1997, QUANDO KUERTEN INCANTO’ PARIGI

KUERTEN.jpg
Kuerten al Roland-Garros 1997 – da lemonde.fr

articolo di Emiliano Morozzi

La storia di oggi ha tutti i connotati di una favola: il protagonista, il contesto, lo svolgimento. Siamo nel 1997 e il torneo del Roland Garros è ormai diventato terra di conquista degli specialisti dei tappeti rossi. Gomez, doppietta di Courier, doppietta di Bruguera, Muster e Kafelnikov sono fior di campioni, ma il loro gioco è spesso un monotono bombardamento da fondocampo e lo spettacolo latita. Le prime quattro teste di serie sono il numero uno Sampras, che ha già in bacheca gli Australian Open ma che non ama la terra battuta, Michael Chang, già vincitore nel 1989 e finalista nel 1995, il russo Kafelnikov, campione in carica, e Ivanisevic, che si conferma testa matta e esce di scena già al primo turno, sconfitto dal tenace svedese Gustafsson. Dopo di loro, una batteria di giocatori che possono ambire al titolo, specialisti delle superfici lente: l’austriaco Muster, l’ucraino Medvedev, gli spagnoli Moya, Bruguera e Corretja, il cileno Rios.

Nascosto in un angolo del tabellone, il semisconosciuto brasiliano Gustavo Kuerten, che al primo turno incontra il ceco Dosedel: il giocatore carioca, che nei due precedenti confronti dell’anno a Montecarlo e Indian Wells era uscito sconfitto, ribalta il pronostico con un secco 6-0, 7-5, 6-1. Dopo questa affermazione Kuerten prosegue il proprio cammino sbarazzandosi di Bjorkman e al terzo turno la sua avventura sembra destinata a una prematura fine contro il solido Muster, giocatore che sulla terra rossa ha sempre dato il meglio di sè. Mentre cade Sampras contro Magnus Norman, Kuerten doma l’austriaco al termine di cinque combattutissimi set e prosegue la marcia.

Agli ottavi cadono Corretja, per mano dell’altro carneade del torneo, Dewulf, e Rios battuto da Arazi, mentre lo scontro tra Chang e Bruguera si risolve a favore dello spagnolo e nella parte bassa del tabellone approda ai quarti anche il talentuoso Rafter, che supera Woodforde. Kuerten si trova davanti un altro giocatore specialista della terra rossa, l’ucraino Medvedev, ma il risultato non cambia e il brasiliano si impone al termine di un altra durissima sfida in cinque set.

Arriviamo ai quarti e Kuerten è ormai diventato la rivelazione del torneo: tutti cominciano a conoscere la sua sfortunata storia, con un fratello che soffre di paralisi cerebrale ed un padre morto di infarto quando lui era bambino, ad applaudire il suo gioco da fondocampo potente ma decisamente più spettacolare dei campioni che l’hanno preceduto, ad incitarlo come se fosse un consumato campione. L’ostacolo ancora una volta è proibitivo, nientemeno che il campione uscente Kafelnikov, ma Kuerten sembra avere energie infinite e non sente minimamente la pressione. L’epilogo ancora una volta non cambia: cinque tiratissimi set e vittoria del brasiliano che manda in delirio il pubblico parigino.

Le semifinali vedono nella parte alta contrapporsi le due sorprese del torneo: Kuerten e Dewulf, che ai quarti ha battuto Norman. L’impegno sulla carta è più facile e il brasiliano gioca con il pronostico a favore, sbarazzandosi del rivale in quattro set 6-1, 3-6, 6-1,7-6. In quattro set si risolve anche l’altra semifinale, con il terraiolo doc Bruguera che pur soffrendo riesce a spegnere i sogni di gloria di Rafter, battuto per 6-7, 6-1, 7-5, 7-6. Si arriva così al momento decisivo, la sfida tra la rivelazione del torneo e un tennista che è stato capace di trionfare già due volte e che sulla terra rossa è uno dei più forti del mondo. Il risultato sembra già scritto, ma il brasiliano lo sovverte in maniera clamorosa: Bruguera sembra il fantasma di se stesso, annichilito da un Kuerten in stato di grazia che lo prende letteralmente a pallate. 6-3, 6-4, 6-2 è il risultato per il brasiliano, con il Roland Garros che si alza tutto in piedi per applaudire l’impresa di un tennista preso a schiaffi dalla vita ma capace di prendere a schiaffi gli avversari e incantare il pubblico con il suo tennis gioioso e micidiale.

MIROSLAV CERAR, L’UOMO CHE DOMAVA I CAVALLI… CON MANIGLIE!

miroslavcerar.jpg
Miroslav Cerar – da eljubljana.si

articolo di Giovanni Manenti

A partire dagli anni ’50, il panorama della ginnastica mondiale in campo maschile non prevede altri interpreti di rilievo al di fuori dell’asse sovietico/giapponese, prova ne sia che, nel concorso generale individuale, per un ventennio, dai Giochi di Melbourne 1956 a quelli di Montreal 1976, il podio accoglie esclusivamente ginnasti di questi due paesi, con fenomeni del calibro di Viktor Chukarin, Boris Shakhlin, Takashi Ono, Yukio Endo, Sawao Kato, Mikhail Voronin e Nikolai Andrianov.

E non è che, nei campionati mondiali che, all’epoca, si svolgevano ogni quattro anni in alternanza con le Olimpiadi, le cose andassero molto meglio, basti pensare che alla rassegna iridata di Mosca 1958, oltre al logico bronzo della Cecoslovacchia nel concorso generale a squadre, visto che Urss, oro, e Giappone, argento, non potevano certo conquistare anche il terzo posto, nelle restanti sette prove – il concorso generale individuale e le sue singole specialità – delle 21 medaglie a disposizione solo una, ed altresì di bronzo, sfugge al dominio nipposovietico.

Importante, però, è scoprire chi sia quell’unico usurpatore, ed egli risponde al nome del 19enne, all’epoca, Miroslav Cerar, ginnasta jugoslavo di Lubiana (attuale Slovenia), il quale conquista la terza piazza nella specialità del cavallo con maniglie con p.19,350 sfiorando l’argento del russo Stolbov, secondo con 19,375 mentre l’oro non sfugge con 19,550 al campione Boris Shakhlin, mattatore della rassegna moscovita con cinque medaglie d’oro.

Il piazzamento del giovane slavo passa poco più che inosservato, tanto più che due anni dopo, alle Olimpiadi di Roma 1960, pur ottenendo un significativo ottavo posto nel concorso generale individuale, Cerar si qualifica per le finali agli attrezzi solo alla sbarra, classificandosi quinto a pari merito con il sovietico Yuri Titov.

Ma che il ragazzo di Lubiana abbia, al contrario, intenzioni serie ed ambizioni di accomodarsi al “banchetto dei grandi” lo si capisce l’anno seguente agli Europei di Lussemburgo 1961, dove conquista ben quattro ori (concorso generale individuale, anelli, parallele ed, ovviamente, cavallo con maniglie) ed un bronzo al volteggio, ed ancor più ai Mondiali di Praga 1962 in cui, per nulla intimorito al cospetto dei più grandi ginnasti del momento, fa suo l’oro sia alle parallele, mettendo in fila – con p.19,625 – nientemeno che Shakhlin (19,600) ed Endo (19,500), che al cavallo con maniglie in cui, ancora una volta, Shakhlin deve arrendersi alla netta superiorità di Cerar, di sette anni più giovane.

Cerar ha ora un preciso obiettivo in testa, vale a dire i Giochi di Tokyo 1964, dove potrà sfidare i maestri giapponesi a casa loro, e non vi è modo migliore per prepararvisi che confermare agli Europei di Belgrado 1963 i quattro titoli conquistati due anni prima, trasformando il bronzo al volteggio in argento ed aggiungendovi il bronzo al corpo libero, andando pertanto a medaglia in sei delle sette specialità individuali.

Oramai lo sloveno non è più una sorpresa anche ai massimi livelli, ma lui stesso, consapevole della forza dei propri avversari, decide di affinare la propria tecnica nella specialità del cavallo con maniglie, un attrezzo non facile da domare e che risulta ostico anche ai più affermati campioni, in quanto bisogna unire forza ed agilità con movimenti rapidi ed in perfetta sincronia tra loro onde evitare di ritrovarsi bloccati a cavalcioni senza possibilità di riprendere l’esecuzione dell’esercizio.

E così avviene, con Cerar che alle Olimpiadi giapponesi migliora il piazzamento nel concorso generale individuale, classificandosi al settimo posto (secondo degli umani dietro all’azzurro Franco Menichelli), e qualificandosi per le finali ai singoli attrezzi alla sbarra, alle parallele ed al cavallo con maniglie.

Mentre alle parallele conclude al sesto posto, nella prova vinta con largo margine da Endo, alla sbarra Cerar ottiene un significativo bronzo con p.19,500 rimontando dalla quinta posizione degli obbligatori, con un esercizio valutato 9,850 al pari di Shakhlin, che si aggiudica l’oro con 19,625 mentre Titov difende l’argento per soli 0,050 punti rispetto allo sloveno.

Rinfrancato da detto risultato, Cerar si prepara a dare il meglio di sé al cavallo con maniglie, dove si presenta all’esercizio libero già con il miglior punteggio di qualificazione, dalla quale sono rimasti esclusi dalla finale i pezzi da novanta Shakhlin e Takashi Ono.

Con un 9,725 di partenza, l’esecuzione all’attrezzo di Cerar viene premiata dai giudici come miglior esercizio tra i finalisti, venendole assegnato un 9,800 che vale l’oro con il punteggio complessivo di 19,525 davanti al giapponese Tsurumi (19,325) ed al sovietico Tsapenko, bronzo con 19,200 punti.

Al ritorno in patria, Cerar viene accolto come un eroe, avendo da solo conquistato due delle cinque medaglie della Jugoslavia ai Giochi, ma non ha certo intenzione di mollare ed anche se agli Europei di Anversa 1965 subisce una delle rare sconfitte al cavallo con maniglie, superato dal sovietico Viktor Lisitski, se ne torna dalla rassegna continentale con quattro medaglie, avendo confermato l’oro alle parallele, cui aggiunge anche un altro argento al corpo libero ed il bronzo agli anelli.

Se vincere è difficile, confermarsi lo è ancor di più, ma ai Mondiali di Dortmund 1966 Cerar si presenta ancora in ottimo stato di forma, sfiorando una clamorosa medaglia nel concorso generale individuale, dove giunge quarto per soli 0,200 punti di differenza rispetto al giapponese Akinori Nakayama (114,950 a 114,750), mentre l’oro va al nuovo astro nascente del panorama ginnico sovietico, Mikhail Voronin, con 116,150 punti.

Ancora l’inezia di 0,025 punti impedisce a Cerar di disturbare il podio tutto nipponico alla sbarra, con Nakayama oro, Endo argento e Mitsukuri bronzo, ma poi può cimentarsi nei suoi attrezzi preferiti, le parallele, dove soffia il bronzo all’azzurro Franco Menichelli con 19,350 punti, giungendo alle spalle di Voronin, stavolta solo argento, superato dal connazionale Segei Diamidov, e, soprattutto, il cavallo con maniglie, specialità in cui anche un grande come Voronin non può fare altro che inchinarsi di fronte alla superiorità di Cerar, che conferma il titolo iridato di Praga con 19,525 punti rispetto ai 19,325 del sovietico.

Ed anche se Voronin si prende una piccola rivincita agli Europei di Tampere 1967 dove precede Cerar al cavallo con maniglie, il nuovo vero appuntamento è fissato per le Olimpiadi di Città del Messico 1968 dove le medaglie sono un affare a tre tra il sovietico ed i due giapponesi Sawao Kato ed Akinori Nakayama, con Voronin che si aggiudica l’oro alla sbarra (a pari merito con Nakayama) ed al volteggio e l’argento nel concorso generale individuale e a squadre, alle parallele e agli anelli, Sawao Kato è oro nel concorso generale individuale e a squadre, nonché al corpo libero ed altresì bronzo agli anelli, mentre Nakayama, oltre all’oro nel concorso generale a squadre, è primo anche alla sbarra (a pari merito con Voronin), alle parallele e agli anelli, argento al corpo libero e bronzo nel concorso generale individuale.

Se vi siete muniti di carta e penna ed avete tirato le somme dei suindicati allori, vi sarete resi conto che non è mai stato nominato il cavallo con maniglie, già perché quello è territorio di caccia riservato del non più giovane, bensì avviato alla soglia dei 30 anni, lo slavo di Lubiana, Miroslav Cerar, il quale tenta di bissare il titolo di campione olimpico della specialità, un’impresa sino ad allora riuscita solo al sovietico Boris Shakhlin a Melbourne 1956 e a Roma 1960, pur se in quest’ultima occasione in coabitazione con il finlandese Eugen Ekman.

Il dominio sovietico/giapponese è praticamente assoluto, qualora si pensi che Cerar, con il suo nono posto nel concorso generale individuale, è il primo ginnasta non appartenente ai due paesi e le regole del tempo, che non limitano (come, viceversa, avviene adesso) il numero di partecipanti per nazione ai singoli attrezzi, fanno sì che già solo qualificarsi tra i sei che disputavano le finali di specialità è considerata un’impresa, figurarsi poi accomodarsi sul podio.

Impresa che il buon Miroslav si permette, al contrario, di ripetere, partendo, come al solito, dal più alto punteggio (9,675) di qualificazione, per poi aggiungervi un 9,650 che sta a testimoniare un esercizio corretto, ben eseguito, ma non eccellente come suo solito, sufficiente comunque ad assicurargli con lo “score” complessivo di 19,325 il suo secondo oro ai Giochi, precedendo il finlandese Laiho (19,225) e Voronin, che con 19,200 conquista il bronzo e la sua settima medaglia a Città del Messico.

Oramai Cerar può a giusta ragione essere considerato tra gli immortali che solo la gloria olimpica può celebrare, ma l’assegnazione alla sua città natale, Lubiana, dell’edizione dei Mondiali 1970 determina un impegno morale a cui non può sottrarsi, preparandosi a tale ultima recita conquistando altre tre medaglie agli Europei di Varsavia 1969, con l’oro al cavallo con maniglie, a pari merito con il polacco Kubica ed ancora davanti a Voronin, cui unisce l’argento alle parallele a pari merito con il sovietico Klimenko, stavolta preceduto da Voronin, ed il bronzo alla sbarra, dove il gradino più alto del podio è diviso tra i due sovietici Klimenko e Lisitski.

Manca oramai solo un’ultima fatica per Miroslav, una specie di missione per non deludere la sua gente e concludere in bellezza una brillante carriera che non ha eguali nella vecchia Jugoslavia, anche se di fronte ha la più forte squadra giapponese di tutti i tempi che, oltre allo scontato oro a squadre, monopolizza il podio del concorso generale individuale con l’oro di Eizo Kenmotsu, l’argento di Mitsuo Tsukahara ed il bronzo di Akinori Nakayama e conquista il titolo iridato in tutte le singole specialità, nonostante che il team sovietico schieri un quartetto di tutto rispetto, coi soliti Voronin, Klimenko, Lisitski e Diomidov, i quali devono accontentarsi delle briciole, raggranellando appena tre argenti e due bronzi.

Come dite, ho scritto che il Giappone ha conquistato l’oro a tutti i singoli attrezzi? Beh, sì, a tutti i singoli attrezzi eccezion fatta, avendolo dato per scontato, per il cavallo con maniglie, il quale vuole essere domato da un solo grande, immenso cavaliere, il quale conquista davanti alla sua gente il terzo titolo iridato consecutivo, così da inanellare un filotto d’oro – Mondiale 1962, Olimpiade 1964, Mondiale 1966, Olimpiade 1968 e Mondiale 1970 – che non ha eguali nella specialità, piegando anche la resistenza di un campione come Kenmotsu, superato di misura (19,375 a 19,325), con Klimenko bronzo con 19,050 punti.

Ed il boato che riecheggia alla “Tivoli Hall” di Lubiana non appena il tabellone luminoso certifica il successo di Cerar è forse il ricordo più nitido che il ginnasta sloveno si porterà dentro di sé per tutta la vita, superiore alle 30 medaglie (di cui 16 d’oro) vinte in carriera tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, e che lo fanno a pieno diritto inserire, nel 1999, nella “International Gymnastic Hall of Fame“, anno in cui la moglie Zdenka diviene procuratore generale della neonata Repubblica di Slovenia e quindi Ministro della Giustizia, con Miroslav che, conclusa l’attività agonistica, si cimenta anch’esso nella professione di avvocato.

E, tutto questo, “alla faccia” dei maestri giapponesi e sovietici!

RICCARDO PALETTI, LA TRAGEDIA NEL GIORNO PIU’ BELLO

Paletti.jpg
Riccardo Paletti – da motoremotion.it

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Mi piacciono i soldi e le donne, sono convinto che con la Formula 1 ci si possa levare questi sfizi“. Una frase da guascone che potrebbe far pensare ai piloti donnaioli e scanzonati in stile James Hunt, invece a pronunciarla fu Riccardo Paletti, giovane milanese di buona famiglia, timido e con l’aria da bravo ragazzo, la folta capigliatura e i caratteristici occhiali da vista che era solito indossare sotto il casco. Riccardo praticò il karate e lo sci prima di essere folgorato dalla passione per le auto da corsa: grazie al padre, noto imprenditore, riuscì a scendere in pista in Formula SuperFord mettendosi in luce prendendo la testa della corsa già al debutto, poi un deludente passaggio in Formula 3 e infine la Formula 2, dove finalmente emersero le sue qualità di pilota concreto e particolarmente attento nella messa a punto delle vetture.

Paletti dimostrò maturità quando chiese espressamente di rimanere in F2 per continuare ad apprendere, ma i perversi meccanismi economici da sempre legati al motorsport fecero sì che il suo sponsor principale, poco interessato alla categoria, lo obbligò a salire in Formula 1, dove avrebbe potuto confrontarsi con i suoi miti Alain Prost e Michele Alboreto: venne accolto a braccia aperte dall’Osella, scuderia italiana al terzo campionato nel circus, che nel novembre 1981 gli offrì la possibilità di un primo test di tre giorni con la vettura utilizzata nella stagione appena conclusa da Beppe Gabbiani, occasione in cui Riccardo espresse tutte le proprie incertezze, dichiarando senza mezzi termini: “la vettura è tremenda, rigida, saltella da tutte le parti, se penso che in un circuito del genere si dovrebbero fare novanta giri non so come farò a terminare una gara!“.

Riccardo, che sperava di diventare prima di tutto un collaudatore, purtroppo non riuscì mai a terminare una Gran Premio. L’Osella era tra le “piccole” che dovevano lottare ad ogni gara per riuscire a qualificarsi e il milanese si mise subito all’opera, sperando di imparare il più possibile da Jarier, per cui nutriva grande stima, ispirandosi al giovane Cevert quando “seguiva” il campione affermato Stewart per carpirne i segreti e proseguire nel proprio cammino di crescita. Superare le qualifiche era già difficile per il suo esperto compagno di squadra, che al primo appuntamento a Kyalami centrò l’ultimo posto utile per entrare in griglia, mentre Paletti, che provò per la prima volta la vettura nuova, terminò il proprio week end di gara al sabato, poi ad Interlagos andò ancora peggio in quanto l’alto numero di iscritti lo costrinse alle pre-qualifiche e lo scoglio risultò insormontabile. Dopo un’ulteriore mancata qualificazione (a Long Beach) si arrivò a Imola, dove la diserzione dei team legati alla Foca, con conseguente riduzione degli iscritti a sole 14 unità, rappresentò una buona occasione per mettersi in luce: Paletti si qualificò con il tredicesimo tempo ma fu costretto a partire dai box con due giri di ritardo causa noie tecniche, la gara poi durò solamente sette tornate per un guasto alle sospensioni, in un giorno particolarmente felice per la scuderia, che festeggiò il quarto posto di Jarier.

A Zolder (teatro della morte di Gilles Villeneuve) e Montecarlo l’avventura di Riccardo terminò ancora con le pre-qualifiche, mentre a Detroit fu autore di un buon giro e si qualificò alle spalle di Jarier, ma durante il warm-up della domenica mattina perse la ruota posteriore destra e finì contro le barriere; ne uscì indenne ma la vettura non poté essere riparata in tempo per la gara e il muletto era già in uso per il compagno di squadra, un destino beffardo rimandò quindi la data del suo debutto in pista a ranghi completi, che avvenne nel successivo Gran Premio del Canada, dove riuscì a qualificarsi e si schierò in griglia in 23esima posizione, davanti agli occhi della madre, giunta a Montreal all’insaputa del figlio, sperando di vederlo tra i protagonisti fino al passaggio sotto la bandiera a scacchi.

Il 13 giugno del 1982, giorno della gara, il pole-man Didier Pironi ebbe un inconveniente al via ed il motore della sua Ferrari si spense: il francese iniziò ad agitare le braccia nel tentativo di fermare la corsa, ma la direzione autorizzò comunque la procedura di partenza e all’accensione del semaforo verde Paletti, che partiva dall’ultima fila in griglia e aveva quindi la visuale limitata da chi gli stava davanti, urtò con violenza la Ferrari del francese ad una velocità di circa 180 km/h. Il pilota milanese perse subito conoscenza rimanendo intrappolato nell’auto, Pironi uscì immediatamente dalla propria vettura per aiutare lo sfortunato Paletti insieme ai commissari di gara, ma pochi secondi dopo la benzina che era fuoriuscita dal serbatoio dell’Osella prese fuoco e la monoposto fu avvolta dalle fiamme. L’incendio fu domato in brevissimo tempo e Riccardo miracolosamente non rimase ustionato, anche se non dava segni di vita. Estratto dalla sua macchina e portato in ospedale, morì poco dopo il ricovero causa le ferite riportate nella zona toracica, che resero fatale l’inalazione delle sostanze estinguenti che preclusero ogni possibilità di rianimarlo, aveva inoltre subito la frattura della gamba sinistra e della caviglia destra.

In occasione del primo test con l’Osella, Paletti disse: “le F1 sono pericolose, troppo pericolose, ci vuole un nulla per farsi molto male“, purtroppo aveva ragione; oggi riposa nel Cimitero Maggiore di Milano e in suo onore vennero istituiti vari riconoscimenti negli anni seguenti alla sua morte, tra cui il trofeo “Paletti – Italia che vince” di Autosprint, assegnato al pilota o team italiano che avevano ottenuto i migliori risultati a livello internazionale, inoltre è intitolato a suo nome l’Autodromo Riccardo Paletti di Varano de’ Melegari in provincia di Parma.

OLDRICH NEJEDLY, CENTROCAMPISTA CON IL VIZIO DEL GOL AI MONDIALI DEL 1934

nejedly 1.jpg
Nejedly in rete con la Germania ai Mondiali del 1934 – da athlet.org

articolo di Nicola Pucci

Se qualche appassionato del calcio di un tempo che fu, ha l’ardire di chiedermi quale giocatore mitteleuropeo, e in special modo della Cecoslovacchia, abbia segnato il calcio al tempo del fascio… beh, mi vien da pensare ad un certo Oldrich Nejedly, punto fermo di quella nazionale, assieme al portiere Frantisek Planicka e al piccolo Antonin Puc, che contese il titolo mondiale all’Italia di Vittorio Pozzo nella finale di Roma del 1934.

Nato il 26 dicembre 1909 a Zebrak, villaggio di poche anime alle porte di Praga, famoso per il castello risalente al XIV secolo, il piccola “Olda” vive un’adolescenza non è certo delle più semplici. Anzi. Perso il padre, morto durante la Prima Guerra Mondiale, con la madre e i quattro fratelli è destinato ad un’esistenza a mendicar pane e qualche spicciolo, prima di cominciare a tirar calci e a segnare con frequenza con lo stesso Zebrak, formazione che milita nella seconda serie cecoslovacca, nonostante proprio la madre non veda di buon occhio il figlio sottrarre tempo prezioso alla misera attività di fabbro. Passa al Rakovnik, per poi venir acquistato nel 1931 per la cifra di ventimila corone dallo Sparta Praga, squadra di riferimento del calcio di quelle parti, già cinque volte campione nazionale e che in quegli anni si divide la scena con gli storici rivali dello Slavia Praga. Sarà la sua fortuna, e l’occasione per l’affermazione individuale.

Nello squadra praghese Nejedly si divide i compiti offensivi con Josef Silny, che l’anno prima ha vinto la classifica cannonieri con 18 reti, e con il belga Raymond Braine, uno che con il Beerschot di Anversa ha segnato qualcosa come 141 reti in 142 partite e che, giunto l’anno prima a Praga, diventa non solo uno dei primi prefessionisti del calcio mondiale, ma anche il leader del reparto avanzato della squadra. E come tale non gradisce troppo l’intromissione del giovane “Olda“, che nondimeno esordisce con un clamoroso pokerissimo garantendosi così la fiducia dei compagni e la proclamazione a titolare fisso.

Lo Sparta Praga, con l’innesto di Nejedly, riesce a tornare alla vittoria in campionato dopo che nel quadriennio precedente ha dovuto subire la legge del più forte imposta prima dal Viktoria Zizkov nel 1928, poi dagli odiati cugini dello Slavia nelle tre stagioni a seguire, 1929, 1930, 1931, che si avvalgono a loro volta di un reparto d’attacco da leccarsi i baffi, composto proprio da Antonin Puc, Jiri Sobotka, Frantisek Svoboda, Vlastimil Kopecky e Frantisek Junek, a cui si aggiungono poi Vojtech Bradac e qualche anno dopo il più grande di tutti, Josef “Pepi” Bican.

Il derby tra le due grandi squadre della capitale ha valore doppio, perché non solo attribuisce il dominio in patria, ma equivale alla supremazia proprio nella Mitteleuropa, zona che soprattutto conosce lo strapotere del calcio danubiano imposto da Austria, Cecoslovacchia appunto e Ungheria poi. Nejedly, che agisce da interno sinistro ma ha spiccatissimo fiuto per il gol, vince dunque il campionato nel 1932, cosa che gli riuscirà ancora nel 1936, 1938 e 1939, che lo vedrà pure capocannoniere con 21 reti, a cui può sommare il successo nella Mitropa Cup (o Coppa dell’Europa Centrale che dir si voglia) nel 1935 nella doppia finale con i magiari del Ferencvaros, 1-2 in trasferta e 3-0 al ritorno allo Stadio di Strahov gremito di 56.000 spettatori, e le porte della nazionale maggiore si aprono inevitabilmente. Esordisce il 14 giugno 1931 in un 4-0 alla Polonia, segna un gol e comincia quella lunga storia d’amore con la casacca del suo paese che lo vedrà in campo in 43 occasioni, con il corollario, non disprezzabile, di 29 reti.

Nel 1934 Nejedly è pedina di spicco, lui così felino negli ultimi sedici metri, della Cecoslovacchia che si presenta all’appuntamento con i Mondiali in Italia. L’esordio è il 27 maggio a Trieste, contro la Romania, e dopo le reti di Dobay e Puc, è proprio Nejedly al 67′ a firmare il 2-1 che vale l’accesso ai quarti di finale. La storia si ripete con la Svizzera a Torino, quattro giorni dopo, infine battuta 3-2 con rete decisiva di “Olda” all’83’, per poi compiere un capolavoro in semifinale, quando con una tripletta lo Stadio Nazionale del Partito Nazionale Fascista di Roma lo applaude vincitore della Germania, 3-1 ed accesso alla finalissima con l’Italia. Ahimé per lui e per i compagni non basta il gol del vantaggio di Puc per conquistare il titolo mondiale, che sfugge per le reti della rimonta di Orsi e Schiavio al tempo supplementare, ma la consacrazione internazionale è assicurata in qualità di capocannoniere della manifestazione con 5 reti, una in più dello stesso giocatore del Bologna.

Nejedly avrà quattro anni dopo l’occasione per confermarsi attaccante di levatura eccelsa, quando torna a competere alla kermesse iridata in Francia. Nel frattempo il 1 dicembre 1937 ha dato spettacolo al White Hart Lane di Londra, la casa del Tottenham, con una doppietta ed una prestazione magistrale in una memorabile sfida tra Inghilterra e Cecoslovacchia risolta 5-4 a favore dei britannici. Gli inglesi, a cui “Olda” aveva già segnato qualche anno prima un’altra rete in amichevole, disertano la kermesse iridata e per Nejedly allora l’avversario nel mirino è l’Italia, per la rivincita della finale di Roma. Ma dopo la rete nel 3-0 contro i Paese Bassi nel match d’esordio che abbisogna della coda dei tempi supplementari, Nejedly incoccia ai quarti di finale nella durezza dei terzini brasiliani Zezé Procopio e Machado, che nell’1-1 del primo match, in cui il praghese risponde su rigore al gol iniziale del “diamante nero” Leonidas, lo rendono indisponibile per la ripetizione della gara che a Bordeaux, il 14 giugno, spenge per sempre la sua illusione di salire sul tetto del mondo.

Se quell’Italia che lo aveva battuto quattro anni prima lo vendicherà poi battendo l’arroganza carioca in semifinale per poi andare a prendersi il secondo titolo mondiale, Oldrich Nejedly può consolarsi: il record di segnature ai Mondiali per il suo paese gli appartiene. E non è certo prodezza di poco conto.

IL SUDAFRICA E LA COPPA DEL MONDO NEL NOME DI NELSON MANDELA

nelson-mandela-with-peinaar-rugby-world-cup-1995.jpg
Nelson Mandela consegna la Coppa a Pienaar – da oasport.it

articolo di Giovanni Manenti

Il rugby, nato in Inghilterra nel XIX secolo, è stato l’ultimo degli sport di squadra ad avere un proprio campionato del mondo, quando si pensi che i primi Mondiali di calcio si sono svolti nel 1930 in Uruguay, cui nell’immediato secondo dopoguerra si sono aggiunte anche le rassegne iridate di volley (1949) e basket (1950), mentre per la pallanuoto, essi sono coincisi con la creazione dei Mondiali di nuoto nel 1973, ma detta disciplina era peraltro già presente in sede olimpica addirittura sin dall’edizione di Parigi 1900!

Le ragioni di questo ritardo possono essere ricercate sia nell’oggettiva difficoltà di allestire una manifestazione dai tempi indubbiamente più lunghi rispetto alle altre succitate poiché i tempi di recupero di un incontro di rugby non possono certo essere paragonati a quelli degli altri sport di squadra, e poi non va dimenticata la proverbiale riluttanza dei paesi britannici ad esportare quello che per loro è un qualcosa di elitario, basti pensare che il massimo torneo a livello di nazionali dell’emisfero nord era il “Cinque Nazioni” che sino al 1909 era denominato “Home Nations” essendo riservato solo ad Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda, con la successiva ammissione della Francia – per poi tornare patrimonio esclusivo britannico per otto anni, dal 1932 al 1939 – e quindi divenire l’attuale “Sei Nazioni” dal 2000 con l’inserimento anche dell’Italia.

E poi, c’era la questione Sudafrica, paese bandito da tutte le federazioni internazionali per la sua politica di segregazione razziale denominata “Apartheid“, che consentiva alla nazionale sudafricana – i famosi “Springbocks” – di affrontare solo selezioni, tra cui spiccavano in particolare i “British Lions“, che si recavano periodicamente in tournée nell’emisfero australe, con l’ultima visita in Sudafrica nel 1980, prima che si svolgessero i primi campionati del mondo, organizzati da Nuova Zelanda ed Australia nel 1987.

Nata sotto il più scontato scetticismo, la rassegna iridata ebbe viceversa un ottimo riscontro sia tecnico che mediatico, con oltre 48.000 spettatori ad assistere alla finale del 20 giugno 1987 all’Eden Park di Auckland che vede gli All Blacks della Nuova Zelanda aggiudicarsi il torneo sconfiggendo per 29-9 il quindici francese, con il capitano David Kirk ad essere il primo a sollevare al cielo la “William Webb Ellis Cup“, così denominata in onore dello studente inglese cui romanticamente si attribuisce la paternità della disciplina.

Come sempre, i britannici non comprano nulla a scatola chiusa e così, resisi conto della bontà dell’iniziativa, si candidano per l’organizzazione della seconda edizione, che va in scena sui campi che ospitano il Cinque Nazioni, vale a dire i quattro paesi d’Oltremanica più la Francia, con l’Inghilterra che giunge sino alla finale dopo aver superato Francia nei quarti e Scozia in semifinale, solo per essere sconfitta 12-6 dall’Australia di David Campese davanti ad oltre 56.000 spettatori a Twickenham, e tocca stavolta al capitano “aussie” Nick Farr-Jones sollevare la coppa. Ma c’era ancora il problema sudafricano

Sudafrica che, però, aveva già cambiato rotta in ordine alle problematiche razziali, a partire dalla liberazione, avvenuta l’11 febbraio 1990, di Nelson Mandela, leader dell’ANC (African National Congress), con conseguente avvio del difficile percorso di integrazione che, a livello sportivo, comporta la revoca del bando imposto dal CIO alle federazioni sudafricane, con conseguente ammissione del paese alle Olimpiadi di Barcellona 1992, cui fece seguito l’assegnazione dell’organizzazione della Coppa del Mondo di rugby 1995, mentre a livello politico, si verifica la consegna nel 1993 del “Premio Nobel per la Pace” a Mandela, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica nel luglio 1991, ed al suo predecessore, Frederick Willem de Klerk.

Il paese che Mandela eredita non è certo facile da governare, con numerose problematiche legate all’integrazione dopo anni di angherie e barbarie praticate dagli “afrikaner” (come vengono chiamati i bianchi) a danno della popolazione nera, ed anche nell’allestimento dei Mondiali questo tipo di tensioni emergono, dato che per la maggioranza di colore proprio gli “Springbocks” rappresentano l’orgoglio bianco, tanto che i neri preferiscono il football alla palla ovale, dato anche che ad essi non è consentito far parte della nazionale di rugby, almeno fino a che non viene selezionato Chester Williams.

Tre quarti-ala piuttosto tozzo di corporatura (174cm. per 88kg.), Williams rappresenta il primo giocatore di colore a far parte degli “Springbocks” nell’era professionistica e la sua presenza nel quindici selezionato per la Coppa del Mondo, assume un importante connotato quale figura simbolo del nuovo paese multirazziale, con anche il presidente Mandela che intuisce l’importanza che un evento di così grande rilevanza a livello mondiale può rappresentare nel percorso di integrazione che si è accinto ad intraprendere.

Il torneo prende avvio il 25 maggio 1995 con la partita inaugurale tra Sudafrica ed Australia al Newlands di Città del Capo di fronte a 51.000 spettatori, match del gruppo A di importanza capitale per i sudafricani che, in caso di vittoria, si aggiudicherebbero con ogni probabilità il girone (le altre due componenti, Canada e Romania, non incutono timore), evitando nei successivi abbinamenti Inghilterra e Nuova Zelanda, due delle maggiori favorite per la conquista del titolo.

E così avviene, con il piede di Joel Stransky a replicare tre volte ai piazzati di Lynagh e, quando l’Australia si porta in vantaggio 13-9 con una meta dello stesso Lynagh dal medesimo trasformata, ci pensa Hendricks con una meta in chiusura di tempo a mandare gli Springbocks all’intervallo in vantaggio 14-13, vantaggio che poi Stransky si incarica di allungare in avvio di ripresa con un drop, un piazzato e poi mettere il sigillo alla vittoria sudafricana con una meta, realizzata e trasformata per il 27-18 finale.

Come previsto, il Sudafrica conclude al primo posto il girone davanti all’Australia, così come l’Inghilterra si impone nel gruppo B, con le Western Samoa seconde e l’Italia ad un onorevole terzo posto, frutto della vittoria per 31-25 sull’Argentina, con tanto di dignitosa sconfitta (27-20) con inglesi, e la Nuova Zelanda nel gruppo C, mettendo in mostra l’astro nascente Jonah Lomu, un’autentica forza della natura di m.1,96 per 119kg., ed un’elevata precisione al tiro da parte del mediano di apertura Andrew Mehrtens.

L’ultimo gruppo, il D, vede primeggiare la Francia davanti alla Scozia, superata di misura (22-19) nell’ultimo incontro valido per la supremazia nel girone, grazie ad una meta allo scadere realizzata da Emile Ntamack e trasformata dal mediano d’apertura Thierry Lacroix, un esito che suona come una beffa per i “Bravehearts“, che devono ora vedersela con gli All Blacks nei quarti di finale, con gli altri accoppiamenti che prevedono Sudafrica-Western Samoa, Inghilterra-Australia e Francia-Irlanda, con quest’ultima che aveva, a propria volta, eliminato il Galles con un 24-23 che però non rende giustizia alla supremazia “irish“, dato che la squadra del Trifoglio conduceva 21-9 a 10′ dal termine.

Come prevedibile, nei primi due quarti di finale in scena il 10 giugno, i padroni di casa non hanno alcun problema a sbarazzarsi dei samoani, sotto 23-0 all’intervallo e 35-0 a 10′ dal termine, prima di un comprensibile rilassamento degli “Springbocks” – tra i quali fa il suo rientro in squadra dopo un leggero infortunio proprio Chester Williams, mattatore della gara con ben quattro mete realizzate – per il punteggio finale di 42-14 che li proietta in semifinale, dove li attende la Francia che solo nel finale riesce a prevalere sull’Irlanda in virtù delle mete realizzate da Philippe Saint-André al 78′ (trasformazione di Lacroix) e da Ntamack all’8o’ per il 36-12 conclusivo.

Nella parte bassa del tabellone, tocca ai malcapitati scozzesi cercare di reggere l’onda d’urto degli All Blacks (che nell’ultimo match del girone avevano asfaltato il Giappone 145-17 (!!!) con ben 21 mete realizzate), venendo sommersi sotto sei mete per un 48-30 conclusivo che non rende merito all’ancor più netta superiorità dei neozelandesi, andati al riposo già sul 24-9 a loro favore, mentre il quarto più incerto mette di fronte le due finaliste della passata edizione, vale a dire Inghilterra ed Australia.

Parte forte il “XV della Rosa“, portandosi sul 13-3 grazie ad una straordinaria azione di Tony Underwood che percorre in solitario oltre metà campo sull’out destro per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta, vantaggio ridotto da un piazzato di Lynagh in chiusura di tempo e poi annullato ad inizio ripresa quando, su di un lancio lungo dello stesso Lynagh, è Damian Smith a sorprendere l’incerta difesa inglese, andando a raccogliere la palla al volo per la meta poi trasformata da Lynagh per il 13 pari.

Da lì in avanti, tocca ai due mediani di apertura Rob Andrews e Lynagh dare sfoggio della loro abilità sui calci piazzati per allungare il punteggio sino al 22-22 quando, all’ultima azione della gara, Andrews riceve l’ovale da una mischia e, da oltre 30 metri, centra i pali per il definitivo 25-22 che vendica la sconfitta di quattro anni prima a Twickenham e schiude agli inglesi le porte della semifinale.

Con tutto un paese impazzito per le imprese degli “Springbocks“, l’attesa per la semifinale del 17 giugno al Kings Park di Durban è altissima, ma un avversario impensabile rischia di compromettere il cammino dei sudafricani, vale a dire il maltempo che, sotto forma di un acquazzone, rischia di non far disputare l’incontro, il cui inizio viene rimandato tre volte, per poi cominciare con 1h30′ di ritardo.

La circostanza non è indifferente, poiché in caso di mancata disputa della gara, a qualificarsi per la finale sarebbero stati “Les Coqs“, dato che i sudafricani avevano avuto due espulsi nella gara contro le Western Samoa – un regolamento sportivamente assurdo, ma così era – ed, in effetti, le condizioni del terreno tutto consentono tranne che disputarsi un match di Coppa del Mondo, incontro che i sudafricani fanno loro per 19-15 grazie ad una sola meta del terza linea Ruben Kruger realizzata al 26′ ed alla consueta precisione nei calci di Joel Stransky cui i transalpini riescono ad opporre solo l’altrettanto letale al tiro Lacroix ed un tentativo di Benazzi di andare in meta in chiusura di gara, placcato da Small nei pressi della linea.

Ma un’altra nube nera si addensa sopra la testa degli “Springbocks“, i quali ne prendono coscienza guardando in Tv il giorno dopo l’altra semifinale tra Nuova Zelanda ed Inghilterra, ed ha dei connotati ben precisi che prendono il nome del già ricordato ventenne Jonah Lomu che da solo distrugge la difesa anglosassone con ben quattro mete realizzate per un 45-29 che lascia agli inglesi l’onore delle armi esclusivamente per le mete messe a segno da Carling e Rory Underwood nei minuti finali a rendere meno umiliante il passivo …

Manca oramai solo l’ultimo tassello per il completamento di un sogno che pareva inimmaginabile alla vigilia, e Mandela, da buon politico, sfrutta l’occasione da un punto di vista mediatico, presentandosi davanti ai 62.000 che gremiscono l’Ellis Park Stadium di Johannesburg il 24 giugno 1995, indossando la maglia n. 6 del capitano degli “Springbocks“, François Pienaar, a simboleggiare la ritrovata (od almeno sperata) riappacificazione tra i sudafricani di colore e gli odiati afrikaner bianchi.

La gara, come spesso accade nelle finali, non è particolarmente entusiasmante, con i sudafricani che si preoccupano di limitare – come poi in effetti vi riescono – le scorribande di Jonah Lomu presidiando le linee laterali e costringendolo a dirigersi nelle corsie centrali dove la sua esplosività è chiaramente maggiormente controllabile, e tocca ai due mediani di apertura – Stransky per gli “Springbocks” e Mehrtens per gli “All Blacks” – incaricarsi di muovere il punteggio, che a fine primo tempo vede il Sudafrica avanti 9-6 in virtù di un drop di Stransky poco dopo la mezz’ora di gioco.

Drop che Mehrtens restituisce al quarto d’ora della ripresa per il 9 pari e, con la gara che si sta avviando verso i supplementari – per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo – è lo stesso n.10 neozelandese a ricevere un’invitante palla successivamente ad una rimessa laterale per poter chiudere i conti da poco oltre la linea dei 22 metri, una zona da cui difficilmente sbaglia, ma per una volta la mira del cecchino è errata e l’ovale esce di poco a lato dei pali.

Si va così ai supplementari e Mehrtens si fa perdonare trasformando dopo 2′ una punizione da appena oltre metà campo per l’ultimo vantaggio All Blacks, pareggiato in chiusura di primo tempo extra da un analogo piazzato di Stransky e la decisione avviene a 7′ dalla conclusione della gara quando lo stesso Stransky riceve la palla dal mediano di mischia Joost van der Westhuizen per calciare in mezzo ai pali tra il tripudio della folla (bianca e nera) e dello stesso Mandela in tribuna per i punti del definitivo 25-22 che consegna al Sudafrica la sua prima Coppa del Mondo alla sua prima apparizione, e “Madiba” (il nomignolo con cui Mandela è chiamato tra la sua gente) può consegnare, ancora con la maglia n.6 di Pienaar addosso, al vero capitano sudafricano la gloriosa “William Webb Ellis Cup“!

Lo stesso Pienaar ebbe poi a ricordare tale momento come il più emozionante della sua vita ed a sottolineare come molte persone sottovalutino l’effetto aggregante che lo sport può avere a livello politico sociale, tutte situazioni affrontate e ben descritte nel film “Invictus, sapientemente diretto da Clint Eastwood ed uscito a fine anno 2009, e che ebbe due “Nomination” agli Oscar per quello straordinario personaggio che risponde al nome di Morgan Freeman quale “Miglior Attore Protagonista” per l’interpretazione di Nelson Mandela, e a Matt Damon come “Miglior Attore non Protagonista” per la parte svolta quale François Pienaar.

A completamento del racconto, per dovere di cronaca, non va sottaciuta una sospetta intossicazione che colpì i giocatori neozelandesi a due giorni dalla disputa della finale, con ciò debilitandone in parte il rendimento, e su cui si è molto romanzato a fine torneo, ma è altrettanto sicuro che se il drop di Mehrtens avesse centrato i pali, intossicazione o meno, la Coppa avrebbe preso la strada Maora.

E’ evidente che, in quel giugno 1995, il destino aveva scelto diversamente

DOC RIVERS, L’MVP CHE SBAGLIO’ L’ULTIMO TIRO AI MONDIALI DEL 1982

usa basket.jpg
Il team Usa ai Mondiali del 1982 – da usab.com

articolo di Nicola Pucci

Buon giocatore con gli Atlanta Hawks prima, con Clippers, New York e San Antonio poi, ma soprattutto coach affermato tanto da aver vinto l’anello NBA con Boston nel 2008, nondimeno Doc Rivers ha in bacheca un prestigioso riconoscimento che ben pochi altri possono vantare in carriera, ovvero MVP di una rassegna iridata.

E’ necessario tornare all’anno 1982, quando la Colombia ospita dal 15 al 28 aprile la IX edizione dei Mondiali di pallacanestro. Per questa competizione tredici nazionali sono selezionate nei tre gruppi di quattro squadre ciascuno, con la stessa Colombia, in qualità di paese ospitante, che è esentata dal primo turno ed è ammessa direttamente al mini-torneo di semifinale a cui accederanno le prime due formazioni classificate di ogni girone.

Gli Stati Uniti di coach Bob Weltlich, che allena all’Università del Mississippi, si presentano all’appuntamento inderogabilmente con giocatori universitari in procinto di venir accolti dal pianeta NBA, ed hanno in rooster giocatori quali Antoine Carr, Mark West, e Jon Sundvold, trovandosi inseriti nel gruppo A in compagnia della Spagna di Sibilio e San Epifanio, di Panama di Rolando Frazer che chiuderà quale miglior marcatore del torneo con 24,4 punti di media a partita,  e della Cina.

Doc Rivers, che presta servizio alla Marquette University con i Golden Eagles, debutta timidamente, con l’opaca prestazione offensiva con gli asiatici, così come non brilla con Panama, per poi alzare il livello delle sue prestazioni nella gara, seppur perduta, con al Spagna:

15 agosto, Usa-Cina 96-73, 9 punti;
16 agosto, Usa-Panama 100-79, 10 punti;
17 agosto, Usa-Spagna 99-109, 18 punti.

Con due vittorie nei tre match preliminari, gli Stati Uniti terminano secondi nel girone e si qualificano alla fase successiva per le medaglie, ed è qui che Rivers rasserena i compagni diventando il faro del gioco offensivo della squadra:

20 agosto, Usa-Yugoslavia (che ha in quintetto giocatori del calibro di Dalipagic, Delibasic e Kicanovic) 88-81, 18 punti;
22 agosto, Usa-Colombia 100-83, 18 punti;
23 agosto, Usa-Canada 71-69, 13 punti;
26 agosto, Usa-Urss 99-93, 23 punti;
27 agosto, Usa-Australia 110-86, 18 punti.

Con un Rivers così efficace al tiro, la squadra americana chiude in testa il girone di semifinale e vola in finale ad affrontare proprio l’Unione Sovietica, detentrice del titolo ma che ha da vendicare la sconfitta patita ai Giochi di Mosca per mano dell’Italia, grande assente stavolta della kermesse colombiana. Ma se gli Stati Uniti avevano vinto il match del gruppo di semifinale con uno scarto di sei punti, non ripetono invece la prodezza nel match che vale il titolo iridato e al Coliseo Del Pueblo di Calì, il 28 agosto, dopo che la Yugoslavia ha battuto la Spagna nella finale per il terzo posto con lo score di 119-117 con 25 punti di Dalipagic, escono sconfitti di un solo punto, 95-94. Pur autore di 24 punti, Rivers ha tra le mani il pallone per il tiro che varrebbe la vittoria, con 1″ secondo ancora da giocare, dopo aver ricevuto palla nell’angolo da Sundvold, ma la sua conclusione rimbalza sul ferro e termina la sua parabola tra le grinfie del gigantesco Tkachenko. L’Unione Sovietica, che ha in Anatolij Myshkin il top-scorer dell’incontro con 29 punti, è campione del mondo e all’esultanza dei suoi giocatori con le braccia al cielo fa da contrappasso la delusione di Rivers e dei compagni americani.

Il tentativo finale del futuro playmaker degli Atlanta Hawks avrebbe permesso agli Stati Uniti di cogliere il secondo titolo iridato della sua storia dopo quello messo in cascina in Brasile nell’ormai lontano 1954. Invece, con un bilancio di sette vittorie e due sconfitte, la squadra stelle-e-strisce strappa solo una medaglia d’argento, con Rivers che ha tuttavia modo di togliersi la soddisfazione di venir eletto MVP del torneo, ascrivendo a suo pro 16,8 punti di media in nove partite. Diventa così il primo cestista americano ad ottenere questo riconoscimento individuale, dopo Kirby Minter proprio nel 1954, come solo altri tre colleghi saranno capaci di fare in seguito: Shaquille O’Neal nel 1994, Kevin Durant nel 2010 e Kyrie Irving nel 2014.

Ovviamente Rivers appare anche nel quintetto ideale del Mondiale, assieme allo yugoslavo Dragan Kicanovic, lo spagnolo Juan Antonio San Epifanio e i due sovietici Vladimir Tkachenko e Anatolij Myshkin .

Certo, Doc fu proprio… “doc“, ma quel maledetto ultimo tiro gli è proprio andato di traverso.

“RICKY” ALBERTOSI, IL FALCO GRIGIO DI MESSICO 1970

albertosi.jpg
Albertosi durante Italia-Germania ai Mondiali 1970 – da unaquestionedicentimetri.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Ai più il nome dello scrittore austriaco Peter Handke non dirà niente. Altrettanto quello del regista tedesco Wim Wenders.

Il primo nel 1970 scrisse il romanzo “La paura del portiere prima del calcio di rigore“, il secondo ne trasse un film. Ma proprio il ruolo del portiere è un insieme di nervi, pazzia e arte allo stesso tempo.

Proprio nel 1970, in un pomeriggio messicano allo Stadio Azteca di Città del Messico si consuma la famosissima sfida che si gustarono anche gli Dei del calcio. Passerà alla storia come la vera finale dei mondiali messicani. In realtà fu “solo” una semifinale. Quel Germania Ovest-Italia 3-4.

A difendere la porta azzurra un falco grigio che impedì ai panzer tedeschi di segnare più di tre gol. Era la Germania del Kaiser Beckenbauer e Muller. Il portiere deve comandare e essere leader in difesa. Si racconta che sul 2-3 per gli azzurri Muller sigla il momentaneo pareggio… e il falco grigio si arrabbia con Gianni Rivera, reo di non avergli impedito il tiro.

Tenta di strangolarlo per la rabbia… si avete letto bene… per pochi secondi il Golden Boy ha rischiato forte…

Il falco grigio non era altri che Enrico Albertosi, per gli amici Ricky. Nato a Pontremoli il 2 novembre 1939 da madre casalinga e padre maestro di scuola, che giocava a calcio nella Pontremolese. Sin da piccolo era affascinato dal ruolo del portiere, e già a 15 anni esordì in prima squadra. L’anno successivo andò allo Spezia. Nel 1958 lo prende la Fiorentina.

Il suo esordio in serie A avviene in un plumbeo pomeriggio di gennaio, esattamente a Livorno, il 18 gennaio 1959. La partita: Roma-Fiorentina. L’Olimpico era squalificato, finisce 0-0. E giocò la partita come un veterano.

Così il principe dei radiocronisti: Niccolò Carosio. “Niente scorpacciata viola contro la Roma, ma un buon primo tempo, un secondo alquanto opaco e zero al passivo soprattutto per merito del diciannovenne portiere Albertosi debuttante. A partita conclusa l’ottimo Albertosi, che in trasmissione ci aveva fatto provare emozioni, vertigini,stupore… tanto arditi, tanto plastici e sicuri erano stati molti suoi interventi. Appariva come uno qualunque al termine di una comune giornata lavorativa. Niente emozionato, per nulla commosso guardava stupito tutta quella gente che si occupava di lui, che lo festeggiava, che gli faceva gli auguri a non finire per una brillantissimo e proficua carriera“.

I primi 5 anni gigliati li vive come secondo portiere alle spalle del suo maestro Giuliano Sarti. Nonostante questo gioca nel periodo 30 partite. Poi altre 5 stagioni, ma stavolta da titolare.

Con la Fiorentina vince due Coppe Italia (1961-66), una Coppa delle Coppe (1961) una Mitropa Cup (1966). Nel 1968 passa al Cagliari con cui vincerà lo scudetto due anni dopo. Contemporaneamente stabilisce il record di minor gol subiti in un campionato a 16 squadre. 11 i gol al passivo di cui 2 portano la firma di due suoi compagni: Domenghini e il re delle autoreti, Comunardo Niccolai.

Dopo 4 stagioni passa al Milan dove conosce le stelle e il baratro. Vince la Coppa Italia (1977), il campionato che permetterà ai rossoneri di cucire sulle maglie la stella (1978/79). Nel 1980 la pagina più nera della sua carriera: viene coinvolto nel calcio scommesse.

L’Italia del tifo ricevette una botta tremenda. I calciatori coinvolti furono molti, ed alcuni illustri. Da Giordano a Chinaglia, a Paolo Rossi ed altri ancora.

Il 10 febbraio 1980 a San Siro contro il Perugia disputa la sua ultima partita in serie A e si ferma a 532 presenze. Viene squalificato per 2 anni e il Milan quale società coinvolta retrocessa in B.

Nel 1982 scontata la squalifica trova un ingaggio nella squadra marchigiana dell’Elpidiense in C2 in cui rimase 2 anni sino al definitivo ritiro nel 1984.

Ma non fu solo vita di club. Giocò in Nazionale la prima volta il 15 giugno 1961 nella sua Firenze in un Italia-Argentina (4-1).

Fate caso alla data. In quel periodo Albertosi non era neppure titolare nella Fiorentina. Nel 1966 fece parte della spedizione azzurra ai mondiali d’Inghilterra. Sì quelli della vergogna. Quella del “dentista” Pak Doo Ik. Fu tra i pochi a “salvarsi” nella disfatta.

Nel 1968 alla vigilia dell’Europeo di calcio, a causa di un infortunio, lascia la porta azzurra a Dino Zoff. L’Italia quell’Europeo lo vinse.

Ma arriviamo al 1970. E quel mondiale vissuto da uomo ragno. Perché quella nazionale avrebbe potuto portare a casa la terza Coppa Rimet. Se non fosse che davanti, in finale, trovò il miglior Brasile del secolo, in cui giocavano: Tostao, Pelè, Carlos Alberto, Jairzinho, Rivelino… insomma l’unico che non sapeva giocare era il portiere Felix.

Ultima partita in nazionale il 21 giugno 1972, Bulgaria Italia 1-1. Dopo il ritiro fino al 2000 si occupò della supervisione e preparazione dei portieri della piccola società Margine Coperta di Massa e Cozzille (PT).

Nel 2004, durante una gara benefica di trotto, fu colpito da una tachicardia ventricolare che lo portò ad essere tenuto in coma farmacologico. Si riprese senza conseguenze.

Albertosi era un portiere spericolato, e spettacolare nelle parate. Viveva fregandosene del decalogo dell’atleta perfetto. Due grandi passioni: sigarette e cavalli. Il suo più grande rivale in nazionale fu Dino Zoff. In un’intervista disse: “Il più forte fra me e Dino? Non scherziamo. Io naturalmente. Zoff era uno che se saltava un allenamento o faceva l’amore venerdì, la domenica aveva le gambe molli. Io invece lo facevo il sabato e la domenica mi esaltavo“.

Delle sigarette c’è un aneddoto famoso. Scopigno, allora allenatore del Cagliari entrò nello spogliatoio. Trovò una nube di fumo ed i giocatori che giocavano a carte. Senza scomporsi li guardò e chiese loro: “Do fastidio se fumo?

– “Te presento Albertosi. El ga tuto quel che mi no poso soportar: el Magna, el bevi, el va in giro de notte, el xe’ carico de nave, el scometi sui cavai come ti. Ma mi lo tegno perché el xe’ Meo portier del mondo….” – Nereo Rocco

FILIPPO BOTTINO, SOLLEVATORE D’ORO E IL DUELLO CON ALDO NADI

filippo-bottino.jpg
Filippo Bottino – da howold.co

articolo di Nicola Pucci

Diciamocela tutta, l’Italia sarà un paese di santi, poeti e navigatori, indubbio, ma non certo di sollevatori. Eppure qualche ciclope è apparso sulla scena anche nello Stivale.

Filippo Bottino, ad esempio, genovese classe 1888. Che nasce in tempi in cui far di ginnastica, così come di lotta e pesi, non sarà cosa comune, nondimeno in Riviera è esercizio che ha un buon numero di praticanti. E il Filippo, che già in età adolescenziale accumula centimetri e chilogrammi in dosi sufficienti seppur non esagerate, dopo aver provato con gli esercizi ginnici, si dirotta al bilanciere e la cosa, oltre a piacergli parecchio, pare riuscirgli decisamente bene, se è vero che nel corso dell’anno 1913 diventa campione italiano nella categoria dei pesi massimi, all’epoca riservata a chi porta in dote non più di 82,5 chilogrammi.

Il ragazzo si è fatto uomo, nel frattempo, la Grande Guerra incombe e se la sussistenza è un’esigenza primaria difficile da soddisfare, il Filippo lavora in qualità di operaio alla Manifattura Tabacchi di Sestri Ponente, perché di soli pesi non si campa proprio. Lo sport ben venga, ovviamente, e il Filippo di titoli tricolori ne colleziona a bizzeffe, altre sei volte nel corso del decennio, spesso battendo il milanese Giuseppe Tonani che ne raccoglierà l’eredità olimpica.

Già, perché il Filippo, dopo la fine del primo conflitto mondiale, torna a competere nelle rassegne internazionali e per il 1920 è pronto all’appuntamento con i Giochi d’Olimpia, assegnati per quell’anno alla belga Anversa, a mo’ di parziale risarcimento per i disastri prodotti dalla barbarie della guerra. Mancano all’appello, è bene dirlo, i campioni di Germania e Austria, nazioni tenute fuori dalla kermesse olimpica per aver perduto, ed è così che sul prato del “Beerschoot Stadium“, sede eletta per le cinque gare di sollevamento pesi, il Filippo gareggia con cinque altri specialisti, tra questi il lussemburghese Joseph Alzin è il suo rivale più pericoloso, con i due francesi Louis Bernot e Joseph Duchateau, il danese Ejnar Niels Christian Juul Jensen e lo svedese Otto Rikard Brunn relegati al ruolo di comprimari.

La prova obbliga i forzuti a tre alzate: strappo con un braccio, slancio con l’altro e slancio a due braccia. Il Filippo è già il migliore con 70 chilogrammi al primo tentativo, record olimpico (ah già, dimenticavo, il sollevamento pesi è presente ai Giochi per la prima volta nella versione standard della suddivisione per categorie di peso, dopo che ad Atene nel 1896 e a St.Louis nel 1904 si erano disputate gare di sollevamento ad una mano, due mani e all-round), per poi alzare 75 e 120 chilogrammi nelle due prove successive, per un totale di 265 chilogrammi che valgono al pesista azzurro l’ambita medaglia d’oro, cinque chili oltre la somma messa a referto da Alzin. Il lussemburghese rifiuterà la medaglia d’argento per aver visto respinto il ricorso verso un’alzata del Filippo, ma questo è dettaglio che niente toglie all’impresa del gigante genovese. L’albo d’oro reca il nome di Filippo Bottino primo campione olimpico dei pesi massimi ed è quanto basta per garantirsi gloria perpetua.

Il Filippo, perché così mi piace chiamarlo, ha fattezze ingombranti ma, si dice, animo gentile, buona educazione ed atteggiamenti pacioccosi. Sarà, fatto è che nel cortile di “Casa Italia” dove alloggiano gli atleti il Filippo addiviene a singolar tenzone con Aldo Nadi, schermidore fratello del nientepopodimeno Nedo Nadi che ad Anversa assurge al rango di leggenda con ben cinque medaglie d’oro. Sembrerebbe che il Filippo abbia apostrofato i campioni che tirano di spada come “atleti di modesta muscolatura“, al quale il più giovane dei Nadi abbia risposto con l’invito a duello. Il Filippo armeggia una trave mentre Aldo un frustino, e nel mentre il sollevatore… solleva, lo schermidore fa sibilare la sua arma colpendo il gigante ad una mano. Il duello, appena iniziato, è già terminato e l’onta, per Aldo, è lavata.

Chiuso il capitolo olimpico, è l’ora di tornare alla quotidianità della vita, e se per il Filippo ciò significa lavoro duro ed abnegazione nell’allenamento sportivo, nondimeno i risultati lo ripagano di cotanto sacrificio. Nel corso di una manifestazione a Genova, il 5 giugno 1922, il Filippo batte il record del mondo proprio di Alzin nella distensione a due braccia, 116 chilogrammi, per poi presentarsi alla difesa del titolo ai Giochi di Parigi del 1924.

Ma qui, in terra di Francia, il genovese ormai è l’ombra di se stesso, 36enne che altro non può fare che classificarsi sesto, seppur stavolta in un lotto qualificato di diciannove sollevatori tra cui lo stesso Alzin, ed assistere al brillare della stella lucente di Giuseppe Tonani, lui sì molto più di un gigante di 109 chilogrammi, che sale sul gradino più alto del podio.

Appunto… Italia terra di santi, poeti e navigatori, ma i sollevatori sanno farsi rispettare. O no?

CHARLY GAUL, L’ANGELO DELLA MONTAGNA NELL’INFERNO DEL BONDONE

gaul.jpg
Charly Gaul in azione – da lavocedelnordest.eu

articolo tratto da GPM Ciclismo

Molte volte abbiamo parlato del ciclismo come di uno sport terribilmente e affascinatamente estremo. La fatica, il sudore e lo sforzo immane richiesto per affrontare le salite più dure. A tutto questo, poi, va ad aggiungersi anche la natura. Nessuno può essere, in alcuni casi, tanto più crudele quanto la natura.

Ne è un esempio ciò che accadde l’8 giugno 1956. Mancano tre giorni al termine della trantanovesima edizione del Giro d’Italia. In maglia rosa c’è Pasqualino Fornara. In 24^ posizione, con 17 minuti di ritardo, c’è un piccolo scalatore lussemburghese. Il suo nome è Charly Gaul. Il ragazzo è ancora giovane, ha 23 anni. Troppo pochi, forse, per conoscere l’inferno. Eppure quel giorno Gaul ebbe il coraggio di affrontarlo, l’inferno.

La tappa in programma quel giorno parte da Merano e si conclude sul Monte Bondone, in Trentino. Tappa da scalatori: Passo Rolle, Colle Brochon e Bondone, appunto. Alla partenza c’è freddo e pioggia. I corridori in gara sono ancora 87. Ognuno di loro ha il timore di quello che li attende: le difficoltà altimetriche ma, soprattutto, il tempo inclemente. Ma nessuno sa ancora che li aspetterà una delle giornate più leggendarie e drammatiche della storia del ciclismo.

Sul Passo Rolle la pioggia inizia a diventare grandine. I materiali tecnici di oggi erano un’utopia per l’epoca. I corridori erano in maglia di lana a maniche corte e pantaloncini corti. L’inseparabile giornale era l’unico modo per ripararsi dal freddo e dal vento gelido di quell’inizio estate che, in quelle zone e a quelle latitudini, faceva fatica a sbocciare. In discesa, poi, la situazione era insostenibile. I corridori erano quasi congelati, si coprivano con tutto quello che trovavano per strada, mantelline, giornali e rimedi di fortuna.

Sul Brochon soffia un vento gelido che quasi respinge i corridori; il gelo che entra nelle ossa, le maglie diventate pesantissime dopo l’acqua presa fino a quel momento, le mani gelate che facevano fatica a poggiarsi sul manubrio. Una situazione estrema. E da scalare c’è ancora il terribile Monte Bondone: una mulattiera di 20 km, 39 tornanti, il fango e la neve a farla da padrone. Sul Bondone la grandine diventa neve. La situazione è diventata drammatica. Degli 87 corridori partiti da Merano se ne sono ritirati, lungo il percorso, ben 44; tra di essi c’è anche la maglia rosa Fornara. Fu il suo direttore sportivo a fermarlo; dopo la corsa il direttore disse di non poter più vedere il leader della generale soffrire in quel modo, così ordinò a Fornara di ritirarsi.

Fino ai piedi del Bondone è proprio Charly Gaul ad essersi messo in mostra; il lussemburghese scollinò per primo sul Rolle e sul Brochon con ben 5 minuti di vantaggio sul secondo. Iniziò il Bondone da padrone assoluto della gara. Così giovane e già a suo agio sotto quell’inferno di neve e vento.

Il Bondone che assume i contorni di un palcoscenico di dolore e sofferenza, 43 eroi su di una bici a sfidare la natura e sè stessi. La lotta non è più contro i rivali. La lotta non è più per la maglia rosa bensì per la sopravvivenza. Le temperature scendono sotto lo zero, lo sforzo è estremo. Eppure Gaul sale come un missile, con la soffrenza di un uomo piombato nell’inferno, con la grinta del campione che stava nascendo dentro di lui.

Un ragazzino venuto dal piccolo Lussemburgo che trionfa sul Bondone, più forte della neve e del gelo, più forte della natura. Uno scalatore minuto che diventa un gigante della storia del ciclismo. Gaul è divenuto il simbolo di quel ciclismo estremo che mette alla prova l’uomo prima del campione; il talento, almeno per una volta, passa in secondo piano scalzato dalla grinta e dal coraggio. L’impresa sul Bondone è servita; senza paura ma solo con la voglia di non arrendersi mai.

Altri eroi sono riusciti ad arrivare al tragurdo; tra di essi ricordiamo un altro leone del ciclismo, ovvero Fiorenzo Magni, il Leone delle Fiandre. Magni arrivò terzo a 12 minuti con una spalla rotta mordendo un tubolare per alleviare quel dolore divenuto ancora più forte per via dello sforzo di quella tappa e per le condizioni estreme in cui si è dovuto correre.

Una giornata da uomini veri insomma. Una tappa dove il ciclismo è diventato un’arte nobile, capace di tirar fuori da ogni corridore tutti i propri valori. Perchè senza di essi non si può mai arrivare al traguardo.

Charly Gaul, dopo aver tagliato per primo il traguardo, non riesce nemmeno a muoversi, è paralizzato dal freddo, semi assiderato. Non riesce neppure ad aprire la bocca. Nessun gesto di vittoria, nessuna parola per commentare quell’impresa. Ed in effetti le parole dicono poco; dietro quello sguardo perso nel vuoto di Gaul si nasconde un’emozione bellissima, la stessa che ha regalato a tutti gli amanti del ciclismo. Learco Guerra, all’epoca direttore sportivo della Faema, la squadra di Gaul, infilò i piedi del lussemburghese in due mastelli d’acqua bollente e lo coprì con una coperta. Solo dopo mezz’ora Gaul riuscì a riprendersi e a proferire parola. Al traguardo il termometro segnava meno dieci gradi, la neve superava i 40 cm. Con questi dati si può spiegare solo in parte le difficoltà di Charly al termine della tappa.

Gaul, dopo l’impresa del Bondone, conquistò la maglia rosa portandola fino al Vigorelli di Milano. A 23 anni aveva vinto il Giro, più con il cuore che con le gambe, perchè solamente con il cuore possono scriversi pagine di storia come quella da lui scritta l’8 giugno 1956. Charly Gaul divenne per tuttil’angelo della montagna“, più forte di tutti e di tutto, più forte della natura.

In suo onore ogni anno si corre la “Leggendaria Charly Gaul” Trento-Monte Bondone, una gara che vuole rendere omaggio a chi sul Bondone ha scritto la storia, a chi sul Bondone ha sfidato l’inferno, a chi sul Bondone è diventato una leggenda: Charly Gaul, per tutti l’angelo che ha battuto l’inferno.

LA VITTORIA DIMENTICATA DELLA PATTUGLIA ALPINA A GARMISCH 1936

pattuglia2
La pattuglia alpina alle Olimpiadi di Garmisch 1936 – da mymilitaria.it

articolo di Massimo Bencivenga

La stagione sciistica è appena cominciata. E chissà se questa volta i nostri telecronisti sportivi, nel ricordare le vittorie mondiali e olimpiche del passato dei nostri sciatori e atleti, rammenteranno ciò che di solito dimenticano, ossia la prima medaglia olimpica nello sci alpino.

Le nostre prime medaglie olimpiche, sia per quelle estive che per quelle invernali, hanno almeno un tratto in comune: l’esercito italiano. Il tenente di cavalleria Gian Giorgio Trissino vinse il concorso olimpico degli sport equestri nelle Olimpiadi del 1900 a Parigi, precedendo di poche ore la vittoria nella sciabola di Antonio Conte su Italo Santelli. Una vittoria, quest’ultima, che originò una lunga querelle tra i due, l’Italia e l’Ungheria. Forse un giorno ne parlerò. E per la verità, anche sulla vittoria di Trissino qualche dubbio c’è, dal momento che secondo alcuni a montare e gareggiare non fu Trissino, ma il capitano Federico Caprilli, eroe nazionale, impossibilitato a partecipare ai Giochi tanto perché ritenuto professionista, quanto per via delle sommosse italiane del 1900 che portarono allo scioglimento delle Camere.

Ma torniamo a noi e allo sci. All’inizio del 1936, sotto l’occhio severo e vigile del Fuhrer Adolf Hitler, si disputarono a Garmisch le Olimpiadi invernali, che prevedevano per la prima volta anche gare di sci alpino. Già, prima non erano comprese. Ma a Garmisch 1936 successe anche altro. Lo racconto con le parole dei cronisti dell’epoca: “stavamo per veder tramontare il sogno più bello dell’Olimpiade, quando nell stadio bianco abbagliante di luce vedemmo entrare i quattro alpini. Guardammo allora i cronometri: mancavano sì e no quaranta secondi allo scoccare del termine fatale. Osservammo gli alpini: procedevano ancora ed erano a centocinquanta metri dallo striscione d’arrivo. Udimmo vicino a noi ripetersi con voce mozza, malferma, commossa il grido « Forza Italia! Forza! Forza! », poi molti occhi si riempirono di lacrime. Per 14″, i soldati d’Italia, i soldati di Mussolini avevano vinta la più severa battaglia sportiva“.

Ecco cosa successe. Accadde che la pattuglia militare degli alpini, ecco il legame con l’esercito e con Trissino, s’impose nella prova dimostrativa, e abbastanza impegnativa anche, che abbinava sci di fondo e tiro al bersaglio. Si trattava di colpire dei palloncini, posti a 150 metri, con colpi di fucile. Ogni errore di mira costava 3 minuti di penalizzazione. Era una sorta di biathlon ante litteram, insomma. E gli italiani s’imposero.

Perché questo vittoria viene sempre dimenticata? Perché trattandosi di una prova dimostrativa non viene annoverata tra gli allori olimpici, pertanto non è possibile dare alla pattuglia alpina di Garmisch la primogenitura legale del primo oro azzurro in una Olimpiade invernale, che formalmente appartiene al fruttivendolo Nino Bibbia. Fruttivendolo perché era questo il suo lavoro a St. Moritz. Il nome di Nino Bibbia, che è morto qualche mese fa a 91 anni, è presente nella storia dello sport tricolore in qualità di primo italiano a vincere un oro olimpico nei giochi invernali. Ma in che disciplina gareggiava Nino Bibbia? Bibbia s’impose nel 1948, nella sua St. Moritz (ma era italianissimo, eh!) nello skeleton, uno slittino con pattini d’acciaio sul quale cui si gareggia sdraiati, proni e con la testa rivolta a valle. Una specialità delle velocità che era anche un filino pericolosa.

Ma noi siamo sportivi, non burocrati, e niente ci vieta di ricordare l’impresa. E lo stiamo facendo. I nomi dei componenti della pattuglia alpina a Garmisch? Enrico Silvestri (Capitano degli alpini), Luigi Perenni (Sergente) che in realtà si chiamava Alois Prenn, ma allora i nomi altoatesini si italianizzavano, Stefano Sertorelli (militare di truppa), Sisto Scilligo (militare di truppa).

Ecco, vorrei che i telecronisti ricordassero questi nomi.