PETR KORDA E QUELL’AUSTRALIAN OPEN 1998 CHE ZITTI’ GLI SCETTICI

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Rios e Korda alla premiazione – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Che Petr Korda avesse nel braccio sinistro classe cristallina era noto a tutti, così come altrettanto a tutti era noto che la sua concentrazione non fosse così solida da assecondarne l’estro tennistico. Ma alla carriera dei campioni baciati dalla Dea bendata, seppur maledetti, quasi sempre viene concessa l’occasione di dimostrarsi tali in un’occasione speciale, e gli Australian Open del 1998 furono la chance attesa da una vita dal ragazzo di Praga.

Classe 1968, predestinato al successo, Korda dà saggi di tocco sopraffino e completezza tecnica fin dall’affaccio al panorama internazionale, raccogliendo solo nel 1991 sul cemento americano di New Haven e sul tappeto indoor di Berlino i primi due titoli in carriera. L’anno dopo è finalista al Roland-Garros, dove soccombe al furore agonistico e alla forza da battitore di baseball di Jim Courier che lo seppellisce sotto il fardello di un pesante 7-5 6-2 6-1, e la batosta è tale che pr qualche anno ancora Petr, pur comparendo a lungo tra i migliori dieci giocatori del mondo e trionfatore nel 1993 alla Grand Slam Cup battendo Sampras in semifinale 13-11 al quinto set e Stich in finale 11-9 sempre al quinto set e per complessive dieci ore di fatica, stenta a confermare quel risultato, comunque di prestigio.

A cavallo tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 Korda raggiunge altresì la piena maturità fisico/tecnica, certificata dal successo ad ottobre all’Eurocard Open di Stoccarda, evento Masters Series, in cui batte uno dopo l’altro Pioline, Rios, Rafter e in finale l’olandese Krajicek, 7-6 6-2 6-4, il che lo proietta all’ottava posizione del ranking. E ad inizio anno nuovo è pronto per i tornei nell’emisfero australe. Debutta, ad onor del vero, a Doha, vincendo il titolo in finale con il “mago” Fabrice Santoro, 6-0 6-3, per poi allinearsi al via del primo Grande Slam stagionale.

A Melbourne Sampras, Rafter, Chang e Bjorkmann capeggiano l’elenco delle sedici teste di serie, con Korda che è il sesto favorito del lotto, vista l’assenza di Kafelnikov, ed è alloggiato nella parte alta del tabellone che, oltre a “Pistol Pete” detentore del titolo, ha nel finalista dell’anno precedente, Carlos Moya, un altro pretendente autorevole ad un ruolo di primo piano. Le attese, però, vengono… disattese, e se Sampras incoccia ai quarti di finale nell’efficacia nei colpi di sbarramento dello slovacco Karol Kucera che lo estromette a sorpresa in quattro set, lo spagnolo non va oltre il secondo turno, fatto fuori da Richard Fromberg che è australiano, ha esperienza da vendere e nel torneo di casa sa farsi rispettare.

Korda, da par suo, debutta lasciando un set all’iberico Portas, scavalca senza patemi gli ostacoli rappresentati da Scott Draper e Vincent Spadea, batte agli ottavi un cliente pericoloso come Cedric Pioline che l’anno prima è pur sempre stato finalista a Wimbledon e ai quarti viene a capo della strenua resistenza di Bjorkmann, infine battuto in rimonta 3-6 5-7 6-3 6-4 6-2. E proprio il successo con lo scandinavo quarta testa di serie dimostra che Korda è in eccellente forma ed è ben deciso a salire su quel tram chiamato vittoria Slam, che per lui è già passato uno volta ma che non fu capace di acchiappare a Parigi. La semifinale con Kucera lo vede favorito e i quattro set risolutivi, 6-1 6-4 1-6 6-2, spediscono il ceco a giocarsi la finale.

La parte bassa del tabellone disattende a sua volta le indicazioni della classifica. Rafter, campione agli ultimi US Open e numero 3 del seeding, esce inopinatamente di scena al terzo turno, battuto da quel colpitore bimane, dritto o rovescio che sia, che risponde al nome di Alberto Berasategui, “vecchio” finalista al Roland-Garros nel 1994 ma non certo a suo agio sulle superfici veloci, che al match successivo riserva medesima sorte ad Agassi, a sua volta battuto in rimonta in cinque set. E quando i due francesi Raoux ed Escudè eliminano al secondo turno Chang e Kuerten e Rusedski e Ivanisevic incocciano nel gioco d’attacco di Woodbridge e Siemerink, ecco che si fa largo in questa falcidia di favoriti un altro che in quanto a talento certo ed altrettanto certa scarsa tenuta mentale ne ha in abbondanza, ovvero il cileno Marcelo Rios.  Il sudamericano, numero 9 del tabellone, batte in successione Stafford, Enqvist, Ilie e Roux, nessuno di loro accreditato dello status di teste di serie, per pi fermare ai quarti di finale la corsa di Berasategui, 6-7 6-4 6-4 6-0, e quella di Escudè in semifinale, 6-1 6-3 6-2, altri due che non hanno classifica compresa tra i primi sedici.

E così in finale si affrontano due giocatori in fotocopia, entrambi mancini, entrambi virtuosi della racchetta, entrambi privi della necessaria affidabilità ad alti livelli. Ma addì 1 febbraio 1998 Korda ha il suo personalissimo appuntamento con la storia, non può tradire chi crede ancora che il suo talento non sia illusione effimera – ad onor del vero è quel che si dice anche di Rios, ma non si vince in due, ovvio -, soprattutto ha dentro quel desiderio di vittoria che mai lo ha posseduto prima. E nel caldo infernale d’Australia, lui che dovrebbe sudare ben più del latinoamericano dai tratti andini, sotto gli occhi della piccola Jessica che applaude il papà in tribuna, cava fuori dal cilindro una prestazione che vale una carriera e con un triplice 6-2 mette infine in bacheca un trofeo che zittisce gli scettici. Il povero Rios è ancora lì che morde il freno… a lui quest’exploit non è mai riuscito.

 

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IL DREAM TEAM 2 DI O’NEAL E L’IRIDE IN CANADA NEL 1994

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Il Dream Team 2 – da basketinside.com

articolo di Nicola Pucci

Due anni dopo l’esibizione senza precedenti e mai più replicata di un’impareggiabile parata di stelle ai Giochi di Barcellona del 1992, il mai troppo enfatizzato Dream Team tanto per capirsi, la squadra americana di pallacanestro si presenta all’appello dei Mondiali in Canada del 1994. Campioni leggendari come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, ovviamente, non ci sono più, quindi la nuova versione del Dream Team lascia spazio al nuovo che avanza, che risponde ai nomi di Shaquille O’Neal (22 anni), Alonzo Mourning (24 anni), Shawn Kemp e Larry Johnson (entrambi 25 anni). Accanto alle nuove reclute esercitano, sotto l’occhio attento di coach Don Nelson, campioni a loro volta affermati, quali Dominique Wilkins (34 anni) e Joe Dumars (31 anni), a completare un organico comunque di primissimo livello che comprende anche Reggie Miller, Dan Majerle, Mark Price, Kevin Johnson, Derrick Coleman e Steve Smith.

Si gioca dal 4 al 14 agosto allo Skydome e al Maple Leaf Garden di Toronto e al Coops Coliseum di Hamilton ed in lizza, per un evento che vale anche come torneo di qualificazione olimpica per Atlanta 1996, ci sono 16 Nazionali. Unica assenza di rilievo, l’Italia, mentre sono della partita Russia e Croazia, nate sulle ceneri delle ormai defunte Urss e Jugoslavia, dominatrici dell’edizione argentina del 1990 chiusa con il successo slavo per 92-75.

Il Dream Team 2, battezzato in ricordo dei predecessori “barcellonesi” e con la timida illusione di ripetere quell’exploit, nondimeno è largamente superiore alla concorrenza e già nella prima fase a gironi ha modo di sciorinare basket di eccellente qualità, andando oltre i 100 punti al debutto con la Spagna, 115-100 con 21 punti di Dumars e 20 di Miller, con la Cina, 132-77 con O’Neal top-scorer con 22 punti, e con il Brasile, 105-82 con l’immarcabile O’Neal ancora il migliore con 27 punti. Bis repetita al secondo turno, quando ad arrendersi alla superiorità della squadra di Nelson sono l’Australia, demolita 130-74 con 31 punti di Miller che piazza un 4/4 da due e 5/6 da tre oltre ad 8/8 ai liberi, Portorico, altrettanto impossibilitata a fare match pari 134-83 con O’Neal e Miller che segnano rispettivamente 29 e 28 punti, e la stessa Russia, che si arrende 111-94 e al 10/11 da due di O’Neal che segna ancora 21 punti.

Nel frattempo la kermesse iridata boccia l’ambiziosa Spagna del “vecchio” San Epifanio, del bomber Herreros e di Jordi Villacampa, relegata dalla sorprendente sconfitta di misura con la Cina, 78-76, al girone che assegna i posti dal nono al dodicesimo; la Croazia illustra lo sterminato talento di Dino Radja, che gioca a Boston, Toni Kukoc, scelto da Chicago proprio nell’anno del primo ritiro di Jordan, e Arijan Komazec, stella a Varese; l’Australia ha in Andrew Gaze il miglior tiratore scelto del torneo con 23.9 punti di media a partita; la Russia trascinata da Sergei Bazarevich e la Grecia che ha nei veterani Giannakis e Fassoulas i suoi leader vincono i propri gironi e si presentano all’appuntamento con la fase decisiva con l’ambizione neppure troppo taciuta di salire sul podio.

Al penultimo atto, a giocarsi il titolo mondiale, in effetti arrivano le quattro squadre più attrezzate. Ovviamente gli Stati Uniti, che non hanno trovato ostacoli lungo il loro cammino, la Croazia che ha vinto le sei gare disputate, la Russia che ha ceduto solo agli americani, e la stessa Grecia, che ha superato 74-71 il Canada nel match decisivo per la qualificazione grazie a 28 punti di Christodoulou. E sono proprio gli ellenici a provare a far saltare il banco, affrontando gli Stati Uniti il 13 agosto allo SkyDome di Toronto. Figurarsi. Il Dream Team 2 non conosce incertezza, pur stavolta non superando la soglia dei 100 punti segnati, vincendo facile 97-58 con 14 punti di Miller e 16 rimbalzi di O’Neal, mentre l’altra semifinale ripropone la sfida, seppur con denominazione diversa, della finale di quattro anni prima. Croazia e Russia si affrontano nel sostanziale equilibrio, con Bazarevich che conferma la sua classe segnando 16 punti, ben supportato da Babkov con 13 punti, che garantiscono il successo finale di misura, 66-64 nonostante i 22 punti di Komazec, i 16 di Radja e i 10 rimbalzi di Vrankovic, e chiavi d’accesso all’atto decisivo.

In finale, ad onor del vero, non c’è proprio partita. La superiorità americana è tanto evidente da risultare quasi imbarazzante per i malcapitati russi, costretti ad accusare già all’intervallo un passivo impossibile da contenere, 73-40. Wilkins è il miglior marcatore con 20 punti, O’Neal, eletto infine MVP della rassegna, Mourning e Kemp firmano a loro volta 18, 15 e 14 punti e ben otto giocatori del Dream Team 2 vanno in doppia cifra. Johnson e lo stesso O’Neal sotto le tabelle raccattano tutto quel che capita nei pressi dei loro tentacoli, 11 e 10 rimbalzi rispettivamente, e seppur nel secondo tempo il divario sia più contenuto, infine lo score a referto di 137-71 la dice lunga su quanto forte sia questa seconda versione del basket stelle-e-strisce. Non bastano le buone prove di Babkov (22 punti, con 8/13 al tiro complessivo), Mikhaylov (19 punti) e Bazarevich (17 punti) a salvare l’onore dei russi, ancora una volta secondi al mondo… lassù, sul trono, siede il Dream Team 2, forte, fortissimo e terribilmente simile alla squadra dei sogni che incantò Barcellona.

PORTAGALLO-BRASILE 1966, IL TRIONFO DI EUSEBIO E IL CROLLO DELLO ZOPPICANTE PELE’

PORTOGALLO - BRASILE 3-1, le carezze portoghesi a Pele'
Pelè a terra davanti a Eusebio – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Il Brasile si arrende 3-1 a un ottimo Portogallo e saluta il Mondiale 1966 in Inghilterra. Partita a senso unico: i portoghesi, trascinati da un Eusebio in stato di grazia, gestiscono a piacimento, dominando il primo tempo sul piano territoriale e controllando nella ripresa i timidi e inconcludenti tentativi degli avversari. A pesare su un Brasile, che si conferma a fine ciclo, è soprattutto l’infortunio di Pelé, già in campo non al meglio per le botte ricevute nella sfida con la Bulgaria e poi costretto dal 30° in avanti a giocare zoppo e fasciato. Forse sarebbe cambiato poco, anche se il Re fosse stato sano, ma di certo quella è stata la mazzata definitiva sulle possibilità verdeoro di confermare il doppio titolo mondiale del 1958 e del 1962.

Portogallo: Pereira – Moras, Baptista, Vicente, Hilario – Graça, Coluna – Josè Augusto, Eusebio, Torres, Simoes. Allenatore: Gloria.
Brasile: Manga – Fidelis, Brito, Orlando, Rildo – Denilson, Lima – Jairzinho, Pelé, Silva, Paranà. Allenatore: Feola.

Arbitro: McCabe (Inghilterra)

Primo tempo
1′ Manga neutralizza a fatica una punizione di Eusebio calciata dal lato sinistro dell’attacco portoghese.
2′ triangolo Eusebio-Simoes-Eusebio, sempre sul versante mancino, Eusebio entra in area, diagonale sul secondo palo fuori di un soffio.
5′ altra punizione da sinistra di Eusebio, la palla sorvola la traversa.
9′ Pelé, già non al meglio della condizione fisica, viene steso al limite dell’area, resta a terra e si rende necessario l’intervento dei medici. Pelé si rialza ed è lui a battere il calcio di punizione, la palla sbatte sulla barriera e si impenna all’indietro, il portiere portoghese Pereira fa sua la sfera, ma viene toccato da un brasiliano: va a terra, fingendo di aver ricevuto un colpo al volto. Gioco piuttosto spezzettato, gara nervosa.
14′ cross rasoterra di Simoes da sinistra per Eusebio, tiro a mezza altezza, para Manga.
15′ GOL PORTOGALLO Simoes avanza sul lato mancino, arriva al limite, pesca Eusebio con un filtrante a sinistra, l’attaccante portoghese va sul fondo, crossa nell’area piccola, Manga respinge, ma Simoes di testa è il più lesto di tutti a raccogliere di testa e segnare.
17′ altro calcio piazzato di un Eusebio ispiratissimo, pallone alto non di molto.
18′ Graça tenta di sorprendere Manga da fuori, ma il portiere brasiliano è attento. Il Portogallo è padrone del campo.
26′ GOL PORTOGALLO punizione da destra di Coluna, che fa spiovere un bel pallone in area, sponda aerea di Torres per Eusebio che sottoporta, sempre di testa, anticipa Orlando e batte Manga.
28′ si vede, finalmente, il Brasile. Spunto di Paranà a sinistra, cross pericoloso respinto dalla difesa portoghese.
30′ ancora un fallo durissimo su Pelé al limite dell’area portoghese. O Rey rimane a terra per qualche minuto, poi si rialza zoppicando in modo evidente e viene portato fuori dal terreno di gioco con l’aiuto dei medici. Rientra con una fasciatura, ma continuerà a zoppicare, menomato: sarà così per tutta la partita.
36′ Jairzinho tenta un dribbling in area dal lato sinistro e cade. Timide proteste, ma il rigore pare proprio non esserci.
37′ lancio dalle retrovie, Jairzinho entra in area e impegna severamente Pereira con una conclusione potente. E’ finora la miglior occasione dei brasiliani.
42′ splendida azione personale di Eusebio, che parte sulla corsia mancina, semina un paio di avversari, si accentra, ma calcia alle stelle.
45′ punizione al limite di Silva, palla alta non di tanto.

Secondo tempo
5′ Simoes ruba palla a Fidelis, rientra, poi lascia a Eusebio che si incunea in area sul lato sinistro, bruciando in velocità ancora Fidelis, tiro da posizione defilata, Manga respinge e Fidelis si rifugia in calcio d’angolo.
8′ palla in area di Lima per Paranà che travolge Pereira: il portiere resta a terra, gioco interrotto.
19′ Eusebio supera in velocità un paio di avversari per vie centrali e tenta un tiro dalla distanza, pallone fuori.
20′ chance per Jairzinho che entra in area sul lato destra, ma spara altissimo.
24′ violente punizione di Eusebio dal fronte destro dell’attacco portoghese, Manga devia in corner.
28′ GOL BRASILE scambio tra Rildo e Paranà a sinistra, Rildo al limite controlla, diagonale forte rasoterra, palla nell’angolino imprendibile. Un gol casuale, comunque: il Brasile non è praticamente mai riuscito a impensierire davvero il Portogallo, che ha fin qui controllato agevolmente la partita.
29′ Josè Augusto prova a battere Manga da sinistra, conclusione alta.
40′ GOL PORTOGALLO duetto in velocità tra Eusebio e Josè Augusto, Eusebio dal lato destro dell’area calcia sul primo palo, Manga mette in angolo. Dal corner, cross in mezzo, un difensore brasiliano libera di testa non benissimo, la palla danza nell’area piccola, Eusebio arriva in corsa e di collo destro infila di potenza.
42′ Pelé travolge un difensore portoghese che rimane a terra. Battibecco tra giocatori brasiliani e portoghesi, interviene l’arbitro. E’ la resa del Brasile bi-campione mondiale.

LE PAGELLE DEL PORTOGALLO
IL MIGLIORE EUSEBIO 8: due gol, accelerazioni brucianti, potenza ed eleganza. Impossibile portargli via il pallone, quando parte in velocità semina il panico. Mette lo zampino in tutte le azioni più pericolose del Portogallo. Prestazione mostruosa.
Coluna 6,5: si vede più in fase difensiva che offensiva, dove ha il solo merito di calciare la punizione da cui nasce il gol del 2-0, però lotta con grinta su tutti i palloni, non lasciando un metro agli affondi brasiliani e guidando i compagni con buona personalità.
Simoes 6,5: apre le danze, è sempre una spina nel fianco della difesa brasiliana, manda più volte in crisi il povero Fidelis.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE MANGA 6,5: evita un passivo più pesante con ottimi interventi, non facendo rimpiangere l’istituzione Gilmar.
Paranà 6: nel primo tempo è il migliore del Brasile, l’unico che cerca di portare pericoli alla porta di Pereira con iniziative e affondi soprattutto dal lato mancino.
Jairzinho 5,5: una conclusione pericolosa, un altro paio di chances sciupate, alterna buone cose a errori. Prova spesso a puntare l’uomo, ma dà l’idea di tenere troppo palla e mettersi poco al servizio del collettivo.
Pelé sv: il Re è nudo. Già fiaccato da problemi fisici, dalla mezz’ora in poi gioca zoppo e con una fasciatura a causa di un intervento tremendo di un avversario: l’assenza delle sostituzioni però lo costringe a rimanere in campo tutta la partita. Tocca pochi palloni e non ne spreca mezzo, però è al 30% e gioca solo da fermo.

LA TEODORA RAVENNA, DINASTIA DEL VOLLEY FEMMINILE DI CASA NOSTRA

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Azione di attacco della Teodora Ravenna – da fuoricampo.info

articolo di Giovanni Manenti

I Media americani, che quanto ad enfasi non hanno nulla da imparare da chicchessia, sono soliti definire con il termine “Dinasty” (“Dinastia”) la supremazia assoluta di una squadra per un periodo prolungato in una qualsivoglia disciplina sportiva, ed, al riguardo, due classici esempi sono costituiti dai New York Giants di Baseball, capaci di aggiudicarsi 8 “World Series” in 12 Stagioni (dal 1947 al 1958) ed, ancor più, i Boston Celtics di Basket, Campioni NBA in ben 11 occasioni su 13 Stagioni (dal 1957 al 1969).

Termine indubbiamente un po’ forzato, preso a prestito dalle Case regnanti Europee, ma che indubbiamente rende l’idea e che, nel nostro piccolo, non abbiamo alcuna difficoltà ad abbinare a quella che, in effetti, è stata una superiorità a dir poco imbarazzante messa in mostra dalle ragazze dell’Olimpia Ravenna di Volley, le quali compiono un’impresa da Guinness dei Primati aggiudicandosi ben 11 Scudetti consecutivi dal 1981 al ’91.

Terreno fertile per gli amanti della pallavolo, l’Emilia-Romagna può già vantare svariati titoli nazionali con le squadre modenesi (ve ne sono addirittura tre a contendersi la leadership), cui si aggiungono Reggio Emilia e Parma, allorquando Ravenna si affaccia nella Massima Divisione nell’autunno ’76, sulla scia degli ottimi risultati a livello giovanile – Campione d’Italia Under 16 nel 1974 e ’75, cui nel ’78 si aggiunge il Titolo Juniores – raggiunti da una Società fondata solo nel 1965 per iniziativa di una Professoressa di Educazione Fisica, Alfa Garavini.

Giusto il tempo di prendere confidenza con l’elite del volley nostrano e, in capo a cinque anni, ecco che le ragazze ravennati pongono le basi della citata “Dinastia” aggiudicandosi i titoli nel 1981 ed 1982 grazie anche al contributo dello sponsor, la Diana Docks.

Ed è proprio dalla sponsorizzazione che giunge la svolta decisiva, con l’entrata in Società del potente Gruppo Agroalimentare Ferruzzi, che abbina alla squadra il nome dell’Olio Teodora, modificando altresì il colore delle divise, da bianco-celeste a giallo-rosso, e, soprattutto, fornendo il sostegno finanziario necessario per reggere a così alti livelli per oltre un decennio.

Ma, come ogni grande orchestra che si rispetti ha bisogno di un Maestro che la diriga, così alla base dei successi ravennati vi è una figura carismatica che vi lega il proprio nome, nella persona del Tecnico Sergio Guerra, il quale – alla stregua di quanto compiuto da “RedAuerbach ai Boston Celtics – ne è la guida e punto di riferimento, denominato, ma lui lo considera un vanto, “l’ultimo artigiano” della Pallavolo italiana, vale a dire quella di fine anni ’70, non ancora legata alle attenzioni scientifiche, in campo maschile, di un Carmelo Pittera né al lavoro psicologico che avrebbe successivamente apportato Julio Velasco, così come ancora lontano dall’onda computerizzata e specializzata con cui, sempre nel settore maschile, gli Stati Uniti avrebbero posto fine al dominio sovietico.

Dominio che, viceversa, prosegue in casa romagnola per l’intero decennio ’80 e che ha anche modo di espandersi oltre i confini italiani, con, sulla carta, l’impari confronto con le Campionesse dell’Est Europa – e sovietiche in particolare – rispetto alle quali le ragazze di Guerra partivano anche con un non trascurabile handicap di centimetri riguardo all’altezza.

Come ogni buon “artigiano” che si rispetti, Guerra sa bene che le fondamenta sono necessarie per costruire qualcosa di produttivo (che, in ambito sportivo, si traduce in “vincente” …) e, in questo caso, la fertile terra romagnola è di indiscutibile aiuto, visto che i ricordati primi due titoli di inizio anni ’80 sono conquistati con la presenza di sole ragazze della “Terra del Liscio” ed altresì quasi tutte di Ravenna e dintorni.

Certo, l’ingresso della Ferruzzi agevola il compito, consentendo l’inserimento anche di giocatrici straniere, ma sul punto Guerra – consapevole di quanto sia importante la coesione e l’affiatamento del Gruppo – non è che ne approfitti più di tanto, qualora si consideri che nei suoi 11 anni di dominio assoluto, tessera solo sei ragazze d’oltralpe, la prima delle quali è la bulgara Svetana Bojurina, che giunge 30enne a Ravenna con già alle spalle un Palmarès di assoluto rispetto costituito da tre titoli ed altrettante Coppe bulgare, oltre alla Coppa dei Campioni ’79 ed alla Coppa delle Coppe ’82, tutti Trofei vinti con il CSKA Sofia.

Bojurina si ferma tre anni a Ravenna – per quanto ovvio coincidenti con gli Scudetti del 1983, ’84 ed ’85 – e fornisce un importante contributo di esperienza, utile alla crescita soprattutto mentale della squadra che, difatti, si trova a dover disputare lo spareggio con le rivali della Nielsen Reggio Emilia per aggiudicarsi il terzo titolo consecutivo, avendo le due squadre concluso la stagione ’83 (ultima prima dell’introduzione dei Playoff) con 20 vittorie e 2 sconfitte a testa, ma sul neutro di Bologna, il 18 aprile ’83, le ravennati confermano il doppio successo ottenuto in Campionato, con un 3-0 che non ammette repliche.

Altro tassello importante per la costruzione di un ciclo vincente è avere a disposizione uno “zoccolo duro” su cui poter contare e far sempre riferimento, sia da parte del Tecnico, ma anche delle compagne, e su questo lato Guerra può dormire sonni tranquilli, visto che ha a disposizione la “più ravennate che ci possa essere”, al secolo Manuela “Manu” Benelli, alzatrice che delle anguste mura del “Palasport Angelo Costa” ha fatto la sua seconda casa, cui vanno aggiunte la centrale Liliana “Lily” Bernardi e la opposta Prati, tutte presenti negli 11 anni costellati di successi.

Successi per i quali vale la pena di spendere qualche cifra prima di allargare i nostri orizzonti, con un’imbattibilità sui parquet italiani che si protrae dal 15 marzo 1985 sino all’8 dicembre 1987 per qualcosa come 74 partite consecutive (Playoff compresi) senza conoscere sconfitta, parola depennata dal Vocabolario romagnolo, mentre il terreno di casa resta inviolato per 79 gare di fila, a dimostrazione di una tenuta fisica e mentale che ha dello straordinario.

Già, perché le ragazze di Guerra non si limitano a fungere da “schiacciasassi” in un Campionato che per loro rappresenta poco più di un allenamento – ed al quale, tanto per gradire, abbinano pure la conquista di 6 Coppe Italia (1980, ’81, ’84, ’85, ’87 e ’91) – ma puntano al “bersaglio grosso”, vale a dire la vittoria nella Coppa dei Campioni, Trofeo patrimonio esclusivo delle formazioni dell’Est Europeo, ed, in particolare, delle sovietiche CSKA Mosca ed Uralocka di Ekaterimburg, le quali costituiscono pressoché integralmente, specie la seconda, la Nazionale Sovietica.

Una rincorsa che parte da lontano per un successo da costruire poco a poco, facendo esperienza nel dover ingoiare i bocconi amari di quattro secondi posti consecutivi – dal 1984 al 1987 – prima di poter assaporare la gioia del trionfo nelle “Final Four” svoltesi a Salonicco dal 19 al 21 febbraio ’88, ed a cui accedono, oltre alle giallorosse di casa nostra, le detentrici dell’Uralocka, le bulgare del CSKA Sofia e le tedesche orientali della Dynamo Berlino.

Con l’impressione, comunque, di rappresentare un vaso di coccio rispetto a tanti vasi di ferro, specie per quanto riguarda le ragazze sovietiche – il cui sestetto composto da Valentina Ogiyenko, Yelena Volkova, Irina Smirnova, Irina Parkhomchuk, Marina Nikulina e Svetlana Korytova andrà a comporre l’ossatura portante della Nazionale che, sette mesi dopo, conquisterà il titolo olimpico ai Giochi di Seul ’88 – le ravennate fanno tesoro delle esperienze passate e, dopo aver schiantato le bulgare del CSKA Sofia con un 3-0 i cui parziali (15-4, 15-6, 15-2) non danno adito a recriminazioni di sorta, dimostrano di “esserci di testa” nella semifinale contro le tedesche orientali della Dynamo Berlino, facendo loro la gara con un inequivocabile 15-4 nel quinto e decisivo set dopo quattro parziali all’insegna dell’equilibrio, per così poter disputare la loro quinta finale consecutiva.

Al cospetto delle “quasi” invincibili sovietiche – alle quali l’anno precedente le ragazze di Guerra si erano dovute inchinare per 1-3 dopo essersi aggiudicate il primo set – l’esito sembra ricalcare quanto già visto in passato, data la facilità con cui le avversarie si impongono (15-7) nel primo set, ma stavolta la musica è diversa e sono Benelli & Co. a restituire con gli interessi lo svantaggio iniziale per un trionfo che non ha precedenti nella Storia del Volley azzurro, con i successivi tre set vinti per 15-10, 15-9 e 15-11 per il coronamento di un sogno che pareva, ai più, irrealizzabile.

E’ altresì sin troppo logico che una tale supremazia non dovesse trovare riscontro anche a livello federale, dove la Nazionale Italiana è a digiuno di medaglie sin dalla sua fondazione, ed ecco che, in previsione dei Campionati Europei di Stoccarda ’89, sullo stile usato in Urss con le ragazze dell’Uralocka, ben 7 componenti della formazione di Guerra – oltre alle veterane Benelli, Bernardi, Prati e Zambelli, vi sono le più giovani Bertini, Mele e Chiostrini – con in più la Flamigni, che aveva lasciato il gruppo da due stagioni, trasmigrano in maglia azzurra, alla diretta guida del loro Tecnico, il quale, l’anno precedente, aveva ottenuto un prezioso Argento nella Rassegna Continentale Juniores potendo contare su sei delle “sue” ragazze (le già citate Bertini, Mele e Chiostrini, promosse in Nazionale A, con l’aggiunta di Fanara e delle sorelle Saporiti).

Il titolo non sfugge alle Campionesse Olimpiche dell’Unione Sovietica, nei confronti delle quali le Azzurre si inchinano in Semifinale con un pesante 0-3 (10-15, 7-15, 8-15), ma altrettanto netto è il punteggio con cui le ragazze di Guerra fanno loro la gara per il Bronzo, visti i parziali di 15-5, 15-6, 15-3 con cui travolgono 3-0 la Romania, per quella che, oltre ad essere la prima, resta anche l’unica medaglia dell’Italia al femminile per 10 anni, sino ad un altro terzo posto conquistato agli Europei di Roma ’99.

E, se il ciclo scudettato si conclude nel ’92, non così avviene a livello continentale, visto che, dopo il successo del 1988 ed altre due sconfitte in Finale – sempre per 1-3 e sempre contro le “odiate” sovietiche dell’Uralocka nei due anni successivi – modo migliore per porre la parola fine ad un periodo talmente straordinario da far fatica a credere che possa essere esistito non può esservi che riconquistare il Trofeo proprio nel Palazzetto di casa, dove a fine febbraio ’92, il sestetto ravennate dapprima umilia le ora divenute russe dell’Uralocka per 3-0 (15-8, 15-7, 15-7), per poi riservare lo stesso trattamento alle tedesche del CJD Feuerbach (15-10, 15-4, 15-6 i parziali) e quindi richiedere il sostegno del proprio, caloroso ed appassionato, pubblico per aver ragione delle croate dell’HAOK Mladost al termine di una sfida infinita, come dimostrano i parziali di 15-11, 10-15, 15-12, 6-15, 15-10 a suggello del 3-2 conclusivo.

E c’è pure il tempo, prima che scorrano i titoli di coda su di una delle più belle favole che lo Sport Italiano abbia registrato, per far proprio, a metà novembre ’92, anche il Campionato Mondiale per Club, svoltosi in Italia, ad Jesi, precedendo formazioni prestigiose quali le brasiliane della Asqua di Fiori Minas e, tanto per cambiare, le solite russe dell’Uralocka.

Una bella favola, indubbiamente, che ci conclude a seguito dell’abbandono del Gruppo Ferruzzi quale sostegno finanziario, ma che, rispetto alle fiabe, trattandosi di eventi reali e tangibili, non può non nascondere un segreto, che cercano di svelare i maggiori protagonisti di questa “Epopea d’Oro” del Volley ravennate in occasione della festa per il 50esimo Anniversario dalla Fondazione del Club, ed ecco che suonano importanti le parole della “storicaCapitana Manu Benelli, “La cosa che forse da fuori non sanno, è che gli allenamenti erano uno spasso, anche se si lavorava duramente, ci siamo fatti delle grandi risate”.

Solo allegria, quindi, non sarebbe neanche rispettoso per chi ha conquistato così tanti allori, ed a proposito giunge la precisazione di Lily” Bernardi, “Lavoravamo molto e ci divertivamo anche, è vero, ma alla base c’era la passione, la determinazione a raggiungere determinati risultati, un gruppo unito non sempre fatto di amiche nella vita, ma tutte orientate nel centrare i medesimi obiettivi”.

Già meglio, diremmo, ma il tocco finale non può che spettare all’artefice di tanti successi, vale a dire il tecnico Sergio Guerra, purtroppo scomparso poco tempo dopo la cerimonia, il 14 settembre 2015 all’età di 71 anni, il quale sottolinea come “sia difficile spiegare quale possa essere stato il nostro segreto, di sicuro non ci siamo mai accontentati, non abbiamo mai guardato indietro a ciò che avevamo vinto, ma sempre avanti verso nuovi traguardi da raggiungere

Ecco, ora ci siamo, lavoro, divertimento, passione, determinazione e voglia di vincere, ecco il “Cocktail” perfetto per costruire un ciclo vincente o, come direbbero in America, una “Dinasty” ….

 

PETRA KRONBERGER, IL POSTO IN BANCA INVECE DEL RECORD DELLA PROLL

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Petra Kronberger nello slalom olimpico di Albertville 1992 – da news.at

articolo di Nicola Pucci

Il dubbio rimarrà tale. Chissà, forse Petra Kronbrger, che attraversò il mondo dello sci alpino per breve tempo ma con impeto vincente e classe abbacinante, magari avrebbe potuto battere il record della Proll. Invece… invece scelse una vita parallela e Annemarie è ancora lassù, a capeggiare la classifica di chi più volte si è imposta nella classifica generale di Coppa del Mondo.

Petra nasce il 12 febbraio 1969 ai 565 metri di altitudine di Sankt Johann im Pongau, nel salisburghese. E con vette innevate ad un tiro di schioppo, inizia a praticare sport invernali in una scuola di Badgastein, spostandosi poi a Schladming, una delle sedi prestigiose in cui il Wunderteam austriaco forgia i suoi campioni. La ragazzina ci sa indubbimente fare, ma la tecnica è da affinare, così come il temperamento, schivo e che rifugge l’esibizionismo, è da plasmare. La Kronberger debutta in Coppa Europa, ma se la stagione 1985/1986 non le riserva grosse soddisfazioni, l’anno dopo è tra le migliori in discesa libera (quinta) e supergigante (settima).

In verità altre connazionali sembrano più preparate al successo di lei, ad esempio Manuela Ruf (che non avrà però carriera tra le grandi), ma se c’è una cosa che non manca proprio alla Nazionale austriaca di sci è il raffronto quotidiano, ed è quello che permette alle atlete di migliorarsi. E Petra, silenziosa ma attenta, apprende bene il mestiere e ai Mondiali juniores del 1987 a Salen, in Svezia, comincia a farsi notare con la medaglia d’argento in gigante alle spalle di una certa Deborah Compagnoni che l’anticipa di 0″73, ed il quinto posto nello slalom vinto dall’altra austriaca Ingrid Stoeckl.

Il dado è tratto e per la stagione 1987/1988 è tempo, per Petra, di debuttare in Coppa del Mondo. Ottiene il primo piazzamento in discesa libera, che poi è la sua disciplina prediletta, giungendo 15esima a Leukerbad l’11 dicembre 1987, per poi salire già sul podio a Zinal, il 14 gennaio 1988, terza alle spalle dell’elvetica Michela Figini, che della specialità è una delle più grandi di sempre: è tanto evidente che quel primo podio, tutti ne sono certi, non potrà che essere il trampolino di lancio di una carriera che si annuncia fulgida. E lo sarà, ben oltre le più rosee aspettative.

In quello stesso 1988, 19enne, Petra affronta il primo appuntamento olimpico in quella CalgAry illuminata dalle prodezze di Alberto Tomba e Katarina Witt, terminando sesta in discesa, undicesima in combinata e quattordicesima in gigante, pagando inevitabilmente lo scotto del debutto in una grande rassegna internazionale, ma la riscossa è dietro l’angolo e se la stagione successiva, 1988/1989 ,non riserva all’asburgica grandi soddisfazioni con un unico terzo gradino del podio nella combinata di Altenmarkt e un anonimo 24esimo posto finale in classifica, oltre ad esser settima in combinata, ottava in supergigante e dodicesima in discesa ai Mondiali di Vail, ecco che nel 1989/1990 Petra esplode ai massimi livelli.

La stagione si avvia con l’anteprima di agosto sulle nevi andine di Las Lenas, in Argentina, in cui Petra raccoglie un nono posto in discesa e un terzo in supergigante, battuta da Anita Wacheter e dalla francese Cathy Chedal, ma alla ripresa in Nordamerica domina nel breve volgere di 24 ore le due discese libere di Panorama, ottenendo i primi successi in carriera. Qui comincia una cavalcata trionfale che per un triennio non lascerà che le briciole alle avversarie. In quella stessa stagione la Kronberger vince anche in combinata, gigante e slalom, a certificare quella polivalenza che ne faranno una delle più grandi interpreti dello sci di ogni epoca, abilissima nel far scivolare gli attrezzi, chirurgica nel disegnare le curve, efficace nelle serpentine tra i pali stretti dello slalom: insomma, non ha punti deboli ed è il prototipo della sciatrice moderna, efficace e vincente in ogni disciplina, su ogni tipo di tracciatura e in ogni condizione di neve, ghiaccio o farina molle che sia. Mette in bacheca la prima sfera di cristallo, 341 punti contro i 300 della connazionale Wachter, riportando in Austria un torfeo che mancava dal 1979 quando, indovinate un po’?, a vincere fu la Proll, per la sesta e ultima volta, e la storia dello sport già l’accoglie a braccia aperte.

L’anno dopo il bis è ancor più convincente. Petra vince cinque delle prime undici gare stagionali, e sono cinque successi in altrettante discipline diverse, impresa mai riuscita a nessun’atleta nello spazio di una sola stagione: gigante e slalom in Val Zoldana al debutto, supergigante ad Altenmarkt, discesa a Morzine e combinata a Bad Kleinkirchheim, chiudendo infine con 312 punti ben davanti alla Ginther, che di punti ne colleziona 195. A corollario di tanta grazia, pure la coppetta di specialità in slalom, curiosamente l’unica in un triennio da favola.

Nell’anno in corso il calendario propone la kermesse iridata di Saalbach e per la Kronberger, dopo aver fallito a Calgary e Vail, è infine giunta l’ora di sfatare il tabù in un grande appuntamento. Il 26 gennaio 1991, lungo i trabocchetti della pista “Aster“, Petra ferma i cronometri in 1’29″12, 44 centesimi meglio della francese Bouvier e 51 della russa Gladishiva, per mettersi al collo la medaglia d’oro in discesa libera. Tre giorni dopo il sesto posto in supergigante non può soddisfare la sua ambizione, ma il sortilegio è infranto e la fuoriclasse austrica può archiviare la stagione decisamente col segno più.

Per il tris consecutivo in Coppa del Mondo basta attendere la stagione 1991/1992, quando Petra si limita all’essenziale, ovvero otto podi e due “sole” vittorie parziali, entrambe in discesa, a Serre Chevalier e, il 14 marzo 1992, in quella Panorama che apre e chiude la striscia di 16 successi in carriera, assommando infine, con il nuovo meccanismo di punteggio, 1262 punti contro i 1211 punti della transalpina Carole Merle. Ma le energie, nervose soprattutto, sono dirottate sull’appuntamento olimpico di Albertville, e nelle settimana che va dal 13 al 20 febbraio la Kronberger mette la ciliegina sulla torta.

Esordisce con la vittoria in combinata, davanti all’immancabile Wachter e alla francese Folrence Masnada, prosegue con l’amaro quinto posto in discesa libera, a 18 centesimi dal primo posto e A soli 9 centesimi dal terzo gradino del podio occupato dalla connazionale Veronika Wallinger, che perpetra una sorta di reato di lesa maestà, che fa il paio con l’ancor più beffardo quarto posto in supergigante, ad 1 centesimo da quella Katja Seizinger che sta per sostituirla nelle vesti di regina del Circo Bianco, nel giorno d’oro della Compagnoni, per infine chiudere in bellezza con una seconda medaglia d’oro in slalom, rimontando dalla terza posizione della prima manche.

Game, set and match. Proprio mentre la Proll, che abita dietro l’angolo di casa Kronberger, e che mai ha fatto mancare a Petra il suo appoggio e pure la sua sapienza sciistica, ma comincia a temere per il suo record di sei successi in Coppa del Mondo, ecco che il 28 dicembre 1992, nell’incertezza di una carriera forse già declinante con un solo terzo posto nello slalom di Stemaboat Springs nelle prime sette gare della stagione 1992/1993, e nella sicurezza che invece può garantire un impiego in banca, annuncia il suo ritiro dall’attività agonistica. Il peso della pressione, che in Austria è paralizzante, così come il desiderio di recuperare un’esistenza fatta di cose semplici, lontana dalle luci della ribalta, convincono la Kronberger a voltare pagina. E la Proll può tirare un sospirane di sollievo, a dispetto dell’amicizia… il primato è salvo!

MIKE CONLEY, OVVERO LA RABBIA E L’ORGOGLIO DI UN CAMPIONE

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Mike Conley – da grizzlybearblues.com

articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca sempre più marcata dalla specializzazione, è raro vedere atleti in grado di competere in prove diverse dell’atletica leggera che non siano, ovviamente, le corse piane, ed il riferimento è relativo ai concorsi, dove vi sono stati protagonisti nei similari eventi del getto del peso e lancio del disco, piuttosto che nel salto in lungo e salto triplo.

Il protagonista della nostra storia odierna è uno dei più validi esponenti di tutti i tempi nel settore salti, visto che è stato in grado – in una carriera durata ben 15 anni, dal 1982 al ’96 – di realizzare “Personal Best” quali m.8,46 nel lungo e m.17,87 nel triplo all’aperto, nonché, rispettivamente di m.8,31 e m.17,76 (tuttora record Usa) nelle gare indoor, pur avendo dovuto subire una delle più grandi delusioni che un atleta possa provare, ma alla quale ha saputo reagire come solo i grandi campioni sono in grado di fare.

Stiamo parlando di Mike Conley, nato a Chicago, nell’Illinois il 5 ottobre 1962, il quale è atleta versatile, tanto che al liceo gioca a basket nel ruolo di guardia, attività che pratica anche al primo anno di college all’Università di Arkansas, per poi dedicarsi anima e cuore all’atletica leggera, con il personale primato di vincere ben 16 titoli universitari NCAA tra le due specialità.

Nei suoi 15 anni di attività, fatto salvo l’anno di esordio del 1982, nei successivi 14 Conley raggiunge per 9 volte il n.1 del ranking Usa nel salto triplo (ed il n.2 nelle restanti 5 occasioni), stagioni in cui rientra sempre nella “Top Ten” stilata dalla rivista “Track & Field News”, classificandosi al primo posto in sei circostanze, nonché occupando la seconda, terza e quarta posizione in due occasioni ciascuna, a dimostrazione di una straordinaria continuità di rendimento.

In un paese dove è più difficile – e proprio Conley ne sarà amaro testimone in negativo – ottenere la qualificazione ai Trials che non vincere una medaglia, il non ancora 21enne Mike decide, nei suoi primi anni di attività, di giocare le proprie carte su due tavoli, come dimostra ai Campionati AAU di Indianapolis ’83, validi anche quale selezione per i primi Mondiali di atletica leggera in programma ad Helsinki nel medesimo anno, ottenendo il pass sia nel salto in lungo (terzo con m.8,38 nella gara vinta da Carl Lewis con m.8,79) che nel salto triplo, dove giunge alle spalle di Willie Banks con la misura di m.17,21.

Alla sua prima importante manifestazione internazionale, Conley peggiora il risultato dei Trials nella finale del triplo dell’8 agosto ’83, non andando oltre i m.17,13 che gli valgono la delusione di restare ai margini del podio, considerando come l’Argento ed il Bronzo vadano, rispettivamente, a Banks ed al nigeriano Agbebaku con la medesima misura di m.17,18 ampiamente alla sua portata, mentre irraggiungibile, al momento, è il livello del polacco Zdzislaw Hoffmann, che si aggiudica la prova con m.17,42.

Consolazione nel non tornare dal viaggio in Scandinavia a mani vuote giunge, per Conley, dal Bronzo nella Finale del Salto in Lungo con m.8,12 andando a completare un Podio interamente di marca americana, con Lewis regale con i suoi m.8,55 seguito da Jason Grimes che piazza un miglior salto di m.8,29.

L’esperienza iridata consiglia a Conley di tentare la doppia chance anche agli “Olympic Trials” che si svolgono al “Coliseum” di Los Angeles, dove due mesi dopo si svolgeranno le Olimpiadi ’84, dimostrando un notevole miglioramento nel Salto Triplo, gara che si aggiudica con la misura di m.17,50, mentre nel Lungo non raggiunge neppure gli 8 metri, fallendo così la doppia selezione, ma tanto in detta specialità l’Oro è una questione privata tra Carl Lewis e Larry Myricks, ragion per cui non vi è da dolersene granché …

Maggiore, e ben più cocente, delusione giunge al contrario nel pomeriggio del 4 agosto 1984 in occasione della Finale Olimpica, alla quale Conley si presenta con il miglior risultato (pari a m.17,36) ottenuto in qualificazione e che lo pone come legittimo candidato al gradino più alto del Podio – data anche l’assenza degli atleti del “blocco sovietico” per il tristemente noto boicottaggio – ma, ancora una volta, la tensione e la pressione del “grande evento” giocano un brutto scherzo al non ancora 22enne dell’Illinois, il quale non riesce a replicare alla misura di esordio di m.17,26 raggiunta dal connazionale Al Joyner fermandosi a m.17,18 al terzo tentativo per poi forzare nelle restanti tre prove a sua disposizione, concluse con altrettanti nulli ed un Argento quanto mai amaro.

Fortunatamente, Conley non è il tipo da scoraggiarsi di fronte alle avversità – ne darà una splendida testimonianza più tardi – e quindi intensifica gli allenamenti per non farsi più sorprendere in tali situazioni, a cominciare dai Campionati AAU di Indianapolis ’85, dove si aggiudica il suo primo titolo, ma nel Salto in Lungo, beneficiando dell’assenza di Lewis e di un vento favorevole oltre il consentito, che lo fa atterrare a m.8,53 mentre la più che ragguardevole misura di m.17,71 ottenuta nel Triplo viene vanificata dai sensazionali, triplici balzi di Willie Banks (atleta, lui sì, che sparisce nelle grandi competizioni) che lo portano a sfiorare la barriera dei 18 metri, realizzando con m.17,97 il nuovo Record Mondiale che migliora i m.17,89 raggiunti 10 anni prima dal brasiliano Joao Carlos de Oliveira.

Con la seconda edizione dei Mondiali in programma a Roma ’87, Conley si piazza al secondo posto nei Campionati AAU di Eugene ’86 sia nel Lungo (m.8,63 a soli 4cm. da “Sua Maestà” Lewis) che nel Triplo, dove i m.17,84 (ventosi) non sono sufficienti a superare Charlie Simpkins, che fa suo il titolo con m.17,91, per poi presentarsi in ottime condizioni alla stagione successiva.

Anno che, per Conley, si apre sotto i migliori auspici, cogliendo il suo primo Oro con il successo, ad inizio marzo ’87, ai Mondiali Indoor di Indianapolis dove, con m.17,54, si aggiudica la Finale del Salto Triplo a spese del sovietico Oleg Protsenko, per poi aggiudicarsi il suo primo titolo americano in detta specialità ai Campionati AAU di San José ’87 con il suo “Personal Best” di m.17,87 grazie al quale supera i suoi consueti avversari Banks e Simpkins, aggiungendovi il terzo posto nel Lungo alle spalle dei “soliti” Lewis e Myricks, il che gli consente di essere selezionato per entrambe le gare ai Mondiali di Roma ’87, visto che i Campionati valevano anche come Trials.

Rassegna iridata alla quale Conley si presenta dopo aver bissato l’oro dei Mondiali Indoor ai “Pan American Games” di Indianapolis ’87, in cui precede ancora Banks con un triplo salto di m.17,31 facendo intendere di avere tutte le carte in regola per affermarsi a livello assoluto.

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Conley ai Mondiali di Roma ’87 – da gettyimages.it

Anche stavolta, però, il gradino più alto del Podio continua a sfuggirgli, pur non avendo molte recriminazioni da fare, in quanto non è stata una sua controprestazione a determinarne l’esito, avendo raggiunto la ragguardevole misura di m.17,67 che gli vale l’Argento, bensì la straordinaria esibizione del bulgaro Khristo Markov – già Campione Europeo l’anno prima a Stoccarda ’86 con m.17,66 – il quale va a sfiorare il recente limite di Banks realizzando la misura di m.17,92 all’epoca, per quanto ovvio, Record Europeo.

Una sfida, quella del bulgaro, che Conley è pronto a raccogliere l’anno successivo in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, alle quali si prepara confermando il titolo americano ai Campionati AAU di Tampa di metà giugno con la misura di m.17,35 ancora davanti a Banks (cui unisce il secondo posto nel Lungo) per poi affrontare, il mese successivo, i temutissimi “Olympic Trials” di Indianapolis, dove si consuma il “fattaccio”.

Accade, difatti, che la finale sia condizionata da folate di vento pazzesche che rendono di difficile interpretazione i risultati, ad iniziare da Banks che, al primo tentativo, aiutato da un vento di 4,9m/s, supera i 18 metri portandosi al comando con m.18,06.

Posizione di leader che non viene mai scalfita, ma quel che conta, è conquistare gli altri due posti utili per il pass olimpico e, prima dell’ultimo turno di salti, tali posizioni sono occupate da Robert Cannon (m.17,63 con vento di 4.3m/s) e da Conley, con una misura di appena 1cm. inferiore, ma ottenuta con un minor aiuto (3,3m/s) dagli agenti atmosferici, mentre fuori dai Giochi, al momento, sono il Campione Olimpico in carica Al Joyner (m.17,58), Kenny Harrison, Ray Kimble e Simpkins, addirittura in settima posizione con un miglior salto misurato in m.17,19.

In questa “Roulette Russa” condizionata da Eolo più che dalle prestazioni dei singoli, Banks beneficia di una raffica di 5,2m/s che lo fa atterrare a m.18,20, una spinta pari a quella che riceve Simpkins per passare dal settimo al secondo posto con m.17,93 lascando così a Conley un ultimo, disperato, tentativo per cercare di superare quel centimetro che lo separa dalla selezione olimpica.

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Banks in azione a Seul ’88 – da wikipedia.org

Già penalizzato dal fatto che il suo miglior tentativo abbia usufruito di un aiuto inferiore a quello dei suoi diretti avversari, Conley atterra oltre i m.17,65 ma i Giudici stabiliscono che abbia toccato la sabbia con la parte posteriore del corpo, arretrandone la misura a m.17,55 il che vuol dire niente viaggio in Corea nonostante il ricorso presentato dall’atleta, ma le ferree regole alla base di quell’infernale macchina che sono i Trials non prevedono deroghe ed a Conley che, sfiduciato, conclude due giorni dopo non meglio che quinto il tentativo di qualificarsi nel Salto in Lungo, non resta che assistere in Tv alla debacle dei propri compagni, con Cannon che neppure si qualifica per la Finale Olimpica, mentre Simpkins e Banks concludono, rispettivamente al quinto (m.17,29) e sesto posto (m.17,03) la gara che conferma la superiorità di Markov, il quale, con m.17,61 raggiunti alla prima prova, mette in fila tre specialisti sovietici e completa la sua personale tripletta costituita dai titoli Europeo, Mondiale ed Olimpico consecutivi.

Da una botta così, pensiamo che sia difficile per chiunque rialzarsi, ma la natura e le doti di combattente di Conley emergono proprio in questa circostanza, ad iniziare dalla successiva primavera quando conferma il Titolo iridato ai Mondiali Indoor di Budapest ’89 con la misura di m.17,65 – a cui unisce il Bronzo nel Lungo con m.8,11 nella gara vinta da Myricks con m.8,37 – per poi far sua per la terza volta consecutiva la gara ai Campionati AAU di Houston ’89 con m.17,50.

In un paese, però, in grado di sfornare campioni a getto continuo, in particolare in alcune specialità come i salti, ecco che la concorrenza interna si avvale di un altro pericoloso avversario, vale a dire il 26enne Kenny Harrison, il quale, dopo aver vinto il Titolo Nazionale nel ’90, si conferma ai Campionati AAU dell’anno successivo, che valgono anche come selezione per i Mondiali di Tokyo ’91, facendo sua la prova con la misura di m.17,32 davanti a Conley, che non va oltre i m.17,03.

E che quella di Harrison sia qualcosa di ben più serio che una semplice minaccia, se ne ha la riprova nella Rassegna Iridata giapponese, che il suo più giovane connazionale si aggiudica per soli 3cm. di differenza (m.17,78 a m.17,75) rispetto al sovietico Leonid Voloshin, con il “nostro” a concludere degnamente al terzo posto con m.17,62 ma che, ancora una volta, vedono sfuggirgli la medaglia di metallo più pregiato.

Una “maledizione” che per Conley, oramai prossimo alla soglia dei 30 anni, sembra difficile da sfatare, pur se, per una volta, una mano gliela fornisce la buona sorte che, sotto forma di una serie di infortuni che ne condizionano il rendimento, fa sì che Harrison non riesca a qualificarsi per i Giochi di Barcellona ’92 agli “Olympic Trials” di New Orleans, dove, viceversa, Simpkins ha ancora il vento dalla sua con un m.17,86 da 3,9m/s, rispetto ai m.17,68 di Conley, ma con vento ampiamente entro la norma.

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Conley in azione ai Giochi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Questa volta l’occasione è sin troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e, difatti, nella Finale del 3 agosto 1992, spara subito un m.17,63 al secondo tentativo che lo porta al comando, con un solo brivido all’ultimo turno di salti, quando Simpkins raggiunge m.17,60 che gli valgono l’Argento ed, oramai liberato da ogni pressione psicologica, Conley celebra l’ottenuta Gloria Olimpica con un triplice, lunghissimo balzo che viene misurato in m.18,17 il che rappresenterebbe il nuovo Record Mondiale, nonché il primo uomo al Mondo a superare la barriera dei 18 metri, se non fosse che l’anemometro rivela una bava di vento leggermente superiore (2,1m/s) al massimo consentito e, non si può certo dire che tra l’americano ed il Dio dei Venti sia mai corso buon sangue.

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Conley ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da gettyimages.it

Per Conley c’è ancora un ultimo conto da regolare, e cioè quello con il titolo iridato, il quale viene immediatamente saldato, dopo essersi nuovamente laureato Campione americano con m.17,69 davanti al ristabilito Harrison nella gara di Eugene ’93 che vale come selezione ai Mondiali di Stoccarda ’93, dove si impone con m.17,86 (sua seconda miglior prestazione “All Time”, ad un solo centimetro dal suo “Personal Best”), precedendo il russo Voloshin (m.17,65) ed un “certo” Jonathan Edwards, Bronzo con m.17,44.

Potrebbe essere giunto il momento di dire “basta”, ma Conley, che tanto ha dovuto penare per raggiungere i due titoli ai quali aspirava, sa che il compito di un Campione è quello di difenderli e, pertanto, dopo essersi confermato in Patria ai Campionati AAU di Knoxville ’93 (m.17,51 su Harrison, m.17,14) e di Sacramento ’95, si presenta alla Rassegna Iridata di Goteborg ’95 per rendere doveroso omaggio al britannico Edwards, il quale si impone con lo straordinario Record di m.18,29 tuttora vigente con Conley non meglio che settimo con m.16,96 per poi salutare i suoi tanti tifosi in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ’96.

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Conley ad Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Qualificatosi ai Trials svoltisi sulla stessa pedana che poi ospita i Giochi, alle spalle di un Harrison tornato al “top” della forma, Conley cerca di concludere la propria eccellente Carriera con almeno un Podio che, a quasi 34 anni, varrebbe Oro, impresa che gli viene impedita, per soli 4cm. (m.17,44 a m.17,40), dal cubano Yoelbi Quesada, mentre ai vertici la sfida tra Harrison ed Edwards si risolve a favore del primo che, dopo un salto d’esordio a m.17,99, atterra al terzo tentativo a m.18,09 che vale il Record Olimpico tuttora ineguagliato, nonché ancor oggi la terza miglior prestazione di ogni epoca, con il britannico Argento con la sia pur ragguardevole misura di m.17,88.

Cala così il sipario su di una delle più appassionanti storie che l’atletica leggera è solita regalare, da cui si trae la morale di quanto la costanza, la volontà ed il temperamento siano componenti imprescindibili affinché ci si possa definire “Campioni”, anche a costo di lottare contro avversari che non siano quelli con cui ci si misura in pedana, quali gli agenti atmosferici e la proverbiale “cecità” della Federazione Usa, la quale spesso opera anche a scapito dei propri interessi, come nel caso di Conley nel 1988.

SILVIO PIOLA, IL “RE DEL GOAL” INNAMORATO DELL’AZZURRO

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Piola, in maglia Novara, celebra la sua 300.ma rete – da foxsports.it

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, ci sono stati anche in anni più recenti esempi di calciatori italiani che hanno legato il proprio nome a Club non di prima fascia, pur essendo titolari fissi in Nazionale – i casi più eclatanti sono quelli di Gigi Riva con il Cagliari, Giancarlo Antognoni con la Fiorentina, sino a Francesco Totti con la Roma – rifiutando a più riprese le offerte loro avanzate dalle potenti Società del Nord, ma crediamo che il caso di Silvio Piola sia il più emblematico di tutti, in quanto si tratta del tuttora detentore del primato assoluto quanto a reti messe a segno nella nostra Serie A.

Silvio nasce per sbaglio a Robbio, in provincia di Pavia, sul finire del settembre 1913, in quanto i suoi genitori vi si erano temporaneamente trasferiti per motivi di lavoro, in quanto commercianti di tessuti, per poi fare ritorno a Vercelli l’anno seguente e dove il ragazzo, seguito dallo zio Giuseppe Cavanna (fratello della madre), portiere della Pro Vercelli, muove i primi passi, sino a convincere il Tecnico ungherese Jozsef Nagy a farlo debuttare in prima squadra poco più che 16enne, il 16 febbraio 1930, nel corso del primo “Campionato a Girone Unico” nella Storia della nostra Serie A, per poi promuoverlo come titolare a partire dalla successiva stagione.

Per la gloriosa Società piemontese – che, a fine anni ’20, è seconda nell’Albo d’Oro quanto a Scudetti conquistati, sette, dietro al solo Genoa con 9 – i tempi del puro dilettantismo stanno oramai per finire e, nonostante l’apporto del giovane attaccante, fa fatica ad emergere oltre una posizione di media Classifica, circostanza che genera contrasti tra la Dirigenza e Piola, il quale ambisce a trasferirsi in Club più importanti, prima fra tutte l’Ambrosiana che intende trasferire nel proprio attacco quella che poi diventerà l’asse portante della Nazionale ai Campionati Mondiali del 1938, vale a dire la coppia formata da “Peppin” Meazza ed, appunto, il centravanti vercellese.

Con la creazione del Campionato a Girone Unico, le spese triplicano, con il sobbarcarsi di trasferte sempre più lunghe e pernottamenti in albergo che incidono sui bilanci delle Società del Nord ed, in particolare, della Pro Vercelli, la quale, per motivi di bilancio, è costretta a cedere, nell’estate ’33, il difensore Mario Zanello al Torino ed il centrocampista Teobaldo Depetrini alla Juventus, ma riguardo a Piola, il Presidente Secondo Ressia è categorico: “Mai lo cederemo, neppure per tutto l’oro del Mondo, perché il giorno che saremo costretti a cederlo, quel giorno segnerà il tramonto della Pro Vercelli”.

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Piola alla Pro Vercelli – da lasesia.vercelli.it

Parole che, poi si trasformano in realtà – riguardo al tramonto della “Pro” – dopo che il tira e molla tra il Presidente e l’allora 20enne attaccante si risolve con l’assicurazione da parte del primo di non ostacolare una sua cessione a fine stagione 1933-‘34, che i biancoscudati concludono al settimo posto, loro miglior piazzamento dalla riforma dei Campionati, con Piola autore di 15 centri, tra cui le 6 reti realizzate il 29 ottobre ’33 nel successo interno per 7-2 a spese della Fiorentina, record tuttora ineguagliato nella nostra Serie A, se si esclude la “sestina” messa a segno da Sivori nella famosa gara Juventus-Inter 9-1 del 10 giugno ’61, in cui i nerazzurri schierano la formazione giovanile.

Chiarito che il futuro di Piola è al di fuori dei confini vercellesi – senza di lui, la Pro conclude all’ultimo posto nel ’35 per non far mai più ritorno nell’Elite del nostro Calcio, con ciò avverando la previsione del Presidente Ressia – in molti si attendono la “fumata bianca” relativa alla stipula dell’atto di cessione alla ricordata Ambrosiana che, dopo la conquista del titolo nel ’30, era stata costretta ad assistere al dominio della Juventus con quattro Scudetti consecutivi, ed alle cui spalle era giunta nel 1933 e ’34.

Solo che, non occorre certo ricordarlo, siamo nel periodo del massimo fulgore dell’Era fascista ed, anche se Mussolini non è interessato al Calcio – salvo averlo usato a mo’ di propaganda in occasione della vittoriosa organizzazione dei Mondiali ’34 – l’eco di tale successo crea un’ondata di euforia nei gerarchi romani dell’epoca, primo fra tutti il potentissimo Generale Giorgio Vaccaro che, da Vice Presidente della Lazio, era diventato nel 1933 Segretario Generale del CONI, nonché Presidente della FIGC, succedendo a Leandro Arpinati.

E’ del tutto intuibile, pertanto, che non ci possa essere stata una trattativa vera e propria, bensì una imposizione giunta dall’alto affinché il promettentissimo attaccante andasse a vestire la maglia biancoceleste della Lazio, agevolata anche dal fatto che Piola stesse svolgendo il servizio militare di leva a Cuorgné, luogo da dove ne viene ordinato l’immediato trasferimento a Roma, presso il Ministero degli Esteri.

Ad onor del vero, Piola cerca di opporsi a tale cessione, consapevole di quanto avrebbe giovato alla sua crescita calcistica il far coppia con Meazza all’Ambrosiana, ma poi, come logico che fosse, accetta le condizioni offertegli – contratto da 70mila Lire annue, poi incrementato a 38mila Lire mensili a far tempo dal 1938, dopo la conquista del secondo Mondiale da parte dell’Italia – mentre alla Pro Vercelli viene corrisposta una somma superiore a 200.000 Lire.

Su cosa abbia di tanto “speciale” questo centravanti vercellese è presto detto; innanzi tutto possiede delle lunghe leve, inusuali per l’epoca, che gli consentono di prodursi in poderose accelerazioni, da classico ariete d’area di rigore, ma dotato altresì di una completezza tecnica che gli permette di partecipare alla manovra nonché di cimentarsi in ogni tipo di conclusione a rete, formidabile il tiro dalla distanza, micidiale il colpo di testa e spettacolare la rovesciata.

Pur con un tale bagaglio tecnico a disposizione, non è comunque un giocatore, per quanto valido, a poter risolvere da solo i problemi di una squadra che aveva concluso la precedente Stagione al decimo posto, a ben 22 punti di distacco dalla Juventus Campione d’Italia, e nei due successivi Tornei, ancorché Piola segni, rispettivamente, 21 e 19 reti, la Lazio termina ancora distante dal vertice, con un quinto ed un settimo posto finale.

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Piola crea scompiglio nella difesa giallorossa in un derby Roma-Lazio – da sslaziofans.it

Ed anche se le cose migliorano nel ’37, con la Lazio finalmente a ritagliarsi uno spazio importante con la conquista del secondo posto alle spalle del Bologna, grazie ai rinforzi in attacco con gli acquisti di Riccardi e Busani dall’Alessandria e di Camolese e Costa dal Vicenza, che consentono a Piola di laurearsi Capocannoniere con 21 reti, le sue nove Stagioni vissute nella Capitale non portano i trionfi auspicati dalla Dirigenza biancoceleste, ma in soccorso del morale del centravanti interviene un coloro simile, ma leggermente più acceso, vale a dire l’azzurro.

Già entrato nel mirino del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo che aveva assistito di persona alla citata sua impresa contro la Fiorentina, il debutto di Piola in Nazionale avviene quasi per caso, a causa di un problema muscolare che affligge Meazza alla vigilia della trasferta di Vienna contro l’Austria per una gara valida per la Coppa Internazionale – una sorta di Campionato Europeo ante litteram, al quale partecipano le formazioni di Italia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria e Svizzera – e che racchiude praticamente il meglio, se escludiamo quest’ultima, del Calcio Mondiale dell’epoca, visto l’isolazionismo dei Paesi britannici.

Con Pozzo che era solito scegliere i suoi titolari fra le squadre del Nord – altra circostanza che aveva fatto tentennare Piola rispetto al trasferimento alla Lazio – è il Generale Vaccaro ad insistere con il Commissario Tecnico affinché venisse affidato a Piola il ruolo di centrattacco nella delicata trasferta viennese contro il “Wunderteam” di Hugo Meisl, dagli azzurri mai sconfitto al celebre “Prater”, riuscendo a convincere il titubante Pozzo, il quale temeva, data la giovane età del laziale, appena 21enne, “che potesse crollare di fronte ad un impegno così importante, cosa che avrebbe avuto conseguenze disastrose per il morale ed il resto della sua carriera”.

In un’epoca in cui non sono previste sostituzioni, le scelte di un Tecnico sono definitive, e la risposta di Piola è pari a quella di coloro che hanno le stimmate del Campione, visto che è una sua doppietta – realizzata al 51’ ed 81’ minuto davanti a 60mila viennesi – a sfatare il “tabù del Prater” ed a consegnare all’Italia, quel 24 marzo ’35, una vittoria per 2-0 che poi si rivela determinante nella conquista della Coppa, vinta dall’Italia con 11 punti, due in più degli austriaci.

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Piola a segno in Nazionale – da 1000cuorirossoblu.it

La carriera di Piola, successivamente a tale sbalorditivo esordio – che, come sottolineato da Pozzo, ne ha rappresentato “la relativa svolta, temevo per lui, ed invece ha trionfato, così da divenire, acquistando personalità, una delle figure più caratteristiche del nostro gioco” – viene pertanto ricordata per le sue imprese in Nazionale più che per le vicende di casa nostra in maglia biancoceleste, pur laureandosi una seconda volta Capocannoniere, ancora con 21 reti messe a segno in appena 22 partite, al termine della Stagione 1942-’43, ultima prima dell’interruzione per la Guerra, il che lo fa essere a tutt’oggi il massimo Goleador della Lazio, con 143 reti realizzate nei 9 Tornei di Serie A disputati.

Ma è l’azzurro, come detto, il colore che più si addice al centravanti vercellese, il quale entra in pianta stabile quale leader dell’attacco della Nazionale nel biennio 1936-’38, in cui segna 5 reti in quattro gare della Coppa Internazionale, sospesa a causa dell’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista ed il cui Trofeo viene assegnato, con una cervellotica decisione, all’Ungheria in quanto in testa alla Classifica, con 10 punti in 7 partite al momento dell’interruzione, peccato solo che l’Italia sia seconda a quota 7, ma con appena 4 gara disputate, e quindi potenzialmente in grado di superare i magiari.

Delusione che, in casa azzurra, viene immediatamente e largamente compensata con la conferma del Titolo Mondiale nell’edizione di Francia ’38, alla cui vittoria il contributo di Piola è determinante, in quanto è lui a realizzare, nei supplementari, il punto del definitivo 2-1 nella gara d’esordio contro la Norvegia, per poi mettere a segno la doppietta che, nei Quarti, elimina i padroni di casa francesi dopo che le due squadre erano andate al riposo sul punteggio di 1-1 e quindi coronare il suo fantastico Mondiale con altre due reti (imitato da Colaussi …) per il 4-2 in Finale proprio contro l’Ungheria di Sarosi e Zsengeller, che consente a Capitan Meazza di ricevere per la seconda volta la prestigiosa Coppa Rimet.

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Piola in azione nella semifinale mondiale contro il Brasile – da youtube.com

Purtroppo, gli eventi bellici del Secondo Conflitto Mondiale non consentono l’organizzazione delle due successive edizioni nel 1942 (per la quale si era candidato il Brasile, dove poi si svolgeranno, nel ’50, i primi Mondiali del dopoguerra …) e nel ’46, così come l’attività in patria è ridotta, con Piola che, tornato al Nord nelle file della Juventus, non viene confermato dopo il Torneo del ’47, concluso dai bianconeri al secondo posto, pur se a debita distanza dal “Grande Torino” – nelle cui file Piola aveva disputato il “Torneo Alta Italia” 1943-’44, formando una straordinaria coppia di attacco con Gabetto, avendo Loik e Valentino Mazzola come mezze ali – a causa degli oramai quasi 34 anni e della fiducia, peraltro ben riposta, nel giovane Boniperti da parte della Dirigenza bianconera.

Indeciso se smettere di giocare e dedicarsi alla sua grande passione, la caccia, essendo anche un esperto cinofilo, Piola viene convinto dal Presidente Delfino Francescoli ad accasarsi al Novara, militante nella Serie Cadetta, il quale fa leva sull’orgoglio del Campione con le parole: “Cavaliere (a seguito del successo mondiale …), si prenda la sua rivincita, venga con noi a Novara, che tornerà subito in A …!!”, assieme alle quali chissà che non abbia inciso sulla decisione il fatto che anche il Novara indossasse la maglia azzurra …

E, come erano state premonitrici, 14 anni prima, le parole del Presidente della Pro Vercelli, altrettanto lo sono, stavolta in chiave positiva, quelle di Francescoli, visto che il Novara vince il Campionato, grazie anche al contributo di Piola, con le 16 reti messe a segno nelle 30 partite disputate, il quale può così prendersi delle ghiotte rivincite nelle successive sei stagioni giocate in Serie A (concluse con altrettante salvezze dei piemontesi) e dimostrando, nelle Stagioni ’51 e ’52, alla soglia dei 40 anni, di poter reggere il confronto con i goleador d’importazione che spopolano nella nostra Serie A – i vari Nordahl, Nyers, John Hansen e Wilkes, tanto per intenderci – mettendo a segno 19 e 18 reti rispettivamente, nonché stabilendo il record, tuttora vigente, di essere il giocatore più anziano ad aver realizzato una tripletta nel nostro Campionato, il 19 novembre ’50, nella vittoria interna per 4-2 ai danni, ironia della sorte, proprio della Lazio.

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Piola a segno col Novara contro il Milan – da ansa.it

Le sue ottime stagioni al Novara convincono i Selezionatori Beretta e Meazza (proprio lui …!!) a concedere a Piola un’ultima passerella in Azzurro a quattro anni e mezzo dall’ultima convocazione, schierandolo al centro dell’attacco, ovviamente con i gradi di Capitano, nell’amichevole disputata il 18 maggio 1952 al Comunale di Firenze contro l’Inghilterra, facendolo divenire, a 38 anni e 7 mesi, il più anziano giocatore ad aver indossato la maglia azzurra, record poi superato da Dino Zoff, mentre regge ancora il primato del miglior quoziente reti, pari a 0,88 per gara, relativo alle sue 30 reti realizzate in soli 34 incontri, rispetto allo 0,83 di Gigi Riva, dato da 35 centri, ma in 42 partite.

L’ultima delle sue 274 reti in Serie A – Record solo recentemente avvicinato da Totti, fermatosi a quota 250, considerando poi che alcuni ne considerano 290, sommandovi quelle segnate nella “Divisione Nazionale” 1945-’46, mentre assomma a quota 333 il numero d reti tenendo altresì conto delle 27 messe a segno con il Torino nel “Torneo Alta Italia” 1943-’44 e le 16 in B con il Novara – viene realizzata da Piola nel match del 7 febbraio ’54 contro il Milan e decisiva per l’1-1 finale e che ha rappresentato per ben 53 anni un primato assoluto di longevità, dati i suoi 40 anni e 131 giorni, e superato, per una sorta di “contrappasso dantesco”, proprio da un rossonero, e per giunta un difensore – uno di quelli che, all’epoca, sarebbe stato deputato a marcarlo – vale a dire “Billy” Costacurta che, il 19 maggio 2007 all’età di 41 anni e 25 giorni, si permette di compiere il “delitto di lesa maestà”, realizzando la più inutile delle reti nella più inutile delle partite, realizzando un calcio di rigore nella sconfitta interna per 2-3 contro l’Udinese da parte di un Milan infarcito di riserve in vista della Finale di Champions League contro il Liverpool.

Particolare di poco conto, comunque, per un Campione che se ne era già andato ad inizio ottobre ’96, a pochi giorni dal compimento del suo 83esimo compleanno, purtroppo afflitto dal Morbo di Alzheimer, ed al quale, doverosamente, sia la Pro Vercelli che il Novara hanno intitolato il proprio Stadio – tributo che, a memoria, riteniamo sia stato concesso solo ad Artemio Franchi, alla cui memoria sono intitolati i campi di Firenze e Siena – mentre il più grande attestato di stima per le sue qualità tecniche, lo lasciamo ad uno che molto più di noi se ne intende, vale a dire Nils Liedholm che, sceso in campo con il Milan nella gara della sua ultima rete, ebbe così a commentarne la prestazione: “alla sua età possiede ancora un fisico poderoso e riesce a far ammattire gli avversari e, nonostante avesse sempre due giocatori addosso, è riuscito ugualmente a farci goal con una delle sue famose rovesciate in bicicletta …!!!”.

C’è ben poco da aggiungere, se non … “Chapeau” …!!!

MARJORIE GESTRING, DAI BANCHI DI SCUOLA ALLA GLORIA OLIMPICA

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Marjorie Gestring – da ballecourbe.co

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’90, la disciplina dei tuffi viene ridisegnata, in campo femminile, dalla prepotente invasione delle specialiste cinesi, grande sensazione desta la presenza di una delle più grandi tuffatrici di ogni epoca, vale a dire Fu Mingxia, la quale si aggiudica il titolo iridato dalla Piattaforma ai Mondiali di Perth ’91 all’età di 12 anni e 5 mesi, mentre l’anno successivo, bissa tale Oro nella medesima gara alle Olimpiadi di Barcellona ’92, a 20 giorni dal compimento del 14esimo anno, per l’esattezza quindi a 13 anni e 345 giorni di età.

La circostanza suscita abbastanza clamore – anche per le indubbie qualità della ragazzina cinese, tali da rasentare in molte occasioni la perfezione assoluta – ma, come sempre accade in questi casi, l’andare a spulciare i libri dei record fa sì che si verifichi come il suo, rispetto all’età, non sia un primato assoluto in sede olimpica, poiché, ai Giochi di Berlino ’36 vi è stata chi è riuscita a fare ancor meglio.

E questa “Campionessa di precocità” altri non è che l’americana Marjorie Gestring, nata a Los Angeles, in California, il 18 novembre 1922 e che raggiunge la Gloria Olimpica nella gara dei tuffi dal Trampolino il 12 agosto 1936, esattamente all’età di 13 anni e 268 giorni, primato ancor oggi imbattuto.

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L’adolescente Marjorie Gestring sui banchi di scuola – da wikipedia.org

Cresciuta in una città dove nuotare e/o tuffarsi per ogni bambino è come per un pari età di Rio de Janeiro giocare a Calcio, Marjorie si mette in luce vincendo un Meeting a Chicago nella primavera dell’anno olimpico, per poi staccare il biglietto per i Giochi berlinesi agli “Olympic Trials” che qualificano per il viaggio in Europa anche la 21enne Dorothy Poynton-Hill (già Oro dalla Piattaforma quattro anni prima a Los Angeles) e la 19enne Katherine Rawls, che alla rassegna californiana si era messa al collo la Medaglia d’Argento dal Trampolino alle spalle della connazionale Georgia Coleman.

Sono anni in cui il Podio olimpico – sia nei Tuffi dal Trampolino di 3 metri che dalla Piattaforma di 10 metri – è quasi sempre interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che ne hanno fatto la loro dimora nelle quattro edizioni (da Anversa 1920) in cui è stata inserita nel programma olimpico anche la gara dal Trampolino, mentre i tuffi dalla Piattaforma risalgono a Stoccolma 1912, e non vi è ragione di dubitare che tale regola possa venire infranta in terra tedesca.

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Il trio Usa composto da Rawls, Gestring e Poynton-Hill – da gettyimages.it

Le cronache dell’epoca non sono in grado di documentare se la piccola Marjorie abbia o meno assistito alle evoluzioni, alle Olimpiadi svoltesi nella sua città natale, delle compagne con cui si trova a condividere l’esperienza del suo primo viaggio all’estero, ma in ogni caso ci piace pensare che quantomeno l’eco delle loro imprese possa essere stata d’aiuto nel convincerla a cimentarsi in tale disciplina.

Di sicuro, una spinta a far bene per il trio di ragazze selezionate per la gara dal Trampolino, giunge loro dall’assistere, il 10 e l’11 agosto 1936, all’esibizione dei loro colleghi maschi, i quali confermano quanto già avvenuto quattro anni prima a Los Angeles, vale a dire far alzare solo bandiere a stelle e strisce in occasione della cerimonia di premiazione, con Oro, Argento e Bronzo dai medesimi conquistato.

Il giorno dopo, di primo mattino, alle ore 8:00, è prevista la gara femminile, un orario in cui la ragazzina californiana è solita – ma non certo d’agosto, quando le Scuole sono chiuse – varcare la soglia del proprio Istituto per andare a sedersi in aula, ma stavolta l’attende un impegno ben più arduo, vale a dire tenere alto l’onore del proprio Paese e, soprattutto, cercare di non sfigurare rispetto alle più esperte e medagliate compagne.

E’ uso comune dire che uno dei punti di forza degli adolescenti sia quel pizzico di incoscienza che in circostanze come questa sicuramente non guasta, ma comunque, quella dei tuffi è una specialità nella quale non si può certo bluffare, e se non si hanno qualità, non solo tecniche, ma soprattutto mentali, ben difficilmente si può pensare di emergere.

Ed, a tal proposito, ad emergere nella Finale Olimpica del 12 agosto 1936, sono le due americane Gestring e Rawls sin dai primi tuffi – la Poynton-Hill, a dispetto dell’Argento dal Trampolino conquistato ai Giochi di Amsterdam ’28, predilige la Piattaforma, dove difatti bissa a Berlino l’Oro dell’edizione californiana dei Giochi – costituiti da una serie di tre “Esercizi Obbligatori”, al termine dei quali la Rawls è al comando con uno strettissimo margine (42,81 a 42,67) sulla più giovane connazionale, con la terza rappresentante americana ad aver già accumulato un distacco superiore ai due punti.

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La Gestring in azione nella finale olimpica – da gettyimages.it

Tocca adesso alla seconda serie di tre tuffi liberi, e la sfida tra le due ragazze americane assume contorni degni di un film giallo diretto dal “Mago del brivido” Alfred Hitchcock che già si sta facendo largo nel panorama hollywoodiano, con la non ancora 14enne Gestring a prendere la testa con un’esibizione che le porta in dote 16,20 punti che, rapportati ai 15,20 raggranellati dalla Rawls, le consentono di scavalcarla in vetta alla Graduatoria provvisoria, sia pur con un margine (58,87 a 58,01) inferiore ad un punto.

Il quinto e penultimo tuffo – con la Rawls valutata 15,40 dai Giudici rispetto al 14,40 assegnato alla Gestring – inverte nuovamente l’ordine al comando della gara, con la prima ora a comandare, sia pur con il ristrettissimo margine di 0,14 punti (73,41 a 73,27) sulla più giovane compagna, con la decisione circa l’assegnazione delle medaglie rimandata all’ultima prova.

E, mentre la Poynton-Hill consolida la terza piazza, concludendo la sua gara con il punteggio complessivo di 82,36 punti che le garantisce il Bronzo, l’ultimo tuffo della Rawls viene valutato dalla Giuria con un 14,94 per un totale di 88,35 punti, il che vuol dire che la poco più che adolescente Marjorie deve superare quota 15,10 se vuole aggiudicarsi l’Oro, impresa che le riesce con un tuffo che le vede assegnato il punteggio di 16,00 per così trionfare con il totale complessivo di 89,27 punti e confermare la supremazia Usa nella specialità che, per la quinta volta consecutiva, vede un podio interamente a stelle e strisce.

Cavallerescamente, la Rawls, a cui per la seconda volta sfugge l’Oro Olimpico dopo il secondo posto di quattro anni prima a Los Angeles, è la prima a congratularsi con la neo campionessa, la quale probabilmente non ha ancora ben realizzato la portata della sua impresa, pur se sul podio, in occasione della cerimonia di premiazione, non tradisce alcuna emozione, e d’altronde senza un carattere di ferro è ben difficile riuscire in una disciplina che richiede la massima concentrazione.

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La cerimonia di premiazione – da pinterest.com

La Gestring non è, come qualcuno potrebbe supporre, la classica “Meteora” nel firmamento dei tuffi, visto che si aggiudica per tre anni consecutivi, dal 1938 al ’40, il titolo americano nella specialità dal Trampolino, ma per sua sfortuna, nonché per il resto dell’umanità, gli eventi bellici relativi alla Seconda Guerra Mondiale le impediscono di confermarsi ai vertici assoluti, a causa della cancellazione delle edizioni dei Giochi del 1940 e 1944.

Caparbia e decisa a voler ripetere l’esperienza olimpica, la oramai 25enne Marjorie tenta di qualificarsi per i Giochi di Londra ’48, fallendo di poco l’impresa classificandosi quarta ai Trials, e così, nel mentre il terzetto americano sbarcato nella Capitale inglese tiene alto il buon nome dello Zio Sam confermando una volta di più il monopolio del Podio, alla Gestring non resta che abbandonare le scene e dedicarsi alla famiglia, visto che nel 1943 aveva contratto matrimonio con un compagno di College ad UCLA.

Ed, oltretutto, non può neppure godersi gli ultimi “spiccioli di celebrità” derivanti dalla verifica che il suo record di precocità non era stato scalfito dalla cinese Fu Mingxia poiché, proprio pochi mesi prima dell’apertura dei Giochi di Barcellona, il 20 aprile 1992, la Gestring, non ancora 70enne, lasciava questo mondo a causa di un fortuito incidente domestico.

QUANDO IL GIRO DI LOMBARDIA SI TINSE DI CELESTINO

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La vittoria di Mirko Celestino – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Mirko Celestino ricorderà a lungo quel Giro di Lombardia del 1999. In una carriera che ha visto il corridore ligure di Albenga, classe 1974, diventare, da under 23, campione europeo nel 1995 a Trutnov, in Repubblica Ceca, davanti a Romans Vainsteins e Giuliano Figueras, senza per altro poi confermare fino in fondo quelle che erano le attese sul suo conto per un percorso da professionista di livello, il 16 ottobre di quell’anno rimane il fiore all’occhiello.

Celestino ha debuttato tra i “grandi” del pedale nel 1996, in maglia Polti, agli ordini di quel Gianluigi Stanga che lo dirige da sempre, per attendere poi il 1998 per ottenere i primi successi, il Giro dell’Emila nella magnifica cornice della Madonna di San Luca ed il Regio Tour, con il corollario della seconda tappa in linea. Ma nientedipiù. L’anno in corso, 1999, è però di svolta nella carriera di Mirko, che mette in bacheca la Coppa Placci e si aggiudica con un colpo di mano nel finale la HEW Cyclassics di Amburgo, corsa valida per il circuito di Coppa del Mondo. Così come, ovviamente, lo è il Giro di Lombardia.

Lungo i 262 chilometri che vanno da Varese a Bergamo, con asperità che rendono la “classica delle foglie morte” una delle cinque corse monumento del ciclismo moderno, ovvero Ghisallo, Colle Aperto, Selvino, Forcella di Bura e Berbenno, prima dell’ascesa finale verso Bergamo Alta, va in scena l’ultima recita stagionale dei mammasantissima del pedale. C’è Oscar Freire, sorprendente campione del mondo qualche settimana prima a Verona; ci sono Andrei Tchmil e Michael Boogerd che si giocano il successo finale in Coppa del Mondo; c’è Oscar Camenzind che è l’ultimo vincitore in ordine di tempo; e ci sono talenti in divenire come Paolo Bettini e Danilo Di Luca, trionfatori del Tour de France come Jan Ullrich, volti nobili di casa nostra come Andrea Tafi, Francesco Casagrande, Gilberto Simoni e Gianni Faresin, campioni olimpici in carica come Pascal Richard, “vecchi” marpioni sempre col colpo in canna come Rolf Sorensen o in perenne ricerca del successo di una vita come Dmitri Konyshev. Insomma, una lista di pretendenti al successo da leccarsi i baffi… e poi c’è Celestino, che gioca il ruolo di outsider.

La sfida si infiamma da subito, perchè il percorso è esigente e perchè la giornata, fredda e nuvolosa, inevitabilmente provoca selezione. Proprio Richard ci prova ai piedi della salita della Madonna del Ghisallo, lassù dove Coppi e Bartali hanno scritto la leggenda del ciclismo, ma il suo tentativo è destinato a morire quasi sul nascere, perchè il traguardo è troppo lontano e perchè dietro fa buona guardia la Rabobank, che lavora compatta per capitan Boogerd. E’ la volta di Tafi e Nardello, che ci provano sul Colle Brianza, a loro volta risucchiati dal gruppo, con la maglia arcobaleno di Freire che sul Selvino si invola in compagnia di Sergio Barbero.

Lo spagnolo guadagna un vantaggio massimo di 1’45” ai meno settanta, ma in discesa Barbero cade e si ritira e Freire, senza troppe energie e desolatamente solo a competere contro il gruppo, viene riassorbito, appagato di aver messo il mostra la sua bella casacca di campione del mondo. Si entra nel vivo, ed è Celestino a dar fuoco alle polveri, attaccando sul Berbenno e rimanendo solo al comando. Il ligure, che da anni abita proprio a Bergamo dove ha imparato il mestiere ed è diventato grande, chiama allo scoperto i favoriti alla vittoria, costretti a dar fondo alle riserve per non rimanere fuori dai giochi.

Ecco allora che Richard, sempre attivissimo, Camenzind, che insegue il bis, e Di Luca ed Eddy Mazzoleni in rappresentanza della “new generation” del ciclismo italiano, l’uno classe 1976, l’altro 1973, escono dal gruppo, tengono Celestino nel mirino a 30″ per poi agganciarlo quando mancano 28 chilometri allo striscione d’arrivo. Dietro rinviene anche Konyshev, autore di una mirabile azione solitaria, e sei atleti, seppur non distanti dal plotone principale che comprende Tchmil (che si consolerà a sera con la vittoria della classifica generale di Coppa del Mondo), Boogerd, Ullrich (attardato da un guaio meccanico) e Bettini, vanno a giocarsi la vittoria finale.

Sulla salita che porta a Bergamo Alta, esattamente laddove aveva inferto il colpo vincente dodici mesi prima, Camenzind piazza l’allungo. Ma stavolta non è quello risolutore. Mazzoleni e Di Luca tengono botta agganciandosi all’elvetico, Richard cede, Konyshev e Celestino, boccheggianti, si accodano in un secondo momento e parrebbe senza troppa più benzina da spendere nell’ultima volata.

Ed invece… invece Celestino sa che la curva che immette nel rettilineo d’arrivo spesso premia chi l’abborda in testa, e temerario qual è, con una “piega” da centauro, anticipa i compagni e tiene la posizione fin sotto lo striscione. Primo, come ad Amburgo ed unico a riuscirvi nell’anno in due gare di Coppa del Mondo, e con Di Luca che è secondo (avrà modo di rifarsi nel 2001) e Mazzoleni terzo, è proprio il caso di dire che è… Celestino il cielo del Giro di Lombardia 1999!

JACQUES VILLENEUVE, DAL TITOLO MONDIALE AL RAPIDO DECLINO

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Jacques Villeneuve a Jerez 1997 – da f1-foto.com

articolo tratto da Cavalieri del rischio

La carriera di Jacques Villeneuve ha parametri quasi paradossali. Iniziata a mille all’ora, con un titolo mondiale al secondo anno, è poi proseguita con un declino altrettanto rapido, con stagioni anonime e sporadici piazzamenti, non certo consoni alle qualità del pilota. Figlio d’arte, lo sappiamo bene, e questa è la sua storia.

Nonostante la traumatica scomparsa del padre Gilles e il parere comprensibilmente contrario della madre, Jacques Villeneuve maturò fin da subito la volontà di correre in auto, facendosi notare con l’inevitabile gavetta attraverso la scuola di pilotaggio “Jim Russell”, karting, Alfa 33, Formula 3 e Formula Nippon, prima di tornare in terra americana, dove corse in Formula Atlantic, prima di passare alla Cart, categoria regina. Villeneuve non deluse le aspettative e nel 1994 vinse la prima gara al Texaco/Havoline 200, fu secondo alla 500 Miglia alle spalle di Al Unser Jr. e ottenne il prestigioso riconoscimento di “Rookie of the year”; l’anno seguente, 1995, fu invece quello del trionfo, con il primo posto a Indianapolis e altre tre vittorie che gli valsero il titolo a fine stagione, curiosamente ottenuto con il celebre numero 27 con cui corse il padre in Ferrari.

Frank Williams, patron di quella che all’epoca era la scuderia dominante in Formula 1, gli offrì un test e i risultati lo convinsero a tal punto da metterlo sotto contratto per affiancare Damon Hill nel 1996, sostituendo David Coulthard. Al debutto sul nuovo circuito di Albert Park, in Australia, ottenne subito pole position e giro più veloce in gara rimanendo in testa per gran parte della corsa, costretto a cedere la vittoria a Hill a causa di una perdita d’olio. La prima vittoria arrivò al quarto appuntamento stagionale, al Nurburgring, ne seguirono poi altre tre, tra cui quella in Portogallo giunta al termine di una gara da incorniciare con tanto di sorpasso all’esterno dell’ultima curva su Michael Schumacher. Questi risultati permisero a Villeneuve di lottare con Hill, arrivando a Suzuka, ultima gara stagionale, ancora in lotta per il titolo nonostante nove punti di svantaggio: i suoi sogni di gloria si infranserò però al 37esimo giro causa il distacco di una ruota.

Hill non fu confermato e Jacques divenne prima guida nel 1997. Il campionato non fu comunque una passeggiata in quanto si fermò lo sviluppo della vettura e la Ferrari di Michael Schumacher si dimostrò molto competitiva. A Melbourne Villeneuve fu coinvolto in una collisione da Eddie Irvine, poi vinse il Brasile e Argentina portandosi in testa alla classifica iridata, tornando al successo in Spagna dopo le gare negative di Imola e Montecarlo, dove fu penalizzato da un’errata strategia del team, episodio che si ripetè in Francia, causando l’ira del pilota, che invece nel gran premio di casa finì a muro mentre era secondo: a causa di questi problemi si trovò sorprendentemente a inseguire la Ferrari con 14 punti di distacco. Nella seconda parte di stagione la Williams riguadagnò la vetta con quattro vittorie, ma in Giappone un nuovo stop riaprì i giochi, con il canadese che venne infatti squalificato per non aver rispettato una bandiera gialla nelle libere del sabato: fu determinante la recidività, e questo portò di nuovo in testa Schumacher con un punto di vantaggio. A Jerez, ultima gara della stagione, i due rivali e Frentzen ottennero lo stesso tempo, ma Villeneuve partì primo avendo effettuato per primo il tempo. Al via si fece sorprendere dalla Ferrari, iniziando così l’inseguimento fino a raggiungere il rivale: al 47esimo giro Schumacher entrò largo in curva, nel tentativo di resistere speronò la Williams e si insabbiò, Villeneuve si assicurò il campionato giungendo tranquillamente  terzo alle spalle delle due Mc Laren di Hakkinen e Coulthard mentre il ferrarista subì l’onta dell’estromissione dalla classifica.

Campione del mondo in carica, Villeneuve, sempre schietto e sincero, si scagliò contro Mosley, per l’introduzione di nuove regole per la sicurezza che avrebbero a suo dire appiattito e reso meno attraente la Formula 1, in aggiunta ad alcuni cambiamenti che portarono all’abbandono della Renault, pertanto il canadese si preparò ad una stagione di transizione, con i poco affidabili motori Mecachrome (vecchi Renault rivisti e modificati) e la FW20, prima vettura non progettata da Newey dopo molti anni: il risultato fu un quinto posto in classifica generale con soli 21 punti, frutto di due terzi posti in Germania e Ungheria e alcuni piazzamenti a punti. Arrivò, a questo punto, il momento dell’addio alla Williams, voluto da Jacques intenzionato a trasferirsi alla neonata Bar del manager e amico Pollock. Le aspettative erano alte, visto l’enorme budget, Pollock annunciò di puntare a vincere una gara, ma la realtà fu ben diversa, soprattutto a causa dell’affidabilità (undici ritiri consecutivi), e nonostante alcune buone prestazioni in qualifica non arrivò nemmeno un punto con l’ottavo posto a Monza come migliore risultato.

Il 2000, grazie anche al passaggio al motore Honda, fu decisamente migliore. Villeneuve andò a punti al debutto giungendo quarto a Melbourne, risultato ripetuto in Francia, Austria e Usa (dove lottò per il podio con Frentzen), a fine campionato fu settimo e il team sorprendentemente quinto tra i costruttori. Rinnovata la fiducia alla Bar nonostante importanti offerte dai big, nella stagione 2001 il canadese ottenne alcuni buoni risultati, salendo sul terzo gradino del podio a Barcellona e a Hockenheim, giungendo quarto a Montecarlo e piazzandosi altre volte a punti per confermare il settimo posto tra i piloti. Nel 2002 Pollock venne allontanato e sostituito, ma il nuovo progetto di David Richards non si dimostrò all’altezza e la stagione fu disastrosa con soli quattro punti all’attivo.

La mancanza di competitività anche per la stagione successiva fu il motivo per cui Villeneuve decise che quello del 2003 sarebbe stato il suo ultimo anno in Bar, visti i dissidi nati anche per il notevole ingaggio che Richards iniziava a vedere come un problema; durante il 2003 inoltre il giovane Button, nuovo compagno di squadra di Jacques, guadagnò spazio e divenne leader del team, mentre Villeneuve fu sostituito per l’ultimo appuntamento stagionale da Takuma Sato, sostenuto dalla Honda, lasciando il team nel quale aveva speso in vano tempo e (forse) denaro.

Rimasto senza un volante, sostituì Trulli alla Renault negli ultimi tre gran premi del 2004, senza ottenere risultati di rilievo, poi passò alla Sauber dove ottenne 9 punti con un quarto posto come miglior risultato a Imola e con qualche critica per le prestazioni, spesso non all’altezza di quelle del compagno di squadra Felipe Massa, poi passato alla Ferrari. La stagione seguente la Sauber passò sotto controllo della Bmw e dopo alcune prestazioni alterne, il canadese venne sostituito da Kubica nel Gran Pemio d’Ungheria per problemi fisici. Una volta vista messe in dubbio le proprie capacità, optò per il ritiro immediato sostenendo di non avere più nulla da dimostrare, salutando tutti con un iride, undici vittorie e la soddisfazione di essere stato tra i pochi a confrontarsi con successo con Schumacher.

Terminata l’esperienza in Formula 1, Villeneuve lottò per la vittoria a Le Mans nel 2007 ritirandosi per un guasto, giungendo secondo l’anno successivo, non riuscendo ad eguagliare Graham Hill, (che rimane dunque l’unico ad aver vinto a Le Mans e Indianapolis in aggiunta al mondiale di F1). Ebbe comunque modo di rifarsi con la 1000 Km di Spa, suo primo successo dal 1997.

Mai domo, Villeneuve ha poi corso alcune gare della serie Nascar, del mondiale Rally cross e, a 19 anni dal successo, alla 500 Miglia di Indianapolis, classificandosi con un buon quattordicesimo posto, tentando infine con la nuova Formula E, lasciando ben presto per dissidi con il team, rimanendo comunque nell’ambiente grazie ad un’apprezzata attività di inviato per un’importante emittente televisiva.