FERMO CAMELLINI, IL PRIMO STRANIERO CHE TRIONFO’ ALLA FRECCIA VALLONE

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Fermo Camellini alla Milano-Sanremo 1948 – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Curiosa la storia esistenziale e sportiva di Fermo Camellini. Che nasce italiano, si sposta ancora adolescente in Francia, si guadagna l’etichetta di primo straniero a trionfare alla Freccia Vallone, infine acquisisce nazionalità transalpina quando ormai è pronto ad appendere la bicicletta al chiodo.

Conviene dunque partire dall’inizio, quando Camellini viene alla luce il 7 dicembre 1914 a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. L’esistenza, tra le nebbie della Val Padana, è ostica, e nel primo dopoguerra Fermo emigra in Francia, a Beaulieu-sur-Mer, ridente cittadella adagiata sulle acque turchese della Costa Azzurra tra Montecarlo e Nizza, assieme ai cinque fratelli, tra cui Guerino, di quattro anni più giovane di lui, che sarà a sua volta professionista dal 1947 al 1950. La famiglia Camellini non ha problemi ad integrarsi in quanto a Beaulieu abitano già alcuni familiari trasferiti parecchio tempo addietro, nondimeno si fa la fame, la vita continua ad esser difficile e Fermo è costretto a lavorare, esercitando la professione di idraulico-garzone. Il suo datore di lavoro lo manda in giro a fare commissioni e il ragazzo ha modo di spostarsi in bicicletta. Piano piano comincia a correre; si sveglia la mattina presto per allenarsi, due o tre volte la settimana quando c’è bel tempo, spingendosi fino a Cannes. Un giorno il padre, esasperato, gli getta la bicicletta, comprata con i primi risparmi, in mare, ma Fermo ne prende una in prestito, vince una corsa locale che si svolge al Victoria-Park di Nizza e come primo premio si merita una bicicletta tutta sua. Al papà, resistente, stavolta, tocca arrendersi, il figlio sarà corridore ciclista.

Il dado è infatti tratto. Tesserato per l’ASM, l’Association Sportive Monegasque, Camellini si mette in luce nel 1936 con alcuni piazzamenti di prestigio tra gli amatori, come il secondo posto alla Journée cycliste de Bollène, e l’anno dopo diventa professionista con la Urago, trionfando subito nella corsa in salita Nice-La Turbie e al Gran Premio Guillaumont. Vince anche nei due anni successivi, gareggiando principalmente in corse della zona, ad esempio il Circuito delle Alpi nel 1938, e il Gran Prix Cote d’Azur e il Circuito del Mont Ventoux nel 1939 che ne evidenziano le doti di corridore possente, seppur piccolino di statura, ed anche abile in salita, ma sull’Europa soffiano venti di guerra e il secondo conflitto bellico ne rallenta, inevitabilmente, l’attività agonistica. Seppur siano gli anni della maturità fisica ed atletica, e una vittoria al Giro di Catalogna nel 1942 e il quinto posto alla Parigi-Tours del 1944 lo confermano, così come due 15esimi posti alla Parigi-Roubaix (gara che lo vedrà allinearsi al via per ben quattordici volte), il bello, fortunatamente, deve ancora venire. Ed è quel che Camellini ha in serbo per il secondo dopoguerra.

Nel 1946 si torna a competere a pieno regime e Fermo, che comunque è riuscito a correre nella Francia occupata, assoldato dalla Ray-Dunlop si mette subito in cassaforte un successo di spessore, la Parigi-Nizza, giungendo quinto nella seconda tappa di Roanne che gli consente di balzare al comando, vincendo infine con 1’43” su De Muer e 2’53” su Bonduel. Qualche settimana dopo partecipa per la prima volta al Giro d’Italia, e a termine della tappa Prato-Bologna vinta da Coppi veste la maglia rosa, che porta onorevolmente per altri tre giorni, prima di cederla a Vito Ortelli e ritirarsi in seguito alle conseguenze di una caduta che gli costa un doloroso infortunio alla spalla destra.

L’anno migliore di Camellini, che in Francia ormai hanno adottato come uno di loro ed è costantemente agli onori della cronaca, è il 1947 quando riesce a far sue due tappe al Tour de France, dopo aver vinto una frazione della prima edizione del Criterium du Dauphiné Liberé, prelibato antipasto della Grande Boucle, chiudendo la corsa al terzo posto in classifica generale alle spalle del polacco Klabinski e di Gino Sciardis. Nella corsa “giallatrionfa il 3 luglio nella tappa Grenoble-Briançon, di 185 km, transitando primo sui mitici colli della Croix de Fer, del Télégraphe e del Galibier ed arrivando al traguardo dopo una fuga solitaria con oltre otto minuti su Pierre Brambilla e Apo Lazarides, e tre giorni dopo concede il bis nella Digne-Nizza, di 255 km, con 2′ su Aldo Ronconi e lo stesso Lazarides, trovandosi a sera al secondo posto in classifica generale a 2’11” da René Vietto, ma con quasi 23′ di vantaggio su Jean Robic, che poi risulterà il vincitore finale. Potrebbe essere l’occasione della vita per Camellini, ma sfortunatamente l’italo-francese è intruppato nella squadra “Stranieri di Francia” ed al cospetto delle squadre nazionali più attrezzate deve fare i conti in formazione con olandesi, belgi e polacchi, non potendo dunque contare su una grande collaborazione. Per vincere il Tour ci vorrebbe una squadra forte e lui non può averla; perchè per i francesi è pur sempre italiano e per gli italiani è ormai francese. Chiude comunque settimo, a 24’08” da “testa di vetro” Robic, e l’anno dopo si confermerà tra i migliori piazzandosi ottavo, a 51’36” da Gino Bartali.

Manca a Camellini la vittoria che lo elevi al rango di campione, semprechè due successi di tappa al Tour non siano già sufficienti, ed allora basta attendere il 1948 quando Fermo, dopo esser salito sul podio alla Milano-Sanremo giungendo in coppia con Rossello a cinque minuti da un imbattibile Fausto Coppi che bissa alla “classicissima” la vittoria del 1946, sale al Nord per la doverosa consacrazione. E sceglie una corsa che ben si adatta alle sue caratteristiche di ciclista poderoso ma svelto sugli strappi, la Freccia Vallone, che tra Charleroi e Liegi mai ha visto trionfare, da quando si disputò una prima volta nel 1936, un corridore che non avesse passaporto belga. Il 21 aprile, lungo 234 chilometri incarogniti da vento persistente e côtes spaccagambe, Camellini domina la scena, fuggendo a quaranta chilometri dal traguardo in compagnia dei belgi Schotte e Beeckman e del francese Lauk, imprendibile per una concorrenza che annovera molti ciclisti di fama (non Coppi e Bartali però), tra cui anche fuoriclasse del calibro di Fiorenzo Magni e Sylvere Maes. La disfida tra i quattro uomini in avanscoperta si decide sulla Côte de Forges quando Schotte, beniamino del pubblico di casa e che ha patteggiato con i connazionali per far fuori i rivali stranieri, scatta con decisione. Fermo non molla, anzi, prende la ruota del campione fiammingo che tre giorni prima ha trionfato sulle strade del Giro delle Fiandre e che a fine stagione sarà pure campione del mondo, lo salta e prende il largo. A Liegi, sotto l’acqua che nel frattempo ha cominciato a scendere copiosa, Camellini trionfa davanti a tanti di quegli italiani che, come lui, non furono profeti in patria ma che la vita e le circostanze costrinsero a cercar fortuna altrove.

Già, proprio questa è la storia di Fermo Camellini, l’italiano che sconfisse i belgi a casa loro e che qualche mese dopo, ironia della sorte, francese lo diventò davvero. Con tanto di medaglia al valore “de 1ère classe de l’Education Phisyque et des Sports“. Correva l’anno 1951, e cotanta onorificenza gli fu concessa dal Principe Ranieri II di Monaco… hai detto poco!

 

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LUIGI MINCHILLO, L’IMBATTIBILE SUPERWELTER A CUI MANCO’ IL TITOLO MONDIALE

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Una fase del match tra Hearns e Minchillo – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

A Luigi Minchillo quel che era successo alle Olimpiadi di Montreal del 1976 non era proprio andato a genio. Una Commissione tecnica decisamente non all’altezza aveva selezionato per l’evento a cinque cerchi sette atleti, di questi solo sei avevano fatto parte della spedizione ai Giochi, stante il forfeit all’ultimo momento del peso medio Matteo Salvemini, e Minchillo, foggiano di San Paolo Civitate, classe 1955, era della partita.

Luigi aveva già avuto modo di illustrare al mondo le sue doti di guerriero indomabile, competendo da junior tra i welter ed avendo modo di incrociare i guantoni con un certo Ray “Sugar” Leonard, di un anno più giovane di lui, che nell’ambito di un match Italia-Usa del 1973 a Roccamonfina lo aveva mandato al tappeto alla prima ripresa. Sarebbe stato l’unico, alla fine dei salmi, a riuscirci. Ma la scorza è di quelle dure, il ragazzo pugliese ha coraggio da vendere, così come un pugno che sa far male, e nel 1975 mette in bacheca il titolo italiano dei dilettanti così come la vittoria ai Giochi del Mediterraneo, in un caso tra i welter, nell’altro tra i pesi medi. E poi, la gioia dell’esperienza olimpica.

Ma a Montreal Minchillo, che avrebbe le carte in regola per combattere nella categoria dei superwelter, viene “declassato” ai welter e lì, dove avrebbe dovuto magari competere il  riminese Pierangelo Pira, pur denunciando una forma accettabile, si vede costretto a cedere al terzo turno per verdetto unanime al tedesco Reinhard Skricek, che ne infrange i sogni di andare a medaglia. Ed è ovvio, che una volta passato professionista nel 1977, Luigi abbia una gran voglia di riscattare quella cocente delusione.

In effetti la carriera di Minchillo, da questo momento in poi, vira per il senso sperato, assoldato per la scuderia milanese Totip che ha in Umberto Branchini un mentore impareggiabile. Il 24 aprile 1979 conquista a Pesaro il titolo italiano dei superwelter battendo Clemente Gessi, già costretto ad arrendersi al primo round alla furia del pugile foggiano, per poi difendere la cintura a quattro riprese con Paolo Zanusso, con quell’Alvaro Scarpelli che nel 1978 era stato l’unico a poter vantare di averlo battuto in Italia, e per due volte con Vincenzo Ungaro.

La vetrina continentale, a questo punto, l’attende e il 1 luglio 1981, sul ring di Formia, tocca al francese Luis Acaries, che qualche mese prima ha strappato la corona europea dei superwelter allo jugoslavo Marijan Benes battendolo ai punti, assaggiare la pesantezza della boxe di Minchillo che infine, con verdetto unanime, fa suo il combattimento e il titolo dopo dodici riprese condotte con audacia e senso tattico. L’Europa accoglie Luigi tra i grandi, e che Minchillo sia il superwelter più forte in circolazione se ne ha conferma nelle difese vittoriose con l’altro transalpino Claude Martin, messo k.o. dopo soli quindici secondi a Rennes il 28 novembre 1981, il 30 marzo 1982 alla Wembley Arena quando ha la meglio di un soffio del britannico di colore Maurice Hope, che qualche dispiacere lo aveva dato prima a Vito Antuofermo e poi a Rocky Mattioli, mandando tre volte al tappeto il tedesco Jean-Andrè Emmerich il 22 agosto sempre del 1982 a Praia a Mare, infine venendo a capo proprio di Benes il 28 ottobre, a San Severo, sconfitto in un match tra i più duri e dispendiosi della sua carriera, nonostante uno dei tre giudici avesse decretato il pari.

Quel che manca, a questo punto, alla consacrazione perpetua di Minchillo, imbattibile in Europa, è il titolo mondiale, in un’epoca in cui la categoria dei superwelter abbonda di campioni del calibro di Wilfred Benitez, Roberto Duran, che Luigi ha già affrontato nel settembre del 1981 al Caesar’s Palace di Las Vegas, uscendone sconfitto solo ai punti, e Thomas Hearns. Ed è proprio “il cobra” Hearns l’avversario che Luigi si trova a dover sfidare l’11 febbraio 1984 alla Joe Louis Arena di Detroit, in un combattimento valido per la WBC e che il pugliese affronta senza troppi timori reverenziali. Anzi, è proprio Minchillo a ferire per primo, al secondo round, un rivale che a sua volta non si fa pregare per menare, affondando nella difesa del pugile italiano che al settimo round sanguina dall’arcata sopraccigliare. A Luigi manca il pugno del k.o., nell’occasione che vale una vita agonistica, e sarà questo il rimpianto più acuto della sua carriera, dovendo infine cedere per verdetto unanime quando i tre giudici lo bocciano, nettamente, in un match che se lo vede penalizzato nel risultato, ne amplifica il valore di guerriero indomabile. Il titolo mondiale, a scanso di equivoci, premia comunque il pugile migliore.

Già, quella cintura iridata che sfuma ancora, per sempre, la sera del 1 dicembre 1984, quando al Palasport di Milano Minchillo si arrende per k.o.t. alla tredicesima ripresa al giamaicano Mike McCallum, un altro mammasantissima della categoria, che qualche mese prima era diventato il primo pugile dell’isola caraibica a fregiarsi del titolo mondiale lasciato vacante da Duran, battendo l’irlandese Sean Mannion.

Con la sconfitta con McCallum cala il sipario sul sogno mondiale di Minchillo, che rimane fermo per un anno, torna a combattere, si concede un’ultima chance europea contro il francese Renè Jacquot che sul ring di Rimini, il 29 gennaio 1988, lo sconfigge inesorabilmente per k.o.t. alla quarta ripresa. Ed allora è tempo di chiudere, con l’autorevolezza di chi conobbe l’onta del tappetto solo una volta, si fregiò del titolo europeo, ebbe l’ardire di provare a salire sul tetto del mondo ma fu respinto. Storia e vita di pugili. E di uomini coraggiosi.

 

OLIMPIADI ST.MORITZ 1948, LA PRIMA VOLTA D’ORO DELLA FRANCIA CON HENRI OREILLER

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Henri Oreiller alle Olimpiadi di St.Moritz del 1948 – da valsport.org

articolo di Nicola Pucci

Non solo promotrice dei Giochi Olimpici dell’era moderna grazie all’intuito geniale del barone Pierre de Coubertin, pure organizzatrice della prima edizione delle Olimpiadi invernali, nel 1924 a Chamonix, nondimeno la Francia deve attendere a lungo prima di  mettersi al collo la prima medaglia d’oro. Addirittura il 1948, anche se ad onor del vero lo sci alpino è stato introdotto come disciplina olimpica solo nell’edizione di Garmisch del 1936 ed Emile Allais fu allora terzo in combinata, unica prova che assegnava medaglie.

L’artefice di questa prima volta per i transalpini risponde al nome di Henri Oreiller, ed è un nome che appartiene al ristretto novero dei campionissimi, ed oggi ci preme non solo ricordare quell’evento storico, ma pure ripercorrere le gesta di uno sciatore il cui blasone ancora oggi è ammantato del vello della leggenda.

Oreiller nasce a Parigi, il 5 dicembre 1925, e già questo dato è di per sè fuori dall’ordinario. Ma come vedremo tra poco, c’è ben poco di ordinario nella vita e nei tratti esistenziali del giovane Henri. I genitori Leon e Marguerite hanno invero origini alpine, l’uno valdostano l’altra della Val d’Isere, ed è proprio in Val d’Isere che il piccolo campioncino in erba ha modo di scoprire gli attrezzi, calzarli ed affinare il suo talento precoce. All’età di sei anni si stabilisce dalla zia Armante, sorella della mamma che qui ha residenza e gestisce il caffè Favre, e la neve per lui diventa compagna quotidiana. O quasi. Audace e spericolato con gli sci, si allena da solo, nel culto di James Couttet, campione del mondo di discesa a Engelberg nel 1938, riuscendo tuttavia a diventare campione di Savoia e di Francia. Il che pare esser buon viatico per una carriera di successi.

Ma la Francia, così come l’Europa tutta, è scossa dai fremiti della Seconda Guerra Mondiale, che impone l’alt alle competizioni, ed ogni ambizione per Oreiller, nel frattempo membro della Resistenza Francese intruppato nella Section Eclairuers Skieurs, è rimandata alla conclusione del conflitto. Quando, ovviamente, i riferimenti sono poco attendibili, riducendo gli scontri diretti ai campionati nazionali, di cui Oreiller è vincitore in slalom speciale nel 1947, e al prestigioso concorso dell’Arlberg-Kandahar, che nello stesso anno 1947 torna a disputarsi a Murren, in Svizzera, e lo registra secondo in slalom alle spalle del connazionale Claude Penz.

Oreiller si presenta, dunque, all’appuntamento olimpico di St.Moritz nelle vesti di favorito, in virtù proprio dei risultati ottenuti, e non vi è dubbio che gli appassionati si attendano da lui anche qualche funambolismo dei suoi, se è vero che si è guadagnato l’etichetta di fou descendant” e “l’acrobat” per le prodezze su uno sci solo lungo il tracciato di Val d’Isere. Verranno delusi, stavolta, perchè quel che preme a Henri è mettersi al collo qualche metallo pregiato.

In Svizzera si gareggia dal 30 gennaio all’8 febbraio, c’è desiderio di dimenticare gli orrori vissuti e lo sci, questa volta, è veicolo promozionale di eccellenza. Si comincia con la discesa libera, il 2 febbraio, che ha come palcoscenico i 3371 metri della pista disegnata lungo il Piz Nair. Ben 111 concorrenti sono allineati al cancelletto di partenza, tra questi lo svizzero Karl Molitor che conta ben sei vittorie nel concorso del Lauberhorn e vorrebbe proprio trionfare anche nella prima discesa della storia olimpica, e i quattro azzurri Zeno Colo (che cadrà pesantemente), Roberto Lacedelli (che non concluderà a sua volta la prova), Silvio Alverà e Carlo Gartner che termineranno appaiati in sesta posizione. In effetti Molitor fa segnare il miglior tempo, 3’00″3, guidando con efficacia gli sci tra i trabocchetti del pendio, ma tira un po’ troppo spesso il freno a mano e quando tocca a Oreiller, sempre lanciato e mai in trattenuta, il cronometro non ammette repliche. Il francese fissa il tempo a 2’55″0 e quando poco dopo l’austriaco Franz Gabl gli rimane alle spalle per il margine di 4″1, il più ampio mai registrato in sede olimpica, facendo scalare Molitor in terza posizione, è il momento per Oreiller di festeggiare il trionfo.

Ma è solo l’inizio, perchè il parigino trapiantato a Val d’Isere, non ancora 23enne, ha in serbo altri due colpi a sensazione. Intanto in combinata, dove può sfruttare l’ampio vantaggio conseguito in discesa, permettendosi il lusso di chiudere in slalom in quinta posizione, distante proprio da quel Couttet che è il suo idolo da sempre, solo 13esimo in discesa ed infine in grado comunque di salire sul terzo gradino del podio. Molitor prova a rifarsi sotto, sesto in slalom, ma con il punteggio complessivo di 6.44 punti è secondo a Oreiller, che con 3.84 punti è nettamente davanti a tutti, in una prova di slalom che vede l’austriaco Edi Mall e l’azzurro Vittorio Chierroni chiudere alle spalle di Couttet, e Alverà, 11esimo dopo il sesto posto in discesa, occupare la quinta posizione finale. E per Oreiller sono due ori in due gare.

Il programma olimpico dello sci alpino si chiude il 5 febbraio con lo slalom speciale, ed è lotta a quattro per le medaglie dopo una prima manche che vede al comando Alverà con il tempo di 1’07″4, un decimo meglio di Couttet e tre dello svizzero Edy Reinalter. Oreiller è in quarta posizione, distanziato a sua volta di soli sei decimi, mentre gli altri concorrenti sono oltre i tre secondi di ritardo, fuori dai giochi, così come sono esclusi dalla battaglia il talentuosissimo austriaco Christian Pravda, che va per le terre, e il norvegese Stein Eriksen, troppo lontano in classifica per cullare ambizioni di medaglia. Nella seconda manche Alverà è al comando ma fa registrare qualche incertezza di troppo, tanto da venir scavalcato da Oreiller che con il tempo complessivo di 2’12″8 fissa il miglior tempo. Non sarà però lui a cogliere l’oro, e sarebbe stato il terzo in tre gare, perchè il suo eroe, Couttet, fa meglio ancora, di 2″, non riuscendo comunque a regalare alla Francia il successo. Già, perchè Reinalter, in posizione accovacciata che suscita l’ammirazione dei presenti, è veloce quel tanto che basta per abbassare ulteriormente il tempo, 2’10″3, issandosi così sul gradino più alto del podio. Ad Alverà resta l’amaro in bocca del quarto posto.

Henri Oreiller può invece accontentarsi: due ori e un bronzo in tre gare, è lui la stella acclamata delle Olimpiadi di St.Moritz del 1948. Dico bene?

 

BOBBY MORROW, L’ULTIMO TRIS BIANCO DELLO SPRINT ALLE OLIMPIADI

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Bobby Morrow – da memim.com

articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di Mosca passano alla Storia non solo per il primo, mai troppo deprecabile, boicottaggio dei Giochi imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma anche per essere l’ultima edizione a vedere trionfare due atleti bianchi nelle prove di velocità, con lo scozzese Allan Wells a prevalere sui 100 metri ed il nostro Pietro Mennea a fare altrettanto sulla doppia distanza.

Non solo, dai successivi Giochi di Los Angeles ’84, il podio dei m.100 ha visto salirvi solo ed esclusivamente atleti di colore, mentre l’indiscussa superiorità della “razza nera” viene scalfita sui m.200 dall’estemporaneo successo del discusso sprinter greco Konstantinos Kenteris, il quale si afferma alle Olimpiadi di fine millennio a Sydney 2000, approfittando anche di alcune circostanze indubbiamente a lui favorevoli.

Questi riferimenti statistici, con il giamaicano Usain Bolt a compiere, da Pechino ’08 a Rio de Janeiro ’16, per tre volte consecutivamente l’impresa di centrare gli Ori sui m.100, m.200 e staffetta 4×100 – anche se la vittoria di Pechino è stata poi revocata per la positività di Nesta Carter, primo frazionista del quartetto caraibico – fanno nascere la curiosità di tornare a ritroso nel tempo per verificare quale sia stato l’ultimo atleta bianco a compiere un analogo exploit.

Il primo stop avviene ai Giochi di Monaco ’72, quando il fuoriclasse sovietico Valery Borzov va molto vicino ad eguagliare tale trittico di Ori, con l’affermazione sia sui 100 che sui 200 metri, in parte favorita la prima dalla sbadataggine dei velocisti americani Hart e Robinson che non si presentano alla partenza dei quarti di finale, ma deve subire la voglia di riscatto degli atleti Usa nella staffetta 4×100, conclusa al secondo posto, e quindi la “macchina del tempo” riesce a risalire a colui che è il protagonista del nostro racconto odierno, vale a dire l’americano Bobby Joe Morrow, che riesce a completare tale ineguagliabile tris alle Olimpiadi di Melbourne ’56.

Nato ad Harlingen, nel Texas, il 15 ottobre 1935, e cresciuto con la famiglia che gestisce una fattoria a San Benito, Morrow, come la maggior parte dei ragazzi americani, gioca a football (quello loro, con la palla ovale, tanto per intendersi …) nel periodo in cui frequenta il Liceo alla “San Benito High School”, per poi dedicarsi all’Atletica Leggera una volta iscrittosi alla “Abilene Christian University”.

Qui riesce ad affinare il suo naturale talento per lo sprint, mettendosi in mostra nel 1955 allorché si aggiudica il titolo AAU sulle 100yd con il tempo di 9”5, facendo di lui uno dei favoriti per le selezioni ai Giochi di Melbourne dell’anno seguente, in programma a Los Angeles a fine giugno ’56.

In un biennio che lo vede sconfitto una sola volta sia nel 1955 che nel ’56, tanto da farlo ritenere “il più forte sprinter bianco di ogni epoca”, Morrow non ha difficoltà ad aggiudicarsi entrambe le prove ai Trials, facendo suoi i m.100 in 10”3 precedendo Ira Murchison, e la doppia distanza in 20”6, tempo che eguaglia il record mondiale dei connazionali Thane Baker ed Andy Stanfield, giunti alle sue spalle ed anch’essi pertanto qualificati per i Giochi.

Olimpiadi che, per la prima volta assegnate ad una Nazione dell’emisfero australe, sono in programma nell’inusuale periodo di fine novembre/inizio dicembre ’56, appuntamento al quale i due amici/rivali Morrow e Murchison giungono dopo aver ripetutamente eguagliato il record mondiale di 10”2 sui 100 metri, tempo realizzato dal primo il 19 maggio ed il 22 giugno e dal secondo l’1 giugno, per poi compiere analoga impresa in occasione dei Trials il 29 giugno, nell’aggiudicarsi le rispettive semifinali.

Nessun dubbio, pertanto, su chi siano i favoriti per l’Oro allorché, il 23 novembre ’56 sulla pista del “Melbourne Cricket Ground” gli atleti si presentano per disputare i primi due turni di qualificazione, con semifinale e Finale prevista per il giorno dopo ed, in una curiosa “sfida a rincorrersi”, sia Morrow che Murchison fermano i cronometri sul medesimo tempo di 10”55 nel vincere le rispettive serie dei quarti di finale.

Ma è chiaro che più ci si avvicina alla gara decisiva e maggiore è la pressione sugli atleti, circostanza che sembra comunque non scalfire i due pretendenti al titolo olimpico, visto che nel primo pomeriggio del 24 novembre, Murchison si impone nella prima semifinale in 10”5 (ma 10”79 con il rilevamento elettronico), con Morrow a fare ancor meglio nella seconda, vinta in 10”3 (10”52 elettronico) precedendo il connazionale Baker, che conclude in 10”4 (10”61).

Con tre rappresentanti dello Zio Sam sui sei finalisti che alle ore 17:30 si posizionano sui blocchi di partenza per la Finale della “gara principe” dei Giochi, è opinione comune che si possa assistere ad una, peraltro non del tutto inusuale per l’epoca, tripletta americana, anche se per quanto attiene all’aspetto cronometrico, soffia un forte vento contrario che penalizza l’esito della gara, ma tanto in una Finale olimpica contano solo le medaglie.

Ed è Morrow, partito in corsia centrale, a fare la differenza, prendendo decisamente la testa della gara ai 50 metri per non mollarla più ed andare a vincere in 10”5, mentre alle sue spalle l’avvincente lotta per le piazze d’onore vede prevalere a sorpresa Baker – il quale viene inspiegabilmente accreditato dello stesso tempo manuale di 10”5 di Morrow – sull’ancor più sorprendente australiano Hector Hogan che scalza dal podio il deluso Murchison, i cui reali distacchi sono ben evidenziati dal cronometraggio elettronico, che assegna 10”62 a Morrow, 10”77 sia a Baker che ad Hogan e 10”79 a Murchison.

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Lo sprint vincente di Morrow nella finale dei m.100 – da gettyimages.it

Rotto il ghiaccio, come suole dirsi, per Morrow e Baker, con l’aggiunta di Stanfield in luogo di Murchison, l’appuntamento con la pista è aggiornato al 26 novembre per i primi due turni dei 200 metri, con semifinali e Finale in programma, come di consueto, il giorno appresso, batterie che non creano alcun problema al terzetto americano, così come evidente è la loro superiorità nelle semifinali in programma alle 15:00 del 27 novembre ’56, con Baker a precedere (21”21 a 21”43) Morrow nella prima serie e Stanfield ad affermarsi in 21”35 nella seconda.

Talmente netto è il divario tra i tre atleti “a stelle e strisce” rispetto al resto della concorrenza, che stavolta non possono esservi dubbi sulla composizione del podio, e la maggiore curiosità da parte degli addetti ai lavori, allorquando, due ore dopo, i sei finalisti si presentano sui blocchi di partenza, sta nel cercare di capire se Baker possa rappresentare una vera insidia per Morrow o seppure quest’ultimo si sia nascosto nei turni precedenti.

Dubbi che il 21enne texano fuga sin dall’avvio, imponendo alla gara un ritmo impossibile da sostenere per gli avversari, così da cogliere il suo secondo Oro con il tempo di 20”6 che eguaglia il suo stesso limite mondiale ed il più esperto Stanfield – vincitore della prova quattro anni prima ad Helsinki ’52 – a precedere Baker, accreditati rispettivamente di 20”7 e 20”9 manuali, ma ancora una volta è la rilevazione elettronica a rendere giustizia alla superiorità di Morrow, il quale ferma i cronometri a 20”75 rispetto al 20”97 di Stanfield ed al 21”05 di Baker.

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L’arrivo vincente di Morrow sui m.200 – da gettyimages.it

Dettagli, ovviamente, in quanto ciò che più conta è essere sul gradino più alto del podio in occasione della cerimonia di premiazione, postazione che non può ovviamente sfuggire al quartetto della 4×100 Usa, composto dai tre finalisti della gara individuale oltre a Leamon King, il quarto dei Trials, sempre che non combinino qualche pasticcio nei cambi.

Con un primato mondiale vecchio di 20 anni, in quanto risalente addirittura al 39”8 con cui il leggendario Jesse Owens, assieme ai compagni Metcalfe, Draper e Wykoff, si erano aggiudicati la medaglia d’Oro ai Giochi di Berlino ’36, ecco che per il quartetto Usa si prospetta un’ulteriore affascinante sfida, da loro immediatamente raccolta, con una prova di straordinaria intensità e perfezione nei cambi che li porta a disintegrare il vecchio record, concludendo la Fnale disputata l’1 dicembre ’56 in 39”5 (39”60 con il rilevamento elettronico), un limite che a propria volta resta ineguagliato per i successivi 5 anni.

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Morrow completa il tris con l’oro della 4×100 – da azcentral.com

Al ritorno in patria, Morrow viene ovviamente accolto come un eroe nazionale – non dimentichiamo che a metà anni ’50 la questione razziale è sempre ben viva negli Stati Uniti – ed i media si scatenano nell’andare a cercare i segreti di questo fantastico sprinter, restando esterrefatti, allorché il plurimedagliato confessa loro che alla base dei suoi risultati vi è il fatto di dormire ben 11 ore, asserendo che “ogni mio successo è dovuto al fatto di essere perfettamente rilassato, così da poter spingere al massimo i miei muscoli …!!”.

Altresì un fervente cristiano, Morrow non tenta mai nella sua attività agonistica di anticipare lo sparo dello starter alla partenza, un atteggiamento da lui ritenuto completamente antisportivo e, dopo aver fatto suoi con irrisoria facilità i titoli universitari sia sui 100 che sui 200 metri ai Campionati NCAA del 1956 e ’57, realizza una identica doppietta anche ai Campionati assoluti AAU del 1958, dove si impone in 9”4 sulle 100yd ed in 20”9 sulle 220yd, per poi dare l’addio all’Atletica e tornare a dedicarsi alla sua fattoria in Texas a coltivare grano e cotone assieme alla sua famiglia.

Per un triplice campione olimpico però, il richiamo della Rassegna a cinque cerchi è troppo forte ed allora, perché non provare a qualificarsi per i Giochi di Roma ’60, con la possibilità di visitare la meravigliosa “Città eterna”, e quindi Morrow riprende ad allenarsi in vista delle selezioni previste ad inizio luglio a Stanford.

Consapevole di non avere più lo scatto bruciante necessario per imporsi sulla più breve distanza a causa della inattività, nonostante non abbia ancora raggiunto i 25 anni di età, Morrow concentra la sua preparazione solo sui 200 metri, classificandosi terzo in 20”8 nella prima delle due semifinali in cui Stone Johnson eguaglia in 20”5 il primato mondiale, per poi non ripetere tale tempo in Finale – dove tocca a Ray Norton, precedendo Johnson, eguagliare il record assoluto di 20”5 – conclusa al quarto posto in 21”1 alle spalle anche di Les Carney, che stacca in 20”9 il biglietto per i Giochi, dove, a sorpresa, è il migliore dei suoi, conquistando l’Argento in 20”6 dietro al nostro Berruti che corre anch’egli la distanza nel tempo di 20”5.

Forse, questa volta, i suoi muscoli si erano riposati un po’ troppo

 

GIANNI DE MAGISTRIS, IL “GIGI RIVA” DELLA PALLANUOTO AZZURRA

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Gianni De Magistris – da wpdworld.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di “Cannonieri”, al giorno d’oggi, il pensiero va immediatamente ai due fenomeni che da qualche anno stanno deliziando le platee di Spagna con i rispettivi Club di Barcellona e Real Madrid, vale a dire Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, i quali, oltre a dividersi i titoli di “Miglior Marcatore della Liga”, hanno entrambi già superato quota 600 reti in carriera.

Orbene, pensate per un attimo a fondere i due fuoriclasse in unico giocatore da oltre mille goal ed avrete il personaggio di cui quest’oggi ci occupiamo – ovviamente non parliamo di Calcio, bensì di un altro Sport, vale a dire la Pallanuoto – ed il signore in questione altri non è che il fiorentino purosangue Gianni De Magistris.

Nato nella città culla del Rinascimento il 3 dicembre 1950, De Magistris è un rarissimo esempio sia di longevità agonistica – avendo praticato la Pallanuoto ai massimi livelli per oltre 20 anni, periodo in cui partecipa a ben cinque Olimpiadi ed alle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali – che di rendimento, potendo vantare lo straordinario record di essersi aggiudicato per 16 volte la Classifica di Capocannoniere del Campionato di Serie A, dal 1969 al 1985 …!!

Un’impresa che ha un “buco” relativo al 1974, allorquando, per soddisfare agli obblighi di leva, De Magistris lascia la Rari Nantes Florentia per scendere in acqua con le Fiamme Oro Roma, che disputano il Campionato di Serie B, stagione in cui segna “qualcosa” come 122 reti (!!) ed anche se la categoria è inferiore, si può ben comprendere come possa essergli riconosciuto “ad honorem” il titolo di “Cannoniere principe” anche per quell’anno, visto che nella massima divisione non si va oltre le 40 reti per far propria tale classifica.

La Rari Nantes Florentia, dicevamo, storica ultracentenaria Società di Nuoto e Pallanuoto del capoluogo toscano, fondata nel 1904 e che aveva conosciuto il suo periodo di gloria nell’era pionieristica di tale disciplina, con la conquista di cinque Scudetti in sei anni, dal 1933 al 1938, cui seguono i titoli nel 1940 e ’48, prima che le formazioni liguri – Camogli e quindi Pro Recco del “caimano” Eraldo Pizzo – la facessero da padrone, con la sola Canottieri Napoli di Fritz Dennerlein (da giocatore prima, e tecnico successivamente) a cercare di ostacolarne lo strapotere.

Ma la Florentia – che nella Pallanuoto sta alle compagini liguri e campane come il Cagliari di Gigi Riva stava, nel calcio, alla Juventus ed alle due milanesi – ha a disposizione una carta da giocare che le altre manco se la sognano, il nostro De Magistris che, grazie alle sue reti, trascina la gloriosa Rari Nantes di nuovo ai vertici nazionali, con la conquista dello Scudetto nel 1976, a 28 anni di distanza dall’ultimo trionfo, vinto grazie a 20 vittorie e due sole sconfitte ed un solo punto di vantaggio (40 a 39) sulla Pro Recco.

Una Florentia che nel 1970 rischia addirittura di retrocedere, classificandosi al penultimo posto con 11 punti, due soli in più della nobile decaduta Camogli e che si sta progressivamente avvicinando ai vertici nazionali con il quarto posto ottenuto sia nel 1973 che nel ’75 – per quanto ovvio, l’assenza di De Magistris nel ’74, come ricordato, fa precipitare la squadra al settimo posto – ma è fuor di dubbio che la conquista del titolo è una sorpresa per gli stessi tifosi, giocatori e dirigenti fiorentini.

Un successo che porta a tinte forti la firma di De Magistris, in quanto, al suo ritorno da Roma, gli viene assegnata la veste di Allenatore/giocatore, il che, in pratica, voleva dire che faceva quasi tutto lui, essendo, ovviamente, anche il Capitano di quel “settebello” composto da soli fiorentini (così come, del resto, anche i giocatori della Pro Recco erano tutti del posto …), in un’epoca in cui di stranieri neanche a parlarne, e costruito con una serie di 10 vittorie consecutive nel girone di andata dopo la sconfitta per 1-3 alla prima giornata proprio a Recco.

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De Magistris al tiro – da gonews.it

E, poiché i liguri avevano nel girone ascendente pareggiato contro la Canottieri Napoli, per logica conseguenza alla prima di ritorno, la Rari Nantes ha l’occasione, ospitando la Pro Recco alla Piscina “Costoli (intitolata al nuotatore e pallanotista fiorentino, nonché successivo Dirigente federale Paolo Costoli, tragicamente scomparso nel 1966 nella tragedia aerea di Brema), di operare il sorpasso in Classifica, cosa che accade imponendosi per 7-5 davanti a tribune gremite in ogni ordine di posti, con quasi 8mila persone a tifare per la squadra della loro città, compresi anche molti giocatori della squadra di calcio della Fiorentina, tra cui un giovane 22enne Giancarlo Antognoni.

L’aver riportato il titolo a Firenze – grazie anche alla concomitante sconfitta della Pro Recco a Napoli alla penultima giornata, in cui anche la Florentia incappa nel suo secondo stop stagionale a Civitavecchia – genera inusitate scene di giubilo in città, cosa che non potrebbe verificarsi al giorno d’oggi, peraltro ben meritate, visto che, a torneo concluso, la Rari Nantes realizza l’accoppiata aggiudicandosi anche la Coppa Italia per l’unica volta nella sua storia, superando in Finale a Roma la Canottieri Napoli.

Un successo che non resta fine a se stesso, in quanto dopo altri buoni piazzamenti – terza in Classifica nel 1977 e ’78 e seconda nel ’79 a tre punti di distacco dalla Canottieri Napoli, in un quadriennio in cui i primi tre posti in Campionato sono appannaggio esclusivo delle tre “super potenze” Pro Recco, Florentia e Canottieri Napoli, appunto – De Magistris riesce a bissare l’impresa del ’76 riportando la Rari Nantes per l’ultima, sino ad ora, volta ai vertici nazionali nel 1980, curiosamente anno olimpico come il precedente.

E’ un Campionato in cui le storiche avversarie accusano una flessione tanto da concludere la stagione rispettivamente al quarto (Pro Recco) e quinto (Canottieri Napoli) posto, ma ciò nulla toglie all’impresa della compagine fiorentina che conclude il torneo da imbattuta, collezionando solo tre pareggi a fronte di 19 vittorie, per un totale di 41 punti rispetto ai 37 della FIAT Torino, unica che ha cercato di contrastarne il passo, per quello che è altresì ad oggi l’ultimo titolo di Campione d’Italia conquistato da una Società del capoluogo toscano in uno sport di squadra.

Non abbiamo citato gli anni olimpici a caso, in quanto – così come non a caso era stato fatto il paragone con Gigi Riva ed il suo Cagliari nel Calcio – dei servigi di De Magistris intende ovviamente valersi, al pari del ricordato “Rombo di Tuono”, anche la Nazionale italiana, per la quale viene selezionato, non ancora 18enne, per i Giochi di Città del Messico ’68, per poi esserne il Capitano nelle sue quattro successive apparizioni sino a Los Angeles ’84.

E’ il periodo in cui – prima della disgregazione della ex Jugoslavia, il che ha generato tre formazioni di livello mondiale quali Serbia, Croazia e Montenegro – la pallanuoto a livello internazionale era una questione tra le “magnifiche quattro”, vale a dire l’Ungheria – “Il Brasile della piscina”, parole e musica dello stesso De Magistris – l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, contro le quali gli Azzurri danno vita a memorabili sfide tiratissime e senza esclusione di colpi.

De Magistris è la mascotte di quella formazione che si presenta in Messico con nelle proprie file i “senatoriEraldo Pizzo e Gianni Lonzi – quest’ultimo fiorentino come lui – reduci, assieme a Giancarlo Guerrini del “Settebello” che si era imposto ai Giochi di Roma ’60, ma ciò nonostante fornisce il proprio contributo a far sì che l’Italia giunga prima nel proprio raggruppamento, con 6 vittorie (tra cui il 5-4 sulla Jugoslavia) ed un pareggio, precedendo la stessa Jugoslavia, mentre nell’altro girone si impone l’Ungheria a punteggio pieno, avendo piegato 6-5 l’Unione Sovietica, per dar così vita alle classiche “semifinali incrociate”.

L’esito delle stesse, però, ribalta l’andamento dei gironi, con la Jugoslavia ad aver la meglio sugli ungheresi per 8-6 ed i sovietici a far lo stesso contro gli azzurri, imponendosi per 8-5, con l’Italia che poi soccombe per 4-9 di fronte all’Ungheria nella Finale per il Bronzo, con l’amarezza di essere stata l’unica a sconfiggere la Jugoslavia che va a prendersi l’Oro al termine di una combattutissima sfida con l’Unione Sovietica, piegata 13-11 ai supplementari.

Una comunque valida esperienza per il minorenne De Magistris, che se ne torna in Toscana con il contributo di 6 reti realizzate, non male per un esordiente, con l’intenzione di migliorarsi quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72, dove il programma prevede la suddivisione delle partecipanti in tre raggruppamenti, da cui le prime due accedono ad un girone finale a 6, portandosi dietro il risultato del girone di qualificazione, che vede l’Italia inserita nel Gruppo C assieme all’Unione Sovietica, dalla quale viene sconfitta 1-4 dopo aver chiuso sull’1-0 il primo periodo, per poi naufragare nel girone finale, con i pareggi per 6-6 contro Jugoslavia e 2-2 contro Germania Ovest e le sconfitte, ancorché di misura, contro Ungheria (7-8) e Stati Uniti (5-6) che relegano gli Azzurri al sesto ed ultimo posto, nonostante il fattivo contributo dell’attaccante fiorentino, autore di 11 reti, con l’Oro che va all’Unione Sovietica solo grazie ad una miglior differenza reti (+6 rispetto a +5) nei confronti dell’Ungheria.

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Azzurri in ritiro ad inizio anni ’70 – da waterpoloworld.com

Formula che si ripete l’anno seguente, in occasione dei primi Campionati Mondiali di Nuoto, Pallanuoto e Tuffi che si svolgono a Belgrado ’73, e l’Italia si classifica al quarto posto alle spalle dell’Ungheria, che fa suo il titolo iridato precedendo Unione Sovietica ed Jugoslavia, senza alcuna recriminazione, avendo perso tutti e tre i confronti diretti, mentre due anni dopo, ai Mondiali di Cali, la Jugoslavia si autoelimina venendo esclusa dalla fase finale del torno in quanto un suo giocatore – tale Ratko Rudic che poi guiderà la Nazionale azzurra al trionfo ai Giochi di Barcellona ’92 – viene trovato positivo al controllo antidoping, circostanza che consente all’Itala di “scalare” una posizione ed aggiudicarsi il Bronzo alle spalle di Unione Sovietica (comunque fermata sul 5-5) ed Ungheria, a causa della, diremmo “scontata”, sconfitta per 5-7 contro i magiari.

Ora, è pressoché acclarato che sui 25/26 anni un atleta è nel fior fiore della propria vigoria fisica e se si pensa che De Magistris si presenta, in veste altresì di Capitano della squadra azzurra, alle Olimpiadi di Montreal ’76 fresco del doppio successo in Campionato e Coppa Italia, è facile intuire quale sia anche la condizione mentale con cui compie il viaggio in Canada, con al seguito i compagni di squadra Umberto Panerai ed il fratello minore Riccardo.

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La squadra azzurra argento ai Giochi di Montreal ’76 – da wpdworld.com

Inserita nel raggruppamento con Jugoslavia, Cuba e l’improponibile Iran, l’Italia pareggia 6-6 con gli slavi e supera 8-6 i caraibici per approdare al Girone finale dal quale è sorprendentemente esclusa l’Unione Sovietica – eliminata da Olanda e Romania nel Gruppo B – assieme anche ad Ungheria e Germania Ovest.

Senza che stavolta valga il risultato acquisito in qualificazione, l’Italia affronta cinque sfide ad alto contenuto agonistico ed altrettanto equilibrate, visto che nessuna si conclude con uno scarto superiore ad una sola rete, e la possibilità di puntare all’Oro sfuma nell’incontro inaugurale contro l’Ungheria, che vede gli Azzurri condurre per 4-3, prima che De Magistris, autore di una delle reti, venga definitivamente estromesso dalla contesa per aver raggiunto il limite di tre espulsioni, circostanza che consente ai magiari di ribaltare il punteggio a loro favore sino al 6-5 definitivo.

Riscattatasi con il successo per 5-4 sulla Jugoslavia, l’Italia incappa in un mezzo passo falso con la Romania, la cui sfida si conclude sul 4-4, per poi superare 4-3 la Germania Ovest e quindi affrontare la sorpresa Olanda in un match che, con l’Ungheria oramai sicura dell’Oro, vale l’Argento in caso di vittoria o pareggio, od addirittura l’esclusione dal podio qualora gli azzurri venissero sconfitti.

Ed è in situazioni come queste che si vede il carisma di un capitano, con De Magistris a far la voce grossa in acqua e mettere a segno 2 delle 3 reti – delle 11 in totale realizzate nel torneo olimpico – che consentono all’Italia di pareggiare l’incontro sul 3-3 e di tornare a medaglia a 16 anni di distanza dall’Oro dei Giochi di Roma.

Pur se l’espressione non è certo delle più appropriate, trattandosi di uno sport acquatico, a De Magistris resta da togliersi un “sassolino dalla scarpa” per quell’immeritata sconfitta contro l’Ungheria che ha tolto agli Azzurri la possibilità di conquistare l’Oro olimpico, e l’occasione gli si presenta due anni dopo, ai Mondiali di Berlino ’78, in cui l’Italia, guidata dal suo Capitano, compie il proprio capolavoro.

Concluso il girone eliminatorio a pari punti con l’Urss grazie ai successi per 6-5 sull’Australia e 4-2 sul Canada ed il pareggio per 5-5 contro gli stessi sovietici – risultato, quest’ultimo, che l’Italia si porta dietro nel Girone di semifinale con Romania e Stati Uniti – gli Azzurri, dopo la netta vittoria per 7-2 contro i rumeni, rischiano il tracollo e la conseguente eliminazione dalla Poule finale a quattro per l’assegnazione delle medaglie, ritrovandosi sotto per 1-4 nel decisivo match contro gli Usa prima che proprio De Magistris, in non ottimali condizioni fisiche, tiri fuori gli acuti giusti per portare la sfida sul 4-4 conclusivo che consente all’Italia di entrare nel consueto Gotha della pallanuoto, assieme ad Jugoslavia, Ungheria ed Unione Sovietica.

E, come spesso accade alle spedizioni azzurre di qualsiasi disciplina (calcio in primis …), dallo scampato pericolo di passa al trionfo, grazie ai successi per 6-5 e 5-4 rispettivamente su Jugoslavia ed Urss e, stavolta, è sufficiente il pareggio per 4-4 contro i maestri ungheresi per assicurarsi il primo titolo iridato della storia della nostra pallanuoto, che sarà replicato 16 anni dopo ai Mondiali di Roma ’94 e, successivamente, alla rassegna iridata di Shanghai 2011.

Per De Magistris si tratta del punto più alto della sua carriera in nazionale, che lo vede ancora selezionato, a dispetto dell’età, per i “Giochi dimezzati” sia di Mosca ’80, che l’Italia conclude al settimo posto dopo essere stata esclusa dal Girone finale a sei a causa di un disastroso cammino che la vede sconfitta per 8-6 (nonostante 4 reti del suo Capitano) dall’Unione Sovietica e quindi, dopo un pareggio per 4-4 con la Svezia, soccombere per 4-5 contro la Spagna, con De Magistris a sfogare la rabbia nel girone di consolazione, in cui mette a segno ben 15 della sue 20 reti complessive nel Torneo olimpico.

Con l’ultima apparizione, quale senatore assieme ad Enzo D’Angelo della Canottieri Napoli, anche ai Giochi di Los Angeles ’84 dove, a dispetto dell’assenza delle formazioni del blocco sovietico, l’Italia si piazza nuovamente al settimo posto, eliminata per peggior differenza reti dall’Australia (contro cui pareggia per 8-8) nel girone di qualificazione vinto dalla Germania Ovest, De Magistris completa la sua esperienza nella rassegna a cinque cerchi portando a 59 il totale delle reti segnate nella manifestazione, che segna altresì il suo addio alla calottina azzurra per la quale, in 388 gare disputate, realizza qualcosa come oltre 750 reti, una media da far impallidire qualunque altro pallanuotista.

L’anno seguente, De Magistris conclude anche l’esperienza alla Florentia, solo per disputare due ultime stagioni accasandosi a Bologna in A2 ed a Camogli, per poi porre fine ad una carriera che lo ha visto realizzare 1.880 reti nelle sue 20 stagioni nella massima divisione nazionale, anche se il suo essere toscano, ed anche fiorentino in particolare, gli ha procurato non poche inimicizie a livello federale a causa della sua ben nota “lingua lunga” nel voler sempre parlar chiaro e diretto circa le – peraltro molte – cose che non gli andavano a genio nel mondo della pallanuoto e dello sport italiano principalmente.

Basta rileggere alcune sue dichiarazioni non proprio gentili quali, rispetto alla differenza tra la visibilità della sua disciplina ed il calcio: “Se un calciatore avesse segnato un decimo delle reti da me realizzate sarebbe tra i più famosi e ricchi al mondo; mi capita spesso di passeggiare per Firenze con il mio amico Antognoni, a lui vengono chiesti migliaia di autografi ed a me solo se Giancarlo mi presenta come un Campione, altrimenti …”.

Ma io non mi lamento di questo”, prosegue De Magistris, “ho vissuto con passione il mio sport anche quando ho giocato davanti a solo 200 spettatori, mi dà più fastidio il fatto di essere tenuti in considerazione, media compresi, solo in occasione dei Giochi Olimpici, dove se vinci ottieni un’orgia di titoloni ad otto colonne, mentre in caso contrario tutti a spararti addosso, compresa gente che non ti ha mai visto giocare …!!”.

Ed, ovviamente, ce n’è anche per i vertici federali ed addirittura politici: “Quando l’Italia disputò la Finale mondiale contro la Germania in Spagna, il Presidente Pertini era ben presente in tribuna d’onore, perché non prese l’aereo per venire a festeggiare il nostro titolo iridato ai Mondiali di Berlino ’78 …?? Dopotutto, noi siamo cittadini italiani al pari di Gentile e Cabrini e, tra l’altro, sapevo giocare a scopone anch’io (riferendosi alla celebre partita con Zoff, Causio e Bearzot nel viaggio di ritorno in Italia) …!!”.

Trionfo di Berlino al termine del quale De Magistris si rifiuta di festeggiare con il Presidente del CONI Carraro ed i giornalisti al seguito, asserendo: “Troppo facile salire sul carro dei vincitori senza prima aver seguito la squadra”, ed in più, a tutela di tutti gli sport minori che portano medaglie olimpiche, “io amo il calcio, ma non sopporto il contorno di enfasi attorno alle imprese dei calciatori, quando essi vincono vengono idolatrati, ma anche gli Abbagnale od il tiratore Benelli conquistano Ori ai Giochi, ma non sono nessuno per la gente comune”.

Non c’è quindi da stupirsi se a De Magistris – il più grande interprete, assieme ad Eraldo Pizzo, della pallanuoto italiana – non sia mai stato offerto un posto in Federazione, ed è lui stesso il primo a concordare su questo: “Io sono fatto così, ho pagato per aver detto certo cose che sapevo mi si sarebbero rivoltate contro, anche quando ho vissuto esperienze da allenatore e Direttore sportivo, se avessi dovuto vivere solo di pallanuoto, ora dormirei sotto un ponte, pensate che per la vittoria ai Mondiali di Berlino ’78 abbiamo ricevuto un premio a testa di 3milioni di Lire, al lordo delle tasse …”.

Ed, in ultimo, non poteva mancare una “stoccata” anche ai concittadini della sua amata Firenze: “Quando, prima dei Giochi di Pechino ’08, la torcia olimpica è passata da Firenze e dovevano essere scelte 57 persone per compiere un tragitto di 50 metri ciascuno, il Sindaco, i politici ed i dirigenti sportivi, che mi avevano sempre portato ad esempio come “Simbolo della fiorentinità”, beh, stavolta, guarda caso, si sono dimenticati di uno che di Olimpiadi ne ha disputate ben cinque …!!”

Caro, vecchio, schietto ed integerrimo campione, come si fa a non volerti bene…?

 

PETER REVSON E IL SOGNO IRIDATO INTERROTTO DALLA MORTE

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Peter Revson – da fi.wikia.com

articolo di Simone Castelnovo tratto da Cavalieri del rischio 

Affascinante, educato e dotato di grande intelligenza, nonchè erede designato della famiglia prioritaria del gruppo Revlon (leader mondiale nella cosmesi), Peter Jeffrey Revson non esitò un attimo a rinunciare a tutto pur di soddisfare il proprio sogno di correre in auto: americano di New York, debuttò a 16 anni con una Morgan mettendosi subito in luce nelle numerose gare della Costa Est. Usando parte del suo capitale personale (12000 dollari) si trasferì in Europa e partecipò al campionato di formula Junior con una Holbay motorizzata prima Cooper e poi Cosworth, in quel periodo tra l’altro risiedeva a Londra in un piccolo appartamento in condivisione con due altri grandissimi talenti della sua generazione, ovvero Chris Amon e Mike Hailwood.

Il debutto in Formula 1 avvenne nel 1964 alla guida della Lotus ma i risultati non arrivarono, contemporaneamente corse e vinse in Formula 3 a Montecarlo ma, una volta tornato in Patria, gli venne intimato un alt dal padre che lo portò a scegliere tra la gestione dell’attività di famiglia o continuare a correre rinunciando del tutto alla cospicua eredità. Per questo la sua carriera si interruppe e ripartì poi da zero.

Ancora lontano dalla Formula 1, ritornò al volante vincendo a Sebring e Spa nelle gare di durata con una Ford Gt40 e iniziò a brillare in Can-Am, anche se la morte del fratello, avvenuta durante una gara di Formula 3 in Danimarca, lo spinse a pensare definitivamente al ritiro, ma la passione vinse ancora una volta. Nel corso degli anni trovò in Steve McQueen un compagno d’eccezione con cui condivise diverse gare in Porsche; le prestazioni di Revson nel frattempo di facevano sempre più consistenti, nella 500 Miglia di Indianapolis del 1969 fu protagonista di un capolavoro arrivando quinto assoluto con una vecchia Brabham, due anni più tardi sempre a Indianapolis centrò pole position e secondo posto davanti alla famiglia, ricomparsa ai box dopo tre anni di silenzio.

Finalmente rientrò in Formula 1 disputando con la Tyrrell il gran premio degli Stati Uniti, poi firmò un biennale con la McLaren, scuderia con cui la sua stella brillò definitivamente: nel 1972 fu terzo a Kyalami, Brands Hatch e Zeltweg e secondo a Mosport, in Canada, dietro a Jackie Stewart e dopo aver firmato la pole-position, chiudendo il campionato al quinto posto, posizione confermata l’anno seguente quando, oltre a due podi a Kyalami e Monza, vinse due gran premi a Silverstone battendo Peterson e proprio a Mosport davanti a Fittipaldi; contemporaneamente ricucì del tutto i rapporti con la famiglia, nonostante lo sponsor che campeggiava sulla sua McLaren, ovvero la Yardley, principale concorrente della Revlon!

All’apice della carriera fece una scelta controcorrente, scegliendo l’emergente Shadow nonostante il crescente interesse di alcuni team di punti, tra cui la Ferrari; la Dn3 nera di Revson era in costante crescita e il futuro appariva roseo, ma a Kyalami un dado in titanio della sospensione anteriore sinistra cedette alla curva Barbecue e l’impatto fu fatale. Revson morì a 34 anni, riposa accanto al fratello Douglas all’interno del Ferncliff Cemetary nello stato di New York.

EGIDIO CALLONI, CHE POI COSI’ “SCIAGURATO” NON ERA …

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Calloni in azione in un derby – da eurosport.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel corso degli anni ’70, quando il calcio non era ancora globalizzato e, soprattutto, non inquinato da frotte di personaggi che attraverso reti di amicizie e conoscenze varie, mercanteggiano sul valore (vero o presunto) di vari ragazzi che intendono farsi strada in tale disciplina, era buon uso per le “cosiddette Grandi”, valutare – attraverso la propria, autonoma, cerchia di osservatori – la crescita dei giovani nelle serie inferiori, con un occhio di riguardo verso la prosperosa zona del lonbardo-veneto.

In particolare, delle Società lombarde, Atalanta e Cremonese avevano stretto un patto di collaborazione più con la Juventus, mentre Como. Varese, Brescia e Monza erano serbatoi ai quali si rifornivano in prevalenza le due milanesi, ragion per cui le gare di queste squadre erano molto spesso seguite da una frotta di talent scout alla ricerca del “Campione del futuro”.

Ancor meglio, ovviamente, se questi Club disputano un Campionato da protagoniste, come è il caso del Varese nel Torneo Cadetto 1973-’74 che vede i biancorossi – guidati in panchina dalla “bandiera” Pietro Maroso, fratello dello sfortunato Virgilio, perito nella sciagura di Superga – conquistare la quarta ed ultima promozione in serie A della loro storia, alla quale contribuisce in modo determinante la coppia di attaccanti formata dal centravanti Egidio Calloni e dall’ala sinistra Giacomo Libera, autori il primo di 16 reti che gli valgono altresì il titolo di capocannoniere, mentre il secondo va a segno in 9 occasioni.

Ed ecco che, come falchi, si proiettano sui due giovani sia il Milan che l’Inter, desiderose di rinverdire i fasti degli anni ’60 rispetto ad una Juventus che ha anticipato i tempi del rinnovamento e sta dominando la scena nel panorama nazionale, con Calloni che firma per i rossoneri e Libera che andrà a vestire la maglia nerazzurra dalla stagione successiva.

Curiosa la storia di Egidio Calloni, nato a Busto Arsizio l’1 dicembre 1952 e protagonista del nostro racconto odierno, in quanto cresciuto proprio nel settore giovanile interista, per poi essere prelevato dal Varese non ancora 18enne e da questo “girato” per un anno al Verbania in Serie C, dove il futuro attaccante milanista dimostra di avere confidenza con il goal andando a segno 15 volte, circostanza che conforta la dirigenza biancorossa a puntare su di lui per il successivo biennio, una fiducia, come abbiamo visto, ben ripagata.

Da parte rossonera, viceversa, con la beffa della “fatal Verona” del maggio ’73 si conclude in pratica un ciclo che aveva visto il Milan, con il ritorno di Nereo Rocco in panchina, ritornare ai vertici del calcio internazionale, e l’anno seguente, in cui alla guida della squadra si erano alternati lo stesso Paron, Cesare Maldini e Trapattoni, la stagione si era chiusa in un’anonima settima posizione, con ancora la “vecchia guardia” formata da Anquilletti, Sabadini, Biasiolo, Benetti, Bigon, Rivera e Chiarugi a tirar la carretta, visto che gli inserimenti dei giovani Bergamaschi e, soprattutto in attacco, Turini e Vincenzi non avevano fornito gli auspicati risultati.

Anche da punto di vista societario, conclusa l’era dei Carraro alla presidenza, la guida è nel frattempo passata dall’Avv. Federico Sordillo al petroliere spezzino Albino Buticchi, il quale, dopo il positivo esordio con la conquista della Coppa Italia e della Coppa delle Coppe ’73, si doveva scontrare con la carta d’identità di alcuni suoi giocatori, procedendo alla cessione di Prati alla Roma e con il successivo ritiro, per ragioni di età, del tedesco Karl-Heinz Schnellinger, ultimo straniero a vestire la maglia rossonera sino alla riapertura delle frontiere.

Il mercato dell’estate ’74, comunque, oltre all’arrivo di Calloni al centro dell’attacco, vede anche importanti innesti in difesa, con l’acquisto del portiere Albertosi dal Cagliari e dei difensori Bet dal Verona e Zecchini dal Torino, mentre come tornante di destra si punta sul giovane Duino Gorin, prelevato anch’egli dal Varese, dove si era dimostrato più che valido assist man per Calloni.

L’esordio ufficiale in rossonero giunge per Calloni l’1 settembre ’74 in occasione del match inaugurale del girone eliminatorio contro il Brescia, concluso sullo 0-0, e sono della settimana successiva le sue due prime reti con la nuova maglia, a sancire il 2-0 con cui il Milan si impone a Perugia, per poi rimandare l’appuntamento con la Coppa a fine stagione, incombendo il Campionato, in cui Calloni debutta alla seconda giornata nella sconfitta per 1-2 patita dai rossoneri a Torino contro la Juventus.

L’inizio del Torneo è deludente, in quanto al riferito stop contro i bianconeri fanno da contorno due deludenti pari interni con Sampdoria e Fiorentina, prima che sia proprio Calloni, con la rete messa a segno a 6’ dal termine all’Olimpico contro la Roma, a fornire il primo acuto di una stagione – che vede anche l’arrivo alla guida tecnica di Gustavo Giagnoni, reduce da tre ottime annate alla guida del Torino – “senza infamia e senza lode” per il Club di via Turati, conclusa al quinto posto con 36 punti, a 7 lunghezze dalla Juventus Campione d’Italia al termine di un avvincente duello con il Napoli.

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Calloni esulta dopo uno dei suoi due goal alla Ternana: – da altervista.org

Per Calloni, comunque, 11 reti in 26 presenze, anche se per lui inizia a farsi strada quella che da molti viene definita come la “sindrome da San Siro”, una evidente eccessiva pressione rispetto a quel pubblico dal palato fine che poco o nulla perdona, tant’è che dei riferiti centri, solo quattro giungono alla “Scala del calcio”, dove si sblocca solo all’ultima giornata del girone di andata, con la doppietta in tre minuti ad inizio ripresa che decide il match vinto per 3-1 sulla Ternana.

A parziale compensazione, giunge la rete di apertura nel derby di ritorno contro l’Inter e vinto nettamente per 3-0 dai rossoneri, nonché la consolazione che i “cugini” se la passano ancor peggio, visto che concludono la stagione al nono posto a quota 30 ed il loro cannoniere principe Boninsegna si ferma a quota 9 reti.

Una superiorità che il Milan ribadisce a Campionato concluso, con la fase finale della Coppa Italia – affrontata senza Rivera, in aperto contrasto con Buticchi, che vorrebbe cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala – che vede i rossoneri vincere il proprio Girone di semifinale contro Inter (1-0 e 0-0 nei derby), Bologna (1-0 interno, rete di Calloni, e 4-1 al “Dall’Ara”, doppietta di Calloni) ed Juventus, piegata 1-0 a San Siro, con successiva, ininfluente sconfitta per 1-2 al ritorno, con il Milan già qualificato per la Finale dell’Olimpico contro la Fiorentina.

Partita rocambolesca, piena di rovesciamenti di fronti e di alternanza di reti, che infine premia per 3-2 i viola, grazie allo spunto del subentrato Rosi appena 2’ dopo che l’ex Chiarugi aveva siglato il punto del provvisorio pareggio per i rossoneri.

Già, Chiarugi, l’ex “cavallo pazzo” viola, con cui Calloni trova una più che soddisfacente intesa, confermata dal buon esito della stagione successiva, anche se in casa rossonera più che alle questioni del campo si guarda alle faccende a livello dirigenziale, con Rivera ad avere la meglio nella querelle con Buticchi, così da determinare l’allontanamento di Giagnoni – che aveva avallato la cessione del Capitano – in favore della promozione a tecnico della prima squadra di Trapattoni, affiancato dal ritorno di Rocco come Direttore Tecnico.

Con una rosa pressoché immutata – fatto salvo il ritorno in rossonero di Nevio Scala dopo un’esperienza biennale all’Inter – e la crescita di Aldo Maldera, la differenza la fa la ritrovata serenità in seno alla squadra ed il buon senso che unisce l’accoppiata Trapattoni/Rocco contribuisce al resto, in un Campionato in cui il Milan non può oggettivamente competere con lo strapotere delle due torinesi – e vinto dai granata, i cui tifosi tornano così a gioire a 27 anni dalla tragedia di Superga – e che peraltro conclude ad un più che onorevole terzo posto e con Calloni che si conferma “top scorer” incrementando a 13 reti la sua quota realizzativa, tra cui la rete di apertura nel derby di andata, vinto per 2-1 sui cugini, i quali terminano la stagione al quarto posto, a una lunghezza di distanza.

Sul settore Coppe, il Milan esce da quella nazionale nel girone di semifinale, allorché in panchina siede Barison in quanto Trapattoni ha ceduto alle lusinghe bianconere portate da Boniperti, mentre in campo internazionale i rossoneri, impegnati in Coppa Uefa, eliminano, grazie ad un rigore trasformato da Calloni, gli inglesi dell’Everton al primo turno, gli irlandesi dell’Athlone Town al secondo e gli insidiosi sovietici dello Spartak Mosca agli ottavi di finale (grazie al 4-0 della gara di andata a San Siro, in cui Calloni mette a segno una doppietta), per poi arrendersi ai quarti di fronte al Bruges di Ernst Happel, sfiorando, dopo lo 0-2 esterno nelle Fiandre, la clamorosa impresa portandosi sul 2-0 al ritorno, prima che una rete di Hinderyckx ad un quarto d’ora dal termine, facesse svanire ogni speranza.

Occorre, a questo punto, fare un’analisi obiettiva e senza pregiudizi di sorta di queste prime due stagioni in rossonero del protagonista della nostra storia, ricordando come, all’epoca, si disputasse un Campionato di serie A a 16 squadre – con conseguenti 30 partite rispetto alle 38 odierne – e che vigeva la “marcatura ad uomo”, tant’è che erano ben pochi gli attaccanti capaci di andare in “doppia cifra” a fine stagione.

A riprova di quanto detto, nel suo anno di esordio nella Massima Divisione, le 11 reti messe a segno da Calloni lo vedono porsi al quinto posto della Classifica Marcatori, vinta da Pulici del Torino a quota 18 davanti a Savoldi del Napoli con 15 centri, mentre la stagione successiva le 13 realizzazioni lo collocano al quarto posto, ad una sola lunghezza da Savoldi ed a due dalla coppia formata da Graziani del Torino e Bettega della Juventus, con il solo Pulici a fare gli straordinari, confermandosi leader a quota 21.

Questo per dire che, se si aggiungono le reti messe a segno in Coppa, i 17 centri del ’75 ed i 19 del ’76 rappresentano un bottino niente affatto trascurabile per un attaccante, tutto sommato ancora giovane, visti i 24 anni ancora da compiere a fine stagione ’76, e che avrebbe probabilmente dovuto ritrovarsi in una Società con meno beghe interne.

Alla Presidenza, difatti, subentra Vittorio Duina ed alla guida tecnica viene chiamato Pippo Marchioro, reduce dall’esaltante stagione con il Cesena, condotto ad uno straordinario sesto posto, ma che non riesce a legare con i giocatori, Rivera in primis (al quale assegna la maglia n.7), mentre a livello di rosa avvengono due scambi scellerati, con Benetti ceduto alla Juventus per Capello e Chiarugi al Napoli per Giorgio Braglia.

Quest’ultimo raggranella appena tre presenze in Campionato, comportando lo spostamento di Calloni all’ala sinistra per far posto, nel ruolo di centravanti, al neoacquisto Silva proveniente dall’Ascoli per una manovra d’attacco che non riesce a trovare sbocchi, in una stagione che vive la sua prima svolta in chiave negativa alla quinta giornata quando i rossoneri ospitano la Juventus a San Siro, venendo sconfitto in rimonta 2-3 dopo essersi trovato sul 2-0 dopo poco più di un quarto d’ora di gioco, con Calloni ad aver aperto le marcature.

Nelle successive 10 gare sino a fine girone di andata, il Milan vince solo ad inizio gennaio ’77 all’Olimpico contro la Lazio (rete decisiva ancora di Calloni) ed il pari a reti bianchi contro il fanalino di coda Cesena, costa la panchina a Marchioro, venendo richiamato in fretta e furia Rocco al capezzale rossonero, pur se la situazione – dopo un illusorio 3-0 interno sulla Sampdoria e due pareggi per 1-1 a Firenze ed in casa contro il Napoli (tris di gare in cui Calloni va a segno) – non migliora, tanto che, a due giornate dal termine, il Milan è al terz’ultimo posto della graduatoria, per poi raggiungere la salvezza grazie ai successi su Catanzaro e Cesena.

La disabitudine a trovarsi a lottare per non retrocedere ha indubbiamente costituito una pressione psicologica sulla testa dei giocatori, acuita dalla “mazzata” subita in Coppa Uefa allorché negli ottavi di finale, opposti agli spagnoli dell’Athletic di Bilbao – che poi sfideranno in Finale la Juventus – stanno compiendo il miracolo di sovvertire l’1-4 dell’andata portandosi sul 3-0 grazie ad una doppietta di Calloni, per poi subire, a 4’ dal termine, la rete di Madariaga su rigore che certifica il passaggio del turno da parte della compagine basca.

Che vi fosse anche un problema psicologico nella mente dei giocatori è dimostrato dall’esito della fase finale di Coppa Italia, in cui il Milan riporta Calloni nella sua posizione naturale di centravanti, affiancato da un Braglia risorto come per incanto, visto che già dalla prima gara del girone di semifinale (3-1 al Napoli a San Siro), i due vanno a segno, confermandosi poi nelle successive gare che qualificano il Milan per la Finale meneghina del 3 luglio ’77 contro l’Inter e che i rossoneri si aggiudicano per 2-0 (rete di apertura di Aldo Maldera ad inizio ripresa e sigillo di Braglia ad 1’ dal termine), per l’unico trofeo vinto da Calloni in carriera, il quale si laurea altresì Capocannoniere della manifestazione, con 6 reti alla pari con Braglia.

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Calloni esulta coi compagni dopo la vittoria in Coppa Italia – da wikipedia.org

In una stagione così travagliata, il bottino complessivo di 15 reti non è certo da disprezzare per Calloni, il quale si appresta però a vivere l’annata più deludente della sua esperienza in rossonero, nonostante la Società si sia data un assetto stabile con l’avvento alla Presidenza dell’industriale brianzolo Felice Colombo ed un’oculata campagna di ringiovanimento della rosa, grazie al “saccheggio” del trio monzese costituito da Antonelli, Buriani e Tosetto – di cui solo quest’ultimo risulterà al di sotto delle attese – ed al definitivo lancio in prima squadra di Collovati in difesa, mentre in panchina torna Nils Liedholm, il quale, a fine stagione, fa esordire un 19enne di grande avvenire, tale Franco Baresi.

La squadra disputa un Campionato più che dignitoso, giungendo quarta con 37 punti, con alcune “perle” come il 3-1 rifilato all’Inter nel derby di andata ed il 5-1 interno sulla Fiorentina, ma altrettanto non si può dire per Calloni, che aveva peraltro esordito alla grande, siglando, da subentrato, la rete del pareggio all’90’ sul campo della Fiorentina, alla quale fa seguito un solo altro centro, nel successo esterno per 2-1 a Foggia, non riuscendo viceversa a trovare mai la via del goal davanti al pubblico amico.

Liedholm lo difende, assicurando che “fa cose straordinarie in allenamento, ma per lui il pubblico di San Siro rappresenta un blocco psicologico insuperabile”, a cui certo non contribuisce la raffinata e sarcastica penna di Gianni Brera che per lui conia l’appellativo di “Sciagurato Egidio” preso a prestito dai “Promessi Sposi” di manzoniana memoria ed, allorché Calloni si presenta sul dischetto del calcio di rigore in occasione del derby di ritorno contro l’Inter, la respinta di Bordon sul suo tentativo di trasformazione sancisce l’addio del centravanti alla maglia rossonera, indossata per l’ultima volta il 17 maggio ’78 nella vittoria per 3-0 sulla Juventus al Comunale di Torino nel Girone di semifinale di Coppa Italia, propiziata proprio da una sua rete al 56’ che apre le marcature.

Calloni raccoglie le sue cose nell’armadietto di Milanello per accasarsi al Verona, portando in dote le 54 reti messe a segno nella sua militanza in rossonero, sostituito da Chiodi nell’anno della conquista dello storico “Scudetto della Stella” del Milan, anche se il bolognese non è che faccia granché meglio, con appena 7 reti (di cui 6 su calcio di rigore …), ma le strade del centravanti brianzolo e del Milan sono ancora lunghe da dividersi definitivamente.

Difatti, chi, se non lui, rischia di “rompere le uova nel paniere” al trionfo rossonero allorché alla 27.ma giornata, scendendo con il già retrocesso Verona a San Siro, gela il pubblico con la rete con cui gli scaligeri concludono in vantaggio il primo tempo, solo per essere rimontati nella ripresa dalle reti di Rivera e Novellino che spianano la strada del decimo scudetto, per poi prendersi un’ancor più ghiotta rivincita negli anni a seguire.

La pur discreta stagione a Verona, con 8 reti all’attivo, e la successiva anonima a Perugia (in cui, per l’unica volta in carriera, non va a segno), consigliano difatti a Calloni di accettare l’offerta del Palermo e di scendere di Categoria, avendo così l’opportunità di incontrare di nuovo il Milan, precipitato all’inferno a causa del primo “Scandalo Scommesse” del nostro amato calcio e che ha visto coinvolti anche i rosanero, che affrontano il Torneo cadetto partendo da una penalizzazione di 5 punti.

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La rete di Calloni che decide Palermo-Milan di Coppa Italia – da altervista.org

A dare una ghiotta opportunità di riscatto a Calloni è anche la buona sorte, visto che il Palermo viene sorteggiato nel girone di qualificazione di Coppa Italia assieme proprio ad Inter e Milan, ed il suo ritorno a San Siro il 31 agosto ’80 lo vede siglare la rete di apertura della clamorosa vittoria per 2-1 dei rosanero a spese dei nerazzurri ed, appena tre giorni dopo, è sua l’unica rete che decide l’incontro alla “Favorita” contro i rossoneri, una doppia rivincita nello spazio di 72 ori, ma non è ancora finita ….

Succede, infatti che, dopo aver saltato la gara di andata a San Siro (conclusa sullo 0-0), al ritorno il Milan si presenti a Palermo solitario in vetta al Campionato cadetto, ma reduce dallo scivolone interno per 0-1 contro la Sampdoria ed, una eventuale seconda sconfitta, potrebbe generare qualche allarme in casa rossonera.

Il Palermo, dal canto suo, non può certo essere in vena di favori, in quanto a causa della citata penalizzazione è pur sempre ultimo in graduatoria con 19 punti, assieme a Taranto e Monza, ad una lunghezza dal Vicenza ed a due dal Varese che lo precedono, ed ecco pertanto l’importanza che riceve la visita della capolista alla “Favorita”.

Ed, ad incanalare la sfida sui binari favorevoli ai rosanero ci pensa proprio Calloni, che sblocca il risultato dopo appena 5’, raddoppia al 32’ su rigore e, dopo che Buriani aveva dimezzato il distacco trasformando a propria volta un tiro dagli 11 metri, si incarica di completare la sua personale tripletta con la terza rete al 38′ per il definitivo 3-1 che lo consacra “Re per una Notte” di tutti gli sportivi palermitani.

Con questa impresa, e le 11 reti complessivamente messe a segno, Calloni contribuisce alla salvezza dei rosanero – nel mentre il Milan conquista ugualmente la promozione in A – circostanza che gli vale l’ultimo scampolo nell’elite del calcio nazionale con una stagione al Como, conclusa con la retrocessione in B assieme proprio ai rossoneri e che, di fatto, ne pone fine alla carriera, proseguita poi con due fugaci esperienze in Interregionale con Ivrea e Mezzomerico, prima di dare il definitivo addio al mondo del calcio.

Mondo nel quale Calloni continua anche in seguito ad essere usato come antipatico “termine di paragone” ogni qualvolta un attaccante spreca malamente occasioni di fronte alla porta avversaria, ancor meglio se con la maglia rossonera, ma, se andiamo a rileggere con un occhio più benevolo la sua carriera, alla fine ci accorgiamo che quell’appellativo di “sciaguratoè forse più colpa dei suoi genitori che lo hanno chiamato Egidio che non propriamente suo, fosse stato battezzato Andrea o Stefano, chi lo sa…

 

SWEN NATER, LA PRIMA STELLA EUROPEA NEL PIANETA NBA

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Swen Nater – da apiedecancha.es

articolo di Nicola Pucci

In tempo di globalizzazione selvaggia – nell’evoluzione geopolitica così come nell’attività sportiva – forse ci dimentichiamo che non troppo tempo fa il campionato NBA era un pianeta pressochè inesplorato ed inavvicinabile per i giocatori europei. E se Drazen Petrovic e Vlade Divac hanno segnato la strada nel 1989, l’uno a Portland e l’altro a Los Angeles, versante Lakers, è necessario ricordare che un altro ragazzo del continente li anticipò nel 1973, guadagnandosi una scelta del Draft da parte dei Milwaukee Bucks con il numero 16 prima di esser “scambiato” con i Virginia Squires, all’epoca militanti nell’ABA, lega alternativa all’NBA.

Vi chiederete chi sia stato questo pioniere in un’epoca in cui ancora del professionismo americano non si aveva traccia, stante lo status amatoriale dei Giochi Olimpici così come dei Mondiali, unica occasione di confronto tra il basket statunitense e la pallacanestro del resto del mondo? Stiamo parlando di Swen Nater, cestista olandese nato a Den Helder il 14 giugno 1950, e che assurgerà al rango di primo giocatore europeo della storia del basket professionistico americano.

In effetti sono circostanze non proprio invidiabili a far sì che il giovane Nater scopra l’America. Figlio di genitori divorziati, viene allevato insieme alla sorella minore in un orfanotrofio prima di poter volare, all’età di nove anni, di la dall’Oceano per ricongiungersi alla madre Marlene, nel frattempo convolata a nozze con un altro uomo. Grande e grosso com’è, 211 centimetri per 110 chili, Nater non può che dirottarsi verso la pallacanestro, anche perchè negli Usa è quasi inevitabile sposare il culto della palla a spicchi, apprendendo i rudimenti del gioco in un piccolo liceo della California, Stato in cui Swen si è stabilito. I due anni successivi, dal 1968 al 1970, allo Junior College di Cypress, svezzano il ragazzo, che viene notato dal leggendario John Wooden, coach di UCLA, prestigiosa università californiana, che lo precetta, permettendogli di allenarsi a contatto con giocatori del calibro di Bill Walton. Non gioca il torneo NCAA, relegato com’è al ruolo di sostituto del pivot bianco più forte della storia del basket americano, non solo universitario, ma vede la sua squadra conquistare due titoli e il suo apporto è fondamentale nel preparare i compagni, apprendendo altresì i trucchi del mestiere. Tanto da guadagnarsi una chance al Draft del 1973, nondimeno accompagnato dall’etichetta di “pivot fantasma“.

L’11 ottobre 1973 Nater esordisce dunque con Virginia nel campionato professionistico ABA, mettendo a referto 18 punti nella sfida persa 133-96 contro i Carolina Cougars, ma il tempo e le doti giocano a suo favore. Liberato, se è permesso dirlo, della presenza ingombrante di Bill Walton, Nater, che non ha mai calcato un parquet europeo, ha modo di evidenziare le sue capacità sotto i tabelloni, diventando ben presto uno dei migliori nel ruolo di pivot. Gioca 17 partite con Virginia, per poi passare ai San Antonio Spurs e chiudere l’anno con 14.1 punti e 12.6 rimbalzi di media a partita, per poi la stagione dopo vincere la speciale graduatoria riservata ai migliori rimbalzisti con 16.4 palloni catturati a sera. Gioca anche con i New York Nets, assieme ad un certo Julius Erwing, torna ai Virginia Squires e quando nel 1976 l’ABA fallisce, è pronto al salto nel pianeta NBA con la maglia dei Milwaukee Bucks, ex-squadra di Kareem Abdul-Jabbar che nel frattempo, 1975, è passato ai Lakers.

A Milwaukee Nater conferma quanto di buono ha già fatto vedere in ABA, ovvero presenza sotto i tabelloni e buona mano che gli permette di chiudere l’anno con 13.0 punti e 12.0 rimbalzi di media, con la memorabile prestazione del 19 dicembre quando contro Atlanta mette a referto 30 punti e 33 rimbalzi! Rimane nel Wisconsin solo una stagione, ed è un peccato, perchè nel 1977, proprio mentre passa ai Buffalo Braves orfani di un altro grande, Bob McAdoo, a Milwaukee arriva un altro emigrato europeo, il rumeno Ernest Grunfeld con cui Nater avrebbe potuto comporre la prima coppia europea del basket NBA. Passeranno dieci anni e saranno i tedeschi Detlef Schrempf e Uwe Blab a firmare questo record, vestendo insieme la casacca dei Dallas Mavericks.

Poco male, Nater ormai è un fattore dominate, con un’altra stagione in doppia doppia per punti e rimbalzi, 15.5 e 13.2, per poi accasarsi per cinque anni ai San Diego Clippers, diventando di fatto una delle stelle della franchigia. Nel corso della stagione 1979/1980, pur ritrovando Bill Walton, al rientro da un primo infortunio che lo ha tenuto lontano dal parquet per un anno, come compagno di squadra, è il miglior rimbalzista della lega con 15.0 palloni tirati giù a partita, diventando l’unico giocatore della storia a riuscire nell’impresa di dominare la speciale classifica sia in ABA che in NBA, e l’anno dopo con 15.6 punti a partita produce la miglior stagione offensiva della sua carriera.

Il giocattolo, come spesso accade, si rompe in virtù di un grave infortunio che a dicembre 1981 costringe Nater a rimaner fermo un anno, per poi, una volta tornato attivo, vedersi ancora una volta la strada chiusa da Bill Walton, a sua volta in ripresa dopo due altre stagioni di inattività. Swen chiude la sua carriera NBA con un passaggio fugace ai Los Angeles Lakers dello “showtime” di Magic Johnson, Jabbar e Worthy, battuti in finale dai Boston Celtics di Larry Bird, e si concede un’ultima esperienza cestistica, con l’Australian Udine ed ovviamente in doppia doppia, 17.1 punti e 13.6 rimbalzi a partita che non serviranno ad evitare la retrocessione in serie A2, in quell’Europa da cui era partito e che mai aveva avuto il piacere di vederlo esibire. Già, perchè il destino volle che Swen Nater, olandese, fosse il primo continentale a far divertire gli americani.

 

RAYMOND KOPA, MIGLIORE DI PELE’ AI MONDIALI DEL 1958

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Kopa con la maglia del Real Madrid – da nytimes.com

articolo di Massimo Bencivenga

La recente Caporetto della Nazionale italiana ha portato alla luce un anno sportivo sinora forse poco noto: il 1958. Un anno, peraltro, che, sportivamente e non, ha una sua importanza.

Fu l’anno che non andammo ai mondiali, pur schierando nell’ultima partita valida, a Belfast contro l’Irlanda del Nord, anche i due eroi del Maracanazo, ossia Ghiggia e il sommo Schiaffino. Che poi così in disarmo non dovevano neanche essere, visto che Schiaffino a maggio fu a una manciata di minuti dal portare il Milan a vincere la Coppa dei Campioni del 1958.

Il buon Pepe stava per compiere un’altra impresa, poi il gol decisivo di Gento passò proprio in mezzo alle sue gambe. E amen. Tenete presente il Real Madrid, perché ne riparleremo.

E poco più di due settimane dopo quel tragico 15 gennaio 1958, gli americani risposero ai sovietici mandando in orbita il loro primo satellite.

Per gli appassionati di calcio, quelli ferrati ma non troppo, il 1958 è e rimane l’anno dell’apparizione di Pelè. Ai Mondiali di Svezia. Dove noi non andammo.

Quelli più ferrati in cose calcistiche sanno però che il miglior calciatore di quel mondiale non fu Edson Arantes do Nascimento, ma un altro, che di cognome faceva Kopaszewski. Ma tutti lo conoscevano come Kopa, Raymond Kopa. E’ un nome che difficilmente vien fuori adesso. E che in futuro sarà sempre più dimenticato. Ed è un peccato.

La prima volta che mi imbattei in questo Kopa fu quando, in quinta elementare, mi feci comprare il diario di Maradona e lessi che l’argentino, fresco campione del mondo, era accostato già a campionissimi quali Andrade, Puskas, Masopoust, Cruyff, Di Stefano. Inutile dire che non conoscevo nessuno di questi, ma quel pomeriggio, quelle righe, sono scolpite nella mia memoria.

Se il nome di Kopa è destinato a essere dimenticato con il tempo, va detto che il mondo del calcio ha seriamente rischiato di non vedere la minuscola figura, era alto poco più di un metro e sessanta. E sarebbe stato un mondo decisamente più brutto, meno allegro, almeno nel mondo del calcio.

Come si può ben intuire dal nome, Kopa, classe 1931, era di origini polacche. Aveva 17 anni, si sentiva portato per il calcio, ma bisognava mangiare. E allora lavorava in una miniera. Come e con il padre. Aveva sempre 17 anni quando un suo fraterno amico morì, travolto da una frana. Quel giorno morì un minatore e nacque un campione. Quel giorno buttò via gli attrezzi da minatore dicendo: “Non vi impugnerò mai più”. La madre fu con lui. Meglio digiuni che senza l’affetto di un figlio.

Poco dopo arrivò secondo in una gara di rigori (lo so, che razza di gara!!! Ma all’epoca si facevano anche così i provini non con il test di Cooper) e fu notato dai dirigenti della SCO Angers. Tecnicamente dotatissimo, Kopa si affermò ben presto e tempo due anni eccolo approdare al ben più prestigioso Stade Reims. Raymond Kopa divenne non solo un calciatore, ma un autentico fuoriclasse.

Il grande pubblico scoprì quel geniale centravanti brevilineo, tutto finte e tunnel, in un Francia-Inghilterra 7-1 del 1952 che fece storia; i “maestri del calcio” umiliati in terra di Francia. Quel giorno un giornalista lo battezzò “il Napoleone del calcio”. E così rimase. Wicks, lo stopper dei figli d’Albione, finì la partita con le lacrime agli occhi e con le gambe attorcigliate nel vano tentativo di seguire le finte di Kopa.

In lacrime, dopo un Francia-Germania del 1954, finì anche Posipal; si racconta che il difensore teutonico, che pure era riuscito a fermare Kocsis (la miglior testa d’Europa dopo Churchill), entrò singhiozzando negli spogliatoi, in preda ad una crisi isterica.

Kopa portò di peso lo Stade Reims alla finale della prima Coppa dei Campioni; andarono anche in vantaggio, ma niente poterono i transalpini contro lo strapotere di Di Stefano e compagni che s’imposero di misura per 4-3.

Santiago Bernabeu lo vide e non se lo fece scappare. Al Real nel suo ruolo c’era un certo Alfredo Di Stefano, che costrinse il “Napoleone del calcio” a giocare ala. Ricamò calcio anche lì. E Kopa c’era anche nella finale del 1958 contro il Milan di Schiaffino.

E c’era ai mondiali svedesi, dove giocò da par suo. Lasciato il posto di centravanti al Real, si trovò così bene nella nuova posizione più arretrata che scelse di giocare in quel ruolo anche in nazionale. Ricamò giocate e tunnel, assist e funambolismi. E fu così efficace che non solo contribuì a portare la Francia alle semifinali del mondiale svedese, ma contribuì anche all’exploit, sinora mai eguagliato e difficilmente uguagliabile, di Just Fontaine, che marcò 13 reti in quella kermesse mondiale.

Di quel mondiale in terra di Svezia fu eletto miglior calciatore; nel Mondiale che rivelò al mondo il talento di Pelè il migliore fu Raymond Kopa che, a coronamento di un anno magico, ricevette anche il Pallone d’Oro 1958 succedendo nell’albo al compagno-rivale Di Stefano.

Nel 1959 finì secondo nella stessa classifica di France Football, dietro alla Saeta Rubia.

Questo, e tanto altro, è stato Kopa, fondatore anche di un sindacato di calciatori, gli ultimi schiavi nelle sue parole. Forse esagerate.

Piccolo, magro, aveva il cipiglio di chi nella vita ha dovuto subito imparare a difendersi e arrangiarsi, una caratteristica peculiare che, eccezion fatta per il Real, dove dovette dividere classe e leadership con gente come Di Stefano e il colonnello Puskas, lo vide sempre essere un trascinatore. Calcisticamente spparteneva alla genìa dei Sivori, dei Maradona, dei giocolieri da circo che riuscono non solo a primeggiare ma a far diventare grandi anche chi giocava accanto a loro.

Ma se quel giorno non ci fosse stato quel lutto?

CRESCITA, TRIONFI E DECLINO DEL CUS TORINO DI PALLAVOLO

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Una fase della finale scudetto ’84 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La Torino degli anni ’70 vive l’apice della rivalità calcistica, in tempi relativamente recenti, delle sue due squadre, la Juventus ed il Torino, che hanno spodestato, ai vertici dell’italica passione pallonara, la coppia rossonerazzurra costituita dalle due compagini meneghine del Milan e dell’Inter che, nel decennio precedente, si erano portate a casa, tra tutte e due, qualcosa come cinque Scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre Coppe Intercontinentali.

Sono gli anni in cui il “Derby della Mole” richiama su di sé l’attenzione dell’Italia intera, in cui il Torino torna a gioire nel 1976 per un titolo di Campione d’Italia che mancava dal tragico schianto di Superga del ’49, che vede le due rivali giocare un Campionato a sé l’anno seguente, vinto dai bianconeri per un solo punto (51 a 50) sui granata, e coi tifosi di questi ultimi a domandarsi cosa abbia in più il trio Causio-Rossi-Bettega da essere preferito in Nazionale al loro Sala-Graziani-Pulici, oltretutto da un Commissario Tecnico quale Enzo Bearzot, ex “vecchio cuore granata”.

Ma, in tutto questo ambito dove la sfera di cuoio la fa da padrone, un’altra realtà cittadina sta iniziando ad imporsi a livello nazionale e non solo, vale a dire il Cus Torino Volley, Società fondata nel 1952 e che, da metà anni ’60 sta bruciando le tappe, con la promozione in C nel ’65 e l’anno successivo in B, dove resta sino al 1972, stagione al termine della quale giunge l’approdo alla massima serie del campionato nazionale.

Un approccio timido, con sole quattro vittorie sulle 22 gare disputate ed un decimo posto in classifica che evita per soli due punti il ritorno nella serie cadetta, ma che vede il debutto di uno dei più grandi talenti della nostra pallavolo dell’epoca, il torinese purosangue Gianni Lanfranco, appena 16enne centrale di m.1,89 un’altezza che impallidisce se rapportata ai lungagnoni dei tempi nostri, e che, pensate un po’, aveva iniziato la propria attività sportiva in maglia granata nelle Giovanili del Torino, prima di virare sulla pallavolo.

Ci mette poco, comunque, il Cus Torino ad adeguarsi alla massima divisione, ad iniziare dal torneo successivo, dove la compagine allenata da Franco Leone si piazza al quinto posto (con un record di 16 vittorie a fronte di 10 sconfitte), grazie all’innesto in squadra dell’alzatore bulgaro Dimitar Karov, reduce dal quarto posto con la sua Nazionale alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Con Karov in regia, a dettare i tempi delle azioni offensive, e Lanfranco a martellare i muri avversari, nel ’75 il Cus Torino si migliora ancora sino a sfiorare la conquista dello Scudetto, concludendo la stagione al secondo posto – all’epoca non erano stati ancora introdotti i playoff per l’assegnazione del titolo – a soli due punti di distacco dall’Ariccia Campione, risultando decisivo, dopo che i due scontri diretti si concludono con un doppio 3-0 a favore delle rispettive squadre ospitanti, il passo falso costituito dalla sconfitta per 1-3 a Modena contro la Villa d’Oro.

Manca oramai pochissimo per toccare i vertici, ed un ulteriore passo in avanti avviene sia con l’ingresso in Società dello sponsor “Klippan”, che con l’incremento di esperienza nel sestetto titolare con l’arrivo del 31enne universale Andrea Nannini, proveniente dalla Panini Modena e con già quattro titoli di Campione d’Italia nel proprio palmarès, a cui sta per aggiungerne un quinto allorché la compagine di Leone si trova a concludere il torneo ’76 a pari merito, ironia della sorte, con la formazione del “Re delle Figurine”, con ciò rendendosi necessaria la disputa dello spareggio il 16 maggio ’76 a Milano, risolto con un netto 3-0 (15-12, 15-12, 15-5 i parziali) a favore dei modenesi, proprio nella stessa domenica in cui la Torino granata festeggia la conquista dello Scudetto nel calcio.

Storia insegna che i successi in uno sport di squadra sono quasi sempre legati alla figura di un tecnico carismatico, ed anche per il Cus Torino vale la stessa verità, grazie all’affidamento della guida tecnica, a partire dall’autunno ’76 al non ancora 30enne Silvano Prandi, il quale aveva concluso la carriera da giocatore proprio con il Cus Torino, nell’anno della promozione in Serie A.

Prandi, uno dei tecnici di maggior successo nella storia della pallavolo italiana – tanto da meritarsi l’appellativo di “Professore” – procede per gradi alla costruzione di quella che sta per divenire la dominatrice di tale disciplina e, sostituito Karov con il palleggiatore cecoslovacco Jiri Svoboda, inserisce nel sestetto titolare altri due giovani di sicuro avvenire ed entrambi del capoluogo piemontese, vale a dire il 18enne alzatore Piero Rebaudengo ed il 17enne centrale Giancarlo Dametto.

A Prandi poco importa di ottenere risultati nel breve termine, per lui è fondamentale costruire una squadra dallo spirito vincente dando tempo ai giovani di maturare e così, dopo un quarto posto nel ’77 ed un terzo nel ’78, e grazie all’occhio lungo costituito dall’aver intuito le potenzialità del 18enne schiacciatore Franco Bertoli, prelevato in Serie C da Udine nell’estate ’77, può finalmente completare il puzzle e presentare all’Italia del Volley la sua “creatura” – costituita, particolare non trascurabile, da soli giocatori italiani e di cui ben 6 su 9 della rosa titolare, nati a Torino od in Piemonte – che consente per la prima volta a Torino di festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.

Ciò avviene al termine della stagione ’79, conclusa dalla Klippan con due sole sconfitte esterne (0-3 a Modena ed 1-3 a Sassuolo contro l’Edilcuoghi), una in meno della Panini Modena, impresa che non si rivela fine a se stessa, visto che l’anno successivo la “Banda Prandi”, sempre rigorosamente autarchica, non solo si conferma Campione d’Italia, nuovamente con un record di 20 vittorie e sole due sconfitte e 6 punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, ma si afferma anche laddove la blasonata formazione bianconera della Juventus non era ancora riuscita in campo calcistico.

Ebbene sì, Prandi porta Torino per la prima volta sul tetto d’Europa, superando nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0 proprio il 19 marzo 1980, “Festa del Papà”, come se i suoi “ragazzi” avessero voluto fargli il più gradito dei regali, circostanza che segna non solo il primo trionfo di una squadra italiana nella manifestazione, ma altresì la prima volta che il trofeo, istituito nel 1959, non viene assegnato ad una compagine dell’Europa orientale, anche se, per obiettività di giudizio, occorre ricordare che, negli anni olimpici, le squadre dell’ex Unione Sovietica non partecipano alla competizione.

Quanto questa assenza possa avere inciso se ne ha la riprova l’anno seguente, dopo che importanti cambiamenti avvengono sia a livello societario che tecnico, con l’abbandono, da una parte dello sponsor Klippan, sostituito dalla “Robe di Kappa”, importante maglificio torinese, e dall’altra, con il trasferimento del 24enne Lanfranco alla Santal Parma, rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, fresco vincitore dell’Argento olimpico ai Giochi di Mosca ’80, cui fanno seguito gli inserimenti in squadra di altri due interessanti giovani, l’altro Rebaudengo, Paolo, classe ’60, ed il 17enne Guido De Luigi, anch’essi “torinesi doc”.

La perdita di Lanfrancoo non sposta di una virgola le potenzialità del sestetto piemontese che, al contrario, porta a compimento un’annata irripetibile sul fronte interno, vincendo tutte e 22 le gare della stagione 1981 per il proprio terzo titolo consecutivo – con una straordinaria differenza set di 66-7, costituita da 15 affermazioni per 3-0 e 7 per 3-1 – aggiudicato con ben quattro turni di anticipo.

In Coppa Campioni, però, la sorte abbina ai neocampioni d’Europa i fortissimi sovietici del CSKA Mosca ai quarti di finale, turno che dà l’accesso alle “Final Four” per l’assegnazione del trofeo e, stavolta, la compagine torinese deve inchinarsi nel doppio confronto, sconfitta 1-3 in Russia e nuovamente per 2-3 al PalaRuffini nel match di ritorno.

Con l’intenzione di riprovarci l’anno successivo, Prandi deve però confrontarsi sul versante nazionale con la crescita esponenziale di un’altra formidabile compagine con cui per tre anni darà vita a sfide di elevatissimo contenuto sia tecnico che agonistico, vale a dire la Santal Parma che, oltre al “core ‘ngrato” Lanfranco, può contare sul genio del palleggiatore coreano Kim Ho Chul, nonché su altri talenti del calibro di Gianni Errichiello, Marco Negri, Giorgio Goldoni e Pierpaolo Lucchetta.

Per la prima volta, vengono istituiti i playoff al termine della stagione regolare, che la Robe di Kappa conclude comunque al primo posto con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta, una in meno di Parma che – oltre a scambiarsi i reciproci dispetti di andare l’una a violare il parquet dell’altra, in entrambi i casi per 3-2 – incappa in un secondo scivolone esterno nel derby di Sassuolo, superata per 3-1 dall’Edilcuoghi.

Prima però, per Prandi ed i suoi, c’è da andare alla ricerca del ritorno ai vertici del volley continentale, dopo aver centrato l’accesso alle “Final Four” di Parigi grazie al doppio successo per 3-1 a spese della Stella Rossa di Bratislava, andando ad affrontare i greci dell’Olympiakos Atene, il CSKA Mosca ed i campioni in carica della Dinamo Bucarest che, l’anno precedente, avevano sconfitto a sorpresa i moscoviti per 3-2 al termine di un incontro dalle mille emozioni.

Superate senza eccessive difficoltà sia la compagine greca (3-0 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-4, 15-7) che quella rumena (3-1, dopo una partenza ad handicap, come dimostrano i parziali, 8-15, 15-11, 15-8, 15-5) ecco che il match decisivo per la conquista del trofeo oppone la Robe di Kappa ai sovietici del CSKA Mosca, desiderosi di tornare sul trono europeo che già in 6 precedenti occasioni li aveva visti trionfare, ed, anche stavolta, la maggior forza fisica ed esperienza del sestetto russo ha la meglio, imponendosi per 3-1, con i torinesi a cercare di rimontare un inizio disastroso (10-15 e 3-15 i parziali dei primi due set) grazie al 15-9 del terzo set per poi lottare sino all’ultimo pallone prima di cedere 14-16 nel quarto e decisivo parziale.

Una delusione alla quale segue quella della fase finale del campionato, al cui atto conclusivo giungono, come ovvio che sia, Torino e Parma, liberatisi con altrettanti doppi 3-0 di Roma e Sassuolo da una parte e di Chieti e Modena dall’altra, ma dopo l’iniziale 3-0 al PalaRuffini, azzerato da analogo punteggio a favore dei parmensi, gli stessi si impongono per 3-1 nel terzo e decisivo match per il quarto titolo della loro storia.

In questa fase iniziale degli anni ’80, Torino e Parma sono le due indiscusse squadre leader del nostro movimento pallavolistico, sia a livello nazionale che europeo, come confermano le due successive stagioni, che le vedono ancora contendersi il titolo di Campione d’Italia, che la Santal fa nuovamente suo nel 1983 dopo aver terminato la stagione regolare alle spalle della Robe di Kappa – che, nel frattempo, ha perso Zlatanov, sostituito dall’americano Tim Hovland, ed inserito in formazione un altro giovane e futuro protagonista del nostro volley, vale a dire il 18enne massese Fabio Vullo, alzatore di classe mondiale – ribaltando, come nell’anno precedente, lo 0-3 in trasferta di gara-1, grazie al successo interno per 3-2 in gara-2 ed all’affermazione per 3-1 nella “bella”.

Uscite entrambe con le ossa rotte dalle rispettive Finali internazionali – sconfitte per 1-3 contro i francesi del Cannes e per 2-3 (dopo aver sprecato un vantaggio di 2-1, perdendo il quarto set 17-19) contro il CSKA Mosca per il Santal nelle “Final Four” di Coppa dei Campioni svoltesi proprio a Parma, ed analoga sconfitta in Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo per la Robe di Kappa – il riscatto giunge nella stagione 1984, che, per quanto riguarda i fatti di casa nostra, si conclude con la terza sfida consecutiva nella Finale playoff tra Torino e Parma, stavolta appannaggio del Club torinese, a dispetto del trasferimento di Bertoli alla Panini Modena, sostituito dallo svedese Bengt Gustafson, che aveva come di consueto concluso al primo posto la stagione regolare, e che, all’oramai abituale 3-0 di gara-1 al PalaRuffini, abbina in questa occasione un netto 3-1 esterno in gara-2 che chiude definitivamente i conti.

In campo europeo, tocca stavolta alla Santal approfittare dell’assenza delle compagini sovietiche in Coppa dei Campioni in concomitanza con l’anno olimpico – una doppia beffa visto il contro boicottaggio imposto dal governo di Mosca ai Giochi di Los Angeles ’84 – divenendo la seconda squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo, al quale la Robe di Kappa risponde tornando in Finale di Coppa delle Coppe, ma stavolta aggiudicandosi la manifestazione a spese degli spagnoli del Palma di Maiorca, seconda squadra italiana ad imporsi, dopo la Panini Modena nel 1980.

Nel frattempo, Prandi è stato altresì chiamato a cercare di risollevare le sorti della pallavolo azzurra in campo internazionale e, con lui alla guida, l’Italia ottiene la prima medaglia olimpica della sua storia – ancorché condizionata dall’assenza delle citate Nazioni del blocco sovietico – con il Bronzo conquistato ai Giochi di Los Angeles ’84 alle spalle di Stati Uniti e Brasile, in un’edizione che vede tra i convocati ben sei giocatori di “scuola torinese”, vale a dire Bertoli, Dametto, De Luigi, Lanfranco, Piero Rebaudengo e Vullo.

Purtroppo, con la fine di detta stagione si conclude anche l’abbinamento con la Robe di Kappa e, dopo una stagione in cui torna a giocare come Cus Torino e tre successive annate con l’industria dolciaria “Bistefani” come sponsor, il progressivo abbandono da parte dei migliori giocatori e gli elevati costi di gestione incompatibili con il budget finanziario a disposizione, spingono la Società torinese a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, cedendo il titolo sportivo al Cuneo Volley, mentre Prandi, fedelmente al comando della squadra sino all’ultimo, si accasa a Padova per poi tornare, in seguito, ad allenare proprio Cuneo.

Di quei 16 anni ai vertici della Pallavolo italiana, restano i record, come quello delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), oltre ai 46 successi casalinghi uno di seguito all’altro ed alle 6 stagioni consecutive chiuse al primo posto nella stagione regolare, ma soprattutto, l’essere stata la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, portando a Torino un trofeo per il quale, in campo calcistico, la Juventus avrebbe dovuto attendere altri cinque anni…