LUCIDIO SENTIMENTI IV, IL PORTIERE CHE SAPEVA SEGNARE

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Una parata di Sentimenti IV – da unaquestionedicentimetri.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Quest’anno avrebbe compiuto 97 anni, Lucidio Sentimenti IV, detto “Cochi”, che nacque a Bomporto, nel modenese, il 1 luglio del 1920. Quarto di cinque fratelli, tutti calciatori.

Si racconta che la sua storia sia cominciata con una lettera, scritta di suo pugno: “Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a quindici lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere”.

Tozzo, ma agile e dalle doti atletiche di rilievo, non aveva il fisico perfetto per fare il portiere, ma del portiere aveva l’occhio, riusciva a leggere con anticipo i movimenti degli avversari e possedeva un colpo di reni davvero eccezionale. Allo stesso tempo era dotato di un piede eccelso. Ed un tiro niente male.

Aveva il fisico per fare qualunque ruolo, e così fu ingaggiato dal Modena, a soli 16 anni, in un ruolo da definire, qualche volta portiere, altre volte attaccante. Ala destra. Ed impressionò. Si guadagna la serie A al primo tentativo ma l’anno dopo non riesce tuttavia ad evitare la retrocessione dei “canarini”, pur disputando un’ottima stagione.

Fu così notato dalla Juventus, che era in cerca di un buon portiere. Era l’estate del 1942. Sentimenti IV passò ai bianconeri. Lucidio, che della Juventus era tifoso, ci avrebbe ritrovato suo fratello Vittorio, Sentimenti III.

L’inizio non fu proprio dei migliori, ma riuscì ad affermarsi diventando il portiere titolare dei bianconeri per 4 stagioni.

Passerà alla Lazio, dove, il 21 febbraio 1954, si toglierà lo sfizio di parare un rigore niente meno che a Boniperti, suo ex compagno di squadra, e chiuderà la sua carriera da calciatore professionista tra le file del Vicenza nel 1956-57, ad eccezione di una breve parentesi col Talmone Torino nel 1959.

Il mito di questo portiere si è tramandato negli anni, tra record personali, curiosità ed aneddoti.

Primo portiere rigorista d’Italia, è tutt’ora l’estremo difensore che ha realizzato più gol nel campionato di serie A, ben 5. Detiene il curioso record di essere stato l’unico calciatore ad aver disputato partite ufficiali di Serie A sia come portiere che come giocatore di movimento, come ala destra.

Di Sentimenti IV sono note le “uscite di piede”, per le quali diventò celebre: era solito tuffarsi con i piedi uniti, anziché con le braccia e con la faccia sia per evitare incidenti ma soprattutto per arrivare prima sul pallone. Un intervento al limite del lecito, ma calcolato al millesimo. Questa tecnica rimase il suo marchio di fabbrica per tutta la sua carriera, e nessun portiere è stato in grado di ripeterla nel tempo.

Non a caso di lui Gianni Brera scrisse: «Freddissimo determinista, dotato di una astuzia luciferina».

Il 17 maggio 1942, in occasione della sfida Napoli-Modena, Lucidio incrociò il fratello Arnaldo, Sentimenti II, portiere dei partenopei, che aveva collezionato ben 9 rigori parati consecutivamente. Lucidio realizzò il rigore per gli emiliani interrompendo la striscia positiva del fratello che, sentendosi offeso, lo rincorse per tutto il campo tra l’ilarità dei presenti. A causa di questo episodio i due fratelli non si parlarono per due anni. Tant’è che anni dopo Lucidio in un’intervista ricorderà quell’episodio del rigore come uno dei più tristi della sua carriera.

Sentimenti IV fu anche portiere della Nazionale di calcio italiana. Con alterne fortune. Esordì l’11 novembre 1945 contro la Svizzera, subendo quattro gol. Altri tre ne subì il 9 novembre 1947, al Prater Stadium di Vienna, complici vento e nebbia. Ma fu anche l’unico giocatore titolare non del Grande Torino a disputare la partita contro l’Ungheria, l’11 maggio dello stesso anno. Partecipò anche alla spedizione brasiliana dei Mondiali del 1950, giocando da titolare l’incontro con la Svezia. Deterrà il record di giocatore più anziano ad aver indossato la maglia della Nazionale in un mondiale fino al 2014, anno della sua morte.

La sua eccessiva sicurezza sui tiri da lontano spesso lo portava a prendere dei gol balordi da fuori area. Ai tempi in cui militava con la Lazio, i tifosi lo accusarono di essere miope, tanto da spingere la società a fargli sostenere una visita oculistica.

Chiusa la carriera da giocatore, iniziò quella da allenatore. Del settore giovanile. Cominciando al Cenisia, squadra dilettantistica del torinese con cui aveva appeso definitivamente le scarpe al chiodo nel 1960, per poi passare ad allenare le giovanili della Juventus per quasi 30 anni, fino al sopraggiungere dell’età per la pensione. Continuò a dedicarsi ai ragazzi a livello locale, diventando responsabile del settore giovanile della Sisport, la società sportiva gestita dalla Fiat.

In una intervista rilasciata a Maurizio Ternavasio, nell’agosto del 1988, alla domanda sulla sua carriera da allenatore risponderà: «La tappa è stata unica, ma molto felice: una volta conseguito, infatti, il patentino di allenatore di prima categoria, entrai nel settore giovanile della Juventus, dove lavorai quasi trent’anni, con lunghe parentesi come allenatore dei portieri della prima squadra e come allenatore in seconda quando titolari della panchina erano Rabitti prima e Vycpálek poi. E giuro di non aver mai provato alcun rimpianto per non aver arricchito la mia esperienza altrove».

L’Avvocato Agnelli ebbe per lui parole di elogio, dirà in un’intervista che Sentimenti IV è stato il più grande portiere che lui abbia visto giocare alla Juventus.

E la Juventus riuscì a celebrarlo degnamente prima della sua morte. L’8 settembre 2011 fu il più anziano calciatore vivente a cui la Juventus assegnò una stella celebrativa nella Walk of Fame dello Juventus Stadium; il suo ingresso in campo, a 91 anni compiuti, fu salutato da un’ovazione dei 41 000 spettatori presenti.

Lo speaker dello Stadium lo annunciò così: “Testimone della nostra storia, un nome che tutti quanti abbiamo sentito: è bello che questo campo nasca con il suo sorriso a centrocampo. Una leggenda juventina e una leggenda del calcio in tutto il mondo“.

Ma nonostante la sua lunga carriera, costellata di record ed aneddoti degni dei grandi campioni, Lucidio non riuscì ad ottenere nessun trofeo, segno che talvolta il destino gioca dei brutti scherzi proprio nei momenti più importanti.

Chiudiamo con un aneddoto da lui stesso raccontato in un’intervista: “Primissimi anni cinquanta, incontro Lazio-Milan, terminato 1-1. Passò in vantaggio il Milan grazie ad un autogoal di mio fratello nonché compagno di squadra Sentimenti III, quindi su rigore pareggiò Sentimenti V (anch’egli giocava al mio fianco) e a pochi minuti dalla fine il sottoscritto parò un rigore dei rossoneri. E il giorno dopo quasi tutti i giornali portavano un titolo del tipo: Lazio-Milan, tutto fatto in famiglia”.

COLETTE E LILLIAN, LE AMICHE/RIVALI UNITE DA UN TRAGICO DESTINO

 

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Lillian Board e Colette Besson – da:billo.net

 

Articolo di Giovanni Manenti

Il programma olimpico delle gare di Atletica Leggera non fa più, al giorno d’oggi, particolari distinzioni di sesso, essendo state parificate le medesime specialità sia in campo maschile che in quello femminile, dove perdura solo la ridotta distanza sugli ostacoli alti (100m. invece che 110) ed un minor numero di prove multiple, con l’eptathlon rispetto al decathlon, nonché la marcia, limitata ai 20km. a fronte dei 50 disputati dagli uomini.

Tale parificazione è comunque avvenuta progressivamente nel tempo, basti pensare che sino alle Olimpiadi di Roma ’60 vi erano tre sole gare di corsa piana (100, 200 ed 800 metri), oltre agli 80hs. ed alla sola staffetta 4×100, e che il giro di pista – una delle specialità più classiche dell’Atletica – viene introdotto solo quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, e la prima campionessa è la fuoriclasse australiana Betty Cuthbert, unica atleta nella storia della rassegna a cinque cerchi ad aver vinto le prove individuali sui 100, 200 e 400 metri.

In campo europeo, viceversa, i 400 metri vengono inseriti nel programma dei Campionati Continentali sin dall’edizione di Stoccolma ’58, con le sovietiche Mariya Itkina ed Yekaterina Parlyuk ad accaparrarsi Oro ed Argento, con la Itkina capace di confermarsi anche quattro anni dopo, a Belgrado ’62, facendo segnare il tempo di 53”4, deludendo però nell’esordio olimpico, in cui conclude non meglio che quinta, in 54”6, nella ricordata Finale vinta dalla Cuthbert in 52”0, ad un solo 0”1 decimo dal limite mondiale della coreana Shin Geum-dan, sfortunatamente impossibilitata a partecipare ai Giochi per controversie di natura politica.

Quando una nuova specialità si affaccia sul panorama sportivo, i primi anni sono, generalmente, quelli in cui occorre verificare quali atlete intendano prendervi parte e, nel caso specifico, la scelta ricade su coloro provenienti dalla velocità come i 200 metri piuttosto che dalla prova di resistenza sugli 800, ed, in vista dei Giochi di Città del Messico ’68, il movimento europeo inizia ad affilare le armi.

In particolare, la specialità trova proseliti in Francia – Nazione ancora a secco di medaglie d’oro in campo femminile per quanto attiene le gare di corsa, potendo vantare solo i successi della poliedrica Micheline Ostermeyer nel getto del peso e nel lancio del disco a Londra ’48 – dove fiorisce un trio di protagoniste sul giro di pista formato da Monique Noirot, Colette Besson e Nicole Duclos, di cui la prima, la più anziana del trio, essendo nata nel 1941, si mette in evidenza con il Bronzo conquistato in 54”0 agli Europei di Budapest ’66, nella gara vinta dalla cecoslovacca Anna Chmelkova con 52”9.

Un’altra insidia giunge però dall’altra parte della Manica, sotto forma di una “ragazza prodigioche risponde al nome di Lillian Board, nata a Durban, in Sudafrica, il 13 dicembre ’48, e che fa il suo debutto ad alti livelli all’età di 17 anni piazzandosi quinta nella Finale sulle 440yds ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, con l’amarezza però di non essere selezionata per i successivi europei di Belgrado.

 

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Lillian Board – da:gettyimages.it

 

La “Golden Girl” dell’atletica inglese ha comunque modo di rifarsi l’anno seguente, quando si aggiudica la prova sui 400m. in occasione dell’incontro Commonwealth-Usa svoltosi a Los Angeles il 9 luglio ’67 con il tempo di 52”8, cui unisce la vittoria nella Finale di Coppa Europa a Kiev – unica conquistata dalle atlete britanniche – con il tempo di 53”7, precedendo la vicecampionessa europea di Belgrado ’66, l’ungherese Antonia Munkacsi.

Detti risultati fanno della Board, ancorché non ancora 20enne, la favorita sul giro di pista ai Giochi di Città del Messico in programma ad ottobre ’68 nella Capitale nordamericana, mentre sul continente la Federazione francese iscrive alla prova la già ricordata Noirot e la 22enne Colette Besson.

Quest’ultima, nata a Saint-Georges-de-Didonne, in Nuova Aquitania, il 7 aprile 1946, è pressoché semisconosciuta a livello internazionale, avendo al suo attivo, come migliori risultati a fine ’67, 24”7 sui 200 metri e 55”2 sul giro di pista, e si guadagna la selezione olimpica grazie al suo primo titolo sui 400 metri ai Campionati francesi di fine luglio ’68 migliorando di quasi 1” il proprio personale, facendo fermare i cronometri sul 54”3.

 

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Colette Besson – da:alchetron.com

 

Decisa a giocarsi sino in fondo le proprie carte, la Besson trascorre il mese di agosto allenandosi in altitudine a Font-Romeu, sui Pirenei Orientali, città posta ad oltre 2mila metri sul livello del mare, avendo così modo di assuefarsi all’aria rarefatta che troverà nella Capitale messicana, sobbarcandosi anche il sacrificio di dormire in tenda nel campeggio municipale.

Un sacrificio che inizia a dare i propri frutti sin dalle batterie del 14 ottobre, che vedono la Besson aggiudicarsi la prima serie scendendo ancora a 53”1, mentre il giorno dopo, data di disputa delle due semifinali, la francese non si migliora, concludendo la propria gara in 53”6 alle spalle della tedesca Helga Henning (53”3), mentre nella seconda serie la Board scopre le carte facendo registrare il tempo di 52”5 che la conferma come la più seria candidata al titolo olimpico.

Indubbiamente sfavorita dall’assegnazione in sorte della prima corsia, mentre la Besson è in quinta, la Board sembra comunque in grado di far suo l’oro nella Finale del 16 ottobre allorquando raggiunge, all’uscita dell’ultima curva, la cubana Aurelia Penton che si era incaricata di fare l’andatura per i primi 250 metri, pagando però dazio sul rettilineo d’arrivo chiudendo non meglio che quinta, mentre gli spettatori assistono stupefatti all’imperiosa progressione della francese, dalla folta capigliatura corvina spiegata al vento, che, falcata dopo falcata, recupera posizioni e terreno sino ad andare ad appaiare la giovane inglese per superarla sul filo di lana con il tempo di 52”03 rispetto al 52”12 della rivale.

 

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Il vittorioso arrivo della Besson a Città del Messico ’68 – da:billo.net

 

E mentre Colette commuove la Francia intera con le copiose lacrime che calano sul suo grazioso volto in occasione della cerimonia di premiazione, Lillian pensa in cuor suo di far tesoro di questa sconfitta – in larga parte dovuta all’inesperienza legata alla giovane età – già in occasione del prossimo appuntamento, fissato per i Campionati Europei di Atene ’69, dato che ancora, nel programma olimpico, non è prevista la disputa della staffetta 4×400.

 

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Il podio dei 400m. a Città del Messico ’68 – da:billo.net

 

Le lacrime di gioia della Besson fanno posto, ad un anno di distanza, a due cocenti delusioni, pur se due argenti europei non sono proprio da buttare, ma è il modo “che ancor m’offende”, visto che in entrambi i casi viene beffata sul filo dei centesimi, considerando altresì che la Board – capace in carriera di spaziare con ottimi risultati dai 100 metri financo al miglio – si iscrive sugli 800, lasciando alle connazionali Janet Simpson, Rosemary Wright e Jennifer Pawsey il compito di sfidare le francesi.

Già, “le francesi”, perché l’insidia maggiore per la neocampionessa olimpica viene proprio dalla Nicole Duclos, di un anno più giovane di lei, che vive nel ’69 il suo “Anno di Gloria, dapprima facendo suo il titolo nazionale a luglio coprendo la distanza in un eccellente 52”8 – lei, che a fine ’68, vantava un “Personal Best” sul giro di pista di appena 55”9 (!!) – per poi, il mese successivo, migliorarsi ancora sino a fermare i cronometri in un 52”0 che le vale il successo nell’incontro Europa-America, in cui la Besson si classifica terza in 52”7, preceduta anche dall’americana Kathy Hammond con 52”3.

Abituata, comunque, a duellare contro le favorite, la Besson accetta la sfida lanciatale dalla connazionale e le due danno vita ad una delle più memorabili sfide della Storia dei Campionati Europei, catapultandosi assieme sul filo di lana per un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, dando ragione alla Duclos per l’inezia di soli 0”02 centesimi (51”77 a 51”79) tempo che, arrotondato al decimo come ancora si usava all’epoca, viene ufficializzato in 51”7 per entrambe, il che vuol dire Record mondiale, destinato a durare per ben 11 anni.

 

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Colette Besson e Nicole Duclos ad Atene ’69 – da:sport-inside.eu

 

Si potrebbe facilmente pensare che, potendo contare sull’Oro e l’Argento della prova individuale, non dovessero sussistere eccessivi problemi a far propria anche la vittoria nella staffetta 4×400 da parte del quartetto transalpino, tanto più che le due britanniche Simpson e Wright hanno concluso la Finale al penultimo ed ultimo posto ben distaccate, con i rispettivi tempi di 53”8 e 54”6, ma ecco che a rinforzare la formazione di Sua Maestà giunge il “carico da 11” costituito dalla Board, la quale, dal canto suo, si è appena messa al collo la medaglia d’oro sugli 800 metri, battendo nettamente i 2’01”5 il resto della concorrenza.

 

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La Board vince gli 800m. agli Europei – da:go-feet.blogspot.it

 

Altra gara da consegnare agli archivi della Storia dell’Atletica Europea, con una sorta di ping-pong tra i due quartetti, con la Francia che sembra lanciata verso una facile vittoria a metà gara, dopo che la Duclos ha corso la frazione interna in uno straordinario 50”9 che le consente di consegnare il testimone alla Eliane Jacq con un cospicuo vantaggio di quasi 2” (1’44”4 ad 1’46”3) sulle britanniche, distacco che la Simpson riduce a soli 0”2 decimi (frazione di 52”1 rispetto al 53”8 della transalpina), così consentendo alla Board di potersi giocare tutte le sue carte nel “testa a testa” con la Besson in ultima frazione.

 

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Il cambio per l’ultima frazione della 4×400 – da:billo.net

 

Per chi mastica di atletica, non è difficile comprendere come quella della Board sia la posizione ideale, dato che in staffetta entrambi gli atleti corrono alla corda dopo la frazione iniziale, potendo fare la corsa sull’avversaria, e l’inglesina non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di prendersi la rivincita della sconfitta di Città del Messico, rendendo la pariglia alla Besson superandola in prossimità del traguardo (52”4 a 52”6 i relativi parziali) per un crono finale che assegna la vittoria al quartetto britannico per soli 0”03 centesimi (3’30”82 a 3’30”85) che, come in occasione della gara individuale, viene arrotondato in 3’30”8 che vale il record mondiale per entrambe le staffette, con la Besson che coglie il singolare e pèoco individuale primato di stabilire due limiti mondiali senza aver vinto nessuna delle due gare …!!

 

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L’arrivo spalla a spalla di Board e Besson in Staffetta – da:gettyimages.it

 

La giovane età delle protagoniste – 23 anni la Besson, 22 la Duclos ed addirittura 21 la Board – fa presagire ulteriori appassionanti sfide negli anni a venire, a cominciare dai prossimi Campionati europei in programma ad Helsinki ’71 – unica circostanza in cui la rassegna continentale viene disputata a cadenza biennale in anni dispari, poi tornata con appuntamento quadriennale a far tempo da Roma ’74 – se non fosse che un destino maligno ci mette la coda, condannando la giovane Lillian ad un’atroce morte prematura.

Dopo aver, difatti, iniziato la stagione ’70 con due gare sul miglio, in parte per acquisire resistenza per gli 800 metri, ma anche con l’obiettivo di essere la prima atleta britannica a rappresentare il proprio Paese in tutte le gare di corsa piana dai 100 sino ai 1500 metri (che, all’epoca, costituivano la più lunga distanza consentita in campo femminile …), facendo realizzare un eccellente tempo di 4’44”6 (seconda miglior prestazione nel Regno Unito …) il 16 maggio a Roma, giungendo alle spalle della nostra Paola Pigni, ecco che la Board inizia ad accusare sempre più forti dolori di stomaco, con conseguente dimagrimento, concludendo al terzo posto la gara sugli 800 metri ai Campionati inglesi al Crystal Palace, il 20 giugno successivo, per quella che sarà l’ultima corsa della sua carriera.

Ulteriori e più approfondite analisi rivelano la presenza di una forma tumorale in fase terminale che non lascia alla giovane atleta eccessive speranze di vita, nonostante la stessa tenti il ricovero, a novembre, presso la Clinica del Dr. Josef Issels vicino a Monaco di Baviera per sottoporsi ad una cura sperimentale che, purtroppo, non fornisce alcun esito positivo.

Mentre è ricoverata, Lillian riceve la gradita visita di Colette, alla quale consiglia di non smettere di allenarsi duramente, perché tra Europei ’71 e Giochi di Monaco ’72 dovrà vedersela con lei non appena si sarà ripresa, parole alle quali la francese fatica a non commuoversi, lasciandosi andare ad un dirotto pianto non appena uscita dalla camera dell’amica/rivale, date le drammatiche condizioni fisiche in cui l’aveva trovata.

I sogni di gloria di Lillian si spengono definitivamente il giorno dopo Natale, il 26 dicembre ’70, appena 13 giorni dopo il suo 22esimo Compleanno, avendo vicino a lei, ad assisterla sino alla fine, il proprio fidanzato e famoso ostacolista britannico David Hemery, oro sui 400hs a Città del Messico ’68, il quale poi sposerà la sorella gemella di Lillian, Irene.

Una tragedia che sconvolge a livello emotivo anche la stessa Besson, la quale non riesce più a confermarsi ai livelli del biennio 1968-’69, provando anch’essa a cimentarsi, con scarso successo, sugli 800m. (miglior prestazione 2’03”3 ottenuta nel ’71 e ’72), mentre a livello di Manifestazioni, conclude al settimo posto la Finale sui 400 agli Europei di Helsinki ’71, non completando la staffetta 4×400 per irregolarità nei cambi, per poi far suo l’Oro sui 400 in 53”0 ed il Bronzo sugli 800 in 2’07”2 ai Giochi del Mediterraneo di Izmir ’71 (dove coglie anche l’Argento quale componente della Staffetta 4×100 …), e quindi concludere la carriera ai massimi vertici prendendo parte alle Olimpiadi di Monaco ’72 dove viene eliminata nei Quarti di Finale sui 400 metri, sfiorando una seconda medaglia olimpica con la staffetta 4×400, che conclude la propria prova in 3’27”5 ad un passo dal gradino più basso del podio.

Conclusa l’attività agonistica, la Besson si dedica alla carriera di tecnico per diverse Federazioni africane, ed ha la fortuna di assistere di persona al rinnovarsi di una vittoria olimpica francese in sede olimpica sulla sua distanza preferita, colta da Marie-José Perec ai Giochi di Barcellona ’92, prima che anch’essa resti vittima del “male del secolo”, nella fattispecie un cancro ai polmoni, che le viene diagnosticato nel 2003 e che la porta a spengersi a due anni di distanza, il 9 agosto 2005, all’età di 59 anni, potendosi così ricongiungersi all’amica/rivale Lillian, di gran lunga più sfortunata di lei.

E chissà che, nelle sconfinate praterie celesti, dove non vi sono limiti di età, le due non abbiano riproposto quelle sfide che sulla terra un destino avverso non ha consentito potessero realizzarsi …

LUDOVICO SCARFIOTTI, L’ULTIMO ITALIANO IN TRIONFO A MONZA

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Ludovico Scarfiotti a Monza nel 1966 – da formulapassion.it

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Pilota italiano originario di Torino, figlio di uno dei fondatori della Fiat e proprietario di una fabbrica di cemento, il giovane Ludovico Scarfiotti si appassionò fin dai subito ai motori, arrivando al debutto assoluto con una Fiat 1100 elaborata con cui vinse la 1000 miglia di categoria nel 1954, ma fu con la Osca 1100 che colse un’incredibile serie di vittorie: la Bologna-San Luca, la Aosta-Gran San Bernardo e la coppa Cimino, diventando inoltre campione italiano per due anni consecutivi nel turismo.

Nel 1959, con la Osca 1500 svettò nelle corse in salita, prestazioni che gli valsero l’abitacolo di una Ferrari per la 1000 km di Buenos Aires e del Nurburgring, mentre l’anno successivo con la Ferrari della scuderia Sant’Ambrogio ebbe la meglio sulle Porsche e vinse il titolo europeo delle corse in salita, per poi giungere a definitiva consacrazione il 25 marzo del 1963 con il trionfo alla 12 ore di Sebring in coppia con John Surtees.

Forte di un talento innato e dell’appoggio del cugino Gianni Agnelli debuttò in Formula 1 al gran premio d’Olanda del 1963 alla guida della Ferrari, orfana di Mairesse: in prova si classificò undicesimo a quattro secondi dal poleman Jim Clark, mentre in gara fu sesto al traguardo, conquistando subito il primo punto in carriera. Ma un incidente in prova nella successiva gara in Francia, a Reims, lo obbligò a qualche mese di riposo e tornò l’anno seguente, quando vinse la mille Km del Nurburgring e arrivò secondo al Mosport e terzo a Reims, facendo seguire nel 1965 un’altra serie strepitosa di vittorie in salita e nel Gt.

L’impegno in Formula 1 fu tuttavia sempre sporadico, disputò infatti, sempre con la Ferrari, il gran premio d’Italia del 1964 (fu nono al traguardo), mentre due anni più tardi, dopo un ritiro in Germania, si presentò al gran premio di Monza, 4 settembre 1966: con la sua Ferrari, davanti a 100 mila persone si guadagnò la prima fila accanto al compagno di scuderia Parkes, vincendo poi la gara al termine di una memorabile battaglia con Bandini e Parkes. A quel punto Scarfiotti era convinto di avere un posto garantito, ma Enzo Ferrari non lo confermò, pertanto continuò a correre a gettone con la Eagle disputando alcune gare anche con la Cooper, ottenendo un sesto posto in Olanda come migliore risultato.

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Un primo piano di Scarfiotti – da pinterest.com

Nel 1968 iniziò a correre con regolarità nel mondiale di Formula 1 alla guida della Cooper e contemporaneamente accettò un ingaggio per le gare di durata e salita con la Porsche poi, l’8 giugno 1968, in una gara nei pressi di Rossfeld, in Germania, uscì di strada venendo sbalzato a metri di distanza. Le cause non furono mai chiarite anche se è ipotizzabile la rottura del piantone dello sterzo costruito per motivi di peso in duralluminio; purtroppo Scarfiotti non sopravvisse all’impatto, venne sepolto al Cimitero monumentale di Torino e rimane a tutt’oggi l’ultimo pilota italiano ad aver vinto il Gran Premio d’Italia. E questo grazie allo stesso Enzo Ferrari che in quel magico giorno di Monza 1966, desiderando un successo tricolore, volle che il compagno di scuderia Parkes non lo ostacolasse. La parola del “Drake“, d’altra parte, valeva più del Vangelo.

per questo articolo grazie a Simone per la collaborazione

COPPA DELLE COPPE 1989, REAL MADRID-CASERTA E QUEL MATCH INDIMENTICABILE

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Petrovic e Oscar – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Quella che sto per raccontarvi è una storia di basket tra le più appassionanti che si ricordino. Ebbe come teatro lo Stadio della Pace e dell’Amicizia del Pireo di Atene, andò in scena il 14 marzo 1989, valeva per la Coppa delle Coppe e regalò l’immortalità cestistica, caso mai ancora non l’avessero guadagnata, a due mostri sacri della palla a spicchi, Drazen Petrovic ed Oscar Schmidt, fuoriclasse delle due squadre contendenti, Real Madrid e Juvecaserta.

Premessa. Caserta è ormai da qualche anno una delle realtà più importanti della pallacanestro tricolore. L’arrivo in panchina di Franco Marcelletti, che ha preso il posto di Bogdan Tanjevic, e l’innesto in squadra del fuoriclasse brasiliano, Oscar appunto, accanto alla crescita di giovani prodotti del vivaio come Nando Gentile e Vincenzo Esposito, ha garantito il salto di qualità ad una formazione approdata alla massima serie nel 1983, proprio sotto la guida del tecnico jugoslavo. Caserta ha giocato, e perso, la finale scudetto del 1986 con Milano, replicata l’anno dopo, e ha giocato, ed ancora perso, la finale di Coppa Korac, sempre nel magico anno 1986, contro Roma. Staziona ormai nei quartieri alti della classifica del campionato italiano e nel 1988, battendo Varese 113-100 in una sfida serrata, decisa al supplementare con 31 punti di Oscar e 29 di Gentile, ha infine colto il primo trionfo della sua storia, la Coppa Italia. E il PalaMaggiò, casa dei bianconeri, è pronta ad infiammarsi di nuovo per la stagione a venire, 1988/1989, anno in cui i campani intendono recitare da protagonisti.

Ad onor del vero in campionato le cose non vanno come vorrebbero, con il sesto posto in stagione regolare e l’eliminazione all’ultimo respiro, 94-93 alla bella, ai quarti play-off con la Virtus Bologna, e la sconfitta in finale di Coppa Italia contro lo stesso avversario, e con risultato maledettamente simile, 96-93, il 6 aprile, dopo un tempo supplementare. Ma nel frattempo c’è da onorare anche la presenza europea in Coppa delle Coppe, e lì, la squadra di Marcelletti, denuncia una sicurezza confortante.

Si comincia con la doppia vittoria contro i bulgari del CSKA Sofia al primo impegno, 84-74 e 103-80, per poi vedersi catapultare nel girone A a quattro con Real Madrid, Hapoel Galil e Cholet che promuove le prime due squadre alle semifinali incrociate con le promosse del girone B. Caserta perde le due sfide con gli spagnoli, nettamente in trasferta (109-92) e di un soffio al PalaMaggiò (95-94), vince le due gare con gli israeliani ed infine, all’ultima partita, si assicura il passaggio del turno battendo Cholet 80-70, rimediando alla sconfitta subita all’andata in Francia, 85-76.

E qui, al penultimo atto, Caserta si trova opposta a quel meraviglioso baluardo che risponde al nome di Arvydas Sabonis, “lo zar“. Si gioca andata e ritorno e in Lituania, che all’epoca ancora è Urss, i bianconeri rischiano il tracollo, andando sotto di -24 prima di operare la rimonta che consente loro di chiudere la sfida con un passivo recuperabile in casa, 86-80. Cosa che puntualmente accade nella bolgia del PalaMaggiò, pieno all’inverosimile e rigurgitante quella passione come solo il Sud Italia sa sprigionare, grazie soprattutto alla maiuscola prova del bulgaro Georgi Glouchkov che si prende il lusso di annullare, sotto i tabelloni, lo strapotere di Sabonis. Finisce 98-84 e per Caserta la finale è una splendida realtà.

14 marzo 1989, dunque. Atene. E qui si scrive una pagina epica di storia cestistica. Caserta trova sulla sua strada il Real Madrid di Drazen Petrovic, “il Mozart dei canestri“, che in semifinale ha sconfitto il suo passato, ovvero il Cibona Zagabria, con una doppia vittoria, 92-91 e 119-97. E se lo jugoslavo, indiscutibilmente il giocatore più forte d’Europa che di lì a qualche mese andrà a far conoscere il suo smisurato talento di là dall’Atlantico nel pianeta NBA, pennella un match memorbile, altrettanto fa il suo dirimpettaio in maglia bianconera, il “carioca” Oscar Schmidt, librando un duello all’ultimo canestro destinato all’immortalità. Ci sono 12.000 spettatori assiepati in tribuna, ad Atene, e la “torcida” casertana vale l’impeto dei realisti, che inseguono il secondo titolo in Coppa delle Coppe dopo quello vinto nel 1984 contro Milano, 82-81 nella finale di Ostenda.

Il Real Madrid è una potenza cestistica, vincitore della Coppa Korac l’anno precedente proprio contro il Cibona di Petrovic, e si garantisce qualche aiutino di troppo da parte dell’ineffabile Zdravko Kurilic, supportato dal più imparziale Kostas Rigas, comandando le operazioni, con Petrovic che segna da qualsiasi angolo del campo ed in qualsiasi condizione di tiro. Al termine saranno ben 62 punti (12/14 da due, 8/16 da tre e 14/15 ai liberi), record assoluto per una finale europea, ma Caserta ha grinta da vendere ed è in partita con Oscar che a sua volta mette a referto 44 punti. Madrid allunga sul 26-17 dopo soli sei minuti di gioco, trascinata anche dalle prestazioni impeccabili di Biriukov e Rogers (rispettivamente 20 e 14 punti) e in virtù di un’efficace fluidità di gioco, ma Caserta non si arrende, Glouchkov sotto canestro limita Fernando Martin segnando 13 punti e strappando 11 rimbalzi e Gentile a sua volta colpisce con precisione chirurgica (alla fine saranno 34 punti per lui), spalleggiato da Dell’Agnello che firma la doppia doppia con 18 punti e 12 rimbalzi. Al 13esimo minuto i bianconeri mettono la testa avanti, 34-33, ma Petrovic è immarcabile e all’intervallo il punteggio, altissimo, è fissato sul 60-57 per il Real Madrid.

La sfida tra Petrovic e Oscar si incendia ancor più nel secondo tempo, se lo slavo colpisce in entrata, il brasiliano risponde mitragliando dalla lunga distanza. Il Real Madrid fa corsa di testa, con il contributo sostanziale di Fernando Romay, abilissimo nel gioco sporco, portandosi avanti sul 85-73 al 28esimo minuto, massimo vantaggio, ma Marcelletti ordina una zona 3-2 aggressiva e la mossa sortisce gli effetti sperati. L’attacco spagnolo si inceppa, Caserta si riporta sul 91-89 e i cinque minuti finali sono pirotecnici. Petrovic, Oscar e Gentile segnano a ripetizione, e con 18 secondi ancora da giocare, sul punteggio di 102-99 per il Real Madrid, il brasiliano infila da otto metri in faccia a Cargol la bomba che firma il pareggio. Il tempo supplementare si profila all’orizzonte ma proprio Petrovic, stratosferico fino a quel momento, perde un pallone capitale: Gentile ha tra le mani il tiro della vittoria ma sbaglia, complice anche un probabile fallo di Biriukov non sanzionato dagli arbitri, ed allora una gara fin lì palpitante, emozionante come poche altre ed assolutamente indimenticabile, si decide nei cinque minuti aggiuntivi.

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La festa del Real Madrid – da apuestasbaloncesto.com.es

Qui Petrovic torna a recitare da Mozart del basket segnando 11 punti, Oscar esce per raggiunto limite di falli, così come Gentile, Esposito e Glouchkov, e infine il Real Madrid, con il punteggio di 117-113, si porta a casa la Coppa delle Coppe, spengendo il sogno di una Caserta che non può certo consolarsi con l’onore della armi. A chiusura di un confronto che vide due campioni fronteggiarsi a suon di canestri, e che ancor oggi chi vi ha assistito non può fare a meno di soffrir di nostalgia.

 

MARIA DEL PILAR ROLDAN, PRIMA DONNA MESSICANA A SALIRE SUL PODIO OLIMPICO

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Maria del Pilar Roldan – da es.historia.com

articolo di Gabriele Fredianelli

La prima donna non europea a salire sul podio olimpico della scherma ha i capelli folti e neri e un sorriso largo e dolce: è María del Pilar Roldán Tapia, argento messicano nel fioretto individuale alle Olimpiadi casalinghe di Città del Messico del 1968. Non solo. María diviene in quell’occasione anche la prima donna messicana ad arrivare a conquistare una medaglia ai Giochi.

Per il Messico – che nelle due edizioni precedenti aveva messo insieme la miseria di due bronzi – quella del ’68 è ovviamente l’Olimpiade più generosa della sua storia: nove medaglie totali, di cui tre d’oro (sulle 13 complessive fino al giorno d’oggi). Di quelle nove, quattro arrivano dal pugilato, da sempre la disciplina tradizionalmente più forte. Due dal nuoto. Due sole dalle donne, le prime messicane da copertina: María Teresa Ramirez negli 800 stile libero e, qualche giorno prima, appunto María del Pilar (inciso “rosa”: la velocista messicana Enriquete Basilio Sotelo in quei Giochi del ’68 viene scelta come ultima tedofora, è la prima volta nella storia che tocca a una donna).

Il rapporto tra Centro e Sudamerica e scherma è sempre stato complesso, in ambito olimpico. Due eccezioni d’oro, in oltre un secolo: il cubano Ramon Fonst ad inizio Novecento (quattro ori tra Parigi e Saint Louis, 1900 e 1904), il venezuelano Ruben Limardo a Londra 2012. Unici bagliori centro-sudamericani nel mondo della scherma che peraltro, ai Panamericani, ha sempre visto la maggioranza dei titoli andarsene via sull’asse tradizionale Cuba-Usa.

Per il resto la scherma del Sudamerica non ha mai retto il passo di quella europea, almeno nei risultati, nonostante molti maestri europei ed italiani in particolare abbiano spesso oltrepassato l’oceano (su tutti Nedo Nadi negli anni 20 a Buenos Aires). Questo per far capire quanto quella della Roldán fu una grandissima impresa.

María del Pilar Roldán resterà nella storia, è sicuro: ad oggi, quasi cinquant’anni dopo, soltanto altre quattro donne extraeuropee sono salite sul podio nel fioretto individuale. La cinese (poi naturalizzata canadese) Luan, oro a Los Angeles, la connazionale Wang a Barcellona (sconfitta in finale dalla nostra Trillini), la coreana Nam a Pechino (battuta in finale dalla Vezzali), ultima la tunisina Boubakri a Rio (fuori in semifinale contro la Di Francisca).

Nata nella capitale nel 1939, per María lo sport era nel sangue di famiglia. Il padre Ángel Roldán, detto El Güero, ovvero il Biondo, era un buon tennista, che aveva preso parte dalla Coppa Davis nel 1934. La madre María Tapia con la racchetta in mano aveva vinto tre medaglie ai Giochi Centramericani del ’35, oro nel singolo e nel misto e argento nel doppio.

E María inizia proprio come tennista a sei anni. Ma poco dopo la vocazione cambia. A tredici anni legge “i Tre Moschettieri” e ne rimane incantata: lascia la racchetta e impugna il fioretto, contagiando anche il padre che si reinventerà schermidore nella seconda parte di carriera. Uno dei primi maestri di María sarà l’italiano Eduardo Alaimo, già nazionale azzurro ai primi del Novecento e due volte campione italiano assoluto nel fioretto (1910 e 1911).

Ad appena quindici anni María è già campionessa nazionale. Il 1955 è una data particolare: Giochi Panamericani a Città del Messico. Madre, padre e giovanissima figlia partecipano tutti e tre come atleti: la prima come tennista, gli altri due come schermidori, María chiuderà col quarto posto finale.

Per María il primo alloro importante sarà a Chicago nel 1959, oro ai Panamericani, davanti alla ben più esperta statunitense Mitchell che ha già oltre quarant’anni e tirerà con successo fino ai cinquanta. Ai Panamericani arriverà il bis a Winnipeg nel ’67, stavolta davanti alla statunitense King. L’ultimo bronzo sarà addirittura del 1987, a 48 anni, a squadre dietro Stati Uniti e Cuba. Nel mezzo, a Melbourne è la seconda schermitrice messicana ad arrivare alle Olimpiadi, 24 anni dopo Eugenia Escudero a Los Angeles 32. Arriva a un passo dalla poule finale. Nel 1959 vince due medaglie ai Giochi Centroamericani, bronzo individuale e argento nella squadra con la sorella Lourdes. Ai Giochi di Roma nel 1960 è la seconda donna messicana a fare da portabandiera dopo la Escudero e centra un buon settimo posto.

Nel 1964 la grande delusione, per la scelta del presidente del Comitato Olimpico messicano, Jesús Clark Flores, di non portare a Tokio nessun schermidore.

Nel 1968 ecco invece l’apice della carriera, proprio davanti alla sua gente nella sala d’arme Fernando Montes de Oca di Città del Messico. Alla fine è argento dietro la giovane sovietica Novikova-Belova (che avrebbe fatto doppietta con la prova a squadre) e davanti all’ungherese Ildikó Rejtő-Ujlaki-Sági, già doppio oro nel fioretto a Tokio 1964. A quello si aggiunge un settimo posto di squadra, ancora insieme alla sorellina Lourdes di quattro anni più giovane e a Rosa Del Moral.

ALBERTO SPENCER, LA “CABEZA MAGICA” DELLA LIBERTADORES

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Alberto Spencer – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Iniziata con cinque anni di ritardo rispetto alla omologa manifestazione europea, la “Copa Libertadores” altro non è, per il Sudamerica, che la versione oltre Oceano della Coppa dei Campioni, competizione anch’essa densa di fascino, di sfide al calor bianco nonché, come ovvio, di grandi protagonisti, poiché sono loro i primi attori sul terreno verde.

Sicuramente più affascinante sino a metà/fine anni ’80 – prima cioè che i ricchi Club europei saccheggiassero a piene mani dei migliori talenti le formazioni argentine, brasiliane ed uruguaiane – la “Libertadores” ha visto primeggiare squadre leggendarie, a partire dal Santos di Pelè (e non solo …) sino al trio argentino formato da Estudiantes (tre titoli consecutivi dal 1968 al ’70), Independiente (detentrice del record assoluto di vittorie, con 7, di cui 4 consecutive, dal 1972 al ’75) per finire al Boca Juniors (il quale vanta il maggior numero di Finali disputate, ben 10, con 6 vittorie a suo favore).

Formazioni che poi davano vita a sfide all’ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo …) in occasione dei confronti con le vincitrici della Coppa dei Campioni Europea, andati in scena sino al 1979 con partite di andata e ritorno nei rispettivi Continenti, per poi – un po’ per l’intervento del ricco sponsor Toyota, e molto perché i Club europei si rifiutavano di mettere a repentaglio l’incolumità dei propri giocatori nelle infuocate “arene” sudamericane – disputarsi in un unico incontro a Tokyo per l’aggiudicazione della “Coppa Intercontinentale”, ad oggi sostituita con il “Campionato Mondiale per Club”, allargato a formazioni di tutti e cinque i Continenti.

Nella succinta cronistoria della “Libertadores”, abbiamo volutamente tralasciato di elencare le due Società principe e rivali storiche del calcio uruguaiano, vale a dire il Penarol ed il Nacional, entrambe di Montevideo, che hanno caratterizzato il “Periodo d’oro” del Calcio sulle sponde del Rio de la Plata, con i primi ad eguagliare il primato Bocaense quanto a Finali disputate (ma con un’esatta divisione tra vittorie e sconfitte) ed i secondi a rispondere, da par loro, con 6 Finali, anch’esse conclusesi con analogo esito, quanto a vittorie e sconfitte.

Questo perché la nostra storia odierna riguarda un giocatore ai più sconosciuto, ma che ha fatto la storia della “Libertadores” e, soprattutto, le fortune dei gialloneri del Penarol – i quali erano stati lesti ad accaparrarselo dopo averlo visto in un quadrangolare disputato a Guayaquil, sborsando la somma di 13mila dollari, con cui, all’epoca, si poteva acquistare un aereo – visto che nelle 9 partecipazioni sulle prime 11 edizioni del Trofeo, dal 1960 al ’70, il Club di Montevideo giunge per ben sei volte all’atto conclusivo, laureandosi Campione nel 1960, ’61 e ’66, e venendo sconfitto nel ’62 dal Santos al termine della più esaltante sfida finale che si ricordi, nel ’65 dall’Independiente e nel ’70 dall’Estudiantes.

Il perché tale fortissimo attaccante – che detiene l’inattaccabile record di reti realizzate nella manifestazione, con 54 centri nelle 87 gare disputate – non abbia raggiunto la notorietà internazionale dei suoi compagni di squadra dell’epoca, dal celebre portiere Ladislao Mazurkiewicz, ai difensori Matosas e Gonçalves, ai centrocampisti Caetano, Forlan e la “stella assolutaPedro Rocha, per finire con gli attaccanti Luis Cubilla e José Sasia, è presto detto, ciò deriva dal fatto che egli non era di nazionalità uruguaiana, bensì proveniente dal ben più modesto Ecuador, e, pertanto, con una pressoché nulla conoscenza a livello di Nazionale, dato che la formazione ecuadoregna, pur potendo contare sulla sua presenza, non era riuscita a qualificarsi per le fasi finali dei Mondiali di Cile ’62 ed Inghilterra ’66.

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Tipica esultanza di Spencer dopo un goal – da youtube.com

Il personaggio in questione altri non è che Alberto Spencer, nato nel 1937 ad Ancon – paese a ridosso dell’Oceano Pacifico e che deve la notorietà al fatto che nel lontano 1911 gli allora coloni inglesi vi estrassero la prima goccia di quel petrolio che, a tutt’oggi, rappresenta la fortuna della Nazione – in una data significativa, e cioè il 6 dicembre, giorno di San Nicolàs, festa nazionale perché coincide con la fondazione della Capitale, Quito.

Attaccante di razza, specialista soprattutto in elevazione, come lo stesso Pelè non ebbe fatica ad ammettere, asserendo che “Il mio colpo di testa è buono, ma quello di Spencer è spettacolare, non so come faccia a toccarla in quel modo”, da cui deriva il soprannome di “Cabeza Magica” e che consente di togliere le castagne dal fuoco in varie occasione ai Carboneros, come sottolinea l’anziano Abbadie “Facevo tre accelerazioni, mettevo in area due cross, Alberto segnava due volte e la partita era finita …”.

E, se di Spencer non se ne è sentito parlare – lui del quale il giornalista francese François Thebaud ebbe a scrivere “l’unico che si avvicina, per qualità e stile, a Pelè” – tranne che nel ristretto cerchio sudamericano, lo si deve al fatto che per lui sono sempre esistiti valori ben superiori al mero guadagno sportivo, prova ne sia che, praticamente acquistato dall’Inter di Angelo Moratti per una cifra favolosa, rinuncia all’ultimo momento al trasferimento in Italia “per non dare un dispiacere ai Tifosi del Penarol” (!!), così come rifiuta di prendere la nazionalità uruguaiana più volte offertagli, con l’aggiunta, per quanto ovvio, di un bel gruzzolo di pesos a rimpinguare il conto in Banca.

Origini che, peraltro, erano per un quarto inglesi ed un quarto giamaicane, in quanto il padre, Don Walter Spencer, era un londinese di colore di discendenza dell’isola caraibica che aveva messo su famiglia in Ecuador dove lavorava alla “Anglo Oilfields Company”, circostanza che fece fare un tentativo di averlo tra le proprie file addirittura anche ad Alf Ramsey, CT della Nazionale inglese futura Campione del Mondo dopo averlo visto all’opera in una gara amichevole tra i “Tre Leoni” e la “Celeste” (uniche occasioni in cui Spencer accettava di indossarne la maglia, trattandosi di partite dimostrative), disputata a Wembley nel maggio ’64, vinta dai “Bianchi di Albione” per 2-1 ed in cui non furono in pochi in tribuna ad annuire sul fatto che avesse le stesse movenze della famosa “Perla Nera”.

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Spencer implacabile sotto porta – da foot123,fr

Fama che, in Europa, il poco più che 20enne attaccante di colore si era fatta a seguito della sua partecipazione, con il Penarol, alle prime due sfide della neonata Coppa Intercontinentale, visto che, come già ricordato, il Club della capitale uruguaiana era giunto in Finale nelle prime tre edizioni della “Libertadores”, aggiudicandosene le prime due.

E che la “Copa” potesse divenire il terreno di caccia preferito da Spencer lo si intuisce sin dalla gara d’esordio – la prima in assoluto della manifestazione – disputata il 19 aprile ’60 a Montevideo nel celebre “Estadio Centenario” che, 30 anni prima, aveva celebrato il trionfo della “Celeste” sui rivali storici dell’Argentina nella Finale dei primi Campionati Mondiali, ed in cui i malcapitati boliviani del Jorge Wilstermann vengono sommersi sotto una caterva di reti, di cui 4 portano la firma del centravanti giallonero, nel 7-1 conclusivo con cui il Penarol fa sua la partita.

Di ben altro spessore, sono le due reti che Spencer mette a segno nella gara di spareggio – dopo due pari, per 1-1 e 0-0, non vigendo la regola che assegna valore doppio alle reti realizzate in trasferta – contro gli argentini del San Lorenzo de Almagro, giocata il 29 maggio seguente, con cui il Penarol conquista i diritto a disputare la Finale, la seconda delle quali messa a segno ad 1’ dal termine, dopo che Sanfilippo aveva rimediato al vantaggio maturato poco dopo l’ora di gioco.

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Penarol Campione nel ’60 – da twitter.com

Ed è ancora Spencer a siglare l’unica rete che decide la gara di andata contro i paraguaiani dell’Olimpia di Asuncion, per poi lasciare a Cubilla il compito di mettere a segno, ad 8’ dal termine del ritorno, il punto dell’1-1 per la conquista del Trofeo, che, come conseguenza, determina il primo contatto con il calcio europeo, esame che peraltro, vede il club uruguaiano bocciato senza appello dai fuoriclasse del Real Madrid che, dopo lo 0-0 dell’andata a Montevideo, travolgono al “Santiago Bernabeu” per 5-1 (doppietta di Puskas, Di Stefano, Herrera e Gento) il Penarol, il cui onore è salvato, manco a dirlo, da Spencer.

Quella delle reti “last minute” è una caratteristica che Spencer non perde neppure l’anno seguente, quando è ancora lui a mettere a segno all’89’ l’unico goal che decide la Finale di andata contro i brasiliani del Palmeiras (tra le cui file figurano la “leggendaDjalma Santos e due conoscenze del nostro calcio, l’ex viola Julinho ed il futuro bianconero Cinesinho …), poi difeso al ritorno con l’1-1 che certifica il bis in “Libertadores” e l’opportunità di prendersi la rivincita verso il calcio europeo, stavolta rappresentato dal Benfica, vincitore della Coppa dei campioni a spese del Barcellona.

Riscatto pieno, poiché dopo lo 0-1 dell’andata a Lisbona (rete di Coluna), i portoghesi vengono travolti per 5-0 al ritorno (rigore di Sasia, doppiette del peruviano Joya ed, ovviamente, di Spencer), pur se le assurde regole del confronto, in vigore sino al 1968, portano le due compagini a disputare una terza gara di spareggio, disputatasi ancora a Montevideo il 19 settembre ’61, che vede il Penarol affermarsi per 2-1 grazie ad una doppietta di Sasia, inframezzata dal momentaneo pareggio di Eusebio, e poter così conquistare il prestigioso trofeo.

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Il Penarol festeggia la conquista della Intercontinentale ’61 – da conmebol.cpm

Dicevamo, però, della rivalità – più che altro alimentata dai media – con il fenomeno Pelè, di tre anni più giovane, e non può esservi occasione migliore di confronto tra i due fuoriclasse che la sfida diretta in occasione della Finale della “Libertadores” ‘62, la terza consecutiva per il Penarol e, viceversa, la prima per il Santos, che, andata in scena tra fine luglio ed inizio agosto, esemplifica il meglio ed il peggio della manifestazione sudamericana.

Difatti, dopo il successo esterno dei brasiliani per 2-1 a Montevideo (doppietta di Coutinho nel primo tempo, con replica di Spencer a 15’ dal termine), il match di ritorno è caratterizzato dalle intemperanze del pubblico di casa, culminate – dopo che il Santos aveva chiuso in vantaggio per 2-1 la prima frazione di gioco, rete di Spencer per gli uruguaiani – ad inizio ripresa con il lancio di una bottiglia che colpisce l’arbitro cileno Carlos Robles, quando il risultato era stato ribaltato dalla seconda rete di Spencer al 4’ e dall’acuto di Sasia 2’ dopo.

Interrotto per 50’, il match riprende “pro forma” per altri 30’, durante i quali il Santos perviene all’effimero pareggio con Pepe ed il direttore di gara è costretto a rettificare la propria decisione di concedere un rigore al 79’ a favore del Penarol, trasformandolo in una punizione dal limite, sinché all’82’ Robles decide di porre fine a quella che non si può certo più definire una partita di calcio, con la Federazione Sudamericana ad assegnare la vittoria agli uruguaiani e fissare un match di spareggio per fine agosto sul campo neutro dello “Estadio Monumental” di Buenos Ayres, per la cui direzione viene invitata una terna olandese, capeggiata dall’arbitro Leopold Horn.

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Il Penarol che nel ’62 sfida il Santos di Pelè – da conmebol.com

Ed ecco che, a derimere la contesa, dopo che era stato assente nei due precedenti incontri, vi pensa Pelè, il quale, dopo un’autorete di Caetano che aveva aperto le marcature, si incarica di mettere il proprio sigillo con una doppietta siglata in avvio di ripresa ed ad 1’ dal termine, per certificare il 3-0 con cui il Santos fa suo il Trofeo.

Dopo che il Penarol – ma non Spencer, che salta la stagione per infortunio – si era preso la rivincita sul Santos eliminandolo in Semifinale nell’edizione ’65 (4-5 a San Paolo, 3-2 a Montevideo e 2-1 nello spareggio a Buenos Ayres), solo per essere sconfitto in Finale dagli argentini dell’Independiente, c’è un’altra rivincita da compiere, per addivenire alla quale occorre però riconquistare il Trofeo Continentale, cosa della quale si incarica Spencer in occasione delle Finali dell’anno seguente contro gli argentini del River Plate, nelle cui file militano due ex gialloneri, vale a dire il difensore Matosas e l’attaccante Cubilla.

Fatto proprio per 2-0 il match di andata a Montevideo (con la rete di apertura siglata dal 36enne ex Genoa e Lecco, Julio Cesar Abbadie) e sconfitto per 3-2 al ritorno (doppietta di Onega ed acuto di Sarnari per i “Milionarios”, repliche di Rocha e Spencer per gli uruguagi), il Penarol deve ricorrere allo spareggio di Santiago del Cile per aggiudicarsi la Coppa, cosa che si verifica al termine di una gara al cardiopalmo che vede il River chiudere il primo tempo in vantaggio per 2-0, solo per essere raggiunto nell’arco di sei minuti dal centro di Spencer al ’65 e dall’autorete dell’ex Matosas, con la decisione rinviata ai supplementari, dove è ancora l’eccezionale attaccante a portare per la prima volta avanti i suoi al 102’, prima che tocchi a Rocha, 7’ più tardi, mettere la parola fine alla contesa.

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Penarol vincitore “Libertadores” ’66 – da pesmitidelcalcio.com

Ora il Penarol è pronto a consumare la vendetta nei confronti di quel Real Madrid che lo aveva umiliato sei anni prima, e per far ciò chiede il consueto aiuto al proprio “artilhero”, il quale non si fa certo pregare, mettendo a segno la doppietta che certifica il 2-0 del match di andata a Montevideo, risultato con il quale si chiude anche il ritorno al Bernabeu davanti ad oltre 70mila spettatori e sotto la direzione dell’arbitro italiano Lo Bello, anch’egli spettatore in prima fila dello show di Spencer che, dapprima si procura un rigore trasformato da Rocha e quindi si incarica di matare i “Blancos” con il punto del raddoppio in chiusura di primo tempo.

Oramai superata la trentina, a Spencer ed al suo Penarol si offrono altre tre occasioni per allargare la bacheca dei trofei, venendo sconfitti in semifinale nel ’68 (edizione in cui Spencer realizza 10 reti in 14 partite …) dal Palmeiras e nel ’69 dal Nacional nel derby “fratricida”, per poi far pesare oltre misura la propria assenza nella doppia Finale nel ’70 contro gli argentini dell’Estudiantes, che completano un tris di successi consecutivo, in una edizione in cui comunque mette a segno 7 reti nelle 9 gare disputate.

Autore complessivamente di 326 reti con la maglia del Penarol (con cui si aggiudica ben 7 titoli nazionali nei 12 anni di militanza in maglia giallonera), Spencer conclude la carriera tornando in patria per vestire la divisa del Barcelona di Guayaquil, e quindi tentare la carriera di allenatore con scarsi risultati, mentre molto meglio svolge, sfruttando la sua enorme popolarità in Uruguay, l’attività diplomatica, che lo porta ad essere nominato Console onorario nel Paese che per anni ne ha ammirato le gesta da calciatore.

Spencer accusa un malore nel 2006, trasferendosi negli Stati Uniti, a Cleveland, per curarsi, ma uno scompenso cardiaco se lo porta via il 3 novembre a pochi giorni dal compimento dei 68 anni e, nell’orazione funebre, l’ex Presidente uruguagio Julio Maria Sanguinetti, lo ricorda affermando “Era uno di quei tipi che danno dignità alla razza umana”, ma siamo convinti che ad Alberto siano piaciute di più le parole pronunciate, nella stessa occasione, dal figlio Walter “L’unica ricchezza alla quale abbia mai aspirato è la felicità …!!

E come dargli torto?

MARIA CANINS, LA SIGNORA IN GIALLO DEL CICLISMO ITALIANO

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Maria Canins in maglia gialla – da ciclismo.it

articolo di Nicola Pucci

Dallo sci di fondo, che gli ha regalato la bellezza di quindici titoli italiani, un successo nella prestigiosa Vasaloppet e dieci vittore consecutive all’altrettanto leggendaria Marcialonga, ai trionfi sulle strade del Tour de France, che l’incoronarono regina nel 1985 e nel 1986. Amici appassionati del ciclismo, ecco a voi Maria Canins, la signora in giallo del pedale tricolore.

La “mammina volante della Val Badia“, così chiamata per i natali avuti a La Villa, il 4 giugno 1949, dopo i trascorsi alpini, inevitabili vista la nascita dolomitica, scopre le due ruote, agonisticamente parlando, a 33 anni, quando è già moglie e madre di Concetta, affermandosi fin da subito come scalatrice di livello mondiale e passista altrettanto abile, a dispetto invece di un modesto spunto veloce. Nel 1982 debutta vincendo subito il titolo italiano su strada davanti a Francesca Galli, per poi conquistare la medaglia d’argento ai Mondiali di Goodwood, il giorno prima della “fucilata” di Beppe Saronni, battuta dalla britannica Mandy Jones che scappa in discesa e l’anticipa di 10″.

E’ solo l’inizio di una collezione importante di successi di spessore, ad esempio facendo sua la maglia tricolore altre cinque volte nella prova in linea e quattro nella prova a cronometro, per poi onorare la casacca azzurra in sede iridata quando sale sul terzo gradino del podio ad Altenrhein nel 1983 e a Chambery nel 1989, giungendo invece seconda nell’edizione casalinga del Montello nel 1985, battuta dall’altra grande interprete del ciclismo femminile degli anni Ottanta (e non solo, vista la longevità agonistica che l’ha vista primeggiare fino al nuovo Millennio), Jeannie Longo, con cui la Canins dà vita ad alcuni duelli di grande valenza tecnica.

Ma è nelle grandi corse a tappe che l’atleta della Val Badia ha modo di legittimare la sua superiorità, non solo sulla transalpina, vincendo l’edizione inaugurale del Giro d’Italia nel 1988 e giungendo poi seconda nel 1990, ormai 41enne, quando è costretta ad inchinarsi all’altra francese di classe mondiale, Catherine Marsal. La Corsa Rosa, ad onor del vero, è solo la punta dell’iceberg di una carriera che la vede conquistare grandi gare come il Giro del Colorado nel 1984 e nel 1985 e il Giro di Norvegia nello stesso 1985, successo scandinavo bissato poi nel 1986.

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La Canins con Bernard Hinault al Tour de France 1985 – da telegramme.fr

Proprio il 1985 è l’anno di grazia di Maria Canins, che assurge a popolarità senza frontiere grazie al primo successo di una ciclista italiana al Tour de France, in una serie di cinque edizioni consecutive che vedono l’azzurra ingaggiare un duello rusticano con la Longo. Maria sbaraglia la concorrenza, dominando le cronometro di Reims e Saint-Nizier e facendo suoi gli arrivi in salita di Morzine, Lans en Vercors e Luz Ardiden, per chiudere in classifica generale con ben 22’11” sull’acerrima rivale, con Cecile Odin che è terza a 34’49”. L’anno dopo, 1986, il copione non cambia, la Canins si impone ancora una volta su cinque traguardi parziali, tra questi il prologo di Granville, a Luchon, Serre Chevalier, St.Etienne e sul Le Puy de Dome, lasciando stavolta la Longo a leccarsi le ferite con un passivo di 15’31” mentre l’americana Inga Thompson completa il podio con un ritardo di 22’09”. Il bis è servito e Maria, che porta a casa anche la maglia a pois di miglior scalatrice, diventa a tutti gli effetti “la signora in giallo” del ciclismo italiano.

Nei tre anni successivi la Longo aggiusta la mira, ovvero migliora in salita, e il rendimento della Canins è meno performante, ovvero perde un po’ di smalto sulle rampe alpine e pirenaiche, e il risultato si ribalta: la francese si impone alla Grande Boucle nel 1987 (tre vittorie per Maria che paga dazio nella cronometro di Morzine ed è seconda con un ritardo finale di 2’52”, consolandosi con la terza maglia a pois consecutiva), nel 1988 (vittorie per la Canins a Strasburgo e al Le Puy de Dome, per una piazza d’onore in classifica a 1’20” dalla francese, e quarta vittoria nella speciale graduatoria della montagna) e nel 1989 (prima volta all’asciutto, per un secondo posto stavolta a distanza di sicurezza, 8’44”).

E se in sede olimpica la Canins deve accontentarsi del quinto posto di Los Angeles nel 1984 (vittoria dell’americana Connie Carpenter) e di un anonimo 32esimo posto a Seul 1988 dove a trionfare è l’olandese Monique Knol, vestendo altresì quella maglia arcobaleno, sempre sfuggita nella prova individuale, nella gara a squadre nel 1988 a Renaix, in Belgio, quando con Monica Bandini, Roberta Bonanomi e quella Francesca Galli che ne aveva battezzato l’esordio nel 1982, superando l’Urss in un appassionante testa-a-testa, nondimeno può legittimamente aspirare a venir considerata la ciclista italiana più forte di sempre. E chi mai ha avuto l’onore di festeggiare sugli Champs-Élysées insieme a due leggende come Bernard Hinault e Greg Lemond? Roba da fuoriclasse, e Maria Canins lo è stata. Davvero.

VICTOR PECCI, IL PLAYBOY CHE FECE INNAMORARE PARIGI

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Victor Pecci al Roland-Garros 1979 – da 2015.rolandgarros.com

articolo di Nicola Pucci

Quando Victor Pecci si presenta ai nastri di partenza del Roland-Garros del 1979, non ha gran pedigreè che lo possa includere tra i pretendenti ad un posto tra i migliori. Paraguaiano di Asuncion, classe 1955, ha colto l’anno prima, proprio sulla terra francese, il miglior risultato in un torneo dello Slam di una carriera ancora giovane, gli ottavi di finale, battuto dal “baffo” messicano Raul Ramirez. Madrid e Berlino nel 1976, Bogotà nel 1978 e Nizza, 6-3 6-2 7-5 ad Alexander qualche settimana prima dell’evento parigino, sono le uniche vittorie in palmares e francamente niente lascia pensare che alla Porte d’Auteuil possa impensierie i candidati al trono di Bjorn Borg. Che appare, ad onor del vro, assolutamente inavvicinabile.

Eppure… eppure Pecci, che qui ha vinto il torneo juniores nel 1973, gioca bene a tennis, prototipo dell’attaccante ad ampio respiro che tanto dà fastidio allo svedese di ghiaccio, che da queste parti, e proprio contro un giocatore che pratica sistematicamente il serve-and-volley, Adriano Panatta, ha conosciuto l’onta della sconfitta, le uniche al Roland-Garros, nel 1973 e nel 1976. Non è accreditato dello status di testa di serie, perché è solo numero 35 del mondo, ma può costituire una mina vagante in un tabellone, che oltre a Borg, ha in Connors, numero 2, Vilas, numero 3, e Gerulaitis, numero 4, gli altri favoriti alla vittoria finale. Con Corrado Barazzutti e Adriano Panatta rispettivamente numero 15 e numero 16 del seeding, l’uno semifinalista nel 1978 demolito da Borg, l’altro vincitore dell’edizione 1976 con Solomon.

Contro ogni previsione Borg, che appunto l’anno prima ha sorvolato il torneo senza cedere un set e lasciando agli inermi avversari solo 32 giochi in 7 partite, denuncia qualche incertezza iniziale, costretto al quarto set prima dal cecoslovacco Smid al primo turno, poi da Tom Gullikson al secondo, prima di scavalcare senza patemi i fragili ostacoli rappresentati dal sudafricano Moore, dal francese Moretton e dal cileno Gildemeister per arrampicarsi come da pronostico alla semifinale con Gerulaitis,  che ha visto le streghe al debutto contro il connazionale Butch Waltts dovendo rimontare da due set sotto prima di liquidare un giovane Ivan Lendl agli ottavi in tre rapidi set ed aver la meglio del “pallettaro” Higueras ai quarti, 6-1 3-6 6-4 6-4. Nella parte alta del tabellone stazione anche Panatta, ma l’Adriano nazionale, dopo due facili vittorie con l’iberico Gimenez e con Jan Kodes, si fa rimontare due set da Eliot Teltscher (più facile a scrivere che a pronunciarsi!) che lo butta fuori dal torneo, ed in buona sostanza il penultimo atto tra Borg e Gerulaitis è quanto di meglio gli spettatori possano meritarsi.

Sotto, le cose vanno invece in modo ben differente. Brian Gottfried, testa di serie numero 10 e finalista nel 1977, perde al terzo turno con Gene Mayer, Barazzutti e Solomon dovrebbero incrociarsi agli ottavi ma si trovano la strada sbarrata proprio da Pecci, che dopo aver battuto Jauffret e Slozil in quattro set, li elimina entrambi, ed entrambi in tre set, 7-5 6-3 7-6 l’azzurro, 6-1 6-4 6-3 l’americano, denunciando un eccellente stato di forma. Non certo appagato, il paraguaiano demolisce ai quarti nel derby sudamericano Guillermo Vilas, finalista l’anno prima, che non ci capisce proprio niente dell’incessante gioco d’attacco del rivale che si impone con un clamoroso 6-0 6-2 7-5. Connors, nel frattempo, tiene fede al suo rango di secondo favorito del torneo cedendo un set ad Orantes agli ottavi ed uno a Dibbs ai quarti e si qualifica a sua volta per le semifinali.

Borg-Gerulaitis e Connors-Pecci, dunque, con tre protagonisti come da copione e l’ospite inatteso a questo stadio della competizione. Tutto lascerebbe pensare ad una finale tra i primi due giocatori del mondo, ma se lo svedese schianta Gerulaitis con un 6-2 6-1 6-0 che non ammette repliche, Pecci, già autore del match perfetto con Vilas, gioca ancor meglio con Jimbo, servendo con buonissime percentuali, attaccando ad ogni occasione e resistendo da fondocampo al pressing dell’americano. Per infine prevalere 7-5 6-4 5-7 6-3, volando a giocarsi una finale Slam. La prima in carriera, sarà anche l’ultima.

Due tennisti, ma anche due uomini diametralmente opposti, quelli che l’11 giugno 1979 scendono sul Court Central del Roland-Garros, per contedersi la corona di re di Francia. Biondo, senza acuti, dedito all’esercizio sportivo lo scandinavo, moro, passionale, con propensione alle donne e al vizio il sudamericano; freddo, regolarista e calcolatore Bjorn, istintivo, attaccante e fantasioso Victor. Ma entrambi acclamati dal pubblico che ne apprezza il contrasto di stile e, soprattutto il gentil sesso, l’avvenenza estetica.

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La premiazione di Borg e Pecci – da dailymail.co.uk

In verità i primi due set non hanno storia, troppo netta la superiorità della contraerea da dietro di Borg che mette in saccoccia un rapido 6-3 6-1. Ma Pecci non può accontentarsi di essere la vittima sacrificale dell'”orso scandinavo“, dopo due settimane da sogno. E nel terzo parziale prende la rete con maggior convinzione, le signorine con nasino all’insù presenti sugli spalti lo incitano senza sosta, i francesi si schierano apertamente dalla sua parte perchè vogliono vedere una partita a tennis, non l’esecuzione tennistica a cui lo svedese li ha abituati da anni, e la sfida si trascina al tie-break. Dove il paraguaiano, con quella magnifica voleè di dritto, con le acrobazie a rete che anticipano di qualche anno quel che sarà il marchio di fabbrica di Boris Becker, con la maglietta Fila che fa tendenza e la Fischer Team metallica, firma l’8-6 che obbliga Borg al quarto set. Qui lotta ancora, perchè sa che un paese intero, il suo Paraguay, si è fermato ad attendere buone notizie da Parigi di quel playboy che sta tentando di fermare il re. Ma la favola non ha un lieto fine, Borg si impone 6-4 al quarto set e Pecci deve accontentarsi aver conquistato il cuore dei transalpini.

Vincerà ancora Victor, ad esempio giungendo in finale agli Internazionali di Roma del 1981 per venir nettamente battuto da Josè Luis Clerc, 6-3 6-4 6-0. Nel 1987 sarà protagonista del clamoroso successo del Paraguay sugli Stati Uniti, 3-2 ad Asuncion battendo Aaron Krickstein nel match decisivo, sposerà modelle e verrà insignato del titolo di Ministro dello Sport. Ma quel che resta, per sempre, è quel sogno Roland-Garros che un bel playboy sudamericano accarezzò soltanto.

 

 

 

LONDRA 1948, LA MALEDIZIONE DELLA MARATONA COLPISCE ANCORA

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Il campione olimpico Delfo Cabrera – da elgrafico.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando gli spettatori che gremiscono le tribune dello Stadio di Wembley assistono, il 7 agosto 1948, alle fasi finali della Maratona olimpica, ad alcuni di loro sembra di rivivere il dramma sportivo che – a distanza di 40 anni – aveva visto protagonista l’italiano Dorando Pietri, pur se non sulla stessa pista visto che, all’epoca, l’arrivo era previsto al “White City Stadium”, poi demolito nel 1985.

Ovviamente, non sono in molti a poter vantare il fatto di essere stati testimoni oculari di tale evento, ma l’eco internazionale che gli venne assegnata all’epoca fece sì che di tale conclusione della più estenuante delle gare di atletica leggera se ne parlasse per anni e, complice anche l’annullamento, a causa degli eventi bellici, delle edizioni dei Giochi del 1916, 1940 e 1944, il suo ricordo non sia ancora consegnato all’oblio.

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Il drammatico arrivo di Pietri nel 1908 – da playingpasts.co.uk

Ma cosa accade, in particolare, quel fatidico giorno, da far ritornare alla mente un così similare evento?

Con pochi punti di riferimento quanto a favoriti, dato che le ferite degli eventi bellici sono ancora troppo fresche, la prova ai Giochi di Londra ’48 sfugge ai pronostici, vista anche l’assenza degli specialisti giapponesi, ed il punto di riferimento più oggettivo è dato dai Campionati Europei di Oslo ’46 dove a trionfare sono gli atleti scandinavi – toccati in maniera più marginale dal dramma della guerra – al termine di una gara di assoluto valore tecnico, con i primi sette che la concludono al di sotto oppure al limite delle 2 ore e 30’.

Ad imporsi è il finlandese Mikko Hietanen in 2.24’55”, seguito dal connazionale Vaino Muinonen con 2.26’08”, con il sovietico Yakov Punko a completare il podio essendo sceso anch’egli sotto le 2.27’, concludendo la propria fatica in 2.26’11.

Di tali protagonisti, però, visto il perdurare dell’assenza in sede olimpica degli atleti sovietici – che vi faranno il loro ingresso solo quattro anni più tardi, in occasione dei Giochi di Helsinki ’52 – è presente il solo Hietanen, il quale va a completare il terzetto finnico iscritto alla gara e composto anche da Viljo Heino (primatista mondiale sui 10mila metri) e da Jussi Kurikkala, polivalente atleta che abbina la corsa allo sci di fondo, tanto da aver conquistato la medaglia d’oro sui 18km. ai Mondiali svoltisi a Zakopane, in Polonia, nel febbraio ’39 e che si presenta ai nastri di partenza forte di un personale di 2.34’47”.

A proposito di tempi, è presente ai nastri di partenza anche il detentore della “miglior prestazione mondiale” sulla distanza, vale a dire il coreano Suh Yun-bok, in virtù delle 2.25’39” con cui si era aggiudicato, ad aprile ’47, la prestigiosa Maratona di Boston, ragion per cui viene incluso di diritto nel ristretto novero dei pretendenti al successo, anche se la pattuglia più agguerrita che si presenta nella Capitale britannica proviene da oltre Oceano, Atlantico però.

Sono difatti gli argentini – i quali hanno avuto la fortuna di non essere stati coinvolti dagli eventi bellici – a voler rinverdire i fasti del trionfo olimpico del loro connazionale Juan Carlos Zabala ottenuto ai Giochi di Los Angeles ’32 ed altresì protagonista quattro anni dopo a Berlino ’36, quando conduce la gara in testa sino a 2/3 del percorso per poi incappare in un crollo che lo porta al ritiro, e che iscrivono alla gara un agguerrito terzetto formato da Eusebio Guinez (ritiratosi nella gara dei 10mila metri), Alberto Sensini e Delfo Cabrera, mentre da non trascurare sono altresì le possibilità di medaglia dei sudafricani Johannes Coleman – ancorché avente superato i 38 anni e che si presenta forte del sesto posto conseguito 12 anni prima a Berlino e della medaglia d’oro conquistata ai “British Empire Games” di Sydney ’38 con un più che discreto riscontro di 2.30’15” – e Syd Luyt, il classico atleta “sempre piazzato”.

Insomma, per un popolo come quello inglese da sempre abituato a scommettere, pensiamo che per i bookmakers sia stata una giornata proficua, come accade quando regna l’incertezza nei pronostici ed a volte escono a sorpresa coloro che nel colorito frasario inglese vengono chiamati gli “underdogs”, vale a dire coloro dei quali non ti saresti mai aspettato un’impresa del genere.

Ed è proprio uno di questi, il 26enne belga Etienne Gailly, uno dei protagonisti della nostra storia, il quale aveva svolto il ruolo di paracadutista nella Seconda Guerra Mondiale, partecipando alla liberazione del proprio Paese a fine 1944, restando comunque profondamente turbato dalla devastazione che il conflitto aveva provocato, facendo voto di conquistare una medaglia d’oro olimpica o di ritirarsi nel provarci, viste le sue buone attitudini nella corsa, anche se quella a cui prende parte quel fatidico 7 agosto, è la sua prima esperienza nella Maratona, una circostanza che pagherà a caro prezzo.

Occorre anche ricordare come una delle componenti che incide maggiormente in una prova così massacrante è costituita dalle condizioni climatiche e quel giorno a Londra fa veramente caldo – circostanza che, sulla carta, favorisce i fondisti argentini e sudafricani, più adatti a sopportare tali temperature – una situazione che incide non poco sullo svolgimento della gara.

Fedele al suo giuramento, comunque, il belga si incarica di fare l’andatura staccando il resto dei 41 atleti che avevano lasciato lo Stadio Olimpico, tanto da formare un solco di 41” su di un terzetto composto dallo svedese Ostling e dagli argentini Guinez e Cabrera (anch’esso alla sua prima esperienza sulla distanza …) al rilevamento dei 25km., momento in cui, come i più esperti sanno, la Maratona spesso si decide.

E la gara olimpica non si discosta da tale copione, con ripetuti colpi di scena che vedono dapprima portarsi al comando il coreano Choi Yoon-Chil (mentre, al contrario, il connazionale e primatista mondiale Suh Yun-bok non è mai della partita, concludendo la propria fatica in quasi 3 ore ad un poco onorevole 27esimo posto …), il quale passa al rilevamento dei 35km. con un vantaggio di 28” su Cabrera, seguito da Reilly e Guinez.

Ma Choi ha approfittato troppo delle sue possibilità, consumando anzitempo le proprie energie, circostanza che lo porta ad essere l’ultimo degli undici che non completano la gara (ivi compreso il Campione Europeo Hietanen …), così che, a 5 chilometri dal traguardo, è Cabrera a guidare la gara con 5” di vantaggio su Reilly, mentre alle loro spalle rinviene il 38enne infermiere gallese Tom Richards, altra inaspettata sorpresa di giornata.

Il belga ha un ultimo sussulto di orgoglio, si porta al comando ed a meno di un chilometro dall’entrata nello Stadio ha un vantaggio di circa 50 metri sull’argentino e di 100 sul britannico, facendovi il suo ingresso in prima posizione, ma oramai allo stremo delle forze, e la sua andatura – anche se in termini meno drammatici di quella dell’azzurro Pietri 40 anni prima – non è più quella di un corridore, bensì di una persona che fatica a camminare, barcollando e voltandosi più volte per vedere il comportamento dei propri avversari.

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Reilly al comando – da pinterest.com

Non ci mette molto, l’argentino Cabrera, a superare l’esausto Reilly dopo pochi metri dall’ingresso nello Stadio, all’inizio del giro di pista, i cui 400 metri di lunghezza si rivelano come i più sofferti e drammatici della vita di atleta del giovane belga, al cui morale non giova certo l’incitamento della folla per il beniamino di casa Richards, che lo raggiunge a 250 metri dall’arrivo, una mazzata che pone lo sfinito Reilly nella condizione addirittura di fermarsi, spronato a riprendere la corsa (si fa per dire …) dai giudici presenti all’evento, nonché dal sostegno del pubblico che, comprendendone il dramma che sta vivendo, gli riserva un’autentica ovazione quando riesce quantomeno a salvare la medaglia di bronzo, concludendo la gara semi incosciente, dovendo essere sorretto dal personale di servizio, mentre Cabrera aveva già concluso vittorioso la prova con un tempo di 2.34’51”6 che la dice lunga sulle condizioni climatiche in cui si era disputata la prova, con Richards Argento in 2.35’07”6, mentre Reilly aveva completato il suo giro di pista all’interno dello Stadio impiegando ben 40” in più del vincitore, con le posizioni di rincalzo a testimoniare l’ottimo livello dei fondisti sudamericani, che piazzano nei primi 10 gli altri due loro iscritti, con Guinez quinto alle spalle dell’esperto sudafricano Coleman e Sensini nono, concludendo anch’esso la prova al di sotto delle 2 ore e 40’.

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Cabrera conclude vittorioso la maratona – da elgrafico.com

Le conseguenze della “Maledizione della Maratona di Londra” non finiscono comunque qui per Reilly – il quale non può neppure presenziare alla cerimonia di premiazione essendo stato trasportato in ospedale per recuperare dalla quasi completa disidratazione – in quanto, dopo aver concluso all’ottavo posto la gara alla rassegna continentale di Bruxelles ’50, il belga viene mandato, assieme al fratello Pierre, a combattere la Guerra di Corea come componente della forza delle Nazioni Uniti, nel corso della quale il congiunto perde la vita, mentre Etienne resta seriamente ferito, con ciò ponendo fine alla sua carriera di fondista, per poi spengersi ad inizio novembre ’71, non ancora 50enne.

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Reilly esausto all’arrivo – da seieditrice.com

Per il vincitore Cabrera, del quale ci siamo sinora occupati marginalmente – e che in Patria stringe amicizia con il futuro dittatore Juan Carlos Peron, ricevendo nel ’49 la “Medaglia del Peronismo” sia per i suoi meriti sportivi che per l’attività svolta a sostegno del Partito Giustizialista – gli anni a seguire ne confermano lo status di eccellente fondista, conquistando la medaglia d’oro ai “Pan American Games” svoltisi nel ’51 nel suo Paese, a Buenos Aires precedendo il connazionale Reinaldo Gorno, per poi presentarsi alla partenza della Maratona ai Giochi di Helsinki ’52 per difendere quel titolo che, per addirittura 64 anni (!!!), risulta l’ultimo oro olimpico di un argentino in una prova individuale, prima che analoga impresa venga compiuta nel taekwondo da tal Sebastian Crismanich ai Giochi, ironia della sorte, proprio di Londra 2012.

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Cabrera portato in trionfo – da gettyimages.it

Ma, nonostante Cabrera concluda la corsa in un più che apprezzabile tempo di 2.26’42”4 che gli vale la sesta posizione, mentre il grande deluso di Londra, il coreano Choi Yoon-chil, si piazza al quarto posto in 2.26’36”0, l’edizione finlandese dei Giochi consacra alla Gloria Olimpica immortale la leggendaria “Locomotiva umanaEmil Zatopek, il quale, dopo essersi aggiudicato le gare in pista sui 5 e 10mila metri, completa un tris ad oggi mai più eguagliato, facendo suo anche l’oro della Maratona con il record olimpico di 2.23’03”2, con l’onore argentino salvato da Gorno, ultimo ad arrendersi andando a conquistare uno splendido argento in 2.25’35”0.

E, per concludere, a beneficio di coloro che credono nella superstizioni, anche l’esistenza di Cabrera non è particolarmente lunga, concludendosi tragicamente a 62 anni a seguito di un incidente stradale verificatosi nella città di Alberti, nella provincia di Buenos Aires, il 2 agosto 1981, a cinque giorni dall’anniversario del suo trionfo nella “Maratona maledetta” per antonomasia …

SAMMY LEE, QUANDO DUE ORI NON BASTANO CONTRO I PREGIUDIZI

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Sammy Lee in esibizione dalla piattaforma – da yomyomf.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è un’America di facciata, quella democratica, disponibile all’accoglienza di persone di qualsiasi etnia, pronte a raccogliere la sfida per coronare il “Grande Sogno Americano”, dove a qualunque essere umano è data l’occasione per affermarsi e divenire multimilionario, e poi c’è l’altra versione, quella della quotidianità con cui ti devi scontrare, e non è facile, per chi non è “yankee”, far semplicemente valere i propri diritti, addirittura anche se hai portato in dotazione al Paese che ti ospita ben due medaglie d’oro olimpiche.

E’ questa, se vogliamo anche un po’ triste, la storia del tuffatore Samuel “Sammy” Lee, il quale nasce l’1 agosto 1920 a Fresno, in California, da genitori di origini coreane (il cognome Lee è, al pari di Kim e Park, tra i più comuni a quelle latitudini …), proprietari di un piccolo Ristorante, nonostante che il padre di Sammy avesse conseguito la Laurea in Ingegneria Civile presso lo “Occidental College” di Los Angeles, solo per vedersi rifiutare le domande di lavoro a causa delle sue origini.

Ciò nondimeno, la famiglia Lee non ha mai fatto pesare al figlio questi pregiudizi di ordine razziale, invogliandolo al contrario verso una sempre maggiore integrazione verso i bianchi americani, ed il piccolo Sammy resta affascinato quando, all’età di 12 anni, ha la possibilità di vivere da vicino l’esperienza olimpica in virtù dei Giochi che si disputano proprio a Los Angeles nel 1932, scoprendo poi, durante l’estate, di essere il migliore tra i suoi amici nell’eseguire i tuffi, così convincendosi di poter competere un giorno nella specialità nella grande “Rassegna a cinque cerchi”.

Indubbiamente, Sammy dimostra di saperci fare, ma ancora una volta deve fare i conti con il colore della sua pelle, in quanto, trasferitasi la famiglia ad Highland Park, un sobborgo di Los Angeles, non ha la possibilità di allenarsi regolarmente alla “Brookside Park Plunge” struttura di Pasadena, dato che alla stessa è consentito l’accesso ai latini, asiatici ed afroamericani un giorno solo alla settimana, vale a dire il mercoledì, appositamente chiamato, con una punta di beffarda ironia, lo “International Day”.

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Samuel “Sammy” Lee – da usatoday.com

Bisognoso, al contrario, di una preparazione costante, Sammy è costretto a ripiegare su di una soluzione di fortuna inventata dal suo tecnico, il quale scava una fossa nel cortile della propria casa, riempiendola di sabbia e facendovi allenare il promettente tuffatore, non proprio il massimo per chi ha aspirazioni di vittoria olimpica, e tutto questo, si badi bene, nonostante gli eccellenti risultati scolastici del ragazzo, il quale, dopo essersi diplomato alla “Franklin High School”, si iscrive allo “Occidental College”, già frequentato a suo tempo dal padre, per poi laurearsi in medicina nel 1947 alla “University of Southern California School of Medicine”, un titolo che gli verrà utile in seguito.

Nel frattempo, sotto le attente istruzioni del rinomato coach Jim Ryan, Lee fornisce prova a livello nazionale delle proprie qualità, vincendo i Campionati Usa nel 1942 sia dal trampolino da 3 metri che dalla Piattaforma, primo atleta di colore ad aggiudicarsi un tale titolo nei tuffi, per poi ripetersi nel ’46 in occasione dei Campionati svoltisi a San Diego, dove al bis dalla piattaforma abbina un terzo posto dal trampolino, meritandosi così la selezione per entrambe le prove alla prima Edizione delle Olimpiadi del seco9ndo dopoguerra, in programma a Londra nel 1948.

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Lee e Miller Anderson a Londra ’48 – da wikimedia.org

Iscritto nella gara dal trampolino assieme ai compagni di squadra Bruce Harlan e Miller Anderson – quest’ultimo gravemente ferito ad una gamba durante il conflitto mondiale che gli comporta l’applicazione di placche metalliche alle ossa – Lee ottiene il punteggio di 46,99 nel turno preliminare svoltosi il 30 luglio ’48, secondo miglior risultato alle spalle di Harlan, nettamente primo con 52,28 punti, ed incalzato dal messicano Joaquin Capilla, terzo a quota 46,87, e dall’altro connazionale Anderson, al momento fuori dal podio con 44,65 punti.

Quattro giorni dopo, il 3 agosto, a due dal compimento del suo 28esimo compleanno, Lee totalizza 98,53 punti nei tuffi di Finale, per uno score complessivo di 145,52 che gli consente di tenere alle spalle Capilla, ma non Anderson, il quale realizza la miglior performance di 112,64 punti con cui scavalca sia il messicano che Lee per la conquista dell’argento, nulla potendo rispetto ad Harlan, al quale sono sufficienti 111,36 punti per assicurarsi l’oro in un podio interamente monopolizzato dai tuffatori Usa.

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Lee, Harlan e Anderson, il podio Usa dal trampolino – da gettyimages.it

Incoraggiato dalla medaglia conquistata, Lee si presenta il giorno successivo per le qualificazioni dalla piattaforma – prova in cui gli Stati Uniti iscrivono solo lui ed Harlan – guidando la classifica provvisoria al termine della prima serie di tuffi con il punteggio di 51,51, seguito da Harlan con 48,94 e dallo svedese Lennart Brunnhage con 47,93, mentre Capilla conclude la prima giornata al quinto posto con 44,84 punti.

Il tuffatore centroamericano si ricatta nei salti di Finale del 5 agosto, realizzando 68,68 punti per un totale di 113,52 che gli consente di acciuffare il bronzo, mentre nella sfida al vertice i 73,36 punti ottenuti da Harlan servono al vincitore dal trampolino esclusivamente per consolidare la sua seconda piazza, visto che Lee viene premiato dalla giuria con il miglior punteggio di 78,54 per un totale di 145,52 che gli assicura la tanto desiderata Gloria Olimpica.

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Capilla, Lee ed Harlan, il podio della piattaforma – da gettyimages.it

Raggiunto lo scopo della sua vita, e specializzatosi nei tuffi dalla piattaforma, Lee si presenta in questa specialità quattro anni dopo ad Helsinki, ben deciso a difendere il titolo conquistato a Londra, a dispetto dei suoi oramai 32 anni.

In una prova calendarizzata a ridosso del suo genetliaco, con i tuffi di qualificazione al 31 luglio e la serie finale l’1 agosto ’52, Lee conferma ancora una volta la sua superiorità dai 10 metri, concludendo le eliminatorie con il miglior punteggio di 86,38 nonostante una brutta esecuzione nel suo sesto tentativo, rispetto al 78,46 di Capilla ed al 75,41 del tedesco Gunther Haase, il quale precede di un soffio l’altro americano John McCormack (75,26) nella sfida per il bronzo.

Lee ha dunque la possibilità di festeggiare nel migliore dei modi il proprio compleanno, e non è certo l tipo da lasciarsi sfuggire una simile occasione, oltretutto sigillando la propria schiacciante superiorità ottenendo il massimo punteggio di 20,00 nell’esecuzione del suo ultimo tuffo, che gli consente sia di chiudere in testa anche la seconda serie di tuffi con 69,60 punti (una media di 8,70 per ogni prova …) che, ovviamente, di confermarsi Campione Olimpico – primo tuffatore nella Storia dei Giochi a riuscirvi – incrementando il vantaggio sul comunque sempre eccellente Capilla, che conclude con l’Argento a quota 145,21 e che raccoglierà l’eredità di Lee quattro anni dopo a Melbourne ’56, resistendo all’assalto di Haase che, a propria volta, consolida la sua terza posizione.

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Capilla, Lee ed Haase sul podio olimpico di Helsinki ’52 – da wikimedia.org

Conclusa l’attività agonistica – nella quale non subisce discriminazioni, venendogli altresì assegnato il prestigioso riconoscimento del “James E. Sullivan Award” nel 1953 quale miglior atleta amatoriale assoluto americano – Lee deve peraltro confrontarsi con la vita di tutti i giorni, prestando servizio nel Corpo Medico dell’Esercito Americano in Corea, terra dei suoi avi, dal 1953 al ’55, quale specialista in malattie dell’orecchio, ma nonostante questa sua attività e la notorietà raggiunta per meriti sportivi, deve subire una pesante umiliazione quando a lui ed alla moglie viene rifiutato l’acquisto di una casa a Garden Grove, elegante città posta 55km. a sud di Los Angeles, in un caso addirittura a seguito di una petizione firmata dai suoi potenziali vicini di casa (!!).

A dispetto di queste aberranti vicende personali, Lee dimostra di essere moralmente ben superiore alla grettezza di certi individui, non smettendo mai di lavorare per il bene di quel Paese che sente suo come pochi altri, contribuendo ai successi della tuffatrice Patricia McCormick, la quale riesce nella straordinaria impresa di conquistare l’oro sia dal trampolino che dalla piattaforma in due consecutive Edizioni dei Giochi (Helsinki ’52 e Melbourne ’56), per poi allenare il suo degno erede Bob Webster, che lo eguaglia salendo sul gradino più alto del podio nei tuffi dalla piattaforma a Roma ’60 e Tokyo ’64 e quindi “svezzare”, ospitandolo anche a casa sua, il talentuoso Greg Louganis, che Lee conduce ai Giochi di Montreal ’76 quando ha appena 16 anni, portandolo ad insidiare il terzo oro consecutivo dalla piattaforma dell’Angelo biondo Klaus Dibiasi.

Con il passare degli anni, anche l’America fa ammenda rispetto al trattamento riservato a Lee, che viene inserito nel ’68 nella “International Swimming Hall of Fame”, facendolo quindi sfilare in occasione della Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi di Los Angeles ’84 per poi concedergli l’onore di far parte della “Hall of Fame Olimpica Americana” nel ’90, mentre, fuori dall’ambito sportivo, il Distretto Scolastico di Los Angeles gli rende doveroso omaggio intitolandogli una Scuola Elementare nel 2013.

Ed è forse anche per attendere questi giusti e meritati riconoscimenti in vita, che l’esistenza di quel giovane Sammy, che ha saputo imporsi nello sport come nel quotidiano in spregio ad assurdi pregiudizi e discriminazioni, si prolunga sino a spengersi serenamente il 2 dicembre 2016, da tempo malato di Alzheimer, alla ragguardevole età di 96 anni.