I FRATELLI PANINI ED IL VOLLEY, UNA LUNGA STORIA D’AMORE

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Formazione Panini Modena seconda metà anni ’80 – da:modenasportiva.it

Articolo di Giovanni Manenti

 

Al di fuori delle metropoli, non sono rari in Italia i casi di città che si identificano con grandi Aziende che vi hanno la loro sede – a mero titolo esemplificativo, citiamo Ivrea con la Olivetti e Novara con la De Agostini – e Modena è uno di questi casi, fungendo da punto di riferimento per le celebri “Edizioni Panini Spa” che, a partire dagli anni ’60, hanno deliziato bambini ed, in seguito, schiere di collezionisti con le loro raccolte di figurine, inizialmente dei soli “Calciatori”, poi allargatesi anche ad altri settori.

Una famiglia, quella dei Panini, da sempre indirizzata verso lo Sport e che non ha voluto far mancare il suo concreto appoggio alla città abbinando il proprio nome ad una delle formazioni più vincenti in assoluto del panorama sportivo nazionale, vale a dire la squadra di Pallavolo modenese.

 

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La famosa Edicola della Famiglia Panini a Modena – da:comune.modena.it

 

Occorre ricordare come, nell’immediato secondo dopoguerra, Modena fosse la indiscutibile patria del Volley italiano, potendo contare ben tre squadre di vertice, la “Crocetta Villa d’Oro” (oggi “Villa d’Oro Pallavolo”, militante in Serie B2), la “Minelli” (scioltasi nel 1975 …) e la “Avia Pervia”, le quali si aggiudicano 11 titoli consecutivi (3 ciascuno la Crocetta Villa d’Oro e la Minelli, e 5 la Avia Pervia) di Campione d’Italia dal 1953 al ’63, anno in cui la Avia Pervia si scioglie per problemi economici ed il suo famoso Tecnico, Franco Anderlini, che l’aveva guidata alla conquista dei 5 Scudetti, passa alla guida della “Menegola”, la squadra dei Vigili del Fuoco di Modena, all’epoca militante in Serie B.

Con la fine dell’egemonia modenese e l’emergere di due nuove realtà quali la Ruini Firenze e la Virtus Bologna – che si dividono le vittorie nei successivi 5 Campionati nazionali – ecco che il maggiore dei quattro fratelli Panini, Giuseppe, decide di entrare nel mondo pallavolistico, fondando nel 1966, assieme al fratello Benito, il “Gruppo Sportivo Panni”, che rileva il titolo sportivo della Menegola e, con Anderlini in panchina, in soli due anni passa dalla Serie C alla Massima Divisione nazionale, ai cui vertici si era nel frattempo riaffacciata anche Parma, vincitrice del titolo nel 1969.

 

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La prima formazione della Panini nella stagione 1966.67 – da:modenavolley.it

 

Anderlini completa il proprio percorsa di crescita della formazione modenese – di cui, per quanto ovvio, le “Edizioni Panini” fanno da sponsor sulle maglie, divenendo, a tutti gli effetti, universalmente riconosciuta come “Panini Modena” – restando alla guida del sestetto sino al 1975, avendo modo di ingaggiare, nella prima metà degli anni ’70, epiche sfide con la “Ruini Firenze” (riduzione della completa denominazione di “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Otello Ruini”), nelle cui file spadroneggiano campioni e glorie della nazionale azzurra quali il palleggiatore Mario Mattioli, il centrale Erasmo Salemme e lo schiacciatore Andrea Nencini.

Ma Anderlini non è certo il tipo capace di farsi intimorire ed ingaggia, con il suo amico Aldo Bellagambi, Tecnico del sestetto fiorentino, una lotta all’ultimo set che vede la Panini Modena aggiudicarsi il suo primo titolo nel ’70, vincendo 21 gare sulle 22 in programma – unica battuta d’arresto, l’1-3 subito in terra toscana, restituito con un netto 3-0 in Emilia – mentre alla Ruini è fatale una seconda sconfitta per 3-1 patita a Parma, per concludere al secondo posto a sole due lunghezze di distanza, in un’epoca in cui non erano ancora previsti i Playoff.

E’ una formazione, quella messa in campo dal Tecnico modenese, che può contare sull’esperienza del 37enne palleggiatore cecoslovacco Josef Musil – Argento e Bronzo olimpico a Tokyo ’64 e Città del Messico ’68 con la propria Nazionale, nonché Campiona Mondiale a Parigi ’56 e Praga ’66 – e dell’universale Andrea Nannini, modenese di nascita, classe 1944, – che aveva debuttato con la Minelli e richiamato all’ovile da Anderlini dopo tre anni a Firenze e la conquista dello Scudetto ’68 con la Ruini – ai quali si aggiungono giovani promesse che diverranno cardini del Club e della Nazionale, quali i non ancora 20enni quali Paolo Montorsi, Stefano Sibani, Rodolfo Giovenzana e, soprattutto, il 17enne Francesco “Pupo” Dall’Olio, che veste per 12 stagioni consecutive la maglia gialloblù nel ruolo di orchestratore del gioco.

 

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Il cecoslovacco Josef Musil, regista del primo Scudetto – da:wikipedia.org

 

L’anno seguente, le parti si invertono nello stesso identico modo, con Ruini e Panini ad aggiudicarsi i rispettivi confronti diretti casalinghi, ma mentre per la formazione fiorentina quella resta l’unica sconfitta del torneo, i modenesi incappano in una seconda battuta d’arresto per 1-3 sul campo di Parma che costa loro il titolo, Scudetto di cui si riappropriano nel ’72 al termine di una appassionante sfida durata 22 giornate ed in cui le due formazioni non hanno rivali, concludendo la stagione a pari merito a quota 42 punti, “scambiandosi i favori” nei confronti diretti (3-1 per la Panini a Modena e 3-2 per la Ruini a Firenze), rendendo così necessario uno spareggio per l’assegnazione del titolo di Campione d’Italia.

Spareggio previsto dal regolamento, quantunque la Panini avesse concluso il Torneo con una migliore differenza set (65-12 rispetto al 64-15 dei suoi avversari), e che ha luogo a Roma il 31 marzo 1972 e si risolve con l’apoteosi per i gialloblù del Commendator Panini, che travolgono i malcapitati rivali con un 3-0 che non ammette repliche, come dimostrano i relativi parziali (15-13, 15-5, 15-10) che evidenziano come vi sia stata incertezza solo nel primo set.

In questo dominio, si inserisce un “terzo incomodo” nelle vesti della Lubiam Bologna, trascinata dal formidabile schiacciatore azzurro Giorgio barbieri, la quale “rompe le uova nel paniere” alle protagoniste dei Tornei precedenti, sconfiggendole entrambe sul parquet di casa, ma a risultare decisive – dato che la classifica avulsa parla di due vittorie e due sconfitte a testa nei confronti diretti tra le tre primattrici – figurano le battute d’arresto dei bolognesi per 2-3 a Trieste ed una ancor più inaspettata dei modenesi, per 1-3 in casa contro gli eterni rivali di Parma, così consegnando alla Ruini il suo terzo ed ultimo Scudetto della propria Storia.

Già, perché da metà anni ’70 anche il mondo del Volley inizia progressivamente ad evolversi, con l’arrivo di sponsor danarosi che offrono lucrosi contratti a giocatori che sino ad allora avevano giocato quasi per puro dilettantismo, e la prima a farne le spese è proprio la formazione fiorentina, che vede il proprio organico saccheggiato dalla formazione romana dell’Ariccia (in seguito Federlazio), che nell’estate ’73 tessera Mattioli e Salemme, ai quali l’anno successivo si aggiunge anche Nencini, determinando, di fatto, lo scioglimento del Club, poi materialmente avvenuto nel 1980.

Di questo cambio di scenario, con i Campioni d’Italia della Ruini addirittura retrocessi al termine della Stagione 1973-’74, ne approfitta la Panini per conquistare il suo terzo Scudetto in una Serie A allargata a 16 squadre e che si dimostra, per i motivi suddetti, più equilibrata, con Anderlini che vince il suo ottavo titolo da Allenatore con 46 punti – frutto di 23 vittorie su 26 incontri – e 6 di vantaggio sulla coppia Ariccia/Bologna.

 

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Una formazione della Panini anni ’70 – da:modenavolley.it

 

Ma anche per la Panini il periodo delle “vacche grasse” sta per concludersi, anche se, dopo l’addio di Anderlini nel ’75 (anno in cui lo Scudetto per la prima volta esce dal territorio Tosco-emiliano approdando nella Capitale con l’Ariccia in cui Mattioli ricopre la doppia funzione di Allenatore(giocatore), la “tradizione degli anni pari”, che vuole la Panini sempre vittoriosa in detti anni, si ripete anche nel ’76 quando, sotto la guida del polacco Edward Skorek – anch’egli nella doppia veste di Allenatore/giocatore – si aggiudica il suo quarto titolo, superando la Klippan Torino nello spareggio di Milano del 16 maggio ’76, con un eloquente 3-0 suggellato dai parziali di 15-12, 15-12, 15-5.

Le gerarchie, fatalmente, cambiano, con l’avvento delle ricordate grandi aziende (la Paoletti a Catania, la Robe di Kappa a Torino, la Santal (facente parte del Gruppo Parmalat) a Parma, e così via …) e per la Panini anche i tradizionali anni pari non portano più scudetti, mentre nei dispari, al massimo, si arriva secondi (nel ’79 ed ’81 alle spalle di Torino, e nel 1985 perdendo la Finale Playoff – instaurati dal 1982 – contro la Mapier Bologna), non risultando sufficienti, per il palato fine dei tifosi modenesi, le vittorie di 3 Coppe Italia (’79, ’80 ed ’85) ed i primi successi internazionali (Coppa delle Coppe ’80 e ben 3 Coppe CEV consecutive, dal 1983 al 1985).

Sono però queste affermazioni in campo europeo a cementare la forza di un Gruppo nel quale, dopo due anni a Milano ed uno a Modena, è rientrato Pupo” Dall’Olio, ora 32enne, ideale leader per un sestetto che, a partire dall’estate ’85, viene affidato al nuovo “guru” del Volley mondiale, vale a dire l’argentino Julio Velasco, sotto la cui guida, i gialloblù rompono un digiuno durato 10 anni, al termine di una stagione equilibratissima, che vede 5 squadre raccolte nell’arco di soli due punti (Bologna e Milano 36 punti, Modena, Parma e Falconara 34) al termine della “regular season”.

 

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Il Tecnico Julio Velasco – da:ilrestodelcarlino.it

 

Ma la forza di Velasco – come poi dimostrerà anche alla guida della Nazionale – è quella di saper tirar fuori il meglio dai suoi giocatori nei momenti chiave, ed i Playoff ’86 si dimostrano una passerella d’onore per i suoi ragazzi, che asfaltano Torino in semifinale in tre sole partite (3-0, 3-1, 3-1) ed analoga sorte tocca in Finale a Bologna che, pur avendo dalla sua il vantaggio del fattore campo, cede anch’essa in tre partite, pur ben più combattute, come dimostrano i risultati di 3-2, 3-1 e 3-2 a favore di Modena.

Si tratta del primo dei quattro Scudetti consecutivi vinti da Velasco nel quadriennio vissuto dal tecnico argentino a Modena prima di prendere in mano le redini della Nazionale, la cui prima Stagione è altresì completata dalla conquista di Coppa Italia e Coppa delle Coppe, avendo la possibilità di poter gestire quella che passerà alla storia come la “Generazione di Fenomeni”, composta, oltre che dal non più giovane Franco Bertoli, da Andrea Lucchetta (classe ’62), Fabio Vullo (’64), Luca Cantagalli (’65) ed un giovanissimo Lorenzo Bernardi, classe ’68, ai quali si affiancano, come stranieri, gli argentini Esteban Martinez (nell’anno ’86), Esteban De palma (anno ’87) e Raoul Quiroga (anni ’86 ed ’88), e l’americano Doug Partie nel 1989.

Squadra fortissima, d’accordo, ma non da meno è l’acerrima rivale di Parma (Santal sino al 1987, poi divenuta Maxicono a seguito della cessione del Club dal Gruppo Parmalat al Gruppo Motta), guidata a propria volta da un altro grande tecnico, Giampaolo Montali, e che nelle sue file annovera l’altra metà della “Generazione di Fenomeni”, composta da Marco Bracci, Andrea Zorzi, Claudio Galli ed Andrea Giani, prova ne siano gli esiti delle sfide nelle tre Finali Playoff vinte da Modena nel 1987 (0-3, 3-2, 2-3, 3-1, 3-0), ’88 (3-0, 1-3, 3-0, 0-3, 3-2) ed ’89 (1-3, 3-1, 3-0, 3-0).

 

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La Panini Modena Campione d’Italia 1988 – da:modenatoday.it

 

C’è un però, come in tutte le grandi famiglie, e quel però riflette la “maledizione della Coppa dei Campioni”, che aveva già visto trionfare la Klippan Torino nel 1980 (pur in assenza delle squadre sovietiche), nonché gli “odiati rivali” di Parma nel 1984 ed ’85, poi sconfitti l’anno successivo nella Fase finale disputatasi proprio nella città emiliana, subendo una clamorosa rimonta da 2-0 a 2-3 (parziali, 15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15) contro i formidabili Campioni del CSKA di Mosca.

E sono proprio gli stessi sovietici a negare per tre anni di seguito la gioia del successo a Velasco ed ai suoi ragazzi, imponendosi per 3-1 (15-8, 8-15, 15-7, 15-2) nel 1987 ad Hertogenbosch, in Olanda, cui fa seguito il netto 3-0 del 1988 a Lorient, in Francia ed il 3-1 (10-15, 15-12, 15-5, 15-4) nella Finale ’89, disputatasi in Grecia nella città portuale de Il Pireo.

Il distacco da Velasco, comporta un primo disimpegno da parte della Famiglia Panini, in cui vece subentra in qualità di sponsor la Philips, ed in panchina il croato Vladimir Jankovic, per una stagione che, nonostante il primo posto al termine della “regular season”, vede la formazione modenese cedere finalmente lo scettro – al quarto tentativo consecutivo – alla Maxicono Parma, venendo nettamente sconfitta in tre sole partite nella Finale Playoff, ma, al contrario, trionfare per la prima volta in Coppa Campioni, avendo la meglio, l’11 marzo ’90 ad Amsterdam, sui francesi del Frejus al termine di una combattutissima Finale, come dimostrano i parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9 a favore di Lucchetta & Co.

 

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Giuseppe Panini festeggia coi suoi ragazzi la Coppa Campioni ’90 – da:gelocal.it

 

Per i fratelli Panini è il giusto premio alla loro passione e generosità dimostrata rispetto ad una città che ha loro permesso di affermarsi a livello imprenditoriale, ma non possono più reggere il confronto con i colossi che sbarcano nel panorama del Volley nazionale, con Raul Gardini alla guida del “Messaggero Ravenna”, Berlusconi a costituire la “Polisportiva Milan/Mediolanum” ed il Gruppo Benetton a foraggiare il “Sisley Treviso“, tant’è che, come era accaduto 17 anni prima alla Ruini, la rosa gialloblù viene letteralmente “saccheggiata”, con Bertoli e Lucchetta a prendere la strada di Milano, Vullo si accasa a Ravenna, mentre Cantagalli ed il “gioiellino” Bernardi si fanno attrarre dalle offerte di Treviso.

E’ giunta quindi l’ora di passare la mano, evento che si formalizza nel ’93 con il passaggio delle quote societarie a Giovanni Vandelli, industriale nel settore delle ceramiche, grazie al quale il Club torna ai passati splendori tanto da mettere in fila ben tre Coppe dei Campioni consecutive, dal 1996 al ’98, ma è fuor di dubbio che, per ogni appassionato di Volley che si rispetti, la squadra di Modena resterà sempre e comunque solo la mitica “Panini” …

IGNAZIO FABRA, IL LOTTATORE SORDOMUTO CHE SALI’ SUL PODIO OLIMPICO

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Ignazio Fabra – da accademiascuderipalermo.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La lotta ha sempre riservato soddisfazioni all’Italia in sede olimpica. Senza dover scomodare Frank Chamizo, cubano naturalizzato azzurro che fu medaglia di bronzo nei pesi leggeri all’ultima edizione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016, possiamo menzionare Claudio Pollio, oro a Mosca nel 1980 sempre nella lotta libera, e le altre sei vittorie nella lotta greco-romana, ancor più favorevole ai nostri colori: dal pioniere Enrico Porro, che si impose nei pesi leggeri a Londra nel 1908, al milanese Giovanni Gozzi, sul gradino più alto del podio nei pesi piuma a Los Angeles nel 1932, dal piccolo colosso Pietro Lombardi, trionfatore nei pesi mosca a Londra nel 1948, alla doppietta nei pesi mosca leggeri di “Pollicino” Vincenzo Maenza, 1984 a Los Angeles e 1988 a Seul, per finire con il più contemporaneo Andrea Minguzzi, il migliore a Pechino nel 2008 nei pesi medi. Se a queste sette perle aggiungiamo quattro argenti e dieci bronzi, è certificato che la specialità che rimanda al mito di Milone è tra le più gettonate in casa Italia quando si parla di Olimpiadi. Ed un contributo sostanziale a questa messe di ottimi risultati è stato garantito anche da Ignazio Fabra.

Che nasce il 25 aprile 1930 a Palermo, sordomuto, per meritarsi in carriera il prestigioso riconoscimento di due medaglie d’argento olimpiche nella lotta greco-romana: ad Helsinki 1952 ed a Melbourne 1956, in entrambi i casi della categoria pesi mosca.

Avviato all’attività di lottatore dallo zio, Nino Calvaruso, che conduce il ragazzo, uno dei nove fratelli e sorelle di una famiglia numerosa, presso l’Accademia Pandolfini affidandolo alle cure del Maestro, quel Vincenzo Scuderi che in seguito avrebbe fondato la Polisportiva che è intitolata al suo nome, Fabra si disimpegna egregiamente alternando la greco-romana allo stile libero e diviene subito un protagonista della disciplina. Nonostante l’handicap che lo limita fin dal giorno in cui vide la luce, vince il suo primo titolo assoluto non ancora ventenne nel 1950 a Pavia, replicando poi l’anno dopo a Cagliari e affermandosi, nello stesso anno 1951, ai Giochi del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Ma quel che stuzzica l’appetito sportivo del lottatore siciliano è ovviamente l’appuntamento olimpico di Helsinki 1952. La sua categoria è quella dei mosca, in cui l’Italia può vantare il campione in carica Pietro Lombardi. Il direttore tecnico della Nazionale, Luigi Cardinale, punta però sull’ambizione a cinque cerchi del campioncino più giovane, dirottando Lombardi fra i pesi gallo (terminerà ottavo), e verrà ripagato con una meritatissima e prestigiosa presenza sul podio.

Fabra debutta vincendo con il francese Faure, per poi schienare l’egiziano Famzy e battere nell’ordine il rumeno Pirvulescu e lo svedese Johansson. Al turno finale Fabra sconfigge nettamente il finlandese Honkala, prima di venire a sua volta superato dal sovietico Boris Gurevich in una finale drammatica in cui l’azzurro male interpreta un segnale dei suoi tecnici Cardinale e Quaglia, va all’attacco e provoca la reazione dell’avversario che lo pone in ponte guadagnando in questo modo quel punto che gli regala la vittoria.

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Fabra sul secondo gradino del podio alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Fabra è però oramai ai vertici del mondo. Continua ad essere protagonista in patria (a fine carriera vanterà 10 titoli tricolori, di cui 7 in greco-romana e 3 in libera gareggiando inizialmente per i Vigili del Fuoco Caramanna di Palermo ed a fine carriera per l’Italsider, la casa di tanti lottatori) ed all’estero. Nel 1955, ai Campionati Mondiali di Karlsruhe in Germania, batte sei avversari di fila di cui 5 per atterramento e compie un’impresa mai ripetuta dal suoi pur bravi successori in azzurro, quella di conquistare il titolo iridato contro il sovietico Nail Garayev.

A questo punto è giunta l’ora di rinnovare la sfida olimpica, e l’anno dopo, 1956, a Melbourne, Fabra è il grande favorito nella corsa al titolo. Supera i turni eliminatori che lo vedono opposto al turco Egribas, all’americano Wilson, all’ungherese Baranya ed ancora Pirvulescu. Ma il girone finale gli è fatale, complice anche una distorsione al ginocchio, giungendo secondo alle spalle del sovietico Nikolay Solovyov che lo schiena, dopo aver superato ancora Egribas, con lo stesso risultato di 2-1 con cui si era imposto al primo turno.

Fabra sarà in gara anche a Roma nel 1960, chiudendo in quinta posizione nella gara infine vinta da quel Dumitru Pirvulescu tante volte suo indomabile rivale, per poi conquistare altre due medaglie d’argento iridate, a Toledo negli Stati Uniti nel 1962 battuto dal sovietico Sergey Rybalko e ad Helsingborg in Svezia nel 1963 sconfitto stavolta dallo yugoslavo Borivoje Vukov, per chiudere poi alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 ai piedi del podio, quarto alle spalle dell’immancabile Pirvulescu che gli soffia la medaglia di bronzo.

Sul piano tecnico fu un geniale innovatore, esprimendosi sempre con gesti di inimitabile spettacolarità e stilisticamente assolutamente all’avanguardia; dal punto di vista tattico il suo unico credo era l’attacco continuo e senza calcoli, sempre battagliero sia che fosse in vantaggio che in svantaggio: gli è mancato solo l’alloro ai Giochi, ma due argenti lo elevano al rango di campione.

OLANDA-ITALIA 1978 E QUEI DUE TIRI DA LONTANO CHE SORPRESERO ZOFF

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Una fase di gioco – da pinterest.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Olanda-Italia è una partita decisiva per accedere alla finalissima dei Mondiali in Argentina del 1978. Entrambe hanno battuto l’Austria e pareggiato con la Germania Ovest, dunque arrivano al match a quota tre punti. Agli “orange” basta il pari per qualificarsi, in virtù di una miglior differenza reti; l’Italia deve vincere. Nel primo tempo, gli azzurri segnano grazie ad un’autorete di Brands che nel tentativo di anticipare Bettega infila nella propria porta, e dominano la gara, non lasciando agli avversari neppure lo straccio di un tiro in porta. La partita sembra dunque nelle mani dell’Italia, ma nel secondo tempo incredibilmente le parti si capovolgono: l’Olanda pareggia subito con lo stesso Brands con un tiro da fuori area e poi controlla il gioco, l’Italia è incapace di rendersi pericolosa e la squadra di Happel procede spedita verso la finale, trovando anche la rete del 2-1 definitivo con un’altra conclusione da lontano di Haan che beffa Zoff, apparso incerrto.

Olanda: Schrijvers (pt 21′ Jongbloed) – Jansen, Krol, Brandts, Poortvliet – Haan, Neeskens, W. de Kerckhof – Rep (st 20′ van Kraay), R. de Kerckhof, Rensenbrink.
Italia: Zoff – Scirea – Cuccureddu, Gentile, Cabrini – Benetti (st 32′ Graziani), Zaccarelli, Tardelli – Causio (st 1′ C. Sala), Bettega – Rossi.

Primo tempo
5′ corner per l’Italia da destra, dopo un cross di Tardelli deviato. Palla in mezzo all’area, Rossi anticipa il suo marcatore e colpisce di testa, ma il pallone termina alto.
8′ Bettega a centrocampo lascia a Causio, lancio d’esterno, a sinistra, per lo scatto di Cabrini, che entra in area e calcia di prima intenzione, pallone alto. L’Italia è partita in modo più aggressivo.
10′ Neeskens perde un sanguinoso pallone nella propria trequarti, ne approfitta Causio che si invola verso la porta, prova a servire Rossi, ma Schrijvers esce e anticipa l’attaccante italiano.
11′ cross di Brandts dalla trequarti sinistra, Rensenbrink di testa, in tuffo, sfiora l’incrocio dei pali.
18′ splendida azione palla a terra dell’Italia, che sta giocando molto meglio. Bettega al limite pesca di prima Tardelli a sinistra, cross basso sul secondo palo che inganna tutta la difesa olandese, Causio manca di un niente il tapin vincente.
20′ GOL ITALIA Fallo di Brandts su Bettega sul fronte sinistro dell’attacco italiano. Punizione, la palla giunge ancora a Bettega che scambia con Benetti. Neeskens, per anticipare Rossi, svirgola all’indietro, si inserisce Bettega che è oramai solo davanti a Schrijvers, Brandts interviene in scivolata e infila clamorosamente la propria porta. Vantaggio meritato per l’Italia. Schrijvers nell’azione si fa male, esce in barella ed entra Jongbloed.
22′ fallo di Brandts su Rossi a metàcampo. Punizione, Tardelli tocca per Causio, lungo lancio in area, Krol respinge di testa a campanile, Rossi lo brucia e tocca sul secondo palo, grande riflesso di Jongbloed che riesce a deviare il pallone in corner.
23′ calcio d’angolo a destra per l’Italia. Causio scodella in mezzo all’area, la difesa olandese allontana, palla a Benetti, che si coordina e lascia partire una staffilata, Jongbloed abbranca in presa.
33′ prima, potenziale, occasione da gol per l’Olanda. Cuccureddu perde palla a destra, ne approfitta Neeskens, che suggerisce centralmente per Rep, palla immediata in area a Rensenbrink, che tira e colpisce il palo. L’arbitro però aveva fischiato un fuorigioco.
46′ punizione per l’Italia, Causio serve Cabrini, cross sul secondo palo, sponda aerea di Bettega per Rossi, colpo di testa e parata a una mano di Jongbloed. Anche in questo caso, però, l’azione era stata fermata per fuorigioco. Si chiude un primo tempo che ha visto l’Italia dominare in lungo e in largo. L’Olanda si è segnalata solo per un gioco molto duro.

Secondo tempo
3′ fallo del neo-entrato Claudio Sala su Haan a centrocampo. Punizione di Krol, lungo pallone in area, stacco imperioso di Neeskens, Zoff è costretto ad alzare in corner. L’Olanda ha cominciato il secondo tempo in modo più deciso.

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Il gol dell’1-1 di Brands – da gettyimages.com

5′ GOL OLANDA rimessa laterale a sinistra per l’Olanda, Poortvliet serve Krol, palla in area, la difesa italiana respinge, dopo una fase un po’ confusa Brandts scaglia un destro di inaudita potenza che si infila all’incrocio. Zoff sembra comunque un po’ sorpreso.
12′ fallo di Jansen su Rossi sulla trequarti. Cabrini batte per un compagno sul lato sinistro, cross, sponda di Bettega e tapin vincente di Rossi. Ma l’azione era ferma per fuorigioco.
25′ W. de Kerckhof riceve palla a sinistra, direttamente da una rimessa di Jongbloed, supera due italiani e dal limite prova a sorprendere Zoff sul primo palo, il portiere italiano è attento e neutralizza.
31′ GOL OLANDA Fallo di Benetti su W. de Kerckhof a centrocampo. Punizione di Krol, che tocca ad Haan, proiettile dalla trequarti, la palla sbatte sul palo e finisce in rete sorprendendo Zoff.
34′ Neeskens per Haan, da questi a sinistra per Rensenbrink, che ha spazio, si accentra, ma il suo tiro termina largo di un metro. L’Olanda ora ha preso fiducia.
36′ spunto di Neeskens, che entra in area sul lato destro, palla indietro a un compagno, tiro un po’ fiacco, Zoff para.
38′ Neeskens ruba ancora il tempo a Gentile, va via di forza, cross basso, Zoff anticipa tutti. Altro pericolo nato dai piedi sapienti di Neeskens.
39′ rimaessa laterale per l’Olanda a destra, cross in mezzo all’area, Scirea si addormenta, Rensenbrink lo anticipa e colpisce di testa in tuffo, Zoff abbranca in presa. L’Olanda vince e va in finale. L’Italia chiude in completa confusione un match che nel primo tempo sembrava poter far comodamente suo.

LE PAGELLE DELL’OLANDA
IL MIGLIORE NEESKENS 7: dopo un primo tempo difficile, in cui commette qualche errore di troppo (da uno di questi nasce anche il gol del vantaggio italiano), nella ripresa è l’assoluto trascinatore dell’Olanda. Quando lui sale di colpi, tutta la manovra ne trae beneficio. Ha piedi buoni, grande intelligenza tattica e un invidiabile senso del gioco e del collettivo. Dopo il maestro Cruijff, si conferma il più dotato della generazione d’oro olandese.
Haan 7: a centrocampo fa il suo senza mai risparmiarsi. Corona una prestazione tutta grinta e solidità con un gol meraviglioso, da lontanissimo, che sorprende Zoff e permette ai suoi di staccare definitivamente il pass per la finalissima.
Krol 6,5: nel primo tempo Paolo Rossi lo fa diventare matto. Nella ripresa, quando il baricentro dell’Italia si abbassa, lui può uscire palla al piede e dare manforte alle azioni d’attacco. Dalla sua rimessa laterale nasce l’1-1, dalla sua punizione battuta corta ad Haan il 2-1.
Rensenbrink 6: sfiora due gol di testa, nel primo tempo la mira è imprecisa, nella ripresa è bravo Zoff. Gioca molto al servizio della squadra, arretrando e preferendo usare la sciabola del fioretto.
Rep 5,5: un po’ fuori dal gioco, non trova mai il tempo e lo spazio per fare male. Sostituito a metà ripresa.

LE PAGELLE DELL’ITALIA
IL MIGLIORE ROSSI 6,5: regge praticamente da solo il peso dell’attacco italiano. Nel primo tempo è un assoluto rebus per Krol e compagni, sguscia via da tutte le parti, e crea non pochi pericoli. Nella ripresa è lasciato da solo a lottare contro la difesa schierata, ma non si tira mai indietro.
Causio 6,5: sostituzione inspiegabile, a meno che non si sia trattato di problemi fisici. Per un tempo, fa ammattire la difesa olandese, con lanci, aperture e assist al bacio. Poi entra Claudio Sala al suo posto e l’Italia smarrisce tutto lo spirito d’iniziativa della prima frazione. Solo un caso?
Bettega 6: propizia la rete del vantaggio e lotta su tutti i palloni come un leone. Anche lui nel primo tempo è assolutamente dominante, poi cala come il resto dei compagni.
Scirea 6: commette una sola leggerezza, nel finale quando si fa bruciare da Rensenbrink a risultato oramai acquisito. Per il resto, organizza con sagacia e qualità il reparto, tentando a volte anche di salire senza palla per dare una mano nella costruzione del gioco.
Zoff 5,5: sulle conclusioni ravvicinate è sempre attentissimo. Da lontano si lascia però sorprendere dai tiri di Brandts e Haan. Sul primo, soprattutto, sembra sulla traiettoria, ma il pallone va più veloce e lo passa, senza lasciargli scampo.
Gentile 5,5: solido e preciso con la difesa schierata. Ma quando viene puntato nell’uno contro uno, in particolar modo da Neeskens, va sempre in difficoltà.
Tardelli 5,5: dopo un primo tempo su ottimi livelli, nella ripresa va in totale sofferenza al pari degli altri due compagni di reparto (Benetti e Zaccarelli), non riuscendo più a garantire supporto nelle due fasi di gioco.

URSS-UNGHERIA ED “IL BAGNO DI SANGUE” DI MELBOURNE ’56

 

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Zador scortato dalla Polizia – da:nbcolympics.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Se le Olimpiadi del 1956 si fossero svolte nel tradizionale periodo estivo di luglio/agosto, la storia che oggi andiamo a raccontare non avrebbe potuto avere come palcoscenico la rassegna a cinque cerchi, ma l’assegnazione dei Giochi alla città di Melbourne aveva fatto sì che, svolgendosi la manifestazione nell’emisfero australe, la stessa avesse luogo dal 22 novembre al 7 dicembre del medesimo anno.

Giochi che vengono preceduti, a livello internazionale, da un evento che sconvolge la mente e gli ideali di molte persone del pianeta, le quali avevano guardato con simpatia, se non addirittura con ammirazione, alla svolta comunista dell’area sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ancor più convinti dopo la morte di Stalin, personaggio sicuramente ben poco democratico quanto a metodi persecutori e repressivi.

Questo cambio di direzione politica, con l’avvento di Nikita Krusciov quale Segretario del PCUS, induce il Primo Ministro ungherese Imre Nagy ad avviare un processo di liberalizzazione non gradito alle autorità sovietiche che lo destituiscono riproponendo in sua vece il predecessore Mtyas Rakosi, appartenente alla “vecchia guardia stalinista”, un avvicendamento che determina la ferma, contraria, presa di posizione da parte del movimento studentesco.

Ed è proprio nel pomeriggio del 22 ottobre ’56 – singolarmente ad un mese esatto dall’apertura dei Giochi di Melbourne – che, da una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti a sostegno dei loro coetanei della città di Poznan, in Polonia, che avevano visto una loro protesta violentemente repressa dal Governo, nasce una vera e propria rivolta alla quale si uniscono i cittadini della capitale Budapest e che, in pochi giorni, assume una vasta scala a livello nazionale, con milioni di ungheresi a sostenerne la causa, ottenendo il controllo di molte Istituzioni e su larga parte del territorio, consentendo il reintegro di Nagy quale Primo Ministro, il quale accoglie gran parte delle richieste dei dimostranti.

 

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Un’immagine della rivolta – da:gettyimages.com

 

In questo scenario, il gruppo di atleti ungheresi selezionati per le oramai prossime Olimpiadi viene alloggiato in un impianto alla periferia di Budapest, ma abbastanza vicino per sentire i rumori degli spari, domandandosi quale possa essere il loro futuro, sia come cittadini che come sportivi, e sul secondo punto la risposta giunge da Nagy, il quale dichiara il 30 ottobre che devono partire per l’Australia, dove rappresenteranno un Paese libero.

Nagy richiede il sostegno della comunità internazionale nella instaurata lotta per l’indipendenza dal giogo sovietico, ma contro di lui si mette anche il destino, con l’avvio della “crisi di Suez”, iniziata il 29 ottobre con l’occupazione militare del Canale di Suez da parte di Francia, Gran Bretagna ed Israele che, data l’importanza strategica del sito, distrae le Grandi Potenze dalla vicenda magiara, in ordine alla quale, comunque, il neo Primo Ministro prosegue per la sua strada, facendo uscire il proprio Paese dal “Patto di Varsavia” e dichiarando la volontà dell’Ungheria di ottenere la propria indipendenza.

Gli atleti ungheresi partono dunque verso l’Australia – in un tortuoso viaggio via terra della durata di ben tre settimane – con la convinzione che la rivoluzione abbia avuto successo, senza riuscire ad avere più notizie sino al loro arrivo in Oceania, allorquando apprendono dalla stampa locale, tramite Miklos Martin, l’unico rappresentante della Delegazione in grado di capire e parlare l’inglese, che il Paese era stato invaso dalle truppe sovietiche, la rivolta sedata nel sangue e che almeno 3mila persone erano morte negli scontri, mentre Nagy viene arrestato proprio il 22 novembre, giorno della Cerimonia inaugurale dei Giochi, dai quali, per protesta rispetto alla vicenda ungherese, si ritirano Spagna, Svizzera ed Olanda, mentre, per la cronaca, Egitto, Iraq e Libano boicottano la manifestazione in ordine alla citata crisi di Suez.

 

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L’intervento dei carri armati sovietici a sedare la rivolta – da:cnn.com

 

Occorre, adesso, fare un passo indietro per quanto attiene al Torneo di Pallanuoto, disciplina in cui gli ungheresi sono maestri, essendosi laureati Campioni Olimpici a Los Angeles ’32 e Berlino ’36, per poi abdicare di fronte all’Italia a Londra ’48, ma riprendendosi immediatamente lo scettro ad Helsinki ’52, prima edizione dei Giochi a cui partecipa anche l’Unione Sovietica, che conclude in una deludente settima posizione avendo, nel corso del torneo stesso, subito una sconfitta per 5-3 contro i magiari.

Per cercare di ridurre il “gap” tra le due formazioni, la Federazione sovietica adotta un sistema alquanto inusuale, attuabile solo in virtù della propria egemonia politica, vale a dire assistere e far partecipare i propri atleti ai metodi di allenamento degli ungheresi, in quanto, come sottolineato da Viktor Ageyev, membro della squadra sovietica, “all’epoca, essi erano i nostri idoli, ci erano nettamente superiori ed io mi chiedevo come potessimo mai fare a batterli”.

Un’ingerenza, che la Federazione ungherese deve subire “obtorto collo”, e che, come facilmente immaginabile, non è per niente gradita dai giocatori, tra i quali Istvan Hevesi tiene a ricordare, in tono alquanto sarcastico, come “(i sovietici) prendessero nota di qualsiasi cosa noi facessimo, ripetendola perfettamente identica il giorno successivo, non facevano altro che copiarci”.

In preparazione del Torneo Olimpico, le due squadre hanno anche occasione di misurarsi in acqua in due incontri amichevoli (si fa per dire …), di cui il primo, disputatosi a Mosca, e vinto dai padroni di casa grazie ad alcune controversi ed a loro favorevoli decisioni arbitrali, si conclude con una memorabile rissa negli spogliatoi, mentre al secondo, stavolta svoltosi in Ungheria, gli spettatori non trovano di meglio che volgere la schiena alla squadra sovietica al suo ingresso in piscina, nonché di coprirne con una selva di fischi assordanti l’esecuzione dell’inno nazionale.

 

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La Formazione ungherese – da:waterpololegends.com 

 

Ce ne sarebbe già più che a sufficienza per creare la “giusta atmosfera” in occasione di una eventuale sfida in sede olimpica, ma è certo che la repressione nel sangue della rivolta di ottobre esaspera ancor più gli animi, con gli atleti ungheresi che cercano di sfruttare a proprio vantaggio il panorama della rassegna a cinque cerchi per divulgare al mondo intero l’enorme difficoltà psicologica con cui stanno affrontando la manifestazione.

Da un punto di vista strettamente tecnico, l’Ungheria aveva messo a punto, su suggerimento del proprio giocatore Kalman Markovitz, un sistema di marcatura a zona completamente rivoluzionario per l’epoca, ma che stava dando i suoi frutti, visto che nel girone eliminatorio i suoi compagni non avevano avuto difficoltà alcuna a travolgere (per 6-1 e 6-2 rispettivamente) Gran Bretagna e Stati Uniti, confermando poi la validità dello schema infliggendo due paritetiche sconfitte per 4-0 a Germania ed Italia nel Girone finale a sei squadre.

Alla penultima giornata, la Classifica vede l’Ungheria al comando a punteggio pieno con 6 punti, seguita dalla Jugoslavia a 5 (in virtù di un inopinato pareggio per 2-2 con la Germania) e l’Unione Sovietica a quota 4, a causa della sconfitta per 2-3 patita contro gli slavi nel Girone eliminatorio, quando le due rivali scendono in acqua quel fatidico 6 dicembre ’56 per una gara che, per i sovietici, rappresenta la classica “ultima spiaggia” se vogliono alimentare residue speranze di laurearsi Campioni olimpici.

Per molti componenti la squadra magiara, il lato sportivo riveste un’importanza secondaria rispetto al desiderio di vendetta per i fatti avvenuti in Patria, come non nasconde, senza mezzi termini, lo stesso Hevesi “ci hanno sparato addosso, questi bastardi, alimentando dentro di noi il fuoco della vendetta che ci permetterà di non dar loro scampo …!!”.

 

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La Piscina Olimpica di Melbourne – da:heraldsun.com.au

 

 

L’ambiente intorno alla piscina è di per sé abbastanza teso, vista l’attesa che gravita intorno al match, con le tribune gremite da oltre 5mila spettatori, larga parte dei quali costituita da membri della comunità ungherese di Melbourne, giunti per dare supporto ai propri atleti, i quali, dal canto loro, sentono di avere un compito extra sportivo da portare a termine, come riconosce Ervin Zador, il quale sarà poi il protagonista della “scena madre” passata alla storia, “sentivamo che avremmo giocato per l’intero nostro Popolo, gli ungheresi emigrati in Australia nutrivano una profonda ostilità verso i sovietici per tutto ciò che avevano fatto al nostro Paese a partire dal 1945 e l’atmosfera era effettivamente surriscaldata”.

Ma Zador è anche consapevole della superiorità tecnica sua e dei suoi compagni e non intende cadere nella trappola costituita da eventuali provocazioni avversarie, in quanto l’obiettivo è quello di confermare il titolo conquistato ad Helsinki, e, pertanto, ammonisce gli altri componenti la squadra “cerchiamo di capire quale è il loro atteggiamento, se iniziano ad innervosirsi ed a picchiare, allora non giocheranno bene, e se non giocano bene noi li sconfiggeremo facilmente, a condizione di mantenere i nervi calmi”.

Il piano funziona, meno di un minuto dall’inizio dell’incontro ed un giocatore sovietico è già espulso, come in seguito avviene per altri due suoi compagni (ed altrettanti in casa magiara), ma, nel frattempo l’Ungheria si è portata in vantaggio grazie ad un rigore di Gyarmati fatto ripetere due volte – il che contribuisce ad irritare ancor di più gli avversari – per poi dilatare a dismisura il vantaggio grazie ad altre tre reti realizzate da Karpati, Zador e Bolvari che portano il punteggio sul 4-0, mentre dall’altro lato la difesa si dimostra insuperabile.

 

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Una fase del match – da:pinterest.com

 

Ed è a questo punto, con la vittoria ormai in tasca, che gli ungheresi iniziano a provocare gli avversari al suono di “Voi, sporchi bastardi, siete venuti a bombardare il nostro Paese”, al che i sovietici replicano dando dei “traditori” ai rivali, così che i “corpo a corpo” hanno avvio sopra e sotto il livello dell’acqua, quando, a 2’ dalla fine, viene chiesto a Zador di prendersi cura di Valentin Prokopov, senza alcun dubbio il giocatore di maggior talento della formazione sovietica.

Zador accetta di buon grado, non mancando di “ricordare” al suo avversario come non sia “altro che un perdente, la gara sta finendo e tu non fai altro che cercare scuse …”, ed altre amenità del genere, il che provoca la reazione di Prokopov, il quale, esasperato, non trova di meglio che colpire proditoriamente con un pugno l’ungherese al sopracciglio destro, provocandogli un taglio profondo da cui sgorga sangue a fiotti, così colorando di rosso l’acqua della piscina.

 

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Zador insanguinato – da:dailymail.co.uk

 

Apriti Cielo, parte del pubblico, seduto a circa due metri dall’episodio, scavalca le transenne intendendo farsi giustizia sommaria, e buon per tutti che le forze di Polizia, allertate per l’occasione, riescano ad intervenire tempestivamente bloccando i più esagitati e consentendo così al malcapitato arbitro svedese di porre fine all’incontro, con l’Ungheria che, il giorno appresso – pur con Zador impossibilitato a scendere in acqua per la ferita riportata – riesce a sconfiggere la Jugoslavia per 2-1 nell’ultimo, decisivo incontro del Girone, confermando il titolo di campione olimpico.

 

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Gli ungheresi festeggiano l’oro con Zandor incerottato – da:pinterest.com

 

Nel clima imperante di “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Usa ed Urss, è sin troppo ovvio che la foto di Zador sanguinante all’uscita dall’acqua venga strumentalizzata, dal che la partita viene etichettata dai media americani come “The Blood in the Water” (“Acqua color Sangue”) ed, in ogni caso, metà dei componenti della squadra ungherese richiedono asilo in Australia, piuttosto che affrontare le incertezze che presenterebbe loro il ritorno in Patria.

Zador, il più o meno involontario protagonista dell’evento ed all’epoca appena 21enne, opta viceversa per un trasferimento negli Stati Uniti, a San Francisco, dove, peraltro, abbandona poco tempo dopo la pallanuoto agonistica stante il mediocre livello di tale disciplina negli “States” per dedicarsi al ruolo di allenatore di nuoto, circostanza che gli consente di avere un ultimo contatto con la Gloria Olimpica, potendo vantarsi di avere fatto crescere, nel corso degli anni ’60, un talento che risponde al nome di Mark Spitz.

Nel 2006, per commemorare il 50esimo anniversario della fallita rivoluzione ungherese, Quentin Tarantino e Lucy Liu hanno prodotto un documentario Usa dal titolo “Freedom’s Fury” (“La violenza della Libertà”), della durata di 90’ contenente anche l’episodio incriminato, il quale è altresì inserito nel film di produzione ungherese “Children of Glory”, uscito nel medesimo anno per la regia di Krisztina Goda.

AARON KRICKSTEIN, IL TENNISTA PRECOCE CRESCIUTO CON BOLLETTIERI

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Aaron Krickstein – da dailyherald.com

articolo di Nicola Pucci

Nell’agosto del 1983 Aaron Krickstein ha da pochi giorni compiuto 16 anni. Nato ad Ann Arbor il 2 agosto 1967, nel Michigan, da famiglia ebrea, è un predestinato al successo, se è vero che fin dall’adolescenza ha collezionato una serie senza precedenti di vittorie. Ad esempio, difendendo i colori della University Liggett School ha messo in fila ben 56 partite senza sconfitta; nel 1982 è stato campione americano under 16, per poi mettersi in bacheca anche il titolo nazionale tra gli under 18 l’anno successivo. Insomma, Nick Bollettieri, che a Bradenton, in Florida, ha messo in piedi l’accademia che avvia e forgia al tennis corri-e-tira i campioni del domani, lo prende sotto la sua ala protettrice e lo presenta al mondo dei grandi nell’edizione 1983 degli US Open, nel catino di Flushing Meadows.

E qui nasce la nomea di Krickstein nuovo prodigio del tennis stelle-e-strisce, in antitesi a Jimmy Arias, altro prodotto dell’accademia di Bollettieri, di tre anni più anziano e già affermato con il successo a Roma in primavera e una striscia importante di risultati nell’estate americana che precede lo Slam newyorchese. Aaron entra in tabellone beneficiando di un invito degli organizzatori, in virtù proprio del successo ai campionati nazionali, e non tradisce le attese. Mobilissimo da fondo, tatticamente intelligente e in possesso di un dritto esplosivo, Krickstein debutta nel tennis che conta battendo al primo turno un giovanotto scandinavo che farà strada, ma proprio tanta, un certo Edberg, che cede il passo 7-6 al quinto set in una sfida drammatica, per poi demolire il carneade Scott Lipton in tre rapidi set ed incrociare Vitas Gerulaitis, uno che a New York ha fatto finale nel 1979. L’incontro è appassionante, e già come con “Stefanello“, Krickstein evidenzia quello che sarà il suo marchio di fabbrica lungo tutto l’arco della carriera, ovvero la capacità di dare il meglio quando le sfide si allungano, tanto da chiudere l’attività agonistica con un clamoroso record di 27-8 negli incontri decisi al quinto set. Fatto è che con Gerulaitis Aaron va sotto 3-6 3-6, rimonta 6-4 6-3 per poi recuperare da 2-4 al quinto per imporsi infine 6-4, successo che lo proietta agli ottavi. Qui la corsa si ferma contro Yannick Noah, troppo più forte ed esperto, che si impone 6-3 7-6 6-3, ma Krickstein ha mostrato doti non comuni e il tennis di pressione da fondocampo, imposto a giovani bellimbusti in età precoce, diventa un fattore dominante del tennis americano.

In effetti il ragazzo del Michigan entra nel grande giro dalla porta principale, protagonista nel primo Slam disputato e cogliendo già un paio di primati che ancor oggi resistono all’incalzare del tempo: a Tel Aviv, ad ottobre, diventa il più giovane vincitore di un torneo del circuito maggiore, battendo all’atto conclusivo il tedesco Christoph Zipf, 7-6 6-3, per poi l’anno successivo infiltrare la top-ten della classifica mondiale in nona posizione il 13 agosto 1984, a 17 anni e 11 giorni. Ce n’è abbastanza, dunque, per legittimare le speranze che gli americani ripongono in Krickstein, per il dopo-Connors e il dopo-McEnroe, ma le cose, come vedremo, non andranno proprio così.

In effetti Aaron è un eccellente giocatore di pressione, dotato appunto di un colpo di sbarramento sicuramente penetrante e affidabile come il dritto, rovescio bimane e un servizio appena sufficiente, ma per guadagnare le prime posizioni del ranking ci vuole qualcosa di più. Soprattutto, bisogna confidare nell’appoggio della dea bendata. Cosa, ahimè, che manca a Krickstein, visto che gli infortuni limitano il potenziale del giovanotto che troppo spesso è costretto in infermeria, piede, polso o ginocchia che siano. Ciò non gli impedisce, ovviamente, di diventare lottatore indomabile che proprio nei tornei dello Slam riesce a dare il meglio, soprattutto agli amati US Open dove è nei quarti nel 1988, battendo ancora Edberg in cinque set prima di arrendersi a Darren Cahill, e in semifinale nel 1989, sconfitto da Becker, che lo ferma ai quarti anche nel 1990. Proprio ad inizio stagione, il 26 febbraio, raggiunge il suo best ranking in carriera, numero 6, e può infine vantare in bacheca nove tornei all’attivo, che lo innalzano al rango di giocatore di buon livello.

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Krickstein e Connors agli US Open 1991 – da spaziotennis.com

Krickstein resta nel circuito fino al 1996, quando una sequenza di 12 sconfitte consecutive lo convincono che l’usura ormai ha piegato, per sempre, il suo corpo e ridotto all’impotenza il suo gioco fatto di corse e recuperi. Rimangono allora negli occhi di tutti la finale a Montecarlo nel 1992, quando Aaron, su una superficie a lui sicuramente congeniale ma mai praticata con assiduità, prediligendo il cemento, batte lo stesso Becker, Chesnokov e Prpic prima di arrendersi a Muster, 6-3 6-1 6-3; la semifinale agli Australian Open del 1995, con l’ennesimo successo al quinto set con Edberg agli ottavi e la sconfitta per ritiro con Agassi; comunque due presenze agli ottavi di finale a Wimbledon, nel 1989 e nel 1995; soprattutto, Krickstein, con la complicità determinante di Jimmy Connors, suo buon amico in passato e da quel giorno non più gradito, regala all’enciclopedia del tennis la memorabile sfida degli US Open del 1991: da un lato, appunto, il 24enne Aaron, dall’altra il 39enne Jimbo, che infiamma il pubblico, lo trascina dalla sua parte in preda al furore agonistico, infine si impone, in un’altalena di punteggio, 7-6 al quinto set negando a Krickstein il quarto di finale con l’olandese Haarhuis.

Quel match è l’emblema di quel che è mancato a Krickstein per fare il balzo definitivo da bimbo-precoce a campione: quando i grandi acceleravano, lui rimaneva sui blocchi. E così, il pupillo di Bollettieri, si è dovuto accontentare di essere il primo dei secondi.

HEINI HEMMI E IL GIGANTE D’ORO A SORPRESA AD INNSBRUCK 1976

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Heini Hemmi in azione – da cardcow.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare dal prima, con qualche buon risultato al debutto in Coppa del Mondo nel gennaio 1970 (quinto in slalom a Wengen e quarto in gigante a Kranjska Gora) e la lunga eclisse prima del podio a Mount Garibaldi nel marzo 1975 nel gigante vinto da Ingemar Stenmark, o da quel che ottenne poi, ad esempio le quattro vittorie tutte inderogabilmente tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci (Mont Sainte Anne, Val d’Isere, Ebnat-Kappel e sulla Kuonisbergli di Adelboden) con il corollario nel 1977 della coppetta di specialità: Heini Hemmi sarà sempre e solo l’elvetico che alle Olimpiadi di Innsbruck del 1976 azzeccò il colpo della vita privando l’Italia di una vittoria che pareva sicura e infliggendo alla “Valanga Azzurra” una dolorosissima sconfitta.

Innsbruck, dunque, lunedì 9 e martedì 10 febbraio. Già, perchè sono i tempi in cui il gigante si disputa in due giorni. La pista “Hoadl-Mittelstation” di Axamer Lizum, teatro dell’evento a cinque cerchi, è tosta, insidiosa, piena di trabocchetti e cambi di pendenza che rendono difficile trovare il ritmo. Nondimeno, per la prima discesa tracciata dall’austriaco Ernst Hinterseer, padre di Hans che è l’alfiere di casa più acclamato, i favoriti rispondono al nome di Gustavo Thoeni e Ingemar Stenmark, dioscuri non solo della specialità ma dell’intero panorama sciistico internazionale, che in stagione hanno dominato le gare di Val d’Isere, Adelboden e Zwiesel, con gli altri due azzurri Piero Gros, tre volte a podio, e Franco Bieler, vincitore a Morzine, e lo svizzero Engelhard Pargätzi, primo a Madonna di Campiglio e terzo sulle nevi di casa di Adelboden, pure loro in corsa per una medaglia. Completano il lotto dei pretendenti ad un posto sul podio l’altro svizzero Ernst Good, che con Pargätzi completò la doppietta rossocrociata sulla 3-Tre, e lo stesso Hans Hinterseer, con Fausto Radici che è il quarto uomo a difendere il tricolore, con Klammer che gareggia con il pettorale numero 13 puntando alla combinata e con l’esordio in una grande rassegna di un giovanotto non ancora 19enne, americano, che in futuro farà parlar di sè, Phil Mahre, e che pur essendo qui più per imparare che per impartire lezioni, chiuderà in una onorevolissima quinta posizione. Di Heini Hemmi, ad onor del vero, nessuno pare preoccuparsi troppo.

Ma torniamo ai nostri campioni, che danno vita ad una sfida sorprendente nel gioco che vale la gloria olimpica. Good è il primo a scendere, e sul tappeto ghiacciato sfrutta l’occasione lasciando correre gli sci per fermare il cronometro sul tempo di 1’44″60. Bieler, subito dopo, ne testa la prova, e il ritardo accusato al traguardo, 1″49, certifica la buona prova dell’elvetico che seppur senza fiato all’arrivo è sicuramente in corsa per un piazzamento di prestigio. E’ la volta di Thoeni, e il campione di Trafoi non tradisce le attese. Scia pulito, lavora di spigolo, è dietro di quasi un secondo all’intermedio ma nella seconda parte di manche innesta il turbo e col tempo di 1’44″19 balza al comando. Si attende la discesa del rivale più temibile, ovviamente Stenmark, nel frattempo nel disinteresse generale o quasi piomba al traguardo proprio Heini Hemmi, che si piazza alle spalle del compagno di squadra Good con un ritardo di 1″22 che sembra escluderlo dai giochi per la vittoria finale. Appunto, sembra, ma la seconda manche riserverà una clamorosa sorpresa, anche perchè al round finale “Ingogiunge con un passivo pesante e assolutamente imprevedibile alla vigilia, ben 2″32 da Gustavo, complice una prova in cui lo svedese si limita a scendere a valle senza prendere il benchè minimo rischio sul fondo traditore. Meglio di lui fa Mahre, ad 1″32 da Thoeni, e Gros, che dal connazionale al comando è invece attardato di 1″50. Insomma, c’è da esser fiduciosi per la prestazione di Thoeni e Mario Cotelli, mentore della “Valanga Azzurra“, gongola sotto i baffi, anche perchè il nemico giurato è lontano e non sembra in grado di ribaltare il risultato.

Ed invece… ed invece 24 ore dopo, succede il finimondo. Il ghiaccio vivo del tracciato incute rispetto, ma ancor più del manto a preoccupare è il profilo disegnato dall’allenatore degli svizzeri, Peter Franzen, che ha disseminato lungo i 1.200 metri di pista ben 73 porte, assolutamente ravvicinate tra loro. Il che va tutto a discapito di un ritmo armonico, tanto caro a Thoeni e agli altri gigantisti più tecnici, favorendo altresì i due elvetici che stazionano alle spalle di Gustavo, Good ed Hemmi, oltre a Pargätzi che è provvisoriamente sesto, che hanno l’occasione per cogliere qualcosa di prezioso. Proprio Pargätzi, autore di una buona discesa, fa segnare il miglior tempo, 3’28″76, preannunciando quel che sarà la riscossa rossocrociata di una stupefacente seconda manche. Che, invece, dice male agli italiani, con Gros che, in vantaggio all’intermedio, deraglia e dice addio ai sogni di gloria (si rifarà qualche giorno dopo cogliendo l’oro in slalom). Il bello, però, deve ancora venire, e se a Stenmark riesce quel che non gli era riuscito nella prima manche, ovvero sciare come sa, guadagnando la prima posizione provvisoria con il tempo di 3’27″41, il barbuto Heini Hemmi, scricciolo di 163 centimetri per 60 chilogrammi, danza con destrezza ed efficacia tra le porte che più che un gigante sembrano uno slalom speciale ed al traguardo ha l’onore di star davanti di 44 centesimi a Ingemar.

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Il podio olimpico – da rtr.ch

Gustavo Thoeni e Ernst Good sono i due ultimi baluardi che possono negare ad Hemmi la gioia inattesa della medaglia d’oro. L’uno, l’azzurro, consapevole di una superiorità tante volte attestata, l’altro, il collega di bandiera, che ha pure lui davanti alle punte degli sci l’occasione della carriera. Succede allora quel che non ti aspetti, ovvero un Gustavo impacciato, che non riesce a sintonizzarsi con il tracciato stretto, reso infido dal ghiaccio e dalle angolature forse eccessive, che subisce piuttosto che aggredire i pali e che infine, quasi senza rendersene conto, accusa un ritardo abissale, 70 centesimi, che lo fanno scivolare in terza posizione alle spalle dello stesso Hemmi e di Stenmark. Medaglia di bronzo che poi, di lì a qualche minuto, per l’azzurro diventa un amaro quarto posto quando Good, simile nella sciata ad Hemmi, resta alle spalle del compagno per 20 centesimi, nondimeno completando una clamorosa doppietta in casa Svizzera.

Immaginabile la gioia di Heini Hemmi, il piccoletto sbucato dal nulla, che bissando in bella copia quel che seppe fare quattro anni prima a Sapporo lo spagnolo Ochoa in slalom, beffa re Gustavo e si guadagna un posto nell’Olimpo. Neanche fosse facile…

DEBBIE MEYER, LA “BAMBINA PRODIGIO” DEL NUOTO USA

 

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Debbie Meyer in allenamento a Messico ’68 – da:google.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, il Nuoto è una disciplina dove per emergere occorre iniziare la relativa pratica sin dalla più tenera età, non essendo rari – anzi tutt’altro, in particolare in campo femminile – i casi di adolescenti che si affermano ai più alti livelli in campo internazionale, ultimo esempio quello dell’americana Katie Ledecky, la quale, dopo aver vinto il suo primo Oro olimpico a Londra ’12 all’età di 15 anni, può oggi contare, a 20 anni da poco compiuti, qualcosa come 14 successi individuali tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, nella specialità dello stile libero.

Ma, vista la notorietà e la risonanza che tale Sport ha oramai raggiunto a livello mediatico, per cui la Ledecky è un esempio sulla bocca di tutti, come lo è la nostra Pellegrini oppure lo è stato, in campo maschile, Michael Phelps e tanti altri ancora, sono in pochi a sapere che l’impresa compiuta dall’americana ai recenti Giochi di Rio de Janeiro ‘16, quando è stata capace di far suoi gli Ori sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, aveva avuto un illustre precedente da parte dii una sua connazionale, ancor più giovane di lei, e risalente alle Olimpiadi di Città del Messico ’68.

Questa “Bambina prodigio”, altri non è che Debbie Meyer, venuta alla luce il 14 agosto 1952 ad Annapolis, nel Maryland, la quale inizia a praticare nuoto sin dall’età di 9 anni e frequenta la “Rio Americano High School” a Sacramento, in California, durante i suoi anni di massimo splendore agonistico.

Specialista delle lunghe distanze, dai 400 sino ai 1500sl, la giovane Debbie si impone dei ritmi di allenamento mostruosi – si calcola che nei 7 anni precedenti le sue vittorie olimpiche abbia percorso circa 30mila miglia a nuoto in allenamento – pur mantenendo, all’esterno, l’immagine di una ragazzina semplice ed allegra come tutte le sue coetanee, ma capace, in piscina, di riscrivere le tabelle dei record su tali distanze.

 

American Swimmer, Debbie Meyer at Crystal Palace in 1967
Una giovanissima Meyer – da:pinterest.com

 

I risultati di tali massacranti livelli di preparazione, si manifestano agli occhi degli osservatori internazionali quando, in occasione del meeting di Santa Clara, in California, del 9 luglio 1967, la Meyer, a 15 anni non ancora compiuti, compie la straordinaria impresa di migliorare, in una sola giornata, i record mondiali sia degli 800sl che dei 1500sl, portandoli rispettivamente a 9’35”8 (1”1 in meno del vecchio limite della connazionale Sharon Finneran, stabilito nel settembre ’64) ed a 18’11”1, abbassando di quasi 2” il primato della connazionale Patricia Carreto dell’anno precedente.

Ma una cosa sono i primati realizzati in un meeting, ed un’altra la capacità di confermarsi in grandi manifestazioni internazionali, e la Meyer è chiamata immediatamente a dare prova di ciò meno di tre settimane dopo, in occasione dei Pan American Games” in programma a Winnipeg, in Canada, e che rappresentano per il Team Usa un ideale banco di prova n vista della rassegna olimpica dell’anno successivo ed in cui, tanto per chiarire, il già famoso Don Schollander realizza il record mondiale sui 200sl, mentre “Colui che sarà Leggenda”, vale a dire Mark Spitz, migliora i limiti assoluti su entrambe le distanze a farfalla.

In un tale consesso di fenomeni, per la “mascotte” del gruppo quale è la non ancora 15enne Debbie, ci sarebbe da farsi tremare i polsi, visto che anche in campo femminile il lotto delle partecipanti è di livello assoluto, visto che vengono migliorati ben 7 primati mondiali in gare individuali, ma la giovanissima al suo primo anno di liceo, non è certo il tipo capace di farsi intimorire, visto che non appena si tuffa in acqua l’unico suo traguardo è quello di nuotare più velocemente che può.

Come detto, l’edizione ’67 dei “Pan American Games” assume una rilevante importanza in chiave olimpica, poiché il relativo programma natatorio – ridotto all’osso sino a quattro anni prima a Tokyo ’64 – viene finalmente allargato ad un maggior numero di gare, passando da 7 in campo maschile e 6 in quello femminile a 12 per entrambi i sessi, per quanto attiene alle sole gare individuali, circostanza che fa sì che la Meyer possa aspirare ad iscriversi alle tre prove sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, mentre in precedenza, per le ragazze, era prevista la sola prova sui 400sl, oltre, ovviamente, ai 100sl.

Calcoli, comunque, prematuri, poiché il posto come ben si sa, specie negli Stati Uniti, con i famigerati Trials, bisogna guadagnarselo, e la Meyer avanza la sua immediata candidatura nei citati “Pan American Games”, quando due dei sette record mondiali migliorati portano la sua firma, vale a dire il limite sui 400sl stabilito dalla connazionale Pamela Kruse proprio in occasione del già ricordato Meeting di Santa Clara di inizio mese, che la giovane Debbie distrugge il 27 luglio portandolo a 4’32”64 (con un miglioramento di quasi 4” !!), per poi, due giorni dopo, frantumare il suo fresco primato sugli 800sl, portandolo a 9’22”9, un crono che appare straordinario per gli standard dell’epoca, così come ancor più stupefacente è ciò che la ragazzina realizza ai Campionati Nazionali che si svolgono il mese dopo a Filadelfia, dove è la prima nuotatrice al mondo ad infrangere la barriera dei 18’ netti sui 1500sl (distanza non olimpica per le donne), portando il record ad un sensazionale 17’50”2.

 

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Meyer impegnata ai “Pan American Games” ’67 – da:dailydsports.com

 

Non sono, comunque, rari i casi di giovanissime che esplodono e poi non riescono a confermarsi, in considerazione soprattutto del periodo adolescenziale e della difficoltà di sopportare eccessivi carichi di lavoro in allenamento, ma questa non è assolutamente la condizione della Meyer, la quale, anzi, affronta la stagione olimpica come meglio non potrebbe, avendo tre grandi scogli da superare, e cioè i Campionati Nazionali di inizio agosto ’68 a Lincoln, gli “Olympic Trials” a Los Angeles a fine dello stesso mese e, se qualificata, le Olimpiadi di Città del Messico ad ottobre.

E che, la Meyer abbia intenzione di mettere a frutto la massacrante preparazione invernale, lo si intuisce chiaramente sin dai Campionati Nazionali, dove l’1 agosto migliora il proprio limite sui 400sl in 4’26”7 e, tre giorni dopo, abbassa di altri 5”, portandolo a 9’17”8, il record sugli 800sl, aggiungendo altri due titoli ai complessivi 19 che si aggiudica in carriera (facendo sue le gare dai 400 ai 1500sl per quattro anni consecutivi, dal 1967 al ’70), per poi prepararsi ad affrontare la concorrenza interna ai Trials di fine mese.

Concorrenza che si dimostra agguerrita sulla più breve distanza dei 200sl dove la Meyer è, teoricamente, più attaccabile, con la Linda Gustavson che, nelle batterie del mattino del 24 agosto, migliora il record mondiale fissandolo a 2’07”9, solo per vedersi esclusa dalla selezione olimpica classificandosi non meglio che quarta nella Finale del pomeriggio (mentre ottiene, in ogni caso, la qualificazione sia sui 100 che sui 400sl) che vede, al contrario, trionfare la Meyer, togliendole anche il freschissimo primato, visto che copre le quattro vasche in 2’06”7, suo unico record mondiale stabilito su questa distanza rispetto al totale di 15 realizzati in carriera.

Ottenuta la qualificazione sulla carta più difficile, la Meyer espleta la formalità di staccare il pass olimpico sulle gare a lei più congeniali senza però risparmiarsi, visto che sia sui 400sl del giorno appresso che sugli 800sl del 28 agosto, si incarica di frantumare i suoi stessi limiti, scendendo sino a 4’24”5 sui 400 ed a 9’10”4 sulla più lunga distanza.

 

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Debbie Meyer in azione a Messico ’68 – da:gettyimages.com

 

Inutile dire come tutti gli occhi degli addetti ai lavori, rappresentanti dei media e spettatori compresi, siano tutti orientati su ciò che la “Ragazzina prodigio” possa essere in grado di fare in sede olimpica – pur se va considerato che l’aria rarefatta della Capitale messicana non favorisce grandi prestazioni sulle lunghe distanze – curiosi soprattutto di verificare se la pressione derivante dal ruolo di assoluta favorita in una manifestazione di così elevata grandezza possa o meno incidere sul suo rendimento.

Non è però tanto la pressione – che ha ampiamente dimostrato essere in grado di scrollarsi di dosso con irrisoria facilità – quanto problemi fisici, dovuti ad una intossicazione alimentare, a preoccupare la 16enne Debbie, la quale debutta nel panorama olimpico con le batterie dei 400sl in programma il 19 agosto ’68, al termine delle quali, nuotando in un per lei comodo 4’35”0, realizza largamente il miglior tempo, nonché record olimpico, per poi migliorarsi in 4’31”8 nella Finale del giorno dopo, tenendo a bada il desiderio di rivincita della Gustavson, nettamente battuta con il suo 4’35”5 che le vale l’argento.

 

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Meyer impegnata sui 400sl a Messico ’68 – da:gettyimages.com

 

Rotto il classico ghiaccio, la Meyer è ora pronta a fronteggiare la concorrenza interna sulla prova dei 200sl, sulla quale ha, in effetti, un minor margine di supremazia rispetto alle avversarie, come confermato dalle batterie del 21 ottobre che la vedono sì realizzare il miglior tempo di 2’13”1, ma le connazionali Jane Barkman ed Jan Henne (di cinque anni più anziana di lei) non sono distanti, avendo nuotato in 2’13”6 e 2’13”8 rispettivamente, considerando poi che, per la Meyer, la Finale del giorno dopo sarà preceduta dalle batterie degli 800sl al mattino.

Batterie in cui la Meyer passeggia in 9’42”8, realizzando il secondo miglior tempo dietro all’australiana Karen Moras per risparmiare energie in vista della Finale dei 200sl che, come largamente previsto, vede il podio interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che migliorano largamente i tempi ottenuti in qualifica, ma nulla possono la Henne e la Barkman – classificatesi nell’ordine, con 2’11”0 e 2’11”2 rispettivamente – contro lo strapotere della 16enne del Maryland, che si impone, sia pur a fatica, in 2’10”5.

 

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Finale Olimpica di Città del Messico – da:youtube.com

 

Un giorno di riposo per ritemprare le forze e la Meyer è pronta a sostenere la sua ultima fatica, con la Finale sugli 800sl, in cui dà, qualora ce ne fosse bisogno, prova di un’ulteriore dimostrazione della sua schiacciante superiorità nei confronti del lotto delle avversarie, che possono solo assistere al suo personalissimo show che la porta a toccare in 9’24”0 con un vantaggio di quasi 12” (!!) sulla connazionale Pamela Kruse, che chiude in 9’35”7, con l’australiana Moras beffata per un solo 0”1 decimo nella volata per il bronzo che privilegia la messicana Maria Teresa Ramirez per il tripudio del pubblico presente.

 

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I tre Ori vinti dalla Meyer a Messico ’68 – da:Valcomnews.com 

 

Unica disdetta, per la Meyer, deriva dal fatto che il programma olimpico in campo femminile non contempli ancora la disputa della staffetta 4x200sl, che verrà introdotta solo a far tempo dai Giochi di Atlanta ’96, impedendole così di eguagliare il poker di medaglie d’oro realizzato dal connazionale Don Schollander quattro anni prima a Tokyo ’64 (ma con l’aiuto di due staffette), avendo pertanto l’onore di essere la prima nuotatrice a conquistare tre Ori in gare individuali, un record che, limitatamente allo stile libero, sarà eguagliato 48 anni dopo dall’altra “ragazzina terribile” Katie Ledecky, ricordata all’inizio, ma a 19 anni di età rispetto ai 16 della Meyer.

 

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Katie Ledecky e Debbie Meyer oggi – da:nytimes.com

 

Meyer che, non essendovi all’epoca Campionati Mondiali negli anni dispari come ai tempi odierni, prosegue l’attività per altre due stagioni prima di ritirarsi dalle scene, avendo comunque modo di migliorare ancora di 0”2 decimi il proprio limite sui 400sl, portandolo a 4’24”3 in occasione dei Campionati Nazionali del 20 agosto ’70 a Los Angeles, mentre l’anno prima, nella stessa rassegna, si era aggiudicata il titolo sui 1500sl abbassando il suo stesso primato ad un sensazionale 17’19”9, un riscontro cronometrico che, tanto per fare un paragone che rende chiaramente l’idea di cosa abbia rappresentato l’americana nel panorama natatorio internazionale, le avrebbe consentito di lottare sino all’ultima bracciata per l’Oro ai Giochi di Roma ’60 in campo maschile, dato che la vittoria viene conquistata dall’australiano John Konrads in 17’19”6 …!!.

Chissà quale sarebbe stata la carriera di Debbie Meyer se avesse potuto contare sui finanziamenti e sponsor dei nuotatori di oggi, visto che a detta dei tecnici essa, al momento del suo ritiro a 18 anni, non aveva ancora espresso appieno le proprie potenzialità, specie sulle più lunghe distanze ….

SAMUEL MATETE, E LA CACCIA ALL’EREDITA’ DI EDWIN MOSES

 

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Samuel Matete ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:gettyimages.co.uk

 

Articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel panorama sportivo, emerge un personaggio capace di dominare – solitamente per un periodo non inferiore ad un decennio – una singola disciplina o specialità, il raffronto che viene fatto dagli addetti ai lavori è su come detta attività venisse svolta prima dell’apparire sulla scena di un tale Campione (il caso del belga Eddy Merckx nel ciclismo, è emblematico al riguardo …), nonché sull’eredità che lo stesso ha lasciato ai futuri protagonisti.

E se il raffronto con il passato, in quanto tale, è abbastanza facile ed ovvio, sono i paragoni con i successivi atleti, chiamati a raccoglierne l’eredità, a creare aspettative intorno alla nascita di un nuovo “Fenomeno” e, per esemplificare il concetto, nulla è più facilmente comprensibile di quanto è accaduto nel Nuoto, Sport che ha compiuto un “fondamentale salto in avanti” ad inizio anni ’70 con l’avvento dell’americano Mark Spitz, e di come per decenni se ne sia ricercato l’erede sin quando sul panorama natatorio non è spuntata la stella di Michael Phelps.

Tali premesse per introdurre la storia odierna, relativa all’Atletica Leggera ed, in particolare, della specialità dei m.400 ad ostacoli, che hanno visto primeggiare tra metà degli anni ’70 ed il decennio successivo, una “Leggenda” che solo il recente giamaicano Usain Bolt nella velocità è stato in grado di eguagliare quanto a dominio assoluto, vale a dire l’americano Edwin Moses, capace di aggiudicarsi ben 122 gare consecutive (di cui 107 Finali) tra il 1977 ed il 1987.

E se, come detto, il raffronto con il passato è facile, essendosi Moses inserito in un contesto in cui la specialità già aveva fatto importanti progressi, con i record mondiali stabiliti in occasione delle rispettive rassegne olimpiche di Città del Messico ’68 (con il britannico David Hemery a coprire la distanza in 48”12) e della successiva di Monaco ’72, dove è, viceversa, l’ugandese John Akii-Bua a portarsi a casa Oro e primato, divenendo, con il tempo di 47”82, il primo uomo ad infrangere la barriera dei 48” netti, ben meno semplice è stabilire chi possa essere in grado di raccoglierne l’eredità, dato che il longilineo atleta dell’Ohio aveva anch’esso mantenuto la tradizione di migliorare il limite assoluto durante la Finale olimpica di Montreal ’76, correndo in 47”64, per poi migliorarlo altre tre volte, sino a sfiorare il muro dei 47” netti, aggiudicandosi la prova in 47”02 il 31 agosto ’83 al meeting di Coblenza.

Eppure, il destino aveva già fatto intuire che a raccogliere il testimone quale primattore della specialità dovesse essere uno dei numerosi americani capaci di cimentarsi ad alto livello sugli ostacoli bassi, oppure il cerchio si sarebbe chiuso con un altro atleta africano a circa 20 anni di distanza dall’impresa del citato Akii-Bua, come dimostrato dal passo d’addio di Moses in occasione dei Giochi di Seul ’88, unica Finale di una grande Manifestazione in cui deve accontentarsi del gradino più basso del podio, preceduto dal connazionale André Phillips e dal senegalese Amadou Dia Ba, i quali, con i rispettivi tempi di 47”19 (Record Olimpico) e 47”23 (Record Africano), avevano dimostrato di averne le possibilità, se non fosse stato per il fatto che entrambi andavano oramai per la trentina, così come il suo grande rivale di tante emozionanti sfide, il tedesco occidentale Harald Schmid, giunto settimo nella circostanza.

Poca rilevanza viene data, nella circostanza, alla prestazione del 22enne americano Kevin Young, classificatosi quarto alle spalle di Moses con 47”56, ed addirittura completamente ignorata la presenza nei turni eliminatori di un giovane dello Zambia, che viene eliminato essendo giunto non meglio che settimo in un modesto 51”06 nella seconda batteria, ed ha comunque modo di osservare da vicino il “divino” Moses, che si sta preparando per la serie successiva.

Questo africano poco più che 20enne, essendo nato il 27 luglio 1968 a Chingola, città ai confini tra lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo, altri non è che Samuel Matete, il quale sembra trarre profitto dalla visione del leggendario fuoriclasse americano, visto che l’anno successivo migliora per ben cinque volte il primato nazionale sino a scendere ad un più che discreto 48”67 il 20 giugno ’89, pur dovendo subire la delusione di concludere non meglio che quinto in 50”34 la sua prima importante Finale, in occasione dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90, in Nuova Zelanda, peraltro disputati nel mese di gennaio, in una gara che vede prevalere l’esperto inglese Kriss Akabusi in 48”89.

Matete ha comunque modo di rifarsi durante la stagione, abbassando per altre quattro volte il proprio limite sino a scendere per la prima volta sotto i 48” quando si aggiudica in 47”91 la Finale del “Grand Prix” ad Atene il 7 settembre ’90, circostanza che lo fa salire sino al secondo del Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, preceduto dall’americano Danny Harris.

Acquisita piena consapevolezza dei propri mezzi, Matete non è più uno sconosciuto quando si appresta ad affrontare il suo “Anno di Gloria” e della definitiva consacrazione, in cui – ad immagine e somiglianza del suo illustre predecessore – resta imbattuto in tutte e 20 le gare disputate, a cominciare dai remunerativi meeting europei che lo vedono imporsi in 47”87 a Monaco il 3 agosto ’91 e quindi, sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo, sfiorare il primato mondiale di Moses in occasione del classico appuntamento milionario del “Weltklasse”, dove trionfa appena quattro giorni dopo in una gara degna (se non di più) di una Finale olimpica, vista la presenza dei primi tre di Seul ’88 (Moses escluso, ovviamente) e del capofila stagionale Danny Harris.

 

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Samuel Matete – da:elatleta.com

 

Ed invece è proprio Matete ad avere la meglio, rinvenendo sul rettilineo d’arrivo nei confronti dei due americani Harris ed Young che avevano condotto d’autorità la gara sino all’uscita dalla seconda curva e, con uno sprint di straordinaria bellezza, riesce a fermare i cronometri in 47”10, togliendo a Dia-Ba (anch’esso della partita …) il primato africano che ancora resiste a tutt’oggi anche come quarta miglior prestazione di sempre.

Con queste premesse, è sin troppo logico che Matete venga inserito nella stretta cerchia dei favoriti ai successivi Mondiali di Tokyo ’91 in programma a fine mese, pur se la pattuglia a “stelle e strisce”, composta da Harris, Young e Derrick Adkins, non è certo da sottovalutare, così come il britannico Akabusi ed il giamaicano Wintrop Graham, che lo avevano preceduto l’anno prima ad Auckland.

Con una tattica di gara diametralmente opposta a quanto fatto vedere tre settimane prima a Zurigo, nella Finale del 27 agosto ’91 Matete prende decisamente la testa sin dall’avvio, presentandosi in netto vantaggio sul rettilineo d’arrivo per poi avere la forza di resistere al tentativo di rimonta di Graham ed andare a conquistare la medaglia d’oro in 47”64 (curiosamente, lo stesso tempo realizzato da Moses in occasione della sua prima vittoria olimpica, a Montreal ’76), precedendo Graham ed Akabusi, con il trio americano inaspettatamente nelle posizioni di rincalzo, ed Young finito ancora una volta quarto in 48”01.

 

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Il trionfo di Matete ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:sporting-heroes.net 

 

Sbalzato, per quanto ovvio, Harris dal primo posto del ranking mondiale di fine anno, Matete è ora atteso alla conferma in sede olimpica ai Giochi di Barcellona ’92 – dai quali resta escluso Adkins a causa della “spietata legge” dei Trials americani – anche se una tendinite ne limita le prestazioni nella prima parte della stagione, mentre, dall’altra parte dell’Oceano, sia Young (vincitore dei Trials in un convincente 47”89) che Graham affilano le armi per rendergli dura la vita.

E la composizione delle due semifinali vede proprio i tre protagonisti (con Young che giunge nel Capoluogo catalano da imbattuto in stagione ed avendo altresì sconfitto in tre occasioni proprio Matete nei meeting europei di luglio) inseriti nella seconda serie, con Graham ad imporsi di misura sull’americano (47”62 a 47”63), mentre l’ora 24enne rappresentante dello Zambia, qualificatosi per la Finale con il terzo tempo, si vede affiggere una controversia squalifica per invasione di corsia dopo aver urtato nell’ultimo ostacolo.

Una disdetta per Matete che, pur probabilmente incapace di competere per una medaglia a causa dei citati problemi fisici, è costretto ad ammirare dalle tribune l’impresa di Young che, nel più classico “Giorno dei Giorni”, corre la “gara perfettache si conclude con un impensabile riscontro cronometrico di 46”78, primo (e sinora unico …) uomo al mondo ad aver infranto la barriera dei 47” netti, con Graham ed Akabusi a ripetere il podio mondiale, pur se a debita distanza.

 

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Il trionfo di Young a Barcellona ’92 con il record di 46″78 – da:gettyimages.fr

 

Ben magra soddisfazione, per il deluso atleta africano, la vittoria in Coppa del Mondo in 48”88 quale rappresentante del proprio continente, che gli consente quanto meno di risultare al terzo del Ranking mondiale di fine anno, dietro ad Young ed a Graham, potendo comunque contare sulle competizioni in programma nel successivo quadriennio (Mondiali, Commonwealth Games ed Olimpiadi) per cercare di prendersi la rivincita, ad iniziare dalla rassegna iridata di Stoccarda ’93.

Con Akabusi ritiratosi dopo Barcellona, Young, Graham e Matete sono gli indiscussi dominatori della specialità, pur vantando l’americano le maggiori credenziali, confermate da una striscia vincente di 25 vittorie consecutive prima di presentarsi in Europa e venire sconfitto una prima volta da Matete il 23 luglio a Londra, quindi da Graham al “Weltklasse” di Zurigo il 4 agosto, dove è terzo dietro anche allo zambiano, ed infine essere nuovamente superato, quattro giorni dopo a Monaco, dal 25enne africano, con Graham stavolta terzo.

E’ comunque impressione comune che il podio mondiale di Stoccarda sia già composto, manca solo da definirne l’ordine, e, come in occasione della Finale olimpica, Young tira fuori il meglio di sé nell’atto conclusivo, riuscendo a correre nel record dei Campionati di 47”18 (che, al pari del primato olimpico e mondiale, tuttora persiste …), con Matete ad assicurarsi l’avvincente volata per l’Argento, colto in 47”60 (sua miglior prestazione stagionale) ai danni di Graham e del francese Stephane Diagana, terzo e quarto in 47”62 e 47”64, rispettivamente, il che gli consente di chiudere la stagione al secondo posto del ranking, ovviamente preceduto da Young.

 

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Young festeggia il titolo iridato di Stoccarda ’93 – da:gettyimages.fr

 

L’appuntamento iridato è rinviato all’edizione di Goteborg ’95, alla quale Matete giunge dopo essersi assicurato, con relativa facilità, la medaglia d’oro con il tempo di 48”67 ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94, nonché il successo nella Coppa del Mondo a Londra ’94, anno in cui, con il ritiro di Young, riconquista la vetta del Ranking mondiale davanti all’americano Derrick Adkins, il quale, ripresosi dalla delusione dei Trials ’92, raccoglie il testimone dal più celebre connazionale nella sfida all’ostacolista africano, incontrandosi in 11 occasioni (6 a 5 per Matete il relativo esito) e stabilendo tra di loro le 15 migliori prestazioni stagionali.

Logico, pertanto, che ai Mondiali svedesi ci si attenda una lotta a due tra Adkins e Matete, previsione rafforzata dal primo posto degli stessi nelle rispettive semifinali, e confermata nell’atto conclusivo – pur con l’inserimento, quale “terzo incomodo”, del francese Diagana – che vede Adkins, sorteggiato in quarta corsia, prendere la testa della gara sin dall’avvio, tallonato da Matete in terza, il quale riesce a ridurre lo svantaggio nel tratto finale ma senza riuscire a colmarlo del tutto, dovendosi arrendere per 0”95 centesimi (47”98 a 48”03), con Diagana ottimo terzo in 48”14, con conseguente cessione all’americano del primo posto nel ranking mondiale di fine anno.

 

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Adkins e Diagana in azione nella Finale di Göteborg ’95 – da:iaaf.org

 

Se negli anni precedenti, Matete era stato protagonista di una sfida a tre con Young e Graham, ora la lotta è limitata al duello con il solo Adkins, con i due che, tra il 1994 ed ’96, hanno modo di incontrarsi in ben 35 occasioni, con una leggerissima prevalenza (18 a 17) a favore dell’americano, il quale però, conferma la sua superiorità nelle “occasioni che contano”, facendo suo l’Oro anche ai Giochi di Atlanta ’96, in una gara fotocopia della Finale iridata di Goteborg, con Matete, sfavorito anche dalla prima corsia avuta in sorte, sempre ad inseguire il rivale, riducendo il distacco in vista del traguardo, ma pur sempre costretto ad alzare bandiera bianca in 47”78 (suo miglior risultato stagionale) rispetto ai 47”54 che valgono l’oro per Adkins, che si conferma altresì ai vertici mondiali per il secondo anno consecutivo.

 

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Il podio di Atlanta ’96, con Matete, Adkins e Calvin Davis – da:gettyimages.it

 

Il declino dei due rivali è più repentino per Adkins, incapace di qualificarsi per la Finale dei Mondiali di Atene ’97, dove Matete, al contrario, si classifica quinto in 48”11 nella gara che vede l’inizio della riscossa europea con il trionfo di Diagana in 47”70, bissato due anni dopo dall’azzurro Fabrizio Mori superando in 47”72 lo stesso francese alla rassegna di Siviglia ’99, mentre l’attività agonistica del valoroso ostacolista africano, dopo la sua terza vittoria in Coppa del Mondo a Johannesburg ’98 in 48”08, si conclude con la sua quarta partecipazione alle Olimpiadi, fallendo di poco la qualificazione alla Finale dei Giochi di Sydney con il terzo posto nella terza serie di Semifinale, corsa in 48”98 a 32 anni.

La caccia al record di Moses non ha avuto successo, ma Matete può sempre vantarsi di essere l’ostacolista africano più medagliato tra Olimpiadi e Mondiali con un Oro e tre Argenti conquistati nel corso di una Carriera durata 14 anni ed in cui, per 8 stagioni consecutive, ha sempre corso la distanza al di sotto dei 48” netti, con un’ultima punta di 47”91 al meeting di Osaka l’8 maggio ’99, a dimostrazione di un talento puro, nonché di una costanza di rendimento, difficilmente riscontrabili …

BENNY LEONARD E QUELLA MORTE INSOLITA SUL RING

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Benny Leonard – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

18 aprile 1947, St.Nicholas Arena di New York. Benny Leonard, tutto di bianco vestito come si conviene a chi dirige un incontro di pugilato, sta arbitrando la sfida tra il messicano Mario Ramon e il nero Bobby Williams, due pesi welter che sembrano posseduti dal demonio. E’ la carriera a cui ha deciso di dedicarsi una volta appesi i guantoni al chiodo, perchè l’amore per la boxe è tale che non può proprio rinunciare al profumo del ring. Ma nel corso del terzo round, inatteso come solo i colpi di un destino ingrato sanno esserlo, un arresto cardiaco lo manda al tappeto. E questa volta senza alcun conteggio, privato della possibilità di potersi rimettere in piedi. Per sempre.

Chiariamo le cose. Questo è solo il triste e precoce epilogo di una storia, di vita e di sport, assolutamente eccezionale. Perchè stiamo parlando di un pugile che se non è stato il peso leggero più forte di sempre, poco ci manca, ed è proprio a lui che si deve il conio di quella mirabile definizione della boxe che risponde al nome di “noble art“.

Benny Leonard, registrato all’anagrafe come Benjamin Leiner, di famiglia ebraica, nasce a New York il 17 aprile 1896, e pochissimi seppero come lui rendere la boxe un’arte nobile. Signore del ring, dotato di quella classe che distingue il campione dal buon pugile, era l’eleganza fatta persona, sempre impeccabile stilisticamente, mai un capello fuori posto, capace di passare con estrema naturalezza dal ghetto dell’East Side dove era nato allo schermo. Oltre che eccellente boxeur, fu infatti anche attore in “Pugni volanti“, pellicola in cui ebbe l’onore di avere fra i suoi ammiratori nientepopodimeno che il grandissimo Charlie Chaplin.

Leonard passa professionista nel 1911, e subito mostra di avere qualcosa in più degli altri: ad esempio un diretto sinistro che resta ineguagliato, tanto è preciso e perfetto nell’esecuzione, così come una tecnica sopraffina basata su spostamenti veloci sulle gambe, ed un’intelligenza pugilistica rara. Fino al 1925, anno in cui abbandonerà l’attività, fu conosciuto come “il grande maestro“, etichettato pure come “il mago del ghetto“.

Il 18 maggio 1917, al Manhattan Casino di New York, mette k.o. al nono round il detentore del titolo dei pesi leggeri, Freddie Welsh, che lo aveva battuto l’anno prima a Washington per “newspaper decision“, e diventa campione del mondo della categoria per la prima volta. Difende la cintura a più riprese, con Johnny Kilbane (k.o. al terzo round), con Charley White (k.o. all’ottava ripresa), con Joe Welling (atterrato al 14esimo round) e con Ritchie Mitchell (k.o. alla sesta ripresa), prima di trovare in Rocky Kansas un valido antagonista, che prima viene sconfitto solo ai punti il 10 febbraio 1922 al Madison Square Garden, poi va giù all’ottavo round nel match-replay del 4 luglio 1922, disputato alla Floyd Fitzsimmons’ Arena di Michigan City. Ma se c’è un avversario che gli rende dura la vita, a Leonard, quello è senza dubbio il roccioso Lew Tendler, mancino uscito dalla scuola di Filadelfia, che non si fa piegare il 24 luglio 1923 allo Yankee Stadium, cedendo solo ai punti.

I suoi due procuratori, Billy Gibson e Jack Kearns, gli offrono in pasto tutta una serie di sfidanti destinati al mondo dei sogni, e così talvolta Leonard sconfina nella categoria dei pesi welter, costringendo al pareggio, il 23 settembre 1918 a Newark, l’inglese Ted “Kid” Lewis, cedendo poi il passo a Jack Britton il 26 giugno 1922 al Velodrome del Bronx. Quest’ultimo è un combattimento controverso, con Leonard, in svantaggio, che nel 12esimo e 13esimo round mette in seria difficoltà il campione del mondo, costringendolo infine al tappeto con un colpo che gli costa, però, la squalifica e l’inevitbile sconfitta.

Quando Leonard si ritira, nel 1925, è praticamente imbattibile e imbattuto. La nostalgia però lo vince, e nel 1931 decide di tornare sul ring. Certamente è un errore, perchè anche gli eroi e i miti dello sport non possono lottare contro il tempo e così, il 7 ottobre 1932, perde nettamente con il futuro campione del mondo dei pesi welter, il canadese Jimmy McLarnin, troppo più in forma e decisamente meglio allenato, che in quel magnifico scenario che è il Madison Square Garden di New York lo manda al tappeto al sesto round, firmando, definitivamente, la resa di Leonard alle leggi del tempo.

Già, la nostalgia della boxe, decisamente canaglia. Che porta Leonard a vestire i panni, insoliti, dell’arbitro, fino a quel 18 aprile 1947, il giorno dopo il suo 51esimo compleanno, quando il cuore lo tradisce. E non poteva essere altrimenti, tra i cordoni di un ring, che gli hanno concesso fama e gloria ed ora lo innalzano al rango di campione tra i più grandi di sempre.

1994, LA ROSA COLTA DA EVGENIJ BERZIN IN VETTA AL GIRO D’ITALIA

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Berzin e Indurain al Giro d’Italia 1994 – da anniversary.campagnolo.com

articolo di Emiliano Morozzi

Molti lettori leggendo del Giro d’Italia 1994 ripenseranno alle mirabolanti imprese in salita di Marco Pantani, alla tappa del Mortirolo, forse la più spettacolare degli ultimi trent’anni, ma dopo tre settimane di emozioni, la gloria del vincitore non toccò al ciclista di Cesenatico ma ad un altro giovane venuto dall’Est, meno pirotecnico in corsa ma dotato di un talento naturale: il russo Evgenij Berzin.

Campione del mondo d’inseguimento nella categoria dilettanti, il giovane atleta arrivato in Italia pochi anni prima si presenta alla partenza del Giro 1994 al fianco di campioni come Argentin e Ugrumov nella fortissima Gewiss e con due corse importanti in bacheca: il Giro dell’Appennino e soprattutto la Liegi-Bastogne-Liegi. Ai nastri di partenza ci sono i migliori corridori del momento: il campione in carica Indurain, che punta alla terza doppietta Giro-Tour, e i suoi eterni rivali Bugno e Chiappucci, che vogliono provare per l’ennesima volta a impensierire il navarro.

Il pronostico pende come non mai dalla parte di Indurain: i suoi antagonisti l’anno precedente sono apparsi piuttosto appannati sulle strade del Giro e del Tour, e il percorso sembra fatto apposta per esaltare le doti dello spagnolo: una lunga cronometro per mettere terreno fra sè e gli avversari, prima di quattro tappe di montagna molto dure ma sulle quali Indurain può difendere il vantaggio accumulato nella sfida contro il tempo.

Si parte da Bologna e subito arriva la prima sorpresa: dopo una prima semitappa per velocisti, nel breve cronoprologo a spuntarla è il francese De Las Cuevas, che precede di due secondi il russo Berzin e di cinque Indurain. Il primo momento chiave del Giro 1994 è alla quarta tappa con l’arrivo in salita a Campitello Matese: ci si attende un arrivo di un gruppo ristretto, ma il russo Berzin anticipa tutti e con uno scatto imperioso fa il vuoto. Indurain non reagisce e si limita a controllare gli avversari di sempre, gli altri vanno su con il proprio passo e il russo non solo vince la tappa, ma conquista pure la rosa mettendo quasi un minuto tra sè e i suoi avversari.

Il russo mantiene la maglia con l’aiuto della squadra e di un percorso che non facilita le imboscate, e all’ottava tappa, la cronometro di Follonica, lascia ancora una volta tutti a bocca aperta: in 44 chilometri di percorso, rifila distacchi molto pesanti agli avversari: 1’16” a De Las Cuevas, 1’41” a un discreto Bugno e addirittura 2’34” allo specialista Indurain.

Berzin con due colpi di mano passa dal ruolo di comprimario a quello di protagonista del Giro d’Italia, bastonando sul suo terreno nientemeno che sua maestà Indurain, padrone assoluto dei precedenti due Giri d’Italia e tre Tour de France. Le montagne aspettano con trepidazione l’arrivo della carovana, ma il primo tappone alpino è una delusione: Bugno rimane sempre a ruota, Chiappucci non ha più la gamba dei giorni migliori, Indurain è forte anche in salita ma non accenna uno scatto. Stalle, Furcia, Erbe, Eores passano senza emozioni, e solo all’ultimo chilometro del Passo del Giovo uno sconosciuto scalatore romagnolo, distante in classifica più di sei minuti, accende la miccia: tutti pensano che il suo sia uno scattino per prendere punti del Gpm, ed invece l’attacco continua anche in discesa e lo porta al suo primo successo al Giro d’Italia, la prima vittoria di Marco Pantani.

Sulle pagine della Gazzetta dello Sport il corridore di Cesenatico si lamenta che gli altri portino Berzin in carrozza a Milano e in vista di un altro terribile tappone, medita dove attaccare per far saltare il banco. La miccia stavolta viene accesa sul terribile Mortirolo, la salita più dura di quel Giro, e lo scatto arriva già dalle prime rampe. Nessuno lo segue, tranne Berzin, ma la maglia rosa, dopo qualche pedalata con Pantani, si pianta di brutto. Indurain va su del suo passo e recupera piano piano lo svantaggio riprendendo in discesa lo scalatore romagnolo, Berzin invece fiaccato dallo sforzo patisce terribilmente le rampe del Mortirolo e in cima accusa un ritardo di 1’31”, staccato anche da Indurain. Sul Santa Cristina arrivano altri scossoni: Indurain va in crisi e viene staccato da Pantani, Berzin cerca di contenere il distacco dall’indiavolato romagnolo e conserva la maglia rosa per poco più di un minuto.

Mentre i tifosi italiani osannano Pantani, il Giro d’Italia è sempre più nelle mani di Berzin: c’è la cronoscalata del Passo del Bocco, ma i primi quindici chilometri sono di pianura e in quel tratto di strada Berzin costruisce il suo successo, vincendo la tappa e rifilando altri venti secondo a Indurain e un minuto e mezzo a Pantani. Terreno per attaccare ci sarebbe e Pantani medita di far saltare il banco nel primo tappone alpino: il romagnolo parte in solitaria sul Colle dell’Agnello e si fa da solo anche l’Izoard, ma Berzin mette alla frusta la squadra e recupera il terreno perduto sulle più dolci pendenze del Lautaret, arrivando insieme ai suoi avversari in cima all’arrivo di Les Deux Alpes. C’è ancora un’altra tappa di montagna, ma le energie di tutti sono ormai al lumicino e i migliori arrivano tutti insieme. Per la prima volta il Giro d’Italia parla russo, per la prima, ultima e unica volta, Berzin conquista una grande corsa a tappe.