LOU GEHRIG, STELLA DEL BASEBALL USA DIVENUTO FAMOSO PER LA TRAGICA FINE

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Lou Gehrig in azione con la maglia degli Yankees – da pns.org

articolo di Giovanni Manenti

Vi sono stelle dello Sport che, pur famose nelle rispettive discipline, vengono ricordate più per le circostanze della loro tragica morte che non per le imprese agonistiche, valga per tutti il caso del “Grande Torino”, di cui chiunque conosce la fine con la tristemente famosa sciagura di Superga, magari senza sapere che avevano vinto 5 scudetti consecutivi.

Oltre Oceano, uno sport tipicamente americano come il Baseball, ha fatto sì che il nome di uno dei più celebri giocatori nel periodo tra le due guerre – quando in Europa tale specialità non veniva assolutamente praticata – divenisse immediatamente noto a tutto il pianeta per le circostanze che lo condussero alla prematura scomparsa a soli 38 anni non ancora compiuti, tanto che la malattia che lo aveva colpito assunse il nome di “morbo di Lou Gehrig”.

Ludwig Heinrich (poi americanizzati in Henry Louis “Lou”) Gehrig, nasce a New York il 19 giugno 1903 da una famiglia, come si deduce dal nome, di immigrati tedeschi, il cui padre, operaio metallurgico, è spesso afflitto da problemi di alcoolismo, ed è altresì il solo dei loro quattro figli a sopravvivere sino all’età adulta, già un probabile segno del destino …

Messosi in luce sin dal liceo, dove frequenta “The High School of Commerce” newyorkese, Lou eccelle sia nel nuoto che in baseball e football, per poi orientarsi definitivamente verso la mazza allorché contribuisce alla vittoria nel Campionato riservato alle formazioni delle scuole della “Grande Mela” ed, in una sfida contro la migliore scuola di Chicago, risolve la stessa in favore della propria squadra al nono inning con un fuori campo che ribalta il risultato, dando un primo “assaggio” di quelle che diverranno le sue qualità tra i Professionisti.

Per venire incontro ai desideri dei genitori, nel 1922 Lou si iscrive alla “Columbia University” di New York, dove prosegue nel praticare baseball e football, mentre per il fatto di aver per un periodo limitato militato l’estate precedente in un Club professionistico di baseball, viene escluso dal partecipare alle competizioni di Atletica leggera, ma allorché, l’anno seguente, il padre perde il lavoro e la madre si ammala, lascia l’Università accettando l’offerta dei “New York Yankees”, dopo che il leggendario manager degli acerrimi rivali dei “New York Giants”, John McGraw lo aveva scartato – dopo averlo inserito nella sua agenda quando era ancora al College – poiché secondo lui non era una buona “prima base”.

Dopo aver sottoscritto un contratto per una formazione minore (Hartford, nel Connecticut …), per la quale disputa due stagioni, Gehrig viene inserito nella formazione titolare degli Yankees l’1 giugno 1925 in sostituzione di Wally Pip, la loro prima base, per poi non abbandonare più tale ruolo per i successivi 14 anni, senza saltare una sola partita – da cui il soprannome di “Iron Horse” (“Cavallo d’acciaio”) – che lo porta a stabilire l’impressionante record di 2.130 gare consecutive, che resisterà per oltre 55 anni, sino a che verrà superato il 6 settembre 1995 da Carl Ripken Jr., per 20 anni interbase dei “Baltimore Orioles”, che tuttora detiene il primato con la straordinaria serie di 2.632 partite consecutive.

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Lou Gehrig a casa base nella stagione 1925 – da wikipedia.org

L’impatto di Gehrig con i più alti livelli del baseball Usa è sin da subito incoraggiante, ma è nel 1927 che il tarchiato giocatore (m.1,83 per 95kg.) trova la sua definitiva consacrazione, rivaleggiando con il compagno di squadra “Babe” Ruth nella Classifica dei “fuori campo, da quest’ultimo vinta con 60 rispetto ai 47 di Lou, ma le complessive statistiche stagionali – che recitano di una percentuale del 37,3% in battuta, con 218 battute valide (101 singole, 52 doppie, 18 triple ed i citati 47 fuori campo) per un totale di 175 punti che rappresentavano un record per l’epoca – superando il primato di 171 stabilito proprio da Ruth sei anni prima – gli valgono il titolo di MVP della American League, stagione poi conclusa con il primo titolo superando in Finale 4-0 i “Pittsburgh Pirates”, Campioni della National League.

Negli anni a seguire la stella di Gehrig non accenna a ridurre il proprio splendore, confermando il titolo assoluto l’anno seguente (altro 4-0, stavolta a danno dei “St. Louis Cardinals”), mentre a livello individuale ottiene 46 fuori campo e 181 punti nel 1931 e, l’anno seguente, è autore di ben 4 “home runs” (il fuori campo, nella lingua madre …) in una sola partita, il 3 giugno 1932, sette anni dopo il suo esordio con gli Yankees, ed a farne le spese sono i “Philadelphia Athletics”, altro primato della Lega.

Molto legato alla famiglia, specialmente verso la madre tanto da essere scherzosamente preso in giro come “cocco di mamma” avendo vissuto con i genitori sino all’età di 30 anni, nel settembre 1933 Lou sposa Eleanor Twitchell, una 29enne di Chicago, che gli resta accanto sino alla fine e lo aiuta a combattere lo stress del baseball professionistico, anche se il marito non segue il suo consiglio di ritirarsi nel 1938 dopo aver disputato la partita n.1.999 con gli Yankees.

Il matrimonio giova in ogni caso alle prestazioni sul diamante da parte di Gehrig che, oltre a conquistare altre quattro World Series (nel 1932, ’36, ’37 e ’38, queste ultime tre consecutive dopo il ritiro di Ruth …), si aggiudica nel 1934 la “Triple Crown” (la “tripla corona”), capeggiando le classifiche stagionali sia in media batture (36,3%) che in fuori campo (49) così come in punti (165), mentre nel 1936 viene per la seconda volta premiato quale MVP della American League.

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Lou Gehrig in battuta con gli Yankees – da lougehrig.com

Durante la stagione 1938, però, Gehrig avverte le prime avvisaglie del male che lo condurrà alla morte, accusando una sempre maggiore stanchezza ed avvertendo una minor forza nella propria muscolatura, andando comunque avanti sino al 30 aprile ’39 allorché disputa, contro i “Washington Senators”, la sua gara n.2.130 che si rivelerà anche l’ultima.

Per il successivo incontro, difatti, in programma il 2 maggio, è lo stesso Lou ad “autoeliminarsi” dalla formazione titolare, di cui è il Capitano, “per il bene della squadra” come comunica al tecnico Joe McCarthy, ed allorché lo speaker del “Briggs Stadium” di Detroit, dove la gara stava per avere inizio, annuncia agli spettatori presenti “Signore e signori, questa è la prima volta che il nome di Lou Gehrig non appare nella formazione degli Yankees dopo 2.130 partite consecutive”, i fans gli dedicano una “standing ovation” mentre è seduto in panchina, gli occhi pieni di lacrime.

E’ Eleanor a rivolgersi alla famosa “Mayo Clinic” di Rochester, in Minnesota, visto il peggioramento delle condizioni del marito, ed è il primario in persona, Charles William Mayo, figlio del co-fondatore dell’Ospedale e che aveva seguito Lou durante la carriera, a sollecitarne il ricovero per scoprire le cause della misteriosa, progressiva perdita di forze.

Ricoveratosi il 13 giugno 1939, dopo sei giorni di esami approfonditi, la terribile diagnosi viene emessa il successivo 19, data che, per un subdolo scherzo del destino, coincide con il 36esimo compleanno di Gehrig, ed è spietata: Sclerosi Laterale Amiotrofica (la famigerata SLA), una malattia tuttora incurabile che determina una progressiva perdita delle funzioni muscolari a seguito della diminuzione delle loro dimensioni sino alla totale paralisi e pertanto alla morte.

Due giorni dopo, gli Yankees annunciano ufficialmente il ritiro di Gehrig dall’attività agonistica e subito migliaia di fans chiedono alla Dirigenza di organizzare una festa in suo onore, il “Lou Gehrig Appreciation Day”, che ha luogo il 4 luglio 1939 allo “Yankee Stadium”, dove ben oltre 61mila newyorkesi si danno appuntamento per salutare uno dei loro più amati beniamini.

Ed, in una cerimonia dove viene altresì ritirata la “maglia n. 4” indossata in carriera da Gehrig – primo caso nella storia dello Sport americano – è lo stesso Lou, al microfono, a stemperare la commozione che aleggia sullo stadio allorché afferra il microfono per salutare i suoi tifosi con le seguenti parole: “Nelle scorse due settimane avete letto solo brutte notizie sul mio conto, bene desidero che sappiate che io mi considerato l’uomo più fortunato sulla faccia della terra, ho svolto una carriera durata ben 17 anni durante la quale non ho ricevuto altro che gentilezze ad incoraggiamenti da parte vostra …”.

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Lou Gehrig nel giorno dell’addio – da youtube.com

Parole confermate da quanto Lou ha modo di scrivere, sottolineando: “Non pensate che io sia depresso o pessimista circa le mie attuali condizioni, intendo lottare il più a lungo possibile e se l’inevitabile dovesse accadere, lo accetterò con filosofia, questo è tutto quello che posso fare”.

Il successivo mese di ottobre, Lou Gehrig accetta l’offerta avanzata dal Sindaco di New York Fiorello La Guardia quale Membro della Commissione sulla vigilanza della città, un incarico che svolge durante l’intero 1940 finché le residue forze glielo consentono, per poi allettarsi ad inizio 1941 sino alla data della morte, avvenuta il 2 giugno dello stesso anno, esattamente a 16 anni di distanza da quell’1 giugno 1925 in cui, per la prima volta, era sceso in campo con la maglia degli Yankees.

Molti sostengono che la grandezza della carriera di Gehrig – il quale ha anche vantato il record di 23 “Grand Slam home runs”, vale a dire realizzare un fuori campo con le altre basi occupate da propri giocatori, per ottenere così il massimo dei punti possibile in una sola battuta, un primato superato solo nel settembre 2013 da Alex Rodriguez – sia stata in parte “oscurata” dalla presenza, nella sua stessa squadra, di due idoli delle folle, quali il già ricordato “Babe” Ruth nei cui confronti è stata montata ad arte una certa rivalità (ma che fu il primo ad abbracciarlo nel giorno dell’addio) e, successivamente, dall’altrettanto celebre Joe Dimaggio, il quale indossa la maglia degli Yankees dal 1936 al 1951.

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Gary Cooper nel ruolo di Gehrig ne “L’Idolo delle Folle” – da doctormacro.com

Sicuramente Gehrig – la cui tragica Storia è stata altresì oggetto di una rappresentazione hollywoodiana con la pellicola “The Pride of the Yankees” (“L’Idolo delle Folle” nella traduzione italiana), diretta da Sam Wood ed uscita nelle sale americane a luglio 1942, con Gehrig interpretato da Gary Cooper – ha rappresentato, assieme agli altri due Campioni citati, la spina dorsale di una formazione capace di aggiudicarsi ben 14 “World Series” tra il 1923 ed il 1951 (di cui 4 Ruth, 6 Gehrig e 9 Dimaggio …), ma nessuno di loro ha avuto il proprio nome altrettanto conosciuto fuori sai confini degli Stati Uniti come Lou.

Altra testimonianza viene dal fatto che, forse per fargli godere in vita un’ulteriore soddisfazione, già nello stesso anno del ritiro, il 1939, Gehrig viene introdotto nella “Baseball Hall of Fame” (invece di attendere i canonici cinque anni dall’abbandono dell’attività …), anche se, di sicuro, non avrebbe voluto che al suo nome, il “Morbo di Lou Gehrig”, venisse abbinata una così terribile malattia che, per cause ancora tutte da stabilire e decifrare, ha una maggiore incidenza proprio su coloro che hanno praticato Sport a livello agonistico…

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“GRILLO” DE ZOLT E L’ORO MONDIALE NELLA 50 KM DI OBERSTDORF 1987

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De Zolt in azione nella 50 km ai Mondiali del 1987 – da langrenn.com

articolo di Nicola Pucci

Non crediate che il cammino agonistico di un atleta raggiunga sempre la piena efficienza in giovane età, per poi volgere inevitabilmente al tramonto una volta scavalcati i 30 anni. Chiedete a Maurilio De Zolt, ad esempio, cadorino classe 1950 che trova spazio in Nazionale solo dopo aver vinto il titolo italiano della 50 chilometri di fondo, ormai 27enne, per iniziare da quel momento una crescita lenta ma costante che lo porterà ad assurgere agli onori della cronaca, e a comparire negli albi d’oro che contano, ancora qualche anno dopo.

In effetti De Zolt, non certo dotato di un fisico da granatiere, tutt’altro, tanto da guadagnarsi l’etichetta di “grillo“, fatica per trovare la sua dimensione in una disciplina che se da un lato è certamente terreno quasi esclusivo dei paesi nordici, con l’eccezione di quel Franco Nones che nella 30 chilometri delle Olimpiadi di Grenoble del 1968 ebbe l’ardire di mettersi tutti alle spalle, dall’altro pare adattarsi perfettamente a chi Madre Natura ha dotato di eccellenti qualità atletiche. E De Zolt, tanto minuto da raggiungere appena i 170 centimetri, è destinato a configurarsi come l’eccezione, così come non molto tempo dopo di lui sarà Stefania Belmondo, il suo alter-ego in campo femminile.

Ma, è risaputo, dove difficilmente si può arrivare con classe, prestanza fisica ed esplosività atletica, contano altresì maledettamente tanto grinta e determinazione, qualità che non fanno certo difetto al nostro De Zolt. Che si affaccia timidamente alle prime grandi rassegne internazionali, ad esempio Olimpadi di Lake Placid del 1980 e di Sarajevo del 1984, che lo vedono non meglio che sesto e settimo nelle due staffette, collezionando nella 50 chilometri, maratona tra boschi ammantati di neve che lo renderà un giorno immortale, un ritiro e un 22esimo posto. Non certo meglio vanno le cose ai Mondiali di Lahti del 1978 e a quelli di Oslo del 1982, anche se l’ottavo posto nella 50 chilometri vinta dallo svedese Thomas Wassberg, avversario di cui avremo modo di riparlare, evidenzia che il cadorino ha una certa predisposizione alla lunga distanza, come poi confermato da un primo podio in carriera qualche settimana dopo proprio a Lahti in Coppa del Mondo, terzo, battuto solo dai due norvegesi Oddvar Braa e Jan Lindvall.

Bisogna nondimeno attendere il 1985, e la rassegna mondiale austriaca di Seefeld, perché infine De Zolt, nell’arco di soli cinque giorni ed ormai alle soglie dei 35 anni, diventi una stella di prima grandezza del fondismo internazionale. In un’edizione che vede l’Italia competere ad armi pari con le grandi nazioni scandinave, Maurilio conquista un’inattesa medaglia di bronzo nella 15 chilometri a tecnica classica, per giungere poi secondo in staffetta con i compagni Marco Albarello, Giorgio Vanzetta e Giuseppe Ploner a soli sei secondi dall’imbattibile Norvegia, per concludere con una straordinaria piazza d’onore proprio nella 50 chilometri, costretto ad arrendersi al “cigno” svedese Gunde Svan, tanto dotato di classe, elegante, alto e stilisticamente bello a vedersi quanto grintoso, scomposto, insomma proprio un “grillo” è De Zolt, che chiude con un minuto di ritardo dal grande avversario ma precedendo a sua volta sul podio il norvegese Ove Aunli.

E così, ad un’età in cui ben più illustri campioni del nostro Maurilio già pensano ad una pensione dorata, De Zolt invece apre la lunga e trionfale stagione della sua vita agonistica, destinata a protrarsi addirittura fino ai 44 anni ed una indimenticabile medaglia d’oro in staffetta ai Giochi di Lillehammer del 1994, passando attraverso altri due memorabili secondi posti a cinque cerchi sempre nella prova preferita, i 50 chilometri, nel 1988 a Calgary sempre alle spalle di Svan e quattro anni dopo ad Albertville battuto da un altro fenomenale campione, Bjorn Daehlie, oltre ad un bronzo iridato in Val di Fiemme nel 1991. Ma l’apice, per Maurilio De Zolt, ha una data ed un luogo ben preciso, trattandosi dei Mondiali del 1987 nella località tedesca di Oberstdorf, dove esattamente un anno prima, ed ancora una volta nella gara a lui più congeniale, è salito ancora sul podio, terzo dietro all’immancabile Svan e al sovietico Wladimir Sakhnow.

La rassegna di Oberstdorf regala soddisfazioni inattese all’Italia, che vince la 15 chilometri con Marco Albarello che sorprende Thomas Wassberg, già proprio lui, che con Svan in cattive condizioni di forma tanto da non andare oltre un settimo posto nella 30 chilometri che premia il connazionale e l’oro in staffetta, è l’uomo di riferimento anche per la prova di durata, al pari di due altri svedese di prima fascia, Torgny Mogren e Christer Majback.

Quello di De Zolt è un trionfo che si annuncia fin dal primo controllo: il cadorino, ultimo dei 68 fondisti allineati al via, tanto da poter modulare i suoi sforzi sui tempi degli avversari, parte invece lancia in resta, senza far calcoli, facendo corsa solitaria fin dal primo chilometro, senza mai dare l’impressione del benchè minimo cedimento. Il “grillo” ha sci velocissimi, perfettamente paraffinati dal fido Longoborghini, e a mulinare senza sosta ci pensano le gambe, due zampette sottili, corte e nervose che battono un ritmo incessante che gli avversari non riescono proprio ad imitare. Al rilevamento dei 5,6 chilometri Wassberg, partito piano con l’intenzione di finire in crescendo ed accodato allo svizzero Grunenfelder che pare far fatica al posto suo, accusa già 52″1 di ritardo, con un sorprendente Alberto Walder in seconda posizione a 24″3, lo stesso Grunenfelder poco dietro a 26″7 e Mogren pure lui già a 33″. Ai 16,7 chilometri il vantaggio di De Zolt cresce ad oltre un minuto su Wassberg e 51″5 su Mogren, con Walder ancora in grado di tenere il ritmo di Maurilio, con soli 26″5 di disavanzo. Ma, al solito, è la seconda metà di gara a presentare il conto ai campioni, quando la fatica comincia a farsi sentire, i muscoli vanno in acido lattico e le gambe si rifiutano di rispondere alle sollecitazioni dettate dalla mente. E così, se Walder cede di schianto andando infine ad occupare una pur sempre onorevolissima ottava posizione con poco più di quattro minuti di margine, De Zolt tiene in serbo energie preziose che gli consentono di contenere senza troppi affanni la rincorsa di Wassberg, che con le sue lunghe leve guadagna nei piani ma è costretto ad alzare bandiera bianca in salita, che gli arriva a 22″3, quanto basta per conquistare infine la medaglia d’argento, con Mogren a completare il podio a 1’23″9 di distacco.

Per De Zolt è la consacrazione a campionissimo, secondo oro italiano della rassegna e terzo di sempre a seguire quello, appunto storico, di Nones a Grenoble. Un successo che premia dieci anni di duro lavoro, di allenamenti di un’intensità tale da fiaccare chiunque non avesse avuto le stesse motivazioni, la voglia di migliorarsi e di dimostrare che a fare la differenza non sempre sono lo stile e la statura, ma certi attributi che consentono, in ogni occasione, di sfidare se stessi e il tempo che incalza. Già, proprio la meravigliosa storia del “grillo” del Cadore, semplicemente Maurilio De Zolt.

HEIKE HENKEL, QUANDO LA GLORIA SPORTIVA SI ABBINA ALLA MATURITA’

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Heike Henkel – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

In ogni disciplina sportiva, vi sono atleti che danno il meglio di sé negli anni del pieno fulgore fisico – di norma tra i 18 ed i 25 anni – ed altri che, viceversa, ottengono le loro massime prestazioni in età più matura, molto dipendendo, per quanto ovvio, dal tipo di specialità alla quale si dedicano.

Alcune di queste, difatti, richiedono, oltre allo sforzo atletico, anche un’importante componente mentale, come nel caso del Salto in alto, dove saper dosare le energie, al pari di una sfida psicologica coi propri avversari verso la comune nemica che è quell’asticella da non far cadere mano a mano che la stessa si alza, rappresenta il mix vincente per raggiungere i traguardi sperati.

Ed è quello che è capitato alla protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire la tedesca Heike Henkel, nata a Kiel il 5 maggio 1964 e che, pur avendo iniziato a gareggiare a buoni livelli sin da juniores, ha dovuto attendere quasi la soglia dei 30 anni per emergere definitivamente a livello mondiale.

In verità, Henkel non è neppure il suo cognome di nascita, essendo il medesimo Redetzki, ma con il quale è pressoché sconosciuta in quanto da nubile i suoi risultati sportivi non sono stati tali da farla salire agli onori della cronaca rispetto a quanto ottenuto dopo il matrimonio, contratto nel 1989, con il nuotatore Rainer Henkel, doppio oro iridato sui m.400 e 1500sl ai Mondiali di Madrid ’86.

Sino a quel momento, Heike poteva vantare un quinto posto con la misura di m.1,84 ai campionati Europei Juniores di Utrecht ’81, per poi comunque entrare a far parte della Nazionale dell’allora Germania Occidentale, tanto da essere selezionata per le Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove conclude undicesima – al pari della connazionale Brigitte Holzapfel – con un percorso immune da errori sino a m.1,85 per poi fallire tutte e tre le prove alla successiva misura di m.1,88 e quindi assistere alla splendida sfida tra due “divine” della specialità quali la terza tedesca Ulrike Meyfarth e la nostra Sara Simeoni, con la prima ad avere la meglio valicando l’asticella posta a m.2,02 mentre l’azzurra si ferma alla quota di 2 metri.

E chissà se proprio il ricordo di quella sfida tra due eccellenti esponenti della specialità, vista anche la loro età all’epoca – 28 anni la Meyfarth (oltretutto nata il 4 maggio, un giorno prima di lei …) e 31 la Simeoni – sia servito da stimolo ad Heike per proseguire ad inseguire un sogno di podio che anche le successive stagioni facevano sembrare alquanto lontano.

Occorrono difatti ancora due anni prima che l’ancora Redetzki riesca ad entrare nella Classifica delle prime 25 migliori prestazioni stagionali, con il m.1,93 saltato il 21 settembre ’86 a Forbach, dopo che un mese prima, ai Campionati Europei di Stoccarda, si era classificata sesta con m.1,90 nella gara vinta nettamente dalla bulgara Stefka Kostadinova con m.2,00.

Il 1987 si apre con la partecipazione della Redetzki alle manifestazioni invernali al coperto, dove si mantiene nelle posizioni di rincalzo – quinta ai Campionati Europei Indoor di Liévin con m.1,91 (oro ancora alla Kostadinova davanti alla sovietica Tamara Bykova, m.1,97 a m.1,94 …), misura replicata alla Rassegna Iridata di Indianapolis che le vale il sesto posto in una Finale dove la Kostadinova realizza il primato mondiale con m.2,05 – per poi migliorarsi nettamente nel corso della stagione all’aperto, allorché valica l’asticella posta a m.1,96 il 28 giugno al Meeting di Praga e presentarsi così con qualche aspirazione di medaglia ai Mondiali di Roma ’87.

Sulla pedana dello Stadio Olimpico, il confermarsi a m.1,96 non è però sufficiente per centrare l’obiettivo, con Heike che si ferma ai margini del podio, in quanto il bronzo è appannaggio della tedesca orientale Susanne Beyer con m.1,99 nel mentre la sfida tra le fuoriclasse Kostadinova e Bykova, vede quest’ultima arrendersi dopo aver superato i m.2,04 e la bulgara, viceversa, andare a stabilire uno straordinario record mondiale di m.2,09 che ancora oggi resiste, a distanza di oltre 30 anni.

Entrata per la prima volta nella “Top Ten” del Ranking mondiale di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista specializzata americana “Track & Field News”, ci si attende dalla 24enne tedesca un ulteriore salto di qualità per la stagione successiva, che ha come obiettivo primario i Giochi di Seul ’88.

E le premesse, a dire il vero, sono persino incoraggianti, visto che ai Campionati Europei Indoor di Budapest ’88 la Redetzki coglie la sua prima medaglia, grazie alla misura di m.1,97 che le vale l’argento alle spalle dell’inarrivabile Kostadinova che si eleva sino a m.2,04 per poi migliorarsi all’aperto con il m.1,98 valicato il 20 giugno al Meeting di Dusseldorf, così da essere l’unica selezionata da parte tedesca occidentale per le Olimpiadi coreane.

Rassegna a cinque cerchi che, al contrario, si trasforma in una cocente delusione, in quanto Heike non riesce a qualificarsi, fallendo la misura di m.1,92 necessaria per accedere alla Finale dove, a sorpresa, l’oro va all’americana Louise Ritter con la misura di m.2,03 davanti a Kostadinova (m.2,01) e Bykova, la quale occupa il terzo gradino del podio con m.1,99 a conferma che le aspirazioni di medaglia per la tedesca non erano poi così campate in aria.

Un’amarezza che Heike – nonostante confermi l’ottavo posto dell’anno precedente nel Ranking mondiale di fine stagione – condivide con il fidanzato Rainer, il quale, presentatosi nella Capitale sudcoreana con il titolo iridato dei m.400 e 1500sl, fallisce la qualificazione alla Finale sulla più corta distanza per poi concludere non meglio che sesto la prova sulle 30 vasche.

I due si consoleranno a vicenda convolando a nozze l’anno seguente, stagione importante per Heike, più sotto l’aspetto mentale che altro, in quanto, dopo aver conquistato la medaglia di bronzo con m.1,94 ai Campionati Mondiali Indoor di Budapest ’89 – dove si ripete l’ennesima sfida tra Kostadinova e Bykova, ancora una volta appannaggio (m.2,02 a m.200) della bulgara – il 20 agosto a Colonia valica per la prima volta in carriera l’asticella posta a 2 metri, quella quota che per molte saltatrici rappresenta una sorta di “blocco psicologico” e l’averla superata fornisce loro la consapevolezza di poter finalmente competere ai massimi livelli.

Sarà stata tale circostanza – che a fine anno la fa salire di due gradini nel ranking mondiale – così come la maturità derivante dal matrimonio contratto, fatto sta che per la Signora Henkel si apre un orizzonte costituito da un triennio in cui diviene l’assoluta dominatrice della specialità, mettendo a segno quel tris d’oro – Europeo, Mondiale ed Olimpico – che ogni atleta sogna nella propria vita.

Ed, in una disciplina come il salto in alto femminile dove “europeo è sinonimo di mondiale” – a parte la casualità della ricordata vittoria della Ritter ai Giochi di Seul ’88 per ritrovare un’atleta non appartenente al Vecchio Continente sul gradino più alto di un podio olimpico bisogna risalire all’edizione di Melbourne ’56 dove si impose l’americana Mildred McDaniel – la Henkel si presenta ai Campionati Europei di Spalato ’90 dopo essersi già messa al collo la medaglia d’oro nella corrispondente Finale Indoor di Glasgow, dove il 3 marzo ’90 supera per la prima volta in una Manifestazione internazionale la quota di m.2,00 lasciando la tedesca di parte orientale Britta Bilac e la rumena Galina Astafei a debita distanza, con m.1,94 per entrambe.

Confermatasi su tale quota a due settimane dall’inizio della rassegna continentale al Meeting olandese di Hengelo, alla 26enne Henkel è sufficiente un centimetro in meno per avere ragione, con m.1,99 della resistenza della jugoslava Biljana Petrovic ed yelena Yelesina che le avevano fatto compagnia sino alla misura di m.1,96 per poi fallire i tentativi a disposizione per migliorare il proprio personale, ma potendo ugualmente festeggiare, a fine stagione, il primo posto nel Ranking Mondiale della specialità.

Il luogo comune che recita “vincere è facile, confermarsi è il difficile”, viene clamorosamente smentito proprio dalla Henkel nel corso dell’anno successivo, dalla stessa inaugurato facendo finalmente suo anche il titolo iridato indoor, conquistato ai Campionati Mondiali svoltisi a marzo ’91 a Siviglia allorché valica ancora l’asticella posta alla fatidica quota di 2 metri per respingere l’assalto dell’oramai 32enne Bykova, fermatasi a m.1,97.

E come nell’anno precedente – allorché il successo agli Europei Indoor aveva fatto da preludio all’oro nella Manifestazione Continentale all’aperto – altrettanto accade in occasione della terza edizione dei Campionati Mondiali, in programma a Tokyo a fine agosto.

Con la Finale in programma proprio il giorno conclusivo del mese estivo e con la Germania nuovamente riunificata sotto un’unica bandiera – cosa che non accade ancora per l’Unione Sovietica, con gli atleti facenti parte delle varie Repubbliche a gareggiare per un’ultima volta sotto la bandiera rossa con falce e martello – la Henkel sforna una prestazione di eccezionale superiorità, considerato altresì il lotto delle avversarie, che comprende il “Gotha della specialità”, dalla Kostadinova al fortissimo trio sovietico composto, oltre che dalla Bykova, da Yelena Yelesina e Inha Babakova, di origine ucraina, Paese per cui gareggerà in seguito.

Ed il fatto che le due “eterne rivali” Kostadinova e Bykova abbandonino la competizione fallendo i loro tentativi alla misura di m.1,96 concludendo a braccetto al sesto e settimo posto con m.1,93 nulla toglie all’impresa della Henkel che, man mano che l’asticella si alza, vede sgretolarsi il gruppo delle avversarie per le medaglie, con Babakova e la polacca Beata Holub ad arrendersi alla quota di m.1,98 viceversa superata dalla Yelesina, ultima con cui fare i conti per il titolo iridato.

Ma appena l’asticella viene posta alla quota di 2 metri, ecco che il tabù si materializza per la 21enne russa, ancorché la stessa abbia un personale di m.2,02 risalente all’anno precedente, ed i suoi errori consegnano la medaglia d’oro alla tedesca che però, sentendosi nel suo “Giorno dei Giorni” vuole nobilitare il titolo appena conquistato con una misura all’altezza dello stesso, impresa che le riesce migliorandosi sino a m.2,05 una misura che mette a tacere qualunque tipo di considerazione sulla validità della sua affermazione.

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La Henkel ai Mondiali di Tokyo ’91 – da gettyimages.it

Da un punto di vista squisitamente tecnico, la valenza di un oro iridato è pari se non di più alla medaglia di pari valore conquistata nell’arengo olimpico, ma l’aspetto storico/tradizionale di una Manifestazione che sta per toccare il secolo di vita, nonché la risonanza mediatica a livello planetario, fa sì che il sogno di ogni atleta sia quello di salire sul gradino più alto del podio durante la cerimonia di premiazione nella Rassegna a cinque cerchi.

Con addosso la pressione di essere la favorita principale per la vittoria ai Giochi di Barcellona ’92 – dopo aver chiaramente confermato la propria veste di leader del Ranking Mondiale di fine anno ’91 – la tedesca non modifica le proprie abitudini, vale a dire verificare in una competizione indoor (in questo caso i Campionati Europei di Genova ’92) il lavoro svolto nel periodo invernale, per poi proiettarsi verso il maggiore appuntamento estivo all’aperto.

E, come nei due anni precedenti, l’esito è altamente positivo, già confermato con i m.2,07 – sua massima misura raggiunta in carriera, superati l’9 febbraio alla riunione al coperto di Karlsruhe – ancorché il 29 febbraio ’92 nel Palazzetto dello Sport ligure debba guardarsi da una Kostadinova tornata ai suoi livelli dopo alcune stagioni di appannamento, riuscendo a far suo il secondo titolo consecutivo solo per il minor numero di errori sulla misura di m.2,02 superata da entrambe.

Il fatto che la bulgara sia tornata ad essere competitiva è un ostacolo in più verso la “Gloria Olimpica” a cui punta la oramai 28enne tedesca, ma sulla pedana del Capoluogo catalano il pericolo maggiore deriva da un’altra saltatrice dell’Europa orientale, vale a dire la rumena Galina Astafei, reduce da un anno di inattività avendo dato alla luce il suo primo figlio.

E, nella Finale dell’8 agosto ’92, nel caldo pomeriggio dello “Estadi Olimpic de Montjuic”, delle 16 finaliste solo 6 di loro, avendo superato la misura di m.1,94, sono ancora in gara allorché l’asticella viene posta alla quota di m.1,97 che si rivela decisiva per l’assegnazione delle medaglie.

Non riescono, difatti, ad andare oltre sia l’austriaca Sigrid Kirchmann che la Kostadinova e la cubana Silvia Costa, nel mentre la sua connazionale Ioamnet Quintero si garantisce il podio facendo sua la misura, mentre la Henkel, entrata in gara a m.1,91, improvvisamente si smarrisce.

Con una Astafei sinora immune da errori nei suoi 6 tentativi da m.1,83 sino a m.1,97 (vi è sempre una discordanza di pareri sul fatto che sia meglio entrare in gara sin dalle quote più basse per prendere maggior confidenza con la pedana oppure risparmiare energie in vista delle misure che poi assegnano le medaglie …), la tedesca, senza problemi a m.1,91 ed 1,94, fallisce i suoi due primi tentativi a m.1,97 e si trova pertanto ad un passo dalla clamorosa eliminazione.

E, non avendo ancora la certezza del podio, non si riserva il suo ultimo tentativo per la misura superiore, ma gioca tale carta per assicurarsi quantomeno una medaglia olimpica che sinora manca nella sua bacheca e, ritrovando calma e concentrazione, riesce nell’intento.

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La Henkel ai Giochi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Con il podio già formato, occorre ora stabilirne le posizioni, e la Astafei – che a partire dal 1995 assumerà la cittadinanza tedesca – mette ulteriore pressione alla Campionessa mondiale ed europea valicando al primo tentativo anche la quota di 2 metri, che risulta fatale alla Quintero (comunque bronzo …) mentre la Henkel, pur superando anch’essa l’asticella, sa di essere in svantaggio rispetto alla sua avversaria quanto ad errori commessi, ragion per cui necessita di una misura migliore se vuole abbinare l’oro olimpico agli altre due titoli degli anni precedenti.

E la mossa vincente giunge a m.2,02 con la Henkel a far sua alla prima prova la quota che vale l’oro, mandando così in crisi la rumena che, fallito il primo tentativo, è consapevole di dover essere lei ora ad ottenere una misura in più della tedesca – circostanza che, al momento non è nelle sue corde, visto che il “Personal Best” di m.2,04 lo otterrà solo nel ’95 – perdendo fiducia e fallendo anche le due prove successive.

Con il “tris d’oro” completato, e per la terza stagione consecutiva prima nel Ranking Mondiale, anche per la Henkel, avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, inizia la logica fase calante, pur se il consueto esordio al coperto è di buon auspicio, rinnovandosi ai Campionati Mondiali Indoor di Toronto ’93 la sfida con la Kostadinova, curiosamente conclusa come due anni prima a pari misura con m.2,02 – che resterà la sua miglior prestazione stagionale – ma con stavolta il conteggio degli errori a favorire la bulgara.

I m.2,01 superati il 29 maggio ’93 a Worrstadt fanno ben sperare in vista dei Campionati Mondiali che si svolgono proprio in Germania a Stoccarda, ma il fisico comincia a reclamare il conto e, presentatosi in non ottimali condizioni all’appuntamento iridato, la Henkel è costretta a rinunciare alla Finale a causa del riacutizzarsi di un infortunio, con la beffa di vedere vincere l’oro alla cubana Quintero con la misura di m.1,99 che in condizioni normali sarebbe assolutamente stata alla sua portata.

Nelle due successiva stagioni, prima dell’addio alle gare, la Henkel non riesce più a superare quota 2 metri, con la sua miglior prestazione legata al m.1,99 con cui sale sul gradino più basso del podio conquistando la sua quarta medaglia iridata ai Campionati Mondiali Indoor di Barcellona ’95, nella gara vinta, ironia della sorte, proprio dalla ora divenuta sua connazionale Astafei (che ha anche modificato il proprio nome da Galina ad Alina) con la misura di m.2,01,

Ma più di tanto un’atleta non può pretendere ed il suo “triennio magico” con 6 medaglie d’oro consecutive (3 indoor ed altrettante all’aperto) nelle maggiori Manifestazioni Internazionali resta un qualcosa di irripetibile, ed è ora il caso di dedicarsi a qualcosa di più importante rispetto allo Sport.

Già, perché, nel 1996 completa, a dispetto dei suoi 32 anni, gli studi universitari con una laurea in disegno grafico, per poi mettere a frutto la sua esperienza sportiva tenendo lezioni sugli aspetti motivazionali e come metabolizzare sia i successi che le sconfitte divenendo anche una paladina della lotta alla piaga del doping, avendo altresì fatto parte della Dirigenza dell’Agenzia antidoping tedesca dal 2002 al 2005.

Separatasi dal marito Rainer Henkel nel 2001, Heike è dal 2004 la Signora Meier, avendo sposato il decatleta Paul, sesto ai Giochi di Barcellona ’92, e, dal gennaio 2007, dirige un servizio ospedaliero per bambini a Colonia.

Come dire che per Heike, evidentemente, le sfide non finiscono mai

 

JERRY WEST, UNA VITA SPESA AL SERVIZIO DEI LOS ANGELES LAKERS

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Jerry West – da:wearebasket.net

articolo di Giovanni Manenti

Pensate ad un giocatore di basket in grado di possedere un tiro micidiale, saper difendere al meglio, di un perfezionismo ossessivo, imperturbabile in ogni frangente del match e con una pazzesca voglia di vincere, ecco tutto questo lo potete trovare in Jerry West, l’anima per tre lustri dei Los Angeles Lakers.

E ciò, nonostante possa apparire  a prima vista niente più che un “perdente di successo”, considerato che nelle 14 stagioni in cui ha indossato la canottiera giallo viola ha avuto la sfortuna di vincere un solo titolo NBA nonostante sia giunto all’atto conclusivo in ben 9 occasioni, nell’epoca in cui vigeva la “Boston Dinasty” di Red Auerbach e Bill Russell ad Est, cui, nell’ultima parte della sua carriera, si è sovrapposta la più forte formazione dei New York Knicks di ogni epoca.

Ma andiamo con ordine, Jerry nasce il 28 maggio 1938 a Chelyan, in West Virginia, quale quinto di sei fratelli di una famiglia povera, il cui padre è minatore, ed ha un’infanzia difficile, sia dal punto di vista fisico – è talmente piccolo, debole e gracile da necessitare iniezioni di vitamine ed essere tenuto in disparte dal praticare qualsiasi tipo di sport coi coetanei – che psicologico, in quanto la morte nella Guerra di Corea del fratello maggiore 21enne, al quale era molto attaccato, lo induce a chiudersi in sé stesso.

L’unica sua forma di sfogo è quella di passare ore ed ore a tirare la palla in un canestro che un suo vicino aveva inchiodato sopra la porta di un ripostiglio, affinando così quello che sarebbe poi divenuto il suo “marchio di fabbrica” negli anni a venire, vale a dire una ossessione maniacale nel perfezionare la propria tecnica al punto di fargli dire, al termine di una gara in cui aveva messo a segno 16 dei 17 tiri dal campo, realizzato tutti e 12 i tiri liberi a suo favore, catturato 12 rimbalzi e servito altrettanti assist, che “difensivamente parlando, da un punto di vista di gioco di squadra, non credo di aver disputato una buona partita …!!”, questo è sempre stato Jerry West …

Dei suoi servigi inizia a beneficiare la “East Bank High School”, il Liceo che Jerry frequenta dal 1952 al ’56, ancorché nel suo primo anno il coach Duke Shaver lo releghi spesso in panchina a causa della sua altezza, del quale però apprezza gli insegnamenti tattici e, cresciuto sino a m.1,83 (aggiungerà altri 5cm. in seguito per raggiungere il m.1,88 per 84kg. al top della forma …) e divenuto il leader della squadra, è il primo a realizzare oltre 900 punti a stagione nel suo ultimo anno, ad una media di 32,2 a partita che consentono ad East Bank di vincere il Campionato statale ’56.

Un evento che fa sì che i numerosi Talent Scout a giro per le Scuole segnalino il nome di Jerry a varie Università degli States, tanto che riceve offerte da non meno di 60 College, ma lui preferisce restare vicino casa e si iscrive alla “West Virginia University”, guidando la stessa al suo miglior risultato di sempre nel Basket NCAA, raggiungendo le “Final Four” nel 1959 – evento che si ripeterà solo nel 2010 – e perdendo la Finale 70-71 contro California, dopo aver totalizzato in stagione medie di 26,6 punti e 12,3 rimbalzi a partita, mentre i 28 punti ed 11 rimbalzi contro California consentono a West di essere nominato MVP delle “Final Four.

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West (n.44) in azione al College – da:bigbluehistory.net

Il suo terzo ed ultimo anno al College è quello della definitiva consacrazione per West che, nonostante West Virginia fallisca l’accesso alle Finali universitarie (sconfitta 91-82 al supplementare da New York nelle semifinali regionali …), tocca i suoi massimi livelli con 29,3 punti e 16,5 rimbalzi a partita, fornendo altresì 134 assist ai propri compagni, così che al Draft per la seguente stagione nella NBA, svoltosi l’11 aprile 1960 a New York, non vi sono dubbi su chi saranno le prime due scelte, oltre a Jerry anche Oscar Robertson di Cincinnati, con il secondo scelto dai Cincinnati Royals, che avevano la prima opzione, mentre West va ad irrobustire il roster dei Minneapolis Lakers, che proprio in quell’anno trasferiscono la propria franchigia a Los Angeles.

Ma prima di iniziare la loro nuova esperienza nel Basket professionistico, Robertson e West devono rendere un servizio al proprio Paese, venendo nominati co-capitani della Formazione che rappresenta gli Stati Uniti alle Olimpiadi di Roma ’60, in cui deliziano gli sportivi della Capitale italiana con giocate sinora sconosciute ai Palazzetti del Bel Paese, prova ne sia l’esito della gara proprio contro gli Azzurri, che gli Usa si aggiudicano per 112-81, con 22 punti di Oscar e 18 di Jerry, per poi disporre agevolmente anche del Brasile (90-63) dopo aver inflitto un pesante scarto (81-57) anche all’Unione Sovietica.

In una Lega professionistica che, ad inizio anni ’60 conta solo 8 squadre non è poi così difficile andare a giocare per il titolo ed i Lakers, dopo una prima stagione in cui comunque migliorano il proprio record rispetto all’ultimo anno a Minneapolis (da 25-50 a 36-43), centrano l’obiettivo nel 1962, con un record di 54-26 secondo solo al 60-20 di Boston che si trovano ad affrontare dopo aver eliminato 4-2 Detroit nella Finale della Western Division.

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Jerry West in maglia Lakers – da gettyimages.it

Per la prima volta opposto a Bill Russell ed al suo pari ruolo Bob Cousy, West sperimenta sulla sua pelle cosa significhi “l’orgoglio dei Celtics”, capaci di ribaltare una situazione che per più volte li vede sul punto di capitolare, a cominciare dalla sconfitta per 129-122 subita in gara-2 al “Boston Garden” (40 punti di West e 36 di Elgin Baylor), per poi non abbattersi per l’esito di gara-3 al “Forum”, allorché è ancora West ad essere decisivo nel 117-115 per i Lakers, intercettando un passaggio di Sam Jones per andare a siglare il canestro della vittoria.

Ed, allorquando i Celtics rimettono la situazione in parità violando per 115-103 il parquet avversario in gara-4, tocca ad un fenomenale Elgin Baylor (autore di 61 punti!!!) riportare i Lakers da un passo dal titolo con il 126-121 che li vede nuovamente espugnare il “Boston Garden”, solo per vedersi restituire il favore in gara-6 e rimandare il tutto alla decisiva e senza appello gara-7.

Con la coppia Baylor-West (41 punti il primo, 35 il secondo) a tenere in gara Los Angeles, a 12” dal termine, sul punteggio di 100 pari, tocca Frank Selvy avere a disposizione il tiro del titolo per i Lakers, ma la scelta di Auerbach di lasciare spazio a lui si rivela vincente, avendo sinora centrato 2 canestri su 9 tentativi, ed il suo errore da meno di 4 metri manda la sfida al supplementare che Boston si aggiudica per 110-107, grazie ad un Russell monumentale, capace di catturare 40 (!!) rimbalzi, oltre ai 30 punti messi a segno.

Una delusione difficile da digerire per chiunque, figuriamoci per West, “il quale soffre per una sconfitta più di qualsiasi altro giocatore io abbia mai conosciuto”, sentenzia Chick Hearn, il portavoce dei Lakers, ma con cui purtroppo sarà costretto a convivere a lungo nel corso degli anni successivi, che vedono Los Angeles doversi arrendere nuovamente ai Celtics nel 1963 (4-2) ed ancor più nettamente (4-1) nel ’65, stagione che però passa alla storia per l’incredibile media di 40,6 punti tenuta da West nelle 11 gare di playoff disputate, a partire dai 46,3 a partita nella Finale della Western Division contro Baltimora, di cui vale la pena ricordare la sua veste di top scorer con 49, 52, 44, 48, 43 e 42 punti in tutte e 6 le gare disputate, dovendo altresì farsi carico dell’assenza di Elgin Baylor per infortunio.

Assenza che, chiaramente condiziona l’esito della sfida per il titolo contro i Celtics, che non tarda a riproporsi in altre due stagioni consecutive, nel 1968 e ’69, con i Lakers che, nel primo caso, giungono alla serie decisiva dopo aver spazzato via Chicago (4-1, 30,2 punti di media per Baylor e 28,4 per West) e con un ancor più devastante 4-0 San Francisco, con la coppia West-Baylor a far valere 63 punti di media (33 il primo, 30 il secondo) a partita, ma ancora una volta è Boston ad avere la meglio per 4-2, espugnando in gara-6 il Forum 124-109 grazie ad una straordinaria prestazione di John Havlicek, autore di 40 punti.

E proprio la sfida tra il cecchino di Boston ed il “nostro” assume una rilevanza capitale nell’ultima recita della dinastia bostoniana nelle Finali ’69, stagione dell’addio di Bill Russell – ora in veste di Player/Manager – e che i Lakers affrontano con rinnovato ottimismo grazie all’aver messo sotto contratto nientemeno che Wilt Chamberlain, proveniente da Philadelphia, l’unico nella Lega – nel frattempo allargatasi sino a 14 partecipanti – in grado di contrastarne la supremazia a rimbalzo.

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Il trio Lakers, Baylor, Chamberlain e West – da pinterest.co.uk

Ed, infatti, sono in pochi a scommettere sui Celtics – che per la prima volta da un decennio chiudono la “regular season” al di sotto delle 50 vittorie, un 48-34 che vale loro il quarto posto nella Eastern Division – ma il loro smisurato orgoglio li porta a riscattarsi nei playoff superando dapprima Philadelphia (4-1) e quindi i New York Knicks di Willis Reed, Wilt Frazier e Bill Bradley per 4-2 grazie al successo di misura 106-105 in gara-6 che evita loro la decisiva gara-7 al Madison Square Garden.

Ma una cosa è aggiudicarsi il titolo di Divisione ed un’altra dover affrontare i Lakers assetati di vendetta e con il fattore campo a loro disposizione, ed allorché i primi due incontri della serie finale al Forum si concludono con altrettanti successi (120-118 con 53 (!!) punti di West e 23 rimbalzi di Chamberlain, contro i 37 punti di Havlicek ed i 27 rimbalzi di Russell), cui segue un più netto 118-112 in gara-2, nonostante i 43 punti di Havlicek, cui West risponde da par suo mettendone 41 a referto) per i padroni di casa, i “de profundis” per Boston son già belli e pronti.

Los Angeles che, dopo aver perso 105-111 gara-3 al “Boston Garden” (ancora Havlicek a segno con 34 punti), avrebbe la possibilità di sferrare il colpo del knock down in gara-4, sempre sul parquet avversario, in un match dalle insolite basse percentuali al tiro (a parte West, unico con il 50% di realizzazioni e 40 punti a segno) e che vede i Lakers avanti di uno (88-87) e palla in mano a 7” dalla sirena, allorché a Baylor viene fischiato un controverso fallo di piede avendo calpestato la linea laterale, ed il cambio di possesso consente a Sam Jones di realizzare il canestro del sorpasso.

Sconfitta ammortizzata dal netto 117-104 di gara-5 al Forum, con West e Chamberlain mostruosi al tiro e sotto i tabelloni (con 39 punti e 31 rimbalzi, rispettivamente), ed anche se Boston allunga la serie sino a gara-7 con il 99-90 al Garden, quasi tutti sono convinti che il 5 maggio 1969 coinciderà con la fine della “maledizione bostoniana” per i Lakers.

Tutti, ma non Russell, che carica i suoi negli spogliatoi dopo aver letto il programma dei festeggiamenti già stabilito dalla franchigia californiana, un errore di una gravità assoluta quando si va a toccare il celebre “orgoglio dei Celtics” e che, difatti, li vede condurre 91-76 alla fine del terzo quarto, con un Forum ammutolito.

La disperata rimonta dai Lakers nell’ultimo parziale li porta a ridurre lo svantaggio sino al 102-103 ad 1’33” dalla sirena, allorché si verifica l’evento chiave della serie, con Erickson a deviare un tentativo di palleggio di Havlicek solo per far terminare la palla nelle mani di Don Nelson appostato sulla linea dei tiri liberi, il quale fa partire una conclusione affrettata in quanto sul limite dei 24” che vede la palla rimbalzare sulla parte lontana del cerchio, per poi assumere una bizzarra traiettoria che la fa ricadere nel canestro per il 105-102 che indirizza la sfida a favore di Boston, poi vincitore 108-106.

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Russell (n.6) e Chamberlain (n.13) a rimbalzo nelle Finali 1969 – da gettyimages.it

Con un altro rospo ben difficile da mandar giù, per il 31enne Jerry West – a cui ben poco serve di consolazione il cavalleresco gesto di Havlicek a fine gara-7 che lo va ad abbracciare sussurrandogli “Jerry, I love You“, considerate altresì le 33 primavere di Chamberlain e le 35 di Baylor – il sogno di laurearsi Campione NBA sembra destinato a rimanere tale (e 6 Finali perse sono indubbiamente un bel macigno a livello mentale …), ma il ritiro dalle scene di Russell e Sam Jones (coi Celtics che, difatti, falliscono addirittura l’accesso ai playoff) è visto come un buon presagio in vista della stagione 1970.

Anno in cui, sulla costa orientale, il testimone di Boston viene raccolto da New York, che domina la “regular season” con un record di 60-22, mettendo in mostra un Willis Reed da 21,7 punti e 13.9 rimbalzi di media, ben affiancato dal play Wilt Frazier, capace a propria volta di iscrivere a referto 20,9 punti ed 8,2 assist a partita, il che porta i Knicks a giocarsi le proprie chances per il titolo dopo aver sofferto contro Baltimora (4-3) al primo turno della post season per poi dominare 4-1 Milwaukee nella Finale della Eastern Division.

Dal canto loro, i Lakers compiono un percorso simile nei playoff, anch’essi soffrendo contro Phoenix – rimontati 4-3 dopo essere stati sotto 1-3 nella serie, con West e Chamberlain decisivi in gara-6 e 7 – per poi spazzar via con un 4-0 che non ammette repliche gli Atlanta Hawks nella Finale per il titolo divisionale.

Con lo svantaggio del fattore campo, i Lakers ribaltano tale situazione affermandosi in gara-2 al Madison Square Garden per 105-103 grazie ai 24 rimbalzi di Chamberlain ed ai 34 punti di West, il quale passa poi alla Storia delle Finali NBA per quel che combina in gara-3 al Forum, allorché, con Los Angeles sotto di due (100-102) a fil di sirena, si inventa letteralmente una conclusione da 60 piedi (oltre 18 metri, per intendersi …) che manda la palla a bucare la retina e la sfida al supplementare, non essendo ancora stata inserita la regola del tiro da tre punti.

Questo tiro testimonia la bontà del soprannome di “Mr. Clutch” (accezione americana per indicare colui che si prende la responsabilità dei tiri decisivi in ambito sportivo …), affibbiato a West, pur se alla fine l’ultima parola spetta a Reed che corona una superba prestazione, fatta di 38 punti e 17 rimbalzi, per condurre i Knicks alla vittoria per 111-108 che si rivela decisiva per la vittoria nella serie, giunta in gara-7 con il “Madison Square Garden” impazzito di gioia per festeggiare il primo titolo nella storia per i loro beniamini.

Visto che, invertendo l’ordine dei fattori (Boston o New York), il prodotto non cambia, nella successiva stagione – in cui la NBA si divide per la prima volta in due Conference e quattro Division stante l’allargamento a 17 delle franchigie – a West tocca subire un ulteriore smacco da parte del suo compagno di squadra alle Olimpiadi di Roma ’60, la stella Oscar Robertson che nelle precedenti 10 stagioni da professionista non era mai giunto a giocare per il titolo con i suoi Cincinnati Royals.

Trasferitosi a Milwaukee, Robertson contribuisce alla straordinaria stagione dei Bucks – che possono contare sul secondo anno da professionista di un certo Lew Alcindor (il futuro Kareem Abdul-Jabbar che, ironia della sorte, farà in seguito le fortune proprio dei Lakers …) – chiusa con un record di 66-26 e che sbarra le porte della Finale a Los Angeles sconfiggendoli 4-1 nella sfida per il titolo della Western Conference, grazie anche all’assenza di West che, infortunatosi ad un ginocchio ad inizio marzo ’71, salta il resto della stagione, così come era capitato ben prima anche ad un Baylor oramai a fine carriera.

Bisogna avere proprio una gran forza di volontà per continuare a credere in quello che sta per diventare un tabù insormontabile, ma questa, di non arrendersi mai, è forse la principale caratteristica di West, il quale, consapevole che oramai, a 33 anni suonati, le occasioni si stanno riducendo al lumicino, getta sui parquet degli Stati Uniti tutto il suo bagaglio di classe, tecnica ed esperienza per inseguire il sogno, nonostante che il tentativo di rientro del 37enne Elgin Baylor si sia arenato dopo le 9 gare iniziali del mese di ottobre ’71, ponendo così fine ad una peraltro leggendaria carriera.

A ridare ossigeno al roster dei Lakers, contribuiscono Jim McMilian, al secondo anno a Los Angeles, e Gail Goodrich, rientrato in California dopo due anni in Arizona a Phoenix, ed il loro contributo si rivela fondamentale per la miglior stagione di Los Angeles “targato West”, che chiude con il record assoluto della Lega di 69-13, ancor meglio di Milwaukee (63-19), con cui fatalmente deve scontrarsi per il titolo della Western Conference ed il conseguente accesso alla Finale NBA.

Ma, nonostante un Jabbar (che si era appena convertito all’islam cambiando nome …) assolutamente devastante – top scorer in 5 delle 6 gare disputate, con medie di 33,7 punti, 17,5 rimbalzi e 4,8 assist a partita – la serie se l’aggiudicano i Lakers che mettono in mostra una maggior compattezza di squadra, con McMillian a primeggiare quanto a punti (22,7), Chamberlain a rimbalzo (19,3) e West, dal canto suo, a sfornare assist (8,3 di media a partita …) ai compagni oltre a contribuire con 21,7 punti a referto.

Giunge, finalmente, l’occasione per la rivincita contro New York e l’incubo di una nuova disfatta si materializza in gara-1 allorché i Knicks – nonostante l’assenza per infortunio di Reed e nelle cui file gioca Phil Jackson, futuro coach di successo proprio dei Lakers – si impongono al Forum con un netto 114-92, dominando il match sin dalla prima palla a due, e la successiva vittoria per 106-92 di gara-2 non è sufficiente a scacciare i fantasmi, visto che ora, per conquistare il titolo, occorre espugnare il “Madison Square Garden“.

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West in azione contro i Knicks nelle Finali NBA 1972 – da gettyimages.it

Impresa che i Lakers portano a termine sia in gara-3 (convincente 107-96 con tutto il quintetto base in doppia cifra e Chamberlain a dettare legge con 26 punti e 20 rimbalzi) che, soprattutto, in gara-4 dove, per una volta tanto, West fallisce il tiro della vittoria allo scadere sulla sirena, pur risultando il miglior realizzatore dei suoi con 28 punti e senza scomporsi nel supplementare, che certifica il successo di Los Angeles per 116-111 e tre match ball a disposizione per coronare il sogno.

Questa volta, i tifosi del Forum possono festeggiare in anticipo, poiché la macchina da canestri dei Lakers non fallisce il compito affidatole, per un 114-100 mai in discussione e le relative bocche da fuoco a violentare ripetutamente ed a turno (Goodrich, 25, Chamberlain 24, West 23, Mc Millian 20 ed Hairston 13 punti a referto …) la retina, con coach Bill Sharman, alla sua prima stagione sulla panchina californiana, a potersi vantare di essere riuscito dove tutti gli altri suoi predecessori avevano fallito.

Per Jerry West, che conclude a due anni di distanza – dopo aver raggiunto nel ’73 un’altra Finale per il titolo, in cui sono stavolta i Knicks, grazie al rientro di Willis Reed, a rendere la pariglia con un 4-1 a loro favore – una carriera che lo ha visto selezionato per l’All Star Game in tutti e 14 i suoi anni di attività nella Lega, finisce l’incubo di non essersi mai messo al dito l’anello di Campione NBA, circostanza che avrebbe suonato come un insulto per un giocatore che ha fatto registrare in  carriera 25.192 punti – ma per una media di 27,0 che lo pone al momento al quarto posto di sempre alle spalle di Michael Jordan, Wilt Chamberlain ed Elgin Baylor e senza potersi avvalere del “tiro da tre punti”, si badi bene – cui ha unito, 6,7 assist e 5,8 rimbalzi (con un’altezza di m.1,88 …!!) a gara, tanto da farlo considerare uno dei giocatori più completi che abbiano mai calcato i parquet del Basket professionistico americano, circostanza confermata dal fatto che la sua silhouette è stata utilizzata per il logo ufficiale della NBA, oltre ad essere stato inserito, per quanto ovvio, nella “International Basketball Hall of Fame” nel 1980.

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Il logo della NBA ispirato a Jerry West – da ilpost.it

Ma per West, il suo legame con i Lakers è ben lungi dal definirsi concluso, in quanto per tre stagioni (dal 1976 al ’79) assume la veste di allenatore per poi, a far tempo dal 1982, essere nominato General Manager, ruolo nel quale si toglie quelle soddisfazioni che gli erano state negate ai tempi dell’attività agonistica, contribuendo, dalla scrivania, alla conquista di ben 7 titoli NBA sino al 2002.

In conclusione, chi più di lui può dire, a giusta ragione, di “aver dedicato l’intera sua vita” ai Los Angeles Lakers …?? Riteniamo la risposta sin troppo scontata…

CHRIS EVERT, LA REGINA PIU’ AMATA DI PARIGI

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Chris Evert con la “Coppa dei Moschettieri” – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Lasciate perdere il senso artistico di Helen Wills Moody, la classe offensiva di Margaret Smith Court, l’esplosività atletica di Steffi Graf, l’ardore guerrigliero di Monica Seles, la perfezione stilistica di Justine Henin, la potenza leonina di Serena Williams, la grazia estetica di Maria Sharapova. Ecco… fate conto che questa combriccola di fuoriclasse che hanno fatto la storia del tennis siano destinate ad inchinarsi alla regina che più di ogni altra si è fatta amare a Parigi, dalle parti della Porte d’Auteuil. Nient’altro che Sua Maestà Chris Evert.

Già, Chris. Che solo a citarne il nome provo imbarazzo misto ad adorazione. Quanti della generazione del vostro umile scribacchino hanno scoperto, ed amato, il tennis grazie alla “Signora con la racchetta“? Immagino un numero congruo. Perchè lei, Chris, assommava in sè tutte, ma proprio tutte, le qualità espresse dalle altre meravigliose regnanti del Roland-Garros. Chris era arte, sapeva ricamare sul rettangolo di gioco così come far leva su forza, corsa e resistenza, quando c’era da tirar fuori la grinta non era seconda a nessuna e mai, proprio mai, con quella classe che la elevava sul lotto delle avversarie, perdeva in stile, grazia e femminilità. E che con Parigi fosse amore a prima vista, fu chiaro fin dalla prima volta che la biondina americana di Fort Lauderdale mise piede sulla terra francese.

Corre l’anno 1973 e la Evert, non ancora 19enne ma già semifinalista nei due anni precedenti agli US Open così come a Wimbledon nel 1972 dove battaglia in un’epica sfida con Evonne Goolagong, si presenta in qualità di seconda testa di serie, demolendo una dopo l’altra l’australiana Tesch, la giapponese Goto, la cecoslovacca Tomanova, la tedesca Masthoff e la beniamina di casa Françoise Dürr (vincitrice nel 1967), tutte inderogabilmente battute in due rapidi set, per arrampicarsi in finale dove l’attende la prima giocatrice del mondo, proprio Margaret Court Smith che ne infrange il sogno in tre set serrati, 6-7 7-6 6-4.

La sconfitta brucia, ma Parigi è ammaliata da Chris e da quei giorni nessun’altra sarà capace di eguagliare il fascino che l’americana trasmette al pubblico della capitale. Per prendersi la rivincita la Evert deve attendere non più di dodici mesi, nel 1974, quando dopo la sconfitta in finale con Billie Jean King a Wimbledon ed una terza semifinale consecutiva a Forest Hills, accreditata della prima testa di serie, sbaraglia la concorrenza senza perdere un set, battendo in successione tre tenniste uscite dalle qualificazioni, Marsikova, Ruzici (che diverrà nel 1978 a prima e per ora unica rumena a vincere un titolo dello Slam, proprio al Roland-Garros) e Baldovinos-Cibeira, la connazionale Heldman, ancora una volta Masthoff e all’atto conclusivo la sovietica Olga Morozova, costretta ad arrendersi con un netto 6-1 6-2, conquistando il primo successo parigino. Non sarà di certo l’ultimo.

La vittoria in terra di Francia apre un quinquennio in cui Chris domina il tennis femminile, ininterrottamente numero 1 del mondo a fine anno dal 1974 al 1978, mettendo in saccoccia due vittorie a Wimbledon (1974 e 1976) e ben quattro trionfi in fila agli US Open (dal 1975 al 1978), prima dell’apparire sulla scena dell’amica/rivale con cui segnerà un’epoca: naturalmente, Martina Navratilova.

Nel frattempo, nel 1975, al Roland-Garros, Chris concede il bis, liquidando senza patemi Perez-Alcalà, Jausovec, Tomanova, Sawamatsu e la stessa Morozova, prima di dar vita in finale al primo duello all’arma bianca di una certa consistenza proprio con l’imberbe Navratilova, che si prende il primo set prima di cedere alla distanza, 2-6 6-2 6-1, travolta dalla maggior esperienza ed attitudine alla superficie della Evert. Che poi decide nel triennio successivo di “passare” l’appuntamento parigino, impegnandosi nel World Team Tennis, lega professionistica americana che per qualche anno proverà a diventare un format poi invece destinato a morire.

Sue Baker, Mima Jausovec e Virginia Ruzici ne approfittano per vedersi cingere la testa con la corona, ma è un interregno di breve e forzata durata, perché poi la regina, quella con la R maiuscola, nel 1979 è di ritorno. E i parigini, che non attendevano altro, l’applaudono nuovamente sul trono, una terza volta lasciando per strada un set alla brasiliana Medrado agli ottavi, per infilare nelle partite decisive Ruta Gerulaitis (sorellina di Vitas), Dianne Fromholtz e Wendy Turnbull, per poi calare il poker nel 1980, stavolta concedendosi una distrazione con la tedesca Bunge agli ottavi e con Hana Mandlikova in semifinale prima di uno squilllante 6-0 6-3 in finale con la Ruzici.

A fine carriera la Evert vanterà tredici partecipazioni totali al Roland-Garros con sole sei sconfitte, e due di queste, consecutive e inattese, regalano vetrina e gloria alla stessa Mandlikova, che nel 1981 riscatta il k.o. dell’anno precedente, 7-5 6-4, e a quella Andrea Jaeger, appena 17enne nel 1982 ed annunciata come nuovo fenomeno del tennis in gonnella, che impartisce una severa lezione a Chris, 6-3 6-1. Sappiamo tutti, poi, come si è evoluto la carriera della giovincella dell’Illinois, a secco di vittorie nello Slam, ritirata precocemente ed oggi suora domenicana.

Tempus fugit“, dice il detto, per Chris che si avvia verso le 30 primavere, non prima, però, aver rinnovato l’appuntamento con la vittoria parigina, quinta della serie, nel 1983, quando in qualità di seconda favorita del torneo, status che non conosceva dall’anno del debutto, alle spalle di Navratilova, approfitta della sconfitta agli ottavi della ceca contro Kathy Horvath per far sua la vittoria, palesando qualche incertezza con la Sukova e la solita Mandlikova per poi risolvere facilmente le due partite con la Jaeger, 6-3 6-1 esattamente come l’anno prima, e Jausovec in finale, 6-1 6-2.

Ma per la Evert, che nel 1980 e nel 1981 per le due ultime volte in carriera ha chiuso l’anno come miglior tennista al mondo ma si trova ormai a dover fronteggiare la superiorità sempre più schiacciante della Navratilova, è tempo di vedersela con la grande avversaria anche sul tappeto rosso del Roland-Garros come non accade dal lontano 1975, e per i tre anni successivi le due campionesse sono puntuali all’appuntamento con la finale. Ma se nel 1984 non c’è proprio storia, 6-3 6-1 per la ragazza di Revnice che sciorina tutto il suo magnifico repertorio di servizi, attacchi a rete e voleè vincenti, nel 1985 così come nel 1986 gli appassionati che siedono sugli spalti del Court Central hanno modo di assistere a due partite destinate alla leggenda del tennis.

Chris contro Martina è la contrapposizione di due diverse concezioni del gioco del tennis, seppur entrambe volte ad ottenere il massimo risultato. Se la Evert ci mette rendimento e regolarità da fondocampo, la Navratilova risponde con incessanti proiezioni a rete. E la trama è da leccarsi i baffi. Nel 1985 Chris, che lungo la strada che porta in finale ha battuto due ragazzine che faranno strada, Graf e Sabatini, si impone 7-5 al terzo set, e nel 1986 fa meglio ancora, rimontando l’iniziale 2-6 con un duplice 6-3 da antologia che vale all’americana il settimo, ed ultimo, trionfo a Parigi.

La regina, osannata dal pubblico che l’adora, chiude qui la sua striscia di vittorie al Roland-Garros, prima di due ultime recite concluse nel 1987 con una secca sconfitta in semifinale sempre con la Navratilova, 6-2 6-2, e nel 1988 contro una ragazzina terribile che di pagine storiche, pure lei, a Parigi ne scriverà tante, la spagnola Arantxa Sanchez.

Chris Evert saluta e passa lo scettro, con un bilancio complessivo di 72 vittorie, 6 sconfitte e 7 titoli che ancor oggi sono un record al femminile. Ma i numeri, seppur importanti, significano poco, perché se vi avventurate dalle parti della Porte d’Auteuil e chiedete chi è la regina più amata di Francia, sappiate che la risposta è ovvia… perché al cuore non si comanda proprio.

L’ITALIA MONDIALE DI VOLLEY 1998, ULTIMA RECITA DI UN GRUPPO SENZA EGUALI

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L’Italia campione del mondo nel 1998 – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Après moi le deluge” (“Dopo di me il diluvio”) è una frase attribuita a Luigi XV, Re di Francia, e successivamente entrata nel linguaggio comune quale espressione per testimoniare la fine di un ciclo, sia esso politico, economico e financo sportivo.

In quest’ultimo campo, quello di nostra competenza, un simile paragone può accostarsi alla Nazionale italiana di Pallavolo, assurta ai massimi vertici internazionale grazie all’avvento in panchina del tecnico argentino Julio Velasco, sotto la cui guida gli azzurri – non a caso ribattezzati “I 12 uomini d’oro” – si aggiudicano in 8 anni due Campionati Mondiali, tre Europei e cinque World League, oltre ad altri tornei minori, fallendo solo il traguardo olimpico, sfumato al tiebreak della Finale contro l’Olanda ai Giochi di Atlanta ’96.

Sconfitta che segna l’addio di Velasco, non tanto alla Nazionale bensì al settore, accettando la sfida di cercare di risollevare anche le sorti del Volley femminile azzurro, ma con lui lasciano anche quattro colonne che hanno fatto la storia di tale disciplina, vale a dire Tofoli, Cantagalli, Bernardi e Zorzi, e l’opera di prosecuzione nella striscia di vittorie appare quanto mai difficoltosa.

Il Presidente Federale Magri, alle prese con la scelta del possibili sostituto, assume una decisione che si rivelerà vincente, contattando Paulo Roberto de Freitas, ma per tutti “Bebeto, quale uomo giusto per un’ideale continuazione nel percorso tecnico impostato dal suo predecessore.

Bebeto, 46enne brasiliano di Rio de Janeiro, ha alle spalle la dovuta esperienza, avendo vestito, da giocatore, per un decennio la maglia della Nazionale verde oro in qualità di palleggiatore, per poi averla guidata a due argenti, ai Mondiali di Argentina ’82 (sconfitto 0-3 in Finale dall’Unione Sovietica) ed ai Giochi di Los Angeles ’84, in cui soccombe ai padroni di casa degli Stati Uniti nell’atto conclusivo.

Ma, soprattutto, Bebeto conosce il nostro Volley, essendo stato per 5 anni allenatore della Maxicono Parma, condotta alla vittoria di due scudetti consecutivi nel 1992 e ’93 ed, anche in quel caso, raccogliendo una pesante eredità, vale a dire quella di Gian Paolo Montali, che aveva portato il Club parmense ai vertici assoluti in campo internazionale.

E, quella che per alcuni non poteva che essere un’opera di ricostruzione, diviene viceversa una prosecuzione nel cammino intrapreso da Velasco, grazie alla crescita del movimento pallavolistico azzurro che, alle spalle della Nazionale maggiore, ha saputo allevare un settore giovanile in grado di fornire i giusti ricambi, ed ecco allora il rientro in gruppo del 21enne Rosalba a far compagnia ai veterani Meoni, Gravina, Giani, nonché all’inossidabile Gardini che, a differenza degli altri già ricordati, ha deciso di continuare a servire la causa azzurra.

Le principali novità sono costituite dall’inserimento in rosa di Giombini e, soprattutto, di Hristo Zlatanov – figlio di quel Dimitar per anni fiero avversario dell’Italia con la maglia della Nazionale bulgara – e che, vivendo da oltre un decennio in Italia, potrebbe ottenere il passaporto italiano ma, in attesa di ricevere la relativa documentazione, la Federazione Internazionale dispone che possa giocare solo le partite di World League che si svolgono in Italia.

World League – trofeo al quale l’Italia è abbonata, avendolo vinto in cinque delle ultime sette occasioni – che rappresenta il debutto di Bebeto in una grande manifestazione internazionale, con gli Azzurri inseriti in un Girone di qualificazione che comprende anche Cina, Spagna ed Jugoslavia.

Gruppo che l’Italia si aggiudica totalizzando 10 vittorie e due sconfitte – entrambe al tiebreak, ad Alicante contro la Spagna l’8 giugno ’97 dopo aver recuperato da 0-2 ed a Belgrado nell’ultimo, ininfluente incontro, anche in questo caso dopo essere stata sotto due set a zero – così da affrontare le “Final Six” assieme a Cuba, Olanda, Brasile e Bulgaria, nonché ai padroni di casa della Russia, che hanno luogo dal 30 giugno al 5 luglio al Palasport Olimpico di Mosca.

Con ancora Zlatanov inutilizzabile, Bebeto seleziona un altro giovane schiacciatore, il 22enne Cristian Casoli in forza a Cuneo, ma l’inizio della Fase finale è in salita in quanto l’Olanda, nostra tradizionale “bestia nera”, ci infligge un’altra sconfitta, stavolta più netta rispetto alla Finale olimpica, un 1-3 con parziali di 11-15, 13-15, 15-8, 10-15, ragion per cui la seconda uscita è già una sfida “da dentro o fuori” e, per il tecnico brasiliano, non potrebbe essere più delicata, dovendo gli azzurri affrontare proprio la “sua” Seleçao, oltretutto guidata da Radames Lattari, per anni collaboratore dello stesso Bebeto.

Risvolti sentimentali che, per fortuna, vengono spazzati via dalla reazione dei suoi ragazzi, che si impongono con un convincente 3-0 (15-12, 15-8, 15-12 i relativi parziali), in cui giganteggia Claudio Bonati, appena alla sua presenza numero 16 in azzurro, e si impone altresì Damiano Pippi nel nuovo ruolo di “libero”, vale a dire un giocatore che indossa una maglia diversa da quella dei propri compagni e che può subentrare a chiunque in seconda linea, senza poter battere né schiacciare.

La buona prova contro i sudamericani viene confermata dall’ancor più netto successo, sempre per 3-0 (parziali 15-11, 15-5, 15-9), contro la Bulgaria, nel mentre l’Olanda, dopo aver superato anche i padroni di cassa russi per 3-2, cede di schianto proprio con il Brasile, uno 0-3 che le costa la Finale per il titolo, in quanto giunge a pari punti con Italia e Cuba, ma viene estromessa per la peggiore differenza set.

E gli azzurri, che si erano garantiti l’accesso alla Finale superando 3-1 Cuba all’ultimo turno, rimontando il 14-16 del primo set, con tre affermazioni per 15-11, 15-12, 15-8 nei successivi parziali, si ritrovano così, ad un giorno di distanza, ad affrontare nuovamente il sestetto caraibico, ottenendo una vittoria più schiacciante, attraverso un 3-9 i cui parziali (15-8, 15-5, 15-10) sono la chiara testimonianza della superiorità dimostrata dall’Italia sul parquet moscovita.

Avendo dimostrato di poter dare alla Nazionale continuità di risultati, Bebeto si accinge a confermare il titolo europeo del ’95 alla rassegna continentale che va in scena dal 6 al 14 settembre proprio in casa dei fieri antagonisti olandesi, con l’Italia inserita nel Gruppo A assieme a Russia, Jugoslavia, Slovacchia, Germania e Grecia, un Girone pertanto tutt’altro che facile.

Cosa che gli azzurri provano sulla loro pelle allorché, dopo il facile esordio con la Grecia, si trovano ad affrontare una Jugoslavia che può contare sui fratelli Nikola e Vladimir Grbic che giocano nel nostro Campionato, rimediando una severa lezione (0-3 con parziali di 13-15, 9-15, 5-15), il che rimanda le possibilità di accesso alle semifinali alla sfida contro la Russia, in programma l’11 settembre.

Ed, ancora una volta, messa con le spalle al muro, l’Italia sforna una prestazione di altissima qualità, annichilendo Olikhver & Co. con un 3-0 che non ammette repliche (15-6, 15-10, 15-12 i relativi parziali), ma il secondo posto nel Girone significa semifinale incrociata con i padroni di casa olandesi, che si sono imposti nell’altro Gruppo con 5 vittorie per 3-0 in altrettanti incontri.

Sfida che non ha storia, con l’Olanda ad imporsi ad Eindhoven con un netto 3-0 (parziali 15-9, 15-6, 15-13), per poi riservare analogo trattamento alla Jugoslavia in Finale, concedendo loro un unico set, per quello che, a tutt’oggi, è l’unico successo a livello continentale per la Nazionale “orange“, nel mentre l’Italia può solo consolarsi con il bronzo, superando agevolmente 3-1 il sestetto francese.

Un bilancio del primo anno di gestione del tecnico brasiliano non da disprezzare, ma ecco che la stagione successiva si apre all’insegna di una serie di problematiche, la prima delle quali relativa al calendario, in quanto l’appuntamento cruciale, vale a dire i Campionati Mondiali dove l’Italia deve difendere i due titoli di Brasile ’90 e Grecia ’94, sono in programma in Giappone a metà novembre 1998 e ciò determina un forte contrasto tra Federazione e Lega di Serie A, che Bebeto cerca di ricomporre proponendo un piano che prevede gli allenamenti dei Nazionali durante la settimana per poi giocare nel weekend con i rispettivi Club, ipotesi bocciata dalle rispettive Società di appartenenza.

Ed, in una situazione di chiara difficoltà, con anche il leader carismatico Giani ad intervenire criticando duramente la Federazione tanto da essere deferito e poi “graziato” per ragion di Patria, Bebeto sbotta ed annuncia le proprie dimissioni a Mondiale finito, per poi compiere alcune scelte nella selezione dei 12 convocati che appaiono a dir poco sorprendenti, ma che si riveleranno viceversa vincenti

Dapprima si ricorda di Mirko Corsano, che a Parma teneva in piedi la ricezione, per assegnargli il ruolo di libero, mal digerito da Pippi, e quindi richiama il 37enne Fefè De Giorgi quale vice palleggiatore rispetto a Meoni, nonostante la sua ultima apparizione in azzurro risalga al ’95, ritenendolo l’unico in grado di variare l’andamento di una partita.

Per una competizione di tale livello, il tecnico brasiliano ritiene Zlatanov ancora privo della necessaria esperienza internazionale e, nonostante abbia oramai acquisito la cittadinanza italiana, viene lasciato a casa così come Giombini, mentre il livello di assuefazione a certe manifestazioni viene implementato dalla convocazione di Gravina, ancorché reduce da problemi alla schiena, Pasinato e Bracci, il quale accetta di tornare in azzurro, avendo lasciato al termine dei Giochi di Atlanta ’96.

Il sestetto titolare è pertanto presto fatto, con Meoni in regia e Giani opposto, Papi e Bracci schiacciatori di banda e Gardini e Gravina centrali, una formazione di tutto rispetto, in cui quello con minor numero di presenze in Nazionale è Meoni con 117, tanto che è ancora Giani a sbilanciarsi, affermando “siamo i più forti e lo dimostreremo in Giappone, vincendo…!!!”.

Le perplessità nascono, per quanto ovvio, dalla non più giovane età di alcuni dei protagonisti, una realtà alla quale è possibile dover pagare dazio in un torneo che prevede incontri a cadenza pressoché giornaliera e di una lunghezza estenuante, che gli azzurri approcciano comunque con il piede (e le mani, verrebbe da dire …) giusto, disponendo con irrisoria facilità di Canada e Thailandia, così come degli Stati Uniti (a cui viene regalato il terzo parziale rispetto ai 15-4, 15-7 e 15-7 con cui si concludono gli altri set) per poi andare a disputare un massacrante Girone ad 8 squadre che comprende anche Russia, Olanda ed Jugoslavia.

Gruppo equilibrato sulla carta e che altrettanto si dimostra sul parquet dei Palazzetti dello Sport di Chiba ed Hamamatsu, con Italia, Jugoslavia e Russia a concludere a pari merito con 6 vittorie ed una sconfitta a testa, frutto delle sfide incrociate, che vedono l’Italia sconfiggere 3-1 la Russia e perdere 0-3 dalla Jugoslavia, a propria volta sconfitta 1-3 dai russi all’ultima giornata che si rivela altresì decisiva per le sorti degli Azzurri, impegnati con la loro “rivale storica” dell’Olanda, da cui erano stati umiliati non più tardi di un anno fa.

Quella con gli arancioni è la partita della svolta, in quanto lo straripante successo del sestetto di Bebeto – un 3-0 “firmato” 15-2, 15-7, 15-1 – oltre a scacciare un tabù contribuisce ad aumentare l’autostima e la consapevolezza del gruppo di potersi ancora sedere sul trono del Mondo, ancorché il secondo posto nel Girone (+14 di differenza set rispetto al +15 della Jugoslavia ed al +11 della Russia, pertanto esclusa dalle semifinali), determini l’incrocio con un Brasile sinora sempre vittorioso nei 10 incontri disputati, e con soli 3 set persi.

La memoria non può che fatalmente tornare all’identica sfida di otto anni prima al “Maracanazinho” di Rio de Janeiro, in cui gli azzurri di Velasco ebbero la meglio per 3-2 al termine di una gara epica che schiuse loro le porte della vittoriosa Finale contro Cuba, ed anche stavolta le emozioni non sono da meno.

L’Italia parte bene, aggiudicandosi 15-10 il primo set e sembra in grado di gestire anche il secondo parziale, allorché Bebeto sostituisce Papi, la squadra si innervosisce ed il Brasile raggiunge la parità sul 15-13, per poi subire il ritorno azzurro grazie ad una mossa indovinata del tecnico brasiliano che inserisce De Giorgi in regia in luogo di Meoni, così che l’Italia fa suo il terzo parziale per 15-11, ma è ancora presto per cantar vittoria, poiché l’inserimento di Giba da parte carioca fa sì che la decisione per l’accesso in Finale sia rimandata al tiebreak, vista l’affermazione per 15-10 dei sudamericani nel quarto set.

L’esperienza di Bebeto, allorquando si rende conto che la sfida è indirizzata verso il quinto set, fa sì che tolga Bracci per farlo riposare in vista dei punti decisivi, decisione quanto mai azzeccata, visto che il 32enne toscano di Fucecchio risulta determinante schiacciando a terra due invitanti alzate di De Giorgi sul punteggio di 11-8 in nostro favore, per poi chiudere la contesa sul 15-10 che certifica la terza Finale iridata consecutiva, la quarta a distanza di 20 anni da quell’Italia-Cuba di Roma ’78, avversaria ancora una volta la Jugoslavia, che sembra aver rilevato il posto dell’Olanda nella veste della più ostica rivale degli azzurri.

Slavi che, a loro volta, approdano in Finale dopo un convincente 3-1 a spese di Cuba ed intendono migliorare, con il titolo mondiale, una striscia che li ha visti conquistare il bronzo olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 e l’argento europeo alla rassegna continentale di Olanda ’97.

Teatro della sfida che va in scena il 29 novembre ’98 è lo “Yoyogi Stadium” di Tokyo, un immenso impianto costruito con la forma esterna di una nave, ed il cambio di parquet rispetto allo 0-3 di Hamamatsu fa sì che anche l’esito risulti diametralmente opposto.

Caricati a mille, gli azzurri partono forti sotto rete, con Gravina ad opporsi a Nikola Grbic e Papi a fare lo stesso con Batez, ed il “muro a tre” dell’Italia fa la differenza nel primo parziale, chiuso sul 15-12 con Pasinato a siglare il punto decisivo con un perfetto “mani e fuori”.

L’aver portato a casa il primo set è un’iniezione di fiducia non indifferente per il sestetto azzurro che, con Corsano superbo nel ruolo di libero, mette una tale pressione nei suoi attacchi e nella difesa a muro che la formazione di Zoran Gajic raccoglie la miseria di appena 5 punti nel secondo parziale, con l’Italia che vede avvicinarsi il traguardo del terzo titolo iridato consecutivo, un’impresa sinora mai riuscita neanche allo squadrone sovietico degli anni ’60 ed ’80 …

Importante, in questi casi, è mantenere ai massimi livelli la concentrazione, senza cali di alcun genere, cosa che gli azzurri confermano al cambio di campo nel terzo parziale, in cui a salire sugli scudi è il 25enne marchigiano Samuele Papi, le cui poderose schiacciate non riescono ad essere fermate dal muro jugoslavo, così che è quasi una logica conseguenza che sia proprio lui a siglare il punto del trionfo raccogliendo una risposta lunga della difesa avversaria su battuta al salto di Bracci, eludendo il muro con un intelligente tocco a rete in zona due per il 15-10 definitivo.

Il trionfo in terra asiatica sancisce l’ultimo titolo dell’Italia in una grande manifestazione – Olimpiadi o Mondiali – a livello planetario, e chiude definitivamente un’epoca che sarà ricordata a lungo come indimenticabile ed irripetibile per il Volley azzurro, ed il solo fatto di essere stati in grado di averla vissuta e testimoni di un Gruppo di una solidità fisica, tecnica e mentale come pochi altri sport di squadra hanno saputo dimostrare, non può che suonare a legittimo orgoglio per tutto il movimento pallavolistico nostrano…

 

OLAF TUFTE, IL CANOTTIERE D’ORO DI NORVEGIA CHE A PECHINO 2008 ENTRO’ NELLA STORIA

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Olaf Tufte – da vg.no

articolo di Nicola Pucci

Il nome di Olaf Tufte, norvegese di Tonsberg, classe 1976, è tra i più prestigiosi dell’intera storia del canottaggio. Il suo palmares olimpico, che va a sommarsi alle due medaglie d’oro iridate, a Lucerna nel 2001 e all’Idroscalo di Milano nel 2003 entrambe nella gara a lui più congeniale, quella del singolo, di cui può vantare anche un argento e due bronzi, illustra ben sei partecipazioni ai Giochi, da Atlanta 1996 quando fu ottavo nel quattro senza, a Rio 2016, capace a 40 anni di cogliere ancora una medaglia di bronzo nel due di coppia. Ma è alle Olimpiadi di Pechino del 2008 che Tufte entra definitivamente nell’almanacco dei campionissimi del canottaggio, bissando l’oro conquistato quattro anni prima ad Atene 2004 nella prova di singolo, quando ebbe la meglio dell’estone Juri Jaanson e del bulgaro Ivo Yanakiev.

Ai Giochi cinesi, in verità, Tufte si presenta non proprio nei panni del principale favorito alla vittoria, battuto come è stato sia alla kermesse iridata di Kaizu 2005 (secondo) che a quella di Monaco di Baviera 2007 (terzo) dal neozelandese Mahe Drysdale, campione del mondo pure nel 2006 a Eton. Insomma, l’oceanico ha infilato un tris di successi mondiali che ne fanno l’avversario più tenace da affrontare alle Olimpiadi. A cui si aggiunge, in veste di terzo incomodo, il ceco Ondrej Synek, che nelle tre edizioni citate ha colto due terzi ed un secondo posto.

Si comincia con le batterie del 9 agosto al Shunyi Olympic Rowing-Canoeing Park, che vedono in lizza 33 canottieri. Drysdale, Tufte e Synek vincono le rispettive serie, accedendo ai quarti di finale, al pari dello svedese Lassi Karonen che fissa in 7’14″64 il miglior tempo. Ai quarti di finale la storia si ripete, i tre favoriti battono i rivali che si trovano ad affrontare, ma è ancora un quarto atleta, stavolta il tedesco Marcel Hacker, bronzo a Sydney 2000, a remare più rapidamente di tutti, 6’48″85. 

Le cose cominciano a farsi serie nelle due semifinali, la prima delle quali è appannaggio ancora di Karonen, che in 6’57″28 batte proprio Tufte di circa un secondo, mentre nella seconda Synek e il britannico si mettono alle spalle Drysdale che non pare al meglio della condizioni. 

Ed in effetti il campione del mondo in carica fallisce l’assalto alla medaglia d’oro (si rifarà quattro anni dopo a Londra), in una finale in cui Tufte, Synek e Drysdale, ovvero i protagonisti più attesi, si spartiscono la scena, battagliando tra loro sul filo dei centesimi. Nei metri conclusivi è infine Tufte a mettere la punta della sua imbarcazione davanti a quella del ceco e con il tempo di 6’59″83 taglia per primo il traguardo, anticipando Synek di otto decimi ed un deluso Drysdale di poco meno di due secondi. Tufte è così nuovamente campione olimpico, primo ed unico atleta norvegese a primeggiare nella specialità del singolo, e si guadagna, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, un posto nel Gotha del canottaggio internazionale. Accanto a leggende che si chiamano Vyacheslav Ivanov, Pertti Karppinen e Thomas Lange.

MONDIALI 1958, LA PRIMA VOLTA DELL’URSS PER UN’ALTRA DELUSIONE INGLESE

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Una fase di Urss-Inghilterra -da football-please.com

articolo a cura di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Ai Mondiali in Svezia del 1958 Urss ed Inghilterra hanno chiuso il girone D appaiate a quota 3 punti, alle spalle del Brasile. I sovietici solo alla loro prima esperienza iridata, ed esordiscono l’8 giugno a Goteborg proprio contro i britannici, in cerca dell’affermazione dopo aver conosciuto l’onta della clamorosa eliminazione contro gli Stati Uniti in Brasile nel 1950 e ai quarti contro l’Uruguay quattro anni dopo in Svizzera. Il match finisce 2-2 grazie alle reti di Simonyan e Aleksandr Ivanov rimontate da Kevan ed un rigore di Finney all’85, rendendo così necessario uno spareggio per decidere chi tra la squadra di Lev Jascin e quella di Billy Wright debba così affrontare la Svezia padrona di casa nei quarti di finale. Si gioca nuovamente allo Stadio Ullevi di Goteborg, al cospetto di oltre 23.000 spettatori, e ad imporsi, infine, è proprio l’Urss, per 1-0 al termine di una partita non bella, dai ritmi bassi, in cui gli inglesi creano più gioco ma non trovano mai il varco giusto per capitalizzare la loro superiorità. A decidere è così un gol di Ilyin al 23′ del secondo tempo che promuove i suoi e boccia per l’ennesima volta i sogni di grandezza dell’undici di Winterbottom.

Urss: Jascin, Kesarev, Kuznetsov, Voinov, Krijevski, Tsarev, Aputkin, V. Ivanov, Simonian, Falin, Iljin. All: Kacalin.
Inghilterra: Mc Donald, Howe, Banks, Clayton, Wright, Slater, Brabrook, Broadbent, Kevan, Haynes. All: Winterbottom.
Arbitro: Dusch (Germania)

Primo tempo
2′ tiro di Aputkin dal lato destro dell’area, palla a lato.
4′ cross da destra di Ivanov sul secondo palo, Simonian calcia fuori da buona posizione.
8′ l’Urss gioca meglio e fa girare bene il pallone: conclusione di Simonian da fuori area, alta.
10′ ancora sovietici pericolosi sull’asse Simonian-Aputkin: pallonetto del primo per il secondo che è solo davanti a Mc Donald sul versante destro dell’area piccola, tiro, respinge il portiere inglese.
15′ si fa vedere l’Inghilterra: punizione di Court da sinistra, Jascin respinge.
21′ Aputkin serve Voinov, tiro fuori dal limite.
27′ Tsarev pesca Ilijn, che fa saltare il portiere inglese Mc Donald, Simonian però a porta vuota non riesce a capitalizzare l’assist del compagno, fermato dalla difesa inglese.
36′ prima conclusione pericolosa degli inglesi con Broadbent, Jascin neutralizza in due tempi.
38′ Brabrook da due passi manca la deviazione vincente, Jascin si ritrova comodamente il pallone tra le mani.
44′ l’Inghilterra sembra avere ora preso in mano le redini del match: lancio di Slater per Broadbent, che fallisce il tapin nell’area piccola per un soffio.

Secondo tempo
1′ tiro di Brabrook da fuori, devia Jascin.
3′ l’Inghilterra prosegue nel suo forcing. Errore di Kuznetsov, ne approfitta Brabrook che scaglia un preciso fendente dal limite: palo pieno.
6′ ancora un palo per Brabrook: lanciato in velocità da Kevan, l’attaccante inglese tutto solo davanti a Jascin colpisce il montante in diagonale.
14′ l’Inghilterra vive sugli spunti di Brabrook, che si invola sulla fascia destra, scarta un avversario, entra in area, vince un rimpallo e realizza di sinistro. Il gol viene però annullato, forse per un fallo di mano del giocatore inglese al momento dell’ultimo controllo.
22′ GOL URSS: L’Inghilterra esaurisce la spinta e l’Urss alla prima palla utile colpisce. Rinvio sbagliato di Mc Donald, Ilijn recupera il pallone, allarga a Voronin, da questi a Voinvo, assist in area ancora per Ilijn che resiste alla carica di un difensore inglese e segna.
24′ chance per Kevan che supera Kesarev e tenta un diagonale dal versante sinistro: Jascin para.
26′ Iljin crossa da sinistra, contro-cross da destra, Ivanov non ci arriva per un soffio.
37′ punizione per l’Inghilterra, si accende una mischia nell’area sovietica, la palla sfila fuori.
29′ calcio piazzato liftato di Ivanov, buona risposta di Mc Donald.
43′ Voinov va vicino al 2-0 con un tracciante da fuori.

I MIGLIORI
Voinov (Urss): presenza costante in diverse azioni, motore del centrocampo russo con Ivanov, serve l’assist decisivo a Ilyin che non ha difficoltà a segnare.
Brabrook (Inghilterra): commette un paio di errori clamorosi a tu per tu con Jascin, d’accordo, ma è l’anima degli inglesi, l’unico che crea superiorità numerica. Una volta che lui esaurisce le batterie, il gioco inglese si addormenta.

MONDIALE 1988, IL PRIMO IRIDE DI SENNA NELL’ULTIMO ANNO DELL’ERA DEL TURBO

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Senna e Prost a Suzuka – da formula1addicted.altervista.org

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Finisce l’era del turbo
Il campionato del mondo di Formula 1 1988 partì da Jacarepagua con le nuove norme di equivalenza FISA fra i turbo e gli aspirati (riduzione della pressione di sovralimentazione a 2,5 bar e capacità dei serbatoi a 150 litri) che, contrariamente alle previsioni, non si rivelarono particolarmente efficaci: le vetture turbo inizialmente dominarono la scena. Tra i nuovi team, con un convenzionale Cosworth, debuttò la Eurobrun, che riuscì a qualificarsi con entrambi i piloti. Oscar Larrauri, 26esimo in prova a 7.6 sec. da Senna, non riuscí a terminare nemmeno un giri causa un guaio elettrico, poi in stagione ottenne un 13esimo posto come migliore risultato, mentre Stefano Modena riuscì a classificarsi undicesimo all’Hungaroring.

L’ultima Formula 3000 in Formula 1
Nelle prequalifiche di Jacarepagua la Scuderia Italia schierò una vettura di F.3000  (come la March nel 1987): la nuova monoposto 188 F1 prodotta dalla Dallara non era ancora pronta e il team, per non incorrere in sanzioni economiche, si presentò con una Dallara 3087 di Formula 3000, dotata di un motore Cosworth DFV da 3000 cm³. Com’era prevedibile, Alex Caffi non riuscì a superare le prequalifiche; fu l’ultima F3000 iscritta nel mondiale di Formula 1.

La Formula 1 saluta Detroit
Il circuito di Detroit, disegnato lungo le sponde dell’omonimo fiume nelle vicinanze del Renaissance Center, ​come molti circuiti cittadini ha una​​ sede stradale stretta delimitata da muretti e guard rai​l ​per una lunghezza totale di 4.023 metri.​ ​La Formula 1 ​vi ​ha corso tra il 1982 e 1984 (gran premio Usa Est) e tra il 1985 e il 1988 (gran premio degli Usa) prima che la competizione in terra americana ​​si spostasse a Phoenix.​ ​Nell’ultima edizione vinse Ayrton Senna (che già aveva trionfato nelle due precedenti) mentre il pilota della Tyrrell Julian Bailey terminò la gara anzitempo a causa di un testacoda; avendo completato la distanza necessaria fu comunque classificato nono per quello che restò il suo miglior piazzamento stagionale. L’anno seguente passò alla Lotus con cui ottenne l’unico punto in carriera, poi in virtù di tre mancate qualificazioni venne appiedato e si spostò alle competizioni a ruote coperte.​

Nuovi motoristi nel Circus
Fondata da John Judd e Jack Brabham al fine di produrre i motori per la Brabham, la Judd divenne poi la prima casa autorizzata per produzione e manutenzione del Cosworth DFV, espandendosi con successo in varie categorie. Con il ritorno agli aspirati la casa inglese si accordò con la March per la produzione di un motore F1 V8 da schierare nel 1988, scelto anche da Williams e Ligier. Quest’ultima lo montò sulla JS31, vettura progettata con posizione del motore molto avanzata, immediatamente dietro le spalle del pilota con il serbatoio di benzina diviso in due parti. Dopo un incoraggiante debutto a Rio, a Imola sia Arnoux che Johansson non si qualificarono (+ 8,5 sec dalla pole), preludio di una stagione fallimentare con nessun punto raccolto e numerose esclusioni.

Continua la scalata Benetton
Essendo quasi al termine il programma di abbandono dei motori turbo, peraltro già penalizzati dal regolamento, la Benetton decise di passare ad un tradizionale Cosworth aspirato già dal 1988, risultando a fine anno la migliore dotata di tale propulsore. La progettazione venne affidata al tecnico Rory Byrne, che puntò sullo sviluppò aerodinamico per compensare la minore potenza, montando tra l’altro il cambio tra motore e trasmissione per ripartire meglio il peso. La Benetton chiuse al terzo posto tra i costruttori grazie ai 12 punti di Nannini e ai ben 27 di Boutsen, con un totale di sette podi, tutti sul terzo gradino.

Doppietta Ferrari nel segno del Drake
Il 14 agosto del 1988 si spense Enzo Ferrari, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo dei motori; meno di un mese più tardi si tenne il Gp d’Italia e uno striscione con la scritta “Berger e Alboreto, lassù il Drake vi guarda” sembrò quasi premonitore. In una stagione dove la Mclaren umiliò la concorrenza vincendo 15 gare su 16, dopo essere scattati dalla prima fila, Prost e Senna uscirono entrambi di scena: il primo tradito dal motore, il secondo da Schlesser (su Williams al posto di Mansell), che lo chiuse in fase di doppiaggio. Berger e Alboreto, sempre vicinissimi alle McLaren, ne approfittarono per conquistare una straordinaria doppietta.

La prima opera di Ross Brawn…
Nel 1987 la Arrows schierò la A10, prima vettura disegnata da Ross Brawn, evoluta l’anno seguente nella versione B, spinta dal turbo Bmw marchiato Megatron, che fruttò il quarto posto tra i costruttori, miglior risultato nella storia del team. Tra i vari piazzamenti a punti, a Monza Cheever e Warwick stazionarono costantemente alle spalle di McLaren (poi ritirate) e Ferrari, piazzandosi rispettivamente al terzo e quarto posto.

…e la prima di Adrian Newey
La March 881 fu la prima opera Formula 1 interamente progettata da Adrian Newey: innovativa, particolarmente rigida, caratterizzata da una linea affusolata e tanto stretta che Ivan Capelli faticava ad entrare. Gli ottimi risultati confermarono la bontà della monoposto, in quanto il pilota italiano fu protagonista di una grandissima stagione conclusa al settimo posto con ben 17 punti e due podi all’attivo. Dopo aver duellato con Senna all’Estoril, Capelli a Suzuka restò per diversi giri negli scarichi del leader Prost cullando il sogno di una possibile vittoria, ma un guasto al motore Judd lo costrinse al ritiro.

Senna e Prost, il lungo duello sta per cominciare
Il Circus giunse a Suzuka e a Senna bastava una vittoria per aggiudicarsi il titolo con una gara d’anticipo, ma al via fece spegnere il motore scivolando nelle retrovie. Prost prese la testa e iniziò a duellare con la sorprendente March di Capelli mentre Senna recuperò dalla 14esima posizione portandosi presto a ridosso del rivale: al 28esimo giro avvenne il sorpasso decisivo, con la pioggia a sostenere la marcia del brasiliano, sempre a suo agio in condizioni di bagnato. Ayrton vinse con 13 secondi di distacco e conquistò il primo dei suoi tre titoli, il lungo duello era appena iniziato! Dato statistico: in classifica finale Prost ottenne 11 punti in più ma dovette scartarne in numero maggiore rispetto al rivale brasiliano, che vinse il titolo con 90 punti validi contro 87. Dal 1950 fino al 1990, con alcune variazioni di criterio, la classifica finale in F1 veniva ​infatti ​stilata secondo regola degli scarti, per la quale ciascun pilota poteva sommare solo un certo numero di piazzamenti, superato il quale era costretto a scartare i propri peggiori risultati. L’obiettivo era quello di premiare i piloti vincitori delle singole gare, penalizzando i “piazzati“. ​Oltre al 1988, solo in un’altra occasione la regola fu decisiva: nel 1964 John Surtees ebbe la meglio su Graham Hill, il quale ottenne un punto in più ma dovette scartarne due, finendo al secondo posto.

LA DOPPIETTA AI GIOCHI DI ROMA 1960 DEI FRATELLI PIERO E RAIMONDO D’INZEO

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Piero e Raimondo D’inzeo – da cavalliesegugi.it

articolo di Giovanni Manenti

Sono fratelli, Piero e Raimondo D’Inzeo, ma sarebbe quasi più corretto definirli “gemelli, vuoi per la minima differenza di età – Piero, il più anziano, è di marzo 1923 e Raimondo del febbraio 1925 – sia per la notevole somiglianza, nonché per lo stile pressoché identico nel montare a cavallo, tanto che sarebbe alquanto difficile distinguerli se non fosse per l’uniforme, essendo entrambi Ufficiali, ma di Cavalleria dell’Esercito Piero e dell’Arma dei Carabinieri il più giovane Raimondo.

Inseparabili anche nell’ambito sportivo, i “Fratelli d’Italia” dell’equitazione vantano lo stesso numero record di partecipazioni alle Olimpiadi, ben otto – condiviso con la canoista Josefa Idem, che però ha disputato le prime due sotto la bandiera tedesca – con il debutto ai Giochi di Londra 1948 e conclusione nell’edizione di Montreal ’76, raggiungendo i vertici delle loro prestazioni nelle rassegne a cinque cerchi di Stoccolma ’56 e Roma ’60 …

State certi, non si tratta di un refuso, i Giochi del 1956 si svolsero a Melbourne tranne che per le prove equestri, a seguito delle ferree norme vigenti sul territorio australiano in merito all’importazione di cavalli, che imponevano un periodo di quarantena eccessivamente lungo, così da indurre il Comitato Olimpico Internazionale a dirottare tale disciplina in Svezia, oltretutto in epoca ben diversa, disputandosi le stesse a giugno, rispetto al calendario di fine novembre/inizio dicembre della rassegna australe.

Le precedenti esibizioni dei due fratelli non erano comunque state delle più confortanti, anche perché separati nelle rispettive competizioni, con Raimondo indirizzato nel Completo a Londra ’48 e nel Salto ad ostacoli ad Helsinki ’52, l’esatto contrario avvenuto per Piero, il quale ottiene sinora il miglior risultato della coppia con il sesto posto nel Concorso Completo Individuale nella Capitale finlandese.

Ben altro esito hanno i Concorsi – individuale ed a squadre – del Salto ad ostacoli ai ricordati Giochi di Stoccolma ’56, allorché la coppia familiare si ricompone, con l’aggiunta da Salvatore Oppes, e la speranza di riportare l’Italia sul gradino più alto del podio olimpico, un evento che manca dalle Olimpiadi di Anversa ’20, in cui a trionfare era stato Tommaso Lequio di Assaba, in sella a Trebecco, cavallo che lo accompagna anche quattro anni dopo a Parigi ’24, dove coglie l’argento alle spalle dello svizzero Alfonso Gemuseus.

Da allora un cavaliere italiano non ha più messo piede su di un podio olimpico e la lacuna sta per essere colmata, visto che i due D’Inzeo hanno oramai raggiunto la piena maturità necessaria per tale disciplina avendo entrambi superato i 30 anni, e si presentano sul suolo scandinavo con Piero in sella ad Uruguay e Raimondo in sella a Merano, coppia quest’ultima che si è già distinta conquistando l’argento ai Campionati Mondiali di Aquisgrana ’55 alle spalle del tedesco Hans Gunther Winkler, il quale conferma il titolo dell’anno precedente.

Winkler che, in sella ad Halla, si presenta pertanto come il principale pretendente all’oro olimpico, alla pari del Campione olimpico in carica, il francese Pierre Jonquères d’Oriola, che difatti, al termine della prima manche, si trova in seconda posizione con 7 penalità alle spalle del tedesco, con appena 4, ed un gruppo di 5 cavalieri, tra cui i due azzurri, con 8 penalità costituite dall’aver abbattuto due delle 17 barriere che costituiscono i 14 ostacoli disposti sul percorso disegnato da Greger Lewnhaupt.

La seconda serie vede i nostri portacolori dare il meglio di sé, con Raimondo a compiere percorso netto e Piero ad incorrere in 3 sole penalità, il che consente loro di scalare posizioni, visto che d’Oriola incappa in due errori che lo relegano in sesta posizione con un totale di 15 penalità, vedendosi sfuggire l’oro solo per la perfezione della coppia Winkler/Halla che, con il secondo percorso netto di giornata si aggiudica il titolo olimpico.

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Piero D’Inzeo e Merano ai Giochi di Stoccolma ’56 – da pinterest.com

Con anche il secondo cavaliere tedesco, Fritz Thiedemann, a completare la prova appena ai margini del podio con 12 penalità, per l’assegnazione delle medaglie nel Concorso a Squadre diviene determinante la prestazione del terzo rappresentante dei due Paesi, ed i 24 punti di penalità portati in dote da Alfons Lutke-Westhues rispetto ai 47 di Oppes in sella a Pagoro fanno la differenza, con l’Italia a fregiarsi di un altro argento con 66 punti totali di penalità, rischiando addirittura di essere scalzata dalla piazza d’onore da parte della Gran Bretagna, bronzo a quota 69.

Questa è l’ultima volta in cui i punteggi ottenuti nel Concorso Individuale d Salto ad ostacoli vengono conteggiati per la Classifica a Squadre, in quanto dalla successiva edizione di Roma le due prove vengono effettuate in giorni distinti, decisione alquanto corretta onde evitare che una cattiva prestazione di un singolo binomio possa incidere sull’esito dell’assegnazione di due diverse tipologie di medaglie.

L’appuntamento per tornare ai vertici olimpici è quindi rimandato ai Giochi di Roma ’60, avendo come teatro lo stupendo scenario di Piazza di Siena dove i D’Inzeo sono praticamente di casa e con Raimondo a farsi preferire in fase di pronostico, essendosi laureato campione mondiale sia ad Aquisgrana ’56 ancora in sella a Merano che a Venezia ’60, stavolta montando Gowran Girl.

Ma per la rassegna romana la scelta cade su di un altro cavallo, vale a dire Posillipo, anch’esso destinato a passare alla storia, nel mentre Piero si affida a The Rock, impegnati su di un percorso composto dai consueti 14 ostacoli e 17 barriere e che risulta estremamente selettivo, specie per la riviera e la doppia gabbia, che provocano il ritiro di quasi la metà dei 60 cavalieri iscritti in rappresentanza di 23 Paesi.

Raimondo e Posillipo costruiscono la loro vittoria nella prima manche, disputatasi nelle prime ore del mattino del 7 settembre 1960, allorché mettono a segno l’unico percorso netto di giornata, ponendo le basi per il trionfo, con il solo argentino Naldo Dasso ad impensierirlo con sole 4 penalità, nel mentre Piero conferma la sua regolarità chiudendo con due errori ed 8 penalità.

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Raimondo D’Inzeo in sella a Posillipo a Roma ’60 – da pinterest.com

Approfittando altresì di una giornata poco felice di Winkler, che chiude non meglio che quinto con 25 penalità complessive, allorché Piero conclude la seconda manche – che si svolge a partire dalle ore 14,00 del pomeriggio con i binomi a prendere il via in ordine inverso rispetto alla classifica del primo percorso, così come avviene nelle gare di slalom di sci, tanto per intendersi – ripetendo lo stesso punteggio della prima per 16 penalità in totale, ecco che si porta in testa alla graduatoria provvisoria, precedendo il britannico David Broome a quota 23 e l’americano George Morris con 24, prima che a fare il loro ingresso a Piazza di Siena siano il citato argentino Dasso su Final ed il fratello Raimondo.

Bronzo virtuale per Piero e The Rock che si trasforma in argento per la disastrosa prestazione del cavaliere sudamericano, che abbatte ben 6 barriere per un totale di 24 penalità che, sommate alle 4 della prima manche, lo collocano al settimo posto a pari merito con l’americano Hugh Wiley ed il migliore dei francesi, Bernard de Fombelle, solo che ora non sa cosa sperare.

Tocca, infatti, al fratello Raimondo scendere sul percorso in sella al suo Posillipo, forte del percorso netto compiuto al mattino e potendo pertanto commettere tre infrazioni per garantirsi comunque la medaglia d’oro che, in caso di malaugurata debacle – evento non insolito in equitazione visto che la specialità è composta dal binomio uomo/cavallo – sarebbe comunque restata in famiglia.

Se questo particolare sia stato più o meno rassicurante non è mai emerso dalle successive dichiarazioni di Raimondo, il quale comunque fa tesoro del vantaggio acquisito per compiere un percorso senza eccessive forzature e proprio i tre ostacoli su cui incocciano gli zoccoli di Posillipo sono sufficienti a fargli totalizzare quelle 12 penalità che garantiscono una splendida accoppiata da parte dei “Fratelli d’Italia” per antonomasia, con il loro pubblico a dedicare un’autentica ovazione per un ideale ritorno dell’Italia sul gradino più alto di un podio olimpico, dato che la cerimonia di premiazione, nelle competizioni equestri, avviene con protagonisti, giustamente, anche gli animali e, pertanto, senza il podio vero e proprio.

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Broome, Raimondo e Piero D’Inzeo alla premiazione di Roma ’69 – da comni.it

Italia che, a questo punto, potrebbe ambire anche a completare il trionfo aggiudicandosi anche la prova del Concorso a Squadre, che ha luogo quattro giorni dopo, l’11 settembre, ma stavolta Raimondo viene “tradito” dal fratello Piero e dall’altro componente la squadra azzurra, vale a dire dal più giovane degli Oppes, Antonio, in sella a The Scholar, e, nonostante faccia segnare il miglior punteggio tra tutti i partecipanti con appena 8 penalità nelle due manche – addirittura meglio che nella gara individuale – il negativo risultato di Piero (32 penalità complessive) ed ancor peggiore di Oppes (che ne totalizza ben 40,50), gli Azzurri devono accontentarsi del bronzo con un risultato di 80,50 penalità complessive, con l’oro che non sfugge per la seconda edizione consecutiva alla compatta formazione tedesca, che poi si ripeterà anche quattro anni dopo a Tokyo ’64.

Per i fratelli D’Inzeo, l’Olimpiade romana rappresenta l’apice della loro carriera, ancorché siano solo a metà delle apparizioni olimpiche, ma in seguito non figureranno più tra i medagliati a livello individuale, pur fornendo il fattivo contributo ad altri due bronzi a squadre, ai Giochi di Tokyo ’64 – dove Raimondo monta ancora il fedele Posillipo – ed alle Olimpiadi di Monaco ’72, in cui a far parte del Team azzurro è anche Graziano Mancinelli il quale, in sella ad Ambassador, rinverdisce i fasti di Roma ’60, divenendo l’ultimo cavaliere azzurro a fregiarsi della medaglia d’oro nel Concorso di salto ad Ostacoli Individuale, con l’edizione di Monaco di Baviera a costituire l’ultima in cui gli italiani conquistano una medaglia.

Quando si parla di equitazione, in Italia, il pensiero non può che andare ai fratelli/gemelli, campioni di tutto, persino di longevità, visto che ci lasciano a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, ed anche stavolta tocca per primo a Raimondo, ancorché più giovane, scomparso il 15 novembre 2013 a quasi 89 anni di età, per poi essere seguito, esattamente tre mesi dopo, il 13 febbraio 2014, dal fratello Piero, a pochi giorni dal compimento dei 91 anni.

E, quando si raffigurano nell’immaginario mitologico i “Cavalieri del Cielo”, a noi piace pensare a Piero e Raimondo, che cavalcano assieme nella vastità eterna, oramai priva di quegli ostacoli che li hanno resi celebri…