SAMUEL MATETE, E LA CACCIA ALL’EREDITA’ DI EDWIN MOSES

 

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Samuel Matete ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:gettyimages.co.uk

 

Articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel panorama sportivo, emerge un personaggio capace di dominare – solitamente per un periodo non inferiore ad un decennio – una singola disciplina o specialità, il raffronto che viene fatto dagli addetti ai lavori è su come detta attività venisse svolta prima dell’apparire sulla scena di un tale Campione (il caso del belga Eddy Merckx nel ciclismo, è emblematico al riguardo …), nonché sull’eredità che lo stesso ha lasciato ai futuri protagonisti.

E se il raffronto con il passato, in quanto tale, è abbastanza facile ed ovvio, sono i paragoni con i successivi atleti, chiamati a raccoglierne l’eredità, a creare aspettative intorno alla nascita di un nuovo “Fenomeno” e, per esemplificare il concetto, nulla è più facilmente comprensibile di quanto è accaduto nel Nuoto, Sport che ha compiuto un “fondamentale salto in avanti” ad inizio anni ’70 con l’avvento dell’americano Mark Spitz, e di come per decenni se ne sia ricercato l’erede sin quando sul panorama natatorio non è spuntata la stella di Michael Phelps.

Tali premesse per introdurre la storia odierna, relativa all’Atletica Leggera ed, in particolare, della specialità dei m.400 ad ostacoli, che hanno visto primeggiare tra metà degli anni ’70 ed il decennio successivo, una “Leggenda” che solo il recente giamaicano Usain Bolt nella velocità è stato in grado di eguagliare quanto a dominio assoluto, vale a dire l’americano Edwin Moses, capace di aggiudicarsi ben 122 gare consecutive (di cui 107 Finali) tra il 1977 ed il 1987.

E se, come detto, il raffronto con il passato è facile, essendosi Moses inserito in un contesto in cui la specialità già aveva fatto importanti progressi, con i record mondiali stabiliti in occasione delle rispettive rassegne olimpiche di Città del Messico ’68 (con il britannico David Hemery a coprire la distanza in 48”12) e della successiva di Monaco ’72, dove è, viceversa, l’ugandese John Akii-Bua a portarsi a casa Oro e primato, divenendo, con il tempo di 47”82, il primo uomo ad infrangere la barriera dei 48” netti, ben meno semplice è stabilire chi possa essere in grado di raccoglierne l’eredità, dato che il longilineo atleta dell’Ohio aveva anch’esso mantenuto la tradizione di migliorare il limite assoluto durante la Finale olimpica di Montreal ’76, correndo in 47”64, per poi migliorarlo altre tre volte, sino a sfiorare il muro dei 47” netti, aggiudicandosi la prova in 47”02 il 31 agosto ’83 al meeting di Coblenza.

Eppure, il destino aveva già fatto intuire che a raccogliere il testimone quale primattore della specialità dovesse essere uno dei numerosi americani capaci di cimentarsi ad alto livello sugli ostacoli bassi, oppure il cerchio si sarebbe chiuso con un altro atleta africano a circa 20 anni di distanza dall’impresa del citato Akii-Bua, come dimostrato dal passo d’addio di Moses in occasione dei Giochi di Seul ’88, unica Finale di una grande Manifestazione in cui deve accontentarsi del gradino più basso del podio, preceduto dal connazionale André Phillips e dal senegalese Amadou Dia Ba, i quali, con i rispettivi tempi di 47”19 (Record Olimpico) e 47”23 (Record Africano), avevano dimostrato di averne le possibilità, se non fosse stato per il fatto che entrambi andavano oramai per la trentina, così come il suo grande rivale di tante emozionanti sfide, il tedesco occidentale Harald Schmid, giunto settimo nella circostanza.

Poca rilevanza viene data, nella circostanza, alla prestazione del 22enne americano Kevin Young, classificatosi quarto alle spalle di Moses con 47”56, ed addirittura completamente ignorata la presenza nei turni eliminatori di un giovane dello Zambia, che viene eliminato essendo giunto non meglio che settimo in un modesto 51”06 nella seconda batteria, ed ha comunque modo di osservare da vicino il “divino” Moses, che si sta preparando per la serie successiva.

Questo africano poco più che 20enne, essendo nato il 27 luglio 1968 a Chingola, città ai confini tra lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo, altri non è che Samuel Matete, il quale sembra trarre profitto dalla visione del leggendario fuoriclasse americano, visto che l’anno successivo migliora per ben cinque volte il primato nazionale sino a scendere ad un più che discreto 48”67 il 20 giugno ’89, pur dovendo subire la delusione di concludere non meglio che quinto in 50”34 la sua prima importante Finale, in occasione dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90, in Nuova Zelanda, peraltro disputati nel mese di gennaio, in una gara che vede prevalere l’esperto inglese Kriss Akabusi in 48”89.

Matete ha comunque modo di rifarsi durante la stagione, abbassando per altre quattro volte il proprio limite sino a scendere per la prima volta sotto i 48” quando si aggiudica in 47”91 la Finale del “Grand Prix” ad Atene il 7 settembre ’90, circostanza che lo fa salire sino al secondo del Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, preceduto dall’americano Danny Harris.

Acquisita piena consapevolezza dei propri mezzi, Matete non è più uno sconosciuto quando si appresta ad affrontare il suo “Anno di Gloria” e della definitiva consacrazione, in cui – ad immagine e somiglianza del suo illustre predecessore – resta imbattuto in tutte e 20 le gare disputate, a cominciare dai remunerativi meeting europei che lo vedono imporsi in 47”87 a Monaco il 3 agosto ’91 e quindi, sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo, sfiorare il primato mondiale di Moses in occasione del classico appuntamento milionario del “Weltklasse”, dove trionfa appena quattro giorni dopo in una gara degna (se non di più) di una Finale olimpica, vista la presenza dei primi tre di Seul ’88 (Moses escluso, ovviamente) e del capofila stagionale Danny Harris.

 

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Samuel Matete – da:elatleta.com

 

Ed invece è proprio Matete ad avere la meglio, rinvenendo sul rettilineo d’arrivo nei confronti dei due americani Harris ed Young che avevano condotto d’autorità la gara sino all’uscita dalla seconda curva e, con uno sprint di straordinaria bellezza, riesce a fermare i cronometri in 47”10, togliendo a Dia-Ba (anch’esso della partita …) il primato africano che ancora resiste a tutt’oggi anche come quarta miglior prestazione di sempre.

Con queste premesse, è sin troppo logico che Matete venga inserito nella stretta cerchia dei favoriti ai successivi Mondiali di Tokyo ’91 in programma a fine mese, pur se la pattuglia a “stelle e strisce”, composta da Harris, Young e Derrick Adkins, non è certo da sottovalutare, così come il britannico Akabusi ed il giamaicano Wintrop Graham, che lo avevano preceduto l’anno prima ad Auckland.

Con una tattica di gara diametralmente opposta a quanto fatto vedere tre settimane prima a Zurigo, nella Finale del 27 agosto ’91 Matete prende decisamente la testa sin dall’avvio, presentandosi in netto vantaggio sul rettilineo d’arrivo per poi avere la forza di resistere al tentativo di rimonta di Graham ed andare a conquistare la medaglia d’oro in 47”64 (curiosamente, lo stesso tempo realizzato da Moses in occasione della sua prima vittoria olimpica, a Montreal ’76), precedendo Graham ed Akabusi, con il trio americano inaspettatamente nelle posizioni di rincalzo, ed Young finito ancora una volta quarto in 48”01.

 

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Il trionfo di Matete ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:sporting-heroes.net 

 

Sbalzato, per quanto ovvio, Harris dal primo posto del ranking mondiale di fine anno, Matete è ora atteso alla conferma in sede olimpica ai Giochi di Barcellona ’92 – dai quali resta escluso Adkins a causa della “spietata legge” dei Trials americani – anche se una tendinite ne limita le prestazioni nella prima parte della stagione, mentre, dall’altra parte dell’Oceano, sia Young (vincitore dei Trials in un convincente 47”89) che Graham affilano le armi per rendergli dura la vita.

E la composizione delle due semifinali vede proprio i tre protagonisti (con Young che giunge nel Capoluogo catalano da imbattuto in stagione ed avendo altresì sconfitto in tre occasioni proprio Matete nei meeting europei di luglio) inseriti nella seconda serie, con Graham ad imporsi di misura sull’americano (47”62 a 47”63), mentre l’ora 24enne rappresentante dello Zambia, qualificatosi per la Finale con il terzo tempo, si vede affiggere una controversia squalifica per invasione di corsia dopo aver urtato nell’ultimo ostacolo.

Una disdetta per Matete che, pur probabilmente incapace di competere per una medaglia a causa dei citati problemi fisici, è costretto ad ammirare dalle tribune l’impresa di Young che, nel più classico “Giorno dei Giorni”, corre la “gara perfettache si conclude con un impensabile riscontro cronometrico di 46”78, primo (e sinora unico …) uomo al mondo ad aver infranto la barriera dei 47” netti, con Graham ed Akabusi a ripetere il podio mondiale, pur se a debita distanza.

 

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Il trionfo di Young a Barcellona ’92 con il record di 46″78 – da:gettyimages.fr

 

Ben magra soddisfazione, per il deluso atleta africano, la vittoria in Coppa del Mondo in 48”88 quale rappresentante del proprio continente, che gli consente quanto meno di risultare al terzo del Ranking mondiale di fine anno, dietro ad Young ed a Graham, potendo comunque contare sulle competizioni in programma nel successivo quadriennio (Mondiali, Commonwealth Games ed Olimpiadi) per cercare di prendersi la rivincita, ad iniziare dalla rassegna iridata di Stoccarda ’93.

Con Akabusi ritiratosi dopo Barcellona, Young, Graham e Matete sono gli indiscussi dominatori della specialità, pur vantando l’americano le maggiori credenziali, confermate da una striscia vincente di 25 vittorie consecutive prima di presentarsi in Europa e venire sconfitto una prima volta da Matete il 23 luglio a Londra, quindi da Graham al “Weltklasse” di Zurigo il 4 agosto, dove è terzo dietro anche allo zambiano, ed infine essere nuovamente superato, quattro giorni dopo a Monaco, dal 25enne africano, con Graham stavolta terzo.

E’ comunque impressione comune che il podio mondiale di Stoccarda sia già composto, manca solo da definirne l’ordine, e, come in occasione della Finale olimpica, Young tira fuori il meglio di sé nell’atto conclusivo, riuscendo a correre nel record dei Campionati di 47”18 (che, al pari del primato olimpico e mondiale, tuttora persiste …), con Matete ad assicurarsi l’avvincente volata per l’Argento, colto in 47”60 (sua miglior prestazione stagionale) ai danni di Graham e del francese Stephane Diagana, terzo e quarto in 47”62 e 47”64, rispettivamente, il che gli consente di chiudere la stagione al secondo posto del ranking, ovviamente preceduto da Young.

 

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Young festeggia il titolo iridato di Stoccarda ’93 – da:gettyimages.fr

 

L’appuntamento iridato è rinviato all’edizione di Goteborg ’95, alla quale Matete giunge dopo essersi assicurato, con relativa facilità, la medaglia d’oro con il tempo di 48”67 ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94, nonché il successo nella Coppa del Mondo a Londra ’94, anno in cui, con il ritiro di Young, riconquista la vetta del Ranking mondiale davanti all’americano Derrick Adkins, il quale, ripresosi dalla delusione dei Trials ’92, raccoglie il testimone dal più celebre connazionale nella sfida all’ostacolista africano, incontrandosi in 11 occasioni (6 a 5 per Matete il relativo esito) e stabilendo tra di loro le 15 migliori prestazioni stagionali.

Logico, pertanto, che ai Mondiali svedesi ci si attenda una lotta a due tra Adkins e Matete, previsione rafforzata dal primo posto degli stessi nelle rispettive semifinali, e confermata nell’atto conclusivo – pur con l’inserimento, quale “terzo incomodo”, del francese Diagana – che vede Adkins, sorteggiato in quarta corsia, prendere la testa della gara sin dall’avvio, tallonato da Matete in terza, il quale riesce a ridurre lo svantaggio nel tratto finale ma senza riuscire a colmarlo del tutto, dovendosi arrendere per 0”95 centesimi (47”98 a 48”03), con Diagana ottimo terzo in 48”14, con conseguente cessione all’americano del primo posto nel ranking mondiale di fine anno.

 

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Adkins e Diagana in azione nella Finale di Göteborg ’95 – da:iaaf.org

 

Se negli anni precedenti, Matete era stato protagonista di una sfida a tre con Young e Graham, ora la lotta è limitata al duello con il solo Adkins, con i due che, tra il 1994 ed ’96, hanno modo di incontrarsi in ben 35 occasioni, con una leggerissima prevalenza (18 a 17) a favore dell’americano, il quale però, conferma la sua superiorità nelle “occasioni che contano”, facendo suo l’Oro anche ai Giochi di Atlanta ’96, in una gara fotocopia della Finale iridata di Goteborg, con Matete, sfavorito anche dalla prima corsia avuta in sorte, sempre ad inseguire il rivale, riducendo il distacco in vista del traguardo, ma pur sempre costretto ad alzare bandiera bianca in 47”78 (suo miglior risultato stagionale) rispetto ai 47”54 che valgono l’oro per Adkins, che si conferma altresì ai vertici mondiali per il secondo anno consecutivo.

 

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Il podio di Atlanta ’96, con Matete, Adkins e Calvin Davis – da:gettyimages.it

 

Il declino dei due rivali è più repentino per Adkins, incapace di qualificarsi per la Finale dei Mondiali di Atene ’97, dove Matete, al contrario, si classifica quinto in 48”11 nella gara che vede l’inizio della riscossa europea con il trionfo di Diagana in 47”70, bissato due anni dopo dall’azzurro Fabrizio Mori superando in 47”72 lo stesso francese alla rassegna di Siviglia ’99, mentre l’attività agonistica del valoroso ostacolista africano, dopo la sua terza vittoria in Coppa del Mondo a Johannesburg ’98 in 48”08, si conclude con la sua quarta partecipazione alle Olimpiadi, fallendo di poco la qualificazione alla Finale dei Giochi di Sydney con il terzo posto nella terza serie di Semifinale, corsa in 48”98 a 32 anni.

La caccia al record di Moses non ha avuto successo, ma Matete può sempre vantarsi di essere l’ostacolista africano più medagliato tra Olimpiadi e Mondiali con un Oro e tre Argenti conquistati nel corso di una Carriera durata 14 anni ed in cui, per 8 stagioni consecutive, ha sempre corso la distanza al di sotto dei 48” netti, con un’ultima punta di 47”91 al meeting di Osaka l’8 maggio ’99, a dimostrazione di un talento puro, nonché di una costanza di rendimento, difficilmente riscontrabili …

COLETTE E LILLIAN, LE AMICHE/RIVALI UNITE DA UN TRAGICO DESTINO

 

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Lillian Board e Colette Besson – da:billo.net

 

Articolo di Giovanni Manenti

Il programma olimpico delle gare di Atletica Leggera non fa più, al giorno d’oggi, particolari distinzioni di sesso, essendo state parificate le medesime specialità sia in campo maschile che in quello femminile, dove perdura solo la ridotta distanza sugli ostacoli alti (100m. invece che 110) ed un minor numero di prove multiple, con l’eptathlon rispetto al decathlon, nonché la marcia, limitata ai 20km. a fronte dei 50 disputati dagli uomini.

Tale parificazione è comunque avvenuta progressivamente nel tempo, basti pensare che sino alle Olimpiadi di Roma ’60 vi erano tre sole gare di corsa piana (100, 200 ed 800 metri), oltre agli 80hs. ed alla sola staffetta 4×100, e che il giro di pista – una delle specialità più classiche dell’Atletica – viene introdotto solo quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, e la prima campionessa è la fuoriclasse australiana Betty Cuthbert, unica atleta nella storia della rassegna a cinque cerchi ad aver vinto le prove individuali sui 100, 200 e 400 metri.

In campo europeo, viceversa, i 400 metri vengono inseriti nel programma dei Campionati Continentali sin dall’edizione di Stoccolma ’58, con le sovietiche Mariya Itkina ed Yekaterina Parlyuk ad accaparrarsi Oro ed Argento, con la Itkina capace di confermarsi anche quattro anni dopo, a Belgrado ’62, facendo segnare il tempo di 53”4, deludendo però nell’esordio olimpico, in cui conclude non meglio che quinta, in 54”6, nella ricordata Finale vinta dalla Cuthbert in 52”0, ad un solo 0”1 decimo dal limite mondiale della coreana Shin Geum-dan, sfortunatamente impossibilitata a partecipare ai Giochi per controversie di natura politica.

Quando una nuova specialità si affaccia sul panorama sportivo, i primi anni sono, generalmente, quelli in cui occorre verificare quali atlete intendano prendervi parte e, nel caso specifico, la scelta ricade su coloro provenienti dalla velocità come i 200 metri piuttosto che dalla prova di resistenza sugli 800, ed, in vista dei Giochi di Città del Messico ’68, il movimento europeo inizia ad affilare le armi.

In particolare, la specialità trova proseliti in Francia – Nazione ancora a secco di medaglie d’oro in campo femminile per quanto attiene le gare di corsa, potendo vantare solo i successi della poliedrica Micheline Ostermeyer nel getto del peso e nel lancio del disco a Londra ’48 – dove fiorisce un trio di protagoniste sul giro di pista formato da Monique Noirot, Colette Besson e Nicole Duclos, di cui la prima, la più anziana del trio, essendo nata nel 1941, si mette in evidenza con il Bronzo conquistato in 54”0 agli Europei di Budapest ’66, nella gara vinta dalla cecoslovacca Anna Chmelkova con 52”9.

Un’altra insidia giunge però dall’altra parte della Manica, sotto forma di una “ragazza prodigioche risponde al nome di Lillian Board, nata a Durban, in Sudafrica, il 13 dicembre ’48, e che fa il suo debutto ad alti livelli all’età di 17 anni piazzandosi quinta nella Finale sulle 440yds ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, con l’amarezza però di non essere selezionata per i successivi europei di Belgrado.

 

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Lillian Board – da:gettyimages.it

 

La “Golden Girl” dell’atletica inglese ha comunque modo di rifarsi l’anno seguente, quando si aggiudica la prova sui 400m. in occasione dell’incontro Commonwealth-Usa svoltosi a Los Angeles il 9 luglio ’67 con il tempo di 52”8, cui unisce la vittoria nella Finale di Coppa Europa a Kiev – unica conquistata dalle atlete britanniche – con il tempo di 53”7, precedendo la vicecampionessa europea di Belgrado ’66, l’ungherese Antonia Munkacsi.

Detti risultati fanno della Board, ancorché non ancora 20enne, la favorita sul giro di pista ai Giochi di Città del Messico in programma ad ottobre ’68 nella Capitale nordamericana, mentre sul continente la Federazione francese iscrive alla prova la già ricordata Noirot e la 22enne Colette Besson.

Quest’ultima, nata a Saint-Georges-de-Didonne, in Nuova Aquitania, il 7 aprile 1946, è pressoché semisconosciuta a livello internazionale, avendo al suo attivo, come migliori risultati a fine ’67, 24”7 sui 200 metri e 55”2 sul giro di pista, e si guadagna la selezione olimpica grazie al suo primo titolo sui 400 metri ai Campionati francesi di fine luglio ’68 migliorando di quasi 1” il proprio personale, facendo fermare i cronometri sul 54”3.

 

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Colette Besson – da:alchetron.com

 

Decisa a giocarsi sino in fondo le proprie carte, la Besson trascorre il mese di agosto allenandosi in altitudine a Font-Romeu, sui Pirenei Orientali, città posta ad oltre 2mila metri sul livello del mare, avendo così modo di assuefarsi all’aria rarefatta che troverà nella Capitale messicana, sobbarcandosi anche il sacrificio di dormire in tenda nel campeggio municipale.

Un sacrificio che inizia a dare i propri frutti sin dalle batterie del 14 ottobre, che vedono la Besson aggiudicarsi la prima serie scendendo ancora a 53”1, mentre il giorno dopo, data di disputa delle due semifinali, la francese non si migliora, concludendo la propria gara in 53”6 alle spalle della tedesca Helga Henning (53”3), mentre nella seconda serie la Board scopre le carte facendo registrare il tempo di 52”5 che la conferma come la più seria candidata al titolo olimpico.

Indubbiamente sfavorita dall’assegnazione in sorte della prima corsia, mentre la Besson è in quinta, la Board sembra comunque in grado di far suo l’oro nella Finale del 16 ottobre allorquando raggiunge, all’uscita dell’ultima curva, la cubana Aurelia Penton che si era incaricata di fare l’andatura per i primi 250 metri, pagando però dazio sul rettilineo d’arrivo chiudendo non meglio che quinta, mentre gli spettatori assistono stupefatti all’imperiosa progressione della francese, dalla folta capigliatura corvina spiegata al vento, che, falcata dopo falcata, recupera posizioni e terreno sino ad andare ad appaiare la giovane inglese per superarla sul filo di lana con il tempo di 52”03 rispetto al 52”12 della rivale.

 

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Il vittorioso arrivo della Besson a Città del Messico ’68 – da:billo.net

 

E mentre Colette commuove la Francia intera con le copiose lacrime che calano sul suo grazioso volto in occasione della cerimonia di premiazione, Lillian pensa in cuor suo di far tesoro di questa sconfitta – in larga parte dovuta all’inesperienza legata alla giovane età – già in occasione del prossimo appuntamento, fissato per i Campionati Europei di Atene ’69, dato che ancora, nel programma olimpico, non è prevista la disputa della staffetta 4×400.

 

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Il podio dei 400m. a Città del Messico ’68 – da:billo.net

 

Le lacrime di gioia della Besson fanno posto, ad un anno di distanza, a due cocenti delusioni, pur se due argenti europei non sono proprio da buttare, ma è il modo “che ancor m’offende”, visto che in entrambi i casi viene beffata sul filo dei centesimi, considerando altresì che la Board – capace in carriera di spaziare con ottimi risultati dai 100 metri financo al miglio – si iscrive sugli 800, lasciando alle connazionali Janet Simpson, Rosemary Wright e Jennifer Pawsey il compito di sfidare le francesi.

Già, “le francesi”, perché l’insidia maggiore per la neocampionessa olimpica viene proprio dalla Nicole Duclos, di un anno più giovane di lei, che vive nel ’69 il suo “Anno di Gloria, dapprima facendo suo il titolo nazionale a luglio coprendo la distanza in un eccellente 52”8 – lei, che a fine ’68, vantava un “Personal Best” sul giro di pista di appena 55”9 (!!) – per poi, il mese successivo, migliorarsi ancora sino a fermare i cronometri in un 52”0 che le vale il successo nell’incontro Europa-America, in cui la Besson si classifica terza in 52”7, preceduta anche dall’americana Kathy Hammond con 52”3.

Abituata, comunque, a duellare contro le favorite, la Besson accetta la sfida lanciatale dalla connazionale e le due danno vita ad una delle più memorabili sfide della Storia dei Campionati Europei, catapultandosi assieme sul filo di lana per un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, dando ragione alla Duclos per l’inezia di soli 0”02 centesimi (51”77 a 51”79) tempo che, arrotondato al decimo come ancora si usava all’epoca, viene ufficializzato in 51”7 per entrambe, il che vuol dire Record mondiale, destinato a durare per ben 11 anni.

 

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Colette Besson e Nicole Duclos ad Atene ’69 – da:sport-inside.eu

 

Si potrebbe facilmente pensare che, potendo contare sull’Oro e l’Argento della prova individuale, non dovessero sussistere eccessivi problemi a far propria anche la vittoria nella staffetta 4×400 da parte del quartetto transalpino, tanto più che le due britanniche Simpson e Wright hanno concluso la Finale al penultimo ed ultimo posto ben distaccate, con i rispettivi tempi di 53”8 e 54”6, ma ecco che a rinforzare la formazione di Sua Maestà giunge il “carico da 11” costituito dalla Board, la quale, dal canto suo, si è appena messa al collo la medaglia d’oro sugli 800 metri, battendo nettamente i 2’01”5 il resto della concorrenza.

 

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La Board vince gli 800m. agli Europei – da:go-feet.blogspot.it

 

Altra gara da consegnare agli archivi della Storia dell’Atletica Europea, con una sorta di ping-pong tra i due quartetti, con la Francia che sembra lanciata verso una facile vittoria a metà gara, dopo che la Duclos ha corso la frazione interna in uno straordinario 50”9 che le consente di consegnare il testimone alla Eliane Jacq con un cospicuo vantaggio di quasi 2” (1’44”4 ad 1’46”3) sulle britanniche, distacco che la Simpson riduce a soli 0”2 decimi (frazione di 52”1 rispetto al 53”8 della transalpina), così consentendo alla Board di potersi giocare tutte le sue carte nel “testa a testa” con la Besson in ultima frazione.

 

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Il cambio per l’ultima frazione della 4×400 – da:billo.net

 

Per chi mastica di atletica, non è difficile comprendere come quella della Board sia la posizione ideale, dato che in staffetta entrambi gli atleti corrono alla corda dopo la frazione iniziale, potendo fare la corsa sull’avversaria, e l’inglesina non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di prendersi la rivincita della sconfitta di Città del Messico, rendendo la pariglia alla Besson superandola in prossimità del traguardo (52”4 a 52”6 i relativi parziali) per un crono finale che assegna la vittoria al quartetto britannico per soli 0”03 centesimi (3’30”82 a 3’30”85) che, come in occasione della gara individuale, viene arrotondato in 3’30”8 che vale il record mondiale per entrambe le staffette, con la Besson che coglie il singolare e pèoco individuale primato di stabilire due limiti mondiali senza aver vinto nessuna delle due gare …!!

 

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L’arrivo spalla a spalla di Board e Besson in Staffetta – da:gettyimages.it

 

La giovane età delle protagoniste – 23 anni la Besson, 22 la Duclos ed addirittura 21 la Board – fa presagire ulteriori appassionanti sfide negli anni a venire, a cominciare dai prossimi Campionati europei in programma ad Helsinki ’71 – unica circostanza in cui la rassegna continentale viene disputata a cadenza biennale in anni dispari, poi tornata con appuntamento quadriennale a far tempo da Roma ’74 – se non fosse che un destino maligno ci mette la coda, condannando la giovane Lillian ad un’atroce morte prematura.

Dopo aver, difatti, iniziato la stagione ’70 con due gare sul miglio, in parte per acquisire resistenza per gli 800 metri, ma anche con l’obiettivo di essere la prima atleta britannica a rappresentare il proprio Paese in tutte le gare di corsa piana dai 100 sino ai 1500 metri (che, all’epoca, costituivano la più lunga distanza consentita in campo femminile …), facendo realizzare un eccellente tempo di 4’44”6 (seconda miglior prestazione nel Regno Unito …) il 16 maggio a Roma, giungendo alle spalle della nostra Paola Pigni, ecco che la Board inizia ad accusare sempre più forti dolori di stomaco, con conseguente dimagrimento, concludendo al terzo posto la gara sugli 800 metri ai Campionati inglesi al Crystal Palace, il 20 giugno successivo, per quella che sarà l’ultima corsa della sua carriera.

Ulteriori e più approfondite analisi rivelano la presenza di una forma tumorale in fase terminale che non lascia alla giovane atleta eccessive speranze di vita, nonostante la stessa tenti il ricovero, a novembre, presso la Clinica del Dr. Josef Issels vicino a Monaco di Baviera per sottoporsi ad una cura sperimentale che, purtroppo, non fornisce alcun esito positivo.

Mentre è ricoverata, Lillian riceve la gradita visita di Colette, alla quale consiglia di non smettere di allenarsi duramente, perché tra Europei ’71 e Giochi di Monaco ’72 dovrà vedersela con lei non appena si sarà ripresa, parole alle quali la francese fatica a non commuoversi, lasciandosi andare ad un dirotto pianto non appena uscita dalla camera dell’amica/rivale, date le drammatiche condizioni fisiche in cui l’aveva trovata.

I sogni di gloria di Lillian si spengono definitivamente il giorno dopo Natale, il 26 dicembre ’70, appena 13 giorni dopo il suo 22esimo Compleanno, avendo vicino a lei, ad assisterla sino alla fine, il proprio fidanzato e famoso ostacolista britannico David Hemery, oro sui 400hs a Città del Messico ’68, il quale poi sposerà la sorella gemella di Lillian, Irene.

Una tragedia che sconvolge a livello emotivo anche la stessa Besson, la quale non riesce più a confermarsi ai livelli del biennio 1968-’69, provando anch’essa a cimentarsi, con scarso successo, sugli 800m. (miglior prestazione 2’03”3 ottenuta nel ’71 e ’72), mentre a livello di Manifestazioni, conclude al settimo posto la Finale sui 400 agli Europei di Helsinki ’71, non completando la staffetta 4×400 per irregolarità nei cambi, per poi far suo l’Oro sui 400 in 53”0 ed il Bronzo sugli 800 in 2’07”2 ai Giochi del Mediterraneo di Izmir ’71 (dove coglie anche l’Argento quale componente della Staffetta 4×100 …), e quindi concludere la carriera ai massimi vertici prendendo parte alle Olimpiadi di Monaco ’72 dove viene eliminata nei Quarti di Finale sui 400 metri, sfiorando una seconda medaglia olimpica con la staffetta 4×400, che conclude la propria prova in 3’27”5 ad un passo dal gradino più basso del podio.

Conclusa l’attività agonistica, la Besson si dedica alla carriera di tecnico per diverse Federazioni africane, ed ha la fortuna di assistere di persona al rinnovarsi di una vittoria olimpica francese in sede olimpica sulla sua distanza preferita, colta da Marie-José Perec ai Giochi di Barcellona ’92, prima che anch’essa resti vittima del “male del secolo”, nella fattispecie un cancro ai polmoni, che le viene diagnosticato nel 2003 e che la porta a spengersi a due anni di distanza, il 9 agosto 2005, all’età di 59 anni, potendosi così ricongiungersi all’amica/rivale Lillian, di gran lunga più sfortunata di lei.

E chissà che, nelle sconfinate praterie celesti, dove non vi sono limiti di età, le due non abbiano riproposto quelle sfide che sulla terra un destino avverso non ha consentito potessero realizzarsi …

LONDRA 1948, LA MALEDIZIONE DELLA MARATONA COLPISCE ANCORA

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Il campione olimpico Delfo Cabrera – da elgrafico.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando gli spettatori che gremiscono le tribune dello Stadio di Wembley assistono, il 7 agosto 1948, alle fasi finali della Maratona olimpica, ad alcuni di loro sembra di rivivere il dramma sportivo che – a distanza di 40 anni – aveva visto protagonista l’italiano Dorando Pietri, pur se non sulla stessa pista visto che, all’epoca, l’arrivo era previsto al “White City Stadium”, poi demolito nel 1985.

Ovviamente, non sono in molti a poter vantare il fatto di essere stati testimoni oculari di tale evento, ma l’eco internazionale che gli venne assegnata all’epoca fece sì che di tale conclusione della più estenuante delle gare di atletica leggera se ne parlasse per anni e, complice anche l’annullamento, a causa degli eventi bellici, delle edizioni dei Giochi del 1916, 1940 e 1944, il suo ricordo non sia ancora consegnato all’oblio.

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Il drammatico arrivo di Pietri nel 1908 – da playingpasts.co.uk

Ma cosa accade, in particolare, quel fatidico giorno, da far ritornare alla mente un così similare evento?

Con pochi punti di riferimento quanto a favoriti, dato che le ferite degli eventi bellici sono ancora troppo fresche, la prova ai Giochi di Londra ’48 sfugge ai pronostici, vista anche l’assenza degli specialisti giapponesi, ed il punto di riferimento più oggettivo è dato dai Campionati Europei di Oslo ’46 dove a trionfare sono gli atleti scandinavi – toccati in maniera più marginale dal dramma della guerra – al termine di una gara di assoluto valore tecnico, con i primi sette che la concludono al di sotto oppure al limite delle 2 ore e 30’.

Ad imporsi è il finlandese Mikko Hietanen in 2.24’55”, seguito dal connazionale Vaino Muinonen con 2.26’08”, con il sovietico Yakov Punko a completare il podio essendo sceso anch’egli sotto le 2.27’, concludendo la propria fatica in 2.26’11.

Di tali protagonisti, però, visto il perdurare dell’assenza in sede olimpica degli atleti sovietici – che vi faranno il loro ingresso solo quattro anni più tardi, in occasione dei Giochi di Helsinki ’52 – è presente il solo Hietanen, il quale va a completare il terzetto finnico iscritto alla gara e composto anche da Viljo Heino (primatista mondiale sui 10mila metri) e da Jussi Kurikkala, polivalente atleta che abbina la corsa allo sci di fondo, tanto da aver conquistato la medaglia d’oro sui 18km. ai Mondiali svoltisi a Zakopane, in Polonia, nel febbraio ’39 e che si presenta ai nastri di partenza forte di un personale di 2.34’47”.

A proposito di tempi, è presente ai nastri di partenza anche il detentore della “miglior prestazione mondiale” sulla distanza, vale a dire il coreano Suh Yun-bok, in virtù delle 2.25’39” con cui si era aggiudicato, ad aprile ’47, la prestigiosa Maratona di Boston, ragion per cui viene incluso di diritto nel ristretto novero dei pretendenti al successo, anche se la pattuglia più agguerrita che si presenta nella Capitale britannica proviene da oltre Oceano, Atlantico però.

Sono difatti gli argentini – i quali hanno avuto la fortuna di non essere stati coinvolti dagli eventi bellici – a voler rinverdire i fasti del trionfo olimpico del loro connazionale Juan Carlos Zabala ottenuto ai Giochi di Los Angeles ’32 ed altresì protagonista quattro anni dopo a Berlino ’36, quando conduce la gara in testa sino a 2/3 del percorso per poi incappare in un crollo che lo porta al ritiro, e che iscrivono alla gara un agguerrito terzetto formato da Eusebio Guinez (ritiratosi nella gara dei 10mila metri), Alberto Sensini e Delfo Cabrera, mentre da non trascurare sono altresì le possibilità di medaglia dei sudafricani Johannes Coleman – ancorché avente superato i 38 anni e che si presenta forte del sesto posto conseguito 12 anni prima a Berlino e della medaglia d’oro conquistata ai “British Empire Games” di Sydney ’38 con un più che discreto riscontro di 2.30’15” – e Syd Luyt, il classico atleta “sempre piazzato”.

Insomma, per un popolo come quello inglese da sempre abituato a scommettere, pensiamo che per i bookmakers sia stata una giornata proficua, come accade quando regna l’incertezza nei pronostici ed a volte escono a sorpresa coloro che nel colorito frasario inglese vengono chiamati gli “underdogs”, vale a dire coloro dei quali non ti saresti mai aspettato un’impresa del genere.

Ed è proprio uno di questi, il 26enne belga Etienne Gailly, uno dei protagonisti della nostra storia, il quale aveva svolto il ruolo di paracadutista nella Seconda Guerra Mondiale, partecipando alla liberazione del proprio Paese a fine 1944, restando comunque profondamente turbato dalla devastazione che il conflitto aveva provocato, facendo voto di conquistare una medaglia d’oro olimpica o di ritirarsi nel provarci, viste le sue buone attitudini nella corsa, anche se quella a cui prende parte quel fatidico 7 agosto, è la sua prima esperienza nella Maratona, una circostanza che pagherà a caro prezzo.

Occorre anche ricordare come una delle componenti che incide maggiormente in una prova così massacrante è costituita dalle condizioni climatiche e quel giorno a Londra fa veramente caldo – circostanza che, sulla carta, favorisce i fondisti argentini e sudafricani, più adatti a sopportare tali temperature – una situazione che incide non poco sullo svolgimento della gara.

Fedele al suo giuramento, comunque, il belga si incarica di fare l’andatura staccando il resto dei 41 atleti che avevano lasciato lo Stadio Olimpico, tanto da formare un solco di 41” su di un terzetto composto dallo svedese Ostling e dagli argentini Guinez e Cabrera (anch’esso alla sua prima esperienza sulla distanza …) al rilevamento dei 25km., momento in cui, come i più esperti sanno, la Maratona spesso si decide.

E la gara olimpica non si discosta da tale copione, con ripetuti colpi di scena che vedono dapprima portarsi al comando il coreano Choi Yoon-Chil (mentre, al contrario, il connazionale e primatista mondiale Suh Yun-bok non è mai della partita, concludendo la propria fatica in quasi 3 ore ad un poco onorevole 27esimo posto …), il quale passa al rilevamento dei 35km. con un vantaggio di 28” su Cabrera, seguito da Reilly e Guinez.

Ma Choi ha approfittato troppo delle sue possibilità, consumando anzitempo le proprie energie, circostanza che lo porta ad essere l’ultimo degli undici che non completano la gara (ivi compreso il Campione Europeo Hietanen …), così che, a 5 chilometri dal traguardo, è Cabrera a guidare la gara con 5” di vantaggio su Reilly, mentre alle loro spalle rinviene il 38enne infermiere gallese Tom Richards, altra inaspettata sorpresa di giornata.

Il belga ha un ultimo sussulto di orgoglio, si porta al comando ed a meno di un chilometro dall’entrata nello Stadio ha un vantaggio di circa 50 metri sull’argentino e di 100 sul britannico, facendovi il suo ingresso in prima posizione, ma oramai allo stremo delle forze, e la sua andatura – anche se in termini meno drammatici di quella dell’azzurro Pietri 40 anni prima – non è più quella di un corridore, bensì di una persona che fatica a camminare, barcollando e voltandosi più volte per vedere il comportamento dei propri avversari.

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Reilly al comando – da pinterest.com

Non ci mette molto, l’argentino Cabrera, a superare l’esausto Reilly dopo pochi metri dall’ingresso nello Stadio, all’inizio del giro di pista, i cui 400 metri di lunghezza si rivelano come i più sofferti e drammatici della vita di atleta del giovane belga, al cui morale non giova certo l’incitamento della folla per il beniamino di casa Richards, che lo raggiunge a 250 metri dall’arrivo, una mazzata che pone lo sfinito Reilly nella condizione addirittura di fermarsi, spronato a riprendere la corsa (si fa per dire …) dai giudici presenti all’evento, nonché dal sostegno del pubblico che, comprendendone il dramma che sta vivendo, gli riserva un’autentica ovazione quando riesce quantomeno a salvare la medaglia di bronzo, concludendo la gara semi incosciente, dovendo essere sorretto dal personale di servizio, mentre Cabrera aveva già concluso vittorioso la prova con un tempo di 2.34’51”6 che la dice lunga sulle condizioni climatiche in cui si era disputata la prova, con Richards Argento in 2.35’07”6, mentre Reilly aveva completato il suo giro di pista all’interno dello Stadio impiegando ben 40” in più del vincitore, con le posizioni di rincalzo a testimoniare l’ottimo livello dei fondisti sudamericani, che piazzano nei primi 10 gli altri due loro iscritti, con Guinez quinto alle spalle dell’esperto sudafricano Coleman e Sensini nono, concludendo anch’esso la prova al di sotto delle 2 ore e 40’.

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Cabrera conclude vittorioso la maratona – da elgrafico.com

Le conseguenze della “Maledizione della Maratona di Londra” non finiscono comunque qui per Reilly – il quale non può neppure presenziare alla cerimonia di premiazione essendo stato trasportato in ospedale per recuperare dalla quasi completa disidratazione – in quanto, dopo aver concluso all’ottavo posto la gara alla rassegna continentale di Bruxelles ’50, il belga viene mandato, assieme al fratello Pierre, a combattere la Guerra di Corea come componente della forza delle Nazioni Uniti, nel corso della quale il congiunto perde la vita, mentre Etienne resta seriamente ferito, con ciò ponendo fine alla sua carriera di fondista, per poi spengersi ad inizio novembre ’71, non ancora 50enne.

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Reilly esausto all’arrivo – da seieditrice.com

Per il vincitore Cabrera, del quale ci siamo sinora occupati marginalmente – e che in Patria stringe amicizia con il futuro dittatore Juan Carlos Peron, ricevendo nel ’49 la “Medaglia del Peronismo” sia per i suoi meriti sportivi che per l’attività svolta a sostegno del Partito Giustizialista – gli anni a seguire ne confermano lo status di eccellente fondista, conquistando la medaglia d’oro ai “Pan American Games” svoltisi nel ’51 nel suo Paese, a Buenos Aires precedendo il connazionale Reinaldo Gorno, per poi presentarsi alla partenza della Maratona ai Giochi di Helsinki ’52 per difendere quel titolo che, per addirittura 64 anni (!!!), risulta l’ultimo oro olimpico di un argentino in una prova individuale, prima che analoga impresa venga compiuta nel taekwondo da tal Sebastian Crismanich ai Giochi, ironia della sorte, proprio di Londra 2012.

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Cabrera portato in trionfo – da gettyimages.it

Ma, nonostante Cabrera concluda la corsa in un più che apprezzabile tempo di 2.26’42”4 che gli vale la sesta posizione, mentre il grande deluso di Londra, il coreano Choi Yoon-chil, si piazza al quarto posto in 2.26’36”0, l’edizione finlandese dei Giochi consacra alla Gloria Olimpica immortale la leggendaria “Locomotiva umanaEmil Zatopek, il quale, dopo essersi aggiudicato le gare in pista sui 5 e 10mila metri, completa un tris ad oggi mai più eguagliato, facendo suo anche l’oro della Maratona con il record olimpico di 2.23’03”2, con l’onore argentino salvato da Gorno, ultimo ad arrendersi andando a conquistare uno splendido argento in 2.25’35”0.

E, per concludere, a beneficio di coloro che credono nella superstizioni, anche l’esistenza di Cabrera non è particolarmente lunga, concludendosi tragicamente a 62 anni a seguito di un incidente stradale verificatosi nella città di Alberti, nella provincia di Buenos Aires, il 2 agosto 1981, a cinque giorni dall’anniversario del suo trionfo nella “Maratona maledetta” per antonomasia …

MOSES KIPTANUI E QUEI SALTI “OLTRE LA SIEPE”

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Moses Kiptanui – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nella ultracentenaria storia dell’atletica leggera, non vi è specialità che abbia visto un così assoluto dominio da parte di una singola Nazione come 3000 metri siepi, il cui gradino più alto del podio in sede olimpica è sempre stato appannaggio degli atleti keniani a partire dall’edizione di Città del Messico ’68, fatte salve, per quanto ovvio, le rassegne di Montreal ’76 e Mosca ’80 per il semplice fatto che non vi partecipavano a causa dei rispettivi boicottaggi.

Un dominio che si estende anche in chiave iridata dove, a parte le edizioni inaugurali dei Campionati Mondiali – vittorie del tedesco occidentale Ilg ad Helsinki ’83 e dell’azzurro Panetta a Roma ’87 – il successo è sempre arriso ai rappresentanti degli altipiani, e non traggano in inganno, al riguardo, le vittorie del “qatariotaSaif Saaeed Shaheen a Parigi ’03 ed Helsinki ’05, in quanto egli altri non è che il keniano di nascita Stephen Cherono, Campione Mondiale juniores nel ’99 e medaglia d’oro ai “Commonwealth Games” di Manchester ’02 con il suo Paese di origine, prima di trasmigrare sotto l’Emirato arabo per una alquanto disdicevole questione di denaro.

Ciò nondimeno, all’interno di questa “dittatura” – dove, per i comuni mortali, era già un successo riuscire a conquistare un posto sul podio, visto che, per quanto attiene ai soli Giochi olimpici, sia nel ’92 che nel 2004 lo stesso è stato monopolizzato dagli specialisti keniani, ed in altre cinque occasioni gli stessi si sono messi al collo le medaglie d’oro e d’argento – vi è chi è stato in grado di dare una violenta “accelerazione” alla specialità, traghettandola verso una dimensione di eccellenza assoluta.

Costui altri non è che Moses Kiptanui, nato ad Elegeyo ad inizio ottobre ’70, appartenente alla tribù Marakwet, una corporatura (m.1,75 per 60kg.) assolutamente perfetta per un mezzofondista, dal passo leggero e la falcata armoniosa, nonché dotato di una tecnica non comune nel superamento degli ostacoli, da consentirgli di essere il leader incontrastato della specialità nella prima metà degli anni ’90, anche se …

C’è quasi sempre un se, nelle carriere dei grandi Campioni, ma in questo caso il dubitativo si trasforma in una ulteriore dimostrazione di grandezza da parte del fuoriclasse keniano, come andremo ben presto a scoprire, mentre il suo talento emerge già in occasione dei Mondiali juniores di Plovdiv ’91, dove Kiptanui si impone agevolmente nella prova sui 1500 metri piani con il tempo di 3’38”32, mentre la gara delle siepi è appannaggio del suo connazionale – ed addirittura appena 18enne all’epoca – Matthew Birir, un nome che vi consigliamo di tenere a memoria.

E’ bene che i lettori sappiano che, come negli Stati Uniti si svolgono i famigerati Trials per le selezioni degli atleti che dovranno partecipare ad Olimpiadi e Mondiali, una tale pratica viene usata anche in Kenya per le gare di mezzofondo, stante il numero degli atleti di valore potenzialmente in grado di ben figurare a livello internazionale, pur con meno rigidità nelle scelte, non essendo i relativi esiti inappellabili come oltre Oceano.

Particolare abbondanza vi è soprattutto nel settore delle siepi, dove vi sono non meno di cinque/sei atleti in grado di poter aspirare alla vittoria, e selezionarne tre è un compito per niente facile da parte della Federazione keniana che comunque, decisa a far sua la medaglia d’oro anche ai Campionati Mondiali, iscrive all’Edizione di Tokyo ’91 l’esperto 30enne Julius Kariuki, campione olimpico a Seul ’88 e vincitore dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90 ed il sempre affidabile Patrick Sang, con il giovane Kiptanui a completare il relativo terzetto.

Come loro solito, i tre atleti degli altipiani si incaricano di fare l’andatura, imponendo alla gara un ritmo che tende ad eliminare progressivamente il resto della concorrenza, tattica che si rivela vincente anche in terra giapponese, con Kiptanui a mantenere il comando delle azioni, visto che alla campana dell’ultimo giro il solo algerino Azzedine Brahmi non è riuscito a perdere contatto, con il quartetto che affronta compatto la riviera a metà dell’ultima curva, dove cede a sorpresa il campione olimpico Kariuki e Kiptanui si incarica di allungare sul rettilineo finale per andare a conquistare il titolo iridato nel tempo di 8’12”59 precedendo il connazionale Sang, argento in 8’13”44.

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L’arrivo di Kiptanui ai Mondiali di Tokyo ’91 – da gettyimages.it

L’anno seguente, però, all’atto di comporre la formazione per i Giochi olimpici di Barcellona ’92, Kiptanui deve vedersela con la crescita del 20enne Matthew Birir (ricordate, no …?), mentre, al contrario, sono in ribasso le quotazioni sia di Kariuki che di Peter Koech, argento a Seul ’88 e detentore del record mondiale con 8’05”35 stabilito nel 1989, ma oramai 34enne, e, pertanto, desta non poca sorpresa e relativo scalpore la decisione di estromettere dalla rassegna a cinque cerchi proprio Kiptanui a favore, oltre che di Birir, dell’esperto Sang e, soprattutto, di William Mutwol, il quale non ha alcuna particolare prestazione di rilievo a proprio favore.

Una grande delusione per Kiptanui, ma è proprio in queste occasioni che vengono fuori le stimmate del fuoriclasse, poiché, se è pur vero che alla Federazione keniana ben poco si può imputare, considerando che i suoi tre atleti monopolizzano il podio con Birir oro in 8’08”84, Sang ancora argento e Mutwol bronzo, la risposta fornita dal 22enne della tribù di Marakwet è di quelle che non ammettono repliche, visto che il successivo 16 agosto, a 9 giorni dalla prova olimpica, toglie al marocchino Said Aouita il record mondiale sui 3000 metri piani, fissandolo in 7’28”96 al meeting di Colonia, ed, appena tre giorni dopo, fornisce una straordinaria impresa al “Weltklasse” di Zurigo, sulla celebre pista dello Stadio “Letzigrund”, demolendo il primato mondiale di Koech di oltre 3”, portandolo ad 8’02”08, con ciò consentendogli di confermarsi al primo posto del Ranking mondiale stilato dalla rivista “Track & Field News”, nonostante la mancata partecipazione olimpica, in una classifica che vede i mezzofondisti keniani occupare i primi sei posti.

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Kiptanui festeggia il record mondiale a Zurigo – da gettyimages.it

Chiarite inequivocabilmente quali siano le gerarchie all’interno del Team, Kiptanui è ora pronto a difendere il proprio titolo iridato in vista dei Campionati Mondiali di Stoccarda ’93, dove è accompagnato dal fido Sang e da Birir, altra occasione per dimostrare chi sia il migliore tra i due, opportunità che non si lascia sfuggire, disputando come suo solito una gara di testa, cui il solo Sang è in grado di resistere, cercando anche di scrollarsi di dosso la scomoda etichetta “dell’eterno secondo” quando attacca il campione in carica all’uscita dalla riviera a metà dell’ultima curva, solo per stimolare la reazione di Kiptanui, il cui rettilineo finale è, come di consueto, regale, andando a tagliare il traguardo con il tempo di 8’06”36, record dei Campionati, mentre alle spalle di Sang (al terzo argento consecutivo in tre anni …) si piazza un eccellente Alessandro Lambruschini, con Birir, quarto, mai effettivamente in gara per l’oro, tant’è che, a fine stagione, retrocede nel ranking mondiale dal secondo al nono posto.

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Kiptanui, Sang e Lambruschini ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da sporting-heroes.net

In attesa di potersi giocare la propria carta olimpica ai prossimi Giochi di Atlanta ’96, Kiptanui insegue un altro sogno, vale a dire quello di essere il primo atleta al mondo ad infrangere la “barriera degli 8’ netti” sulle siepi, un limite che sino a 20 anni prima sembrava pura utopia, visto che l’altro keniano Ben Jipcho era a malapena riuscito a scendere sotto gli 8’20”, fissando il primato ad 8’19”8 al meeting di Helsinki, ma spero vi siate resi conto che quando Kiptanui si mette in testa un’idea, difficilmente non riesce a realizzarla, intensificando gli allenamenti, specie sulla resistenza, così da presentarsi tirato a lucido per il suo “1995, Anno di Gloria”, in cui esordisce sul piano dimostrando che la preparazione invernale sta dando i suoi frutti, visto che si permette, in occasione del “Golden Gala” di Roma di inizio giugno ’95, di migliorare il primato mondiale dei 5000 metri, togliendolo con 12’55”30 ad un “certo” Haile Gebrselassie.

E così, dopo essersi messo al collo la terza medaglia d’oro iridata ai Mondiali di Goteborg ’95, vinta con irrisoria facilità in una Finale corsa in testa dal primo all’ultimo metro in una sorta di gara ad eliminazione, di cui a farne maggiormente le spese è lo sventurato Birir, il quale riesce nell’impresa di cadere per due volte nel corso dell’ultimo giro per concludere, demoralizzato, in nona posizione, mentre Kiptanui trionfa migliorando in 8’04”16 il record della manifestazione – non lontano dal suo limite mondiale – l’appuntamento con la storia è fissato appena cinque giorni più tardi, sulla “magica” pista del Letzigrund di Zurigo, in occasione del consueto “Weltklasse”, di gran lunga il meeting più ricco ed ambito dagli atleti.

Di certo, a tutti coloro che hanno la fortuna di assistervi dal vivo, resterà per sempre impressa nella mente l’impresa solitaria di Kiptanui, il quale, sostenuto dal caldo tifo del pubblico che assiepa le gradinate del Letzigrund, stampa un ultimo chilometro in 2’45”35 che gli consente di abbattere il “fatidico muro”, fermando i cronometri sul limite di 7’59”18 e poco importa che, nella stessa serata, Gebrselassie si riappropri del primato sui 5000 metri, portandolo ad un altrettanto fantastico 12’44”39.

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Kiptanui abbatte il muro degli 8’00” – da youtube.com

Classificato per il quinto anno consecutivo – e non poteva essere altrimenti – al primo posto del ranking mondiale, a Kiptanui resta ora solo da conquistare la “Gloria olimpica” per poter completare una fantastica carriera, e stavolta non vi sono dubbi circa il suo inserimento in squadra ai Giochi di Atlanta ’96, dove, a fargli compagnia, sono Joseph Keter, alla sua prima convocazione per una grande manifestazione internazionale, ed ancora una volta Matthew Birir, chiamato a difendere l’oro di quattro anni prima a Barcellona.

In fase di pronostico, tutte le previsioni sono orientate sul tre volte campione e primatista mondiale, ritenendo difficile per uno dei suoi connazionali scalzarlo dal suo ruolo di leader indiscusso della specialità, e la Finale nel capoluogo georgiano si svolge secondo i consueti canoni, con il solo “terzo incomodo” costituito ancora una volta dall’azzurro Lambruschini, il quale, alla campana dell’ultimo giro, è ancora attaccato al treno guidato da Kiptanui con alle spalle Keter, mentre Birir ha iniziato a perdere terreno ed è fuori dal gioco delle medaglie.

Ci si attende l‘oramai classico “finish” dell’adesso 26enne fuoriclasse keniano, ma stavolta la sua andatura è meno fluida ed aggressiva del solito e così, mentre Lambruschini alza bandiera bianca accontentandosi di un comunque eccellente terzo posto, la sorpresa viene da Keter, il quale attacca Kiptanui affiancandolo nel superamento della riviera per poi affrontare in testa il rettilineo di arrivo ed andare a trionfare pur nel non eccezionale tempo di 8’07”12, con Kiptanui che conclude in 8’08”33 a quasi 10” dal proprio limite mondiale, mentre Birir difende a stento la quarta piazza dal ritorno dell’americano Marc Croghan.

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Lambruschini, Keter e Kiptanui ad Atlanta ’96 – da edubilla.com

Un’autentica beffa per il keniano, che sente di avere una “maledizione olimpica” che pende sulla sua testa, preparandosi comunque a vivere la sua ultima stagione ad alto livello e che lo vede, a modo suo, comunque protagonista, chiarendo al mondo intero cosa significhi essere un Campione a 24 carati.

Come sempre, il mese di agosto è quello cruciale per l’atletica leggera, prevedendo nella prima settimana la sesta edizione dei Campionati Mondiali, in programma ad Atene ’97, cui fanno seguito i classici “meeting di consolazione” per coloro che restano delusi nell’assegnazione delle medaglie.

Con Kiptanui a tentare un incredibile poker – impresa che, in tempi recenti, riuscirà al connazionale Ezekiel Kemboi, oro da Berlino ’09 a Pechino ’15 – la Federazione gli affianca, come scudieri, Wilson Boit Kipketer e Bernard Barmasai, rispettivamente di tre e quattro anni più giovani di lui e desiderosi di riceverne il testimone per futuri successi, anche se il Re è ben lungi dal voler abdicare, vendendo cara la pelle in una delle più emozionanti “sfide in famiglia” sulla distanza, con i tre keniani a fare nettamente il vuoto alle loro spalle per presentarsi affiancati all’ultima curva e dare vinta ad un entusiasmante sprint che vede prevalere Boit Kipketer in 8’05”84, appena 0”20 centesimi davanti a Kiptanui che brucia di un soffio Barmasai nella lotta per l’argento, pur venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 8’06”04.

Una così appassionante sfida consente agli organizzatori dei successivi meeting di sfregarsi le mani, pregustando una possibile caduta del record mondiale, ed i primi ad approfittare della circostanza sono i responsabili dell’oramai sin troppo ricordato “Weltklasse” di Zurigo, in calendario il 13 agosto e che passerà alla storia per i “tre record infranti nell’arco di 70 minuti”.

E lo spettacolo che i “magnifici tre” mandano in scena è di quelli che non si scordano facilmente, ripetendo l’identico cliché della Finale mondiale, facendo gara a sé fintanto che Boit Kipketer non allunga decisamente all’attacco della riviera sull’ultima curva, per andare a trionfare in solitudine strappando a Kiptanui il record mondiale di soli 0”10 centesimi, fissando il nuovo limite a 7’59”08 che resta altresì il suo “Personal Best” in carriera.

Uno smacco per l’orgoglio smisurato di Kiptanui il quale, consapevole di essere oramai agli sgoccioli della sua attività agonistica, medita l’immediata rivincita, e l’occasione gli si presenta non più tardi di 11 giorni dopo, in terra tedesca, al meeting di Colonia al quale partecipa assieme a Barmasai.

Intenzionato a riappropriarsi del record, Kiptanui non si risparmia conducendo una gara di testa alla quale il solo connazionale è in grado di resistere, con i due che si presentano al suono della campana al di sotto dei 7’ netti, con ciò facendo presagire un possibile crollo del record, cosa che difatti accade, con Kiptanui a forzare decisamente l’andatura, così favorendo Barmasai, il quale, lungi dal farsi scattare, riesce a superarlo in dirittura d’arrivo per andare entrambi a frantumare il fresco primato di Boit Kipketer, con Barmasai a fermare i cronometri in uno straordinario 7’55”72 e Kiptanui a replicare in 7’56”16, per ambedue migliori prestazioni assolute in carriera e tuttora quarta e sesta nella classifica “All Time”.

Per Kiptanui, che a fine anno riguadagna la prima posizione nel Ranking mondiale e che si ritirerà definitivamente dalle scene due stagioni dopo, davvero uno splendido modo di concludere una eccezionale carriera, “anche se” quell’esclusione dalle Olimpiadi di Barcellona resterà per sempre difficile da digerire.

SON KITEI, UN ORO CON DUE NOMI PER DUE PAESI

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Sohn Kee-Chung/Son Kitei – da spiegel.de

articolo di Giovanni Manenti

Uno dei momenti più toccanti della “Storia delle Olimpiadi” – che spesso riesce a non far trattenere le lacrime anche a campioni già affermati – è senza ombra di dubbio quello della cerimonia di premiazione, quando, oltre alla medaglia d’oro, colui che è posto sul gradino più alto del podio sente risuonare l’inno del proprio Paese mentre la relativa bandiera viene innalzata sul pennone più alto a simboleggiarne la gloria, per quanto sportiva.

Un privilegio che, per le vicende politiche che hanno caratterizzato la Storia dell’umanità, non sempre alcuni atleti hanno potuto ricevere, ed uno dei casi più emblematici è quello che è toccato al coreano Sohn Kee-Chung in occasione delle Olimpiadi di Berlino ’36, ma in questo caso il regime nazista di Hitleriana memoria non ha alcuna responsabilità in merito.

Nato a fine agosto 1912 a Sinuju, capoluogo della provincia del Pyongan settentrionale, posta al confine della Cina ed oggi facente parte della Corea del Nord, Sohn Kee-Chung vede la luce quando il suo Paese fa però parte dell’Impero giapponese, il quale ha occupato la penisola coreana da due anni, mantenendola all’interno dei propri confini sino alla fine del Secondo Conflitto Mondiale, quando viene poi divisa in due zone di influenza sovietica a Nord ed americana a Sud, dando vita a due Stati separati, con sistemi economici, politici e sociali diametralmente opposti.

Ma torniamo al protagonista della nostra storia, il quale nel frattempo ha anche dovuto modificare il proprio cognome in Son Kitei secondo la versione giapponese – un evento simile avviene nel nostro Paese durante il regime fascista che “italianizza” i cognomi austriaci o slavi, famoso al riguardo quello dell’ala sinistra Campione del Mondo nel ’38, Gino Colaussi, il cui vero cognome all’anagrafe era Colausig – e che dimostra sin da ragazzo una notevole predilezione per la corsa cimentandosi all’inizio su prove di mezzofondo quali i 1500 ed i 5000 metri.

Successive partecipazioni a gare su distanze più lunghe – segnatamente ad una corsa sulle 8 miglia disputata ad ottobre ’33 – inducono il poco più che ventenne Son Kitei, che nel frattempo si è diplomato alla Yangjeong High School a Seul, a cimentarsi nelle prove di fondo, con risultati eccellenti, dato che da tale data sino alla vigilia dei Giochi di Berlino, disputa ben 12 maratone, vincendone 9 e senza mai concludere una gara oltre il terzo posto, circostanze che ne fanno uno dei candidati all’oro olimpico, stante altresì il fatto che il 3 novembre ’35 ha anche stabilito la relativa miglior prestazione mondiale con il tempo di 2.26’42”0.

Il terzetto che la federazione giapponese iscrive alla più massacrante delle prove di atletica leggera è composto, oltre che da Son, anche dal giapponese “puro” Tamao Shiwaku e da Nan Shoryu, il quale è nelle identiche condizioni del suo connazionale, essendo coreano di nascita ed il cui vero nome è Nam Sung-Yong, dovendosi anch’egli adattare al volere dell’imperatore del Sol Levante, altresì fiero alleato politico di Hitler nel conflitto mondiale non lontano a venire.

Alla partenza dal faraonico “Olympiastadion” appositamente costruito per l’evento, prendono il via, il 9 agosto 1936, 56 atleti in rappresentanza di 27 paesi, e di questi solo 42 faranno rientro all’interno dello stadio dopo i canonici 42 chilometri e spiccioli, non figurando tra questi il campione in carica, l’argentino Juan Carlos Zabala, vincitore a Los Angeles ’32 con il record olimpico di 2.31’36”0.

Il fondista di Rosario, che era giunto a Berlino alcuni mesi in anticipo per ambientarsi e che era divenuto il beniamino dei tifosi tedeschi – dato altresì che non vi erano atleti di casa in grado di ben figurare – prende, come sua abitudine, la testa della corsa sin dall’avvio, transitando al rilevamento del 15esimo chilometro con un vantaggio di 1’40” sui più vicini inseguitori, margine che si riduce a 50” a metà gara, ma che riesce ancora ad incrementare ad 1’30” al passaggio ai 25 chilometri.

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Son Kitei ed Harper al passaggio di metà gara – da gettyimages.it

Per qualche chilometro, dopo la partenza, Zabala era stato affiancato da Son e dal minatore britannico Ernie Harper, i quali corrono di conserva sullo stesso ritmo e sono i primi a riportarsi sull’argentino quando questi ha un improvviso cedimento tra il 25esimo ed il 28esimo, venendo superato prima da Son e quindi, 10 metri dopo, anche da Harper, per poi ritirarsi all’altezza del 32.esimo chilometro, avendo realizzato di non aver più le forze quanto meno per aspirare ad un piazzamento sul podio.

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L’entrata solitaria nell’Olympiastadion di Son Kitei – da gettyimages.it

Tolto di mezzo uno dei favoriti per l’oro, Son capisce di avere a disposizione la sua grande occasione per laurearsi campione olimpico e non se la lascia sfuggire, incrementando l’andatura così da presentarsi sulla pista dell’Olympiastadion con un vantaggio di oltre 2’ sullo stoico Harper, afflitto da vesciche ai piedi che avevano macchiato di sangue le sue scarpe, concludendo la prova nel nuovo record olimpico di 2.29’19”2, mentre il britannico riesce a salvare l’argento dal recupero nel finale proprio dell’altro coreano naturalizzato giapponese, Nan, che chiude la sua fatica con il tempo di 2.31’42”0.

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Son Kitei taglia il traguardo: da gettyimages.it

Ora, dovete sapere che Sohn Kee-Chung è un nazionalista convinto, il quale ogni volta che è chiamato a dover apporre delle firme usa sempre il suo nome d’origine ed in ogni occasione in cui gli viene rivolta la domanda da quale Paese provenisse, la risposta è sempre la solita, fornendo a supporto del proprio atteggiamento il fatto che la Corea fosse una nazione separata geograficamente dal Giappone e che stesse solo vivendo il ruolo di vittima dell’imperialismo promosso da Hiro Hito.

Si può pertanto facilmente immaginare quale sia lo stato d’animo dei due coreani in occasione della cerimonia di premiazione, dovendo subire l’umiliazione di assistere alla celebrazione della loro vittoria attraverso l’alzata della bandiera giapponese sulle note dell’inno nazionale nipponico, alla quale reagiscono inscenando l’unica silenziosa protesta a loro disposizione – in un certo senso anticipando ciò che, 32 anni dopo, faranno gli americani Smith e Carlos a Città del Messico ’68 – e cioè abbassare il capo al momento del suono dell’inno.

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Nam, Sohn ed Harper sul podio olimpico – dagettyimages.it

E, successivamente intervistato dalla stampa a cerimonia conclusa, Sohn non si lascia sfuggire l’opportunità di comunicare al mondo quanto critica sia la situazione che sta vivendo il proprio paese di origine, pur se la maggior parte dei cronisti appare più interessata all’evento meramente sportivo, cosa che il coreano intuisce lanciando una dichiarazione sibillina ma di non difficile interpretazione, quando afferma che … “il corpo umano può fare molto e, pertanto, sia il cuore che l’anima devono farsene carico …!!”.

Al ritorno in patria, Sohn viene accolto alla stregua di un eroe nazionale, ed un quotidiano, il “Dong-a-Ilbo”, ne pubblica una foto sul podio durante la cerimonia di premiazione, alterandone però l’immagine nascondendo la bandiera giapponese raffigurata sulla tuta dell’atleta, una circostanza che non passa inosservata al Governo coloniale giapponese, il quale arresta otto dipendenti del giornale, impedendone le pubblicazioni per un periodo di nove mesi.

Sarà comunque la vita futura, a consentire a Sohn di prendersi le sue rivincite, dapprima ricevendo l’onore di fungere da portabandiera in occasione delle Olimpiadi di Londra ’48, le prime a cui la Corea partecipa da paese indipendente, e quindi, 40 anni dopo, facendo commuovere un intero popolo quando entra nello Stadio Olimpico di Seul con in mano la torcia destinata ad accendere la fiamma olimpica a suggello dell’organizzazione dei Giochi del 1988 da parte della Capitale sudcoreana.

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Il 76enne Sohn ai Giochi di Seul ’88 – da alchetron.com

Ma, al di là delle dispute politiche, Sohn resta prima di tutto un uomo di sport ed altre rivincite lo attendono, dopo essersi laureato nel 1940 alla “Meiji University” di Tokyo, mettendo la propria esperienza al servizio della Federazione di Atletica Leggera, prendendosi l’incarico di aiutare i giovani fondisti coreani a farsi strada in tale difficile specialità, e con risultati invero eccellenti, se si considera che il suo primo allievo, Suh Yun-Bok, si aggiudica nell’aprile ’47 la maratona di Boston con il tempo di 2.25’39”0, che migliora il limite mondiale del proprio tecnico, e che un secondo, tale Ham Kee-Yong, ripete tre anni dopo l’impresa di affermarsi nella celebre competizione bostoniana.

Resta, per Sohn, ancora un credito da riscuotere, ed è verso la “Rassegna a cinque cerchi”, per il quale, ancorché 80enne, si presenta alla cassa in occasione dei Giochi di Barcellona ’92 quando un altro suo allievo, Hwang Young-cho, si aggiudica la prova in 2.13’23”0 precedendo, ironia della sorte, proprio un fondista giapponese, Koichi Morishita, staccato di 22”, ed avendo la fortuna di poter celebrare, a differenza del suo maestro, la vittoria ascoltando l’inno coreano e vedendone la bandiera issata sul più alto pennone dello Stadio Olimpico catalano, nel corso della cerimonia di premiazione.

Finalmente, Sohn può addormentarsi in pace, cosa che accade a novembre 2002 a 90 anni compiuti, con la serenità di colui cui la vita ha restituito ciò che gli era stato ingiustamente tolto, e poi, non + forse un vecchio proverbio asiatico a recitare … “la vendetta è un piatto che si mangia freddo …”, o no …??

 

LA PRIMA “GENERAZIONE DI FENOMENI” DELL’ATLETICA GIAMAICANA

 

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I “Fantastici Quattro” giamaicani – da twitter.com

articolo di Giovanni Manenti

Parli di Giamaica ed – a parte le associazioni con il rum e la musica reggae – ciò che ti viene alla mente in campo sportivo sono i velocisti della “Bolt Generation”, in grado di stabilire un’egemonia che non ha riscontro nella Storia dell’Atletica leggera, essendo stati capaci, in campo maschile, con il loro leader Usain Bolt ed il suo degno contorno, di conquistare le medaglie d’oro sui 100, 200 metri e staffetta 4×100 sia nelle ultime tre Edizioni dei Giochi Olimpici (Pechino ’08, Londra ’12 e Rio de Janeiro ’16) che nelle quattro più recenti rassegne iridate (da Berlino ’09 sino a Pechino ’15).

E non è che, tra le femmine, le cose siano cambiate di molto – con quattro vittorie sui 100 metri nelle ultime cinque edizioni dei mondiali e venendo sconfitte in staffetta dalle americane solo a Daegu ’11 rispetto alle quattro più recenti rassegne iridate, mentre a livello olimpico la premiazione dei 100 metri ha visto suonare consecutivamente l’inno caraibico da Pechino ’08 a Rio ’16 e sui 200 metri la sola Allyson Felix è riuscita ad interrompere, a Londra ’12, una striscia vincente aperta da Veronica Campbell ad Atene ’04 e poi proseguita dalla Thompson a Rio ’16 – a dimostrazione di come per la Giamaica la velocità sia la specialità nazionale, basti pensare che delle 78 medaglie olimpiche conquistate, solo una – il bronzo messo al collo dal ciclista David Weller sul chilometro da fermo ai Giochi di Mosca ’80 – proviene da uno sport che non sia l’Atletica.

E se, però, per andare alle origini di tale supremazia, molti si ricordano delle imprese della Merlene Ottey, capace di competere in cinque edizioni consecutive dei Giochi, da Los Angeles ’84 sino a Sydney 2000, oppure, nel settore maschile, dei velocisti Lennox Miller – argento a Città del Messico ’68 e bronzo a Monaco ’72 sui 100 metri – ed, ancor più, Donald Quarrie – Oro sui 200 ed argento sui 100 a Montreal ’76, ancora bronzo sui 200 a Mosca ’80 ed argento con la staffetta 4×100 a Los Angeles ’84 – crediamo che ben pochi sappiano che la Giamaica è stata in grado di presentare, nelle prime due edizioni dei Giochi del Secondo Dopoguerra, una altrettanto competitiva formazione, in grado di spaziare dalla velocità pura sino al mezzofondo veloce.

Difatti, quando la bandiera a cinque cerchi – simbolo dell’unione e della fratellanza tra i popoli – può finalmente tornare a sventolare sullo Stadio di Wembley, dopo la cancellazione dei Giochi di Tokyo ’40 e la mancata assegnazione dell’edizione del ’44, in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra ’48, tale evento coincide altresì con la prima partecipazione assoluta di una rappresentanza dell’isola facente parte dell’arcipelago delle Grandi Antille, costituita da soli 13 atleti, di cui 10 iscritti a gare di Atletica Leggera, con l’aggiunta di due sollevatori di peso ed un pugile.

E, tra questa decina, vi è un quartetto destinato a scrivere una delle più belle pagine del grande “Romanzo delle Olimpiadi”, formato da Herbert McKenley (n. 10 luglio 1922), Arthur Wint (n. 25 maggio 1920), George Rhoden (n. 13 dicembre 1926) e Leslie Laing (n. 19 febbraio 1926), tale da costituire, pur con diverse basi di partenza, una delle più forti staffette del miglio mai viste all’opera.

Di questi, McKenley è il più veloce, potendo spaziare con estrema naturalezza dai 100 ai 400 metri, mentre Laing – il più debole, od il meno forte, fate voi, del lotto – è più specialista dei 200, con Rhoden che si dedica esclusivamente al giro di pista, mentre Wint, già all’epoca, si cimentava in quello che sarebbe poi stato portato a compimento da “El Caballo” Alberto Juantorena a Montreal ’76, vale a dire ottenere l’accoppiata sui 400 ed 800 metri, tentativo, questo, che il giamaicano condivide con l’americano Malvin Whitfield, con il quale dà vita ad epiche sfide.

Come quasi sempre accade in questi casi, la presenza di questi atleti longilinei e ben strutturati – McKenley misura m.1,85 per 72kg., mentre Wint ha un personale di 194cm. per 77kg. – provenienti da una zona di cui ancora molti ignorano persino l’esistenza, viene vista con una sorta di scetticismo (come, del resto, avviene anni dopo con i mezzofondisti dell’Africa nera), sensazione che poi si trasforma in legittima apprensione non appena mettono in mostra le loro potenzialità.

L’approccio alle gare è comunque soft, in quanto i due iscritti sulla prova più veloce dei 100 metri – Laing e Basil McKenzie – non riescono a superare neppure lo scoglio delle batterie (ed i sorrisini si sprecano …), mentre sicuramente un miglior impatto l’ha la prova di McKenley e Laing sulla doppia distanza, visto che entrambi ottengono la qualificazione per la Finale in programma il 3 agosto, con il primo dei due ad essersi aggiudicato tutte e tre le serie disputate (21”3 al primo turno, replicato al secondo, e 21”4 nella semifinale in cui precede gli americani Melvin Patton e Barney Ewell).

All’atto conclusivo, però, le parti si invertono, e sono Patton ed Ewell a prevalere, rispettivamente oro ed argento pur venendo accreditati del medesimo tempo di 21”1, mentre McKenley si vede sfuggire anche il gradino più basso del podio, preceduto dal panamense Lloyd LaBeach, già bronzo anche sui 100, mentre Laing conclude, staccato, al sesto ed ultimo posto.

Una delusione, che McKenley spera di riscattare sul giro di pista, prova a cui si presenta in veste di primatista mondiale con il tempo di 45”9 fatto registrare ad un mese dall’apertura dei Giochi, forte anche del fatto che i suoi più attesi rivali, il connazionale Wint ed il già ricordato americano Whitfield, hanno nelle gambe la fatica derivante dall’essersi affrontati sugli 800 metri, la cui Finale si risolve abbastanza nettamente a favore di quest’ultimo con il tempo di 1’49”2 rispetto all’1’49”5 del caraibico.

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Whitfield precede Wint nella finale degli 800 metri – da gettyimages.it

Due giorni dopo, il 4 agosto, sono in programma batterie e quarti di finale dei 400 metri e le previsioni della vigilia vengono pienamente rispettate, con i tre favoriti che si aggiudicano le rispettive serie dei quarti, pur se è Wint a destare la migliore impressione, correndo in 47”7 rispetto al 48”0 con cui entrambi i suoi avversari fanno fermare il cronometro, mentre anche Rhoden si qualifica per le semifinali.

Con una formula ad oggi superata, il pomeriggio del 5 agosto si disputano le due semifinali alle ore 15,00 e la finale meno di due ore dopo, con Wint che fornisce un’ulteriore dimostrazione di forza aggiudicandosi la prima in un eccellente 46”3 davanti all’australiano Curotta ed ad un Whitfield che sembra pagare la stanchezza, lasciando fuori dalla Finale uno sfortunato Rhoden, il cui 47”7 gli sarebbe valso il secondo posto qualora avesse preso il via nella seconda serie, appannaggio di McKenley con il tempo di 47”3 davanti agli altri due componenti il terzetto “a stelle e strisce”.

In una Finale tutta di madre lingua inglese, con tre americani, i due giamaicani ed il citato australiano, la sfida si risolve in una lotta in famiglia tra i due rappresentanti dell’isola del reggae, ma con Wint a prevalere eguagliando in 46”2 il record olimpico stabilito dall’americano Bill Carr a Los Angeles ’32, mentre McKenley, presentatosi all’uscita dell’ultima curva con circa tre metri di vantaggio, paga dazio nel finale, facendosi superare dall’amico/rivale a 20 metri dal filo di lana, per doversi così accontentare dell’argento in 46”4 ed il tenace Whitfield va a completare il podio in 46”9.

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L’oro di Wint su McKenley sui 400 metri di Londra ’48 – da gettyimages.it

Il frastornato McKenley ha comunque un’ultima occasione per mettersi l’oro al collo, vale a dire la prova conclusiva del programma, la staffetta 4×400 metri, in cui il quartetto giamaicano – potendo contare sull’oro e l’argento della prova individuale e due più che validi rincalzi quali Rhoden e Laing – parte con i favori dei pronostici, pur se in batteria sono gli americani a registrare il miglior tempo di 3’12”6, particolare peraltro di poco conto, visto che nella serie vinta dai caraibici la Francia, seconda arrivata, giunge con un distacco di ben 3”.

Con Wint schierato in terza frazione e McKenley in quarta (a sfidare l’americano Whitfield), i due quartetti favoriti prendono decisamente la testa sin dall’avvio, ma mentre il pubblico presente si appresta a seguire, trepidante, come andrà a concludersi la sfida ecco che, proprio sul più bello avviene ciò che non ti aspetti, sotto forma di un infortunio muscolare che esclude dai giochi un provato Wint – peraltro alla sua nona gara in altrettanti giorni tra 400 ed 800 metri – con ciò lasciando un incredulo ed esterrefatto McKenley ad assistere, sconfortato, al facile trionfo del quartetto Usa con quasi 4”5 di vantaggio sulla Francia.

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Un deluso McKenley per l’esito della staffetta: da pinterest.com

Una amarezza indicibile per McKenley – il quale sta iniziando a pensare che sulla sua testa penda una qual sorta di maledizione olimpica – cui non giunge certo a mitigarla la notizia che, il 22 agosto 1950, ad Eskilstuna, in Svezia, il connazionale Rhoden migliori il suo primato sui 400 metri portandolo a 45”8, meditando comunque il riscatto in vista dei Giochi di Helsinki ’52, facendo le prove iscrivendosi a tutte e tre le gare di velocità sia ai “Central American and Caribbean Games”, svoltisi a Città del Guatemala ’50, dove si aggiudica l’oro sia sui 200 (20”9) che sui 400 metri (47”8 davanti proprio a Rhoden, 48”3) e si piazza secondo sui 100 in 10”4 (ma davanti a LaBeach che lo aveva privato del bronzo a Londra), che ai successivi “Pan American Games” di Buenos Ayres ’51, in cui peraltro deve accontentarsi di altrettante medaglie di bronzo su tutte e tre le distanze, in una rassegna che vede brillare il cubano Rafael Fortun – oro sui 100 e 200 metri – ed il sempre valido Whitfield, il quale si aggiudica 400 ed 800 metri, con ciò confermando la propria candidatura al podio in vista delle Olimpiadi dell’anno seguente.

Appuntamento olimpico finlandese al quale la rappresentanza giamaicana è ridotta a sole 8 unità, confermando però i “Fantastici Quattro” che vanno alla ricerca della rivincita nella staffetta del miglio, mentre Arthur Wint, prima medaglia d’oro olimpica del suo Paese, ha il giusto riconoscimento di fungere da portabandiera nella cerimonia di apertura dei Giochi.

Con una ripartizione dei compiti in parte anomala – ma dettata in massima parte dalla presenza del primatista mondiale Andrew Stanfield sui 200 metri e dall’assenza, per infortunio, del grande favorito sulla più corta distanza, l’americano Jim Golliday – McKenley viene iscritto sulle distanze dei 100 e 400 metri piani, mentre Laing prende il via sui 200 ed il primatista Rhoden conferma la propria presenza solo sul giro di pista, con il più anziano della compagnia Wint, ad onta delle sue 32 primavere, a tentare nuovamente la “doppietta” 400/800 metri, con ciò rinnovando la sfida a Whitfield su entrambe le distanze.

Come di prammatica, le ostilità sono aperte dalla prova più veloce sui 100 metri e le quotazioni di McKenley subiscono un ulteriore rialzo per l’eliminazione nella prima semifinale, menomato da un infortunio, del vincitore dei Trials americani, Art Bragg, mentre il giamaicano fa sua la seconda serie in 10”4 precedendo l’altro americano Lindy Remigino.

Le due ore che separano McKenley dalla Finale del 21 luglio ’52 devono essere forse le peggiori da lui vissute, trascorse a ripassare mentalmente la fase di uscita dai blocchi ed ogni singolo appoggio per far sì che la “maledizione olimpica” finalmente lo abbandoni, e quando i sei finalisti prendono il via allo sparo dello starter, danno vita al più serrato ed indecifrabile arrivo nella Storia dei Giochi sino ad allora disputati, venendo tutti racchiusi nello spazio di un solo 0”1 decimo – i primi quattro accreditati di 10”4 e gli ultimi due di 10”5 – tant’è che occorre un accurato esame del fotofinish per assegnare la vittoria all’americano Remigino, con McKenley ancora una volta costretto a far buon viso a cattiva sorte per una differenza che il cronometraggio elettronico e non ufficiale quantifica in un 0”01 centesimo di secondo (10”79 a 10”80 …!!).

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Il serrato arrivo dei 100 metri – da pinterest.com

 

Non solo McKenley vede comunque i sorci verdi, in quanto una situazione simile si presenta anche al connazionale Wint il quale, pur riducendo il distacco rispetto a quattro anni prima, viene nuovamente battuto da Whitfield sugli 800 metri (1’49”2 ad 1’49”4) nella Finale del 22 luglio, mentre il giorno dopo Laing conclude non meglio che quinto la prova sui 200 metri che vede, come previsto, l’affermazione di Stanfield con il tempo di 20”7 in un podio interamente monopolizzato dagli atleti “a stelle e strisce”.

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L’arrivo vittorioso di Whitfield su Wint ad Helsinki ’52 – da urheilumuseo.fi

Ancora a secco di medaglie, la rappresentativa giamaicana può però ora concentrarsi sulle due prove che la vedono ampiamente favorita, vale a dire la gara individuale dei 400 metri e la conseguente staffetta 4×400, in cui ripropongono lo stesso identico quartetto beffato a Londra dall’infortunio di Wint, mentre sul giro di pista il trio composto da Rhoden, Wint e McKenley fornisce ampie garanzie al riguardo.

Già nel corso della prima giornata di gara, le posizioni si delineano, con i tre caraibici ad aggiudicarsi le rispettive serie dei quarti di finale (con Wint l’unico a scendere sotto i 47” netti), mentre la quarta è appannaggio di Whitfield, americano che si qualifica a fatica per la finale in apertura del programma pomeridiano del 25 luglio, giungendo terzo nella prima semifinale vinta da Wint in un eloquente 46”38, mentre McKenley precede Rhoden (46”53 a 46”61) nella seconda, facendo intuire che chi vorrà candidarsi per il podio dovrà fare i conti con il citato “trio delle meraviglie”.

Due ore dopo, i sei finalisti si ritrovano alla partenza dell’atto conclusivo, con Rhoden posizionato nella corsia esterna, ideale punto di riferimento per McKenley, viceversa in quarta corsia, con Wint in seconda, ed in avvio (contrariamente a quanto avvenuto quattro anni prima a Londra) è quest’ultimo a cercare la carta sorpresa producendosi in una progressione bruciante che lo porta a coprire i primi 200 metri in 21”7 per poi spegnersi progressivamente in curva, mentre Rhoden, senza punti di riferimento, fa la sua gara presentandosi sul rettilineo d’arrivo con quattro metri di vantaggio che il disperato recupero di McKenley nel finale non riesce a colmare, dovendo per l’ennesima volta accontentarsi della seconda piazza, pur venendo accreditato del medesimo tempo di 45”9 del vincitore – prima volta che in una Finale olimpica si scende sotto il muro dei 46” netti, ancorché i rilievi elettronici sanciscano una differenza di 0”11 centesimi (46”09 a 46”20) tra i due – con gli esausti Wint e Whitfield, provati dalle numerose gare disputate, che finiscono agli ultimi due posti.

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Da sin. McKenley, Rhoden e Matson, podio dei 400 – da nfl.com

Ora, ritenere che sul capo di McKenley gravi una vera e propria “Maledizione olimpica” per quanto attiene alla conquista di una medaglia d’oro, deve essere il pensiero anche degli altri componenti la Staffetta 4×400, visto che, prima dell’inizio della Finale con cui il 27 luglio si conclude il programma olimpico, i quattro prescelti si stringono in cerchio recitando una preghiera propiziatoria.

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Il quartetto giamaicano in raccoglimento prima della finale – da youtube.com

E’ indubbio che la sfida è con il quartetto americano – anche se in batteria il miglior tempo è stato fatto registrare dalla Germania con 3’10”5 – e la formazione giamaicana modifica l’ordine dei frazionisti, ponendo Wint in prima, seguito da Laing, per poi toccare a McKenley lanciare Rhoden, mentre gli Stati Uniti schierano il bronzo della gara individuale, Ollie Matson in prima frazione, seguito da Gerard Cole, l’oro sui 400hs Charles Moore ed il “solito” Whitfield a chiudere.

Dopo che Wint dà il cambio a Laing con un minimo margine di vantaggio, la seconda frazione dell’anello debole del quartetto caraibico è disastrosa, consentendo a Cole (primo degli esclusi dalla gara individuale) di cambiare con un distacco di oltre 10 metri che appare impossibile da colmare, ma ecco che si verifica una sorta di “miracolo sportivo”, in quanto McKenley – consapevole che, alla sua quinta Finale in due edizioni dei Giochi, oltre quella non ultimata della staffetta di Londra, ha a disposizione la sua ultima chance per conquistare un oro olimpico – rimonta metro su metro al suo avversario, completando la frazione in un sensazionale riscontro di 44”6 (!!) che gli consente di lanciare Rhoden con un modesto, ma importante vantaggio, che il vincitore della prova individuale conserva dall’attacco di Whitfield, aggiungendo all’oro anche uno straordinario record mondiale di 3’03”9 (3’04”04 elettronico) che rende onore anche alla prova del quartetto americano che, correndo in 3’04”0 (3’04”21), frantuma anch’esso il precedente limite di 3’08”2 risalente alle Olimpiadi di Los Angeles ’32.

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McKenley, Wint, Laing e Rhoden festeggiano la vittoria – da tumblr.com

E se, pertanto, i nomi sulla bocca di tutti sono oggi quelli di Bolt, Blake, Carter e Powell, è bene ricordarsi che già 40 anni esatti prima, la Giamaica era stata in grado di produrre una autentica “Generazione di Fenomeni” ….

QUANDO GLI DEI SI ADIRARONO CON AOUITA E REGALARONO L’ORO OLIMPICO A ERENG

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La vittoria di Paul Ereng negli 800 metri a Seul 1988 – da iaaf.org

articolo di Massimo Bencivenga

Le Olimpiadi di Seul 1988 verranno ricordate per una serie di eventi, non tutti piacevoli. Furono i Giochi di Ben Johnson e Florence Griffith-Joyner, le Olimpiadi del fallito tentativo di Matt Biondi di eguagliare Mark Spitz (si ritrovò invece dietro anche a un quasi carneade del Suriname, Nesty) di Kristin Otto, le Olimpiadi di Greg Louganis nei tuffi (rischiò anche la vita battendo la testa) e del ginnasta Vladimir Artemov. Le olimpiadi dello scippo a Jones nel pugilato. E le Olimpiadi degli Abbagnale e di “Pollicino” Maenza.

L’atletica leggera è però, per antonomasia, la regina delle Olimpiadi. E allora? E allora successe che le attenzioni erano catalizzate sull’oro, ad alto contenuto di probabilità, di Sergey Bubka nell’asta, nel tentativo di Carl Lewis di eguagliare Owens e se stesso con altri 4 ori, e nell’attesa di vedere l’oro al collo di Said Aouita negli 800 m. I tre, con Bubka a inseguire l’oro ancora mancante, anche per via dell’embargo di Los Angeles, rappresentavano le star dell’atletica del secondo lustro degli ’80. Certo, c’era ancora Edwin Moses nei 400 hs, uno che perdeva, letteralmente e temporalmente, ogni dieci anni, ma la sua stella era già in discesa.

No, i big erano Bubka, Lewis e Aouita. Hybris, probabilmente.

Nel caso di Said Aouita si potrebbe anche parlare di invidia degli Dèi.

Con la fantastica eccezione di Abebe Bikila, e di qualche altra meteora, l’Africa in quegli anni non la faceva ancora da padrona dal mezzofondo alla maratona. I Morceli, gli El Guerrouj, i Kiptanui, i Kipketer, i Gebrselassie erano ancora di là a venire. Ma tra Bikila e Bekele c’è stato lui: Said Aouita, dal Marocco, ambasciatore del Continente nella regina degli sport.

Nel 1988, Said Aouita, già detentore dei record sui 1500m e sui 5000m (primo uomo a scendere sotto il muro del minuto), ottimo interprete anche delle distanze non olimpiche del miglio e dei 3000m, già campione olimpico e mondiale dei 5000, decise di dedicarsi e spendere molte energie nel preparare l’assalto all’alloro olimpico negli 800m.

Invero, una distanza che aveva corso in gioventù, in massima parte ai giochi e nelle competizioni africane, dove si cimentava anche nel cross e nei 3000 siepi, ma che non sembrava congegnale al marocchino, che faceva della brillantezza allo sprint, dopo uno sforzo più o meno prolungato, la sua arma migliore.

Per dirla in soldoni: gara troppo veloce per lui. Ma non ne volle sapere. Hybris, ricordate?

E per tutta la stagione pre-olimpica Said Auoita smentì i critici mettendo in fila, uno dopo l’altro, gli specialisti della distanza. Non perse mai, in nessun meeting, riuscendo anche a scendere sotto il muro dell’ 1’44”. I kenioti non riuscivano a staccarlo né a tenerlo negli ultimi 100m, laddove il marocchino si produceva in sprint entusiasmanti.

Confesso di essermi emozionato in alcune di quelle rimonte. Già, i kenioti, dicevo. L’anno prima, a Roma, nella città eterna che aveva tenuto a battesimo Abebe Bikila, avevano fatto vedere cosa sapevano fare. Con quelle partenze lancia in resta, come se non ci fosse un domani, a fare il vuoto. Formidabili sulle lunghe distanze, ma non velocissimi. E per molto tempo anche incostanti; ne abbiamo visti di kenioti assurgere alla vetta e poi scomparire. Billy Konchellah, che a Roma aveva vinto gli 800m, rappresenta un preclaro esempio di discontinuità. A Seuol 1988 non c’era, ma rivinse i mondiali di Tokyo nel 1991.

C’era però a Seul 1988 Joachim Cruz, alto, dinoccolato e campione olimpico a Los Angeles davanti a sir Sebastian Coe, che in Corea non c’era, così come non fu presente Steve Ovett, olimpionico della distanza a Mosca 1980. C’era però l’altro Steve: Steve Cram, che qualche anno prima aveva dato vita, vincendo davanti ad Aouita, a un 5000 da leggenda.

Cram non riuscì a entrare in finale; finale che il nostro Donato Sabia riuscì invece e meritatamente a conquistare. Said Aouita conquistò naturalmente la finale, ma complice un problema a una gamba, non sembrava il califfo di qualche mese prima. Di fatto, nei pronostici lo indicavano dietro Cruz.

Orfani di Konchellah, i kenioti in finale erano Kiprotich e Ereng. Paul Ereng aveva le gambe lunghe, il bacino alto dei mezzofondisti del corno d’Africa, ma veniva dalla velocità, dai 400m, dal giro della morte. E come Aouita aveva iniziato a correre nel 1988, a poco più di 20 anni, il doppio giro di pista.

Joachim Cruz poteva contare su uno scudiero di razza e di vaglia nel connazionale Barbosa.

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Aouita prima della partenza della finale – da gettyimages.it

Non sappiamo, forse non sapremo mai se ci fu un accordo per tagliare fuori il magrebino. Fatto sta che, allo start, Kiprotich e Barbosa partirono come se ne dovessero fare solo 400 e non il doppio di metri.

Il primo passaggio, a 49”54 era da record del mondo. Subito dietro, Cruz. Sesto al primo giro Aouita, che non correva fluido, con la gamba destra che sembrava non essere in sincrono con l’altra. Ereng ciondolava dietro il marocchino, evidentemente scelto come punto di riferimento. Said si produsse in una lunga rincorsa tra i 500m e i 700. Intanto davanti ai 600m crollò Barbosa, e più avanti, ai 700, finì la benzina Kiprotich. Davanti all’ingresso dei 100 si presentò l’alta figura di Cruz.

In curva Aouita produsse una smorfia, il ghigno di chi sa che non ce la farà e che le divinità dello sport, per quel giorno, hanno disposto altrimenti. Cruz sembrava irraggiungibile, ma da dietro cominciarono a vorticare le leve di Paul Ereng. Ne aveva più di Auoita, il keniota, più di Elliot. Più di Cruz, superato in tromba a 50 metri dal bis olimpico che lo avrebbe proiettato tra i grandissimi.

Paul Ereng, a sorpresa, vinse gli 800m a Seuol 1988 in 1’43”55. Aveva scelto la lepre giusta: Said Aouita, che nonostante tutto corse solo due decimi in più del suo personale. Il tempo di Ereng era fuori dalla sua portata, ma il suo personale di 1’43”86 gli avrebbe dato l’argento. Settimo il nostro Donato Sabia, che non finì male, nel senso che arrivò più fresco e reattivo di altri, ma il ritmo impostato sin dall’inizio forse non gli fu troppo congegnale.

Fu una meteora Paul Ereng? Sì e no. Sì perché avrebbe potuto dare di più, anche se vinse due mondiali 800m indoor. E no, perché, come detto, in quegli anni, c’era un certo ricambio, per vari motivi, anche legati alle etnie, in Kenia.

Hybris, ho detto più volte. Forse davvero pretese troppo dalle divinità dell’atletica Said, ma forse l’arroganza non era neanche tanta. Non per l’unico uomo a tutt’oggi capace di correre gli 800m sotto gli 1’44”, i 1500m sotto i 3’30”, i 3000m sotto i 7’30”, i 5000m sotto i 13’00” e i 10000m sotto i 27’30”.

MICHEL JAZY ED IL DECENNIO D’ORO DEL MEZZOFONDO FRANCESE

 

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Michel Jazy – da gettyimages.co.nz

articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena mondiale del mezzofondo irrompessero di prepotenza gli atleti africani – più portati alle gare veloci (800 e 1500 metri) i maghrebini ed alle più lunghe distanze (5.000, 10.000 e 3.000 siepi) i provenienti dagli altipiani – gli anni ’60 sono stati caratterizzati dal predominio dei rappresentanti dell’Oceania – Australia e Nuova Zelanda – che, con Peter Snell ed Herbert Elliott hanno rinverdito i fasti dell’alloro olimpico colto da Jack Lovelock sui 1.500 metri ai Giochi di Berlino ’36.

La vecchia Europa – il cui ultimo successo olimpico sugli 800 metri risale alle Olimpiadi di Los Angeles ’32 quando ad imporsi è il britannico Tommy Hampson – fatica a tenere il passo del resto del mondo, sia a livello di medaglie che di record stabiliti, ed in questo contesto si inserisce a pieno titolo il mezzofondista francese Michel Jazy, il quale per un decennio cerca di interrompere l’egemonia australe cimentandosi sia sul mezzofondo veloce che in quello prolungato.

Jazy nasce il 13 giugno 1936 ad Oignies da genitori polacchi in quanto il nonno vi si era trasferito alla fine della Prima Guerra Mondiale per lavorare in miniera, attività svolta anche dal padre di Michel, mentre la madre trova lavoro in una fabbrica di birra, tant’è che l’educazione del ragazzo è affidata alla nonna paterna, che usa metodi di correzione piuttosto severi nei confronti del nipote.

Sin da piccolo, Jazy dimostra una grande dimestichezza con la corsa, che pratica a piedi nudi, il che ne cementa le doti di resistenza, ma la sua grande passione – nonostante all’epoca in Francia non godesse di particolare notorietà – è il calcio, i cui suoi miti da ragazzo sono i giocatori professionisti del Lille piuttosto che del Lens, città a lui vicine.

Il destino mette a dura prova il giovane Michel con la scomparsa del padre all’età di 12 anni a causa della silicosi, cosa che lo fa desistere da seguirne le orme come lavoro in miniera e gli permette di cambiare radicalmente vita da quando gli è consentito di ricongiungersi alla madre, che nel frattempo si era trasferita a Parigi ed aveva contratto un nuovo matrimonio.

Una volta giunto nella capitale, Jazy si trova spaesato ed emarginato anche a causa del suo accento del Nord per il quale viene deriso dai suoi coetanei, non trovando di meglio che sfogare il proprio magone nel continuare a dare calci ad un pallone, ma anche a correre, attività che occupano il tempo libero avendo nel frattempo trovato un impiego presso una stamperia.

La svolta avviene quando un suo amico, tal Gerard Marzin, lo invita ad iscriversi ad una gara campestre che Jazy vince con facilità, convincendosi ad iscriversi al “Club Olympique de Billancourt” ed abbandonando definitivamente i sogni di diventare un calciatore professionista.

La possibilità di allenarsi con regolarità e metodologia sotto lo sguardo del suo primo allenatore, René Frassinelli, dà subito i suoi frutti allorquando nel 1953, a 17 anni, Jazy conquista il titolo di campione cadetto d’Ile de France di corsa campestre, il che lo qualifica per i Campionati nazionali dove si classifica secondo, superato solo dal marocchino Lahcen Benaissa, un eccellente risultato per un giovane, ma che risulta frustrante per l’orgoglioso Michel, che minaccia di abbandonare l’atletica e solo la pazienza e perseveranza del suo tecnico lo inducono a cambiare idea, così come il fatto di concludere la stagione con il titolo nazionale cadetti sui 1.000 metri in 2’39” netti, anche se giuridicamente “illegale” non avendo ancora la nazionalità francese.

Superato questo “intoppo burocratico”, Jazy può finalmente dedicarsi a quella che ora è diventata la sua primaria ragione di vita, vincendo nel ’55 il titolo di Campione nazionale juniores sui 1.500 metri per poi cimentarsi anche a livello assoluto, venendo però sconfitto dal miglior mezzofondista transalpino dell’epoca, Michel Bernard, di cinque anni maggiore di Michel e capace di spaziare dai 1500 sino ai 10.000 metri così come nella corsa campestre, tanto da conquistare in carriera ben 11 titoli di Campione francese equamente ripartiti tra le varie distanze.

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Bernard e Jazy – da blog50.com

L’anno seguente, Jazy si prende la rivincita sull’amico/rivale facendo suo il primo titolo (saranno nove in totale …) sui 1500 metri ai Campionati Nazionali con il tempo di 3’49”8 (una gara che, al suo ritiro, Michel dichiarerà essere una delle dieci migliori da lui disputate …), circostanza che convince i dirigenti della Federazione di puntare sul ventenne di origine polacca in vista dei prossimi Giochi Olimpici di Melbourne ’56, nonostante lo stesso Jazy riconosca che Bernard avrebbe avuto maggior diritto ad essere selezionato.

L’avventura olimpica per l’inesperto Jazy si conclude in batteria, in quanto il suo piazzamento in settima posizione con il tempo di 3’50”0 non gli consente l’accesso alla Finale – poi vinta dall’irlandese on Delany – ma è comunque proficua poiché gli consente di fare amicizia con il famoso mezzofondista Alain Mimoun (argento sia sui 5 che sui 10mila metri quattro anni prima ad Helsinki dietro la “Locomotiva umana” Emil Zatopek …), il quale è prodigo di consigli verso il talentuoso ragazzino, con cui si allena e – per il sempre sognatore Michel – potersi confrontare, sia pur in allenamento, con campioni del calibro del sovietico Vladimir Kuts, Gordon Pirie e lo stesso Zatopek, fa sì che nella sua mente essi diventino un modello da seguire così come lo erano i calciatori professionisti nella sua infanzia.

Sogni che rischiano nuovamente di infrangersi dopo la delusione patita ai Campionati Europei di Stoccolma ’58 dove Jazy, convinto di poter competere quanto meno per un posto sul podio, conclude i 1.500 metri in un anonimo decimo posto con il tempo di 3’45”4, a 3”5 di distanza dal vincitore, il britannico Brian Hewson.

La frustrazione è grande, ma buon per lui – e per l’atletica francese – che in suo aiuto giunga il giornalista de “L’Equipe”, Gaston Meyer, il quale si convince che il ragazzo possa scendere sotto i 3’38” sulla distanza e, come prima cosa, riesce a fargli ottenere un posto come tipografo al giornale, onde consentirgli di avere più tempo per allenarsi e lanciare così quella che lui stesso definisce “l’operation Jazy”, con un programma di allenamenti ben stabilito al fine di fargli acquisire quella forza muscolare e cardiaca che ancora gli manca.

Il progetto, finalmente, decolla e, nonostante Jazy abbia una stagione scadente nel 1959 a causa di ripetuti infortuni, si presenta in splendida forma (in “stato di grazia” secondo quanto da lui stesso asserito …) all’appuntamento clou costituito dalle Olimpiadi di Roma ’60, rinfrancato nel morale dal netto successo sull’ungherese ed ex primatista europeo Laszlo Tabori nell’ultima gara di preparazione ai Giochi.

Stavolta selezionato assieme al connazionale Bernard – il quale è iscritto anche sui 5mila metri, dove si classifica settimo nella Finale disputata il 2 settembre – Jazy è inserito nella terza ed ultima batteria dei 1.500 metri, in programma il 3 settembre, con i soli tre primi classificati a qualificarsi per la Finale, e nelle due serie precedenti la vittoria è andata al favorito australiano Elliott in 3’41”50 e proprio a Bernard, che ha concluso la sua prova in 3’42”34.

Jazy corre con giudizio, intento a centrare la qualificazione senza spendere troppe energie e concludendo la prova al secondo posto in 3’45”03, anche se è opinione diffusa che, per la Finale in programma tre giorni dopo, i favoriti per il podio siano, oltre ai ricordati Elliott e Bernard, anche l’ungherese Istvan Rozsavolgyi, giunto secondo dietro all’australiano in batteria, ma con l’ottimo tempo di 3’42”15.

L’andamento della Finale mette in risalto qualità tattiche sinora sconosciute per Jazy, in quanto si comporta diversamente dal connazionale Bernard, il quale tenta il tutto per tutto imponendo alla gara un ritmo alto sin dai primi giri, con l’intento di fiaccare la resistenza degli avversari, ma in realtà favorendo le intenzioni di Elliott che prende decisamente la testa al passaggio del primo chilometro per avviarsi in solitudine a centrare l’accoppiata oro e record mondiale di 3’35”6 (0”4 decimi migliore del suo stesso limite stabilito in Svezia ad agosto ’58).

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L’argento di Jazy a Roma ’60 – da alamy.com

Jazy, al contrario, non spreca energie, così come viceversa fa l’ungherese Rozsavolgyi nell’inutile tentativo di replicare all’attacco dell’australiano, per poi cedere nel finale ed essere rimontato dal francese che si mette al collo un insperato argento nel nuovo primato nazionale di 3’38”4, mentre Bernard conclude non meglio che settimo con il tempo di 3’41”5.

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Il podio dei 1500m. a Roma 1960 – da perthnow.com.au

Atleta, come avrete capito, alquanto soggetto agli sbalzi d’umore, Jazy tramuta l’euforia per l’insperato argento olimpico in energia positiva in vista dei futuri obiettivi che gli si presentano, primo fra tutti il Campionato Europeo di Belgrado ’62, appuntamento al quale si prepara al meglio stabilendo, il 14 giugno 1962 (giorno successivo al suo 26esimo compleanno …) allo “Stade Charlety” di Parigi, il record mondiale sulla inusuale distanza dei 2mila metri, coprendo la distanza in 5’01”8, 0”8 decimi meglio del precedente primato di Rozsavolgyi.

Con il morale alle stelle, Jazy non ha alcuna difficoltà a disporre di un lotto di avversari privo del citato magiaro ed anche dello svedese Dan Waem, argento quattro anni prima alla rassegna continentale e che aveva più volte sconfitto il mezzofondista transalpino nel corso del ’61, facendo suo l’oro nel suo miglior tempo stagionale di 3’40”9, con alle piazze d’onore, nettamente staccati, il polacco Baran ed il ceco Tomas Salinger.

Archiviati gli Europei, nuove sfide si profilano all’orizzonte per Jazy, di cui la prima, in chiave interna, decide una volta per tutte le gerarchie in casa francese attraverso una sfida a tre tra lui, Bernard ed il giovane promettente Jean Wadoux, lanciata da quest’ultimo e che ha luogo il 26 luglio ’63 allo Stadio di Colombes sulla distanza dei 1500 metri e che vede Jazy trionfare in 3’37”8, nuovo record europeo nonostante che i rivali centrino i rispettivi primati personali (3’38”7 per Bernard e 3’41”7 per Wadoux).

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Wadoux, Jazy e Bernard – da gettyimages.co.uk

Con un trio di eccellenza, quantomeno a livello continentale, le aspirazioni della Federazione francese per ben figurare alle Olimpiadi di Tokyo ’64 sono ben riposte, anche se Jazy, che vorrebbe gareggiare sia sui 1500 che sui 5mila metri, si vede costretto, a causa dell’inserimento nel programma olimpico delle semifinali sulla più corta distanza, a concentrarsi sul mezzofondo prolungato, che prevede le batterie il 16 e la Finale il 18 ottobre, mentre il calendario dei 1.500 pone al 17 le batterie, il 19 le semifinali ed il 21 la Finale, gara quest’ultima a cui si iscrivono Bernard e Wadoux, i quali concluderanno la prova rispettivamente al settimo e nono posto.

Jazy, al contrario, si qualifica per la Finale dei 5.000 metri vincendo d’autorità la prima delle quattro batterie, presentandosi per la Finale come uno dei pretendenti alla vittoria unitamente all’australiano Ron Clarke ed all’emergente keniano Kipchoge Keino, alla sua prima esperienza olimpica e che lascerà un segno indelebile nelle edizioni future.

Forse troppo sicuro del fatto suo, Jazy commette in Finale lo stesso errore di Bernard sui 1.500 metri a Roma, incaricandosi di fare l’andatura, unitamente a Clarke, sin dalle prime battute, ma senza riuscire a sgranare il gruppo dei contendenti, per poi sferrare l’attacco che ritiene decisivo al suono della campana dell’ultimo giro, prendendo un netto vantaggio che lo vede affrontare l’ultima curva oramai certo del successo, come lui stesso ammetterà alla stampa nel post gara, solo per piantarsi all’ingresso in rettilineo, con la testa a ciondolare per aiutare le gambe che non reagiscono più, circostanza della quale approfittano sia l’americano Bob Schul per andarsi a prendere l’oro in 13’48”8 che il tedesco Norpoth e l’altro americano Dellinger per estromettere dal podio un esausto Jazy.

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Il crollo finale di Jazy a Tokyo 1964 – da lequipe.fr

E così si può dire che, quanto sorprendente in senso positivo era stato l’argento di Roma ’60 sui 1500 metri, altrettanto lo diviene, ma stavolta da un lato negativo, il mancato oro di Tokyo su cui chiunque, a 200 metri dall’arrivo, avrebbe garantito che non sarebbe potuto sfuggire al campione transalpino.

Una mazzata da tramortire un toro, ma stavolta Jazy reagisce alla delusione olimpica con una fantastica conclusione di carriera nei suoi due ultimi anni di attività, dapprima togliendo il 9 giugno ’65 a Rennes il primato mondiale sul miglio al neozelandese Peter Snell (oro sugli 800 e 1500 metri a Tokyo) con il tempo di 3’53″6 e quindi prendendosi una platonica ma convincente rivincita in occasione della gara sui 5.000 metri disputata il 30 giugno ’65 ad Helsinki e che riunisce il gotha mondiale della specialità, comprendendo Ron Clarke, Keino, Robin Haase e le due medaglie d’oro di Tokyo sui 5 e 10mila metri, gli americani Bob Schul e Billy Mills, gara che Jazy si aggiudica davanti a Keino e Clarke, migliorando in 13’27″6 il proprio limite europeo, per poi preparare al meglio la sua ultima recita in occasione dei Campionati Europei di Budapest ’66.

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Jazy stabilisce il mondiale del miglio – da lequipe.fr

Intenzionato stavolta a tentare l’accoppiata 1500/5000 metri, Jazy si toglie l’ulteriore “sassolino dalla scarpa” vendicandosi anche del tedesco Norpoth, che lo aveva infilato nel rettilineo di Tokyo, precedendolo sui 1500 metri ma senza poter giungere alla vittoria, che arride all’altro tedesco Bodo Tummler in 3’41″9, e quindi completando la sua rivincita tre giorni dopo, nella Finale dei 5.000 metri, in cui Norpoth è l’ultimo ad arrendersi a Jazy, che si mette al collo il suo secondo oro europeo in 13’42″8.

Miglior finale di carriera non se lo poteva certo sognare, il mancato calciatore del Nord della Francia, il quale resta, a tutt’oggi, ad oltre 50 anni di distanza, l’ultimo francese ad essersi aggiudicato un titolo europeo nel mezzofondo prolungato.

JOE DELOACH E LO “SGARBO” A CARL LEWIS A SEUL 1988

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Joe DeLoach e Carl Lewis festeggiano la “doppietta” sui 200 metri – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Anche se non potevano esservi dubbi circa il valore tecnico delle quattro medaglie d’oro conquistate da Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dato che alcuno dei rappresentanti delle Nazioni aderenti al boicottaggio appariva in grado di insidiarlo – e, del resto, l’anno prima, in occasione della prima edizione dei Campionati del Mondo ad Helsinki, il fuoriclasse statunitense si era imposto con facilità sia sui 100 metri che nel salto in lungo (specialità in cui gli Usa monopolizzarono il podio), portando poi la staffetta 4×100 al primato del mondo – il fatto, comunque, che si trattasse di “Giochi dimezzati”, faceva sì che il “Figlio del vento” venisse atteso alla conferma in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88.

Nel frattempo, mentre Lewis continuava a dominare nel lungo, un micidiale avversario si era presentato all’orizzonte per quanto attiene alla velocità pura, vale a dire il canadese di origini giamaicane Ben Johnson, il quale gli infligge una pesante sconfitta sui 100 metri in occasione dei Mondiali di Roma ’87, pur avendo il campione americano corso in 9”93 (pari al primato mondiale dell’epoca, detenuto dal connazionale Calvin Smith …), correndo la distanza nel nuovo record di 9”83.

Con l’assillo di doversi confrontare con un avversario di siffatte potenzialità, Lewis si presenta agli “Olympic Trials” di metà luglio ’88 ad Indianapolis per saggiare quali siano le proprie condizioni in vista della sfida che tutto il mondo attende sulla pista coreana, ed il test – per quanto riguarda i 100 metri – risulta poco attendibile dal punto di vista cronometrico, in quanto alle spalle degli atleti soffia un vero e proprio tornado di 5,2m/s che inficia il tempo di 9”78 con cui il campione dell’Alabama si aggiudica la prova, pur se risulta più tangibile il distacco inflitto al secondo arrivato, Dennis Mitchell, che con 9”86 precede di un solo 0”01 centesimo Calvin Smith.

Due giorni dopo, il 18 luglio, Lewis è impegnato al mattino nelle due prime serie dei 200 metri – in cui registra il miglior tempo con 20”03 – mentre al pomeriggio deve sfidare la sempre agguerrita “concorrenza interna” per strappare il pass olimpico nel salto in lungo, gara che difatti si aggiudica con un ragguardevole balzo di m.8,76 resosi necessario per rintuzzare l’attacco di Larry Myricks, da parte sua atterrato a m.8,74.

Tocca ora, per completare l’opera e potersi iscrivere alle medesime quattro prove di Los Angeles, solo la disputa della finale dei 200 metri, in programma al tardo pomeriggio del 20 luglio e per la quale si qualificano ben quattro atleti del “Santa Monica Track Club” di cui fa parte Carl Lewis, vale a dire, oltre allo stesso, Floyd Heard, Henry Thomas ed un ventunenne del Texas, Joe DeLoach.

Quest’ultimo, nato il 5 giugno 1967 a Bay City, appartiene ad una numerosa famiglia (un fratello e ben 11 sorelle …!!), dimostrando sin da ragazzo eccellenti doti di velocista che lo portano a dedicarsi all’atletica leggera dopo aver accarezzato l’idea di distinguersi nel Football, avendo già dato prova delle sue qualità nel corso dei “Pan American Junior Athletics Championships” ’84, svoltisi a Nassau, nelle Bahamas, subito dopo la conclusione delle Olimpiadi di Los Angeles, dove il 17enne DeLoach si afferma sui 100 (10”49), 200 (20”94) e staffetta 4×100 (40”09).

Dopo tali successi, però, DeLoach non aveva dato granché seguito alla propria carriera ed ad Indianapolis aveva già giocato la propria carta di una qualificazione olimpica giungendo non meglio che quinto nella Finale dei 100 metri con il tempo (ventoso, come ricordato …) di 9”90, peraltro a soli 0”03 centesimi dal terzo posto di Calvin Smith che assicurava il pass per i Giochi.

Non erano in molti ad accreditare il 21enne texano circa le possibilità di battere Lewis e non fu poca, pertanto, la sorpresa quando fu visto tagliare per primo il traguardo nel suo “personal best” di 19”96 rispetto al 20”01 del più celebre ed affermato compagno di squadra, ma in molti ritennero che ciò doveva addebitarsi ai maggiori e ravvicinati impegni del “Figlio del vento”, rispetto al più diluito programma olimpico.

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Il successo di DeLoach agli Olympic Trials ’88 – da gettyimages

E poi, meglio affrontare un problema alla volta, e Lewis aveva una bella grana da risolvere, costituita dalla sfida a Ben Johnson sui 100 metri che aprivano il calendario delle gare in pista, con i primi due turni previsti per il 23 settembre e semifinali e Finale in programma il giorno appresso.

Quel che successe in quel fatidico 24 settembre è noto a tutti, con Lewis incapace di resistere allo strapotere di Johnson – che con 9”79 ritocca il suo stesso limite stabilito un anno prima a Roma – nonostante corra nel suo miglior crono (9”92) all’epoca, salvo poi vedersi assegnata la medaglia d’oro per la squalifica del canadese, risultato positivo al controllo antidoping, così che il suo 9”92 diviene anche il nuovo record mondiale, avendo la IAAF cancellato anche la prestazione di Johnson alla rassegna iridata ’87.

Con questa vittoria “a tavolino” ed il successivo, quasi irrisorio, successo di Lewis nella Finale del salto in lungo del 26 settembre – vinta con la misura di m.8,72 lasciando a debita distanza i connazionali Mike Powell (Argento con m.8.49) e Larry Myricks (bronzo con m.8,27) – ecco che le possibilità di un secondo, consecutivo, poker di medaglie d’oro sembra un’impresa tutt’altro che irrealizzabile, in vista delle semifinali e Finale dei 200 metri, in programma due giorni dopo, il 28 settembre.

Nei turni preliminari, svoltisi al mattino del giorno della Finale del salto in lungo, non si erano registrate sorprese, con tutti i migliori qualificati per le fasi finali della specialità, e Lewis ribadisce la sua ferma intenzione di assicurarsi anche questa medaglia d’oro aggiudicandosi la prima delle due semifinali con il tempo relativamente modesto di 20”23, controllando le pretese del brasiliano Robson Caetano Da Silva, secondo in 20”28, con gli altri ben più staccati.

Una certa preoccupazione, deve comunque essere intervenuta nella mente del fuoriclasse americano allorquando assiste, nella seconda semifinale, alla prestazione del suo giovane compagno di squadra, il quale dispone con una facilità disarmante di un cliente piuttosto ostico quale il britannico Linford Christie, lasciato a debita distanza e fermando il cronometro sui 20”06.

E’ impressione comune, fra gli addetti ai lavori, che Lewis debba impegnarsi a fondo per aver ragione di un DeLoach al quale rende sei anni di età e quando lo starter chiama gli otto finalisti ai blocchi di partenza gli occhi degli spettatori sono tutti puntati sulla terza corsia, occupata dal Campione olimpico uscente, e sulla sesta, dove viceversa prende posto il giovane sfidante texano.

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Il vittorioso arrivo di DeLoach sui 200 metri a Seul – da gettyimages

Indubbiamente, il sorteggio delle corsie favorisce Lewis, che ha DeLoach all’esterno quale punto di riferimento ed, al colpo di pistola, il più esperto sprinter mette subito in chiaro le proprie intenzioni, disegnando una curva perfetta che lo pone al comando all’ingresso in rettilineo, dove generalmente la sua progressione non lascia scampo agli avversari, ma stavolta DeLoach non molla, riuscendo a raggiungere il connazionale a dieci metri dal traguardo per poi sopravanzarlo negli ultimi appoggi sino a tagliare il filo di lana nel favoloso tempo di 19”75 a soli 0”03 centesimi dal primato mondiale stabilito nel ’79 dall’azzurro Pietro Mennea a Città del Messico, ed al quale, commentando la gara nella postazione Rai, sarà corso ben più di un brivido lungo la schiena.

A Lewis, secondo in un comunque eccellente 19”79, resta solo da far “buon viso a cattivo gioco e complimentarsi con il più giovane amico/rivale per essere riuscito in un’impresa unica nella Storia dei Giochi, vale a dire il fatto di essere stato il solo a sconfiggere il “Divino” in una prova individuale alle Olimpiadi.

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Lewis, DeLoach ed il brasiliano Da Silva alla premiazione – da gettyimages.co.uk

Per Lewis, la magra consolazione derivante dal fatto che, in ogni caso, non avrebbe potuto replicare il “poker di medaglie” di quattro anni prima, in quanto la staffetta 4×100 viene squalificata in batteria per il consueto cambio irregolare schierando la seconda formazione, restando comunque l’amarezza del fatto che DeLoach abbia scelto proprio quell’occasione per correre la “gara della vita, visto che quello resta l’unico acuto della sua breve carriera, successivamente caratterizzata da infortuni che ne precludono la continuazione ad alti livelli.

Resta, in ogni caso, più che valido il motto: …“Mai fidarsi degli amici …!!

I 400 METRI DI RAY BARBUTI CHE SALVARONO L’ONORE AMERICANO AD AMSTERDAM 1928

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L’arrivo di Ray Barbuti (a destra) – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Tra i tanti nomi immortali dell’atletismo stelle-e-strisce, Ray Barbuti, se pur la sua stella brillò una stagione sola, merita un posto particolare. E pure un cenno a parte, che è quel che proveremo a fare.

Alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 gli americani vanno incontro ad una debacle epocale nelle gare maschili di velocità. L’unica eccezione riguarda la prova dei 400 metri, che per la prima volta vengono corsi lungo una pista dalla metratura standard, ovvero appunto quattrocento metri, con fondo in argilla.

Esaurite le gare dei 100 e 200 metri piani che premiano il canadese Percy Williams e bocciano clamorosamente gli americani, che non solo non vincono ma restano pure fuori dal podio in entrambe le gare, il 2 e 3 agosto va in scena il giro completo di pista, che ha nell’americano Emerson “Bud” Spencer il primatista del mondo in 47″ netti. Ma il quinto posto ai Trials lo tengpono fuori dai Giochi, che altresì vedono allineati Ray Barbuti, che proprio alle selezioni si è imposto in un modesto 51″4 per il suo unico titolo nazionale, Hermon Phillips, Emil Snider e Joe Tierney. I canadesi Ball ed Edwards sono due pretendenti alle medaglie, così come il britannico John Rinkel, che ha il compito di non far rimpiangere l’assente Eric Liddell, campione olimpico quattro anni prima a Parigi. I tedeschi Buchner e Storz sono, tra i 50 iscritti che comprendono anche l’olandese Adriaan Paulen che sarà presidente IAAF, altri due validi concorrenti per un piazzamento di prestigio.

Hermon Phillips fa segnare in batteria il miglior tempo, 49″4, così come Buchner ai quarti, 48″6, con Barbuti che, dopo aver fermato il cronometro a 49″8 al primo turno, con 48″8 comincia a “scaldare i motori” in vista delle due prove decisive.

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Ray Barbuti – da en.wikipedia.org

Ad onor del vero Barbuti, nato a New York il 12 giugno 1905 e che all’Università di Syracuse non è solo un eccellente velocista ma anche un ottimo giocatore di football americano, fatica nella prima semfinale quando, pur correndo ancora in 48″8, viene battuto dal canadese James Ball, che al pari del tedesco Jochen Buchner segna il tempo di 48″6, candidandosi così alla medaglia d’oro, mentre l’altro americano Phillips, il britannico Rinkel e il secondo tedesco, Storz, completano il sestetto degli atleti qualificati alla finale.

L’atto decisivo ha i contorni del dramma. Ray Barbuti fa gara di testa fin dalla partenza, si presenta agli ultimi metri in vantaggio ma in chiaro debito di energie, tanto da rischiare di venir superato dal canadese Ball, che rinviene a velocità doppia. Sul traguardo Barbuti trova la forza di lanciarsi in avanti, crollando a terra, ma conservando un margine esiguo che gli consegna la medaglia d’oro col tempo di 47″8, suo primato personale. Ball è argento per un soffio, mentre Buckner strappa la medaglia di bronzo a Rinkel.

Per gli Stati Uniti, nell’edizione su pista più avara della storia olimpica, l’onore almeno è salvo. Ray Barbuti, dal canto suo, doppierà la medaglia d’oro con la vittoria nella staffetta 4×400 metri con il nuovo record del mondo di 3’14″2 pur essendo stato inserito nel quartetto composto pure da Fred Alderman, Emerson “Bud” Spencer e George Baird solo all’ultimo momento, e questo gli assicura un posto tra gli dei di Olimpia.