MARITA KOCH, LA MACCHINA DA RECORD DELLA GERMANIA EST

 

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Marita Koch nella staffetta 4×400 ai Giochi di Mosca ’80 – da:iaaf.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo del suo massimo splendore olimpico, la Germania Est ha dominato la scena in Atletica Leggera, in special modo nel settore femminile, come dimostrano le statistiche relative alle medaglie conquistate ai Giochi di Monaco ’72 (20, con 8 ori, di cui 15 con 6 ori in campo femminile), così come alla successiva edizione di Montreal ’76 (27, con 11 ori, di cui 19 con 9 ori tra le ragazze) e nell’Olimpiade dimezzata di Mosca ’80, dove le medaglie divengono 29 con 11 ori, anche se stavolta fanno meglio gli uomini con 6 ori rispetto ai soli 5 nel settore femminile.

Buona parte di queste atlete hanno una vita sportiva relativamente breve, nel mentre a staccarsi per medaglie e, soprattutto, record, è la protagonista della nostra storia odierna, i cui primati sono attuali ancor oggi, a quasi 40 anni di distanza, a dimostrazione del contributo fornito alla crescita delle specialità nella velocità piana.

Marita Koch, poiché è di lei che stiamo parlando, nasce il 18 febbraio 1957 a Wismar, città portuale sulle coste del Mar Baltico, e dimostra sin dall’adolescenza una notevole predisposizione per la corsa, visto che durante gli anni della scuola primaria si permette di battere molti suoi coetanei maschi, per poi essere allenata da Wolfgang Meier, un ingegnere navale che si dedica ad istruttore di atletica part-time.

Ottenuta la maturità, Marita e Wolfgang si trasferiscono a Rostock, dove lei si iscrive all’Università, facoltà di Medicina, per poi abbandonare gli studi e dedicarsi interamente all’attività agonistica, sempre sotto la guida di Meier, con cui il rapporto si fa così stretto da sfociare in matrimonio, unione dalla quale la coppia avrà una bambina, Ulrike.

Nel frattempo, i progressi di Marita la portano a realizzare tempi di 22”70 sui 200 metri e di 50”19 sul giro di pista già nel 1976, il che le garantisce la selezione per le Olimpiadi di Montreal ’76 dove però deve arrendersi per un infortunio muscolare subito nei quarti di finale dei m.400 ed assistere così allo show della polacca Irena Szewinska, la quale fa suo l’oro migliorando a 49”29 il proprio limite mondiale.

L’impresa della 30enne polacca rappresenta il giusto stimolo per la Koch, la quale intende raccoglierne l’eredità a cominciare dal primo confronto diretto in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo, in programma a Dusseldorf, allorché si sfidano il 4 settembre 1977 sul giro di pista in una gara emozionante dove la Koch prende un netto vantaggio sino ai 300 metri per poi subire il ritorno della Szewinska che la supera (49”52 a 49”76) sul rettilineo d’arrivo.

 

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La sfida Koch-Szewinska sui m.400 alla CdM ’77 – da:sporting-heroes.net

 

L’aver pagato dazio alla inesperienza viene messo a frutto dalla tedesca orientale – che conclude comunque la stagione al secondo posto del ranking della rivista specializzata “Track & Field News” alle spalle della polacca grazie al suo miglior tempo dell’anno di 49”53, nonché al terzo sui 200 metri piani – l’anno seguente, che ha come obiettivo principale i Campionati Europei di Praga ’78.

Appena 21enne, la Koch scopre le proprie carte manifestandosi al mondo dell’atletica in tutta la sua potenza, presentandosi alla citata rassegna continentale avendo già fatto suoi i record mondiali sui m.200 – corsi in 22”06 il 28 maggio ad Erfurt, così migliorando il 22”21 della Szewinska che resisteva da quattro anni – per poi togliere alla polacca il primato anche sulla doppia distanza, corsa una prima volta in 49”19 a Lipsia il 2 luglio ’78 e quindi in 49”03 a Potsdam il 19 agosto.

Con la chiara intenzione di essere la prima donna al mondo a scendere sotto la barriera dei 49” netti, la Koch porta a termine il suo impegno dando una dimostrazione di superiorità assoluta che le consente di dominare la Finale dei m.400 sin dai primi appoggi per concludere con un margine di quasi 1”50 sulle avversarie, facendo fermare i cronometri sul nuovo primato assoluto di 48”94, mentre alle sue spalle l’orgoglio della 32enne Szewinska la porta a sfiorare l’argento, beffata per soli 0”02 centesimi (50”38 a 50”40) dall’altra tedesca orientale Christina Lathan.

Dopo aver aggiunto anche l’oro europeo con la staffetta 4×400 ed aver concluso, per quanto ovvio, la stagione ai vertici del ranking mondiale sia sui 200 che sui 400 metri, la Koch continua a produrre record anche l’anno successivo, con due esibizioni ad inizio giugno che hanno qualcosa di incredibile.

Difatti, dapprima Marita toglie 0”04 centesimi al suo record sui 200 metri correndo la distanza in 22”02 a Lipsia il 3 giugno ’79 per poi, una settimana dopo a Karl-Marx-Stadt, durante un incontro internazionale con il Canada, essere la prima donna ad infrangere il muro dei 22” netto, fermando i cronometri sul fantastico tempo di 21”71, impresa ancor più incredibile se si considera che, appena 45’ prima, aveva corso la prima frazione della staffetta 4×100 in cui la Germania Est aveva stabilito in 42”10 il relativo limite mondiale.

Non che queste esibizioni sul mezzo giro di pista la distolgano dalla sua distanza preferita dei 400 metri, anzi tutt’altro, esse servono a migliorarne lo spunto di velocità, e quanto non vi siano margini per le avversarie è dimostrato con il miglioramento a 48”89 del proprio limite il 29 luglio ’79 al meeting di Potsdam e quindi, appena sei giorni dopo nella Finale di Coppa Europa a Torino, infligge oltre 1” di distacco alla sovietica Kulchunova per scendere sino a 48”60.

Chiaramente selezionata per la seconda edizione della Coppa del Mondo, in programma a Montreal, la Koch dimostra di non essere invulnerabile, venendo sconfitta dalla Ashford sui 200 metri, pur correndo in un non disprezzabile 22”02, con l’americana ad attaccarne il limite mondiale con i suoi 21”83, all’epoca seconda miglior prestazione di sempre, per poi riscattarsi con le vittorie sui m.400 in 48”97 e con la staffetta 4×400, con cui bissa il successo in Coppa del Mondo di due anni prima a Düsseldorf.

La sconfitta patita non scalfisce comunque la sua posizione al vertice del ranking mondiale in entrambe le specialità, mentre la scriteriata decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi di Mosca ’80 priva gli appassionati di assistere alle sfide con le velociste americane, così che l’oro sui 400 metri assume la veste quasi di una formalità, peraltro rivalutato dal riscontro cronometrico di 48”88 – all’epoca seconda miglior prestazione assoluta – resosi necessario anche per tenere a bada una nuova insidia venuta dall’Est, vale a dire quella della ceca Jarmila Kratochvilova, argento in 49”46.

 

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Il podio dei m.400 ai Giochi di Mosca ’80 – da:gettyimages.it

 

Fortissima quanto si vuole, ma non una “wonder woman”, in quanto anche la Koch nulla può per colmare il gap nella staffetta 4×400, ricevendo il testimone con troppo distacco dalle sovietiche, riuscendo solo ridurre lo svantaggio a soli 0”23 centesimi (3’20”12 a 3’20”35) senza impedire alla Nazarova di portare a termine vittoriosamente la prova.

L’insidia della Kratochvilova diviene oltremodo pericolosa l’anno seguente allorché, dopo che la Koch – la quale aveva dovuto saltare la prima parte della stagione per infortunio – si afferma agevolmente in Coppa Europa sia nella gara individuale (49”43) che in staffetta (3’19”83), le due rivali si affrontano nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma ’81, in rappresentanza una del proprio Paese e l’altra della selezione europea.

In tale occasione, la possente cecoslovacca infligge alla tedesca orientale la sua prima sconfitta sul giro di pista da quella subita, sempre in Coppa del Mondo, dalla Szewinska a Dusseldorf ’77, e, cosa ancor più preoccupante per Marita, sfiorandone il primato mondiale, “salvato” per un solo 0”01 centesimo (48”61) rispetto al 49”27 fatto segnare dalla Koch, la quale poi contribuisce al terzo successo consecutivo della Germania Est nella staffetta del miglio.

I pericoli servono a stimolare i fuoriclasse, e la Koch – che perde dopo tre anni il ruolo di n. 1 nel ranking mondiale a beneficio della Kratochvilova – medita il riscatto avendo come obiettivo i Campionati Europei di Atene ’82, dove la sfida sul giro di pista tra le due atlete rappresenta il “piatto forte” del programma femminile.

 

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Il trionfo agli Europei di Atene ’82 – da:gettyimages.it 

 

Con il vantaggio di correre in terza corsia rispetto alla quarta da dove prende il via la cecoslovacca, Marita imprime alla gara un ritmo forsennato che la porta a raggiungere l’avversaria già all’ingresso della seconda curva, avendo coperto la prima metà gara in un sensazionale 22”8 per poi non provare alcun cedimento nel rettilineo d’arrivo sino a concludere in uno strabiliante 48”16, nuovo record mondiale, con la Kratochvilova argento in un comunque rispettabilissimo 48”85, mentre le altre finiscono ampiamente staccate.

Nella giornata conclusiva della rassegna continentale, le due vengono nuovamente a confronto quali ultime frazioniste della staffetta 4×400, ma quando la Koch riceve il testimone dalle proprie compagne il suo vantaggio è talmente elevato che ella può correre in scioltezza una frazione da 47”9 lanciata utile a far registrare il tempo totale di 3’19”04 che migliora il 3’19”23 del quartetto della ex Ddr ai Giochi di Montreal ’76, nel mentre la superba frazione di 47”6 corsa dalla Kratochvilova le consente di superare l’ultima frazionista sovietica per una sua seconda medaglia d’argento personale.

Le speranze degli appassionati di assistere ad un’ulteriore avvincente sfida tra le due indiscusse dominatrici dei m.400 in occasione dei primi Campionati Mondiali in programma ad Helsinki ’83 restano deluse per la scelta della Koch di dedicarsi alla velocità pura, iscrivendosi sui 100 e 200 metri, così lasciando campo libero alla cecoslovacca sul giro di pista, e mal gliene colse, in quanto la Kratochvilova – che il giorno prima aveva vinto gli 800 metri in 1’54”68 – si aggiudica anche i m.400 togliendo alla tedesca est il primato mondiale, divenendo, con 47”99, la prima donna a scendere sotto la barriera dei 48” netti, lasciando in sospeso quale esito e, soprattutto, quale tempo si sarebbe potuto registrare con la Koch presente.

La quale, peraltro, non è che se ne torna dalla Finlandia a mani vuote, tutt’altro, in quanto impegna la brevilinea e più scattante connazionale Marlies Goehr sui 100 metri – distanza inusuale per Marita, se non quale componente di staffetta – cedendo per soli 0”05 centesimi (10”07 ad 11”02), per poi far suo il titolo iridato sui m.200 superando (22”13 a 22”19) la “eterna seconda” giamaicana Merlène Ottey e quindi salire sul gradino più alto del podio quale componente di entrambe le staffette.

 

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La staffetta 4×100 della Ddr oro ad Helsinki ’83 – da:gettyimages.it

 

Purtroppo, sia per la Koch che per la cecoslovacca, il contro boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico ai Giochi di Los Angeles ’84 impedisce loro di concorrere per la gloria olimpica, ma ciò nondimeno la tedesca dimostra come il valore di alcune medaglie della rassegna a cinque cerchi abbia un valore relativo, visto che il 21 luglio a Potsdam eguaglia al centesimo il proprio record di 21”71 sui 200 metri – e comunque l’americana Valerie Brisco si impone in California con 21”81, altra bella sfida mancata, dunque – nel mentre il 3 giugno dello stesso anno aveva contribuito, quale ultima frazionista, ad abbassare a 3’15”92 il record della staffetta del miglio.

Saltata l’opportunità olimpica, la Koch affronta il 1985 con due medaglie d’oro al coperto sui 200 metri, affermandosi su tale distanza sia ai Mondiali Indoor di Parigi in 23”09 che ai campionati Europei Indoor de il Pireo in 22”82, per poi avere il tempo di preparare con cura l’appuntamento costituito dalla quarta edizione della Coppa del Mondo, in programma a Canberra dal 4 al 6 ottobre ’85.

Avendo fatto registrare cinque delle sette migliori prestazioni dell’anno sui 200 metri – compreso un 21”78 ai Campionati nazionali di Lipsia l’11 agosto – ed avendo corso una sola volta i m.400 in 48”97 a Berlino il 22 settembre, la Koch è pronta a raccogliere la sfida della sovietica Olga Vladykina, la migliore nella stagione sul giro di pista.

E così, dopo essersi facilmente aggiudicata i 200 metri in 21”90 sulla giamaicana Grace Jackson quale rappresentante delle Americhe, la pista australiana è testimone di una delle più strabilianti imprese nella storia dell’atletica leggera, allorché la Koch restituisce con gli interessi alla Kratochvilova lo smacco di averle strappato il record mondiale sul giro di pista.

Essendo anche la ceca della partita in rappresentanza dell’Europa, la Koch, sorteggiata in seconda corsia con la Vladykina in prima, ripete la stessa tattica di gara degli Europei di Atene ’82, imprimendo una gara un ritmo forsennato che la fa transitare in 22”4 a metà percorso ed al quale nessun altra delle concorrenti è in grado di opporsi, se non proprio la 22enne sovietica (che poi diverrà famosa con il cognome da sposata di Bryzhina …) che, sulla sua scia, realizza il proprio personale con 48”27, mentre la tedesca trionfa con il tempo di 47”60, tuttora primato mondiale a distanza di oltre 30 anni, con la Kratochvilova a concludere non meglio che quinta in 50”95.

Per Marita – che, ovviamente, contribuisce al quarto successo consecutivo in Coppa del Mondo della staffetta 4×400 – si sta avvicinando il passo d’addio, e quale miglior occasione per salutare il mondo della pista se non i Campionati Europei che nel 1986 si svolgono proprio in Germania (ancorché occidentale), a Stoccarda.

Ultima stagione che si apre con la conferma del titolo sui 200 metri agli Europei Indoor di Madrid, corsi in 22”58, per poi far valere una volta di più la propria superiorità sulla Bryzhina nella Finale continentale, in cui si impone in 48”22 che rappresenta il miglior tempo mondiale dell’anno e quindi concludere in gloria la propria carriera con l’ennesimo oro costituito dalla vittoria della staffetta 4×400, con un vantaggio di oltre 6” sulle “cugine” occidentali.

Con 10 medaglie d’oro tra Europei, Mondiali ed Olimpiadi e 16 primati mondiali (11 individuali e 5 in staffetta) al proprio conto – nonché aver ricoperto il ruolo di n.1 al mondo per cinque anni (1978, ’79, ’83, ’84 ed ’85) sui 200 metri e per sette stagioni (1978, ’79, ’80, ’82, ’84, ’85 ed ’86) sui m.400 – Marita Koch non può non essere annoverata tra le grandi protagoniste di tutti i tempi dell’atletica mondiale, considerando altresì come il suo 21”71 sui 200 metri sia tuttora la settima prestazione di sempre e che, come già ricordato, nessun’altra atleta sia stata sinora in grado di avvicinare il suo limite sul giro di pista, di cui detiene quattro delle prime cinque migliori prestazioni “All time”.

Come sempre, però, quando si tratta di atlete dell’ex Ddr, il sospetto doping aleggia su tali prestazioni, alimentato dalle scoperte del Dr. Werner Franke – uno dei massimi studiosi mondiali di problematiche relative alle pratiche illecite nello Sport – il quale, assieme alla moglie Brigitte Berendonk, ebbe modo di esaminare, nel 1991, una serie di documenti che testimoniavano la pratica, organizzata dallo Stato, della sistematica somministrazione di sostanze dopanti a numerosi atleti dell’allora Germania Democratica.

Tra di essi, spiccava anche il nome della Koch, e, se si dà credito a tale documentazione, le sarebbe stato somministrato “Oral-Turinabol”, uno steroide anabolizzante, dal 1981 al 1984, per dosaggi da 530 sino a 1.460mg. all’anno.

Marita si è sempre proclamata innocente, dichiarando di non aver mai assunto sostanze di alcun genere, ma è indubbio che i dubbi restino, alla stessa stregua di come restano impresse le sue straordinarie esibizioni in pista …

 

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MANUEL ESTIARTE, E QUELLE LACRIME PER L’ORO OLIMPICO A 35 ANNI

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Manuel Estiarte – da ispania.gr

articolo di Giovani Manenti 

La Spagna, terra di corride e toreri, è Paese che si esalta negli sport di squadra, elevando a rango di semidei i fuoriclasse del “Futbol” o del “Baloncesto” (Pallacanestro, per chi non avesse capito …), ma in cui ben pochi atleti hanno avuto il risalto e la risonanza mediatica di colui che è stato definito “il Maradona della Pallanuoto” o, se preferite “il Mago delle piscine“.

Manuel Estiarte, perché è di lui che stiamo parlando, nasce a fine ottobre 1961 a Manresa, comune della Catalogna che conta circa 75mila anime, e si dedica alla pallanuoto sin dall’età di 14 anni con la squadra del “Club Natacion Manresa”, mettendo in mostra le proprie eccellenti qualità, tanto da entrare nella più ambita Società per ogni catalano che si rispetti, vale a dire la polisportiva del Barcellona.

Con la sezione nuoto e pallanuoto del prestigioso club azulgrana, Estiarte riesce ad esordire in Nazionale già all’età di 17 anni, ottenendo la prima delle sue sei convocazioni olimpiche – record tuttora ineguagliato da qualsiasi altro praticante tale disciplina – per i Giochi di Mosca ’80.

Olimpiadi dimezzate per il boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma il torneo di pallanuoto non ne risente, essendo presenti le quattro “storiche” dominatrici della specialità, vale a dire, Urss, Ungheria, Italia ed Jugoslavia, nel mentre la Spagna è reduce dall’11.mo posto alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 e dal decimo dell’edizione di Monaco ’72, mentre quattro anni prima non era riuscita a qualificarsi per i Giochi di Montreal ’76.

Inserita nel Gruppo B assieme ad Unione Sovietica, Italia e Svezia, la formazione iberica debutta con un convincente successo per 7-3 sugli scandinavi, la cui differenza la fa proprio Estiarte mettendo a segno 4 reti, facendo sì che gli addetti ai lavori inizino ad accorgersi di questo talento puro a dispetto di un fisico non propriamente “tagliato” per le dure lotte in piscina.

La successiva sconfitta di misura (3-4) contro i padroni di casa, serve a galvanizzare ancor più gli spagnoli in vista del terzo e decisivo match per il superamento del turno contro gli azzurri, incapaci di andare oltre il pari contro la Svezia, e quel 22 luglio 1980 è la prima volta che il nome del fuoriclasse catalano inizia a risuonare nelle orecchie dei tecnici del Bel Paese.

E’ difatti Estiarte, con una personale doppietta, a sancire la debacle per i vice campioni olimpici di Montreal ‘76 per il 5-4 che manda gli iberici per la prima volta a competere per il Girone finale che assegna le medaglie, ben sapendo che difficilmente il podio potrà sfuggire al trio di favorite composto da Ungheria, Urss ed Jugoslavia.

E così è, in effetti, ma la Spagna si fa onore ed, a parte una pesante sconfitta per 2-6 contro i padroni di casa, supera 6-5 l’Olanda e viene sconfitta di misura sia dall’Ungheria (5-6) che dalla Jugoslavia (6-7), tutte gare in cui Estiarte mette a segno una tripletta, per poi esaltarsi nella conclusiva partita contro Cuba, vinta dalla formazione iberica per un 9-7 che le consegna il quarto posto finale ed al talento catalano, che per l’occasione va 5 volte a segno, la palma di capocannoniere del Torneo grazie alle 21 reti realizzate.

Di questo ragazzino incominciano un po’ tutti ad accorgersi ed a domandarsi soprattutto come possa emergere – lui, che madre natura ha dotato di un fisico di m.1,78 per 63kg. – in uno sport notoriamente praticato da atleti alti 190cm. e di 90 chili di peso, ma Manuel dimostra, una volta di più, che la grandezza di un atleta non sta nella sua corporatura quanto nel cuore e nella testa, organi che in Estiarte funzionano a meraviglia, chiaramente uniti ad un talento fuori dall’ordinario.

Con un attaccante di così straordinarie percentuali realizzative, piovono allori anche a livello di Club, con il Barcellona a laurearsi per quattro anni consecutivi (dal 1980 al 1983) Campione di Spagna, cui unisce il trionfo nella Coppa dei Campioni 1982, successo conseguito al termine di una drammatica sfida contro i tedeschi dello Spandau nell’ultima gara dei girone finale a quattro, conclusa sul 12-11 per i catalani.

Ma, per Estiarte, vi è un altro appuntamento su cui concentrarsi, vale a dire le Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove le possibilità di andare a medaglia sono ben più concrete, vista l’assenza – dato il contro boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico – di Urss ed Ungheria, pur se Italia ed Jugoslavia sono della partita e, soprattutto, andava verificata la crescita di squadre quali la Germania Ovest e gli Usa padroni di casa.

Dall’alto dei suoi 22 anni, Estiarte non è più la “mascotte” iberica, con cinque giocatori più giovani di lui nella rosa scelta per i Giochi, e, di contro, ha maturato una più che sufficiente esperienza in campo internazionale per confermarsi ai livelli di quattro anni prima, per cui non sorprende che, all’esordio nella competizioni, infili ben 9 palloni alle spalle del malcapitato portiere carioca nel successo per 19-12 della Spagna sul Brasile, così come altri 6 deve subirne l’estremo difensore greco allorché la formazione ellenica deve anch’essa inchinarsi per 12-9 alla superiorità nel derby mediterraneo.

Il terzo match del girone eliminatorio, contro i padroni di casa – decisivo in quanto il risultato viene acquisito nel successivo girone finale a sei per l’assegnazione delle medaglie – vede però la Spagna sconfitta 8-10 dagli Stati Uniti, nonostante Estiarte contribuisca ancora, come di consueto, con metà del bottino di reti, il che costituisce una “partenza ad handicap” nella lotta al podio, dalla quale è clamorosamente esclusa l’Italia, affogata in un’imbarazzante sconfitta per 4-10 contro la Germania Occidentale.

Tedeschi che sono i primi avversari degli spagnoli nel girone per l’oro e la sfida si risolve in parità (8-8), con Estiarte nuovamente a realizzare la metà delle reti, exploit che ripete nella vittoria per 8-4 sull’Olanda prima del naufragio (8-14) contro la corazzata jugoslava, così che, prima dell’ultimo turno, Germania e Spagna sono appaiate al terzo punto con 3 punti a testa, mentre Usa ed Jugoslavia vanno ad affrontarsi per la gara che decide l’assegnazione della medaglia d’oro.

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Estiarte ai Giochi ’84 – da gettyimages.it

Con una differenza reti sfavorevole (+2 per i tedeschi, -4 per gli iberici), per la Spagna il bronzo è una chimera e così è infatti, tanto più che la demotivata Olanda offre ben poca resistenza agli attacchi tedeschi, soccombendo per 15-2, nel mentre la ben più ostica Australia impone il pari (10-10) agli iberici e per Estiarte, autore anche stavolta di 5 reti, ben magra consolazione è il confermarsi Capocannoniere del torneo, sia pur con la stratosferica quota di ben 34 centri, una media di quasi 5 per partita.

Con la delusione di due “medaglie di legno” consecutive, per Estiarte è necessario cercare nuovi stimoli e l’occasione giusta gliela offre l’Italia, approdando a Pescara, di cui indossa la calottina in due distinti periodi, dal 1985 al 1989 e quindi, dopo due anni al Savona ed il ritorno per una stagione in patria, dal 1992 al 1999, per poi concludere l’attività agonistica ancora in Spagna, nel Club Nataciò Atletic-Barceloneta.

Anche nel Bel Paese, Manuel non perde il vizio di conquistare titoli e trofei, con 4 Campionati italiani (tre a Pescara, nel 1987, ’97 e ’98 ed uno a Savona nel ’91), 5 Coppe Italia (3 con il Pescara, nel 1986, ’89 e ’98 e due nel biennio 1990-’91 vissuto a Savona), nel mentre a livello internazionale si aggiudica una seconda Coppa dei Campioni portando Pescara sul tetto d’Europa nell’edizione ’88, in cui sono ancora i tedeschi dello Spandau a dover soccombere, in virtù della sconfitta per 12-10 patita in Abruzzo, vantaggio difeso con le unghie e con i denti al ritorno in Germania, concluso sul 9-9.

Più amara l’esperienza delle Olimpiadi “a ranghi compatti” di Seul ’88, dove peraltro la nuova formula, con le 12 squadre raggruppate in due gironi di 6 che qualificano le sole prime due alle semifinali, è alquanto penalizzante e la Spagna sfiora l’impresa – inserita in un “girone di ferro” assieme ad Usa, Ungheria ed Jugoslavia – piazzandosi terza con 7 punti ad una sola lunghezza da Stati Uniti (sconfitti 9-7) ed Jugoslavia (da cui viene battuta 8-10), complice il pari per 6-6 contro l’Ungheria, nonostante il consueto, fattivo apporto di reti del “nostro” con 19 centri all’attivo, cui somma i 3 rifilati all’Italia nel successo per 11-9 che vale la “finalina” per il quinto posto, peraltro persa 7-8 contro l’Australia anche se le 5 realizzazioni consacrano Estiarte Capocannoniere della competizione per la terza edizione consecutiva.

Avvicinandosi al compimento dei 30 anni, Estiarte prende la decisione di tornare in patria accasandosi nell’estate ’91 al Club Nataciò Catalunya per potersi preparare al meglio per l’appuntamento al quale non intende rinunciare, vale a dire la sua quarta Olimpiade consecutiva che si svolge proprio nella sua terra, la Catalogna, compito che assolve nel migliore dei modi, visto che, con lui in squadra, la compagine di Barcellona registra l’accoppiata Scudetto/Coppa di Spagna.

Gli stravolgimenti politici in corso in Europa, fanno sì che la Jugoslavia – come avrete notato, classica “bestia nera” degli iberici – non partecipi alla rassegna a cinque cerchi per la guerra civile in atto nel Paese, così come la disgregazione dell’impero sovietico fa sì che l’Urss sia presente come “Comunità degli Stati indipendenti” pur se, al di là della denominazione, resta sempre una compagine di spessore.

Con la formula che ricalca quella della precedente edizione, la Spagna è inserita nel Gruppo B assieme ad Italia ed Ungheria e gli scontri diretti tra queste tre formazioni determinano la relativa classifica, con l’Italia a pareggiare 7-7 coi magiari, viceversa sconfitti 8-5 (3 reti di Estiarte) dagli iberici, i quali affrontano gli azzurri nel match decisivo per il primo posto, concluso in parità (9-9, con 4 centri del fenomeno catalano), il che sta a significare che, nelle semifinali incrociate, all’Italia tocca l’ex Urss ed alla Spagna gli Stati Uniti.

Gli azzurri rovesciano il pronostico superando 9-8 gli ex sovietici, mentre gli iberici regolano 8-6 gli Stati Uniti e così, con la consapevolezza di aver comunque conquistato la prima medaglia olimpica nella storia dei Giochi per il proprio Paese, si preparano alla sfida per l’oro in programma il 9 agosto ’92, alla presenza dei reali di Spagna, forse la Finale che Estiarte meno avrebbe voluto disputare, facendo parte del “settebello” alcuni dei suoi compagni di squadra a Pescara e Savona.

L’emozione dell’evento ed una maggiore esperienza degli azzurri fanno sì che dopo i primi due tempi l’Italia sia avanti 4-2 nel punteggio, per poi toccare ad Estiarte – l’unico dei suoi ad aver superato la soglia dei 30 anni – suonare la carica e riportare gli iberici in partita dopo che il “settebello” era scappato via sul 6-3 in proprio favore, così che le due squadre concludono in parità i tempi regolamentari sul 7-7, con 3 reti di Massimiliano Ferretti per gli azzurri, imitato da Pedro Garcia tra gli iberici, con Estiarte fermo a quota due.

Si rendono necessari i tempi supplementari, ed a 42” dal termine del secondo l’arbitro concede un rigore a favore dei padroni di casa che vedono così concretizzarsi la possibilità di passare per la prima volta in vantaggio nel corso dell’incontro, e chi se non ad Estiarte tocca raccogliere quel pallone peso come un macigno e scaraventarlo alle spalle dell’ex compagno di squadra a Pescara, Francesco Attolico.

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Una fase della finale Italia-Spagna a Barcellona ’92 – da gorskipark.wordpress.com

Gioia effimera e di breve durata, poiché a 20” dal termine Ferretti centra il suo personalissimo “poker”, con la sfida che diventa epica, protraendosi per altri quattro parziali prima che tocchi a Nando Gandolfi siglare il punto del decisivo 9-8 che riporta l’Italia sul gradino più alto di un podio olimpico a 32 anni di distanza dall’oro di Roma ’60, mentre per Estiarte non può assolutamente essere di consolazione la quarta corona consecutiva di miglior marcatore del torneo, pur se stavolta divisa, con 22 reti a testa, con l’ungherese Tibor Benedik.

Nel vedere il lato positivo della delusione olimpica di Barcellona, c’è la constatazione della crescita esponenziale del movimento pallanotistico iberico che, trascinato da Estiarte, aveva già conquistato l’argento ai Mondiali di Perth ’91, sconfitto in Finale per 8-7, tanto per cambiare dalla Jugoslavia, mentre agli Europei di Sheffield ’93 la Spagna è bronzo dopo aver patito una nuova sconfitta di misura (9-10) contro l’Italia in semifinale e nonostante le 29 reti di un Estiarte ancora una volta miglior realizzatore, azzurri che impediscono agli iberici il trionfo ai Mondiali di Roma ’94, stavolta con poche recriminazioni, visto che la Finale per l’oro si conclude con una netta affermazione italiana per 9-5.

Ad Estiarte resta una sola ultima chance, a 34 anni compiuti, per fregiarsi del titolo olimpico, vale a dire i Giochi di Atlanta ’96, dove i grandi favoriti sono l’Italia – che in tre anni ha inanellato l’oro olimpico, europeo e mondiale – le solite Russia ed Ungheria ed i padroni di casa degli Stati Uniti, nel mentre la disgregazione slava porta due squadre a competere, la ancora denominata Jugoslavia (in pratica, si tratta di Serbia e Montenegro) e la Croazia.

Con il campo delle partecipanti così allargato, migliora anche la formula, con le 12 squadre racchiuse in due Gruppi di 6 che qualificano le prime 4 ai Quarti di finale con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze), il che consente alla Spagna di restare in corsa nonostante un avvio con il “freno a mano tirato”, visto che si piazza solo terza nel primo girone, pena due sconfitte contro Jugoslavia (7-9) ed Ungheria (8-9), ma davanti alla Russia, mentre nell’altro raggruppamento l’Italia tiene fede al proprio compito di favorita con tutte vittorie, precedendo Usa e Croazia.

Gli abbinamenti incrociati vedono la Spagna affrontare i padroni di casa, e le 2 reti di Estiarte risultano decisive nel 5-4 che porta ancora una volta gli iberici in semifinale, dove ad attenderli vi è l’Ungheria che non ha avuto difficoltà alcuna a far suo il match contro la Grecia, nel mentre l’Italia continua il suo cammino immune da sconfitte con l’11-9 che esclude la Russia dalla zona medaglie ed il derby slavo vede imporsi la Croazia per 8-6 su quel che resta della Jugoslavia.

E che, per la quarta volta nel giro di cinque anni, le strade di Spagna ed Italia possano incrociarsi di nuovo sembra un’ipotesi da non scartare, ma stavolta a metterci lo zampino è la Croazia, che sgambetta gli azzurri per 7-6, così come con lo stesso punteggio la Spagna supera l’Ungheria per la sua seconda Finale olimpica consecutiva, e stavolta senza l’apporto realizzativo del suo leader, a dimostrazione di quanto detto prima circa la crescita complessiva del movimento.

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Estiarte oro ad Atlanta

Un Estiarte che, però, ha riservato le sue carte migliori per l’appuntamento clou della propria carriera, il raggiungimento di quel sogno cullato sin da quando, 21 anni prima, è sceso in acqua, e cioè l’oro olimpico che, grazie anche all’apporto dei propri compagni non può proprio lasciarsi stavolta sfuggire, e le sue 3 reti messe a segno scaricando tutta la rabbia e la tensione agonistica per le precedenti occasioni perse rappresentano la gloria, il culmine e la giusta ricompensa per tutti i sacrifici compiuti in oltre un ventennio di duri allenamenti per poter competere con avversari più forti fisicamente di lui.

E nelle sue parole a gara conclusa è racchiusa tutta l’essenza di quegli attimi assaporati e tanto a lungo attesi, quando, con gli iberici avanti per 7-5 … “avevo sognato questo momento per tutta la vita, negli ultimi 10” della Finale avevo in mano la palla che stava decretando l’oro per la Spagna, ho dovuto attendere ben cinque Olimpiadi, ma alla fine l’ho raggiunto …!!”.

Liberatosi dell’ansia da oro olimpico, Estiarte trascina i suoi anche al trionfo mondiale nella rassegna iridata di Pert6h ’98, dove si toglie la soddisfazione di avere la meglio in semifinale sulla Jugoslavia per 5-3 e nella sfida conclusiva per 6-4 sull’Ungheria, venendo altresì premiato come “Miglior Giocatore del Torneo, per poi dare l’addio all’attività prendendo parte alla sua sesta Olimpiade, record che in patria divide con il cavaliere Luis Alvarez de Cervera, sfiorando ancora una medaglia, sconfitto 7-8 in semifinale dalla Russia per poi soccombere più nettamente (3-8) nella Finale per il bronzo di fronte alla Serbia, contro cui mette a segno le due ultime delle sue 127 reti realizzate ai Giochi olimpici.

In 23 anni di militanza nella Nazionale iberica, Estiarte ha disputato qualcosa come 580 partite nelle quali ha realizzato la sbalorditiva cifra di ben 1.561 reti, il che lo ha portato ad essere votato per sette stagioni consecutive – dal 1986 al 1992 – come “Miglior giocatore di pallanuoto del Mondo” e, per i suoi contributi in ambito agonistico, gli è stato conferito, nel dicembre ’96 dopo la conquista dell’oro olimpico, il titolo di “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale del Merito Sportivo”, la più alta onorificenza spagnola.

Fosse stato anche di sangue nobile, il buon Manuel l’avrebbero fatto Re, oltre che delle piscine, si intende…

 

EUGENIO MONTI E LA DOPPIETTA D’ORO A GRENOBLE 1968, L’APICE DI UNA GRANDE CARRIERA PRIMA DELLA TRAGEDIA DELLA VITA

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Monti impegnato nel bob a due – da luigifacchi.altervista.org

articolo di Nicola Pucci

Per rendere merito alle imprese di Eugenio Monti, indimenticabile “rosso volante” dello sport italiano, sarebbe necessaria un’enciclopedia. Perchè quel che questo campione della Val Pusteria più autentica è stato capace di realizzare guidando un bob nell’arco di una carriera intera, protrattasi fin oltre i 40 anni, ha del memorabile.

Basterebbero, ed avanzerebbero pure, i nove titoli iridati, di cui sette nel bob a due (quattro in coppia con Renzo Alverà e tre assieme a Sergio Siorpaes, curiosamente entrambi cortinesi) e due nel bob quattro (nel 1960 e nel 1961, gareggiando con gli stessi Alverà e Siorpaes, con l’aggiunta di Furio Nordio), oltre alla medaglia d’argento proprio con il quartetto alla rassegna mondiale di St.Moritz del 1957, e le partecipazioni olimpiche di Cortina nel 1956 e di Innsbruck del 1964, quando ottenne due doppiette, d’argento e di bronzo. Ma Monti è tanto altro ancora.

Ad esempio, la padronanza giovanile con gli sci, che lo vedono addirittura campione italiano di slalom e gigante, nonché promettente discesista che chiude secondo nel concorso del Kandahar a Murren; un soprannome appositamente coniato per lui dalla penna audace e senza eguali di Gianni Brera, affascinato dal coraggio (e anche dal capello rossiccio) del ragazzo Monti; un brillante futuro sportivo bruscamente interrotto da due gravi incidenti che lo costringono a ripiegare, come lo stesso Eugenio avrà modo di affermare, sul bob; la ripartenza agonistica e l’affermazione nei toboga ghiacciati e pericolosi di mezzo mondo; un gesto di lealtà sportiva che ne fece il primo atleta della storia a vincere la medaglia Pierre De Coubertin, quando ai Giochi di Innsbruck del 1964 all’equipaggio britannico di Tony Nash e Robin Dixon, in piena lotta per la vittoria, si ruppe un bullone e Monti prestò loro il suo, consentendo così ai due rivali di vincere la medaglia d’oro, dovendo a sua volta, con Siorpaes, accontentarsi della medaglia di bronzo.

Insomma, Monti appartiene alla leggenda degli sport invernali, amante della velocità e del rischio, impavido e kamikaze. Ma alla sua collezione di trionfi, quando ormai le 40 primavere sono trascorse da qualche settimana, manca quell’alloro olimpico che rende immortali. Perchè se a Cortina, nel 1956, fu abile tanto da terminare in entrambe le gare sul secondo gradino del podio, battuto di 1″31 dall’altra coppia italiana composta da Lamberto Dalla Costa e Giacomo Conti e di 1″66 dal quartetto elvetico, nel 1960 fu frustrato dai problemi finanziari che obbligarono gli organizzatori di Squaw Valley a privare l’evento olimpico delle gare di bob, e nel 1964 fu sfortunato nel trovare sulla sua strada inglesi e canadesi che, seppur riducendo il margine di disavanzo, lo anticiparono, al pari di Sergio Zardini e Romano Bonagura e dei quattro bobbisti austriaci.

Ma ai Giochi di Grenoble del 1968, nel budello tortuoso dell’Alpe d’Huez, Monti ha il suo personalissimo appuntamento con la storia, debuttando l’8 febbraio (24 ore dopo l’iniziale orario programmato, a causa delle avverse condizioni atmosferiche) con le prime due manche del bob a due, assieme al frenatore Luciano De Paolis. Gli azzurri si trovano a dover fronteggiare gli austriaci Thaler/Dumthaler, che l’anno primo, e sempre sulla stessa pista, hanno conquistato il titolo mondiale, ancora Nash/Dixon e i tedeschi Floth/Bader. Ma se il Wunderteam commette un paio di errori che lo tiene a distanza dai primi, tanto che poi terminerà quarto, l’equipaggio italiano scende con sicurezza fermando il cronometro sul tempo di 1’10″13, sette centesimi meglio dei sorprendenti rumeni Panturu/Neagoe e quarantaquattro dei britannici. Nella seconda prova il bob tedesco segna il miglior tempo in 1’10″43 ma Monti e De Paolis, che accusano un ritardo di 29 centesimi, a fine serata sono saldamente al comando, con Floth/Bader ad inseguire a  34 centesimi. E che i teutonici siano degli ossi duri se ne ha conferma tre giorni dopo, l’11 febbraio, quando si impongono anche nella terza discesa in 1’10″20, ovvero 44 centesimi meglio degli azzurri, che prima dell’ultima fatica si trovano ora a dover recuperare un disavanzo di 10 centesimi. La battaglia è serrata, Monti gioca il tutto per tutto e all’ultima esibizione, con il tempo di 1’10″05, fa registrare il record della pista. L’attesa è snervante, perché gli avversari tedeschi sono gli ultimi a lanciarsi nel pericolosissimo toboga, ma infine il loro tempo, 1’10″15, seppur eccellente, vale solo il secondo posto. Già, perché con un responso di ex-equo, come nel caso di Monti/De Paolis e Floth/Bader, che totalizzano entrambi 4’41″54, quando la coppia tedesca sta già festeggiando la medaglia d’oro, ecco che l’altoparlante annuncia invece che sono gli italiani gli unici a fregiarsi del titolo olimpico, per aver fatto segnare il miglior tempo parziale. E nella gioia irrefrenabile del momento, Eugenio Monti arriva infine a consacrazione. Sul terzo gradino del podio, curiosità, sale la Romania, che ottiene così la prima e ad oggi unica medaglia ai Giochi invernali della sua storia.

Soddisfatto, ma non appagato perché il campione se lo è davvero vuol tutto per sè, Monti cinque giorni dopo, il 16 febbraio, è nuovamente alla guida del bolide italiano, stavolta in compagnia dell’immancabile De Paolis, Roberto Zandonella e Mario Armano. In questa gara non ci sono riferimenti attendibili, se è vero che i Mondiali non si disputano dal 1965 (e nessuno degli equipaggi di allora è presente a Grenoble), visto che nel 1966 non si è gareggiato per la tragica morte del tedesco Toni Pensperger e nel 1967 le avverse condizioni meteo hanno resa inevitabile la cancellazione. Monti gioca d’esperienza ed è tra i favoriti, seppur abbia colto l’ultimo successo iridato sette anni prima a Lake Placid, con Thaler/Dumtahler che vogliono riscattare la delusione della prova a due e Floth/Bader che a loro volta progettano di acchiappare quell’oro clamorosamente sfuggito qualche giorno prima. Ma Monti è superiore, e dopo due giorni di maltempo, è già il più veloce in 1’09″84, con gli austriaci a 16 centesimi e il quartetto svizzero guidato da Jean Wicki già più attardato con un fardello di 81 centesimi. E la fortuna, in questo caso, aiuta gli audaci. Perché dopo che gli svizzeri hanno primeggiato nella seconda discesa in 1’07″39 e gli aquilotti asburgici, un centesimo peggio, hanno ridotto il disavanzo da Monti&compagni a soli 9 centesimi, le pessime condizioni del budello ghiacciato, appesantito oltre il lecito dal passaggio dei mezzi lanciati a velocità folle, costringe la giuria ad annullare le altre due discese previste dal regolamento, cingendo di fatto il collo del “rosso volante” della sua seconda medaglia d’oro.

Ad abundantiam. Quel che Eugenio Monti non era riuscito a conquistare nei 12 precedenti anni, l’ottiene stavolta nell’arco di soli 5 giorni, ed è la consolazione di quel che poi, di maledettamente triste, gli regalerà la vita. Si sposa, con la statunitense Linda Lee Constantine, da cui ha due figli, Alec e Amanda, ma se il primo muore per overdose nel 1996, la ragazza lo lascia, al pari della madre che se ne torna negli States. Fonda la società Olimpia e poi quella Faloria, in qualità di presidente della quale nel 1991 subisce una condanna in primo grado a 20 giorni di arresto (poi prescritti in appello) per i danni arrecati al patrimonio ambientale, avendo fatto saltare un costone di roccia per costruire una seggiovia.

Affetto dal morbo di Parkinson, Monti decide di porre fine alla sua vita il 30 novembre 2003, sparandosi un colpo di pistola alla testa e morendo il giorno successivo all’ospedale di Belluno. Se ne va così, abbandonato da tutti, malato e con un’inconsolabile disperazione nell’anima l’uomo che guidava veloce, tanto da afferrare volando la gloria perpetua.

MILOSLAV MECIR, IL GATTONE DEL TENNIS CHE SI ECLISSO’ TROPPO PRESTO

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Mecir al Roland-Garros – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Non deve esser stato facile, diventar campione in quella Cecoslovacchia che negli anni Ottanta viveva la fase transitoria tra Primavera di Praga e Rivoluzione di velluto. Anni di faticose conquiste sociali, in cui le divergenze etniche tra cechi e slovacchi vennero meno, e lo sport cominciava ad assumere un volto più globale. Soprattutto, per chi volesse praticare il tennis, uscire dall’ombra lunga di due fenomenali fuoriclasse, Ivan Lendl e Martina Navratilova, divenne impresa di non poco conto. Era necessaria una dose massiccia di imprevedibilità e classe, nonché desiderio di affermazione, ed in questo Miloslav Mecir riuscì compiutamente.

Ricordo che la prima volta che ebbi modo di veder giocare questo ragazzone di 191 centimetri, dalle movenze dinoccolate e capace di cambi di ritmo tanto improvvisi da destabilizzare l’avversario quanto di estrarre dalla racchetta magie di rara efficacia, fu all’ormai defunto torneo di Palermo del 1984. “Gattone“, perchè così venne ben presto etichettato proprio per quel suo stile del tutto particolare ed inedito, era pressochè sconosciuto al grande pubblico, seppur numero 73 del ranking mondiale e già finalista ad inizio stagione ad Adelaide dove a batterlo, su superficie erbosa, era stato un carneade ancor più carneade di lui, l’americano Mike Bauer. Vent’anni da poco compiuti, Mecir aveva liquidato Massimo Cierro in tre set al primo turno, demolito la testa di serie Henrik Sundstrom al secondo turno, 6-3 6-1, cominciando già a meritarsi il secondo appellativo a lui congeniale, quello di “ammazza-svedesi“, per poi venire a capo anche della resistenza dell’uruguaiano Perez e dell’argentino Arguello, prima di arrendersi in finale a Francesco Cancellotti, alla miglior stagione in carriera, che lo aveva sconfitto 6-0 6-3 a colpi di dritto. Ma la sensazione, diffusa un po’ tra tutti gli addetti ai lavori, era che quel pennellone slovacco, baricentro basso e gambe storte, nato a Bojnice il 19 maggio 1964, potesse diventare qualcuno.

Ed in effetti Mecir qualcuno lo diventa davvero. Ed anche abbastanza rapidamente. Certo, sono gli anni in cui i baby-prodigio non mancano nel circuito del tennis maschile, uno su tutti Boris Becker, ma far finale a Colonia superando un rampante Stefan Edberg e a Filadelfia dopo aver battuto Connors, vincere a Rotterdam superando lo stesso Becker ed altri due svedesi di grido quali Jarryd e Nystrom, dominare sulla terra di Amburgo ancora a spese di Nystrom, Wilander e Sundstrom che raccolgono la miseria di 16 games in 7 set, per poi guadagnare l’atto decisivo agli Internazionali d’Italia a Roma, ancora una volta disinnescando facilmente Wilander, 6-2 6-4, che se non è il miglior giocatore del mondo su terra battuta poco ci manca, per poi venir fermato dal tennis esplosivo di Yannick Noahin quattro bellissimi set… ecco, tutto questo a soli 21 anni è già il certificato di ammissione tra i grandi della racchetta, numero 13 prima di affrontare il primo Slam con qualche ambizione di grandezza.

In effetti proprio nei tornei che valgono l’immortalità sportiva Mecir denuncia quello che sarà poi un suo marchio di fabbrica, seppure in senso negativo, ovvero la mancanza dell’istinto del killer, qualità invece che ha fatto le fortune del suo più illustre connazionale, prorio quel Lendl che Mecir ha come punto di riferimento costante. Al Roland-Garros Mecir esce al terzo turno per mano dell’argentino Jaite, terraiolo doc che ancora deve raggiungere l’apice di una carriera da perfetto specialista del rosso e che lo batterà anche l’anno dopo sempre alla Porte d’Auteuil, ed allora deve rimandare di qualche mese la chance per ambire ad un titolo dello Slam. Che a confortare il suo talento giunge comunque agli Us Open del 1986, quando Mecir, che nel frattempo ha raggiunto i quarti di finale a Wimbledon battendo Edberg per poi cedere a Becker, ancora troppo più avvezzo all’erba di lui, in tre set, si presenta in qualità di 16esima testa di serie. Sarà in effetti un’edizione memorabile del torneo newyorchese, con quattro finalisti cecoslovacchi nelle due gare di singolare, e Gattone, dopo aver rispettato il pronostico con Tim Gullikson, Forget ed Edwards, tutti battuti in tre set, affronta agli ottavi Wilander, seconda testa di serie che lo vede come il diavolo l’acquasanta, che deve arrendersi ancora al gioco scintillante e ricco di inventiva di Mecir che perde il primo set al tie-break per poi far suoi i tre parziali successivi. L’altro svedese Nystrom si arrende ai quarti, ed è poi Becker, in cerca della doppietta Londra-New York, a spianare in cinque memorabili set la strada verso la finale a Miloslav. Che dall’altra parte della rete non può che trovare Lendl, campione in carica, che è troppo più navigato, furbo e vincente di lui, per un clamoroso 6-4 6-2 6-0 che se da un lato non ammette repliche, dall’altro denuncia l’evidente stato di sudditanza di Mecir nei confronti del re. Come già successo in semifinale a Milano, altro torneo tricolore destinato a morire, ad inizio stagione, quando Ivan impose già lì la legge del più forte, 7-5 6-4.

Fatto è, comunque, che Mecir entra in pianta stabile tra i primi 10 giocatori del mondo, universalmente capace di trovarsi a suo agio su terra battuta, cemento, indoor ed erba. E questo è talento puro. Nelle due stagioni successive, 1987 e 1988, Gattone è cliente fisso negli appuntamenti che contano. Vince sei tornei, iniziando con Auckland e Sydney nella trasferta australe che lo vede fermarsi al cospetto di Edberg a Melbourne dove lo svedese lo batte in tre rapidi set, per proseguire con il prestigioso evento di Key Biscane che all’epoca si gioca sulle due settimane in sette incontri al meglio dei cinque set, infine battendo all’atto risolutivo Lendl, costretto ad arrendersi ad un avversario mai così determinato, solido mentalmente e ingiocabile nei colpi di rimbalzo, 7-5 6-2 7-5.

Infranto il tabù in casa Cecoslovacchia, ed ormai assodato che i migliori (Lendl, Wilander, Edberg e Becker) con Mecir spesso sono costretti a prendere la paga, manca a Gattone l’ultimo tassello per guadagnarsi il posto in paradiso, avendo già fatto suo ad aprile anche il WCT di Dallas (battendo Wilander, Gomez e McEnroe) che mette a confronto i migliori otto giocatori del mondo. Ed ovviamente è quel titolo dello Slam solo sfiorato agli Us Open. Ma se al Roland-Garros Lendl torna a fare la voce grossa in semifinale e a Wimbledon è Jarryd, svedese atipico che pratica il serve-and-volley con buone credenziali, a batterlo al terzo turno, agli Us Open, in qualità di finalista dell’anno prima e reduce da un’estate che lo ha visto trionfare sulla terra di Stoccarda ed Hilversum, incoccia in Wilander in semifinale, che stavolta adotta le dovute contromisure riuscendo a prevalere in quattro combattuti set, 6-3 6-7 6-4 7-6.

Chiuso l’anno al numero 5 del ranking mondiale, Mecir nel 1988 è meno costante ad alti livelli, perdendo in finale a Rotterdam e Orlando, raggiungendo il 22 febbraio con il quarto posto la sua miglior classifica in carriera, ma a Wimbledon ha l’occasione della vita per mettere in bacheca quel Major che tanto gli mancherà una volta dismessi i panni del tennista-campione. Sull’erba londinese Mecir sciorina tennis da stropicciarsi gli occhi, demolendo a furia di colpi vincenti Wilander ai quarti, 6-3 6-1 6-3, per poi andare avanti due set ed un break con Edberg, che poi farà sua il piatto d’oro destinato al vincitore, 6-4 6-2 3-1. Ma qui Gattone torna a fare i conti con gli spettri che troppo spesso lo hanno fermato sul più bello, la sua racchetta perde l’ispirazione, Stefanello rimonta 6-4 6-3 6-4 e il sogno Wimbledon evapora. Per sempre.

Come qualche mese dopo, in Australia, sfuma l’ultimo sogno di grandezza, con una nuova finale a Flinders Park dopo aver perso solo un set lungo un cammino disseminato di rivali che rispondono al nome di Champion, Kratzmann, Stoltenberg, Van Rensburg, Ivanisevic, Gunnarsson, prima di ritrovare proprio Lendl, ancora una volta superiore in tutto per il triplice 6-2 che non ammette discussione alcuna.

Nel deserto californiano di Indian Wells, a marzo, Mecir batterà uno dopo l’altro due giovani americani di belle speranze, Sampras e Chang, ed il vecchio indomabile Connors, per poi superare in finale Noah in cinque set, stavolta rimontando lui due set di svantaggio per prendersi la rivincita di quella finale romana che nel 1985 lo aveva lanciato nel firmamento del grande tennis. Ma oramai il corpo comincia a fare i capricci, la schiena proprio non ne vuol sapere di non fare le bizze e nel 1990, dopo un’ultima apparizione a Wimbledon dove incoccia al secondo turno in Edberg che non ha pietà delle sue deficienze fisiche battendolo con un netto 6-2 6-3 6-2, Mecir appende la racchetta al chiodo. Poco più che 26enne e senza quello Slam che tanto avrebbe reso giustizia al suo talento di Gattone.

Ah dimenticavo… tra le altre cose, a Mecir appartengono due record non certo da poco: nel 1986, proprio in finale agli Us Open, è l’ultimo giocatore a gareggiare con una racchetta di legno e due anni dopo, nel 1988, è il primo vincitore del torneo olimpico dai tempi di Vinnie Richards a Parigi nel 1924, battendo ai Giochi di Seul Edberg in cinque set in semifinale e Mayotte in quattro set in finale. In più, cogliendo anche il bronzo con il collega Milan Srejber in doppio. Che dite? Un bell’applauso Miloslav Mecir se lo merita? Direi proprio di sì…

JOSE’ LEANDRO ANDRADE, IL PRIMO TALENTO DI COLORE DEL CALCIO MONDIALE

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José Leandro Andrade – da sportsvice.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si pensa a genio e sregolatezza, con conseguenti tristi conclusioni delle relative esistenze da parte di funamboli che hanno deliziato gli amanti del “Gioco più bello del Mondo”, il pensiero non può che andare al brasiliano “Manè” Garrincha ed al nord irlandese George Best – quello, per intendersi, reso famoso dalla celebre frase in cui dichiarava che “ho speso molte soldi in donne, alcool e motori, il resto l’ho sperperato” – entrambi vittime del vizio del bere da morire alcolizzati ed in miseria.

Non sono molti, viceversa, a sapere che tali vite sregolate hanno avuto un illustre predecessore, che si accomuna loro sia per il talento che per la prematura e similare scomparsa, con in più una caratteristica non da poco, visto il periodo che lo ha visto protagonista, vale a dire il fatto di essere stato il primo calciatore di colore ad avere riconosciute le stimmate del fuoriclasse assoluto.

Con il “Futebol” importato in Sudamerica dai coloni inglesi, detta disciplina, ad inizio degli anni ’20 era patrimonio pressoché esclusivo dei bianchi, specie in Brasile ed Argentina, dovendosi i ragazzi di colore adattare ai lavori più umili, quando non toccava loro spezzarsi le reni nelle piantagioni di cotone, atteggiamento che, viceversa, è meno stringente nel piccolo Uruguay, Paese che aveva raggiunto la propria indipendenza nel 1830.

Ed è proprio nello Stato alla sinistra della riva del Rio de la Plata che, ad inizio ottobre del 1901, vede la luce a Salto – città al confine con l’Argentina, poi divenuta la seconda per numero di abitanti e che in tempi recenti ha dato i natali a due stelle quali gli attaccanti Edinson Cavani e Luis Suarez – il protagonista della nostra storia, José Leandro Andrade.

Sulle origini di colui che riceverà per le sue qualità tecniche l’appellativo di “La Maravilla negra”, molto si è romanzato, relativamente al fatto di essere, lui, figlio di madre argentina, discendente da parte di padre da sciamani africani dediti alla magia nera, tanto che leggenda vuole che il genitore, prima di morire, gli avesse donato una specie di unguento miracoloso da spalmare sotto i piedi prima di ogni partita.

Favole a parte, il giovane José Leandro lascia la città natale per raggiungere, ancora adolescente, la capitale Montevideo, unica metropoli dove si racchiude tutta la vita sociale del Paese, visto che vi risiede oltre il 50% degli abitanti di tutto l’Uruguay, al fine di cercare fortuna, attratto dal Carnevale e dal tipico ballo “candombe”, una sorta di rito nazionale così come lo è la samba per i brasiliani.

Non è comunque facile l’inserimento in un mondo più vasto di lui, per Andrade, il quale per permettersi qualche svago deve adattarsi a lavori umili quali lustrascarpe e strillone, ma per sua fortuna ha anche la possibilità di praticare il football, sport per il quale dimostra di possedere una innata qualità per come la palla sembra essere comandata dai suoi piedi vellutati, una tecnica vieppiù migliorata dal fatto di giocare scalzo, visto che mai avrebbe potuto permettersi delle scarpe da gioco.

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Andrade in azione – da gettyimages.it

Ed è così che, nel mentre fa impazzire i coetanei su di un campetto di periferia con i suoi dribbling, le finte e le giocate che nessuno si sarebbe sognato, Andrade viene notato da uno dei tanti osservatori in giro a scoprire talenti e, detto fatto, la sua vita viene segnata da una prima, fondamentale svolta che lo porta a vestire la maglia del Bella Vista, Club appena fondato nel 1920 ed in cui fa conoscenza con colui che ne diviene una sorta di “tutor”, un po’ ricalcando quello che, circa 40 anni dopo, sarà nel Botafogo Nilton Santos per Garrincha, vale a dire il poderoso terzino destro e futuro Capitano della Nazionale José Nasazzi, il quale se lo prende sotto la sua ala protettiva.

La neonata Società ci impiega poco a fare il salto sino alla prima divisione già nel 1922, così come Nasazzi ed Andrade a trovar posto nella “Celeste” che affronta a fine ottobre 1923 la settima edizione della prestigiosa ”Copa America – il più antico torneo per squadre nazionali, risalendo la prima rassegna al 1916 – di cui l’Uruguay è il Paese organizzatore ed il Presidente della Federcalcio, tale Atilio Narancio, è talmente desideroso di assicurarsi il trofeo che si lascia andare alla promessa che, in caso di vittoria, avrebbe a proprie spese sostenuto i costi del viaggio per far partecipare la squadra alle Olimpiadi di Parigi dell’anno successivo.

Detto fatto, trascinato da Nasazzi in difesa, Andrade a centrocampo e da Scarone, Petrone e Cea in attacco, l’Uruguay non fa sconti ed, una dietro l’altra, mette sotto Paraguay (2-0), Brasile (2-1) e gli acerrimi rivali dell’Argentina (2-0) per aggiudicarsi il trofeo ed il “povero” Narancio a dover ipotecare la casa per coprire le spese del viaggio in Europa.

Quanto sia determinante nella carriera – e, soprattutto, nella vita personale di Andrade – la partecipazione ai Giochi di Parigi è presto detto, visto che da un lato essi dimostrano la forza di una compagine che sta già mettendo le basi per quella che sarà la formazione in grado di aggiudicarsi i primi Campionati del Mondo nel 1930 e, dall’altro, fanno scoprire al non ancora 24enne José Leandro che al mondo vi è altro di cui occuparsi, oltre a tirar calci ad un pallone.

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Uruguay oro olimpico a Parigi ’24 – da wikimedia.org

E se, il torneo olimpico – sino all’istituzione della Coppa del Mondo, la principale manifestazione a livello planetario – si risolve in una passerella per la Celeste che mette in mostra le proprie qualità tecniche e tattiche, spazzando via una dopo l’altra la Jugoslavia (7-0), gli Stati Uniti (3-0) e la Francia (5-1), prima di trovare una sola maggior resistenza nella semifinale contro l’Olanda, vinta 2-1 in rimonta, per poi trionfare per 3-0 sulla Svizzera nel match conclusivo, Andrade ha anche la possibilità di assaporare i “piaceri della vita” che la “Ville Lumière” offre durante il suo massimo splendore degli anni ’20.

Abbagliato dalle frivole notti parigine, incantato dalle esibizioni della “Venere neraJosephine Baker con cui allaccia una breve relazione, José Leandro si trasforma, da modesto ragazzo a “viveur” con tanto di abbigliamento ad hoc, il che lo fa il più delle volte scordare di rientrare in albergo con il resto della squadra, ben coperto dai suoi compagni che, in caso di bisogno, ben sanno dove andarlo a cercare, circondato da champagne e belle ragazze.

Che tristezza, il dover rientrare in patria, ma d’altronde all’epoca non esiste ancora il calcio professionistico e, se pur le sue magie gli consentono di essere acquistato dal Nacional – che, incredibilmente, proprio con la sua presenza interrompe una serie di tre vittorie consecutive in Campionato – non può certo permettersi di fare la spola da una parte all’altra dell’Oceano atlantico per inseguire i suoi amori.

Vi sarete chiesti, a questo punto della storia, quale sia il ruolo di Andrade sul terreno di gioco, e la risposta è che non ne ha uno fisso, pur operando nella zona centrale del campo, in una collocazione da laterale esterno destro nello schema tattico del “Metodo” in voga all’epoca.

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José Leandro Andrade – da elgrafico.com.ar

Ciò gli permette di spaziare sulla fascia di sua competenza mettendo a frutto le sue doti fisiche, tecniche e dinamiche (è alto m.1,72 per 73kg.) che gli consentono di ribaltare in un amen l’azione da difensiva ad offensiva, in pratica il primo fluidificante della storia del calcio, la classica “arma in più” di cui la Nazionale sudamericana approfitta a piene mani, una tendenza che sarà riproposta dalla coppia di terzini brasiliana formata da Djalma e Nilton Santos a metà degli anni ’50, a dimostrare quanto e cosa Andrade abbia rappresentato di innovativo nel panorama calcistico mondiale.

Nel pieno della maturità fisico atletica, Andrade diviene pertanto perno insostituibile della Celeste che si impone anche in maniera trionfale nella Copa America 1926 travolgendo qualsiasi ostacolo, ivi compresa l’Argentina, sconfitta per 2-0, “Albiceleste” che si prende la rivincita l’anno seguente nell’edizione svoltasi in Perù al termine di una sfida emozionante conclusa sul 3-2 e decisa da una sfortunata autorete di Canavesi a 5’ dal termine.

Ma per Andrade c’è un altro obiettivo assolutamente da non trascurare, vale a dire la possibilità di tornare in Europa per difendere il titolo olimpico ai Giochi di Amsterdam 1928, rassegna alla quale partecipa anche l’Argentina del goleador del Boca Juniors Domingo Tarasconi – che risulterà il Capocannoniere della manifestazione con 11 reti – e dei futuri azzurri Luisito Monti e Raimundo Orsi, con quest’ultimo ad accasarsi alla Juventus a conclusione del Torneo.

Rassegna a cinque cerchi a cui partecipa anche una più che competitiva selezione italiana – basti pensare al trio difensivo bianconero formato da Combi, Rosetta e Calligaris, a Bernardini a centrocampo ed a Baloncieri, Schiavio e Levratto in attacco – e che avrebbe senz’altro ben figurato ai successivi Mondiali qualora si fosse sobbarcata l’onere della trasferta, e che, difatti, giunge sino in semifinale solo per essere sconfitta 3-2 dai Campioni in carica, gara che segna un altro punto di svolta nella esistenza di Andrade.

Succede, difatti, che in un’azione di gioco, Andrade vada a sbattere la testa contro un palo, un incidente cui non dà molto peso, salvo avvertire, di lì a poco, problemi all’occhio sinistro per i quali i medici assicurano non essere nulla di grave, anche se in realtà dovrà accorgersi con il tempo, a proprie spese, che non sarà proprio così.

L’Uruguay, ad ogni modo, conferma l’oro olimpico al termine di una combattutissima Finale contro i rivali storici dell’Argentina, per la quale, dopo un primo incontro conclusosi sull’1-1, si rende necessaria la ripetizione decisa da una rete di Scarone a poco più di un quarto d’ora dal termine per il definitivo 2-1, un successo che l’Uruguay replica due anni dopo in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali dal medesimo Paese organizzati per festeggiare il Centenario della relativa indipendenza.

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L’Uruguay campione del mondo 1930 – da nydailynews.com

Ed Andrade è ancora presente, non salta, a dispetto dei quasi 30 anni, alcuna delle quattro gare che consentono alla Celeste di essere la prima a sollevare al cielo quella che sarà poi chiamata Coppa Rimet, per poi concludere la carriera tre anni più tardi, dopo essersi preso la soddisfazione di vincere il suo unico titolo nazionale, nel 1932 ma con la maglia degli arci rivali del Penarol, dove era approdato la stagione precedente, mentre il suo personale record con la maglia della Celeste narra di 34 apparizioni con una sola rete all’attivo.

Definitivamente libero dagli impegni agonistici – e con in più, anche se neppure lontanamente paragonabile a cosa avrebbe potuto guadagnare oggi, una discreta somma da parte grazie ai premi per le vittorie ottenute – Andrade può ora riprendere a fare la spola tra il Sudamerica e la mai dimenticata (ed amata …) Europa, e le notti parigine, almeno sino allo scoppio della seconda guerra mondiale, lo vedono ancora protagonista, solo che ora può eccedere, non avendo da rendere conto a nessuno, e l’uso di alcool si trasforma in abuso, così come le condizioni dell’occhio sinistro peggiorano ed il “gruzzoletto” si assottiglia.

Non può però mancare, uno dei pochi di fede celeste ad essere presente tra i quasi 200mila spettatori che assistono alla sfida finale del Mondiale 1950 tra Uruguay e Brasile, al celebre “Maracanazo” in cui fa bella mostra di sé, tra gli “undici che fecero la storia”, suo nipote Victor Rodriguez Andrade, così che un membro della famiglia sia sempre presente nelle quattro volte che “l’Uruguay si è laureato Campione del Mondo”, come recita la targa apposta allo Stadio del Centenario di Montevideo, contando i due ori olimpici del 1924 e ’28 alla stregua di un titolo mondiale.

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Andrade in miseria – da sportsvice.com

Poi di Andrade non si hanno notizie, scompare nell’oblio più totale di un mondo che sta iniziando a correre a passi sempre più svelti verso il progresso tecnico ed industriale, sino a che è un giornalista tedesco che si prende la briga di andarlo a cercare con la chiara intenzione di collezionare un servizio sulla “Maravilla negra”, trovandosi di fronte una scena raccapricciante, con l’ex talento a vivere in un appartamento seminterrato, in condizioni di semi indigenza, dedito a trascorrere le giornate in compagnia della fedele amica che gli era rimasta, la bottiglia, e completamente cieco da un occhio.

Era il 1956, l’anno seguente, il 5 ottobre, quattro giorni dopo aver compiuto 56 anni, viene trovato morto, sconfitto dalla tubercolosi, lui che aveva sempre vinto in ogni parte del mondo, coi soli ricordi a fargli un po’ di tenera compagnia, come raccontano le cronache circa il fatto di aver trovato accanto al suo letto una scatola di cartone in cui erano contenute le medaglie vinte in carriera.

Tocca al celebre scrittore di Montevideo, Eduardo Galeano, cantore anche delle gesta “futbolistas” dell’America latina, recitarne l’epitaffio descrivendo la parabola terrena di José Leandro Andrade con le semplici, ma toccanti parole “Fu nero, sudamericano e povero il primo idolo internazionale del calcio” …

Un doveroso elogio confermato dalla IFFHS – International Federation of Football History & Statistics – che, nelle consuete revisioni di fine millennio, ha inserito Andrade al 29esimo posto tra i migliori giocatori del XX Secolo, ed al 20esimo tra i calciatori sudamericani.

Chissà se, da lassù, alla “Maravilla negra” sia scappato un sorriso…

 

LUIGI CANTONE, DA RISERVA A CAMPIONE OLIMPICO A LONDRA 1948

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Cantone con la squadra di spada – da rio2016.coni.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Fu l’unica Olimpiade tra il 1936 e il 1960 – quella di Londra 1948 – in cui il re della spada Edoardo Mangiarotti se ne tornò a casa senza nemmeno una medaglia d’oro, ma “solo” con un argento e un bronzo. Già, perché nell’arma dalla lama di sezione triangolare quelli furono i Giochi dell’altro lombardo (ma schermisticamente piemontese) Luigi Cantone.

Nato a Robbio Lomellina, in provincia di Pavia, nel 1917, Luigi detto Gino emerge alla Pro Vercelli con maestri celeberrimi e mitici come Francesco Visconti e l’ex olimpionico (e pure ex calciatore con le “bianche casacche“) Marcello Bertinetti.

Diplomato in ragioneria, poi laureato in economia e commercio a Torino, lavora nell’azienda di famiglia che si occupa di macchine agricole. Mancino naturale, Gino si distingue già prima della seconda guerra mondiale vincendo, tra gli altri, un argento alle Universiadi di Vienna del 1939. Ma ovviamente è nel dopoguerra che si conferma tra i migliori spadisti italiani, pur senza mai vincere un titolo italiano individuale assoluto, in un albo d’oro che in quegli anni vede alternarsi i fratelli Mangiarotti (a parte l’eccezione di Antonio Spallino).

Quella di Londra per lui è la prima partecipazione olimpica, dopo il bronzo mondiale a squadre conquistato l’anno prima a Lisbona, dietro Francia e Svezia.

Nella capitale inglese, al Palace of Engineering di Wembley, si comincia dalla gara a squadre. La nazionale azzurra schiera oltre a Cantone, i due Mangiarotti, l’altro milanese Carlo Agostoni, il veneto Marco Antonio Mandruzzato e il piemontese Fiorenzo Marini. L’Italia arriva abbastanza agevolmente alla finale a quattro con Francia, Danimarca e Svezia. La Danimarca è battuta largamente, la Svezia un po’ meno, ma la Francia appare davvero troppo forte. Alla fine sarà argento dopo aver ceduto ai transalpini 11-5, peraltro nell’unico match saltato da Cantone.

Ma qui comincia la favola bella del mancino della Lomellina.

Un paio di giorni dopo in realtà Luigi non dovrebbe nemmeno partecipare alla gara individuale, cui sono iscritti Edoardo e Dario Mangiarotti e il veterano Agostoni (già oro a squadre ad Amsterdam 1928). Ma il più anziano dei fratelli Mangiarotti, Dario, è indisposto e così tocca a Luigi.

Cantone passa i primi due turni a gironi e, come gli altri due azzurri, arriva alla poule finale a dieci. Oltre ai connazionali, fanno paura soprattutto i due francesi Guérin e Lapage, freschi dell’oro a squadre, e lo svizzero Zappelli.

Gli italiani, come da regolamento, si sfidano subito tra di loro e Cantone perde sia da Mangiarotti (1-3) sia da Agostoni (2-3). Gino sembra destinato a un ruolo di comparsa, invece le due sconfitte lo sciolgono e resteranno le uniche due nella finale: le altre saranno 7 vittorie di fila, comprese quelle sui due francesi.

Alla fine Cantone è così medaglia d’oro: alle sue spalle lo svizzero Oswald Zappelli che batte Mangiarotti allo spareggio. Agostoni chiude invece settimo. Siamo nel pieno del trentennio magico della spada maschile azzurra, vincente ai Giochi ininterrottamente dal 1932 al 1960 (nell’ordine: Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi, Delfino, più quattro ori su sei a squadre). Curiosamente, nessun oro prima e soltanto uno dopo, addirittura a Pechino 2008 con Matteo Tagliariol. Sarà quella, tra l’altro, l’unica medaglia d’oro della spedizione azzurra della scherma a quei Giochi inglesi.

Cantone conferma poi le proprie qualità con l’oro mondiale a squadre al Cairo l’anno dopo con una formazione più o meno simile (via Agostoni e Marini, dentro Spallino e Battaglia) davanti alla Svezia.

Ormai ultratrentenne, sarà di fatto quello il suo saluto alla scherma. Nel 1950 Luigi parte per il Mato Grosso per motivi di lavoro e resterà in Brasile un decennio, prima di tornare in Italia stabilendosi nel novarese. E’ morto nel 1997.

GIOVANNI CORRIERI, AMICO E GREGARIO DI LUSSO DI GINO BARTALI

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Corrieri e Bartali – da cicloweb.it

articolo tratto da Allez – operazione ciclismo

Nella storia recente del ciclismo italiano un filo invisibile sembra unire due tra le più belle regioni di questo paese: infatti, sono molti i ciclisti che nati in Sicilia sono cresciuti dal punto di vista professionale in Toscana. Uno degli ultimi di questa schiera, ma forse il più famoso è Vincenzo Nibali, oggi però parleremo di colui il quale ha “aperto” questa strada di migranti del ciclismo, uno storico gregario di Gino Bartali, Giovanni Corrieri.

Ciclista completo, ottimo velocista ma bravo anche in salita tanto da riuscire ad ottenere anche alcuni buoni piazzamenti nella classifica generale delle grandi corse a tappe (fu 11esimo al Giro d’Italia del 1947) Corrieri è però soprattutto uno specialista delle fughe da lontano. Messinese, classe 1920, dopo i primi anni passati a dominare le corse giovanili nella sua regione, a vent’anni si trasferisce a Prato per passare professionista con la Gloria. Quelli sono gli anni della guerra, Giovanni viene chiamato alle armi e la sua carriera ha uno stop forzato proprio nel momento in cui avrebbe dovuto cominciare a brillare; finita la guerra riprende però con grande slancio ad andare in bicicletta ed ha momenti sublimi, anche se non raggiunge mai quelle vette auspicabili dalla sua carriera giovanile a causa della scarsa voglia di allenarsi. Non è un caso che colga le sue vittorie più prestigiose durante i grandi giri, alla partenza dei quali si presenta spesso in condizioni fisiche tutt’altro che perfette, ma con una forma destinata a migliorare giorno dopo giorno.

Tra il 1947 ed il 1955 vince ben 7 tappe al Giro d’Italia, vestendo anche la maglia rosa per un giorno nel 1953 dopo la vittoria di Grosseto, e 3 al Tour de France, ma senza dubbio la sua impresa più grande la realizza nel 1948 nell’ultima frazione della Grande Boucle, lungo i 286 chilometri che vanno da Roubaix al Parco dei Principi di Parigi. Durante quel Tour Corrieri ha già vinto una tappa a Metz ed è stato di grande supporto a Gino Bartali, suo compagno di squadra, che ormai ha praticamente conquistato la classifica finale con mezz’ora di vantaggio sul secondo, il belga Brik Schotte; un altro si sarebbe accontentato, ma non lui, Corrieri va in fuga assieme ad un drappello di sette corridori, resiste agli attacchi di Lucien Teisseire e una volta rimasti in due in vista del traguardo, il francese, volendo vincere a tutti i costi ma sapendo che Corrieri è un osso duro in volata, offre al messinese dei soldi per assicurarsi la vittoria. Corrieri neppure lo guarda, si volta dall’altra parte fedele ai prinicipi dell’onestà e lo brucia in volata. Facendo valere quello spunto veloce che nel 1951 gli aveva già consentito di dare un dispiacere all’amico “Ginettaccio” sul traguardo di Foggia alla corsa rosa, così come nel 1955 fece altrettanto con l’ex-capitano Magni a Viareggio, ultima vittoria in carriera, al termine di uno sprint al limite della correttezza.

Per due anni, nel 1946 e nel 1947, è pure compagno di squadra di Fiorenzo Magni alla Viscontea, ma la sua carriera è indissolubilmente legata alla figura di Gino Bartali, di cui è stato gregario dal 1948 fino alla fine della carriera. In questo lasso di tempo Giovanni non è solo il collega di casacca, ma pure il confidente, il paziente ascoltatore, l’uomo-ombra, insomma l’amico più fedele, tanto che Corrieri in seguito racconterà: “Gli stavo accanto a tavola: mangiava, beveva, parlava. Gli stavo accanto nelle chiese e nei santuari, dove anch’io ci andavo volentieri, anche se non ero bacchettone. Gli stavo accanto a letto: Gino fumava e parlava, ragionava ad alta voce, mi doveva raccontare la corsa, poi s’interrompeva, ‘Oh che tu dormi?'”.

Nel 1956, a 36 anni, Corrieri decide di averne abbastanza delle corse, ma non rinuncia mai alla sua passione per la bicicletta e continua ad amarla, prima come allenatore, poi come semplice appassionato. Ed ancora oggi, che se ne è andato non lontanissimo dalla soglia dei 100 anni, resta il simbolo dell’amico-gregario che tutti i campioni avrebbero voluto avere a loro fianco. Chiedere a Gino Bartali, per conferma…

SCOTTIE PIPPEN, IL SECONDO VIOLINO PIU’ FORTE DI SEMPRE

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Scottie Pippen – da bankrate.com

articolo di Giovanni Manenti

Sul fatto che Michael Jordan e Scottie Pippen abbiano formato, nei loro 10 anni di militanza nei Chicago Bulls, una delle più devastanti coppie nella Storia del Basket professionistico Usa, non vi è dubbio alcuno, ma in questi casi i “media” – tanto per riempire un po’ le pagine dei giornali o dare spunti ai “talk show” televisivi – si pongono spesso la più classica (ed inutile, a dire il vero …) delle domande, ovverossia, cosa sarebbe stato Scottie senza Michael e viceversa.

A sostegno di coloro che ritengono come fosse la presenza di MJ determinante per il successo del suo più giovane compagno, vale il fatto che, nell’anno del provvisorio ritiro di Jordan dal parquet – e che, non a caso, coincide con le miglior medie realizzative di Pippen, 22,0 punti a partita in “regular season” e 22,8 nella serie playoff – i tre volte campioni NBA di Chicago concludono la stagione con il terzo miglior record nella “Eastern Division” (e quinto assoluto) per poi essere eliminati nella semifinale di Conference dai New York Knicks di Pat Ewing e John Starks.

Il partito di chi, viceversa, sostiene come la presenza di Pippen sia stata fondamentale per i successi di Jordan, mette sul piatto il fatto che, nonostante le eccezionali prestazioni del newyorkese nelle sue prime tre stagioni a Chicago – segnatamente i 43,7 punti (!!) di media nei playoff ’86 ed i 37,1 nella stagione regolare successiva – i Bulls non siano mai andati oltre il primo turno della “post season” in tale periodo.

C’è poi una terza persona a cui di queste problematiche è sempre interessato poco o niente, in quanto a lui, giunto a Chicago assieme a Pippen nell’estate ’87 quale “assistant coach” di Doug Collins – e di cui rileva il ruolo di primo allenatore due anni dopo – spetta solo il compito di armonizzare la coppia che il destino ha fatto sì che avesse per le mani al fine di farla rendere al massimo, e, per quanto ovvio, stiamo parlando di Phil Jackson, il “coach degli 11 anelli” in carriera, record assoluto nel panorama del basket professionistico americano.

Scottie Pippen nasce ad Hamburg, nell’Arkansas, il 25 settembre 1965 quale ultimo di 12 figli, dei quali è l’unico che può permettersi di studiare, frequentando il liceo della sua città natale per poi accedere alla “University of Central Arkansas” a Conway, periodo in cui completa la propria crescita fisica dai m.1,85 sino ai m.2,03 con tanto di cambio di ruolo da guardia ad ala piccola.

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Pippen ai tempi del College, ad Arkansas – da nba.com

Sfortunatamente per Pippen, il piccolo College a cui è iscritto non fa parte del circuito NCAA, non avendo così occasione di confrontarsi con i migliori talenti del basket universitario Usa, ciò nondimeno le sue prestazioni – segnatamente nella sua ultima stagione, con 23,6 punti e 10 rimbalzi di media a partita, con una percentuale di quasi il 60% al tiro – non passano inosservate ai vari scout sparsi per gli States e gli echi devono essere giunti alla dirigenza dei Bulls, che convince Seattle – che lo aveva scelto al Draft ’87 come sua prima opzione, quinta assoluta – a scambiarlo con Olden Polynice ed una futura opzione.

In quella sessione estiva, Chicago si aggiudica così, oltre a Pippen, anche l’ala grande/centro Horace Grant, in modo da completare un quintetto che già aveva nel playmaker John Paxson e nel centro Charles Oakley i suoi punti di forza, oltre a “Sua Maestà” Jordan, ovviamente.

I risultati non tardano a venire, con i Bulls a superare per la prima volta nell’era Jordan lo scoglio del primo turno dei playoff, ma sulla costa orientale vi sono ancora due franchigie dure a morire, vale a dire i Boston Celtics del “cecchino” Larry Bird ed i “Bad Boys” di Detroit, con questi ultimi a laurearsi Campioni nel 1989 e ’90, in entrambi i casi dopo entusiasmanti sfide con Chicago per la supremazia nella Eastern Conference.

Ed è proprio la Finale di Conference del ’90, conclusa 4-3 per Detroit grazie al fattore campo che non ha visto alcuna delle due squadre espugnare il parquet avversario, a convincere Phil Jackson che i tempi sono maturi per provare l’assalto al titolo, vista la crescita di Pippen, non ancora 25enne, e di Grant, così da poter concedere una maggior libertà di azione a Jordan, e le statistiche, che nel basket sono “Vangelo”, sono lì a testimoniarlo.

Inserito nel quintetto iniziale di tutte le 82 gare di “regular season”, Pippen disputa nel ’90 una media di 38,4 minuti a partita, innalzando a 16,5 punti, 6,7 rimbalzi, 5,4 assist, 2,6 palle rubate ed 1,2 stoppate le proprie percentuali e che si elevano nei playoff a 19,3 punti. 7,2 rimbalzi e 5,5 assist di media a partita, così da diventare il “partner ideale” per Jordan.

Il punto chiave di Pippen nello scacchiere tattico di Jackson sta nella sua duttilità a ricoprire una molteplicità di ruoli e tutti ad alto livello, nonché in una straordinaria abilità nel rubar palla, il che gli consente d innescare il mortifero contropiede di Jordan, che in campo aperto è immarcabile, quando non sia egli stesso a lanciarsi nella metà campo avversaria per andare a concludere l’azione.

Con altresì una percentuale al tiro chirurgica, sempre intorno al 50%, Pippen verrà definito, a fine carriera, come un giocatore in grado di dirigere un’azione offensiva come un playmaker, di andare a rimbalzo come un’ala forte, di segnare alla stregua di una guardia e di difendere sul perimetro come pochi altri, in poche parole la “descrizione ideale” del perfetto cestista.

Questo per spiegare, in estrema sintesi, quanto sia stata determinante la sua presenza a fianco di Jordan nei due successivi “Three peat” – gioco di parole americano per indicare tre titoli consecutivi accostando il termine “three” (tre) a “repeat” (replica) – degli anni ’90, ad iniziare proprio dal titolo ’91, come sempre il più difficile.

Per la prima volta nella loro storia, i Bulls superano le 60 vittorie nella stagione regolare, il che garantisce loro il vantaggio del fattore campo nei confronti dei Celtics, secondi, e dei Pistons, terzi, grazie al perfetto connubio tra Jordan e Pippen che, in coppia, rubano più di 5 palloni di media a partita, andamento confermato anche nei playoff, dove New York e Philadelphia vengono spazzati via (3-0 e 4-1, rispettivamente), prima della resa dei conti contro Isiah Thomas ed i suoi Detroit Pistons per la Finale di Conference.

Con MJ a bombardare la retina dei Pistons e Pippen a rivaleggiare con Grant sotto canestro con una paritetica media di 7.8 rimbalzi a partita nella serie, i bicampioni sono costretti ad abdicare sotto un umiliante 0-4 che suona come la più dolce delle rivincite per Chicago, e quanto sia stata alta la “sete di vendetta” è confermato dai furti dell’implacabile duo, attestatisi a 5,3 di media.

Il più era fatto, anche perché, sulla costa ovest, Magic Johnson aveva speso i suoi ultimi spiccioli di gloria assoluta eliminando nella Finale di Conference i Portland Trail Blazers, che avevano il miglior record assoluto della stagione, così consegnando a Chicago il vantaggio del fattore campo per quella che è la prima Finale per il titolo assoluto nella storia della franchigia.

L’esperienza, in questi frangenti, qualcosa deve pur contare, ed i vecchi marpioni di Los Angeles la mettono a frutto sorprendendo Chicago in gara-1 andando a vincere 93-91 sul parquet dell’Illinois, ma proprio questa sconfitta ha il risultato di togliere la pressione dalle menti dei giocatori di Jackson, i quali non concedono più nulla agli avversari nei successivi quattro incontri, pareggiando la serie sul 107-86 di gara-2 per poi andare ad espugnare per tre volte consecutive in cinque giorni, dal 7 al 12 giugno ’91, il Forum di Inglewood, con la fondamentale gara-3 risolta 104-96 al supplementare, dopo che i Bulls avevano iniziato l’ultimo quarto sotto di 6 (66-72), grazie ai 29 punti di Jordan ed ai 13 rimbalzi di Pippen.

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Pippen in azione in gara-4 delle Finali NBA ’91 – da si.com

Un solo dato riteniamo più che sufficiente a chiarire quanto l’affiatamento raggiunto tra i due compagni di squadra sia risultato determinante in questo tris di vittorie in terra californiana, vale a dire il fatto che siano sempre stati solo loro a far registrare le migliori statistiche di squadra – gara-3, Jordan 29 punti e 9 assist, Pippen 13 rimbalzi; gara-4, Jordan 28 punti e 13 assist, Pippen 9 rimbalzi e gara-5, Pippen 32 punti e 13 rimbalzi, Jordan 10 assist – coppia di fronte alla quale anche lo “Show time” di Magic è costretto ad arrendersi.

La “macchina perfetta” di Phil Jackson non conosce ostacoli nella successiva stagione, chiusa con un record di 67-15 da garantire il vantaggio del fattore campo in ogni turno dei playoff dove, un po’ inaspettatamente, li attende, dopo un facile 3-0 sulla matricola Miami, un ostacolo costituito dai New York Knicks che si rivela molto più ostico di quanto fatto vedere nei quattro incontri di “regular season”, tutti appannaggio di Jordan & Co..

Per Jordan, tornare nella sua nativa New York è sempre da un lato stimolante, ma dall’altro condizionante per la sua voglia di strafare – celebri, al riguardo, i suoi “siparietti” a bordo campo con il famoso regista newyorkese Spike Lee, accanito fan dei Knicks – per cui occorre che Pippen dia lui una mano, soprattutto nel cercare di arginare la superiorità del colosso (m.2,13 per 108kg.) Pat Ewing sotto canestro, compito che il 27enne dell’Arkansas assolve al meglio con i suoi 8,3 rimbalzi di media nella serie, elevati a 10 in gara-5 ed ad 11 in gara-7, entrambe decisive per il superamento del turno.

Scampato il pericolo, Chicago rimedia ad un “passaggio a vuoto” in gara-2 (sconfitta interna per 81-107) delle Finali della Eastern Conference contro i Cleveland Cavaliers, chiudendo la serie sul 4-2 – Jordan 31,7 punti e 6,3 assist di media, Pippen 19,8 punti ed 11,2 rimbalzi a partita – per andare ad affrontare Portland nella sfida per il titolo mancata l’anno prima, ma potendo contare sul vantaggio del fattore campo.

La sfida conclusiva si risolve nell’atteso duello tra le due guardie – Jordan da una parte e Clyde Drexler dall’altra – con MJ ad avere la meglio con i suoi 35,8 punti di media nella serie, caratterizzata dall’exploit in Oregon per 119-106 in gara-5 dove mette a segno 46 punti, ben coadiuvato da Pippen con 11 rimbalzi e 9 assist.

Bulls che rischiano, con le ultime due gare da disputare sul parquet amico con la serie sul 3-2 in loro favore, di buttare tutto alle ortiche con una sciagurata prestazione in gara-6 che li vede sotto di 15 lunghezze (64-79) all’inizio dell’ultimo quarto, con il geniale Jackson a cavar fuori dal cilindro la mossa psicologica di far partire nel parziale conclusivo un quintetto con quattro riserve ed un unico titolare, e chi, se non Scottie Pippen, capace di catalizzare su di lui ogni azione di gioco.

Detto fatto, nell’arco di tre minuti lo scarto è ridotto a soli 3 punti e Jackson può rimettere nella mischia un Jordan riposato e, soprattutto, stimolato dal confronto con il compagno per il parziale di 33-14 con cui si conclude il quarto per il 97-93 che consegna a Chicago il suo secondo titolo.

Figuriamoci se Chuck Daly, coach dei Detroit Pistons, chiamato al compito di mettere in campo la più forte selezione di ogni epoca che il basket abbia presentato in una rassegna olimpica, non a caso ribattezzata “Dream Team”, si lascia sfuggire l’occasione di poter essere dalla parte giusta della barricata, e cioè nel poter guidare la devastante coppia di Chicago invece che cercare di arginarla, ed ecco che ai Giochi di Barcellona ’92, Michael e Scottie sono tra i protagonisti nella sin troppo facile conquista della medaglia d’oro, fornendo la loro miglior prestazione nella Finale contro la Croazia di Drazen Petrovic, mettendo a segno 35 punti in due nel 117-85 che consacra gli Usa come stella assoluta della competizione.

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Pippen e Jordan (con Drexler), oro ai Giochi ’92 – da nydailynews.com

Al ritorno nelle faccende di casa loro, i Bulls concludono la stagione ’93 con il secondo miglior record (57-25) di Conference, ed i terzo assoluto, il che li pone nella condizione, dopo aver passeggiato nei primi due turni di playoff contro Atlanta (3-0) e Cleveland (4-0), di dover concedere il vantaggio del fattore campo sia ai Knicks nella Finale della Eastern Conference che ai Phoenix Suns nell’eventuale sfida per il titolo.

I Knicks voglio riscattare la sconfitta dell’anno precedente e si portano sul 2-0 sfruttando al meglio le prime due gare al “Madison Square Garden”, con i Bulls ad impattare la serie con il 103-83 di gara-3 con Pippen top scorer con 29 punti ed il “personal show” di Jordan (54 punti …!!) nel 105-95 di gara-4, per poi toccare a B.J. Armstrong prendersi l’onore del canestro da tre punti che decide 97-94 gara-5 e quindi rendere vani i 26 punti e 13 rimbalzi di Ewing nella sconfitta dei Knicks per 88-96 a Chicago che manda per la terza volta consecutiva i Bulls in Finale, al termine di una serie che vede Pippen mettere a referto 22,5 punti e 6,7 rimbalzi di media.

Costretti a confrontarsi con un’altra “forza della Natura” quale un Charles Barkley all’apice della propria carriera, i Bulls compiono l’impresa di aggiudicarsi i primi due incontri in Arizona – con gara-2, chiusa sul 111-108, che vede Jordan e Barkley dividersi la palma del “top scorer” con 42 punti a testa – prima che andasse in scena “l’incontro che nessuno vuol perdere”, sotto forma dell’infinita gara-3 in cui ad ogni fine quarto nessuna delle due squadre ha un margine superiore ad un punto e che risolve dopo tre tempi supplementari con i Suns ad espugnare Chicago per 129-121 nonostante i 44 punti di Jordan.

MJ che deve far ricorso agli straordinari, mettendone a segno 55 nel successo per 111-105 di gara-4, necessari per arginare la devastante furia di un Barkley autore di una impressionante “tripla doppia” (32 punti, 12 rimbalzi e 10 assist), ma i suoi 41 punti in gara-5 risultano insufficienti ad impedire che i Suns riequilibrassero le sorti della serie quanto a fattore campo, espugnando per la seconda volta il parquet avversario e portandosi così sul 2-3 con la prospettiva delle due ultime sfide alla “America West Arena”, in Arizona.

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Pippen e Barkley hanno qualcosa da dirsi nelle Finali ’93 – da gettyimages.it

Il rischio di dover arrivare a gara-7 va scongiurato ed i Bulls sembrano avviati a concludere la serie allorché si portano sull’87-79 a fine terzo quarto, grazie anche al determinante apporto di Pippen con i 23 punti ed i 12 rimbalzi messi a referto, ma gli ultimi 12’ stanno per rovinare tutto, con un parziale di 19-7 per il vantaggio Suns di 98-94 prima che un canestro di Jordan ed una tripla allo scadere di Paxson sigli il sorpasso per il 99-98 che consegna a Chicago il terzo titolo consecutivo, un evento che nella NBA non si verificava dai tempi dei Boston Celtics di Bill Russell e Red Auerbach.

Ed eccoci giunti al momento clou della nostra storia, costituito dal primo abbandono delle scene cestistiche da parte di Jordan, con il mondo del basket e chiedersi che cosa ne sarà dei Bulls, privi del loro indiscusso leader, il cui ruolo tocca ora al “secondo violino” dell’orchestra di Phil Jackson, Scottie ovviamente.

Occorre precisare che, nel panorama del basket Usa – ed in particolar modo presso i relativi fans – la popolarità di Pippen è seconda solo a quella del suo illustre compagno, tanto che nelle votazioni per l’All Star Game ’93 raccoglie il maggior numero di preferenze, Jordan a parte, grazie ad una continuità di rendimento senza uguali, che lo vede partire in quintetto base per 307 gare consecutive, prima di saltare un incontro per squalifica, rifacendosi al rientro mettendo dentro 39 punti contro i San Antonio Spurs.

A compensare l’assenza di Jordan, i Bulls ingaggiano un giovane europeo, il croato Toni Kukoc, e, guidati dal nuovo leader Pippen – il quale, con l’opportunità di muoversi libero dall’ombra di Michael, fa segnare i propri record personali per singola stagione con 22 punti ed 8,7 rimbalzi di media a partita – ottengono un record di 55-27 inaspettato per gli addetti ai lavori, pur se ai playoff l’assenza di Jordan risulta determinante contro New York, con Chicago sconfitta 3-4 in una emozionante e combattuta sfida.

Il rientro del “figliol prodigo” nella parte finale della “regular season” ’95 non è sufficiente a far andare i Bulls oltre il secondo turno dei playoff, ma pone le basi per la più sensazionale stagione nella storia della franchigia, con Michael e Scottie a voler dimostrare all’universo del basket quanto la chimica esistente tra di loro non si sia minimamente scalfita.

Come poter, diversamente, considerare una stagione in cui Chicago piazza un impressionante record di 72 vittorie contro appena 10 sconfitte in “regular season”, con un quintetto dove Jordan e Pippen sono gli unici reduci del precedente tris, con Steve Kerr a sostituire Paxson in regia, il già ricordato Kukoc come ala piccola ed il “verme” Denis Rodman a dare una mano a Pippen nel catturare rimbalzi, nel mentre il centro Luc Longley sembra quasi un di più, messo in campo proprio perché non se ne può fare a meno.

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Il trio Rodman, Jordan e Pippen degli anni 1996-’98 – da aminoapps.com

Tutti sanno quanto smisurato sia l’orgoglio di Jordan, e voler dimostrare a tutti che i quasi due anni di inattività non hanno scalfito la propria fama di miglior giocatore di ogni epoca, fa sì che i play off si risolvano in poco più di una passeggiata, con Miami (3-0), New York (4-1) ed Orlando (4-0) a far poco più che da comparse, prima che una leggera, maggiore resistenza la oppongano i Seattle Super Sonics nella sfida per il titolo, peraltro già decisa dopo che i Bulls portano la serie sul 3-0 prima del 4-2 definitivo, che vede Jordan primeggiare quanto a punti (27,3), Rodman a rimbalzo con 14,7 (!!) e Pippen primo per assist, 5,3 cui unisce anche 15,7 punti ed 8,3 rimbalzi di media, a dimostrazione che, a dispetto dei 30 anni compiuti, la sua caratteristica di giocatore completo non tende ad affievolirsi.

Ed anzi, Scottie non si tira indietro quando c’è da rispondere presente per confermare il titolo olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 – lui, uno dei cinque componenti dello storico “Dream Team”, oltre a David Robinson, Charles Barkley ed alla “inseparabile coppia” degli Utah Jazz, John Stockton e Karl Malone – così come il suo contributo alla causa di Chicago non viene meno nel secondo “Three peat” del triennio 1996-’98, in entrambi i casi superando in Finale proprio gli Utah Jazz, prima che la celebre coppia formata da Michael e Scottie abbandoni la franchigia dell’Illinois, lasciando nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistere dal vivo alle loro imprese un ricordo indelebile.

Jordan avrà un terzo rientro a Washington nel biennio 2002-’03 per poi attaccare definitivamente le scarpette al chiodo a 40 anni suonati, mentre Pippen, dopo una stagione ad Houston, si trasferisce per un quadriennio a Portland, dove nel 2000 fallisce di un soffio l’accesso ad una settima Finale per il titolo, con i Trail Blazers sconfitti 84-89 in gara-7 dai Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal dopo aver sprecato un vantaggio di 16 punti, sul 71-55 a loro favore, prima di chiudere la carriera con una passerella davanti al proprio pubblico, indossando per una ultima volta la canottiera biancorossa dei Chicago Bulls.

Ricordate cosa dicevamo a proposito della valenza delle statistiche in uno Sport come il basket …?? Ebbene, quelle di Scottie Pippen recitano (per la stagione regolare …) 18.940 punti, 7.494 rimbalzi e 6.135 assist in 1.178 partite giocate, per delle rispettive medie di 16,1, 6.4 e 5,2 mentre per quanto riguarda i playoff il suo rendimento sale a 17,5 punti, 7,6 rimbalzi e 5,0 assist di media nelle 208 gare disputate, secondo nella storia della NBA solo ai 237 incontri in cui è sceso in campo Kareem Abdul-Jabbar

Che ne pensate, mica male per un “secondo violino”, no?

 

IL FENOMENALE GRANDE SLAM GALLESE AL “5 NAZIONI” 1976

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Il XV gallese vincitore del Grande Slam ’76 – da mediastorehouse.com

articolo di Giovanni Manenti

In ogni sport di squadra, sia a livello di Club che di Nazionali, vi è sempre un periodo che contraddistingue una selezione in cui la stessa è pressoché invincibile, frutto di un’alchimia particolare e/o favorita dalla nascita di una generazione di talenti in esso rinchiusa.

Nel rugby gallese, questa fortunata coincidenza la si ha durante gli anni ’70, accresciuta nella seconda metà di tale decennio, circostanza che porta i “Red Dragons” ad aggiudicarsi 4 edizioni su cinque dell’allora “5 Nazioni” dal 1975 al ’79, con tanto di due “Grandi Slam” nel 1976 e ’78 e quattro “Triple Crown” – trofeo destinato alla Nazione britannica che sconfigge le altre tre partecipanti – consecutive dal 1976 al ’79, con la sola Francia ad impedir loro un “pokerissimo” nell’edizione 1977.

Erano quelli, per intendersi, gli anni dell’estremo JPR Williams, capace di condurre alla vittoria il Galles in 34 dei 44 incontri disputati in tale manifestazione, o del celebre mediano di mischia Gareth Edwards, universalmente riconosciuto come il più grande giocatore gallese di ogni epoca.

Ma, anche nell’aggiudicarsi una competizione, vi è modo e modo, e quando ciò avviene in maniera schiacciante, questo diviene un evento che resta nella Storia, alla stregua, tanto per fare un paio di esempi extra rugbistici, della Nazionale brasiliana che si impose ai Mondiali di Calcio di Messico ’70 vincendo tutte e 6 le gare disputate od, in tempi più recenti, l’inarrivabile esibizione del “Dream Team” di Basket Usa alle Olimpiadi di Barcellona ’92, il quale infligge alle avversarie oltre 30 punti di scarto in ogni partita.

La citata Nazionale gallese, già vincitrice del “5 Nazioni” nel 1975 – edizione in cui, dopo esaltanti e roboanti successi a spese di Francia (25-10 al “Parco dei Principi”) ed a Cardiff contro Inghilterra ed Irlanda, schiantate rispettivamente con inequivocabili punteggi di 20-4 e 32-4, incappa in un passaggio a vuoto con la sconfitta per 10-12 al “Murrayfield” di Edimburgo contro la Scozia, facendo suo il Torneo solo grazie alle battute d’arresto con il minimo scarto degli scozzesi sia a Parigi (9-10) che a Twickenham (6-7) – si prepara a confermarsi nella stagione successiva, cercando di evitare passi falsi.

Imperniato sul terza linea centro nonché Capitano Mervyn Davies – che proprio durante detta stagione sarà costretto a porre anticipatamente fine alla propria carriera, a soli 29 anni, a causa di un’emorragia cerebrale occorsagli durante la semifinale della Coppa del Galles – il già citato mediano di mischia Edwards, il mediano di apertura dal piede implacabile Phil Bennett, e due micidiali ali quali John Williams e Gerald Davies, oltre al ricordato estremo JPR (che sta per John Peter Rhys) Williams, il XV dei Dragoni è un’autentica “macchina da mete”, come avranno modo di rendersene conto le sue avversarie.

L’esordio, per la regola dell’alternanza dei campi, vede uno scenario degno di una tale impresa, vale a dire il terreno di gioco di Twickenham, a Londra, dove alle 14:30 del 17 gennaio 1976 l’arbitro francese Domercq dà il fischio d’inizio alla contesa, che per il XV della Rosa si trasforma in un incubo.

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Il mediano Bennett apre il gioco nel match d’esordio con l’Inghilterra – da espn.com

Nel corso degli 80’ di gioco, gli inglesi non riescono difatti a perforare la munita difesa gallese, mettendo a referto 9 punti solo grazie a tre calci piazzati dell’estremo Hignell, nel mentre tutt’altra musica viene suonata sul versante opposto, con Gareth Edwards e JPR Williams (due) ad andare in meta per altrettante trasformazioni del centro interno Steve Fenwick, con l’aggiunta di un piazzato di Allan Martin per il poco onorevole 21-9 con cui i bianchi lasciano il campo.

Con i francesi ad essersi imposti per 13-6 sul campo della Scozia al debutto, una gara condizionata da un clamoroso errore dell’arbitro inglese Patterson che non convalida una punizione di Irvine che avrebbe portato i padroni di casa sul momentaneo 6-0, la seconda giornata può già dare una decisa impronta al Torneo, visto che Galles e Francia ospitano rispettivamente Scozia ed Irlanda, toccando all’Inghilterra il turno di riposo.

Al “Parc des Princes” di Parigi, i rappresentanti del trifoglio subiscono una dura lezione, riducendosi a muovere lo score solo grazie ad un piazzato di Robbie, nel mentre “Les Coqs” vanno per quattro volte in meta per il 26-3 conclusivo, al quale il XV gallese risponde da par suo.

Con la sconfitta dell’anno precedente da riscattare, all’attacco scozzese viene consentito di violare una sola volta la linea di meta con Irvine, e la conseguente trasformazione di Morgan rappresenta il bottino complessivo di 6 punti raccolto già nella prima frazione di gioco e che risulta quello definitivo, visto che la furia offensiva del Dragoni produce tre mete con i soliti Edwards, JPR Williams ed il terza linea ala Trefor Evans, con Bennett a trasformarne due ed a centrare i pali con tre calci di punizione cui si unisce anche il drop di Fenwick per il 28-6 definitivo che non ammette repliche di sorta.

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JPR passa l’ovale al suo omonimo John Williams contro la Scozia – da walesonline.co.uk

Galles e Francia guidano la classifica a punteggio pieno, con il resto della compagnia ancora a quota zero, allorché il calendario della terza giornata impone ai transalpini il turno di riposo, nel mentre il Galles deve recarsi a Dublino per sfidare l’Irlanda al celebre “Lansdowne Road” per una vittoria che consentirebbe l’aggiudicazione della prima delle quattro “Triple Crown” consecutive.

Ed ancora una volta, per la seconda sui tre match disputati, la difesa gallese non concede alcuna meta ai proprio avversari, che si vedono limitati a tre positivi calci di punizione del mediano di apertura Barry McGann, il che consente loro di tenere aperte le sorti dell’incontro sino all’intervallo (9-10 il parziale), per poi crollare di schianto nella ripresa, sotto i colpi del piede di Bennett, capace anch’egli di centrare in tre occasioni i pali su altrettanti piazzati, cui se ne unisce un quarto di Martin, nonché di trasformare tre delle quattro mete messe a segno dall’irrefrenabile attacco dei Dragoni, di cui una dal medesimo realizzata, e le altre che portano la firma di Gerald Davies (due) e di Gareth Edwards per l’imbarazzante punteggio di 34-9.

Messa in cassaforte la “Triple Crown”, spetta ora al Galles l’impegno più ostico, vale a dire quello di affrontare la Francia del biondo terza linea Jean-Pierre Rives e dei mediani di mischia Jacques Fouroux, altresì Capitano, e di apertura Jean-Pierre Romeu, altro micidiale “calciatore”, nel mentre il celebre “gioco alla mano” transalpino vede nelle ali Jean-Luc Averous e Jean-François Gourdon i degni interpreti.

Per quella che, difatti, è la Finale anticipata del Torneo, visto che nell’ultimo turno tocca ai gallesi riposare nel mentre i “Galletti” ospitano un’Inghilterra in uno dei peggiori momenti della sua gloriosa storia, ben 55mila spettatori si danno appuntamento il 6 marzo sulle tribune del “National Stadium” di Cardiff, al fine di fornire il proprio supporto alla propria Nazionale per quella che si prospetta una sfida incandescente.

E così, difatti, è, con la retroguardia francese a fare da muro agli attacchi gallesi, consentendo agli stessi di andare a meta in una sola occasione con John Williams, nel mentre i velocissimi rovesciamenti di fronte consentono all’ala Averous di violare l’estrema linea avversaria, ed al riposo l’incontro è ancora aperto, con i padroni di casa a condurre per 13-9 in virtù delle difficoltà transalpine nell’arginare gli attacchi gallesi, il che li porta a concedere qualche punizione di troppo, sapientemente convertita.

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Fenwick evita il placcaggio contro la Francia – da pinterest.com

La ripresa si svolge sul medesimo canovaccio, e nonostante Gourdon riesca a segnare la seconda meta francese, questa si rileva l’unica occasione per arrotondare il punteggio a quota 13 per i transalpini, che devono viceversa assistere alla precisione dei calci di Bennett e Fenwick (due a testa), così come si incarica di centrare i pali anche Martin per il definitivo 19-13 che sancisce il “Grande Slam” gallese, ma che rende gli onori alla forza del XV di Francia, il quale, nell’ultimo turno, non ha difficoltà a superare per 30-9 un’Inghilterra che, sconfitta 14 giorni prima dall’Irlanda, si vede assegnare il ben poco gradito “Cucchiaio di legno”.

I numeri del successo gallese del 1976 sono impietosi, 102 punti realizzati (per una media di 25,5 a partita) contro appena 37 subiti, con 11 mete messe a segno rispetto alle sole tre concesse agli avversari, il che fanno considerare, senza alcuna obiezione al riguardo, il “Grande Slam” di detta stagione come la più grande impresa mai portata a termine dai “Red Dragons”.

Ed anche se l’anno successivo “L’Equipe de France” si prende la rivincita con il successo per 16-9 al “Parco dei Principi” che le consente a propria volta di centrare il “Grande Slam”, nel mentre alle altre compagini del Regno Unito non tocca altro che inchinarsi di fronte alla netta superiorità gallese, non possono esservi dubbi circa il fatto che l’edizione 1976 della più antica manifestazione rugbistica al Mondo passi alla Storia come “Il più sensazionale dei Grandi Slam” delle 123 occasioni in cui la competizione si è disputata.

E non può certo essere un caso, a conferma di ciò, se dei 10 giocatori gallesi che hanno sinora avuto l’onore di essere inseriti nella “International Rugby Hall of Fame”, ben cinque di essi – Gareth Edwards, JPR Williams (1997), Gerald Davies (’99), Mervyn Davies (’01) e Phil Bennett (’05) – abbiano fatto parte dei “XV che fecero l’impresa”, o no…?

 

AD ALBERTVILLE 1992 IL SALTO D’ORO DEL BAMBINO PRODIGIO TONI NIEMINEN

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Toni Nieminen ad Albertville 1992 – da chinadaily.com.cn

articolo di Nicola Pucci

Il ricordo torna indietro a quei giorni memorabili delle Olimpiadi di Albertville del 1992, quando nell’arco di poco più di un’ora Tomba e Compagnoni colsero entrambi l’oro infiammando un paese intero, quando Josef Polig e Gianfranco Martin sorpresero battendo tutti in combinata, quando lo sci di fondo annunciò al mondo il talento pieno di grazia di Stefania Belmondo e regalò al “vecchio” Giorgio Vanzetta la vetrina da campione di una carriera da gregario di lusso. Ma se volgiamo lo sguardo altrove e dimentichiamo per un attimo chi siamo e quale bandiera sventoliamo, ecco che ci vengono in soccorso alcune imprese che entrano di diritto nell’enciclopedia dello sport a cinque cerchi.

Spostiamoci, ad esempio, a Courchevel, dove un paio di anni prima, proprio in previsione dell’appuntamento olimpico, è stato costruito il Trampolino del Praz. Ed è proprio da quello HS 132 con punto K 120 (trampolino lungo) e da quello HS 96 con punto K 90 (trampolino normale) che un campione giovanissimo, ma già affermato, sta per librare con i colleghi più accreditati un paio di duelli in volo, forse addirittura tre, di rara intensità emotiva. Signori, diamo il benvenuto a Toni Nieminen, finlandese volante che ad Albertville fece la storia del salto con gli sci.

Occorre anticipare, caso mai ce ne fosse bisogno, che la Finlandia ha tradizione tra le più solide nella disciplina che obbliga l’atleta a trovare la perfetta sincronia tra stile e distanza completata. Senza bisogno di scomodare Antti Abram Hyvarinen, che a Cortina, nel 1956, fu il primo olimpionico del paese scandinavo a salire sul gradino più alto del podio nel trampolino lungo, i finlandesi sono altresì detentori del titolo olimpico nelle tre ultime edizioni dei Giochi, con Jouko Sihveri Tormanen a Lake Placid nel 1980 e con l’immenso Matti Nykanen a Sarajevo nel 1984 e a Calgary nel 1988, dove realizzò la doppietta imponendosi anche nel trampolino normale, come solo Veikko Kankkonen era riuscito a fare nel 1964 ad Innsbruck, quando questa seconda specialità venne introdotta. In più, la Finlandia è pure campione in carica della prova a squadre, andata in scena per la prima volta proprio quattro anni prima in Canada.

Ma torniamo a Nieminen, che nasce a Lahti il 31 maggio 1975 e scopre fin da ragazzino che con gli sci si può saltare lontano, e magari pure guadagnare in soldi e notorietà. Il talento è tanto naturale e raro che il giovane Toni viene impegnato appena tredicenne nelle selezioni per comporre la squadra che partecipa ai Mondiali proprio di Lahti del 1989, rimanendone escluso (anche perché gli avversari rispondono al nome di Nykanen, Puikkonen, Nykkola e Laakkonen). Siamo negli anni in cui l’evoluzione della disciplina porta ad adottare lo stile di salto con sci divaricati, a V, mandando in soffitta quello con gli sci paralleli di cui Nykanen è l’interprete più straordinario, e il passaggio di consegne trova in Nieminen il suo esecutore più raffinato.

Toni debutta in Coppa del Mondo nel marzo del 1991 con un 48esimo posto a Lahti, sempre lì, nel trampolino lungo, per poi migliorarsi nel corso dell’anno tanto che al secondo appuntamento, a Thunder Bay il 1 dicembre, conquista nel trampolino normale il primo di una serie di 10 vittorie complessive nel circuito maggiore. Che, come vedremo, saranno quasi totalmente distribuite nel biennio 1991/1992.

In effetti l’impatto di Nieminen con la tecnica innovativa è tale che il ragazzo, appena sedicenne, domina il lotto dei concorrenti imponendosi nel prestigioso Torneo dei Quattro Trampolini, che lo vedono vincere ad Oberstdorf, Innsbruck e Bischofshofen ed essere secondo a Garmisch alle spalle dell’austriaco Andreas Felder. Le altre quattro vittorie nel corso dell’anno a Lahti due volte, e dove sennò?, a Trondheim e ad Oslo, gli consentono di mettersi in bacheca la classifica finale di Coppa del Mondo, 269 punti contro i 229 dell’altro asburgico Werner Rathmayr, curiosamente pure lui, nel 1992, alla miglior stagione in carriera. Che chiama gli atleti al confronto olimpico di Albertville, che vale la gloria.

Torniamo dunque al Trampolino del Praz che apre i battenti il 9 febbraio, con la gara dal punto K 90. Nieminen è il logico favorito per la dimostrazione di forza e classe ostentata nel Torneo dei Quattro Trampolini, ma si trova a dover competere con l’agguerrita squadra austriaca che ha in Felder il rivale più temuto, in Heinz Kuttin il campione del mondo l’anno prima in Val di Fiemme, nell’altro emergente Martin Hollwarth, di un anno più anziano di Nieminen, l’aspirante primattore. Ma meglio di tutti loro salta stavolta Ernst Vettori, veterano che a metà anni Ottanta aveva dato la sua impronta vincente al volo con lo stile classico, poi in difficoltà nel passaggio alla nuova tecnica, infine di nuovo competitivo il giorno più importante. I due giovani virgulti, Hollwarth e Nieminen, comandano la classifica dopo il primo salto, rispettivamente con 116.8 e 112.3 punti, ma Vettori, provvisoriamente terzo, atterra ad 87,5 metri al secondo tentativo per 111 punti contro i 101.3 e 104.7 di Hollwarth e Nieminen, forse travolti dalla pressione, che retrocedono in seconda e terza posizione con complessivi 218.1 e 217.0 punti contro i 222.8 di Vettori che si mette al collo la medaglia d’oro.

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Nieminen sul podio olimpico – da mtv.fi

Nieminen medita vendetta, perchè è ovvio che non può proprio accontentarsi di vedersi battere dai rivali, e capita a fagiolo la prova a squadre, il 14 febbraio, che ha nella Finlandia i campioni olimpici in carica e nella stessa Austria la vincitrice della prova iridata in Val di Fiemme, quando le due formazioni diedero vita ad un duello serrato, risolto dal “Wunderteam” con un successo di misura. Ed anche ad Albertville il confronto tra le due Nazionali più accreditate è sul filo del rasoio, appassionando chi ha la fortuna di assistervi. L’Austria è in testa dopo la prima serie di salti, 331.2 punti contro 330.2, con la Cecoslovacchia non distante in terza posizione, seppur sia proprio Vettori a far peggio dei compagni e Nieminen faccia registrare la prestazione migliore, 120.2 contro i 117.9 di Hollwarth. La gara viene sospesa perchè i giudici temono per l’incolumità degli atleti, vista la lunghezza dei salti, ma una volta riprese le ostilità, l’Austria pare aver smarrito l’ispirazione, e un’altra prova di grande livello di Nieminen, che realizza 119.8 punti ben meglio dei 112.0 di Hollwarth e con Felder e Vettori ancora una volta lontani dai loro standard abituali, garantisce il sorpasso della Finlandia, che con 644.4 punti totali contro i 642.9 dell’Austria sale sul gradino più alto del podio. E Nieminen, che ha soli 16 anni e 261 giorni, diventa la più giovane medaglia d’oro olimpica della storia, primato che ad oggi nessuno più è riuscito neppure ad avvicinare.

Ma la storia d’oro di Nieminen non finisce certo qui, Anzi. Toni vuole, ardentemente vuole, anche l’oro individuale e il 16 febbraio l’appuntamento con la storia è fissato per la gara di maggior prestigio, ovvero quella del trampolino lungo.  Ancora una volta la tenzone si risolve in una sfida tra minorenni, Nieminen contro Hollwarth, con Kuttin terzo incomodo, mentre lo yugoslavo Franci Petek, campione del mondo in carica e che stavolta gareggia sotto la bandiera della Slovenia, naviga nelle retrovie. Al primo salto il campione finlandese è già davanti a tutti, 118.8 punti contro i 116.7 di Hollwarth per un atterraggio a 122 metri, e al secondo tentativo fa ancora meglio, librandosi altissimo nel cielo di Courchevel a planare senza sbavature a 123 metri, ben oltre i 116.5 del rivale austriaco, che vale un punteggio finale di 239.5 punti contro 227.3 che non ammette repliche: gli spettatori non credono ai loro occhi per una prestazione così scintillante, Toni Nieminen è il saltatore più forte del mondo e Albertville 1992 lo elegge re di Olimpia.

Credete voi che questo sia solo l’inizio di una carriera senza precedenti? Ed invece no. Certo, due anni dopo, nel corso delle prove ai Mondiali di Planica, in Slovenia, Nieminen diventa il primo saltatore della storia ad atterrare ufficialmente oltre i 200 metri (per l’esattezza 203, seppur qualche minuto prima ci sia riuscito Andreas “Andi” Goldberger che però appoggia la mano sulla neve e quindi il risultato non viene convalidato), ma l’aumento di peso dovuto al processo di crescita da ultimare per un ragazzo non ancora 17enne, che al ritorno in patria avrà bisogno della scorta della polizia per sostenere l’assalto delle ragazzine, e il progredire della concorrenza, ormai abile nell’utilizzo della nuova tecnica a “V“, relega Toni ai margini, che mai più sarà in grado di ripetere quell’exploit d’oro di Albertville.

Ma infine che importa? Chi salta con gli sci ha come miraggio la gloria olimpica, e quell’adolescente che attraversò il cielo, abbacinante come una stella luminosa, in una tarda mattinata di febbraio del 1992 ha raggiunto la sua meta. Ed è quanto basta perchè Toni Nieminen, bambino prodigio, appartenga alla leggenda dei saltatori d’oro.