JOHN STOCKTON, COSI’ ANONIMO DA ESSERE IL MIGLIORE

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John Stockton – da saltcityhoops.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se vi dovesse mai capitare di fare un viaggio a Spokane, ridente città situata nella zona orientale dello stato di Washington, attraversata dal fiume omonimo e ad ovest delle Montagne Rocciose, nonché distante meno di 150 km. dal confine con il Canada, potreste incontrare per strada un personaggio che, a prima vista, altri non sembra che un consulente finanziario.

Ed invece quel signore lì, l’anticonformista per eccellenza, specie negli Usa dove gli sportivi di ogni disciplina non si risparmiano certo quanto a stravaganze, altri non è che John Stockton, che ha Spokane ha avuto i natali il 26 marzo 1962 e tuttora vi risiede con la propria, numerosa, famiglia e che ha sempre preferito i fatti alle parole, tanto da risultare per un decennio il miglior playmaker in assoluto della NBA, la lega professionistica di basket americana, continuando a detenere i primati quanto ad assist forniti e palle recuperate.

Cresciuto in una famiglia di vasta cultura sportiva – il nonno paterno, Houston Stockton, era stato un discreto giocatore di football (quello americano, ovviamente) negli anni ’20 – il giovane John dimostra sin dalle prime uscite una insolita riluttanza verso i grandi palcoscenici, rifiutando varie offerte dalle più importanti università dell’Idaho e del Montana dopo essersi messo in mostra nel locale liceo, per restare nella sua Spokane ed iscriversi alla Gonzaga University, dove subisce la positiva influenza del coach Dan Fitzgerald, anche se i “Bulldogs” non sono una formazione in grado di competere per i vertici della NCAA.

Nei tre anni al college, Stockton perfeziona la propria abilità di “assist man” e nel recuperare palla agli avversari, tant’è che, nel 1984, anno del suo passaggio al professionismo, detiene il record dell’ateneo per passaggi smarcanti – 554 in tre anni, che lo vede tuttora al quarto posto nella graduatoria assoluta – e per palle recuperate, ben 262, primato ancor oggi insuperato, nonostante Gonzaga sia successivamente divenuta, a partire dal nuovo millennio, una delle più temibili squadre nel panorama del basket universitario americano.

Queste statistiche consentono a Stockton di essere preselezionato da Bob Knight in vista della scelta dei 16 giocatori che andranno a comporre la squadra olimpica Usa ai Giochi di Los Angeles 1984, venendo scartato all’ultimo taglio – peraltro assieme a Maurice Martin, Terry Porter e Charles Barkley, anche se quest’ultimo più per incompatibilità caratteriale con il coach che non per questioni tecniche – ma avendo la possibilità di far una prima conoscenza con Karl Malone, proveniente da Louisiana State, con cui formerà una delle più devastanti coppie della storia della NBA.

Lasciato a Michael Jordan e Patrick Ewing il compito, non molto impegnativo peraltro, di vincere l’oro olimpico, a Stockton non resta che verificare quale team professionistico abbia intenzione di assicurarsi i suoi servizi in occasione del draft svoltosi il 19 giugno 1984 a New York e ricordato come quello di maggior impatto sul torneo NBA, visto che ne uscirono futuri campioni ed “Hall Famers” quali Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Charles Barkley, mentre gli Utah Jazz, che devono scegliere per 16esimi, optano per il play di Gonzaga, e le cronache riportano che le migliaia di tifosi radunate al “Salt Palace” per assistere in diretta all’evento, accolsero la notizia con un silenzio di tomba, atteggiamento del quale avrebbero avuto modo di ricredersi.

La fortuna di Stockton e dei Jazz si materializza l’anno seguente – dopo che, nella sua prima stagione da “rookie“, John chiude con medie di 5,6 punti e 5,1 assist per gara ed Utah viene eliminata al secondo turno dei playoff da Denver – allorquando, con la 13esima scelta nel draft, possono portare nello stato dei Mormoni l’ala forte Karl Malone, per gentile concessione di Indiana, Seattle, Cleveland e Phoenix che, pur avendo diritto di scelta anteriore, optano, per detto ruolo, rispettivamente su Wayman Tisdale, Xavier McDaniel, Charles Oakley ed Ed Pinckney, mah.

Sono quelli gli anni in cui nella NBA dominano la scena i Boston Celtics ed i Los Angeles Lakers, con questi ultimi a mandare in scena il celebre “Show Time” sapientemente diretto da “Magic” Johnson ed al quale gli Utah Jazz, con Stockton stabilmente in quintetto base a far tempo dalla stagione 1987/88 – la prima che lo vede al vertice nella speciale classifica degli assist con 13,8 di media per gara – riescono ad opporre ottime prestazioni in “regular season“, poi puntualmente vanificate ai playoff, con due cocenti eliminazioni al primo turno sia nel 1989 che nel 1990, ad opera rispettivamente di Golden State (0-3) e Phoenix Suns (2-3), nonostante che proprio nel 1990 Stockton stabilisca il suo “personal best” di 14,5 assist a partita, per un totale di 1.134 nel corso della stagione regolare.

Primato che, quanto a numero complessivo, Stockton supera l’anno seguente giungendo a quota 1.164, quarta stagione consecutiva in cui Stockton supera “quota mille“, cui ne aggiunge una quinta l’anno successivo per poi toccare a sette con analoghi exploit nel 1994 e 1995, un qualcosa di mostruoso, qualora si pensi che solo due altri giocatori in carriera – Kevin Porter nel 1979 con 1.099 ed Isiah Thomas nel 1985 con 1.123, entrambi con la divisa dei Detroit Pistons – sono riusciti in una tale impresa.

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Un assist di Stockton – da nba-evolution.com

Sfortunatamente per Stockton ed “il postino” Karl Malone – così soprannominato poiché “recapita” a canestro gli inviti del compagno – all’appannamento di Magic Johnson e Larry Bird e dei loro Lakers e Celtics, fa da contrapposizione l’era di Michael Jordan e dei suoi “Chicago Bulls, tale da rendere sempre più difficile la conquista dell’anello da parte dei “re del pick and roll“, che non è un ballo in voga all’epoca, ma una combinazione tesa a smarcare il lungo per ricevere l’assist vincente, ed in questo fondamentale nessuna coppia è stata così abile nella relativa esecuzione più dei due “amici per la pelle” di Salt Lake City.

Un primo riconoscimento per Stockton – e di converso anche per Malone – giunge nella selezione per il celebre “Dream Team” chiamato a riscattare l’onore degli Usa alle Olimpiadi di Barcellona 1992 dopo il fallimento di quattro anni prima a Seul, e stavolta il coach Chuck Daly (allenatore nella NBA dei Detroit Pistons) non ha remore ad inserire entrambe le stelle dei Jazz tra i dodici che sbarcano in Catalogna, pur se, più per motivi di marketing e pubblicitari che di altro, a Stockton tocca il ruolo di comprimario nel ruolo di play data l’ingombrante e mediatica presenza di Magic Johnson.

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Stockton con la maglia Usa – da nba-evolution.com

Nelle tre prime stagioni del nuovo decennio – dal 1991 al 1993 – in cui l’anello non si sfila dalle dita dei Bulls, Utah continua, nonostante Stockton non manchi di primeggiare nella speciale classifica degli assist, con medie di 14,2, 13,7 e 12 per gara, a fallire anche il titolo della Western Conference, per il cui atto conclusivo si qualificano nel 1992 solo per essere superati 4-2 da Portland.

E’ evidente che il solo “duo delle meraviglie” non è sufficiente per far compiere il salto di qualità alla squadra, ed il coach Andy Sloan corre ai ripari ottenendo, nel 1994 a stagione in corso, i servigi di Jeff Hornacek, acquistato dai Philadelphia 76ers e potendo così affiancare ai “big two” un esterno da oltre 15 punti di media a stagione e con percentuali intorno al 40% nel tiro da tre.

L’innesto fornisce subito i suoi frutti ed i Jazz – dopo aver chiuso la stagione regolare con il quinto miglior record di 53-29 – giungono nuovamente alla finale di Conference, vedendosi però sbarrata la strada dagli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che sfruttano al meglio il periodo dedicato al baseball di Michael Jordan per far loro il titolo contro New York dopo aver spazzato via Utah 4-1 nella finale della costa occidentale, ripetendosi l’anno seguente, sia nell’eliminazione dei Jazz – ma stavolta per 3-2 al primo turno nonostante i Rockets fossero giunti non meglio che sesti in “regular season” – che nella conquista dell’anello, compiendo l’impresa di superare, uno dietro l’altro, i terzi (Utah), i secondi (Phoenix, serie conclusa 4-3) ed i primi (San Antonio, sconfitti 4-2) della Western Conference, per poi non lasciare scampo nella finale NBA agli acerbi Orlando Magic del 22enne Shaquille O’Neal.

Al di là del negativo esito delle precedenti stagioni, gli Utah stanno sempre più immagazzinando e mettendo in pratica gli schemi e gli insegnamenti di Sloan, il quale, al pari di Stockton e Malone, lega la propria carriera pressoché interamente ai Jazz, che allena per ben 23 stagioni, e sono pronti a raccogliere la sfida lanciata alle altre formazioni della lega dai Chicago Bulls del figliol prodigo Michael Jordan.

Le prove generali si svolgono nel 1996, quando Utah, chiusa la stagione regolare con il terzo miglior record – e Malone con 25,7 punti di media, Hornacek 15,2 ed il 47% dalla lunga distanza e Stockton a distribuire 11,2 assist a partita – raggiunge nuovamente la finale di Conference, che stavolta lo oppone ai Seattle Supersonics di Shawn Kemp e Gary Payton nel “derby dello Stato di Washington“, soccombendo 90-86 in gara-7 nonostante il contributo di Stockton anche in fase realizzativa, con 22 punti a referto.

Per Stockton e Malone l’amarezza viene mitigata dal secondo oro consecutivo conquistato alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – i soli, con Barkley, Scottie Pippen e David Robinson, reduci dal “Dream Team di quattro anni prima – ma ancora una volta Stockton è chiamato a far da riserva, nel ruolo di play, a Gary Payton, leader dei Sonics.

Si rende quindi evidente dover cercare il miglior ranking in “regular season” per poter aver aspirazioni di finale e, nei due anni successivi, i Jazz centrano l’obiettivo, con i rispettivi record di 64-18 nel 1997 e di 62-20 nel 1998, così da poter disporre del vantaggio del fattore campo nei playoff della costa occidentale, che li vedono nella prima delle due stagioni disporre con sufficiente facilità dei Los Angeles Clippers (3-0), dei “cugini” dei Lakers (4-1) e di vendicarsi di Houston con il 4-2 che li laurea campioni della Western Conference, per potersi, finalmente, presentare al cospetto di sua maestà Jordan per il titolo assoluto.

Ma con i Bulls a beneficiare del vantaggio del fattore campo, in virtù del 69-13 della stagione regolare, e soprattutto con Jordan a fare il Jordan con una media di 32,3 punti/gara, l’impresa si rivela insormontabile, pur con la difesa di Utah a limitare l’attacco di Chicago e, con due vittorie casalinghe a testa, la serie si risolve in gara-5 in quella che passa alla storia come la “partita della febbre, ma non del tifo sugli spalti del “Delta Center“, bensì per un vero e proprio attacco febbrile accusato il giorno prima da Michael Jordan per aver mangiato una pizza avariata, menomazione alla quale “Air” risponde da par suo mettendo a segno 38 punti, con i Bulls che rimontano nell’ultimo quarto, con un parziale di 23-16 che dà loro la vittoria per 90-88, per poi chiudere definitivamente i conti due giorni dopo, allo “United Center“, con il 90-86 che certifica il loro quinto titolo in sette stagioni, ancora una volta rimontando dopo essere stati sotto di 7 punti all’intervallo.

Con le sue tre stelle ad avvicinarsi alla soglia dei 40 anni, per Utah le speranze di giungere finalmente alla conquista del titolo si riducono sensibilmente, ma il loro spirito è quello dei campioni di razza e, pareggiando il record in stagione regolare di 62-20 con i Chicago Bulls, ottengono il vantaggio del fattore campo, qualora le due squadre si aggiudicassero le rispettive Conference, grazie al doppio – e quasi in fotocopia – successo (101-94 a Chicago, 101-93 a Salt Lake City) in “regular season“.

Diciamo che i Jazz si erano “costruiti” il diritto alla rivincita, e così è stato, con il solo spavento al primo turno dei playoff contro Houston, vincitore in gara-1 rovesciando il fattore campo, per poi essere sconfitto 3-2, mentre i successivi accoppiamenti non costituiscono problemi di sorta, con San Antonio ed i Lakers annichiliti sotto i rispettivi 4-1 e 4-0 subiti, mentre dall’altra parte della costa i Bulls dovevano sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione, nella finale di Conference, degli Indiana Pacers in una serie dove è il fattore campo a farla da padrone, venendo puntualmente rispettato per il 4-3 definitivo.

Con stavolta il vantaggio del campo a disposizione, le possibilità di giungere finalmente al sospirato anello sono indubbiamente maggiori, ma mai dare qualcosa per scontato quando dall’altra parte vi è un Jordan in stato di grazia, ben supportato dal fedele Scottie Pippen e dal croato Tony Kukoc, e le prime avvisaglie si vedono già in gara-1 che Utah porta a casa solo al supplementare 88-85 dopo aver subito la consueta rimonta di Chicago nell’ultimo parziale e con Stockton sugli scudi quanto a realizzazioni, risultando il “top scorer” dei suoi con 24 punti all’attivo.

I Jazz replicano in gara-2 gli 88 punti della prima serata, ma stavolta non si rivelano sufficienti per impedire ai Bulls di violare il parquet del “Delta Center” in un match in cui Jordan mette a referto 37 dei 93 punti realizzati dalla sua squadra, e quando, in gara-3 allo “United Center“, Utah viene sommersa per un risultato di 96-54 che non ha eguali in una serie finale di playoff, sono in molti a pensare che ben difficilmente le due squadre si sarebbero incontrate di nuovo a Salt Lake City, convinzione ancor più rafforzata dal successo di Chicago per 86-82 in gara-4, il che stava a significare che mancava una sola gara per chiudere la questione, e la stessa si giocava a Chicago due giorni dopo, il 12 giugno 1998.

Sloan non può che far appello all’orgoglio dei suoi per prolungare la serie e, per una volta, a strappare la scena a Jordan è il “postino” Karl Malone che, ben coadiuvato da Stockton, autore di 12 assist, mette a segno qualcosa come 39 punti (con il 63% dal campo e l’83% ai liberi) per l’83-81 conclusivo che strozza in gola ai tifosi dei Bulls la gioia per la conquista del sesto anello, che già pregustavano dopo il 36-30 in loro favore con cui si era chiuso il primo tempo.

Sotto 2-3 nella serie, ma con le due ultime gare in programma sul parquet amico, l’occasione è più unica che rara per i Jazz e l’atmosfera sulle tribune del “Delta Center“, la sera del 14 giugno, è quella tipica “dell’oggi o mai più” e la gara assume i nitidi contorni della più autentica delle sfide playoff.

Con le due squadre decise a non mollare – anche se sarebbe più corretto dire Jordan al posto di Chicago, visto che Pippen, già non al meglio, vede peggiorare la sua condizione tanto da limitare il suo minutaggio a soli 26′ con 8 punti all’attivo – i Jazz prendono un modesto vantaggio che li porta a condurre 25-22 dopo il primo parziale, 49-45 all’intervallo lungo e 66-61 alla fine del terzo quarto, rimandando il tutto agli ultimi 12′ di gara.

Qui entra in scena Jordan, il quale dapprima ricuce lo strappo, raggiungendo la parità a quota 83, e poi, dopo che Stockton replica da 3 per l’86-83 a meno di 42″ dal termine, va a segno in entrata e quindi compie il suo capolavoro, rubando palla in attacco a Karl Malone – autore peraltro di una prova mostruosa con 31 punti, 11 rimbalzi e 7 assist – ed andando a canestro per l’88-87 che ribalta la situazione, giungendo a quota 45 punti in serata.

Ci sarebbe spazio per un ultimo tiro, con 5″ ancora da giocare, e la responsabilità se la assume Stockton con una conclusione da 3 che prende il ferro e sulla quale si chiudono definitivamente i suoi sogni di gloria, anche se nel dopo-gara il playmaker dei Jazz dichiara di essersi sentito sicuro del fatto che il tiro andasse a canestro.

Per Stockton non vi sarà più un’altra chance per il titolo, venendo i suoi Utah Jazz eliminati da Portland nelle semifinali della Western Conference nel 1999 e nel 2000 ed al primo turno dei playoff nelle successive tre stagioni, ritirandosi a maggio 2003 dopo 19 stagioni consecutive in cui ha disputato qualcosa come 1.504 incontri di stagione regolare – dei quali 1.412 in coppia con Karl Malone – distribuito 15.806 assist (media 10,5 a partita) e recuperato 3.265 palloni, tant’è che a Salt Lake City, oltre a ritirare la sua maglia n. 12, hanno pure intitolato la strada che porta al Palazzetto “John Stockton Drive“.

Il tutto per un giocatore che ha sempre rifiutato le luci della ribalta, che ha continuato ad indossare pantaloncini corti nell’epoca in cui nella Nba incomincia a prendere voga la moda dei pantaloncini lunghi sino alle ginocchia e che, intervistato su quanto entusiasmante sia stata la sua vita da stella del basket, si permette di rispondere che… “starsene in una stanza d’albergo in attesa della gara non ha mai compensato quello che ho perso nel non poter stare con la mia famiglia….

Ecco, questo, in estrema sintesi, è stato John Stockton, l’antidivo per eccellenza

IL GRAN PREMIO DEL BRASILE 1989 E L’ESORDIO VINCENTE DI MANSELL CON LA “ROSSA”

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Mansell alla guida della Ferrari – da pinterest.com

articolo a cura di Cavalieri del rischio

La stagione 1988 del mondiale di Formula 1 mandò in pensione i motori sovralimentati che erano stati protagonisti negli anni Ottanta e, come preannunciato già dal 1986, tutte le scuderie avrebbero dovuto competere utilizzando motori aspirati con cilindrata fino a 3500 cm³ e numero di cilindri massimo pari a 12, senza alcun limite di consumo.

Il V12 fu adottato dalla Ferrari e dalla Lamborghini, che spinse le Lola Larrousse senza particolare fortuna, penalizzata dalla scarsa affidabilità e dai mezzi risicati del team; molte scuderie, tra cui la Benetton, adottarono il propulsore Ford ad otto cilindri, scelta su cui puntarono anche Judd e, senza particolare successo, la Yamaha, quest’ultima montata sulla modesta Zakspeed che riuscì raramente a qualificarsi per la gara. Il dieci cilindri fu invece protagonista con la Williams Renault e soprattutto con la McLaren Honda, la squadra da battere, per nulla ridimensionata dal cambio regolamentare.

A proposito, le novità non finivano con i motori: dopo due stagioni di monopolio Goodyear tornò in Formula 1 la Pirelli, scelta da Brabham, Coloni, Eurobrun, Dallara, Osella, Zakspeed e Minardi, e proprio grazie all’ottima tenuta degli pneumatici la scuderia faentina vide le proprie prestazioni incrementare notevolmente nel finale di stagione, al punto che Martini si trovò in testa all’Estoril, facendo capolino più volte nei quartieri alti durante le ultime gare.

Il numero di team e piloti iscritti rese necessaria l’organizzazione delle prequalifiche, ovvero una sessione di un’ora il venerdì mattina, dalle otto alle nove, dove tredici piloti sarebbero stati costretti a dare tutto per superare la tagliola ed approdare alle qualifiche ufficiali, dove altri quattro sarebbero stati esclusi per portare in griglia i 26 piloti ammessi su un totale di 39; per i piccoli team si sarebbe rivelata un’impresa, per alcuni piloti un miraggio. Il sistema utilizzato venne aspramente criticato da Piercarlo Ghinzani, in quanto capitò più volte che i tempi di piloti eliminati nelle pre-qualifiche risultassero migliori di quelli di colleghi regolarmente in griglia, ma d’altronde non fu facile trovare un sistema per regolamentare una presenza così ampia di partecipanti.

Purtroppo la stagione partì con un dramma: durante una sessione di test a Jacarepagua in vista della prima gara Philippe Streiff uscì di pista con la sua Ags e riportò gravi danni alla colonna vertebrale rimanendo paralizzato; successivamente ebbe modo di dimostrare una grande forza d’animo adoperandosi attivamente fino a diventare consigliere tecnico per i diritti delle persone diversamente abili, sotto la supervisione del Ministero della Sanità francese.

Com’è noto il circus non si ferma e la stagione 1989 viene inaugurata dal Gran Premio del Brasile proprio sul circuito di Jacarepagua, dove le prove fanno le prime vittime illustri, quali Johansson, alla guida di una Onyx ancora acerba, i nostri Caffi e Ghinzani, oltre ad Arnoux, al volante di una Ligier sempre più in crisi; la pole position è invece conquistata dall’idolo di casa Ayrton Senna, capace di rifilare oltre otto decimi a Patrese (in prima fila per la prima volta dal 1983) e oltre un secondo al compagno di squadra Prost, in terza fila con Mansell e preceduto dall’altra Ferrari di Berger e dalla Williams di Boutsen. La Ferrari è particolarmente coraggiosa, portando in pista la rivoluzionaria 640, scherzosamente soprannominata “papera” per il particolare muso a becco, dotata di grandi pance, forme sinuose, ala posteriore ridottissima e soprattutto equipaggiata con una grande novità rappresentata dal cambio semi-automatico a sette rapporti, che mira ad assicurare grandi vantaggi permettendo ai piloti di non togliere le mani dal volante durante il cambio di marcia, sistema che si rivela efficacie ma ancora difficoltoso da gestire, soprattutto per quanto riguarda l’affidabilità.

Pronti, partenza, via: prima sorpresa! Patrese e Berger partono benissimo e affiancano Senna, ma solo la vettura dell’italiano passa indenne la prima curva, mentre per i due piloti di Ferrari e McLaren la corsa è già compromessa, con l’austriaco subito fermo e il brasiliano costretto per lungo tempo ai box. Bousten, rimasto senza specchietto destro, colpito da un pezzo della vettura di Senna, è costretto quasi subito al ritiro per la rottura del motore, la situazione di gara vede dunque Mansell e Prost all’inseguimento dell’ottimo Patrese, “vittima” purtroppo di una strategia non molto azzeccata della Williams, che attende troppo per il primo cambio gomme, motivo per cui i due inseguitori, già fermatisi per una prima sosta, raggiungono e superano il padovano. Il ritmo di gara rimane alto e Mansell sembra indiavolato: rientra nuovamente ai box e, caso inusuale, sostituisce anche il volante lamentando problemi ai comandi del cambio semi-automatico, poi torna in pista passando nuovamente Prost, che mantiene il controllo della situazione, consapevole del fatto che il nemico pubblico numero uno, ovvero il suo compagno di squadra, è incastrato nelle retrovie nonostante numerosi sorpassi. Brutte notizie per Riccardo Patrese, fino a quel momento grande protagonista della gara: dopo uno spettacolare sorpasso su Gugelmin inizia a rallentare ed accosta mestamente per noie all’alternatore, a questo punto il “Professore” inizia ad amministrare e al box Ferrari la tensione è altissima per l’incognita dell’affidabilità, ma tutto funziona a dovere e Mansell, il “leone d’Inghilterra“, l’ultimo pilota scelto personalmente da Enzo Ferrari, taglia per primo il traguardo davanti a Prost; Gugelmin, profeta in patria, sale sul podio per l’unica volta in carriera, e un sorprendente Johnny Herbert chiude quarto nonostante non sia ancora in grado di camminare agevolmente in seguito ad un grave incidente avvenuto durante una gara di Formula 3000.

E’ la prima vittoria per una vettura dotata di cambio semi-automatico, ma pare che il primo impiego di tale sistema su una vettura di Maranello risalga addirittura alla fine degli anni Settanta quando l’ing.Forghieri tentò di applicare un’idea del Drake montando quel particolare cambio su una 312 T3, poi il progetto venne messo in stand by (salvo un nuovo tentativo testato sulla F186) e riproposto in modo deciso con l’arrivo di John Barnard, partendo da lunghe sessioni di test con Roberto Moreno al volante fino al debutto vincente di Rio De Janeiro. L’intuizione si dimostrò vincente: Ayrton Senna ad Adelaide nel 1991 siglò l’ultima pole position per il cambio ad H, che rimase in dotazioni per pochi anni solo per quanto riguarda i piccoli team, scomparendo definitivamente per lasciare spazio al semi-automatico; quando la Formula 1 era un laboratorio sperimentale continuo, teatro di grandi scoperte e grandi fallimenti, ma sempre con numerosi spunti di analisi e spettacolo in pista.

JOHAN CRUIJFF, IL PROFETA DEL CALCIO TOTALE

 

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Johan Cruijff – da blog.sentieriselvaggi.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando la sera del 28 maggio 1969, sul terreno del “Santiago Bernabeu” di Madrid, il Milan conquista la sua seconda Coppa dei Campioni schiantando per 4-1 gli olandesi dell’Ajax Amsterdam, sono in pochi a ritenere che quel ragazzo di poco più di vent’anni che, sì, fa un gran movimento, corre, si danna l’anima ed è difficile da marcare, possa poi divenire l’alfiere della più grande rivoluzione che il calcio abbia mai dovuto conoscere, trasformandone per sempre la fisionomia.

Già, perché quella sera le luci della ribalta sono tutti per lui, l’ex “Golden Boy” ed ora maturo Gianni Rivera, il quale dirige da par suo l’orchestra rossonera fornendo a Pierino Prati gli assist per la seconda e quarta rete della sua personale tripletta – ultimo giocatore ad esservi riuscito in una finale di Coppa Campioni/Champions League – per poi fregiarsi a fine anno del “Pallone d’Oro” messo in palio dalla rivista “France Football“, primo italiano a riuscire in tale impresa, se si esclude l’italoargentino Sivori nel 1961.

Non è dato sapere cosa sia passato quella notte nella testa del citato giovane olandese, tale Hendrik Johannes “Johan” Cruijff, nato ad Amsterdam il 25 aprile 1947, ma di certo, avrà rimuginato nella sua mente come fare per arrivare egli stesso a raggiungere un tale traguardo, pensiero che gli sarà rimbalzato nel vedere assegnare a Rivera il prestigioso riconoscimento della rivista francese.

Oddio, non è che il futuro “Profeta del gol fosse uno sconosciuto nella regione dei polder al di sotto del livello del mare, e che la sua potesse essere una carriera da predestinato se ne ha sentore sin dal giorno del suo debutto, il 15 novembre 1964 a 17 anni, nel successo esterno per 3-1 dei “lancieri” sul campo del Groningen, cui la settimana successiva fa seguito la sua prima rete con la divisa biancorossa nella netta vittoria casalinga per 5-0 contro il PSV Eindhoven.

Non era stata un’infanzia facile quella di Johan e di suo fratello Heini, figli di una coppia che gestisce un negozio di frutta e verdura, sufficiente per tirare avanti con dignità, ed i due rampolli dividono il loro tempo tra scuola, compiti ed interminabili partite a calcio per le strade della metropoli olandese, dove Johan affina le sue innate qualità tecniche, saltando come birilli gli amici e consentendogli di entrare, sin dal compimento del suo decimo anno, nelle formazioni giovanili dell’Ajax, assieme al fratello, che ricopre il ruolo di stopper.

Che l’adolescente Johan avesse già le stimmate del leader se ne accorge ben presto il presidente degli ajacidi, quando, colpito a 12 anni dalla perdita del padre per un infarto, riesce a convincerlo ad affidare alla madre – che nel frattempo ha dovuto cedere l’attività e vendere l’abitazione – i lavori di pulizia al vecchio stadio “De Meer“, nonché a servire al bar durante le partite, mentre lui abbandona gli studi per seguire quella che ritiene essere la strada che il destino gli ha assegnato.

E, nonostante faccia ancora parte delle formazioni giovanili, il piccolo Johan viene preso sotto osservazione da Vic Buckingham, tecnico inglese sbarcato ad Amsterdam proprio nel 1959 per guidare la prima squadra, il quale, intuendone le potenzialità, lo sottopone ad un programma di allenamenti specifici per rafforzarne la muscolatura, cosa della quale Cruijff trae immediato beneficio, tant’è che nella sua prima stagione a livello allievi senza “qualcosa” come 74 (!!!) reti, firmando poi nel 1964 il suo primo contratto da professionista.

E se Cruijff deve a Buckingham – il quale, dopo il rientro in patria allo Sheffield Wednesday, torna alla guida dell’Ajax nell’estate 1964 giusto in tempo per verificare i progressi del ragazzo e farlo esordire in prima squadra – il suo potenziamento atletico che lo rende inafferrabile nel prosieguo della carriera, è con un altro tecnico che Johan compie il definitivo salto di qualità, vale a dire Rinus Michels, a sua volta ex attaccante del club nell’immediato dopoguerra e capace di realizzare 122 reti che gli valgono due titoli di campione olandese, nel 1947 e dieci anni dopo, nel 1957.

Michels sostituisce Buckingham nel corso della più travagliata stagione dei lancieri, conclusa con un inglorioso terz’ultimo posto in classifica, a tre soli punti dalla retrocessione in “Eerste Divisie” (la serie B olandese), ed il suo compito di risollevare una squadra che non vince il titolo dal 1960 sembra alquanto improbo, visto che può contare su solo tre giocatori di livello superiore, e cioè il difensore Wim Suurbier, il centrocampista Sjaak Swart e l’attaccante Klaas Nuninga.

Ma il neo tecnico ha dalla sua alcune carte importanti da giocare, prima fra tutte il recupero dell’esperto Co Prins, fermato l’anno precedente da una serie di infortuni, quindi il rientro da due anni al Feyenoord – con cui si era laureato campione d’Olanda la stagione precedente – di Henk Groot, soprattutto, il lancio in pianta stabile in prima squadra della 22enne ala sinistra Piet Keizer e del “gioiellino di casa” Johan Cruijff.

L’alchimia raggiunta, con un gioco votato all’offensiva, paga immediatamente i suoi frutti, con l’Ajax che torna al titolo, celebrato il 18 maggio 1966 con il successo per 2-0 sui rivali storici del Feyenoord allo Stadio Olimpico, che apre i suoi battenti solo per tale sfida, risultando il “De Meer” inadeguato per contenere gli spettatori che vogliano assistervi, con Cruijff che fornisce il proprio contributo con 16 reti in 19 gare disputate.

Inizia così a prendere forma il “fenomeno Ajax, una squadra che incanta, aggiungendo altri due titoli consecutivi, sempre a spese del Feyenoord, nel 1967 (realizzando 122 reti (!!!), di cui 33 portano la firma di Cruijff, 25 di Swart e 23 di Nuninga) e nel 1968 (con Cruijff ancora “top scorer” con 27 centri), mentre le prime esperienze europee vedono i “lancieri” fermarsi una prima volta ai quarti, dopo aver dato una severa lezione al Liverpool negli ottavi, sconfitto 5-1 ad Amsterdam, e la seconda risultare sfavoriti dal sorteggio, che li oppone al primo turno al Real Madrid, dal quale escono sconfitti con l’onore delle armi (1-1 in casa, 1-2 solo ai supplementari al Bernabeu).

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Cruijff in azione – da storiedicalcio.altervista.org

Sono comunque esperienze contro squadre di livello che fanno crescere, soprattutto in esperienza, la squadra, che nel 1969 diviene la prima compagine dei Paesi Bassi a guadagnare la finale di una Coppa europea, eliminando nel percorso il Benfica del sempre valido Eusebio dando una dimostrazione di grande maturità quando, dopo essere stati sconfitti in casa per 1-3, gli olandesi ribaltano il risultato al ritorno a Lisbona, portandosi sul 3-0 dopo mezz’ora con un Cruijff scatenato autore di una doppietta, solo per subire nel finale la rete di Torres che rimanda il passaggio del turno al match di spareggio disputato in campo neutro, a Parigi, dove sono necessari i tempi supplementari dopo che lo 0-0 di partenza non si sblocca, e nella mezz’ora ulteriore, ancora Cruijff e Danielsson con una doppietta chiudono definitivamente il conto.

L’impegno europeo incide sull’esito del campionato, che vede l’Ajax stavolta abdicare a beneficio del Feyenoord, risultando fatale la sconfitta interna per 1-2 contro il PSV Eindhoven a quattordici giorni dalla finale di Coppa Campioni contro il Milan, rimandando l’appuntamento con il titolo all’anno seguente.

Ora, se c’è una cosa che non è mai mancata a Cruijff, oltre all’innata classe, è anche una determinazione al limite del parossismo nel volersi affermare, e non c’è niente che lo stimoli di più che vedere vincere avversari che ritiene inferiori alla propria squadra ed è questo il caso che si verifica a maggio 1970 quando, a dispetto dell’essere tornati sul trono d’Olanda, vede conquistare la Coppa dei Campioni ai rivali del Feyenoord, superando il Celtic Glasgow per 2-1 nella finale di Milano, avendo oltretutto eliminato nel loro cammino proprio i detentori del Milan che avevano umiliato i “lancieri” l’anno prima.

E’ questo un affronto che innalza a livelli impensabili l’orgoglio ed il “super ego” di Cruijff – che con il suo Ajax si era dovuto arrendere in semifinale di Coppa delle Fiere contro l’Arsenal, poi vincitrice del trofeo – e, archiviata la stagione con l’accoppiata Scudetto/Coppa nazionale e 33 reti complessive realizzate in 46 gare disputate, pianifica con Michels il programma per la successiva campagna europea.

Con una formazione che ha raggiunto l’equilibrio in tutti i reparti, con l’inserimento di Stuy in porta, del possente libero Hulshoff in difesa e di Gerrie Muhren e Johan Neeskens a centrocampo, Cruijff – che nella nuova stagione indossa per la prima volta la celebre “maglia numero 14, un vezzo tale da renderlo ancora più unico – è libero di spaziare a proprio piacimento nel settore offensivo, sfruttando le sue doti di velocità e controllo della sfera che lo rendono immarcabile, unite ad un talento insuperabile nella visione di gioco sia nel fornire preziosi assist ai compagni che nel dettare il passaggio per la conclusione da parte sua, il tutto inquadrato in una lettura della singola gara che non ha eguali, come dallo stesso Johan rappresentato con le parole… “Ogni allenatore parla di movimento, dice di correre sempre, ma io dico, viceversa, non correte molto. Il calcio è un gioco in cui si gioca con il cervello e bisogna trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto….

Così oliata e tirata a lucido, la formazione biancorossa si spiana la strada verso la sua seconda finale europea attraverso altrettanti 3-0 inflitti allo Stadio Olimpico – che oltre alla sfida contro il Feyenoord nel “derby d’Olanda“, ospita pure le gare internazionali – a Basilea negli ottavi, Celtic ai quarti ed Atletico Madrid in semifinale, per poi cogliere l’alloro più importante in un palcoscenico d’eccezione quale lo Stadio di Wembley a Londra, al cospetto di un Panathinaikos allenato da un’altra leggenda del calcio mondiale, il “colonnello” Ferenc Puskas, che deve inchinarsi alle reti di Van Dijk e del subentrato Haan, e pazienza se del titolo olandese, nel frattempo, se ne è riappropriato il Feyenoord – viceversa ingloriosamente eliminato al primo turno dai rumeni dell’UT Arad – al quale Cruijff & Co. stanno per rifilare uno scherzetto mica male.

Dalla consacrazione sul campo, giunge anche quella della critica internazionale, che incorona Cruijff con una votazione plebiscitaria in occasione dell’assegnazione del “Pallone d’Oro” 1971, ottenendo 116 voti, più del doppio del secondo classificato, l’azzurro Sandro Mazzola, che ne raggranella 57.

L’anno seguente, con ancora due squadre iscritte alla Coppa dei Campioni, la relativa finale, vista la crescita del calcio “made in Holland“, viene assegnata dalla UEFA proprio a Rotterdam, nella “tana del Feyenoord, e la rivalità in patria tra i due club raggiunge picchi elevatissimi, dato che, tra l’altro, Michels ha ritenuto compiuto il suo lavoro nella costruzione di un modello vincente, venendo attratto dalle sirene catalane del Barcellona, con la designazione del rumeno Stefan Kovacs, reduce da un quadriennio alla guida della Steaua Bucarest, quale suo sostituto.

Ma la squadra, oramai, recita il copione a memoria, con ulteriori due innesti di prestigio quali Ruud Krol ed Arie Haan in pianta stabile tra i titolari, e la stagione 1972 si rivela come ineguagliabile nella storia del club, che fa suo il campionato staccando nettamente di 8 punti i consueti rivali e scavalcando nuovamente quota 100 reti realizzandone 104 (con Cruijff ancora “top scorer” con 24 centri), cui aggiunge l’11 maggio la conquista della coppa nazionale (la KNVB Beker) superando 3-2 il Den Haag nella finale disputata proprio a Rotterdam, dove, 20 giorni dopo, punta a confermarsi campione d’Europa contro l’Inter, nel mentre la squadra di casa è stata eliminata dal Benfica ai quarti con un pesante 5-1 a Lisbona.

Vi è da dire che, come l’Ajax furoreggia in patria quanto a reti realizzate, viceversa in Europa sfrutta la propria solidità difensiva, con una linea che mette in pratica a memoria la tattica del fuorigioco, tant’è che subisce appena tre reti nelle otto gare disputate per giungere all’atto conclusivo, ed il doppio confronto di semifinale contro il Benfica viene risolto dall’unica rete messa a segno da Swart nella gara di andata.

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Una fase di Ajax-Inter – da mimmorapisarda.it

Difesa che si dimostra impenetrabile anche il 31 maggio a Rotterdam, ma anche la corrispondente retroguardia nerazzurra regge bene l’urto guidato da un Cruijff ispirato come non mai, nonostante la stretta marcatura di Oriali, capitolando solo ad inizio ripresa grazie proprio all’astuzia di Johan nello sfruttare un’uscita a vuoto di Bordon per poi chiudere il conto nel finale con un azzeccato colpo di testa che non lascia scampo all’estremo difensore italiano, potendo così festeggiare in casa dei rivali storici e superare nuovamente quota 30 reti in stagione, cui unisce, a settembre, la conquista della Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Independiante e, il gennaio successivo, la Super Coppa europea a spese dei Glasgow Rangers.

Ora, ricordiamoci l’aspetto indubbiamente un po’ altezzoso di Johan ed a cosa debba aver pensato quando, al termine di una stagione irripetibile in cui ha conquistato tutto ciò che era possibile, si vede addirittura escludere dal podio del “Pallone d’oro” 1972, interamente monopolizzato dal trio tedesco formato da Franz Beckenbauer, Gerd Mueller e Guenther Netzer, componenti della nazionale vincitrice dell’Europeo, un affronto da “lavare col sangue” e l’occasione gliela fornisce l’urna della UEFA, abbinando il suo Ajax bicampione d’Europa al Bayern di Monaco nei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1973, coi vari Maier, Breitner, Beckenbauer, Hoeness e Mueller incapaci di reggere le sfuriate offensive di un Ajax che li travolge 4-0 allo Stadio Olimpico, per poi far fuori anche Real Madrid in semifinale e Juventus nell’atto conclusivo a Belgrado, per un tris di vittorie che non si registrava dai tempi del grande Real di Di Stefano & Co.

Stavolta non ci sono dubbi, il secondo “Pallone d’Oro” trova spazio nella sala dei trofei di casa Cruijff, ancora una volta con una schiacciante superiorità nelle votazioni (96 preferenze contro le 47 di Dino Zoff), ed è anche il momento di cambiare aria, attirato dal suo mentore Michels che ripone in lui le speranze di riportare in Catalogna una vittoria nella Liga che per il Barcellona manca da 14 anni, dall’epoca di Helenio Herrera, per intendersi.

Ancora una volta è l’ostinazione di Cruijff ad averla vinta, poiché l’Ajax aveva stretto un accordo con il Real Madrid (una sorta di “caso Di Stefano” degli anni ’50 al contrario), ed impuntandosi ottiene quanto desiderato, presentandosi al “Camp Nou” in veste di nuovo Messia, dato che al suo esordio la squadra è terz’ultima – firma del contratto ritardata per valutare bene ogni clausola da parte del suocero miliardario Cos Corver, commerciante di diamanti – ma basta una sua doppietta all’esordio nel 4-0 contro il Granada per far sì che i “blaugranasi riapproprino del titolo con largo margine, con Johan autore di una rete in acrobazia nella gara vinta 2-1 contro l’Atletico di Madrid che resta a vita nell’immaginario dei tifosi catalani – ed è utilizzata da Sandro Ciotti quale copertina del film documentario “Il Profeta del Gol“, uscito nel 1976 – così come l’umiliazione inflitta agli odiati “blancos” nel “Super Clasico” di ritorno del 17 febbraio 1974, umiliati con un pesantissimo 0-5 al Santiago Bernabeu.

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Il gol contro l’Atletico Madrid – da olimpopress.it

Manca ancora però un importante tassello alla carriera di Cruijff, vale a dire portare ai vertici del calcio mondiale anche la nazionale olandese che, pur con lui in squadra, non è riuscita a superare i gironi di qualificazione sia agli Europei 1968 e 1972 che ai Mondiali del 1970 in Messico, ma la musica cambia in occasione dei Mondiali di Germania 1974, quando l’Olanda riesce finalmente a staccare il biglietto per la fase finale, pur se solo grazie alla miglior differenza reti rispetto al Belgio, i cui incontri si sono conclusi entrambi a reti inviolate, e con il contributo di 7 reti messe a segno da Cruijff.

La selezione olandese sbarca in Germania con lo “zoccolo duro” formato dall’ossatura dell’Ajax con l’aggiunta del “catalano” Cruijff potendo anche contare sulla presenza di Michels in panchina e tale edizione dei Mondiali passa alla storia come quella della “rivoluzione nel calcio moderno” per l’esempio di calcio totale messo in pratica dagli olandesi – visti anche con un pizzico di ironia per la gestione “aperta” del ritiro, con moglie e fidanzate al seguito e coppe di champagne ai bordi delle piscine – con questo loro movimento armonico che li porta, da un lato, a scattare all’unisono in avanti per la conquista della palla disorientando gli avversari che spesso cadono nella trappola del fuorigioco e, dall’altro, a poter contare su un movimento in fase offensiva tale da non concedere punti di riferimento alle opposte difese, di cui l’indiscusso regista e finalizzatore altri non è che il “divino” Johan, dal che nasce l’appellativo, tutt’altro che fantasioso, di “Arancia meccanica” in onore al colore della divisa nazionale ed al celebre film di Stanley Kubrick, uscito nel 1971.

Il modo di giocare degli olandesi incanta pubblico e critica, giungendo all’atto conclusivo con 14 reti realizzate ed una sola subita (peraltro in un 4-1 contro la Bulgaria), pur dovendo subire l’amarezza della sconfitta contro i fortissimi padroni di casa della Germania Ovest, in una gara in cui Cruijff, scientificamente colpito alle caviglie dal mastino Vogts, mostra il suo lato peggiore, innervosendosi oltre misura tanto da rischiare di essere cacciato dal direttore di gara, l’inglese Taylor, con ciò facendo il gioco dei suoi avversari, e stavolta avrebbe sinceramente fatto a meno del “contentino” riservatogli con l’assegnazione del suo terzo Pallone d’Oro (primo giocatore a riuscirvi) a fine anno, avendo senz’altro preferito essere al posto del secondo classificato, il Kaiser Beckenbauer, nel sollevare al cielo la Coppa del Mondo.

Il 1974 rappresenta l’apice della carriera di Cruijff, che non riesce a rinverdire al Barcellona i fasti della prima stagione, per poi emigrare, a 30 anni compiuti, negli Stati Uniti ad insegnare calcio nella mediocre NASL infarcita di vecchie glorie, per poi far ritorno ad inizio anni ’80 in Olanda e dare il proprio contributo a tre titoli consecutivi, i primi due con l’Ajax ed il terzo, l’ultimo dei 9 complessivamente conquistati, con la maglia dei rivali del Feyenoord, quasi a mo’ di compensazione per i tanti “sgarbi” commessi in passato.

Ma il legame con la Catalogna resta forte, ed, appese le scarpe al chiodo e dedicatosi alla carriera di allenatore, Cruijff ripercorre le stesse tappe da giocatore, portando in tre anni nella bacheca dell’Ajax due Coppe d’Olanda e la Coppa delle Coppe 1987 vinta in finale contro il Lokomotiv di Lipsia grazie ad una rete di Marco van Basten – il quale aveva esordito coi lancieri proprio entrando al suo posto nell’aprile 1982, anch’egli all’età di 17 anni, in un ideale passaggio di consegne – per poi approdare al Barcellona nell’estate 1988 con il compito di restituire un’immagine vincente ad un club che, dalla Liga vinta nel 1974 con l’olandese, aveva messo in carniere un solo ulteriore titolo nel 1985 sotto la guida di Terry Venables.

Cruijff trasferisce in terra spagnola la sua filosofia di calcio, ben racchiusa nella frase “il gioco innanzitutto ed i risultati arriveranno, costruendo negli 8 anni in cui siede sulla panchina azulgrana un ciclo vincente antesignano del presente, che porta il Barcellona a conquistare la Coppa delle Coppe 1989, la Copa del Rey l’anno successivo e ad inanellare quattro titoli di campione nazionale consecutivi (dal 1991 al 1994) con l’aggiunta di altre tre finali europee, sconfitto dal Manchester United nel 1991 in Coppa delle Coppe, vittorioso – prima volta nella storia del club – in Coppa Campioni 1992 a spese della Sampdoria (ancora a Wembley, teatro della sua prima Coppa vinta da giocatore ) e subendo un impensabile tracollo due anni dopo, travolto 0-4 dal Milan di Capello ad Atene, quel Milan che già lo aveva umiliato da giocatore 25 anni prima a Madrid.

Il suo brutto vizio di abusare delle sigarette lo costringe a fermarsi nel 1996 a causa di ripetuti attacchi cardiaci subiti, dedicandosi all’attività dirigenziale soprattutto improntata nella selezione dei giovani e nella cultura applicata alla Masia (struttura che ospita i giocatori che fanno parte del vivaio del Barcellona), con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, per poi dover combattere l’ultima sfida della sua vita contro un tumore al polmone emerso nell’ottobre 2015 da cui esce sconfitto il 24 marzo 2016, rendendo quanto mai profetiche le sue parole dettate ad inizio anni ’90 ad avvenuta applicazione di due bypass coronarici, quando contribuì ad una battaglia contro il fumo recitando lo slogan… “Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto, l’altro, il fumo, stava per togliermelo….

E alla fine, purtroppo, ci è riuscito.

TREVOR BERBICK, IL PUGILE CHE CHIUSE L’ERA DI ALI’ E APRI’ QUELLA DI TYSON

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Berbick contro Tyson – da athlitiki-enhmerosi.pblogs.gr

articolo di Nicola Pucci

Tra poco vi racconterò la vicenda agonistica, e nel dettaglio la carriera, di Trevor Berbick. Ma sappiate che la narrazione riguarda chi ha l’onore di aver chiuso definitivamente l’era del più grande, Muhammed Alì, ed aver avviato, involontrimente sia detto, quella gloriosa del suo successore designato, Mike Tyson.

Berbick viene alla luce il 1 agosto 1955 a Port Antonio, cittadella giamaicana non troppo distante dalla capitale Kingston, e chi nasce da quelle parti, o si diletta col reggae oppure prova a correr veloce. Ergo, per il giovanotto che si avvicina al pugilato in età già avanzata è oltremodo difficile poter trovare avversari all’altezza, e non esercitando oltre i confini patrii, quando viene selezionato per difendere i colori della Giamaica alle Olimpiadi di Montreal del 1976 nella categoria dei pesi massimi, il difetto di esperienza è palese. Berbick è bravino, questo è ovvio, ma dopo aver usufruito di un bye al primo turno, incoccia nel rumeno Mircea Simion che lo batte ai punti, proseguendo poi la sua corsa fino ad un prestigiosa medaglia d’argento, battuto a sua volta da Teofilo Stevenson.

Poco più che 21enne, Berbick sceglie la via del professionismo, lasciando l’isola natale per trasferirsi in Canada, a Montreal, dove dimorerà a lungo pur svolgendo l’attività ad Halifax e di cui qualche anno dopo prenderà cittadinanza. Proprio nel paese di adozione esordisce tra i “grandi“, il 27 settembre 1976, vincendo con Wayne Martin per k.o.t. ed assommando dopodichè una serie di undici succesi consecutivi, di cui appunto ben dieci prima del limite, per avere una prima chance di combattere per il titolo americano contro Bernardo Mercado il 3 aprile 1979. I due contendenti hanno già incrociato i guantoni da dilettanti, e fu Berbick ad imporsi allora, ma stavolta la sfida dura soli 50″, il tempo necessario a Mercado per buttar giù Trevor e prendersi la rivincita.

Berbick incassa la battuta d’arresto con maggior audacia di quanto non gli sia riuscito sul ring, forte dell’orgoglio di chi, isolano, vuol emergere tra mille difficoltà e di un pugno che se lasciato libero di colpire può far male. Ne sa qualcosa l’ex-campione del mondo John Tate, che il 20 giugno 1980 proprio all’Olympic Stadium di Montreal è messo al tappeto alla nona ripresa in una sfida brutale che dischiude a Berbick le porte dell’incontro per la cintura iridata.

L’appuntamento con la gloria sarebbe per l’11 aprile 1981, nel maestoso scenario del Caesars Palace di Las Vegas, ma l’avversario, Larry Holmes, è di quelli duri a morire, ed in effetti per Berbick, nonostante l’eccellente difesa, il verdetto che lo penalizza unanimamente dopo 15 riprese combattute ad armi pari e contro tutti i pronostici è solo la certificazione di essere al livello dei più forti.

Ecco dunque che, dopo aver messo k.o Conroy Nelson per il titolo canadese, c’è l’occasione per ritagliarsi una vetrina di rango, ovvero l’incontro con il declinante campionissimo, Muhammad Alì appunto, che si arrende a Nassau, nelle Bahamans, per verdetto unanime e chiude la sua leggenda, al tempo stesso facendo schizzare alle stelle la notorietà di Berbick. Che è il primo pugile a battere l’ostico Greg Page, il che gli garantisce il passaggio sotto l’ala protettrice di Don King, ed infine, dopo qualche altro titolo canadese e del Comonwealth e due vittorie contro avversari di buon lignaggio come David Bey e Mitch Green che valgono pure il titolo americano, ecco un’altra opportunità di diventare campione del mondo.

Il 22 marzo 1986, al Riviera Hotel & Casino di Las Vegas, Berbick ha il detentore Pinklon Thomas tra lui e il titolo WBC dei pesi massimi. L’occasione, ben più di quella con Holmes, è troppo ghiotta per essere sprecata, e Trevor stavolta non fallisce l’appuntamento. Si impone ai punti convincendo i giudici che lo confortano in blocco, ed infine sale sul tetto del mondo, primo pugile giamaicano a compiere l’impresa nella categoria più prestigiosa.

Quel che avviene in seguito è leggenda. Ma non certo per Berbick, che conserva il titolo mondiale per soli otto mesi, fino al giorno in cui un uragano di nome Mike Tyson, all’Hilton Hotel di Las Vegas, mette fine al suo regno in sole due riprese, complici un paio di atterramenti ed una superiorità disarmante. Il ricordo di Berbick, scosso dai colpi ed assolutamente incapace di rialzarsi, barcollante fino alle corde, privato del senso dell’equilibrio e in preda alla nebbia, è l’ultimo di una carriera di alto livello che conosce qualche altro ruzzolone, ad esempio con James “Buster” Douglas, che a sua volta verrà sacrificato a “Iron Mike“, e Jimmy Thunder, e di una vita che si trascina tra una condanna per stupro ed il triste epilogo del 28 ottobre 2006 quando viene assassinato per una torbida questione familiare.

Trevor Berbick chiuse un’era e fu testimone di un’altra che si apriva, comunque sia ha scritto una pagina storica di pugilato. Vero e che non fa sconti a nessuno. Come la vita.

 

IL DERBY DEL VOLLEY TRA DDR E GERMANIA OVEST ALLE OLIMPIADI DEL 1972

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Una fase della finale tra DDR e Giappone – da mdr.de

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, la Germania Est nel corso dei 40 anni della sua esistenza ha dato un’importanza capitale ai successi in campo sportivo – poi venutosi a scoprire in larga parte condizionati da un vero e proprio sistema di “doping di Stato“, quantomeno in campo femminile – che l’ha portata a raggiungere, nella sua ultima apparizione olimpica, a Seul 1988, addirittura il secondo posto assoluto nel medagliere, con ben 102 allori (di cui 37 ori), una performance strabiliante qualora si consideri come il Paese contasse poco meno di 17 milioni di abitanti.

Ciò nondimeno, gli atleti dell’ex Ddr non hanno mai brillato nei giochi di squadra – calcio, basket, volley, pallanuoto e pallamano – se si esclude l’oro conquistato alle Olimpiadi di Montreal 1976 dalla Nazionale di calcio, potendo comunque sfruttare la circostanza, al pari degli altri Paesi dell’est Europa, di schierare la Nazionale A rispetto alle formazioni occidentali e del Sud America, prova ne sia che anche ai Giochi canadesi la finale venne disputata contro la Polonia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi il bronzo.

In questo scenario, stupisce, al contrario, l’exploit ad alto livello durato circa un decennio da parte della nazionale di volley della Germania Est, uno sport, peraltro, di non grande seguito nella Germania dell’epoca e nel quale i “cugini” della parte occidentale non avevano mai dato eccessiva rilevanza.

Introdotta nel panorama olimpico solo nel 1964 in occasione dei Giochi di Tokyo, dove il Giappone organizzatore conquista il bronzo dietro ad Unione Sovietica e Cecoslovacchia – le autentiche dominatrici del periodo a livello mondiale – la pallavolo in Germania Est vede la sua crescita esponenziale quando le redini della nazionale vengono affidate al “guru” Herbert Jenter, tecnico dello Sportclub Lipsia, capace di conquistare il titolo in patria per ben 14 anni (!!!) consecutivi, dal 1963 al 1976, nonché di portare il team sulla vetta d’Europa, con la vittoria in Coppa Campioni nel 1964.

E’ a quest’uomo, pertanto, alla guida della Nazionale dal 1960 al 1974, che si devono i successi in campo internazionale del sestetto tedesco orientale, ad iniziare dal Campionato Mondiale disputatosi in Cecoslovacchia nel 1966 e che vede il trionfo dei padroni di casa, con la Ddr ad occupare un più che dignitoso quarto posto, togliendosi anche lo sfizio di superare per 3-2 nel girone finale i “maestri” giapponesi.

L’esperienza acquisita nella rassegna iridata dà coraggio a Jenter ed ai suoi ragazzi in vista dell’appuntamento olimpico di Città del Messico 1968, dove la Germania Est replica il quarto posto mondiale piazzandosi ai piedi del podio al termine del girone all’italiana disputato tra le dieci nazionali iscritte, e che vede aggiudicarsi l’oro da parte dell’Unione Sovietica davanti al Giappone ed alla Cecoslovacchia, con il sestetto della Ddr a subire sconfitte da parte di tutte e tre le citate avversarie, ma superando nettamente le altre sei partecipanti.

Il sistema di gioco, basato su schemi semplici che mettono in risalto l’aspetto fisico e la potenza atletica dei propri componenti, è oramai ben rodato per poter aspirare a qualcosa di più di un semplice, per quanto onorevole, piazzamento, e l’occasione giusta si presenta in occasione dei Mondiali che si svolgono in Bulgaria nel 1970.

Con 24 squadre partecipanti suddivise in quattro gruppi da sei che qualificano le sole prime due formazioni per il girone finale ad otto, la Germania Est è inserita nel Girone D che si svolge a Kurdjali, assieme a due potenze come i “mostri sacri dell’Unione Sovietica e l’emergente Cuba, ma, a dispetto dei pronostici, ottiene la qualificazione chiudendo addirittura al primo posto, dopo aver schiantato Cuba all’esordio per 3-0 (15-13, 15-12, 15-7 i parziali) ed inflitto una severa lezione ai campioni olimpici dell’Unione Sovietica, come dimostrano eloquentemente i parziali di 15-7, 12-15, 15-8 e 15-10 per il 3-1 conclusivo a favore dei ragazzi di Jenter.

Tale vittoria, consente alla Germania Est di portarsi dietro il relativo risultato nel girone finale, in cui non ha alcuna difficoltà a spazzar via – con altrettanti netti 3-0 – le temibilissime Polonia, Cecoslovacchia e Romania, oltre al fanalino di coda Belgio, per ritrovarsi, a due gare dal termine, in testa alla classifica con 10 punti, a pari merito, con i padroni di casa della Bulgaria, seguiti a quota 9 dall’Unione Sovietica (nel conteggio del volley dell’epoca, venivano assegnati due punti per la vittoria ed uno per la sconfitta) e ad 8 dal Giappone.

Proprio i maestri asiatici infliggono alla Ddr la prima sconfitta al penultimo turno, superandoli 15-6 al quinto dopo che i tedeschi erano riusciti a rimontare uno svantaggio di due set, con ciò determinando la conquista della vetta della graduatoria da parte dei padroni di casa bulgari – vittoriosi per 3-0 a spese della Romania – mentre l’Unione Sovietica crolla sotto i colpi della Polonia, restando esclusa dalla lotta per l’oro e, successivamente, anche dalle medaglie complice il pesante 0-3 subito all’ultimo turno dalla Cecoslovacchia.

In un ambiente carico a mille, la Germania Est deve quindi affrontare nell’atto conclusivo gli imbattuti bulgari, cui si presenta un’occasione più unica che rara per laurearsi campioni mondiali, visto che, sino ad allora, il loro miglior piazzamento era costituito dall’argento europeo conquistato nel 1951 in Francia e, a livello iridato, potevano vantare due terzi posti, nel 1949 in Cecoslovacchia e nel 1952 in Unione Sovietica.

In un’edizione che avrebbe comunque, in ogni caso, incoronato una nuova campionessa mondiale dopo che nelle precedenti sei rassegne i titoli se li erano spartiti Unione Sovietica (quattro) e Cecoslovacchia (due), potete immaginare quale fosse l’aspettativa per gli spettatori che il 2 ottobre 1970 gremiscono le tribune del Palazzetto dello Sport d Sofia, pronti ad esultare per un successo lungamente atteso.

La gara, palpitante come poche, si risolve sul filo dei nervi, con le due compagini a fornire un rendimento paritetico ed altalenante, nel senso che al primo set vinto dai tedeschi per 15-11, i bulgari rispondono con un 15-13 a loro favore nel secondo, così come al 15-7 con cui la Ddr si porta sul 2-1 nei parziali, i padroni di casa replicano con un ancor più netto 15-4, rimandando l’assegnazione del titolo all’ultimo e decisivo set.

Ed, in una frazione sconsigliata ai deboli di cuore, sono i ragazzi di Jenter a compiere il miracolo, schiacciando a terra il decisivo pallone per il 15-13 conclusivo che consegna loro l’unico titolo iridato della storia, per potersi così presentare con credenziali di tutto rispetto all’appuntamento olimpico di due anni dopo, che si svolge proprio in Germania, a Monaco di Baviera.

E’ opportuno sapere che, nella parte occidentale del Paese, la pallavolo – quantomeno all’epoca – stava agli sport di squadra come il “soccer” negli Stati Uniti, solo che, come d’uso in sede olimpica, i padroni di casa ottengono l’ammissione di diritto e, a Monaco 1972, hanno però la sfortuna di essere inseriti nel gruppo B assieme a Brasile, Cuba, Giappone, Romania ed, appunto, i “cugini” orientali.

Non si può certo dire il paese organizzatore sia stato favorito in tal senso e, difatti, i tedeschi occidentali rimediano nei cinque incontri disputati altrettante sconfitte, con appena 4 set vinti rispetto ai 15 persi, ma è logico che l’attenzione fosse rivolta al match tra le due antagoniste, nel derby teutonico che va in scena il 3 settembre alla “Volleyballhalle” di Monaco di Baviera, della capacità di poco meno di 4mila spettatori, ma che per l’occasione registra il tutto esaurito.

Occorre precisare come il girone qualifichi alle semifinali le sole prime due del raggruppamento, e quindi ogni gara è di vitale importanza ai fini della classifica, ma è indubbio che, vista la disparità delle forze in campo, al tecnico Jenter sia giunto il consueto “messaggio dall’alto” di non far risparmiare energie ai suoi atleti al fine di evidenziare la superiorità rispetto agli odiati rivali, il tutto nello spirito che aleggiava all’epoca nella ex Ddr.

Suggerimento che il sestetto orientale non si lascia sfuggire, annichilendo i malcapitati “cugini di lingua contro cui infieriscono con un pesantissimo 3-0 dai parziali (15-7, 15-6, 15-4) che non ammettono replica alcuna e mandano le squadre a farsi la doccia in poco più di un’ora di gioco, semplice tappa di avvicinamento da parte dei campioni del mondo in carica verso le semifinali, per le quali si qualificano come secondi del raggruppamento alle spalle del Giappone, dal quale peraltro subiscono, a loro volta, una severa lezione venendo massacrati con parziali umilianti di 4-15, 2-15, 6-15.

Il secondo posto acquisito fa sì che, nelle due semifinali incrociate, alla Germania Est tocchi di affrontare l’Unione Sovietica, apparsa in splendide condizioni avendo concluso il proprio girone immune da sconfitte e con appena tre set persi, mentre l’altra sfida pone di fronte Bulgaria e Giappone, in una sorta, pertanto, di riedizione della rassegna iridata di due anni prima a Sofia.

Per quanto ovvio, nel comporre la selezione per le Olimpiadi, il tecnico Jenter non ha potuto che affidarsi allo “zoccolo duro” (ed anche qualcosa di più) della rosa della sua squadra di club, dato che dei 12 atleti partecipanti ai Giochi, ben nove provengono dallo SC Lipsia, vale a dire Arnold Schulz, Siegfried Schneider, Wolfgag Weise, Rudi Schumann, Eckehard Pietzsch, Wolfgang Lowe, Jurgen Maune, Horst Peter ed Horst Hagen.

Ciò comporta il fatto che non vi siano per i giocatori eccessivi problemi di assimilazione degli schemi di gioco proposti dal tecnico, visto che gli stessi vengono messi in pratica durante tutta la stagione, con la sola controindicazione di non poter contare su periodi di riposo durante l’intero arco dei dodici mesi, ma questo in casa Ddr è, come di consueto, l’ultimo dei problemi.

E, difatti, della solidità fisica dei tedeschi orientali ne fa una volta di più le spese l’Unione Sovietica, alla quale viene replicato il 3-1 inflitto due anni prima ai Mondiali, ma stavolta con punteggio ancor più umiliante, visto che al solo moto d’orgoglio con cui i sovietici si aggiudicano per 15-13 il terzo set, fanno riscontro i pesanti 15-6, 15-8 e 15-9 con cui i tedeschi si aggiudicano gli altri parziali.

Ottimo viatico in vista dell’appuntamento per l’oro, con la speranza di bissare il titolo iridato che si fa ancor più rosea dopo aver visto il Giappone dover lottare sino allo spasimo per aver ragione di una Bulgaria in cui brillano le stelle del palleggiatore Dimitar Karov e dello schiacciatore Dimitar Zlatanov – premiato come miglior attaccante ai Mondiali 1970 – che bella mostra di sé hanno fatto anche nel campionato italiano, riuscendo a far suo l’incontro solo al quinto parziale dopo aver dovuto rimontare uno svantaggio di due set a zero.

L’occasione è pertanto ghiotta, soprattutto per riscattare il pesante 0-3 (12-45 quanto a punti realizzati!) subito nella fase eliminatoria, ed il 9 settembre, giorno della finale, le cose sembrano mettersi bene, in virtù del 15-11 con cui i tedeschi concludono il primo set a loro favore.

Illusione, peraltro, di breve durata, poiché ci pensa il fuoriclasse Katsutoshi Nekoda a riorganizzare il gioco dei suoi, non intendendo lasciarsi sfuggire l’oro dopo il bronzo olimpico di Tokyo 1964 e l’argento di Città del Messico quattro anni dopo, e, dirigendo da par suo le azioni offensive dei compagni, fa tornare con i piedi per terra i tedeschi con un perentorio parziale di 15-2 nel secondo set, per poi andare a conquistare il gradino più alto del podio concludendo in scioltezza il match con il terzo e quarto set chiusi entrambi sul 15-10.

Per il Giappone la degna conclusione di un ciclo che li ha sempre visti ai vertici internazionali, mentre Jenter conclude il suo mandato alla guida della nazionale tedesco orientale con un altro quarto posto ai Mondiali di Città del Messico 1974, dove risplende la stella della Polonia, la quale confermerà poi l’oro iridato in sede olimpica, con la vittoria ai Giochi di Montreal 1976, edizione per la quale la Germania Est non riesce neppure a qualificarsi.

E’ durata relativamente poco l’avventura ai vertici internazionali della Germania Est “targata” Sportclub Lipsia, ma sono stati anni intensi che le hanno comunque consentito di emergere in una disciplina di non eccessivo seguito in patria.

AGASSI, UN AMERICANO A ROMA

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Agassi a Roma 2002 – da ansa.it

articolo di Nicola Pucci

Questa è la narrazione di un amore a prima vista. E di un lungo corteggiamento. Di un giovane bellimbusto che approccia, cresce, matura, infine fa breccia nel cuore della sua prediletta. Che di nome fa Roma, ha colorazione rosso-fuoco ed assume le sembianze di un campo da tennis.

Andrè Agassi, lo avrete senz’altro capito, è il virgulto che ha un legame di militanza con gli Internazionali d’Italia che si perde nel tempo. Già nel 1987 si fa vedere dalle parti del Foro Italico, quando l’imberbe appena 17enne batte Simone Colombo al debutto per poi perdere con l’argentino Martin Jaite (futuro finalista battuto da Lendl), per poi l’anno dopo capitombolare a sorpresa con Ronald Agenor ai quarti e conoscere l’onta della delusione nel 1989, sconfitto 6-1 al quinto set di una finale con Alberto Mancini che lo vede chiaramente nei panni del favorito.

L’affronto è tale che per un decennio, ad eccezione delle sporadiche e prococi eliminazioni del 1991 (fischiato al primo turno con il tedesco Jelen) e del 1994 (estromesso dal tennis senza mezze misure di Stefano Pescosolido), Agassi declina l’invito degli organizzatori di frequentare Roma, per poi, appunto cresciuto ormai, assommare un paio di ottavi di finale (nel 1999 k.o. con Rafter da numero 13 del mando e nel 2000 battuto da Hrbaty quando guida il ranking) e l’inattesa battuta d’arresto d’entrata nel 2001 ad opera del carneade Calatrava.

Maturità sopraggiunge infine, ed eccoci all’anno 2002. In precedenza la stagione del campione di Las Vegas, scivolato al numero 9 per via di un infortunio che lo ha obbligato a rinunciare agli Australian Open di cui è campione negli ultimi due anni, lo ha visto finalista a San Josè (battuto da Hewitt, nuovo numero 1 del mondo), primeggiare a Scottsdale (in finale su Balcells) e trionfare a Key Biscane contro un talentuosissimo svizzero che già si è illustrato a Wimbledon battendo Sampras, un certo Roger Federer. E se la terra verde di Houston ha bocciato il “Kid” nel match con l’eterno rivale, appunto Sampras, a Roma c’è un amore di lunga data da portare a soddisfazione.

Agassi è accreditato della nona testa di serie in un tabellone da leccarsi i baffi che ha in Hewitt il numero 1, nei finalisti dell’ultima edizione, l’iberico Ferrero e il brasiliano Kuerten, i numeri 3 e 2, Kafelnikov, Henamn, Safin, Haas e Johansson a completare il lotto dei principali pretendenti al titolo. Tra le retrovie, ormai sul viale del tramonto ma con in serbo ancora il futuro exploit a Flushing Meadows, Sampras numero 12 e, in divenire, due campioni che si stanno affermando, Federer numero 11 e Roddick numero 13.

Il primo turno riserva un paio di piacevoli sorprese “tricolori“, con Gaudenzi che estromette lo stesso Federer, duplice 6-4, e la wild-card Galimberti che elimina Corretja, finalista a Parigi nel 2001. E se le vittorie di “mano de piedra” Gonzalez con Henman e di Clement con Johansson non possono certo far gridare al clamoroso, Agassi evidenzia l’ottimo stato di forma debuttando agevolmente con il tedesco Kiefer, 6-3 6-2, al contrario di Sampras battuto dal terraiolo doc Mantilla.

Il secondo turno è fatale ad Hewitt, seccament esconfitto da Moya 6-3 6-2, così come ai due russi di rango, Kafelnikov e Safin, che incappano nella giornata-no di cui beneficiano Ferreira e Malisse, ma sono le sconfitte di Ferrero con Ljubicic e di Kuerten con Montanes a liberare il tabellone che si priva dei nomi più blasonati. Agassi demolisce Kratochvil, 6-0 6-1, e ragionevolmente si candidata al ruolo di nuovo favorito del torneo.

E così sia. Agli ottavi l’americano trova pane per i suoi denti nell’argentino Calleri, battuto infine 7-6 7-5, e nella parte bassa del tabellone guadagna i quarti di finale, raggiunto da Albert Costa, vincitore nel derby con Montanes, da Blake, che boccia l’ambizioso Gonzalez, e da Novak, numero 14 del seeding, che spenge gli ardori di Ljubicic. Nei due quarti superiori, i due attaccanti Haas e Roddick incrociano due specialisti del rosso, Moya e Robredo, ed infine hanno partita vinta, il tedesco con un facile 6-3 6-4 e l’americano con un 6-4 7-6 solo poco più che sofferto.

Ma è Agassi a tener banco. Con la personalità che ammalia, il gioco che conquista e l’amore per il tennis che lo fa essere ancora protagonista. A dispetto dell’età che avanza e del cranio pelato che ha preso posto, da tempo, della folta criniera sbarazzina. L’uomo si è fatto tale, il tennista è giunto a completa maturazione e l’occasione è di quelle da cogliere al volo. Andrè non dà scampo a Costa, 6-2 6-2, così come a Novak in semifinale, 7-5 6-4, per presentarsi all’atto decisivo con i favori del pronostico.

Di là dal net c’è Tommy Haas, che ha battuto Roddick 6-1 7-5 in una sinfonia del gioco d’attacco, ed è contrapposizione tra la solidità da dietro di Agassi e la propensione stilisticamente perfetta del tedesco di presentarsi a rete. In verità il tutto si risolve in un’esecuzione capitale, con Agassi che si impone nei due set iniziali 6-3 6-3 per poi dilagare 6-0 al terzo.

E’ fatta, il cuore di Roma si apre ed accoglie infine il suo spasimante più fedele. Andrè Agassi, detto “il kid“.

 

MARLIES GOEHR, LA REGINA SENZA CORONA

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Marlies Goehr – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena internazionale della velocità femminile in atletica leggera irrompesse, con l’impatto di uno tsunami, l’americana Florence Griffith, le cui prestazioni ottenute nel corso del 1988 – con qualcosa di più di qualche legittimo sospetto – portarono i primati sui 100 e 200 metri a dei livelli tuttora insuperati, si era registrata, nel ventennio che va dall’inizio degli anni ’60 alla fine della decade successiva, la consueta sfida tra le velociste Usa e le non meno chiacchierate sprinter della Germania Est.

Ammirata la straordinaria eleganza di Wilma Rudolph alle Olimpiadi di Roma 1960, in casa americana il testimone era stato raccolto con successo dalla georgiana Wyomia Tyus, capace di aggiudicarsi i 100 metri in due edizioni consecutive dei Giochi, a Tokyo 1964 con il tempo di 11″4 e quattro anni dopo a Città del Messico, stabilendo il nuovo record olimpico e mondiale di 11″0 (11″07 elettronico).

Ma nella parte orientale della Germania si stavano affilando le armi per far bella mostra di sé all’appuntamento più di ogni altro atteso dall’establishment comunista dell’epoca, vale a dire le Olimpiadi del 1972, assegnate proprio alla città di Monaco di Baviera, nella rivale parte occidentale.

E il prodotto vincente si materializza nelle sembianze di Renate Stecher, nata Meissner, dalla tipica morfologia da sprinter pura, alta m.1,70 per 71 kg., la quale, dopo aver fatto doppietta sui 100 e 200 metri ai Campionati Europei di Helsinki 1971, ripete analoga impresa sulla pista dell’Olympia Stadion bavarese, eguagliando al centesimo, in 11″07, il limite mondiale della Tyus sulla più corta distanza, per poi stabilire in 22″40 il record sui 200 metri, con la spedizione Usa a leccarsi le ferite, essendo rimasta fuori dal podio in entrambe le prove, ed addirittura senza finaliste sulla doppia distanza.

La situazione non muta, in casa americana, nel quadriennio successivo, mentre le ragazze della ex Ddr si ritrovano una inaspettata rivale dalla parte occidentale in Annegret Richter, la quale impedisce il tris d’oro alla Stecher portando la staffetta 4×100 della Germania Ovest al primato mondiale a Monaco 1972 e quindi, quattro anni dopo a Montreal 1976, fa suo il gradino più alto del podio precedendo ancora la Stecher nella finale dei 100 metri, dopo aver addirittura realizzato il record mondiale di 11″01 in semifinale.

Invertendo le parti rispetto a Monaco di Baviera, sono stavolta le ragazze tedesco orientali a prendersi la rivincita in staffetta, superando le rivali in un avvincente testa a testa, per soli 0″04 centesimi, 42″55 a 42″59, in un quartetto che, in prima frazione, vede scattare dai blocchi la 18enne Marlies Oelsner, la quale si era classificata ottava nella prova individuale e che l’anno prima, ai Campionati Europei juniores, aveva conquistato l’argento in 11″43 dietro alla connazionale Petra Koppetsch, vincitrice anche sui 200 e poi non confermatasi nelle stagioni successive.

Ma in quella finale, dove – per la seconda edizione consecutiva dei Giochi – nessuna velocista americana è presente sul podio, è presente e si classifica quinta con 11″24, Evelyn Ashford, di un anno più anziana della Oelsner, con la quale avrà modo di rivaleggiare nelle stagioni seguenti.

L’anno successivo alle Olimpiadi canadesi è in programma, ad inizio settembre a Duesseldorf, la prima edizione della Coppa del Mondo di atletica leggera, manifestazione fortemente voluta dal Presidente IAAF Primo Nebiolo e che servirà da apripista per i successivi Campionati Mondiali, e la Oelsner dimostra di essere in grado di raccogliere l’eredità della Stecher presentandosi in veste di primatista mondiale, in virtù dello straordinario 10″88 realizzato l’1 luglio 1977 a Dresda, pur con un vento di 2 m/s al limite del regolamento.

La sfida di Duesseldorf si dimostra impari, con la Oelsner che domina la gara, aggiudicandosela in 11″16, precedendo la britannica Lannaman, mentre la Ashford conclude non meglio che quinta in un modesto 11″48 rimandando la sfida successiva alla seconda edizione, prevista a Montreal a fine agosto 1979.

Nel frattempo, le due rivali hanno modo di mettersi in mostra ed affilare le armi sulle rispettive sponde dell’Oceano Atlantico, con la tedesca est – nel frattempo maritata Goehr – a far suo l’oro sui 100 metri ai Campionati Europei di Praga 1978 in 11″13, mentre viene sconfitta dalla sovietica Lyudmila Kondratyeva (tenete bene presente questo nome) per l’inezia di 0″01 centesimo (22″52 a 22″53), in una delle sue rare escursioni sui 200 metri, e l’americana a far viceversa doppietta sui 100 e 200 metri ai “Pan American Games” svoltisi a San Juan di Portorico ad inizio luglio 1979, con i rispettivi riscontri cronometrici di 11″07 e 22″24.

Sfida pertanto incertissima, quella che mette di fronte le due atlete sulla pista dello Stadio Olimpico di Montreal per la Coppa del Mondo e stavolta ad aggiudicarsela è la Ashford, la quale vince i 100 metri in 11″06 (con la Goehr seconda in 11″17), per poi replicare sulla doppia distanza dove, con il tempo di 21″83, precede la fortissima tedesca orientale Marita Koch, primatista mondiale con 21″71 stabilito a giugno del medesimo anno.

Ogni appassionato di atletica – e di sport in generale – è in grado di rendersi conto quale irreparabile danno compia il Presidente Usa Jimmy Carter nell’annunciare il boicottaggio del suo Paese alle Olimpiadi di Mosca 1980, privandoci di una sfida dai contorni esaltanti, ma tant’è e, di contro, non si vede, almeno nelle previsioni, chi possa togliere dal collo la medaglia d’oro alla Goehr.

Vi è peraltro da dire che la sfida non si sarebbe in ogni caso svolta, visto che la Ashford è vittima di un infortunio muscolare a maggio 1980 che le fa saltare il resto della stagione, ivi compresi i Trials olimpici svoltisi pro forma stante l’intervenuto boicottaggio e la selezione delle tedesche est parte per la capitale moscovita convinta di aver vita facile con il trio di velociste composto, oltre che dalla Goehr, anche da Ingrid Auerswald e da Romy Mueller.

Le certezze in casa Ddr iniziano a vacillare sin dal primo turno, in cui l’atleta di casa Lyudmila Kondratyeva (ricordate, vero?) fa realizzare il miglior tempo in un eccellente 11″13, per poi replicare nelle tre serie dei quarti di finale in cui precede in 11″06 la tedesca est Mueller, mentre la Goehr e la Auerswald fanno proprie le altre due serie, ma con l’identico tempo di 11″12.

Si giunge così a sabato 26 luglio 1980, quando al pomeriggio sono previste le due semifinali e la finale, e la composizione delle due serie vedono inserite nella prima Mueller ed Auerswald, mentre nella seconda si propone un primo antipasto tra la favorita Goehr e la Konfratyeva.

E, dopo che la Mueller fa sua la sfida in famiglia rispetto alla Auerswald – pur con tempi relativamente alti di 11″22 ed 11″27 – tocca ancora alla sovietica minare le certezze della primatista mondiale, superandola nettamente (11″11 ad 11″18) nella seconda semifinale, con ciò incrementando le aspettative del pubblico di casa per una inattesa vittoria in finale da parte della loro rappresentante.

Le due ragazze, praticamente coetanee (nata il 21 marzo 1958 la tedesca, venti giorni dopo, l’11 aprile, la sovietica), hanno anche una pressoché identica struttura fisica – m.1,68 per 57 kg. la Kondratyeva rispetto al m.1,65 per 55k g. della Goehr – e, pertanto, anche uno stile di corsa molto simile, pur se allo sparo è normalmente l’atleta della Ddr a farsi preferire.

Il sorteggio delle corsie vede l’atleta di casa partire in quinta corsia, mentre la tedesca è relegata in ottava, con ciò non fornendo idoneo punto di riferimento all’avversaria, ed all’uscita dai blocchi, contrariamente a quanto previsto, la Goehr ha un’esitazione che le sarà fatale e la vede a metà gara addirittura in quarta posizione, ad inseguire la connazionale Auerswald, nonché la Kondratyeva e la sorprendente svedese Linda Haglund, autrice, viceversa, di una fulminea partenza.

La Goehr fa ricorso a tutte le sue energie per cercare di recuperare lo svantaggio, aumentando vertiginosamente la frequenza delle proprie falcate, con ciò consentendole di rimontare centimetro dopo centimetro per poi catapultarsi sul filo di lana contemporaneamente alla sua avversaria, in un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, assegnando la vittoria alla Kondratyeva per il minimo dei margini, 11″06 contro 11″07, lo stesso 0″01 centesimo con cui aveva superato la tedesca sui 200 metri due anni prima agli Europei di Praga.

La sovietica paga a caro prezzo lo sforzo prodotto nell’ultimo appoggio, procurandosi uno stiramento al muscolo della coscia che le impedisce di prendere il via sia nei 200 metri che nella staffetta 4×100, dove la Goehr ottiene la sua seconda medaglia d’oro olimpica, dopo quella di quattro anni prima a Montreal.

La delusione per la mancata vittoria nella gara individuale è grande per la tedesca, che fatica a ritrovare lo smalto dei tempi migliori, venendo nuovamente sconfitta dalla Ashford nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma 1981, dove l’americana ripete l’accoppiata di due anni prima a Montreal, facendo suoi sia i 100 in 11″02 (dove la Goehr è terza in 11″13, preceduta anche dalla britannica Kathy Smallwood) che i 200 in 22″18, ma ritrovando una più che eccellente forma negli anni a seguire.

Difatti, agli Europei di Atene 1982, la Goehr – dopo aver eguagliato il 9 luglio il proprio record mondiale di 10″88 sulla pista di Karl-Marx-Stadt (l’attuale Chemnitz) – conferma il titolo di quattro anni prima a Praga, trionfando sulla connazionale Barbel Woeckel in un eccellente 11″01, cui unisce l’oro in staffetta, per poi vivere la migliore stagione della sua attività agonistica l’anno seguente, in concomitanza coi primi Campionati Mondiali, in programma ad Helsinki dal 7 al 14 agosto 1983.

Stagione che, però, vede come protagonista di vertice anche la sua acerrima rivale d’oltre oceano, con le due velociste che ingaggiano un furioso “botta e risposta” con la Goehr ad abbassare il proprio limite correndo in 10″81 a Berlino l’8 giugno 1983 e la Ashford a replicare a meno di un mese di distanza, portando il record mondiale a 10″79 il 3 luglio successivo.

Con queste elevate credenziali, l’attesa per la sfida ai Mondiali è altissima, e le due velociste mantengono fede alle aspettative, con la Ashford a precedere la Goehr (11″11 ad 11″16) nella quarta ed ultima serie dei quarti di finale, mentre nelle semifinali dell’8 agosto si aggiudicano le rispettive serie, ma con l’americana unica del lotto a scendere sotto gli 11″ netti, correndo in 10″99 a fronte dell’11″05 con cui la tedesca si aggiudica la prima semifinale.

Ancora una volta, alla Goehr sembra debba sfuggire un oro a livello assoluto (Olimpiade o Mondiali) nella gara individuale, ma stavolta la buona sorte le dà una mano, volgendo le spalle alla Ashford, nonostante che alla tedesca tocchi ancora in sorte la corsia esterna così come tre anni prima a Mosca, mentre l’americana è in seconda.

Succede, infatti, che stavolta la partenza della Goehr sia bruciante, e la stessa si porta in vantaggio nella fase iniziale, con la connazionale Marita Koch – per una volta iscritta in una per lei inusuale prova sui 100 metri – a contenderle la prima posizione a centro pista, nel mentre la Ashford, attardata in avvio, si sta producendo nello sforzo per colmare il distacco quando i suoi muscoli improvvisamente cedono costringendola al ritiro, mentre la rivale va a vincere la più importante medaglia della sua carriera in un comunque eccellente 10″97, precedendo la Koch di 0″03 centesimi.

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La finale dei 100 metri ai Mondiali 1983 – da sporting-heros.net

Ripresasi dai suoi periodici infortuni muscolari, la Ashford è desiderosa di regolare i conti con la tedesca a casa sua, vale a dire in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles 1984, ma ancora una volta la sfida è impedita dalla politica, per il contro boicottaggio del blocco sovietico in risposta a quanto compiuto quattro anni prima dagli Stati Uniti.

La Ashford non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro olimpico in 10″97 (curiosamente lo stesso tempo della Goehr l’anno prima ai Mondiali), cui aggiunge analogo successo in staffetta, ma l’assenza della rivale e primatista mondiale ne inficia in parte il relativo valore, ragion per cui l’attesa è rivolta alla “vera finale” che si disputa poco più di quindici giorni dopo allo storico “Weltklasse” di Zurigo, dove le due avversarie sono poste una accanto all’altra, rispettivamente in terza (la Goehr) ed in quarta corsia (la Ashford).

E la sera del 22 agosto 1984 la pista magica del “Letzigrund” elvetico non tradisce neppure stavolta le attese, con la prova che ha uno svolgimento similare alla finale mondiale, con la Goehr a scappar via allo start e la Ashford a rincorrere, ma con un finale ben diverso in quanto, in assenza di noie muscolari, l’impresa riesce, consentendole di raggiungere la tedesca poco oltre metà gara per poi andare a trionfare in un sensazionale 10″76 con cui abbassa di 0″03 centesimi il proprio record mondiale, con la tedesca a chiudere al secondo posto in 10″84.

La carriera della Goehr ha un ultimo sussulto alla Coppa del Mondo di Canberra 1985, dove si conferma regina dei 100 metri in assenza della Ashford e contribuisce al primato mondiale di 41″37 della Germania Est nella 4×100, per poi conquistare il suo terzo oro consecutivo sui 100 metri agli Europei di Stoccarda 1986 in un più che dignitoso 10″91, cui unisce l’oro in staffetta, mentre ai Mondiali di Roma 1987 ed alle Olimpiadi di Seul 1988, non riesce a qualificarsi per la finale della prova individuale, fornendo comunque il proprio contributo nella conquista dell’argento in staffetta in entrambe le manifestazioni, ed avendo sulla pista coreana l’ultima occasione di confronto con l’americana quali ultime frazioniste della staffetta 4×100.

Con gli Usa in sesta corsia a far da punto di riferimento per il quartetto tedesco orientale, in quinta, le americane cambiano in vantaggio ai 200 metri, ma incredibilmente la terza frazionista Heike Drechsler riesce a tener testa in curva alla Griffith così lanciando la Goehr, complice anche un cambio schiacciato tra Griffith ed Ashford, con un buon margine sull’avversaria, che riceve il testimone in terza posizione, dietro anche all’Unione Sovietica, ma qui la oramai 31enne della Louisiana fornisce forse la più straordinaria delle sue performances, recuperando lo svantaggio ed andare a concludere trionfalmente rispetto ad una Goehr che, al confronto, sembra passeggiare.

Una fortissima atleta, senza alcun dubbio, Marlies Oelsner-Goehr – tant’è che è tuttora la detentrice del record tedesco sulla distanza con il suo 10″81, all’epoca prima mondiale – ma alla quale è mancato quel qualcosa per poterla incoronare come una delle più grandi di tutti i tempi nella specialità della velocità pura.

PUNTI E RIMBALZI, LA DOPPIA DOPPIA DI SABONIS AGLI EUROPEI DEL 1995

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Sabonis contrasta Divac – da themidfieldmag.com

articolo di Nicola Pucci

Arvydas Sabonis. Già nel pronunciarne il nome mi vengono i brividi, per quanto è stato immenso e se penso quel che avrebbe potuto essere se qualche infortunio in meno e le barriere geopolitiche dell’epoca non gli avessero impedito di conquistare l’America.

Ma c’è un torneo continentale che lo illustra per quel grandissimo giocatore che è stato, ovvero gli Europei del 1995, disputati in Grecia tra il 21 giugno e il 2 luglio nella nuovissima Olympic Indoor Hall di Atene. La kermesse vede il pivot nato a Kaunas nel 1964 vestire infine la casacca della Lituania, come già comunque avvenuto alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 chiuse sul terzo gradino del podio alle spalle del “Dream Team” americano e della Croazia, e la formazione diretta in panchina da Vladas Garastas è una delle quattordici squadre, suddivise in due gironi da sette, ammesse a partecipare.

Sarunas Marciulionis, stella dei Seattle Supersonics, è l’altra vedette con cui Sabonis deve spartirsi la scena, con giocatori di contorno che rispondono al nome di Kurtinaitis, Karnisovas e Chomicius. Non certo mezze figure, anzi. E la Lituania, inserita nel gruppo A che comprende anche la Jugoslavia grande favorita, i padroni di casa della Grecia, l’Italia di Ettore Messina, i campioni in carica della Germania e le “cenerentole” Israele e Svezia, ha buone carte da giocare al tavolo delle pretendenti alla vittoria finale.

Ed in effetti le sei partite della prima fase confermano i pronostici della vigilia. Se la Jugoslavia fa bottino pieno trascinata dall’estro di Djordjevic, dalla classe di Danilovic e Bodiroga e dalla presenza sotto canestro di Divac, Sabonis e i suoi compagni chiudono in seconda posizione con cinque successi, debuttando con la Germania, 96-82 pur senza il suo gigantesco centro, 221 centimetri, per proseguire con il franco successo sulla Grecia, 89-73 (18 punti e 23 rimbalzi per Sabonis), perdere proprio lo scontro diretto con gli slavi, 61-70 (Sabonis 18 punti e 14 rimbalzi), superare ancora l’Italia, 80-69 (Sabonis che contribuisce con 19 punti e 19 rimbalzi), la Svezia, 96-73 (Sabonis sempre in doppia doppia, 20 punti e 12 rimbalzi), ed infine Israele, 91-75 ancora una volta senza il campionissimo che dopo tre stagioni al Real Madrid con due scudetti, una Coppa del Re e una Coppa dei Campioni, sta per varcare l’oceano e accasarsi ai Portland Trail Blazers.

Il secondo posto nel girone qualifica la Lituania alla fase ad eliminazione diretta, dove ad attendere Sabonis e compagni c’è la terza forza del gruppo B, la Russia allenata dal grande Sergej Belov e che ha in Bazarevich, Babkov e Fetisov gli uomini di punta, che ha chiuso alle spalle di Croazia e Spagna, anticipando la Francia per una miglior differenza-canestri, +69 contro i +30 dei transalpini. Il 30 giugno va in onda una sorta di derby ex-sovietico, che i lituani dominano fin dal primo tempo, chiuso sul 44-33, con Sabonis che regala una prestazione mostruosa, 33 punti e 14 rimbalzi, con 13/15 al tiro da due, 1/1 dalla lunga distanza e 4/7 dalla lunetta per il definitivo 82-71 che dischiude ai suoi le porte della semifinale. Dove giunge ovviamente la Jugoslavia, che dispone facilmente della Francia 104-86 trascinata da Danilovic autore di 24 punti, ma anche la Croazia di Kukoc, che a sua volta mette a referto 24 punti, che spenge i sogni dell’Italia, 71-61, e la Grecia, che supera di misura la Spagna, 66-64 con 20 punti e 10 rimbalzi di Fasoulas.

E tocca proprio ai croati saggiare la forza della Lituania al penultimo atto, Kukoc e Radja contro Sabonis e Marciulionis, per una sfida che promette scintille. Ed in effetti l’incontro non delude le attese, con Sabonis che al solito è implacabile sotto i tabelloni confezionando l’immancabile doppia doppia, 26 punti e 17 rimbalzi, ben coadiuvato dal trio Marciulionis-Karnisovas-Kurtinaitis che mettono a referto rispettivamente 27, 19 e 16 punti, a cui Radja risponde da par suo con 25 punti. Ma la squadra di Aza Petrovic, che da due anni non ha più l’amato fratello Drazen, paga dazio alla serata di scarsa vena di Kukoc, solo 10 punti, ed il successo finale della Lituania, 90-80, legittimo, manda il quintetto di Garastas a giocare per quel titolo già conquistato in era giurassica, 1937 contro l’Italia e due anni dopo nel derby con la Lettonia.

Il 2 luglio, giorno di chiusura della rassegna, la Lituania ritrova la Jugoslavia, che nel frattempo ha infranto l’illusione della Grecia di bissare il successo del 1987, 60-52 con 19 punti di Danilovic, con la non certo peregrina speranza di prendersi la rivincita della sconfitta incassata nel girone eliminatorio. In effetti Marciulionis e Sabonis fanno appieno il loro dovere, il primo realizzando 32 punti per consacrarsi infine MVP dei campionati, il secondo completando l’ennesima ottima prestazione, seppur stavolta non confortata dalla doppia doppia, 20 punti e “solo” 8 rimbalzi. L’andamento della gara certifica un equilibrio sostanziale, con la Lituania avanti di un punto all’intervallo, 49-48, e la Jugoslavia che nella ripresa si affida ad uno straripante Djordjevic, 41 punti con un clamoroso 9/12 da tre, per portare a termine vittoriosamente la gara con il punteggio di 96-90, al solito spalleggiato da Danilovic che segna 23 punti e Divac che, oltre a catturare 9 rimbalzi, contiene la presenza ingombrante di Sabonis sotto canestro.

La Lituania coglie una meritata seppur beffarda medaglia d’argento, e per Sabonis è la quarta in Europa, dopo i due bronzi con l’Urss nel 1983 in Francia e nel 1989 in Jugoslavia, e il trionfo sempre in maglia falce-e-martello in Germania nel 1985. Il campione di Kaunas chiude una rassegna, che lo ha visto dominatore assoluto, con statistiche impressionanti: 22 punti di media nelle sette partite disputate, secondo solo compagno di nazionale Marciulionis, frutto di una percentuale del 61,8% al tiro da due e 80,7% ai liberi, e di gran lunga miglior rimbalzista con 15,3 palloni catturati per sera, lasciando Fetisov, 9,7 rimbalzi di media, a distanza siderale.

Arvydas Sabonis, che già nel vittorioso cammino con il Real Madrid in Coppa dei Campioni qualche settimana prima aveva chiuso in doppia doppia, legittima il suo posto tra le leggende del basket europeo, e lo fa seppur sconfitto: se lo chiamavano “il principe del Baltico“, ci sarà pure un motivo…

CIPOLLINI, UNA MILANO-SANREMO DA “RE LEONE”

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L’arrivo a braccia alzate di Cipollini – da velonews.com

articolo di Emiliano Morozzi

Ci sono corridori che hanno vinto una quantità impressionante di corse, ma non sono quasi mai riusciti ad imporsi nelle gare di maggior prestigio, quelle che consacrano un corridore al livello di campione. Uno di questi ne ha vinte ben 191: 42 al Giro d’Italia, una in più di un campione come Binda (record che resisteva dagli anni Trenta), 12 al Tour de France, come un altro monumento del pedale, Gino Bartali, 3 alla Vuelta, per un totale di 57, otto gare in meno nientemeno che del cannibale Merckx. Indovinate chi é? Il signore assoluto delle volate negli anni Novanta, un tale Mario Cipollini. Dura la vita del velocista: pochi gli onori e tanti i dolori per chi decide di dedicare la propria carriera a primeggiare nelle volate di gruppo. Chi trionfa al termine di una tappa in cima a una montagna leggendaria vede il proprio nome scritto su un cartello tramandato ai posteri, chi vince al termine di un rettilineo piatto come un biliardo invece raccoglie gloria effimera, che si esaurisce al termine della premiazione.

La carriera dello sprinter lucchese è costellata di centinaia di vittorie, ma al palmares di Cipollini manca una classica monumento. Il corridore ha il grande limite di patire anche le salite meno proibitive, e questo lo taglia fuori da classiche come la Liegi-Bastogne-Liegi o il Giro di Lombardia, non ama le pietre sconnesse della Roubaix, sul pavè se la cava ma sui “muri” del Giro delle Fiandre finisce per piantarsi, anche se vince la Harelbeke nel 1993, la corsa che fa da antipasto alla sorella più nobile. L’unica grande classica a cui può ambire è la Milano-Sanremo, che presenta un finale impegnativo ma non proibitivo: le pendenze del Poggio non sono impossibili e con una squadra che sappia tenere cucito il gruppo l’impresa si può tentare.

Cipollini ci prova una prima volta nel 1994, nel pieno della sua carriera, ma a scombinare i suoi piani è Giorgio Furlan, che riesce a fare la differenza proprio sul Poggio con uno scatto imperioso, scollina con una manciata di secondi e anticipa la volata di gruppo, nella quale è proprio “Supermario” ad imporsi. Negli anni successivi Cipollini non si avvicina nemmeno all’impresa, piazzandosi quasi sempre lontanissimo dai migliori, anche negli arrivi in volata che premiarono un velocista come Zabel.

Proprio nel 2001, ormai agli sgoccioli della carriera, Cipollini coglie un altro secondo posto ancora più amaro: l’arrivo è di quelli che piacciono a lui, volatona di gruppo, il treno Saeco fa il suo dovere, ma una scorrettezza di Planckaert lo costringe ad arrendersi a Zabel. Invece che considerare svanita la possibilità di trionfare finalmente in una grande classica, Cipollini dà appuntamento ai suoi tifosi all’anno successivo e stavolta non fallisce: la sua nuova squadra, l’Acqua e Sapone, tiene cucita la corsa fino al Poggio, sulla salita finale che domina Sanremo provano un’azione temeraria Bettini e Figueras, ma all’ultimo chilometro vengono inghiottiti dal gruppo. La gara si chiude con una volata a ranghi compatti, i compagni di squadra fanno il proprio dovere e ai meno 300 Cipollini mette le ruote davanti a tutti e finalmente arriva sul lungomare di Via Roma a braccia alzate.

Re Leoneconquista la grande classica che mancava al suo curriculum e qualche mese dopo, all’apogeo della carriera, trionferà anche al Mondiale di Zolder. Mai dire mai…

QUEL “GRANDE SLAM” SCOZZESE DAL VALORE NON SOLO SPORTIVO

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La gioia scozzese – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Non vi è disciplina sportiva che non racchiuda nella sua storia una o più date epocali, per ogni singola nazione od atleta che ne sia stato il protagonista, ma crediamo di non far torto a nessuno se eleggiamo come simbolo la ricorrenza del 17 marzo 1990 per tutti i tifosi di rugby scozzesi, in quanto coincidente con l’ultimo “Grande Slam” conquistato da parte del XV delle “Highlands” nel più antico e prestigioso torneo rugbistico, vale a dire il “5 Nazioni”.

Occorre, a tal fine, ricordare come la Scozia fosse un po’ – assieme all’Irlanda – la “sorella debole” della competizione, rispetto alle più quotate Inghilterra, Galles e Francia, avendo pertanto in un certo senso beneficiato dell’allargamento della manifestazione anche all’Italia dall’inizio del nuovo millennio, visto che su 17 tornei disputati dagli azzurri, in ben 11 occasioni agli stessi è toccato il poco simpatico “cucchiaio di legno” che spetta a coloro che chiudono la classifica, di cui proprio gli scozzesi detengono il primato con 36, precedendo l’Irlanda con 34, statistiche ovviamente relative a tutte le 116 edizioni del torneo, la cui prima risale addirittura al 1883.

Divagazioni italiche a parte, ancor più difficile, per scozzesi e irlandesi, è aggiudicarsi, nella parte alta della classifica, il cosiddetto “Grande Slam”, che consiste nel vincere tutte le gare in programma – quattro sino al 1999 ed, ovviamente, cinque a far tempo dal 2000 con l’inserimento dell’Italia – prova ne sia che tale impresa è riuscita solo tre volte alla Scozia ed appena in due occasioni all’Irlanda.

Vi è peraltro da dire che gli anni ’80 avevano rappresentato uno dei periodi migliori per i “Thistles”, che nel 1984 erano riusciti ad ottenere il secondo “Grande Slam” della loro storia (il primo risaliva addirittura al 1925), dividendo poi con la Francia il successo nel torneo del 1986 e facendo propria in tre occasioni – 1983 (22-12), 1984 (18-6) e 1986 (33-6) – la “Calcutta Cup” che spetta a chi vince il “derby” con gli odiati rivali dell’Inghilterra.

Ed anche nella prima edizione della Coppa del Mondo, disputatasi in Australia e Nuova Zelanda tra il maggio ed il giugno 1987, il XV di Scozia aveva fornito una prestazione più che dignitosa, giungendo a pari merito con la Francia nel girone eliminatorio, ma classificandosi come seconda in virtù del maggior numero di mete (3 a 2) messe a segno dai transalpini nel confronto diretto concluso sul 20 pari, circostanza che costrinse gli scozzesi a scontrarsi nei quarti coi favoriti “All Blacks”, dai quali vennero nettamente sconfitti.

L’edizione del Torneo delle Cinque Nazioni del 1990 è pertanto anche l’occasione per testare la condizione degli atleti in vista della seconda edizione della Coppa del Mondo, in programma l’anno seguente proprio sul suolo britannico, e dei ventidue che avevano composto la selezione per la manifestazione in terra australe, ne restano solo 10, tre dei quali – Greig Oliver, Derek Turnbull e Douglas Wylie – non scendono mai in campo.

Vi sono però i due Hastings, Scott e Gavin, a dare sostegno alla squadra, il primo in qualità di centro e l’altro di estremo, potendo quest’ultimo contare su di una straordinaria abilità nel calciare l’ovale, tant’è che i suoi 667 punti collezionati con la maglia della nazionale (di cui 17 mete, 86 trasformazioni e ben 140 punizioni) rappresentavano un record all’epoca del suo ritiro nel 1995, poi superato in tempi più recenti dal solo Chris Paterson, giunto a quota 809 punti.

La giornata inaugurale dell’edizione 1990, in programma il 20 gennaio, vede gli scozzesi riposare e verificare, sin dai primi due match, come le due avversarie più temibili siano la Francia, detentrice del trofeo e per cinque volte vincitrice negli ultimi nove anni, e l’Inghilterra, desiderosa di invertire la rotta di un decennio che la vede a digiuno di successi dopo il “Grande Slam” ottenuto nel 1980, le quali superano senza eccessive difficoltà rispettivamente il Galles ad “Arms Park” per 29-19, realizzando ben cinque mete, e l’Irlanda a “Twickenham“, sommersa sotto un umiliante 23-0.

L’esordio della Scozia avviene il 3 febbraio a Dublino contro l’Irlanda desiderosa di riscattare la pessima prova fornita due settimane prima in terra inglese e, in una giornata stranamente di pessima mira ai piazzati da parte di Hastings, tant’è che viene poi rimpiazzato da Chalmers in tale fondamentale, è necessaria una ripresa tutto cuore per ribaltare il punteggio che aveva visto gli irlandesi andare al riposo sul 7-0 a loro favore, per un successo per 13-10 che porta la firma di Derek White, autore di due mete.

Nel mentre l’Inghilterra “strapazza” anche la Francia, violando il “Parc des Princes” di Parigi con un pesante 27-6 a cui mettono la firma Carling, Guscott e Rory Underwood, autori di una meta ciascuno, in casa scozzese ci si interroga su come migliorare rispetto alla scialba prestazione fornita al “Lansdowne Road” di Dublino, in vista del prossimo match casalingo proprio contro i transalpini.

La risposta viene fornita il 17 febbraio dinanzi ai 58.000 spettatori che gremiscono le tribune del “Murrayfield” di Edimburgo, con la Francia incapace di mettere a segno un solo punto e travolta con un eloquente 21-0, in virtù delle mete di Finlay Calder e Iwan Tukalo, entrambe trasformate da Chalmers, il quale realizza anche due piazzati, cui ne unisce un terzo Gavin Hastings, anche se sull’esito del match pesa, per obiettività, l’espulsione comminata al francese Alain Carminati.

Ma se la Scozia “suona le sue campane”, da “Twickenham” giungono assordanti squilli di tromba, con il XV inglese – finalmente in grado di allestire una formazione competitiva – a travolgere tutto ciò che passa sulla sua strada, in questo caso impersonificato dai malcapitati gallesi, cui è concessa una sola meta di Phil Davies, trasformata da Thorburn a fronte dell’uragano bianco scatenato da Carling & Co. e materializzatosi con quattro mete messe a segno dallo stesso xapitano, Richard Hill ed il “solito” Rory Underwood (due), per il 37-6 conclusivo che la dice lunga sulla supremazia inglese, ed il cui esito convince il tecnico gallese John Ryan a rassegnare le dimissioni.

Con l’Inghilterra a punteggio pieno a quota 6 punti, con uno “score” di 83-13 nei tre incontri disputati (e di 11-2 quanto a mete realizzate), alla Scozia è necessaria una vittoria il 3 marzo allo “Arms Park” di Cardiff per mantenere intatte le speranze di giocarsi il tutto per tutto all’ultima giornata nello scontro diretto in programma ad Edimburgo.

Non è mai facile affrontare squadre che abbiano cambiato allenatore – a John Ryan è subentrato Ron Waldron, tecnico del Neath che aveva portato alla conquista di tre titoli gallesi negli ultimi quattro anni – e, come d’uso in situazioni del genere, la sua prima mossa è quella di trasferire nel XV di partenza ben sette dei suoi ragazzi.

Ben decisa a far valere la propria superiorità, la Scozia sembra controllare la gara, portandosi in vantaggio all’intervallo per 10-3 grazie ad una meta di Cronin ed a due piazzati di Chalmers, cui i padroni di casa oppongono una sola punizione in mezzo ai pali dell’estremo Thorburn, ma nella ripresa l’orgoglio gallese nel non voler concludere la manifestazione con il “whitewash” (termine tipicamente inglese che si riferisce alla squadra che incassa solo sconfitte nel torneo) – l’ultimo dei quali risaliva per i “Dragoni” al 1937 – fa sì che l’ala Arthur Jones riesca a depositare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione di Thorburn, così riducendo lo svantaggio ad un solo punto (9-10), prima che tocchi ancora a Chalmers centrare i pali per il 13-9 definitivo che rimanda l’esito del torneo all’ultimo, decisivo match, del 17 marzo.

Certo, sulla carta il confronto appare impari, poiché al sopra indicato bilancio inglese, gli scozzesi possono opporre solo i pari punti in classifica, dato che lo “score” complessivo nelle tre gare disputate è di 47-19 ed il differenziale delle mete si attesta a 5 realizzate contro appena due subite, dato quest’ultimo che mette però in risalto quale potrà essere la chiave di lettura del match, venendo a confronto l’onda d’urto dell’attacco inglese rispetto alla forza della difesa scozzese.

C’è, però, un altro particolare extra sportivo da non trascurare, il che, alla vigilia del decisivo incontro, non fa altro che risvegliare – qualora ce ne fosse bisogno in una gara contro gli inglesi – l’orgoglio dei “Braveheart scozzesi, vale a dire la reintroduzione di una tassa, la cosiddetta “Community Charge” (in disuso dal Medio Evo!!!), da parte del governo presieduto da Margareth Thatcher e che va a colpire proprio gli appartenenti alla comunità scozzese, circostanza che determina un clima incandescente in un “Murrayfield” che fatica a contenere i quasi 60.000 spettatori presenti.

Per le regole che determinano lo svolgimento del torneo, quella delle due squadre che uscirà vincitrice dal confronto avrà la possibilità di fregiarsi di ben quattro titoli in un colpo solo, vale a dire, oltre alla vittoria nel “Five Nations”, il “Grande Slam”, la “Triple Crown” (spettante a chi sconfigge le altre tre squadre britanniche) e la già ricordata “Calcutta Cup”, in palio tra le sole Scozia ed Inghilterra.

E, nel primo pomeriggio di quello “storico” 17 marzo, ben decisa a far valere la propria indiscussa superiorità tecnica, l’Inghilterra si lancia subito all’attacco, riuscendo a perforare la difesa avversaria grazie ad una percussione di Carling che allarga sulla sinistra a Guscott, il quale finta il passaggio all’estrema Rory Underwood, con ciò aprendosi il varco per poter schiacciare in meta.

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Una fase del match tra Scozia e Inghilterra – da bbc.co.uk

La mancata trasformazione dà coraggio agli scozzesi, i quali non perdono la testa, riorganizzando la difesa il pacchetto di mischia, per poi sfruttare il “piede caldo” di Chalmers che, grazie a tre calci di punizioni, permette ai padroni di casa di chiudere il primo tempo in vantaggio sul 9-4.

Non è però un vantaggio rassicurante rispetto alla potenza degli avversari ed occorre pertanto piazzare il colpo del k.o. che si materializza sotto forma della 21enne ala Tony Stanger, il quale mette a segno la più importante delle 24 mete realizzate in carriera con la maglia della nazionale, andando a raccogliere e schiacciare oltre la linea una precisa intuizione di Gavin Hastings con un calcio a seguire lungo la linea laterale.

Ed anche se Chalmers stavolta fallisce la trasformazione, gli scozzesi mantengono il controllo della gara, consentendo agli inglesi, schiumanti rabbia nel vedere i propri attacchi puntualmente respinti dal muro umano costruito dai loro avversari, solo di ridurre lo svantaggio sul 7-13 in virtù di una punizione calciata in mezzo ai pali dall’estremo Simon Hodgkinson .

E quando, su di una rimessa laterale in zona di attacco per l’Inghilterra con la palla tra le braccia del subentrato Mark Bailey a pochi metri dalla linea di meta, lo stesso viene letteralmente scaraventato in touche dalla difesa scozzese per consentire al direttore di gara di decretare la fine del match, centinaia di tifosi scozzesi si riversano sul mai così verde prato del “Murrayfield” per un trionfo inatteso e perciò ancor più inebriante, visto che poi la Scozia, nei successivi 27 anni vincerà un solo altro torneo, nel 1999 (l’ultimo prima dell’allargamento a sei squadre con l’ammissione dell’Italia), mentre l’Inghilterra potrà confermare di aver messo le basi per futuri successi, come sancito dal successo nelle edizioni del 1991 e 1992 – in entrambi i casi con annesso “Grande Slam” – nonché dal secondo posto nella Coppa del Mondo 1991, sconfitta in finale dall’Australia di David Campese.

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I festeggiamenti dopo la vittoria – da gettyimages.com

Ma intanto, in quell’indimenticabile pomeriggio del 17 marzo 1990, mentre i giocatori inglesi guadagnano mestamente gli spogliatoi, sul campo di “Murrayfield” riecheggiano alte le note di “Flowers of Scotland, a mo’ di legittimo orgoglio per la vittoria sugli odiati rivali…