KAREEM, ED IL SUO GANCIO NEL CIELO DELLA NBA

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Kareem Abdul Jabbar – da thestar.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando ci si accinge a narrare la storia di un campione dello sport, di qualsiasi disciplina si tratti, la retrospettiva va sempre a cosa egli/ella abbia conquistato, dai tornei vinti se trattasi di tennisti, medaglie conquistate nel caso di assi dell’atletica, ginnastica o nuoto, campionati e coppe varie per coloro che hanno praticato sport di squadra, con i numeri e le statistiche a supporto delle rispettive carriere.

Ed in uno sport in cui, forse più di ogni altro, le statistiche rivestono un ruolo fondamentale quale è il basket i soli aridi numeri potrebbero essere più che sufficienti a descrivere cosa Kareem Abdul-Jabbar abbia rappresentato per il panorama cestistico mondiale, ed invece vi accorgerete quanto essi siano sì importanti, ma limiterebbero la statura del personaggio.

Nato a New York il 16 aprile 1947, unico figlio di un agente di polizia e di una commessa dei grandi magazzini, già appena venuto alla luce si può intuire quale possa essere il suo futuro, visto che misura quasi 60 cm. e pesa quasi 6 chili, venendogli imposto il nome di battesimo di Ferdinand Lewis Alcindor Jr, lo stesso del padre, secondo una tradizione in voga negli Stati Uniti.

Di famiglia cattolica, Lew viene battezzato secondo il rito di Sacra Romana Chiesa e frequenta un liceo cattolico a Manhattan, iniziando nel frattempo a coltivare la passione – trasmessagli dal padre – per la musica jazz, circostanza, come da lui stesso ammesso, che lo favorirà nel rilassarsi prima dei più importanti match della sua carriera.

Ma al liceo, il giovane Alcindor riesce a farsi apprezzare più per le sue doti fisico-atletiche – visto che al suo ingresso risultava già alto m.2,03 – consentendo alla squadra della sua scuola di vincere tre titoli consecutivi a livello di “high school“, con un impressionante record di 79 partite vinte contro due sole perse, ed una serie di 71 incontri di seguito senza conoscere sconfitta, il che già gli consente di acquisire il soprannome di “the tower from power“, che tradotto in italiano suona più o meno come “potenza dall’alto” ed, ovviamente, di essere corteggiato dalle più prestigiose Università degli Stati Uniti.

Per un cittadino della “Grande Mela” fare il viaggio sulla costa opposta non deve essere stato molto semplice, ma la scelta di iscriversi alla celeberrima UCLA – acronimo di “University of California, Los Angeles” – e, soprattutto, di poter essere allenato da un guru del basket quale John Wooden si rivela quanto mai azzeccata.

Già campione NCAA nel 1964 e 1965, con l’arrivo di Alcindor – che, nel frattempo, ha completato la propria crescita giungendo a m.2,10 – UCLA diviene imbattibile con l’aggiunta di tre titoli consecutivi, dal 1967 al 1969, in cui il centro risulta devastante sotto canestro, al punto che, al termine della prima stagione, la NCAA vara l’assurda regola con cui viene vietato di schiacciare la palla dentro la retina.

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Il giovane Lew Alcindor e coach John Wooden ad UCLA – da iconomy.com

Non che questo cambi molto per UCLA, che nel triennio in cui può contare sull’apporto di Alcindor stabilisce un record di 88 gare vinte a dispetto di due sole sconfitte (!!!), ed anzi aiuta il pivot a migliorare la propria tecnica di tiro, cosa di cui si avvarrà, e non poco, nella successiva carriera professionistica.

Ma altri due episodi contraddistinguono il suo trascorso al college, di cui il primo lo segna da un punto di vista fisico, con una lesione alla cornea dell’occhio sinistro subita in uno scontro a rimbalzo – e che determina il suo successivo utilizzo di occhiali a protezione durante le stagioni nella NBA – mentre il secondo ne muta l’aspetto spirituale, iniziando ad avvicinarsi all’Islam ed alla religione musulmana.

Questioni fisiche e religiose a parte, non ci vuol molto a capire come Alcindor sia divenuto l’oggetto del desiderio in occasione del “draft” del 1969 per stabilire quale franchigia se ne sarebbe assicurata le prestazioni a livello professionistico, e la questione non si rivela affatto di facile soluzione.

I primi a farsi vivi, difatti, sono gli “Harlem Globe Trotters, pronti ad offrirgli un contratto da un milione di dollari l’anno per giocare con loro, vedendosi opporre un cortese rifiuto, ma poi vi è l’allora situazione di due Leghe Professionistiche, la NBA (National Basketball Association) e l’ABA (American Basketball Association), ed in entrambi i draft, le due franchigie a detenere il diritto di prima scelta – i Milwaukee Bucks per la NBA ed i New York Nets per l’ABA – ovviamente optano per Alcindor.

New York crede di avere dalla sua il vantaggio di essere la squadra della sua città natale, ma Alcindor decide sulla base dell’ingaggio offerto e quello di Milwaukee si rivela superiore facendo sottoscrivere al centro un contratto da 1,4 milioni di dollari, così spiazzando New York che tenta una contromossa sottoponendo al proprio illustre cittadino la favolosa somma di 3,25 milioni annui, ma ancora una volta egli dimostra la propria statura non solo in fatto di centimetri, rigettando l’offerta con le parole “una corsa al rialzo è sgradevole per chi vi è coinvolto, mi sentirei come un pezzo di carne e non come un essere umano ed io non voglio che ciò accada!“.

Entrato nella grande famiglia del basket pro in un club al suo solo secondo anno dalla fondazione, l’impatto di Alcindor è devastante, concludendo la stagione con 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4.1 assist di media a partita che gli valgono il premio di “Rookie of the Year” (“matricola dell’anno“), mentre i Bucks ottengono il secondo miglior record (56-26) della “Western Division“, venendo sconfitti 4-1 nella finale di Conference dai New York Knicks, poi vittoriosi nella finale per il titolo contro i Lakers.

La conferma ad alti livelli del nuovo centro convince la dirigenza di Milwaukee a compiere un importante sacrificio economico assicurandosi i servizi del veterano Oscar Robertson, da 10 anni guardia dei Cincinnati Royals, e l’intesa tra i due si dimostra talmente efficace da portare i Bucks al miglior record assoluto (66-16) dell’intera Lega, cui fa seguito una serie playoff nella quale vengono spazzati via con irrisoria facilità i San Francisco Warriors (4-1), i Los Angeles Lakers nella finale di Conference (4-1), per poi infliggere un sonoro cappotto (4-0) ai Baltimora Bullets nella serie per il titolo, al termine della quale Alcindor – che nel frattempo è stato premiato come MVP della “regular season” – annuncia pubblicamente di adottare, in ossequio al suo nuovo credo, il nome di Kareem Abdul-Jabbar, il cui significato può tradursi in “Nobile servo di Dio“.

Premio di MVP che Jabbar si vede assegnare anche nel 1972 – stagione in cui i Bucks chiudono con il secondo miglior record (63-19) della Lega e perdono la finale di Conference per 4-2 contro i Lakers – nonché nel 1974, ultimo anno di carriera di Robertson e penultimo di Kareem a Milwaukee, conquistando il titolo di Conference e cedendo solo 4-3 ai Boston Celtics in una serie finale dove su sette incontri il fattore campo salta in ben cinque occasioni, e in gara-6 si verifica un episodio determinante per il futuro della carriera di Jabbar.

Con i Celtics in vantaggio 3-2 nella serie, al Boston Garden stanno già pregustando la festa trovandosi in vantaggio per 101-100 con soli 7″ da giocare, ma ecco che proprio Jabbar si inventa dall’angolo il suo famoso “Sky hook (“gancio cielo) che manda la palla a concludere la propria parabola dolcemente nella retina e rinvia la decisione a gara-7, ancorché poi facilmente vinta da Boston 102-87.

Milwaukee Bucks vs. Los Angeles Lakers
Il “gancio cielo” di Jabbar con i Bucks – da basketinside.com

L’addio di Robertson ed una frattura alla mano per Jabbar durante la preparazione (che gli fa saltare i primi 16 incontri) sono il preludio della peggior stagione dei Bucks, che non si qualificano per i playoff 1975 giungendo ultimi nella Midwest Division, e devono dare l’addio alla loro stella che si accasa ai Los Angeles Lakers, i quali, avendo a loro volta chiuso all’ultimo posto la Pacific Division, sono in fase di ricostruzione dopo l’abbandono dei vari Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain, con Kareem chiamato all’ingrato compito di non far rimpiangere proprio quest’ultimo.

Rispetto all’esordio coi Bucks, l’impatto ai Lakers è più morbido per Jabbar, nonostante medie/gara da 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,1 stoppate in “regular season“, non sufficienti però a garantire l’accesso ai playoff, ma solo a far vincere a Kareem il suo quarto MVP in carriera.

Le cose vanno nettamente meglio l’anno seguente, in cui Kareem si vede confermare come MVP della stagione regolare e conduce i Lakers alla finale di Conference, venendo peraltro pesantemente sconfitti per 4-0 da Portland poi vincitrice del titolo, ma la vera svolta per la franchigia gialloviola giunge nel draft 1979 quando riesce ad assicurarsi le prestazioni di Earvin “Magic” Johnson, dopo che la franchigia si era peraltro già rinforzata nelle due stagioni precedenti con gli innesti di Norman Nixon e Jamaal Wilkes.

E se poi, da tale data e sino al ritiro di Kareem, avvenuto nel 1989 a 42 anni, il “roster” giallo-viola si rinforza con gente del calibro di Michael Cooper, Byron Scott e James Worthy, capirete bene come al Forum di Inglewood si possa dare inizio allo “Showtime che in un decennio porta i Lakers a disputare ben 8 finali NBA, conquistando cinque titoli.

Il dubbio, più che legittimo, può nascere su come abbia potuto un centro già ben oltre la trentina adeguarsi ad uno stile di gioco tutto corsa e fantasia come quello imposto da “Magic” e la risposta la fornisce la grande passione che da sempre Jabbar ha avuto per il basket, unita ad un’elevata professionalità e stile di vita che lo hanno mantenuto integro, nonché ad una forza mentale ed interiore che ne hanno fatto il leader carismatico di questa squadra, un leader silenzioso all’esatto opposto del carattere esuberante di Johnson, ma di fronte al quale lo stesso “Magic” ne riconosce l’autorità.

E prova più lampante non può esservi – dopo che Kareem si aggiudica per la sesta volta (record NBA) il titolo di MVP nella prima stagione di “Magic” conclusa con il titolo nel 1980 – di quanto accade nella serie finale del 1985 che oppone, come da copione nel decennio – i Lakers ai Boston Celtics di Larry Bird & Co.

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Jabbar festeggia uno dei titoli NBA coi Lakers – da gettyimages.it

Succede, difatti, che in gara-1 disputata al Boston Garden – con i Celtics che godono del vantaggio del fattore campo in virtù di una sola vittoria in più (63 a 62) ottenuta in stagione, e che sono altresì i detentori del titolo avendo sconfitto 4-3 proprio i Lakers l’anno precedente – i padroni di casa si impongano con un perentorio e, per certi versi, umiliante score di 148-114, in cui Jabbar recita un ruolo negativo, venendo limitato a 12 punti ed appena 3 rimbalzi dalla ferrea marcatura imposta da Robert Parish, il quale, dal canto suo, segna a referto 18 punti con 8 rimbalzi, ed i “media iniziano a chiedersi se, con 38 primavere sulle spalle, l’età non possa costituire un limite per il pur talentuoso centro.

Per coach Pat Riley non c’è bisogno di analizzare nel dettaglio cosa non abbia funzionato, in quanto, nella consueta sessione del mattino seguente, in cui i giocatori assistono alla registrazione dell’incontro, è proprio Kareem, silenzioso come al solito, a sedersi innanzi al video invece che posizionarsi, come suo solito, in fondo alla stanza, un chiaro messaggio lanciato ai compagni di ammissione della propria giornata negativa e della volontà di non ripeterla.

Così come, nei due giorni successivi, si dimostra il più determinato negli allenamenti, correndo come non mai da una parte all’altra del campo, volendo acquistare la fiducia totale dei propri compagni, i quali non debbano in alcun modo scendere sul parquet pensando che il loro leader non sia più in grado di sostenerli, e nello spogliatoio del Boston Garden, prima di gara-2, Kareem pronuncia queste poche, ma significative parolepossiamo anche non vincere, ma l’importante è che ognuno di noi dia il meglio di sé stesso!.

Immagino siate curiosi di sapere come è andata a finire, beh, Kareem segna 30 punti con il 57,7% dal campo, cattura 17 rimbalzi, i Lakers sbancano il Garden 109-102 per poi vincere la serie 4-2, costringendo Parish alla resa nelle successive quattro partite, in una delle quali si prende addirittura il lusso di conquistare un rimbalzo difensivo, palleggiare sino al lato opposto del campo e poi esibirsi nella specialità della casa, l’oramai divenuto famosissimo in tutto il mondo “gancio cielo“, tanto da far esprimere a Pat Riley il breve, ma esauriente concetto 2tutto quello che avete appena visto, ha una sola spiegazione, e si chiama passione!“.

Ah, quasi dimenticavo, i numeri di cui parlavo all’inizio, perché è giusto sapere che Kareem Abdul-Jabbar (già Lew Alcindor) conclude i suoi 20 anni di carriera NBA con 1.560 gare di “regular season” e 237 di playoff disputate, 6 titoli NBA, 6 titoli di MVP della stagione regolare, 38.387 punti realizzati (n.1 di sempre), 17.440 rimbalzi (n.3 dietro a Wilt Chamberlain e Bill Russell) e 3.189 stoppate, anche qui al terzo posto, preceduto da Hakeem Olajuwon e Dikembe Mutombo, niente affatto male, direi.

Ma spero che, avendo letto l’articolo, vi siate resi conto che i numeri non sono proprio tutto…

DARA TORRES, QUANDO L’ETA’ NON E’ CHE UN NUMERO

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Dara Torres – da bostonglobe.com

Articolo di Giovanni Manenti

Come è noto, nella disciplina del nuoto i talenti emergono precocemente – dai 14 ai 16 anni sono mediamente già ai vertici delle classifiche internazionali – e, sino a che tale sport non è stato anch’esso invaso dagli sponsor che hanno consentito agli atleti di maggior caratura di potersi mantenere proseguendo la loro attività agonistica (vedasi ad esempio, i casi dell’americano Michael Phelps o dell’ungherese Laszlo Cseh, capaci di competere ai massimi livelli in quattro Olimpiadi consecutive), la loro vita media – dal punto di vista sportivo – si riduceva al periodo in cui frequentavano il College, dove potevano studiare ed allenarsi, per poi abbandonare una volta conseguita la laurea.

Casi di campioni che hanno percorso questa strada sono numerosi e, per limitarci al settore femminile di cui quest’oggi ci occupiamo, emblematici sono i casi della stileliberista americana Debbie Meyer – tre ori individuali sui 200, 400 ed 800 stile libero a Città del Messico all’età di 16 anni – e dell’australiana Shane Gould, che quattro anni dopo a Monaco 1972 conquista 5 medaglie (di cui 3 d’oro sui 200 e 400 stile libero e 200 misti) a 16 anni non ancora compiuti, ed entrambe ritiratesi subito dopo.

L’unica eccezione, per l’epoca, è rappresentata dall’australiana Dawn Fraser, in grado di confermarsi campionessa olimpica per tre edizioni consecutive dei Giochi (dal 1956 al 1964) sulla più breve distanza dei 100 stile libero, ritirandosi a 27 anni, un’età assolutamente anomala per come il nuoto veniva gestito in quel periodo.

Tale debita premessa risulta necessaria per inquadrare quanto fuori da ogni più logica regola agonistica sia stata la carriera di Dara Torres, nata a Beverly Hills il 15 aprile 1967, e capace di stabilire un primato di longevità che ha pochi eguali in assoluto a livello sportivo, ma ancor meno in una specialità come quella del nuoto.

E, difatti, se per i motivi suindicati, alle recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 i citati Phelps e Cseh hanno potuto cimentarsi – al pari di Ryan Lochte – avendo già superato i 30 anni, la loro performance impallidisce di fronte a quanto è stata in grado di mettere in atto la Torres, la cui storia è talmente incredibile da essere raccontata con calma e dovizia di particolari.

Figlia di un agente immobiliare cubano immigrato negli Stati Uniti e di una modella americana, la Torres, essendo nata in California, non fa altro che seguire le orme dei suoi fratelli maggiori, iniziando a praticare nuoto sin dall’età di 7 anni e mettendosi in luce già a 14 anni quando vince il titolo nazionale sulle 50 yard stile libero, superando la detentrice Jill Sterkel, non proprio una qualunque, visto che era stata oro in staffetta sia alle Olimpiadi di Montreal 1976 che ai Mondiali di Berlino 1978.

Tale successo le dà le giuste motivazioni per emergere nella “high school” a Westlake, dove si cimenta pure nel basket, volley e ginnastica, fatta salva la decisione – nell’anno scolastico 1983/1984 – di trasferirsi al club di “Mission Viejo Nadadores” per prepararsi, sotto la guida del coach Mark Schubert, per i Trials in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

La concorrenza in casa Usa è altissima, considerando altresì che, per la prima volta nella storia dei Giochi, sono ammessi alle prove individuali due soli atleti per nazione, e la 17enne Dara riesce a malapena a qualificarsi per la staffetta 4×100 stile libero, giungendo quarta nella finale dei 100 in 56″38, nella gara vinta da Nancy Hogshead in 56″03 su Carrie Steinseifer, che poi divideranno il gradino più alto del podio olimpico facendo registrare il medesimo tempo di 55″92.

Esperienza olimpica che, comunque, in qualche modo segna la Torres poiché, in camera d’attesa per le batterie della staffetta, commette l’errore di sbirciare dalla tenda che la racchiude e la vista dei 17mila spettatori sulle tribune della piscina olimpica, oltretutto della sua città di nascita, le causano un attacco di panico tale da farle nuotare la prima frazione in un lento 56″88 tale da far pensare allo staff tecnico di sostituirla per la finale del pomeriggio.

E qui emerge la forza del gruppo Usa che ha sempre fornito eccellenti prestazioni in staffetta, con le compagne che convincono i tecnici ad inserirla ugualmente, ma non in prima bensì in terza frazione al fine di sentire meno la pressione con il probabile vantaggio che a quel punto il quartetto americano dovrebbe aver già conseguito, e l’idea si rivela vincente, con la Torres a fornire il proprio contributo in un stavolta convincente 55″92 con gli Stati Uniti a conquistare l’oro davanti all’Olanda.

Rientrata a Westlake e diplomatasi l’anno seguente, Dara si iscrive all’Università della Florida a Gainesville, entrando a far parte del prestigioso club natatorio dei “Florida Gators” e venendo allenata dal celebre coach Randy Reese, che già aveva avuto cura di Tracy Caulkins e Rowdy Gaines.

Ed i risultati non si fanno attendere, sia dal punto di vista cronometrico che di piazzamenti, riuscendo la Torres ad ottenere ai Trials di Austin – dopo aver conquistato, alla rassegna iridata di Madrid 1986, la sua unica medaglia mondiale facendo parte della staffetta 4×100 stile libero, argento alle spalle della Germania Est – il pass per la gara individuale sui 100 stile libero (anche se grazie alla squalifica per doping della prima classificata, Angel Martino, essendosi classificata terza) per i Giochi di Seul 1988, pur giungendo non meglio che settima nella finale olimpica.

E, dopo aver conquistato il bronzo nella 4×100 stile libero alle spalle di Germania Est ed Olanda, ottiene l’argento nella staffetta 4×100 mista dietro all’inarrivabile quartetto tedesco orientale, in cui peraltro nuota la frazione a stile libero solo in batteria, sostituita da Mary Wayte nella finale.

Un’attività agonistica piuttosto anonima, se vogliamo, specie se rapportata agli “standard” Usa, e che la Torres intende concludere – dopo essersi laureata in telecomunicazioni nel 1990 – partecipando alle selezioni per le Olimpiadi di Barcellona 1992 dove riesce a staccare il biglietto per la rassegna a cinque cerchi solo in staffetta con il quarto posto sui 100 stile libero, dopo essersi addirittura piazzata all’ottavo ed ultimo posto sui 50 stile libero, specialità inserita ai Giochi solo quattro anni prima a Seul.

L’opportunità comunque, ed altresì sfruttata, di chiudere con il nuoto a 25 anni con un secondo oro quale componente della staffetta 4×100 stile libero, sarebbe in linea con mille altre storie di nuotatrici, ma se così fosse non avremmo avuto ragione di raccontarla, ed invece proprio adesso viene il bello.

Uscita dalle piscine ed entrata nella realtà quotidiana, Dara diviene inviata ed annunciatrice per vari Network Usa, convolando a nozze con il produttore Jeff Gowen e sfruttando altresì il proprio fisico statuario (180cm. per 68kg.) ed un’avvenenza tipicamente latinoamericana per posare come modella ed essere la prima nuotatrice ad essere scelta per pubblicizzare costumi da bagno, il tutto fino a che, dopo la fine del matrimonio, viene convinta dal celebre coach Richard Quick – allenatore, tra gli altri, di Steve Lundquist, Summer Sanders e della “rivale” Jenny Thompson – a fare ritorno in acqua nel 1999 in vista delle selezioni per le Olimpiadi di fine millennio, a Sydney 2000.

Dara accetta, facendo comunque presente al tecnico come il suo obiettivo fosse al massimo di qualificarsi per la staffetta veloce, ciò nondimeno inizia l’anno olimpico migliorando il record Usa sui 50 stile libero per poi tener testa, in occasione dei Trials di Indianapolis, al desiderio di riscatto di Jenny Thompson dopo la delusione di quattro anni prima (in cui era giunta terza, e quindi esclusa, dalle gare individuali sia sui 50 che sui 100 stile libero), facendo suoi i 50 stile libero in 24”90 e giungendo seconda dietro la citata Thompson sia sui 100 stile libero che sui 100 farfalla, un’impresa compiuta a 33 anni e mai riuscitale in gioventù.

Che la “ragazzona” americana sia come il buon vino, che invecchiando migliora, lo testimoniano i risultati ottenuti due mesi dopo in terra australiana, dove conquista le sue prime medaglie individuali, salendo sul gradino più basso del podio sia sui 50 (migliorando in 24″63 il proprio record Usa) che sui 100 stile libero (a pari merito con la Thompson), nonché sui 100 farfalla, risultando la miglior americana su dette distanze, per poi contribuire in maniera determinante agli ori nelle staffette 4×100 stile libero (sua la frazione interna più veloce, in 53″51) e 4×100 mista, dove chiude in ultima frazione a stile libero in 53″37, con annessi primati mondiali, tanto da essere, al contempo, la più anziana componente del Team Usa, ma anche la più medagliata.

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Dara Torres con le 5 medaglie vinte a Sydney 2000 – da questionedistile.gazzetta.it

Miglior conclusione di carriera non se la sarebbe immaginata nessuno, e men che meno il suo coach Quick, il quale ebbe a riferire che “non che io non fossi fiducioso, ma se mi aveste detto un anno fa che Dara sarebbe stata in grado di migliorare record e nuotare come ha fatto, non avrei potuto credervi.

Il ritorno alla normalità, per Dara, consiste in una turbolenta vita sentimentale, che la vede contrarre un secondo matrimonio con il chirurgo israeliano Shasha Itzhak, per sposare il quale si converte alla religione ebraica, ma conclusosi anch’esso con un divorzio, dopo il quale prende per la terza volta marito, unendosi all’endocrinologo David Hoffmann, dal quale ha una figlia, Tessa Grace, nata nel 2006, e che la convince – essendo egli stesso un nuotatore della categoria “master” – a scendere nuovamente in piscina.

Occorre ora precisare che un “certo” Mark Spitz – spinto da un’offerta da un milione di dollari – aveva provato nel 1992 a qualificarsi per le Olimpiadi di Barcellona all’età di 42 anni, tentativo miseramente fallito, ed il solo pensare che la Torres, superata la soglia dei quarant’anni, potesse riuscire nell’impresa, sembrò ai più come qualcosa, se non di fantascientifico, molto vicino ad esso, e furono in molti a ritenere il suo rientro poco rispettoso nei confronti delle altre nuotatrici.

Dubbi che iniziano a diradarsi in occasione delle prime uscite della Torres nel corso del 2007, la quale ottiene un più che soddisfacente riscontro cronometrico (54″61) sui 100 stile libero in un meeting primaverile a Roma, per poi aggiudicarsi i 50 stile libero a Montecarlo nel circuito “Mare Nostrum“, e quindi lasciar spazio allo stupore generale quando la “nostra” migliora il record Usa sui 50 stile libero per poi vincere i Campionati Nazionali sui 100 stile libero al cospetto di un lotto di avversarie di tutto rispetto, facendo intuire che la chance olimpica di Pechino 2008 sia tutt’altro che una chimera.

La svolta“, ammette Dara, “è stato il risultato ottenuto a Roma, ero molto nervosa prima della gara e quando, dopo aver toccato, ho visto sul tabellone il tempo, non credevo ai miei occhi, ma allo stesso tempo ho realizzato che potevo giocarmi le mie carte per i Giochi anche a livello individuale e non solo per conquistare un posto in staffetta“.

Come sempre succede quando si verificano eventi difficilmente spiegabili, ecco aleggiare “l’ombra del doping” e la Torres ne è ben consapevole, affermando con forza la sua estraneità a tali risorse, rendendosi disponibile a sottoporsi – come poi in effetti avvenuto – ad ogni tipo di test (DNA, sangue, urine) che potessero scagionarla, risultando questi tutti negativi.

Assolutamente positiva, al contrario, la sua partecipazione agli Olympic Trials di Omaha, in Nebraska, dove – con la Thompson ritiratasi dopo i Giochi di Atene 2004, alla non certo giovane età di 31 anni – si aggiudica i 50 stile libero con il nuovo record Usa di 54″25, precedendo Jessica Hardy di 20 anni esatti più giovane di lei, nonché i 100 stile libero, in cui beffa per 0″05 centesimi (53″78 a 53″83) Natalie Coughlin, a cui rende 15 anni.

L’età avanzata, ed un programma olimpico molto concentrato, consigliano alla Torres di rinunciare alla prova sui 100 stile libero per concentrarsi esclusivamente sulla più corta distanza, e ciò nonostante dimostri un’eccellente condizione di forma nuotando in 52″44 l’ultima frazione della staffetta 4×100 stile libero che il 10 agosto si aggiudica la medaglia d’argento dietro all’Olanda, così superando il record di più anziano nuotatore a vincere una medaglia olimpica, stabilito dal britannico William Robinson con 38 anni esattamente un secolo prima, ai Giochi di Londra nel 1908.

La “gara sprint” dei 50 stile libero ha come logiche favorite la tedesca Britta Steffen, già oro sui 100 stile libero, e l’australiana Lisbeth Trickett, prima donna ad infrangere il muro dei 24″ netti, avendo nuotato la distanza in 23″97 il 29 marzo, togliendo il primato all’olandese Marleen Veldhuis, che lo aveva stabilito in 24″09 appena cinque giorni prima.

Ma quando, nelle semifinali del 16 agosto, dopo che nella prima serie la Steffen aveva regolato in 24″43 nell’ordine la Veldhuis e la Trickett, la Torres si aggiudica la seconda in 24″27, le certezze su chi sarà l’indomani a salire sul gradino più alto del podio iniziano a vacillare e l’attesa per verificare come andrà a concludersi lo “scontro generazionale” tra la 41enne americana e le sue più giovani avversarie monopolizza l’attenzione di pubblico, tecnici e stampa specializzata.

Con la Torres ad occupare la corsia centrale riservata a chi ha ottenuto il miglior tempo in qualifica e la Steffen al proprio fianco in terza corsia, la gara vede l’americana prendere la testa in avvio, con un lieve margine a metà vasca nuotando sul limite del record mondiale, per poi fallire un’impresa che più clamorosa non sarebbe potuto essere, subendo il ritorno della tedesca che, proprio nelle ultime bracciate, la beffa per l’inezia di appena 0″01 centesimo (24″06 a 24″07), tempi che rappresentano i rispettivi record olimpico ed europeo per la Steffen ed americano per la Torres.

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Dara Torres, argento sui 50 stile libero a Pechino 2008 – da weforum.org

Ma per la “wonder woman” di origine cubana le fatiche non sono terminate, poiché viene schierata quale ultima frazionista a stile libero della staffetta 4×100 mista che conclude il programma natatorio al “National Aquatic Center” di Pechino, ed anche se la Trickett si vendica contribuendo alla vittoria del quartetto australiano, il tempo di 52″27 impiegato dalla Torres risulta il più veloce di sempre nuotato in staffetta e, ancorché ottenuto in frazione lanciata, di oltre 1″ inferiore al record Usa di 53″39 sulla distanza.

Con la conquista della sua 12esima medaglia olimpica – così eguagliando il primato detenuto, in campo femminile, dalla connazionale Jenny Thompson – la Torres potrebbe finalmente dare l’addio alle gare, ma già che c’è, si qualifica per i 50 stile libero e farfalla per i Mondiali di Roma 2009 (forse in ricordo di come proprio nella capitale italiana avesse ricevuto la spinta per il suo secondo clamoroso ritorno), salutando l’attività agonistica con l’ottavo posto nella finale a stile libero in un più che dignitoso 24″48, specie per una 42enne.

Ah, dimenticavo, ad oltre otto anni di distanza, il suo 24″07 sui 50 stile libero ottenuto a Pechino, è tuttora primato degli Stati Uniti.

CARMINE PREZIOSI, L’IMMIGRATO CHE SORPRESE TUTTI ALLA LIEGI-BASTOGNE-LIEGI 1965

 

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Carmine Preziosi – da gazzetta.it

articolo tratto da GPM ciclismo

In un momento come questo dove il tema dell’immigrazione è sempre più attuale, molte sono le storie drammatiche di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dalla guerra, dalla fame, dalla povertà. Troppe volte ci siamo trovati, purtroppo, nel dovere morale di commentare l’ennesima tragedia dell’immigrazione, della condizione dell’uomo vittima e schiavo di un qualcosa più grande di lui.

Quella che raccontiamo oggi è, appunto, una storia di immigrazione, una storia fatta di fatica, disagio e di polvere, che tanto abbonda nelle miniere del Belgio. Una polvere che ad inizio Novecento era diventata persino un’ambizione, una via di fuga dalla povertà e da ogni difficoltà.

Questa è la storia che descrive la condizione di migliaia e migliaia di italiani emigrati nelle Ardenne per sfuggire ad una povertà estrema che toglieva persino la voglia di sognare.

La Liegi-Bastogne-Liegi è oggi per tutti la “corsa degli italiani“, la corsa dove in alcuni frangenti i corridori azzurri sembrano correre in casa. È forse anche per questo che la Doyenne è stata conquistata per ben dodici volte dai nostri connazionali. Un binomio quasi magico, quello tra la Liegi e l’Italia, iniziato nel lontano 1965, quando un giovane corridore azzurro trionfò nella Decana di tutte le corse. Il suo nome era Carmine Preziosi, uno dei tanti italiani in terra belga.

La storia di Preziosi, infatti, è una delle tante di numerosissimi connazionali fuggiti dal nostro Paese in cerca di fortuna, nella terra promessa del ciclismo. La famiglia Preziosi emigrò da Sant’Angelo all’Esca, in Campania, a Parceness, un piccolo paesino sperduto nelle colline delle Ardenne. Il padre di Carmine aveva trovato un’occupazione nella miniera di Charleroi. Dopo anni di stenti, finalmente era arrivata l’opportunità di dare un futuro concreto alla propria famiglia. Anche il giovane Carmine non era da meno e trascorse la sua adolescenza in terra vallone cimentandosi in diversi e umili lavori, da autista a vetraio fino a quello di cameriere.

Dall’Italia Carmine aveva portato con sé una grandissima passione per il ciclismo. Iniziò a correre giovanissimo per passare professionista nel 1963, a soli vent’anni.

Nella sua carriera una giornata in particolare rimane impressa nella mente. E’ la Liegi-Bastogne-Liegi del 1965, arrivo previsto al Velodromo di Roucourt. Nell’anello belga si invola solitario Vittorio Adorni. Il campione italiano ha una manciata di metri di vantaggio su un gruppetto di corridori che comprende, tra gli altri, anche il campione del mondo olandese Jan Janssen. La maglia iridata, presa dalla foga di rimontare Adorni, innesca una bruttissima caduta che coinvolge altri sette corridori facenti parte del gruppetto inseguitore. Dalla carambola si avvantaggia proprio Preziosi che, come un treno, si stava riportando su Adorni. A quel punto però succede quello che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il giovane italiano raggiunge il corridore della Salvarani (guidata da Luciano Pezzi), gli si affianca e con la mano sinistra si appoggia letteralmente su di lui. Adorni, sbilanciato, rallenta inesorabilmente la sua corsa rischiando inoltre di finire per terra favorendo il rivale. Preziosi dunque ha la strada spianata per il suo trionfo alla Decana. Adorni è costretto ad un secondo posto che sa molto di beffa. La giuria chiude un occhio (forse anche due) sostenendo che Preziosi è stato costretto a quel gesto per evitare di cadere. Adorni non riuscì mai ad accettare quel verdetto. Fatto sta che quella è stata la prima vittoria italiana alla Liegi, l’inizio di una storia unica.

La storia di Preziosi è una storia umile, che nasce da molto lontano, da una speranza di un futuro migliore.

La vittoria di Preziosi è la vittoria di ogni italiano che tra la polvere, il sudore e la fatica è riuscito a realizzare il suo sogno, è il riscatto di un popolo relegato all’emarginazione sociale.

Una favola da raccontare a chi fa finta di non ricordare; la storia dei minatori italiani fatta proprio di fatica, polvere e tragedie, si arricchisce dell’orgoglio, l’orgoglio di un giovane immigrato che trionfa nella Madre di tutte le classiche. Perché nessuna corsa più della Liegi-Bastogne-Liegi è un simbolo di memoria, di integrazione, di orgoglio, appunto.

La vittoria di Carmine Preziosi è avvenuta tra mille polemiche; la sostanza che ne viene fuori però è quella che basta per dare inizio a una storia magica come quella che si è instaurata negli anni tra la Decana e il Bel Paese. E, con buona pace di Vittorio Adorni, forse è giusto così.

CHUCK VINCI, L’ULTIMO SOLLEVATORE CHE PORTO’ L’ORO IN AMERICA

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Chuck Vinci sul gradino più alto del podio a Melbourne 1956 – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

E’ quanto mai sorprendente sfogliare l’enciclopedia olimpica. Può capitare di scoprire, ad esempio, che gli Stati Uniti, che capeggiano il medagliere con una collezione di trionfi che scavalca la barriera delle mille medaglie d’oro, siano altresì fermi all’edizione di Roma del 1960 nel veder sventolare la bandiera stelle-e-strisce sul pennone più alto del sollevamento pesi.

Già, ad eccezione di Tara Nott che esattamente 40 anni dopo vinse nella categoria riservata alle donne sotto i 48 kg., nessun forzuto è più riuscito da quel dì ad eguagliare quel che fu capace di fare Charles “Chuck” Vinci nella Grande Olimpiade capitolina. Eppure gli americani, sul primo gradino del podio con Oscar Osthoff ai Giochi “casalinghi” di Saint Louis nel 1904 e con Tony Terlazzo nei pesi piuma a Berlino nel 1936, hanno poi conosciuto l’era aurea del bilanciere, con 4 vittorie in 6 categorie a Londra 1948, 4 su 7 sia ad Helsinki 1952 che a Melbourne 1956, e quindi la desolazione olimpica del dopo ha quasi del clamoroso.

Ma torniamo a Chuck, che viene alla luce a Cleveland, nell’Ohio, il 28 febbraio 1933. Il ragazzo viene cresciuto in un ambiente permeato di sacro, se è vero che sarà devoto al punto da sostenere, una volta raggiunta gloria sportiva, che si devono alla volontà di Dio i suoi successi nel sollevare pesi. Vinci, che cresce poco in altezza tanto da non superare il 1m50, si avvicina alla pratica sportiva a 12 anni, sulle orme del fratello maggiore Billy, riuscendo ben presto a primeggiare nei concorsi locali. E dopo aver vinto una prima volta i campionati americani nel 1954 – si confermerà tale altre sei volte, nel biennio 1955/1956 e poi nel quadriennio dal 1958 al 1961 – debutta in una grande competizione internazionale ai Pan American Games del 1955, a Città del Messico, quando, gareggiando nei pesi gallo, sotto i 56 kg., è già il migliore battendo il panamense Angel Famiglietti.

Il ghiaccio è rotto e per Chuck, che si allena sotto lo sguardo vigile di John Schubert, un ex-marine, si dischiudono le porte di una carriera che lo vedrà non solo collezionare un bottino massiccio di medaglie, pur anche ben 12 record del mondo. Questo gagarino alto un soldo di cacio, con una tempra di lottatore indomabile, e con l’aiuto del Padreterno, che Vinci non dimentica di onorare unendosi alla YMCA (Young Men’s Christian Association) che gli fornisce parte del supporto necessario per poter gareggiare in patria e fuori, diventa un sollevatore di fama internazionale e con i Mondiali di Monaco, ad ottobre 1955, inizia a battagliare con i campioni che in Europa e nel mondo hanno maggior blasone.

Tra questi c’è il leggendario Vladimir Stogov, russo di tre anni più anziano, che proprio alla kermesse iridata batte Chuck, relegando l’americano alla piazza d’onore e mettendosi in saccoccia il primo di una serie di ben cinque ori consecutivi. Ma se Vinci conoscerà l’onta della sconfitta anche nel 1958 a Stoccolma, per poi chiudere non meglio che quarto l’edizione mondiale del 1961 di Vienna preceduto anche dall’ungherese Imre Foldi e dal giapponese Yoshinobu Miyake, è consapevole nondimeno che uno sport come il sollevamento pesi regala l’immortalità solo con il successo a cinque cerchi, ed è proprio con quell’obiettivo che l’americano si prepara a dar battaglia alle Olimpiadi di Melbourne del 1956.

Vinci si presenta in Australia motivato come non mai, totalmente dedito all’attività sportiva. E con il miraggio della medaglia d’oro. Che poi tanto miraggio non è, visti i precedenti. Si allena, prega nei ritagli di tempo, e la sera va a letto presto, prototipo del campione perfetto. Ma corre il rischio di non potere competere nella categoria a lui congeniale, quella appunto dei pesi gallo, eccedendo di poco il limite dei 56 kg. Poco prima di scendere in pedana, dunque, si fa tagliare i capelli e con la “zavorra” in meno può infine affrontare gli altri pretendenti al titolo olimpico. In primis, ovviamente, Stogov, che detiene il record del mondo con complessivi 335 kg., e con il quale Vinci, fin da subito, dà vita ad una sfida appassionante. Si comincia con la distensione lenta, e per i due rivali è già record olimpico, 105 kg., si prosegue con lo strappo, record del mondo per entrambi, ancora 105 kg. Ma è con l’ultima serie di alzate, lo slancio, che Chuck mette il sigillo sulla vittoria, 132,5 kg. contro i 127,5 kg. del russo, per un nuovo record del mondo di 342,5 kg. che vale all’americano la medaglia d’oro.

La gloria perpetua è garantita, e nel quadriennio post-olimpico Vinci, se non riesce a mettere in cassaforte il titolo mondiale venendo, come detto, battuto da Stogov che a Stoccolma, nel settembre 1958, si prende la rivincita con un franco successo, 342,5 kg. contro 327,5 kg., conquista invece l’anno dopo il secondo trionfo ai Pan American Games, stavolta a Chicago ma sempre superando Famiglietti.

Il successo in patria è il preludio all’impresa realizzata alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove Vinci si presenta da detentore del titolo e che sono private di Stogov, nuovamente in possesso del primato del mondo con 345 kg., pure campione d’Europa, ma costretto a rinunciare alla rassegna capitolina per colpa di un infortunio. In assenza del sovietico, tocca a Miyake vestire i panni dello sfidante, ed è un avversario da prendere con le molle se è vero che in un prossimo futuro il nipponico sarà proprio il successori di Vinci sul gradino più alto del podio, a Tokyo 1964 così come a Città del Messico nel 1968. Nel frattempo, però, Chuck tiene fede al suo ruolo di favorito, già il migliore nella distensione lenta, 105 kg., stesso punteggio di quattro anni prima, con Imre Foldi e il portoricano Fernando Baez che alzano non più di 100 kg. Con l’alzata di strappo Vinci segna un nuovo record mondiale, 107,5 kg., tenendo a distanza proprio Miyake che con 105 kg. scavalca Foldi, per poi chiudere con uno slancio da 132,5 kg. a cui il rappresentante del paese del Sol Levante risponde con il record olimpico di 135 kg., non sufficiente però a scalzare l’americano dalla prima posizione. Vinci chiude con un totale di 345 kg., ad eguagliare il primato del mondo del grande assente e rivale Stogov, confermandosi così campione olimpico con un margine di 7,5 kg. su Miyake.

La meravigliosa storia agonistica di Vinci si chiude qui, così come, senza ovviamente esserne al corrente, gli Stati Uniti salgono per l’ultima volta sul gradino più alto del podio del sollevamento pesi al maschile. Chuck, dopo esser rimasto fuori dal gioco delle medaglie ai Mondiali di Vienna del 1961 proprio per merito di Miyake, si eclissa per un triennio, prima di tentare la strada delle partecipazione olimpica a Tokyo 1964. Ma uno strappo ai legamenti contratto all’inizio dell’anno mentre si sta allenando nel garage di casa lo costringe all’abbandono del sogno della tripletta ai Giochi e al ritiro dell’attività.

Charles “Chuck” Vinci, alto quanto un soldo di cacio ma forzuto come un ciclope, mette a terra il bilanciere ed entra nell’enciclopedia della pesisitica. E’ lui l’ultimo americano, in attesa di un erede d’oro.

CARLOS REUTEMANN, IL “GAUCHO TRISTE” DELLA FORMULA 1

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Carlos Reutemann – da revistaconefecto.com

articolo tratto da Cavalieri del rischio

El Gaucho triste“, come venne soprannominato per le attitudini caratteriali, Carlos Reutemann iniziò a correre in patria nel turismo, sport prototipi e in Formula 2, cogliendo risultati tali da indurre l’automobile club a sponsorizzarlo per una stagione in Formula 1 alla guida della Brabham.

Debuttò nel 1972 nel gran premio di casa e a sorpresa ottenne la pole position, mentre in gara dovette accontentarsi del settimo posto; dopo un ritiro a Kyalami saltò un paio di gran premi, rientrando poi in pianta stabile fino al termine della stagione, cogliendo un ottimo quarto posto a Montreal e mostrando buone qualità, tanto da guadagnarsi sul campo la riconferma nel team, diventandone il pilota più rappresentativo nella stagione successiva, che l’argentino iniziò con numerosi ritiri, riscattandosi nella seconda parte di campionato con due podi in Francia e a Watkins Glen e numerosi piazzamenti risalendo fino al settimo posto in classifica generale.

Arrivò anche la gioia della prima vittoria, a Kyalami nel 1974, davanti a Beltoise e Mike Hailwood, anche se questo fu l’unico risultato utile nelle prime nove gare. Ancora una volta il finale di stagione riservò invece piacevoli sorprese, arrivarono infatti altre due vittorie, in Austria e proprio Watkins Glen, oltre ad un terzo e un sesto posto, che portarono Reutemann al sesto posto a fine stagione, con il doppio dei punti dell’anno precedente.

Nel 1975 la Brabham si mostrò ancora più competitiva e l’argentino, ormai abituato a combattere tra i primi, si piazzò con regolarità a punti, cogliendo una vittoria al Nurburgring e altri cinque podi, chiudendo il campionato alle spalle dell’imprendibile Lauda e di Emerson Fittipaldi; quello che sembrava essere un percorso di crescita costante subì un brusco stop, la Brabham infatti nel 1976 non confermò il proprio potenziale e Reutemann dovette accontentarsi di lottare in posizioni di rincalzo, spesso senza nemmeno vedere la bandiera a scacchi, fino al definitivo addio, sancito dal passaggio alla Ferrari nel gran premio d’Italia, in previsione di sostituire Lauda, che sorprendentemente si presentò e corse a 40 giorni dal terribile incidente del Nurburgring, piazzandosi tra l’altro davanti sia a Regazzoni che a Reutemann, che a Monza fu soltanto nono ma venne confermato per il 1977 e, in seguito ai diverbi nati a Maranello dopo il ritiro volontario di Lauda al Fuji, con la concreta possibilità di occupare un ruolo da prima guida.

Terzo in Argentina e primo in Brasile, Reutemann sembrò essere in grado di cogliere l’occasione, ma Lauda a Kyalami tornò al successo e poi iniziò a macinare risultati vincendo il titolo prima di lasciare polemicamente la rossa con due gare d’anticipo e lasciando solo le briciole al compagno di squadra, che tentò di riscattarsi l’anno seguente con quattro successi (Brasile, Long Beach, Inghilterra e Watkins Glen) e il terzo posto in classifica, facendo del proprio meglio pur non potendo nulla contro le due Lotus di Andretti e Peterson, dominatrici assolute della scena.

Consumato il divorzio dalla Ferrari, Reutemann optò proprio per la Lotus, ma ancora una volta non fu fortunato, il team non era quello dell’anno precedente e la vettura 79 era ormai obsoleta, mentre la Lotus 80 non si dimostrò all’altezza, quindi dopo un buon inizio di stagione dove sembrava poter inserirsi nella lotta al titolo, nella seconda parte subì un crollo e non raggiunse mai la zona punti, lasciando la squadra a fine stagione, deluso dai risultati e con la volontà di lottare per il titolo alla guida dell’ambiziosa Williams, sostituendo Regazzoni (come alcuni anni prima in Ferrari).

Nel team di Sir Frank le gerarchie erano però stabilite e il leader indiscusso era ormai Alan Jones, che vinse il titolo nel 1980, mentre Reutemann si piazzò ancora una volta terzo togliendosi la soddisfazione di vincere il gran premio di Monaco affrontando poi un finale in crescendo, preludio di una “rivoluzione” interna al team: l’anno seguente l’argentino in Brasile superò Jones e ignorò i successivi ordini di scuderia, da quel momento i due piloti divennero separati in casa. Nei primi 5 gran premi Reutemann vinse ancora a Zolder, in Belgio, e fu costantemente a podio, portandosi largamente in vantaggio nella classifica piloti e nonostante un paio di “zero“, dopo il gran premio di Inghilterra si trovò in testa con 43 punti, contro i 26 di Piquet e i 24 di Jones, ma nella seconda parte, senza aiuto del team, osteggiato dal compagno di squadra e ancora una volta vittima della propria fragilità, subì un pesante crollo, pertanto si arrivò al decisivo appuntamento di Las Vegas con questa situazione: Carlos Reutemann 49, Nelson Piquet 48, Jacques Laffite 43.

La corsa vide la vittoria di Jones mentre Reutemann, una volta ottenuta la pole, fu protagonista di una partenza disastrosa e scivolò progressivamente indietro, chiudendo all’ottavo posto, a Piquet bastò così un quinto posto per vincere incredibilmente il titolo; il “Gaucho triste“, ormai demotivato, dopo aver disputato i primi due Gran Premi del 1982, anche a causa della guerra delle Falkland e dei conseguenti problemi di un argentino indesiderato in Inghilterra, decise di ritirarsi dalla Formula 1, per dedicarsi con successo all’attività di imprenditore e politico.

Nel 1995, in occasione del gran premio di Argentina, la Ferrari gli regalò un giro di pista con la vecchia monoposto, scatenando l’entusiasmo del pubblico.

JOHN KIRWAN E QUELLA META, “SPOT” PER IL RUGBY

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John Kirwan – da onrugby.it

Articolo di Giovanni Manenti

Ultimo sport di squadra ad avere una propria rassegna iridata, la prima edizione della Coppa del Mondo di rugby organizzata congiuntamente da Australia e Nuova Zelanda prende il via a maggio 1987 tra non poco scetticismo, tant’è che, sino all’ultimo, Scozia ed Irlanda sono indecise nel partecipare, e sono in molti a ritenere che difficilmente possa avere un seguito, trattandosi di uno sport con tradizioni radicate nel tempo e che si estrinsecano nella disputa del “Cinque Nazioni” in Europa, nella “Bledisloe Cup” in Oceania e nei vari “test match” tra rappresentative eterogenee come i Barbarians od i British Lions.

Ad ogni buon conto, per il citato evento, per il quale, stante il ristretto tempo a disposizione per l’organizzazione, non è stato possibile istituire gare di qualificazione e, pertanto, si è proceduto per inviti, con le riferite formazioni del “Cinque Nazioni, Australia e Nuova Zelanda, oltre ad Italia e Romania per l’Europa, Canada e Stati Uniti per il Nord America, Argentina per il Sudamerica, Giappone per l’Asia, Tonga e Fiji per l’Oceania e lo Zimbabwe a rappresentare l’Africa, stante l’ostracismo ancora pendente sul Sudafrica per la politica di apartheid in vigore nel Paese.

Un’altra delle contestazioni circa l’inutilità di una manifestazione a così largo raggio derivava dal previsto eccessivo divario tra le partecipanti, sì da rendere pressoché inutili le fasi eliminatorie e, da questo punto, la gara inaugurale, disputatasi il 22 maggio 1987 all’Eden Park di Auckland tra la Nuova Zelanda e l’Italia, sembra dar ragione ai citati detrattori.

Con le due squadre andate al riposo sul punteggio di 17-3 per gli “All Blacks“, nella ripresa la difesa azzurra crolla di fronte alla forza d’urto degli avanti neozelandesi, i quali realizzano ben sei mete a cui l’Italia risponde con un semplice calcio piazzato di Collodo, cercando di limitare i danni quando accade un evento che sarà l’emblema dell’intera rassegna iridata.

Succede, difatti, che al 70′, ricevuta la palla nei propri “ventidue metri” da parte del debuttante estremo John Gallagher, il n. 14 neozelandese non trovi di meglio che farsi tutto il campo di corsa, saltando come birilli le varie maglie azzurre che gli si ponevano davanti per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta per un’azione che stupisce oltre l’inverosimile sia gli spettatori presenti che coloro che vi assistono in Tv e che, in brevissimo tempo, fa il giro del mondo, un evento paragonabile al celebre goal di Maradona ai Mondiali 1986 contro l’Inghilterra o ad un “coast to coast di un LeBron James in una finale NBA.

L’autore di tale impresa altri non è che il 22enne tre quarti ala John Kirwan, che proprio ad Auckland è nato a dicembre del 1964 ed altresì nell’Auckland gioca, e che quel giorno disputa la sua 14esima gara con gli “All Blacks, con cui ha debuttato il 16 giugno 1984 nel test match contro la Francia e vinto di misura per 10-9.

Kirwan diviene il protagonista della prima edizione della Coppa del Mondo, contribuendo in maniera determinante al successo della Nuova Zelanda, con altre due mete realizzate nella vittoriosa semifinale contro il Galles e mettendo il sigillo nella finale contro la Francia – che, superando in semifinale l’Australia, aveva impedito l’atteso scontro tra “All Blacks e “Wallabies” per il titolo – per consentire al proprio capitano e mediano di mischia David Kirk di sollevare al cielo la Webb Ellis Cup e a lui stesso di laurearsi miglior marcatore del torneo con 6 mete all’attivo.

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Kirwan in azione nella finale di Coppa del Mondo 1987 contro la Francia – da teara.govt.nz

In 10 anni di carriera con la maglia dei “tuttineri“, Kirwan colleziona 63 presenze – di cui 62 partendo nel XV titolare – realizzando 35 mete che, alla data della sua ultima apparizione, il 6 agosto 1994 in un match contro il Sudafrica conclusosi sul 18 pari, rappresentavano un record a livello di Nazionale, ed è altresì titolare nella successiva edizione di Coppa del Mondo 1991 disputatasi in Gran Bretagna, dove subisce la sua unica sconfitta nella manifestazione, un 6-16 in semifinale da parte dell’Australia del suo grande rivale David Campese.

Ed è proprio la rivalità tra questi due grandi protagonisti delle rispettive Nazionali – occupando la medesima posizione in campo – a polarizzare per un decennio l’attenzione dei media specializzati in quei spesso inutili sondaggi su chi fosse il migliore tra i due, anche se Kirwan è stato spesse penalizzato da frequenti infortuni muscolari che ne hanno limitato le apparizioni, ma una cosa è certa, e cioè che al massimo della forma era immarcabile, per la velocità e l’intuizione che aveva nell’incunearsi nelle difese avversarie per concludere l’azione corale di cui gli “All Blacks” sono sempre stati maestri, come dimostrano le 10 mete messe a segno in 5 test match (due contro il Galles e tre contro l’Australia) nell’anno successivo alla conquista del titolo iridato.

Oltretutto, non contenti di sfidarsi nell’emisfero australe, entrambi – sia Campese con il Petrarca Padova che Kirwan con il Benetton Treviso – hanno avuto modo di cimentarsi anche nel campionato italiano, che il neozelandese ha conquistato nel 1989 (quando Campese era già tornato in patria), risultando ancora una volta decisivo nella finale per l’assegnazione dello scudetto disputata il 27 maggio 1989 allo Stadio Dall’Ara di Bologna contro il Rovigo, allorquando, con il risultato ancora in bilico sul 12-9 per i trevigiani, è lui stesso a schiacciare in meta allo scadere degli 80 minuti regolamentari per i punti della sicurezza.

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Kirwan festeggia lo scudetto 1989 con il Benetton Treviso – da it.wikipedia.org

Ciò nondimeno, se le disquisizioni su chi sia stato il migliore dei due come giocatore troveranno sempre ognuna delle due parti convinta di aver ragione, nessun dubbio può sussistere su chi abbia fatto meglio nelle vesti di allenatore, con Kirwan a guidare la nazionale italiana dopo aver fatto da assistente al suo connazionale Brad Johnstone, rilevandone il ruolo dopo il disastroso “Sei Nazioni” del 2002 concluso con il terzo “cucchiaio di legno” consecutivo.

L’esordio al “Sei Nazioni” 2003 con la vittoria per 30-22 sul Galles – solo secondo successo azzurro dopo quello sulla Scozia nella prima edizione del torneo esteso a sei squadre nel 2000 – ed un’onorevole sconfitta per 25-33 a Dublino contro l’Irlanda, fanno da buon viatico in vista della Coppa del Mondo del successivo ottobre in Australia, dove l’Italia è inserita nel gruppo D assieme allo stesso Galles, alla Nuova Zelanda, Canada e Tonga.

E qui, in un certo senso, il cerchio si chiude, in quanto il match d’esordio vede gli azzurri opposti proprio a quegli “All Blacks contro cui disputarono la prima gara nella storia della manifestazione e, ancor più curiosamente, il risultato è pressoché identico, con i “maestri a trionfare per 70-7 (rispetto al 70-6 di 16 anni prima), con la differenza che stavolta Kirwan è dalla parte degli sconfitti, che però reagiscono superando Tonga 36-12 ed il Canada 19-14, costruendosi così l’occasione – sinora mai verificatasi – di qualificarsi per i quarti di finale in caso di vittoria contro il Galles nell’ultimo turno.

Gara che, viceversa, ha un esito opposto a quella del 15 febbraio al “Flaminio” di Roma, con i “Dragoni stavolta ad imporsi per 27-15 per una classifica finale di 2 vittorie ed altrettante sconfitte che l’Italia replicherà anche nelle successive edizioni del 2007, 2011 e 2015.

Kirwan, lasciato l’incarico di CT degli azzurri, conduce con minor successo alle fasi finali del Mondiale la nazionale giapponese nel 2007 e 2011, ottenendo in entrambe le occasioni solo un pareggio, e sempre contro il Canada, per poi essere attirato dalla piattaforma di Sky Italia, per la quale ha commentato l’edizione della Coppa del Mondo 2015, vinta dalla sua Nuova Zelanda.

Ora, è fin troppo evidente che la Coppa del Mondo sarebbe comunque andata avanti, visti gli interessi del magnate Rupert Murdoch al riguardo e la globalizzazione che ogni tipo di disciplina ha assunto negli anni a venire, ma, per i più romantici, può sempre far piacere pensare che quella “lunghissima ultima meta” messa a segno da Kirwan nella gara inaugurale abbia rappresentato qualcosa di più di un semplice “spot sia per il rugby in sé stesso che per la manifestazione nel suo insieme.

IL TRIONFO DELLA LETTONIA AI PRIMI EUROPEI DI BASKET DEL 1935

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La Lettonia campione d’Europa – da wikivisually.com

articolo di Nicola Pucci

Ancora vergine di grandi competizioni internazionali, a differenze di altri sport di squadra che già da tempo impegnano l’una contro l’altra le Nazionali più forti del pianeta, infine la FIBA, (originariamente, quando venne fondata il 16 giugno 1932, Fédération Internationale de Basketball Amateur) ha partita vinta, per bocca del suo Presidente Leon Buffard, e vede il sorgere, nel 1935, quindi un anno prima dell’esordio della pallacanestro alle Olimpiadi di Berlino, del primo Campionato Europeo per Nazioni.

L’onore di ospitare la nascente competizione continentale spetta alla Svizzera, paese che sembra esente dai pruriti aggressivi in un’Europa sul punto di esplodere e che in quel di Ginevra accoglie proprio la sede della Federazione Internazionale. Si gareggia dal 2 al 7 maggio e sono dieci le squadre ammesse a partecipare: ovviamente la Svizzera che fa gli onori di casa, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Lettonia, Romania, Spagna, Ungheria. C’è pure l’Italia, guidata in panchina da quell’Attilio De Filippi che con la Ginnastica Triestina vincerà ben cinque scudetti negli anni Trenta, alternandosi al comando del campionato italiano a Ginnastica Roma e Olimpia Milano.

Gino Basso il napoletano in rappresentanza del Sud, Bruno Caracoi, il bomber riconosciuto Livio Franceschini, Emilio Giassetti, Giancarlo Marinelli prima star acclamata della Virtus Bologna, Sergio Paganella, Egidio Premiani ed Ezio Varisco che morirà combattendo in Libia, sono gli otto componenti dell’Italia che il sorteggio accoppia alla Bulgaria per uno dei cinque match di turno preliminare.

Si comincia, dunque, il 2 maggio al Pavillon des Sports du Bout-du-Monde di Ginevra, e se la Spagna, costretta ad un match di spareggio con il Portogallo per accedere alla fase finale, giocato a Madrid e vinto per 33-12, si sbarazza del Belgio 25-17 grazie a 8 punti (!!!) di Pedro Alonso, e la Cecoslovacchia sorprende la Francia imponendosi di misura, 23-21, proprio la Svizzera padrona di casa si sbarazza agevolmente della Romania, 42-9. Nel frattempo la Lettonia, che a differenza delle grandi squadre occidentali ha un appeal mediatico men che discreto ed è allenata da Valdemārs Baumanis, evidenzia tuttavia un’invidiabile forza collettiva, demolendo a sua volta l’Ungheria, 46-12, trascinata da Janis Lidmanis, straordinario talento baltico che, oltre a saperci fare con la palla a spicchi, è pure calciatore di livello con il JKS Riga e la Nazionale del suo paese, con la quale collezionerà ben 55 presenze e 2 reti.

E l’Italia? L’Italia, appunto, debutta vittoriosamente con la Bulgaria 42-23, con Franceschini sugli scudi con ben 32 punti, ma per l’anomala formula del torneo che promuove direttamente alle semifinali tre squadre, ovvero Spagna, Lettonia e Cecoslovacchia, obbligando Svizzera e Italia ad un ulteriore duello per definire la quarta semifinalista, incoccia nella maggior presenza fisica dei rossocrociati che dopo il 15-15 all’intervallo piazzano un parziale di 12-2 nel secondo tempo chiudendo sul 27-17 che apre loro le porte delle semifinali e manda gli azzurri a gareggiare nel torneo di consolazione. Appunto, consolazione, che vedrà l’Italia infine settima, dopo aver perso con la Francia, 29-27, e battuto nuovamente la Bulgaria, 35-22, laureando Franceschini miglior marcatore della manifestazione, con 68 punti totali e 17 di media a partita. Che, per i parametri dell’epoca, se non sono un primato da guinness poco ci manca.

Il 6 maggio si giocano le due semifinali e la Lettonia, confermando quando di buono messo in mostra al turno precedente, ha la meglio anche dei padroni di casa, 28-19, trascinata stavolta dall’altro campione uscito dal cilindro di coach Baumanis, ovvero il pivot Rudolfs Jurcins, che con le sue lunghe leve destabilizza la difesa elvetica garantendo ai baltici di strappare il biglietto per la finalissima.

Dove, il 7 maggio, alle ore 22.30, la Lettonia trova la Spagna, che ha eliminato alla distanza la Cecoslovacchia, 21-17. Il match che vale il primo titolo europeo della storia è combattuto ed appassionante, con Jurcins che ancora una volta domina sotto i tabelloni realizzando 11 punti e consentendo l’allungo della Lituania che chiude il primo tempo in vantaggio di otto punti, 16-8. Nella seconda metà di gioco la squadra di mister Mariano Manent, di origine argentine, prova a ricucire lo strappo, con Rafael Martin, infine premiato come miglior giocatore del torneo, top-scorer con 6 punti all’attivo. La Lettonia è nondimeno superiore a rimbalzo, mantiene un margine di sicurezza  e con il punteggio a referto di 24-18 sale sul tetto d’Europa. Prima e ad oggi unica volta della sua storia.

Una storia cestistica che due anni dopo vedrà la Lettonia ospitare la seconda edizione, terminando non meglio che sesta in una manifestazione appannaggio dell’Unione Sovietica vincitrice in finale con l’Italia, e salire sul secondo gradino del podio nel 1939 alle spalle dei “cugini” della Lituania. Poi la follia della Seconda Guerra Mondiale spezzerà per sempre il sogno sportivo di quella nidiata di ottimi giocatori, così come l’occupazione sovietica al termine del conflitto marcherà tragicamente la vita di alcuni di loro: Jurcins, ad esempio, arrestato, deportato in un gulag ed infine morto prematuramente a 39 anni a Molotov Oblast; lo stesso Lidmanis, con la moglie Anne, fu costretto a lasciare il paese per trovare poi riparo in Australia; infine l’artefice di quel successo, coach Baumanis, per sottrarsi alla deportazione peregrinò per l’Europa prima di stabilirsi negli Stati Uniti.

Quel che resta è il libro dei record, e quel nome della Lettonia che prima di tutte colse l’oro europeo: il tributo del film “Dream Team 1935“, uscito nelle sale nel 2012, rende immortali quei ragazzi che a basket giocavano bene. Proprio bene. E noi facciamo altrettanto… Eduards Andersons, Aleksejs Anufrijevs, Mārtiņš Grundmanis, Herberts Gubiņš, Rūdolfs Jurciņš, Jānis Lidmanis, Džems Raudziņš, Visvaldis Melderis, coach Valdemārs Baumanis.

ANDREA TAFI E LA PIETRA DI ROUBAIX INFINE CONQUISTATA

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Andrea Tafi in trionfo – da gazzetta.it

articolo di Emiliano Morozzi

Andrea Tafi nel corso della sua carriera ha corso al fianco di grandi campioni: da Michele Bartoli a Johan Museeuw, da Franco Ballerini a Paolo Bettini. Un gregario di lusso, sempre pronto ad aiutare il capitano di turno, a volte sacrificando pure le proprie ambizioni di vittoria. Un corridore a proprio agio nelle corse di un giorno, capace dopo i trenta anni di compiere imprese e record che lo hanno portato nell’Olimpo del ciclismo.

E’ suo un personalissimo record: quello di essere l’unico italiano ad avere vinto sia il Giro delle Fiandre che la Parigi-Roubaix. E uno dei pochi ad aver realizzare il trittico Fiandre, Roubaix e Lombardia al fianco di giganti del pedale come Bobet, Kuiper, Van Looy, Merckx e De Vlaeminck.

Andrea Tafi, come il compagno di squadra Ballerini, ama le pietre ed una corsa in particolare: la più difficile, la più infernale, la Parigi-Roubaix. Il toscano milita in uno squadrone, la Mapei di patron Squinzi, ma il suo ruolo di gregario spesso gli tarpa le ali quando potrebbe volare: corre l’anno 1996, Tafi è ormai già trentenne e vuole vincere la gara, si infila nel gruppo buono, forte di venti elementi, nel quale ci sono i compagni di squadra Museeuw, Ballerini, Bortolami e Leysen. Ballerini è campione in carica, ma quel giorno è bersagliato dalla sfortuna e fora tre volte, proprio quando i compagni di squadra tentano il forcing. Tafi si trova solo davanti, dietro arrivano Museeuw e Bortolami e l’ammiraglia Mapei lo ferma per aspettare il rientro dei compagni e regalare alla squadra un tris eccezionale. Pure il campione belga fora due volte, i due italiani sono costretti ad aspettarlo e al Velodromo di Roubaix lasciarlo vincere, in una scena che ha del surreale.

Tafi mastica amaro e il suo ruolo di gregario ancora una volta lo costringe a mordere il freno: siamo nel 1998, stavolta davanti c’è Ballerini, Tafi trattandosi del conterraneo ed amico stavolta accetta più serenamente l’ordine di scuderia ma si toglie lo sfizio di vincere lo sprint dei battuti ed arrivare secondo dietro il proprio capitano.

Il successo e la consacrazione arrivano un anno dopo: Tafi porta sulle spalle la maglia di campione italiano, Ballerini è andato alla Lampre e finalmente il fucecchiese veste i gradi di capitano. Ha voglia di vincere e lo dimostra nei punti chiave della corsa, dando una prima scrollata al gruppo nella Foresta di Arenberg. Una fuga con dentro il suo compagno di squadra Steels sembra potergli rovinare i piani: ancora una volta, Tafi teme di doversi inchinare agli ordini di scuderia, ma quando il gruppo riprende i fuggitivi, è lui a scappare a 36 chilometri dal traguardo.

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Tafi in azione – da pelotonmagazine.com

Il corridore della Mapei fa il vuoto, i compagni di squadra dietro rompono i cambi, ma la malasorte è in agguato: una foratura appieda Tafi, che è costretto a fermarsi e viene salvato dalla provvidenziale presenza di un uomo della squadra con la ruota di ricambio in mano. Passata la paura, l’azione dell’azzurro riprende vigore e il vantaggio si dilata fino a superare i due minuti: il giro di pista nel Velodromo gremito di Roubaix è solamente una passerella trionfale, con il pubblico in delirio che grida “Tafì, Tafì” consacrando l’eroe di giornata. L’ultimo eroe azzurro ad alzare le braccia al cielo e baciare la pietra trofeo della Roubaix.

WLADYSLAW KOZAKIEWICZ E QUELL’ESULTANZA NON PROPRIO OLIMPICA

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L’esultanza smodata di Kozakiewicz – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, quando i responsabili del Network americano NBC decisero di ridurre, a causa del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980, il proprio impegno nel trasmettere l’evento, inviando nella capitale moscovita appena 56 giornalisti accreditati per consentire la trasmissione di “highlights“, ancorché a carattere quotidiano, avessero potuto immaginare cosa avvenne quel pomeriggio del 30 luglio durante la finale del salto con l’asta, forse avrebbero potuto cambiare idea.

La specialità è peraltro un po’ in ribasso negli Stati Uniti, dopo l’oro di Bob Seagren a Città del Messico 1968, con lo stesso Seagren argento a Monaco 1972 dietro al tedesco orientale Wolfgang Nordwig, mentre nell’edizione di Montreal 1976 il favorito Dave Roberts si era dovuto accontentare dell’ultimo gradino del podio, superato, per un minor numero di errori, dal polacco Slusarski e dal finlandese Kalliomaki.

L’assenza degli americani, pertanto, non influenza più di tanto la qualità tecnica della gara in sede olimpica – pur se Mike Tully si era aggiudicato le due prime edizioni della Coppa del Mondo di Düsseldorf 1977 e Montreal 1979 – in quanto partecipano alla stessa, oltre al citato campione olimpico in carica Tadeusz Slusarski, il connazionale Wladyslaw Kozakiewicz e i due francesi Thierry Vigneron e Philippe Houvion, che nel corso della stagione hanno spodestato l’americano Dave Roberts dal trono di leader mondiale, facendo a gara a superarsi dapprima con Kozakiewicz che sale a m.5,72 a maggio, poi con Vigneron che in giugno valica per due volte l’asticella a m.5,75 ed infine con Houvion che, a soli 15 giorni dall’inizio dei Giochi, fissa il record mondiale a m.5,77.

I sovietici, dal canto loro, non schierano il campione europeo di Praga 1978, Vladimir Trofimenko, affidandosi ad un terzetto composto dal ventenne Konstantin Volkov, Sergej Kulibaba ed Yuri Prokhorenko, con quest’ultimo che però manca l’accesso alla finale fallendo tutti e tre i tentativi a sua disposizione in qualificazione.

Come di consuetudine, la gara di salto con l’asta vede gli atleti passare alcune quote e, quando l’asticella viene posta a m.5,65, sono sei i restanti in gara, con la differenza che Kowakiewicz ed il terzo francese Jean-Michel Bellot vi giungono dopo aver superato la quota di 5,60 (ed entrambi esenti da errori), mentre Slusarski, Volkov (anch’essi senza penalità), Houvion ed il terzo polacco Marius Klimczyk hanno valicato l’asticella alla misura inferiore di m.5,55 che è risultata, clamorosamente, fatale ad uno dei co-favoriti, il francese Vigneron. 

I 5,65 rappresentano la definitiva scrematura per l’assegnazione delle medaglie, in quanto vengono eliminati Bellot e Klimczyk, con Slusarski, Volkov ed Houvion che superano la misura solo al terzo tentativo, a differenza di Kozakiewicz che prosegue nel suo percorso netto, sentendo di essere nel suo “Giorno dei Giorni“.

Percorso scevro da errori che prosegue anche alla quota di m.5,70, superati alla prima prova e che, viceversa, risultano fatali sia ad Houvion (che dà così l’addio al podio, pagando gli errori commessi alle misure di entrata a 5,25 e 5,45) che a Slusarski, mentre Volkov, dopo aver fallito i primi due tentativi, si riserva la terza prova alla quota superiore di 5,75, hai visto mai…

Tattica questa, usata da Volkov, assai comune nelle gare di salto ed in specie di quello con l’asta, ma che stavolta non produce l’effetto sperato in quanto il giovane russo fallisce il suo unico tentativo, mentre Kozakiewicz prosegue il suo “show personale” superando alla prima prova anche i 5,75 (sei misure valicate tutte al primo colpo!).

Oramai sicuro della medaglia d’oro – con l’argento assegnato a pari merito a Slusarski ed a Volkov – al polacco non resta che aggiungere la classica “ciliegina sulla torta” ad una prestazione eccezionale, sotto forma del tentativo di riappropriarsi del record mondiale, facendo posizionare l’asticella a quota 5,78.

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Il salto record di Kozakiewicz – da gettyimages.com

E qui arriva il “fattaccio“, per il quale occorre premettere come Kozakiewicz fosse stato fatto oggetto – essendo tra l’altro la pedana del salto con l’asta in prossimità delle tribune – di ripetuti fischi da parte del pubblico ad ogni sua prova, nel tentativo poi rivelatosi invano di favorire il pupillo di casa Volkov nella corsa all’oro, fatto sta che, una volta superata alla seconda prova la misura che gli vale il record mondiale (evento che, unito alla medaglia d’oro, era dalle Olimpiadi di Anversa 1920 che non si verificava per la specialità), il polacco non trova di meglio, per scaricare la tensione accumulata, che rivolgere il più classico dei “gesti dell’ombrello“, attirando su di sé critiche, ma anche comprensione per il comportamento molto poco sportivo tenuto dai presenti.

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Kozakiewicz alla cerimonia di premiazione con il compagno Slusarski – da gettyimages.com

Ed anche questa è, se vogliamo, una “Pagina di Storia Olimpica“…

 

EDOARDO MANGIAROTTI, NELLA SCHERMA COME LUI NESSUNO MAI

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Edoardo Mangiarotti – da sportfair.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Se si toglie il marziano statunitense Phelps (28 medaglie) e i due sovietici della ginnastica Larisa Latynina e Nikolaj Andrianov (15 a testa), subito dopo c’è lui tra i plurimedagliati della storia centenaria dei Giochi. Edoardo Mangiarotti: 13 tra ori, argenti e bronzi, in cinque edizioni e saltandone per la guerra le due potenzialmente più prolifiche a 21 e 25 anni. Un dominatore della scena internazionale della scherma, tra spada e fioretto, da Berlino 1936 a Roma 1960. Nessuno ha vinto quanto lui, nella scherma, e in fatto di ori soltanto un altro schermidore ha fatto meglio: lo sciabolatore ungherese Aladar Gerevich, 7 contro 6. E, quanto a titoli mondiali, il suo palmares parla di altre 26 medaglie, di cui 13 d’oro. E poi Universiadi, Giochi del Mediterraneo, sette titoli italiani.

Ma quella di Edoardo Mangiarotti è la storia di una famiglia intera: lui, i fratelli Dario e Mario, perfino la madre Rosetta e soprattutto il papà Giuseppe, uno dei padri fondatori della scherma italiana moderna. E poi ancora le altre donne: Eugenia Gavezzeni, moglie di Mario e campionessa italiana di fioretto a squadre; Camilla Castiglioni, moglie di Edoardo, schermitrice e presidente del circolo della Spada che porta il nome di famiglia; Carola, fiorettista, figlia di Edoardo, due volte presente alle Olimpiadi di Montreal 1976 e Mosca 1980.

Cominciamo da lui, dal padre fondatore, Giuseppe. Figlio di un ricco avvocato pavese e della famosa soprano austriaca Adelina Stehle, atleta a tutto tondo (dalla ginnastica al canottaggio al sollevamento pesi), venditore delle prime automobili a Milano a inizio Novecento, dopo i vent’anni incrocia per caso la spada. Comincia a tirare sul serio nel 1906, sotto la guida prima del siciliano Lancia di Brolo e poi del lombardo Colombetti. Un paio di anni dopo è già alle Olimpiadi di Londra del 1908, dove fa una buona figura pur non passando il primo turno. Dopo aver insegnato scherma anche a Budapest, lascia il palcoscenico agonistico ai figli, rimanendo pure uno dei maestri più reputati in Europa, attivo nel suo circolo e nell’altra prestigiosa sala meneghina del Giardino.

Ed è proprio al Giardino che i fratelli Mangiarotti muovono i primi passi. Edoardo, nato nel 1919, a diciassette anni è già oro olimpico a Berlino, come titolare nella squadra di spada che arriva davanti a Svezia e Francia. Insieme a lui, gli altri milanesi Cornaggia-Medici, Riccardi e Brusati, il piemontese Pezzana e il veneto d’adozione Ragno. Destro naturale, Edoardo viene abituato dal padre a tirare con la mano mancina, così come viene spinto a curare la forma fisica confrontandosi con altre discipline, compreso il pugilato.

Se la guerra gli porta via gli anni sportivamente migliori, quando lo sport ricomincia Edoardo è ancora ai vertici. Tenere il conto di tutti i successi internazionali è impossibile, dal Cairo a Filadelfia, da Stoccolma a Lisbona. Ai Giochi di Londra 1948 arriva l’argento nella spada a squadre dietro la Francia e il bronzo individuale nella prova vinta dal connazionale Cantone. Ma sarà Helsinki 1952 il punto più alto della sua carriera. Partecipa a quattro gare, tra fioretto e spada: conquista due ori nella spada e due argenti nel fioretto. Nella spada individuale è l’apoteosi della famiglia Mangiarotti: primo Edoardo, secondo il fratello Dario, poi insieme vincitori nella competizione a squadre sulla Svezia e la Svizzera. Nel fioretto è invece secondo dietro al francese D’Oriola, sua eterna bestia nera, e a squadre ancora dietro la Francia.

A Melbourne, quattro anni dopo, è doppio oro a squadre nel fioretto e nella spada rispettivamente su Ungheria e Francia e bronzo nella spada individuale, dietro gli altri due italiani Pavesi e Delfino. Chiude a Roma, nel 1960, con altre due medaglie: l’oro nella spada a squadre e l’argento, dietro l’Unione Sovietica, nel fioretto a squadre.

Con quell’edizione dei Giochi, e col suo ritiro, finisce anche l’epoca d’oro della spada italiana: tra 1932 e 1960, gli atleti azzurri avevano vinto sei titoli individuali consecutivi (Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi e Delfino) e quattro su sei a squadre (più due argenti). Da allora è arrivato soltanto un altro alloro individuale con Tagliariol nel 2008, quasi mezzo secolo dopo, e due a squadre nel 1996 e 2000. La sua rivalità con Nedo Nadi, pur a distanza di una generazione abbondante sotto il profilo cronologico rispetto al livornese, da sempre divide gli appassionati come divise fieramente le rispettive famiglie: Nadi vinse ai Giochi soltanto ori (sei, di cui cinque in una sola edizione) partecipando a sole due Olimpiadi; Mangiarotti 13 medaglie, ma un solo oro individuale e in cinque edizioni. Assurdo però stilare classifiche tra due fuoriclasse irripetibili, ognuno a suo modo, e mai incrociatisi sulla pedana.

Anche Edoardo, come Nadi, è stato giornalista sportivo di primo piano per tre decenni, scrivendo (spesso anche delle sue imprese, un attimo dopo la fine delle gare) per la Gazzetta della Sport diretta da Gianni Brera. Ha ricevuto tutte le onorificenze possibili in Italia e all’estero, ha scritto manuali di scherma (“La vera scherma” con Aldo Cerchiari, in cui compare il citatissimo decalogo dello schermidore) ed è stato per due volte portabandiera olimpico nel 1956 e 1960, unico italiano a fare doppietta ai Giochi estivi insieme al marciatore Frigerio, oltre che dirigente della Federazione italiana e di quella internazionale. È morto nel 2012 nella sua Milano a 93 anni. Due anni prima, a 95 anni, se n’era andato anche il fratello Dario.