LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E QUEL RECORD TROPPO LONGEVO DELLA KRATOCHVILOVA

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Jarmila Kratochvilova – da atleticalive.it

articolo di Massimo Bencivenga

Innegabilmente, il 1989 sarà uno di quegli anni che le future generazioni dovranno imparare a memoria, come si conviene a un anno spartiacque nel fiume della storia; i prossimi studenti dovranno imparare a conoscerlo e a venerarlo come abbiamo fatto e facciamo con il 1492 o il 1848.

C’è stato un mondo prima del 1989 e uno, radicalmente diverso, dopo. Per Francis Fukuyama esso è l’anno della “Fine della storia”, mentre per Eric Hobsbawm esso fu la spinta finale al Secolo Breve.

Ho vissuto quegli anni nella fase in cui non si è più bambini, ma nemmeno adolescenti, e men che meno adulti. Anni di formazione, però, i miei anni di studio pazzo e disperatissimo nel settore dello sport, afosi pomeriggi passati su Telemontecarlo a vedere meeting su meeting, a memorizzare in maniera inaudita storie e dati, ché ai tempi mica c’era Internet o Sky che potevi rivedere le cose con calma.

Ricordo tante cose in maniera vivida e netta di quegli anni. Come la storia dei record di Città del Messico. Se ne fecero di record in quella edizione dei Giochi del 1968; il record di Lee Evans sui 400 m durò 20 anni, ma, poi, dinanzi ai miei occhi increduli, Butch Reynolds polverizzò il record ai tempi più longevo, portando a 43,29 il nuovo limite sul giro della morte. Era il 17 Agosto del 1988.

Non era nell’aria quel limite, niente affatto, ma Reynolds ebbe la fortuna di avere nelle corsie vicine uno come Egbunike che fece i primi 200 come se non ci fosse un domani. Scoppiò in curva, Egbunike, finì sesto se non erro, ma Reynolds si trovò a correre come mai per stargli dietro. Alla fine fu record.

Sì, quello di Evans sarà pure caduto, ma quello di Beamon non cadrà mai!”, questo e altro dicevano i giornalisti nel 1988. Il salto a 8,90 m nel lungo di Beamon è stata l’ossessione di migliaia di saltatori. Anche il divino Carl Lewis era ossessionato da quella misura. Si racconta che dopo aver visto il balzo in tv, il bimbo Carl andò in giardino, misurò la distanza e giurò a se stesso che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe saltato oltre quella misura monstre.

Andò così? Lewis saltò oltre l’8,90 a Tokyo nel 1991, ma… successe altro, magari un giorno lo racconterò.

Ritorniamo ai record, essi hanno delle storie affascinanti, che si sottraggono ai nostri calcoli e alle nostre elucubrazioni. Il 19,72 stampato dal nostro Mennea, sempre a Città del Messico ma nel 1979, non era accreditato come uno di quelli destinati a durare. Tempo qualche anno e sarà aggiornato, si diceva.

E invece quel record sui 200 durò ben 17 anni, rimane ancora come limite europeo (e di anni adesso ne son trascorsi 35) e Pietro Mennea resiste ancora nell’empireo dei 10 uomini più veloci di sempre sui 200.

Quali sono i record attuali più longevi nell’atletica leggera? Voilà.

Jarmila Kratochvílová (800m) 1983
Marita Koch (400m) 1985
Natalia Lisovskaja (lancio del peso) 1987
Stefka Kostadinova (salto in alto) 1987
Galina Čistjakova (salto in lungo) 1988
Gabriele Reinsch (lancio del disco) 1988
Florence Griffith-Joyner (100m) 1988
Jackie Joyner-Kersee (eptathlon) 1988
Florence Griffith-Joyner (200m) 1988
URSS (4×400 donne) 1988

Tutte donne, sì anche Gabriele Reinsch è un’ex atleta. E tutti record risalenti a prima del Muro. A prima vista sembrerebbe che le atlete degli anni ’80 avessero una marcia in più. Ma fu vera gloria? La Guerra Fredda, amici, si combatteva anche nello sport, a colpi di medaglia, per fas et nefas.

Anche con l’uso del doping. Doping di Stato nel caso dei paesi d’Oltrecortina.

Otto record sui dieci più datati appartengono ad atlete dell’Est, e per la verità anche in merito alle due statunitensi, cognate peraltro se ben ricordo, i sospetti di doping ci sono ed eccome, in particolare per Florence.

Sgraziata a vedersi, Jarmila Kratochvilova era uno di quei donnoni nate per fare sport. Al record del mondo degli 800 m in 1’53″28, realizzato a Monaco il 26 luglio 1983, possiamo associare che la stessa è attuale detentrice del secondo tempo di sempre sui 400 m a dimostrare una accoppiata inedita, dal momento che è più naturale fare 200 e 400 m e non ciò che faceva Jarmila.

Ma lei non era una normale.

La sua corsa sugli 800 non prevedeva alcuna tattica: partiva lancia in resta e arrivava prima, che si arrangiassero le altre. Ogni tanto salta fuori qualcosa, nel 2006 si cominciò a millantare di possibili documenti compromettenti, nei quali si ventilava la possibilità che i medici della federazione cecoslovacca, si presunse in pieno accordo con tecnici e atleti (ma chi aveva il coraggio in quegli anni di sfidare lo Stato?), somministrassero alle star nazionali di molte discipline dosi di nandrolone, norandrosterone e stanozolol.

Jarmila Kratochvilova si è sempre difesa, sostenendo di non aver mai fatto ricorso al doping, ma di essersi sempre e solo allenata. In maniera feroce e massacrante.

Come ben ricorda e sottolinea il dottor Vittori, tecnico anche di Mennea, che la vedeva allenarsi nel centro tecnico di Formia: «Ricordo la povertà del suo metodo di allenamento, si allenava da sola, sempre da sola, e per cinque giorni alla settimana, per due sedute al giorno, eseguiva fino a 40 ripetute alternando 60/80/100 metri, in tempi relativamente bassi per una capace di correre i 400 in 47″99 (8″ sui 60, 10″5 sugli 80 e 13″2 sui 100, tempi di uno che corre in 53″). Uno sfinimento il solo vederla. Poi il sabato, 8 ripetute sui 300 a 38″. Fuori da qualunque logica. Mi chiedevo come potesse resistere». Il dottore prosegue affermando che: «Era un armadio, aveva dei muscoli da pesista eppure in tanti anni non l’ho mai vista fare un solo esercizio di potenziamento».

E sempre a Vittori dobbiamo questo ricordo: «Posso soltanto dirvi, a proposito dei suoi muscoli, che quando la incontrai nel ’93 a Helsinki mi prese un colpo. Non la riconobbi. Passai davanti al lettino per i massaggi e vidi una tizia macilenta, con l’aria stanca, gli occhi bassi. Era lei. Aveva smesso da parecchio tempo ed era, letteralmente, un ectoplasma: aveva perso tutto. Ho pensato anche che fosse malata».

Riesce difficile, anche a vedere ciò che è emerso nell’ex DDR, non pensare che Oltrecortina non ci fosse un largo ricorso al doping di Stato. Riesce difficile non pensare tutto ciò dopo aver accertato che tra il ’74 e l’89 circa 100000 atleti furono aiutati con pesanti cure ormonali, con le pillole blu di Oral Turinabol, con 193 vittime del doping riconosciute e accertate dallo Stato.

Riesce difficile non pensar male a vedere la longevità di quei record e di come le prestazioni attuali siano ancora abbastanza distanti da quei limiti.

Ecco, io non ero a conoscenza di tutto questo nel 1988, quando a 12 anni ammiravo e tifavo per due donne dell’ex DDR: la nuotatrice Kristin Otto, sei ori a Seuol 1988, e Heike Drechsler, la Lewis in gonnella perché come il campionissimo Usa si disimpegnava, e alla grandissima, nei 100 m, nei 200 m, nel lungo e nella staffetta veloce.

Ecco, quei ricordi del bambino sono ancora vividi dentro di me, non sporcati dalla disillusione dell’adulto.

RALPH BOSTON, L’UOMO CHE CANCELLO’ JESSE OWENS

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Jesse Owens e Ralph Boston nel 1960 – da msfame.com

articolo di Giovanni Manenti

Lo ammetto, c’è un bel po’ di enfasi nel titolo, primo poiché le imprese di Jesse Owens nessuno le potrà mai cancellare e secondo in quanto si tratta solo di una delle specialità in cui il campione dell’Alabama eccelleva, vale a dire il salto in lungo.

E, quindi, capirete che l’accezione usata si riferisce esclusivamente al fatto di aver “cancellato” Owens esclusivamente dai “libri dei record”, sia olimpico che mondiale, che lo stesso aveva stabilito, rispettivamente, ai Giochi di Berlino ’36 con m. 8,06 ed il 25 maggio ’35 ad Ann Arbor – nel suo “giorno dei giorni” – con m. 8,13.

A dimostrare l’eccezionalità di tali imprese basti pensare al fatto che a 25 anni di distanza il primato mondiale resiste sempre, mentre nelle tre edizioni delle Olimpiadi del dopoguerra, la misura massima resasi necessaria per conquistare l’oro è stata il 7,83 dell’americano Gregory Bell a Melbourne ’56, poca cosa invero, ma all’alba del nuovo decennio qualcosa finalmente si muove nella specialità.

E questa novità risponde al nome di Ralph Boston, 21enne atleta di colore del Mississippi, in quanto nato a Laurel il 9 maggio 1939, un fisico perfetto per un lunghista, essendo alto m.1,87 per 74kg., il quale si mette in luce vincendo il titolo NCAA ’60 mentre frequenta la “Tennessee State University”, per poi confermarsi ai Trials di Stanford, vincendo la selezione per la squadra olimpica con la misura di m.8,09 a soli 4 centimetri dal limite mondiale di Owens.

Primato che si intuisce possa avere vita corta e, difatti, ancora in preparazione per i Giochi di Roma ’60, Boston lo supera con un balzo a m.8,21 compiuto a Walnut il 12 agosto, un risultato che ha maggior valore negli Stati Uniti, dove sono in vigore le misure inglesi, risultando quindi il primo atleta al mondo a superare la “barriera dei 27 piedi”.

Non c’è quindi da stupirsi se, in tale veste, Boston sia considerato il principale favorito alla medaglia d’oro quando, al mattino del 2 settembre, si presenta sulla pedana dello Stadio Olimpico per le qualificazioni del salto in lungo, la cui Finale è prevista al pomeriggio, non avendo alcuna difficoltà a superare il limite di m.7,40 fissato, saltando alla prima prova m.7,60 pur se i suoi due più accreditati rivali, il connazionale Irvin “Bo” Roberson ed il sovietico Igor Ter-Ovanesian, fanno ancor meglio, con m.7,81 e 7,79 rispettivamente.

IL RECORD DI BERLINO CADE DOPO 24 ANNI – Poco dopo le 16,00 inizia la Finale, ed il primo a “scaldare” i motori è proprio l’atleta ucraino che piazza un 7,90 al primo tentativo contro il 7,82 di Boston, mentre Roberson, che era incappato in un nullo alla prima prova, chiarisce a tutti di volersi giocare le proprie chances per l’oro con un secondo balzo a m.8,03 che lo porta al comando della classifica provvisoria.

Boston si rende conto che, se vuole salire sul gradino più alto del podio, deve cercare di dare il meglio di sé e la cosa gli riesce al terzo tentativo, quando atterrando a m.8,12 cancella il primato olimpico di Owens stabilito 24 anni prima.

Si potrebbe pensare che la gara sia virtualmente chiusa, ma così non è, o meglio, le posizioni restano le stesse, ma Boston deve recitare tutte le sue preghiere quando, all’ultima serie di salti, prima il tedesco occidentale Manfred Steinbach raggiunge anch’esso la fatidica linea degli 8 metri, accarezzando per un attimo il sogno di un bronzo che Ter-Ovanesian fa svanire raggiungendo m.8,04 e poi tocca a Roberson far sudare freddo il suo connazionale, con il suo tentativo misurato in m.8,11 anch’egli oltre il precedente record olimpico di Owens.

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Roberson, Boston e Ter-Ovanesian, medagliati a Roma 1960 – da gettyimages.it

E come, “per un punto Martin perse la cappa”, così Roberson fallisce per un centimetro l’occasione della sua vita, mentre Boston si appresta a vivere un intenso quadriennio che lo separa dai prossimi Giochi di Tokyo ’64, ingaggiando una sorta di “duello a distanza” con Ter-Ovanesian per quanto riguarda la lotta al record mondiale.

Occorre, al riguardo, doverosamente precisare come il saltatore nativo di Kiev sia, nel decennio che comprende gli anni ’60, di gran lunga il miglior prodotto europeo della specialità, capace di vincere tre Campionati continentali – Stoccolma ’58 (m.7,81), Belgrado ’62 (m.8,19) ed Atene ’69 (m.8,17) – e conquistare l’argento a Budapest ’66 ed ad Helsinki ’71, un rivale pertanto degno del massimo rispetto.

Rivalità che, in ogni caso, non impensierisce più di tanto Boston, il quale, anzi, occupa l’anno post olimpico a migliorare ulteriormente il suo record mondiale, portandolo una prima volta a m.8,24 il 27 maggio ’61 a Modesto, per poi infliggere a Ter-Ovanesian una cocente sconfitta proprio a casa sua, a Mosca, nel corso del tradizionale (per l’epoca) incontro Urss-Usa, raggiungendo la misura di m.8,28.

Ma l’ucraino non è certo tipo da demordere, ed alle prodezze dell’americano risponde come meglio non potrebbe nel suo miglior anno, il 1962, quando, prima di aggiudicarsi il suo secondo oro consecutivo ai Campionati Europei, spicca un balzo il 10 giugno ad Erevan che allunga di 3 centimetri il primato mondiale, fissandolo a m.8,31.

Una misura che Boston eguaglia il 15 agosto ’64 a Kingston, in Giamaica, in preparazione dei Trials in cui, il 12 settembre ’64, si riappropria in solitario del record con la misura di m.8,34, riuscendo anche a saltare, nel corso della selezione, addirittura m.8,49 ma con vento al di sopra della norma.

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Il salto mondiale di Boston a m.8,34 ai Trials 1964 – da dailydsports.com

TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE – Non può pertanto esservi alcun dubbio tra gli addetti ai lavori a chi sia ristretta la lotta per l’oro alle Olimpiadi del Sol Levante, troppo netta è la superiorità che i due vantano – misure alla mano – rispetto al resto del lotto dei concorrenti, se non fosse che il 18 ottobre ’64, sulla Capitale giapponese si abbatte un violento temporale che modifica, almeno in parte, le carte in tavola.

Nelle qualificazioni del mattino – con il limite per accedere alla Finale del pomeriggio fissato a m.7,60 – Boston raggiunge m. 8,03 con il suo primo salto, così come Ter-Ovanesian non ha difficoltà a qualificarsi con m.7,78, misura eguagliata dal gallese Lynn Davies, ma al terzo tentativo, dopo un 7,39 ed un nullo.

Su quali chances di vittoria possa avere il rappresentante della Regina sono in molti a chiederselo in tribuna stampa nelle tre ore che separano dall’inizio della Finale, andando a spulciarne il curriculum, da cui si ricava un suo 11esimo posto ai Campionati europei di due anni prima a Belgrado ’62 con un modesto 7,33 cui aveva fatto seguito, nel novembre successivo, il piazzamento ai margini del podio ai “Commonwealth Games” di Perth, in Australia, avendo concluso la gara non meglio che quarto con m.7,72.

E’ indubbio, in ogni caso, che le condizioni ambientali che, oltre alla pioggia, vedono una temperatura inferiore a 14°, favoriscano Davies, più avvezzo a simili situazioni climatiche, ma ciò nonostante, i primi tre salti di Finale vedono Boston portarsi al comando con m.7,85, seguito da Ter-Ovanesian a 7,78 mentre Davies fa registrare come sua miglior misura m.7,59 con ciò dando credito a chi non riponeva eccessiva fiducia in un suo successo.

Ma dal quarto tentativo, con la pioggia che cessa e la pedana asciugata, ecco che tutti e tre gli atleti in lotta per il podio si migliorano, con Boston che raggiunge m.7,88, Ter-Ovanesian m.7,80 e Davies che fa registrare il maggior incremento, atterrando a m.7,78, con ciò dimostrando di voler anch’egli partecipare alla sfida per l’oro.

Sfida che il gallese si aggiudica alla quinta prova, con un balzo di m.8,07, al quale Ter-Ovanesian replica con m.7,99 che gli consentono di scavalcare Boston, il quale, nel tentativo di forzare per riguadagnare la vetta della classifica, incappa in un nullo di pedana.

Ritrovatosi all’improvviso da primo a terzo, l’americano raccoglie tutte le residue energie per il sesto ed ultimo tentativo, che gli consente solo, con m.8,03, di scavalcare Ter-Ovanesian per l’argento, consentendo così a Davies di realizzare una delle più grandi sorprese dei Giochi di Tokyo, in un podio curiosamente formato da tre atleti tutti nati a maggio (oltre al 9 di Boston, il 19 l’ucraino ed il 20 il gallese …).

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Il podio di Tokyo 1964 – da wikipedia.org

Davies che, peraltro, non è propriamente un Carneade, visto che due anni dopo, alla rassegna continentale di Belgrado ’66, impedisce a Ter-Ovanesian il tris d’oro consecutivo superandolo di 10 centimetri (m.7,98 a 7,88), con il sovietico a prendersi la rivincita nell’edizione di Atene ’69, quando il ripetere la misura di Tokyo ’64 non è sufficiente al saltatore britannico, che deve accontentarsi dell’argento.

E, mentre i due europei si contendono lo scettro della superiorità sul Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano Boston – classificato al primo posto del ranking mondiale dalla rivista “Track & Field News” per otto stagioni consecutive, dal 1961 al 1967 – sfoga la delusione giapponese incrementando di un centimetro il proprio limite mondiale, portandolo a m.8,35 il 29 maggio ’65 a Modesto, nonché facendo suo per sei anni di seguito, dal 1961 al ’66, il titolo di campione nazionale, in attesa di ripresentarsi in sede olimpica a Città del Messico ’68 per riscattare la beffa subita a Tokyo.

Una preparazione, quella per i Giochi nella capitale messicana, che Boston svolge facendo anche da coach (sia pur in veste non ufficiale) ad un 22enne del Queens, tale Robert “Bob” Beamon, il quale era stato espulso dall’Università del Texas, ad El Paso, in quanto si era rifiutato di gareggiare contro la “Brigham Young University” adducendo che in tale istituto vigevano discriminazioni razziali (siamo nel ’68, ricordatevi la clamorosa protesta di Tommie Smith e John Carlos alla premiazione dei 200 metri …).

QUEL SALTO NEL XXI SECOLO – Di sicuro, gli insegnamenti di Boston non fanno male al ragazzone dal fisico alto ed allampanato (m.1,91 per 68kg.), il quale si presenta in Messico da favorito, avendo vinto 22 delle 23 gare disputate nel corso dell’anno, ivi compresi il Campionato AAU e gli “Olympic Trials”, con la miglior prestazione mondiale dell’anno di m.8,33 a soli due centimetri dal record mondiale che, nel frattempo, era stato eguagliato da Ter-Ovanesian in una gara preolimpica disputata l’anno prima, il 19 ottobre ’67, sulla stessa pedana di Città del Messico per consentire agli atleti di acclimatarsi all’altitudine del luogo.

Questa volta, il programma olimpico stabilisce un giorno di distanza tra qualificazioni e Finale, con le prime a disputarsi il 17 ottobre ’68 e che vedono Boston realizzare la miglior misura con m.8,27 (migliorando il suo stesso record olimpico stabilito a Roma nel ’60 …), con Beamon che atterra a m.8,19 mentre Davies realizza 7,94 e Ter-Ovanesian appena m.7,74, sufficienti comunque a garantirgli un posto per l’atto conclusivo del giorno dopo, visto che il limite è fissato a 7,65.

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Boston in occasione del record olimpico in qualifica a Messico 1968 – da gettyimages.it

Mai dare comunque per morto un fiero agonista come l’ucraino che, difatti, risponde al primo turno di Finale con un balzo di m.8,12 alla misura di m.8,16 fatta registrare da Boston, prima che sulla pedana si presenti il dinoccolato Beamon che, con un salto in cui tutte le componenti giocano a suo favore (altitudine, rincorsa, asse di pedana e vento di 2m/s ai limiti della regolarità), sembra non atterrare mai, tant’è che i giudici sono costretti ad usare il metro di stoffa per misurarne la lunghezza, dato che i rilevatori automatici sono posizionati anteriormente al punto in cui l’americano ha toccato la sabbia.

Occorrono diversi minuti affinché venga ufficializzata la misura di un record impensabile alla vigilia, pari a m.8,90 (oltre 29 piedi secondo gli standard inglesi …), con un incremento di 55 centimetri che non ha eguali nella storia della specialità, tanto “da uccidere la gara”, come sussurra a Beamon uno sconsolato Davies che, confermando il 7,94 delle qualificazioni, non riesce neppure a qualificarsi per i tre salti conclusivi, chiudendo la competizione non meglio che nono.

E, mentre Boston e Ter-Ovanesian si guardano increduli per il fenomenale exploit di Beamon, il tedesco orientale Klaus Beer ne approfitta, per compiere un salto di m.8,19 al secondo tentativo che relega Boston al terzo posto e Ter-Ovanesian ai margini del podio, in quanto, tanto per cambiare, la “maledizione atmosferica” continua a perseguitare l’oramai ex primatista mondiale (curiosamente, la Finale si disputa esattamente lo stesso giorno, 18 ottobre, di quella di quattro anni prima in Giappone …) con un altro violento acquazzone ad abbattersi su Città del Messico, rendendo impossibile migliorare le prestazioni ottenute nei primi salti.

Così Boston può concludere una carriera che lo ha visto collezionare tutte e tre le diverse medaglie olimpiche, realizzare ben sei record mondiali, e con il doppio vanto, da un lato di esser stato il primo saltatore ad aver migliorato i primati detenuti da una “leggenda” come Jesse Owens, e, dall’altro, di aver allenato l’autore di quello che fu definito all’epoca “il salto nel XXI secolo”, previsione poi solo parzialmente avveratasi, in quanto il record mondiale è durato “solo” 23 anni, battuto nella “sfida del secolotra Carl Lewis e Mike Powell ai Mondiali di Tokyo ’91, con quest’ultimo ad atterrare a m.8,95, ma a livello olimpico l’8,90 di Beamon resiste ancora a quasi 50 anni di distanza e, con la specialità in netto regresso rispetto ai tempi d’oro di inizio anni ’90, chissà quanto tempo ancora dovrà passare prima che possa essere battuto…

ALLAN WELLS, L’ANTI MENNEA EUROPEO

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Allan Wells campione olimpico a Mosca 1980 – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando il nostro Pietro Mennea si presenta ai Campionati Europei di Praga ’78 per difendere l’oro sui 200 metri conquistato quattro anni prima a Roma, si è oramai scrollato di dosso l’imbarazzante ombra del sovietico Valery Borzov, che l’aveva battuto sui 100 sulla pista dell’Olimpico, nonché recuperato la delusione per il quarto posto olimpico di Montreal ’76.

E difatti, il campione barlettano non ha alcuna difficoltà a confermarsi miglior velocista del continente sui 200 con un margine rispetto al secondo, il tedesco orientale Olaf Prenzler, degno di un Bolt dei giorni nostri (20”16 a 20”61 …!!), ma stavolta potendo anche vantare l’accoppiata sulla più breve distanza, vinta pur con un tempo non eccelso di 10”27, comunque più che sufficiente a tenere a debita distanza l’altro tedesco est, Eugene Ray, argento in 10”36, in una Finale che vede mestamente concludere all’ottavo ed ultimo posto, Valery Borzov, al suo passo d’addio all’atletica leggera.

E quasi non si accorge, Mennea, della presenza in Finale di un britannico di origini scozzesi, tal Allan Wells, che conclude la prova in un poco più che dignitoso sesto posto, con il tempo di 10”45, non potendo immaginare che, da lì ai prossimi due anni, lo stesso diventerà il suo massimo antagonista.

Nato ad Edimburgo il 3 maggio 1952, e, pertanto, coetaneo di Mennea, che sarebbe venuto alla luce poco più avanti, il 28 giugno del medesimo anno, Wells è un atleta dalle caratteristiche morfologiche poco rispondenti a quelle dello sprinter puro, alto come è m.1,85 per quasi 80kg. di peso e, difatti, i suoi inizi sui campi di atletica sono rivolti alle pedane dei salti (in lungo e triplo) più che alla pista.

Dotato però, al pari dell’azzurro, di una grande caparbietà e volontà di emergere, dopo aver abbandonato gli studi a 15 anni per lavorare in una officina meccanica, Wells si dedica ad un grande lavoro di potenziamento muscolare in palestra, visto che le condizioni atmosferiche della capitale scozzese difficilmente consentono allenamenti all’aperto, circostanza che lo porta ad avere difficoltà in una specialità come quella del salto in lungo, dove comunque è campione scozzese indoor nel ’74, prendendo la decisione di dedicarsi esclusivamente alla velocità a partire dal ’76, alla non più verde età di 24 anni.

Dover recuperare un “gap” così sostanzioso rispetto ai migliori sprinter europei dell’epoca non è cosa facile, ma Wells non si perde d’animo e già ai “Commonwealth Games” di Edmonton ’78, disputati ad inizio agosto, dà una significativa prova delle sue qualità, giungendo secondo solo dietro al campione olimpico giamaicano Donald Quarrie sui 100 metri, ma con un eccellente riscontro cronometrico – 10”07 rispetto ai 10”03 del vincitore – e facendo suo l’oro sulla doppia distanza in 20”12, tempo migliore di quello con cui Mennea, a distanza di un mese conferma il titolo europeo.

Già questi sono degli indubbi “biglietti da visita” da non far dormire sonni troppo tranquilli per la “freccia del Sud”, che ha comunque l’occasione di confrontarsi con Wells sul suolo italiano l’anno seguente, in occasione delle finali di Coppa Europa, che si disputano allo Stadio Comunale di Torino il 4 e 5 agosto ’79.

Nella prima giornata sono in programma i 100 metri e la staffetta 4×100, mentre il giorno successivo si disputano i 200, e Mennea dimostra di essere in più che buone condizioni, facendo sua la gara più breve in un più che valido 10”15, superando di un 0”01 centesimo il polacco Marian Woronin, mentre Wells si deve accontentare del gradino più basso del podio con 10”19, per poi vedere il quartetto britannico giungere alle spalle di quello azzurro (quinti e quarti, rispettivamente) nella staffetta 4×100 che conclude il primo giorno di gare.

Niente può far pensare ad una sconfitta di Mennea sulla “sua” gara dei 200 metri, in cui sono anni che non viene battuto da un europeo, ed invece, schierato in sesta corsia rispetto all’ottava del britannico, esce dalla curva con il solito, consueto distacco non essendo essa la parte migliore della scomposizione della sua gara, ma stavolta, pur apparendo lo svantaggio tutt’altro che incolmabile, la progressione in rettilineo dell’atleta pugliese non è sufficiente a raggiungere Wells, che si aggiudica la prova per 0”02 centesimi di differenza, 20”29 a 20”31.

Questi sbalzi di rendimento non sono inusuali per un Mennea che, comunque, scaccia ogni dubbio sulla sua superiorità sulla distanza conquistando, a tre mesi di distanza, alle Universiadi di Città del Messico, il record mondiale sui 200 metri con il tempo di 19”72 che resisterà per 17 anni.

Con il boicottaggio degli Stati Uniti ai Giochi di Mosca ’80, le chances di vittoria per i velocisti europei aumentano e non di poco, pur dovendosi comunque sempre guardare dalle insidie loro portate dagli atleti del Caribe (i campioni olimpici in carica, Hasely Crawford e Don Quarrie su tutti …) e di Cuba, tra cui primeggia Silvio Leonard.

Come da copione, la prova sui 100 metri è quella che apre il programma olimpico su pista, ed il 24 luglio ’80, allo Stadio Lenin di Mosca, si svolgono le batterie al mattino ed i quarti di finale al pomeriggio, per poi vedere disputati, il giorno appresso, semifinali e Finale.

Inserito nella terza batteria assieme al giamaicano Quarrie (chissà con quale criterio siano state composte …), Wells si presenta in 10”35 rispetto al 10”37 del rivale, mentre Mennea fa sua la successiva, ma con un tempo di 10”56 che non rassicura sulle sue condizioni di forma, tant’è che, al pomeriggio, si qualifica per le semifinali solo con il quarto posto utile nella prima serie, peraltro la più veloce, vinta proprio da Wells in 10”11, mentre l’azzurro, correndo in 10”27, esclude per un solo 0”01 centesimo dal proseguimento della manifestazione il campione olimpico in carica, Hasely Crawford.

Il riscontro cronometrico di Mennea fa comunque ben sperare, quantomeno per un accesso in Finale che sarebbe il primo per lui sulla più breve distanza, ma il pomeriggio del giorno dopo, un Mennea incredibilmente imballato giunge non meglio che sesto nella prima delle due semifinali con un modesto 10”58, in una gara ampiamente alla sua portata, vinta dal bulgaro Petar Petrov in 10”39 e che fa un’altra vittima eccellente nel giamaicano Quarrie, appena davanti a Mennea, quinto in 10”55.

Per Wells, che dal canto suo si è aggiudicato la seconda semifinale in 10”27 – ironia della sorte, lo stesso tempo corso da Mennea nei quarti – si dischiudono le porte per una insperata, alla vigilia, possibilità di centrare l’oro olimpico, visto che oramai, oltre agli americani assenti, sono già usciti i campioni olimpico, europeo e del Commonwealth in carica.

Resta l’interrogativo sul cubano Leonard, con il dubbio che si sia nascosto in semifinale giungendo appena dietro alle spalle di Petrov, ma non ci vuole molto per scoprirlo, visto che, a poco più di due ore di distanza, gli otto finalisti sono pronti ai blocchi di partenza agli ordini dello starter, con Leonard e Wells sorteggiati nelle due corsie esterne, il cubano in prima – che, da un punto di vista scaramantico, non deve essergli dispiaciuto, visto che è la stessa in cui si era affermato quattro anni prima Crawford a Montreal ’76 – e lo scozzese in ottava.

Al via, i più veloci a mettersi in moto sono l’altro cubano Lara in settima corsia e l’atleta di casa, Aleksandr Askinin, in seconda, mentre Wells, penalizzato dalla stazza fisica, stenta a prendere un corretto assetto di gara, esprimendo poi tutta la propria potenzialità nella seconda parte della gara, piombando sul filo di lana assieme a Leonard, tant’è che, vista anche la lontananza delle corsie, nessun è in grado di scommettere su chi abbia in effetti vinto.

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L’incerto arrivo della finale dei 100 metri – da dailymail.co.uk

Tocca al fotofinish decifrare l’arrivo e, pur se a parità di tempo (10”25 per entrambi), la vittoria viene assegnata a Wells, con Leonard argento ed il bulgaro Petrov bronzo in 10”39, un risultato ampiamente alla portata anche di Mennea.

Un solo di giorno di riposo e poi, il 27 mattina, di nuovo tutti in pista per le batterie dei 200, con un Wells al settimo cielo per l’oro conquistato ed un Mennea di cui tutti si chiedono se sarà riuscito a recuperare, fisicamente e moralmente, dalla cocente delusione patita sui 100.

Dopo un primo turno in cui i favoriti si sono tutti più o meno risparmiati – sulla doppia distanza è molto più facile amministrarsi che non sui 100 metri – già nei quarti di finale del pomeriggio vengono scoperte le carte, con i quattro pretendenti all’oro (Quarrie, Leonard, Wells e Mennea) a vincere le rispettive serie, con Wells a registrare il miglior tempo di 20”59, appena 0”01 centesimo meglio di Mennea, che chiude in 20”60 con largo margine sul sovietico Sidorov, secondo in 20”83.

Sembra aver ritrovato lo smalto giusto, il barlettano, che si conferma nella seconda semifinale del giorno dopo, quando precede in 20”70 Quarrie, mentre questa volta Leonard non si nasconde, facendo sua la prima serie in un convincente 20”61, con Wells a rallentare vistosamente sul traguardo, chiudendo quarto in un 20”75 che non deve trarre in inganno.

Con quattro finalisti – Wells, Leonard, Lara e Woronin – provenienti dalla gara dei 100, il pronostico per la finale delle 20,10 è quanto mai incerto, anche se è opinione comune che il podio sia ristretto al quartetto dei favoriti, che li vede schierati con Leonard ancora una volta in prima corsia (un sorteggio che sui 200 metri risulta penalizzante), Quarrie in quarta, Wells in settima e Mennea in ottava, con ciò invertendo in pratica la posizione dei due alla Coppa Europa dell’anno prima a Torino.

Nonostante che l’ottava corsia lo faciliti nell’affrontare la curva, Mennea conferma le sue difficoltà in tale porzione di gara, presentandosi sul rettilineo finale in quinta posizione, con Wells, partito fortissimo, a comandare la corsa, seguito da Leonard, Quarrie e Woronin.

Cosa accada poi penso sia pressoché inutile ricordarlo, con Mennea a rimontare metro su metro sino a raggiungere Wells, completamente privo di energie a spingere più di spalle che di gambe, a pochi metri dal traguardo e rinverdire, a 20 anni di distanza, l’oro di Livio Berruti a Roma ’60, trionfando in 20”19 rispetto ai 20”21 dello scozzese, mentre Don Quarrie aggiunge un’altra medaglia al proprio ricco palmarès, soffiando, per un solo 0”01 centesimo (20”29 a 20”30), il bronzo al cubano Leonard.

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Wells preceduto da Mennea sui 200 metri – da pinterest.com

A Wells sfugge l’occasione di collezionare un fantastico tris di medaglie con la staffetta 4×100, che vede il quartetto britannico posizionarsi ai margini del podio, superato dalla Francia nella lotta per il bronzo, ma è fuor di dubbio che la sua esperienza olimpica è di quelle da ricordare in eterno, e che ne rappresenta l’apice della carriera.

Il velocista britannico disputa comunque altre tre buone stagioni, che lo vedono primeggiare sui 100 metri sia nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma ’81 (10”20 sul ghanese Obeng, 10”21) che nelle Finali di Coppa Europa a Zagabria ’81 (10”17 sul tedesco est Emmelmann, 10”21), classificandosi secondo in entrambe le competizioni sulla doppia distanza, mentre nel 1982, dopo aver dovuto saltare i Campionati Europei per un leggero infortunio, ottiene la doppietta 100/200 che non gli era sinora mai riuscita, ai “Commonwealth Games” di Brisbane, superando sui 100 (10”02 a 10”05) un “certo” Ben Johnson, e venendo accreditato dell’oro a pari merito sulla doppia distanza, assieme all’inglese McFarlane, che concludono appaiati il 20”43.

Il 1983 è l’anno in cui si disputa la prima edizione dei Campionati mondiali ad Helsinki, e Wells vi giunge dopo esser stato beffato da Emmelmann (10”58 a 10”59) sui 100 in Coppa Europa a Londra, ma prendendosi la soddisfazione di una platonica rivincita su Mennea precedendolo sui 200 (20”72 a 20”74), dandosi appuntamento nella capitale finlandese per sfidarsi al cospetto degli sprinter americani.

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Wells precede Mennea sui 200 in Coppa Europa 1983 – da dailymail.co.uk

E la musica è davvero diversa, poiché sui 100 metri il podio è interamente “a stelle e strisce” con Carl Lewis a primeggiare in 10”07, davanti a Calvin Smith ed Emmit King, mentre tocca proprio a Wells a salvare l’onore del vecchio continente, piazzandosi quarto in 10”27, onore che ci pensa l’azzurro a tenere ancora più in alto sulla doppia distanza, dove, dopo la doppietta Usa con Calvin Smith ed Elliott Quaw (20”14 a 20”41), conquista il bronzo in 20”51, precedendo di un solo 0”01 centesimo indovinate chi, ma Alan Wells, ovviamente.

Ed anche se i due proseguiranno stancamente le rispettive carriere, partecipando ai Giochi di Los Angeles ’84 – Wells eliminato in semifinale dei 100 metri e settimo con la staffetta 4×100, mentre Mennea è settimo in Finale sui 200, quarto con la staffetta 4×100 e quinto con il quartetto della 4×400 – ed il britannico capace di andare ancora in Finale agli Europei di Spalato ’86, piazzandosi quinto sia sui 100 che sui 200 metri, è indubbio che quel centesimo che li ha divisi nella lotta per il podio di Helsinki ’83 non possa che rappresentare la sintesi di una sfida, avvincente, dura, ma leale, a cui i due campioni hanno dato vinta nell’arco di un quinquennio …!!

JIM RYUN, LA MALEDIZIONE OLIMPICA DEL “MILER”

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Jim Ryun migliora il record mondiale del miglio il 17 luglio 1966 – da runnersworld.com

articolo di Giovanni Manenti

In una nazione come gli Stati Uniti, dove l’atletica leggera è uno degli sport più praticati al college, vi è però una netta preferenza per le gare veloci, sino al completamento del giro di pista, corse piane od ostacoli non fa distinzione, per poi prediligere, nei concorsi, le prove di salto rispetto ai lanci, e non c’è quindi da sorprendersi se, nelle prove di mezzofondo, difficilmente si veda primeggiare un atleta americano, per non parlare poi d record, essendo quelli oramai interamente appannaggio degli atleti africani.

Ma, come in quasi tutte le cose, ad una regola si contrappone sempre un’eccezione e, nel caso specifico, questa eccezione risponde ad un nome ed un volto ben precisi, vale a dire quello di Jim Ryun, l’unico “miler” della storia Usa capace di detenere, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio, i primati mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, vero e proprio “enfant prodige” della sua generazione.

Nato il 29 aprile 1947 a Wichita, in Kansas, morfologicamente ben strutturato (alto m.1,88 per 76kg.), Ryun sale difatti alla ribalta già al liceo (le “high school” negli Stati Uniti), quando nel 1964, appena 17enne, diviene il primo atleta per quella età a correre il miglio sotto la fatidica “barriera dei 4’ netti”, coprendo la distanza in 3’59”0 e confermandosi altresì a livello nazionale, dimostrando personalità nel conquistare la selezione per le Olimpiadi di Tokyo ’64 con il terzo posto conquistato sui 1.500 metri ai Trials di Los Angeles, circostanza che lo fa tuttora essere il più giovane atleta di sesso maschile ad aver partecipato ad una rassegna olimpica in atletica leggera.

La giovane età e la conseguente inesperienza viene pagata da Ryun in occasione dei Giochi dove, a dispetto di una buona prova in batteria, conclusa in 3’44”4, resta imbottigliato nel corso della prima semifinale, perdendo fiducia e, una volta verificata l’impossibilità di qualificarsi per la finale, chiude mestamente in ultima posizione.

Non c’è certo da demoralizzarsi, stante la verde età di Ryun, il quale riprende a vincere a livello nelle gare di high school, ma con significativi miglioramenti quanto a riscontri cronometrici, tant’è che nel 1965 corre altre quattro volte il miglio sotto i 4’ (unico liceale di sempre ad aver compito una tale impresa in più di tre occasioni …), con il picco del tempo di 3’55”3 stabilito il 27 giugno ’65 che rappresenta anche il primato Usa assoluto e che, a livello studentesco, resterà imbattuto per “qualcosa” come 36 anni, venendo superato solo nel 2001 da Alan Webb in 3’53”43.

Tali exploit valgono all’appena 18enne Ryun il quarto posto nel ranking mondiale stilato dalla celebre rivista specializzata “Track & Field News” ed il corteggiamento da parte dei più famosi college americani, preferendo comunque Jim di restare vicino a casa, iscrivendosi all’Università del Kansas, dove non si fa certo scrupoli nel continuare a mettersi in evidenza.

Ed, in effetti, nel suo primo anno da matricola, Ryun stabilisce il 10 giugno ’66 al meeting di Terre Haute, nell’Indiana, il record mondiale juniores di 1’44”9 sugli 800 metri – che, a 50 anni di distanza, è ancora primato americano junior sulla distanza – nel mentre il successivo 17 luglio, a Berkeley, in California, fa fermare i cronometri sul miglio a 3’51”3 che migliora il limite mondiale assoluto del francese Michel Jazy, realizzato l’anno prima a Rennes, in Francia.

Conclusa la stagione al primo posto del ranking mondiale precedendo il keniano Kipchoge Keino, l’unico suo vero antagonista del periodo e la cui rivalità tocca livelli altissimi nel biennio a seguire, Ryun si appresta a disputare quello che risulta il suo “anno di gloria”, vale a dire il 1967, con l’unica sfortuna che esso non coincida con l’organizzazione dei Giochi Olimpici.

Dapprima, festeggia i 20 anni da poco compiuti, migliorando il proprio primato mondiale sul miglio in una gara in notturna disputata il 23 giugno ’67 a Bakersfield, in California, corsa mantenendo la testa sin dall’avvio con progressivo incremento dell’andatura a partire dal terzo giro per andare a concludere in solitario in 3’51”1, limando così 0”2 decimi al suo precedente limite.

Appena quindici giorni dopo, Ryun va all’assalto del primato sulla distanza metrica dei 1.500, che data dalle Olimpiadi di Roma ’60, in cui l’australiano Herb Elliott, al termine di una gara solitaria, ferma i cronometri sul tempo di 3’35”6, un record che resiste all’epoca d’oro dell’altro fenomenale mezzofondista dell’Oceania, il neozelandese Peter Snell, soprattutto perché quest’ultimo, come tutti gli atleti del Commonwealth britannico, si cimenta pressoché esclusivamente sul miglio, tant’è che, prima della doppietta 800/1.500 metri dal medesimo realizzata ai Giochi di Tokyo ’64, lo stesso non aveva mai corso una gara sulla distanza europea ed olimpica.

Ma quella che va in scena l’8 luglio ’67 a Los Angeles, è una delle sfide che viene ricordata dagli esperti del settore come degna di passare agli annali della specialità, vedendo come protagonisti il ventenne americano ed il ventisettenne keniano, nell’ambito di un incontro internazionale tra Stati Uniti e selezione del Commonwealth britannico, eventi molto frequenti in quegli anni, quando non esistevano ancora sia i Campionati Mondiali che, tantomeno, l’attuale circuito della “Diamond League”, a calendarizzare le stagioni degli atleti.

Ad ogni buon conto, la gara si snoda su ritmi inizialmente lenti in avvio, per poi toccare a Keino di sollecitare l’andatura coprendo il secondo giro in 56” e portandosi al comando tallonato da Ryun, con i due atleti a staccare il resto del gruppo correndo fianco a fianco sino a 300 metri dall’arrivo quando un poderoso attacco dell’americano stronca la resistenza dell’atleta degli altipiani con una imperiosa progressione che lo porta a concludere con il tempo di 3’33”1 che migliora di 2”5 il vecchio record mondiale, grazie ad un ultimo giro cronometrato in 53”9.

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Ryun in occasione del record sui m.1500 in 3’33″1 – da marinarc.org

Detta circostanza fa sì che vi sia grande attesa per la resa dei conti tra i due campioni – che si confermano ai primi due posti del ranking mondiale per il 1967 – in occasione delle Olimpiadi di Città del Massico in programma ad ottobre ’68 nella capitale messicana ed, a questo punto, è doveroso aprire una parentesi per spiegare bene ai lettori chi sia e che cosa abbia rappresentato nel panorama dell’atletica mondiale la figura di Kipchoge Keino, antesignano del successivo dominio dell’Africa nera nelle gare di mezzofondo.

Messosi già in luce ai Giochi di Tokyo ’64, dove viene eliminato nella semifinale di 1.500 metri dopo essere giunto quinto sulla più lunga distanza dei 5.000, Keino è in grado di esprimersi ai massimi livelli dai 1.500 sino ai 10.000 metri, compresa la gara dei 3.000 siepi, tant’è che, dopo essersi affermato sulle distanze inglesi del miglio e delle tre miglia ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, si lancia nella pazzesca impresa di iscriversi in Messico su tutte e tre le distanze piane dei 1.500, 5.000 e 10.000 metri.

Un azzardo tanto più elevato se rapportato al fatto che le gare nella capitale centroamericana si disputano ad un’altitudine di oltre duemila metri, con conseguente rarefazione dell’aria che, se da un lato favorisce gli sprinter e le gare di salto, al contrario penalizza chi si deve esprimere sulle distanze del mezzofondo.

Un appuntamento al quale, dal canto suo, Ryun non giunge in perfette condizioni, in quanto ha dovuto combattere in estate la mononucleosi, cosa che lo ha penalizzato ai Trials di Echo Summit escludendolo dalla selezione per gli 800 metri e riducendo il “gap” rispetto ai connazionali sui 1.500, da lui comunque vinti pur se con il tempo di 3’49”0 alquanto modesto per le sue potenzialità, pur se ottenuto anch’esso in altura, visto che la località californiana era stata scelta dalla Federazione Usa proprio per abituare gli atleti alle condizioni che avrebbero poi ritrovato in sede olimpica.

Nel mese che separa i Trials dai Giochi, Ryun ed il suo staff curano meticolosamente la preparazione fisica, analizzando altresì le condizioni ambientali in cui si svolgerà la gara, arrivando alla conclusione che un tempo al di sotto dei 3’40” netti dovrebbe essere sufficiente a garantire la medaglia d’oro, pur con il vantaggio per Keino della sua abitudine a correre in altura, provenendo dagli altipiani dell’Africa centrale.

Vantaggio che, da parte della federazione Usa, si ritiene possa essere annullato dal fatto che il 28enne keniano si presenta alle batterie dei 1.500 del 18 ottobre dopo aver partecipato il 13 alla gara dei 10.000 metri, pur ritirandosi prima della fine, ed aver comunque corso il 15 le batterie ed il 17 la Finale dei 5.000, conquistando la sua prima medaglia olimpica, piazzandosi alle spalle del tunisino Mohamed Gammoudi al termine di una entusiasmante volata.

Tanto più che la prova dei 1.500 prevede, in tre giorni consecutivi, batterie, semifinali e finale, con Ryun a confortare sul proprio stato di forma facendo registrare il miglior tempo in batteria con 3’45”80 rispetto al 3’46”96 con cui Keino si aggiudica la prima serie, così come il giorno dopo allorquando, inseriti entrambi nella seconda delle due semifinali, è l’americano a prevalere in una gara tattica, precedendo il rivale sul traguardo in 3’51”25 rispetto al 3’51”50 del keniano.

Il pomeriggio del 20 ottobre 1968, sui dodici partecipanti all’atto conclusivo, solo due sono di colore, il più volte ricordato Keino ed il proprio connazionale Benjamin Jipcho, che si rivela fondamentale nella strategia di gara studiata dagli africani per fiaccare la resistenza del primatista mondiale, mentre l’Europa punta sull’argento di Tokyo ’64, il cecoslovacco Josef Odlozil, nonché sulla temibile coppia tedesca formata da Bodo Tummler ed Harald Norpoth, classificatisi rispettivamente al primo e terzo posto agli Europei di Belgrado ’66.

Ed, alla partenza, la tattica predisposta dal team keniano si mette in pratica, con Jipcho ad imprimere alla gara un ritmo elevato, tanto da passare sotto i 56” netti ai 400 metri, un’andatura difficilmente sostenibile in tali condizioni ambientali soprattutto da parte degli europei, mentre Ryun si mantiene nelle posizioni di coda fidandosi della sua previsione di concludere la prova intorno ai 3’39” netti.

Con un quartetto composto dai due keniani e dai due tedeschi a staccarsi leggermente dal resto del gruppo, è Keino a prendere decisamente l’iniziativa al passaggio agli 800 metri (cronometrato in 1’55”3), per poi transitare alla campana dell’ultimo giro con buon margine su di un terzetto formato da Tummler, Norpoth ed il britannico John Whetton, mentre Ryun si trova da solo al quinto posto nel tentativo di ricucire lo strappo, ed iniziando a rendersi conto di aver fatto male i propri calcoli.

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Keino precede Jim Ryun nella finale olimpica 1968 – da nytimes.com

Ai 300 metri dall’arrivo Ryun raggiunge Whetton, per poi lanciarsi all’attacco della coppia tedesca che scavalca all’ingresso dell’ultima curva, quando però il distacco dal leader è oramai incolmabile, visto che Keino non mostra alcun segno di cedimento, andando così a trionfare nel nuovo record olimpico di 3’34”91, un tempo di tutto rispetto considerata l’altitudine, mentre a Ryun resta la consolazione dell’argento davanti al tedesco Tummler (3’37”89 a 3’39”08 rispettivamente).

Assediato dai media dopo la gara, Ryun respinge le accuse, così commentando l’esito della finale: “Avevamo previsto che correre in 3’39” sarebbe stato sufficiente per vincere ed io sono andato al di sotto di tale tempo, facendo del mio meglio e con la convinzione che se la gara si fosse disputata a livello del mare avrei vinto; se qualcuno sostiene che la mia prova sia stata deludente, ciò vuol dire non riconoscere i giusti meriti a Keino, che ha disputato una gara eccellente, come confermato dal record olimpico realizzato”.

L’amarezza per l’oro sfumato, fa sì che Ryun riduca le sue presenze in pista negli anni a venire a beneficio degli studi universitari – circostanza che lo fa scivolare, dopo il secondo posto alle spalle di Keino nel ranking mondiale del ’68, in settima posizione nel ’69 ed in sesta nel ’71 – per poi ripresentarsi in buone condizioni di forma nel ’72 in vista dell’appuntamento olimpico di Monaco ’72, stagione in cui fa registrare il suo “personal best” sui 5.000 metri in 13’38”2 il 20 maggio e corre il suo terzo miglior tempo di sempre sul miglio il 29 luglio a Toronto in 3’52”8 e che, all’epoca, era altresì la terza miglior prestazione assoluta, dopo aver staccato il pass per i Giochi bavaresi facendo sua la gara dei 1.500 metri ai Trials di Eugene in 3’41”5.

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Jim Ryun si aggiudica i Trials di Eugene 1972 – da competitor.com

Appuntamento a cinque cerchi che propone sin dalle batterie l’occasione per una rivincita, dato che sia Ryun che Keino sono inseriti nella quarta serie, ma ancora una volta la sorte volta le spalle all’americano che, urtato dal senegalese Billy Fordjour a 500 metri dall’arrivo, pur rimettendosi in piedi e concludendo la prova, non può andare avanti nella competizione, nonostante l’appello della Federazione Usa che viene respinto ancorché il Comitato Olimpico avesse confermato il danno subito dal non certo fortunato atleta, per il quale cala il sipario sulla propria attività agonistica, la cui ultima immagine lo immortala mentre viene consolato dal suo acerrimo, ma leale, avversario Keino, il quale, dal canto suo, non riuscirà a bissare l’oro di Città del Messico, beffato in volata dal finlandese Pekka Vasala.

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Ryun consolato da Keino a Monaco 1972 – da gettyimages.it

Unica consolazione per Ryun, la durata dei propri record mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, proseguita sino al 1974, per quanto riguarda il primo, migliorato dal tanzaniano Filbert Bayi in occasione dei “Commonwealth Games” di Christchurch ’74, quando copre la distanza in 3’32”16, e con lo stesso atleta a far suo, il 17 maggio ’75, anche il primato sul miglio, correndo in 3’51”0, un solo 0”1 decimo meglio dell’americano che, come molti altri mezzofondisti della storia dell’atletica, ha dato il meglio di sé nel far registrare record, piuttosto che conquistare medaglie…

BETTY CUTHBERT ED UN TRIS D’ORO UNICO NELLA STORIA

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Betty Cuthbert – da hefamouspeople.com

articolo di Giovanni Manenti

Per spiegare gli exploit sportivi, non tanto di un singolo atleta, ma di un intero paese, è buona norma rapportarsi al periodo ed alle condizioni storico politiche che li hanno generati.

Uno di questi, tra i più tragici, è stato senza alcun dubbio l’evento bellico costituito dalla Seconda Guerra Mondiale, dal quale l’Europa intera – sia dalla parte dei vittoriosi che, a maggior ragione, degli sconfitti – ne è uscita distrutta, al pari del Giappone in Estremo Oriente, e le conseguenze si ripercuotono in occasione delle prime Olimpiadi del dopoguerra.

Una nazione che, viceversa, è stata coinvolta in maniera limitata da tale catastrofe umana, è l’Australia che, difatti, vede incrementarsi il proprio bottino di medaglie, anche in vista dell’organizzazione dei Giochi di Melbourne ’56, assegnati dal CIO nella sessione svoltasi a Roma nell’aprile 1949.

Ed, in particolare, il paese oceanico riesce ad affermarsi nella disciplina regina dei Giochi, vale a dire l’atletica leggera, dove prima di allora poteva contare solo sulla vittoria di Anthony Winter nel salto triplo alle Olimpiadi di Parigi ’24, eccezion fatta per la doppietta di Edwin Teddy Flack sugli 800 e 1500 metri nell’edizione inaugurale di Atene ’96, di elevato valore storico, ma alquanto minore dal lato sportivo.

Ecco quindi, che alla riaccensione della fiaccola olimpica nello stadio Wembley di Londra, gli atleti “aussie” se ne tornano a casa con il più pingue bottino (13 medaglie) sinora ottenuto dall’ideazione dei Giochi, e di cui la parte del leone la fa proprio l’atletica con 6 medaglie – un oro, tre argenti e due bronzi – che vedono eccellere, in campo maschile, i saltatori, con John Arthur Winter oro nel salto in alto, mentre Theodore William Bruce e George Avery salgono sul secondo gradino del podio, rispettivamente nel salto in lungo e nel salto triplo.

Ma è una ragazza, Shirley Strickland, a mettersi maggiormente in evidenza, con il bronzo conquistato sia sui 100 metri piani che sugli 80hs, nonché il contributo fornito all’argento nella staffetta 4×100, giunta a ridosso dell’Olanda trascinata dalla “mammina volanteFrancina Blankers-Koen.

Proprio le imprese della Strickland (successivamente maritata de la Hunty nel 195), consentono una sino a tale epoca inusuale impennata dell’atletica leggera a livello femminile nel paese australe, tant’è che quattro anni dopo – essendosi nel frattempo aggiudicata l’oro sugli 80hs ai “Commonwealth Games” di Auckland ’50, nonché l’argento sulle 100 e 220yds, in entrambi i casi dietro alla connazionale Marjorie Jackson – la Strickland de la Hunty mette tutte d’accordo ai Giochi di Helsinki ’52 facendo suo l’oro sugli 80hs e togliendo con 10”9 il record mondiale alla Blankers-Koen, mentre la ricordata Jackson, dal canto suo, si conferma come dominatrice delle corse piani anche a livello assoluto, imponendosi con largo margine sia sui 100 che sui 200 metri, ed eguagliando, sulla più breve distanza, il primato di 11”5 della Blankers-Koen.

Le notizie delle imprese in terra finnica – con l’unica defaillance nella staffetta 4×100 dove, dopo aver stabilito in batteria il primato mondiale con 46”1, il quartetto australiano si smarrisce in finale giungendo non meglio che quinto in 46”6 – devono essere servite indubbiamente da stimolo per una, all’epoca, quattordicenne nativa del Nuovo Galles del Sud, tale Elizabeth “Betty” Cuthbert, che è la protagonista della nostra storia odierna.

Nata a Merrylands il 20 aprile 1938, la Cuthbert viene introdotta all’atletica all’età di 8 anni da una sua insegnante scolastica, June Ferguson, che allena alla “Western Suburbs Athletic Club” e che se ne prende cura avendone intuite le grandi potenzialità.

Fisicamente ben strutturata – è difatti alta m.1,69 per 57 chili – Betty corre in maniera spontanea e naturale con due particolari caratteristiche, la prima di gareggiare con la bocca spalancata e la seconda di tenere le ginocchia alte durante l’andatura, difetto quest’ultimo, se così vogliamo chiamarlo, che la Ferguson si guarda bene dal correggere, rendendosi conto che ciò andrebbe a scapito della velocità di base dell’atleta, e concentrandosi, al contrario, nel migliorare la partenza e facendo leva sulla concentrazione, spiegando alla giovane allieva come “se hai tempo di pensare mentre corri le 100yds, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce …!!”.

Gli insegnamenti producono effetti inaspettati allorquando, il 16 settembre ’56, in una gara sui 200 metri di preparazione in vista dei Trials olimpici, la Cuthbert, nonostante fosse riluttante a schierarsi ai blocchi di partenza, si impone in 23”2 strappando alla Jackson il primato mondiale e candidandosi così per conquistare un posto alle selezioni per i Giochi di Merlbourne .

Nonostante che la Jackson si fosse ritirata dopo essersi confermata sulle 100 e 220yds ai “Commonwealth Games” di Vancouver ’54, la concorrenza resta elevata, in quanto, oltre alla Strickland sui 100 metri – dove aveva l’anno prima tolto alla Jackson il record mondiale correndo in 11”3 – c’è da fare i conti con Marlene Mathews, la quale aveva dovuto rinunciare per infortunio alle Olimpiadi di Helsinki, ma è tornata nuovamente ai vertici della specialità.

Comunque, il verdetto dei Trials non dà adito a sorprese, con Cuthbert e Mathews a staccare il biglietto per entrambe le prove dei 100 e 200 metri, cui si uniscono la Strickland sulla più breve distanza e Norma Crocker sulla più lunga, con ciò alimentando le speranze per una doppia vittoria da parte degli organizzatori dei Giochi, visto che l’Australia poteva schierare su entrambe le distanze le rispettive detentrici del record mondiale.

La prima gara in programma, come di prassi, sono i 100 metri in cui, diversamente a quanto avviene ai giorni nostri, sono previste batterie e semifinali il 24 novembre e la finale due giorni dopo, e l’inizio è in chiaroscuro per la Nazione ospitante, in quanto la primatista mondiale Strickland viene eliminata in batteria, risentendo della non più tenera età avendo superato la trentina, ma, d’altro canto, Mathews e Cuthbert migliorano una dietro l’altra il record olimpico, fissandolo una prima volta ad 11”5 e subito dopo ad 11”4.

In semifinale, a turbare i sogni dei dirigenti e tecnici australiani, spunta un nome a sorpresa, sotto forma della tedesca Christa Stubnick che precede la Cuthbert (11”9 a 12”0) nella prima serie, mentre la Mathews si aggiudica la seconda in 11”6, presentandosi come la favorita per la medaglia d’oro all’atto conclusivo.

Ma i due giorni di riposo sono più che sufficienti alla Cuthbert per ritrovare la giusta concentrazione e, quando lo starter dà il via alla finale alle 17,20 del 26 novembre ’56, la sua falcata imperiosa non dà scampo alle avversarie, prendendo la testa della gara sin dall’avvio per non cederla più ed andare a trionfare in 11”5, con la Stubnick nettamente battuta, ma pur sempre capace di resistere al ritorno della Mathews e garantirsi così la medaglia d’argento, pur se accreditate del medesimo tempo di 11”7.

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La Cuthbert vittoriosa sui m.100 piani a Melbourne 1956 – da theroar.com.au

Toltosi, per così dire, il dente, la Cuthbert deve ora difendere il proprio ruolo di grande favorita sulla doppia distanza, data la veste di primatista mondiale, e l’autorità con cui, il 29 novembre, si impone in 23”5 in batteria ed in 23”6 in semifinale, sembra non poter lasciare scampo alle avversarie in vista della finale prevista per il giorno successivo.

Pronostico che viene pienamente rispettato, con la Cuthbert posta in quinta corsia con all’esterno la ricordata Stubnick a farle da punto di riferimento e, in una sorta di caccia di gatto al topo, fa sfogare la rivale in avvio per affiancarla all’uscita della curva e quindi produrre una irresistibile progressione in rettilineo, tale da consentirle di vincere con ampio margine nel nuovo record olimpico di 23”4 nel mentre la composizione del podio è identica a quella dei 100 metri, con Stubnick argento e Mathews bronzo.

Neppure il tempo di rifiatare che l’indomani, ultima giornata di gare per l’atletica, sono in programma batterie e finale della staffetta 4×100 dove, a sorpresa, non viene inserita la Mathews, giudicata dai tecnici non adatta a tale prova per le sue difficoltà nei cambi, mentre ne fa parte la Strickland che, a propria volta, ha confermato sugli 80hs l’oro di quattro anni prima ad Helsinki.

Vi è quindi per il quartetto australiano – composto da Cuthbert, Crocker, Strickland e Mellor – la possibilità di fare cappotto nelle quattro prove di velocità (100 e 200 piani, 80 ostacoli e staffetta), alla stessa stregua di quanto era stata capace di fare, da sola, l’olandese Blankers-Koen a Londra ’48 e che era sfuggito loro ad Helsinki solo per la scialba prova in finale proprio della staffetta.

Che non sia comunque un’impresa facile, lo dimostra la prima delle due semifinali, quando le australiane riescono di un soffio a precedere il quartetto tedesco (45”00 a 45”07 come rilevamento elettronico), venendo entrambe accreditate del tempo di 44”9 che migliora il 45”1 del record mondiale detenuto proprio dalle tedesche, le quali, nella finale di poco meno di un’ora e mezza dopo, pasticciano alla stessa stregua di quanto commesso dalle australiane in terra finlandese, chiudendo staccatissime al sesto ed ultimo posto in 47”2.

Con le principali avversarie fuori gioco, tocca al quartetto britannico cercare di rompere le uova nel paniere al tentativo di “cappotto” australiano, ma ancora una volta è la Cuthbert a mettere le cose a posto allorquando, ricevuto il testimone in seconda posizione, dapprima supera di slancio la Armitage e quindi resiste al disperato ritorno della stessa, con entrambi i quartetti a scendere sotto il limite mondiale stabilito meno di due ore prima, chiudendo rispettivamente in 44”5 e 44”7, un divario che non rispecchia quanto più correttamente indicato dal rilevamento elettronico, che certifica un distacco di appena 0”05 centesimi (44”65 a 44”70), con il bronzo appannaggio degli Stati Uniti, per i quali gareggia la sedicenne Wilma Rudolph che, quattro anni dopo a Roma, sarà in grado di ripetere la medesima impresa delle Cuthbert.

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La Cuthbert conclude vittoriosa la staffetta 4×100 – da pinterest.com

Cuthbert che, a Giochi conclusi, viene etichettata dai “media” come “Golden Girl” (“Ragazza d’oro”) e che, con un sottile gioco di parole, verrebbe da dire aver lasciato tutti a bocca spalancata proprio come lei disputa le sue gare, ma la 18enne “Betty” ha ancora in serbo una importante carta da giocare e con la quale riuscirà ancor più a strabiliare.

Oramai una celebrità nel “Paese dei canguri”, la Cuthbert deve subire la voglia di riscatto della Mathews (nel frattempo maritata Willard), la quale si aggiudica sia le 100 che le 220yds ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58, con la 20enne campionessa olimpica ai margini del podio sulla più breve distanza e sorprendentemente sconfitta (23”65 a 23”77) sulle 220yds, nonché del quartetto inglese, il quale, facendo suo l’oro nella staffetta 4x110yds, stabilisce anche il record mondiale di 45”37.

Ma per la Cuthburt sono gli appuntamenti a cinque cerchi quelli a cui fare riferimento e, in vista dei Giochi di Roma, sembra potersi confermare, quantomeno sulla più lunga distanza, eguagliando il 7 marzo ’60 il proprio primato di 22”3, ma la pista dell’Olimpico non le porta fortuna, venendo eliminata nei quarti della gara sui 100 metri, procurandosi uno stiramento muscolare che la elimina dalle competizioni, privando così il pubblico di una attesissima sfida sui 200 metri con l’americana Wilma Rudolph, la quale si aggiudica la prova con il tempo di 24”13, largamente superiore al limite mondiale dell’australiana.

La delusione induce la Cuthbert a ritirarsi dalle scene, decisione peraltro di breve durata, in quanto la si rivede in pista a fine novembre ’62 ai “Commonwealth Games” di Perth, in cui, oltre a contribuire, quale ultima frazionista, all’oro del quartetto australiano nella staffetta 4x110yds, si accorge, al contrario, di aver perso competitività nello sprint, giungendo non meglio che quinta sulle 220yds con un tempo di 24”80 quasi umiliante per lei.

Tale circostanza la consiglia di provare una nuova esperienza sul giro di pista, ed i riscontri durante la stagione ’63 sono incoraggianti, visto che migliora a due riprese il record mondiale sulle 440yds, ma un infortunio al piede destro ne condiziona la preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, dove la gara dei 400 metri piani è inserita per la prima volta nel programma di atletica femminile.

Riuscitasi comunque a qualificare per i Giochi, la Cuthbert non sembra peraltro al “top” della forma una volta giunta in Giappone, qualificandosi per la finale con il quarto tempo, mentre i favori del pronostico vanno alla sovietica Maria Itkina – campionessa europea sulla distanza sia a Stoccolma ’58 che a Belgrado ’62 – nonché, soprattutto, alla 22enne inglese Ann Packer, che nella prima delle due semifinali ha preceduto proprio l’australiana siglando il record olimpico in 52”7.

Rispetto alle sue avversarie, la Cuthbert ha il vantaggio di una superiore velocità di base, provenendo dallo sprint veloce, tutto sta a vedere se riuscirà a tenere nella parte finale del mai tanto giustamente definito “giro della morte” e, difatti, la sfida si snoda secondo tale canovaccio, con l’australiana a godere del vantaggio della seconda corsia, avendo così come punti di riferimento la connazionale Judy Amoore, in terza, la Itkina, in quinta, e la Packer, in sesta.

Partita forte in avvio, la Cuthbert annulla in breve tempo il decalage nei confronti delle avversarie, con l’unica eccezione della Packer che le tiene testa all’esterno, ma comunque presentandosi con oltre un metro di vantaggio all’uscita dell’ultima curva e contenere sul rettilineo finale il disperato tentativo di rimonta dell’inglese e concludere – in apnea ed a bocca aperta come al solito, anche se le ginocchia non sono più così alte come nelle gare di sprint – fermando il cronometro sul tempo di 52”0 netti che migliora il fresco primato olimpico della Packer, anch’essa scesa sotto il proprio limite concludendo la prova in 52”2, mentre le altre chiudono staccatissime.

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La Cuthbert vince i m.400 ai Giochi di Tokyo 1964 – da abc.net.au

Questa volta la carriera di “Betty” è davvero conclusa, e d’altronde meglio non si sarebbe potuta aspettare, visto che, a tutt’oggi, resta la sola atleta di ambo i sessi a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica in tutte e tre le prove di velocità piana – 100, 200 e 400 – mentre la polacca Szewinska vanta i successi sui 200 a Città del Messico ’68 sui 200 ed a Montreal ’76 sui 400, ma solo il bronzo sui 100 sempre nell’edizione messicana dei Giochi.

C’è poco da dire, più “Golden Girl” di così ….

WLADYSLAW KOZAKIEWICZ E QUELL’ESULTANZA NON PROPRIO OLIMPICA

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L’esultanza smodata di Kozakiewicz – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, quando i responsabili del Network americano NBC decisero di ridurre, a causa del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980, il proprio impegno nel trasmettere l’evento, inviando nella capitale moscovita appena 56 giornalisti accreditati per consentire la trasmissione di “highlights“, ancorché a carattere quotidiano, avessero potuto immaginare cosa avvenne quel pomeriggio del 30 luglio durante la finale del salto con l’asta, forse avrebbero potuto cambiare idea.

La specialità è peraltro un po’ in ribasso negli Stati Uniti, dopo l’oro di Bob Seagren a Città del Messico 1968, con lo stesso Seagren argento a Monaco 1972 dietro al tedesco orientale Wolfgang Nordwig, mentre nell’edizione di Montreal 1976 il favorito Dave Roberts si era dovuto accontentare dell’ultimo gradino del podio, superato, per un minor numero di errori, dal polacco Slusarski e dal finlandese Kalliomaki.

L’assenza degli americani, pertanto, non influenza più di tanto la qualità tecnica della gara in sede olimpica – pur se Mike Tully si era aggiudicato le due prime edizioni della Coppa del Mondo di Düsseldorf 1977 e Montreal 1979 – in quanto partecipano alla stessa, oltre al citato campione olimpico in carica Tadeusz Slusarski, il connazionale Wladyslaw Kozakiewicz e i due francesi Thierry Vigneron e Philippe Houvion, che nel corso della stagione hanno spodestato l’americano Dave Roberts dal trono di leader mondiale, facendo a gara a superarsi dapprima con Kozakiewicz che sale a m.5,72 a maggio, poi con Vigneron che in giugno valica per due volte l’asticella a m.5,75 ed infine con Houvion che, a soli 15 giorni dall’inizio dei Giochi, fissa il record mondiale a m.5,77.

I sovietici, dal canto loro, non schierano il campione europeo di Praga 1978, Vladimir Trofimenko, affidandosi ad un terzetto composto dal ventenne Konstantin Volkov, Sergej Kulibaba ed Yuri Prokhorenko, con quest’ultimo che però manca l’accesso alla finale fallendo tutti e tre i tentativi a sua disposizione in qualificazione.

Come di consuetudine, la gara di salto con l’asta vede gli atleti passare alcune quote e, quando l’asticella viene posta a m.5,65, sono sei i restanti in gara, con la differenza che Kowakiewicz ed il terzo francese Jean-Michel Bellot vi giungono dopo aver superato la quota di 5,60 (ed entrambi esenti da errori), mentre Slusarski, Volkov (anch’essi senza penalità), Houvion ed il terzo polacco Marius Klimczyk hanno valicato l’asticella alla misura inferiore di m.5,55 che è risultata, clamorosamente, fatale ad uno dei co-favoriti, il francese Vigneron. 

I 5,65 rappresentano la definitiva scrematura per l’assegnazione delle medaglie, in quanto vengono eliminati Bellot e Klimczyk, con Slusarski, Volkov ed Houvion che superano la misura solo al terzo tentativo, a differenza di Kozakiewicz che prosegue nel suo percorso netto, sentendo di essere nel suo “Giorno dei Giorni“.

Percorso scevro da errori che prosegue anche alla quota di m.5,70, superati alla prima prova e che, viceversa, risultano fatali sia ad Houvion (che dà così l’addio al podio, pagando gli errori commessi alle misure di entrata a 5,25 e 5,45) che a Slusarski, mentre Volkov, dopo aver fallito i primi due tentativi, si riserva la terza prova alla quota superiore di 5,75, hai visto mai…

Tattica questa, usata da Volkov, assai comune nelle gare di salto ed in specie di quello con l’asta, ma che stavolta non produce l’effetto sperato in quanto il giovane russo fallisce il suo unico tentativo, mentre Kozakiewicz prosegue il suo “show personale” superando alla prima prova anche i 5,75 (sei misure valicate tutte al primo colpo!).

Oramai sicuro della medaglia d’oro – con l’argento assegnato a pari merito a Slusarski ed a Volkov – al polacco non resta che aggiungere la classica “ciliegina sulla torta” ad una prestazione eccezionale, sotto forma del tentativo di riappropriarsi del record mondiale, facendo posizionare l’asticella a quota 5,78.

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Il salto record di Kozakiewicz – da gettyimages.com

E qui arriva il “fattaccio“, per il quale occorre premettere come Kozakiewicz fosse stato fatto oggetto – essendo tra l’altro la pedana del salto con l’asta in prossimità delle tribune – di ripetuti fischi da parte del pubblico ad ogni sua prova, nel tentativo poi rivelatosi invano di favorire il pupillo di casa Volkov nella corsa all’oro, fatto sta che, una volta superata alla seconda prova la misura che gli vale il record mondiale (evento che, unito alla medaglia d’oro, era dalle Olimpiadi di Anversa 1920 che non si verificava per la specialità), il polacco non trova di meglio, per scaricare la tensione accumulata, che rivolgere il più classico dei “gesti dell’ombrello“, attirando su di sé critiche, ma anche comprensione per il comportamento molto poco sportivo tenuto dai presenti.

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Kozakiewicz alla cerimonia di premiazione con il compagno Slusarski – da gettyimages.com

Ed anche questa è, se vogliamo, una “Pagina di Storia Olimpica“…

 

EDDY OTTOZ, L’OSTACOLISTA SENZA RIVALI IN EUROPA

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Eddy Ottoz – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

C’era una volta“, è questo l’incipit con cui da bambini ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate e che, in età adulta, abbiamo magari dovuto raccontare noi ai nostri figli se non addirittura ai nostri nipotini.

Da troppo tempo, purtroppo, il “c’era una volta” si addice ai fasti di un’atletica leggera in cui l’Italia la faceva da protagonista ed oggi, viceversa, deve attaccarsi ai garretti logori ed usurati di quell’immenso triplista che risponde al nome di Fabrizio Donato, ultimo in ordine di tempo a conquistare una medaglia olimpica con il bronzo ai Giochi di Londra 2012 dopo l’oro agli Europei di Helsinki nella medesima stagione, ed ancora in grado quest’inverno, a 40 anni suonati, di salire sul podio ai Campionati Europei indoor di Belgrado.

Per ritrovare una medaglia d’oro a livello continentale in pista nel settore maschile, dopo i successi di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ad Amsterdam 2016 e di Daniele Meucci e Stefano Baldini nella maratona (rispettivamente a Zurigo 2014 e Goteborg 2006, quando doppia l’oro di Budapest 1998), nonché di Schwazer nella 20 km. di marcia a Barcellona 2010, bisogna addirittura risalire ai trionfi di Andrea Benvenuti sugli 800 metri e di Alessandro Lambruschini sui 3000 siepi alla rassegna di Helsinki 1994, ben oltre 20 anni fa.

Il “c’era una volta” citato in premessa intende però in questo articolo riferirsi alla crisi nella specialità degli ostacoli, che nel corso degli anni ’60 era, viceversa, terreno di conquista da parte dei nostri atleti, sia sugli ostacoli bassi, vale a dire i 400, che sulla più corta distanza dei 110, dove l’altezza è posta a m.1,067 (pari a 3 piedi e 6 pollici), rispetto ai 762 millimetri (pari a 2 piedi e 6 pollici) del giro di pista.

La dimostrazione della validità del movimento la si ha in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, dopo che agli Europei di Belgrado di due anni prima Salvatore Morale si aggiudica l’oro sui 400 ostacoli eguagliando in 49″2 il primato mondiale dell’americano Glenn Davis, mentre sulla più corta distanza è Giovanni Cornacchia a salire sul podio cogliendo l’argento in 14″ netti, in una finale in cui si piazza quinto l’altro azzurro Giorgio Mazza con 14″3.

Dicevamo di Tokyo, appunto, edizione dei Giochi in cui gli atleti azzurri riescono nell’impresa – mai verificatasi in passato ed altrettanto più realizzata in futuro – di piazzare ben tre finalisti (Eddy Ottoz ed i citati Cornacchia e Mazza) sui 110 ostacoli ed altri due (il ricordato Morale e Roberto Frinolli, che poi diverranno cognati) sul giro di pista.

Ed ecco che entra prepotentemente in scena il protagonista della nostra storia, vale a dire il valdostano Eddy Ottoz, pur se nato in Francia, in Costa Azzurra (a Mandelieu-la-Napoule, per la precisione) ad inizio giugno 1944, colui che è stato e continua ad essere il più valido esponente italiano sugli ostacoli alti, ma andiamo per ordine.

E mentre il 16 ottobre 1964, nella gara dei 400 ostacoli, Salvatore Morale tiene alto l’onore del paese occupando il gradino più basso del podio, giungendo spalla a spalla in 50″1 con il britannico John Cooper, argento nella gara vinta con facilità dal primatista mondiale americano Rex Cawley con 49″6 (e dove Frinolli giunge sesto in 50″7), due giorni dopo è in programma la finale dei 110 ostacoli, alla quale, come detto, vengono ammessi tutte e tre i nostri portacolori, pur se è proprio Ottoz ad incontrare le maggiori difficoltà, giungendo quarto in 14″1 (14″12 elettronico) nella seconda semifinale, peraltro la più impegnativa, data la presenza dei due americani Lindgren e Jones, ed in cui si piazza secondo Cornacchia.

Poco più di 90 minuti sono però sufficienti per Ottoz per recuperare concentrazione ed energie, pur essendo condizionato dalla pioggia battente che non gli consente di indossare gli occhiali a lui necessari per la miopia che lo affligge, e la finale lo vede lottare sin sul filo di lana per un posto sul podio, fallito in 13″84 per soli 0″10 e 0″06 centesimi rispetto all’argento di Lindgren (13″74) ed al bronzo di Mikhaylov (13″78), nella gara vinta da Hayes in 13″67.

Esperienza quanto mai utile per Ottoz, considerata la giovane età di appena 20 anni, che ne fa tesoro al ritorno in Europa e, dopo essersi aggiudicato l’oro alle Universiadi di Budapest 1965, è pronto a ritornare sulla pista della capitale magiara in occasione dell’appuntamento principale dell’anno successivo, vale a dire i Campionati Europei.

Ottoz, al pari dei ricordati Morale e Frinolli, ha avuto anche la fortuna di incontrare un maestro del calibro di Sandro Calvesi, con il quale il connubio è divenuto talmente stretto da diventarne il genero, avendone sposato la figlia Lyana, ma – questioni familiari a parte – i suoi insegnamenti, soprattutto per affinarne il superamento degli ostacoli, sono stati decisivi per i risultati poi ottenuti, in quanto il valdostano era preso ad esempio a livello internazionale per la sua eccellente tecnica, con la quale ovviava ad una non esaltante velocità di base, essendo cronometrato in 10″7 sulla distanza dei 100 metri piani.

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Ottoz, a destra nella foto, assieme al tecnico Calvesi e ad Enio Preatoni – da calvesi.it

E, proprio per cercare di migliorare in questo fondamentale, Ottoz prende parte a marzo 1966 ai Campionati Europei indoor di Dortmund, facendo suo l’oro in 7″7 davanti al britannico Mike Parker ed al tedesco Hinrich John, pronosticati come suoi temibili avversari in occasione della rassegna outdoor.

E ad inizio settembre, ancora una volta i protagonisti dei 110 ostacoli si trovano a disputare le batterie nella giornata in cui si disputa la finale sugli ostacoli bassi e l’Italia può bissare il successo di quattro anni prima a Belgrado, pur cambiando il nome del vincitore, che risponde ora al nome di Roberto Frinolli, il quale fa sua la gara in 49″8 precedendo nettamente il tedesco Lossdorfer, che conclude in 50″3.

Una bella iniezione di fiducia per il clan azzurro e di ulteriore stimolo per Ottoz che non vuol essere da meno del compagno e, difatti, il giorno dopo, 3 settembre, si presenta ai blocchi di partenza della finale – che, come a Tokyo allinea altri due italiani, Cornacchia e Sergio Liani – nelle vesti di favorito, avendo realizzato il miglior tempo in semifinale con 13″7.

Sorteggiato in seconda corsia, con il campione uscente e bronzo olimpico Mikhaylov alla sua sinistra alla corda, allo sparo Ottoz prende decisamente la testa della gara con un ritmo omogeneo che lo porta ad abbattere dolcemente il terzo ostacolo, essere cronometrato in 6″4 al quarto ed in 11″7 al decimo per andare a trionfare ripetendo il medesimo tempo di 13″7 della semifinale, lasciando a debita distanza il temuto tedesco John ed il più quotato francese Marcel Duriez (già sesto a Tokyo), che si classificano nell’ordine pur essendo accreditati del medesimo crono di 14″0, con Mikhaylov, quarto, ad abdicare in 14″1 e gli altri due azzurri, Cornacchia e Liani, rispettivamente quinto e sesto.

En plein per il tecnico Calvesi – con i suoi due “pupilli” Ottoz e Frinolli capaci di aggiudicarsi rispettivamente per 5 (consecutivamente dal 1965 al 1969) e 6 (dal 1963 al 1966 e poi nel 1968 e 1969) volte il titolo di Campione Italiano delle loro singole specialità – ed obiettivo puntato verso i Giochi di Città del Messico 1968 e gli Europei di Atene 1969.

Appuntamenti ai quali Ottoz si prepara affinando sempre più la velocità con il secondo oro consecutivo alla rassegna continentale indoor di Praga 1967, dove fa sua la gara dei 50 ostacoli in 6″4, per poi riscattarsi del quarto posto di Tokyo 1964 conquistando sulla medesima pista il suo secondo alloro alle Universiadi 1967 in 13″9 e quindi salendo per la terza volta sul gradino più alto del podio ai Campionati Europei Indoor di Madrid 1968, edizione in cui copre i 50 ostacoli in 6″52, con un vantaggio imbarazzante sul tedesco Nickel.

E’ ottimista Calvesi, sa che i suoi due ragazzi non lo deluderanno, presentandosi in forma e ben allenati all’appuntamento clou della loro carriera, e le sue previsioni sono ancor più confortate quando il 14 ottobre Frinolli si aggiudica la prima delle due semifinali dei 400 ostacoli eguagliando il record italiano di Morale con 49″2, buon segno in vista dell’atto conclusivo dell’indomani, dove, però paga un dazio enorme all’altitudine ed al tentativo di tener testa all’inglese Hemery, il quale va a trionfare distruggendo in 48″1 il record mondiale, mentre l’azzurro cede di schianto nel rettilineo finale, concludendo in un amaro ottavo ed ultimo posto.

Problemi di altitudine che certo non riguardano una distanza breve come i 110 ostacoli, dove però c’è da confrontarsi con il trio americano uscito dai Trials e composto da Davenport (il quale vuole riscattarsi dopo l’uscita per infortunio a Tokyo), Ervin Hall e Leon Coleman, mentre il resto della compagnia, composto da europei, è pienamente alla portata di Ottoz.

Il quale, memore degli insegnamenti di Calvesi, ha un elevato senso di autocritica rispetto alle proprie prestazioni, in specie per ciò che concerne la partenza e la tecnica di superamento delle barriere e, nonostante si qualifichi per la finale vincendo la propria batteria in 13″5 e replicando lo stesso tempo in semifinale, battuto da Hall che corre in 13″3, non è affatto soddisfatto delle sue prove, soprattutto delle partenze, da lui stesso giudicate lente ed inadeguate se vuol puntare all’oro.

Nelle due ore (dalle 15 alle 17 locali) che distanziano le semifinali e la finale del 17 ottobre 1968, Ottoz riordina le idee ed i muscoli grazie al fedele massaggiatore Palombini, presentandosi ai blocchi di partenza in terza corsia, con Davenport a fianco in quarta, mentre gli altri due “colored” Usa, Hall e Coleman, si schierano rispettivamente in sesta e settima corsia.

La gara è lunga 110 metri, ma si risolve subito in avvio, allorquando Ottoz, nel tentativo di emulare lo scatto bruciante di Davenport arriva con le anche troppo basse sul primo ostacolo (errore tecnico!) che consente all’americano di guadagnare quel mezzo metro di vantaggio che mantiene sin sul traguardo andando a trionfare in 13″33, mentre il tentativo di rimonta di Ottoz si ferma sul gradino più basso del podio, sfuggendogli per soli 0″04 centesimi l’argento, appannaggio di Hall in 13″42 rispetto al 13″46 dell’azzurro, e pazienza se sia l’unico ad evitare la tripletta Usa e che il tempo rappresenti un record italiano che resterà imbattuto per ben 26 anni.

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Ottoz (n. 515) nella finale dei 110 ostacoli di Città del Messico 1968 – da alchetron.com

Ottoz sa che ha sprecato l’occasione della vita, ma riesce a farsene una ragione – “gli ostacoli sono messi lì apposta per crearne degli altri…, riferisce poi filosoficamente in sala stampa – e comunque il suo bronzo resta in ogni caso l’unica medaglia olimpica conquistata da un italiano sui 110 ostacoli e poi c’è un titolo europeo da difendere, l’anno successivo ad Atene.

Senza americani, e con il fatto che anche la finale olimpica lo aveva incoronato nuovamente come miglior europeo, dato che degli altri quattro finalisti del Vecchio Continente il migliore, il tedesco Trzmiel, si era piazzato quinto ad oltre 0″2 decimi di distacco, l’obiettivo è tutt’altro che irrealizzabile, anche se i britannici – quei simpaticoni – schierano sulla più breve distanza due specialisti degli ostacoli bassi, vale a dire Alan Pascoe – che in realtà si cimenterà sul giro di pista in epoca successiva – e nientemeno che il primatista mondiale e già ricordato David Hemery, cui si unisce una giovane promessa transalpina, un 18enne di belle speranze che risponde al nome di Guy Drut.

Esperienza contro rinnovamento, verrebbe da dire, ed Ottoz è ben intenzionato a far valere la prima, imponendosi sia in batteria che in semifinale con il medesimo tempo di 13″8, superando nella seconda circostanza Pascoe, accreditato di 14″0, mentre la seconda serie vede Hemery precedere Drut, pur essendo entrambi cronometrati con lo stesso tempo di 13″8.

Non ci sono margini per il resto dei finalisti, il quartetto uscito dalle eliminatorie è quello destinato a giocarsi le medaglie, con uno di loro a rimanere ai margini del podio ed Ottoz, al suo passo d’addio, non sbaglia assolutamente nulla, imponendosi d’autorità con tanto di record dei Campionati in 13″59, lasciando il duo britannico a debita distanza con Hemery argento in 13″74 e Pascoe bronzo in 13″94, mentre Drut è non meglio che quarto in 14″08, ma avrà modo di rifarsi in seguito.

Cala così il sipario sull’attività agonistica del più grande specialista italiano di ogni epoca sugli ostacoli alti, senza nulla togliere alle più che dignitose carriere di Sergio Liani e Giuseppe Buttari – entrambi per due volte finalisti agli europei – che gli sono succeduti, avendo poi il piacere (non da poco per un padre) di vedere il proprio record italiano migliorato, a 26 anni di distanza, dal figlio Laurent, il quale a fine agosto 1994 copre i 110 ostacoli in 13″42, dopo aver raggiunto la semifinale due anni prima alle Olimpiadi di Barcellona 1992 per poi dedicarsi ai 400 ostacoli, dove ai Giochi di Atlanta 1996 viene eliminato in semifinale pur stabilendo in 48″52 il primato italiano, dopo aver migliorato, il 31 maggio 1995 a Milano, il primato mondiale sulla poco usuale distanza dei 200 ostacoli con 22”55, gara che aveva sempre affascinato il padre.

In una cosa Laurent ha superato papà Eddy, e cioè nel numero di titoli italiani vinti, ben 10 (di cui quattro sui 110 ostacoli – 1990, 1991, 1992 e 1994 – e sei sui 400 ostacoli – 1995, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002), ma se lo chiedete ad Eddy, vi sentirete rispondere che ai suoi tempi c’era una maggior concorrenza, anche solo in patriarcale.

Ah, già, dimenticavamo, “c’era una volta

TAMARA ED IRINA PRESS, I “FRATELLI AL FEMMINILE” DELL’ATLETICA SOVIETICA

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Tamara, a sinistra, ed Irina Press – da genderverification.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Negli ultimi 30 anni, il mondo dell’atletica leggera – sicuramente non casualmente appena si è verificata la caduta del muro di Berlino ed il conseguente crollo del regime comunista sovietico – è stato sconvolto dai numerosissimi casi di doping che hanno portato a riscrivere albi d’oro olimpici e mondiali, nonché a rivisitare le graduatorie delle migliori prestazioni ottenute nelle singole specialità dagli atleti di ambo i sessi.

Giusta precisazione, quella di parlare di “ambo i sessi”, poiché, in passato, le maggiori contestazioni avverso la validità di risultati e primati si fondavano proprio sui dubbi di genere, dei quali i casi più clamorosi furono quelli della polacca naturalizzata americana Stella Walsh, specialista dei 100 metri dove vinse l’oro ai Giochi di Los Angeles 1932 e l’argento quattro anni dopo a Berlino, e della saltatrice in alto tedesca Dora Rutjen – in realtà iscritta all’anagrafe come Heinrich – giunta quarta alle citate Olimpiadi tedesche, ma dubbi vennero levati anche sulle prestazioni dell’americana Mildred “Babe” Didrikson, tre volte medagliata a Los Angeles 1932, anche a causa della sua dichiarata bisessualità.

Ma il caso che più di ogni altro ha fatto discutere in tempi più recenti, soprattutto per il modo in cui si è concluso, è quello delle due sorelle sovietiche Tamara ed Irina Press, entrambe nate a Charkiv nell’Ucraina all’epoca facente parte dell’Urss, a due anni di distanza l’una dall’altra, Tamara il 10 maggio 1937 ed Irina il 10 marzo 1939, capaci, soprattutto la prima, di non avere rivali nel panorama atletico femminile nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 ed il decennio successivo.

Figlie d una famiglia di religione ebraica, perdono il padre durante la seconda guerra mondiale, riuscendo a sopravvivere, assieme alla madre, all’invasione nazista della città che viene per quattro volte persa e riconquistata con tremende battaglie con l’armata Rossa, iscrivendosi poi, ad evento bellico concluso, all’Università di Leningrado, dove hanno modo di mettere in mostra le loro qualità in atletica.

Tamara, un “donnone” di m.1,80 per oltre 100 chili, si specializza nel getto del peso e lancio del disco, senza preferenze di sorta tra le due prove, che pratica con continuità tanto da stabilire sei primati mondiali – dal 1959 al 1965 nel peso e dal 1961 al 1965 nel disco – in entrambe le specialità, per le quali si iscrive a tutte le manifestazioni internazionali a cui prende parte, riuscendo sempre a salire sul podio in ognuna delle stesse.

La sorella minore Irina, viceversa, pur non disdegnando anch’essa qualche digressione nei lanci, dà il meglio di sé, avendo una struttura fisica più ridotta di 168cm. per 75kg., sugli ostacoli – all’epoca previsti sulla distanza degli 80 metri rispetto ai 100 attuali – nonché nel pentathlon, dando prova di una versatilità non comune per il periodo in questione.

L’esordio avviene per entrambe in occasione dei Campionati Europei di Stoccolma 1958, dove per la prima volta Tamara sale sul podio, con il bronzo nel getto del peso – ad un solo centimetro dall’argento della connazionale Tishkyevich – e l’oro nel lancio del disco con la misura di m.53,32 che, pur rappresentando il record della rassegna, è ben lontana dal primato mondiale di m.57,04 della georgiana Nina Dumbadze, che nell’ottobre 1952 aveva scagliato l’attrezzo oltre i 57 metri.

Il biennio successivo vede le due atlete prepararsi vista dell’appuntamento olimpico di Roma 1960, cosa che Tamara fa nel migliore dei modi, migliorando il proprio rendimento nel getto del peso al punto di stabilire, il 26 aprile 1959, il suo primo record mondiale con la misura di m.17,25 – quasi mezzo metro in più del precedente limite della connazionale Galina Zybina, oro ad Helsinki 1952 ed argento a Melbourne 1956 – primato che poi allunga in due meeting svoltisi a Mosca in preparazione dei Giochi, con m.17,42 e m.17,78 rispettivamente il 16 luglio e 13 agosto 1960.

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Le sorelle Press festeggiano i rispettivi record al Meeting di Mosca del luglio 1960 – da blog.guerisportivo.it

Con questo biglietto da visita, non c’è da stupirsi se la poderosa spallata con cui, al secondo tentativo della finale del 2 settembre 1960 sulla pedana dello Stadio Olimpico, Tamara fa cadere il peso a m.17,32 sia sufficiente ad archiviare la gara, visto che le altre due atlete che la accompagnano sul podio – la tedesca Johanna Luttge e l’americana Earlene Brown – raggiungono la loro miglior misura solo all’ultima prova, ma a debita distanza (m.16,61 e 16,42 rispettivamente).

Tre giorni dopo, però, la concorrenza interna è di ben altro spessore – la ex primatista mondiale Zybina si era piazzata nel getto del peso non meglio che settima con un modesto 15,56 – in quanto è rappresentata da quella Nina Romashkova-Ponomaryova, già oro ad Helsinki 1952 con m.51,42 bissato agli Europei di Berna 1954, mentre ai Giochi di Melbourne 1956 si era dovuta accontentare del bronzo ed era quindi desiderosa di riscattarsi.

Non essendosi affrontate a Stoccolma in quanto assente, la Ponomaryova (cognome da sposata), dopo aver chiuso in testa i primi tre lanci di finale, assesta il colpo decisiva alla gara lanciando il disco al nuovo record olimpico di m.55,10 al penultimo tentativo, mentre solo all’ultima prova la Press riesce a dare un senso alla propria gara con un lancio di m.52,59 che le consente di scavalcare il 52,36 ottenuto in apertura dalla rumena Lia Manoliu e fregiarsi della medaglia d’argento.

Che poi Tamara fosse in grado di realizzare la doppietta peso/disco ottenuta nella storia dei Giochi dalla sola francese Micheline Ostermeyer ai Giochi di Londra 1948 è dimostrato dal fatto che, in una riunione post olimpica sulla medesima pedana romana, ottiene, il 12 settembre, il primato mondiale con m.57,15, con ciò rimandando il tentativo a quattro anni più tardi all’edizione giapponese di Tokyo 1964.

La sorella Irina, nel frattempo, e che aveva anch’essa eguagliato il record mondiale sugli 80 ostacoli coprendo la distanza in 10″6 nello stesso meeting di Mosca del 16 luglio 1960, contribuisce a tenere alto il buon nome della famiglia, facendo sua la prova sugli ostacoli alti vincendo la finale in 10″9 dopo aver stabilito il record olimpico in 10″8 in semifinale, fallendo poi una seconda medaglia nella staffetta 4×100, che conclude al quarto posto, a 0″2 decimi dal bronzo delle polacche.

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Irina Press, terza da destra, in azione nella finale degli 80 ostacoli a Roma 1960 – da wikiwand.com

Oramai le due sorelle fanno parte dell’elite dell’atletica al di là della cortina d ferro, e vengono ben sfruttate dal regime sovietico dell’epoca, soprattutto la possente Tamara, la quale nel successivo quadriennio non ha rivali in entrambe le specialità del getto del peso (prima donna a superare la fettuccia dei 18 metri con il 18,55 ottenuto a Lipsia il 10 giugno 1962) e del lancio del disco, dove a distanza di soli 20 giorni, tra l’1 ed il 20 settembre 1961, migliora due volte il proprio limite mondiale (già incrementato a luglio a m.57,43), portandolo dapprima a m.58,06 e quindi sfiorando i 59 metri, facendo atterrare l’attrezzo a m.58,98. 

Non c’è pertanto da stupirsi se, in occasione delle Universiadi – manifestazione ai giorni nostri di modesta importanza, ma che all’epoca aveva un ben diverso valore, soprattutto per i paesi dell’est Europa – di Sofia 1961 e Porto Alegre 1963, così come alla rassegna continentale di Belgrado 1962, Tamara Press sale sul gradino più alto del podio in entrambe le specialità, uguagliando, ai ricordati Campionati Europei nella capitale jugoslava, il proprio primato mondiale di 18,55 nel getto del peso stabilito tre mesi prima.

Ed Irina, dal canto suo, si prepara alla rassegna olimpica di Tokyo eguagliando per due volte nell’arco di 20 giorni, ad agosto 1964, il primato mondiale degli 80 ostacoli coprendo la distanza in 10″5 e presentandosi all’appuntamento a cinque cerchi in tre distinte specialità, iscrivendosi anche al getto del peso ed al pentathlon.

Lo splendido scenario di Tokyo, occasione per il popolo e l’imperatore Hiro Ito di riscattarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale dopo i disastrosi eventi bellici della seconda guerra mondiale, è il palcoscenico ideale per le due sorelle, con Irina ad essere la prima a scendere in pista ed in pedana per le prove del pentathlon, che si svolgono in due giorni, il 16 e 17 ottobre.

Con 10″7 sugli 80 ostacoli, m.17,16 (oltre 2,50 metri in più del secondo miglior risultato!) e m.1,63 nel salto in alto, la Press conduce la classifica al termine della prima giornata con quasi 200 punti (3.245 a 3.055) di vantaggio sulla connazionale Galyna Bistrova, con le britanniche Mary Peters e Mary Rand più staccate, a quota 3.004 e 2.917 punti, rispettivamente.

Ed anche se nella seconda giornata la Rand riesce a far sue entrambe le prove del salto in lungo e dei 200 metri, le buone risposte della Press le consentono di conquistare l’oro con il record mondiale di 5.246 punti, con la britannica che può consolarsi con l’argento superando anch’essa “quota 5.000” per una sconfitta maturata esclusivamente dall’esito del getto del peso, dove la sovietica aveva preso un vantaggio abissale di ben 384 punti.

Tocca ancora alla minore della due sorelle scendere in pista il giorno seguente per le batterie degli 80 ostacoli, qualificandosi senza problemi per le semifinali e finale in programma il 19 ottobre, quando è di scena anche Tamara nel lancio del disco, non riuscendo stavolta a bissare l’oro dell’estate romana, finendo ai margini del podio in uno dei più serrati arrivi della storia, con le prime tre accreditate dello stesso tempo di 10″5 e la vittoria assegnata solo al fotofinish alla tedesca Karin Balzer rispetto alla polacca Ciepla ed all’australiana Kilborn.

Nell’intervallo intercorrente tra la disputa delle semifinali (14,00 ore locali) e la finale – in programma alle 15,20 – sulla pedana del disco Tamara si trova in non poche difficoltà, avendo chiuso i primi tre lanci di finale al terzo posto con una miglior misura di m.55,38 mentre la tedesca Ingrid Lotz aveva piazzato al primo tentativo un lancio di m.57,21 che gli vale il nuovo record olimpico e la sempre valida rumena Manoliu a replicare con m.55,90.

Le cose peggiorano al quarto lancio, con la Manoliu che allunga superando quota 56 metri, e solo alla penultima prova la sovietica riesce a trovare la giusta coordinazione per scagliare l’attrezzo a m.57,27, appena 6 centimetri in più della rivale tedesca, la quale salva l’argento dal disperato tentativo della rumena che si migliora ancora sino a m.56,97 misura sufficiente solo a farle occupare il gradino più basso del podio.

Per completare il “tris d’oro familiare“, manca ora il solo getto del peso, prova alla quale le sorelle Press partecipano entrambe e, stavolta, la supremazia della più anziana Tamara rispetto al resto del lotto è disarmante, migliorando sin dal primo lancio il suo stesso record olimpico di quattro anni prima a Roma, con la misura di m.17,51 incrementata a m.17,72 alla seconda prova, e come la tedesca Renate Culmberger si avvicina pericolosamente con una spallata di m.17,61 al quarto tentativo, ecco Tamara piazzare la ciliegina sulla torta con il suo terzo record olimpico di m.18,14 ottenuto all’ultimo lancio, mentre Irina conclude dignitosamente con un sesto posto le sue fatiche olimpiche.

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Tamara Press in azione nel getto del peso a Tokyo 1964 – da theolimpyans.co

Orgogliosamente celebrate in patria come vere e proprie “eroine dello sport sovietico“, nel settore occidentale cominciano però a farsi sempre più insistenti le voci che nutrono dubbi sulla loro effettiva appartenenza al genere femminile, tanto da essere sarcasticamente definite come “i fratelli Press” da parte dei media, ritenendo che le loro prestazioni siano influenzate dalla presenza di ormoni maschili.

Le speculazioni su tale presunta differenza di sesso prendono anche spunto dal loro aspetto fisico, indubbiamente con tratti più maschili che femminili, e le proteste in tal senso giungono sul tavolo della IAAF proprio mentre nel corso del 1965, anno in cui Irina dapprima eguaglia in 10″4 il primato mondiale sugli 80 ostacoli per poi divenirne unica detentrice coprendo la distanza in 10″3 il 24 ottobre a Tblisi, e la sorella Tamara non è da meno, sfiorando la barriera dei 60 metri nel lancio del disco con m.59,70 l’11 agosto a Mosca ed aggiungendo 4 centimetri al proprio record nel getto del peso, portato a m.18,59 a Kassel il 19 settembre 1965.

Ce n’è abbastanza perché, su sollecitazioni e pressioni da parte delle altre Nazioni (Stati Uniti in testa, ovviamente), la Federazione Internazionale decida di instaurare controlli sul sesso delle atlete a fare tempo dai Campionati Europei in programma a Budapest 1966, rassegna continentale dalla quale sia Tamara che Irina, rispettivamente di 29 e 27 anni all’epoca, improvvisamente si ritirano, ponendo fine alla loro attività agonistica.

La propaganda di regime è pronta alla dichiarazione di circostanza che tale abbandono è da porre in relazione alla necessità, per le sorelle, di far ritorno alla città di origine per assistere la madre malata, ma l’annuncio del ritiro giunto a poche settimane dalla rassegna continentale lascia non pochi dubbi al riguardo, alimentati dal fatto che nessuna delle due gareggia più in seguito e che non si sono mai sottoposte ad alcun test in merito.

Successivamente alla cessazione dell’attività sportiva, Irina entra nel KGB e viene assegnata al reparto delle Guardie del Corpo, prima di spegnersi il 21 febbraio 2004 a pochi giorni dal compimento del 65esimo compleanno, mentre Tamara si laurea in ingegneria civile, scrivendo anche molti libri su detta materia e, il prossimo 10 maggio, taglierà il traguardo degli 80 anni.

In mancanza, pertanto, di prove certe, i legittimi dubbi – da ambo le parti – restano, ed il segreto sulla loro effettiva femminilità se lo porteranno nella tomba, ma, come era uso dire qualcuno… “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca spesso!!!.

RENALDO NEHEMIAH, IL FENOMENO VITTIMA DEL BOICOTTAGGIO

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Nehemiah alla Maryland University, 1978 – da gettyimages.co.uk (James Drake)

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio della decade successiva, emergono negli Stati Uniti – Paese in cui notoriamente proliferano specialisti degli ostacoli – due autentici fenomeni che contribuiscono a riscrivere la storia dei primati, sia sui 110 che sui 400hs, contribuendo a lanciare dette prove in un’era moderna.

Il più famoso dei due, non occorre ricordarlo, è Edwin Moses, il quale, oltre a migliorare quattro volte il record mondiale sugli ostacoli bassi, dal 47″64 ai Giochi di Montreal 1976 sino al 47″02 di Coblenza del 31 agosto 1983, risulta pressoché imbattibile nell’arco di un decennio, nel corso del quale vince 122 gare consecutive, bissando a Los Angeles 1984 l’oro di Montreal e salendo sul gradino più alto del podio alle due prime edizioni dei Campionati Mondiali – Helsinki 1983 e Roma 1987 – per poi chiudere una irripetibile carriera con il bronzo olimpico di Seul 1988.

Ma se Moses ha avuto la pazienza di attendere, pur con l’amarezza del mancato scontato oro ai Giochi di Mosca 1980, prolungando la sua attività atletica, diversa scelta compie l’altro fenomeno degli ostacoli alti, vale a dire il forse meno conosciuto Renaldo Nehemiah, colui che ha rivoluzionato la specialità dei 110hs.

Con l’handicap di essere di quattro anni più giovane di Moses, essendo nato a Newark, nel New Jersey, il 24 marzo 1959, Nehemiah non ha l’età per competere agli Olympic Trials che designano i tre rappresentanti americani per le Olimpiadi di Montreal 1976, così come, l’anno seguente, è il vincitore delle citate selezioni, Charlie Foster, a rappresentare gli Usa nella prima edizione della Coppa del Mondo di atletica leggera a Duesseldorf, stagione in cui, completando gli studi alla “High School“, il 18enne si laurea campione nazionale juniores, venendo nominato “atleta dell’anno” a livello di scuola media superiore.

E’ talmente superiore ai suoi compagni che il suo allenatore, Jean Poquette, lo costringe a gareggiare con gli ostacoli posti all’altezza di 42 pollici (1,067 metri) in uso tra i seniores, rispetto ai 39 (pari ad un metro) di riferimento per gli juniores, con i quali viene cronometrato in 12″9 sulla distanza metrica dei 110hs.

Per proseguire l’attività agonistica, Nehemiah si iscrive all’Università del Maryland, una scelta in parte dovuta alla vicinanza alla famiglia, ma anche determinata dal fatto che all’Università del Tennessee, dove avrebbe voluto proseguire gli studi, non gli era stata garantita una borsa di studio, circostanza che lo stesso ostacolista ebbe successivamente a motivare con fatto che… “non ritenevano che potessi migliorare, in quanto pensavano che, avendo fatto così bene nella high school, io avessi raggiunto il massimo delle mie potenzialità …”.

Scelta, comunque, che si rivela quanto mai giusta, stante che ad UMD Nehemiah poteva contare su di un eccellente programma di gare, uno dei migliori della costa orientale, ed i risultati si vedono sin dal suo primo anno al College, quando stabilisce in 13″27 il record mondiale juniores in semifinale ai Campionati NCAA di Eugene 1978, pur venendo sconfitto in finale da Greg Foster, ma aggiudicandosi due settimane dopo il titolo nazionale assoluto, per poi sbarcare in Europa per partecipare a diversi meeting.

Ed è così che, il 16 agosto 1978, Nehemiah fa la sua prima conoscenza con la magica pista del “Letzigrund” di Zurigo in occasione del “Weltklasse, il meeting in assoluto di maggior prestigio del panorama continentale, vincendo la sua gara con il riscontro cronometrico di 13″23 che migliora di 0″04 centesimi il proprio primato mondiale juniores – e che a tutt’oggi risulta la seconda miglior prestazione di sempre per la categoria, superata solo nel 2002, a 24 anni di distanza, dal 13″12 del cinese Liu Xiang – che gli vale la prima posizione nel ranking di fine anno stilato dalla rivista specializzata “Track & Field News“, la quale cura detta classifica sin dal 1947.

Con il record mondiale appartenente al cubano Alejandro Casanas con 13″21 stabilito il 21 agosto 1977 alle Universiadi di Sofia, sono in molti a ritenere che lo stesso abbia le ore contate nel primo anno da seniores di Nehemiah, il quale conferma tale previsione migliorandolo in due occasioni, la prima il 14 aprile 1979 a San José, correndo la distanza in 13″16 e la seconda poco più di 20 giorni dopo, il 6 maggio a Westwood, quando per poco non riesce ad abbattere la barriera dei 13″ netti, facendo fermare il cronometro sui 13″00.

Nella sua veste di primatista mondiale, Nehemiah è il logico selezionato per la seconda edizione della Coppa del Mondo di atletica, in programma a fine agosto a Montreal e, sulla pista che aveva visto trionfare tre anni prima Edwin Moses sul giro di pista in occasione dei Giochi Olimpici – ed il quale, per quanto ovvio, si ripete anche nella presente occasione – il 20enne ostacolista coglie quello che sarà l’unico suo successo in carriera in manifestazioni internazionali, mettendo in fila il tedesco est Thomas Munkelt ed il già citato ex primatista mondiale Casanas.

Un arrivo quanto mai profetico, dato che Nehemiah è l’assoluto favorito e pretendente alla medaglia d’oro per le successive Olimpiadi di Mosca 1980, se non fosse che l’assurdo – e successivamente rivelatosi assolutamente inutile – boicottaggio dei Giochi decretato dal Presidente Usa Jimmy Carter gli nega questa chance, nonostante si fosse qualificato agli Olympic Trials, ugualmente disputati nel caso di un ripensamento dell’ultimo minuto poi non verificatosi, vincendo la selezione in un tranquillo 13″26, dovendo poi assistere impotente davanti alla Tv alla vittoria per un solo 0″01 centesimo proprio di Munkelt su Casanas, da lui sconfitti l’anno prima a Montreal, con i rispettivi tempi di 13″39 e 13″40.

E ben magra consolazione viene per Nehemiah dall’affermazione al meeting di Zurigo e dalla conferma, per il terzo anno consecutivo, di numero 1 del ranking mondiale, grazie alla sua miglior prestazione stagionale di 13″21, iniziando a meditare se valesse la pena continuare a sacrificarsi per altri quattro anni alla ricerca della gloria olimpica, con il rischio magari di incappare in un altro boicottaggio, pensieri che, comunque, non lo assillano durante il 1981, stagione in cui deve fronteggiare la concorrenza in patria da parte di Greg Foster, fresco vincitore del titolo nazionale Usa l’anno precedente.

Ed è ancora la pista del “Letzigrund” a fare da cornice alla resa dei conti tra i due, andando in scena il 19 agosto 1981 in una delle più appassionanti sfide sugli ostacoli alti della storia della specialità, che vede Nehemiah, posto in quarta corsia con Foster in quinta, prendere un leggero vantaggio allo sparo, vantaggio che poi è costretto a fatica a mantenere dal tentativo di rimonta del rivale, il quale cede solo negli ultimi metri, ma che è da indubbio stimolo affinché il cronometro del “Weltklasse possa registrare il primo meno 13″, con Nehemiah a realizzare la sua miglior performance in carriera con 12″93 e Foster il suo “personal best” con 13″03, e pensare che il primatista mondiale riferisce non essere stata una gara perfetta, asserendo che… “sì, il risultato è stato buono (sic), ma tecnicamente ho commesso degli errori…”.

E’ questa l’ultima grande impresa atletica di Nehemiah, che dopo la stagione indoor ad inizio 1982, cede alle sirene ed ai milioni di dollari del football americano, firmando per i San Francisco 49ers, una decisione da lui stesso motivata con le parole, che fanno anche riferimento al boicottaggio olimpico, che lo portano così ad esprimersi… “E’ stata una iniziativa (quella del boicottaggio, ndr) assunta nel momento peggiore per me, non avendo ancora raggiunto i miei obiettivi, e della quale non sono riuscito a comprendere lo scopo. Inoltre, non ho capito perché il boicottaggio non abbia coinvolto anche i Giochi Invernali, ma solo quelli estivi, se vuoi mettere in atto una protesta devi coinvolgere l’intero movimento e non una singola stagione. Ed è proprio per quello che ho deciso di dedicarmi al football professionistico, non volevo rischiare altri quattro anni di allenamenti magari per nulla, i 49ers sono giunti al momento opportuno, mi hanno offerto un contratto da professionista nel mentre non avevo obiettivi a lungo termine in atletica, che resta sempre uno sport dilettantistico….

Su quello che sarebbe potuto essere il futuro di Nehemiah in atletica, il più autorevole parere viene da Patricia Daniels, all’epoca coach della fortissima velocita Evelyn Ashford, la quale non si nasconde nell’asserire che… “se Renaldo avesse continuato a concentrarsi sulle piste, avrebbe potuto eguagliare l’impresa di Harrison Dillard (compiuta nel 1948 a Londra e nel 1952 ad Helsinki) nel conquistare un oro olimpico sia sui 100 metri piani che sui 110 ad ostacoli, poiché aveva una velocità di base tale da consentirgli di scendere sotto i 9″90 sulla distanza piana, e, basandomi sui tempi da lui registrati in allenamento sui 300 metri piani, ritengo che avrebbe anche potuto insidiare il record di Moses sui 400 ostacoli….

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Nehemiah con la maglia n. 83 dei San Francisco 49ers – da gettyimages (Richard Mackson)

Previsioni che non potremo mai sapere se si sarebbero, in effetti, poi verificate, resta il fatto che il suo triennio nel football professionistico, nel ruolo di ricevitore, risulta inferiore alle attese, con le statistiche che riferiscono di 40 gare disputate (più 5 nei playoff), 754 yard percorse, con 4 “touchdown ed appena 24 punti messi a segno, senza scendere in campo nel “Super Bowl che a gennaio 1985 consegna ai 49ers di Joe Montana il titolo contro i “Miami Dolphins“.

Con la scelta di Jerry Rice nel ruolo di ricevitore al draft 1985 – rivelatasi quanto mai azzeccata, dato che con lui i 49ers vincono il titolo nel 1988, 1989 e 1994 – a Nehemiah non viene rinnovato il contratto e lo stesso decide di ritornare al vecchio amore ricominciando ad allenarsi in preparazione dell’appuntamento olimpico di Seul 1988, visto che, per l’epoca, sarà comunque ancora sotto i 30 anni di età.

Non è facile riprendere confidenza dopo tre anni di inattività sugli ostacoli, e, difatti, i suoi migliori risultati sono di 13″48 nel 1986 ed addirittura 13″71 l’anno seguente, in una specialità, peraltro, che dimostra di poter tranquillamente fare a meno di lui, visto che il suo rivale Greg Foster si aggiudica l’oro alle prime edizioni dei Mondiali di Helsinki 1983 in 13″42 e di Roma 1987 in 13″21, nel mentre gli Stati Uniti fanno doppietta ai Giochi di Los Angeles 1984, con Foster stavolta secondo in 13″23, dietro a Roger Kingdom, primo con 13″20.

L’appuntamento per sperare di rientrare sul grande palcoscenico è fissato per il 23 luglio 1988 agli Olympic Trials di Indianapolis, dove Nehemiah fatica a qualificarsi per la finale giungendo quarto nella seconda delle due semifinali in 13″43, un tempo che non lascia molte speranze di entrare tra i primi tre selezionati per le Olimpiadi coreane, previsione confermata 2 ore e mezza dopo, quando è costretto addirittura al ritiro nella gara che vede affermarsi Kingdom, il quale bisserà poi, due mesi dopo, l’oro olimpico correndo in 12″98, primo uomo a scendere sotto i 13″ netti in una Olimpiade.

Le successive ultime tre stagioni di Nehemiah prima del definitivo ritiro, lo vedono migliorarsi non poco, dato che nel 1989 con 13″20 è quarto nel ranking mondiale capeggiato da quel Roger Kingdom che il 16 agosto 1989 gli ha tolto, per un solo 0″01 centesimo, il primato mondiale, ottenuto per ironia della sorte proprio sulla “sua” pista di Zurigo, mentre l’anno seguente registra il suo miglior tempo stagionale in 13″22 che gli vale il sesto posto nel ranking mondiale.

Oramai superata la trentina, Nehemiah è deciso a giocarsi la sua ultima carta in vista della terza edizione dei Mondiali di Tokyo 1991, riuscendo a qualificarsi nelle selezioni americane assieme al “solito” Greg Foster e a Jack Pierce, ma nonostante si fosse affermato per la quarta volta in carriera al “Weltklasse” in 13″19 (suo miglior tempo dal rientro alle gare), il riacutizzarsi di un malanno muscolare lo costringe a dare forfait alla rassegna iridata, non restandogli che assistere dalle tribune alla terza vittoria mondiale consecutiva di Foster, che beffa Pierce al fotofinish con un crono di 13″06 per entrambi.

Alla fine della storia la morale è una sola, Moses ha scelto la gloria e ne è stato ricompensato, Nehemiah, viceversa, ha preferito seguire la strada del professionismo per arricchire il conto in banca, ma alla fine, ne sarà valsa veramente la pena?

MARLIES GOEHR, LA REGINA SENZA CORONA

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Marlies Goehr – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena internazionale della velocità femminile in atletica leggera irrompesse, con l’impatto di uno tsunami, l’americana Florence Griffith, le cui prestazioni ottenute nel corso del 1988 – con qualcosa di più di qualche legittimo sospetto – portarono i primati sui 100 e 200 metri a dei livelli tuttora insuperati, si era registrata, nel ventennio che va dall’inizio degli anni ’60 alla fine della decade successiva, la consueta sfida tra le velociste Usa e le non meno chiacchierate sprinter della Germania Est.

Ammirata la straordinaria eleganza di Wilma Rudolph alle Olimpiadi di Roma 1960, in casa americana il testimone era stato raccolto con successo dalla georgiana Wyomia Tyus, capace di aggiudicarsi i 100 metri in due edizioni consecutive dei Giochi, a Tokyo 1964 con il tempo di 11″4 e quattro anni dopo a Città del Messico, stabilendo il nuovo record olimpico e mondiale di 11″0 (11″07 elettronico).

Ma nella parte orientale della Germania si stavano affilando le armi per far bella mostra di sé all’appuntamento più di ogni altro atteso dall’establishment comunista dell’epoca, vale a dire le Olimpiadi del 1972, assegnate proprio alla città di Monaco di Baviera, nella rivale parte occidentale.

E il prodotto vincente si materializza nelle sembianze di Renate Stecher, nata Meissner, dalla tipica morfologia da sprinter pura, alta m.1,70 per 71 kg., la quale, dopo aver fatto doppietta sui 100 e 200 metri ai Campionati Europei di Helsinki 1971, ripete analoga impresa sulla pista dell’Olympia Stadion bavarese, eguagliando al centesimo, in 11″07, il limite mondiale della Tyus sulla più corta distanza, per poi stabilire in 22″40 il record sui 200 metri, con la spedizione Usa a leccarsi le ferite, essendo rimasta fuori dal podio in entrambe le prove, ed addirittura senza finaliste sulla doppia distanza.

La situazione non muta, in casa americana, nel quadriennio successivo, mentre le ragazze della ex Ddr si ritrovano una inaspettata rivale dalla parte occidentale in Annegret Richter, la quale impedisce il tris d’oro alla Stecher portando la staffetta 4×100 della Germania Ovest al primato mondiale a Monaco 1972 e quindi, quattro anni dopo a Montreal 1976, fa suo il gradino più alto del podio precedendo ancora la Stecher nella finale dei 100 metri, dopo aver addirittura realizzato il record mondiale di 11″01 in semifinale.

Invertendo le parti rispetto a Monaco di Baviera, sono stavolta le ragazze tedesco orientali a prendersi la rivincita in staffetta, superando le rivali in un avvincente testa a testa, per soli 0″04 centesimi, 42″55 a 42″59, in un quartetto che, in prima frazione, vede scattare dai blocchi la 18enne Marlies Oelsner, la quale si era classificata ottava nella prova individuale e che l’anno prima, ai Campionati Europei juniores, aveva conquistato l’argento in 11″43 dietro alla connazionale Petra Koppetsch, vincitrice anche sui 200 e poi non confermatasi nelle stagioni successive.

Ma in quella finale, dove – per la seconda edizione consecutiva dei Giochi – nessuna velocista americana è presente sul podio, è presente e si classifica quinta con 11″24, Evelyn Ashford, di un anno più anziana della Oelsner, con la quale avrà modo di rivaleggiare nelle stagioni seguenti.

L’anno successivo alle Olimpiadi canadesi è in programma, ad inizio settembre a Duesseldorf, la prima edizione della Coppa del Mondo di atletica leggera, manifestazione fortemente voluta dal Presidente IAAF Primo Nebiolo e che servirà da apripista per i successivi Campionati Mondiali, e la Oelsner dimostra di essere in grado di raccogliere l’eredità della Stecher presentandosi in veste di primatista mondiale, in virtù dello straordinario 10″88 realizzato l’1 luglio 1977 a Dresda, pur con un vento di 2 m/s al limite del regolamento.

La sfida di Duesseldorf si dimostra impari, con la Oelsner che domina la gara, aggiudicandosela in 11″16, precedendo la britannica Lannaman, mentre la Ashford conclude non meglio che quinta in un modesto 11″48 rimandando la sfida successiva alla seconda edizione, prevista a Montreal a fine agosto 1979.

Nel frattempo, le due rivali hanno modo di mettersi in mostra ed affilare le armi sulle rispettive sponde dell’Oceano Atlantico, con la tedesca est – nel frattempo maritata Goehr – a far suo l’oro sui 100 metri ai Campionati Europei di Praga 1978 in 11″13, mentre viene sconfitta dalla sovietica Lyudmila Kondratyeva (tenete bene presente questo nome) per l’inezia di 0″01 centesimo (22″52 a 22″53), in una delle sue rare escursioni sui 200 metri, e l’americana a far viceversa doppietta sui 100 e 200 metri ai “Pan American Games” svoltisi a San Juan di Portorico ad inizio luglio 1979, con i rispettivi riscontri cronometrici di 11″07 e 22″24.

Sfida pertanto incertissima, quella che mette di fronte le due atlete sulla pista dello Stadio Olimpico di Montreal per la Coppa del Mondo e stavolta ad aggiudicarsela è la Ashford, la quale vince i 100 metri in 11″06 (con la Goehr seconda in 11″17), per poi replicare sulla doppia distanza dove, con il tempo di 21″83, precede la fortissima tedesca orientale Marita Koch, primatista mondiale con 21″71 stabilito a giugno del medesimo anno.

Ogni appassionato di atletica – e di sport in generale – è in grado di rendersi conto quale irreparabile danno compia il Presidente Usa Jimmy Carter nell’annunciare il boicottaggio del suo Paese alle Olimpiadi di Mosca 1980, privandoci di una sfida dai contorni esaltanti, ma tant’è e, di contro, non si vede, almeno nelle previsioni, chi possa togliere dal collo la medaglia d’oro alla Goehr.

Vi è peraltro da dire che la sfida non si sarebbe in ogni caso svolta, visto che la Ashford è vittima di un infortunio muscolare a maggio 1980 che le fa saltare il resto della stagione, ivi compresi i Trials olimpici svoltisi pro forma stante l’intervenuto boicottaggio e la selezione delle tedesche est parte per la capitale moscovita convinta di aver vita facile con il trio di velociste composto, oltre che dalla Goehr, anche da Ingrid Auerswald e da Romy Mueller.

Le certezze in casa Ddr iniziano a vacillare sin dal primo turno, in cui l’atleta di casa Lyudmila Kondratyeva (ricordate, vero?) fa realizzare il miglior tempo in un eccellente 11″13, per poi replicare nelle tre serie dei quarti di finale in cui precede in 11″06 la tedesca est Mueller, mentre la Goehr e la Auerswald fanno proprie le altre due serie, ma con l’identico tempo di 11″12.

Si giunge così a sabato 26 luglio 1980, quando al pomeriggio sono previste le due semifinali e la finale, e la composizione delle due serie vedono inserite nella prima Mueller ed Auerswald, mentre nella seconda si propone un primo antipasto tra la favorita Goehr e la Konfratyeva.

E, dopo che la Mueller fa sua la sfida in famiglia rispetto alla Auerswald – pur con tempi relativamente alti di 11″22 ed 11″27 – tocca ancora alla sovietica minare le certezze della primatista mondiale, superandola nettamente (11″11 ad 11″18) nella seconda semifinale, con ciò incrementando le aspettative del pubblico di casa per una inattesa vittoria in finale da parte della loro rappresentante.

Le due ragazze, praticamente coetanee (nata il 21 marzo 1958 la tedesca, venti giorni dopo, l’11 aprile, la sovietica), hanno anche una pressoché identica struttura fisica – m.1,68 per 57 kg. la Kondratyeva rispetto al m.1,65 per 55k g. della Goehr – e, pertanto, anche uno stile di corsa molto simile, pur se allo sparo è normalmente l’atleta della Ddr a farsi preferire.

Il sorteggio delle corsie vede l’atleta di casa partire in quinta corsia, mentre la tedesca è relegata in ottava, con ciò non fornendo idoneo punto di riferimento all’avversaria, ed all’uscita dai blocchi, contrariamente a quanto previsto, la Goehr ha un’esitazione che le sarà fatale e la vede a metà gara addirittura in quarta posizione, ad inseguire la connazionale Auerswald, nonché la Kondratyeva e la sorprendente svedese Linda Haglund, autrice, viceversa, di una fulminea partenza.

La Goehr fa ricorso a tutte le sue energie per cercare di recuperare lo svantaggio, aumentando vertiginosamente la frequenza delle proprie falcate, con ciò consentendole di rimontare centimetro dopo centimetro per poi catapultarsi sul filo di lana contemporaneamente alla sua avversaria, in un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, assegnando la vittoria alla Kondratyeva per il minimo dei margini, 11″06 contro 11″07, lo stesso 0″01 centesimo con cui aveva superato la tedesca sui 200 metri due anni prima agli Europei di Praga.

La sovietica paga a caro prezzo lo sforzo prodotto nell’ultimo appoggio, procurandosi uno stiramento al muscolo della coscia che le impedisce di prendere il via sia nei 200 metri che nella staffetta 4×100, dove la Goehr ottiene la sua seconda medaglia d’oro olimpica, dopo quella di quattro anni prima a Montreal.

La delusione per la mancata vittoria nella gara individuale è grande per la tedesca, che fatica a ritrovare lo smalto dei tempi migliori, venendo nuovamente sconfitta dalla Ashford nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma 1981, dove l’americana ripete l’accoppiata di due anni prima a Montreal, facendo suoi sia i 100 in 11″02 (dove la Goehr è terza in 11″13, preceduta anche dalla britannica Kathy Smallwood) che i 200 in 22″18, ma ritrovando una più che eccellente forma negli anni a seguire.

Difatti, agli Europei di Atene 1982, la Goehr – dopo aver eguagliato il 9 luglio il proprio record mondiale di 10″88 sulla pista di Karl-Marx-Stadt (l’attuale Chemnitz) – conferma il titolo di quattro anni prima a Praga, trionfando sulla connazionale Barbel Woeckel in un eccellente 11″01, cui unisce l’oro in staffetta, per poi vivere la migliore stagione della sua attività agonistica l’anno seguente, in concomitanza coi primi Campionati Mondiali, in programma ad Helsinki dal 7 al 14 agosto 1983.

Stagione che, però, vede come protagonista di vertice anche la sua acerrima rivale d’oltre oceano, con le due velociste che ingaggiano un furioso “botta e risposta” con la Goehr ad abbassare il proprio limite correndo in 10″81 a Berlino l’8 giugno 1983 e la Ashford a replicare a meno di un mese di distanza, portando il record mondiale a 10″79 il 3 luglio successivo.

Con queste elevate credenziali, l’attesa per la sfida ai Mondiali è altissima, e le due velociste mantengono fede alle aspettative, con la Ashford a precedere la Goehr (11″11 ad 11″16) nella quarta ed ultima serie dei quarti di finale, mentre nelle semifinali dell’8 agosto si aggiudicano le rispettive serie, ma con l’americana unica del lotto a scendere sotto gli 11″ netti, correndo in 10″99 a fronte dell’11″05 con cui la tedesca si aggiudica la prima semifinale.

Ancora una volta, alla Goehr sembra debba sfuggire un oro a livello assoluto (Olimpiade o Mondiali) nella gara individuale, ma stavolta la buona sorte le dà una mano, volgendo le spalle alla Ashford, nonostante che alla tedesca tocchi ancora in sorte la corsia esterna così come tre anni prima a Mosca, mentre l’americana è in seconda.

Succede, infatti, che stavolta la partenza della Goehr sia bruciante, e la stessa si porta in vantaggio nella fase iniziale, con la connazionale Marita Koch – per una volta iscritta in una per lei inusuale prova sui 100 metri – a contenderle la prima posizione a centro pista, nel mentre la Ashford, attardata in avvio, si sta producendo nello sforzo per colmare il distacco quando i suoi muscoli improvvisamente cedono costringendola al ritiro, mentre la rivale va a vincere la più importante medaglia della sua carriera in un comunque eccellente 10″97, precedendo la Koch di 0″03 centesimi.

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La finale dei 100 metri ai Mondiali 1983 – da sporting-heros.net

Ripresasi dai suoi periodici infortuni muscolari, la Ashford è desiderosa di regolare i conti con la tedesca a casa sua, vale a dire in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles 1984, ma ancora una volta la sfida è impedita dalla politica, per il contro boicottaggio del blocco sovietico in risposta a quanto compiuto quattro anni prima dagli Stati Uniti.

La Ashford non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro olimpico in 10″97 (curiosamente lo stesso tempo della Goehr l’anno prima ai Mondiali), cui aggiunge analogo successo in staffetta, ma l’assenza della rivale e primatista mondiale ne inficia in parte il relativo valore, ragion per cui l’attesa è rivolta alla “vera finale” che si disputa poco più di quindici giorni dopo allo storico “Weltklasse” di Zurigo, dove le due avversarie sono poste una accanto all’altra, rispettivamente in terza (la Goehr) ed in quarta corsia (la Ashford).

E la sera del 22 agosto 1984 la pista magica del “Letzigrund” elvetico non tradisce neppure stavolta le attese, con la prova che ha uno svolgimento similare alla finale mondiale, con la Goehr a scappar via allo start e la Ashford a rincorrere, ma con un finale ben diverso in quanto, in assenza di noie muscolari, l’impresa riesce, consentendole di raggiungere la tedesca poco oltre metà gara per poi andare a trionfare in un sensazionale 10″76 con cui abbassa di 0″03 centesimi il proprio record mondiale, con la tedesca a chiudere al secondo posto in 10″84.

La carriera della Goehr ha un ultimo sussulto alla Coppa del Mondo di Canberra 1985, dove si conferma regina dei 100 metri in assenza della Ashford e contribuisce al primato mondiale di 41″37 della Germania Est nella 4×100, per poi conquistare il suo terzo oro consecutivo sui 100 metri agli Europei di Stoccarda 1986 in un più che dignitoso 10″91, cui unisce l’oro in staffetta, mentre ai Mondiali di Roma 1987 ed alle Olimpiadi di Seul 1988, non riesce a qualificarsi per la finale della prova individuale, fornendo comunque il proprio contributo nella conquista dell’argento in staffetta in entrambe le manifestazioni, ed avendo sulla pista coreana l’ultima occasione di confronto con l’americana quali ultime frazioniste della staffetta 4×100.

Con gli Usa in sesta corsia a far da punto di riferimento per il quartetto tedesco orientale, in quinta, le americane cambiano in vantaggio ai 200 metri, ma incredibilmente la terza frazionista Heike Drechsler riesce a tener testa in curva alla Griffith così lanciando la Goehr, complice anche un cambio schiacciato tra Griffith ed Ashford, con un buon margine sull’avversaria, che riceve il testimone in terza posizione, dietro anche all’Unione Sovietica, ma qui la oramai 31enne della Louisiana fornisce forse la più straordinaria delle sue performances, recuperando lo svantaggio ed andare a concludere trionfalmente rispetto ad una Goehr che, al confronto, sembra passeggiare.

Una fortissima atleta, senza alcun dubbio, Marlies Oelsner-Goehr – tant’è che è tuttora la detentrice del record tedesco sulla distanza con il suo 10″81, all’epoca prima mondiale – ma alla quale è mancato quel qualcosa per poterla incoronare come una delle più grandi di tutti i tempi nella specialità della velocità pura.