I LIMITI UMANI DEI RECORD DI USAIN BOLT AI MONDIALI DI BERLINO 2009

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Usain Bolt celebra il record mondiale sui m.100 – da:bbc.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il motto olimpico mediato dal latino di “Citius!, Altius!, Fortius!” (“Più veloce!, più in alto!, più forte!”) ben definisce come mai l’Atletica Leggera sia considerata la “Regina dei Giochi”, essendo l’unica Disciplina in cui queste tre caratteristiche si fondono tra le varie specialità …

E’ però indubbio che, senza nulla togliere ai saltatori ed ai lanciatori, ciò che più affascina l’immaginario collettivo sia la velocità, in quanto non a caso a chi detiene il record mondiale sui m.100 piani viene assegnata l’etichetta di “Uomo più veloce del Mondo”, nonché usato anche a livelli scientifici onde stabilire sin dove l’essere umano possa spingersi.

In detta ottica, in un passato non molto lontano vi era la caccia ad abbattere la “barriera dei 10” netti” – limite che, peraltro ancor oggi distingue la normalità dall’eccellenza, laddove si consideri come negli ultimi 50 anni, ovvero dal 9”95 realizzato dall’americano Jim Hines ai Giochi di Città del Messico ’68, solo 143 atleti vi sono riusciti, ultimo in ordine di tempo il nostro Filippo Tortu con il suo 9”99 fatto registrare il 22 giugno 2018 a Madrid – per poi assistere a progressi alquanto limitati.

Difatti, il citato record di Hines resiste per ben 15 anni, prima che il connazionale Calvin Smith lo migliori a 9”93 e – fatta salva la parentesi del canadese Ben Johnson, i cui primati di 9”83 d fine agosto ’87 e di 9”79 ai Giochi di Seul ’88 sono cancellati per doping – tocchi poi a Carl Lewis limare di un 0”01 centesimo il citato record nella ricordata Finale olimpica nella Capitale coreana …

In sostanza, nell’arco di un ventennio il progresso è stato di appena 0”03 centesimi, per poi subire una qual certa accelerazione nel corso degli anni ’90 in cui – dopo il 9”86 di Lewis ai Mondiali di Tokyo ’91 ed il 9”84 del canadese Donovan Bailey ai Giochi di Atlanta ’96 – tocca ad un altro sprinter a “stelle e striscesuperare la barriera dei 9”80 netti, nella figura di Maurice Green che scende sino a 9”79 ad Atene nel giugno 1999.

Un miglioramento, pertanto, di 0”13 centesimi nell’arco di un decennio induce gli esperti ad interrogarsi se ci si stia avvicinando ai limiti massimi velocità che un atleta può esprimere e, del resto, l’inizio del nuovo millennio sembra suffragare una tale ipotesi, visto che sino al 2008, quindi a 40 anni dell’impresa di Hines, il record viene migliorato di appena 0”05 centesimi e sempre per merito del giamaicano Asafa Powell, uno dei tanti atleti che, in carriera, non riesce ad abbinare le medaglie ai record, dato che nella prova individuale sale sul podio solo in occasione di due Rassegne iridate, occupandone però solo il gradino più basso …

Assunto, quest’ultimo, che trova la sua più concreta dimostrazione in occasione dei Mondiali di Osaka 2007, in cui il velocista caraibico si presenta in veste di detentore del primato di 9”77, solo per concludere non meglio che terzo in 9”96 alle spalle dell’americano Tyson Gay, Oro con il tempo di 9”85 e del rappresentante della Bahamas Derrick Atkins, argento con il record nazionale di 9”91, salvo poi strabiliare il panorama della velocità coprendo la distanza in 9”74 il successivo 9 settembre al Meeting di Rieti, chiara conferma di come Powell non fosse in grado di reggere la pressione delle grandi Manifestazioni.

Sulla pista giapponese – che incorona Gay quale “Principe della velocità” con tre medaglie d’Oro al proprio conto – si mette però altresì in luce un altro giamaicano, vale a dire il 21enne Usain Bolt che, dopo aver chiuso al quarto posto del Ranking Mondiale 2005 e 2006 stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” per quel che riguarda i 200 metri piani, si presenta ad Osaka forte del 19”75 fatto registrare il 24 giugno a Kingston in occasione dei Campionati nazionali.

La sfida con Gay si risolve, ed anche nettamente (19”76 a 19”91) a favore dell’americano, con tanto di record dei Campionati, ma Bolt lascia comunque un’impressione altamente positiva, considerata l’ancor giovane età, e non sono in pochi a predirne discreti margini di miglioramento, anche se ben difficilmente avrebbero pensato nei termini che poi, viceversa, dimostra di possedere.

Conclusa la stagione al secondo posto del Ranking Mondiale (ovviamente alle spalle di Gay …), Bolt non figura però ancora nella “Top Ten” dei 100 metri piani, che lo vede a fine 2007 aver corso una sola volta la distanza in 10”03 a metà luglio, nel mentre molto meglio è andato sui m.400, confortato dal 45”28 ottenuto a maggio a Kingston, che resta il suo “Personal Best” in carriera sul giro di pista.

L’esordio sui 100 metri ed il buon risultato ottenuto sul giro di pista impongono al giovane talento ed al suo coach Glen Mills di stabilire durante il periodo invernale che cosa Bolt intenda “fare da grande”, fermi restando i m.200 la distanza base, ed il tecnico, pur inizialmente convinto delle potenzialità del suo assistito sui 400 metri piani, rendendosi conto dell’oggettiva difficoltà di una preparazione adeguata in vista delle Olimpiadi di Pechino in programma l’anno seguente, si lascia convincere dal tentare la carta della “velocità pura”.

Le perplessità di Mills derivano dalla struttura fisica di Bolt (m.,95 per 94k.) che, soprattutto per l’elevata altezza, avrebbero potuto creare dei seri problemi specie in partenza, ma viene smentito dall’impegno e l’attenzione ai dettagli che il suo assistito mette negli allenamenti, circostanze che gli consentono di affinare la tecnica, in particolare con una frequenza di corsa più efficiente accompagnata da un sempre migliore bilanciamento.

Con questa tecnica di allenamento, inizialmente focalizzata sulla più breve distanza, per poi dedicarsi alla resistenza necessaria per affrontare i 200 metri, ecco che l’alba del 2008 vede un Bolt presentarsi in gran spolvero sin dai primi appuntamenti stagionali e, dopo aver sfiorato il primato mondiale di Powell correndo in 9″76 (ancorché aiutato da un vento vicino al limite di 1,8m/s) ad inizio maggio a Kingston, ottiene lo scopo di “terrorizzare” gli sprinters americani andando a centrare, a fine dello stesso mese, il nuovo record assoluto di 9”72 al Meeting di New York, e quindi aggiudicarsi i Campionati nazionali in 9”85.

Il tutto, ovviamente, senza perdere di vista i 200 metri, dove si migliora ancora sino a 19”67 corsi a metà luglio ad Atene, lanciando la sfida al record di 19”32 di Michael Johnson che resiste dai Giochi di Atlanta ’96, pur se il divario sembra ancora oggettivamente piuttosto difficile da colmare …

Favorito dalle non buone condizioni fisiche di Gay – che ai Trials di Eugene si qualifica per i soli 100 metri con un 9”68 ventoso, ma a Pechino esce di scena in semifinale – per Bolt sulla pista dello “Stadio Nazionale” l’unico avversario da battere resta il cronometro, ed anche contro lo stesso riesce ad avere la meglio, allorché il 16 agosto, a cinque giorni dal suo 22esimo Compleanno, si regala il nuovo record mondiale migliorando il suo stesso limite sino a 9”69, infliggendo al secondo, Richard Thompson di Trinidad, un distacco di 0”20 centesimi che non si registrava dai Giochi di Los Angeles ’84, allorché fu Carl Lewis (9”99 a 10”19) a porre un analogo margine tra lui ed il connazionale Sam Graddy …

Tolti 0”03 centesimi al suo precedente primato di fine maggio, Bolt si prepara ad un’impresa ben più difficile, ovvero migliorarsi di ben 0”35 centesimi per eguagliare il record di Johnson sulla doppia distanza, peraltro a lui più congeniale per la ricordata morfologia che, pur penalizzandolo in curva, gli consente poi di aprire al massimo il compasso delle sue lunghe leve distendendosi nel rettilineo …

Risparmiatosi nei turni precedenti – miglior risultato il 20”09 in semifinale – al pari peraltro anche degli sprinter americani, tra cui il Campione Olimpico di Atene 2004 in carica Shawn Crawford, Bolt manda in scena nella Finale del 20 agosto una performance strabiliante, grazie anche al rappresentante delle Antille Olandesi Churandy Martina che, partendo davanti in sesta corsia, lo impegna in curva per poi cedere al pari degli altri finalisti di fronte all’imperiosa galoppata del giamaicano, conclusa in uno straordinario tempo di 19”30, che per soli 0”02 centesimi cancella Johnson dall’Albo dei record.

Essersi migliorato nel corso di 12 mesi di 0”34 centesimi sui m.100 e di 0”45 centesimi sulla doppia distanza determina l’esplosione del “Fenomeno Bolt” a livello scientifico e di addetti ai lavori, nel mentre presso i tifosi ed il grande pubblico scoppia la “Bolt Mania”, in larga parte derivante anche dall’atteggiamento sfrontato, da “Showman” navigato tenuto dal fuoriclasse caraibico, il quale si presenta sui blocchi di partenza senza la benché minima apprensione, come se dovesse andare a fare una passeggiata invece di sfidare i migliori velocisti al Mondo, improvvisando siparietti davanti alle telecamere, culminanti con l’immancabile gesto di mimare un arco dal quale scagliare una freccia, figura simbolica della propria velocità.

Aspetto teatrale a parte, i tecnici e gli scienziati si interrogano se i tempi ottenuti dal giamaicano possano o meno rappresentare un limite delle umane possibilità, verificando come i 9”69 impiegati per coprire i 100 metri significhino una velocità media di 37,15 Km/h, ancorché era stato rilevato come, in occasione della vittoria olimpica di Bailey ai Giochi di Atlanta ’96 in 9”84, il velocista canadese abbia toccato ai 60 metri una punta massima di velocità pari a 43,6 km/h.

Ma, soprattutto, considerata l’ancor giovane età di Bolt, viene spontanea la domanda circa quanti e quali margini di miglioramento possieda nelle gambe, ragion per cui vi è un’enorme attesa per la “controprova” prevista per l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono a Berlino dal 15 al 23 agosto 2009.

Appuntamento al quale Bolt si presenta dopo aver conquistato i titoli nazionali a fine giugno coi rispettivi tempi di 9”86 sui m.100 e di 20”25 (ma con un vento contrario di 2m/s) sulla doppia distanza, vantando quali personali stagionali il 9”79 ottenuto il 17 luglio a Parigi ed il 19”59 realizzato il 7 luglio a Losanna.

Il suo più agguerrito rivale, ovvero un Tyson Gay – che non ha bisogno di passare dai Trials Usa, in quanto Campione del Mondo su entrambe le distanze – desideroso di riscattarsi dopo i malanni che ne hanno condizionato la precedente stagione, non è comunque da meno, visto che il 10 luglio si impone sui m.100 al “Golden Gala” di Roma in 9”77, dopo che il 30 maggio, nella tappa del Grand Prix di New York, aveva corso i 200 metri in 19”58 per quello che resta il suo “Personal Best” in Carriera su detta prova.

Non sappiamo se il velocista giamaicano sia o meno superstizioso, ma di certo non deve dispiacergli che il programma della rassegna Iridata berlinese ricalchi esattamente, quanto a date, quello olimpico di Pechino, nel senso che anche in questo caso sono previsti per i 100 metri batterie e Quarti il 15 agosto e semifinali e Finale il giorno successivo, proprio come l’anno prima …

Le batterie del mattino di Ferragosto sono poco più che un riscaldamento per i favoriti, con Gay a far registrare il miglior tempo di 10”16 rispetto al 10”20 del Campione olimpico, meglio del quale fa anche il britannico Dwain Chambers, che si aggiudica in 10”18 la quarta serie, mentre nei Quarti al pomeriggio vedono già i primi tempi al di sotto dei 10”, con a farsi preferire Asafa Powell, che si impone nella terza serie in 9”95 rispetto al 9”98 di Gay nella quarta, con Bolt, sornione come non mai, che si fa addirittura precedere da Daniel Bailey (10”02 a 10”03) nella quinta ed ultima serie …

Come un “gatto che gioca col topo”, il velocista giamaicano scopre le proprie carte al pomeriggio del 16 agosto, allorché, in due semifinali tirate allo spasimo con ben 6 degli 8 qualificati a scendere sotto i 10” netti, si impone nella prima in 9”89 su Bailey e l’altro americano Darvis Patton, che concludono in 9”96 e 9”98 rispettivamente, mentre alla seconda, idealmente, viene chiesto di scegliere chi debba assumersi il ruolo di “sfidante ufficiale” tra Gay e Powell, compito che va al primo in 9”95 rispetto al 9”98 dell’ex primatista mondiale …

Sono le 21:35 del 16 agosto 2009 allorché gli 8 finalisti si allineano sui blocchi di partenza della pista color azzurro dello “Olympiastadion” di Berlino, che vede i tre favoriti posti uno accanto all’altro di corsia, con Bolt in quarta, Gay in quinta e Powell in sesta, con la sensazione in tribuna che, data la concorrenza di un Gay in ritrovate splendide condizioni, il fresco Record Mondiale potrebbe anche cadere …

Alla presentazione degli atleti, Bolt si manifesta come sempre sicuro di sé, anche se riduce le sue “macchiette” salvo la simulazione della freccia scoccata dall’arco, mentre Gay è di una concentrazione elevata ai massimi livelli, cosa che solo in parte lo premia, in quanto il primatista mondiale sfodera la miglior partenza della sua vita e, portandosi al comando già 20 metri dopo l’avvio, ha così l’opportunità di aprire al massimo il compasso delle sue lunghe leve – giova ricordare la notevole differenza di altezza (m.1,95 ad 1,80) rispetto all’americano che per il resto della gara fa la figura di un Willy Coyote che insegue Bip Bip, con quest’ultimo travestito da Usain Bolt che sul filo di lana fa fermare i cronometri su di uno straordinario 9”58, togliendo ben 0”11 centesimi al già sbalorditivo primato di Pechino, il tutto per una velocità di 37,6 km/h e con un vento a favore di 0,9m/s assolutamente nella norma …!!

E non vi è certo da dire che alle sue spalle abbiano corso al risparmio, visto che Gay centra in 9”71 il primato Usa e Powell, che completa il podio, realizza con 9”84 il suo miglior tempo stagionale, con altresì altri due esponenti del Caribe, Bailey e Richard Thompson, a finire ai margini della zona medaglie in 9”93 …

La realtà è una sola, e cioè che Bolt è semplicemente fuori dalla portata di ogni altro essere umano, ragion per cui ci si attende da lui la replica in occasione della prova sulla doppia distanza – anch’essa a replicare le stesse date di Pechino – dove un ulteriore vantaggio gli viene concesso dal forfait di Gay, infortunatosi all’inguine nel tentativo di star dietro al giamaicano nella Finale dei 100 metri, americano che vive nel 2009 la miglior stagione della sua carriera, come certifica il “Personal Best” di 9″69 centrato il successivo 20 settembre a Shanghai e che resta tuttora il Record Usa. 

Il dubbio se, per ottenere una grande prestazione cronometrica, sia meglio avere lo stimolo di avversari di livello, come nel caso di Gay e Powell sui 100 metri, oppure il poter correre rilassati sapendo che il successo è pressoché scontato, ci pensa lo stesso Bolt a toglierlo quattro giorni più tardi …

Affrontati, come al solito, batterie e Quarti in assoluta souplesse, il primatista mondiale si impone nella prima semifinale del 19 agosto in un per lui comodo 20”08, rallentando ampiamente negli ultimi appoggi, ma pur sempre lasciando il 20enne panamense Alonso Edward a 0”14 centesimi, mentre l’americano Shawn Crawford – Oro sulla distanza ai Giochi di Atene ’04 ed argento l’anno precedente a Pechino – conclude terzo in 20”35 …

Meglio di lui fa il connazionale Wallace Spearmon, che, nella seconda semifinale, precede (20”14 a 20”26) l’altro giamaicano Steve Mullings, così da avanzare la sua candidatura quanto meno per il podio in vista della Finale prevista per il giorno appresso, 20 agosto 2009, alle ore 20:35 …

Figuriamoci se Bolt – che il giorno dopo compie 23 anni – non abbia intenzione di farsi un altro bel regalo per il suo Compleanno e, stavolta inserito in quinta corsia, con Spearmon in quarta ed Edward in sesta, lo stesso è già bell’e confezionato all’uscita dalla curva, dopo che alla partenza, considerando il lotto degli avversari non alla sua altezza, si era esibito in tutto il suo repertorio di Showman davanti alle telecamere per la gioia del pubblico presente …

All’ingresso in rettilineo, difatti, Bolt può già vantare un vantaggio incolmabile su Crawford che, partito in ottava corsia, ha sfruttato al meglio la curva più ampia per poi essere rimontato nella seconda parte di gara il fenomenale giamaicano ha come unico rivale il cronometro, visto che ad ogni sua falcata il divario sugli avversari si dilata, sino al andare a concludere in un ancor più strabiliante 19”19 – anche in questo caso togliendo gli stessi 0”11 centesimi al suo precedente primato – considerato che ha corso la Finale con un vento contrario di 0,3m/s …!!

Ed, al solito, nella sua scia anche gli altri danno il meglio di sé stessi, con Edward a far suo negli ultimi metri uno splendido argento nel suo “Personal Best” di 19”81, precedendo Spearmon che brucia (19”85 a 19”89) nella lotta per il bronzo un Crawford imballatosi nella parte conclusiva.

Anche in questo caso la velocità media di Bolt è stata di 37,5 km/h, e successive analisi della gara sui 100 metri consentono di rilevare come la sua punta massima abbia raggiunto i 45 km/h, più o meno in grado di tener testa ad un’utilitaria …

Se davvero il “Super Man” giamaicano abbia o meno raggiunto in quell’occasione i limiti umani non sta a noi dirlo – anche se i suoi migliori tempi in seguito saranno rispettivamente i 9”63 ed il 19”32 con cui si è imposto ai Giochi di Londra 2012 – certo che anche quando l’americano Bob Beamon saltò in lungo m.8,90 ai Giochi di Città del Messico ’68 venne affermato che “aveva saltato nel XXI Secolo”, quando poi nel 1991 a Tokyo il connazionale Mike Powell raggiunse m.8,95 …

Quel che è sicuro è che, per intanto, sono già trascorsi 10 anni, e di un altro Bolt all’orizzonte non se ne vede l’ombra …

 

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HASELY CRAWFORD E QUEL LAMPO SUI 100 METRI AI GIOCHI DI MONTREAL 1976

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Hasely Crawford – da:athleticsontario.ca

Articolo di Giovanni Manenti

Al giorno d’oggi siamo oramai sin troppo abituati a vedere trionfare nelle gare di velocità in Atletica Leggera rappresentanti caraibici, dai vari giamaicani capitanati da “Sua Maestà” Usain Bolt, per non tacere dei rappresentanti di Bahamas, Trinidad & Tobago, senza parlare addirittura del minuscolo Stato di Saint Kitts and Nevis, il cui portacolori Kim Collins riesce a beffare i favoriti nella Finale sui 100 metri ai Campionati Mondiali di Parigi …

Ben diverso è stato, viceversa, l’andamento nel corso del Secondo Dopoguerra, dove a dettar legge erano pressoché esclusivamente gli sprinter Usa, lasciando ai rappresentanti del Caribe le briciole, costituite dal bronzo sui 100 e 200 metri del panamense Lloyd LaBeach ai Giochi di Londra 1948, oltre agli argenti sui m.100 del giamaicano Herbert McKenley ad Helsinki ’52 e del cubano Enrique Figuerola a Tokyo ’64.

C’era stata, invero, una doppia delusione in occasione delle Olimpiadi di Roma 1960, dove a prevalere su entrambe le distanze – il tedesco Armin Hary sui m.100 ed il nostro Livio Berruti sui m.200 – erano stati esponenti del Vecchio Continente, per poi toccare al sovietico Valery Borzov fare doppietta su entrambe le distanze ai Giochi di Monaco ’72, con il dubbio di come sarebbe potuta andare a finire la sfida sui 100 metri se gli americani Eddie Hart e Rey Robinson non avessero saltato per negligenza i Quarti di Finale.

In ogni caso, si trattava pur sempre di sconfitte patite sul suolo europeo, e la successiva edizione dei Giochi fissata a Montreal 1976 era attesa all’interno del Team Usa come l’occasione del riscatto, potendo, specialmente sui 100 metri, schierare un terzetto di tutto rispetto proveniente dai Trials – ancorché privo del miglior sprinter del momento, Steve Williams, infortunatosi nel corso dei Campionati AAU – e costituito da Harvey Glance, Steve Riddick e Johnny Jones, pur dovendosi confrontare con il Campione Olimpico in carica Valery Borzov e, soprattutto, con il giamaicano Donald Quarrie, il quale ha all’attivo tempi di 9”9 e 19”8 manuali su entrambe le distanze.

Poco credito è, viceversa, dato al rappresentante di Trinidad & Tobago Hasely Crawford, nato a Marabella il 16 agosto 1950, il quale, dopo aver conquistato la medaglia di bronzo sui m.100 ai “Commonwealth Games” di Edimburgo ’70 in 10”33 alle spalle della coppia giamaicana formata da Don Quarrie e Lennox Miller, si era qualificato per la Finale sulla stessa distanza ai Giochi di Monaco ’72, dovendo peraltro abbandonare nel corso della gara per uno stiramento muscolare …

Classificatosi al secondo posto del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” al termine della stagione 1973 per effetto di un 100 metri corso in 10”1 a Kingston, Crawford sparisce dalle scene l’anno seguente per poi ripresentarsi nel 1975 dove corre per due volte in patria la distanza in 9”8 e 9”9 manuali ma con vento oltre la norma, e quindi coglie l’argento ai “Giochi Panamericani” di Città del Messico ’75 in 10”21, alle spalle del cubano Silvio Leonard, primo con 10”15.

Ciò consente al velocista caraibico di riapparire al quinto posto del Ranking Mondiale di fine stagione, guidato da Steve Williams, ma che per le ragioni suddette non è presente ai Giochi, e preceduto altresì da Borzov, Quarrie e Leonard nell’ordine …

Considerato pertanto un “outsider” tale da ambire ad un posto sul podio e nulla più, Crawford si presenta nella Metropoli canadese intenzionato comunque a ben figurare, tanto da iscriversi su entrambe le prove veloci, pur privilegiando la più corta distanza, date anche le caratteristiche morfologiche (m.1,87 per 90kg.), più adatte allo sprint puro.

Superati in scioltezza i primi due turni – in cui si mette in evidenza Glance con 10”23, mentre Crawford precede (10”29 a 10”39) Borzov nella terza serie e Quarrie precede (10”33 a 10”36) Riddick nella prima, con la grande sorpresa dell’eliminazione di Leonard, non meglio che quinto nella seconda – il 24 luglio 1976, giorno in cui si disputano semifinali alle ore 15:30 e la Finale alle 17:00, il velocista di Trinidad è inserito nella seconda serie a Quarrie ed agli americani Riddick e Jones, mentre nella prima tocca a Glance saggiare le condizioni del campione in carica Borzov, oramai quasi 27enne …

Un capitolo a parte merita il caso del cubano Leonard, uno dei grandi favoriti della vigilia che, in occasione del riferito successo ai Giochi Panamericani ’75, si era seriamente infortunato subito dopo il vittorioso arrivo, con conseguente difficoltà a ritrovare una condizione di forma accettabile in vista dell’appuntamento olimpico, dieci giorni prima del quale si procura altresì un taglio al piede calpestando accidentalmente una bottiglia di acqua di colonia …

E, mentre Glance conferma il suo buon stato di forma, imponendosi con largo margine (10”24 a 10”30) sul sovietico, Crawford inizia a far ricredere gli esperti sulla sua veste di solo “possibile outsider”, visto che regola (10”22 a 10”26) Quarrie, con Jones terzo in 10”30 e Riddick clamorosamente escluso dalla Finale, quinto in 10”33 …

Già con due pretendenti al podio (Leonard e Riddick) usciti di scena e la più volte ricordata assenza di Steve Williams, imbattuto in stagione prima dell’infortunio che lo estromette dai Giochi, ovvio che le chances aumentano, anche se per Crawford giunge la cattiva notizia di essere sorteggiato in prima corsia, non certo la migliore in ottica medaglie …

Consapevole di avere comunque a disposizione “l’occasione della vita”, Crawford gioca anche la carta dell’intimidazione rispetto alla giovane coppia americana formata da Glance e Jones (di 19 e 18 anni, rispettivamente …) nella camera di attesa prima della chiamata ai blocchi di partenza, una tattica che certo non scalfisce due “vecchie volpi” come Quarrie e Borzov, ma che fa presa sui giovani Usa, “guardando i quali negli occhi, si vedevano che erano battuti in partenza …”, dirà in seguito il velocista del Caribe …

Con Borzov a lui vicino in terza corsia, Quarrie in quarta e Glance in quinta, Crawford sa bene che, senza precisi punti di riferimento, l’unica cosa che può fare è correre più veloce che può, senza tanti calcoli, anche se allo sparo dello starter i più veloci a mettersi in moto sono i brevilinei Glance e Borzov, per poi essere raggiunti e superati da Quarrie il quale sta per assaporare la gioia del suo primo Oro olimpico quando viene affiancato da un treno quale il 26enne Crwaford che lo precede sul filo di lana per un solo, misero 0”01 centesimo (10”06 a 10”07), con l’esperienza di Borzov ad avere la meglio sulla gioventù di Glance nella lotta per il gradino più basso del podio.

Alla gioia indescrivibile di Crawford – “sui blocchi ero convinto di poter precedere Borzov, ma sono rimasto poi sorpreso dall’essere riuscito a prevalere su di un fuoriclasse quale Quarrie …“, questo il suo commento a fine gara – fa riscontro la delusione in tribuna di Leonard, immortalato dalle telecamere in un’espressione sconsolata che la dice tutta sulla grande occasione mancata per il cubano in una Finale ampiamente alla sua portata.

Per Crawford, che si qualifica anche per la Finale dei m.200, vinta da Quarrie in 20”23 e dove subisce un nuovo infortunio muscolare, si tratta dell’apice della carriera – in seguito sarà bronzo in 10”09 ai “Commonwealth Games” di Edmonton ’78 alle spalle di Quarrie e dello scozzese Allan Wells (10”03 a 10”07), dove è anche secondo con la staffetta 4×100 preceduto solo dal quartetto scozzese – visto che ai successivi Giochi di Mosca viene eliminato ai Quarti di Finale con 10’”28, per poi tentare la sorte, oramai 34enne, anche nell’edizione di Los Angeles ’84, fermandosi anche stavolta ai Quarti, ma con un tempo ben peggiore di 10”56.

Ciò che, in ogni caso, non potrà mai essere cancellato – oltre a far parte ancora per tre anni della “Top Ten” del ranking Mondiale (secondo nel 1976, settimo nel ’77 e quarto nel ’78 …) – è l’orgoglio di essere stato il primo atleta di ogni disciplina a conquistare una medaglia d’Oro per il proprio Paese, il quale dovrà aspettare ben 32 anni per vedere analogo risultato raggiunto dalla staffetta 4×100 all’edizione di Pechino 2008 …

E, non a caso, nella sua città natale, lo Stadio per le gare di Atletica porta il suo nome …

 

IL POKER D’ORO DI SALLY GUNNELL SUI 400 METRI OSTACOLI AD INIZIO ANNI ’90

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Sally Gunnell festeggia l’Oro di Barcellona – da:skysports.com

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando l’Atletica Leggera – con un decennio di ritardo rispetto al Nuoto – si è anch’essa dotata dei propri Campionati Mondiali, con la prima edizione svoltasi ad agosto 1983 ad Helsinki, per gli atleti europei si è aperta la possibilità di realizzare, in tre stagioni consecutive, un invidiabile “filotto” costituito dal mettere insieme il successo continentale, iridato ed olimpico in una stessa specialità …

I primi ad “approfittare” di questa opportunità sono il mezzofondista azzurro Alberto Cova ed il decatleta britannico Daley Thompson che si affermano nelle rispettive specialità (i 10mila metri per l’italiano …) agli Europei di Atene 1982, cui seguono i riferiti Mondiali di Helsinki 1983 ed i Giochi di Los Angeles 1984, con in più, per Thompson, l’aggiunta dell’affermazione anche ai “Commonwealth Games” di Brisbane 1982.

In campo femminile, sfiora una simile impresa la saltatrice in alto tedesca Ulrike Meyfarth, che al titolo continentale ed olimpico unisce l’argento iridato, mentre quattro anni dopo riesce a coronare il “tris da sogno” la maratoneta portoghese Rosa Mota, capace di aggiudicarsi la più massacrante delle prove sia ai Campionati Europei di Stoccarda 1986, al pari dei Mondiali di Roma 1987 e dei Giochi di Seul 1988.

Con la modifica della riduzione da quattro a due anni del lasso temporale intercorrente tra una edizione e l’altra della Rassegna iridata, ecco che le possibilità di completare il riferito en plein consecutivo raddoppiano, nel senso che passano dalla sola occasione Europei-Mondiali-Olimpiadi ad una seconda costituita da Olimpiadi-Mondiali-Europei in rapida successione, opzione quest’ultima, sfruttata dalla protagonista della nostra Storia odierna …

Costei altri non è che Sally Jane Janet Gunnell, nata il 29 luglio 1966 a Chigwell, cittadina di poco più di 10mila anime posta nella Contea dell’Essex, figlia di contadini proprietari di una fattoria di 300 acri e dove inizia a sviluppare la passione per l’atletica, inizialmente dedicandosi al Salto in lungo ed al Pentathlon prima di passare agli ostacoli.

Abbandonate definitivamente le prove multiple ad avvenuta mancata selezione per le Olimpiadi di Los Angeles 1984 dopo aver realizzato il suo “Personal Best” di 5.395 punti ad agosto 1983, al pari dei m.5,74 raggiunti nel lungo, la Gunnell si cimenta sia sugli ostacoli alti che in quelli bassi, cogliendo il suo primo risultato di prestigio affermandosi nella Finale dei m.100hs ai “Commonwealth Games” di Edimburgo 1986, dove precede in 13”29 la connazionale Wendy Jeal.

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La Gunnell sui m.100hs ai “Commonwealth Games” ’86 – da:gettyimages.it

Ben diverso l’esito dei Campionati Europei di fine agosto a Stoccarda, dove la Gunnell, pur coprendo la distanza in 13”22, non riesce a superare le batterie, così come miglior fortuna non ha l’anno seguente in occasione della Rassegna Iridata di Roma 1987, che la vede uscire in semifinale, nonostante il sensibile miglioramento di 13”06, dopo aver corso per tre volte in stagione in 13”01 …

Intensificati gli allenamenti anche sul piano in vista di un possibile passaggio al giro di pista, la Gunnell vive la sua miglior stagione sugli ostacoli alti nel 1988, presentandosi comunque ai Giochi di Seul in entrambe le specialità dei m.100 e 400hs, essendosi su quest’ultima distanza laureata campionessa AAU con il tempo di 55”40, per poi scendere a 55”00 a Londra il 28 agosto …

Con la prova sul giro di pista ad essere per prima in programma nella Rassegna coreana, il relativo riscontro è tutt’altro che disprezzabile, con la 22enne dell’Essex a centrare la Finale in 54”48 per poi migliorarsi sino a 54”03 cogliendo un significativo quinto posto in una gara dove l’australiana Debbie Flintoff-King beffa per un solo 0”01 centesimo (53”17 a 53”18) la favorita sovietica Tatyana Ledovskaya.

Tale buona prestazione, unita al suo “Personal Best” in carriera di 12”82 ottenuto il 17 agosto 1988 al “Weltklasse” di Zurigo, induce a rosee previsioni per la successiva prova sui m.100hs, dove, al contrario, la Gunnell non mantiene fede alle attese, fallendo l’accesso in Finale, sesta in 13”13 nella seconda semifinale, per poi fare anche parte, quale ultima frazionista, del quartetto della staffetta 4×400 che conclude al sesto posto.

L’esito olimpico – nonché la minor concorrenza sulla più lunga distanza – risulta determinante nella scelta della Gunnell di dedicarsi in seguito pressoché esclusivamente ai m.400hs, nel cui Ranking Mondiale di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” compare per la prima volta in sesta posizione nel 1988, per poi salire sino alla terza al termine della stagione successiva, nonostante non miglior il proprio personale, ma grazie a tutta una serie di importanti piazzamenti, tra cui il terzo posto in 55”25 nella quinta edizione della Coppa del Mondo ’89 a Barcellona, alle spalle dell’americana Sandra Farmer-Patrick e della citata sovietica Ledovskaya.

Il 1989 è altresì un anno che vede la Gunnell progredire sul piano, distanza a cui si dedica nella stagione invernale, tanto da conquistare la medaglia d’Oro in 52”04 agli Europei Indoor de l’Aja per poi giungere sesta in 52”60 ai Mondiali Indoor di Budapest, tutta esperienza di cui trova giovamento negli anni a venire …

Con l’organizzazione dei “Commonwealth Games” 1990 assegnata ad Auckland, in Nuova Zelanda, detta circostanza comporta che gli stessi si disputino a cavallo tra fine gennaio ed inizio febbraio, e la Gunnell, chiamata a difendere il titolo sui m.100hs di quattro anni prima ad Edimburgo, deve stavolta accontentarsi dell’argento in 13”12 per poi riscattarsi sia con il successo nella gara oramai a lei più congeniale avendo la meglio sulla Campionessa olimpica Flintoff-King (55”38 a 56”00) e quindi contribuire alla vittoria anche della staffetta 4×400.

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La Gunnell festeggia l’oro della 4×400 ai Commonwealth Games ’90 – da;gettyimages.no 

L’aver iniziato così presto l’attività agonistica si riversa sul prosieguo della stagione, che vede la Gunnell non andare oltre il quarto posto sui m.400 piani ai Campionati Europei Indoor di Glasgow e, soprattutto, deludere alla rassegna Continentale di Spalato, nella quale conclude non meglio che sesta in un modesto 55”45 nella Finale che incorona la Ledovskaya, regale con il suo 53”62.

Retrocessa all’ultimo posto della “Top Ten” del Ranking Mondiale, la britannica si avvia a disputare il suo “Quadriennio di Gloria” durante il quale non ha rivali o quasi sugli ostacoli bassi, con un miglioramento straordinario, laddove si consideri che nel 1990 non era mai riuscita a scendere sotto i 55” netti …

Abbandonata ogni altra “distrazione” e concentratasi solo sui m.400hs, in una stagione che ha nei Campionati Mondiali in programma a Tokyo a fine agosto 1991 il suo appuntamento clou, l’oramai 25enne ostacolista mostra le proprie carte a ridosso della rassegna iridata, migliorando in due riprese il suo “Personal Best” ad inizio agosto, dapprima con il 53”78 con cui si impone a Montecarlo e quindi con il 53”62 grazie al quale trionfa sulla magica pista del “Letzigrund” di Zurigo …

Presentatasi nella Capitale giapponese come la più accreditata avversaria della Ledovskaya, la Gunnell tiene fede alle aspettative, precedendo la coetanea sovietica (54”24 a 54”36) nella seconda semifinale, un chiaro avvertimento in vista dell’atto conclusivo in programma giovedì 29 agosto 1991 …

Con la britannica a godere del vantaggio della quinta corsia rispetto alla sovietica, che parte davanti a lei in sesta facendole da punto di riferimento, lo stesso viene praticamente azzerato dalla partenza a razzo della Campionessa europea, che annulla prima di metà gara il decalage nei confronti delle americane Janeene Vickers e Kim Batten, in settima ed ottava corsia, così da affrontare in testa l’ultima curva e presentarsi all’ingresso della dirittura d’arrivo con largo margine sulla coppia formata da Gunnell e Farmer-Patrick, quest’ultima a fianco della britannica in quarta corsia …

Gli ultimi 80 metri sono incandescenti, con la sovietica a pagare la tattica dispendiosa, mentre Gunnel e Farmer-Patrick recuperano metro su metro sino a che, sull’ultimo ostacolo, l’americana perde l’appoggio, si sbilancia ed esce dal giro medaglie (conclude quarta in 53”95, superata anche dalla connazionale Vickers, bronzo con 53”47), al contrario della britannica che quasi raggiunge la Ledovskaya, cedendo per soli 0”05 centesimi (53”11 a 53”16), ma togliendo altri 0”46 centesimi al proprio personale.

Una Finale che conferma le doti di grande agonista della Gunnell – che in chiusura sfiora anche il podio con la staffetta 4×400 – che torna ad occupare la seconda posizione nel Ranking Mondiale di fine anno alle spalle della Farmer-Patrick, con la quale e la Ledovskaya è attesa alla “resa dei conti” l’anno seguente in occasione dei Giochi di Barcellona, dove la sovietica – Campionessa continentale ’90 ed iridata ’91 – ha la possibilità di centrare il prestigioso tris di successi …

Con le due rappresentanti del Vecchio Continente entrambe 26enni – mentre la Farmer, giamaicana di nascita e naturalizzata americana grazie al matrimonio con l’ostacolista Usa David Patrick, raggiunge in Catalogna la soglia dei 30 anni – la Gunnell si presenta ai Giochi con un miglior risultato di 54”40 ottenuto a Londra, mentre la Ledovskaya non ha effettuato uscite e la Farmer-Patrick ha dovuto, viceversa, superare i Trials di New Orleans, dove si è imposta in un eccellente 53”62 in una gara che ha fatto, quale “vittima eccellente”, Kim Batten, rimasta a casa nonostante il 54”89 che gli vale appena la quarta moneta.

Favorite che si confermano tali nelle qualificazioni, con la britannica ad imporsi in scioltezza nella prima semifinale in un più che promettente 53”78, mentre nella seconda, più combattuta ed equilibrata, ad avere la meglio (53”90 a 53”98) è la Farmer-Patrick sulla sovietica Margarita Ponomaryova, al contrario della Ledovskaya, terza in 54”53, che sembra aver perso lo smalto delle due stagioni precedenti …

In ogni caso, il pomeriggio del 5 agosto 1992, a schierarsi sulla linea di partenza sono la Gunnell in terza corsia e la Farmer-Patrick in quarta, con la Ponorayova in sesta mentre la Ledovskaya è relegata in ottava e più esterna corsia, senza alcun punto di riferimento.

Come suo solito, la sovietica – che peraltro gareggia sotto i colori della “Comunità degli Stati Indipendenti” – impone alla gara un ritmo elevato, in questo seguita a centro pista dalla Farmer-Patrick, nel mentre la britannica, che ha la possibilità di controllare l’andatura delle sue avversarie, si mantiene in una posizione di attesa per poi accelerare sulla seconda curva così da imboccare il rettilineo a stretto contatto con l’americana …

Un testa a testa che si decide sull’ultimo ostacolo, meglio affrontato dalla Gunnell che se ne va quindi a sprintare per concludere in 53”23, suo miglior tempo dell’anno, con la Farmer-Patrick argento con 53”69 e la Ledovskaya a vedersi sfuggire anche il podio, pur se cronometrata con lo stesso tempo di 54”31 dell’altra americana Vickers.

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L’arrivo vincente della Gunnell a Barcellona ’92 – da:gettyimages.it

Conquistata la prima – e sinora unica – medaglia d’oro olimpica britannica sugli ostacoli al femminile, cui aggiunge altresì’ il bronzo con la staffetta 4×400 alle spalle delle inarrivabili sovietiche ed americane, la Gunnell – pur se ancora classificata alle spalle della Farmer-Patrick nel Ranking Mondiale di fine stagione – si trova ora, una volta raggiunti i vertici della specialità, con il mai facile compito di confermarsi, e l’occasione per la rivincita è quanto mai prossima, ovvero la quarta edizione dei Campionati Mondiali che, per la prima volta, si svolgono a cadenza biennale, essendo in programma a Stoccarda a metà agosto 1993.

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La staffetta 4×400 bronzo a Barcellona ’92 – da:macclesfield-live.co.uk

Con la Ledovskaya – che ora può gareggiare per la Bielorussia, suo Paese d’origine – in netta fase calante, le maggiori minacce giungono dalla “rediviva” russa Ponomaryeva, a dispetto dei suoi 30 anni, e dal temibilissimo trio Usa che, all’argento olimpico, aggiunge la Batten e Tonya Buford, così come della partita è sempre la 25enne giamaicana Deon Hemmings, settima l’anno prima a Barcellona …

Gunnell che, peraltro, si presenta in Germania con alle spalle una stagione contrassegnata da sole vittorie, con già quattro prestazioni al di sotto dei 54” netti, di cui la migliore di 53”52 fatta registrare a due settimane dalla Rassegna Iridata, nel leggendario scenario del “Weltklasse” di Zurigo …
Con i favori del pronostico tutti dalla sua parte, la 27enne dell’Essex non si nasconde, come del resto le sue avversarie, visto che, con l’introduzione di tre semifinali che qualificano per l’atto conclusivo le sole prime due più i due migliori tempi, non vi è alcuna possibilità di risparmiarsi …

E, difatti, gli esiti sono lì a testimoniarlo, con la prima serie che qualifica Gunnell e Buford (53”95 e 54”38), la seconda Ponomaryova e Batten (53”71 e 54”20) e la terza Farmer-Patrick ed Hemmings (53”88 e 54”12), in cui la Ledovskaya, giunta terza in 54”60, si vede esclusa dalla Finale poiché i due migliori tempi sono ripescati dalla seconda serie, solo per concludere agli ultimi due posti all’atto conclusivo …

Le sei migliori si dispongono pertanto sui blocchi di partenza della Finale in programma giovedì 19 agosto 1993 al “Neckarstadion” di Stoccarda, e nell’aria e nei volti delle atlete si intuisce che potrebbe scapparci il grande risultato, ricordando come il primato mondiale risalga al 52”94 realizzato dalla sovietica Marina Stepanova il 19 settembre 1986, migliorando esattamente 20 giorni dopo, il suo stesso limite stabilito proprio sulla medesima pista, in occasione dei Campionati Europei.

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La Gunnell in azione ai Mondiali ’93 – da:gettyimages.ae

Con questa interessante premessa, la britannica è ancora una volta favorita dall’assegnazione delle corsie, correndo in quarta con davanti a lei, nell’ordine, Ponomaryova, Farmer-Patrick e Batten, con la vice Campionessa olimpica a prendere decisamente la testa in avvio, così da affrontare in vantaggio la seconda curva, nel mentre la Gunnell regola la propria andatura su quella della Ponomaryova …

Ancora in vantaggio sul penultimo ostacolo, la Farmer-Patrick si mantiene in prima posizione anche dopo l’uscita dall’ultima barriera per poi vedersi rimontare proprio negli ultimi appoggi dalla britannica che la supera sul filo di lana per un riscontro cronometro che ha dell’incredibile, essendo entrambe andate al di sotto del primato assoluto, con soli 0”05 centesimi (52”74 a 52”79) a dividerle, mentre la Ponomaryova è buona terza in 53”48.

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L’esultanza della Gunnell al record mondiale – da:gettyimages.it

Senza alcun dubbio la più emozionante Finale dei m.400hs femminili sinora mai disputata, la stessa incorona la Gunnell quale “Regina della specialità” e stavolta – dopo un altro bronzo con la staffetta 4×400 a confermarsi “terza forza del pianeta” alle spalle di Stati Uniti e Russia – non possono esservi dubbi circa la sua posizione ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno, oltretutto l’unica a tutt’oggi ad essere contemporaneamente Campionessa olimpica, iridata e detentrice del record mondiale.

Altresì eletta “Atleta femminile dell’Anno” dalla IAAF – nel mentre in campo maschile detto riconoscimento va al connazionale Colin Jackson, anch’egli Oro e primato mondiale sui m.110hgs a Stoccarda – alla Gunnell manca solo un ultimo “piccolo sforzo”, ovvero aggiudicarsi la Rassegna Continentale di Helsinki ’94 per completare il prestigioso tris di vittorie consecutive …

Impegno che porta a termine nel migliore dei modi, vale a dire con una “Stagione perfetta” che la vede battuta in una sola occasione al Meeting di Nizza ed, al contrario, affermarsi in ogni Manifestazione internazionale …

Il primo squillo avviene a fine giugno in Coppa Europa a Birmingham – competizione in cui si era affermata anche l’anno prima a Roma – in cui si impone in 54”62 sull’ucraina Tatyana Tereshchuck, per poi avere nettamente la meglio il 23 luglio 1994 sull’americana Batten (53”51 a 54”22) in occasione dei “Goodwill Games” di San Pietroburgo, ideale biglietto da visita in vista della Rassegna Continentale in programma a due settimane di distanza nella Capitale finlandese …

Sulla pista dello “Stadio Olimpico” di Helsinki, l’oramai 28enne britannica non deve faticare più di tanto per far suo il titolo europeo tanta è la superiorità rispetto alle sue avversarie, ma in ogni caso onora l’evento facendo registrare nella Finale del 12 agosto 1994 il suo “Personal Best” stagionale di 53”33 – che rappresenta altresì la sua quarta miglior prestazione in carriera – che lascia la tedesca Silvia Rieger (54”68) ad 1”35 di distacco.

Fatto 30, facciamo 31”, deve essersi detta la Gunnell, ed allora perché non provare ad emulare l’impresa di Daley Thompson, arricchendo il tris con il titolo anche ai “Commonwealth Games” così da farlo divenire un Poker …??

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L’Oro sui m.400hs ai Commonwealth Games ’94 – da:gettyimages.no

Detto fatto, ecco pronto il volo per Victoria, in Canada, dove a piegarsi alla sua andatura è la giamaicana Hemmings (54”51 a 55”11), per poi aggiungervi la “ciliegina” del successo anche con la staffetta 4×400, prima di far ritorno in Patria per ricevere gli applausi del suo pubblico, visto che Londra ospita la settima edizione della Coppa del Mondo …

E, sulla pista del “Crystal Palace”, la Gunnell non tradisce le attese, avendo nuovamente la meglio sulla Rieger (54”80 a 56”14) nella gara individuale per poi infiammare i presenti con un’ultima frazione che consente al quartetto britannico della 4×400 di superare in un emozionante testa a testa (3’27”36 a 3’27”59) la formazione tedesca, degnissimo modo per concludere una stagione irripetibile che, per quanto ovvio, la riconferma ai vertici del Ranking Mondiale.

Poi, come spesso accade, raggiunto l’apice dell’attività, ecco che la luce si spenge, sotto forma di ripetuti infortuni che le fanno perdere la stagione 1995 – durante la quale, ai Mondiali di Goteborg, la coppia americana Batten/Buford le toglie il record mondiale al termine di una fantastica sfida che le vede divise (52”61 a 52”62) dai un solo 0”01 centesimo – per poi riproporsi l’anno seguente per cercare di difendere il titolo olimpico di Barcellona.

Presentatasi ad Atlanta dopo essersi aggiudicata la gara di Coppa Europa e con un personale stagionale di 54”65 realizzato ai Campionati AAU, la Gunnell è costretta ad alzare bandiera bianca ritirandosi durante lo svolgimento della seconda semifinale, corsa, ironia della sorte, proprio il 29 luglio 1996, vale a dire nel giorno del compimento dei 30 anni, mentre l’Oro olimpico va, a sorpresa, alla Hemmings che ha la meglio (52”82 a 53”08) sulla Batten, con la Buford a completare il podio.

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La Gunnell ad Atlenta ’96 – da:gettyimages.it

Il tentativo di recuperare ai massimi livelli nel corso della successiva stagione, in cui la Gunnell fa registrare il suo ultimo acuto degno di nota, imponendosi in Coppa Europa a Monaco di Baviera – ancora (54”57 a 55”23) sulla Rieger – si arena definitivamente in occasione dei Campionati Mondiali di Atene dove, dopo aver fatto registrare il secondo miglior tempo (54”53, suo “Personal Best” stagionale …) in batteria, è costretta a ritirarsi per un infortunio al tendine d’Achille, con ciò ponendo fine all’attività agonistica.

A 31 anni si ritira pertanto una delle maggiori interpreti di ogni epoca degli ostacoli bassi, lasciandosi alle spalle l’immagine di una straordinaria agonista di cui il “Poker d’Oro” – tuttora ineguagliato in campo femminile per ciò che concerne il Regno Unito – non è da solo sufficiente a descriverne la relativa grandezza …

Anche se vale sempre il vecchio adagio che …. “i record passano, le medaglie restano …!!” …

IL MARTELLO D’ARGENTO DI NICOLA VIZZONI AI GIOCHI DI SYDNEY 2000

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Nicola Vizzoni ai Mondiali di Mosca ’13 – da:youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

Paese di Santi, Poeti e Navigatori”, l’Italia non lo è di certo anche di Lanciatori, prova ne sia che il bottino di medaglie – tra Olimpiadi, Campionati Mondiali ed Europei – è quanto di più magro si possa aver raccolto in tali specialità dell’Atletica Leggera …

Se poi si considera che larga parte dello stesso è costituito dalle imprese compiute nell’immediato secondo dopoguerra dal “Gigante BuonoAdolfo Consolini nel Lancio del Disco – Oro ai Giochi di Londra ’48 ed Argento ad Helsinki ’52, nonché tre volte consecutive Campione europeo dal 1946 al ’54, sempre con il fedele Giuseppe Tosi alla piazza d’onore, così come a Londra ’48 – capirete che per il resto rimangono solo le briciole …

Con nessun azzurro a salire sul Podio di una delle tre citate grandi Rassegne Internazionali nel Lancio del Giavellotto, nel corso degli anni ’80 l’Italia trova un suo degno rappresentante nel Getto del Peso, ovvero Alessandro Andrei, che – complice anche l’assenza degli specialisti dell’Europa orientale a seguito del contro boicottaggio imposto da Mosca – si aggiudica la medaglia d’Oro ai Giochi di Los Angeles 1984, prendendosi peraltro la soddisfazione di mettere in fila in tre lanciatori Usa, Paese con grandi tradizioni in tale concorso, per poi cogliere anche l’argento ai Campionati Mondiali di Roma 1987 alle spalle dello svizzero Werner Gunthor,

Resta il Lancio del Martello, specialità in cui la classica “Rondine che non fa Primavera” è rappresentata per l’Italia dal ferrarese Teseo Taddia, che alla Rassegna Continentale di Bruxelles nel 1950 coglie l’argento preceduto (m. 55,71 a m.54,73) solo dal norvegese Sverre Strandli, dopo essersi classificato sesto nell’edizione di Oslo ’46 e settimo anche alle Olimpiadi di Londra 1948.

Un Taddia che, dal 1941 al 1950, migliora altresì per 9 volte il record italiano, fermandosi a m.59,17 prima che la specialità andasse in letargo per quanto attiene ai nostri colori, dando timidi segni di risveglio solo verso la fine degli anni ’60, con i migliori esponenti del Bel Paese costituiti dal padovano Giampaolo Urlando e dal friulano Mario Vecchiato, che fanno a gara nel togliersi reciprocamente il primato nazionale con il veneto ad avere infine la meglio sino ai m.78,16 raggiunti nel 1984.

Di medaglie però, manco a parlarne – eccezion fatta per i Giochi del Mediterraneo dove la concorrenza è invero misera – con il miglior piazzamento di Vecchiato pari al nono posto alle Olimpiadi di Monaco 1972, mentre Urlando, dopo un ottavo posto agli Europei di Praga ’78 ed un settimo ai Giochi di Mosca ’80, conclude in modo inglorioso la propria carriera venendo trovato positivo al controllo antidoping alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove si era piazzato quarto con m.75,96 appena due centimetri in più del connazionale Orlando Bianchini, al suo miglior risultato in carriera.

Da allora in poi, per quasi 15 anni il buio più totale, nel mentre la specialità raggiunge il suo apice con la rivalità tra i tre colossi sovietici Juri Tamm, Sergey Litvinov ed Yuryi Sedykh a contendersi medaglie di ogni specie e record mondiali, con quest’ultimo ad eseguire il lancio più lungo, raggiungendo i m.86,74 a fine agosto 1986 e che, ad oltre 30 anni di distanza, è tuttora ineguagliato.

In Italia, viceversa, si fa fatica a raggiungere la fettuccia degli 80 metri, quella che separa la mediocrità dall’eccellenza, sino a che il 9 marzo 1997 a Roma, nella sua città, il 32enne Enrico Sgrulletti non scaglia l’attrezzo a m.81,64 per quello che a tutt’oggi è ancora il limite nazionale, per poi toccare alla “meteora” Loris Paoluzzi lanciare sino a m.80,98 il 4 luglio 1999 a Pescara, senza però dare seguito a detto exploit con piazzamenti di rilievo nelle grandi Manifestazioni internazionali, dove fallisce puntualmente l’accesso alla Finale, quantomeno sino ai “Giochi di fine Millennio” di Sydney 2000 …

Sgrulletti, viceversa, è più continuo come prestazioni – settimo agli Europei di Spalato ’90, undicesimo ai Giochi di Barcellona ’92 e nono alla successiva edizione di Atlanta ’96 – per poi sparire di scena proprio dopo aver centrato il record italiano, ma nel frattempo sta maturando il protagonista della nostra Storia odierna, ovvero colui che riesce ad infrangere il tabù del mancato alloro olimpico nel Lancio del Martello, per quanto attiene ai nostri colori …

Costui altri non è che il finanziere Nicola Vizzoni, colosso di m.1,93 per 122kg, nato a Pietrasanta ad inizio novembre 1973 e che si mette in luce – dopo un passato da calciatore come difensore e di praticante arti marziali – allorché il suo allenatore Roberto Guidi presso il “Centro Atletico Versilia” lo indirizza verso il Lancio del Martello dopo essersi inizialmente cimentato nel getto del Peso.

I miglioramenti sono repentini e, dopo un quinto posto con m.66,96 ai Mondiali Juniores di Seul ’92, Vizzoni si trasferisce a Roma presso il Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle, circostanza che gli consente di progredire anno dopo anno sino a vivere il suo primo “Triennio importante” a cavallo del cambio di secolo …

Dapprima, difatti, sfiora la “barriera degli 80 metri” con un lancio di m.79,56 eseguito a Padova a fine giugno ’99, per poi cogliere l’argento a metà agosto ai Giochi Mondiali Militari svoltisi a Zagabria e quindi piazzarsi settimo, ad una settimana di distanza, ai Campionati Mondiali di Siviglia con la misura di m.78.31 ottenuta al quinto tentativo, il che lo porta per la prima volta nella “Top Ten” del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, classificandosi all’ottavo posto.

In vista delle Olimpiadi di Sydney, Vizzoni supera per tre volte in stagione i 79 metri, con un “personale stagionale” di m.79,48 ottenuto il 22 agosto 2000 nella “sua” Viareggio, venendo selezionato per i Giochi unitamente al già ricordato Paoluzzi, che si presenta in Australia con un miglior lancio dell’anno pressoché identico a quello del versiliese (m.79,47), ma classificatosi alle spalle del medesimo (m.79,34 a 78,96) in occasione dei Campionati italiani di inizio settembre.

Vizzoni, al pari del compagno di squadra, approda nella Metropoli australe con l’obiettivo di raggiungere la Finale ed, ove possibile, cercare di superare la “fatidica barriera”, vista la concorrenza costituita dal Campione mondiale tedesco Karsten Kobs, nonché dal trio ungherese formato da Tibor Gécsek, Zsolt Nemeth e Adrian Annus – primi quattro del Ranking Mondiale di fine anno 1999 – e dall’eterno 37enne bielorusso Igor Astapkovich, primatista stagionale con m.82,58 e grande interprete della specialità, ma con la quanto mai poco simpatica etichetta di “eterno secondo” …

Ma quel sabato 23 settembre 2000, sulla pedana dello “Stadio Olimpico” di Sydney, dove si svolgono le qualificazioni per la Finale del giorno appresso, un aiuto inaspettato viene a dar manforte ai nostri lanciatori, sotto forma di una pioggia che rende difficile mantenere l’equilibrio in fase di rotazione …

Di questa circostanza si avvantaggia principalmente Vizzoni, visto che la sua tecnica di lancio prevede solo tre giri rispetto ai canonici quattro dei suoi avversari che così si trovano maggiormente a disagio con la pedana bagnata e, con il limite di qualificazione posto a m.77,50, il non ancora 27enne toscano ottiene la misura al secondo dei tre tentativi a sua disposizione con un lancio di m.77,56.

Con soli cinque lanciatori ad aver superato il limite richiesto – ed Astapkovich a confermare la sua buona condizione con il miglior lancio di m.79,81 – per completare il lotto dei 12 finalisti vengono ripescati i successivi risultati a scalare, il che consente anche a Paoluzzi di qualificarsi con m.76,91 (nono della graduatoria …), ma determina altresì una “ecatombe di nomi eccellenti”, tra cui i ricordati Kobs, Nemeth ed Annus.

Con diversi favoriti usciti di scena – tra cui anche l’ucraino Vladyslav Piskunov e gli anziani Abduvaliyev e Sidorenko – ecco che per Vizzoni le speranze di aspirare ad un possibile podio, impensabili alla vigilia, iniziano a farsi più rosee e, con il vantaggio di aver tutto sommato poco da perdere, si presenta alla Finale del giorno dopo deciso a giocarsi sino in fondo le proprie carte …

Al primo turno di lanci, l’azzurro apre con m.76,35 che lo pone in quinta posizione, dietro anche a Paoluzzi che spara le sue cartucce con m.78,18 quello che sarà il suo miglior lancio di giornata, sufficiente comunque l’accesso ai tre lanci di finale, mentre è alla seconda prova che il 24enne polacco Szymon Ziolkowski – presentatosi ai Giochi con un “Personal Best” di m.81,42 raggiunti a Varsavia a metà agosto – scopre le sue velleità portandosi in testa con m.79,87, un acuto al quale Vizzoni risponde al turno successivo scagliando l’attrezzo a m.79,64 così da concludere al secondo posto la parte preliminare …

Con una Classifica provvisoria che vede in terza posizione il bielorusso Ivan Thikon con m.79,17 ed alla quinta Paoluzzi, mentre il grande favorito Astapkovich si qualifica per il rotto della cuffia (ottavo con m.77,08), la gara si decide al quarto lancio allorché Ziolkowski diviene l’unico a superare, ancorché di appena due centimetri, la fettuccia degli 80 metri …

Per Vizzonil, che già ha realizzato il suo miglior lancio in carriera, vi è solo da sperare che nessuno degli altri sei finalisti riesca a strappargli la potenziale medaglia d’argento e, come spesso accade nei concorsi, nessuno riesce a migliorarsi rispetto ai lanci iniziali, fatto salvo il “Leone ferito” Astapkovich, che al penultimo tentativo eguaglia la terza miglior misura di m.79,17 del connazionale Thikon, non sufficiente però a garantirgli il bronzo per un secondo peggior lancio, prima di un ultimo sussulto alla sesta prova con cui fa atterrare l’attrezzo a m.79,06 per la sua settima medaglia in una grande Manifestazione.

L’argento olimpico – con conseguente raggiungimento della sesta posizione nel ranking Mondiale di fine anno – ha per Vizzoni un effetto esaltante, che lo porta a vivere la successiva come la sua “Miglior Stagione”, riuscendo finalmente ad abbattere il muro degli 80 metri in ben tre circostanze, il 6 giugno a Milano con m.80,38 cui seguono i m.80,13 del 23 giugno a Brema in occasione della Finale di Coppa Europa ed infine il lancio di m.80,50 – suo “Personal Best” in carriera – effettuato il 14 luglio al Meeting di Formia.

Stagione interessante anche dal punto di vista dei piazzamenti, in quanto l’oramai 28enne versiliese conquista la medaglia d’oro sia ai Mondiali Militari di Beirut con m.77,93 così come all’Universiade di Pechino con m.78,41 (avendo la meglio su Piskunov ed Annus …) ed ai Giochi del Mediterraneo di Tunisi con m.78,49 …

Ma l’appuntamento più importante al quale Vizzoni è atteso per confermare l’argento olimpico non possono che essere i Campionati Mondiali che si svolgono ad Edmonton, in Canada, dal 3 al 12 agosto 2001, ai quali l’azzurro si presenta con la settima miglior misura stagionale, in una Classifica idealmente capeggiata dal giapponese Koji Murofushi, autore di m.83,47 pari al suo “Personal Best” all’epoca …

Sulla pedana canadese, Vizzoni dimostra come l’argento di Sydney non sia stato frutto del caso, essendo uno dei soli quattro atleti in grado di superare gli 80 metri, scagliando l’attrezzo a m.80,13 al quinto lancio che però non si dimostrano sufficienti a garantirgli un’altra medaglia, con il bronzo appannaggio del russo Ilya Konovalov grazie ai m.80,27 ottenuti al primo tentativo, mentre la “Lotta tra Titani” tra il Campione Olimpico Ziolkowski e Murofushi si risolve (m.83,38 ad 82,92) a favore del primo.

Una continuità di rendimento che consente a Vizzoni di innalzarsi sino al terzo posto del Ranking Mondiale di fine stagione – suo miglior piazzamento in carriera – per poi vivere alcuni anni di appagamento che comunque non gli impediscono di continuare ad allenarsi ed a praticare la specialità di cui oramai si è appassionato, anche se non è più in grado di raggiungere i 79 metri, con conseguenti risultati negativi che lo vedono incapace di qualificarsi per le Finali degli Europei di Monaco ’02 e dei Mondiali di Parigi ’03, nel mentre ai Giochi di Atene ’04 si piazza non meglio che decimo (m.74,27) ed ancora ai Mondiali di Helsinki ’05 non riesce a superare le eliminatorie.

Nel 2006 però, accade un fatto nuovo, vale a dire il passaggio sotto la guida del tecnico Riccardo Ceccarini, un connubio che inizia a dare buoni frutto con il nono posto (m.76,55) alla Rassegna Continentale di Goteborg dello stesso anno, cui seguono lanci che lo riportano a ridosso dei 79 metri nelle due stagioni seguenti, pur se sia ai Mondiali di Osaka ’07 che ai Giochi di Pechino ’08 Vizzoni fallisce la qualificazione alla Finale …

Il triennio successivo ricalca – pur se in tono minore – quello del precedente decennio, con l’oramai 35enne martellista a ritrovare confidenza con l’attrezzo, che torna a lanciare a m.79,74 il 17 maggio 2009, per poi riassaporare il gusto del podio con il bronzo ai Mondiali Militari di Sofia (m.78,06) ed i successi sia in Coppa Europa (m.78,15) che ai Giochi del Mediterraneo (m.75,92), al pari della qualificazione per la Finale dei Campionati Mondiali di Berlino’09, dove conclude al nono posto.

Riapparso nella “Top Ten” del Ranking Mondiale piazzandosi in nona posizione, l’anno seguente Vizzoni coglie un altro strabiliante risultato in occasione dei Campionati Europei di Barcellona 2010, allorché, con un ultimo lancio di m.79,12 (sua miglior prestazione stagionale …) si porta dalla quarta alla seconda posizione alle spalle del solo slovacco Libor Charfreitag che si impone con m.80,02 per un argento incredibile alla soglia dei 37 anni, il che lo porta a salire al sesto posto del Ranking di fine anno.

E, come avvenuto dieci anni prima, detta medaglia è la molla che consente a Vizzoni di tornare a superare, per la quinta ed ultima volta in carriera, gli 80 metri, cosa che avviene il 4 giugno 2011, in Coppa Italia a Firenze, con un lancio di m.80,29 sua terza miglior prestazione di sempre, impresa che lo porta a proseguire, migliorando, se non le misure, i piazzamenti degli anni precedenti, visto che raggiunge le Finali sia dei Mondiali di Daegu ’11 (ottavo con m.77,04) così come degli Europei di Helsinki (quinto con m.75,13) e dei Giochi di Londra ’12 (settimo con m.76,07) ed al pari altresì dei Mondiali di Mosca ’13 dove, con la misura di m.77,61 che rappresenta il suo personale sragionale, si piazza settimo, per poi concludere l’attività agonistica ai Campionati Europei di Zurigo ’14, oramai 40enne, in cui è undicesimo con m.73,94 …

Di sicuro, grazie a questo “” ed ai suoi sacrifici, forza di volontà ed impegno, anche l’Italia ha potuto ritagliarsi uno spazio in una specialità che per tanto, troppo tempo l’aveva lasciata ampiamente ai margini dei vertici internazionali …

 

GERD WESSIG E QUEL VOLO ALTISSIMO AI GIOCHI DI MOSCA 1980

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Gerd Wessig ai Giochi di Mosca 1980 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Le mai tanto condannate decisioni scellerate delle due Superpotenze di boicottare a vicenda le edizioni di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 delle Olimpiadi – ultimi retaggi di una “Guerra fredda” divenuta oramai anacronistica – hanno impedito a molti atleti di coronare il sogno di una carriera fatta di impegno e sacrificio, nonché agli sportivi di assistere ad alcune sfide di altissimo livello …

Ovviamente, alcuni allori hanno visto svilire il loro valore – per restare al solo campo dell’Atletica Leggera, citiamo a mo’ d’esempio i successi dei tedeschi orientali Thomas Munkelt e Volker Beck sui m.110 e 400hs ai Giochi di Mosca, vista l’assenza dei primatisti mondiali e favoritissimi americani Renaldo Nehemiah ed Edwin Moses, mentre, al contrario, i concorsi di Los Angeles quattro anni dopo, sono stati inficiati dalla mancata partecipazione del sovietico Sergej Bubka nel Salto con l’asta, al pari dei pesisti della Germania Est Udo Beyer ed Ulf Timmermann, per non parlare dei lanciatori del martello sovietici, padroni indiscussi di tale specialità – ragion per cui, per avvalorare il diritto a salire sul gradino più alto del podio, alla medaglia d’Oro occorre abbinare la prestazione.

Ed, in quest’ottica, i Giochi di Mosca, di cui andiamo a trattare quest’oggi, fanno segnare una particolarità proprio nei concorsi, e, più nello specifico nelle specialità del Salto in Alto e con l’Asta, ovvero di essere l’ultima edizione in cui il vincitore realizza anche il relativo record mondiale che, se nel caso dell’Asta ha un solo precedente risalente ai Giochi di Anversa 1920 – allorché si impose con m.4,09 l’americano Frank Foss – per quel che riguarda il Salto in Alto si tratta dell’unica occasione in assoluto in cui detto caso si sia verificato.

Del primato del polacco Kozakiewicz nell’Asta abbiamo già avuto modo di parlare – con tanto del celebre “gesto dell’ombrello” rivolto all’ostile pubblico moscovita che ne fischiava i tentativi – e quindi rivolgiamo la nostra attenzione al Salto in l’Alto che, fra l’altro, vive proprio nella stagione olimpica un’impennata ai massimi livelli …

Specialità rimasta per anni ancorata al “mito di Valerj Brumel”, salito con il suo stile ventrale da m.2,23 sino ai m.2,28 superati il 21 luglio 1963 a Mosca – per poi non conoscerne le reali potenzialità a causa dell’incidente in moto che, di fatto, ne tronca la carriera nel 1965 – la stessa vive una fase rivoluzionaria grazie al nuovo stile che prende il nome dal suo ideatore, l’americano Dick Fosbury, che superando l’asticella di schiena si impone ai Giochi di Città del Messico 1968 con m.2,24.

Inutile dire che negli Stati Uniti la nuova tecnica viene pressoché immediatamente abbracciata, a differenza di ciò che accade nel Vecchio Continente, ed in particolare in Unione Sovietica, in ciò confortata dapprima dal successo del “ventralistaJuri Tarmak con m.2,23 ai Giochi di Monaco 1972 e quindi dalle imprese di Vladimir Yashchenko che strappa all’americano Dwight Stones il record mondiale valicando proprio oltre Oceano il 2 giugno 1977 a Richmond l’asticella posta a m.2,33 per poi elevarsi sino a m.2,34 l’anno seguente a Tbilisi.

Ma le imprese del 20enne ucraino si fermano di fronte ad un terribile infortunio che gli causa la rottura di entrambi i legamenti crociati del ginocchio sinistro ed il conseguente addio all’attività agonistica, dando così via libera alla definitiva adozione del “Fosbury Flop” in ogni parte del pianeta, e di cui uno dei maggiori interpreti è il polacco Jacek Wszola che, sfruttando un tale stile, si aggiudica l’Oro ai Giochi di Montreal 1976 con tanto di record olimpico a quota m.2,25.

Saltatore polacco che si presenta ai Giochi di Mosca nella veste di grande favorito per il bis olimpico, visto che appena due mesi prima, il 25 maggio 1980 ad Eberstadt, in Germania Ovest, ha migliorato il primato mondiale di Yashchenko portandolo a m.2,35 solo per essere eguagliato, a distanza di 24 ore, dal non ancora 19enne “enfant prodige” del salto in alto tedesco, vale a dire Dietmar Mogenburg, che raggiunge la stessa quota al Meeting di Rehlingen.

Ma Mogenburg, aderendo il proprio Paese al boicottaggio dei Giochi moscoviti imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, non può giocarsi le proprie carte sulla pedana dello spettacolare “Stadio Lenin” della Capitale russa, talché considerata altresì l’assenza dei saltatori americani ed un certo ritardo della Scuola sovietica – alle prese con il cambio di stile tra ventrale e Fosbury – non si vede, in fase di pronostico, chi possa impedire al Wszola il bis olimpico …

Se i saltatori della parte occidentale della Germania devono, loro malgrado, far buon viso a cattivo gioco, non altrettanto accade per la parte orientale, che si presenta a Mosca con un terzetto di buona levatura, composto dal 22enne Henry Lauterbach, con un “Personal Best” di m.2,30 saltati a Potsdam a metà agosto 1978 ed un miglior risultato stagionale di m.2,27 realizzato due settimane prima dei Giochi ai Campionati Nazionali di Cottbus, e dalla giovane promessa non ancora 20enne Jorg Freimuth, che presenta quale biglietto da visita il salto a m.2,28 ottenuto a Potsdam, anch’egli a 15 giorni dalla gara olimpica …

A completare il trio è il protagonista della nostra Storia odierna, ovvero Gerd Wessig, nato il 16 luglio 1959 a Lubz, nella Pomerania occidentale e che deve la propria abilità in tale specialità in parte al fatto dell’incredibile crescita di circa 20cm. tra i 18 ed i 20 anni, che lo portano nel 1979 a misurare m.2,01 per 88kg., fisico perfetto per un saltatore, con conseguente miglioramento dei suoi risultati dai m.2,13 del 1977 ai m.2.19 dell’anno seguente sino ai m.2,23 indoor raggiunti a fine dicembre 1979.

Ma l’anno della svolta è rappresentato per Wessig dalla stagione che ha come appuntamento principale i Giochi di Mosca, che lo vede in costante crescita, a partire dai m.2,29 indoor superati il 20 gennaio a Berlino, per poi valicare in tre occasioni l’asticella a m.2,27 all’aperto sino a far suo il titolo nazionale il 17 luglio a Cottbus con il suo “Personal Best” di m.2,30 così da farsi il miglior regalo possibile per i 21 anni compiuti il giorno precedente guadagnandosi la selezione olimpica …

Gara che si svolge con le qualificazioni in programma il 31 luglio 1980 e la Finale il giorno dopo, con il limite di m.2,21 fissato per accedere alla Finale rivelatosi troppo basso, visto che ben 16 atleti riescono nell’intento, dei quali sono oramai in 13 ad adottare lo stile Fosbury, con il ventrale destinato a passare alla storia …

Sedici concorrenti stanno a significare una gara quanto mai lunga e snervante, coi migliori a limitare i tentativi alle quote più basse – Wszola entra in gara a m.2,15 per poi “passare” i m.2,18 e ripresentarsi in pedana a m.2,21, al pari di Lauterbach, Wessig e lo svizzero Roland Dalhauser, mentre Freimuth passa i m.2,15 e supera al primo tentativo i m.2,18 – con una prima selezione ai m.2,21 dove rimangono in 11 e Wszola palesa una prima incertezza, facendo sua la quota alla seconda prova e Lauterbach addirittura alla terza …

Ma è allorquando l’asticella viene posta a m.2,24 che si verifica una vera e propria ecatombe, con l’eliminazione di ben cinque finalisti – tra cui il trio sovietico composto da Aleksey Demyanyuk, Gennady Belkov ed Aleksandr Grigoryev, il più accreditato in virtù dell’argento conquistato due anni prima con m.2,28 agli Europei di Praga, alle spalle del già ricordato Yashchenko – ed i soli Wessig e Freimuth ancora esenti da errori, mentre a Wszola serve ancora un secondo tentativo per accedere alla misura superiore …

I m.2,27 iniziano ad essere una quota di tutto rispetto – nonché rappresentare il nuovo record olimpico – e difatti alzano bandiera bianca sia Dalhauser che lo jugoslavo Vaso Komnenic, classificati quinto e sesto per un minor numero di errori da parte dello svizzero, mentre Wszola, ritrovata la giusta concentrazione, stavolta valica l’asticella al primo tentativo al pari di un ritrovato Lauterbach e di Wessig, rispetto ad un Freimuth che deve addirittura ricorrere alla terza prova a sua disposizione …

In ogni caso, la lotta per le medaglie vede una sfida tra il polacco ed i tre tedeschi orientali, e nell’aria si incomincia ad intuire che si possa assistere ad un qualcosa di clamoroso, specie dopo che a m.2,29 l’unico ad aver bisogno di un secondo tentativo è proprio Wessig (alla prima incertezza di giornata), mentre il polacco ed i suoi due connazionali valicano l’asticella alla prima prova …

Con il record olimpico ad essere migliorato ad ogni salto, la quota di m.2,31 è fatale a Lauterbach, che così esce dal giro medaglie e non riesce a migliorare il suo miglior risultato di m.2,30 ottenuto in carriera, ma ai vertici della Classifica provvisoria Wessig si riprende il comando facendo sua la misura al primo tentativo rispetto al secondo di cui hanno bisogno Wszola ed il sorprendente Freimuth …

In una sfida tra giovani – il Campione olimpico e primatista mondiale in carica avrebbe compiuto 24 anni a fine dicembre, Wessig, come già riferito, ha appena festeggiato i 21 anni e Freimuth è in attesa di compierne 20 il prossimo 10 settembre – occorre evidenziare come, al momento, entrambi i tedeschi orientali abbiano già fatto meglio rispetto alle misure con cui si sono presentati a Mosca, ragion per cui gli esperti continuano a vedere in Wszola il favorito …

Ed, in effetti, allorché l’asticella viene posta a m.2,33 – una quota di ben 8cm. superiore al vecchio record olimpico, un incremento mai verificatosi nella Storia dei Giochi – tale misura risulta fatale a Freimuth, il quale in seguito non rispetterà le attese, risultando i m.2,31 di Mosca e la relativa medaglia di bronzo il suo miglior risultato in carriera.

La sfida si sposta ora sul favorito polacco e sul “saltatore venuto dal nulla” di cui, sino a due settimane prima dell’apertura dei Giochi si sapeva poco o niente, ma che si rende conto di vivere il più classico “Giorno dei Giorni”, un’occasione unica ed irripetibile .…

Entrambi ad esibirsi con lo stile Fosbury, hanno però un diverso asse di battuta, in quanto il tedesco opera una rincorsa da destra che lo porta a staccare con il piede sinistro, tutto l’opposto del primatista mondiale che, partendo da sinistra, stacca con il destro e, comunque, al primo tentativo entrambi abbattono l’asticella, pur se è Wszola a destare la migliore impressione …

Costretto a migliorarsi ancora se vuole aspirare alla medaglia d’Oro, Wessig opera un piccolo capolavoro alla seconda prova andando ben oltre l’asticella con il bacino per poi eseguire un velocissimo richiamo degli arti inferiori, così da migliorare per la quarta volta nel corso della gara il record olimpico, realizzare il suo personale e portarsi a soli 2cm. dal primato assoluto del suo rivale, il tutto in un colpo solo …

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Il salto di Wessig a m.2,33 – da:gettyimages.co.uk 

Wszola accusa il colpo, il suo secondo tentativo è completamente sballato e deve ora cercare, nei pochi minuti a disposizione per la terza e decisiva prova, di ritrovare la concentrazione necessaria per superare una quota alla sua portata …

Peraltro, anche qualora riuscisse nell’intento, il polacco sarebbe comunque sempre alle spalle di Wessig in Classifica ed il fatto che non si riservi l’ultima prova a sua disposizione per la quota superiore, pari al suo fresco primato mondiale, può essere interpretato come una scarsa fiducia nei propri mezzi, oppure nella necessità di recuperare entusiasmo prima di attaccare il record …

Pensieri che, in ogni caso, non turbano la concentrazione di Wszola che deve solo maledire la buona sorte, poiché il suo tentativo è buono ma non sufficiente, con l’asticella a cadere dopo essere stata sfiorata dalle gambe in fase di richiamo, così da doversi accontentare dell’argento manifestando tutta la sua rabbia nel ricadere sui materassi …

Ma, per il polacco, le delusioni non sono ancora finite, visto che “al danno di unisce la beffa”, sotto forma della richiesta di Wessig di fissare l’asticella al nuovo record assoluto di m.2,36 misura che, tra la sorpresa e lo stupore generale, vede il tedesco andare oltre, ma che entusiasma soprattutto per l’ampio margine tra il suo bacino e l’asticella, un salto che vale tranquillamente tra i m.2,39/2,40.

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L’esultanza di Wessig dopo il record mondiale – da:gettyimages.co.uk

Proprio tale circostanza induce il rappresentante della Germania Est a tentare anche la quota superiore di m.2,38 ma oramai, giustamente, scarico per l’incredibile risultato raggiunto, fallisce i tentativi a sua disposizione e, del resto, non è che abbia già fatto poco.

Chissà cosa avrà pensato Mogenburg nella sua casa di Leverkusen nell’assistere a tali evoluzioni, vedendosi anch’esso detronizzato del record mondiale senza però, al contrario di Wszola, potersi difendere in pedana, di sicuro è che per Wessig la Finale di Mosca rappresenta una sorta di “toccata e fuga” nella specialità del Salto in alto, visto che nelle stagioni a seguire il suo miglior risultato sarà di m.2,31 a metà giugno 1989 a Rostock, il che lo fa selezionare per rappresentare la Germania Est alla quarta edizione della Coppa del Mondo a Barcellona, dove conclude non meglio che quarto con m.2,20 mentre tre anni prima, in occasione dei campionati Europei di Stoccarda ’86, non era andato oltre il settimo posto con m.2,25 …

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Wszola, Wessig e Freimuth sul podio di Mosca ’80 – da;gettyimages.co.uk

Per ciò che riguarda il primato mondiale, lo stesso resiste per un triennio prima che sulla scena internazionale appaia il cinese Zhu Jianhua – che lo migliora in tre occasioni tra l’11 giugno 1983 ed il 10 giugno 1984 sino a m.2,39 – nel mentre Mogenburg sale anch’egli, al pari di Wessig, a quota m.2,36 curiosamente nella stessa riunione di Eberstadt dove Zhu realizza il suo ultimo record, ma prendendosi la più dolce delle rivincite esattamente due mesi dopo ai Giochi di Los Angeles, dove si impone con m.2,35 davanti allo svedese Sjoberg (m.2,33) ed alla coppia Zhu/Stones, i due primatisti senza Ori olimpici.

Dubbi sul reale valore di Wessig, vista la sua crescita di statura anomala in soli due anni e l’incredibile miglioramento (addirittura di 13cm. …) ottenuto nella stagione olimpica …??

Mah, ognuno può pensarla come meglio crede, certo non è che tutto ciò che proviene dall’ex Repubblica Democratica tedesca debba per forza essere “viziato” dall’ombra del doping, di sicuro vi è che la sua prestazione allo “Stadio Lenin” di Mosca, in quel primo agosto 1984, esaminata sotto il puro lato tecnico, ha rappresentato qualcosa di molto vicino alla perfezione …

Ed a noi, in mancanza di prove contrarie certe, questo basta ed avanza …

 

HARRISON DILLARD, IL RE DEGLI OSTACOLI CON UNA CHANCE DI RISERVA

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Harrison Dillard in allenamento – da:ideastream.org

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché il leggendario Jesse Owens stupisce il Mondo intero grazie alla conquista di quattro medaglie d’Oro alle Olimpiadi di Berlino 1936, nella sua città natale di Cleveland vi è un ragazzino di 13 anni che resta colpito dalla parata in onore del suo così celebre concittadino al ritorno dai Giochi, al punto da maturare l’idea, un giorno, di emularlo …

Un’ambizione vieppiù consolidata dal momento che ha l’occasione di incontrarlo di persona, ricevendo il graditissimo regalo di un paio di scarpette chiodate, le prime della sua vita, ed, in effetti, riescenell’intento, collezionando anch’egli 4 medaglie d’Oro olimpiche, solo che per compiere una tale impresa necessita di due edizioni dei Giochi – anche per il fatto di essere “caduto nella trappola” dei famigerati Trials – ma questo è, tutto sommato, un particolare secondario.

Harrison William Dillard, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce l’8 luglio 1923 nella più popolosa città dell’Ohio ed il primo passo per seguire le orme di Owens è quello di iscriversi alla “East Technical High School, la stessa frequentata dalla “Antilope d’Ebano”, per poi entrare a far parte del “Baldwin-Wallace College” di Berea.

Ed è nel 1942, all’età di 19 anni, che di Dillard si inizia a sentir parlare nell’ambiente dell’Atletica americana, allorché ai Campionati AAU, dapprima si classifica secondo tra gli ostacoli alti e terzo in quelli bassi nella Categoria Juniores e quindi, il giorno dopo, giunge quinto in 53”7 nella Finale dei m.400 ostacoli tra i Seniores …

Quello del giro di pista con barriere è una specialità che viene ben presto abbandonata da Dillard, il quale preferisce concentrarsi sulle più corte distanze – ovvero i m.110 o le 120yds ad ostacoli, al pari delle 220yds ostacoli, gara questa prettamente americana – ivi compresi i 100 metri piani, scelta quest’ultima che si dimostra in seguito quanto mai azzeccata.

Costretto a “servire la Patria” nel corso della Seconda Guerra Mondiale – periodo in cui, peraltro, si mantiene in forma gareggiando in Italia e Germania con migliori risultati di 10”6 sui m.100 e di 14”6 sui m.110hs ottenuti nel 1945 – al ritorno negli Stati Uniti Dillard si dimostra pressoché imbattibile sugli ostacoli alti.

Detta indiscussa superiorità è certificata dal doppio successo – sia ai Campionati Universitari NCAA che a quelli Assoluti AAU – ottenuto nelle stagioni 1946 e ’47, imponendosi a livello College con il medesimo tempo di 14”2, nel mentre ai Campionati AAU al 14”2 del 1946 fa seguito il 14”0 dell’anno successivo, eguagliando altresì il record mondiale di 22”3 sulle 220yds ad ostacoli …

Atteso quindi ad una legittima conferma in occasione della stagione olimpica che ha come principale appuntamento il ritorno dei Giochi dopo due edizioni degli stessi cancellate a causa dei tragici eventi bellici, Dillard ribadisce il proprio ruolo di pretendente alla medaglia d’Oro sui m.110hs allorché, il 17 aprile 1948 a Lawrence, nel Kansas, ferma i cronometri sul tempo di 13”6 in una gara sulle 120yds, che rappresenta il nuovo record mondiale …

A fine giugno 1948, Dillard vanta un’incredibile serie di vittorie – degna di un Edwin Moses degli anni ’80 – costituita da qualcosa come 82 (!!) successi consecutivi tra ostacoli e piano che lo rendono il protagonista più atteso ai Campionati AAU di Milwaukee del 2 e 3 luglio, nonché ai Trials in programma ad Evanston, nell’Illinois, il weekend seguente …

Ma un programma che comprime nell’arco di soli 67’ batterie e Finali sia dei m.100 piani che dei m.110hs, fa sì che Dillard conosca la parola sconfitta su entrambe le distanze, battuto da Barney Ewell (10”6 a 10”7) sul piano e da Bill Porter (14”1 a 14”3) sugli ostacoli.

Un “campanello d’allarme” in vista dei Trials, gare in cui “è vietato sbagliare” e dove, comunque, il calendario che vede i m.100 fissati per il 9 luglio ed i m.110hs al giorno successivo consente a Dillard un più adeguato dispendio di energie …

Qualificatisi per la Finale dei 100 metri piani vincendo le rispettive batterie, ci si attende una sfida tra Ewell e Dillard, ma al colpo dello starter il più lesto a mettersi in moto è Ed Conwell – uno “sprinter puro” che dà il suo meglio nelle più brevi gare indoor – al cui inseguimento si pongono Ewell, Mel Patton e Dillard, ma mentre il primo va a dominare la scena dai 50 metri in poi, concludendo in 10”2 (10”33 elettronico) e Patton fa suo il secondo posto, il 25enne dell’Ohio strappa il terzo biglietto utile per Londra solo sul filo di lana, non sapendo quanto dovrà ringraziare quei 0”03 centesimi (10”50 a 10”53) che lo hanno separato da Conwell.

Ma l’aspettativa maggiore è riversata al giorno dopo per la rivincita tra Porter e Dillard sulla sua gara preferita, ovvero i m.110hs in cui si presenta nella veste di primatista mondiale, e l’esito delle batterie conferma tale previsione, aggiudicandosi i due le rispettive batterie con il medesimo tempo di 14”0 …

Quel che nessuno però avrebbe mai pensato di assistere è un Dillard incredibilmente impacciato in Finale, tanto da abbattere il secondo, quarto, sesto e settimo ostacolo e quindi perdere il ritmo e fermarsi prima dell’ottava barriera, una conclusione imbarazzante, con Porter, al contrario, ad imporsi in 13”9 con Craig Dixon e Clyde Scott a guadagnarsi il pass olimpico in 14”1 e 14”2 rispettivamente.

La “dura legge dei Trials” ha colpito ancora e Dillard deve sole recitare il “mea culpa” per non essersi fatto trovare pronto al momento giusto, ma in ogni caso la qualificazione sui 100 metri piani gli fornisce quantomeno la prospettiva di una medaglia d’Oro con la staffetta 4×100, oltre ad una possibilità di podio nella gara individuale, ed invece …

Come da calendario, la “prova regina” dell’Atletica Leggera, quella che serve a stabilire chi sia “L’uomo più veloce al Mondo”, inaugura il programma olimpico, con batterie e Quarti previsti per il 30 luglio 1948, mentre il giorno seguente si disputano semifinali e Finale …

Il trio americano non ha alcun problema ad imporsi nelle rispettive serie dei Quarti (10”4 per Dillard e Patton, 10”5 per Ewell), mentre l’ultima è appannaggio del panamense Lloyd La Beach in 10”5, con la composizione delle due semifinali a proporre la sfida anticipata tra Ewell e Dillard nella prima serie e tra Patton e La Beach nella seconda …

Sono le 14:30 del 31 luglio 1948 quando i concorrenti si presentano ai blocchi di partenza delle semifinali, il cui esito contribuisce ad incrementare le chances di successo per Patton, che si impone d’autorità in 10”4 nella seconda serie su La Beach, cronometrato in 10”5, stesso tempo assegnato a Dillard ed Ewell nella prima, nel mentre a completare la lista dei finalisti vi sono i due atleti di casa Alastair McCorquodale e McDonald Bailey …

Con La Beach ed Ewell ad aver eguagliato, nel corso della stagione, il primato mondiale di 10”2 tuttora detenuto da Jesse Owens e da Harold Davis (il miglior sprinter al Mondo nel periodo tra il 1940 ed il ’43, con la sola sfortuna di essere coinciso con gli eventi bellici …) ed un Patton in splendide condizioni, le speranze di podio per Dillard sembrano ridotte al lumicino, neppure favorito dal sorteggio delle corsie, in quanto gli viene assegnata la sesta, la più esterna e vicina alle transenne, mentre dalla prima alla quinta sono schierati Patton, Ewell, La Beach, McCorquodale e Bailey …

Atleti che si pongono agli ordini dello Starter alle 15:45 dello “Empire Stadium” di Wembley ed al cui sparo tocca stavolta è Patton a gettare al vento al sua grande occasione ritardando la partenza al pari di Bailey, il tutto mentre Dillard, al contrario, prende la testa della gara sapendo di doversi giocare al massimo le proprie carte, un vantaggio che mantiene sin sul traguardo, allorché viene raggiunto dalla progressione di Ewell …

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L’arrivo dei m.100 ai Giochi di Londra 1948 – da:ideastream.org

Catapultatisi entrambi sul filo di lana e con la maggiore spinta a fargli superare il connazionale dopo la fatidica linea, Ewell è convinto di aver vinto e si lascia andare a manifestazioni di gioia, già però frustrate dal terzo arrivato La Beach, il quale lo avvisa: “Guarda che non hai vinto, l’Oro è di “Bones” (“Ossa”, il soprannome per il quale Dillard è conosciuto nell’ambiente a causa della sua magrezza …)” …

L’esame del fotofinish da parte della Giuria conferma l’impressione del panamense – curiosamente l’unico atleta del proprio Paese a partecipare ai Giochi e che, bronzo anche sui m.200, conquista le sole due medaglie olimpiche in Atletica Leggera per Panama prima che, esattamente 60 anni dopo, nel 2008 a Pechino, tocchi ad Irving Saladino salire sul gradino più alto del Podio nel Salto in Lungo – assegnando (10”3 a 10”4) la vittoria a Dillard, così che ad Eewll tocca fare “buon viso a cattivo gioco”, peraltro accettando il verdetto con grande fair play complimentandosi con il compagno di squadra, atteggiamento che impressiona gli 82mila spettatori presenti sulle tribune.

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Il fotofinish che dà ragione a Dillard – da:gettyimages.it

Solo per la cronaca, i Giochi di Londra non vedono la buona sorte schierata in favore del 30enne Ewell, che tre giorni dopo, nella Finale dei m.200, sconta la voglia di rivincita di Patton, che lo fulmina sul filo di lana pur essendo entrambi accreditati dello stesso tempo di 21”1, così che l’unica gioia giunge dallo scontato Oro con la staffetta 4×100, dove gli Stati Uniti si impongono in 40”6 con largo margine su Gran Bretagna ed Italia.

Il giorno dopo la Finale dei 200 metri, Dillard osserva dalla tribuna lo svolgimento dell’atto conclusivo della “sua” gara, ovvero i m.110hs, in cui la sua assenza non crea alcun disturbo al Team Usa, visto che non hanno problema alcuno nel monopolizzare il podio, con Porter a confermarsi in 13”9 precedendo Scott e Dixon che concludono nell’ordine, pur essendo entrambi accreditati dello stesso tempo di 14”1.

All’epoca – e lo sarebbe stato almeno per altri due decenni – la vita agonistica di un atleta negli Usa era legata alla sua permanenza all’Università e, specie se si erano già raggiunti dei risultati di eccellenza, era buona norma abbandonare le piste, come accade per Porter, ritiratosi nonostante avesse appena 22 anni …

Un avversario in meno per Dillard, che viceversa conta già 25 primavere, ma che ha uno stimolo in più per proseguire, vale a dire il sogno neppure tanto nascosto di riprendersi quattro anni dopo ad Helsinki ciò che gli era stato negato nella Capitale londinese.

Peraltro, dopo aver chiuso al primo ed al secondo posto, rispettivamente, del Ranking Mondiale degli anni 1947 e 1948 per quel che concerne i m.110hs, stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, l’atleta dell’Ohio ha una ulteriore ottima stagione l’anno seguente, durante la quale corre le 100yds nel suo “Personal Best” in carriera di 9”4, viene cronometrato in 10”4 sui m.100 ed è sconfitto di un soffio da Dixon (13”8 per entrambi …) nella Finale dei m.110hs ai Campionati AAU, il quale lo precede altresì nel Ranking di fine anno.

Conclusi gli studi universitari, di Dillard si perdono le tracce, nel mentre nel panorama degli ostacoli alti si fa largo un nuovo protagonista nella figura del 20enne californiano Dick Attlesey, il quale si aggiudica i titoli AAU nel 1950 e 1951 con i rispettivi tempi di 13”6 e 13”8, appropriandosi altresì del record mondiale correndo tra le barriere in 13”5 il 10 luglio 1950 proprio ad Helsinki, sulla pista che, da lì a due anni, ospiterà le Olimpiadi …

Nel frattempo, Dillard si è dedicato principalmente alle gare piane indoor, così da affinare la sua velocità di base, ed eccolo tornare a cimentarsi sugli ostacoli nella stagione che ha come massimo appuntamento i Giochi nella Capitale finlandese, dimostrando di aver trovato una più che soddisfacente condizione con l’imporsi in 13”7 ai Campionati AAU del 21 giugno 1952 per il suo terzo titolo nazionale …

All’opposto di quanto accaduto quattro anni prima ai Trials di Evanston, stavolta, nelle selezioni che hanno luogo la settimana successiva a Los Angeles, la “ruota della fortuna” gira dalla parte dell’oramai 29enne di Cleveland, sotto forma di un infortunio che mette fuori causa il primatista mondiale Attlesey nella prima batteria, cui si aggiunge la caduta di Dixon in Finale …

Una tale ecatombe comporta per Dillard l’affermazione in 14”0 davanti ad un pericoloso rivale quale il 22enne texano Jack Davis, suo probabile maggior avversario nella Capitale scandinava, mentre a completare il trio per il viaggio in Europa è Art Barnard …

Oramai abituati a monopolizzare il podio di tale gara, che ad Helsinki vede ridotte a tre sole prove essendo tolti i Quarti di Finale, le attenzioni sono rivolte alle due semifinali in programma alle ore 15:00 del 24 luglio 1952, che vedono Dillard avere la meglio (14”0 a 14”2) su Barnard nella prima serie, mentre Davis risparmia energie imponendosi in un tranquillo 14”4 nella seconda …

Trascorrono quasi quattro ore, prima che, alle 18:40 i sei finalisti si allineino sulla linea di partenza per quella che si attende una Finale interamente “a stelle e strisce”, pronostico quanto mai confermato visto il divario abissale esistente tra i rappresentanti dello Zio Sam ed il resto della concorrenza …

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Dillard e Davis nella Finale ai Giochi di Helsinki ’52 – da:verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Con Barnard a fare da terzo incomodo, ma sin troppo soddisfatto del suo bronzo in 14”1, la sfida tra i due grandi favoriti vede Dillard mettere a frutto gli allenamenti sulla velocità pura, prendendo un vantaggio in avvio che Davis riesce solo parzialmente a colmare, ed anche se ufficialmente ai due viene assegnato lo stesso tempo ufficiale manuale di 13”7 quale record olimpico, in realtà la rilevazione elettronica vede una corretta differenza (13”91 a 14”0) a favore dell’atleta dell’Ohio, che può così ritenersi soddisfatto di aver rimediato a quanto accaduto quattro anni prima.

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Davis, Dillard e Barnard alla premiazione – da:wikipedia.org

Tra l’altro, Dillard diviene il terzo atleta a poter vantare il titolo olimpico sia sul piano che sugli ostacoli a livello individuale, pur se i primi due – Walker Tewksbury ed Harry Hillmann – avevano compito una tale impresa agli albori delle “Olimpiadi dell’Era Moderna”, ovvero a Parigi 1900 il primo ed a St. Louis 1904 il secondo …

Oltretutto, il negativo esito della gara dei m.100 piani – al di là del successo dell’americano Lindy Remigino – a causa dell’infortunio di Art Bragg, induce la Federazione Usa ad inserire Dillard ed Andy Stanfield, Oro sui m.200, quali componenti della staffetta 4×100, che si aggiudica la gara in 40”1 precedendo Unione Sovietica ed Ungheria, così’ che Dillard può eguagliare il record del suo più famoso concittadino Jesse Owens di aver conquistato ben 4 medaglie d’Oro olimpiche.

 

A parte un velleitario tentativo di qualificarsi anche per i Giochi di Melbourne 1956, Dillard è tuttora uno dei pochi Campioni olimpici ancora in vita, festeggiando quest’oggi le 96 primavere, esempio quindi anche di longevità rispetto ai propri connazionali, tra cui il solo Davis, scomparso nel 2012, ha superato gli 80 anni …

Che sia stato tutto merito di quelle scarpette regalategli da James Cleveland “Jesse” Owens …?? Mah …

ROBERTA BRUNET, LA “MAMMINA” DEL MEZZOFONDO AZZURRO

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Roberta Brunet – da:lastampa.it

Articolo di Giovanni Manenti

Nell’inserire le gare di mezzofondo nel programma femminile delle Manifestazioni internazionali si è sempre andati coi “piedi di piombo”, in quanto dopo l’esperienza dei m.800 disputati ai Giochi di Amsterdam 1928 – con diverse atlete giunte sfinite al traguardo – detta prova è stata riammessa solo nell’edizione di Roma 1960, mentre si devono attendere altri 12 anni per vedere le ragazze competere anche sui m.1500 alle Olimpiadi di Monaco 1972.

Tutto questo per ciò che riguarda il mezzofondo veloce, mentre per quel che riguarda il “mezzofondo prolungato” (m.3/5.000 metri e 10.000 metri), per non parlare della Maratona, occorre aspettare i Giochi di Los Angeles ’84 affinché vengano inseriti i m.3000 e la Maratona – già disputati nell’edizione inaugurale di Helsinki ’83 dei Campionati Mondiali – così come quattro anni dopo alle Olimpiadi di Seul ’88 trovano collocazione nel programma i 10mila metri, in analogia con quanto avvenuto l’anno precedente alla Rassegna iridata di Roma 1987.

Il tutto mentre, a livello continentale, si è giocato con un leggero anticipo, prevedendo i m.3000 già dai Campionati Europei di Roma 1974, la Maratona ad Atene 1982 ed i 10mila metri a Stoccarda 1986, per poi far sì che tutte e tre le citate grandi Manifestazioni internazionali si adeguassero al programma maschile sostituendo i m.3000 coi m.5000 a far tempo, rispettivamente, dai Mondiali di Goteborg ’95, Olimpiadi di Atlanta ’96 ed Europei di Budapest 1998 …

In questo panorama complessivo, l’Italia – che nel mezzofondo veloce ha visto Paola Pigni nel 1972 e Gabriella Dorio nel 1984, rispettivamente bronzo ed Oro olimpico sui m.1500, cogliendo altresì un bronzo a testa a livello europeo sulla medesima distanza – ha dato il meglio di sé su strada, visto che dall’introduzione della Maratona alla Rassegna Continentale, hanno conquistato il successo Maria Guida nel 2002 ed Anna Incerti nel 2010, cui vanno aggiunti gli splendidi argenti di Laura Fogli nelle edizioni 1982 e 1986 (in entrambi i casi alle spalle della fuoriclasse portoghese Rosa Mota …) e l’argento di Maria Curatolo nel 1994, senza dimenticare, il bronzo di Ornella Ferrara e l’argento di Valeria Straneo nelle rispettive edizioni dei Mondiali di Goteborg ’95 e Mosca 2013.

Da questa disamina non abbiamo trattato delle gare di mezzofondo prolungato in pista – i citati 3/5.000 metri ed i 10mila metri – che nel corso di questo arco temporale hanno visto un’unica nostra rappresentante ai vertici della specialità, al punto che ancor oggi, ad oltre 20 anni di distanza, la stessa detiene i record nazionali dei 2, 3 e 5mila metri …

Questa indiscussa protagonista altri non è che la valdostana Roberta Brunet, nata nel Capoluogo della Valle Autonoma il 20 maggio 1965 e riuscita, come capita spesso in campo femminile, specie nel settore del mezzofondo, a dare il meglio di sé dopo aver dato alla luce la figlia Dominique.

Dedicatasi al mezzofondo sin da giovanissima, la Brunet dimostra da subito una particolare predisposizione per la corsa, dato che in un solo anno (dal 1980 al 1981 …) riesce a limare i propri personali di 2”6 sui m.800, di 21”2 (!!) sui m.1500 e di ben 42”5 sui 3000 metri, per poi scendere, sulle rispettive distanze, a 2’09”4, 4’17”48 e 9’28”17 nel 1983, anno in cui partecipa ai Campionati Europei Juniores di Schwechat, classificandosi settima con il tempo di 4’19”13.

A partire dalla successiva stagione, la Brunet abbandona progressivamente il doppio giro di pista per dedicarsi principalmente ai 1500 e 3000 metri, partecipando sulla più corta distanza ai Campionati Europei di Stoccarda 1986, esperienza quanto mai deludente in quanto fa registrare il peggior tempo fra le iscritte con 4’15”76 che le preclude, per quanto ovvio, l’accesso alla Finale.

Fondamentale, a questo punto della sua carriera, l’incontro con il tecnico Oscar Barletta, sotto le cui cure la valdostana affina la propria corsa, tanto che nell’anno olimpico 1988 la stessa scende a 4’08”92 sui m.1500 e, per la prima volta, abbatte “il muro dei 9’ netti” sulla doppia distanza, coperta in 8’54”70 il 5 luglio a Stoccolma e quindi fermando i cronometri sugli 8’47”66 il 31 agosto a Rieti, più che discreto biglietto da visita per ben figurare ai Giochi di Seul, ai quali si presenta dopo un altro convincente 8’58”97 ottenuto il 6 settembre a Milano …

Anche stavolta la 23enne Brunet non riesce a centrare la Finale, ma con una prova ben più positiva, come certifica l’8’53”04 (all’epoca sua seconda miglior prestazione …) ottenuto sulla pista coreana, una indubbia iniezione di fiducia in vista dell’appuntamento europeo previsto dalla Rassegna Continentale di Spalato 1990 …

Oramai decisamente concentrata sui tre chilometri, la 25enne valdostana si presenta sulla pista croata decisa a render dura la vita alle favorite sovietiche, come dimostra sin dalla batteria che la vede giungere terza in 8’54”34 alle spalle della coppia formata da Yelena Romanova e Lyubov Kremlyova, nel mentre la seconda serie è appannaggio della britannica Yvonne Murray …

Ed anche se sono lontani i tempi di Tatiana Kazankina – detentrice del primato mondiale con uno stupefacente 8’22”62 realizzato a fine agosto 1984 – la Brunet è consapevole che, se vuole mantenere aspirazioni di podio, deve correre sui suoi limiti da 8’46”/8’47”, mettendo in pratica una tattica, nella Finale del 29 agosto 1990, tesa a non farsi staccare dalle migliori …

Portatasi pertanto in testa a fare l’andatura, ben riconoscibile per la folta capigliatura e l’immancabile fascetta intorno alla fronte, l’azzurra detta il ritmo sino a meno di 600 metri dall’arrivo, allorché la Murray si produce in un allungo perentorio al quale risponde la sola Romanova – che, due giorni dopo, farà suo l’Oro sui 10mila metri – mantenendosi sulle proprie cadenze per non scoppiare nel finale …

E così, mentre la non ancora 26enne scozzese va a cogliere la più prestigiosa vittoria in carriera, riuscendo a resistere (8’43”06 ad 8’43”68) al disperato tentativo di rimonta della sovietica, ecco che alla Brunet torna quanto mai comoda l’esperienza fatta sui m.1500 in quanto, superata sul rettilineo opposto a quello d’arrivo dall’altra sovietica Kremlyova, trova le energie per piazzare il proprio spunto sul traguardo ed ottenere così (8’46”19 ad 8’46”94) il suo primo podio importante.

A 25 anni, la Brunet sembra avviata a coronare negli anni a seguire la sua veste di leader indiscussa del mezzofondo nostrano – nel frattempo si è già aggiudicata 5 titoli italiani (1985-’86 e 1988-’90) sui m.1500, al pari di 4 affermazioni (1986 e 1988-’90) sui 3.000 metri – anche a livello internazionale, pur se il resto del pianeta progredisce, e non poco, nella specialità …

Fa molto presto, ad accorgersi di ciò, la valdostana, allorché abbassa di oltre 3”50 il proprio limite personale in occasione dei Mondiali di Tokyo ’91, dato che il suo 8’42”64 – all’epoca seconda miglior prestazione italiana di sempre, alle spalle dell’8’37”96 di Agnese Possamai realizzato ai Mondiali di Helsinki ’83 – la colloca non meglio che sesta in una Finale vinta dalla pluri divorziata sovietica Tetyana Dorovskikh, che si impone in volata sulla Romanova con i rispettivi tempi di 8’35”82 ed 8’36”06, decisamente fuori portata per l’azzurra.

Brunet che ritenta la “carta olimpica” ai Giochi di Barcellona ’92, riuscendo stavolta a centrare l’accesso in Finale, dove peraltro incappa in una serata storta – visto che si era qualificata correndo in batteria in un più che discreto 8’44”21 – che la vede sprofondare al decimo posto in un quanto mai deludente 9’01”26 al termine di una gara tattica, in cui si rovescia l’esito della Rassegna Iridata di Tokyo, con la Romanova in questo caso a prevalere (8’46”04 ad 8’46”85) sulla connazionale Dorovskikh.

Questa battuta d’arresto fa da preludio ad un biennio di preoccupante involuzione per la mezzofondista azzurra – che inizia a cimentarsi anche sui m.5000 in vista della loro prossima sostituzione dei 3000 metri a livello internazionale – visto che i suoi migliori tempi risultano di 8’47”92 nel 1993 ed 8’49”62 nel ’94, nel mentre il miglior crono sui 5 chilometri è datato 27 agosto 1993, pari a 15’16”93 …

Riscontri cronometrici ai quali vanno, chiaramente, di pari passo deludenti prestazioni nei grandi appuntamenti, con la Brunet eliminata in batteria (ancorché prima delle escluse …) ai Mondiali di Stoccarda ’93 con il tempo di 8’57”46, mentre ai Campionati Europei di Helsinki ’94 conclude non meglio che decima in 8’50”76, preceduta anche dall’altra azzurra Nadia dandola, ottava con 8’49”42.

Con una parabola discendente che sembra oramai irreversibile, la 29enne Roberta ritiene sia giunto il momento di dedicarsi alla famiglia, così che abbandona per una stagione l’attività per dare alla luce la figlia Dominique, proprio nel mentre la specialità del mezzofondo è attraversata dalla “ondata cinese” del discusso tecnico Ma Juren, le cui ragazze monopolizzano il podio dei m.3000 alla Rassegna Iridata di Stoccarda ’93 e si aggiudicano i 10mila metri con la Wang Junxia la quale, ad inizio del successivo mese di settembre, in cinque giorni migliora di 42” (!!) il record mondiale della norvegese Kristensen portandolo a 29’31”78 e quindi corre i 3.000 metri in 8’12”19 ed 8’06”11 nell’arco di 24 ore …

Forse anche queste nuove realtà inducono la Brunet a prendersi un anno sabbatico, nel mentre la Federazione Internazionale inizia ad interessarsi sugli “stupefacenti progressi” delle atlete cinesi – che, difatti, pensano bene di disertare i Mondiali di Goteborg ’95 – così che la gara iridata di esordio sui m.5000 viene vinta dall’irlandese Sonia O’Sullivan, con un ben più umano 14’46”47.

Nel frattempo, rinforzata dalla maternità e compreso che le cinesi si sono adattate “a più miti consigli” onde non incappare nei controlli antidoping, l’oramai 31enne valdostana si accinge a vivere la sua “Stagione di Gloria” proprio nell’anno olimpico 1996 che vede in programma i Giochi di Atlanta a fine luglio, appuntamento al quale si presenta dopo aver sostenuto un allenamento quanto mai specifico ed intenso …

Dapprima corre i m.5.000 in 15’02”82 al “Golden Gala” di inizio giugno a Roma, per poi togliere alla Possamai il record italiano sui 3000 metri, coperti in 8’36”12 il 10 agosto a Montecarlo e quindi compiere un piccolo “capolavoro” nella Capitale della Georgia …

Quanto mai decisa a ben figurare, la Brunet si aggiudica in un comodo 15’22”58 la sua batteria (in cui è presente anche la Wang Junxia che si “nasconde” giungendo quarta …), anche se a destare le migliori impressioni sono la citata Campionessa iridata O’Sullivan e la keniana Pauline Konga, che fanno loro le altre due serie in 15’15”80 e 15’07”01 …

La Finale, in programma il 28 luglio 1996, vede la sorpresa delle difficoltà proprio dell’irlandese, vittima di un problema intestinale che la porta ad abbandonare anzitempo la gara, per poi assistere al deciso aumento di ritmo da parte della Konga, a cui è in grado di rispondere solo la primatista mondiale Wang, così che la coppia di testa prende un considerevole vantaggio su di un gruppetto di 5 unità guidato, con la sua classica andatura con la testa ciondolante, dalla britannica Paula Radcliffe, tallonata dall’azzurra e di cui fanno parte anche Romanova, l’altra keniana Rose Cheruiyot e la giapponese Michiko Shimizu …

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La Brunet sul podio di Atlanta ’96 – da:businessinsider.com

A due giri dal termine, la cinese rompe gli indugi, lascia sul posto la Konga e si invola verso l’Oro, mentre alle loro spalle la Brunet non molla di un centimetro la Radcliffe, sopravanzandola al suono della campana per far valere il proprio spunto di velocità, cosa di cui neppure necessita dato che va a concludere in solitaria terza posizione con il tempo di 15’07”52, nel mentre la Wang fa registrare il primo -15’ nella Storia dei Giochi con il suo 14’59”88 e la Konga vede premiato il proprio coraggio cogliendo l’argento in 15’03”49.

 

Quanto incida su di un atleta il morale e l’aspetto psicologico lo dimostra in pieno l’attività post olimpica della nostra portacolori, la quale il 16 agosto a Colonia realizza il suo “Personal Best” in carriera sui m.5000, correndo gli stessi in 14’44”50, per poi aggiudicarsi il “Memorial Van Damme” a Bruxelles in 14’48”96 ad una settimana di distanza e quindi affermarsi nella tappa di Milano del Grand Prix del 7 settembre con il tempo di 14’54”54 …

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La Brunet festeggia il successo al Gran Prix di Milano – da:gettyimages.ae

Oramai lanciata, la Brunet conclude la stagione cimentandosi nel mezzofondo veloce coi suoi migliori risultati in carriera, vale a dire 4’08”65 sui m.1500 l’11 settembre, 5’32”83 sui m.2000 tre giorni dopo e quindi addirittura il “Personal Best” sugli 800 metri, corsi in 2’05”62 il 21 settembre 1996.

Riconquistata fiducia nei propri mezzi – e, soprattutto, classificata al secondo posto del Ranking Mondiale di fine stagione dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – l’azzurra è attesa alla “Prova del Nove” l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali in programma ad inizio agosto 1997 ad Atene, appuntamento al quale, peraltro, si presenta con un miglior risultato di 15’00”69 ottenuto il 16 giugno a Bari, in ogni caso sufficiente ad aggiudicarsi l’Oro ai Giochi del Mediterraneo, Rassegna dove aveva già trionfato sui m.3000 nell’edizione di Atene 1991 …

Un peggioramento cronometrico dovuto ad un infortunio nel periodo invernale che però non riduce la combattività della nostra mezzofondista, la quale fornisce un contributo determinante al piazzamento in quarta posizione dell’Italia alle Finali di Coppa Europa di Monaco di Baviera, dove si impone in 8’51″66 sui m.3000 e si arrende solo in volata (15’02″68 a 15’02″87) alla rumena Gabriela Szabo sui m.5000.   

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Il vittorioso arrivo della Brunet sui m.3000 in Coppa Europa – da:gettyimages,ca

A distanza di un anno dalle Olimpiadi, lo scenario è comunque completamente cambiato, con la O’Sullivan a non riuscire a qualificarsi per la Finale, mentre la Cina iscrive Liu Jianying e Wei Li (nettamente inferiori alla Wang) e le africane non hanno ancora compiuto il “salto di qualità” degli anni a venire, così che per la Brunet le maggiori insidie giungono dall’onnipresente Radcliffe, al pari della portoghese Fernanda Ribeiro – ancorché più a suo agio sui 10mila metri, dove ha messo a segno il tris europeo, mondiale ed olimpico dal 1994 al ’96 – e curiosità desta il già ricordato “scricciolo rumenoSzabo, di 10 anni più giovane della nostra Campionessa …

Szabo che fa registrare il miglior tempo in batteria con 15’26”62, di scarsa rilevanza visto che entrambe le serie si sono corse a rilento, mentre il 9 agosto 1997, giorno della Finale, il ritmo è ben più sostenuto, con la Radcliffe, al solito, a dettare l’andatura con il chiaro intento di scremare il gruppo per poi essere rilevata al comando dalla keniana Lydia Cheromei e quindi riprendere la testa del gruppetto di testa – ridotto a sole 7 unità, tra cui le quattro citate poc’anzi, oltre alla keniana, la Liu e l’americana Libbie Hickman, con tutte le altre fuori dai Giochi – quando mancano tre giri alla conclusione …

L’azione della britannica comporta il cedimento dapprima dell’americana e quindi della cinese, così che, all’attacco dell’ultimo giro, sono ancora in cinque a contendersi le medaglie nel momento in cui il cambio di ritmo della Ribeiro mette a nudo le carenze di velocità della Radcliffe, mentre non ha problemi a reagire la Szabo come pure l’azzurra che si pone in scia della portoghese proprio mentre la rumena sferra il suo attacco all’inizio dell’ultima curva, dove la Ribeiro cerca di sopravanzare all’esterno la Szabo …

Sforzo che le costa caro non appena la 22enne rumena sprinta sul rettilineo d’arrivo per andare a far suo il titolo iridato in 14’57”68, in quanto l’accorta condotta di gara della Brunet la porta superarla a 50 metri dall’arrivo, così da cogliere uno splendido argento in 14’58”29 e la Ribeiro completa il podio in 14’58”85.

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Una Brunet sorridente con l’argento iridato di Atene ’97 – da:fidal.it

Il tutto per la commozione di Oscar Barletta (collegato via telefono ai microfoni Rai …) che vede coronati anni di sacrifici, mentre la Brunet, come l’anno scorso dopo Atlanta, conclude in crescendo la stagione migliorando il record italiano sui m.3000 con il suo “Personal Best” in carriera di 8’35”65 corso il 16 agosto a Montecarlo, cui segue il 14’47”31 del 22 agosto al “Memorial Van Damme” di Bruxelles, ultimo acuto di una eccezionale carriera, ancorché si presenti ai “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000, incapace di qualificarsi per la Finale …

E, del resto, non può certo lamentarsi di quanto l’Atletica gli ha restituito a fronte dell’impegno e dei sacrifici fatti, mentre noi, ad oltre 20 anni di distanza, siamo ancora qui a chiederci quando il mezzofondo azzurro potrà ancora ammirare una “nuova” Roberta Brunet …

In tutta sincerità, la vediamo piuttosto dura …

EULACE PEACOCK, IL SOLO CHE AVREBBE POTUTO INSIDIARE OWENS AI GIOCHI DI BERLINO 1936

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Eulace Peacock in allenamento – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Secondo quanto rivela il motore di ricerca “Google”, sono circa 90mila al mese coloro che digitano sul web il nome di Jesse Owens, desiderosi di conoscere la storia del più famoso atleta di colore di ogni epoca, colui che seppe aggiudicarsi 4 medaglie d’Oro alle Olimpiadi “naziste” di Berlino 1936, in spregio alla conclamata “superiorità della razza ariana” da parte del Fuhrer Adolf Hitler …

Al contrario, non più di 180 richieste al mese di informazioni riguardano tale Eulace Peacock, che siamo certi anche a chi sta iniziando a leggere questo racconto, dirà poco o nulla, non sapendo, viceversa, che …

Già, che Peacock era stato in grado, esattamente un anno prima dei Giochi di Berlino, di rovinare al leggendario Owens quella che negli Stati Uniti è la Festa Nazionale, ovvero “The Indipendence Day” (“Il Giorno dell’Indipendenza” …), che cade ogni 4 luglio in quanto commemora la dichiarazione di indipendenza, sottoscritta appunto il 4 luglio 1776 e mediante la quale le 13 Colonie si distaccarono dal Regno di Gran Bretagna.

Ricorsi storici a parte, quel 4 luglio 1935 si disputano a Lincoln, nel Nebraska, i Campionati AAU, appuntamento Clou della stagione, preceduto due settimane prima dalle Finali dei Campionati NCAA riservati agli atleti universitari.

Inutile dire come Owens si presenti con i favori del pronostico soprattutto per l’impresa che era riuscito a compiere il 25 maggio dello stesso anno, nel corso di un Meeting al “Ferry Field” di Ann Arbor, nel Michigan, allorché – nello strabiliante arco temporale di soli 45 minuti (!!) – eguaglia in 9”4 il record mondiale 100yd e ne stabilisce altri tre, ovvero 220yd (20”3), 220yd ostacoli (22”6, primo uomo a scendere sotto il limite dei 23” netti …) e, soprattutto, effettua un balzo che lo vede atterrare a m.8,13 nel Salto in lungo, per un primato che resisterà per ben 25 anni.

E’ in quella circostanza che viene coniata la formula successivamente largamente adottata (e talvolta abusata …) in Atletica Leggera di “The Day of Days” (letteralmente “Il Giorno dei Giorni”) per indicare una particolare impresa, generalmente isolata, di un singolo atleta, anche se questo ovviamente non è il caso di Owens, che ha modo di confermare anche successivamente le proprie qualità …

Ma non vi è niente di peggio, in uno Sport individuale, che vedere incrinate le proprie certezze proprio quando si è acquisita la consapevolezza di ritenersi praticamente invincibili, ed è quello che accade a James Cleveland “Jesse” Owens a due mesi dal compimento dei 22 anni …

A “rompere le uova nel paniere” provvede il suo corregionale Eulace Peacock, in quanto anch’egli nato in Alabama al pari della “Freccia dell’Ohio” e pure sotto lo stesso segno zodiacale – Jesse è del 12 settembre 1913, Eulace del 27 agosto 1914 – con altresì entrambe le famiglie a lasciare la terra natia per trasferirsi, gli Owens nell’Ohio ed i Peacock nel New Jersey, quando i loro figli hanno 10 e 9 anni rispettivamente.

Il trasferimento dal profondo Sud alla costa orientale porta Peacock ad “innamorarsi” del Football (quello con la palla ovale, of course …), anche per seguire le orme del fratello maggiore James, Capitano dei “Temple Owls”, la squadra della “Temple University” di Philadelphia, alla quale si era iscritto …

Il “colpevole” di averlo strappato al Football è Ben Ogden, il coach del Team di Atletica Leggera dell’ateneo, il quale, assistendo ai primi allenamenti del 19enne Eulace, si accorge immediatamente delle sue enormi potenzialità, pur se Peacock, nel suo ultimo anno al Liceo, aveva stabilito con m.7,46 (24ft, 4,5inch) il record Usa a tale livello, solo per ricevere la notizia che, lo stesso giorno, un ragazzo di Cleveland aveva fatto meglio di lui, e quel ragazzo si chiamava Jesse Owens, prima volta che lo sente nominare in vita sua, ma non sarà certo l’ultima …

Peacock lascia la “Union High School” con primati di 9”7 sulle 100yd e di 21”7 sulle 220yd, oltre al citato limite nel Lungo che resterà imbattuto sino al 1983 (!!), cimentandosi, al pari di Owens, in più specialità, tanto da aggiudicarsi i titoli AAU nel Pentathlon nel 1933 e ’34, al pari del 1937 e quindi, per tre anni consecutivi, dal 1943 al ’45, in pieno conflitto mondiale, pur se le eccellenze sono lo sprint puro ed il Salto in Lungo.

Il loro primo incontro avviene in occasione dei campionati AAU 1934 dove entrambi si cimentano solo nel Salto in Lungo, con Owens a confermare il titolo conseguito l’anno precedente (ancora da liceale …!!) con un miglior salto di 25ft, 7,8inch (m.7,80), per poi sfidarsi nel corso dei ricordati Campionati NCAA in programma a Berkeley nella terza decade di giugno 1935, nel mentre non va dimenticato che, nel corso di una Tournée in Europa, il 6 agosto 1934 ad Oslo, Peacock viene cronometrato in 10”3 sui m.100 il che lo porta ad eguagliare il primato mondiale in comproprietà con altri quattro atleti.

Al pari di quello che accade 15 giorni dopo in Nebraska, le Finali dello sprint – in questo caso le 100yd, mentre a Lincoln si corrono i m.100 – e del Salto in Lungo si svolgono lo stesso giorno, il 22 per la precisione, ed Owens non ha difficoltà ad imporre la propria superiorità, imponendosi sia in pista (9”8 rispetto ai 10”0 di Peacock …) che in pedana, dove raggiunge la misura di m.7,95 (pari a 26ft, 1,25inch) con il suo più giovane avversario a concludere non meglio che quinto con m.7,42 …

Il solo pensare che le parti si potessero invertire a distanza di così pochi giorni appare esercizio di pura fantasia, ancorché la lista dei partenti nella Finale dei 100 metri rappresenti un “Parterre de Roi” impossibile da riscontrare, all’epoca, nel resto del pianeta, visto che sulla linea di partenza – non certo “sui blocchi” in quanto ancora inesistenti, con gli atleti a doversi scavare con una paletta una piccola buca per i relativi appoggi – si presentano i bianchi Foy Draper e George Anderson in prima e seconda corsia, a fianco dei quali, dall’interno verso l’esterno, vi è il trio di colore composto da Ralph Metcalfe – da tre anni detentore del titolo ed argento sulla distanza ai Giochi di Los Angeles 1932 – lo stesso Owens ed il co-primatista mondiale Peacock, ancorché poco accreditato per le ricordate sconfitte ai Campionati universitari …

Fa un caldo infernale, quel giorno al “Memorial Stadium” di Lincoln per “The Indipendence Day”, misurato in 100, forse 102 gradi Fahrenheit (corrispondenti a 37,7 o 38,8 gradi Celsius), tanto che gli spettatori in tribuna sono tutti vestiti di bianco, così da fare risaltare il colore nero della pelle del celebre giornalista Arthur Daley, cronista del “New York Times”, il quale si sbilancia nel definire il campo dei partenti come “il più forte di ogni epoca … !!” …

Sicuramente lo è, visto che allinea due primatisti mondiali – il riferito 10”3 di Peacock era già stato ottenuto per ben 4 volte da Metcalfe, pertanto ritenuto il più logico rivale di Owens – ed il fenomenale Jesse, e quanta tensione vi sia alla partenza lo dimostra il fatto che lo starter Johnny McHugh chiama ben 11 false partenze (!!), visto che al tempo non sono previste squalifiche di sorta …

Questo ulteriore particolare contribuisce a rendere ancora più leggendaria la Finale dei Campionati AAU 1935, che si arricchisce di un quanto mai curioso aneddoto, visto che il citato starter, con un solo ultimo colpo in canna, scende in pista per ammonire gli atleti: “Se alla prossima non partite tutti assieme o ce ne andiamo a casa, e lo spiegate voi ai 15mila spettatori in tribuna, oppure la gara diviene una buffonata perché do il via con un battito di mani …!!

Forse avrebbe dovuto assumere questa decisione un po’ prima, fatto sta che stavolta la partenza è regolare e per gli sprinter bianchi non vi è possibilità alcuna di competere con il “favoloso trio” di colore che già dopo 40 metri si è staccato davanti a tutti, con Metcalfe a prendere un leggero vantaggio su Owens ai 60 per poi peccare di presunzione non rendendosi conto che alla sua destra, in quinta corsia, sta rinvenendo come un fulmine proprio Peacock – l’unico, secondo le cronache, ad aver progressivamente aumentato il proprio ritmo durante la gara – il quale lo beffa sulla linea del traguardo …

Che l’accelerazione di Peacock sia stata quanto mai imponente lo certifica il responso cronometrico che lo accredita di 10”2 che sarebbe stato il nuovo record mondiale se solo non fosse stato aiutato da un vento oltre la norma di 2,3m/s, con Metcalfe ed Owens a concludere in seconda e terza posizione con rispettivi tempi stimati in 10”3 e 10”4.

Una sconfitta quanto mai amara da digerire per Owens – mentre Metcalfe si consola portando a casa il suo quarto dei cinque titoli AAU consecutivi sui m.200 dal 1931 al ’36, correndo la distanza in 21”0 anch’essi aiutati da un vento superiore al consentito – che, peraltro, aspetta di riscattarsi nella Finale del Lungo dove solo 40 giorni prima è stato il primo atleta del Pianeta ad oltrepassare la barriera degli 8 metri …

Ma, se quel 25 maggio ad Ann Arbor era stato il “Giorno dei Giorni” di Jesse, allo stesso modo si può definire il 4 luglio 1935 per Peacock, il quale per affermarsi anche in pedana deve raggiungere quella che, nelle misure inglesi, è rappresentata dal limite dei “26 feet” (ovvero 26 piedi, che nella conversione metrica valgono m.7,92) …

Misura esattamente ottenuta da Owens, ma non sufficiente ad assicurargli il suo terzo titolo consecutivo, visto che il rivale atterra a 26ft e 3inch, pari ad 8 metri esatti, per quella che è la prima volta che un atleta non si aggiudica i Campionati AAU nonostante abbia saltati i “classici 26 piedi, evento che si ripeterà per altri 20 anni, a dimostrazione dell’eccezionalità dell’impresa di Peacock, immortalata sulle colonne del “New York Times” da Daley, il quale conclude il suo reportage dal Nebraska asserendo di “essere stato il testimone di una delle più grandi doppie sorprese nella Storia dell’Atletica Leggera …!!”.

I 26 piedi e 3 pollici ottenuti da Peacock rappresentano il suo “Personal Best” in carriera nel Salto in Lungo, al pari dei più volte ricordati 10”3 sui 100 metri, nel mentre l’aver corso in 9”5 le 100yd resta un primato per la “Temple University” rimasto insuperato sino al 1989, così come gli 8 metri nel lungo, a dimostrazione dell’eccezionalità dell’evento.

Il problema, per Owens, è che nei due successivi appuntamenti di quella “benedetta e maledetta” stagione 1935, viene parimenti sconfitto nello sprint da Peacock, il 6 luglio a Crystal Beach, nell’Ontario in Canada, ed il 9 luglio a New York, circostanze che portano molti addetti ai lavori a vedere nel suo più giovane avversario il “nuovo che avanza”, cancellando con un colpo di spugna l’aureola di imbattibilità che aveva cinto il capo di Jesse …

Addirittura l’idolo giovanile di Jesse, Charles Paddock, oro sui m.100 ai Giochi di Anversa 1920, si schiera apertamente dalla parte del nuovo astro, allorché dichiara come: “sia per me difficile vedere altri che Peacock favoriti per la medaglia d’Oro a Berlino, oramai Owens è praticamente bruciato …”, anche se ancora più diretta è l’affermazione, che conta maggiormente, visto che giunge da Lawson Robertson, il coach della squadra Usa di Atletica, allorché si lascia scappare che “Peacock è il più veloce e costante dei nostri velocisti, disponendo oltretutto di un finale di gara migliore di quello di Owens …!!

Affermazioni che pesano come un macigno sulla testa di Owens, altresì immortalato dai fotografi con un’espressione del volto dopo le due ulteriori sconfitte riportate nel “dopo Lincoln” che evidenzia l’imbarazzo di un atleta non incline a vedersi battere, ma che deve comunque abituarsi ad accettare una tale circostanza …

Ed è la stessa, futura “Star dei Giochi di Berlino” ad ammettere come: “io abbia oramai raggiunto il massimo delle mie prestazioni, mentre Peacock ha ancora margini di miglioramento, è un grandissimo atleta e mi sto chiedendo se sarò in grado di batterlo in futuro … !!”.

Previsione quanto mai azzeccata, ma stavolta per un motivo quanto mai impensabile, ovvero che i due non si incontreranno mai più nella loro vita agonistica, a causa di quel che regala quel “incredibile anno 1935” per lo sprint a stelle e strisce, da qualsiasi angolazione lo si voglia esaminare …

Accade, difatti, che mentre Owens se ne torna a “leccarsi le ferite” in Ohio tra le braccia della moglie Ruth e delle sue bambine, Peacock sbarchi nuovamente in Europa al seguito del Team Usa per partecipare ad una serie di Meeting e proprio in Italia, a Milano, in agosto, subisce uno strappo al bicipite femorale destro, che lo costringe a concludere anzitempo la stagione ed a cercare di recuperare al meglio la condizione in vista dei famigerati “Olympic Trials” previsti per inizio luglio 1936 a New York.

Tempo per recuperare da un simile infortunio ve ne è in abbondanza, e difatti Peacock si ripresenta in pista più agguerrito che mai nella successiva primavera, prima che il destino vi mettesse ancora lo zampino in quello che, in contrapposizione al suo sopra citato “Giorno dei Giorni”, passa alla Storia come il “Giorno della fine di un Sogno” …

Questa data, sportivamente tragica, è il 24 aprile 1936, allorché alle famose “Penn Relays” che si svolgono annualmente a Philadelphia, impegnato in una frazione della staffetta 4×100, Peacock si strappa il tendine del ginocchio, un infortunio troppo grave dal quale recuperare in tempo per le Selezioni Olimpiche, a cui deve pertanto rinunciare lasciando campo libero al suo rivale.

Un Owens che, peraltro, vive il suo “Anno di Gloria” che, se culminato con le quattro medaglie d’Oro ai Giochi di Berlino, era stato ben costruito durante l’intera stagione, visto che fa suoi i titoli NCAA sui 100 e 200 metri e nel Salto in Lungo, divenendo sulla più corta distanza il primo velocista ad essere cronometrato in 10”2 per un record mondiale destinato a resistere per 20 anni, impresa replicata sia ai Campionati AAU – dove, curiosamente, si afferma nel Salto in Lungo con la misura di 26ft e 3inch pari a quella con cui l’anno precedente lo aveva battuto Peacock – che, soprattutto, ai Trials di inizio luglio, allorché si impone in 10”4 sui m.100, corre in 21”0 i 200 metri e raggiunge un per lui modesto m.7,89 nel Salto in Lungo …

Quanto abbia contribuito a questa striscia di imbattibilità d Owens l’essersi tolta dalle spalle la pressione della presenza di Peacock non è dato sapersi – così come i risultati ottenuti a Berlino, 10”3 ventoso e 20”7 sulle due gare di velocità e m.8,06 nel Salto in Lungo testimoniano come difficilmente potesse esservi qualcuno in grado di far meglio di lui – ma certo è il fatto che in ogni caso non potremo mai conoscere sia quali sarebbero stati i “margini di miglioramento” del suo più giovane avversario senza i riferiti infortuni che come le tanto attese sfide si sarebbero concluse …

Di sicuro, vi è il fatto che  Owens decide di ritirarsi dall’Atletica proprio al ritorno dalla Germania – chissà se nel timore che la sua immagine potesse essere nuovamente scalfita da sconfitte con il suo amico/rivale, definizione quest’ultima quanto mai veritiera, visto che i due in seguito daranno vita addirittura ad un’attività commerciale assieme – mentre Peacock deve scontare un ulteriore smacco costituito dal non poter partecipare alle successive edizioni dei Giochi a causa dei tragici eventi bellici del Secondo Conflitto Mondiale che portano all’annullamento delle Olimpiadi sia nel 1940 che nel 1944 …

E chissà se, in quel caso, come nella partecipazione ai Giochi di Berlino, i “clic” sul nome di Eulace Peacock da Dothan, Alabama, sarebbero oggi ben più di 180 al mese …

 

IL VOLO VERSO L’ORO DEL DISCO DI VIRGILIJUS ALEKNA ALLE OLIMPIADI DI SYDNEY 2000

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Virgilijus Alekna a Sydney 2000 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Il lituano Virgilijus Alekna ha qualche rivincita da prendersi, quando si presenta all’appuntamento con le Olimpiadi di Sydney del 2000 nella gara del lancio del disco. Classe 1972, quinto ad Atlanta nel 1996, Alekna, un colosso di 200 centimetri per poco meno di 130 chilogrammi di forza erculea che si sposa perfettamente con una tecnica di prim’ordine, ha colto l’argento ai Mondiali di Atene del 1997 (battuto da Riedel ma davanti a Schult), accontentandosi del bronzo agli Europei di Budapest del 1998 (dietro agli stessi Riedel e Schult), per poi dover digerire un amaro quarto posto alla rassegna iridata di Siviglia 1999, privato del podio sempre dai due immancabili “gemelli” tedeschi, a loro volta beffati dall’inatteso americano Anthony Washington.

Alekna si presenta nondimeno ai Giochi forte della miglior prestazione stagionale, nonché seconda di ogni tempo, m.73,88, realizzata qualche settimana prima davanti al pubblico amico di Kaunas, ad avvicinare il record del mondo detenuto, ovviamente, da Schult con m.74,08, e gli addetti ai lavori lo considerano il favorito della prova olimpica, pronostico che si trova a spartire comunque con i due teutonici che come sempre danno il meglio nelle grandi manifestazioni.

Il turno di qualificazione del 24 settembre, nel magnifico e suggestivo scenario dello Stadio Olimpico della città australiana, fissa a m.64,00 la misura per accedere direttamente alla finale del giorno dopo, ed è proprio Lars Riedel, campione olimpico uscente nonché ben quattro volte consecutive campione del mondo, a realizzare il miglior lancio, m.68,15. Il sudafricano Frantz Kruger è secondo con m.67,54 ed avanza la sua candidatura al podio, con Alekna che si “accontenta” di m.67,10 mentre Schult, che ha 40 anni ed è alla quarta Olimpiade dopo l’oro di Seul 1988 e l’argento di Barcellona 1992, è ripescato con m.63,76, ottava misura tra i dodici ammessi all’atto decisivo, da cui è escluso il “grande vecchio” del disco lituano, Romas Ubertas, pure lui 40enne e campione olimpico a Barcellona 1992, nonchè l’azzurro Diego Fortuna, solo quattordicesimo in qualificazione. I due bielorussi Dubrovshchik e Kaptyukh, che ad Atlanta occuparono i due gradini più bassi del podio, sono pure loro della partita e non sono certo esclusi dalla lotta per le medaglie.

La finale si apre con Kruger che con m.67,89 è il migliore nella prima serie di lanci, avvicinato da Alekna che al secondo tentativo atterra a m.67,54. La sfida è avvincente e proprio al terzo lancio i candidati alla medaglia d’oro si scatenano, con Alekna che balza al comando con m.68,73 davanti a Riedel, che si ferma a m.68,50, e lo stesso Kruger che sale a m. 68,19, con Kaptyukh in quarta posizione a m.67,59. Curiosamente nessuno riesce più a far meglio, ad eccezione proprio di Alekna che al quinto lancio consolida la sua prima piazza con m.69,30, cogliendo infine quel successo olimpico che mancava al suo palmares e che doppierà quattro anni dopo ad Atene 2004, trionfo che andrà ad aggiungersi ai successi ai Mondiali 2003 e 2005 e agli Europei 2006. Riedel è secondo, Kruger conquista la medaglia di bronzo e Schult chiude in sesta posizione: l’era dei lanciatori tedesca è finita, si apre invece quella di Alekna.

E durerà a lungo, se è vero che il lituano, appunto quattro anni dopo ad Atene, rinnoverà il suo personale appuntamento con la medaglia d’oro olimpica, battendo stavolta l’ungherese Zoltan Kovago e l’estone Aleksander Tammert, a coronamento di un quadriennio da autentico dominatore della specialità in cui il possente discobolo che veniva dell’est vincerà, come detto, due titoli mondiali, a Parigi e ad Helsinki, ed un titolo europeo, ancora in Scandinavia, a Goteborg. E poi… e poi, dismessi i panni del campione, per Alekna anche un po’ di politica, per non farsi mancare proprio niente, al soldo del Movimento Liberale lituano, per il quale si guadagnerà un posto nel Parlamento del suo paese. Così, tanto per confermare che vincenti si nasce…

YURIY SEDYKH, LA LEGGENDA SOVIETICA NEL LANCIO DEL MARTELLO

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Yuriy Sedykh in azione – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti 

La sin troppo facile, scontata e persino banale battuta sul fatto che i migliori al Mondo nel Lancio del Martello non potessero essere che i sovietici, visto come sulla bandiera rossa dell’ex Urss campeggiassero la falce ed il martello simbolo del Comunismo, non può certo giustificare il dominio assoluto che i lanciatori di detto Paese dimostrano in tale specialità sino alla caduta di detto regime …

In questo caso le cifre al riguardo sono spietate, in 7 edizioni delle Olimpiadi – dal 1960 al 1988, esclusi i Giochi di Los Angeles ’84 per il noto contro boicottaggio – solo a Città del Messico 1968 il successo arride all’ungherese Gyula Zsivotzky (peraltro già argento sia a Roma ’60 che a Tokyo ’64), con altresì l’intero podio monopolizzato ai Giochi di Montreal ’76, Mosca ’80 e Seul ’88, così come le uniche tre edizioni dei Mondiali – Helsinki 1983, Roma 1987 e Tokyo 1991 – hanno visto Oro ed argento al collo esclusivamente di atleti sovietici.

Il tutto per non parlare del primato mondiale, che – fatto salvo l’inserimento del tedesco occidentale Karl-Hans Riehm nella seconda metà degli anni ’70 – è poi diventato terreno esclusivo dei due grandi amici/rivali, ovverossia Sergey Litvinov ed Yuriy Sedykh, del quale ultimo trattiamo quest’oggi.

Per valutare lo spessore e l’impatto che ha avuto nella specialità del Lancio del Martello Yuriy Sedykh – che nasce l’11 giugno 1955 a Novocerkassk, città di oltre 100mila abitanti posta nella Provincia (Oblast, in russo …) di Rostov – basti solo il fatto che il medesimo figura per 17 stagioni consecutive nella “Top Ten” del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, occupando in 8 occasioni il primo posto, 3 volte il secondo ed una il terzo …

Un “vincente” come pochi, Sedykh inizia a far parlare di sé nel 1973, allorché ai Campionati Europei Juniores di fine agosto si aggiudica la medaglia d’oro con la misura di m.67,32 per poi migliorarsi l’anno seguente, scagliando per la prima volta l’attrezzo oltre la fettuccia dei 70 metri con i m.70,32 raggiunti ad inizio aprile e quindi migliorare il proprio “personale” sino a m.75,00 il 24 agosto 1975 a Donetsk, circostanza che gli vale la selezione per le Universiadi in programma a Roma nel successivo mese di settembre.

Alla sua prima vera esperienza in una grande Manifestazione internazionale, Sedykh ne paga lo scotto non andando oltre i m.71,32 che gli valgono comunque il bronzo, nel mentre il successo va al connazionale Aleksey Spridonov con m.73,82 raggiunti sulla stessa pedana dello “Stadio Olimpico” dove, l’anno prima, si era laureato Campione europeo con la misura di m.74,20 …

Il 21enne lanciatore russo ha peraltro l’occasione di prendersi la più dolce delle rivincite l’anno seguente, al termine della sua prima “Stagione di Gloria”, dopo che il 1975 aveva visto proporsi ai vertici assoluti il tedesco occidentale Karl-Heinz Riehm, capace di migliorare in ben tre occasioni nella stessa giornata, il 19 maggio a Rehlingen, il record mondiale detenuto dallo stesso Spiridonov portandolo a m.78,50 prima che fosse il connazionale Walter Schmidt a scagliare il martello a m.79,30 …

In Unione Sovietica – così come negli Usa per le gare di velocità, ostacoli e salti – è più difficile ottenere la selezione olimpica che non poi riuscire a salire sul podio, ed in vista dei Giochi di Montreal 1976 la Federazione sovietica decide di affiancare il giovane Yuriy ai più esperti Spiridonov (classe 1951) ed al Campione olimpico in carica, nonché Oro continentale ad Atene 1969 e bronzo ad Helsinki 1971, Anatoly Bondarchuck, nonostante fosse reduce dalla deludente mancata qualificazione alla Finale agli Europei di Roma 1974 …

Sedykh, peraltro, si presenta all’appuntamento olimpico forte di una stagione costellata da sole vittorie, con cinque successi abbinati a misure che vanno da un minimo di m.77,24 ad un massimo di m.78,86 (e, pertanto, a soli 44cm. dal record mondiale …) ottenuti il 12 maggio a Sochi, circostanza che lo pone pertanto tra i più seri candidati per la medaglia d’oro …

Il 26 luglio 1976 però, nelle qualificazioni disputate sulla pedana dello “Stadio Olimpico” della Metropoli canadese, ad avere il “braccio caldo” appare l’ex primatista assoluto Riehm, che ottiene il miglior risultato con un lancio di m.74,46 esattamente 3 metri più lungo di quello di Sedykh, alle cui spalle si posiziona l’oramai 36enne Bondarchuk, detentore del record olimpico con i suoi m.75,50 raggiunti quattro anni prima a Monaco di Baviera …

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Bondarchuk a Montreal ’76 – da:gettyimages.ca

Finale che si disputa due giorni dopo e che, come di norma accade nei lanci, vede i quattro big “sparare le proprie cartucce” al primo tentativo, al punto che i 75 metri raggiunti da Riehm gli valgono appena la quarta posizione provvisoria, con il “vecchio leone” Bondarchuk ad ottenere con m.75,48 la sua miglior misura, nel mentre al comando si porta Spiridonov con m.75,74 appena 10cm. meglio di Sedykh, lanci entrambi superiori al ricordato record olimpico di Bondarchuk …

Gara che si decide già alla seconda prova, allorché il martello di Sedykh atterra a m.77,52 – misura in linea con le sue prestazioni stagionali – lancio che gli vale la medaglia d’Oro, nonostante Spiridonov si migliori sino a m.76,08 con il suo ultimo tentativo e Riehm non riesca per soli 2cm. ad impedire il “tris sovietico” sul podio con un miglior risultato di m.75,46 ottenuto alla quarta prova.

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Sedykh a Montreal ’76 – da:gettyimages.fi

Degna conclusione di un anno da incorniciare e che proietta Sedykh al vertice del Ranking Mondiale, pur se la stagione seguente è inferiore alle attese, con un miglior risultato di m.76,60 ottenuto il 9 maggio a Kiev e due sconfitte – terzo in Coppa Europa ad Helsinki con m.73,60 e quarto nella prima edizione della Coppa del Mondo a Dusseldorf con m.72,20 – in gare che vedono in entrambi i casi primeggiare Riehm con m.75,90 e m.75,64 rispettivamente, così da riprendersi il primo posto del Ranking Mondiale che vede il russo retrocedere in settima posizione.

A poco più di 20 anni, una stagione di transizione ci può stare, visto che Sedykh si riprende immediatamente la leadership nel 1978 sfruttando la propria capacità di dare il meglio di sé in occasione delle grandi Manifestazioni internazionali che, nel caso, sono rappresentate dai Campionati Europei di Praga ad inizio settembre …

Appuntamento al quale si presenta dopo aver raggiunto il 16 agosto al “Weltklasse” di Zurigo la misura di m.79,76 ad un soffio dalla “barriera degli 80 metri” che, viceversa, era stata superata per primo dal “carneade” Boris Zaychuk con un lancio di m.80,14 eseguito il 9 luglio a Mosca, poi migliorato il 6 agosto successivo da Riehm, il quale fa atterrare l’attrezzo a m.80,32 riappropriandosi così del primato …

Zaychuk che, grazie a tale impresa, si guadagna la sua unica presenza di rilievo nella selezione sovietica alla Rassegna Continentale nella Capitale boema, che lo vede concludere in una dignitosa sesta posizione con m.75,62 nel mentre la sfida per il podio si disputa sul filo dei centimetri con il tedesco occidentale a confermarsi “uomo da record” ma non da medaglia, dovendosi accontentare del bronzo con un per lui modesto m.77.02 diversamente da Sedykh che riesce ad avere la meglio per soli 4cm. (m.77,28 a 77,24) sul tedesco orientale Roland Steuk, al suo miglior risultato in carriera.

L’Oro continentale consente a Sedykh di riprendersi la vetta del Ranking Mondiale, ma nel frattempo “piccoli martellisti crescono” in un bacino di smisurata utenza quale quello sovietico, e rispondono ai nomi di Juri Tamm (classe 1957) e Sergey Litvinov, nato a gennaio 1958 …

Ed è proprio quest’ultimo a far registrare un netto miglioramento nella stagione 1979, caratterizzata da sole vittorie ad eccezione del secondo posto in Coppa Europa (m.78,66 a m.76,90) alle spalle di Riehm, e nel corso della quale migliora il proprio “personale” sino a m.79,82 il 24 giugno a Lipsia, per poi affermarsi al “Weltklasse” di Zurigo a metà agosto con m.78,42 e quindi prendersi la rivincita sulla coppia tedesca facendo sua la gara nella seconda edizione della Coppa del Mondo a Montreal con m.78,70 rispetto ai m.75,88 di Riehm ed ai m.74,82 di Steuk …

Dal canto suo, Sedykh aveva risposto con una miglior misura stagionale di m.77,58 a maggio nel corso di una Tournée in Giappone, così che è costretto a cedere ai suoi più accreditati rivali il vertice del Ranking Mondiale retrocedendo al sesto posto, per poi non cederlo più nel successivo triennio, pur essendo gli anni pari quelli preferiti dal lanciatore di Rostov.

Ed una prova lampante se ne ha nel corso del 1980, stagione che ha nei Giochi di Mosca il suo momento clou e che, per il “povero” Riehm, rappresenta viceversa il proprio “Annus Horribilis”, in quanto impossibilitato a confrontarsi con i rivali sovietici in sede olimpica per l’adesione del suo Paese al boicottaggio decretato dal Presidente Usa Jimmy Carter, per poi vedersi anche togliere il record mondiale …

Ciò avviene nel corso del meeting che si svolge a Leselidze il 16 maggio 1980, in cui Sedykh e Tamm fanno a gara a superarsi, con il primo a scagliare l’attrezzo a m.80,38 per poi toccare al secondo lanciare a m.80,46 prima che l’ultima parola spetti al Campione olimpico ed europeo con m.80,64 …

Ma, come spesso accade, “tra i due litiganti il terzo gode”, in quanto appena otto giorni dopo, il 24 maggio a Sochi, tocca a Litvinov far suo il primato assoluto facendo atterrare il martello oltre un metro più avanti, e precisamente a m.81,66 il che fa presagire una Finale olimpica quanto mai incerta e combattuta …

Sicuramente avrebbe potuto dire la sua in un tale contesto di eccezione anche Riehm che, ironia della sorte, disputa la miglior stagione della sua attività agonistica, andando per ben quattro volte oltre la fettuccia degli 80 metri, centrando il proprio “Personal Best” il 30 luglio a Rhede con m.80,80 curiosamente proprio il giorno in cui, a Mosca, si disputano le qualificazioni del Lancio del Martello …

La rappresentanza della parte orientale della Germania – costituita da Steuk e da Detlef Gerstenberg – può solo accontentarsi delle posizioni di rincalzo (quarto e quinto con m.77,54 e 74,60 rispettivamente …), nel mentre la sfida per la medaglia d’Oro si disputa su misure mai raggiunte in passato …

Ed, anche stavolta, la decisione giunge sin dal lancio d’esordio, con Sedykh a togliere ogni velleità (nonché il record mondiale …) a Litvinov scagliando l’attrezzo a m.81,80 con l’ex primatista a rispondere con m.80,64 che gli valgono l’argento, per poi incappare in cinque nulli consecutivi, al contrario di Sedykh che “giustifica” il bis olimpico con altri tre lanci (m.81,46 – 80,98 e 80,70) oltre gli 80 metri, mentre Tamm completa il “podio a falce e martello” (scusate il simpatico gioco di parole …) con i m.78,96 raggiunti al secondo tentativo.

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Sedykh a Mosca 1980 – da:youtube.com

Pur privo di grandi appuntamenti internazionali, il 1981 è, una volta tanto, un anno dispari prolifico per Sedykh, visto che è costellato di sole vittorie con un “primato stagionale” di m.80,18 ottenuti a Tbilisi a fine giugno e da due successi nei confronti di Riehm sia in Coppa Europa a Zagabria (m.77,68 a 75,86) che nella terza edizione della Coppa del Mondo svoltasi a Roma ad inizio settembre, più o meno con lo stesso margine, m.77,42 a 75,60 …

Dopo il bis olimpico, l’oramai 27enne di Rostov va alla conferma del titolo europeo alla Rassegna Continentale di inizio settembre 1982 ad Atene, dove si presenta da imbattuto in stagione, ma avendo però perso il record mondiale, ovviamente da parte di Litvinov, grazie ad un lancio di quasi 84 metri (!!) eseguito il 4 giugno a Mosca, con il trio sovietico ad essere completato da Igor Nikulin in vece di Tamm …

Fedele al motto che recita “I record passano, le medaglie restano”, Sedykh fornisce l’ennesima dimostrazione di grande agonista, visto che, dopo che in qualificazione entrambi gli amici/rivali hanno curiosamente ottenuto la identica misura di m.77,58 (record dei Campionati …), nella Finale del 10 settembre è il suo martello a volare più in alto e lontano di tutti, atterrando a m.81,66 mentre Litvinov si dimostra inferiore alle attese dovendosi accontentare del bronzo, superato (m.79,44 a 78,66) anche da Nikulin.

Il 1983 rappresenta una “data storica” nel panorama dell’Atletica Leggera internazionale, in quanto coincide con la disputa della prima edizione dei Campionati Mondiali, che si svolgono ad Helsinki ad inizio agosto, stagione che vede Litvinov ai vertici assoluti, non conoscendo sconfitta alcuna ed altresì divenendo il primo atleta a superare la fettuccia degli 84 metri, coi m.84,14 ottenuti il 21 giugno a Mosca nel corso delle “Spartakiadi” …

Una superiorità che, stavolta, il 24enne lanciatore russo ribadisce a pieno titolo anche nella Capitale finlandese, aggiudicandosi l’Oro iridato inaugurale della Manifestazione con la misura di m.82,68 ottenuta al primo tentativo – ma legittimato con altri quattro lanci oltre gli 80 metri, di cui m.82,04 alla seconda prova – nel mentre Sedykh deve ritenersi fortunato a mettersi al collo l’argento con m.80,94 visto che la misura di m.81,54 inizialmente data per buona al polacco Zdzislaw Kwasny al suo ultimo tentativo, viene successivamente trasformata in un nullo.

Non sapendo come trascorrere la stagione 1984 a causa del contro boicottaggio sovietico ai Giochi di Los Angeles – dove l’oramai 33enne Riehm getta alle ortiche la sua ultima possibilità di cogliere, una sia pur effimera, “Gloria Olimpica” facendosi beffare per soli 10cm. (m.78,08 a 77,98) dal finlandese Juha Tiainen – Litvinov e Sedykh pensano bene di “divertirsi” a scagliare l’attrezzo il più lontano possibile, raggiungendo misure che fanno impallidire l’esito della Rassegna californiana …

Se il primo, difatti, migliora il proprio “personale” con un lancio di m.85,20 il 3 luglio a Cotk, in Irlanda, lo stesso non rappresenta il nuovo limite assoluto solo perché, nella stessa riunione, Sedykh fa atterrare l’attrezzo a m.86,34 (!!), apice di una annata che lo vede successivamente superare in altre tre occasioni gli 85 metri, così da riguadagnare per la sesta volta in carriera il vertice del Ranking Mondiale.

Pungolato dalle imprese dei suoi connazionali, anche Tamm decide di elevarsi a più alti livelli, vivendo nel 1985 la sua “Stagione di Gloria” costellata di sole vittorie, anche se il “personale stagionale” di m.84,04 è inferiore al suo “Personal Best” in carriera di m.84,40 raggiunto ad inizio settembre dell’anno precedente, ottenendo l’affermazione in Coppa del Mondo a Canberra con m.82,12 comunque sufficiente a scalzare Sedykh dal primo posto del Ranking assoluto …

Oramai superata la soglia dei 30 anni, per Sedykh è il momento di fare il conto della propria collezione di medaglie ed il principale appuntamento dell’anno seguente, ovvero i Campionati Europei di Stoccarda in programma a fine agosto 1986, rappresenta una ghiotta occasione per inanellare un tris di titoli continentali ad oggi ancora ineguagliato.

In una delle migliori stagioni della sua carriera, Sedykh “allunga” il record mondiale a m.86,66 il 22 giugno a Tallinn, Capitale dell’attuale Estonia, per poi presentarsi in Germania per accettare la sfida dei connazionali Litvinov e Nikulin, con specialmente il primo ad aver anch’egli superato – per la prima ed unica volta in carriera – il limite degli 86 metri con il suo “Personal Best” di m.86,04 ottenuto il 3 luglio a Dresda, e che rappresenta tuttora la seconda miglior prestazione di ogni epoca  …

Con il resto degli iscritti a svolgere il compito di “spettatori non paganti”, come al solito il podio è monopolizzato dal trio sovietico, con Nikulin bronzo con m.82,00 mentre l’eccellente lancio di m.85,74 effettuato da Litvinov serve solo da stimolo ad un Sedykh che, scagliando l’attrezzo a m.86,74 ottiene, oltre al terzo titolo continentale consecutivo, anche il suo “Personal Best” in carriera, nonché primato mondiale tuttora ineguagliato ad oltre 30 anni di distanza.

Logicamente tornato al vertice del Ranking mondiale, Sedykh vive un’inattesa stagione sottotono nel 1987, circostanza che, in un Paese dove la concorrenza è quanto mai agguerrita, lo porta a non essere selezionato per la Rassegna Iridata di Roma, senza peraltro che la spedizione sovietica ne risenta più di tanto, con Litvinov a bissare il titolo di Helsinki con m.83,06 e Tamm a fargli da valido scudiero con m.80,84 che gli valgono l’argento.

Impossibilitato, come ricordato, a partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, Sedykh punta ad un’impresa che avrebbe dello straordinario qualora riuscisse a far suo l’Oro ai Giochi di Seul 1988, a 12 anni di distanza dal primo successo a Montreal, dovendo anche stavolta guardarsi più dai suoi connazionali che non dal resto del pianeta.

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Litvinov, Oro ai Giochi di Seul ’88 – da:businessinsider.com 

La Finale nella Capitale coreana ricalca, con risultati opposti, quella dei Campionati Europei di Stoccarda, nel senso che è stavolta Sedykh a dare il meglio di sé con un lancio di m.83,76 all’ultimo tentativo, utile solo per cogliere l’argento al cospetto della stratosferica regolarità di esecuzioni di Litvinov (84,76 – 83,82 – 83,86 – 83,98 – 84,80 – 83,80), tutte e sei migliori del risultato del due volte Campione olimpico, mentre diremmo quasi ovviamente, Tamm completa il podio interamente sovietico.

Fatalmente, le prestazioni di Sedykh iniziano a risentire del confronto con la carta d’identità, il che lo porta a scalare nel Ranking – dopo la seconda posizione del 1988 – prima di mettere a segno l’ultima, trionfale zampata per cogliere l’unico alloro che ancora mancava al suo straordinario Palmarès …

Dopo non essere stato, difatti, selezionato sia per la Coppa del Mondo di Barcellona ’89 che per gli Europei di Spalato ’90, il 36enne di Rostov si ripropone con regolarità sopra gli 80 metri, così da ottenere la selezione per la terza edizione dei Campionati Mondiali, in programma a fine agosto 1991 a Tokyo, con a fargli compagnia le “giovani leve” Andrey Abduvaliyev ed Igor Astapkovich, di 11 e 7 anni più giovani, con quest’ultimo ad essergli succeduto sul trono europeo l’anno precedente …

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Sedykh a Tokyo ’91 – da:masterathletics.net

Nella classica sfida tra “gioventù contro esperienza” è la seconda a farsi preferire e, con la sua seconda miglior prestazione stagionale dopo i m.82,62 di inizio luglio, vale a dire m.81,70 Sedykh colma una lacuna che sarebbe stata insopportabile in una bacheca come la sua, con Astapkovich a doversi accontentare dell’argento con m.80,94 nel mentre Abduvaliyev, non meglio che quinto, avrà modo di rifarsi ampiamente l’anno seguente con l’Oro olimpico ai Giochi di Barcellona ai danni di Astapkovich.

Ma, con tutto il rispetto per Abduvaliyev – che poi ribadisce la sua superiorità su Astapkovich anche nelle rassegne iridate di Stoccarda ’93 e Goteborg ’95 – crediamo che nessuna impresa possa essere paragonata all’essere tornati ad occupare la prima posizione del Ranking Mondiale all’età di 36 anni come è riuscito viceversa a Sedykh, il che consente di ritenere per nulla abusata la definizione di “Leggenda del Lancio del Martello” …

Ah, nel frattempo sono aperte le iscrizioni per chi volesse battere il suo record mondiale di m.86,74 …