IL GOLDEN GOL DI ORLANDINI CHE REGALO’ L’EUROPEO UNDER 21 NEL 1994 ALL’ITALIA

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L’Under 21 vince il titolo europeo 1994 – da figc.it

articolo di Massimo Bencivenga

C’erano i mostri in terra di Francia nel 1994, solo che ancora non lo sapevamo.

L’Italia di Maldini padre, fresca campionessa Under 21, andò a giocarsi la Final Four in terra di Francia insieme ai padroni di casa, alla Spagna e al Portogallo. L’Italia non era malaccio in senso assoluto, ma arrivò a quella fase finale non da favorita. Per tutti la finale annunciata era Francia-Portogallo. I lusitani si sbarazzarono della Spagna.

L’Italia si trovò contro il dinamismo di Makelele, la ieratica classe di Dugarry, il piede del trottolino Pedros. In realtà, in quella partita nessuno riuscì ad apprezzare le movenze di un ragazzo di origine berbera, con gli occhi di ghiaccio e il piede magnetico; il calciatore che il mondo avrebbe conosciuto come Zizou.

Già, c’era anche Zidane contro la Francia operaia di Maldini, quella dei Colonnese e dei Delli Carri in difesa, assieme a Cannavaro e a un Panucci relagato a battitore libero. Marcolin, Scarchilli, Carbone e Beretta a centrocampo, Vieri e Muzzi in attacco.

La partita fu una battaglia, che divenne guerra di trincea dopo l’espulsione di Delli Carri. Con un Muzzi immenso a fare l’esterno di centrocampo e l’attaccante di supporto a Vieri. Va detto che questo atteggiamento epico non fece che esaltare le virtù difensive di Cannavaro e le chiusure eleganti di Panucci, roba che fece pensare a Scirea e Baresi.

Sia come sia, anche con un pizzico di fortuna, e con mischie risolte alla grande da Toldo, che si produsse anche in buone parate, si arrivò ai rigori. Makelele si fece parere il rigore da Toldo, mentre Panucci, Vieri, Beretta, Marcolin e il piccolo Benny Carbone furono implacabili. Montpellier si colorò d’azzurro. Ah, quella Francia l’allenava il sedicente astrologo Domenech; chissà se ha mai previsto che avrebbe perso, contro l’Italia e sempre ai rigori, anche un Mondiale.

Il 20 aprile si giocò la finale sempre a Monpellier. Maldini si affidò agli stessi undici con solo qualche aggiustamento: Cherubini al posto di Delli Carri e Inzaghi al posto di Vieri. Il Portogallo era una generazione di campioni, senza se e senza ma. In quella compagine giocavano elementi che erano stati campioni europei under 16 nel 1989 e gente che aveva vinto il mondiale under 20 nel 1991. Vincevano a mano a mano che crescevano.

Il craque, diciamo così, era uno che non tanti ricordano, ma che da promessa giovanile sembrava essere destinato a lasciare un segno. Così non è stato. Lui, il craque, si chiamava Joao Viera Pinto, e per la verità è uno dei pochi a potersi fregiare per due volte del titolo di Campione del Mondo Under 20, avendo vinto anche nel 1989, mentre Figo, appena un anno più giovane, vinceva l’Europeo Under 16.

Già, perché se Viera Pinto giocò una partita normale contro gli azzurrini, due lusitani rendevano scintillanti giocate semplici; il pallone cercava contento quei piedi, convinto che sarebbe stato accarezzato e indirizzato meglio. Il pallone sembrava amare i piedi di Luis Figo e di uno dei più grandi passatori di tutti i tempi: Rui Costa.

C’erano i mostri, dicevo. Noi ne avevamo uno, ma non l’avevamo neanche convocato. E allora ci toccò la solita partita da battaglia e trincea, con Muzzi questa volta a fare, più di Carbone, il centrocampista.

Il gioco lusitano era avvolgente, languido come una samba, tranquillo come un boa che sa che, prima o poi, riuscirà a stringere le spire sulla preda. Lo stellone d’Italia fece la sua comparsa quando Cannavaro rischiò un autogol comico, con palla sul palo a Toldo battuto. Si arrivò ai supplementari.

Maldini, a sei minuti dalla fine dei regolamentari, grosso modo il tempo concesso a Rivera a Mexico 1970 contro il Brasile, sostituì Inzaghi non già con Vieri, bensì con Pierluigi Orlandini, un tornante, all’epoca si diceva ancora così, dell’Atalanta. L’idea era quella di spostare al centro dell’attacco uno stremato ed epico Roberto Muzzi (forse il migliore azzurro della fase finale) e mettere forze fresche sulla fascia.

Il fattaccio avvenne al minuto 97. I luistani persero palla e Orlandini la recuperò nella terra di nessuno tra centrocampo e difesa avversaria. Prese palla, sul centro destra italiano e si guardò intorno. Non trovando soluzioni vicine avanzò trotterellando palla al piede. Non trovando ancora soluzioni, caricò il sinistro per battere a rete da lontano. La parabola terminò in rete e avvenne la cosa strana. Non ci si rese subito conto che la partita era terminata. Già, perché da poco tempo era entrato in uso la regola del Golden Gol. Una regola che avremmo sperimentato sulla nostra pelle contro la Francia nel 2000.

Orlandini trovò il tiro della vita quel giorno, ma era un buon giocatore che avrebbe meritato miglior fortuna.

A questo punto vi starete chiedendo chi era il mostro lasciato a casa. Inizio con il dire che quando dico mostro intendo l’accezione latina del termine, che sta per prodigio, meraviglia, portento. Ecco, il mostro che Maldini provò ma che non si portò alla fase finale in Francia si chiamava Alessandro Del Piero.

PARK SI-HUN, L’ORO PIU’ SCANDALOSO DELLA STORIA

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Park Si-Hun al momento della proclamazione a vincitore della finale – da wonderslist.com

articolo di Giovanni Manenti

Chi è appassionato di pugilato sa bene che si tratta di una disciplina in cui ci possiamo trovare di fronte talora a verdetti discussi e discutibili, ma quanto avviene alla “Chamshil Students’ Gymnasium Arena” di Seul in occasione delle Olimpiadi del 1988, e segnatamente nella categoria dei pesi medi junior per favorire il pugile di casa Park Si-Hun, è qualcosa che va al di là dell’inverosimile.

Debita premessa: ai Giochi di Los Angeles del 1984, era stata la delegazione sudcoreana a lamentarsi di alcune decisioni avverso i propri pugili ed in favore dei rivali americani (in particolare nel match tra Jerry Page e Kim Dong-Kil valevole per i quarti di finale della categoria dei pesi welters junior) ed un certo “desiderio di vendetta” era nell’aria, ma andiamo con ordine.

Il primo a fare le spese dell’oro assegnato a prescindere al pugile coreano è l’azzurro Vincenzo Nardiello che, dopo essersi sbarazzato del samoano Likou Aliu e del rappresentante di Bermuda Quinn Paynter (entrambi sconfitti per k.o.), incrocia i guantoni con Park Si-Hun nel match dei quarti di finale che determina l’accesso alla zona medaglie.

Nardiello domina le prime due riprese, subendo in parte il ritorno del coreano nella terza, ma senza sembrare in grado di rovesciare il verdetto che, viceversa, premia Park Si-Hun per 3-2, scatenando le ire del pugile italiano e del capo delegazione Mario Pescante che senza mezzi termini proclama un “siete dei ladri“, anche nell’intento di calmare un Nardiello visibilmente fuori di sé.

Il reclamo del clan italiano viene respinto e Park Si-Hun, dopo aver superato con verdetto unanime (5-0) il canadese Raymond Downey, si appresta ad affrontare in finale il più forte rappresentante degli Stati Uniti, Roy Jones Jr., il quale è giunto all’atto conclusivo con una vittoria per k.o. al primo round contro Makalamba, pugile del Malawi, e tre successi ai punti con verdetto unanime (5-0) contro il cecoslovacco Franek, il sovietico Zaytsev e l’inglese Woodhall in semifinale.

L’andamento del match è a senso unico, con Jones che dispone a suo piacimento del coreano – tanto che un conteggio (non ufficiale) dei colpi andati a segno recita 86 a 32 per l’americano – ma anche in questo caso, tra la sorpresa generale, ivi compresa quella dell’arbitro dell’incontro (che non ha diritto di voto), il quale stenta a credere di dover alzare il braccio del coreano, la vittoria viene assegnata a Park Si-Hun da tre giudici su cinque, con il marocchino Hiouad Larbi che, successivamente, ammetterà di aver dato la vittoria al coreano solo per impedire che venisse sconfitto per 5-0, tanta era stata la superiorità di Jones. Anche in questo caso, il reclamo avanzato dalla Federazione Usa verrà respinto, anche quando, a distanza di anni, verrà alla luce che due giudici erano stati corrotti.

Per dovere di cronaca, occorre rilevare come lo stesso Park Si-Hun si sia personalmente scusato con Jones – al quale, come “contentino“, viene assegnato il “Val Barker Trophy“, riservato al miglior pugile dell’intera rassegna olimpica – riconoscendone in maniera palese la superiorità sia sul ring al momento del verdetto che successivamente sul podio.

Jones avrà modo di rifarsi con una splendida carriera tra i professionisti che lo porterà a conquistare varie corone mondiali in diverse categorie, dai pesi medi ai supermedi e dai mediomassimi (leggendaria la sfida del 2008 con Joe Calzaghe al Madison Square Garden di New York) ai massimi, tanto da essere considerato uno dei migliori pugili “Pound for Pound” di ogni epoca. Ma quel verdetto di Seul 1988 è uno macchia nera, involontaria, nella sua carriera, ed un’offesa allo spirito decoubertiano delle Olimpiadi. Mai più, per favore.

LA SANTAL PARMA E LA STORICA DOPPIETTA IN COPPA CAMPIONI DI VOLLEY

 

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Fonte gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Di solito, i buoni risultati di una Nazionale – di qualsiasi sport di squadra si tratti – sono preceduti da altrettante affermazioni a livello internazionale da parte delle rispettive Società da cui i vari Commissari Tecnici possono attingere per costituire l’ossatura vincente della propria formazione da schierare nelle principali manifestazioni, siano esse Olimpiadi, Campionati Mondiali o Continentali.

Ed a questa, apparentemente lapalissiana, regola, non sfugge neppure “l’Italvolley targata Julio Velasco” in grado di dominare per un decennio il panorama pallavolistico mondiale, ad iniziare dalla conquista dell’alloro Europeo in occasione della rassegna continentale di Svezia ’89

E, difatti, il tecnico argentino assume la guida degli Azzurri dopo aver condotto, per tre stagioni consecutive, la “Panini Modena” all’atto conclusivo della Coppa dei Campioni solo per essere puntualmente sconfitto – pur variando ogni anno formula della Fase Finale – dai fortissimi sovietici del CSKA Mosca, vincitori da inizio ’70 sino al 1989 di ben 10 delle 20 edizioni di tale Trofeo, da loro detenuto sin dal 1986, allorquando in Finale era toccato ad arrendersi ad un’altra squadra italiana, la Santal Parma.

Sestetto parmense che, però, era stato in grado di realizzare un’impresa sino a quel momento impensabile per una formazione italiana, e cioè di far sua la prestigiosa coppa addirittura per due anni di seguito, riportando l’Italia sul trono europeo a livello di club che era stato già occupato nel 1980 dalla Klippan Torino dei vari Bertoli, Lanfranco, Dametto e Rebaudengo, sapientemente guidata in panchina da quel genio del Volley che risponde al nome di Silvano Prandi.

Successo indubbiamente prestigioso, quello dei ragazzi di Prandi, ma che era sembrato più come un fatto episodico che non l’inizio di un cambiamento al vertice delle gerarchie europee, considerando anche il fatto che, negli anni olimpici, le squadre sovietiche non prendevano parte alla manifestazione, pur se la squadra torinese aveva confermato la propria superiorità a livello nazionale, con i tre Scudetti consecutivi – i primi della sua storia – conquistati dal 1979 al 1981, con una formula che ancora non prevedeva l’adozione dei playoff per l’assegnazione del titolo.

Novità che la FIPAV introduce a partire dalla stagione successiva in cui si presenta, come antagonista principale per impedire il “poker” della formazione piemontese, la Pallavolo Parma che dall’inizio del decennio era entrata nell’orbita del colosso Parmalat assumendo la denominazione di Santal Parma – nel mentre Torino aveva variato il proprio sponsor da Klippan a Robe di Kappa – con ciò garantendo gli investimenti necessari per allestire un sestetto competitivo.

Ed il primo “colpo” messo a segno ottiene il doppio scopo di rinforzare Parma e, contemporaneamente, indebolire Torino, visto che a cambiare casacca è forse il giocatore, assieme a Franco Bertoli, più rappresentativo del panorama pallavolistico nostrano, vale a dire il centrale Gianni Lanfranco, nativo tra l’altro proprio del capoluogo piemontese.

Ciò non era comunque bastato a cambiare le sorti del torneo 1981, dominato in maniera addirittura irritante dalla squadra di Prandi & Co., capace di fare un sensazionale “cappotto” aggiudicandosi tutte e 22 le gare in programma, lasciando alle altre undici partecipanti al Campionato la miseria di appena 7 set vinti (!!), nel mentre a Parma Claudio Piazza sta tentando di costruire una formazione vincente, concludendo però la stagione in un modesto quarto posto, con 14 gare vinte a fronte di 8 sconfitte.

Sicuramente, l’esito del citato torneo sarà stata la molla che convince la FIPAV all’introduzione dei playoff, onde dare interesse ad un Campionato che, altrimenti, rischiava di perdere seguito da parte degli appassionati, ma comunque per ridurre il “gap” che separava Torino dalle altre pretendenti al titolo occorreva operare con oculatezza sul mercato.

Ed il club diretto da Carlo Magri – futuro Presidente FIPAV per ben 22 anni, dal 1985 sino alla corrente stagione – non si risparmia al riguardo, migliorando ogni reparto e facendo sì che nell’estate ’81 vestano la casacca biancoverde i centrali Errichiello e Vecchi, l’universale Pierpaolo Lucchetta e, soprattutto, in regia il fuoriclasse coreano Kim Ho Chul, al quale Piazza assegna il compito di dettare i tempi ed orchestrare il gioco della sua squadra.

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Il coreano Kim Ho Chul in azione – da vistodadentro.it

Incarico che l’esperto coreano svolge al meglio, consentendo alla Santal di lottare alla pari con la Robe di Kappa, tant’è che alla fine della stagione regolare le due squadre sono divise da appena due punti (42 a 40), essendosi “scambiate il favore” di espugnare una il campo dell’altra con l’identico punteggio di 3-2, con una ulteriore sconfitta per gli emiliani nel derby di Sassuolo contro l’Edilcuoghi.

Nessuna sorpresa, dunque, se le due squadre giungono alla Finale per il titolo avendo entrambe eliminato, con altrettanti doppi 3-0, Roma e Sassuolo i torinesi, Chieti e Modena i parmensi, ma l’esito della contesa stravolge il pronostico poiché, dopo il successo per 3-0 della Robe di Kappa in gara1, gli uomini di Piazza restituiscono identico score nella gara disputata al “Palaraschi” di Parma, per poi compiere l’impresa di andare a vincere per 3-1 al “PalaRuffini” e riportare a Parma un titolo che nella città ducale mancava dal ’69.

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La Santal festeggia il titolo 1982 – da youtube.com

Tale successo dischiude le porte dell’Europa e la Santal – che affronta la nuova stagione con la sola variazione nell’organico costituita dal rientro, dopo un anno a Modena, del palleggiatore Belletti in luogo di Goldoni, trasferitosi a Milano – dopo aver eliminato non senza qualche difficoltà i cechi della Stella Rossa Bratislava (1-3 esterno ribaltato dal 3-0 casalingo), non viene favorita dal sorteggio, poiché per approdare alla Finale a quattro, deve vedersela con i temibilissimi jugoslavi del Mladost Zagabria, compiendo una vera impresa in quanto – dopo il rocambolesco successo per 16-14 al quinto set a Parma – riesce a venire a capo di una situazione che appariva compromessa al ritorno, con gli slavi in vantaggio per 2-1, vincendo d’autorità gli ultimi due set per 15-10 e 15-9.

Accesso alla Fase Finale a quattro conquistato, e vantaggio del fattore campo, in quanto la poule, alla quale accedono, oltre alla squadra italiana, anche gli spagnoli del Palma, i francesi del Cannes ed i detentori del trofeo, vale a dire i sovietici del CSKA Mosca, si svolge con la formula del girone all’italiana dal 18 al 20 febbraio ’83 proprio al “PalaRaschi” di Parma.

Occasione migliore non può esservi per verificare la crescita della nostra pallavolo al cospetto dei fortissimi sovietici che, proprio l’anno prima, avevano infranto i sogni della Robe di Kappa di vincere una seconda Coppa Campioni superandoli per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14 i parziali) nel girone finale di Parigi, anche se il confronto diretto, in programma il 20 febbraio, all’ultima delle tre giornate, risulta ininfluente ai fini dell’assegnazione del Trofeo, in quanto il CSKA se ne è già guadagnato la conferma avendo superato per 3-0 sia il Palma che il Cannes, mentre la Santal era inciampata contro gli stessi francesi (sconfitta per 1-3) per cui anche in caso di un successo per 3-0 non avrebbe potuto conquistare la Coppa.

Ciò nondimeno, la gara serve per “testare” le possibilità di competere ai massimi livelli europei e le risultanze per Piazza non possono che essere positive, visto che i suoi ragazzi cedono solo al quinto set, perso per 9-15, dopo essersi trovati sul 2-1 a loro favore ed aver costretto i sovietici agli straordinari per far loro il quarto parziale per 19-17.

Voltata pagina, più o meno stesso copione si ripete in Campionato, concluso dalla Robe di Kappa in testa con i soliti due punti di margine sugli emiliani per poi scontrarsi nuovamente in Finale playoff e, come nel 1982, i parmensi riscattano la sconfitta per 2-3 in gara1 vincendo con identico punteggio la sfida casalinga e quindi prendersi il lusso, per il secondo anno consecutivo, di festeggiare lo Scudetto sul campo dei rivali, espugnando il parquet del “PalaRuffini” con un 3-0 che non ammette repliche.

Si parte dunque per una nuova avventura, che vede la rosa a disposizione di Piazza rinforzata in attacco con l’acquisto del ventenne schiacciatore argentino Hugo Conte – che farà molto bene anni dopo a Modena – prelevato dal Cannes, ed il cammino europeo dei parmensi, pur facilitato, occorre dirlo, dalla già ricordata assenza delle squadre sovietiche trattandosi di anno olimpico (tra l’altro con la beffa del boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico alla manifestazione), rischia di interrompersi già agli ottavi allorché, abbinato ai temibili avversari del CSKA Sofia (sempre comunque una squadra dell’Esercito di fronte …), a fronte del 3-1 casalingo subisce identica sconfitta al ritorno nella capitale bulgara, superando il turno solo grazie al quoziente punti.

Scampato il pericolo, non possono costituire un serio ostacolo gli olandesi del Vorburg, superati per 3-0 sia all’andata che al ritorno, potendo così staccare il pass per le Finali in programma a Basilea dal 17 al 19 febbraio ’84, dove il Santal ritrova il Cannes, oltre ai cechi del Dukla Liberec ed agli jugoslavi del Mladost Zagabria, desiderosi di riscattare la sconfitta patita l’anno precedente.

L’assegnazione del Trofeo si definisce subito alla prima giornata, quando il 17 febbraio si disputa l’atteso incontro tra la formazione italiana e quella croata (anche se all’epoca appartenente alla ex Jugoslavia), il cui esito è quanto di più palpitante il volley possa offrire, con il sestetto slavo avanti 2-0 frutto di due parziali entrambi chiusi sul 15-9, per poi subire la forse inattesa replica di Kim Ho Chul & Co. i quali, riacquistato morale dopo aver portato a casa il terzo set per 15-10, riescono a fronteggiare il desiderio di chiudere la gara da parte dei loro avversari, vincendo ai vantaggi 16-14 il quarto parziale per poi approfittare del crollo mentale per aggiudicarsi nettamente il quinto e decisivo set con il punteggio di 15-5.

Con il morale a mille, l’occasione è troppo propizia per vincere la prima Coppa Campioni della storia parmense e riportare il Trofeo in Italia a distanza di quattro anni, ed i ragazzi di Piazza non se la lasciano sfuggire e, regolando con un doppio 3-0 sia il Cannes che il Dukla Liberec, possono sfogare nel palazzetto elvetico la loro irrefrenabile gioia per aver portato vittoriosamente a termine il cammino intrapreso a dicembre.

Trionfo che fa passare in secondo piano il fatto che stavolta, la terza sfida-scudetto consecutiva contro la Robe di Kappa – che può ancora una volta beneficiare del vantaggio del fattore campo avendo chiuso in testa la stagione regolare – si concluda con la vittoria dei torinesi che, dopo la consueta vittoria di gara1, replicano il successo in campo esterno chiudendo la serie sul 2-0, così restituendo ai rivali l’esultanza di assicurarsi il titolo al “PalaRaschi”.

Ciò sta, inoltre, a significare che nell’edizione ’85 della Coppa Campioni, l’Italia ha due formazioni iscritte alla manifestazione, che però si riducono quasi subito ad una quando la formazione torinese (che ha perso l’abbinamento con la Robe di Kappa) crolla nel ritorno degli ottavi a Bucarest contro la Dinamo dopo aver vinto per 3-1 all’andata, venendo sconfitta 0-3 perdendo il secondo e terzo set rispettivamente per 14-16 e 13-15.

Nessun problema, viceversa, per la formazione di Piazza, la quale, peraltro, dopo aver facilmente eliminato gli olandesi Martinus Amstelveen con un doppio 3-1, si accingono a scrivere una delle pagine più gloriose della pallavolo azzurra, essendo stati abbinati, nei quarti di finali che decidono l’accesso alla poule finale a quattro, ai sovietici del Radiotechnik Riga capaci, l’anno prima, di interrompere l’egemonia interna del CSKA Mosca che durava da ben 14 anni consecutivi.

Occorre precisare come il Santal abbia perso il proprio regista Kim Ho Chul, tornatosene in Corea e rimpiazzato nel ruolo di palleggiatore da Piero Rebaudengo, prelevato da Torino, mentre al posto dell’argentino Conte vengono tesserati Stefano Recine, proveniente da Modena ed il polacco Wojtowicz, già in forza all’Edilcuoghi Sassuolo.

Proprio quest’ultimo è colui che più di ogni altro vive con ansia la sfida con gli “odiati” sovietici, pur se la formazione di Riga appartenga alla Lettonia e non propriamente alla Russia, ma tant’è, la disgregazione dell’impero sovietico era ancora lungi da venire e, pertanto, quando la sera del 9 gennaio ’85 le due squadre si affrontano al “Palazzo del Ghiaccio” su cui è stato montato un pavimento di legno, non sono molte le speranze per la squadra di Piazza, dato che, sino ad allora, nessuna squadra occidentale aveva vinto in casa dei “maestri” ed altresì nessun club italiano aveva mai sconfitto una formazione sovietica.

Con questo “doppio handicap” sulle spalle, l’impresa della Santal assume una rilevanza storica, sia per il punteggio di 3-1 a proprio favore che per l’andamento dei parziali (15-6, 8-15, 15-8, 15-6) che stanno a dimostrare una superiorità a dir poco disarmante, poi confermata sette giorni dopo al ritorno a Parma, riuscendo a contenere la voglia di riscatto dei propri avversari e chiudere con un altro successo per 3-2 al tiebreak il discorso qualificazione.

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Esultanza per il successo di Riga – da gazzetta.it

Con il rischio di sentirsi appagati e di snobbare le, viceversa, pericolose avversarie (tutte dell’Est Europa, Stella Rossa Praga, CSKA Sofia e Mladost Zagabria …) qualificatesi per il Girone Finale in programma a Bruxelles dal 15 al 17 febbraio ’85, la Santal si vede nuovamente costretta ad affrontare alla prima giornata il Mladost e, pur partendo ancora ad handicap perdendo il primo set, si rimette stavolta subito in carreggiata facendo suoi i successivi tre parziali con gli eloquenti punteggi di 15-10, 15-6, 15-8.

Superata poi senza eccessivi patemi, fatta salva una distrazione nel terzo set perso 16-18, la Stella Rossa Praga, il sestetto italiano si gioca la conferma del titolo di Campione d’Europa nell’ultimo incontro con il CSKA Sofia, sapendo che una eventuale sconfitta per 1-3 consegnerebbe il trofeo proprio ai bulgari e, dopo l’ormai consueta partenza con il freno a mano tirato, con il primo parziale appannaggio dei loro avversari per 18-16, i due successivi set – chiusi sul 15-3 e 15-9 – danno la certezza matematica del secondo trionfo consecutivo, per poi chiudere la gara per 15-5 al quinto.

Ed anche se, rientrato in competizione il CSKA Mosca, saranno proprio i sovietici ad impedire agli emiliani uno storico tris riappropriandosi del titolo, ironia della sorte, in una “Final Four” disputata ancora a Parma come nel 1983, ricacciando in gola agli spettatori del “PalaRaschi” la gioia che già erano pronti a sprigionare dopo il 2-0 maturato nel match decisivo, quella del 1985 sarà per sempre ricordata come “La squadra che fece l’impresa”, vale a dire essere la prima formazione italiana a vincere la Coppa dei Campioni di Volley con presente anche la rappresentante dell’Urss ….

MICHEL JAZY ED IL DECENNIO D’ORO DEL MEZZOFONDO FRANCESE

 

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Michel Jazy – da gettyimages.co.nz

articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena mondiale del mezzofondo irrompessero di prepotenza gli atleti africani – più portati alle gare veloci (800 e 1500 metri) i maghrebini ed alle più lunghe distanze (5.000, 10.000 e 3.000 siepi) i provenienti dagli altipiani – gli anni ’60 sono stati caratterizzati dal predominio dei rappresentanti dell’Oceania – Australia e Nuova Zelanda – che, con Peter Snell ed Herbert Elliott hanno rinverdito i fasti dell’alloro olimpico colto da Jack Lovelock sui 1.500 metri ai Giochi di Berlino ’36.

La vecchia Europa – il cui ultimo successo olimpico sugli 800 metri risale alle Olimpiadi di Los Angeles ’32 quando ad imporsi è il britannico Tommy Hampson – fatica a tenere il passo del resto del mondo, sia a livello di medaglie che di record stabiliti, ed in questo contesto si inserisce a pieno titolo il mezzofondista francese Michel Jazy, il quale per un decennio cerca di interrompere l’egemonia australe cimentandosi sia sul mezzofondo veloce che in quello prolungato.

Jazy nasce il 13 giugno 1936 ad Oignies da genitori polacchi in quanto il nonno vi si era trasferito alla fine della Prima Guerra Mondiale per lavorare in miniera, attività svolta anche dal padre di Michel, mentre la madre trova lavoro in una fabbrica di birra, tant’è che l’educazione del ragazzo è affidata alla nonna paterna, che usa metodi di correzione piuttosto severi nei confronti del nipote.

Sin da piccolo, Jazy dimostra una grande dimestichezza con la corsa, che pratica a piedi nudi, il che ne cementa le doti di resistenza, ma la sua grande passione – nonostante all’epoca in Francia non godesse di particolare notorietà – è il calcio, i cui suoi miti da ragazzo sono i giocatori professionisti del Lille piuttosto che del Lens, città a lui vicine.

Il destino mette a dura prova il giovane Michel con la scomparsa del padre all’età di 12 anni a causa della silicosi, cosa che lo fa desistere da seguirne le orme come lavoro in miniera e gli permette di cambiare radicalmente vita da quando gli è consentito di ricongiungersi alla madre, che nel frattempo si era trasferita a Parigi ed aveva contratto un nuovo matrimonio.

Una volta giunto nella capitale, Jazy si trova spaesato ed emarginato anche a causa del suo accento del Nord per il quale viene deriso dai suoi coetanei, non trovando di meglio che sfogare il proprio magone nel continuare a dare calci ad un pallone, ma anche a correre, attività che occupano il tempo libero avendo nel frattempo trovato un impiego presso una stamperia.

La svolta avviene quando un suo amico, tal Gerard Marzin, lo invita ad iscriversi ad una gara campestre che Jazy vince con facilità, convincendosi ad iscriversi al “Club Olympique de Billancourt” ed abbandonando definitivamente i sogni di diventare un calciatore professionista.

La possibilità di allenarsi con regolarità e metodologia sotto lo sguardo del suo primo allenatore, René Frassinelli, dà subito i suoi frutti allorquando nel 1953, a 17 anni, Jazy conquista il titolo di campione cadetto d’Ile de France di corsa campestre, il che lo qualifica per i Campionati nazionali dove si classifica secondo, superato solo dal marocchino Lahcen Benaissa, un eccellente risultato per un giovane, ma che risulta frustrante per l’orgoglioso Michel, che minaccia di abbandonare l’atletica e solo la pazienza e perseveranza del suo tecnico lo inducono a cambiare idea, così come il fatto di concludere la stagione con il titolo nazionale cadetti sui 1.000 metri in 2’39” netti, anche se giuridicamente “illegale” non avendo ancora la nazionalità francese.

Superato questo “intoppo burocratico”, Jazy può finalmente dedicarsi a quella che ora è diventata la sua primaria ragione di vita, vincendo nel ’55 il titolo di Campione nazionale juniores sui 1.500 metri per poi cimentarsi anche a livello assoluto, venendo però sconfitto dal miglior mezzofondista transalpino dell’epoca, Michel Bernard, di cinque anni maggiore di Michel e capace di spaziare dai 1500 sino ai 10.000 metri così come nella corsa campestre, tanto da conquistare in carriera ben 11 titoli di Campione francese equamente ripartiti tra le varie distanze.

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Bernard e Jazy – da blog50.com

L’anno seguente, Jazy si prende la rivincita sull’amico/rivale facendo suo il primo titolo (saranno nove in totale …) sui 1500 metri ai Campionati Nazionali con il tempo di 3’49”8 (una gara che, al suo ritiro, Michel dichiarerà essere una delle dieci migliori da lui disputate …), circostanza che convince i dirigenti della Federazione di puntare sul ventenne di origine polacca in vista dei prossimi Giochi Olimpici di Melbourne ’56, nonostante lo stesso Jazy riconosca che Bernard avrebbe avuto maggior diritto ad essere selezionato.

L’avventura olimpica per l’inesperto Jazy si conclude in batteria, in quanto il suo piazzamento in settima posizione con il tempo di 3’50”0 non gli consente l’accesso alla Finale – poi vinta dall’irlandese on Delany – ma è comunque proficua poiché gli consente di fare amicizia con il famoso mezzofondista Alain Mimoun (argento sia sui 5 che sui 10mila metri quattro anni prima ad Helsinki dietro la “Locomotiva umana” Emil Zatopek …), il quale è prodigo di consigli verso il talentuoso ragazzino, con cui si allena e – per il sempre sognatore Michel – potersi confrontare, sia pur in allenamento, con campioni del calibro del sovietico Vladimir Kuts, Gordon Pirie e lo stesso Zatopek, fa sì che nella sua mente essi diventino un modello da seguire così come lo erano i calciatori professionisti nella sua infanzia.

Sogni che rischiano nuovamente di infrangersi dopo la delusione patita ai Campionati Europei di Stoccolma ’58 dove Jazy, convinto di poter competere quanto meno per un posto sul podio, conclude i 1.500 metri in un anonimo decimo posto con il tempo di 3’45”4, a 3”5 di distanza dal vincitore, il britannico Brian Hewson.

La frustrazione è grande, ma buon per lui – e per l’atletica francese – che in suo aiuto giunga il giornalista de “L’Equipe”, Gaston Meyer, il quale si convince che il ragazzo possa scendere sotto i 3’38” sulla distanza e, come prima cosa, riesce a fargli ottenere un posto come tipografo al giornale, onde consentirgli di avere più tempo per allenarsi e lanciare così quella che lui stesso definisce “l’operation Jazy”, con un programma di allenamenti ben stabilito al fine di fargli acquisire quella forza muscolare e cardiaca che ancora gli manca.

Il progetto, finalmente, decolla e, nonostante Jazy abbia una stagione scadente nel 1959 a causa di ripetuti infortuni, si presenta in splendida forma (in “stato di grazia” secondo quanto da lui stesso asserito …) all’appuntamento clou costituito dalle Olimpiadi di Roma ’60, rinfrancato nel morale dal netto successo sull’ungherese ed ex primatista europeo Laszlo Tabori nell’ultima gara di preparazione ai Giochi.

Stavolta selezionato assieme al connazionale Bernard – il quale è iscritto anche sui 5mila metri, dove si classifica settimo nella Finale disputata il 2 settembre – Jazy è inserito nella terza ed ultima batteria dei 1.500 metri, in programma il 3 settembre, con i soli tre primi classificati a qualificarsi per la Finale, e nelle due serie precedenti la vittoria è andata al favorito australiano Elliott in 3’41”50 e proprio a Bernard, che ha concluso la sua prova in 3’42”34.

Jazy corre con giudizio, intento a centrare la qualificazione senza spendere troppe energie e concludendo la prova al secondo posto in 3’45”03, anche se è opinione diffusa che, per la Finale in programma tre giorni dopo, i favoriti per il podio siano, oltre ai ricordati Elliott e Bernard, anche l’ungherese Istvan Rozsavolgyi, giunto secondo dietro all’australiano in batteria, ma con l’ottimo tempo di 3’42”15.

L’andamento della Finale mette in risalto qualità tattiche sinora sconosciute per Jazy, in quanto si comporta diversamente dal connazionale Bernard, il quale tenta il tutto per tutto imponendo alla gara un ritmo alto sin dai primi giri, con l’intento di fiaccare la resistenza degli avversari, ma in realtà favorendo le intenzioni di Elliott che prende decisamente la testa al passaggio del primo chilometro per avviarsi in solitudine a centrare l’accoppiata oro e record mondiale di 3’35”6 (0”4 decimi migliore del suo stesso limite stabilito in Svezia ad agosto ’58).

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L’argento di Jazy a Roma ’60 – da alamy.com

Jazy, al contrario, non spreca energie, così come viceversa fa l’ungherese Rozsavolgyi nell’inutile tentativo di replicare all’attacco dell’australiano, per poi cedere nel finale ed essere rimontato dal francese che si mette al collo un insperato argento nel nuovo primato nazionale di 3’38”4, mentre Bernard conclude non meglio che settimo con il tempo di 3’41”5.

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Il podio dei 1500m. a Roma 1960 – da perthnow.com.au

Atleta, come avrete capito, alquanto soggetto agli sbalzi d’umore, Jazy tramuta l’euforia per l’insperato argento olimpico in energia positiva in vista dei futuri obiettivi che gli si presentano, primo fra tutti il Campionato Europeo di Belgrado ’62, appuntamento al quale si prepara al meglio stabilendo, il 14 giugno 1962 (giorno successivo al suo 26esimo compleanno …) allo “Stade Charlety” di Parigi, il record mondiale sulla inusuale distanza dei 2mila metri, coprendo la distanza in 5’01”8, 0”8 decimi meglio del precedente primato di Rozsavolgyi.

Con il morale alle stelle, Jazy non ha alcuna difficoltà a disporre di un lotto di avversari privo del citato magiaro ed anche dello svedese Dan Waem, argento quattro anni prima alla rassegna continentale e che aveva più volte sconfitto il mezzofondista transalpino nel corso del ’61, facendo suo l’oro nel suo miglior tempo stagionale di 3’40”9, con alle piazze d’onore, nettamente staccati, il polacco Baran ed il ceco Tomas Salinger.

Archiviati gli Europei, nuove sfide si profilano all’orizzonte per Jazy, di cui la prima, in chiave interna, decide una volta per tutte le gerarchie in casa francese attraverso una sfida a tre tra lui, Bernard ed il giovane promettente Jean Wadoux, lanciata da quest’ultimo e che ha luogo il 26 luglio ’63 allo Stadio di Colombes sulla distanza dei 1500 metri e che vede Jazy trionfare in 3’37”8, nuovo record europeo nonostante che i rivali centrino i rispettivi primati personali (3’38”7 per Bernard e 3’41”7 per Wadoux).

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Wadoux, Jazy e Bernard – da gettyimages.co.uk

Con un trio di eccellenza, quantomeno a livello continentale, le aspirazioni della Federazione francese per ben figurare alle Olimpiadi di Tokyo ’64 sono ben riposte, anche se Jazy, che vorrebbe gareggiare sia sui 1500 che sui 5mila metri, si vede costretto, a causa dell’inserimento nel programma olimpico delle semifinali sulla più corta distanza, a concentrarsi sul mezzofondo prolungato, che prevede le batterie il 16 e la Finale il 18 ottobre, mentre il calendario dei 1.500 pone al 17 le batterie, il 19 le semifinali ed il 21 la Finale, gara quest’ultima a cui si iscrivono Bernard e Wadoux, i quali concluderanno la prova rispettivamente al settimo e nono posto.

Jazy, al contrario, si qualifica per la Finale dei 5.000 metri vincendo d’autorità la prima delle quattro batterie, presentandosi per la Finale come uno dei pretendenti alla vittoria unitamente all’australiano Ron Clarke ed all’emergente keniano Kipchoge Keino, alla sua prima esperienza olimpica e che lascerà un segno indelebile nelle edizioni future.

Forse troppo sicuro del fatto suo, Jazy commette in Finale lo stesso errore di Bernard sui 1.500 metri a Roma, incaricandosi di fare l’andatura, unitamente a Clarke, sin dalle prime battute, ma senza riuscire a sgranare il gruppo dei contendenti, per poi sferrare l’attacco che ritiene decisivo al suono della campana dell’ultimo giro, prendendo un netto vantaggio che lo vede affrontare l’ultima curva oramai certo del successo, come lui stesso ammetterà alla stampa nel post gara, solo per piantarsi all’ingresso in rettilineo, con la testa a ciondolare per aiutare le gambe che non reagiscono più, circostanza della quale approfittano sia l’americano Bob Schul per andarsi a prendere l’oro in 13’48”8 che il tedesco Norpoth e l’altro americano Dellinger per estromettere dal podio un esausto Jazy.

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Il crollo finale di Jazy a Tokyo 1964 – da lequipe.fr

E così si può dire che, quanto sorprendente in senso positivo era stato l’argento di Roma ’60 sui 1500 metri, altrettanto lo diviene, ma stavolta da un lato negativo, il mancato oro di Tokyo su cui chiunque, a 200 metri dall’arrivo, avrebbe garantito che non sarebbe potuto sfuggire al campione transalpino.

Una mazzata da tramortire un toro, ma stavolta Jazy reagisce alla delusione olimpica con una fantastica conclusione di carriera nei suoi due ultimi anni di attività, dapprima togliendo il 9 giugno ’65 a Rennes il primato mondiale sul miglio al neozelandese Peter Snell (oro sugli 800 e 1500 metri a Tokyo) con il tempo di 3’53″6 e quindi prendendosi una platonica ma convincente rivincita in occasione della gara sui 5.000 metri disputata il 30 giugno ’65 ad Helsinki e che riunisce il gotha mondiale della specialità, comprendendo Ron Clarke, Keino, Robin Haase e le due medaglie d’oro di Tokyo sui 5 e 10mila metri, gli americani Bob Schul e Billy Mills, gara che Jazy si aggiudica davanti a Keino e Clarke, migliorando in 13’27″6 il proprio limite europeo, per poi preparare al meglio la sua ultima recita in occasione dei Campionati Europei di Budapest ’66.

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Jazy stabilisce il mondiale del miglio – da lequipe.fr

Intenzionato stavolta a tentare l’accoppiata 1500/5000 metri, Jazy si toglie l’ulteriore “sassolino dalla scarpa” vendicandosi anche del tedesco Norpoth, che lo aveva infilato nel rettilineo di Tokyo, precedendolo sui 1500 metri ma senza poter giungere alla vittoria, che arride all’altro tedesco Bodo Tummler in 3’41″9, e quindi completando la sua rivincita tre giorni dopo, nella Finale dei 5.000 metri, in cui Norpoth è l’ultimo ad arrendersi a Jazy, che si mette al collo il suo secondo oro europeo in 13’42″8.

Miglior finale di carriera non se lo poteva certo sognare, il mancato calciatore del Nord della Francia, il quale resta, a tutt’oggi, ad oltre 50 anni di distanza, l’ultimo francese ad essersi aggiudicato un titolo europeo nel mezzofondo prolungato.

FRANCIA-BRASILE 1986, TRA ZICO E PLATINI IL RIGORE DECISIVO E’ DI FERNANDEZ

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La gioia di Platini dopo il gol dell’1-1 – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Un match bellissimo, tra i più spettacolari mai visti ai Mondiali. Francia-Brasile del 1986 è un concentrato infinito di emozioni, azioni mozzafiato e colpi di scena continui. Vincono i francesi ai rigori, anche se probabilmente meritavano di più i brasiliani, capaci di produrre un numero superiore di occasioni da rete e colpire ben due pali, traditi dal loro simbolo Zico che spreca un penalty a metà ripresa e infine sfortunati nei tiri dal dischetto, nonostante l’errore dell’altro campionissimo, Platini, e con il gol di Bellone irregolare (la palla entra in rete dopo aver sbattuto sul palo e sulla testa del portiere Carlos).

Francia: Bats – Amoros, Bossis, Battiston, Tusseau – Giresse (st 39′ Ferreri), Fernandez, Tigana – Platini – Rocheteau (pts 11′ Bellone), Stopyra.
Brasile: Carlos – Josimar, Julio Cesar, Edinho, Branco – Alemao, Elzo, Socrates – Junior (pts 1′ Silas) – Muller (st 27′ Zico), Careca.

Primo tempo
1′ scambio rapido Platini-Giresse-Platini, la difesa brasiliana ferma l’azione, arriva in corsa da dietro Amoros, conclusione rasoterra violentissima fuori di poco.
8′ fallo di Socrates su Tigana sulla trequarti. Punizione per la Francia, altro missile improvviso di Amoros, Carlos blocca in due tempi. Inizio subito a ritmi elevati.
15′ occasione pazzesca per il Brasile. Da Muller, la palla arriva a Careca, che libera Socrates solo davanti a Bats, tiro a mezza altezza, il portiere francese respinge d’istinto, Socrates recupera ancora il pallone e rimette in mezzo per Careca, anticipato da Bats in corner.
17′ Socrates per Careca al limite, conclusione un po’ strozzata, Bats blocca.
18′ GOL BRASILE Sontuoso scambio, tutto di prima, tra Muller e Junior, da questi assist a Careca, che appena dentro l’area fa partire un tracciante violentissimo, la palla si infila sotto la traversa. Azione favolosa dei brasiliani, gol stupendo.
20′ Platini innesca Giresse a destra, conclusione alta di un metro sulla traversa.
25′ Giresse apre a destra per Amoros, cross basso in area, Rocheteau viene anticipato da un intervento un po’ goffo di Carlos, un difensore brasiliano libera in angolo.
31′ scambio di prima Tigana-Platini-Giresse, palla in area per Rocheteau, anticipato all’ultimo da Josimar. Calcio champagne dei francesi, che ora provano a spingere con maggiore intensità.
35′ Brasile vicinissimo al 2-0 in contropiede. Lungo lancio di Socrates per Careca, che brucia sullo scatto Bossis, arriva sul fondo, cross basso sul secondo palo, Muller arriva in corsa e colpisce in pieno il palo esterno.
41′ GOL FRANCIA Triangolo Giresse-Amoros-Giresse, palla a Rocheteau a destra, cross deviato, Stopyra manca la deviazione al centro dell’area piccola, sbuca a sinistra Platini che realizza.

Secondo tempo
3′ da Alemao a Elzo, quindi a Junior, che avanza e dalla trequarti lascia partire una cannonata a mezza altezza, Bats respinge.
6′ fallo di Bossis su Careca al limite, sul lato sinistro. Punizione di Socrates direttamente in porta, Bats mette in angolo con i pugni.
7′ retropassaggio avventato di Branco, ne approfitta Stopyra, che entra in area e lascia a Rocheteau, conclusione in girata fuori sul primo palo. La partita è sempre molto bella e non accenna a calare di intensità.
10′ Junior stende da dietro Stopyra sulla trequarti. Platini batte per Bossis, cross in area, colpo di testa di Stopyra sul fondo.
16′ break di Muller, che sorprende la difesa francese, cross sul secondo palo, Bossis anticipa Careca all’ultimo, subendo poi fallo dall’attaccante brasiliano.
20′ Tigana triangola con Rocheteau, si inserisce palla al piede nella difesa brasiliana a velocità doppia e si presenta solo davanti a Carlos; il portiere brasiliano riesce a opporsi al tiro di Tigana con il corpo.
21′ partita stupenda, adesso è il Brasile a rendersi pericoloso. Palla morbida di Alemao al limite per Socrates, che stoppa e tocca indietro a Junior, controllo in corsa e gran sventola di destro, Bats respinge da campione.
26′ splendido cross, con il contagiri, di Josimar da destra, imperioso stacco di Careca, traversa piena. Il Brasile ai punti meriterebbe qualcosa in più.
29′ Branco sale a centrocampo e appoggia a Zico, appena entrato. Zico restituisce il pallone a Branco, nel frattempo inseritosi in area, con un assist immaginifico; Branco scarta Bats, che lo atterra. Rigore ineccepibile. Sul dischetto si presenta lo stesso Zico, che però calcia troppo centralmente e Bats devia.
32′ Giresse a destra allunga a Bossis, che supera un avversario, avanza indisturbato e quasi al limite lascia partire un destro fortissimo a mezza altezza, Carlos devia in tuffo in calcio d’angolo.
34′ la Francia recupera palla, Platini tocca al suo fianco per Amoros, che calcia di prima intenzione, la palla sfiora il palo alla sinistra di Carlos. Match di una bellezza unica.
37′ spettacolare triangolo Careca-Zico-Careca, che entra in area, ma calcia troppo debolmente e Bats respinge.
39′ ancora Josimar scatenato sulla fascia destra, cross a centro area perfetto per Zico, che schiaccia di testa, Bats vola e salva la propria porta.
41′ Platini allunga a sinistra per Rocheteau, palla sul lato sinistro dell’area a Bossis, che rimette in mezzo, Carlos esce male, la porta è vuota ma Rocheteau manca l’aggancio ed Elzo libera.
45′ ancora uno splendido suggerimento al limite per Junior, che arriva in corsa e spara alle stelle.

Primo tempo supplementare
5′ percussione centrale di Rocheteau, che calcia a botta sicura, tiro respinto in spaccata da Julio Cesar, recupera Stopyraa destra, altro tentativo murato in corner da Edinho.
10′ tentativo da fuori di Elzo, palla alta di un metro.
13′ Careca appoggia a Silas, conclusione da lontano, pallone sul fondo.
14′ filtrante di Zico per Silas, anticipato da Bats in uscita, recupera ancora Silas, palla indietro ad Alemao, tiro-cross alto.
15′ Josimar per Silas, cross in area, colpo di testa di Socrates, Bats neutralizza. Il Brasile è tornato a spingere con insistenza.

Secondo tempo supplementare
8′ corner da sinistra di Giress, messo fuori dalla difesa brasiliana. Recupera Tigana, che allarga a destra per Platini, cross vellutato in area, Giresse manca l’aggancio, sbuca in area alle sue spalle Stopyra, che tenta una deviazione volante, Carlos riesce a salvare.
10′ Zico apre a destra per Alemao, che avanza e quasi dal limite scocca un destro violento, Bats devia in corner.
11′ lancio con il contagiri di Platini per Stopyra, che elude la trappola del fuorigioco e si invola verso la porta, supera Carlos al limite, il portiere brasiliano sbilancia però Stopyra, che perde l’equilibrio e viene rimontato da Edinho. Proteste vibranti dei francesi, capitanati da Platini, con l’arbitro, che però lascia correre. Il fallo su Stopyra era comunque evidente.
12′ spunto di Careca a destra, cross sul secondo palo, un giocatore brasiliano manca di un soffio la deviazione vincente. La partita si accende nuovamente in questo finale.

Rigori
Socrates (B): parato da Bats con un volo sulla destra. 0-0 BRASILE
Stopyra (F): gol, palla sotto la traversa. 1-0 FRANCIA
Alemao (B): gol, palla nell’angolino sinistro. 1-1 BRASILE
Amoros (F): gol, palla nell’angolino sinistro. 2-1 FRANCIA
Zico (B): gol, palla a sinistra, Bats spiazzato. 2-2 BRASILE
Bellone (F): gol. La palla colpisce il palo alla sinistra di Carlos, sbatte sulla testa del portiere brasiliano e finisce in rete. Il rigore è da annullare, ma viene convalidato. 3-2 FRANCIA
Branco (B): gol, tiro centrale, Bats spiazzato. 3-3 BRASILE
Platini (F): tiro altissimo. 3-3 FRANCIA
Julio Cesar (B): palo, sulla destra di Bats. 3-3 BRASILE
Fernandez (F): gol, palla nell’angolino destro. 4-3 FRANCIA

LE PAGELLE DELLA FRANCIA
IL MIGLIORE BATS 8: ci saranno stati portieri più forti e famosi, ma pochissimi, nella storia dei Mondiali, hanno giocato una partita come la sua. Commette un solo errore, quando atterra Branco e causa il rigore, ma per il resto è insuperabile. I brasiliani ci provano in tutti i modi, ma lui riesce sempre a fiaccare ogni tentativo con parate di tutti i tipi, da vicino e da lontano. E, tanto per gradire, neutralizza anche un rigore a Socrates nella lotteria finale.
Amoros 7: partita di grande spessore e personalità sulla corsia di destra. Attento in fase difensiva, temibile quando avanza e nei tiri dalla distanza. Mette anche lo zampino nell’azione del gol francese. Certamente il più positivo della difesa.
Platini 7: ha il merito di realizzare il gol dell’1-1. Spreca pochissimi palloni e certi lanci sono uno spettacolo, in particolare quello che manda in porta Stopyra nei supplementari. Dà comunque sempre l’idea di fare il minimo indispensabile e risparmiarsi, una sensazione personalissima che ho già avuto modo di evidenziare in altre partite dei Mondiali. Sbaglia il suo rigore, fatto insolito per uno preciso come lui, che però non risulta decisivo.
Rocheteau 7: una spina nel fianco della difesa brasiliana. Non segna, ma corre per tre e impegna a fondo i suoi avversari. Di pregevole fattura il cross che porta al gol di Platini. Zanzara.
Bossis 5,5: il meno brillante della sua squadra, anche se cresce con il passare dei minuti e si rende utile in attacco. In difesa però soffre tremendamente il dinamismo e la fisicità di Careca.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE CARECA 7,5: fisico, tecnica e istinto del predatore. Quando viene servito a dovere, non tradisce. Cala un po’ nella seconda parte di gara, ma lascia un segno netto sulla partita, non soltanto per un gol stupendo, ma anche per la traversa e la forza d’urto con cui mette a ferro e fuoco la difesa francese. E’ certamente il migliore del Brasile in questo Mondiale, con 5 gol realizzati.
Julio Cesar 7: mezzo voto in meno per il rigore fallito, che si rivela decisivo. Ma in difesa è un muro, impeccabile in marcatura e abile a giocare spesso d’anticipo. Colosso.
Josimar 7: sulla sua fascia di appartenenza non ce n’è per nessuno. Chiude bene i varchi dietro e spinge che è una meraviglia, dimostrando piedi raffinati, evento non sempre scontato in un difensore.
Alemao 7: un trattore, che corre ovunque e cresce strada facendo. Ha grande dinamismo e splendido senso tattico e sa inserirsi con pericolosità in avanti.
Zico 6: da un lato, ci sono alcuni passaggi in verticale che sono pura poesia calcistica; dall’altro, c’è quel maledetto rigore al 29′ del secondo tempo, calciato molto male (non da lui) e sbagliato, che avrebbe potuto portare il Brasile in semifinale. Incompiuto.
Socrates 5,5: con la palla tra i piedi, sa il fatto suo e nessuno può obiettare sulle sue squisite doti tecniche. Però sembra giocare troppo da fermo, un peccato che appare evidente in un match che va a ritmi sostenuti. Chiude una partita in chiaroscuro, sbagliando il primo rigore della serie conclusiva.

ZENO COLO’, IL CAMPIONE DELL’ABETONE CHE AMAVA LA VELOCITA’

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Zeno Colò in azione alle Olimpiadi di Oslo del 1952 – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Che Zeno Colò ci sapesse fare ed avesse particolare attitudine alla velocità fu chiaro nel 1947 quando sul Piccolo Cervino, con un paio di sci di legno ai piedi e senza la protezione del casco, battè il record del mondo del chilometro lanciato toccando i 159,292 km orari, scalzando quel Leo Gasperl che era in possesso del primato da oltre un decennio e nel confronto rimase dietro per l’inezia di tre centesimi.

Era nato all’Abetone, sull’Appennino toscano, Zeno Colò, ed in carriera avrebbe potuto incassare una messe di successi ancor più congrua al suo sterminato talento se la Seconda Guerra Mondiale, maledetta, non ne avesse interrotto il cammino. Perchè Zeno, che vide la luce il 30 giugno 1920 e che già a 15 anni veniva aggregato alle squadre nazionali, di classe pura ne aveva da vendere e oltre a saper scendere a valle con l’innovativa posizione “a uovo alto” che poi sarebbe stata affinata qualche anno dopo, e con pari successo, da Jean Vuarnet, era bravo anche tra i pali stretti dello slalom e le porte larghe del gigante. Tanto da far incetta di titoli italiani, ben 19 (5 in discesa, 7 in speciale, 2 in gigante, 5 in combinata).

Ma la discesa era il suo pane e le grandi vetrine internazionali il suo palcoscenico preferito, e potè debuttare in sede olimpica nel 1948, ai Giochi di St.Moritz. Ad onor del vero l’abetonese non ebbe gran fortuna in quella rassegna, eliminato in discesa da una caduta e solo 14esimo nello slalom vinto dall’elvetico Edy Reinalter, con Silvio Alverà, quarto, di un soffio ai piedi del podio dopo la prima posizione della prima manche.

Ma Zeno avrebbe avuto modo di riscattarsi, come vedremo tra poco, innanzitutto vincendo la prestigiosa discesa del Lauberhorn, a Wengen, nello stesso anno 1948 (sarebbe arrivato secondo nelle due stagioni successive), poi quella dell’Arlberg-Kandahar, nel 1949 a St.Anton e nel 1951 al Sestriere, tris dopo il successo del 1947 a Murren.

Nel 1950 il programma iridato obbliga gli sciatori alla trasferta ad Aspen, in Colorado, e per Zeno è infine giunto il momento di raccogliere qualcosa di importante. L’Italia al maschile è ferma ai due argenti in discesa di Giacinto Sertorelli a Innsbruck nel 1936 e a Chamonix nel 1937, oltre al successo della bolzanina Paula Wiesinger ai Mondiali di Cortina del 1932, ma il 14 febbraio, sulla pista “Silver Queen“, Colò fa suo il gigante, introdotto per la prima volta proprio in questa occasione, battendo lo svizzero Grosjean e il francese James Couttet, rivale con cui l’abetonese rinnova il duello quattro giorni dopo in discesa, non prima però di aver colto l’argento in slalom alle spalle dell’altro svizzero Schneider che lo anticipa di soli tre decimi, 2’06″4 contro 2’06″7. Lungo i trabochetti imposti dalla “Ruthie’s Run“, distribuiti su 3.400 metri di fatica, Colò e Couttet librano una sfida all’ultima scivolata ed infine è l’azzurro a tagliare il traguardo con il tempo migliore, 2’34″4 contro 2’35″7, garantendosi non solo il secondo oro della rassegna, ma pure segnando in perpetuo il suo nome nell’enciclopedia dello sci alpino.

Manca a questo proposito un ultimo tassello, e non può che essere la gloria olimpica da agguantare ai Giochi che vanno in scena ad Oslo nel 1952. Si comincia il 15 febbraio, ma sulla “Norefjell” che celebra la classe dell’idolo di casa Stein Eriksen si infrange il sogno di Zeno di bissare la vittoria in gigante, solo quarto in una gara che lo vede terminare dietro anche gli asburgici Pravda e Spiess che lo privano della medaglia. Ventiquattro ore dopo, sabato, Colò è atteso al riscatto nella prova prediletta, la discesa libera. Tira vento, la pista è ghiacciata per quel sottile strato di neve caduta in nottata, il freddo è polare e il tracciato che si snoda nel bosco prima di piombare nel tratto finale infarcito di trabocchetti mette a dura prova le forze e la tecnica dei concorrenti. Zeno ha minuziosamente analizzato il manto su cui dovrà esibirsi, e quando si lancia dal cancelletto con il suo pettorale numero 5 ha tutta l’energia per compiere l’impresa. Ed in effetti quando il cronometro fissa il tempo in 2’30″8, seppur con qualche rischio imposto dalla durezza del profilo della pista, si ha la percezione che sarà difficile far meglio di Colò. Il wunderteam austriaco ha tre frecce acuminate in Schneider, Pravda e Schopf, ma se quest’ultimo non porta a termine la gara, gli altri due “aquilotti” si vedono costretti a masticare amaro, rispettivamente secondo e terzo ad oltre un secondo di distacco, con lo svizzero Fredy Rubi che per un solo decimo rimane giù dal podio.

E’ l’apoteosi per Colò, che magarri vorrebbe pure mettersi al collo la medaglia anche nello slalom ma ancora una volta è beffato da tre campioni più abili, stavolta, di lui, Schneider stesso e i due norvegesi Eriksen e Berge, quest’ultimo terzo per un solo decimo davanti all’italiano. Poco importa, Colò può dire di aver realizzato il suo sogno di vittoria ed aver pure portato lustro alle sue montagne toscane, lui figlio di un boscaiolo così attaccato alla terra d’origine, e che di colpo diventa una star di riconosciuta grandezza.

Già, al punto da “macchiarsi” del reato di professionismo, prestando il suo nome, ormai famoso, ad una marca di scarponi e venire squalificato dall’implacabile, e pure agli occhi di oggi anacronistica, legge che impone lo status di dilettante a chi vuol praticare sport olimpico. Zeno chiude la carriera seppur all’apice, omaggiato dall’onore di essere tedoforo ai Giochi di casa, a Cortina 1956, prima di trasmettere la sua abilità a chi avesse voglia di apprendere e disegnare quei tracciati che proprio all’Abetone sono a lui intitolati.

E se un tumore ai polmoni se lo porterà via il 12 maggio 1993, proprio una sigaretta, come fosse l’ultimo desiderio per lui fumatore incallito, gli diede la carica vincente per quell’oro olimpico che rimane ad oggi l’unico in discesa libera per lo sci alpino tricolore. Quando si dice che il fumo fa male… non è sempre vero!

 

ROLAND MATTHES, IL “SUGHERO” AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

 

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Roland Matthes – da sportdiaries.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si analizzano in retrospettiva i risultati sportivi ottenuti dagli atleti dell’ex Germania Est non si può non cadere nella facile conclusione che gli stessi sono condizionati dal dilagante “Doping di Stato” operante in tale regime politico, facendo come suol dirsi nel nostro Paese, “di ogni erba un fascio”.

Occorre peraltro, a nostro avviso, eseguire un distinguo ben preciso tra le pratiche – che definire vergognose è sin troppo clemente – messe in atto nei confronti delle sfortunate ragazze, oggetto di un programma ben studiato teso a migliorarne le prestazioni, e quanto viceversa accaduto in campo maschile, dove sono emersi campioni dei quali è ben difficile pensare che i loro successi siano dipesi dall’uso di sostanze proibite, in primo luogo per lo scarso numero dei medesimi rispetto all’universo femminile e poi in quanto il loro dominio si è protratto a lungo negli anni, situazione questa che difficilmente si abbina ad un uso prolungato di stimolanti.

Tra questi, colui che per distacco si eleva dalla massa è senz’altro il nuotatore Roland Matthes, il quale vede la luce a metà novembre 1950 a Possneck, cittadina di poco più di 10mila abitanti, posta nella Turingia a pochi chilometri di distanza dal confine con l’allora Cecoslovacchia, divenuto a cavallo degli anni ’70 il più grande dorsista che la storia delle piscine abbia mai incontrato.

Matthes ha avuto dalla sua un talento naturale invidiabile, frutto di una struttura fisica di incredibile leggerezza – 74 chili a fronte di 189 centimetri di altezza – che gli garantiva la possibilità di galleggiare e scivolare sull’acqua come nessun altro prima di lui, componente questa fondamentale specie in uno stile come il dorso dove il galleggiamento è tutto.

E pensare che questo fuoriclasse doveva essere stimolato per poter eccellere, poiché all’indubbio talento che Madre Natura gli aveva fornito, si contrapponeva un carattere indolente, poco incline agli allenamenti ed ai sacrifici; buon per lui – e per la ex Ddr – che ad intuirne le potenzialità sia stata l’ex ranista Marlies Grohe, sua allenatrice, la quale era costretta ad andare a prenderlo a casa per portarlo in piscina, lavorando anche sulla mente del ragazzo per convincerlo delle sue potenzialità e dei traguardi che avrebbe potuto raggiungere.

Ed i risultati, non mancano, a partire dall’età di 16 anni, quando il giovane Roland inizia ad apparire nelle graduatorie mondiali stagionali con il ventesimo tempo (1’03”6) sui 100 dorso ed il 18esimo (2’18”6) sulla doppia distanza, per poi esplodere definitivamente l’anno seguente in occasione di un meeting Urss-Germania Est, quando migliora entrambi i record europei, scendendo sotto il minuto sui 100, nuotati in 59”8 (a soli 0”2 decimi dal record mondiale di 59”6 stabilito dall’americano Thompson Mann in prima frazione della staffetta 4×100 mista ai Giochi Olimpici di Tokyo ’64), e coprendo in 2’11”2 le quattro vasche dei 200 dorso.

Matthes è ora pronto a lanciare la sfida agli specialisti americani in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico ’68, appuntamento al quale si presenta da favorito su entrambe le distanze, dato che nel finale di stagione ’67 si era per la prima volta appropriato dei rispettivi primati mondiali, togliendoli a Charles Hickcox, nuotando i 100 in 58”4 ed i 200 in 2’07”9, a dimostrazione come l’anno 1967 rappresenti il chiaro momento di svolta nella carriera del fuoriclasse tedesco.

Nella capitale messicana, Matthes può altresì trarre vantaggio dall’allargamento del programma olimpico, che vede finalmente in calendario la disputa di tutte le distanze nelle varie specialità – sino al 1960 si erano disputati solo i 100 dorso, mentre quattro anni prima, a Tokyo, l’unica gara a dorso erano stati i 200, conclusi con un podio interamente monopolizzato dai nuotatori americani – scendendo per la prima volta in acqua il 21 ottobre per la disputa di batterie e semifinali della più breve distanza.

La pattuglia americana uscita dai Trials è composta da Hickcox (deciso a riprendersi lo scettro toltogli da Matthes a Lipsia nel settembre precedente), Ronald Mills e Larry Barbiere, e dall’esito delle qualificazioni appare evidente come per l’oro si tratti di una sfida a due, visto che Hickcox fa sua la prima semifinale in 1’01”6 e Matthes si mette alle spalle gli altri due americani, facendo sua la seconda in 1’01”3.

Ma nella Finale del giorno dopo, la superiorità del tedesco orientale è così evidente da sembrare irridente per i suoi avversari, permettendosi di andare a toccare nel nuovo record olimpico di 58”7, lasciando Hickcox ad 1”5 di distanza e consentendogli solo di vincere la “sfida in famiglia” con i suoi connazionali, che esclude dal podio Barbiere, giunto quarto.

 

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Matthes in azione sui 100 dorso a Messico 1968 – da youtube.com

La musica non cambia tre giorni dopo in occasione della gara sulla doppia distanza, nonostante nelle batterie del mattino fosse stato l’americano Mitchell Ivey a far segnare con 2’11”3 il miglior tempo di qualificazione, ma al pomeriggio “la dura legge di Matthes” si abbatte nuovamente sul trio “a stelle e strisceche subisce la netta superiorità del 18enne della Turingia che va a toccare in 2’09”6 (migliorando il record olimpico di 2’10”3 stabilito da Graef quattro anni prima a Tokyo), un tempo relativamente alto rispetto al limite mondiale dallo stesso ritoccato in 2’07”5 a due mesi dall’apertura dei Giochi, ma che trova la sua giustificazione nelle condizioni avverse sulle più lunghe distanze per gli atleti, dati gli oltre 2mila metri in cui si svolgono le gare.

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Matthes sul podio per la premiazione dei 200 dorso – da gettyimages.co.uk

Occorre ora aprire una parentesi sull’atteggiamento in gara di Matthes, al quale viene contestato il fatto di “centellinare” i propri record, stante è la sua superiorità rispetto al lotto degli avversari, onde poterli ritoccare poco alla volta, e ciò al fine di ottenere le ricompense in denaro previste dal regime comunista per ogni impresa del genere compiuta, cosa peraltro ampiamente giustificabile, stante lo “status” dilettantistico a cui doveva soggiacere.

A sostegno di questa tesi, vi è il fatto che, sulla più corta distanza, la maggior parte dei primati stabiliti da Matthes giunga proprio nella prima frazione a dorso della staffetta 4×100 mista – dove, a differenza della prova individuale, è costretto a dare il massimo per favorire la propria squadra – ed una riprova di ciò la si ha proprio in occasione della Finale olimpica del 26 ottobre, quando rifila al malcapitato Hickcox quasi 2”5 di distacco, facendo segnare il nuovo limite di 58” netti che serve a consentire al quartetto tedesco orientale di conquistare l’argento, dovendo gli altri componenti del quartetto subire la rimonta americana, in specie con Russell nella frazione a farfalla.

Mai prima di allora, si era visto un nuotatore dominare con tanta facilità una singola specialità – nella quale resterà imbattuto in ogni gara disputata per 8 anni, un mese ed 8 giorni sui 100 e per 7 anni, 10 mesi e 29 giorni sulla doppia distanza, un’impresa mai più ripetuta da alcun altro esponente del panorama natatorio – tant’è che i soprannomi si sprecano, dal “sughero” di italiana paternità, per la sua dote di galleggiamento, all’inglese “Rolls Royce”, per la potenza e l’eleganza mostrata in piscina, ma vi fu anche chi lo ribattezzò “grissino” od “uomo-pesce”, comunque sia è fuor di dubbio che Matthes abbia fatto fare al dorso un salto in avanti rivoluzionario.

Nei citati otto anni di incontrastato dominio, oltre a limare, come ricordato, i propri limiti mondiali, Matthes utilizza i Campionati europei per dilettarsi anche in altre specialità, non trovando rivali in grado di impensierirlo a dorso, e così alla rassegna continentale di Barcellona ’70 si prende il lusso di cimentarsi anche a stile libero, cogliendo un inatteso argento in 53”5 alle spalle del francese Michel Rousseau e fornendo il proprio contributo alle medaglie di bronzo conquistate dalle staffette 4×100 e 4×200 stile libero, allori tutti che si aggiungono, come logico, alla doppietta sui 100 e 200 dorso (58”9 e 2’08”8 rispettivamente) ed all’oro con la staffetta 4×100 mista.

Ma un’altra sfida ben più ardua attende l’oramai 22enne fuoriclasse della Germania Est, chiamato a ribadire la propria superiorità assoluta in occasione delle Olimpiadi che nel 1972 si svolgono proprio in terra tedesca, ancorché occidentale, vale a dire a Monaco di Baviera, alle quali gli americani si presentano con maggiori credenziali, capitanati da quel Mike Stamm che, per meno di un mese, il 20 agosto ’70, aveva osato strappare a Matthes il record mondiale sui 200 dorso con 2’06”3, exploit al quale Roland aveva replicato l’11 settembre, come sempre “di misura”, ritoccando il limite a 2’06”1.

E d’altronde, forza degli americani a parte, come si poteva non considerare Matthes in grado di confermarsi campione olimpico su entrambe le distanze, dato che si presentava ai Giochi bavaresi forte dei record di 56”3 sui 100 e di 2’02”8 sui 200, oltretutto entrambi ottenuti nel corso del medesimo anno olimpico …??

Impresa invero ardua, quella di cercare di contrastarlo, e comunque Stamm non lesina sforzi per riuscire nell’intento, imitato dal connazionale Ivey che, nella semifinale dei 100 dorso disputata il 28 agosto, migliora con 57”99 di un solo 0”01 centesimo il record olimpico stabilito da Matthes quattro anni prima a Città del Messico, tedesco che si risparmia nell’altra serie, comodamente vinta in 58”44.

Il giorno dopo, in Finale, Ivey paga lo sforzo profuso risultando l’escluso dal podio del trio americano, che vede sul gradino più basso salire John Murphy, mentre Stamm scende anch’esso sotto il precedente limite olimpico nuotando in 57”70, ma sempre oltre 1” superiore al tempo di Matthes, che con 56”58 si riappropria del record.

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Matthes in azione sui 100 dorso a Monaco 1972 – da gettyimages.co.uk

Stamm cerca di mettere pressione al rivale nuotando, al mattino del 2 settembre ’72, la seconda batteria di qualificazione dei 200 dorso nel tempo di 2’07”51 (largamente inferiore al record olimpico del Messico per le circostanze sopra ricordate …), solo per vedere, pochi minuti più tardi, Matthes coprire la distanza in 2’06”62 nel far sua la quinta ed ultima batteria, così da mettersi il cuore in pace in vista della Finale prevista nel tardo pomeriggio e che, difatti, incorona con il quarto titolo olimpico individuale il formidabile dorsista tedesco che, con 2’02”82 eguaglia il proprio limite mondiale, mentre Stamm conquista il suo secondo argento in un comunque eccellente 2’04”09 tenendo a bada Ivey, terzo in 2’04”33.

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Matthes al centro dopo la premiazione dei 200 dorso – da gettyimages.ie

Per l’americano “l’incubo Matthes” si materializza per l’ultima volta in occasione della prima frazione della staffetta 4×100 mista, dove il rappresentante della Germania democratica stampa un 56”30 che lo porta ad eguagliare anche in questo caso il proprio limite mondiale sulla distanza, e lancia i propri compagni verso l’argento, il massimo ottenibile contro lo strapotere del quartetto Usa.

La crescente popolarità assunta dal nuoto, porta la FINA ad organizzare i primi Campionati Mondiali, per i quali viene scelta come sede Belgrado, e che vanno in scena ad inizio settembre ’73 con la variante, per ogni Nazione partecipante, di poter schierare solo due atleti per gara, rispetto ai tre ammessi ai Giochi Olimpici.

Per Matthes la cosa non fa granché differenza, tanto più che, dopo aver disposto del solito Mike Stamm sui 100 dorso in 57”47 rispetto al 58”77 dell’americano, fornisce senza ombra di dubbio la sua più grande prestazione sulla doppia distanza, che si aggiudica in uno strabiliante nuovo record mondiale di 2’01”87, lasciando ad una distanza abissale di oltre 4” i suoi più diretti avversari, l’ungherese Zoltan Verraszto (2’05”89) e l’americano John Naber (2’06”91), di cui sentiremo ancora parlare, per poi contribuire all’argento della staffetta 4×100 mista ed al bronzo del quartetto della 4×100 stile libero.

Oramai Matthes ha raggiunto i propri limiti quanto a riscontri cronometrici – che difatti non riesce più a migliorare – ed inoltre la concorrenza a livello mondiale inizia a farsi più agguerrita, anche se ciò non gli impedisce di essere ancora protagonista ai campionati Europei di Vienna ’74, in cui conferma la doppietta di quattro anni prima a Barcellona, migliorando il record della rassegna continentale sia sui 100 (58”21 davanti al connazionale Lutz Vanja ed a Verraszto) che sui 200, dove deve però impegnarsi a fondo per aver ragione dell’ungherese, che cede per soli 0”12 centesimi (2’04”64 a 2’04”76), prendendosi anche la licenza di conquistare un argento sui 100 farfalla, alle spalle del connazionale Roger Pyttel.

I tempi per un passaggio di consegne iniziano ad essere maturi e ciò avviene in occasione della seconda edizione dei Campionati Mondiali, di scena a Cali, in Colombia, dal 19 al 27 luglio ’75, nei quali Matthes riesce a stento a confermare l’alloro iridato di Belgrado sui 100 dorso con il riscontro cronometrico di 58”15 rispetto al 58”34 dell’americano Murphy, ma subisce una pesante sconfitta sulla doppia distanza, restando addirittura ai margini del podio nella gara vinta da Verraszto in un peraltro neanche straordinario tempo di 2’05”05, in cui conclude con un 2’07”09 che non nuotava da circa sei anni.

Il passo d’addio di verifica l’anno successivo, in occasione della sua terza partecipazione ai Giochi Olimpici, stavolta in programma a Montreal, in Canada, e che vedono emergere un’altra stella di luminosa grandezza nelle sembianze dell’americano John Naber, il quale già ai Trials di Long Beach aveva tolto a Matthes il record mondiale sui 200 dorso, coprendo la distanza in 2’00”64.

Iscritto sui soli 100 dorso, Matthes si qualifica per la Finale facendo sua la prima delle due semifinali in 57”48 precedendo di soli 0”02 centesimi il connazionale Vanja, ma quando assiste alla performance di Naber, che nella seconda serie migliora in 56”19 il suo limite mondiale, capisce che per l’oro non vi è alcuna speranza e, difatti, il giorno dopo, è costretto ad abdicare dopo undici vittorie consecutive in gare individuali a dorso tra Olimpiadi, Europei e Mondiali, concludendo in un 57”22 che gli vale il bronzo dietro al duo americano composto dallo scatenato Naber, primo uomo a scendere sotto la barriera dei 56” netti con un sensazionale 55”49, e da Peter Rocca, argento in 56”34, appena 0”04 centesimi sopra il primato del tedesco orientale.

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Matthes sul podio dei 100 dorso a Montreal 1976 – da gettyimages.ie

Naber riscrive le gerarchie della specialità infrangendo anche la barriera dei 2’ sui 200 dorso, che si aggiudica in 1’59”19, con il podio interamente monopolizzato dai nuotatori Usa, tutti e tre al di sotto del precedente limite mondiale di Matthes, il quale si rende perfettamente conto che il suo tempo è finito, consapevole di aver comunque lasciato la propria eredità in ottime mani.

Non sappiamo se, nelle menti disturbate dei gerarchi dell’ex Ddr, fosse previsto – come avviene tra i cavalli – la generazione di un “super atleta” a seguito del matrimonio, svoltosi due anni dopo, nel ’78, tra Matthes e l’altra fuoriclasse del nuoto tedesco Kornelia Ender – che a Montreal, al contrario, aveva toccato il punto più alto della propria carriera, con quattro medaglie d’oro ed una d’argento – fatto sta che eventuali calcoli, stavolta, non avrebbero sortito l’esito sperato, visto che i due divorziarono dopo appena quattro anni ….

JEAN ALESI, IL FRANCO-SICILIANO ABBONATO AL PODIO

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Jean Alesi – da passionea300allora.it

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Figlio di siciliani immigrati in Francia, Alesi si fece conoscere nelle formule minori, arrivando nel 1989, anno in cui partecipò pure alla 24 ore di Le Mans, al titolo internazionale di Formula 3000, guadagnandosi nel corso della stagione la chiamata di Ken Tyrrel, scopritore di talenti in cerca del sostituto di Michele Alboreto, appiedato dopo alcune gare a causa di problemi legati alle sponsorizzazioni.

Con la scuderia del boscaiolo il francese mise subito in pista il proprio talento: al debutto in Francia, sul circuito Paul Ricard, partì in ottava fila e concluse al quarto posto, ad un soffio dal terzo gradino del podio su cui salì Riccardo Patrese, arrivando a punti in altre due occasioni, a Monza e in Spagna, riuscendo a chiudere il campionato al nono posto con 8 punti, piazzamento confermato nell’annata successiva (in quel caso i punti furono 13) grazie a due stupendi secondi posti, conquistati l’uno a Phoenix, dopo uno storico duello con sua maestà Ayrton Senna, e l’altro sul difficile tracciato di Montecarlo, sempre alle spalle del fuoriclasse brasiliano.

Frank Williams, attirato dalle prestazioni del giovane francese, gli fece firmare un contratto ma in un secondo momento Jean cedette alle lusinghe della Ferrari che fu costretta a pagare una penale di quattro milioni per affiancarlo ad Alain Prost; Alesi ha sempre dichiarato e dimostrato un grande amore per Maranello, senza mai pentirsi di aver optato per una scuderia destinata ad anni di digiuno, nel momento in cui la Williams dominava la scena.

La prima stagione in Ferrari, 1991, fu caratterizzata da alti e bassi, con alcuni piazzamenti a podio (a Montecarlo dove poteva esprimere appieno le sue capacità di guida, ad Hockenheim e all’Estoril, sempre in terza posizione) e ben otto ritiri, fino al finale di stagione in cui Alain Prost venne cacciato per dissidi con la squadra, lasciando al collega e connazionale il ruolo di prima guida. Purtroppo però la vettura per il 1992, l‘F92 A prima, l’F92 AT poi, si dimostrò ben presto una delusione, obbligando il francese a dover sommare un ritiro dopo l’altro, con alcuni sporadici piazzamenti e due altri terzi posti, a Barcellona e Montreal, in un campionato concluso al settimo posto con 18 punti.

Nel 1993 la musica non cambiò, tanto da indurre il pilota a meditare un cambio di scuderia, con successivo ripensamento: i tempi invernali furono pessimi, mentre il campionato venne condizionato pesantemente dalla scarsa affidabilità della sua F93 A, con ritiri a ripetizione, con l’eccezione dei podi ottenuti sempre a Montecarlo, terzo, e a Monza, dove chiuse al secondo posto dietro a Damon Hill, oltre a far registrare due quarti posti all’Estoril (dove fu in testa per i primi diciannove giri) e ad Adelaide.

Nel 1994 la Ferrari scese in pista con una vettura più competitiva ed affidabile, la 412 T1, permettendo al pilota francese di piazzarsi a punti regolarmente nelle prima parte della stagione, nonostante uno stop dovuto ai postumi di un incidente avvenuto durante i test al Mugello. Vi fu poi un brusco calo di affidabilità che causò una serie di ritiri, tra cui il più “doloroso” avvenne a Monza mentre Alesi era in testa dopo aver ottenuto la prima pole position in carriera, interrotto solo con il terzo posto in Giappone, seguito da un nuovo piazzamento in Australia, che portarono il francese al quinto posto finale in classifica con 24 punti.

Il 1995 fu l’ultimo anno in Ferrari, quello decisamente migliore, e Alesi arrivò finalmente ad ottenere la prima vittoria, a Montreal, proprio nel giorno del suo 31esimo compleanno, superando le due Jordan di Barrichello e Irvine. Secondo in Argentina, ad Imola, a Silverstone e al Gran premio d’Europa, a Monza ancora una volta Jean fu costretto all’abbandono, avvenuto a sette giri dal termine mentre era in testa; in ogni caso fu la stagione della sua consacrazione ad alti livelli, chiusa al quinto posto con ben 42 punti in classifica. Nonostante ciò si consumò il divorzio con la Ferrari in quanto Alesi, oltre ad alcuni diverbi con Todt, non accettò il probabile ruolo di seconda guida dovuto all’arrivo di Michael Schumacher.

Il francese si accasò così alla Benetton, scuderia campione in carica ma fortemente ridimensionata proprio dal passaggio di Schumacher e di altre personalità di spicco in Ferrari, dove corse due anni (sempre in coppia con Berger) confermando le proprie doti e la guida aggressiva, pur senza riuscire a vincere gran premi, chiudendo entrambi i campionati al quarto posto, frutto di numerosi piazzamenti e una pole position (a Monza), in un contesto sempre piuttosto teso a causa di rapporti altalenanti con Flavio Briatore.

Dopo molti anni da eterna promessa, tante belle gare ma pochi successi, Alesi non ebbe più l’occasione di guidare per scuderie di primo piano, trascorrendo due stagioni in Sauber (un terzo posto a Spa nel 1998 come miglior risultato), prima di passare alla Prost e chiudere in Jordan con alcuni piazzamenti a punti, ritirandosi dalla Formula 1 alla fine del 2001 in assenza di possibilità di correre per team competitivi, potendo vantare un palmares con una vittoria e ben 32 podi complessivi.

Chiusa l’esperienza nella massima serie, Alesi si dedicò al Dtm, mentre nel 2012 corse la 500 Miglia di Indianapolis, pur senza tagliare il traguardo.

LO SLITTINO D’ORO DI PAUL HILDGARTNER

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Paul Hildgartner – da sochi2014.com

articolo di Nicola Pucci

Tra le vette dolomitiche della Val Pusteria, ai piedi del Monte Plat, si scrive la storia di un giovanotto altoatesino, che prima dell’immenso Armin Zöggeler ha esportato lo slittino tricolore a raccoglier successi nei budelli di ghiaccio di mezzo mondo.

Quel giovanotto nasce a Chienes, l’8 giugno 1952, e risponde al nome di Paul Hildgartner. Che fin da ragazzo si innamora di quello strumento che diverrà suo inseparabile compagno di vita e lo assurgerà al rango di eroe olimpico. Coincidenza vuole che a Chienes ci sia pure un altro ragazzotto che ha la stessa passione di Paul, tale Walter Plaikner, di un anno più anziano, e le strade dei due compaesani inevitabilmente si incrociano. Tanto da formare un doppio che ben presto inizia a conquistare buoni risultati in campo internazionale.

Nel 1971 la coppia è già la migliore a livello europeo, imponendosi alla rassegna continentale di Imst davanti agli austriaci Schmid/Walch, per poi bissare con il trionfo iridato colto sulla pista Panorama di Valdaora battendo gli stessi avversari di 0″38. Il dado è tratto e quando l’anno successivo, 1972, Hildgartner debutta in sede olimpica, a Sapporo, è già l’ora di salire ancor più sul tetto del mondo.

Prima della gara di doppio, Hildgartner è ottavo nella prova individuale, ma il 10 febbraio il Mount Teine è teatro di un capolavoro. E se gli austriaci deludono le attese terminando non meglio che settimi, la coppia azzurra si trova a fare i conti con i due equipaggi della Germania Est, in primis quello composto da Hörnlein/Bredow, in secundis quello che ha in Bonsack/Fiedler due rivali pericolosi. La sfida a tre è eccitante, con gli azzurri che segnano il miglior tempo nella prima discesa, 44″21 contro il 44″27 di Hörnlein/Bredow che nella seconda manche, 44″08 contro 44″14, recuperano lo svantaggio per andare ad occupare, appaiati, il primo gradino del podio.

In questa prima parte di carriera Hildgartner si alterna nei due impegni in singolo e doppio, ma se con Plaikner conferma la sua eccellenza nei grandi appuntamenti vincendo il bronzo ai Mondiali di Oberhof del 1973 dove chiude alle spalle dei due equipaggi della Grermania Est, per poi batterli nuovamente agli Europei del 1974, proprio quando si trova a competere da solo lamenta ancora qualche difetto che lo tiene ai margini nelle gare più prestigiose. Come ad esempio all’appuntamento olimpico di Innsbruck 1976, dove si ritira nell’ultima manche.

Ma è proprio ai Giochi austriaci che la carriera di Paul conosce una svolta. Nel giorno più nero, con Plaikner che complice un’influenza non può aiutare il collega di slittino per un anonimo undicesimo posto e dismette l’attrezzo per diventare tecnico federale, Hildgartner vira definitivamente verso l’esercizio individuale, aprendosi un futuro che sarà radioso.

L’esperienza maturata nel corso degli anni associata ad una dose non comune di talento nel guidare lo slittino proiettano velocemente Paul nell’elite mondiale, anche perché in Val Pusteria la pratica è decisamente… praticata, e la concorrenza spinge da dietro. La stagione 1977/1978 è subito coinvincente, con la prima vittoria in Coppa del Mondo a Schönau am Königssee il 20 dicembre 1977 (saranno 22 in totale a fine carriera, l’ultima a Valdaora l’11 gennaio 1987) e la doppietta Europei/Mondiali nel 1978, dove si trova a competere con il tedesco occidentale Anton Winkler e l’austriaco Manfred Schmidt, lasciati ad oltre un secondo.

Alla rassegna iridata emerge Ernst Haspinger, 23enne di Monguelfo, ed è con lui che Hildgartner si trova a librare un duello epico ai Giochi di Lake Placid del 1980. Paul è il grande favorito, in virtù anche del successo nella classifica generale di Coppa del Mondo nella stagione 1978/1979. In Nordamerica c’è da fronteggiare anche la concorrenza dei teutonici, gli orientali Bernhard Glass e Dettlef Gunther e proprio Winkler, e la vicenda olimpica assume i contorni del thriller. Proprio Haspinger è in testa alla gara dopo una fenomenale terza manche che gli ha consentito di scavalcare Gunther, con Glass provvisoriamente secondo a 0″454 e Hildgartner terzo a 0″500.

Glass si lancia nel budello di ghiaccio prima dei due azzurri e col tempo complessivo di 2’54″796 balza al comando. Tocca ad Haspinger, che in partenza parrebbe esser stato oggetto degli sfottò profetici dei tedeschi che invocano “la caduta“, e alla curva numero 12 della Van Hoevenberg Recreation Area, che già è costata la gara a Gunther, il suo slittino si ribalta, così come si infrangono le sue illusioni d’oro. La costernazione nel clan italiano è totale, Hildgartner scende subito dopo e in preda allo sconforto può solo preoccuparsi di giungere al traguardo senza portare l’attacco decisivo alla prima posizione, cogliendo un argento prezioso seppur amaro.

La vendetta, lo sappiamo bene, è un sentimento che va plasmato nel tempo, e la sete di rivincita di Hildgartner può consumarsi solo alle Olimpiadi, che attendono l’altoatesino a chiusura di un quadrienno che lo vede mettersi in bacheca altre due sfere di cristallo nel 1981 e nel 1983 ed un bronzo iridato sulla stessa pista di Lake Placid nel 1983. Siamo stavolta a Sarajevo, sul Monte Trebevic, anno 1984, ed il programma prevede quattro discese distribuite in quattro giorni, ad alimentare la tensione di una gara che già si attende all’insegna dell’equilibrio. Haspinger è della partita, a sua volta ben deciso a riscattare l’atroce delusione di quattro anni prima. Ed è in effetti suo il primo miglior tempo, 46″157 contro il 46″177 del tedesco orientale Gorlitzer e il 46″182 di Hildgartner. La tensione gioca un brutto scherzo ad Haspinger che al termine della seconda discesa scivola in quinta posizione, ben distante da Gorlitzer che guadagna la testa della gara con un vantaggio di 0″071 su Hildgartner.

Il tempo inclemente, con nevischio e vento persistente a sferzare i volti dei concorrenti già segnati dalla fatica e dalla tensione, ritarda le discese del terzo giorno, ma quando è il momento di lanciarsi supini a velocità supersonica Paul non tradisce le attese, e alla guida del mezzo perfettamente preparato dall’ex-compagno Plaikner piazza la zampata del campione, segnando il tempo record di 45″871 che lo proietta al comando. Con Haspinger ormai fuori gioco e con lo stesso Gorlitzer che indietreggia in quinta posizione, Hildgartner può presentarsi al cancelletto di partenza dell’ultima prova con il miraggio d’oro ormai a portata di mano, ovvero un vantaggio rassicurante di 0″535 su Michael Walter, 24enne rappresentante della Germania Est, che a sua volta deve guardarsi le spalle dalla rimonta dei due sovietici Danilin e Dudin. E l’azzurro completa il suo capolavoro, ancora una volta scendendo sotto la barriera dei 46″, unico tra i protagonisti della gara, fermando il cronometro al tempo di 45″934 che vale la definitiva proclamazione a campione olimpico.

Il sogno a cinque cerchi di Paul Hildagartner si è infine materializzato, e all’altoatesino non resta che chiudere in bellezza. Quattro anni ancora e a Calgary, nel 1988, avrà l’onore di esser portabandiera dell’Italia come già le era stato a Sarajevo, classificandosi in decima posizione. Il testimone poi passerà a Zoeggeler e saranno buonissime mani, d’oro anche quelle.

MIKAEL PERNFORS, UN CARNEADE IN FINALE AL ROLAND-GARROS 1986

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Pernfors esulta dopo aver battuto Leconte – da nytimes.com

articolo di Nicola Pucci

Non vorrei apparire ingeneroso con Mikael Pernfors, giovanotto scandinavo che ebbe i natali a Malmo, in Svezia, il 16 luglio 1963, ma se vien considerato tra i finalisti meno accreditati di una prova del Grande Slam ci sarà un motivo.

E va ricercato nell’edizione 1986 del Roland-Garros, a cui Pernfors si presenta da carneade, seppur due volte vincitore del torneo NCAA (unico nella storia assieme a Dennis Ralston) riservato ai giovani studenti universitari, ed ancora all’asciutto di pedigree nel circuito professionistico. E’ numero 27 del mondo, in virtù di una semifinale a Memphis (battuto da Edberg) e i quarti a La Quinta (sconfitto da Noah), Atlanta (eliminata da Teacher) e Indianapolis (dove sbatte in Gomez), ha all’attivo solo la vittoria nel 1985 al torneo challanger di Porto Alegre ma al grande pubblico è poco noto e nessuno, ma proprio nessuno sarebbe disposto a puntare un franco su di lui alla Porte d’Auteuil.

Invece Parigi sta per vivere due settimane assolutamente inattese e palpitanti, grazie a questo ragazzotto di soli 173 centimetri che nella buona tradizione svedese, pur essendo tennisticamente crescituo di là dall’Oceano, è velocissimo di piedi, sbaglia poco e rimanda oltre il net tutto quel che gli arriva a tiro di racchetta. Esattamente come Mats Wilander, che è detentore del titolo e numero 2 del tabellone alle spalle di Ivan Lendl, che proprio nel 1985 fu sconfitto in finale e stavolta è ben deciso a far suo quel titolo già messo in saccoccia nell’epica sfida con McEnroe del 1984.

Ma se Wilander paga dazio ad uno scadente stato di forma facendosi eliminare al terzo turno in tre rapidi set dal russo Chesnokov, 6-2 6-3 6-2, Lendl è fedele al suo status non lasciando che le briciole al tedesco Westphal, allo svizzero Hlasek, all’argentino Miniussi e all’altro teutonico Keretic, tutti inderogabilmente battuti in tre set, per poi battagliare ferocemente almeno per due set con l’ecuadoriano Gomez, che gli strappa al tie-break il primo, ed in definitiva anche l’unico, set del torneo, demolendo il sudafricano Kriek in semifinale 6-2 6-1 6-0 arrampicandosi così all’atto conclusivo.

In assenza di Wilander il pubblico di fede transalpina ha modo di infiammarsi per le gesta dei suoi beniamini bleu-blanc-rouge, Noah numero 4, Leconte numero 8 e Tulasne numero 10. Ma se Yannick è costretto a lasciar via libera agli ottavi proprio a Kriek complice un infortunio e Thierry si fa battere in cinque set dal bel tennis classico di Claudio Panatta al secondo turno, “Riton” pennella un percorso da leccarsi i baffi con quel magico braccio sinistro di cui Madre Natura lo ha dotato, liquidando nell’ordine De Miguel, Mansdorf, Motta e De La Pena.

Liberato dell’ingombro di Wilander, ai quarti di finale Leconte batte facilmente Chesnokov, killer dello svedese, 6-3 6-4 6-3, e le porte della finale sembrano spalancarsi. Appunto, sembrano, ahimè per lui, perchè trova al penultimo atto l’ospite inatteso a questo stadio della competizione.

Già, Pernfors, che comincia le due migliori settimane della sua carriera battendo all’esordio Delaitre, 7-6 6-4 6-2, per poi smorzare le illusioni di Edberg al secondo turno, fermato a suo di passanti e pallonetti nell’estenuante maratona chiusa 6-4 al quinto set. E se la vittoria con “Stefanello” equivale ad una sorta di battesimo del fuoco per lo svedesino, i successi con il doppista americano Seguso e con il terraiolo doc Jaite confermano invece i suoi progressi, che poi diventan trampolino di lancio per l’exploit ai quarti di finale con Becker, a sua volta vittima delle doti di Pernfors che finisce per dominare, 2-6 6-4 6-2 6-0.

Nondimeno la semifinale con Leconte è l’occasione da non lasciarci sfuggire più per il francese che per lo scandinavo, ma ancora una volta Pernfors si rivela un diesel, lento ad entrare in partita, 2-6, poi abilissimo nell’inquadrare tatticamente l’avversario per correggere il tiro, anzi i tiri, e prevalere alla distanza in quattro set, 7-5 7-6 6-3. E così, se il Court Central del Roland-Garros si indispettisce per la dose massiccia di talento sprecata dal suo beniamino, è altrettanto pronto ad accogliere nelle sue grazie il “pollicino” di Malmo, che vola in finale a sfidare il gigante Lendl.

Ad onor del vero con poche speranze di portare a termine l’opera perfetta, ovvero far sua la Coppa dei Moschettieri, ed in effetti quell’8 giugno 1986 non c’è proprio partita. Il numero 1 del mondo è un osso troppo duro anche per i denti acuminati di Mikael, che vorrebbe azzannare l’ennesima preda ma si trova a dover rimandare illusioni di vittoria a data da destinarsi. Finisce 6-3 6-2 6-4, perchè Pernfors paga le corse a perdifiato dei giorni precedenti, o forse più semplicemente perchè Lendl è troppo più forte di lui e non è disposto a sprecare la chance.

Mikael Pernfors, carneade un paio di settimane prima, non avrà altre opportunità di illustrarsi tra i campioni da Grande Slam, non andando oltre la 10ma posizione del ranking a settembre e giungendo ai quarti degli Open d’Australia nel 1990 beneficiando, caso unico, dell’espulsione di McEnroe nel match di ottavi di finale … ma se carneade è chi giunge in finale al Roland-Garros, vorrei esser carneade anch’io.