AL MASTERS 1985 LA CONSACRAZIONE DI BERNHARD LANGER A FUORICLASSE DEL GOLF

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Bernhard Langer vesta la giacca verde destinata al vincitore del Masters – da finegolfbokks.com

articolo di Nicola Pucci

Se consideriamo che non più tardi dell’edizione dello scorso anno, quasi 61enne, ha passato il taglio al Masters ed ha concluso, a dispetto dell’età avanzata, in una dignitosissima 38esima posizione, possiamo senza reticenza alcuna annoverare Bernhard Langer non solo tra i fuoriclasse più acclamati della storia del golf, ma pure tra i giocatori che sui prati ammantati di storia e prestigio di Augusta hanno lasciato il segno.

Già, perché questo ragazzo teutonico, nato ad Arnhausen in Baviera il 27 agosto 1957, che iniziò a giocare a 7 anni e che fin da adolescente denunciò un talento precocissimo tanto da vincere il German National Open Championship nel 1974, lui che era ancora amatore, passando professionista due anni dopo, tornando a trionfare nel torneo di casa nel 1977 e nel 1979 ed ottenendo al Dunlop Masters, nell’ottobre del 1980, il primo successo sull’European Tour, è una delle icone del golf. E non solo europeo, perché se è vero che sul principale circuito continentale vanta ben 42 successi che ne fanno il secondo giocatore più vincente della storia, dietro al solo Severiano Ballesteros che di successi ne ha ottenuti 50, altresì si è garantito un posto tra gli immortali conquistando, di là dall’Atlantico, le sue uniche due vittorie in tornei Major. E che siano giunte proprio al Masters, è segno di grandezza assoluta.

In effetti la storia d’amore tra Langer e Augusta parte da lontano, esattamente dal 1982 quando il tedesco, che si è costruito, appunto, la fama di giocatore pressoché imbattibile davanti al pubblico amico avendo trionfato, nel 1981, al German Open, tappa dell’European Tour, battendo un certo Tony Jacklin, debutta al Masters, ad onor del vero senza troppa fortuna non riuscendo a passare il taglio. Ma il germanico, che oltre al talento sui green si fa notare anche per la folta capigliatura bionda che non lascia certo indifferente il gentil sesso, ha classe certa, come dimostrato l’anno prima quando all’Open Championships si arrende solo a Bill Rogers che lo anticipa di quattro colpi al Royal St George’s Golf Club, ripetendosi sempre nel Major britannico anche nel 1984 quando si deve inchinare proprio a Ballesteros che lo batte di due colpi, e punta l’obiettivo sulla “green jacket“, che veste il vincitore del Masters.

Nel frattempo Langer si fa conoscere in Italia, vincendo al Golf Club Ugolino di Firenze nel 1983 spareggiando con Ballesteros e Ken Brown, diventa un giocatore di punta dell’European Tour tanto da garantirsi il primo posto nell’Order of Merit, ovvero la classifica dei guadagni nel corso dell’anno, e passa il taglio alla seconda esperienza al Masters nel 1984 per poi terminare 31esimo. E’ solo l’antipasto di quel che il tedesco sta per realizzare dodici mesi dopo, dall’11 al 14 aprile 1985, quando Langer si presenta ad Augusta sull’onda lunga di una stagione che lo sta vedendo protagonista ma non ancora capace di rinnovare l’appuntamento con la vittoria.

Ad Augusta Ben Crenshaw è il detentore del titolo, in virtù del successo dell’anno precedente quando si prese il lusso di battere di due colpi Tom Watson. Ma il campione di riferimento, ovviamente, è Jack Nicklaus, già cinque volte vincitore e che seppur ormai 45enne vorrebbe magari conquistare una sesta giacca verde, così come Gary Player, che va per i 50, che ha tre vittorie in bacheca e non nasconde l’illusione di calare il poker. Lo stesso Watson, campione nel 1977 e nel 1981, ha carte importanti da giocare e si spartisce i favori del pronostico con Severiano Ballesteros, trionfatore nel 1980 e nel 1983, con altri ex-campioni quali George Archer (1969), Billy Casper (1970), Charles Coody (1971), Raymond Floyd (1976) e Craig Stadler (1982) che, fra chi vuol rinverdire i vecchi fasti e chi culla il sogno di poter tornare a primeggiare al Masters, sono attesi alla recita.

Tutti loro sono ampiamente in gara dopo i primi due giri, come non riesce invece ad Arnold Palmer, quattro volte vincitore in passato, che non passa il taglio al pari di veterani quali Doug Ford, Art Wall jr., Gay Brewer, Bob Goalby e Tommy Aaron, che pagano pesante dazio all’età che avanza. Fuzzy Zoeller avrebbe qualche chances in più, fosse solo per il fatto di aver vinto il Masters nel 1979, ma incappa in due giri in 77 e 75 colpi e a fine seconda giornata, pure lui, è fuori dai giochi.

Il primo giro, come spesso avviene da queste parti, regala la vetrina ad un giocatore, Gary Hallberg, che non ha grandi credenziali, vantando in carriera un sesto posto nel 1984 al Pga Championshops ed una vittoria sul Pga Tour nel 1983 a San Diego quando battè Tom Kite. Il 27enne dell’Illinois segna uno score di 68 colpi, quattro sotto il par, e precede di un colpo Payne Stewart e Watson, con Floyd, Crenshaw e Lee Trevino a due colpi, Nicklaus, Player e Larry Mize a tre colpi e Langer e Ballesteros che fanno match eguale con un giro in 72 colpi, pari al par.

Al venerdì Stadler ha in mano una carta da 67 colpi, il che gli garantisce la prima posizione provvisoria insieme a Stewart e Watson, tutti e tre a quattro colpi sotto il par, con Hallberg che tiene in quarta posizione a meno tre, precedendo a sua volta Gary Koch, che è a meno due. Ballesteros è regolare e con un giro in 71 colpi inizia a calibrare la mira puntando le prime piazze, mentre Langer, con 74 colpi, scivola a sei colpi dal primo posto e non sembra poter avanzare la sua candidatura alla vittoria finale. Ma ci sono ancora da giocare 36 buche, e la gara sta per prendere una piega ben più soddisfacente per il giocatore tedesco.

Che è abile, come suo solito, con i ferri al green, palesando invece quelle incertezze nel putting che lo accompagneranno per tutta la carriera inducendolo a cambiare, ripetutamente, il grip. Langer al sabato alza il livello del suo gioco, girando in 68 colpi, così come Curtis Strange che risale in seconda posizione, un colpo alle spalle di Floyd che con un giro in 69 colpi a sua volta rileva il testimone da Stadler, che non fa meglio di 76 colpi Prima delle ultime 18 buche Bernhard è dunque terzo, assieme a Ballesteros, ed ha ridotto a soli due colpi il suo svantaggio dal primo posto, riservandosi proprio all’ultimo giro di piazzare l’allungo risolutivo.

Tocca proprio a Strange, che aveva iniziato la quattro giorni di Augusta con un terrificante 80, 8 colpi sopra il par, provare la fuga, con quattro birdie nelle prime otto buche, procurandosi un vantaggio di quattro colpi sui più immediati inseguitori. Che sono proprio Floyd, Langer e Ballesteros, seppur Jay Haas con uno score di 67 colpi abbia la forza di rimontare fino alla quinta posizione e Nicklaus sfoderi la classe che lo contraddistingue per firmare a sua volta una carta di 69 colpi che gli garantiscono il sesto posto finale. Ma, come sempre succede ad Augusta, sono le ultime nove buche a fare la differenza, e se Strange, ancora avanti di tre colpi con sei buche da giocare, incappa in due sanguinosi bogey alle buche 13 e 15 quando, nel tentativo di raggiungere il green, finisce in acqua, se Ballesteros è protagonista di un ultimo giro senza macchie ma anche senza acuti, con due soli birdie, e Floyd solo con un eagle alla buca 15 torna in quota dopo quattordici buche anonime, ecco che il biondo Langer, tutto di rosso vestito, gioca giusto al momento giusto, piazzando quattro birdie tra le buche 12 e 17 che gli consentono di recuperare tre colpi a Strange, distanziarlo a sua volta di due colpi e presentarsi all’ultima buca con un margine rassicurante. Già, perché proprio sul più bello il tedesco ha il “braccino“, commette un errore che gli costa il bogey ma Strange fa altrettanto ed allora, grazie a due ultimi giri in 68 colpi, con uno score finale di 282 colpi, sei sotto il par e due di vantaggio sul trio composto dallo stesso Strange, da Ballesteros e da Floyd, Bernhard Langer diventa il primo teutonico a vincere un torneo Major e solo il secondo europeo, proprio dopo Severiano, a trionfare al Masters.

E quella “green jacket” che educatamente Ben Crenshaw gli passa in dote sa proprio di consacrazione a fuoriclasse del golf.

IL TRIONFO DELLA LAZIO NELL’ULTIMA EDIZIONE DELLA COPPA DELLE COPPE

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I giocatori della Lazio festeggiano la Coppa delle Coppe ’99 – da:sololazio.it

Articolo di Giovanni Manenti

La Storia delle Coppe Europee riservate ai Club nasce nel 1955 con la creazione della Coppa del Campioni, a cui partecipano le formazioni vincitrici dei rispettivi Campionati nazionali, Manifestazione che non tarda ad affermarsi, con l’adesione di quasi tutti i Paesi del Vecchio Continente sin dalla terza/quarta edizione …

Visto il successo ottenuto, a partire dal 1960 l’UEFA decide di affiancarvi un secondo Torneo avente caratteristiche analoghe, solo che invece di essere riservato alle squadre Campioni, vi partecipano le formazioni che si sono aggiudicate la rispettiva Coppa nazionale, con la logica iscrizione della finalista qualora la vincente sia la squadra che si è anche laureata vincitrice del Campionato, tanto da assumere la corretta denominazione di “Coppa dei vincitori di Coppa”, in italiano ridotta a Coppa delle Coppe.

Esiste poi una terza competizione, la cosiddetta “Coppa delle Città di Fiera”, un ibrido che, nelle prime edizioni vedeva scendere in campo anche delle selezioni di squadre appartenenti ad una stessa città – il “London XI” ad esempio, in cui militavano giocatori dei vari Club londinesi – e non riconosciuta ufficialmente dalla UEFA, sino a che, a partire dall’autunno 1971, il massimo Ente calcistico europeo non vara la Coppa UEFA in sostituzione del precedente Torneo.

Detta premessa è utile per comprendere come, per le due successive decadi, fossero ben chiari i termini di iscrizione alle tre citate Coppe, con le vincenti dei rispettivi Campionati a competere in Coppa dei Campioni (oltre, di diritto, alla detentrice del Trofeo qualora non si fosse confermata in Patria …), così come le vincenti (o le finaliste, come sopra indicato …) delle rispettive Coppe nazionali a partecipare alla Coppa delle Coppe (anche in questo caso, oltre alla detentrice del Trofeo, qualora non avesse acquisito il diritto a disputare la Coppa dei Campioni …), mentre le “piazzate” avevano come competizione loro dedicata la riferita Coppa UEFA, con un numero di iscritte pari all’importanza del Campionato di appartenenza, come, a solo titolo esemplificativo, all’edizione 1972-’73 partecipano quattro formazioni tedesche, inglesi ed italiane, tre spagnole, francesi, portoghesi ed jugoslave e così via …

Questa suddivisione fa altrettanto sì che, a partire dalla metà degli anni ’60, si venga progressivamente ad interrompere il “monopolio latino” che, nelle prime 11 edizioni della Coppa dei Campioni aveva visto imporsi solo il Real Madrid in 6 occasioni, seguito dai portoghesi del Benfica con due, al pari dell’Inter, con il Milan ad essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi il Trofeo nel 1963 …

Parimenti, la vecchia “Coppa delle Fiere” vede interrompersi l’egemonia spagnola (due successi per Barcellona e Valencia ed uno per il Saragozza …), intervallata dalla vittoria della Roma nel 1961, solo nel 1965 per merito degli ungheresi del Ferencvaros, per poi divenire, ad inizio anni ’70 con la nuova denominazione terreno di conquista dei Club del Nord Europa.

Occupiamoci adesso della neonata “Coppa dei Vincitori di Coppa”, oggetto della nostra Storia odierna e che, inaugurata nella stagione 1960-’61, stenta inizialmente a decollare, con sole 10 squadre iscritte alla prima edizione e che solo dal 1964 inizia ad assumere una dimensione pari alla più prestigiosa Coppa dei Campioni …

Anche in questo caso, ad iscrivere per prime il loro nome nell’Albo d’Oro sono formazioni latine, con la prima ad avere questo onore la Fiorentina nel 1961, seguita dall’Atletico Madrid l’anno seguente, ma rispetto alle altre Manifestazioni, la Coppa delle Coppe è la prima a vedere imporsi Club anglosassoni – e se ci pensate ha anche una sua logica, visto l’importanza annessa alla FA Cup in Inghilterra od anche alla DFB-Pokal tedesca – così che già nel corso degli anni ’60 ad alzare il Trofeo sono Tottenham, West Ham, Borussia Dortmund e Bayern Monaco …

Le nostre formazioni, dopo il citato successo della Fiorentina nell’edizione inaugurale – viola che giungono in Finale anche la stagione successiva – vedono il Milan aggiudicarsi il Torneo nel 1968 e nel ’73, salvo poi essere sconfitto in Finale dal Magdeburgo l’anno seguente, prima di dover attendere il 1984 affinché ad imporsi sia la Juventus a spese del Porto.

Una Manifestazione, comunque, che più delle altre dà la possibilità di conquistare un Trofeo continentale a Società viceversa “chiuse” dai grandi Club in Coppa dei Campioni e dal numero delle partecipanti dei maggiori Campionati europei in Coppa UEFA, circostanza di cui beneficiano in particolare le formazioni dell’Europa dell’Est, iscrivendosi nell’Albo d’Oro grazie alle imprese di Slovan Bratislava, Magdeburgo, Dinamo Kiev (vincitrice nel 1975 ed ’86 …) e Dinamo Tbilisi, mentre anche altre realtà “minori”, quali ad esempio gli scozzesi dell’Aberdeen od i belgi del Malines, riescono a ritagliarsi il loro “Momento di Gloria”.

Tutto bello e perfetto sino a che il “Business” non inizia a prendere la mano ai “Padroni del vapore”, ovvero con la trasformazione della Coppa dei Campioni in “Champions League” a far tempo dall’edizione 1992-’93 attraverso dapprima l’istituzione della Fase a Gironi e quindi con un progressivo allargamento delle partecipanti, circostanza che comporta l’abolizione della Coppa delle Coppe con la fine del XX Secolo, con l’ultima edizione a disputarsi nel 1998-’99 …

Ciò in quanto la revisione del “Format” della Champions League prevede, dalla stagione 1999-’00, la partecipazione a tale Torneo di ben quattro formazioni per Italia, Germania e Spagna, tre per Francia, Inghilterra ed Olanda e via a scalare, il che determina che nella maggior parte dei casi le vincitrici delle Coppe nazionali (quand’anche le finaliste …), rientrando tra le prime classificate dei rispettivi Campionati, partecipino alla ben più remunerativa Champions League, svilendo il significato della Coppa delle Coppe.

A risentire maggiormente di detta abolizione sono i Club italiani che, dopo la ricordata vittoria della Juventus nel 1984, avevano inaugurato gli anni ’90 con il successo della Sampdoria – già finalista l’anno precedente – superando 2-0 l’Anderlecht ai supplementari, per poi toccare al Parma imporsi nel 1993 grazie al 3-1 sull’Anversa a Wembley, prima di essere al contrario sconfitto la stagione successiva per 0-1 dall’Arsenal, e non è un caso, pertanto, che l’ultima edizione del Torneo veda l’affermazione di una nostra formazione …

A rappresentare l’Italia è dunque la Lazio, in forza del successo nella Coppa Italia ’98 avendo superato nella doppia Finale (0-1 a San Siro, 3-1 all’Olimpico …) il Milan, una delle poche vincitrici del Trofeo a livello nazionale, in quanto per l’Inghilterra partecipa il Newcastle (sconfitto 0-2 dall’Arsenal nella Finale di FA Cup), per la Germania il Duisburg (finalista della DFB-Pokal, superato 1-2 dal Bayern) e per la Spagna il Maiorca, sconfitto ai rigori dal Barcellona in Copa del Rey, tutte formazioni iscritte alla Champions League, mentre l’Olanda, visto che la Finale della KNVB-Beker l’avevano disputata Ajax e PSV Eindhoven, è addirittura rappresentata dall’Heerenveen, vincitore dello spareggio con il Twente, altro semifinalista …

Capirete pertanto già da questo schieramento ai nastri di partenza quanto la Coppa delle Coppe non avesse più molta ragione di esistere, “fagocitata” dai milioni di €uro della Champions League, ed a nobilitare, almeno in parte, quest’ultima edizione sono gli inglesi del Chelsea, detentori del Trofeo e che allineano tra le proprie file gli italiani Di Matteo, Zola e Casiraghi nonché Vialli in veste di allenatore-giocatore e costretto a prendere il posto di Casiraghi a causa di un grave infortunio da quest’ultimo subito.

Per la formazione capitolina, che dal 1992 vede alla Presidenza Giorgio Cragnotti, si tratta pertanto di una ghiotta opportunità per conquistare un Trofeo internazionale, dopo aver sfiorato l’impresa l’anno precedente, sconfitta 0-3 dall’Inter nella Finale di Coppa UEFA disputata a Parigi, e la Dirigenza non bada a spese, rinforzando la difesa con l’acquisto di Fernando Couto e Mihajlovic ed il rientro, a stagione in corso, di Alessandro Nesta, vittima di un infortunio al Mondiale di Francia ’98, per poi inserire linfa nuova a centrocampo con gli arrivi di Stankovic, Sergio Conceiçao e del deludente Ivan de la Pena, mentre in attacco il già citato Casiraghi ed il croato Alen Boksic, fermo per infortunio, vengono rimpiazzati dal cileno Salas e da Christian Vieri.

Stagione che si apre nel migliore dei modi, grazie al successo a fine agosto ’98 per 2-1 al “Delle Alpi” contro i Campioni d’Italia della Juventus nella sfida valida per l’assegnazione della Super Coppa, ma l’esordio in Europa è da brividi, visto che, opposti ai non trascendentali svizzeri del Losanna, i biancocelesti si fanno imporre l’1-1 all’andata, per poi riuscire a superare il turno con il 2-2 al ritorno, solo in virtù della norma che assegna valore doppio alle reti siglate in trasferta …

Scampato il pericolo – mentre a cadere quali vittime eccellenti sono il Duisburg, il Newcastle (2-1 e 0-1 contro gli jugoslavi del Partizan …) ed il Paris Saint-Germain, clamorosamente eliminato (1-1 e 2-3, con rete al 90’ di Mizrahi) dagli israeliani del Maccabi Haifa – la Lazio si garantisce la qualificazione ai Quarti ancora con il batticuore, visto che, dopo lo 0-0 dell’andata all’Olimpico contro il Partizan, la formazione di Sven Goran Eriksson espugna Belgrado per 3-2 grazie ad una doppietta di Salas e ad un acuto di Stankovic, dopo essere stata sotto per 0-1 …

Quarti di finale che si disputano ad inizio marzo ’99 con i biancocelesti altresì in lotta per il titolo, visto che dopo 23 turni di Campionato sono in testa alla Classifica con 48 punti e quattro lunghezze di margine sulla coppia formata da Parma e Fiorentina, ed il Milan staccato di cinque punti, e l’impegno contro i modesti greci del Panionios stavolta non riserva patemi di sorta, visto il 4-0 esterno (doppietta di Stankovic …) ed il 3-0 al ritorno, parole e musica di Nedved, Stankovic e de la Pena.

Turno a non riservare sorprese, con a qualificarsi per le semifinali – in programma l’8 ed il 22 aprile ’99 – anche gli spagnoli del Maiorca, i russi del Lokomotiv Mosca ed i favoriti inglesi del Chelsea, con quest’ultimi abbinati agli iberici ed i biancocelesti a doversi recare nella Capitale moscovita per la gara di andata …

Lazio che si reca a Mosca dopo aver impattato per 0-0 all’Olimpico contro il Milan il sabato precedente, così da puntellare il primato in Classifica, che la vede ora al comando con 56 punti dopo 27 turni e con la Fiorentina staccata di 6 lunghezze, il Milan ad inseguire a 7 ed il Parma ad 8, così che l’1-1 ottenuto a Mosca con una rete del subentrato Boksic a 13’ dal termine viene accolto con un cauto ottimismo in vista del ritorno all’Olimpico …

Se non che, nelle due settimane che precedono la sfida con il Lokomotiv, la Lazio cade per ben due volte all’Olimpico in Campionato, ed in entrambi i casi per 3-1, di fronte alla Roma nel Derby ed alla Juventus, facendo sì che il vantaggio in vetta alla Graduatoria, a 5 giornate dalla conclusione, si sia ridotto ad una sola lunghezza sul Milan, mentre Fiorentina e Parma sono oramai definitivamente tagliate fuori …

Un finale di stagione inatteso dopo una cavalcata che sembrava oramai vittoriosa, che rende quanto mai teso il clima della gara del 22 aprile all’Olimpico, dove la difesa, imperniata sull’stremo difensore Marchegiani e sulla coppia centrale formata da Nesta e Mihajlovic, sopperisce alle carenze offensive, portando a casa un quanto mai prezioso 0-0 che certifica l’accesso alla Finale contro i sorprendenti spagnoli del Maiorca che, guidati in panchina dall’argentino Hector Cuper, eliimano a sorpresa i detentori del Chelsea, imponendo loro il pari per 1-1 a “Stamford Bridge”, per poi imporsi per 1-0 nelle Baleari.

Finale in programma il 19 maggio 1999 al “Villa Park” di Birmingham, alla quale i ragazzi di Eriksson giungono nelle peggiori condizioni psicologiche possibili, visto che proprio quattro giorni prima, sabato 15 maggio, si erano visti superare in Classifica dal Milan complice il pari per 1-1 al “Franchi” contro la Fiorentina ed il contemporaneo successo rossonero per 4-0 sull’Empoli a San Siro, con le due squadre divise da un solo punto (67 a 66) ad una giornata dal termine …

Con il rischio di vedersi sfuggire ogni traguardo sul filo di lana, la Lazio scende in campo a Birmingham con Marchegiani tra i pali, linea difensiva composta da Pancaro, Nesta, Mihajlovic e Favalli, centrocampo affidato ad Almeyda, Nedved e Stankovic, con Mancini a fungere da raccordo per le due punte Salas e Vieri, ed è proprio quest’ultimo a sbloccare il risultato dopo appena 7’ di gioco, incornando dal limite dell’area un lungo rilancio da oltre metà campo, così da imprimere al pallone una traiettoria beffarda che scavalca l’estremo difensore argentino Carlos Roa per il punto dell’1-0 …

Gioia peraltro di breve durata, in quanto non trascorrono che quattro giri di lancetta e l’equilibrio è ristabilito, per merito di Dani che, lasciato colpevolmente libero nell’area piccola, sfrutta un assist da fondo campo per battere sotto misura l’incolpevole Marchegiani …

Tutto da rifare dunque, con la Lazio a sfiorare il raddoppio nel primo tempo ancora con una conclusione dal limite di Vieri ed un’acrobazia di Salas, per poi rischiare a propria volta di capitolare nella ripresa – grande intervento di testa quasi sulla linea di Capitan Nesta a Marchegiani battuto – prima che, allorché si stava prospettando lo spettro dei supplementari, tocchi a Nedved risolvere la sfida …

Su di una palla contesa di testa da Vieri al limite dell’area, la stessa rimbalza nei pressi del centrocampista ceco il quale, senza porre indugi in mezzo, si esibisce in una mezza rovesciata che manda la sfera ad insaccarsi proprio nell’angolino basso alla sinistra di Roa, che nulla può per impedire che finisca in rete …

Al fischio finale, giustificata l’esultanza da parte biancoceleste, anche se l’appuntamento con lo Scudetto è rimandato all’anno seguente, al termine della “Stagione d’Oro” che vede la Lazio abbinare al secondo titolo di Campione d’Italia della sua Storia anche la conquista della Super Coppa UEFA in virtù della rete di Salas con cui supera per 1-0 il Manchester United (per quella che, pertanto, è altresì l’ultima sfida tra le vincenti della Champions League e la Coppa delle Coppe …) e della Coppa Italia, avendo la meglio (2-1 all’Olimpico e 0-0 a San Siro) sull’Inter.

Particolare curioso, in ben 7 occasioni nella Storia della Manifestazione – Fiorentina 1961 e ’62, Milan 1973 e ’74, Anderlecht 1976 e ’77, Ajax 1987 ed ’88, Parma 1993 e ’94, Arsenal 1994 e ’95 ed infine Paris Saint-Germain 1996 e ’97 – la squadra detentrice del Trofeo è giunta alla Finale nell’edizione successiva, venendo peraltro sempre regolarmente sconfitta …

Ma se anche la Lazio avrebbe o meno confermato tale singolare coincidenza, purtroppo non lo sapremo mai …

 

LUCIEN PETIT-BRETON, IL PIONIERE DEL CICLISMO CHE BISSO’ IL SUCCESSO AL TOUR DE FRANCE

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Lucien Petit-Breton – da capovelo.com

articolo di Nicola Pucci

Quando si raccontano le gesta dei pionieri dello sport, spesso, se non sempre, capita di imbattersi in storie rocambolesche in cui esistenza quotidiana ed evento sportivo sono intrecciate senza possibilità alcuna di scindere l’una dall’altra.

Clement Mazan è un orologiaio-bigiottiere che abita a Plessé, nel dipartimento della Loira Atlantica, e se il lavoro funziona, ha pure una particolare passione per la politica, se è vero che si candida alle elezioni legislative, tra le file del Partito Repubblicano, sia nella sessione del 1882 che in quella del 1888. La fortuna però non lo assiste, perché in entrambe le occasioni il risultato per lui è un vero e proprio smacco, ed allora, visto che i concittadini non gliela mandano a dire calunniandolo per l’insuccesso, ecco che Clement, in conseguenza del crollo degli affari, prende cappello, si carica in spalla la moglie Desirée e i cinque figli, sale su un bastimento e prende il mare in direzione di Buenos Aires.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri Clement Mazan con una storia di sport. Ebbene, Mazan senior altri non è che il papà di un certo Lucien, nato il 18 ottobre 1882, che nella capitale argentina cresce, si impiega presso il Jockey Club, l’albergo più prestigioso della città, qui vince una bicicletta alla lotteria ed inizia a pedalare. Ma visto che papà Clement non vede proprio di buon occhio la passione ciclistica del figlio, ritenendola un’inutile distrazione dagli obblighi lavorativi, il giovane Lucien si iscrive alle gare a sua insaputa, adottando lo pseudonimo di Breton.

Già, Breton, in onore della sua regione natale, e se il ragazzo ci sa fare, tanto da vincere nel 1899 il titolo argentino su pista, ecco che al ritorno in Europa, nel 1902, insieme ai fratelli Paul e Anselme, vorrebbe diventare professionista. Parla un francese stentato, è vero, ma visto che un altro pistard si chiama Breton, come lui, ecco che la ancor giovane età e la taglia non proprio da granatiere lo convincono a trasformare il nome in Petit-Breton. E da quel momento, inizia per lui un’avventura che lo spedirà di diritto tra le leggende del ciclismo dei pionieri.

Lucien Petit-Breton è un eccellente pistard, tanto da vincere nel 1904 la prestigiosa Bol d’or, una gara della durata di 24 ore che evidenzia anche l’agilità, la tenacia e la resistenza del francese, che il pubblico simpaticamente incita con l’appellativo di “argentino“. E visto che il ragazzo è bravo, dopo i primi tre anni corsi da indipendente, la Peugeot lo assolda nel 1905, assieme ai due fratelli, permettendogli di partecipare per la prima volta al Tour de France.

Alla Grande Boucle del 1905, terza edizione di una meravigliosa storia ciclistica “gialla” nata due anni prima con la vittoria dello “spazzacamino” Maurice Garin, Petit-Breton nel corso della prima tappa, da Parigi a Nancy, fora più volte, e non avendo tubolari di ricambio, li ripara di volta in volta. Estenuato, decide di fermarsi, salta sul primo treno che torna a Parigi e il giorno dopo è già al velodromo di Buffalo ad allenarsi. Henri Desgrange vorrebbe escludere dalla corsa tutti i corridori che hanno raggiunto Nancy fuori tempo massimo, compreso lo stesso Petit-Breton che nel frattempo si è lasciato convincere da Robert Coquelle, direttore del velodromo di Buffalo, a recarsi a sua volta a Nancy. Ma la ragione prevale, e così tutti i corridori sono riammessi a prendere il via della seconda tappa, tra Nancy e Besançon, e Lucien, seppur penalizzato di 75 punti (la classifica è redatta a punti, e non a tempo) si ritaglia uno spazio da protagonista, terminando secondo a Grenoble, Tolosa e Parigi per ottenere infine un quinto posto in classifica generale decisamente più che dignitoso, 155 punti contro i 35 punti di Louis Trousselier.

Stradista di ottimo lignaggio, dunque, Petit-Breton, che nondimeno torna a recitare da par suo in pista tanto da migliorare, il 24 agosto 1905, il record dell’ora, percorrendo 41,110 chilometri, ovvero 329 metri più del precedente limite fissato dall’americano Willie Hamilton.

L’anno dopo, 1906, Lucien è nuovamente al via del Tour de France, ed il piazzamento finale lo onora di un quarto posto con 65 punti, a 34 punti dal vincitore, René Pottier, ma primo tra i corridori “poinçonné“, coloro ai quali, a differenza degli altri, viene fatto divieto di cambiare la bicicletta in caso di guaio meccanico. Petit-Breton si arrangia come può, tutte le sere smonta il mezzo a due ruote, ne ripara le parti in difetto, lo riassembla e la mattina è pronto alla partenza. E il risultato, infine, è dalla sua parte.

Come lo è alla Parigi-Tours, che vince davanti allo stesso Trousselier e ad Henri Cornet, altro vincitore del Tour, nel 1904, per poi, ad inizio 1907, mettere la sua firma alla prima edizione della Milano-Sanremo, recuperando un ritardo di tre minuti dal compagno di squadra Giovanni Gerbi che agli ultimi chilometri ne protegge l’attacco risolutivo contenendo il tentativo di recupero di Gustave Garrigou.

Ma è il Tour de France la corsa che fa gola a Petit-Breton, e dall’8 luglio al 4 agosto 1907, ancora con la formula della classifica a punti, stavolta Lucien sbaraglia il campo, a dispetto del dominio iniziale di Emile Georget che vince cinque delle prime sette tappe comandando la classifica fino alla tappa che da Bayonne porta a Bordeaux, quando Petit-Breton, già vincitore due giorni prima proprio a Bayonne nel giorno in cui Georget cade e il compagno Privat, prestandogli la sua bicicletta, il che è vietato dal regolamento, lo rende passibile di penalizzazione, balza al comando della classifica. Lucien vince anche a Nantes, nel suo paese natale, ed infine a Parigi trionfa con 47 punti, precedendo Garrigou e lo stesso Georget.

Ma se la vittoria del 1907 era stata anche favorita dalla circostanze, quella del 1908, quando Petit-Breton diventa il primo corridore della storia a bissare il successo al Tour de France, è veramente senza appello. Lucien è già il migliore nella seconda tappa, a Metz, e se balza al comando della graduatoria dopo la terza frazione, a Belfort, ecco che sarà non solo capace di tenere la prima posizione in classifica fino al termine della corsa, ma taglierà per primo il traguardo anche a Nimes, a Bayonne, ancora a Nantes e nella passerella trionfale di Parigi, aggiungendo tre secondi posti e quattro terzi posti. I rivali più accreditati, gli stessi Georget e Garrigou, sono costretti all’abbandono ed allora il rivale più pericoloso è il lussemburghese François Faber, che incendia la corsa sulle Alpi ed infine è secondo, 68 punti contro i 36 di Petit-Breton.

Appagato ed anche stanco per le fatiche sopportate, Lucien annuncia il ritiro dalle competizioni, dedicandosi al garage che ha acquistato a Perigueux. Il 24 novembre sposa Marie-Madeleine Macheteau, ma con l’inizio della nuova stagione agonistica il richiamo della bicicletta è troppo forte e Petit-Breton decide di tornare a correre. Gareggia in pista e, a difesa dei colori della Legnano, si lascia tentare dal Giro d’Italia, allineandosi al via per due anni consecutivi, 1909 e 1910, raccogliendo due ritiri. Ma se al primo tentativo non va oltre la prima tappa, l’anno dopo sarebbe competitivo ai massimi livelli, tanto da ottenere un settimo, un quarto ed un terzo posto nelle prime tappe, figurando a sera al secondo posto della classifica provvisoria. Ma nel corso della quarta tappa, tra Teramo e Napoli, ha un problema meccanico che lo costringe all’abbandono, rimandando all’edizione che verrà l’occasione della rivincita.

In effetti Petit-Breton, che non riuscirà più a portare a termine il Tour de France vedendosi costretto all’abbandono nelle cinque partecipazioni consecutive dal 1910 al 1914, per’altro senza neppure la soddisfazione di vincere una tappa, prova allora a strizzare l’occhio a quell’Italia che gli aveva portato fortuna con la vittoria alla Milano-Sanremo del 1909. E nel 1911, sulle strade della penisola, in maglia Fiat, potrebbe effettivamente far saltare il banco, dopo aver vinto la tappa di Torino che prevedeva l’ascesa al Sestriere, esser giunto terzo a Milano ed esser balzato al comando della classifica grazie al secondo posto, battuto da Ezio Corlaita, nella tappa di Sulmona. Ma ancora una volta la fortuna gli volta le spalle, la bicicletta avveniristica, sulla quale aveva riposto tutte le speranze di successo adottando un sistema precursore del cambio di velocità, lo tradisce sul più bello.

Di fatto, al di là delle partecipazioni poco fortunate alla Grande Boucle degli anni successivi, la carriera ad alto livello di Petit-Breton finisce qui. Anche perché può dedicarsi alle altre due grandi gioie e passioni della sua vita, la famiglia ed il garage, che funzionano a meraviglia. Fin quando l’orrore della Grande Guerra non stronca, per sempre, una giovane vita. Mobilitato sul fronte delle Ardenne, Petit-Breton, infatti, il 20 dicembre 1917, va incontro al suo tragico destino. Incaricato di portare un messaggio prezioso, Lucien, all’atto di superare una vettura trainata da un cavallo, carambola in un fosso e muore in ospedale a Troyes per le gravi conseguenze dell’incidente.

Lucien Petit-Breton, nato Mazan, aveva 35 anni. E se la morte non lo ha risparmiato, la vita da ciclista lo elegge di diritto tra le leggende del pedale. Perché fu il primo re di Francia che seppe conservare la corona.

THOMAS BURKE, LA PRIMA STELLA OLIMPICA DELLO SPRINT

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La partenza della Finale dei m.100 ai Giochi di Atene 1896 – da:olympic.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nell’era pionieristica dello Sport l’importante è cominciare, i miglioramenti avverranno cammin facendo, ed è quello che si verifica anche in occasione della prima edizione delle “Olimpiadi dell’Era Moderna”, fortemente volute dal mecenate francese Barone Pierre De Coubertin, ed assegnate alla Grecia durante il primo Congresso Olimpico, svoltosi a Parigi il 23 giugno 1894 …

La scelta di Atene come prima Sede olimpica è un doveroso omaggio alla Patria dei Giochi dell’antichità e, al di là della relativa ristrettezza delle prove – solo 43 gare in rappresentanza di 9 Discipline – quantomeno ebbe uno svolgimento limitato nel tempo (dal 6 al 15 aprile 1896) rispetto al pacchiano carrozzone delle successive edizioni sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con l’evento a protrarsi per mesi e sino ad un massimo di sei, come nel caso della tappa londinese, dal 27 aprile al 31 ottobre 1908 …

Ovviamente, le difficoltà dei collegamenti di fine XIX Secolo non consentono una partecipazione universale da parte degli atleti e, a dispetto dei ben 169 atleti ellenici, le altre Nazioni non arrivano a schierare più di 20 loro rappresentanti, con le altre più nutrite (si fa per dire …) Delegazioni costituite da Germania, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, rispettivamente da un massimo di 19 ad un minimo di 10 iscritti.

Ciò determina che, mentre i padroni di casa sono presenti in quasi tutte le varie discipline, gli altri Paesi schierino i loro migliori atleti negli Sport dove eccellono, così che il Ciclismo diviene una sorta di monopolio francese, con a brillare il pistard Paul Masson (vincitore di tre Medaglie d’Oro) al pari della Ginnastica, viceversa terra di conquista tedesca, in cui i suoi rappresentanti conquistano 10 medaglie di cui 5 d’Oro, con la particolarità di Carl Schuhmann che, oltre a tre successi (Oro al Volteggio e nelle due Prove a Squadre), sale anche sul gradino più alto del podio nella Lotta greco-romana.

Gli Stati Uniti inviano nella Capitale greca un contingente ridotto ad appena 14 unità, ma la superiorità nella Disciplina “Regina dei Giochi”, vale a dire l’Atletica Leggera, è addirittura disarmante, visto che i soli 10 atleti presenti se ne tornano oltre Oceano con un bottino di ben 17 medaglie, aggiudicandosi 9 delle 12 gare previste.

Un programma olimpico che rispecchia quello dei giorni nostri per quel che concerne i concorsi, con tutte e quattro le gare di salto già presenti, oltre al Getto del Peso ed il Lancio del Disco, mentre è più carente nelle prove in pista, che prevedono la disputa dei soli 100 e 400 metri per la velocità, dei m.110 ad ostacoli e degli 800 e 1500 metri per il mezzofondo, oltre alla Maratona che si corre per strada …

Ad ospitare le gare è lo stesso teatro dei Giochi dell’Antichità, ovvero lo Stadio “Panathinaiko” (lo Stadio di “tutti gli Ateniesi” …), inaugurato nel 560 a.C. ed ovviamente ristrutturato ad un anno dall’inizio delle Olimpiadi, la cui struttura ellittica determina il fatto che non si possano disputare prove come i m.200 piani o i m.400 ostacoli, e la pista è composta da un sottile strato di cenere che non favorisce le prestazioni degli atleti, particolare che si evidenzia nei risultati ottenuti, non venendo realizzati primati mondiali così come migliori prestazioni stagionali.

Circostanza, quest’ultima, derivante anche dall’assenza dei migliori atleti di ogni singola specialità, considerando che ancora i concorrenti partecipano a titolo individuale e, per quel che concerne gli americani, grazie alle Università di Princeton e di Harvard, oltre alla Boston Athletic Association, di cui fa parte il protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire il velocista Thomas Edmund “Tom” Burke

Nato il 15 gennaio 1875 a Boston, nel Massachusetts, Burke è l’unico Campione AAU a prendere parte ai Giochi, essendosi affermato nel 1895 sulle 440yd con il tempo di 49”6 ed è il logico favorito della gara sui m.400, ma l’assenza dei suoi migliori connazionali sulla più breve distanza dei 100 metri fa sì che venga iscritto anche in questa prova, unitamente a Francis Lane ed al compagno di Università Thomas Curtis.

Con 21 atleti inizialmente iscritti, in realtà se ne presentano in pista solo 15, suddivisi in tre batterie da cinque concorrenti ciascuna, che qualificano i primi due di ogni serie alla Finale, brillando per la loro assenza i britannici Atcherley ed Harry Beaton, coprimatisti mondiali per aver corso la distanza in 10”8 rispettivamente ad aprile ed agosto 1895 …

Le batterie dei m.100 si svolgono nel pomeriggio del 6 aprile 1896, subito dopo la conclusione della Cerimonia di apertura dei Giochi, ragion per cui la prima serie, vinta in 12”2 dall’americano Francis Lane dell’Università di Princeton, rappresenta in assoluto la gara inaugurale dei “Giochi dell’Era Moderna”, ed il citato tempo il primo Record olimpico, peraltro immediatamente eguagliato dal connazionale Thomas Curtis che si impone nella seconda batteria e migliorato da Burke, il quale fa sua la terza in 11”8 …

A restarsene oltre Oceano è il Campione AAU del 1895, Bernie Wefers, che gareggia per il “New York Athletic Club”, il quale si era aggiudicato le 100yd in 10”0 ventosi e si sarebbe poi confermato sia nel 1896 in 10”2 che nel 1897 con 9”8 (Record dei Campionati imbattuto sino al 9”6 di Charles Paddock nel 1921 …!!), ma gli assenti hanno sempre torto e dunque fa bene Burke ad approfittare della favorevole occasione …

Con un calendario ancora improvvisato, a meno di due ore di distanza sono in programma le eliminatorie dei m.400, alle quali partecipano appena 7 concorrenti, 5 dei quali provenienti dalle batterie dei 100 metri, così che gli stessi vengono suddivisi in due serie che prevedono che i primi due si qualifichino per la Finale a quattro in programma all’indomani …

Burke si aggiudica la seconda serie in 58”4, ma meglio di lui fa il connazionale Herbert Jamison con 56”8, favorito dal fatto di non aver partecipato alle eliminatorie dei 100 metri, con a qualificarsi per l’atto conclusivo anche il tedesco Fritz Hofmann ed il britannico Charles Gmelin, ma alle 15:30 del 7 aprile la musica cambia totalmente ….

Costretti loro malgrado a rallentare vistosamente in curva per evitare di cadere, data la ristretta ampiezza delle stesse, gli atleti non possono fornire riscontri cronometrici pari alle loro potenzialità, ma non per questo Burke si astiene dall’imporre la “Legge del più forte”, dominando la gara sin dai primi appoggi per concludere la stessa in 54”2 e con largo margine sul connazionale Jamison, argento con 55”2, mentre la lotta per completare il podio va di misura al britannico, pur venendo accreditato dello stesso tempo di 56”7 del tedesco Hofmann.

Tre giorni dopo, alle 14:30 del 10 aprile, è in programma la Finale dei m.100 – circostanza quanto mai insolita rispetto al calendario odierno che la stessa di disputi a quattro giorni di distanza dalle batterie – i cui favoriti sono i già ricordati compagni di squadra della “Boston Athletic Association” Burke e Curtis, i quali sono già divenuti i beniamini del pubblico presente per due serie di ragioni …

La prima è che entrambi si schierano alla partenza accovacciati, diversamente dal porsi in piedi come sino ad allora si era soliti fare nel Vecchio Continente, e la seconda determinata dal coro “B.A.! Rah, Rah, Rah”, intonato dai propri compagni a conclusione delle rispettive batterie vittoriose, una novità talmente inusuale da divertire gli spettatori oltre misura …

Sfida annunciata che però viene a mancare, in quanto Curtis, probabilmente resosi conto della superiorità di Burke dopo la sua esibizione sui 400 metri, preferisce non sprecare energie rinunciando a schierarsi alla partenza in quanto un’ora dopo è prevista la Finale dei m.110hs per la quale è altrettanto qualificato e che, difatti, si aggiudica in 17”6 …

Privato del suo più temibile avversario, Burke non ha pertanto difficoltà a cogliere il suo secondo Oro, affermandosi in 12” netti precedendo il tedesco Hofmann, argento con 12”2, mentre il bronzo viene assegnato a pari merito al connazionale Lane ed all’ungherese Alajos Szokolyi, nettamente battuti con il loro 12”6.

Pur se chiaramente agevolato dall’assenza dei migliori esponenti della velocità pura, Burke dimostra negli anni a seguire di essere tutt’altro che una meteora nella gara a lui più congeniale, ovvero il giro di pista, in cui si conferma Campione AAU delle 440yd sia nel 1896 che nel 1897 con i rispettivi tempi di 48”8 e 49” netti, così come si impone nelle medesime stagioni anche ai Campionati IC4A (acronimo che sta per “Intercollegiate Association of Amateur Athletes of America”, da cui le 4 A …), antesignani dei Campionati NCAA inaugurati solo nel 1921, in entrambi i casi con il medesimo tempo di 50”4 …

Con il passare degli anni, Burke – che nel 1897 ha l’onore di essere chiamato a dare il via alla prima edizione della celebre Maratona di Boston – si cimenta con buoni risultati anche nel mezzofondo veloce, prova ne siano le sue affermazioni sulle 880yd sia ai Campionati AAU del 1898 con il tempo di 2’00”4 che a quelli Universitari dell’anno seguente in 1’58”8.

Con la fine del XIX Secolo, il 25enne Burke dice addio all’attività agonistica, essendosi laureato in Legge e quindi svolgere la professione di Avvocato, ma non lascia definitivamente il mondo dell’Atletica Leggera che lo ha portato alla notorietà, sia in veste di tecnico che di giornalista, scrivendo articoli per “The Boston Journal” ed il “Boston Post”.

Burke scompare nella natia Boston a soli 54 anni, il 14 febbraio 1929, giorno tristemente passato alla Storia americana per il “Massacro di San Valentino” avvenuto a Chicago in un regolamento di conti tra gang rivali ordinato dal boss Al Capone, ma il suo nome viene molto più gloriosamente ricordato per essere stato colui che ha inaugurato l’Albo d’Oro della velocità alle Olimpiadi dell’Era Moderna …

E pazienza se, proprio a lui era dedicata la domanda finale di una puntata del Gioco a Quiz “Chi vuol essere Milionario” condotto da Gerry Scotti, con il concorrente a preferire di non rischiare, ritirandosi con il gruzzolo vinto in precedenza …

Evidente come il timore di affrontare Burke (in pista o virtuale …), induca a ritirarsi …

BURNELL E BUSHNELL, IL DUE DI COPPIA CHE NON SI CONOSCEVA MA CHE VINSE L’ORO OLIMPICO A LONDRA 1948

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Burnell e Bushnell alle Olimpiadi di Londra del 1948 – da thetimes.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Provate ad immaginare cosa possa significare per un canottiere britannico dover difendere i colori del proprio paese in una Olimpiade da disputarsi davanti al pubblico amico. Se da un lato è un onore non da poco, perché partecipare ai Giochi è già di suo un’impresa affatto trascurabile, dall’altro grava sulle tue spalle, seppur poderose, tutto il macigno della responsabilità di dover esser pari alle aspettative. E nel caso di Richard Burnell e Bertram Bushnell, due di coppia inglese, le Olimpiadi di Londra del 1948 rappresentano l’apogeo di una cooperazione sorta per caso qualche settimana prima della rassegna a cinque cerchi.

Richard “Dickie” Burnell, nato il 26 luglio 1917 a Henley-on-Thames, ha il canottaggio nel sangue, se è vero che figlio di quel Charles che fu a sua volta campione olimpico nell’otto alle precedenti Olimpiadi di Londra, quelle del 1908, ed ha visto la luce proprio lì dove da sempre si disputa la Henley Royal Regatta, l’evento per canottieri più prestigioso al mondo. Impegnato nel corso della Seconda Guerra Mondiale con la London Rifle Brigade, un reggimento di volontari, Burnell, che ha appreso a lavorar di remi al Kingston Rowing Club, gareggia per il Leander Club, e se nel 1946, al termine del conflitto bellico, ha vinto il Wingfield Sculls, ecco che si presenta alle Olimpiadi del 1948 non solo in qualità di vogatore di eccellente lignaggio, ma pure come corrispondente del The Times per cui cura, ovviamente, la sezione sportiva dedicata al canottaggio.

Bertram “Bertie” Bushnell ha qualche anno di meno rispetto al compagno d’armo. Nato a Wargrave il 3 settembre 1921, è figlio di John Henry, canottiere mancato che ha dovuto abbandonare presto l’attività agonistica per provvedere alla famiglia gestendo un cantiere navale a Wargrave. Bertram ha cominciato con l’atletica leggera, per scoprire il canottaggio qualche mese prima lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ed è a sua volta un ingegnere marittimo, veste con la quale ha preso parte attiva all’evacuazione di Dunkerque. A guerra conclusa torna a gareggiare, conservando lo status di dilettante, e proprio alla Henley Royal Regatta, difendendo le chances del Maidenhead Rowing Club, si incrocia per la prima volta con Burnell, venendone sconfitto nella sfida valida per il Diamond Challenge Sculls, gara che vede impegnati i canottieri nelle regate singole. Si trasferisce in Argentina, dove si costruisce una reputazione di canottiere quasi imbattibile, conosce personalmente Juan Peron e la moglie Evita ed una volta di ritorno in Inghilterra vince a sua volta il Wingfield Sculls nel 1947, succedendo nell’albo d’oro proprio a Burnell, per poi venir sconfitto al Diamond Challenge Sculls da quel Jack Kelly che altri non è che il fratello della Principessa Grace e il figlio di John Brendan Kelly, campione olimpico nel singolo ad Anversa nel 1920 e nel due di coppia, associato a Paul Costello, sempre ad Anversa e quattro anni dopo a Parigi.

Qui si apre una parentesi curiosa. I due B&B, Burnell e Bushnell, sperano entrambi di gareggiare alle Olimpiadi di Londra del 1948 nella gara di singolo ma se Dickie è in declino e non può avanzare la sua candidatura per un posto in squadra, Bertie, che ha perso la sfida decisiva del Diamond Challenge Sculls con il poliziotto australiano Mervyn Wood, che poi vincerà l’oro ai Giochi, è stato bocciato da un osservatore di grido, il leggendario Jack Beresford, un vero e proprio mammasantissima del canottaggio britannico e mondiale se è vero che è stato campione olimpico nel singolo a Parigi nel 1924, nel quattro senza a Los Angeles nel 1932 e nel due di coppia a Berlino nel 1936, aggiungendo anche quattro successi al Diamond Challenge Sculls. Beresford ritiene che Bushnell abbia ben poche possibilità di vincere la medaglia d’oro ai Giochi nella gara di singolo, ed allora lo consiglia di accoppiarsi a Burnell, e così, a cinque settimane dall’inizio delle Olimpiadi, due canottieri che non hanno mai gareggiato insieme vanno a formare una coppia che, a conti fatti, risulterà vincente.

In effetti i due nuovi amici non hanno granché in comune, a cominciare dalle fattezze fisiche, con Dickie che è un gigante di 193 centimetri per 92 chili e siede sul sedile di poppa e Bertie, a prua, soli 67 chilogrammi distribuiti su 178 centimetri di altezza, che si vede costretto a modificare l’imbarcazione per poter ottimizzare lo sforzo comune. In più, l’estrazione sociale dei due canottieri è ben diversa, con la puzza sotto il naso e di buonissima famiglia Burnell, che frequenta i migliori College inglesi, più pane e salame Bushnell che non la manda certo a dire, e se nel mese che li separa dall’inaugurazione dei Giochi la sintonia non è proprio delle migliori, tanto che Bushnell preferisce la compagnia di Wood e Kelly jr., al momento di scendere in acqua la questione assume tutta un’altra musica.

Burnell e Bushnell entrano in gara alla Royal Regatta di Henley-on-Thames il 5 agosto, chiudendo la prima batteria al secondo posto alle spalle dei francesi Maillet/Guilbert (pare che i due inglesi si fossero fatti battere volontariamente per evitare di incontrare i danesi Ebbe Parsner e Aage Larsen, grandi favoriti della prova, in semifinale), vedendosi così costretti ai ripescaggi in cui si garantiscono il passaggio alle semifinali battendo agevolmente il due di coppia olandese, composto da Tom Neumeier ed Hendrik van der Meer, campione europeo a Lucerna nel 1947, e quello argentino.

A questo stadio della competizione, a cui accedono anche gli azzurri Mario Ustolin e Francesco Dapiram che si fermeranno nella seconda semifinale al cospetto proprio di Parsner e Larsen, Bushnell e Burnell si impongono con il tempo di 7’55″7 davanti alle imbarcazioni di Stati Uniti, che hanno una grande tradizione avendo vinto nelle prime cinque edizioni in cui il due di coppia si è disputato, e Belgio, che è l’ultimo vincitore della Double Sculls Challenge Cup, disputata una prima volta nel 1946, qualificandosi così all’atto conclusivo insieme appunto alla Danimarca e all’Uruguay, che ha in Juan Rodriguez e William Jones i suoi alfieri, che vincono le rispettive semifinali, eliminando altresì i francesi.

Il 9 agosto va in scena la finale, con tre soli equipaggi visto che il bacino di Henley non è abbastanza largo, e neppure troppo lungo visti i suoi 1900 metri, e se i sudamericani sono i primi a cedere chiudendo infine con il tempo di 7’12″4, inglesi e danesi si danno battaglia fin sulla linea d’arrivo con Bushnell e Burnell che infine mettono la loro prua davanti a quella degli avversari per imporsi in 6’51″3 contro 6’55″3 conquistando così la medaglia d’oro.

E così B&B, che non si conoscevano e non andavano neppure troppo d’accordo, confermano il titolo olimpico del due di coppia che dodici anni prima, a Berlino 1936 e sotto gli occhi del Fuhrer, aveva coronato d’oro le teste di Jack Beresford stesso e Dick Southwood. E se stavolta il pubblico inglese, numeroso ed eccitato, può spellarsi le mani dagli applausi e a giochi fatti intonare il “God save the Queen“… beh, per quei due canottieri è proprio una gran bella soddisfazione. Perché esser profeti in patria non è poi così tanto facile.

CESAR CIELO, IL FULMINE BRASILIANO DELLE PISCINE

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Cesar Cielo – da:blogdafloresta.com.br

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando, ad inizio 2010, la FINA mise al bando i costumi interi in poliuretano (altresì comunemente chiamati gommati …), che nel biennio 2008-’09 avevano determinato il realizzo di ben 255 primati mondiali, di cui 142 nel solo 2009, con 43 dei quali realizzati durante i Campionati Mondiali di Roma, nel successivo decennio il Nuoto è riuscito a cancellarne la quasi totalità in campo femminile – resistono ancora l’1’52”98 di Federica Pellegrini sui m.200sl ed il 2’01”81 della cinese Liu Zige sui m.200 farfalla – mentre ne risultano ancora imbattuti sei nel settore maschile …

Ed, a parte l’1’51”92 sui m.200 dorso ottenuto dall’americano Aaaron Peirsol alla citata Rassegna iridata di Roma ’09 ed il 4’03”84 di Michael Phelps sui m.400 misti fatto registrare ai Giochi di Berlino ’08 (il fuoriclasse Usa si è visto togliere i record sui m.100 e 200 farfalla ai recenti Mondiali di Gwangju …), gli altri quattro sono relativi alle distanze dai 50 ai 400 metri stile libero, con le più lunghe appartenenti al tedesco Paul Biedermann, di cui abbiamo già trattato, e le più brevi al brasiliano Cesar Cielo Filho, protagonista della nostra Storia odierna …

Nato a Santa Barbara d’Oeste, nello Stato di San Paolo, il 10 gennaio 1987, César Augusto Cielo ha all’anagrafe anche l’aggiunta “Filho” (l’equivalente di junior in inglese) in quanto chiamato come il padre Cesar, di professione pediatra, mentre la madre Flavia è un’insegnante di educazione fisica, dedicandosi sin da piccolo al Nuoto, dapprima presso lo “Esporte Clube Barbarense”, per poi passare all’età di 13 anni al “Clube de Campo de Piracicaba” e quindi al ben più prestigioso “Esporte Clube Pinheiros” di San Paolo, dove ha l’opportunità di essere allenato dalla leggenda brasiliana Gustavo Borges, argento sui m.100sl ai Giochi di Barcellona ’92 e bronzo sulla medesima distanza, nonché argento sui m.200sl quattro anni dopo ad Atlanta.

Vi è da dire che il Brasile, sino a fine secolo – oltre ai citati allori di Borges, compreso il bronzo nella 4x100sl ai Giochi di Sydney 2000 – aveva raccolto ben poco in sede olimpica, potendo contare solo il bronzo di Tetsuo Okamoto sui m.1500sl ad Helsinki ’52 e di Manuel Dos Santos sui m.100sl a Roma ’60, nonché l’argento di Ricardo Prado sui m.400misti a Los Angeles ’84 ed un altro bronzo, stavolta conquistato da Fernando Scherer sui m.50sl ad Atlanta ’96, non avendo ancora visto un proprio rappresentante salire sul gradino più alto del podio …

Nuotatori sudamericani che danno il meglio di sé sulle brevi distanze, su cui si indirizza anche il giovane César, un perfezionista della disciplina in quanto sin dall’età di 9 anni, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ’96, studia sin nei più minimi dettagli la tecnica di uscita dai blocchi e di virata del migliore dell’epoca, ovvero il russo Alexander Popov.

Un Cielo che ha altresì una caratteristica fondamentale, specie per chi si cimenta sulle brevi distanze in cui, rispetto alla resistenza, conta molto di più “l’animus pugnandi”, ovvero che mal digerisce le sconfitte, circostanza che lo porta ad intensificare gli allenamenti ogni qual volta non riesce nell’intento sperato …

La prima apparizione di un certo rilievo di Cielo a livello internazionale la si registra in occasione dei “Campionati Pan Pacifici” di Victoria 2006, dove raggiunge la Finale sia dei m.50 che dei m.100sl, piazzandosi sesto in 22”45 sulla più corta distanza e settimo in 49”66 sull’altra, per poi togliere a Borges, il 15 dicembre 2006, il record nazionale nonché sudamericano dei m.100sl, nuotati in 48”61 che rappresenta la quarta miglior prestazione mondiale stagionale.

Atteso, pertanto, come uno dei protagonisti ai Campionati Mondiali di Melbourne ’07 – che essendo in programma nell’emisfero australe, si svolgono ad inizio marzo – Cielo non tradisce del tutto le attese, restando ai margini del podio nella Finale dei m.100sl per soli 0”04 centesimi rispetto all’australiano Eamon Sullivan ed ad 0”08 centesimi dall’Oro – conquistato a pari merito dal canadese Brent Hayden e dal nostro Filippo Magnini con 48”43 – ma migliorandosi ulteriormente sino a 48”51, così come realizza il record sudamericano di 22”09 nella semifinale dei m.50sl, per poi concludere non meglio che sesto nella Finale vinta in 21”88 dall’americano Ben Wildman-Tobriner.

Anno 2007 che si conclude in gloria per Cielo che fa man bassa di medaglie ai “Giochi Panamericani” che si svolgono a luglio proprio a Rio de Janeiro ed in cui – grazie anche all’assenza dei migliori rappresentanti Usa – si afferma sia sui m.50sl (ma migliorandosi sino a 21”84 …) che sui m.100sl, dove si impone in 48”79, allori cui unisce l’Oro con la staffetta 4x100sl e l’argento con la 4x100mista.

In vista dell’appuntamento clou della successiva stagione, vale a dire i Giochi di Pechino 2008, Cielo si presenta nella Capitale cinese ben deciso a raccogliere i frutti dell’intenso lavoro invernale che gli ha consentito di scendere a 21”75 sui m.50sl l’11 luglio e di migliorarsi in due occasioni sulla doppia distanza, dapprima nuotando la stessa in 48”49 a febbraio e quindi in 48”34 il 6 aprile …

Programma olimpico che, per il 21enne di San Paolo, si apre in “agrodolce” il 10 agosto con le batterie della staffetta 4x100sl in quanto, schierato in prima corsia, scende per la prima volta sotto la “barriera dei 48” netti” fermando i cronometri sul record delle Americhe di 47”91, riconosciuto dalla FINA nonostante il quartetto brasiliano venga squalificato per un successivo cambio irregolare …

Delusione dalla quale Cielo si riscatta nella Finale dei m.100sl del 14 agosto, dove toglie altri 0”24 centesimi al suo fresco primato, il cui 47”67 è peraltro buono solo per dividere il terzo gradino del podio con l’americano Jason Lezak, alle spalle del fulmine transalpino Alain Bernard, che con 47”21 precede l’australiano Sullivan, il quale in semifinale aveva stabilito il primato mondiale con 47”05.

Nonostante doversi essere accontentato del bronzo, le sensazioni di Cielo dopo la Finale dei m-100sl sono più che buone, visto che nei commenti del dopo gara si dichiara sicuro di far suo l’Oro sulla più corta distanza del programma olimpico, dato che nella stessa giornata aveva stabilito il record olimpico in batteria con 21”47, anche se nell’ultima serie il francese Amaury Leveaux fa poi meglio per 0”01 centesimo …

Cielo che rafforza la propria candidatura al gradino più alto del podio con il tempo di 21”34 fatto registrare il giorno dopo nella prima delle due semifinali, con la sensazione che l’unico in grado di impensierirlo all’atto conclusivo non possa che essere il francese Bernard, affermatosi nella seconda serie in 21”54 …

La storica giornata per il Nuoto brasiliano va pertanto in scena il 16 agosto 2008 al “Beijing National Aquatics Center allorché Cielo e Bernard salgono sui blocchi in quarta e quinta corsia rispettivamente, ma nonostante il transalpino si migliori sino a 21”49, nulla può rispetto alle vorticose bracciate del sudamericano che va a concludere in 21”30 così da migliorare per la terza volta in altrettanti giorni il Record olimpico – a soli 0”02 centesimi dal primato mondiale di Sullivan, deludente sesto con 21”65 – mentre Bernard è superato nella lotta per l’argento anche dal connazionale Leveaux in 21”45.

Sentir per la prima (e sinora unica …) volta risuonare l’inno brasiliano in una cerimonia di premiazione olimpica in piscina fa di per sé di César Cielo una sorta di eroe nazionale, anche se il suo “Anno di Gloria” è il successivo coincidente con i Campionati Mondiali che si svolgono a Roma dal 26 luglio al 2 agosto …

Con il 2009 ad essere considerato – per le circostanze indicate in premessa – un “anno particolare” per il Nuoto, quantomeno dal punto di vista cronometrico, la Rassegna Iridata romana si apre, per quel che concerne le prove di velocità a stile libero, con una sfida aperta tra il brasiliano e “L’Equipe de France”, dato che, se Cielo vi si presenta avendo ulteriormente abbassato i propri limiti (scendendo a 21”14 l’1 luglio sui m.50sl ed a 47”60 sui m.100sl), da parte transalpina si è risposto con il miglioramento dei primati mondiali su entrambe le distanze …

L’occasione è costituita dai Campionati nazionali che si disputano nell’ultima settimana di aprile a Montpellier, dove cadono due “barriere storiche” che cancellano dall’Albo dei Record il già ricordato australiano Sullivan, con il primo squillo fornito da Bernard, che il 23 aprile è il primo nuotatore a scendere sotto i 47” netti sui m.100sl andando a toccare in 46”94, per poi essere imitato tre giorni dopo da Frédérick Bousquet, anch’egli primo atleta ad infrangere il muro dei 21” netti sul m.50sl, nuotati in 20”94 …

Forse, aver dato il meglio di sé a tre mesi dai Mondiali può avere inciso sul mantenimento della condizione da parte dei due francesi, con il primo impegno costituito dalla staffetta 4x100sl, le cui batterie sono in programma al mattino del 26 luglio e la relativa Finale al pomeriggio …

Prova quanto mai utile per verificare lo stato di forma dei citati pretendenti all’Oro nelle gare individuali, e nonostante il quartetto brasiliano concluda ai margini del podio (pur con il record sudamericano si 3’10”80), Cielo, inserito in prima frazione, fornisce due ottime prestazioni, nuotando in 47”39 in batteria e 47”09 in Finale, mentre da parte transalpina non si percepiscono le stesse sensazioni, visto che la Francia non va oltre il bronzo, con l’Oro agli Usa rinforzati da Phelps e Ryan Lochte e l’argento a favore della Russia …

Quanto queste prestazioni possano incidere sulla prima delle due sfide individuali – vale a dire i m.100sl, con batterie e semifinali in programma il 29 e la Finale il 30 luglio – non lo si scopre sino a che Cielo e Bernard non si posizionano nelle due corsie centrali all’atto conclusivo, visto che si erano già affrontati nella prima delle due semifinali con il francese a prevalere (47”27 a 47”48), ma con l’impressione che entrambi si siamo risparmiati …

Il ricordato studio in gioventù dei tempi di reazione di Popov da parte di Cielo porta giovamento al 22enne brasiliano, che scatta dai blocchi con 0”05 centesimi (0”66 a 0”71) di vantaggio su Bernard, che mantiene inalterato a metà gara (22”17 a 22”22) anche se a virare per primo in 22”14 è Bousquet, per poi distendersi con una progressione entusiasmante nella vasca di ritorno sino ad andare a conquistare titolo e record mondiale, migliorando di 0”03 centesimi con 46”91 il limite di Bernard, che deve accontentarsi dell’argento in 47”12, con il podio completato da Bousquet con 47”25.

La più veloce gara sui 100 metri stile libero della Storia, funge da gustoso antipasto per la rivincita sui m.50sl, si cui sono previste batterie e semifinali il 31 luglio e la Finale l’1 agosto e se, l’anno precedente a Pechino, detta prova era stata affrontata da Cielo galvanizzato per il bronzo olimpico, figuriamoci come possa sentirsi ora che si è messo al collo la medaglia d’Oro iridata …

Con la Francia a schierare Bousquet e Leveaux, il record dei Campionati di 21”37 stabilito da Cielo in batteria, viene frantumato nella seconda semifinale da Bousquet, il quale piazza un 21”21 proprio in faccia a Cielo, secondo in 21”35, mentre la prima serie aveva visto prevalere (21”29 a 21”32) lo specialista croato Duje Draganja sull’altro transalpino …

Particolare curioso che evidenzia quale che sia il livello a cui si sta disputando la rassegna iridata, vale a dire che, al termine delle due semifinali, l’ottavo miglior tempo appartiene con 21”65 al canadese Krisztian Takacs ed al rappresentante di Trinidad & Tobago, così da rendersi necessario uno spareggio che vede prevalere il caraibico in 21”20, ovvero 0”01 centesimo in meno del fresco Record dei Campionati …!!

In una Finale da disputare tutta d’un fiato sul filo dei centesimi e dove la minima incertezza può risultare fatale, si schierano sui blocchi di partenza, dalla terza alla sesta corsia Leveaux, Bousquet, Draganja e Cielo, con quest’ultimo ad essere ancora il più reattivo (0”68 centesimi) allo sparo dello starter, per poi prendere il largo sino a concludere in 21”08, record dei Campionati e delle Americhe, a 0”12 centesimi dal primato mondiale di Bousquet, a propria volta argento per soli 0”04 centesimi (21”21 a 21”25) rispetto al connazionale Leveaux, con Draganja non meglio che quarto in 21”35.

La doppia sfida franco-brasiliana si conclude così in un trionfo per Cielo a dispetto delle cinque medaglie (compresa la staffetta …), raccolte dai transalpini, per poi concludere la stagione come meglio non potrebbe strappando a Bousquet anche il primato assoluto, nuotando la distanza in 20”91 il 18 dicembre 2009 nella natia San Paolo, giusto in tempo prima del divieto imposto ai costumi gommati …

E se, a causa di ciò, i due primati risultano tuttora ineguagliati, questo non significa – essendo regole valide per tutti – che Cielo smetta di restare ai vertici delle gare veloci, come dimostra il risultato dei “Campionati Pan Pacifici” 2010 di Irvine, in California, dove, a dispetto delle sconfitte sui m.50sl (argento in 21”57 a 0”02 centesimi dall’americano Nathan Adrian) e 100sl (bronzo in 48”48 alle spalle dello stesso Adrian e di Hayden), si aggiudica la Finale dei m.50 farfalla precedendo (23”03 a 23”33) il connazionale Nicholas Santos.

Ma “Non tutto è Oro quel che luccica”, verrebbe da dire, allorché a maggio 2011 Cielo, assieme ad altri tre compagni di squadra, viene trovato positivo al furosemide, un diuretico che è spesso usato per aiutare a perdere peso, ma può anche mascherare la presenza di altri tipi di droghe, ricevendo una sola ammonizione dalla propria Federazione, circostanza che vede la FINA appellarsi al CAS (Tribunale per gli Arbitrati Sportivi) che conferma il provvedimento assunto, così che il 24enne brasiliano è autorizzato a prendere parte ai Campionati Mondiali di Shanghai, nonostante che la sentenza a soli tre giorni dall’inizio della Rassegna, che prende il via il 24 luglio 2011 …

L’incertezza circa la partecipazione non incide peraltro più di tanto sulle prestazioni di Cielo, che se si vede sfuggire il podio sui m.100sl per l’inezia (48”00 a 48”01) di un solo 0”01 centesimo rispetto al francese William Meynard – con l’Oro appannaggio dell’australiano James Magnussen su Hayden (47”63 a 47”95) – si dimostra ancora insuperabile sulle distanze che non prevedono virata, imponendosi sui m.50 farfalla (23”19 a 23”32) sul francese Florent Manaudou, e confermando il titolo di Roma sulla sua specialità preferita a stile libero, dove si impone con largo margine in 21”52 rispetto ai due altri componenti del podio, ovvero l’azzurro Luca Dotto e lo storico rivale Bernard, divisi (21”90 a 21”92) da soli 0”02 centesimi.

Con un lotto di concorrenti ben inferiore, Cielo non ha difficoltà a fare incetta di medaglie ai successivi “Giochi Panamericani” di Guadalajara, dove peraltro fa registrare interessanti riscontri cronometrici, imponendosi sia sui 50 che sui 100 metri stile libero (in 21”58 e 47”84 rispettivamente …), oltre a far suo l’Oro anche con le staffette 4x100sl e 4x100mista.

Atteso pertanto come uno dei protagonisti ai Giochi di Londra 2012, specie dopo aver fatto registrare nel corso della stagione il miglior tempo di sempre con costumi normali (22”76) sui m.50 farfalla (specialità peraltro non olimpica …) ed il secondo sui m.50sl in 21”38, preceduto solo da Bousquet con 21”36, Cielo non va oltre il raggiungimento delle due Finali individuali, nelle quali conclude non meglio che sesto in 47”92 sui m.100sl, vinti da Adrian per un solo 0”01 centesimo (47”52 a 47”53) su Magnussen …

Maggiori speranze sono riposte sui m.50sl, dove Cielo realizza in semifinale il miglior tempo di 21”54 a pari merito con l’americano Cullen Jones, il quale si ripete al centesimo in Finale, così da conquistare l’argento, mentre il paulista si peggiora a 21”59 salvando comunque il bronzo per 0”02 centesimi rispetto al connazionale e suo futuro erede Bruno Fratus, con la vittoria ad arridere a Manaudou con il tempo di 21”34.

Per Cielo sembra l’inizio del viale del tramonto, ma se avete seguito con attenzione il nostro racconto vi ricorderete della sua caratteristica di “non amare perdere” e che dalle sconfitte riesce sempre a trovare ulteriori stimoli di riscatto, ed è ciò che, puntualmente si verifica in occasione della Rassegna Iridata che si tiene a Barcellona dal 38 luglio al 4 agosto 2013, che lo vede nuovamente sui gradini più alti del podio …

Dopo aver, difatti, rinunciato ad iscriversi ai m.100sl, Cielo conferma i titoli di Shanghai aggiudicandosi sia i m.50 farfalla, dove, dopo aver nuotato in 22”86 in semifinale, gli sono sufficienti 23”01 per avere la meglio sull’americano Eugene Godsoe, che precede (23”05 a 23”11) l’eterno piazzato Bousquet, che i m.50sl – unico nella Storia dei Mondiali ad essersi aggiudicato tre edizioni consecutive – dove precede nettamente (21”32 a 21”47) il russo Vladimir Morozov.

Successivi problemi fisici vedono Cielo non andare oltre il sesto posto nella Finale dei m.50 farfalla alla Rassegna Iridata di Kazan ’15, rinunciando a nuotare i m.50sl, per poi non riuscire a qualificarsi per le Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, prima di fornire il proprio contributo alla Rassegna Iridata di Budapest ‘17, con una frazione interna di 48”01, allo storico argento della staffetta 4x100sl in 3’10”24, a soli 0”28 centesimi dagli Usa, Record sudamericano e miglior piazzamento di sempre ai Mondiali, in una gara dove il Brasile vantava solo il bronzo di Roma ’94, quando in formazione vi erano Scherer e Borges.

Con 6 medaglie d’Oro individuali iridate, Cesar Cielo è il quinto di sempre nella Storia della Manifestazione nel settore maschile, preceduto solo da Phelps con 15, Lochte con 9 e Peirsol e Grant Hackett con 7, ma il maggior contributo dato al panorama natatorio del proprio Paese deriva dal fatto che, sulla sua scia, sono emersi altri valenti nuotatori, prova ne sia che, a livello mondiale, il Brasile può ora vantare ben 26 medaglie, di cui 8 d’Oro, 9 d’argento ed altrettante di bronzo …

Eh sì, si può proprio dire, perdonate la banalità della citazione, che grazie a lui anche il Nuoto, in Brasile, sia finalmente riuscito a toccare il Cielo …

 

HERMA SZABO, LA PATTINATRICE CHE A CHAMONIX 1924 VINSE IL PRIMO ORO OLIMPICO FEMMINILE

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Herma Szabo – da skateguard1.blogspot.com
articolo di Nicola Pucci

Quando quattro anni dopo, nel 1928 a St.Moritz, la leggendaria Sonja Henie iscriverà per la prima volta il suo nome nell’alveo delle grandi campionesse di Olimpia, il pattinaggio artistico femminile entrerà di forza nell’immaginario collettivo quale disciplina sportiva in grado di coniugare perfettamente l’armonia del gesto e l’eleganza della tecnica.

Ma è d’obbligo, appunto, tornare indietro di un quadriennio, esattamente alla fine di gennaio del 1924, quando lo Stadio Olimpico di Chamonix ospita la prima edizione delle Olimpiadi invernali, assegnando la prima ed unica medaglia d’oro al femminile di quell’edizione a cinque cerchi.

E’ necessario, altresì, ricordare come curiosamente il pattinaggio artistico delle ragazze figurasse quale disciplina ai Giochi estivi del 1908 (!!!) quando l’inglese Madge Syers vinse al Prince’s Skating Club di Londra, così come la svedese Magda Julin si impose al Palais de Glace d’Anversa nel 1920, ma Chamonix 1924, a tutti gli effetti, è la prima Olimpiade degli sport invernali e tocca ad un’austriaca, Herma Szabo, l’onore di comparire quale prima medaglia d’oro femminile della storia dei Giochi della neve.

Herma nasce a Vienna il 22 febbraio 1902, e che abbia il pattinaggio artistico nel dna è certo, visto che mamma Christa è salita in passato due volte sul terzo gradino del podio ai Mondiali, nel 1913 proprio a Vienna e l’anno dopo ad Helsinki, prima di venir stoppata dalla tragedia della Prima Guerra Mondiale, e lo zio Eduard Engelmann jr. è stato da par suo tre volte consecutive campione europeo nella prova maschile di figura, tra il 1892 e il 1894.

Proprio zio Eduard fa costruire al Prater di Vienna la prima pista da ghiaccio artificiale, e lì la piccola Herma, inevitabilmente perché buon sangue non mente, calza i suoi primi pattini, denunciando doti non comuni. Insieme a lei si destreggia egregiamente anche la cugina Helene Engelmann, che in quelle storica edizione olimpica del 1924 sarà a sua volta campionessa nella gara di coppia pattinando con Alfred Berger, ed allora la via maestra è definitivamente tracciata. Prospettando un futuro roseo, come annunciato già dal secondo posto ai campionati nazionali austriaci del 1918 quando la Szabo, appena sedicenne, si inchina solo a Gisela Reichmann.

La ragazza viennese, che troviamo negli albi d’oro più prestigiosi citata come Plank-Szabo, Planck-Szabo, Jarosz Szabo e Jaross-Szabo, fin quando l’ISU, la Federazione Internazionale di Pattinaggio, non adotta definitivamente le credenziali di Herma Szabo, paradossalmente non ha modo di illustrarsi in campo europeo, in quanto la prova di artistico femminile, così come quella delle coppie, viene disputata per la prima volta solo a partire dal 1930, quando ormai la pattinatrice asburgica avrà appeso gli attrezzi al chiodo da almeno un triennio, dominando invece ai Mondiali dove ottiene cinque titoli iridati consecutivi dal 1922 al 1926, battendo la svedese Svea Noren a Stoccolma, la connazionale Gisela Reichmann a Vienna, la tedesca Ellen Brockhoft ad Oslo e Davos, e proprio Sonja Henie a Stoccolma, prima che la norvegese, di dieci anni più giovane, si prende la rivincita ad Oslo nel 1927, decretando la fine della carriera della Szabo.

Le cinque vittorie in sede iridata valgono alla Szabo un record che solo la stessa Henie, con addirittura dieci successi, sarà capace di migliorare, con le americane Carol Heiss tra il 1956 e il 1960 e Michelle Kwan tra il 1996 e il 2003 a loro volta in grado di eguagliare la pattinatrice austriaca.

Ma torniamo a Chamonix, 28 gennaio 1924, quando otto pattinatrici in rappresentanza di sei paesi si danno appuntamento per la prima gara femminile della storia delle Olimpiadi invernali. La Szabo è la grande favorita in virtù delle due vittorie mondiali nei due anni precedenti, a cui aggiungere anche tre titoli nazionali che sono pur sempre un’ottima referenza se è vero che tra le mura di casa Herma si è trovata a dover fronteggiare pattinatrici del calibro di Gisela Reichmann ed Hilde Thiel. Ma in Francia le due connazionali non ci sono, ed allora, oltre alla Henie che poco più che 11enne debutta in una grande rassegna internazionale grazie ai denari di papà Wilhelm, che commercia in pellicce e sovvenziona il viaggio della figlia e del suo allenatore convincendo la Federazione norvegese a rilasciare il nullaosta per la spedizione olimpica, ammaliando il pubblico ma terminando ultima con 203,82 punti totali (sesta comunque nel programma libero del 29 gennaio), sono l’americana Theresa Blanchard, bronzo ad Anversa nel 1920, e la veterana inglese Ethel Muckelt, 38enne quinta in Belgio.

Ma la Szabo, un passo avanti a tutte non solo tecnicamente eseguendo, prima nella storia del pattinaggio, il salto “axel, ma anche nella concezione estetica dell’avvenimento sportivo, tanto da indossare un gonnellino audacemente corto sopra il ginocchio, è indiscutibilmente superiore alla concorrenza, e se nel programma obbligatorio è la migliore nella valutazione di sei dei sette giudici precedendo l’altra statunitense Beatrix Loughran e proprio la Muckelt, con la Blanchard subito dietro in quarta posizione, nel programma libero si merita il miglior punteggio di cinque giudici, eguagliata a sorpresa dalla Henie per il finlandese Walter Jakobsson e dalla francese Andrée Joly premiata da Louis Magnus, chiudendo con 299,17 punti totali. La Loughran è infine seconda con 279,85 punti, e la Muckelt, a dispetto di un programma libero modesto che le vale solo il settimo punteggio, riesce a salvare il terzo posto, 250,07 punti contro i 249,53 punti della Blanchard che per un soffio non replica il bronzo conquistato ad Anversa nel 1920.

Herma Szabo dimostrerà poi di saperci fare anche nell’esibizione di coppia, vincendo due titoli iridati con Ludwig Wrede nel 1925 e nel 1927, realizzando un exploit mai riuscito a nessun’altra pattinatrice. E sarà storia… già, com’è storia quella medaglia d’oro di Chamonix 1924 che apre la meravigliosa enciclopedia delle campionesse d’inverno.

ALLE ATP FINALS 1998 LA VITTORIA DA “MAESTRO” DI ALEX CORRETJA

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Corretja vincitore alle Atp Finals del 1998 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Alex Corretja vanta un palmares in carriera di tutto rispetto. Il suo curriculum tennistico, infatti, lo elenca come due volte finalista al Roland-Garros, nel 1998 quando viene sconfitto dal connazionale Carlos Moya, e tre anni dopo, 2001, quando a fermarlo nella corsa ad un successo in un torneo dello Slam è Gustavo Kuerten; lo vede salire sul terzo gradino del podio e mettersi dunque al collo la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney del 2000, anno in cui, con la sua Nazionale, coglie anche la vittoria in Coppa Davis a spese dell’Australia; togliersi il lusso di vincere nel 1997 agli Internazionali d’Italia a Roma battendo in finale Marcelo Rios; esser capace, sempre nell’anno di grazia 2000, di imporsi anche ad Indian Wells, altro torneo Masters Series; arrampicarsi al numero 2 del mondo nel febbraio del 1999. Insomma, il barcellonese, classe 1974, è uno che un posticino tra i grandi del tennis se l’è proprio garantito, ma… ma c’è una riserva, sul suo conto. Quella di essere l’eterno piazzato negli appuntamenti che contano, fin quando, nel novembre 1998, non ottiene quella vittoria che annuncia al mondo che, sì, Corretja non sarà proprio il fuoriclasse capace di segnare un’epoca, ma è pur sempre un campione con la C maiuscola.

In effetti questo terraiolo doc, e come potrebbe essere altrimenti vista la provenienza?, abile quanto basta anche sul cemento, che si affaccia al palcoscenico del grande tennis nel 1992 e che troverà modo di collezionare, in totale, diciassette vittorie in carriera, col passare degli anni, dotato com’è di un’intelligenza fuori dal comune e di un spiccatissimo acume tattico, migliora al punto da diventare una presenza fissa tra i migliori. E per il 1998, dopo che l’anno precedente vincendo ad Estoril, appunto a Roma e triplicando poi a Stoccarda, altro appuntamento di prestigio sull’amata terra battuta, ha ottenuto con il quarto posto il suo best ranking provvisorio, Corretja guarda con qualche ambizione ai tornei che regalano l’immortalità sportiva.

Ma se in Australia Cedric Pioline lo stoppa, severamente, al terzo turno con un punteggio, 2-6 1-6 4-6, che certifica come le superfici in cemento, seppur il barcellonese abbia progredito sensibilmente, non saranno mai le sue predilette, al Roland-Garros Moya si rivela, a dispetto dei due anni di differenza, già più pronto di lui ad issarsi sul gradino più alto in un torneo Major e a Wimbledon Justin Gimelstob è troppo più avvezzo al gioco serve-and-volley necessario per domare l’erba. Corretja, che in stagione ha comunque vinto sul cemento a Dubai ed Indianapolis e sulla terra a Gstaad, avrebbe qualche ambizione di ben figurare anche agli Open Usa, ma ancora una volta Moya ne infrange le illusioni, battendolo, sempre in tre set, agli ottavi di finale, ripetendo nel punteggio, 7-6 7-5 6-3, l’andamento quasi identico della finale di Parigi, 6-3 7-5 6-3.

Lo smacco newyorchese lascia l’amaro in bocca a Corretja, che col coach Javier Duarte ha modo di manifestare il disappunto per aver mancato, seppure di un soffio, la gloria nei tornei dello Slam. Ci sarebbe ancora un appuntamento con i fiocchi, quello delle Atp Finals alle quali Alex sicuramente potrà prendere parte, ma se ad ottobre la vittoria indoor di Lione contro Tommy Haas è lì a dimostrare che il barcellonese non ha mollato la presa, le successive sconfitte all’esordio di Stoccarda con Gambill, 2-6 4-6, e di Parigi-Bercy con lo stesso Haas, 6-7 6-2 3-6, così come quella al secondo turno di Mosca contro il canadese Sebastien Lareau, numero 92 del mondo, 3-6 3-6, non lasciano grandi speranze allo spagnolo di conquistare infine quella vittoria che già varrebbe una carriera.

Dal 1996 quello che un tempo si chiamava Masters, si disputa all’Expo 2000 Tennis Dome di Hannover, ad onor del vero per la penultima volta nella storia del torneo. La superficie, come è logico che sia visto che, dal 24 al 29 novembre, siamo alle porte dell’inverno europeo, è indoor, tradizionalmente la più ostica per intere generazioni di tennisti spagnoli.

Pete Sampras e Marcelo Rios sono i primi due giocatori del mondo e sono, pertanto, accreditati dell prime teste di serie dei due giorni in cui sono raggruppati gli otto giocatori. Manca Par Rafter, numero 3 del ranking, ed allora André Agassi e Carlos Moya sono i due rivali più autorevoli, con il “kid di Las Vegas” ad incrociare il cileno e lo spagnolo a provare a tener testa a “pistol Pete“. Nel gruppo “rosso” del numero 1 del mondo sono inseriti anche lo slovacco Karol Kucera ed Evgenij Kafelnikov, con Corretja stesso e Tin Henman a loro volta introdotti nel gruppo “bianco“.

La formula, che troppo spesso ha prodotto risultati dubbi generando l’infinita querelle sulla sua perfetta adattabilità ad un evento così importante, promuove i primi due giocatori alle semifinali incrociate, ma se nel primo girone Sampras fa valere la legge del più forte battendo i rivali sempre in due rapidi set e Moya, dopo aver rimontato un set a Kucera, vince la sfida con Kafelnikov, 7-5 7-5, che vale il biglietto per la final-four, nel secondo girone i ribaltoni sono all’ordine del giorno.

Si comincia proprio con Corretja che approfitta di un infortunio ad Agassi, che prende cappello, se ne torna in America e lascia il posto a Greg Rusedski, per conquistare una prima vittoria, 5-7 6-3 2-1. Si prosegue con Rios che perde al debutto con Henman e pure lui, adducendo un infortunio, saluta la compagnia venendo sostituito dal terzo spagnolo del lotto, Albert Costa. In questo tripudio di vai e vieni Corretja, pur perdendo da Henman al secondo incontro, 6-7 7-6 2-6, si gioca la qualificazione alle semifinali nel derby in famiglia con Costa, infine trionfando facilmente, 6-2 6-4, e conquistando l’accesso alla fase ad eliminazione diretta grazie alla classifica avulsa che tiene conto delle vittorie ottenute, delle partite giocate e degli scontri diretti. E visto che pure Henman e Rusedski hanno due vittorie a testa, ma Tim ed Alex hanno giocato tre partite e l’inglese ha vinto la sfida incrociata, ecco che Sampras-Corretja e Moya-Henman saranno le due partite di semifinale.

Ad onor del vero Corretja non sembra avere grandi chances con il numero 1 del mondo, ma il tennis è bello perché talvolta si diverte a sovvertire le attese della vigilia e il barcellonese, salvando tre match-point nel decisivo terzo set, di cui uno con un colpo vincente e due grazie ad errori dell’americano, si impone in rimonta, 4-6 6-3 7-6, garantendosi il biglietto d’ingresso alla finalissima. Dove ad attenderlo c’è, ancora un volta, Carlos Moya, che a sua volta rimonta da 3-1 sotto al terzo set contro Henman per cogliere il successo, 6-4 3-6 7-5, che regala la prima ed unica finale tutta iberica della storia delle Atp Finals (o Masters).

E’ la rivincita della finale del Roland-Garros di qualche mese prima, ed anche del match degli ottavi di finale degli Open Usa, e se è pure la seconda finale tutta spagnola su una superficie diversa dalla terra rossa dopo quella di Dubai di inizio 1998, vinta dallo stesso Corretja su Felix Mantilla, è anche l’occasione per Alex non solo di battere finalmente l’amico/rivale, ma anche di iscrivere il suo nome nell’Olimpo dei grandi del tennis.

Corretja e Moya si conoscono perfettamente, se è vero che si sono allenati insieme per due settimane al Centro Alto Rendimient, a San Cugat del Valles, vicino Barcellona, che ha l’unico campo indoor permanente di tutta la Spagna. Ma questo sembra ancor più favorire Carlos, che esattamente come nelle due, precedenti ed importantissime sfide, domina i prima due set, duplice 6-3. Parrebbe l’abbrivio di un’altra vittoria, ma Alex non ha proprio voglia di cedere ancora, d’orgoglio e tattica recupera, 7-5 6-3, e la contesa si decide al quinto set. Qui Corretja strappa la battuta a Moya e va a servire sul 5-4 ma proprio sul più bello, all’atto di concludere, ancora una volta i fantasmi del passato sembrano avere la meglio di lui. Moya opera il controbreak e l’inerzia sembra passare dalla sua parte.

Non è così. Corretja stavolta trova lo spunto vincente, toglie nuovamente la battuta a Moya, torna a servire per il match sul 6-5 ed infine, quando sul secondo match-point il dritto del maiorchino finisce lungo, ecco che Alex, dopo 4 ore ed 1 minuto di battaglia serrata a suon di racchettate, ebbro di felicità può festeggiare la vittoria che vale una carriera, diventando il secondo, e ad oggi unico altro spagnolo, dopo Manuel Orantes nel 1976, a vincere il torneo riservato agli otto migliori tennisti del mondo.

Tornerà poi ad essere l’eterno piazzato, Alex Corretja, ma il titolo di “maestro”, quello, non può proprio più toglierglielo nessuno.

 

SANDRO MAZZOLA, UN FUORICLASSE NEL NOME DEL PADRE

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Sandro Mazzola a San Siro – da:inter.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quel “maledetto pomeriggio” del 4 maggio 1949, quando sulla Basilica della collina di Superga si schianta l’aereo con cui i componenti del “Grande Torino” stavano facendo rientro nel Capoluogo piemontese di ritorno da Lisbona dove avevano disputato un incontro amichevole con il Benfica, tutta l’Italia si ferma, attonita e commossa per una sciagura che riapre, in parte, le ferite ancora fresche dell’ultimo conflitto mondiale, in quanto la formazione granata, al pari dei ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, rappresentava sul piano sportivo la rinascita di un intero Paese …

Tra i morti non è mai bello né giusto fare distinzioni – soprattutto tra ragazzi tutti in tenera età, il più anziano dei quali era il 33enne centravanti Gabetto – ma è indubbio che la figura del leggendario “Capitan Valentino” Mazzola è quella che più di ogni altra è rimasta impressa nell’immaginario collettivo, ed altresì l’unica ad aver lasciato al Calcio italiano un’eredità, se non pari, molto simile al suo straordinario talento …

Alla sua scomparsa, Valentino, originario di Cassano d’Adda, è padre di due figli, Alessandro, detto Sandro e Ferruccio (nome scelto in onore di Ferruccio Novo, Presidente granata …), entrambi nati a Torino l’8 novembre 1942 e l’1 febbraio 1945 rispettivamente, ma che erano stati divisi dalle vicende familiari dei genitori.

Il padre, difatti, già da tempo si era allontanato dalla moglie e madre dei suoi figli Emilia Ranaldi, per andare a convivere con la giovane aspirante miss Giuseppina Cutrone, ragion per cui il maggiore Sandro viveva con lui a Torino, mentre il piccolo Ferruccio era custodito dalla madre a Cassano d’Adda …

Un rapporto che vede i due fratelli ricongiungersi proprio a seguito della sciagura di Superga, crescendo assieme alla madre naturale nel Paese lombardo, con a prendersi in parte cura di loro l’attaccante dell’Inter Benito Lorenzi, il quale aveva avuto l’occasione di conoscere e giocare contro Valentino Mazzola, la cui ultima gara in Italia fu, appunto, un Inter-Torino disputato il 30 aprile 1949 ed il cui risultato di 0-0 fu determinante affinché il Presidente Novo concedesse l’autorizzazione alla trasferta a Lisbona.

Ed è lo stesso Lorenzi a segnalare il giovane Sandro al Club nerazzurro, così che nel 1957, a soli 15 anni, Mazzola entra a farne parte nelle formazioni giovanili, affidato alle cure di un’altra leggenda del Calcio azzurro, ovvero il due volte Campione del Mondo nel 1934 e ’38 Peppino Meazza, il quale provvede ad affinarne la tecnica, anche se portare un cognome così pesante sulle spalle non è cosa facile …

Difatti, come si sparge la voce che tra i ragazzi dell’Inter gioca il figlio del “Grande Valentino”, le presenze sulle tribune dell’Arena Civica per assistere alle relative partite aumentano, con ognuno degli spettatori a tranciare giudizi, logicamente condizionati dai ricordi paterni, il più tenero dei quali è: “Quest’ chi l’è minga el so papà” (crediamo sia inutile tradurre dal dialetto meneghino …).

Beh, si sbaglieranno, perché Sandro, che era solito indossare la divisa del Toro, tenuto per mano dal padre, all’entrata in campo delle squadre nel glorioso “Filadelfia”, avrà modo di mantenere ben alto il cognome dei Mazzola, non solo in Italia, ma anche in quel contesto internazionale mancato a Valentino a causa degli eventi bellici che avevano portato alla cancellazione di due edizioni dei Mondiali di Calcio nel 1942 e ’46, per poi non poter prendere parte alla Rassegna del 1950 in Brasile per la prematura scomparsa.

In ogni caso, quanto mai singolare, e forse un segno del destino, è l’esordio in prima squadra di Sandro, avvenuto il 10 giugno 1961 proprio a Torino, ma contro la Juventus, in una gara di recupero a Torneo oramai concluso a favore dei bianconeri ed in cui il Presidente nerazzurro Angelo Moratti ordina al tecnico Helenio Herrera, alla sua prima stagione sulla panchina milanese, di schierare per protesta la formazione De Martino, in quanto l’originario incontro – in calendario il 16 aprile 1961 con la Juventus in vetta alla Classifica con 40 punti contro i 37 del Milan ed i 36 dell’Inter – era stato sospeso per invasione di campo e dato vinto per 2-0 a tavolino all’Inter, prima che la CAF ne ordinasse la ripetizione …

Partita, pertanto, di nessun valore ai fini dell’esito del Torneo, ma che assume valori statistici, sia per il record di reti siglate da un singolo giocatore in una gara del nostro Campionato – ovvero le 6 messe a segni da Sivori nel 9-1 finale – che per la rete della bandiera nerazzurra messa a segno proprio da Mazzola a 12’ dal termine, trasformando un calcio di rigore.

Ma per il non ancora 19enne Sandro, uno stimolo in più per cercare di emulare le gesta paterne giunge a fine partita dal Capitano juventino, ovviamente Giampiero Boniperti – schierato in un’insolita posizione di mediano e che proprio con quella gara pone fine alla sua carriera – il quale gli si avvicina ricordandogli come: “di nascosto andassi a vedere le partite di tuo padre, e ti assicuro che era il più forte di tutti …!!”.

Herrera però, attende ancora una stagione prima di avvalersi a tempo pieno del suo giovane gioiello, in parte a causa del crollo, per il secondo anno consecutivo, della squadra nel Girone di ritorno, dopo aver chiuso l’andata in testa alla Classifica con 27 punti per raccoglierne 21 nel ritorno, così da farsi superare dai “cugini” Milan, in cui brilla la stella di Gianni Rivera, destinato a divenire il simbolo della rivalità con Mazzola, non solo a livello cittadino, ma anche in Nazionale …

La svolta arriva con il Torneo 1962-’63 – dopo che l’anno precedente era sceso in campo solo all’ultima giornata nel successo per 3-0 contro il Lecco – che vede Mazzola occupare una posizione ibrida di mezza punta offensiva, ideata da Herrera dopo aver altresì operato un cambio di stranieri quanto mai fruttuoso, ovvero dirottando al Torino l’inglese Gerry Hitchens (pur a segno in 16 occasioni nel ’62 …) per far posto al brasiliano Jair Da Costa, prelevato dalla Portoguesa.

E’ difatti il “Mago” a creare questo nuovo ruolo per Mazzola, che nelle Giovanili aveva sempre giostrato a centrocampo, dato che l’Inter, al contrario degli schieramenti del periodo, non dispone di una vera e propria ala sinistra di punta, posizione in cui opera Mariolino Corso, più portato ad occupare una zona arretrata a centrocampo, così che il “figlio d’arte” viene impiegato come seconda punta a fianco del centravanti titolare che, nell’occasione, è Beniamino Di Giacomo, giunto ad Appiano Gentile dallo scambio con Hitchens in maglia granata …

Intuizione quanto mai felice, dato che consente di valorizzare al massimo le migliori qualità del “giovane Mazzola”, vale a dire la velocità di esecuzione negli ultimi 16 metri, fatta di serpentine e dribbling secchi ai quali abbina una conclusione a rete più precisa che potente, tale da sorprendere gli estremi difensori avversari, una caratteristica che si materializza in tutta la sua grandezza nel corso del Girone di ritorno, in cui il 20enne attaccante salta una sola partita …

Ed è anche grazie al suo contributo – 10 reti in 23 presenze, a pari merito con Jair ed ad un centro di distanza da Di Giacomo con 11 – che l’Inter torna a fregiarsi del titolo di Campione d’Italia a 9 anni di distanza dall’ultimo successo, dando così inizio al quinquennio della “Grande Inter” destinato a dominare in Italia e nel Mondo.

Un trionfo in parte oscurato dalla conquista, da parte dei cugini rossoneri della Coppa dei Campioni a spese del Benfica, prima squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo – e con Rivera, appena 20enne, a sfiorare la conquista del prestigioso premio del “Ballon d’Or”, preceduto solo dal leggendario portiere sovietico Lev Jascin – circostanza che induce il Presidente Moratti a non lesinare sforzi per raggiungere analogo traguardo.

Per Mazzola, nel frattempo, si schiudono anche le porte della Nazionale, il cui debutto avviene nel modo migliore possibile, ovvero il 12 maggio 1963 proprio a San Siro, avversario di eccezione, ovvero il Brasile di Pelé Campione del Mondo, incontro che gli azzurri si aggiudicano per 3-0 ed in cui pone la sua firma trasformando al 39’ un calcio di rigore, evidentemente suo destino ad ogni esordio.

Con la difesa oramai consolidata con Sarti, Burgnich, Facchetti, Guarneri e Picchi, Tagnin e Zaglio ad alternarsi in mediana ed i quattro quinti dell’attacco costituiti da Jair, Mazzola, Suarez e Corso, il ruolo più scoperto resta quello di centravanti, di cui nel corso della successiva stagione ne indossano la maglia Di Giacomo, Petroni di ritorno da un buon Campionato a Catania e la “scommessa” Aurelio Milani, prelevato dalla Fiorentina al termine di un Torneo anonimo dopo essere stato viceversa Capocannoniere con 22 reti nel 1962, a pari merito con il rossonero José Altafini …

Il 1964 vede in Campionato una lotta a tre tra le due milanesi ed il Bologna – in cui non mancano le polemiche per il “caso doping” a carico di alcuni giocatori felsinei dopo un Bologna-Torino concluso 4-1, con penalizzazioni poi annullate dalla CAF – che si conclude, dopo che il Milan si auto esclude dalla lotta al vertice a 5 turni dal termine con la clamorosa sconfitta interna per 0-1 contro la Sampdoria, con l’unico spareggio nella Storia della nostra Serie A, disputatosi il 7 giugno 1964 sul campo neutro dell’Olimpico e che il Bologna si aggiudica per 2-0.

Appuntamento al quale l’Inter si presenta avendo però conquistato la vetta d’Europa, grazie ad uno spettacolare percorso al suo esordio in Coppa dei Campioni, che la vede giungere imbattuta alla Finale del 27 maggio 1964 al “Prater” di Vienna dopo aver eliminato, nell’ordine, l’Everton (0-0 a “Goodison Park, 1-0 a San Siro, rete di Jair), il Monaco (1-0 a San Siro, 3-1 a Marsiglia, con doppietta di Mazzola), il Partizan elgrado (2-0 al “Narodna Armije, con Mazzola a siglare la seconda rete e 2-1 al ritorno) ed il quanto mai temibile Borussia Dortmund in semifinale, grazie al 2-2 esterno ed al 2-0 a San Siro, con Mazzola ad andare a segno in entrambi gli incontri …

Un cammino, pertanto, denso di ostacoli, avendo dovuto incontrare i Campioni di Inghilterra, Francia, Jugoslavia e Germania Ovest, anche se l’avversario più temibile è quello da affrontare in Finale, ovvero un Real Madrid desideroso di ritornare sul trono continentale dopo tre anni di assenza …

Ritrovarsi di fronte “mostri sacri” quali Santamaria, Di Stefano, Puskas e Gento può far tremare le gambe a chiunque, figuriamoci ad un 21enne come Mazzola, la cui giustificata emozione svanisce con il passare dei minuti, tanto da essere lui a sbloccare il risultato con una potente conclusione dal limite in chiusura di primo tempo su cui Vicente neppure accenna alla parata e quindi, dopo il raddoppio di Milani ed il tentativo di rimonta madrileno con Felo, porre il sigillo al trionfo nerazzurro ad un quarto d’ora dal termine approfittando di uno svarione di Santamaria per presentarsi davanti all’estremo difensore avversario e superarlo con un elegante tocco di esterno destro che manda la palla ad infilarsi sul palo opposto.

La sfida di Vienna rappresenta la definitiva consacrazione per un Mazzola protagonista assoluto in Europa, risultando Capocannoniere del Torneo con 7 reti (a pari merito con Puskas ed il serbo Kovacevic) rispetto ad una stagione viceversa sotto tono in Campionato (solo 9 centri in 30 presenze, compreso il ricordato spareggio …), ampiamente compensata dal successivo triennio, in cui appare assolutamente devastante in fase realizzativa …

Nelle tre se seguenti stagioni, difatti, Mazzola mette rispettivamente a segno 17 (Capocannoniere a pari merito con il viola Orlando …), 19 (preceduto solo da Vinicio con 25 e da Sormani con 21 …) ed ancora 17 reti, ad una sola lunghezza dal Capocannoniere Riva, sfruttando l’arrivo in nerazzurro di Angelo Domenghini, che svolge un ruolo di centravanti arretrato, quando non sostituisce Jair all’ala per far posto alo spagnolo Peirò, maggiormente utilizzato nelle Coppe dove si possono schierare contemporaneamente tre stranieri.

Con quest’arma micidiale in attacco ed il giovane Bedin a rimpiazzare Tagnin in mediana, l’Inter non conosce ostacoli nel successivo biennio, che inaugura a settembre 1964 con la sfida agli argentini dell’Independiente per l’assegnazione della Coppa Intercontinentale, limitando i danni nella gara di andata ad Avellaneda, dove esce sconfitta per 0-1 per un “goal fantasma” di Rodriguez convalidato dal Direttore di gara brasiliano Armando Marquez nonostante le immagini televisive dimostrino che la palla non aveva superato la linea bianca …

Due settimane dopo a San Siro, i nerazzurri capovolgono il risultato con Mazzola ad aprire le marcature con il suo “timbro di fabbrica”, ovvero una conclusione chirurgica a fil di palo dal limite dell’area che non dà scampo a Santoro, per poi toccare a Corso siglare il 2-0 già prima dell’intervallo con un inusuale, per lui, colpo di testa su cross dalla destra di Malatrasi, ma le regole del tempo non tengono conto della differenza reti e vi è necessità di un terzo incontro in campo neutro che si disputa il 26 settembre ’64 al “Santiago Bernabeu” di Madrid ed è ancora Corso a risolvere la questione con la rete del successo al 5’ del secondo tempo supplementare.

Un’Inter sul tetto del Mondo che, esentata dal primo turno in Coppa dei Campioni, asfalta i rumeni della Dinamo di Bucarest agli Ottavi (6-0 a San Siro con doppiette di Jair e Mazzola, ed 1-0 al ritorno), così da riprendere il discorso a febbraio ’65 e dedicarsi al Campionato dove però, alla seconda giornata di ritorno, complice la clamorosa sconfitta per 2-3 a Foggia, si ritrovano a 7 punti (33 a 26) di distacco da un Milan ancora imbattuto e che viaggia a +4 in media inglese …

Si potrebbe pensare di dedicare le energie al bis in Europa ed invece, inanellando una serie di 15 risultati utili consecutivi – soprattutto costituita da 13 vittorie (compreso il 5-2 nel derby di ritorno) e solo due pareggi – l’Inter riesce nell’impresa di riprendere e superare i rossoneri, concludendo il Campionato con 54 punti rispetto ai 51 dei cugini.

Parallelamente, la formazione di Herrera si fa avanti in Coppa dei Campioni, dove perde l’imbattibilità nel ritorno dei Quarti contro gli scozzesi dei Glasgow Rangers, venendo sconfitta 0-1 ad “Ibrox Park” dopo il 3-1 dell’andata con protagonista Peirò, autore di una doppietta …

Spagnolo che risulta determinante in semifinale, allorché i nerazzurri compiono il capolavoro di ribaltare al ritorno il pesante 1-3 subito ad “Anfield” da parte del Liverpool (con Mazzola a siglare la rete del provvisorio 1-1 …), visto che, dopo la punizione di Corso con una delle sue classiche punizioni “a foglia morta”, sigla già al 10’ il punto del 2-0 soffiando astutamente la palla al portiere inglese Lawrence che non si era accorto di averlo alle spalle, per poi toccare a Facchetti, nella ripresa, completare la rimonta con la rete del definitivo 3-0 …

Appuntamento in Finale, dunque, con stavolta il vantaggio del fattore campo, visto che ad ospitare la sfida del 27 maggio 1965 contro i portoghesi del Benfica è lo Stadio di San Siro, in una serata piovosa in cui la buona sorte dà una mano all’Inter sotto forma di un diagonale apparentemente innocuo di Jair in chiusura di primo tempo, ma che l’estremo difensore Costa Pereira si fa colpevolmente passare tra le gambe per l’unica rete che decide l’incontro, anche perché, prima dell’ora di gioco, lo stesso portiere è costretto ad uscire per infortunio e, non essendo all’epoca previste sostituzioni, i lusitani sono costretti a giocare la restante mezzora in dieci con il difensore Germano tra i pali.

L’Anno di Gloria 1965” si conclude con il tris di Trofei costituito dal bis intercontinentale, con ancora l’Independiente da affrontare, ma stavolta a campi invertiti, con l’andata a San Siro in cui l’Inter e Mazzola giocano forse la miglior gara del loro “Periodo d’Oro”, grazie ad un netto 3-0 le cui marcature sono aperte in avvio da Peirò, prima che a scatenarsi sia il figlio del Capitano del “Grande Torino”, il quale, dopo un comodo tap-in a risolvere una mischia in area per il punto del raddoppio, si inventa all’ora di gioco una spettacolare quanto pregevole rovesciata su di un errato controllo di Facchetti in una delle sue consuete proiezioni offensive, che siamo certi avrà ricevuto anche l’applauso di papà Valentino dall’alto dei cieli …

Una vittoria difesa con le unghie e coni denti al ritorno in Sudamerica, in un ambiente infuocato dove in campo vola di tutto, ma la retroguardia nerazzurra, con Sarti eroico, non cede ed il Trofeo torna a far bella vista di sé nella bacheca nerazzurra.

Inter che domina il successivo Torneo, vinto con quattro punti di vantaggio sul Bologna ed un bottino di ben 70 reti segnate, ma che la vede cedere lo scettro europeo a favore del Real Madrid in semifinale, risultando fatale la sconfitta per 0-1 all’andata al “Santiago Bernabeu”, visto l’1-1 con cui si conclude la gara di San Siro.

Stagione al termine della quale sono in programma i Mondiali di Inghilterra, in cui Mazzola – che nel frattempo ha accumulato 19 presenze in azzurro con ben 12 reti all’attivo – viene schierato da Fabbri nel ruolo di centravanti con Bulgarelli e Rivera quali mezze ali, spedizione che, dopo il successo per 2-0 all’esordio sul Cile, con Mazzola ad aprire le marcature, si risolve in una disfatta con la quanto mai clamorosa sconfitta per 0-1 contro la Corea del Nord …

Un ciclo, quello della “Grande Inter” destinato a concludersi l’anno seguente nel modo più inatteso, visto che sino a metà aprile nulla lascia prevedere il crollo finale, con i nerazzurri al comando della Classifica in Campionato con quattro lunghezze di vantaggio (44 a 40) sulla Juventus a sole sei giornate dal termine e qualificata per le semifinali di Coppa dei Campioni essendosi presa la rivincita nei Quarti (1-0 a San Siro, 2-0 al Bernabeu) sui detentori del Trofeo del Real Madrid, dopo che l’8 dicembre ’66, nella gara di ritorno degli Ottavi a Budapest contro il Vasas e vinta per 2-0, Mazzola aveva messo a segno una delle sue reti più famose, portandosi a spasso mezza difesa magiara prima di depositare la palla oltre la linea …

I primi cenni di cedimento avvengono contro i non irresistibili bulgari del CSKA Sofia, per eliminare i quali i nerazzurri sono costretti a ricorrere allo spareggio di Bologna dopo due pareggi per 1-1 in cui ad andare a segno in entrambi i casi è Facchetti, un dispendio di energie che viene scontato in Campionato, dove nelle successive cinque giornate l’Inter ottiene solo quattro pareggi (di cui tre interni contro Lazio, Fiorentina e Napoli) e la sconfitta per 0-1 nello scontro diretto a Torino, così che all’ultima giornata il vantaggio sui bianconeri si è ridotto ad un solo punto …

Ultimo turno che si disputa giovedì 1 giugno ’67, in quanto sette giorni prima è in programma a Lisbona la Finale di Coppa contro gli scozzesi del Celtic Glasgow ed un’Inter priva di Suarez, nonostante vada in vantaggio per un rigore trasformato da Mazzola dopo appena 6’, crolla nella ripresa e solo un Sarti monumentale evita che il passivo si limiti al 2-1 conclusivo, per poi vedere svanire i sogni del tris scudettato con una clamorosa sconfitta per 0-1 a Mantova, complice stavolta una colpevole incertezza del portiere nerazzurro, che consegna il titolo alla Juventus.

La fine del ciclo vincente comporta anche l’avvicendamento in panchina, con Herrera sostituito dapprima con Alfredo Foni e quindi dal solo omonimo Heriberto, ed i successivi mediocri piazzamenti in Campionato – quinta nel 1968, quarta nel ’69 e non tragga in inganno il secondo posto nel ’70 in quanto il Torneo è dominato dal Cagliari di Gigi Riva – sono compensati per Mazzola dalle soddisfazioni in maglia azzurra, grazie alla conquista del titolo europeo nel 1968 superando 2-0 la Jugoslavia a Roma nella ripetizione della Finale, con il “Baffo” (soprannome per i baffetti che si è fatto crescere …) a vantare ancora uno “score” in Nazionale di tutto rispetto, con 18 reti messe a segno in 31 gare disputate.

Ed è in questo periodo, dopo l’avvenuta qualificazione dell’Italia ai Mondiali di Messico ’70, che la rivalità tra i due leader rossonerazzurri raggiunge il proprio apice, in quanto il Commissario Tecnico Valcareggi, a dispetto di un Milan che nel biennio 1968-’69 si aggiudica tutto quel che c’è da conquistare – Scudetto e Coppa delle Coppe ’68, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale ’69 – decide di rinunciare a schierare nell’undici titolare il “Pallone d’Oro” Rivera per favorire l’inserimento di De Sisti, per poi procedere alla famosa “staffetta” ad inizio ripresa nei Quarti contro il Messico ed in semifinale contro la Germania Ovest, in cui il Capitano rossonero va a segno, salvo poi essere tenuto in panchina nella Finale contro il Brasile.

Apriti Cielo”, con gli azzurri, ed in particolare Valcareggi, pesantemente contestati al rientro in Italia ed il solo Rivera ad essere acclamato, forse uno dei motivi per un ultimo “rigurgito d’orgoglio” della “Vecchia guardia” nerazzurra nella stagione successiva …

In un Torneo, difatti, che per certi versi ricalca l’andamento dello Scudetto ’65, dopo 14 giornate l’Inter ha un distacco (23 a 19) di 4 punti da un Milan ancora imbattuto, avendo altresì, dopo soli cinque turni, provveduto ad esonerare l’allenatore Heriberto Herrera a favore del tecnico della Primavera Gianni Invernizzi a seguito del pesante 0-3 subito nel Derby …

Rimonta che si completa dopo il 2-0 nel Derby di ritorno (di Corso e Mazzola le reti …), per poi operare il definitivo sorpasso a fine marzo allorché i rossoneri crollano in casa 1-2 contro il Varese, così da andare a concludere in scioltezza grazie ad un’incredibile serie di 23 incontri senza sconfitte, dopo che alla settima giornata, sconfitti 1-2 al San Paolo, i nerazzurri vantavano sette punti di distacco dal Napoli e 6 dai cugini.

Dell’Inter di metà anni ’60, fanno ancora parte della rosa Campione nel ’71 Burgnich, Facchetti, Bedin, Jair, Mazzola e Corso, con il “nostro” ad aver mutato collocazione in campo, arretrando il suo raggio di azione, dato che in attacco i nerazzurri dispongono di un ariete quale il centravanti Roberto Boninsegna …

Ed è altresì un’Inter ancora capace di ben figurare in Europa – dove nel 1970 aveva raggiunto la semifinale di Coppa delle Fiere, eliminata 0-2 a San Siro dall’Anderlecht dopo essersi imposta 1-0 a Bruxelles – dove l’esperienza del suo “zoccolo duro” la porta a qualificarsi per la Finale di Coppa dei Campioni ’72 in un percorso caratterizzato dalla celebre “partita della lattina” contro il Borussia Monchengladbach e dal successo in semifinale ai calci di rigore contro il Celtic dopo due gare concluse a reti bianche, salvo poi cedere 0-2 a Rotterdam di fronte allo strapotere dell’Ajax del fuoriclasse Johan Cruijff.

E’ questo l’ultimo acuto significativo per Mazzola a livello di Club, mentre in Nazionale, dove Valcareggi ritaglia per lui l’insolita posizione di ala destra, la relativa esperienza si conclude – dopo aver toccato 70 apparizioni impreziosite da 22 centri – con la deludente avventura ai Mondiali di Germania ’74, in cui un’Italia presentatasi come una delle favorite, viene estromessa già nel Girone eliminatorio, pur se l’oramai quasi 32enne nerazzurro è uno dei pochi a salvarsi …

Mazzola pone fine alla carriera al termine della stagione 1976-’77 (scendendo in campo per l’ultima volta nella Finale di Coppa Italia a San Siro persa per 0-2 contro il Milan …), potendo vantare nei suoi 15 anni da titolare all’Inter la cifra complessiva di 565 presenze con 160 reti all’attivo, che lo collocano al quarto posto delle “Graduatorie All Time” sia per gare disputate (dietro a Javier Zanetti, Beppe Bergomi e Giacinto Facchetti) che per reti segnate, dove è preceduto da Meazza, Alessandro Altobelli e Boninsegna …

E se, a conclusione del racconto, vi chiederete se Sandro sia riuscito o meno a tenere alto l’onore della famiglia Mazzola, il relativo giudizio non lo pronuncia il sottoscritto, ma lo lascia a chi, senza ombra di dubbio, delle qualità tecniche di un calciatore se ne intende.

Si è appena conclusa la Finale di Coppa dei Campioni ’64 a Vienna ed un giocatore del Real Madrid un po’ in su con l’età, avendo già al proprio conto 37 primavere, e con una malcelata pancetta, pur se ancora in possesso di un sinistro micidiale, si avvicina al protagonista della serata per porgergli la sua maglia (“camiseta”, dice lui avendo oramai appreso lo spagnolo …), dicendogli: “Tieni, ragazzo, è tua …, io ho giocato contro tuo padre, e tu sei degno di lui …!!” …

Quel “Signore” un po’ attempato è Ferenc Puskas …

 

ANDREA GARDINI, L’HIGHLANDER DELLA GENERAZIONE DI FENOMENI DEL VOLLEY AZZURRO

gardini
Un attacco di Gardini con la maglia dell’Italia – da:overtheblock.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio del nuovo Millennio, la FIVB (Fédération Internationale de Volleyball) è chiamata ad eleggere il “Giocatore del XX Secolo”, la scelta ricade, a pari merito, sull’americano Karch Kiraly e sull’azzurro Lorenzo Bernardi, decisione che non ci permettiamo di discutere, in quanto trattasi di due pallavolisti completi in ogni fase del gioco …

Ma, come nel Calcio, è molto più facile premiare fantasisti che infiammano con le loro giocate le fantasie dei tifosi piuttosto che attaccanti che si “limitano” a finalizzare l’azione delle proprie squadre, così anche nel Volley vi è un ruolo che, con il passare degli anni, ha assunto un rilievo sempre più determinante nell’economia della disciplina, vale a dire il centrale …

E crediamo di non far torto a nessuno, se riteniamo che non vi sia stato nel panorama del Volley mondiale chi abbia saputo interpretarlo al meglio di colui che, in una carriera ultraventennale – di cui 15 stagioni vissute con la maglia azzurra sino a divenirne il logico Capitano – abbia partecipato da protagonista con l’Italia a qualcosa come quattro Campionati Mondiali (dal 1986 al ’98, con tre titoli al suo attivo), altrettante Olimpiadi (dai G9ochi di Seul ’88 a Sydney 2000, con un argento ed un bronzo) e ben sette Campionati Europei, riportando quattro trionfi, un secondo ed un terzo posto, oltre a sei affermazioni nella World League.

Non occorre certo essere appassionati di Pallavolo per capire che il soggetto in questione altri non è che Andrea Gardini, il quale nasce l’1 ottobre 1965 a Bagnacavallo, Comune di poco più di 15mila anime in Provincia di Ravenna, luoghi in cui il Volley è quasi una religione, tanto da far parte della formazione della sua città natale, militante in Serie C1, già dall’età di 15 anni.

Le sue qualità, portano il 17enne Andrea ad un primo approdo a Ravenna nella stagione di Serie A1 1982-’83, conclusa con retrocessione dopo i Playout, così da far ritorno a Bagnacavallo – nel frattempo salito in Serie B per quello che non è un addio, ma solo un arrivederci …

La definitiva consacrazione per il lungo centrale giunge con la piena maturazione fisica – con i suoi m.202 per 100 chilogrammi svetta tra i compagni, con il solo Andrea Zorzi a tenergli testa, misurando 201 centimetri – ed i trasferimenti, per un biennio cadauno, dapprima a Torino (1984-’86) e quindi a Bologna (1986-’88) per finire a Treviso (1988-’90).

Sono quelli, però, gli anni in cui l’Italia pallavolistica è dominata da una delle più accese rivalità nel panorama nazionale, ovvero tra i sestetti di Modena, sulla cui panchina siede Julio Velasco, e Parma, guidata da Giampaolo Montali, così che le stagioni di Gardini si arenano per sei anni consecutivi alle semifinali Playoff, in tre occasioni sconfitto dai parmensi ed in due dai modenesi, mentre nel 1985 tale compito era toccato a Bologna, ultima vincitrice dello Scudetto prima del ricordato duopolio.

Le amarezze in Campionato vengono peraltro largamente compensate per il centrale ravennate dai risultati ottenuti con la Nazionale, il cui esordio avviene il 18 marzo 1986 a soli 20 anni, nel successo per 3-2 in amichevole contro l’Argentina, convocato da quel Silvano Prandi che già lo allena a Torino e con cui partecipa al Campionato Mondiale di Francia ’86 che l’Italia conclude mestamente all’11esimo posto.

E se la prima selezione in azzurro può essere stata facilitata dalla conoscenza che il Commissario Tecnico aveva di lui, la cosa non cambia allorché alla guida della Nazionale si avvicendano il polacco Aleksander Skiba, con cui l’Italia conclude ad un deludente nono posto gli Europei di Gand ’87, e Carmelo Pittera, artefice dello storico argento ai Mondiali di Roma ’78, che guida il sestetto azzurro ai Giochi di Seul 1988 …

Olimpiade che, se da un lato vede l’Italia – ripescata tra le 12 formazioni iscritte per la rinuncia di Cuba, dopo aver vinto lo spareggio contro la Cina – classificarsi non meglio che nona, dall’altro rappresenta il primo, tangibile riconoscimento per Gardini, il quale viene premiato come “Miglior Attaccante” del Torneo, a dispetto dei suoi 23 anni che avrebbe compiuto proprio il giorno successivo alla vittoria per 3-2 sul Giappone ottenuta il 30 settembre 1988.

Occorre altresì precisare come, al termine di tale Rassegna, Gardini abbia già al suo attivo ben 97 presenze, superato solo da Andrea e Pier Paolo Lucchetta nonché da Alessandro Lazzeroni tra i selezionati per l’avventura coreana e su di lui fa altresì pieno affidamento il nuovo Commissario Tecnico Julio Velasco, strappato dalla Federazione al suo incarico di allenatore a Modena, e dal quale prenderà forma quella che sarà, a giusta ragione, definita la “Generazione di Fenomeni” …

Un gruppo quanto mai affiatato, al quale Gardini non fa certo mancare il proprio contributo, a partire dal primo importante Trofeo della nuova conduzione, ovvero i Campionati Europei di Svezia ’89 vinti superando 3-1 (14-16, 15-7, 15-13, 15-7 i relativi parziali) i padroni di casa dopo aver avuto ragione per 3-0 in semifinale dell’Olanda, per un successo che arride ad un’Italia che, nella storia della Manifestazione, era salita sul podio solo nell’edizione inaugurale svoltasi a Roma nel 1948, con il bronzo a conclusione di un Torneo a cui avevano peraltro partecipato solo sei formazioni.

E, non a caso, ancora Gardini, assieme ai compagni Bernardi, Andrea Lucchetta e Zorzi, viene inserito nel “Sestetto ideale” del Torneo, “biglietto da visita” quanto mai significativo in visto dell’appuntamento iridato in programma l’anno seguente in Brasile, preceduto dall’affermazione degli Azzurri nella prima edizione della World League, disputatasi ad Osaka a luglio, in cui manco a farlo apposta, Gardini è premiato come “Miglior Giocatore a muro”, mentre Andrea Zorzi riceve il riconoscimento di “Miglior Giocatore del Torneo”.

Il trionfo ai Mondiali ’90, dove l’Italia supera in un’emozionante semifinale per 3-2 (6-15, 15-9, 15-8, 8-15, 15-13) i padroni di casa in un “Maracanazinho” gremito da ben 25mila spettatori la cui torcida mette in atto un tifo indiavolato, per poi avere ragione in Finale per 3-1 (12-15, 15-11, 15-6, 16-14) di Cuba del “leggendario” Joel Despaigne (match in cui emerge come protagonista assoluto Zorzi con 45 attacchi, tre muri vincenti e due punti in battuta …), vede Gardini stupire tutti in Mondovisione allorché sfoga la sua gioia, dopo la diagonale vincente di Bernardi, salendo sul seggiolone dell’incredulo primo arbitro, l’egiziano Hassan, per gridare ai quattro venti che l’Italia è Campione del Mondo …!!

Un attaccamento alla maglia azzurra che ha pochi eguali nel Bel Paese, anche se la consacrazione iridata porta con sé, per Gardini, anche il trasferimento nella sua Ravenna, salita ai vertici del Volley nazionale grazie all’ingresso in Società del “Gruppo Ferruzzi – al pari di quanto avviene con Benetton a Treviso e Berlusconi a Milano, così che gli anni ’90 rappresentano una “svolta storica” per il movimento pallavolistico nostrano, tant’è che le nostre formazioni si aggiudicano per 9 stagioni consecutive (dal 1992 al 2000) la Coppa dei Campioni, massima Manifestazione Continentale a livello di Club – e che allestisce un sestetto di prim’ordine …

Assieme a Gardini, difatti, vengono chiamati a vestire la maglia del “Messaggero Ravennail regista Fabio Vullo, protagonista nel periodo d’oro di Modena, oltre a Giovanni Errichiello e Roberto Masciarelli, con il “colpo da Novanta” costituito dall’arrivo in Italia della coppia di autentici fuoriclasse Usa composta da Karch Kiraly e Steve Timmons, Campioni olimpici a Los Angeles ’84 e Seul ’88 ed iridati a Francia 1986.

Affidata alla sapiente guida di Daniele Ricci – coach per 13 anni, dal 1984 al ’97 – Ravenna si aggiudica la “regular season” con 25 vittorie ed una sola sconfitta (un 2-3 interno contro Milano …) per poi imporsi ai Playoff in Finale contro Parma per quello che resta l’unico Scudetto nella Storia del Club, peraltro determinante per i successivi trionfi internazionali …

Difatti, con un percorso inverso al biennio precedente, dove maggiori erano state le soddisfazioni a livello di Nazionale, stavolta Gardini si vede sfuggire la conferma del titolo europeo, con l’Italia nettamente sconfitta per 0-3 (11-15, 16-17, 9-15) dall’Urss in Finale, per poi subire la cocente sconfitta contro l’Olanda (2-3, parziali di 9-15, 15-12, 15-8, 2-15, 16-17) nei Quarti alle Olimpiadi di Barcellona ’92 – gara che induce la FIVB a modificare il regolamento, stabilendo un vantaggio di almeno due punti per l’assegnazione di un set – per primeggiare con il proprio Club.

Ravenna che compie la clamorosa impresa di aggiudicarsi due edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, così da inaugurare il decennio di successi italiani, conquistando il Trofeo nel 1992 in un’autentica bolgia in Grecia, avversario l’Olympiakos, che nulla può di fronte alla schiacciante superiorità dei romagnoli, che si impongono con un 3-0 i cui relativi parziali di 15-4, 15-9 e 15-5 sono tali da non consentire repliche di sorta, per poi ripetersi l’anno seguente, in cui le “Final Four” sono ancora ospitate ad Atene, con stavolta a sfidarsi nell’atto conclusivo Parma e Ravenna, ma quest’ultima, nonostante la partenza della coppia Usa – sostituita con i brasiliani Giovane Gavi e Renan Dal Zotto, oltre che dal fuoriclasse ucraino Dmitry Fomin – non fa sconti, aggiudicandosi l’incontro con il medesimo 3-0, pur se l’andamento dello stesso è molto più combattuto come dimostrano i parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 a proprio favore.

Con questo successo – a cui aveva aggiunto anche il Mondiale per Club 1991 – si conclude l’esperienza di Gardini a Ravenna per approdare in estate al Sisley Treviso, dove resta per ben sei stagioni, completando la propria, definitiva affermazione di uomo leader ad ogni livello, sia di Club che di Nazionale, con cui torna sul tetto d’Europa avendo la meglio sull’Olanda per 3-2 nella Finale di Turku nella Rassegna Continentale di Finlandia ’93, dando dimostrazione di grande compattezza fisica e mentale, imponendosi per 15-9 al quinto e decisivo set, dopo che gli arancioni avevano rimontato (15-6, 15-5, 13-15, 8-15) da uno 0-2 nei primi due parziali.

Il periodo a Treviso – dove Gardini completa un “Poker azzurro” da fantascienza con il palleggiatore Paolo Tofoli e gli esperti Bernardi e Zorzi, cui si uniscono il terrificante schiacciatore olandese Ron Zwerver ed, a turno, il brasiliano Marcelo Negrao, gli ucraini Alexander Shadchin e Fomin, con l’altro olandese Peter Blangè a rilevare in regia Tofoli nell’ultimo biennio, in cui appare nel sestetto titolare l’azzurro Samuele Papi – è quello foriero di maggiori successi per il centrale ravennate, in quanto fa suoi quattro Scudetti (1994, ’96, ’98 e ’99) al pari di altre due Coppe de8i Campioni, nel 1995 superando in Finale proprio Ravenna che, anche senza di lui si era aggiudicato l’anno prima il suo terzo Trofeo consecutivo, e nel 1999 dove a crollare all’atto conclusivo per 3-0 (25-19, 25-21, 25-20) sono i belgi del Noliko Maaseik.

Oramai altresì punto fermo della Nazionale di Velasco, Gardini ne condivide gioie ed amarezze, con le prime a concretizzarsi nel bis iridato ai Campionati Mondiali di Atene ’94, ai quali l’Italia giunge dopo essersi affermata nella World League con un 3-0 in Finale su Cuba, e che rappresentano forse il punto più alto dell’esperienza del tecnico argentino alla guida degli azzurri …

In tale edizione, difatti, l’Italia ha ragione, tra Quarti, semifinale e Finale, del meglio del meglio del Volley mondiale, con tre autorevoli successi per 3-1 rispettivamente a spese di Russia (15-4, 16-17, 15-3 e 15-5 i più che eloquenti parziali …), Cuba (15-12, 8-15, 15-9 e 15-2) ed Olanda nell’atto conclusivo disputato l’8 ottobre 1994, in cui il sestetto azzurro si impone con i parziali di 15-10, 11-15, 15-11 prima di concludere con un umiliante 15-1.

Confermato il successo nella World League ’95 – 3-1 in Finale al Brasile nonostante Velasco schieri una formazione ringiovanita in cui Gardini viene tenuto a riposo – così come alla Rassegna Continentale ’95 dove, sullo stesso parquet di Atene, è ancora l’Olanda ad inchinarsi pur lottando stavolta punto su punto come i relativi parziali di 13-15, 15-10, 11-15, 15-12 e 15-11 per il definitivo 3-2 a favore degli Azzurri, l’Italia è chiaramente la principale favorita in vista dell’appuntamento olimpico di Atlanta ’96, unico alloro mancante al proprio straordinario Palmarès, con Gardini indiscusso leader del Gruppo, avendo superato agli Europei ateniesi “quota 300” in fatto di presenze …

Italia che si presenta nella Capitale della Georgia con però alle spalle un “campanello d’allarme” costituito dalla sconfitta per 2-3 (15-17, 12-15, 15-10, 15-10, 20-22) subita ad opera proprio degli olandesi nella Finale della World League il 29 giugno ’96 a Rotterdam, anche se il netto successo per 3-0 (15-8, 15-8, 15-13) contro gli stessi nel Girone eliminatorio ai Giochi sembra rassicurare circa l’esito finale del Torneo, che vede gli azzurri concludere tale Gruppo a punteggio pieno e senza aver perso un solo set, per poi raggiungere la finale per la Medaglia d’Oro dopo aver disposto nei Quarti dell’Argentina (3-1, 12-15-9, 15-7, 15-4) ed in semifinale della Jugoslavia con un’altrettanta convincente (3-1, 15-12, 8-15, 15-6, 15-7) affermazione …

Ad un passo dalla Gloria olimpica, un’Italia con alcuni suoi giocatori (Bernardi su tutti …) non al meglio della condizione fisica e trascinata in Finale da un Gardini sontuoso, si ritrova per la sesta volta ad affrontare in Finale l’Olanda, avendo avuto la meglio nelle citate occasioni della World League ’90, Europei ’93, Mondiali ’94 ed ancora Europei ’95, ma la citata sconfitta di Rotterdam ha dato ai nostri avversari quella fiducia dichiarata da Bas van der Goor dopo il match: “Se non avessimo battuto l’Italia questa volta, non ce l’avremmo mai più fatta in seguito …”, oltretutto con il nefasto presagio che il punto della vittoria era stato messo a segno da Olof van der Meulen, proprio l’artefice della schiacciata vincente per il 17-16 del tiebreak di quattro anni prima a Barcellona …

Un’Olanda concentrata come mai si porta due volte avanti nel computo dei set, anche se ad ogni parziale arancione (15-12 il primo, 16-14 il terzo …) gli azzurri rispondono con due convincenti affermazioni per 15-9, ma nel Volley, come nel Tennis, contano i set e non i punti e così, dopo aver avuto un match point sul 15-14 nel quinto e decisivo parziale, l’Italia vede sfumare l’Oro per 15-17 che incorona l’Olanda sul gradino più alto del podio.

Una sconfitta che comporta l’addio di Velasco, sostituito dal brasiliano Bebeto, che conduce l’Italia alle affermazioni nella World League ’97 (3-0 su Cuba nella Finale di Mosca) ed ai Mondiali di Giappone ’98, dove Gardini & Co. sfogano sull’Olanda, nell’incontro conclusivo del Girone eliminatorio per accedere alle semifinali, tutta la rabbia accumulata in passato, infliggendole una “lezione memorabile” come i parziali del 3-0 conclusivo (15-2, 16-7, 15-1) stanno a dimostrare, pur se della formazione sconfitta ad Atlanta non fanno più parte Tofoli, Bernardi, Zorzi e Cantagalli …

Qualificatisi per le semifinali alle spalle della Jugoslavia, gli azzurri hanno la meglio per 3-2 in una combattuta semifinale sul Brasile (15-10, 13-15, 15-11, 10-15, 15-10) per poi salire per la terza volta consecutiva sul gradino più alto del podio iridato restituendo alla Jugoslavia lo 0-3 subito nel Girone eliminatorio, con un convincente successo confermato dai parziali di 15-12, 15-5 e 15-10.

Un’Italia che, dopo aver abdicato nel ’97 non andando oltre il bronzo, torna ai vertici del Volley europeo nell’edizione di Vienna ’99 con alla guida l’ex azzurro Andrea Anastasi, affermandosi per 3-1 sulla Russia (19-25, 25-17, 25-22, 30-28) nella Finale del 12 settembre 1999 che vede l’introduzione del “rally point system” in una grande Manifestazione internazionale.

Rassegna al termine della quale Gradini conclude l’esperienza a Treviso per vivere forse l’avventura più gratificante della propria carriera, a 34 anni compiuti, trasferendosi per un biennio a Roma dove, assieme ai compagni di Nazionale Tofoli e Marco Bracci, contribuisce con il proprio bagaglio di esperienza alla conquista di uno “storico” Scudetto – a cui danno logicamente una grossa mano il potente schiacciatore serbo Vladimir Grbic e la coppia di fuoriclasse cubani composta da Osvaldo ed Ihosvany Hernandez – superando nella Finale per il titolo, al meglio delle cinque partite, Modena per 3-0 (3-1, 3-1 e 3-2).

Penultimo acuto di una carriera strepitosa, che vede Gardini ancora protagonista in Nazionale con il successo nella World League 2000 sconfiggendo, nella Finale di Rotterdam, la Russia per 3-2 (25-22, 18-25, 20-25, 25-21, 15-13) prima di dire addio alla maglia azzurra vedendo infranto il sogno dell’Oro olimpico, proprio contro il suo compagno di squadra Grbic nella semifinale dei Giochi di Sydney 2000, consolandosi con il bronzo a spese dell’Argentina, per quella che rappresenta la sua presenza n.418 con l’Italia, record poi superato dal solo Andrea Giani, giunto alla stratosferica quota di 474 apparizioni.

Si potrebbe pensare che per il 35enne ravennate sia giunto il momento del ritiro, ma così non è, accasandosi nell’estate 2001 a Modena con cui completa il suo eccezionale Palmarès con il suo settimo titolo tricolore personale, avendo la meglio in quattro partite nella Finale Scudetto (3-1, 2-3, 3-1, 3-2) proprio contro Treviso, per poi dire definitivamente addio ai parquet nel 2004 a 39 anni, vestendo i colori di Piacenza che porta alla Finale Scudetto, ancorché persa nettamente in tre soli incontri (1-3, 1-3, 0-3) contro Treviso, potendo vantare un totale di 497 gare disputate in 21 stagioni di Serie A1, con 364 vittorie a proprio favore, pari ad una percentuale del 73,2% …

Un esempio di professionalità non solo per il Volley azzurro, ma per tutto il panorama pallavolistico internazionale, Gardini ha saputo coniugare le già ricordate caratteristiche di precocità con quelle di longevità, dovuta quest’ultima ad una costanza di rendimento frutto di sacrifici e duri allenamenti, con il suo punto forte nell’attacco in primo tempo con cui, sfruttando le sue braccia lunghissime ha sempre avuto la possibilità di colpire la palla ben sopra la rete.

Caratteristiche di un giocatore vincente a cui, nel prosieguo della carriera si è unità la qualità di leader indiscusso nella sua veste di Capitano, capace di fornire un supporto psicologico importantissimo ai più giovani azzurri, caricando la squadra nei momenti decisivi al pari di riuscire a sdrammatizzare le situazioni più difficili.

Un “Highlander” del Volley a cui hanno reso giustizia nientemeno che gli americani – Nazione in cui il Volley non è certo uno Sport di primo piano – istituendo la “Volleyball Hall of Fame”, avente sede ad Holyoke, nel Massachusetts, il cui primo italiano ad esservi stato introdotto, nel 2007, è stato proprio Andrea Gardini, un riconoscimento successivamente toccato, nel 2008 e nel 2011 rispettivamente, anche ad Andrea Giani e Lorenzo Bernardi …

E con questo, diremmo che il cerchio si sia finalmente chiuso …