LA DOLCE VITA E LA DOPPIETTA VINCENTE A ROMA DI VITAS GERULAITIS

Vitas Gerulaitis Serving
Vitas Gerulaitis nel gioco di volo – da sportvintage.it

articolo di Nicola Pucci

Quel che mi viene da pensare sul conto di quel ragazzo dai boccoli d’oro, estroso ed estroverso sul campo da tennis come nella vita quotidiana, che risponde al nome di Vitas Gerulaitis, è che il successo non è stato purtroppo pari alla sfortuna che su di lui ha concentrato buona parte dei suoi sforzi.

Se Gerulaitis, infatti, nato a Brooklyn il 26 luglio 1954 da genitori lituani, Vitas senior ed Aldona, due tennisti che si erano trasferiti in negli Stati Uniti in cerca di quella fortuna che pareva negata ai tempi dell’Urss, si è trovata la strada troppo spesso sbarrata da campioni più grandi di lui come Borg, Connors e McEnroe, nondimeno segnando uno score personale di tutto rispetto, ha pagato anche un conto salatissimo con la drammaticità talvolta bastarda dell’esistenza, trovando la morte nel sonno a soli 40 anni per una fuga di monossido di carbonio provocata da una caldaia difettosa.

E sì che ce ne sarebbero di storie da raccontare su Vitas, da quel suo essere sempre fuori dagli schemi, amante delle notti newyorchesi, atto all’uso di droghe, e con la lingua che andava veloce quanto il suo pensiero di uomo sempre in grado di stupire, all’amore per gli abiti firmati e le vetture di lusso, tanto da parcheggiare nel garage della sua villa Rolls Royce, Cadillac, Porsche e Ferrari.

Ma Gerulaitis, ovviamente, non è stato solo jet set e luci della ribalta. Anzi. Stiamo parlando di un tennista capace di soggiornare per quasi dieci anni nella top-10 mondiale, con un top-ranking da numero 3 il 27 febbraio 1978, vincere una prova dello Slam in Australia, nel dicembre 1977, battendo in cinque set John Lloyd, futuro marito di Chris Evert, giocare due finali agli Us Open, 1979, e al Roland-Garros, 1980, perdendole entrambe proprio contro McEnroe e Borg, guadagnarsi l’ultimo atto anche al Masters, nel 1979 e nel 1981, vincere da protagonista un’edizione della Coppa Davis, 1979, superando in finale l’Italia. E se memorabile rimane un match di semifinale giocato sull’erba di Wimbledon nel 1977, quando costrinse al quinto set Borg, un amante della bella e dolce vita come lui poteva mai sottrarsi dal primeggiare dalle parti del Foro Italico in Roma?

Certo che no, ed allora concentriamoci su quelle due vittorie, 1977 e 1979, che Gerulaitis seppe cogliere sulla terra battuta capitolina, gemme incastonate in una collezione di 25 vittorie in carriera, dal primo ottenuto a Vienna nel 1974 all’ultimo messo in palmares a Treviso, esattamente dieci anni dopo, 1984.

Eccoci dunque al 1977, quando Gerulaitis si presenta agli Internazionali d’Italia per la seconda volta, dando seguito all’esperienza poco fortunata dell’anno prima quando la sua marcia si interrompe agli ottavi di finali contro le gambe da maratoneta e le uncinate mancine di Guillermo Vilas, che lo domina 6-1 6-1. Vitas è accreditato della testa di serie numero 8, e non è certo lui il favorito alla vittoria finale, seppur il suo brillante gioco serve-and-volley ben si adatti anche alle superfici più lente. Come è quella del Foro Italico, che applaude le scorribande a rete e le prodezze di rovescio di Gerulaitis che fa fuori Dibley, 6-3 6-2, Amaya, 6-0 6-3, e Kodes, 6-4 6-3, prima di incrociare ai quarti di finale Adriano Panatta, non solo eroe nazionale, ma pure detentore del titolo. La sfida è eccitante tra due giocatori che si assomigliano, nello stile di gioco come nella propensione alla bella vita, ed infine, rimontando, il biondo americano elimina l’adone mediterraneo, 1-6 7-6 6-3, sì spengendo il sogno dei romani di tornare ad esultare per un tennista azzurro, altresì guadagnandosi la stima del pubblico capitolino. Che, nel mentre Vilas e Nastase, gli altri due favoriti, sono fuori dai giochi, ammira le gesta in semifinale di Gerulaitis, 6-2 7-6 4-6 7-5 all’ostico Gottfried, per poi, ancora una volta a denti stretti, doverlo celebrare campione in finale contro l’inatteso Tonino Zugarelli, 6-2 7-6 3-6 7-6, schivando per un soffio i rischi del quinto set annullando un set-point nel tie-break del quarto. Pare che la sera prima della finale, Vitas abbia trascorso una notte brava in discoteca… e la cosa francamente non stupirebbe nessuno.

Due anni dopo, 1979, Gerulaitis è pronto a concedere il bis. Nel 1978, al primo turno, Panatta si è preso la rivincita della sconfitta dell’anno prima eliminando Vitas con un punteggio serrato, 7-6 7-5, ma nell’anno in corso l’americano, numero 2 del tabellone romano, ha strada in discesa fino alle semifinali, battendo facilmente l’argentino Dalla Fontana, 6-1 6-2, Tim Wilkison, che si ritira sul 2-6 0-3, John Alexander che gli strappa un set, 6-7 6-2 6-3, e Gianni Ocleppo, 6-4 6-2. Proprio in semifinale Gerulaitis, che molti ritengano non proprio un cuor di leone quando c’è da stringere in denti, rimonta lo 0-6 iniziale con il pedalatore da fondocampo Eddie Dibbs, per infine agguantare l’atto decisivo, 6-1 7-5 6-3, contro Guillermo Vilas, numero 1 del tabellone, che ai quarti di finale ha spento l’illusione di Panatta di tornare a governare il torneo di casa. La finale è la perfetta contrapposizione tra il gioco di rimessa del sudamericano e la propensione all’attacco dello statunitense. Che a suon di sortite a rete va sotto 2 set a 1, 6-7 7-6 6-7, a chiusura di tre set maratona, per poi, non si sa bene dove, lui così fragile e fors’anche mingherlino, trovare le energie per demolire alla distanza e dopo ben 5 ore e passa di battaglia epocale, la forza granitica di Vilas, infine costretto ad arrendersi 6-4 6-2.

Vitas Gerulaitis è re di Roma per la seconda volta in carriera, e vi pare che uno come lui, all’ombra del Colosseo, non abbia festeggiato come si deve? Ne ha di occasioni seducenti da offrire, la Capitale, a chi la conquista…

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WALDEMAR BASZANOWSKI, IL SOLLEVATORE CHE RISCATTO’ CON I PESI LA TRAGEDIA DELLA VITA

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Waldemar Baszanowski in azione – da iwf.net

articolo di Nicola Pucci

Lo sport, fortunatamente oseremmo dire, non solo celebra i suoi campioni innalzandoli al rango di eroi, ma pure rappresenta, in alcuni casi, il veicolo primario per ammortizzare, od almeno riscattare, le tragedie che ne segnano l’esistenza.

Pensate, ad esempio, a Waldemar Baszanowski, che la sera dell’8 luglio 1969, alla guida dell’automobile assieme alla moglie Anita ed al figlioletto di 6 anni, finisce in un fosso provocando l’incidente che costa la vita alla consorte. Ebbene Baszanowski, che è già una leggenda del bilanciere, trae forza dall’accadimento luttuoso per continuare una carriera che pareva ormai declinare verso il capolinea, per inseguire, ed ottenere, altri successi ancora.

Ma andiamo per ordine, ricordando che Baszanowski nasce a Grudziądz, città polacca del voivodato della Cuiavia-Pomerania che si affaccia sulla Vistola, il 15 agosto 1935, e si avvicina alla pratica del sollevamento pesi quando, soldato 21enne dell’esercito, comincia ad allenarsi all’AWF di Varsavia. Il talento è naturale, e nel breve volgere di quattro anni Waldemar, che nel frattempo studia e si diploma come insegnante di educazione fisica al College of Physical Education di Varsavia, è pronto per le grandi competizioni internazionali, debuttando nella categoria dei pesi leggeri, -67,5 kg., proprio alle Olimpiadi di Roma del 1960, quando solleva un totale di 370 kg. terminando quinto nella gara vinta dal sovietico Bushuev che con 397,5 kg. segna il nuovo record del mondo.

E’ solo l’inizio di un’avventura agonistica che permetterà a Baszanowski non solo di entrare a pieno titolo nella Hall of Fame of IWF, ma anche di venir considerato, in un sondaggio della stessa Federazione Internazionale di Sollevamento Pesi fatto alla fine dello scorso Millennio, il terzo pesista più grande di sempre, alle spalle del turco Naim Suleymanoglu e dell’ungherese Imre Foldi.

Waldemar solleva con eleganza e velocità senza eguali, la sua tecnica è sopraffina e i risultati, in effetti, lo premiano a ripetizione. Nel 1961, a Vienna, batte il sovietico Sergey Lopatin e il connazionale Marian Zielinski e mette in bacheca il primo di una serie di cinque titoli mondiali, a cui aggiungere, in sede iridata, cinque medaglie d’argento, sempre nella categoria dei pesi leggeri, ad eccezione dell’edizione 1966, a Budapest, quando il polacco sconfina tra i pesi medi, -75 kg., terminando alle spalle dell’ennesimo sollevatore falce e martello, Viktor Kurentsov.

Ma la gloria attende Baszanowski, e alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 il sollevatore polacco è stavolta il migliore del lotto di 20 concorrenti, dando vita ad una sfida epica con il sovietico Vladimir Kaplunov, grande rivale nel corso degli anni Sessanta, con i due atleti che chiudono entrambi con il nuovo primato del mondo di 432,5 kg. ed infine la medaglia d’oro che cinge il collo di Baszanowski che alle operazioni di peso risulta 67,15 kg. contro i 67,50 kg. del rivale. Sul terzo gradino del podio sale, a completare il trionfo polacco, Zielinski, abbonato ai piazzamenti con l’eccezione dei due titoli mondiali del 1959, a Varsavia, e del 1963, a Stoccolma. 

E se nel 1965 Baszanowski è nuovamente campione del mondo, stavolta imponendosi proprio a Zielenski, ecco che ai Giochi di Città del Messico del 1968 Waldemar, atteso alla conferma a cinque cerchi, non fallisce il suo personalissimo appuntamento con la storia, seppur stavolta il successo sia ben più agevole, confortato dal nuovo primato olimpico di 437,5 kg. ed un vantaggio ampio sul secondo classificato, l’iraniano Parviz Jalayer.

Ce ne sarebbe abbastanza per appendere i pesi al chiodo e godersi una nuova pagina esistenziale volta all’insegnamento, ma il destino, crudele, attende al varco Baszanowski. Che su quella maledetta strada di provincia vede morire la moglie, a cui qualche settimana dopo, alla rassegna iridata nella sua Varsavia, dedica l’ennesimo titolo di una carriera monumentale, segnando uno dei suoi tanti record del mondo, 445 kg., che gli consente di avere la meglio dell’ungherese Janos Bagocs. Ironia della sorte, a fine 1969 Waldemar viene eletto pure Sportivo Polacco dell’Anno.

Dramma interiore ed amore per lo sport si associano, una volta ancora, e per Baszanowski, ormai 37enne, c’è tempo per un’ultima chance olimpica, a Monaco 1972, non prima aver colto due piazze d’onore ai Mondiali di Columbus del 1970 e a quelli di Lima del 1971, in entrambi i casi alle spalle del nuovo che avanza, ovvero l’altro polacco Zbigniew Kaczmarek. Ma la conclusione ai Giochi è amara, con un quarto posto alzando in totale 435 kg., di un soffio alle spalle dello stesso Kaczmarek che priva Waldemar del terzo gradino del podio in una competizione infine vinta dal sovietico Mukharby Kirzhinov.

Waldemar Baszanowski dice basta, e se i successi lo eleggono tra i grandissimi del sollevamento pesi, anche riscattano quei segni della sofferenza che nell’anima ci sono, eccome se ci sono, e sono terribilmente incisi a fondo.

DAVID DOUILLET, IL JUDOKA FRANCESE TERRORE DEI GIAPPONESI

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David Douillet – da:tourisme-canton-brehal.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando si fa riferimento ad una pratica sportiva, per associazione di idee viene alla mente il Paese in cui la stessa è nata oppure è maggiormente praticata, così ad esempio se si pensa al Rugby è evidente che il primo ricordo non possa che andare alla Gran Bretagna, al pari del Basket per il quale la relativa culla sono gli Stati Uniti …

Per il Judo, arte marziale che è stata introdotta nel programma olimpico a far tempo dai Giochi di Tokyo 1964, è sin troppo evidente che non ci possa staccare dal Giappone, Nazione in cui onore lo stesso ha potuto entrare a far parte della Rassegna a cinque cerchi, e, difatti, sono gli atleti del Sol Levante a vantare il maggior numero di medaglie conquistate, per un totale di 84 di cui ben 39 d’Oro …

Paesi asiatici che fanno bella mostra di sé anche con la Corea del Sud e la Cina – rispettivamente terza e quarta nel computo degli allori olimpici, con 43 e 22 medaglie al loro conto – ma vi è anche una Nazione occidentale in grado di contrastarne il dominio, e questa è la Francia, dove il judo rappresenta il fiore all’occhiello rispetto ad altre forme di combattimento.

Valga la pena, al proposito, ricordare come, in sole 13 occasioni che tale arte marziale si è disputata ai Giochi, gli atleti transalpini hanno conquistato 49 medaglie (14 Ori, 10 argenti e 25 bronzi), rispetto alle 26 ottenute (6 Ori, 9 argenti ed 11 bronzi) ottenute nel Pugilato, ma a fronte di 24 partecipazioni, per non parlare delle appena 18 occasioni (4 Ori, altrettanti argenti e 10 bronzi) in cui un francese è salito sul podio nella Lotta (sia libera che greco-romana), pur in questo caso partecipando a 24 edizioni …

In particolare, nella Categoria dei Pesi Massimi – la più importante, alla stessa stregua  di quanto avviene nel Pugilato – il conto delle medaglie d’Oro è di assoluta parità con 5 vittoria a testa tra francesi e nipponici, pur rilevando, per onestà, che il successo di Angelo Parisi ai Giochi di Mosca ’80 sia stato facilitato dall’assenza del fuoriclasse giapponese dell’epoca, ovvero Yasuhiro Yamashita, impossibilitato a gareggiare per l’adesione del proprio Paese al boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter …

Ma, una volta che le ingerenze politiche nello spirito olimpico sono venute meno, ed i giapponesi hanno potuto riprendere il loro dominio grazie ad atleti di assoluto livello quali Hitoshi Saito – Oro nei Pesi Massimi sia a Los Angeles ’84 (edizione in cui Yamashita si impone nella Categoria Open …) che a Seul ’88 – e Naoya Ogawa – argento a Barcellona ’92 ma tre volte consecutive Campione mondiale nella Categoria Open nel 1987, ’89 e ’91, oltre ad aver conquistato nelle edizione di Belgrado ’89 anche il titolo iridato nei Pesi Massimi – ecco che proprio nell’edizione catalana dei Giochi si profila il colosso transalpino capace di disturbare, e non poco, il sonno dei judoka giapponesi e dei loro allenatori …

Costui altri non è che David Douillet, nato il 17 febbraio 1969 a Rouen, in Normandia, una delle più affascinanti e caratteristiche città d’arte del Nord della Francia, il quale inizia a praticare arti marziali già all’età di 11 anni, in virtù di un fisico già imponente (m.1,80 per 80kg.) rispetto ai suoi coetanei, sotto la guida di Jacques Lemaitre che gli insegna i primi rudimenti del judo, disciplina per la quale dimostra una naturale predisposizione, tanto che nel 1986, allorché è appena 17enne, viene notato da Jean-Luc Rougé, gloria del Judo transalpino, grazie al quale ottiene l’inserimento all’INSEP (Institut National du Sport, de l’Expertise et de la Performance), centro di eccellenza per coloro che praticano Sport, sotto il diretto controllo dell’apposito Ministero.

Si vedeva benissimo”, ricorda Rougé, “come David fosse di una spanna superiore a tutti gli altri, e non appena ho avuto modo di assistere alle sue esibizioni sul tatami, ho immediatamente riservato un posto per lui all’INSEP, il Centro dell’elite degli atleti francesi …”, e non si può certo dire che la scelta non sia risultata quanto mai azzeccata …

Il “Ragazzone normanno”, difatti, raggiunti m.1,96 di altezza ed oscillando tra i 120 ed i 125 chili di peso, brucia le tappe, avendo altresì l’opportunità di allenarsi con il suo idolo Fabien Canu, Peso Medio già medagliato nelle Rassegne iridate e che, tra il 1987 ed il 1989, avrà modo di conquistare due titoli mondiali ad Essen ’87 e Belgrado ’89, oltre a tre corone europee consecutive a Parigi ’87, Pamplona ’88 ed Helsinki ’89.

Tale circostanza sprona il non ancora 20enne Douillet a dare il meglio di sé stesso, così che già nel 1988, dopo aver conquistato il titolo francese juniores, ottiene il terzo posto ai Campionati assoluti transalpini, piazzamento replicato l’anno seguente, al pari dei Campionati Europei Juniores, sconfitto dal solo tedesco Frank Borkowski, il tutto sempre nella Categoria dei Massimi, all’epoca per atleti oltre 95 chilogrammi.

I tempi stanno iniziando ad essere maturi affinché Douillet possa aspirare ai massimi palcoscenici internazionale ed il “passaporto” lo ottiene nella “Jigoro Kano Cup”, tradizionale appuntamento che si svolge annualmente a Tokyo, dove il 2 dicembre 1990 si arrende solo di fronte al già citato Ogawa nella Categoria Open, ovvero senza limiti di peso.

Superato “l’esame di laurea”, l’anno seguente è quello in cui il 22enne David inizia a farsi un nome sia in patria che all’estero, visto che a gennaio 1991 coglie il suo primo titolo francese seniores e quindi, presentatosi alla Rassegna Continentale di maggio a Praga, conquista il suo primo podio in una grande Manifestazione Internazionale, sconfitto ai quarti dal polacco Ralf Kubacki che lo esclude dal percorso verso la Finale, ma riscattandosi coi ripescaggi sino al successo sul rumeno Marian Grozea che gli vale la medaglia di bronzo.

Un mese dopo, a Nimes, Douillet arricchisce la propria bacheca con due medaglie d’argento – nelle rispettive categorie dei Pesi Massimi ed Open – ai Campionati Mondiali Militari per poi dedicarsi nel periodo invernale a preparare il primo grande obiettivo della sua carriera, vale a dire le Olimpiadi di Barcellona ’92.

Appuntamento al quale si avvicina, dapprima confermando il titolo nazionale e quindi presentandosi ai Campionati Europei che si svolgono proprio ad inizio maggio a Parigi, a poco più di due mesi dalla Rassegna catalana, dove ripete lo stesso percorso dell’anno precedente a Praga, subendo anche stavolta un’unica sconfitta ai Quarti contro il tedesco Frank Moller per poi giungere al bronzo con tre successive vittorie, culminate con il successo sul serbo Dmitar Milinkovic …

Presentatosi con fondate speranze di ben figurare alla sua prima esperienza ai Giochi, il judoka francese inizia nel migliore dei modi il suo percorso il 27 luglio 1992 al “Palau Blaugrana”, dove supera per ippon dopo 1’10” il britannico Elvis Gordon, per poi avanzare ai Quarti grazie alla squalifica per comportamento scorretto del tedesco Henry Stohr – argento olimpico quattro anni prima a Seul ’88 – e quindi accedere alla zona medaglie dopo aver sconfitto per ippon lo spagnolo Ernesto Perez …

La semifinale vede Douillet doversi confrontare con il quattro volte Campione mondiale Ogawa, il quale fa valere la maggiore esperienza aggiudicandosi l’incontro dopo 1’50” per ippon (una lezione che l’ancor giovane David metterà a frutto in futuro …), per poi comunque salvare il podio avendo la meglio sul cubano Frank Moreno Garcia, qualificatosi tramite ripescaggi, mentre, inaspettatamente, il favorito giapponese si fa sorprendere nella sfida per l’Oro dal georgiano David Khakhaleishvili per ippon dopo appena 1’04” dall’inizio del match.

Un esordio comunque più che soddisfacente per il 23enne normanno che punta, l’anno seguente, ai due appuntamenti principali della stagione, costituiti dalle Rassegne Continentale di Atene ’93 ad inizio maggio, cui segue quella iridata, in programma a fine settembre ad Hamilton, in Canada …

Nella Capitale greca, Douillet deve rendersi conto a proprie spese che il successo di Barcellona non era un episodio per Khakhaleishvili, contro il quale deve arrendersi nella Finale per il titolo dopo aver avuto la meglio, in semifinale, sul già citato, nonché Campione in carica, tedesco Moller, ragion per cui si presenta in Canada ben deciso a ricattarsi …

La Rassegna iridata di fine settembre rappresenta la svolta nella carriera di Douillet, avendo altresì modo di “saldare” diversi conti in sospeso, primo fra tutti con il polacco Kubacki che lo aveva sconfitto agli Europei ’91, superandolo in semifinale per poi consumare la più dolce delle rivincite sul ricordato Oro olimpico georgiano, sconfitto per waza-ari ad 1’30” dalla fine del match, divenendo così, a soli 24 anni, il primo francese a conquistare il titolo mondiale tra i Pesi Massimi.

Oramai una realtà nel panorama judoistico internazionale, Douillet si prepara a vivere il suo “Triennio magico”, dove non conosce rivali e chiunque abbia aspirazioni di vittoria deve “passare sul suo corpo”, impresa tutt’altro che facile, dimensioni corporee a parte …

Detentore del titolo iridato, ma ancora a secco a livello europeo, Douillet “colma la lacuna” in occasione dalla Rassegna Continentale ’94 che, come di consueto, ha luogo nel mese di maggio a Gdansk, in Polonia, dove l’idolo di casa Kubacki lo attende per la “resa dei conti”, visto che sinora è in vantaggio per due vittorie ad una, avendo sconfitto il francese anche l’8 marzo 1992 in Coppa del Mondo a Praga …

La prevista Finale tra i due favoriti non tradisce i pronostici, e Douillet non si lascia sfuggire l’opportunità di “pareggiare i conti” con il polacco, per l’ultima volta in cui hanno occasione di incontrarsi nelle rispettive carriere, per quello che, comunque, resta l’unico titolo europeo per il francese …

Ma l’oramai 26enne normanno ha ben altre aspirazioni e – dato che alle Olimpiadi è stata tolta dal programma la Categoria Open, restando la stessa solo a livello iridato – la sua voglia di primeggiare lo porta a cercare, in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono tra fine settembre ed inizio ottobre 1995 a Chiba, in Giappone, di emulare quanto già ottenuto dai citati Yamashita a Maastricht nel 1981 e da Ogawa a Belgrado nel 1989, ovverossia abbinare al titolo nei Pesi Massimi anche quello nella Categoria Open …

Riuscire poi a centrare una tale impresa proprio nel Paese dei Maestri di tale disciplina vi aggiungerebbe un valore doppio, ma nulla è impossibile per un Douillet oramai al top della condizione fisica ed avendo acquisito l’esperienza necessaria al riguardo, così che il 28 settembre ’95 manda in scena una dimostrazione di superiorità senza eguali, aggiudicandosi tutti gli incontri per ippon, di cui fanno le spese il più volte ricordato Ogawa, al pari dello spagnolo Lopez in semifinale, mentre ad arrendersi nell’incontro conclusivo è ancora il tedesco Moller, costretto a cedere in meno di due minuti.

Divenuto il secondo judoka transalpino a confermarsi Campione mondiale avendo eguagliato quanto compiuto dal suo idolo Canu a fine anni ’80, l’1 ottobre Douillet è pronto a tornare sul tatami per inseguire il sogno del doppio titolo iridato, obiettivo raggiunto con la schienata che immobilizza al suolo in Finale il russo Sergey Kosorotov, così da divenire il terzo atleta di ogni epoca a centrare una tale impresa, oltre ai già citati fuoriclasse nipponici.

Con un tale “biglietto da visita”, ovvio che tutti gli occhi siano puntati su Douillet in vista delle Olimpiadi di Atlanta 1996, l’unico grande alloro che ancora manca alla sua collezione, ed il tabellone lo inserisce nella parte alta, di cui fanno altresì parte sia Kubacki che Ogawa, nel mentre nella parte bassa a farsi preferire sono il ricordato spagnolo Perez e l’argento iridato Kosorotov, con il primo ad aver ragione negli ottavi di Moller, il quale compie poi un cammino immune da sconfitte che lo porta a giocarsi la medaglia di bronzo …

Douillet, dal canto suo, non ha difficoltà ad eliminare dapprima il belga Harry Van Barneveld e quindi il lussemburghese Igor Muller (il quale resiste appena 50” …) per poi costringere all’abbandono Eric Krieger nei Quarti prima di ritrovarsi di fronte in semifinale ancora Ogawa che, a propria volta, aveva superato Kubacki

E quella che è dagli addetti ai lavori classificata come una “Finale anticipata”, ma che consente ad uno solo dei due rivali di competere per l’Oro, tiene fede alle previsioni, con un incontro quanto mai, combattuto, incerto ed equilibrato che il francese si aggiudica per shido, ovvero supremazia decretata dall’arbitro, così da potersi, il 20 luglio 1996, presenta allo “Appuntamento con la Storia” da cui lo separa solo lo spagnolo Ernesto Perez Lobo …

Il successo sul giapponese è la giusta iniezione di fiducia affinché Douillet non si possa far sfuggire l’occasione della vita, e difatti gli sono sufficienti 2’57” per mettere a segno un uchi-mata (letteralmente, falciata colpendo l’interno della coscia …) che il giudice valuta come ippon, ponendo fine alla contesa.

Secondo judoka francese a conquistare un Oro olimpico tra i Massimi dopo il ricordato Parisi a Mosca ’80 – ma in un’edizione in cui erano assenti i rappresentanti del Sol Levante, Yamashita su tutti – Douillet è protagonista di un curioso scambio, in quanto gli viene consegnata, dall’olandese Anton Geesink (Oro nella Categoria Open ai Giochi di Tokyo ’64 …) la medaglia che, viceversa, toccava alla vincitrice del Torneo femminile, così che solo l’anno seguente, in occasione dei Mondiali di Parigi, ha occasione di poter fare a cambio con la cinese Sun Fuming, affermatasi nella pari Categoria …

Rassegna iridata svoltasi nella Capitale francese che consente a Douillet di mettere in fila il suo terzo titolo mondiale consecutivo, pur avendo rischiato di non potervi partecipare,, a causa di un grave incidente di moto occorsogli il 30 settembre 1996, con serie menomazioni ad un polpaccio ed alla spalla destra, per le quali è costretto ad una lunga convalescenza dovendo sostenere esercizi di riabilitazione per ben otto mesi …

Paradossalmente, però, l’incidente serve all’atleta per trovare nuove motivazioni, come lui stesso riferisce asserendo che: “dopo Atlanta mi sentivo appagato, oramai avevo vinto tutto ciò che c’era sa vincere, mentre essermi ritrovato con la prospettiva di non combattere più è stata come una sfida con me stesso, innanzi tutto per tornare un atleta competitivo, e quindi altresì vincente …!!

E Douillet non è certo uno che non mantiene le promesse e, dopo il rientro ai Giochi del Mediterraneo di fine giugno 1997 a Bari – poco più che una formalità aggiudicarsi il primo posto, ancorché ottenuto superando in Finale il turco Selim Tataroglu, fresco Campione europeo – eccolo potersi esibire di fronte al proprio pubblico che lo adora il 9 ottobre a Parigi, avendo recuperato il suo peso forma di 125 chilogrammi …

Atleta turco che Douillet si trova nuovamente di fronte nella semifinale mondiale, avendo ancora la meglio per poi affrontare nel match decisivo la nuova stella del judo giapponese, vale a dire il 24enne Shinichi Shinohara, che soccombe per squalifica, così che il francese eguaglia un altro record, ovvero quello di Yamashita, di aggiudicarsi tre titoli iridati consecutivi nella Categoria dei Pesi Massimi.

La vittoria mondiale rappresenta per Douillet il completamento di un ciclo, segnato non solo dal ricordato incidente motociclistico, ma anche da una serie di difficoltà finanziarie dell’azienda di viaggi “Travelstore”, di cui detiene una quota del 21% del relativo Capitale Sociale e dichiarata fallita nell’agosto 1997 …

Ad ogni buon conto, anche il suo, ancorché possente fisico, messo a dura prova dalla prolungata attività agonistica, inizia a pretendere il conto, così che, dapprima un dolore alla spalla sinistra lo costringe a concludere anzitempo la stagione 1997 e quindi la slogatura di un polso fa perdere al fenomenale judoka praticamente l’intero anno 1998, circostanza che viene considerata per molti l’anticamera del ritiro dalle competizioni …

E, di certo, non contribuiscono ad aumentare la fiducia nelle potenzialità di Douillet in vista dei Giochi di Fine Millennio di Sydney 2000 le prestazioni ai Campionati Europei che si svolgono a Bratislava a fine maggio ’99, Manifestazione in cui, iscritto alla sola Categoria Open, conclude non meglio che settimo, sconfitto nei quarti dal citato spagnolo Lopez e quindi dall’olandese Dennis van der Geest nei ripescaggi, per poi dover rinunciare alla Rassegna Iridata di Birmingham a causa di una pubalgia …

E’ fuor di dubbio che Douillet abbia già alle spalle una straordinaria carriera e, pertanto, è anche lecito chiedersi cosa lo spinga a volersi cimentare anche alle Olimpiadi di Sydney, con il rischio di andare incontro ad una magra figura, ma è lui stesso a replicare a chi pone questo quesito con un: ”Sydney, bisognerebbe che mi amputassero una gamba affinché non partecipassi …!!

Personaggio che probabilmente non è conveniente contraddire, Douillet intensifica nei mesi successivi la preparazione, in parte ostacolata da dei problemi alla schiena, il che lo porta ad effettuare un solo test in vista dei Giochi, vale a dire a metà agosto 2000 a Bonn, dove si piazza terzo dopo essere stato sconfitto in semifinale da Moller, uno dei suoi consueti avversari …

Un risultato ritenuto incoraggiante dal suo allenatore, Marc Alexandre, il quale non nasconde peraltro le sue preoccupazioni per i ritardi accumulati nella preparazione di un appuntamento così importante come quello olimpico, ma oramai c’è poco da recriminare, il viaggio in Australia è alle porte …

Il Giorno della verità” è fissato al 22 settembre 2000 presso il “Sydney Convention and Exhibition Centre” e Douillet, esentato dal primo turno, si presenta sul tatami per affrontare negli Ottavi la sua vecchia conoscenza, vale a dire il turco Tataroglu, sconfitto per ippon dopo 3’43” per poi riservare analogo trattamento al belga Van Barneveld, che resiste quasi 4’ e quindi affrontare in semifinale l’estone Indrek Pertelson, argento l’anno precedente ai Mondiali di Birmingham, mentre l’altra semifinale oppone il russo Tamerlan Tmenov al già ricordato giapponese Shinohara, che alla citata Rassegna Iridata aveva anch’egli abbinato al titolo dei Pesi Massimi anche quello della Categoria Open …

Il Campione iridato ha la meglio sul rivale russo per ippon dopo 3’43”, nel mentre l’estone resiste appena 1’52” sotto la pressione di Douillet, il quale con questo successo dimostra a tutti i suoi detrattori che è ancora bene in grado di dire la sua, preparandosi a quello che sa già essere l’ultimo incontro della sua carriera, con una carica in più costituita dal fatto che all’angolo del giapponese, che aspira a riscattare la sconfitta di Parigi ’97, vi è il leggendario Yamashita …

Sfida come logico che sia, molto equilibrata, in cui non mancano le polemiche, in quanto dopo 1’30” dall’inizio del match un movimento di gambe di Shinohara viene punito con uno yuko a favore del francese, decisione aspramente contestata da Yamashita, ritenendo che il suo assistito avesse neutralizzato l’attacco del francese, il quale viene a propria sanzionato per scarsa combattività per poi riprendere il vantaggio, che si rivela decisivo, con un secondo yuko ad 1’ dal termine, mantenendo lo stesso sino allo scadere per il suo secondo titolo olimpico consecutivo, così da divenire il judoka di maggior successo a livello internazionale.

Può darsi che Douillet abbia deciso di proseguire sino ai Giochi di Sydney per orgoglio sportivo, ma non sono in pochi a ritenere che il divenire una “Leggenda” in Patria lo potesse anche aiutare, come poi in effetti è stato, nelle accuse a lui rimosse per bancarotta ed appropriazione indebita nell’ambito del ricordato Fallimento dell’Agenzia di Viaggi in cui era interessato, visto che nel 2002 riesce a godere di un’amnistia …

Come dire che, in fondo, tutto il Mondo è Paese …

 

LA SCALATA DA LEGGENDA DI PANTANI AD OROPA AL GIRO D’ITALIA 1999

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Pantani supera Jalabert nella scalata verso il Santuario di Oropa – da video.gazzetta.it

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo

E’ facile parlare di persone come Marco Pantani. E’ facile perché fa parte di un ristretto rango di esseri umani in grado di suscitare emozioni forti, che toccano le corde più intime dell’animo di ognuno di noi. Il Pirata era così, gli bastava un colpo di pedale per esaltare lo spirito di chi stava attaccato al televisore o alle transenne sulle strade. Con personaggi così, è altrettanto facile scadere nella retorica. Per questo, vi raccontiamo un episodio che racchiude in sé tutto quello che Marco rappresentava e rappresenta per gli appassionati, un vero capolavoro fatto di fatica, talento, rabbia, inquietudine, forza, cuore.

Siamo nel 1999, si corre la Racconigi-Santuario di Oropa, tappa numero 15 di un Giro d’Italia che sembra avere già il suo padrone. Marco Pantani pedala in maglia rosa, con la consapevolezza della sua straripante superiorità. I vari Gotti, Camenzind, Zulle, Heras e Jalabert sanno bene che anche oggi è dura restare aggrappati alla ruota del Pirata, e solo un miracolo può permetter loro di raccogliere un risultato di peso. Un miracolo, o un inconveniente tecnico.

La tappa scorre liscia fino all’erta finale, che in poco più di 12 chilometri conduce a 1159 metri di altitudine, dove sorge il Santuario votato alla Madonna di Oropa. La Mercatone detta il ritmo e tiene la corsa chiusa, nessun big ha la possibilità e la forza di prendersi una licenza di libera uscita. Sembra solo una lunga passerella che porta alla sfilata finale, dove Marco può indossare il vestito buono. Tutti se lo aspettano: gli appassionati, che non vedono l’ora, e gli avversari, che sono rassegnati. Ma, proprio quando sta per arrivare l’assolo dell’uomo in rosa, ecco il beffardo colpo di scena, degno di una grande sceneggiatura hollywoodiana: Pantani rallenta, si ferma sul ciglio della strada… la bicicletta ha un problema! Negli attimi concitati, in cronaca ognuno prova a dire la sua: foratura! No, salto di catena! I secondi corrono veloci e il gruppo scappa via, poi arriva un uomo dell’assistenza Shimano, che finalmente aiuta Marco a rimediare all’inconveniente e lo rimette di nuovo in sella. I fidi gregari della Mercatone fanno qualcosa di straordinario. Dopo aver tirato come forsennati per tutta la tappa, hanno ancora la forza e la voglia di aspettare il loro condottiero e di ripartire a tutta.

Il Pirata sembra scosso, nervoso, arranca nelle retrovie. Pare quasi fare fatica a tenere le ruote di Garzelli e Velo. Cassani dalla cabina di commento sentenzia che oggi Marco non è per nulla brillante. E’ praticamente ultimo, con tutto il gruppo davanti e con 8 chilometri ancora da percorrere. In testa, i rivali per la classifica non si lasciano pregare, e scattano a turno per sfruttare questa concessione che la sorte ha voluto riservare loro. Ma ancora non sanno che quegli ottomila metri stanno per entrare di diritto nella storia del ciclismo.

Pantani, a poco a poco, recupera lucidità e gamba. Inizia a crescere, si accende, e con rabbia comincia a macinare pedalate vigorose. La progressione diventa disumana, l’asfalto sembra quasi sbriciolarsi sotto le sue ruote. E’ così che il Pirata si avventa su chiunque gli si pari davanti. Li supera tutti, uno per uno. Va a riprendere i suoi nemici che, attoniti, lo vedono risalire famelico dal fondo dove era caduto. Nessuno è in grado di opporre resistenza, neanche Laurent Jalabert, che ai -3 dall’arrivo è l’ultimo ad arrendersi alla folle rimonta del campione romagnolo.

Eccolo, il traguardo. Il Santuario si affaccia lì, maestoso, e contribuisce alla grandiosità dell’impresa, che ormai assume connotati quasi divini. Marco giunge sul rettilineo finale in piena trance agonistica, rilancia l’azione fin sulla linea, vuole guadagnare secondi in ogni maledetto e sudato metro. Alla fine, non ha nemmeno la forza di levare le braccia al cielo, ma dentro di sé sta assaporando il gusto dolcissimo di un momento destinato a diventare leggenda, un simbolo di caparbietà e coraggio.

Tutti ricordiamo come poi è finito quel Giro del 1999: Marco precipita in poche ore da eroe nazionale a mostro da sbattere in prima pagina, ed inizia il suo personale calvario, che 5 anni dopo lo porterà alla fine. Sui responsabili, sui perché, sui risvolti sportivi e umani, ognuno è libero di farsi la propria idea. Noi siamo e sempre saremo dalla sua parte, a costo di essere smentiti. A noi basta sapere che quel giorno, su quella salita assolata, abbiamo assistito ad uno degli spettacoli ciclistici più belli e appassionanti di tutti i tempi. Le classifiche possono essere riscritte e le pagine dei giornali riempite di inchiostro al veleno. Ma le emozioni che abbiamo vissuto erano autentiche, purissime, e a regalarcele è stato lui, il Pirata. E, al di là delle parole, alla fine, sono le emozioni a contare per davvero.

IL TRIONFO EUROPEO DEL 1989 DA PARTE DEL NAPOLI DI MARADONA

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Il Capitano Maradona con la Coppa Uefa ’89 – da:calcio.fanpage.it

Articolo di Giovanni Manenti

Davvero curioso il rapporto delle Squadre italiane con la Coppa UEFA – terza Manifestazione continentale per importanza sino al 1999, data di abolizione della Coppa delle Coppe – istituita dal massimo Ente calcistico europeo nel 1971, in sostituzione dell’originaria Coppa delle Fiere …

Già la riferita competizione – per la quale, con decisione alquanto controversa assunta nel 2005, la Uefa ha dichiarato di non riconoscere le vittorie conseguite nelle 13 edizioni svoltesi dal 1955 sino al 1971 – era stata quanto mai avara di soddisfazioni per i nostri Club, potendo contare il solo successo della Roma nel 1961 e due Finali perse dalla Juventus, nel 1965 contro il Ferencvaros e nel 1971 contro il Leeds United, il tutto a fronte di ben 6 affermazioni delle formazioni spagnole e di 4 da parte delle inglesi …

E le cose non migliorano di certo con la nuova Manifestazione, visto che nelle prime 17 edizioni dal 1971 al 1988 la stessa diviene terreno di conquista pressoché esclusivo dei Club del Nord Europa, che si aggiudicano in ben 14 occasioni il Trofeo – 5 vittorie inglesi, 4 tedesche, 2 olandesi e svedesi ed una belga – con le uniche eccezioni costituite dal biennio 1985-’86 in cui ad affermarsi sono gli spagnoli del Real Madrid, nonché dall’impresa della Juventus “tutta italiana” compiuta nel 1977.

Questa bianconera, però, altro non è che la classica “eccezione che conferma la regola”, in quanto la formazione di Piazza Crimea è anche la sola a disputare la Finale su 34 squadre che raggiungono tale stadio del Torneo, così che l’Italia può definirsi a piena ragione la “parente povera” della Manifestazione …

Poi, come d’incanto, dall’edizione 1989 e sino a quella di fine secolo, per 11 stagioni la Coppa Uefa si trasforma in una sorta di appendice della Coppa Italia, visto che oltre a vedere ben 8 affermazioni delle nostre rappresentanti – con altresì Torino ed Inter sconfitte in Finale, rispettivamente dall’Ajax nel 1992 e dallo Schalke 04 nel 1997, così che l’unica Finale di tale periodo senza squadre italiane è quella del 1996 tra Bayern Monaco e Bordeaux – in addirittura quattro occasioni (Juventus-Fiorentina 1990, Inter-Roma ’91, Parma-Juventus ’95 ed Inter-Lazio ’98) la Finale si disputa tra due formazioni del Bel Paese.

Altrettanto improvvisamente, peraltro, con l’ingresso nel nuovo millennio, ecco le nostre squadre sparire completamente di scena – senza neppure una rappresentante italiana a raggiungere la Finale – e, nelle successive 20 edizioni il Trofeo ritorna alle origini, nel senso che a fare “la parte del leone” sono i Club spagnoli con 9 successi, seguiti dagli inglesi con 4, ivi compreso il Torneo attuale, visto che vede qualificate per l’atto conclusivo le due londinesi Arsenal e Chelsea …

Ma torniamo alla “Epoca d’oro” del nostro Calcio per evidenziare, quale altra singolarità, come a dare il la a tale periodo di trionfi sia una Società a digiuno di successi internazionali e che, al contrario, in 8 partecipazioni alla Coppa Uefa in una sola occasione (nel 1974-’75) era giunta agli Ottavi di finale, venendo altrimenti per 6 volte eliminata addirittura al primo turno ed in un’altra circostanza al secondo, e tutto questo nonostante che dall’estate 1984 potesse contare nel proprio organico il miglior calciatore al Mondo del periodo, vale a dire l’argentino Diego Armando Maradona.

Il rapporto del Napoli – poiché avrete sin troppo chiaramente capito che è del Club partenopeo che stiamo parlando – con le Coppe europee non è mai stato comunque particolarmente idilliaco, visto che, prima della stagione che stiamo per raccontare, il suo massimo cammino si era svolto nell’edizione 1976-’77 della Coppa delle Coppe, in cui gli azzurri riescono a raggiungere le semifinali solo per essere sconfitti (1-0 al San Paolo, rete di Bruscolotti, 0-2 a Bruxelles) dai belgi dell’Anderlecht detentori del Trofeo …

Nemmeno la presenza di Maradona sembra in grado di sovvertire una tale tendenza, visto che anche nell’anno dello “storico” primo Scudetto nel 1987 – con tanto di accoppiata con la conquista anche della Coppa Italia – la formazione allenata da Ottavio Bianchi se ne esce al primo turno contro il non certo trascendentale Tolosa, “tradita” proprio dal fuoriclasse argentino che, dopo che al ritorno in terra francese una rete di Stopyra aveva pareggiato l’1-0 dell’andata firmato da Carnevale, fallisce la trasformazione dell’ultimo tiro della serie dei calci di rigore, con ciò consegnando la qualificazione ai transalpini.

E miglior sorte non ha neppure l’esordio nell’allora ancora Coppa dei Campioni in forza della ricordata veste di Campioni d’Italia, anche se stavolta a condannare gli azzurri è principalmente un sorteggio sfortunato che li abbina al primo turno al Real Madrid che, dopo essersi imposto per 2-0 al “Santiago Bernabeu”, gela al ritorno le speranze dei tifosi partenopei con una rete in chiusura di primo tempo di Butragueno a pareggiare l’illusorio vantaggio in avvio siglato da Francini …

Disavventure europee” a parte, si sta comunque parlando di un Napoli di elevato spessore ed in grado di tenere testa alle fortissime milanesi del periodo – quelle, tanto per intenderci del trio olandese (Rijkaard, Gullit e van Basten) in casa rossonera, cui risponde analoga terna tedesca (Brehme, Matthaus e Klinsmann) da parte nerazzurra – visto che al titolo del 1987 fanno seguito due secondi posti nel 1988 ed ’89, per poi tornare a festeggiare un secondo Scudetto nel 1990, ragion per cui non può che essere questo il momento giusto per dare l’assalto anche ad un Trofeo continentale, missione portata a termine nell’edizione 1988-’89 della Coppa Uefa.

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Il trio azzurro formato da Careca, Maradona e Alemao – da:ilnapolionline.com

Iscritto alla Manifestazione quale componente di un quartetto italiano di tutto rispetto – composto anche da Inter, Juventus e Roma, mentre il Milan partecipa, vincendola, alla Coppa dei Campioni, e la Sampdoria, venendo sconfitta in Finale dal Barcellona, alla Coppa delle Coppe – il Napoli, che può anch’esso contare su di un ben assortito trio di stranieri di marca sudamericana, affiancando a Maradona i brasiliani Alemao e Careca, inizia il proprio cammino senza eccessivo clamore, in quanto, opposto al primo turno ai greci del PAOK Salonicco, si qualifica grazie all’1-0 del “San Paolo” siglato dal suo Capitano su rigore, per poi impattare per 1-1 in terra ellenica, ma dove la rete poco dopo il quarto d’ora di gioco di Careca rende la prosecuzione della gara molto più tranquilla …

Più agevole il superamento del secondo turno, in cui il Napoli è opposto ai tedeschi orientali del Lokomotiv Lipsia – una delle ultime uscite delle rappresentanti dell’ex Ddr, data l’oramai prossima riunificazione della Germania in un unico Stato – grazie al pari esterno per 1-1 (con Francini a replicare dopo appena 4’ al vantaggio dei padroni di casa …), cui segue il 2-0 al “San Paolo” le cui marcature sono aperte ancora dal fluidificante terzino.

Con ancora tutte e quattro le squadre italiane ancora in lizza, il tabellone degli Ottavi propone per il Napoli la sfida contro il sempre ostico Bordeaux – nelle cui file, oltre a Tigana ed al belga Scifo, milita anche quello Stopyra che evoca i fantasmi dell’eliminazione di due anni prima allorché militava nel Tolosa – risolta grazie alla solidità della difesa, che resta imbattuta nel duplice incontro, così che è sufficiente la rete messa a segno da Carnevale in apertura del match disputato il 23 novembre al “Parc Lescure (caratterizzato anche dalla doppia espulsione di Alain Roche e Nando De Napoli poco prima dell’ora di gioco …) per accedere alla fase primaverile del Torneo, a cui i partenopei erano assenti da ben 12 anni.

Con la pattuglia italiana ridottasi a sole due compagini – in quanto la Roma non aveva avuto scampo contro la Dynamo Dresda (doppio 0-2), mentre l’Inter si era suicidata, sprecando un vantaggio di 2-0 maturato all’andata a Monaco, facendosi superare per 3-1 a San Siro dal Bayern – un sorteggio maligno ed impietoso mette di fronte al Napoli per i Quarti da disputarsi tra fine febbraio ed inizio marzo 1989, proprio la Juventus, reduce dall’aver superato con un doppio 1-0 i belgi del Liegi, con l’ex nerazzurro Altobelli ad andare a segno in entrambe le circostanze …

Urna che non ha riservato lo stesso trattamento alle tre tedesche (due occidentali e la ricordata Dynamo Dresda) che vedono il Bayern abbinato agli scozzesi dell’Heart of Midlothian, lo Stoccarda alla Real Sociedad, mentre la formazione orientale se la deve vedere con il Victoria Bucarest, ma è sin troppo chiaro che l’attenzione generale è tutta incentrata sulla “sfida fratricida” tra azzurri e bianconeri.

E’ pertanto la sera di mercoledì 1 marzo 1989, allorché al “Comunale” di Torino, davanti ad oltre 46mila spettatori, è l’arbitro inglese George Courtney a dare il via alla gara di andata che si mette subito in salita per Maradona & C. in quanto, dopo che Tacconi in avvio si era superato per deviare in angolo una potente ed angolata conclusione rasoterra di Renica su punizione, è lo stopper bianconero Pasquale Bruno a sbloccare il risultato dopo appena 13’ di gioco, raccogliendo al limite un appoggio di petto di Marocchi susseguente ad un cross dalla sinistra di De Agostinia per esplodere un bolide di destro che si insacca a mezza altezza alla sinistra della porta difesa da Giuliani, vanamente proteso in tuffo …

Gara che rischia di trasformarsi in incubo per la compagine di Bianchi dal momento che, in chiusura di prima frazione di gioco, uno spunto di Barros lungo l’out destro produce un cross sotto misura che Corradini, nel tentativo di anticipare Altobelli, devia nella propria porta nel più classico degli autogoal

Sotto 0-2 all’intervallo, difficile stabilire l’atteggiamento da assumere nella ripresa per gli azzurri, poiché andare a segno avrebbe un significato fondamentale dato il valore doppio delle reti realizzate in trasferta, ma di contro subirne una terza renderebbe quasi proibitivo ribaltare il risultato al San Paolo, e comunque, i secondi 45’ non forniscono eccessive emozioni, fatta salva un’incornata ravvicinata di Francini su punizione calciata da Alemao sulla quale Tacconi si oppone da campione e lo scampato pericolo consiglia i bianconeri di proteggere il doppio vantaggio in vista della gara di ritorno.

Sfida che il Napoli affronta essendo ancora in corsa per lo Scudetto – staccato di soli 3 punti (36 a 33) a 13 giornate dal termine rispetto all’Inter capolista che non ha però più alcun impegno europeo – ed, in ogni caso, sono in 90mila i tifosi partenopei che gremiscono gli spalti del San Paolo la sera del 15 marzo, chiaro messaggio ai propri beniamini che, loro per primi, credono nella rimonta, nonostante la formazione di casa debba fare a meno di Fusi e De Napoli, assenti per squalifica …

E l’incontro ricalca curiosamente l’andamento della gara di andata, visto che, dopo appena 10’ dall’inizio, il Direttore di gara tedesco Sigfried Kirschen decreta un calcio di rigore a favore degli azzurri per una trattenuta di Bruno su Careca, massima punizione che Maradona trasforma spiazzando Tacconi …

E’ l’inizio che tutti si auguravano da parte dei padroni di casa, che continuano a prodigarsi in attacco costringendo Tacconi agli straordinari prima che in chiusura di tempo – proprio come era successo all’andata a parti invertite – un siluro di Carnevale dal limite dell’area non lasci scampo all’estremo difensore bianconero, con le due formazioni a fare rientro negli spogliatoi con il risultato complessivo di assoluta parità …

Altrettanto capovolto è l’aspetto tattico rispetto alla gara di Torino, perché è ora la Juventus a dover cercare la rete che varrebbe oro visto il valore doppio della stessa, ma senza rischiare il tracollo di fronte ad un Napoli mai così determinato, che difatti sfiora la terza rete con un colpo di testa di Carnevale ben neutralizzato da Tacconi, prima che l’arbitro decreti la conclusione della sfida, con conseguente prolungamento della stessa ai tempi supplementari …

Con una tensione ai massimi livelli palpabile sia sugli spalti che sul terreno di gioco, a fare la differenza – come del resto per tutti i 120’ minuti, nonostante il suo nome non figuri sul tabellino dei marcatori – è un mai domo Careca che si incarica di promuovere anche l’azione decisiva, raccogliendo palla sul vertice destro dell’area avversaria, scattare verso il fondo campo ed, incurante della pressione di Bruno, riuscire a mettere al centro un pallone che l’avanzato Renica riesce a deviare in torsione di testa in rete per il punto del definitivo 3-0 quando siamo giunti ad 1’ dalla decisione ai calci di rigore, per l’indescrivibile tripudio dei tifosi e lo scoramento dei giocatori bianconeri, che peraltro pagano una condotta di gara troppo rinunciataria.

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Il goal di Renica – da:picbon.com

Finalmente tornato in una Semifinale europea, il Napoli resta il solo baluardo del Calcio latino al cospetto dello “Sturm und Drang” tedesco che ha portato le sue tre rappresentanti a tale livello del Torneo, e gli abbinamenti vedono il “Derby est-ovest” tra Stoccarda e Dynamo Dresda, mentre agli azzurri tocca il compito di “vendicare” l’eliminazione dell’Inter rispetto ad un Bayern che, dopo i fasti degli anni ’70, aspira alla conquista di un Trofeo Continentale dopo le delusioni delle sconfitte nelle Finali di Coppa dei Campioni da parte di Aston Villa (1982) e Porto (1987) …

Ed anche se è oramai priva del suo indiscusso leader Lothar Matthaus – trasferitosi all’Inter proprio l’estate precedente assieme al compagno di squadra Andreas Brehme – la compagine bavarese fa della compattezza la propria caratteristica principale, che viene peraltro meno in occasione della gara di andata, in programma mercoledì 5 aprile 1989 davanti ai quasi 78mila spettatori del San Paolo.

E’ un Napoli che ha oramai abdicato ad ogni pretesa di Scudetto sia per il cammino inarrestabile dell’Inter che a causa della “rivincita” consumata dalla Juventus che, nell’anticipo di sabato 1 aprile, si è imposta all’ombra del Vesuvio per 4-2, ragion per cui tutte le energie sono destinate alla possibilità di conquistare il Trofeo continentale …

Ed in tale ottica viene rischiato anche Maradona, che torna a disposizione dopo aver saltato le gare con Lazio ed Juventus in Campionato (non a caso con un solo punto conquistato tale da dilatare il vantaggio dell’Inter sino a 6 punti …) per un risentimento muscolare che lo aveva costretto ad uscire nel corso dei supplementari contro i bianconeri.

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Maradona ed Augenthaler prima della gara di andata – da:sport.sky.it

Sotto la spinta morale del proprio Capitano, gli azzurri giocano un primo tempo d’attacco ben controllati dall’attenta retroguardia bavarese che però commette una leggera sbavatura al 41’ allorché un lancio di Maradona per Careca viene male intercettato da un difensore permettendo al centravanti brasiliano di poter battere a rete e superare il portiere avversario Aumann per il punto del vantaggio con cui le due squadre vanno al riposo …

E quando, al quarto d’ora della ripresa, uno spiovente in area di Maradona susseguente ad un’azione di calcio d’angolo trova puntuale alla deviazione la testa di Carnevale – il quale solo 2’ prima si era visto negare dal palo la gioia del raddoppio – che schiaccia la sfera nell’angolo basso alla destra di un incolpevole Aumann, ecco che sugli spalti si vive la stessa euforia di fine gara contro la Juventus, iniziando a pensare che la vittoria in Coppa potrebbe essere tutt’altro che una chimera.

Accesso alla Finale che il Napoli legittima due settimane dopo allo ”Olympiastadion” di Monaco d Baviera dove, sfruttando lo “stato di grazia” di Careca – che va in rete 7 volte in 8 turni di Campionato tra inizio aprile e fine maggio 1989 – si porta in vantaggio poco dopo l’ora di gioco con il centravanti brasiliano ad appoggiare in rete da pochi passi un servizio di Maradona, abile a sfruttare un’indecisione della difesa tedesca.

Attaccante che, dopo l’immediato pareggio di Wolfarth in mischia, concede il bis a meno di un quarto d’ora dal termine finalizzando al meglio un contropiede letale che, con il Bayern proteso tutto in avanti, consente a Maradona di liberarlo in campo libero affinché possa avanzare verso Aumann e superarlo con un preciso rasoterra in diagonale per il tripudio degli oltre 15mila tifosi italiani presenti in tribuna, così che il pareggio di Stefan Reuter a 9’ dal termine serve solo per le statistiche.

E’ Finale, dunque, la prima a livello internazionale nei 63 anni di Storia della Società ed un’intera città si mobilita per non far mancare il calore del tifo alla propria squadra, in vista della gara di andata in programma al San Paolo il 3 maggio 1989, avversaria lo Stoccarda che, grazie a due reti del proprio attaccante Karl Allgower (1-0 al Neckastarstadion, 1-1 in Germania orientale), ha liquidato la Dynamo Dresda …

Squadra rognosa, quella tedesca, i cui punti di forza sono il portiere Eike Immel, il libero Guido Buchwald ed il trio d’attacco formato, oltre che dal citato Allgower, da Jurgen Klinsmann e dall’italo-tedesco Maurizio Gaudino.

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I Capitani Maradona e Buchwald prima della gara di andata – da:sport.sky.it

Ed è proprio quest’ultimo – “core ‘ngrato” in quanto figlio di emigrati originari della provincia di Caserta – a portare inaspettatamente in vantaggio i suoi, dopo che Careca aveva fallito una clamorosa occasione alzando di testa sopra la traversa da pochi metri, con una conclusione dalla distanza, potente ma centrale, che trova impreparato Giuliani che non riesce a bloccare la sfera…

Strada in salita, dunque, dopo meno di 20’ di gioco e per tutta la prima frazione il Napoli non riesce a riordinare le idee consentendo all’arcigna difesa tedesca di chiudere tutti i varchi, per poi intensificare le proprie azioni al ritorno in campo nel secondo tempo pervenendo al pareggio a metà ripresa grazie ad un calcio di rigore trasformato da Maradona e lungamente contestato dai tedeschi i quali reclamano con l’arbitro greco Germanakos per un tocco di mano dello stesso Capitano nell’aggiustarsi la palla prima di scoccare il tiro, a propria volta deviato con un braccio da Schafer …

Il pareggio ottenuto galvanizza gli 83mila spettatori presenti all’incontro e infonde fiducia negli azzurri, i quali capitalizzano al massimo le loro azioni offensive a 3’ dal termine, grazie ad una magia del “Pibe de Oro” che si libera con eleganza sul vertice destro dell’area di rigore per poi portarsi verso il fondo e rimettere rasoterra al centro una palla che Careca, da autentico opportunista, arpiona, controlla e quindi scaraventa alle spalle di Immel per il punto del definitivo 2-1 che non può certo essere garanzia di successo, ma che vale oro rispetto a come si era messo l’incontro …

Appuntamento quindi fissato per il 17 maggio 1989 al “Neckarstadion”, impianto del Capoluogo del Baden-Wurttemberg, riempito in tutta la sua capacità di 67mila spettatori per l’occasione, e dove a dare il fischio d’inizio è chiamato il Direttore di gara spagnolo Vicotoriano Sanchez Arminio …

Bianchi ripropone gli stessi undici della gara di andata – giova ricordarli: Giuliani; Ferrara, Francini; Corradini, Alemao, Renica; Fusi, De Napoli, Careca, Maradona (cap.) e Carnevale – non potendo disporre di Crippa, squalificato, mentre il tecnico olandese Arie Haan deve fare a meno di Buchwald (anch’esso appiedato dal Giudice Sportivo …), ma può recuperare Klinsmann, assente al San Paolo, così da varare una formazione iper offensiva che schiera in attacco, Allgower, Fritz Walter e Gaudino, oltre al biondo attaccante che nella successiva sessione di mercato estiva andrà a comporre il trio tedesco all’Inter assieme ai connazionali Matthaus e Brehme.

Deve giocare chiaramente il “tutto per tutto” Haan, ma sbilanciarsi troppo contro una squadra che al suo arco frecce del calibro di Maradona e Careca può risultare letale come verifica coi propri occhi allorché una proiezione in avanti di Alemao determina un “dai e vai” con il connazionale Careca che porta il brasiliano ad incunearsi in area, presentarsi davanti ad Immel e superarlo con un tocco di esterno che il portiere riesce solo a sfiorare per il vantaggio azzurro dopo soli 18’, con ciò compensando la rete dell’andata messa a segno da Gaudino …

La rete del centrocampista serve innanzitutto a quantificare in circa 20mila i tifosi provenienti sia dall’Italia che da varie parti della Germania per non mancare all’appuntamento con la Storia, anche se è ancora presto per far festa, soprattutto quando, appena 9’ dopo, Klinsmann salta più alto di tutti per raggiungere la parabola arcuata disegnata da Sigurvinsson dalla bandierina e mandare la palla nell’angolo opposto, imprendibile per Giuliani.

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L’esultanza di Klinsmann al goal del pari – da:tumblr.com

Una situazione, pertanto, quanto mai incerta, con un’altra rete lo Stoccarda metterebbe in perfetto equilibrio le sorti del doppio confronto che, viceversa, vede la relativa bilancia iniziare a pendere decisamente dalla parte azzurra allorché al 39’, dopo che Bianchi era stato costretto a mandare in campo Carannante al posto dell’acciaccato Alemao, l’euforia in casa tedesca viene letteralmente “gelata” da un’invenzione di Maradona che, dopo aver visto una sua battuta da corner respinta con la palla che ritorna verso di lui, invece di stopparla come tutti si attendono, la rimette immediatamente al centro di testa, laddove sbuca Ferrara, avanzato nella circostanza, che con una volée di interno destro fulmina Immel da pochi passi …

Per il calcolo delle reti in trasferta, ora allo Stoccarda servono tre reti se vuole far suo il Trofeo, un’impresa al limite dell’impossibile con il solo secondo tempo a disposizione e che diviene addirittura da “Guinness dei Primati” poco dopo l’ora di gioco, grazie a Maradona che si invola dalla propria metà campo in uno spazio completamente libero per poi, rimontato e contrastato da Hartmann, rifiutare la conclusione personale per appoggiare sulla destra all’accorrente Careca, il quale, presentatosi solo davanti ad Immel, non ha difficoltà alcuna a superarlo con un morbido pallonetto per il tripudio dei tifosi partenopei presenti sugli spalti che iniziano già a far festa …

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Maradona all’atto di fermarsi e servire Careca per il 3-1 – da:gettyimages.it

Il complessivo vantaggio di 5-2 tra le due gare è talmente rassicurante che il Napoli “pecca” un po’ di concentrazione nel finale, forse anche con la testa già rivolta ai festeggiamenti, con ciò consentendo ai padroni di casa – peraltro mai domi come da teutonico carattere – di salvare quantomeno l’onore dapprima grazie ad una sfortunata deviazione di De Napoli su conclusione senza pretese di Gaudino che inganna Giuliani e quindi, proprio in chiusura, è lo stesso De Napoli ad inventarsi un retropassaggio da tre quarti di campo verso Giuliani che si trasforma in un perfetto assist per il subentrato Schmaler che di testa può comodamente mettere alle spalle dell’estremo difensore.

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La gioia dei calciatori azzurri al fischio finale – da:machenesanno.it

Dettagli, comunque, perché al triplice fischio del Direttore di gara spagnolo gli abbracci e le lacrime si sprecano – in particolare quelle dei napoletani Ciro Ferrara ed Antonio Carannante – e, pensate un po’, anche sul volto dell’imperturbabile Ottavio Bianchi spunta l’ombra di un sorriso …

E come due anni prima in occasione dello Scudetto, alla festa sul terreno di gioco con Capitan Maradona a sollevare l’ambita Coppa, a migliaia di chilometri di distanza, una “notte speciale” invade tutte le strade del Capoluogo campano, per un’impresa che, loro ancora non lo sanno, ma serve da apripista per un decennio di dominio assoluto delle formazioni italiane in detta Manifestazione.

Circostanza, questa, che fa sì che la conquista del Trofeo da parte degli Azzurri assuma, per l’intero movimento calcistico nazionale, un valore ancor maggiore …

 

IOSIF SIRBU, IL PROIETTILE D’ORO RUMENO CHE MORI’ SUICIDA


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Iosif Sirbu – da gsp.ro

articolo di Nicola Pucci

Questa non è una storia a lieto fine, tutt’altro. Perché narra le gesta sportive, eroiche, di un ragazzo che sparava bene, molto bene, ma che un bel giorno fu tradito proprio da quegli occhi che nell’esercizio a lui caro, il tiro a segno, avevano segnato la sua fortuna.

Iosif Sirbu nasce a Sibot, piccolo centro rumeno della Transilvania di poco più di 2000 abitanti, il 25 settembre 1925, e se all’età di 7 anni si trasferisce con la famiglia a Bucarest, è qui che il ragazzino, appena 12enne, si appassiona alla carabina grazie al padre Danila Sarbu, che lavora presso il Tunari Sports Shooting Range. In verità, la prima arma che il piccolo Iosif impugna è una pistola, ma lo fa con tale precisione che a 14 anni vince la sua prima competizione, la “Bucarest City Cup” riservata agli studenti del liceo, proprio nella pistola ottenendo, nella gara da terra, un punteggio quasi perfetto, 49 colpi su 50.

La Seconda Guerra Mondiale, nel frattempo, incombe, e se Sirbu prende parte attiva alla Liberazione, altresì ha modo di sparare, e potrebbe essere altrimenti?, gareggiando pure nelle competizioni militari. Tanto che nel 1946, in forma smagliante, è già campione nazionale nella specialità della carabina libera, in piedi, per poi, nel 1948, trionfare a Belgrado nei campionati balcanici.

Sirbu ha 23 anni, è nel pieno della maturità tecnica ed atletica, e quando nel 1952 si presenta per la prima volta nell’arengo olimpico, è pronto a far saltare il banco. Non solo conquistando una vittoria che per lui significa l’apoteosi sportiva, ma pure diventando il primo atleta rumeno della storia a regalare al suo paese una medaglia d’oro ai Giochi. Insomma, un eroe autentico.

Siamo ad Helsinki, ed il 29 luglio 1952, al Malmi Shooting Range, Iosif si trova a dover battagliare nella gara di carabina 50 metri a terra con avversari del calibro dell’americano Art Jackson, già due volte campione del mondo, e del sovietico Boris Andreyev. In effetti la sfida è eccitante, ma Sirbu non conosce la benché minima incertezza, facendo segnare, esattamente come Andreyev, uno score senza macchia di 400 punti, che altro non è che il nuovo record del mondo. Il successo, infine, viene assegnato al tiratore rumeno, sesto poi nella gare della carabina 50 metri da tre posizioni, che per ben 33 volte spara al centro dell’anello di tiro, contro le 28 volte del rivale. Insomma, i suoi sono proiettili d’oro.

Proprio nel momento di massima celebrità, però, Sirbu inizia ad accusare qualche problema, inatteso ad onor del vero, di vista all’occhio destro. E se la cosa non gli impedisce di essere presente alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 quando, a difesa del titolo conquistato quattro anni prima, è quinto, non prima aver realizzato l’en-plein nelle prime tre sessioni di tiro, per poi commettere due errori che gli valgono uno score finale di 598 punti, due in meno del canadese Gerry Ouellette che gli succede sul trono di Olimpia, a Roma, nel 1960, impegnato nella gara della carabina 50 metri da tre posizioni, dopo aver chiuso in testa il turno di qualificazione con 569 colpi, è solo dodicesimo nella sfida di finale, troppo distante dalla coppia sovietica composta da Viktor Shamburkin e Marat Niyazov che si giocano i due primi gradini del podio, complice l’evidente difetto nel tiro in piedi.

Ci sarebbe, per Sirbu, un’ultima chance a cinque cerchi, nel 1964 a Tokyo, alle soglie dei 40 anni, ma ormai gli occhi non sono davvero più in grado di supportare il desiderio del rumeno di poter essere competitivo. Come certificato dal verdetto dei medici, che se non gli precludono la possibilità di gareggiare ancora, nondimeno mettono Iosif al cospetto di una triste e crudele verità, quella che la vista se ne sta lentamente ma inesorabilmente andando.

E così, quando il tiratore che fece gioire un paese intero ed era solito dire, con spirito poetico, che “nel grande concerto degli sport, il tiro è come un violino solista. Tutto è chiaro e forte. E il tiratore è solo. Solo con se stesso. Le trombe del calcio sono rimaste molto indietro, oltre il muro dell’adolescenza. Nel tiro, tutto è serio e profondo…“, viene trovato morto, forse suicida, nella sua casa di Bucarest a soli 39 anni, ecco che vien da pensare che quella gloria, cercata e raggiunta, non è bastata a rimarginare le ferite dell’anima. Appunto, come in una storia senza lieto fine.

CAROLINA KLUFT, REGINA DELL’EPTATHLON DI INIZIO XXI SECOLO

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Carolina Kluft agli Europei 2006 – da:european-athletics.org

Articolo di Giovanni Manenti

Quando in occasione della cerimonia di premiazione della gara dell’Eptathlon alle Olimpiadi di Seul 1988 si presentano sul podio l’americana Jackie Joyner e le tedesche orientali Sabine John ed Anke Behmer, pur avendo ognuna delle tre realizzato il rispettivo “Personal Best” in carriera – che per la Joyner è altresì record mondiale tuttora imbattuto – era difficile ipotizzare che la specialità avrebbe avuto una così lunga stasi quanto a prestazioni di alto livello …

Invero, l’americana, con i suoi incredibili 7.291 punti12”69 sui m.100hs, m.1,86 Salto in Alto, m.15,80 Getto del Peso, 22”56 m.200, m.7,27 Salto in Lungo, m.45”66 Lancio del Giavellotto e 2’06”45 sugli 800 metri – non aveva fatto altro che migliorare il record mondiale che già le apparteneva sin dal luglio 1986 e ritoccato per l’ultima volta due mesi prima ai Trials di Indianapolis con 7.215 punti, ma resta il fatto che, all’epoca, anche i punteggi – di rispettivamente 6.897 e 6.858 – realizzati dalle due rappresentanti della ex Ddr le collocavano al secondo ed al quarto posto della “Graduatoria All Time”.

La responsabilità non è certo della Joyner, che anche quattro anni dopo, ai Giochi di Barcellona 1992, si conferma Campionessa olimpica superando per la sesta ed ultima volta in carriera “quota 7.000 punti”, con i suoi 7.044 che ancora rappresentano l’altrettanto sesta miglior prestazione di ogni epoca, peraltro ben “spalleggiata” dalla russa Irina Belova, argento con il suo “Personal Best” di 6.845 punti, mentre sono sufficienti prestazioni ben inferiori per cogliere la Gloria olimpica nelle due successive edizioni.

Alle Olimpiadi di Atlanta 1996, difatti, dove la Joyner è costretta a ritirarsi per infortunio, bastano 6.780 punti alla Campionessa iridata siriana Ghada Shouaa per regalare al suo Paese l’unica Medaglia d’Oro sinora conquistata nella Storia dei Giochi, ed ancor meno, vale a dire 6.584, sono realizzati dalla britannica Denise Lewis per salire sul gradino più alto del podio a Sydney nel 2000.

Ma, quasi un segno del destino, a quasi un mese di distanza dalla prova svoltasi nella Metropoli australiana, ai Campionati Mondiali Juniores di Santiago del Cile – che, peraltro, vedono affermarsi, in campo femminile, future stelle quali la velocista giamaicana Veronica Campbell, le saltatrici in alto Blanka Vlasic e con l’asta Yelena Isinbayeva – fa il suo ingresso nel Mondo dell’Eptathlon una 17enne svedese destinata a ridare visibilità alla specialità.

Costei è Carolina Evelyn Kluft, nata il 2 febbraio 1983 a Sandhult, nella Regione del Gotaland, ma trasferitasi con i genitori e le tre sorelle sin da bambina a Vaxjo, dove inizia a praticare Sport cimentandosi nel Football (il padre Jonny militava nella Serie A svedese …) per poi seguire le orme della madre, ex saltatrice in lungo, e dedicarsi all’Atletica Leggera dall’età di 12 anni …

Ben impostata fisicamente, sino a raggiungere alla completa maturazione m.1,78 di altezza per 65kg. – taglia che, come dalla stessa Carolina dichiarato, dimostratasi utile per combattere atti di bullismo subiti a Scuola dopo il trasferimento a Vaxjo – la Kluft viene ritenuta perfetta per le prove multiple dal suo allenatore Agne Bergvall, che la segue durante l’intera carriera …

In effetti, la sua altezza la favorisce nei salti come sugli ostacoli e sui m.200 piani, avendo altresì acquisito una più che sufficiente potenza per ben figurare anche nelle due prove di lancio, così che l’unica gara su cui incentrare un allenamento specifico sono gli 800 metri che chiudono la due giorni in pista e pedana, cosa che la svedese porta a termine disciplinatamente.

Ma torniamo al citato ottobre 2000, dove nella Capitale cilena, la Kluft coglie il suo primo, importante risultato conquistando l’Oro con 6.056 punti, per poi ripetersi, l’anno seguente, in occasione dei Campionati Europei Juniores di Grosseto, allorché le sono sufficienti 6.022 punti per far suo il titolo continentale.

Oramai maggiorenne, ancorché pur sempre junior, la 19enne svedese si presenta tra le grandi nel suo primo “Anno di Gloria” 2002, in cui partecipa agli Europei Indoor di Vienna ed agli assoluti di Monaco di Baviera, pur senza trascurare la Rassegna Iridata Juniores di Kingston, in Giamaica …

Nella kermesse al coperto, dove il programma prevede il Pentathlon – oltre, ovviamente, al Giavellotto, sono esclusi i 200 metri, mentre gli Ostacoli sono ridotti sulla distanza dei 60 metri – la Kluft ottiene il bronzo con 4.535 punti alle spalle della russa Yelena Prokhorova e della portoghese Naide Gomes, per poi confermare il titolo mondiale juniores migliorandosi sino a 6.470 punti lasciando ad oltre 700 punti di distanza la kazaka Olga Alekseyeva.

Una prestazione che consente alla svedese di presentarsi con sufficiente fiducia ed aspettative alla Rassegna Continentale di Monaco di Baviera, dove, sul suolo amico, la grande favorita è l’atleta di casa Sabine Braun, al passo d’addio dall’alto dei suoi 37 anni, ma pur sempre Campionessa europea a Spalato ’90 ed Helsinki ’94, così come Oro iridato a Tokyo ’91 ed Atene 1997 …

Un confronto tra “madre e figlia” verrebbe da dire, visti i quasi 18 anni di differenza di età, che la svedese volge a suo favore già nella prima giornata, in cui realizza le migliori prestazioni tra tutte le partecipanti sui m.100hs (13”33), Salto in alto (m.1,89) e m.200 (23”71), pagando dazio solo nel Getto del Peso, visto che i suoi m.13,16 rappresentano solo la decima misura …

Decisa, comunque, a concludere in bellezza una straordinaria carriera, la Braun riduce il distacco nelle due gare di apertura della seconda giornata, facendo meglio della Kluft sia nel salto in lungo (m.6,50 a 6,36) che nel Lancio del Giavellotto (m.51,23 a m.47,61), così da avere ancora chances di vittoria allorché le atlete si allineano alla partenza dell’ultima prova sugli 800 metri …

Ma qui, dando prova di una maturità insolita per la sua età, la svedese dimostra una padronanza assoluta della gara, facendo segnare il tempo di 2’17”29 che, a confronto del 2’23”24 ottenuto dalla tedesca, le consente di migliorarsi ancora totalizzando 6.542 punti rispetto ai 6.434 della Braun.

Ancora non può saperlo, ma il successo continentale non è altro che l’inizio di un periodo lungo altri cinque anni di imbattibilità assoluta – sia indoor che indoor – sulle prove multiple per la svedese, così da rinverdire il mito della leggendaria Jackie Joyner, arco temporale in cui non trascura di cimentarsi anche in gare singole sulla velocità, al pari degli ostacoli, salto in alto e salto in lungo …

Atleta versatile come poche, la Kluft si presenta il 14 marzo 2003 ai Campionati Mondiali Indoor di Birmingham, dove nel Pentathlon realizza le migliori prestazioni sui m.60hs (8”19), Salto in Alto (m.1,89) e Salto in Lungo (m.6,61), difendendosi sia nel Getto del Peso (seconda con m.14,48) che sugli 800 metri, conclusi anch’essi con il secondo miglior tempo di 2’15”58, così da totalizzare ben 4.933 punti che rappresentano il record dei Campionati – con un miglioramento di quasi 400 punti (!!) rispetto all’anno precedente – e lasciano la bielorussa Natalia Sazanovich ad oltre 200 lunghezze di distacco.

Potendo ancora competere quale “under 23”, la svedese utilizza i Campionati Europei di Categoria che si svolgono a metà luglio 2003 a Bydgoszcz, in Polonia, per affinare il proprio stile nel salto in lungo, affermandosi con la misura di m.6,86 – suo “Personale” all’epoca – mentre l’Eptathlon vede il successo della tedesca Jennifer Oeser con 6.901 punti, una quota che la Kluft avrebbe raggiunto in tutta tranquillità …

Ma alla 20enne svedese interessa un altro, e ben più importante obiettivo, ovvero confermare il titolo continentale dell’anno precedente alla Rassegna Iridata di Parigi 2003, dove, al pari degli Europei in terra tedesca, si trova a fronteggiare, come più pericolosa rivale, un’atleta di casa, nella fattispecie la francese originaria della Sierra Leone Eunice Barber, già Campionessa mondiale nell’edizione di Siviglia ’99 e che nella Capitale transalpina è iscritta anche nella gara del Salto in Lungo …

Consapevole delle difficoltà e del livello della gara, la Kluft risponde da par suo, sfornando una serie di prestazioni che la portano, all’epoca, a realizzare le sue migliori performances in ben 6 delle 7 prove in programma, distaccandosi assieme alla Barber dal resto del lotto sin dopo le prime due specialità, che la vedono dietro solo alla francese sui m.100hs (13”05 a 13”18), per poi far meglio (m.1,94 ad 1,91) nel Salto in Alto, così da essere divise da appena 19 punti (2255 a 2236) prima di recarsi sulla pedana del Getto del Peso, mentre le altre hanno sono già staccate di oltre 200 punti …

E qui la svedese sfrutta il “punto debole” della sua avversaria che, nonostante lanci l’attrezzo a m.12,97 (ben 60cm. in più di quanto ottenuto in occasione del successo iridato di Siviglia ’99 …), vede fuggire la svedese che raggiunge m.14,19 per poi far meglio della Barber (22”98 a 23”92) sui m.200, così da concludere la prima giornata al comando con p.4.143 e quasi 200 di vantaggio sulla francese (3.949) che deve guardarsi le spalle dalla già citata Sazanovich, portatasi a quota 3.894 grazie ai m.16,81 realizzati nel Peso …

Un buon margine, ma che non può lasciare del tutto tranquilla la Kluft sapendo che la seconda giornata si apre con la gara del Salto in Lungo che può riportare la Barber a stretto contatto, ed invece, a sorpresa, è la svedese ad ottenere la miglior misura di m.6,68 rispetto ai m.6,61 della francese – che una settimana dopo si aggiudicherà il titolo iridato con m.6,99 (!!) – mentre il terzo miglior salto della Sazanovich di fatto consolida le posizioni per le medaglie …

Già superati i 5.200 punti al termine delle prime cinque prove, per la 20enne svedese si apre una prospettiva a cui forse neppure pensava, vale a dire raggiungere la fatidica “quota 7.000 punti” che, all’epoca, Joyner a parte, era stata superata solo dalla russa Larisa Turchinskaya nel giugno 1989, allorché aveva totalizzato p.7.007 a Bryansk, ma che poi non aveva dato seguito a tale risultato con particolari piazzamenti di prestigio …

Impresa che la Kluft porta a termine con successo per il classico “rotto della cuffia”, visto che, dopo aver scagliato il giavellotto a m.49,90, l’aver fermato a 2’12”12 i cronometri sugli 800 metri le valgono 934 punti che, sommati ai 6.067 già in carniere, la portano a quota 7.001, terza miglior prestazione “All Time”, ma record europeo mancato per soli 6 punti …!!

Mal di poco, dato che i primati passano e le medaglie restano e, dopo aver messo in fila i titoli continentale ed iridato, per completare il tris sognato da qualsiasi atleta manca solo la Gloria Olimpica per la quale l’appuntamento è fissato per la seconda metà di agosto 2004 ad Atene.

Forse “stuzzicata” dal successo mondiale della Barber, la svedese intensifica la preparazione nel Salto in Lungo, tanto da presentarsi in tale sola specialità ai Campionati Mondiali Indoor di inizio marzo ’04 Budapest, dove realizza il suo “Personal Best” in carriera al coperto (nonché primato nazionale …) di m.6,92 che le vale il bronzo a pochi centimetri dal titolo della fuoriclasse russa Tatiana Lebedeva, prima con m.6,98 rispetto ai m.6,93 della connazionale Tatiana Kotova …

Ed anche all’aperto, dopo essersi aggiudicata per il secondo anno consecutivo – cosa che ripete anche sino al 2007 – il celebre “Hypomeeting” di Gotzis, in Austria, la più importante rassegna internazionale di prove multiple, con p.6.820, nel corso della Coppa Europa di prove multiple svoltasi il 4 luglio 2004 a Tallinn, in Estonia, la Kluft atterra a m.6,97, altrettanta sua miglior misura, a soli 2cm. dal record svedese stabilito il 5 luglio 2000 a Losanna da Erica Johansson …

Impresa che la 21enne svedese porta a termine con facilità quasi irrisoria anche a causa delle non perfette condizioni fisiche della Barber – che si iscrive solo al salto in lungo senza riuscire neppure a qualificarsi per la Finale – cui si sommano quelle della Sazanovich che abbandona la gara dopo il Salto in alto, così che la Kluft, migliore del lotto nell’Alto con m.1,91 e seconda sui m.200 in 23”27 ha già ipotecato la medaglia d’Oro al termine della prima giornata, conclusa con 4.109 e ben 240 di vantaggio sulla britannica Kelly Sotherton …

Ed allorché, nell’esordio della seconda giornata i m.6,78 nel Lungo la portano a 5.208 punti (solo uno in meno rispetto al punteggio degli Europei di Monaco di Baviera …), la tentazione di puntare al primato continentale, ancora possibile dopo il Lancio del Giavellotto, viene riposta nell’ultima gare dei m.800, perché per i record c’è sempre tempo, mentre la Gloria olimpica la si può cogliere solo ogni quattro anni …

Ecco quindi una conclusione “tranquilla”, più che sufficiente a concludere comunque con 6.952 punti (suo “Personale Stagionale”) ed un margine abissale di oltre 500 punti sulle altre due compagne di podio, ovvero la lituana Austra Skujyte e la già citata Sotherton, che totalizzano 6.435 e 6.424 punti, rispettivamente.

La speranza di trovare fortuna anche nel Salto in Lungo viene vanificata per la Kluft dalla difficoltà di trovare un asse di battuta convincente, così che, dopo essersi qualificata per la Finale con m.6,73 non riesce a ripetersi terminando non meglio che decima con un modesto m.6,63 rispetto ad un podio interamente monopolizzato dalle saltatrici russe …

Inutile stare troppo a confondersi con il Salto in Lungo fintanto che si possono mietere allori nella prova multipla, come conferma l’esito della Rassegna Continentale Indoor di Madrid 2005, che la svedese domina con il punteggio di 4.948 punti, che rappresentano, oltre al Record dei Campionati, anche il suo “Personal Best” in carriera nel Pentathlon, nonché il relativo primato nazionale …

Comunque, così tanto per tenersi, in forma e visto che ancora la carta d’identità glielo permette, ecco una “capatina” anche ai Campionati Europei Under23 di Erfurt, in Germania, dove la Kluft si aggiudica il Salto in Lungo con m.6,79 giusto per “affilare le armi” in vista dei Mondiali di Helsinki di inizio agosto, dove è chiamata a confrontarsi con una Barber quanto mai in cerca di rivincite …

E, sulla pista e le pedane dello “Stadio Olimpico”, le due rivali danno vita ad una sfida memorabile, in cui la svedese paga nella prima giornata una misura di m.1,82 nel salto in Alto inferiore alle sue potenzialità, mentre la Barber – migliore delle iscritte sia sui m.100hs (12”94) che nell’Alto (m.1,91) – può concludere al comando la prima giornata, pur se di strettissimo margine (3.973 a 3.971) …

Con sia la Kluft che l’esperta transalpina ad avere il proprio punto di forza nel Salto in Lungo che inaugura la seconda giornata, il relativo esito riporta la prima (m.6,87 rispetto ai m.6,75 della Barber) al comando della Classifica provvisoria, per un vantaggio ridotto a soli 18 punti (5.906 a 5.888) dopo il Lancio del Giavellotto, così da lasciare la decisione in merito all’assegnazione dell’Oro alla prova conclusiva sugli 800 metri …

Ed è qui che la Kluft compie un piccolo capolavoro, in quanto copre i due giri di pista nel tempo, mai più ripetuto, di 2’08”89 che la porta ad un totale di 6.887 punti (suo “Personale stagionale”) con la Barber argento con p.6.824 e la ghanese Margaret Simpson, terza, ai “consueti” oltre 500 punti di distacco.

Con l’americana Joyner da tempo ritiratasi, i Campionati Europei hanno la stessa valenza di un Mondiale o di un’Olimpiade, ed ecco che la Rassegna Continentale di Goteborg 2006 assume una tale veste, con la Kluft a non voler sfigurare dinanzi al proprio pubblico – così da iscriversi anche al salto in Lungo – ma dovendosela vedere con una quanto mai agguerrita Barber, che si porta al comando dopo il 13”11 sui m.100hs ed aver saltato a pari merito con l’atleta di casa m.1,89 nel Salto in Alto

Gara quest’ultima che però costa un risentimento muscolare alla francese, costretta ad abbandonare la competizione, così che la Kluft, miglioratasi nel getto del Peso sino a m.14,56, si trova la strada spianata verso la conferma del titolo dopo i m.6,65 nel Lungo, trotterellando negli 800 metri per non sprecare energie in vista della gara individuale del Salto in Lungo, pur se i 6.740 punti raccolti, oltre che la sua miglior prestazione stagionale, rappresentano anche il record dei Campionati …

Attesa cinque giorni dopo alla Finale del Lungo, ancora una volta la 22enne svedese è incapace di esprimersi al meglio, ottenendo come miglior risultato un mediocre m.6,54 che la relega appena in sesta posizione, quando, al contrario, un salto superiore ai m.6,70 le avrebbe quantomeno consentito di salire sul podio.

Ma se la gara individuale le volta le spalle, per la Kluft ci sono ancora due importanti obiettivi a cui puntare per concludere un quinquennio senza eguali – quanto meno a livello medaglie, in quanto come ampiamente riportato, le prestazioni della Joyner sono di per sé inarrivabili – ovvero conquistare il terzo titolo iridato consecutivo e togliere alla Turchinskaya il primato europeo, che ritiene debba quasi spettarle di diritto …

E se c’è una caratteristica che va a pieno merito della svedese è il fatto di ottenere le sue migliori prestazioni proprio nelle occasioni più importanti e quindi, dopo aver arricchito il proprio Palmarès replicando il titolo continentale di Madrid ’05 ai Campionati Europei Indoor di Birmingham 2007, dove sfiora con p.4.944 il record stabilito alla Rassegna spagnola, eccola pronta a raccogliere la citata, doppia sfida, ai Mondiali che si svolgono a fine agosto ad Osaka, in Giappone.

In assenza della Barber, le più accreditate avversarie sono, in fase di pronostico, le due britanniche Sotherton e la 21enne Jessica Ennis – che raccoglierà l’eredità della svedese come leader della specialità – ma la prima giornata mette in evidenza l’ucraina Lyudmila Blonska, che si pone alle spalle della Kluft con 4.014 punti rispetto ai 4.162 della Campionessa olimpica, mentre le citate britanniche seguono con 3.989 e 3.942 punti, rispettivamente …

La pressione dell’ucraina è quanto mai di stimolo per la Kluft – sia pur in vantaggio al termine della prima giornata rispetto ai 4.143 punti del suo sinora “unico oltre 7.000” in carriera – soprattutto dopo che la stessa salta 3cm. in più (m.6,88 a 6,85) nel Salto in Lungo, un esito che, se da un lato consente alla svedese di allungare sulla tabella record, dall’altro vede ridursi a 138 punti il suo vantaggio nella Classifica provvisoria …

In un “testa a testa” molto parallelo, anche il Lancio del Giavellotto vede le due contendenti andare di pari passo, con la Kluft a scagliare l’attrezzo a m.47,98 rispetto ai m.47,77 dell’ucraina, così da incrementare leggermente il proprio margine al vertice (p.6.105 a 5.963), ma, stavolta al contrario, ridurre il vantaggio sulla tabella di marcia dei Mondiali di Parigi 2003, che ora la vede affrontare l’ultima fatica con soli 38 punti in più rispetto al suo “Personale” di 7.001 punti …

Nella Capitale transalpina la svedese aveva coperto il doppio giro di pista in 2’12”12, tempo sufficiente a scalzare la Turchinskaya dall’Albo dei Record, mentre non crea problemi la presenza della Blonska – che l’anno seguente, ai Giochi di Pechino 2008, coglierà l’argento solo per essere successivamente squalificata per doping – in quanto ha in detta prova il suo tallone d’Achille …

L’ultima prova è sempre la più massacrante, sembra che non debba finire mai, e quando finalmente la Kluft taglia il traguardo in quinta posizione in 2’12”56 si attende la verifica del corrispettivo in punti e che, risultando pari a 927, le consentono di raggiungere quota 7.032 punti, così da cogliere in un colpo solo il tris iridato, nonché il “Personal Best”, record nazionale ed europeo, tuttora imbattuto.

Oramai vinto tutto quello che poteva vincere, la Kluft annuncia che non intende difendere il titolo olimpico dell’Eptathlon ai Giochi di Pechino 2008, preferendo accettare una nuova sfida sia nel Salto in Lungo che nel Triplo, peraltro con scarsi risultati, visto che nella prima prova conclude nona con la modestissima misura di m.6,49 e nella seconda addirittura fallisce la qualificazione alla Finale.

Saltata buona parte della stagione 2009 per un infortunio muscolare che la costringe ad un intervento chirurgico, la Kluft si ripresenta l’anno seguente ai Campionati Europei di Barcellona 2010 forte di un miglior risultato di m.6,42 saltati ad inizio luglio, ma dopo un incoraggiante misura di m.6,63 saltati in qualificazione, ancora una volta delude in Finale non andando oltre m.6,33 …

La Kluft vive la sua ultima stagione a buoni livelli nel 2011, allorché, dedicandosi pressoché esclusivamente al Salto in Lungo, fa registrare misure di m.6,73 a metà giugno e di m.6,74 con cui si aggiudica i Campionati nazionali a sue settimane dai Mondiali di Daegu di fine agosto …

Con la specialità a non essere progredita negli ultimi anni, un salto tra i m.6,75 ed i 6,80 potrebbe essere anche sufficiente per conquistare l’Oro ed i m.6,60 raggiunti in qualificazione (terza miglior misura) inducono ad un qual certo ottimismo …

Ma il “matrimonio” tra la svedese ed il Lungo evidentemente non s’ha da fare, e nuovamente, al contrario di quanto gli è sempre avvenuto nell’Eptathlon, l’atto conclusivo la vede peggiorare le proprie prestazioni, ed il fatto che i m.6,56 raggiunti in Finale le valgano il quarto posto dipende solo dalla modestia delle partecipanti.

A questo punto, visto che la sfida è chiaramente persa e non ha più la voglia di riprendere gli allenamenti per tornare al vecchio amore, la Kluft dice basta e chiude una carriera che l’ha vista indiscussa protagonista per oltre un quinquennio, incapace di essere battuta nell’Eptathlon, di cui è ancora oggi la seconda migliore del Pianeta con i suoi 7.032 punti …

Certo che, mai come a lei si addice il vecchio adagio che recita: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, ecc. …” …

BRUNO GIACOMELLI, IL PILOTA ALFA ROMEO A CUI MANCO’ LA VITTORIA IN FORMULA 1

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Bruno Giacomelli al volante dell’Alfa Romeo – da f1sport.it

articolo di Nicola Pucci

Il vostro scriba appartiene a quella generazione di mezza età che ebbe la fortuna di appassionarsi di Formula 1 ai tempi in cui, primi anni ’80, Michele Alboreto si affacciava tra i grandi denunciando talento naturale alla guida della “vecchia” Tyrrell, Riccardo Patrese si sbatteva a destra e manca in cerca di quell’affermazione che lo avrebbe premiato solo qualche anno dopo, Andrea De Cesaris, bello e bravo, portava una ventata di spontanea romanità tra i mammasantissima del volante, Elio De Angelis si faceva apprezzare per gentilezza e pulizia di guida. E poi… e poi c’era lui, Bruno Giacomelli, bresciano di Poncarale, classe 1952, che si era fatto un bel po’ di gavetta prima di meritarsi la chiamata tra i grandi. E non nego che tra tanti italiani di buonissimo lignaggio automobilistico, proprio a lui andassero le mie preferenze.

Già, perchè in Giacomelli c’era tutto quel che si può ammirare in chi, senza poter contare sull’aiuto di nessuno, si è fatto strada a suon di risultati, solo ed esclusivamente grazie ai propri meriti, sfoggiando audacia, determinazione e voglia di arrivare. In effetti il lombardo, dopo aver esordito con il motocross ed essersi guadagnato il pane lavorando ovunque e per chiunque, infine trova la sua dimensione più autentica al volante di un automobile da corsa, gareggiando nel 1972 in Formula Ford e vincendo nel 1975 il Campionato di Formula Italia battendo proprio Patrese.

La stagione trionfale convince Giacomelli, definitivamente, che il presente debba essere solo automobilismo, quindi prende cappello dall’Italia e si trasferisce in Inghilterra dove, grazie all’intervento di Sandro Angeleri, si guadagna il posto con la March, gareggiando in Formula 3. Nello stesso 1976 vince e convince al trofeo Shell Sport, concludendo altresì secondo nel Campionato Britannico solo perché all’ultima corsa, a Thruxton, viene buttato fuori pista da Rupert Keegan. Domina in prova e in gara al Gran Premio di Montecarlo di Formula 3, e l’impresa sembra potergli aprire addirittura le porte della Ferrari, con il “Drake” che lo vorrebbe assoldare in Formula 2. Ma Bruno resta alla March anche per il 1977, in Formula 2, forse perché già sperava di debuttare in Formula 1 con la “rossa di Maranello“, e solo a fine anno può coronare il sogno di esordire nel principale circuito automobilistico, grazie alla McLaren che lo ingaggia per guidare al Gran Premio di Monza una terza vettura, la M23 destinata a Gilles Villeneuve, che Giacomelli conduce al 15esimo posto in griglia di partenza, ritirandosi poi al 38esimo giro per un testacoda.

L’approccio alla Formula 1 è solo rimandato, e se nel 1978 Giacomelli domina l’Europeo di Formula 2, sempre con la March, imponendosi in ben otto delle dodici gare, ecco che, dopo qualche altra sporadica apparizione con l’obsoleta McLaren M26 che Bruno porta al settimo posto a Brands Hutch partendo dal 16esimo tempo in griglia, il pilota bresciano si accasa con l’Alfa Romeo, che nel 1979, sotto l’occhio attento dell’ingegner Carlo Chiti, rientra in Formula 1 e sceglie Giacomelli quale guida al posto dell’infortunato Vittorio Brambilla, tolto di mezzo dal drammatico incidente di Monza che costa la vita a Ronnie Peterson.

E’ l’inizio di quella bellissima storia che lega per quattro anni Giacomelli alla scuderia milanese, che tenta di rinverdire i fasti in cui, ai primi anni Cinquanta, dominava la scena. Ad onor del vero la stagione 1979 non è certo esaltante, con Bruno che si trova a guidare… l’inguidabile modello 177, per poi metterci molto del suo nello sviluppo al modello 179. Il debutto è a Zolder, in Belgio, con un 14esimo tempo in griglia ed il ritiro al 21esimo giro per una collisione con la Shadow di Elio De Angelis. Giacomelli è in pista anche in Francia, a Monza e a Watkins Glen, ma assomma due altri ritiri ed un 17esimo posto che non regalano punti per una prima stagionebiancorossa” chiusa desolantemente a quota zero punti.

Il modello 179 è definitivamente adottato per l’anno dopo, 1980, che si apre con un promettente quinto posto all’esordio in Argentina, seppur ad un giro dalla Williams di Alan Jones. C’è da lavorare, molto, per migliorare le prestazioni dell’Alfa Romeo, ma Giacomelli è ben lungi dal darsi per vinto, ci dà dentro come un matto e i risultati, piano piano, cominciano ad arrivare. Fin dalle qualifche, con Bruno che si avvia dalla terza fila a Long Beach ed è ottavo in griglia a Montecarlo, affiancato al collega Patrick Depailler. Giacomelli è spesso veloce, anche più del francese, e con l’avvento delle nuove 15 pollici anteriori della Goodyear, a partire dal Gran Premio d’Inghilterra a Silverstone, ecco che l’Alfa Romeo opera il definitivo salto di qualità.

Certo, in gara è tutta un’altra cosa, se è vero che Giacomelli, ad eccezione di un quinto posto ad Hocknehiem, proprio su quella pista dove qualche giorno prima, nel corso di un test, perde la vita Depailler, colleziona una serie infinita di ritiri. Ma alcune prestazioni del bresciano incendiano il pubblico, come a Zeltweg, in Austria, quando solo la rottura di una sospensione ferma Bruno mentre era in quarta posizione, ed ancora a Zandvoort, in Olanda, quando, in piena lotta per il podio con Jacques Laffite, va in testacoda per un problema ai freni, rompe una minigonna ed ancora una volta è costretto all’abbandono.

Ma la gara che potrebbe essere quella della vita, per Bruno Giacomelli, si corre negli Stati Uniti, a Watkins Glen, ultimo appuntamento della stagione. Che l’Alfa Romeo, ormai, sia competitiva ai massimi livelli è certificato dai due quarti posti ottenuti in prova dal bresciano nel due prove precedenti, a Monza e Montreal, e se in entrambe le occasioni lo sviluppo della gara ha bocciato le ambizioni di Bruno costringendolo agli ennesimi ritiri, ecco che a Watkins Glen Giacomelli è pronto a far saltare il banco. In prova la sua 179 è una spanna superiore alla concorrenza, ed in gara per 32 giri non ce n’è proprio per nessuno. L’illusione della vittoria, la prima in formula 1, sembra a portata di volante, ma ancora una volta quei problemi all’accensione che avevano già penalizzato l’Alfa Romeo, stoppano Giacomelli sul più bello, mandando in fumo, è proprio il caso di dirlo, i suoi sogni di gloria.

In effetti quel Gran Premio degli Stati Uniti del 1980 rimane il grande rimpianto della carriera di Giacomelli, che l’anno dopo ancora, seppur facendo i conti con una vettura forse più affidabile, manca di compiere quell’ultimo balzo in avanti che avrebbe potuto garantire maggior competitività. Giacomelli vede frustrate le sue ambizioni di primeggiare, nondimeno chiude la stagione con due prestazioni di valore, quarto in Canada ed addirittura sul podio, l’unico in carriera, a Las Vegas, quando è terzo alle spalle dell’irraggiungibile Williams di Jones e in scia alla McLaren di Alain Prost.

Ma il treno, ormai, è passato, e se nel 1982 Giacomelli è costretto a guardare gli altri andare troppo più veloci della sua Alfa Romeo, nel 1983 difende i colori della Toleman, che di lì a qualche mese darà da guidare ad un giovanotto di nome Ayrton Senna, senza troppa fortuna ad onor del vero, e pure con qualche polemica di troppo, tornando anni dopo, nel 1990, a gareggiare in Formula 1 con quella Life che proprio non può competere ad armi pari con vetture che vanno oltre 100 km/h più rapide.

Certo che se non fosse stata per quella maledetta bobina dell’accensione andata in fumo a Watkins Glen, magari almeno una vittoria avrebbe confortato la classe e l’ardore al volante di Bruno Giacomelli, pilota che partì dal nulla e per poco non batteva tutti.

 

IOANNIS MELISSANIDIS, IL CUI ORO OLIMPICO NASCE DALL’AMORE PER LA DANZA

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Ioannis Melissanidis – da:nytimes.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’oramai intervenuta globalizzazione nel Mondo dello Sport ha contagiato – quanto meno avendo riferimento al solo settore maschile, visto che al femminile continuano a dominare russe, cinesi, rumene ed americane – anche una Disciplina come la Ginnastica Artistica, praticamente elitaria sino a fine anni ’70 …

A dimostrazione di tale affermazione, valgano le aride cifre che – nelle cinque edizioni delle Olimpiadi che vanno da Roma 1960 a Montreal 1976 – evidenziano come le 43 (40 più 3 ex aequo …) medaglie d’Oro in palio siano state assegnate ad atleti di sole 7 Nazioni, e tra queste ben 23 hanno visto premiare un ginnasta giapponese e 14 un rappresentante dell’ex Unione Sovietica.

Se si fa, al contrario, un identico paragone con le ultime 5 edizioni dei Giochi che hanno interessato il nuovo Millennio – pertanto, da Sydney 2000 a Rio de Janeiro 2016 – lo scenario è ben diverso, con ben 19 Paesi a salire sul gradino più alto del Podio ed – a eccezione di Pechino 2008 dove 7 Ori su 8 in palio vengono vinti dalla Cina – con elevato frazionamento nelle varie specialità.

Basti pensare che, in tale ultimo periodo, fanno il loro ingresso nell’Albo d’Oro Nazioni come Gran Bretagna, Spagna, Corea del Sud, Brasile, Polonia, Lettonia e Canada che in un intero secolo non avevano mai avuto il privilegio di vedere la loro bandiera issata sul più alto pennone in occasione delle cerimonie di premiazione.

Ciò sta a testimoniare che – a parte i Concorsi Generali Individuale ed a Squadre, dove è necessaria una versatilità e qualità tecniche che non possono che appartenere a “Scuole consolidate” quali quelle di Cina, Russia, Giappone ed, in tempi recenti, anche Stati Uniti – qualsiasi Paese è in caso di presentare un proprio, singolo “specialista” che, senza alcuna pretesa nel Concorso Generale, può dire la sua allorché si cimenta all’attrezzo dove è in grado di esprimersi al meglio …

Questo frazionamento di allori è solo in parte derivante dalla disgregazione dell’impero sovietico, visto che i migliori ginnasti provenivano dalla Russia, come conferma il fatto che nelle ricordate ultime edizioni si mettono al collo la medaglia d’oro solo un atleta lettone e due ucraini, mentre il fuoriclasse bielorusso Vitaly Scherbo – l’ultimo grandissimo interprete della Disciplina – portò in dote le sue 6 medaglie d’Oro ai Giochi di Barcellona ’92 sotto la bandiera della “Comunità degli Stati Indipendenti, iniziando a rappresentare il suo Paese di nascita dai Mondiali di Birmingham dell’anno seguente.

Il paragone “1960-‘72/2000-‘16” evidenziato per fasce temporali omogenee, ha però avuto il suo inizio, quanto a frazionamento di successi, in occasione dei Giochi di Atlanta 1996, allorché sulle 8 medaglie d’Oro in palio, la sola Russia se ne aggiudica due (Concorso Generale a Squadre e Volteggio con Alexei Nemov), mentre il Concorso Generale Individuale ha visto emergere il cinese Li Xiaoshuang, ed i singoli attrezzi hanno premiato il tedesco Andreas Wecker alla Sbarra, l’ucraino Rustam Sharipov alle Parallele, lo svizzero (di chiare origini cinesi …) Li Donghua al Cavallo con Maniglie ed il nostro Yuri Chechi a sfatare la “Maledizione olimpica” agli Anelli …

Ne manca uno, quello che, difatti, non è un attrezzo, bensì un “Esercizio a Corpo Libero” e qui ad emergere è il protagonista della nostra Storia odierna, per il quale cimentarsi su di una pedana all’interno di un Palazzetto è una “sorta di ripiego” rispetto a quelle che erano le sue aspirazioni giovanili, avendo preferito ben altri e più celebri palcoscenici, come il “Teatro Bolscioi” di Mosca …

Già, perché Ioannis Melisssanidis, cui è dedicato il nostro racconto, avrebbe voluto studiare Danza Classica dal momento che, assieme alla sua famiglia, aveva fatto ritorno in Grecia, a Salonicco, all’età di due anni, dopo essere nato il 27 marzo 1977 a Monaco di Baviera, in Germania, dove i genitori Evaggelos ed Aikaterini all’epoca lavoravano.

La passione per il ballo prende il piccolo Ioannis all’età di poco più di 9 anni, non incontrando però l’approvazione dei genitori che, secondo quanto dalla stessa futura Gloria Olimpica riferito, acconsentirono a fargli praticare quantomeno la Ginnastica artistica dopo che il bambino si era rifiutato di mangiare per due giorni …

Costretto a praticare quella che per lui altro non è che una “seconda scelta”, è evidente che il giovane Ioannis eccelli nelle due specialità ginniche che più si avvicinano al ballo, ovverossia il Corpo Libero ed il Volteggio, dove grazia ed eleganza si fondono ben più che agli attrezzi dove predomina la forza fisica, dando immediata dimostrazione di ciò ai Campionati Europei Juniores 1991, dove conquista il bronzo al Corpo Libero precedendo futuri Campioni mondiali assoluti quali il bielorusso Ivan Ivankov ed il bulgaro Yordan Yovchev.

Ed allorché due anni dopo, nella stessa Rassegna Continentale Juniores, Melissanidis sale sul gradino più alto del podio al Corpo Libero e si pone su quello più basso al Volteggio, non sono in pochi a profetizzare che in vista dei prossimi appuntamenti iridati ed olimpici occorra fare i conti soprattutto con lui …

Previsione che prende quanto mai più corpo dopo l’esito dei Campionati Mondiali ’94 svoltisi a fine aprile a Brisbane, in Australia, dove solo il citato fuoriclasse bielorusso Scherbo è in grado di far meglio del 17enne greco al Corpo Libero, totalizzando 9,725 rispetto al 9,687 con cui viene premiato Melissanidis, il quale divide il secondo gradino del podio con il britannico Neil Thomas.

A dare ancor maggior valore all’impresa del ginnasta greco valga il fatto che egli diviene il primo del suo Paese, di entrambi i sessi, ad aver conquistato una medaglia iridata, anche se nel biennio successivo non conferma le aspettative, non riuscendo a qualificarsi per le Finali di alcuna specialità sia alla Rassegna di Sabae 1995 che di San Juan de Portorico 1996, che vedono, peraltro, Scherbo confermare il titolo al Corpo Libero …

Circostanze tutte che inducono a ritenere il bielorusso il grande favorito anche ai Giochi di Atlanta che si svolgono dal 20 luglio al 4 agosto 1996 e che, viceversa, rappresentano il suo, inatteso, passo d’addio, pur riuscendo a conquistare quattro medaglie, ma del solo metallo di bronzo, quasi un’offesa per un atleta del suo livello.

Gradino più basso del podio che viene salito da Scherbo nel Concorso Generale Individuale così come al Volteggio, alla Sbarra ed alle Parallele, mentre sono in molti a scommettere che, sia pur in fase calante, sia per lui difficile farsi sfuggire l’Oro al Corpo Libero dove, ricordiamo, vanta tre argenti iridati consecutivi dal 1991 al ’93, cui sono seguiti altrettanti titoli nel triennio successivo …

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Melissanidis – da:pinterest.ca

 

Per quanto, al contrario, riguarda Melissanidis, lo stesso concentra su detto esercizio tutte le proprie energie, visto che – sulla base delle premesse elencate all’inizio – i risultati agli altri attrezzi sono alquanto imbarazzanti (33esimo al Volteggio, 75esimo alle Parallele, 81esimo alla Sbarra, 82esimo al Cavallo con Maniglie ed 86esimo agli Anelli, nonché 52esimo al Concorso Generale Individuale …), mentre al Corpo Libero conclude i preliminari al quarto posto con 19,375 punti, alle spalle del russo Yevgeny Podgorny (19,549) e delle due stelle Scherbo (19,462) e l’altro russo Nemov (19,450).

Le nuove norme prevedono però che tali punteggi servino esclusivamente a qualificare i migliori otto ginnasti per contendersi le medaglie, e gli stessi ripartono tutti da zero nella Finale che ha luogo il 28 luglio 1996 al “Georgia Dome” di Atlanta …

Se l’argento iridato di Brisbane di Melissanidis aveva rappresentato la prima medaglia ad un Mondiale per la Grecia, in sede olimpica il Paese ellenico vanta sì due Ori nel Medagliere assoluto, ma occorre precisare che gli stessi risalgono all’edizione inaugurale dei Giochi dell’Era Moderna di Atene 1896, allorché ad affermarsi furono, curiosamente un altro Ioannis, Mitropoulos, agli Anelli e Nikolaos Andriakoupolos alla Fune, e pertanto con una rosa di partecipanti alquanto ristretta …

Ma torniamo alle imprese del nostro uomo, il quale, forse esaltato dall’atmosfera di Olimpia (bene o male terra dei suoi avi …) ed immaginando di trovarsi sul palcoscenico da lui tanto desiderato del Boslcioi, manda in scena un’esibizione ai limiti della perfezione, impreziosita da un’uscita con tre salti mortali in avanti ed uno raggruppato all’indietro che strappa le ovazioni del pubblico presente e, quel che più conta viene premiata dalla Giuria con un 9,90, quattro 9,850 ed un 9,80 per un punteggio finale (vengono scartati il migliore ed il peggior voto …) di 9,850 sufficiente ad assicurargli la Medaglia d’Oro …

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Melissanidis con al collo l’Oro al Corpo Libero – da:insgain.com 

Alle sue spalle, Scherbo conferma essersi presentato negli Usa non in perfette condizioni, commettendo varie incertezze pagate con un 9,275 che gli vale appena la settima posizione, nel mentre anche Podgorny non tiene fede agli esercizi eliminatori, concludendo non meglio che sesto con 9,550 così che a far compagnia al greco sul Podio di Atlanta sono il cinese Li Xiaoshuang ed il russo Nemov, con 1,837 e 9,800 rispettivamente.

Inutile dire che in Patria Melissanidis viene accolto come una sorta di eroe, avendo peraltro modo di mettersi in evidenza negli anni a seguire ai Campionati Europei di San Pietroburgo 1998, dove si impone al Volteggio e conquista l’argento al Corpo Libero alle spalle del più volte ricordato Nemov.

L’oramai 22enne greco si presenta con fondate ambizioni anche alla Rassegna Iridata ’99 in programma a Tianjin, in Cina, dove si qualifica per le Finali al Corpo Libero ed al Volteggio, ma mentre a quest’ultimo attrezzo deve accontentarsi del settimo posto con un modesto 8,606, nell’esercizio da lui preferito vede sfuggire la medaglia per 0,100 piazzandosi quarto, a pari merito con il bielorusso Vitaly Rudnitsky ed il cinese Yang Wei, tutti accreditati di 9,637 rispetto al 9,737 dell’altro cinese Xing Aowei, nel mentre Nemov conferma il titolo di Losanna ’97 imponendosi (9,787 a 9,750) sullo spagnolo Gervasio Deferr.

Melissanidis pone fine alla propria carriera con la partecipazione ai Giochi di Sydney 2000, dove peraltro si esibisce solo al Volteggio e nel quale – dopo essersi qualificato con il quarto miglior punteggio di 9,737 che, se ripetuto in Finale, gli avrebbe dato un secondo Oro – paga a caro prezzo un’incertezza in fase di atterraggio ed il 9,262 assegnatogli dai Giudici lo posiziona non meglio che settimo.

Ma se Ioannis chiude con la Ginnastica, quest’ultima non si dimentica di lui, inserendo due sue varianti al Volteggio nel “Codice dei Punteggi”, mentre in Patria è lui a far valere la notorietà acquisita in campo sociale quale sostenitore di “Greenpeace” e, nel 2003, appoggia pubblicamente la “Fondazione Melina Mercouri” nella battaglia per restituire alla Grecia i Marmi di Elgin, attualmente custoditi presso il “British Museum” di Londra.

Ovviamente, nella sua città adottiva di Salonicco la Palestra è stata a lui intitolata, così come Melissanidis è stato uno degli ultimi tedofori in occasione delle Olimpiadi che si sono svolte nel 2004 ad Atene, mentre quattro anni dopo, a Pechino, è stato invitato dagli Organizzatori a presenziare ai Giochi, nonché a tenere delle lezioni alle Università quale rappresentante del CIO …

Insomma, non avrà coronato il sogno di esibirsi al Bolscioi, ma in ogni caso la sua naturale predisposizione per il ballo gli ha comunque consentito di costruire qualcosa di positivo …

 

CINQUE GENTILUOMINI INGLESI IN CROCIERA VERSO L’ARGENTO NELLA SPADA ALLE OLIMPIADI INTERMEDIE DEL 1906

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I cinque spadisti inglesi – foto tratta dal libro “The cruise of the Branwen”

articolo di Gabriele Fredianelli

Prendete cinque gentiluomini inglesi di mezz’età, un po’ panciuti e coi baffi. Metteteli su una nave da crociera in mezzo al Mediterraneo. Tutto vi aspettereste, probabilmente, tranne che quel quintetto torni in patria con una medaglia d’argento olimpica.

Eppure in quella primavera del 1906 andò proprio così. Ad Atene quell’anno si svolsero le Olimpiadi “del decennale”, per celebrare i dieci anni dalla ripresa dei Giochi moderni, tra l’altro a poca distanza del mezzo flop di Saint Louis che aveva rischiato di compromettere il futuro della manifestazione. A dire il vero, nel conteggio ufficiale olimpico quelle medaglie non sono prese in considerazione, in quanto quella non fu mai considerata un’Olimpiade ufficiale.

Nel mese di aprile il Branwen, uno yacht a vapore di 41 piedi da poco varato ai cantieri di Southampton, fa rotta verso la Grecia. La nave è di proprietà del giovane Thomas Evelyn Scott-Ellis, 8° barone di Howard de Walden, e 4° barone di Seaford: è considerato lo scapolo più ricco d’Inghiterra e nel 1908 parteciperà all’unica gara di motonautica nella storia delle Olimpiadi.

Quella nave intanto ospita a bordo la squadra degli spadisti britannici. Una squadra decisamente dal sangue blu.

C’è William Henry Grenfell, 6° barone Desborough di Taplow: ha 51 anni, è un parlamentare e già vogatore per l’equipaggio di canoa di Oxford. Sarà il presidente del comitato organizzatore dei Giochi di Londra nel 1908 e capace di nuotare nelle rapide del Niagara, di scalare il Cervino e di remare lungo la Manica.

C’è sir Cosmo Edmund Duff-Gordon: ha 44 anni, è il 5° baronetto di Halkin, uno dei fondatori della London Fencing League, membro del Bath Club e del Royal Automobile Club, esperto di tecniche di autodifesa. Nel 1912 lui e sua moglie, la stilista Lucy “Lucilla” Christiana Sutherland, saranno tra i sopravvissuti del Titanic, non senza polemiche sulle modalità del loro salvataggio a bordo di una scialuppa.

C’è sir Charles Edmund Newton Robinson: ha 53 anni, è stato tra i fondatori di un club di scherma a Londra, nonché velista e appassionato d’arte e gemme preziose.

C’è Edgar Isaac Seligman: ha 41 anni, è nato a San Francisco da genitori tedeschi ed è ebreo. Ha partecipato alla guerra anglo-boera ed è un pittore di successo. È il miglior schermidore del gruppo: nella sua carriera sarà campione inglese di fioretto, spada e sciabola, vincerà altre due medaglie a squadre nelle Olimpiadi successive, partecipando fino a quelle di Parigi del 1924, a 57 anni, quando si ritirerà soltanto per un infortunio.

C’è anche sir Theodore Andrea Cook: è il più giovane della compagnia e il capitano della squadra, ha 39 anni ed è un giornalista e uno sportivo poliedrico. Sarà lui a raccontare di quella Olimpiade e di quella crociera, dedicandogli uno splendido libro dettagliato e illustrato, “The cruise of the Branwen“.

In quel viaggio, tra l’altro, nacque anche l’idea di organizzare a Londra i Giochi del 1908. Anche perché gli inglesi, quando si avvicinarono a Napoli, assistettero all’eruzione del Vesuvio più imponente del Ventesimo secolo: quella che riempì a lungo di fuliggine tutto il Mediterraneo, sbucando fino nei cieli di Parigi. E fu proprio quell’evento, che causò 300 morti in Campania, a far ritirare all’Italia la propria candidatura per l’Olimpiade di due anni dopo, favorendo gli interessi d’Oltremanica.

Dopo aver attraversato il canale di Corinto e aver visitato il Partenone, nel pieno del fascino ellenico e delle suggestioni classiche, la squadra scese in pedana tra la Scuola Centrale di Ginnastica, lo Zappeion e l’Athens Lawn Tennis Club. Nonostante l’età e qualche chilo di troppo, gli inglesi non se la cavarono per nulla male.

I maturi spadisti, davanti al loro re Edoardo VII e alla regina Alexandra (sorella del re di Grecia, Giorgio I, entrambi danesi), vinsero nel primo turno del tabellone sulla Germania, i cui atleti avevano capito male l’orario di inizio della competizione: i tedeschi finirono per addormentarsi e arrivarono tardi all’appuntamento, venendo poi sconfitti per 9-2.

Quindi gli inglesi fecero fuori i belgi in una sfida che durò due giorni e si concluse con un 14-9. A quel punto persero soltanto la finale, in una sfida arrivata agli spareggi, contro la Francia dell’ufficiale dei dragoni Georges de la Falaise e del barone Georges Dillon-Kavanagh, di origine irlandese e futuro pilota di Bugatti.