LA COPPA DELLE COPPE 1983 UNICO TROFEO EUROPEO DELLA SCAVOLINI PESARO

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Mike Sylvester in azione – da barcalcio.net

articolo di Nicola Pucci

A scandagliare gli albi d’oro dei tornei continentali, si trovano tracce importanti di basket tricolore, soprattutto anni Settanta ed Ottanta quando la pallacanestro di casa nostra esportava bagliori di gran classe in giro per l’Europa. Non c’è bisogno di ricordare i trionfi a ripetizione di Milano, Varese e Cantù, triangolo lombardo che ha segnato la storia della palla a spicchi, dentro e ben oltre i confini patri, ma se anche Roma nel 1984 e Virtus Bologna nel 1998 e nel 2001 hanno impresso il loro segno all’elenco delle squadre vincitrici in Coppa dei Campioni, e Rieti nel 1980 e Verona nel 1998 hanno fatto altrettanto in Coppa Korac, la Coppa delle Coppe, dopo il successo di Napoli nel 1970, nel 1983 ha celebrato il primo ed unico trionfo europeo della Scavolini Pesaro.

La Victoria Libertas Pallacanestro, in effetti, con lo storico abbinamento al marchio Scavolini a far data 1975, scala velocemente le classifiche nazionali, e se nei primi tre anni vivacchia in serie B, ecco che la promozione nella massima serie del 1978 apre un’era destinata a durare a lungo e a produrre frutti copiosi. Pesaro giunge subito ai quarti di finale di Coppa Korac, eliminata nel girone dal Bosna Sarajevo, per poi nel 1981 chiudere al quarto posto la stagione regolare perdendo ai quarti di finale play-off con le “V“nere bolognesi, e l’anno dopo, con l’innesto in regia di un fuoriclasse del calibro di Dragan Kicanovic e l’avvento in panchina di Petar Skansi, addirittura dominare le trenta giornate di campionato arrampicandosi alla finale scudetto che la vede infine cedere, seppur favorita nei pronostici della vigilia, all’Olimpia Milano.

Il secondo posto definitivo in campionato relega la Scavolini, per la stagione 1982/1983, alla partecipazione in Coppa delle Coppe, che storicamente è terreno di caccia per le squadre italiane se è vero che da quando la manifestazione ha emesso il primo vagito, nel 1967 con la vittoria dell’Ignis Varese, ha visto trionfare, appunto, Napoli nel 1970, Milano e Cantù spartirsi ben sette successi tra il 1971 e 1981, e Varese imporsi ancora nel 1980. L’ultima edizione ha sorriso al Cibona Zagabria, che ha battuto nella finale di Bruxelles il Real Madrid, 96-95 ai tempi supplementari grazie a 34 punti di Andro Knego e 22 punti dell’immenso Kresimir Cosic, giunto all’ultima grande recita di una carriera monumentale, ed è proprio con le rappresentanti di Jugoslavia e Spagna, in questo caso Olimpia Lubiana e Barcellona, che Pesaro sembra principalmente destinata a confrontarsi, con i francesi del Villeurbanne, gli olandesi del Den Bosch e i sovietici dello Stroitel Kiev a vestire i panni delle outsiders.

Skansi a dettare gli schemi dalla panchina e Kicanovic a metterli in pratica in campo, dunque, sono le colonne portanti di una squadra che ha reclutato in estate un secondo jugoslavo, il centro Zeljko Jerkov, da affiancare all’italo-americano Mike Silvester, non aggraziatissimo nella dinamica di tiro ma mortifero quando c’è da infilare a canestro dalla distanza, a Domenico Zampolini che nel 1981 è stato acquistato da Rimini per l’astronomica cifra di un miliardo di lire, e a quel Walter Magnifico che universalmente è annoverato tra i più grandi giocatori della storia del basket italiano. E con il validissimo contributo di Giuseppe Ponzoni e Amos Benevelli, unici ad esserci quando Pesaro era ancora in serie B, di Alessandro Boni che è uno dei talenti in divenire della pallacanestro tricolore, e di Massimo Bini e Gianluca Del Monte, la Scavolini è pronta a dare l’assalto all’Europa in una stagione che in campionato, ancora, regalerà la delusione di una sconfitta nelle semifinali play-off con quella Milano ormai vera e propria bestia nera della squadra marchigiana.

Ma torniamo alla Coppa delle Coppe, che già in partenza si priva della presenza dei sovietici dello Stroitel Kiev, che danno forfeit lasciando via libera ai magiari del Soproni Budapest. Olimpia Lubiana e Barcellona sono direttamente ammesse ai due gironi dei quarti di finale, a cui accedono anche Den Bosch e Villeurbanne, che hanno vita facile con gli inglesi del Solent Stars Sounthampton e con gli svedesi del Solna, gli israeliani dell’Hapoel Ramat Gan, che hanno la meglio dei greci del Paok Salonicco grazie alle prodezze in attacco di Cliff Pondexter, che proprio un anno dopo sbarcherà a Pesaro, e i cecoslovacchi dell’Inter Bratislava, che in casa rimontano il -10 sofferto in Austria contro il Klosterneuburg mandando in doppia cifra tutto il quintetto base. La Scavolini, dal canto suo, debutta contro gli svizzeri del Lugano, e risolve la pratica già nel match di andata in trasferta, 114-95 con 41 punti di un incontenibile Ponzoni, bissando poi al Palas di Viale dei Partigiani, 104-76 con Ponzoni ancora sugli scudi con 22 punti, ben assistito da Kicanovic che ne mette 20, volando a vele spiegate ai quarti di finale.

Dove la squadra di Skansi si trova a dover fare i conti con Barcellona, Den Bosch ed Hapoel Ramat Gan, ed è proprio con un successo di misura in Israele, 105-103 grazie a 32 punti di Kicanovic e 26 di Sylvester, che la Scavolini intraprende la strada che nelle speranze del popolo pesarese deve condurre, almeno, alle semifinali. La sconfitta in Olanda contro il Den Bosch, 67-72 con i 28 punti di Dave Lawrence a vanificare i 43 punti della coppia Kicanovic/Jerkov, pone già i marchigiani nelle condizioni di non fallire il match casalingo con il Barcellona, ed in effetti, con un “hangar“, la muraglia del tifo biancorosso, rigurgitante passione cestistica, Kicanovic, 27 punti, Ponzoni, 25 punti, e Zampolini, 18 punti, fanno appieno il loro dovere sconfiggendo i catalani, 103-93, che hanno i soliti San Epifanio, 37 punti, e Sibilio, 28 punti, ispiratissimi ma troppo soli per pensare di farla franca.

Le prime tre partite di girone, dunque, tagliano di fatto fuori gli israeliani dell’Hapoel Ramat Gan, che hanno collezionato tre sconfitte, nel mentre Barcellona, Scavolini e Den Bosch, come le attese della vigilia avevano prospettato, vanno a giocarsi i due posti utili per le semifinali, con la squadra di Skansi che ha il calendario dalla sua dovendo affrontare olandese ed israeliani davanti al pubblico di casa: due vittorie sarebbero sufficienti per garantirsi l’accesso al turno successivo. E con l’Hapoel Ramat Gan i biancorossi non hanno alcuna difficoltà ad imporsi, 102-87, beneficiando della serata di grazia di Amos Benevelli, che firma 30 punti, e della consueta classe di Kicanovic, che distribuisce assist e segna a sua volta 28 punti, per poi, approfittando delle due sconfitte consecutive del Barcellona in Olanda ed Israele, assicurarsi la qualificazione con un turno di anticipo battendo anche il Den Bosch, altrettanto nettamente, 95-82 con 31 punti di Sylvester e 26 di Zampolini, rendendo indolore la sconfitta all’ultimo turno al Palau Blaugrana, 92-122, contro un Barcellona condannato invece ad una cocente e prematura eliminazione.

Scavolini e Den Bosch, dunque, vanno a comporre la metà del quartetto di semifinale per il girone A, mentre il girone B elegge il Villeurbanne, dominatore con cinque vittorie in sei partite, e l’Olimpia Lubiana, che sopravanza l’Inter Bratislava, quali altre due squadre destinate a contendersi la Coppa delle Coppe. E visto che vale l’incrocio prima contro seconda e viceversa, ecco che Pesaro, che ha chiuso il girone in testa grazie al quoziente canestri favorevole, +5 contro il -16 degli olandesi, si trova ad affrontare proprio gli jugoslavi in una sfida giudicata con la formula dell’andata e ritorno, con il primo match a disputarsi in Italia, e Villeurbanne e Den Bosch invece protagoniste della seconda semifinale.

Ad onor del vero, la Scavolini si rivela un avversario troppo più forte per l’Olimpia Lubiana, che già nel primo tempo di Pesaro, chiuso sul 49-33 per i biancorossi, è costretta a dover rincorrere un passivo pesante. Kicanovic e Zampolini sono i più puntuali in fase offensiva, segnando entrambi 22 punti, ma se Benevelli e Sylvester non fanno mancare il loro apporto aggiungendo 17 e 13 punti, Jerkov e Magnifico fanno buona guardia sotto i tabelloni e Ponzoni aggiunge punti importanti. Insomma, Skansi ha una squadra completa, e la Scavolini, con il 97-78 finale, può guardare con ottimismo al ritorno in Jugoslavia che si rivela, altrettanto, un match dominato dal primo all’ultimo minuto. Finisce 107-92 con Zampolini ancora nei panni del bombardiere con 29 punti e Sylvester suo fedele assistente con 20 punti, contribuendo a schiudere le porte della prima finale europea della formazione marchigiana.

Al Palacio Municipal de Deportes di Palma di Maiorca, il 9 marzo 1983, ad attendere la Scavolini ci sono i francesi del Villeurbanne, che hanno fatto fuori il Den Bosch vincendo di stretta misura in casa, 88-83 con 26 punti di Philip Szanyel, ed eludendo al ritorno il tentativo olandese di far valere il fattore campo, 81-76 con 45 punti firmati dalla coppia americana formata da Lawrence Boston e Lloyd Batts. Alain Gilles, bandiera della squadra lionese per la quale difende i colori dal 1965 risultandone per anni il cannoniere-principe, eletto miglior giocatore della storia della pallacanestro transalpina tanto da venir chiamato “monsieur basket“, veste i panni dell’allenatore-giocatore e se è in campo nel quintetto iniziale, accanto a lui si esibiscono due statunitensi di buon lignaggio come, appunto, Boston e Batts, che l’anno prima giocava a Caserta, Sznayiel che per la stagione in corso è stato eletto MVP del campionato francese, e Lionel Rigo, uno che quando c’è da bucare la retina non si fa certo pregare. Sugli spalti non c’è il pubblico delle grandi occasioni, come magari sarebbe accaduto se in finale fosse giunto il Barcellona, ma il sostegno garantito da un nutrito plotone di tifosi della Scavolini giunti da Pesaro, circa 300 e tutti vestiti di biancorosso, è chiassoso e quei fortunati stanno per esser testimoni di una prima volta difficile da dimenticare.

La squadra di Skansi, in effetti, è padrona del campo fin dalla palla a due, con la regia illuminata di Kicanovic, seppur sofferente ad un ginocchio, Zampolini e Magnifico che fanno valere peso ed altezza, Jerkov che si appiccica a Boston e Sylvester che si prende cura di Batts, un felino difficile da contenere. Il Villeurbanne risponde con la difesa a zona, ed appena i tiratori pesaresi ne prendono le misura, ecco che Kica e Mike iniziano ad infilare la retina con percentuali impressionanti, risultando a fine partita i top-scorer della serata con 31 (13 su 17 al tiro) e 24 punti (12 su 16). Al quinto minuto la Scavolini allunga sul 16-10, e se l’inerzia della sfida è tutta dalla parte dei pesaresi, il Villeurbanne non si arrende, affidandosi all’orgoglio, combattendo con tenacia, registrando il tiro con Boston e Batts che in coppia firmano 44 punti e provando a sfruttare la solita, magistrale partita di Szanyiel che con 26 punti conferma, davvero, di essere il numero 1 di Francia facendo ammattire Magnifico, che “Pero” dirotta su Boston prima di sostituirlo con Ponzoni. Pesaro dunque allunga, anche sul 38-28, ma Villeurbanne, che ha il “nero” Saint-Ange Vebobe già gravato di quattro falli a metà primo tempo, ricuce, ed all’intervallo il punteggio è ancora in equilibrio, 52-50 per la squadra di Skansi.

Il divario tra le due avversarie, nondimeno, è evidente, e se la Scavolini attende solo il momento di piazzare l’allungo decisivo, Villeurbanne non ha una panchina all’altezza, trovando nel solo Lionel Rigo, che infila otto canestri consecutivi mettendo infine a referto 19 punti, un cambio in grado di dare sostegno al quintetto di partenza. Sono ancora Kicanovic e Sylvester a produrre il parziale decisivo che a metà secondo tempo permette alla Scavolini di scrollarsi di dosso i francesi, che altro non hanno che sperare che il vecchio Gilles, ormai 38enne, abbia la riserve per un ultimo sussulto. Cosa che non è, perché Zampolini e Magnifico, pur a corrente alternata, ci mettono del loro, Jerkov segna 23 punti e Ponzoni infila canestri importanti, e quando al ventottesimo minuto il tabellone segna 81-71, netta è la sensazione che il trofeo stia prendendo la strada delle Marche. La Scavolini guadagna un massimo vantaggio di 15 punti, e nei minuti finali, con il Villeurbanne che non ha più le forze e neppure il morale per tentare un ultimo, disperato recupero, può pensare a quel che avverrà alla sirena.

Già, perché il 111-99 finale non ammette repliche, la Scavolini sale sul tetto d’Europa come non le era mai capitato prima e come mai le ricapiterà più, e la sensazione di felicità, da lassù, è davvero inebriante. Il resto è festa, grande.

HOSSEIN REZAZADEH, IL COLOSSO IRANIANO DEL SOLLEVAMENTO PESI DI INIZIO MILLENNIO

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Hossein Rezazadeh ai Giochi di Atene 2004 – da:pinterest.pt

Articolo di Giovanni Manenti

Se l’Iran occupa una rispettabile posizione nel Medagliere Olimpico di ogni epoca – con i suoi 69 allori complessivi (21 Ori, altrettanti argenti e 27 bronzi …) – lo deve essenzialmente a due sole Discipline, vale a dire la Lotta, che contribuisce con 43 medaglie ed il Sollevamento Pesi, in cui i rappresentanti del Paese asiatico hanno conquistato 9 Ori, 5 argenti ed altrettanti bronzi, mentre il Taekwondo, inserito nel programma olimpico solo a far tempo dai Giochi di Sydney 2000, ha sinora visto salire detti atleti sul podio in sei occasioni …

E se la prima medaglia assoluta è quella di bronzo vinta da Jafar Salmasi nel Sollevamento Pesi (Categoria 60kg.) ai Giochi di Londra 1948, per sentir risuonare l’inno iraniano in una cerimonia di premiazione occorre attendere l’edizione di Melbourne 1956, allorché ad affermarsi sono gli specialisti della Lotta Libera Emam-Ali Habibi e Gholamreza Takti nelle rispettive Categorie dei 67 ed 87 chilogrammi.

Per ciò che concerne, viceversa, il Sollevamento Pesi, tema della nostra Storia odierna, il primo a salire sul gradino più alto del podio è Mohammad Nassiri che, 23enne all’epoca, si impone nella Categoria 56kg., per poi cogliere l’argento quattro anni dopo a Monaco ’72 ed il bronzo a Montreal ’76, pur se stavolta nella Categoria inferiore dei 52 chilogrammi.

Occorre poi attendere diversi anni – complici anche le vicende politiche che coinvolgono il Paese, con la deposizione dello Scià Reza Pahlavi nel febbraio 1979 e la presa del potere da parte dell’Ayatollah Khomeini, che impediscono la partecipazione ai Giochi di Mosca 1980 e di Los Angeles ’84 – per rivedere atleti iraniani andare a medaglia, per poi tornare a fregiarsi di un Oro solo alle Olimpiadi di Atlanta 1996 con Rasoul Khadem nella Lotta Libera Categoria 90Kg., prima che, con il cambio di secolo, l’Iran divenga una forza mondiale negli Sport sinora citati …

Basti difatti pensare che, nelle cinque edizioni dei Giochi da Sydney 2000 a Rio de Janeiro 2016, i colossi asiatici conquistano 33 medaglie e, soprattutto, ben 16 dei 21 Ori nella Storia delle loro partecipazioni olimpiche, con l’apice a Londra 2012 dove, con 13 allori complessivi, si classificano addirittura al dodicesimo posto del Medagliere per Nazioni …

E, tra tutti i protagonisti di questa rinascita dello Sport in Iran – ancorché limitata, come detto, a tre sole Discipline – ad emergere in tutta la sua forza è colui di cui trattiamo quest’oggi il profilo, peraltro piuttosto rotondetto, date le sue misure di m.1,86 per 152 chilogrammi, specialista nel Sollevamento Pesi, Categoria Supermassimi, alla quale si abbina l’appellativo, per chi stabilisce il record mondiale, di “Uomo più forte del Mondo”.

E Hossein Rezazadeh, che nasce il 12 maggio 1978 ad Adabil, popolosa città di oltre 500mila abitanti posta nelle vicinanze del Mar Caspio, grazie alle proprie affermazioni, diviene in poco tempo una Star nel proprio Paese, come avremo modo di descrivere in seguito …

La prima apparizione ai massimi livelli di Rezazadeh avviene in occasione dei Campionati Mondiali 1999 che si svolgono ad Atene a fine novembre ed in cui, appena 21enne, si fa onore conquistando la medaglia di bronzo con un totale di 447,5 chili sollevati (206 nello strappo e 242,5 nello slancio), con il successo ad arridere al Campione olimpico di Atlanta ’96, ovvero il russo Andrey Chemerkin che si impone con un totale di 457,5kg. rispetto ai 455,0 del qatariota Jaber Saeed Salem.

Pochi possono immaginare che quel terzo posto sia la sola sconfitta del giovane Hossein nei successivi sette anni, visto che, in occasione dei “Giochi di Fine Millenniodi Sydney 2000, i pronostici si orientano, oltre che su Chemerkin – quattro volte iridato dal 1995 al ’99 con in mezzo il citato Oro olimpico – sul tedesco Ronny Weller che, dal canto suo, vanta la Medaglia d’Oro ai Giochi di Barcellona ’92 nella Categoria dei Massimi e l’argento ad Atlanta, giungendo alle spalle del russo nelle Rassegne Iridate del 1995 e ’97 dopo essersi aggiudicato a propria volta il titolo ai Mondiali di Melbourne 1993.

Il tedesco è altresì detentore del Record mondiale con un totale di 465,0 chili nelle due alzate e la gara che va in scena il 26 settembre 2000 al “Convention and Exhibition Centre” di Sydney vede Chemerkin non rischiare nello strappo, con tre alzate di 190,0 – 200,0 e 202,5 rispettivamente, mentre Rezazadeh e Weller, dopo aver posto con successo il bilanciere a 205,0 e 200,0 chili rispettivamente, falliscono entrambi la seconda prova a 210,0 chili per l’iraniano e 207,5 per il tedesco …

Il Sollevamento Pesi, con sole tre prove a disposizione per ognuna delle due specialità (strappo e slancio) somiglia molto, come andamento, alle gare di Salto in Alto e con l’Asta in Atletica Leggera, dove la tattica somiglia ad una partita di poker e sia Rezazadeh che Weller giocano bene il loro jolly riprendendosi alla terza prova e, con 212,5 e 210,0 chili rispettivamente, iniziano a porre una serie ipoteca sulle prime due posizioni …

Ed allorché gli atleti tornano in pedana per lo slancio, la base di partenza di 250 chili è superata dai primi quattro (compreso Salem …) della Classifica provvisoria, così come alla seconda prova, dove però l’iraniano non rischia, aumentando il peso a soli 255,0 chili (al pari di Salem …) rispetto ai 257,5 di Weller ed ai 260,0 di Chemerkin, che ha ora recuperato 5 dei 10 chili di distacco da Rezazadeh dopo lo strappo, il quale si trova altresì a pari merito con il tedesco …

L’assegnazione delle medaglie si decide con l’ultima prova, con il rappresentante asiatico – ricordiamo che, a parità di chili sollevati la preferenza va a colui che ha un peso corporeo inferiore, ed in questo caso Rezazadeh è favorito, coi suoi 147,48 chili rispetto ai 174,84 di Chemerkin, ma in svantaggio nei confronti di Weller – ad andare sul sicuro riuscendo a sollevare un bilanciere da 260,0 chili per un totale complessivo di 472,5 che rappresenta il nuovo Record mondiale, mentre il tedesco fallisce il proprio tentativo a 262,5 così come il russo, il quale tenta la “carta della disperazione” con 272,5 chilogrammi.

E così, il 22enne Hossein diviene il primo Campione Olimpico per il proprio Paese nella Categoria dei Supermassimi, peraltro coronando una due giorni che aveva visto, il 25 settembre, il connazionale Tavakkoli imporsi con 425,0 chili nella Categoria dei Massimi.

Oltretutto Rezazadeh interrompe una striscia di successi olimpici in detta Categoria che – Giochi di Los Angeles ’84 a parte, per quanto ovvio – aveva sempre visto trionfare sollevatori dell’allora Unione Sovietica o russi, il che lo rende una sorta di eroe in patria e, dopo aver saltato i Mondiali di Antalya 2001 – dove ad affermarsi è Salem con 460,0 chili precedendo la coppia russa formata da Roman Meshcheryakov e Chemerkin – diviene l’uomo da battere a livello planetario …

La sua seconda esibizione ai massimi livelli internazionali – sorvoliamo sulle affermazioni di Rezazadeh ai Campionati Asiatici di Wuhan 1999, Qinhuangdao 2003 e Dubai ’05, al pari dei Giochi Asiatici di Busan 2002 e Doha ’06 – avviene in occasione della Rassegna Iridata di Varsavia ’02 dove si impone con una facilità irrisoria, dominando sia lo strappo (210,0 kg.) che lo slancio, dove con 263,0 chili stabilisce il primato mondiale, per un totale di 472,5 chilogrammi che lascia il bulgaro Damyan Damyanov, argento, ad oltre 20 chili di distacco.

Più combattuta l’edizione dei Mondiali di Vancouver ’03, dove Rezazadeh conclude lo strappo al secondo posto con 207,5 chili rispetto ai 210,0 sollevati da Salem, il quale si autoelimina dalla competizione fallendo clamorosamente i suoi tre tentativi nello slancio, così che al Campione in carica iraniano, ancorché non al meglio della condizione, è sufficiente un bilanciere di 250,0 chili per confermare il titolo iridato.

Per meglio comprendere, in vista delle Olimpiadi di Atene 2004, quale sia la notorietà di Razazadeh in Patria, basti pensare che nel 2002 è votato “Campione dei Campioni” del proprio Paese e che il record mondiale stabilito nello slancio alla Rassegna Iridata di detto anno gli vale un premio di 600milioni di riyal (pari a ca.60mila dollari …) con cui comprarsi una casa a Teheran, ma soprattutto riceve un’offerta stratosferica dalla Federazione di Sollevamento Pesi turca – 20mila dollari al mese, una villa di lusso e 10milioni di dollari – se accetta di cambiare nazionalità e gareggiare per loro nella Capitale ateniese …

Il rifiuto da parte dell’oramai 24enne Hossein – “sono un iraniano ed amo il mio Paese e la mia gente” – contribuisce ad aumentarne la popolarità, divenendo una celebrità assoluta tanto da essere spesso invitato in Tv e per il suo matrimonio, celebrato a febbraio 2003, vi è addirittura la copertura televisiva in diretta.

Onori ed oneri, peraltro, così che il 25 agosto 2004, al “Nikaia Olympic Weightlifting Hall” di Atene, Rezazadeh si trova nella condizione di “non poter perdere”, data la sua veste di detentore dei primati mondiali sia assoluto (con 472,5 kg.) che nello strappo e nello slancio, con 213,0 e 263,0 chili rispettivamente.

Siamo al dodicesimo giorno di gare del programma olimpico e la casella degli Ori è ancora desolatamente vuota per il Paese asiatico, che anche nelle altre Categorie del Sollevamento Pesi non ha portato alcun suo rappresentante sul podio, una pressione ulteriore sulle spalle di Rezazadeh che, in ogni caso, pone le basi per la conferma dell’Oro di Sydney già al termine delle tre prove di strappo, sollevando 210,0 chili, meglio del bulgaro Velichko Cholakov e del lettone Viktors Scerbatihs con 207,5 e 205,0 rispettivamente …

Ed anche nello slancio l’iraniano parte da favorito, con i 250 chili sollevati alla prima prova, che Scerbatihs ottiene solo al terzo tentativo, il che gli consente di superare Cholakov (fermo ai 240,0 di entrata …) per l’argento, mentre Rezazadeh, dopo aver fallito l’alzata a 263,5 chili alla seconda prova, vi riesce alla terza, così da aggiungere il primato mondiale di specialità al totale di 472,5 che eguaglia il suo precedente limite.

Oramai senza avversari, Rezazadeh fa suoi i titoli iridati anche nelle edizioni di Doha 2005 – dove l’atleta di casa Salem conquista il bronzo con 446,0 chili mentre a contendere l’oro all’iraniano tocca stavolta al russo Evgeny Chigishev che, dopo aver fatto meglio nello strappo (211 chili a 210 …), soccombe nello strappo, per un totale di 457 chili rispetto ai 461 del tre volte Campione Mondiale – e di Santo Domingo 2006 …

In quest’ultima occasione, Rezazadeh comincia a pagare l’usura di un’attività quanto mai logorante, prova ne sia che conferma per la quarta volta consecutiva il titolo iridato nonostante ottenga il suo minor totale complessivo (448 kg.) rispetto alle precedenti affermazioni, peraltro ampiamente sufficiente per essere il migliore sia nello strappo (202,0 kg.) che nello slancio (246,0 kg.), lasciando a 9 chilogrammi di distanza l’ucraino Artem Udachyn.

Resosi conto delle difficoltà nel proseguire, Rezazadeh abbandona da vincitore, miglior atleta iraniano di ogni epoca con le sue 11 Medaglie d’Oro di ogni epoca, per poi dedicarsi all’attività di Tecnico della Federazione Iraniana, mentre la sua città natale Ardabil lo onora dedicandogli un nuovo impianto al coperto costruito nel 2006, uno dei più moderni del proprio Paese …

E, per non farsi mancare nulla, Rezazadeh sfrutta la sua popolarità venendo eletto nel Consiglio Comunale di Teheran alle elezioni del 2013 …

Ma questa è una sfida che non sappiamo se sia in grado di affrontare al pari di un bilanciere da oltre 200 chili …

 

IL GIORNO DI GLORIA DI CARLOS PACE AL GRAN PREMIO DEL BRASILE 1975

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Carlos Pace ad Interlagos 1975 – da motor-chicche.blogspot.com

articolo di Nicola Pucci

Lasciamo riposare in pace il povero Ayrton Senna, che solo a citarne il nome il vostro scriba se non si mette a piangere poco ci manca; teniamo fuori da un improponibile confronto anche Emerson Fittipaldi e Nelson Piquet, che in Brasile ancor’oggi venerano come una sorta di semidei; e mettiamoci pure Rubens Barrichello e Felipe Massa, che quando si sono seduti al volante di una Ferrari qualcosa di molto buono hanno pur saputo combinare. Ma quando tocca citare un pilota che si è fatto onore in Formula 1 difendendo i colori verde-oro, inevitabilmente la memoria rimanda alle imprese su quattro ruote di Carlo Pace. Che vinse poco, una volta sola in carriera, complice un destino maledetto, ma lo fece davanti al pubblico di casa e per un giorno almeno assurse al rango di eroe nazionale.

Paulista classe 1944, figlio di due immigrati italiani, Angelo Pace e Olga Amelia Di Natale, Carlos comincia ben presto a guidare, se è vero che fin da adolescente denuncia doti non comuni nei kart. Il ragazzo è veloce ed audace, ha classe da vendere, e se nella prima metà degli anni Sessanta si mette in luce nel Campionato Turismo brasiliano, i due titoli conquistati nel 1967 e nel 1969, a dispetto della presenza anche dei due fratelli Fittipaldi, Emerson e Wilson, gli spalancano le porte dell’Europa, gareggiando nel 1970 nel Campionato Britannico di Formula 3, competizione di assoluto livello tecnico, vinto proprio da Emerson Fittipaldi nel 1969.

Pace fa valere le sue doti di pilota col pelo sullo stomaco, conquistando la vittoria nella sua categoria di appartenenza alla guida di una Lotus-Ford, a cui fa seguito, nel 1971, l’impegno nel Campionato di Formula 2, assieme a Frank Williams, che lo metta al volante di una March privata e lo precetta, seppur non ottenga punti in stagione, per correre in Formula 1.

E così, a far data 1972, Carlos Pace può debuttare nel massimo circuito automobilistico, al Gran Premio del Sudafrica sul tracciato di Kyalami, segnando il 24esimo posto in griglia di partenza e concludendo 17esimo, per poi migliorarsi già dalla gara successiva, a Jarama, in Spagna, dove coglie il sesto posto per il suo primo punto iridato, a cui fa seguito, qualche settimana dopo in Belgio, un eccellente quinto posto. Il che significa, a fine anno, un lusinghiero 18esimo posto in classifica piloti.

Le buone prestazioni con la March destano l’interessamento di John Surtees, che per il 1973 gli offre il volante della sua TS14A, affiancandolo a Mike Hailwood che prova a doppiare in Formula 1 i successi epocali conseguiti nel Motomondiale. Ma qui le cose non vanno come sarebbe nelle illusioni dell’unico campione del mondo della storia sia su due che su quattro ruote, e se nella prima parte di stagione Pace, complice una vettura non proprio affidabile, colleziona una serie preoccupante di ritiri e prestazioni opache, infine il settimo posto in Olanda fa da preludio alla convincente prova in Germania, dove Carlos, pur avviandosi con l’11esimo posto, chiude al quarto posto a pochi secondi dalla McLaren di Jacky Ickx che gli soffia il podio, segnando altresì il miglior giro in corsa. L’exploit, tuttavia, è solo rimandato di due settimane perché poi, a Zeltweg, Carlos ancora una volta è velocissimo, firma un altro miglior giro, battaglia con l’altro sudamericano Reutemann, che guida Brabham, ed infine anticipandolo di un soffio sale sul terzo gradino del podio. Il primo in carriera.

Pace, ovviamente, vede la sua notorietà accrescersi, e se per la stagione 1974 la nuova Surtees TS16 gli garantisce l’opportunità di piazzarsi quarto davanti al pubblico amico di Interlagos e di avviarsi con il secondo miglior tempo in Sudafrica, dove infine termina non meglio che 11esimo, ecco che i disaccordi con lo stesso John Surtees sono alla base della rottura a metà campionato. Carlos trova un ingaggio con la John Goldie Racing with Hexagon che lo fa salire su di una Brabham privata, non qualificandosi in Francia, meritandosi poi il posto di seconda guida ufficiale accanto a Reutemann in sostituzione di Rikky Von Opel.

Con una Brabham, motorizzata Ford-Cosworth, infine competitiva, Pace ha modo di mettere in mostra tutta la sua classe, ed i risultati non tardano ad arrivare. Il pilota paulista è quinto a Monza, e all’ultimo gran premio, sul tracciato americano di Watkins Glen, fa da scuderio allo stesso Reutemann, che vince regalando alla Brabham una doppietta che mancava dal Gran Premio del Canada 1969.

Il risultato vale a Pace la conferma per l’anno successivo, 1975, a dispetto di qualche incidente di troppo prodotto dalla guida talentuosa sì, ma eccessivamente irruenta del pilota brasiliano. E la scelta di Jack Brabham si rivela azzeccata. Dopo aver aperto la stagione in Argentina con il secondo tempo in prova alle spalle della Shadow di Jean-Pierre Jarier ed una illusoria prima posizione guadagnata al 15esimo giro prima di slittare sulla schiuma lasciata in pista dagli estintori che avevano sedato l’incendio nato sulla vettura di Wilson Fittipaldi e rotolare indietro in classifica, ecco che il 26 gennaio, sulla pista di casa di Interlagos, Pace va a riprendersi tutto quello di cui la sfortuna e gli errori lo hanno privato nei primi tre anni di militanza in Formula 1.

Ancora una volta Jarier è il più veloce di tutti, firmando la seconda pole-position consecutiva, con Emerson Fittipaldi, che altri non è che il campione del mondo in carica, in scia con 80 centesimi di ritardo. La Brabham di Reutemann segna il terzo tempo, davanti alle due Ferrari di Niki Lauda e Clay Regazzoni, nel mentre Carlos Pace si avvia con il sesto cronometro, 58 centesimi peggio del collega di scuderia. E se proprio Reutemann scatta in prima posizione, scavalcando Jarier, Fittipaldi, che parte come peggio non si potrebbe, rotola indietro, a sua volta sorpassato anche da Pace che si candida, fin dall’avvio, ad essere il miglior brasiliano in pista.

Ma se la leadership di Reutemann dura poco, perché Jarier al quarto giro balza nuovamente al comando imprimendo il suo marchio alla gara, ecco che proprio Pace si pone in seconda posizione, scavalcando il compagno di scuderia che inizia a pagare dazio al deterioramento delle gomme, tentando la rincorsa al solitario pilota della Shadow. Il caldo è infernale e pone appunto il problema del logoramento degli pneumatici, e se Carlos è attento nel gestirli, ecco che stavolta la buona sorte gli porge anche una mano benevola. A sette giri dalla fine, con il brasiliano che ha ridotto il margine di ritardo da Jarier a meno di dieci secondi, il francese della Shadow accusa problemi all’alimentazione ed è costretto al ritiro, lanciando Pace in testa alla corsa.

Parrebbe coronarsi un sogno, per Carlos, che nondimeno deve guardarsi le spalle dal recupero furioso proprio di Fittipaldi, che con la sua McLaren rinviene al pari del compagno Jochen Mass che sorpassa senza  patemi le due Ferrari di Regazzoni e Lauda, in evidente difficoltà. Il pubblico brasiliano è in estasi, primo e secondo, con il delfino che per una volta è più bravo del re, e quando nel delirio di una “torcida” che regala all’ambiente una connotazione più simile al Maracanà che ad un circuito automobilistico, infine Carlos Pace, con 5″79 di vantaggio su Fittipaldi, taglia per primo il traguardo, e, portato in trionfo dai tifosi che invadono la pista e sventolando la bandiera verde-oro, per un giorno almeno è lui l’eroe del Brasile.

Verranno poi l’unica pole-position in carriera nel successivo Gran Premio del Sudafrica ed altri tre podi, con il terzo posto a Montecarlo dietro a Lauda e Fittipaldi e la piazza d’onore in Inghilterra quando lo befferà, guarda caso, proprio il grande Emerson nello stesso 1975, per poi venir battuto da Jody Scheckter in Argentina al debutto del 1977. Prima che quella stessa sorte che lo aveva sostenuto a Interlagos non gli volti le spalle, letalmente, con il tragico schianto in area che lo condannerà ad una morte prematura.

Carlos Pace, poteva essere un idolo, fu comunque l’eroe di un giorno. Ma che eroe…

 

HAL CONNOLLY E OLGA FIKOTOVA, ORO E AMORE AL TEMPO DELLA GUERRA FREDDA

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Olga ed Hal Connolly ai Giochi di Roma 1960 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Oltre che età, l’Amore non ha confini”, e se questa affermazione al giorno d’oggi è sicuramente di pubblico dominio, altrettanto non poteva dirsi negli anni ’50, specie dopo che, a secondo conflitto mondiale concluso, si stava consumando nel pianeta quella che poi assume la definizione di “Guerra Fredda” tra le due superpotenze di Urss e Stati Uniti, tanto da dividere il mondo in due blocchi ben distinti, ovvero quello occidentale, sotto l’influenza americana, e quello orientale, sotto il controllo del regime sovietico.

Una divisione che, sotto l’aspetto sportivo, trova il proprio apice – ancor più assurdamente – proprio quando queste tensioni stanno iniziando a scongelarsi, vale a dire in occasione del mai tanto sciagurato boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980 ed al quale, per ripicca, l’Unione Sovietica risponde con analogo atteggiamento alla successiva edizione dei Giochi a Los Angeles 1984, obbligando le nazioni satelliti ad aderirvi, unica eccezione la Romania e la Jugoslavia, anche se quest’ultima, sotto il regime del Colonnello Tito, non era mai stati asservita al Comando Centrale.

Tutto questo, però, non impedisce che proprio in occasione dei Giochi di Melbourne 1956 nasca all’interno del Villaggio Olimpico una storia d’amore tra due rappresentanti dei due schieramenti che attira talmente l’interesse dei media da far passare in secondo piano il fatto che, proprio in quell’edizione dei Giochi, entrambi avessero conquistato la sola medaglia d’oro della loro, peraltro lunga, attività agonistica.

Probabilmente incide sulla “Love Story” anche il trovarsi in un paese lontano dai rispettivi luoghi natii come l’Australia ed un controllo meno “ferreo” all’interno del Villaggio Olimpico stesso, come pure il fatto di praticare specialità simili – lancio del martello lui, lancio del disco lei – che li porta a frequentare le stesse pedane in occasione degli allenamenti.

In ogni caso, qualunque sia stata la motivazione, la storia d’amore tra l’americano Harold Vincent “Hal” Connolly, nato l’1 agosto 1931 a Somerville, nel Massachusetts, e la cecoslovacca Olga Fikotova, di un anno più giovane, avendo visto la luce il 13 novembre 1932 a Praga, diventa uno dei simboli della rassegna australiana, prolungandone “l’onda lunga” sino alla celebrazione del matrimonio, avvenuto l’anno successivo nella capitale cecoslovacca.

Peraltro, diverso è l’approccio dei futuri innamorati all’appuntamento olimpico, in quanto Connolly – che può a giusta ragione considerarsi il più forte martellista americano di ogni epoca, specialità che non ha mai attecchito negli Stati Uniti – si presenta ai Giochi forte del fatto di aver appena stabilito, il 2 novembre a Los Angeles, il primato mondiale con m.68,54 scalzando il sovietico Mikhail Krivonosov che aveva contribuito in due anni alla progressione del limite da m.63,24 sino a m.67,32.

La Fikotova, viceversa, era sino ad allora stata un’atleta polivalente, essendosi dedicata sino a due anni prima alla pallamano nel ruolo di portiere, ed al basket, avendo fatto parte della Nazionale cecoslovacca argento ai Campionati Europei di Belgrado 1954 alle spalle dell’invincibile Unione Sovietica, dalla quale era stata sconfitta, ma non umiliata, come dimostra il punteggio finale di 69-62, e deve al tecnico Otakar Jandera la sua trasformazione in discobola, avendo costui intuito che con le qualità fisico-atletiche derivanti dall’aver praticato le due riferite discipline, l’unica cosa che le mancava era affinare la tecnica di lancio.

Tecnica che, per Connolly, era stata incredibilmente aiutata da una malformazione fisica, dato che durante il parto aveva subito dei gravi danni ai nervi del braccio sinistro, così che l’arto non si era sviluppato correttamente, per poi subire ben 13 fratture da bambino, il che comporta che, nella piena maturità, esso misura 10 centimetri in meno del destro, così come la mano sinistra è di un terzo più piccola rispetto all’altra, una situazione che, per l’impugnatura e la rotazione dell’attrezzo, lo facilita.

La gara del lancio del disco femminile si svolge nella giornata del 23 novembre 1956 sulla pedana del “Melbourne Cricket Ground, con qualificazioni al mattino che prevedono il limite di m.42,00 per accedere alla finale pomeridiana, che viene superato da 13 atlete, con la Fikotova a realizzare la miglior misura essendo l’unica a far atterrare l’attrezzo oltre i 50 metri.

Peraltro, la favorita per la vittoria, dopo il ritiro della connazionale Nina Dumbadze – bronzo quattro anni prima ad Helsinki ’52 e campionessa europea alle rassegne di Oslo 1946 e Bruxelles 1950, nonché primatista mondiale con m.57,04 raggiunti il 18 ottobre 1952 a Tbilisi –, è la sovietica Nina Ponomaryova, campionessa olimpica in carica ed altresì medaglia d’oro alla rassegna continentale di Berna 1954.

La Ponomaryova è anche detentrice del record olimpico in virtù del lancio di m.51,42 che le aveva consentito di affermarsi ad Helsinki, un primato che in quel pomeriggio australiano del 23 novembre viene migliorato a ripetizione, con Irina Beglyakova che è la prima a cimentarsi in una sorta di “gara nella garaottenendo m.51,74 al primo lancio, e la detentrice del titolo a replicare con m.51,61 al secondo tentativo, prima che la Fikotova emetta il suo primo acuto scagliando il disco a m.52,04 alla sua terza prova.

Gioia di breve durata per la cecoslovacca, visto che, presentatasi in pedana la Beglyakova, costei ottiene la misura di m.52,54 (terzo primato olimpico in altrettante serie di lanci), alla quale la 24enne Olga cerca di replicare al quarto tentativo con l’attrezzo a raggiungere m.52,28 prima di cavare dal cilindro la bracciata vincente con i m.53,69 della quinta prova, in cui l’oramai detronizzata Ponomaryova si migliora sino a m.52,02 utili solo per consolidare il terzo gradino del podio.

All’indomani, con le medesime modalità – qualificazioni al mattino, finale al pomeriggio – va in scena la gara del lancio del martello maschile, dove Connolly è costretto a vedersela con il trio sovietico composto da Dmytri Yehorov, Anatoli Samotsvetov e, soprattutto, il già citato Krivonosov cui aveva tolto il primato mondiale, pur non sottovalutando l’ungherese Jozsef Csermach – oro, appena 20enne, quattro anni prima ad Helsinki – e, quale possibile outsider, il connazionale Albert Hall, che si era imposto con m.60,24 ai Trials di Los Angeles a fine giugno.

Con le qualificazioni a non far registrare sorpresa alcuna e 14 atleti a superare il limite di m.54,00 stabilito dal CIO, anche in questo caso il precedente record olimpico – stabilito con m.60,34 da Csermach in occasione del successo di Helsinki e che, all’epoca, era anche primato mondiale – viene ripetutamente migliorato, con il primo acuto a spettare a Samotsvetov con m.62,10 alla prova di entrata, per poi toccare a Krivonosov lanciare a m.63,00 al secondo tentativo e quindi migliorarsi a m.63,03 al terzo, serie in cui Connolly ruggisce scagliando il martello a m.62,65 per una provvisoria seconda posizione.

Classifica che non muta nella quarta serie di lanci, per poi toccare all’americano mettere a segno il “colpo del ko” con m.63,19, misura alla quale Krivonosov cerca di replicare forzando i lanci solo per ottenere due nulli di pedana che consegnano a Connolly medaglia d’oro e record olimpico, con i due sovietici alle piazze d’onore e Samotsvetov a vedere insidiato il proprio bronzo dall’ultimo tentativo di Hall, il cui attrezzo si ferma a m.61,96 mentre il campione incarica Csermach conclude non meglio che quinto con m.60,70.

E, sino a qui, non si tratterebbe che di una delle tante storie che hanno per protagonisti due atleti che hanno vissuto la rispettiva “Giornata di Gloria”, se non fosse che tra Hal ed Olga “scocca la scintilla” che, come lei stessa descrive: “è il destino che ci ha uniti, scoprendo che, seppure facessimo parte di due paesi lontani e con sistemi politici incompatibili, quando si trattava di parlare di valori umani e concetti di fondo, la pensavamo allo stesso modo; ed ecco che, dialogando con il mio inglese scolastico ed il suo tedesco incerto (poiché era stato per un certo periodo in Germania) ci siamo sentiti sempre più vicini ed un’iniziale amicizia si è poi trasformata in un sentimento più profondo…”.

Una storia d’amore accolta favorevolmente negli Stati Uniti ed ovviamente molto meno nel paese socialista, e quando, alcuni mesi dopo, Connolly si reca a Praga per stabilire con Olga la data di eventuali nozze, quest’ultima si dichiara quanto mai sorpresa che il proprio Governo le conceda il permesso di sposare uno straniero, circostanza in merito alla quale pare abbia svolto un ruolo decisivo l’intercessione del Presidente Antonin Zapotocky, nonché forse la riconoscenza nel confronti della Fikotova per il fatto che quella sua medaglia d’oro era stata l’unica conquistata dalla Cecoslovacchia ai Giochi di Melbourne.

La cerimonia si svolge con due testimoni d’eccezione, ovvero i pluri-medagliati coniugi Emil e Dana Zapotek, e vi assiste una folla di circa 30mila anime, alcune per vedere da vicino i due leggendari atleti cecoslovacchi, altri per la curiosità di un cittadino americano nella loro terra, ed altri ancora per l’emozione che avrebbe provato la sposa per un evento, peraltro, svolto in ben tre fasi, ovvero un rito civile e due funzioni religiose, una cattolica e l’altra protestante.

A matrimonio celebrato, i coniugi vanno a vivere negli Stati Uniti dove proseguono la loro attività sportiva, anche se ad Olga viene rifiutata dal Comitato Olimpico cecoslovacco la possibilità di continuare a gareggiare sotto l’originaria bandiera, spargendo la voce che fosse lei a rifiutarsi di rappresentare il proprio paese, circostanza che la pone in cattiva luce verso i suoi connazionali per diversi anni, sino a che poi la verità non viene a galla.

Ciò nondimeno, gareggiando per gli Stati Uniti come Olga Connolly, ha la possibilità, unitamente al marito, di qualificarsi ai Trials per le successive edizioni dei Giochi di Roma 1960, Tokyo 1964 e Città del Messico 1968, dove si classifica rispettivamente settima con m.50,95, 12esima con m.51,58 e sesta con m.52,96 – tutte misure inferiori a quella che le aveva consentito di aggiudicarsi l’oro a Melbourne – oltre a far suoi cinque titoli AAU e stabilire due primati americani, con m.51,75 nel giugno 1958 e con m.54,38 ad inizio novembre 1968.

Sicuramente migliore il percorso post olimpico di Connolly, il quale migliora in altre cinque occasioni – dal giugno 1958 sino allo stesso mese del 1965 – il proprio record mondiale senza intrusioni di terzi, divenendo il primo lanciatore a superare la “barriera dei 70 metri” il 12 agosto 1960 a Walnut con m.70,33 per poi raggiungere la misura massima di m.71,26, superata il successivo 4 settembre 1965 con m.73,74 dall’ungherese Gyula Zsivotzky.

Senza rivali in patria, dove fa suoi sette titoli AAU consecutivi dal 1955 al 1961 e quindi, dopo un biennio in cui ad affermarsi è Hall, portare a nove il computo totale imponendosi anche nel 1964 e nel 1965 – in quest’ultimo caso con m.70,74 prima volta che il titolo viene conquistato con oltre 70 metri –, Connolly, al pari della consorte, non riesce a confermarsi in sede olimpica, non andando oltre l’ottavo posto a Roma 1960 ed al sesto quattro anni dopo a Tokyo 1964 (pur realizzando, in questa circostanza, il suo miglior risultato in finale ai Giochi con m.66,65 dopo aver lanciato sino a m.67,40 in qualificazione), mentre nel 1968 a Città del Messico non riesce a superare le qualificazioni con m.65,00.

Oramai 41enne, Connolly cerca di qualificarsi alle sue quinte Olimpiadi a Monaco 1972, ma la sua misura di m.66,62 ottenuta ai Trials di inizio giugno ad Eugene gli vale solo il quinto posto in una stagione che, viceversa, vede l’inatteso ritorno alle gare di Olga, che si era ritirata dopo i Giochi di Città del Messico e che, a dispetto dei quasi 40 anni che avrebbe compiuto a novembre di quello stesso anno, realizza le sue migliori prestazioni in carriera, migliorando in due occasioni il record Usa scagliando l’attrezzo dapprima a m.54,62 il 14 maggio a Compton, quindi a m.56,46 il successivo 27 maggio a Modesto.

Presentatasi, pertanto, ai Trials di inizio luglio ad Eugene, la Connolly ottiene il pass per la Baviera imponendosi con m.51,92 per poi avere l’onore di sfilare quale portabandiera della rappresentativa degli Stati Uniti nella cerimonia di apertura dei Giochi, pur non riuscendo a qualificarsi per la finale, eliminata con m.51,58 nonostante che ad inizio agosto avesse realizzato il suo “Personal Best” in carriera con m.57,61 ottenuti a Los Angeles.

Concluse le rispettive attività agonistiche, i due coniugi proseguono nel settore quali istruttori di educazione fisica ed atletica leggera, con un figlio a divenire un lanciatore di giavellotto, nonché decatleta a livello nazionale, ed una figlia a far parte della Nazionale Usa di volley, ma la loro relazione affettiva si conclude con un divorzio nel 1975, mentre Hal scompare il 18 agosto 2010, a pochi giorni di distanza dall’aver compiuto 79 anni.

E forse, per dirla con il “Maestrone“, in tutta questa vicenda l’errore è stato creder speciale una storia normale….

 

LOUISE BROUGH, L’AMERICANA CHE FU QUATTRO VOLTE REGINA D’INGHILTERRA

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Louise Brough in azione a Wimbledon – da tennis.it

articolo di Nicola Pucci

L’ultimo ricordo che ho di Louise Brough data luglio 1997, il giorno in cui Wimbledon inaugurò il nuovo campo numero 1 celebrando i campioni capaci di vincere su quei prati prestigiosi almeno tre volte, e tra questi, con passo incerto vista l’età che avanzava inesorabile, c’era proprio lei, che si meritò un calorosissimo applauso da un pubblico che non l’aveva certo dimenticata.

Già, perché quell’attempata vecchietta che riscosse il doveroso omaggio altri non è stata che una delle regine d’Inghilterra più coronate della storia, con ben tredici titoli all’All England Lawn Tennis and Croquet Club, quasi equamente distribuiti tra singolare (quattro), doppio (cinque) e doppio misto (ancora quattro). E questo in un lasso di tempo ridotto, dal 1946 quando il torneo riprese il suo cammino dopo il secondo conflitto bellico, al 1955 quando la ragazza statunitense si impose per l’ultima volta, proprio nella gara individuale.

La Brough nasce a Oklahoma City l’11 marzo 1923, e se a quattro anni si trasferisce con la famiglia a Beverly Hills dove apprende l’arte della racchetta ai campi pubblici del Roxbury Park, ha già il talento sufficiente per imporsi, nel 1940 e nel 1941, ai Campionati Americani juniores.

E’ solo l’anticamera di una carriera da professionista che sarà memorabile, tanto è vero che già nel 1942 fa la sua prima apparizione in una finale Slam da singolarista, all’US Open, dove a batterla, 4-6 6-1 6-4, è Pauline Betz, giocatrice in grado di sconfiggerla in ben 3 finali, appunto all’US Open 1942, l’anno dopo ancora sugli stessi campi di Forest Hills, e a Wimbledon nel 1946, prima di vincere, nel 1947, proprio gli US Open in singolare. Quello contro Margaret Osborne Dupont, 8-6 4-6 6-1, è solo il primo dei sei titoli nei tornei Major portati a casa dalla Brough, ma in singolare la superficie prediletta di Louise è però senza dubbio un’altra: l’erba londinese, che perfettamente si sposa con il suo repertorio, che si affida ad un servizio in top-spin di difficile lettura per le avversarie ed un gioco di rete di rara efficacia.

E se la terra rossa del Roland-Garros le rimane indigesta, non andando oltre tre semifinali nel 1946, nel 1947 e nel 1950, fermata rispettivamente dalla Osborne Dupont e per due volte da Doris Hart, e all’Open d’Australia, sempre nel 1950, si prende in finale la rivincita sulla Hart, 6-4 3-6 6-4, trionfando nell’unica occasione in cui si concede la trasferta oceanica, ecco che a Wimbledon Louise va a prendersi quelle vittorie che la eleggono tra le tenniste più forti di sempre, con il contributo sostanzioso anche dei 28 titoli Slam messi in saccoccia con la partner (20, di cui ben 12 agli US Open) o il partner di turno (altri 8).

Il Centre Court più famoso del mondo, dunque, accoglie una prima volta la Brough in finale nel 1946, quando appunto Louise è costretta a cedere il passo alla Betz, 6-2 6-4, per poi l’anno dopo fermarsi in semifinale con la Hart, vincitrice in rimonta dopo una battaglia serrata, 2-6 8-6 6-4. E se nel frattempo con la Osborne Dupont, sua abituale compagna di doppio, si impone nel 1946 contro la coppia Betz/Hart e perde la finale del 1947 contro Hart/Todd, per il 1948 la Brough ha in serbo la tripletta personale. Già, perché dopo le vittorie nel misto dei due anni precedenti associata a Tom Brown e John Bromwich, per l’edizione in corso non lascia proprio niente a chi cerca di contrastarne il dominio.

In singolare la Brough, accreditata della seconda testa di serie e sfidante più autorevole della detentrice del titolo, Osborne Dupont stessa, lascia per strada un set al terzo turno contro Mary Prentiss, per poi, dopo aver approfittato del ritiro di Shirley Fry sul 3-1 del primo set ai quarti di finale, superare in semifinale Patricia Todd, 6-3 7-5, nel mentre Doris Hart, nella parte alta del tabellone, nega in tre set alla Osborne Dupont la possibilità di concedere il bis, agguantando lei l’ultimo atto contro la Brough. Che stavolta è ben decisa a prendersi la rivincita della sconfitta sofferta dodici mesi prima, e che, dopo un primo set dominato con un incessante serve-and-volley che la rivale non riesce proprio a contenere, nel secondo parziale gioca con attenzione i punti importanti per infine imporsi 8-6, coronando il suo sogno di salire infine sul trono d’Inghilterra. Come puntualmente avviene anche in doppio, quando nel replay della finale del 1947, in coppia con la Osborne Dupont, infligge un inequivocabile 6-1 6-1 ad Hart/Todd, riscattando la bruciante debacle dell’anno precedente. Con Bromwich, poi, completa il tris, battendo Sedgman/Hart in tre set, 6-2 3-6 6-3, nella finale di doppio misto, confermando il titolo già fatto suo nel 1946 e nel 1947.

Wimbledon è indubbiamente il giardino preferito dalla Brough, che tra il 1946 e il 1955 competerà in ben 21 delle 30 finali disputate su quei prati, e nel 1949 si presenta all’appello con il non certo inconfessato desiderio di confermarsi regina. Ed in effetti il cammino di Louise è convincente, concedendo alle avversarie solo 14 giochi in cinque partite. E se la Todd, esattamente come l’anno prima, esce con le ossa rotte dalla sfida di semifinale, 6-3 6-0, in finale la Brough trova di là dal net l’amica di tante battaglie condotte insieme in doppio, proprio la Osborne Dupont, che ha avuto vita ancor più facile non incontrando nessuna testa di serie nella lunga strada che portava al match per il titolo. All’ultimo atto Brough e Dupont si affrontano conoscendo l’una perfettamente pregi e difetti dell’altra, ed infine Louise, perso il secondo set con un netto 6-1 dopo aver sofferto per incamerare, 10-8, il primo parziale, ancora una volta trova lo spunto risolutivo per trionfare, nuovamente 10-8 al terzo set. Bissando il titolo in singolare, a cui aggiungere, proprio con la Osborne Dupont, l’ennesimo successo in coppia, nel mentre le sfugge il poker consecutivo in doppio misto, sconfitta con Bromwich dalla coppia sudafricana formata da Eric Sturgess e Sheila Summers.

Con l’aggiunta di un quarto titolo Slam colto ad inizio 1950 in Australia, quando è tempo di varcare nuovamente i Doherty Gates la Brough punta l’obiettivo su un terzo titolo consecutivo in singolare, impresa in passato riuscita a Lottie Dodd tra il 1891 e il 1893, alla leggendaria Suzanne Lenglen che addirittura fece cinquina di fila tra il 1919 e il 1923, ed Helen Wills, poi sposata Moody, che tra il 1927 e il 1930 calò il poker. Osborne Dupont e Hart, al solito, sono le avversarie più agguerrite e temibile, e se la compagna di doppio, testa di serie numero 2 del tabellone, ha da temere solo la Todd in semifinale, 8-6 4-6 8-6 soffertissimo, la Brough ai quarti rimonta un set a Shirley Fry, 2-6 6-3 6-0, per domare la stessa Hart in semifinale, 6-4 6-3, arrampicandosi alla sfida, attesa, con la Osborne Dupont. Ed ancora una volta, come l’anno prima, il match si risolve a favore della campionessa in carica, che parte di slancio, 6-1, cede al ritorno dell’amica/rivale, 6-3, per poi dominare al set decisivo, chiuso 6-1. Ed il tris servito.

Stella ormai acclamatissima di prima grandezza, e il tennis le ne renderà merito introducendola nella Hall of Fame nel 1967, la Brough nel triennio successivo, tuttavia, perde lo status di regina d’Inghilterra, inciampando in semifinale nel 1951 contro la stessa Shirly Fry, che la batte nettamante, 6-4 6-2, per poi arrampicarsi altre due volte in finale, nel 1952 e nel 1954, quando si trova però costretta a cedere alla nuova star del tennis in gonnella, Maureen Connolly, che in entrambe le circostanze la sconfigge in due set. Altrimenti non sono migliori i risultati in doppio, sconfitta sia nel 1951 che nel 1952, quando fa coppia proprio con la Connolly, da Fry ed Hart, tornando ad alzare la coppa destinata alle vincitrici nel 1954 quando, nuovamente insieme alla Osborne Dupont, dà vita ad una finale memorabile risolta in tre set contro le stesse avversarie, 4-6 9-7 6-3.

Il destino, indirettamente nel suo caso, ci mette lo zampino, quando la Connolly, ormai incontrastata numero 1 del mondo, subito dopo la vittoria londinese del 1954 cade da cavallo, rompendosi una gamba e mettendo prematuramente fine ad una carriera che pareva destinarla a farla diventare la più grande di sempre. E nel 1955, privata della rivale più temibile, la Brough torna, per l’ultima volta, a cingersi il capo della corona di regina d’Inghilterra, facendo poker a Wimbledon in singolare.

Hart e Louise sono le due prime teste di serie di un tabellone che propone un’altra americana, Beverly Fleitz, quale terza incomoda. Ed è proprio la ragazza di Providence, che qui raccoglie il miglior risultato di una carriera che la vedrà spingersi non oltre le semifinali negli altri tornei dello Slam, a produrre la più grossa sorpresa del torneo, demolendo la stessa Hart in semifinale, 6-3 6-0, guadagnando l’atto decisivo dove trova, come da pronostico, la Brough, che strada facendo elimina senza patemi Rosemary Walsh, 6-0 6-2, Janet Morgan, duplice 6-0, Heather Brewer, 6-2 6-2, Beryl Penrose ai quarti, 6-2 6-0, e Darlene Hard in semifinale, 6-3 8-6, l’unica che prova ad impensierirla costringendola ad un long-set. Così come in finale tenta di fare la Fleitz, che gioca bene ma non a sufficienza per stravolgere ancora le attese della vigilia, se è vero che Louise, con quel suo bellissimo gioco di volo che la eleverà al rango di una delle più grandi interpreti del serve-and-volley della storia del tennis femminile, si impone infine 7-5 8-6.

E’ il punto d’arrivo di una carriera memorabile, e se nei due anni successivi, gli ultimi in cui la Brough si presenta a Londra, troverà prima la Fry, poi la Hard a sbarrarle la strada verso una possibile cinquina sui suoi amatissimi prati… beh, che dire? Quell’applauso prolungato del 1997 è un tributo decisamente meritato. E non solo perché era rivolto ad un’attempata vecchietta.

MARIO BECCIA, LO SCALATORE GARIBALDINO CHE SAPEVA VINCERE

BECCIA
Mario Beccia in maglia Sanson – da twitter.com

articolo di Nicola Pucci

A ricordare il ciclismo anni Settanta/Ottanta, salta subito all’occhio che se l’Italia poteva affidare le sue carte a fuoriclasse del calibro di Francesco Moser, Giuseppe Saronni, Giovanni Battaglin e Moreno Argentin, altresì aveva a disposizione, subito dietro ai campioni acclamati, un plotone consistente di corridori di seconda fascia, all’occorrenza capaci di imporsi in corse dal prestigio internazionale.

Prendete Mario Beccia, ad esempio, scalatore per costituzione ed attaccante per vocazione. Nato a Troia, in provincia di Foggia, il 16 agosto del 1955 e professionista dal 1977 al 1988, piccolo di statura e leggero quanto basta per eccellere in salita, Beccia seppe farsi apprezzare per il temperamento garibaldino ed il carattere schietto, che se in parte gli alienò la simpatia degli  organizzatori del Giro d’Italia con i quali ebbe modo più volte di dissentire, altresì gli procurò la stima dei colleghi e l’affetto dei tifosi. Un corridore decisamente frizzante, spesso all’avanguardia del gruppo quando il chilometraggio si faceva importante, e con l’occhio rivolto verso le gare più blasonate.

Beccia, dunque, dopo una buona carriera da dilettante che lo vede aggiudicarsi, tra le altre, la Cronoscalata della Futa-Memorial Gastone Nencini nel 1976, si guadagna il passaggio tra i “grandi” nel 1977, andando a far da scudiero proprio a Francesco Moser in quella Sanson che ha in Claudio Bortolotto un altro validissimo grimpeur. Ed il trio fa scintille fin da subito sulle strade del Giro d’Italia, con Moser a chiudere sul secondo gradino del podio beffato dalla sgraziatissimo ma efficace Michel Pollentier, Bortolotto infine ottavo in classifica generale e lo stesso Beccia che non solo è ottimo nono al debutto in una grande corsa a tappe, ma si toglie il lusso di vincere in solitudine la quinta tappa con arrivo a Spoleto e la speciale classifica riservata ai giovani, vestendosi della maglia bianca.

E che Mario abbia doti non comuni di scalatore è certificato dalla vittoria in autunno sulle rampe severe del Giro dell’Emila, lasciando lo svedese Bernt Johansson, campione olimpico in carica per la vittoria ottenuta a Montreal 1976, a 30″.

Un primo anno così convincente propone Beccia all’attenzione dei media, e se per il 1978 i risultati tardano a venire, l’anno dopo, vista l’incompatibilità con Moser, Mario passa alla Mecap diretta da Dino Zandegù, a cui rimarrà fedele per tutti gli anni a venire, e dove il pugliese, trapiantato in Veneto, veste i gradi del capitano vincendo subito al Giro d’Italia la tappa con arrivo a Perugia, anticipando di 2″ Knudsen, De Vlaeminck, Gavazzi, Saronni, Moser e Bertoglio. Hai detto poco! In quell’edizione Beccia è nuovamente protagonista, con il secondo posto di Potenza alle spalle di Bortolotto, il quinto nella cronometro di San Marino a certificare che, oltre ad essere abile in salita, se la cava egregiamente anche sul passo, e il sesto posto finale in classifica generale a 7’50” da Saronni.

La Corsa Rosa, dunque, è il terreno di battaglia preferito di Mario Beccia, che nondimeno contesta i percorsi disegnati su misura per i passisti e poco adatti agli scalatori, collezionando nel corso delle stagioni tutta una serie di buoni piazzamenti conclusivi, come un altro sesto posto nel 1980 a 12’47” da Hinault, il dodicesimo nel 1981, il settimo nel 1982 a 11’06” ancora dal “tasso“, tagliando per primo il traguardo di Lanciano, il quarto nel 1983, a 5’55” da Saronni e alle spalle anche di Roberto Visentini ed Alberto Fernandez, trionfando nel tappone di Selva di Val Gardena, ed il nono nel 1984, a 11’41” dall’ex-capitano Francesco Moser che infine sale sul gradino più alto del podio.

Torneremo poi sulla stagione 1984, una delle migliori della carriera di Beccia, ma c’è molto altro ancora da raccontare di Mario. A cominciare da un’altra grande corsa a tappe, che non è il Tour de France dove il pugliese colleziona non meglio che un 33esimo posto nel 1982 ed un ritiro nel 1986, bensì il Giro di Svizzera, che gli è particolarmente adatto in virtù del suo profilo altimetrico decisamente impegnativo. Sulle strade elvetiche, nel 1980, il corridore della Hoonved fa saltare il banco, dopo che il talentuosissimo ma discontinuo Daniel Willems ha vinto le prime sei tappe (!!!), tenendo la maglia oro fino alla cronoscalata di 11 chilometri del Monte Generoso. Beccia, già terzo nella prova contro il  tempo di Basilea, nel giorno del successo di Josef Fuchs, beniamino di casa, e di Joop Zoetemelk che balza al comando della classifica generale ipotecando il successo finale, risale al secondo posto con un ritardo di 1’03” dall’olandese della Ti-Raleigh, pronto a sferrare la zampata risolutiva. Come puntualmente avviene 24 ore dopo quando, lungo i 266 chilometri verso Glarona, Beccia se ne va in beata solitudine, sbaraglia la concorrenza, taglia il traguardo con un margine di 2’01” sullo stesso Fuchs e sul compagno di squadra Luciano Loro, che gli copre le spalle, e di oltre 4 minuti su Zoetemelk, e di fatto si aggiudica la corsa.

Beccia è indubbiamente corridore che esprime al meglio il suo potenziale sulla grandi salite e nelle corse a tappe, dotato com’è di resistenza alla fatica e spirito indomito, ma ha modo, tuttavia, di disimpegnarsi egregiamente anche nelle gare di un giorno, e se nel 1979 è stato decimo alla Milano-Sanremo, scavalcato dal plotone in rimonta a pochi metri dalla linea bianca dopo aver tentato l’azzardo all’ultimo chilometro, e undicesimo al Giro di Lombardia, migliorandosi l’anno dopo nella “classica delle foglie morte” con un altro decimo posto, ecco che nel 1982, alla Freccia Vallone, va a prendersi la vittoria più bella della sua carriera.

Il tracciato della classica vallone è perfetto per le attitudini di Beccia, con le sue cotes che scremano in avanti i migliori, e con le rampe carogne del Muro di Huy, introdotte per l’occasione, seppur ancora non siano sede d’arrivo, giudicato invece a Spa, a definire la contesa. E sono proprio queste asperità ad ispirare Mario, che è puntuale all’appuntamento con la vittoria, involandosi a 40 chilometri dall’arrivo con il norvegese Jostein Wilmann, che veste i colori della Capri Sonne, e a dispetto di un passaggio a livello che a 9 chilometri dall’arrivo permette il rientro di un quartetto di inseguitori, tra i quali Saronni, poi neutralizzati, anticipandolo al traguardo di 1″, con Paul Haghedooren terzo staccato di 14″.

La vittoria alla Freccia apre il triennio di maggior soddisfazioni per Beccia, che se nel 1983, appunto, ottiene il miglior risultato al Giro d’Italia sfiorando il podio, aggiungendo anche la vittoria nella tappa di Leukerbad al Giro di Romandia, nel 1984 infila un poker di successi che, se saranno gli ultimi della sua avventura agonistica, lo elevano al rango di corridore di primissima fascia del ciclismo italiano.

L’11 marzo, in maglia Malvor-Bottecchia, Beccia stacca tutti e vince a Monte San Pietrangeli la terza tappa della Tirreno-Adriatico; il 6 aprile si trova a battagliare con Gianbattista Baronchelli e Silvano Contini, non certo due corridori qualunque, e li beffa sulle strade del Giro dell’Umbria; il 17 giugno, dopo tre secondi posti alle spalle di Baronchelli, un terzo posto nel 1982 ed un quinto nel 1983, doma infine Bocchetta e Giro dell’Appennino, risolvendo la sfida a due con Fabrizio Verza; il 16 agosto, seppur la Milano-Vignola sia corsa adatta ai velocisti, piazza l’allungo vincente nel finale e per 5″, beffando il portoghese Acacio Da Silva, si offre un magnifico poker stagionale.

Che gli garantisce una quinta convocazione in maglia azzurra per il Mondiale di Barcellona, dove opera da gregario così come aveva fatto nelle quattro precedenti occasioni, chiuse con altrettanti ritiri ad eccezione della gara iridata del 1978 quando, nel giorno della beffa del Nurburgring perpetrata da Gerrie Knetemann sull’allora suo capitano Francesco Moser, Beccia ottiene un onorevolissimo 19esimo posto.

Ci sarebbe ancora il tempo per mettere la ciliegina su una torta già gustosa, ed ecco, allora che Beccia, dopo un ottavo posto alla Liegi-Bastogne-Liegi del 1985 giocandosela alla pari con campioni del calibro di Argentin, Criquielion, Roche, Kelly, Fignon, Anderson e Van Calster con cui infiamma la fase decisiva della corsa, tenta il colpaccio alla Milano-Sanremo. E’ il 15 marzo 1986, e a cinque chilometri dalla meta, sulle ultime rampe del  Poggio, Mario attacca deciso, frantumando il gruppo e trascinandosi a ruota i soli Sean Kelly e Greg Lemond, non riuscendo a fare il vuoto perché “bloccato” dalle moto. Sventura vuole che l’irlandese e l’americano siano più svelti di lui in volata, ed allora il pugliese, fedele fino in fondo al suo personaggio che mai si dà per vinto, azzarda l’allungo all’ultimo chilometro, venendo infine stoppato e dovendosi accontentare della terza moneta. Lamentandosi in diretta tv con il patron Vincenzo Torriani, che risponde per le rime “raglio d’asino non sale in cielo“!

Sarebbe stato bello chiudere così una carriera che si prolungherà fino al 1988… ed allora restano le parole di chi più di ogni altro ha stimato il lavoro di Mario Beccia, il suo mentore Dino Zandegù, “Beccia è stato un pedalatore onesto, meraviglioso, un esempio per tutti. Non accettava compromessi di alcun genere, possedeva il carattere del vero combattente. Sono tante le corse in cui le sue fughe sono terminate a cento metri, anche meno dell’arrivo. Ancora oggi, quando lo incontro, mi viene spontaneo un abbraccio…“. Vuoi mettere che soddisfazione?

JIMMY GREAVES, IL “TOP SCORER” INGLESE AMANTE DEL GOAL E DELLA BOTTIGLIA

 

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Jimmy Greaves in azione con la maglia del Tottenham – da:standard.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Se il XXI Secolo sta celebrando come Cannonieri principe Lionel Messi – che con 433 reti sinora realizzate nella Liga è divenuto il miglior realizzatore di ogni epoca in un singolo Campionato europeo – e Cristiano Ronaldo – a detenere, viceversa, il record per il maggior numero di centri (436) nei 5 principali Tornei (Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Spagna) del vecchio Continente – quest’ultimo primato è stato tolto dal portoghese al protagonista della nostra Storia odierna, che lo deteneva dal 1971 ed era riuscito a resistere agli assalti del tedesco Gerd Muller e di un altro portoghese, Eusebio, grazie anche alla loro emigrazione nella NASL americana …

A costui, cresciuto con un innato senso del goal messo in pratica sin da giovanissimo, resta l’orgoglio di essere tuttora il più prolifico Cannoniere della Prima Divisione inglese, che ai suoi tempi si chiamava First Division per poi trasformarsi nell’attuale Premier League, creata nel 1992 per mere ragioni economiche, ed i più esperti conoscitori del Football d’oltremanica avranno già capito a chi ci si riferisca …

Trattasi, difatti, di James Peter “Jimmy” Greaves, il quale nasce il 20 febbraio 1940 a Londra, città alla quale è particolarmente legato avendo in pratica svolto l’intera sua carriera nella Capitale britannica, salvo una brevissima parentesi al di fuori del Regno Unito che non contribuisce certo ad accrescerne la fama nel resto del Vecchio Continente.

Talento precoce, Greaves viene notato da uno scout del Chelsea mentre gioca a football a livello scolastico, ed ecco che ad appena 15 anni viene tesserato dai “Blues” che, proprio in quella stagione si aggiudicano il loro primo titolo di Campione d’Inghilterra con quattro punti di vantaggio sul Wolverhampton, sotto la guida del Tecnico Ted Drake, ex leggenda dell’Arsenal …

Non ci mette molto, il giovane Jimmy, a far capire alla Dirigenza del Chelsea la bontà della loro scelta, divenendo il terrore delle formazioni giovanili, come testimoniano le 51 reti messe a segno nel 1956 e le 122 (!!) nella stagione successiva, per cui non fa certo scalpore che, nell’estate 1957 a soli 17 anni, a Greaves venga fatto sottoscrivere il suo primo contratto da professionista.

Drake, forte delle relazioni sul ragazzo stilate da Dick Foss, l’allenatore delle Giovanili, non ha remora alcuna a schierare Greaves sin dalla prima giornata di Campionato, un “battesimo del fuoco” visto che il Calendario pone il Chelsea di fronte al Tottenham in uno dei tanti derby londinesi, da disputarsi il 24 agosto 1957 sul terreno ospite del “White Hart Lane” …

E Greaves bagna il debutto alla sua maniera, vale a dire mettendo a segno la rete che consente al Chelsea di concludere imbattuto il match sul risultato di 1-1, per poi, quattro giorni dopo, presentarsi di fronte ai propri tifosi a “Stamford Bridge” e realizzare una delle due reti che non consentono peraltro ai “Blues” di evitare la sconfitta interna per 2-3 contro il Manchester City, e quindi, il 31 agosto, contribuire con la sua prima doppietta in First Division, al facile successo interno per 5-1 sul Birmingham.

Divenuto immediatamente un beniamino dei supporters del Chelsea, con 7 reti messe a segno nei primi 15 turni, Greaves viene lasciato fuori squadra per un mese da Drake onde evitare che i troppi elogi ricevuti gli montassero la testa, per poi farlo rientrare il giorno di Natale allorché a “Stamford Bridge” cala il Portsmouth, il quale subisce la voglia di riscatto del ragazzo che realizza il suo primo poker nel successo per 7-4, risultando a fine stagione il “Top Scorer” grazie ai 22 centri nei 35 incontri disputati.

Un esordio quanto mai incoraggiante – che porta Greaves ad essere convocato per la Nazionale Under23 con cui disputerà 12 gare con 13 reti all’attivo – ma che non ha nulla a vedere con l’autentica esplosione nel successivo Torneo, allorché non salta neppure un incontro e, con 32 reti messe a segno – tra cui spicca una “cinquina” rifilata al Wolverhampton Campione in carica nel successo per 6-2 del 30 agosto 1958 – coglie il suo primo titolo di Capocannoniere.

Ma, nonostante le prodezze del suo giovane attaccante, il Chelsea non esce dalla mediocrità – concludendo le prime due stagioni all’undicesimo e 14esimo posto – e la maggior soddisfazione per Greaves giunge dall’essere selezionato per un Tour dell’Inghilterra in Nord, Centro e Sudamerica nel maggio 1959, avendo così l’opportunità di esordire in Nazionale, anche in questo caso andando a rete, peraltro nella disfatta per 1-4 contro il Perù il 17 maggio 1959 a Lima.

La situazione a Stamford Bridge è ben lungi dal migliorare, con i Blues a concludere addirittura 18esimi la stagione 1960 – che vede Greaves andare 29 volte a segno in 42 gare disputate – ed al dodicesimo posto l’anno successivo, in cui peraltro il 21enne attaccante realizza il proprio primato in carriera con 41 centri in 40 incontri che gli valgono un secondo titolo di Capocannoniere …

Questo primato viene ottenuto da Greaves grazie a tre triplette contro Wolverhampton, Blackburn e Manchester City, due poker a spese di Newcastle e Nottingham Forest ed una cinquina nel 7-1 di inizio dicembre ’60 ai danni del West Bromwich, a dimostrazione di una delle caratteristiche della punta, ovvero quella di scatenarsi nelle giornate di grazia, tanto da divenire in poco tempo il “Re delle marcature multiple”.

Detta stagione vede anche Greaves raggiungere “quota 100” reti in First Division nel corso del match interno contro il Manchester City (vinto per 6-3 il 19 novembre 1960), così da divenire, all’età di 20 anni e 290 giorni, il più giovane attaccante della Storia a compiere una tale impresa, ma per le casse del Club è oramai un lusso, nonché un investimento da monetizzare …

E, con la Dirigenza ad aver oramai scelta la strada di privarsi del suo “gioiello”, a Greaves viene reso l’onore di indossare la fascia di Capitano in quella che tutti sanno essere la sua ultima apparizione con la maglia dei Blues, il 29 aprile 1961, ultimo turno di Campionato che vede scendere a “Stamford Bridge” il Nottingham Forest, con l’attaccante a salutare i propri tifosi alla sua maniera, ovvero mettendo a segno l’intero bottino di reti nel successo per 4-3 da parte del Chelsea.

Con 132 reti complessive (incluse le Coppe …) in 169 gare disputate – all’epoca secondo miglior marcatore nella Storia del Club – su Greaves puntano gli occhi anche i maggiori Club europei ed a spuntarla è il Milan, che offre 80mila sterline alla Società londinese per accaparrarsene le prestazioni, nonostante che l’attaccante sia alquanto restio a lasciare il proprio Paese e, soprattutto, l’amata Londra …

Ma, all’epoca, è ancora ben lungi da venire la “Legge Bosman” ed i giocatori erano sottoposti al vincolo e, peraltro, il contratto sottoposto dal Club rossonero è tutt’altro che da disprezzare, con una cifra di 15mila sterline a titolo di ingaggio ed uno stipendio da 600 sterline mensili, così che Greaves prende la strada per Milano, debuttando in Campionato more solito, ovvero siglando su rigore la terza rete nel rotondo 3-0 esterno sul campo del Vicenza …

Due problemi rendono difficile la convivenza di Greaves nella nostra Serie A, il primo dei quali è relativo alla minor libertà concessa ai giocatori – il ritiro pre-partita è una novità assoluta per il giovane Jimmy – e poi vi è un aspetto puramente tattico, visto che il suo impiego a mezzala destra determina un attacco eccessivamente sbilanciato in avanti, vista la presenza di Danova, Barison e Pivatelli che si alternano alle ali, Altafini centravanti e Rivera in cabina di regia …

Uno squilibrio che appare strano non fosse apparso subito chiaro al Direttore Tecnico “Gipo” Viani ed al quale pone rimedio, su insistenza di Nereo Rocco che mal sopporta la scarsa disciplina di Greaves, mettendo il giocatore sul mercato autunnale per sostituirlo con il centrocampista brasiliano Dino Sani, così da rendere la formazione rossonera più equilibrata, tanto che a fine stagione conquista lo Scudetto.

Un titolo a cui, se vogliamo, contribuisce anche Greaves con le sue 9 reti in 10 incontri disputati – tra cui una nel derby vinto per 3-1 sull’Inter –ma per il 21enne attaccante è prioritario ritrovare i luoghi familiari della Capitale londinese ed a spuntarla – visto che anche il Chelsea si era fatto avanti per riacquistarlo, visto che senza di lui il Club sprofonda in Classifica, tanto da concludere la stagione all’ultimo posto – sono i rivali cittadini del Tottenham (proprio la squadra contro cui aveva esordito …), che sborsano la curiosa cifra di 99.999 sterline (onde evitare a Greaves la pressione di essere il primo calciatore comprato per 100mila sterline …), così che anche il Milan rientra dell’investimento fatto …

Per gli “Spurs” si tratta di un ulteriore rinforzo rispetto ad una formazione che l’anno precedente aveva realizzato il “Double” (vittoria del titolo e conquista della FA Cup) e per Greaves un’ulteriore opportunità di mettersi in mostra in una stagione che vede come punto di arrivo la disputa dei Campionati Mondiali in Cile.

Greaves, dal canto suo, “rispetta la tradizione”, ovvero andando a segno con una tripletta nel suo esordio al “White Hart Lane” il 16 dicembre 1961 nel successo per 5-2 sul Blackpool, per poi concludere il Torneo con 21 centri nelle sole 22 gare disputate, con il Tottenham a restare in corsa per il titolo sino alle ultime giornate, salvo poi concludere al terzo posto con 52 punti a quattro lunghezze dalla sorpresa Ipswich che, sotto la guida del futuro Commissario Tecnico Alf Ramsey, si afferma nella sua prima apparizione in First Division.

In ogni caso, se Greaves ha lasciato con il Milan una ”potenziale” conquista dello Scudetto, la stagione non si conclude senza Trofei, visto il suo fondamentale contributo nel percorso nella “Football Association Cup”, andando 9 volte a segno nelle 7 gare disputate – con la sola vittoria per 2-0 sull’Aston Villa ai Quarti a non vederlo sul tabellino dei marcatori – per poi sollevare il Trofeo il 5 maggio 1962 nella Finale vinta per 3-1 sul Burnley ed in cui si incarica di aprire le marcature dopo appena 3’ di gioco, così da consentire al Tottenham di bissare il successo dell’anno precedente.

L’avventura mondiale, alla quale Greaves partecipa avendo già all’attivo 19 reti nelle 18 presenze in Nazionale – nonché tre triplette, “specialità della casa”, contro Lussemburgo, Scozia e Perù – lo vede scendere in campo in ognuna della quattro gare disputate dall’Inghilterra, andando a segno nel successo per 3-1 sull’Argentina, per poi essere eliminata ai Quarti 1-3 dai Campioni del Mondo in carica del Brasile.

Ma, per Greaves al pari dei suoi compagni, l’appuntamento principe è fissato a quattro anni di distanza, allorché l’Inghilterra è chiamata ad ospitare la Rassegna Iridata, con la speranza di fare una miglior figura rispetto a quelle sinora rimediate nelle tre edizioni a cui ha preso parte …

Occorre pertanto farsi trovare pronti ed ottenere il gradimento del nuovo Commissario Tecnico Ramsey, e Greaves non conosce strada migliore che continuare a violentare le reti – cosa che puntualmente fa per tre stagioni consecutive, laureandosi Capocannoniere sia nel 1963 con 37 reti, che nei due Tornei successivi, allorché va rispettivamente 35 e 29 volte a segno – ancorché il titolo puntualmente sfugga agli Spurs, secondi nel 1963, quarti nel ’64 e sesti nel ’65.

Importante, comunque, l’esperienza a livello internazionale specie in ottica mondiale, e sotto questo aspetto Greaves si dimostra implacabile anche sul piano continentale nell’edizione 1963 della Coppe della Coppe, lasciando il proprio segno con due reti sia contro i Glasgow Rangers (5-2 e 3-2 agli Ottavi) che a spese dello Slovan Bratislava (0-2 e 6-0 ai Quart), per poi, superato l’OFK Belgrado in semifinale, realizzare una doppietta (tra cui la rete che apre le marcature) nella Finale del 15 maggio 1963 a Rotterdam in cui il Tottenham, schiantando 5-1 gli spagnoli dell’Atletico Madrid detentori del Trofeo, diviene la prima formazione inglese ad aggiudicarsi una Coppa Europea, con Greaves Capocannoniere del Torneo a pari merito con il bulgaro Georgi Asparuhov ….

Stagione che, complessivamente, porta Greaves ad eguagliare con 43 reti complessive il bottino di due anni prima al Chelsea e che, curiosamente, vede i suoi ex compagni del Milan divenire, da parte loro, la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, superando 2-1 il Benfica una settimana dopo il trionfo del Tottenham, in una Finale disputata proprio a Wembley, chissà se con l’attaccante londinese ad assistervi  in tribuna …

Il successivo triennio che porta al Mondiale – fatti salvi i ricordati titoli di Capocannoniere – è avaro di soddisfazioni per Greaves, con il Tottenham ad essere eliminato nella successiva edizione di Coppa delle Coppe, vittima di un sorteggio sfortunato che l’abbina al Manchester United, ed incapace di andare oltre il quinto turno in FA Cup (eliminato 0-1 dal Chelsea nel ’65 ed 1-2 dal Preston nel ’66), così che le maggiori attenzioni dell’oramai 26enne attaccante sono rivolte alla Nazionale, impegnata in sole gare amichevoli data la veste di Paese organizzatore dell’Inghilterra …

E Greaves continua a “vendemmiare”, con ancora tre marcature multiple – una tripletta all’Irlanda del Nord e due quaterne, ancora all’Irlanda del Nord ed alla Norvegia, così da raggiungere quota sei “hat-trick”, record ineguagliato rispetto alle cinque di Gary Lineker ed alle quattro di Bobby Charlton – così che il suo bottino con la maglia dei “Tre Leoni”, alla vigilia della Rassegna iridata, parla di 43 centri in 51 incontri disputati, per una fantastica media di 0,84 a partita.

Tali prestazioni non possono che garantire a Greaves il posto da titolare nell’attacco inglese che debutta al Mondiale l’11 luglio 1966 con uno 0-0 contro l’Uruguay, per poi superare con l’identico punteggio di 2-0 Messico e Francia, tutte gare in cui l’attaccante londinese non brilla eccessivamente, forse sentendo la pressione nel giocare una Manifestazione di tale importanza proprio davanti ai suoi tifosi …

A peggiorare le cose, nel corso dell’incontro contro i transalpini, Greaves è vittima di un duro intervento da parte del francese Joseph Bonnel, i cui tacchetti gli procurano una ferita alla gamba per la quale sono necessari 14 punti di sutura, così da non essere disponibile per i Quarti e le semifinali …

Il suo posto è rilevato da Geoff Hurst, il quale mette a segno l’unica rete che decide la sfida contro l’Argentina e quindi viene schierato da Ramsey anche nella vittoriosa semifinale contro il Portogallo che schiude all’Inghilterra le porte per la sua prima (e sinora unica …) Finale mondiale, in programma il 30 luglio 1966 …

Per quella data Greaves sarebbe disponibile, ma il Commissario Tecnico, fedele al motto “Squadra che vince non si cambia”, conferma gli undici che hanno domato Eusebio & Co., scelta che si rivela in seguito quanto mai azzeccata, visto che Hurst realizza addirittura una tripletta nel successo per 4-2 ai supplementari contro la Germania Ovest.

Al fischio finale ho festeggiato con chiunque avessi attorno”, dichiara Greaves, “ma dentro di me avvertivo una profonda tristezza; il mio sogno di giocatore professionista era sempre stato quello di giocare una Finale mondiale e non l’ho potuto realizzare …”.

A Rassegna conclusa, Greaves disputa sole altre tre gare con la Nazionale, andando ancora a segno nel 2-0 sulla Spagna, così da portare il suo record complessivo a 44 reti in 57 presenze, all’epoca primato assoluto, poi superato da Bobby Charlton con 49, Gary Lineker con 48 e Wayne Rooney con 53, ma la sua media di 0,77 a partita è migliore rispetto alla loro.

Chiusa l’esperienza in Nazionale, a Greaves restano ancora dei lampi di classe da spendere nelle tre successive stagioni vissute a “White Hart Lane” che lo vedono andare regolarmente oltre “quota 20” centri in Campionato – 25 reti nel 1967, 23 nel ’68 e 27 nel ’69 per il suo sesto titolo di Capocannoniere, anch’esso record assoluto nella Storia del Torneo di Prima Divisione inglese – anche se il miglior piazzamento del Tottenham è il terzo posto nel 1967, stagione in cui si aggiudica la sua seconda FA Cup, superando 2-1 in Finale a Wembley proprio la sua ex squadra del Chelsea, dopo aver contribuito con 6 reti al raggiungimento dell’atto conclusivo.

Avvicinatosi alla soglia dei 30 anni, le medie realizzative di Greaves tendono fatalmente a ridursi e, complice anche la crescita all’interno del Club di Martin Chivers, la sua avventura al Tottenham si conclude con l’eliminazione dalla FA Cup da parte del Crystal Palace il 28 gennaio 1970, trasferendosi nel marzo successivo al West Ham quale parte della contropartita nello scambio con Martin Peters …

Il desiderio di non lasciare Londra fa sì che il 30enne attaccante rifiuti l’offerta di Brian Clough per accasarsi al Derby County, viceversa accettata dal compagno di squadra Dave Mackay, una scelta di cui successivamente dichiara di essersi pentito, pur se il suo esordio con la nuova maglia, al pari degli altri, è caratterizzato dalla doppietta che consente agli “Hammers” di affermarsi per 5-1 a Manchester contro il City …

Stanno però iniziando a manifestarsi i primi problemi di alcolismo, che inducono Greaves a ritirarsi dall’attività a livello professionistico l’anno seguente, con la sua ultima gara disputata l’1 maggio 1971 nella sconfitta interna per 0-1 contro l’Huddersfield, dopo aver messo a segno 13 reti nelle 38 gare di Campionato in cui ha vestito i colori del West Ham.

Il suo “score” complessivo in 14 stagioni di Carriera professionistica recita di 421 reti in 604 incontri a livello di Club ed i suoi 357 centri nel Campionato inglese restano tuttora un primato ineguagliato, così come le 366 reti (comprese le 9 nei tre mesi al Milan …) hanno costituito per 45 anni un record per i cinque migliori Tornei europei, superato solo nel 2017 da Cristiano Ronaldo e, successivamente, anche da Messi.

Ma da quel periodo in poi sono le problematiche di salute a tenere in apprensione i suoi innumerevoli tifosi – la sua dipendenza dall’alcool diviene tale che in certi giorni è capace di bere 20 pinte di birra per poi scolarsi una intera bottiglia di vodka alla sera – da cui riesce faticosamente ad emergere grazie al Football, divertendosi a giocare in formazioni di Dilettanti, nonché al supporto dell’Associazione Alcolisti Anonimi …

Riacquisita una certa padronanza di sé, Greaves viene aiutato a trovare una occupazione degna del suo passato, vale a dire nelle vesti di commentatore sportivo, curando assieme all’ex centravanti del Liverppol Ian St. John una seguitissima trasmissione “Saint and Greavsie”, in onda ininterrottamente dal 1985 al ’92.

Gli eccessi non mancano comunque di chiedergli il conto, sotto forma di un infarto che lo colpisce a 75 anni nel mentre sta gustando una tazza di tè assieme alla moglie Irene nella sua casa nella Contea di Essex, i cui effetti sono devastanti al punto che perde l’uso delle gambe, costretto per il resto della sua vita su di una sedia a rotelle …

Non certo una fine gloriosa per un giocatore “terrore delle difese avversarie”, la cui rapidità in area e l’innato senso del goal ne hanno fatto un protagonista assoluto per oltre un decennio, ma di fronte alla vita si sopporta di tutto, specie per chi è sempre stato abituato a lottare …

Basta solo non ricordargli di aver contribuito, in Italia, a vincere quello che resta il suo unico Scudetto in carriera …

 

 

 

VALENTIN E SOFIA MURATOV, STORIA DI ORI ED AMORI CON LA GINNASTICA NEL CUORE

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Sofia Muratova (a sin.) argento al Volteggio a Roma ’60 – da:roma1960.it

Articolo di Giovanni Manenti

Specialmente negli Sport individuali – vedasi Atletica Leggera, Nuoto, Ginnastica e Scherma – non sono infrequenti casi in cui nascono relazioni sentimentali, dovendo atleti di ambo i sessi condividere allenamenti, gare e ritiri sulle medesime piste e/o pedane, così come piscine, palestre e palazzetti, ma fra tutte, quella dei protagonisti della nostra Storia odierna ha qualcosa di magico sia nella nascita che nella prosecuzione, per non parlare della fine, tutte circostanze che avrebbero tranquillamente ispirato un “Best Seller” qualora fossero state tradotte in un Romanzo …

Innanzi tutto la nascita, avvenuta per entrambi nello stesso mese ad un solo anno di distanza – 30 luglio 1928 per lui, 13 luglio 1929 per lei – per poi aver vissuto da adolescenti gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, per la quale hanno dovuto pagare un tributo di sangue a livello familiare, e quindi, dopo essersi sposati nel 1951, formare una delle coppie più unite e vincenti nella Storia dello Sport mondiale, con un unico comune denominatore, ovvero la passione per la Ginnastica Artistica.

Costoro non sono altri che Valentin Muratov, il quale vede la luce a Kostukovo, centro di 40mila anime posto ad oltre 100 chilometri a Sud della Capitale Mosca, e Sofia Ivanovna, viceversa nella Metropoli di Leningrado (l’attuale San Pietroburgo), il che logicamente comporta che, in occasione dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte delle truppe tedesche nel giugno 1941, i futuri sposi stessero rispettivamente per compiere 13 e 12 anni …

Sofia, assieme alla sorella maggiore, viene trasferita dapprima a Rybinsk e, successivamente, a Kazan e Kujbysev, ma nel corso dell’assedio alla città natale perde la madre, vittima di un bombardamento, mentre Valentin resta orfano del padre, caduto in Guerra …

L’approccio alla Ginnastica è peraltro differente, in quanto Sofia ha già modo di avvicinarsi alla Disciplina durante il soggiorno a Kujbysev, per poi, una volta rientrata a Leningrado nel 1944, sfogare il dolore per la scomparsa della madre allenandosi duramente, tanto da conquistare il titolo ai Campionati Juniores del 1945, il che la porta a trasferirsi a Mosca per essere seguita dal Tecnico Igor Zhuravlev.

Per Valentin, viceversa, la perdita del padre determina la condizione di doverlo sostituire, all’epoca 14enne, nella fabbrica di munizioni dove lavorava e solo grazie all’insistenza della madre, ad evento bellico concluso, si convince a tornare a scuola per quella che è la sua fortuna, in quanto viene introdotto alla Ginnastica da parte dell’insegnante di Educazione Fisica, tale Korolkov, dimostrando sin da subito una innata predisposizione per tale Disciplina, tanto da classificarsi quarto nella sua prima gara a livello scolastico, per poi essere preso sotto le cure del Tecnico federale Andreev.

La crescita dei due ragazzi avviene in termini paritetici, con entrambi ad aggiudicarsi il titolo individuale assoluto ai Campionati nazionali di prima Categoria nel 1948 e ben presto scocca la scintilla dell’amore tra loro che, tra un allenamento e l’altro, riesce a costituire uno dei connubi più solidi ed inscindibili, così da convolare a nozze nel 1951, proprio nella stagione in cui Valentin soffre di un infortunio al ginocchio in allenamento che sembra precluderne la partecipazione alle Olimpiadi di Helsinki 1952, che rappresentano l’esordio dell’Unione Sovietica ai Giochi …

Sofia, viceversa – e che per effetto del matrimonio diviene a tutti gli effetti Signora Muratova, con cui viene indicata in tutte le gare ufficiali – si era già distinta ai Campionati nazionali assoluti, dove si impone al Volteggio nel 1949, bissando tale successo l’anno seguente oltre che ad aggiudicarsi il titolo alla Trave e giungere seconda al Corpo Libero come l’anno precedente …

La preparazione in vista dell’esordio olimpico vede Sofia onorare il matrimonio restando incinta e dare così alla luce il primo figlio Sergey ad inizio primavera 1952, così da poter essere pronta per tale Manifestazione, ma la fortuna le gira le spalle sotto forma di un infortunio ad una gamba che le impedisce di partecipare, tutto l’esatto contrario di Muratov il quale, dopo aver dovuto interrompere gli allenamenti per sei mesi, recupera in tempo per le selezioni e può fornire il suo contributo allo squadrone sovietico che nella Capitale finlandese conquista 5 Ori, altrettanti argenti ed un bronzo, con Viktor Chukarin a svolgere la parte del leone, imponendosi nel Concorso Generale Individuale, al Cavallo con Maniglie ed al Volteggio, oltre a fare ovviamente parte del Team che si aggiudica il Concorso Generale a Squadre con largo margine su Svizzera e Finlandia.

Muratov si comporta più che onorevolmente ed, oltre all’Oro a Squadre, sfiora il podio nel Concorso Generale Individuale – quarto con 113,65 punti rispetto ai 114,75 dello svizzero Josef Stalder – mentre Oro ed argento vanno a Chukarin ed all’altro sovietico Hrant Shahinyan che totalizzano 115,70 e 114,95 punti rispettivamente, per poi concludere quinto agli Anelli, ottavo alle Parallele e nono alla Sbarra nelle prove ai singoli attrezzi.

Ecco quindi che la prima occasione di vedere Valentin e Sofia gareggiare assieme in una grande Manifestazione Internazionale si presenta in occasione della Rassegna Iridata che si svolge a Roma dal 28 giugno all’1 luglio 1954, dopo che Muratov era giunto secondo nel Concorso Generale Individuale e primo al Corpo Libero ai Campionati Sovietici ’53 e ripetendo analogo piazzamento nel Concorso Generale l’anno seguente, in cui la moglie coglie la prima delle sue cinque affermazioni – le altre giungono nel 1955, ’57, ’60 e ’63 – nel Concorso Individuale, un’impresa a tutt’oggi ineguagliata.

Anche per quel che riguarda i Mondiali, al pari di quanto avvenuto ad Helsinki per le Olimpiadi, si tratta del debutto del Team sovietico, il quale sbaraglia il campo conquistando 20 medaglie complessive, di cui 12 Ori sui 17 messi in palio e la Rassegna non può che iniziare nel migliore dei modi per i coniugi Muratov …

Il Concorso Generale a Squadre, difatti, si risolve in una passerella per l’Urss in campo maschile, dove totalizza 689,900 punti rispetto ai 673,250 del Giappone ed ai 671,550 della Svizzera che completano il podio, mentre nel settore femminile vi è più equilibrio, ma anche le ragazze portano a termine vittoriosamente la prova avendo la meglio (524,310 punti a 518,280) sull’Ungheria della leggendaria 33enne Agnes Keleti, della quale abbiamo già trattato.

Con Valentin e Sofia protagonisti, quest’ultima inizia bene anche il Concorso Generale Individuale, ma ancora una volta la buona sorte le volta le spalle sotto forma di un infortunio ad una mano nel corso di un esercizio di riscaldamento, costringendola ad abbandonare la rassegna e, per consolarla, il marito le giura che vincerà un Oro nelle singole specialità per dedicarlo a lei …

Non possiamo sapere se sia stata questa la “spinta in più” che porta Muratov a dare il massimo, fatto sta che, comunque, mantiene immediatamente la promessa dividendo con Chukarin il gradino più alto del Podio nel Concorso Generale Individuale, concluso a pari punti (115,450), con Shahinyan bronzo in una Classifica che vede i ginnasti sovietici occupare i primi sette posti …

Evidentemente non soddisfatto, Muratov ottiene analogo risultato anche al Corpo Libero – stavolta a pari merito con il giapponese Masao Takemoto con 19,250 punti – per poi far suo il bronzo agli Anelli in un “Torneo Sovietico visto che tutti e sei i finalisti appartengono a detto Paese e quindi non spartire con nessuno il trionfo alla Sbarra dove le sue due esecuzioni vengono premiate dalla Giuria rispettivamente con 9,800 e 9,900 per un totale di 19,700 rispetto ai 19,400 del tedesco Helmut Bantz.

Con un bottino complessivo di 4 Ori ed un bronzo – superiore anche a Chukarin, che raccoglie 3 Ori ed un bronzo – Muratov è la stella della Rassegna Iridata, così da divenire l’uomo di punta del Team sovietico in vista dell’appuntamento olimpico di Melbourne 1956 che, per la collocazione nell’emisfero australe, si svolge dal 3 al 7 dicembre, tanto più che in detta stagione il 28enne moscovita si afferma nel Concorso Generale, al Corpo Libero ed agli Anelli ai Campionati nazionali, classificandosi terzo alle Parallele e quarto alla Sbarra, mentre la consorte – che l’anno prima aveva fatto suoi i titoli anche al Corpo Libero ed alle Parallele Asimmetriche oltre che al già ricordato Concorso Generale – si prepara per i Giochi con il terzo successo consecutivo alle Parallele Asimmetriche (ne metterà a segno un quarto nel 1957 …) e la seconda posizione nel Concorso Generale.

Nella Metropoli australiana, inizia a ridursi il gap tra la corazzata sovietica ed un Giappone in evidente crescita in campo maschile, con il Concorso generale a Squadre risolto a favore della prima per il ridotto margine (568,25 a 566,40) di appena 1,85 punti, mentre stavolta è più netta l’affermazione (448,80 443,50) della formazione femminile rispetto alle ungheresi.

E se, nel settore femminile, i Giochi di Melbourne segnano, da una parte l’ultima recita dell’immortale Keleti (4 Ori e 2 argenti) e, dall’altra, la nascita della stella sovietica Larisa Latynina, che conclude la Rassegna con 4 Ori, un argento ed un bronzo, la Muratova non riesce ad andare oltre tre medaglie di bronzo, peraltro lottando da pari a pari con le due citate fuoriclasse nel Concorso Generale Individuale, che la vede completare il podio con 74,466 punti rispetto ai 74,933 della Latynina ed ai 74,633 della magiara.

Molto più equilibrato il panorama maschile dove, a dispetto dei suoi 35 anni appena compiuti (stesso millesimo della Keleti …), Chukarin riesce a piazzare la “zampata” decisiva nel Concorso Generale Individuale, confermando l’Oro di Helsinki con 114,250 punti ed appena 0,050 millesimi di vantaggio sulla prima stella nipponica Takashi Ono, con il bronzo appannaggio di Yury Titov e Muratov a concludere non meglio che quinto con 113,800 punti …

Ma se Muratov perde una posizione nel Concorso Generale rispetto a quattro anni prima, si riscatta ampiamente alle singole specialità, imponendosi al Corpo Libero con il punteggio complessivo di 19,200 precedendo Chukarin, lo svedese William Thoresson ed il giapponese Nobuyuki Aihara – tutti e tre appaiati alla piazza d’onore con 19,100 – per poi dividere il gradino più alto del podio con il tedesco Bantz al Volteggio (18,850 per entrambi) e quindi vedersi sfuggire un terzo Oro individuale in una delle sue prove preferite, vale a dire gli Anelli, preceduto (19,35 a 19,15) dal connazionale Azaryan.

Muratov ha comunque mantenuto fede, con 3 Ori ed un argento, al suo ruolo di protagonista (solo Chukarin, con un bronzo in più, se ne esce con un bottino migliore …), anche se la Rassegna Olimpica rappresenta il suo “Canto del Cigno”, rispetto viceversa a Sofia, la quale ha la sola sfortuna di dare il meglio di sé negli anni dispari, in cui non sono previste grandi Manifestazioni internazionali …

Ai Campionati Sovietici del 1957, difatti, la Muratova coglie ben quattro titoli – Concorso Generale, Volteggio, Trave e Parallele Asimmetriche – sfiorando un clamoroso en plein con il secondo posto al Corpo Libero ed, in vista della Rassegna Iridata 1958 che si svolge proprio a Mosca, divide le aspettative dei tecnici assieme alla Latynina, di cinque anni più giovane …

Ma è la non ancora 24enne di origini ucraine a ritagliarsi la ribalta, in quanto – oltre allo scontato Oro a Squadre, vinto con 381,620 punti rispetto ai 371,855 di una Cecoslovacchia in cui fa la sua prima apparizione internazionale una 16enne Vera Caslavska – si aggiudica l’Oro nel Concorso Generale, nonché al Volteggio, Trave e Parallele Asimmetriche, lasciando solo, bontà sua, alla ceca Eva Bosakova l’onore di superarla (19,400 a 19,333) nell’esercizio al Corpo Libero.

In un tale contesto, è ovvio che alle altre (connazionali ed avversarie …) non possano che toccare le briciole e la Muratova è tra coloro che ne raccolgono di più, grazie all’argento al Volteggio ed alla Trave, con il rimpianto del quarto posto nel Concorso Generale (sfuggito per soli 0,270 millesimi …) ed al Corpo Libero, preceduta per 0,033 millesimi (19,199 a 19,166) dalla giapponese Keiko Tanaka.

Resta comunque lei la “stella di casa”, visto che Muratov può solo fornire il proprio contributo al successo dell’Unione Sovietica nel Concorso Generale a Squadre, non qualificandosi per alcuna delle Finali di specialità in una rassegna che – al pari della Latynina in campo femminile – vede brillare l’astro del 26enne fuoriclasse Boris Shakhlin, il quale conquista 5 Medaglie d’Oro e si candida quale degno successore del ritirato Chukarin, come avrà modo di dimostrare due anni dopo alle Olimpiadi di Roma, che lo vedono mettersi al collo quattro Ori individuali, pur se l’Urss deve cedere al Giappone il primato nel Concorso Generale a Squadre …

Una Rassegna, quella romana, alla quale Muratov non partecipa a seguito di un grave infortunio subito nel corso delle “Spartakiadi” del 1959 che lo costringe all’abbandono dell’attività agonistica, ma non dell’ambiente, visto che, iniziata l’esperienza da Tecnico, viene nominato Responsabile delle spedizioni olimpiche dai Giochi di Roma ’60 sino all’edizione di Città del Messico ’68.

Ha così modo di seguire la moglie Sofia, la quale si presenta all’appuntamento olimpico dopo aver vinto il suo quarto titolo nazionale nel Concorso Generale (oltre che un terzo alla trave …), in una rassegna dove, delle 15 medaglie individuali, le ragazze sovietiche se ne aggiudicano bel 14 (!!), con ancora la ceca Bosakova ad impedire un “cappotto” che non avrebbe avuto eguali nella Storia della Ginnastica, imponendosi stavolta alla Trave con 19,283 punti, precedendo Latynina e Muratova, divise (19,233 a 19,232) da un solo 0,001 millesimo (!!) …

Oltre allo scontato Oro a Squadre, stavolta la Latynina è più “umana”, affermandosi solo nel Concorso generale Individuale ed al Corpo Libero, pur andando sempre a medaglia, con il ricordato argento alla Trave, replicato alle parallele Asimmetriche (dove si impone la connazionale Polina Astakhova), cui unisce il bronzo al Volteggio …

Proprio quest’ultima prova – l’unica in cui la Muratova precede la Latynina – impedisce alla oramai 31enne di Leningrado di coronare il sogno di cogliere un Oro individuale in un’Olimpiade od un Mondiale, arrendendosi (19,316 a 19,016) alla connazionale Margarita Nikolaeva, dopo aver dato grande prova delle proprie qualità nel Concorso Generale Individuale, dove cede (77,031 a 76,696) solo alla classe della sua più giovane compagna di squadra.

Al termine dei Giochi, Sofia si prende un anno sabbatico per mettere al mondo il secondo figlio Andrey nel 1961, per poi tornare ancora a gareggiare e completare il Palmarès di medaglie familiare con l’Oro nel Concorso Generale a Squadre alla Rassegna iridata di Praga 1962, prima di tentare di essere selezionata per le sue terze Olimpiadi a Tokyo 1964, speranza andata delusa, con conseguente ritiro dall’attività.

Ma anch’essa, al pari del marito, non abbandona le palestre, dedicandosi all’esperienza di allenatrice, la cui migliore allieva è Olga Karasyova, capace in carriera di aggiudicarsi un Oro olimpico, mondiale ed europeo nel Concorso Generale a Squadre …

Il conto delle medaglie familiari – tra individuali e Concorso a squadre – è impressionante, sommando a quota 24 complessive, di cui 14 Ori, 5 argenti ed altrettanti bronzi, degna ricompensa per una vita spesa interamente al servizio di una Disciplina dagli stessi amata al pari del loro sentimento reciproco che, quasi per una sorta di volontà divina, non poteva avere un epilogo diverso …

Dopo aver, difatti, festeggiato le “Nozze d’Oro” dei 50 anni di Matrimonio nel 2001, Sofia Muratov si spenge a Mosca il 25 settembre 2006 all’età di 77 anni ed, appena 11 giorni dopo, il 6 ottobre, la segue Valentin, 78enne …

E, del reso, che vita sarebbe stata senza la sua Sofia …

 

AL GRAN PREMIO DEL BELGIO 1988 IL PRIMO PODIO DELLA “ROSSA” CAGIVA CON RANDY MAMOLA

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Randy Mamola sulla Cagica C588 – da daidegas.tumblr.com

articolo di Nicola Pucci

Se la “rossa di Maranello” è universalmente conosciuta come la vettura più ambita da chiunque pratichi la disciplina dell’automobilismo sportivo ad alto livello, nondimeno vi è un’altro bolide di quel colore che per anni ha incendiato il mondo del motociclismo iridato, cogliendo risultati di prestigio e dando lustro al motorismo tricolore.

La Cagiva, acronimo di Castiglioni Giovanni Varese che altri non sono che il suo fondatore, a far data 1950, e il luogo di produzione, appunto la città lombarda, si affaccia al motomondiale nel 1977, quando un piccolo logo viene applicato sulla carenatura delle due Suzuki private del Team Life, quell’anno guidate da Marco Lucchinelli e dal finlandese Teuvo “Tepi” Länsivuori. La sponsorizzazione prosegue anche per i due anni successivi, fin quando, nel 1979, la Cagiva crea il proprio marchio mettendosi in proprio e l’anno dopo prende parte all’ultimo Gran Premio della classe 500, sul tracciato del Nurburgring, con Virginio Ferrari, vicecampione del mondo l’anno prima con la Suzuki, che si vede costretto al ritiro complice un grippaggio nel giorno della prima vittoria in carriera proprio di Marco Lucchinelli che domina la gara e batte Graeme Crosby di oltre 20″.

Il dado è comunque tratto, e se nel corso delle stagioni successive la Cagiva lentamente, seppur gradualmente, inizia a togliersi qualche soddisfazione, come cogliere al Gran Premio di Germania del 1982 il primo punto della sua avventura mondiale con il sudafricano Jon Ekerold che termina decimo, ripetendosi due anni dopo in Jugoslavia con il piazzamento ottenuto dal francese Hervé Moineau, ecco che nel 1986 la moto varesina, che nel frattempo ha fatto testare il mezzo meccanico a Kenny Roberts ricavandone qualche utile indicazione, si migliora fino all’ottavo posto colto al debutto a Jarama dallo spagnolo Juan Garriga, che qualche settimana dopo è decimo in Olanda, ad Assen, concludendo l’anno al 17esimo posto della classifica iridata.

I fratelli Castiglioni, Claudio e Gianfranco, trovano in questi risultati le necessarie motivazioni per sviluppare ulteriormente il loro progetto sportivo, e nel 1987, infine adottata la completa colorazione rossa, la nuova C587, che ha preso il posto dell’ormai obsoleta C10V, opera il salto di qualità ed inizia ad infiltrare costantemente il gruppo delle scuderie migliori. Le due moto vengono affidate al belga Didier de Radigues, che in Brasile è addirittura quarto chiudendo alle spalle di Randy Mamola e totalizzando 21 punti mondiali, e al francese Raymond Roche, che è a sua volta quinto in Jugoslavia ed in Argentina per 15 punti complessivi che gli valgono il 13esimo posto in classifica generale, subito dietro al compagno di squadra.

Ed allora, visto che Mamola aveva negato alla Cagiva, a Jacarepaguà, il primo podio della sua storia, quale miglior scelta se non ingaggiare, per il 1988, grazie all’astuzia del team manager Carlo Pernat, proprio il fuoriclasse californiano, capace in carriera di terminare ben quattro volte secondo e due volte terzo nella classifica piloti e vincere 13 gare in classe 500? E la mossa risulterà azzeccata.

Ad onor del vero la prima parte di stagione non è certo ricca di soddisfazioni per la Cagiva, che per la prima volta bissa l’impegno anche in classe 125. Anzi, la “rossa“, con le nuove gomme Pirelli, compete ben al di sotto delle aspettative, collezionando una serie preoccupante di ritiri con l’unico parziale sprazzo del Gran Premio delle Nazioni ad Imola che vede Mamola infine settimo e Roche nono, per gli unici due piazzamenti in top-ten nelle prime cinque gare. Le cose non vanno meglio al Nurburgring, in Austria e ad Assen, con altri tre ritiri per l’americano e il francese neppure allineato in griglia di partenza, ed allora, per sbloccare questa fase interlocutoria povera di risultati, è necessaria la prontezza di Massimo Tamburini, che disegna una carenatura più snella. E con la moto giusta e con le condizioni di meteo a lui più congeniali per illustrare il suo sterminato talento nel tenere la moto in pista in condizioni estreme, Randy Mamola ci mette tanto del suo e compie l’impresa.

Il 3 luglio 1988 a Spa-Francorchamps, per il Gran Premio del Belgio, il cielo promette pioggia e il tracciato bagnato, già infido di suo, è un trabocchetto pericolosissimo da decifrare. Il francese Christian Sarron, in sella alla Yamaha, ha segnato il miglior cronometro in prova garantendosi la pole-position, con Eddie Lawson, capoclassifica, e Wayne Rainey alle sue spalle, e Kevin Schwantz e Wayne Gardner subito dietro. La Honda di Pierfrancesco Chili si avvia col sesto tempo, nel mentre Mamola, dodicesimo, confida nell’asfalto impregnato d’acqua per poter provare ad inserirsi nella lotta di vertice. Come, puntualmente, avviene, dopo che Gardner ha preso il comando fin dalla prima curva, seguito da Schwantz, Lawson, Sarron ed il resto del plotone. E se l’australiano della Honda fa gara a sé, prendendosi velocemente un margine di vantaggio tanto consistente da risultare incolmabile, ecco che dalle posizioni di rincalzo rinviene proprio Mamola, con il suo stile di guida audace, nel disprezzo del rischio, che pennella le curve bagnate come solo lui sa fare riuscendo ad accodarsi al gruppetto che si gioca gli altri due posti sul podio.

La sorte, ovviamente, ci mette del suo, perché in condizioni di pista fradicia l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, e con Sarron, che stava provando ad infastidire Gardner ma scivola sulla striscia bianca, e Schwantz, protagonista di un pauroso capitombolo, costretti al ritiro, e con Lawson, al solito impeccabile tatticamente, secondo con un distacco oltre il mezzo minuto, ecco che Mamola si mette in scia all’ex-Cagiva Didier de Radigues e a Wayne Rainey, scavalcandoli entrambi con due opere d’arte da fuoriclasse del motociclismo quale lui è, per andare infine, con la sua bellissima C588, a tagliare il traguardo in terza posizione, 40″780 dopo Gardner.

E se dopo 13 anni una marca italiana torna sul podio nella classe regina del motomondiale, ovvero da quando vi riuscì Phil Read in sella all’MV Augusta vincendo il Gran Premio di Cecoslovacchia del 1975, la Cagiva festeggia la sua prima volta. Ed è un gran bel capitolo sportivo che si apre, in attesa di quella pagina vincente che prima o poi verrà. Eccome se verrà.

A BARCELLONA 1992, FERMIN CACHO COGLIE L’UNICO ORO OLIMPICO SPAGNOLO NEL MEZZOFONDO

 

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Il vittorioso arrivo di Cacho sui m.1500 a Barcellona ’92 – da:gettyimages.it 

Articolo di Giovanni Manenti

Uscita da 35 anni di dittatura franchista, la Spagna si impegna per recuperare il terreno nei confronti degli altri Paesi del Vecchio Continente, ed a ciò una grossa mano la forniscono le Manifestazioni sportive, grazie all’organizzazione dei Mondiali di Calcio 1982 ed, ad un decennio esatto di distanza, delle Olimpiadi nel Capoluogo catalano di Barcellona …

Un evento, specie quest’ultimo, quanto mai utile per dimostrare al Mondo intero la crescita della Nazione sotto ogni aspetto e che, non a caso, viene preso ad esempio quale biglietto da visita per la rinascita del Paese attraverso la ripresa del turismo e l’opportunità di aver fatto conoscere il modello di vita ed i costumi della nuova Spagna …

Questioni politiche e socio-culturali a parte, la nostra attenzione verte sull’aspetto sportivo ed, anche sotto questo lato, l’edizione catalana ha una straordinaria risonanza, visti che gli atleti di casa raccolgono un bottino di ben 22 medaglie, quasi quante nelle precedenti 16 occasioni in cui si erano presentati ai Giochi, con una strabiliante performance in fatto di Ori, visto che ne conquistano 13 rispetto ai soli 5 sino ad allora facenti parte del proprio Palmarès.

E, scendendo ancor più nello specifico di ogni singola Disciplina, sino a fine anni ’80 alcun rappresentante iberico era salito sul gradino più alto del podio in una prova della “Regina delle Olimpiadi”, ovvero l’Atletica Leggera, potendo contare solo sull’argento di Jordi Llompart sui 50 chilometri di marcia ai Giochi di Mosca 1980 e sul bronzo di José Maria Abascal sui m.1500 nella successiva edizione di Los Angeles 1984.

Un bottino quanto mai magro che viene viceversa raddoppiato a Barcellona, con due Ori, un argento ed un bronzo, e la prima occasione in cui l’inno spagnolo risuona in una prova di Atletica sono i 20 chilometri di marcia che, il 31 luglio 1992, vedono trionfare Daniel Plaza, il quale precede il canadese Guillaume LeBlanc e la coppia azzurra formata da Giovanni De Benedictis e Maurizio Damilano.

Non ce ne vogliano gli specialisti di una delle prove più massacranti del programma olimpico di Atletica, ma la cassa di risonanza delle loro imprese non è mai pari ad un successo in pista od in pedana, ragion per cui, pur non avendo avuto l’imprimatur della prima Medaglia d’Oro per il proprio Paese in detta Disciplina, l’eroe di marca iberica dell’edizione catalana dei Giochi è senz’altro il protagonista della nostra Storia odierna …

Trattasi di Fermin Cacho Ruiz – che come ogni spagnolo abbina i due cognomi paterno e materno – il quale nasce il 16 febbraio 1969 ad Agreda, centro di poco più di tremila anime della Comunità autonoma di Castiglia e Leon, e che, cimentandosi nel mezzofondo, ha la particolarità, rispetto ad altri specialisti che spaziano dagli 800 ai 3000 metri, di dedicarsi pressoché esclusivamente alla gara sui m.1500, oltre alla partecipazione in gioventù a Manifestazioni di corsa campestre.

Eccolo quindi, appena 18enne, concludere non meglio che 47esimo ai Mondiali di Cross Country svoltisi nel marzo 1987 a Varsavia, per poi ad inizio del successivo agosto, pagare l’inesperienza ai Campionati Europei Juniores di Birmingham dove, dopo un più che soddisfacente crono di 3’53”14 in batteria, conclude al dodicesimo ed ultimo posto nella Finale dei m.1500 …

Ma già dalla successiva stagione i progressi cominciano a risultare evidenti, ad iniziare dai Mondiali di Cross Country che vedono Cacho giungere all’arrivo in 15esima posizione a fine marzo ad Auckland, in Nuova Zelanda e quindi, mentre i “grandi” si preparano per le Olimpiadi di Seul 1988, eccolo mettersi al collo la prima della sua lunga collezione di medaglie con il bronzo sui m.1500 conquistato ai Mondiali Juniores di fine luglio che si tengono a Sudbury in Canada, distanza corsa in 3’47”31 dopo aver fatto ancor meglio in batteria con 3’44”04.

Oramai alla soglia dei 20 anni, Cacho dà l’addio alle campestri per sfruttare il periodo invernale nei Meeting Indoor, ottenendo un primo significativo tempo di 3’41”41 il 26 febbraio 1989 ad Oviedo, a dimostrazione che i tempi sono maturi per l’assalto alla “barriera dei 3’40” netti” che rappresenta il divisorio tra la mediocrità e l’eccellenza nel mezzofondo, primo passo verso l’assalto al successivo “muro dei 3’30” netti” che, ad oggi, solo 31 atleti al Mondo sono stati capaci di superare, 14 dei quali keniani …

Barriera che, difatti, cade alla prima uscita all’aperto, il 17 giugno 1989 a Granada, dove il 20enne castigliano conclude quarto in 3’39”66, per poi migliorarsi in stagione con il 3’36”23 con cui si aggiudica il 13 agosto 1989 a Barcellona il primo dei suoi cinque titoli nazionali consecutivi.

Tale risultato permette a Cacho di essere invitato al “Gran Gala dell’Atletica Leggera” che si svolge sulla leggendaria pista del Letzigrund di Zurigo, dove tre giorni dopo si fa onore cogliendo una prestigiosa seconda posizione in 3’37”80 – pur nella seconda serie dei m.1500 – per poi difendere i colori del proprio Paese in occasione della quinta edizione della Coppa del Mondo, dove la Spagna partecipa in qualità di Paese organizzatore, svolgendosi la stessa a Barcellona, in una sorta di “prova generale” in vista dell’appuntamento olimpico …

Una delle grandi qualità di Cacho, oltre alla principale di essere un grandissimo agonista, è quella di saper mettere a frutto le esperienze negative e l’esito della gara di Barcellona è una di queste, in quanto, rimasto imbottigliato, conclude non meglio che sesto in 3’40”34, peraltro battuto da specialisti del calibro del somalo Abdi Bile, che si impone in volata (3’35”56 a 3’35”79) sul due volte Campione olimpico sulla distanza, il britannico Sebastian Coe.

L’anno seguente, il cui appuntamento principale è costituito dalla Rassegna Continentale di Spalato ’90, ci si attende un’ulteriore crescita del mezzofondista spagnolo, soprattutto in considerazione dell’esito dei Campionati Europei Indoor di Glasgow, dove nella Finale dei m.1500 si arrende in volata (3’44”39 a 3’44”61) solo al tedesco orientale Jens-Peter Herold, bronzo sulla distanza ai Giochi di Seul 1988.

La stagione all’aperto, viceversa, non conforta tali previsioni e, dopo la conferma del titolo iberico in 3’37”04, in sede continentale Cacho disputa una quanto mai deludente Finale, conclusa in undicesima posizione con 3’42”21 al termine di una gara tattica che vede imporsi il citato Herold con 3’38”25, tempo assolutamente alla sua portata.

L’impressione è che anche l’oramai 21enne castigliano non possa che andare ad accrescere la lunga lista degli “eterni incompiuti” del mezzofondo iberico, tanto più che, a livello mondiale, proprio nel 1990 si afferma una stella di primaria grandezza, vale a dire l’algerino Noureddine Morceli – di un anno esatto più giovane di Cacho essendo nato il 28 febbraio 1970 – che conclude la stagione al vertice del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana ”Track & Field News” in virtù della sua miglior prestazione stagionale di 3’32”60 …

Un Morceli che trova la sua definitiva consacrazione l’anno seguente, concluso da imbattuto ed in cui corre i m.1500 due volte in 3’31”00 (ad Helsinki a fine giugno ed a Zurigo ad inizio agosto) ed in 3’31”01 ad inizio luglio a Stoccolma, per poi conquistare il primo dei suoi tre titoli iridati consecutivi imponendosi in 3’32”84 ai Mondiali di Tokyo ’91 precedendo nettamente il keniano Wilfred Kirochi.

Al fenomeno maghrebino Cacho tenta di opporsi già nel corso della sessione invernale, allorché è l’unico a tenergli testa in occasione dei Mondiali Indoor che si tengono ad inizio marzo ’91 a Siviglia, così da cogliere un quanto mai significativo argento (3’41”57 a 3’42”68), anche se lo spunto conclusivo dell’algerino è di quelli mortiferi …

Ma, a differenza dell’anno precedente, stavolta lo spagnolo conferma i progressi anche all’aperto e, dopo essersi migliorato con 3’34”52 in occasione del suo terzo titolo nazionale, sfrutta la scia di Morceli per giungergli alle spalle al “Weltklasse” di Zurigo in 3’32”03, terza miglior prestazione spagnola di ogni epoca, alle spalle di José Luis Gonzales (3’30”92) e del già ricordato Abascal con 3’31”13 …

Un scia che Cacho sfrutta anche in occasione della Rassegna Iridata di Tokyo, allorché si qualifica per l’atto conclusivo giungendo terzo in 3’40”83 nella prima semifinale alle spalle di Morceli e Kirochi, con ciò ponendo le basi per una seconda possibile medaglia spagnola sulla distanza, dopo l’argento di Gonzalez nell’edizione di Roma ’87, alle spalle di Abdi Bile …

Impossibile replicare all’accelerazione di Morceli al suono della campana, Cacho combatte nel gruppo degli inseguitori, con la lotta per il bronzo circoscritta a quattro atleti racchiusi nello spazio di meno di 0”50 centesimi e che vede infine prevalere il tedesco Hauke Fuhlbrugge, all’unico vero acuto della sua carriera, mentre lo spagnolo conclude quinto in 3’35”62.

Tali prestazioni consentono a Cacho di entrare per la prima volta nella “Top Ten” del Ranking di fine stagione, posizionandosi al sesto posto di una Classifica capeggiata, per quanto ovvio, da Morceli, il quale si presenta l’anno seguente in Catalogna con i logici favori del pronostico, ancorché i suoi risultati preolimpici attestino uno stato di forma non ottimale, sconfitto sia al “Golden Gala” di Roma che ad Helsinki e con un miglior crono stagionale di 3’34”16 ottenuto ad inizio luglio 1992 a Losanna …

Lo spagnolo, di contro, tiene un profilo basso, dedicandosi più agli allenamenti che non ai Meeting, con una sola uscita sul miglio ad inizio luglio al “Bislett” di Oslo, dove conclude non meglio che quinto in 3’53”42, così che la gara sui m.1500 ai Giochi appare meno scontata di quanto si potesse prevedere …

Una distanza, quella dei m.1500, dove l’Albo del record mondiale è fermo al 1985 – stagione di una fantastica e magica estate in cui per la prima volta ben tre atleti abbattono il fatidico “muro dei 3’30” netti”, con il britannico Steve Cram ad essere il primo a compiere l’impresa con 3’29”67 corsi il 16 luglio a Nizza, per poi essere superato dal marocchino Said Aouita il successivo 23 agosto in virtù dei 3’29”46 di Berlino, mentre due giorni dopo, a Colonia, tocca all’americano Sydney Maree sfiorare il primato, affermandosi in 3’29”77 – ma non è certo l’arengo olimpico il più indicato per un tentativo di miglioramento, contando ben di più mettersi la Medaglia d’Oro al collo …

E gli organizzatori spagnoli, sapendo che la loro “punta di diamante” nelle gare che si svolgono allo “Estadi Olimpic de Montjuic” non può che essere il 23enne Cacho, saggiamente ripartiscono su 5 giorni la prova dei m.1500, con batterie in programma il 3 agosto, semifinali il 6 e la Finale l’8, altresì ultimo giorno di gare, con la speranza di regalare un’impresa agli spettatori in tribuna …

Con il mezzofondo britannico a non essere ancora riuscito a procedere al “ricambio generazionale” dopo l’era dei vari Ovett, Coe e Cram – così che, per la sola seconda volta nella Storia dei Giochi nessun rappresentante della Regina guadagna l’accesso alla Finale – l’atleta di casa si qualifica per l’atto conclusivo piazzandosi alle spalle del qatariota Mohamed Suleiman (3’34”77 a 3’34”83) nella seconda delle due semifinali (la più veloce eliminatoria mai disputata ai Giochi …), con la prima appannaggio di Morceli con un tempo di 3’39”22 che fa dubitare circa le sue affettive condizioni di forma.

La risposta a tale dubbio viene svelata alle 20:15 dell’8 agosto 1992 allorché i 12 finalisti si schierano sulla linea di partenza, con la più nutrita costituita, come al solito, da un terzetto keniano composto da Joseph Chesire, Jonah Birir e David Kibet, con il primo a vantare la miglior prestazione stagionale con 3’33”12 ottenuti il 15 luglio a Nizza …

Sicuramente, ad un Morceli non al meglio della condizione, una mano la fornisce l’andatura lentissima della gara, basti pensare che al passaggio degli 800 metri il leader Chesire transita in 2’06”83, oltre 1”75 più della rispettiva Finale femminile (!!), circostanza che, peraltro, non dispiace neppure a Cacho, anche se tutti si attendono l’allungo perentorio dell’algerino al suono della campana …

Con un terzo giro “tirato” in 55”72, il gruppo fatalmente si allunga ed il “gioco di squadra” keniano prevede Kibet a “marcare” Morceli affidando a Chesire l’incarico di fare la volata ed, all’aumento di ritmo del peraltro oramai quasi 35enne atleta degli altipiani, rispondono dapprima Herold e quindi l’americano Jim Spivey e Cacho, il quale riesce a trovare un varco all’interno per affiancare Chesire all’ingresso dell’ultima curva …

Con tutto il pubblico in piedi ad incitare il proprio beniamino, Cacho fiacca la resistenza del keniano per imboccare in testa il rettilineo d’arrivo e quindi, dopo essersi voltato un paio di volte per sincerarsi che nessuno possa più togliergli una “vittoria che vale una carriera, poter addirittura tagliare il traguardo a braccia alzate nel delirio sulle tribune.

Il tempo, per quel che possa importare, è di 3’40”12 – lontanissimo dal Record olimpico di 3’32”53 stabilito da Sebastian Coe a Los Angeles ’84 e destinato a resistere sino a Sydney 2000 – e, nel convulso finale, le piazze d’onore arridono al marocchino Rachid El Basir ed a Suleiman, divisi (3’40”62 a 3’40”69) da soli 0”07 centesimi, mentre la lista dei delusi è aperta dalla coppia keniana Chesire e Birir, seguita da Herold e da uno sconsolato Morceli, che conclude non meglio che settimo in 3’41”70 …

Difficile comprendere cosa possa essere successo al maghrebino, molto probabilmente, vista la giovane età, ha subito la pressione dell’evento, poiché altrimenti la sua controprestazione non può essere spiegabile con una scarsa condizione, visto che nel mese successivo si afferma a Monaco in 3’32”75, conquista il “Weltklasse” a Zurigo in 3’30”75 ed infine, il 6 settembre 1992 a Rieti, sfoga tutta la sua delusione togliendo ad Aouita il Record mondiale coprendo la distanza in 3’28”86, primo uomo al Mondo a scendere sotto i 3’29” netti …

Ovviamente, tale prestazione vale a Morceli per il terzo anno consecutivo il vertice del Ranking Mondiale di fine stagione, i cui parametri privilegiano i tempi rispetto ai piazzamenti, tanto che l’Oro olimpico spagnolo viene inserito in quarta posizione, preceduto anche dai keniani Kirochi e William Kemei, addirittura non selezionati per i Giochi …

Ma, con tutto il rispetto per i giudizi della rivista Usa, siamo sicuri che a Cacho – il quale a tutt’oggi resta l’unica Medaglia Oro olimpica spagnola in una gara in pista – la cosa sia importata veramente il giusto …