetta ed esente da pecche, seppur con una piccola sbavatura nella parte alta del tracciato, scenda a valle guidando magistralmente gli sci con il suo bel pettorale numero 2, fermando i cronometri sul tempo di 1’13″86, due secondi meglio della Haltmayer che ha aperto le danze sul manto nevoso. Che è già un bel limite da abbattere. Le due austriache Dorfmeister e Meissnitzer, che quattro anni prima a Nagano salirono sui due gradini più bassi del podio alle spalle di Picabo Street, sono dietro di una spanna e chiuderanno poi in quarta e sesta posizione, e già a Karen cominciano a brillare gli occhi. Anche perché le stesse Goetschl e Montillet, annunciate tra le più pericolose, terminano a distanza di sicurezza. Ma è destino che la giornata, da solare, diventi radiosa, per i colori azzurri in generale e per Daniela Ceccarelli in particolare, pettorale numero 9, che a differenza della collega di bandiera neanche commette la benchè minima imperfezione, passandole davanti per l’inezia di 27 centesimi, provvisoriamente delineando una classifica con l’Italia ad occupare i primi due posti.

Certo, sarebbe meraviglioso se la Kostner completasse la sinfonia tricolore, ma la campionesse di Ortisei non trova mai il feeling con il tracciato, comunque troppo angolato per i suoi gusti, chiudendo solo 13esima con un ritardo di 1″40. Ma è comunque una giornata storica per l’Italia, seppur Janica Kostelic, all’apice della carriera e protagonista assoluta della rassegna olimpica con ben tre ori in slalom, gigante e combinata, per poco non ricaccia l’ulro in gola alla Ceccarelli, sciando come solo lei sa fare e terminando seconda per il battito di ciglio di 5 centesimi.

Ma il 17 febbraio 2002, dalle parti di Sal Lake City, con l’oro olimpico in palio e la chance di albergare, per sempre nell’alveo dei campionissimi, era il giorno di Daniela Ceccarelli. Che da quel dì non si è ripetuta… ma a noi va bene pure così, siete d’accordo?

 

LA SFIDA URSS-CECOSLOVACCHIA NELL’HOCKEY SU GHIACCIO AI GIOCHI DI GRENOBLE 1968 CHE FECE VACILLARE IL TRONO SOVIETICO

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L’Unione Sovietica oro ai Giochi di Grenoble ’68 – da:hockeygods.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’hockey su ghiaccio nel corso degli anni ’60, ha un unico comune denominatore, costituito dal dominio incontrastato dell’Unione Sovietica, il cui sestetto si laurea per cinque anni consecutivamente – dal 1963 al ’67 – Campione del Mondo, pur se il titolo del 1964 è relativo alla conquista della medaglia d’oro in occasione delle Olimpiadi Invernali di Innsbruck.

Ma non sono tanto i titoli consecutivi conquistati quello che impressiona, quanto la dimostrazione di schiacciante superiorità dimostrata nel giungere al successo, a cominciare proprio dal ricordato alloro olimpico, nel cui Girone ad otto, l’armata sovietica non conosce altro che vittorie, concludendo lo stesso a punteggio pieno con 7 vittorie in altrettanti incontri, 54 reti realizzate ed appena 10 subite.

Le rivali di sempre, all’epoca, vale a dire Cecoslovacchia, Svezia e Canada vengono superate rispettivamente per 7-5, 4-2 e 3-2, nel mentre le restanti formazioni subiscono passivi a dir poco umilianti, visto che i soli Stati Uniti “salvano l’onore” contenendo la sconfitta sul 5-1, rispetto ai mortificanti 10-0 inflitti a Germania e Finlandia, per non parlare di quanto patito dalla Svizzera, sommersa sotto un impietoso 15-0.

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L’Urss Campione olimpica ad Innsbruck ’64 – da:hockeygods.com

Una formazione, per intendersi, che ha in Konstantin Loktev (6 reti e 9 assist nel torneo), Viktor Yakushev (9 e 4 rispettivamente), Vyaceslav Starshinov (8 reti e 3 assist) e Boris Mayorov, il quale segna 5 reti e distribuisce analoga quota di assist, le proprie stelle ed in cui fa il suo esordio ai massimi livelli internazionali il 23enne Anatoly Firsov, destinato ad essere per un intero decennio il più forte hockeista al mondo.

Situazione che si ripete l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali ’65 di Tampere, in Finlandia dove, con identica formula, il risultato non cambia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi tutte e 7 le gare del Girone, concluso a punteggio pieno con 51 reti realizzate ed appena 13 subite, e che vede la Svezia soccombere per 5-3, il Canada per 4-1 e la Cecoslovacchia, la più fiera avversaria e che schiera nelle sue file sia il leader della Classifica dei Marcatori (che nell’hockey su ghiaccio viene stilata sommando reti ed assist), vale a dire Josef Golonka che conclude con 14 punti, che soprattutto il miglior portiere del Torneo, Vladimir Dzurilla, che si deve inchinare in sole 10 occasioni agli attaccanti rivali, tre delle quali, però nel confronto diretto con l’Urss, perso per 3-1.

Situazione solo leggermente più complicata alla Rassegna iridata ’66 svoltasi in Jugoslavia in cui – a dispetto di una straordinaria differenza reti che la vede andare 55 volte a segno rispetto alla miseria di appena 7 goal subiti – l’Unione Sovietica incappa in un pari per 3-3 contro la Svezia, così che allo scontro con la Cecoslovacchia, a punteggio pieno ed in programma nella giornata conclusiva del Torneo, a quest’ultima basterebbe un risultato di parità per tornare a riassaporare la gioia di un titolo mondiale che manca oramai dall’edizione di Stoccolma ’49.

Già, basterebbe, se non fosse che sulla malcapitata formazione ceca si scateni una forza d’urto inarrestabile costituita dalla coppia di attaccanti formata da Veniamin Alexandrov – miglior marcatore del torneo con 17 punti – ed il già ricordato Loktev, premiato come miglior attaccante della Manifestazione, i quali sono i protagonisti dello schiacciante 7-1 con cui gli avversari vengono liquidati.

Oramai una macchina “schiacciasassi”, l’Unione Sovietica non conosce ostacoli neppure ai successivi Mondiali di Vienna ’67 dove torna ad asfaltare chiunque si presenti al suo cospetto inanellando la solita serie di 7 vittorie su altrettanti confronti, con un’imbarazzante (per le altre …) differenza reti di 58-9 da cui non è esente neppure la Svezia – ancorché medaglia d’argento alla fine – e sommersa sotto un umiliante punteggio di 9-1, mentre a provare a rendere dura la vita allo squadrone sovietico – tra le cui file emerge la stella Firsov che, con 22 punti al proprio attivo, conquista sia il titolo di Miglior marcatore che di Miglior Attaccante del Torneo – provano, con scarso successo, sia il Canada che la Cecoslovacchia, le quali possono solo salvare l’onore contenendo le sconfitte in 1-2 e 2-4 rispettivamente.

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I sovietici festeggiano una delle due reti in Urss-Canada 2-1 ai Mondiali ’67 – da:wikimedia.org 

Se siete abbastanza bravi a far di conto, avrete a questo punto realizzato come, in quattro edizioni, tra Olimpiade e Mondiali, dal 1964 al ’67 l’Unione Sovietica abbia portato a casa 27 vittorie sulle 28 gare disputate, con la sola Svezia ad imporle il pari nella Rassegna iridata ’66, circostanza che non può che indicare quella che oramai è considerata come “L’invincibile Armata” quale logica favorita alla medaglia d’oro anche ai Giochi Invernali in programma in Francia, a Grenoble, dal 6 al 17 febbraio 1968.

A cercare di impedire la prosecuzione della striscia vincente sono le consuete “tre sorelle” che negli ultimi cinque anni hanno cercato inutilmente di riuscire nell’intento, scambiandosi a turno le piazze d’onore – Svezia argento ai Mondiali ’63 e ’67 ed alle Olimpiadi ’64, Cecoslovacchia bronzo ad Innsbruck ’64 ed alla Rassegna iridata ’63, cui seguono gli argenti del 1965 e ’66, mentre il Canada ha occupato il gradino più basso del podio nelle ultime due edizioni dei Campionati del Mondo – impresa tutt’altro che facile anche perché l’Unione Sovietica schiera una formazione di età media sui 26 anni, ma con alle spalle già una grande esperienza internazionale.

Sono infatti ben 9 – oltre ai già citati Firsov, Starshinov ed Aleksandrov, ne fanno parte anche Viktor Konovalenki, Vitalt Davydov, Oleg Zaytsev, Viktor Kuzkin, Boris Mayorov ed Aleksandr Ragulin, con quest’ultimo inserito nella “Formazione ideale” delle ultime tre edizioni dei Mondiali – i selezionati già componenti la formazione medaglia d’oro ad Innsbruck quattro anni prima e, con Firsov a ribadire il suo straordinario stato di forma in attacco, tanto da confermare il doppio premio di Miglior Marcatore ed attaccante del Torneo già aggiudicatosi l’anno prima alla Rassegna iridata, solo ipotizzare un crollo sovietico sembra impresa quanto mai ardua.

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Anatoly Firsov – da:nextews.com

Con la formula immutata a prevedere un Girone all’italiana tra le 8 formazioni che compongono l’elite della specialità – le stesse del Mondiale di Vienna dell’anno precedente, con la curiosità che, per la prima ed unica volta in sede olimpica, sono previste le formazioni di Germania Est ed Ovest, che peraltro concluderanno all’ultimo e penultimo posto, con il sestetto occidentale a prevalere per 4-2 nello scontro diretto – Urss, Cecoslovacchi e Svezia si aggiudicano le loro prime quattro gare, nel mentre il Canada incappa in uno scivolone, venendo sconfitto per 2-5 dalla Finlandia l’8 febbraio alla seconda giornata.

Il quinto turno serve a chiarire la situazione in vetta alla Classifica, con l’Unione Sovietica ad avere ragione a fatica (3-2, grazie ad una doppietta di Firsov) della Svezia, mentre il Canada si riporta in lizza per il podio sorprendendo con analogo punteggio la Cecoslovacchia, dopo aver chiuso in vantaggio di tre reti il secondo parziale, rendendo vano il tentativo di rimonta dei Vice Campioni del Mondo nel terzo periodo, andati a segno con Havel e Nedomansky.

Con una Classifica, pertanto, che dopo cinque turni vede l’Unione Sovietica a punteggio pieno a quota 10 punti, seguita da Cecoslovacchia, Canada e Svezia a quota 8, tutto sembra andare secondo le più logiche previsioni, potendo Firsov & Co. accontentarsi del pareggio nel successivo match che li vede opposti alla penultima giornata ai loro più acerrimi rivali cecoslovacchi.

Occorre ora contestualizzare il momento storico di quell’incontro, che va oltre il mero aspetto sportivo, visto che nella Capitale cecoslovacca era in corso quella che è stata poi definita la “Primavera di Praga”, iniziata con l’insediamento al potere ad inizio gennaio ’68 del Presidente Aleksandr Dubcek, un riformista di origine slovacca il quale cerca di concedere maggiori diritti ai cittadini grazie ad un decentramento parziale dell’economia ed ad un processo di democratizzazione del Paese, a partire dall’allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento, tutte iniziative lodevoli ma che si scontrano con la volontà di Mosca di imporre la propria autorità sui Paesi satelliti, con conseguente occupazione militare nel successivo mese di agosto …

Non vi era, pertanto, quella sera del 15 febbraio ’68 sulla pista del Palazzo del Ghiaccio di Grenoble ancora uno stato di elevata conflittualità tra i giocatori delle due squadre come era avvenuto, ad esempio, nella celebre sfida di Pallanuoto svoltasi alle Olimpiadi di Melbourne ’56 tra sovietici ed ungheresi dopo la repressione nel sangue della rivolta scoppiata a Budapest tra fine ottobre ed inizio novembre, ma un successo in chiave sportiva sarebbe comunque stato ben salutato dalle parti di Praga e dintorni, anche perché avrebbe interrotto una sequenza di imbattibilità – tra Olimpiadi e Mondiali – che per l’Unione Sovietica durava addirittura dall’8 marzo 1963, sconfitta per 1-2 contro la Svezia padrona di casa alla Rassegna iridata di Stoccolma ’63.

Aggiorniamo la serie, dunque, e dopo quella sconfitta i sovietici inanellano 5 vittorie consecutive – che consentono loro di laurearsi Campioni del Mondo, grazie proprio alla Cecoslovacchia che, all’ultima giornata, superano 3-2 gli svedesi consegnando loro il titolo, a parità di punti, per una migliore differenza reti (+41 rispetto a +34) – cui vanno aggiunte le già citate 28 gare di imbattibilità dei successivi quattro Tornei tra Olimpiade ’64 e le tre rassegne iridate, nonché le cinque partite della competizione in corso, per un totale di 38 incontri senza conoscere non solo l’ombra di una sconfitta, ma con un solo pareggio concesso.

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La Cecoslovacchia ai Giochi di Grenoble ’68 – da:worldhockeyclassic.ru

I numeri, chiaramente non sono tutto, ma l’impresa che la Cecoslovacchia cerca di compiere ha nei suoi connotati un qualcosa di titanico, mentre le due squadre scendono sul ghiaccio dopo che, prima di loro, il Canada ha completato la propria rimonta in Classifica superando per 3-0 la Svezia, ragion per cui un eventuale vittoria ceca determinerebbe una situazione di parità a tre tra i nordamericani e le due formazioni pronte a sfidarsi.

Capitanata da Golonka ed affidata alla sapiente guida del “Generale dell’Hockey su Ghiaccio” Jaroslav Pitner, la formazione ceca gioca la carta sorpresa gettandosi all’attacco nel corso del primo periodo, tattica che si rivela vincente, concludendo tale parziale in vantaggio per 3-1 grazie ai centri di Sevcjik Hejma ed Havel, con poi toccare a Golonka mettere la propria firma al primo tentativo di rimonta sovietico, così che le due squadra affrontano gli ultimi 20’ di gioco con la Cecoslovacchia in vantaggio per 4-2.

L’Orso sovietico non è certo tipo in grado di arrendersi senza giocarsi tutte le proprie chances, e le reti di Mayorov e Polupanov alla ricerca di un pareggio che profumerebbe d’oro stanno lì a dimostrarlo, ma un acuto di Jirik spenge il tentativo di rimonta ed il 5-4 con cui si conclude la sfida rimescola le carte in gioco per quanto concerne l’assegnazione delle medaglie.

Con Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Canada a pari merito a 10 punti e la Svezia oramai tagliata fuori per l’oro (ma non per una medaglia …) con i suoi 8 punti racimolati, l’ultima e decisiva giornata, in programma il 17 febbraio ’68, vede proporsi la sfida tra Cecoslovacchia e Svezia ed, a seguire, quella tra Canada ed Unione Sovietica.

La mutata regola che, in caso di parità, predilige l’esito del confronto diretto in luogo della differenza reti generale, fa sì che la Cecoslovacchia, in caso di vittoria sugli scandinavi, automaticamente ponga fine all’egemonia sovietica che dura da un quinquennio – dopo averne già interrotto a 38 la striscia di imbattibilità nelle grandi manifestazioni internazionali – sperando che l’Urss non incappi in una seconda sconfitta consecutiva contro Canada, poiché in questo caso sarebbero i nordamericani a fregiarsi del titolo iridato.

Una speranza che sta per trasformarsi in certezza, allorché le reti di Golonka ed Hrbaty, consentono alla formazione di Pitner di condurre per 2-1 prima dell’inizio dell’ultimo periodo, poi svanita per il punto del pari siglato da Henriksson che non è sufficiente alla Svezia per entrare nel giro delle medaglie ma, ironia della sorte, proprio quella formazione scandinava che aveva inflitto all’Unione sovietica l’ultima sua precedente sconfitta nel marzo ’63 e l’aveva costretta all’unico pareggio nel quadriennio successivo, le consegna su di un piatto d’argento l’occasione per continuare la propria egemonia ai vertici della specialità.

Opportunità che la compagine allenata dal leggendario tecnico Arkady Chernyshev – quattro Ori olimpici, 11 titoli iridati ed altrettanti europei credo possano bastare – non si lascia sfuggire, e con Firsov tornato protagonista con una sua personale doppietta, cui si aggiungono gli acuti di Mishakov, Starshinov e Zimin, liquida la pratica Canada con un perentorio 5-0 che vale il secondo Oro olimpico consecutivo, ma quanta paura stavolta …

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Firsov realizza una delle sue reti nel match contro il Canada – da:gettyimages.ca

L’Unione Sovietica prosegue così nella sua irrefrenabile serie di arricchire ad ogni stagione il proprio Palmarès, che si interromperà a livello iridato solo nel 1972 ai Mondiali di Praga dove i padroni di casa avranno finalmente modo di prendersi la loro rivincita, nel mentre a livello olimpico si dovranno attendere i Giochi di Lake Placid ’80 per registrare una clamorosa abdicazione, della quale avremo modo di darvi conto a tempo debito.

Per la Cecoslovacchia resta l’amara consolazione di potersi vantare di essere stata la prima ad infliggere una sconfitta all’Armata del Ghiaccio sovietica dopo ben 5 anni di imbattibilità, che se non cancella la delusione per il titolo iridato appena sfiorato, di sicuro ha donato al proprio popolo una ventata di legittimo orgoglio sulla strada dell’auspicato processo di democratizzazione, ahimè, come anticipato, poi non portato a termine …

LEW HOAD E IL GRANDE SLAM SOLO SFIORATO NEL 1956

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Lew Hoad vincitore a Wimbledon nel 1956 – da 10sballs.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nel gennaio 1956 la stagione del tennis debutta in Australia, sono già cinque anni che i campioni stelle-e-strisce fanno razzia di tornei del Grande Slam, con Tony Trabert, Vic Seixas e e Dick Savitt a fare la voce del padrone e i soli Frank Sedgman e Ken Rosewall a tener alto l’onore della bandiera australiana. Nondimeno, se proprio Rosewall ha colto tre successi nelle sue prime cinque finali in un evento Major (Australian Open nel 1953 e nel 1955 e Roland-Garros nel 1953), il nuovo talento Lew Hoad, appena 21enne, deve ancora brindare al primo trionfo, avendo perso nel 1955 in Australia con Rosewall in tre set, 7-9 4-6 4-6.

Classificato numero 3 del mondo, capace di dare il meglio così come di clamorosi capitomboli, Hoad, nato a Glebe il 23 novembre 1934, ha espresso sprazzi di grandissimo tennis, seppur senza soluzione di continuità, soprattutto in Coppa Davis, dove ha colto due vittorie in tre anni rendendosi protagonista nel 1953, 19enne, di un memorabile incontro con Trabert, risolto a suo favore 13-11 6-3 2-6 3-6 7-5. Risultato, poi, bissato nel 1955, seppur stavolta in quattro set.

Altrettanto abile in doppio, associato allo stesso Rosewall o a Rex Hartwig, Hoad delizia il pubblico con il suo tennis efficace e possente, spesso irresistibile, proiettato al serve-and-volley e con colpi da fondocampo altrettanto incisivi, ma se c’è un aspetto del suo temperamento che lo penalizza, è il mostrarsi talvolta annoiato da quel che accade in campo ed una certa mancanza di entusiasmo. E questo, almeno fino al 1956, gli ha negato la possibilità di imporsi in un torneo dello Slam. Ma il 1956 è alle porte e il gioco di Hoad, così come la sua carriera, stanno per conoscere una svolta e giungere alla definitiva consacrazione.

Sposatosi con la sua Jennifer, che sta per renderlo padre, Hoad approccia l’anno con l’insolita serenità prodotta dal matrimonio, e in Australia è pronto a demolire la concorrenza. Passato professionista Trabert, che nel 1955 ha colto tre successi nei Major, Lew è testa di serie numero 1, e si trova a dover fronteggiare, esattamente come l’anno precedente, Rosewall, secondo favorito del torneo, con i modesti americani Herbie Flam e Gilbert Shea accreditati della terza e quarta testa di serie, in assenza anche di Seixas e Savitt che ormai hanno oltrepassato la trentina. Il ventaglio dei pretendenti al successo finale, od almeno ad un ruolo di ousiders, si completa degli altri australiani Cooper, Fraser, Rose, Anderson e Marks, a cui si aggiunge un 17enne mancino di sicuro avvenire, tale Rod Laver, che se ne esce al primo turno battuto da Brian Bowman in cinque set ma evidenzia doti che un domani non troppo lontano ne faranno un dominatore. Così come, a dominare, stavolta è proprio Hoad, che liquida Sheil e Gilmour in tre rapidi set, è costretto al quinto set da Rose per imporsi infine 9-7, spazza via Fraser in semifinale con un 6-3 6-2 6-0 che non ammette repliche e si prende la rivincita su Rosewall, 6-4 3-6 6-4 7-5, mettendo così in saccoccia il primo titolo dello Slam.

Il grande tennis si sposta in Europa per l’appuntamento con il Roland-Garros, e Hoad, in assenza di Rosewall che misteriosamente decide di “passare” l’evento parigino, deve comunque rivaleggiare con un plotone di rivali già più competitivi, in primis gli americani Budge Patty e Arthur Larsen, in secundis lo svedese Sven Davidson e l’azzurro Giuseppe Merlo. Ma se i due statunitensi non vanno oltre gli ottavi di finale, eliminati a sorpresa dal belga Jacky Brichant e dal francese Paul Remy, proprio Davidson giunge all’atto conclusivo, avendo la meglio dell’altro australiano Cooper in semifinale. Hoad, dal canto suo, sciorina il meglio del suo repertorio di giocatore d’attacco battendo in tre set all’esordio l’ungherese Gulyas che sarà finalista con Tony Roche 10 anni dopo, nel 1966, soffrendo con il francese di origine algerina Robert Abdesselam che lo costringe al quinto set, lasciando un altro parziale al britannico Roger Becker, e spengendo il sogno italiano prima di un giovane Pietrangeli, 6-1 6-3 6-0 ai quarti, poi del più maturo Merlo, 6-4 7-5 6-4, arrampicandosi come da pronostico in finale. Dove Davidson si batte con coraggio ma è costretto ad arrendersi alla superiorità del braccio d’acciaio del fuoriclasse australiano, che si impone 6-4 8-6 6-3 bissando il titolo Slam già fatto suo in Australia.

E a Wimbledon Hoad si presenta con il chiaro intento di calare il tris. Sull’erba londinese Rosewall è di ritorno ed ovviamente si merita lo status di sfidante, con Davidson, Patty e il “vecchio” Jaroslav Drobny, ormai 35enne, a giocare il ruolo di terzo incomodo. Stavolta, ad onor del vero, le indicazioni del seeding vengono rispettate, e Hoad e Rosewall si presentano puntuali alla sfida di finale, Lew dopo aver battuto Fontana, Fancutt, Fleitz e O’Brien in tre set ed essersi distratto ai quarti con Anderson e in semifinale con Richardson che gli strappano un parziale, e Ken che ha via libera dopo i quattro set all’esordio con il britannico Barrett, venendo poi a capo della strenua resistenza di Seixas in semifinale, battuto solo 7-5 al quinto rimontando da 2 set a 1 sotto. Il Centre Court più famoso del mondo è teatro di una sfida appassionante, con Hoad che domina il primo set, 6-2, Rosewall che si riscatta nel secondo, 6-4, sale 5-3 al terzo per poi cedere 7-5, ed arrendersi allo sprint e al servizio paralizzante del rivale (da cui lo dividono solo 21 giorni) 6-4 al quarto e definitivo set. Per Lew è il terzo Slam di fila e l’illusione di riuscire quel poker di Major solo sfiorato da Jack Crawford nel 1933 e da Don Budge nel 1938 sembra proprio a portata di racchetta.

Ma… ma a Forest Hills, con le sirene del professionismo che bussano insistentemente alla porta dei due “gemelli” australiani, Hoad e Rosewall si danno appuntamento per l’ultima grande sfida incrociata, e quel che sarà l’evento tennistico più atteso della stagione avrà esito a sorpresa. Ovviamente i due australiani capeggiano un tabellone che, accanto agli altri oceanici Fraser e Cooper, propone il lotto americano composto da Richardson, Seixas e Savitt, con lo svedese Ulf Schmidt accreditato della testa di serie numero 7. Nessuno di loro, tuttavia, ha le carte in regola per infastidire i due favoriti, che così come in Australia e a Londra sbaragliano la concorrenza, con Hoad che strada facendo lascia un set a Leslie Dodson e batte uno dopo l’altro il giovane Emerson ai quarti, 8-6 6-3 7-5, e Fraser in semifinale, 15-13 6-2 6-4, e con Rosewall, motivatissimo, che si concede una distrazione agli ottavi con Stewart, suda le proverbiali sette camicie ai quarti con Savitt facendosi rimontare due set per poi imporsi 6-1 al quinto, ed in semifinale offende l’onore americano oltraggiando Seixas con un netto 10-8 6-0 6-3. I due amici/nemici sono nuovamente in finale, ma stavolta, in una giornata resa difficile dal forte vento, Hoad, ad un passo dal Grande Slam, si inceppa, dopo aver dominato a furia di serve-and-volley il primo set, 6-4. Rosewall, grazie all’intelligenza tennistica e ad un gioco di gambe senza pari, impenetrabile da fondocampo, prende le misure al rivale e con il passare dei minuti si impadronisce delle redini del match. Hoad, visibilmente innervosito, prova a giocare di forza ma va fuori giri, incapace di far breccia nella resistenza di Rosewall che con un inequivocabile 6-2 6-3 6-3 alza la coppa destinata al vincitore e spenge il sogno di Lew di completare il poker.

Vincerà ancora Hoad, pur cominciando a risentire di quei dolori alla schiena che lo limiteranno al servizio disarmandolo di un’arma troppo preziosa del suo gioco. Farà suo Wimbledon demolendo Ahley Cooper in finale l’anno dopo, 6-2 6-1 6-1, prima di passare al professionismo a far cassetta. Consolazione neppure troppo magra per un Grande Slam solo sfiorato. Mannaggia…

L’INCREDIBILE RECORD DI DAVID HEMERY SUI 400 METRI OSTACOLI A CITTA’ DEL MESSICO 1968

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Il vittorioso arrivo di Hemery a Messico ’68 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti esperti ed addetti ai lavori, le Olimpiadi di Città del Messico ’68 hanno segnato l’ingresso della “Regina dei Giochi”, vale a dire l’Atletica Leggera, nell’era moderna, grazie all’uso per la prima volta, nella costruzione di piste e pedane dello Stadio Olimpico, di un nuovo materiale sintetico, il tartan che, grazie alla sua caratteristica di non deformarsi, nonché di possedere una notevole elasticità, ebbe un ruolo fondamentale nelle prestazioni degli atleti.

A ciò va aggiunta la rarefazione dell’aria costituita dagli oltre 2mila metri di altitudine della Capitale messicana che, se da un lato rappresentano un ostacolo per le gare di mezzofondo prolungato, dall’altro favoriscono le prestazioni dei velocisti e dei saltatori.

Questa concomitanza di fattori fa sì che – per limitarsi al solo settore maschile – nella settimana che va dal 13 al 20 ottobre 1968 venga migliorata (in un caso eguagliata …)  la cifra record di ben 9 primati mondiali (altri 5 lo sono in campo femminile …), di cui 7 relativi alle gare di corsa dai 100 agli 800 metri, staffette incluse, e due ottenuti sulle pedane del salto in lungo e salto triplo.

Ed anche se proprio questi due ultimi risultati sono quelli che più fanno scalpore – nel triplo, tra qualificazione e Finale, il vecchio record di m.17,03 del polacco Jozef Szmidt viene migliorato ben 5 volte sino ai m.17,39 del sovietico Viktor Sanejev, mentre nel lungo il “salto nel futuro” di m.8,90 dell’americano Bob Beamon migliora di ben 55cm. il precedente primato detenuto dal connazionale Ralph Boston e dal sovietico Igor T er-Ovanesyan – le gare sino al doppio giro di pista non sono assolutamente da meno.

Per la prima ed unica volta nella ultra centenaria Storia dei Giochi, difatti, cadono tutti e 6 i record mondiali delle gare di corsa piana sino ai due giri di pista compresi – 100, 200, 400 ed 800 metri, oltre alle staffette 4×100 e 4×400 – ancorché con miglioramenti cronometrici di minor impatto rispetto a quanto fatto registrare in termini metrici per le citate imprese nei salti.

Sui 100 metri si impone in 9”95 l’americano Jim Hines – 0”08 centesimi in meno del suo stesso primato di 10”03 con cui era stato cronometrato il 20 giugno ’68 a Sacramento, pur se all’epoca la IAAF omologava ancora i record al “decimo di secondo”, e pertanto valutato 9”9 come il precedente – mentre sui m.200 il connazionale Tommie Smith è il primo uomo al mondo a correre la distanza in meno di 20”, tagliando il traguardo in 19”83 rispetto al suo precedente tempo di 20”0 corso a Sacramento nel giugno ’66, peraltro ratificato come primato sulla distanza metrica quando invece era stato realizzato sulle 220yd (m.201,17) e quindi ancor minore, per un miglioramento calcolabile pertanto in circa 0”15 centesimi.

Analogamente, anche sul giro di pista il fresco record stabilito appena un mese prima da Larry James in 44”19 ai Trials americani – in realtà James era giunto alle spalle di Lee Evans, primo con 44”06, ma detto risultato non venne omologato in quanto l’atleta calzava scarpette non regolamentari – ha breve durata in quanto è lo stesso Evans a fare giustizia coprendo per la prima volta la distanza in meno di 44” netti, scendendo sino a 43”86 (ed anche James si migliora con 43”97) con un miglioramento di 0”33 centesimi, mentre sugli 800 metri l’australiano Ralph Doubell eguaglia in 1’44”3 il primato del leggendario mezzofondista neozelandese Peter Snell, anche se il suo 1’44”40 elettrico rappresenta il miglior riscontro cronometrico con la rilevazione elettronica.

Ed altresì, tali imprese – 800 metri a parte – si dimostrano alquanto longeve quanto a durata, visto che il record di Hines sui 100 metri resiste per quasi 15 anni (lo migliora Calvin Smith con 9”93 nel luglio ’83), mentre la medesima pista di Città del Messico vedrà l’azzurro Pietro Mennea far meglio in 19”72 il 12 settembre ’79 rispetto al primato di Smith e si dovranno attendere addirittura 20 anni prima che Harry Reynolds infranga in 43”29 al Meeting di Zurigo del 17 agosto ’88 il favoloso tempo di Evans sul giro di pista, così come resiste a lungo il 2’56”16 della staffetta Usa del miglio, eguagliato al centesimo dal quartetto americano alle Olimpiadi di Seul ’88 e migliorato quattro anni dopo, ai Giochi di Barcellona ’92, portando tale limite a 2’55”74.

I più attenti si saranno resi conto che manca ancora un record – oltre a quello della staffetta 4×100 degli Stati Uniti che si impone in 38”24, tempo abbassato a 38”19 quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72 – ed è quello relativo ai 400 metri ad ostacoli che, oltre al fatto di essere l’unica prova con barriere, si differisce dalle altre per l’incredibile margine con cui il vincitore si impone e distrugge il vecchio record.

Distanza, quella dei m.400hs, che – al pari della corrispondente prova piana per quanto attiene alla barriera dei 44” netti – ha nei 49” netti un muro che sembra invalicabile, risalendo il record mondiale ai 49”1 corsi dall’americano Rex Cawley a Los Angeles nel settembre ’64, sino a quando, proprio in occasione dei Trials olimpici di Echo Summit, località scelta in quanto posta alla medesima altezza di Città del Messico, ad imporsi è Geoff Vanderstock, il quale infrange tale barriera venendo cronometrato in 48”94 (anche se poi l’arrotondamento manuale all’epoca valido per l’omologazione del tempo lo accredita di 48”8), precedendo i connazionali Boyd Gittins (49”27/49”1) e Ron Whitney (49”36/49”2).

Quest’ultimo era considerato uno dei favoriti per l’oro, avendo scalato i vertici del Ranking Mondiale a fine anno 1967 in virtù del titolo AAU sulle 440yd, del titolo ai Giochi Panamericani di Winnipeg ’67 in 50”75 e, soprattutto, del tempo di 49”3 fatto registrare a Los Angeles il 9 luglio.

Ma se oltre Oceano vi è la ferma intenzione di proseguire nella striscia che vede un loro atleta salire sul gradino più alto del podio olimpico dai Giochi di Berlino ’36, anche nel Vecchio Continente non si sta a guardare, con anche l’Italia a vantare un valido pretendente alla medaglia d’oro nella persona di Roberto Frinolli, il quale aveva chiuso al primo posto del Ranking stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” la stagione 1966, in cui si era laureato Campione Europeo con 49”8 a Budapest ed aveva corso la distanza in 49”7 proprio sulla pista di Città del Messico ad ottobre ’66 in occasione di una “preolimpica”.

Non sembrano in grado di entrare nel ristretto lotto dei favoriti, al contrario, i tedeschi occidentali Gerhard Hennige e Rainer Schubert, così come il sovietico Vyacheslav Skomorokhov, mentre maggior credito viene concesso ai rappresentanti del Regno Unito, in particolare John Sherwood – secondo nel Ranking ’67 alle spalle di Whitney e davanti a Frinolli pur con un miglior riscontro cronometrico di 50”2 corso a Tokyo ad inizio settembre – rispetto al 24enne David Hemery, il quale non ha ancora ben deciso “cosa farà da grande”.

Hemery, difatti, nato il 18 luglio 1944 a Cirencester, nella Contea di Gloucester, si alterna nel competere tra i 110 ed i 400 metri ad ostacoli (oppure tra le 120 e le 440yd secondo le misure inglesi …), tant’è che nel 1966 si aggiudica la medaglia d’oro sulle 120yd ai “Commonwealth Games” di Kingston, corse in 14”1, nel mentre ai Campionati Europei di Budapest viene eliminato nella semifinale dei m.110hs, dove giunge quinto in 14”2 alle spalle dell’azzurro Sergio Liani.

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Hemery ai “Commonwealth Games” – da:thecommonoars.com

Fuori dalla “Top Ten” ’67 del Ranking assoluto sia sui 110 che sui 400 metri ad ostacoli, Hemery si presenta alle Olimpiadi messicane in tutto tranne che nel ruolo di favorito per l’oro – anche se proprio nell’anno olimpico, il 15 giugno a Berkeley, si aggiudica il titolo Usa NCAA (David studia alla Boston University …) sui m.400hs in 49”8 precedendo nettamente Gittins e Vanderstock, per poi scendere a 49”6 a Londra, così da indurlo a scegliere la gara sulle barriere basse nella trasferta messicana – e, del resto, è in tale occasione che le gerarchie della specialità verranno riscritte, con ben 7 degli 8 finalisti a realizzare il loro “Personal Best” in carriera …!!

La prova prevede tre turni, batterie il 13 ottobre, semifinali il giorno appresso e la Finale il 15 e sin dall’inizio si intuisce che il fresco record mondiale di Vanderstock è destinato ad avere vita breve, visto che nella terza batteria il connazionale Whitney conferma le proprie ambizioni aggiudicandosi la serie con il tempo di 49”0 che toglie a Glenn Davis il primato olimpico stabilito 8 anni prima in 49”3 sulla pista dello Stadio Olimpico di Roma – nonché trascinando dietro di sé il tedesco Schubert che, con 49”1, stabilisce un momentaneo record europeo – mentre anche Frinolli fa ben sperare, imponendosi in 49”9 nella quarta ed ultima batteria, precedendo proprio Hemery.

Speranze che, in casa azzurra, si tingono di rosa allorché il giorno dopo, nella prima delle due semifinali, il non ancora 28enne romano si impone in 49”2 (49”14 elettronico, nuovo record italiano strappandolo al cognato Salvatore Morale …) in un arrivo che vede i primi quattro – Vanderstock anch’esso cronometrato in 49”2, Sherwood e Schubert, accreditati entrambi del medesimo tempo di 49”3 – nettamente staccati dal resto degli avversari, così come si verifica per i primi tre della seconda serie – Hennige 49”1, Whitney 49”2 ed Hemery 49”3 – mentre il solo Skomorokhov deve impegnarsi per avere la meglio sul filo di lana rispetto all’australiano Gary Knoke.

Sono le 17:35 ora locale di Città del Messico allorché il 15 ottobre 1968 gli otto finalisti si presentano sui blocchi di partenza – poco oltre la mezzanotte in Italia, ma sono molti ancora alzati davanti al televisore sperando almeno in una medaglia da Frinolli, visto che tale edizione dei Giochi si rivelerà una delle più povere per i nostri colori, con sole 3 medaglie d’oro conquistate (nel dopoguerra solo a Montreal ’76 si avrà un bottino inferiore con appena 2 ori …) – per quella che sarà ricordata come la più “sconvolgente” delle Finali olimpiche sulla distanza.

Accade, difatti, che Hemery, a cui è assegnata la sesta corsia e che sinora ha corso al risparmio, prenda un netto vantaggio in avvio, riuscendo a mantenere i 13 passi tra un ostacolo e l’altro sino alla sesta barriera, così da essere cronometrato in 23”3 a metà gara, un tempo sensazionale rispetto al quale in tribuna sono tutti a chiedersi se sarà in grado di reggere sino alla fine.

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Il vittorioso arrivo di Hemery da altra angolazione – da:gettyimages.fr 

All’ingresso in rettilineo, il suo vantaggio è talmente netto da scoraggiare i suoi più diretti avversari – a cominciare proprio da Frinolli che, avendone cercato di tenere il ritmo, scoppia letteralmente nel finale concludendo desolatamente ultimo in 50”13 – visto che il 24enne non cede di un metro e, passando ai 15 passi tra il sesto ed il decimo ostacolo, va a realizzare un’impresa che lascia attoniti gli esperti del settore, facendo fermare i cronometri su di uno stratosferico 48”12 (omologato per 48”1 quale record mondiale …) che toglie ben 0”82 centesimi al primato di Vanderstock, mentre il suo margine sul secondo, pari a 0”91 centesimi, è il più ampio mai registratosi dall’edizione di Parigi ’24, ma si trattava ancora di un’epoca eroica.

Non vi fosse stato Hemery, la Finale di Città del Messico sarebbe stata emozionante per l’assegnazione delle medaglie, visto che alle sue spalle si piazzano, con tanto di record personali, il tedesco Hennige (49”02) e l’altro britannico Sherwood (49”03) a completare il podio, mentre il detronizzato Vanderstock – unico degli 8 finalisti a non migliorarsi nei tre giorni di gare – conclude non meglio che quarto in 49”07 avendo ceduto la piazza d’onore nei soli appoggi conclusivi, ed il sovietico Skomorokhov a precedere (49”12 a 49”27) un altrettanto deluso Whitney.

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Il podio dei m.400hs a Messico ’68

Hemery – che ai Giochi di Città del Messico divide la gioia del successo con la fidanzata Lillian Board, argento sui m.400 piani, poi tragicamente scomparsa a soli 22 anni nel dicembre 1970 vittima di un tumore, con David che successivamente sposerà la sorella gemella Irene – torna in seguito, a dispetto dell’impresa compiuta, all’antico amore delle barriere alte, giungendo secondo dietro all’azzurro Eddy Ottoz nella Finale dei m.110hs ai Campionati Europei di Atene ’69 e bissando il successo di quattro anni prima ai “Commonwealth Games” di Edimburgo ’70, dove si impone in 13”60.

L’ultima apparizione ai massimi livelli di Hemery la si ha ai Giochi di Monaco ’72, dove si ripropone sul giro di pista per difendere il titolo olimpico, ma pur correndo la Finale in un comunque eccellente 48”52 che gli vale il bronzo – preceduto per un solo 0”01 centesimo dall’americano Ralph Mann – deve fare buon viso a cattivo gioco vedendo il sorprendente ugandese John Akii-Bua andare a trionfare togliendoli in 47”82 anche il primato mondiale.

E così, per ironia della sorte, il record stabilito al Messico con più ampio margine rispetto al precedente limite, risulta, al contrario, quello di minor durata, resistendo solo l’arco di un quadriennio tra un’edizione e l’altra dei Giochi …

COPPA KORAC 1995, CON L’ALBA BERLINO L’UNICO TRIONFO EUROPEO DEL BASKET TEDESCO

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L’Alba Berlino festeggia la vittoria in Coppa Korac – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Parlate di calcio, con i tedeschi, seppur quest’anno sia loro andata buca in Russia. Magari tornate ai tempi d’oro di Becker e Steffi Graf, quando il vertice del tennis apparteneva ai teutonici. Potreste anche trattare di motori, Vettel e Mercedes, e trovereste terreno fertile. Ma il basket non è proprio la loro riserva di caccia sportiva preferita.

Nondimeno negli anni Novanta la pallacanestro di là dal Reno conosce un inatteso momento di gloria, con il clamoroso successo agli Europei disputati in casa nel 1993, quando Christian Welp trascina il quintetto guidato da Svetislav Pesic al trionfale 71-70 in finale con la Russia. E due anni dopo, nelle competizioni per club che fino a quel dì hanno sempre bocciato le ben scarse illusioni germaniche, è l’ora di sfatare un tabù. E l’impresa, in Coppa Korac, riesce all’Alba Berlino, sulla cui panchina, casualmente, subito dopo il trionfo continentale nelle kermesse per nazionali, siede proprio Pesic.

Ad onor del vero la squadra berlinese ha storia brevissima, essendo nata solo nel 1991 sulle ceneri del BG Charlottenburg di cui l’Alba ha rilevato i diritti. Ed i primi tre anni sono già promettenti, con la finale in Bundesliga nel 1992 persa 3-0 con il Bayer Leverkusen che poi, con lo stesso risultato, boccia le ambizioni dei ragazzi di Pesic due anni dopo in semifinale. Nel frattempo l’Alba Berlino, nel quadro di una crescita costante, approccia l’Europa, anche se in Coppa Korac sbatte il muso contro gli spagnoli del Elosua Leon nel 1993, per poi fermarsi dodici mesi dopo nella fase a gironi. Ma la stagione 1994/1995 è alle porte e i tedeschi sono pronti al grande salto.

In effetti l’Alba, se da un lato conferma ormai il suo status di sfidante del Bayer Leverkusen in campionato, rinnovando l’appuntamento con la finale così come, ahimé per lei, anche con la sconfitta, altro 3-0 all’atto decisivo, in Europa il cammino è entusiasmante ben oltre le più rosee aspettative e produce un risultato a sensazione. In assenza del Paok Salonicco, vincitore dell’edizione 1994, e che per l’anno in corso è impegnato in Coppa dei Campioni, l’entry list è aperta da un poker di squadre tricolori che puntano a far bottino pieno, ovvero l’Illycaffè Trieste, finalista appunto con gli ellenici seppur con l’ausilio del marchio Stefanel che stavolta è associato a Milano, la Filodoro Bologna che si appresta a vivere il decennio d’oro della sua storia cestistica, e la Birex Verona di Franco Marcelletti. Estudiantes Madrid, Manresa, Caceres e Caja San Fernando Siviglia battono bandiera iberica, l’Aris Salonicco difende le chances della Grecia al pari di Panionios Atene e Peristeri e Dinamo Mosca, Ulker e Pau Orthez hanno blasone ed organico sufficientemente attrezzati per coltivare legittime ambizioni di vittoria finale.

Dopo un turno preliminare che ha operato la prima scrematura delle 95 squadre iscritte al torneo, i primi due turni non riservano sorprese clamorose, con la sola eliminazione dell’Aris Salonicco che cede di misura nella sfida più interessante con la Dinamo Mosca, recuperando solo tre dei cinque punti di passivo accumulati nel match d’andata (99-94 con 38 punti di Tony Ehite e 86-89). Italiane e spagnole avanzano in blocco alla fase a gironi, che impegna sedici squadre, ed accanto alle favorite della vigilia, ecco anche l’Alba Berlino, che dopo aver eliminato gli ungheresi del Zalaegerszegi vincendo facilmente le due sfide in calendario (Alibegovic miglior marcatore con 20 e 16 punti rispettivamente), riserva stessa sorte ai francesi del Digione (Alibegovic 20 punti all’andata e Rodl 29 al ritorno).

L’Alba Berlino si affida alla regia sapiente di Sasa Obradovic, con l’ex-Fortitudo Teoman Alibegovic a bucare le retine supportato da Rodl e Freyer e con Gunther Behnke a raccattare i palloni rifiutati dal canestro. Il cocktail risulta vincente, con il contributo prezioso del nigeriano naturalizzato tedesco Okulaja e dell’altro teutonico con sangue turco nelle vene Ozturk, e con Machowski, Braun, Baeck e Falk a completare la rotazione a disposizione di coach Pesic. Che ci mette del suo, ma proprio tanto del suo, per amalgamare alla perfezione un gruppo di talento ma con poca esperienza internazionale, anche se gli stessi Rodl, Ozturk, Behnke e Baeck facevano parte della Germania campione d’Europa, inserito nel gruppo che comprende Pau Orthez, Estudiantes Madrid e Birex Verona.

L’iniziale, fragorosa sconfitta interna con i francesi, 82-101 con 30 punti di Winslow a vanificare i 25 punti di Alibegovic, sembra non lasciare troppe speranze all’Alba Berlino di proseguire il suo percorso europeo, a cui fa seguito, dopo il successo con Verona 76-66 firmato ancora da 29 punti di Alibegovic, un’altra sconfitta che parrebbe letale, seppur questa di misura, con l’Estudiantes, 65-63 grazie a 24 punti di Michael Smith. Ed invece le tre partite di ritorno rivoluzionano la classifica, con il Pau Orthez che si assicura il primo posto vincendo cinque delle sei partite ma perdendo in casa, 78-80 grazie a 32 punti di Alibegovic e al contributo di Rodl e Baeck con 18 e 17 punti, quella che risulta decisiva per il passaggio del turno della squadra di Pesic, che con il successo il Francia ed un clamoroso 107-80 all’ultimo turno con l’Estudiantes con Baeck top-scorer con 23 punti, in contemporanea alla sconfitta di Verona a Pau (con i giocatori tedeschi, in mancanza di internet, nel cerchio di metacampo ad attendere notizie confortanti via telefono), a sua volta vola ai quarti di finale.

A questo stadio della competizione giungono anche Trieste, che esce per mano del Caceres che rimonta in Spagna, 118-96 con 29 punti di Paraiso, il passivo accusato in Italia, 82-93, Milano che con Pessina, Bodiroga e De Pol sugli scudi liquida facilmente il Panionios, e appunto il Pau Orthez che grazie a 21 punti di Conrad McRae e 18 punti di Didier Gadou ribalta in casa, 88-73, la sconfitta esterna con l’Ulker, 65-72. Dal canto suo l’Alba Berlino, opposta alla Filodoro Bologna, vince di misura al Palazzetto di Charlottenburg gremito nei suoi 3.000 posti per questa prima volta ai quarti di finale, 77-73 con 18 punti di Rodl, reggendo poi l’urto in trasferta ala Paladozza, 80-80 con Djodjevic a 29 punti ben contrastato da Alibegovic con 19 punti, e conquistndo una storica promozione alle semifinali. Dove ad attendere i tedeschi ci sono gli spagnoli del Caceres, con Milano che invece affronta i francesi del Pau Orthez, infine battuti nelle due partite, con Bodiroga assoluto dominatore davanti al pubblico amico del Forum di Assago con 34 punti a confezionare il 90-85 che dischiude al quintetto di Boscia Tanjevic le porte della finale.

Dove, a sorpresa perché è una prima volta per il basket tedesco, c’è proprio l’Alba Berlino, che in casa pennella la gara perfetta imponendosi con un netto 93-70 che porta la firma di Rodl e Alibegovic, entrambi a quota 24 punti, e Obradovic, che ai 23 punti aggiunge anche 11 rimbalzi e 5 assist. Con un margine di vantaggio così ampio alla squadra di Pesic non rimane che contenere al ritorno il prevedibile ma inoffensivo tentativo di rimonta del Caceres, costretto infine a cedere anche davanti al pubblico amico alle prodezze in attacco di Alibegovic, ancora una volta incontenibile e miglior marcatore della serata con 26 punti.

L’appuntamento con la storia per l’Alba è fissato per il 15 marzo, quando i 9.000 appassionati fasciati di giallo-azzurro della Deutschlandhalle di Berlino attendono i loro eroi all’ultima recita. A questa sfida i tedeschi giungono dopo aver imposto lo stop alla Stefanel Milano nel match di andata al Forum di Assago, 87-87, trascinati dalla furia agonistica di uno stratosferico Obradovic che mette a referto 34 punti, consentendo alla sua squadra di ricucire lo strappo che a metà secondo tempo aveva permesso a Bodiroga e Gentile, autori rispettivamente di 17 e 16 punti, di allungare sul +10, 55-45. In Germania la musica è ben diversa, il trionfo europeo del 1993 è troppo vicino per non aver rinforzato nell’animo dei berlinesi il desiderio del bis, e l’Alba non tradisce. Milano ha Fucka, in non buone condizioni fisiche, relegato in panchina e verrà impiegato infine per 22 minuti (e 6 punti), nondimeno la squadra di Tanjevic vende cara la pelle grazie alla classe di Nando Gentile che spara con precisione da tre punti e al contributo di Sconochini, che costruiscono un vantaggio di cinque punti, 45-40, per il 48-47 all’intervallo che la dice lunga sull’equilibrio del match. E sulla serata di grazia di Alibegovic, già a quota 24 punti a metà gara. Nel secondo tempo la Stefanel tenta un nuovo allungo sul 54-49 ma un parziale di 12-2, complice l’uscita per raggiunto limite di falli di Pessina, spezza la partita in due a favore dell’Alba Berlino. De Pol è un gigante con 16 punti e 10 rimbalzi ma può solo limitare i danni di Milano, che pur rimanendo in partita fino al suono della sirena, cede progressivamente campo ad Alibegovic, che chiude con 34 punti e 11 rimbalzi, e a Rodl, a sua volta autore di 16 punti.

Finisce 85-79 per l’Alba Berlino, ed ora sì, a pieno titolo e a squarciagola, può urlare all’Europa che in Germania, oltre al calcio, si gioca bene anche a pallacanestro.

ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …

FRANCIA-CROAZIA 1998 E LA DOPPIETTA DI THURAM CHE SPENSE I SOGNI DI UN POPOLO FERITO

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La rete del definitivo 2-1 di Thuram – da:obvisper.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il 30 maggio 1992 è la data in cui tutto finisce (od inizia, dipende dai punti di vista …), in quanto in tale giorno viene assunta la Risoluzione n. 757 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito al conflitto in corso nella ex Repubblica Federale jugoslava e che, fra le altre sanzioni, ne limita l’attività sportiva.

Il giorno seguente, sia la FIFA che l’UEFA sospendono la Jugoslavia da ogni manifestazione a carattere internazionale, così che la stessa non può partecipare alle Fasi Finali dei Campionati Europei che si sarebbero disputati a far tempo dal successivo 10 giugno in Svezia, così come alle qualificazioni per i Campionati Mondiali di Usa ’94, dove era stata inserita nel quinto Girone europeo, assieme a Grecia, Russia, Ungheria, Islanda e Lussemburgo.

Come noto, l’esclusine dai Campionati Europei ebbe a determinare una delle più clamorose sorprese della storia della Manifestazione in quanto, richiamata al suo posto la Danimarca che si era classificata alle spalle della Jugoslavia nel Girone eliminatorio, la stessa compie l’impresa di vincere il titolo continentale, ma ciò che a noi interessa è quanto accade negli anni successivi.

Con la citata risoluzione, viene di fatto a sparire una delle più interessanti realtà nel panorama calcistico europeo, proprio nel periodo forse della sua massima espressione quanto a livello di talenti, visto che la Jugoslavia era reduce dal più che lusinghiero Mondiale di Italia ’90, concluso con l’eliminazione ai Quarti di Finale dall’Argentina solo ai calci di rigore e nella fase di qualificazione agli Europei di Svezia ’92 aveva ottenuto 7 vittorie ed una sola sconfitta, il tutto inframezzato dalla vittoria della Stella Rossa di Belgrado nella Coppa dei Campioni ’91, unica formazione del proprio Paese a compiere una simile impresa.

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La Jugoslavia ai Mondiali di Italia ’90 – da:pesmitidelcalcio.com

Era, tanto per capirsi, la generazione dei vari Jugovic, Prosinecki, Boban, Mihajlovic, Pancev e Savicevic, poi tutti – ad eccezione di Prosinecki, che scelse l’esperienza spagnola – a lungo protagonisti (Pancev escluso …) nella nostra Serie A durante il successivo decennio, ma le tensioni etniche poi sfociate nel drammatico conflitto bellico ne impedivano una logica prosecuzione.

Ed ecco, allora, che dalle ceneri della dissolta Jugoslavia nascono nuove realtà calcistiche, la cui più rappresentativa è costituita dalla Croazia, Paese che, nelle citate qualificazioni ai Campionati Europei di Svezia ’92, già forniva alla Nazionale unita giocatori del calibro di Robert Jarni, Zvonimir Boban, Robert Prosinecki, Mario Stanic e Davor Suker, con quest’ultimo ad esordire proprio in tali eliminatorie, andando a segno nel 7-0 contro le Isole Far Oer.

Con una tale, solida base di partenza è sin troppo logico che la ritrovata Nazionale croata – la quale aveva già avuto una sua breve vita dal 1940 al 1944, sfidando, tra le altre, anche l’Italia, venendone sconfitta per 0-4 il 5 aprile ’42 – sia la prima ad emergere dalla diaspora susseguente al dissolversi della Jugoslavia, e proprio gli azzurri sono i primi a rendersene conto, essendo sorteggiati nel medesimo Girone di qualificazione per gli Europei di Inghilterra ’96, con una doppietta di Suker ad infliggere ai vice Campioni del Mondo una sconfitta interna per 2-1 il 16 novembre ’94 a Palermo, anche se poi entrambe le formazioni si qualificano per la fase finale nel Regno Unito, con il match di ritorno a Spalato concluso sull’1-1, recando ancora la firma di Suker per i croati, Capocannoniere del Girone con 12 reti messe a segno.

Centravanti croato che sta anch’egli vivendo un’esperienza all’estero – come del resto quasi tutti i selezionati per la Rassegna continentale, con soli 7 dei 22 convocati a giocare in patria – essendo tesserato per il Siviglia e che si conferma anche agli Europei, siglando una doppietta nel 3-0 inflitto alla Danimarca, cui segue la rete del provvisorio pareggio nella sfida dei Quarti di Finale contro la Germania che sancisce l’eliminazione della formazione slava da parte dei futuri Campioni continentali.

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L’esultanza di Suker dopo la rete contro la Germania ad Euro ’96 – da:gettyimages.it

Un’esperienza quanto mai utile in vista del prossimo appuntamento, costituito dalle qualificazioni per i Mondiali di Francia ’98, in cui la Croazia è inserita, ironia della sorte, nel primo Girone assieme alle limitrofe Slovenia, Bosnia-Erzegovina e Grecia, nonché proprio a quella Danimarca che, nel ’92 come ricordato, aveva beneficiato della squalifica dell’allora Jugoslavia per aggiudicarsi il titolo europeo.

Una formazione, quella danese, che potendo contare sull’esperienza del portiere Schmeichel e sulla classe dei fratelli Laudrup, fa suo il primo posto che determina l’automatica qualificazione alle Fasi Finali del Mondiale, nel mentre la Croazia – sconfitta 1-3 a Copenaghen dopo il pari interno per 1-1 a Spalato, in entrambi i casi con Suker a segno – deve ricorrere allo spareggio fra le seconde, venendo opposta all’Ucraina e staccando il biglietto per la rassegna iridata grazie al 2-0 del match di andata disputato a Zagabria, mentre al ritorno una rete di Boksic annulla il vantaggio iniziale di Shevchenko per i padroni di casa.

Edizione dei Campionati del Mondo alla quale partecipa anche la Jugoslavia – o, per meglio dire, quel che resta di essa, visto che sotto tale denominazione gareggiano solo calciatori di Serbia e Montenegro – e che la Francia torna ad ospitare a 60 anni di distanza dai Mondiali del 1938 vinti dall’Italia, con la speranza per i padroni di casa di riscattare la delusione della mancata qualificazione sia ad Italia ’90 – decisivo il pareggio esterno per 1-1 a Cipro – che ad Usa ’94, con l’ancor più clamorosa doppia sconfitta interna nelle ultime due sfide del Girone, contro Israele e Bulgaria.

Una rapida occhiata ai selezionati delle due formazioni slave fa capire le qualità e  potenzialità dei giocatori nati in tali territori, con la Croazia a schierare il suo “trio delle meraviglie” composto da Boban, Suker e Prosinecki e la Jugoslavia a non essere da meno, rispondendo con personaggi del calibro di Mihajlovic, Jugovic, Stankovic, Stojkovic e Savicevic, tanto per rendere l’idea.

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La Croazia scesa in campo contro l’Argentina – da:gettyimages.it 

Inserite in due Gironi dove ricoprono la veste di “seconde favorite”, sia Croazia che Jugoslavia rispettano il pronostico, con i primi a piazzarsi alle spalle dell’Argentina oramai “vedova” di Maradona, venendo sconfitti per 0-1 nello scontro diretto dopo aver battuto per 3-1 la Giamaica (Stanic, Prosinecki e Suker i marcatori) e per 1-0 il Giappone con sigillo di Suker, mentre i secondi fanno altrettanto, terminando secondi rispetto alla Germania solo per una peggiore differenza reti, dopo aver sprecato nel confronto diretto, concluso sul 2-2, il doppio vantaggio conseguito grazie alle reti di Mijatovic e Stojkovic.

Il secondo posto nel Girone eliminatorio impone il doversi confrontare, agli Ottavi ad eliminazione diretta, con una formazione vincitrice di un altro raggruppamento, ed in questo caso un pizzico di buona sorte viene in aiuto ai croati, visto che nel Gruppo G di loro riferimento, la Romania precede l’Inghilterra, cosa che non avviene per la Jugoslavia, costretta viceversa a confrontarsi con l’Olanda, prima nel Gruppo E.

E, per un’amara eliminazione da parte di quest’ultima, che si arrende agli arancioni per una rete nei minuti di recupero messa a segno da Davids dopo che Komljenovic aveva annullato l’iniziale vantaggio di Bergkamp, il compito di tenere alto il buon nome del calcio slavo resta sulle spalle della Croazia, a cui è sufficiente un rigore trasformato da Suker a fine primo tempo per avere ragione della sempre ostica formazione rumena.

Giunta ai Quarti di Finale, alla Croazia si presenta l’occasione per riscattare la sconfitta subita due anni prima a Manchester, dovendo affrontare i Campioni d’Europa in carica della Germania che già erano caduti a questa fase del Torneo iridato quattro anni prima negli Stati Uniti ad opera della Bulgaria.

E, quella che va in scena il 4 luglio ’98 allo “Stade de Gerland” di Lione, rappresenta la fine di un’epoca per la Nazionale tedesca – che schiera ancora i Campioni del Mondo di Italia ’90 Kohler, Matthaus, Hassler e Klinsmann – annientata da una Croazia superlativa che, dopo aver concluso la prima frazione di gioco in vantaggio per 1-0 grazie ad uno spunto di Jarni, infierisce nel finale arrotondando il punteggio grazie alle reti di Vlaovic e dell’immancabile sigillo di Suker, giunto a quota 4 in Classifica Cannonieri.

Per un intero popolo, a cui il Calcio sta ridando risalto e dignità dopo gli orrori della guerra, si sta materializzando un sogno inimmaginabile alla vigilia, anche se ora, per accedere alla Finale, occorre superare lo scoglio più duro, costituito dai padroni di casa della Francia, la cui sfida è programmata per le ore 21:00 dell’8 luglio ’98 allo “Stade de France” di Paris Saint-Denis, il nuovo impianto costruito per l’occasione e posto a meno di 10 chilometri dal centro della capitale transalpina.

Oddio, non che i “Galletti” abbiano granché entusiasmato sino a questo punto, non avendo avuto soverchie difficoltà ad imporsi in un Girone eliminatorio piuttosto agevole con Danimarca, Sudafrica ed Arabia Saudita, concludendo lo stesso a punteggio pieno (unica gara impegnativa contro i danesi, risolta per 2-1 grazie al decisivo centro di Petit) ed in cui la maggiore nota (negativa …) ed in cui la notizia di maggior risalto è costituita dalla pressoché periodica sciocchezza commessa da Zidane, il quale si fa cacciare al 71’ di Francia-Arabia Saudita per fallo di reazione, così da subire una  squalifica per due giornate.

The French national soccer team poses for the official team picture at Clairfontaine, southern Paris..
La rosa della Francia ai Mondiali ’98 – da:huffingtonpost.fr

La formazione guidata da Aimé Jacquet fa della difesa il suo punto di forza, imperniata sul portiere Fabien Barthez, gli esterni Lilian Thuram e Bixente Lizarazu ed una coppia centrale di tutto rispetto, costituita da Marcel Desailly e Laurent Blanc, contro la quale è quasi impossibile fare breccia per gli attaccanti avversari.

Una sicurezza difensiva che trova piena conferma nelle sfide degli Ottavi e dei Quarti di Finale, che la Francia si aggiudica contro Paraguay ed Italia rispettivamente, dovendo ricorrere nel primo caso al “Golden Goal” siglato proprio da Blanc a 6’ dalla fine dei tempi supplementari, mentre contro gli Azzurri, conclusi senza reti anche i prolungamenti, la decisione circa l’accesso alle semifinali è demandata ai calci di rigore, dove risulta l’errore di Di Biagio, mentre è ancora Blanc a realizzare l’ultimo tiro dal dischetto.

Una Francia, pertanto, difficile da scardinare in difesa – nelle cinque partite sinora disputate ha subito una sola rete, per giunta su rigore, da parte di Michael Laudrup – ma poco pungente in attacco, visto che Jacquet, anche nel match contro la Croazia, tiene inizialmente in panchina sia Henry che Trezeguet, privilegiando uno schieramento con una sola punta di ruolo, un Guivarch più fisico che tecnico, con al contrario un centrocampo di spessore formato dal Capitano Didier Deschamps, oltre a Petit, Karembeu e Djorkaeff, a supporto di uno Zidane al quale è concessa piena libertà d’azione.

Sul fronte opposto, il tecnico bosniaco Miroslav Blazevic dà piena fiducia (e come avrebbe potuto fare altrimenti …) agli stessi undici titolari che avevano disintegrato la Germania, affidandosi in attacco alla coppia formata da Vlaovic e Suker, alimentata da un quadrilatero di centrocampo in cui orchestra il Capitano Boban con a fianco Asanovic, Stanic ed Jarni.

E, come quasi sempre accade quando la posta in gioco è altissima, le prime fasi di gioco sono di studio, così che i 76mila spettatori presenti non hanno modo di esaltarsi particolarmente durante la prima frazione di gioco, visto che le due sole emozioni (per così dire …) sono costituite da due conclusioni da fuori di Zidane, con le due squadre che vanno al riposo sul più scontato degli 0-0 di partenza, ma avranno modo di rifarsi con gli interessi in avvio di ripresa.

Accade difatti, che nemmeno 60” dopo la ripresa del gioco, un lancio in profondità di Asanovic peschi solo smarcato in area francese proprio Davor Suker – uno che non è certo il caso di perdere di vista …. – il quale non si lascia scappare l’occasione di arpionare la sfera e scaraventarla alle spalle di un Barthez in disperata uscita per il punto del vantaggio croato …

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Suker ha appena portato la Croazia in vantaggio – da:gettyimages.co.uk

In uno stadio piombato in un silenzio irreale, a risollevare il morale dei supporter francesi ed a riequilibrare le sorti dell’incontro giunge uno di quei “miracoli sportivi” che solo il Calcio sa regalare, ergendo a protagonista assoluto della sfida colui che con il goal non è che abbia tanta dimestichezza, visto che nelle precedenti 36 occasioni in cui ha indossato i colori della propria Nazionale non era mai andato a segno.

Il soggetto in questione altri non è che il difensore del Parma Lilian Thuram – che in genere opera come centrale, ma che Jacquet ha spostato a terzino destro – il quale “rimette le cose a posto” nello spazio di un solo minuto, allorché approfitta di una imperdonabile leggerezza proprio di Boban, il Capitano croato, il quale ritarda il disimpegno al limite della propria area facendosi soffiare la palla da Thuram il quale, con un rapido uno-due con Djorkaeff, si ritrova a tu per tu con Ladic trafiggendolo per la rete del pareggio.

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La rete del pareggio siglata da Thuram – da:sport24info.ma 

Potete ben capire come il “botta e risposta” nell’arco di un solo giro di lancette dell’orologio abbia potuto spostare l’inerzia dell’incontro, con un colpo psicologico difficile da digerire per i croati e per il suo Capitano in particolare, che viene difatti sostituito da Maric al 65’, prima che tocchi ancora al difensore originario della Guadalupa divenire l’autentico “eroe di giornata” per i colori transalpini.

E’ infatti ancora Thuram, oramai divenuto padrone della fascia destra in chiave offensiva, a proporsi ancora in attacco, scambiare la palla con Zidane ricevendo il passaggio di ritorno al vertice dell’area croata e quindi, liberatosi di un difensore avversario, lasciar partire un diagonale di sinistro tanto violento quanto preciso che va ad insaccarsi nell’angolo basso alla destra di Ladic, vanamente proteso in tuffo.

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La rete decisiva di Thuram vista da altra angolazione – da:gettyimages.co.uk

E’ il 70’, mancano ancora 20 minuti di sofferenza per il popolo francese, visto che, dopo appena 4’, tocca all’esperto Blanc commettere la stupidaggine di giornata colpendo al volto un avversario in attesa dell’esecuzione di un calcio da fermo, il che gli costa l’espulsione (ed il saltare la Finale contro il Brasile …), ma la difesa francese, rinforzata da Leboeuf subentrato a Djorkaeff, resiste ai disperati attacchi croati e, dopo oltre 4’ di recupero concessi dal Direttore di gara spagnolo Garcia Aranda, può festeggiare l’accesso all’atto conclusivo che poi, come noto, farà suo con il 3-0 rifilato ad un Brasile con Ronaldo a mezzo servizio.

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L’espulsione comminata a Blanc – da:gettyimages.it

Per la Croazia resta l’amara delusione di essere giunta ad un passo dal coronare un sogno, solo in parte stemperata dalla conquista del terzo posto, ottenuto superando per 2-1 l’Olanda grazie alle reti di Prosinecki e, soprattutto, di Suker che con tale centro si aggiudica la Classifica dei Cannonieri con 6 centri, essendo andato a segno in 6 delle 7 gare disputate.

Sono passati 20 anni da quell’8 luglio 1998 ed ora la Croazia, ritornata ai vertici del Calcio continentale grazie ad un quadrilatero di centrocampo di tutto rispetto, formato da Rakitic, Brozovic, Modric e Perisic, ha l’occasione per riscattare quella sconfitta affrontando nuovamente la Francia, ma stavolta nella Finale che vale il titolo, avendo peraltro già migliorato il proprio miglior piazzamento di sempre nella manifestazione.

Ma siamo sicuri che ciò non è assolutamente di appagamento per la formazione croata, che proverà a regalare un’immensa gioia ad un popolo di poco più di 4milioni di abitanti, a condizione di non trovarsi di fronte ad “un altro Thuram” che, per chi non fosse a conoscenza di tale particolare curiosità, detiene il record di presenze nella Nazionale francese con ben 142 gare disputate tra il 1994 ed il 2008, ma con sole due reti realizzate, ma vi rendete conto …??

CAMELIA POTEC E LO SGARBO A FEDERICA AI GIOCHI DI ATENE 2004

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Camelia Potec con l’oro di Atene 2004 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di fine millennio a Sydney 2000 rappresentano, per il Nuoto Azzurro, una “svolta storica”, visto che mai, prima di allora, un atleta italiano di ambo i sessi era salito sul gradino più alto del podio, mentre in Australia i rappresentanti del Bel Paese conquistano addirittura il quarto posto nel medagliere, con ben 6 medaglie, di cui tre d’oro (doppio Fioravanti e Rosolino), una d’argento con Rosolino e due di bronzo, ancora di Rosolino e Rummolo, per un risultato sinora più ripetuto nella Rassegna a cinque cerchi.

L’onda lunga (è proprio il caso di dire …) di un tale – e, per certi versi, inaspettato – exploit prosegue l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali di Fukuoka ’01 dove l’Italia si aggiudica lo stesso numero di medaglie, con Rosolino e Boggiatto oro nei 200 e 400misti, la staffetta 4x200sl d’argento così come Fioravanti sui m.100 rana, cui unisce il bronzo sui m.50 rana, stesso metallo conquistato da Brembilla sui m.400sl, per poi progressivamente scemare nel corso delle successive stagioni.

Ed è allora che in soccorso del nostro movimento natatorio – che in campo femminile era ancora ancorato allo “scricciolo” Novella Calligaris, argento e due volte di bronzo ai Giochi di Monaco ’72, nonché oro ed ancora con due bronzi al collo nell’edizione inaugurale dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73 – appare all’orizzonte colei che ne segnerà un’epoca a stile libero, vale a dire la veneta Federica Pellegrini che nel 2000 aveva appena 12 anni.

Non passa molto tempo perché la ragazzina riesca a bruciare le tappe, venendo aggregata alla spedizione per i Mondiali di Barcellona ’03, dove nuota solo una frazione della staffetta 4x100sl in batteria, ma i suoi progressi divengono esponenziali l’anno seguente, dove già sfiora il podio ai Campionati Europei di Madrid ’04, classificandosi quarta sui m.200sl in 2’00”28 nella gara vinta dalla rumena Camelia Potec in 1’58”20, dopo aver raggiunto, tre giorni prima, anche la Finale dei m.100sl (gara abbandonata in seguito per concentrarsi sui m.200 e 400sl …), conclusa al sesto posto con il tempo di 55”33.

Confortata dal buon esito della Rassegna Continentale, la Federazione iscrive la 16enne Pellegrini alla gara dei 200 metri stile libero alle Olimpiadi di Atene ’04, in quella che è un po’ la “prova regina” di tale specialità, ed il campo delle partecipanti è di quello da far tremare i polsi ad una esordiente, vista la contemporanea presenza della primatista mondiale e Campionessa iridata di Roma ’94 Franziska van Almsick (alla disperata ricerca di quell’oro olimpico sempre sfuggitole …), della costaricana Claudia Poll, oro ad Atlanta ’96 e bronzo a Sydney 2000 sulla distanza, della Campionessa mondiale di Barcellona ’03 Alena Popchanka, dell’americana Dana Vollmer, oro l’anno precedente ai “Giochi Panamericani” di Santo Domingo ’03, nonché dell’intero podio dei recenti Campionati Europei, formato, oltre che dalla citata Potec, anche dalla francese Solenne Figuès e dalla svedese Josefin Lilhage.

In un tale consesso, le batterie al mattino del 16 agosto 2004 disputate nella Piscina del “Centro Acquatico Olimpico” di Atene non creano sorprese di sorta, con Federica a scendere sotto i 2’ netti realizzando con 1’59”80 il quarto miglior tempo di qualificazione, non distante dall’1’59”49 dell’americana Vollmer, seguita ad un solo 0”01 centesimo di distanza dalla veterana Claudia Poll.

Ma è nelle semifinali del pomeriggio che l’azzurra scopre le sue carte, imponendosi nella prima serie con il tempo di 1’58”02 lasciando a debita distanza la cinese Pang Jiaying, in una gara che vede quali vittime eccellenti proprio la Poll, non meglio che quarta in 1’59”79, nonché la citata bielorussa Popchanka, quinta in 1’59”87 ed entrambe escluse dalla Finale in quanto la seconda serie vede ben sei nuotatrici scendere sotto il loro limite, con la sesta, l’australiana Erika Graham, eliminata nonostante avesse nuotato in 1’59”44.

Sono invece della partita la Figuès – che si aggiudica la seconda semifinale in 1’58”65 – la Vollmer, la sorprendente polacca Paulina Barzycka, una van Almsick apparsa lontana parente di colei che due anni prima aveva portato ad 1’56”64 il record mondiale, e la fresca Campionessa europea Potec, giunta quinta ed ad un soffio dall’eliminazione, con il tempo di 1’59”25.

Potete pertanto immaginare quale fosse l’attesa nel Clan italiano per la Finale in programma il giorno dopo, che avrebbe visto la Pellegrini sui blocchi della corsia centrale, con a fianco la Figuès, nel mentre in terza e sesta corsia tocca schierarsi alla cinese Pan Jiaying e l’americana Vollmer, considerate le tre più accreditate rivali per l’azzurra, non immaginando che l’amara sorpresa sarebbe giunta dalla prima corsia, con la rumena Potec.

Già, ma chi è questa Potec, di cui abbiamo più volte ricordato il nome ….?

Orbene, ella è già una nuotatrice affermata rispetto alla nostra Federica, dall’alto dei suoi 22 anni, visto che è nata a Braila, nella parte orientale del proprio Paese, il 19 febbraio 1982, specialista sulle distanze dei 200, 400 ed 800 metri dello stile libero, essendosi messa in mostra appena 15enne con il bronzo sui m.200sl ai Campionati Europei di Siviglia ’97, per poi fare doppietta sui m.200 e 400sl nella successiva edizione di Istanbul ’99 e quindi portare ad una sorprendente vittoria la staffetta 4x200sl rumena alla Rassegna Continentale di Helsinki 2000, dove è bronzo sia sui 200 che sui 400 metri a stile libero.

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Camelia Potec sui m.400sl agli Europei di Istanbul ’99 – da:gettyimages.it 

Il 2000 è anche l’anno dell’esordio olimpico per l’allora 18enne rumena, dove raggiunge la Finale dei m.200sl, conclusa al settimo posto, e contribuisce al quarto posto della staffetta 4x200sl, per poi salire sul gradino più basso del podio sui m.200sl ai Mondiali di Fukuoka ’01 e quindi, ai Campionati Europei di Berlino ’02, giungere alle spalle della van Almsick sui m.200sl in 1’57”80 nella gara in cui la tedesca migliora il suo stesso, già ricordato, primato mondiale.

L’assenza della Potec ai Campionati Mondiali di Barcellona ’03 aveva fatto presagire che essa avesse oramai dato il meglio di sé, ma il ritorno al successo in occasione della Rassegna Continentale di Madrid avrebbe dovuto consigliare di inserirla nel ristretto lotto delle pretendenti alla medaglia d’oro, un errore che, non solo la Pellegrini, ma anche le altre finaliste pagheranno a caro prezzo, visto tra l’altro che appena due giorni prima, il 15 agosto, la rumena aveva confermato il suo ottimo stato di forma fallendo per soli 0”15 centesimi (4’06”19 a 4’06”34) rispetto all’americana Kaitlin Sandeno il podio nella Finale dei m.400sl, vinta dalla francese Laure Manaudou con il record europeo di 4’05”34.

Eccoci dunque, al momento della Finale tanto attesa, quel martedì 17 agosto ’04 che in casa azzurra ci si augura possa essere il giorno in cui far cadere il tabù di una medaglia d’oro nel Nuoto a livello femminile, con la Pellegrini, come suo solito, a far sfogare le altre, con Vollmer e van Almsick a dettare il ritmo all’inizio, virando quasi in contemporanea ai 50 metri (divise da un solo 0”01 centesimo, 27”65 a 27”66 …), mentre è la tedesca ad essere in testa a metà gara, dove passa in 57”64, con l’azzurra in quarta posizione e la rumena in sesta.

La consueta terza vasca di Federica inverte le posizioni al vertice, tant’è che all’ultima virata la stessa è al comando con 1’28”20, con anche la francese Figuès, nella corsia accanto, a recuperare posizioni, e gli ultimi 100 metri vedono ingaggiare un fiero testa a testa tra le due transalpine, mentre Vollmer e van Almsick pagano lo sforzo profuso in avvio, con la nostra portacolori che, respirando a destra, può controllare le bracciate della rivale, ma non accorgersi che alla sua sinistra, viceversa, nella corsia più lontana, la prima, la Potec, che già aveva virato in terza posizione ai 150 metri, sta rinvenendo per andare a toccare in 1’58”03 rispetto all’1’58”22 della Pellegrini ed all’1’58”45 della Figuès.

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Un’incredula Potec dopo il trionfo ai Giochi di Atene ’04 – da:gettyimages.ca

Una rumena che costruisce la sua vittoria con i 29”68 nuotati nell’ultima vasca, rispetto ai 30”02 dell’azzurra ed ai 30”12 della francese, nel mentre desta sorpresa l’incredibile finale della polacca Barzycka che, con gli ultimi 50 metri coperti in 29”61 risale addirittura dall’ottava alla quarta posizione, precedendo in 1’58”62 una delusa van Almsick.

A rendere più amara la mancata vittoria per la Pellegrini vi è la constatazione che il tempo nuotato dalla Potec è di un 0”01 centesimo superiore a quanto da lei fatto registrare in semifinale, ma lo sport è questo e bisogna saper accettare le sconfitte, anche se Federica fa fatica a trattenere la delusione nel corso della cerimonia di premiazione, tutto il contrario, ovviamente, della sua avversaria che con l’oro olimpico raggiunge l’apice della propria carriera, ottenuto dopo aver realizzato l’undicesimo tempo delle 16 qualificate per le semifinali ed il settimo delle 8 finaliste, dimostrando di aver saputo quantomeno dosare meglio delle altre le proprie energie, visto che, bene o male, era l’unica reduce dalle fatiche della prova sui 400 metri stile libero.

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Pellegrini, Potec e Figuès alla premiazione – da:gettyimages.co.uk

Per l’azzurra, comunque, si tratta solo del primo passo verso una carriera senza uguali nel panorama natatorio nazionale – ed anche a livello mondiale, non solo per i 6 record mondiali stabiliti sulla distanza, di cui l’ultimo di 1’52”98 stabilito ai Mondiali di Roma ’09 resiste ancora, ma anche per essere l’unica nuotatrice ad aver disputato 7 Finali iridate tra il 2005 ed il 2017 andando sempre a medaglia (3 ori, altrettanti argenti ed un bronzo …) – nel corso della quale “regola i conti” con la Potec quattro anni dopo, ai Giochi d Pechino 2008, facendo suo l’oro con l’allora primato mondiale di 1’54”82 nella Finale in cui la rumena si piazza quinta, realizzando peraltro il suo “Personal Best” di 1’56”87.

Ma siamo altrettanto convinti, conoscendo Federica, che quella sconfitta di Atene deve continuare a “bruciarle” ancora …

IL DRAMMATICO ORO NON BOICOTTATO NELLA PALLAMANO DELLA GERMANIA EST ALLE OLIMPIADI DI MOSCA 1980

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Una fase della finale – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

A dispetto del folle boicottaggio imposto dagli Stati Uniti per le Olimpiadi di Mosca del 1980, appoggiato da ben altri 65 paesi, il torneo di pallamano è probabilmente l’evento che meno di ogni altro paga dazio all’assenza delle nazioni gravitanti nell’orbita della superpotenza stelle-e-strisce. Certo, manca la Germania Ovest che due anni prima, a far data 1978, ha vinto l’edizione dei Mondiali andati in scena a Brondby in Danimarca battendo in finale l’Unione Sovietica, 20-19, ma tutte le maggiori potenze della disciplina sono formazioni dell’Est Europa, e come tali sono presenti all’appuntamento moscovita.

La pallamano, al di là dell’edizione del 1936 espressamente voluta da Hitler e che vide imporsi la stessa Germania davanti ad Austria e Svizzera in un lotto di sole sei partecipanti, torna a venir disputata dai Giochi di Monaco del 1972 e nelle due edizioni precedenti alle Olimpiadi del 1980 vede salire sui tre gradini del podio esclusivamente paesi dell’Est Europa, con la Yugoslavia a trionfare in Germania e la stessa Unione Sovietica a mettersi la medaglia d’oro al collo quattro anni dopo, a Montreal 1976. Ergo, a Mosca quel che sarà il risultato finale avrà sicuramente valenza assoluta.

In effetti alla rassegna a cinque cerchi partecipano cinque delle prime sei nazionali classificate ai Mondiali, appunto ad eccezione dei tedeschi occidentali, con Algeria e Kuwait che rimpiazzano le boicottanti Tunisia e Giappone, Romania (sul podio sia a Monaco 1972 che a Montreal 1976), Ungheria e Spagna a rappresentare la settima, nona e decima forza mondiale, e Svizzera e Cuba a completare l’insieme di dodici squadre partecipanti, inserite in due raggruppamenti a sei squadre che definiranno a seconda del piazzamento le partite di finale.

I padroni di casa dell’Unione Sovietica, come è logico che sia, capeggiano i pronostici della vigilia, in virtù anche del titolo conquistato quattro anni prima in Canada, ed in effetti sembra difficile poter mancare il bis davanti al pubblico amico. Le antagoniste più accreditate rispondono al nome di Germania Est, terza ai Mondiali, Romania, che punta a salire nuovamente sul podio olimpico, Yugoslavia, in cerca dell’ispirazione che garantì il successo a Monaco 1972, Danimarca, unica formazione competitiva non dell’Est Europa, e Polonia, terza a Montreal 1976 e guidata dal superbomber Jerzy Klempel che ai Mondiali ha trionfato tra i marcatori con ben 47 reti in sole 6 partite.

Ed in effetti lo sviluppo del torneo non lascia spazio a sovvertimenti clamorosi. Nel gruppo A prevale infine la Germania Est, che dopo aver battuto in rimonta all’esordio la Spagna, 21-17 con 6 reti di Frank-Michael Wahl, pareggia la sfida capitale con l’Ungheria, 14-14 con altre 6 reti di Wahl, approfittando poi del pareggio tra magiari e polacchi, 20-20, e battendo a sua volta di misura la Polonia, 22-21, per chiudere in testa il girone con 4 vittorie ed un pareggio, il che vale l’accesso alla finalissima, con Ungheria relegata alla sfida di consolazione per la medaglia di bronzo.

Nel gruppo B l’Unione Sovietica, dopo aver vinto facilmente all’esordio con la Svizzera, 22-15, ed aver poi demolito il malcapitato Kuwait, 38-11, così come l’Algeria, 33-10, cade inaspettatamente con la Romania di uno scatenato Vasile Stinga, 19-22 dopo aver chiuso nettamente in vantaggio il primo tempo 15-9, rendendo così necessaria una vittoria con almeno quattro reti di scarto, per il conteggio della differenza-reti negli scontri diretti, all’ultimo turno nel match senza ritorno con la Yugoslavia, a punteggio pieno dopo le prime quattro partite e a sua volta vincitrice della Romania con scarto ridotto, 23-21. E la sfida tra le due trionfatrici alle Olimpiadi del 1972 e del 1976 non tradisce le attese, con l’Unione Sovietica che ringrazia il portiere Mykola Tomin che sventa ben cinque rigori, vincendo 22-17 con 5 reti di Anatoly Fedyukin, top-scorer della sua squadra a rendere inutili le 6 reti dello slavo Pavao Jurina, che perde anche la possibilità di giocare per la medaglia di bronzo, relegata com’è alla finale per il quinto e sesto posto con la Spagna.

Urss-Germania Est, dunque, vale la medaglia d’oro, e il 30 luglio, alle ore 18.30, la Sokolniki Arena di Mosca è gremita in ogni ordine di posto, con l’illusione neppure troppo peregrina di veder trionfare i beniamini di casa. Nondimeno i tedeschi, guidati in panchina dal leggendario Paul Tiedemann, che nel 1963 fu campione del mondo, con la coppia composta da Kruger e Wahl a colpire con freddezza in attacco, ed uno stratosferico Wieland Schmidt tra i pali, vendono cara la pelle, rispondendo colpo su colpo alle azioni offensive disegnate da Vladimir Belov e Alexander Anpilogov (dieci reti in due). L’equilibrio regna sovrano, come certificato dal 10-10 all’intervallo e dal 20-20 con cui i sessanta minuti regolamentari vanno in archivio, con i sovietici a recuperare lo svantaggio con lo stesso Anpilogov su rigore con soli 22″ ancora da giocare. La sfida, drammatica nel suo svolgimento, necessita dunque della coda dei tempi supplementari, e qui la Germania Est completa il suo capolavoro, rispondendo al vantaggio di Anpilogov, 20-21, che si vede anche ribattere da Schmidt un tiro di rigore che poteva risultare decisivo, allungando sul 23-21 con Wahl e Kruger quando l’Unione Sovietica pareva padrona del campo e grazie anche ad Hans-Georg Beyer, autore del gol dell’apoteosi, fratello di quell’Udo Beyer che nel 1976 fu a sua volta campione olimpico di lancio del peso, resistendo infine all’ultimo disperato tentativo dei sovietici di rimettere in piedi la partita, ancora con Anpilogov ed ancora di rigore, per vedere all’ultimo secondo infrangersi sul palo il tiro di Karshakevich, che strozza in gola ad un paese intero il suo sogno d’oro.

Finisce 23-22, e per la Germania Est, travolta negli anni Settanta e Ottanta dalla sporcizia del doping di stato, è tempo di brindare al primo (ed anche unico) successo nella pallamano. Non boicottato, pur in assenza dei cugini occidentali. E per di più in casa della grande Madre Russia… reato di lesa maestà!