LA 50 KM D’ORO DI GIORGIO DI CENTA ALLE OLIMPIADI DI TORINO 2006

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Giorgio Di Centa in trionfo all’arrivo della 50 km – da fondoitalia.it

articolo di Nicola Pucci

Non sempre è affare semplice, essere fratello d’arte. Prendete ad esempio Giorgio Di Centa, fondista friulano nato a Tolmezzo il 7 ottobre 1972, nove anni più giovane di quella Manuela che ai Giochi di Lillehammer del 1994, anno in cui lui muoveva i primi passi in Coppa del Mondo, segnava una pagina indelebile dello sport italiano mettendosi al collo ben cinque medaglie.

Ebbene, Giorgio guarda, si ispira ed impara da tale sorella, e nel corso degli anni a seguire si ritaglia a sua volta una vetrina importante del fondismo di casa nostra, collezionando una serie invidiabile di successi ai campionati nazionali ed entrando a far parte in pianta stabile della Squadra Azzurra che a cavallo tra la fine degli Anni Novanta e i primi Anni Duemila si trova a dover rimpiazzare la generazione dei De Zolt, Albarello, Vanzetta e Fauner, che tanta gloria ha regalato allo sci nordico italiano.

In effetti Di Centa è un eccellente interprete soprattutto delle lunghe distanze, se è vero che ha attitudine particolare quando le gare si fanno faticose, come testimoniano gli otto titoli nazionali nella 50 km. e i due buoni piazzamenti ottenuti nella 30 km alle Olimpiadi di Nagano del 1998 (ottavo) e nella 50 km a quelle di Salt Lake City del 2002 (undicesimo), ma non disprezza anche le prove più brevi. Ed è proprio in una 15 km, a Conmore nel 2010, che vincerà l’unica gara individuale della sua carriera in Coppa del Mondo, mettendosi invece al collo un prestigioso argento ai Mondiali di Oberstdorf del 2005, quando nella 15+15 ad inseguimento viene anticipato di un soffio dal francese Vincent Vittoz, precedendo invece a sua volta in una volata mozzafiato il norvegese Frode Estil e lo slovacco Martin Bajcicak.

Come è naturale che sia vista la crescita tecnica e l’ottenimento di risultati di livello, Di Centa è un componente essenziale della staffetta italiana, e con i compagni ha modo di salire sul podio sia alle Olimpiadi, quando assieme a Pietro Piller Cottrer, Cristian Zorzi e Fabio Maj è secondo a Salt Lake City 2002 battuto in volata, lui ultimo frazionista, dal norvegese Anders Aukland che vendica l’affronto di Fauner che nel 1994, a Lillehammer, infilò re Daehlie, sia ai Mondiali, giungendo terzo a Trondheim nel 1997 e a Ramsau nel 1999.

Insomma, Di Centa staziona ormai da anni tra i fondisti più regolari ed incisivi del mondo, ed attende con particolare eccitazione l’edizione olimpica del 2006, che ha come sede Torino e che Giorgio spera di onorare al meglio davanti al pubblico amico. Puntando ovviamente sulla gara di staffetta, che nel frattempo lo ha visto trionfare a cinque riprese in Coppa del Mondo, buon ultima in Val di Fiemme qualche settimana prima l’evento a cinque cerchi, ma non disdegnando di coltivare ambizioni individuali sia per la gara ad inseguimento che per la conclusiva 50 km. programmata per il 26 febbraio.

A Torino Di Centa arriva tirato a lucido, perfettamente preparato all’appuntamento più importante della carriera. A dispetto dell’asma che lo prova fin da quando è bambino, Giorgio, assieme al suo allenatore Giuseppe Chenetti che ne ha modificato la tecnica e allo skimen Gianfranco Polvara, fondista dal buon passato, ha programmato la partecipazione a quattro gare, debuttando il 12 febbraio nella 30 km ad inseguimento, che prevede una prima parte a tecnica classica ed una seconda a tecnica libera. Di Centa è competitivo e con l’altro azzurro Piller Cottrer è protagonista del finale quando i due si presentano per primi sul rettilineo d’arrivo a Pragelato ma in volata sono costretti ad arrendersi alla rimonta del russo Demetiev e del norvegese Estil, dovendo infine accontentarsi di un amaro quarto posto, mancando quel podio colto invece l’anno prima ai Mondiali.

Di Centa è uomo di fatica, forgiato dalla vita dura della Carnia, e al pari dell’illustre sorella è partito da lontano per guadagnarsi un posto al sole. E se la sconfitta brucia, è pure il propellente che ci vuole per affrontare al meglio le gare che verranno, come ad esempio lo sprint a squadre, accoppiato a Freddy Schwienbacher e chiuso in nona posizione, e come, soprattutto, la staffetta 4×10, che il 19 febbraio regala all’Italia un altro momento di grande soddisfazione agonistica, con un successo che fa il paio, appunto, con quello ottenuto 12 anni prima in Norvegia. Giorgio è il secondo frazionista, rileva il testimone da Fabio Valbusa che è nel gruppo di testa con Germania, Svezia e Norvegia, tiene le code dei principali avversari, lancia a sua volta Piller Cottrer e quando Zorzi va a completare l’opera giungendo al traguardo in solitudine, 16 secondi prima delle stesse Germania e Svezia e sventolando il tricolore, può infine salire sul gradino più alto del podio a cogliere quella medaglia d’oro che manca al suo palmares di fondista campione.

Ma il bello deve ancora venire, ed è previsto per il 26 febbraio, giorno di chiusura delle Olimpiadi torinesi. Come da tradizione, il programma arriva a termine con la gara dei 50 km, la maratona che chiama all’appello i forzati della neve e della fatica in solitudine. Certo, con la mass start, adottata fin dall’anno precedente ai Mondiali, ormai non si gareggia più contro il cronometro, ma si fa corsa sugli avversari, e per quel giorno i rivali da battere, per Di Centa, rispondono al nome di Frode Estil, che proprio quel titolo iridato vinse, del collega di bandiera Piller Cottrer, del russo Dementiev che vola sulle ali del successo nella 30 km, dello svedese Anders Sodergren, che in stagione vincerà la 50 km di Coppa del Mondo ad Oslo, del francese Vittoz che vorrebbe aggiungere un oro olimpico a quello mondiale conquistato a Oberstdorf, e del tedesco Tobias Angerer, che comanda appunto il massimo circuito internazionale.

Inevitabilmente, con il nuovo formato, la corsa diventa una sfida tattica tra un considerevole numero di atleti, tra chi tenta di far selezione e chi invece, stando in scia, sfrutta l’occasione per rimanere agganciato, se ha la forza per farlo, al treno dei migliori. Dopo oltre due ore di corsa sono ben 15 i fondisti di cui si compone il gruppo di testa, e tra questi Piller Cottrer e Di Centa sembrano tra i più freschi. Sì, perché dopo 50 chilometri la fatica si fa inevitabilmente sentire, annebbia la vista ed irrigidisce i muscoli, ma in fondo al rettilineo d’arrivo, nel convulso sprint risolutivo a cui si presentano in nove, c’è la gloria olimpica ed allora, per quell’oro, si tira fuori dal serbatoio quel poco di benzina che ancora rimane e si spera che basti.

Ed è quello che Di Centa fa, mirabilmente, gettandosi a capofitto nella volata più importante della vita. L’austriaco Mikhail Botvinov entra per primo nello stadio di Pragelato, ma Giorgio lo scavalca ed allunga, con Piller Cottrer in scia, spinge come un forsennato, rigetta il tentativo di rifarsi sotto di Dementiev, dello stesso Botvinov e di Vittoz che  stavolta è nelle retrovie ed infine, al culmine di uno sforzo leonino, Di Centa taglia il traguardo a braccia alzate.

Il sogno d’oro, dodici anni dopo quello di Manuela, infine si avvera ed ora, sì, fratello Giorgio può dirsi degno di una così grande sorella. Fantastica ed olimpica la storia sportiva in casa Di Centa, vero?

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MARJORIE JACKSON, LA VELOCISTA AUSTRALIANA CHE SAPEVA SOLO VINCERE

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Una festante Marjorie Jackson dopo l’oro sui m.100 ad Helsinki ’52 – da:youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché, a fine aprile 1949, il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) assegna alla città di Melbourne l’organizzazione dei Giochi del 1956, l’Australia aveva nel proprio Palmarès, per quanto attiene all’Atletica leggera, le sole due medaglie d’oro conquistate nella notte dei tempi dal mezzofondista Edwin Flack, il quale, unico rappresentante del proprio Paese, si aggiudica le gare sugli 800 e 1500 metri nella prima edizione delle Olimpiadi dell’Era moderna, ad Atene 1896.

In campo femminile, a causa altresì del ridotto programma riservato alle ragazze – solo 9 prove, 4 di corsa, 2 salti e 3 lanci – nessuna atleta oceanica aveva sino ad allora avuto la gioia di salire su di un podio olimpico, ma in vista dei Giochi di Helsinki ’52, buone speranze giungono dal settore della velocità, tanto che le componenti della staffetta 4×100 sono le uniche rappresentanti australiane che prendono parte alla trasferta nella Capitale scandinava.

Di esse, Verna Johnston è iscritta anche nel Salto in lungo, l’ostacolista Shirley Strickland de la Hunty sui m.100 piani ed 80hs, e le restanti Winsome Cripps e Marjorie Jackson sulle due gare di velocità piana, vale a dire i 100 ed i 200 metri, con quest’ultima sulla quale si ripongono le maggiori speranze di medaglia …

Questo in quanto, Marjorie Jackson, nata il 13 settembre 1931 a Coffs Harbour nel Nuovo Galles del Sud, si era presa il lusso di sconfiggere in diverse occasioni, non ancora 18enne nel corso del 1949, la “mammina volante” olandese Fanny Blankers-Koen, stella assoluta dei Giochi di Londra ’48 con quattro medaglie d’oro (m.100, 200, 80hs e staffetta 4×100), ancorché quest’ultima avesse oramai superata la soglia dei 30 anni.

Questi successi sulla campionessa olimpica valgono alla giovane Marjorie l’appellativo di “The Lithgow Flash” (“Il lampo di Lithgow”), dalla città dove vive ed è cresciuta, ma necessitano del conforto di una controprova che, puntualmente, dopo che la stessa si aggiudica i titoli nazionali sia sulle 100 (10”8 precedendo la Strickland e la Johnston) che sulle 220yds, dove ha la meglio in 24”7 sulla stessa Strickland, giunge in occasione dei “Commonwealth Games” che si svolgono ad Auckland, in Nuova Zelanda, dal 4 all’11 febbraio 1950.

Appuntamento ideale per la Jackson per ribadire la propria superiorità nei confronti della connazionale – la quale poi, nel corso dell’anno, sposa il geologo Lawrence Edmund de la Hunty – superandola sia sulle 100 (10”8 ad 11”0) che sulle 220yd (24”3 a 24”5), con la Strickland a confermarsi, viceversa, imbattibile sugli ostacoli, evidenziando quello che per la non ancora 20enne del Nuovo Galles del sud diviene un “marco di fabbrica”, ovverossia aggiudicarsi ogni corsa a cui partecipa, sia essa una semplice  batteria piuttosto che una Finale …

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La Jackson supera la Strickland sulle 100yds ai Commonwealth Games ’50 – da:gettyimages.it

Caratteristica confermata in occasione dei Campionati nazionali che valgono anche quale selezione per le Olimpiadi di Helsinki ’52, in cui dalla gara sulle 100yd esce il trio che vede la Jackson imporsi con il tempo (ventoso) di 10”5 rispetto alla de la Hunty ed alla Cripps, mentre sulle 220yd, dietro di lei, prima in 24”8, giungono la Cripps e la Johnston, con quest’ultima che rinuncia ad iscriversi su detta prova ai Giochi..

Sul resto del pianeta, non vi sono mutamenti di rilievo nelle gerarchie ai vertici della velocità, basti pensare che ai Campionati Europei di Bruxelles ’50 la già citata olandese Blankers-Koen per poco non replica il “poker olimpico solo perché le sue compagne di staffetta si fanno superare dal quartetto britannico (pur venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 47”4), in quanto fa suoi i titoli sia sui 100 e 200 metri piani che sugli 80 metri ostacoli, in tutti e tre i casi con largo margine sulle sue avversarie …

Ed anche al di là dell’Oceano, il movimento Usa non è in grado di produrre velociste di primo livello, con le due atlete più accreditate ad essere la 20enne Mae Faggs (che quattro anni prima, giovanissima, era stata eliminata in batteria sui 200 metri ai Giochi di Londra) e la 22enne Catherine Hardy, che si presenta in Finlandia forte dei suoi “Personal Best” di 11”8 e 24”3 ottenuti nel corso della stagione.

Con le difficoltà dovute ad un’esatta comparazione cronometrica tra le partecipanti alle gare di velocità, viste le distanze in misure inglesi in cui si sono sinora cimentate le atlete australiane, ad aprire il programma in pista sono, il 21 luglio ’52, le batterie ed i quarti di finale dei 100 metri, da cui la Jackson esce rinforzata nella propria qualità di aspirante alla medaglia d’oro, visto che si aggiudica entrambe le serie con il tempo di 11”6 (ancorché cronometrato elettronicamente in 11”86 in batteria ed in 11”84 nei quarti …) che rappresenta il nuovo record olimpico rispetto all’11”9 stabilito quattro anni prima dalla Blankers-Koen, la quale replica tale prestazione nell’aggiudicarsi la sua batteria.

Nel mentre i quarti registrano la clamorosa eliminazione dell’americana Hardy, quarta di un soffio nell’ultima serie in 12”1, preceduta proprio dalla de la Hunty, le semifinali che prendono il via alle ore 16:00 del 22 luglio, alle quali non si schiera sui blocchi di partenza la quadri campionessa olimpica olandese, vedono la Jackson, vittoriosa nella prima delle due serie, eguagliarne in 11”5 (11”75 elettronico …) il primato mondiale risalente a giugno ’48, con le velociste australiane a confermare il loro eccellente stato di forma, qualificandosi tutte e tre per l’atto conclusivo, assieme alla Faggs, unica americana rimasta in gara, mentre a salvare l’onore del Vecchio Continente tocca alla tedesca Maria Sander …

Con sole sei finaliste, all’epoca, la sola in grado di insidiare il dominio australe è la 23enne sudafricana Daphne Robb-Hasenjager, già terza ai “Commonwealth Games” ’50 sulle 220yds ed anch’essa, alla pari della Jackson, sinora impostasi in ogni fase di qualificazione, pur con tempi logicamente superiori.

Per la prima volta, pertanto, a confrontarsi l’una a fianco dell’altra, la Finale delle ore 18:00 non regala peraltro soverchie emozioni, talmente netta è la superiorità della neoprimatista mondiale, la quale si stacca dalle avversarie sin dai primi appoggi per andare ad eguagliare il fresco primato di 11”5 (ancorché correndo leggermente più veloce essendo cronometrata elettronicamente in 11”67 …), lasciando le altre finaliste ad oltre 0”3 decimi di distacco.

Prova che, pertanto, si infiamma solo per il completamento del podio, e che vede prevalere la citata velocista sudafricana che, realizzando il suo “Personal Best” in carriera di 11”8, impedisce il monopolio dello stesso da parte australiana, con la de la Hunty bronzo in 11”9 davanti alla Cripps, accreditata dello stesso tempo, ma con una bava di differenza di appena 0”04 (12”12 a 12”16) centesimi, secondo la rilevazione elettronica.

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La volata vincente della Jackson sui m.100 – da:verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Essere la prima australiana a conquistare un oro in Atletica leggera per il proprio Paese è una gioia immensa per la non ancora 21enne Marjorie, la quale, a gara conclusa, non nasconde le difficoltà pre-gara: “Il mio cuore batteva forte, mi sentivo le gambe come fossero di gelatina ed ho pensato come potessi correre, riuscendo a mala pena a camminare …”.

Un imbarazzo scioltosi allo sparo dello starter e che consente alla Jackson di presentarsi con ancor più consapevolezza delle proprie forze alla gara sulla doppia distanza, avendo altresì potuto pienamente recuperare le energie, visto che il programma prevede batterie e semifinali il 25 luglio e la Finale l’indomani.

Non è però tipo da risparmiarsi, la giovane australiana, per lei correre significa tagliare sempre per prima il filo di lana sul traguardo, e se per far ciò occorre impegnarsi sino al limite, poco male, così che ad accorgersene sono sin da subito spettatori ed avversarie, a far tempo dalle citate batterie.

Con la Blankers-Koen non iscritta alla prova, nonostante vanti il miglior tempo di 23”7 stagionale – oltre che ai m.100 prende parte agli 80hs, dove non conclude la Finale – e la de la Hunty a fare altrettanto, già dalle batterie si intuisce quale possa essere l’esito della gara, visto che la Jackson è l’unica a scendere sotto i 24” netti, addirittura eguagliando, in 23”6 (23”73 elettronico …) il primato mondiale della discussa americana Stella Walsh (nome americanizzato dall’originario polacco Stanislawa Walasiewicz …), risalente addirittura all’agosto 1935 …

Superiorità dell’australiana che diviene addirittura imbarazzante due ore dopo, allorché copre la distanza nella prima delle due semifinali appropriandosi in solitario del record assoluto con uno straordinario tempo di 23”4 (23”59 elettronico), oltretutto correndo senza essere minimamente insidiata, visto che l’olandese Bertha Brower giunge seconda a quasi 1” (24”3) di distanza, mentre la seconda semifinale è appannaggio della sovietica Nadezda Chnykina con il tempo di 24”1-

Non sappiamo se all’epoca esistessero già le scommesse sulle gare di atletica (probabilmente no …), ma in ogni caso nessun bookmaker sarebbe stato così folle da accettare puntate sulla vittoria dell’australiana nella Finale che va in scena alle ore 17:20 del 26 luglio ’52, per un pronostico che viene ampiamente rispettato, nonostante la Jackson questa volta si “risparmi” concludendo in 23”7 (pari a 23”89 cronometrato elettronicamente …), tempo quantunque ampiamente sufficiente per imporsi con largo margine.

E, come nel caso della Finale dei 100 metri, ad avvincere il pubblico è la lotta per le piazze d’onore, con tre atlete a catapultarsi simultaneamente sul traguardo – oltre alle già citate Brower e Chnykina anche l’altra australiana Cripps – venendo tutte accreditate del medesimo tempo manuale di 24”2 ed a far la differenza, dall’esame del fotofinish, sono i centesimi, che come nella gara sulla più corta distanza, beffano nuovamente la Cripps, che resta ai margini del podio per 0”03 centesimi pur realizzando il suo “Personal Best” in carriera con 24”40, rispetto al 24”25 dell’olandese, argento, ed al 24”37 della sovietica, bronzo.

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Chnykina, Jackson e Brower sul podio dei m.200 – da:wikipedia.org

Con un quartetto di tale spessore – ricordando come la de la Hunty, dal canto suo, non abbia avuto difficoltà alcuna a far propria la medaglia d’oro sui m.80hs migliorando in 10”9 il primato mondiale della Blankers-Koen – risulta difficile pensare che alle australiane possa sfuggire anche l’oro della staffetta 4×100, il che consentirebbe loro di fare “cappotto” in tutte le gare in pista alle quali sono iscritte.

Una previsione che esce ancor più rafforzata dall’esito delle batterie che si svolgono ad inizio del programma pomeridiano del 27 luglio, ultimo giorno di gare in Atletica Leggera, allorché le velociste del “Paese dei Canguri” si aggiudicano la prima serie in 46”1 (46”22 elettronico …) che migliora il record olimpico e mondiale di 46”4 stabilito dal quartetto tedesco 16 anni prima ai Giochi di Berlino ’36.

Formazione, quella tedesca, peraltro d tutto rispetto, come conferma il 46”3 con cui si impone nella terza ed ultima serie e che le vale il primato europeo, essendo anch’esse scese sotto il precedente limite, ragione per cui la vittoria australiana non appare così scontata, dovendo altresì fare i conti con la voglia di riscatto delle americane, fuori dal podio in entrambe le gare individuali …

Forza delle avversarie a parte, non si vede comunque chi possa insidiare il “tris d’oro” della Jackson, se non la malasorte che ci mette lo zampino, forse per un eccesso di sicurezza o più semplicemente per pura fatalità, allorché, oramai lanciate verso la vittoria, proprio all’ultimo cambio tra Cripps e Jackson, la biolimpionica urta con il bastoncino nel ginocchio della compagna, facendo sì che lo stesso cada a terra.

Il fatto che, nonostante tutto, la stessa riesca a raccoglierlo ed a concludere in 46”6 al quinto posto la dice lunga sulle potenzialità del quartetto australiano, che avrebbe con ogni probabilità realizzato un record pazzesco, visto che la sfida tra Usa e Germania vede premiare la staffetta americana, con entrambe accreditate del nuovo primato di 45”9, pur se il cronometraggio elettronico stabilisce un divario di appena 0”04 (46”14 a 46”18) centesimi a favore delle prime.

Evidente che la settimana finlandese non sia nata sotto una “buona stella” per la 21enne Crapps, alla quale va la poco lusinghiera palma della più sfortunata atleta dei Giochi, avendo perso due medaglie di bronzo per un totale di 0”05 centesimi ed essere stata involontaria protagonista del mancato oro in staffetta, per quella che resta, al contrario, l’unica sconfitta in carriera per la Jackson …

Rientrata comunque a Lithgow alla stregua di una eroina, i suoi concittadini l’accolgono offrendole una torta da 250 libbre al fine di favorirne il recupero fisico dopo gli sforzi olimpici, mentre la Jackson, dal canto suo, dopo essersi appropriata a titolo esclusivo del record mondiale sui m.100 piani (corsi in 11”4 il 4 ottobre ’52 a Gifu, in Giappone …) utilizza la stagione seguente, priva di grandi appuntamenti, per contrarre a propria volta matrimonio con il coetaneo Peter Nelson, ciclista australiano conosciuto proprio in occasione dell’appuntamento olimpico.

L’anno successivo è quello dell’addio alle gare per la peraltro non ancora 23enne Jackson, la quale completa il proprio Palmarès aggiungendo i suoi due ultimi titoli nazionali (10”6 sulle 100 e 24”2 sulle 220yds), prima di porre fine alla propria attività con la partecipazione ai “Commonwealth Games” ’54 che si disputano dal 30 luglio al 7 agosto a Vancouver, in Canada.

Manifestazione che consente anche alla “povera” Crapps di riscattarsi dalle delusioni olimpiche salendo per tre volte sul podio, dapprima giungendo alle spalle – e non poteva essere altrimenti – della primatista mondiale sia sulle 100 (10”7 a 10”8 con vento oltre la norma …) che sulle 220yds, dove il divario (24”0 a 24”5) è logicamente maggiore, per poi cogliere l’unica medaglia d’oro della sua carriera con il successo nella staffetta 4x110yd, dove, a scanso di equivoci, la Jackson corre in seconda frazione e la Crapps in quarta …

Dedicatasi negli anni seguenti alla famiglia – metterà al mondo tre figli – la Jackson si occupa altresì di opere umanitarie, in particolare dopo la morte del marito per leucemia nel 1977, creando una borsa di studio per la ricerca su tale malattia, per poi essere onorata quale una degli otto portabandiera in occasione della Cerimonia di apertura dei Giochi di Sydney 2000, metropoli dove le è anche stata intestata una via al “Sydney Olympic Park”, accanto al “Sydney Superdome”.

E, se il suo prematuro abbandono delle piste non ha minimamente inciso sulle prestazioni delle atlete australiane ai successivi Giochi di Melbourne ’56, in cui, grazie all’astro nascente Betty Cuthbert ed alla sempre presente de la Hunty si aggiudicano tutte e quattro le gare di corsa, resta pur sempre il dubbio rispetto a quali limiti avrebbe potuto raggiungere la Jackson qualora avesse deciso di proseguire l’attività, quantomeno sino all’appuntamento olimpico.

Ma, tanto, quello non lo sapremo mai …

 

LIU CHUNHONG, LA SOLLEVATRICE D’ORO TRAVOLTA DALLO SCANDALO DOPING

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Liu Chunhong alle Olimpiadi di Pechino 2008 – da scmp.com

articolo di Nicola Pucci

Presente come disciplina ai Giochi fin dalla sua prima edizione dell’era moderna del 1896, il sollevamento pesi ha accolto le ragazze nell’arengo olimpico solo all’affaccio del nuovo Millennio, a Sydney 2000, quando sette fanciulle hanno avuto l’onore di iscrivere per la prima volta il loro nome nell’albo d’oro a cinque cerchi. E se a quell’edizione la Cina la fece da padrona con quattro vittorie, quattro anni dopo ad Atene le orientali ottennero tre medaglie d’oro, confermandosi nazione leader di uno sport che associa tecnica e forza bruta. Ma se le imprese sportive vanno celebrate come è giusto che sia, altrettanto va ricordato che qualche volta, a tali imprese, si accompagnano pratiche dopanti che gettano ben più di qualche ombra sull’intero movimento. Come è successo alla protagonista della nostra storia odierna.

Siamo a Pechino, sede delle Olimpiadi del 2008, ed appunto il sollevamento pesi femminile è presente ai Giochi per la terza volta, dopo l’esordio a Sydney nel 2000 e l’edizione di Atene del 2004. In un panorama che vede le atlete di casa non solo competere nelle vesti di favorite in quasi tutte le categorie ma mettersi al collo anche ben quattro medaglie d’oro sulle sette disponibili, la gara riservata alle sollevatrici fino a 69 kg. ha nella russa Oxana Slivenko la pretendente più accreditata alla vittoria finale, in virtù dei due titoli iridati conquistati nel 2006 a Santo Domingo e nel 2007 a Chiang Mai, rassegna quest’ultima che ha visto salire sul secondo gradino del podio la cinese Liu Chunhong, campionessa olimpica ad Atene nel 2004 ed iridata a sua volta nel 2004 a Vancouver e nel 2005 a Doha, seppur questa seconda vittoria conseguita nella categoria fino a 75 kg.

E le due grandi avversarie rinnovano la loro sfida ai Giochi del 2008, con la russa che è pure primatista del mondo con 276 kg.totali ma che già nello strappo, lei che ha un record di 123 kg., non ottiene che 115 kg. contro i 128 kg. della cinese che migliora il limite e si pone nettamente in testa alla classifica, con l’ucraina Nataliya Davydova al terzo posto provvisorio a sua volta con 115 kg.. La Slivenko è solo lontana parente della sollevatrice che negli ultimi due anni ha sbaragliato il campo ai Mondiali, rimanendo ben al di sotto dei suoi standard tanto che nello slancio, dopo aver realizzato 136 e 140 kg., rinuncia al terzo tentativo, surclassata dalla Liu Chunhong che con 158 kg. ottiene un secondo primato del mondo, che poi diventano tre grazie ai 286 kg. totali che gli valgono, ovviamente, la seconda medaglia d’oro consecutiva. La Slivenko deve accontentarsi dell’argento con 255 kg., un disavanzo di 31 chilogrammi che pure questo è record in sede olimpica, mentre la Davydova con 250 kg. conserva la terza posizione. Liu Chunhong entra nella storia del sollevamento pesi femminile e ad oggi è riconosciuta tra le più grandi campionesse di sempre.

Ecco… tutto ciò sarebbe solo una bellissima storia olimpica, come tante altre ha da raccontare la grande enciclopedia a cinque cerchi, se non fosse che ben nove anni dopo quei memorabili giorni di Pechino 2008, la Commissione Disciplinare del CIO, presieduta dal presidente Denis Oswald, da Juan Antonio Samaranch e da Ugur Erdener, decide di squalificare la stessa Liu Chunhong in quanto, dal riesame delle urine prelevate in sede olimpica, è stata accertata nel campione analizzato la presenza di sostanze vietate, la GHRP-2 e il suo metabolita GHRP-2 M2, e la sibutramina. E così, quella medaglia d’oro che era costata fatica, sudore e qualche sacrificio non consentito, va ad impreziosire la bacheca di Oxana Slivenko. A Liu Chunhong resta l’oro di Atene 2004, ma la domanda sorge spontanea: fu vera gloria?

RE CECCONI, UN ANGELO BIONDO TROPPO PRESTO VOLATO IN CIELO

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Luciano Re Cecconi in maglia Lazio – da:tuttosport.com

Articolo di Giovanni Manenti

Un’arma puntata contro è l’ultima immagine che ha davanti agli occhi, poi tutto avviene in un attimo, un lampo, uno sparo, il proiettile che si conficca nel petto, la disperata ed inutile corsa all’Ospedale San Giacomo di Roma dove, poco dopo, il suo cuore cessa di battere per sempre …

E’ la sera del 18 gennaio 1977, data che porta via Luciano Re Cecconi, 28 anni appena compiuti, lasciando nello sconforto la moglie di cinque anni più giovane, con due figli piccoli a carico, notizia che – in un’epoca in cui non esistevano smartphone, Tv satellitari, social network e neppure Televideo – non tarda comunque a rimbalzare dalla Capitale alle Agenzie Ansa ed alle varie testate giornalistiche, venendo per prima data dai Telegiornali della sera.

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La notizia della morte di Re Cecconi su Tuttosport – da:magazine3d.it

Su quello che accade effettivamente nella Gioielleria di Bruno Tabocchini, l’uomo che spara, avremo modo di ritornare, non prima di ricordare chi sia Luciano Re Cecconi da Nerviano, comune lombardo di meno di 20mila anime, dove nasce l’1 dicembre 1948, figlio di un muratore ma con le “stimmate regali” dovute ad un curioso aneddoto di cui beneficiarono i suoi avi.

Come lo stesso giocatore ha avuto modo di riferire, il tutto nasce da una visita dell’allora Re d’Italia Vittorio Emanuele II nell’allora campagna bustocca, e, quale riconoscimento per la festosa accoglienza ricevuta, volle donare alle popolazioni locali la possibilità di aggiungere ai propri cognomi l’appellativo regale, così che i Cecconi divennero Re Cecconi, usanza poi tramandatasi anche con la nascita della prima Repubblica.

Ma non è certo l’appellativo nobiliare ad evitare che il giovane Luciano debba dare il proprio contributo alla famiglia, alternando la passione per il pallone al lavoro da carrozziere presso l’officina gestita dal cugino, con la ferma volontà di affermarsi nel mondo del calcio, lui infaticabile corridore di centrocampo.

Cosa che, puntualmente, accade dopo l’esordio non ancora 20enne nelle file della Pro Patria in Serie C, al quale segue un intero Campionato da titolare che lo pone alle attenzioni di varie Società di categoria superiore, tra le quali la spunta il Foggia per assicurarsi le prestazioni di questo giovane maratoneta dai piedi buoni, capace di dare un valido contributo nel settore nevralgico del terreno di gioco.

A volerlo fortemente quale rinforzo dell’undici rossonero pugliese è l’allenatore dei “Satanelli”, ovvero Tommaso Maestrelli, proveniente da un eccellente periodo quadriennale alla guida della Reggina – condotta nel 1965 alla sua prima, “storica” Promozione tra i Cadetti per poi sfiorare, l’anno seguente, quella che sarebbe stata un’impresa davvero clamorosa, vedendo sfuggire la Serie A per un solo punto – e chiamato sulla panchina foggiana con il chiaro compito di riconquistare la Massima Divisione persa due anni prima.

Dopo aver fallito l’obiettivo al primo colpo, con il Foggia a concludere il Torneo ’69 all’ottavo posto a 9 punti dalla zona Promozione, il successivo mercato estivo vede il fondamentale innesto in attacco d Alberto Bigon, il quale contribuisce in modo determinante, con 11 reti, al raggiungimento dell’agognato traguardo, ottenuto sul filo di lana in una sfida a quattro che lascia l’amaro in bocca al Mantova, quarto con 47 punti rispetto ai 48 di Foggia e Catania ed ai 49 del Varese.

Acquistato quale rinforzo di un centrocampo in cui dominano l’esperienza di Camozzi (per un biennio alle dipendenze di Maestrelli alla Reggina …) e Majoli, bandiera rossonera di origine veneta, cui si unisce la verve del livornese purosangue Garzelli, il giovane lombardo fatica a ritagliarsi uno spazio, racimolando solo scampoli di partita, subentrando in 9 occasioni dalla panchina sino a fine marzo ’70.

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Re Cecconi al Foggia – da:laziowiki.org

Ma quando la fatica di un Torneo lungo ed estenuante come quello Cadetto inizia a farsi sentire nella testa e nei muscoli dei propri centrocampisti, Maestrelli non si fa scrupoli nel lanciare nella mischia, ad inizio maggio, questo biondino “sette polmoni” che in allenamento non si risparmia, avendone intuito, oltre alle qualità tecniche, anche la forte volontà di affermarsi, così consentendo di far ruotare, a turno, i tre ricordati titolari e portare a conclusione il compito assegnatogli.

L’ottimo finale di Campionato fa sì che Re Cecconi scali le gerarchie nelle preferenze del tecnico, venendo confermato rispetto a Camozzi che prende la strada di Arezzo, così da avere la possibilità di esordire nella Massima Serie il 4 ottobre 1970 allo “Zaccheria”, subentrando a Luigi Villa a 5’ dal termine della sfida con il Milan, conclusa sull’1-1.

Sapiente gestore dei propri giocatori, Maestrelli – già premiato con il “Seminatore d’Oro” nel 1969 – non intende “bruciare” il suo gioiellino, tant’è che la prima volta che lo fa scendere in campo nell’undici titolare avviene solo il successivo 13 dicembre, avversaria tra le mura amiche proprio quella Lazio a cui entrambi resteranno legati per l’eternità, con Re Cecconi a ricompensare il tecnico della scelta sbloccando dopo appena 5’ il risultato per il 5-2 conclusivo che rappresenta, assieme al 3-0 inflitto al Verona una settimana prima, la più larga vittoria stagionale per i rossoneri.

Satanelli” che sembrano indirizzati verso una tranquilla salvezza allorché, a 7 giornate dal termine, si presentano all’Olimpico per la gara di ritorno con i biancocelesti, essendo ottavi con 22 punti e ben 5 lunghezze di vantaggio sulla Fiorentina terz’ultima, mentre Lazio e Catania chiudono la Classifica con 15 punti a testa …

Inutile evidenziare come per la compagine capitolina sia tratti della classica “gara da ultima spiaggia” e la rete di Governato al 90’ che ne sancisce la vittoria per 2-1 rappresenta la svolta in negativo del Campionato del Foggia, che nelle successive sei gare ottiene solo tre pareggi, pagando, con la sconfitta per 0-3 all’ultimo turno a Varese nello scontro diretto, un finale da incubo che lo vede retrocedere solo per una peggior differenza reti rispetto a Sampdoria e Fiorentina, con cui conclude a pari merito a quota 25, facendo compagnia a Catania e Lazio, con l’ironia che a quest’ultima, quella rete al 90’ non sia servita a niente.

L’anno seguente, Re Cecconi accumula esperienza con un intero Torneo cadetto da titolare, che vede il Foggia concludere in un’anonima ottava posizione con Puricelli alla guida, in quanto Maestrelli aveva preso proprio la strada di Roma, per portare a termine il compito di far riguadagnare alla Lazio la Massima Divisione appena persa.

E’ una squadra tosta, quella biancoceleste, in cui furoreggia il centravanti Chinaglia, Capocannoniere con 21 reti, ma che per affrontare un Torneo come quello di Serie A ha bisogno, di pochi, ma mirati rinforzi ed ecco quindi, oltre al portiere Felice Pulici – ed ad aver dato fiducia al giovane Oddi quale stopper al posto di Papadopulo, ceduto al Brindisi – approdare nella Capitale l’ala Garlaschelli in luogo di Massa, trasferitosi all’Inter, e, quali componenti la cerniera di centrocampo, l’esperto Frustalupi e quel giovane di cui Maestrelli non si era affatto dimenticato, avendone seguito i progressi nel Campionato Cadetto.

Quella della stagione 1972-’73 è una Lazio “sbarazzina”, partita senza eccessive ambizioni e che per questo, priva di particolari pressioni, gioca un calcio spumeggiante, che la porta, quasi senza accorgersene, a lottare per il titolo fianco a fianco di due “nobili avversarie” quali Juventus e Milan, ritrovandosi a quattro giornate dal termine, dopo aver sconfitto per 2-1 all’Olimpico proprio i rossoneri, appaiata in vetta alla Classifica alla compagine di Rivera & C. con 39 punti, con i bianconeri a due lunghezze di distanza.

La storia poi ricorda come la stagione si sia conclusa con la beffa della “fatal Verona” in casa milanista e la Lazio, sconfitta 0-1 a Napoli all’ultima giornata, a chiudere al terzo posto mentre la Juventus festeggia il suo ennesimo trionfo, ma quel che conta è il fatto che Maestrelli abbia oramai capito che disperdere un capitale di tale qualità sarebbe un delitto, di cui “Cecconetzer” – come era stato soprannominato per una qual certa somiglianza con l’altrettanto biondo fuoriclasse tedesco, nonché per l’instancabile lavoro svolto in mezzo al campo – è oramai divenuto un perno insostituibile, dall’alto delle sue 29 presenze sulle 30 gare in calendario della stagione appena conclusa.

Due soli marginali ritocchi, Petrelli preferito a Facco quale terzino ed il lancio del 19enne Vincenzo D’Amico al posto del tornante Manservisi, ed il gioco è fatto, con un undici titolare praticamente intoccabile, la Lazio affronta il Torneo che la porta alla conquista del suo primo, “storico” Scudetto con una formazione composta da giocatori che non si amano tra loro, divisi in due fazioni e che sono soliti darsele di santa ragione durante le partitelle di allenamento (che il saggio Maestrelli sfrutta per far “sbollire” contrasti e rivalità interne …), ma che divengono un gruppo quanto mai coeso allorché la domenica si deve lottare tutti assieme per un unico, comune obiettivo …

Un percorso che ha però bisogno di prove concrete che ne garantiscano la fattibilità, e dopo che alla terza giornata i biancocelesti inciampano 1-3 al Comunale di Torino contro i Campioni d’Italia, una gara fondamentale diviene la sfida di fine anno che si svolge all’Olimpico, ospite un Milan reduce dal successo per 2-1 a Napoli, mentre la Lazio aveva guadagnato la vetta solitaria della Classifica approfittando dello scivolone bianconero a Cagliari.

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La rete di Re Cecconi al Milan del 30 dicembre ’73 – da:laziowiki.org

I rossoneri – alle prese con beghe dirigenziali interne e che concluderanno la stagione ad un deludente settimo posto – disputano forse la loro miglior partita, fallendo un paio di clamorose occasioni per portarsi in vantaggio e venire quindi puniti al 90’ da una rete siglata proprio da Re Cecconi che sfrutta un lancio in profondità di Frustalupi per incunearsi in area e battere Vecchi da pochi passi, per un successo che consente alla Lazio di estromettere definitivamente il Milan dalla lotta scudetto e di prendere sempre più convinzione nei propri mezzi, quest’ultima poi sancita dalla “restituzione” alla Juventus del 3-1 subito all’andata, nella gara di ritorno del 17 febbraio ’74 all’Olimpico, per poi trovare la relativa ufficialità alla penultima giornata grazie al successo di misura all’Olimpico contro il Foggia.

L'ANNUNCIO DEL FIGLIO DI CHINAGLIA, MIO PADRE E' MORTO
Il “rigore scudetto” trasformato da Chinaglia – da:ansa.it

Per Re Cecconi alla gioia per il titolo si aggiunge anche la soddisfazione di essere selezionato, assieme ai compagni Chinaglia e Wilson, tra i 22 per i, purtroppo amari, Mondiali di Germania ’74 – pur non venendo mai utilizzato, avrà poi modo, con il nuovo Commissario Tecnico Fulvio Bernardini, di vestire in due sole occasioni la maglia azzurra – mentre difficile è confermarsi la stagione successiva, anche se la Lazio è in lotta per il titolo sino a sei giornate dal termine, allorché, approfittando della sconfitta della Juventus nel derby col Torino, riduce a 4 (34 a 30 punti, con il Napoli secondo a 32 …) le lunghezze di distacco dai bianconeri, solo per essere travolta a propria volta 1-5 all’Olimpico dai granata la domenica successiva, in un ambiente irreale, poiché sulla panchina siede Lovati in quanto Maestrelli è costretto a lasciare accusando le prime avvisaglie del male che lo condurrà alla tomba …

Priva del proprio mentore – che grazie all’impresa dell’anno precedente aveva ricevuto il suo secondo “Seminatore d’Oro” – la squadra si sfalda in un amen e, concluso il Campionato in una comunque onorevole quarta posizione, la stagione seguente rischia seriamente la retrocessione, salvandosi solo all’ultima giornata grazie al pareggio per 2-2 ottenuto a Como dopo essere stata in svantaggio 0-2 ed al “favore” dei cugini giallorossi che impattano per 1-1 con l’Ascoli all’Olimpico.

L’estate 1976 è di grandi cambiamenti in casa biancoceleste, soprattutto per l’abbandono di Chinaglia, trasferitosi negli Stati Uniti ai New York Cosmos, nonché per la presenza alla guida del nuovo tecnico Luis Vinicio visto che Maestrelli, che aveva ripreso il suo posto in panchina nella precedente stagione, aveva visto peggiorare le proprie condizioni di salute, e del “Gruppo storico” sono rimasti solo Pulici, Martini, Wilson, D’Amico e Garlaschelli, oltre al 27enne lombardo su cui anche l’allenatore brasiliano fa affidamento.

Ma le prime avvisaglie che sarà una stagione nefasta – non per la Lazio, che conclude il Campionato in un più che soddisfacente quinto posto, lanciando due 20enni di grandi prospettive quali Bruno Giordano e Leonello Manfredonia – giungono a Re Cecconi già alla terza di Campionato.

Dopo aver difatti bagnato l’esordio con una rete capolavoro nel match inaugurale all’Olimpico contro la Juventus – ancorché inutile agli effetti del risultato, con i bianconeri ad imporsi per 3-2 – tre settimane dopo, il 24 ottobre ’76, Re Cecconi subisce un grave infortunio al ginocchio dopo uno scontro con il difensore bolognese Roversi, che lo costringe ad abbandonare il campo dopo 20’ ed ad una lunga assenza dai terreni di gioco per la necessaria riabilitazione.

Periodo durante il quale Re Cecconi ha la possibilità di festeggiare, l’1 dicembre, il suo 28esimo Compleanno, non potendo certo sapere che sarà l’ultimo, una ricorrenza peraltro funestata dal grave lutto che colpisce la “Famiglia biancoceleste” allorché, il giorno dopo all’età di appena 54 anni, Tommaso Maestrelli si arrende al tumore al fegato che lo aveva aggredito, lasciando un vuoto immenso in tutti coloro che ne avevano apprezzato le notevoli doti tecniche ed umane.

La vita, come suole dirsi, deve andare avanti, e per Re Cecconi la ripresa degli allenamenti avviene dopo le festività natalizie, ponendosi come obiettivo per un possibile ritorno in squadra la fine di gennaio ’77, dato che il Calendario, dopo la 13esima giornata in programma il 16 di detto mese, prevede una sosta per una gara della Nazionale.

Ed eccoci, dunque, tornati al punto di partenza, ovverossia alla sera di martedì 18 gennaio 1977 quando Re Cecconi, in compagnia del compagno di squadra Ghedin e del profumiere Giorgio Fraticcioli, amico di entrambi, si reca nella gioielleria gestita dal Tabocchini, al quale il Fraticcioli doveva consegnare dei prodotti.

Che cosa sia esattamente avvenuto, poco dopo le 19,30 di quel tragico martedì non si è mai realmente saputo, dato che le ipotesi e le versioni sono sempre state contrastanti, parlando di un “tragico scherzo” così come di “uno scherzo finito male” ai danni di un negoziante che già aveva subito rapine in passato, senza dimenticare che si sta parlando dell’epoca degli “anni di piombo”, in cui reati del genere venivano compiuti pressoché quotidianamente da frange estremiste di destra e sinistra per procacciarsi il denaro utile a compiere successive azioni eversive.

Vi è anche chi sostiene che il colpo sia partito accidentalmente mentre il Tabocchini stesse mostrando ai presenti la pistola in suo possesso, tutte ipotesi più o meno fondate e/o credibili, anche se l’orario dell’ingresso in gioielleria (tipico per una rapina, essendo prossimo a quello di chiusura …) fa ritenere più probabile come, si sia trattato di uno scherzo o meno, il gioielliere avesse pensato ad un’eventualità del genere ed avesse reagito di conseguenza, con l’arma rivolta verso Re Cecconi in quanto Ghedin avrebbe, a differenza del compagno di squadra, alzato le mani.

Ucciso Luciano Re Cecconi
Il gioielliere Bruno Tabocchini nei giorni del processo – da:ilpost.it

Tesi, quest’ultima, sostenuta dai Legali del Tabocchini, il quale, arrestato per il reato di “eccesso colposo di legittima difesa”, viene successivamente assolto in sede processuale con la motivazione di “aver sparato per legittima difesa putativa”, sentenza alla quale, nonostante il parere contrario del Pubblico Ministero Franco Marrone, la Procura di Roma decide di non fare ricorso in appello.

Tanto, la vita al povero Luciano non l’avrebbe mai più nessuno restituita, così come un padre ed un marito alla sua famiglia, e mentre per chi volesse approfondire la vicenda esistono due libri al riguardo, “Aveva un volto bianco e tirato – il caso Re Cecconi” di Guy Chiappaventi e “Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata” di Maurizio Martucci, a noi piace ricordarlo con un’immagine, romantica quanto volete, ma che ne ripercorre la breve, ma intensa carriera …

Vale a dire, vederlo trasformato in un Angelo che, sulla soglia del Paradiso, trova ad attenderlo il suo “padre putativo” Tommaso Maestrelli che, con la sua consumata bonarietà e pacatezza, lo accoglie con un: “Lucianino mio, ma che hai combinato …!!

 

IL GIRO FINALMENTE ROSA DI MOSER DEL 1984

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Moser in trionfo a Verona – da inzonacesarini.wordpèress.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginate voi cosa deve aver provato Francesco Moser quel 10 giugno 1984 quando, dopo un lungo ed ormai quasi vano corteggiamento, sale sul podio allestito nel magnifico scenario dell’Arena di Verona per vestire la maglia rosa, l’ultima, quella definitiva, che lo consacra infine re del Giro d’Italia. Goia e soddisfazione senza pari, per un successo che suggella una carriera tra le più mirabili non solo del panorama italiano, ma di tutta la storia del ciclismo internazionale.

Già, perché Moser, classe 1951 di Palù di Giovo, è professionista ormai dal lontano 1973 e in undici anni di attività agonistica ha messo in bacheca una collezione invidiabile di trionfi di pregio. Come il Mondiale di San Cristobal del 1977, come tre Parigi-Roubaix consecutive tra il 1978 e il 1980, come due Giri di Lombardia nel 1975 e nel 1978, classiche come la Parigi-Tours del 1974, la Freccia Vallone e il Campionato di Zurigo del 1977 e la Gand-Wevelgem del 1979, così come due edizioni della Tirreno-Adriatico, 1980 e 1981, e ben tre maglie tricolori di campione d’Italia, 1975, 1979 e 1981. Insomma, è il campione di riferimento del ciclismo di casa nostra, ma ha da sfatare un tabù, appunto quello del Giro d’Italia, che troppo spesso lo ha visto allinearsi ai nastri di partenza quale favorito alla vittoria finale ma altrettanto spesso lo ha respinto, talvolta anche in maniera inattesa.

Come ad esempio nel triennio 1977/1979, quando si è trovato a dover soccombere prima allo sgraziato belga Michel Pollentier, poi all’altro fiammingo, costante seppur privo di acuti, Johan De Muynck, ed infine al nuovo, grande rivale Giuseppe Saronni, col quale da qualche anno si spartisce la scena del ciclismo tricolore. E questo, sebbene abbia più volte messo la sua ruota davanti a tutti, ben 15 volte, fin da quando, alla partecipazione d’esordio del 1973, si impose a Firenze, vestendo altresì la maglia rosa per complessivi 38 giorni.

Nel corso degli anni Moser ha confermato sempre più la sua particolare attitudine alle corse di un giorno così come alle gare contro il tempo, pur non disdegnando di gareggiare nei grandi giri con ambizioni di altissima classifica. Come avvenne anche al Tour de France del 1975, unica sua partecipazione alla Grande Boucle, quando si impose nel prologo di Charleroi e nella tappa di Angouleme, vestendo la maglia gialla per una settimana e chiudendo al settimo posto, risultando pure il miglior giovane prospetto della corsa con ben 16 minuti di vantaggio sull’olandese Kuiper.

Ma il tempo scorre inesorabile, le stagioni si assommano così come le fatiche iniziano ad accumularsi nelle gambe, e se nei quattro anni che vanno dal 1980 al 1983 Moser deve fare i conti con un evidente declino nelle prestazioni che lo vedranno, al Giro d’Italia, non meglio che ottavo nel 1982 a fronte del 21esimo posto del 1981 e ai due ritiri del 1980 e del 1983, ecco che sopraggiunge  l’anno di grazia 1984, che segnerà indelebilmente con tratti d’oro la carriera del ciclista trentino.

Il sodalizio con il prof.Francesco Conconi ed il dott.Michele Ferrari porta Moser ad abbracciare il progetto record dell’ora, che prevede l’applicazione allo sforzo atletico della metodologia scientifica. Il trentino si getta anima e corpo nella realizzazione dell’impresa, che puntualmente si compie in altura, a Città del Messico, dove nel giro di cinque giorni, dal 19 al 24 gennaio, prima abbatte il muro dei 50 chilometri all’ora (50,909 a far meglio del 49,431 stabilito da Merckx nel 1972), poi porta il limite a 51,151.

La strada è segnata, e se a primavera gli effetti di una preparazione così mirata consentono a Moser, che di suo è gran combattente nonchè fuoriclasse con la F maiuscola, di sfatare il tabù Milano-Sanremo, facendo sua la “classicissima” che solo nel 1975 aveva sfiorato giungendo secondo alle spalle di Merckx, per poi partecipare per la prima ed unica volta in carriera alla Vuelta, dove si impone nel prologo di Jerez de la Frontera indossando la maglia amarilla per sette giorni e chiudendo con un dignitoso decimo posto in classifica generale, non prima aver fatto sua anche la tappa di Santander, ecco che all’orizzonte va profilandosi l’opportunità di capitalizzare anche sulle amate strade del Giro d’Italia.

L’edizione numero 67 della Corsa Rosa è onorata dalla presenza ai nastri di partenza di Laurent Fignon, giovane e rampante delfino di Bernard Hinault, che ha egregiamente sostituito vincendo nel 1983 un Tour de France segnato dall’assenza del fuoriclasse bretone e che qualche settimana dopo si prenderà il lusso di battere sonoramente, lasciando l’ex-capitano ad oltre 10 minuti per un clamoroso bis alla Grande Boucle. Ma in Italia il “professore“, con quell’aspetto un po’ naif e i modi raffinati, deve fare i conti con la voglia di Moser di cogliere forse l’ultima occasione di vincere la corsa che lo ha sempre respinto, e dal 17 maggio al 10 giugno, appunto, i due rivali librano un duello memorabile.

Si parte con il prologo di Lucca, che consente a Moser di indossare la prima maglia rosa, per venir scalzato il giorno dopo proprio da Fignon che prende per mano la sua Renault-Elf trascinandola alla vittoria nella cronometro a squadre di Marina di Pietrasanta. Il francese comanda la classifica per quattro giorni, incrementando leggermente il vantaggio sul San Luca, ma il primo appuntamento probante è sulle rampe del Blockhaus, la montagna che nel 1967 fece conoscere al mondo il talento sterminato di Eddy Merckx, ed è qui che Moser, rimanendo agganciato al treno di Moreno Argentin e del portoghese Acacio Da Silva, stacca la maglia rosa, in crisi di fame, di 1 minuto, tornando a vestire le insegne del primato.

Tonificato dall’impresa in montagna, terreno che almeno sulla carta dovrebbe favorire Fignon, il giorno dopo il campione trentino vince in volata a Foggia aggiungendo al suo vantaggio i 20″ di abbuono garantiti al primo classificato, prima che la corsa lasci spazio ai velocisti, con lo svizzero Urs Freuler a rivelarsi il più veloce a Pisticci, Agropoli e Rieti, agli attaccanti di giornata, con il danese Pedersen ed il francese Gayant ad imporsi sui traguardi di Cava dei Tirreni e di Isernia, e a quel Roberto Visentini che non nasconde l’ambizione di giocare il ruolo di terzo incomodo tra i due grandi favoriti, trionfando in solitario nella tappa più lunga del Giro, quella di Lerici, che consente al capitano della Carrera-Inoxpran di collocarsi in seconda posizione a soli 10″ da Moser, con Argentin e Fignon rispettivamente terzo e quarto a 34″ e 39″ prima dell’importantissima cronometro lungo i 38 chilometri che vanno dalla Certosa di Pavia a Milano.

E qui, inevitabilmente, Moser fa valere la legge del più forte, volando la distanza in 47’39”, ben 53″ meglio di Visentini, uno che a cronometro ci sa a sua volta fare, con Fignon costretto a concedere 1’27”, scivolando a sera a 2’07” dal trentino.

Seppur atteso, il successo a cronometro mette Moser nella condizione di poter far gioco sugli avversari diretti, quando all’orizzonte vanno profilandosi Alpi e Dolomiti. Ma se a Bardonecchia il solo Jaffereau non può fare la differenza a favore degli scalatori, e sul Tonale, verso Merano, i grandi si controllano, il 7 giugno il Giro propone in calendario, dopo un secondo giorno di riposo, la prima delle due temutissime frazioni dolomitiche, la Merano-Selva di Val Gardena, che prevede la scalata dello Stelvio, proclamata Cima Coppi del Giro. Ma per le condizioni atmosferiche, con i tornanti dello Stelvio incorniciati da cumuli di neve, e a dispetto della volontà del patron del Giro, Vincenzo Torriani, che riteneva praticabile il passo, viene deciso di non salire sullo Stelvio e ridurre la tappa a soli 74 chilometri dei 245 originariamente previsti, con Tonale e Palade da scavalcare e veloce discesa su Merano. Fignon, denunciando quella sportività che ne faranno un idolo anche degli appassionati italiani, fa buon viso a cattiva sorte, accetta la sfida ed attacca, strappando un minuto a Moser e dando appuntamento al giorno successivo quando, nella Selva di Val Gardena-Arabba di 169 chilometri, i corridori sono attesi da Campolongo, da scavlacare du volte, Pordoi, Sella e Passo Gardena.

Quella che va in scena l’8 giugno è una tappa leggendaria, con Fignon che attacca sul Pordoi senza che più nessuno sia in grado di contenerlo. L’incedere del francese è entusiasmante mentre alle sue spalle si consuma il dramma di Moser che cede ma non si arrende, perde secondo su secondo e sul traguardo si vede sfilare la maglia rosa dal francese che guadagna 2’19” e si presenta all’ultima cronometro di Verona con 1’31” di vantaggio.

Per Francesco sembra che la maledizione Giro d’Italia debba ancora una volta prendere forma, perché se è vero che Moser è praticamente imbattibile a cronometro, è altrettanto vero che la maglia rosa potrebbe mettere le ali a Fignon che si trova ad un passo da completare la doppietta Tour-Giro, seppur non nello stesso anno solare.

Ma i 42 chilometri tra Soave e l’Arena di Verona, come le Dolomiti erano state il trampolino di lancio di Fignon, si trasformano in una cavalcata trionfale di Moser che, utilizzando una bicicletta con ruote lenticolari così come aveva fatto in Messico, chilometro dopo chilometro rosicchia i secondi di svantaggio, che a Treviso aveva limato di 10″ piazzandosi terzo in volata conquistando l’abbuono, annulla il passivo ed infine, in una sorta di passerella al suono dell’Aida, va a trionfare con 2’24” sull’affranto Fignon.

Moser infine conquista l’ultima maglia rosa, quella che suggella una carriera, e se quel 10 giugno 1984 il campione trentino realizzò un’impresa destinata per sempre nell’enciclopedia del Giro d’Italia, non fu certo un caso. Fu o non fu quello l’anno d’oro di Francesco?

I FRATELLI CAMBERABERO, GLORIA DEL RUGBY FRANCESE DI FINE ANNI ’60

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I fratelli Guy e Lilian Camberabero – da:rugbtmeet.com

Articolo di Giovanni Manenti

Una delle particolarità del Rugby rispetto al Calcio, dove in questi ultimi anni si assiste ad una commistione e sovrapposizione nei ruoli dei giocatori schierati in campo, è che lo Sport della palla ovale mantiene ben chiare le caratteristiche dei propri elementi e, fra queste, due sono tra le più importanti nell’economia del gioco.

Mi riferisco ai due mediani, quello di mischia (n.9) e l’altro di apertura (n.10), il cui apporto (e soprattutto l’intesa …) è fondamentale per il successo della propria squadra, un po’ come accadeva, a livello calcistico, negli anni ’60 e ’70, con la “coppia di interni“, fra le più famose delle quali si possono citare Mazzola e Suarez all’Inter, così come Lodetti e Rivera al Milan, al pari di Bulgarelli ed Haller al Bologna od anche Merlo e De Sisti alla Fiorentina e così via …

Figuriamoci se poi questa importante liaison avviene addirittura tra due fratelli – e quasi gemelli, come andremo tra poco a verificare – quali vantaggi ne può trarre la formazione che è in grado di schierarle, ed in questo a beneficiarne è “L’equipe de France”, che grazie a loro riesce a conquistare il suo primo “Grande Slam” nella storia del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni”.

Per chi non lo avesse ancora capito, stiamo parlando dei fratelli Guy e Lilian Camberabero, nati entrambi a Saubiom nella Nuova Aquitania a distanza quasi cronometrica di un anno l’uno dall’altro, visto che Guy, il maggiore, vede la luce il 17 maggio 1936 e Lilian il 15 luglio dell’anno successivo.

In Francia, nel corso degli anni ’50 – a dispetto dell’ottimo terzo posto dei “Bleus” ai Mondiali di Calcio di Svezia ’58 – il Rugby è lo Sport principale a livello di squadra, ed è pertanto normale che i due fratelli si dedichino a questa disciplina, in cui sopperiscono alle loro non eccelse dimensioni fisiche (m.1,69 Guy e m.1,63 Lilian) con una grande agilità e velocità, nonché, per quanto riguarda il maggiore dei due, con una sensibilità di calcio fuori dal comune.

Si fa presto a sentir parlar di loro, che muovono i primi passi nelle file della “Union Sportive Tyrosse” – dove a 18 anni Guy fa già parte della prima squadra, mentre il fratello minore milita ancora nella formazione giovanile – tanto che la svolta giunge nel corso del 1955, allorché l’intera famiglia si trasferisce a La Voulte-sur-Rhone per dare un cambio radicale alla propria vita …

Ad insistere per far sì che i Camberabero entrassero a far parte del XV de “La Voulte Sportif” è tale De Vecchi, il quale, per favorirne l’inserimento, convince il Presidente Jean Palix, altresì Direttore Generale della locale succursale della famosa industria chimico-farmaceutica della Rhone-Poulenc, ad assumerli in qualità di operai, così come al padre viene riservato un posto da Capo reparto.

Mai connubio ha avuto modo di rivelarsi così favorevole, visto che con l’inserimento de “Les Lutins de La Voulte” (“Gli Elfi de La Voulte”, così chiamati per la loro bassa statura …) il Club ottiene al primo impatto la promozione nella Massima Divisione rugbistica francese, categoria che mantiene ininterrottamente sino al 1978, rivestendo altresì ruoli di primo piano, come nel 1959, allorché, superata in grande stile la Fase a Gironi, giunge sino alla semifinale con la propria linea di meta inviolata – 6-0 al Cognac nei 16esimi, 3-0 sia al Perpignan negli ottavi che al Mazamet nei quarti – prima di cedere 9-16 di fronte allo Stade Montois, nelle cui file milita, curiosamente, un’altra celebre coppia del Rugby francese, vale a dire quella formata dai fratelli André e Guy Boniface.

Di questo affiatato duo (con Lilian a ricoprire il ruolo di mediano di mischia e Guy quello di apertura …) intende, per quanto ovvio, giovarsene anche la Nazionale, ed il Commissario Tecnico Jean Prat li convoca per la prima volta per il Tour estivo ’61 nell’emisfero australe, dove peraltro l’unico ad avere l’opportunità di debuttare è il più anziano Guy, schierato come mediano d’apertura nella sconfitta per 32-3 contro la Nuova Zelanda del 19 agosto.

L’esordio non propriamente felice, fa sì che Guy torni ad indossare la divisa della propria Nazionale solo a distanza di un anno, ancora un match amichevole disputato a Bucarest contro la Romania l’11 novembre ’62 e concluso con una nuova sconfitta (0-3), prima che sia lo stesso terreno di gioco a celebrare, il 29 novembre ’64, la doppia apparizione dei fratelli Cameberabero, per quello che è il debutto del più giovane Lilian, che coincide altresì sia con il successo transalpino per 9-6 che con i primi punti messi a segno per il proprio Paese da Guy, autore di una meta (all’epoca valeva 3 punti …) e di un drop, la “specialità della casa” …

Si potrebbe pensare che questo sia l’inizio di una brillante collaborazione tra i due congiunti a livello di Nazionale ed invece, a dispetto dei buoni risultati ottenuti con il Club – raggiunta una seconda semifinale nel 1965, dopo aver superato, nell’ordine, Aviron bayonnais (25-6), Stade Rochelais (6-0) e Béziers (12-0), prima di cedere 14-21 ai futuri Campioni dell’Agen – ad essere convocato per le gare del “Cinque Nazioni” del 1965 e ’66 è il solo Lilian, disputando due incontri a stagione, per un record di due vittorie, un pari ed una sconfitta, senza però mai iscrivere il proprio nome tra i marcatori.

Una tendenza che compie una definitiva inversione nel corso del “Biennio di Gloriadel Rugby francese 1967-’68, e non è un caso che ad esserne protagonisti siano “i Cambé”, come sono soprannominati nell’ambiente, nonostante abbiano oramai raggiunto la soglia dei 30 anni, ma non per questo aver perso le proprie doti di agilità e precisione .

Il motivo di questa attesa deriva dalla sempre molto critica stampa transalpina, che imputa a Guy (quale mediano di apertura, il vero regista della formazione …) di non praticare il “bel gioco” tanto caro al di là delle Alpi, in quanto alle aperture alla mano preferisce, avvalendosi del suo piede particolarmente educato, il calcio a seguire per gli inserimenti delle ali, ma si sa, ciò che conta in ogni tipo di sport sono i risultati, e la Francia, dopo la vittoria nel 1962, non è più riuscita a ripetersi nelle successive quattro edizioni del prestigioso Torneo continentale.

Occorre però una prova tangibile che convinca definitivamente il Tecnico Prat della bontà della scelta, e questa giunge, puntualmente, in quella che può tranquillamente definirsi come “la gara della svolta” nella carriera internazionale dei fratelli, che si svolge l’11 febbraio ’67 a Colombes, avversaria l’Australia, dopo che “les Bleus” avevano esordito, un mese prima, al “Cinque Nazioni” venendo sconfitti 8-9 a domicilio dalla Scozia.

Gloria dello Sport della palla ovale con 6 titoli nazionali, due Coppe di Francia e due successi nel “Cinque Nazioni” da giocatore, Prat non è ancora riuscito a conquistare alcun trofeo da allenatore, tant’è che la convocazione dei Camberabero per la sfida contro i “Wallabies” rappresenta una sorta di “ultima chance” per cambiare rotta, non potendo peraltro forse lui stesso immaginare come sarebbe stato ricambiato.

Quel pomeriggio, difatti, la Francia rimonta il passivo di 5-8 con cui le due squadre erano andate al riposo, capovolgendo l’esito dell’incontro sino al 20-14 conclusivo a proprio favore, ma, cosa mai più ripetuta, tutti i punti portano la firma dei Cambé, con Lilian a realizzare l’unica meta transalpina e Guy, oltre alla relativa trasformazione, a mettere a segno al 15 punti frutto di quattro piazzati ed un drop per un totale di 17 che, all’epoca, rappresenta un record a livello di Nazionale …

Un’impresa che non lascia più alcun dubbio su a quali mani (e piedi …) affidare le sorti del XV di Francia, ottenendo oltretutto un’immediata conferma a due settimane di distanza, allorché la formazione di Prat si impone per 16-12 sull’Inghilterra a Twickenham – dove non vinceva da 12 anni, vale a dire dal 16-9 del 26 febbraio ‘55 – con ancora la precisione al tiro di Guy a fare la differenza, convertendo le due mete realizzate da Claude Durthe e Bernard Duprat, cui unisce un drop ed una punizione in mezzo ai pali.

Allenatosi per le due ultime, decisive sfide del “Cinque Nazioni” contribuendo con 27 punti (9 trasformazioni, 2 piazzati ed un drop …) alla demolizione per 60-13 dell’Italia a Tolone il 26 marzo ’67, una settimana dopo, l’1 aprile a Colombes, Guy Camberabero firma un’impresa “storica” nel successo per 20-14 sul Galles, in quanto, dopo aver trasformato una delle due mete realizzate da Benoit Dauga e Durthe, realizzato un calcio di punizione e centrato per due volte i pali su calcio di rimbalzo (uno dei quali su assist di Lilian …), si prende la soddisfazione nei minuti conclusivi di varcare egli stesso la linea di meta, così da completare quello che gli inglesi definiscono “Full House”, ovvero essere iscritto nel tabellino dei marcatori in tutte e quattro le possibili casistiche.

Manca un ultimo passo per portare a casa il Trofeo, e lo scenario si sposta al leggendario “Lansdowne Road” di Dublino, dove il 15 aprile ’67 sono in 50mila a darsi convegno per assistere alle magie del piede di Guy, il quale, dopo essersi incaricato di trasformare l’unica meta realizzata da Jean-Michel Cabanier, manda per due volte in mezzo ai pali altrettanti drop per l’11-6 definitivo che certifica il ritorno transalpino ai vertici del Rugby europeo e, per Prat, il coronamento di una fantastica carriera, potendo così lasciare, da vincitore, l’incarico di Commissario Tecnico al suo sostituto, Fernand Cazenave.

Anno 1967 che si conclude in gloria per Guy Camberabero, il quale, dopo essersi fatto apprezzare anche nel Tour estivo in Sudafrica – in particolare nel successo per 19-14 del 29 luglio contro gli “Springbocks”, in cui converte le mete realizzate da Cabanier e da Jean Trillo per poi mettere a segno i due drop decisivi – viene premiato con il prestigioso “Oscar du Midi Olympique”, quale miglior giocatore francese della stagione.

Solo un folle avrebbe potuto privarsi dei servigi dei due fratelli, e siccome Cazenave tutto è tranne che un pazzo, avvia la propria esperienza alla guida del XV francese facendo affidamento sulla splendida coppia nel match di apertura dell’edizione ’68 del “Cinque Nazioni”, che i Campioni in carica si aggiudicano per 8-6 contro la Scozia violando il terreno di gioco di “Murrayfield” ad Edimburgo, ma avendo notato un certo affaticamento, li risparmia entrambi per la seconda gara in programma a fine gennaio a Colombes contro l’Irlanda – sostituendoli con la coppia formata da Jean-Henri Mir e Jean Gachassin del Lourdes, per la gioia dei loro detrattori – che i transalpini si aggiudicano per 16-6 con il 24enne Pierre Villepreux a fare le veci di Guy in fase di trasformazione.

Posto di fronte al dilemma su chi puntare per le decisive sfide del Torneo, Cazenave sceglie la strada dell’esperienza e, recuperata la miglior forma fisica, i Canberabero sono ora pronti ad affrontare assieme le loro due ultime gare con la Nazionale, a cui forniscono un contributo fondamentale, a partire dalla sfida interna contro l’Inghilterra del 24 febbraio ’68, dove nel 14-9 conclusivo Guy mette la propria firma nel trasformare l’unica meta dell’incontro realizzata da Jean Gachassin e nel centrare i pali con un piazzato, mentre Lilian si prende, per una volta, lo sfizio di emulare il fratello maggiore nel mettere a segno un drop pure lui …

Con il Trofeo già in proprie mani prima dell’ultima giornata, grazie ai 6 punti ottenuti rispetto ai 5 dell’Irlanda che però ha già completato il programma, mentre Galles ed Inghilterra seguono a quota 3 e 2 punti, rispettivamente, l’incontro del 23 marzo al “National Stadium” di Cardiff assume una particolare rilevanza in quanto, qualora vittoriosi,les Bleus” realizzerebbero il primo “Grande Slam” nel Torneo della loro storia.

Quale modo migliore per porre fine alla loro esperienza con la Nazionale, per i due fratelli, che difatti onorano l’impegno nell’unico modo in cui sono capaci, ovverossia entrando entrambi nel tabellino in termini assolutamente decisivi, visto che all’intervallo le due squadre vanno al riposo con i padroni di casa in vantaggio per 9-3, prima che una meta di Lilian trasformata da Guy e quindi un piazzato e l’ultimo dei suoi 11 drop (ad una sola lunghezza dal record, all’epoca, detenuto dall’estremo Pierre Albaladejo, ma in 30 incontri rispetto ai 14 disputati da Camberabero …) da parte del fratello maggiore ne rovesciassero l’esito per il 14-9 conclusivo ed un “Grande Slam” che la Francia sarà in grado di replicare solo 9 anni dopo, nel 1977 …

110 punti – frutto di 2 mete, 19 trasformazioni, 11 calci di punizioni ed altrettanti drop – nelle 14 gare giocate con la maglia della Nazionale sono il contributo dato ai propri colori da Guy Camberabero, al quale il fratello Lilian ha risposto con più miseri 9 punti (2 mete ed un drop) nelle 13 occasioni in cui è sceso in campo, ma con l’invidiabile record di esserne uscito sconfitto una volta sola – e pure di stretta misura, 8-9 a Cardiff contro il Galles il 26 marzo ’66 – a dimostrazione di quanto positivo sia stato il loro impatto nella storia del Rugby transalpino e che, se a livello internazionale vede conclusa la propria esperienza, riserva ancora una piacevolissima sorpresa con il Club che li ha portati alla ribalta.

Non più, difatti, assillati dagli impegni con il XV di Francia, i Cambé possono ora dedicarsi con maggiore impegno alle sorte del Campionato, in cui, dopo aver superato il primo turno della Fase ad eliminazione diretta sia nel 1968 (sconfitti 9-47 agli Ottavi dai futuri Campioni del Lourdes) che nel ’69, dove ad interromperne i sogni di gloria, sempre agli ottavi, era stato il Montferrand (5-17), superano per la sesta volta consecutiva la Fase eliminatoria a Gironi.

Opposta nei 16esimi all’Aviron bayonnais, La Voulte Sportif ha la meglio per 9-3, per poi non avere pietà negli ottavi del Graulhet (travolto 24-3) e quindi, dopo aver superato 18-8 il Brive ai quarti, prendersi la rivincita sull’Agen che l’aveva eliminata nel ’65 all’identico stadio della Competizione,  imponendosi per 9-3 ed accedere così alla prima, nonché unica, Finale per il titolo della propria storia.

Avversaria della sfida, allo stadio di Tolosa, in quel memorabile 17 maggio 1970, è la formazione del Montferrand e, per entrambe, si tratterebbe del primo titolo, ragion per cui l’importanza della posta in palio ha il predominio sul bel gioco, tanto che l’incontro si rivela avaro di emozioni ed a risolverlo in favore della compagine dei fratelli Camberabero è una meta messa a segno da Renaud Vialar, per una volta tanto non trasformata da Guy, per il 3-0 che sancisce il trionfo de La Voulte.

Non avendo oramai più nulla da chiedere alla loro attività agonistica, Lilian si ritira nel 1971 e Guy poco più tardi, restando comunque entrambi nel Mondo del Rugby svolgendo attività di allenatore, mentre il destino riserva loro percorso diversi al di fuori del panorama della palla ovale.

Entrambi sposati, dai rispettivi matrimoni, difatti, mentre Lilian – scomparso a fine 2015 all’età di 78 anni, vittima di un male incurabile al fegato – ha avuto due femmine, Guy ha generato due maschi, Didier e Gilles, a cui ha così potuto trasmettere la propria passione per il Rugby, militando ambedue ne La Voulte e con il maggiore dei quali, Didier (nato il 9 gennaio 1961), a proseguire nella tradizione familiare, indossando a propria volta in 36 occasioni i colori della Nazionale transalpina, dal 1982 al ’93.

Degno figlio di cotanto padre, Didier viene selezionato per le prime due edizioni della Coppa del Mondo 1987 e ’91, disputando la Finale persa 9-29 contro la Nuova Zelanda il 20 giugno 1987 ad Auckland, ed in detto periodo mette a segno ben 354 punti – tuttora sesto miglior marcatore di ogni epoca de “les Bleus” – frutto, oltre che di 12 mete, di 48 trasformazioni, 59 calci piazzati ed 11 drop, curiosamente, questi ultimi, esattamente pari a quelli realizzati dal genitore e che li pongono, a pari merito, al terzo posto nella “Graduatoria All Time” di detta, specifica specialità.

Come dire, “buon sangue (o meglio, buon piede …) non mente …!!

 

NEALE FRASER, L’AUSTRALIANO CHE ESPLOSE TARDI

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Neale Fraser vincitore a Wimbledon – da thetimesco.uk

articolo di Nicola Pucci

Parlando di Neale Fraser, viene quasi spontaneo considerarlo uno dei grandi australiani della grande epopea del tennis aussie. E questo sebbene dovette attendere qualche anno di troppo per assurgere al rango di campione di prima fascia.

In effetti Fraser, che nacque a Melbourne il 3 ottobre 1933, non ebbe grande fortuna, fin quando trovò sulla sua strada connazionali più illustri di lui che rispondevano al nome di Lew Hoad, Ken Rosewall, Ashley Cooper e Malcolm Anderson, che non solo ottennero successi prima di lui, ma pure gli preclusero l’opportunità di difendere i colori dell’Australia in Coppa Davis, come avvenne poi dal 1958 al 1962 quando infilò una serie di ben quattro successi consecutivi. E questo, nonostante i quattro campioni fossero più giovani di lui, e nel 1950, 17enne appena, Fraser venisse considerato, in prospettiva, il giocatore più promettente del suo paese, sicuro e degno successore di Frank Sedgman e Ken McGregor.

Rosewall e Hoad, invece, esplosero già compiutamente nei primi anni Cinquanta come talenti prodigi del tennis mondiale, e nel 1952 Harry Hopman lì portò in Europa, per poi inserirli in pianta stabile nella formazione che nel 1953 vinse proprio la Coppa Davis battendo 3-2 gli Stati Uniti. Nell’occasione, Hoad dominò Vic Seixas nel primo singolare e dopo la sconfitta di Rosewall, altrettanto nettamente con Tony Trabert, e quella in doppio, all’ultimo giorno i due aussie portarono in dote i due punti che valsero la conquista dell’insalatiera d’argento.

Fraser, costretto nell’ombra, sbarca in Europa solo nel 1954, debuttando al Roland-Garros e a Wimbledon dove, ad onor del vero, non ha molta fortuna, battuto dal belga Brichant al terzo turno Parigi e dal connazionale Rose al secondo turno a Londra. Viene a sua volta aggregato alla squadra di Coppa Davis, iniziando a giocare a fianco di Rosewall dopo che Hopman ha scelto Rex Hartwig quale compagno di doppio di Hoad. E accanto a Ken, Fraser diventa velocemente uno dei doppisti più performanti del mondo, anche se a Wimbledon, nello stesso 1955, viene sconfitto in finale proprio dalla coppia formata da Hoad e Hartwig.

Poco male, nel corso della carriera Fraser avrà modo di collezionare ben 11 titoli Slam in doppio, trionfando tre volte agli Australian Open, al Roland-Garros e agli US Open e due volte a Wimbledon, curiosamente giocando a fianco di Hoad, Cooper e Roy Emerson ma mai con Rosewall, aggingendo pure 5 titoli Slam in doppio misto, vincendo tre edizioni degli US Open ed un’edizione di Wimbledon a fianco di Margaret Osborne duPont ed un’edizione, quella del 1956, degli Australian Open giocando in coppia con Beryl Penrose.

Mancino votato all’attacco, dotato di un buon dritto ed un’ottima voleè ma privo di un rovescio efficace, atletico e veloce, Fraser è dunque un doppista di livello superiore, ma anche in singolare sa farsi rispettare, e nel 1957, dopo che l’anno prima si è arreso ad Hoad in semifinale agli Australian Open, si prende infine la rivincita, battendo il grande rivale ed approdando alla prima finale Slam della carriera, peraltro persa con quell’Ashley Cooper, poco più che 20enne, che diventa per lui una vera e propria bestia nera, tanto da uscirne sconfitto anche dagli scontri diretti che vanno in scena al Roland-Garros (quarti di finale 1957, 6-0 6-8 5-7 6-4 3-6), a Wimbledon (semifinali 1957, 6-1 12-14 3-6 6-8), agli Australian Open (semifinali 1958, 3-6 6-3 8-10 3-6), ancora a Wimbledon (finale 1958, 6-3 3-6 4-6 11-13) e agli US Open (semifinali 1958, 6-8 6-8 1-6).

Sarà proprio l’associazione in doppio, sarà la maggior attitudine ai grandi match a dispetto della giovanissima età, fatto è che Cooper sembra essere l’australiano di riferimento per il biennio 1957/1958, in attesa che Fraser compia infine il definitivo salto di qualità. Come, puntualmente, avviene nel 1959, quando, dopo aver giocato per la prima volta la finale di Coppa Davis, perdendo con Anderson il doppio decisivo contro gli Stati Uniti pur conducendo 2 set a 0 e sperperando una lunga sequenza di matchpoint nel terzo parziale perso 14-16, approfitta proprio del passaggio tra i professionisti di Cooper ed Anderson che gli lasciano lo scettro di numero 1 australiano, a fronte dell’avanzare delle nuove leve che rispondono al nome di Rod Laver e Roy Emerson.

Nel 1959, ormai alle soglie dei 26 anni, Fraser giunge in finale agli Australian Open perdendo in quattro set dall’americano di origini peruviane Alex Olmedo, è semifinalista al Roland-Garros dove è costretto ad arrendersi alla maggior abilità su terra battuta di Nicola Pietrangeli che si impone in tre set, e raggiunge i quarti di finale a Wimbledon, dove cede alla rimonta dell’americano Barry MacKay che lo domina 6-1 al quinto set. Ma l’estate porta fortuna al tennista australiano, che nel giro di due settimane, al West Side Tennis Club di Forest Hills, si prende prima il lusso di trascinare il suo paese alla vittoria nella finale di Coppa Davis, battendo gli stessi Olmedo e MacKay ed aggungendo il decisivo punto del doppio quando con Emerson vince in tre set la sfida con Buchholz e Olmedo, poi di cogliere il primo trionfo in un torneo dello Slam, imponendosi agli US Open eliminando, strada facendo, Ned Neely, che gli strappa un set, Green, Wilson, Hernando, Ayala e Bartzen, prima di demolire ancora Olmedo all’atto conclusivo, 6-3 5-7 6-2 6-4.

Per Fraser è la consacrazione a campionissimo, resa ancor più solida dai successi in doppio e doppio misto per una tripletta che pochi riscontri nella storia del tennis. Ed è anche l’inizio di un biennio d’oro nella carriera del ragazzo di Melbourne, che si guadagna la palma di numero 1 del mondo da Lance Tingay, firma del The Daily Telegraph. E’ vero, l’anno 1960 si apre con la delusione della finale degli Australian Open, quando Neale perde per la terza volta, sconfitto stavolta dall’emergente Laver che ha la meglio di una maratona risolta in rimonta, 5-7 3-6 6-3 8-6 8-6. A Parigi Fraser veste i panni del grande favorito, seppur non ami eccessivamente la terra battuta, ma è costretto a cedere il passo al francese Robert Haillet che ai quarti di finale lo surclassa per due set a suon di recuperi e pallonetti, costringendolo all’abbandono per crampi alla gamba destra sul 6-5 del quarto set, non prima aver riaperto il match con un sofferto 10-8 al terzo set.

Ancora una volta, sopravviene la seconda parte della stagione a salvare il bilancio di Fraser. Accreditato della testa di serie numero 1, l’australiano si presenta a Wimbledon ben deciso a prendersi la rivincita, e se Hainka, Maris, Laius e Candy non rappresentano certo un pericolo, ecco che la sorte stavolta assiste Fraser, a malpartito nel match di quarti di finale con Butch Buchholz che conduce 2 set a 1 prima di scivolare sul prato ed azzopparsi sul 15-14 del quarto set, non prima aver sprecato cinque matchpoint. Uscito indenne da una sfida che sembrava segnata, Fraser prosegue il suo cammino battendo facilmente in tre set l’indiano Krishnan in semifinale, per poi regolare in finale Laver, 6-4 3-6 9-7 7-5, cogliendo quel titolo che regala l’immortalità tennistica.

Ed esattamente come dodici mesi prima, Fraser è il principale protagonista dell’estate, trascinando l’Australia ad una nuova vittoria in finale di Coppa Davis contro l’Italia di Orlando Sirola e Nicola Pietrangeli che lo batte a risultato ormai acquisito, e confermandosi campione a Forest Hills, dove conquista la vittoria senza perdere un set per strada, siano essi gli avversari Raskind, Henry, Moss, Sangster, McKinley, Ralston od ancora Laver in finale, costretto stavolta a cedere 6-4 6-4 10-8.

Per Fraser è l’apoteosi, ma anche il canto del cigno. Nei due anni successivi darà la sua impronta ad altre due vittorie australiane in Coppa Davis ma sarà anche costretto a farsi da parte all’incedere sicuro di due campioni, Rod Laver e Roy Emerson, più forti e completi di lui, che nel 1962 lo stopperanno in tre semifinali consecutive in Australia, a Parigi e a Wimbledon, laddove troverà posto anche il fratello John con il quale, anni prima, Neale aveva iniziato a giocare. Ma tre vittorie Slam e uno scettro di re d’Inghilterra restano, a dar conforto ad una carriera da vincente esplosa tardi, certo, ma per la quale è valsa la pena attendere un po’.

 

IL DECENNIO VINCENTE DELLA RUINI FIRENZE VOLLEY

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La Ruini Campione d’Italia nel ’73 – da:violaamoreefantasia.myblog.it

Articolo di Giovanni Manenti

Che l’Emilia-Romagna sia storicamente la patria della nostra Pallavolo non vi è ombra di dubbio – basti pensare che 40 dei 73 Scudetti assegnati dal 1946 ad oggi sono approdati in detta Regione – ma che, nell’era pionieristica di detta disciplina, che coincide con l’immediato secondo dopoguerra, nelle prime 18 stagioni il titolo non uscisse dalla via Emilia era, in effetti, un po’ eccessivo …

Ad interrompere questo regime di monopolio assoluto – 5 Scudetti per Ravenna, 2 per Parma e gli altri 11 divisi tra le tre Società esistenti in quel di Modena – è, per la prima volta, una formazione di una città Capoluogo di Regione, e questo onore spetta alla Ruini di Firenze.

Società, quella del Capoluogo toscano, fondata nel settembre 1962 su iniziativa dei Vigili del Fuoco, e che assume tale denominazione in memoria di Otello Ruini, un Ufficiale scomparso quattro anni prima nel compimento del proprio dovere, la quale rileva il titolo sportivo della “Alce Firenze”, che conclude al quarto posto il Torneo di tale anno, caratterizzato da un’egemonia assoluta della “Avia Pervia” Modena guidata dal “Professore” Franco Anderlini, che conclude imbattuta, con 18 vittorie in altrettante gare disputate.

C’è bisogno di una “ventata di aria fresca” nel panorama del volley nostrano, che a livello di Nazionale stenta a decollare – dopo il bronzo nell’inaugurale rassegna continentale di Torino ’49, gli azzurri a livello europeo raccolgono un ottavo, nono e decimo posto nelle tre successive edizioni, piazzamenti che a livello mondiale peggiorano non andando oltre il quattordicesimo posto raggiunto sia nella rassegna iridata di Francia ’56 che in Unione Sovietica nel ’62 – anche se la stagione successiva ricalca pari pari la precedente.

Ancora, difatti, la compagine modenese si impone in tutte e 18 le gare in calendario, “soffrendo” (si fa per dire …) solo sul parquet dei concittadini della “Minelli”, sconfitta per 3-2, mentre alle sue spalle, a debita distanza, giungono le altre due formazioni locali, la “Villa d’Oro” e la riferita Minelli, con la Ruini a replicare il quarto posto della rilevata Alce, bagnando il debutto con 12 vittorie e 6 sconfitte.

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Formazione della RUINI all’esordio in Serie A – da.intoscana.it

A guidare la squadra, in veste di allenatore-giocatore, è il 33enne Aldo Bellagambi, fiorentino purosangue, che si unisce al Gruppo nel 1962 proveniente dall’ASSI Firenze, che conclude la stagione seguente all’ultimo posto, mentre determinante, per le sorti del Torneo ’64, diviene l’aver ingaggiato il palleggiatore Gianfranco Zanetti proprio dai Campioni d’Italia, avendo già lo stesso, nel proprio Palmarès, 5 Scudetti oltre a 34 presenze con la Nazionale.

Italia che affronta ad ottobre i Campionati Europei in Romania con altri quattro giocatori della Ruini tra i 12 selezionati – oltre a Bellagambi, ne fano parte anche Paolo Bravi, Ubaldo Gazzi ed Alessandro Grassellini – per una rassegna che conferma l’enorme gap tra il Volley dell’Est ed Ovest del Vecchio Continente, con gli azzurri a rimediare altrettante nette sconfitte per 0-3 contro Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est per poi “fare la voce grossa” con le altre partecipanti, concludendo in una consueta, anonima decima posizione, peraltro secondi dietro alla Francia (ottava) quanto a rappresentanti dell’Europa occidentale …

Smaltita la delusione continentale, è tempo di tuffarci nel nostro Campionato, ed il campo dei Vigili del Fuoco del capoluogo toscano inizia a divenire quel “fortino” difficile da espugnare e che l’anno precedente era stato violato solo dai Campioni d’Italia e dalla Minelli (entrambe vittoriose per 3-1), sfide che nel Torneo ’64 rappresentano “l’esame di laurea” per un Bellagambi alla sua ultima stagione da giocatore.

Ed allorché l’Avia Pervia subisce una netta sconfitta per 0-3 e la Minelli soccombe 2-3 dopo una sfida infinita, ecco che le speranze di Scudetto iniziano a farsi sempre più rosee, anche se occorre confermarsi in campo avverso, dove la Ruini paga dazio sul campo della Minelli (0-3), ma si impone contro i Campioni in carica per 3-2 per quella che è la “gara chiave” del Campionato, visto che, al compimento delle 21 gare in calendario (così ridotte poiché l’ASSI Firenze si ritira a fine Girone di andata …) si ritrova con 20 vittorie e la sola, citata sconfitta contro la Minelli, rispetto alle tre battute di arresto dell’Avia Pervia che, oltre ai confronti diretti, subisce un terzo stop nel “derby” con la Minelli.

Rotta, “finalmente” (è proprio il caso di dire …), l’egemonia emiliana, si pone il problema della conferma ai vertici e la dirigenza toscana si affida al vecchio motto di “squadra che vince non si cambia”, favorita altresì dal fatto che, travolta da una profonda crisi economica, l’Avia Pervia si scioglie, il che consente al Cus Parma, retrocesso essendosi classificato al penultimo posto, di essere ripescato.

Particolare importante, poiché proprio Parma, al pari di Bologna, che era giunta terz’ultima, si uniscono alle due restanti compagini modenesi per formare una sorta di coalizione regionale contro la Ruini che, dal canto suo, può beneficiare del fatto di non dover sottostare ai vari “derby” – l’ultima squadra toscana, la Sestese, retrocede al pari dell’ASSI Firenze concludendo il Torneo all’ultimo posto con una sola vittoria a proprio favore – che, viceversa, fanno sì che le formazioni emiliane si tolgano punti a vicenda.

Un bis scudettato che il sestetto di Bellagambi costruisce ancora una volta davanti ai propri sostenitori, visto che ne viene confermata l’imbattibilità e dove solo la Virtus Bologna e le due modenesi riescono a strappare un set, mentre il peggiorato rendimento in trasferta – inattesi passi falsi a Napoli (2-3), Trieste (1-3) e Vercelli (0-3), oltre che a Modena contro la Minelli – viene largamente compensato dalle riferite sfide regionali tra le principali avversarie per il titolo, così che, a calendario ultimato, è ancora la Ruini a festeggiare con 36 punti (frutto di 18 vittorie e 4 sconfitte), contro i 30 di Parma e Bologna ed i 28 delle due modenesi.

Il vecchio adagio del “quel che è fatto è reso …”, ben si adatta alla formazione dei Vigili del Fuoco, visto che Gianfranco Zanetti – che, oltre alle indubbie qualità tecniche, ha dalla sua anche una sorta di “portafortuna” – lascia il Capoluogo toscano per migrare in quello emiliano e, manco a dirlo, allunga a 9 la striscia dei suoi titoli vinti, di cui gli ultimi 6 consecutivi, conducendo la Virtus Bologna, sotto la guida di Oddo Federzoni, alla conquista degli Scudetti 1966 e ’67.

Stagione, la prima, che viene peraltro ricordata come una delle più incerte e combattute nella Storia del nostro Campionato, con le formazioni delle due storiche città rivali a concludere il Torneo a parità di punti e con una sola sconfitta a testa, ovviamente derivante dagli scontri diretti, che vedono la Ruini imporsi per 3-1 a Firenze (terza stagione con il proprio impianto imbattuto …) e cedere 2-3 a Bologna, rendendosi così necessaria la disputa di uno spareggio per l’assegnazione del titolo, nonostante che il sestetto di Bellagambi avesse una differenza set (65-9 rispetto a 64-12) migliore rispetto ai propri avversari …

Teatro della sfida è il Palasport di Milano che il 30 giugno ’66 ospita quello che può definirsi “uno spot per la Pallavolo”, visto che le due contendenti – se fosse stato possibile, meritevoli senza dubbio alcuno di dividersi lo Scudetto – si danno battaglia per 5 tiratissimi set che, alla fine, premiano (14-16, 15-9, 15-17, 15-9, 15-13) gli uomini di Federzoni per il primo degli unici due titoli della Società felsinea.

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Sergio Veljak – da:old.slosport.org

Bologna che bissa lo Scudetto nella successiva stagione, stavolta in maniera preponderante, visto che conclude il Torneo imbattuta, il che sta a significare, per quanto ovvio, la fine dell’imbattibilità casalinga per il sestetto fiorentino, sconfitto 1-3 a domicilio dai Campioni d’Italia e che conclude il Campionato in terza posizione, alle spalle anche di Parma, con un record di 17 vittorie e 5 sconfitte, nonostante abbia inserito in rosa il valido schiacciatore triestino Sergio Veljak.

 

Vi è da dire, nel ricordare il biennio di successi bolognesi, che a Firenze, proprio in detto periodo, approda un terzetto di Campioni che fa la storia del nostro Volley e che risponde ai nomi del modenese Andrea Nannini, proveniente dalla Minelli (anch’essa in via di sparizione, concludendo ultima il Torneo ’67), di Erasmo Salemme, acquistato dalla Brunetti Roma, e, soprattutto, di Mario Mattioli, ravennate prelevato dalla Robur e che, per 8 stagioni, delizia il palato fine del pubblico fiorentino.

A questo trio si aggiunge il non ancora 20enne schiacciatore locale Andrea Nencini, cresciuto nella Sestese, così che Bellagambi ha la possibilità di dare nuovamente l’assalto al titolo assoluto, in un Campionato che si risolve in una sfida a tre tra i bicampioni di Bologna, Ruini e Parma abbinata alla Salvarani ed in cui la discriminante – visto che i rispettivi confronti diretti si concludono con una vittoria per parte, pur se le sfide tra Parma e Bologna vedono avere la meglio, in entrambi i casi per 3-2, la squadra ospite – è l’impensabile sconfitta per 0-3 dei Campioni in carica sul campo di Ancona, così che la Classifica a fine stagione vede Ruini e Salvarani appaiate al comando con 40 punti (20 vittorie e 2 sconfitte a testa), con Bologna staccata di due lunghezze.

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La RUINI Campione d’Italia nel 1968 – da:vigilfuoco.gov.it

Altro spareggio, dunque, per il sestetto fiorentino, questa volta disputato a Faenza il 23 maggio ’68 e con altrettanto esito diverso, visto che Mattioli & Co. si impongono per 3-1, grazie ai parziali di 15-12, 9-15, 15-5, 16-14 a loro favore.

Vi sarebbe la possibilità di iniziare una serie vincente se non fosse che, dopo la retrocessione anche della “Villa d’Oro”, ecco apparire nel panorama del Volley nostrano colei che ne rilancia l’immagine anche a livello europeo, ovverossia la “Panini Modena”, Società fondata dai fratelli proprietari della famosa casa editrice, la quale, come prima cosa, convince il palleggiatore Andrea Nannini a tornare nella sua città natale, perdita che in casa fiorentina viene compensata dall’inserimento nel ruolo del 20enne Andrea Fanfani.

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La Panini che accede alla Serie A nel ’67 – da:modenavolley.it

Di questa situazione approfitta Parma, che torna a conquistare un titolo che mancava in bacheca dal 1951, al termine di una stagione decisa ancora una volta da uno spareggio – stavolta contro Bologna, superata 3-0 (15-7, 15-13, 16-14) nella gara disputatasi a Pisa – dopo che le due formazioni avevano concluso il Torneo con 20 vittorie e 2 sconfitte a teste, nel mentre Ruini e Panini avevano concluso nelle posizioni di rincalzo con 34 e 32 punti rispettivamente, prima di dare luogo ad un quadriennio di sfide memorabili.

Periodo in cui l’Italia continua a non essere in grado di ritagliarsi un proprio spazio a livello internazionale – non meglio che ottava sia ai Campionati Europei svoltisi in Turchia nel ’67 che nella nostra penisola nel ’71, e peggiorando addirittura i piazzamenti iridati, con il 16esimo posto nel ’66, il 15esimo nel ’70 ed addirittura il 19esimo nel ’74, nel mentre la rappresentativa azzurra non ottiene, a seguito di tali risultati, l’accesso alle prime tre edizioni dei Giochi in cui la Pallavolo è ammessa alle Olimpiadi – ma che vede il movimento in crescita a livello interno, al quale le due citate formazioni forniscono un indubbio contributo.

Non vi è niente, difatti, che entusiasmi maggiormente gli appassionati che vedere due sestetti praticamente dello stesso valore darsi battaglia sino all’ultimo punto dell’ultima gara dell’ultima giornata, cosa che accade sin dalla stagione ’70, dove ad avere la meglio è la Panini che, nonostante paghi dazio (1-3) nel capoluogo toscano, può sfruttare il passo falso (1-3) della Ruini sul parquet dei Campioni in carica di Parma per far suo il primo titolo di una lunga serie, dopo aver restituito con gli interessi (3-0) la sconfitta nel confronto diretto, e consentire al proprio tecnico Franco Anderlini di conquistare il suo sesto personale Scudetto, dopo i cinque vinti con l’Avia Pervia.

L’ingresso negli anni ’70 sancisce altresì un’altra importante variabile nel nostro Campionato, costituita dal tesseramento di giocatori stranieri, di cui, tra le “quattro grandi”, ne usufruiscono, tesserando tutte e tre giocatori provenienti dalla Cecoslovacchia, sia Modena con il palleggiatore Josef Musil, al pari di Bologna con l’universale Antonin Viche, così come di Parma che si rafforza con lo schiacciatore Jaroslav Smidl, ma non la Ruini, che mantiene uno schieramento autoctono, anche per la successiva stagione.

E, del resto, quando puoi contare su di un trio formato da Mattioli, Nencini e Salemme (che in tre superano già le 200 presenze in Nazionale …) è difficile poter trovare di meglio – considerato altresì che i giocatori dell’Est Europa, gli unici in grado di dare “quel qualcosa in più”, possono espatriare solo al compimento dei 30 anni, tant’è che anche le citate altre formazioni abbandonano l’idea – ragion per cui Bellagambi si affida al proprio “zoccolo duro” per invertire le sorti dell’annata precedente.

Cosa che, puntualmente, si verifica e proprio negli esatti termini descritti in quanto, dopo essersi divise le vittorie nei confronti diretti (3-0 per la Ruini a Firenze, 3-2 per la Panini a Modena), sono i Campioni d’Italia stavolta a scivolare, curiosamente con lo stesso identico punteggio (1-3) dei toscani nel Torneo ’70, sul parquet di Parma, così che la Classifica finale stavolta recita Ruini p.42 (21 vittorie ed una sconfitta) rispetto ai 40 dei modenesi.

Un duopolio, quello tra Ruini e Panini, che si esalta ancor di più, qualora ve ne fosse stato bisogno, nella stagione ’72, che vede i due sestetti dominare lungo tutto lo Stivale, senza lasciare scampo ad ogni avversaria che incontrano sul loro cammino (da Trieste sino a Catania), salvo dividersi ancora una volta la posta nei confronti diretti, che vedono il predominio del fattore campo (3-2 a Firenze e 3-1 a Modena), ragion per cui, avendo concluso il Campionato a parità di punti, si rende nuovamente necessario ricorrere ad uno spareggio per l’assegnazione del titolo, che premia stavolta in maniera inequivocabile la formazione di Anderlini che si impone con un netto 3-0 (15-13, 15-5, 15-10) nella sfida andata in scena a Roma il 31 marzo ’72.

Con solo le briciole per le altre, l’ultima stagione ai vertici per la Ruini si apre con la sorpresa di vedere un’altra toscana tornare a disputare il massimo Campionato, vale a dire la formazione universitaria del CUS Pisa che ha rilevato il titolo sportivo dalla Zoli di Pontedera e di cui fanno parte Campioni del calibro di Fabio Innocenti, Fabrizio Nassi ed Alessandro Lazzeroni, destinati a lasciare anch’essi il segno nella Storia della nostra Nazionale.

Un derby che, al Palazzetto del CUS di Piazza dei Cavalieri, il sestetto sempre diretto da Bellagambi si aggiudica con difficoltà 3-2, con i neopromossi pisani a concludere la stagione in un’onorevole quarta posizione, mentre la lotta al vertice vede l’inserimento, assieme alle due rivali, anche di Bologna che, facendo leva sulla potenza dello schiacciatore Giorgio barbieri e potendo ancora contare sull’abilità in fase di costruzione di Zanetti, infligge due sconfitte sul proprio parquet sia alla Ruini (3-0) che alla Panini (3-2), ricevendo analoga moneta in campo avverso, così come avviene, oramai di prammatica, nei confronti diretti tra fiorentini e modenesi.

Pertanto, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa nella “Classifica avulsa” tra le tre pretendenti al titolo, a “rompere le uova nel paniere” alle due compagini emiliane sono Trieste, che infligge alla Lubiam Bologna la terza sconfitta superandola per 3-2, mentre tocca a Parma fare identico scherzetto alla Panini andandone a violare il campo con un netto 3-1, così consentendo alla Ruini, che compie, viceversa, “percorso netto” contro le altre avversarie – con la sola Parma, a parte il già riferito “derby toscano”, a tentare il colpo grosso, venendo in entrambi gli incontri sconfitta per 2-3 – di conquistare il quinto ed ultimo Scudetto della sua gloriosa, ancorché breve storia.

Quella che, a giusta ragione, sarebbe dovuta essere una stagione di festa, si traduce al contrario nell’inizio della fine per la Società toscana, a causa dell’allargamento del panorama del Volley nostrano, non più circoscritto all’asse tosco-emiliano a seguito dell’ingresso delle grandi Metropoli, da Roma a Torino, la cui prima avvisaglia è costituita dalla “Ariccia Volley Club” che, grazie agli investimenti dell’imprenditore Giovanni Cianfanelli, si assicura le prestazioni dei due assi Mattioli e Salemme, così come fa giungere nella Capitale il talento americano Kirk Kilgour, purtroppo per lui poi vittima di un successivo gravissimo incidente in allenamento a gennaio ’76 che lo rende paralizzato.

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Nencini – da:wikipedia.org

Con i soli Fanfani e Nencini a “reggere la baracca”, Bellagambi non può evitare la retrocessione da Campione d’Italia – con sole 10 vittorie sulle 26 gare di calendario – mentre la Panini, senza la sua più agguerrita avversaria, domina il Torneo ’74 concluso con 6 punti di vantaggio sulla Lubiam Bologna e la citata Ariccia, al cui sestetto si aggiunge, l’anno seguente, anche Nencini per ricostituire lo “storico trio” che tanta gloria aveva portato alla città di Dante, mentre la Ruini salva la categoria poiché Bologna, in grave crisi finanziaria, rinuncia ad iscriversi al successivo Campionato.

Torneo, quello ’75, che vede la stridente realtà di una Ruini – il cui parquet, ricorderete, era “off limits” per chiunque vi entrasse – incapace di vincere una sola gara, consegnando lo scettro di formazione leader a livello regionale al CUS Pisa (per la seconda volta in tre anni a piazzarsi al quarto posto …), rispetto al trionfo dei suoi tre ex con l’Ariccia che si aggiudica il suo primo titolo subendo una sola sconfitta a Torino, con quest’ultimo a concludere a due sole lunghezze di distanza, complice una battuta d’arresto per 2-3 a Modena contro la rinata “Villa d’Oro”.

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Il ritorno di Mattioli

Cala così il sipario di una delle più belle realtà del nostro Volley degli anni ’60, mentre Mattioli, Nencini e Salemme aggiungono in bacheca un quinto titolo affermandosi anche nel ’77 con la Federlazio, che aveva rilevato il titolo sportivo dall’Ariccia trasferendosi definitivamente nella Capitale, per poi, il fiorentino doc Andrea Nencini e quello d’adozione Mario Mattioli – che durante il periodo romano avevano altresì fatto parte, così come Salemme, della Nazionale azzurra debuttante ai Giochi di Montreal ’76 e conclusi all’ottavo posto – saldare il debito di riconoscenza con il Capoluogo toscano facendovi ritorno nell’estate ’82 per accasarsi al CUS Firenze, contribuendo, con Mattioli nelle vesti di allenatore-giocatore, alla storica Promozione in Serie A1, salvo poi retrocedere l’anno seguente.

Un gesto di affetto per la città che li aveva lanciati ai vertici di uno sport tanto amato, e che per Mattioli aveva un valore ancor maggiore, visto che proprio a Firenze è nato il figlio Francesco, a cui ha trasmesso la passione per questa disciplina e che lo ha visto anch’esso calcare i parquet della Massima Serie con le maglie di Verona, Trento e Latina.

Conclusione migliore non poteva esservi, per la Storia di una Società che ha fatto innamorare e sognare gli appassionati non solo fiorentini, figlia di un’epoca ancora dilettantistica rispetto al successivo subentro di realtà imprenditoriali alle quali una formazione che faceva capo ai Vigili del Fuoco non era chiaramente in grado di poter economicamente competere.

Non ci tacciate di inguaribili nostalgici, ma a noi questa epoca di puro dilettantismo senza il valzer delle sostanziose cifre che ancor più oggi girano nell’ambiente, un po’ ci manca …

 

COPPA KORAC 1998 E IL GIORNO DI GLORIA DEL BASKET VERONA

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Dalla Vecchia con la Coppa Korac – da tggialloblu.it

articolo di Nicola Pucci

La Scaligera Basket Verona, fondata nel 1951, deve attendere la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta non solo per guadagnare infine il massimo palcoscenico nazionale, ma anche per assurgere al rango di grande protagonista della pallacanestro continentale.

Dopo esser giunta quinta e terza nel campionato di A2 nel 1989 e nel 1990, la prima stagione del nuovo decennio porta in dote alla formazione veronese, che si accoppia al marchio Glaxo, la prima storica promozione in Serie A1, conquistata con un record di ben 25 vittorie e sole 5 sconfitte. Sotto la guida esperta di Alberto Bucci, in organico ci sono giocatori del calibro di Paolo Moretti, Riccardo Morandotti, Giampiero Savio e Roberto Dalla Vecchia, accompagnati dal contributo di due americani di sostanza, Tim Kempton e Russ Schoene, e la squadra è tanto competitiva da mettere in bacheca, addirittura, la Coppa Italia, prendendosi il lusso di far fuori Caserta agli ottavi di finale e Virtus Bologna ai quarti, per poi avere la meglio di Livorno in semifinale e di Milano, 97-85, all’atto decisivo nella final-four di Bologna, prima e ad oggi unica formazione di Serie A2 ad alzare il trofeo.

Verona entra in pompa magna nel basket che conta, e se alla retrocessione dell’anno dopo faranno seguito una pronta risalita nella massima divisione ed alcuni piazzamenti di grande prestigio come le due semifinali play-off del 1994, eliminata dalla Virtus Bologna, e del 1997, quando sarà Treviso ad imporsi nel derby veneto, ecco che anche l’Europa inizia a diventare teatro delle imprese del quintetto scaligero. Che se nel frattempo torna in finale di Coppa Italia nel 1994 e nel 1996 e nel 1997 vince la Supercoppa battendo ancora una volta Milano, 79-72, nella sfida di Assago, si affaccia in semifinale in Coppa delle Coppe nel 1992, perdendo la doppia sfida con il Real Madrid poi vincitore del torneo contro il Paok Salonicco, per infine arrivare a giocarsi il titolo nello stesso 1997 quando è proprio il Real Madrid a spengere i sogni dei ragazzi allenati da Andrea Mazzon vincendo 78-64 la finale di Nicosia.

Sono passati alcuni anni da quella prima grande finale di Coppa Italia del 1991 che fece gridare al mondo che Verona non era solo Romeo e Giulietta e il calcio campione d’Italia del 1985. In panchina c’è ora proprio Mazzon, giovane allenatore poco più che 30enne, che si è forgiato con la gavetta delle squadre giovanili ed è stato vice di Franco Marcelletti, e con il marchio Mash Jeans i veneti sono finalmente pronti a conquistare l’Europa, trascinati in campo dall’indiscutibile classe di Mike Iuzzolino, giunto nella città scaligera nel 1995 dopo un’onesta carriera NBA con i Dallas Mavericks.

Accanto all’americano, che ha in mano le chiavi della squadra e acquisirà poi cittadinanza italiana, esercitano ancora i “vecchi” Dalla Vecchia e Savio, Roberto Bullara agisce nel ruolo di guardia, Alessandro Boni fa valere i chili sotto i tabelloni, due americani di medio cabotaggio come Myron Brown e Randolph Keys danno un valido contributo, così come il muscolare tedesco Hans Gnad e l’atletico danese Joachim Jerichow. Mazzon sembra avere la bacchetta magica e riesce a miscelare perfettamente talento cestistico e forza fisica, tanto che Verona diventa squadra pericolosissima, in Italia come in Europa, difficile per tutti da battere.

E se la stagione 1997/1998 si chiuderà con i quarti di finale play-off ed eguale piazzamento in Coppa Italia, ecco che la Mash Jeans compete in Coppa Korac. E fa saltare il banco di una competizione che ha nell’Aris Salonicco i detentori del titolo, negli spagnoli del Tau Ceramica gli sfidanti più autorevoli, nella Stella Rossa Belgrado la mina vagante e nelle altre italiane Varese, Roma e Siena contendenti con ben più di qualche legittima ambizione.

La prima fase a gironi non riserva sorprese, 32 protagoniste accedono al tabellone ad eliminazione diretta e per Verona gli ostacoli Konya, Zadar e Kavadarci sono solo un antipasto di quel che sarà il seguito della rassegna. Che ai sedicesimi di finale offre in pasto ai ragazzi di Mazzon proprio il Tau Ceramica, costretto a cedere nettamente davanti al pubblico amico, 70-90, sotto i colpi di Iuzzolino e Dalla Vecchia che mettono a referto 25 e 23 punti rispettivamente, non riuscendo poi a ribaltare il passivo a Verona, 85-79, quando Iuzzolino, al solito incontenibile in attacco, ne firma altri 25 per garantire il passaggio del turno.

E se nel frattempo la Stella Rossa rimedia in casa, 91-73, la sconfitta subita a Siena, 72-81, l’Aris Salonicco fa altrettanto con gli spagnoli del Manresa e Varese e Roma fanno valere la legge del più forte contro Spartak Mosca e Cherno More Varna, agli ottavi Verona trova sulla sua strada gli israeliani dell’Hapoel Galil Elyon, perdendo di misura in Israele, 83-86 nonostante 18 punti di Keys, per poi rifarsi davanti al pubblico amico, 71-60, guadagnando il biglietto per i quarti di finale.

Dove il contingente italiano giunge dimezzato, stante la sconfitta di Varese con i francesi dello Cholet e la vittoria di Roma con l’Unicaja Malaga, e dove Verona deve fronteggiare l’altra squadra greca in corsa, il Peristeri, che vince di quattro in casa trascinata da Henry e Gurovic ma cede 90-79 in Veneto, lasciando via libera agli scaligeri che vanno a comporre il quartetto che si giocherà il trofeo grazie ai 31 punti di Iuzzolino e i 27 di uno scatenato Brown, alla miglior prestazione stagionale.

Tra le quattro squadre ancora in lizza non ci sono più i campioni in carica dell’Aris Salonicco, sconfitti in entrambe le gare da Roma, mentre rimangono in corsa la Stella Rossa, che rispetta il pronostico con i turchi del Konya, e i francesi dello Cholet, che a loro volta hanno la meglio nel derby transalpino con Dijon. Yugoslavi e francesi si sfidano in una semifinale che si risolve già nel match di andata, con la Stella Rossa che si impone con un clamoroso 81-49 che spalanca la porta della finale, mentre un altro derby, stavolta tra Verona e Roma, deciderà il nome della seconda squadra finalista.

In effetti l’incrocio tricolore è incerto. Nel match d’andata, al Palaolimpia di Verona, Roma chiude avanti all’intervallo, 44-42, con Obradovic sugli scudi, ma deve poi arrendersi alla prestazione magistrale di Iuzzolino che mette a segno ben 38 punti, frutto di un 5/8 da due, 7/9 da tre e 7/7 dalla lunetta, firmando il 96-82 che ipoteca il passaggio del turno. Al ritorno, infatti, la squadra di Mazzon contiene senza troppi affanni il tentativo di recupero dei capitolini, che vincono di soli 2 punti, 72-70, lasciando via libera a Verona che con i 24 punti del solito Iuzzolino e la concretezza granitica di Gnad che sfiora la doppia doppia con 14 punti e 8 rimbalzi, per il secondo anno consecutivo va a giocarsi una finale europea. Stavolta da disputarsi con la formula del doppio confronto, 25 marzo in Italia e 1 aprile in Yugoslavia.

Ad onor del vero le cose sembrano mettersi male, per gli scaligeri. Che davanti all’appassionato pubblico amico chiudono il primo tempo avanti, 43-38 dopo aver toccato anche il +13 sul 30-17, grazie all’ennesima prova maiuscola di Iuzzolino che segna 24 dei suoi 27 punti totali, ben assistito da Keys che chiuderà la serata con 17 punti. Nel secondo tempo la Stella Rossa serra i ranghi e limita le giocate del play italo-americano, salgono in cattedra Bolic e Rakocevic, che segnano rispettivamente 18 e 17 punti, e dopo aver raggiunto il massimo vantaggio sul 59-47, infine gli yugoslavi si impongono 74-68, lasciando immaginare che sette giorni dopo a Belgrado si potrà festeggiare un titolo continentale che manca dal 1974 quando la Stella Rossa trionfò in Coppa delle Coppe.

Invece… invece succede che in un Pionir che rigurgita passione nazionalista, infuocato come solo sanno essere i palazzetti del basket da quelle parti, Verona gioca la partita della vita e va a prendersi quella coppa che quasi nessuno ormai riteneva alla portata. Topic e Popovic sono i più ispirati con 17 e 14 punti, ma Mazzon azzecca ogni mossa e la sua squadra gioca d’assieme, unita, con spirito indomito che ben si identifica nei 18 punti di Iuzzolino, che risulterà infine miglior marcatore dell’intera manifestazione con 22.2 punti di media a partita, nei 13 punti e 4/5 da tre di uno stoico capitan Dalla Vecchia, nei 12 punti in 20 minuti di Bullara, negli 11 punti ed ancor più 12 rimbalzi di Keys, dominatore della serata sotto i tabelloni, e nei 9 punti e 7 palloni catturati di Alessandro Boni. A cui tocca la vetrina finale, quando a 12 secondi dalla sirena, con Verona avanti di 8 punti, va a rimbalzo sulla tripla di Bencic che danza sul ferro ma non entra, subendo fallo ed andando in lunetta per il tiro libero che vale una Coppa Korac.

Verona, che dodici mesi prima aveva conosciuto l’amaro della sconfitta, stavolta assapora fino in fondo la dolcezza del trionfo. Finisce 73-64 e il titolo europeo, inseguito ed infine acchiappato, prende la strada per l’Italia. Quel 1 aprile 1998, la coppa farà bella mostra di sè sotto gli occhi di Romeo e Giulietta. Ed è uno scenario da leccarsi i baffi.

LA STAGIONE 1946-’47 D’ESORDIO DEL BASKET PROFESSIONISTICO NBA

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I Philadelphia Warriors, primi Campioni della NBA nel 1947 – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando siamo abituati ad usufruire di un prodotto a noi familiare, difficilmente realizziamo a chi od a cosa si debba la sua invenzione, ed altrettanto avviene allorché assistiamo ad un evento sportivo, senza pensare alle origini dello stesso …

Oggigiorno, con le possibilità create dalle varie Tv satellitari, ci possiamo godere, tranquillamente seduti sul divano di casa, uno degli spettacoli più emozionanti e coinvolgenti offerti dal panorama dello Sport mondiale, ovverossia il Basket professionistico Usa, la sin troppo celebrata (ancorché meritatamente …) Lega dell’NBA, ovvero la “National Basketball Association” ed i suoi talentuosi Campioni, da LeBron James a Steve Curry, da James Harden a Kevin Durant, piuttosto che Russell Westbrook.

Ma non avremmo mai potuto beneficiare di ciò, come dell’aver ammirato in passato le prodezze di Larry Bird, “Magic” Johnson, Isiah Thomas, Michael Jordan e via dicendo, se, il 6 giugno 1946 a New York, la riferita Lega non fosse stata fondata, anche se non con l’attuale denominazione.

Difatti, prima di tale data, esistevano già due Leghe professionistiche negli Stati Uniti, ovverossia la ABL (“American Basketball League”) ad Est, risalente ben al 1925, e la NBL (”National Basketball League”), operante nelle città industriali del Midwest e fondata nel 1937, anche se le relative gare si disputavano in impianti di capienza limitata, quandanche non addirittura in sale da ballo o nelle palestre dei Licei …

Ecco, allora, nascere l’idea, da parte del proprietario del celebre “Boston Garden”, Walter Brown, di adibire gli impianti che ospitavano le gare dell’Hockey su ghiaccio – la NHL (“National Hockey League”) – per gli incontri di basket, visto che restavano inutilizzati per larga parte dell’anno, cosa che viene messa in pratica quel riferito inizio giugno del 1946, attraverso la creazione della BAA (“Basketball Association of America”), con nomina a Presidente della neonata Lega di Maurice Podoloff, che già ricopriva identica carica nella AHL, vale a dire la “American Hockey League”.

Nata così da una “costola” dell’hockey su ghiaccio – disciplina peraltro più antica rispetto al basket – la BAA vede ai propri vertici importanti uomini d’affari, ma, per logica conseguenza, poco esperti nel gestire squadre di pallacanestro, provenendo la maggior parte di loro da un altro Sport, pur adottando sin dalla stagione inaugurale la formula della suddivisione delle squadre partecipanti nelle due Division, la Eastern e la Western, che con il tempo sarebbero divenute Conference, per poi far seguire, al termine della “regular season”, la fase dei Playoff per l’assegnazione del titolo.

La grande innovazione della neocostituita Lega professionistica non è tanto da un punto di vista tecnico, in quanto la qualità non si dimostra superiore a quello delle altre due citate concorrenti – prova ne sia che i titoli del 1948 e ’49 vengono vinti dai Baltimore Bullets e dai Minneapolis Lakers, provenienti dalla ABL ed NBL rispettivamente – bensì organizzativo e di immagine, portando il basket nelle grandi Arene, siano il già citato “Boston Garden” o l’ancor più famoso “Madison Square Garden” di New York, anche se, nelle prime stagioni anch’essa, al par delle altre, non vede giocatori di colore nei roster delle varie formazioni partecipanti.

Questa situazione di ben tre Leghe professionistiche non poteva logicamente durare a lungo, e come sempre accade in questi casi, dopo che la seconda stagione aveva visto ben quattro franchigie – Cleveland, Detroit, Pittsburgh e Toronto – abbandonare la BAA lasciandola con sole sette partecipanti, poi incrementate ad otto grazie all’inserimento dei ricordati Baltimore Bullets provenienti dalla ABL, mentre nella successiva le formazioni iscritte salgono a 12 grazie al travaso di Fort Wayne, Indianapolis, Minneapolis e Rochester dalla NBL, ecco che il 3 agosto 1949 le sei compagini residue di quest’ultima Lega confluiscono anch’esse nella BAA dando luogo a tutti gli effetti all’attuale NBA, il cui primo Torneo ufficiale sotto tale denominazione è pertanto quello del 1949-’50, nel mentre la resistente ABL perde sempre più appeal e scomparirà a sei anni di distanza, nel 1955 dopo 30 anni di attività.

Fatta questa premessa per inquadrare quella che è stata la genesi della NBA – la quale ha peraltro riconosciuto come validi a tutti gli effetti per il suo “Albo d’Oro” i titoli conseguiti nei tre anni di vita della BAA – andiamo ad analizzare quello che è stato l’andamento della prima stagione, alla quale prendono parte 11 squadre, sei della parte orientale (Washington, Philadelphia, New York, Providence, Boston e Toronto) e cinque della occidentale (Chicago, Saint Louis, Cleveland, Detroit e Pittsburgh) degli Stati Uniti.

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La locandina del primo match – da:alchetron.com

Venerdì 1 novembre 1946 è la “data storica” in cui viene disputata la prima gara ufficiale della nuova Lega, presso il “Maple Leaf Gardens” di Toronto, tra i padroni di casa degli Huskies ed i New York Knicks, con questi ultimi ad imporsi per 68-66 e la loro guardia Ossie Schectman, che conclude con 11 punti all’attivo, a passare anch’egli alla storia quale realizzatore del primo canestro in una sfida sostanzialmente decisa da una maggior precisione degli ospiti dalla lunetta, con 20 su 26 rispetto al 16 su 29 dei loro avversari.

Con 60 incontri di “regular season” disputati, ad emergere nella “Eastern Division” sono i Washington Capitols allenati da quel Red Auerbach che farà le fortune degli “invincibili” Boston Celtics degli anni ’50 e ’60, che realizzano uno score di 49-11, riuscendo altresì in due occasioni a superare “quota 100” – cosa tutt’altro che usuale all’epoca – allorché si impongono per 107-81 a Cleveland il 2 febbraio ’47 (22 punti di Bob Feerick, 18 di John Manken e 17 di Fred Scolari), impresa replicata il successivo 26 marzo sul parquet amico della “Uline Arena”, quando a soccombere per 105-77 sono i Chicago Stags, con stavolta Bones McKinney a mettere a referto 18 punti, rispetto ai 17 di Feerick .

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Auerbach ed i Capitols – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Visto lo scarso numero di partecipanti, la formula dei Playoff prevede che ad accedere agli stessi siano le sole prime tre squadre di ogni Division, con la vincente ad essere esonerata dal primo turno, mentre le seconde e le terze si affrontano al meglio delle tre partite, ma con accoppiamenti interzone, nel senso che le due seconde si affrontano tra loro, così come le terze, una decisione che oggi farebbe discutere, ma d’altronde, non dobbiamo dimenticarci che siamo alle prime armi.

Ad Ovest, intanto, a farsi preferire sono i Chicago Stags, che prevalgono di misura (record di 39-22 rispetto a 38-23) nei confronti dei Saint Louis Bombers, riuscendo peraltro anch’essi a superare in ben quattro occasioni quota 100 punti realizzati – per due volte a scapito di Pittsburgh, fanalino di coda della Lega, nell’arco di una settimana, 109-85 e 101-82 tra il 6 ed il 12 febbraio ’47 – con Cleveland ad occupare la terza posizione con il 50% di vittorie, mentre ad Est, alle spalle di Washington, acquisiscono il diritto ad accedere alla “post season” Philadelphia e New York, entrambe con un record positivo di 35-25 e 33-27 rispettivamente.

Ai più attenti non sarà sfuggita una particolarità, ovvero che il record di Chicago e Saint Louis e costituito da 61 incontri rispetto ai 60 di calendario, e ciò è dovuto semplicemente al fatto che alle due squadre viene fatto disputare, il 31 maggio ’47 al “Chicago Stadium”, una sorta di spareggio per stabilire, essendo terminate a pari punti, chi dovesse essere esonerata dal primo turno dei Playoff, sfida quanto mai incerta che si risolve solo al supplementare, con i padroni di casa ad imporsi per 73-66.

Prima di addentrarci nell’esaminare l’esito dei Playoff, occorre dare il giusto risalto a coloro che hanno dato lustro a questa prima stagione, vale a dire i leader delle varie classifiche individuali, che pertanto premiano l’ala Joe Fulks dei Philadelphia Warriors quale miglior realizzatore con 1.389 punti per una media di 23,2 a partita, con un massimo di 41 realizzati il 14 gennaio ’47 nel successo per 104-74 a Toronto con 15 tiri a segno ed 11 su 16 dalla lunetta.

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Joe Fulks dei Philadelphia Warriors – da:peachbasketsociety.blogspot.com

Ad avere però una miglior percentuale realizzativa dal campo è il già citato Feerick di Washington, con una media del 40,1%, nel mentre proviene da Providence il “re degli assist”, ovvero Ernie Calverley che ne distribuisce ben 202 per una media di 3,4 a partita ed il più preciso dalla lunetta è ancora un giocatore dei Capitols, vale a dire Fred Scolari con una percentuale dell’81,1%.

E, per concludere questa rivisitazione dei “top player”, la prima “All-BAA First Team” – una segnalazione che negli Usa assume un notevole valore per un giocatore – è composta da Max Zaslofsky (Chicago Stags) come playmaker, i già citati Fulks, Feerick e McKinney quali ali e Stan Miasek dei Detroit Falcons in veste di miglior centro.

Ma, già dalla sua prima edizione, il Basket professionistico conferma come una cosa sia la “regular season” e ben altra i Playoff, che si aprono ad inizio aprile ’47, e la sfida tra le due terze – New York ad Est e Cleveland ad Ovest – vede prevalere la formazione della “Grande mela” che, dopo aver perso anche piuttosto nettamente gara-1 (51-77) alla Cleveland Arena, fa valere la legge del Madison Square Garden nelle due successive sfide, che vedono la coppia formata da Bud Palmer e Stan Stulz fare il bello e cattivo tempo, mettendo a segno in coppia 52 punti in gara-2 (conclusa 86-74) e 51 nella decisiva gara-3, il cui risultato non è mai in discussione sino al 93-71 conclusivo.

Con New York ad aver, pertanto, sfruttato appieno il fattore campo costituito da un miglior record nella stagione regolare, la stessa cosa non accade nella sfida tra le due seconde delle rispettive Division, ancorché la differenza fosse minima (38-22 per Saint Louis e 35-25 per Philadelphia), con i Warriors a compiere il proprio dovere in gara-1 alla Philadelphia Arena, venendo a capo di un match equilibrato, risolto solo nel finale per il 73-68 conclusivo, ribaltato viceversa con autorità in Missouri, dove i Bombers si impongono d’autorità per 73-51, facendo ritenere poco più che una formalità il terzo e decisivo incontro che ha luogo il giorno dopo, 6 aprile ’47 sempre sul loro parquet.

Ed invece Philadelphia, riordinate le idee e, soprattutto, ritrovato un Fulks degno del suo ruolo di miglior marcatore della stagione regolare, mettendo 24 punti a referto, riesce nell’impresa di espugnare con un altrettanto netto 75-59 il campo avverso, guadagnandosi il diritto a sfidare per l’accesso alla Finale i New York Knicks, i cui confronti in “regular season” si erano conclusi con un record di 4-2 a loro favore.

Non ci siamo dimenticati di Chicago e Washington, ma il “vantaggio” di essere state esonerate dal disputare il primo turno della “Post season” viene in un certo qual modo annullato dallo scontro diretto in semifinale, anziché affrontare una delle seconde o terze, decisione piuttosto sorprendente per come siamo abituati a decifrare la “Griglia Playoff” ai giorni nostri, ma tant’è, con però una sostanziale differenza, nel senso che mentre la serie tra Philadelphia e New York si mantiene al meglio delle tre partite, quella tra le due vincitrici delle rispettive Division è al meglio delle sette, in pratica una sorta di Finale anticipata.

Il che sta altresì a significare che mentre le gare tra Knicks e Warriors prendono il via il 12 aprile, quelle tra Stags e Capitols hanno già visto disputarsi le prime sfide in concomitanza con gli incontri del primo turno, per così arrivare ad una conclusione più o meno contemporanea per dar luogo alla successiva Finale per il titolo.

Capisco come non sia molto facile raccapezzarsi in questo sovrapporsi di date, ma come sempre l’esempio pratico è la migliore soluzione, con Philadelphia che conferma, rispetto a New York, la superiorità già dimostrata nella stagione regolare, grazie alla riacquistata vena realizzativa di Fulks, “top scorer” sia in gara-1 vinta per 82-70 nella “città dell’amore fraterno” che nell’ancor più netto successo per 72-53 con cui, a due giorni di distanza, i Warriors espugnano il Madison Square Garden.

Nel frattempo, Chicago e Washington se le stanno dando di santa ragione, con questi ultimi – che si presentano all’appuntamento, oltre che con il già citato miglior record assoluto in “regular season”, forti anche delle 5 vittorie ad 1 ottenute nel corso della stagione – a subire due inattese, ma non per questo meno nette (65-81 e 53-69) sul parquet amico in gara-1 e gara-2 a distanza di un giorno l’una dall’altra, per poi soccombere anche in gara-3 (67-55, con la coppia Don Carlson e Max Zaslofsky a realizzare da soli il 63% dei punti totali, con 22 e 20 rispettivamente) ed essere i primi a sperimentare una regola tuttora esistente nella Storia dei Playoff NBA.

Tale regola, semplicemente, riflette il fatto che nessuna squadra ha mai rimontato uno svantaggio di 0-3 in una serie, e nonostante i Capitols abbiano un sussulto d’orgoglio imponendosi in gara-3 per 76-69 e quindi mettere paura agli Stags in gara-4 violandone per 67-55 il relativo parquet, la speranza di allungare la serie a gara-7, da disputare alla “Uline Arena” davanti ai propri tifosi, viene vanificata dalla più incerta delle sfide, che vede le due squadre andare all’intervallo lungo sul 30-29 per i padroni di casa, che poi dilatano il vantaggio sino a 52-48 alla conclusione del terzo parziale e quindi concludono sul 66-61 grazie soprattutto alle prestazioni di Chris Halbert e Zaslofsky (25 e 18 punti rispettivamente), mentre Auerbach è nell’occasione decisiva “tradito” da Feerick, con soli 8 punti a referto.

Ed eccoci così giunti alla serie per l’assegnazione del titolo, con Chicago che, avendo eliminato i dominatori della stagione regolare assume le vesti di favorita per la vittoria finale, con il vantaggio psicologico delle 5 vittorie ad 1 ottenute nelle stagione regolare, peraltro, curiosamente, esattamente identico a quello che, al contrario, vantava Washington nei suoi confronti, e per questo forse non proprio beneaugurante.

Con gli incontri programmati a distanza di un giorno l’uno dall’altro allorché la serie si disputa nella stessa città, il 48enne coach dei Warriors Edward Gottlieb ha dalla sua un Fulks rinfrancato dall’esito delle semifinali, come dimostra chiaramente il 16 aprile ‘47 in gara-1 allorché domina nettamente la sfida dall’alto dei suoi 37 punti, di cui ben 29 messi a segno nella ripresa per l’84-71 che viene più o meno replicato il giorno appresso, visto l’85-74 in cui stavolta Philadelphia si impone di squadra, con ben 5 suoi elementi in doppia cifra, a dimostrazione che limitare il “top scorer” della “regular season” (solo 13 punti a referto …) non è abbastanza per vincere.

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Joe Fulks in azione – da:prohoopshistory.net

La ricordata regola dello “0-3 non rimontabile” viene vissuta stavolta sulla propria pelle dai giocatori di Chicago in gara-3, la cosiddetta “sfida che non si deve perdere”, e che, al contrario, vede i Warriors avere la meglio sul parquet avverso in una partita giocata “punto a punto”, con le due squadre andate all’intervallo sul 31 pari, per poi vedere gli ospiti prendere un lieve margine (47-46) a fine terzo periodo e quindi resistere sino al 75-72 conclusivo che vede nuovamente Fulks indiscusso protagonista con i suoi 26 punti realizzati.

Una situazione di 3-0 a proprio favore fa generalmente sì che gara-4 sia appannaggio della formazione a secco di vittorie, cosa che si verifica anche in questa occasione, non senza batticuore per i tifosi degli Stags che, convinti di aver oramai la vittoria in tasca dopo il 65-52 di chiusura terzo quarto, vedono la loro squadra rimontata sino a chiudere per un solo punto di scarto (74-73) l’incontro a proprio favore …

Si torna quindi a Philadelphia per quella che può essere l’ultima e decisiva sfida, con i Warriors ad un successo dalla conquista del titolo, ed i supporters iniziano già a pregustare i festeggiamenti del dopopartita alla fine del primo periodo, chiuso su di un confortante 27-13, ma senza aver fatto i conti con l’orgoglio di Chicago che, dapprima riduce lo svantaggio a 38-40 all’intervallo e quindi si porta in vantaggio 68-63 quando inizia l’ultimo quarto.

A scacciare la paura che comincia ad aleggiare sulle tribune della Philadelphia Arena non può essere altri che Fulks con i suoi 34 punti a referto – nonché concludendo la serie con una media di 26,2 a partita – anche se a realizzare il canestro del pareggio sull’80-80 ad 1’ dalla sirena è Howie Dallmar, prima che la gara assumesse il suo contorno definitivo di 83-80 che laurea i Warriors quali i primi Campioni della nuova Lega Professionistica Usa.

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La palla di gara-5 autografata dai giocatori dei Warriors – da:deskgram.net

Curioso il fatto che detta franchigia non sia, come molti potrebbero credere, quella che successivamente è divenuta i “Philadelphia 76ers” di Moses Malone e Dr. J Julius Erving, in quanto questi ultimi nascono nel 1963 come prosecuzione dei “Syracuse Nationals”, mentre i Warriors hanno mantenuto il loro soprannome, divenendo, con il tempo, dapprima i “San Francisco Warriors” (1962-71) e quindi gli attuali “Golden State Warriors”, dominatori della recente Storia della NBA con tre titoli (2015, ’17 e ’18) nelle ultime quattro stagioni grazie alle prodezze di Stephen Curry e Kevin Durant, quest’ultimo premiato come MVP delle Finali Playoff degli ultimi due anni …

Peccato che un tale riconoscimento sia stato istituito solo a far tempo dal 1969, altrimenti i Warriors – oltre a Rick Barry nel ’75 ed ad André Iguodala nel ’15 – avrebbero visto beneficiarne un altro dei propri giocatori.

E, se avete avuto la pazienza di seguire il racconto sino a questo punto, non potrete avere certo alcun dubbio al riguardo, Joe Fulks, of course …!!