LA RIVALITA’ TRA LEWIS E BEN JOHNSON SFOCIATA NELLO SCANDALO DOPING AI GIOCHI DI SEUL 1988

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Il podio (poi variato) dei m.100 ai Giochi di Seul ’88 – da:edition.cnn.com

Articolo di Giovanni Manenti

I Giochi di Seul 1988 rappresentano un’importante svolta nella ultracentenaria “Storia delle Olimpiadi, innanzitutto perché tornano a vedere una partecipazione pressoché totale delle Nazioni iscritte al CIO (uniche assenze di un certo rilievo, quelle di Cuba ed Etiopia …) dopo due edizioni dimezzate a causa dei boicottaggi messi in atto a Mosca ‘80 ed a Los Angeles ’84 ed, in secondo luogo, poiché sono gli ultimi in cui le Repubbliche Socialiste Sovietiche gareggiano sotto un’unica bandiera, così come la Repubblica Democratica risulta ancora autonoma rispetto alla Repubblica Federale Tedesca, in attesa della riunificazione che avviene nel successivo anno 1990.

Sono però anche i Giochi dove si tocca probabilmente l’apice del ricorso a pratiche illegali quanto all’assunzione di sostanze dopanti da parte degli atleti, circostanza che emerge a prima vista dal numero di medaglie (addirittura 102 …!!) che un Paese di poco più di 15milioni di abitanti come la ricordata Germania Orientale riesce a conquistare, un legittimo dubbio che diviene certezza anni dopo allorché diventano di dominio pubblico i carteggi segreti del cosiddetto “Doping di Stato” custoditi dalla famigerata Stasi.

Ma, ciò nonostante, il caso di doping più clamoroso ed eclatante – anche perché trova la sua immediata definizione a seguito delle analisi svolte dopo la conclusione della gara, rispetto alle prove “a scoppio ritardato” relative al caso dell’ex Ddr – riguarda proprio la prova più attesa di tutta la rassegna a cinque cerchi, vale a dire la Finale dei 100 metri piani in Atletica Leggera, che viveva sulla acerrima rivalità tra i due Campioni Carl Lewis da una parte e Ben Johnson dall’altra …

Prima di arrivare ad analizzare questa singola prova, occorre fare un passo indietro per capire cosa vi fosse dietro a questa rivalità che, nel caso di Johnson, si era nel tempo trasformata in un vero e proprio odio viscerale verso l’idolatrato fuoriclasse americano, colpevole, a suo modo di vedere, di vivere l’Atletica Leggera come una sorta di “Show personale” e che, pertanto, meritava di essere scalzato dal suo piedistallo dorato.

Nato a fine anno 1961 a Falmouth, in Giamaica, Johnson si trasferisce 15enne in Canada, assumendone la relativa cittadinanza e dove inizia a praticare atletica nella sua città di Scarborough, nell’Ontario, avendo così l’opportunità di fare la conoscenza del tecnico Charlie Francis, Campione canadese sui 100 metri piani nel 1970, ’71 e ’73, nonché componente della staffetta 4×100 alle Olimpiadi di Montreal ’76.

Questo incontro segna – nel bene e nel male – la carriera di Johnson, il quale si affaccia a livello internazionale in occasione dei “Commonwealth Games” di Brisbane ’82 in cui, non ancora 21enne, conquista la medaglia d’argento sui m.100, superato per 0”03 centesimi (10”02 a 10”05, ma con un vento a favore di quasi 6m/s !!) dal Campione olimpico di Mosca ’80 Allan Wells, cui unisce analogo piazzamento con la staffetta 4×100, che vede il quartetto canadese concludere alle spalle della Nigeria.

Queste buone prestazioni iniziali, non trovano però conferma la stagione seguente, allorché nella prima edizione dei Campionati Mondiali di Atletica Leggera svoltasi ad Helsinki dal 7 al 14 agosto ’83, Johnson viene eliminato in semifinale con l’inguardabile tempo di 10”44 (la staffetta viene invece squalificata in batteria) mentre ad aggiudicarsi il titolo iridato è proprio Lewis in 10”07, così come non certo meglio va la sua partecipazione ai successivi “Pan American Games” di fine agosto a Caracas, dove si piazza appena quinto in 10”25 in una Finale appannaggio del cubano Leandro Penalver in 10”07.

Riscontri cronometrici che, pur in un’edizione dimezzata per l’assenza degli atleti del blocco sovietico (ancorché gli unici a poter vantare qualche ambizione nella più breve gara di velocità del programma olimpico fossero i soli cubani Osvaldo Lara ed il già citato Penalver), danno poche speranze in vista dei Giochi di Los Angeles ’84, dove, viceversa, tutti gli occhi dei media sono puntati sul tentativo, poi portato positivamente a termine, da parte del “Figlio del Vento” Carl Lewis di emulare il connazionale Jesse Owens attraverso la conquista di quattro medaglie d’oro.

Notoriamente, questo genere di imprese nascondono l’insidia maggiore nella prova inaugurale che, nel caso del calendario olimpico, è costituita proprio dalla gara sui 100 metri piani, dove un Johnson che ha fatto riscontrare progressi durante la stagione, spera di poter essere lui ad ostacolare il sogno del rivale.

Il primo confronto diretto tra i quasi coetanei (vi sono soli 6 mesi a favore di Lewis, nato l’1 luglio 1961 rispetto al 30 dicembre di Johnson) avviene nella seconda semifinale, che l’idolo di casa si aggiudica in 10”14 rispetto al 10”44 del canadese, che si migliora meno di tre ore dopo, nella Finale del 4 agosto ’84, cogliendo il bronzo in 10”22 alle spalle dell’altro americano Sam Graddy che chiude in 10”19, mentre Lewis, regale, va a trionfare in 9”99.

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Lewis esulta dopo l’oro sui m.100 a Los Angeles ’84 – da:abc.net.au

Sicuramente, a Johnson tutte quelle feste in favore del 23enne dell’Alabama devono essere andate di traverso, divenute poi un’autentica apoteosi allorché – dopo che il 6 e l’8 agosto Lewis aveva fatto suoi gli Ori anche del Salto in lungo e dei 200 metri, rispettivamente – è costretto ad assistere al trionfo costituito dal completamento dell’impresa di eguagliare il mito di Owens con il quarto successo attraverso la staffetta 4×100 disputatasi l’11 agosto, con tanto di “ciliegina” derivante dall’aver realizzato in 37”83 il nuovo record mondiale, mentre il canadese si mette al collo una seconda medaglia di bronzo, con il proprio quartetto preceduto per soli 0”08 centesimi (38”62 a 38”70) anche dalla Giamaica.

Peraltro, al di là delle medaglie conquistate, il 1984 può a giusta ragione essere considerato “l’anno della svolta” nella carriera di Johnson che, a 10 giorni dalla conclusione dei Giochi, corre la distanza in 10”12 al “Weltklasse” di Zurigo, appropriandosi del primato canadese, strappandolo al compagno Desai Williams, tanto da concludere la stagione al quarto posto del Ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, come a dire che la sfida è lanciata.

Di corporatura tipica di uno sprinter puro (m.1,77 per 75kg.) rispetto al ben più longilineo Lewis – i cui 188cm. per 80 chili sono perfetti soprattutto per la specialità in cui eccelle, ovverossia il Salto in lungo – Johnson ha nello scatto al colpo di pistola il suo punto di forza, il che lo porta ad eccellere nelle gare indoor, con cui inaugura l’anno 1985 facendo suo il titolo sui 60 metri piani alla rassegna iridata di Parigi, prendendosi la rivincita per un solo 0”01 centesimo (6”62 a 6”63) sull’americano Graddy che lo aveva preceduto ai Giochi californiani.

Stagione senza grandi appuntamenti di rilievo all’aperto, ma che Johnson onora comunque “timbrando” il suo personale di 10”00 aggiudicandosi i 100 metri, in rappresentanza delle Americhe, alla quarta edizione della Coppa del Mondo svoltasi ad inizio ottobre a Canberra, in Australia, così da salire a fine anno al secondo posto nel Ranking mondiale, alle spalle del solo Lewis che l’11 maggio ’85 a Modesto aveva corso la distanza in 9”98.

Il “gap” tra i due rivali è oramai pressoché azzerato, e la dimostrazione lampante la si ha il 9 luglio ’86 a Mosca, in occasione della prima edizione dei “Goodwill Games (“I Giochi della buona Volontà”), promossi dal magnate americano Ted Turner per favorire il riavvicinamento dei due blocchi contrapposti facenti capo alle superpotenze Usa ed Urss.

In tale circostanza, infatti, il canadese infligge la prima sconfitta in una Manifestazione internazionale all’odiato rivale, aggiudicandosi la prova sui 100 metri nel suo “Personal Best” all’epoca di 9”95, con Lewis battuto (10”04 a 10”06) anche dal nigeriano Chidi Imoh nella lotta per il secondo posto.

Un successo che – unito ai trionfi ai “Commonwealth Games” di fine mese ad Edimburgo, in cui si permette di umiliare (10”07 a 10”28) Linford Christie sui 100 metri, condurre il quartetto canadese all’oro con la staffetta 4×100 e conquistare anche un’insolita medaglia di bronzo sulla distanza dei 200 metri, nonché ad una nettissima affermazione al “Weltklasse” di Zurigo di metà agosto, dove si impone con quasi 4 metri di vantaggio sugli stessi Imoh e Lewis – consente a Ben Johnson di scalzare l’americano in vetta al Ranking mondiale di fine stagione, con gli addetti ai lavori a pregustare già in anticipo quella che viene già etichettata come “la sfida dell’anno” ai Mondiali di Roma in programma a fine agosto 1987.

Appuntamento al quale Johnson si prepara difendendo nel migliore dei modi il suo titolo iridato sui m.60 piani di due anni prima ai Mondiali Indoor di Indianapolis, dove domina la prova con un sensazionale tempo di 6”41, lasciando a 0”09 centesimi di distanza l’americano Lee McRae ed a 0”13 l’altro rappresentante Usa Mark Whiterspoon.

Ecco pertanto che, con le gerarchie ribaltate ai vertici della specialità e Ben Johnson a vestire i panni del favorito, vi è grande attesa per verificare la risposta di Carl Lewis in occasione della Rassegna iridata, alla quale peraltro si presenta dopo essere stato battuto (10”04 a 10”05) ai Campionati Usa di fine giugno ’87 a San José in California, validi come selezione per i Mondiali, anche se poi lo stesso Lewis rinuncia a prendere parte ai 200 metri, che aveva vinto in 20”12.

Chiaramente, vi è altresì chi pronostica che dalle scintille che possono scaturire dalla sfida “spalla a spalla” tra i due rivali, venga migliorato il record mondiale che da quattro anni appartiene all’americano Calvin Smith con il 9”93 ottenuto il 3 luglio 1983 in altura a Colorado Springs, previsione che non tarda ad essere avvalorata sulla pista dello “Stadio Olimpico” di Roma.

Un testa a testa che era stato preceduto da un unico confronto diretto svoltosi al Meeting di Siviglia il 28 maggio ’87, dove era stato ancora Johnson a prevalere, prendendo un buon margine in avvio e resistendo al ritorno di Lewis nel finale, a ribadire la sua leadership al momento sulla distanza.

Che il quattro volte Campione olimpico avverta su di sé la pressione dell’evento è dimostrato da come, al contrario di Johnson che tende a risparmiarsi, affronta i turni preliminari di sabato 29 agosto, dove già in batteria fa segnare il tempo di 10”05, migliore di 0”02 centesimi rispetto a quanto gli era stato sufficiente per aggiudicarsi il titolo ad Helsinki quattro anni prima.

Dimostrazione di superiorità legata ad aumentare il grado di autostima che Lewis mette in atto anche nel primo pomeriggio del 30 agosto, allorché si impone nella seconda semifinale migliorandosi ancora sino a 10”03, mentre Johnson si era aggiudicata la prima in un comodo 10”15, peraltro lasciando a ben 0”10 centesimi di distacco il pur sempre temibile britannico Linford Christie.

Non vi sono pertanto dubbi sul fatto che la sfida per la medaglia d’oro sia esclusivamente una “questione a due” tra i più forti sprinter del momento, e la decisione è rimandata al tardo pomeriggio, momento in cui, sulla pedana del Salto in alto femminile, la bulgara Stefka Kostadinova e la sovietica Tamara Bykova si danno battaglia a livelli di eccellenza assoluta.

A dare ancor maggiore risalto alla sfida, i due pretendenti al titolo iridato sono collocati fianco a fianco, con Johnson in quinta corsia e Lewis in sesta, nel mentre nella lotta per il bronzo i più accreditati sono il giamaicano Raymond Stewart ed il già citato Christie, ma è indubbio che gli occhi dei presenti sulle tribune e degli spettatori davanti alle Tv sono tutti orientati sulle due citate corsie.

Con i rispettivi “Personal Best” di 9”95 (Johnson) e 9”97 (Lewis, realizzato però quattro anni prima, il 14 maggio ’83 a Modesto) i due aspiranti al successo si allineano ai blocchi di partenza senza degnarsi di un minimo sguardo, gli occhi puntati in fondo al rettilineo, verso quel fatidico filo di lana da cui dipende la vittoria o la sconfitta.

Come di consueto, compiono gli usuali riti di mettersi a posto la canottiera sulle spalle il canadese e di essere l’ultimo a chinarsi sui blocchi l’americano, con Johnson ad evidenziare la sua caratteristica di posizionarsi con le braccia il più larghe possibile sulla linea di partenza (la cosiddetta “partenza a rana” …) sino ad occupare l’intera corsia, in modo da poter sfruttare al massimo le sue doti di esplosività, cosa che difatti avviene allo sparo dello starter.

Quello che esce dai blocchi non è un atleta, bensì un proiettile che riesce a porre tra sé ed i suoi avversari un margine che a metà gara appare già irrecuperabile, ed anche se la progressione costituita dalla più ampia falcata di Lewis riesce parzialmente a limare il distacco, l’immagine visiva sulla linea del traguardo è impietosa per l’americano, mentre a confortare l’impresa di Johnson giunge il riscontro cronometrico che registra lo straordinario tempo di 9”83, addirittura 0”1 decimo in meno del primato mondiale di Calvin Smith, mentre il “Figlio del Vento”, che sembrava avesse passeggiato rispetto all’andatura del suo rivale, realizza in 9”93 la sua miglior prestazione all’epoca, eguagliando il record Usa di Smith, con la sfida per il bronzo appannaggio di Stewart in 10”08.

Ben Johnson
Il trionfo di Johnson su Lewis ai Mondiali di Roma ’87 – da:gettyimages.co,uk

Previsioni della vigilia confermate, dunque, con i due acerrimi “nemici” ad aver dominato la scena rispetto al resto del lotto dei finalisti, ed anche se Lewis non può certo lamentarsi del suo Mondiale, visto che fa suoi gli Ori nel Salto in Lungo con m.8,67 e con la staffetta 4×100 (in cui il quartetto canadese, con Johnson in prima frazione, si classifica quarto a 0”06 centesimi dal bronzo …) è sin troppo scontato che le “luci della ribalta” gli siano state tolte dall’incredibile impresa del canadese, con il quale dovrà confrontarsi anche l’anno seguente, in occasione dei Giochi di Seul ’88.

Ed anche se le Olimpiadi coreane vengono presentate come “L’edizione della riconciliazione tra i Popoli” – grazie soprattutto alla sapiente opera di mediazione svolta dal Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch – non vi è dubbio che le attenzioni dei “media” sono rivolte proprio all’attesa rivincita tra Johnson e Lewis, visto oltretutto che l’oramai 27enne atleta dell’Alabama culla il sogno di ripetere la fantastica impresa di quattro anni prima, vale a dire salire ancora quattro volte sul gradino più alto del podio.

Sfida che, però, con i Giochi programmati a metà settembre, vive di un gustoso (ed in parte inatteso …) antipasto, costituito dalla gara che i copiosi dollari messi in palio dagli organizzatori del “Weltklasse” fanno sì che vada in scena il 17 agosto ’88 sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo.

Al fine di comprendere lo spessore di tale evento, valga elencare la lista dei partenti che, dalla prima all’ottava corsia, vede allinearsi ai blocchi di partenza, l’americano Dennis Mitchell, Linford Christie, il nigeriano Imoh, Johnson, Lewis, Raymond Stewart, l’altro canadese Desai Williams e l’ex primatista mondiale Calvin Smith, sette dei quali si ritroveranno, ad un mese di distanza, a contendersi la Gloria olimpica sulla pista di Seul.

Gara che vede ancora Johnson farsi preferire in avvio, ma senza prendere quel margine sufficiente, dando a Lewis l’opportunità di rimontare per poi concludere in un eccellente 9”94 (ad un solo 0”01 centesimo dal suo primato personale …), con il canadese superato sul filo di lana anche da Calvin Smith, circostanza che rende ancor più attesa, qualora fosse possibile, la “resa dei conti” in sede olimpica, anche per l’incauta dichiarazione (forse un tantino inopportuna …) dello sprinter Usa che lo porta ad affermare “non sarò mai più sconfitto da Ben Johnson …!!“, come dire “mai stuzzicare il can che dorme …”  ….

E, sulla pista di Seul, i primi due turni in programma il 23 settembre ’88 ricopiano fedelmente quanto visto l’anno prima a Roma, con Johnson a risparmiarsi (tanto da giungere addirittura terzo nella prima serie dei Quarti di finale …) e Lewis a cercare conferme del suo stato di forma, facendo realizzare i migliori tempi sia in batteria che nei Quarti, con 10”14 e 9”99 rispettivamente.

Ma sono le semifinali e la Finale previste per il giorno dopo le gare che contano, con gli atleti che, per esigenze televisive della rete Usa NBC, scendono in pista alle ore 12:00 per le semifinali ed alle 13:30 per l’atto conclusivo, e qui le carte iniziano a scoprirsi, poiché se è vero che Lewis migliora in 9”97 il suo stesso record olimpico aggiudicandosi la prima serie, lo stesso Johnson risponde da par suo imponendosi in 10”03 nella seconda, lasciando così a spettatori, media ed addetti ai lavori un’ora e mezza di tempo per dilettarsi nei pronostici.

Stavolta i due rivali non sono accanto di corsia, con Carl Lewis a posizionarsi in terza e “Big Ben” (come è soprannominato dopo l’impresa di Roma …) in sesta, divisi da Linford Christie e Calvin Smith e l’immagine che il satellite manda sugli schermi televisivi del pianeta è quella di un canadese con gli occhi iniettati di sangue mentre, prono sui blocchi di partenza, fissa la linea del traguardo in attesa dello sparo dello starter.

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L’esultanza di Johnson sul traguardo – da:gettyimages.fr

Con il solo brasiliano Robson da Silva a sostituire il nigeriano Imoh (infortunatosi nel Quarto di finale …) nella “starting list” rispetto alla gara di Zurigo, Johnson sfrutta ancora appieno le sue straordinarie doti di inimitabile partente, prendendo un buon margine di vantaggio che lo fa sembrare una lepre inseguita da un branco di cani affamati, i quali non riescono però nel loro intento, tanto che può permettersi di alzare il braccio destro al cielo in segno di esultanza prima di tagliare il traguardo, accettando con sufficienza e quasi di controvoglia il gesto di Carl Lewis che gli tende la mano per complimentarsi.

E, così come l’anno precedente allo “Stadio Olimpico”, anche in questa occasione è il cronometro a rendergli giustizia fermandosi su di un sensazionale 9”79, reso ancor più prestigioso dai tempi dei suoi avversari, con Lewis a concludere secondo nel suo “Personal Best” di 9”92, Christie ad aggiudicarsi il bronzo con il record europeo di 9”97 e Calvin Smith costretto ai margini del podio in 9”99, prima volta nella Storia dei Giochi che essere scesi sotto la barriera dei 10” netti non porta in dono una medaglia.

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L’eccezionale lotto dei finalisti – da:unlessimverymuchmistaken.wordpress.com

Sin qui la cronaca di quella che viene immediatamente ribattezzata come “la Corsa del Secolo”, con i media a scatenarsi nel raccontare l’evento ed a dedicare all’impresa titoli a caratteri cubitali (in particolare il “Toronto Star” apre l’edizione del 25 settembre con il titolo “Benfastic“, gioco di parole tra Ben (Johnson) e l’aggettivo Fantastic …) e servizi televisivi a più non posso, sino a che, a due giorni di distanza, avviene un evento “shock” che sconvolge il mondo dell’Atletica Leggera e non solo.

In un’apposita conferenza stampa indetta dal CIO, infatti, viene comunicata la positività di Ben Johnson agli esami antidoping eseguiti a fine gara, essendo state trovate tracce di stanozololo, uno steroide anabolizzante, nel campione delle sue urine, con conseguente squalifica ed estromissione dall’ordine di arrivo, e necessità di ripetere, in un’atmosfera quasi irreale, la cerimonia di premiazione, con Lewis sul gradino più alto del podio e Christie e Smith a migliorare la loro posizione.

L’immagine di Ben Johnson, in completo abito nero, che lascia scortato dalla Polizia il Villaggio Olimpico per fare ritorno in Patria è una delle più tristi che il grande Romanzo delle Olimpiadi abbia potuto regalare ai tanti appassionati di Sport (ed il citato “Toronto Star” a modificare il proprio atteggiamento con il titolo “Why, Ben” nell’edizione del 26 settembre  …), ma la vicenda non è ancora conclusa, in quanto a seguito di un’inchiesta al riguardo promossa dal Governo canadese, Johnson ammette di aver fatto uso di sostanze dopanti anche in occasione del record mondiale stabilito a Roma nel 1987, facendo sì che la IAAF rivedesse anche quell’ordine di arrivo riconoscendo a Lewis la medaglia d’oro così come, non essendo valido il 9”83 realizzato dal vincitore, il record mondiale di 9”92 con cui aveva corso la distanza ai Giochi di Seul.

La giustificazione di Johnson – che torna a gareggiare nel ’91 senza grandi successi, per poi essere “pescato” nuovamente positivo nel ’93 e quindi radiato a vita dalla IAAF – è che l’uso di additivi non permessi dai regolamenti era necessario per stare alla pari con altrettante pratiche illecite messe in atto dai suoi avversari e, sotto questo punto di vista, a suo favore vi è il fatto che lo stesso Christie viene trovato positivo dopo una batteria dei 200 metri alle stesse Olimpiadi coreane, ma viene perdonato, Mitchell non supera un esame antidoping 10 anni dopo, mentre lo stesso Lewis era stato trovato positivo agli ”Olympic Trials” di Indianapolis, ma il Comitato Olimpico Usa aveva glissato sulla questione, non volendo privare la selezione del suo atleta di punta.

Vi è anche chi sostiene che un ruolo determinante sia stato svolto anche dal Network Usa NBC, il quale puntava moltissimo, in termini di audience, sia sulla sfida Lewis/Johnson sui 100 metri (il cosiddetto “piatto forte” della rassegna a cinque cerchi …) che sul tentativo del “Figlio del Vento” di ripetere l’impresa di Los Angeles di andare alla caccia di quattro medaglie d’oro, minacciando il CIO di non versare i miliardi di dollari previsti “qualora i Giochi si fossero trasformati in uno scandalo continuo …”.

Una cosa è certa, e cioè che nel rimbalzo di responsabilità in un gioco di “scaricabarile” tra chi si dopava per fronteggiare gli illeciti degli avversari – dei sei primi classificati nella Finale olimpica il solo Calvin Smith non ha mai avuto in carriera problemi di tale tipo, tanto da sentirsi in diritto di dichiarare di “ritenersi il vincitore morale di quella gara” – pur con la certezza dell’uso di steroidi da parte di Johnson, come ammesso dal suo “malefico” coach Charlie Francis (che in seguito si macchierà di peccati analoghi con gli sprinter americani Tim Montgomery e Marion Jones …), l’impressione è che alla fine l’unico a rimetterci veramente sia stato il “Brutto Anatroccolo”, privo di adeguata protezione a livello mediatico ….

E così quella che era stata presentata come la “Corsa del Secolo”, finisce per passare alla Storia con il molto meno gratificante epiteto de “La più sporca gara di ogni epoca” ….

 

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IL TENNIS TAVOLO D’ORO DI JAN-OVE WALDNER A BARCELLONA 1992

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Jan Ove Waldner impegnato alle Olimpiadi 1992 – da turenne1611.canalblog.com

articolo di Nicola Pucci

Sconfitto nei quarti di finale quattro anni prima a Seul 1988, quando il tennis tavolo fu introdotto ai Giochi per la prima volta, dal beniamino locale Kim Gi-Taek che poi si sarebbe aggiudicato la medaglia d’argento, battuto a sua volta in finale dal connazionale Yoo Nam-Kyu, lo svedese Jan-Ove Waldner si prende la rivincita alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 conquistando infine la medaglia d’oro. Ed è l’apoteosi per un campione annoverabile tra i più grandi di sempre della disciplina, capace nell’arco di una carriera monumentale protrattasi ai massimi livelli dal 1982, quando fu argento europeo nella prova di singolare perdendo una rocambolesca finale con l’altro svedese Mikael Appelgren al 2004 quando chiuse quarto alle Olimpiadi di Atene, di collezionare 5 ori ai Mondiali e ben 11 agli Europei, oltre ad aggiudicarsi due edizioni della Coppa del Mondo, unico europeo della storia ad essersi messo in bacheca le tre competizioni più prestigiose.

Il torneo di singolare, a Barcellona, ha come teatro la Estació del Nord Sports Hall, dal 30 luglio al 6 agosto, e vede un campo di partecipanti che si compone di 67 atleti. Tra questi è presente il detentore del titolo, appunto Yoo Nam-Kyu, ma i favori del pronostico sono proprio per Waldner, così come per il suo connazionale Jorgen Persson, che nelle due ultime edizioni del Mondiali, a Dortmund nel 1989 e a Chiba nel 1991, si sono alternati sui primi due gradini del podio, lasciando le briciole alla concorrenza. Tra i pretendenti alle medaglie, nondimeno, si annoverano ancora un coreano, Kim Taek-Soo, e il cinese Ma Wenge, che proprio all’ultima rassegna iridata si sono classificati in terza posizione, mentre il francese Gatien, il polacco Grubba, il belga Saive e il croato Primorac non sono esclusi dal pronostico.

La fase a gironi non riserva sorprese, se è vero che tutti i principali favoriti alla vittoria finale avanzano in blocco, senza l’onta di una sconfitta e con un quoziente set che evidenzia il divario di valori in campo a Barcellona.

16 protagonisti, dunque, accedono al tabellone ad eliminazione diretta, ed agli ottavi il francese Jean-Philippe Gatien infrange il sogno di Yoo Nam-Kyu di confermarsi campione olimpico vincendo 3-2 una sfida tiratissima. Waldner, mosso da un’ambizione senza pari, non concede chances al britannico Prean, sconfitto 3-0, altrettanto fa Persson con il tedesco Fetzner, mentre si qualificano i due cinesi Ma Wenge e Wang Tao, che superano facilmente l’olandese Paul Haldan e  Grubba, Saive esce per mano di Ding Yi, che compete per l’Austria, il coreano Kim Taek-Soo batte in rimonta Primorac e il tedesco Rosskopf supera Ri Kun-Sann, che batte bandiera nordcoreana, per 3-1.

Ai quarti di finale Gatien ancora una volta si rivela incontenibile quando la sfida è serrata, vincendo al quinto set con Ding Yi, Waldner concede un set a Rosskopf ed approfitta dell’eliminazione di Persson, battuto a sorpresa da Ma Wange, per assurgere al rango di favorito numero uno alla vittoria finale, mentre Kim Taek-Soo si impone nel derby asiatico con Wang Tao, 3-2.

Le due semifinali hanno esito diametralmente opposto: Gatien vince la terza gara di fila al set decisivo, nettamente 21-13, con Ma Wange, Waldner dal canto suo non ha difficoltà alcuna ad eliminare Kim Taek-Soo, che si arrende rapidamente 21-9 21-18 21-19.

Finale dunque tra Waldner, maestro del colpo ad effetto e mano sensibile, e Gatien, mancino dall’efficace gioco d’attacco, e per lo svedese è marcia trionfale fin dal primo set, vinto con un eloquente 21-10. Il francese è un combattente, paga dazio alle fatiche dei turni precedenti ma riesce comunque ad impegnare l’avversario che si impone infine 21-18 e 25-23 negli altri due parziali per il definitivo 3-0 che gli vale la medaglia d’oro.

Jan-Ove Waldner sale sul tetto d’Olimpia (e sarà argento otto anni dopo a Sydney 2000) ed ora, sì, può finalmente iscrivere il suo nome tra le leggende di chi, anche fuori dai paesi dell’Estremo Oriente, conosce l’arte del ping pong. Meglio, forse, di tutti loro, tanto da meritarsi l’appellativo di “Mozart del tennis tavolo“. Hai detto poco…

GLI ANNI D’ORO DEL CATANZARO DEL PRESIDENTE NICOLA CERAVOLO

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Il Catanzaro nella stagione 1979-’80 – da:storiadelcalciosavonese.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il periodo costituito dagli anni ’70 ed ’80 è caratterizzato da una sorta di “rivoluzione geografica” nel panorama calcistico della nostra Serie A, con l’emergere di formazioni, non a caso denominate “provinciali terribili”, del Centrosud a rilevare quella che sino ad allora era stata l’egemonia delle formazioni lombarde, visto il contemporaneo declino di Club quali Lecco, Mantova, Brescia, Varese e financo la gloriosa Atalanta, che in quel ventennio disputa solo 9 Campionati nella Massima Divisione, conoscendo anche l’amarezza della sua unica retrocessione in Serie C.

Provinciali sui cui terreni trovano vita difficile anche fior di squadroni e che, approfittando del momento no di alcune della Società più titolate – vedasi Milan e Lazio soprattutto – riescono anche a piazzarsi a ridosso delle prime posizioni, quandanche – come nel caso del Vicenza nel 1978 e del Perugia l’anno successivo – addirittura a competere per la conquista dello Scudetto.

Compagini che sono tutte legate da un unico comune denominatore, vale a dire la presenza al timone di un Presidente di lungo corso, eccentrico, carismatico quando non vulcanico che polarizza l’attenzione dei media ed aumenta il valore ed il significato di queste singole “favole sportive”, ed i cui nomi, non servirebbe neppure ricordarlo, rispondono a quelli di Dino Manuzzi a Cesena, Costantino Rozzi ad Ascoli, Antonio Sibilia ad Avellino sino alla figura più emblematica di tutte, vale a dire il Presidentissimo” Romeo Anconetani a Pisa ….

In questo panorama così succintamente (per ovvi motivi di spazio …) descritto, vi è però una Società che si ritaglia un suo spazio divenendo emblema di una regione che, sino a tale data, non aveva ancora conosciuto l’onore di vedere una propria formazione calcare i campi della Serie A, anch’essa con un “uomo solo al comando”, ma in una veste molto meno folkloristica dei colleghi sopra citati, e di cui siamo ben lieti di raccontarne la relativa Storia.

Corre l’anno 1958 allorquando avviene il cambio di proprietà tra due valenti Avvocati, con il Presidente Aldo Ferrara a passare la mano al collega Nicola Ceravolo al timone del Catanzaro e dedicarsi a tempo pieno alla sua attività politica, divenendo, nel corso degli anni, Presidente della Provincia, della Regione Calabria e quindi Sindaco del Capoluogo prima di ritirarsi a vita privata nel 1982.

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L’Avv. Ceravolo 

Al suo avvento alla Presidenza, Ceravolo eredita una squadra che naviga senza infamia e senza lode in Serie C – nelle tre stagioni precedenti aveva ottenuto piazzamenti di media/bassa Classifica – ma che la sua gestione dovesse passare alla storia lo dimostra, come segno augurale, il suo primo Torneo, al termine del quale i giallorossi ottengono la Promozione in B con un solo punto di vantaggio sul Cosenza, grazie alla determinante vittoria, alla penultima giornata, per 2-0 contro i rivali storici della Reggina.

Prima squadra calabrese ad affacciarsi alla Serie Cadetta, gli anni ’60 sono caratterizzati per il Catanzaro dal mantenimento della Categoria – cui per tre stagioni, dal 1961 al ’64, a far compagnia vi è anche il Cosenza – senza eccessivi patemi, se si esclude una salvezza conquistata all’ultima giornata nel ’62 grazie al pareggio a reti bianche a Reggio Emilia che condanna gli emiliani alla retrocessione, con Campionati che vivono, per i tifosi giallorossi, all’insegna di una sempre più crescente rivalità con i reggini, visto che al termine della stagione ’65 anche gli amaranto conquistano la Promozione tra i Cadetti.

Presenza ingombrante, quella dei “cugini”, che al primo anno di Serie B si aggiudicano entrambi i derby (3-1 a Reggio Calabria, 2-1 al “Comunale”) ed addirittura sfiorano il doppio salto di Categoria, fallendo la Promozione in A per un solo punto, complice l’alleanza della “Lega lombarda”, in quanto un Lecco già promosso impone alla Reggina lo 0-0 all’ultima giornata così consentendo al Mantova di conquistare il terzo posto utile per l’approdo alla Massima Divisione.

Tanto più che, un mese esatto prima, vale a dire il 19 maggio ’66, era stato viceversa il Catanzaro a “rischiare” di scrivere una pagina storica per il calcio calabrese, sfidando la Fiorentina di Chiappella nella Finale di Coppa Italia disputata all’Olimpico, appuntamento al quale i giallorossi giungono dopo aver fatto vittime eccellenti sul proprio cammino, quali la Lazio (3-1) al terzo turno, il Torino ai calci di rigore nei Quarti di Finale ed infine, andando a violare il “Comunale” di Torino per piegare 2-1 la Juventus – che, giova ricordare, schierava la formazione titolare al completo e l’anno seguente avrebbe vinto lo Scudetto – grazie ad una rete di Tribuzio …

E’ quella, una formazione giallorossa affidata alle sapienti mani del tecnico bolognese Dino Ballacci e che ha in attacco le sue maggiori potenzialità, potendosi avvalere delle prestazioni del centravanti Gianni Bui – Capocannoniere del Torneo Cadetto con 18 reti – ben assistito dalle ali Vanini e Maccacaro, mentre in qualità di interni operano Gasparini e Marchioro.

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Il Catanzaro sceso in campo all’Olimpico nella Finale di Coppa Italia – da:wikipedia.org

Ed è proprio il futuro tecnico che, ad inizio ripresa, pareggia la rete siglata da Hamrin per i viola alla mezz’ora, facendo sì che la Finale di Coppa Italia si prolungasse ai tempi supplementari, dove a decidere le sorti dell’incontro è un calcio di rigore trasformato da Bertini dopo 109’ che infrange i sogni della compagine calabrese.

Nella successiva seconda metà degli anni ’60, il Catanzaro torna nell’anonimato, dopo aver concluso la stagione seguente alla Finale di Coppa ad un platonico terzo posto – ma senza mai essere stata seriamente in lotta per la Promozione in un Torneo dominato da Sampdoria e Varese – in quanto proprio nel ’67 va in scena la riforma dei Campionati, con la riduzione della Serie A a 16 squadre e conseguente riduzione delle promozioni, terminando sempre ben alle spalle dei rivali reggini, circostanza che determina non pochi malumori nella tifoseria.

La svolta giunge proprio a fine decennio, nell’estate ’70, dopo un Campionato Cadetto che aveva visto i giallorossi rischiare seriamente la retrocessione, riuscendo a salvarsi solo all’ultima giornata grazie al pareggio interno per 0-0 contro la Reggiana che – come già accaduto nella ricordata similare circostanza del 1962 – costa agli emiliani la permanenza nella Categoria, mentre, come di consueto, la Reggina si era onorevolmente comportata, chiudendo al sesto posto.

E’ un’estate molto calda anche per motivi extracalcistici, quella del 1970 in Calabria, poiché la decisione del Governo di collocare a Catanzaro il Capoluogo di Regione nel quadro dell’istituzione degli Enti regionali non è ben accetta (eufemismo …) a Reggio Calabria, dando vita ad una vera e propria sommossa popolare – denominata non a caso “i moti di Reggio” alla stregua di quanto avveniva nel Risorgimento italiano – sedata solo nel febbraio ’71.

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Il Catanzaro 1970.71 – da:wikipedia.org

Potete pertanto facilmente immaginare con quale spirito si vivano i due derby della Stagione 1970-’71 e che, difatti, vengono entrambi rinviati per motivi di ordine pubblico, con la gara di andata, inizialmente in programma alla sesta giornata il 25 ottobre ’70 a Reggio Calabria a disputarsi il 25 novembre successivo addirittura sul campo neutro di Firenze (!!) – e vinta dagli amaranto per 1-0 grazie ad un rigore di Sironi al 17’ – mentre il ritorno, in calendario il 14 marzo, si gioca il 3 giugno ’71, per “par condicio” ancora a Firenze.

Incontro che riveste un’importanza capitale per i giallorossi in quanto, sotto la guida del nuovo tecnico Gianni Seghedoni – e con un organico pressoché identico alla stagione precedente in cui l’unica novità di rilievo è costituita dall’acquisto dal Lecce del centravanti Angelo Mammì, oltre alla promozione di Pozzani nel ruolo di estremo difensore titolare ed alla crescita del prodotto del vivaio Fausto Silipo, in pianta stabile nel reparto difensivo – gli stessi si trovano a disputare il recupero a due giornate dal termine del Campionato, trovandosi in quinta posizione con 42 punti, a due lunghezze dalla coppia lombarda formata da Atalanta e Brescia, appaiate al terzo posto a quota 44.

Una vittoria, pertanto, consentirebbe al Catanzaro di raggiungere le rivali, ma figuriamoci se gli amaranto sono disposti a fare concessioni, ed il punteggio di 1-1 (vantaggio reggino con Bongiorni, pareggio di Gori su rigore) con cui si conclude l’incontro, rimanda ogni decisione agli ultimi 180’, peraltro non sufficienti a dirimere la questione in quanto il Brescia – costretto dal calendario a disputare due scontri diretti negli ultimi due turni – dopo aver sconfitto il Bari a domicilio cede proprio all’ultima giornata per 2-0 (di Busatta e Mammì le reti dei giallorossi) in terra calabra per una Classifica che, oltre al Mantova, promosso con 48 punti, vede Atalanta, Bari e Catanzaro (che al penultimo turno aveva vinto a Livorno grazie al centro di Braca a 2’ dal termine …) concludere alla pari a quota 47, rendendosi pertanto necessario uno “spareggio a tre” per decidere le altre due promosse.

Spareggi che hanno luogo sul campo neutro dello Stadio “Dall’Ara” di Bologna, dove gli orobici sbrigano la pratica con un franco successo per 2-0 sul Bari (partita sospesa per incidenti al 69’ dopo la rete del raddoppio di Moro) per poi infliggere ai giallorossi una sconfitta per 0-1, maturata nel finale grazie ad uno spunto di Maggioni all’88’, così che risulta decisiva la sfida tra i pugliesi ed i calabresi che viene spostata come destinazione al “San Paolo” di Napoli.

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La rete di Mammì – da:contra-ataque.it

Domenica 27 giugno 1971 è una data “storica” nella vita del Club giallorosso – fondato nel 1927 a seguito della fusione tra due Società cittadine, la “Scalfaro” e la “Braccini”, acquisendo sin dagli esordi i colori che l’hanno da sempre contraddistinto e l’aquila reale sul proprio stemma – in quanto è proprio Mammì a siglare, con un preciso colpo di testa a 10’ dal termine, la rete che schiude al Catanzaro le porte della Serie A, prima squadra della propria Regione ad essere rappresentata nel Massimo Campionato nazionale.

 

Il primo approccio con la Massima Serie vede i giallorossi – con Seghedoni confermato alla guida ed una campagna acquisti che vede rinforzato il reparto difensivo con l’innesto dei terzini Zuccheri e D’Angiulli e dell’esperto ex rossonero Gino Maldera, mentre in attacco si spera sulle qualità realizzative del quasi 30enne Spelta, prelevato dal Modena dopo aver vinto la Classifica Cannonieri del Torneo Cadetto con 15 reti – lottare sino alle ultime giornate per evitare la retrocessione, in un Torneo caratterizzato da tre sole vittorie, di cui la prima, e dunque a suo modo altrettanto “storica” che giunge addirittura alla prima di ritorno.

Altra data indimenticabile, pertanto, quella del 30 gennaio ’72, ed a farne le spese sono nientemeno che i futuri Campioni d’Italia della Juventus, trafitti da una rete di Mammì a 6’ dal termine per l’1-0 che decide l’incontro, stesso punteggio con cui capitolano successivamente al “Comunale” anche Sampdoria e Bologna, in entrambi i casi con la “leggenda” Banelli nelle vesti di giustiziere.

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La “storica” rete di Mammì alla Juventus – da:footballflash.it 

Si giunge così al penultimo turno con una Classifica cortissima che vede – con il Varese desolatamente ultimo ed oramai da tempo condannato alla retrocessione – il Mantova occupare il penultimo posto con 19 punti, preceduto da Catanzaro e Verona a quota 20 e 21 rispettivamente, ma con il calendario che prevede lo scontro diretto al “Comunale” il 21 maggio ’71.

In Serie A, se vuoi avere ambizioni di sorta, non puoi prescindere da un attacco quantomeno dignitoso come contributo realizzativo, e le sole 17 reti che costituiscono il bottino dei calabresi sono la sintesi della retrocessione – pur se Spelta, con 7 reti, ha dimostrato di valere quanto da lui atteso – e la difesa scaligera ha buon gioco a mantenere il risultato sullo 0-0 di partenza, che lascerebbe ancora un barlume di speranza, visto che all’ultima giornata i veneti devono far visita alla Roma all’Olimpico, pur se l’impegno dei giallorossi, a San Siro contro un Milan ancora teoricamente in corsa per lo Scudetto, appare ben più arduo.

I 90’ finali non cambiano l’esito, con il Verona sconfitto 0-1 all’Olimpico, stessa sorte subita dal Catanzaro a San Siro (rete di Bigon al 23’), pur se la tranquilla vittoria della Juventus sul Vicenza toglie qualsiasi speranza di titolo ai rossoneri, i quali però portano a casa il successo, così condannando i giallorossi alla retrocessione, uno “sgarbo” di cui avranno modo di vendicarsi in seguito.

Tornato nel purgatorio cadetto, il Catanzaro vive due anonime stagioni, la seconda delle quali caratterizzata però dalla retrocessione in C della Reggina, solo per una peggiore differenza reti rispetto a Brindisi, Reggiana e Perugia (tutte a pari merito con 34 punti …), mentre a quota 35 chiudono sia l’Avellino che i giallorossi, i quali devono pertanto al successo per 2-1 nel derby di ritorno (di Rizzo e Petrini le reti) la permanenza in Serie B.

E, come nel 1970, da una retrocessione sfiorata nasce stavolta il “Periodo d’oro” del Club calabrese, che lo porta nuovamente a lottare per la Promozione in A in uno dei più affascinanti finali di Torneo Cadetto che si ricordino.

In una stagione, quella del ’75, che vede il Catanzaro schierare ancora Silipo, Maldera, Banelli e Spelta quali reduci dall’esperienza in A ed in cui debutta il 21enne Massimo Palanca, a 180’ dalla conclusione, con il Perugia lanciato verso la Promozione, la Classifica vede un terzetto composto da Como, Verona e Catanzaro appaiato al secondo posto con 43 punti, seguito ad una sola lunghezza dal Palermo, con quattro squadre pertanto a lottare per gli altri due posti utili ed un calendario che più bizzarro non avrebbe potuto essere.

Al penultimo turno, difatti, è in programma lo scontro diretto al “Bentegodi” tra Verona e Catanzaro (risolto a favore dei padroni di casa grazie ad un acuto di Luppi al 50’ …), mentre il Como impatta a Ferrara ed il Palermo spreca una grande occasione non andando oltre lo 0-0 interno con il Taranto, così che la Classifica varia con il Verona secondo a quota 45, Como terzo con 44 punti e Catanzaro e Palermo appaiate al quarto posto a quota 43, solo che ….

Già, solo che, per uno strano scherzo del destino, l’ultima giornata prevede due spareggi, uno in riva al Lario tra Como e Verona e l’altro in Calabria tra giallorossi e rosanero, con quest’ultimo confronto che, in caso di vittoria di una delle due squadre, garantirebbe alla stessa quantomeno l’ipotesi di uno spareggio promozione, se non la promozione diretta qualora i gialloblù veneti dovessero imporsi sui lariani.

E così avviene, in quanto il Como, con una doppietta di Cappellini, regola 2-0 il Verona e festeggia la conquista della Serie A – da cui mancava da ben 22 anni – nel mentre al “Comunale” è Banelli (l’uomo delle reti “pesanti” …) a regalare ai giallorossi il successo per 1-0 ed il diritto ad incontrare nuovamente, a distanza di 10 giorni, gli scaligeri per completare il quadro delle promosse nella Massima Divisione.

Spareggio disputatosi sul neutro di Terni il 26 giugno ’75 che però si conclude con l’identico punteggio di 1-0 per il Verona (decide una rete di Mazzanti al 25’), ma per il Catanzaro l’appuntamento con il ritorno in A è solo rimandato, visto che la Stagione successiva l’obiettivo viene centrato, anche se non mancano, come di consueto le “emozioni forti”.

Accade, difatti, che ad un turno dalla conclusione, la Classifica reciti: Genoa e Foggia p.43; Varese e Brescia p.42 e Catanzaro e Novara p.41, con queste ultime a dover però ripetere la gara disputata il 18 aprile ’76 e conclusa sull’1-1, annullata dal Giudice Sportivo per irregolarità nella terna arbitrale, vista la presenza di un guardalinee radiato dall’AIA.

Il recupero si disputa il giovedì antecedente l’ultima domenica di Campionato, ed il Catanzaro se lo aggiudica con un netto 3-0 (doppietta di Palanca ed acuto di Improta), andando ad affiancare Genoa e Foggia al comando e con la fondata convinzione che il più sia già stato fatto, visto che tre giorni dopo i giallorossi sono attesi dalla trasferta di Reggio Emilia (ancora loro …!!) contro una formazione già da tempo retrocessa …

Ma siccome le cose facili non fanno parte del Dna giallorosso, ecco che occorrono 71’ prima che Palanca – che conclude la stagione a quota 11 reti come “top scorer” della propria squadra – riesca a sbloccare il risultato e la gioia dei tifosi al seguito viene smorzata dal pari di Frutti a 5’ dal termine, prima che tocchi ad Improta all’89’ siglare la rete che evita lo spareggio con il Varese e spalanca le porte al ritorno nella Massima Divisione.

Nuova esperienza che si rivela ancora una volta infelice, anche per le non elevate capacità finanziarie della Società, che si limita a rinforzare la rosa con gli acquisti dal Napoli del centrocampista Boccolini e della punta Sperotto, con la speranza che l’esperienza in difesa di Silipo, Claudio Ranieri e Maldera e la collaudata cerniera di centrocampo formata da Braca, Banelli ed Improta siano sufficienti a reggere l’urto delle formazioni di A, in attesa di verificare quale possa essere l’impatto di Palanca con la Massima Serie …

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Il Catanzaro 1976.77 – da:wikipedia.org

In una stagione che vede il Catanzaro cogliere il primo successo esterno della sua Storia in A con il successo per 1-0 sul campo della Lazio e far cadere il Milan al “Comunale” alla penultima di andata (rete di Sperotto), i calabresi sembrano spacciati a sei giornate dal termine, penultimi con 4 lunghezze da recuperare nei confronti del Foggia, prima che la truppa del tecnico della Promozione Gianni Di Marzio si inventi due successi casalinghi consecutivi contro Verona (2-1 in rimonta, con Palanca ed Improta a segno) e Cesena (addirittura rimontando uno 0-2 iniziale in cui mette la sua firma anche Ranieri per il punto del 3-2 al 77’) che alimentano qualche tenue speranza di salvezza, vanificata dalla sconfitta per 0-1 nel confronto diretto di Foggia al quart’ultimo turno e solo lievemente rialimentata da successivo successo casalingo per 2-1 sul Genoa.

Alla penultima giornata i giallorossi sono attesi a San Siro da un Milan in quel momento virtualmente in Serie B, ma che ha a disposizione due gare contro Catanzaro e Cesena che lo seguono in graduatoria per scongiurare tale pericolo ed al Catanzaro resta la sola, platonica, soddisfazione di aver fatto correre più di un brivido sulla schiena dei tifosi rossoneri allorché, sotto 0-3 dopo un’ora di gioco, rimonta sino al 2-3 definitivo che suona come condanna matematica alla retrocessione.

Giallorossi che, però, hanno oramai ben compreso come si ci debba muovere nelle infide paludi del Torneo Cadetto e, con Di Marzio avvicendato da Giorgio Sereni alla guida tecnica ed un Palanca implacabile realizzatore – tanto da laurearsi capocannoniere con 18 reti – riescono nell’impresa di cogliere la loro seconda Promozione consecutiva, in una stagione dominata dallo straordinario Ascoli di Mimmo Renna che chiude a 61 punti (+4 in Media inglese, 73 reti fatte ed appena 30 subite …!!), mantenendosi costantemente nelle posizioni di rincalzo per poi assestare lo spunto decisivo nel confronto diretto con il Palermo alla terz’ultima giornata, sconfitto al “Comunale” per 3-1 (doppietta di Palanca ed acuto di Renzo Rossi).

Deciso a mantenere la Categoria, in una stagione, quella ’79, che passa alla Storia per l’impresa del “piccolo” Perugia che conclude il Campionato imbattuto, insidiando sino a due giornate dal termine lo “Scudetto della Stella” rossonera, il Catanzaro, dopo aver affidato la conduzione tecnica alla sapiente mano di Carletto Mazzone, imposta stavolta un’oculata campagna di mercato estiva, imperniata sul rafforzamento della difesa con gli innesti del portiere Mattolini, del terzino Menichini e dei due esperti ex rossoneri Sabadini e Turone, sperando che al secondo anno di A Palanca faccia appieno il suo dovere.

Impegno che quest’ultimo porta diligentemente a termine , raddoppiando il suo bottino del ’77 con le 10 reti messe a segno, tra cui, per sempre “storica”, rimarrà la tripletta rifilata alla Roma all’Olimpico alla quinta di ritorno per un 3-1 che vale il secondo successo esterno stagionale, ed una tranquilla salvezza, conquistata chiudendo al nono posto con 28 punti e costruita soprattutto tra le mura amiche, dove l’unico a violare il terreno del “Comunale” – dopo che vi pagano dazio Roma, Lazio e Torino – è, alla terz’ultima giornata, un Milan lanciato verso la conquista del titolo.

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Il tabellone dell’Olimpico certifica la tripletta di Palanca – da:calcio.fanpage.it

Prima salvezza ottenuta sul campo ed alla quale i giallorossi abbinano un esaltante percorso in Coppa Italia, dove – dopo aver eliminato il Milan nell’iniziale Fase a Gironi grazie al pareggio per 2-2 a San Siro all’ultima giornata con rete di Palanca su rigore ad 1’ dal termine – superano il Cagliari ai Quarti di Finale (2-2 al Sant’Elia ed 1-0 interno a firma, manco a dirlo, di Palanca) per poi arrendersi solo alla Juventus in Semifinale, sconfitti 2-4 a Torino dopo aver imposto il pari per 1-1 ai bianconeri all’andata.

Un rapporto curioso, quello con i “rossoneri”, che contraddistingue anche la successiva stagione in cui il Catanzaro – dopo il ritiro della “bandiera” Banelli con 334 presenze e 24 reti al proprio conto, nonché il passaggio di mano societario, con Ceravolo che lascia dopo ben 21 anni la Presidenza a favore di Adriano Merlo – non ripete le prestazioni dell’anno precedente, vedendo sancita la matematica retrocessione alla terz’ultima giornata dopo un pesante 0-3 casalingo proprio contro il Milan, per poi salvare la Categoria, al pari dell’Udinese, proprio per il coinvolgimento del Club di via Turati e della Lazio nel primo, clamoroso “Calcioscommesse” della nostra Serie A, entrambe retrocesse a tavolino.

Scampato il pericolo – il che sembra una costante nella oramai quasi centenaria Storia della Società giallorossa, vale a dire di ottenere i migliori risultati dopo aver rischiato nell’anno precedente – ecco che il Catanzaro disputa, alternandosi in panchina dapprima Tarcisio Burgnich e quindi Bruno Pace, le sue due stagioni più esaltanti, concluse addirittura a ridosso della zona Uefa.

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Il Catanzaro 1980.81 – da:wikipedia.org

Il Campionato 1980-’81 è peraltro condizionato, oltre che dalla citata assenza di Milan e Lazio, anche dalle penalizzazioni di 5 punti inflitte a Bologna, Avellino e Perugia, ma ciò non toglie che i giallorossi disputino un Torneo sempre al di sopra della zona retrocessione, con ancora una volta il “Comunale” a dimostrarsi fortino quasi inespugnabile – vi riescono solo Perugia e la Pistoiese dell’ex Vito Chimenti – mentre Palanca si conferma cecchino implacabile, con i suoi 13 centri che lo portano al titolo di vice Capocannoniere, preceduto solo dal romanista Roberto Pruzzo.

E proprio la cessione, per motivi di bilancio, del “Cannoniere tascabile” (alto m.1,69 con il 37 di numero di piede …) al Napoli nell’estate ’81 mette in allarme la tifoseria, non sapendo che lo stesso sarebbe stato rimpiazzato come meglio non si potrebbe dal 21enne Edy Bivi, prelevato dalla Mestrina in C2 e che rappresenta per tutti una scommessa che il tecnico Pace dimostra rivelarsi vincente.

Che quella di Bivi sia stata una scelta azzeccata è dimostrato, già alla prima giornata, allorché il ragazzo non si fa scrupoli nell’andare a calciare il rigore che a 3’ dal termine regala ai giallorossi il pareggio sul campo del San Paolo dell’ex Palanca, così come è lui a sbloccare, dopo soli 3’, alla settima giornata, il punteggio nel rotondo 3-0 (di Borghi e Massimo Mauro le altre due reti …) rifilato al Milan ritornato nella Massima Divisione dopo il purgatorio della B, per poi mettere la sua firma su altre due “storiche” affermazioni in campo esterno, il 2-1 a Torino contro i granata alla vigilia di Natale ’81 ed il clamoroso 1-0 del 14 marzo ’82 a San Siro contro il Milan, che certifica l’unica vittoria dei giallorossi alla “Scala del Calcio” contro le due milanesi e contribuisce alla retrocessione dei rossoneri in B a fine stagione.

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La rete di Bivi a San Siro – da:ilgiallorosso.info

Un’annata da ricordare e che avrebbe potuto avere i connotati del “Miracolo”, visto che i giallorossi giungono ad un passo dalla loro seconda Finale di Coppa Italia, dopo aver compiuto nei Quarti l’impresa di ribaltare lo 0-1 patito all’andata contro il Napoli andando ad espugnare per 2-1 il “San Paolo” al ritorno (unico acuto del modesto rumeno Nastase e raddoppio di Santarini) per poi costringere l’Inter agli straordinari, visto che l’1-2 dell’andata a San Siro (con il primo tempo chiuso in vantaggio grazie al centro di Borghi …) viene restituito al ritorno (di Bivi ed ancora Borghi le reti, inframezzate da un rigore trasformato da Beccalossi …), prolungando la sfida ai supplementari, dove risulta decisiva una rete di Altobelli che vanifica il successivo punto di Cascione per il definitivo 3-2 che certifica comunque l’unica affermazione dei giallorossi sui nerazzurri.

Stagione, pertanto, che il Catanzaro conclude in settima posizione con 28 punti – suo miglior piazzamento nella Storia del Club, anche se, in termini di punti, è migliore la precedente, chiusa a quota 29 – e con Bivi ad emulare Palanca in veste di vice Capocannoniere con 12 reti (anch’egli, curiosamente, alle spalle di Pruzzo …) prima che anche per i tifosi giallorossi, come in tutte le belle favole, una cruda realtà li faccia risvegliare da uno splendido, ed inimmaginabile sogno.

L’anno seguente, difatti, il Catanzaro è l’ombra della squadra spumeggiante ammirata la precedente stagione – complici anche le cessioni di Borghi e Mauro a Torino ed Udinese, rispettivamente – così che gli appena 13 punti raggranellati rappresentano il suo bottino più misero nelle 7 stagioni disputate nella Massima Divisione, cui l’anno successivo fa seguito un secondo, disastroso cammino tra i Cadetti concluso all’ultimo posto per una conseguente doppia, lacerante retrocessione.

Ed anche se nel prosieguo del decennio il Catanzaro riesce in un paio di occasioni a ritornare in B, l’ulteriore retrocessione nel ’90 ne sancisce la definitiva conclusione di un ciclo probabilmente irripetibile e che, per chi ha avuto la fortuna di viverlo, resterà impresso nei cuori e nelle menti, così come il ricordo di colui che per primo ne è stato l’artefice, ovverossia il “Presidentissimo” Ceravolo, scomparso nel maggio 1988, è stampato a futura memoria attraverso la doverosa intitolazione dello Stadio Comunale, che dal 1989 ha assunto, appunto, la denominazione di “Stadio Nicola Ceravolo”.

Un degno riconoscimento ad un Presidente che è stato, a differenza dei suoi colleghi nominati all’inizio, un esempio anche di stile e correttezza, tanto da essere stato chiamato a svolgere, durante il suo mandato, incarichi di prestigio in Federazione ed in Lega.

Pensiamo che non vi sia un solo cittadino di Catanzaro, tifoso o meno, che non debba sentirsi in dovere di rivolgere un sentito ringraziamento all’opera di un uomo che tanto ha fatto per la gloria sportiva della sua città …

 

JENNIFER CAPRIATI, DISASTRI ED ONORI DI UNA BABY-TENNISTA DIVENTATA NUMERO 1 DEL MONDO

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Jennifer Capriati – da espn.com

articolo di Nicola Pucci

Ricordo ancora quando nel marzo del 1990 una taletuosissima baby-tennista americana di padre brindisino (Stefano), esordì non ancora 14enne al torneo di Boca Raton. Una ragazzina già dalle fattezze fisiche importanti, seppur ancora da arrivare a maturazione, qualcosa come 170 centimetri per quasi 70 chilogrammi, che si affacciava tra le grandi con l’energia e la sfrontatezza della sua giovanissima età.

Jennifer Capriati, perché è di lei che stiamo parlando, si ciba di tennis ancor prima di proferir parola, se è vero che a tre anni ha già la racchetta in mano, per poi, una volta cresciuta sotto l’occhio rapace di Nick Bollettieri, scalare velocemente le vette del tennis giovanile vincendo l’Orange Bowl riservato agli under 12 e agli under 14 e l’edizione juniores del Roland-Garros nel 1989. A Boca Raton, appunto, esordisce nel circuito professionistico, e se l’attesa è grande sul suo conto, altresì c’è curiosità di verifcare se sarà capace di andare oltre quel che seppero fare, non troppi anni prima di lei, altre bambine prodigio come Tracy Austin, Andrea Jager e Kathy Rinaldi, troppo presto gettate in pasto allo show-tennis ed altrettanto presto eclissate.

Ed in Florida l’esibizione di Jennifer è sontuosa, e pure senza precedenti, se è vero che è la più giovane finalista della storia in un torneo del circuito maggiore, infilando una dopo l’altra tenniste del calibro di Claudia Porwick, Nathalie Tauziat ed addirittura Helena Sukova, numero 4 del mondo, oltre a Laura Gildemeister, prima di arrendersi all’atto decisivo a Gabriela Sabatini, infine vincitrice dopo due set serrati, 6-4 7-5. Quando poi, qualche settimana dopo, realizza identico exploit ad Hilton Head, prendendosi il lusso di demolire con un clamoroso 6-1 6-1 l’ultima trionfatrice di Parigi, Arantxa Sanchez, prima di cedere all’immensa Martina Navratilova, ecco che la Capriati, oltreché le attese, si trova a dover fronteggiare una notorietà che, vedremo poi, rischierà di schiacciarla.

Sono gli anni in cui un’altra tennista precoce e di classe, pure lei allevata all’Accademia di Bollettieri, Monica Seles, imprime il suo marchio sul tennis mondiale, contrapponendo la forza del suo gioco di pressione da fondocampo all’esplosività atletica della regina per niente disposta a farsi da parte, Steffi Graf. E Jennifer sembra la perfetta terza incomoda tra le due indiscusse primedonne, altro prototipo della tennista corri-e-tira, con qualche chilo in più e forse una maggior attitudine nella ricerca dell’approccio a rete rispetto alla serba.

In effetti i risultati sembrano premiare l’americana, che nel 1990 raggiunge subito la semifinale alla prima partecipazione al Roland-Garros, fermata 2-6 2-6 proprio dalla campionessa di Novi Sad, vince in Portorico il primo torneo, partecipa al Masters di fine anno, ed infiltra per la prima volta la top-ten, per poi nel 1991 bissare la semifinale nello Slam più prestigioso, Wimbledon, 4-6 4-6 dalla Sabatini, e agli US Open, 3-6 6-3 6-7 in una memorabile sfida ancora con la Seles, e, nell’anno olimpico 1992, cogliere l’oro in singolare ai Giochi di Barcellona rimontando in finale la Graf, 3-6 6-3 6-4.

Ce ne sarebbe a sufficienza per progettare, non ancora 17enne, un futuro luminoso. Ma in casa Capriati non sono tutte rose e fiori, papà Stefano è una presenza ingombrante e difficile da digerire, così come la pressione mediatica trova terreno fertile nello squarciare l’anima adolescenziale di Jennifer che, dopo un iniziale successo a Sydney nel gennaio 1993, entra nel tunnel oscuro che condizionerà gli anni successivi. Della sua vita così come, inevitabilmente, della sua carriera. Ecco allora che la campionessa, celebrata da tutti, passa dalle stelle alle stalle, additata altrettanto da tutti come “colei che ruba un anello pur avendo milioni di dollari in banca” e che “viene arrestata per possesso di marijuana“.

E così gli anni passano, tra numerose assenze dal tennis giocato ed altrettanti numerosi tentativi di ritorno, sempre sospesa tra quel che doveva essere ed invece parrebbe non poter esser più. Fin quando, e siamo all’alba del nuovo Millennio, la Capriati, messe da parte le incertezze e consapevole, raggiunta la maturità, che se vuol lasciare traccia di sè è bene farlo adesso oppure mai più, torna competitiva. Aprendo la fase aurea della sua carriera.

La ragazzina istintiva e sorridente ha ormai lasciato il posto ad una donna segnata dalle incertezze della vita, riflessiva ed orientata a dare il meglio di sè. E se nel 2000 rinnova l’appuntamento con una semifinale Slam agli Australian Open come non le accadeva da nove anni, quando, pur non compresa tra le teste di serie, cede solo alla futura vincitrice del torneo, Lindsay Davenport, ed è protagonista del successo degli Stati Uniti nella finale di Federation Cup contro la Spagna, l’anno dopo fa saltare il banco, proprio a Melbourne dove infila una dopo l’altra Nagyova (che le strappa un set), Oremans, Ruano Pascual, Marrero, Seles ai quarti di finale in una sfida che profuma d’antico (5-7 6-4 6-3), la stessa Davenport con cui si prende la rivincita (6-3 6-4) e la numero 1 del mondo Martina Hingis, che all’atto conclusivo si vede costretta a cedere nettamente all’americana che con il punteggio di 6-4 6-3 in un sol colpo fa suo quel titolo Slam che inseguiva fin da adolescente e spazza via le angosce degli anni bui.

Quando meno te lo aspetti Jennifer assurge a quel rango a cui pareva destinata fin dal giorno in cui, per la prima volta, impugnò la racchetta, ed inevitabile, o quasi, giunge il bis in terra di Francia, al Roland-Garros, dove l’americana spazza via ai quarti di finale Serena Williams (6-2 5-7 6-2), demolisce ancora la Hingis, curiosamente con lo stesso score australiano, 6-4 6-3, ed è protagonista di una finale al cardiopalma con la belga Kim Clijsters, figlia d’arte del calciatore Leo, risolta con un pirotecnico 12-10 al set decisivo.

Le due sconfitte in semifinale sia a Wimbledon (con Justine Henin) che agli US Open (4-6 2-6 con Venus Williams) scalfiscono forse l’orgoglio della Capriati, che al torneo di casa sommerà altre tre semifinali nei tre anni successivi, ma le consentono, il 15 ottobre 2001, di guadagnare la vetta del ranking mondiale.

Verrà poi, a gennaio 2002, la doppietta agli Australian Open battendo nuovamente la Hingis in finale, 4-6 7-6 6-2, per il terzo ed ultimo Slam in carriera, ma quel numero 1 del mondo detenuto a più riprese per 17 settimane certificano che se Jennifer Capriati ha toccato il fondo (e le capiterà ancora una volta dismessi i panni della tennista di successo, afflitta da depressione e talvolta accarezzando ipotesi suicide) ha pure scalato quella vetta che le spettava, se non di diritto almeno nelle previsioni, fin da bambina. Già, proprio una bambina-prodigio.

LAURENT JALABERT E IL GIRO DI LOMBARDIA 1997 A RISCATTARE UNA DELUSIONE MONDIALE

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Il vittorioso arrivo di Jalabert – da pezcyclingnews.com

articolo di Nicola Pucci

Quando Laurent Jalabert, il 18 ottobre 1997, si allinea ai nastri di partenza della 91esima edizione del Giro di Lombardia, ha un paio di sassolini almeno da togliersi dalle scarpe. Il primo, già un po’ datato, è relativo allo smacco patito a primavera nella classica che più di ogni altra stuzzica i suoi appetiti, ovvero la Liegi-Bastogne-Liegi, in cui ha dovuto inchinarsi allo strapotere di Michele Bartoli; il secondo, decisamente più recente ed anche bruciante, rimanda al Mondiale di San Sebastiano in cui il campione di Mazamet, già vincitore della maglia iridata nella prova a cronometro, ha dovuto far buon visto a cattiva sorte per il successo, inatteso ed in seguito mai più ripetuto, del connazionale Laurent Brochard, nel giorno in cui tutti gli addetti ai lavori eran già pronti ad acclamarlo protagonista di una storica doppietta.

Ergo, su quelle stesse strade italiane che nel 1995 lo elevarono al rango di campione di prima fascia con il successo alla Milano-Sanremo battendo in una volata a due Maurizio Fondriest, Jalabert intende prendersi una sonora rivincita, tanto sul ciclismo azzurro quanto sui detrattori in patria che lo hanno accusato di non aver saputo far valere la legge del più forte nei Paesi Baschi.

In effetti, Laurent ha già un palmares di tutto rispetto, se è vero che oltre al successo nella “Classicissima” che rende giustizia al suo talento di cacciatore di classiche-monumento, ha pure trionfato, sempre nell’anno di grazia 1995, alla Vuelta (la prima a disputarsi in settembre), rivelando doti non comuni anche per le grandi corse a tappe come già accennato dal quarto posto al Tour de France, seppur il seguito della carriera lo vedrà andare non oltre un altro quarto posto, stavolta al Giro d’Italia del 1999. Vanta anche due vittorie alla Freccia Vallone, ancora nel 1995 e proprio nel 1997, e una tripletta consecutiva alla Parigi-Nizza, nel 1995, nel 1996 e nel 1997, e se per le due stagioni 1995 e 1996 ha chiuso in testa alla classifica mondiale UCI, punta a far tris anche nel 1997 quale miglior corridore al mondo, previa vittoria proprio nella “classica delle foglie morte“.

Il lotto dei favoriti al successo, oltre a Jalabert che si è imposto, tre giorni primi, nel gustoso antipasto della Milano-Torino superando lo svizzero Alex Zulle, collega in casa Once, comprende ovviamente la nuova maglia arcobaleno, Brochard, seppur l’iridato, curiosamente classe 1968 come il fuoriclasse occitano, abbia da smaltire i festeggiamenti per l’exploit di San Sebastiano, ed un plotone agguerrito di corridori italiani, che vanno dallo stesso Bartoli, pure lui deluso dall’esito mondiale e che in assenza del danese Rolf Sorensen può far sua la classifica di Coppa del Mondo, ad Andrea Tafi che vinse il Lombardia dodici mesi prima, da Francesco Casagrande che difende i colori della Saeco, a Davide Rebellin in maglia Française des Jeux e a quel Paolino Lanfranchi che con lo stesso Tafi guida la corazzata Mapei. Insomma, parrebbe una battaglia Jalabert-Italia, con gli svizzeri Zberg, Gianetti e Zulle ad agire come guastatori ed un figlio d’arte d’eccezione, Axel Merckx, chiamato alla non facile impresa di far saltare il banco e mostrarsi infine degno di un padre così ingombrante come il “Cannibale” Eddy.

Sono da percorrere 250 chilometri esigenti, da Varese a Bergamo, scavalcando Valbrona, il leggendario Ghisallo, Colle Brianza, Roncola, Colle Valpiana e Colle del Gallo, e se nella prima parte di corsa le acque rimangono tranquille, con qualche scaramuccia accesa da Streel, Romio, Secchiari e Danny Nelissen prima, Virenque poi, ecco che sulla Roncola evadono dal gruppo Belli, Pellicioli, il campione del mondo Brochard che vuol onorare la maglia che indossa, Simeoni e Faresin sui quali sono abili a riportarsi Celestino e Henn. I sette battistrada transitano in vetta con 1’02” di margine sul gruppo che, condotto dagli uomini di Bartoli e Jalabert, ricuce lo strappo dopo una cinquantina di chilometri.

Proprio nel momento del ricongiungimento allungano in contropiede Belli e Simeoni, decisamente ben disposti a dar battaglia, che procedono di buon accordo mentre nel gruppo c’è incertezza. Dopo alcuni chilometri in cui il plotone sembra temporeggiare, è nuovamente la Once di Jalabert e Zulle a forzare l’andatura per tentare di annullare il nuovo attacco. Si avvicina il Colle del Gallo, spesso decisivo per le sorti della corsa, e a portarsi davanti sono proprio i “gialli” della Once con Mauri, Zulle e lo stesso Jalabert, seppur il margine dei due fuggitivi si mantenga ancora di poco inferiore al minuto. Sulle prime rampe dell’ultima asperità Jalabert imprime il suo marchio di campionissimo sulla sfida e rompe gli indugi, contrattaccando con grande decisione e trascinandosi appresso cinque italiani, tutti autorevoli pretendenti al successo finale, mentre il gruppo principale va in frantumi: Tafi, Lanfranchi, Bartoli, Casagrande e Rebellin.

La situazione si evolve rapidamente, con Jalabert che è decisamente il più attivo nel forzare l’andatura: i due battistrada vengono ripresi a poco più di tre chilometri dalla vetta ma Simeoni scatta nuovamente e stavolta alle sue spalle non c’è reazione tanto che rientrano altri corridori nel gruppetto di “Jaja“. Roux e Merckx sono i primi, ma i distacchi sono ancora esigui ed in località Piano Simeoni viene raggiunto da quattordici corridori: Belli, Casagrande, Bartoli, Tafi, Jalabert, Lanfranchi, Rebellin, Merckx, Roux, Hamburger, Paolo Valoti, Gianluca Valoti, Thibout e Barbero. A poco meno di due chilometri dalla vetta del Colle del Gallo scatta ancora Jalabert, in smaglianti condizioni di forma pur al termine di una lunga stagione che lo ha visto all’avanguardia fin dalla primavera, al quale resistono in un primo momento soltanto Bartoli, Casagrande e Tafi. Il francese è scatenato ed allunga a ripetizione, Bartoli è l’unico che riesce a rimanere al suo fianco ma poi pure lui è costretto ad alzare bandiera bianca. Jalabert se ne va, scatta ancora e transita in vetta al Colle del Gallo con 12″ di margine su Casagrande, Lanfranchi e Bartoli; ad una trentina di secondi inseguono invece Rebellin, Paolo Valoti, Tafi e Merckx. In discesa Jalabert viene ripreso mentre i primi inseguitori si avvicinano ed il loro ritardo scende fino a 19″; ma i quattro battistrada collaborano di buona lena, Bartoli e Jalabert parlottano a più riprese, probabilmente “patteggiando” un accordo che convenga ad entrambi, ed il margine dei fuggitivi riprende presto a salire, attestandosi intorno ai 40″. I battistrada, ormai imprendibili, vanno a disputarsi la vittoria in una volata ristretta che vede Bartoli, ormai appagato dalla vittoria certa in Coppa del Mondo, rialzarsi subito e disinteressarsi dello sprint nel quale Jalabert non ha difficoltà ad imporsi a braccia alzate su Casagrande e Lanfranchi, facendo segnare addirittura la nuova media record della corsa, addirittura sopra i 43 chilometri all’ora. Segno che battaglia, vera, c’è stata.

Jalabert vince e convince e se non potrà appagare lo smisurato orgoglio da fuoriclasse con la maglia iridata, beh, Giro di Lombardia e numero 1 del mondo UCI sono indubbiamente un bel premio di consolazione.

DUNCAN ARMSTRONG, UN “CARNEADE” AI VERTICI DELLO STILE LIBERO AI GIOCHI DI SEUL 1988

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Armstrong festeggia l’oro sui m.200sl ai Giochi di Seul ’88 – da:examiner.com.au

Articolo di Giovanni Manenti

Gli inglesi – da sempre molto puntuali nel gergo sportivo – sono soliti definire con i termini “outsider” ed “underdog” coloro che riescono ad imporsi in competizioni che vedono stravolgere i pronostici della vigilia, ma mentre un outsider è un atleta che si pone subito alle spalle dei favoriti d’obbligo, un “underdog” rappresenta colui che, usando un termine di manzoniana memoria, potrebbe tradursi in un “Carneade” nella nostra accezione, vale a dire un semisconosciuto e fuori da ogni previsione.

Ed è certo che, nella loro ultracentenaria Storia, le Olimpiadi hanno visto trionfare personaggi appartenenti ad entrambe le categorie, ma per quanto concerne una disciplina altamente selettiva quale il Nuoto, nessuno è riuscito a compiere un exploit pari a quella di Duncan Armstrong ai Giochi di Seul ’88, la cui impresa merita pertanto di essere raccontata.

Nato il 7 aprile 1968 a Rockhampton, nel Queensland, Armstrong inizia a nuotare dall’età di 5 anni ed i primi a convincersi delle sue potenzialità sono i genitori, che si trasferiscono a Brisbane per consentire al figlio di iscriversi alla “A.C.I. Lawrence Swimming Club” ed affidarlo alla sapiente guida di Laurie Lawrence, che già aveva portato ai vertici del nuoto mondiale gli stileliberisti Steve Holland e Tracey Wickham e che ha sotto le sue dirette cure il farfallista Jon Sieben.

Proprio il fatto di potersi allenare assieme a Sieben – anch’egli autore di un’impresa straordinaria, permettendosi di infliggere al fuoriclasse tedesco Michael Gross un’inattesa sconfitta sui m.200 farfalla ai Giochi di Los Angeles ’84, migliorandone altresì di 0”01 centesimo (1’57”04) il relativo primato mondiale – rappresenta per Armstrong uno stimolo fondamentale nella speranza di poterlo un giorno emulare.

Peraltro, avendo mancato la selezione per le Olimpiadi californiane, Armstrong deve attendere ancora un biennio, dopo essersi diplomato nel 1985 alla “Brisbane State High School” (di cui è il Capitano della relativa squadra di nuoto …), allorché riesce, oramai 18enne, a staccare il biglietto per l’Europa e rappresentare l’Australia sia ai “Commonwealth Games” di fine luglio ’86 che alla successiva Rassegna Iridata in calendario a Madrid il mese seguente.

Duncan Armstrong - Commonwealth Games
Armstrong vince i m.400sl ai “Commonwealth Games” – da:gettyimages.ca 

Evidentemente abituato a realizzare imprese impossibili, Armstrong fornisce una strabiliante prova nella Finale dei m.400sl ad Edimburgo, che lo vede trionfare – ancorché con un tempo relativamente mediocre di 3’52”25 se rapportato al primato assoluto di 3’47”80 stabilito da Michael Gross l’anno precedente – in una gara che in cui transita ultimo a metà percorso, recuperando nelle quattro ultime vasche uno svantaggio di circa 25 metri, per poi aggiungervi un’altra medaglia d’oro con la staffetta 4x200sl.

Tutt’altra musica, chiaramente, ai successivi Mondiali di Madrid, che segnano peraltro il punto più basso per la selezione australiana che non vede alcuno dei suoi atleti salire sul podio – dopo peraltro che anche quattro anni prima a Guayaquil il bottino fosse stato limitato ad una misera medaglia d’argento – dove comunque Armstrong riesce a centrare la Finale sui m.200sl, conclusa in un onorevole sesto posto con il tempo di 1’50”17, mentre a trionfare è il dominatore della specialità, il già ricordato tedesco occidentale Gross che, con 1’47”92, non va lontano dal suo stesso record mondiale di 1’47”44 stabilito due anni prima ai Giochi di Los Angeles.

Chiaro che tra il non ancora 20enne australiano e “L’Albatros” (come è soprannominato il tedesco …) esiste un gap sia sui 200 metri che sulla doppia distanza a stile libero che sembra incolmabile, anche se ai Campionati Europei di Strasburgo ’87 la sua condizione appare in calando, chiudendo non meglio che terzo la Finale dei m.200sl e lasciando spazio ai connazionali Reiner Henkel e Thomas Fahrner sui 400 metri, concentrandosi più sullo stile a farfalla.

L’unico a credere ciecamente sulle possibilità del suo allievo è proprio Lawrence, il quale ne intravede le enormi potenzialità ed, oltre a migliorarne l’aspetto fisico e tecnico con allenamenti adeguati, nel influenza fortemente l’aspetto mentale, convincendolo che era in grado di raggiungere i livelli di eccellenza necessari per primeggiare, così come che i vari Matt Biondi e Michael Gross erano, in fondo, battibili.

Già, Biondi, il 23enne californiano già Campione olimpico con la staffetta 4x100sl a Los Angeles ’84, e che si è messo in testa di eguagliare il record di 7 medaglie d’oro stabilito dal connazionale Mark Spitz 16 anni prima nell’edizione di Monaco ’72 avendo acquisito il diritto a partecipare ai 50, 100 e 200 metri stile libero ed ai m.100 farfalla, oltre alle tre staffette, e che aveva fatto le “prove generali” due anni prima alla Rassegna iridata di Madrid, riuscendo a salire in ogni gara sul podio, ma con soli 3 Ori (100sl, staffette 4x100sl e 4x100mista), l’argento sui m.100 farfalle e tre bronzi sui m.50 e 200sl e con la staffetta 4x200sl.

Matt Biondi - World Swimming Championships
Matt Biondi sui m.100sl ai Mondiali di Madrid ’86 – da:gettyimages.co.uk

Ai Trials olimpici di inizio agosto ad Austin, in Texas, Biondi migliora in 48”42 il suo record mondiale sui m.100sl, ma viene battuto – sia pur per soli 0”02 centesimi, 1’48”35 ad 1’48”37 – da Troy Dalbey sulla doppia distanza, tempi che comunque non sembrano avvicinabili da Armstrong, il quale si presenta in Corea con il 46esimo tempo dell’anno sui 200 metri, dopo aver concluso l’anno precedente in 25esima posizione nel Ranking mondiale.

Sicuramente più un “underdog” che non un “outsider”, l’australiano, che il pomeriggio del 18 settembre ‘88, giornata inaugurale del programma natatorio olimpico, si presenta sui blocchi di partenza delle batterie dei m.200sl, in un contesto che vede iscritti – oltre ai citati americani Dalbey e Biondi, così come i tedeschi occidentali Gross e Fahrner – anche il tedesco orientale Steffen Zesner, cui fanno degna compagnia l’onnipresente svedese Anders Holmertz e l’azzurro Giorgio Lamberti (rispettivamente oro ed argento europei a Strasburgo ’87), nonché la sorpresa dell’anno, vale a dire il polacco Artur Wojdat, che in marzo negli Stati Uniti si era permesso di cancellare Gross dall’Albo dei record mondiali sui m.400sl, nuotando la distanza in 3’47”38.

Già le batterie – che ammettono i migliori otto tempi direttamente alla Finale – rappresentano pertanto un ostacolo difficile da superare, essendo necessario nuotare sotto l’1’50” se si nutrono speranze di qualificazione, prova ne sia che ne vengono esclusi l’azzurro Roberto Gleria, l’altro tedesco orientale Thomas Flemming ed il francese Stéphan Caron nonostante siano abbondantemente scesi sotto tale limite, mentre per i nostri colori si registra l’amarezza dell’eliminazione di Lamberti, non meglio che 12esimo in 1’50”47 …

Wojdat conferma il suo eccellente stato di forma, imponendosi nella settima batteria con il record nazionale di 1’48”02 che lo porta a superare Biondi di 0”37 centesimi, mentre Armstrong, inserito nell’ottava ed ultima serie, tiene il ritmo di Gross, con i due a realizzare (1’48”55 ed 1’48”86 rispettivamente …) il terzo e quarto tempo di qualifica, ed Holmertz, al contrario, che aveva vinto la sesta batteria in 1’49”28, rischia forte segnando l’ultimo tempo utile per la Finale.

Evidente per Armstrong, il cui sensibile miglioramento cronometrico lo fa automaticamente scalare tra gli “outsider”, come già salire sul podio sarebbe un importante risultato, laddove si consideri il già ricordato periodo di crisi del movimento natatorio australiano, che proprio a fine anni ’80 conosce il suo livello più basso, dal quale peraltro avrà modo di riprendersi già agli albori del nuovo decennio.

Ed in più, la pressione è tutta sulle spalle di Biondi, per il quale una mancata vittoria farebbe svanire già alla seconda giornata il sogno di emulare Spitz, cosa dimostrata anche dall’ovazione del pubblico che lo accoglie al momento della presentazione dei finalisti, con l’americano ad occupare la quinta corsia, mentre Wojdat è in quarta con a fianco Gross in terza ed Armstrong ad allinearsi a fianco di Biondi in sesta, per una Finale che prende il via alle ore 12:00 locali per soddisfare le esigenze televisive negli Stati Uniti.

Lawrence consiglia ad Armstrong di nuotare il più possibile vicino alla corsia di Biondi, in modo da sfruttarne la scia senza essere danneggiato dalle onde che il possente nuotatore americano crea con il suo stile, cosa che l’australiano esegue alla lettera, nel mentre il 23enne californiano mette in atto la tattica di partire forte (virando per primo in 24”98 ai 50 metri), ritmo che, in ottava corsia, è tenuto anche da Holmertz, il quale è in testa a metà gara in 52”21, un passaggio straordinario di ben 0”93 centesimi inferiore a quello del record mondiale stabilito da Gross in occasione del record olimpico e mondiale a Los Angeles ’84.

Armstrong, dal canto suo, tiene botta, virando in terza posizione, che mantiene anche ai 150 metri, allorché è Biondi a riprendere la testa della gara, virando in 1’19”62 (ancora 0”65 centesimi sotto il passaggio del primato di Gross), per poi sferrare il suo decisivo attacco nell’ultima vasca che lo porta a sopravanzare l’americano a 25 metri dall’arrivo e quindi andare a toccare con uno straordinario tempo di 1’47”25 che rappresenta il nuovo record mondiale, con Biondi beffato per soli 0”10 centesimi (1’47”89 ad 1’47”99) nella lotta per l’argento da un Holmertz che, insolitamente, è riuscito a tenere sino in fondo.

Duncan Armstrong At XXIV Summer Olympics
L’esultanza di Armstrong a fine m.200sl – da:gettyimages.co.uk

In tribuna, Lawrence non sta più nella pelle dalla gioia, consapevole di aver compiuto il “capolavoro” della sua attività di tecnico, al quale lo stesso Biondi è il primo a rendere omaggio affermando come “sono stato battuto in una grande gara, conclusa con il record mondiale (l’americano, dal canto suo, realizza il primato Usa …) e finendo davanti a due specialisti come Wojdat e Gross (quarti e quinti con 1’48”40 ed 1’48”59 rispettivamente …), Duncan ha nuotato benissimo, riuscendo a starmi alle spalle quando ero in testa, proprio vicino alla linea della corsia e credo che questo lo abbia aiutato …”.

Mai come stavolta il celebre detto che “l’appetito vien mangiando” si addice ad Armstrong, che al mattino del 23 settembre si ripresenta ai bordi della “Jamsil Indoor Swimming Pool” di Seul per prendere parte alle batterie dei 400 metri stile libero, il cui esito determina un’ecatombe di possibili medagliati, ad iniziare dal Campione mondiale in carica Henkel (decimo in 3’51”50), per proseguire con l’americano Dan Jorgensen ed il tedesco orientale Jorg Hoffmann oltre, purtroppo, ad un Lamberti presentatosi in scadenti condizioni di forma.

Armstrong, inserito nella settima batteria, giunge terzo in 3’50”64 alle spalle di Wojdat e del tedesco orientale Uwe Dassler (3’49”52 e 3’49”68 rispettivamente), che rappresenta il settimo tempo di qualifica, mentre a farsi preferire, inaspettatamente, è l’altro polacco Mariusz Podkoscielny, il cui tempo di 3’49”51 – con cui precede di un solo 0”01 centesimo il tedesco occidentale Stefan Pfeiffer – gli consente di fregiarsi di un record olimpico peraltro migliorato da tutti ed 8 i finalisti rispetto a quanto stabilito quattro anni prima da Fahrner ai Giochi californiani.

Primato di cui il 20enne polacco gode per lo spazio di 10 ore esatte, poiché nella Finale che prende il via alle 20:00 locali – con ciò ristabilendo l’usuale orario, visto che oramai Biondi, altresì sconfitto sui m.100 farfalla, non ha più la possibilità di eguagliare Spitz – ben cinque nuotatori fanno meglio, lui compreso che conclude quinto in 3’48”59 ….

Dopo quello a cui hanno assistito nella Finale dei 200 metri c’è grande attesa tra gli addetti ai lavori per vedere cosa sarà in grado di compiere l’australiano, anche se non sono in pochi a ritenere che possa oramai ritenersi soddisfatto, ma “mai dire mai”, specie quando ti rendi conto che ti sta passando davanti l’occasione della tua vita, pur se i favori del pronostico sono più orientati sul fresco primatista mondiale Wojdat.

Come di consueto, è Holmertz – il terzo, assieme ad Armstrong e Wojdat, reduce dalla Finale sui m.200sl – a prendere la testa in avvio, con Armstrong, viceversa, al quale stavolta tocca l’esterna prima corsia, a non smentirsi con la sua tattica attendista che lo vede toccare ultimo ai 100 metri, posizione che mantiene anche alla virata di metà gara, allorché lo svedese e l’americano Matt Cetlinski – in settima ed ottava corsia rispettivamente – transitano quasi contemporaneamente in 1’52”32, oltre 1” al di sotto del limite mondiale di Wojdat.

Con un altro record in odore di crollare, Cetlinski si porta al comando nelle due successive vasche, virando in testa ai 300 metri in 2’50”46 (ancora 0”38 centesimi sotto il primato mondiale …), mentre Holmertz è raggiunto da Wojdat in terza corsia, con alle loro spalle a rimontare anche il tedesco orientale Dassler in sesta ed Armstrong non meglio che settimo, pur avendo ridotto il margine di svantaggio.

La prova sui m.400sl vive i suoi momenti decisivi nelle ultime due vasche, con Holmertz a cedere di schianto (conclude in 3’51”04 …), mentre Wojdat e Dassler vanno alla caccia di Cetlinski che mantiene una bava di vantaggio all’ultima virata, ed in prima corsia Armstrong rinviene per poi esibirsi nel suo proverbiale “finish” che gli consente di partecipare alla “volata a quattro” per il podio che privilegia Dassler, il quale conclude in 3’46”95, precedendo di soli 0”20 centesimi (3’47”15) Armstrong, con Wojdat a doversi accontentare del bronzo nonostante abbia anch’egli nuotato (in 3’47”34) per 0”03 centesimi al di sotto del proprio limite mondiale.

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La gioia di Dassler, oro sui m.400sl – da:gettyimages.it

Per Armstrong la degna conclusione di una settimana trionfale – una terza medaglia, di bronzo, a completare la gamma di metalli, gli sfugge con la staffetta 4x200sl, che si piazza al quarto posto – che lo porta a “salvare l’onore” australiano, visto che sue sono le due uniche medaglie nel Nuoto maschile (una terza, di bronzo, se l’aggiudica Julie McDonald sui m.800sl femminili …) ed anche a trovare l’amore nelle vesti dell’americana Tami Bruce (quarta sui m.400 e quinta sui m.800sl a Seul), che sposa l’anno seguente, anche se poi i due divorzieranno, mentre a livello agonistico viene bloccato da una mononucleosi in vista dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90 e, nella successiva edizione dei Giochi di Barcellona ’92, dove per l’Australia si è già accesa la stella di Kieren Perkins, ottiene solo la selezione per la staffetta 4x200sl, squalificata in Finale ….

Ma, del resto, cosa poteva pretendere di più dalla vita il più celebre “underdog” in campo natatorio dell’affascinante Romanzo della “Storia delle Olimpiadi” …??

 

AD AMSTERDAM 1928 L’UNICA VOLTA D’ORO DELLA PALLANUOTO TEDESCA

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Una fase del torneo di pallanuoto – da waterpololegends.com

articolo di Nicola Pucci

Quattordici squadre sono iscritte al torneo di pallanuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 per l’edizione numero 7 ai Giochi che hanno visto, in precedenza, imporsi quattro volte la Gran Bretagna, gli Stati Uniti nel torneo (dimostrativo) di St.Louis nel 1904 e la Francia davanti al pubblico parigino nel 1924.

Proprio i transalpini si presentano all’appuntamento olandese con l’intenzione di confermare il titolo conquistato quattro anni prima con il 3-0 in finale con il Belgio, ma la squadra è rinnovata e i soli Paul Dujardin ed Henri Padou sono reduci di quella formazione che fu capace di sbaragliare il lotto delle avversarie. Nel 1926, a Budapest, si è disputata la prima edizione degli Europei, risolti con la vittoria dell’Ungheria davanti alla Svezia, alla Germania e allo stesso Belgio, ma se magiari, che hanno bissato il titolo l’anno dopo a Bologna superando stavolta Francia e Belgio, e tedeschi hanno risposto all’appello olimpico, gli scandinavi sono invece assenti, lasciando alle due rivali il ruolo di sfidanti in sede a cinque cerchi proprio di Francia e Belgio.

Germania e Stati Uniti sono ammesse direttamente ai quarti di finale, a cui accedono con facili vittorie Paesi Bassi (11-1 alla Svizzera con 6 reti di Koos Kohler), Belgio (altro 11-1, all’Irlanda, con 5 reti di Pierre Coppieters) e Ungheria (che travolge 14-0 la malcapitata Argentina, trascinata dalla coppia formata dal minore dei fratelli Keseru, Alajos, e Joszef Vertesy, a segno sette volte), mentre la Francia batte 4-0 la Spagna, la Gran Bretagna fa poker, 4-2, potendo ancora avvalersi della classe del 42enne Paul Radmilovic con la Cecoslovacchia, e Malta, alla prima partecipazione olimpica, sorprende il Lussemburgo 3-1 grazie alle storiche reti di Bonavia, Magri e Vella.

Ai quarti di finale i campioni in carica della Francia avanzano di goleada con Malta, 16-0, mentre la Germania, capitanata da Fritz Gunst, che perderà una coscia nel corso della Seconda Guerra Mondiale e nel 1990 verrà inserito nella Hall of Fame del nuoto, comincia a farsi rispettare battendo il Belgio in rimonta, 5-3 ai tempi supplementari con tripletta di Karl Bahre, bissando nell’entità numerica il successo ottenuto nella sfida andata in scena agli Europei del 1926 (allora finì 6-4) per incrociare la Gran Bretagna che liquida, sempre 5-3 e sempre ai tempi supplementari, i beniamini locali. Ultima ammessa alle semifinali, l’Ungheria, che dispone degli Stati Uniti con un agevole 5-0, evidenziando non solo la propensione alla rete dei suoi attaccanti ma pure l’efficacia della retroguardia.

In semifinale i tedeschi, nelle cui file gioca Eric Rademacher, primatista del mondo dei 200 rana nonché medaglia d’argento nella prova individuale alle spalle del giapponese Yoshiyuki Tsuruta e campione europeo della distanza sia nel 1926 che nel 1927, e che assieme al fratello Joachim sta per diventare il primo olimpionico in una prova a squadre, partono di gran carriera con la Gran Bretagna imponendosi infine 8-5, mentre l’Ungheria spenge il sogno dei francesi di confermarsi campioni, vincendo lo scontro diretto per 5-3.

La finale, allo Zwemstadion di Amsterdam, dunque, pone l’una di fronte all’altra due formazioni ormai al top della pallanuoto internazionale, e lo sviluppo è ovviamente equilibrato, con i magiari, che schierano Oliver Halassy che non ha il piede sinistro (amputato da bambino), che si portano sul 2-0 grazie alle reti di Ferenc Keseru e di Vertesy, risultato con cui si chiude il primo tempo. La Germania non si arrende, nella ripresa entra in vasca convinta di poter rimontare e ancora una volta dimostra di essere squadra capace di venir fuori alla distanza. Ristabilisce la parità ai tempi regolamentari, 2-2, per poi allungare in maniera decisiva nei tre minuti di tempi supplementari, per chiudere sul 5-2 grazie alle doppiette di Max Amann e Bahre e al sigillo di Otto Cordes e conquistare la prima e unica medaglia d’oro della sua storia olimpica nella pallanuoto.

PIERRE VILLEPREUX, IL PROFETA DEL RUGBY TOTALE

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Pierre Villepreux in azione in un Francia-Inghilterra – da:lequipe.fr

Articolo di Giovanni Manenti

Ad uno Sport ci si avvicina inizialmente quasi sempre per divertimento, cui subentra la passione per poter emergere, unita al senso di professionalità che ti fa divenire un Campione, ma se a tutte queste motivazioni si unisce il fatto di volerne comprendere e magari trasferire agli altri ogni più piccolo segreto e/o dettaglio, ecco che allora, per chi si cala in questa dimensione, una disciplina diventa una sorta di ragione di vita …

Questo è ciò che è capitato al protagonista del nostro racconto odierno, vale a dire il francese Pierre Villepreux, autentica icona del Rugby transalpino e non solo, uno che con il suo modo di pensare ha rivoluzionato il gioco della palla ovale, alla stessa stregua di ciò che è riconosciuto all’Olanda del “calcio totale” degli anni ’70, oppure a quanto di innovativo è stato capace di introdurre il tecnico argentino Julio Velasco nel Mondo del Volley.

Villepreux nasce il 5 luglio 1943, nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, ad Arnac-Pompadour, piccolo comune francese di poco più di mille anime, situato nel Dipartimento della Corrèze, nella Regione della Bassa Aquitania, figlio a propria volta di un ex rugbista, sport che inizia a praticare anch’egli ai tempi del Liceo, anche perché in paese non vi era granché di alternativa, per poi entrare nelle Giovanili del Brive, il principale Club del Dipartimento, avendo modo di esordire in prima squadra nel 1963 come mediano d’apertura.

Ruolo che ben presto modifica, su richiesta del Presidente della Società transalpina, trasformandosi in estremo, posizione che consente a Villepreux di affinare e di mettere a disposizione dei propri compagni quello che diviene il suo “marchio di fabbrica”, vale a dire un’eccellente sensibilità e profondità al piede, determinante sia nel calciare punizioni o conversioni di mete, così come per l’immediata trasformazione di azioni di difensive ad offensive con sapienti rilanci in touche.

Ed è grazie al suo contributo che, nel 1965 il Brive giunge per la prima volta nella sua Storia alla Finale del Campionato francese solo per essere sconfitto 8-15 nella sfida andata in scena il 23 maggio allo “Stade de Gerland” di Lione dall’Agen, formazione dominante agli inizi degli anni ’60, con tre titoli conseguiti nel 1962, ’65 e 66.

Gli anni al Brive sono anche quelli in cui Villepreux inizia a studiare rugby non solo in veste di giocatore, ma anche come cultore di tale disciplina, prova ne sia che nello stesso anno della Finale di Lione si laurea divenendo Professore associato di educazione fisica discutendo una tesi, manco a dirlo, sul movimento del giocatore nello Sport della palla ovale, un volume di 300 pagine completo di statistiche complesse e fasi di gioco che, dalla sua posizione in campo di estremo, può più facilmente di altri osservare e trarre le proprie deduzioni per le eventuali modifiche e/o miglioramenti.

Essendo il Rugby ancora una disciplina a livello amatoriale, la cattedra di insegnante lo porta a trasferirsi a Tolosa, accasandosi allo Stade Toulousin, uno dei più prestigiosi Club d’Oltralpe, capace di conquistare ben 19 titoli nella sua ultracentenaria storia, ma che vive un periodo di parziale anonimato di quasi 40 anni tra la settima (1947) e l’ottava (1985) vittoria in Campionato, in cui l’unico lampo avviene durante la permanenza di Villepreux, giungendo alla Finale nel 1969.

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Pierre Villepreux nel 1967 – da:gettyimages.it

Torneo in cui “Pierrot” (come è soprannominato) rivive il suo precedente passato, in quanto i rossoneri eliminano agli Ottavi di finale proprio quell’Agen che gli aveva negato la gioia del titolo quattro anni prima, oltretutto andando a violare il loro terreno grazie ad un convincente successo esterno per 22-16 per poi non avere pietà nel superare in semifinale i suoi vecchi compagni del Brive, solo per vedersi ancora una volta sfuggire il trofeo nella Finale del 18 maggio – disputata ancora a Lione – dove ad imporsi è il Bègles (al suo primo titolo …) per 11-9, con Villepreux a contribuire con 6 punti, figli di due piazzati al centro dei pali.

Nel frattempo, di lui si è accorto anche il selezionatore Jean Prat – una leggenda della palla ovale transalpina nell’immediato Secondo Dopoguerra, non a caso soprannominato “Monsieur Rugby”, la cui filosofia è racchiusa nel suo motto “Il Rugby è uno Sport, al di là del risultato, è altresì un modo di essere e comportarsi”, personaggio ideale per la filosofia di vita di “Pierrot” – che lo fa esordire in Nazionale il 26 marzo ’67 a Tolone in un test match contro l’Italia di Bollesan e Troncon, travolta 60-13, una punizione che fa sì che gli spocchiosi francesi non invitino più gli azzurri nel loro Paese per ben 30 anni.

Venti giorni più tardi, il 15 aprile ’67 a Dublino, Villepreux debutta nel “5 Nazioni” nell’ultimo, decisivo match per la conquista del Trofeo, che la Francia si aggiudica per 11-6 tornando a festeggiare la vittoria nel Torneo a cinque anni di distanza dall’ultimo successo, per poi mettere a segno i suoi primi punti per i “Bleus” nella tournée estiva in Sudafrica, grazie ad un calcio di punizione che evita ai tricolori un imbarazzante “zero” nel match perso per 3-16 contro gli “Springbocks”.

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Villepreux in azione contro l’Irlanda a Dublino – da:allezbriverugby.com

L’abilità al piede dell’estremo – non ancora pedina fissa del XV francese – si dimostra vieppiù nell’ultima gara dell’anno, allorché centra per tre volte i pali nella sfida persa 15-21 contro la Nuova Zelanda a Colombes, ma l’anno seguente, in cui la Francia – che ha visto l’avvicendarsi in panchina di Fernand Cazenave a rilevare Prat – si aggiudica per la quinta volta il “5 Nazioni” portando a termine il suo primo “Grande Slam” (ossia aggiudicarsi tutte e quattro le gare del Toerneo), Villepreux viene schierato solo nel match casalingo contro l’Irlanda, fornendo peraltro il proprio contributo al successo dei “Galletti” per 16-6 attraverso un piazzato tra i pali e la trasformazione delle mete realizzate dai compagni Campaes e Dauga.

Anche se andare a depositare l’ovale oltre la fatidica linea non è certo la “specialità della casa”, Villepreux prova una tale positiva sensazione il 5 maggio ’68 in un’amichevole a Praga contro la Cecoslovacchia, chiaramente annientata con un 19-6 costituito da ben 5 mete, di cui due trasformate dal piede educato dell’estremo, che poi sfrutta la tournée estiva nell’emisfero australe per convincere definitivamente il Commissario Tecnico delle proprie qualità.

Nell’arco di tre settimane, difatti, la Francia si misura in tre occasioni – a Christchurch, Wellington ed Auckland – con i leggendari “All Blacks” ed, al di là di altrettante, onorevoli sconfitte (9-12, 3-9 e 12-19), Villepreux si rende protagonista di un eclatante episodio che fa in breve tempo il giro del mondo, vale a dire essere riuscito a centrare i pali sfruttando un calcio di punizione battuto da una distanza di oltre 65 metri, impresa mai riuscita prima di allora in un incontro di Rugby, tanto che il 25enne della Bassa Aquitania riceve anche un’interessante offerta economica per andare a giocare addirittura a Football (quello americano, ovviamente …) negli Stati Uniti, gentilmente declinata.

Rugby - France vs Ireland 1968
Villepreux passa l’ovale a Campaes in Francia-Irlanda ’68 – da:gettyimages.ca

Oramai definitivamente punto di forza della “Equipe de France”, Villepreux non salta neppure un incontro nelle due successive stagioni, peraltro con esiti diametralmente opposti, dato che i tricolori concludono mestamente all’ultimo posto il Torneo ’69, salvati dal “whitewash” (traducibile con “andare in bianco”) di tutte sconfitte grazie al pareggio per 8-8 all’ultimo turno contro il Galles, mentre l’anno seguente si impongono – a pari merito con il Galles, da cui subiscono l’unica sconfitta per 6-11, pur vantando una miglior differenza punti (+27 rispetto ai +4 dei “Dragoni …) – grazie allo straripante successo per 35-13 all’ultima giornata sull’Inghilterra, per il quale è determinante il contributo di Villepreux, autore di 14 punti, tra cui l’unico drop in carriera con la maglia della Nazionale.

L’esperienza di Villepreux con i “Bleus” si conclude nel 1972, dopo essere sceso in campo in 7 delle 9 gare disputate dal XV di Francia nel ’71 ed in altrettante nelle 8 della sua stagione d’addio, periodo in cui – a parte due Tornei del “Cinque Nazioni” non all’altezza della tradizione della formazione tricolore – si rende protagonista nei due test match di fine anno ’71, allorché realizza 4 piazzati e trasforma l’unica meta di Boffelli nel successo per 18-9 sull’Australia il 27 novembre a Colombes e quindi, due settimane dopo, si ripete a Beziers contro la Romania, travolta 31-12, incontro in cui i 15 punti (3 piazzati ed altrettante trasformazioni …) messi a segno rappresentano il suo massimo in carriera per singola gara con la Nazionale.

Dato l’addio come si conviene, con una vittoria 16-15 il 25 giugno ’72 a Brisbane contro i “Wallabies” – per un totale di 34 presenze con 166 punti all’attivo, costituiti da 2 mete, un drop, 33 piazzati e 29 trasformazioni – Villepreux abbandona l’attività agonistica nel 1975 per concludere il primo capitolo della sua vita rugbistica ed aprirne il secondo, non meno importante, in qualità di tecnico.

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Villepreux nel 1972 – da:sporting-heroes.net

In questa nuova funzione, Villepreux ha modo di tradurre sul campo quello che è il suo “credo”, una filosofia di gioco accumulata durante gli anni di esperienza da giocatore e che lo porta a ritenere come lo Sport della palla ovale abbia bisogno di una rivoluzione intesa come filosofia di quella che lui definisce una “visione di gioco totale” – curiosamente sviluppata proprio mentre nel Mondo pallonaro europeo spopola il nuovo concetto del “Calcio totale” predicato dall’Ajax e dall’Olanda di Rinus Michels e che ha nella stella Johan Cruijff il suo “Profeta” – in cui proprio il ruolo da lui per anni ricoperto, vale a dire dell’estremo, deve essere il primo a proporsi in fase offensiva per alimentare un’azione il più possibile alla mano nella quale tutti i giocatori sul terreno di gioco dovrebbero lavorare come terze linee, in modo da incrementare la velocità della manovra.

Villepreux è, pertanto, fautore di un Rugby più spettacolare a prescindere dal risultato, privilegiando le doti tecniche a quelle della sola potenza fisica, facendo sì che ogni singolo giocatore sia in grado di sapersi posizionare in campo attraverso una lettura del gioco superiore a quella tradizionale, ciò che l’ex estremo definisce, con termine appropriato, “dimensione cognitiva”.

Ogni innovatore è peraltro destinato ben presto a scomparire nell’oblio se alle teorie non si abbinano risultati pratici e la prima esperienza su cui applicare la sua filosofia di gioco Villepreux la vive non in Patria, bensì valicando le Alpi in quanto chiamato dalla Federazione Italiana al capezzale di una Nazionale che, nel 1977, era stata in grado di sconfiggere solo formazioni di terza fascia quali Polonia e Cecoslovacchia e subendo, al contrario, un umiliante “cappotto” per 69-0 (!!) dalla Romania a Bucarest, con la nostra linea di meta violata ben 12 volte, ragion per cui non si bada a spese, offrendo al fautore del “Rugby totale” un ingaggio di 30milioni di lire annue, il che non manca di far discutere.

Chiaro che anche il 35enne francese non ha la cosiddetta “bacchetta magica”, ma vedere l’Italia, alla sua prima in panchina a Rovigo contro l’Argentina, sconfiggere 19-6 (con una meta a testa di Rino Francescato e Ghizzoni) i “Pumas” del leggendario mediano di apertura Hugo Porta – uno che in Patria è considerato “il Maradona del Rugby” – è una bella iniezione di fiducia ed autostima per l’intero clan azzurro che, sotto la guida di Villepreux, inizia quel lento processo di crescita che lo porterà, con l’inizio del nuovo millennio, all’onore di essere inserito nella maggiore competizione continentale per formazioni nazionali, da allora divenuta il “6 Nazioni”.

Nel triennio in cui guida gli Azzurri, Villepreux colleziona 10 vittorie, un pareggio e 13 sconfitte nelle 24 gare disputate, oltre ad un’onorevolissima battuta d’arresto per 12-18 a Rovigo contro gli “All Blacks” in un match per il quale la Federazione neozelandese, di passaggio in Italia, non ne riconosce i crismi dell’ufficialità, per poi fare ritorno in Patria per allenare la sua vecchia squadra del Tolosa, unitamente a riprendere il lavoro come insegnante di educazione fisica al Liceo, dando vita ad un progetto integrato di Sport e studio da cui negli anni a seguire escono giocatori di livello nazionale ed internazionale.

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Una fase del match Italia-All Blacks del novembre ’79 – da:wikipedia.org

L’esperienza maturata in Italia ha consentito a Villepreux di tastare la bontà delle sue idee ed, applicate anche nel ben più qualificato Campionato francese, gli permettono di ottenere quei risultati che gli erano stati negati da giocatore, con la conquista di ben tre titoli – nel 1985 (36-22 in Finale al Tolone), ’86 (16-6 a scapito dell’Agen) e nel 1989, superando per 18-12 ancora il Tolone – per poi lasciare il Club nel ’90 ed attraversare nuovamente le Alpi per approdare alla guida del Benetton Treviso.

I trevigiani sono reduci dalla sconfitta nella Finale Playoff contro i rivali storici del Rovigo, cosa che si era già verificata nel 1988, mentre tra le due sconfitte era toccato al Benetton far suo il titolo nell’anno ’89 imponendosi 20-9 a Bologna, ed alla prima stagione sulla panchina veneta, Villepreux tocca con mano quello che sta per divenire un tabù per i propri giocatori, nuovamente sconfitti in Finale al “Tardini” di Parma, questa volta con un netto 37-18 da parte dell’Amatori Milano, forte dell’apporto della stella australiana David Campese e del fenomenale mediano d’apertura Diego Dominguez.

Consapevole come fosse importante lavorare sulle menti dei propri giocatori, alla ripresa della preparazione nell’agosto ’91, Villepreux, con tutti i tesserati al completo negli spogliatoi (prima e seconda squadra, nonché l’Under 21) pronuncia poche ma ficcanti parole: “Io non ho molto da insegnarvi, come si fa ad arrivare secondi lo sapete già da soli, devo solo colmare la differenza per riuscire ad arrivare primi …!!”.

Ed il “miracolo” si concretizza al termine della successiva stagione, che vede il Benetton Treviso – solo quinto al termine della stagione regolare – scatenarsi nei Playoff, superando senza ostacoli dapprima il Petrarca Padova (55-3 e 30-9 tra andata e ritorno), vendicarsi in semifinale di Milano, anch’essa due volte sconfitta )18-15 e 27-9), per poi dover affrontare in Finale gli eterni rivali rodigini.

La sfida del 6 giugno ’92 allo Stadio “Plebiscito” di Padova vede Treviso – che in estate si era aggiudicata le prestazioni del fuoriclasse australiano Michael Lynagh – imporsi per 27-18 dopo essersi trovato in vantaggio 20-9 ed aver rischiato una clamorosa rimonta per la precisione al piede del sudafricano Naas Botha, ma soprattutto vede realizzata per Villepreux la sua filosofia con la meta di Lynagh ad inizio ripresa, giunta a conclusione di una travolgente azione corale alla mano, stupendo esempio di “Rugby totale”.

A questo punto è sin troppo logico che per Villepreux non possano che schiudersi le porte della Nazionale, chiamato a svolgere il ruolo di assistente di Jean-Claude Skrela – nominato Commissario Tecnico a conclusione dei Mondiali di Sudafrica ’95, conclusi dai transalpini in un’onorevole terza posizione – anche se è il 52enne “Pierrot” a suggerire gli schemi ed ad individuare i punti deboli degli avversari.

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Villepreux festeggia la storica vittoria sugli All Blacks – da:gettyimages.it

La consacrazione della filosofia di Villepreux giunge nella Rassegna iridata 1999, allorché nella Semifinale disputatasi a Twickenham contro la favorita Nuova Zelanda, la Francia infligge agli “All Blacks” la loro prima sconfitta al Mondiale contro una formazione europea, nonostante la presenza nelle loro file del “gigante” Jonah Lomu e l’aver altresì concluso il primo tempo in vantaggio per 17-10 ed essersi trovati sul 24-10 ad inizio ripresa, per poi essere tramortiti da tre mete in 18’, tutte realizzate dai trequarti/ala Dominici, Dourthe e Bernat-Salles, in piena sintonia con il “credo” di un “Pierrot che, a gara conclusa, spiega, con la consueta disarmante semplicità, come il successo sia stato costruito “grazie ad una grandissima difesa, chiusi i loro varchi ed aperta la loro retroguardia, è stato facile infilarli ….!!” …

Con la conclusione della Coppa del Mondo – che vede la Francia incapace di completare l’opera dopo lo sforzo patito contro i neozelandesi, sconfitta 35-12 in Finale dall’Australia – Villepreux abbandona anche l’esperienza di tecnico, ricoprendo in seguito incarichi a livelli dirigenziali in Federazione ed occupandosi di divulgare il suo “verbo” per quello che è stato, un po’ tra il serio ed il faceto, ribattezzato come “il Vangelo secondo Pierrot” …

E, del resto, come poteva essere altrimenti, per uno universalmente riconosciuto quale “Profeta del Rugby” …

 

JACK JOHNSON E LA SFIDA DEL SECOLO A SFONDO RAZZIALE CON JAMES JEFFRIES

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Jeffries al tappeto contro Johnson – da timeline.com

articolo di Nicola Pucci

I più autorevoli, ancorché attempati, storici del pugilato considerano unanimamente John “Jack” Johnson se non il peso massimo più forte di sempre, sicuramente uno dei tre migliori, al pari di Cassius Clay e Joe Louis. E ne hanno ben donde.

Perché stiamo pur sempre parlando di un campionissimo che se è vero che non ha potuto avvalersi del conforto delle immagini televisive bensì solo dei racconti di chi ha avuto la ventura di vederlo esibire, nondimeno ebbe l’onore di fregiarsi del titolo di numero 1 del mondo e assurgere al rango non solo di idolo universale all’epoca dei pionieri della boxe ma anche di simbolo nella lotta all’emarginazione razziale.

C’è tanto, ma proprio tanto nella vita di Johnson, che vede la luce il 31 marzo 1878 a Galveston, nel Texas, secondo dei sei figli di Henry e Tina, due ex-schiavi liberati durante la guerra civile e impiegati come bidello, lui, e lavastoviglie, lei. E in virtù dell’estrazione sociale il giovane Jack, che ben presto lascia la scuola, comincia a fare a pugni nelle battle royal, ovvero gli incontri disputati da neri per un pubblico di bianchi, evidenziando doti non comuni. Eppure, a dispetto dell’umile origine, proprio con i ragazzi bianchi Jack familiarizza da adolescente (e da adulto darà uno strattone decisivo alle convenzioni dell’epoca sposando, lui di colore, tre donne bianche), condividendone gli stenti di una vita travagliata, e, peso massimo naturale com’è in virtù di una stazza che all’apice della forma fisica dice 184 centimetri per 90 chilogrammi, pare che debba a un certo Walter Lewis, conosciuto a Dallas e che per campare dipinge carrozze, il suo avviamento alla boxe che conta.

Johnson, 16enne, si trasferisce a Manhattan, incrociando i suoi destini con quelli di Barbados Joe Walcott, di cinque anni più anziano di lui, che è universalmente riconosciuto come il più grande peso welter della storia. I due afroamericani si fanno strada, e se Walcott è già campione del mondo all’alba del nuovo secolo, nel 1901 battendo James “Rube” Ferns, a Jack viene negata l’opportunità perché è fatto divieto ai neri, in Texas, di competere per la cintura iridata dei pesi massimi.

E’ vero che la notorietà di Johnson cresce a vista d’occhio, perché il ragazzo ci sa fare veramente con i guantoni, tecnicamente completo, ottimo in difesa, furbissimo nel colpire d’incontro e dotato di un uppercut devastante. L’esordio tra i professionisti è datato 1898 quando atterra Charley Brooks, ma nel suo curriculum fanno maggior rumore la sfide con John “Klondike” Haynes, che si era dichiarato campione del mondo dei pesi massimi tra i neri, e quella del 25 febbraio 1901 con il veterano Joe Choynski, proprio a Galveston, che si conclude con l’arresto dei due pugili, in quanto sono espressamente vietati gli incontri con denaro in palio. Nei 23 giorni trascorsi assieme in cella Choynski, che ha sconfitto Johnson al terzo round, insegna al rivale tutti i trucchi del mestiere, forgiandone la tecnica di campione del futuro.

Ed il futuro, almeno quello pugilistico, sorride a Johnson, che dopo esser diventato il campione del mondo tra i neri sconfiggendo il 5 febbraio 1903 Denver Ed Martin, assurge al rango di autorevole sfidante del campione del mondo dei pesi massimi, quel James Jeffries che detiene il titolo dal 1899 al 1905 ma che nega al rivale l’opportunità di poterlo affrontare, affermando che non sia proprio il caso che un pugile di colore competa per la corona più ambita.

Ritiratosi imbattuto Jeffries, che da quel momento esercita sul ring come arbitro, la strada verso la sfida mondiale pare farsi in discesa per Jack, che si vede però costretto a dover attendere il 1908 quando, infine, deve volare in Australia per poter combattere contro il nuovo re della categoria, il canadese Tommy Burns che ha ereditato la cintura da Jeffries sconfiggendo Marvin Hart e difendendola in undici occasioni. Il 26 dicembre 1908, a Sydney, Johnson ha l’occasione che attende da sempre e seppur il match, che Jack approccia provocatoriamente chiamando “pig” (maiale) il rivale, venga interrotto dalla polizia al quattordicesimo round, il direttore di gara gli assegna la vittoria per k.o. decretandolo nuovo campione del mondo della categoria dei pesi massimi. E’ il primo texano e soprattutto il primo pugile nero ad impossessarsi del titolo più prestigioso, seppur la vittoria venga infine ratificata solo nel 1910.

Ed è proprio in quell’anno che Jack, che per la vittoria con Burns si è trovato a dover fronteggiare in patria l’ostracismo dei bianchi trovando, troppo spesso, rifugio nella bottiglia, dopo quattro difese del titolo concluse con una “non decision” con Victor McLaglen, Jack O’Brien, Tony Ross e Al Kaufman e il k.o. inferto al dodicesimo round a Stanley Ketchel che, nel corso di un match violento, aveva avuto l’ardire di metterlo in ginocchio, finalmente può darsele sul ring con il nemico giurato di una volta, proprio il vecchio Jeffries, il calderaio di Carroll, che si è lasciato convincere da un bel gruzzolo di dollari a rimettere i guantoni e tornare a combattere.

Quello che va in scena nel deserto del Nevada, a Reno, il 4 luglio 1910, giorno dell’indipendenza americana, viene da molti definita la “sfida del secolo“: da una parte il nero campione del mondo, paladino del tentativo afroamericano di affrancarsi dall’emarginazione, dall’altra lo sfidante dall’illustre passato, che ha il gravoso compito di mostrare al mondo la superiorità dell’uomo bianco. Figurarsi. Johnson è troppo più performante, inattaccabile e reattivo, e nonostante Jeffries faccia fino in fondo appello allo smisurato orgoglio, deve arrendersi al 15esimo round quando per due volte va al tappetto costringendo Tex Rickard, arbitro del match, ad interrompere l’incontro.

La vittoria di Jonhson se da un lato garantisce al “gigante di Galveston” il rispetto dei bianchi che non possono che vedere in lui il legittimo numero 1 dei pesi massimi, e lo sarà almeno per altri cinque anni, scatena nondimeno un’eruzione di contrasti a sfondo razzista, con scontri che si propagano un po’ ovunque, determinando un conteggio definitivo di 25 vittime e centinaia di feriti. E se da quel giorno di pugilato glorioso una scossa elettrica ha cominciato a squarciare il magma dell’intolleranza razziale, ebbene lo si deve anche a John “Jack” Johnson, il nero che diede scacco matto al bianco, segnando la strada da percorrere. In definitiva, possiamo chiamarla semplicemente la forza dello sport, che quando c’è da abbattere le barriere è tanto dirompente da non esser seconda a nessuno.

 

GUNNAR NORDAHL, DALL’ORO DI LONDRA 1948 ALLA CONQUISTA DELL’ITALIA A SUON DI RETI

25/04/1951 MILAN -INTER GOL DI NORDAHL 
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Gunnar Nordahl al tiro nel derby del marzo ’51 – da:brandmilano.org

Articolo di Giovanni Manenti

Siamo quasi certi che, se gli avessero chiesto di scegliere il Paese dove avrebbe voluto che avesse fine la sua vita terrena, Gunnar Nordahl, il “Pompierone”, non avrebbe esitato ad indicare l’Italia, quella sua seconda Patria che lo aveva fatto conoscere all’universo pallonaro degli anni ’50, ed in questo senso il destino lo ha accontentato, spirando il 15 settembre 1995 ad Alghero, vittima di un infarto mentre si trovava in vacanza in Sardegna, una delle sue mete preferite.

Avrebbe compiuto di lì a poco più di un mese compiuto 74 anni Nordahl, essendo nato il 19 ottobre 1921 ad Hornefors, paese di poco più di 2mila anime che si affaccia sul Golfo di Bothnia che separa la Svezia dalla Finlandia, e dove inizia a tirare i primi calci ad un pallone nel 1937 con la squadra locale, militante nella terza divisione svedese.

E’ potente, il 16enne Gunnar grazie alla sua stazza fisica che a completamento della crescita naturale lo porta a misurare 185 centimetri pieni di muscoli e questa sua potenza la scarica sui palloni che, impietosamente recapita in fondo alle reti dei malcapitati portieri, tanto che non ci vuole molto affinché di lui si accorgano le migliori squadre del proprio Paese, venendo ingaggiato dal Degerfors nell’estate 1940.

Sono, quelli, gli anni tragici della Seconda Guerra Mondiale, con l’Europa dilaniata da un conflitto che la rade per larghi tratti al suolo e che, per fortuna del giovane Gunnar, vede la Svezia ai margini dell’evento bellico, tanto che i Campionati non subiscono alcuna interruzione e Nordahl – che nella sua stagione d’esordio nella Massima Divisione scandinava contribuisce con 15 reti in 17 incontri al secondo posto finale della propria squadra – ha anche l’occasione di esordire in Nazionale, bagnando il debutto andando a segno nel 3-0 con cui la Svezia si aggiudica, il 28 giugno ’42, il derby con la Danimarca.

Sino a fine anno 1947 la nazionale svedese disputa 24 gare amichevoli per lo più affrontando le confinanti Danimarca (10 volte), Norvegia (3 volte) e Finlandia (2 volte), oltre alla neutrale Svizzera (4 volte), occasioni in cui Nordahl conferma le proprie doti andando 31 volte a segno, tra cui due quaterne a scapito dei norvegesi ed una tripletta contro i finnici, divenendo un punto di forza della Nazionale che si appresta a disputare il Torneo di Calcio ai Giochi di Londra ’48, prima edizione delle Olimpiadi dalla cessazione delle ostilità.

Trasferitosi nel frattempo al Norrkoping – che trascina letteralmente alla conquista di quattro titoli consecutivi dal 1945 al ’48 con tanto di tre palme di Capocannoniere (27 reti nel 1945, 25 nel ’46 e 18 nel ’48 – Nordahl rappresenta il terminale offensivo di una Nazionale che schiera in attacco un trio che da lì a pochi mesi farà la gioia dei tifosi rossoneri, ma questo, al momento di debuttare nel Torneo olimpico, nessuno di loro ancora lo può immaginare ….

Favorite dalla neutralità durante il quinquennio che ha devastato il Vecchio Continente, proprio Svezia e Danimarca sono protagoniste a Londra, giungendo a scontrarsi in semifinale dopo aver rispettivamente eliminato Austria (3-0 con doppietta di Nordahl nei primi 10’) ed i malcapitati sudcoreani con un 12-0 in cui il centravanti realizza un poker di reti i primi, ed i secondi ad avere la meglio sull’Egitto per 3-1 e quindi eliminare l’Italia con un 5-3 in cui mette la sua pesante firma l’attaccante John Hansen con una quaterna ed il sigillo finale l’ala destra Johannes Ploger, due nomi da tenere a mente per il nostro racconto.

Con Nordahl a secco per l’unica occasione nel Torneo, la Svezia si impone comunque per 4-2 (di Carlsson e Rosen, con una doppietta a testa le relative reti) e si accinge a sfidare, nella Finale del 13 agosto ’48 allo Stadio di Wembley, la Jugoslavia per la medaglia d’oro, gara incerta che vede le due squadre andare al risposo sul punteggio di 1-1 – al vantaggio scandinavo di Gren replica Bobek a 3’ dall’intervallo – prima che, in avvio di ripresa, sia proprio Nordahl a riportare avanti i suoi per poi toccare ancora a Gren, trasformando un calcio di rigore al 67’, a fissare il definitivo 3-1 che incorona la Svezia sul trono di Olimpia.

I Giochi di Londra sono altresì la prima vetrina internazionale a 10 anni di distanza dall’ultimo grande appuntamento, vale a dire i Mondiali di Francia ’38 dove gli Azzurri di Vittorio Pozzo avevano confermato il titolo conquistato quattro anni prima a Roma, e su questi valenti giocatori scandinavi – un’autentica generazione di fenomeni, verrebbe da dire – si gettano a capofitto osservatori da mezza Europa, in particolare da quell’Italia che cerca con il Calcio di ritrovare un’unità popolare che le drammatiche conseguenze della Guerra aveva minato.

In un Campionato di casa nostra dominato dal “Grande Torino”, la prima a muoversi è proprio la Juventus dell’Avvocato Gianni Agnelli che, con la speranza di interrompere l’egemonia granata, si getta sulle orme del già citato attaccante danese John Hansen – Capocannoniere del Torneo olimpico con 7 reti alla pari con Nordahl e peraltro già in procinto di firmare proprio con il Torino del Presidente Ferruccio Novo – riuscendo a strapparlo ai “cugini” grazie ai buoni uffici della FIAT in Danimarca, trattativa che permette al giocatore di avere salva la vita, ma questo ancora non può saperlo ….

Al pari dei bianconeri, anche il Milan si orienta sul mercato scandinavo, puntando dritto sulla ricordata ala Ploger, trattativa che va per le lunghe ma che sembra oramai sul punto di definirsi a dicembre ’48, allorché il giocatore sale sul treno che da Copenaghen è diretto a Milano, accompagnato dal Segretario rossonero Giannino Giannotti, per firmare il relativo contratto.

Quello che accade lungo il tragitto ha qualcosa al limite tra il comico ed il surreale, vale a dire il fatto che, con Giannotti addormentatosi, Ploger viene avvicinato proprio da John Hansen, anch’egli in viaggio per far ritorno in Italia dopo una breve vacanza in concomitanza con le feste natalizie, il quale lo convince a seguirlo alla Juventus e così, salito sul convoglio rossonero, Ploger ne scende bianconero.

Un comportamento che manda su tutte le furie il presidente rossonero Umberto Trabattoni, il quale pretende delle spiegazioni da parte della Dirigenza juventina ed Agnelli ritiene di compensare il torto fatto cedendo al Milan l’opzione che il Club bianconero aveva acquisito sulle prestazioni del centravanti del Norrkoping ….

Contattato dagli emissari rossoneri, a Nordahl – che in Svezia svolge la professione di pompiere in quanto il Calcio è praticato a livello dilettantistico, da cui il soprannome “il Pompierone” con cui viene ben presto ribattezzato nel Bel Paese – non pare vero di confrontarsi con una nuova realtà, sicuramente allettato anche dall’offerta economica (si parla di 120mila lire mensili, oltre ai 12milioni versati alla sua ex squadra), ed ecco che alle ore 7:00 del mattino del 26 gennaio ’49 tocca al non più giovanissimo Gunnar, 27 anni compiuti lo scorso ottobre, salire sul treno per il viaggio che gli cambia la vita.

15 ore dividono Nordahl dal suo primo appuntamento con il Calcio professionistico italiano, e che nella Penisola nel mezzo del Mar Mediterraneo lo stesso sia vissuto in modo ben diverso da come avviene alle proprie latitudini ha modo di rendersene conto appena il convoglio giunge in Stazione a Milano, con un’enorme folla di tifosi che, a dispetto dell’ora tarda (poco oltre le 22:00), sono lì ad attenderlo per dargli il benvenuto.

La fantasia dei tifosi porta normalmente a sognare oltre il lecito, ma per far breccia nei loro cuori Nordahl non ci mette poi molto visto che, a dispetto dell’estenuante viaggio, il tecnico Bigogno lo manda in campo il giorno dopo, giovedì 27 gennaio ’49, nel recupero della 18.ma giornata a San Siro, siglando una delle reti nel sofferto 3-2 rossonero sulla Pro Patria.

Del resto, anche Ploger era andato a segno nella sua prima uscita in maglia bianconera, nel rotondo successo per 4-1 sulla Lazio del 9 gennaio ’49, ma mentre per il danese quella resta l’unica rete della sua breve esperienza con la Juventus (a fine stagione viene ceduto al Novara, per poi vestire anche i colori di Torino ed Udinese), Nordahl conferma la sua caratteristica di avere una media superiore di un goal a partita, concludendo il suo semestre italiano con 16 reti in 15 gare disputate, tra cui una doppietta nel derby di ritorno (ancorché poi concluso sul 4-4), il che ribadisce la bontà dell’acquisto.

Oltre a fornire il proprio contributo in fase offensiva, Nordahl si rivela fondamentale nel convincere il proprio compagno di squadra al Norrkoping Nils Liedholm ad accettare anch’egli l’offerta della Dirigenza rossonera, avanzata dopo essere rimasta impressionata dalla sua eleganza in un’amichevole di fine stagione disputata in Svezia, cui contribuisce anche il fatto che sulla panchina milanista dalla successiva stagione si siede il tecnico ungherese Lajos Czeizler, da sei anni allenatore del Norrkoping.

E, con un incredibile “effetto a catena”, l’inizio del Torneo 1949-’50 vede il Milan schierato con un trio svedese, visto che a Nordahl e Liedholm si aggiunge pure Gunnar Gren (detto il “Professore” per il suo modo di gestire il gioco a centrocampo …), così da ricostituire in maglia rossonera il “Gre-No-Li” che aveva permesso alla Svezia di aggiudicarsi l’oro olimpico.

Ad un Milan “made in Svezia” si contrappone una Juventus che, viceversa, conferma la propria predilezione verso i giocatori danesi, sostituendo Ploger con il ben più valido Karl Aage Praest, e la vicinanza del connazionale si rivela un toccasana per la formazione bianconera, che si aggiudica lo Scudetto del 1950 – il primo, giova ricordarlo, dopo la tragedia della “Sciagura di Superga” che cancella una delle più forti squadre italiane di ogni epoca – in una sfida con i rossoneri a suon di reti, con “quota 100” toccata dai Campioni (28 centri di Hansen, 21 di Boniperti ed 11 di Praest), cui “il magico trio” risponde con 118 centri, 18 a testa per Gren e Liedholm, 22 per Burini e ben 35 per Nordahl, che si laurea per la prima volta Capocannoniere del nostro Campionato.

Stagione che va agli archivi consegnando agli stessi, oltre allo Scudetto bianconero (62 a 57 sul Milan i punti alla fine …), anche la giornata che sancisce definitivamente “l’amore incondizionato” tra Nordahl ed i propri tifosi, evento che si verifica il 5 febbraio ’50 allorché i rossoneri infliggono alla Juventus un pesante passivo di 7-1 al “Comunale” di Torino, con il centravanti svedese protagonista di una prestazione sontuosa che, oltre alla tripletta messa a segno, fa uscire dai gangheri un signore come Carlo Parola che, indispettito per non riuscire a fermarlo, gli appioppa un calcio da frustrazione tanto da essere espulso.

Avere una simile potenzialità in attacco e non sfruttarla suona come un “peccato mortale” al quale Czeizler pone rimedio sin dal Torneo successivo, che porta i supporters rossoneri a poter nuovamente gioire per uno Scudetto a 44 anni di distanza (!!) dal titolo del 1907, grazie ad un miglior equilibrio tra i reparti, circostanza che fa sì che allo strapotere di Nordahl – confermatosi Capocannoniere con 34 centri – si abbini una maggior solidità difensiva (solo 39 reti subite a fronte delle 107 realizzate …) che porta il Milan a dominare la stagione sino a 5 giornate dal termine (57 punti, frutto di 26 vittorie, 5 pareggi e sole 2 sconfitte), per poi accusare un calo nel finale di cui i “cugini” dell’Inter non sanno peraltro approfittare.

Il titolo conquistato è anche la miglior risposta nei confronti degli scettici che – nulla potendo obiettare sulle qualità tecniche del trio svedese – nutrivano perplessità sulla loro tenuta, data l’età anagrafica che, in una curiosa scala visto che tutti e tre sono nati ad ottobre, vede Gren appartenere alla classe 1920, Nordahl del ’21 e Liedholm, il più giovane (o meno anziano, fate voi …), del ’22.

Scudetto che il Milan festeggia alla sua maniera, inaugurando una tradizione che lo porterà nel corso dei decenni ad essere la squadra italiana più vittoriosa in campo internazionale, vale a dire conquistando la terza edizione della “Coppa Latina” – Manifestazione inaugurata nel 1949 e che pone di fronte, a fine stagione, le vincenti dei Campionati italiano, francese, spagnolo e portoghese – le cui gare si svolgono a San Siro, con i rossoneri a piegare 4-1 l’Atletico Madrid il 20 giugno ’49 (tripletta di Renosto, acuto di Nordahl e, per gli iberici, punto della consolazione di Carlsson, un altro dei componenti la squadra Oro a Londra …) ed, in Finale, i francesi del Lille per 5-0 con lo svedese protagonista con una tripletta, cui si aggiungono i centri di Burini ed Annovazzi, così da laurearsi Capocannoniere della competizione.

Il fatto che si debba attendere sino al settembre ’55 per la creazione della “Coppa dei Campioni” lascia il dubbio su quale sarebbe stato l’impatto di Nordahl nel massimo torneo europeo per squadre di Club – dopo che aveva concluso, a fine 1948, il suo cammino in Nazionale con il pregevole record di 43 reti messe a segno in 33 presenze, le ultime delle quali confezionano l’intera cinquina rifilata dalla Svezia alla Norvegia nel 5-3 di Oslo del 19 settembre ’48 – dovendoci semplicemente “accontentare” di registrare le proprie imprese nel nostro Campionato, dove le sue messi di reti non fanno però rima con altrettanti successi rossoneri.

Giunti, difatti, secondi nel ’52 alle spalle ancora della Juventus, con John Hansen a prendersi la doppia rivincita sullo svedese, superato altresì (30 a 26) nel computo delle reti per l’unico titolo di Capocannoniere sfuggito a Nordahl nelle sue prime sei stagioni intere al Milan, i rossoneri vengono preceduti dai “cugini” nerazzurri anche nelle due successive stagioni 1953 e ’54, il cui tecnico Alfredo Foni predica un Calcio totalmente diverso rispetto ai canoni dell’epoca, fondato su di una difesa ermetica (24 e 32 reti rispettivamente subite) e cogliendo il primo dei due titoli consecutivi con appena 46 (!!) centri messi a segno dall’attacco nonostante  lo stesso potesse comunque contare su frombolieri del calibro di Benito Lorenzi ed Istvan Nyers …

Problemi che, al contrario, non si pone Nordahl, il quale si conferma leader della Classifica Marcatori con 26 e 23 reti, ma è chiaro che la Dirigenza rossonera non può ritenersi soddisfatta di un tale andazzo, e la prima mossa per invertire l’ordine delle cose avviene con l’avvento di un altro ungherese, Bela Guttmann, alla guida tecnica nel novembre ’53.

Già liquidato nell’estate precedente l’oramai 33enne Gren, ceduto alla Fiorentina, il mercato ’54 porta in dotazione alla causa rossonera un altro fuoriclasse del centrocampo nella figura dell’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, ingaggiato a conclusione dei Mondiali di Svizzera, ideale per fornire le “munizioni” (leggasi assist …) che Nordahl si incarica di trasformare in moneta sonante, coadiuvato in attacco anche da un altro scandinavo, stavolta danese, Jorgen Sorensen, prelevato dall’Atalanta già l’estate scorsa.

Un trio che funziona a meraviglia, in un Campionato che vede il Milan dominare la scena con un adeguato equilibrio tra i reparti – in cui fa la sua bella figura anche Liedholm, nel frattempo arretrato in mediana – ed i 26 centri di Nordahl, per il suo quinto titolo di Capocannoniere nonché terzo consecutivo (record il primo tuttora ineguagliato, mentre il secondo è stato pareggiato da Platini nel triennio 1982-’85 in bianconero …), uniti ai 15 di Schiaffino ed ai 13 del danese certificano il quinto Scudetto della storia del Club di via Turati.

La carta d’identità inizia a chiedere il conto a Nordahl, il quale, oramai per i 35, disputa la sua ultima stagione in rossonero permettendosi comunque di superare in altre 23 occasioni i portieri avversari, preceduto nella Classifica Cannonieri dal solo bolognesi Pivatelli che chiude a quota 29 – e, pertanto, se si esclude il primo semestre, nei successivi 7 tornei completi lo svedese si laurea 5 volte miglior marcatore ed in altre 2 circostanze si piazza secondo – e, mentre il Milan, al pari delle altre squadre, non può che applaudire la straordinaria cavalcata della Fiorentina del Dottor Bernardini, ecco che, finalmente, anche Nordahl ha l’opportunità di scendere in campo nell’edizione inaugurale della Coppa dei Campioni.

E non poteva non lasciare il segno, con la rete dell’1-1 nella trasferta viennese contro il Rapid, poi sommerso 7-2 al ritorno con una sua doppietta a partecipare all’abbuffata, e quindi violare anche il “sacro tempio” del Santiago Bernabeu nell’andata della semifinale contro il Real Madrid, tenendo assieme a Schiaffino il Milan in partita per poi cedere 2-4 che il 2-1 a San Siro al ritorno non è sufficiente a ribaltare.

Oramai anche per Nordahl il triste momento dell’addio sta per giungere, non prima di approdare nell’estate ’56 alla Roma dove, a dispetto dell’età, è ancora in grado di mettere a segno 13 reti prima di svolgere, l’anno successivo l’incarico di allenatore/giocatore e quindi far ritorno in Svezia per i suoi ultimi scampoli sul terreno di gioco con il Karlstads in Seconda Divisione, abbandonando definitivamente l’attività agonistica nel 1960, alla soglia dei 39 anni, mentre due anni prima i suoi compagni Gren e Liedholm, richiamati in Nazionale, avevano sfiorato la grande impresa al Mondiale di Svezia ’58, sconfitti solo in Finale dal Brasile del nuovo astro planetario Pelè.

Ma forse, a quella Svezia – che poteva contare in attacco su Hamrin, Gren e Skoglund, con Liedholm in mediana – per “coronare il sogno” mancava l’ultimo tassello utile a completare un puzzle vincente, un “Pompierone” da oltre 500 reti in Carriera tra Club e Nazionale, tuttora terzo nella “Graduatoria All Time” dei Cannonieri della nostra Serie A e primo nella storia del Milan con 221 centri complessivi, seguito da Shevchenko a quota 175 ….

Che vuoi farci, mica si può avere tutto dalla vita …