VOLMARI ISO-HOLLO, ULTIMO ESPONENTE DELL’EPOCA D’ORO DEL MEZZOFONDO FINLANDESE

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Iso-Hollo (al centro), dopo la Finale dei m.3000 siepi a Berlino ’36 – da:wikipedia.org  

Articolo di Giovanni Manenti

In ogni Disciplina, molto spesso vi sono singole specialità che vengono contrassegnate dal dominio dei rappresentanti di una sola Nazione per un periodo circoscritto, così da rappresentare un’epoca ben definita e, nel caso che andiamo ad esaminare, difficile trovarne uno altrettanto ben delineato come quello del Mezzofondo prolungato tra le due Guerre a favore dei corridori finlandesi …

Difatti, lasciando da parte prove cadute in disuso come i m.3000 a squadre o la Corsa campestre (sia individuale che a squadre …) e limitando la nostra analisi alle attuali gare sui 5 e 10mila metri, oltre ai m.3000 siepi, delle quindici medaglie d’Oro (cinque per ogni specialità) assegnate alle Olimpiadi tra i Giochi di Anversa 1920 e l’edizione di Berlino 1936 ben 12 sono state messe al collo di mezzofondisti provenienti dal Paese scandinavo.

Una superiorità che – se si allarga al totale dei podi – si fa addirittura più imbarazzante, dato che dei 45 atleti a salirvi, ben 26 hanno fatto sì che issasse la “Bandiera dalla Croce Blu” in occasione delle varie cerimonie di premiazione, così che fanno quasi più Storia coloro che sono riusciti ad interrompere una tale egemonia che non i nomi dei mezzofondisti finnici …

Vale la pena ricordarli, visto che sono salomonicamente divisi uno per ogni singola prova, con il più famoso dei quale ad essere il francese Joseph Guillemot, che ai Giochi di Anversa si prende il lusso di rivaleggiare con il “leggendario” Paavo Nurmi – in tale occasione unico finlandese a farsi onore – superandolo (14’55”6 a 15’00”0) sui m.5000, per poi essere sconfitto in volata (31’45”8 a 31’47”2) sulla doppia distanza.

Dieci chilometri che rappresentano la gara in cui gli specialisti finlandesi ottengono in due delle ricordate cinque Rassegne Olimpiche sia Oro che argento (ed a Berlino 1936 monopolizzano l’intero podio), con il solo polacco Janusz Kusocinski l’unico capace di interrompere detta serie vincente, imponendosi ai Giochi di Los Angeles 1932.

Per quel che concerne, infine, i m.3000 siepi, dopo l’affermazione ad Anversa del britannico Percy Hodge in un podio che non contempla atleti finlandesi, nelle successive quattro edizioni si assiste ad una sorta di “Campionato nazionale”, dato che in tre circostanze gli stessi conquistano Oro ed argento ed, a Berlino 1936, fanno altresì proprie le tre medaglie.

Un monopolio destinato a svanire con la ripresa dell’attività a conclusione del Secondo Conflitto Mondiale e che mai più avrà modo di ripresentarsi sotto tale forma, con l’unica eccezione del mezzofondista Lasse Viren, il quale centra l’accoppiata 5/10mila metri in ben due edizioni consecutive dei Giochi, ovvero Monaco 1972 e Montreal 1976, pur se nella seconda occasione favorito dall’assenza degli atleti africani.

Un’epoca, pertanto, caratterizzata dal più celebre mezzofondista scandinavo di tutti i tempi, vale a dire il già ricordato Nurmi – che in tre edizioni dei Giochi (1920-’28) conquista 9 Medaglie d’Oro e 3 d’argento, comprese le riferite prove a squadre e di corsa campestre – cui fa da degno partner il connazionale Ville Ritola che, da canto suo, completa un Palmarès di tutto rispetto costituito da 5 Ori e tre argenti tra Parigi 1924 ed Amsterdam ’28, sino al protagonista della nostra Storia odierna, al quale va l’ideale compito di concludere un ciclo di successi irripetibile, grazie alle proprie esibizioni alle Olimpiadi di Los Angeles 1932 e di Berlino 1936.

Volmari Iso-Hollo nasce il 5 gennaio 1907 ad Ylojarvi, nella Regione di Pirkanmaa, e sin da adolescente si dedica all’attività sportiva, dedicandosi peraltro allo Sci, Ginnastica e financo il Pugilato sino a che non viene introdotto alla pratica dell’Atletica Leggera a seguito del suo arruolamento nell’esercito, dimostrando sin da subito una chiara predisposizione per le corse di resistenza …

Capace di cimentarsi in ogni singola specialità dai m.400 sino alla Maratona, Iso-Hollo abbandona con il tempo il mezzofondo veloce – dove vanta quali migliori risultati 3’54”3 sui m.5000 e 4’18”2 sul Miglio – per dedicarsi ai 5 e 10mila metri ed, in particolare, ai m.3000 siepi, dove ha modo di inserirsi ai vertici assoluti.

Probabilmente, Iso-Hollo avrebbe avuto delle buone chances anche nella Corsa campestre, in cui si laurea Campione nazionale nel 1932 e ’36, se detta prova non fosse stata eliminata dal Programma olimpico a far tempo dall’edizione di Parigi 1924, per poi riuscire a guadagnare la selezione per i Giochi di Los Angeles 1932 grazie ai suoi strabilianti miglioramenti cronometrici proprio nella stagione che porta all’appuntamento californiano …

Sceso, difatti sui m.5000 a 14’18”4 – che rappresenta il suo “Personal Best” in carriera sulla distanza – il 19 giugno 1932 ad Helsinki, Iso-Hollo è costretto a confrontarsi con la propria Federazione in relazione al Calendario dei Giochi, che prevede il 31 luglio 1932 la disputa della Finale dei 10mila metri, l’1 agosto batterie ed il giorno successivo la Finale dei m.3000 siepi, data in cui sono altresì in programma le batterie dei m.5000, con la Finale fissata al 5 agosto …

Un calendario volto, come anche logica ammette, a favorire coloro che desiderano “doppiare” le distanze piane dei 5 e 10mila metri, ma che mal si addice al finlandese che intende partecipare anche alle siepi, così che la scelta cade sui soli 10mila metri, così da evitare sovrapposizioni di eventi nello stesso giorno …

E, del resto, non è che sui m.5000 la Finlandia sia proprio sprovvista di talenti, potendo contare sul primatista mondiale Lauri Lehtinen, fresco di record grazie al 14’17”0 stabilito nella citata corsa che vede Iso-Hollo realizzare la sua miglior prestazione assoluta sulla distanza, ancorché riesca ad assicurarsi la Medaglia d’Oro togliendo in 14’30”0 il primato olimpico a Nurmi, solo al termine di una accesa volata con il britannico Ralph Hill.

Terzo giunge l’altro finnico Lauri Virtanen che, a fine luglio, aveva partecipato assieme ad Iso-Hollo alla gara inaugurale sulla doppia distanza, il cui primato mondiale appartiene tuttora a Nurmi con il 30’06”2 realizzato a fine agosto 1924 ad Helsinki …

In una Finale che si trasforma ben presto in una gara ad eliminazione, la lotta per la Medaglia d’Oro si restringe al solo finlandese che si trova a rivaleggiare con il polacco Janusz Kusocinski, all’epoca guardiano in un parco di Varsavia, con la coppia a viaggiare di conserva sino alla campana dell’ultimo giro, mentre Virtanen completa la sua prova nella “terra di nessuno”, ovvero correndo in solitario per aggiudicarsi la medaglia di bronzo …

All’attacco dei 400 metri conclusivi, Kusicinski – il quale finirà torturato ed ucciso dalla Gestapo il 21 giugno 1940 mentre svolgeva compiti per la resistenza anti nazista del proprio Paese – si produce in un perentorio allungo, prendendo un buon margine che rischia di veder recuperato sul rettilineo finale dal ritorno di Iso-Hollo, mantenendo comunque la distanza sufficiente (30’11”4 a 30’12”6) per garantirgli la Medaglia d’Oro, con entrambi a scendere sotto il precedente Record olimpico di 30’18”8 stabilito quattro anni prima da Nurmi ad Amsterdam, mentre il tempo del finlandese rappresenta la sua miglior prestazione in carriera sulla distanza.

Completata la sua prima fatica, all’indomani il 25enne finlandese guida il terzetto composto anche da Verner Toivonen e Martti Matilainen che affronta la prova dei m.3000 siepi, con la speranza di replicare l’esito della precedente edizione di Amsterdam ’28, con a salire sul podio i connazionali Touvo Lukola, Nurmi ed Ove Andersen, con il primo a stabilire altresì il primato mondiale con 9’21”8, ancorché la IAAF inizi a conteggiare i record solo a far tempo dal 1954.

All’epoca dei Giochi di Los Angeles 1932, il primato “ufficioso” appartiene all’americano George Lermond – il quale muore da eroe il 6 luglio 1940, perdendo la vita nel tentativo di salvare il figlio più piccolo da un incendio cha aveva colpito la propria abitazione, dopo esser riuscito nell’intento con gli altri due figli maggiori – con 9’08”4, mentre il riferito Record olimpico di Lukola viene migliorato già nella prima delle due batterie da parte del britannico Tom Evenson con 9’18”8, per poi essere disintegrato da Iso-Hollo che fa registrare il tempo di 9’14”6 nella seconda …

Con i favori del pronostico dalla sua parte, l’unico vero dubbio che si pongono gli addetti ai lavori riguarda il tempo con cui il 25enne finlandese si aggiudicherà un Oro talmente scontato, circostanza questa che non potremo mai sapere, poiché la Finale del 2 agosto 1932 andata in scena al “Memorial Coliseum” fa registrare un evento che non ha eguali nella Storia dei Giochi …

Oramai facendo corsa a sé, Iso-Hollo ritiene di aver concluso la propria fatica quando il cartello dei “contagiri” posto in prossimità della linea d’arrivo segna ancora “1”, così che completa un ulteriore giro per andare a concludere in solitario, ma con un tempo di 10’33”4 che appare subito inverosimile …

Era successo che il Giudice incaricato della registrazione dei passaggi – e che era stato chiamato in sostituzione dell’addetto designato, ammalatosi – si era “dimenticato” di modificare il cartello al primo passaggio, ragion per cui gli atleti furono costretti a percorrere 3.460 metri in luogo dei m.3000 previsti, con il maggior disappunto per l’americano Joe McCluskey che, transitato secondo alla distanza canonica, viene superato (10’46”0 a 10’46”2) da Evenson nel giro suppletivo.

A dire il vero, i Giudici manifestano la loro disponibilità a far ripetere la gara all’indomani, ma gli atleti, stremati, oppongono un cortese rifiuto e la cosa finisce lì, divenendo più un aneddoto storico da tramandare ai posteri che non un esito da inserire nelle statistiche olimpiche.

Personaggio caratteristico, Iso-Hollo rappresenta l’altra faccia del mezzofondista nordico che ottiene primati e vittorie grazie ad allenamenti massacranti (come nel caso di Nurmi e Ritola …), interpretando viceversa l’attività sportiva nel più “Decoubertiano” possibile dei significati, ovvero con un distacco tipico dei dilettanti inglesi dei tempi eroici, correndo più per divertimento che per altro …

Chiaramente, non potremo mai sapere sino a quali limiti si sarebbe potuto spingere, ma la prova tangibile delle sue qualità è dimostrata dal fatto che i suoi migliori tempi in carriera vengono ottenuti solo alle Olimpiadi, quando, è il caso di dire, occorre “unire l’utile al dilettevole”, con per utile intendersi la “Gloria Olimpica”.

Difatti, nel quadriennio post olimpico, il suo miglior risultato è rappresentato dai 9’09”4 con cui corre i m.3000 siepi il 28 maggio 1933 a Lahti, tempo praticamente identico a quello ufficioso di 9’09”2 con cui era stato cronometrato al passaggio ai 3mila metri a Los Angeles, per poi presentarsi ai Giochi di Berlino 1936 iscritto sulle medesime gare di Los Angeles …

Con un programma alquanto strano, il calendario del mezzofondo prolungato, oltre alla gara inaugurale dei 10mila metri prevista per il 2 agosto 1936 senza disputa di batterie, vede al giorno successivo le batterie dei m.3000 siepi, la cui Finale è però stabilita a distanza di 5 giorni, l’8 agosto, dopo che (il 4 ed il 7 rispettivamente) erano andate in scena batterie e Finale dei m.5000.

In casa finlandese, si spera di tornare a completare l’en plein già fatto registrare a Parigi 1924 ed Amsterdam ’28 (in queste due occasioni aggiungendovi anche l’Oro sui m.1500) sulle tre prove del Mezzofondo prolungato, ed il primo riscontro non potrebbe essere più confortante, con le tre bandiere finlandesi issate sui rispettivi pennoni per la cerimonia di premiazione della Finale dei 10mila metri, vinta da Ilmari Salminen – già Campione europeo sulla distanza nella prima edizione della Rassegna Continentale di Torino ’34 e che, l’anno seguente, riuscirà a migliorare in 30’05”6 il primato di Nurmi a distanza di 13 anni – con il tempo di 30’15”4 precedendo in volata Arvo Askolache conclude in 30’15”6, mentre Iso-Hollo completa il podio con il bronzo in 30’20”2.

29enne finlandese che, all’indomani, non spreca eccessive energie per garantirsi l’accesso alla Finale dei m.3000 siepi, facendo sua la seconda batteria dove precede (9’34”0 a 9’34”8) l’americano Harold Manning che il 12 luglio, in occasione degli “Olympic Trials”, aveva stabilito la “miglior prestazione mondiale” con il tempo di 9’08”2, per poi avvertire il peso della responsabilità in vista dell’atto conclusivo, dato che anche la gara dei m.5000 si risolve in un trionfo per i propri colori, con Gunnar Hockett a precedere con il record olimpico (14’22”2 a 14’25”8) il primatista mondiale e Campione uscente Lehtinen …

Allorché, pertanto, al pomeriggio dell’8 agosto 1936, i 12 finalisti – con Matilainen e Kaarlo Tuominen a completare il trio finlandese – si schierano alla partenza della Finale sulla pista dello “OlympiaStadion” di Berlino, a dettare l’andatura, ad un ritmo inferiore ai passaggi del record assoluto, sono i tre scandinavi, i quali non vogliono correre rischi, per scrollarsi di dosso, oltre a Manning, anche il tedesco Alfred Dompert, che si era fatto apprezzare in batteria, precedendo (9’27”2 a 9’28”4) Matilainen nella prima serie …

Ma il celebre detto che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare” ben si addice ad Iso-Hollo che sarà pure uno che corre per divertimento, ma quando c’è da far sul serio non si tira certo indietro, così che il “treno” imposto dai finlandesi vede cedere per primo Manning, quinto all’arrivo in 9’11”2, mentre ad impedire un ulteriore “cappotto” scandinavo si pone Dompert, il quale ha ben poco da rimproverarsi, visto che scende sotto il precedente limite mondiale, con un 9’07”2 buono solo per garantirgli il bronzo precedendo un Matilainen (9’09”0) non visto di buon grado dagli Dei dell’Olimpo, restando per la seconda edizione consecutiva ai margini del podio …

Definite le posizioni di rincalzo, la “sfida in famiglia” per l’Oro si risolve a tempo di record a favore di Iso-Hollo, il quale (9’03”8 a 9’06”8), il quale diviene così il primo – e sinora l’unico, poiché il keniano Ezekiel Kemboi conquista i suoi due Oro a distanza di otto anni, da Atene 2004 a Londra 1912 – siepista a bissare il titolo.

Conclusa l’esperienza olimpica, Iso-Hollo rallenta l’attività iniziando ad accusare problemi fisici in quanto affetto da reumatismi, per poi interromperla a seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale dopo aver fatto registrare un buon 9’08”8 a fine luglio 1939 a Stoccolma, prima di dare il definitivo addio alle gare con un’esibizione nel 1945 a Stoccolma.

Con lui si conclude un Capitolo importante nella Storia del Mezzofondo Mondiale per quanto riguarda l’Atletica finlandese, penalizzata dagli eventi bellici che non consentono a due suoi validi esponenti – Taisto Maki, primo uomo ad infrangere la barriera dei 30’ netti sui 10 chilometri e Viljo Heino – di prendere parte alle cancellate edizioni di Giochi nel 1940 e ’44, mentre alla ripresa con le Olimpiadi di Londra 1948, con l’altra barriera dei 9’ netti sui m.3000 siepi ad essere stata violata dallo svedese Erik Elmsater nel 1944, correndo la distanza in 8’59”6, l’eredità finlandese viene rilevata dai confinanti svedesi, toccando a loro, stavolta, riempire i tre gradini del podio, ancorché il vincitore Thore Sjostrand non riesca, concludendo in 9’04”8 a far meglio di Iso-Hollo a Berlino …

Con la sola, “piccola” differenza, che la superiorità svedese si esaurisce in tale occasione, ben poca cosa rispetto all’epopea dei “cugini” finlandesi, il cui periodo, senza con questo voler far torto agli altri medagliati, è racchiuso in un arco temporale che ha come chiavi d’accesso e di chiusura due soli nomi, Paavo Nurmi da un lato e Volmari Iso-Hollo dall’altro, e scusate se è poco …

BOB TISDALL, UN IRLANDESE SUL TRONO D’OLIMPIA DEI 400 OSTACOLI

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Bob Tisdall in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Una delle gare più interessanti del programma di atletica leggera alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 sono i 400 metri ostacoli.

Tra i candidati alle medaglie si annoverano il britannico David Burghley, che vinse quattro anni prima ad Amsterdam, l’americano Morgan Taylor, che proprio ad Amsterdam nel 1928 fu medaglia di bronzo, dopo aver colto l’oro a Parigi nel 1924, ed è primatista del mondo con il tempo di 52″0, Glenn Hardin che ha vinto i Trials, e l’altro statunitense Joe Heale, lo svedese Sten Pettersson che detiene il record europeo con 52″4, così come l’azzurro Luigi Facelli, che ha corso in 52″4 nel 1929 a Bologna ed è competitivo almeno per garantirsi un posto in finale.

Le quattro batterie allineano alla partenza 18 atleti, promuovendo tutti i principali favoriti, con Healey che fa segnare il miglior tempo, 54″2, con l’irlandese Robert “Bob” Tisdall, specialista dei 400 metri piani, che scende sotto i 55″0 e si presenta tra gli outsider più pericolosi.

E che Tisdall, nato il 16 maggio 1907 a Ceylon – oggi Sri Lanka – da una famiglia di proprietari terrieri e che in carriera fino all’appuntamento californiano ha corso solo sei volte i 400 ostacoli oltre ad eccellere anche nel salto in lungo e nel lancio del peso (ai Giochi di Los Angeles, tra le altre cose, terminerà ottavo nella gara di decathlon), possa dire la sua anche nella lotta per le medaglie se ne ha la prova nella seconda semifinale, dove anticipa lo svedese Areskoug e Facelli con il tempo di 52″8, primato olimpico che eguaglia quello realizzato nella prima semifinale da Hardin, bravo nel battere Taylor e Burghley, mentre vengono eliminati Pettersson e Healey, decisamente l’americano di minor caratura.

La finale è in programma lunedì 1 agosto al Memorial Coliseum, e Tisdall domina la corsa pur abbattendo l’ultimo ostacolo, cosicché il suo tempo di 51″8, che varrebbe il nuovo record del mondo, non viene omologato per i regolamenti dell’epoca che impongono di scavalcare ogni ostacolo senza buttarne giù alcuno. Hardin, che vincerà l’oro a Berlino nel 1936, è secondo in 51″9 e quindi è suo il nuovo limite mondiale, con Taylor che chiude in terza posizione, collezionando la terza medaglia olimpica consecutiva nei 400 metri ostacoli, impresa che riuscirà in seguito solo al grande Edwin Moses. Burghley non difende il titolo ed è solo quarto, con Facelli subito alle sue spalle in quinta posizione.

E così Bob Tisdall, costretto a lasciare momentaneamente il suo lavoro di accompagnatore, in giro per l’Europa, di un giovane Maharaja per poter gareggiare alle Olimpiadi, affatto accreditato alla vigilia dei Giochi, se perpetra la tradizione che vuole vincitore sugli ostacoli bassi un atleta di lingua inglese, come avverrà fino alla vittoria dell’ugandese Aki-Bua a Monaco nel 1972, regala anche al paese del quadrifoglio un oro in una specialità che non avrà seguito. Ed allora, onore e merito a lui di esserci riuscito. A sorpresa.

LA BELLA STORIA DI MILKHA SINGH, STELLA DELL’ATLETICA LEGGERA INDIANA

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L’indiano Milkha Singh ai Giochi di Roma 1960 – da:bbc.com

Articolo di Giovanni Manenti

Negli Sport individuali, i cui praticanti trovano la loro massima consacrazione attraverso l’affermazione ai Giochi Olimpici, è consuetudine identificare una singola Disciplina con l’atleta di ogni Paese che maggiormente l’ha onorata …

Limitandoci, nel racconto odierno, alla “Regina di tutti gli Sport”, vale a dire l’Atletica Leggera, è evidente che, riferendoci agli Stati Uniti, il pensiero non possa che andare a Carl Lewis o Michael Johnson, così come per la Gran Bretagna a Sebastian Coe, al pari di Pietro Mennea e Sara Simeoni per ciò che concerne i colori azzurri.

Si tratta, in ogni caso, di atleti che hanno scritto pagine di storia importanti nelle loro rispettive specialità, coronate con successi olimpici, mentre può sembrare strano che l’icona dell’Atletica Leggera possa essere, in un Paese senza tradizioni in detta Disciplina, addirittura un atleta che non è mai neppure salito su di un podio ai Giochi e, nonostante questo, divenire una sorta di “Eroe nazionale” sportivo.

Ovviamente, il tutto va contestualizzato sul rapporto che detta Nazione ha con l’Atletica Leggera e, trattandosi dell’India, ciò non deve stupire, visto che il proprio “Cavallo di battaglia” nella Storia della Rassegna a cinque cerchi è costituito dall’Hockey su prato, che non a caso ha portato in dote ben 8 delle 9 medaglie d’Oro olimpiche indiane, con tanto di sei affermazioni consecutive dai Giochi di Amsterdam 1928 sino all’edizione di Melbourne ’56, serie interrotta quattro anni dopo a Roma 1960 per la sconfitta in Finale contro i cugini pakistani.

E non tragga in inganno il fatto che nel Medagliere complessivo dei Giochi l’India risulta aver conquistato due argenti in Atletica Leggera, visto che gli stessi sono stati ottenuti, sui m.200 piani ed ad ostacoli nell’edizione di Parigi 1900, da Norman Pritchard che, pur essendo nato a Calcutta, era a tutti gli effetti un cittadino britannico …

Ben diversa è la Storia, per certi versi anche drammatica, del protagonista del nostro racconto odierno, ovvero il velocista Mikhla Singh, di cui non è neppure ben chiara la data di nascita, visto che alcune fonti lo danno come nato il 17 ottobre ed altre il 21 novembre 1935.

L’unica certezza è la località di nascita, ovvero Govindpura, un modesto villaggio posto a 10 chilometri di distanza dalla città Muzaffargarh, nella Provincia del Punjab, semplicemente uno dei 15 figli di una famiglia di religione Sikh, 8 dei quali, peraltro, morti prematuramente …

Ma, dove non interviene miseria e povertà, a decimarne la famiglia giunge la guerra in atto tra le diverse identità religiose indù, sikh e mussulmane nel periodo di divisione dell’ex Colonia britannica tra India e Pakistan, avvenuta nel 1947 e ’48, che vede il 12enne Milkha testimone delle atrocità di cui restano vittime i genitori, assieme ad un fratello e due sorelle.

Sfuggito alle persecuzioni nei confronti di indù e sikh, Milkha Singh si rifugia per un certo periodo presso la famiglia della sorella Ishvar a Delhi, per poi transitare tra un campo profughi ed una colonia di reinsediamento, sempre a Delhi, iniziando a maturare l’idea di darsi al banditismo, comune in quegli anni di caos assoluto nel Paese …

Per sua fortuna, Singh accoglie il suggerimento del fratello Malkhan di arruolarsi nell’Esercito, tentativo coronato da successo nel 1951 e che apre al giovane le porte dell’Atletica Leggera mentre è in servizio presso il Centro di Ingegneria Meccanica.

A favorire l’approccio di Singh a tale disciplina – “venivo da un villaggio sperduto, non avevo idea di cosa fossero le corse su pista e men che meno le Olimpiadi …”, avrà modo di dichiarare in seguito – è il fatto che da bambino era solito percorrere a piedi una distanza di 10 chilometri al giorno per andare e tornare da Scuola, così che, in occasione di una prova di Corsa Campestre obbligatoria per le nuove reclute, si classifica sesto e viene accettato nella squadra di Atletica dell’Esercito.

Ma, a dispetto dell’allenamento forzato da adolescente sulle lunghe distanze, le qualità migliori di Singh emergono nella velocità, forse uno dei primi atleti a cimentarsi sulla doppia distanza dei m.200 e 400 piani, che poi troverà la sua massima espressione durante gli anni ’90 grazie all’americano Michael Johnson.

Il giro di pista, in particolare, è storicamente terreno di conquista da parte degli specialisti Usa, anche se nell’immediato Secondo Dopoguerra sono costretti a cedere la loro indiscussa leadership al “Trio delle Meraviglie” giamaicano formato da George Rhoden, Herb McKinley ed Arthur Wint, salvo riappropriarsi del proprio ruolo alle Olimpiadi di Melbourne ’56, in cui ad imporsi in 46”7 (46”86 elettronico) è Charlie Jenkins.

Edizione australiana che vede altresì il debutto ai Giochi di un 21enne spaesato Milkha Singh, il quale paga lo scotto dell’inesperienza venendo eliminato al primo turno sia sui m.200 (quarto in batteria in 22”3) che sulla doppia distanza, altrettanto quarto in 48”9 …

Al di là del deludente esito cronometrico, la trasferta nell’emisfero australe si rivela quanto mai fruttuosa per il giovane indiano, il quale ha l’occasione di confrontarsi proprio con Jenkins sul tema delle pratiche di allenamento, ottenendo preziosi consigli che non tarda a mettere in pratica per scalare in fretta le gerarchie internazionali, specie sul giro di pista.

Già a fine 1957, difatti, Singh è in grado di far registrare il tempo di 46”7 sui m.400 (oltre 2” in meno di quanto corso alle Olimpiadi …), per poi far sì che si possa parlare di lui l’anno seguente che, a livello di allori, rappresenta il migliore della carriera …

Senza rivali, difatti, ai “Giochi nazionali”, dove si impone sui m.200 e 400 piani, Singh fornisce un’ottima impressione ai “Giochi Asiatici” che si svolgono a Tokyo nell’ultima settimana di Maggio 1958, dove replica l’affermazione su entrambe le distanze coi rispettivi tempi di 21”6 (record della Rassegna …) e 47”0, così da poter effettuare il viaggio in Galles, a Cardiff, per misurarsi con gli specialisti britannici nella sesta edizione dei “Commonwealth Games”.

A dire il vero, non sono certo questi ultimi i più pericolosi avversari – basti pensare che nelle gare di corsa conquistano l’Oro solo con la staffetta 4×100 inglese – bensì il sudafricano Malcolm Spence (da non confondere con il quasi coetaneo giamaicano Mal Spence …), giunto sesto in 48”3 nella Finale dei Giochi di Melbourne …

Ad ogni buon conto, ad avere la meglio è il non ancora 23enne Singh, il quale conferma i propri progressi imponendosi il 24 luglio 1958 in 46”71 nella Finale disputata sulla distanza inglese delle 440yd, precedendo Spence ed il canadese Terry Tobacco, che concludono in 46”90 e 47”05, rispettivamente.

Tale stagione ad eccellenti livelli fa sì che, nella “Top Ten” del Ranking Mondiale stilata a fine anno dalla prestigiosa rivista Usa “Track & Field News”, Singh figuri al quarto posto, alle spalle degli americani Glenn Davis (che si fa preferire sui m.400 ostacoli …) ed Eddie Southern, nonché del citato Spence, il quale a Cardiff aveva contribuito alla vittoria sudafricana nella Staffetta del miglio.

Sicuramente, fa un certo effetto veder comparire un atleta indiano in detta Classifica di merito – e del resto, resta sino ad oggi l’unico del proprio Paese, non solo sui m.400, ma in ogni prova su pista – con Singh a puntare al “bersaglio grosso”, vale a dire le Olimpiadi di Roma ’60, in preparazione delle quali d registrare nel 1959 tempi di 20”8 sui m.200 e di 46”3 sulla doppia distanza, per poi presentarsi ad inizio settembre 1960 allo “Stadio Olimpico” della nostra Capitale, iscritto sul solo giro di pista …

Il programma prevede quattro turni, con batterie e Quarti previsti al mattino e pomeriggio del 3 settembre, mentre le semifinali vanno in scena a distanza di due giorni e la Finale fissata per il 6 settembre, circostanza che consente a Singh di poter dosare le energie con una inattesa sagacia tattica …

In batteria, difatti, giunge secondo in 47”6 alle spalle dell’americano Jack Yerman, vincitore dei Trials Usa in 46”3, mentre Spence fa registrare il miglior tempo di 46”7 assieme al tedesco Manfred Kinder, stesso piazzamento ottenuto al pomeriggio nella prima serie dei Quarti, giungendo spalla a spalla con l’altro tedesco Karl Kaufmann con il medesimo tempo di 46”5, con le altre appannaggio dei tre rappresentanti Usa, con Otis Davis, in particolare, ad eguagliare in 45”9 il record olimpico, precedendo Spence, che conclude in 46”1.

Si ha l’impressione che la gara sia in grado di fornire risultati di rilievo assoluto, una previsione che diviene certezza allorché, nel corso delle due semifinali, Davis migliora con 45”5 (45”62 elettronico) il primato olimpico, avendo la meglio su Singh che, cronometrato in 45”9 (ancorché il rilievo elettronico risulti pari a 46”08), abbatte per la prima volta in carriera la “barriera del 46” netti” …

Nella seconda serie giunge la risposta di Kaufmann con 45”7 (45”88 elettronico), che si trascina dietro Spence con 45”8 (46”01 elettronico), così che, essendo all’epoca (nonché per l’ultima volta …) l’accesso alla Finale riservato ad appena 6 concorrenti, il pronostico per il podio è riservato ai soli quattro capaci di scendere sotto i 46” netti, uno dei quali destinato a restarne ai margini …

L’atto conclusivo si svolge alle 15:45 del 6 settembre 1960 e tale data potrebbe essere destinata ad entrare nella Storia dell’Atletica indiana, con i sei finalisti disposti, dall’interno verso l’esterno, con Kaufmann, Young, Davis, Spence, Singh e Kinder, ed in avvio la rivalità tra l’indiano ed il sudafricano fa sì che entrambi diano il meglio nella prima metà della gara, con Spence a transitare ai 200 metri addirittura in 21”2, mentre Davis si produce nell’allungo decisivo nella seconda curva, coperta in 10”8 così da presentarsi in netto vantaggio all’ingresso in rettilineo …

Con gli atleti a correre al di sotto del primato mondiale di 45”2 dell’americano Lou Jones e risalente a fine giugno 1956, negli ultimi appoggi Davis è visibilmente imballato, così da consentire il recupero a Kaufmann, il quale si getta sul filo di lana per uno degli arrivi più emozionanti nella Storia dei Giochi, mentre Spence, anch’egli a corto di fiato, riesce comunque a respingere il tentativo di rimonta da parte di Singh, che forse ha peccato nel voler tenere il ritmo del sudafricano nella prima parte.

Il verdetto del fotofinish premia Davis, anche se sia il 28enne dell’Alabama che il 24enne tedesco vengono accreditati del medesimo tempo di 44”9 pari al nuovo primato olimpico e mondiale – con il cronometraggio elettronico a vedere (45”07 a 45”08) un solo 0”01 centesimo a favore di Davis – mentre a Spence e Singh vengono riconosciuti i rispettivi tempi di 45”5 e 45”6 (45”60 e 45”73 elettronici), che per il velocista indiano rappresenta un record nazionale destinato a durare per quasi 40 anni.

L’esito dei Giochi permette a Singh di replicare il quarto posto nel Ranking di fine anno, per poi entrare per un’ultima volta nella “Top Ten” nel 1962, piazzandosi in nona posizione, frutto delle vittorie in 46”9 nella gara individuale e con la staffetta 4×400 ai “Giochi Asiatici” di fine agosto a Giakarta, in Indonesia.

Ed è proprio la staffetta del miglio la prova che vede Singh scendere per l’ultima volta in pista alle Olimpiadi, non potendo peraltro impedire l’eliminazione del quartetto indiano, quarto in 3’08”8 nella prima batteria ai Giochi di Tokyo ’64, per poi ritirarsi dall’attività agonistica e proseguire nella carriera militare, per la quale i successi sportivi hanno avuto sicuramente il loro peso.

Ma Milkha Singh non è ricordato in patria solo per le sue imprese sportive, in quanto la sua lealtà e correttezza lo portano a divenire una sorta di “Eroe positivo” o, quantomeno, un ambasciatore dello Sport, tanto da assumere la Direzione della sezione sportiva al Ministero della Pubblica Istruzione del Punjab, distinguendosi altresì con la donazione delle medaglie da lui conquistate alla Nazione e che ora fanno bella mostra di sé in un “Museo dello Sport” a Patiala, nel Punjab, assieme ad un paio di scarpe dallo stesso usate alle Olimpiadi, mentre le scarpette della Finale di Roma sono state anch’esse donate da Singh in occasione di un’asta benefica organizzata dall’attore Rahul Bose.

Sposatosi nel 1962 con la Capitano della squadra di Volley femminile, Singh ha tre figlie ed un maschio, Jeev che si è dedicato al Golf, avendo poi adottato nel 1999 un bambino di 7 anni figlio di un militare caduto in battaglia tra gli eserciti indiano e pakistano.

Una vita indubbiamente ricca di avventura, che ha portato Singh e la propria figlia Sonia Sanwalka a tradurla in una autobiografia, dal titolo, abbastanza scontato, “The Race of my Life” (“La corsa della mia vita”), pubblicata nel 2013 e da cui è stato tratto il film “Bhaag Milkha Bhaag”, che ha riscosso un enorme successo in patria ed i cui diritti sono stati ceduti gratuitamente dall’autore, inserendo però una clausola che parte degli utili dovessero essere devoluti al “Milkha Singh Charitable Trust”, organizzazione fondata nel 2003 al fine di assistere gli sportivi che non hanno le possibilità economiche di praticare le loro Discipline.

In conclusione, non appare per nulla sorprendente che a questo “Campione filantropo” sia stata eretta una statua che lo raffigura durante la Finale dei “Commonwealth Games” di Cardiff 1958, opera attualmente custodita presso il “Madame Tussauds Museum” di New Delhi.

E, del resto, la Stampa specializzata non ha esitato a descrivere Milkha Singh come “il miglior atleta che l’India abbia mai prodotto”, anche se, come sempre caustici, gli inglesi, nel 2012 “The Indipendent” se ne era uscito con l’affermazione che “l’olimpionico più celebrato in India non è altro che uno splendido perdente … !!”.

Forse, all’autore dell’articolo, andrebbe ricordata la canzone di Francesco De Gregori, visto “che non è mica da questi particolari che si giudica un Campione …!!”, specie se Campione lo è stato di vita, più che in pista …

 

LIA MANOLIU E QUELLA GLORIA OLIMPICA FORTEMENTE VOLUTA

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Una giovane Lia Manoliu negli anni ’50 – da commons.wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Per ogni sportivo che pratichi una delle discipline simbolo dei Giochi, la massima aspirazione di una carriera è senza alcun dubbio quella di riuscire un giorno a salire sul gradino più alto di un podio olimpico, anche se l’impresa è tutt’altro che facile.

Oltre a dover essere un’atleta in grado di competere ai massimi livelli, difatti, vi è da considerare la concorrenza costituita dalle avversarie ed il fatto che la rassegna a cinque cerchi si svolge ogni quattro anni e quindi le possibilità non sono poi molte, dovendo farsi trovare nella condizione giusta al momento giusto.

Vi sono atlete per le quali un risultato così prestigioso viene ottenuto alla prima partecipazione, altre a cui l’oro sfuggirà nonostante eccellenti prestazioni – emblematico al riguardo il caso della giamaicana Merlene Ottey, la quale, a dispetto delle sue 7 partecipazioni ai Giochi, raccoglie 3 argenti e 6 bronzi –, ed infine chi, come la protagonista della nostra storia odierna, non vuole arrendersi alla cattiva sorte e, sfidando i limiti imposti dall’anagrafe, riesce con grinta e perseveranza a centrare l’obiettivo.

Un’autentica amante dell’attività sportiva, la rumena Lia Manoliu, che nasce il 25 aprile 1932 nella capitale Bucarest, pratica in gioventù il tennis per poi dedicarsi a basket e volley prima di rendersi conto che, anche a causa della sua morfologia (a maturazione completa misura m.1,79 per 85kg.), la disciplina a lei più congeniale sono i lanci, ed in particolare il disco, dove alla potenza muscolare può abbinare l’agilità acquisita nelle altre pratiche sportive.

E non impiega molto, la “ragazzona, a mettersi in luce, tanto che appena 20enne – dopo che nel 1950 aveva fatto segnare la misura di m.41,44 quale primato personale – è selezionata quale rappresentante del proprio paese alle Olimpiadi di Helsinki 1952 che, per sfortuna sua e delle altre partecipanti, segnano l’esordio ai Giochi dell’Unione Sovietica.

Superpotenza nei concorsi in campo femminile (e nei lanci in particolare), l’Urss monopolizza il podio, con Nina Ponomaryova a far sua la medaglia d’oro essendo l’unica delle finaliste ad andare oltre la fettuccia dei 50 metri, scagliando il disco al nuovo record olimpico m.51,42 per poi strappare alla connazionale Nina Dumbadze il primato mondiale 20 giorni dopo la conclusione dei Giochi con un lancio di m.53,61.

Misure al momento inarrivabili per la 20enne Lia, che peraltro si fa onore concludendo in un dignitoso sesto posto con m.42,65 ottenuti al secondo tentativo, pur avendo in stagione una miglior prestazione di m.43,68, così da poter guardare al futuro con un certo ottimismo, anche se il suo obiettivo primario, al momento, è quello di avvicinarsi prima possibile alla barriera dei 50 metri.

Un percorso di crescita che passa attraverso i Campionati Europei di Berna 1954, dove la situazione al vertice non cambia, con il terzetto sovietico a spartirsi le medaglie e Ponomaryova a far suo il titolo con m.48,02, mentre il miglior lancio di m.43,86 vale alla Manoliu non meglio che la settima posizione, pur se ad inizio ottobre aggiunge due metri a questa misura, che la colloca però ancora 16esima a livello mondiale.

Nel corso dell’anno olimpico, che porta ai Giochi di Melbourne che si disputano a fine novembre 1956, la rumena incrementa il proprio personale sino a m.47,24 ottenuti ad inizio ottobre a Bucarest, ma nella finale olimpica non è in grado di scagliare l’attrezzo oltre m.43,90 che le valgono solo il nono posto, mentre ai vertici la specialità – con il primato mondiale fissato a m.57,04 dalla Dumbadze – progredisce, pur nella sorprendente sconfitta delle sovietiche per mano della cecoslovacca Olga Fikotova – protagonista di una celebre storia d’amore con il martellista americano Hal Connolly di cui vi abbiamo già dato conto – la quale frantuma il record olimpico con la misura di m.53,69 lasciando alle rappresentanti di Mosca le sole piazze d’onore.

Oramai 24enne, la Manoliu vive nel successivo quadriennio che porta alle Olimpiadi di Roma 1960 il periodo della sua maturazione agonistica, che la porta ad aggiudicarsi tre edizioni consecutive dei Giochi dei Balcani dal 1958 al ’60, rassegna quest’ultima che la vede affermarsi con la misura di m.52,09 dopo aver stabilito il proprio personale con m.53,21 il 12 giugno a Varsavia, così da poter affrontare la pedana dello “Stadio Olimpico” con rinnovate ambizioni.

Con le qualificazioni in programma il 3 settembre 1960 e la finale due giorni dopo, la 28enne rumena non ha difficoltà a lanciare al primo tentativo il disco oltre la misura di m.47,00 stabilita per l’accesso alla finale, in cui si porta in testa nel primo turno di lanci con m.52,36 rispetto ai m.51,64 della sovietica Tamara Press – già oro nel getto del peso –, con altre 5 atlete a superare i 50 metri, mentre l’oramai 31enne Ponomaryova si ferma al di sotto dei 45 metri.

L’illusione che la campionessa olimpica di Helsinki sia in giornata no viene spazzata via in un amen, visto che già nella seconda serie si porta al comando con m.52,42 per poi allungare a m.53,39 al terzo tentativo, mentre alle sue spalle nessuna delle altre finaliste riesce a migliorarsi dopo il lancio d’esordio.

E così, mentre la sovietica pone fine ad ogni discussione scagliando l’attrezzo a m.55,10 alla quinta prova per il nuovo record olimpico (cui segue un sesto lancio di m.54,42), per la rumena il sogno di un argento – prima medaglia olimpica nel lancio del disco per il suo paese – si infrange sulla spallata di m.52,59 all’ultimo turno da parte della Press che peraltro, dal canto suo, una settimana dopo, sulla stessa pedana, porta il primato mondiale a m.57,15.

La soddisfazione per il bronzo olimpico viene in parte mitigata per la Manoliu dalla considerazione che ai propri miglioramenti le avversarie replicano con lanci ancora più lontani, ma questa è la legge dello sport a cui bisogna adattarsi, e nel successivo quadriennio mette in fila un tris (1962-’64) di titoli nazionali, con il miglior risultato di m.53,51 ottenuto nell’anno olimpico, così come si impone ai Giochi dei Balcani sia nel 1962 (m.51,66) che l’anno seguente con m.53,00 mentre prosegue il suo rapporto conflittuale con la rassegna continentale dove, dopo aver saltato l’edizione di Stoccolma ’58, fallisce addirittura la qualificazione alla finale quattro anni dopo a Belgrado.

La costanza di rendimento oltre i 50 metri della rumena stride peraltro con le bordate della sovietica Press che, nel corso del quadriennio post olimpico, migliora in altre quattro occasioni il primato mondiale sino ai m.59,29 ottenuti il 18 maggio 1963 a Mosca, che ne fanno la logica favorita in vista dell’appuntamento olimpico che si svolge a Tokyo nella seconda decade di ottobre 1964.

Con la gara del lancio del disco a svolgersi in un’unica giornata (qualificazioni alle 10:00 ora locale e finale a partire dalle 14:30), la 32enne Manoliu centra l’accesso all’atto conclusivo superando la misura limite di m.50,00 al secondo tentativo con m.53,64 mentre desta sorpresa la bulgara Virzhiniya Mikhaylova che scaglia l’attrezzo a m.54,94 candidandosi per il podio e, al contrario, la Ponomaryova – alla sua quarta Olimpiade – riesce a qualificarsi per il rotto della cuffia con i m.50,18 ottenuti al terzo ed ultimo lancio a sua disposizione.

Ponomaryova che paga dazio ai suoi 35 anni e, pur migliorandosi al pomeriggio sino a m.52,48, non si qualifica per gli ulteriori tre lanci conclusivi, concludendo la sua esperienza ai Giochi in undicesima posizione, mentre al vertice la classifica, come quasi sempre accade nei lanci, si delinea già nei primi turni, con a portarsi in testa la tedesca orientale Ingrid Lotz con la misura di m.57,21 che rappresenta il nuovo record olimpico.

La Manoliu replica con m.55,90 solo per essere superata al secondo tentativo dalla Mikhaylova con m.56,56 mentre stupisce in negativo il percorso della primatista mondiale Tamara Press che, prima dei tre ulteriori lanci a disposizione, si trova in quarta posizione con m.55,38.

La fase conclusiva della finale di Tokyo ’64 è una delle più emozionanti nella storia dei Giochi, visto che nella quarta serie sia Manoliu che la bulgara si migliorano (m.56,09 e m.56,70 rispettivamente), mentre al penultimo turno la sovietica trova la coordinazione giusta per beffare di soli 6 centimetri la tedesca Lotz, grazie al lancio di m.57,27 che le assicura la medaglia d’oro, al pari della rumena che riesce a far atterrare il disco a m.56,97 per relegare la Mikhaylova ai margini del podio e far suo il secondo bronzo consecutivo.

E’ indubbio che, con la carta d’identità a segnare 32 anni, le speranze di coronare il sogno olimpico appaiono ridotte al lumicino per la Manoliu, tanto più che l’anno seguente la Press sfiora i 60 metri portando il primato mondiale a m.59,70, e di questo sono più che convinti anche i dirigenti della Federazione rumena di atletica leggera che nell’inverno 1967 – dopo che anche agli Europei di Budapest ’66 aveva fallito l’accesso alla finale – le comunicano di non potersi più allenare nei centri federali, giusto a causa della sua età.

Un’assoluta mancanza di rispetto verso una bandiera – assieme alla saltatrice in alto Iolanda Balas – dell’atletica rumena degli anni ’60, ma che rappresenta la molla giusta affinché la oramai 36enne Manoliu, punta sull’orgoglio, risponda da par suo, aggiudicandosi sia il suo settimo titolo nazionale con m.58,14 al pari della sesta affermazione ai Giochi dei Balcani ’68 ad Atene con il suo miglior lancio stagionale di m.59,22.

Logico che sulla scorta di tali prestazioni la partecipazione della Manoliu alla sua quinta Olimpiade sia fuori discussione, anche se sulle sue possibilità di successo – dopo il ritiro della Press – incombe l’ombra della tedesca occidentale Liesel Westermann che, a meno di due mesi dall’apertura dei Giochi di Città del Messico, si riappropria del primato mondiale con un lancio di m.62,54 dopo essere stata la prima discobola a superare la fettuccia dei 60 metri ad inizio novembre ’67 con m.61,26 solo per vedersi togliere il record dalla connazionale della parte orientale Christine Spielberg, capace di scagliare l’attrezzo a m.61,64.

Insomma, uscite di scena le sovietiche, ecco emergere le tedesche, come dire che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, con in più l’aggravante per la Manoliu di presentarsi sulla pedana dell'”Estadio Olimpico Universitario” di Città del Messico con il braccio destro non in perfette condizioni.

Con il medico della Nazionale a comunicarle di non avere a disposizione più di un buon lancio per tentare l’assalto alle medaglie, un pizzico di buona sorte viene incontro alla Manoliu con la presenza di sole 15 atlete iscritte, così che non vengono svolte le qualificazioni e le atlete si presentano in pedana alle 15:30 ora locale del 18 ottobre 1968 per dare inizio alla gara.

Difficile sapere cosa sia passato per la mente della 36enne rumena allorché si appresta ad eseguire il suo primo lancio (sapendo che, con ogni probabilità, sarà anche l’ultimo) e come abbia potuto trovare la giusta concentrazione e coordinazione, fatto sta che il disco da lei lanciato atterra a m.58,28 per il nuovo record olimpico.

Più facile immaginare la tensione nello starsene seduta da una parte ad assistere ai lanci delle sue avversarie, prime fra tutte la primatista mondiale Westermann che al secondo tentativo le si avvicina con m.57,76 per poi forzare con il solo risultato di ottenere tre nulli ed un solo ulteriore lancio valido di m.55,78 insufficiente a scalzare la Manoliu dal gradino più alto del podio per una gloria olimpica fortemente voluta e, finalmente, conquistata.

Incredibile a dirsi, il trionfo olimpico, invece di essere accolto come il coronamento di una strepitosa carriera, invoglia la Manoliu a proseguire l’attività, tanto da ottenere l’anno seguente il suo miglior piazzamento agli Europei con il quarto posto nell’edizione di Atene 1969 con m.57,38 mentre il ricambio generale sovietico non tarda a riproporsi, con oro e argento appannaggio di Tamara Danilova (m.59,28 record dei campionati) e Lyudmila Muravyova rispettivamente, per poi partecipare al suo ultimo Campionato Europeo due anni dopo ad Helsinki, che incorona la nuova dominatrice della specialità, vale a dire la sovietica Faina Melnik, che nell’occasione stabilisce anche il relativo primato mondiale facendo atterrare il disco alla fantastica distanza di m.64,22.

E, a proposito di primati, la Manoliu – che il 4 luglio 1971 a Bucarest aveva finalmente abbattuto il “tabù dei 60 metri” con un lancio di m.60,68 – intende stabilirne uno, ovvero divenire, con la partecipazione, oramai 40enne, ai Giochi di Monaco 1972, la prima atleta femminile a gareggiare in 6 edizioni delle Olimpiadi.

E, come il buon vino che più invecchia e più migliora, la rumena si presenta sulla pedana dell'”OlympiaStadion” di Monaco di Baviera forte dell’aver stabilito il suo Personal Best in carriera con un lancio di m.62,06 eseguito il 13 maggio 1972 a Bucarest, così come realizza nell’arengo olimpico il suo miglior risultato ai Giochi con la misura di m.58,50 ancorché le valga solo la nona posizione.

Ad attività conclusa, la Manoliu resta un’icona dello sport rumeno, venendo premiata nel 1974 dall’UNESCO con il Premio Fair Play, per il suo sostegno agli ideali di lealtà sportiva, mentre in patria assume la carica dapprima di vice presidente e quindi, a far tempo dal 1990, di presidente del comitato olimpico rumeno, oltre a far parte del comitato femminile della IAAF per 20 anni, dal 1976 al ’95, raggiungendo una popolarità tale che, alla caduta del regime del dittatore Ceausescu, la porta anche a far parte del senato rumeno dal 1990 sino al ’92.

E siamo certi che la Manoliu avrebbe voluto dare ancora il proprio contributo di esperienza al mondo dell’atletica leggera che ha rappresentato praticamente l’intera sua vita, così come al comitato olimpico, se non si fosse spenta il 9 gennaio 1998, a soli 65 anni, vittima di un attacco cardiaco susseguente ad un’operazione chirurgica per rimuovere un tumore al cervello.

Per comprendere l’impatto della discobola sullo sport del proprio paese, nel 2012 viene inaugurato a Bucarest un complesso sportivo che comprende anche lo Stadio Nazionale che ospita le gare della rappresentativa rumena, impianto che viene intitolato alla compianta Lia Manoliu.

E pensare che, se fosse stato per i suoi dirigenti… vabbè, tutti possiamo sbagliare.

 

WILLIE DAVENPORT, IL RE DEGLI OSTACOLI INNAMORATO DELLE OLIMPIADI

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Willie Davenport ai Giochi di Messico ’68 – da gettyimages.ie

articolo di Giovanni Manenti

Che gli Stati Uniti, quantomeno sino all’avvenuta globalizzazione della disciplina, abbiano avuto ben pochi rivali in atletica leggera lo testimonia il medagliere olimpico, ancorché vi siano in ogni caso specialità in cui questa supremazia emerga in maniera ben più netta rispetto alle altre.

Ed una di queste è costituita dagli ostacoli, intendendosi per tali le barriere alte e basse – ovvero le gare sui 110 e 400hs –, in quanto i 3000 siepi, ancor prima dell’incontrastato dominio keniano, erano per lo più terra di conquista degli specialisti scandinavi.

In assoluto, a farsi privilegiare è la prova sulla più corta distanza, in cui i rappresentanti dello Zio Sam, dopo la debacle collettiva alle Olimpiadi di Amsterdam 1928 – un solo oro individuale nelle gare su pista, grazie a Ray Barbuti sui 400 piani –, salgono sul gradino più alto del podio in 9 edizioni consecutive dei Giochi, monopolizzando lo stesso in quattro occasioni.

E, prendendo ad esame il periodo immediatamente successivo alla conclusione della seconda guerra mondiale, la leadership è concentrata nelle gambe di pochi esponenti e che vede a fine anni ’40 ed inizio anni ’50 emergere il talento di Harrison Dillard (oro ai Giochi di Helsinki ’52) e Richard Attlesey – il quale migliora in due occasioni il record mondiale nel 1950, ma è sfortunato ai Trials –, per poi lasciare il testimone a Jack Davis (argento sia a Helsinki ’52 che a Melbourne ’56 e primatista mondiale nel 1956) e, successivamente, a Lee Calhoun, primo ostacolista in grado di bissare l’oro olimpico, imponendosi sia ai Giochi di Melbourne che quattro anni dopo a Roma 1960, dopo aver eguagliato in 13”2 il record assoluto stabilito il 7 luglio 1959 a Zurigo dal tedesco Martin Lauer.

Con gli specialisti americani a capeggiare la Top Ten del ranking mondiale stilata dalla prestigiosa rivista UsaTrack & Field News ininterrottamente dal 1947 al 1960 – fatta salva la stagione 1959 in virtù, appunto, del primato di Lauer –, all’entrata nel successivo decennio inizia ad emergere la figura del protagonista della nostra storia odierna, che della specialità fa una sorta di ragione di vita, certificata dalla longevità della sua carriera.

Willie Davenport nasce l’8 giugno 1943 a Troy, in Alabama e frequenta la “Howland High School” nell’Ohio, per poi iscriversi alla “Southern University” a Baton Rouge, nella Louisiana, e quindi entrare nel “Gotha” dell’atletica leggera internazionale dalla porta principale, ovvero senza partecipare ad alcun campionato NCAA.

Nei primi anni ’60 a dettare legge negli Stati Uniti è Hayes Jones, il quale – dopo aver conquistato il bronzo in 14”0 ai Giochi di Roma alle spalle di Calhoun e William May (13”8 per entrambi) – fa suoi i titoli AAU nel 1961 e ’63, giungendo secondo nel ’62, così da conquistare il vertice del ranking mondiale nelle due stagioni e la seconda piazza nel 1962, vantando come miglior risultato personale il tempo di 13”4 fatto registrare a più riprese.

Davenport, che debutta nel 1963 con un primato stagionale di 14”0 ottenuto il 30 giugno a Berlino, si presenta in qualità di outsider l’anno seguente agli Olympic Trials che si svolgono nella seconda decade di settembre al “Memorial Coliseum” di Los Angeles e dove, viceversa, stupisce mettendo tutti d’accordo migliorandosi sino a 13”6 per aggiudicarsi la finale del 12 settembre ’64 davanti a Jones e Blaine Lindgren, così da escludere dal viaggio a Tokyo l’argento di Roma May.

Il 26enne Jones tutto si sarebbe atteso tranne che ritrovarsi il nemico in casa e, sicuramente, non deve essergli dispiaciuto che, sofferente per un infortunio alla coscia, Davenport venga eliminato in semifinale, così da poter far suo l’oro olimpico imponendosi in 13”6 precedendo Lindgren ed Anatoly Mikhailov (13”7 per entrambi) in una finale passata alla storia per la presenza di tre azzurri, con Eddy Ottoz a sfiorare il podio, perso per soli 0”06 centesimi, visto il riscontro elettronico di 13”84 rispetto al 13”78 del sovietico.

Aostano che, nel successivo quadriennio, inizia una sorta di sfida a distanza con Davenport, dato che, in vista dell’appuntamento olimpico di Città del Messico ’68, si impone in tre edizioni consecutive dei Campionati Europei Indoor (Dortmund 1966, Praga ’67 e Madrid ’68), oltre a conquistare il titolo continentale in 13”7 alla rassegna di Budapest ’66 e salire altresì sul gradino più alto del podio sia alle Universiadi di Budapest ’65, dove taglia il traguardo in 13”6 precedendo nettamente il connazionale Giovanni Cornacchia (13”9) e lo stesso Davenpoort (14”0), che nella successiva edizione di Tokyo ’67, in cui si afferma con il tempo di 13”9.

Peraltro, dall’altra parte dell’Oceano, non è che Davenport se ne stia con le mani in mano, facendo suoi tre titoli AAU consecutivi sulle 120yd, imponendosi nel 1965 a San Diego in 13”6 su Lindgren, per poi ripetersi l’anno seguente a New York in 13”44 e completare il tris nel 1967 a Bakersfield con il record dei campionati di 13”3, avendo la meglio su Earl McCulloch che, il 16 luglio 1967, eguaglia a Minneapolis il primato mondiale di 13”2 detenuto da Lauer e Calhoun.

Un McCulloch che, selezionato assieme a Davenport per i Giochi Panamericani di Winnipeg in Canada, lo precede (13”49 a 13”55) nella finale dei 110hs, pur non riuscendo ad impedire che il 24enne dell’Alabama si confermi, per il terzo anno consecutivo, ai vertici del ranking di fine stagione, la cui classifica vede altresì il nostro Ottoz secondo nel 1965 e terzo nei sue anni seguenti.

Sulla stessa falsariga di quanto accaduto quattro anni prima a Jones con lui, tocca adesso a Davenport sentirsi minacciato da un connazionale in vista delle selezioni per i Giochi di Città del Messico ’68, con il vantaggio di levarsi il peso di dosso già in occasione dei Trials dove McCollouch – che si era aggiudicato in 13”64 il titolo AAU in giugno a Sacramento – pasticcia in semifinale venendo eliminato, così da prendere la decisione di abbandonare appena 22enne le piste di atletica per dedicarsi al football, ingaggiato dai Detroit Lions.

Tolto di mezzo l’antagonista più pericoloso, Davenport non ha difficoltà ad imporsi nella finale del 13 settembre ’68 ad Echo Summit in 13”5 precedendo Leon Coleman ed Ervin Hall, così che le sue maggiori preoccupazioni circa il positivo esito della prova nella capitale messicana sono rivolte proprio verso l’azzurro Ottoz.

Con soli tre turni in programma, le batterie sono previste al mattino del 16 ottobre 1968, mentre semifinali e finale si svolgono rispettivamente alle 15:00 e 17:00 ora locale del giorno dopo e la prima selezione non comporta alcuna sorpresa, coi tre americani ed Ottoz a vincere le rispettive serie.

Ben più competitive le due semifinali, dove, a sorpresa, a farsi preferire è il terzo dei Trials, vale a dire Hall, il quale si impone nella prima serie eguagliando in 13”3 il record olimpico davanti ad Ottoz (13”5), mentre nella seconda Davenport precede Coleman, pur accreditati entrambi del medesimo tempo di 13”5.

Oramai, le gerarchie sono stabilite e quando gli otto finalisti si posizionano sui blocchi di partenza per l’atto conclusivo i dubbi sono costituiti dall’ordine in cui i quattro pretendenti alle medaglie concluderanno la gara e se l’ostacolista italiano sia o meno in grado di evitare la possibile tripletta a stelle e strisce.

Posizionati fianco a fianco, Ottoz in terza corsia e Davenport in quarta, con Hall in sesta e Coleman in settima, allo sparo dello starter il campione europeo si fa trovare leggermente impreparato, mentre il vincitore dei Trials scappa via come un fulmine, con una corsa elegante che non gli fa toccare nessun ostacolo sino a potersi permettere di alzare le mani in segno di esultanza ben prima del traguardo, circostanza che lo penalizza per il riscontro cronometrico di 13”33, mentre Ottoz riesce a far suo il bronzo, imprecando all’occasione persa per quanto riguarda il possibile argento vista la differenza di appena 0”04 centesimi (13”42 a 13”46) che lo separa da Hall, anche se il suo tempo è destinato a restare primato italiano per ben 26 anni.

Considerato il cronometraggio elettronico, con ogni probabilità quello dell’americano è in assoluto il miglior tempo di sempre sulla distanza, ma la IAAF inizierà a considerare questi risultati solo a partire dal 1972 e, in ogni caso, Davenport – che si conferma per il quarto anno consecutivo ai vertici del ranking di fine stagione – ribadisce la propria superiorità allorché, dopo essere stato battuto da Coleman (13”42 per entrambi, con Hall terzo in 13”43) ai campionati AAU di fine giugno a Miami, ferma anch’egli i cronometri sul 13”2 il 4 luglio 1969 al “Weltklasse” di Zurigo, ma con un vento contrario di -0,9m/s.

Una volta il cronometraggio non preso in considerazione dalla IAAF ed un’altra il vento contrario impediscono a Davenport di essere considerato l’unico detentore del record mondiale, ma non certo il dominatore della specialità degli anni ’60, certificato dalla conferma del primo posto del ranking di fine anno ’69, classifica in cui Ottoz, che nel frattempo ha concesso il bis europeo ad Atene, mantiene il quarto posto della stagione precedente, risultando altresì per un quinquennio il primo ostacolista al di fuori del monopolio Usa.

Stati Uniti che possono contare su di un ricambio invidiabile e, pur consapevole di ciò, anche Davenport ne diviene logica vittima, con il successivo decennio ad aprirsi sotto l’egida di Thomas Hill e Rodney Milburn, con il primo a scalzarlo dal vertice del ranking di fine anno ’70 dopo essersi imposto in 13”39 sulle 120yd ai campionati AAU di fine giugno a Bakersfield, dove Davenport conclude al terzo posto, mentre Milburn sale prepotentemente alla ribalta la stagione seguente, allorché si aggiudica il titolo AAU sulle 120yd in 13”1 (ancorché con vento oltre la norma) e si afferma in 13”46 ai “Giochi Panamericani” di Cali.

Con le gerarchie ribaltate – e la crescita nel Vecchio Continente del degno erede di Ottoz nella persona del francese Guy Drut –, Davenport, sceso al quarto posto del ranking nel 1970 ed al quinto nel ’71, è comunque deciso a lottare per assicurarsi un posto in vista della Olimpiadi di Monaco 1972, dove è chiamato a difendere il titolo conquistato quattro anni prima in Messico, presentandosi con rinnovata fiducia ai Trials di inizio luglio ad Eugene dopo il secondo posto in 13”6 alle spalle di Milburn ma davanti ad Hill ai campionati AAU di metà giugno a Seattle.

E l’esito delle selezioni conferma, rovesciato, quello della finale nazionale, con Davenport ancora secondo in 13”5 ma preceduto da Hill, con Milburn a salvare per un soffio il pass per i Giochi, in un arrivo che vede quattro atleti catapultati sul filo del traguardo, tutti accreditati del tempo di 13”6.

Solita, maledetta “Legge dei Trials“, che per poco impediva al migliore ostacolista del periodo la partecipazione olimpica dove, viceversa, ha la possibilità di mettere in mostra tutta la sua indiscutibile tecnica andando a cogliere la medaglia d’oro con il tempo elettronico di 13”24 che, a questo punto, viene ufficializzato dalla IAAF come l’unico valido quale primato mondiale.

E, come quattro anni prima a Città del Messico, ad evitare il tris americano pensa un rappresentante del vecchio Continente, proprio Drut che coglie l’argento in 13”34 mentre ad essere estromesso dalle medaglie tocca stavolta a Davenport, beffato per soli 0”02 centesimi (13”48 a 13”50) da Hill.

Con il ranking di fine anno a rispecchiare l’ordine di arrivo olimpico, Davenport vive le stagioni successive sottotono – non meglio che sesto ai campionati AAU ’73 vinti da Hill e terzo nel ’74 allorché ad imporsi è Charles Foster su Hill –, senza scendere mai sotto i 13”50 così da uscire dalla “Top Ten” della classifica mondiale, salvo ritornare competitivo allorché sente il richiamo delle Olimpiadi.

Sicuramente, l’appuntamento a cinque cerchi deve rappresentare uno stimolo non indifferente per un Davenport oramai 33enne che si presenta ai Trials di fine giugno ad Eugene dopo aver concluso al sesto posto con un imbarazzante 14”08 la finale dei campionati AAU svoltasi appena una settimana prima a Westwood e vinta da Hill in 13”64.

Un Hill che, nella semifinale dei Trials, fa registrare il miglior tempo di 13”46 precedendo un rinfrancato Davenport con 13”58, per poi mandare tutto all’aria facendo a botte con gli ostacoli in finale tanto da concludere ultimo in 13”92, nel mentre il “Vecchio Leone” è ancora in grado di ruggire con il 13”52 che gli vale la seconda piazza alle spalle di Foster (13”44) e, soprattutto, la sua quarta partecipazione ai Giochi, evento alquanto insolito nella specialità.

Ovviamente, sulla pista dell'”Olympic Stadium” di Montreal le speranze per il team Usa di conquistare il decimo oro consecutivo sono principalmente riposte in Foster, il quale peraltro sembra poter tener fede a questa previsione allorché si impone in 13”45 nella prima delle due semifinali che vanno in scena al primo pomeriggio del 28 luglio 1976, mentre nella seconda emerge il 22enne cubano Alejandro Casanas che, con il tempo di 13”34, precede il campione europeo di Roma ’74 Guy Drut e Davenport, buon terzo in 13”55.

Per l’ostacolista dell’Alabama, aver centrato la sua terza finale olimpica consecutiva può già essere motivo di soddisfazione, ma il suo smisurato orgoglio lo vuole portare a dimostrare di essere quantomeno il migliore del terzetto Usa, allorché gli otto finalisti si posizionano sui blocchi di partenza alle 17:50 ora locale.

Inserito in terza corsia, con Drut in quinta a Casanas in settima, Davenport recupera a metà gara lo svantaggio sul connazionale James Owens e sul tedesco orientale Thomas Munkelt, i più veloci a mettersi in moto, nel momento in cui Drut sferra il suo attacco decisivo per andare a trionfare in 13”30 nel mentre l’americano, in seconda posizione sino a 10 metri dal traguardo, subisce il ritorno della coppia Casanas-Foster, con la differenza che il cubano fa suo l’argento in 13”33 e lui riesce ad avere la meglio su Foster, con i centesimi (13”38 a 13”41) a giocare stavolta a suo favore, nonché con l’orgoglio di essere riuscito a correre la distanza in un tempo che, considerato il vantaggio dell’altitudine di Città del Messico, si può ritenere sullo stesso livello dell’oro olimpico.

Dopo essere tornato tra i primi tre del ranking di fine stagione, Davenport si ritira l’anno seguente dopo aver disputato la sua undicesima finale ai campionati AAU di inizio giugno 1977 a Westwood, ancora capace di concludere nel tempo di 13”56 che gli vale la terza posizione alle spalle di Foster ed Owens.

Ma se è costretto a dire addio alle piste, ciò non significa rinunciare al suo appuntamento preferito, ovvero le Olimpiadi, e dato che i Giochi Invernali 1980 si svolgono negli Usa, a Lake Placid, ecco Davenport riciclarsi nelle vesti di componente della formazione del bob a quattro, così da poter sfruttare la propria velocità nel lanciare il mezzo, ancorché l’esito non sia dei più confortanti, con l’equipaggio a concludere non meglio che dodicesimo sui 17 iscritti.

Particolare curioso, poiché le successive Olimpiadi estive di Mosca saranno boicottate dagli Stati Uniti, Davenport diviene l’unico praticante atletica leggera a poter dire di aver partecipato ai Giochi in quell’anno, a dimostrazione di un feeling del tutto particolare con il vessillo recante i cinque cerchi.

L’unico avversario che Davenport non riesce a sconfiggere è un attacco di cuore che lo colpisce il 17 giugno 2002 mentre si trova presso l’aeroporto internazionale di Chicago, appena 10 giorni dopo aver festeggiato i 59 anni.

Troppo presto, indubbiamente, per andarsene, ma anche in questo caso il buon Willie ha voluto anticipare i tempi

FRANK SHORTER, L’UNICO CAPACE DI RIEMPIRE IL VUOTO NELLA STORIA DELLA MARATONA AMERICANA

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Il vittorioso arrivo di Shorter alla maratona di Monaco 1972 – da letsrun.com

articolo di Giovanni Manenti

Che gli Stati Uniti siano gli indiscussi dominatori nel medagliere olimpico per ciò che riguarda l’atletica leggera è universalmente risaputo, dall’alto delle 795 medaglie (di cui 332 d’oro) conquistate nelle 26 edizioni dei Giochi a cui hanno preso parte, con la sola esclusione di Mosca 1980 per il noto boicottaggio.

Questi allori non hanno però una equa ripartizione, in quanto i rappresentanti dello zio Sam eccellono in particolare in pista, specie nella velocità e negli ostacoli, e meno nel mezzofondo veloce e prolungato, divenuto terreno di conquista degli specialisti africani a far tempo dal loro ingresso nel panorama olimpico nel corso degli anni ’60.

Analogamente, per ciò che riguarda i concorsi, molto più valida è la presenza americana sul podio del settore salti che non in quello dei lanci (martello e giavellotto, soprattutto), ma nulla a che vedere con la latitanza nel momento in cui si esce dallo stadio per competere su strada.

Difatti, dall’introduzione della marcia femminile, nessun’atleta Usa è mai salita sul podio, come pure nelle prove sui 20 e 50 chilometri in campo maschile (mentre si registra un argento sui 10 ed un bronzo sui 3 chilometri ai Giochi di Anversa 1920) e, per ciò che riguarda la maratona, Joan Benoit è stata la prima a far suo il titolo nell’edizione inaugurale di Los Angeles 1984, ancorché favorita dall’assenza delle fondiste dell’Europa orientale e di alcuni paesi africani gravitanti nell’orbita sovietica.

Per ciò che concerne, viceversa, il settore maschile, l’estenuante prova che più di ogni altra richiama l’epoca delle antiche Olimpiadi greche ha visto l’iniziale affermazione di Thomas Hicks, in un podio interamente a stelle e strisce, ai Giochi di St. Louis 1904, peraltro scarsamente indicativi data la presenza pressoché esclusiva di specialisti americani e greci, cui segue, a quattro anni di distanza, il successo di Johnny Hayes a Londra 1908, ma solo grazie alla squalifica dell’azzurro Dorando Pietri.

Da lì in poi, e per i successivi 60 anni, dei maratoneti d’Oltreoceano se ne perdono le tracce, potendo al massimo vantare il bronzo di Gaston Strobino a Stoccolma nel 1912 e di Clarence DeMar a Parigi nel 1924, e ciò anche ben prima che la specialità divenisse anch’essa proprietà esclusiva degli atleti degli altipiani, il primo dei quali è il leggendario etiope Abebe Bikila, vincitore della storica e spettacolare maratona di Roma nel 1960, con arrivo sotto l’Arco di Costantino.

Sembra quasi impossibile che una nazione con così tanti praticanti – ed in cui, ricordiamo, si corrono due dei più importanti eventi annuali, ovvero la maratona di Boston (la cui prima edizione risale addirittura al 1897!!!) e quella di New York, pur se quest’ultima vede la sua nascita solo nel 1970 – non sia riuscita ad esprimere un atleta in grado di competere ai massimi livelli, od almeno così è sino a fine anni ’60, allorché appare sulla scena il protagonista della nostra storia odierna.

Sarà stata forse l’aria respirata nei suoi primi mesi di vita, dato che nasce il 31 ottobre 1947 a Monaco di Baviera, dove il padre Samuel presta servizio nella base Usa dell’esercito americano, fatto sta che Frank Shorter può a giusta ragione essere considerato il più grande esponente americano nelle prove di fondo.

Rientrato con la famiglia negli Stati Uniti a Middleton, nello Stato di New York, il giovane Frank dimostra anche una notevole predisposizione per lo studio visto che, dopo aver frequentato la “Mount Hermon School” a Gill, nel Massachusetts, ottiene una laurea in storia dell’arte alla “Yale University” di New Haven, nel Connecticut, nel 1969, anno in cui sale alla ribalta a livello agonistico.

Già dedicatosi alla corsa su strada, tanto da prendere parte, nell’agosto 1968, alla maratona valida come selezione per le Olimpiadi di Città del Messico, solo per non concludere la gara, ecco che Shorter capisce, alla stessa stregua di tutti i più forti maratoneti della storia, quanto sia utile acquisire la dovuta esperienza cimentandosi in pista sui 5 e 10mila metri che, secondo la conversione americana, sono rappresentati dalle 3 e 6 miglia, gare nelle quali, in occasione dei Campionati NCAA 1969 che si svolgono in giugno a Knoxville, si classifica rispettivamente secondo in 13’43”4 e, al contrario, si impone con il tempo di 29’00”2, per poi partecipare ai Campionati AAU di Miami, dove il 28 giugno ’69 conclude al quarto posto in 28’52”0 la gare sulle 6 miglia, vinta da Jack Bacheler con il tempo di 28’12”2.

Grande amante della corsa, Shorter non si risparmia, spaziando dalle gare indoor ed all’aperto su pista, al pari del cross country e delle prove su strada, così come non trascura gli studi, dato che, dopo aver conseguito la laurea a Yale, si iscrive a medicina alla “New Mexico University”, solo per abbandonare l’ateneo dopo poche settimane poiché i corsi intralciano i suoi programmi di allenamento, ma non il percorso didattico, che lo porta a scegliere la “University of Florida” a Gainesville per un dottorato in legge.

Due strade parallele, quella universitaria e l’altra agonistica, che vedono il 22enne Shorter eccellere in entrambe, con la stagione 1970 in cui abbandona momentaneamente la maratona per mietere successi sin dal periodo invernale, allorché giunge secondo sulle 3 miglia ai Campionati AAU indoor di New York, sceso a 13’29”8 per essere sconfitto da Arthur Dulong in 13’19”6.

Migliore è l’esito dei Campionati AAU all’aperto che si svolgono a fine giugno a Bakersfield, in California e che vedono Shorter imporsi in volata (13’24”2 a 13’24”4) su Rick Riley sulle 3 miglia, nonché dividere la prima posizione con Bacheler sulla doppia distanza, accreditati entrambi dello stesso tempo di 27’24”0.

Dopo aver concluso la stagione con la vittoria a fine novembre anche ai Campionati AAU di corsa campestre, dove completa i 10 chilometri nel tempo di 30’15”7, infliggendo a Bacheler un distacco di quasi 25”, ecco che Shorter entra di prepotenza nella “Top Ten” del ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista Usa Track & Field News, classificandosi al secondo posto alle spalle dell’inglese Dave Bedford sui 10mila metri.

Un evento che il 23enne newyorkese festeggia partecipando al classico appuntamento di capodanno costituito dalla “Corrida di San Silvestro” a San Paolo del Brasile, che si aggiudica coprendo gli 8,4 chilometri del percorso cittadino in 24’27”4, così da dare il via ad una fantastica stagione, proseguita nel periodo invernale con il titolo in 13’10”6 sulle tre miglia ai Campionati AAU indoor di New York, lasciando il secondo arrivato a quasi 15” di distacco.

Shorter, instancabile, prosegue senza rivali ad aprile nelle “Drake Relays” di Des Moines, dove coglie il successo sia sulle 3 che sulle 6 miglia (13’07”0 e 27’24”3 rispettivamente), per poi iscriversi alla maratona dei Campionati AAU che si svolge il 6 giugno 1971 ad Eugene, nell’Oregon, coprendo la distanza in 2.17’44”6 che gli vale il secondo gradino del podio, alle spalle di Ken Moore che si afferma in 2.16’48”6, e quindi prendere parte ai Campionati AAU in pista a fine dello stesso mese.

Impegnato, come sempre, su entrambe le prove delle 3 e 6 miglia, Shorter si impone in quest’ultima precedendo in volata (27’27”2 a 27’28”2) Garry Bjorklund, mentre è solo terzo in 13’02”4 sulla più breve distanza, dove ad affermarsi in 12’58”6 è lo sfortunato Steve Prefontaine, garantendosi la selezione sia sui 10mila metri che per la maratona ai Giochi Panamericaniche si disputano tra fine luglio ed inizio agosto ’71 a Cali, in Colombia.

Con gli atleti americani a fornire eccellenti prestazioni nel mezzofondo – Marty Liquori si aggiudica i m.1500 e Prefontaine i m.5000 – Shorter non è certo da meno, visto che il 31 luglio fa suoi i 10mila in 28’50”83 (tempo che risente dell’altitudine essendo la metropoli colombiana posta ad oltre 1000 metri) per poi, a distanza di soli 5 giorni, sbaragliare il campo dei concorrenti nella maratona, corsa il 2.22’40” lasciando a quasi 4’ di distanza il messicano José Garcia, mentre il connazionale Moore è costretto al ritiro.

Queste imprese fanno sì che Shorter si indirizzi sempre più nel competere su strada, ricevendo una notevole spinta al riguardo dalla sua prima partecipazione, ad inizio dicembre, alla maratona di Fukuoka, in Giappone – evento che si aggiudica per quattro anni di seguito, dal 1971 al ’74 – dove copre la distanza con il considerevole riscontro cronometrico di 2.12’50”4, circostanza che lo porta a capeggiare il vertice del ranking mondiale di fine anno, dalla cui “Top Ten” è stranamente escluso sui 10mila metri nonostante i successi riportati, anche se va ricordato che le graduatorie tengono conto più dei tempi che non dei piazzamenti.

Per Shorter si apre così la strada verso l’appuntamento più importante della sua carriera, vale a dire i Giochi di Monaco 1972 dove spera di riportare gli Stati Uniti sul gradino più alto del podio, ragion per cui dedica la sezione invernale ai soli allenamenti rinunciando alle competizioni indoor, per poi fare il suo tradizionale esordio a fine aprile a Des Moines imponendosi in 27’38”0 sulle 6 miglia.

Altresì accantonata la gara sulle 3 miglia (o m.5000 secondo i parametri europei), Shorter viene sconfitto (28’08”0 a 2812”0) da Greg Fredericks sui 10mila metri ai Campionati AAU di metà giugno a Seattle, salvo prendersi la rivincita ad inizio luglio ad Eugene, allorché fa sua la gara di selezione agli “Olympic Trials“in 28’35”6, con anche Jeff Galloway e Jon Peter Anderson a staccare il biglietto per i Giochi, mentre Fredericks conclude non meglio che settimo.

A distanza di una settimana, il 9 luglio 1972, è in programma la maratona, dove ad esaltarsi sono Shorter e Moore che concludono appaiati nel più che discreto tempo di 2.15’57”8, con Bacheler a soffiare a Galloway il terzo posto utile per il viaggio in Baviera.

Olimpiadi alle quali Shorter si presenta dopo una “sgambata” sui m.3000 ad inizio agosto al meeting di Oslo, conclusi al sesto posto mentre ad affermarsi è Prefontaine, con il programma dei Giochi a prevedere il 31 agosto 1972 le batterie ed il 3 settembre la finale dei 10mila metri, mentre la maratona è originariamente fissata per il successivo 9 settembre.

L’esito delle batterie è deleterio sia per Galloway che per Anderson, con il solo Shorter a qualificarsi per l’atto conclusivo, terzo in 27’58”23 nella seconda batteria, vinta dal tunisino Mohammed Gammoudi, argento a Tokyo 1964 e bronzo a Città del Messico ’68 sulle distanza.

In una finale di altissimo contenuto tecnico, grazie al contributo del britannico Bedford che si incarica di tenere un’andatura sostenuta per i primi quattro chilometri, salvo poi spengersi progressivamente sino a concludere sesto in 28’05”44, e che determina il ritiro di Gammoudi per risparmiarsi in vista dei m.5000 (dove, difatti, coglie l’argento), a porsi al comando al sesto chilometro è il finlandese Lasse Viren, il cui ritmo restringe a soli cinque atleti il lotto dei pretendenti alle medaglie allorché si giunge a meno di due giri dal termine.

All’ennesimo allungo del finlandese – che era incorso in una caduta prima di metà gara – rispondono solo il belga Emiel Puttemans e l’etiope Miruts Yifter, per poi cedere anch’essi allorché Viren piazza un ultimo giro da 56”4 (!!!) che lo porta a trionfare con il record mondiale di 27’38”4 che toglie 1” esatto al primato dell’australiano Ron Clarke che resisteva da 7 anni, con i primi cinque a concludere al di sotto dei 28’ netti e Shorter a completare questa lista in 27’51”4 che rappresenta il record Usa.

Le drammatiche vicende del 5 settembre con l’attacco terroristico del gruppo “Settembre Nero” fanno sì che la maratona slitti alla successiva domenica 10 e, per Shorter, il giorno in più di riposo è sufficiente per mettere in atto una tattica tutt’altro che attendista, rompendo gli indugi già al 15esimo chilometro per non essere più raggiunto, così da percorrere in solitario il restante tragitto e poter compiere l’impresa di riportare un americano a trionfare nella più massacrante prova di corsa e proprio nella città dove era nato 25 anni prima, concludendo la gara in 2.12’19”8 che rappresenta, al momento, il suo primato personale.

Shorter è però al centro, suo malgrado, di un curioso episodio che lo priva del meritato trionfo in quanto, all’ingresso all’Olympiastadion, non riceve gli applausi che solitamente accompagnano colui che si rende protagonista di una così grande impresa, con il pubblico intento viceversa a fischiare e rumoreggiare, un atteggiamento del quale non riesce a capacitarsi.

Era semplicemente accaduto che, nel mentre l’americano si stava approssimando all’impianto, un giovane studente tedesco, tale Norbert Sudhaus, si era introdotto sulla pista indossando un completo come se fosse un concorrente dopo aver percorso solo l’ultimo chilometro, con gli spettatori a celebrare l’inattesa vittoria di un loro connazionale, prima che l’inganno venisse scoperto e l’autore scortato dalla sicurezza al di fuori dello stadio.

Particolare curioso, in tutte e tre le vittorie olimpiche di un americano nella maratona nessuno di loro ha avuto il privilegio di tagliare realmente per primo il traguardo, poiché di un analogo “giochetto” era stato vittima anche Hicks nel 1904, mentre ad Hayes, come già ricordato, l’oro era stato assegnato per la squalifica di Pietri.

Amenità a parte, Shorter non è ancora appagato, trovando il tempo per concludere il suo trionfale 1972 confermando il 25 novembre il titolo ai Campionati AAU di corsa campestre, per poi ottenere, il successivo 3 dicembre alla maratona di Fukuoka, il suo “Personal Best” in carriera con il tempo di 2.10’30” che, all’epoca, rappresenta, oltre che il record Usa, anche la terza miglior prestazione mondiale, preceduta solo dal 2.08’34” dell’australiano Derek Clayton e dal 2.09’28” del britannico Ron Hill.

Ovviamente confermato al vertice del ranking mondiale a fine stagione (nonché quinto sui 10mila metri), Shorter replica tale posizione anche nel 1973, i cui risultati principali sono costituiti dalle affermazioni ad Otsu il 18 marzo (2.12’03”) ed ancora a Fukuoka ad inizio dicembre (2.11’45”0), mentre il 24 novembre si impone per il quarto anno consecutivo ai Campionati AAU di cross country.

Impegnato anche a conseguire la sua seconda laurea, cosa che avviene nel 1974, Shorter dedica la stagione al ritorno agli esordi, tanto da giungere secondo il 22 febbraio sulle 3 miglia ai Campionati AAU indoor, identico piazzamento colto con la sua seconda partecipazione alla classica “Cinque Mulini” di San Vittore Olona dove, al contrario, si era imposto l’anno precedente, per poi prendere parte ai Campionati AAU all’aperto che si svolgono nella seconda metà di giugno a Westwood, in California.

Qui, Shorter non ha difficoltà ad imporsi sulla concorrenza interna sui 10mila metri, coperti in 28’16”0, per poi essere preceduto (13’33”4 a 13’34”6) da Richard Buerkle sulla più corta distanza, prima di compiere un interessante tour estivo europeo per prendere parte ai migliori meeting del Vecchio Continente.

E, come al solito, non si risparmia, gareggiando l’1 luglio 1974 a Stoccolma (secondo sui 10mila in 28’11”03 alle spalle del keniano John Ngeno), il 21 a Siena (primo sui m.5000 in 13’49”6) ed il 24 a Torino, dove è terzo in 13’34”0 sui m.5000 alle spalle del neozelandese Rod Dixon e del belga Puttemans.

Agosto è inaugurato con l’affermazione ai Campionati AAU sui 15 chilometri in 46’32” prima di far ritorno in Europa per gareggiare il 16 agosto al “Weltklasse” di Zurigo, dove è secondo in 13’36”45 sui m.5000 alle spalle del connazionale Buerkle, identico piazzamento a Bruxelles sulle due miglia, prima di affermarsi il 25 settembre sui m.5000 in 13’44”0 al meeting di Rieti.

Stagione che lo stakanovista americano conclude tornando alla amata maratona, dove coglie il suo quarto successo consecutivo a Fukuoka in 2.11’31”2, mentre a metà dicembre è solo quarto ad Honolulu, preceduto da tre connazionali, un’eventualità che non si verificava da anni.

Sceso al secondo posto del ranking di fine anno alle spalle del britannico Ian Thompson (e recuperata la quinta posizione nei 10mila metri), Shorter tralascia la maratona nel 1975 – fatta salva un’affermazione in 2.16’29” ad inizio ottobre a Crowley – per aggiudicarsi i Campionati AAU di corsa campestre e sui 10mila metri in 28’02”17, distanza in cui si impone a fine giugno in 27’51”74 a Stoccolma, per poi iscrivere il proprio nome nel prestigioso albo d’oro del “Weltklasse” imponendosi il 20 agosto 1975 sui m.5000 in 13’32”98 e quindi, a distanza di 9 giorni, far registrare il suo “Personal Best” in carriera sui 10mila metri con il secondo posto a Londra in un serrato sprint (27’45”43 a 27’45”91) con il britannico Brendan Foster.

Ovviamente uscito dalla “Top Ten” per ciò che riguarda la maratona, Shorter vi entra per l’unica volta sui m.5000 (decimo), mentre recupera la seconda posizione nella graduatoria relativa ai 10mila metri, per poi prepararsi all’appuntamento olimpico di Montreal 1976, stagione iniziata con il quarto posto sulle 3 miglia ai Campionati AAU indoor di fine febbraio.

Ancora Eugene è teatro delle selezioni olimpiche e Shorter si dimostra nuovamente senza avversari sul fronte interno, imponendosi sia il 22 maggio nella maratona in 2.11’51” che, a distanza di un mese, sui 10mila metri, corsi in 27’55”45 lasciando a debita distanza la 21enne promessa Craig Virgin e Bjorklund.

Una volta, però, appurato che il programma olimpico prevede il 23 ed il 26 luglio batterie e finale della prova su pista ed il 31 la maratona, Shorter rinuncia alla prima per dedicare tutte le sue energie a cercare una conferma che, nella storia dei Giochi, è sinora riuscita solo allo stesso Abebe Bikila, affermatosi a Roma nel 1960 ed a Tokyo nel ’64.

A prendere parte alla gara è anche il finlandese Viren, il quale ha confermato gli ori sui 5 e 10mila metri di Monaco 1972 e, con già 30 chilometri nelle gambe, intende realizzare un’impresa riuscita solo al leggendario Emil Zatopek ad Helsinki nel 1952 e, come lui, si presenta alla partenza in quella che rappresenta la sua prima esperienza nella specialità.

Con i favori del pronostico dalla sua parte, Shorter rompe gli indugi al 25esimo chilometro, con il finlandese a cercare di tenerne il ritmo per poi cedere e, viceversa, farsi avanti il tedesco orientale Waldemar Cierpinski, abbastanza sconosciuto e che aveva corso la sua prima maratona ad inizio ottobre 1974, ancorché impostosi in un ragguardevole 2.12’21”2 alla selezione peri Giochi il 30 maggio a Wittenberg.

I due proseguono appaiati sino al 35esimo chilometro, allorquando Cierpinski si produce nell’allungo decisivo al quale l’americano non è in grado di replicare, pur completando il percorso in 2.10’45”8 che rappresenta la sua seconda miglior prestazione assoluta, mentre il tedesco orientale va a vincere con il record olimpico di 2.09’55”0 nonché suo primato personale in carriera e quarto tempo assoluto all’epoca, indubbiamente necessario per avere la meglio su Shorter.

Con il secondo posto nel ranking mondiale di fine stagione – ancor più garantito dalla piazza d’onore in 2.13’12”0 alla maratona di New York di fine ottobre, alle spalle di Bill Rodgers che aveva concluso 40esimo a Montreal – si conclude la presenza del fondista newyorkese nella “Top Ten” della specialità, ma non viene meno la sua voglia di correre, che porta Shorter a stabilire il 24 agosto 1977 il suo primo personale sui m.5000 in 13’26”62 sulla pista del “Letzigrund” di Zurigo a dispetto del nono posto finale, mentre a livello di titoli incrementa il proprio palmarès con il suo quinto successo sui 10mila metri/6 miglia ai Campionati AAU 1977 in 28’19”76, cui aggiunge il terzo posto nel 1979, con identico piazzamento ai “Giochi Panamericani” di San Juan di Portorico.

Se l’attività di Shorter ai massimi livelli può considerarsi conclusa, non viene certo meno la sua voglia di correre, che prosegue per altri 30 anni, vedendolo per un’ultima volta alla partenza di una gara su 11,625 chilometri a Falmouth a metà agosto 2010, che copre in 1.10’08” a dispetto del suoi 63 anni.

E certo che, per uno che si chiama “shorter” (“più corto” nella traduzione letterale), appare quanto meno singolare che abbia scelto come prova in cui cimentarsi proprio la “più lunga“.

O che, forse, sia dipeso proprio da quello?

 

STELLA WALSH, LA VELOCISTA REGINA DEGLI ANNI ’30 DALLA DOPPIA IDENTITA’

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Stanislawa Walasiewicz/Stella Walsh in allenamento – da google.it

articolo di Giovanni Manenti

L’atletica leggera femminile viene inserita nel programma olimpico per la prima volta in occasione dei Giochi di Amsterdam 1928 pur tra non poche polemiche, poiché all’epoca era ben vivo il dibattito se praticare questa disciplina fosse più o meno conveniente per esponenti del “gentil sesso“, tant’è che, delle cinque sole gare in programma – m.100, 800, staffetta 4×100, salto in alto e lancio del disco –, la prova di mezzofondo viene immediatamente cancellata perché troppo faticosa, per essere riproposta addirittura a Roma nel 1960.

Ciò nondimeno, sin dagli anni ’30 cominciano a fiorire le prime atlete di spicco, principalmente negli Stati Uniti ed in Germania, paese quest’ultimo dove l’esercizio fisico è uno dei punti base della propaganda nazista quale dimostrazione visiva della superiorità della razza ariana.

E ad emergere, in particolare, è la protagonista del nostro racconto odierno, da consumare sino al suo sconvolgente epilogo, e che ha come protagonista la figlia di una coppia di esuli polacchi, rifugiatasi Oltreoceano allorché la piccola ha appena due anni.

Nata, difatti, il 3 aprile 1911 a Wierzchownia (l’attuale Gorzno) in Pomerania, Stanislawa Walasiewicz cresce con la propria famiglia a Cleveland, nell’Ohio, dimostrando una precoce predisposizione per lo sport, eccellendo da ragazzina sia nel baseball – dove è inserita nella squadra maschile del liceo – che nel basket e nel softball (la versione femminile del baseball). E, soprattutto, è molto veloce…

Confinata come la totalità dei profughi dell’Europa orientale in un quartiere denominato “Slavic Village” (“villaggio slavo“) appena fuori la zona est di Cleveland, la famiglia Walasiewicz intende favorire l’inserimento nella nuova realtà sociale, così che “americanizza” il proprio cognome in Walsh e la figlia diviene Stella, così da poter più facilmente inseguire “il sogno americano“, come propone lo slogan diffuso in tutti gli Stati Uniti.

E la rinominata Stella il sogno lo insegue correndo sempre più forte, tanto che già a 16 anni è la più veloce dell’intero Ohio – lo stesso stato dove, a distanza di pochi anni, emergerà la figura del leggendario Jesse Owens – tanto che potrebbe gareggiare ai Trials olimpici per i Giochi di Amsterdam 1928, se non fosse che ciò le è impedito dal fatto di non essere ancora cittadina americana, uno status ottenibile solo al compimento dei 21 anni.

Niente di male, dopotutto ha l’età per attendere e, nel frattempo, Stella si mette in evidenza affermandosi ai Campionati AAU 1930 sulle 100yds (11”2) e 220yds (25”4) e nel salto in lungo con la misura di m.5,72, per poi essere la prima donna a scendere sotto gli 11” netti sulle 100yds il 30 maggio 1930, prima di replicare, l’anno seguente, il titolo sulle 220yds, corse in 26”4.

Tutto sembra procedere per il verso giusto in vista dell’appuntamento olimpico di Los Angeles 1932, al quale Stella vorrebbe partecipare difendendo i colori della sua nuova patria, ma un imprevisto la costringe ad una scelta di vita cui, forse, avrebbe desiderato rinunciare.

A causa, difatti, della “Grande Depressione” seguita al crollo di Wall Street del 1929, anche Stella perde il proprio impiego presso la Ferrovia Centrale di New York e le viene offerto un lavoro presso il Dipartimento di Educazione Fisica di Cleveland, ma accettarlo vorrebbe dire violare la rigida carta olimpica che, all’epoca, considerava passibili di squalifica gli atleti che traevano vantaggi economici nel praticare attività fisiche o ricreative!

Senza ulteriori aiuti dal suo paese adottivo, la Walsh prende a malincuore la decisione di accettare un’offerta di lavoro presso il Consolato polacco di New York, così da rinunciare, provvisoriamente, alla nazionalità americana e poter gareggiare ai Giochi sotto la bandiera della Polonia, riprendendo altresì il suo vecchio nome di Stanislawa Walasiewicz,

Dai Trials Usa è uscito il trio costituito da Ethel Harrington (12”3), Billie von Bremen ed Elizabeth Wilde (12”4 per entrambe), ma sin dalle batterie dell’1 agosto 1932 sulla pista del “Memorial Coliseum” a dettare legge è la Walasiewicz-Walsh, che eguaglia in 11”9 il record mondiale stabilito dall’olandese Tollien Schuurman appena due mesi prima ad Haarlem, la quale si aggiudica con 12”2 la propria batteria.

Schuurmann che, peraltro, era stata sconfitta sia sui 100 (12”5 a 12”6) che sui 200 (25”7 a 25”8) metri dalla Walasiewicz due anni prima a Praga nella terza edizione dei “Giochi Mondiali Femminili” – disputatisi dal 1922 al 1934 per sopperire al mancato inserimento dell’atletica nel programma olimpico –, rassegna in cui la polacca si era imposta anche sulla più corta distanza dei 60 metri.

La condizione di forma della Walasiewicz è invidiabile, non risparmiandosi neppure nelle semifinali che si disputano a poco più di un’ora di distanza, in cui replica lo stesso riscontro cronometrico così da indossare le vesti della logica favorita in occasione della finale prevista all’indomani, da cui è esclusa la co-primatista mondiale, non meglio che quarta nella prima semifinale vinta in 12″4 dalla canadese Hilda Strike.

E, a sorpresa, è proprio la nordamericana ad insidiare il successo della 21enne Stanislawa, non tanto per demerito di quest’ultima, bensì per meriti propri, visto che sul filo del traguardo le dividono non più di 40 centimetri e che il cronometraggio manuale attribuisce il tempo di 11”9 ad entrambe, così che alla Strike, oltre all’argento, resta la consolazione di divenire anch’essa detentrice del record assoluto.

Per sfortuna della polacca naturalizzata americana, il programma olimpico ridotto all’osso le impedisce di competere in gare quali i 200 metri che l’avrebbero vista sicuramente tra le protagoniste, così da iscriversi anche al lancio del disco, dove conclude sesta con la misura di m.33,60.

La sua scelta di rinunciare alla cittadinanza Usa non è ovviamente presa bene dalle autorità federali che, per tutta risposta, le negheranno tale diritto per ulteriori 15 anni, mentre in vista dell’appuntamento olimpico di Berlino 1936, emerge negli Stati Uniti un’altra velocista di talento, tale Helen Stephens, la quale si aggiudica i titoli AAU sui m.100 e 200 nel 1935 coi rispettivi tempi di 11”6 e 24”6 ed i Trials olimpici sui m.100 in 11”7.

I 7 anni di differenza a favore della 18enne del Missouri si fanno sentire sulla pista dell’Olympiastadion di Berlino, in cui già nelle batterie e semifinali del 3 agosto 1936 la Stephens fa registrare i migliori tempi di 11”4 ed 11”5, mentre la campionessa olimpica in carica stavolta è attenta a non sprecare energie, con due percorsi ultimati in 12”5 e 12”0 rispettivamente.

Ed alla Walasiewicz – che si era presentata in Germania con un miglior risultato stagionale di 11”6 fatto registrare il 10 giugno nella sua Cleveland – vi è poco da rimproverare, visto che nella finale del giorno successivo corre la distanza in 11”7, tempo eccellente ma sufficiente solo a garantirle l’argento alle spalle dell’americana, la quale replica l’11”5 della semifinale, un tempo che la polacca di nascita non ha mai fatto registrare.

La Stephens è alta, slanciata (m.1,82 per 70kg., misure inusuali al tempo per una ragazza) e bionda, il classico esempio di ragazza americana che addirittura stuzzica l’attenzione del Fuhrer in persona, il quale, rilevando in lei il prototipo della razza ariana, non esita a chiederle se fosse disponibile a trascorrere il fine settimana a Berchtesgaden, ricevendo peraltro un cortese rifiuto.

Ciò però non è sufficiente affinché sui quotidiani polacchi – che vedono nella Walasiewicz la loro stella – venga pubblicata l’infamante accusa che avanza dubbi sull’identità sessuale dell’americana, la quale ribatte ferocemente alle insinuazioni, sottoponendosi ad ogni tipo di accertamento che dimostra come la diceria fosse del tutto infondata.

La Walasiewicz, viceversa, torna in Europa per prendere parte ai Campionati Europei che si svolgono nel 1938 a Vienna e dove fa incetta di medaglie, affermandosi sui 100 e 200 metri in 11”9 e 23”8 rispettivamente – nelle cui finali giunge terza l’allora 20enne olandese Fanny Blankers-Koen, la “Mammina volante” protagonista alla ripresa dell’attività ai Giochi di Londra 1948 –, cui aggiunge l’argento nel salto in lungo.

Il periodo della Seconda Guerra Mondiale consente alla Walsh – anche se la cittadinanza americana le verrà riconosciuta solo nel 1947 – di arricchire il proprio palmarès di titoli AAU, aggiudicandosi i m.100 nel 1943 e ’44, i m.200 nel 1939, ’40 e per cinque anni consecutivi dal 1942 al ’46 ed il salto in lungo in ben 8 occasioni consecutive, dal 1939 al ’46, specialità quest’ultima in cui raggiunge per due volte la misura di m.6,09 quale miglior risultato in carriera, e che la vede completare, nel 1951 a 40 anni (!!!), la sua bacheca di titoli nazionali, che comprende anche due affermazioni nel lancio del disco e 5 nel pentathlon.

Acquisita la cittadinanza americana, Stella Walsh sposa il pugile Neil Olson, ancorché il matrimonio abbia breve durata, per poi dedicarsi a varie attività in favore di associazioni sportive polacche negli Stati Uniti, organizzando meeting ed aiutando giovani atleti, per poi favorire l’assegnazione di premi per personalità sportive polacche residenti negli Usa, tanto da meritare di essere introdotta nel 1974 nella National Polish-American Sports Hall of Fame.

Una vita tranquilla, che si sarebbe conclusa con una serena vecchiaia se non fosse accaduto un tragico evento che potrebbe consentire di riscrivere la storia di Stella sin dall’inizio, sulla base di ciò che avvenne quella fredda mattina del 4 dicembre 1980, a Cleveland.

Stella esce di buon’ora per recarsi a comprare dei nastri con cui fare delle coccarde da distribuire alla squadra femminile di basket in vista di un incontro con la “Kent University“, ma, appena uscita dal discount, viene fermata da due uomini armati con l’intenzione di rapinarla.

Istintivamente, Stella reagisce, al pari dei suoi aggressori che fanno fuoco e la colpiscono a morte, salvo poi darsi alla fuga, terrorizzati dall’accaduto, lasciando esanime a terra il corpo senza vita della più grande atleta che Cleveland avesse mai avuto, o che, quantomeno, così si riteneva fosse…

Come da prassi, in questi casi, sul cadavere della donna viene praticata l’autopsia, da cui emerge un dato sconvolgente, ovvero che il suo apparato genitale non era costituito da un utero, bensì da un’uretra malformata ed un pene non funzionante!

Si trattava di un uomo, quindi? La scienza medica definisce questa problematica con il termine di “mosaicismo” e, quando un neonato veniva alla luce affetto da una tale patologia, spettava ai genitori stabilirne il sesso, mentre ai giorni nostri vi sono tecniche di ricostruzione dei genitali e, una volta raggiunta la maggiore età, viene data al soggetto stesso la facoltà di decidere, all’opposto di quanto era avvenuto per Stella, i cui genitori scelsero di allevarla come una femmina e tale si era sentita per tutta la sua esistenza.

Ovviamente, la scoperta alimenta polemiche a dismisura, a cominciare da chi chiede che i suoi record e titoli vengano cancellati e le medaglie restituite, tra cui proprio la canadese Strike, ma tutto viene messo a tacere poiché i dati autoptici confermano che Stella Walsh non aveva mai fatto uso di sostanze dopanti e che aveva vissuto l’intera sua vita come donna e come atleta, così da evitare di infangarne la memoria.

Tutto sommato, una decisione giusta e condivisibile, anche se, a distanza di 44 anni, fanno ancor più sorridere le illazioni della stampa polacca sulla Stephens ai Giochi di Berlino 1936.

ANNARITA SIDOTI, ATLETA FORTE E CORAGGIOSA CHE SOLO UN DESTINO INFAME POTEVA SCONFIGGERE

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Annarita Sidoti festeggia l’oro di Budapest ’98 – da ilmessaggero.it

articolo di Giovanni Manenti

A vederla marciare, con quel fisico minuto da eterna bambina che la costringeva a fare l’andatura per non trovarsi intruppata tra compagne ed avversarie a cui rendeva non meno di 10 centimetri di altezza, faceva quasi tenerezza, ma guai a farglielo notare senza correre il rischio di essere inceneriti dai suoi occhi da cui traspariva tutta la fierezza della sua terra.

Questa è stata, in vita, Annarita Sidoti da Gioiosa Marea, in provincia di Messina, dove nasce il 25 luglio 1969, cittadina di poco meno di 7mila anime ed il cui nome ben si sposa con il carattere esuberante e la gioia di vivere della minuscola atleta (m.1,50 per 42kg.), la quale crea un sodalizio inossidabile con il professor Salvatore Coletta, tecnico che la segue durante l’intera carriera, mentre il merito di averla indirizzata verso la pratica della marcia va ascritto a Carmela Aiello, sua insegnante di educazione fisica alle scuole medie.

E’, quello di inizio anni ’90, il periodo di massimo fulgore della marcia azzurra al femminile che, dopo la stagione di Giuliana Salce e le ultime apparizioni di Ileana Salvador, può contare su di un ricambio d’eccezione costituito da un quartetto di livello assoluto, composto, oltre che dalla Sidoti, anche da Elisabetta “Betty” Perrone (nata il 9 luglio 1968, m.1,68 per 60kg.), Erika Alfridi (nata il 2 febbraio 1968, m.1,68 per 52kg.) e Roseella Giordano, nata l’1 dicembre 1972, alta m.1,70 per 52 chilogrammi, per la gioia dei tecnici federali Sandro e Maurizio Damilano, con quest’ultimo giunto al termine della sua straordinaria attività agonistica.

Peraltro, a livello di grandi manifestazioni internazionali, la marcia – per quel che concerne il settore femminile, ovviamente – tarda non poco ad essere inserita nei rispettivi programmi, con la prova sui 10 chilometri ad apparire per la prima volta ai Campionati Europei di Stoccarda 1986, per poi essere confermata nella seconda edizione della rassegna iridata di Roma 1987, mentre a livello olimpico occorre riparlarne solo ai Giochi di Barcellona 1992.

Sembra quasi che la IAAF abbia voluto attendere la maturazione del Dream Team azzurro prima di dare il proprio assenso all’inclusione e, in ogni caso, le ragazze non si lasciano certo sfuggire l’occasione propizia, anche perché alla rassegna continentale di Spalato ’86 nessuna atleta italiana è iscritta e, l’anno seguente a Roma, in occasione dei Mondiali, la stessa Salce conclude non meglio che 18esima nella gara vinta dalla sovietica Irina Strakhova in 44’12”, precedendo l’australiana Kerry Saxby e la cinese Yan Hong, mentre conclude ai margini del podio – ancorché con il primato personale di 44’48” – la spagnola Mari Cruz Diaz, campionessa europea l’anno precedente.

La piccola siciliana, dal canto suo, ha affilato le lame con il quarto posto ottenuto sui 5 chilometri ai Campionati Mondiali juniores di Sudbury ’88, preceduta nella lotta per il bronzo dall’altra azzurra Maria Grazia Orsani, mentre il titolo è andato proprio alla spagnola Cruz, per poi concludere ottava sui km.10 l’anno seguente alla Coppa del Mondo a Barcellona, in cui ad affermarsi è la tedesca orientale Beate Anders sulla Saxby e Ileana Salvador.

Per la Sidoti, il 1990 è l’anno della definitiva consacrazione, iniziato nel migliore dei modi grazie al bronzo conquistato sui m.3000 ai Campionati Europei Indoor di Glasgow alle spalle della tedesca orientale Beate Gummelt e della Salvador, per poi piazzare la zampata vincente in occasione della prova sui km.10 agli Europei che si svolgono a Spalato il 29 agosto.

In una edizione in cui il mezzofondo e fondo azzurro raggiunge l’apice del suo splendore – il corregionale Salvatore Antibo si impone sia sui 5 che sui 10mila metri (in quest’ultima gara con Stefano Mei terzo), Francesco Panetta fa suoi i 3000 siepi e Gelindo Bordin e Gianni Poli fanno doppietta nella maratona –, la 21enne messinese sfrutta un percorso ondulato che ben si adatta alle sue caratteristiche, imponendo alla gara un’andatura alla quale resiste solo la sovietica Nadezhda Ryashkina, che per sopravanzarla commette qualche infrazione di troppo che le costano la squalifica quando oramai era in vista del traguardo.

Valutazioni dei giudici che sono spesso oggetto di proteste, reclami e contestazioni in quanto logicamente soggettive, ma che nella marcia devono essere accettate, e la Sidoti dimostra altresì di non avere alcun timore reverenziale nei confronti dell’altra sovietica Olga Kardopoltseva, con cui sprinta all’entrata nello stadio, imponendosi con il tempo di 44’00” che migliora di oltre 2’ il limite stabilito dalla Cruz quattro anni prima a Stoccarda, mentre a completare la festa azzurra giunge il terzo posto della Salvador, a quasi 40” di distacco.

La gioia della piccola siciliana sprizza da tutti i pori, i tanti sacrifici sono stati ripagati ed il titolo europeo è la conferma che può stare alla pari con le altre atlete fisicamente meglio strutturate di lei, dato che in atletica leggera non è come nella lotta o nel pugilato dove vi sono categorie di peso, altrimenti non avrebbe rivali al mondo.

Come sempre, se vincere è difficile, confermarsi è impresa titanica, tanto più che, finalmente, anche la marcia femminile ha trovato un suo spazio nel programma olimpico e, in vista dell’appuntamento coi Giochi di Barcellona ’92, la Sidoti fa le prove generali partecipando il 23 luglio 1991 alla prova sui km.10 alle Universiadi di Sheffield, dove coglie un significativo bronzo con il tempo di 45”10, con il titolo appannaggio della 24enne finlandese Sari Essayah in 44’04”, per poi presentarsi con rinnovate speranze ai Mondiali di Tokyo ad un mese di distanza.

Sul percorso giapponese la Sidoti si esibisce sui suoi standard, giungendo al traguardo in 44’18” che gli valgono però solo la nona posizione, preceduta anche dalla Salvador (settima con 44’09”), mentre a trionfare con il tempo di 42’57” è la sovietica Alina Ivanova, che in seguito cambia indirizzo dedicandosi alla maratona, anche a causa di ciò che succede l’anno seguente in Catalogna.

La gara che inaugura la marcia femminile ai Giochi vede protagoniste, dopo una prima metà di gara in cui anche la Sidoti è nel gruppetto di testa, un quintetto formato dalle due cinesi Chen Yueling e Li Chunxiu e dalla coppia sovietica Ivanova ed Yelena Nikolayeva, oltre alla stessa Salvador, le quali si presentano a stretto contatto all’ingresso in pista.

In un arrivo allo sprint in cui di condotta ortodossa se ne vede ben poca, a varcare per prima la linea del traguardo è la Ivanova, seguita da Chen e Nikolayeva, mentre Ileana, leggermente staccata, riesce comunque a concludere quarta davanti alla Li, per una classifica rivoluzionata dai giudici a gara conclusa, con squalifica comminata alla vincitrice nonché alla Salvador che così passa in un attimo dalla gioia per il bronzo alla più cocente delusione.

Per la Sidoti, che conclude con il tempo di 45’23”, le squalifiche la fanno salire in settima posizione, mentre l’esordiente Perrone si piazza non meglio che 19esima, ma avrà comunque modo di rifarsi negli anni a venire, così come la Salvador che, messi da parte i propositi di ritiro dopo la delusione olimpica, coglie il miglior risultato della propria carriera in occasione dei Mondiali di Stoccarda ’93.

Appuntamento iridato che mette in mostra la forza del gruppo delle marciatrici italiane, con la Salvador unica a tenere il ritmo della scatenata Essayah (già bronzo due anni prima a Tokyo), salvo perderla di vista un attimo che risulta decisivo per accumulare quel minimo distacco (42’59” a 43’08”) mantenuto dalla finlandese sin sul traguardo, con la Perrone ad essere beffata per soli 5” (43”21 a 43”26) dalla spagnola Encarna Granados nella lotta per il bronzo – ma lasciandosi alle spalle specialiste quali la Anders e le sovietiche Nikolayeva e Sayko – mentre la “pollicino” di Gioiosa Marea conclude in nona posizione, confermandosi sui suoi livelli in 44”13.

E mentre nella rassegna iridata la scure dei giudici si è abbattuta stavolta sulle sin troppo disinvolte cinesi Wang Yan e Liu Hongyu, appare evidente come, per poter ambire a piazzamenti di vertice, l’oramai 25enne Annarita debba limare 1’/1’30” al suo personale sulla distanza, cosa che avviene nel suo secondo anno di grazia, il 1994, che coincide con gli Europei Indoor di Parigi ed all’aperto di Helsinki.

Nella capitale parigina, sfruttando la sua maggiore agilità sulla più corta distanza dei 3000 metri, la Sidoti si prende il lusso di mettersi alle spalle sia la Nikolayeva che la Essayah (nel mentre la Perrone, nel tentativo di tenerne il ritmo, viene squalificata), così da affermarsi con il tempo di 11’54”32 precedendo la tedesca Gummelt e la russa Yelena Arshintseva, ideale punto di partenza stagionale in vista del più importante appuntamento estivo.

Rassegna continentale in cui la messinese si presenta in veste di campionessa uscente, ma con la consapevolezza di poter competere sino in fondo per la conferma del titolo, circostanza confermata dalle prestazioni su strada in preparazione dei campionati, che la vedono completare i 10 chilometri in 42’45” l’1 maggio ’94 a Sesto San Giovanni ed addirittura scendere sino a 41”46 il 12 giugno a Livorno, per quello che resta la sua miglior prestazione assoluta sulla distanza.

Nella capitale finlandese, la prova ha luogo il 9 agosto 1994 e la logica favorita è l’atleta di casa Essayah, mentre l’Italia ripropone il terzetto Sidoti-Salvador-Perrone, e la siciliana conferma la sua ottima condizione di forma dettando l’andatura sin dal via, con la sola finlandese di padre marocchino e la Nikolayeva in grado di tenerne il ritmo.

Con il podio già delineato, la campionessa iridata sfrutta al meglio la conoscenza del percorso, piazzando un allungo al momento giusto che la porta a trionfare con il tempo di 42’37” per quello che rimane l’unico oro della rassegna per il proprio paese, mentre l’azzurra la spunta in volata con la russa, ancorché entrambe accreditate dello stesso tempo di 42’43”, mentre la Perrone conclude settima e la Salvador undicesima.

Per quest’ultima, oramai 32enne, la gara europea rappresenta la conclusione della carriera, venendo rimpiazzata ai Mondiali di Goteborg ’95 da Rossella Giordano, in una stagione che vede la Sidoti fallire l’appuntamento iridato in cui conclude non meglio che 13esima con il tempo di 44’06” nonostante avesse come miglior prestazione stagionale sui km.10 il crono di 42’04” fatto registrare l’11 giugno a Fougéres, in Francia.

A salvare l’onore tricolore vi pensano comunque Perrone e Giordano, con quest’ultima a completare la prova in un eccellente riscontro di 42’26” che le vale il sesto posto, a stretto contatto con le prime, mentre la 27enne fiorentina d’adozione sfiora la grande impresa, argento in 42’16” tra le due russe Irina Stankina, oro in 42’13”, e Nikolayeva, che beffa per il terzo gradino del podio la campionessa uscente Essayah.

Un passaggio a vuoto abbastanza normale nella marcia, dal quale la piccola siciliana si riscatta a stretto giro di posta, ovvero affermandosi a distanza di un mese in 43’22” alle Universiadi di Fukuoka, in Giappone, lasciando la Giordano ad 8” di distanza a completamento del trionfo azzurro.

Una sfida, quella tra Sidoti e Giordano, che si ripropone il 20 aprile 1996 a La Coruna, in Spagna, in occasione della Coppa d’Europa, ed a spuntarla, sia pure in volata (43”26 a 43”27), è la messinese, con i piazzamenti di Perrone ed Alfridi (quinta e settima rispettivamente) ad assegnare all’Italia il primato nella classifica a squadre.

Terzetto di punta che la federazione conferma in pieno anche ai Giochi di Atlanta ’96, ma ancora una volta la prova olimpica non sorride alla Sidoti, incapace di tenere il passo delle migliori così da concludere non meglio che undicesima in 43’57”, mentre, con le squalifiche a togliere di gara la campionessa iridata Stankina, al pari della tedesca Gummelt e della cinese Gao Hongmiaio, ad esaltarsi è la Perrone, la quale coglie uno splendido argento davanti alla coppia cinese Wang Yan e Gu Yan, nulla potendo rispetto alla superiorità dimostrata nella circostanza dalla Nikolayeva, che trionfa con il primato olimpico di 41”49, e bella mostra di sé la offre anche la Giordano, ottima quinta in 42’43”.

Oramai vicina alle 27 primavere, tutto farebbe pensare ad una Sidoti oramai in fase calante, ma coloro che si sono fatti certe idee non conoscono la forza di reazione tipica del carattere della messinese, la quale è sempre solita riscattarsi da una delusione, e le due stagioni successive ne rappresentano la prova più lampante.

Con un programma quanto mai intenso, il 1997 vede l’Italia chiamata ad organizzare sia i Giochi del Mediterraneo – che si svolgono nella terza settimana di giugno a Bari – che la 19esima edizione delle Universiadi a fine agosto a Catania, ad avvenuta conclusione del più importante appuntamento internazionale, vale a dire i Campionati Mondiali di inizio agosto ad Atene.

Nel capoluogo pugliese, la gara si risolve in una sfida in famiglia tra le due portacolori azzurre, con la Perrone ad avere la meglio (44’40” a 45”35) sulla Sidoti, per poi darsi appuntamento per la rivincita sulla pista dello “Stadio Olimpico” ateniese il 7 agosto 1997, una delle rare volte in cui la gara si disputa interamente all’interno dell’impianto, tant’è che i puristi preferiscono definirla 10mila metri (pari a 25 giri di pista) che non 10 chilometri come quando, al contrario, si svolge su strada.

Stavolta, il clima caldo della capitale greca gioca a favore della piccola siciliana, la quale si piazza in testa al gruppo sin dalle prime battute con la Perrone a seguirla come in una sorta di gioco di squadra. Vederla sgranare il lotto delle partecipanti giro dopo giro rappresenta una spettacolo nello spettacolo, incrementando l’andatura dopo 10’ di gara con la compagna di Nazionale a cedere poi il passo, mentre a cercare di non farsi eccessivamente staccare restano le tre russe Nikolayeva, Stankina ed Olimpiada Ivanova, oltre a due bielorusse, Olga Kardopoltseva e Valentina Tsybulskaya.

Con le cinesi tagliate fuori dai giochi e la Nikolayeva a perdere progressivamente terreno, la Sidoti si rende conto che le si sta materializzando davanti l’occasione della vita e non intende lasciarsela sfuggire, così che accelera il ritmo per fiaccare Stankina ed Ivanova che ancora la tallonano, con la prima ad essere l’ultima a cedere allorché viene squalificata all’ottavo chilometro, così che la Ivanova, che ha già due ammonizioni a carico, è costretta a marciare di conserva, consentendo alla siciliana di centrare il risultato di maggior prestigio della sua luminosa carriera, un titolo iridato impreziosito anche dal lusinghiero riscontro cronometrico di 42’55”49 laddove si tenga conto delle condizioni climatiche, mentre la Ivanova, giunta seconda al traguardo, verrà successivamente squalificata per uso di sostanze dopanti, con il podio conseguentemente completato dalle due bielorusse e la Alfridi a far anch’essa bella figura con il suo quinto posto finale.

L’aver raggiunto il vertice mondiale viene in parte scontato dalla Sidoti non potendo regalare ai suoi corregionali la medaglia d’oro alle successive Universiadi di Catania, dove deve accontentarsi del bronzo alle spalle della bielorussa Larisa Ramazanova e preceduta anche dalla Giordano, pur se il pubblico è ovviamente tutto per lei, per poi aver ancora in serbo il suo ultimo “colpo da novanta“.

Desiderosa di riprendersi la corona continentale, la Sidoti si presenta infatti quanto mai battagliera in occasione dei Campionati Europei di Budapest 1998, in cui a farle da damigella d’onore tocca stavolta alla Alfridi, che la segue come un’ombra senza farsi staccare sino a che l’ultimo allungo della messinese la vede capitolare (42’49” a 42’54”) per l’ennesima doppietta azzurra, mentre la Perrone, che aveva concluso decima ad Atene, stavolta deve accontentarsi dell’undicesima posizione.

Ad otto anni di distanza dal primo trionfo e, ancorché giunta oramai alla soglia dei 30 anni, per la piccola marciatrice sembra non sussistano ostacoli, se non fosse che a costituirne uno insormontabile vi pensa la IAAF, che opta per l’abolizione della prova dei 10 chilometri in tutte le maggiori manifestazioni internazionali, in favore della doppia distanza.

E’ evidente che per un fisico minuscolo come quello della Sidoti, doversi sobbarcare una fatica di 20 chilometri equivale a dare l’addio ad ogni ambizione, pur se non è nelle corde della campionessa siciliana alzare bandiera bianca senza prima averci provato, e, dopo l’abbandono ai Mondiali di Siviglia ’99 ed ai “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000, riesce pur sempre a ben figurare ai Mondiali di Edmonton ’01, dove conclude ottava in 1.31’40” nella prova vinta dalla Ivanova sulla Tsybulskaya (con Perrone bronzo ed Alfridi quarta), stesso piazzamento della sua ultima gara, vale a dire i Campionati Europei di Monaco ’02, dove ad imporsi è nuovamente la Ivanova sulla Nikolayeva, con il bronzo, stavolta, a premiare la Alfridi.

Personaggio splendido nella sua semplicità, a 33 anni Annarita pensa ad un futuro diverso, convolando a nozze con Pietro, l’eterno fidanzato conosciuto quando ancora erano ragazzi, per poi dare alla luce nel 2004 Federico, il primo dei tre figli maschi, cui si aggiungono ben presto anche Edoardo ed Alberto, alla faccia del metro e mezzo di altezza.

Impegnata nel sociale, la Sidoti ricopre anche un incarico politico, tutti impegni portati avanti sempre con la massima serietà ed impegno per una vita vissuta con allegria, leggerezza e spensieratezza, con il solo desiderio di un futuro sereno in cui contribuire alla crescita dei propri figli.

Talora non ci è dato capire perché il destino debba accanirsi contro chi non chiede altro che un’esistenza tranquilla per poter trasmettere ai suoi discendenti ed a coloro che frequenta quei valori positivi che lo sport ha insegnato, ma a questa domanda non avremo mai risposta, come quando ad Annarita, poco più che 40enne, viene diagnosticato un tumore al seno di forma, ahimè, aggressiva.

Figuriamoci se chi ha messo in riga atlete di ben altra struttura fisica rispetto alla sua si arrenda di fronte a questo terribile nemico e, difatti, la Sidoti lotta con tutte le sue forze, ma alla fine, con la metastasi a raggiungere il cervello, è costretta ad alzare bandiera bianca, spirando il 21 maggio 2015 ad appena 45 anni, tra lo sgomento e la disperazione dei suoi cari e di tutti coloro che l’avevano conosciuta ed apprezzata.

Sulla sua carriera e tragica fine, nel 2016 viene girato un film-documentario dal titolo Una Storia semplice che avrebbe sicuramente trovato la sua approvazione, mentre nel 2018 è stata inaugurata una statua in suo onore nel suo comune di nascita, a dimostrazione che non è stata dimenticata.

E se, “non si è mai morti veramente, finché si vive nel ricordo di chi resta…“, crediamo di essere nel giusto pensando che del “pollicino” di Gioiosa Marea se ne parlerà ancora a lungo.

Con la speranza, in questo senso, di aver anche noi fornito un piccolo contributo.

GYULA ZSIVOTZKY, L’UNICO IN GRADO DI SFIDARE IL DOMINIO SOVIETICO NEL LANCIO DEL MARTELLO

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Gyula Zsivotzky in azione – da gettyimages.ie

articolo di Giovanni Manenti

Immagina di avere 19 anni, un fisico statuario e dover assistere alla soppressione nel sangue da parte dei carri armati sovietici di una rivolta pacifica tesa esclusivamente ad ottenere delle riforme democratiche, nel corso della quale avrai perso sicuramente degli amici tra le circa 3mila vittime, ed altri avranno forse fatto parte dei 250mila magiari che trovano rifugio all’estero, tra cui le principali stelle della Grande Honveddi Kocsis e Puskas.

Hai solo un modo per sfogare la tua rabbia, e cioè dedicarti ad uno sport dove la tua corporatura (m.1,90 per 100 chili) può farti emergere, ed è ciò a cui pensa Gyula Zsivotzky, nato a Budapest il 25 febbraio 1937, allorché si cimenta nel lancio del martello, specialità peraltro in voga nel suo paese, visto che sia ai Giochi di Londra 1948 che ai successivi di Helsinki ’52 ad imporsi sono stati due suoi connazionali, rispettivamente Imre Németh e Jozsef Csermak (con Németh bronzo), prima che a Melbourne, nel 1956, a mettere d’accordo tutti sia l’americano Hal Connolly, così da impedire il successo ai lanciatori sovietici, che occupano le piazze d’onore.

Specialità, quella del lancio del martello, che diventa in seguito patrimonio pressoché esclusivo dei rappresentanti dell’Urss, basti pensare che, comprese le Olimpiadi di Barcellona ’92 – dove gareggiano sotto la dizione di “Comunità degli Stati Indipendenti” –, in una sola occasione (eccezion fatta, ovviamente, per i Giochi di Los Angeles ’84) la medaglia d’oro sfugge loro, monopolizzando viceversa il podio in ben quattro circostanze, ovvero a Montreal 1976, Mosca ’80, Seul ’88 e appunto nell’edizione catalana.

Zsivotzky, dal canto suo, inizia a far parlare di sé nel panorama internazionale nel 1957, allorché a Praga fa registrare il suo personale stagionale con m.62,38 il che gli consente di entrare per la prima volta nella Top Ten del ranking mondiale stilato dalla prestigiosa rivista Usa Track & Field News chiudendo la stessa, ai cui vertici è il sovietico Mikhail Krivonosov, campione europeo a Berna 1954 ed argento a Melbourne ’56, nonché ex detentore del record mondiale, scalzato da Connolly, il quale diviene successivamente il primo atleta a superare la barriera dei 70 metri nel 1960 per poi incrementare il primato sino a m.71,26 ottenuti il 20 giugno 1965 a Walnut.

A dispetto della concorrenza interna, il 21enne Gyula viene selezionato per gli Europei di Stoccolma ’58 assieme allo stesso Csermak, in cui ricambia la fiducia dei tecnici con un lancio di m.63,68 che gli vale il bronzo – a soli 10cm. da Krivonosov, mentre l’oro va al polacco Tadeusz Rut, che vive il suo giorno di gloria firmando il record dei campionati di m.64,78 – nonché il primato ungherese, successivamente migliorato il 21 settembre dello stesso anno, portandolo a m.64,10.

Oramai l’indiscusso leader della specialità in patria, Zsivotzky – che si laurea per 11 anni consecutivi, dal 1960 al 1970, campione ungherese, con un miglior risultato di m.73,36 ottenuto nel 1968 – scala le gerarchie internazionali e, dopo aver concluso all’ottavo posto del ranking a fine 1958, sale in quarta posizione al termine della successiva stagione, che lo vede migliorarsi ancora sino a m.65,72 – oltre ad affermarsi nella prima edizione delle Universiadi di Torino con m.63,65 precedendo Anatoly Samotsvetov –, così da poter avanzare la propria candidatura al podio in vista delle Olimpiadi Roma 1960, tanto più che vi si presenta dopo aver stabilito a due riprese il record europeo, dapprima con m.68,22 il 25 maggio e quindi con m.69,53 ottenuti il 14 agosto, sempre a Budapest, a soli 80 centimetri dal primato assoluto di Connolly stabilito due mesi prima.

L’inizio del “decennio del boom economico” vale anche per la specialità del lancio del martello, prova ne sia che, già durante le qualificazioni che vanno in scena il 2 settembre 1960 sulla pedana dello “Stadio Olimpico” della capitale, sono ben quattro i lanciatori che scagliano l’attrezzo oltre il record olimpico stabilito quattro anni prima a Melbourne da Connolly, tra cui Zsivotzky con la seconda miglior misura di m.64,80 preceduto solo dal 29enne sovietico Vasily Rudenkov che raggiunge m.67,03.

Nella finale che si svolge all’indomani, ad essere penalizzati dal regolamento, che all’epoca consente ai soli primi 6 della classifica l’accesso ai tre lanci ulteriori, sono il campione olimpico in carica Connolly e l’altro sovietico Samotsvetov, esclusi nonostante misure superiori ai m.63,50, nel mentre la graduatoria provvisoria è guidata da Rudenkov grazie ai m.67,10 ottenuti al terzo tentativo, seguito da Rut con m.65,64 e da Zsivotzky con m.64,87.

Al quarto turno di lanci, l’ungherese si appropria della seconda posizione facendo atterrare l’attrezzo a m.65,79 per poi sparare un ultimo tentativo a m.65,11 incapace di impensierire Rudenkov, meritatamente medaglia d’oro laddove si consideri che tre dei suoi lanci sono superiori alla miglior prova dell’ungherese.

Classificato al terzo posto del ranking di fine anno alle spalle di Rudenkov e Connolly, il colosso ungherese vive un 1961 sotto tono – con una miglior prestazione di m.65,41 e conseguente retrocessione al sesto posto nella gerarchia assoluta, pur essendosi confermato alle Universiadi di Sofia con m.64,62 –, per poi vivere una prima stagione di gloria nel 1962, in cui sono in programma a metà settembre i Campionati Europei a Belgrado.

Con Connolly ad aver allungato il proprio record mondiale a m.70,67 a luglio a Palo Alto, il 25enne di Budapest vive un settembre da sogno, iniziato con il miglioramento a m.69,58 del suo stesso primato europeo, ottenuto l’8 del mese nella capitale magiara.

Logico favorito alla rassegna continentale, Zsivotzky non solo non tradisce il pronostico, ma nobilita il titolo europeo aggiungendo altri sei centimetri al suo stesso primato, cogliendo l’oro con m.69,64 così da lasciare i restanti gradini del podio alla coppia sovietica costituita da Aleksey Baltovskiy e Yuriy Bakarinov, argento e bronzo con m.66,93 e m.66,57 rispettivamente, nel mentre il campione olimpico di Roma Rudenkov conclude non meglio che sesto con m.63,94.

A Zsivotzky resta solo un tabù da abbattere, e cioè la barriera dei 70 metri che rappresenta l’eccellenza della specialità e, galvanizzato dal successo continentale, riesce nell’impresa davanti ai suoi tifosi il 23 settembre 1962, ad una settimana esatta di distanza dalla finale europea con un lancio di m.70,42 stavolta a soli 25 centimetri dal primato dell’americano.

Quest’ultimo, grazie al miglioramento del suo stesso record, impedisce all’ungherese di raggiungere la vetta del ranking di fine anno, cosa che viceversa avviene per la prima volta nel 1963 nonostante la sua miglior misura stagionale sia di m.69,06 e, in ogni caso, si presenta da favorito alle Olimpiadi di Tokyo ’64, non sapendo che dalle parti di Minsk – capitale dell’attuale Bielorussia – sta emergendo colui che è destinato a rendergli le notti insonni.

Romuald Klim non è assolutamente giovanissimo, tutt’altro, essendo nato a maggio 1933, ed è dotato di un innato senso dell’equilibrio in pedana e di un’altrettanta perfetta tecnica di lancio, avendo il suo tallone d’Achille in una corporatura troppo esile per un lanciatore, compensata mettendo su muscoli così da passare da circa 90 chili ai kg.103 sul m.1,85 di altezza.

E siccome in Unione Sovietica nel settore lanci non vi è che l’imbarazzo della scelta, ecco che le prime avvisaglie della potenziale pericolosità del già 30enne bielorusso giungono nel 1963, allorché migliora il suo personale sino a m.67,91 così da entrare al nono posto della “Top Ten” capeggiata da Zsivotzky.

Klim ottiene la selezione per le Olimpiadi giapponesi assieme a Bakarinov, con l’intento di fare da terzo incomodo nella prevista sfida tra Connolly e Zsivotzky – unici due lanciatori del pianeta ad aver superato sino ad allora quota 70 metri –, e l’oramai 27enne ed esperto ungherese scopre le proprie carte sin dalle qualificazioni del 17ottobre 1964, con un lancio di m.67,99 che migliora il record olimpico di Rudenkov, peraltro seguito da Connolly e Klim, i soli altri due atleti ad andare oltre i 67 metri.

Nella finale del giorno dopo, però, una pioggia battente favorisce le maggiori doti tecniche del sovietico, anche se i due rappresentanti dell’Europa orientale danno vita ad una sfida emozionante, con il campione europeo ungherese a portarsi al comando al primo lancio con la misura di m.69,09 che migliora il suo stesso primato olimpico, cui Klim replica al terzo tentativo con m.68,59 che lo portano a scalzare dalla seconda posizione il tedesco Uwe Beyer con i suoi m.68,09 d’esordio, mentre Connolly entra nei sei finalisti con m.66,65 ottenuti alla terza prova e non più migliorati per una deludente sesta piazza.

I sogni di gloria olimpica di Zsivotzky vengono infranti al quarto turno di lanci, con il martello scagliato da Klim ad atterrare a m.69,74 che rappresentano il nuovo record olimpico, con i due rivali a realizzare nella capitale nipponica il loro personale stagionale, il che fa pensare che, in caso di pedana asciutta e migliori condizioni climatiche, i classici 70 metri potevano essere tranquillamente superati.

Con Klim, pertanto, a precedere Zsivotzky nel ranking di fine stagione, le posizioni si invertono al termine della successiva, importante per la crescita della specialità, in quanto Connolly mette a segno le sue due ultime fiammate con il migliorare per altre due volte il proprio record mondiale, portandolo a m.71,06 a fine maggio e a m.71,26 il 20 giugno 1965 a Palo Alto.

E mentre il sovietico varca anche lui la fatidica soglia con un lancio di m.71,02 il 21 agosto ad Oslo che toglie temporaneamente al rivale magiaro il primato europeo, l’ultima parola spetta a Zsivotzky, atteso altresì dalla sua federazione quale protagonista nella quarta edizione delle Universiadi che si svolge a Budapest dal 20 al 30 agosto.

Nella sua città natale, l’oramai 28enne Gyula non tradisce le attese, conquistando il suo terzo oro nella manifestazione con m.67,74 e lasciandosi alle spalle la coppia sovietica Kondrashov e Bakarinov, ma il colpo in canna viene esploso a rassegna conclusa, il 4 settembre 1965 a Debrecen, data in cui Zsivotzky si appropria finalmente del record mondiale, grazie ad un prodigioso lancio di m.73,74 per un miglioramento del primato di ben m.2,48 mai verificatosi prima di allora nella storia della specialità.

Quest’impresa fa sì che Zsivotzky venga premiato come Atleta ungherese dell’Anno per il 1965, ponendolo nelle vesti di favorito per l’appuntamento costituito dai Campionati Europei 1966 che, fra l’altro, si svolgono proprio a Budapest ad inizio settembre.

Sicuramente il ragazzo della capitale si presenta alla rassegna continentale in buone condizioni, visto che capeggia la graduatoria stagionale in virtù del lancio di m.71,94 riuscito l’11 maggio sulla stessa pedana, ma ancora una volta davanti a lui si materializza l’ombra di Klim per un podio che replica la classifica di Tokyo, con il bielorusso ad imporsi con il record dei campionati di m.70,02 mentre Zsivotzky non va oltre m.68,62 e Beyer si aggiudica il bronzo con m.67,28.

Da più parti si inizia a pensare che il gigante magiaro subisca la pressione psicologica del suo più maturo avversario che, dopo essersi anch’egli migliorato con i m.71,46 ottenuti il 17 settembre a Kiev, riguadagna il vertice del ranking di fine stagione e sembra mostrare una maggiore freddezza nei momenti cruciali delle grandi manifestazioni.

Zsivotzky completa il 1967 con m.68,96 quale miglior prestazione ottenuti il 26 ottobre nel corso di una preolimpica a Città del Messico, mentre Klim va ancora oltre i 70 metri (70,90) ad inizio luglio a Minsk, sufficienti a consentirgli di mantenere la prima posizione nel ranking di fine anno che vede l’ungherese scivolare in quarta posizione e, anche se è pur sempre oò detentore del primato mondiale, non viene dato come favorito in sede di pronostico per i Giochi che si svolgono nella capitale messicana nella seconda metà di ottobre 1968.

Oramai 31enne, pur con un vantaggio in termini di età rispetto alle 35 primavere di Klim, Zsivotzky è ben consapevole che quella messicana è verosimilmente la sua ultima opportunità per cogliere quella gloria olimpica che avrebbe dovuto vederlo protagonista quattro anni prima a Tokyo, e la preparazione stagionale è tutta incentrata sull’appuntamento a cinque cerchi, ricevendo una notevole spinta morale allorché il 14 settembre 1968 sulla pedana del “Nepstadion” di Budapest aggiunge altri due centimetri al proprio primato mondiale.

Non è’ tanto il miglioramento marginale, quanto la dimostrazione di poter ancora competere ai massimi livelli che conforta l’ungherese nel viaggio in Messico, dove il programma prevede le qualificazioni il 16 ottobre 1968 e la finale all’indomani.

Con il limite per l’accesso alla finale stabilito in 66 metri, sono 13 gli iscritti che fanno la misura, di cui ben 9 al primo tentativo, con Klim a scagliare in tutta sicurezza a m.66,82 mentre Zsivotzky non lesina energie, con un lancio di m.72,60 quale nuovo record olimpico.

L’ungherese è in ottime condizioni di forma, ma del resto lo era anche quattro anni prima e, come allora, realizza il primato olimpico in qualificazione, e più che il suo stato fisico deve essere tenuto sotto controllo quello psicologico, visto che nelle ultime 9 occasioni in cui è sceso in pedana contro Klim è sempre stato regolarmente sconfitto.

Non vi sono viceversa dubbi circa il fatto che per mettersi al collo la medaglia d’oro si dovrà per forza lanciare oltre la fettuccia dei 70 metri, ed a sciogliere qualsiasi interrogativo al riguardo vi pensano proprio i due rivali, che già nella prima serie si vedono divisi da soli 2 centimetri, m.72,26 per l’ungherese e m.72,24 per il sovietico, mentre per tutti gli altri si può solo pensare a completare il podio.

In una delle sfide più affascinanti nella storia olimpica della specialità, Zsivotzky e Klim non si risparmiano, con il primo a migliorarsi a m.72,46 al secondo lancio ed a m.72,52 al terzo, turno che vede la risposta del secondo che con m.72,82 si porta al comando e migliora il fresco primato olimpico del suo avversario.

Con il fantasma del bielorusso ad aleggiare paurosamente sulla testa dell’ungherese, un colpo mortale sembra venire assestato allorché, al quarto tentativo, Klim allunga sino a m.73,28 mentre Zsivotzky incappa in un nullo di pedana e le sue possibilità di successo sono ora ridotte al lumicino.

Due sole prove a disposizione, forse Gyula ripensa a 12 anni prima ed alla repressione sovietica nella sua Budapest oppure al fresco ricordo di analogo intervento militare avvenuto solo due mesi prima a Praga per placare un’analoga richiesta di maggiore libertà, fatto sta che ritrova la necessaria concentrazione e l’energia sufficiente affinché il martello che esce dalle sue poderose braccia sollevi la zolla sul terreno a m.73,36, 8 centimetri che dividono la delusione dalla gioia.

Klim è incapace di replicare ed al suo ultimo lancio di m.71,64 – giova peraltro ricordare la sua serie: m.72,24 – m.68,96 – m.72,82 – m.73,28 – m.71,16 e m.71,64 – i due rivali danno prova di reciproco rispetto abbracciandosi, con Zsivotzky ad abbozzare un cenno con l’indice ed il pollice per dire “ti ho battuto di tanto così!.

Per la seconda volta Zsivotzky viene proclamato Atleta ungherese dell’anno 1968 ed ovviamente riconquista per la terza ed ultima volta il vertice del ranking mondiale di fine stagione, anche se però l’ultima parola nella sfida tra i due spetta a Klim che, proprio a Budapest a metà giugno 1969, gli sottrae il record mondiale con un lancio di m.74,52 anche se di breve durata, poiché a pochi mesi di distanza, ed in occasione dei Campionati Europei di Atene, a diventarne il detentore è il connazionale Anatoly Bondarchuk con m.74,68 nel corso di una finale che vede Klim argento con m.72,74 e Zsivotzky quarto, ed ai margini di un podio europeo od olimpico che sempre lo aveva accolto nelle precedenti sei occasioni.

Con il nuovo che avanza, Klim conclude anch’egli con un quarto posto ai Campionati Europei di Helsinki ’71 le sue apparizioni internazionali, mentre Zsivotzky – con minor concorrenza in patria – si presenta anche ai Giochi di Monaco 1972, onorando il titolo di Città del Messico con un dignitoso quinto posto con m.71,38 mentre Bondarchuk gli toglie il record olimpico con la misura di m.75,50.

Ma, mai come in questa occasione, valga per Zsivotzky – il quale scompare nella sua Budapest il  29 settembre 2007 all’età di 70 anni – il vecchio adagio che recitai primati passano, le medaglie restano….

 

GASTON REIFF, IL BELGA CHE DETTE SCACCO MATTO A ZATOPEK

reiff
Il vittorioso arrivo di Reiff ai Giochi di Londra 1948 – da yahoo.sports.com

articolo di Giovanni Manenti

Lungi dal me il voler sminuire il mito della leggenda del mezzofondo prolungato Emil Zatopek – unico atleta nella storia delle Olimpiadi, giova ricordarlo, capace di conquistare l’oro sui 5mila e 10mila metri e nella maratona in un’unica edizione dei Giochi, ad Helsinki ’52 –, ma non si può negare che la “Locomotiva umana” non sia stato un esempio di tattica in gara.

Gli allenamenti massacranti e la straordinaria resistenza alla fatica, hanno difatti portato Zatopek a primeggiare senza rivali sulla prova dei 10mila metri – di cui dal 1949 al ’54 migliora altresì in 5 occasioni il record mondiale –, con una condotta di gara tesa a sfiancare, giro dopo giro, i suoi avversari, con il solo francese Alain Mimoun in grado di tenerne il passo, pur venendo regolarmente sconfitto sia alle Olimpiadi di Londra 1948 e di Helsinki ’52, così come ai Campionati Europei di Bruxelles 1950.

E’ lo stesso atteggiamento che porta Zatopek ad imporsi nella maratona ai Giochi di Helsinki, prima volta in cui si cimenta sulla distanza in una grande manifestazione internazionale, risoltasi in una sorta di gara ad eliminazione, con il cecoslovacco a concludere la sua fatica con oltre 2’30” di vantaggio sull’argentino Reinaldo Gorno.

Diversa, per quanto ovvio, la situazione sulla più breve distanza olimpica del mezzofondo prolungato, vale a dire i 5000 metri, dove vi è minor tempo per attuare una simile strategia e le gare si risolvono più spesso in volata, per quello che, a tutti gli effetti, è il “tallone di Achille” di Zatopek, non avendo esperienza sul mezzofondo veloce, del quale si ha esclusivamente traccia di un riscontro cronometrico di 3’52”8 fatto registrare sui 1500 metri a fine agosto 1947 a Parigi.

Peraltro, come di norma avviene per i mezzofondisti, l’esordio di Zatopek avviene proprio sulla più breve distanza dei 5000 metri, dove fa registrare non meglio che 14’50”8 a metà agosto 1945 a Praga, per poi migliorarsi sino a 14’25”8 l’anno seguente in occasione della finale dei Campionati Europei di Oslo, tempo che – nonostante rappresenti il primato nazionale – gli garantisce solo il quinto posto nella gara vinta in 14’08”6 da un’altra leggenda del mezzofondo, ovvero il britannico Sydney Wooderson, già vincitore sui 1500 metri alla rassegna continentale di Berlino ’38 ed al quale la Seconda Guerra Mondiale toglie gran parte delle possibilità di gloria olimpica.

Quel 23 agosto 1946, sulla pista della capitale norvegese, Zatopek precede – ancorché a debita distanza, visto che conclude in 14’45”8 – un piccolo belga di m.1,73 per 61 chilogrammi, tale Gaston Reiff, di quasi due anni più anziano di lui (il “colonnello” è del settembre 1922) essendo nato il 24 febbraio 1921 a Braine-l’Alleud, città di oltre 30mila anime posta in Vallonia.

A differenza del cecoslovacco, Reiff si cimenta in tutte le prove di mezzofondo sia veloce che prolungato, non trascurando neppure agli inizi la corsa campestre, molto seguita in Belgio, tant’è che nella sua carriera si aggiudica – senza alcun rivale in patria – ben 24 titoli nazionali (di cui 6 sui 5000 metri), oltre a stabilire qualcosa come 26 primati belgi, al punto che, a fine 1951, detiene ogni record fiammingo dai 1000 metri ai 10mila metri!

Reiff ha anche una predilezione – per ritagliarsi un angolo di gloria – nel competere su distanze poco praticate, il che gli consente di appropriarsi dei record mondiali sui 2000 metri nel 1948 e sulle due miglia nel 1952, mentre di maggior valore è il primato di 7’58”08 che stabilisce il 12 agosto 1949 a Gavle, in Svezia, strappandolo proprio allo svedese Gunder Hagg (altro grande atleta penalizzato dagli eventi bellici), così da divenire il primo uomo ad abbattere la “barriera degli 8’ netti“.

Un cliente, pertanto, da non sottovalutare in occasione del ritorno della rassegna a cinque cerchi dopo gli orrori della guerra, con la ripresa dei Giochi ad aver luogo a Londra dal 29 al 14 agosto 1948 ed in cui il 27enne vallone si iscrive sulla gara dei 5000 metri, presentandosi nella capitale britannica dopo aver stabilito, a metà giugno a Bruxelles, il suo record personale all’epoca in 14’14”2, ed essere anche stato costretto ad interrompere temporaneamente la preparazione in quanto investito da un’auto mentre attendeva il tram, fortunatamente senza rilevanti conseguenze.

Dal canto suo, Zatopek, ha sfruttato al meglio l’anno senza grandi manifestazioni internazionali per migliorarsi sino a 14’08”2 – tempo ottenuto il 25 giugno 1947 a Praga –, e quindi avere come miglior risultato nell’anno olimpico il 14’10”0 segnato il 22 giugno a Praga, a cinque giorni di distanza dal 29’37”0 fatto registrare sui 10mila metri, gara che lo vede esordire il 30 luglio 1948 sulla pista dell'”Empire Stadium” di Wembley.

I favori del pronostico pendono – ancorché oramai 34enne – sul primatista mondiale finlandese Viljo Heino, ma la condotta di gara di Zatopek, che si pone al comando dopo il decimo dei 25 giri previsti, inanellando frazioni da 71” netti, ne fiacca la resistenza al punto da indurlo ad abbandonare la prova assieme al connazionale Evert Heinstrom.

La consueta corsa ad eliminazione – alla fine si conteranno cinque ritiri – del cecoslovacco così poco apprezzato dai puristi per il suo stile sgraziato, ma alimentato da un cieco furore agonistico, fa sì che Zatopek – alla sua sola terza esperienza sulla distanza – possa concludere in 29’59”6 (primo uomo sotto i 30’ netti in una finale olimpica) con oltre 300 metri di vantaggio sull'”eterno secondo” Mimoun.

Che l’allora luogotenente dell’esercito ceco non sia in grado di gestire al meglio le proprie energie lo dimostra all’indomani in occasione delle batterie dei 5000 metri in cui – con i primi quattro delle tre serie a qualificarsi per la finale – dà vita ad una volata assolutamente inutile con lo svedese Erik Ahlden per il quanto mai platonico successo nella seconda serie, peraltro risultando anche (14’34”2 a 14’34”4) sconfitto.

Tutto il contrario di Reiff che, impegnato nella terza ed ultima batteria, svolge il suo compito classificandosi secondo alle spalle dell’olandese Willem Slijkhuis – argento due anni prima nella finale continentale – in un assolutamente comodo 15’07”8, per poi andarsi a giocare le proprie carte a distanza di due giorni, il 2 agosto 1948.

Sono le 17:00 allorché la finale prende il via e, secondo suo costume, è Zatopek a menare le danze – con le sue falcate scandite dal pubblico, che lo ha eletto suo beniamino, al tempo di “Za-to-pek, za-to-pek” –, così da transitare al comando al primo chilometro in 2’48”, al pari del secondo (5’38”) ed ai 3mila metri (8’33”), ma senza fare l’auspicata selezione, a causa in parte della giornata piovosa e della pista mal ridotta, ma anche delle maggiori energie spese nei giorni precedenti.

Ed è così che Reiff – il quale, evidentemente avverte di poter vivere il suo suo giorno dei giorni –, che sino ad allora non ha avuto alcuna difficoltà a tenerne il passo, si produce in un allungo perentorio a cinque giri dal termine, piazzando una frazione da 67”2 che elimina dal contesto l’ancorché folto numero di atleti scandinavi (tre svedesi ed altrettanti finlandesi), con l’unico a cercare di resistergli lo stesso Slijkhuis, da farsi preferire in volata, in quanto a proprio agio anche sui 1500 metri.

E Zatopek, al quale piace esser lui a dettare le cadenze secondo i propri ritmi, soffre maledettamente quell’improvviso cambio di marcia, così da trovarsi in difficoltà nel seguire anche l’olandese, mentre Reiff continua a fare gara solitaria che lo vede, al suono della campana, voltarsi per controllare il proprio vantaggio, approssimativamente di circa 30 metri su Slijkhuis e 50 sul campione olimpico dei 10mila.

Ma l’orgoglio smisurato di Zatopek non può vederlo sconfitto senza tentare una reazione, ed ai 300 metri finali il ceco si produce in una incredibile progressione, con la sua caratteristica andatura con la testa incavata sulla spalla destra, che lo porta in un amen a raggiungere e sopravanzare l’olandese per poi lanciarsi alla caccia del belga, oramai ritenutosi irraggiungibile.

Lo spunto di Zatopek viene salutato dal boato della folla, che Reiff ritiene sia viceversa dedicato alla sua medaglia d’oro, e buon per lui che qualcuno dall’interno del prato lo avvisi del pericolo imminente, così da poter raccogliere le ultime stille di energia per un’accelerazione che rende vano il tentativo di Zatopek, che deve arrendersi per 0”2 decimi (14’17”6 a 14’17”8), con Slijkhuis a conservare il bronzo.

Quello che resta un successo storico negli annali dell’atletica leggera belga, rappresenta anche il primo oro olimpico di quel paese ai Giochi, per bissare il quale dovranno passare ben 16 anni prima che Gaston Roelants faccia altrettanto imponendosi sui 3000 siepi a Tokyo nel 1964 ed, in ogni caso, Reiff ratifica la bontà della sua impresa allorché, il 12 settembre dello stesso anno a Praga, fa sua (14’19”0 a 14’19”2) anche la cosiddetta rivincita, tanto da scalzare Zatopek dal vertice del ranking mondiale di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista Usa Track & Field News.

Ed anche se quello londinese rappresenta chiaramente l’apice della carriera per Reiff, il fondista belga si produce in altre più che dignitose stagioni – quarto nel ranking sia nel 1949 che nel ’50 –, tornando ad affrontare Zatopek ai Campionati Europei 1950 che hanno luogo proprio a Bruxelles, dove il cecoslovacco, nel pieno della sua condizione, si impone con il record nazionale di 14’03”0 al termine di una gara in solitario che vede giocarsi in volata le piazze d’onore, nettamente staccati, il solito Mimoun e lo stesso Reiff con i rispettivi tempi di 14’26”0 e 14’26”2 per quella che, peraltro, è l’unica medaglia della rassegna per il paese ospitante.

L’oramai 30enne belga vive la sua ultima stagione di gloria nel 1951, allorché realizza i suoi record personali sia sui 5 che sui 10mila metri, rispettivamente in 14’10”8 e 30’18”8 ottenuti il 13 giugno ed il 29 luglio sempre a Bruxelles, circostanza che gli consente di recuperare a fine anno la vetta del ranking mondiale, per poi cederla nuovamente a Zatopek nel 1952 e ’53 dopo essersi ritirato nel corso della finale olimpica di Helsinki 1952.

Indubbiamente una bella favola, quella di Gaston Reiff, che anticipa di quattro anni un evento per larghi tratti similare, ovvero il successo sui 1500 metri ad Helsinki 1952 da parte del lussemburghese Josy Barthel, e che lo porta a vedersi intestata una via, nonché lo stadio, nella sua città natale di Braine-l’Alloud, mentre nel 2002, a 10 anni di distanza dalla scomparsa, avvenuta il 6 maggio 1992, viene inserito al terzo posto nella classifica degli Atleti valloni del XX Secolo”.

E, del resto, mica è da tutti essere riuscito a “dare scacco matto” al re del mezzofondo!