1935, L’ESORDIO DELLA VUELTA E’ DEL BELGA DELOOR

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Una fase della corsa – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Se il Tour de France nasce con l’abbrivio del nuovo secolo, 1903, e il Giro d’Italia segue a ruota di qualche anno, 1909, la terza grande prova a tappe in ordine di importanza, la Vuelta, ha genesi più complessa e si lascia desiderare a lungo.

Nella prima metà degli anni Trenta la Spagna, non diversamente da quel che sta accadendo altrove, è scossa da fremiti nazionalisti che contrastano con l’orientamento sociale dei partiti della sinistra, ed è in questo contesto che il ciclismo tarda a decollare come disciplina di massa. Certo, qualche atleta di buon livello si è già illustrato sulle strade di Francia, ad esempio Salvador Cardona che nel 1929 sfiora il podio giungendo quarto ad un soffio dal belga Jef Demuysere che gli soffia la terza piazza, o Vicente Trueba, la leggendaria “pulce dei Pirenei” che nel 1933, dopo esser stato l’anno precedente eletto miglior scalatore della Grande Boucle, si guadagna la vittoria nella classifica dei Gran Premi della Montagna, introdotta dal direttore della corsa Henri Desgrange. Ma tocca attendere il 1935 perchè anche la Spagna possa sedurre i ciclisti con una grande competizione, ed è un evento che se parte con il botto, nondimeno avrà vita dura ad affermarsi, vittima dei venti di guerra che stanno per insanguinare il paese con la guerra civile prima, l’Europa con la Seconda Guerra Mondiale poi.

Il merito del nuovo parto è da ascrivere a Clemente Lopez Doriga, patron della Vuelta, e all’intuizione, neppure troppo geniale ad onor del vero, di Juan Pujol, ultranazionalista di destra, direttore del quotidiano di chiara tendenza fascista Informaciones, che prende spunto dai buoni introiti garantiti ai giornali L’Auto e La Gazzetta dello Sport che sponsorizzano Tour de France e Giro d’Italia, per fare altrettanto.

E così, alle 8 del mattino del 29 aprile 1935, la carovana della Vuelta per la prima volta si mette in marcia da Madrid, sotto gli occhi incuriositi di una moltitudine di appassionati, civili come non lo saranno di lì a qualche mese complice la guerra. Sono da percorrere 14 tappe per complessivi 3425 chilometri, e tra i 50 corridori allineati al via ci sono proprio Salvador Cardona e Vicente Treba, favoriti della prova e pure ben pagati dall’organizzazione per partecipare all’evento, così come Mariano Canardo, forte del nono posto nel 1934 al Tour de France, c’è l’olandese Marinus Valentijn, che vanta un terzo posto ai Mondiali di Montlhery, in Francia, nel 1933, c’è il belga François Adam che si è già ben distinto sulle strade vallonate della Liegi-Bastogne-Liegi, c’è il piemontese Luigi Barral, ottavo al Giro e nono al Tour nel 1932, nonchè secondo al Giro di Lombardia del 1933 alle spalle di Domenico Piemontesi, c’è il viennese Max Bulla già quattro volte consecutivamente nella top-ten ai campionati del mondo in linea, c’è lo svizzero Leo Amberg che sarà terzo al Tour de France del 1937. E poi c’è una coppia di fratelli che vengono dalle Fiandre, Alfons il maggiore e Gustaaf il minore Deloor, pronti a far saltare il banco.

Già, perchè nei sedici giorni in cui la corsa si sviluppa, appunto dal 29 aprile al 15 maggio, il tempo non è tipicamente iberico, ovvero sole e cielo azzurro, ma molto più fiammingo del previsto, pioggia e temperature basse, che se da una parte penalizza i corridori di casa dall’altra, inevitabilmente, favorisce proprio i belgi. E i due Deloor, soprattutto Gustaaf, ne approfittano.

Si parte dunque dall’Atocha di Madrid, per concludere la prima, storica frazione a Vallodolid dopo 185 chilometri che consegnano all’altro belga Antoine Dignef la prima maglia di leader, di sgargiante colore arancione. Gli appassionati spagnoli vorrebbero infiammarsi per i due beniamini più accreditati, ma se Trueba è costretto al ritiro perchè debilitato dalla “solitaria” che lo avvinghia allo stomaco, Cardona non è competitivo, ad eccezione della vittoria parziale a Murcia, se è vero che chiuderà in un’anonima 11esima posizione finale.

Tocca allora a Canardo vestire i panni del protagonista, seppur costretto ad inseguire fin dal terzo giorno quando, dopo che Antonio Escuriet ha vinto a Santander rilevando Dignef in testa alla classifica, accusa a Bilbao un distacco di nove minuti da Gustaaf Deloor che balza al comando della garduatoria. Nessuno più sarà in grado di scalzarlo.

In effetti la gara si riduce ad una sfida tra il belga e il navarro, con Deloor che si impone ancora a Siviglia e Canardo che prova a recuperare lo svantaggio, vincendo a sua volta a Saragozza prima che un capitombolo rovinoso nella penultima tappa tra Caceres e Zamora, che gli costa altri cinque minuti di ritardo, lo escluda definitivamente dalla battaglia per la vittoria finale.

C’è spazio anche per gli italiani, in questa prima Vuelta: Edoardo Molinar, 28enne di Rocca Canavese che se la cava su tutti i terreni, vince proprio la tappa di Zamora per poi concludere in quarta posizione della generale, con un distacco di 22’42” da Deloor e a poco più di tre minuti dal terzo gradino del podio su cui infine sale Dignef; Paolo Bianchi è settimo, ma soprattutto Luigi Barral capeggia la graduatoria degli scalatori, meritandosi l’etichetta di miglior camoscio di Spagna.

E se si pensa che dei 50 corridori al via solo 17 sono stranieri ma ben 9 di loro occupano la top-ten della classifica generale finale a Madrid, ecco che questa prima edizione della Vuelta è proprio una vicenda curiosa. Che si chiude con la trionfale passarella nella capitale di Gustaaf Deloor, che davanti a 100.000 spettatori acclamanti si impone anche nell’ultima tappa su Canardo e Bulla, per far sua la corsa con 12’33” di vantaggio sullo stesso Mariano Canardo, comunque secondo nonostante le disavventure.

La Vuelta si mette in marcia, e seppur ben presto costretta a cedere il passo alla tragicità degli eventi bellici, è proprio una bellissima stroria ciclistica che va a cominciare.

Ah, dimenticavo… Gustaaf Deloor ci prenderà gusto e vincerà pure la seconda edizione, anno 1936.

DENNIS RODMAN, IL “VERME” VISSUTO DUE VOLTE

 

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Dennis Rodman – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo in una notte di febbraio ‘93, a bordo di un pick-up vi è un uomo di colore che sta meditando sulla propria vita con un fucile carico appoggiato sul sedile di fianco, una scena neanche troppo infrequente negli Stati Uniti, dove il mercato delle armi è libero e le problematiche di ordine economico e sociale sono anch’esse all’ordine del giorno, specie tra i “colored”.

La cosa, però, assume un aspetto ben diverso, una volta chiarito che il luogo dove l’automezzo si trova è il parcheggio dell’Arena che ospita le gare interne della squadra di Basket dei Detroit Pistons e l’uomo all’interno altri non è che Dennis Rodman, uno dei leader della franchigia due volte campione NBA nel 1989 e ’90, il quale ha ancora tre anni di contratto a 4milioni di dollari a stagione.

Certo, dopo l’eliminazione al primo turno dei playoffs ’92, il campionato seguente era iniziato in maniera insoddisfacente per i Pistons e Rodman aveva appena divorziato dalla prima moglie, unione durata appena un anno e da cui era nata la figlia Alexis, un evento che lo aveva traumatizzato, ma da qui a togliersi la vita sembra che di differenza ce ne sia, e neppure poca.

Lo stesso Rodman, anni più tardi, nella sua biografia “As Bad as I wanna be” (“Così cattivo come voglio essere”), ammette di aver seriamente pensato a togliersi la vita, ma quella notte in cui ha rivisitato come in un film la sua esistenza sino ad allora, lo aveva convinto ad uccidere sì, ma l’altro Dennis, quello che era stato sino ad allora, ed iniziare un nuovo capitolo del suo cammino terreno.

Scelta quanto mai saggia, verrebbe da dire, e non c’è alcun dubbio al riguardo, ma d’altronde Rodman è un uomo che ha sempre vissuto di eccessi ed anche questo fa parte del personaggio, al quale, peraltro, la vita ha tutt’altro che sorriso sin dalla tenera età.

Nato, difatti, il 13 maggio 1961 a Trenton, nel New Jersey, Rodman, al pari della madre e delle due sorelle minori, viene ben presto abbandonato dal padre, militare nell’Aviazione americana, al ritorno dalla guerra nel Vietnam per andare a trasferirsi in pianta stabile nelle Filippine, un trauma dallo stesso mai totalmente superato, tanto da rifugiarsi nella frase “qualcuno mi ha messo al mondo, ma non per questo vuol dire che sia mio padre”.

Crescere in un ambiente matriarcale non facilita il cammino verso la maturità interiore di Dennis – al quale non contribuisce certo il nomignolo di “The Worm” (“il verme”) affibbiatogli da ragazzo per le sue movenze mentre giocava a flipper – che si dimostra sempre più timido ed introverso, specie rispetto alle sorelle, a differenza delle quali, che sin da piccole se la cavavano più che bene con la “palla a spicchi”, ha l’handicap dell’altezza, tant’è che al primo anno del liceo misurava meno di m.1,70 e così, mentre Debra e Kim vincono tre Campionati statali, al maschio di casa tocca quasi sempre sedersi in panchina e vedere giocare i propri compagni.

Una situazione a cui pone rimedio madre natura, facendo sì che il giovane cresca di ben 23 centimetri in due soli anni, così che al termine del liceo Dennis misura m.1,98 (che poi sarebbero diventati 2,01 …) e può quindi cimentarsi ad armi pari sotto canestro, mettendo sin da subito in evidenza quella che è la “specialità della casa”, vale a dire un’abilità fuori dal comune nell’andare a rimbalzo.

Nel suo passaggio al college – non uno dei più rinomati, trattandosi della “Southeastern Oklahoma State University”, associata alla NAIA (“National Association of Intercollegiate Athletics”) – Rodman riesce comunque a farsi notare realizzando in tre stagioni medie di 25,7 punti e 15,7 rimbalzi a partita, tanto che nel “Draft Nba” del 1986, viene scelto al secondo giro dai Detroit Pistons, che come prima opzione si erano assicurati le prestazioni di John Salley da Georgia Tech.

E’ la franchigia dei celebri “Bad Boys”, temuti per il loro gioco duro, e nella quale Rodman si trova perfettamente a proprio agio tra i vari Isiah Thomas, Joe Dumars, Adrian Dantley e Bill Laimbeer, ma soprattutto può finalmente avere come punto di riferimento una figura maschile che non esita a definire come il “suo vero padre”, nel coach Chuck Daly, ed anche se gli inizi non lo vedono inserito nel quintetto titolare, riesce comunque a dare il suo positivo contributo alle stagioni dei Pistons che, dopo aver perso la Finale della “Eastern Conference” ’87 portando comunque i Boston Celtics di Larry Bird a gara-7, si vendicano l’anno successivo, conquistando il diritto a sfidare nella Finale per il titolo i Los Angeles Lakers, dopo aver sconfitto stavolta 4-2 i Celtics.

Rodman dimostra di avere, oltre che braccia lunghe per andare a rimbalzo, anche una lingua non meno corta, permettendosi di esprimere valutazioni poco carine addirittura su Larry Bird, da Dennis considerato “sopravvalutato in virtù del fatto di essere un bianco in uno sport dove primeggiano gli atleti di colore”, un’uscita che gli vale non poche critiche, pur venendo difeso dal suo capitano, Isiah Thomas.

Meglio concentrarsi sul parquet, comunque, e dopo la sconfitta in gara-7 di fronte ai Lakers nelle Finali ’88, ecco che i Pistons si vendicano con il “cappotto inflitto a Magic & Co. l’anno successivo per il primo anello nella storia della franchigia, con Rodman che, in gara-3 (vinta da Detroit 114-110 al Forum di Inglewood) domina a rimbalzo conquistandone ben 19 per la propria squadra.

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Rodman festeggia il primo titolo NBA coi Pistons – da nbareligion.com

Un successo che i Pistons ripetono l’anno successivo, quando ancora una volta impediscono ai Chicago Bulls di un sempre più dominante Michael Jordan di aggiudicarsi il titolo della “Eastern Conference” in una serie dove a prevalere è il fattore campo ed in cui Rodman risulta il miglior rimbalzista della propria squadra con una media di 9,7 a partita, dopo aver compensato la partenza di Ricky Mahorn verso Minnesota con prestazioni tali da fargli vincere il premio di “Miglior Difensore dell’Anno”.

La Finale assoluta – che vede i Pistons opposti ai Portland Trail Blazers – anche in questo caso ha poca storia, con i ragazzi di Chuck Daly ad imporsi per 4-1, con un solo leggero passaggio a vuoto in gara-2 persa di un solo punto (105-106), ma dominando il resto degli incontri.

L’anno successivo la ruota gira a favore di Jordan e dei suoi Bulls che stavolta, rodati a puntino, non hanno pietà dei Pistons spazzandoli via con un inequivocabile 4-0 nella Finale di Conference ed aprirsi la strada verso il primo dei tre titoli consecutivi.

Il declino dei Pistons coincide con, viceversa, l’inserimento di Rodman in quintetto base, ma il tempo è impietoso per tutti, men che meno per coach Daly che, al termine dei playoff ’92, conclusi con un’eliminazione al primo turno da parte di New York, abbandona il club, proprio mentre Rodman di aggiudica il primo dei suoi sette titoli consecutivi di miglior rimbalzista della stagione regolare, con una media mai più superata di 18,7 a partita a fronte di 1.530 rimbalzi complessivi, una cifra mai raggiunta dai 1.572 di Wilt Chamberlain nel ’72 e che nessuno in seguito riuscirà più ad eguagliare.

Ma l’equilibrio mentale di Rodman non è dei più stabili e l’abbandono di Daly è per lui una mazzata dalla quale ha difficoltà a riprendersi, rischiando la tragica conclusione citata in premessa, per poi chiedere il trasferimento a fine stagione, nonostante avesse ancora tre anni di contratto per una cifra complessiva di 12 milioni di dollari.

A farsi avanti sono i San Antonio Spurs che lo ritengono, a ragione, il partner ideale dello “Ammiraglio” David Robinson, al fine di consentire al fortissimo centro di dedicarsi più al tiro che non ai rimbalzi, perfetto connubio che, nei due anni di permanenza di Rodman nel Texas, li vede prevalere quanto a canestri realizzati (29,8 e 27,6 punti di media per Robinson) che a cattura di palloni a rimbalzo (17,3 e 16,8 per Rodman), con l’unica amarezza derivata dalla sconfitta nella Finale della Western Conference per mano degli Houston Rockets nonostante il primo posto conseguito nella stagione regolare con uno score di 62 gare vinte a fronte di sole 20 perse.

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Rodman ai San Antonio Spurs – da politico.com

Così narrata, sembra una storia come tante altre, ma allora cosa è veramente successo, quella notte di febbraio ’93 …?? Lo descrive lo stesso Rodman, ammettendo che “invece di farla finita, decisi di uccidere l’impostore che viveva dentro di me, colui che m aveva sinora impedito di vivere, felice, la mia vita come veramente volevo che fosse …!!”.

Ciò voleva dire liberarsi degli stereotipi imposti dal vivere comune, e la prima, visibile, svolta fu costituita dal colore dei capelli che, a seconda dell’umore, erano ora biondi, rossi o blu, il tutto unito a trasgressioni di ogni tipo, cosa che Rodman non rinnega affatto, limitandosi però a giustificare il proprio operato adducendo che “ho avuto la chance di vivere la vita come piace a me e, se non siete d’accordo, baciatemi il c….. (slang molto in uso negli States …); la maggior parte delle persone sono fondamentalmente dei lavoratori che desiderano sentirsi liberi, essere se stessi, essi mi guardano e vedono uno che cerca di riuscirvi, mostrando loro che non vi è problema ad essere differenti e credo anche che loro pensino questo quando vengono a vedermi giocare: andiamo a vedere questo ragazzo che ci farà divertire …!!”.

Sicuramente aiutato dalla fama raggiunta, resta comunque difficile da ritenere che, con un simile atteggiamento, ed alla non più verde età di 34 anni, Rodman venga scelto proprio dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan – tornato sul parquet dopo un anno e mezzo di inattività – per compensare la perdita di Horace Grant, trasferitosi agli Orlando Magic.

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Rodman con Jordan e Pippen ai Bulls – da clutchpoints.com

Ed invece, Phil Jackson punta proprio su di lui, una decisione che non lo farà rimpiangere dal punto di vista sportivo, con Rodman che allunga con i Bulls sino a sette la serie di titoli consecutivi quale miglior rimbalzista della “regular season”, fornendo un valido contributo al secondo “threepeat” (gioco di parole per significare tre titoli Nba consecutivi …) che Chicago mette a segno dal 1996 al ’98 dopo quello realizzato dal 1991 al ’93.

Più difficile, ovviamente, la gestione comportamentale, specie quando si hanno in squadra due leader naturali come Jordan e Scottie Pippen, ma la coabitazione tra i tre non crea problemi di sorta, come lo stesso Rodman ammette “sul parquet io e Jordan andiamo d’accordo e parliamo tranquillamente degli schemi di gioco, ma al di fuori siamo agli esatti opposti, come dire che se io me ne vado al nord, lui si orienta verso il sud, mentre Pippen si posizione a metà tra di noi”.

Se l’armonia regna coi compagni non altrettanto si può dire verso terzi, come quando, a marzo ’96, in una gara a New Jersey, Rodman ha un pesante “faccia a faccia” con uno dei direttori di gara, tale da essere sanzionato con sei turni di sospensione ed una multa da 20mila dollari, pur risultando poi decisivo in gara-2 e gara-6 delle Finali ’96 contro Seattle con, rispettivamente, 20 e 19 rimbalzi.

L’anno seguente, coi Bulls a confermarsi campioni a spese degli Utah Jazz, Rodman sale agli onori della cronaca in negativo per un calcio all’inguine assestato ad un cameraman in un match contro Minnesota, cosa che gli costa 200mila dollari quale risarcimento all’operatore ed 11 turni di sospensione senza stipendio, un’impresa pertanto stimabile intorno al milione di dollari.

Intenzionato a farsi perdonare nell’ultima stagione in cui i Bulls vincono l’anello, Rodman colleziona una media di 15 rimbalzi a partita, superando undici volte quota 20 con un picco di 29 contro gli Atlanta Hawks e di 15 solo offensivi (più altri 10 sotto il proprio canestro) contro i Los Angeles Clippers, per poi limitare la potenza di Karl Malone nei primi tre incontri della Finale Playoffs.

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Rodman e Karl Malone nelle finali Nba 1997 – da chasetheink.com

Ma non sarebbe Rodman se, alla vigilia di gara-4, non abbandonasse il ritiro per andare a disputare un match di wrestling assieme ad Hulk Hogan, cosa che gli costa un’ammenda di 20mila dollari (niente rispetto agli oltre 200mila intascati per detta esibizione), ma che non gli impedisce comunque di contribuire, con la cattura di 14 rimbalzi, al successo per 86-82 che porta i Bulls sul 3-1 nella serie, spianando loro la strada per la vittoria finale.

Non sono in molti a potersi vantare di concludere la propria carriera nella prestigiosa NBA con qualcosa come sette anelli al proprio conto e, d’altronde, se uno come coach Phil Jackson – che, quanto ad anelli, se ne intende, avendone vinti ben 11 (6 con Chicago e 5 copi Lakers) – ha affermato che, da un punto di vista puramente fisico, Rodman sia stato il miglior atleta da lui allenato.

Ma il “nuovo” Rodman si spinge più in là, quando afferma “guardo a me stesso come una delle tre massime attrazioni della NBA; se non ci sono Shaquille O’Neal o Michael Jordan, ecco, allora vengo io …!!”.

Non c’è che dire, il “verme” è proprio diventato grande …..

LISE-MARIE MOREROD, QUELLE VITTORIE INTERROTTE DA UNO SCHIANTO

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Lise-Marie Morerod – da storiedisport.it

articolo di Nicola Pucci

C’è tutto, nella vita agonistica di Lise-Marie Morerod. Le stimmate della predestinata prima, la gloria delle vittorie durante, la disperazione della fine dopo. E di lei si può proprio parlare di una campionessa che doveva essere, è stata, sarà in perpetuo.

Cominciamo dall’inizio, e da quel manto di neve candida che incornicia Ormont-Dessus, canton Vaud in Svizzera, paese natale di Lise-Marie che qui vede la luce il 16 aprile 1956. La bimba ha fratelli che più grandi di lei già si disimpegnano tra loro con gli sci ai piedi, ed inevitabilmente l’istinto di emulazione è presto sviluppato nella piccola. Che ha carattere timido e schivo, ma impeto adolescenziale che si sposa con un talento fuori dal comune. In famiglia non c’è proprio partita, Lise-Marie spadroneggia ed ha fortuna nel trovare Jean-François Maison, che la scopre e ne affina la tecnica, già pronta a poco meno di 16 anni a conquistare il titolo di campionessa nazionale elvetica di slalom gigante.

Il risultato è di quelli che fanno sensazione, se è vero che batte Marie-Therese Nadig, altro fenomeno in casa Svizzera, di due anni più anziana ma già campionessa olimpica a Sapporo nel 1972, in discesa libera e proprio in slalom gigante. Il dado è tratto. A fine anno Lise-Marie debutta in Coppa del Mondo e il Circo Bianco sta per accogliere una campionessa destinata a scrivere pagine di grande sci.

E la Morerod lo fa con quell’educata spensieratezza che ne sono il tratto essenziale di un carattere cha assomma dolcezza a determinazione agonistica, cocktail perfetto nel modellare una fuoriclasse. E fuoriclasse Lise-Marie lo diventa rapidamente, con due primi piazzamenti tra le migliori, settima nel gigante dell’Abetone l’11 febbraio 1973, migliorato con il sesto posto di Heavenly Valley qualche settimana dopo.

Pfronten e Bad Gastein a gennaio 1974 la vedono salire sul secondo gradino del podio, sempre in quel gigante che sarà la sua specialità preferita, battuta dalla canadese Kathy Kreiner e dalla francese Fabienne Serrat, preludio a quel che è il debutto in una grande rassegna internazionale. Ai Mondiali di St.Moritz, in effetti, la Morerod è protagonista con la medaglia di bronzo in slalom, alle spalle di Hanni Wenzel e della francese Michelle Jacot, a precedere proprio la Serrat a cui soffia la terza piazza per 0″32 centesimi.

Sono gli anni in cui Annemarie Moser-Proell ha instaurato la sua dittatura assoluta, spopolando in cinque edizioni consecutive di Coppa del Mondo, dal 1971 al 1975. Ma non appena l’asburgica si fa momentaneamente da parte annunciando, lei, classe 1953, appena 22enne, un prematuro ritiro, le rivali ne approfittano e tra queste la Morerod è ormai tra le più accreditate. Il 4 gennaio 1975 l’elvetica ha infine colto a Garmisch, in slalom, battendo di 0″94 centesimi la tedesca Christa Zechmeister e rifilando cinque secondi a tutte le altre!, il primo successo di una serie che di lì a tre anni, fino all’ultimo in gigante il 7 marzo 1978 a Waterville Valley, ne conterà ben 24.

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Un primo piano della Morerod – da blick.ch

Lise-Marie eccelle nelle due specialità tecniche, bravissima nella serpentina stretta dello slalom, ancor più nel disegnare le curve larghe del gigante, distribuendo i trionfi in 14 giganti e 10 slalom. E tanta abbondanza la proietta pure nelle zone alte della classifica generale per l’assegnazione della sfera di cristallo, così come si mette in bacheca ben cinque coppette di specialità, tre consecutive in gigante, 1976/1977/1978, e due in slalom, 1975/1977.

Ma la stagione 1976/1977 è l’anno di grazia, condito da otto vittorie parziali che consentono alla Morerod di chiudere in testa la corsa alla Coppa generale con 319 punti, ben distanziando la rientrante Moser-Proell che con 246 punti le cede lo scettro di miglior sciatrice del Circo Bianco.

Nel frattempo la Morerod ha conosciuto anche l’onta della sconfitta, perchè qualche boccone amaro correda il palmares di ogni campionessa, delusa dall’edizione olimpica del 1976 sulle nevi austriache di Innsbruck che rigettano il suo irrefrenabile istinto alla vittoria. E, come malauguratamente vedremo, sarà l’unica occasione a cinque cerchi che il destino le concederà. E’ quarta infatti in gigante, privata del podio per 0″45 centesimi dalla francese Danielle Debernard, terza alle spalle della sorprendente Kathy Kreiner e di Rosi Mittermaier, tedesca all’apice della carriera che per soli 0″12 centesimi manca la tripletta d’oro. In slalom esce nella prima manche ed allora rinvia illusioni di medaglia a Lake Placid 1980.

Ma a quella rassegna olimpica Lise-Marie non arriverà mai, perchè il 22 luglio 1978, dopo esser giunta seconda in gigante ai Mondiali di Garmisch, anticipata per l’inezia di 0″05 centesimi dalla tedesca Maria Epple, la vita le riserva un altro appuntamento. Ma è un appuntamento maledetto, lungo quella strada che porta a Vernayaz, in quell’auto che la vede in compagnia del fidanzato, in quello schianto che recide di netto la carriera ancora in divenire della 22enne svizzera.

Quel che è il dopo di “Boubou“, come affettuosamente la chiamavano i quattro fratelli che l’avevano messa sugli sci tracciandone l’avvenire glorioso, è un lungo periodo buio, dalle tre settimane di coma farmacologico all’ospedale di Losanna al risveglio improvviso, dalla lenta e dolorosa riabilitazione alla presa di coscienza che quel corpo, così ricco di energia e sostenuto da una dose massiccia di talento, non sarà più quello di prima, il comunque disperato tentativo di ripresa agonistica, perchè la vita va avanti e vorremmo che il tempo e le circostanze non smorzassero le illusioni.

In effetti la Morerod torna a sciare, felice nondimeno almeno di poter camminare e nonostante quattordici fratture al bacino già lesionato da bambina per una caduta da cavallo, pure confortata da qualche piazzamento, come l’11esimo posto nel gigante di Saint-Gervais les Bains il 26 gennaio 1980. Ma il responso del cronometro condanna Lise-Marie all’anonimato, e questo non può certo bastare per appagare le ambizioni della Morerod. Perchè se l’orgoglio è intatto e il desiderio di vita non ha subito traumi, le chances di tornare sul tetto del mondo sono infrante. Per sempre.

Era una campionessa, Lise-Marie Morerod. E piaceva alla gente, per quel suo entusiasmo giovanile e quella spensieratezza autentica. E quel che è stato la elegge tra le più grandi. A dispetto di un destino maledetto.

JOSEF MASOPUST, IL DRIBBLING GENIALE DELL’EST EUROPA

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Josef Masopust – da isport.blesk.cz

articolo tratto da Una questione di centimetri

Ai Mondiali in Cile del 1962, Cecoslovacchia e Brasile si sfidarono per la prima volta nei gironi di qualificazione. Pelé si infortunò, ma rimase in campo sino all’ultimo minuto (a quei tempi non esistevano le sostituzioni). Ad un certo punto si ritrovò con la palla tra i piedi e davanti a sé Masopust, ma il ceco attese che il fuoriclasse del Brasile passasse la palla ad un compagno: non era nelle sue intenzioni duellare con un avversario infortunato.

Edson Arantes do Nascimento (o se preferite “O Rei”) sull’episodio ha dichiarato più volte: “È stato uno dei gesti più belli del calcio. Un atto di fair play, del quale oggi si parla tanto. Una vera dimostrazione di rispetto per le persone, un gesto che non dimenticherò mai”.

Josef Masopust non è stato solo un grande campione ma anche un grande uomo.

Una carriera trascorsa quasi totalmente in patria esordendo nel 1950, all’età di 17 anni, nella file del Teplice. Dopo due anni passò al Dukla Praga, complice una normativa del campionato cecoslovacco che consentiva alla quarta squadra di Praga di acquistare automaticamente qualsiasi giocatore che aveva prestato servizio nell’esercito cecoslovacco. Josef, nel 1952, svolse il servizio militare perciò venne “arruolato” nel club fondato proprio all’interno dell’esercito.

Grazie a questa norma alquanto singolare, il Dukla si assicurò tanti campioni, nonché il calciatore più importante della sua storia.

In una società che iniziò a monopolizzare il calcio in patria, si fece largo un giovane centrocampista con grandi doti tecniche, che eccelleva, in particolare, nel dribbling e negli assist e che non disdegnava quelle sortite offensive che lo resero prolifico anche sotto porta.

Un motorino instancabile, forte fisicamente e con una grande intelligenza, tutte doti che gli consentirono di imporsi a grandi livelli. Fortissimo nell’anticipo e nell’intercettare i palloni vaganti, fece le fortune del suo club, illuminato dal suo mediano dalla tecnica brillante.

Su di lui misero gli occhi le squadre più importanti d’Europa ma, a causa del regime a cui erano soggetti i paesi oltre la Cortina di Ferro, non gli fu concesso il trasferimento e non ebbe la fortuna di misurarsi nei campionati più importanti del mondo.

Suo malgrado, fece il profeta in patria collezionando ben 8 scudetti e 3 coppe di Cecoslovacchia. Nonostante tutto, riuscì a farsi notare dal mondo del pallone grazie alle sortite europee della sua squadra, la quale raggiunse la semifinale di Coppa Campioni nel 1966/67, ma soprattutto grazie alla maglia della sua nazionale, consacrandosi come uno dei migliori giocatori dell’epoca.

Dopo aver partecipato ai mondiali del 1958 in Svezia e alla prima edizione dei campionati europei del 1960 (ottenendo un ottimo terzo posto sconfiggendo i padroni di casa della Francia), nella Coppa del Mondo del 1962 fu protagonista di un exploit tale da trascinare la Cecoslovacchia sino alla fine della competizione.

In un girone di ferro, i cechi dovettero duellare contro il Brasile campione in carica e la Spagna stellare dei madridisti Di Stefano, Gento e Puskas e dell’interista Suarez. Grazie ad un pareggio contro i carioca e alla vittoria contro le furie rosse passarono il turno. Dopo aver eliminato ai quarti l’Ungheria e in semifinale la Jugoslavia arrivò addirittura in finale.

Nell’atto conclusivo della manifestazione ritrovarono il Brasile che avevano bloccato sullo 0-0 nella fase a gironi. Fu proprio Josef Masopust a portare in vantaggio i cecoslovacchi con un rasoterra che trafisse Gilmar. Ma la gioia durò pochi minuti e alla fine i carioca ebbero la meglio per 3-1 conquistando la loro seconda Coppa Rimet.

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Masopust con il Pallone d’Oro – da sportreview.it

Nonostante la sconfitta, i cechi furono accolti in patria come degli eroi e Masopust, grazie alla straordinaria cavalcata Mondiale, riuscì a consacrarsi al mondo del pallone e la sua classe uscì anche dai confini della Cecoslovacchia e dell’Europa. Lui fu il cuore pulsante di quella squadra e il suo trascinatore e, tutto questo, gli valse il giusto riconoscimento del Pallone d’Oro che conquistò proprio alla fine di quella annata.

Fu capace di mettersi alle spalle Eusebio, uno dei goleador più forti della storia e protagonista nella vittoria della Coppa Campioni del suo Benfica contro il grande Real, e tanti campioni del tempo che ebbero la fortuna di giocare in club decisamente più prestigiosi del suo Dukla Praga.

Dopo la consacrazione Mondiale, ebbe una grande considerazione da tutto il mondo del calcio che gli valse anche l’invito alla partita di addio al calcio di Stanley Matthews e le lodi di tanti campioni di ogni epoca: Pelé ammirava il suo dribbling tanto da ritenerlo un brasiliano mancato e per Platini è stato fonte d’ispirazione.

Il canto del cigno avvenne in Belgio con la maglia del Molenbeek dopo che gli fu concessa la possibilità di trasferirsi all’estero grazie a tutto ciò che aveva dato al calcio del suo paese e, con il passaggio al club belga, diventò formalmente professionista all’età di 37 anni: strano a dirsi per un campione come Masopust.

Nel 2000 fu eletto come miglior giocatore ceco del secolo a dimostrazione che i tanti anni trascorsi non hanno cancellato le imprese di uno dei talenti più cristallini di sempre dell’est Europa.

Il 29 giugno 2015 si è spento a Praga all’età di 84 anni ed è stato un grande colpo per tutto il calcio. Josef Masopust ci ha lasciati ma ha donato in eredità al mondo del pallone la sua leggenda di uomo e calciatore che lo rende un immortale della storia di questo sport.

MANOLO SANTANA E IL BIENNIO VINCENTE CONTRO GLI AUSTRALIANI

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Una voleè di Manolo Santana – da abc.es

articolo di Nicola Pucci

Certo che se rapportiamo quel che ha vinto in carriera Manuel “Manolo” Santana con il palmares dell’altro grandissimo di Spagna, ovvero Rafael “Rafa” Nadal, certamente il madrileno ne esce con le ossa rotte. Ma sarebbe ingiusto, perché Santana merita appieno le stimmate di campionissimo, primo iberico a fregiarsi del titolo di re di Wimbledon, ed ancor prima capace di sbancare Forest Hills, sede degli US Open, nonchè primo spagnolo della storia a trionfare in uno Slam.

La macchina del tempo ci porta all’inizio dell’anno 1965, che pare maledettamente simile alla stagione precedente. In effetti il tennis australiano, che ha dominato il 1964 vincendo in Coppa Davis e conquistando con Roy Emerson tre/quarti di Slam – Australian Open, Wimbledon e US Open -, ha già messo in bacheca l’edizione di gennaio del Major australiano, con lo stesso Emerson che batte Fred Stolle in cinque set, ripetendo poi il successo, stavolta agevolmente, sui prati londinesi. Proprio Stolle guadagna tre finali consecutive, infine trionfando al Roland-Garros ed interrompendo la maledizione di quattro finali di Slam perse, ed il suo avversario in finale, il 20enne Tony Roche, se ancora rafforza il predominio tennistico dell’Australia, nondimeno rappresenta il volto nuovo in un panorama che pare essersi sedimentato nel dualismo tra Emerson e Stolle.

In Europa Manuel Santana appare una spanna superiore al lotto della concorrenza. A 27 anni lo spagnolo, nel pieno della maturità atletica, esprime il meglio di un repertorio brillante e ricco di inventiva, ben diverso dal monocorde serve-and-volley espresso dagli australiani. Altrettanto solido da fondocampo così come abile nel trovare gli angoli e disegnare traiettorie maligne, intelligentemente è capace di variare il gioco usando la smorzata, il pallonetto e guadagnando la rete con attacchi in controtempo. Insomma, non è un bruto della racchetta, e si lascia apprezzare per un tocco di palla proibito agli avversari. Dopo aver ottenuto nello stesso 1964 un secondo successo al Roland-Garros superando in finale Nicola Pietrangeli in quattro set, esattamente come già gli era riuscito nel 1961, coltiva l’ambizione di competere con gli australiani sulla loro superficie preferita, l’erba, che a quei tempi non è solo il prato di Wimbledon, ma anche il tappeto su cui si devono cimentare gli eroi della racchetta in Australia e agli US Open. Ed è pronto a gettar loro il guanto di sfida.

Dettaglio curioso, prima di addentrarci nel racconto di due storiche edizioni a Wimbledon e Forest Hills: per Santana, così come per Emerson, non si pone il dilemma del passaggio al professionismo, essendo l’uno, di sottobanco, responsabile delle relazioni pubbliche della Marlboro in Spagna, l’altro, altrettanto di sottobanco, essendolo in Australia per le Philip Morris! A dispetto del fatto che il fumo non si concilia con lo sport…

I rivali di Santana in Europa rispondono al nome, appunto, di Nicola Pietrangeli, quello dello svedese Jan-Erik Lundqvist e del francese Pierre Darmon. L’azzurro, ormai quasi 32enne, ha però imboccato la china discendente della carriera e non sembra ancora pronto un erede italiano; lo scandinavo è invece un eccellente giocatore su terra battuta, già semifinalista a Parigi e protagonista in Coppa Davis della vittoria nella finale europa del 1964 contro la Francia. Proprio Darmon è l’incontrastato numero 1 francese e stabilmente compreso tra i primi dieci giocatori del mondo, ma ha lui stesso 30 anni e il meglio della carriera, compresa una finale al Roland-Garros nel 1963 persa con Emerson, è ormai alle spalle. Gioca un bel tennis classico, elegante e completo, con una determinazione da campione, ma paga dazio ad un servizio troppo fragile per potergli permettere di competere ad alto livello anche su erba, seppur abbia raggiunto anche una finale in doppio a Wimbledon, sempre nel 1963 contro i messicani Palafox/Osuna, con il collega di bandiera Jean-Claude Barclay che gioca il rovescio a due mani. Ci sarebbe anche Pierre Barthes, giovane 20enne di belle speranze, ma gli alti e bassi limitano il suo talento e a fine 1965 cederà alle sirene del professionismo.

Gli Stati Uniti a loro volta provano a contrastare lo strapotere australiano. Chuck McKinley, studente in matematica, è sulla strada del pensionamento nonostante abbia vinto a Wimbledon nel 1963; il numero 1 Dennis Ralston è un ottimo giocatore di doppio,  già tre volte trionfatore a Forest Hills, ma in singolare è troppo incostante ed incapace di controllare il suo nervosismo sui punti importanti quando le partite sono lottate punto a punto. Altre reclute si stanno affacciando sul palcoscenico internazionale, ad esempio Cliff Richey, Stan Smith, Clark Graebner, Marty Riessen e soprattutto Arthur Ashe. Ma hanno da farsi le ossa, e di loro sentiremo parlare in seguito.

Nelle Americhe, altre due nazioni emergono: Messico e Brasile. Ma se i loro giocatori sono di solito combattenti straordinari in Coppa Davis, individualmente hanno qualche pecca che impedisce loro di primeggiare. In particolare Rafael Osuna, finalista in Coppa Davis nel 1962 e vincitore di un’edizione minore degli US Open nel 1963 contro l’inatteso americano Frank Froehling. Per quanto riguarda invece i due carioca Koch e Mandarino, è la Coppa Davis il loro territorio di caccia preferito.

Negli altri continenti, si segnala in Sud Africa l’esplosivo Cliff Drysdale e il suo rovescio a due mani, precursore di Borg e Connors, e in India è apparso il primo di una serie di buoni specialisti come Ramanathan Krishnan, erede delle tradizioni della ex potenza coloniale ed ottimo giocatore su erba, due volte semifinalista a Wimbledon nel 1960 e nel 1961 e che riuscirà praticamente da solo a portare la sua squadra in finale di Coppa Davis nel 1966.

Forse mi sono dilungato troppo, ma era necessario illustrare quel che è il panorama tennistico nel quale, nel biennio 1965/1966, Santana deve esibirsi. E proprio da Manolo torniamo, numero 2 del mondo alle spalle di Emerson, che per via di un infortunio ad inizio stagione decide di “passare” Roland-Garros e Wimbledon, per prepararsi ad un eclatante finale di stagione.

In Coppa Davis, innanzitutto, dove quasi da solo conduce la Spagna alle vittorie con Grecia, Cile, Germania, Cecoslovacchia e Sudafrica, per poi demolire gli Stati Uniti. La sfida si gioca al Real Club de tennis di Barcellona, su terra battuta, e la vittoria spagnola ha clamore tale da scatenare l’onda anomala di un’euforia nazionale. In doppio, contro Ralston e Graebner, Santana è associato al modesto Josè Luis Arilla, va sotto di due set ma, mantenendo ben saldo il controllo dei nervi dell’affranto compagno, rimonta con l’incredibile 4-6 3-6 6-3 6-4 11-9 decisivo! Portati i due giocatori in trionfo all’interno dello stadio come si è soliti fare da quelle parti in occasione delle corride, il tennis acquisisce di colpo notorietà in un paese in cui la racchetta è solitamente relegata a sport d’elite. Il successivo 3-2 con l’India e la finale, persa, con l’Australia, 4-1, nonostante Santana che al primo giorno perde al quinto con Stolle dopo esser stato avanti 2-0 e coglie poi il punto della bandiera superando Emerson, sono la conferma di quando di buono il tennis stia producendo in Spagna.

Sullo slancio dell’exploit in Coppa Davis, Santana si presenta ai nastri di partenza degli US Open, e scocca l’ora per lui di sfatare il tabù su erba. A Forest Hills Manolo è quarta testa di serie, ovviamente alle spalle dei gemelli Emerson/Stolle e dell’idolo locale Ralston. Dopo aver lasciato al debutto un set al canadese Fontana, Santana si sbarazza senza troppi patemi del messicano Lara e dei due statunitensi Osborne e Riessen, così come ai quarti di Tony Palafox, 6-3 9-7 6-1, che lo ha liberato dell’ingombro del vecchio e ormai logoro Chuck McKinley. Nel frattempo Emerson e Stolle non tengono fede al loro rango, il primo estromesso sempre ai quarti da un giovane rampante, nero e con gli occhiali, Arthur Ashe, l’altro addirittura al secondo turno e in soli tre set per mano di Charlie Pasarell. E quand’anche Ralston se ne esce sconfitto 8-6 al quinto set da Cliff Drysdale, Santana ha infine via libera, battendo in quattro set Ashe in semifinale e lo stesso Drysdale all’atto decisivo. Il tabù erba è infranto e il dominio australiano negli Slam interrotto,  ed ora, per Manolo, si spalancano, definitivamente, le porte della gloria tennistica, perdipiù primo europeo a trionfare agli US Open dai tempi di Fred Perry nel 1936!

Forte dell’esperienza, ed anche del buon esito dell’anno precedente, Santana anche per il 1966 rinuncia a competere al Roland-Garros, così come si risparmia il viaggio in Australia (dove, ad onor del vero, non giocherà mai in carriera), per tentare di cogliere l’unico grande successo ancora mancante alla sua collezione, Wimbledon. Ad approfittarne, manco a dirlo, sono gl australiani di grido, Emerson e Roche, che vincono le prime due prove Slam battendo Ashe e l’ungherese Istvan Gulyas, e per l’appuntamento tra i Doherty Gates è proprio Roy il grande favorito, in cerca della tripletta consecutiva dopo aver brindato al successo nel 1964 e nel 1965.

Ma stavolta il fato è avverso al numero 1 del mondo, che ai quarti di finale, nel match con il connazionale Owen Davidson, è vittima di un banale incidente quando sbatte contro il seggiolone dell’arbitro, non dice una parola e conclude fieramente la partita, seppur soccombendo in quattro set. Ed allora l’occasione è d’oro per Santana, che nel corso del torneo approfitta di due ritiri anticipati, del giapponese Watanabe al primo turno e del britannico Wilson agli ottavi, oltrepassa senza troppi problemi gli ostacoli del canadese Belkin e dello statunitense Riessen, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro due altro australiani, Ken Fletcher ai quarti e proprio Davidson in semifinale, imponendosi in entrambi i casi 7-5 al quinto set.

Finale dunque, contro quel Dennis Ralston che nella parte bassa del tabellone si è infilato nello spazio lasciato aperto da Tony Roche, estromesso ai quarti di finale dal tenace Drysdale. Il gioco scintillante di Manolo, al pari di una superiorità disarmante, non lasciano scampo all’avversario ed infine, in tre set 6-4 11-9 6-4, Santana alza il piatto destinato al vincitore e conquista il quarto Slam della carriera.

Sarà anche l’ultimo, perchè dodici mesi più tardi è il primo e ad oggi unico detentore del titolo sbattuto fuori dal torneo al primo turno, da quella mina vagante che risponde al nome di Charlie Pasarell che lo supera in quattro set, ma nondimeno si deve a lui se nel biennio 1965/1967 Santana è stato l’unico tennista capace di interrompere la monotona supremazia degli australiani.

Un grande di Spagna, anzi un grandissimo… poi verrà Nadal, ma questa è propria tutta un’altra faccenda. E pure un altro tennis.

RALPH BOSTON, L’UOMO CHE CANCELLO’ JESSE OWENS

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Jesse Owens e Ralph Boston nel 1960 – da msfame.com

articolo di Giovanni Manenti

Lo ammetto, c’è un bel po’ di enfasi nel titolo, primo poiché le imprese di Jesse Owens nessuno le potrà mai cancellare e secondo in quanto si tratta solo di una delle specialità in cui il campione dell’Alabama eccelleva, vale a dire il salto in lungo.

E, quindi, capirete che l’accezione usata si riferisce esclusivamente al fatto di aver “cancellato” Owens esclusivamente dai “libri dei record”, sia olimpico che mondiale, che lo stesso aveva stabilito, rispettivamente, ai Giochi di Berlino ’36 con m. 8,06 ed il 25 maggio ’35 ad Ann Arbor – nel suo “giorno dei giorni” – con m. 8,13.

A dimostrare l’eccezionalità di tali imprese basti pensare al fatto che a 25 anni di distanza il primato mondiale resiste sempre, mentre nelle tre edizioni delle Olimpiadi del dopoguerra, la misura massima resasi necessaria per conquistare l’oro è stata il 7,83 dell’americano Gregory Bell a Melbourne ’56, poca cosa invero, ma all’alba del nuovo decennio qualcosa finalmente si muove nella specialità.

E questa novità risponde al nome di Ralph Boston, 21enne atleta di colore del Mississippi, in quanto nato a Laurel il 9 maggio 1939, un fisico perfetto per un lunghista, essendo alto m.1,87 per 74kg., il quale si mette in luce vincendo il titolo NCAA ’60 mentre frequenta la “Tennessee State University”, per poi confermarsi ai Trials di Stanford, vincendo la selezione per la squadra olimpica con la misura di m.8,09 a soli 4 centimetri dal limite mondiale di Owens.

Primato che si intuisce possa avere vita corta e, difatti, ancora in preparazione per i Giochi di Roma ’60, Boston lo supera con un balzo a m.8,21 compiuto a Walnut il 12 agosto, un risultato che ha maggior valore negli Stati Uniti, dove sono in vigore le misure inglesi, risultando quindi il primo atleta al mondo a superare la “barriera dei 27 piedi”.

Non c’è quindi da stupirsi se, in tale veste, Boston sia considerato il principale favorito alla medaglia d’oro quando, al mattino del 2 settembre, si presenta sulla pedana dello Stadio Olimpico per le qualificazioni del salto in lungo, la cui Finale è prevista al pomeriggio, non avendo alcuna difficoltà a superare il limite di m.7,40 fissato, saltando alla prima prova m.7,60 pur se i suoi due più accreditati rivali, il connazionale Irvin “Bo” Roberson ed il sovietico Igor Ter-Ovanesian, fanno ancor meglio, con m.7,81 e 7,79 rispettivamente.

IL RECORD DI BERLINO CADE DOPO 24 ANNI – Poco dopo le 16,00 inizia la Finale, ed il primo a “scaldare” i motori è proprio l’atleta ucraino che piazza un 7,90 al primo tentativo contro il 7,82 di Boston, mentre Roberson, che era incappato in un nullo alla prima prova, chiarisce a tutti di volersi giocare le proprie chances per l’oro con un secondo balzo a m.8,03 che lo porta al comando della classifica provvisoria.

Boston si rende conto che, se vuole salire sul gradino più alto del podio, deve cercare di dare il meglio di sé e la cosa gli riesce al terzo tentativo, quando atterrando a m.8,12 cancella il primato olimpico di Owens stabilito 24 anni prima.

Si potrebbe pensare che la gara sia virtualmente chiusa, ma così non è, o meglio, le posizioni restano le stesse, ma Boston deve recitare tutte le sue preghiere quando, all’ultima serie di salti, prima il tedesco occidentale Manfred Steinbach raggiunge anch’esso la fatidica linea degli 8 metri, accarezzando per un attimo il sogno di un bronzo che Ter-Ovanesian fa svanire raggiungendo m.8,04 e poi tocca a Roberson far sudare freddo il suo connazionale, con il suo tentativo misurato in m.8,11 anch’egli oltre il precedente record olimpico di Owens.

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Roberson, Boston e Ter-Ovanesian, medagliati a Roma 1960 – da gettyimages.it

E come, “per un punto Martin perse la cappa”, così Roberson fallisce per un centimetro l’occasione della sua vita, mentre Boston si appresta a vivere un intenso quadriennio che lo separa dai prossimi Giochi di Tokyo ’64, ingaggiando una sorta di “duello a distanza” con Ter-Ovanesian per quanto riguarda la lotta al record mondiale.

Occorre, al riguardo, doverosamente precisare come il saltatore nativo di Kiev sia, nel decennio che comprende gli anni ’60, di gran lunga il miglior prodotto europeo della specialità, capace di vincere tre Campionati continentali – Stoccolma ’58 (m.7,81), Belgrado ’62 (m.8,19) ed Atene ’69 (m.8,17) – e conquistare l’argento a Budapest ’66 ed ad Helsinki ’71, un rivale pertanto degno del massimo rispetto.

Rivalità che, in ogni caso, non impensierisce più di tanto Boston, il quale, anzi, occupa l’anno post olimpico a migliorare ulteriormente il suo record mondiale, portandolo una prima volta a m.8,24 il 27 maggio ’61 a Modesto, per poi infliggere a Ter-Ovanesian una cocente sconfitta proprio a casa sua, a Mosca, nel corso del tradizionale (per l’epoca) incontro Urss-Usa, raggiungendo la misura di m.8,28.

Ma l’ucraino non è certo tipo da demordere, ed alle prodezze dell’americano risponde come meglio non potrebbe nel suo miglior anno, il 1962, quando, prima di aggiudicarsi il suo secondo oro consecutivo ai Campionati Europei, spicca un balzo il 10 giugno ad Erevan che allunga di 3 centimetri il primato mondiale, fissandolo a m.8,31.

Una misura che Boston eguaglia il 15 agosto ’64 a Kingston, in Giamaica, in preparazione dei Trials in cui, il 12 settembre ’64, si riappropria in solitario del record con la misura di m.8,34, riuscendo anche a saltare, nel corso della selezione, addirittura m.8,49 ma con vento al di sopra della norma.

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Il salto mondiale di Boston a m.8,34 ai Trials 1964 – da dailydsports.com

TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE – Non può pertanto esservi alcun dubbio tra gli addetti ai lavori a chi sia ristretta la lotta per l’oro alle Olimpiadi del Sol Levante, troppo netta è la superiorità che i due vantano – misure alla mano – rispetto al resto del lotto dei concorrenti, se non fosse che il 18 ottobre ’64, sulla Capitale giapponese si abbatte un violento temporale che modifica, almeno in parte, le carte in tavola.

Nelle qualificazioni del mattino – con il limite per accedere alla Finale del pomeriggio fissato a m.7,60 – Boston raggiunge m. 8,03 con il suo primo salto, così come Ter-Ovanesian non ha difficoltà a qualificarsi con m.7,78, misura eguagliata dal gallese Lynn Davies, ma al terzo tentativo, dopo un 7,39 ed un nullo.

Su quali chances di vittoria possa avere il rappresentante della Regina sono in molti a chiederselo in tribuna stampa nelle tre ore che separano dall’inizio della Finale, andando a spulciarne il curriculum, da cui si ricava un suo 11esimo posto ai Campionati europei di due anni prima a Belgrado ’62 con un modesto 7,33 cui aveva fatto seguito, nel novembre successivo, il piazzamento ai margini del podio ai “Commonwealth Games” di Perth, in Australia, avendo concluso la gara non meglio che quarto con m.7,72.

E’ indubbio, in ogni caso, che le condizioni ambientali che, oltre alla pioggia, vedono una temperatura inferiore a 14°, favoriscano Davies, più avvezzo a simili situazioni climatiche, ma ciò nonostante, i primi tre salti di Finale vedono Boston portarsi al comando con m.7,85, seguito da Ter-Ovanesian a 7,78 mentre Davies fa registrare come sua miglior misura m.7,59 con ciò dando credito a chi non riponeva eccessiva fiducia in un suo successo.

Ma dal quarto tentativo, con la pioggia che cessa e la pedana asciugata, ecco che tutti e tre gli atleti in lotta per il podio si migliorano, con Boston che raggiunge m.7,88, Ter-Ovanesian m.7,80 e Davies che fa registrare il maggior incremento, atterrando a m.7,78, con ciò dimostrando di voler anch’egli partecipare alla sfida per l’oro.

Sfida che il gallese si aggiudica alla quinta prova, con un balzo di m.8,07, al quale Ter-Ovanesian replica con m.7,99 che gli consentono di scavalcare Boston, il quale, nel tentativo di forzare per riguadagnare la vetta della classifica, incappa in un nullo di pedana.

Ritrovatosi all’improvviso da primo a terzo, l’americano raccoglie tutte le residue energie per il sesto ed ultimo tentativo, che gli consente solo, con m.8,03, di scavalcare Ter-Ovanesian per l’argento, consentendo così a Davies di realizzare una delle più grandi sorprese dei Giochi di Tokyo, in un podio curiosamente formato da tre atleti tutti nati a maggio (oltre al 9 di Boston, il 19 l’ucraino ed il 20 il gallese …).

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Il podio di Tokyo 1964 – da wikipedia.org

Davies che, peraltro, non è propriamente un Carneade, visto che due anni dopo, alla rassegna continentale di Belgrado ’66, impedisce a Ter-Ovanesian il tris d’oro consecutivo superandolo di 10 centimetri (m.7,98 a 7,88), con il sovietico a prendersi la rivincita nell’edizione di Atene ’69, quando il ripetere la misura di Tokyo ’64 non è sufficiente al saltatore britannico, che deve accontentarsi dell’argento.

E, mentre i due europei si contendono lo scettro della superiorità sul Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano Boston – classificato al primo posto del ranking mondiale dalla rivista “Track & Field News” per otto stagioni consecutive, dal 1961 al 1967 – sfoga la delusione giapponese incrementando di un centimetro il proprio limite mondiale, portandolo a m.8,35 il 29 maggio ’65 a Modesto, nonché facendo suo per sei anni di seguito, dal 1961 al ’66, il titolo di campione nazionale, in attesa di ripresentarsi in sede olimpica a Città del Messico ’68 per riscattare la beffa subita a Tokyo.

Una preparazione, quella per i Giochi nella capitale messicana, che Boston svolge facendo anche da coach (sia pur in veste non ufficiale) ad un 22enne del Queens, tale Robert “Bob” Beamon, il quale era stato espulso dall’Università del Texas, ad El Paso, in quanto si era rifiutato di gareggiare contro la “Brigham Young University” adducendo che in tale istituto vigevano discriminazioni razziali (siamo nel ’68, ricordatevi la clamorosa protesta di Tommie Smith e John Carlos alla premiazione dei 200 metri …).

QUEL SALTO NEL XXI SECOLO – Di sicuro, gli insegnamenti di Boston non fanno male al ragazzone dal fisico alto ed allampanato (m.1,91 per 68kg.), il quale si presenta in Messico da favorito, avendo vinto 22 delle 23 gare disputate nel corso dell’anno, ivi compresi il Campionato AAU e gli “Olympic Trials”, con la miglior prestazione mondiale dell’anno di m.8,33 a soli due centimetri dal record mondiale che, nel frattempo, era stato eguagliato da Ter-Ovanesian in una gara preolimpica disputata l’anno prima, il 19 ottobre ’67, sulla stessa pedana di Città del Messico per consentire agli atleti di acclimatarsi all’altitudine del luogo.

Questa volta, il programma olimpico stabilisce un giorno di distanza tra qualificazioni e Finale, con le prime a disputarsi il 17 ottobre ’68 e che vedono Boston realizzare la miglior misura con m.8,27 (migliorando il suo stesso record olimpico stabilito a Roma nel ’60 …), con Beamon che atterra a m.8,19 mentre Davies realizza 7,94 e Ter-Ovanesian appena m.7,74, sufficienti comunque a garantirgli un posto per l’atto conclusivo del giorno dopo, visto che il limite è fissato a 7,65.

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Boston in occasione del record olimpico in qualifica a Messico 1968 – da gettyimages.it

Mai dare comunque per morto un fiero agonista come l’ucraino che, difatti, risponde al primo turno di Finale con un balzo di m.8,12 alla misura di m.8,16 fatta registrare da Boston, prima che sulla pedana si presenti il dinoccolato Beamon che, con un salto in cui tutte le componenti giocano a suo favore (altitudine, rincorsa, asse di pedana e vento di 2m/s ai limiti della regolarità), sembra non atterrare mai, tant’è che i giudici sono costretti ad usare il metro di stoffa per misurarne la lunghezza, dato che i rilevatori automatici sono posizionati anteriormente al punto in cui l’americano ha toccato la sabbia.

Occorrono diversi minuti affinché venga ufficializzata la misura di un record impensabile alla vigilia, pari a m.8,90 (oltre 29 piedi secondo gli standard inglesi …), con un incremento di 55 centimetri che non ha eguali nella storia della specialità, tanto “da uccidere la gara”, come sussurra a Beamon uno sconsolato Davies che, confermando il 7,94 delle qualificazioni, non riesce neppure a qualificarsi per i tre salti conclusivi, chiudendo la competizione non meglio che nono.

E, mentre Boston e Ter-Ovanesian si guardano increduli per il fenomenale exploit di Beamon, il tedesco orientale Klaus Beer ne approfitta, per compiere un salto di m.8,19 al secondo tentativo che relega Boston al terzo posto e Ter-Ovanesian ai margini del podio, in quanto, tanto per cambiare, la “maledizione atmosferica” continua a perseguitare l’oramai ex primatista mondiale (curiosamente, la Finale si disputa esattamente lo stesso giorno, 18 ottobre, di quella di quattro anni prima in Giappone …) con un altro violento acquazzone ad abbattersi su Città del Messico, rendendo impossibile migliorare le prestazioni ottenute nei primi salti.

Così Boston può concludere una carriera che lo ha visto collezionare tutte e tre le diverse medaglie olimpiche, realizzare ben sei record mondiali, e con il doppio vanto, da un lato di esser stato il primo saltatore ad aver migliorato i primati detenuti da una “leggenda” come Jesse Owens, e, dall’altro, di aver allenato l’autore di quello che fu definito all’epoca “il salto nel XXI secolo”, previsione poi solo parzialmente avveratasi, in quanto il record mondiale è durato “solo” 23 anni, battuto nella “sfida del secolotra Carl Lewis e Mike Powell ai Mondiali di Tokyo ’91, con quest’ultimo ad atterrare a m.8,95, ma a livello olimpico l’8,90 di Beamon resiste ancora a quasi 50 anni di distanza e, con la specialità in netto regresso rispetto ai tempi d’oro di inizio anni ’90, chissà quanto tempo ancora dovrà passare prima che possa essere battuto…

VENEZIA E QUELLA COPPA KORAC GETTATA AL VENTO NEL 1981

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Una fase della finale tra Badalona e Venezia – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Togliete tutto ai Veneziani, pronti probabilmente a ripudiare Marco Polo, magari a barattare il Ponte di Rialto con una pericolante passarella tibetana, fors’anche a svendere il Carnevale al miglior offerente. Ma non negate loro la possibilità di conservare al caldo del cuore e resuscitare il ricordo della fantastica squadra di basket che nel corso della stagione 1980/1981 regalò un sogno. Seppur infranto sul più bello.

Scherzi a parte, l’antefatto serve comunque a legittimare la memorabile impresa che i lagunari, targati col marchio Carrera, seppero prima progettare, poi realizzare, infine non portare a compimento in quella Coppa Korac 1981 che l’anno precedente aveva già visto trionfare un’altra grande realtà provinciale del basket tricolore, la Sebastiani Rieti di “zio” Willie Sojourner.

Non a caso ho usato il termine progettare, aiuta a comprendere quel che era l’ambizioso disegno del giovane patron Roberto Carrain, erede di una dinastia di albergatori. Ebbene, Carrain intende riportare la Reyer ai fasti del biennio 1942/1943, quando colse gli unici due scudetti della sua storia cestistica iniziata nel 1925, ed affida la chiavi della squadra a Tonino Zorzi, di ritorno in laguna dopo aver seduto in panchina dal 1971 al 1979 ed aver trascorso un sorta di anno di transizione alla Mens Sana Siena nel 1980. Il coach goriziano ha tra le mani un parco giocatori di prim’ordine, in virtù soprattutto dell’innesto di due fuoriclasse che lasceranno traccia indelabile dalle parti di Piazza San Marco, deliziando l’appassionato pubblico che prende posto al Palazzetto dell’Arsenale: lo jugoslavo Drazen Dalipagic, detto “Praja” in onore di Prajo, giocatore di quel Velez Mostar che in gioventù fu la squadra calcistica del cuore di Drazen, che proprio a Mostar ebbe i natali, cecchino dalla mano tanto fatata che un giorno ne metterà addirittura 70 contro le “V nere” bolognesi, e l’americano di colore Spencer Haywood, leggiadro nelle movenze e sopraffino nella tecnica, con una particolare propensione all’uso della cocaina e per questo bisognoso di rifarsi una verginità cestistica dopo aver colto un oro olimpico a Città del Messico nel 1968 ed esser stato 4 volte All Star in NBA.

Ad onor del vero Venezia, per la stagione 1980/1981, si trova a dover recitare in Serie A2, retrocessa due anni prima e quinta poi al primo tentativo di risalita. Ma per l’anno in corso la cavalcata è trionfale, perchè il quintetto è nettamente superiore al lotto delle avversarie e la promozione, acquisita con il primo posto frutto di 26 vittorie in 32 partite, consente anche l’accesso ai play-off che vedono infine i lagunari, dopo aver eliminato Forlì vincendo 76-75 il match di spareggio, soccombere ai quarti alla Taurisanda Varese di Dino Meneghin e Bob Morse.

Un giovane Andrea Gracis, poco più che 20enne, in cabina di regia, Giovanni Grattoni guardia tiratrice e Fabrizio Della Fiori, che ha trascorsi importanti con Cantù e di Korac se ne intende proprio se è vero che l’ha vinta già tre volte con i brinzoli, compongono lo zoccolo duro di una formazione che ha in Lorenzo Carraro e Luigi Serafini soprattutto, ma anche Luca Silvestrin, Angelo Bianchini, Stefano Gorghetto, Claudio Soro e Michele Marella validi rincalzi, pronti all’occorrenza a contribuire alle fortune del club.

E di fortune, in quel magico anno 1981, la Reyer Venezia a spasso per l’Europa ne ha parecchie. Compete in una manifestazione che allinea al via, oltre a Rieti in qualità di detentrice del titolo, anche quattro rappresentanti di quella Jugoslavia – Partizan, Jugoplastika, Zadar e Stella Rossa – che spopola e produce campioni a getto continuo, la Dinamo Mosca che tiene alta la bandiera falce e martello dell’Unione Sovietica, l’emergente Aris Salonicco dell’altrettanto emergente Nikos Galis, la Joventut de Badalona e i francesi dell’Orthez. Insomma, la concorrenza è folta ed agguerrita e per i ragazzi di Zorzi è dura poter pensare di andare lontano.

Invece… invece accade che l’ingranaggio funzioni perfettamente, a cominciare dal doppio impegno, vittorioso, al primo turno con gli israeliani dell’Hapoel Haifa, sconfitti 103-95 e 100-89, che garantisce il passaggio alla fase a gironi. E qui Venezia compie un altro capolavoro. Seppur opposti a squadre del calibro di Aris, Jugoplastika e Zbrojovka, i granata realizzano un percorso perfetto, sei vittorie in sei partite, passando netto a Spalato, 101-85, sbancando di un soffio Salonicco, 86-85, facendo valere la legge del più forte a Brno, 110-109. Al Palazzetto dell’Arsenale, poi, non ce n’è per nessuno, solo gli jugoslavi riescono a contenere il passivo, 107-100, ed allora la qualificazione alle semifinali è cosa fatta.

Quando poi anche la Dinamo Mosca, al penultimo atto, si arrende in laguna, 119-104, sepolta dalla serata di grazia di Dalipagic e Haywood che in due fanno 73 punti (43+30), non riuscendo a ribaltare il risultato tra le mura amiche, 104-101 dopo il pericoloso 62-48 all’intervallo, con Carraro e Della Fiori che con 17 punti a testa tengono buona compagnia nel “boxscore” ai due stranieri, è l’ora di preparare i bagagli e affilare le armi… si va a Barcellona, 19 marzo 1981, a giocarsi il trofeo.

Palau Blaugrana, ore 17. L’ultimo ostacolo verso l’apoteosi per la Reyer è il Badalona di coach Manel Comas, a sua volta vincitore in semifinale della Stella Rossa, 109-85 con 27 punti di Joe Galvin, bissato al ritorno, 82-73 con Josè Maria Margall miglior marcatore con 22 punti. La formazione iberica è solida e competitiva seppur non potendo contare in organico stelle di prima grandezza, con due americani, appunto Galvin e Al Skinner che ha pure un contratto solo per giocare in Coppa, che potremmo definire “normali“. Proprio Margall è il più quotato, già campione nazionale nel 1977, sotto le tabelle c’è il veterano Luis Miguel Santillana, Gonzalo Sagi-Vela completa il quintetto e si affaccia alla ribalta internazionale il giovanissimo Jordi Villacampa, destinato ad un avvenire radioso.

La sfida è di quelle infuocate, da una parte il maggior peso tecnico dei veneziani, dall’altra il tifo orgasmico dei 3.000 assiepati sugli spalti, in stragrande percentuale di fede iberica. Ed è proprio Badalona a fare la voce grossa nei primi venti minuti di gioco, chiudendo su 48-42 e mettendo a frutto la giornata di grazia di Sagi-Vela, che chiuderà con 27 punti, ben assistito dall’immancabile Margall, 23 punti, a cui danno un valdio contributo Skinner e Galvin, rispettivamente 19 e 16 punti. Ma Venezia resta aggrappata al match, nella ripresa uno stratosferico Haywood da 30 punti e 9 rimbalzi fa il bello e il cattivo tempo e con il consueto contributo al tiro di Dalipagic e Della Fiori che ne mettono 25 e 20 a testa i granata rimontano, agganciano, sorpassano ed infine allungano. Di tanto quel che pare bastare ad alzare la Coppa, prima 77-72, poi 89-80 massimo vantaggio, ancora sul 90-82 con meno di due minuti da giocare.

Sembra fatta, già si comincia a respirare aria di vittoria, ma il basket è sport crudele, capace di ribaltare situazioni apparentemente definitive, ed è proprio quel che accade. Venezia si spenge sul più bello, gestendo male un paio di possessi, il Badalona ci crede ed un canestro folle, da sei metri, sulla sirena del biondo Galvin, dopo che Grattoni ha perso un pallone letale a sei secondi dalla fine, vale il 92-92 che rimanda la decisione al tempo supplementare. E qui gli spagnoli, che hanno perso Margall, Skinner e Santillana per raggiunto limite di falli, trovano canestri preziosi in Delgado, che poi esce per falli pure lui, e proprio Sagi-Vela, alla gara della vita, Carraro segna 12 punti così come Serafini costretto a sua volta ad uscire anzitempo, e decisivo, dopo che Venezia ancora una volta ha condotto di quattro punti, è un canestro più tiro libero di Sagi-Vela che con 48″ ancora da giocare firma il sorpasso, 105-104. Venezia avrebbe ancora la chance per il contro-sorpasso, ma prima Haywood non trattiene un pallone che esce lateralmente, poi, dopo che Badalona ha provato a congelare i secondi finali fallendo il tiro del definitivo k.o. con German, sbaglia da sotto proprio all’ultimo tuffo con Della Fiori il canestro della gloria.

Il sogno finisce così, con una sconfitta che a distanza di anni brucia ancora, ma quel manipolo di campioni ha scritto una pagina di basket leggendario. E a Venezia il cuore batte forte nel ricordarli.

FRANCESCHI E LA DOPPIETTA “MISTA” AGLI EUROPEI DI ROMA 1983

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Giovanni Franceschi – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che “una rondine non fa primavera” ben si adatta al periodo buio del nuoto italiano, che credeva di aver risollevato la testa – quantomeno a livello continentale – con l’impresa di Paolo Pucci ai Campionati Europei di Budapest 1958, quando lo stileliberista romano coglie l’oro con annesso primato europeo sui 100 stile libero, per poi essere protagonista, con due eccellenti frazioni, nell’argento azzurro nella staffetta 4×200 stile libero e nel bronzo con il quartetto della 4×100 mista.

E, visto che in tale edizione della rassegna continentale vi erano stati anche l’argento di Roberto Lazzari sui 200 rana (prima medaglia italiana al di fuori dello stile libero) ed il bronzo di Paolo Galletti sui 400 stile libero, si poteva sperare in un risveglio del nuoto azzurro che, al contrario, ripiomba nell’anonimato, senza apparire nel medagliere di Lipsia 1962, mentre quattro anni più tardi, ad Utrecht 1966, a salire sul podio era stata soltanto la coppia d’oro dei tuffi, formata da Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto.

Tuffatori che si ripetono a Barcellona 1970, mentre il nuoto maschile entra nel nuovo decennio senza far presenza in occasione delle cerimonie di premiazione, che, viceversa, vedono salire sul podio l’altra “eccezione che conferma la regola” costituita dalla padovana Novella Calligaris che, dopo il bronzo sugli 800 stile libero di Barcellona, conclude la sua splendida carriera in piscina – dopo lo straordinario biennio 1972/1973 – con il bronzo sui 400 stile libero e l’argento sugli 800 stile libero alla rassegna di Vienna 1974, impossibilitata a contrastare lo strapotere delle walchirie della Germania Est, che si aggiudicano 13 delle 14 gare in programma, con l’unico oro che sfugge loro conquistato dalla tedesca occidentale Christel Justen sui 100 rana.

In una sorta di passaggio del testimone, tre anni dopo a Jonkoping 1977, tocca nuovamente al settore maschile quantomeno cercare di salvare l’onore del nuoto azzurro, con Marcello Guarducci ad occupare il gradino più basso del podio sia sui 100 che sui 200 stile libero – gare entrambe vinte dal tedesco occidentale Peter Nocke sui sovietici Vladimir Bure ed Andrej Krylov, rispettivamente – e poi prendendosi la soddisfazione di condurre il quartetto azzurro della 4×100 stile libero all’argento, superando in un affascinante testa a testa l’Unione Sovietica, dietro all’inarrivabile Germania Ovest.

Edizione in cui fa bella mostra di sé anche il ranista Giorgio Lalle, che si inserisce tra i due tedeschi occidentali Gerald Morken e Walter Kusch per arricchire il medagliere azzurro dell’argento sulla più breve distanza dei 100 rana, ma il metallo pregiato per l’Italia continua ad essere il sempre più sbiadito ricordo dell’impresa di Pucci, e sono già passati quasi 20 anni.

Anche perché si trattano pur sempre di lampi isolati che non trovano continuità di risultati, come confermato dall’esito delle Olimpiadi di Mosca 1980 dove, a dispetto dell’assenza dei nuotatori americani, nessun azzurro riesce a salire sul podio e, l’anno seguente, agli Europei di Spalato 1981, la presenza dell’Italia nel medagliere è ristretta ad un solo atleta, vale a dire il milanese Giovanni Franceschi, protagonista del nostro racconto odierno.

Nato il 25 aprile 1963, soprannominato “Long John” per il suo fisico alto e longilineo (m.1,92 per 75kg.), Franceschi eccelle nella specialità dei misti, pur se il suo esordio ad alto livello internazionale è alquanto deludente, venendo eliminato in batteria nei 400 misti ai Giochi di Mosca 1980 con un mediocre riscontro cronometrico di 4’33″86, gare che vedono le affermazioni dei due formidabili sovietici Sergey Fesenko, oro sui 200, ed Aleksandr Sidorenko (con Fesenko argento) sui 400 misti.

Coppia che si presenta come logica favorita anche a Spalato, dove però trova un Franceschi ben diverso da quello dimesso di un anno prima, visto che migliora di quasi 9″ il tempo realizzato in batteria a Mosca sui 400 misti, nuotando la distanza in un 4’24″82 che gli vale il bronzo nella gara vinta da Fesenko in 4’22″77, per poi fare ancor meglio sulla più breve distanza, dove si aggiudica l’argento in 2’04″97, preceduto dal solo Sidorenko che tocca in 2’03″41.

Sicuramente un buon incentivo in vista dei Campionati Mondiali, in programma a Guayaquil nel 1982, rassegna iridata giunta alla quarta edizione ed in cui, sinora – exploit della Calligaris a Belgrado 1973 a parte – gli azzurri hanno raccolto solo il bronzo con la staffetta 4×100 stile libero a Cali 1975 e si presentano dunque in Ecuador con Franceschi come uomo di punta.

E “Long John” non tradisce le attese, fallendo il podio sui 400 misti in cui giunge quarto replicando con 4’24″89 il tempo ottenuto a Spalato, nella gara che si aggiudica il brasiliano Ricardo Prado nel nuovo record mondiale di 4’19″78 precedendo il tedesco orientale Jens-Peter Bernd ed il solito Fesenko, per poi impedire all’Italia di concludere la manifestazione senza apparire nel medagliere – dato che si è chiusa “l’epoca d’oro” dei nostri tuffatori – con il bronzo conquistato sui 200 misti. Dove ad imporsi è ancora il sovietico Sidorenko in 2’03″30 davanti all’americano Barrett in 2’03″49, mentre Franceschi viene cronometrato in 2’04″65, lasciando stavolta Berndt ai margini del podio.

A questo punto l’onore (e l’onere) di “salvatore della patria” in vista dei Campionati Europei che tocca proprio all’Italia organizzare a Roma nel 1983, è tutto sulle potenti spalle di Franceschi, il quale esordisce nella piscina del Foro Italico nella prova dei 400 misti.

Con tutto il pubblico romano a tifare per lui, Franceschi acquisisce un discreto margine di vantaggio nelle prime tre frazioni a farfalla, dorso e rana, transitando anche all’ultima virata con un vantaggio rassicurante sul già citato tedesco orientale Berndt, il quale ha però riservato le ultime energie per la vasca conclusiva, riducendo bracciata dopo bracciata il distacco dall’azzurro che però riesce a resistere e, forse stimolato dal rivale, unisce all’oro anche il record europeo di 4’20″41 – non distante dal limite mondiale di Prado – mentre anche Berndt, nuotando in 4’20″81, va sotto al precedente primato continentale, con il podio completato dal cecoslovacco Josef Hladky, in una gara in cui fa buona figura anche l’altro azzurro, Maurizio Divano, quinto in 4’24″39.

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Franceschi sul podio europeo a Roma 1983 – da gettyimages.it

E, visto che oggi siamo in tema di citazioni, si può dire che per Franceschi “l’appetito vien mangiando“, visto che pochi giorni dopo bissa tale impresa con l’oro anche nella prova sui 200 misti, la quale ricalca in tutto e per tutto la gara sulla doppia distanza, dato che oltre a ripetere l’identico ordine d’arrivo – che stavolta vede Sidorenko ai margini del podio, beffato per soli 0″05 centesimi (2’03″55 a 2’03″60) – Franceschi fa suo pure in questo caso il record europeo, nuotando in 2’02″48, con Berndt solo leggermente più staccato.

Le prestazioni di Franceschi rappresentano gli unici ori per l’Italia nel medagliere, arricchito anche da tre bronzi – Paolo Revelli sui 200 farfalla dominati dall’Albatros Michael Gross, la staffetta 4×200 stile libero maschile (cui in terza frazione nuota anche Franceschi) e Cinzia Savi Scarponi sui 100 farfalla, prima tra le “umane” visto che la rassegna continentale di Roma passa alla storia in campo femminile non solo perché le ragazze della Germania Est vincono tutte e 15 le gare in programma, ma soprattutto in quanto portano le loro due iscritte all’oro ed argento nelle 12 gare individuali (!!!) –, e questo è il culmine della carriera del milanese, incapace di confermarsi ad alti livelli negli anni a seguire.

Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, difatti, Franceschi giunge ottavo in finale sui 400 misti (meglio di lui fa Divano, che si classifica quinto) e non si qualifica per l’atto conclusivo dei 200, mentre all’edizione degli Europei di Sofia del 1985 può solo assistere da comprimario all’esplosione del fenomenale mistista ungherese Tamas Darnyi, che si aggiudica entrambe le prove, in cui Franceschi è settimo (e Divano ancora quinto) sulla più lunga distanza, ma fallendo per soli 0″08 centesimi il bronzo sui 200 misti, con l’unica soddisfazione di aver toccato davanti a Sidorenko.

Peccato, perché sarebbe stata una meritata conclusione di una carriera comunque da incorniciare in un periodo di vacche magre per il nuoto italiano, tant’è che dovranno passare ancora sei anni prima che, all’edizione degli Europei di Bonn del 1989, l’Italia possa finalmente ottenere quel ruolo che clima e conformità geografiche le farebbero spettare di diritto, grazie alle prodezze di Giorgio Lamberti e Stefano Battistelli.

ELLEN PREIS, LA CAMPIONESSA ETERNA DA CHARLOTTENBURG AL TETTO DEL MONDO

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Ellen Preis – da wien.gv.at

articolo di Gabriele Fredianelli

In una delle sue foto più famose, lei è quella di sinistra, sul gradino più basso del podio. Tutte e tre le giovani donne guardano verso l’esterno dell’inquadratura, sul lato mancino del lettore. In mezzo c’è l’ungherese Ilona Elek, con un grande serto di quercia in braccio e la medaglia d’oro al collo. A destra c’è la controversa Helen Mayer, in completo bianco: ebrea tedesca, residente da anni negli Stati Uniti, col braccio destro teso nel saluto nazista. A sinistra c’è invece lei, Ellen Preis, tedesca di nascita, austriaca di nazionalità, la gonna bianca, l’immancabile caschetto di capelli neri, l’aquila degli Asburgo cucita sulla giacca scura.

Berlino, 1936, le Olimpiadi di Hitler, di Speer e di Jesse Owens, dell’occhio profondo di Leni Riefenstahl. Quelle tre donne sul podio sono le dominatrici dell’unica arma allora consentita alle donne (e soltanto dal 1924, a Parigi): il fioretto individuale. Ad Amsterdam nel ’28 ha vinto la Mayer, a Los Angeles nel ’32 la Preis. Adesso tocca alla Elek. E le gerarchie parleranno chiaro anche dopo la guerra, un decennio e più oltre. Nel ’48 a Londra sarà ancora prima la Elek, terza la Preis, nel ’52 seconda la Elek dietro l’azzurra Camber, mentre la Mayer morirà poco più che quarantenne nel ’53.

Paradossale un fatto, a pensarci bene, in quell’immagine di Berlino’36. Ellen Muller-Preis, che gareggia sotto le insegne austriache, è in realtà l’unica berlinese in piedi su quel podio. La Mayer, che tra l’altro da tempo vive negli Stati Uniti, è nata in Assia, a Offenbach am Main, 500 chilometri più a ovest.

Ellen, figlia di un austriaco originario della Stiria e di una donna renana, è invece nata nel 1912 a Charlottenburg, quartiere della capitale tedesca ricco di arte e cultura. Alla scherma si è avvicinata tardi, soltanto nel 1930 – ormai diciottenne e dopo aver esordito nell’atletica – al momento del trasferimento a Vienna dalla zia Wilhelmine Werdink, maestra d’armi. Eppure sei mesi dopo è già campionessa austriaca, un anno dopo terza ai campionati europei di Vienna e nel 1932 campionessa olimpica negli Stati Uniti: sotto le insegne austriache perché, nonostante la doppia nazionalità, la Germania le ha rifiutato la domanda di partecipazione. Vincendo a Los Angeles raccoglierà quella che, a tutt’oggi, rimane l’unica medaglia d’oro austriaca nella scherma. In una competizione ancora molto ristretta (17 partecipanti da undici nazioni, tra cui non c’è l’Italia), allo spareggio ha la meglio sulla dublinese Judy Guinness, e finisce anche davanti all’ungherese Erna Bogen-Bogáti, moglie dell'”Attila della sciabola” Aladár Gerevich. La Mayer, che combatte sotto le insegne tedesche, arriva soltanto quinta, perdendo 5-4 proprio dalla Preis.

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Il podio di Berlino 1936 – da nyugat.hu

Nel 1936, a Berlino, la partecipazione è più numerosa: 41 atlete (perfino brasiliane e canadesi, ma nessuna italiana ancora). Tre le austriache: oltre alla Preiss ci sono la Grasser e la Filz. Tra le tedesche, la Mayer, la Oelkers e la Hass. Al termine di due giornate intense, la Preis stavolta finisce al terzo posto, pagando le sconfitte con la Elek, poi campionessa, e con la Hass, poi quarta. La Mayer sarà seconda, ma di nuovo viene sconfitta dalla quasi connazionale Preis.

La Preis, che intanto tra individuale e a squadre mette insieme tre argenti e due bronzi ai campionati europei (che allora equivalgono ai mondiali, introdotti solo dal ’37, quando a Parigi lei vince un nuovo bronzo), trova poi la guerra a fermarla sul più bello, come capita a tutta la sua generazione. Ma nel 1948, a Londra, a 36 anni, sarà di nuovo in pedana, con colleghe vecchie e nuove. E sarà la vecchia generazione a tenere duro: prima la Elek, 41 anni; seconda la danese Lachmann, 32, terza la Preis, mentre le tre italiane finalmente iscritte (Valleda Cesari, Irene Camber e Elena Libera) arrivano ben oltre il podio. Ma Ellen continuerà a lungo a tirare e a vincere: tre volte campionessa del mondo individuale in quattro anni (Lisbona ’47, Cairo ’49, Montecarlo ’50), conquisterà l’ultimo bronzo mondiale a squadre nel 1957, a 45 anni. Un anno, prima a Melbourne, a 24 anni dalla prima partecipazione, gareggia nella sua ultima Olimpiade (nel ’52 si era fermata in semifinale) e chiude con un comunque straordinario settimo posto. Non parliamo poi dei confini nazionali, dentro i quali è per ben 19 volte campionessa d’Austria. Dopo l’addio alla scherma, insegna all’Accademia di musica e delle arti dello spettacolo di Vienna ed è maestra d’armi nella stessa scuola. È morta a Vienna nel novembre del 2007.

BLOCKHOUSE 1967, LA PRIMA VOLTA DI MERCKX AL GIRO D’ITALIA

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Merckx sulle rampe del Blackhouse al Giro d’Italia 1967 – da flickr.com

articolo tratto da GPM Ciclismo

In occasione della sua centesima edizione, il Giro d’Italia avrà una delle sue giornate campali in Abruzzo con la tappa che prevede l’arrivo in cima al Blockhaus, che verrà affrontato dal versante di Roccamorice. Altimetrie alla mano la salita abruzzese si presenta come una delle più difficili di questa edizione del Giro, con i suoi 13.2km di ascesa dall’inizio ufficiale (in realtà sono qualcuno in più), 8.5% di pendenza media e una pendenza massima che raggiunge il 14%, ma soprattutto un dislivello di 1128m che porterà i corridori fino ad oltre 1600m sul massiccio della Majella.

La storia del Blockhaus al Giro, però, non inizia certo ora. Infatti, quella del 2017 sarà la settima edizione della corsa rosa che transiterà sulle strade di Passo Lanciano e della Maielletta, con un esordio nel 1967 (guarda caso con la cinquantesima edizione) che fu quello di una salita destinata a fare la storia della corsa, poiché coincise con la prima vittoria di Eddy Merckx sulle strade del Giro d’Italia.

Come detto, è il 1967 e la tappa da Caserta al Blockhaus, di 220km, è la più attesa della prima parte del Giro. I ciclisti infatti dovranno scalare il Macerone e passare per Rionero Sannitico e Roccaraso, prima di poter affrontare questo nuovo spauracchio sconosciuto alla maggior parte degli atleti e degli addetti ai lavori. Sembra quasi una tappa alpina spostata sugli Appennini e sembra proprio disegnata per Vito Taccone, l’avezzanese beniamino dei tifosi abruzzesi tra i più temuti in gruppo quando la strada inizia a salire. Alla partenza in maglia rosa c’è lo spagnolo José Perez Frances, ma i vari Anquetil, Motta, Gimondi, Adorni, Zilioli e compagnia bella sono pronti a combattere per sfilargliela o quantomeno per conquistare la prestigiosa frazione. Dopo i primi chilometri di studio, percorsi più che altro con la premura da parte degli atleti di non stancarsi troppo in vista della salita finale, è proprio Vito Taccone ad aprire le danze. Il Camoscio d’Abruzzo non è più quello che tre anni prima era riuscito a vincere cinque tappe al Giro, ma vuole onorare la tappa che si corre nella sua terra e tutti i tifosi accorsi sulle strade per sostenerlo. Quindi, fedele al suo animo sanguigno, si lancia in fuga solitaria tra le urla di incitamento dei suoi conterranei. La fuga di Taccone però termina a circa 13km dal traguardo, sotto l’impulso dei corridori più forti che nel frattempo continuano a studiarsi e si studiano fin quasi all’arrivo, senza attaccarsi e senza fare selezione. Ai 2000m dallo striscione d’arrivo Schiavon e Zilioli rompono gli indugi scattando verso la vittoria, ma dopo poco, tra lo stupore generale, esce dal gruppo l’uomo meno atteso. E’ il ventiduenne Eddy Merckx, che aveva già vinto due Milano-Sanremo ed ottenuto piazzamenti importanti, ma che era considerato un velocista, tutt’al più un uomo da corse di un giorno, e non si pensava che potesse battersi in salita con i più forti. Merckx scatta intorno all’ultimo chilometro e nessuno ha la forza di rispondere, arriva al traguardo nel vento gelido con 10” su Zilioli e sulla maglia rosa Perez Frances, conquistando così la sua prima vittoria al Giro d’Italia in un Giro che lo vedrà solo nono al traguardo finale a causa di una bronchite, ma che dimostrerà a tutti che, sì, quel giovane belga della Peugeot può far bene anche nelle corse a tappe.

Ci saranno altri vincitori su questa salita negli anni successivi che ne accresceranno la reputazione: Franco Bitossi nel 1968, Jose Manuel Fuente nel 1972, Moreno Argentin nel 1984, Ivan Basso nel 2006 e Franco Pellizzotti nel 2009. Tanti ce ne saranno anche in futuro, ma il battesimo è stato di quelli che lasciano il segno nella storia del ciclismo, è stato il battesimo del Blockhaus e quello di Eddy Merckx al Giro d’Italia.