LA FUCILATA DI GOODWOOD DI GIUSEPPE SARONNI NELL’ANNO DI GRAZIA 1982

Giuseppe-Saronni-Goodwood.jpg
Saronni taglia il traguardo – da azzurridigloria.com

articolo di Nicola Pucci

Lo scrigno d’oro dello sport italiano conserva gelosamente tra i suoi ricordi più cari quel che accadde nell’anno di grazia 1982. Bearzot e i suoi calciatori conquistano Madrid ed un campionato del mondo di calcio che pochi, se non proprio nessuno, ritenevano probabile, incendiando un’estate già torrida di suo. E al calar di quella stagione, il 5 settembre, anche il ciclismo azzurro assurge prepotentemente agli onori della cronaca con un’impresa destinata ad entrare negli annali del pedale. La chiamarono la “fucilata di Goodwood“, e ne ebbero ben donde, ed il protagonista di quel gesto memorabile altri non fu che Giuseppe Saronni.

Sono gli anni del dualismo, serrato, tra le due primedonne del ciclismo tricolore, che in quanto a rivalità interne ne ha davvero di storie da raccontare. Un tempo furono Guerra e Binda, poi venne l’era di Coppi e Bartali, infine toccò a Gimondi e Motta spaccare in due la passione nazionale. Ora, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, tocca a Moser e Saronni vestire i panni dei contendenti, l’uno, trentino classe 1951, che non la manda certo a dire ed è dotato di una dose massiccia di furore agonistico, l’altro, lombardo nato a Novara nel 1957, che ha classe cristallina ed altrettanta dose massiccia di sana impertinenza giovanile.

Insomma, il tifo degli appassionati di ciclismo si divide tra moseriani e saronniani, e se Francesco può già vantare un titolo Mondiale conquistato a San Cristobal nel 1977 ed un tris da leggenda sulle strade della Parigi-Roubaix, Beppe altresì ha conosciuto la gloria del Giro d’Italia nel 1979, proprio scalzando l’eterno rivale che pareva destinato a far sua un’edizione disegnata apposta per lui dopo le delusioni dei due anni precedenti, battuto da Pollentier nel 1977 e da De Muynck nel 1978.

L’anno in corso, 1982, ha in effetti visto Moser, in maglia Famcucine, e Saronni, fedelissimo di Colnago alla Del Tongo, rivaleggiare un po’ ovunque sulle strade del ciclismo internazionale. E se Francesco, scavalcati ormai i 30 anni, ha collezionato un totale di sette vittorie, tra le quali classifica generale del Tour de Midi-Pyrénées, Giro della Campania e Giro della Toscana, Giuseppe ha completato il suo processo di maturazione, mettendo in cascina ben ventisette successi, tra cui spiccano il Giro di Sardegna (davanti ad Emanuele Bombini), la Milano-Torino, due tappe e la classifica finale della Tirreno-Adriatico (battendo quel Gerrie Knetemann che impartì una dolorosa sconfitta proprio a Moser al Mondiale di Adenau del 1978), Giro del Trentino (superando Moser davanti al pubblico di casa) e Giro di Svizzera.

I due campionissimi, nondimeno, hanno fallito l’assalto alla corsa che più sta loro a cuore, ovvero il Giro d’Italia, trovando in Bernard Hinault un avversario troppo forte da battere in una grande competizione a tappe, e terminando pure alle spalle della coppia della Bianchi composta dallo svedese Tommy Prim e da Silvano Contini, che hanno accompagnato il “tasso” sui due gradini più bassi del podio. Il sesto posto finale di Saronni (con vittorie parziali a Viareggio, Palermo e nel tappone Cuneo-Pinerolo) e l’ottavo di Moser (che fa sua la maglia ciclamino della classifica a punti trionfando sui traguardi di Diamante e Cuneo) non possono certo appagare il loro orgoglio di fuoriclasse, e se pure la stagione della grandi classiche ha frustrato le loro ambizioni, con il solo quarto posto del trentino alla Milano-Sanremo vinta dal carneade Marc Gomez, è chiaro che puntino grosso sull’obiettivo di fine stagione, ovvero il campionato del mondo.

Che come teatro elegge per il 1982 il circuito di Goodwood, nel sud dell’Inghilterra, per la verità non troppo complicato da un punto vista altimetrico tanto da esser adatto ad entrambi i due capitani di una Nazionale italiana che il “santoneAlfredo Martini guida per l’ottava volta consecutiva. E che il commissario tecnico faccia decisamente affidamento su Saronni e Moser è certificato non solo dal passato illustre dei due in sede iridata, con Francesco già campione del mondo appunto nel 1977 e secondo sia nel 1976, battuto da Maertens, che nel 1978, e Beppe medaglia d’argento a Praga dodici mesi prima, nel 1981, a sua volta beffato in volata dallo stesso redivivo Maertens in una condotta di gara non ineccepibile del trenino azzurro composto dallo stesso Moser e Baronchelli, ma anche dal desiderio di rivincita che arma i due capitani, appunto desiderosi di vendicare gli affronti subiti.

La concorrenza, a Goodwood, è qualificata, come sempre d’altronde quando si tratta di affrontare un campionato del mondo. Ci sarebbe, in primis, proprio Freddy Maertens, detentore del titolo, ma il belga nel giorno di Praga ha colto l’ultimo successo in carriera e l’ispirazione, da quel dì, se n’è andata, per sempre; c’è, senza reticenze in questo caso, Bernard Hinault, iridato sul circuito di Sallanches (il più duro della storia) due anni prima, terzo a Praga, e che porta in dote la doppietta Giro-Tour cullando il sogno di completare la tripletta come solo Merckx seppe fare nel 1974 (e farà poi Stephen Roche nel 1987); il tracciato potrebbe essere adatto all’inventiva di Joop Zoetemelk, che guida lo squadrone olandese ed è reduce dall’ennesimo secondo posto al Tour de France, chiuso alle spalle del fuoriclasse bretone; c’è infine Sean Kelly, irlandese adattissimo alle corse in linea seppur ancora debba rompere il ghiaccio con una classsica-monumento, che gioca in casa e potrebbe riuscire nell’impresa di bissare il titolo colto dal baronetto Simpson nel 1965 a San Sebastiano.

Torniamo, dunque, al circuito di Goodwood, solitamente utilizzato come pista per le esibizioni in motocicletta. 15,285 chilometri di lunghezza, per 18 giri che vanno a comporre i 275 chilometri di fatica che i corridori devranno affrontare. L’arrivo è  posto in cima ad una rampa di 2 chilometri, la South Downs, che ha pendenza massima del 10% nel primo chilometro per poi declinare meno severa verso l’arrivo, che stuzzica gli appetiti di chi ha solitamente l’abilità di scattare in salita. E Saronni, in questo esercizio, è sicuramente uno dei più preparati.

Il 5 settembre 136 pretendenti alla maglia iridata si mettono in marcia. Non c’è vento, così come il sole quasi mai fa capolino dietro le nubi, e seppur la giornata sia grigia, qualche ora dopo il cielo si tingerà d’azzurro. Illuminato da una folgore. Come è logico che sia gli attacchi si susseguono senza soluzione di continuità, ma la squadra italiana fa buona guardia tenendo ben salde in pugno le redini della corsa. E qui il mestiere di Martini fa la differenza, perché Alfredo ha l’intuito di assegnare a Saronni i gradi di capitano, relegando Moser, non in formassima e meno adattato all’arrivo in rampa, al ruolo di luogotenente. E Francesco opererà un  lavoro con i fiocchi, favorendo per una volta il nemico giurato. Accanti ai due leader ci sono anche Argentin, nuovo prodigio del ciclismo di casa nostra, e Gavazzi, che sul tracciato della Tre Valli Varesine ha conquistato il titolo nazionale, pronti ad intervenire nel caso i due capitani siano in giornata negativa, Baronchelli e Contini potranno provare dalla distanza, ed un plotone di faticatori votati alla causa comune, quali Amadori, Ceruti, Chinetti, Leali, Masciarelli e Torelli, hanno il compito di assistere i capitani e magari entrare nelle fughe da lontano.

La Francia lancia in avanscoperta fin dal mattino Bernard Vallet, fidato gregario di Hinault, che arriva ad avere un vantaggio massimo di oltre sei minuti rimanendo solitario al comando fino al decimo giro, raggiunto poi da Prim. Lo scandinavo prosegue nello sforzo mentre Vallet, al pari dell’attesissimo capitano evidentemente in giornata-no, si ritira, ma al quattordicesimo giro il gruppo recupera e la corsa entra nel vivo. Maertens non c’è già più da un pezzo, ed allora, una volta esaurito un tentativo dello svizzero Demierre, sono proprio Zoetemelk e Moser a provare l’allungo, senza che il plotone lasci loro particolare spazio. Entra a questo punto in scena un sontuoso Alfredo Chinetti, che non solo tampona, ma opera pure come elemento di rottura, incollandosi alla ruota del pericoloso olandese De Rooy con cui inscena un tentativo di fuga, mettendo poi da parte velleità individuali di maglia iridata rinunciando nel finale a collaborare con il collega di sortita.

Già, perché Saronni è presente nel gruppo di 35 corridori selezionato in avanti dalla corsa, e quando nel finale la situazione è nuovamente ricucita, Chinetti spende le ultime stille di energie nel trainare il gruppo sulla rampa finale, al pari di Moser che si incarica di riportare sotto proprio Saronni, rimasto nelle retrovie del plotone, apparecchiando la tavola per il banchetto finale del nemico, oggi però solo collega di bandiera.

E qui… e qui resta solo spazio al ricordo di quelle che furono le immagini trasmesse in diretta dall’Eurovisione, con il tentativo di Marino Lejarreta e dell’americano Boyer che all’ultimo chilometro balza in testa ma si ingobbisce e si pianta, con l’altro statunitense, il talentuoso Greg Lemond che negli anni a venire prenderà la sua rivincita in sede iridata, che lo rileva e pare ben avviato al traguardo, ed improvvisamente una folgore vestita d’azzurro, sulla destra, a squarciare il cielo grigio, che passa a velocità tripla con un gesto atletico di memorabile e rara bellezza e va a cogliere la maglia arcobaleno a braccia alzate.

Già, proprio una fucilata, e nel tramonto di quella magica estate del 1982 che per l’Italia si ammantò d’oro, la voce del grande Adriano De Zan, così come Nando Martellini nella notte di Madrid qualche settimana prima, può cantare “campione del mondo!“. Lui era Giuseppe Saronni, il re di Goodwood.

 

Annunci

FLORENCE GRIFFITH E QUEI TRIONFI AI GIOCHI DI SEUL 1988 CON MOLTI SOSPETTI

FlorenceGriffinJoyner_SEOUL1988
La Griffith ai Giochi di Seul ’88 – da:truthbetold.news

Articolo di Giovanni Manenti

Il giorno di riposo nel programma di Atletica Leggera alle Olimpiadi di Seul ’88 è ampiamente ”riempito”, a livello di media, tecnici ed addetti ai lavori vari, dallo “scandalo doping” che ha investito il canadese di origine giamaicana Ben Johnson, al quale il giorno prima è stata tolta la medaglia d’oro conquistata nella Finale dei 100 metri piani con tanto di sensazionale record mondiale di 9”79 essendo risultato positivo ad uno steroide anabolizzante nel corso del successivo test.

Tale giornata di riflessione porta altresì a porre l’attenzione sulla medesima gara nel settore femminile, che ha visto trionfare la rivelazione dell’anno, vale a dire l’americana Florence Griffith-Joyner, anch’essa con un margine impressionante nei confronti non certo dell’ultima arrivata, vale a dire la connazionale Evelyn Ashford, già oro sui m.100 quattro anni prima a Los Angeles ’84 nonché detentrice del primato mondiale prima dell’avvento della “Super Star Flo-Jo”, come viene immediatamente ribattezzata.

La carriera della non ancora 30enne Griffith ha quindi modo di essere rivisitata per cercare di comprendere quale sia il segreto di questa sua “esplosione tardiva”, in merito alla quale occorre, pertanto, mettere un po’ d’ordine.

Florence Delorez Griffith nasce il 21 dicembre 1959 a Los Angeles, in California il 21 dicembre 1959, settima di una nidiata di 11 fratelli, e sin da piccola manifesta una discreta propensione nel praticare Atletica Leggera, tendenza confermata anche negli anni del liceo, pur senza toccare vertici di rilievo assoluto.

La svolta nella carriera giunge con l’iscrizione alla “California State University” a Northridge, dove incontra il tecnico Bob Kersee – che diverrà in seguito suo cognato – che ne intuisce le potenzialità, inserendola nella squadra di velocità unitamente ad altre atlete di spessore quali Alice Brown e Jeanette Bolden, assieme alle quali si afferma nel Campionato Nazionale prima di dover temporaneamente abbandonare gli studi dovendo contribuire al sostentamento della numerosa famiglia.

Ma Kersee non demorde, offrendosi di contribuire personalmente per risolvere i problemi familiari dei genitori di Florence ed in più portandola con sé alla ben più celebre “University of California” a Los Angeles (universalmente conosciuta con l’acronimo di UCLA …) dove svolge con profitto la propria attività di coach, come dimostra il fatto che agli “Olympic Trials” di Eugene le sue tre allieve raggiungono la Finale dei 100 metri piani, con la Brown ad imporsi in 11”32 e la non ancora 21enne Griffith a concludere ultima con 11”70, per poi fallire per soli 0”04 centesimi (23”21 a 23”25) il pass olimpico sulla doppia distanza, tutti sforzi peraltro vanificati dalla decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi di Mosca ’80.

Ed, in effetti, anche nel triennio a seguire, sono proprio i 200 metri piani la specialità dove la Griffith si fa preferire, visto che ai Campionati nazionali AAU giunge seconda nel 1981 dietro alla Ashford (22”30 a 23”05), si migliora sino a 22”58 solo per essere battuta dalla fuoriclasse giamaicana Merlene Ottey con 22”17 nel 1982, mentre nel 1983 il suo “Personal Best” di 22”23 all’epoca le vale solo il terzo posto dietro sia alla Ashford che a Chandra Cheeseborough – le quali scendono entrambe sotto la barriera dei 22” netti con 21”88 e 21”99 rispettivamente – ma comunque utile per essere selezionata per la prima edizione dei Campionati Mondiali in programma ad Helsinki nella seconda settimana di agosto ’83.

E così la Griffith – che anche sui 100 metri si era migliorata correndo in 11”12 nel 1982 tanto da entrare per la prima volta nella “Top Ten” del Ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – ha la sua prima opportunità di confrontarsi con l’èlite dello sprint mondiale in un’edizione che si dimostra quanto mai sfortunata per la Ashford, la quale accusa uno stiramento muscolare durante la Finale dei m.100, dovendo così rinunciare a gareggiare nel resto della Rassegna iridata.

Senza la propria caposquadra, tocca alla Griffith cercare di tenere alto l’onore a stelle e strisce nella prova sui 200 metri, fornendo peraltro un’ottima impressione allorché fa registrare il miglior tempo in semifinale aggiudicandosi la prima delle due serie in 22”41, crono peraltro non ripetuto in Finale, dove il 22”46 le costa la medaglia di bronzo, superata dalla britannica Kathy Cook che conclude in un 22”37 assolutamente alla sua portata, mentre la sfida per l’oro vede prevalere la tedesca orientale Marita Koch per soli 0”06 centesimi (22”13 a 22”19) sull’eterna seconda Ottey, tempi al momento fuori della portata dell’americana.

Griffith che, peraltro, ribadisce come abbia sprecato una favorevole occasione nel non aver conquistato il bronzo iridato, allorché il successivo 26 agosto a Bruxelles, corre i 100 metri migliorando il suo personale ad 11”06, il che la fa scalare sino al sesto posto nel Ranking di fine anno, stessa posizione occupata sui m.200 dopo che l’anno precedente era stata inserita come settima tra le migliori.

La maggior concorrenza sulla più breve distanza e la comunque miglior dimestichezza della Griffith sui 200 metri, inducono il proprio coach Kersee a puntare su questa gara in vista della selezione per i Giochi di Los Angeles ’84, scelta che si rivela oculata in quanto la non ancora 25enne Florence stacca con facilità il biglietto che vale la qualificazione olimpica, giungendo seconda in 22”40 dietro a Valerie Brisco-Hooks.

Pur in assenza delle rappresentanti tedesco orientali per il “contro boicottaggio” dei Paesi del blocco sovietico, la Rassegna a cinque cerchi – che, oltretutto, si svolge nella sua città natale e dove studia e si allena – consente alla Griffith di prendersi qualche gustosa rivincita nei confronti di coloro che l’avevano sconfitta l’anno prima ad Helsinki.

Incurante del fatto di sprecare eccessive energie nei turni preliminari, la Griffith, desiderosa di ben figurare davanti al suo pubblico (ed ai suoi numerosi familiari, suppongo …) non si risparmia, facendo segnare il miglior tempo sia in batteria (22”56) che nei Quarti di finale (22”33), per poi riservare il meglio per il 9 agosto ’84, giorno in cui sono previste semifinali e Finale.

Inserita nella prima serie, la Griffith infligge un pesante distacco (22”27 a 22”57) alla Ottey, guanto di sfida raccolto dalla Brisco-Hooks che in pratica la eguaglia con il 22”28 con cui si aggiudica la seconda semifinale, per poi darsi battaglia nella Finale in programma meno di due ore dopo, alle 17:55 del pomeriggio del 9 agosto.

Sorteggiata in quarta corsia, la Griffith è punto di riferimento per la Ottey in seconda e la Cook in terza, ma a propria volta può controllare l’andatura della connazionale Brisco-Hooks, che parte all’esterno, in settima corsia, consentendole di affrontare praticamente affiancate il rettilineo conclusivo dopo l’uscita dalla curva.

Parità che si mantiene sino a 50 metri dall’arrivo, allorché la Brisco-Hooks accelera e la Griffith paga lo sforzo profuso per mantenere il ritmo dell’amica/rivale, la quale va a trionfare in un eccellente 21”81 – a soli 0”10 centesimi dal record mondiale della Koch – mentre l’atleta di casa deve ritenersi fortunata a mantenere la seconda posizione che vale l’argento resistendo all’imperioso ritorno di Ottey e Cook, con le tre atlete racchiuse nello spazio di appena 0”06 centesimi, 22”04 per la Griffith (peraltro suo “Personal Best” al momento …), 22”09 per la Ottey e 22”10 per la Cook.

Griffith che, nella sua consueta tournée europea post-olimpica, scende per la prima volta sotto gli 11” netti sui 100 metri, corsi in 10”99 il 17 agosto a Berlino Ovest, ragion per cui l’anno olimpico si chiude per lei salendo ancora di una posizione nel Ranking mondiale sui 200 metri, classificata in quinta posizione.

Quello che non sarebbe altro che un normale “percorso di crescita” per una qualsiasi atleta – sufficientemente confermato anche dalla successiva stagione che, in assenza di eventi importanti, la vede comunque realizzare, come migliori prestazioni, un 11”00 a Berlino Ovest il 23 agosto ’85 ed un 22”46 due giorni dopo a Colonia, tanto da confermarsi al quinto posto del Ranking mondiale di fine anno su entrambe le distanze – viene viceversa interrotto dalla decisione della Griffith di abbandonare le piste per tornare a lavorare in Banca ed iniziando altresì a svolgere un’attività di stilista, settore a lei sempre stato caro.

Ecco quindi che della Griffith se ne perdono le tracce – quantomeno sotto l’aspetto agonistico – così come passa inosservato il suo matrimonio con il triplista Al Joyner (fratello della più celebre Jackie, poi sposatasi con Bob Kersee, da cui il rapporto di parentela con Florence …), vincitore a sorpresa della medaglia d’oro ai Giochi di Los Angeles, evento che, viceversa, si rivela decisivo in quanto è lui a convincerla a riprendere l’attività, diventandone il relativo allenatore.

Il cambio tecnico si rivela sin da subito produttivo, allorché Florence si ripresenta ai Campionati AAU ’87 di San José, in California, valevoli anche come selezione per i Mondiali di Roma, ottenendo il pass con il secondo posto sui 200 metri corsi in un 21”7 ventoso alle spalle di Pam Marshall, sua compagna al liceo.

Griffith che fa il suo ingresso sulla pista dello Stadio Olimpico ai primi di settembre ’87 dopo aver saggiato le proprie condizioni di forma con la partecipazione ai consueti meeting in terra tedesca, migliorando il 16 agosto a Colonia il proprio limite sui 100 metri, portandolo a 10”96, una più che discreta iniezione di fiducia in vista della Rassegna iridata.

Con tre turni invece di quattro come alle Olimpiadi, sin dalle batterie dell’1 settembre emerge la sfida tra l’americana e la tedesca orientale Silke Gladisch-Moeller – altra atleta improvvisamente “esplosa”, visto che i suoi migliori risultati a fine 1986 su entrambe le distanze dello sprint puro erano di 10”96 e 22”07 rispettivamente – che già si è aggiudicata il titolo sui m.100 in 10”90, facendo segnare i due migliori tempi di qualificazione.

Nella prima delle due semifinali del 3 settembre, la tedesca si risparmia, giungendo in 22”54 alle spalle della sempre temibile Ottey (prima in 22”43), cosa che, viceversa, non fa la Griffith imponendosi nella seconda serie in 22”38, lasciando a debita distanza la nigeriana Mary Onyali, facendo nascere la speranza per un possibile successo iridato ….

Con la tedesca in terza corsia, Ottey in quarta e Griffith in quinta, la Finale del tardo pomeriggio ha ben poca storia, poiché la Gladisch mette a frutto le sue qualità di centometrista con una curva da sogno che le consente di affrontare il rettilineo finale con un rassicurante margine di vantaggio solo in minima parte ridotto dalla progressione alle sue spalle della giamaicana e dell’americana, andando a trionfare con il record dei Campionati, nonché suo personale, di 21”74, con ciò trascinando per la prima volta in carriera la Griffith sotto il limite dei 22” netti chiudendo in 21”96 necessari per tenere a bada la Ottey, la quale completa il podio in 22”06, che rappresenta anche per lei il “Personal Best” all’epoca.

L’ottima performance della Griffith induce il Capo spedizione Usa ad inserirla in terza frazione della staffetta 4×100, venendone ripagato con un’eccellente curva che consente il passaggio del testimone alla Marshall con un margine sufficiente a contenere il tentativo di rimonta di Marlies Goehr ed infliggere al quartetto tedesco orientale una delle rare sconfitte in tale prova, segnando altresì il record Usa di 41”58.

Sin qui un “come back” (per dirla all’americana …) piuttosto sorprendente per la Griffith, ma sostanzialmente nulla di particolarmente clamoroso, laddove si consideri che il suo 10”96 sui 100 metri è comunque sempre superiore di 0”20 centesimi al limite di 10”76 fissato dalla Ashford a Zurigo il 22 agosto ’84, così come il 21”96 sulla doppia distanza è lontano 0”25 centesimi dal record di 21”71 detenuto in compartecipazione dalle due rappresentanti della Germania Est Marita Koch ed Heike Drechsler e, pertanto, nessuno si sarebbe mai aspettato a fine anno ’87 – che l’americana chiude al secondo posto del Ranking mondiale sui 200 metri – quella che, viceversa, si rivela una vera e propria “rivoluzione” nel mondo dello sprint nella successiva stagione e che coincide con le Olimpiadi di Seul ’88.

Gli “80 giorni che sconvolgono il Mondo dello sprint al femminile” hanno inizio in occasione degli “Olympic Trials” che si svolgono a metà luglio ’88 ad Indianapolis, con la Griffith che corre la sua batteria dei 100 metri piani in un 10”60 ventoso (+3,2m/s) per poi mettere a segno un “colpo da ko” allorché risulta fermare i cronometri nell’impensabile tempo di 10”49 – così, tanto per rendere un’idea, in quello stesso anno Antonio Ullo si laurea Campione italiano con 10”48 …!! – che suscita peraltro infiniti dubbi sulla sua regolarità, dato che l’anemometro segna un vento pari a “zero”, mentre a 10 metri di distanza, i concorrenti del salto triplo ottengono misure strabilianti aiutati da raffiche di vento che vanno da un minimo di 3,3 ad un massimo di 5,2m/s, ma la IAAF lo ratifica in seguito come nuovo primato mondiale.

Non è comunque il tempo, di per sé incredibile, a destare sensazione, quanto la potenza e la facilità di corsa sprigionate dalla non ancora 29enne Florence, la quale, il 17 luglio, dispone a suo piacimento delle avversarie imponendosi in semifinale e Finale con i rispettivi tempi di 10”70 e 10”61 – entrambi con vento nella norma – che la portano a precedere l’ex primatista mondiale Ashford di 0”20 centesimi, pur correndo quest’ultima in 10”81, vale a dire a 0”05 centesimi dal proprio, precedente limite.

Dopo questa incredibile impresa, ci si aspetta chissà quali sfracelli nella prova a lei più congeniale, vale a dire i 200metri piani, dove, al contrario, la Griffith domina il lotto della concorrenza “limitandosi” a migliorare il suo personale, replicato al centesimo con 21”96 in batteria per poi migliorarlo con 21”77 (che è altresì record Usa) nei quarti, prima di imporsi nella Finale in 21”85 che lascia l’amica Marshall a 0”06 centesimi di distanza per un 21”93 che rappresenta la sua miglior prestazione in carriera.

Con questa batteria di sprinter – sia sui 100 che sui 200 metri si unisce una 23enne Gwen Torrence, che avrà modo di tenere alto l’onore dello sprint Usa negli anni a seguire – gli Stati Uniti si dichiarano pronti a lanciare la sfida alle tedesche orientali ed alle giamaicane alle Olimpiadi di Seul che, per la velocità in campo femminile, si aprono il 24 settembre con la disputa di batterie e Quarti di finale proprio nel giorno in cui Ben Johnson schianta la resistenza di Carl Lewis nella Finale maschile con un sensazionale tempo di 9”79.

La Griffith, dal canto suo, si dimostra in smaglianti condizioni sin dalle batterie, unica a scendere sotto la barriera degli 11” netti correndo la propria serie in 10”88 per poi scendere sotto il vecchio limite assoluto della Ashford correndo il suo Quarto di finale in 10”62 (tuttora record olimpico …) rispetto al 10”88 ed al 10”96 con cui la citata connazionale e la tedesca orientale polivalente Heike Drechsler (una sorta di Carl Lewis al femminile) si impongono nelle loro serie-

Il 25 settembre, giorno di semifinali e Finale, ci si mette ancora il vento a disturbare (e vanificare …) i risultati delle atlete, visto che il 10”70 con cui la Griffith precede la Drechsler in semifinale è inficiato da un vento di +2,6m/s, che aumenta sino a 3,0m/s allorché, alle 13:50 ora locale, le otto finaliste si allineano sulla linea di partenza …

La Griffith è sorteggiata in terza corsia, con la Drechsler in quinta e la Ashford in sesta, mentre nelle corsie esterne sono presenti le due giamaicane Juliet Cuthbert e Grace Jackson (la Ottey ha rinunciato a prendere il via in semifinale, riservandosi per i 200 metri …) e le telecamere indugiano sulla primatista mondiale, la quale sembra tutt’altro che infastidita, attirando su di sé le attenzioni anche per il particolare look che la porta ad esibire una foltissima capigliatura, labbra dipinte color rosso fuoco e delle unghie lunghissime e variopinte, moda, quest’ultima, che troverà proseliti tra le sue colleghe, l’ostacolista Gail Devers in particolare.

Quando, però, le atlete si predispongono sui blocchi di partenza, lo sguardo della Griffith non ha nulla di spavaldo, anzi, al contrario, mostra un’espressione seria e financo corrucciata, ben sapendo che la pressione è tutta su di lei, tensione che si trasforma in un’esibizione di potenza assoluta sprigionata allorché, dopo i primi appoggi più o meno in linea con le altre concorrenti, innesca il turbo a metà gara – con la bulgara Anelia Nuneva, che le corre accanto in quarta corsia, a strapparsi nel tentativo di reggerne il ritmo – per andare a trionfare a mani alzate in un 10”54 invalidato dal vento e che lascia comunque a circa 0”30 centesimi le sue più accreditate rivali, con la Ashford che soffia per soli 0”92 centesimi (10”83 a 10”85) la medaglia d’argento alla Drechsler.

L’immagine festante della Griffith con in mano la bandiera a stelle e strisce fa il giro del mondo in Tv e fa ritenere essersi aperta una strada nuova nel mondo dello sprint, seguendo il ricordato 9”79 in campo maschile di Ben Johnson del giorno prima, ma allorché all’indomani il canadese viene squalificato per essere stato trovato positivo al controllo antidoping, ecco che anche verso l’americana gli atteggiamenti dei media iniziano a mutare, interrogandosi se le sue imprese siano o meno tutte “farina del suo sacco” …

In ogni caso, la Griffith prosegue imperterrita sulla sua strada, avendo ancora da stupire (e non poco …) con la prova notoriamente a lei più congeniale, ovverossia i 200 metri, per la quale non è da escludere che si sia risparmiata ai Trials per sprigionare tutta la sua potenza nel più importante arengo olimpico.

Disquisizioni a parte, la velocista californiana inaugura la gara sulla doppia distanza il 28 settembre migliorando di 0”01 centesimo il suo limite personale e record Usa con il correre il suo Quarto di finale in 21”76 (a soli 0”05 centesimi dal primato mondiale delle tedesche orientali Koch e Drechsler …), per poi fornire un’esibizione che resterà imperitura nella memoria di chi vi ha assistito, il giorno appresso.

Inserita, difatti, nella prima delle due semifinali che prende il via alle ore 15:00 locali, assieme alla Ottey ed alla tedesca dell’Est Gladisch-Moeller, così da ricomporre il podio dei Mondiali di Roma ’87, tale circostanza deve essere indubbiamente stata di sprone alla Griffith quale miglior occasione per “regolare i conti” a modo suo, si intende, involandosi sin dalla fase in curva per non rilassarsi in rettilineo ed andare a schiantare il precedente record mondiali fermando i cronometri sul 21”54, il che lascia le attonite rivali ad oltre mezzo secondo di distacco, domandandosi se si trovano ancora sulla Terra oppure no.

Con la seconda semifinale a qualificare – con tempi “umani” di 22”13 e 22”27 – come migliori la Jackson e la Drechsler, tra gli addetti ai lavori monta l’attesa per capire quale tipo di dimostrazione “Flo-Jo” sia in grado di proporre meno di due ore dopo, nella Finale che prende il via alle 16:40 del 29 settembre 1988.

Sorteggiata in quinta corsia tra la Gladisch-Moeller in quarta e la Jackson in sesta, mentre l’altra giamaicana Ottey prende il via in terza e la Drechsler è indubbiamente penalizzata dalla sorte che la relega in prima corsia, la Griffith annulla dopo pochi appoggi il decalage dalla Jackson tanto da presentarsi all’uscita dalla curva già in testa per poi incrementare la propria progressione con una falcata di tale ampiezza, potenza e leggerezza assieme che mai si è avuto modo di apprezzare su di una pista di atletica, facendo fare alle pur accreditate avversarie la figura di juniores in una gara senior, talmente ampio è il margine che la porta ad esultare a braccia alzate ed un sorriso coinvolgente sin da 10 metri dal traguardo, tagliato in uno stratosferico tempo di 21”34 – sempre per il raffronto con il settore maschile, l’anno seguente Sandro Floris si aggiudica i Campionati italiani con 21”24 … – mentre la Jackson “tiene” realizzando in 21”72 (ad un solo 0”01 centesimo dal precedente limite preolimpico …) il suo “Personal Best” che le vale l’argento e la già detronizzata ex primatista mondiale Drechsler aggiunge al bronzo sui 100 metri anche quello sulla doppia distanza, concludendo in 21”95 e lasciando per soli 0”04 centesimi la Ottey giù da podio.

Questa volta l’immagine che fa il giro del pianeta è quella del marito-allenatore Al Joyner (la cui sorella Jackie completa un’edizione familiare dei Giochi irripetibile, aggiudicandosi l’oro sia nel Salto in lungo che nell’Eptatlon …) che scende in pista per abbracciare la moglie prendendola in collo, ma, con una tale “tigre nel motore” gli Stati Uniti contano di poter far loro anche la staffetta 4×100, in cui la Griffith viene inserita in terza frazione per sfruttarne l’abilità in curva e poter lanciare la Ashford in quarta, ben sapendo che le tedesche orientali venderanno cara la pelle.

Cosa che, puntualmente, si verifica allorché le finaliste prendono il via alle 13:55 di sabato 1 ottobre ’88, con la Germania Est che schiera in prima frazione la Moller che passa il testimone alla Behrendt che a propria volta lo consegna alla Auerswald pressoché contemporaneamente a quanto la Echols, ricevuto lo stesso da Alice Brown in prima frazione, fa con la Griffith.

Punta sull’orgoglio la Auerswald tiene botta in curva rispetto alla “donna bionica” e l’ultimo cambio vede Ashford e Marlies Goehr – le due dominatrici sui 100 metri tra la metà degli anni ’70 ed il pari periodo del successivo decennio – dare vita ad un duello appassionante che vede infine prevalere l’americana per soli 0”11 centesimi (41”98 a 42”09), così da regalare alla Griffith il suo terzo oro.

Griffith le cui fatiche dovrebbero essere giunte al termine – essendo già scesa 10 volte in pista – ma perché non sfruttare le sue enormi potenzialità per cercare di strappare all’Unione Sovietica l’oro della staffetta 4×400, gara che, in fondo, si disputa “appena” 40’ dopo la prova sul giro di pista, devono essersi chiesti i dirigenti Usa, i quali ottengono l’assenso della Griffith, la quale fa un enorme regalo a tutti gli appassionati di Atletica Leggera.

Accade, difatti, che all’ultimo cambio, la Griffith riceva dalla Brisco il testimone a stretto contatto con la Bryzgina – la quale, dal canto suo, si è già messa al collo l’oro nella prova individuale in 48”!65 – e le due atlete non si risparmiano, dando vita alla più esaltante ultima frazione di una staffetta 4×400 femminile a cui si abbia mai avuto modo di assistere, con la Griffith a mantenersi in scia alla sua avversaria con la fondata speranza di poter sfruttare le sue maggiori doti di velocista sul rettilineo finale, ma il ritmo imposto dalla sovietica è tale da sfiancarne la resistenza e, sia pur cedendo qualche metro negli ultimi appoggi, riesce a conservare un margine sufficiente per portare il proprio quartetto al successo.

Ma, quella che così descritta è semplicemente la cronaca di una gara come potrebbero essercene state mille altre, riceve al contrario la consacrazione dal riscontro cronometrico che recita 3’15”17 per il quartetto sovietico e 3’15”51 per le ragazze americane, tempi entrambi al di sotto di quello che sembrava un record stratosferico della Germania Est – le cui componenti concludono terze con il tempo di 3’18”29, curiosamente uguale al precedente record olimpico stabilito a Los Angeles ’84 – ed il cui valore è ribadito dal fatto che tutt’oggi, a 30 anni di distanza, gli stessi rappresentano la prima e la seconda prestazione mondiale di ogni epoca.

Così come, del resto, dopo un trentennio, resistono ancora i primati della Griffith nelle gare individuali, sia sui 100 metri – che, anche se si esclude con il più che legittimo beneficio del dubbio il “mostruoso” 10”49, la stessa detiene la seconda e la terza miglior prestazione con il 10”61 ai Trials ed il 10”62 nei Quarti a Seul – che sulla doppia distanza, dove il suo stratosferico 21”34 non è ancora neppure stato avvicinato, visto che la seconda miglior prestazione per singola atleta riporta al 21”62 di Marion Jones a Johannesburg (e quindi con il vantaggio dell’altitudine …) realizzato l’11 settembre 1998.

Data, quest’ultima, da tenere a mente, poiché appena 10 giorni dopo, il 21 settembre – praticamente a 10 anni esatti dalle sue imprese coreane – Florence Griffith improvvisamente si spenge, a 38 anni ancora da compiere, soffocata da una crisi epilettica nel sonno, facendo rinascere le polemiche sulle sue prestazioni, già suscitate dal fatto che, ad Olimpiadi finite, si fosse immediatamente ritirata dalle scene.

Quale che sia la verità solo lei ed il marito, in quanto suo allenatore, la conoscono, i fatti evidenziano come sia risultata negativa ad ogni test antidoping – anche se sulla validità degli stessi, dopo lo “scandalo Johnson”, si nutrono forti dubbi in merito – ed, in ogni caso, la causa più probabile dell’attacco epilettico sembra debba ricondursi ad un angioma cavernoso congenito.

Anno 1988 che vede i trionfi e la Gloria olimpica, il 1998 la prematura scomparsa e noi, nel 2018, a ricordarne le gesta ed i riscontri di tempi che, a distanza di 30 anni, sembrano ancora ben lungi dall’essere superati e che lasciano dietro di oloro un’immagine ed un interrogativo.

L’immagine è quella di una ragazza esplosiva, potente, gioiosa e financo ammiccante con il suo “look trasgressivo“, capace altresì di commuoversi sino alle lacrime sul podio olimpico, mentre l’interrogativo è peraltro scontato: “Ma fu vera gloria …??

Domanda, quest’ultima, alla quale non avremo mai risposta …

 

YELENA SHUSHUNOVA, LA RISPOSTA AL DOMINIO RUMENO NELLA GINNASTICA ALLE OLIMPIADI DI SEUL 1988

Gymnastics, 1988 Summer Olympics
Yelena Shushunova alla Trave a Seul 1988 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

L’esplosione alle Olimpiadi di Montreal ’76 di un talento assoluto come Nadia Comaneci, ha, come logica conseguenza, il creare un movimento nella Ginnastica femminile del suo Paese sino ad allora sconosciuto, prova ne sia che nel medagliere olimpico, prima dei citati Giochi canadesi la Romania poteva contare solo due miseri bronzi nel Concorso Generale a Squadre, ottenuti in due edizioni consecutive di Melbourne ’56 e Roma ’60.

Si tratta di un ennesimo attacco all’indiscussa supremazia sovietica in tale disciplina, per otto edizioni consecutive – dalla loro prima partecipazione ai Giochi di Helsinki ’52 sino a Mosca ’80 – medaglia d’oro nel Concorso Generale a Squadre, mentre a livello individuale, prima della citata Comaneci, tale superiorità era stata messa in discussione da due sole ginnaste, vale a dire l’ungherese Agnes Keleti e, soprattutto, la “divina” ceca Vera Caslavska, autentica “prima donna” alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, alla stregua di una stella del Cinema.

E così, dopo aver a stento parzialmente respinto le mire della Comaneci – due Ori ed altrettanti Argenti per lei – ai Giochi moscoviti, i Dirigenti dell’Unione Sovietica, assente alle Olimpiadi di Los Angeles ‘84 per il noto contro boicottaggio, devono prendere atto della crescita del movimento ginnico rumeno, capitanato dalla 17enne Ecaterina Szabo che in tale occasione conquista quattro medaglie d’oro ed una d’argento.

Occorre, da parte della Federazione sovietica, correre ai ripari, dopo il ritiro della “Generazione d’oro” costituita dal fantastico trio composto da Ludmila Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim (oltre alla sfortunata Elena Mukhina, rimasta paralizzata per un incidente in allenamento in prossimità dei Giochi di Mosca ’80 …), con l’indubbio vantaggio di un bacino sterminato a cui poter attingere, al fine di riprendersi la leadership in vista delle successive Olimpiadi di Seul ’88.

Il quadriennio post olimpico prevede – oltre ai Campionati Europei ed alla Coppa del Mondo, nonché Tornei vari – i due appuntamenti principali costituiti da due edizioni dei Campionati Mondiali – in programma a Montreal ’85 e Rotterdam ’87 – dove è possibile saggiare il livello di crescita dei rispettivi movimenti, visto che oramai la ribalta al femminile della Ginnastica artistica è pressoché limitato esclusivamente a sovietiche e rumene, con qualche piccola “intrusione” delle ragazze tedesco orientali.

E, nell’ottica appunto di creare le premesse per formare una squadra in grado di ben figurare ai Giochi di Seul ’88, ecco che alla Rassegna Iridata di Montreal ’85 l’Urss presenta un Team di giovanissime, eccezion fatta per la Capitana Natalia Yurchenko, Oro nel Concorso Generale Individuale ed a squadre due anni prima a Budapest ’83 e penalizzata dal boicottaggio che le aveva impedito di gareggiare alle Olimpiadi californiane.

Per il resto si fa molto affidamento, in casa sovietica, sulle prestazioni delle 15enni Olga Mostepanova ed Oksana Omelianchik (curiosamente nate ad un giorno di distanza l’una dall’altra, il 3 e 2 gennaio 1970 rispettivamente …), nonché, soprattutto, sul talento della 16enne Yelena Shushunova, che si era messa in luce ai Campionati Europei di Helsinki ’85 e di cui andiamo a raccontare la relativa Storia.

Nata a Leningrado il 23 aprile 1969, Yelena inizia a praticare ginnastica sin da bambina all’età di 7 anni, per poi competere nelle sue categorie già nel 1981, appena 12enne e conquistare la sua prima medaglia d’oro al Corpo libero ai Campionati Europei juniores ’82.

L’anno seguente è quello della definitiva affermazione per la Shushunova, che ai Campionati Urss vince il titolo al Corpo libero, giunge seconda alle Parallele asimmetriche e terza nel Concorso Generale Individuale, aggiudicandosi anche la prestigiosa “Coppa dell’Unione Sovietica”, Trofeo che farà suo sino al 1988, con la sola eccezione del 1984, dove si classifica terza.

Introdotta nell’anno olimpico a far parte del Team sovietico, non può chiaramente partecipare ai Giochi di Los Angeles ’84, dovendo suo malgrado ripiegare sui “Giochi dell’Amicizia” che si svolgono ad Olomouc, in Cecoslovacchia, dove fornisce il proprio contributo all’Oro nel Concorso Generale a Squadre, non andando peraltro oltre il terzo posto al Corpo libero.

1985 EUROPEAN CHAMPIONSHIPS ARTISTIC GYMNASTICS
Shushunova agli Europei di Helsinki ’85

Ma è il 1985 l’anno della definitiva consacrazione per la 16enne Yelena, la quale sbaraglia il campo ai Campionati Europei di Helsinki, facendo suo l’Oro nel Concorso Generale individuale con 39,775 punti (tra cui un 10 al Volteggio e due 9,975 al Corpo Libero ed alle Parallele asimmetriche), così da precedere la veterana tedesca orientale Maxi Gnauck e l’altro giovane talento sovietico Omelianchik, che chiudono con 39,600 e 39,525 punti rispettivamente, in una Classifica che vede la dominatrice di Los Angeles, la rumena Szabo, concludere al quinto posto e la sua giovanissima (appena 13enne …) connazionale Daniela Silivas piazzarsi ottava.

Titolo al quale la Shushunova aggiunge altri tre Ori al Corpo libero, volteggio e Parallele asimmetriche (in quest’ultimo caso a parità di punteggio con la Gnauck), dovendosi accontentare del bronzo solo alla Trave, dove peraltro ad imporsi è la ricordata Omelianchik, altresì argento al Corpo libero e terza alle Parallele asimmetriche.

Le imprese delle due ginnaste fanno sì che in Federazione si punti molto sulle loro potenzialità in vista della Rassegna iridata canadese, tanto più che la Yurchenko non aveva dimostrato di essere in grandi condizioni, avendo concluso non meglio che decima il Concorso Generale individuale in sede continentale, una fiducia che viene confermata in termini piuttosto inusuali, ma alquanto tipici a quelle latitudini.

Avviene, difatti, che nel Concorso Generale a squadre – che l’Unione Sovietica si aggiudica sulla Romania con un buon margine (393,375 punti a 388,850), con la Germania Est a completare il podio a quota 387,500 – l’emozione dell’evento giochi un brutto scherzo sia alla Omelianchik che alla Shushunova (quest’ultima, in particolare, penalizzata nell’esercizio alle Parallele asimmetriche …), le quali avendo totalizzato 78,175 e 78,025 punti rispettivamente si ritrovino quarte e quinte tra le componenti del loro Team – di cui la migliore è la Yurchenko con 78,650 punti – e, pertanto, a dover essere escluse dal Concorso Generale individuale, che prevede la partecipazione di sole tre atlete per Nazione …

Ma la Dirigenza sovietica, memore delle loro prestazioni alla Rassegna Continentale, crede nelle loro potenzialità e quindi attribuisce a non meglio identificati “problemi fisici” della Mostepanova e di Irina Baraksanova la loro esclusione dalle prove individuali.

Un bel rischio, indubbiamente, anche perché sia Omelianchik che Shushunova partono da un punteggio più basso (costituito dalla metà di quanto ottenuto nella gara a squadre) rispetto a quanto avrebbero fatto le loro compagne escluse, ma anche una grande iniezione di fiducia per le giovanissime ginnaste che, difatti, la ripagano nel miglior modo possibile.

Entrate in gara con un distacco di 0,287 e 0,362 millesimi rispettivamente nei confronti della rumena Szabo, che aveva realizzato il miglior punteggio nella prova a squadre, Omelianchik e Shushunova confermano la bontà della scelta recuperando lo svantaggio con una prova pressoché perfetta al Corpo libero (premiata con 9,975 per entrambe), con la Shushunova a recuperare lo svantaggio sulla compagna alle Parallele asimmetriche, così da concludere appaiate con un totale di 78,663 che le fa salire entrambe sul gradino più alto del podio, relegando al terzo e quarto posto le due tedesche orientali Dagmar Kersten e Gabriele Faehnrich, mentre le deluse sono proprio la Szabo e la Yurchenko, che concludono non meglio che quinta e sesta in una graduatoria che vede l’americana Sabrina Mar, prima delle ginnaste occidentali, occupare a malapena la quattordicesima posizione, a dimostrazione di come, all’epoca, sia ancora enorme il gap tra Est ed Ovest in tale disciplina.

1988 USA v USSR Gymnastics
Oksana Omelianchik alle Parallele asimmetriche – da:gettyimages.it

Esclusa per il ricordato errore nella prova a squadre dalle Finali di specialità alle Parallele asimmetriche – che risultano appannaggio della ricordata coppia tedesca orientale, con la Faehnrich a prevalere sulla Kersten – la Shushunova inizia la propria sfida personale con le rumene al Volteggio, dove realizza il punteggio complessivo di 19,826 sufficiente a tenere a bada la Szabo, argento con 19,650, per poi subire la rivincita alla Trave, esercizio che conclude al terzo posto con 19,575 punti, mentre la “lotta in famiglia” vede la Silivas mettersi al collo il primo dei suoi 7 titoli iridati, precedendo (19,813 a 19,775) ancora la Szabo.

Resta il Corpo libero e qui la sfida tra connazionali si sposta sul versante sovietico e, nonostante sia questo uno dei punti di forza del programma della Shushunova, a prevalere, peraltro a livelli di eccellenza assoluta, è la Omelianchik per l’inezia di 0,012 (19,900 a 19,888) millesimi di punto

Tra i Dirigenti della Federazione sovietica ci si compiace per l’eccellente risultato ottenuto (5 ori, un argento ed un bronzo), convinti di aver intrapreso la strada giusta per riappropriarsi dello scettro a livello mondiale in tale disciplina, in ciò confortati dalla continua crescita della Shushunova, la quale nel 1986 va a medaglia in tutte e sei le prove (4 ori e 2 argenti) dell’edizione inaugurale dei “Goodwill Games” disputata a Mosca e, cosa ancor più importante, fa incetta di allori nelle Finali di Coppa del Mondo che si svolgono a Pechino, dove si aggiudica l’oro nel Concorso Generale individuale, così come al Corpo Libero, Volteggio e Parallele asimmetriche, lasciando alle altre solo il titolo alla Trave, dove peraltro si classifica terza.

Un eccellente biglietto da visita in vista dei test preolimpici costituiti dalle Rassegne continentale ed iridata del 1987, in programma a Mosca e Rotterdam rispettivamente, Campionati che però pongono i tecnici sovietici di fronte ad una (per loro …) amara, ed in parte forse inattesa, realtà

Questa è costituita semplicemente dalla crescita esponenziale della ora 15enne rumena Silivas, la quale si permette di infliggere alle ginnaste sovietiche un’autentica lezione proprio davanti al loro pubblico della Capitale, centrando il gradino più alto del podio, sia nel Concorso Generale individuale che nelle singole specialità al Corpo libero, Trave e Parallele asimmetriche, e buon per le padrone di casa che a salvar loro l’onore ci pensi ancora Shushunova, che conferma il titoli di due anni prima ad Helsinki nel Volteggio, cui unisce il bronzo nel Concorso generale.

Sicuramente qualcosa ben di più di un semplice “campanello d’allarme”, che necessita di un immediato riscontro in occasione dei Mondiali di Rotterdam, anche al fine di stabilire su quali ginnaste poter contare per completare il Team che dovrà, l’anno seguente, prendere parte alle “Olimpiadi della riappacificazione” di Seul ’88, dopo le due disgraziate edizioni dimezzate.

Rassegna iridata che, viceversa, se possibile, aumenta ancor più le preoccupazioni in casa sovietica poiché, alla oramai affermata Silivas si aggiunge un’altra pericolosissima cliente, ovverossia la non ancora 15enne Aurelia Dobre, la quale, nella “Settimana di Gloria” dell’intera sua carriera, contribuisce in modo determinante al successo nel Concorso Generale a squadre – totalizzando 79,550 punti su di un massimo di 80,000 (!!), con tanto di tre 10 assegnatile dai giudici per i suoi esercizi al Corpo libero, Trave e Volteggio – che vede la Romania prevalere di stretta misura (395,400 a 394,950) su di un’Unione Sovietica che ha oramai in Shushunova e Omelianchik le proprie punte di diamante.

721273161-1024x1024.jpg
La rumena Dobre alla Trave ai Mondiali di Rotterdam ’87 – da;gettyimages.it

Prova a squadre che, qualificando le prime tre di ogni Team al Concorso Generale individuale vede le portacolori rumene (Dobre, Silivas e Szabo) e le rivali sovietiche (oltre alle citate vi è anche Svetlana Baitova) racchiuse nell’inezia, considerando come il punteggio del Concorso a squadre venga dimezzato, di appena 0,400 millesimi di punto, dai 39,775 della Dobre ai 39,375 della Omelianchik.

Per la rappresentativa dell’Urss l’alfiere resta comunque sempre Shushunova, l’unica ad inserirsi nella sfida tra Dobre e Silivas – mentre la Szabo fallisce completamente l’esercizio alla Trave, terminando in una per lei desolante 14esima posizione, appena davanti alla prima ginnasta occidentale, nella fattispecie la canadese Lori Strong – nonostante la buona prova anche di Baitova ed Omelianchik, che concludono le loro fatiche ai margini del podio.

La battaglia per l’oro, al contrario, conferma il livello di eccellenza assoluta della Dobre, la quale viene premiata dalla Giuria con un 10 al volteggio, due 9,975 al Corpo libero ed alle Parallele asimmetriche ed un 9,925 alla Trave, confermandosi irraggiungibile dall’alto dei suoi 79,650 punti, mentre Shushunova, dal canto suo, sfrutta una leggera incertezza della Silivas alle Parallele asimmetriche (valutata 9,625) per soffiarle la medaglia d’argento per soli 0,287 millesimi (79,487 a 79,200) grazie anche al solito, perfetto esercizio al Corpo libero, da cui ottiene anch’essa il 10 dai giudici.

Come vi starete rendendo conto, sia sta viaggiando su livelli stratosferici, dove la più minima indecisione diviene determinante per la conquista di un titolo, e, sul filo di questa tensione emotiva, anche le prove alle singole specialità non tradiscono le attese, con Shushunova a dover dare fondo a tutta la sua classe per reggere l’urto dell’onda rumena.

Unica, difatti, assieme alla Dobre, ad aver ottenuto la qualificazione in tutte e quattro le singole specialità, l’oramai 18enne di Leningrado riesce a centrare altrettanti podi, ad iniziare dal bronzo alle parallele asimmetriche con 19,913 punti, unico podio in cui si inserisce una ginnasta di una diversa nazionalità, ovverossia la tedesca orientale Dorte Thummler, che ne divide il gradino più alto con la Silivas, avendo entrambe totalizzato 19,925 punti.

Bronzo che si trasforma in argento alla Trave, dove i 19,775 punti della sovietica sono superati solo dalla strepitosa performance della Dobre, che al 10 dei preliminari abbina un 9,950 che la pone al riparo da qualsiasi tentativo di rimonta, per poi confermare il titolo iridato di due anni prima a Montreal al Volteggio, lasciandosi con 19,894 alle spalle la coppia rumena formata da Eugenia Golea e dalla Dobre, che concludono nell’ordine.

154051916-612x612
Shushunova alla Trave ai Mondiali ’87 – da:gettyimages.it

Ma la prova più attesa resta quella del Corpo libero, alla quale Shushunova e Silivas si presentano accomunate dall’identica base di partenza di 10 proveniente dai preliminari del Concorso a squadre, ma i giudici non riescono a distinguerle, poiché le loro esibizioni sono talmente perfette che non possono che confermare il precedente giudizio, verificandosi pertanto uno dei rari risultati – forse l’unico, ma di questo non ne abbiamo assoluta certezza – in cui il titolo viene assegnato ex aequo a due ginnaste con il massimo dei voti, vale a dire 20,000 con la Dobre, ahilei, a doversi accontentare del terzo posto nonostante abbia totalizzato un 19,950 …!!

L’esito della Rassegna iridata porta la Federazione sovietica a trarre due conclusioni, vale a dire la prima di aver avuto conferma dell’indiscutibile forza della formazione rumena, per cui non c’è da attendersi cali di rendimento in vista dell’appuntamento olimpico, e la seconda che l’atleta su cui fare affidamento è oramai la sola Shushunova, tant’è che del sestetto che ha composto la squadra alla Rassegna iridata ne vengono selezionate per i Giochi di Seul ’88 solo tre, con Baitova e l’emergente talento della 15enne Svetlana Boginskaya (bronzo alla trave a Rotterdam …) a far compagnia alla Capitana, con la formazione completata da Natalia Laschenova, Elena Shevchenko ed Olga Strazheva.

Le rumene, dal canto loro, con il ritiro dall’attività agonistica della oramai 20enne Szabo, non possono che affidare le loro ambizioni di primato alle due stelle dei Mondiali, vale a dire le più volte citate Dobre e Silivas, con la 15enne Gabriela Potorac a rilevare la Szabo nella scelta della formazione, rimasta invariate per le altre cinque componenti.

Appuntamento quindi, per quella che, a tutti gli effetti, si dimostra come la “resa dei conti” tra i due opposti schieramenti, alla “Olympic Gymnastics Hall” di Seul, dove le ginnaste si sfidano a suon di esibizioni al limite della perfezione dal 19 al 25 settembre ’88.

Come di consueto, la prova di apertura è costituita dal Concorso Generale a squadre, dal cui esito dipendono poi le ammissioni sia al Concorso Generale individuale che alle singole specialità, e mentre da un lato Shushunova si conferma il faro del Team sovietico, dall’altro è la Silivas a far capire alla Dobre che “una rondine non fa primavera”, esprimendosi come non mai nella sua carriera.

Gymnastics, 1988 Summer Olympics
Shushunova al Corpo libero nella prova a squadre di Seul ’88 – da:gettyimages.it

Che Shushunova e Silivas siano ben più di un gradino al di sopra di tutte le altre ginnaste impegnate nella Manifestazione è ribadito dal contributo, che nelle due giornate del 19 e 21 settembre portano alle rispettive formazioni, con la prima a concludere con un punteggio allucinante di 79,675 frutto di ben quattro 10 e la seconda a rispondere con 79,575, potendo anch’essa vantare analoga premiazione da parte dei giudici ai propri esercizi, con la medaglia d’oro che va all’Unione Sovietica con un totale di 395,475 punti rispetto ai 394,125 delle rumene, mentre la Germania Est conferma il proprio “abbonamento” al gradino più basso del podio.

dc1fc17b567dddb4e6a175dda5e80aae
Il Team sovietico festeggia l’oro a squadre – da:gettyimages.it

Il 23 settembre si torna in pedana per la replica della sfida nella prova che porta all’assegnazione delle medaglie la livello individuale – giova ricordare che le tre sovietiche (Shushunova, Boginskaya e Lashenova) hanno ottenuto nella prova a squadre, rispettivamente il primo, terzo e quinto punteggio, ed, a scalare, Silivas, Ptorac e Dobre il secondo, quarto e sesto – ad ulteriore testimonianza come per le altre via siano ben poche speranze di primeggiare ….

Speranze che diventano certezze allorché la Classifica preliminare viene parimenti confermata dopo gli esercizi liberi, con Silivas e Shushunova a dare spettacolo, ricevendo entrambe un 10 al Corpo libero, mentre la sovietica ottiene il suo terzo 10 su altrettante esibizioni al Volteggio così come la rumena alle Parallele asimmetriche, ed, in questa sfida titanica, la Silivas riesce solo a recuperare 0,025 millesimi di punto alla sua più anziana rivale, perdendo la medaglia d’oro per soli 0,025 millesimi (79,662 a 79,637), con la 15enne Boginskaya a confermare quanto di buono si dice sul suo conto, completando il podio con 79,400 punti.

Con già due ori al collo, rispetto ai due argenti della Silivas, la Shushunova è pronta a raccoglierne la sfida nelle singole specialità, che vanno in scena il 25 settembre, visto che entrambe si sono qualificate per tutte e quattro le prove, così come la Boginskaya del resto, a cominciare dall’esibizione al Volteggio, dove parte dal massimo punteggio di 10 ottenuto nella fase preliminare.

Ma anche le Campionesse possono incorrere in un’indecisione, ed il 9,712 di media con cui vengono premiati i suoi due salti rappresenta il voto più basso delle otto finaliste, tanto da farla retrocedere addirittura all’ultimo posto, mentre a riscattare la connazionale ci pensa proprio la Boginskaya che, con il secondo miglior punteggio di partenza, ottiene una media di 9,968 che la porta a trionfare con un totale di 19,905 relegando alle piazze d’onore le due rumene Potorac e Silivas, che concludono con 19,830 e 19,818 rispettivamente.

Incertezza, quella della sovietica, in cui non cade la Silivas nell’esercizio alle Parallele asimmetriche, in cui il 10 che si porta in dotazione viene confermato anche dalla sua esibizione conclusiva, ottenendo la medaglia d’oro con il massimo punteggio possibile di 20,000, votazione che i giudici assegnano anche alla tedesca orientale Kersten ed alla Sushunova, che pertanto confermano le rispettive posizioni di partenza, ottenendo il rispettivo argento e bronzo con 19,987 e 19,962 a dimostrazione dell’incredibile livello di eccellenza a cui gli spettatori in tribuna hanno avuto la fortuna di assistere.

959743588-1024x1024
La rumena Silivas alle Parallele asimmetriche a Seul ’88 – da:gettyimages.it

Nell’esercizio alla Trave partono a parità di punteggio (9,937) sia Silivas che Boginskaya, e stavolta è la più giovane sovietica a patire una leggera indecisione che la penalizza con un 9,850 che la fa scivolare in quinta posizione, cosa di cui approfitta Shushunova per scalare dalla terza alla seconda posizione per un totale di 19,875 ma nulla può contro un’altra eccellente esibizione della rumena che, valutata 9,987 dalla giuria (già che c’erano potevano anche assegnarle il 10, no …??), la isola ad un totale di 19,924 che le vale il suo secondo oro, con la connazionale Potorac a cogliere il bronzo a pari merito con l’americana Phoebe Mills, unica atleta occidentale ad intrufolarsi tra i sei podi della Ginnastica femminile a Seul.

Resta solo l’esibizione al Corpo libero, uno dei punti di forza di Shushunova, che si presenta sul tappeto alla pari con Silivas (9,950 di partenza per entrambe), ma mentre la rumena si conferma sfiorando ancora la perfezione con 9,987 la sovietica incorre in una nuova incertezza che, in un consesso del genere, paga a caro prezzo, visto che il 9,625 assegnatole dalla Giuria la relega in settima posizione, al contrario della Boginskaya che si dimostra all’altezza della Silivas, ottenendo un 9,975 che le consegna la sua quarta medaglia, stavolta d’argento, dopo due ori ed un bronzo.

Probabilmente Shushunova ha pagato, nelle prove individuali, la tensione accumulata nei Concorsi Generali, senza peraltro nulla togliere alle straordinarie prestazioni della Silivas, pressoché tutte vicine od aver raggiunto la perfezione, ed, in ogni caso, la 19enne di Leningrado, che a conclusione dei Giochi abbandona l’attività, può pur sempre consolarsi con il fatto di aver raggiunto la leggendaria connazionale Tourischeva nell’essere la seconda ed unica ginnasta di ogni epoca a poter vantare il successo nel Concorso Generale individuale in sede olimpica, mondiale, europea ed in Coppa del Mondo.

Con in più il legittimo orgoglio di aver saputo tenere testa ad un’avversaria di valore assoluto come la Silivas consentendo al proprio Paese di evitare che la stessa realizzasse un en plein che sarebbe rimasto indelebile, anche se poi il destino non è stato benevolo nei suoi confronti, visto che alcune complicazioni a seguito di una polmonite se la portano via il 16 agosto scorso, ad appena 49 anni di età.

Ma, nella ultracentenaria storia di quell’affascinante libro che è il “Romanzo delle Olimpiadi”, al capitolo dedicato ad Yelena Shushunova resterà ad imperitura memoria il ricordo di “colei che si oppose allo strapotere rumeno nella Ginnastica femminile ai Giochi di Seul …” …

E diciamo che non è poco …

KRESIMIR COSIC, IL FUORICLASSE EUROPEO CHE DISSE NO ALL’NBA

cosic.jpg
Kresimir Cosic con la maglia della Brigham Young University – da basketnet.it

articolo di Nicola Pucci

In quella sterminata fucina di talentuosissimi giocatori, di pallacanestro ma non solo, che è l’ex-Yugoslavia, una citazione a parte merita uno dei più grandi di sempre, se non forse il migliore di tutti. Almeno in Europa.

Kresimir Cosic, tanto per chiarire fin dal principio di chi stiamo parlando, nasce a Zagabria il 26 novembre 1948, e se la condizioni di vita da quelle parti, a dispetto dell’idea unitaria proposta dal Maresciallo Tito, sono decisamente difficoltose un po’ per tutti, il giovanotto cresce, tanto, in altezza, e decisamente meno in chilogrammi, acquisendo tuttavia fin da adolescente le caratteristiche del giocatore di pallacanestro. A cui può associare doti non comuni nell’utilizzo delle mani, estremamente sensibili nel mettere la sfera a spicchi nella retina

Nel frattempo, assieme alla famiglia, il “piccolo” Cosic prende cappello e si trasferisce a Zara, sulla costa dalmata, e qui viene ben presto inserito in organico dalla squadra locale, che attendeva proprio un giovane fuoriclasse per spiccare il salto in alto. E fuoriclasse, Cosic, lo è davvero, tanto da venir forgiato da quell’Enzo Sovitti che non è solo un allenatore, ma pure il mentore di quel KK Zadar destinata a segnare la storia della pallacanestro yugoslava. In effetti, con il contributo di Kresimir che dall’alto dei suoi 211 centimetri è difficilmente contenibile, la squadra conquista i suoi primi titoli nazionali, nel 1965, nel 1967 e nel 1968, terminando altresì terza nel 1966 alle spalle di Olimpia Lubjana e Partizan Belgrado.

I successi in campionato del pivottone che gli amici di infanzia chiamavano “Auschwitz” per quanto fosse magro, spalancano a Cosic le porte della Nazionale yugoslava, allenata da un’altra leggenda della pallacanestro di quel paese, Ranko Zeravica, che lo seleziona con la squadra pronta a giocarsi le sue chances sia ai Mondiali in Uruguay del 1967, chiusi in seconda posizione alle spalle dell’Urss, che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. In quella formazione esercitano altri campionissimi, tra tutti Radivoj Korac, e saranno solo gli Stati Uniti di Spencer Haywood a negare alla Yugoslavia, vincitrice in semifinale di una sfida drammatica con l’Urss (63-62 con Cosic che in 21 minuti segna 6 punti), il trionfo ai Giochi, battendola sia nella fase a gironi (73-58 con 13 punti di Cosic) che in finale (65-50 con Cosic tenuto a soli 4 punti). Kresimir, che delizia nondimeno la platea per i movimenti difficili da contrastare nell’area piccola ed una mano delicata, più da guardia che da pivot, chiude la sua prima esperienza olimpica con 7,7 punti a partita ed un massimo di 16 punti in 18 minuti nella sfida di girone con l’Italia. E dovrà rimandare a data da destinarsi l’appuntamento con la gloria a cinque cerchi.

In effetti Cosic, ormai diventato un fattore dominante, colleziona una serie impressionante di titoli con la sua Nazionale, cogliendo l’oro alle edizioni iridate in casa del 1970 (segnando 15 punti nella decisiva sfida con gli Stati Uniti, risolta 70-63, e venendo inserito nel quintetto ideale del torneo) e nelle Filippine del 1978 (ancora una volta eletto miglior pivot della rassegna, rimanendo imbattuto e segnando 6 punti nell’appassionante finale, vinta 82-81 al tempo supplementare con l’Urss), vincendo per tre volte di seguito agli Europei (1973 in Spagna quando è pure nominato MVP del torneo, come già accaduto nel 1971, 1975 in Yugoslavia e 1977 in Belgio) e poi salire infine sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Mosca del 1980, proprio in casa della rivale per antonomasia, l’Urss, eliminata in semifinale dall’Italia di Sandro Gamba, poi battuta all’atto decisivo 86-77, a vendicare l’anonimo quinto posto di Monaco 1972 e l’ancor più bruciante secondo posto del 1976 quando Cosic&C. furono sconfitti nettamente dagli Stati Uniti di Adrian Dantley, 95-74 nonostante 27 punti di Praja Dalipagic.

Ma se i destini di Cosic si incrociano con quelli degli Stati Uniti, sovente, a livello di Nazionale, ancor più Kresimir ha modo di conoscere il basket stelle-e-strisce volando, a far data 1970, di là dall’Atlantico per vestire per tre anni la maglia della Brigham Young University, stato dello Utah, nel campionato NCAA, dove non solo conferma di essere un cestista tanto forte come da quelle parti hanno raramente visto facendo segnare a partita, al secondo anno, una media punti di 22,3 e 12,8 rimbalzi, ma abbracciando pure un credo, quello Mormone, che lo accompagnerà nel corso della sua, come vedremo, pur breve esistenza.

L’uomo matura e l’atleta si evolve ancora, diventando il pioniere del pivot moderno, capace di catturare rimbalzi per appoggiare a canestro ma anche di tirare dalla media distanza e smazzare assist al bacio, tanto da meritarsi per due anni di seguito una chiamata al Draft NBA, prima dai Portland Trail Blazers nel 1972 e poi addirittura dai Los Angeles Lakers 1973. Ma Kreso, come viene affettuosamente ormai appellato, dice “no grazie“, e se ne torna nella sua Zara, dove ha modo di vincere ancora due campionati, nel 1974 e nel 1975, per poi passare all’Olimpia Lubjana ed andare a deliziare il pubblico bolognese di fede Virtus, quella del mitico avvocato Porelli, che cerca l’anti-Meneghin per scalfire il dominio di Varese. Qui Cosic, dopo qualche iniziale difficoltà di adattamento, forse anche perché poco propenso all’allenamento ed eternamente pigro come tutti gli slavi, trova l’intesa perfetta con coach Terry Driscoll che disegna per lui una zona 3-2 e la giusta alchimia di squadra con Renato Villalta, Carlo Caglieris e Pietro Generali, oltrechè con l’altro straniero, Owen Wells prima, Jim McMillian poi, e per le “V nere” è manna piovuta dal cielo, con due scudetti cuciti sulle maglie superando Milano e Cantù in due finali chiuse sul 2-0.

La carriera di Kreso volge al termine, ma la classe è immensa e immutata, ed una volta nuovamente a casa, stavolta a difendere i colori di quel Cibona Zagabria che qualche anno dopo accoglierà un altro grande di Yugoslavia, Drazen Petrovic, Cosic trova il tempo di far suo il titolo nazionale nel 1982 battendo i nemici giurati del Partizan Belgrado, infilare un tris in Coppa di Yugoslavia ed infine conquistare un trofeo europeo con la squadra di club, unico tassello mancante al suo palmares, ovvero la Coppa delle Coppe del 1982 quando con 22 punti è decisivo nel successo di misura sul Real Madrid, 96-95 nella finale di Bruxelles.

Poi è tempo di saluti, ahimé prematuri rispetto alle previsioni, perché se è vero che una volta dismessi i panni del giocatore-fenomeno Kresimir si ricicla nelle vesti di allenatore per poi laurearsi e venir nominato vice-ambasciatore a Washington di quella Croazia ormai travolta dall’orrore della guerra, è altresì maledettamente vero che un brutto male se lo porta via nel 1995 a soli 47 anni. Già, come diceva quella frase ad effetto?… ah ecco… “perché Dio gli eroi li vuole presto accanto a sè“. E Kresimir Cosic, eroe del basket, lo è stato davvero, tra i più grandi di sempre.

PASQUALE PASSARELLI, IL LOTTATORE ITALO-TEDESCO CHE DOMINO’ A LOS ANGELES 1984

passa.jpg
Pasquale Passarelli a Los Angeles 1984 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Non si può proprio affermare che la Germania, paese storicamente all’avanguardia in materia sportiva (e non solo), abbia una gran tradizione di lottatori. Nella specialità libera i teutonici attendono ancora di mettersi al collo la prima medaglia d’oro olimpica, se è vero che la collezione vanta cinque argenti e quattro bronzi. Un po’ meglio le cose vanno in greco-romana, che oltre al successo giurassico di Carl Schumann, pure eccellente ginnasta, ad Atene 1896 e quelli ormai datati di Kurt Leucht e Jakob Brendel nei pesi gallo ad Amsterdam 1928 e Los Angeles 1932 fino al più recente di Maik Bullmann nei pesi medio-massimi a Barcellona 1992, colti in nome della Germania unita, e due vittorie battenti bandiera Germania Est con Rudolf Vesper nei pesi welter e Lothar Metz nei pesi medi, entrambi a Città del Messico nel 1968, hanno un solo titolo ai Giochi col simbolo della Germania Ovest. Quello a Los Angeles 1984 di Pasquale Passarelli, atleta neppure germanico purosangue tanto da esser nato a Gambatese, in provincia di Campobasso.

Ma a sei anni Pasquale, classe 1957, si trasferisce a Ludwigshafen sul Reno, assieme al resto della famiglia, tra cui i due fratelli Thomas (il maggiore dei tre, classe 1955, che sarà nove volte campione tedesco) e Claudio (il più giovane del lotto, classe 1965, che sarà a sua volta campione del mondo nel 1989 a Martigny nella categoria riservata ai -68 kg. battendo il francese Ghani Yalouz), ed è qui che si appassiona alla lotta, iniziando a gareggiare ad undici anni proprio sulle orme del fratello più grande. Il maestro Walter Gehring lo allena al KSG Ludwigshafen, ed ha modo di forgiarne non solo le indubbie qualità tecniche, ma pure il carattere, e i frutti, con il tempo, saranno copiosi.

In effetti Pasquale ottiene eccellenti risultati fin da giovanissimo, vincendo per due anni consecutivi, 1974 e 1975, due titoli tedeschi nella categoria di greco-romana riservata ai -57 kg, per poi, 20enne, nel 1977 giungere terzo ai Mondiali juniores di Las Vegas,  alle spalle del sovietico Vladimir Pivopapov e del polacco Jan Michalik, tracciando così la via di quelli che saranno poi i suoi successi a livello senior.

Dove esordisce in una grande manifestazione internazionale l’anno dopo, ai Mondiali di Città del Messico del 1978, che vedono Passarelli salire nuovamente sul terzo gradino del podio, preceduto dal sovietico Shamil Serikov e dallo yugoslavo Ivan Fergic, l’eterno piazzato della categoria, già secondo alle Olimpiadi di Montreal 1976 alle spalle del finlandese Pertti Ukkola e medagliato di bronzo pure alle rassegne iridate di Katowice 1974 e Goteborg 1977, che lo sconfiggono negli scontri diretti.

Un debutto così promettente non può però che accendere in Pasquale l’illusione di una Olimpiadi da disputarsi da protagonista, ed è su quell’appuntamento che il ragazzo molisano, ormai acquisita la cittadinanza della Germania Occidentale, punta l’obiettivo personale. Il che trova conforto nella stagione 1979, quando Passarelli se da un lato si vede costretto ad accontentarsi del quarto posto ai Mondiali di San Diego, buttato giù dal podio dal terzetto composto dal solito Serikov (che lo batte ancora), dal giapponese Kivamu Kasivagi e dall’azzurro Antonio Caltabiano, in precedenza era giunto altresì secondo agli Europei di Bucarest quando, ancora una volta, era stato costretto ad arrendersi alla legge del più forte, ovvero quel Serikov che diventa per lui una sorta di bestia nera. A cui, nondimeno, dà appuntamento per i Giochi di Mosca del 1980, seppur da disputarsi in casa del rivale.

Ma a Mosca 1980, ahimè, Passarelli non può prender parte, perché l’invasione sovietica dell’Afghanistan prima, l’irrevocabile decisione del presidente americano Jimmy Carter di boicottare l’evento a cinque cerchi poi, con conseguente “ammutinamento” anche delle potenze occidentali, Germania compresa, costano a Pasquale il sogno di poter competere per l’oro più prezioso. Rimandando le sue illusioni al quadriennio successivo.

Nel frattempo Serikov, liberato il campo da uno degli avversari più ostici, vince il titolo olimpico, ma nel 1981, agli Europei di Goteborg e ai Mondiali di Oslo, infine Passarelli riesce nell’impresa di battere tutti diventando il titolare sia del titolo continentale che di quello iridato, spezzando il sortilegio con il sovietico in Svezia e prendendosi invece la rivincita su Caltabiano in Norvegia.

Con il passaggio al KSV Wiesental, club di Norimberga, Pasquale, già eletto proprio nel 1981 quale lottatore dell’anno, diventa indiscutibilmente anche il numero 1 di Germania nella categoria riservata ai -57 kg., rigettando il tentativo di Rolf Krauss e Jurgen Lutterer di scalzarlo dal trono. E quindi, le energie, a questo punto, non possono che essere riservate a quello che diventa l’obiettivo primario della carriera di Passarelli, ovviamente far suo quel titolo olimpico che manca alla sua collezione di trionfi, non prima però aver colto l’argento agli Europei di Jonkoping dove, a causa di un infortunio alla spalla, è costretto al ritiro dovendo così rinunciare ad affrontare in finale un altro sovietico, Kamil Fatkulin.

L’Anaheim Convention Center di Los Angeles, nel 1984, ospita i 16 contendenti, tra i quali mancano, per il controboicottaggio imposto dall’Unione Sovietica in risposta a quel che accadde a Mosca 1980, tutti i paesi del blocco comunista. Senza Serikov e Fatkulin ad infastidirlo, Passarelli è l’indubbio favorito della prova, trovando nello stesso Caltabiano e nello svedese Benni Ljungbeck, bronzo quattro anni prima, gli avversari più accreditati, al pari del giapponese Masaki Eto che nel 1983 è stato consacrato campione del mondo a Kiev.

I lottatori sono distribuiti in due gruppi da otto, ma se nel girone A Caltabiano e Ljungbeck, che si affrontano nella prima giornata con la vittoria infine a premiare ai punti lo scandinavo, devono poi arrendersi a Masaki Eto che li atterra entrambi, nel girone B Passarelli completa un percorso netto, dominando nettamente ai punti il messicano Ernesto Bahena (13-0) e il dominicano Sergio Severino (16-2), per poi battere per passività il turco Mehmet Karadag e il rumeno Nicolae Zamfir e per manifesta superiorità il beniamino locale, Frank Femiano, andando a prendersi la finale olimpica.

Il 3 agosto 1984 Pasquale Passarelli è pronto all’appuntamento con la storia della lotta greco-romana, quale ultimo anello di una carriera di pregio. Masaki Eto è in effetti uno sfidante di tutto rispetto, campione del mondo in carica, ma dopo che il giapponese, nel tentativo di rimediare all’iniziale svantaggio, ha tenuto per 85 secondi il tedesco con una “presa a ponte” che pareva risolutiva senza però riuscire a schienarlo, infine Passarelli viene proclamato vincitore ai punti, 8-5, andando a cogliere quell’oro ai Giochi che inseguiva da sempre.

Qui si chiude la vicenda agonistica di Pasquale Passarelli, e se il campione, come talvolta accade, non lo sarà altrettanto fuori dai tappeti incappando in una sgradevole storia di contrabbando di denaro rubato, poco importa. La Germania Ovest, per la prima ed unica volta della sua storia, sale sul gradino più alto di un podio olimpico nella lotta greco-romana, ed è un exploit destinato agli annali… con tracce di tricolore bianco-rosso-verde.

IL TRIONFO DI GIUSEPPE E CARMINE ABBAGNALE AI GIOCHI DI SEUL 1988

4ad3a05b04dfdf6a22fb3b3406b94c93
Giuseppe e Carmine Abbagnale – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti

Ogni volta che un Comitato Olimpico Nazionale stila la lista dei partecipanti ad una singola edizione dei Giochi, giocoforza viene fatta una previsione su quali atleti poter contare per ottenere una medaglia e, tra questi, coloro che possono ambire a salire sul gradino più alto del podio.

In vista dei Giochi di Seul ’88, i primi che tornano a vedere una partecipazione pressoché assoluta, dopo le due edizioni dimezzate di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, in casa Italia ci si affida alla sempre prolifica scherma, così come alle lunghe distanze (mezzofondo prolungato, marcia e maratona) in atletica, mentre occorre valutare se, con il campo degli iscritti che comprende ora anche gli atleti del blocco sovietico, sia possibile confermare alcuni dei ben 14 ori conquistati a Los Angeles quattro anni prima.

Sotto questo aspetto, una delle maggiori speranze è riposta sull’armo del “due con”, composto dai fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale (timoniere Di Capua) che ai Giochi californiani si erano imposti con irrisoria facilità, rifilando all’equipaggio rumeno composto da Dimitrie Popescu e Vasile Tomoiaga un distacco abissale di oltre 5”, coprendo i 2mila metri del campo di regata in 7’05”99 rispetto ai 7’11”21 dei loro avversari.

Rowing At XXIII Summer Olympics
Carmine, Giuseppe e Di Capua a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.ch

La maggiore competitività prevista ai Giochi coreani non è peraltro tale da poter spaventare i “Fratelloni d’Italia” (definizione loro affibbiata dal “mitico” telecronista Rai Giampiero Galeazzi …), in quanto nel quadriennio post olimpico gli stessi si sono affermati ai Mondiali di Hazewinkel ’85, in Belgio, avendo ancora la meglio sulla ricordata coppia rumena (6’53”40 a 6’56”04), per poi cedere nell’edizione successiva di Nottingham ’86 solo alla leggendaria coppia britannica formata da Steve Redgrave ed Andy Holmes, battuti con un distacco di 1”24 (6’51”66 a 6’52”90), e quindi riappropriarsi del titolo iridato a Copenaghen ’87, prendendosi la rivincita sull’equipaggio di Sua Maestà, con oltre 2” di margine (7’40”81 a 7’42”88).

Redgrave ed Holmes, che anche a Seul sono iscritti sia al “due con” (timoniere Patrick Sweeney) che al “due senza”, con cui l’anno prima si erano laureati Campioni mondiali in Patria, rappresentano una coppia di clienti molto poco raccomandabili assieme al lotto degli equipaggi dell’Europa orientale, che vede ancora sulla linea di partenza la citata coppia rumena, senza trascurare gli armi della Germania Est ed Unione Sovietica.

E che possano essere proprio i britannici l’armo da battere è dimostrato allorché gli stessi si affermano il 24 settembre nella Finale del “due senza” con il tempo di 6’36”84, precedendo l’armo rumeno composto da Dragos Neagu e Danut Dobre e quello jugoslavo formato da Bojan Presern e Sadik, Mujkic, che concludono le loro fatiche in 6’38”06 e 6’41”01, rispettivamente.

Quella che, pertanto, è considerata una sorta di “resa dei conti” tra gli Abbagnale e la leggenda Redgrave – capace di conquistare cinque medaglie d’oro in altrettante edizioni consecutive dei Giochi, da Los Angeles ’84 sino a Sydney 2000 – visto che i due equipaggi si sono scambiati i primi due gradini del podio nelle ultime due Rassegne iridate, ha un gustoso antipasto sin dalle batterie, allorché sono inseriti nella terza, unitamente ai rumeni Popescu e Tomolaga, con l’armo azzurro ad avere la meglio in 7’03”55 rispetto ai britannici ed ai rumeni che concludono in 7’04”04 e 7’04”48 rispettivamente.

Quanto elevata sia la, peraltro cavalleresca, rivalità tra i due equipaggi è palesato proprio dai citati riscontri cronometrici, laddove si consideri che le altre due batterie avevano visto imporsi l’armo tedesco orientale e quello sovietico con tempi rispettivamente di 7’11”24 e di 7’12”96 largamente superiori.

Il rischio che il voler prevalere ad ogni costo senza risparmiarsi sin dai primi colpi di remo possa influire sulle regate successive viene fugato da Giuseppe e Carmine allorché si migliorano scendendo sotto i 7’ netti nella prima delle due semifinali, in programma il 22 settembre ’88, conclusa in 6’56”62 davanti ai tedeschi orientali Mario Streit e Detlef Kirchoff, anch’essi sotto la citata barriera in 6’58”08 davanti alla coppia rumena che rema in un comunque eccellente tempo di 7’00″3’, lasciando gli altri a debita distanza.

Più controllata la seconda semifinale, dove ad imporsi sono i bulgari Emil Groitzov e Atanas Andreyev, che precedono di soli 0”28 centesimi (7’01”23 a 7’01”51) Holmes e Redgrave – ma giova ricordare che i britannici scendono in acqua dopo aver appena disputato la semifinale del “due senza”, che si aggiudicano in 6’45”03 – con la coppia sovietica formata da Andrey Korikov e Roman Kazantsev ad aggiudicarsi l’ultimo posto utile per la Finale in 7’01”78.

Sei equipaggi, dunque, racchiusi nello spazio di poco più di 5”, il che rende l’appuntamento conclusivo, che va in scena domenica 25 settembre, alle 10:50 ora locale, quanto mai incerto ed avvincente, pur se i favori del pronostico pendono sui fratelli di Pompei, dall’alto della loro maggiore esperienza in virtù del numero di successi iridati (ben quattro) sinora conquistati …

Con l’armo azzurro al centro del campo di regata, in acqua-3, mentre Holmes e Redgrave sono disposti in acqua-2, i bulgari in acqua-4 ed i tedeschi orientali in acqua-5, la tattica di Giuseppe (capovoga) e Carmine Abbagnale di partire sparati in avvio sorprende gli avversari, primi fra tutti i britannici che, al contrario, erano soliti prendere vantaggio in avvio così che, a metà gara, l’Italia è avanti in 3’23”43, con ben 3”28 di margine sull’armo bulgaro, Redgrave ed Holmes terzi a 5”25 ed i rumeni, partiti in acqua-6, quarti a 5”66 di distacco.

Rowing At XXIV Summer Olympics
Giuseppe e Carmine in azione nella Finale di Seul ’88 – da:gettyimades.ca

Posizioni che restano invariate al passaggio ai 1500 metri – dove gli azzurri transitano in 5’10”60, ma con il vantaggio che si dilata a 3”76 su Groitzov ed Andreyev, mentre è minimo il recupero di Redgrave ed Holmes che inseguono a 4”95, e gli altri hanno tutti distacchi superiori ai 6”30 – allorché i canottieri sono soliti dare fondo a tutte le loro residue energie in vista del “rush” finale, ma gli Abbagnale, sapientemente ritmati da “Peppiniello” Di Capua, riescono a mantenere un ritmo di vogata costante che consente loro di resistere al ritorno di Holmes e Redgrave e, soprattutto, dei tedeschi orientali Streit e Kirchoff, autori di una gara d’attesa sino a 500 metri dall’arrivo, sospinti (per così dire …) anche dall’incitamento vocale di Giampiero Galeazzi che, dagli schermi televisivi, sembra sempre al limite di un collasso.

Un Galeazzi che, dall’alto della sua esperienza (in gioventù è stato a sua volta canottiere, partecipando anche alle selezioni per i Giochi di Città del Messico ’68 …), è il primo ad accorgersi del ritorno imperioso della coppia tedesco orientale, il che costringe Giuseppe e Carmine ad un ultimo, decisivo sforzo per impedirne la completa rimonta, che si arresta a meno di 2” sul traguardo – negli ultimi 500 metri Streit e Kirchoff hanno recuperato quasi 5” …!! – con gli azzurri a trionfare e confermarsi Campioni olimpici in 6’58”79, con 1”84 di vantaggio sull’armo della Germania Est che soffia (7’00”63 a 7’01”95) l’argento ad Holmes e Redgrave, per quella che è l’unica sconfitta di quest’ultimo in sei Finali olimpiche disputate.

Italian brothers Carmine Abbagnale (L) a
Gli Abbagnale stremati all’arrivo – da:gettyimages.com.au

Il che va ad ulteriore merito dell’impresa dei fratelli Abbagnale che ora possono, con al collo una medaglia d’oro che vale una Gloria olimpica assoluta data l’edizione completa dei Giochi, affermare senza tema di smentita di essere i dominatori assoluti nella specialità del “due con” nell’intera decade degli anni ’80 ….

Una superiorità che non conosce ancora ostacoli, considerando come “la coppia più bella d’Italia” continui a mietere successi con altri tre titoli iridati consecutivi nel 1989, ’90 e ’91 prima di abdicare con onore ai Giochi di Barcellona ’92, sconfitti in una nuova emozionantissima Finale – per soli 1”15 (6’49”83 a 6’50”98) – dall’armo britannico anch’esso composto, ironia della sorte, da una coppia di fratelli, ovverossia Greg e Jonny Searle, altrettanto curiosamente di 10 anni esatti più giovani (del 1969 Jonny e del ’72 Greg, così come del 1959 è Giuseppe e del ’72 Carmine) …

Ma in quella fantastica ed ineguagliabile edizione dei Giochi, visto che siamo a parlare di dati anagrafici, non poteva mancare la classica “ciliegina sulla torta”, costituita dal completamento del trionfo a livello familiare, con anche il più piccolo degli Abbagnale, Agostino (classe 1966), a salire sul gradino più alto del podio (figurato, in quanto nel canottaggio le premiazioni si svolgono sul pontile senza podio …) quale componente del “quattro di coppia” che si afferma davanti a Norvegia e Germania Est a meno di un’ora di distanza dall’impresa dei due più famosi fratelli maggiori.

E come dare torto, pertanto, alla “Gazzetta dello Sport” che il giorno dopo se ne esce con un titolo a caratteri cubitali in prima pagina che recita “Siamo un popolo di Abbagnale” …

LA RIVALITA’ TRA LEWIS E BEN JOHNSON SFOCIATA NELLO SCANDALO DOPING AI GIOCHI DI SEUL 1988

120523022142-olympics-johns-lewis-christie-medals-seoul-1988-horizontal-large-gallery
Il podio (poi variato) dei m.100 ai Giochi di Seul ’88 – da:edition.cnn.com

Articolo di Giovanni Manenti

I Giochi di Seul 1988 rappresentano un’importante svolta nella ultracentenaria “Storia delle Olimpiadi, innanzitutto perché tornano a vedere una partecipazione pressoché totale delle Nazioni iscritte al CIO (uniche assenze di un certo rilievo, quelle di Cuba ed Etiopia …) dopo due edizioni dimezzate a causa dei boicottaggi messi in atto a Mosca ‘80 ed a Los Angeles ’84 ed, in secondo luogo, poiché sono gli ultimi in cui le Repubbliche Socialiste Sovietiche gareggiano sotto un’unica bandiera, così come la Repubblica Democratica risulta ancora autonoma rispetto alla Repubblica Federale Tedesca, in attesa della riunificazione che avviene nel successivo anno 1990.

Sono però anche i Giochi dove si tocca probabilmente l’apice del ricorso a pratiche illegali quanto all’assunzione di sostanze dopanti da parte degli atleti, circostanza che emerge a prima vista dal numero di medaglie (addirittura 102 …!!) che un Paese di poco più di 15milioni di abitanti come la ricordata Germania Orientale riesce a conquistare, un legittimo dubbio che diviene certezza anni dopo allorché diventano di dominio pubblico i carteggi segreti del cosiddetto “Doping di Stato” custoditi dalla famigerata Stasi.

Ma, ciò nonostante, il caso di doping più clamoroso ed eclatante – anche perché trova la sua immediata definizione a seguito delle analisi svolte dopo la conclusione della gara, rispetto alle prove “a scoppio ritardato” relative al caso dell’ex Ddr – riguarda proprio la prova più attesa di tutta la rassegna a cinque cerchi, vale a dire la Finale dei 100 metri piani in Atletica Leggera, che viveva sulla acerrima rivalità tra i due Campioni Carl Lewis da una parte e Ben Johnson dall’altra …

Prima di arrivare ad analizzare questa singola prova, occorre fare un passo indietro per capire cosa vi fosse dietro a questa rivalità che, nel caso di Johnson, si era nel tempo trasformata in un vero e proprio odio viscerale verso l’idolatrato fuoriclasse americano, colpevole, a suo modo di vedere, di vivere l’Atletica Leggera come una sorta di “Show personale” e che, pertanto, meritava di essere scalzato dal suo piedistallo dorato.

Nato a fine anno 1961 a Falmouth, in Giamaica, Johnson si trasferisce 15enne in Canada, assumendone la relativa cittadinanza e dove inizia a praticare atletica nella sua città di Scarborough, nell’Ontario, avendo così l’opportunità di fare la conoscenza del tecnico Charlie Francis, Campione canadese sui 100 metri piani nel 1970, ’71 e ’73, nonché componente della staffetta 4×100 alle Olimpiadi di Montreal ’76.

Questo incontro segna – nel bene e nel male – la carriera di Johnson, il quale si affaccia a livello internazionale in occasione dei “Commonwealth Games” di Brisbane ’82 in cui, non ancora 21enne, conquista la medaglia d’argento sui m.100, superato per 0”03 centesimi (10”02 a 10”05, ma con un vento a favore di quasi 6m/s !!) dal Campione olimpico di Mosca ’80 Allan Wells, cui unisce analogo piazzamento con la staffetta 4×100, che vede il quartetto canadese concludere alle spalle della Nigeria.

Queste buone prestazioni iniziali, non trovano però conferma la stagione seguente, allorché nella prima edizione dei Campionati Mondiali di Atletica Leggera svoltasi ad Helsinki dal 7 al 14 agosto ’83, Johnson viene eliminato in semifinale con l’inguardabile tempo di 10”44 (la staffetta viene invece squalificata in batteria) mentre ad aggiudicarsi il titolo iridato è proprio Lewis in 10”07, così come non certo meglio va la sua partecipazione ai successivi “Pan American Games” di fine agosto a Caracas, dove si piazza appena quinto in 10”25 in una Finale appannaggio del cubano Leandro Penalver in 10”07.

Riscontri cronometrici che, pur in un’edizione dimezzata per l’assenza degli atleti del blocco sovietico (ancorché gli unici a poter vantare qualche ambizione nella più breve gara di velocità del programma olimpico fossero i soli cubani Osvaldo Lara ed il già citato Penalver), danno poche speranze in vista dei Giochi di Los Angeles ’84, dove, viceversa, tutti gli occhi dei media sono puntati sul tentativo, poi portato positivamente a termine, da parte del “Figlio del Vento” Carl Lewis di emulare il connazionale Jesse Owens attraverso la conquista di quattro medaglie d’oro.

Notoriamente, questo genere di imprese nascondono l’insidia maggiore nella prova inaugurale che, nel caso del calendario olimpico, è costituita proprio dalla gara sui 100 metri piani, dove un Johnson che ha fatto riscontrare progressi durante la stagione, spera di poter essere lui ad ostacolare il sogno del rivale.

Il primo confronto diretto tra i quasi coetanei (vi sono soli 6 mesi a favore di Lewis, nato l’1 luglio 1961 rispetto al 30 dicembre di Johnson) avviene nella seconda semifinale, che l’idolo di casa si aggiudica in 10”14 rispetto al 10”44 del canadese, che si migliora meno di tre ore dopo, nella Finale del 4 agosto ’84, cogliendo il bronzo in 10”22 alle spalle dell’altro americano Sam Graddy che chiude in 10”19, mentre Lewis, regale, va a trionfare in 9”99.

7668152-3x2-940x627
Lewis esulta dopo l’oro sui m.100 a Los Angeles ’84 – da:abc.net.au

Sicuramente, a Johnson tutte quelle feste in favore del 23enne dell’Alabama devono essere andate di traverso, divenute poi un’autentica apoteosi allorché – dopo che il 6 e l’8 agosto Lewis aveva fatto suoi gli Ori anche del Salto in lungo e dei 200 metri, rispettivamente – è costretto ad assistere al trionfo costituito dal completamento dell’impresa di eguagliare il mito di Owens con il quarto successo attraverso la staffetta 4×100 disputatasi l’11 agosto, con tanto di “ciliegina” derivante dall’aver realizzato in 37”83 il nuovo record mondiale, mentre il canadese si mette al collo una seconda medaglia di bronzo, con il proprio quartetto preceduto per soli 0”08 centesimi (38”62 a 38”70) anche dalla Giamaica.

Peraltro, al di là delle medaglie conquistate, il 1984 può a giusta ragione essere considerato “l’anno della svolta” nella carriera di Johnson che, a 10 giorni dalla conclusione dei Giochi, corre la distanza in 10”12 al “Weltklasse” di Zurigo, appropriandosi del primato canadese, strappandolo al compagno Desai Williams, tanto da concludere la stagione al quarto posto del Ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, come a dire che la sfida è lanciata.

Di corporatura tipica di uno sprinter puro (m.1,77 per 75kg.) rispetto al ben più longilineo Lewis – i cui 188cm. per 80 chili sono perfetti soprattutto per la specialità in cui eccelle, ovverossia il Salto in lungo – Johnson ha nello scatto al colpo di pistola il suo punto di forza, il che lo porta ad eccellere nelle gare indoor, con cui inaugura l’anno 1985 facendo suo il titolo sui 60 metri piani alla rassegna iridata di Parigi, prendendosi la rivincita per un solo 0”01 centesimo (6”62 a 6”63) sull’americano Graddy che lo aveva preceduto ai Giochi californiani.

Stagione senza grandi appuntamenti di rilievo all’aperto, ma che Johnson onora comunque “timbrando” il suo personale di 10”00 aggiudicandosi i 100 metri, in rappresentanza delle Americhe, alla quarta edizione della Coppa del Mondo svoltasi ad inizio ottobre a Canberra, in Australia, così da salire a fine anno al secondo posto nel Ranking mondiale, alle spalle del solo Lewis che l’11 maggio ’85 a Modesto aveva corso la distanza in 9”98.

Il “gap” tra i due rivali è oramai pressoché azzerato, e la dimostrazione lampante la si ha il 9 luglio ’86 a Mosca, in occasione della prima edizione dei “Goodwill Games (“I Giochi della buona Volontà”), promossi dal magnate americano Ted Turner per favorire il riavvicinamento dei due blocchi contrapposti facenti capo alle superpotenze Usa ed Urss.

In tale circostanza, infatti, il canadese infligge la prima sconfitta in una Manifestazione internazionale all’odiato rivale, aggiudicandosi la prova sui 100 metri nel suo “Personal Best” all’epoca di 9”95, con Lewis battuto (10”04 a 10”06) anche dal nigeriano Chidi Imoh nella lotta per il secondo posto.

Un successo che – unito ai trionfi ai “Commonwealth Games” di fine mese ad Edimburgo, in cui si permette di umiliare (10”07 a 10”28) Linford Christie sui 100 metri, condurre il quartetto canadese all’oro con la staffetta 4×100 e conquistare anche un’insolita medaglia di bronzo sulla distanza dei 200 metri, nonché ad una nettissima affermazione al “Weltklasse” di Zurigo di metà agosto, dove si impone con quasi 4 metri di vantaggio sugli stessi Imoh e Lewis – consente a Ben Johnson di scalzare l’americano in vetta al Ranking mondiale di fine stagione, con gli addetti ai lavori a pregustare già in anticipo quella che viene già etichettata come “la sfida dell’anno” ai Mondiali di Roma in programma a fine agosto 1987.

Appuntamento al quale Johnson si prepara difendendo nel migliore dei modi il suo titolo iridato sui m.60 piani di due anni prima ai Mondiali Indoor di Indianapolis, dove domina la prova con un sensazionale tempo di 6”41, lasciando a 0”09 centesimi di distanza l’americano Lee McRae ed a 0”13 l’altro rappresentante Usa Mark Whiterspoon.

Ecco pertanto che, con le gerarchie ribaltate ai vertici della specialità e Ben Johnson a vestire i panni del favorito, vi è grande attesa per verificare la risposta di Carl Lewis in occasione della Rassegna iridata, alla quale peraltro si presenta dopo essere stato battuto (10”04 a 10”05) ai Campionati Usa di fine giugno ’87 a San José in California, validi come selezione per i Mondiali, anche se poi lo stesso Lewis rinuncia a prendere parte ai 200 metri, che aveva vinto in 20”12.

Chiaramente, vi è altresì chi pronostica che dalle scintille che possono scaturire dalla sfida “spalla a spalla” tra i due rivali, venga migliorato il record mondiale che da quattro anni appartiene all’americano Calvin Smith con il 9”93 ottenuto il 3 luglio 1983 in altura a Colorado Springs, previsione che non tarda ad essere avvalorata sulla pista dello “Stadio Olimpico” di Roma.

Un testa a testa che era stato preceduto da un unico confronto diretto svoltosi al Meeting di Siviglia il 28 maggio ’87, dove era stato ancora Johnson a prevalere, prendendo un buon margine in avvio e resistendo al ritorno di Lewis nel finale, a ribadire la sua leadership al momento sulla distanza.

Che il quattro volte Campione olimpico avverta su di sé la pressione dell’evento è dimostrato da come, al contrario di Johnson che tende a risparmiarsi, affronta i turni preliminari di sabato 29 agosto, dove già in batteria fa segnare il tempo di 10”05, migliore di 0”02 centesimi rispetto a quanto gli era stato sufficiente per aggiudicarsi il titolo ad Helsinki quattro anni prima.

Dimostrazione di superiorità legata ad aumentare il grado di autostima che Lewis mette in atto anche nel primo pomeriggio del 30 agosto, allorché si impone nella seconda semifinale migliorandosi ancora sino a 10”03, mentre Johnson si era aggiudicata la prima in un comodo 10”15, peraltro lasciando a ben 0”10 centesimi di distacco il pur sempre temibile britannico Linford Christie.

Non vi sono pertanto dubbi sul fatto che la sfida per la medaglia d’oro sia esclusivamente una “questione a due” tra i più forti sprinter del momento, e la decisione è rimandata al tardo pomeriggio, momento in cui, sulla pedana del Salto in alto femminile, la bulgara Stefka Kostadinova e la sovietica Tamara Bykova si danno battaglia a livelli di eccellenza assoluta.

A dare ancor maggiore risalto alla sfida, i due pretendenti al titolo iridato sono collocati fianco a fianco, con Johnson in quinta corsia e Lewis in sesta, nel mentre nella lotta per il bronzo i più accreditati sono il giamaicano Raymond Stewart ed il già citato Christie, ma è indubbio che gli occhi dei presenti sulle tribune e degli spettatori davanti alle Tv sono tutti orientati sulle due citate corsie.

Con i rispettivi “Personal Best” di 9”95 (Johnson) e 9”97 (Lewis, realizzato però quattro anni prima, il 14 maggio ’83 a Modesto) i due aspiranti al successo si allineano ai blocchi di partenza senza degnarsi di un minimo sguardo, gli occhi puntati in fondo al rettilineo, verso quel fatidico filo di lana da cui dipende la vittoria o la sconfitta.

Come di consueto, compiono gli usuali riti di mettersi a posto la canottiera sulle spalle il canadese e di essere l’ultimo a chinarsi sui blocchi l’americano, con Johnson ad evidenziare la sua caratteristica di posizionarsi con le braccia il più larghe possibile sulla linea di partenza (la cosiddetta “partenza a rana” …) sino ad occupare l’intera corsia, in modo da poter sfruttare al massimo le sue doti di esplosività, cosa che difatti avviene allo sparo dello starter.

Quello che esce dai blocchi non è un atleta, bensì un proiettile che riesce a porre tra sé ed i suoi avversari un margine che a metà gara appare già irrecuperabile, ed anche se la progressione costituita dalla più ampia falcata di Lewis riesce parzialmente a limare il distacco, l’immagine visiva sulla linea del traguardo è impietosa per l’americano, mentre a confortare l’impresa di Johnson giunge il riscontro cronometrico che registra lo straordinario tempo di 9”83, addirittura 0”1 decimo in meno del primato mondiale di Calvin Smith, mentre il “Figlio del Vento”, che sembrava avesse passeggiato rispetto all’andatura del suo rivale, realizza in 9”93 la sua miglior prestazione all’epoca, eguagliando il record Usa di Smith, con la sfida per il bronzo appannaggio di Stewart in 10”08.

Ben Johnson
Il trionfo di Johnson su Lewis ai Mondiali di Roma ’87 – da:gettyimages.co,uk

Previsioni della vigilia confermate, dunque, con i due acerrimi “nemici” ad aver dominato la scena rispetto al resto del lotto dei finalisti, ed anche se Lewis non può certo lamentarsi del suo Mondiale, visto che fa suoi gli Ori nel Salto in Lungo con m.8,67 e con la staffetta 4×100 (in cui il quartetto canadese, con Johnson in prima frazione, si classifica quarto a 0”06 centesimi dal bronzo …) è sin troppo scontato che le “luci della ribalta” gli siano state tolte dall’incredibile impresa del canadese, con il quale dovrà confrontarsi anche l’anno seguente, in occasione dei Giochi di Seul ’88.

Ed anche se le Olimpiadi coreane vengono presentate come “L’edizione della riconciliazione tra i Popoli” – grazie soprattutto alla sapiente opera di mediazione svolta dal Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch – non vi è dubbio che le attenzioni dei “media” sono rivolte proprio all’attesa rivincita tra Johnson e Lewis, visto oltretutto che l’oramai 27enne atleta dell’Alabama culla il sogno di ripetere la fantastica impresa di quattro anni prima, vale a dire salire ancora quattro volte sul gradino più alto del podio.

Sfida che, però, con i Giochi programmati a metà settembre, vive di un gustoso (ed in parte inatteso …) antipasto, costituito dalla gara che i copiosi dollari messi in palio dagli organizzatori del “Weltklasse” fanno sì che vada in scena il 17 agosto ’88 sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo.

Al fine di comprendere lo spessore di tale evento, valga elencare la lista dei partenti che, dalla prima all’ottava corsia, vede allinearsi ai blocchi di partenza, l’americano Dennis Mitchell, Linford Christie, il nigeriano Imoh, Johnson, Lewis, Raymond Stewart, l’altro canadese Desai Williams e l’ex primatista mondiale Calvin Smith, sette dei quali si ritroveranno, ad un mese di distanza, a contendersi la Gloria olimpica sulla pista di Seul.

Gara che vede ancora Johnson farsi preferire in avvio, ma senza prendere quel margine sufficiente, dando a Lewis l’opportunità di rimontare per poi concludere in un eccellente 9”94 (ad un solo 0”01 centesimo dal suo primato personale …), con il canadese superato sul filo di lana anche da Calvin Smith, circostanza che rende ancor più attesa, qualora fosse possibile, la “resa dei conti” in sede olimpica, anche per l’incauta dichiarazione (forse un tantino inopportuna …) dello sprinter Usa che lo porta ad affermare “non sarò mai più sconfitto da Ben Johnson …!!“, come dire “mai stuzzicare il can che dorme …”  ….

E, sulla pista di Seul, i primi due turni in programma il 23 settembre ’88 ricopiano fedelmente quanto visto l’anno prima a Roma, con Johnson a risparmiarsi (tanto da giungere addirittura terzo nella prima serie dei Quarti di finale …) e Lewis a cercare conferme del suo stato di forma, facendo realizzare i migliori tempi sia in batteria che nei Quarti, con 10”14 e 9”99 rispettivamente.

Ma sono le semifinali e la Finale previste per il giorno dopo le gare che contano, con gli atleti che, per esigenze televisive della rete Usa NBC, scendono in pista alle ore 12:00 per le semifinali ed alle 13:30 per l’atto conclusivo, e qui le carte iniziano a scoprirsi, poiché se è vero che Lewis migliora in 9”97 il suo stesso record olimpico aggiudicandosi la prima serie, lo stesso Johnson risponde da par suo imponendosi in 10”03 nella seconda, lasciando così a spettatori, media ed addetti ai lavori un’ora e mezza di tempo per dilettarsi nei pronostici.

Stavolta i due rivali non sono accanto di corsia, con Carl Lewis a posizionarsi in terza e “Big Ben” (come è soprannominato dopo l’impresa di Roma …) in sesta, divisi da Linford Christie e Calvin Smith e l’immagine che il satellite manda sugli schermi televisivi del pianeta è quella di un canadese con gli occhi iniettati di sangue mentre, prono sui blocchi di partenza, fissa la linea del traguardo in attesa dello sparo dello starter.

Canada Ben Johnson, 1988 Summer Olympics
L’esultanza di Johnson sul traguardo – da:gettyimages.fr

Con il solo brasiliano Robson da Silva a sostituire il nigeriano Imoh (infortunatosi nel Quarto di finale …) nella “starting list” rispetto alla gara di Zurigo, Johnson sfrutta ancora appieno le sue straordinarie doti di inimitabile partente, prendendo un buon margine di vantaggio che lo fa sembrare una lepre inseguita da un branco di cani affamati, i quali non riescono però nel loro intento, tanto che può permettersi di alzare il braccio destro al cielo in segno di esultanza prima di tagliare il traguardo, accettando con sufficienza e quasi di controvoglia il gesto di Carl Lewis che gli tende la mano per complimentarsi.

E, così come l’anno precedente allo “Stadio Olimpico”, anche in questa occasione è il cronometro a rendergli giustizia fermandosi su di un sensazionale 9”79, reso ancor più prestigioso dai tempi dei suoi avversari, con Lewis a concludere secondo nel suo “Personal Best” di 9”92, Christie ad aggiudicarsi il bronzo con il record europeo di 9”97 e Calvin Smith costretto ai margini del podio in 9”99, prima volta nella Storia dei Giochi che essere scesi sotto la barriera dei 10” netti non porta in dono una medaglia.

article-2182781-1459797A000005DC-254_964x518
L’eccezionale lotto dei finalisti – da:unlessimverymuchmistaken.wordpress.com

Sin qui la cronaca di quella che viene immediatamente ribattezzata come “la Corsa del Secolo”, con i media a scatenarsi nel raccontare l’evento ed a dedicare all’impresa titoli a caratteri cubitali (in particolare il “Toronto Star” apre l’edizione del 25 settembre con il titolo “Benfastic“, gioco di parole tra Ben (Johnson) e l’aggettivo Fantastic …) e servizi televisivi a più non posso, sino a che, a due giorni di distanza, avviene un evento “shock” che sconvolge il mondo dell’Atletica Leggera e non solo.

In un’apposita conferenza stampa indetta dal CIO, infatti, viene comunicata la positività di Ben Johnson agli esami antidoping eseguiti a fine gara, essendo state trovate tracce di stanozololo, uno steroide anabolizzante, nel campione delle sue urine, con conseguente squalifica ed estromissione dall’ordine di arrivo, e necessità di ripetere, in un’atmosfera quasi irreale, la cerimonia di premiazione, con Lewis sul gradino più alto del podio e Christie e Smith a migliorare la loro posizione.

L’immagine di Ben Johnson, in completo abito nero, che lascia scortato dalla Polizia il Villaggio Olimpico per fare ritorno in Patria è una delle più tristi che il grande Romanzo delle Olimpiadi abbia potuto regalare ai tanti appassionati di Sport (ed il citato “Toronto Star” a modificare il proprio atteggiamento con il titolo “Why, Ben” nell’edizione del 26 settembre  …), ma la vicenda non è ancora conclusa, in quanto a seguito di un’inchiesta al riguardo promossa dal Governo canadese, Johnson ammette di aver fatto uso di sostanze dopanti anche in occasione del record mondiale stabilito a Roma nel 1987, facendo sì che la IAAF rivedesse anche quell’ordine di arrivo riconoscendo a Lewis la medaglia d’oro così come, non essendo valido il 9”83 realizzato dal vincitore, il record mondiale di 9”92 con cui aveva corso la distanza ai Giochi di Seul.

La giustificazione di Johnson – che torna a gareggiare nel ’91 senza grandi successi, per poi essere “pescato” nuovamente positivo nel ’93 e quindi radiato a vita dalla IAAF – è che l’uso di additivi non permessi dai regolamenti era necessario per stare alla pari con altrettante pratiche illecite messe in atto dai suoi avversari e, sotto questo punto di vista, a suo favore vi è il fatto che lo stesso Christie viene trovato positivo dopo una batteria dei 200 metri alle stesse Olimpiadi coreane, ma viene perdonato, Mitchell non supera un esame antidoping 10 anni dopo, mentre lo stesso Lewis era stato trovato positivo agli ”Olympic Trials” di Indianapolis, ma il Comitato Olimpico Usa aveva glissato sulla questione, non volendo privare la selezione del suo atleta di punta.

Vi è anche chi sostiene che un ruolo determinante sia stato svolto anche dal Network Usa NBC, il quale puntava moltissimo, in termini di audience, sia sulla sfida Lewis/Johnson sui 100 metri (il cosiddetto “piatto forte” della rassegna a cinque cerchi …) che sul tentativo del “Figlio del Vento” di ripetere l’impresa di Los Angeles di andare alla caccia di quattro medaglie d’oro, minacciando il CIO di non versare i miliardi di dollari previsti “qualora i Giochi si fossero trasformati in uno scandalo continuo …”.

Una cosa è certa, e cioè che nel rimbalzo di responsabilità in un gioco di “scaricabarile” tra chi si dopava per fronteggiare gli illeciti degli avversari – dei sei primi classificati nella Finale olimpica il solo Calvin Smith non ha mai avuto in carriera problemi di tale tipo, tanto da sentirsi in diritto di dichiarare di “ritenersi il vincitore morale di quella gara” – pur con la certezza dell’uso di steroidi da parte di Johnson, come ammesso dal suo “malefico” coach Charlie Francis (che in seguito si macchierà di peccati analoghi con gli sprinter americani Tim Montgomery e Marion Jones …), l’impressione è che alla fine l’unico a rimetterci veramente sia stato il “Brutto Anatroccolo”, privo di adeguata protezione a livello mediatico ….

E così quella che era stata presentata come la “Corsa del Secolo”, finisce per passare alla Storia con il molto meno gratificante epiteto de “La più sporca gara di ogni epoca” ….

 

IL TENNIS TAVOLO D’ORO DI JAN-OVE WALDNER A BARCELLONA 1992

wald.jpg
Jan Ove Waldner impegnato alle Olimpiadi 1992 – da turenne1611.canalblog.com

articolo di Nicola Pucci

Sconfitto nei quarti di finale quattro anni prima a Seul 1988, quando il tennis tavolo fu introdotto ai Giochi per la prima volta, dal beniamino locale Kim Gi-Taek che poi si sarebbe aggiudicato la medaglia d’argento, battuto a sua volta in finale dal connazionale Yoo Nam-Kyu, lo svedese Jan-Ove Waldner si prende la rivincita alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 conquistando infine la medaglia d’oro. Ed è l’apoteosi per un campione annoverabile tra i più grandi di sempre della disciplina, capace nell’arco di una carriera monumentale protrattasi ai massimi livelli dal 1982, quando fu argento europeo nella prova di singolare perdendo una rocambolesca finale con l’altro svedese Mikael Appelgren al 2004 quando chiuse quarto alle Olimpiadi di Atene, di collezionare 5 ori ai Mondiali e ben 11 agli Europei, oltre ad aggiudicarsi due edizioni della Coppa del Mondo, unico europeo della storia ad essersi messo in bacheca le tre competizioni più prestigiose.

Il torneo di singolare, a Barcellona, ha come teatro la Estació del Nord Sports Hall, dal 30 luglio al 6 agosto, e vede un campo di partecipanti che si compone di 67 atleti. Tra questi è presente il detentore del titolo, appunto Yoo Nam-Kyu, ma i favori del pronostico sono proprio per Waldner, così come per il suo connazionale Jorgen Persson, che nelle due ultime edizioni del Mondiali, a Dortmund nel 1989 e a Chiba nel 1991, si sono alternati sui primi due gradini del podio, lasciando le briciole alla concorrenza. Tra i pretendenti alle medaglie, nondimeno, si annoverano ancora un coreano, Kim Taek-Soo, e il cinese Ma Wenge, che proprio all’ultima rassegna iridata si sono classificati in terza posizione, mentre il francese Gatien, il polacco Grubba, il belga Saive e il croato Primorac non sono esclusi dal pronostico.

La fase a gironi non riserva sorprese, se è vero che tutti i principali favoriti alla vittoria finale avanzano in blocco, senza l’onta di una sconfitta e con un quoziente set che evidenzia il divario di valori in campo a Barcellona.

16 protagonisti, dunque, accedono al tabellone ad eliminazione diretta, ed agli ottavi il francese Jean-Philippe Gatien infrange il sogno di Yoo Nam-Kyu di confermarsi campione olimpico vincendo 3-2 una sfida tiratissima. Waldner, mosso da un’ambizione senza pari, non concede chances al britannico Prean, sconfitto 3-0, altrettanto fa Persson con il tedesco Fetzner, mentre si qualificano i due cinesi Ma Wenge e Wang Tao, che superano facilmente l’olandese Paul Haldan e  Grubba, Saive esce per mano di Ding Yi, che compete per l’Austria, il coreano Kim Taek-Soo batte in rimonta Primorac e il tedesco Rosskopf supera Ri Kun-Sann, che batte bandiera nordcoreana, per 3-1.

Ai quarti di finale Gatien ancora una volta si rivela incontenibile quando la sfida è serrata, vincendo al quinto set con Ding Yi, Waldner concede un set a Rosskopf ed approfitta dell’eliminazione di Persson, battuto a sorpresa da Ma Wange, per assurgere al rango di favorito numero uno alla vittoria finale, mentre Kim Taek-Soo si impone nel derby asiatico con Wang Tao, 3-2.

Le due semifinali hanno esito diametralmente opposto: Gatien vince la terza gara di fila al set decisivo, nettamente 21-13, con Ma Wange, Waldner dal canto suo non ha difficoltà alcuna ad eliminare Kim Taek-Soo, che si arrende rapidamente 21-9 21-18 21-19.

Finale dunque tra Waldner, maestro del colpo ad effetto e mano sensibile, e Gatien, mancino dall’efficace gioco d’attacco, e per lo svedese è marcia trionfale fin dal primo set, vinto con un eloquente 21-10. Il francese è un combattente, paga dazio alle fatiche dei turni precedenti ma riesce comunque ad impegnare l’avversario che si impone infine 21-18 e 25-23 negli altri due parziali per il definitivo 3-0 che gli vale la medaglia d’oro.

Jan-Ove Waldner sale sul tetto d’Olimpia (e sarà argento otto anni dopo a Sydney 2000) ed ora, sì, può finalmente iscrivere il suo nome tra le leggende di chi, anche fuori dai paesi dell’Estremo Oriente, conosce l’arte del ping pong. Meglio, forse, di tutti loro, tanto da meritarsi l’appellativo di “Mozart del tennis tavolo“. Hai detto poco…

GLI ANNI D’ORO DEL CATANZARO DEL PRESIDENTE NICOLA CERAVOLO

52
Il Catanzaro nella stagione 1979-’80 – da:storiadelcalciosavonese.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il periodo costituito dagli anni ’70 ed ’80 è caratterizzato da una sorta di “rivoluzione geografica” nel panorama calcistico della nostra Serie A, con l’emergere di formazioni, non a caso denominate “provinciali terribili”, del Centrosud a rilevare quella che sino ad allora era stata l’egemonia delle formazioni lombarde, visto il contemporaneo declino di Club quali Lecco, Mantova, Brescia, Varese e financo la gloriosa Atalanta, che in quel ventennio disputa solo 9 Campionati nella Massima Divisione, conoscendo anche l’amarezza della sua unica retrocessione in Serie C.

Provinciali sui cui terreni trovano vita difficile anche fior di squadroni e che, approfittando del momento no di alcune della Società più titolate – vedasi Milan e Lazio soprattutto – riescono anche a piazzarsi a ridosso delle prime posizioni, quandanche – come nel caso del Vicenza nel 1978 e del Perugia l’anno successivo – addirittura a competere per la conquista dello Scudetto.

Compagini che sono tutte legate da un unico comune denominatore, vale a dire la presenza al timone di un Presidente di lungo corso, eccentrico, carismatico quando non vulcanico che polarizza l’attenzione dei media ed aumenta il valore ed il significato di queste singole “favole sportive”, ed i cui nomi, non servirebbe neppure ricordarlo, rispondono a quelli di Dino Manuzzi a Cesena, Costantino Rozzi ad Ascoli, Antonio Sibilia ad Avellino sino alla figura più emblematica di tutte, vale a dire il Presidentissimo” Romeo Anconetani a Pisa ….

In questo panorama così succintamente (per ovvi motivi di spazio …) descritto, vi è però una Società che si ritaglia un suo spazio divenendo emblema di una regione che, sino a tale data, non aveva ancora conosciuto l’onore di vedere una propria formazione calcare i campi della Serie A, anch’essa con un “uomo solo al comando”, ma in una veste molto meno folkloristica dei colleghi sopra citati, e di cui siamo ben lieti di raccontarne la relativa Storia.

Corre l’anno 1958 allorquando avviene il cambio di proprietà tra due valenti Avvocati, con il Presidente Aldo Ferrara a passare la mano al collega Nicola Ceravolo al timone del Catanzaro e dedicarsi a tempo pieno alla sua attività politica, divenendo, nel corso degli anni, Presidente della Provincia, della Regione Calabria e quindi Sindaco del Capoluogo prima di ritirarsi a vita privata nel 1982.

220px-Ceravolo-1-
L’Avv. Ceravolo 

Al suo avvento alla Presidenza, Ceravolo eredita una squadra che naviga senza infamia e senza lode in Serie C – nelle tre stagioni precedenti aveva ottenuto piazzamenti di media/bassa Classifica – ma che la sua gestione dovesse passare alla storia lo dimostra, come segno augurale, il suo primo Torneo, al termine del quale i giallorossi ottengono la Promozione in B con un solo punto di vantaggio sul Cosenza, grazie alla determinante vittoria, alla penultima giornata, per 2-0 contro i rivali storici della Reggina.

Prima squadra calabrese ad affacciarsi alla Serie Cadetta, gli anni ’60 sono caratterizzati per il Catanzaro dal mantenimento della Categoria – cui per tre stagioni, dal 1961 al ’64, a far compagnia vi è anche il Cosenza – senza eccessivi patemi, se si esclude una salvezza conquistata all’ultima giornata nel ’62 grazie al pareggio a reti bianche a Reggio Emilia che condanna gli emiliani alla retrocessione, con Campionati che vivono, per i tifosi giallorossi, all’insegna di una sempre più crescente rivalità con i reggini, visto che al termine della stagione ’65 anche gli amaranto conquistano la Promozione tra i Cadetti.

Presenza ingombrante, quella dei “cugini”, che al primo anno di Serie B si aggiudicano entrambi i derby (3-1 a Reggio Calabria, 2-1 al “Comunale”) ed addirittura sfiorano il doppio salto di Categoria, fallendo la Promozione in A per un solo punto, complice l’alleanza della “Lega lombarda”, in quanto un Lecco già promosso impone alla Reggina lo 0-0 all’ultima giornata così consentendo al Mantova di conquistare il terzo posto utile per l’approdo alla Massima Divisione.

Tanto più che, un mese esatto prima, vale a dire il 19 maggio ’66, era stato viceversa il Catanzaro a “rischiare” di scrivere una pagina storica per il calcio calabrese, sfidando la Fiorentina di Chiappella nella Finale di Coppa Italia disputata all’Olimpico, appuntamento al quale i giallorossi giungono dopo aver fatto vittime eccellenti sul proprio cammino, quali la Lazio (3-1) al terzo turno, il Torino ai calci di rigore nei Quarti di Finale ed infine, andando a violare il “Comunale” di Torino per piegare 2-1 la Juventus – che, giova ricordare, schierava la formazione titolare al completo e l’anno seguente avrebbe vinto lo Scudetto – grazie ad una rete di Tribuzio …

E’ quella, una formazione giallorossa affidata alle sapienti mani del tecnico bolognese Dino Ballacci e che ha in attacco le sue maggiori potenzialità, potendosi avvalere delle prestazioni del centravanti Gianni Bui – Capocannoniere del Torneo Cadetto con 18 reti – ben assistito dalle ali Vanini e Maccacaro, mentre in qualità di interni operano Gasparini e Marchioro.

US_Catanzaro_-_Coppa_Italia_1965-66
Il Catanzaro sceso in campo all’Olimpico nella Finale di Coppa Italia – da:wikipedia.org

Ed è proprio il futuro tecnico che, ad inizio ripresa, pareggia la rete siglata da Hamrin per i viola alla mezz’ora, facendo sì che la Finale di Coppa Italia si prolungasse ai tempi supplementari, dove a decidere le sorti dell’incontro è un calcio di rigore trasformato da Bertini dopo 109’ che infrange i sogni della compagine calabrese.

Nella successiva seconda metà degli anni ’60, il Catanzaro torna nell’anonimato, dopo aver concluso la stagione seguente alla Finale di Coppa ad un platonico terzo posto – ma senza mai essere stata seriamente in lotta per la Promozione in un Torneo dominato da Sampdoria e Varese – in quanto proprio nel ’67 va in scena la riforma dei Campionati, con la riduzione della Serie A a 16 squadre e conseguente riduzione delle promozioni, terminando sempre ben alle spalle dei rivali reggini, circostanza che determina non pochi malumori nella tifoseria.

La svolta giunge proprio a fine decennio, nell’estate ’70, dopo un Campionato Cadetto che aveva visto i giallorossi rischiare seriamente la retrocessione, riuscendo a salvarsi solo all’ultima giornata grazie al pareggio interno per 0-0 contro la Reggiana che – come già accaduto nella ricordata similare circostanza del 1962 – costa agli emiliani la permanenza nella Categoria, mentre, come di consueto, la Reggina si era onorevolmente comportata, chiudendo al sesto posto.

E’ un’estate molto calda anche per motivi extracalcistici, quella del 1970 in Calabria, poiché la decisione del Governo di collocare a Catanzaro il Capoluogo di Regione nel quadro dell’istituzione degli Enti regionali non è ben accetta (eufemismo …) a Reggio Calabria, dando vita ad una vera e propria sommossa popolare – denominata non a caso “i moti di Reggio” alla stregua di quanto avveniva nel Risorgimento italiano – sedata solo nel febbraio ’71.

540px-PromoziA-1-
Il Catanzaro 1970.71 – da:wikipedia.org

Potete pertanto facilmente immaginare con quale spirito si vivano i due derby della Stagione 1970-’71 e che, difatti, vengono entrambi rinviati per motivi di ordine pubblico, con la gara di andata, inizialmente in programma alla sesta giornata il 25 ottobre ’70 a Reggio Calabria a disputarsi il 25 novembre successivo addirittura sul campo neutro di Firenze (!!) – e vinta dagli amaranto per 1-0 grazie ad un rigore di Sironi al 17’ – mentre il ritorno, in calendario il 14 marzo, si gioca il 3 giugno ’71, per “par condicio” ancora a Firenze.

Incontro che riveste un’importanza capitale per i giallorossi in quanto, sotto la guida del nuovo tecnico Gianni Seghedoni – e con un organico pressoché identico alla stagione precedente in cui l’unica novità di rilievo è costituita dall’acquisto dal Lecce del centravanti Angelo Mammì, oltre alla promozione di Pozzani nel ruolo di estremo difensore titolare ed alla crescita del prodotto del vivaio Fausto Silipo, in pianta stabile nel reparto difensivo – gli stessi si trovano a disputare il recupero a due giornate dal termine del Campionato, trovandosi in quinta posizione con 42 punti, a due lunghezze dalla coppia lombarda formata da Atalanta e Brescia, appaiate al terzo posto a quota 44.

Una vittoria, pertanto, consentirebbe al Catanzaro di raggiungere le rivali, ma figuriamoci se gli amaranto sono disposti a fare concessioni, ed il punteggio di 1-1 (vantaggio reggino con Bongiorni, pareggio di Gori su rigore) con cui si conclude l’incontro, rimanda ogni decisione agli ultimi 180’, peraltro non sufficienti a dirimere la questione in quanto il Brescia – costretto dal calendario a disputare due scontri diretti negli ultimi due turni – dopo aver sconfitto il Bari a domicilio cede proprio all’ultima giornata per 2-0 (di Busatta e Mammì le reti dei giallorossi) in terra calabra per una Classifica che, oltre al Mantova, promosso con 48 punti, vede Atalanta, Bari e Catanzaro (che al penultimo turno aveva vinto a Livorno grazie al centro di Braca a 2’ dal termine …) concludere alla pari a quota 47, rendendosi pertanto necessario uno “spareggio a tre” per decidere le altre due promosse.

Spareggi che hanno luogo sul campo neutro dello Stadio “Dall’Ara” di Bologna, dove gli orobici sbrigano la pratica con un franco successo per 2-0 sul Bari (partita sospesa per incidenti al 69’ dopo la rete del raddoppio di Moro) per poi infliggere ai giallorossi una sconfitta per 0-1, maturata nel finale grazie ad uno spunto di Maggioni all’88’, così che risulta decisiva la sfida tra i pugliesi ed i calabresi che viene spostata come destinazione al “San Paolo” di Napoli.

Mammi_Bari
La rete di Mammì – da:contra-ataque.it

Domenica 27 giugno 1971 è una data “storica” nella vita del Club giallorosso – fondato nel 1927 a seguito della fusione tra due Società cittadine, la “Scalfaro” e la “Braccini”, acquisendo sin dagli esordi i colori che l’hanno da sempre contraddistinto e l’aquila reale sul proprio stemma – in quanto è proprio Mammì a siglare, con un preciso colpo di testa a 10’ dal termine, la rete che schiude al Catanzaro le porte della Serie A, prima squadra della propria Regione ad essere rappresentata nel Massimo Campionato nazionale.

 

Il primo approccio con la Massima Serie vede i giallorossi – con Seghedoni confermato alla guida ed una campagna acquisti che vede rinforzato il reparto difensivo con l’innesto dei terzini Zuccheri e D’Angiulli e dell’esperto ex rossonero Gino Maldera, mentre in attacco si spera sulle qualità realizzative del quasi 30enne Spelta, prelevato dal Modena dopo aver vinto la Classifica Cannonieri del Torneo Cadetto con 15 reti – lottare sino alle ultime giornate per evitare la retrocessione, in un Torneo caratterizzato da tre sole vittorie, di cui la prima, e dunque a suo modo altrettanto “storica” che giunge addirittura alla prima di ritorno.

Altra data indimenticabile, pertanto, quella del 30 gennaio ’72, ed a farne le spese sono nientemeno che i futuri Campioni d’Italia della Juventus, trafitti da una rete di Mammì a 6’ dal termine per l’1-0 che decide l’incontro, stesso punteggio con cui capitolano successivamente al “Comunale” anche Sampdoria e Bologna, in entrambi i casi con la “leggenda” Banelli nelle vesti di giustiziere.

il-gol-di-mammì-alla-juventus-nel-1972-che-determinò-la-prima-vittoria-in-serie-a-del-catanzaro
La “storica” rete di Mammì alla Juventus – da:footballflash.it 

Si giunge così al penultimo turno con una Classifica cortissima che vede – con il Varese desolatamente ultimo ed oramai da tempo condannato alla retrocessione – il Mantova occupare il penultimo posto con 19 punti, preceduto da Catanzaro e Verona a quota 20 e 21 rispettivamente, ma con il calendario che prevede lo scontro diretto al “Comunale” il 21 maggio ’71.

In Serie A, se vuoi avere ambizioni di sorta, non puoi prescindere da un attacco quantomeno dignitoso come contributo realizzativo, e le sole 17 reti che costituiscono il bottino dei calabresi sono la sintesi della retrocessione – pur se Spelta, con 7 reti, ha dimostrato di valere quanto da lui atteso – e la difesa scaligera ha buon gioco a mantenere il risultato sullo 0-0 di partenza, che lascerebbe ancora un barlume di speranza, visto che all’ultima giornata i veneti devono far visita alla Roma all’Olimpico, pur se l’impegno dei giallorossi, a San Siro contro un Milan ancora teoricamente in corsa per lo Scudetto, appare ben più arduo.

I 90’ finali non cambiano l’esito, con il Verona sconfitto 0-1 all’Olimpico, stessa sorte subita dal Catanzaro a San Siro (rete di Bigon al 23’), pur se la tranquilla vittoria della Juventus sul Vicenza toglie qualsiasi speranza di titolo ai rossoneri, i quali però portano a casa il successo, così condannando i giallorossi alla retrocessione, uno “sgarbo” di cui avranno modo di vendicarsi in seguito.

Tornato nel purgatorio cadetto, il Catanzaro vive due anonime stagioni, la seconda delle quali caratterizzata però dalla retrocessione in C della Reggina, solo per una peggiore differenza reti rispetto a Brindisi, Reggiana e Perugia (tutte a pari merito con 34 punti …), mentre a quota 35 chiudono sia l’Avellino che i giallorossi, i quali devono pertanto al successo per 2-1 nel derby di ritorno (di Rizzo e Petrini le reti) la permanenza in Serie B.

E, come nel 1970, da una retrocessione sfiorata nasce stavolta il “Periodo d’oro” del Club calabrese, che lo porta nuovamente a lottare per la Promozione in A in uno dei più affascinanti finali di Torneo Cadetto che si ricordino.

In una stagione, quella del ’75, che vede il Catanzaro schierare ancora Silipo, Maldera, Banelli e Spelta quali reduci dall’esperienza in A ed in cui debutta il 21enne Massimo Palanca, a 180’ dalla conclusione, con il Perugia lanciato verso la Promozione, la Classifica vede un terzetto composto da Como, Verona e Catanzaro appaiato al secondo posto con 43 punti, seguito ad una sola lunghezza dal Palermo, con quattro squadre pertanto a lottare per gli altri due posti utili ed un calendario che più bizzarro non avrebbe potuto essere.

Al penultimo turno, difatti, è in programma lo scontro diretto al “Bentegodi” tra Verona e Catanzaro (risolto a favore dei padroni di casa grazie ad un acuto di Luppi al 50’ …), mentre il Como impatta a Ferrara ed il Palermo spreca una grande occasione non andando oltre lo 0-0 interno con il Taranto, così che la Classifica varia con il Verona secondo a quota 45, Como terzo con 44 punti e Catanzaro e Palermo appaiate al quarto posto a quota 43, solo che ….

Già, solo che, per uno strano scherzo del destino, l’ultima giornata prevede due spareggi, uno in riva al Lario tra Como e Verona e l’altro in Calabria tra giallorossi e rosanero, con quest’ultimo confronto che, in caso di vittoria di una delle due squadre, garantirebbe alla stessa quantomeno l’ipotesi di uno spareggio promozione, se non la promozione diretta qualora i gialloblù veneti dovessero imporsi sui lariani.

E così avviene, in quanto il Como, con una doppietta di Cappellini, regola 2-0 il Verona e festeggia la conquista della Serie A – da cui mancava da ben 22 anni – nel mentre al “Comunale” è Banelli (l’uomo delle reti “pesanti” …) a regalare ai giallorossi il successo per 1-0 ed il diritto ad incontrare nuovamente, a distanza di 10 giorni, gli scaligeri per completare il quadro delle promosse nella Massima Divisione.

Spareggio disputatosi sul neutro di Terni il 26 giugno ’75 che però si conclude con l’identico punteggio di 1-0 per il Verona (decide una rete di Mazzanti al 25’), ma per il Catanzaro l’appuntamento con il ritorno in A è solo rimandato, visto che la Stagione successiva l’obiettivo viene centrato, anche se non mancano, come di consueto le “emozioni forti”.

Accade, difatti, che ad un turno dalla conclusione, la Classifica reciti: Genoa e Foggia p.43; Varese e Brescia p.42 e Catanzaro e Novara p.41, con queste ultime a dover però ripetere la gara disputata il 18 aprile ’76 e conclusa sull’1-1, annullata dal Giudice Sportivo per irregolarità nella terna arbitrale, vista la presenza di un guardalinee radiato dall’AIA.

Il recupero si disputa il giovedì antecedente l’ultima domenica di Campionato, ed il Catanzaro se lo aggiudica con un netto 3-0 (doppietta di Palanca ed acuto di Improta), andando ad affiancare Genoa e Foggia al comando e con la fondata convinzione che il più sia già stato fatto, visto che tre giorni dopo i giallorossi sono attesi dalla trasferta di Reggio Emilia (ancora loro …!!) contro una formazione già da tempo retrocessa …

Ma siccome le cose facili non fanno parte del Dna giallorosso, ecco che occorrono 71’ prima che Palanca – che conclude la stagione a quota 11 reti come “top scorer” della propria squadra – riesca a sbloccare il risultato e la gioia dei tifosi al seguito viene smorzata dal pari di Frutti a 5’ dal termine, prima che tocchi ad Improta all’89’ siglare la rete che evita lo spareggio con il Varese e spalanca le porte al ritorno nella Massima Divisione.

Nuova esperienza che si rivela ancora una volta infelice, anche per le non elevate capacità finanziarie della Società, che si limita a rinforzare la rosa con gli acquisti dal Napoli del centrocampista Boccolini e della punta Sperotto, con la speranza che l’esperienza in difesa di Silipo, Claudio Ranieri e Maldera e la collaudata cerniera di centrocampo formata da Braca, Banelli ed Improta siano sufficienti a reggere l’urto delle formazioni di A, in attesa di verificare quale possa essere l’impatto di Palanca con la Massima Serie …

US_Catanzaro_1976-1977.jpg
Il Catanzaro 1976.77 – da:wikipedia.org

In una stagione che vede il Catanzaro cogliere il primo successo esterno della sua Storia in A con il successo per 1-0 sul campo della Lazio e far cadere il Milan al “Comunale” alla penultima di andata (rete di Sperotto), i calabresi sembrano spacciati a sei giornate dal termine, penultimi con 4 lunghezze da recuperare nei confronti del Foggia, prima che la truppa del tecnico della Promozione Gianni Di Marzio si inventi due successi casalinghi consecutivi contro Verona (2-1 in rimonta, con Palanca ed Improta a segno) e Cesena (addirittura rimontando uno 0-2 iniziale in cui mette la sua firma anche Ranieri per il punto del 3-2 al 77’) che alimentano qualche tenue speranza di salvezza, vanificata dalla sconfitta per 0-1 nel confronto diretto di Foggia al quart’ultimo turno e solo lievemente rialimentata da successivo successo casalingo per 2-1 sul Genoa.

Alla penultima giornata i giallorossi sono attesi a San Siro da un Milan in quel momento virtualmente in Serie B, ma che ha a disposizione due gare contro Catanzaro e Cesena che lo seguono in graduatoria per scongiurare tale pericolo ed al Catanzaro resta la sola, platonica, soddisfazione di aver fatto correre più di un brivido sulla schiena dei tifosi rossoneri allorché, sotto 0-3 dopo un’ora di gioco, rimonta sino al 2-3 definitivo che suona come condanna matematica alla retrocessione.

Giallorossi che, però, hanno oramai ben compreso come si ci debba muovere nelle infide paludi del Torneo Cadetto e, con Di Marzio avvicendato da Giorgio Sereni alla guida tecnica ed un Palanca implacabile realizzatore – tanto da laurearsi capocannoniere con 18 reti – riescono nell’impresa di cogliere la loro seconda Promozione consecutiva, in una stagione dominata dallo straordinario Ascoli di Mimmo Renna che chiude a 61 punti (+4 in Media inglese, 73 reti fatte ed appena 30 subite …!!), mantenendosi costantemente nelle posizioni di rincalzo per poi assestare lo spunto decisivo nel confronto diretto con il Palermo alla terz’ultima giornata, sconfitto al “Comunale” per 3-1 (doppietta di Palanca ed acuto di Renzo Rossi).

Deciso a mantenere la Categoria, in una stagione, quella ’79, che passa alla Storia per l’impresa del “piccolo” Perugia che conclude il Campionato imbattuto, insidiando sino a due giornate dal termine lo “Scudetto della Stella” rossonera, il Catanzaro, dopo aver affidato la conduzione tecnica alla sapiente mano di Carletto Mazzone, imposta stavolta un’oculata campagna di mercato estiva, imperniata sul rafforzamento della difesa con gli innesti del portiere Mattolini, del terzino Menichini e dei due esperti ex rossoneri Sabadini e Turone, sperando che al secondo anno di A Palanca faccia appieno il suo dovere.

Impegno che quest’ultimo porta diligentemente a termine , raddoppiando il suo bottino del ’77 con le 10 reti messe a segno, tra cui, per sempre “storica”, rimarrà la tripletta rifilata alla Roma all’Olimpico alla quinta di ritorno per un 3-1 che vale il secondo successo esterno stagionale, ed una tranquilla salvezza, conquistata chiudendo al nono posto con 28 punti e costruita soprattutto tra le mura amiche, dove l’unico a violare il terreno del “Comunale” – dopo che vi pagano dazio Roma, Lazio e Torino – è, alla terz’ultima giornata, un Milan lanciato verso la conquista del titolo.

massimo-palanca-tripletta-olimpico1
Il tabellone dell’Olimpico certifica la tripletta di Palanca – da:calcio.fanpage.it

Prima salvezza ottenuta sul campo ed alla quale i giallorossi abbinano un esaltante percorso in Coppa Italia, dove – dopo aver eliminato il Milan nell’iniziale Fase a Gironi grazie al pareggio per 2-2 a San Siro all’ultima giornata con rete di Palanca su rigore ad 1’ dal termine – superano il Cagliari ai Quarti di Finale (2-2 al Sant’Elia ed 1-0 interno a firma, manco a dirlo, di Palanca) per poi arrendersi solo alla Juventus in Semifinale, sconfitti 2-4 a Torino dopo aver imposto il pari per 1-1 ai bianconeri all’andata.

Un rapporto curioso, quello con i “rossoneri”, che contraddistingue anche la successiva stagione in cui il Catanzaro – dopo il ritiro della “bandiera” Banelli con 334 presenze e 24 reti al proprio conto, nonché il passaggio di mano societario, con Ceravolo che lascia dopo ben 21 anni la Presidenza a favore di Adriano Merlo – non ripete le prestazioni dell’anno precedente, vedendo sancita la matematica retrocessione alla terz’ultima giornata dopo un pesante 0-3 casalingo proprio contro il Milan, per poi salvare la Categoria, al pari dell’Udinese, proprio per il coinvolgimento del Club di via Turati e della Lazio nel primo, clamoroso “Calcioscommesse” della nostra Serie A, entrambe retrocesse a tavolino.

Scampato il pericolo – il che sembra una costante nella oramai quasi centenaria Storia della Società giallorossa, vale a dire di ottenere i migliori risultati dopo aver rischiato nell’anno precedente – ecco che il Catanzaro disputa, alternandosi in panchina dapprima Tarcisio Burgnich e quindi Bruno Pace, le sue due stagioni più esaltanti, concluse addirittura a ridosso della zona Uefa.

540px-US_Catanzaro_1980-1981
Il Catanzaro 1980.81 – da:wikipedia.org

Il Campionato 1980-’81 è peraltro condizionato, oltre che dalla citata assenza di Milan e Lazio, anche dalle penalizzazioni di 5 punti inflitte a Bologna, Avellino e Perugia, ma ciò non toglie che i giallorossi disputino un Torneo sempre al di sopra della zona retrocessione, con ancora una volta il “Comunale” a dimostrarsi fortino quasi inespugnabile – vi riescono solo Perugia e la Pistoiese dell’ex Vito Chimenti – mentre Palanca si conferma cecchino implacabile, con i suoi 13 centri che lo portano al titolo di vice Capocannoniere, preceduto solo dal romanista Roberto Pruzzo.

E proprio la cessione, per motivi di bilancio, del “Cannoniere tascabile” (alto m.1,69 con il 37 di numero di piede …) al Napoli nell’estate ’81 mette in allarme la tifoseria, non sapendo che lo stesso sarebbe stato rimpiazzato come meglio non si potrebbe dal 21enne Edy Bivi, prelevato dalla Mestrina in C2 e che rappresenta per tutti una scommessa che il tecnico Pace dimostra rivelarsi vincente.

Che quella di Bivi sia stata una scelta azzeccata è dimostrato, già alla prima giornata, allorché il ragazzo non si fa scrupoli nell’andare a calciare il rigore che a 3’ dal termine regala ai giallorossi il pareggio sul campo del San Paolo dell’ex Palanca, così come è lui a sbloccare, dopo soli 3’, alla settima giornata, il punteggio nel rotondo 3-0 (di Borghi e Massimo Mauro le altre due reti …) rifilato al Milan ritornato nella Massima Divisione dopo il purgatorio della B, per poi mettere la sua firma su altre due “storiche” affermazioni in campo esterno, il 2-1 a Torino contro i granata alla vigilia di Natale ’81 ed il clamoroso 1-0 del 14 marzo ’82 a San Siro contro il Milan, che certifica l’unica vittoria dei giallorossi alla “Scala del Calcio” contro le due milanesi e contribuisce alla retrocessione dei rossoneri in B a fine stagione.

uff166_1982
La rete di Bivi a San Siro – da:ilgiallorosso.info

Un’annata da ricordare e che avrebbe potuto avere i connotati del “Miracolo”, visto che i giallorossi giungono ad un passo dalla loro seconda Finale di Coppa Italia, dopo aver compiuto nei Quarti l’impresa di ribaltare lo 0-1 patito all’andata contro il Napoli andando ad espugnare per 2-1 il “San Paolo” al ritorno (unico acuto del modesto rumeno Nastase e raddoppio di Santarini) per poi costringere l’Inter agli straordinari, visto che l’1-2 dell’andata a San Siro (con il primo tempo chiuso in vantaggio grazie al centro di Borghi …) viene restituito al ritorno (di Bivi ed ancora Borghi le reti, inframezzate da un rigore trasformato da Beccalossi …), prolungando la sfida ai supplementari, dove risulta decisiva una rete di Altobelli che vanifica il successivo punto di Cascione per il definitivo 3-2 che certifica comunque l’unica affermazione dei giallorossi sui nerazzurri.

Stagione, pertanto, che il Catanzaro conclude in settima posizione con 28 punti – suo miglior piazzamento nella Storia del Club, anche se, in termini di punti, è migliore la precedente, chiusa a quota 29 – e con Bivi ad emulare Palanca in veste di vice Capocannoniere con 12 reti (anch’egli, curiosamente, alle spalle di Pruzzo …) prima che anche per i tifosi giallorossi, come in tutte le belle favole, una cruda realtà li faccia risvegliare da uno splendido, ed inimmaginabile sogno.

L’anno seguente, difatti, il Catanzaro è l’ombra della squadra spumeggiante ammirata la precedente stagione – complici anche le cessioni di Borghi e Mauro a Torino ed Udinese, rispettivamente – così che gli appena 13 punti raggranellati rappresentano il suo bottino più misero nelle 7 stagioni disputate nella Massima Divisione, cui l’anno successivo fa seguito un secondo, disastroso cammino tra i Cadetti concluso all’ultimo posto per una conseguente doppia, lacerante retrocessione.

Ed anche se nel prosieguo del decennio il Catanzaro riesce in un paio di occasioni a ritornare in B, l’ulteriore retrocessione nel ’90 ne sancisce la definitiva conclusione di un ciclo probabilmente irripetibile e che, per chi ha avuto la fortuna di viverlo, resterà impresso nei cuori e nelle menti, così come il ricordo di colui che per primo ne è stato l’artefice, ovverossia il “Presidentissimo” Ceravolo, scomparso nel maggio 1988, è stampato a futura memoria attraverso la doverosa intitolazione dello Stadio Comunale, che dal 1989 ha assunto, appunto, la denominazione di “Stadio Nicola Ceravolo”.

Un degno riconoscimento ad un Presidente che è stato, a differenza dei suoi colleghi nominati all’inizio, un esempio anche di stile e correttezza, tanto da essere stato chiamato a svolgere, durante il suo mandato, incarichi di prestigio in Federazione ed in Lega.

Pensiamo che non vi sia un solo cittadino di Catanzaro, tifoso o meno, che non debba sentirsi in dovere di rivolgere un sentito ringraziamento all’opera di un uomo che tanto ha fatto per la gloria sportiva della sua città …

 

JENNIFER CAPRIATI, DISASTRI ED ONORI DI UNA BABY-TENNISTA DIVENTATA NUMERO 1 DEL MONDO

i.jpg
Jennifer Capriati – da espn.com

articolo di Nicola Pucci

Ricordo ancora quando nel marzo del 1990 una taletuosissima baby-tennista americana di padre brindisino (Stefano), esordì non ancora 14enne al torneo di Boca Raton. Una ragazzina già dalle fattezze fisiche importanti, seppur ancora da arrivare a maturazione, qualcosa come 170 centimetri per quasi 70 chilogrammi, che si affacciava tra le grandi con l’energia e la sfrontatezza della sua giovanissima età.

Jennifer Capriati, perché è di lei che stiamo parlando, si ciba di tennis ancor prima di proferir parola, se è vero che a tre anni ha già la racchetta in mano, per poi, una volta cresciuta sotto l’occhio rapace di Nick Bollettieri, scalare velocemente le vette del tennis giovanile vincendo l’Orange Bowl riservato agli under 12 e agli under 14 e l’edizione juniores del Roland-Garros nel 1989. A Boca Raton, appunto, esordisce nel circuito professionistico, e se l’attesa è grande sul suo conto, altresì c’è curiosità di verifcare se sarà capace di andare oltre quel che seppero fare, non troppi anni prima di lei, altre bambine prodigio come Tracy Austin, Andrea Jager e Kathy Rinaldi, troppo presto gettate in pasto allo show-tennis ed altrettanto presto eclissate.

Ed in Florida l’esibizione di Jennifer è sontuosa, e pure senza precedenti, se è vero che è la più giovane finalista della storia in un torneo del circuito maggiore, infilando una dopo l’altra tenniste del calibro di Claudia Porwick, Nathalie Tauziat ed addirittura Helena Sukova, numero 4 del mondo, oltre a Laura Gildemeister, prima di arrendersi all’atto decisivo a Gabriela Sabatini, infine vincitrice dopo due set serrati, 6-4 7-5. Quando poi, qualche settimana dopo, realizza identico exploit ad Hilton Head, prendendosi il lusso di demolire con un clamoroso 6-1 6-1 l’ultima trionfatrice di Parigi, Arantxa Sanchez, prima di cedere all’immensa Martina Navratilova, ecco che la Capriati, oltreché le attese, si trova a dover fronteggiare una notorietà che, vedremo poi, rischierà di schiacciarla.

Sono gli anni in cui un’altra tennista precoce e di classe, pure lei allevata all’Accademia di Bollettieri, Monica Seles, imprime il suo marchio sul tennis mondiale, contrapponendo la forza del suo gioco di pressione da fondocampo all’esplosività atletica della regina per niente disposta a farsi da parte, Steffi Graf. E Jennifer sembra la perfetta terza incomoda tra le due indiscusse primedonne, altro prototipo della tennista corri-e-tira, con qualche chilo in più e forse una maggior attitudine nella ricerca dell’approccio a rete rispetto alla serba.

In effetti i risultati sembrano premiare l’americana, che nel 1990 raggiunge subito la semifinale alla prima partecipazione al Roland-Garros, fermata 2-6 2-6 proprio dalla campionessa di Novi Sad, vince in Portorico il primo torneo, partecipa al Masters di fine anno, ed infiltra per la prima volta la top-ten, per poi nel 1991 bissare la semifinale nello Slam più prestigioso, Wimbledon, 4-6 4-6 dalla Sabatini, e agli US Open, 3-6 6-3 6-7 in una memorabile sfida ancora con la Seles, e, nell’anno olimpico 1992, cogliere l’oro in singolare ai Giochi di Barcellona rimontando in finale la Graf, 3-6 6-3 6-4.

Ce ne sarebbe a sufficienza per progettare, non ancora 17enne, un futuro luminoso. Ma in casa Capriati non sono tutte rose e fiori, papà Stefano è una presenza ingombrante e difficile da digerire, così come la pressione mediatica trova terreno fertile nello squarciare l’anima adolescenziale di Jennifer che, dopo un iniziale successo a Sydney nel gennaio 1993, entra nel tunnel oscuro che condizionerà gli anni successivi. Della sua vita così come, inevitabilmente, della sua carriera. Ecco allora che la campionessa, celebrata da tutti, passa dalle stelle alle stalle, additata altrettanto da tutti come “colei che ruba un anello pur avendo milioni di dollari in banca” e che “viene arrestata per possesso di marijuana“.

E così gli anni passano, tra numerose assenze dal tennis giocato ed altrettanti numerosi tentativi di ritorno, sempre sospesa tra quel che doveva essere ed invece parrebbe non poter esser più. Fin quando, e siamo all’alba del nuovo Millennio, la Capriati, messe da parte le incertezze e consapevole, raggiunta la maturità, che se vuol lasciare traccia di sè è bene farlo adesso oppure mai più, torna competitiva. Aprendo la fase aurea della sua carriera.

La ragazzina istintiva e sorridente ha ormai lasciato il posto ad una donna segnata dalle incertezze della vita, riflessiva ed orientata a dare il meglio di sè. E se nel 2000 rinnova l’appuntamento con una semifinale Slam agli Australian Open come non le accadeva da nove anni, quando, pur non compresa tra le teste di serie, cede solo alla futura vincitrice del torneo, Lindsay Davenport, ed è protagonista del successo degli Stati Uniti nella finale di Federation Cup contro la Spagna, l’anno dopo fa saltare il banco, proprio a Melbourne dove infila una dopo l’altra Nagyova (che le strappa un set), Oremans, Ruano Pascual, Marrero, Seles ai quarti di finale in una sfida che profuma d’antico (5-7 6-4 6-3), la stessa Davenport con cui si prende la rivincita (6-3 6-4) e la numero 1 del mondo Martina Hingis, che all’atto conclusivo si vede costretta a cedere nettamente all’americana che con il punteggio di 6-4 6-3 in un sol colpo fa suo quel titolo Slam che inseguiva fin da adolescente e spazza via le angosce degli anni bui.

Quando meno te lo aspetti Jennifer assurge a quel rango a cui pareva destinata fin dal giorno in cui, per la prima volta, impugnò la racchetta, ed inevitabile, o quasi, giunge il bis in terra di Francia, al Roland-Garros, dove l’americana spazza via ai quarti di finale Serena Williams (6-2 5-7 6-2), demolisce ancora la Hingis, curiosamente con lo stesso score australiano, 6-4 6-3, ed è protagonista di una finale al cardiopalma con la belga Kim Clijsters, figlia d’arte del calciatore Leo, risolta con un pirotecnico 12-10 al set decisivo.

Le due sconfitte in semifinale sia a Wimbledon (con Justine Henin) che agli US Open (4-6 2-6 con Venus Williams) scalfiscono forse l’orgoglio della Capriati, che al torneo di casa sommerà altre tre semifinali nei tre anni successivi, ma le consentono, il 15 ottobre 2001, di guadagnare la vetta del ranking mondiale.

Verrà poi, a gennaio 2002, la doppietta agli Australian Open battendo nuovamente la Hingis in finale, 4-6 7-6 6-2, per il terzo ed ultimo Slam in carriera, ma quel numero 1 del mondo detenuto a più riprese per 17 settimane certificano che se Jennifer Capriati ha toccato il fondo (e le capiterà ancora una volta dismessi i panni della tennista di successo, afflitta da depressione e talvolta accarezzando ipotesi suicide) ha pure scalato quella vetta che le spettava, se non di diritto almeno nelle previsioni, fin da bambina. Già, proprio una bambina-prodigio.