CARLO PEDERSOLI, IL “TARZAN” DI CASA NOSTRA

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Carlo Pedersoli – da nuotounostiledivita.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli americani, si sa, amano fare le cose in grande, ed al loro cospetto altre nazioni, come anche l’Italia, devono allinearsi, cercando, ove possibile, di copiarne lo stile per produrre a loro volta un qualcosa di similare.

Gli Stati Uniti possono, ad esempio, vantare Hollywood, la grande fucina del cinema mondiale, e dalle parti nostre rispondiamo con Cinecittà, dove peraltro sono usciti fior di attori e prodotti film eccezionali, specie nell’immediato secondo dopoguerra con il neorealismo di italiana memoria, così come oltre Oceano sono stati i primi a fruire dei possenti fisici di atleti olimpici da dirottare, a fine carriera, sul grande schermo.

Il più classico ed emblematico di questi altri non è che Johnny Weissmuller, vincitore di ben cinque medaglie d’oro nel nuoto – tra gare individuali e staffette – nelle edizioni dei Giochi Olimpici di Parigi ’24 ed Amsterdam ’28 e successivamente mirabile interprete del ruolo di “Tarzan – l’uomo della giungla” in 13 pellicole prodotte tra il 1932 ed il 1948.

E noi, come potevamo replicare, visto che la prima medaglia d’oro azzurra nel panorama olimpico natatorio giunge solo ai Giochi di fine millennio a Sydney 2000, quando a salire sul gradino più alto del podio sono Domenico Fioravanti – che addirittura bissa il successo sia sui 100 che sui 200 rana – e Massimiliano Rosolino, che si impone sui 200 misti?

Beh, pure noi avevamo da giocare la carta di un “Tarzan” tipicamente nostrano, meno aitante anche se ben piazzato fisicamente, di sicuro meno vincente a livello internazionale, ma altrettanto certamente più simpatico nella classica veste romanesca del burbero e caciarone a cui tanto si affezionano sia vecchi che bambini ed, insomma, di meglio non avevamo e questo è quanto…

Per chi, a questo punto del racconto, non lo avesse ancora capito, il protagonista della nostra storia odierna è Carlo Pedersoli, nato a Napoli il 31 ottobre 1929, un nome che a molti non appassionati di nuoto dirà poco o niente, ma se abbiniamo il nome d’arte usato al cinema, vale a dire “Bud Spencer”, ecco che improvvisamente la mente si illumina e gli occhi sorridono.

Già, il “Gigante buono” del cinema italiano ha avuto un passato da discreto nuotatore, in un periodo in cui il nuoto azzurro non brillava certo a livello internazionale, lui che, trasferitosi a Roma con la famiglia all’età di 11 anni, è stato anche uno studente modello, avendo acquisito la maturità con il massimo dei voti per poi iscriversi alla facoltà di chimica dell’università romana, solo per dover abbandonare gli studi, in quanto costretto a seguire il padre ed il resto della famiglia in Sudamerica, dove per un certo periodo lavora presso il Consolato italiano a Recife, in Brasile.

Il mancato futuro chimico industriale, trova modo di mantenersi in forma attraverso la sua grande passione per il nuoto, già praticato ai tempi del liceo, attività necessaria per mantenere snello un corpo alto 193cm. – due in più di Weissmuller, almeno in questo lo ha battuto – così che quando rientra con la famiglia in Italia, la prima cosa che fa è tesserarsi per la Società Sportiva Lazio Nuoto, desideroso di confrontarsi con gli altri atleti italiani per verificare il proprio livello.

E, specialista come il celebre fuoriclasse/attore americano nello stile libero, con una corporatura che per certi tratti ricorda quella di Matt Biondi, futuro protagonista a fine anni ’80, Pedersoli dimostra sin dal suo esordio ai Campionati italiani svoltisi a Roma ad inizio settembre ’49 di potersela giocare alla pari, ed anche di più, facendo suo il titolo sui 100sl in 1’01”2 con largo margine su Riccardo Vettori, staccato di 2” netti, un divario che su tale distanza – all’epoca la più breve e veloce del programma natatorio, non essendo ancora stati inclusi i 50sl – rappresenta un’enormità.

Una performance che induce i tecnici azzurri ad inserire il non ancora 20enne Pedersoli nella squadra per i secondi Campionati Europei del dopoguerra, in programma a Vienna dal 20 al 27 agosto 1950, fiducia ben ripagata visto che raggiunge la finale dei 100sl classificandosi al quinto posto con il tempo di 1’01”2 nella gara vinta dal francese Alexandre Jany – il quale conferma il titolo conquistato tre anni prima nell’edizione di Montecarlo ’47 – in 57”7, prestazione assolutamente inarrivabile per gli standard del nuoto italiano dell’epoca.

Perdersoli viene altresì schierato quale primo frazionista della staffetta 4x200sl – i cui altri componenti sono Vittorio Manetti, Celio Brunelleschi ed Alfonso Buonocore – fornendo un eccellente riscontro, visto che nuota le quattro vasche in 2’20”1 tanto da lanciare Buonocore in seconda posizione alle spalle dello jugoslavo Vidovic (2’19”5), ma purtroppo le prestazioni dei compagni non sono all’altezza ed il quartetto azzurro deve accontentarsi di un platonico quarto posto, peraltro a debita distanza (9’35”5 a 9’12”7) dalla Jugoslavia, mentre la lotta per l’oro, ristretta a Svezia e Francia, vede la prima imporsi in 9’06”5 rispetto al 9’10”0 dei transalpini.

Questi riscontri cronometrici, se letti con attenzione, sono sin troppo esplicativi del divario che al tempo esisteva tra il nostro nuoto ed il solo resto del Continente europeo, senza bisogno di andare a scomodare australiani ed americani, dominatori della disciplina, ed ecco che è meglio concentrarsi su obiettivi più realistici, come i Campionati italiani, dove Pedersoli conferma il proprio titolo sui 100sl sia nel 1950 che nel ’51, sempre migliorandosi on 1’00”7 ed 1’00”5 rispettivamente, essendo altresì stato il primo nuotatore italiano ad infrangere la barriera del minuto sulla distanza, nuotando la stessa in 59″5 il 20 settembre ’50 al meeting di Salsomaggiore.

Pedersoli diviene quindi il punto di forza – assieme al dorsista Egidio Massara – della squadra azzurra che si presenta alla prima edizione dei Giochi del Mediterraneo in calendario ad Alessandria d’Egitto dal 5 al 20 ottobre ’51 e che si risolvono in una sorta di campionato francese d’esportazione, visto che i nuotatori d’oltralpe si aggiudicano tutte e sette le gare in programma, pur se i nostri portacolori non sfigurano, con l’argento di Massara sui 100 dorso, mentre Pedersoli riesce ad inserirsi tra i due campioni dello stile libero francesi, cogliendo un prezioso argento in 59”7 sui 100sl, riducendo il distacco da Jany, primo in 58”9, e precedendo il grande Jean Boiteux, il quale fa suoi i titoli sui 400 e 1500sl, per poi essere, l’anno seguente, il primo nuotatore del proprio paese a conquistare un oro olimpico.

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Pedersoli con la canadese Irene Strong ai Giochi di Helsinki ’52 – da welt.de

Già, appuntamento a cinque cerchi, fissato per fine luglio ’52 ad Helsinki, in cui l’Italia si presenta con una squadra ridotta all’osso (data anche la scarsità del programma, che prevede la disputa di sole 5 gare individuali oltre la staffetta 4x200sl) che non consente ad alcuno dei propri rappresentanti di raggiungere la finale nelle rispettive specialità, con Angelo Romani 33esimo in batteria sui 400sl e Massara 11esimo in semifinale sui 100 dorso, mentre il futuro Bud Spencer risulta alla fine il migliore dei nostri, con il suo quinto posto nella prima semifinale dei 100sl in 58”9, stesso tempo del francese Jany, anch’egli escluso dalla prova conclusiva, con la staffetta 4x200sl a concludere le batterie con un desolante 15esimo tempo.

Davvero tempi di “vacche magre” per il nostro nuoto, cui poca consolazione per Pedersoli giunge dall’arricchire la propria bacheca di titoli italiani con il 59”5 con cui si aggiudica la finale del 1952 ed il 59”9 sufficiente a portare a casa il quinto titolo consecutivo nel ’53 (in entrambi i casi precedendo Buonocore), per poi dover saltare l’appuntamento con gli Europei di Torino ’54, dove peraltro brilla solo Romani con l’argento sui 400sl alle spalle dell’ungherese Gyorgy Csordas.

Nel frattempo, Pedersoli – che, tra l’altro, gareggia con le lenti a contatto a causa della forte miopia che altrimenti gli renderebbe difficile prendere le misure nella virata – si diletta anche nella pallanuoto, nelle file della Lazio, con cui giunge terzo in campionato nel ’54 e secondo nel ’55, ottenendo la selezione per il “Settebello” ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona ’55 in cui si aggiudica la medaglia d’oro, grazie anche, giova ricordarlo, all’assenza della Jugoslavia, per poi tornare a gareggiare sui 100sl ai campionati italiani di Terni ad inizio settembre, subendo la sua prima sconfitta, nettamente battuto (58”9 ad 1’01”0) da Angelo Romani.

Sconfitta che può essere addebitata anche alle distrazioni che intanto il mondo del cinema aveva generato in Pedersoli, il quale, dopo alcuni ruoli marginali, già nel ’55 viene inserito dal regista Mario Monicelli nel film “Un eroe dei nostri tempi”, a fianco di attori del calibro di Alberto Sordi, Franca Valeri, Tina Pica e Giovanna Ralli, tanto per capirsi, ma l’anno seguente ci sono le Olimpiadi di Melbourne ’56, un appuntamento a cui il colosso romano d’adozione non intende rinunciare.

E, per convincere i tecnici delle sue condizioni, visto che i Giochi australiani sono in programma da fine novembre, niente di meglio che riprendersi il titolo di campione italiani agli “Assoluti” di fine agosto/inizio settembre nella sua Napoli, facendo registrare con 58”8 il suo miglior tempo nella manifestazione, relegando per l’ennesima volta Buonocore al ruolo di “eterno secondo e così staccando il biglietto per Melbourne, dove è iscritto alla gara dei 100sl assieme al suo erede, il romano Paolo Pucci, di sei anni più giovane.

I due azzurri riescono entrambi a superare lo scoglio delle batterie, ma, inseriti entrambi nella prima delle due semifinali, concludono mestamente agli ultimi due posti, con Pucci (58”8 a 59”0) a precedere Pedersoli per quello che è un “passaggio di consegne” suggellato dall’affermazione ai campionati italiani ’57, vinti con il tempo di 57”8 sull’oramai 28enne napoletano d’origine, al suo passo d’addio allo sport agonistico.

La fine di una carriera sportiva pone sempre molti interrogativi agli atleti circa quello che d’ora in poi potrà essere il proprio futuro, e, per Pedersoli, la strada del cinema non poteva certo essere, al momento, quella definitiva, dato che appare in altre due pellicole “Il cocco di mamma” (’58, con Maurizio Arena, Raffaele Pisu e Franca Rame) ed “Annibale” (’59, a fianco di Gabriele Ferzetti e di un “certoMario Girotti, di cui risentiremo parlare).

Ecco che, allora, Pedersoli sceglie di dare una svolta alla propria vita, facendo ritorno in Sudamerica, terra alla quale era rimasto particolarmente legato, per lavorare duramente presso un’impresa americana impegnata nella costruzione della strada di collegamento tra Panama e Buenos Ayres e quindi passare alle dipendenze dell’Alfa Romeo a Caracas, non mancando di continuare a praticare nuoto.

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Le nozze di Carlo e Maria – da mediatecaroma.it

Questo periodo, a detta dello stesso Pedersoli, è necessario affinché “ritrovasse sé stesso, nei limiti e nelle potenzialità” ed, una volta acquisita fiducia nei propri mezzi, se ne ritorna in Italia, sposa a Roma Maria Amato, conosciuta ben 15 anni prima e, dopo varie attività nel mondo dello spettacolo, come compositore di testi per canzoni e produzioni di documentari per la Rai, finalmente trova la strada giusta attraverso il nuovo esordio sul grande schermo.

Questo avviene esattamente 50 anni fa, nel 1967, allorquando il regista Giuseppe Colizzi gli offre una parte in un film, che Pedersoli inizialmente stenta ad accettare, a causa del compenso offerto di un milione di lire, visto che aveva cambiali per un valore doppio in scadenza, per poi ottenere quanto desiderato, considerato che per il ruolo ipotizzato da Colizzi non riesce a trovare altri con la corporatura simile a Pedersoli, il quale sul set incontra il già citato Mario Girotti, che proprio in detto lavoro assume lo pseudonimo “Terence Hill” che lo renderà famoso, in coppia con il nuovo Bud Spencer, in merito al quale l’attore dichiara di aver scelto tale nome d’arte in omaggio al celebre attore americano Spencer Tracy e, quanto a Bud, giocando in modo ironico sulla marca della birra “Budweiser”, commercializzata in Italia come Bud, appunto.

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L’esordio, come Bud Spencer, in “Dio perdona …, io no!” – da cgentertainment.it

La pellicola, “Dio perdona …, io no!”, apre una serie di successivi lavori della coppia, che recita assieme in ben 16 film, dando vita al celebre filone degli “spaghetti western”, per poi dividersi con Terence Hill a dedicarsi più agli sceneggiati televisivi e Bud Spencer a continuare a recitare al cinema, con l’ultima sua interpretazione risalente al 2009, prima di spengersi il 27 giugno 2016, all’età di 86 anni.

Ma tanto, la parte finale la conoscevate già, no? Era quella iniziale che a qualcuno forse mancava, forse …

 

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ALAN MINTER, IL MANCINO INGLESE CHE UCCISE JACOPUCCI E TOLSE IL TITOLO IRIDATO AD ANTUOFERMO

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Alan Minter contro Vito Antuofermo – da gonews.it

articolo di Nicola Pucci

Ci sono diversi momenti significativi, nella carriera agonistica del mancino inglese Alan Minter. E se alcuni di questi hanno il sapore dolcissimo dell’affermazione, ve ne sono almeno un paio di cui il “Boom boom” di Crawley, classe 1951, avrebbe volentieri fatto anche a meno.

Come è giusto che sia, conviene ricordare che Minter, battuto due volte agli Europei dilettanti dal tedesco democratico Joaquim Brauske, a Madrid nel 1971 e a Londra l’anno dopo, avrebbe potuto assurgere già a gloria imperitura se alle Olimpiadi di Monaco del 1972 si fosse visto assegnare una vittoria legittima in semifinale contro il beniamino locale, tale Dieter Kottysch, che invece gli negò l’accesso alla finale per la medaglia d’oro relegandolo ad un immeritato terzo gradino del podio.

Nondimeno Minter, peso medio che ha pugno sinistro pesante e ardore comunque che gli consente spesso di vincere pur senza dare spettacolo, passa professionista subito dopo l’evento a cinque cerchi, forte anche del titolo britannico di campione della sua categoria. Batte il connazionale Maurice Thomas il 31 ottobre 1972 alla Royal Albert Hall di Kensington per k.o.t. alla sesta ripresa, per poi infilare una lunga serie di successi interrotta da una prima sconfitta con lo scozzese Don McMillan il 5 giugno 1973. A fine carriera saranno nove, a fronte di 39 vittorie e un “no contest” contro Jan Magdziarz, uno con cui aveva già subito due cocenti battute d’arresto.

E così, dopo aver conquistato il titolo britannico dei pesi medi battendo ai punti Kevin Finnegan il 4 novembre 1975, infine Minter ha l’occasione per mettersi in bacheca quel titolo europeo sfuggito da dilettante, quando il 4 febbraio 1977, al Palazzo dello Sport di Milano, demolisce in cinque round Germano Valsecchi a chiusura di un combattimento in cui la boxe essenziale dell’inglese ha nettamente la meglio del furore scomposto del bergamasco.

Ma sono i successi con Tony Licata, sfidante iridato battuto da Carlos Monzon al Madison Square Garden nel giugno del 1975, e con Sugar Ray Seales, campione olimpico dei pesi welter a Montreal nel 1976, così come una franca vittoria contro il “vecchio” Emile Griffith, ad inserire Minter tra i pretendenti più accreditati per un combattimento per il titolo mondiale dei pesi medi. Viene nel frattempo privato della cintura continentale dal francese Gratien Tonna, che il 21 settembre 1977, sempre a Milano e sempre al Palazzo dell Sport, lo costringe a gettare la spugna all’ottavo round, per poi arrivare al drammatico 19 luglio 1978, una data che segnerà la vita sua e soprattutto, tragicamente, quella del suo avversario, il povero Angelo Jacopucci.

Allo Stadio Municipale di Bellaria, nel corso della 12esima ripresa, l’italiano abbassa improvvisamente la guardia, consentendo a Minter di colpirlo ripetutamente e duramente al volto. Jacopucci è alla mercé dell’avversario, con la testa, rimbalzando all’indietro, sottoposta a traumi evidenti e i muscoli del collo ormai rilassati, impossibilitati ad offrire la seppur minima resistenza. A quel punto ci sarebbero tutti i presupposti per una immediata interruzione del match. Ma né l’arbitro, né i secondi, né il medico a bordo ring lo ritengono opportuno. Il pugile italiano finisce al tappeto e viene sconfitto per k.oJacopucci, tuttavia, si rialza dopo il conto totale, rassicurando tutti sulle sue condizioni. Questa incapacità di prevenire il peggio gli sarà fatale. Non si sottrae, infatti, poche ore dopo l’incontro, alla cena di festeggiamento del neocampione d’Europa e, davanti allo stesso Minter, avverte improvvisamente forti attacchi di vomito. Una volta tornato in albergo cade improvvisamente in coma. Trasportato immediatamente all’ospedale “Bellaria” di Bologna, il pugile di Tarquinia viene dichiarato morto per emorragia cerebrale nella mattina del 22 luglio 1978. Aveva solo 29 anni.

La rivincita di qualche mese dopo con Tonna, che stavolta viene sconfitto in sei round, apre invece la pagina più esaltante della carriera di Minter, con  un trittico di sfide per la cintura di campione del mondo dei pesi medi. Vito Antuofermo, detentore del titolo per l’epica battaglia vittoriosa con Hagler al Caesar’s Palace di Las Vegas del 30 novembre 1979, è il rivale che il pugile inglese si trova ad affrontare la sera del 16 marzo 1980. Il teatro è sempre quello, il Caesar’s Palace, ma se nell’occasione precedente l’italo-americano in virtù del coraggio leonino era stato avvantaggiato con il verdetto di parità che lo conservava sul tetto del mondo, stavolta quindici round equilibrati convincono i giudici ad assegnare la vittoria a Minter. Responso ad onor del vero controverso, che farà gridare al maltolto per Antuofermo… ma così è la boxe.

Non ci sono invece dubbi sul responso della rivincita, che il 28 giugno dello stesso anno vede i due rivali incrociarsi ancora alla Wembley Arena di Londra. Minter domina il match costringendo Octavio Meyran, arbitro dell’incontro, ad interrompere il combattimento all’ottavo round, confermando il titolo dell’inglese. Non resta, a questo punto, per legittimare le stimmate di numero 1 del mondo del pesi medi, che affrontare proprio Hagler, in un match programmato sempre alla Wembley Arena, il 27 settembre 1980.

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Minter contro Hagler – da thefightcity.com

Minter è dato leggermente favorito e i 12.000 spettatori presenti all’evento, rigurgitanti nazionalismo a piene mani, si attendono la recita del beniamino di casa. Ma, inatteso, Hagler è padrone del match, sommergendo il malcapitato campione di colpi che ne provocano numerosi tagli vicino agli occhi. Quello attorno all’occhio sinistro è definitivo, dopo 1’45” dall’inizio del terzo round, e nonostante il parere contrario dell’angolo di Minter, il panamense Carlos Berrocal interrompe il match assegnando vittoria e cintura iridata allo sfidante. Il pubblico non ci sta, anche perchè le dichiarazioni di Hagler prima dell’incontro non sono state certo improntate al fair-play “non stringo la mano all’avversario che devo affrontare il giorno dopo“, in risposta al “non voglio essere detronizzato da un negro” di Minter, lanciando lattine e bottiglie sul ring e costringendo i due pugili ad uscire dall’impianto sotto la scorta della polizia.

Qui finisce l’avventura mondiale di Alan Minter, il boxeur che volle male agli italiani, uccidendo Jacopucci e togliendo la corona ad Antuofermo. Ma un posto tra i grandi del pugilato gli spetta di diritto.

 

JACQUES ANQUETIL, CHE VINSE, VISSE E MORI’ COME UN SEMIDIO

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Jacques Anquetil – da thecyclist.co.uk

articolo tratto da Allez – Operazione ciclismo

Gli organizzatori del Gran Premio di Lugano si sono stancati di assistere al solito monologo con cui Jacques Anquetil domina quella corsa. Nelle prove contro il tempo è il più forte per distacco e si vede. Il francese ha vinto tre delle ultime sei edizioni. Bisogna inventarsi qualcosa altrimenti questa gara va a morire. C’è solo un modo: pagare Jacquot per non correre, proprio come l’organizzazione del Giro d’Italia fece con Binda nel 1930. Anquetil, che sa gestire e indirizzare dove vuole situazioni di questo tipo, strappa il doppio del compenso che gli era stato offerto con la promessa di arrivare secondo lasciando vincere Ercole Baldini. Ovviamente Jacques vuole essere pagato in anticipo e così, dopo aver riscosso il lauto ingaggio che aveva fatto ritoccare ulteriormente proprio poco prima della partenza, va da Baldini e lo informa sostanzialmente che la vittoria è già sua. Al traguardo però la situazione è clamorosamente capovolta: primo Jacques Anquetil, che si porta a casa anche il premio che spetta al vincitore. Così facendo, ha guadagnato cinque volte tanto. Rimangono tutti letteralmente di sasso. Baldini lo venera con lo sguardo. Nessuno dei membri dell’organizzazione riesce a proferire parola. Sono troppo ammaliati ed incantati da quella figura. E’ come se Lupin, il ladro più grande di sempre, riuscisse a rubare il diamante più brillante ed inaccesibile al mondo. Come se Botticelli “imbrattasse” un muro. Davanti alla grandezza si può fare una e una sola cosa: la si osserva.

Sul traguardo del Grand Prix des Nations regna lo stupore più assoluto. Il fatto che abbia vinto un diciannovenne desta scalpore già di per sé ma il problema principale è un altro. Il secondo, tale Roger Creton, è lontano sei minuti. Jacques Anquetil, il dominatore di quel giorno di settembre del 1953, si presenta così al grande pubblico del ciclismo. Vincerà quella corsa per altre otto volte, quindi fanno nove edizioni in meno di quindici anni. Nelle prove contro il tempo, d’altronde, è il migliore di sempre. In corsa è il “Grande Normalizzatore“, soprannome che rispecchia alla perfezione la sua condotta di gara. In salita soffre Gaul e Bahamontes, gli antesignani di Marco Pantani, trovandosi quindi costretto a limitare i danni per uccidere poi la corsa nelle cronometro. Uno Wiggins ante litteram, anche se colui che lo ha ricordato più di tutti è stato Miguel Indurain e proprio come il navarro non brillava magari per estro, fantasia e coraggio. Preferiva la certezza e la concretezza che solo il cronometro gli poteva dare. Anquetil è un autentico fascio di nervi. Non è rachitico alla Froome, anzi, ha due gran bei pistoni al posto delle cosce, ma sprigiona una potenza che non sembrava possibile potesse provenire da quel fisico. E’ asciutto, elastico, tirato al punto giusto. Eppure, nonostante le sue impareggiabili doti di passista, Jacquot ha sempre tralasciato il mondo delle classiche, quello più affascinante e ricco di magia. Si limita ad una Gand-Wevelgem e ad una Liegi-Bastogne-Liegi. La Sanremo, col suo trionfo primaverile, non lo ha mai attratto. Stesso esito anche per la Roubaix, che lui stesso definì “una maledetta lotteria per belgi che si corre sulle pietre“.

Questa avversione per le corse in linea lo terrà lontano anche da fantasie mondiali, il miglior risultato infatti è un secondo posto nell’edizione del 1966, che si corse al Nurburgring e premiò l’idolo di casa, Rudi Altig. Nelle corse a tappe però comanda lui. Cinque Tour de France, due edizioni del Giro d’Italia, una Vuelta e cinque volte la Parigi-Nizza su tutte, alle quali vanno aggiunti diversi altri successi. Partecipa a sei edizioni della Corsa Rosa e non fa mai peggio del terzo posto. E’ protagonista, tra l’altro, di due storiche doppiette: nel ’64 conquista Giro e Tour, solo Coppi è arrivato prima di lui, mentre nel ’63 si toglie lo sfizio di trionfare anche alla Vuelta alla quale, pochi mesi dopo, si sarebbe aggiunto l’ennesimo successo sulle strade della Boucle. Vederlo pedalare dà un senso di completezza che a parole non si può spiegare. Il suo non è mai un gesto atletico nervoso, scomposto, sgangherato, nemmeno quando gli fa visita la crisi più nera. Jacques Anquetil è la prova lampante che qualcuno che nasce per pedalare su una bici da corsa allora esiste. Soltanto Coppi regge il confronto.

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Anquetil in maglia gialla – da rouleur.cc

Partecipa per la prima volta al Tour de France nel 1957 e si ritrova al centro dello scandalo fin da subito. Questo giovane debuttante pretende che Louison Bobet, tre volte maglia gialla dal ’53 al ’55, venga lasciato a casa. I tecnici, totalmente persi nello sguardo glaciale del ragazzo normanno, acconsentono. Nemmeno un mese più tardi, Anquetil conquista il suo primo Tour con un quarto d’ora su Marcel Janssens, il secondo classificato. Una personalità del genere non poteva non avere nulla a che fare col doping, al quale ricorrerà più di una volta in carriera ma uscendone fuori con una maestria tale da farlo sembrare un semplice, stupido e banale incidente di percorso. E’ il primo corridore della storia che riesce a trionfare in cinque edizioni del Tour de France, di cui quattro consecutive. Nessuno riuscirà a fare meglio. Nemmeno Merckx e Hinault. Soltanto Indurain farà sua la maglia gialla per cinque edizioni consecutive ma non saprà andare oltre. Lance Armstrong, per riuscirci, sarà costretto a realizzare la truffa del secolo.

Nelle cronometro, come già detto, è la Stella Polare. In carriera ne ha conquistate una sessantina ma la prova regina della specialità non è una crono del Tour e nemmeno il Grand Prix des Nations. E’ il record dell’ora. Nel 1956, Jacques Anquetil dà l’assalto al famigerato record che per il momento è firmato da Fausto Coppi. Scende in pista al Vigorelli ma stecca clamorosamente non solo il primo ma anche il secondo tentativo. Nel caos più totale che era venuto a crearsi intorno a lui, il francese scappa in macchina verso Como, si rifugia in un locale e passa delle ore piuttosto interessanti sulle quali è meglio glissare. Le sostanze che entrano quella sera nel suo corpo non hanno nulla a che fare con lo sport eppure il giorno dopo, con appena due ore di sonno, Jacquot si presenta al Vigorelli e riscrive l’ora del ciclismo. Quando proverà a rifarlo suo qualche anno più tardi, l’UCI non omologherà il risultato del campione francese perchè lui si rifiuterà di sottoporsi all’antidoping. “Che qualcuno mi spieghi prima dove finisce la medicina e dove inizia il doping“, fu la velenosa polemica di Anquetil. Queste parole, col tempo, si sarebbero trasformate in un “in alcuni momenti della mia carriera avevo le gambe che assomigliavano ad un colabrodo“, che comunque nulla toglie all’epopea di questo primattore dato che a quei tempi si faceva uso perlopiù di sostanze che alleviavano la sensazione di fatica e non di alteratori di prestazioni.

La sua impresa più incredibile però è del 1965 ed è quasi sconosciuta. Alle diciassette Anquetil vince il Giro del Delfinato, alle otto e trenta è a Bordeaux e poche ore più tardi prende il via alla Bordeaux-Parigi, indimenticabile maratona notturna di oltre cinquecentocinquanta chilometri. Fino a quel giorno, i francesi rimproveravano eccome ad Anquetil di uccidere le corse senza renderle per niente appassionanti. Quando però lo vedono entrare in prima posizione nel Parco dei Principi, sede d’arrivo di quella storica follia, sono costretti a ricredersi. Jacques vince anticipando Stablinski e Simpson. Non c’è un francese che non stia gridando il suo nome.

Jacques Anquetil è aristocrazia. Aristocrazia allo stato puro. Questa componente, nei francesi, è particolarmente marcata, basti pensare a Platini o Zidane. Jacquot ha un qualcosa in più rispetto a tutti gli altri, fluttua ad un livello superiore che ai suoi avversari è sconosciuto. Non è un bonaccione alla Bartali nè tantomeno un ingenuotto come il primo Merckx. E’ praticamente l’opposto del bravo ragazzo, Sagan per intenderci, mentre dei tratti in comune si iniziano a scorgere se lo si accosta a Coppi e Hinault. Del Campionissimo ha l’eleganza e la forza magnetica, anche se può contare su un fisico meno gaglioffo del Fausto giù dalla bici da corsa e sul carisma che emana e che attrae. Come Hinault invece, di cui è il precursore francese, ha la lingua lunga, pungente, malandrina, caratteristica però che si ritrova piuttosto spesso oltralpe. Anquetil non fa paura come Armstrong ma impone rispetto. E’ furbo, tavolta sfocia anche nella mancanza di rispetto ma si salva sempre. Non è di manica larga ma la cattiveria non gli appartiene. Ha dei valori, altrimenti non avrebbe scelto come territorio prediletto le corse a tappe, dove vince sempre chi lo merita di più. E’ naif, infatti uno dei suoi soprannomi quando smonta dal suo destriero è “il Sultano“. Conosce la forza della parola e la sa usare molto bene. Non parla mai a sproposito ma quando lo fa il suono che esce dalla sua bocca ha il rumore di una stoccata, secca e sorda. Talvolta è anche arrogante, rigorosamente senza soluzione di continuità, ma se lo può permettere.

Al Parco dei Principi, al termine del Tour de France 1961 dove ha indossato la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno, viene fischiato. Col premio della corsa compra una barca e come la chiama? Sifflets, fischi. Vince troppo spesso, per l’esattezza duecentocinque volte in carriera, e anche quando non è lui a trionfare rischia di rubare la scena con un graffio dei suoi o magari con la sua sola presenza. Il pubblico riesce a stento ad amarlo perchè lo ammira troppo. Come il Cannibale in gara, Anquetil è un sole che copre ed eclissa tutto quello che gli ruota intorno, tanto in corsa quanto fuori. Sembra impossibile che una bellezza così pura e limpida possa passare svariate ore al giorno a versare litri di sudore su delle vere e proprie mulattiere. Avrebbe potuto essere scrittore, poeta o attore, Jacquot, e invece è stato una grandissima personalità sportiva. Era sicuro di sé, lo dimostra il fatto che aspettava sempre le cronometro consapevole che la corsa l’avrebbe vinta lì, e non si è quasi mai sbagliato. Come rivelerà lui stesso dopo aver lasciato l’agonismo, “Géminiani mi diceva che ero un errore dietro l’altro“.

Se si guarda allo stile di vita di Jacques, Gém ne aveva ben donde a sostenere ciò. Anquetil era un vizio itinerante. Mangiava, beveva, fumava. Lui stesso ve l’avrebbe spiegata così: “Signori, non è che fare il corridore sia proprio una passeggiata. Mi piace, mi piace da morire, ma soffro, soffro altrettanto“. Quando non pedala vive come vuole, senza regole. Si concede tutto quello che la umile bicicletta gli preclude. Si dice che la mattina, Jacques, sia pressoché inavvicinabile. A dire il vero non sa nemmeno cosa sia la mattina, dato che la sua giornata inizia a mezzogiorno per terminare a notte inoltrata. Quando prepara una corsa invece, si trasforma. Le luci di casa Anquetil si spengono ad orari umani e le tentazioni si fanno più sopportabili. Un collega col quale Jacques va piuttosto d’accordo a tavola è Eddy Merckx. La classe innata d’altronde sopperisce ad un allenamento mancato e quindi non è raro trovarli faccia a faccia a giocarsi l’onore e la fama di numero uno davanti ad un bel piatto di ostriche o ad una partita di poker. Colleghi, certo, e il rispetto non manca, anzi. Amici, però, mai. Anquetil è quello che si suol dire un pozzo senza fondo. Ama il buon cibo e il buon vino, lo champagne ancor di più. La consuetudine, al Giro di Sardegna, era quella di cenare al ristorante più rinomato della zona e ad ogni arrivo di tappa seguivano luoghi e leccornie diverse. In barba a tutte le teorie e gli studi sull’alimentazione che un atleta avrebbe dovuto tenere specialmente in corsa. Ovviamente, al termine della corsa, il vincitore è “Maitres” Jacques, il Maestro. E quante volte il suo adorato champagne lo ha salvato da una crisi!

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Anquetil e Poulidor – da rtl.fr

Poulidor, il suo storico rivale, stava quasi per spodestarlo dal trono del Tour de France ma Anquetil riuscì a salvarsi proprio grazie al suo amico a bollicine. Che corridore, Poulidor. E’ passato alla storia come l’eterno secondo per antonomasia, e i motivi sono ovvi, eppure stiamo parlando di un fior fiore di campione. Ha vinto una Vuelta, una Freccia Vallone, una Sanremo, la Parigi-Nizza, il Delfinato, sette tappe al Tour de France e si è piazzato per quindici anni in tutte le corse che vi vengono in mente. Più secondo anche di Gimondi. Di questo grande ciclista bisognerebbe divulgare non tanto lo sfortunato destino di cui è stato impietoso protagonista ma il piglio e la forza mentale a cui si è appellato per ritagliarsi il suo glorioso angolo di successo nell’era di Jacques Anquetil, un autentico fuoriclasse. E Jacques lo temeva perchè sapeva che Raymond era un campione vero. Alla vigilia del Tour 1965, al quale Jacquot non poteva partecipare perchè infortunato, invitò a cena tutti i capitani di quella Boucle tranne lui, Poulidor, l’acerrimo rivale. A pasto consumato, Jacques tirò fuori un blocchetto di assegni lasciando tutti sbigottiti. “Carissimi, io non verserò una goccia d’inchiostro su questa pagina bianca. Lo farete voi. Qualunque cifra apporrete, io la rispetterò. Qualsiasi cosa purché non vinca Raymond“. Vinse un giovane di belle speranze e di nostra conoscenza, si chiamava Felice Gimondi. Poulidor chiuse ancora al secondo posto. Talmente tanto elegante e composto sotto sforzo che c’è chi giura che se un bicchiere di champagne fosse stato appoggiato sulla sua schiena, non ne sarebbe schizzata fuori nemmeno una goccia anche dopo chilometri e chilometri.

La “sindrome di Stendhal” è una cosiddetta affezione psicosomatica che causa vertigini, tachicardia e addirittura allucinazioni in soggetti che si trovano davanti ad opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se compresse in spazi limitati. Stendhal, pseudonimo di Marie-Henri Beyle, fu lo scrittore francese che per primo ne rimase vittima. Questa affezione è nota anche come “sindrome di Firenze“, città in cui si è spesso manifestata e dove essa si verificò per la prima volta. Se Stendhal si fosse trovato davanti Jacquot invece che la Basilica di Santa Croce, oggi parleremmo della “sindrome di Anquetil“.

Una figura del genere non poteva certo passare inosservata nell’universo femminile. Questo suo essere un po’ leggiadro e un po’ arrogante ma mai insicuro, faceva di Jacques il sogno proibito di molte signore del tempo. Il portamento e il fisico modellato ad hoc, nemmeno a dirlo, contribuivano e non poco. Anquetil è un po’ Nureyev e un po’ James Dean. Uno così non è replicabile. La donna che per prima rapisce il cuore del giovane Jacquot però non è una delle tante, nossignore: è Jeanine, la moglie del suo medico. Ha sei anni in più del francese ed è bella, bella da morire. Intelligente e perspicace, insieme a Jacques forma una coppia regale degna del mondo delle fiabe. Un problema però c’è eccome: Jeanine è madre di due pargoli, Annie e Alain, che rimangono attratti da Anquetil praticamente fin da subito. La donna non è la Claudine di Eddy Merckx, anzi, assomiglia più alla Dama Bianca di Coppi. Dopo diverse peripezie e un lungo corteggiamento da parte del fuoriclasse transalpino, Jeanine e Jacquot escono allo scoperto e vivono il loro sogno ad occhi aperti. Sono sempre insieme. Jeanine è fondamentale per Jacques. Se alla partenza non la scorge o se l’organizzazione della corsa osa opporre resistenza alla presenza dell’amata, Anquetil non ci pensa due volte: “Signori, se lei non può starmi accanto io non parto“. Dopo annate magiche e pressoché perfette, qualcosa però si rompe. Jeanine accusa la mancanza dei figli, ai quali è stata costretta a rinunciare nel momento in cui ha scelto Jacquot. Il campione intanto, chiusa la sua stupenda parabola ciclistica, passa molto più tempo nella sua tenuta a Ambreville-sous-les-Monts. Vivono in una splendida villa. Il parco che circonda l’edificio ha un nome magico, Parc des Elfes, perfetto per la carriera da favola di Anquetil. In lui, giorno dopo giorno, si fa strada il più naturale ed umano dei desideri che possano maturare in uomo: quello di diventare padre. Il dramma familiare si consuma in fretta. A causa di un intervento irreversibile, Jeanine non può regalare un figlio all’amato compagno. Jacques perde il senno tanto da voler quasi lasciare la donna. Lei però, che farebbe di tutto pur di non perdere anche Jacquot, ricorre ad un ultimo disperato tentativo: offre Annie, la figlia, al fuoriclasse francese. La giovane, stregata dal fascino del patrigno, acconsente. Anquetil entra così nel letto della figliastra. Si consuma così uno degli incesti più scandalosi nella storia dello sport. Il frutto di queste notti d’amore e peccato è Sophie. La situazione degenera in fretta. Jeanine, dilaniata dalla gelosia, si allontana da Parc des Elfes. Farà così anche sua figlia, Annie, che aveva portato avanti la focosa relazione che era nata con Jacques in quelle ore di notturna passione ma che si è ormai resa conto della follia di tutto questo. Questa sorta di opera teatrale non è finita qui. L’ultima a cadere tra le braccia di Jacquot è Dominique, la moglie di Alain, il fratello di Annie e l’altro figlio di Jeanine. Da questa ennesima clamorosa unione vedrà la luce Christopher. E’ il 1986. Il tempo, tra uno scandalo e l’altro, è volato. Anche Dominique fuggirà dalla villa, lasciando il despota solo e cieco. Molto presto, Parc des Elfes assisterà anche all’uscita definitiva del suo padrone. Ad Anquetil viene diagnosticato un tumore allo stomaco. E’ la fine.

In punto di morte lo va a trovare l’avversario di mille battaglie, Raymond Poulidor. Non può credere ai suoi occhi, Pou Pou. Il Sultano, il Grande Normalizzatore, il ciclista più brillante di sempre, si sta spegnendo. Raymond non sa cosa dire, è visibilmente impacciato: non puoi commiserare con qualche banale parola un essere umano del genere. Ci pensa Jacquot, geniale come sempre, a toglierlo d’impiccio: “Vedi Raymond, anche stavolta arrivi secondo…“. Al suo funerale, nella chiesa, non si riusciva ad entrare da quanta gente c’era. Subito dietro al feretro tutte le sue donne, una scena faraonica. Prima su tutte, ovviamente, Jeanine: la prima, la più vera, la più pura. Tra la folla, quel giorno, c’era anche Apo Lazaridès, onesto corridore tra la fine degli anni ’40 e l’inizio del decennio successivo. Forse, ripensando a quello che aveva pronosticato a Jacques oltre quarant’anni prima, sul suo volto sarà spuntato un mezzo sorriso, uno di quelli che nascono spontaneamente quando si ricordano i bei tempi andati. Apo, nel gennaio del 1954, stava seguendo i routiers francesi che si stavano allenando in Costa Azzurra. Anche Jacquot si sarebbe dovuto unire e a dir la verità è quello che fece, peccato che arrivò con un giorno di ritardo dopo aver guidato per una notte intera. Non ancora pago, pensò bene di saziare il suo appetito mattutino con ostriche, la langouste mayonnaise e del bianco secco, salvo poi salire in sella con un’ora di ritardo e riprendere, senza fatica, i suoi colleghi. Apo, letteralmente sbigottito da quell’atteggiamento a dir poco maleducato ed irrispettoso, sentenziò: “Questo signorino ha fatto la sua entrata nel mondo della bicicletta ma la porta d’ uscita non gli è di molto lontana. Ma chi mi avete mandato?!“. Ti avevano mandato Jacques Anquetil, caro Apo. Un semidio.

BRUCE JENNER, IL “SUPERMAN” CHE TANTO UOMO NON ERA …!!

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La “doppia versione” di Bruce e Caitlyn Jenner – da heightline.com

articolo di Giovanni Manenti

Da quando, dai Giochi di Helsinki ’52, l’Unione Sovietica fa il proprio ingresso nell’arengo olimpico, fatalmente la rivalità tra le due super potenze – in un clima quanto mai teso di “guerra fredda” – si espande anche a livello sportivo, con l’Urss a conquistare il maggior numero di Ori a partire già dalla successiva edizione di Melbourne ’56, un primato replicato a Roma ’60, con gli Stati Uniti a riprendersi il platonico scettro sia a Tokyo ’64 che a Città del Messico ’68, salvo poi essere nettamente superati (50 medaglie d’oro a 33 conquistate) nell’edizione di Monaco ’72, dove si affaccia minacciosa, quale terzo incomodo, anche la geograficamente modesta Germania Est, che sale in 20 occasioni sul gradino più alto del podio.

Ragion per cui, con l’assegnazione alla metropoli canadese di Montreal dell’organizzazione dei Giochi del 1976, in seno al Comitato Olimpico statunitense ci si augura che possa essere l’occasione giusta per un ribaltamento dei ruoli, data anche l’ampia copertura mediatica dell’evento da parte di Tv, Radio e carta stampata specializzata.

Ed invece, pur se gli Usa incrementano a 34 il numero delle medaglie d’oro, gli stessi si vedono retrocedere nel computo complessivo al terzo posto, scavalcati anche dalla Repubblica Democratica Tedesca con 40 Ori, mentre l’Unione Sovietica realizza il proprio record di medaglie conquistate – ben 125, di cui 49 d’oro, seconda occasione, dopo Roma ’60 con 103, che gli atleti della “Grande Madre” superano quota 100 – a testimonianza di una netta superiorità in campo sportivo.

Buon per gli Stati Uniti, che il nuoto si confermi la disciplina leader con 34 medaglie (di cui 13 Ori) conquistate, pari al 36% del totale, così come dal pugilato si affermino futuri campioni mondiali tra i professionisti quali Ray Leonard ed i fratelli Michael e Leon Spinks, mentre alquanto deludente è l’esito delle gare di atletica leggera, dove la bandiera a stelle e strisce sale solo in 6 misere occasioni (due delle quali costituite dalle staffette 4×100 e 4×400 metri maschili) sul più alto pennone in occasione delle cerimonie di premiazione.

Un flop inatteso, solo parzialmente compensato dalla nascita della stella Edwin Moses sui 400hs, che fa suo l’oro con tanto di record mondiale, ma assolutamente insufficiente a creare un divo – od un “uomo copertina”, come meglio preferite – da consegnare in pasto ai delusi sportivi americani, che di veder sventolare bandiere sovietiche e tedesco orientali ne hanno sin troppo le tasche piene.

Ed ecco che, non certo inatteso, come vedremo, ma sicuramente con una tempistica quanto mai azzeccata, viene in soccorso – soprattutto dei vari media – il decatleta Bruce Jenner, che in un attimo viene eletto come simbolo dei Giochi, pur se, quanto meno in atletica, ben altri meriterebbero tale veste, uno su tutti “El Caballo” cubano Alberto Juantorena, unico nella Storia dei Giochi a centrare la doppietta sui 400 ed 800 metri.

Ma, si sa, quanto ad enfasi gli americani non sono secondi a nessuno ed ecco quindi proiettare tutto il loro interesse su questo ben piazzato non ancora 27enne atleta, in quanto nato il 28 ottobre 1949 a Mount Kisco, nello Stato di New York, con un passato di giocatore di football al College prima di dedicarsi all’atletica leggera, specializzandosi nelle prove multiple a partire da inizio anni ’70.

Una specializzazione che consente a Jenner di ottenere la selezione per i Giochi di Monaco ’72, giungendo terzo ai Trials di Eugene con 7.846 punti alle spalle di Jeff Bannister e Jeff Bennett (8.120 ed 8.046 punti, rispettivamente) e quindi vivere la sua prima esperienza olimpica in terra bavarese, conclusa con un onorevole decimo posto con 7.722 punti totalizzati, peraltro ben distante dal vincitore, il sovietico Mykola Avilov, il quale, nella circostanza, stabilisce anche il record mondiale con 8.454 punti, migliorando di 37 il precedente limite dell’americano Bill Toomey, a propria volta Oro ai Giochi di Città del Messico ’68.

Jenner fa buon tesoro del confronto con gli specialisti del decathlon tanto da aggiudicarsi il titolo ai Campionati AAU ’74 con 8.245 punti, per poi far suo il primato mondiale realizzando 8.524 punti il 10 agosto ’75 nella prova di selezione in vista dei “Pan American Games” in programma a fine ottobre a Città del Messico, dove fa suo l’Oro con 8.045 punti, figli anche dell’altura che non favorisce certamente gli sforzi prolungati.

Nella propria veste di primatista mondiale, Jenner si presenta a Trials olimpici del 25 e 26 giugno ’76 ad Eugene ben deciso ad ottenere la selezione per i Giochi di Montreal, cosa che gli riesce con tanto di incremento ad 8.538 punti del proprio limite assoluto, nel conquistare il quale spiccano il 10”93 sui 100 metri, i m.51,69 nel lancio del disco ed i m.69,26 nel lancio del giavellotto.

Poco più di un mese dopo, la “due giorni” in programma il 29 e 30 luglio 1976 allo Stadio Olimpico di Montreal vede Jenner doversi confrontare con il podio olimpico di quattro anni prima a Monaco ’72, formato dal già citato Avilov e dal connazionale Lytvynenko, oltre che dal polacco Ryszard Katus, ai quali si aggiungono, quali possibili pretendenti alle medaglie, il Campione europeo di Roma ’74, vale a dire il polacco Ryszard Skowronek, ed il tedesco occidentale Guido Kratschmer, bronzo nella rassegna continentale romana.

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Jenner in azione nel salto in lungo nella prima giornata – da nydailynews.com

Nella prima giornata di gare, l’americano fa della regolarità il suo punto di forza, senza eccellere in alcuna delle cinque prove in programma (mentre Avilov è il migliore sia nel salto in lungo con m.7,52 che nel salto in alto con l’eccellente misura di m.2,14 e Kratschmer è il più veloce del lotto sui 100 metri, corsi in 10”66), tanto che la classifica parziale vede i tre atleti provvisoriamente sul podio racchiusi nello spazio di appena 35 punti, con Kratschmer a guidare a quota 4.333, Avilov secondo con 4.315 e Jenner per ora terzo con 4.298 punti, mentre può ancora aspirare ad una medaglia il sorprendente svedese Raimo Pihl, quarto con 4.216 punti e, curiosamente, nato lo stesso giorno, mese ed anno di Jenner, mentre tagliati irrimediabilmente fuori dalle prime posizioni sono sia Skowronek che Lytvynenko.

Una situazione ideale per i media Usa, che possono concentrare le loro attenzioni sul tentativo di rimonta del loro “uomo simbolo” alla ricerca della gloria olimpica nella seconda e conclusiva giornata di gare, che si apre con i 110hs che, però, fanno sì che il distacco di Jenner si dilati ulteriormente, visto che Avilov fa registrare l’ottimo tempo di 14”20 a fronte del 14”54 di Kratschmer e del mediocre 14”84 (aveva corso in 14”57 ai Trials di Eugene in occasione del proprio record) dell’americano, che si trova ora distanziato di 64 punti dal tedesco e di 90 dal sovietico, passato in testa alla gara.

Una situazione di difficoltà alla quale Jenner risponde da par suo con una spallata che fa atterrare il disco a m.50,04 – con ciò consentendogli di superare Kratschmer (6.037 a 6.022) e di ridurre a soli 7 punti lo svantaggio da Avilov – e, soprattutto, totalizzando oltre mille punti (1.005 per l’esattezza) grazie ai m.4,80 nel salto con l’asta che lo proiettano saldamente al comando della competizione, una superiorità ribadita con i m.68,52 raggiunti nel lancio del giavellotto.

Con la medaglia d’oro oramai assicurata, per Jenner resta la sfida contro il suo stesso limite mondiale da affrontare con la più massacrante delle 10 prove, vale a dire i 1500 metri che, corsi al termine di due giorni e nove precedenti gare non sono certo il sollievo che un atleta attende, e da lui coperti in 4’16”60 il mese precedente ad Eugene.

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Jenner e la moglie Chrystie a Montreal ’76 – da si.com

Ed, anche se la casa di produzione è canadese – la “National Film Board of Canada” (NFB) per l’esattezza – il film documentario sui Giochi della XXI Olimpiade concede un ampio risalto al Decathlon ed, in particolare, alla scena in cui Jenner è impegnato allo stremo nella prova conclusiva, incitato a gran voce a bordo pista dalla bionda moglie Chrystie, con indosso una maglietta recante la scritta “Go, Jenner, go” con cui si scioglie in un tenero abbraccio una volta che l’impresa è portata a buon fine, con il tempo di 4’12”61 che contribuisce al punteggio complessivo di 8.618 punti, che frantuma il precedente record e lascia Kratschmer ad oltre 200 punti di distacco (8.411) ed Avilov a consolarsi con il Bronzo in forza dei suoi 8.369 punti.

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Il podio del decathlon a Montreal ’76 – da hollywoodreporter.com

Sin qui una classica ed edulcorata “bella storia” americana, ben farcita e consegnata ai posteri come tante prima di essa e come molte altre verranno replicate in seguito, con Jenner che diviene il simbolo dei Giochi da contrapporre allo strapotere del regime comunista certificato dalle 89 medaglie d’oro complessivamente conquistate da Urss e Germania Est, tant’è che, oltre ad ispirare addirittura un videogioco per PC – il “Bruce Jenner’s World Class Decathlon” – l’asso americano appare su tutte le copertine delle più importanti riviste americane, non solo sportive, come ad esempio “Life” e “Time”, tanto da divenire uno degli uomini più corteggiati degli Stati Uniti …

Ed ecco che si apre il secondo capitolo della storia di Jenner, il quale dal matrimonio con la ricordata Chrystie genera due figli, Burt William (nato nel settembre ’78 e così chiamato in memoria del fratello, morto in un incidente stradale poco dopo la conclusione dei Giochi) e Cassandra Lynn, la quale vede la luce a luglio ’80 poco prima che i coniugi divorziassero, con Bruce a convolare a nuove nozze con Linda, unione dalla quale nascono i figli maschi Brandon e Sam Brody, rispettivamente nel giugno ’81 ed agosto ’83, prima che anche questo matrimonio si concluda con la separazione, avvenuta nel 1985.

Un valore, quello della famiglia, che Jenner sembra dimostrare di avere molto a cuore, allorché nell’aprile ’91 si sposa una terza volta con Kris Houghton, ex coniuge del celebre avvocato Robert Kardashian e volto noto ai media americana quale produttrice e star del reality show “Al passo con i Kardashian”, assieme alle figlie Kourtney, Kim e e Khloé, con cui genera altre due figlie, Kendall (nata a novembre ’95) e Kylie, venuta al mondo ad agosto ’97, ma ancora una volta l’unione non dura e nel 2014 la coppia annuncia pubblicamente la propria separazione.

A questo punto, molti di voi si chiederanno “che c’azzecca” (di Di Pietro memoria …) la vita privata di un ex campione di atletica leggera con la narrazione delle sue imprese sportive, tipiche di un sito come è “SportHistoria”, ed invece la correlazione esiste, specie in una disciplina come l’atletica che tanto in passato – i casi dell’americana Babe Didrikson, della polacca Stanislawa Walasiewicz e delle sorelle sovietiche Tamara ed Irina Press su tutti – ed anche al presente, vedasi la situazione della sudafricana Caster Semenya, ha fatto e fa discutere circa l’eccessiva presenza di cromosomi maschili in atlete, tanto da farle ritenere passibili di esclusione dalle gare loro riservate.

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La celebre copertina di “Venity Fair” con la nuova Caitlyn – da patheos.com

Ma mai, almeno sino ad aprile 2015, si era verificato il caso opposto, vale a dire di un atleta – e che atleta, poi, il Superman del Decathlon – a compiere il percorso opposto, ed invece è esattamente ciò che è capitato allo (oramai ex) Bruce Jenner, il quale in un’intervista rilasciata in un noto programma televisivo americano, annuncia di sentirsi donna e di voler pertanto iniziare la transizione per cambiare sesso, percorso ultimato ad agosto del medesimo anno, attraverso la pubblicazione, in copertina della celebre rivista “Vanity Fair”, delle foto che ritraggono Caitlyn (questo il suo nuovo nome assunto) nella sua veste al femminile.

Un evento che non manca certo di destare sensazione, oltre che una pruriginosa curiosità, tant’è che l’account twitter aperto dalla nuova Caitlyn raggiunge dopo meno di due ore oltre 500mila followers, e che la porta a dichiarare, specie con il rimorso di non essere stato un buon padre per i primi quattro figli avuti dai precedenti suoi due matrimoni, di aver raggiunto la consapevolezza che, in ogni caso, “Caitlyn sia una persona migliore di Bruce”, circostanza che ha permesso un riavvicinamento dei rapporti con la figlia maggiore Cassandra, la quale non ha remore ad evidenziare come, dopo l’intervento a cui si è sottoposto il genitore, i due “abbiano parlato più a lungo di quanto sia mai successo in passato, sentendosi come ragazze entrambe”, pur se una ha 35 anni ed il padre biologico conta 66 primavere …

Una “storia nella storia”, ci sentiamo di chiosare, certo è che “il vecchio Bruce” ce ne ha messo del tempo per capire quale fosse il suo vero status sessuale, visto che è passato attraverso tre matrimoni e la generazione di ben sei figli, ma, come ammoniva il Maestro Manzi, “non è mai troppo tardi…”

WALLY KINNEAR E LA REGATA D’ORO A STOCCOLMA 1912

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Wally Kinnear – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Già trionfatrice nella prova di singolo alle Olimpiadi casalinghe di Londra del 1908 con Harry Blackstaffe, la Gran Bretagna trova nel canottiere scozzese William Kinnear un nuovo campione quattro anni dopo ai Giochi di Stoccolma del 1912.

Nato a Marykirk il 3 dicembre 1880, Kinnear, affettuosamente chiamato “Wally” dagli amici, svolge fin da ragazzo l’attività di drappeggiatore ed è in questa veste che si trasferisce a Londra, lavorando per la Debenhams. La capitale ha ovviamente molto da offrire, al giovane Wally, che non solo insegue una brillante carriera nel commercio, ma viene pure avviato dai colleghi alla pratica del canottaggio, gareggiando inizialmente per il  Cavendish Rowing Club. E che Kinnear abbia talento è certificato dal successo ai campionati del West End nel 1903, bissato l’anno dopo, per poi aggiungere un terzo titolo nel 1905, il che gli vale l’ingaggio presso il prestigioso Kensington Rowling Club.

Il dado è tratto. Kinnear diventa in breve tempo uno dei canottieri più forti del Regno Unito, dominando numerose competizioni lungo le acque del Tamigi, arrivando infine a consacrazione con la sfida di maggior lignaggio, ovvero la Diamond Challenge Sculls alla Henley Royal Regatta. Qui, dove nel 1906 si è imposto il campione olimpico in carica, proprio Harry Blackstaffe, Wally conquista a sua volta un doppio successo consecutivo, nel 1910 in 8’51” e nel 1911 nel ben più veloce tempo di 8’14”, anno in cui, con le vittorie anche alla Wingfield Sculls e alla London Cup, si aggiudica la “Triple Crown“.

In virtù di questi risultati Kinnear affronta il 1912, che calendarizza le Olimpiadi in Svezia, con l’obiettivo di un terzo successo consecutivo alla Diamond Challange Sculls e la medaglia d’oro ai Giochi. Ma le cose non vanno come previsto alla Henley Royal Regatta, con una clamorosa eliminazione in batteria che scatena una ridda di ipotesi sulle cause della sconfitta, la più plausibile delle quali è che l’imbarcazione ufficiale di Wally sia già in viaggio per Stoccolma e nelle acque del Tamigi il campione in carica sia costretto a gareggiare con un armo a lui sconosciuto. All’evento a cinque cerchi, dunque, il fuoriclasse scozzese è chiamato alla riscossa, e lassù, alla Djurgårdsbrunnsviken, tra il 17 e il 19 luglio 1912, Kinnear non fallisce il suo personale appuntamento con la gloria.

In effetti lo scozzese, tra i 13 canottieri che si contendono le medaglie, è già il più veloce entrando in lizza nella quarta batteria, quando con il tempo di 7’44″0 batte di mezza lunghezza il tedesco Kurt Hoffmann. Il russo Mart Kuusik appare l’avversario più temibile, sebbene sia stato costretto a ripetere la sua gara con l’austriaco Heinrich con il quale si era scontrato nel corso della prima regata, e ai quarti di finale ha modo di confermare la sua forza firmando il miglior cronometro, 7’45″2, mentre Kinnear in 7’49″9 ha nettamente la meglio dell’altro tedesco Martin Stahnke. Ma in semifinale Kuusik soccombe al belga Polydore Veirman, che a Londra fu argento nell’otto e di lì a qualche settimana sarà campione europeo a Ginevra, ed è lui l’avversario che Kinnear si trova davanti in finale, dopo aver a sua volta liquidato il canadese Everard Butler con il tempo record di 7’37″0.

La finale è appassionante, come solo un evento olimpico sa esserlo, soprattutto quando a fronteggiarsi sono due rivali di comprovata fama ed esperienza. Veirman parte a spron battuto, dettando il ritmo per buona parte della prima metà di gara e guadagnando mezza imbarcazione di vantaggio. Ma Kinnear ha investito una carriera intera su questa sfida, non può perdere dopo aver già dovuto subire lo smacco alla Diamond Challange Sculls; reagisce d’orgoglio, aggancia il rivale, lo sorpassa, allunga nel finale e taglia il traguardo con ampio margine, 7’47″3 contro 7’56″0 del canottiere belga. Il titolo olimpico è suo ed ora, sì, Wally può gridare al mondo di essere il più forte di tutti.

IL GRANDE SLAM DELL’IRLANDA NEL “CINQUE NAZIONI” DEL 1948

The Ireland team 1948
L’Irlanda del Grande Slam 1948 – da irishrugby.ie

Articolo di Giovanni Manenti

Che il Rugby, al di là di quanto possa sembrare ad una prima, superficiale osservazione da parte di coloro che non sono addentro a tale disciplina, sia uno sport che affratella ed unisce in nome di valori di lealtà e correttezza è risaputo, ed una prova tangibile è altresì data dal fatto che solo la palla ovale riesce ad unire in una sola rappresentativa i giocatori della Repubblica d’Irlanda e dell’Irlanda del Nord, che, proprio in base a detta circostanza, non viene identificata dalla bandiera nazionale irlandese, bensì da un vessillo apposito, che consiste in un trifoglio (lo “shamrock”) a simboleggiare in modo generico l’Irlanda intesa geograficamente come un’isola.

Questa unità di intenti, non è sufficiente però ad evitare che il XV del trifoglio sia (o, per meglio dire, fosse …) considerato un po’ il “parente povero” all’interno del rugby britannico e del susseguente inserimento della Francia nel “Torneo delle Cinque Nazioni” – oggi divenuto “Sei Nazioni” con l’allargamento della manifestazione anche all’Italia – a causa di due periodi neri di lunga durata senza aggiudicarsi il trofeo, vale a dire dal successo del 1951 (sfiorando il “grande slam”, con tre vittorie ed un pari) sino alla vittoria del 1973 (peraltro con tutte e cinque le squadre a pari merito, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa), ed il secondo costituito dall’assenza di successi dal 1985 (anche in questo caso slam sfiorato, con tre vittorie ed un pari contro la Francia) sino al 2009, quando all’Irlanda stavolta riesce l’impresa di far sue tutte e cinque, dato l’inserimento dell’Italia, le sfide disputate.

Due cicli di astinenza durati oltre 20 anni farebbero presagire per l’isola del trifoglio una situazione di completa sudditanza rispetto alle altre potenze continentali, ed invece anche l’Irlanda ha vissuto il suo “momento di gloria” coincidente con la ripresa dell’attività sportiva al termine del secondo conflitto mondiale, in parte forse favorita da un minor impatto dell’evento bellico rispetto alle altre Nazioni partecipanti, ma che comunque le consente di aggiudicarsi ben tre edizioni del torneo tra il 1948 ed il 1951.

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L’Irlanda vincitrice del “Cinque Nazioni” nel 1949 – da gettyimages.it

E, proprio il 1948 rappresenta per l’Irlanda la stagione della svolta in quanto, con l’Europa ancora impegnata a leccarsi le ferite del conflitto in una faticosa opera di ricostruzione, non solo si aggiudica il torneo, ma conquista anche il suo primo (e, per molto tempo, unico …) grande slam, un’impresa che sarà eguagliata dai vari O’Driscoll ed O’Gara – non a caso i giocatori con più presenze nel XV irlandese, con 133 e 128 “caps” rispettivamente – solo nel 2009, e cioè a qualcosa come 61 anni di distanza (!!) …

Rapportandoci alle già sottolineate difficoltà dell’epoca quanto a trasporti, il “Cinque Nazioni” rappresenta pressoché l’unica occasione di confronto, prova ne sia che la stessa Francia, oltre agli incontri del torneo, disputa un solo altro “test match” a Parigi contro l’Australia, con la formazione australe a sfidare anche l’Inghilterra a Twickenham nel classico tour europeo.

E che, il 1948 sia un anno beneaugurante per i colori irlandesi lo si intuisce sin dal Capodanno, in quanto proprio dopo aver trascorso la notte di San Silvestro le formazioni di Francia ed Irlanda si sfidano allo stadio di Colombes a Parigi di fronte a 25mila spettatori per il match che inaugura il torneo.

Non sappiamo quanto abbia brindato la sera prima, ma di sicuro lo avrà fatto a fine gara, il 23enne James Stephen McCarthy, unico debuttante del XV irlandese, il quale si incarica di aprire le marcature con una meta trasformata dall’ala Barney Mullan, alla sua quinta presenza in Nazionale dopo aver disputato l’intero torneo del 1947, che si incarica poi di essere lui stesso a trasportare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione che fissa il punteggio sul 10-0 all’intervallo, in quanto all’epoca la meta vale solo 3 punti.

La reazione francese nella ripresa porta solo ad accorciare le distanze con due mete di capitan Basquet e dell’avanti Robert Soro, ma è sufficiente una fuga di Paddy Reid, che nella circostanza mette a segno i suoi soli tre punti con la maglia della Nazionale, per chiudere il conto sul definitivo 13-6 con cui l’Irlanda espugna Parigi e manda un chiaro segnale alle altre avversarie per la conquista del trofeo.

Così come era toccato agli irlandesi inaugurare il torneo, gli stessi, viceversa, beneficiano di un mese e mezzo di tempo per tornare in campo a sfidare l’Inghilterra il 14 febbraio ’48 a Twickenham per una classifica che, essendosi disputati nel frattempo altri tre incontri, vede il Galles a quota 3 (2 partite giocate), Irlanda (1) e Scozia (2) con 2 punti, Inghilterra 1 (1) e Francia ancora a 0 con due sconfitte.

Per il XV della rosa, reduce da un sofferto pareggio casalingo per 3-3 contro il Galles, si tratta di un incontro chiave da vincere ad ogni costo per avere speranze di conquistare il trofeo, visto che dovrà poi rendere visita a Scozia e Francia per le due ultime sfide della manifestazione, ma ciò nonostante gli irlandesi schierano tre debuttanti – il mediano di mischia Hugh de Lacy, l’estremo John Mattsson ed il terza linea centro Des O’Brien – con l’inserimento altresì di John Daly e Jimmy Nelson rispetto alla formazione che aveva espugnato il campo di Colombes.

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Jackie Kyle in azione nel match contro l’Inghilterra – da epicirelandchq.com

Come era logico attendersi, la gara è tesa, dura e combattuta sin all’ultimo pallone giocabile e, dopo un primo tempo concluso sul 5-5 (meta trasformata dell’ala Dickie Guest per gli inglesi, alla quale replica il mediano d’apertura Jackie Kyle, futuro “Hall Famer”, per i propri colori), la sfida si risolve nella ripresa allorquando l’Irlanda riesce a depositare altre due volte l’ovale in meta con Bill McKay e William McKee, i cui punti, ancorché Mullan dimostri di non avere il piede caldo fallendo entrambe le trasformazioni, rendono vana la seconda meta personale di Guest, ancorché anch’essa trasformata dall’estremo Dick Uren, per il definitivo 11-10 con cui si conclude l’incontro e che sancisce la seconda vittoria esterna per gli irlandesi, che si portano al comando della classifica provvisoria con 4 punti e, soprattutto, il vantaggio di giocare nell’isola i due restanti incontri.

Un ulteriore slancio verso la conquista del grande slam viene al XV del trifoglio dalla notizia che, contemporaneamente al loro successo in terra inglese, il Galles viene sconfitto a domicilio per 11-3 dalla Francia, il che sta a significare che, in caso di successo 14 giorni dopo a Dublino contro la Scozia, il trofeo tornerebbe a far bella figura di sé nella bacheca irlandese, un’occasione da non farsi assolutamente sfuggire.

E, come lo sanno i giocatori che scendono in campo – con il rientro di Dudley Higgins nel ruolo di estremo e la sola variante del debutto del 25enne Michael O’Flanagan per quella che sarà la sua unica presenza in Nazionale, rispetto alla formazione che due settimane prima aveva sconfitto l’Inghilterra – così sono altrettanto pronti a festeggiare gli spettatori che gremiscono il Lansdowne Road di Dublino per un match nel quale la Scozia oppone una fiera resistenza e, pur non riuscendo mai a superare l’arcigna difesa irlandese, cede solo di fronte a due mete messe a segno ancora dai talentuosi Kyle e Mullan per il 6-0 che certifica la conquista del trofeo da parte dell’Irlanda.

Ma i britannici, si sa, non sono certo parchi in fatto di trofei, ed il “Torneo del Cinque Nazioni” non sfugge a tale regola, mettendo in palio, oltre al trofeo vero e proprio anche la “Triple Crown”, che spetta alla squadra britannica che sconfigge le altre tre (Francia esclusa, pertanto), nonché la “Calcutta Cup” a beneficio della compagine che si aggiudica la sfida tra Scozia ed Inghilterra.

Pertanto, con già in tasca la vittoria nella manifestazione, ecco che la sfida del 13 marzo ’48 a Belfast contro il Galles assume una duplice rilevanza, vale a dire di consentire all’Irlanda di far suo il primo “grande slam” della storia, nonché di aggiudicarsi la “tripla corona”, evento mai verificatosi nel corso del XX secolo.

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La meta di Daly contro il Galles – da listowelconnection.blogspot.it

Circostanze non da poco per motivare i fieri atleti irlandesi, i quali scendono in campo ben decisi a far loro l’incontro con gli altrettanto rocciosi gallesi, i quali danno non poco  filo da torcere ai loro avversari, chiudendo la prima frazione di gioco sulla parità in forza di una meta per parte (Daly per i padroni di casa, sua unica realizzata in Nazionale, e Bleddyn Williams per i “Dragoni”, lui viceversa abituato a tali giocate, potendone contare 7 a fine carriera), prima che toccasse a Mullan depositare l’ovale oltre la linea di meta per il 6-3 definitivo in quella che è anche la sua ultima partita in maglia biancoverde con un ragguardevole score di 6 mete e 36 punti realizzati nelle 8 gare disputate, tutte relative ai “Tornei del Cinque Nazioni” 1947 e ’48.

Come detto, tale impresa non resta isolata, in quanto l’Irlanda si aggiudica il torneo anche nel 1949 (con tre vittorie ed una sconfitta 9-16 di fronte alla Francia, circostanza questa che, se avete seguito bene l’articolo, consente comunque agli irlandesi di aggiudicarsi la seconda “Triple Crown” consecutiva) e nel 1951 quando, ironia della sorte, sono proprio i gallesi ad impedire il ripetersi del grande slam, imponendo il pareggio per 3-3 nell’ultimo match disputato a Cardiff il 10 marzo ’51 dopo che l’Irlanda aveva fatto suoi i tre precedenti incontri.

Magari, se i “Dragoni” avessero immaginato che per un altro slam i poveri irlandesi avrebbero dovuto aspettare oltre 60 anni, forse si sarebbero impietositi, già forse…

“KING” GEORGE WEAH, IL CAMPIONE CHE RESE ONORE ALL’AFRICA

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George Weah in azione – da ilfattoquotidiano.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Fece la storia del Pallone d’Oro, non solo per la sua immensa classe, che lo ha reso un immortale del mondo del calcio, ma anche per essere stato il primo calciatore non europeo ad aver vinto il trofeo. Ecco a voi George Weah.

Il talentuoso liberiano unì alla tecnica sopraffina una forza fisica invidiabile, il che lo rese un centravanti unico nel suo genere. Estro, velocità e fisico prestante al servizio della squadra: il precursore dell’attaccante del calcio moderno.

In Liberia lavorò da centralinista mentre cullava il sogno di diventare un giocatore professionista militando in alcune squadre del suo paese fino a ricevere un’offerta dai camerunensi del Tonnerre Yaoundé, il primo trampolino che poté rendere quel sogno realtà. La chiamata nel calcio che conta non tardò ad arrivare e, dopo un una sola annata in Camerun, il Monaco di Arsène Wenger mise sotto contratto King George.

Nel Principato Weah riuscì ad incidere sin da subito ma, nonostante il suo contributo, la squadra non fece il pieno di trofei. Nel 1991 conquistò la Coppa di Francia, il suo primo trofeo in terra francese, e raggiunse il punto più alto con i monegaschi la stagione successiva mettendo a segno 18 reti in campionato e guadagnando la finale di Coppa delle Coppe poi persa contro il Werder Brema.

Lasciò i biancorossi per approdare al Paris Saint Germain e a Parigi si consacrò come uno dei migliori attaccanti del mondo. Nel 1993/94 vinse uno scudetto da protagonista e l’avventura europea in Coppa delle Coppe si arrestò in semifinale contro l’Arsenal.

Nel 1995 George dimostrò al mondo intero tutto il suo valore. Il PSG fu protagonista di una grande cavalcata in Champions League vincendo a punteggio pieno il suo girone lasciandosi alle spalle il Bayern Monaco e superando nei quarti di finale il Barcellona di Romario e Stoichkov. I francesi gettarono la spugna in semifinale contro il Milan, proprio contro quel “Diavolo” che si innamorò di King George. Weah fu il capocannoniere di quella edizione di Champions e ciò gli valse la chiamata rossonera e non solo.

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Weah con il Pallone d’Oro – da pianetamilan.it

France Football variò il regolamento del Ballon d’Or dando ai giocatori di nazionalità extra-europea la possibilità di ambire al trofeo e George si trovò al posto giusto nel momento giusto. La vittoria del Pallone d’Oro del liberiano fu netta, arrivando davanti a gente del calibro di Klinsmann e Litmanen, grande protagonista dell’Ajax campione d’Europa. George sollevò al cielo il Pallone d’Oro in maglia rossonera e, nello stesso anno, fu nominato anche Fifa World Player e calciatore africano dell’anno.

Il ’95 fu nel segno di George Weah. Diventò il pupillo dei tifosi rossoneri risultando decisivo sin dalla sua prima partita, quando a Padova fece goal e mandò a rete Franco Baresi, che siglò l’ultimo goal della sua eterna carriera da storico capitano rossonero.

Contribuì alla vittoria di due scudetti regalando tante emozioni, come nell’occasione della fantastica sgroppata che fece l’8 settembre del 1996 quando, contro il Verona, sfruttò un calcio d’angolo a favore degli avversari avventurandosi in un coast to coast memorabile. Nessun giocatore scaligero fu in grado di arrestare la corsa del liberiano: 90 metri di puro atletismo, classe e fantasia. Con gli occhi di un tredicenne vidi una giocata meravigliosa, una folle corsa verso la porta saltando gli avversari come birilli. Uno spot unico per il calcio, tutto ciò che un bambino può desiderare di vedere durante una partita di calcio.

A fine carriera sbarcò in Inghilterra giocando per il Chelsea, con il quale vinse un FA Cup, e il Manchester City. Dopo la parentesi inglese tornò in Francia giocando con la maglia del Marsiglia e dimostrando a tutti che la classe non ha età.

Attirato dai petroldollari, chiuse la sua carriera nel 2001/02, negli Emirati Arabi con l’Al-Jazira regalando ai suoi tifosi 13 reti in 8 apparizioni.

Grazie al suo talento rese onore a tutto il continente africano.

George è stato un giocatore immenso, e prima ancora di essere il calciatore che tutti abbiamo imparato ad ammirare, è stato ed è un grande uomo. Se poi diventasse pure Presidente della Liberia…

BETTY ROBINSON, LA VELOCISTA CHE VISSE DUE VOLTE

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Betty Robinson – da chicagotribune.com

articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca come la nostra, in cui alle donne non è preclusa alcuna attività sportiva – praticando financo il pugilato ed il sollevamento pesi – resta difficile pensare che si sia dovuto attendere sino alla VIII Edizione dei Giochi Olimpici affinché alle rappresentanti del “gentil sesso” fosse data l’opportunità di cimentarsi in quella che è universalmente conosciuta come la “Regina di tutti gli Sport”, vale a dire l’Atletica Leggera.

Ed invece è proprio così, con le ragazze ad esordire alle Olimpiadi di Amsterdam ’28, con un programma peraltro assai ridotto, limitato alle sole corse dei m.100 ed 800 piani, alla staffetta 4×100 e, per quanto riguarda i concorsi, al salto in alto ed al lancio del disco, con addirittura gli 800 metri considerati una gara troppo massacrante per loro, tant’è che, dopo la rassegna olandese, per ritrovare tale prova inserita nel programma olimpico, occorre attendere ben 32 anni, ai Giochi di Roma ’60.

In questo scenario, non è pertanto neppure facile reclutare atlete disposte a praticare detta attività ed, in vista del citato esordio a cinque cerchi, vi è una Nazione che sta dominando la scena, ed è costituita dalle rappresentanti del Canada, tra le quali emerge Myrtle Cook che, proprio ad inizio del mese di svolgimento dei Giochi, il 2 luglio 1928 al meeting di Halifax, stabilisce il record mondiale con il tempo di 12” netti.

Convincere ragazze a partecipare alle Olimpiadi non è facile neppure per gli Stati Uniti, che pure in campo maschile si sono aggiudicati la prova sui m.100 in cinque delle prime sette edizioni dei Giochi, e sono reduci dalla cocente delusione patita quattro anni prima a Parigi ’24, quando con ben quattro rappresentanti in Finale, tra cui Charles Paddock, vincitore della prova ad Anversa ’20, si erano fatti beffare dal britannico Harold Abrahams per quell’Oro olimpico mirabilmente immortalato nel film “Momenti di gloria” del maggio 1981.

Ed ecco, allora, entrare di prepotenza nella nostra storia odierna la protagonista di quell’esordio olimpico, vale a dire l’americana Elizabeth “Betty” Robinson, una studentessa non ancora 17enne in quanto nata a Riverdale, nell’Illinois, a fine agosto 1911, la quale approda all’atletica quasi per caso, essendo stata notata dal suo insegnante di biologia mentre corre per prendere un treno, facendole un successivo test cronometrico addirittura nel corridoio della scuola, con esito peraltro confortante, visto che la ragazza, dopo aver calzato le scarpette chiodate per la sua prima gara il 30 marzo 1928, si qualifica per i Giochi classificandosi al secondo posto ai Trials di Cambridge di inizio luglio, alle spalle della più esperta ed accreditata Elta Cartwright, di quattro anni più anziana, e già vincitrice del titolo AAU sulle 100yd nel 1927 (11”4), confermato l’anno seguente sui m.100 in 12”4 nella gara che serve anche come selezione olimpica.

Sbarcate – è proprio il caso di dirlo, poiché all’epoca i trasferimenti oltre Oceano avvenivano via mare – in Europa, le iscritte alla gara dei 100 metri devono subito confrontarsi con il trio canadese, le cui rappresentanti, Bobbie Rosenfeld, Ethel Smith e la già citata Cook, si impongono d’autorità nelle loro rispettive batterie, disputate nel primo pomeriggio del 30 luglio 1928, con le semifinali in programma meno di tre ore dopo, dove la giovane Robinson scopre però le proprie carte aggiudicandosi la seconda serie in un convincente tempo di 12”4 precedendo la primatista mondiale Cook, mentre le proprie compagne naufragano miseramente, prima fra tutte proprio la Cartwright, desolatamente ultima nella terza serie.

Con la prima finale di velocità piana della storia olimpica in campo femminile in programma il successivo pomeriggio del 31 luglio alle ore 16:35, alla partenza – non si può usare il termine blocchi in quanto gli stessi vengono adottati solo a partire dalle Olimpiadi di Londra 1948 – si schierano anche le tedesche Helen Schmidt ed Erna Steinberg, oltre alla citata Robinson ed alle tre canadesi, le quali hanno modo di dare scandalo, per la morale del tempo, abbracciandosi e baciandosi prima dell’avvio della gara, un modo per caricarsi a vicenda che oggi passerebbe inosservato, ma che all’epoca….

Finale che, peraltro, sembra destinata a passare alla storia non solo per essere la prima a disputarsi in sede olimpica, ma anche per non prendere mai il via in quanto, vuoi per inesperienza oppure per la tensione e l’importanza del momento, si verificano ben sette (!!) false partenze, di cui due accreditate alle favorite Cook e Schmidt che, pertanto, vengono squalificate, facendo sì che restino solo in quattro a contendersi il podio, un indubbio vantaggio per la Robinson, per la quale la partecipazione olimpica è solo la sua quarta apparizione ad alto livello, dopo il ricordato esordio in pista avvenuto a marzo del medesimo anno.

Occasione che, complice l’incoscienza tipica delle 16enni, non si lascia sfuggire, facendo sua la gara con il tempo di 12”2 precedendo la coppia canadese formata da Rosenfeld e Smith (rispettivamente di 7 e 4 anni più anziane di lei) che si classificano nell’ordine pur venendo cronometrate in un identico 12”3.

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La Robinson vince i 100 metri ai Giochi di Amsterdam ’28 – da phactual.com

E così, la giovane “Betty” unisce il vanto, oltre di essere la prima vincitrice dei m.100 alle Olimpiadi anche quello di portare al proprio Paese la prima medaglia d’Oro olimpica, fallendo per soli 25’ un’altra pietra miliare, vale a dire quella di essere la prima donna in assoluto a conquistare il successo alla rassegna a cinque cerchi, preceduta dalla polacca Halina Konopacka, che si aggiudica il titolo nel lancio del disco, forse anche a causa di quelle sette false partenze…

Dettagli, in ogni caso, con la Robinson che cerca, senza peraltro riuscirvi, di contrastare la voglia di riscatto delle canadesi, il cui quartetto – con l’aggiunta di Florence Bell alle protagoniste della prova individuale – si aggiudica d’autorità la staffetta 4×100 demolendo il primato mondiale coprendo la distanza in 48”4, con le rappresentanti degli Stati Uniti a chiudere in un 48”8 che vale loro l’argento.

Considerata la giovanissima età, per la Robinson si prospetta un futuro roseo al quale apprestarsi con allenamenti che ne affinino le scontate carenze tecniche ed i risultati non tardano a dare buoni frutti con il record mondiale di 11”0 sulle 100yd stabilito a Chicago nel settembre dello stesso anno e la successiva conquista dei titoli AAU sulle 50 e 100yd (queste ultime corse in 11”2) del 1929, cui seguono, nel marzo 1931, altri due primati mondiali sulle distanze americane delle 60 (coperte in 6”9) e 70yd (corse in 7”9), quando la mala sorte ci mette lo zampino.

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L’areo della Robinson – da:terapeak.com

Attesa protagonista ai Giochi di Los Angeles ’32, la Robinson viene coinvolta in un incidente aereo allorquando un piccolo velivolo a due posti pilotato dal proprio cugino si schianta al suolo, facendo sì che l’appena 20enne velocista si procuri gravissime lesioni, costituite da fratture ad un braccio, ad una gamba ed all’anca, oltre che da ferite alla fronte ed all’arcata sopraciliare ed ad una commozione cerebrale.

La scena che si presenta alla prima persona che presta loro soccorso è talmente terrificante che lo stesso ritiene siano entrambi morti, tanto da caricarli sulla propria macchina per condurli all’obitorio dove, viceversa e per fortuna, si accorgono che sono ancora in vita, pur in condizioni apparentemente disperate, visto che la Robinson resta in coma per quasi due mesi ed incapace di riprendere a camminare normalmente per i successivi due anni.

Svanito il sogno di confermarsi campionessa olimpica davanti al proprio pubblico ai ricordati Giochi californiani, la Robinson, dimostrando un carattere ed una forza di volontà fuori dal comune, non si dà per vinta e, nonostante i postumi dell’incidente non le consentano di assumere la posizione rannicchiata alla partenza, si presenta ai Trials per la selezione alle Olimpiadi di Berlino 1936.

Il risultato, condizionato dalle riferite menomazioni, non le consente di potersi iscrivere alla gara individuale, ma è comunque confortante, poiché con il quinto posto in 12”5 nella gara dominata in 11”7 dalla primatista mondiale Helene Stephens, ottiene la possibilità di essere selezionata per la staffetta 4×100.

E mentre la Stephens ribadisce la propria superiorità facendo suo l’Oro nella Finale sui m.100 piani in 11”5, la Robinson, probabilmente quale premio sia per il titolo conquistato ad Amsterdam otto anni prima che per il coraggio e la forza di volontà dimostrate nel recuperare una soddisfacente condizione atletica, viene inserita dalla Federazione Usa quale terza frazionista della staffetta 4×100, gara in cui partendo dalla posizione eretta, non soffre alcun svantaggio rispetto alle altre concorrenti.

Peraltro, le ragazze americane – Stephens a parte – non sono le favorite per la medaglia d’oro, il cui pronostico pende a favore delle tedesche, le quali avevano piazzato ben tre loro rappresentanti nella Finale della gara individuale e che si presentano a Berlino altresì forti del recente primato mondiale di 46”5 al quale tolgono un altro 0”1 decimo aggiudicandosi la seconda semifinale in 46”4 a conferma della loro legittima pretesa al gradino più alto del podio.

Ma il quartetto a stelle e strisce ha una importante carta da giocare, vale a dire il credito che la Robinson vanta con la fortuna, e che stavolta volge a suo favore allorché le tedesche, con Emmy Albus in prima frazione, Kathe Krauss in seconda e Marie Dollinger in terza, prendono un netto margine di vantaggio apparentemente incolmable che le porrebbe nella condizione di poter gestire al meglio l’ultimo cambio tra la Dollinger e la Dorffeldt, salvo perdere inopinatamente il testimone così da consentire alla Stephens di tagliare per prima il traguardo per la sua personale doppietta ed alla Robinson di mettersi al collo quell’Oro in staffetta sfuggitole ad Amsterdam.

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Il quartetto Usa sul podio della 4×100 – da wikimedia.org

Ritiratasi dalle scene, la Robinson non abbandona l’amata pista divenendo una cronometrista e, per una che aveva rischiato di perdere la vita a nemmeno 20 anni, la stessa le si prolunga sino a quasi 88, spengendosi a Denver il 18 maggio 1999, purtroppo sofferente nell’ultimo periodo del morbo di Alzheimer, potendo comunque essere a giusta ragione considerata una delle protagoniste dell’atletica leggera del XX secolo.

 

IL TENNIS DA CAMPIONE DEL GIOCATORE DI HOCKEY JAROSLAV DROBNY

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Jaroslav Drobny – da ona.idnes.cz

articolo di Nicola Pucci

Jaroslav Drobny, cecoslovacco, centravanti della nazionale di hockey su ghiaccio campione del mondo a Praga nel 1947 a e medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1948.

La biografia sportiva di questo straordinario atleta potrebbe limitarsi a questa frase essenziale, tanto da catalogarlo già tra le leggende dello sport del suo paese. Ma il ragazzo di Praga, città nella quale è nato il 12 ottobre 1921, non è un davvero un campione come gli altri. Nei 10 anni che seguiranno la fine del Secondo conflitto mondiale, infatti, sarà universalmente riconosciuto come il miglior giocatore di tennis del continente europeo, tanto da mettere nel suo personalissimo e singolare palmares ben tre titoli del Grande Slam, a cui aggiungere anche due finali interzona di Coppa Davis.

In effetti la carriera di hockeista di Drobny è breve, se è vero che nel 1949 lascia la Cecoslovacchia a seguito del colpo di stato del giugno 1948 che instaura la dittatura comunista, appoggiata dall’Unione Sovietica, di Klement Gottwald, trovando rifugio prima in Egitto dove è amico del re Farouk, e poi in Inghilterra, paese di cui diventa cittadino per il matrimonio contratto nel 1954. Nel frattempo appende il bastone da hockey al chiodo, non prima di esser diventato, appunto, campione del mondo in un’edizione che lo vede andare a bersaglio ben 15 volte in 7 partite, segnando pure una tripletta nel match decisivo con gli Stati Uniti, e argento ai Giochi, in cui segna 9 reti in 8 partite, secondo solo al Canada per differenza reti. Verrebbe anche invitato dai Boston Bruins ad esser il primo giocatore europeo a giocare nella NHL, la lega professionistica americana, ma Jaroslav rifiuta la congrua proposta economica per chiudere con l’hockey e dedicarsi a tempo pieno al tennis. Nel 1997, nondimeno, verrà introdotto nella Hall of Fame dell’hockey su ghiaccio.

Come già Henri Cochet prima di lui, Drobny si appassiona al tennis fin da bambino, avviato al gioco con la racchetta dal padre, guardiano del Tennis Club di Praga. Cresciuto sotto l’attenta osservazione di Karel Kozeluh, fratello di quel Jan che fu campione degli anni Venti con i quarti di finale a Wimbledon nel 1927, a sua volta grande avversario di Bill Tilden nei suoi primi anni da giocatore professionista, Drobny è già lo juniores più forte del suo paese, tanto da entrare in tabellone al torneo di Wimbledon non ancora 17enne, nel 1938, perdendo al primo turno con l’argentino Alejo Russell che lo estromette in quattro set. L’anno dopo passa due turni battendo il cinese Ho Jin e l’inglese Weatherall in tre set, per poi arrendersi a Bunny Austin, prima della tragedia della Seconda Guerra Mondiale che interrompe la sua carriera e rallenta la sua crescita agonistica.

Il nostro principale obiettivo era di restare in vita, con la speranza della liberazione per mano degli Alleati” avrà modo di affermare in seguito Drobny. In una Cecoslovacchia annessa alla Germania e l’Europa trascinata nel baratro della guerra, Jaroslav riesce a scongiurare la deportazione lavorando come volontario, il che gli consente di mantenere una buona forma fisica e continuare a giocare ad hockey. Una volta terminate le ostilità, il ceco torna a praticare l’attività di tennista con regolarità e nel 1946 è pronto all’evento londinese tra i Doherty Gates di Wimbledon, raccogliendo la sfida dei giocatori più forti.

In effetti la sua esibizione sull’erba cattura gli appassionati britannici, stupiti dalla sua esplosività atletica così come dal suo tocco mancino che gli consentono, agli ottavi di finale, di estromettere Jack Kramer, il principale favorito al titolo, a chiusura di un’epica sfida risolta al quinto set, in cui l’americano, dopo aver vinto facilmente il primo parziale, viene sommerso dai servizi potenti di Drobny, che lo supera 17-15 in un fondamentale secondo set. Dopo aver battuto anche il francese Pierre Pellizza con un triplice 6-4, Drobny “pagherà” la maratona con Kramer fermandosi in semifinale contro Geoff Brown, che lo batterà 6-4 7-5 6-2 per poi arrendersi a sua volta in finale all’altro transalpino Yvon Petra.

Negli anni seguenti Drobny è incontestabilmente il miglior giocatore d’Europa. E’ pur vero che spesso i suoi match si risolvono in estenuanti fatiche al set decisivo, il che se da una parte lo fanno diventare uno specialista delle partite interminabili, lo penalizzano anche nelle fasi finali dei grandi tornei, tanto da apparire come runner-up nelle edizioni del Roland-Garros del 1946 (battuto da Marcel Bernard), del 1948 (sconfitto da Frank Parker) e del 1950 (infilato al quinto set da Budge Patty), così come a Wimbledon nel 1949 quando è Ted Schroeder ad infrangere la sua illusione di trionfare in un torneo del Grande Slam.

Ma la classe è tanta e il temperamento non manca certo a Jaroslav che infine, nel 1951, rompe il sortilegio vincendo al Roland-Garros alle soglie dei 30 anni, battendo stavolta all’atto conclusivo, nettamente, il sudafricano Eric Sturgess, suo abituale compagno di doppio, 6-3 6-3 6-3, dopo aver dovuto rimontare due set di svantaggio a Dick Savitt ai quarti di finale, unico momento di incertezza lungo tutto l’arco di un torneo che premia il suo smisurato talento.

Nel repertorio di Drobny c’è proprio tutto per diventare un campione completo. Una prima di servizio possente e una seconda palla molto lavorata, un meraviglioso gioco d’attacco, lo smash che forse è il suo colpo migliore e il tocco del suo braccio sinistro è così raffinato che gli consente, soprattutto sui campi in terra battuta, di trovare angoli insperati e piazzare letali palle corte. Difetta, ad onor del vero, nella risposta in battuta, e questo è un altro handicap che lo penalizza sulle superfici in erba; aggiungete che a seguito di un incidente all’occhio destro contratto durante una partita di hockey è costretto a giocare con occhiali scuri, ecco perchè spesso ha difficoltà quando le partite si prolungano verso le ore serali. Proprio al quinto set, lui che solitamente rende al meglio alla distanza, perde infatti le finali di Parigi del 1946 e del 1950 e di Wimbledon del 1949.

Altre sfide leggendarie, comunque, segnano la storia del tennis e la carriera di Drobny. Come dimenticare la finale interzona di Coppa del Davis contro l’Australia del 1948, quando contro il 35enne Adrian Quist salva un match-point per poi imporsi in rimonta 6-8 3-6 18-16 6-3 7-5? Oppure l’altrettanto sofferto successo al terzo turno di Wimbledon del 1953 contro Budge Patty, a cui Drobny annulla sei match-point prima del definitivo 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10? In semifinale, poi, contro il danese Kurt Nielsen, il campione cecoslovacco paga pesante dazio, eliminato in tre set nell’edizione dei Championships che avrebbe potuto far sua ed invece sorride a Vic Seixas.

Proprio contro Budge Patty Drobny realizza un’impresa senza precedenti nella storia del tennis… a Lione, nel 1956, i due avversari vengono fermati per il sopravvenire della notte sul 21-21 del quinto set, per poi mai più portare a termine quella sfida, che dunque, compare in pareggio!

Nel frattempo Drobny vince per la seconda volta al Roland-Garros, nel 1952, battendo in finale Frank Sedgman 6-2 6-0 3-6 6-4, per poi infine arrivare a consacrazione a Wimbledon nel 1954. Ormai quasi 33enne, Jaroslav è accreditato della testa di serie numero 11, esattamente come le sue partecipazioni sull’erba più prestigiosa. Stavolta il cecoslovacco rinuncia a giocare il doppio, specialità che lo ha visto spesso recitare da protagonista in passato, risparmiando energie preziose, e il suo cammino in singolare ne trae indubbiamente beneficio. I primi turni sono agevoli, superando in tre rapidi set l’australiano Jack Arkinstall, il danese Torben Ulrich e lo svedese Lennart Bergelin, che qualche decennio dopo sarà mentore di Bjorn Borg. Agli ottavi il belga Philippe Washer regge onorevolmente l’urto, 8-6 10-8 6-3, poi tocca a Lew Hoad, demolito 6-4 6-3 6-3, e l’immancabile Budge Patty, stavolta in “soli” quattro set, farsi da parte, garantendo a Drobny la terza chance in finale sul Centre Court.

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Drobny e Rosewall entrano in campo per la finale di Wimbledon 1954 – da gettyimages.com

Un giovane Ken Rosewall è di là dal net, deciso a far suo quel titolo che invece per un ventennio vedrà inesorabilmente premiare l’avversario di turno. Il “piccolo maestro di Sydney” sbaglia clamorosamente tattica, cercando inutilmente di respingere gli incessanti attacchi di Drobny con l’uso del pallonetto. Jaroslav, lo sappiamo bene, è eccellente nello smash ed infine, dopo un primo set serrato, 13-11, un secondo perduto di un soffio, 4-6, un terzo dominato, 6-2, ed un quarto ancora una volta lottato, 9-7, coglie la vittoria inseguita da tempo.

Col trionfo nel tempio di Wimbledon la carriera di Drobny arriva all’apice, ed il dopo è solo l’inevitabile china discendente. Gioca fino al 1960, trovando qualche sprazzo dell’antico splendore come nel 1958 quando al terzo turno di Wimbledon batte un altrettanto giovane Rod Laver, 6-1 6-1 6-4, impartendogli un’autentica lezione di tennis d’attacco, per poi dismettere i panni di giocatore per vestire quelli di commissario tecnico della nazionale italiana di Coppa Davis. Che condurrà alle finali del 1960 e del 1961, le prime della sua storia, entrambe perse con l’Australia.

Insomma, Jaroslav Drobny ha segnato un’epoca del tennis e se oggi è annoverabile tra i più grandi di sempre, mi pare valutazione legittima. O no?

 

 

 

A SYDNEY 2000 NASCE IL MITO DI ARTUR TAYMAZOV

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Artur Taymazov – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

Se le Olimpiadi di Sydney del 2000 segnano il canto del cigno del russo Aleksandr Karelin, che nella categoria riservata ai lottatori di greco-romana oltre i 130 kg. coglie l’argento battuto dall’americano Rulon Gardner dopo tre ori consecutivi, allo stesso modo annunciano al pianeta degli uomini forzuti il talento dell’uzbeko Artur Taymazov, pure lui oltre i 130 kg. seppur nella lotta libera, che sale per la prima volta sul podio, secondo, quando poi nelle tre edizioni successive sarà a sua volta tre volte campione olimpico, aggiundendovi pure due titoli iridati a New York nel 2003 e a Guangzhou nel 2006.

21enne nato a Vladikavkaz, in Russia, ma da poco naturalizzato uzbeko, Taymazov, che è fratello di quel Tymur che alle Olimpiadi di Atlanta 1996 ha colto l’oro nei massimi del sollevamento pesi, si presenta ai Giochi per competere in una categoria che non ha un dominatore assoluto, dopo l’uscita di scena del leggendario Bruce Baumgartner. Pertanto la corsa alle medaglie è aperta a numerosi concorrenti, tra questi l’americano Kerry McCoy, il bielorusso Aleksey Medvedev che fu secondo ad Atlanta alle spalle del turco Mahmut Demir, e il russo David Musulbes.

Taymazov, che ha cominciato 11enne a competere e che nel 1998 è stato campione del mondo giovanile nella categoria riservata ai -95 kg. battendo bandiera russa, è inserito nel gruppo 3, dove ottiene due facili successi con l’ungherese Gombos e il turco Polatci, accedendo così al tabellone ad eliminazione diretta che promuoverà i migliori quattro alle semifinali incrociate. Proprio ai quarti di finale l’uzbeko si trova ad affrontare Mc Coy, ed è una sfida “lottata” fino all’ultima stilla di energia, con un responso che lascia spazio alle contestazioni. Infatti, il primo verdetto assegna la vittoria ai punti, di un soffio, a Taymazov, 8-7, ma il reclamo americano obbliga i giudici a rivedere la sfida al replay, con due punti aggiuntivi allo statunitense, che andrebbe sul 9-8, ma anche tre in più per l’uzbeko che infine si impone 11-9 accedendo alle semifinali. Tra i due la rivalità rimarrà accesa, e tre anni dopo, proprio alla rassegna iridata newyorchese, saranno nuovamente avversari, in finale, e sempre risolta con il successo dell’uzbeko.

In semifinale Taymazov atterra il cubano Alexis Rodriguez dopo soli 37″ e vola in finale a contendere la medaglia d’oro al russo Musulbes, a sua volta facile vincitore dell’iraniano Jadidi. All’atto decisivo Musulbes, 28 anni, che fu medaglia di bronzo ai Mondiali di Krasnoyarsk nel 1997, fa valere una maggiore esperienza e si impone con il punteggio di 5-2, mettendosi al collo la medaglia d’oro.

Artur Taymazov si deve così accontentare di salire sul secondo gradino del podio… ma saprà riscattarsi in seguito, la sua carriera olimpica è solo agli inizi.