PETE MARAVICH, LA “PISTOLA” CHE NON FECE MAI CILECCA

329477

Pete Maravich con coach Cotton Fitzsimmons – da gettyymages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel basket si parla di tiratori infallibili e si accosta questa caratteristica alla squadra dei Boston Celtics, il ricordo corre immancabilmente alla figura di Larry Bird, l’uomo “sbarcato” nella NBA – assieme ad Earvin “Magic” Johnson sulla sponda californiana dei Los Angeles Lakers – giusto in tempo per salvare la Lega da una crisi che sembrava irreversibile.

Pochi però sanno che proprio al suo esordio nel basket professionistico coi i Celtics nell’autunno ’79, Bird si sarebbe trovato come compagno di squadra, ancorché al suo passo d’addio, colui che su quella abilità di “cecchino infallibile” aveva costruito la propria carriera, dapprima al College e quindi nelle 10 stagioni vissute nel vasto pianeta della NBA.

Quel “qualcuno” altri non è che Peter Press “Pete” Maravich, nato ad Aliquippa, in Pennsylvania, il 22 giugno 1947 da una famiglia il cui padre, Petar, figlio di immigrati serbi, aveva a propria volta giocato a pallacanestro ed ora svolgeva funzioni da allenatore presso le Università, ed è chiaramente lui ad insegnare al ragazzo i fondamentali del gioco sin da quando ha sette anni, trascorrendo ore al fine di migliorarne il controllo di palla, la tecnica nei passaggi ed il tiro, specie dalla lunga distanza.

Gli insegnamenti paterni iniziano a dare i loro frutti sin dalle “High School” (il nostro liceo) che Pete frequenta dapprima alla “Daniel High School” di Central, South Carolina, per poi completare gli studi secondari alla “Needham B. Broughton High School” di Raleigh, North Carolina, a seguito dell’incarico ottenuto dal padre quale coach della North Carolina State University.

Concluse le superiori, Pete avrebbe avuto intenzione di iscriversi alla West Virginia University, ma proprio in quell’estate al padre viene offerto il ruolo di coach presso l’Università di Louisiana State, ed ecco che occasione migliore non vi è per trasferirvi l’intera famiglia e potersi prendere direttamente cura del proprio ragazzo e verificarne i miglioramenti.

Purtroppo, le regole dell’epoca, non consentivano alle matricole di essere inserite nella squadra che partecipa al Campionato NCAA, così che Pete deve attendere ancora una stagione per il suo debutto con i “Tigers”, pur facendo intravedere le sue grandi doti nella sua partita d’esordio contro i pari età, in cui mette a segno 50 punti, con l’aggiunta di 14 rimbalzi ed 11 assist.

E che la formazione di Louisiana State abbia bisogno di un innesto così importante lo dimostra la prima stagione da allenatore di “Papà Petar”, conclusa con un inglorioso score di 3 sole vittorie a fronte di 23 sconfitte, che, dall’anno successivo, con l’inserimento del figlio, si trasforma immediatamente in un ben più lusinghiero 14-12.

L’impatto di Pete sul palcoscenico della NCAA è di quelli che non si dimenticano facilmente, visto che nei suoi tre anni al College totalizza qualcosa come 3.667 punti – pari a medie/gara di 43,8 nel ’68, 44,2 nel ’69 e 44,5 nel ’70 – ed anche se LSU fallisce la qualificazione per le “Final Four” il suo contributo resta nella storia del Campionato Universitario, soprattutto laddove si consideri che all’epoca non era ancora stato introdotto il “tiro da tre punti” e, dato che molte delle conclusioni di Maravich giungevano da lontano, lo statistico di ESPN, Bob Carter, ebbe a calcolare, approssimativamente, che, qualora tale norma fosse stata in vigore, la media/gara della guardia dei Tigers avrebbe potuto raggiungere quota 57 punti.

001298426
Maravich in azione con Louisiana State al College – da si.com

Fin troppo scontato che una “macchina da canestri” di siffatta natura – e per la quale, data la sua postura nell’eseguire il tiro da fuori come se tenesse in mano un revolver, gli era stato appiccicato sin dal liceo il soprannome di “Pistol Pete”, poi avvalorato dalle sue medie realizzative – fosse ben appetita dai Club Professionistici in occasione del Draft svoltosi il 23 marzo ’70 e, difatti, dopo che i Detroit Pistons scelgono Bob Lanier ed i San Diego Rockets si orientano su Rudy Tomjanovich, ecco che gli Atlanta Hawks, che hanno il terzo diritto di chiamata, non si fanno sfuggire il talento di Louisiana State.

Atlanta aveva chiuso la stagione al primo posto con un record di 48-34 solo per essere sconfitta pesantemente per 4-0 dai Los Angeles Lakers nella Finale della Western Conferece, e, con l’allargamento della Lega da 14 a 17 squadre e l’inserimento degli Hawks nella Central Division della Eastern Conference, si rendeva chiaramente necessario un rinforzamento della rosa a disposizione del coach Richie Guerin.

Una scelta peraltro discutibile, quella di Atlanta, visto che nel ruolo di guardia potevano contare su Lou Hudson, già da quattro anni facente parte della franchigia e che aveva chiuso la stagione con 25,4 punti di media, ed in più non era molto gradito ai “senatori” l’elevato contratto di quasi due milioni di dollari offerto alla matricola, una cifra alquanto considerevole al tempo.

Maravich, comunque, dimostra di meritare l’ingaggio ricevuto, con una stagione da 23,2 punti di media che gli vale l’inserimento nella “Squadra Rookie dell’anno” ed, oltretutto, scaccia i dubbi sulla sua incompatibilità con Hudson, visto che con il suo stile molto più eclettico e dinamico rispetto al compassato compagno, quest’ultimo ne giova incrementando la sua media a 26,8 punti per gara, anche se il rendimento degli Hawks peggiora, pur guadagnando l’accesso ai playoffs, dove sono eliminati al primo turno dai Campioni in carica dei New York Knicks.

Situazione che si ripete nella stagione successiva – che Atlanta conclude ancora con un record negativo di 36-46 – venendo nuovamente eliminata al primo turno dei playoff, pur dando filo da torcere ai Boston Celtics, da cui vengono sconfitti per 4-2 in una serie in cui Maravich (il quale aveva peggiorato le proprie media in “regular season” con 19,3 punti a partita) dimostra di poter rivaleggiare alla pari con i migliori giocatori della Lega, realizzando 27,7 punti di media con punte di 37 in gara-3 e gara-6 e di 36 in gara-4.

Maravich takes a jumper
Maravich in azione con gli Hawks contro i Boston Celtics – da nba.com

Questo positivo finale di stagione, che serve anche a scacciare le critiche dei soliti soloni che giudicavano il gioco di Pete più spettacolare che utile, è il preludio alla miglior annata di Maravich con gli Hawks, i quali ritornano ad uno score positivo di 46-36, con “Pistol Pete” capace di totalizzare 27,1 punti e 6,9 assist di media a partita (rispettivamente 5. e 6. posto nelle relative classifiche assolute) e, con i 2.063 punti realizzati, uniti ai 2.029 di Hudson, essi diventano la sola seconda coppia di una stessa squadra in grado di compiere l’impresa di superare entrambi quota 2.000 in una singola stagione, che vede per la prima volta Maravich altresì selezionato per l’All Star Game, esperienza questa che ripete altre quattro volte in carriera.

Ciò nonostante, i playoff sono sempre un tabù e, nonostante il cambio in panchina con l’arrivo di coach Cotton Fitzsimmons in sostituzione di Guerin, ancora una volta Atlanta è eliminata da Boston al primo turno, e l’anno successivo le cose vanno ancor peggio, con gli Hawks quinti nella “Regular Season” e fuori dai playoff, nonostante che Maravich disputi la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo, chiusa a 27,7 punti di media, secondo solo a Bob McAdoo dei Buffalo Braves.

Per Maravich è giunta l’ora di cambiare aria, e l’occasione gli viene offerta dall’ingresso nella Lega di una nuova franchigia, i New Orleans Jazz, che hanno bisogno di un giocatore in grado di far presa sul pubblico per il suo stile di gioco brillante ed imprevedibile.

Certo, essere il leader di una debuttante può essere divertente, ma di sicuro non gratificante a livello di risultati, ma comunque Maravich dimostra di svolgere il ruolo per cui è stato chiamato con la massima diligenza, ed anche se i Jazz concludono la stagione con il peggior record (23-59) della Lega, totalizza una media di 21,3 punti/gara, ma soprattutto pone le basi per il miglioramento della squadra.

Un impegno che dà i suoi frutti la stagione successiva, con New Orleans che migliora il proprio rendimento sino a 38-44 nonostante una serie di infortuni limitino a 62 le presenze di Maravich, che comunque conclude con una media punti di 25,9 inferiore solo a Bob McAdoo e Kareem Abdul-Jabbar, riuscendo l’anno seguente – nonostante un peggioramento nel record dei Jazz in “regular season” a 35-47 – a far sua la classifica dei realizzatori con 31,1 punti di media a partita, superando quota 40 in 13 occasioni, con un massimo di 68 raggiunto nella vittoria interna per 124-107 sui New York Knicks il 25 febbraio ’77, in una serata che resterà storica per aver tirato dal campo con oltre il 60% (26 canestri su 43 tentativi, ed, al solito, non era ancora stato introdotto il tiro da tre punti), oltre ad aver trasformato 16 tiri liberi su 19, uno “score” che nessuna guardia prima di allora aveva mai realizzato e che era in ogni caso la terza miglior prestazione di un singolo giocatore, dopo Chamberlain ed Elgin Baylor, con quest’ultimo che, proprio nel corso della stagione, aveva rilevato Butch Van Breda Kolff quale coach dei Jazz.

pete-maravich-hk-jazz2
Pete Maravich in azione con i Jazz – da si.com

La soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto è però mitigata dai sempre più frequenti problemi alle ginocchia – le cui articolazioni soffrono per lo stile di gioco della guardia, fatto di movimenti rapidi e di continui spostamenti per liberarsi al tiro o servire un compagno meglio piazzato – che portano Maravich a saltare 32 gare nel ’78 e 33 nel ’79, ed il rendimento di New Orleans fatalmente ne risente, tornando ad essere il fanalino di coda della Lega con sole 26 vittorie conseguite nel ’79.

A ciò si aggiungano problemi finanziari per la franchigia, che il proprietario Sam Battistone ha nel frattempo trasferito da New Orleans a Salt Lake City, costringendo a cedere la giovane promessa Truck Robinson, e le difficoltà fisiche di Maravich non gli consentono di allenarsi con profitto, con ciò inducendo il nuovo coach Tom Nissalke ad impiegarlo in soli 17 incontri nella prima parte della nuova stagione, per il disappunto sia del giocatore che dei numerosi fans di Utah che avevano accolto con soddisfazione il trasferimento dei Jazz nella città dei Mormoni, circostanza che finisce per determinare la messa della oramai 32enne guardia sul mercato, venendo acquistata a gennaio ’80 proprio da quei Boston Celtics che hanno nelle loro file la matricola Larry Bird, capace di realizzare 21,3 punti di media nel suo primo anno da “Rookie”.

La scelta di Maravich è condizionata anche dal fatto di cercare di chiudere la carriera con un titolo NBA, e nella seconda parte di stagione con i biancoverdi, fornisce il proprio contributo disputando 26 gare ad 11,5 punti di media, coi Celtics che realizzano il miglior score della Lega, con 61 vittorie.

2a8a7aec980c4d86bc1226b22efdc278--celtics-basketball-sports-basketball
Maravich nella sua ultima stagione, ai Boston Celtics – da pinterest.com

I presupposti per la conquista dell’anello vi sono tutti, a maggior ragione dopo il 4-0 con cui Boston letteralmente spazza via Houston nella Semifinale di Conference, solo per trovare in Julius Erving ed i suoi Sixers un ostacolo insormontabile, venendo a propria volta sconfitti per 4-1, ad un passo dalla Finale per il titolo, ed il 105-94 con cui Philadelphia espugna il “Boston Garden” il 27 aprile ’80 fa calare il sipario sulla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia della NBA.

Per ironia della sorte, proprio nella stagione del suo ritiro, la Lega introduce il tiro da tre punti e Maravich – a causa del ridotto impiego – ne infila 10 su 15 tentativi, il che fa pensare a quali potrebbero essere state le medie realizzative di un giocatore che viene incluso nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” nel 1987 e le sue maglie ritirate sia dagli Atlanta Hawks (n.44) che dagli Utah Jazz e dai New Orleans Pelicans (n.7).

Gli anni successivi al suo ritiro vedono Maravich dedicarsi a vita meditativa attraverso l’apprendimento dello yoga e lo studio dell’induismo, approfondendo le conoscenze circa l’esistenza degli extraterrestri e dedicandosi ad una dieta vegetariana e macrobiotica, prima di abbracciare la fede cristiana evangelica, asserendo di voler essere ricordato come … “un buon Cristiano che fa del suo meglio per servire Gesù, non come un giocatore di basket …!!”.

Questa sua nuova visione di vita, porta Maravich a volare il 5 gennaio ‘88 dalla Louisiana a Pasadena in California, chiamato da James Dobson – un esponente della Chiesa Evangelica – per registrare un intervento che sarebbe andato in onda in tarda serata nel programma radiofonico dallo stesso condotto e, nel frattempo, partecipa ad una partita amatoriale nella palestra della “First Church of Nazarene”, dove, ad un certo punto, si accascia al suolo colpito da un attacco cardiaco che lo stronca ad appena 40 anni di età.

L’autopsia rivela che Maravich aveva vissuto con un grave difetto congenito derivante dalla mancanza dell’arteria coronarica sinistra, il che stava a significare che la parte destra aveva dovuto sobbarcarsi un doppio lavoro sino a che la membrana non ha retto lo sforzo, determinandone la morte.

Aveva un cuore grande, “Pistol Pete”, più di quello che Madre Natura gli aveva fornito, e che poi, inesorabile, gli ha chiesto il conto.

KNUT KNUDSEN, IL CRONOMAN CHE PERSE UN GIRO CADENDO IN DISCESA

1979-Knutsen-in-azione-nell.jpg
Knut Knudsen durante il Giro d’Italia 1979 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Certo che se Knut Knudsen ripensa a quel Giro d’Italia del 1979, che avrebbe potuto far suo ma che per colpa di una caduta giù per la Forcella del Monte Rest fu costretto a lasciare al rampante Giuseppe Saronni, non può certo fare a mano di covare qualche rimpianto.

Alto, poderoso, tenace, abile su tutti i tracciati ma con formidabili doti sul passo, ed una naturale predisposizione verso le corse a cronometro, nonché le brevi competizioni a tappe, Knudsen nasce a due passi dai fiordi, a Levanger in Norvegia, il 12 ottobre 1950. Un “vichingo dai modi gentili, fin da un’adolescenza in cui, pur di correre in bicicletta, si sottopone a non pochi sacrifici logistici, ma che prima o poi troveranno conforto in una pur eccellente carriera e nell’apprezzamento sincero degli appassionati.

Arrivato fra i dilettanti già con ottime credenziali, Knudsen comincia a dettare legge non solo fra i connazionali (vince ripetutamente i titoli nazionali su strada, su pista e a cronometro), ma anche nelle gare internazionali, fuori dai confini patrii e in giro per l’Europa. Nel 1972, su strada, vince proprio il Giro di Norvegia e i campionati di Scandinavia ma è su pista che ottiene le soddisfazioni principali. Ad esempio alle Olimpiadi di Monaco, che lo vedono mettersi al collo la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale, grazie alla gentile concessione dei “cugini danesi” che gli prestano le ruote per la finale, dopo aver partecipato all’edizione messicana quattro anni prima (finì 11esimo) dominando, come fosse di un’altra categoria, avversari come lo svizzero Kurmann e il tedesco Lutz. L’anno successivo, 1973, a San Sebastian, nella medesima specialità, si veste anche della maglia arcobaleno di campione mondiale, ancora una volta surclassando gli avversari.

Passato professionista nel 1974 in Italia, nelle file della Jollyceramica capitanata da Giovanni Battaglin, Knudsen è atteso a recitare un ruolo da primattore nelle gare su pista e contro il tempo. Ma se il livello è sempre d’eccellenza, mancano gli acuti. E’ infatti finalista ai mondiali di inseguimento nel 1975 a Rocourt, ma l’olandese Schuiten è più veloce di lui, e nel 1977 a San Cristobal, quando viene superato da Gregor Braun, finendo invece sul terzo gradino del podio nel 1976 a Monteroni di Lecce, dietro a Francesco Moser e, ancora, Roy Schuiten. Ma se nei velodromi il norvegese non ottiene per quel che sono le sue attitudini e per quel che sono le sue ambizioni, ha altresì modo di rifarsi su strada, riuscendo ad impreziosire il suo palmares con vittorie importanti e una serie ragguardevole di piazzamenti di pregio, partendo, sempre o quasi, è bene dirlo, dal ruolo di gregario, certo di lusso, ma pur sempre luogotenente.

Nel 1975 vince a Fiorano la prima tappa del Giro battendo allo sprint Van Linden, Poppe, Sercu e Gavazzi (hai detto poco!), vestendo per due giorni la maglia rosa prima di cederla nell’ascesa a Prati di Tivo a Battaglin. L’anno successivo vince una tappa al Giro di Romandia e la cronostaffetta, disputata a Martinsicuro negli Abruzzi, per tornare poi protagonista sulle strade della Corsa rosa nel 1977, trionfando nella frazione a cronometro di Pisa, dove infligge significativi distacchi a Moser e a Michel Pollentier che poi quel Giro se lo metterà in tasca. Nel 1978 Knudsen passa alla Bianchi e il sodalizio si rivela subito vincente con il trionfo al Giro di Sardegna (era già giunto 3° nel 1975), al Trofeo Laigueglia, al Giro della Provincia di Reggio Calabria e al Trofeo Baracchi in coppia con Schuiten.

Il norvegese è ormai ospite fisso nelle posizioni che contano delle classifiche, addivenuto com’è a piena maturazione atletica e tecnica, e la stagione 1979, seppur segnata dalla sfortuna, conferma appieno i suoi progressi. Dopo aver chiuso la Milano-Sanremo in terza posizione, lanciandosi in volata per venir anticipato da due draghi dello sprint come De Vlaeminck e Saronni, vince infine la Tirreno-Adriatico (era già giunto 2° nel 1974 e  nel 1975 battuto da De Vlaeminck e nel 1978 alle spalle di Saronni) imponendosi nella cronometro finale di San Benedetto del Tronto il che gli consente di scavalcare Giovanni Battaglin e Giuseppe Saronni, per poi bissare al Giro del Trentino, dimostrando un chiaro miglioramento sulle lunghe salite ed approfittando, lui che viene dai paesi nordici, della avverse condizioni climatiche per battere Moser e De Vlaeminck. Il che ne fa un pretendente all’imminente Giro d’Italia che nel 1979 scatta da Firenze e a cui Knudsen si presenta puree con una coppia di successi al Giro di Romandia.

Moser e Saronni, enfant du pays, fanno meglio di lui nel prologo d’apertura nel capoluogo toscano, ma il nordico è in forma smagliante, e dopo il secondo posto di Perugia (battuto da Beccia), nella cronometro di Napoli, a 24 secondi da Moser che nelle prime tappe pare invincibile, e nella cronoscalata di San Marino, 32 secondi dietro a Saronni, regala una prestazione memorabile nella tappa contro il tempo da Lerici a Portovenere, battendo di 16 secondi lo stesso Saronni e di 40 secondi il promettente Visentini, balzando al secondo posto della classifica generale. Ma nella sfida a due per la vittoria finale con Saronni (18 secondi dividono i due contendenti e con ancora da correre la crono finale di Milano), Knudsen è costretto al ritiro per il capitombolo verso Pieve di Cadore, a soli tre giorni dall’epilogo, e il suo sogno rosa evapora.

Il treno da cogliere al volo è ormai passato, e nel 1980, dopo un 15esimo posto al Giro d’Italia che Knut aveva affrontato con ben altre ambizioni, trionfa di nuovo nella cronostaffetta, stavolta a Montecatini Terme, vincendo poi, a Bruxelles, il Gran Premio Eddy Merckx. Nel 1981 Knudsen torna prepotentemente protagonista al Giro d’Italia vincendo il prologo di Trieste (sui “nemici” della pista Moser e Braun) e le altre cronometro di Montecatini e Verona, rimanendo però ai margini della classifica che conta, solo 22esimo a 31’46” da Giovanni Battaglin  Trionfanella Ruota d’Oro e, di nuovo, nel Gran Premio Eddy Merckx. Dopo una stagione così ricca di soddisfazioni, e seppur ancora nel pieno delle sue forze, a fine anno decide nondimeno di appendere la bicicletta al chiodo. Da più parti si cerca di convincerlo a continuare l’attività, ma la decisione di Knudsen è irevocabile. In fondo, l’insistenza era legittima: al mondo nessuno lo valeva nel ruolo di luogotenente o di vero e proprio gregario, non solo per qualità, ma pure per la grande onestà che l’ha sempre contraddistinto.

Così, a trentun anni, quando ancora sarebbe in grado di scrivere pagine importanti di ciclismo, Knut Knudsen, l’uomo che veniva dai fiordi e dalla simpatia che conquista, mette la parola fine alla sua onorevole carriera.

IL “TRIENNIO D’ORO” EUROPEO DELL’ANDERLECHT ANNI ’70

anderlecht-coppacoppe-1975-76-wp-777x437
La Rosa dell’Anderlecht 1976 – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Concluso – con la definitiva assegnazione al Brasile della Coppa Rimet al termine del Mondiale di Messico ’70 – un decennio caratterizzato, in Europa, dal predominio del calcio latino, manifestato, a livello di Club, dai successi di Real Madrid, Benfica e delle due milanesi, e sancito dalle vittorie nei Campionati Europei della Spagna nel ’64 e dell’Italia nel ’68, ecco che gli anni ’70 si aprono all’insegna della “rivoluzione del calcio totale proposta dall’Olanda in generale e dall’Ajax del fuoriclasse Johan Cruijff in particolare, cui si oppongono le “Panzer Divisionen” tedesche in un duello che raggiunge il culmine nella Finale Mondiale di Monaco ’74.

Sull’onda delle affermazioni degli “orange”, però, cresce parallelamente di livello anche il football dei cugini belgi, i quali anzi ne anticipano i tempi, qualificandosi per le fasi finali dei Mondiali ’70 nel mentre l’Olanda giunge solo terza nel proprio girone, preceduta da Bulgaria e Polonia, così come si qualificano, due anni dopo, per le semifinali del Campionato europeo, classificandosi al terzo posto dopo aver dovuto alzare bandiera bianca in semifinale nei confronti della Germania Ovest di Beckenbauer e Muller.

Emblema in campo nazionale è indubbiamente l’Anderlecht – il cui nome completo è “Royal Sporting Club Anderlecht” – Club fondato nel 1908 e che in patria è una sorte di “Juventus belga” dall’alto dei suoi 34 titoli e nove Coppe nazionali conquistate, assoluto protagonista degli anni ’60 con la vittoria di 6 scudetti, di cui 5 consecutivi dal 1964 al ’68, cui però non hanno fatto riscontro analoghe positive performance in campo europeo, con il miglior risultato in Coppa dei Campioni costituito dall’eliminazione ai Quarti di finale dell’edizione ’66 ad opera del Real Madrid, poi vincitore per la sesta volta del Trofeo, mentre a fine decennio, proprio quando in patria si afferma per tre anni consecutivi lo Standard Liegi, i “bianco malva” raggiungono l’atto conclusivo della Coppa delle Fiere, solo per essere sconfitti dall’Arsenal (3-1 a Bruxelles, 0-3 a Londra) nella doppia Finale.

Leader indiscusso di tale formazione – e da molti giudicato, non a torto, il più forte calciatore belga di ogni epoca – è la mezz’ala d’attacco Paul Van Himst, una carriera interamente spesa indossando la maglia degli “anderlechtois” con cui, dal 1959 al ’75, disputa 566 incontri complessivi (di cui 457 di Campionato), con ben 309 reti all’attivo, delle quali 236 in gare di Prima Divisione, il quale ha il solo difetto, se così si può dire, di esser capitato nel periodo sbagliato, ritirandosi, ironia della sorte, proprio alla vigilia dei successi europei del Club.

RSCA_retro_PaulVanHimst_0
Paul Van Himst in azione – da rsca.be

Il dominio dell’Anderlecht viene però offuscato, ad inizio anni ’70, dalla crescita esponenziale di un’altra formazione con cui divide la ribalta nazionale ed europea per l’intero decennio, vale a dire il Bruges (o Club Brugge, secondo la dizione fiamminga …), il quale, dopo un titolo conquistato nella notte dei tempi – si parla del 1920 – ne aggiunge ben cinque tra il 1973 ed il 1980, divenendo altresì uno spauracchio in campo continentale, dove, trascinato dai vari Bastijns, Cools e Vandereyken, giunge in Finale di Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni ’78, solo per essere, entrambe le volte, sconfitto dagli inglesi del Liverpool.

Con il Bruges a primeggiare in campionato, l’Anderlecht si “rifugia” nella seconda manifestazione nazionale, vale a dire la Coppa del Belgio, che in tale periodo si aggiudica per 4 delle complessive 9 volte in cui il Trofeo fa bella vista di sé nella bacheca societaria, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla competizione europea della Coppa delle Coppe, competizione in cui fa il suo esordio in maniera peraltro alquanto deludente, venendo eliminato al primo turno dell’edizione ’74 dallo Zurigo, nonostante all’andata una tripletta dell’olandese Rensenbrink avesse ribaltato il doppio vantaggio svizzero, poi vincitore al ritorno per 1-0 su calcio di rigore.

Abbiamo già parlato dell’addio al calcio giocato di Van Himst al termine della stagione ’75, che conclude salutando il proprio pubblico con la vittoria per 1-0 in Finale di Coppa sull’Anversa che consente all’Anderlecht una seconda chance per la conquista del Trofeo, e ricordiamo anche l’incidenza sul calcio belga del credo lanciato dai “nuovi profeti” olandesi, circostanza che non viene sottovalutata dalla dirigenza del Club, la quale affida nell’estate ’75 la panchina al tecnico batavo Hans Croon, già operante in Belgio alla guida di Waregem – condotto sorprendentemente alla vittoria della Coppa nazionale nel ’74 – e Lierse, con cui l’anno precedente aveva concluso il Campionato in un’onorevole settima posizione.

Ma se Croon può dare quel pizzico di olandesità alla squadra, ancora maggior sostanza ed esperienza la portano in dote gli acquisti dal Feyenoord dell’attaccante Peter Ressel e, soprattutto, l’innesto a centrocampo del pilastro dell’Ajax e della Nazionale arancione Arie Haan, con cui la Società della Capitale va a comporre un quartetto olandese che già vede presenti il portiere Jan Ruiter (in forza al Club dal ’71) ed il già citato attaccante Robbie Rensenbrink, prelevato nell’estate ’71 proprio dai rivali del Bruges.

Con questa perfetta commistione tra belgi ed olandesi – potendo altresì contare su uno “zoccolo duro” di esperienza costituto dagli anziani Van Binst, Vandendaele, Broos e Dockx, nonché sul talento emergente di Munaron, Coeck, Vercauteren e Van der Elst – l’Anderlecht si presenta ai nastri di partenza della Coppa delle Coppe ’76 che vede partecipare, come vincitrici dei principali tornei nazionali, squadre importanti quali l’Eintracht Francoforte, il West Ham, l’Atletico Madrid, la Fiorentina ed il Celtic Glasgow, senza dimenticare l’insidia, sempre presente, derivante dalle squadre dell’est Europa.

Ed è proprio una formazione dell’Europa orientale, il Rapid Bucarest, a tenere a battesimo la formazione belga, che esce sconfitta all’andata per una sfortunata autorete di Thijssen, riuscendo comunque a ribaltare la situazione al ritorno grazie a Van Binst in chiusura di primo tempo ed ad un rigore di Rensenbrink ad inizio ripresa.

Rotto il ghiaccio, il successivo abbinamento prevede la sfida contro gli slavi del Borac Banja Luca, la cui pratica viene sbrigata all’andata con un netto 3-0 (doppietta di Rensenbrink ed acuto di Coeck) che concede agli avversari la platonica soddisfazione di affermarsi per 1-0 al ritorno, in un turno che vede l’eliminazione a sorpresa della Fiorentina, mentre lo scontro tra Atletico Madrid ed Eintracht di Francoforte privilegia quest’ultimo, capace di aggiudicarsi entrambi i match.

Con l’appuntamento per i quarti di finale previsto per la successiva primavera, in casa dei “Reali” non si nasconde la soddisfazione per un sorteggio che li vede accoppiati ai gallesi del Wrexham, squadra militante nella Terza Divisione inglese, e che invece si rivela più ostico del previsto, dato che al “Parc Astrid” concede la sola rete in apertura di Van Binst ed, al ritorno, pareggia le sorti del doppio confronto all’ora di gioco, prima che Rensenbrink, a meno di un quarto d’ora dal termine, spazzi via i fantasmi dei supplementari.

L’approdo in semifinale conferma una certa qual fortuna nei sorteggi, evitando Eintracht e West Ham per affrontare i tedeschi orientali del Sachsering Zwickau capitanati dal mitico estremo difensore Jurgen Croy e che, dopo aver eliminato la Fiorentina, si sono permessi il lusso di sbattere fuori dalla competizione anche il Celtic Glasgow di Kenny Dalglish.

Questa volta, però, non vi sono sorprese di sorta, con l’Anderlecht convinto della propria forza e che non lascia scampo alcuno ai suoi avversari, grazie al raggiunto affiatamento tra le due punte Van der Elst e Rensenbrink che si incaricano di realizzare tutte e cinque le reti (3-0 nella ex Ddr, 2-0 al ritorno) che certificano la qualificazione per la finale di Bruxelles del 5 maggio ’76, avversari i londinesi del West Ham di Trevor Brooking, che hanno avuto ragione dei tedeschi dell’Eintracht Francoforte.

57236ac435708ea2d5017418
Finale Coppa delle Coppe ’76 – da dhnet.be

Di fronte agli oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune dello “Stadio Heysel”, la finale non tradisce le attese, con gli inglesi a passare per primi in vantaggio poco prima della mezz’ora grazie ad Holland, abile a sfruttare una palla vagante in area, punteggio riequilibrato in chiusura di tempo da Rensenbrink che approfitta di un clamoroso errore della difesa avversaria, per mettere in rete a porta sguarnita un assist di Ressel.

E quando, in avvio di ripresa, la coppia Rensenbrink-Van der Elst confeziona la rete del raddoppio, con il giovane belga a fintare su di un avversario per poi collocare la palla nell’angolo alto alla destra dell’incolpevole Marvin Day, è opinione comune che l’inerzia della gara sia oramai dalla parte dei belgi, i quali, però, devono fare i conti con la nota combattività anglosassone, che si materializza con il punto del pari realizzato di testa sotto misura al 68’ da Keith Robson.

Tutto da rifare, dunque, con poco più di 20’ a disposizione, ma quando si hanno al proprio arco due frecce quali i più volte ricordati Rensenbrink e Van der Elst tutto è possibile e, difatti, dopo appena 5’, l’olandese si procura un calcio di rigore che lui stesso si incarica di trasformare, lasciando poi al più giovane compagno di reparto l’onore di chiudere definitivamente la contesa a 3’ dal termine con un assolo in contropiede degno del miglior George Best con tanto di difensore e portiere avversari messi a sedere per il deposito della sfera nella porta sguarnita.

3243375992_1_7_VjB6mANv
Rensenbrink trasforma il rigore del 3-2 – da skyrock.com

La prima, storica, vittoria di un Club belga nelle Coppe europee – mentre il Bruges viene sconfitto in Finale di Coppa Uefa dal Liverpool – viene completata con il bis in Coppa nazionale con un netto 4-0 a spese del Lierse, ex squadra allenata da Croon, il quale non viene però confermato, con il suo posto alla guida del Club preso dal “guru” del calcio belga, vale a dire quel Raymond Goethals che, nei suoi anni alla guida dei “Roten Teufels” (i “Diavoli Rossi”), aveva ridato prestigio alla Squadra Nazionale.

Il primo impegno sarebbe da “far tremare i polsi” a chiunque, trattandosi del doppio confronto per la Super Coppa Uefa contro i tre volte Campioni d’Europa del Bayern Monaco, ma non certo ad una vecchia volpe come Goethals che, limitati i danni all’Olympia Stadion, con Muller a siglare all’88’ la rete della vittoria dopo l’iniziale vantaggio belga con Haan, impartisce una vera e propria lezione di calcio ai celebrati tedeschi con un 4-1 targato Rensenbrink (doppietta), Van der Elst ed ancora Haan.

Con un organico interamente confermato, in campo nazionale l’Anderlecht dà vita ad un serrato testa a testa con i campioni del Bruges, risolto a favore di questi ultimi, con i quali si qualifica altresì per la Finale di Coppa, mentre a livello continentale la squadra, oramai acquisita coscienza dei propri mezzi, si sbarazza con non poche difficoltà dei “cugini olandesi” del Roda Kerkrade (2-1 a Bruxelles con reti di Vercauteren e Rensenbrink negli ultimi 2’ di gioco, 3-2 al ritorno dove tocca a Van der Elst realizzare una doppietta negli ultimi 10’), per poi maramaldeggiare a spese dei malcapitati turchi del Galatasaray (doppio 5-1, di cui 4 reti portano la firma di Rensenbrink).

Gli accoppiamenti dei quarti ripropongono una sfida agli inglesi, stavolta rappresentati dal Souhampton che, ancorché giochi in Seconda Divisione, si è permesso il lusso di sconfiggere nella “FA Cup Final” il favorito Manchester United, ed il vantaggio di 2-0 (a firma olandese, Ressel e Rensenbrink) maturato all’andata, viene vanificato al “The Dell” dai centri di Peach e MacDougall, prima che ci pensi Van der Elst, a 7’ dal termine, a siglare il goal qualificazione.

Semifinali che mettono in vetrina la “crème de la crème” continentale, visto che si affrontano, da un lato Amburgo ed Atletico Madrid, e dall’altro Anderlecht e Napoli, con i madrileni che, per il secondo anno consecutivo, vedono il loro cammino infrangersi contro i tedeschi, i quali ribaltano, con un netto 3-0, maturato nella prima mezz’ora di gioco, l’1-3 maturato all’andata al “Vicente Calderon”.

Al “San Paolo” di Napoli, con 90mila tifosi partenopei ad incitare i propri beniamini, i padroni di casa si impongono di misura, grazie ad uno spunto vincente del terzino Bruscolotti a 9’ dal fischio finale, ma una condotta di gara accorta al ritorno, consente all’Anderlecht di staccare il biglietto per la seconda finale consecutiva, con una rete per tempo siglate da Thijssen e Van der Elst.

Lo scenario, stavolta, è quello dello Stadio Olimpico di Amsterdam, dove l’11 maggio ’77 Anderlecht ed Amburgo si affrontano per una sfida decisiva che viene risolta nel finale di gara quando Steffenhagen viene sgambettato in area per la conseguente massima punizione trasformata dall’estrema sinistra Volkert per il vantaggio tedesco, poi arrotondato ad 1’ dal termine con il più classico dei contropiedi ancora orchestrato da Volkert, il quale consegna a Magath una comoda palla da depositare in rete per il 2-0 definitivo.

amburgo-anderlecht-1977
Volkert trasforma il rigore dell’1-0 – da eupallog-cineteca.blogsport.it

E così, un’annata iniziata in gloria con la vittoria in Super Coppa Uefa, si conclude con un “tris” di piazzamenti, visto che, dopo il secondo posto in Campionato e la sconfitta in Europa, i “Bianco malva” capitolano anche di fronte al Bruges con un rocambolesco 4-3 nella Finale di Coppa del Belgio, che però consente loro di partecipare nuovamente alla Coppa delle Coppe, visto che i rivali hanno centrato l’accoppiata Scudetto/Coppa.

Avventura che l’Anderlecht affronta proponendo tra i pali l’olandese Nico De Bree, acquistato dal Molenbeek, e promuovendo Vercauteren come perno insostituibile del centrocampo, mentre la difesa viene rinforzata con l’innesto di Johnny Dusbaba, prelevato dall’Ajax ed in attacco viene prelevato, pure lui dal Molenbeek, il danese Benny Nielsen.

In campionato, la lotta con il Bruges è sempre più serrata, ma ancora una volta tocca all’undici di Goethals soccombere, anche se per il minimo distacco di un solo punto (51 a 50), con entrambe le squadre che avrebbero meritato il titolo per la loro indiscutibile forza, dimostrata in campo europeo, dove conquistano le rispettive finali di Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe.

Quest’ultima manifestazione, vede l’Anderlecht, dopo un iniziale allenamento contro il Lokomotiv Sofia (8-1 complessivo), abbinata al secondo turno proprio ai detentori dell’Amburgo (rinforzati dall’acquisto della stella del Liverpool Kevin Keegan …) e mai “vendetta” è stata più dolce del successo per 2-1 conquistato al “Volksparkstadion” davanti ad oltre 55mila tifosi tedeschi, grazie ad una rete di Rensenbrink a 2’ dal termine, poi difeso al ritorno, concluso sull’1-1 (reti di Van der Elst e dello stesso Keegan).

Al ritrovo di marzo, ai belgi toccano in sorte gli “ammazzagrandiportoghesi del Porto, che al primo turno hanno fatto fuori il Colonia ed al secondo il Manchester United, rifilando ai “Red Devils” un umiliante 4-0 allo “Estadio do Dragao”, dove anche l’Anderlecht paga dazio in virtù di una rete del fortissimo centravanti lusitano Fernando Gomes, per poi restituire il favore con tanto di interessi al ritorno, con un 3-0 che porta la firma di Rensenbrink, Nielsen e Vercauteren.

Con tutte le grandi già uscite nei turni precedenti, il livello delle semifinali non è di valore eccelso, abbinando all’Anderlecht gli olandesi del Twente Enschede, mentre l’altra sfida vede opposti Dinamo Mosca ed Austria Vienna, ed i belgi danno conferma della loro maggior compattezza difensiva rispetto al recente passato, facendo loro entrambi i confronti (1-0 in Olanda, rete del danese Nielsen, che ha scalzato nelle gerarchie Ressel nel ruolo di centravanti, e 2-0 al ritorno, grazie ai centri degli “ingrati” Haan e Rensenbrink), dando così appuntamento ai propri tifosi al “Parc des Princes” di Parigi il 3 maggio ’78 per la terza Finale consecutiva che li vede opposti all’Austria Vienna, vincitrice ai calci di rigore sulla Dinamo Mosca dopo due paritetici 2-1.

anderlecht-austria-coppacoppe1-1977-78-wp-777x437
Finale Coppa delle Coppe 1978 – da altervista.org

Sulla carta, si tratterebbe di una sfida impari – pur se gli austriaci possono contare su giocatori di indubbio valore quali il difensore Robert Sara, il centrocampista Herbert Prohaska ed il centravanti uruguaiano Julio Morales – ma le sorprese nelle Finali possono sempre essere all’ordine del giorno, anche se la rete con cui Rensenbrink sblocca il risultato dopo appena 13’ contribuisce a far svanire i primi dubbi, che poi vengono definitivamente cancellati con il micidiale uno-due in chiusura di tempo siglato ancora da Rensenbrink e Van Binst per il 3-0 con cui le squadre vanno al riposo e che fa sì che la ripresa sia poco più di una passerella in cui il punto del 4-0 messo a segno da Van Binst a 9’ dal termine rappresenta la classica “ciliegina sulla torta”.

anderlecht-austria-coppacoppe-1977-78-wp
Scambio di gagliardetti tra i capitani Rensenbrink e Sara – da altervista.org

Per concludere in bellezza un ciclo trionfale, resta un “dispetto” da compiere ai danni degli arcirivali del Bruges che, per la seconda volta in tre anni, hanno dovuto soccombere di fronte al Liverpool, ed il fatto che tocchi proprio all’Anderlecht sfidare i “Rossi di Anfield” in Super Coppa Europea, mette quel classico pepe alla sfida, la cui gara di andata si disputa il 4 dicembre ’78 al “Parc Astrid” e vede gli uomini di Goethals – che nel frattempo hanno ulteriormente rafforzato il proprio potenziale offensivo con l’acquisto dell’olandese Ruud Geels dall’Ajax – aggiudicarsela per 3-1 in virtù delle reti realizzate da Vercauteren, Van der Elst e Rensenbrink, cui gli inglesi oppongono il solo centro di Case per il provvisorio pareggio.

Un vantaggio non certo rassicurante, dovendosi recare nella “tana di Anfield”, ma che l’Anderlecht riesce a gestire e, dopo il goal di Hughes a dare speranza alla “Kop” nel primo tempo, ci pensa Van der Elst al 71’ a zittire i 24mila presenti, rendendo vano il consueto spunto del “super sub” David Fairclough a soli 3’ dal termine.

Con questo quarto trofeo europeo in tre anni, si conclude il ciclo vincente dell’Anderlecht, che si era visto eliminare al secondo turno di Coppa delle Coppe dal Barcellona orfano di Cruijff dopo il 3-0 maturato all’andata, subendo analogo punteggio al ritorno e poi cedendo ai calci di rigore, ma resta per sempre impressa l’immagine di una squadra che ha saputo fondere insieme le due “anime” del calcio belga ed olandese in una organizzazione di gioco quasi perfetta …

LE REGATE D’ORO DI EKATERINA KARSTEN

Karsten.jpg
Ekaterina Karsten – da orrlabda.hu

articolo di Nicola Pucci

Credo sia giunto il momento di lasciar spazio anche a qualche donzella, quando si parla di canottaggio. Perchè se è vero che la disciplina ha debuttato in sede olimpica solo a Montreal, nel 1976, è altrettanto vero che il tempo è già sufficiente abbastanza per innalzare al rango di leggenda alcune campionesse. Ed Ekaterina Karsten è una di queste.

Già medaglia di bronzo nel quattro di coppia ai Giochi di Barcellona del 1992, la ragazza bielorussa, classe 1972, nata a Minsk e che proprio in Catalogna gareggia per la bandiera della CSI (la Comunità di Stati Indipendenti, nata sulle ceneri della defunta Unione Sovietica), diventa nel corso degli anni la più formidabile interprete della prova di singolo del canottaggio femminile.

Il suo palmares, in effetti, conosce già la gloria a cinque cerchi ad Atlanta, nel 1996, quando si trova a dover fronteggiare il tentativo della rumena Elisabeta Lipa di difendere il titolo conquistato quattro anni prima e quello della belga Annelies Braedael e della canadese Silken Laumann di salire nuovamente sui due gradini più bassi del podio. Le due ultime iridate della specialità, la danese Trine Hansen e la svedese Maria Brandin, sono altre due autorevoli candidate alle medaglie ed in batteria, firmando i due migliori tempi, confermano le loro credenziali. La Karsten blocca il cronometro a 8’03″73 in una serie che boccia la Lipa e obbliga la Braedael ai ripescaggi, per poi piazzarsi seconda in semifinale alle spalle della Laumann, garantendosi nondimeno la qualificazione alla finale con il quinto tempo tra le sei ammesse. Non sembra dunque esser lei la favorita nella corsa all’oro, ma la bielorussa ha riservato per l’atto decisivo le energie migliori e disegna un capolavoro. Nelle acque del Lago Lanier la Karsten prende il comando della gara fin dai primi metri, tenendo a distanza la Laumann, che corre con una gamba lesionata da un terribile incidente che prima dei Giochi di Barcellona ne ha fortemente messo in dubbio il preseguimento della carriera, e chiude trionfante con tre secondi di vantaggio, margine che le vale la medaglia d’oro.

Lanciata ormai nel firmamento internazionale del canottaggio, la Karsten, che ha poco più di 24 anni, comincia una raccolta di successi che la vedono vestirsi della maglia arcobaleno di campionessa del mondo nel 1997 al Lago di Aiguebelette e nel 1999 a St.Catharines in Canada, due affermazioni che ne fanno la logica favorita anche alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Dove si presenta con la dichiarata intenzione di concedere il bis.

In Australia la Karsten si trova a dover competere con la tedesca Katrin Rutschow, due volte medaglia d’argento iridata nel 1998 e nel 1999, e con la bulgara Rumyana Neykova, che ai Mondiali del 1999 è salita sul terzo gradino del podio. La campionessa del mondo del 1998 a Colonia, la russa Irina Fedotova, ha invece optato a Sydney per il quattro di coppia (vincerà il bronzo), mentre dal pronostico non è esclusa la Brandin che seppur ormai 37enne ha all’attivo il Mondiale vinto a Tampere nel 1995, due terzi posti alle rassegne iridate del 1997 e del 1998, oltre ad esser stata quinta a Barcellona e quarta ad Atlanta. Inoltre, può vantare le vittorie alla prestigiosa Henley Royal Regatta dal 1993 al 1998, ad eccezione dell’edizione del 1994.

In effetti la prova non riserva sorprese, con la neozelandese Sonia Waddell che si impone nella prima batteria mentre Neykova, Karsten e Rutschow vincono le altre tre serie, con la tedesca che fa segnare il miglior tempo, 7’32″80, mentre la Brandin è costretta ai ripescaggi per accedere alle semifinali che la elimineranno definitivamente. La Neykova vince facilmente la prima semifinale con il tempo di 7’28″34, precedendo l’australiana Douglas e la Waddell, che si qualificano a loro volta per la finale, mentre la Rutschow batte la Karsten nella seconda semifinale, 7’37″77 contro 7’40″36, con il terzo posto, ultimo utile per accedere alla finale, appannaggio della russa Yulia Alexandrova.

Ma la bielorussa, al solito e con impeccabile senso tattico, ha riservato il meglio per l’atto decisivo, e quella che va in scena il 23 settembre è una finale tra le più entusiasmanti della storia del canottaggio olimpico. Le tre campionesse infatti battagliano tra loro sul filo dei centesimi, spalla a spalla, ed infine è solo il fotofinish a decretare la vittoria della Karsten con il tempo di 7’28″14, un solo centesimo meglio della Neykova (pari a 40 centimetri!) che si deve accontentare di un amaro secondo posto, mentre la Rutschow è a sua volta medaglia di bronzo con un ritardo di ottantacinque centesimi. La Karsten si conferma campionessa olimpica… ma stavolta che fatica!

E va a realizzare una doppietta ad oggi ancora ineguagliata, provando poi in altre tre occasioni a migliorare il suo bottino olimpico. Ma ad Atene, nel 2004, la Rutschow avrà la sua rivincita imponendosi nettamente nel duello a due e quattro anni dopo ancora, a Pechino 2008, la Karsten dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, battuta stavolta in un arrivo serrato dalla stessa Neykova e dall’americana emergente Michelle Guerette.

Le fatiche olimpiche della bielorussa non sono però ancora finite, perchè Ekaterina si ripresenta anche a Londra nel 2012, ormai 40enne, forte dell’argento iridato conquistato a Bled l’anno prima, seconda solo alla ceca Miroslava Knapkova per la sua quindicesima (!!!) medaglia ai Mondiali, distribuite tra il 1997 e il 2013, terminando però la sua avventura ai Giochi con un onorevole seppur insoddisfacente quinto posto nella gara vinta dalla stessa Knapkova.

Ma può bastare così, cinque podi consecutivi alle Olimpiadi fanno di Ekaterina Karsten la canottiera più blasonata della storia. Avete qualcosa da obiettare in proposito?

DIEGO DOMINGUEZ, IL CECCHINO DEL RUGBY AZZURRO

maxresdefault
Diego Dominguez – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nasconderlo, la bellezza ed il fascino del rugby – capace di entusiasmare anche coloro che non sono addentro alle segrete cose di detta disciplina – è costituita dalla coralità del gioco, con quelle travolgenti azioni alla mano in cui l’ovale viene spostato alla massima velocità da una sponda all’altra del campo fino a che non venga trovato lo spiraglio giusto per superare la difesa avversaria e depositare la palla oltre la linea di meta, tant’è che la Federazione Internazionale ebbe – giustamente, a suo tempo – incrementato la validità di detta realizzazione, assegnandole 5 punti rispetto ai 4 precedenti.

Non sempre, però, ciò si rende possibile, in specie in gare equilibrate e decisive per l’assegnazione di un titolo, con i rispettivi pacchetti di mischia ben decisi a fronteggiarsi ed a non lasciare spazi agli avanti avversari, ed ecco che allora assume un ruolo spesso determinante la figura di un particolare “specialista” di cui ogni XV dispone, vale a dire il “calciatore”, colui che si incarica di trasformare le mete realizzate, indirizzare in mezzo ai pali le punizioni accordate dal direttore di gara, per non parlare del drop, il calcio di rimbalzo talmente importante da aver deciso ben due Finali mondiali, entrambe risolte ai tempi supplementari, e passate alla storia.

Chi non ricorda, difatti, il drop con cui, al 13’ dei tempi supplementari, il sudafricano Joel Stransky sentenzia i favoriti All Blacks mandando in delirio gli spettatori dell’Ellis Park di Johannesburg per consegnare, nel 1995, al proprio Paese una Coppa che valeva molto più di un semplice titolo mondiale, od ancora, il calcio stupendamente preparato e magistralmente realizzato dal mediano d’apertura inglese Jonny Wilkinson al 100’ di una stupenda Finale 2003 per sancire l’unica, sinora, vittoria di una squadra europea in Coppa del Mondo, tale da ammutolire il pubblico che assiepava le tribune dello ”Australia Stadium” di Sydney, nella speranza di vedere i Wallabies alzare per la terza volta al cielo la “William Webb Ellis Cup”.

E se, avere a disposizione un tale specialista risulta fondamentale per squadre di primissimo livello del Rugby mondiale, potrete ben capire quale sia l’importanza di un siffatto giocatore per formazioni di livello inferiore, le quali devono cercare di sfruttare ogni più piccola occasione per capitalizzare al massimo le minori opportunità che, fatalmente, hanno a disposizione quando devono affrontare i “Top XV” del Ranking mondiale.

Una di queste Nazioni a poter godere di un tale privilegio – per un periodo di ben 12 anni – è proprio l’Italia, e di questo deve ringraziare le origini, da parte di madre, che consentono all’argentino di nascita Diego Dominguez di optare per la divisa azzurra, pur dopo aver indossato, in due gare del Campionato sudamericano, la maglia biancoceleste dei Pumas.

Dominguez nasce a Cordoba, nella provincia omonima, il 25 aprile ’66 ed inizia a praticare lo “sport della palla ovale” nel Club “La Tablada”, mettendosi in luce tanto da essere convocato per le gare contro Cile e Paraguay del 10 e 12 ottobre ’89 valide per il Campionato Sudamericano, vinte entrambe sin troppo agevolmente dalla Nazionale argentina con gli inequivocabili punteggi di 36-9 e 75-7, ed in cui il “piede educato” di Dominguez si mette in evidenza siglando rispettivamente 16 (2 trasformazioni e 4 punizioni) ed 11 punti (4 trasformazioni ed una punizione).

L’opportunità per il XV azzurro di poter contare su tale fuoriclasse giunge con l’arrivo in Italia del mediano di apertura, tesserato nel ’90 dalla “Mediolanum Amatori” (poi rinominata “Milan Rugby” con l’ingresso nella “Polisportiva Milan” voluta da Silvio Berlusconi …), e dalla scoperta che la madre era nativa proprio del capoluogo lombardo, circostanza che consente a Dominguez di avere diritto alla cittadinanza italiana ed, una volta ottenutala, di poter scegliere la nostra Nazionale per la quale giocare.

L’apporto dell’italoargentino alle sorti del rugby meneghino è devastante, basti solo pensare che nelle sette stagioni trascorsi in Italia, l’Amatori – che dal 1988 al ’93 può contare anche sull’apporto dell’asso australiano David Campese – giunge in sei occasioni alla Finale Scudetto, vincendone quattro, sempre contro il Benetton Treviso, di cui le prime due (nel ’91 e ’93) con relativa facilità (37-18, con 26 punti di Dominguez, e 41-15, in cui i punti realizzati sono 20), mentre nelle ultime sfide, contro una formazione trevigiana che può contare su di un altrettanto straordinario fuoriclasse quale l’australiano Michael Lynagh, si assiste ad una vera e propria lotta all’ultimo calcio che li vede entrambi protagonisti.

A dimostrazione di quanto precisato in premessa, il match andato in scena l’8 aprile ’95 al “Plebiscito” di Padova, vede le due formazioni incapaci di andare in meta e, pertanto, il punteggio finale di 27-15 a favore dei milanesi è determinato proprio nella precisione dei calci, con Lynagh a realizzare tutti i punti dei suoi, convertendo in mezzo ai pali cinque calci piazzati, cui Dominguez risponde da par suo trasformando ben otto punizioni, cui si aggiunge un drop di Bonomi.

La sfida, manco a dirlo, si ripete esattamente un anno dopo, mutando solo lo scenario, che stavolta è il “Mario Battaglini” di Rovigo, e dimostra ancor di più l’importanza di Dominguez nell’economia della squadra, dato che i 6 punti di differenza tra le due squadre costituiti dal risultato finale di 23-17 derivano – dopo una meta a testa e quattro calci piazzati realizzati sia da Domiguez che da Lynagh – proprio da due drop che l’italoargentino mette a segno ad inizio ripresa, dando il via alla clamorosa rimonta di Milano, che aveva chiuso il primo tempo in svantaggio per 17-3.

Sin troppo ovvio che una siffatta potenzialità – Dominguez conclude la sua esperienza in Italia con 2.966 punti a suo favore, terzo di ogni epoca dietro ad Andrea Scanavacca con 3.368 e Stefano Bettarello con 3.206, ma con 17 e 18 stagioni, rispettivamente, disputate – rappresenti una sorta di benedizione per il Commissario Tecnico della Nazionale Bertrand Fourcade, il quale lo fa esordire il 2 marzo ’91 allo Stadio Flaminio di Roma, nel ruolo di tre quarti centro contro la Francia B (match perso dagli azzurri per 15-9), per poi inserirlo nella lista dei convocati per i Mondiali ’91 in Gran Bretagna dove l’Italia, inserita in un “Girone di ferro” assieme ai padroni di casa, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, può solo portare a casa la vittoria contro questi ultimi, non sfigurando comunque né contro gli inglesi (sconfitta per 6-36) che, soprattutto, contro i Campioni in carica degli All Blacks, da cui è superata per 31-21.

diego-dominguez
Una trasformazione di Dominguez – da onrugby.it

Ed è anche grazie all’abilità – oltre che nei calci, anche nella visione di gioco, dato il suo ruolo di mediano di apertura – di Dominguez, che nel frattempo si è accasato oltralpe al celebre club francese dello Stade Français di Parigi, con cui conquista altri quattro titoli nazionali, che l’Italia cresce nella considerazione internazionale, tanto da ricevere l’onore di essere ammessa, con l’avvento del nuovo secolo, al prestigioso e più antico Torneo del mondo, vale a dire il “Cinque Nazioni”, ed a cui partecipa per la prima volta nel 2000.

Diego Dominguez of Paris stade Francais rugby passes the ball during the final of the French Rugby U..
Dominguez in azione con lo Stade Français – da reuters.com

Ed un evento di tale spessore – “storico”, verrebbe da dire, se di tale termine non si abusasse sin troppo – deve essere festeggiato nel migliore dei modi, ed opportunità migliore non può esservi del match d’esordio, in programma il 5 febbraio 2000 in uno Stadio Flaminio gremito in tutti e 24mila posti a sua disposizione, contro la Scozia capitanata da John Leslie e reduce dall’onorevole (18-30) eliminazione contro la Nuova Zelanda nei quarti di finale della Coppa del Mondo ’99, edizione che, al contrario, risulta la peggiore disputata dall’Italia, che se ne torna a casa con tre pesanti sconfitte, tra cui un umiliante 101-3 subito dagli All Blacks.

Occorre quindi una prova d’orgoglio per gli azzurri – che, per l’occasione, vedono per la prima volta sedersi in panchina il nuovo tecnico, il neozelandese Brad Johnstone – e chi, se non il loro indiscusso leader, può trascinarli al successo con una prestazione “monstre” in cui, oltre alla conversione dell’unica meta italiana realizzata da De Carli, trasforma 6 calzi di punizione e mette a segno ben 3 drop, per un totale di 29 dei 34 punti realizzati dall’Italia contro i 20 dei rappresentanti delle “Highlands”, e che rappresentano il suo massimo in carriera per singolo incontro in maglia azzurra, soltanto eguagliato il 10 novembre 2001 nel “test match” contro le Isole Fiji, ma a fronte di un successo ben più eclatante, per 66-10.

Purtroppo, per il Rugby azzurro, le successive prove non confermano le buone indicazioni fornite al debutto, con una sola altra vittoria nelle successive tre edizioni del neonominato “Sei Nazioni”, ottenuta il 15 febbraio 2003 nel consueto scenario dello Stadio Flaminio di fronte al Galles ed in cui, come al solito, la differenza nel 30-22 conclusivo a favore dell’Italia – con tre mete realizzate per parte – la fa il piede radiotelecomandato di Dominguez, il quale, oltre all’avvenuta conversione delle mete, trasforma una punizione e mette a segno gli ultimi suoi due drop sul suolo italiano, prima di salutare il pubblico che lo ha tanto amato scendendo in campo, la settimana successiva, per la sua 74esima ed ultima presenza in azzurro contro l’Irlanda e persa nettamente per 37-13.

Italia-g-knFG--624x458@Gazzetta-Web_mediagallery-page
Festeggiamenti per la vittoria 30-22 sul Galles – da gazzetta.it

Per capire sino in fondo l’impatto che Dominguez ha avuto sul Rugby, non solo italiano, bensì internazionale, basti pensare che è stato il primo giocatore in assoluto a superare la barriera dei 1.000 punti segnati in “test match”, concludendo la carriera – comprese le due gare disputate con la maglia dei “Pumas” argentini – a quota 1.010, circostanza che, peraltro, lo fa essere a tutt’oggi al quinto posto della Classifica assoluta “All Time”, preceduto da “Mostri sacri” quali il neozelandese Daniel Carter (primo con 1.598 punti), il già citato inglese Jonny Wilkinson (secondo a quota 1.179), l’irlandese Roman O’Gara (terzo con 1.083 punti) ed il gallese Neil Jenkins, che lo precede di soli 39 punti, a quota 1.049.

Che dite, penso che siate tutti d’accordo sul fatto che sarà anche entusiasmante il gioco alla mano, ma se non si ha un sapiente “calciatore”, difficilmente si vincono trofei

JEAN BOITEUX, UN LAMPO NEL BUIO DEL NUOTO FRANCESE

160681957
Jean Boiteux – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che recita “Se Atene piange, Sparta non ride”, ben si adatta alla situazione del panorama natatorio tra i due paesi transalpini Italia e Francia, da sempre rivali in campo sportivo, i cui rispettivi rappresentanti in campo olimpico e mondiale devono attendere addirittura la fine del secolo per vedere premiati i propri sforzi, fatta salva, per i nostri colori, l’eccezione della patavina Novella Calligaris ad inizio anni ’70.

Ed anche in campo strettamente europeo, non è che le cose vadano molto meglio per i “tricolori” di entrambe le Nazioni, molto spesso costretti a raccogliere le briciole di ciò che viene loro lasciato dalle super potenze sovietiche e tedesche degli anni ’60 e ’70, mentre in precedenza anche Ungheria, Olanda e Gran Bretagna erano riuscite a far la voce grossa.

Ma, nonostante ciò, i primi anni del secondo Dopoguerra avevano fatto presagire futuri sviluppi di ben altra natura per il nuoto francese, da sempre specialista principalmente a stile libero, il quale propone una schiera di atleti in grado di primeggiare a livello continentale e capace di misurarsi, in un conteso mondiale, con i più accreditati rappresentanti di Australia e Stati Uniti.

I primi, tangibili, risultati di questa “nouvelle vague” transalpina si possono toccare con mano in occasione della prima edizione post-bellica dei Campionati Europei, che si tiene nel 1947 a Montecarlo ed i cui sono le ondine danesi a dominare in campo femminile, mentre nel settore maschile – in un limitatissimo programma, che prevede la disputa di tre gare a stile libero, una a dorso ed a rana e la sola staffetta 4x200sl – l’uomo dei campionati è proprio un francese, vale a dire il 18enne Alexandre Jany, che fa sue le medaglie d’oro sui 100 e 400sl – facendo registrare, su questa ultima distanza, il record mondiale di 4’35”2 – cui unisce l’argento in staffetta con il quartetto francese preceduto di soli 0”2 decimi dai rivali svedesi, mentre un terzo oro viene portato alla causa dal dorsista Georges Vallerey sulla distanza dei 100 metri.

Se la Francia primeggia a livello europeo, il contesto olimpico dell’anno seguente ai Giochi di Londra ’48 la riporta drasticamente alla dura realtà, costituita dallo strapotere dei ragazzi Usa che si aggiudicano – in campo maschile – tutte e sei le prove in programma, con il solo Vallerey a salire sul gradino più basso del podio sui 100 dorso, mentre Jany può solo, nuotando l’ultima frazione della staffetta 4x200sl, prendersi la rivincita sugli svedesi, soffiando loro il bronzo in una gara dove sia gli Stati Uniti che l’Ungheria, argento, scendono sotto il precedente limite mondiale.

Quando la torcia olimpica si spegne, gli atleti si danno appuntamento a quattro anni dopo, nel caso ad Helsinki ’52, avendo a disposizione il tempo per affilare le armi in vista di sognate rivincite e, nel caso degli scornati francesi, l’occasione migliore per mettersi in mostra è costituita dalla rassegna continentale di Vienna, in programma dal 20 al 27 agosto ’50.

Ancora una volta è Jany il punto di forza della formazione transalpina, il quale conferma i titoli europei di tre anni prima sia sui 100 che sui 400sl, pur se con tempi nettamente superiori – 57”7 sulla più corta distanza rispetto al 56”9 di Montecarlo ed addirittura 4’48”0 sui 400, con un peggioramento di quasi 13” se raffrontato al 4’35”2 con cui aveva dominato nella piscina del Principato – che non lasciano presagire possibilità di sorta in vista dell’appuntamento olimpico.

Di positivo, per il clan transalpino, vi è la crescita di altri due atleti, più portati alle medie/lunghe distanze, e cioè Joseph Bernardo (già componente della staffetta 4x200sl bronzo a Londra ’48) che giunge terzo sui 1500sl, e, soprattutto, il 17enne Jean Boiteux, il quale giunge alle spalle di Jamy sui 400sl e ripete l’argento sulla più lunga distanza, beffato per soli 0”2 decimi Hans-Gunther Lehmann (19’48”2 a 19’48”4), il che consente alla Francia di disporre di un eccellente quartetto per la staffetta 4x200sl che, però, ancora una volta, deve cedere – stavolta ben più nettamente, 9’06”5 a 9’10”0 – al quartetto svedese.

Jean Boiteux nasce a Marsiglia il 20 giugno 1933 ed il suo destino è già segnato alla nascita, visto che il padre, Gaston che poi diverrà il suo primo tifoso, è stato uno specialista del nuoto in mare aperto e, comunque, aveva al proprio conto la medaglia d’argento ai Campionati francesi del 1921 sulla anomala distanza dei 500sl, ma ancor più la madre, Bibienne Pellegry, che aveva partecipato sia ai Giochi di Parigi ’24 che ai successivi di Amsterdam ’28 quale componente della staffetta 4x100sl, classificatasi entrambe le volte al quinto posto.

Imparato a nuotare sin da bambino assieme ai fratelli Robert, Henry e Marie-Therese nella piscina da 25 metri costruita nella proprietà agricola di famiglia, Jean si dimostra sin da subito il più talentuoso della prole, cosa di cui si accorge “Papa Gaston”, il quale lo segnala ad Alban Milville, allenatore proprio di Jany, affinché lo prenda sotto le sue cure quando il ragazzo è appena 13enne, con i risultati appena sopra ricordati, costituiti dalle tre medaglie d’argento vinte agli Europei ’50, dopo che nello stesso anno si era preso il lusso di battere, per la prima volta, ai Campionati francesi, Jany sui 400sl.

Milville si rende conto che, per motivi strettamente anagrafici – Boiteux rende a Jany quattro anni esatti di età – e visti anche i peggioramenti cronometrici del secondo, l’uomo su cui puntare per una medaglia individuale alle Olimpiadi di Helsinki ’52 sia proprio il non ancora 18enne Jean, ma certamente occorre migliorare i tempi fatti registrare alla rassegna continentale, poiché altrimenti il podio rappresenta una mera utopia.

Ed il 1951 è l’anno della svolta per Boiteux, che il 10 luglio, nella familiare piscina di Marsiglia, nuota i 400sl in 4’33”3, tempo che rappresenta, oltre al record nazionale, anche il primato europeo, per poi far parte, il 2 agosto seguente, del quartetto composto anche da Willy Blioch, oltre ai citati Jamy e Barnardo, che polverizza il record mondiale della staffetta 4x200sl, stabilito dal Giappone in 8’40”6 il 2 aprile ’50, abbassandolo ad 8’33”0.

Oltre ai primati, Boiteux rafforza la propria autostima facendo incetta di medaglie in occasione della prima edizione dei Giochi del Mediterraneo, che si svolgono ad ottobre del medesimo anno ad Alessandria d’Egitto, dove, dopo il bronzo sui 100sl vinti da Jamy – e con l’argento conquistato dal nostro Carlo Pedersoli, futuro “Bud Spencer” – non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro sulle più lunghe distanze dei 400 e 15090sl (in entrambi i casi precedendo Bernardo), nonché quale componente della staffetta 4x200sl, vittoriosa con largo margine sul quartetto spagnolo.

La Federazione Francese sa che può nutrire qualche chance di medaglia in vista dei Giochi di Helsinki, per i quali seleziona Jany ed Aldo Eminente (di chiare origini italiane) per i 100sl e la coppia formata da Boiteux e Bernardo impegnata su 400 e 1500sl, con i quattro a costituire l’ossatura della staffetta 4x200sl, visto che il programma olimpico non ha ancora allargato il numero delle prove previste.

Peraltro, c’è da dire che ai progressi della scuola transalpina nello stile libero – tali da non avere rivali a livello europeo – hanno fatto riscontro altrettante prestazioni di rilievo in campo mondiale, dove, a parte i 100sl – il cui primato è ancora fermo al 55”4 stabilito nel ’48 dall’americano Alan Ford, poi argento ai Giochi di Londra – sui 400sl il quadriennio post olimpico aveva visto il primato di 4’35”2 di Jany migliorato dapprima dal giapponese Furihashi e poi per ben tre volte dall’australiano John Marshall sino a 4’26”9, ben 6” in meno del primato europeo di Boiteux.

Fortuna vuole che l’australiano abbia sbagliato anno, presentandosi ai Giochi finlandesi in precarie condizioni di forma, come, del resto, gli anni iniziano a farsi sentire anche per Jany, il quale non riesce a centrare l’accesso nella Finale dei 100, dove il buon nome francese viene salvato da Eminente, comunque non meglio che settimo in 68”7 nella gara vinta il 27 luglio ’52 dall’americano Scholes in un peraltro modesto 57”4.

Il giorno seguente, scendono in acqua i protagonisti dei 400sl per affrontare le batterie, con il programma che prevede per il giorno seguente la disputa delle tre serie di semifinale ed il 30 luglio la Finale, con Boiteux che non ha difficoltà ad aggiudicarsi la quarta batteria in un comodo 4’45”1, mentre se la prende troppo comoda, nuotando la prima serie in un 4’53”5 che gli vale la quarta piazza, salvando per un soffio l’eliminazione già al primo turno.

Bernardo che conferma la sua “giornata no” il pomeriggio seguente, peggiorando il suo tempo e concludendo mestamente ultimo nella seconda serie di semifinali, mentre, al contrario, Boiteux si esprime sui suoi livelli allorquando, inserito nella prima serie assieme allo svedese Per-Olof Ostrand, capace in batteria di migliorare in 4’38”6 il record olimpico, dà vita ad uno splendido duello che porta i due europei a registrare i migliori tempi di accesso alla Finale, scendendo entrambi sotto il limite olimpico, con il francese ad avere la meglio sullo scandinavo (4’33”1, che abbassa di 0”2 decimi il proprio limite europeo, a 4’33”6).

Con il primatista mondiale Marshall quarto nella seconda serie di semifinale e fuori dagli otto finalisti, le speranze di assistere ad un clamoroso duello tra due nuotatori europei prendono sempre più piede, con l’americano di origini hawaiane Ford Konno che appare l’unico in grado di potersi inserire nella lotta per le medaglie.

Con queste previsioni della vigilia, ci si appresta, alle ore 17 del 30 luglio ’52 ad assistere a quella che resterà per molto tempo una data storica per il nuoto francese, con Boiteux posizionato sui blocchi di partenza in quarta corsia, con alla sua destra Konno ed alla sinistra Ostrand, mentre tra gli spettatori uno tra i più interessati è senz’altro “Papa Gaston”, il quale si è sobbarcato il viaggio da Marsiglia sino alla Scandinavia per assistere alle imprese del figlio.

160681875
Papa Gaston assiste alla finale – da gettyimages.it

Consapevole che per avere una chance di vittoria deve nuotare al di sotto del proprio fresco record europeo, Boiteux imprime alla gara subito un ritmo forsennato che sorprende i suoi più diretti antagonisti, con Ostrand incapace di tenere il passo, mentre Konno, più portato alle lunghe distanze, cerca di ridurre il distacco dopo metà gara.

Indubbiamente stanco per lo sforzo profuso in avvio, Boiteux vede il proprio vantaggio ridursi negli ultimi 100 metri, con Konno a sferrare l’attacco decisivo alla virata dei 350, solo però per avvicinarsi al francese, il quale raccoglie i residui scampoli di energia per andare a toccare nel nuovo record olimpico ed europeo di 4’30”7, con l’americano buon secondo in 4’31”1 ed Ostrand a completare il podio in 4’35”2, curiosamente lo stesso identico tempo con cui Jany aveva fatto suo titolo e primato europeo a Montecarlo nel ’47.

160681872
Konno, Boiteux ed Ostrand alla premiazione – da gettyimages.no

Non ancora resosi ben conto dell’impresa compiuta e bisognoso, più che altro, di riprendere fiato, Boiteux è involontario protagonista di una delle scene più famose e grottesche della Storia dei Giochi, quando si vede catapultare addosso un attempato signore che, sfuggito al controllo dei giudici e degli addetti alla sorveglianza, si tuffa in acqua tutto vestito e con il classico basco in testa ben prima che tutti ed otto i concorrenti abbiano completato la gara.

160681953
Boiteux e papà Gaston in acqua – da gettyimages.it

La scena è talmente curiosa che subito i fotografi la catturano, mentre sulle tribune giornalisti, dirigenti e spettatori si interrogano su chi possa essere l’autore di quello – per certi versi, sconsiderato – gesto, interrogandosi in più lingue … “Il Manager …?”, “forse il Coach …?”, ricevendo la forse più scontata, ma meno prevedibile delle risposte (in francese …) … “Mais non, …. C’est Papa (Gaston) …!!”.

ok_13104
Boiteux aiuta il padre ad uscire dalla piscina – da urheilumuseo.fi

E, con questa immagine da consegnare agli archivi del “Grande Romanzo delle Olimpiadi”, Boiteux – che il giorno seguente fallisce l’accesso alla Finale dei 1500sl, dopo aver nuotato in 2’06”4 l’ultima frazione della staffetta 4x200sl che consegna alla Francia il bronzo alle spalle di Stati Uniti e Giappone, con la soddisfazione di lasciare ai margini del podio il quartetto svedese – ancora non sa che la sua medaglia d’oro olimpica resterà ineguagliata in casa transalpina per ben 52 anni, prima che analoga impresa venga compiuta in campo femminile da Laure Manaudou nel 2004 ad Atene, curiosamente anch’essa sui 400sl.

Boiteux non riuscirà più a ripetersi ad alti livelli, né in campo europeo – argento in staffetta e non meglio che quinto sui 400sl a Torino ’54 – che tantomeno olimpico, giungendo sesto a Melbourne ’56 sui 1500sl, ma oramai il suo nome era e resterà per sempre scritto come una delle più belle pagine nella Storia del nuoto francese …

ARMANDO PICCHI, IL “CAPITANO” CHE NON HA MAI RINNEGATO LE SUE ORIGINI

Picchi-armando-coppe
Armando Picchi – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

In principio fu Valentino Mazzola, il capostipite della “storica” figura del Capitano, un ruolo che al giorno d’oggi ha perso gran parte del proprio significato, a parte la foto di rito ad inizio gara con i direttori di gara per la scelta del campo e lo scambio dei gagliardetti, visto che oramai con l’arbitro si possono permettere di discutere tutti e ventidue i giocatori e che gli stessi – specie nelle squadre di vertice – sono oramai diventati “aziende di se stessi”, contornati come sono da procuratori e sponsor che ne curano i relativi interessi coi vertici societari.

Ma, 50 o 60 anni fa non era assolutamente così, i giocatori erano sottoposti al vincolo, dell’Associazione Calciatori si era ben lontani dal parlarne, e quindi la figura del Capitano assumeva un ruolo importante all’interno dello spogliatoio poiché, oltre all’essere l’unico deputato ad interloquire con il direttore di gara, era anche colui che intratteneva i rapporti sia con il tecnico che, soprattutto, con la dirigenza, ed in particolare il Presidente, in specie per quanto riguardava gli ingaggi ed i premio partita, una specie di sindacalista, dunque.

E come il citato Valentino Mazzola aveva ricoperto al meglio tale ruolo nel “Grande Torino” dei cinque scudetti consecutivi, così un’altra epica figura ne avrebbe ricalcato le orme in un’altra eccezionale formazione, capace di dominare in campo nazionale per un quinquennio – con la conquista di tre scudetti che sarebbero potuti essere tranquillamente cinque consecutivi – ma con l’aggiunta della massima gloria in campo internazionale, campione d’Europa e del Mondo, tanto da fregiarsi anch’essa dell’appellativo di “Grande Inter”.

Stiamo ovviamente parlando di Armando Picchi da Livorno, nato nella città portuale toscana il 20 giugno 1935 ed alla quale resterà per sempre legato nella sua pur breve e tragica esistenza, anche quando i successi a livello mondiale lo porteranno a calcare i campi più disparati d’Europa e Sudamerica.

Ultimo di quattro fratelli, “l’Armandino” – un soprannome che nella sua città gli resterà appiccicato a vita – a differenza degli altri componenti la famiglia, non eccelle sui banchi di scuola, ma del resto poteva anche essere comprensibile, avendo come punto di riferimento, nonché idolo per un ragazzino di neanche 10 anni, il fratello maggiore Leo, di 14 primavere più anziano di lui, che nel primo Dopoguerra campeggiava all’Ardenza nel ruolo di elegante centrocampista, tanto da essere scelto dal Torino per la rifondazione della squadra dopo la tragedia di Superga del ’49.

Inseparabili, Leo e Armandino, che il fratello maggiore se lo coccolava portandoselo in giro sulla canna della bicicletta, con immancabile destinazione i “Bagni Fiume” dove si forgiavano i “veri Campioni” con interminabili partite nel “gabbione” – specialità tipicamente livornese, al pari del cacciucco, trattandosi, per chi non lo sapesse, di un campo in cemento recintato con porte minuscole e dove la palla non esce mai – dove le sfide vedevano misurarsi i grandi amici di Armando, il “Lupo” Balleri e Mauro Lessi.

Quando si ha un idolo, come nel caso di Leo, il sogno è quello, un giorno, di ripercorrerne le gesta e così, mentre il fratello maggiore – lui sì, anche studente modello, tanto da prendere la laurea in farmacia che utilizza per aprire una tale attività in città – tira gli ultimi calci sul prato dell’Ardenza, ritirandosi a fine stagione ‘54 con gli amaranto in Serie C, ecco che l’anno seguente tocca ad Armandino debuttare alla terz’ultima giornata di un Campionato che vede il Livorno conquistare la Promozione tra i Cadetti.

Gioia di breve durata, poiché al termine del successivo Campionato, concluso al penultimo posto, gli amaranto si ritrovano nuovamente tra gli allora Semiprofessionisti, con Picchi che inizia a ritagliarsi sempre più spazio in prima squadra, ma nel ruolo di mezz’ala però, prima che il tecnico Ugo Conti lo retroceda a terzino a far coppia con Lessi e Balleri a presidiare il centro area.

Il cambio tattico dà i suoi frutti e, nella stagione 1958-’59, conclusa dagli amaranto al quinto posto, non sono pochi gli osservatori che pongono il loro sguardo su quella difesa così ben organizzata, ivi compresi quelli della Fiorentina, ma alla fine a spuntarla è la Spal del Presidentissimo Paolo Mazza, che si porta a casa la coppia Picchi-Balleri nell’estate ’59.

Esordire in Serie A a 24 anni e per di più in una provinciale come la formazione estense, sembra ben lungi dal far presagire un futuro di successi, ma la splendida stagione disputata e conclusa con il quinto posto finale, miglior piazzamento della storia spallina, fa sì che lo scaltro Mazza intenda immediatamente “monetizzare” l’investimento dell’anno precedente, accettando di buon grado le offerte pervenutegli da Inter e Torino, con conseguente trasferimento dell’Armandino in nerazzurro e del “Lupo” ai granata.

L’approdo di Picchi all’Inter nell’estate ’60 coincide con l’arrivo sulla panchina del “Mago” Helenio Herrera, reduce dai trionfi catalani con i “blaugrana” del Barcellona, fortemente voluto da Angelo Moratti, Presidente nerazzurro dal 1955 e che, sinora, non era ancora riuscito a far girare a suo favore la supremazia cittadina del suo amico/rivale Rizzoli (Angelo pure lui …) che, con lui alla guida, aveva visto il Milan aggiudicarsi gli Scudetti del 1955, ’57 e ’59, mentre l’ultima stagione era toccato alla Juventus festeggiare, con i nerazzurri quarti a 15 punti di distacco.

Inter,_Armando_Picchi_e_Helenio_Herrera
Armando Picchi ed Helenio Herrera – da wikipedia.org

Convinto che la scelta del “Mago” sia quella giusta, Moratti si svena per venire incontro alle elevate pretese del tecnico quanto ad ingaggio, ed i primi risultati sono alquanto confortanti, pur incappando l’Inter, alla 7.ma giornata, in una inaspettata sconfitta per 1-2 all’Appiani contro il Padova “catenacciaro” del Paron Rocco, contro il quale Herrera si troverà a rivaleggiare nei suoi successivi anni milanesi.

Sconfitta che giunge alla vigilia dell’appuntamento maggiormente sentito da Moratti, vale a dire il derby, in programma la settimana successiva, 20 novembre ’60, e che fornisce una svolta tattica importante per Herrera, in quanto, rimasto colpito dalla prestazione del libero biancoscudato Blason, si convince ad impiegare in tal ruolo proprio Balleri che, dietro consiglio di Picchi, l’Inter preleva dal Torino nel mercato autunnale, facendolo esordire proprio nel derby, che l’Inter si aggiudica per 1-0 con una rete in chiusura di primo tempo realizzata, pensate un po’, dall’Armandino, lesto a riprendere una corta respinta della barriera su punizione di Lindskog e trafiggere in diagonale Ghezzi, per quella che resterà la sua unica rete in Campionato con la maglia nerazzurra.

uff333_1964
Picchi, Lo Bello e Rivera, il “Derby” anni ’60 – da magliarossonera.it

L’Inter viaggia spedita in vetta alla Classifica, chiudendo l’andata in testa con 26 punti e tre di vantaggio sul Milan, ma nel mese di marzo incappa in una serie negativa di quattro sconfitte consecutive – comprese un secondo 1-2, stavolta interno, ancora contro il Padova e la sconfitta nel derby con analogo punteggio – che le fanno perdere la testa della Classifica ed, anche se l’esito del Torneo sarà inficiato dalla decisione della Lega in ordine al match di Torino con la Juventus – inizialmente dato vinto ai nerazzurri per 2-0 per invasione di campo per poi disporne la ripetizione a giochi ormai fatti – inizia a farsi opinione comune negli ambienti nerazzurri che i metodi di allenamento maniacali di Herrera portino i giocatori ad esaurire anzitempo le energie.

Un tarlo che, nella mente di Moratti, prende sempre più consistenza l’anno successivo, quando la storia si ripete, con i nerazzurri Campioni d’inverno con largo margine – 27 punti rispetto ai 23 di Fiorentina e Bologna ed ai 22 del Milan – e protagonisti di un crollo verticale nel ritorno, chiudendo la Stagione al secondo posto ed oltretutto alle spalle del Milan, guidato da quel Rocco, “bestia nera” di Herrera.

Con il tecnico impegnato nei Mondiali in Cile alla guida della Spagna, Moratti pensa seriamente alla sua sostituzione puntando su quell’Edmondo Fabbri protagonista del “Miracolo Mantova”, condotto dalla Serie D sino alla Massima Serie, ma in soccorso del “Mago” arriva proprio Picchi, il quale, da buon toscano, aveva intuito come Herrera avesse già trovata la soluzione “interna”, proprio con lo spostamento del “Capitano” – cui aveva nel frattempo anche consegnato i relativi gradi – nel ruolo di libero, sostituendolo a terzino con quel Burgnich prelevato dal Palermo e troppo frettolosamente “scaricato” dalla Juventus.

Già, e qui torniamo alla premessa, Herrera forse non è mai stato un tattico d prim’ordine – di lui si è sempre detto che non era in grado di leggere le partite – ma sicuramente un grande motivatore, psicologo e, soprattutto, conoscitore di uomini, date anche le proprie vicissitudini derivanti da un’infanzia vissuta in miseria, e non poteva passargli inosservato il carisma di Picchi, che lo faceva essere leader nonché allenatore in campo di una squadra che, oramai per tradizione consumata nel tempo, doveva essere considerata difficile da gestire.

Inter64b
Inter Campione d’Italia 1962/63 – da piramidedicambridge.com

E Picchi, capitano silenzioso e forsanche timido fuori dal campo, sul rettangolo di gioco si trasforma, formando con Guarneri una insuperabile coppia centrale difensiva, dispensando consigli ai compagni e mettendo in pratica impeccabili chiusure sugli attaccanti lanciati a rete, divenendo il primo direttore, in fase difensiva, di un’orchestra la cui bacchetta veniva poi passata al genio calcistico di Luisito Suarez per dar vita ad una formazione che – compreso il lancio in prima squadra di Facchetti (altra geniale intuizione del Mago …), l’esplosione del talentuoso Sandrino Mazzola, la velocità dell’ala brasiliana Jair e l’estro a fasi alterne di Corso – per cinque anni domina in Italia, in Europa e nel Mondo, vincendo anche meno di quel che forse avrebbe meritato.

1510392_w1
Picchi, alla destra di Facchetti con la Coppa, festeggia la vittoria sul Real Madrid – da thesun.co.uk

Ma in una squadra così infarcita di campioni, il rispetto da parte dei compagni uno se lo deve conquistare, ed anche su questo aspetto Picchi si dimostra trascinatore, sia nel relazionarsi con il tecnico ed il Presidente per la gestione dei premi e degli ingaggi – lo stesso Moratti ammetterà che l’Armandino pensava più ai propri compagni che a se stesso, atteggiamento tipico della generosità livornese – che nel dare l’esempio sugli infuocati campi di Coppa dei Campioni e, soprattutto, nelle due trasferte sudamericane sul campo degli argentini dell’Independiente, dove più che partite di calcio si giocavano vere e proprie guerre, nel corso delle quali non era raro sentire il Capitano appellarsi allo spirito di patria per incoraggiare i compagni ed invitarli a non mollare, nonostante l’ambiente ostile e financo pericoloso.

Coppa_Campioni_1964-65_-_Inter_vs_Benfica_-_Mário_Coluna_e_Armando_Picchi
Scambio di gagliardetti tra Picchi e Coluna, Finale di Coppa Campioni ’65 – da wikipedia.org

Un atteggiamento, quello di Picchi, apparentemente schivo, ma che dentro di sé aveva forgiati la tempra ed il carattere dell’uomo di mare, in cui, anni dopo, si rispecchierà un altro grande leader dei “cugini” come Franco Baresi, nel mentre l’Armando riesce anche nell’impresa – dopo averli bonariamente presi in giro in allenamento – di portare, durante le ferie estive – che, puntualmente trascorreva nella sua amata Livorno, con al massimo qualche “puntatina” all’Isola d’Elba, altro che le vacanze esotiche del giorno d’oggi – i più celebrati campioni della “Grande Inter per cimentarsi nel “gabbione”, lì dove “veramente si vede chi ha le palle …!!”, per la gioia dei ragazzini dell’epoca che potevano ammirare da vicino giocatori così affermati, compreso addirittura Suarez (!!), ai quali immancabilmente si univano gli “amici di sempre” Lessi e Balleri.

E, soprattutto, Picchi è sempre stato esempio di una grande professionalità, che lo ha portato ad accettare qualsiasi decisione, anche la più amara, come per lo scarso impiego in Nazionale da parte di Fabbri (che, da buon rancoroso, forse non gli aveva perdonato di avergli impedito il suo mancato arrivo sulla panchina nerazzurra), il quale arriva a convocare per i Mondiali in Inghilterra addirittura la riserva Landini della retroguardia interista, ma lasciandolo fuori dai ventidue selezionati, ed altrettanto per essere stato scaricato da Herrera al termine dell’infausta stagione ’67 culminata con la perdita dello Scudetto a Mantova all’ultima giornata, la sconfitta in Finale di Coppa Campioni ad opera del Celtic e l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia – ultima partita disputata da Picchi in maglia nerazzurra – proprio contro quel Padova che gli aveva dato la prima delusione nel novembre ’60.

A 32 anni suonati e con un palmarès di assoluto rispetto, Picchi avrebbe potuto concludere la carriera ed, invece, accetta di buon grado il compito di far da chioccia al neopromosso Varese del Presidente Borghi che, grazie al proprio contributo ed all’esplosione in attacco del giovane Pietro Anastasi, finisce il Campionato in un’eccellente ottava posizione, e, da un punto di vista personale, riguadagnandosi il posto in Nazionale, con nel mirino i Campionati Europei ’68.

Schierato dal nuovo Tecnico Ferruccio Valcareggi in tutte e sei le gare del Girone di qualificazione contro Cipro, Romania e Svizzera, Picchi scende in campo da titolare anche nell’andata dei quarti di finale a Sofia contro la Bulgaria per quella che sarà la sua ultima presenza in Azzurro, a causa di un violentissimo scontro di gioco con Jakimov, che pone di fatto fine alla sua carriera calcistica, pur rientrando l’anno seguente al Varese del quale assume anche la guida tecnica nel finale di Campionato, non riuscendo però ad evitarne il ritorno tra i Cadetti.

Picchi avrebbe voluto proseguire almeno un altro anno per inseguire il sogno di disputare in Messico quel Mondiale che gli era stato negato da Fabbri quattro anni prima, ma il suo ingaggio non venne suggerito da nessun allenatore di Serie A, temendo, non a torto, di allevarsi in casa un possibile sostituto e quindi, fatto buon viso a cattivo gioco, quale luogo migliore per sfogare la propria amarezza che ritornare a respirare il salmastro della sua Livorno, a cui non può certo dire di no quando gliene viene offerta la panchina, a fine dicembre ’69, con gli amaranto al quart’ultimo posto in classifica nel Campionato di B.

Ottima occasione per dimostrare le proprie qualità che Picchi non si lascia sfuggire, conducendo la squadra del cuore ad una più che tranquilla salvezza, concludendo il Torneo al nono posto, tanto da attirare le attenzioni del Presidente juventino Boniperti che sta mettendo le basi – dopo i nefasti anni ’60 trascorsi ad ammirare i trionfi delle milanesi – per il ciclo bianconero degli anni ’70 e non ha dubbi nel ritenere il 35enne livornese l’uomo giusto cui affidare il compito della ricostruzione.

Allenatori Juventus
Picchi nelle vesti di allenatore Juventus – da wikipedia.org

Un compito al quale Picchi si avvicina con la solita, consueta, professionalità e dedizione – pur vivendo, sul piano umano, una difficile situazione familiare per una infezione causata alla moglie Francesca in occasione del parto cesareo del loro secondo figlio, Gianmarco, circostanza che fece temere per la vita della giovane – quando iniziano a manifestarsi le avvisaglie del terribile male al quale lui, Capitano di tante battaglie, dovrà arrendersi, spengendosi alla soglia dei 36 anni, il pomeriggio del 26 maggio ’71, proprio mentre alla sera i “suoi ragazzi” sarebbero scesi in campo per la Finale di andata di Coppa delle Fiere, contro gli inglesi del Leeds.

La notizia non fu comunicata ai giocatori per non disturbarli, ma ci pensò il cielo ad onorarne la memoria, con un violento temporale che indusse il direttore di gara a sospendere l’incontro, mentre la salma dello sfortunato Armandino veniva trasportata dalla Casa di Cura di San Romolo (frazione di Sanremo), dove era ricoverato, alla sua città natale, dove i familiari avevano predisposto per il mattino del 28, i funerali in forma strettamente privata.

Ma se Picchi non aveva mai dimenticato la “sua” Livorno, come è possibile pensare che i livornesi potessero dimenticare il “loro” Armandino, ed appena si sparge la notizia circa le volontà della famiglia, si verifica una sorta di sollevazione popolare – con a capo il Sindaco, i lavoratori portuali e le maestranze dei cantieri Orlando – affinché le esequie si tenessero in un orario in cui chiunque vi potesse partecipare per dare un ultimo, commosso saluto al “Capitano”, sollecitazione alla quale la famiglia non si oppone, con la funzione svoltasi alle 17,30 presso la Cappella della Misericordia gremita da rappresentanti di tutto il mondo calcistico ed una folla di quasi 20mila persone ad attendere il feretro all’uscita, dato che i negozi erano chiusi per l’occasione.

Livorno dedicherà allo sfortunato Armando il proprio stadio e, nel ricordarne la figura, il pensiero va a come sarebbe stato felice, l’Armandino, di tirar su – a sua immagine e somiglianza – quel Gaetano Scirea che il giorno della sua scomparsa era appena divenuto maggiorenne e che sarebbe approdato alla Juventus nell’estate ’74 solo per essere accomunato al “Capitano”, oltre che per classe, carisma e vittorie, anche per analoga, tragica e prematura scomparsa, manco a dirlo, alla stessa età di 36 anni.

La domanda, cui non ci è concessa risposta, è sempre la stessa …. “Ma perché, mio Dio, perché …??”

ROLF EDLING, IL COLOSSO MANCINO CHE VIENE DAL FREDDO

Rolf_Edling_1972.jpg
Rolf Edling – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Rolf Erik Sören Edling è il colosso mancino che viene dal freddo. Quasi due metri d’altezza, quasi un quintale di peso, è svedese anche se nato in India, a Bombay, dove il padre lavora per una compagnia elettrica. Classe 1943, comincia a tirare di scherma a Sigtuna, periferia di Stoccolma e finirà la carriera con un oro alle Olimpiadi nel ’76, cinque titoli mondiali tra individuale e a squadre, un argento e quattro bronzi sempre nella rassegna iridata.

Per lui una maturazione lenta ma inarrestabile, come si conviene a uno spadista di buon talento, in un’arma che in Svezia ha comunque buona tradizione anche, se prima di lui, è ferma al bronzo olimpico di Nils Hellsten a Parigi 1924 e ai due argenti a squadre di Berlino ’36 e Helsinki ’52 (sempre dietro l’Italia, curiosamente).

Il primo risultato importante fuori dai confini per Edling, dall’immancabile pizzetto, è quello del 1969 a L’Avana, ai Mondiali. Lui è già 26enne: la medaglia è il bronzo nella spada a squadre dietro Urss e Ungheria. Stesso risultato a Vienna nel 1971, quando ci aggiunge anche il bronzo individuale, dietro al russo Kryss, già campione olimpico a Tokyo, e dietro al torinese Granieri.

Il primo oro sarà davanti al pubblico di casa a Goteborg, nel 1973, quando ha già trent’anni ed è completo dominio svedese: primo lui, secondo Hans Jacobson, terzo il nostro Pezza. A Grenoble è forse il suo punto più alto: 1974, doppietta iridata a squadre (sulla Germania Ovest) e individuale (sul francese Brodin). Nel 1975 continua la serie aurea ai Mondiali: titolo a squadre, ancora davanti alla Germania Occidentale. E poi ecco l’appuntamento con il destino, in Canada: Montréal 1976, di nuovo davanti alla Germania guidata dal fresco e giovane campione olimpico Alexander Pusch in rampa di lancio. E proprio qualche giorno prima, nella equilibratissima poule finale della prova individuale, Edling aveva battuto proprio Pusch, pur dovendosi alla fine accontentare del sesto posto conclusivo. Stavolta invece è medaglia d’oro olimpica, la prima nella storia della scherma svedese. Insieme a lui Carl von Essen, Hans Jacobson e i più giovani Leif Högström e Göran Flodström. 8-5 il finale sui tedeschi. Da allora a oggi, la Svezia tornerà soltanto una volta sul gradino più alto del podio ai Giochi: sempre nella spada, nel 1980 a Mosca, con Johan Georg Harmenberg.

Gli ultimi squilli di Edling saranno quelli del 1977-78. Un oro a squadre e un argento individuale (dietro il connazionale Harmenberg ) ai Mondiali di Buenos Aires e il bronzo a squadre ad Amburgo.

Tra i riconoscimenti fuori dalla pedana, Edling viene premiato nel 1973 con la medaglia d’oro del “Svenska Dagbladet”, il premio che il quotidiano svedese assegna dal 1925 al migliore sportivo dell’anno: è il secondo (e ultimo schermidore fino ad oggi), 38 anni dopo Hans Drakenberg, argento a squadre a Berlino e campione del mondo nel ’35. Si tratta di un premio prestigioso che nel suo palmarès è ovviamente dominato da tennis, sci e atletica leggera e che l’anno dopo, nel 74, vedrà la vittoria di Björn Borg, appena diventato il più giovane vincitore del Roland Garros, e nel 75 di un’altra leggenda come lo sciatore Jan Ingemar Stenmark (entrambi, Borg e Stenmark, faranno doppietta insieme nel ’78).

WIMBLEDON 1973, STORIA DI UN TORNEO BOICOTTATO DAI MIGLIORI

kodes e metreveli.jpg
Metreveli e Kodes – da wbur.org

articolo di Nicola Pucci

Soffia un vento strano, a pochi giorni dall’apertura dei Doherty Gates a Wimbledon nel 1973. E non annuncia niente di buono.

Infine firmata la pace tra Lamar Hunt, fondatore/presidente del circuito WCT, e la Federazione internazionale, ad onor del vero il tennis dei professionisti sembra aver ritrovato serenità ed equilibrio, ed anche la vecchia, cara Coppa Davis diventa open.

Con l’autorizzazione a partecipare garantita ai professionisti, la massima competizione riservata alla nazionali riprende vigore, dopo una fase di appannamento che i soli Smith e Nastase, tra i grandi, sono riusciti ad onorare negli ultimi quattro anni. E’ pur vero che la ventata innovativa non pare riguardare l’Australia, che in attesa del ritorno dei mammasantissima Laver e Newcombe, affatto disposti a lasciar l’America, dove svolgono con profitto l’attività tennistica, per competere nei primi turni della zona asiatica, obbliga il capitano Neale Fraser a convocare due veteranissimi come Ken Rosewall, 39 anni, e Mal Anderson, 38 anni. Il “vecchio” Ken ritrova la competizione a 20 anni di distanza dalla sua prima vittoria (3-2 agli Stati Uniti nel 1953), mentre il compagno torna a difendere i colori del suo paese 15 anni dopo l’ultima sua apparizione (finale del 1958, sempre con gli Stati Uniti, ma stavolta con sconfitta per 3-2), ma l’entusiasmo è quello dei ben tempi andati e gli oceanici, con l’apporto anche di Geoff Masters e Colin Dibley, agguantano la finale interzona contro l’India.

Se per l’Australia, dunque, non sembrano esserci problemi, non altrimenti succede ovunque. Dato che questa nuova opportunità di poter selezionare un qualsiasi giocatore pone un emblema di non facile risoluzione: i professionisti, siano essi indipendenti o sotto contratto con qualche circuito, sono liberi di garantire la loro disponibilità a seconda dell’interesse personale oppure devono sottomettersi all’autorità delle loro Federazioni? L’Australia ha deliberato, Laver e Newcombe possono declinare la selezione conservando nondimeno la possibilità di giocare la fase finale della competizione. Ma in Yugoslavia, ad esempio, le cose vanno diversamente e gli accadimenti che sto per raccontarvi segneranno indelebilmente l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon.

18-20 maggio: la Yugoslavia incontra la Nuova Zelanda a Zagabria, in un match valido per la zona B europea, perdendo 3-2. Niki Pilic, il numero 1 balcanico, non partecipa all’incontro, impegnato nel torneo WCT di Las Vegas.

20 maggio: la Federazione yugoslava afferma che Pilic aveva accettato la selezione per poi rendersi indisponibile al momento dell’incontro. Sospende il giocatore per nove mesi e chiede alla Federazione internazionale di fare altrettanto.

21 maggio: la Federazione internazionale avverte la Federazione francese che Pilic non prenderà parte al torneo del Roland-Garros che prende il via proprio in quel giorno. L’ATP (Associazione Tennistica Professionisti) chiede le prove del fatto che Pilic avesse accettato la selezione, lasciando intendere che nel caso non venissero prodotte, alcuni dei suoi membri diserterebbero per solidarietà a Pilic il torneo parigino.

22 maggio: la Federazione francese è colta dal panico. Se gli 82 giocatori che aderiscono all’ATP boicottano il Roland-Garros, sarebbe un fiasco finanziario clamoroso, essendo i francesi molto meno fedeli al tennis di quanto non lo siano gli appassionati londinesi che seguono Wimbledon. La Federazione internazionale consiglia Pilic di fare appello avverso la squalifica in modo da prendere tempo e poter giocare a Parigi, al pari dei colleghi dell’ATP. Il comitato d’urgenza della Federazione internazionale decide di riunirsi il 1 giugno, in presenza dell’ATP, della Federazione yugoslava e dello stesso Pilic.

1 giugno: la Federazione internazionale, sentite le parti, conferma la squalifica di un mese per Pilic. La decisione verrà resa pubblica subito dopo la finale dello Slam parigino, nel frattempo Pilic può giocare al Roland-Garros, disputando il miglior torneo della carriera. Il 3 giugno, dopo aver battuto Paolo Bertolucci ai quarti e Adriano Panatta in semifinale, e senza esser testa di serie, guadagna la finale per poi cedere il passo a Ilie Nastase, nettamente, 6-3 6-3 6-0.

4 giugno: iniziano gli Internazionali d’Italia a Roma, minacciati dalla decisione presa dalla Federazione internazionale. Per salvare il torneo Giorgio Neri, presidente della Federazione italiana, decide di ammettere in tabellone Pilic.

24 giugno: Pilic non può iscriversi ai tornei che precedono Wimbledon. E a Londra non può essere ammesso a partecipare. L’ATP ritiene inammissibile la cosa e decreta la sua solidarietà al giocatore, affermando altresì che non è stata presentata nessuna prova che Pilic avesse accettato la convocazione per la sfida di Coppa Davis. All’ultima ora Allan Heyman, presidente della Federazione internazionale, Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon, e Cliff Drysdale, rappresentante dell’ATP, cercano l’accordo ma non arrivano a compromesso e l’ATP, riunita nella notte, delibera 7 voti favorevoli a 1 e 2 astenuti per il boicottaggio del torneo che si apre l’indomani, 25 giugno.

kodes.jpg
Ian Kodes – da gettyimages.com

Ad osservare da vicino gli eventi, c’è da non crederci. Sembra di esser tornati indietro nel tempo, alle stesse motivazioni e con gli stessi attori che partorirono poi nel 1968 la svolta verso l’era Open del tennis. Nessuno, in buona sostanza, è veramente al corrente di quel che sia accaduto tra Pilic e la sua Federazione prima della sfida di Coppa Davis con la Nuova Zelanda. Fatto è che Pilic, partecipando al circuito WCT, trae profitto ben più che rispondendo ad una chiamata della sua nazionale, come non avviene da cinque anni. Che ci sia stato un malinteso tra Federazione e giocatore? Probabile, come altrettanto probabile è che Pilic avesse tutto l’interesse di decidere indipendentemente di giocare il torneo di Las Vegas. Resta altresì incomprensibile come Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon che tanto si era adoperato perchè l’era Open del tennis chiudesse l’annosa questione legata al professionismo, abbia in questo caso tenuto un atteggiamento neutrale, non rinunciando ad ignorare la sospensione di Pilic così come aveva fatto il collega del torneo di Roma.

E così 79 degli 82 giocatori iscritti all’ATP disertano l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon. Solo tre di loro rifiutano di aderire al boicottaggio: Ilie Nastase, numero 1 del mondo, che ha timore di venir radiato dalla sua Federazione; Roger Taylor, giocatore di casa, che sente di dover rispettare il pubblico londinese garantendo la sua presenza, e il modesto Ray Keldie, giocatore australiano di terza fascia. Tutti i giocatori dell’est Europa, in qualità di dilettanti, sono a loro volta presenti all’evento. Ma è inevitabile che si pensi anche al dopo. Che succederà in seno all’ATP nel caso in cui Nastase o Taylor dovessero vincere il torneo approfittando dell’assenza degli altri big?

Fortuna vuole che il campione rumeno, che è ovviamente prima testa di serie, si faccia eliminare agli ottavi dall’americano Sandy Mayer, per vincere invece la prova di doppio associato a Jimmy Connors. Taylor, dal canto suo, numero 3 del tabellone, procede spedito fino alla semifinale, battendo ai quarti di finale un 17enne scandinavo che sta facendo strage di cuori e cambierà il tennis, tale Bjorn Borg, che cede 7-5 al quinto set, perdendo a sua volta, e con lo stesso punteggio, con il cecoslovacco Jan Kodes, testa di serie numero 2 e vincitore al Roland-Garros nel 1970 e nel 1971. Il britannico si risparmia così qualche conto in sospeso con i colleghi dell’ATP, nondimeno assurgendo al rango di eroe dei sudditi di Sua Maestà che lo eleggono a loro beniamino sostenendolo con passione quasi esagerata.

Costretti all’ultimo minuto a ridisegnare il tabellone, i dirigenti di Wimbledon fanno appello alle vecchie glorie e ai giovani rampanti per non accusare troppo il colpo. In assenza di Stan Smith, campione uscente, Pietrangeli, Sedgman e Fraser sono ancora della partita, pur pagando dazio all’età che avanza ed uscendo in blocco al primo turno; Borg, vincitore l’anno prima del torneo juniores, è il sesto favorito mentre Jimmy Connors è accreditato della quinta testa di serie. Sono loro le nuove vedette di Wimbledon. Se lo svedese scatena orde di ragazzine che invadono il campo in cerca di un autografo infrangendo un protocollo rigidissimo e che si perde nel tempo, l’americano affascina per un tennis d’attacco che pare destinato a portarlo in breve tempo molto in alto.

borg.jpg
Borg a Wimbledon 1973 – da pinterest.com

Il boicottaggio, ad onor del vero, non ha effetto sul successo di pubblico del torneo che chiude con l’ennesimo record di presenze sugli spalti. Wimbledon, forte di una tradizione centenaria, è una festa del tennis, da sempre, e i londinesi non cambiano le loro abitudini: se non ci sono i campionissimi, fa lo stesso. Gli stessi giornalisti non hanno di che lamentarsi, per gli exploit di Borg e il millantato fidanzamento tra Jimmy Connors e Chris Evert, e le conferenze stampa quasi sempre fanno il pieno. Se i vecchi campioni con la loro assenza hanno spianato la strada agli emergenti, è bene dirlo che non l’hanno resa loro troppo difficile.

Sono infine due giocatori che vengono dall’est Europa a presentarsi all’appuntamento con la finale, l’8 luglio sul Centre Court più famoso al mondo. Il cecoslovacco Jan Kodes, numero 2, e il sovietivo Alex Metreveli, numero 4, non sono affiliati all’ATP e quindi le loro prestazioni sono liberate da quegli scrupoli che invece hanno ingolfato l’anima di Ilie Nastase, sulla carta il grande favorito del torneo. Kodes, che ha già due tornei dello Slam in curriculum, lascia un set al giapponese Hirai al primo turno e all’indiano Mukerjea agli ottavi, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro l’altro indiano Amritraj ai quarti e appunto Taylor in semifinale, entrambi superati 7-5 al set decisivo; Metreveli, dal canto suo, liquida senza troppi patemi Matthews, Giltinan, Cooper e Feaver, tutti in tre set, per poi spengere ai quarti l’ardore agonistico di Connors e approfittare in semifinale di un Sandy Mayer forse appagato dall’impresa con Nastase. All’atto decisivo Kodes si impone in tre set, 6-1 9-8 6-3, senza troppa enfasi, abbozzando un sorriso stretto ed alzando la coppa senza eccessiva convinzione. Certo, era necessario un vincitore che desse lustro all’albo d’oro, e il 27enne praghese è perfetto, tanto da confermare il trionfo due mesi dopo sull’erba di Forest Hills, finalista battuto da Newcombe in cinque set agli US Open.

E così, se il boicottaggio non ha prodotto sconquassi nel pubblico, ha altresì reso l’ATP un interlocutore credibile e rispettato, tanto da prendere definitivamente il posto di promotori privati come Lamar Hunt e diventare il punto di riferimento per i giocatori, protetti nei loro interessi nei rapporti con la Federazione internazionale e i tornei del Grande Slam. Certo è che Kodes… prende, ringrazia e porta a casa!

 

LA POOL COMENSE E QUEL SOGNO REALIZZATO CHIAMATO COPPA DEI CAMPIONI

Pool Comense 1994.jpg
La Pool Comense 1994 – da museodelbasket-milano.it

articolo di Nicola Pucci

Gli anni Novanta della pallacanestro femminile italiana sono segnati dal dominio di una squadra che ha scritto pagine memorabili non solo sul territorio nazionale, ma anche in campo europeo.

Il basket a Como ha radici antiche, se è vero che l’Associazione Sportiva Dilettantistica Ginnastica Comense, nata nel 1872, ha cominciato ad esercitarsi con la palla a spicchi a far data dal 1919 con i maschietti, per poi dare spazio dal 1945 anche alle ragazze. Che in riva al Lario, allenate da Enrico Garbosi, giocano proprio bene e conquistano ben presto quattro scudetti consecutivi tra il 1950 e il 1953. Ma il successo ha vita breve, Garbosi si alterna alla guida della Reyer Venezia maschile e con il suo allontanamento Como chiude i battenti. Per riaprirli negli anni Sessanta, proiettandosi poi negli anni Settanta del centenario della fondazione della società, ed attaccare le prime posizioni del basket nostrano negli anni Ottanta quando la pallacanestro si stacca dalla ginnastica e vive di luce propria.

Fino, appunto, al 1989 quando un gruppo di sponsor unisce le forze per dar vita a quella realtà che prende il nome di Pool Comense, destinata a segnare un’epoca. Perso clamorosamente lo scudetto 1990 dopo aver condotto per 2-0 la finale con Cesena, Como instaura una dittatura vera e propria che porta in dote alla squadra nerostellata addirittura nove successi consecutivi in campionato (il totale ad oggi ammonta a 15) e cinque vittorie in Coppa Italia. Insomma, in Italia non ce n’è proprio per nessuna ed è quindi ora di provare a far saltare il banco anche in Europa.

L’approccio ad onor del vero non è dei più confortanti, con la delusione del 1991 quando in Coppa Ronchetti Como perde all’atto decisivo con la Gemeaz Milano, castigata dai 33 punti di Cinzia Zanotti, e la cocente eliminazione in semifinale di Coppa del Campioni dell’anno successivo, per mano della Dinamo Kiev che poi perderà in finale con Godella. E proprio con le spagnole la Pool Comense dà vita nel triennio successivo, 1993-1995, una serie di tre epici scontri finali che delibereranno la squadra più forte d’Europa.

Tocca a questo punto fare un salto indietro di qualche stagione e ricordare che nel 1989, proprio in occasione della cavalcata che in campionato ha partorito la prima di una serie infinita di finali, seppur perduta, la squadra ha messo in organico giocatrici di livello assoluto, Mara Fullin, Silvia Todeschini e Renata Salvestrini su tutte che vanno a tener compagnia alla storica capitana Viviana Ballabio e a comporre l’ossatura di una formazione pronta a primeggiare in Italia e in Europa. L’anno dopo arriva da Ancona il centro Stefania Passaro e quando Aldo Corno prende il timone della squadra nel 1991 c’è solo da passare alla cassa a raccogliere i frutti, copiosi, di una programmazione senza punti deboli. Anche perché nel 1992 arriva dal Godella una certa Razija Mujanovic, pivot jugoslavo di 201 centimetri, che prende il posto di Valerie Still passata alle nemiche storiche di Cesena, e a questo punto il mosaico è completato.

La stagione 1992/1993 vede in effetti la Pool Comense mettersi in tasca il il terzo titolo italiano consecutivo, 3-0 a Cesena, a cui si aggiunge il trionfo in Coppa Italia contro Pescara. Ma è la Coppa dei Campioni l’obiettivo primario della squadra lariana, anche per infine rompere il sortilegio europeo e vendicare le due amarezze con Milano e Kiev. Il cammino della Pool Comense è convincente, con il debutto con le israeliane dell’Elitzur Holon, la passeggiata con le rumene dell’Universitatea Dacia Cluj e le otto vittorie nelle dieci partite del girone finale che vede le lombarde competere con le spagnole del Godella, detentrici del titolo, le francesi del Challes, le slovacche del Ruzomberok, la Dinamo Kiev e le ungheresi del PVSK, che garantiscono l’accesso alla Final Four di Lliria. E se la semifinale con il Ruzomberok conferma il potenziale delle nersotellate che si impongono con un netto 85-72 grazie a 27 punti dell’americana Bridgette Gordon, la finalissima con il Godella ha contorni drammatici, con la sfida che si risolve con un parziale di 11-3 per le spagnole al tempo supplementare per il 66-58 a referto che boccia le ambizioni delle comasche a dispetto dell’eccellente prova di Fullin e Mujanovic, entrambe autrici di 18 punti.

La sete di rivincita della Pool Comense non abbisogna di molto tempo per trovar soddisfazione, passano dodici mesi e a fronte dell’ennesimo successo in campionato, sempre con Cesena e sempre per 3-0, le nerostellate stavolta conquistano il tetto d’Europa. Usk Praga cede il passo all’esordio, nettamente, e per le ragazze di Corno il cammino nel girone finale è una sinfonia di 13 vittorie e una sola sconfitta, proprio contro Godella, per l’ammissione con le spagnole, le polacche del Poznan e le tedesche del Wuppertal alla Final Four che va in scena proprio a Poznan. E qui, davanti ad un pubblico appassionato e in un pallazzetto colmo di entusiasmo, la Pool Comense infrange i sogni della squadra polacca, 77-62 con Mujanovic che ne mette 19, ben spalleggiata da Gordon, 16 punti, e Fullin, 15 punti, il che apre le porte alla sfida finale con Godella, a sua volta vincitrice del Wuppertal 75-62 con la coppia Zasulskaya/Mc Clain che realizza ben 51 punti. L’atto conclusivo non ha storia. In un Pianella di Cucciago che rigurgita tifo, Como comanda già nel primo tempo chiuso sul +14, trascinata in attacco dall’immarcabile Mujanovic che firma la doppia doppia con 21 punti e 12 rimbalzi, per poi contenere nella ripresa il tentativo di rimonta della campionesse in carica che hanno in Zasulskaya e Mc Clain due eccellenti bocche da fuoco e in Pilar Valero, 20 punti, una guida precisa in regia e implacabile in atacco. Accanto a Gordon, 18 punti, e Fullin, 17 punti, Todeschini e Ballabio portano un contributo sostanziale di tecnica ed esperienza, a cui si aggiungono Passaro, Arcangeli e Stazzonelli che si fanno trovare pronto al momento opportuno ed infine, col punteggio di 79-68, è giunta l’ora per Como di alzare la Coppa dei Campioni.

Ormai regina d’Europa, la Pool Comense è piazza prelibata per chiunque voglia giocare grande basket, e la “zarinaCatarina Pollini, giocatrice tra le più forti di sempre del basket italiano, nella stagione 1994/1995 giunge ad integrare un gruppo consolidato che gioca a memoria, al pari di Elena Paparazzo. E’ l’anno dell’en-plein, con Schio battuta in campionato e in finale di Coppa Italia, e l’Europa non si sottrae neppure stavolta all’abbraccio trionfante del quintetto comasco. Wuppertal, Lubiana, Galatasaray, Dinamo Kiev e Usk Praga si trovano a sbattere il muso contro l’imbattibilità di Como, che fa dieci su dieci, per poi prevalere nei due incontri di quarti di finale con Ruzomberok, 80-76 e 81-70, qualificandosi alla Final Four che ha come teatro il Pianella di Cantù. E se la semifinale con le francesi del Valenciennes si risolve in volata, 70-66, con le solite Fullin e Mujanovic miglior marcatrici con 16 e 15 punti e con la prova di autorità di Todeschini che segna 14 punti vanificando i 25 punti della lituana Streimikyte, in finale è sfida numero tre con Godella, per definire chi delle due sia la squadra più forte del continente. Le due rivali si affrontano punto-a-punto, con Como che comanda all’intervallo, 35-32, per poi allungare nella ripresa fino al 64-57 definitivo a referto che porta la firma di una stratosferica Mujanovic, 23 punti e 7 rimbalzi, con la “zarina” che se non segna molto, solo 5 punti, si fa sentire sotto canestro mettendo anche il suo nome nell’albo d’oro della Coppa Campioni.

Negli anni a seguire Como dominerà ancora in Italia, con altri quattro titoli, ma la corsa al trono d’Europa conoscerà qualche brusca fermata di troppo. Come nel 1996, quando Wuppertal si imporrà nettamente 76-62 nella finale di Sofia grazie a 27 punti di Sandra Brondello, o come nel 1999, quando sarà Ruzomberok ad esultare a Brno, 63-48 contro una Pool Comense rinnovata e che avrà nella francese Isabelle Fijalkowski, 16 punti, la stella di prima grandezza.

Ma non importa, il basket femminile italiano ha dimora tra le sue preferita a Como ed ancor oggi, quando si parla d’Europa e di quel manipolo di campionesse, la nostalgia è proprio canaglia. Già, perchè da quel magico 1995 l’Italia è ancora in attesa di alzare la Coppa… ne ha da passar di acqua sotto i ponti!