AGOSTINO ABBAGNALE E DAVIDE TIZZANO, IL DUE DI COPPIA D’ORO AD ATLANTA 1996

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Davide Tizzano ed Agostino Abbagnale – da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Conclusasi quattro anni prima a Barcellona 1992 l’era dei “fratelloni d’Italia“, Carmine e Giuseppe Abbagnale, con la medaglia d’argento alle spalle degli inglesi Greg e Jonny Searle, anche a causa dell’eliminazione dal programma olimpico degli armi del “Due con” e del “Quattro con“, il testimone in campo canottieristico è raccolto dal fratello minore Agostino che, in coppia con Davide Tizzano, si presenta ad Atlanta 1996 nella specialità del “Due di coppia“.

Ad onor del vero Agostino Abbagnale, classe 1966 e come i due fratelli più famosi nato a Pompei, e Davide Tizzano, napoletano verace di due anni più giovane a cui i medici, da adolescente, consigliarono di praticare il nuoto, non sono una novità nel panorama a cinque cerchi, avendo già conquistato l’oro nel “Quattro di coppia” a Seul 1988 unitamente a Gianluca Farina e Pietro Poli, e tentano ora una nuova impresa – dopo che Agostino si è dovuto fermare per ben cinque anni a causa di una tromboflebite che aveva rischiato di pregiudicargli il prosieguo dell’attività agonistica – in una specialità che l’anno prima, ai Mondiali di Tampere 1995, ha visto trionfare con largo margine i danesi Lars Christensen e Martin Hansen in 6’17″01, con quasi 2″50 di vantaggio sulla coppia tedesca Steiner e Volkert, con la coppia azzurra non meglio che 13esima.

In sede olimpica, nel bacino del Lake Lanier, tra il 21 e il 27 luglio, fortunatamente, le cose vanno ben diversamente, ed una prima buona notizia per l’armo azzurro deriva dal dirottamento della coppia tedesca sul “Quattro di coppia” – specialità in cui infatti vincono l’oro davanti ad Usa ed Australia – con ciò togliendo un pericoloso avversario, viceversa materializzati nelle batterie nei norvegesi Steffen Skar Undseth e Kjetil Storseth (bronzo a Tampere l’anno prima), che realizzano il miglior tempo di 6’43″35 rispetto al 6’44″01 dei francesi Frederic Kowal e Samuel Barathay ed al 6’48″22 dell’imbarcazione azzurra, con Christensen ed Hansen a loro volta vincitori della seconda batteria in 6’48″75, la più equilibrata con i tedeschi Sebastian Mayer e Roland Opfer subito alle loro spalle.

Le due semifinali ribaltano parzialmente i risultati del primo turno, con Abbagnale e Tizzano che si impongono nella prima in 6’37″49 staccando nettamente l’armo norvegese (6’40″15), ma nella seconda i francesi ottengono 6’32″86 che li pone come favoriti della finale, trascinandosi dietro, con ottimi riscontri cronometrici, anche l’armo austriaco composto da Arnold Jonke e Christoph Zerbst, argento a Barcellona 1992, (6’35″76) e quello danese (6’37″10), tutti tempi inferiori a quello realizzato dall’Italia.

Ma il canottaggio è disciplina dove, più di ogni altra, le energie si riservano per la finale, e qui gli azzurri costruiscono il successo sin dall’avvio, transitando ai 500 metri con 42/100 di vantaggio sulla Francia ed 89/100 sulla Norvegia, che recupera sui francesi a metà gara quando però l’Italia è già scappata via incrementando il margine ad 1″66 sull’armo scandinavo ed a 2″67 sui transalpini, con le altre tre imbarcazioni, compresi i danesi campioni del mondo e gli austriaci appunto vice campioni olimpici quattro anni prima a Barcellona, ormai tagliate fuori dalla lotta per le medaglie.

Ai 1500 metri la barca azzurra mantiene pressoché inalterato il distacco dagli inseguitori, con 1″59 di vantaggio sulla Norvegia, grazie allo sforzo sovrumano di un Tizzano mai così coraggioso e che a fine gara abbisognerà dell’intervento dei medici, incrementando a 2″91 il margine sulla Francia e resistendo nel finale al tentativo di rimonta di Undseth e Storseth, concludendo in 6’16″98, miglior prestazione olimpica della specialità, davanti alla stessa Norvegia (6’18″42) ed alla Francia (6’19″85).

L’Italia conquista una memorabile affermazione, l’unica del canottaggio azzurro ai Giochi di Atlanta 1996, che ricompensa soprattutto Agostino Abbagnale della sfortuna, le sofferenze ed i sacrifici che lo hanno accompagnato da Seul ad Atlanta. Ora sì il più piccolo della famiglia d’oro, che fu già argento nella specialità dell'”Otto” nell’ormai lontano 1985 ai Mondiali di Hazewinkel, si è guadagnato un posto al tavolo dei due grandi fratelli.

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TOM DOLAN, IL RE DEI MISTI TRA TAMAS DARNYI E MICHAEL PHELPS

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Tom Dolan festeggia l’Oro di Sydney 2000 – da:patch.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nelle varie specialità degli Sport individuali, vi sono atleti che possono incorrere nella sfortuna di essere contemporanei di veri e propri “Cannibali” che non lasciano loro alcuna possibilità di vittoria, come pure altri chiamati a raccoglierne la relativa eredità e, pertanto, con l’ingrata situazione di esserne paragonati …

Una simile circostanza ha riguardato i nuotatori americani David Wharton e Tom Dolan, specialisti dei misti, i quali si sono trovati nelle due sopra ricordate situazioni, il primo a cercare di avere la meglio ed il secondo a doverne ricalcare le orme, dell’invincibile ungherese Tamas Darnyi, il quale non conosce sconfitte su entrambe le distanze dei m.200 e 400 misti per quasi un decennio.

Tali due gare, difatti lo vedono sempre salire sul gradino più alto del podio, in rapida successione e dopo non aver potuto prendere parte alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 per il “contro boicottaggio” imposto da Mosca ai Paesi della sfera sovietica, ai Campionati Europei di Sofia 1985, Mondiali di Madrid ’96, Europei di Strasburgo ’87, Giochi di Seul ’88, Europei di Bonn ’89 (dove è altresì Oro sui m.200 farfalla …), Mondiali di Perth ’91, Giochi di Barcellona ’92 per poi concludere l’attività con il successo sui soli m.400 misti agli Europei di Sheffield 1993.

In tale lasso di tempo, il fenomenale nuotatore magiaro stabilisce ovviamente anche i relativi record mondiali, migliorando agli Europei di Strasburgo ’87 il primato sui m.200 detenuto dal canadese Alex Baumann e risalente ai Giochi di Los Angeles ’85, per poi essere il primo al mondo ad infrangere la barriera dei 2’ netti, nuotando la distanza in 1’59”36 in occasione della Rassegna Iridata di Perth ’91 …

Analogamente, Darnyi fa suo anche il primato sui m.400, nella stessa occasione dei Campionati Europei del 1987, togliendolo però al ricordato americano Wharton che lo aveva stabilito appena 5 giorni prima migliorando anch’egli il record stabilito da Baumann alle Olimpiadi californiane, per poi abbatterlo in altre due occasioni, vale a dire ai Giochi di Seul ’88 ed alla Rassegna Iridata di Perth ’91, sino a 4’12”36.

Costretto, pertanto, a far “buon viso a cattivo gioco” data la presenza di un tale fuoriclasse, l’americano Wharton raccoglie le briciole, vivendo il suo miglior periodo a ridosso della fine degli anni ’80, allorché fa suoi entrambi i titoli nelle due gare dei Misti ai “Campionati Pan Pacifici” di Brisbane ’87 – giova precisare che detta Rassegna, partecipandovi nuotatori di Stati Uniti, Australia, Canada e Giappone, è di livello quantomeno pari se non superiore ai Campionati Europei – affermandosi in 2’02”49 sul più volte citato Baumann sui m.200 e siglando l’altresì ricordato record mondiale di 4’16”12 sulla doppia distanza.

Divenuto il più serio candidato ad insidiare l’egemonia di Darnyi, i due si danno battaglia nella Finale dei m.400 misti l’anno seguente ai Giochi di Seul ’88, dove l’ungherese infligge all’americano una doppia sconfitta, precedendolo all’arrivo e togliendogli, con il tempo di 4’14”75 anche il primato assoluto.

L’ultimo acuto di Wharton avviene in occasione dei “Campionati Pan Pacifici” di Tokyo ’89 dove, oltre a bissare i titoli della precedente edizione, migliora in 2’00”11 il record di Darnyi sui m.200 misti, per poi aggiudicarsi anche la gara sulla doppia distanza in 4’16”14 sul connazionale Eric Namesik.

Quest’ultimo lo supera sui m.400 misti ai “Campionati Pan Pacifici” di Edmonton ’91 (4’18”40 a 4’22”92) – dopo aver conquistato l’argento sia sui m.200 che 400 misti alle spalle dell’ungherese alla Rassegna Iridata di Perth ’91, dove Wharton conclude sesto in 4’20”19 – così come coglie analogo risultato ai Giochi di Barcellona ‘92, che rappresentano per Wharton (quarto in 4’17”26) l’abbandono dell’attività.

E, con l’addio alle gare d Darnyi l’anno successivo, ecco che si schiudono le porte a colui che ne raccoglie l’eredità – pur se principalmente legata alla prova dei m.400 misti – ovvero Tom Dolan, nato ad Arlington, in Virginia, il 15 settembre 1975, e pertanto 18enne all’epoca del ritiro dell’imbattibile magiaro …

E, mentre Darnyi poneva fine ad una straordinaria carriera cogliendo l’ultimo dei suoi 8 Ori continentali aggiudicandosi la gara dei m.400 misti ai Campionati Europei di inizio agosto 1993 a Sheffield, Dolan appena una settimana dopo a Kobe, in Giappone, si metteva al collo la sua prima medaglia sulla medesima distanza, giungendo secondo (4’19”05 a 4’20”72) ai “Campionati Pan Pacifici alle spalle dell’australiano Matthew Dunn, altresì vincitore dell’Oro sui 200 metri.

Il prediligere la più lunga delle due prove sui misti, deriva per Dolan dalla sua predisposizione anche per le prove di mezzofondo a stile libero, il che gli consente di acquisire una consistente resistenza, ancor più accentuata con la sua iscrizione alla “University of Michigan”, ad Ann Arbor, dove ha l’opportunità di entrare a far parte della gloriosa squadra dei “Michigan Wolverines”, sotto la guida del mitico tecnico John Urbanchek, per 22 anni (dal 1982 al 2004) Capo Allenatore del Team …

Questo binomio, con Dolan ad entrare a farvi parte nell’autunno 1993, da immediatamente i suoi frutti, nonostante che il ragazzo della Virginia soffra di una forma di Asma provocata dall’esercizio fisico, con conseguente ostruzione della trachea del 20% rispetto alla normale funzionalità, e derivante dalla durezza dei suoi allenamenti, ma nonostante una maggiore stanchezza, unita a vertigini ed a blackout occasionali, ciò non gli ha mai impedito di allenarsi.

E con risultati più che lusinghieri, aggiungiamo noi, visto che nei suoi quattro anni al College Dolan si aggiudica 6 titoli individuali NCAA, trionfando sia nel 1995 che l’anno seguente sulle 500 e 1850yds a stile libero al pari delle 400yds miste, oltre a far parte della staffetta 4x200yds stile libero, Campione nel 1994, ’95 e ’96 …

Ma, ai titoli universitari, Dolan aggiunge quegli ben più significativi dei Campionati Nazionali, dove colleziona ben 14 vittorie – di cui 8 a stile libero, sui 400 (tre), 800 (quattro) e 1500 (uno) metri – oltre a due affermazioni sui m.200 e quattro sui m.400 misti …

Un Dolan che, pertanto, è pronto per far parte del ristretto gruppo di nuotatori che ambisce a far proprio lo scettro del fuoriclasse magiaro, con la prima opportunità al riguardo costituita dalla edizione di Roma ’94 dei Campionati Mondiali, passata alla Storia come la più negativa in assoluto per i colori americani, con solo quattro Ori conquistati, di cui due relativi alle staffette 4x100sl e 4×100 mista …

Rassegna iridata che segna il definitivo tramonto dell’era Darnyi, visto che in entrambe le prove sui misti perde il primato mondiale stabilito nella precedente edizione di Perth ’91, mentre i più accreditati successori alla leadership mondiale sono indicati nel connazionale Attila Czene, già bronzo ai Giochi di Barcellona ’92 ed argento agli Europei di Sheffield ’93 sui m.200 metri, al pari del finlandese Jani Sievienen, che nella citata Rassegna Continentale dell’anno precedente gli era giunto alle spalle sui m.400 ed imponendosi sulla più corta distanza …

Agli specialisti del Vecchio Continente, il Team Usa oppone il più volte citato Namesnik su entrambe le distanze, con a fargli compagnia Greg Burgess – argento sui m.200 misti sia ai Giochi di Barcellona ’92 che ai Campionati Pan Pacifici ’93 – e Tom Dolan sui 400 metri …

Prova, quest’ultima, che si disputa per prima, con batterie al mattino e Finale al pomeriggio del 6 settembre 1994 alla Piscina del Foro Italico a Roma, e già in qualifica emergono i tre candidati al podio, con Namesnik a far registrare il miglior tempo in 4’16”48, rispetto ai 4’18”14 di Sievinen ed ai 4’19”17 del connazionale …

Con la mai troppo simpatica etichetta di “eterno secondo” – saranno 9 in totale le medaglie di tale metallo tra Olimpiadi, Mondiali, Campionati Pan Pacifici e Giochi Panamericani rispetto ad un solo Oro in carriera – Namesnik nuota al pomeriggio sulla stessa lunghezza d’onda delle Olimpiadi catalane, ma il tempo di 4’15”69 fatto registrare è buono solo per occupare il terzo gradino del podio, visto il miglioramento del finalndese, che conclude in 4’13”29 e, soprattutto, della straordinaria prestazione del non ancora 19enne Dolan, che stampa un sensazionale 4’12”30, di soli 0”06 centesimi inferiore al primato di Darnyi.

Come già ricordato, Sievinen si consola ampiamente strappando a sua volta all’ungherese il record sui m.200, dove si impone in 1’58”16, tempo destinato a durare per quasi 9 anni sino all’era Phelps, mentre Namesnik conclude la sua settimana nera vedendosi sfuggire per 0”17 centesimi il podio, appannaggio di Czene, con Burgess viceversa argento con il tempo di 2’00”86.

L’inatteso successo proietta Dolan – fisicamente ben dotato, dall’alto dei suoi m.2,01 per 86kg. – nella lista dei favoriti in vista delle Olimpiadi di Atlanta ’96, in previsione delle quali si disputano, nello stesso impianti che ospiterà di Giochi, i “Campionati Pan Pacifici” ’95, che divengono a tutti gli effetti una sorta di “Prova Generale” in vista della Rassegna a Cinque Cerchi …

E, per il ragazzone della Virginia, è altresì l’occasione per “saldare i conti” con l’australiano Dunn – deludente ai Mondiali di Roma non riuscendo ad entrare in Finale in alcuna delle due gare – visto che si impone sia sui m.200 (2’00”89 a 2’01”48) sullo stesso Dunn, che sulla doppia distanza (4’14”77), dove precede, manco a dirlo, il “povero” Namesnik, con Dunn stavolta terzo.

Dolan, oramai, non ha rivali in Patria, come conferma l’esito dei Trials disputati ad Indianapolis ad inizio marzo ’96, affermandosi in entrambe le gare, precedendo (2’00”20 a 2’01”55) Burgess sui m.200 e l’immancabile Namesnik (4’12”72 a 4’17”19) sulla più lunga distanza …

Giochi che si aprono, come di consueto, con la prova dei 400 metri, con batterie al mattino e Finale al pomeriggio del 21 luglio 1996 al “Georgia Tech Aquatic Center” di Atlanta, ed anche stavolta è l’oramai 26enne Namesnik a far registrare il miglio tempo in qualifica con 4’16”21, nel mentre il Campione e primatista mondiale riserva le sue energie per l’atto conclusivo, concludendo terzo in un comodo 4’17”66, nel mentre si registra la clamorosa eliminazione di Sievinen, non meglio che nono con un inguardabile 4’23”13 …

Al pomeriggio, la Finale si rivela più semplice del previsto per la coppia americana, che ben presto si distacca dal resto del lotto, andando a sfidarsi per il gradino più alto del podio che, diremmo quasi ovviamente, non sfugge a Dolan che regola (4’14”90 a 4’15”25) un Namesnik che ha nella difficoltà a scendere sotto i 4’15” netti il proprio evidente limite, con il bronzo appannaggio del canadese Curtis Myden davanti al redivivo Dunn, mentre il migliore del Vecchio Continente è l’olandese Marcel Wouda, quinto in 4’17”71 precedendo l’azzurro Luca Sacchi.

Pattuglia europea che si riscatta quattro giorni dopo in occasione della Finale dei m.200, con Czene a succedere al connazionale Darnyi, togliendogli in 1’59”91 il record olimpico stabilito otto anni prima a Seul, con alle spalle il ritrovato Sievinen (2’00”13) che precede Myden per la sua doppietta di bronzo e stavolta a dover fare “buon viso a cattivo gioco” sono i due americani, con Burgess e Dolan a piazzarsi non meglio che sesto e settimo, preceduti anche da Dunn.

Con tre ori in fila – Mondiali ’94, Pan Pacifici ’95 e Olimpiadi ’96 – sulla distanza dei m.400 misti, Dolan si prende un anno sabbatico per conseguire la laurea – così che ai “Campionati Pan Pacifici” di Fukuoka ’97 lascia spazio a Dunn e Myden che concludono nell’ordine su entrambe le prove – e puntare al “bersaglio grosso” costituito dalla conferma del titolo iridato e dell’Oro olimpico.

Il ritorno dei Campionati Mondiali a Perth, in Australia – calendarizzati anche stavolta ad inizio gennaio ’98 causa l’allocazione nell’emisfero australe – consente agli Stati Uniti di riconquistare la propria veste di leader della Disciplina, con 14 Ori nel proprio medagliere, nel mentre per Dolan le fatiche iniziano il 13 gennaio, con batterie e Finale della gara a lui più congeniale …

Oramai orfano di Namesnik, ritiratosi dall’attività agonistica, Dolan sembra provare gusto a centrare, come fosse quasi una sorta di scaramanzia per avere in dota la terza corsia in Finale, il terzo miglior tempo in qualifica, alle spalle dei già ricordati Wouda e Myden, indubbiamente i suoi due più accreditati avversari nella corsa alla conferma del titolo iridato …

Ma, ancora una volta, le batterie sono una cosa e la Finale un’altra, e se ne accorge Wouda, l’ultimo ad arrendersi allo strapotere del 22enne della Virginia, insidiandolo sino a concludere (4’14”95 a 4’15”52) a soli 0”58 centesimi di distacco, mentre Myden arricchisce la propria collezione di bronzi con un altro terzo posto, ma a debita distanza avendo chiuso in 4’16”45, riuscendo comunque a precedere un Dunn su cui grava la “Maledizione del mancato podio”, olimpico od iridato che sia.

Un sortilegio che, per l’australiano, si materializza anche nella Finale dei m.200 misti di quattro giorni dopo, mancando il bronzo, appannaggio dell’altro americano Ron Karnaugh, per soli 0”14 centesimi (2’01”89 a 2’02”03), nel mentre la vittoria arride a Wouda 2’01”18 a 2’01”66) sul francese Xavier Marchand, al massimo acuto della sua carriera, con Dolan, svuotato di ogni energia, a concludere ultimo in un desolante 2’05”82, dopo aver fatto segnare il secondo miglior tempo in batteria.

A questo punto, a Dolan manca solo l’ultimo pezzo per completare un fantastico puzzle, ovvero emulare Darnyi nel divenire il solo secondo nuotatore di ogni epoca a bissare il titolo olimpico sui m.400 misti, dopo aver già eguagliato quanto compiuto dallo stesso ungherese e dal suo connazionale Andras Hargitay in sede iridata, ragion per cui svolge una preparazione tesa a dare il meglio di sé stesso in occasione dei “Giochi di fine Millennio” in programma a Sydney dal 16 al 23 settembre 2000 …

Allenamenti che danno già i loro frutti durante i Trials che si svolgono ad Indianapolis nella seconda settimana di agosto, con Dolan a primeggiare su entrambe le distanze, pur non riuscendo ancora a scendere sotto la “barriera dei 2’ netti” sui m.200, dove si impone in 2’00”81 per poi mettere a segno un eccellente 4’13”72 sui m.400 per tenere a distanza il 19enne Erik Vendt, che conclude in 4’13”89.

L’impressione di avere “il nemico in casa” non sembrerebbe trovare conferma nelle batterie che si svolgono al mattino del 17 settembre 2000 al “Sydney International Aquatic Centre”, dove Vendt si qualifica per la Finale pomeridiana con il quinto tempo di 4’17”75, mentre Dolan sfata la sua abitudine di realizzare il terzo miglior tempo in qualifica con la seconda miglior prestazione di 4’15”52 alle spalle dell’azzurro Alessio Boggiatto, che con 4’14”26 migliora il record italiano …

Un cliente in più nella caccia all’Oro, il che fa sì che all’atto conclusivo il primatista e Campione mondiale ed olimpico in carica rompa gli indugi sin dalla partenza, transitando a metà gara in 2’01”12 con un vantaggio abissale sul connazionale e l’immancabile Myden (2’04”73 e 2’04”92 rispettivamente …), mentre Boggiatto è l’ombra di quello visto all’opera al mattino, quarto ad oltre 4”50 di distacco …

La frazione a rana (1’10”89 ad 1’11”94) consente a Vendt di avvicinarsi a Dolan, il quale riallunga nettamente nelle ultime due vasche a stile libero a lui più congeniali per andare a toccare migliorando in 4’11”76 il suo stesso limite mondiale, con Vendt ottimo argento con 4’14”23, mentre Myden conferma una volta di più la sua fedeltà al bronzo, precedendo di 0”60 centesimi (4’15”33 a 4’15”93) l’azzurro che non può che recriminare per l’occasione persa di salire sul podio.

Oramai entrato nella Storia della specialità, Dolan vorrebbe dire addio all’attività mettendo in bacheca anche un Oro olimpico sulla distanza a lui meno congeniale, ovvero i 200 metri, che prevedono batterie e semifinali il 20 settembre e la Finale il giorno successivo …

Una speranza che prende corpo dall’esito delle semifinali, visto che il fuoriclasse americano si aggiudica la prima facendo registrare in 2’00”38 il miglior tempo, nel mentre la seconda è appannaggio in 2’01”14 dell’azzurro Massimiliano Rosolino, alla ricerca anch’egli della Gloria Olimpica dopo aver già conquistato l’argento sui m.400sl ed il bronzo sui m.200sl …

Un “brutto cliente” per le ambizioni di Dolan, vista la provenienza dell’italiano che lo porta ad avere un notevole rush finale nell’ultima vasca a stile libero, ragion per cui l’americano mette in atto la consueta tattica con la speranza di scavare un divario di sicurezza a metà gara, dove difatti transita per primo in 56”40 rispetto ai 57”36 dell’azzurro, un vantaggio dilapidato nella frazione a rana, al termine della quale Rosolino vira 1’30”88 rispetto all’1’31”17 di Dolan, per un distacco di 0”29 centesimi che la frazione a stile libero dilata sino a 0”79 per il nuovo record olimpico di 1’58”98 dell’azzurro, con l’americano a doversi accontentare dell’argento e con la soddisfazione, quanto meno, di essere per la prima volta sceso sotto i 2’ netti, andando a concludere in 1’59”77, primato nazionale, con il connazionale Tom Wilkens a completare il podio in 2’00”87.

Andando quindi, in conclusione, a soppesare le carriere di Darnyi e Dolan possiamo dire che l’americano vale metà dell’ungherese, avendolo eguagliato quanto a titoli iridati ed olimpici sulla sola distanza dei m.400 misti, restandone viceversa largamente al di sotto per quanto concerne le prestazioni sui 200 metri …

Di contro, Dolan può vantare il fatto di essere stato colui che ha detenuto per il maggior numero di anni (dall’11 settembre 1994 al 15 agosto 2002) il record mondiale della specialità, senza magari dare troppo peso all’esito della Finale dei m.200 farfalla, svoltasi il 19 settembre e vinta dal connazionale Tom Malchow …

Già, perché in quella gara si classifica quinto un 15enne di nome Michael Phelps, e con lui i 400 misti trovano l’incontrastato padrone di questi primi due decenni del nuovo secolo …

 

 

1927, LA NASCITA DELLA RYDER CUP

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Walter Hagen con la Ryder Cup 1927 – da alposters.com

articolo di Nicola Pucci

Non tragga in inganno il nome con la quale è universalmente conosciuta: la Ryder Cup ha embrione già nel 1921, quando un primo incontro non ufficiale a squadre si chiude con la vittoria della Gran Bretagna, 9-3 sugli Stati Uniti a Gleneagles, seguita nel 1926 da un secondo successo, sempre non ufficiale, ancor più netto della formazione europea, 13½-1½ al Wentworth Club. Gli americani, nella persona di Walter Hagen, fondatore delll’American PGA e stella di prima grandezza con già ben otto vittorie in tornei Major, non digeriscono lo smacco, ed è grazie al contributo fondamentale di Abe Mitchell, professionista del Verulam Golf Club di Saint Albans alle porte di Londra, che l’idea di una competizione ufficiale che metta l’uno di fronte all’altro i migliori giocatori del Vecchio Continente contro quelli del Nuovo Mondo prende forma. Già, perché tra gli allievi di Mitchell c’è proprio un certo Samuel Ryder, ricco mercante di spezie, che si toglie il lusso di sponsorizzare qualche torneo a squadre e nello stesso anno 1926 fa forgiare da Mappy & Webb di Londra un trofeo di 14 carati. E’ la Ryder Cup, e con la prima edizione dell’anno dopo inizia una meravigliosa storia golfistica che oggi appassiona il mondo intero.

Il 3 e 4 giugno 1927, dunque, i migliori professionisti americani e britannici si danno appuntamento al Worcester Country Club, nel Massachusetts. Walter Hagen stesso e Ted Ray, che in carriera vanta successi all’Open Championship nel 1912 e all’Us Open nel 1920, sono i capitani di due squadre che si compongono di otto giocatori l’una. E se Mitchell, inizialmente precettato come giocatore per poi venir insignato del ruolo di capitano, è costretto a dare forfait per un attacco di appendicite, George Duncan e Arthur Havers portano comunque in dote un successo a testa all’Open, il primo addirittura rimontando 13 colpi di svantaggio nel 1920, mentre la formazione di casa schiera quel Gene Sarazen che, seppur ancora giovanissimo, è già una stella acclamata del golf mondiale in virtù delle vittorie al Pga Championship nel 1922 e nel 1923 e quella all’Us Open sempre nel 1922.

Ad onor del vero non è impresa facile riuscire ad organizzare la trasferta oltreoceano della squadra britannica. George Philipot, direttore della rivista Golf Weekly, ha lanciato un appello per assommare i 15.000 dollari necessari, ma la sua richiesta di sovvenzione è caduta nel vuoto e solo 216 dei 1750 club inglesi hanno generosamente aderito alla donazione economica. Ryder e Philipot devono pertanto frugarsi nelle tasche, e se infine il viaggio può aver luogo, anche a bordo dell’Aquitania non son tutte rose e fiori, con sei giorni di traversata tormentati dal mare in agitazione. All’arrivo a New York l’equipe britannica è sfiancata, i giocatori sono al limite delle loro forze ed alcuni di loro addirittura malati, ma l’attesa è tale e l’accoglienza tanto pomposa, che non possono sottrarsi all’inevitabile serata di gala ed anche ad una sessione di baseball dei New York Yankees.

Gli americani opterebbero per una prima giornata di sfide con la formula del “fourballs”, ma la proposta è respinta dai britannici ed allora, venerdì 3 giugno, per la prima, storica giornata ufficiale della Ryder Cup, i campioni si affrontano in un “foursomes“, formula poco praticata negli Stati Uniti. Walter Hagen e Johnny Golden hanno l’onore di essere i primi americani a portare in dote un punto alla loro squadra, avendo la meglio di Ted Ray e Fred Robson, 2&1. E se Johnny Farrell e Joe Turnesa fanno altrettanto opposti a George Duncan e Archie Compston, 8&6, tocca a Gene Sarazen e Al Watrous, 3&2 contro Arthur Havers ed Herbert Jolly, ripescato al posto di Mitchell, incamerare il terzo punto, con Aubrey Boomer e Charles Whitecombe a ridurre lo svantaggio con il successo su Leo Diegel e Bill “Wild” Mehlhorn, così chiamato per l’inseparabile cappello da cowboy, 7&5, per sigillare il 3-1 a favore dei padroni di casa a chiusura di giornata.

Al sabato si disputano otto incontri con la formula del “match play“, e sebbene ci siano tutte le possibilità per ribaltare il punteggio che li vede soccombere, è altresì chiaro a tutti che i britannici si trovano a mal partito al cospetto di una squadra americana nel pieno delle sue forze e perfettamente a suo agio sui prati verdi del Worchester Country Club. Il pubblico, accorso numerosissimo ad un evento che già l’anno prima, a Wentworth, aveva riscosso gran successo, ha modo di parteggiare appassionato, sostenendo Walter Hagen e gli altri golfisti stelle-e-strisce che assommano una vittoria dopo l’altra.

Tocca a Mehlhorn aprire le otto sfide individuali avendo la meglio di Compston, 1 up, al termine di un confronto serrato, con Farrell e Golden che battono Boomer e Jolly, e Diegel che dispone facilmente, 7&5, dello stesso Ted Ray, campione dall’illustre passato ma ormai tecnicamente appesantito dalle 50 primavere, come certificato all’anagrafe.

Il successo di Diegel, di fatto, mette al sicuro la vittoria finale degli Stati Uniti nella prima edizione della Ryder Cup, perché il 7-1 provvisorio, con sole altre quattro sfide da giocarsi, non può più, matematicamente, venir ribaltato dai britannici. Che ormai privi di motivazioni accusano le sconfitte anche di Havers e Robson con Hagen e Watrous, salvando l’onore con Whitecombe, che impone il pari a Sarazen, e proprio con Duncan, indubbiamente il giocatore di maggior caratura tra gli europei, che nell’ultimo match batte Turnesa all’ultima buca, 1 up, mettendo a referto il definitivo 9½-2½ per gli Stati Uniti.

E nel mentre Ted Ray identifica nelle deficienze sul green il motivo della pesante sconfitta, nondimeno accertando che l’esperienza acquisita tornerà utile per il futuro, come in effetti sarà due anni dopo a Leeds, Walter Hagen, all’atto di sollevare il trofeo placcato d’oro, elegante e sorridente come suo solito guarda lontano: la Ryder Cup ha emesso il primo vagito, ed è sibilo destinato a segnare un’era.

LA DOPPIETTA MONDIALE DI FREDDY MAERTENS A PRAGA 1981 BEFFANDO SARONNI

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Lo sprint vincente di Maertens a Praga 1981 – da corriere.it

articolo di Nicola Pucci

Quando nel 1987 Freddy Maertens, ormai privo di stimoli, a secco di successi da anni e fisicamente inadatto a continuare l’attività, appende la bicicletta al chiodo per intraprendere una seconda vita che non gli regalerà, ad onor del vero, grandi soddisfazioni, vanta un palmares da leccarsi i baffi.

Questo ragazzo nato a Nieuwpoort il 13 febbraio 1952, infatti, avviato al ciclismo da papaà Gilbert, appare sulla scena come un predestinato, avendo collezionato da dilettante una serie clamorosa di vittorie grazie ad uno spunto veloce che lo eleggerà tra i più grandi sprinter di ogni tempo. E se l’etichetta di nuovo Merckx peserà come un macigno sulle sue spalle, ecco che al primo anno da professionista, 1973, vestendo la maglia della Beaulieu-Flandria, Maertens domina la Quattro Giorni di Dunkerque, è secondo al Giro delle Fiandre battuto da Eric Leman ma davanti al “cannibale” e quinto alla Parigi-Roubaix, meritandosi la convocazione per il Mondiale di Barcellona in cui il giovane fiammingo, naif e rivoluzionario com’è, contravviene agli ordini di scuderia non certo aiutando il grande Eddy con il risultato, infine, di venir entrambi beffati allo sprint da Felice Gimondi che strappa loro la maglia arcobaleno.

Ma sarà proprio la corsa iridata a dar gloria a Maertens, mai vincitore invece di una classica monumento, che negli anni successivi iscrive il suo nome alla Gand-Wevelgem e alla Parigi-Bruxelles nel 1975, all’Amstel Gold Race, ancora alla Gand-Wevelgem, al Campionato di Zurigo, al Gran Premio di Francoforte e al Gran Premio delle Nazioni, con il corollario di otto tappe al Tour de France, nel 1976,  alla Parigi-Nizza, a sette tappe del Giro d’Italia, in cui è costretto all’abbandono per una caduta che ne condizionerà il seguito della carriera, e alla classifica generale della Vuelta, vincendo ben 13 tappe e tenendo la maglia di leader dal primo all’ultimo giorno, nel 1977, a chiusura di un biennio d’oro in cui risulta primo nel Superprestige Pernod, una sorta di classifica che premia il miglior corridore dell’anno, alla Het Volk e al Gran Premio di Harelbeke nel 1978, prima di eclissarsi per un biennio, vittima di sè stesso e di una condotta di vita non proprio da monaco certosino.

Dicevamo del campionato del mondo, che vede il fiammingo, già secondo anche da dilettante nel 1971 a Mendrisio quando lo beffa il francese Regis Ovion, riscattare la piazza d’onore del 1973 vincendo proprio in Italia il titolo del 1976, quando sul traguardo di Ostuni batte in una volata a due l’idolo tricolore, Francesco Moser. E se a San Cristobal e Nurburgring si ritira, nel 1981, quando di lui si erano ormai perse la tracce, Maertens, che nel frattempo ha cambiato casacca trovando un ingaggio alla Boule d’Or, torna competitivo come ai bei tempi, vincendo cinque tappe e per la terza volta la maglia verde della classifica a punti al Tour de France, presentandosi da outsider al campionato del mondo di Praga, che si disputa su un tracciato non troppo selettivo e magari adatto anche ai velocisti.

Si corre nel grande parco alla periferia di Praga, su un circuito lungo 12 chilometri con ampi saliscendi, infinitamente più facili di quelli di Sallanches dell’anno prima. Alfredo Martini manda all’arrembaggio una squadra molto compatta, formata da Amadori, Baronchelli, Battaglin, Contini, Gavazzi, Loro, Masciarelli, Moser, Panizza, Saronni, Torelli e Vandi. Gli italiani terranno sotto controllo tutta la gara con la sola eccezione dello sprint finale che costerà il titolo.

Non è, ad onor del vero, una gran corsa, forse per le troppe marcature ed anche per il percorso abbastanza facile. Il ritmo è lento anche perché molti dei partecipanti prevedono il classico arrivo in volata. Hinault, campione in carica per la vittoria dell’anno prima proprio a Sallanches, prova le gambe al quinto giro con Gavazzi e Marino Lejarreta che però gli piombano subito addosso. Il francese sembra in gran spolvero, ma una caduta lo obbliga a dover rimediare un ritardo di due minuti, e la fatica accumulata nella rincorsa gli costerà cara proprio all’atto risolutivo della corsa. Tutto tace per altri sette giri quando alla dodicesima tornata un plotoncino con 12 uomini allunga in avanscoperta; ci sono dentro Gavazzi, Battaglin e Van Springel ma il gruppo decide in fretta che è meglio non concedere troppa confidenza a questi fuggitivi, riprendendoli in poco tempo. Baronchelli è molto attivo, prova un paio di volte ad andare via ma il gruppo fa l’elastico tenendo sotto controllo qualsiasi fuga, anche perché a ricucire lo strappo sul bergamasco, che corre con la Fam Cucine di Moser ed azzarda l’attacco anche ai meno 2 chilometri con lo scozzese Robert Millar, è Panizza, scudiero di Saronni alla Gis Gelati. E così si arriva alla volata finale. Moser, nemico giurato di Saronni a dispetto delle indicazioni di Martini che ha imposto a tutti, lui compreso, di correre per Beppe nel caso di arrivo a ranghi compatti, non fa quel che gli viene chiesto, rispunta Baronchelli che pilota Saronni e ai duecento metri gli lascia strada, con Hinault ad inseguirlo tanto per una questione di prestigio. Saronni è ancora primo ma ai cinquanta metri, come un rapace, esce fuori Maertens che salta il lombardo e proprio sul filo di lana brucia tutti con una zampata che ricorda quella di cinque anni prima, 1976, ad Ostuni. Il belga è per la seconda volta campione del mondo, meglio di lui solo Binda, Merckx e Van Steenbergen con tre successi, come lui Geroges Ronsse, Alberic Schotte e Rik Van Looy.

E così, tanto per non fare sconti a nessuno, Freddy Maertens, dopo Moser, beffa anche Saronni, ma la sconfitta, se brucia in casa Italia, sarà di buon auspicio… l’anno dopo Beppe trionferà a Goodwood esattamente come Francesco vinse la maglia iridata l’anno dopo Ostuni, a San Cristobal 1977. Per il fiammingo, invece, è il canto del cigno, un canto colorato d’arcobaleno.

40 ANNI FA IL RECORD DI 19″72 DI PIETRO MENNEA SUI M.200 A CITTA’ DEL MESSICO

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Il vittorioso arrivo di Mennea con il record di 19″72 – da:correre.it

Articolo di Giovanni Manenti

Personaggio particolare, il barlettano Pietro Mennea, indubbiamente caparbio, quanto mai meticoloso negli allenamenti, ma allo stesso tempo scorbutico, scontroso, sempre in eterno conflitto, principalmente con sé stesso al pari dell’ambiente che lo circonda, come se temesse di avere qualcuno pronto alla prima occasione a pugnalarlo alle spalle e quindi dover di continuo dimostrare di essere all’altezza delle aspettative …

Questo coacervo di emozioni non si è mai capito sino in fondo se abbia o meno giovato alla sua, sia pur straordinaria carriera, anche se resta il fatto che, dopo Livio Berruti negli anni ’60 (peraltro durato molto meno a livello di attività …) solo il Campione pugliese è stato in grado di scrivere pagine epiche nella velocità della nostra Atletica Leggera.

Rivelatosi ai Giochi di Monaco 1972 dove coglie ad appena 20 anni un eccellente bronzo in 20”30 nella Finale dei m.200 dominata dal sovietico Valery Borzov – primo, e sinora unico, europeo a cogliere l’Oro olimpico sia sui 100 che sui 200 metri – Mennea passa da essere protagonista ai Campionati Europei di Roma ’74 (argento sui m.100 in 10”30 alle spalle di Borzov ed Oro sulla doppia distanza in 20”60) alla delusione dei Giochi di Montreal ’76, dove fallisce il podio sulla sua gara preferita dei m.200, quarto in 20”54 nella Finale che incorona il giamaicano Donald Quarrie, primo in 20”23.

Amareggiato per l’esito di detta Finale, Mennea sfoga la sua rabbia fermando i cronometri sul 20”23 (ironia della sorte, lo stesso identico tempo impiegato da Quarrie per salire sul più alto gradino del podio olimpico …) a metà del successivo mese di agosto al Meeting di Viareggio, per poi confermarsi ancora in terra toscana correndo la distanza in 20”1 manuale il mese successivo a Pisa …

Una delle indiscusse doti di Mennea è sempre stata quella di saper reagire con rabbia alle delusioni, spinto da un elevato orgoglio ed amor proprio, alla ricerca diremmo quasi spasmodica dei suoi limiti, venendo peraltro premiato in termini cronometrici, come dimostra la stagione 1977 che lo vede registrare, nell’arco di soli 15 giorni, un 20”11 il 2 luglio a Milano ed un 20”15 il 17 successivo ad Atene, per poi essere selezionato a rappresentare l’Europa sia sui 100 che sui 200 metri in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo che si svolge a Dusseldorf ad inizio settembre …

Opposto ai migliori velocisti del panorama internazionale, l’azzurro non sfigura, portando a casa il quarto posto in 10”37 sulla più corta distanza, preceduto da specialisti quali l’americano Steve Williams (primo in 10”13), il tedesco orientale Eugene Ray ed il cubano Silvio Leonard, che concludono in 10”15 e 10”19 rispettivamente, per poi cedere solo al fotofinish nella gara dei m.200 rispetto all’americano Clancy Edwards, venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 20”17, a dimostrazione di come Mennea sia oramai in grado di coprire la distanza con continuità sotto i 20”20.

L’anno successivo rappresenta quello della definitiva consacrazione per l’oramai 26enne barlettano, che ai Campionati Europei di Praga coglie una splendida doppietta in entrambe le prove e facendo registrare i suoi migliori tempi stagionali, con il 10”19 in batteria sui m.100, dove in Finale sono sufficienti 10”27 per avere la meglio sul ricordato Ray, mentre l’atto conclusivo sulla doppia distanza lo vede trionfare in 20”16 con un margine impressionante sul secondo classificato, l’altro tedesco orientale Olaf Prenzler che conclude staccatissimo a quasi mezzo secondo di distacco.

Affermatosi senza tema di smentita come il miglior velocista del Vecchio Continente, Mennea – per sua natura altresì generoso come pochi, uno che non rifiuterebbe mai un invito a gareggiare – è oramai pronto ad attaccare la “barriera dei 20” netti” che, all’epoca, era stata infranta da tre soli atleti, ovvero gli americani Tommie Smith – detentore del record mondiale con 19”83 stabilito alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 – e John Carlos, bronzo ai Giochi ed autore di 19”92 un mese prima della Rassegna a cinque cerchi, oltre al già citato giamaicano Quarrie, che il 3 agosto 1971 a Cali aveva fermato cronometri sui 19”86.

Nonostante il 1979 non sia, come ogni anno dispari al tempo, in attesa della nascita dei Campionati Mondiali, una stagione da grandi appuntamenti internazionali (Campionati Europei ed Olimpiadi, per intendersi …), per l’azzurro vi sarebbero comunque quattro eventi da onorare, ovvero la Coppa Europa per Nazioni ad inizio agosto a Torino, la seconda edizione della Coppa del Mondo in programma dal 24 al 26 agosto a Montreal, le Universiadi che si svolgono dal 2 al 13 settembre a Città del Messico ed infine i Giochi del Mediterraneo …

Occorre precisare che Mennea, nelle edizioni del 1975 dei Giochi Universitari e del Mediterraneo (svoltisi a Roma ed Algeri rispettivamente …) si era imposto su tutte e due le gare di velocità in entrambe le occasioni, circostanza per la quale la FIDAL avrebbe piacere di averlo a disposizione per il relativo Medagliere, ed il nodo cruciale è la quasi concomitanza tra la Coppa del Mondo e le Universiadi …

Affermatosi in Coppa Europa sui m.100 con un eccellente 10”15 che migliora il citato record italiano stabilito l’anno prima a Praga, Mennea si fa sorprendere dallo scozzese Allan Wells (20”29 a 20”31) il giorno appresso sulla doppia distanza, per poi dover combattere con le Federazioni italiana ed europea per quel che concerne la sua partecipazione alla Coppa del Mondo in rappresentanza dell’Europa …

Il punto è che il tecnico della velocità Carlo Vittori, che segue la preparazione di Mennea, sa bene che la sede della Capitale messicana è l’ideale – data la sua altitudine ad oltre 2mila metri sopra il livello del mare – per cercare di raggiungere l’obiettivo del “meno 20” netti”, ma che per far questo è altresì necessario un periodo di acclimatazione, circostanza inconciliabile con la partecipazione alla Coppa del Mondo …

Per fortuna dell’azzurro, oltre alle pressioni di Vittori, egli ha due “amici fidati”, ovvero il Presidente FIDAL Primo Nebiolo (che nel 1981 assumerà la Presidenza anche della IAAF, la Federazione Internazionale …) ed il giornalista Tv Gianni Minà, un vero talento nel seguire dappresso i grandi Campioni, celeberrima la sua amicizia con il leggendario pugile Muhammad Alì.

Ed è così che a spuntarla è il partito del “tentiamo il record”, mentre a sostituire Mennea in Coppa del Mondo sono i polacchi Marian Woronin (terzo sui m.100 in 10”28) e Leszek Dunecki, secondo sulla doppia distanza alle spalle di Leonard con 20”50 ed anch’egli presente alle Universiadi, ma con certo minori ambizioni dell’alfiere del Bel Paese quanto a prestazioni cronometriche.

Il programma ideato dal Prof. Vittori dà i suoi frutti, visto che in due gare di allenamento, il velocista azzurro corre i 200 metri in 19”8 manuale il 3 settembre ed il giorno dopo addirittura i m.100 in 10”01, un record italiano destinato a restare ineguagliato per quasi 40 anni, ovvero sino a che, il 22 giugno 2018 il 20enne Filippo Tortu diviene il primo italiano ad infrangere la barriera dei 10” netti, coprendo la distanza in 9”99 …

Per quel che riguarda le prove delle Universiadi, con Mennea iscritto sui soli 200 metri oltre che quale componente della Staffetta 4×100, il programma prevede batteria il 10 settembre, con semifinali il giorno seguente e la Finale il 12 settembre, e che possa nascere qualcosa di importante lo si intuisce dall’esito delle batterie, che vedono il barlettano scendere per la prima volta sotto i 20” netti con cronometraggio elettronico, fermando lo stesso sul tempo di 19”96 …

Impostosi in 20”04 nella prima delle due semifinali, sono in molti a chiedersi dove potrà spingersi l’alfiere azzurro nella Finale del giorno dopo, con la circostanza di “affrontare ad armi pari” il record mondiale di Tommie Smith risalente ad 11 anni orsono, in quanto realizzato sulla stessa, identica pista …

Un autentico fenomeno della velocità, l’allora 24enne Smith, altresì eccellente quattrocentista, specialità in cui vantava un primato di 44”5 e che sarebbe potuto essere un antesignano dell’accoppiata 200/400 metri poi portata a buon fine dal connazionale Michael Johnson ai Mondiali di Goteborg ’95 ed ai successivi Giochi di Atlanta ’96, se non avesse anteposto i diritti della comunità afroamericana alla propria gloria sportiva …

Come ampiamente noto, sia lui che John Carlos inscenarono una plateale protesta in occasione della cerimonia di premiazione della gara dei m.200, salendo sul podio senza scarpe per evidenziare i calzini neri indossati ed alzando al cielo un pugno guantato di nero con tanto di capo chino al suono dell’inno americano, con conseguente espulsione dai Giochi e dal Team Usa per il resto della carriera.

Questioni politiche a parte, vi è sempre un dibattito tra gli esperti se, per ottenere una grande prestazione sia meglio essere spronati da avversari di pari livello (come accaduto a Smith nel 1968 …) o seppure il fatto di avere già in tasca la vittoria consenta di concentrarsi maggiormente sul solo riscontro cronometrico …

Ad avviso di chi scrive, non può esservi una risposta univoca, bensì che una tale questione debba giocoforza riflettere il carattere del singolo atleta ed, in questa specifica occasione, Mennea affronta la Finale del 12 settembre 1979 nella seconda delle due riferite ipotesi …

Favorito dal ricevere in sorte la quarta corsia – oggettivamente la migliore, nonché quella che in ogni Meeting in Italia gli viene sempre assegnata come una sorta di “diritto divino” – nonché da un vento (1,8m/s) di poco entro la norma, Mennea affronta la curva (notoriamente il suo punto debole …) con una decisione mai vista, rischiando addirittura di sbandare tanta è la potenza esplosa dalle proprie gambe, che gli consente comunque di transitare a metà gara in 10”38 per poi distendersi con la sua proverbiale progressione sul rettilineo finale, coperto in 9”38 per un sensazionale riscontro di 19”72 (!!), nuovo record mondiale, 0”11 centesimo in meno del primato di Smith.

Il polacco Dunecki, che già aveva colto l’argento sui 100 metri, replica la piazza d’onore ma con un distacco impensabile di oltre mezzo secondo (20”24), mentre terzo, ancor più staccato, giunge il britannico Ainsley Bennett (20”42), tutti comunque al di sotto dei loro precedenti limiti …

Peccato solo che l’impresa non abbia avuto la meritata cornice di pubblico, con lo “Estadio Nacional” praticamente deserto, dato lo scarso “appeal” delle Universiadi, nonché l’orario fissato per la Finale, vale a dire le ore 15:00 …

Tale circostanza comporta che, per effetto del fuso orario, in Italia fossero le 23:00 e la notizia del record mondiale di Mennea viene diramata dai Telegiornali della notte – all’epoca esistevano solo Rai1 e Rai2 – e pertanto portata a conoscenza non dell’intero Paese così che, in molti, solo all’indomani mattina hanno la possibilità di apprendere la fantastica notizia.

Chi ha realizzato un altro dei suoi tanti scoop è proprio Gianni Minà, che si lancia immediatamente verso il neo primatista mondiale, microfono in mano, per strapparne le prime impressioni, anche se alla domanda d’obbligo: “C’è qualcuno più felice di te in questo momento …?”, la risposta è spiazzante: “Sì, mio padre …!!”, ma in essa c’è tutto il concentrato del personaggio Mennea, uno che non ha mai tradito né rinnegato le proprie origini e che sa quanto per ottenere un qualsiasi risultato siano necessari anni di duro lavoro, fatica, rinunce e sacrifici …

L’anno seguente Mennea raggiunge l’apice della carriera cogliendo la medaglia d’Oro sui m.200 ai Giochi di Mosca, per poi partecipare alla sua quarta Finale olimpica quattro anni dopo nell’edizione di Los Angeles ’84, concludendo settimo in 20”55 all’età di 32 anni, mentre il suo primato resta imbattuto per 17 anni, prima che a superarlo fosse il fuoriclasse Usa Michael Johnson, dapprima scendendo a 19”66 ai Trials olimpici e quindi a 19”32 nella Finale dei Giochi di Atlanta ’96, per poi passare il testimone al “fulmine” giamaicano Usain Bolt ed ai suoi record al limite delle possibilità umane.

Ma in Europa, e tanto meno in Italia, deve ancora nascere, a 40 anni di distanza dall’impresa di Pietro Mennea, colui che può insidiarne il primato, pur se l’anno scorso, esattamente il 9 agosto 2018 in occasione della Finale dei Campionati Europei di Berlino, il turco Ramil Guliyev si è fermato a 19”76 facendo intendere che è nelle sue corde tentare l’assalto al record continentale …

Normale che ciò avvenga, in quanto i primati passano, ma le imprese restano, e quella di Pietro Mennea, quel 12 settembre di 40 anni fa è destinata a rimanere in eterno nella Storia della nostra Atletica Leggera …!!

I TRIONFI EUROPEI DEL BENFICA E LA “MALEDIZIONE” DI BELA GUTTMANN

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Guttmann assieme ad Eusebio e Coluna con la Coppa 1962 – da:delinquentidelpallone.it

Articolo di Giovanni Manenti

Nello Sport, sia esso individuale o di squadra, ogni ciclo vincente è destinato, prima o poi, a finire, anche se a livello individuale ciò avviene per singole questioni anagrafiche, pur se altresì molte formazioni vincenti non effettuano il necessario ricambio affezionandosi ai loro Campioni che hanno contribuito alle relative affermazioni …

E’ questo ciò che accade persino al leggendario Real Madrid della seconda metà degli anni ’50, capace di aggiudicarsi tutte e cinque le prime edizioni – dal 1956 al 1960 – della neonata e prestigiosa Coppa dei Campioni, la più importante manifestazione europea a livello di Club …

Cosa, del resto abbastanza prevedibile se, dopo la larga vittoria per 7-3 a spese di malcapitati tedeschi dell’Eintracht di Francoforte nella Finale disputata il 18 maggio 1960 all’Hampden Park di Glasgow, si continua ad affidarsi alle prestazioni degli oramai ultratrentenni Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskas, al netto, beninteso, dello straordinario talento dei medesimi.

I supporters dei “Blancos” avevano messo nel conto che il sipario dovesse calare su questa incredibile scia di successi, solo che avrebbero sicuramente preferito che ad eliminare i loro beniamini fosse stata qualsiasi altra compagine del Vecchio Continente tranne gli “odiati rivali” catalani del Barcellona, che complice un sorteggio beffardo, si trovano davanti addirittura agli Ottavi dell’edizione 1960-’61 …

Conclusa in parità la sfida dell’andata al “Santiago Bernabeu” – un 2-2 con un Luisito Suarez a replicare per due volte, la seconda su rigore a 3’ dal termine, ai vantaggi madridisti con Mateos e Gento – la data “storica” va in scena mercoledì 23 novembre 1960 al Camp Nou davanti a 90mila spettatori, dove Verges ed Evaristo “matano” i pluri detentori del Trofeo, a poco valendo il punto della bandiera di Canario poco prima del fischio finale.

E, come avviene nel tabellone tennistico, una volta eliminata la testa di serie n.1, tocca a colui che ha compiuto l’impresa assumere il ruolo di favorito, compito che gli azulgrana – orfani del tecnico Helenio Herrera che li aveva condotti alla conquista di due Liga consecutive per poi accettare l’offerta del Presidente interista Angelo Moratti – assolvono superando con irrisoria facilità lo scoglio dei Quarti (4-0 ed 1-1 ai cecoslovacchi dello Spartak) per poi avere la buona sorte dalla loro parte in semifinale, opposti ai tedeschi dell’Amburgo …

Vittorioso per 1-0 all’andata, difatti, il Barcellona è sull’orlo dell’eliminazione al ritorno allorché si trova sotto per 0-2 prima che la stella (oramai appassita …) ungherese Kocsis realizzi proprio al 90’ la rete dell’1-2 che, pur se all’epoca non valeva la norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta, costringe le due formazioni ad un incontro d spareggio a Bruxelles che i catalani si aggiudicano con il minimo scarto, grazie ad un centro del brasiliano Evaristo …

E’ una squadra, quella azulgrana che vanta un attacco stellare – se solo ognuno dei componenti fosse nel periodo migliore delle rispettive carriere – in quanto formato da Kubala, Kocsis, Evaristo, Suarez e Czibor, solo che i tre ungheresi di nascita hanno rispettivamente 34 e 32 anni, mentre Evaristo va per i 28 ed il solo Suarez deve ancora dare il meglio di sé stesso, pur contando già 26 primavere …

In ogni caso, i favori del pronostico in vista della Finale in programma il 31 maggio 1961 a Berna, vanno alla più esperta formazione catalana, visto che ad affrontarla è un’altra formazione iberica, vale a dire i portoghesi del Benfica, alla loro seconda apparizione nella Manifestazione, dopo un’ingloriosa eliminazione al primo turno (1-3, 0-0) nel settembre 1957 da parte degli spagnoli del Siviglia.

Oltretutto, viene fatto rilevare come il cammino della formazione lusitana sia stato indubbiamente accompagnato da un provvidenziale aiuto della dea bendata, visto che in occasione dei sorteggi sono toccati loro avversari non certo irresistibili, quali gli scozzesi dell’Hearts, gli ungheresi dell’Ujpest, i danesi dell’Aarhus e gli austriaci del Rapid Vienna – avendo pertanto “scansato” i Campioni di Italia, Germania, Spagna ed Inghilterra – presentando peraltro un conto costituito da 6 vittorie, un pari ed una sconfitta (peraltro quanto mai indolore, 1-2 a Budapest contro gli ungheresi dell’Ujpest dopo averli travolti 6-2 allo “Estadio da Luz” …), con tanto di 23 reti realizzate (di cui 10 dal centravanti José Aguas …) e solo 8 subite …

Ci sono però due “piccoli” particolari che forse non sono tenuti in particolare considerazione, il primo dei quali è costituito dalla presenza, sulla panchina della compagine lusitana, di un tecnico quanto mai esperto e gran conoscitore di Calcio quale l’ungherese Bela Guttmann – con trascorsi anche n Italia alla guida Padova, Triestina, Milan e Vicenza – e giunto in Portogallo dopo un’esperienza in Sudamerica alla guida del San Paolo, con cui si aggiudica il “Campeonato Paulista” 1957 …

L’aver girato il Mondo – ed essere conseguentemente venuto a contatto con diverse realtà calcistiche – ha rafforzato in Guttmann l’idea che occorra per prima cosa prendere le misure all’avversaria, studiando le qualità e caratteristiche dei giocatori più rappresentativi, cosa che puntualmente fa prima della Finale in terra elvetica, conoscendo peraltro sin troppo bene i suoi connazionali, in specie Kocsis e Czibor per averli allenati nel 1952 quale Commissario Tecnico della Nazionale …

Proprio i due magiari rappresentano il secondo particolare della sfida europea, vale a dire che gli stessi, come in un libro giallo che si rispetti, non fanno altro che tornare sul “Luogo del delitto”, poiché il campo dove si disputa la Finale altri non è che il famigerato “Wankdorfstadion”, ovvero il teatro dove, 7 anni orsono, si consumò la disfatta della “Aranycsapat” (“La Squadra d’Oro”), vedendo svanire il sogno di divenire Campioni del Mondo, sconfitta 2-3 dalla Germania dopo aver condotto per 2-0 in una gara stregata tra pali, goal annullati e miracoli del portiere tedesco …

Uno scenario che non tarda a ripetersi anche in quel tardo pomeriggio di fine maggio, visto che il vantaggio catalano formato proprio da Kocsis dopo 20’ minuti di gioco dura lo spazio di dieci giri di lancetta, giusto il tempo per confermare, da parte del Capitano Aguas la sua veste di Miglior Realizzatore del Torneo con il punto del 2-1, prima che una sfortunata autorete del portiere Ramallets mandasse le due squadre al riposo con il Benfica in vantaggio per 2-1, anche a causa di una conclusione ravvicinata di Kocsis respinta da un difensore proprio sulla linea …

Scarto dilatato in avvio di ripresa da Coluna con una gran conclusione rasoterra dal limite dell’area che si infila nell’angolo basso della porta difesa da Ramallets, per poi prendere sempre più corpo la “Maledizione del Wankdorfstadion” per gli ungheresi, visto che dopo che un maldestro tocco di testa di un difensore portoghese per poco non causa una clamorosa autorete, tocca a Kubala vedere una propria conclusione da fuori area incocciare sul palo alla destra di Costa Pereira, attraversare tutta la linea bianca per poi essere respinto dal legno opposto e quindi concludere la sua corsa tra le braccia dell’estremo difensore …

Contro il destino vi è poco da fare, e suona quasi come un’ulteriore beffa della mala sorte il fatto che tocchi proprio a Czibor – autore della seconda rete nella ricordata Finale mondiale – mettere a segno il punto della speranza ad un quarto d’ora dal termine con un fantastico sinistro da fuori andato a morire all’incrocio dei pali, ma la difesa portoghese regge agli ultimi, disperati attacchi e la Coppa, dopo un quinquennio di successi spagnoli, resta nella Penisola iberica, solo cambiando Paese.

Confermatosi altresì nel Campionato di Primeira Liga, il Benfica affronta la successiva stagione con, stavolta, gli occhi puntati su di lui, non potendo certo più contare sullo “effetto sorpresa”, ma avendo però nel proprio mazzo una carta destinata a sconvolgere gli equilibri del Calcio europeo nel corso dell’intero decennio, e che risponde al nome della futura “Pantera Nera” Eusebio Ferreira Da Silva, scoperto nella colonia portoghese del Mozambico dall’ex nazionale brasiliano Bauer e tesserato dopo una serrata disputa con i Dirigenti dello Sporting, l’altra squadra della Capitale …

Non ancora 20enne – li avrebbe compiuti il 25 gennaio 1962 – questo talento naturale viene inserito progressivamente in squadra da parte di Guttmann, tanto che nella sua prima stagione al Club le sue presenze in Campionato sono appena 17, sia pur corredate da 12 reti a testimonianza del valore del ragazzo, Torneo che, peraltro, il Benfica conclude al terzo posto, a sette lunghezze, ironia della sorte, proprio da quello Sporting con cui avevano combattuto per aggiudicarsene le prestazioni.

Ma a Guttmann, “cittadino del Mondo”, fa più gola il palcoscenico europeo e l’eventuale bis in Coppa dei Campioni lo avrebbe senz’altro consacrato tra i più grandi tecnici nel panorama calcistico internazionale, anche se stavolta, pur con il vantaggio di essere esonerato dal primo turno in qualità di detentore del Trofeo, l’urna non è più così benevola …

A parte gli Ottavi, dove in sorte toccano gli austriaci dell’Austria Vienna – eliminati, dopo il pari per 1-1 nella Capitale, con un sonoro 5-1 interno in cui Eusebio mette a segno la prima delle sue 46 reti nella Manifestazione – già ai Quarti l’avversaria è ben più ostica, vale a dire i tedeschi del Norimberga, che difatti si affermano per 3-1 sul loro campo l’1 febbraio ’62, favoriti dalla circostanza che il terreno di gioco è interamente coperto di neve e che si gioca con una temperatura di ben 6 gradi sotto zero.

Quanto le condizioni climatiche abbiano inciso sull’esito dell’incontro lo dimostra l’andamento del ritorno, giocatosi tre settimane dopo a Lisbona, con la formazione bavarese incapace di arrestare la furia delle “Aguias” (“Aquile” dal rapace che campeggia sullo stemma del Club) che vanno a segno ben sei volte dopo che in appena 4’ dal fischio d’inizio avevano già annullato (grazie ad Aguas ed Eusebio …) il divario dell’andata, impresa che consente a ciascun giocatore di ricevere un premio di 8mila escudos a testa …

Oramai alla soglia della seconda Finale consecutiva, a cercare di opporsi a tale evento provano gli inglesi del Tottenham, nelle cui file milita il “figliol prodigo” Jimmy Greaves, rientrato a Londra dopo una fugace esperienza in Italia nelle file del Milan, trattandosi comunque di colui che tuttora detiene il record di Miglior Realizzatore nel Torneo di Prima Divisione inglese, con “qualcosa” come 357 centri …!!

Con l’andata da disputarsi allo “Estadio da Luz”, occorre garantirsi un vantaggio rassicurante in vista del ritorno nell’infuocato catino del “White Hart Lane” londinese, e, con Aguas assente, per una volta ad assumersi l’incarico di realizzatori sono le due ali Simoes, che sblocca il risultato dopo 5’ di gioco, e José Augusto, la cui doppietta – inframezzata dal punto del momentaneo 1-2 da parte di Bobby Smith – certifica il 3-1 conclusivo da difendere nel regno Unito a distanza di 15 giorni …

Impresa portata a termine grazie al contributo del ritrovato Aguas che incrementa a 4-1 il punteggio complessivo con la rete del vantaggio siglata dopo un quarto d’ora, ma sudata oltre misura, dato che, dopo che ancora Smith si incarica di riportare le sorti dell’incontro in parità poco dopo la mezzora, un rigore trasformato da Danny Blachflower ad inizio ripresa costringe Costa Pereira e Germano agli straordinari per impedire la terza rete inglese che avrebbe determinato un match di spareggio, ed ancora una volta la buona sorte non volta le spalle a Guttmann, sotto forma di tre legni colpiti dagli attaccanti di casa …

Questa volta la Finale – complici i Campionati Mondiali da disputarsi in Cile – invece che a fine si disputa ad inizio Maggio, andando in scena il 2 del mese allo “Stadio Olimpico” di Amsterdam, ed, al pari della sfida della precedente edizione, è ancora una formazione spagnola a doversi affrontare, trattandosi logicamente di quel Real Madrid quanto mai desideroso di tornare a sedersi su quel trono europeo che reputa suo per una sorta di diritto divino.

Formazione madrilena che si presenta all’appuntamento conclusivo dopo un percorso impressionante (5-1 complessivo al Vasas Budapest, addirittura 12-0 ai danesi del B1913 e 6-0 allo Standard Liegi in semifinale), faticando solo ai Quarti con la Juventus che, sconfitta 0-1 a Torino all’andata, rifila identico punteggio alle “meremgues” al “Santiago Bernabeu” per quella che è la loro prima sconfitta interna in campo europeo, salvo poi cedere 1-3 nello spareggio giocato a Parigi …

Real che fa ancora affidamento in avanti sulla coppia Di Stefano/Puskas (71 anni in due) e sulle accelerazioni dell’ala sinistra Gento, a cui Guttmann risponde confermando nove undicesimi della squadra scesa in campo a Berna 12 mesi prima, con le uniche varianti costituite da Eusebio e Simoes in luogo di Neto e Santana …

E sono proprio il 20enne africano ed il non ancora 19enne Simoes le frecce all’arco del tecnico ungherese, che ritiene di poter approfittare del previsto calo alla distanza dei suoi avversari, segnatamente la ricordata coppia di attacco, anche se un Puskas, ancorché limitato sotto l’aspetto dinamico, è pur sempre in grado di far male con le sue micidiali conclusioni di sinistro, circostanza di cui Costa Pereira non tarda ad accorgersi.

Trascorre, difatti, poco più di un quarto d’ora allorché la difesa portoghese si fa sorprendere – scatenando le ire di Guttmann – da un rilancio di Di Stefano che pesca l’ex capitano della “Grande Ungheria” proiettato in campo aperto con il solo Costa Pereira da superare, cosa che per “Ocsi” è poco più che un gioco da ragazzi con un sinistro chirurgico nell’angolo basso alla sinistra dell’estremo difensore, per poi ripetersi ancor prima dello scoccare della mezzora con una potente conclusione da oltre 25 metri che sorprende nettamente Costa Pereira, alquanto incerto nell’occasione …

E’ peraltro evidente che a Puskas, come a suoi connazionali Kocsis e Czibor, un vantaggio di due reti non possa considerarsi rassicurante, visto che – al pari di quanto fecero i tedeschi Morlock e Rahn nella Finale Mondiale del 1954 – trascorrono appena 10’ che il risultato torna in perfetto equilibrio, grazie ad un Coluna a suonare la carica, calciando sul palo una punizione dal limite che Aguas ribatte in rete nel più semplice dei tap-in, e quindi toccare a Cavem mandare la sfera nell’angolo alto alla destra della porta difesa da Araquistain, per il punto del 2-2 quando sono appena trascorsi 33’ dal fischio d’inizio …

Punto sull’orgoglio, il 35enne fuoriclasse ungherese ha un ultimo sussulto, raccogliendo sul limite dell’area avversaria un pallone che, dopo aver evitato con un tocco raffinato un difensore, scaraventa con tutta la potenza del suo sinistro nell’angolo basso di un stavolta incolpevole Costa Pereira, fissando il punteggio sul 3-2 con cui le due squadre vanno al riposo …

Più di così, oggettivamente, a Puskas non si può chiedere – unico giocatore nella Storia della Manifestazione ad aver segnato 4 (contro l’Eintracht nel 1960 …) e 3 reti in una Finale – ma altrettanto valida è la previsione di Guttmann circa il vantaggio sul piano fisico che i suoi giocatori avrebbero avuto nella ripresa, dove ancora nuovamente giganteggia Coluna che, come l’anno precedente a Berna, sigla la terza rete per i suoi ed ancora con una conclusione da fuori, una saetta imprendibile per il portiere spagnolo, con la palla ad infilarsi in diagonale nell’angolo basso alla sua destra …

Ristabilita la parità dopo appena 5’ dal rientro sul terreno di gioco, a salire in cattedra tocca al fuoriclasse mozambicano, sinora un po’ in ombra, il quale dapprima si procura un calcio di rigore dopo una travolgente progressione lungo l’out destro fermata fallosamente appena dentro l’area, massima punizione che egli stesso si incarica di trasformare mandando Araquistain da una parte ed il pallone dall’altra, e quindi completa la sua personale doppietta convertendo in rete un calcio di punizione dal limite toccatogli da Coluna per il punto del 5-3 …

Siamo al 69’, e con poco più di 20’ a disposizione per cercare un’improbabile rimonta, i giocatori del Real Madrid appaiono mentalmente e fisicamente oramai consapevoli di essere stati sconfitti, ed al triplice fischio del Direttore di gara olandese Leo Horn, Guttmann può legittimamente festeggiare il trionfo proprio e dei suoi ragazzi.

Un idillio, quello tra il tecnico ungherese ed il più popolare Club di Calcio portoghese – “O Glorioso” come chiamato dai propri tifosi – che sembrerebbe destinato a convertirsi in un amore senza fine – e, del resto, in tre stagioni ha portato nella bacheca “appena” sue titoli nazionali, una Taça di Portugal e due Coppe dei Campioni – ma la riconoscenza, si sa, non è di questo Mondo, così che avviene l’impensabile …

Appena due giorni dopo il secondo trionfo europeo, difatti, Guttmann riceve la sgradita sorpresa di vedersi consegnare nientemeno che una lettera di licenziamento, firmata dal proprietario della Polisportiva ed alla base della quale vi sarebbe la pretesa da parte dell’allenatore di ottenere un premio in denaro per la conquista del Trofeo Continentale, circostanza negata dal Club sia perché non contrattualmente prevista che per il mancato tris in Campionato, al contrario vinto dagli odiati rivali dello Sporting …

Non crediamo che non vi fossero margini per una composizione bonaria della questione, e l’atteggiamento viceversa assunto dalla Dirigenza deve aver ferito non poco l’orgoglio del tecnico – al quale peraltro non mancano di certo le offerte di lavoro, con un “biglietto da visita” costituito da due Coppe dei Campioni – ma prima di lasciare il proprio Ufficio nella Sede del Club, si lascia andare ad una “Maledizione” tale da far impallidire anche i meno superstiziosi …

Me ne vado per sempre”, queste le sue parole, “ma sappiate che d’ora in avanti il Benfica non vincerà più una Coppa Internazionale, per almeno 100 anni …!!”.

I più scettici potranno pensare allo scarso valore di un simile anatema, soprattutto considerando la forza ed il valore di quella formazione che viene pressoché interamente trapiantata in Nazionale per conquistare il prestigioso terzo posto ai Mondiali di Inghilterra ’66, con tanto di Eusebio Capocannoniere con 9 reti, ma vi invitiamo a riflettere su quanto segue …

Quel Benfica è, a tutti gli effetti, una “Signora Squadra”, tanto che nelle successive sei edizioni della Coppa, giunge altre tre volte in Finale, se non fosse che …

Proprio l’anno seguente, da detentrice del Trofeo, affronta a Wembley il Milan, portandosi in vantaggio con Eusebio, ma prima dell’intervallo il Capitano Coluna è vittima di un infortunio che, considerato che all’epoca non sono previste sostituzioni, lo costringe a restare in campo per onor di firma, così favorendo la rimonta dei rossoneri che, nella ripresa, ribaltano il punteggio con una doppietta di Altafini …

Due stagioni dopo, il Benfica si reca a San Siro per disputare la Finale contro l’Inter che l’anno prima aveva conquistato il Trofeo superando 3-1 il Real Madrid, una gara disputata su di un campo ai limiti della praticabilità per la pioggia e che vede Costa Pereira protagonista di una colossale papera facendosi passare tra le gambe una conclusione non certo irresistibile di Jair in conclusione di primo tempo, per poi vedere le speranze di rimonta vanificate da un infortunio occorso al 57’ allo stesso estremo difensore, con il libero Germano a doversi improvvisare portiere

Per concludere, nel 1968 Eusebio & Co. tornano sul terreno di Wembley dove due anni orsono erano stati sconfitti dall’Inghilterra nella semifinale mondiale, stavolta per affrontare il Manchester United e, con la gara inchiodata sul punteggio di 1-1, è lo stesso Eusebio ad avere sul piede il “match ball” al 90’, ma la sua conclusione, potente e precisa, viene bloccata da un prodigioso intervento di Alex Stepney, per poi crollare nei tempi supplementari …

Tutto questo, relativamente al periodo del “Grande Benfica” degli anni ’60, ma chi pensava che la Maledizione potesse cessare con l’abbandono dell’attività dei giocatori che lo componevano, si sbaglia di grosso, poiché Guttmann non ce l’aveva affatto con i suoi ragazzi, bensì con la Società che, difatti, si concretizza ad oggi in altre cinque Finali continentali perse – Coppa Uefa 1983, Coppa dei campioni 1988 e ’90, Europa League 2013 e ’14 – con Eusebio che, in occasione della Finale di Coppa dei Campioni del 1990 a Vienna contro il Milan, si reca personalmente a depositare dei fiori sulla tomba del tecnico (scomparso a fine agosto 1981 ad 82 anni …) presso il Cimitero ebraico della Capitale austriaca e pregandolo di far sì che la maledizione cessasse, ma senza alcun risultato utile …

E, d’altronde, son già trascorsi 57 anni, oltre mezzo secolo, basta attenderne “solo” altri 43 …!!

 

ACHILLE VARZI: LE VITTORIE, GLI AMORI E LA TRAGICA MORTE DI UN ARTISTA DEL VOLANTE

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Achille Varzi – da fuoridaglischemi11.blogspot.it

articolo di Marco Staiano tratto da fuoridaglischemi

Quando si parla di Achille Varzi spontaneamente si tende ad abbinare al nome del pilota galliatese quello del più famoso e osannato Tazio Nuvolari. La rivalità tra i due è ricordata come una delle più entusiasmanti di sempre, e affonda le sue radici addirittura nel motociclismo. Se però oggi ci si ricorda del “Mantovano volante“, asso dell’automobilismo che fu, omaggiato da Lucio Dalla e da un canale televisivo, colpevolmente ci si dimentica di Achille: pilota come pochi, vincitore di Mille Miglia, Targa Florio e Gran Premi in tutto il mondo, guida pulitissima e raffinata (tanto che lo stesso Juan Manuel Fangio ne ammirò la perfezione stilistica) e una grinta fuori dal comune.

Nato in una famiglia agiata del Novarese, Achille aveva sin da ragazzino un immenso bisogno di velocità, l’adrenalina gli scorreva impetuosa nelle vene. Il padre Menotti a sedici anni lo indirizzò verso le gare in motocicletta, insieme ai fratelli Angioletto e Anacleto. A diciassette anni, non ancora maggiorenne, Varzi cominciò già a far capire di che stoffa fosse fatto, imponendosi come talento cristallino delle due ruote. Nel 1922 è campione della categoria Seniores nella classe 350cc. A diciannove anni. Mentre precocemente Achille muoveva i primi passi nel glorioso mondo dei motori, Nuvolari aveva già trent’anni e una guerra alle spalle. Il suo talento però non si discuteva: facilmente tornò a vincere gare motociclistiche già nel primo dopoguerra. Il Nivola restò però subito impressionato da quel ragazzino di Galliate, sfrontato e tremendamente veloce.

A quei tempi i confini tra motociclismo e automobilismo erano molto più labili. Spesso la differenza stava nel fatto che un’automobile era molto più costosa di una motocicletta, e obbligava chi non potesse permettersela a ripiegare sull’acquisto di una moto, sicuramente più economica. Quando nel 1926 – sponsorizzato dall’amico Vailati – Achille poté provare una Bugatti 1500 4 cilindri, non gli sembrò vero. Lui, cresciuto nel mito di Felice Nazzaro, svoltò la sua carriera di pilota, passando definitivamente alle quattro ruote. Nell’automobilismo, dominato a quei tempi dall’insuperabile Alfa P2 e da piloti-gentiluomini come Emilio Materassi, Campari, Meo Costantini e Brilli Peri, l’unica soluzione era (il privilegio) di poter gareggiare comperandosi un’auto privata.

Nel 1927 nacque la Mille Miglia e la rivalità Varzi-Nuvolari si affermò in tutto il mondo come una delle più belle e combattute nella storia di questo sport. Nell’epoca d’oro dell’automobilismo, senza voler sminuire il valore dei vari Benoist, Chiron, Wimill, Caracciola, Fagioli, Rosemeyer, Lang e Stuck, Tazio Nuvolari e Achille Varzi infiammarono con i loro duelli ruota a ruota le oceaniche folle europee, e ancor di più quelle italiane, rendendo l’automobilismo uno sport popolarissimo. Oltre ad essere un confronto tra due assi che fuori dall’abitacolo si rispettavano lealmente, il loro era anche un contrasto di stili marcato. Nuvolari era passione allo stato puro, irruenza, veemenza. Varzi, invece, sfoggiava una raffinatezza, una precisione e un’indole da calcolatore fuori dal comune.

La precisione nello studiare gli avversari, nel pianificare le strategie da adottare in gara, nel tenere maniacalmente tutto sotto controllo sono ravvisabili in questo aneddoto raccontato da Enzo Ferrari: “Mancavano poche ore al via del G.P. di Montecarlo quando io arrivai dall’Italia e trovai il mio collaboratore Bazzi pressoché annientato dalle bizze di Varzi. Il nostro Achille si dichiarava insoddisfatto della macchina e criticava soprattutto la posa di guida; aveva fatto cambiare dai meccanici una decina di cuscini, ma non ne aveva trovato uno che gli consentisse una sistemazione di suo gradimento. Assistetti così alla fase finale della discussione (tra Varzi ed i meccanici). Varzi chiese finalmente un paio di cuscini, li soppesò, misurò la loro altezza e decise che per arrivare alla perfezione, occorreva che fossero un poco più alti, ma non tanto da richiedere un terzo cuscino. Bazzi diede un’occhiata e lo invitò ad andare a prendere un caffè; al suo ritorno, promise, avrebbe trovata la sistemazione da lui voluta. Appena Varzi si fu allontanato, Bazzi afferrò il Corriere della Sera che avevo in tasca, lo piegò in quattro, lo nascose sotto i cuscini. Varzi tornò poco dopo, provò la posizione: “perfetto, si”, – mormorò -, e ringraziò quasi commosso”.

Dopo aver corso e ottenuto svariate vittorie con l’Alfa Romeo (tra cui spiccano le affermazioni proprio alla Mille Miglia e alla Targa Florio) sotto l’egida dello stesso Enzo Ferrari, Varzi passò alla rivale tedesca Auto Union. La scelta suscitò un enorme clamore nel pubblico sportivo italiano che considerava il passaggio dall’Alfa Romeo all’Auto Union alla stregua di un vero e proprio tradimento. Progettata da Ferdinand Porsche e dotata di un innovativo motore centrale, l’Auto Union, come la Mercedes, viveva in pieno il sogno di gloria hitleriano del Terzo Reich. L’automobilismo venne incentivato con grosse sovvenzioni, dato che era visto come vero e proprio metro di misura delle capacità tecnico-scientifiche tedesche. Alfred Neubauer, corpulento e pittoresco direttore sportivo della Mercedes, affermò che per “imparare l’Auto Union” Varzi ha impiegato lo spazio di un giorno, il primo. Per adattarvisi, i piloti di sicura qualità esigevano un anno almeno di scozzonatura. Il direttore della Mercedes aveva subito capito chi fosse “il gran signore di Galliate“. Diceva: Varzi è un artista; Nuvolari, un eroe.

Nel periodo tedesco la vita di Achille cambiò. Fatale fu una donna. Una donna bellissima. L’indimenticato Mario Fossati così dipinse il primo incontro tra Varzi e Ilse Hubach: “Primavera 1935. Mercedes Benz e Auto Union provano a Monza. L’inverno è lungo al Nord. La pista del Nurburgring è chiazzata di neve. I due team sono acquartierati a Milano, nel lussuoso “Principe e Savoia”. All’ora dell’aperitivo un pilota della giovane generazione (che bussa insistentemente alla porta dell’Auto Union) esibisce la moglie di una bellezza mozzafiato. L’aristocratico Hans Stuck e il francese Louis Chiron si consumano di galanteria. Attraverso i cristalli della porta girevole appare Varzi. Scorge il cerchio dei colleghi e quel cigno, che ha gli occhi di una giovane attrice. Varzi si dirige dapprima all’ascensore eppoi di scatto, a rovescio, allo zinco del bar. Abituato ad osservare, ad analizzare anche in casa d’altri, meglio se dell’Auto Union, Neubauer spia Varzi. Lo coglie in baciamano compìto all’avvenente signora. Ne capta il dialogo. “Mi vorrai presentare, Hans a questa graziosissima dama”. E Stuck: “Signor Varzi le faccio sapere che dovrà mettersi in coda alla lunga fila degli spasimanti”. Varzi sorride: “Mi riterrò fortunato di essere autorizzato ad ammirarla”.

I due vivranno l’uno per l’altro. E inizialmente ciò giova alla carriera di Varzi. Nel 1935 è infatti il pilota che riporta il maggior numero di vittorie e piazzamenti. L’amore sembrava aver spiegato ancor di più le ali di Achille. Ma poi accadde l’impensabile: le corse divennero solo un accessorio, per lo più prettamente economico. Cominciò a tralasciare gli allenamenti e soprattutto iniziò ad abusare di stupefacenti. Da lì il crollo: il licenziamento dalla Auto Union e addirittura il ritiro del passaporto e della licenza di conduttore.

Ma la voglia di Achille di adrenalina, di vittoria, di velocità erano troppo forti. Nonostante la Seconda Guerra Mondiale, che sembrava aver precluso ogni minima chance di ritorno, Varzi miracolosamente fece ritorno alle corse. Otto anni dopo l’ultima vittoria, nel 1946 si impose a Torino. Poi due anni dopo, il 1 luglio 1948, al Bremgarten, in Svizzera, quando Achille sembrava aver ritrovato la passione per questo sport, la disgrazia: quella maledetta curva che poche ore prima aveva portato via Omobono Tenni, decise di prendersi anche Varzi.

“Forse tu eri destinato a morire, Achille, perché nella tua guida c’era quel qualcosa di geniale che fa parte del mistero della natura, e la natura si sforza di eliminare coloro che vi si avvicinano troppo al compimento. Beethoven venne colpito dalla sordità quando sembrava che stesse per trascendere il potere umano dell’espressione musicale, Galileo fu accecato quando stava per scoprire l’infinito e le sue leggi, le mani di Leonardo da Vinci vennero colpite dall’artrite quando era vicinissimo alla perfezione delle sue creazioni. Ed anche tu, Achille, sei stato fermato quando stavi per attraversare le frontiere conosciute della velocità. Ora ti devi preparare per un’altra gara, l’ultima grande gara”.

Così venne ricordato dagli amici Achille Varzi, pilota eccelso, uomo d’altri tempi del grande automobilismo che fu.

MARTIN JOHNSON, IL CAPITANO CORAGGIOSO DEL XV DELLA ROSA

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Martin Johnson con la Coppa del Mondo 2003 – da:telegraph.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Nato in Inghilterra, dove nel 1871 assume i crismi dell’ufficialità grazie alla costituzione della “Rugby Football Union”, lo Sport della Palla Ovale viene poi esportato nei Paesi dell’ex Impero Britannico, in particolare Australia, Nuova Zelanda, Isole Fiji e Sudafrica, con il non trascurabile problema che, in breve, gli “Allievi superano i Maestri”, ovvero le Nazionali dell’emisfero australe si affermano come le più forti del Pianeta in tale disciplina …

Prova ne sia che, nelle 8 edizioni della Coppa del Mondo sin qui disputate – dal debutto in Oceania nel 1987 sino al 2015 nel Regno Unito – ben 7 volte a trionfare è stata una formazione australe, con la Nuova Zelanda a capeggiare tale graduatoria con 3 successi (1987, 2011 e ’15), seguita con due vittorie a testa da Australia (1991 e ’99) e Sudafrica (1995 e 2007) …

Potete pertanto immaginare sia quale importanza abbia rivestito per l’Inghilterra essere l’unica squadra del Vecchio Continente ad aggiudicarsi sinora il titolo iridato – oltretutto superando nella Finale del 2003 proprio i padroni di casa dell’Australia per 20-17 – che, soprattutto, l’orgoglio del Capitano del XV della Rosa a ricevere e sollevare al cielo la prestigiosa William Webb Ellis Cup, dal nome di colui che leggenda vuole abbia inventato il Rugby.

E, se tale onore doveva logicamente toccare a qualcuno, riteniamo che il destino non potesse scegliere soggetto più degno di Martin Johnson, colui che del ruolo di Capitano ha fatto la propria ragione di vita, sia a livello di Club che non solo di Nazionale, essendo stato difatti il primo giocatore a ricevere tale incarico nel guidare in ben due occasioni i “British Lions” nelle Tournée del 1997 in Australia e del 2001 in Sudafrica.

Johnson nasce il 9 marzo 1970 a Solihull, nella Contea di Warwick, secondo di tre fratelli di cui anche il più giovane, William, avrà modo di seguirne le orme pur non venendo mai convocato in Nazionale, per poi trasferirsi con la famiglia a Market Harborough, nella Contea di Leicester, all’età di 7 anni, dove inizia a prendere confidenza con la palla ovale, praticando però il Football americano piuttosto che il Rugby …

Caso vuole che a far propendere definitivamente Johnson verso lo Sport europeo sia un ex giocatore dei celebri All Blacks, Colin Meads, il quale, intuendone le potenzialità, lo invita ad un provino per i King Country – il Club per cui Meads aveva svolto l’intera sua carriera – al termine del quale il futuro Capitano inglese viene ingaggiato per disputarvi per un biennio la stagione australe dopo aver giocato nel Vecchio Continente coi Leicester Tigers …

Come in uno “Sliding Doors”, Johnson potrebbe essere divenuto lui stesso un perno della Nazionale neozelandese, visto che si innamora e si sposa in detto Paese, vestendo anche in un’occasione la maglia degli All Blacks Under 21, ma per fortuna del XV della Regina è proprio il desiderio della sua giovane consorte di stabilirsi nel Regno Unito che lo fa rientrare definitivamente in Inghilterra nel 1990 …

Presa definitiva confidenza coi suoi compagni di squadra a Leicester, a far tempo dal novembre 1991 Johnson forma assieme a Matt Poole una formidabile coppia di seconde linee da cui è molto problematico passare, cogliendo il suo primo successo di rilievo conquistando la Pilkington Cup ’93 grazie alla vittoria per 23-16 nella Finale disputata l’1 maggio a Twickenham contro gli Harlequins, alla quale contribuisce realizzando una meta, non proprio la specialità della casa.

Per Johnson – che aveva esordito in Nazionale il 16 gennaio di detto anno sostituendo Wade Dooley che si era infortunato durante il riscaldamento per il match d’esordio nel “Torneo del Cinque Nazioni” contro la Francia e vinto di misura (16-15) – il successo nella Coppa Anglo-gallese gli schiude le porte per la sua prima convocazione con i “British Lions” per la Tournée in Nuova Zelanda di fine giugno, in cui disputa due delle tre gare in programma, contribuendo al successo per 20-7 sugli All Blacks del 26 giugno per poi rimediare una severa sconfitta per 13-30 una settimana dopo …

Ma Johnson sta iniziando a farsi un nome nel panorama del Rugby britannico e, dopo essersi preso la rivincita sui neozelandesi superandoli 15-9 a Twickenham a fine novembre, il successivo biennio rappresenta quello della sua definitiva consacrazione sia a livello di Club che di Nazionale …

Dopo aver, difatti, concluso a pari punti con il Galles (tre vittorie ed una sconfitta a testa) il “Cinque Nazioni” ’94, classificandosi secondo solo per una peggior differenza punti, Johnson conduce Leicester al successo nella Premiership ’95 con un record di 15 vittorie, un pari e due sole sconfitte, precedendo (31 punti a 27) i Campioni in carica di Bath, mentre a livello di Nazionale non salta un solo incontro dei 12 disputati nel corso del 1995.

Stagione che vede l’Inghilterra completare il “Grande Slam” nel “Cinque Nazioni” con largo margine (98 punti realizzati ed appena 39 subiti …), per poi accedere alle semifinali della Coppa del Mondo disputata in Sudafrica prendendosi la rivincita sui Campioni in carica australiani – sconfitti 25-22 ai Quarti dopo che quattro anni prima, nella Finale di Twickenham, si erano imposti per 12-6 – salvo soccombere di fronte all’inarrestabile forza fisica di Jonah Lomu, che con le sue quattro mete trascina gli All Blacks al successo per 45-29.

Inghilterra che si ripete nel “Cinque Nazioni” dell’anno seguente pur non completando il “Grande Slam” complice la sconfitta per 12-15 al “Parc des Princes” contro la Francia, mentre Johnson mette a segno la prima delle sue due uniche mete con la maglia della rosa nel test match del 23 novembre ’96 contro l’Italia, sconfitta per 54-21 a Twickenham.

Il 1997 è un anno importante per Johnson poiché, a dispetto del secondo posto nel “Cinque Nazioni” che si aggiudica la Francia a punteggio pieno, riceve l’onore di guidare, da Capitano, la selezione dei “British Lions” nella Tournée in Sudafrica contro i Campioni del Mondo, conclusa in modo trionfale grazie ai successi per 25-16 a Città del Capo e per 18-15 a Durban, contro la sola sconfitta (16-35) nel terzo match disputatosi a Johannesburg.

Replicata al “Cinque Nazioni” ’98 la veste di migliore delle formazioni del Regno Unito con la Nazionale – ma ancora una volta dovendosi arrendere (17-24) allo “Stade de France” ai transalpini che così completano il loro secondo “Grande Slam” consecutivo – Johnson, oramai sempre più indiscusso leader ad ogni livello, sia Leicester che Inghilterra così come i Lions, si avvia a consacrarsi nell’arco del suo “Quinquennio magico”, che lo vede primeggiare in ogni angolo del pianeta …

Dapprima, con l’unico Club di cui indossa la maglia in carriera e dopo essersi aggiudicato una seconda Pilkington Cup nel ’97 superando 9-3 nella Finale del 10 maggio a Twickenham, mette in fila una serie di quattro titoli consecutivi (1999-2002) della Premiership, eguagliando analoga impresa compiuta da Bath tra il 1991 ed il ’94, per poi, complice uno scandalo ai danni di Lawrence Dallaglio, ricevere il più grande onore per un giocatore, ovvero la fascia di Capitano della propria Nazionale, con cui debutta in tale veste il 26 giugno 1999, nel test match di Sydney contro l’Australia, sia pur concluso con una sconfitta per 15-22, dopo che il “Cinque Nazioni” era sfuggito all’ultima giornata per una sconfitta di misura (31-32) patita a Wembley contro il Galles.

Ancorché ricomposta la vicenda Dallaglio – poi scopertasi una montatura dei tristemente famosi Tabloid inglesi – il compito di guidare l’Inghilterra alla Coppa del Mondo ’99 spetta a Johnson, al quale non verrà più tolta la fascia sino a fine della sua esperienza in Nazionale (costituita da 39 occasioni, tuttora terzo Capitano di ogni epoca alle spalle di William Carling con 59 e Chris Robshow con 43 …), anche se tale Manifestazione vede ancora il XV della Rosa cedere di fronte alla sua “bestia nera” (in tutti i sensi …) Nuova Zelanda, con il secondo posto nel Girone eliminatorio che determina la sfida nei Quarti al Sudafrica, uscendone con le ossa rotte, visto la pesante (21-44) sconfitta subita.

Una delusione iridata ben presto superata con l’ingresso nel nuovo Millennio sia a livello di Nazionale – l’Inghilterra, difatti, che da novembre ’97 è passata sotto la guida di Clive Woodward, si aggiudica le edizioni 2000 (dove fallisce il “Grande Slam” a causa della sconfitta in Scozia all’ultimo turno …) e 2001 del rinominato “Sei Nazioni per l’allargamento anche all’Italia del Torneo – che personale, con la seconda selezione quale Capitano dei “British Lions” per il Tour in Australia, dove peraltro, dopo il successo per 29-13 nel match di apertura, la compagine britannica subisce due successive sconfitte (14-35 e 23-29) …

Ma, soprattutto, Johnson comanda da par suo i Tigers – oltre alla ricordata serie di successi in Premiership – sino a salire al vertice del Rugby europeo, aggiudicandosi due “Heineken Cup” consecutive – così chiamata dal nome dello Sponsor, ma in realtà trattasi della “European Rugby Champions Cup”, l’equivalente della Champions League del Calcio – impresa eguagliata da un Club inglese solo nel biennio 2016-’17 dai Saracens.

La prima Finale si svolge il 19 maggio 2001 allo “Stade de France” di Parigi, avversari i padroni di casa dello Stade Français che si affidano esclusivamente al piede educatissimo dell’italoargentino Diego Domiguez, che con 5 piazzati in mezzo ai pali manda i suoi al riposo in vantaggio 15-9, per poi essere ancora lui, con altre 4 punizioni a segno, ad annullare le due mete inglesi per portare il punteggio sul 27 pari a tre minuti dal termine dell’incontro …

Allorché Dominguez completa la sua giornata di gloria con un drop per il 30-27 a favore dei transalpini, la replica del XV di Leicester porta Leon Lloyd (già autore di una meta ad inizio ripresa …) a perforare ancora la linea di difesa francese, per poi toccare a Stimpson mettere il punto esclamativo con la trasformazione che fissa nel 34-30 per i Tigers il risultato finale.

L’anno seguente, dopo un faticoso successo per 13-12 sui gallesi del Llanelli in semifinale, è il “Millennium Park” di Cardiff ad ospitare, il 25 maggio 2002, la Finale tutta britannica tra il Leicester e gli irlandesi del Munster, con entrambe le squadre capitanate dai rispettivi n.4, Johnson e Mick Galwey …

Meno emozionante della precedente stagione, anche stavolta però i Tigers faticano a carburare, e due piazzati del mediano di apertura Ronan O’Gara danno al Munster un iniziale vantaggio di 6-0, ridotto ad una sola lunghezza in forza della meta di Geordan Murphy (ironia della sorte, l’unico irlandese con la maglia di Leicester …) poco prima della mezzora di gioco …

Ed anche se, in avvio di ripresa, un’altra punizione tra i pali di O’Gara consente al Munster di allungare sino a 9-5 in proprio favore, essa rappresenta per loro il classico “canto del cigno”, visto che una seconda meta, realizzata da Austin Healey e stavolta trasformata da Stimpson, dà ai Tigers il vantaggio decisivo, poi consolidato da un piazzato dello stesso estremo per il 15-9 definitivo.

I più attenti lettori si saranno accorti che in entrambe le riferite Finali, i Tigers non hanno concesso alcuna meta ai loro rivali, a dimostrazione di come il lavoro delle seconde linee, coordinate dall’oramai 32enne Johnson, sia tale da lasciare ben pochi spazi alle iniziative avversarie …

Circostanza che non passa inosservata al Commissario tecnico Woodward, che, difatti, convoca per la Coppa del Mondo 2003 in Australia tutti e quattro i componenti la seconda e terza linea dei Tigers – ovvero Johnson, Ben Kay, Neil Back e Lewis Moody – oltre a Martin Corry quale riserva del terza linea centro (n.8) Dallaglio …

Ad un Johnson che ha già nel proprio Palmarès 5 titoli di Premiership, due Pilkington Cup ed altrettante Heineken Cup a livello di Club, nonché quattro edizioni del “Cinque/Sei Nazioni”, un eventuale trionfo con la Nazionale rappresenterebbe il modo migliore per concludere una a dir poco straordinaria carriera, nonché per sfatare il tabù che sinora vede le formazioni del Vecchio Continente incapaci di affermarsi rispetto alle corrispettive compagini australi …

E “L’Anno di Gloria” dell’Inghilterra si apre con il ritorno al “Grande Slam” nel “Sei Nazioni” (quinto successo personale per il Capitano …), con una dimostrazione di superiorità indiscutibile (173 punti realizzati contro appena 46 subiti …) che rappresenta una sorta di ideale “Prova Generale” in vista della Rassegna iridata, in programma dal 10 ottobre al 22 novembre 2003.

Superato senza eccessivi ostacoli il Girone eliminatorio – subendo due sole mete in quattro incontri e rifilando un significativo 25-6 al Sudafrica – l’Inghilterra deve affidarsi al magico piede di Jonny Wilkinson (Top Scorer del Torneo con 113 punti …!!) per aver ragione 28-17 di un brillante Galles nei Quarti, capace di violare per ben tre volte la linea di meta della formazione di Woodward, per poi regolare 24-7 in semifinale i “rivali storici” della Francia e quindi presentarsi, il 22 novembre 2003, all’appuntamento con la Storia a Sydney per affrontare i padroni di casa dell’Australia …

In ogni Sport di squadra che si rispetti, è risaputo che ben difficilmente la squadra organizzatrice di un Torneo Mondiale esce sconfitta qualora raggiunga la Finale, circostanza che sembra confermarsi non appena l’ala Tuqiri porta in vantaggio i Wallabies andando in meta dopo appena 6’ di gioco …

Ma è in casi come questo che la presenza di un “vero Capitano” può fare la differenza, in quanto Johnson – la cui sola presenza in campo fa sì che i compagni diano sempre il 110 per cento visto che è lui il primo a dare l’esempio – predica la calma, senza farsi prendere dalla bramosia di voler subito rimediare, costruendo la gara passo dopo passo, come una sorta di puzzle …

E così, dopo che Wilkinson ha centrato tre volte i pali su punizione, in chiusura di tempo Robinson “rende il favore” ai padroni di casa con una meta nell’angolo per il 14-5 con cui le due squadre vanno al riposo …

Difficile pensare ad un’Australia arrendevole e, difatti, nella ripresa, Johnson, Dallaglio & Co. faticano non poco ad arginare le folate offensive australiane, rimanendo costretti a concedere dei piazzati che l’altrettanto preciso Elton Flatley converte, compreso l’ultimo proprio allo scadere per il tripudio della parte australiana dei quasi 83mila spettatori presenti allo “Stadium Australia”, per il 14-14 che manda le squadre ai supplementari …

Partita per “uomini veri”, con Woodward ad inserire nei supplementari anche Moody per completare il quartetto dei Tigers a metà campo e, con gli attacchi di ambo le formazioni bloccati dalla fatica e dalla forza dei pacchetti avversari, a risolvere la questione, dopo un piazzato a segno per parte di Flatley e Wilkinson, è proprio quest’ultimo con un drop passato alla Storia e realizzato in chiusura del secondo tempo supplementare.

E così, a salire le scale della tribuna d’onore per ricevere la William Webb Ellis Cup, dopo due australiani, un neozelandese ed un sudafricano nelle precedenti edizioni, tocca stavolta a Martin Johnson, che con il successo di Sydney dice basta con la Nazionale, di cui ha indossato la maglia in 84 occasioni (all’epoca terzo nella “Graduatoria All Time”, preceduto solo da Jason Leonard e Rory Underwood …), con un record di 67 vittorie, 2 due pareggi e 15 sconfitte, ancor migliore se limitato alle sole gare del “Cinque/Sei Nazioni”, dove in 37 incontri ottiene 31 successi e solo 6 sconfitte …

Anche a livello di Club lo “score” non è niente male, visto che delle 139 gare di Premiership disputate coi Leicester Tigers, Johnson ne ha vinte 100, pareggiare 9 e perse 30, con la sola, piccola amarezza di non aver potuto dire addio al Rugby giocato come avrebbe voluto, ossia al pari di quanto avvenuto in Nazionale, visto che l’ultimo incontro giocato è la Finale della Premiership – che dal 2003 ha introdotto i Playoff – andata in scena il 14 maggio 2005 a Twickenham tra Leicester ed i London Wasps, che si affermano per 39-14, grazie ad una giornata di grazia dell’stremo neozelandese Mark Van Gisbergen, autore di ben 26 punti (una meta, tre trasformazioni e cinque piazzati …) …

Vabbè, buon vecchio Martin, è mancata la “ciliegina”, ma non si può certo dire che la torta della tua carriera non sia stata grande e, soprattutto, dolcissima …!!

 

ATTILA PETSCHAUER, LO SCIABOLATORE OLIMPICO CHE MORI’ IN CAMPO DI CONCENTRAMENTO ED ISPIRO’ UN FILM

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Attila Petschauer – da filmhiradokonline.hu

articolo di Gabriele Fredianelli

Sullo schermo gli ha dato il volto, pur sotto altro nome – quello di fantasia di Adam Sors – lo sguardo profondo di Ralph Fiennes per la regia di István Szabó.

Ma la storia portata al cinema vent’anni fa, nel 1999, dal film “Sunshine” è quella della famiglia dello sciabolatore Attila Petschauer, per un racconto che è anche quello del declino della Mitteleuropa, della questione ebraica, della nascita del nazismo e di tutte le tragedie del Novecento.

Attila Petschauer è stato uno degli schermidori più talentuosi dell’epoca d’oro della sciabola ungherese, due volte campione olimpico a squadre, un argento individuale, due volte campione del mondo sempre a squadre.

Nato a Budapest alla fine del 1904, Attila cresce nella fucina di Italo Santelli e della scuola italiana nella capitale magiara: un perenne sbocciare di campioni che domineranno la sciabola per buona parte del Novecento.

A poco più di vent’anni, nel 1925, a Ostenda, in Belgio, ai Mondiali (che allora si chiamavano Internazionali) è già bronzo individuale, dietro i più anziani ed esperti connazionali János Garay e Jenö Uhlyarik. L’anno seguente, nella sua Budapest, è secondo dietro l’altro magiaro Sándor Gombos. Nel ’29 a Napoli è terzo, dietro Gyula Glikais e il livornese Gustavo Marzi. E secondo sarà nel ’30 a Liegi e terzo a Vienna ’31, due edizioni in cui sarà anche oro a squadre in formazioni formidabili, ricchissime di campioni. Al suo fianco, oltre all’emergente Aladár Gerevich (che vincerà 7 ori ai Giochi), ci sono quasi sempre Garay e Gombos, nelle cui vene scorre sangue ebraico come quello di Attila. E verrà un tempo in cui purtroppo l’origine di quel sangue conterà più della vita stessa.

Intanto Petschauer anche alle Olimpiadi lascia un segno. Nel 1928, ad Amsterdam, con la sua squadra vince tutti gli assalti dall’inizio alla fine e conquista una quasi noiosa medaglia d’oro davanti all’Italia, aggiungendoci anche l’argento individuale dietro il connazionale Ödön von Tersztyánszky, dopo essere stato sconfitto solo allo spareggio. Nel ’32, a Los Angeles, è di nuovo oro sotto la bandiera ungherese, ma solo quinto nella gara individuale vinta dal connazionale György Piller-Jekelfalussy.

È quello l’ultimo squillo di una carriera breve ma intensa. Lasciata la pedana, diventerà giornalista per il quotidiano della capitale “Az Est“, “La sera“. Durante la guerra, per lui le cose ovviamente peggiorano. È però un eroe sportivo e, nonostante l’origine ebraica, ha uno speciale lasciapassare. Un giorno però lo dimentica a casa e viene fermato in un controllo di routine. Finisce nel campo di concentramento di Davidovka, a Zavidovo, in Ucraina.

incontra un altro ex atleta, dall’altra parte della barricata: un tenente colonnello dell’esercito ungherese, Kálmán Cseh von Szent-Katolna. Cseh ha partecipato ai Giochi del 1928 negli sport equestri. Potrebbe essere il suo salvatore. Invece diventa il suo aguzzino. È lui a costringerlo a salire nudo su un albero, prima di fargli gettare addosso dell’acqua gelida. È l’inverno tra il 1942 e il 1943. Attila morirà per i postumi di questo episodio il 20 gennaio del ’43 in quel campo di concentramento.

Gli ultimi suoi giorni saranno raccontati da un altro atleta ungherese rinchiuso nel campo, il lottatore Károly Kárpáti, argento a Los Angeles, oro a Berlino. Lui però si salverà e morirà novantenne nel 1996.

Come Attila, tra gli ebrei ungheresi, non sopravvissero ai campi neppure gli altri sciabolatori Oszkár Gerde e János Garay, morti a Mauthausen, così come morì, sul Ponte Margherita a Budapest, per colpa di un’espolosione Endre Kabos, allora prigioniero. Petschauer è oggi nella International Jewish Sports Hall of Fame.

LA SFIDA DI SILVANO ABBA ALLA GERMANIA NEL PENTATHLON MODERNO ALLE OLIMPIADI DI BERLINO 1936

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La premiazione della gara di pentathlon alle Olimpiadi di Berlino 1936 – da it.m.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se la Svezia aveva dominato le cinque precedenti edizioni dei Giochi con 5 vittorie e ben 13 medaglie sulle 15 disponibili, alle Olimpiadi di Berlino del 1936 la gara individuale di pentathlon moderno produce un risultato a sorpresa, con gli scandinavi addirittura giù dal podio. Al loro posto, sul gradino più basso, sale invece un azzurro. Ed èun exploit senza precedenti.

Si comincia con i 5.000 metri di cross country di equitazione, a Doberitz, e ad imporsi è appunto Silvano Abba, italiano 25enne nato in Croazia, a Rovigno, uscito come sottotenente dalla Regia Accademia Militare di Modena e assegnato all’Arma di Cavalleria,  che guadagna la testa della classifica davanti al tedesco Gotthard Handrick e al belga Raoul Mollet. L’azzurro sarà uno dei grandi protagonisti della competizione multipla ai Giochi nazisti.

Proprio l’atleta della Germania è però il più regolare. Pur non vincendo nessuna prova, è secondo nel concorso di scherma, con 26 dei 30 assalti chiusi con successo, alle spalle dell’americano Frederick Weber, balzando così al comando con lo svedese Sven Thofelt (oro ad Amsterdam nel 1928 e quarto a Los Angeles nel 1932) che sale in terza posizione, dietro anche al belga Edouard de le Court. Abba è solo quindicesimo e retrocede in quinta posizione.

La prova di tiro, 200 colpi con sagome mobili al poligono di Ruhleben, rilancia l’americano Charles Leonard, che fa bottino pieno e recupera in classifica fino al quarto posto, con Handrick che pare irraggiungibile con 8,5 punti, Thofelt 20 punti, Weber 25 punti e Abba ancora quinto con 26,5 punti.

La sfida ormai è solo per le due posizioni di rincalzo del podio, il tedesco Hermann Lemp (lontano in graduatoria) è il più veloce nei 300 metri stile libero di nuoto, gara che consolida il secondo posto di Thofelt e consente a Leonard di salire al terzo posto, in virtù del crollo di Weber, scavalcato anche da Abba.

Si decide tutto nell’ultima prova, 4.000 metri di cross country di corsa al campo di golf di Wannsse. Handrick può permettersi un modesto quattordicesimo posto che non gli impedisce di conquistare la medaglia d’oro con 31,5 punti. Leonard chiude con 39,5 punti, argento, approfittando della prestazione deludente di Thofelt, solo ventiquattresimo, che non solo perde la seconda piazza, ma viene superato anche da Abba, autore di un’eccellente corsa che lo vede chiudere quinto e sommare infine 45,5 punti, quanto basta per cogliere la medaglia di bronzo, con Thofelt ancora quarto con 47 punti, regalando all’Italia la prima medaglia della sua storia olimpica nel pentathlon moderno. Per tornare sul podio ai Giochi, dovrà attendere il 1984 quando Daniele Masala e Carlo Massullo faranno doppietta, oro e bronzo.

Se Handrick sarà pilota di punta della “Legione Condor” impegnata nella Guerra Civile Spagnola a fianco dei franchisti, Abba, che si era meritato la convocazione a Berlino 1936 vincendo a Milano i Campionati Littoriali del 1935 e che fu “comandante di squadrone di eccezionale valore” tanto da meritarsi la medaglia d’oro, appunto, al valor militare, morirà durante la Seconda Guerra Mondiale, cadendo durante la carica del Quarto Squadrone Savoia sulle rive del Don, in Ucraina, a Ischbushenskij. A testimoniare che il destino, davvero, non è certo sempre generoso con i suoi eroi.