FRED STOLLE, IL PERDENTE DI SUCCESSO CHE VINSE ROLAND-GARROS E US OPEN


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Fred Stolle in azione – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Fred Stolle rimarrà nella storia del tennis come un grande perdente di successo. Basta leggere il suo palmares, e subito salta all’occhio che abbia giocato in singolare tutte le finali dello Slam, perdendone ben cinque prima di cogliere un titolo in uno dei quattro tornei Major. E le tre sconfitte consecutive all’atto decisivo di Wimbledon, 1963, 1964 e 1965, ne fanno l’eterno sconfitto, nonostante fosse un candidato autorevole quando si trattava di selezionare i favoriti di una prova dello Slam. Complice, soprattutto, l’ingordigia di Roy Emerson, che fece valere la legge del più forte per buona parte dei primi anni Sessanta.

Nel 1960 Stolle, australiano di Hornsby classe 1938, ha già 22 anni quando per la prima volta sbarca in Europa e non è certo più una giovane promessa. Il tennis non è per lui il frutto di una folgorazione giovanile, esitando a lungo tra la racchetta e il cricket, e quando Hopmann lo seleziona con la formazione di Coppa Davis, ha già l’età in cui illustri connazionali come Rosewall e Hoad avevano abbracciato il professionismo, forti di una carriera da amatori prestigiosa.

In verità Stolle non è un giocatore appariscente sul campo, con quelle gambe rigide, gli spostamenti sincopati e il temperamento apparentemente refrattario alle emozioni. Certo, dall’alto dei suoi 190 centimetri è dotato di un servizio paralizzante e come tutti gli australiani dell’epoca gioca magnificamente di volo, seppur senza troppa fantasia a dispetto di un ottimo rovescio, dettando un ritmo di gioco costante ed estremamente efficace, senza far troppa fatica, che gli concede di rado di rivaleggiare con gli stessi Emerson e Laver, più talentuosi, performanti e acclamati di lui. Bob Hewitt è il suo naturale compagno di doppio, eccellente specialista della disciplina ma caratterialmente agli antipodi del partner, tanto è composto Stolle quanto è spaccone e talvolta maleducato Hewitt, inviso ai selezionatori australiani che mai lo prenderanno in considerazione per un impiego in Coppa Davis. Nondimeno, è con lui che Fred conquista i primi titoli dello Slam, a Wimbledon nel 1962 e nel 1964 e agli Australian Open nel 1963 e nello stesso 1964.

Con il passaggio di Laver al professionismo a fine 1962, Stolle scala le gerarchie australiane per collocarsi al numero 2 alle spalle ovviamente di Emerson. Nel 1963, senza esser accreditato di alcuna testa di serie, realizza l’exploit di giungere una prima volta in finale a Wimbledon, battendo uno dopo l’altro Ken Fletcher numero 3 del tabellone, Nicola Pietrangeli e Manuel Santana in semifinale, 8-6 6-1 7-5, per poi arrendersi all’atto conclusivo all’americano Chuck McKinley che lo batte a sua volta in tre set, 9-7 6-1 6-4.

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Stolle al servizio – da histoiredutennis.com

Dopo questa prima piazza d’onore, che equivale nondimeno ad un primo bruciante smacco, Stolle colleziona una serie di sconfitte in finale sbattendo, sempre, nel solito avversario, quel Roy Emerson che assurge al rango di bestia nera. Nel 1964 il fuoriclasse di Blackbutt lo batte nettamente in Australia, 6-3 6-4 6-2, con qualche patema d’animo in più a Wimbledon, 6-4 12-10 4-6 6-3, dopo essersi preso in semifinale la rivincita su McKinley, ancora senza suspance a Forest Hills, 6-4 6-2 6-4, infine una quarta volta consecutiva in Australia nel 1965, a termine di una maratona risolta in rimonta, 7-9 2-6 6-4 7-5 6-1. La nomea di perdente gli si appicca addosso, inevitabilmente, e tra gli addetti ai lavori ci si chiede quando mai quel bell’atleta biondo, dal tennis lineare e gli atteggiamenti composti, riuscirà a spezzare il sortilegio nei tornei dello Slam.

Nel frattempo, a far data 1964, Stolle, così come Emerson, Hewitt e Fletcher, vengono interdetti dal giocare la Coppa Davis per aver giocato all’estero, percependo qualche ingaggio di troppo, il che viola la regola del dilettantismo applicato al tennis. La frattura avrà vita breve, nel 1965 la principale kermesse a squadre ha partita vinta e i campioni possono tornare a gareggiare, ad eccezione degli stessi Hewitt e Fletcher, delusi, che decidono di espatriare. Emerson e Stolle, rimasti orfani, si accoppiano a loro volta in doppio e l’associazione partorisce altri quattro titoli dello Slam, Roland-Garros e Us Open nel 1965 ed Australian Open ed ancora Us Open nel 1966. I titoli, per Fred, diventeranno poi dieci, con le vittorie nel 1968 assieme ad un terzo compagno, Ken Rosewall, a Parigi, e nel 1969 a Forest Hills, a cui aggiungersi pure sei trionfi in doppio misto, tre con Lesley Turner, due con Margaret Court e uno con Ann-Haydon Jones.

Ma è in singolare che Stolle vuole affermarsi, seppur costretto a dover subire la superiorità di Emerson, a sua volta liberato dell’ingombro di Laver passato professionista. Fin quando i due amici/rivali si presentano, nel giugno 1965, dalle parti della Porte d’Auteuil, sulla terra parigina, per raccogliere il guanto di sfida lanciato loro dai due europei che su quei campi hanno dominato l’edizione precedente, Santana e Pietrangeli. Emerson e Stolle sono rispettivamente testa di serie numero 2 e 4, ma se lo spagnolo è costretto al forfait, l’azzurro e Roy inciampano in un altro australiano ancora, l’appena 20enne Tony Roche, che li batte entrambi guadagnando la finale. Proprio contro Stolle, che rispetta il pronostico pur soffrendo agli ottavi con lo spagnolo Alberto Arilla che lo obbliga a faticare cinque set, così come in semifinale con il sudafricano Cliff Drysdale, pure lui battuto al set decisivo, e che a furia di serve-and-volley ha la meglio infine del giovane connazionale 3-6 6-0 6-2 6-3, incassando sulla superficie a lui meno congeniale il primo titolo in un torneo dello Slam.

Infranto il tabù, Stolle gradirebbe bissare a Wimbledon il mese successivo, ma sui prati londinese Emerson è nuovamente al massimo delle sue forze ed ancora una volta, la terza consecutiva, Fred è costretto a cedere il passo in finale con un 6-2 6-4 6-4 che non ammette repliche. Non contento, l’anno dopo Stolle ci prova ancora a vincere sul Centre Court più famoso del mondo, ma ironia della sorte stavolta è l’ex-compagno di doppio Hewitt a sorprenderlo al secondo turno in quattro set, negandogli un’opportunità che sarebbe stata colossale se si pensa che infine il titolo vanno a giocarselo Santana e Ralston.

Apparentemente ormai avviato alla china discendente, Stolle ha però in serbo l’ultimo colpo a sensazione di una carriera che può fregiarsi anche di tre insalatiere d’argento in Coppa Davis. A Forest Hills, a settembre, Stolle non è comprese tra le teste di serie, il che lo porta ad affermare “pensano che io non sia altro che un vecchio cavallo!” (“an old hacker“), ma smentendo i pronostici infila in tre set uno dopo l’altro Gorski, Barth, Contet, Ralston e Graebner, per poi finalmente demolire lo stesso Emerson in semifinale con un clamoroso 6-4 6-1 6-1, garantendosi la possibilità di giocare un’altra finale contro l’ennesimo australiano di grido, l’emergente John Newcombe pure lui non compreso tra le teste di serie. Stolle parte piano, 4-6, ma finisce in crescendo, giocando d’esperienza, 12-10 6-3 6-4, conquistando così un secondo titolo dello Slam e gridando al mondo “eh, credo che il vecchio cavallo sia ancora capace di giocare a tennis!“.

L’avventura di Fred Stolle come amatore termina qui. Il passaggio al professionismo è una scelta obbligata, sull’onda lunga della notorietà prodotta dalla vittoria agli Us Open, ma i tempi sono ormai maturi e con l’inizio dell’era open del tennis, a far data 1968, Stolle torna a gareggiare con i più forti e per i tornei più prestigiosi. Certo, senza esser più in grado di competere per il successo finale, cogliendo un ultimo quarto di finale proprio a Forest Hills nel 1972 quando a fermarlo è Ilie Nastase. Ma il perdente di successo appare negli albi d’oro che contano, pur con la macchia di Wimbledon, e questo è quel che conta…

 

 

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DIETER KOTTYSCH, IL SUPERWELTER TEDESCO A SORPRESA SUL GRADINO PIU’ ALTO DEL PODIO OLIMPICO

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Kottysch contro il polacco Rudkowski – da welt.de

articolo di Nicola Pucci

Sarei pronto a giocarmi qualche dollaro che se l’edizione delle Olimpiadi del 1972, anziché a  Monaco, fosse andata in scena in qualunque altra parte del globo, mai nessuno avrebbe sentito parlare di Dieter Kottysch. Ed invece quella rassegna a cinque cerchi, funestata dall’atto criminoso di “Settembre nero“, proprio in Germania ebbe sede e un pugile poco ortodosso, affatto bello a vedersi, neppure troppo talentuoso, ebbe l’onore di sentir l’inno nazionale quale vincitore di una medaglia d’oro.

Kottysch nasce in Slesia, a Gliwice, il 30 giugno 1943, ma solo 16enne si appassiona alla boxe, forte di una tempra da combattente e di una resistenza fuori dal comune. Mancino, senza troppa fantasia nel portare i colpi, ma buon incassatore, tanto dedito all’allenamento da dichiarare di aver compiuto l’equivalente di un giro e mezzo del pianeta terra, Dieter primeggia tra gli juniores prima di collezionare, tra i pesi welter, ben cinque titoli nazionali tra il 1964 e il 1968, ma conosce l’onta della disillusione quando la sconfitta con Bruno Guse lo priva dell’opportunità di difendere i colori della Germania Ovest ai Giochi di Tokyo del 1964.

Non va molto meglio quattro anni dopo, a Città del Messico, dove si arrende al primo turno al sovietico Volodymyr Musalimov che sarà poi bronzo, a sua volta sconfitto in semifinale da un altro germanico, seppur dell’Est, quel Manfred Wolke infine vincitore del torneo pugilistico messicano. Se a queste controprestazioni si aggiunge che pure agli Europei dilettanti del 1967 a Roma e del 1971 a Madrid Kottysch fa ben poco strada, beh, ce ne sarebbe anche abbastanza per dire basta con la boxe.

Ed invece Kottysch non si arrende, perché la passione, così come la grinta, è proprio tanta, ed un’altra opportunità gli viene offerta quando, una volta passato alla categoria superiore, quella dei pesi superwelter, nel 1972 ha di nuovo l’onore di rappresentare la sua Germania Ovest alle Olimpiadi in quel di Monaco. Dove, con il contributo massiccio dell’organizzazione teutonica che compie un capolavoro e la compiacenza massiccia di una giuria assolutamente di parte, assurge al rango di campione destinato all’immortalità.

Si comincia con un successo al primo turno con il colombiano Bonifacio Avila, costretto a gettare la spugna al secondo round, per poi proseguire con due vittorie senza sbavature con il greco Evengelos Oikonomakos e il tunisino Mohamed Majeri, entrambi sconfitti con verdetto unanime. Kottysch accede così alle semifinali, garantendosi almeno la medaglia di bronzo, ma il bello deve ancora venire in un torneo che se ha perso l’americano Reginald Jones, sconfitto a sorpresa dal sovietico Valery Tregubov, ha nel britannico Alan Minter senza dubbio il pretendente numero uno alla vittoria finale. E proprio contro il pugile che sarà antagonista di Antuofermo tra i professionisti e pure l’avversario che costerà la vita ad Angelo Jacopucci, Kottysch incrocia i guantoni al penultimo atto dei Giochi.

Apparentemente la sfida non parrebbe avere storia. Se Minter picchia e costringe il tedesco alla difensiva, Kottysch si piega, digrigna i denti, sbuffa ma non si spezza. Certo, va pure al tappeto, ma la lunga mano della giuria compie il misfatto dopo che l’arbitro ha richiamato Minter per il persistere dei suoni gutturali emessi verso il pugile tedesco. Dieter, martellato da ogni dove, prende fiato, lega ed abbraccia il rivale forse ben oltre il consentito, pesto ma in piedi guadagna l’angolo al termine delle tre riprese ed infine si vede assegnare una vittoria, 3-2, che già di misura avrebbe penalizzato Minter nel caso in cui fosse stato lui a venir annunciato vincitore.

Kottysch vola in finale dove ad attenderlo c’è il polacco Wiesław Rudkowski, a cui lo lega un’antica amicizia nata nel 1963 ai tempi di un confronto tra Germania e Polonia, a sua  volta vincitore prima del cubano Rolando Garbey, argento quattro anni addietro a Città del Messico, poi del tedesco orientale Peter Tiepold a negare una sfida tra cugini germanici con la medaglia d’oro in palio. Ma Rudkowski si vede costretto a subire la maggior audacia del pugile di casa che alla Boxing Hall dell’Olympic Park di Monaco ha tutto il pubblico schierato a favore. Il polacco, pure penalizzato da un occhio mezzo chiuso per le ferite incassate nei combattimenti precedenti, pare rassegnato alla sconfitta ed infine, seppur di misura, ancora 3-2, Kottysch diventa il primo campione olimpico del pugilato della Germania Ovest dai tempi di Berlino 1936. E la foto col volto segnato dai lividi ma trionfante tenendo per mano la figlia Alessandra, fa il giro del mondo. Se poi aggiungete il Silberne Lorbeerblatt (Lauro d’argento) ricevuto a fine anno per meriti sportivi… beh, c’è di che rallegrarsi, vero Dieter Kottysch? Perché poi di carriera professionistica neanche a parlarne

 

 

IVAN GOTTI, UN GIRO D’ITALIA E MEZZO

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Ivan Gotti in maglia rosa – da lanuovasardegna.it

articolo di Emiliano Morozzi

Prima che arrivasse Pantani, il predestinato del ciclismo italiano era, secondo molti addetti ai lavori, uno scricciolo bergamasco di nome Ivan Gotti. Un corridore oscurato dall’irruenza e dalle vittorie del ciclista romagnolo, ma capace lo stesso di fare sue due edizioni del Giro d’Italia.

Tra i dilettanti il corridore bergamasco si mette subito in luce per le sue qualità di scalatore puro, capace di andare a velocità sostenute in salita e resistere allo sforzo nonostante un fisico minuto. Nel 1990 al Giro d’Italia dilettanti, fa suo l’arrivo in cima al Pordoi, ma chiude secondo in classifica generale alle spalle di Ivan Belli e davanti ad un’altra grande promessa del ciclismo italiano, appunto Marco Pantani.

Nel 1991 Gotti passa ai professionisti con la casacca della Gatorade e trascorre i primi anni tra problemi di ambientamento e guai fisici che ne limitano le potenzialità. Nel 1994 Gotti nella tappa Merano-Aprica che vede l’esplosione di Marco Pantani, sulle rampe del Mortirolo si getta all’inseguimento del romagnolo e di Indurain ma poi per ordini di scuderia viene fermato per aiutare il capitano Bugno alla deriva, e al traguardo accusa 10 minuti di ritardo. Anche il 1995 non è un anno fortunato per Gotti, che salta per influenza il Giro. Al Tour si prende la soddisfazione di indossare per qualche giorno la maglia gialla, ma il suo ottimo quinto posto finale viene oscurato dalle vittorie di Pantani, che sull’Alpe d’Huez lo stacca dopo pochi chilometri di duello.

Dopo un 1996 nel quale Gotti vince all’Aprica, stabilendo anche il record di scalata del Mortirolo e chiudendo la corsa rosa al quinto posto, il 1997 è l’anno della consacrazione per il corridore bergamasco che milita nella Saeco. Gotti alla partenza della corsa rosa non ha certo i favori del pronostico dalla sua parte. Pur essendo un ottimo scalatore, i bookmakers lo relegano al ruolo di outsider e anche i giornali si concentrano sul duello tra i due favoriti alla vittoria finale, il russo Tonkov, trionfatore l’anno prima, e il miracolato Pantani, tornato alle corse dopo il gravissimo incidente nella Milano-Torino. Gotti corre in appoggio al capitano Berzin, che cerca conferme dopo un 1995 deludente. Tonkov cala subito le sue carte, andando a vincere la cronoscalata di San Marino, su un terreno che non sarebbe propriamente il suo: lascia a 21″ il connazionale Berzin, Gotti perde quasi un minuto, Pantani è a un minuto e mezzo. Al termine della tappa, Tonkov si veste di rosa, mentre Berzin va sul secondo gradino del podio, ad un solo secondo. La quinta tappa termina con l’ascesa del Terminillo: Tonkov fa ancora la voce grossa, rimanendo incollato agli scalatori in salita e vincendo la tappa davanti a Pantani e Gotti, mentre Berzin va in crisi ed esce mestamente di scena. In salita Tonkov sembra inattaccabile, a cronometro è molto più forte degli avversari e come se non bastasse, un gatto nero che gli attraversa la strada toglie di scena Pantani che cade rovinosamente lungo la discesa del Valico di Chiunzi. Serve un’impresa per scalzare il russo dal gradino più alto del podio e a compierla ci pensa il talento bergamasco: Gotti parte a pochi chilometri dalla vetta del Saint Pantaleon, si tuffa in discesa e poi fa un ritmo infernale lungo la salita che porta a Cervinia. Tonkov arranca ma non naufraga, a fine giornata il corridore di San Pellegrino si prende la rosa e una dote di un minuto di vantaggio sul russo. Nella cronometro di Cavalese Gotti fa la seconda impresa: Tonkov è forte a cronometro, ma lungo i quaranta chilometri impegnativi che si snodano nella valle di Fiemme non vive una delle sue giornate migliori e rosicchia soltanto 14 secondi al rivale. Superato lo scoglio della cronometro, il terreno diventa favorevole al bergamasco: da lì a Milano ci sono soltanto le montagne, e sulle montagne Gotti ha una marcia in più. Nella tappa di Falzes la maglia rosa prende un altro minuto di vantaggio sul russo, sul Mortirolo lo controlla, lasciandogli la gloria di giornata e l’abbuono ma prendendosi il premio più importante, la maglia rosa.

Le speranze di vedere Gotti competitivo al Tour si infrangono alla settima tappa, e l’anno successivo il corridore bergamasco si ritira al Giro alla diciassettesima tappa. Il 1998 non è un anno fortunato per Gotti che salta anche il Tour a causa di prolungati acciacchi fisici, ma nel 1999 si presenta ai nastri di partenza del Giro come principale sfidante di quello che tutti danno come possibile vincitore, ovvero Marco Pantani. A onor del vero, la sfida tra i due scalatori italiani si risolve a favore del corridore di Cesenatico, che già sulle rampe del Gran Sasso stacca un Gotti stoico ma incapace di reggere fino in fondo il tremendo ritmo imposto da Pantani. Il bergamasco accusa 33″ di ritardo al traguardo e 45″ in classifica, ne prende altri 30 nella cronometro di Ancona che vede terzo un sorprendente Marco Pantani. Gotti sul Colle Fauniera rimane attaccato alla ruota di Pantani nella tappa vinta da un sorprendente Savoldelli, fortissimo in discesa, ma ad Oropa è ancora Pantani a staccare il rivale, lasciandolo indietro pure a Lumezzane, nella cronometro di Treviso (ancora una volta Pantani, che certo non è uno specialista, vola), all’Alpe di Pampeago e a Madonna di Campiglio. Proprio quel giorno, arriva il terremoto: Pantani ha l’ematocrito alto, oltre il 50%, e per ragioni di sicurezza viene escluso dal Giro, ventiquattro ore prima del tappone con il Mortirolo. In un clima surreale, la carovana riparte con Savoldelli, secondo in classifica, che non indossa la maglia rosa in segno di rispetto per Marco Pantani. “Il Falco” (così è soprannominato il corridore di Clusone) è forte in discesa, ma non può tenere il passo di uno scatenato Ivan Gotti in salita: quest’ultimo ancora una volta doma il Mortirolo, arriva al traguardo insieme ad Heras e Simoni e si prende la maglia rosa. Una vittoria che passa in sordina rispetto al clamore mediatico dell’esclusione di Pantani, per il corridore bergamasco un trionfo dal sapore decisamente agrodolce, l’ultimo di rilievo della carriera di Gotti.

 

NORBERT ROZSA, LA TERZA STELLA DEL NUOTO UNGHERESE NEGLI ANNI ’90

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Norbert Rozsa ai Giochi di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

A cavallo degli anni ’90, il panorama natatorio ungherese sforna due Campioni di valore assoluto, uno per settore, con il mistista Tamas Darnyi ad anticipare “l’era Phelps” restando imbattuto su entrambe le distanze dei m.200 e 400misti tra Mondiali, Europei ed Olimpiadi dal 1985 al 1992, mentre in campo femminile a dare spettacolo è la “divinaKrisztina Egerszegi, con 5 medaglie d’oro olimpiche, due mondiali e 9 europee tra stile a dorso e misti.

A completare un ideale “tris d’assi” giunge il ranista Norbert Rozsa, nato a Dombovar il 9 febbraio 1972, il quale si incarica di rafforzare una tradizione in detto stile che aveva già visto quale valido interprete – dopo l’argento di Alban Vermes alle “Olimpiadi dimezzate” di Mosca ’80 sui 200 metri – Jozsef Szabo, capace di mettere in fila, sulla medesima distanza, tre ori consecutivi in altrettanti anni tra Mondiali di Madrid 1986, Europei di Strasburgo ’87 ed Olimpiadi di Seul ’88, pur non riuscendo a migliorare il record mondiale del canadese Victor Davis (da lui sconfitto nella rassegna iridata di Madrid …), fermandosi a 0”18 centesimi con il 2’13”52 realizzato a Seul, nuovo primato continentale.

Tocca quindi a Rozsa raccoglierne l’eredità presentandosi, non più giovanissimo in una disciplina come il Nuoto che vede esplodere talenti precoci, ai Mondiali di Perth che si svolgono nell’insolita data di inizio gennaio ’91 per sconvolgere le gerarchie dello stile a rana.

Chiamato a confrontarsi sui m.100 rana con l’oro di Seul ’88 nonché primatista mondiale britannico Adrian Moorhouse – che ai Campionati Europei di Bonn ’89 aveva migliorato con 1’01”49 il primato risalente a cinque anni prima dell’americano Steve Lundquist, per poi eguagliarlo in altre due occasioni nel corso del 1990 – Rozsa riesce anch’egli nell’impresa, nelle batterie del 7 gennaio, di nuotare la distanza con lo stesso esatto riscontro cronometrico, come se quell’1’01”49 rappresentasse una sorta di barriera invalicabile.

Ma nell’aria si respira odore di primato, e come potrebbe essere diversamente allorché, alla Finale del pomeriggio, si presentano sui blocchi di partenza due primatisti mondiali ex-aequo, pronti a darsi battaglia sin dall’immediato tuffo in acqua, ed a spuntarla è proprio il magiaro che, ad un mese dal compimento dei 19 anni, fa suo titolo e record scendendo ad 1’01”45, con Moorhouse a doversi accontentare dell’argento in 1’01”58 davanti ad uno splendido Gianni Minervini, bronzo con 1’01”74.

Ungheria che consolida la propria posizione dominante nello stile a rana con il quinto posto altresì di Karoly Guttler (già argento sulla distanza ai Giochi di Seul ’88 e di cui sentiremo presto ancora parlare), per poi essere pronta a lanciare la sfida all’uomo nuovo dei 200 rana, vale a dire l’americano Mike Barrowman – detentore del primato mondiale in virtù del 2’11”53 nuotato nel luglio ’90 – calando in acqua le proprie stelle Szabo e Rozsa.

Con anche il britannico Nick Gillingham – argento a Seul ’88 alle spalle di Szabo ed oro agli europei di Bonn ’89, rassegna in cui, con 2’12”90 eguaglia temporaneamente il primato di Barrowman – ad avanzare pretese di medaglia, la piscina australiana si appresta a vivere un altro assalto al record mondiale, con le gerarchie stavolta però rispettate, in quanto il 22enne californiano conferma la propria superiorità andando a cogliere l’oro abbassando il proprio limite assoluto a 2’11”23, nel mentre in casa magiara si assiste al “passaggio di consegne” tra Szabo, non meglio che quinto in 2’13”93, ed il nuovo che avanza, con Szabo splendido argento in 2’12”03 che toglie altresì a Gillingham il primato europeo, dovendosi il 24enne inglese accontentarsi del terzo gradino del podio in 2’13”12.

Salire ai vertici di una specialità non è mai facile, ma mantenervisi è sempre più difficile, e le occasioni per una rivincita (oppure una conferma …) non tardano ad arrivare, visto che in agosto sono in programma i Campionati Europei di Atene ’91.

Con ancora i 100 metri ad aprire le danze nello stile a rana, la Finale della rassegna europea equivale ad un contesto olimpico o mondiale, vista l’indiscussa superiorità dei ranisti del Vecchio Continente in tale specialità, e Rozsa bagna il suo fresco record mondiale migliorandosi sino ad 1’01”29 già nelle batterie del mattino, per poi replicare l’oro iridato al pomeriggio del 20 agosto ’91 con la curiosità di realizzare nuovamente il tempo di 1’01”49 che aveva rappresentato un primato per ben quattro volte eguagliato, come se fosse una sorta di “tempo limite” sulla distanza, con il podio a ricalcare fedelmente l’esito della sfida in terra australiana, con Moorhouse argento in 1’01”88 ed il nostro Minervini ancora bronzo in 1’02”41 precedendo l’altro azzurro Andrea Cecchi (1’02”58) e, tanto per non farsi mancare nulla, anche Guttler a replicare il quinto posto iridato.

Maggiore curiosità desta – dopo che Rozsa contribuisce, nuotando la frazione a rana, al bronzo della staffetta 4x100mista dietro ad Unione Sovietica e Francia – la sfida sui 200 metri, vista la forzata assenza di Barrowman – il quale, dal canto suo, si esibisce in contemporanea ai “Campionai Pan Pacifici” di Edmonton, mettendosi al collo tre ori, sui 100 e 200 rana, oltre alla staffetta 4×100 mista, avendo nel frattempo abbassato a 2’10”60 il proprio limite mondiale – e stavolta ad avere l’ultima parola, al termine di un testava testa quanto mai avvincente, è Gillingham, che va a toccare con appena 0”03 di vantaggio (2’12”55 a 2’12”58) sull’ungherese, con Guttler ancora ai margini del podio, quarto alle spalle dello spagnolo Sergio Lopez.

Dopo aver coronato un fantastico 1991 di sole medaglie (due ori, altrettanti argenti ed un bronzo) e tre record mondiali, per Rozsa manca la sola consacrazione olimpica, con l’obiettivo puntato verso i Giochi di Barcellona ’92, in programma a fine luglio presso il Capoluogo catalano ed il cu calendario prevede, come al solito, i 100 metri a precedere la prova sulla doppia distanza.

Appuntamento che, non prevedendo all’epoca la disputa delle semifinali, comporta sempre un certo rischio nella disputa delle batterie al mattino ed a farne le spese, il 26 luglio alle “Piscines Bernat Picornell” di Barcellona, è proprio la coppia ungherese formata da Rozsa e Guttler che, inserita nell’ottava ed ultima serie, si fa precedere in 1’02”10 dall’australiano Phil Rogers, così da far registrare il rispettivo ottavo e nono tempo di qualificazione, il che vuol dire che il Campione mondiale può accedere alla Finale per l’oro, mentre a Guttler resta l’amara consolazione di scaricare la rabbia, al pomeriggio, nella Finale B, vinta con il tempo di 1’01”84 che gli avrebbe assicurato il quarto posto assoluto.

Ma anche Rozsa non è al meglio della condizione, e la dimostrazione la fornisce al pomeriggio, allorché, dopo che in avvio i due russi Vassily Ivanov e Dmitri Volkov cercano di sorprendere il resto dei finalisti virando in testa a metà gara per poi cedere lungo la vasca di ritorno, non riesce a rimontare l’americano Nelson Diebel – peraltro qualificatosi agli “Olympic Trials” con un significativo 1’01”40 – che va a cogliere il più prestigioso successo della propria carriera con il nuovo record olimpico di 1’01”50, con l’ungherese a difendere l’argento (1’01”68 ad 1’01”76) rispetto al ricordato australiano Rogers.

Una delusione che Rozsa non può immaginare di riscattare sulla doppia distanza – tanta è la superiorità di Barrowman sui 200 metri – dovendo viceversa salvaguardare la leadership continentale dagli assalti del solito Gillingham, nonché del bronzo europeo Lopez ed, ovviamente, di Guttler che stavolta centra l’accesso in Finale con il quarto tempo.

Finale che, il 29 luglio, si trasforma in uno show personale dell’americano, che domina la gara sin dalle prime bracciate per andare a trionfare con un sensazionale riscontro cronometrico di 2’10”16, la cui grandezza è dimostrata dal fatto che resterà imbattuto per un decennio, con altresì’ il merito di trascinare alle proprie spalle la coppia Rozsa/Gillingham che si impegna in una replica dell’arrivo agli europei dell’anno prima, con stavolta il tocco alla piastra a sorridere all’ungherese che “restituisce il favore” al britannico precedendolo di appena 0”06 centesimi (2’11”23 a 2’11”29) che rappresentano i rispettivi primati nazionali, nonché, nel caso di Rozsa, anche continentale, per un podio assolutamente identico a quello iridato di Perth ’91.

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Il podio dei m.200 rana a Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Campionati mondiali il cui prossimo appuntamento è fissato per inizio settembre ’94 a Roma e Rozsa si prende un anno sabbatico rinunciando alla rassegna europea di Sheffield ’93, in cui scopre di avere “il nemico in casa” nella veste del 25enne Guttler, il quale precede Gillingham davanti al suo pubblico nella Finale dei m.100 rana imponendosi in 1’01”04 dopo aver fatto meglio in batteria con 1’00”95, tempi entrambi al di sotto del record mondiale di Rozsa, con il britannico argento con 1’02”02 per poi invertire i ruoli sulla doppia distanza, toccando a lui avere nettamente la meglio (2’12”49 a 2’13”26) sull’ungherese.

Con una concorrenza così agguerrita sul vecchio Continente, ancorché con il vantaggio del ritiro dalle scene di Barrowman, Rozsa mette a frutto l’anno di allenamenti in una edizione della rassegna iridata che vede il nuoto ungherese primeggiare nella Piscina del Foro Italico proprio grazie alla rana, visto l’abbandono dell’attività da parte di Darnyi e la Egerszegi a dover “scontare” le pratiche illecite delle cinesi.

Con la Finale dei 100 rana a disputarsi il 5 settembre ’94, Rozsa ha l’opportunità di ribadire la propria superiorità al compagno Guttler, ad ulteriore conferma che non sempre i record si accompagnano alle medaglie, precedendolo di 0”20 centesimi (1’01”24 ad 1’01”44) in una gara in cui fa la sua apparizione sul podio il belga Frederick Deburghgraeve, già quarto l’anno prima a Sheffield.

Sulla doppia distanza, il successivo 9 settembre, ad insidiare la coppia magiara prova l’americano Eric Wundelich (già sesto sui 100 metri), al quale per poco non riesce il colpo gobbo di togliere a Rozsa la gioia della doppietta iridata, insidiandolo sino alle ultime bracciate per poi cedere di un niente per soli 0”06 centesimi (2’12”81 a 2’12”87), nel mentre più staccato, Guttler tiene Gillingham ai margini del podio.

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Wunderlich e Rozsa, argento ed oro sui m.200 rana a Roma ’94 – da gettyimages.co.uk

Il trionfo romano fa sì che per il 22enne ungherese la preparazione si focalizzi sull’unico obiettivo sinora sfuggitogli, vale a dire la “Gloria Olimpica”, ragion per cui il 1995 viene usato più per intensificare la preparazione che non per cercare di arricchire il proprio palmarès, e pazienza se ai campionati Europei di Vienna di fine agosto ’95 si deve accontentare di due quarti posti, peraltro assistendo alla crescita di Deburghgraeve, che si impone sui 100 metri con un eccellente 1’01”12, precedendo Guttler ed il russo Andrey Korneyev, nel mentre sulla doppia distanza le parti si ribaltano, con Korneyev a prevalere in 2’12”62 rispetto al belga terzo e Guttler nuovamente argento.

Il trascorrere degli anni induce Rozsa a concentrare la propria preparazione sulla distanza più lunga che non sui 100 metri, dove la crescita esponenziale di Deburghgraeve riduce le possibilità di successo in sede olimpica, presentandosi comunque ai Giochi di Atlanta ’96 deciso a dare battaglia assieme al più esperto connazionale Guttler.

Deciso a puntare al “bersaglio grosso”, Rozsa vede confermate le sue previsioni nelle batterie dei 100 rana che si svolgono al mattino del 20 luglio ’96, realizzando non meglio che il quattordicesimo tempo in 1’02”72 che lo esclude dalla Finale, nel mentre il belga fa registrare il nuovo record mondiale con 1’00”60, per poi andarsi a prendere l’oro al pomeriggio, ancorché non migliorandosi in 1’00”65, in una sfida che riscrive la lista delle migliori prestazioni di sempre, con l’americano Jeremy Linn a concludere con il record Usa di 1’00”77 ed il tedesco Mark Warnecke a segnare il primato nazionale di 1’01”33 che relega, ancora una volta, ai margini del podio Guttler.

Consapevole di come la gara sui 200 metri rappresenti oramai la sua ultima possibilità per mettersi al collo un oro olimpico, Rozsa non si danna l’anima nella terza batteria, precedendo Gillingham in 2’14”66 che rappresenta il quarto miglior tempo in qualifica, con Guttler ad essere l’unico a scendere sotto i 2’14” netti con 2’13”89, mentre Deburghgraeve, appagato dal trionfo sui 100 metri, è escluso dalla Finale in programma al pomeriggio del 24 luglio ’96.

Lanciatosi in acqua in sesta corsia, Rozsa vede Korneyev alla sua destra imporre un ritmo forsennato, che lo porta a virare a metà gara in 1’03”51 – addirittura 0”40 centesimi al di sotto del record di Barrowman – con il solo risultato di “fare da lepre” alla coppia ungherese che, bracciata dopo bracciata, riduce lo svantaggio sul russo, peraltro ancora in testa alla virata dei 150 metri, per poi sopravanzarlo negli ultimi 25 metri, con Rozsa a toccare per primo in 2’12”57, mentre Guttler beffa Korneyev per 0”14 centesimi (2’13”03 a 2’13”17) nella sfida per l’argento, e Gillingham, il finalista più anziano dall’alto dei suoi 29 anni, pone fine alla propria carriera con un’onorevole quarta posizione.

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Guttler, Rozsa e Korneyev, medaglie ad Atlanta ’96 – da nemzetisport.hu

Oramai raggiunto il proprio obiettivo, Rozsa conclude l’attività con i Mondiali di Perth ’98 quale ideale passo d’addio proprio dove tutto era cominciato sette anni prima, essendo comunque ancora in grado di salire sul podio come terzo sui m.200 rana in 2’13”59, cui unisce altresì un insperato bronzo con la staffetta 4x100mista, al quale fornisce un determinante contributo, nuotando la frazione lanciata a rana in 1’00”64, miglior tempo tra tutti gli altri finalisti.

E, con un bottino complessivo di ben 13 medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei (di cui 5 ori, 4 argenti ed altrettanti bronzi), riteniamo che Rozsa possa vantare a pieno titolo il diritto di essere considerato il terzo componente del “trio delle meraviglie” ungherese di inizio anni ’90, assieme a Darnyi ed alla Egerszegi.

Poi, toccherà raccoglierne il testimone a Laszlo Cseh tra gli uomini ed a Katinka Hosszu in campo femminile nel corso del nuovo millennio, per riportare ai massimi vertici il nuoto magiaro, ma questa, come sempre, è un’altra storia…

2001, L’ANNO DELLA TRIPLETTA DELLA VIRTUS BOLOGNA DI MESSINA

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Mauro Ginobili in maglia bianconera – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Per ricordare quel che fu la magica stagione 2001 della Virtus Bologna, bisogna tornare indietro di qualche anno. Esattamente al 1998, quando a Piazza Azzarita si esibisce la squadra forse più bella di sempre, infarcita di campioni che hanno fatto la storia della società felsinea. C’è un concentrato di giovanile esuberanza in Rasho Nesterovic, Chicco Ravaglia e Tomas Ress (già, proprio lui che poi sarà campione con Venezia in tempi recenti), non manca l’esperienza in Ricky Morandotti, nell’eterno Gus Binelli e in quel Zoran Savic che fa la voce grossa sotto le tabelle, Alessandro Abbio e Hugo Sconochini garantiscono la necessaria scarica adrenalitica, Claudio Crippa esce dalla panchina ed è fosforo in regia a dare respiro a “le roi” Antoine Rigaudeau, talento sterminato che gestisce da par suo un attacco stellare che poggia le basi su chi di talento ne ha forse ancor di più, Predrag “Sasha” Danilovic. Il tutto, sotto la sapiente guida di Ettore Messina, per un cocktail perfetto che non può che produrre frutti copiosi.

In effetti la stagione ha i contorni del trionfo. La Virtus, sponsorizzata Kinder, vince praticamente tutto, dominando fin dalla regular season in campionato chiusa con un record di 23 vittorie e 3 sole sconfitte, per poi battere ai play-off 3-1 Roma, 3-1 Varese e 3-2 nell’epica finale la Fortitudo di Myers, Fucka, Rivers e Dominique Wilkins, sfida segnata in gara-5 dal clamoroso canestro di Danilovic che vale quattro punti e i tempi supplementari. In Eurolega il cammino è altrettanto entusiasmante, dopo aver vinto ai quarti il derby ancora con la Teamsystem, i ragazzi di Messina giungono alla Final Four di Barcelona dove l’83-61 contro il Partizan ed il risolutivo 58-44 contro l’AEK Atene di Coldebella in finale regalano ai bianconeri la prima Coppa dei Campioni della sua storia. L’unico neo di una stagione altrimenti perfetta è la sconfitta in semifinale di Coppa Italia contro la stessa Fortitudo, che si prende una parziale rivincita degli insucessi in campionato e in Europa.

Qui si chiude la prima parte dell’era d’oro della Virtus Bologna. Dopo due anni, 1999 e 2000, con un solo successo in Coppa Italia e due finali europee perdute contro Zalgiris in Eurolega e proprio AEK in Coppa Saporta, il nuovo presidente Marco Madrigali decide di operare una vera e propria rivoluzione: Danilovic si ritira, se ne vanno Savic, Morandotti, Crippa, Binelli e Nesterovic, e si riparte dal neo-capitano Rigaudeau, Abbio, Sconochini e da Messina punto fermo in panchina; vengono altresì inseriti nel rooster giovani di ottime speranze, non ancora esplosi ad alti livelli e quindi chiamati al salto di qualità: il 22enne play serbo Marko Jaric strappato alla Fortitudo, il 20enne australiano David Andersen al secondo anno in bianconero, il 21enne sloveno Matjaz Smodis che giunge dal Krka di Novo Mesto ma soprattutto l’argentino classe 1977 Emanuel Ginobili, uno dei principali artefici del miracolo della Viola Reggio Calabria (5° posto ai playoff da neopromossa). Oltre a loro, arrivano a Bologna il centro americano Rashard Griffith ed il play di ritorno Davide Bonora.

La stagione non inizia con il piede giusto, forse anche perché l’innesto delle nuove leve procede lentamente e il ritiro di Danilovic ha lasciato un vuoto difficilissimo da colmare. Alla terza giornata di campionato arriva già la prima sconfitta ad Udine contro la Snaidero di Charlie Smith, Micky Mian e Teo Alibegovic, in campo va una Virtus spaccata in due, da una parte Rigaudeau, Abbio, Sconochini e Griffith e dall’altra Andersen, Ginobili, Jaric e Smodis. Ma è qui che il lavoro in profondità di Messina si rivela fondamentale, riuscendo a ricucire la frattura unendo fuori e dentro il campo due gruppi che accorpano l’uno accanto all’altro personalità contrastanti. La Virtus, puntando sull’asse Ginobili-Griffith, ingrana la marcia superiore e diventa inarrestabile, e poter contare su una rotazione di sette giocatorui di così alto livello, oltre ad esser cosa rara nel panorama del basket non solo italiano ma anche continentale, diventa l’alchimia vincente: arrivano 21 vittorie consecutive in campionato e in Eurolega i bolognesi stravincono il girone con l’immancabile AEK, il TAU Vitoria e il Cibona (9-1). Il 25 febbraio, inatteso come un fulmine a ciel sereno, giunge la notizia della positività ad un test antidoping per Hugo Sconochini. L’argentino paga dazio con 8 mesi di squalifica e la squadra, scossa dall’evento negativo, inizia a zoppicare, raccogliendo “solo” 6 vittorie nelle ultime 10 gare di stagione regolare mentre nelle Top 16 la Kinder passeggia con gli spagnoli dell’Estudiantes di Felipe Reyes e Carlos Jimenez.

Ai quarti di finale di Eurolega arriva una spumeggiante Union Olimpija Ljubljana dei talenti locali Beno Udrih, Primoz Brezec e Sani Becirovic: in gara-1 la Virtus vince 80-79 con una tripla di Ginobili nell’ultimo possesso, mentre in gara-2 arriva un’altra vittoria risicata (79-81) grazie ad un Griffith da 26+10; nella serie di semifinale l’avversaria è quella più difficile ma anche quella che produce le emozioni più intense, ovviamente la Fortitudo Bologna. In verità le “V nere” dominano la serie, stravincendo gara-1 103-76 (Ginobili 22, Jaric 14), bissando in gara-2 sul parquet amico di Piazza Azzarita 92-84 (Ginobili 22, Griffith 17) per poi completare l’opera in gara-3 al Paladozza 70-74 grazie ad una storica rimonta dal -18 di inizio quarto periodo (Ginobili 17, Griffith 17). E’ il biglietto di accesso alla finale contro il TAU Ceramica Vitoria di coach Dusko Ivanovic, già battuto due volte nel girone di prima fase, che a sua volta ha eliminato in tre partite l’AEK Atene, negando ai greci la possibilità di concedere ai felsinei la rivincita della sfida di finale del 1998.

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La Virtus in trionfo – da corrieredibologna.corriere.it

Il primo trofeo, nel frattempo, della stagione arriva nella splendida cornice del Palafiera di Forlì: il trio Ginobili-Smodis-Griffith (MVP del torneo) si sbarazza di Biella, Roma e Pesaro e conquista il successo nelle Final Eight di Coppa Italia, riuscendo lì dove lo squadrone del 1998 aveva fallito. Tra la fine della stagione regolare di campionato e l’inizio dei playoff, la Virtus si gioca l’ultima serie finale di Eurolega, prima che Bertomeu cambi il formato a come lo conosciamo oggi: come già detto, l’avversario è il TAU Ceramica guidato in regia da Elmer Bennett, con sotto canestro l’alter-ego di Griffith, Joe Alexander, il francese Foirest ed il lituano Stombergas a colpire dal perimetro ed il tandem argentino Scola-Oberto a dar concretezza alla squadra. La serie è una battaglia epocale: senza Griffith i bianconeri perdono in casa la prima partita (65-78) per poi vincerne due di fila (94-73, Rigaudeau 23, e 60-80, Ginobili 27), in gara-4 si impone il TAU e si arriva così alla decisiva gara-5, in cui Ginobili, eletto MVP delle finali, Griffith, Rigaudeau e Jaric sono perfetti e danno a coach Messina la gioia più grande, ovvero il secondo titolo di campione d’Europa per la Virtus Bologna.

Ciliegina sulla torta, a realizzare quella tripletta solo sfiorata tre anni prima, giunge anche il 15esimo scudetto, l’ultimo della collezione, dominando i play-off con una striscia di nove vittorie in nove partite (le prime a cedere sono Roseto ai quarti e Treviso in semifinale), compreso il netto 3-0 all’atto conclusivo contro i cugini della Fortitudo, spazzati via così come era già successo in Eurolega… ed allora, è proprio tempo di celebrare un’impresa che se in casa “V nere” la ricordi, gli occhi diventano lucidi.

OLYMPIQUE LIONE, OVVERO QUANDO LA PROGRAMMAZIONE DA’ I SUOI FRUTTI

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Uno dei tanti successi del Lione – da:dreamteamfc.com

Articolo di Giovanni Manenti

I recenti successi in serie della Juventus nel Campionato Italiano ci hanno dato lo spunto per andare a compiere un’escursione oltralpe al fine di “pescare” alcune situazioni analoghe quanto a sequenza, ma con particolarità totalmente diverse.

Esclusi i tornei in cui il titolo è patrimonio esclusivo di una od al massimo due squadre – Celtic e Rangers in Scozia, Benfica e Porto in Portogallo, per non parlare della Dinamo Kiev in Ucraina o del “famigerato” norvegese Rosenborg, cui il “Vate di Fusignano” Arrigo Sacchi ha avuto l’ardire di paragonare i bianconeri, suscitando l’ira dei relativi tifosi – o di compagini come il Bayern Monaco che, al pari della Juventus, vantano una tale superiorità tecnica, dirigenziale e finanziaria da far divenire la Bundesliga un campo di allenamento per le aspirazioni europee, ecco che proprio dal Paese a noi più vicino, vale a dire la Francia, emerge una realtà che ha molto fatto parlare di sé con l’avvento del nuovo secolo.

Istituito nel 1932, “Le Championnat” ha conosciuto la sua prima vera dinastia in un decennio tra metà anni ’60 ed il pari periodo dei ’70, in cui la formazione dominante sul territorio transalpino era “Le Verts” del Saint-Etienne, capaci di assicurarsi quattro titoli consecutivi dal 1967 al ’70 ed altri tre dal 1974 al ’76, nonché di ben figurare anche a livello internazionale, finalisti di Coppa dei Campioni ’76 contro il Bayern Monaco che li aveva eliminati in semifinale l’anno precedente.

Un altro tentativo di imporre una sorta di “dittatura” al torneo francese lo pone in atto l’Olympique Marsiglia del discusso Presidente Bernard Tapie, e che, a cavallo degli anni ’90, si aggiudica quattro Campionati consecutivi dal 1989 al ’92, per poi vedersi revocato per illecito sportivo un quinto nel ’93, proprio la stagione in cui il Marsiglia conquista, a spese del Milan, l’unica Coppa dei Campioni vinta da un Club francese, dopo essere stato sconfitto in Finale, due anni prima, dagli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado.

Il tracollo, finanziario e conseguentemente sportivo, di Tapie e del suo Marsiglia, genera un decennio di fine XX secolo all’insegna dell’equilibrio e dell’alternanza, prima che sulla sua scena appaia la compagine protagonista della nostra storia odierna.

L’Olympique Lione (o “Lyonnais”, secondo la corretta accezione francese …) come è attualmente conosciuto, vede la propria nascita nel 1950 a seguito di una scissione tra le due sezioni di Calcio e Rugby all’interno del Club “Lyon Olympique Universitaire” (LOU), che era stato fondato nel lontano 1896 e la cui componente calcistica risale a tre anni dopo, nel 1899.

Nel successivo trentennio, pur potendo contare su alcuni buoni giocatori, quali Serge Chiesa, Aimé Mignot, Ernest Schultz, Yves Chauveau ed Angel Rambert, nonché i due attaccanti principe nella Storia del Club, vale a dire Fleury Di Nallo (222 reti in 494 presenze tra il 1960 ed il ‘74) e Bernard Lacombe, andato a segno 149 volte nelle 230 occasioni in cui ha indossato la divisa dell’Olympique, il Lione non riesce a conquistare alcun titolo di Campione di Francia – miglior piazzamento due terzi posti nel 1974 e ’75 – entrando negli Albi d’Oro solo grazie ai tre successi in “Coupe de France” nel 1964, ’67 e ’73.

 

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Di Nallo e Lacombe (n.9) festeggiano la Coppa ’73 – da:thevintagefootballclub.blogspot.it

 

Ancor peggio, le cose vanno con l’inizio degli anni ’80, allorché il Club conosce l’onta della retrocessione nel 1983, giunto penultimo con appena 28 punti, un Purgatorio da cui risale solo sei anni più tardi, aggiudicandosi il Girone B della Seconda Divisione con 68 punti, appena due di vantaggio sul Nimes, per poi concludere il “decennio orribile” con un piazzamento all’ottavo posto al ritorno nell’elite del calcio transalpino, sotto la guida tecnica di quel Raymond Domenech che sfiderà l’Italia nella Finale dei Mondiali 2006 in Germania quale Commissario Tecnico dei transalpini.

Ma l’artefice principale della rinascita lionese è il Presidente Jean Michel Aulas, brillante imprenditore ed Amministratore Delegato di CEGID, Società operante nel settore dell’Informatica, il quale assume la guida del Club a metà giugno ’87 per mantenerla tutt’oggi ad oltre 30 anni di distanza, e, come spesso accade in tutte le dinastie di successo, la continuità societaria rappresenta le fondamenta su cui poter costruire i successi.

 

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Il Presidente Aulas all’epoca dell’acquisizione del Club – da:youtube.com

 

Successi per ottenere i quali Aulas non si fa scrupoli nel cambiare allenatori, alternando sulla panchina lionese, dopo la conclusione nel ’93 del rapporto con Domenech, dapprima Jean Tigana per un biennio, quindi per un breve periodo Guy Stéphan, per poi essere l’idolo dello “Stade de Gerland”, vale a dire Bernard Lacombe, ad assumerne le redini nell’ottobre ’96 e gettare le basi per il successivo ciclo vincente.

E, con l’ex centravanti della Nazionale francese alla guida, inizia la scalata al vertice dell’allora denominata “Division 1”, con il terzo posto conquistato nel ’99 con 63 punti, pur se a debita distanza dal Bordeaux, Campione a quota 72.

E’ la scarsa prolificità dell’attacco l’aspetto più carente, mentre la scelta di Gregory Coupet, prelevato nell’estate ’97 dal Saint-Etienne, si rivela quanto mai felice, dimostrandosi uno dei migliori portieri transalpini della sua generazione, ed ecco che, per la stagione successiva, il reparto offensivo viene potenziato attraverso l’acquisto dal Barcellona dell’attaccante brasiliano Sonny Anderson, con già un’esperienza nel torneo transalpino nelle file di Olympique Marsiglia e Monaco.

Il ritorno in Francia del 29enne sudamericano paga immediatamente i suoi frutti, con le 23 reti realizzate che gli valgono il titolo di Capocannoniere dell’ultimo torneo del XX Secolo, pur se il Lione non migliora la sua posizione di terzo in Classifica, lanciando peraltro in prima squadra, nella fase conclusiva della stagione, il 20enne Sidney Gouvou, destinato ad essere il partner perfetto di Anderson.

 

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Anderson in Champions League contro l’Olimpiakos – da:gettyimages.co.uk

 

Ma per l’ambizioso Aulas, che sin dal suo insediamento ai vertici societari sognava un Olympique protagonista oltre che in patria anche in Europa, questi piazzamenti non possono certo essere sufficienti, e per Lacombe è fatale la doppia eliminazione nei tornei continentali, dapprima dal modesto Maribor nel terzo turno preliminare di Champions League, per poi subire un’incredibile debacle nel ritorno dei 16esimi di finale della Europa League, allorché il Lione, vittorioso all’andata per 3-0, viene travolto 0-4 al ritorno in Germania dai tedeschi del Werder Brema.

Tocca quindi a Jacques Santini – uno dei protagonisti del ciclo vincente del Saint-Etienne negli anni ’70 – assumere la conduzione tecnica ed i miglioramenti sono tangibili, grazie anche all’inserimento tra i titolari del versatile brasiliano Edmilson, proveniente dal San Paolo ed utilizzabile sia come centrocampista che quale difensore centrale, con il Lione che giunge a ridosso del Nantes, staccato di quattro punti (68 a 64) nella corsa al titolo, ed Anderson a confermarsi altresì Miglior Marcatore con 22 reti all’attivo, ma conquistando anche il primo trofeo dell’era Aulas in virtù del successo per 2-1 sul Monaco nella Finale della Coppa di Lega, maturato nei supplementari con una rete del subentrato Patrick Muller al 118’.

 

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Edmilson e Anderson con la Coppa di Lega ’01 – da:lyonmag.com

 

La vecchia teoria che “le vittorie aiutano a vincere” trova pieno riscontro nella stagione successiva, ai cui nastri di partenza il Lione si presenta come una delle serie candidate al titolo, avendo altresì disputato una buona Champions League ’01 (eliminato nella seconda Fase a Gironi pur essendo terminato a pari punti con l’Arsenal), ma soprattutto con il completamento del “trio brasiliano” grazie all’inserimento a centrocampo di Juninho Pernambucano – così chiamato per distinguerlo dal quasi coetaneo Juninho Paulista, sulla base dello Stato di provenienza – il quale rappresenterà il fulcro dei successi dell’Olympique in questo inizio di nuovo millennio.

Con una formazione più equilibrata, in grado di mettere a segno 62 reti contro le sole 32 subite, ed una più omogenea ripartizione delle stesse, con anche Govou ad andare in doppia cifra a quota 10 rispetto alle 14 di Anderson, il Lione può finalmente festeggiare il primo titolo di “Champion de France” della sua Storia, a poco più di 50 anni dalla fondazione, precedendo di due lunghezze (66 punti a 64) il sorprendente Lens, e pazienza se il cammino in Europa non è stato dei più esaltanti.

Ma, con il “pallino” della ribalta internazionale sempre presente come un chiodo fisso, Aulas ritiene più adatto a tale compito un altro tecnico, e così Santini viene rilevato in panchina da Paul Le Guen, con un passato di valido calciatore nelle file del Paris Saint Germain, il quale assume la guida del Club nell’estate 2002, proprio nella stagione in cui la massima Divisione francese assume l’attuale denominazione di Ligue 1.

 

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L’arrivo di Paul Le Guen (a sin.) – da:numelyo.bm-lyon.fr 

 

Prendere la guida di una nuova formazione non è mai facile, specie per un tecnico alle prime armi come il 38enne Le Guen, con una sola esperienza alle spalle allo Stade Rennais, ed inevitabilmente paga dazio in Europa, riuscendo comunque a confermare, sia pure a fatica, il titolo nazionale, vinto con un solo punto di distacco (68 a 67) sul Monaco, pur avendone acquisito la matematica certezza ad una giornata dal termine grazie al pareggio per 1-1 sul campo del Montpellier, e nonostante aver subito una doppia sconfitta da parte del Club del Principato (1-3 in casa e 0-2 al “Louis II”).

Con il 2003 si conclude anche la permanenza di Anderson – che firma 12 reti, con Juninho a precederlo a quota 13 e Luyndula a seguirlo con 11 centri – ragion per cui si rende necessario intervenire sul mercato per trovare un degno sostituto e la scelta conferma la linea brasiliana introdotta dalla Società, ricadendo sull’attaccante del Bayern Monaco Giovane Elber, ancorché abbia oramai superato la trentina.

Tocca alla grande delusa della stagione precedente, vale a dire ii Monaco, fare da lepre nella parte ascendente del torneo 2004, concludendo l’andata in testa con 43 punti ed il Lione staccato di 5 lunghezze, per poi recuperare il distacco nel ritorno, così come il Paris Saint Germain, il cui risveglio è però tardivo, ed il successo sull’Olympique per 1-0 al “Parc des Princes” alla penultima giornata è solo una magra consolazione, poiché al termine dei 90’ a festeggiare sono proprio Juninho & Co., in virtù della contemporanea sconfitta dei monegaschi a Rennes per 1-4.

Il terzo titolo consecutivo in carniere si accompagna ad un discreto percorso in Europa, con il Lione ad aggiudicarsi il proprio Girone eliminatorio di Champions League, per poi eliminare gli spagnoli della Real Sociedad agli Ottavi e quindi cedere nei Quarti al Porto poi vincitore del trofeo, torneo che consente di fare esperienza ai giovani Mahamadou Diarra e Florent Malouda, nel mentre la campagna estiva vede la sostituzione di Edmilson, attratto dalle sirene del Barcellona, con il connazionale Cris proveniente dal Cruzeiro, così come un altro importante tassello in difesa è costituito dall’acquisto di Eric Abidal dal Lille, ed in attacco viene messo a segno un importante colpo con l’arrivo della punta Sylvain Wiltord, prelevato dall’Arsenal.

La sapiente strategia di Aulas di sostituire ogni stagione tre o quattro pedine nello scacchiere che ruota intorno al perno costituito da Juninho – il quale fornisce altresì un importante contributo in fase realizzativa grazie all’abilità con cui trasforma calci di punizione anche da ragguardevole distanza – consente alla formazione di non sentirsi mai totalmente appagata, come conferma l’esito del Campionato ’05, assolutamente dominato dall’alto dei 79 punti conquistati, con ben 12 lunghezze di vantaggio sul Lille, grazie soprattutto ad una difesa pressoché impenetrabile con le sue sole 22 reti subite, ben protetta da un centrocampo dove, assieme a Juninho e Diarra, si fa valere un 24enne Michael Essien, destinato a fine stagione a partire destinazione Chelsea di José Mourinho.

 

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La festa per la conquista del titolo 2005 – da:dreamteamfc.com

 

Archiviato il quarto titolo consecutivo, resta ancora il rammarico della “eterna incompiuta”, vale a dire la tanto agognata Champions League, stavolta ancor più amara in quanto, superata la Fase a Gironi e “vendicata” la beffa del ’99 contro i tedeschi del Werder Brema – umiliato con un 3-0 in terra tedesca ed addirittura per 7-2 allo “Stade de Gernad” – giunge l’eliminazione ancora ai Quarti, stavolta per mano del PSV Eindhoven, ma solo ai calci di rigore dopo due gare concluse sull’identico risultato di parità di 1-1.

Per Aulas, diviene a questo punto fondamentale affidarsi ad un tecnico che abbia la dovuta esperienza a livello internazionale, e la scelta cade su Gerard Houllier, che aveva condotto il Liverpool ai successi in Europa League e Super Coppa Uefa nel 2001, con la speranza di aver indovinato la persona giusta.

Con il nuovo tecnico in panchina, la sostituzione di Essien con Tiago Mendes a centrocampo e l’innesto di nuova linfa in attacco con l’acquisto, secondo tradizione oramai consolidata, del brasiliano Fred proveniente dal Cruzeiro, il Campionato si rivela sempre più una sorta di “diversivo” per l’Olympique, che mette in bacheca il suo quinto titolo nella stagione ’06 migliorandosi sino a totalizzare 84 punti, ben 15 di vantaggio sul Bordeaux, ma in Europa …

In Champions League, la “maledizione dei Quarti di Finale” colpisce ancora, complice anche un sorteggio non propriamente favorevole, visto che il Lione aveva dominato il proprio Girone (concluso imbattuto rifilando anche un netto 3-0 interno al Real Madrid) e riscattato l’eliminazione dell’anno prima per mano del PSV Eindhoven con un doppio successo (1-0 in terra olandese ed un sonoro 4-0 interno, parole e musica di Tiago, doppietta, Wiltord e Fred), vedendosi accoppiato ai vice Campioni d’Europa del Milan.

Sogno di accedere alle semifinali che il Lione culla per quasi un’ora in quanto, dopo lo 0-0 allo “Stade de Gerland”, la rete messa a segno da Diarra poco dopo la mezz’ora di gioco al ritorno a San Siro, che pareggia l’iniziale vantaggio rossonero di Inzaghi al 25’, sarebbe sufficiente per il passaggio del turno in virtù della valenza del goal segnato in trasferta, speranza che svanisce proprio in dirittura d’arrivo allorché dapprima ancora Inzaghi e quindi Shevchenko realizzano, all’88’ ed al 90’ rispettivamente, i punti del definitivo 3-1.

 

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Una formazione del Lione nella stagione ’07 – da:gettyimages.ca

 

Ma un personaggio di così larghe vedute come Aulas non può certo trascurare un importante serbatoio societario quale il Settore Giovanile, dal quale hanno già visto un primo approccio in prima squadra due talenti quali Hatem Ben Arfa e Karim Benzema, mentre sul fronte acquisti l’unico rinforzo di rilievo è costituito dal tesseramento del centrocampista Jeremy Toulalan, proveniente dal Nantes.

E, d’altronde, di quali rinforzi deve avere bisogno una squadra che inanella una serie di 9 vittorie consecutive già nel Girone di andata del torneo 2007 – con la sconfitta per 0-1 patita a Rennes ad impedire di eguagliare il record detenuto da Stade de Reims, Saint-Etienne e Bordeaux – chiuso alla quota record di 50 punti (frutto di 16 vittorie, due pareggi e la sola, ricordata, sconfitta …) per poi concludere in scioltezza a quota 81, con ben 17 lunghezze di vantaggio sul Marsiglia.

E’ solo l’Europa a dare dispiaceri al proprietario lionese, con ancora una squadra italiana, stavolta avente le sembianze della Roma, a fermarne in cammino agli Ottavi, imponendosi 2-0 in Francia dopo lo 0-0 dell’Olimpico, e per Aulas si fa avanti il convincimento che la superiorità in patria non sia sufficiente al confronto con le più importanti formazioni europee.

Meglio allora limitare i costi e dare fiducia alla coppia 20enne costituita dai già citati Ben Arfa e Benzema che, con l’avvento in panchina di Alain Perrin al posto di Houllier, trovano maggiore spazio, soprattutto il secondo, che mette in mostra tutta la sua classe cristallina che si traduce nelle 20 reti realizzate che gli valgono, oltre al primo posto nella Classifica Cannonieri, anche il riconoscimento di “Miglior Giocatore del Torneo”, mentre il Lione inanella il suo settimo titolo consecutivo, vinto con un minor margine (79 a 75 punti) rispetto al Bordeaux, ma impreziosito dall’accoppiata con la Coppa nazionale, impresa sinora mai riuscita negli anni precedenti.

 

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Juninho Pernambucano al Lione – da:agentianonimi.com

 

Con una formazione che vede nelle proprie file anche l’azzurro Fabio Grosso fresco di titolo mondiale con l’Italia a spese proprio della Francia, la Finale del 24 maggio 2008 allo “Stade de France” di Saint-Denis vede la squadra di Perrin superare per 1-0 – anche stavolta, come in occasione della Coppa di Lega del 2001 contro il Momaco, risolta ai supplementari da una rete di Govou – proprio quel Paris Saint Germain, tra l’altro allenato dall’ex Paul Le Guen, che, con l’avvento ai vertici del miliardario qatariota Nasser Al-Khelaifi, porrà di fatto fine al trionfale ciclo dell’Olympique Lyon, la cui conclusione altresì coincide, forse non a caso, con l’addio da parte di Juninho, il quale lascia Lione con un personale “score” di ben 100 reti realizzate nelle 344 gare disputate.

Olympique che, negli anni a seguire, ha confermato la propria politica di buona gestione del Club, non potendo certo competere con le spese folli della proprietà parigina, ritagliandosi i propri spazi con la conquista della sua quinta “Coupe de France” nel ’12 e numerosi buoni piazzamenti in Campionato – terzo nel 2009, ’11 e ’13, nonché secondo nel 2010, ’15 e ‘16 – potendo così vantare l’appellativo di “prima tra le normali” Società transalpine, ma con un vantaggio in più, vale a dire che l’impresa compiuta da Aulas ed i suoi collaboratori (dirigenti, tecnici e giocatori …) resterà per sempre nella Storia non solo del Club, ma altresì della Francia intera …

 

MARCEL FISCHER, LA SPADA D’ORO DI ATENE 2004 PER LA PRIMA VOLTA DELLA SVIZZERA

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Marcel Fischer portato in trionfo – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

E’ il 17 luglio del 2004, nella patria dei Giochi. Ad Atene, 108 anni dopo la prima edizione, la Svizzera conquista la prima medaglia d’oro della sua storia nella scherma. Ad oggi sono otto le medaglie svizzere alle Olimpiadi, tutte nella spada: una sola del metallo più pregiato.

A vincere quel primo – e finora unico – oro è un 26enne di Bienne, dal fisico imponente da vero spadista, Marcel Fischer, che di quella giornata in terra greca farà il punto più alto di una carriera sportiva di buon livello, ma senza altri veri picchi.

Marcel si allena a Basilea, nel circolo più famoso della nazione, il Fechtgesellschaft Basel.
Classe 1978, già a Sidney 2000 va vicino all’impresa, sfiorando le orme di Oswald Zappelli, lo spadista suo connazionale che tra ’48 e ’52 conquistò un argento e un bronzo individuale e un bronzo a squadre ai tempi di Edoardo Mangiarotti (e di Luigi Cantone, oro davanti allo svizzero a Londra). In quel 2000 Fischer esce per un soffio in semifinale, battuto 15-13 dal più esperto francese Hugues Obry e perde poi anche la finalina 15-14 dal coreano del sud Lee Sang-gi, nella prova vinta dal moscovita Pavel Kolobkov. Sono dei Giochi in cui la Svizzera va forte nella spada, tanto che le donne conquistano due argenti, individuale e a squadre, trascinate da Gianna Hablützel-Bürki (che arriva addirittura davanti alla Flessel).

Marcel fa pensare a una promettente carriera, dopo Sidney, confermata dal secondo posto in Coppa del Mondo nel 2003. Alla vigilia dei Giochi del 2004 Fischer vince un oro a squadre agli Europei di Copenaghen, insieme a Benjamin Steffen, Fabian Kauter e all’esperto Dominik Saladin, davanti a Polonia e Svezia.

Un paio di settimane dopo è ad Atene. Fischer è nella parte alta del tabellone e non fallisce un colpo. Elimina subito l’egiziano Nabil, quindi fa fuori anche l’esperto ungherese Iván Kovács. Soffre uno po’ nei quarti contro il venezuelano Silvio Fernández, battuto 15-13. In semifinale, come quattro anni prima, gli tocca un francese, il figlio d’arte Érik Boisse che ha battuto di misura nel derby Fabrice Jeannet. Ma stavolta vince lui, Fischer: 15-9.

E’ a medaglia, e pare già tanto. La finale è contro il cinese Wang Lei, che a sua volta ha eliminato il campione olimpico in carica Kolobkov (poi bronzo). Finisce 15-9 per Marcel, che è così il primo svizzero a vincere un oro ai Giochi nella scherma. Tra l’altro sarà quello l’unico successo del 2004 per gli elvetici, in una edizione olimpica particolarmente povera di soddisfazioni.

Sembra l’inizio di una carriera di primo livello per Marcel. Invece non è così. Sarà quello l’apice. Continua ancora per qualche anno con qualche piazzamento in Coppa del Mondo (va forte solitamente nella prova di “casa” a Berna) e un sesto posto ai mondiali di Lipsia nel 2005. Poi a trent’anni si ritira nel 2008, dopo aver fallito la qualificazione a Pechino 2008, dove non difenderà così il proprio scettro che andrà all’azzurro Matteo Tagliariol. Lui intanto si dedica alla professione medica.

RUDOLF ROMINGER, LA DOPPIETTA MONDIALE IN SLALOM CHE FU EGUAGLIATA SOLO DA STENMARK

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Rudolf Rominger – da jwalker.ch

articolo di Nicola Pucci

Non è stato l’unico atleta della storia a vincere per due volte il titolo mondiale dello slalom, anzi, più di uno lo ha eguagliato in era recente, ma Rudolf Rominger può vantarsi di condividere con l’immenso Ingemar Stenmark il record di esser riuscito a completare l’impresa in due edizioni consecutive della principale rassegna iridata dello sci alpino. Addirittura, lui vi riuscì nell’arco di soli 12 mesi, tra l’edizione svizzera di Engelberg nel 1938 e quella dell’anno successivo, 1939, in Polonia, a Zakopane.

Conviene partire dal principio, e ricordare che Rominger vede la luce il 21 agosto 1908 a St.Moritz, uno dei dodici figli di una coppia di contadini, proprio tra quelle valli in cui è difficile, se non impossibile, non calzare fin da bambino un paio di sci. Certo, sono gli anni dei pionieri dello sci alpinismo, che se debutta in sede mondiale nel 1931 a Murren, deve attendere il 1936, a Garmisch, per allinearsi alle altre discipline quale sport olimpico. Nel frattempo Rominger impara il mestiere, diventa velocemente uno dei migliori prospetti in Svizzera e nel 1936, ad Innsbruck, lui che non ha potuto prendere parte ai Giochi invernali qualche settimana prima perché la sua Federazione, assieme a quella austriaca, ha disertato l’evento a cinque cerchi per protesta verso l’esclusione dalle competizioni dei maestri di sci, ritenuti professionisti e quindi non ammessi alle gare olimpiche, è atteso tra i protagonisti. E a quella che ancora viene ritenuta una semplice competizione FIS (adotterà lo status di campionato del mondo solo a partire dall’edizione del 1937) Rominger è pronto a dare il meglio e lo sci alpinismo sta per celebrarne il talento.

Rominger, in effetti, è sciatore completo, abile quando c’è da scendere a valle veloce così come quando c’è da muoversi flessuoso tra i pali dello slalom. Ergo, è un combinatista d’eccellenza e a Innsbruck domina prima la discesa libera, lasciando Giacinto Sertorelli addirittura a più di 13 secondi lungo i 4.400 metri del tracciato ricavato sul Patscherkofel, per poi salire sul terzo gradino del podio in slalom, alle spalle dei due austriaci Rudolph Matt e Eberhard Kneissl, il che gli garantisce appunto il titolo anche della combinata totalizzando 443,4 punti contro i 457,5 punti del connazionale Heinz Von Allmen.

Il dado è tratto e Rominger, a cui mancherà in carriera le vetrina olimpica, diventa a tutti gli effetti una delle stelle di prima grandezza dello sci mondiale. Ed avrebbe l’occasione, alla kermesse iridata che nel 1937 va in scena a Chamonix, di confermare la sua classe, ma all’appuntamento francese arriva in precarie condizioni di salute e dopo esser affondato in discesa, è solo quinto in slalom, ben lontano da quell’Emile Allais che coglie una prodigiosa tripletta d’oro in discesa, slalom e combinata, imitato nell’impresa da Christl Cranz in campo femminile.

Se c’è un aspetto, nondimeno, che non manca proprio al carattere di Rominger, è lo smisurato orgoglio, che contraddistingue il campione rispetto al buon atleta, e l’elvetico non deve attendere molto per prendersi la sua rivincita. Corre l’anno 1938, e i Mondiali stavolta hanno teatro in casa dei rivali austriaci, a Engelberg. Qui, proprio dove lo scenario parrebbe più impegnativo per imporsi, Rominger debutta con un bruciante quarto posto in discesa libera, battuto dalla coppia francese composta da James Couttet e dallo stesso Allais, chiudendo a due secondi dal terzo posto del tedesco Hellmut Lantschner, ma 24 ore dopo aver ingoiato l’amaro della sconfitta Rominger si riscatta prontamente in slalom dominando la gara che lo vede infine trionfare con quasi quattro secondi di vantaggio sul grande rivale, Emile Allais, accontentandosi poi dell’argento in combinata.

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Rominger ai Mondiali di Zakopane del 1939 – da historiaposzukaj.pl

30enne all’apice della maturità agonistica, Rominger in tre edizioni dei Mondiali può già mostrare un palmares in cui fanno bella mostra tre medaglie d’oro nelle tre gare previste, appunto discesa libera, slalom speciale e combinata. E all’edizione del 1939 a Zakopane, è tempo di completare la collezione, aggiungendo un altro trionfo prima che l’orda barbarica del nazismo spazzi via le competizioni internazionali. In Polonia Rudolf è solo decimo in discesa libera, ma lo slalom ormai è il suo terreno di caccia prediletto e il 14 febbraio si trova a dover fronteggiare la corazzata germanica che si affida Josef Jennewein, Wilhelm Walch, Rudolf Cranz ed Hellmut Lantschner. I quattro tedeschi chiudono uno dietro l’altro occupando le posizioni che vanno dalla seconda alla quinta piazza, ma il gradino più alto del podio viene loro negato dall’esibizione senza sbavature di Rominger, stilisticamente perfetto nella posizione del corpo e nel controllo degli sci, che ferma i cronometri sul tempo di 2’01″6, ovvero 3″8 meglio di Jennewein.

Rominger, a cui è dedicato, così come al fratello Edy, un salto sulla pista di casa, il “Romingersprung“, è il primo slalomista dell’ancor giovane storia iridata a far doppietta consecutiva, migliorando l’exploit dell’austriaco Anton Seelos che fu campione nel 1933 e nel 1935 ma fu costretto a rinunciate all’edizione del 1934 quando l’Austria disertò la competizione a causa dell’insurrezione di febbraio che insanguinò il Paese. E dovranno passare ben 43 anni prima che il più grande, Ingemar Stenmark, dopo aver vinto a Garmisch nel 1978, si confermi lo slalomista più forte del mondo nel 1982 a Schladming. E vi pare impresa da poco?

TANO BELLONI, UN CAMPIONE FUORI DAL TEMPO

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Tano Belloni – da mondopadano.it

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo

Un autentico campione, tra i più forti del suo tempo, capace di grandi imprese e straordinarie prestazioni, ammirato dai tifosi e temuto dagli avversari, una bacheca piena di trofei ma… pur sempre un campione fuori tempo.

E’ cosi che abbiamo voluto definire il fortissimo Gaetano Belloni, perché è stato un grande ma purtroppo per lui ha vissuto nell’epoca sbagliata. Era l’epoca di Costante Girardengo, il Campionissimo, e di Alfredo Binda, due atleti fenomenali, tra i più grandi di sempre ciclismo. Tano Belloni ha avuto la sfortuna ma ancor più l’onore di correre sia con l’uno che con l’altro nel loro momento di massimo splendore. Un terzo incomodo del quale si parla poco ma che in quegli anni, gli anni del ciclismo eroico, fu grande protagonista di tutte le corse italiane, conquistandone diverse tra cui due Milano- Sanremo (1917 e 1920), tre giri di Lombardia (1915, 1918 e 1928) e un Giro d’Italia (1920).

Ma allora perché eterno secondo? Una carriera così luminosa non merita di essere sminuita con un appellativo del genere, tuttavia quando il direttore della “Gazzetta dello sport” Emilio Colombo gli diede quest’appellativo fu, è vero, poco generoso ma non aveva tutti i torti, infatti Belloni secondo le cronache ha ottenuto più di 100 secondi posti, secondo alcuni è arrivato addirittura a 150, numeri che ci perdonerà ma per lui giustificano un appellativo del genere.

Nato a Pizzighettone, nei dintorni di Milano, il 27 agosto 1892, Belloni cominciò fin da piccolo ad andare in bicicletta perché il ciclismo era la sua passione, ma gli albori della sua carriera non furono affatto luminosi fino al 1914, anno nel quale vinse il piccolo giro di Lombardia e il campionato italiano dilettanti. Quei successi lo proiettarono tra i professionisti nel 1916 e negli anni successivi, complice il fatto che non fu richiamato alle armi in quanto gli mancava una falange di una mano persa in uno dei numerosi lavori in cui fu impiegato da ragazzo, poté fare il suo esordio tra i più forti conquistando già nel 1915, ancora da dilettante, il suo primo Giro di Lombardia battendo Paride Ferrari e nel 1917 la Milano-Sanremo, lasciando Girardengo a oltre 11 minuti.

Terminata la guerra, le cose tornarono alla normalità e ripresero le corse tutti coloro che erano stati al fronte. Nel 1918 vinse ancora il Giro di Lombardia su Alfredo Sivocci ma nel 1919 arrivò secondo nella classifica generale del Giro, battuto dallo stesso Girardengo, secondo alla Roma-Trieste, secondo al Giro di Piemonte e ancora secondo al Giro di Lombardia sempre dietro a Costante Girardengo, ed ebbe così inizio il mito dell’eterno secondo, così come nacque la rivalità tra i due campioni che si protrasse per oltre un decennio. Non si può appunto parlare di Belloni senza citare il suo rapporto con Costante Girardengo, Belloni arrivò per 26 volte dietro al campionissimo di Novi Ligure ma il loro rapporto non si fermava alla mera rivalità sulle strade, si dice infatti che i due fossero grandi amici tanto che spesso Tano ospitò Costante più volte prima della partenza delle corse da Milano. Trascorrevano insieme la sera prima e la mattina della gara, poi una volta dato il via se le davano di santa ragione in bicicletta cercando ognuno di staccare l’altro, spesso però senza riuscirci e arrivando sovente in volata quando a risultare vincitore quasi sempre era Girardengo. Il 1920 per Tano fu forse l’anno più bello, quello in cui, oltre ad una nuova affermazione alla Milano-Sanremo in casa del rivale Girardengo, battendo in un arrivo a cinque Pelissier, Girardengo, Azzini e Brunero, riuscì a vincere il Giro d’Italia lasciando Angelo Gremo ad oltre 32 minuti ed imponendosi sui traguardi di Lucca, Roma e Trieste, ma quella vittoria non gli servì per scrollarsi di dosso l’etichetta di eterno secondo che gli rimase perennemente attaccata anche negli anni successivi nonostante le numerosissime soddisfazioni che riuscì a togliersi. L’ultimo grande successo della sua carriera, nel 1928, seppur ormai 36enne, fu un terzo Giro di Lombardia, vinto battendo i compagni di fuga Allegro Grandi, Pietro Fossati e Ambrogio Beretta dopo quasi nove ore di fatica!

Belloni fu un formidabile ciclista ma anche un personaggio istrionico e la sua fama di grande sciupa-femmine lo precedeva ovunque egli andasse. Il fisico robusto, il petto ampio e il volto sempre sorridente, uniti alla passione per le donne che mantenne fino a tarda età, ne facevano un autentico playboy, ed era famoso tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti, dove spesso si recava per correre le Sei Giorni che, lontano dai suoi rivali italiani, lo vedevano spesso vincitore.

Nei ricordi degli appassionati, come detto, la sua figura è quasi sempre legata a quella di Girardengo ma è messa in secondo piano rispetto al campionissimo. Combattè nondimeno ad armi pari tanto con lui quanto con Binda nella parte finale della carriera, fu per entrambi avversario tra i più coriacei e i due fuoriclasse faticavano non poco per riuscire ad avere la meglio su di lui; i tifosi dell’epoca gli rimproveravano di essere troppo “passivo” e silenzioso in corsa ma lui rispondeva dicendo, con il suo fare gioviale, che era troppo impegnato a soffrire per fare altro, e questa è la miglior rappresentazione del tipo di corridore che era, ovvero un atleta che dava tutto quando montava in sella alla sua bicicletta, su quelle strade che erano vere e proprie mulattiere, su quei mezzi che erano poco più che cancelli in ferro battuto, lasciando sul terreno di gara ogni stilla di energia, cercando di rispondere agli attacchi degli avversari ed arrivando sempre con i migliori. E’ proprio per questo che Tano Belloni è stato un autentico campione, uno dei più forti di ogni epoca ma sfortunatamente, un campione fuori tempo.

MICHAEL LYNAGH, IL MEDIANO INNAMORATO DELL’ITALIA E CAPACE DI SCONFIGGERE ANCHE IL MALE

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Michael Lynagh – da rugbymeet.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel fare un paragone di ruoli tra Rugby e Calcio, nello sport della palla ovale il “mediano d’apertura” (n.10) rappresenta ciò che nel Football è il regista, vale a dire colui che ispira ogni azione offensiva della propria squadra e che un tempo – allorché le squadre si schieravano con i classici numeri di maglia dall’1 all’11 – era anche lui solito indossare la divisa con sulle spalle il numero 10, una specie di investitura.

E, per un decennio, tra il 1984 ed il ’95, anno del suo ritiro a livello di Nazionale, pochi al Mondo hanno saputo interpretare tale ruolo meglio di Michael Lynagh, autentico trascinatore dei “Wallabies, di cui detiene tuttora il record di punti segnati e con i quali si è aggiudicato, da protagonista, la Coppa del Mondo 1991.

Nato a Brisbane, nel Queensland, il 25 ottobre 1963 da genitori di origini irlandesi e scozzesi, da giovane Michael frequenta il “St. Joseph College” della sua città, dove inizia a praticare sia cricket che rugby, per poi propendere definitivamente verso la palla ovale allorché viene convocato, a soli 19 anni, nella prima squadra della rappresentativa del Queensland.

Messosi immediatamente in evidenzia nell’iniziale ruolo di tre quarti centro, Lynagh non ci mette molto a convincere anche i selezionatori della Nazionale australiana circa la bontà delle proprie qualità, tanto da esordire coi “Wallabies” appena 20enne, il 9 giugno 1984 nel successo per 16-3 sulle Isole Fiji, mettendo a segno i suoi primi 9 punti, frutto di altrettanti calci piazzati in mezzo ai pali.

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Michael Lynagh con la maglia del Queensland – da gettyimages.it

La definitiva consacrazione giunge per Lynagh quale miglior corredo al suo 21esimo compleanno, venendo selezionato per il Tour europeo dell’Australia nel Regno Unito di inizio novembre ’84, allorché è sempre presente nel “Grande Slam” che vede i rappresentanti dell’emisfero australe mettere in fila, una dopo l’altra, l’Inghilterra (19-3, con 11 punti di Lynagh, frutto di una meta, un piazzato e due trasformazioni), l’Irlanda (16-9, in cui Lynagh mette a segno 6 punti, grazie ad un piazzato ed ad un drop), il Galles (28-9, con una meta del n.12 australiano) ed infine la Scozia, sommersa per 37-12 a Murrayfield, in cui Lynagh dimostra ancor di più la straordinaria sensibilità del suo calcio, con ben 5 punizioni e 3 trasformazioni a centrare i pali per i suoi 21 punti totali.

Non sembra, pertanto, una mossa azzardata quella compiuta dal coach Alan Jones di affidare proprio a lui, a seguito del ritiro di Mark Ella al rientro dalla trasferta britannica, il ruolo chiave di mediano d’apertura, a dispetto della giovane età, compito che Lynagh esegue senza sbavature, formando una cerniera a metà campo con il mediano di mischia Nick Farr-Jones, ideale per lanciare le ficcanti iniziative offensive dei vari Tim Horan, Jason Little e David Campese e che porteranno i “Wallabies” ad alzare al cielo di Twickenham la “William Webb Ellis Cup” nel ’91.

Ma prima di tale trionfo, Lynagh e l’Australia devono registrare l’amarezza patita nella prima edizione della Coppa del Mondo, congiuntamente organizzata assieme alla Nuova Zelanda tra maggio e giugno ’87, per quella che doveva essere una “Finale annunciata” tra le due super potenze dell’emisfero australe.

Ed invece, a rompere le classiche “uova nel paniere”, dopo aver superato imbattuti il Girone eliminatorio – con tanto di un significativo successo per 19-6 sull’Inghilterra nella gara d’esordio – ed aver altrettanto agevolmente travolto per 33-15 (con Lynagh a trasformare tutte e quattro le mete “Aussie”, oltre a realizzare tre piazzati per 17 punti totali) l’Irlanda ai Quarti, giunge la beffa nella Semifinale contro la Francia, decisa da una meta di Serge Blanco allo scadere, poi trasformata da Camberabero per il 30-24 a favore dei transalpini, nonostante Lynagh avesse fornito il suo consueto apporto al piede con ben 16 punti, frutto di tre piazzati, un drop e la trasformazione delle due mete realizzate da Codey e Campese.

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Lynagh contro la Francia nella semifinale ’87 – da gettyimages.it

Una delusione difficile da digerire, ma il bello dello Sport sta proprio nel fatto che fornisce quasi sempre una seconda chance e Lynagh, in particolare, mette a frutto il quadriennio post mondiale per acquisire quel giusto bagaglio di esperienza internazionale che lo porta, alla soglia dei 28 anni, ad essere pronto per guidare i propri compagni verso la conquista della Coppa del Mondo nel Regno Unito, proprio su quei terreni di gioco che gli avevano fatto conquistare, sette anni prima, la fiducia dei tecnici australiani, compreso quel Bob Dwyer che ha rilevato Jones alla guida della Nazionale a far tempo dal 1988.

Inserita nel terzo Girone con Argentina, Galles e Samoa Occidentali, l’Australia non ha difficoltà alcuna ad avere la meglio su “Pumas” e “Dragoni”, incontrando viceversa un ostacolo non indifferente contro la fisica difesa dei samoani, match del quale vengono a capo per 9-3 solo grazie alla consueta precisione di Lynagh che centra per tre volte i pali su altrettanti calci piazzati, così da consegnare ai “Wallabies” un insidioso Quarto di finale al “Lansdowne Road” di Dublino contro i padroni di casa irlandesi.

Dinnanzi ad oltre 50mila sostenitori, le due squadre vanno al riposo sul punteggio di parità (6-6), con Campese ad aver violato la linea di meta avversaria, con conseguente conversione di Lynagh a fronte di due piazzati del mediano d’apertura irlandese Ralph Keyes e, nel secondo tempo, una seconda meta dell’ala australiana, altresì trasformata, sembrava poter indirizzare il match dalla parte australe, se non che la giornata di grazia al piede di Keyes (autore anche di un drop ad inizio ripresa …) teneva in partita l’Irlanda per poi passare clamorosamente in vantaggio per la prima volta nel match grazie all’unica meta in carriera realizzata da Hamilton che, trasformata, ribalta il risultato sul 18-15 in favore del XV del trifoglio tra scene incredibili di delirio tra i propri supporters, con tanto di invasione pacifica del terreno di gioco da parte di alcuni di essi.

Oramai sull’orlo del baratro, l’Australia tenta una disperata rimonta, che la porta ad usufruire di un calcio piazzato a pochi istanti dal fischio finale e che, se messo a segno, avrebbe portato le due squadre ai supplementari, ma Lynagh opta per giocare alla mano, con l’ovale che passa velocemente dalle sue braccia a quelle di Little e quindi di Campese, seguito a rimorchio dallo stesso Lynagh che si incarica di schiacciare la palla in meta ad avvenuto placcaggio del compagno, per i punti del definitivo 19-18 che apre ai “Wallabies” la strada verso la Semifinale contro i rivali storici degli All Blacks.

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La decisiva meta di Lynagh contro l’Irlanda – da espn.co.uk

L’intuizione e la successiva giocata di Lynagh – per quella che, all’epoca, era la sua undicesima meta con la maglia della Nazionale – rappresentano quel “segnale” che spesso si verifica in ogni grande Manifestazione, vale a dire la scintilla che permette al XV dei “Canguri” di acquisire la necessaria autostima per convincersi che possono far propria la Coppa del Mondo, vieppiù confermata dall’inattesa facilità con cui dispongono dei Campioni in carica neozelandesi, cui concedono solo due piazzati, a fronte delle due mete realizzate da Campese ed Horan, nel 16-6 già messo in cassaforte con il 13-0 con cui le due squadre erano andate al riposo.

Ultimo scoglio, ancora una sfida contro i padroni di casa, stavolta rappresentati dall’Inghilterra, affrontata il 2 novembre 1991 a Twickenham davanti ad oltre 56mila spettatori, e nuovamente la compattezza del XV australiano si dimostra ostacolo insormontabile per gli attacchi inglesi, anch’essi al pari degli All Blacks limitati a soli due piazzati dell’estremo John Webb, per un successo anche stavolta costruito nella prima frazione di gioco, chiusa sul 9-0 grazie alla sola meta dell’incontro messa a segno dal pilone Tony Daly, mentre gli altri 8 punti (la relativa conversione e due punizioni in mezzo ai pali) nel 12-6 con cui si conclude la sfida portano la firma, come di consueto, di Michael Lynagh.

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Lynagh (primo a sin.) festeggia coi compagni il Mondiale ’91 – da gettyimages.de

Raggiunto l’apice della carriera per ogni sportivo, costituito dal successo in un Mondiale, Lynagh compie la “scelta di vita” che gliela cambierà, anche dal punto di vista affettivo, seguendo le orme del suo compagno di Nazionale David Campese per approdare in Italia, accasandosi al Benetton Treviso – mentre l’ala di origini venete gioca nell’Amatori Milano dopo aver militato per quattro stagioni nel Petrarca Padova – che porta all’immediata conquista del suo quinto titolo italiano.

Conclusa la stagione regolare in quinta posizione, i trevigiani innestano la marcia in più nei playoff, eliminando in due gare secche il Petrarca Padova nei Quarti di finale con risultati (55-3 e 30-9) che non ammettono repliche, per poi far fuori proprio i Campioni in carica di Milano delle stelle Campese e Diego Dominguez e che avevano chiuso al primo posto il Campionato, anch’essi doppiamente sconfitti, con il 18-15 all’Arena e l’ancor più netto 27-9 al “Monigo, così guadagnando il diritto a disputare la Finale in gara unica contro i rivali storici di Rovigo.

Con come scenario l’impianto “Plebiscito” di Padova, sono quasi 10mila spettatori a godersi il 6 maggio 1992 lo “one man show” di Lynagh, che fa sua la sfida nella sfida con il fuoriclasse sudafricano e pari ruolo Naas Botha, mettendo a referto ben 19 dei 27 punti (a 18) che consegnano lo Scudetto alla Benetton, frutto di due mete, una conversione e tre calci piazzati andati a segno, per poi essere meritatamente portato in trionfo dagli estasiati tifosi trevigiani.

La successiva stagione registra la rivincita dell’Amatori Milano che, oltre a dominare la “regular season” con 21 vittorie a fronte di una sola sconfitta, riscatta l’eliminazione subita in semifinale l’anno precedente travolgendo Treviso nella Finale Scudetto disputata ancora a Padova, ed in cui i 5 piazzati in mezzo ai pali di Lynagh rappresentano i soli 15 punti del XV veneto, rispetto alle 4 mete (di cui una di Campese …) dei milanesi, che possono altresì godere dell’altrettanto educato piede di Dominqguez, che ne converte tre e centra anch’egli per 5 volte in pali su punizione.

L’attività sul Vecchio Continente non distoglie Lynagh dai suoi “doveri” verso la Nazionale, di cui dal 1993 ne diviene altresì il Capitano, ed anche se le due successive stagioni vedono il Benetton eliminato in semifinale nel ’94 e raggiungere la sua terza Finale in quattro anni nel ’95, ancora contro Milano – nel frattempo entrato nell’ambito della “Polisportiva Mediolanum” voluta dal Presidente rossonero Silvio Berlusconi – solo per essere nuovamente sconfitto 15-27 nella “sfida al piede” tra l’australiano (5 piazzati a segno per lui) e l’italo argentino Dominguez, che ne realizza ben 8 oltre ad un drop di Bonomi, tocca al 32enne mediano d’apertura guidare la propria squadra alla terza edizione del Mondiale, organizzato dal Sudafrica per la prima volta ammesso alla competizione dopo la fine del regime di apartheid imposto dal proprio Governo.

Inserita nello stesso Gruppo dei padroni di casa, l’Australia cede 18-27 al debutto nonostante i 13 punti messi a segno da Lynagh, tra cui una meta, che perde il confronto con l’eroe della manifestazione per gli “Springbocks“, vale a dire il suo corrispettivo Joel Stransky, autore di 22 punti per i suoi, circostanza che la vede concludere il Girone al secondo posto, con conseguente abbinamento nei Quarti contro un’Inghilterra desiderosa di riscattare la sconfitta patita sul suolo amico quattro anni prima a Twickenham.

Inglesi che riescono nell’intento, al termine di un’avvincente sfida che li vede prevalere di misura per 25-22 grazie ad un drop di Rob Andrew in chiusura di gara e che rappresenta la 72esima ed ultima presenza di Lynagh con i “Wallabies”, ed i 17 punti messi a segno consentono allo stesso di superare “quota 900” in carriera per un totale di 911, rappresentato da 17 mete, 140 trasformazioni, 177 calci piazzati e 9 drop in mezzo ai pali, con un personale record di 51 vittorie, 20 sconfitte ed un pari nella sua esperienza internazionale.

Rob Andrew watches his game-winning drop-goal sail through the posts in the 1995 Rugby World Cup quarter-final against Australia.
Il decisivo drop di Andrew ai Mondiali ’95 – da mediastorehouse.com

Ma, se vi ricordate, avevo parlato di una scelta che avrebbe cambiato la vita di una delle “Leggende del Rugby” australiano con lo sbarco nel Bel Paese, e ciò è rappresentato dall’amore sbocciato con una ragazza di Treviso, Isabella, che diviene sua moglie e che lo segue anche in Inghilterra, allorché, conclusa nel ’96 l’esperienza in Veneto con la sua quarta Finale ancora contro Milano, venendo nuovamente sconfitto 17-23 per una miglior precisione al piede di Dominguez, il quale mette a segno i due drop ad inizio ripresa che risultano determinanti per la rimonta dei lombardi dopo che il Benetton aveva chiuso il primo tempo in vantaggio 17-3, Lynagh firma un contratto da professionista con il Club inglese dei Saracens di Watford, in cui milita il Capitano del Sudafrica Campione del Mondo, François Pienaar.

Dopo un anno di ambientamento, Lynagh conclude al meglio, nel 1998 a 35 anni, la sua splendida carriera fallendo di un soffio la conquista del titolo nella Premier League, sfuggito per un solo punto (37 a 38) rispetto ai Newcastle Falcons capitanati da Jonny Wilkinson, ma mandando in delirio i ben 20mila presenti al “Vicarage Road” il 12 aprile ’98 quando un suo drop nei minuti finali decide il successo per 12-10 dei Saracens nel confronto diretto.

Un mese dopo, però, Lynagh può legittimamente appendere le scarpette al chiodo con il trionfo nella Coppa Anglo-gallese (all’epoca battezzata “Tetley’s Bitter Cup”), trionfalmente vinta in virtù del netto successo per 47-18 sui Wasps, travolti da ben 7 mete, di cui la stella australiana si incarica di convertirne 5 per poi mettere la classica “ciliegina sulla torta” con un drop in mezzo ai pali.

Saracens' Francois Pienaar and Michael Lynagh lift the Tetley's Bitter Cup
Pienaar e Lynagh con la “Tetley’s Bitter Cup” – da saracensprints.com

Conclusa l’esperienza in campo, Lynagh – nel frattempo insignito quale “Membro dell’Ordine dell’Australia” per meriti sportivi nel gennaio ’96 – non abbandona il mondo del rugby, divenendo commentatore sportivo per le reti britanniche Sky Sport ed ITV, così come per un breve periodo collabora con la Federazione Internazionale quale “Testimonial” per lo sviluppo e la divulgazione del Rugby.

Inserito nel 2001 nella “International Rugby Hall of Fame” assieme al compagno David Campese, Lynagh vive la propria vita tra Londra e Treviso, dove cura alcune attività imprenditoriali, con saltuari ritorni in Australia presso i suoi parenti, viaggi durante uno dei quali, nell’aprile 2012, accusa un malore sul volo da Londra a Brisbane, tanto da essere immediatamente ricoverato in Ospedale subito dopo l’atterraggio.

Le analisi a cui viene sottoposto rivelano essere stato colpito da un ictus cerebrale, da cui fortunatamente – anche grazie alla rapidità delle cure prestate – si riprende pressoché completamente, con l’unica conseguenza costituita dalla parziale perdita della vista dall’occhio sinistro, circostanza sulla quale lo stesso Lynagh ama scherzarci sopra adducendo come “il mio medico mi abbia dichiarato di non aver schivato un proiettile, bensì una palla di cannone …!”.

Ma cosa volete che sia, per uno che ha dominato su tutti i terreni di gioco del Pianeta in uno sport fisico, duro quanto si vuole, ma altresì leale e cavalleresco come quello della palla ovale!!!