MICHEL JAZY ED IL DECENNIO D’ORO DEL MEZZOFONDO FRANCESE

 

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Michel Jazy – da gettyimages.co.nz

articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena mondiale del mezzofondo irrompessero di prepotenza gli atleti africani – più portati alle gare veloci (800 e 1500 metri) i maghrebini ed alle più lunghe distanze (5.000, 10.000 e 3.000 siepi) i provenienti dagli altipiani – gli anni ’60 sono stati caratterizzati dal predominio dei rappresentanti dell’Oceania – Australia e Nuova Zelanda – che, con Peter Snell ed Herbert Elliott hanno rinverdito i fasti dell’alloro olimpico colto da Jack Lovelock sui 1.500 metri ai Giochi di Berlino ’36.

La vecchia Europa – il cui ultimo successo olimpico sugli 800 metri risale alle Olimpiadi di Los Angeles ’32 quando ad imporsi è il britannico Tommy Hampson – fatica a tenere il passo del resto del mondo, sia a livello di medaglie che di record stabiliti, ed in questo contesto si inserisce a pieno titolo il mezzofondista francese Michel Jazy, il quale per un decennio cerca di interrompere l’egemonia australe cimentandosi sia sul mezzofondo veloce che in quello prolungato.

Jazy nasce il 13 giugno 1936 ad Oignies da genitori polacchi in quanto il nonno vi si era trasferito alla fine della Prima Guerra Mondiale per lavorare in miniera, attività svolta anche dal padre di Michel, mentre la madre trova lavoro in una fabbrica di birra, tant’è che l’educazione del ragazzo è affidata alla nonna paterna, che usa metodi di correzione piuttosto severi nei confronti del nipote.

Sin da piccolo, Jazy dimostra una grande dimestichezza con la corsa, che pratica a piedi nudi, il che ne cementa le doti di resistenza, ma la sua grande passione – nonostante all’epoca in Francia non godesse di particolare notorietà – è il calcio, i cui suoi miti da ragazzo sono i giocatori professionisti del Lille piuttosto che del Lens, città a lui vicine.

Il destino mette a dura prova il giovane Michel con la scomparsa del padre all’età di 12 anni a causa della silicosi, cosa che lo fa desistere da seguirne le orme come lavoro in miniera e gli permette di cambiare radicalmente vita da quando gli è consentito di ricongiungersi alla madre, che nel frattempo si era trasferita a Parigi ed aveva contratto un nuovo matrimonio.

Una volta giunto nella capitale, Jazy si trova spaesato ed emarginato anche a causa del suo accento del Nord per il quale viene deriso dai suoi coetanei, non trovando di meglio che sfogare il proprio magone nel continuare a dare calci ad un pallone, ma anche a correre, attività che occupano il tempo libero avendo nel frattempo trovato un impiego presso una stamperia.

La svolta avviene quando un suo amico, tal Gerard Marzin, lo invita ad iscriversi ad una gara campestre che Jazy vince con facilità, convincendosi ad iscriversi al “Club Olympique de Billancourt” ed abbandonando definitivamente i sogni di diventare un calciatore professionista.

La possibilità di allenarsi con regolarità e metodologia sotto lo sguardo del suo primo allenatore, René Frassinelli, dà subito i suoi frutti allorquando nel 1953, a 17 anni, Jazy conquista il titolo di campione cadetto d’Ile de France di corsa campestre, il che lo qualifica per i Campionati nazionali dove si classifica secondo, superato solo dal marocchino Lahcen Benaissa, un eccellente risultato per un giovane, ma che risulta frustrante per l’orgoglioso Michel, che minaccia di abbandonare l’atletica e solo la pazienza e perseveranza del suo tecnico lo inducono a cambiare idea, così come il fatto di concludere la stagione con il titolo nazionale cadetti sui 1.000 metri in 2’39” netti, anche se giuridicamente “illegale” non avendo ancora la nazionalità francese.

Superato questo “intoppo burocratico”, Jazy può finalmente dedicarsi a quella che ora è diventata la sua primaria ragione di vita, vincendo nel ’55 il titolo di Campione nazionale juniores sui 1.500 metri per poi cimentarsi anche a livello assoluto, venendo però sconfitto dal miglior mezzofondista transalpino dell’epoca, Michel Bernard, di cinque anni maggiore di Michel e capace di spaziare dai 1500 sino ai 10.000 metri così come nella corsa campestre, tanto da conquistare in carriera ben 11 titoli di Campione francese equamente ripartiti tra le varie distanze.

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Bernard e Jazy – da blog50.com

L’anno seguente, Jazy si prende la rivincita sull’amico/rivale facendo suo il primo titolo (saranno nove in totale …) sui 1500 metri ai Campionati Nazionali con il tempo di 3’49”8 (una gara che, al suo ritiro, Michel dichiarerà essere una delle dieci migliori da lui disputate …), circostanza che convince i dirigenti della Federazione di puntare sul ventenne di origine polacca in vista dei prossimi Giochi Olimpici di Melbourne ’56, nonostante lo stesso Jazy riconosca che Bernard avrebbe avuto maggior diritto ad essere selezionato.

L’avventura olimpica per l’inesperto Jazy si conclude in batteria, in quanto il suo piazzamento in settima posizione con il tempo di 3’50”0 non gli consente l’accesso alla Finale – poi vinta dall’irlandese on Delany – ma è comunque proficua poiché gli consente di fare amicizia con il famoso mezzofondista Alain Mimoun (argento sia sui 5 che sui 10mila metri quattro anni prima ad Helsinki dietro la “Locomotiva umana” Emil Zatopek …), il quale è prodigo di consigli verso il talentuoso ragazzino, con cui si allena e – per il sempre sognatore Michel – potersi confrontare, sia pur in allenamento, con campioni del calibro del sovietico Vladimir Kuts, Gordon Pirie e lo stesso Zatopek, fa sì che nella sua mente essi diventino un modello da seguire così come lo erano i calciatori professionisti nella sua infanzia.

Sogni che rischiano nuovamente di infrangersi dopo la delusione patita ai Campionati Europei di Stoccolma ’58 dove Jazy, convinto di poter competere quanto meno per un posto sul podio, conclude i 1.500 metri in un anonimo decimo posto con il tempo di 3’45”4, a 3”5 di distanza dal vincitore, il britannico Brian Hewson.

La frustrazione è grande, ma buon per lui – e per l’atletica francese – che in suo aiuto giunga il giornalista de “L’Equipe”, Gaston Meyer, il quale si convince che il ragazzo possa scendere sotto i 3’38” sulla distanza e, come prima cosa, riesce a fargli ottenere un posto come tipografo al giornale, onde consentirgli di avere più tempo per allenarsi e lanciare così quella che lui stesso definisce “l’operation Jazy”, con un programma di allenamenti ben stabilito al fine di fargli acquisire quella forza muscolare e cardiaca che ancora gli manca.

Il progetto, finalmente, decolla e, nonostante Jazy abbia una stagione scadente nel 1959 a causa di ripetuti infortuni, si presenta in splendida forma (in “stato di grazia” secondo quanto da lui stesso asserito …) all’appuntamento clou costituito dalle Olimpiadi di Roma ’60, rinfrancato nel morale dal netto successo sull’ungherese ed ex primatista europeo Laszlo Tabori nell’ultima gara di preparazione ai Giochi.

Stavolta selezionato assieme al connazionale Bernard – il quale è iscritto anche sui 5mila metri, dove si classifica settimo nella Finale disputata il 2 settembre – Jazy è inserito nella terza ed ultima batteria dei 1.500 metri, in programma il 3 settembre, con i soli tre primi classificati a qualificarsi per la Finale, e nelle due serie precedenti la vittoria è andata al favorito australiano Elliott in 3’41”50 e proprio a Bernard, che ha concluso la sua prova in 3’42”34.

Jazy corre con giudizio, intento a centrare la qualificazione senza spendere troppe energie e concludendo la prova al secondo posto in 3’45”03, anche se è opinione diffusa che, per la Finale in programma tre giorni dopo, i favoriti per il podio siano, oltre ai ricordati Elliott e Bernard, anche l’ungherese Istvan Rozsavolgyi, giunto secondo dietro all’australiano in batteria, ma con l’ottimo tempo di 3’42”15.

L’andamento della Finale mette in risalto qualità tattiche sinora sconosciute per Jazy, in quanto si comporta diversamente dal connazionale Bernard, il quale tenta il tutto per tutto imponendo alla gara un ritmo alto sin dai primi giri, con l’intento di fiaccare la resistenza degli avversari, ma in realtà favorendo le intenzioni di Elliott che prende decisamente la testa al passaggio del primo chilometro per avviarsi in solitudine a centrare l’accoppiata oro e record mondiale di 3’35”6 (0”4 decimi migliore del suo stesso limite stabilito in Svezia ad agosto ’58).

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L’argento di Jazy a Roma ’60 – da alamy.com

Jazy, al contrario, non spreca energie, così come viceversa fa l’ungherese Rozsavolgyi nell’inutile tentativo di replicare all’attacco dell’australiano, per poi cedere nel finale ed essere rimontato dal francese che si mette al collo un insperato argento nel nuovo primato nazionale di 3’38”4, mentre Bernard conclude non meglio che settimo con il tempo di 3’41”5.

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Il podio dei 1500m. a Roma 1960 – da perthnow.com.au

Atleta, come avrete capito, alquanto soggetto agli sbalzi d’umore, Jazy tramuta l’euforia per l’insperato argento olimpico in energia positiva in vista dei futuri obiettivi che gli si presentano, primo fra tutti il Campionato Europeo di Belgrado ’62, appuntamento al quale si prepara al meglio stabilendo, il 14 giugno 1962 (giorno successivo al suo 26esimo compleanno …) allo “Stade Charlety” di Parigi, il record mondiale sulla inusuale distanza dei 2mila metri, coprendo la distanza in 5’01”8, 0”8 decimi meglio del precedente primato di Rozsavolgyi.

Con il morale alle stelle, Jazy non ha alcuna difficoltà a disporre di un lotto di avversari privo del citato magiaro ed anche dello svedese Dan Waem, argento quattro anni prima alla rassegna continentale e che aveva più volte sconfitto il mezzofondista transalpino nel corso del ’61, facendo suo l’oro nel suo miglior tempo stagionale di 3’40”9, con alle piazze d’onore, nettamente staccati, il polacco Baran ed il ceco Tomas Salinger.

Archiviati gli Europei, nuove sfide si profilano all’orizzonte per Jazy, di cui la prima, in chiave interna, decide una volta per tutte le gerarchie in casa francese attraverso una sfida a tre tra lui, Bernard ed il giovane promettente Jean Wadoux, lanciata da quest’ultimo e che ha luogo il 26 luglio ’63 allo Stadio di Colombes sulla distanza dei 1500 metri e che vede Jazy trionfare in 3’37”8, nuovo record europeo nonostante che i rivali centrino i rispettivi primati personali (3’38”7 per Bernard e 3’41”7 per Wadoux).

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Wadoux, Jazy e Bernard – da gettyimages.co.uk

Con un trio di eccellenza, quantomeno a livello continentale, le aspirazioni della Federazione francese per ben figurare alle Olimpiadi di Tokyo ’64 sono ben riposte, anche se Jazy, che vorrebbe gareggiare sia sui 1500 che sui 5mila metri, si vede costretto, a causa dell’inserimento nel programma olimpico delle semifinali sulla più corta distanza, a concentrarsi sul mezzofondo prolungato, che prevede le batterie il 16 e la Finale il 18 ottobre, mentre il calendario dei 1.500 pone al 17 le batterie, il 19 le semifinali ed il 21 la Finale, gara quest’ultima a cui si iscrivono Bernard e Wadoux, i quali concluderanno la prova rispettivamente al settimo e nono posto.

Jazy, al contrario, si qualifica per la Finale dei 5.000 metri vincendo d’autorità la prima delle quattro batterie, presentandosi per la Finale come uno dei pretendenti alla vittoria unitamente all’australiano Ron Clarke ed all’emergente keniano Kipchoge Keino, alla sua prima esperienza olimpica e che lascerà un segno indelebile nelle edizioni future.

Forse troppo sicuro del fatto suo, Jazy commette in Finale lo stesso errore di Bernard sui 1.500 metri a Roma, incaricandosi di fare l’andatura, unitamente a Clarke, sin dalle prime battute, ma senza riuscire a sgranare il gruppo dei contendenti, per poi sferrare l’attacco che ritiene decisivo al suono della campana dell’ultimo giro, prendendo un netto vantaggio che lo vede affrontare l’ultima curva oramai certo del successo, come lui stesso ammetterà alla stampa nel post gara, solo per piantarsi all’ingresso in rettilineo, con la testa a ciondolare per aiutare le gambe che non reagiscono più, circostanza della quale approfittano sia l’americano Bob Schul per andarsi a prendere l’oro in 13’48”8 che il tedesco Norpoth e l’altro americano Dellinger per estromettere dal podio un esausto Jazy.

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Il crollo finale di Jazy a Tokyo 1964 – da lequipe.fr

E così si può dire che, quanto sorprendente in senso positivo era stato l’argento di Roma ’60 sui 1500 metri, altrettanto lo diviene, ma stavolta da un lato negativo, il mancato oro di Tokyo su cui chiunque, a 200 metri dall’arrivo, avrebbe garantito che non sarebbe potuto sfuggire al campione transalpino.

Una mazzata da tramortire un toro, ma stavolta Jazy reagisce alla delusione olimpica con una fantastica conclusione di carriera nei suoi due ultimi anni di attività, dapprima togliendo il 9 giugno ’65 a Rennes il primato mondiale sul miglio al neozelandese Peter Snell (oro sugli 800 e 1500 metri a Tokyo) con il tempo di 3’53″6 e quindi prendendosi una platonica ma convincente rivincita in occasione della gara sui 5.000 metri disputata il 30 giugno ’65 ad Helsinki e che riunisce il gotha mondiale della specialità, comprendendo Ron Clarke, Keino, Robin Haase e le due medaglie d’oro di Tokyo sui 5 e 10mila metri, gli americani Bob Schul e Billy Mills, gara che Jazy si aggiudica davanti a Keino e Clarke, migliorando in 13’27″6 il proprio limite europeo, per poi preparare al meglio la sua ultima recita in occasione dei Campionati Europei di Budapest ’66.

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Jazy stabilisce il mondiale del miglio – da lequipe.fr

Intenzionato stavolta a tentare l’accoppiata 1500/5000 metri, Jazy si toglie l’ulteriore “sassolino dalla scarpa” vendicandosi anche del tedesco Norpoth, che lo aveva infilato nel rettilineo di Tokyo, precedendolo sui 1500 metri ma senza poter giungere alla vittoria, che arride all’altro tedesco Bodo Tummler in 3’41″9, e quindi completando la sua rivincita tre giorni dopo, nella Finale dei 5.000 metri, in cui Norpoth è l’ultimo ad arrendersi a Jazy, che si mette al collo il suo secondo oro europeo in 13’42″8.

Miglior finale di carriera non se lo poteva certo sognare, il mancato calciatore del Nord della Francia, il quale resta, a tutt’oggi, ad oltre 50 anni di distanza, l’ultimo francese ad essersi aggiudicato un titolo europeo nel mezzofondo prolungato.

JOE DELOACH E LO “SGARBO” A CARL LEWIS A SEUL 1988

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Joe DeLoach e Carl Lewis festeggiano la “doppietta” sui 200 metri – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Anche se non potevano esservi dubbi circa il valore tecnico delle quattro medaglie d’oro conquistate da Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dato che alcuno dei rappresentanti delle Nazioni aderenti al boicottaggio appariva in grado di insidiarlo – e, del resto, l’anno prima, in occasione della prima edizione dei Campionati del Mondo ad Helsinki, il fuoriclasse statunitense si era imposto con facilità sia sui 100 metri che nel salto in lungo (specialità in cui gli Usa monopolizzarono il podio), portando poi la staffetta 4×100 al primato del mondo – il fatto, comunque, che si trattasse di “Giochi dimezzati”, faceva sì che il “Figlio del vento” venisse atteso alla conferma in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88.

Nel frattempo, mentre Lewis continuava a dominare nel lungo, un micidiale avversario si era presentato all’orizzonte per quanto attiene alla velocità pura, vale a dire il canadese di origini giamaicane Ben Johnson, il quale gli infligge una pesante sconfitta sui 100 metri in occasione dei Mondiali di Roma ’87, pur avendo il campione americano corso in 9”93 (pari al primato mondiale dell’epoca, detenuto dal connazionale Calvin Smith …), correndo la distanza nel nuovo record di 9”83.

Con l’assillo di doversi confrontare con un avversario di siffatte potenzialità, Lewis si presenta agli “Olympic Trials” di metà luglio ’88 ad Indianapolis per saggiare quali siano le proprie condizioni in vista della sfida che tutto il mondo attende sulla pista coreana, ed il test – per quanto riguarda i 100 metri – risulta poco attendibile dal punto di vista cronometrico, in quanto alle spalle degli atleti soffia un vero e proprio tornado di 5,2m/s che inficia il tempo di 9”78 con cui il campione dell’Alabama si aggiudica la prova, pur se risulta più tangibile il distacco inflitto al secondo arrivato, Dennis Mitchell, che con 9”86 precede di un solo 0”01 centesimo Calvin Smith.

Due giorni dopo, il 18 luglio, Lewis è impegnato al mattino nelle due prime serie dei 200 metri – in cui registra il miglior tempo con 20”03 – mentre al pomeriggio deve sfidare la sempre agguerrita “concorrenza interna” per strappare il pass olimpico nel salto in lungo, gara che difatti si aggiudica con un ragguardevole balzo di m.8,76 resosi necessario per rintuzzare l’attacco di Larry Myricks, da parte sua atterrato a m.8,74.

Tocca ora, per completare l’opera e potersi iscrivere alle medesime quattro prove di Los Angeles, solo la disputa della finale dei 200 metri, in programma al tardo pomeriggio del 20 luglio e per la quale si qualificano ben quattro atleti del “Santa Monica Track Club” di cui fa parte Carl Lewis, vale a dire, oltre allo stesso, Floyd Heard, Henry Thomas ed un ventunenne del Texas, Joe DeLoach.

Quest’ultimo, nato il 5 giugno 1967 a Bay City, appartiene ad una numerosa famiglia (un fratello e ben 11 sorelle …!!), dimostrando sin da ragazzo eccellenti doti di velocista che lo portano a dedicarsi all’atletica leggera dopo aver accarezzato l’idea di distinguersi nel Football, avendo già dato prova delle sue qualità nel corso dei “Pan American Junior Athletics Championships” ’84, svoltisi a Nassau, nelle Bahamas, subito dopo la conclusione delle Olimpiadi di Los Angeles, dove il 17enne DeLoach si afferma sui 100 (10”49), 200 (20”94) e staffetta 4×100 (40”09).

Dopo tali successi, però, DeLoach non aveva dato granché seguito alla propria carriera ed ad Indianapolis aveva già giocato la propria carta di una qualificazione olimpica giungendo non meglio che quinto nella Finale dei 100 metri con il tempo (ventoso, come ricordato …) di 9”90, peraltro a soli 0”03 centesimi dal terzo posto di Calvin Smith che assicurava il pass per i Giochi.

Non erano in molti ad accreditare il 21enne texano circa le possibilità di battere Lewis e non fu poca, pertanto, la sorpresa quando fu visto tagliare per primo il traguardo nel suo “personal best” di 19”96 rispetto al 20”01 del più celebre ed affermato compagno di squadra, ma in molti ritennero che ciò doveva addebitarsi ai maggiori e ravvicinati impegni del “Figlio del vento”, rispetto al più diluito programma olimpico.

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Il successo di DeLoach agli Olympic Trials ’88 – da gettyimages

E poi, meglio affrontare un problema alla volta, e Lewis aveva una bella grana da risolvere, costituita dalla sfida a Ben Johnson sui 100 metri che aprivano il calendario delle gare in pista, con i primi due turni previsti per il 23 settembre e semifinali e Finale in programma il giorno appresso.

Quel che successe in quel fatidico 24 settembre è noto a tutti, con Lewis incapace di resistere allo strapotere di Johnson – che con 9”79 ritocca il suo stesso limite stabilito un anno prima a Roma – nonostante corra nel suo miglior crono (9”92) all’epoca, salvo poi vedersi assegnata la medaglia d’oro per la squalifica del canadese, risultato positivo al controllo antidoping, così che il suo 9”92 diviene anche il nuovo record mondiale, avendo la IAAF cancellato anche la prestazione di Johnson alla rassegna iridata ’87.

Con questa vittoria “a tavolino” ed il successivo, quasi irrisorio, successo di Lewis nella Finale del salto in lungo del 26 settembre – vinta con la misura di m.8,72 lasciando a debita distanza i connazionali Mike Powell (Argento con m.8.49) e Larry Myricks (bronzo con m.8,27) – ecco che le possibilità di un secondo, consecutivo, poker di medaglie d’oro sembra un’impresa tutt’altro che irrealizzabile, in vista delle semifinali e Finale dei 200 metri, in programma due giorni dopo, il 28 settembre.

Nei turni preliminari, svoltisi al mattino del giorno della Finale del salto in lungo, non si erano registrate sorprese, con tutti i migliori qualificati per le fasi finali della specialità, e Lewis ribadisce la sua ferma intenzione di assicurarsi anche questa medaglia d’oro aggiudicandosi la prima delle due semifinali con il tempo relativamente modesto di 20”23, controllando le pretese del brasiliano Robson Caetano Da Silva, secondo in 20”28, con gli altri ben più staccati.

Una certa preoccupazione, deve comunque essere intervenuta nella mente del fuoriclasse americano allorquando assiste, nella seconda semifinale, alla prestazione del suo giovane compagno di squadra, il quale dispone con una facilità disarmante di un cliente piuttosto ostico quale il britannico Linford Christie, lasciato a debita distanza e fermando il cronometro sui 20”06.

E’ impressione comune, fra gli addetti ai lavori, che Lewis debba impegnarsi a fondo per aver ragione di un DeLoach al quale rende sei anni di età e quando lo starter chiama gli otto finalisti ai blocchi di partenza gli occhi degli spettatori sono tutti puntati sulla terza corsia, occupata dal Campione olimpico uscente, e sulla sesta, dove viceversa prende posto il giovane sfidante texano.

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Il vittorioso arrivo di DeLoach sui 200 metri a Seul – da gettyimages

Indubbiamente, il sorteggio delle corsie favorisce Lewis, che ha DeLoach all’esterno quale punto di riferimento ed, al colpo di pistola, il più esperto sprinter mette subito in chiaro le proprie intenzioni, disegnando una curva perfetta che lo pone al comando all’ingresso in rettilineo, dove generalmente la sua progressione non lascia scampo agli avversari, ma stavolta DeLoach non molla, riuscendo a raggiungere il connazionale a dieci metri dal traguardo per poi sopravanzarlo negli ultimi appoggi sino a tagliare il filo di lana nel favoloso tempo di 19”75 a soli 0”03 centesimi dal primato mondiale stabilito nel ’79 dall’azzurro Pietro Mennea a Città del Messico, ed al quale, commentando la gara nella postazione Rai, sarà corso ben più di un brivido lungo la schiena.

A Lewis, secondo in un comunque eccellente 19”79, resta solo da far “buon viso a cattivo gioco e complimentarsi con il più giovane amico/rivale per essere riuscito in un’impresa unica nella Storia dei Giochi, vale a dire il fatto di essere stato il solo a sconfiggere il “Divino” in una prova individuale alle Olimpiadi.

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Lewis, DeLoach ed il brasiliano Da Silva alla premiazione – da gettyimages.co.uk

Per Lewis, la magra consolazione derivante dal fatto che, in ogni caso, non avrebbe potuto replicare il “poker di medaglie” di quattro anni prima, in quanto la staffetta 4×100 viene squalificata in batteria per il consueto cambio irregolare schierando la seconda formazione, restando comunque l’amarezza del fatto che DeLoach abbia scelto proprio quell’occasione per correre la “gara della vita, visto che quello resta l’unico acuto della sua breve carriera, successivamente caratterizzata da infortuni che ne precludono la continuazione ad alti livelli.

Resta, in ogni caso, più che valido il motto: …“Mai fidarsi degli amici …!!

I 400 METRI DI RAY BARBUTI CHE SALVARONO L’ONORE AMERICANO AD AMSTERDAM 1928

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L’arrivo di Ray Barbuti (a destra) – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Tra i tanti nomi immortali dell’atletismo stelle-e-strisce, Ray Barbuti, se pur la sua stella brillò una stagione sola, merita un posto particolare. E pure un cenno a parte, che è quel che proveremo a fare.

Alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 gli americani vanno incontro ad una debacle epocale nelle gare maschili di velocità. L’unica eccezione riguarda la prova dei 400 metri, che per la prima volta vengono corsi lungo una pista dalla metratura standard, ovvero appunto quattrocento metri, con fondo in argilla.

Esaurite le gare dei 100 e 200 metri piani che premiano il canadese Percy Williams e bocciano clamorosamente gli americani, che non solo non vincono ma restano pure fuori dal podio in entrambe le gare, il 2 e 3 agosto va in scena il giro completo di pista, che ha nell’americano Emerson “Bud” Spencer il primatista del mondo in 47″ netti. Ma il quinto posto ai Trials lo tengpono fuori dai Giochi, che altresì vedono allineati Ray Barbuti, che proprio alle selezioni si è imposto in un modesto 51″4 per il suo unico titolo nazionale, Hermon Phillips, Emil Snider e Joe Tierney. I canadesi Ball ed Edwards sono due pretendenti alle medaglie, così come il britannico John Rinkel, che ha il compito di non far rimpiangere l’assente Eric Liddell, campione olimpico quattro anni prima a Parigi. I tedeschi Buchner e Storz sono, tra i 50 iscritti che comprendono anche l’olandese Adriaan Paulen che sarà presidente IAAF, altri due validi concorrenti per un piazzamento di prestigio.

Hermon Phillips fa segnare in batteria il miglior tempo, 49″4, così come Buchner ai quarti, 48″6, con Barbuti che, dopo aver fermato il cronometro a 49″8 al primo turno, con 48″8 comincia a “scaldare i motori” in vista delle due prove decisive.

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Ray Barbuti – da en.wikipedia.org

Ad onor del vero Barbuti, nato a New York il 12 giugno 1905 e che all’Università di Syracuse non è solo un eccellente velocista ma anche un ottimo giocatore di football americano, fatica nella prima semfinale quando, pur correndo ancora in 48″8, viene battuto dal canadese James Ball, che al pari del tedesco Jochen Buchner segna il tempo di 48″6, candidandosi così alla medaglia d’oro, mentre l’altro americano Phillips, il britannico Rinkel e il secondo tedesco, Storz, completano il sestetto degli atleti qualificati alla finale.

L’atto decisivo ha i contorni del dramma. Ray Barbuti fa gara di testa fin dalla partenza, si presenta agli ultimi metri in vantaggio ma in chiaro debito di energie, tanto da rischiare di venir superato dal canadese Ball, che rinviene a velocità doppia. Sul traguardo Barbuti trova la forza di lanciarsi in avanti, crollando a terra, ma conservando un margine esiguo che gli consegna la medaglia d’oro col tempo di 47″8, suo primato personale. Ball è argento per un soffio, mentre Buckner strappa la medaglia di bronzo a Rinkel.

Per gli Stati Uniti, nell’edizione su pista più avara della storia olimpica, l’onore almeno è salvo. Ray Barbuti, dal canto suo, doppierà la medaglia d’oro con la vittoria nella staffetta 4×400 metri con il nuovo record del mondo di 3’14″2 pur essendo stato inserito nel quartetto composto pure da Fred Alderman, Emerson “Bud” Spencer e George Baird solo all’ultimo momento, e questo gli assicura un posto tra gli dei di Olimpia.

LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E QUEL RECORD TROPPO LONGEVO DELLA KRATOCHVILOVA

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Jarmila Kratochvilova – da atleticalive.it

articolo di Massimo Bencivenga

Innegabilmente, il 1989 sarà uno di quegli anni che le future generazioni dovranno imparare a memoria, come si conviene a un anno spartiacque nel fiume della storia; i prossimi studenti dovranno imparare a conoscerlo e a venerarlo come abbiamo fatto e facciamo con il 1492 o il 1848.

C’è stato un mondo prima del 1989 e uno, radicalmente diverso, dopo. Per Francis Fukuyama esso è l’anno della “Fine della storia”, mentre per Eric Hobsbawm esso fu la spinta finale al Secolo Breve.

Ho vissuto quegli anni nella fase in cui non si è più bambini, ma nemmeno adolescenti, e men che meno adulti. Anni di formazione, però, i miei anni di studio pazzo e disperatissimo nel settore dello sport, afosi pomeriggi passati su Telemontecarlo a vedere meeting su meeting, a memorizzare in maniera inaudita storie e dati, ché ai tempi mica c’era Internet o Sky che potevi rivedere le cose con calma.

Ricordo tante cose in maniera vivida e netta di quegli anni. Come la storia dei record di Città del Messico. Se ne fecero di record in quella edizione dei Giochi del 1968; il record di Lee Evans sui 400 m durò 20 anni, ma, poi, dinanzi ai miei occhi increduli, Butch Reynolds polverizzò il record ai tempi più longevo, portando a 43,29 il nuovo limite sul giro della morte. Era il 17 Agosto del 1988.

Non era nell’aria quel limite, niente affatto, ma Reynolds ebbe la fortuna di avere nelle corsie vicine uno come Egbunike che fece i primi 200 come se non ci fosse un domani. Scoppiò in curva, Egbunike, finì sesto se non erro, ma Reynolds si trovò a correre come mai per stargli dietro. Alla fine fu record.

Sì, quello di Evans sarà pure caduto, ma quello di Beamon non cadrà mai!”, questo e altro dicevano i giornalisti nel 1988. Il salto a 8,90 m nel lungo di Beamon è stata l’ossessione di migliaia di saltatori. Anche il divino Carl Lewis era ossessionato da quella misura. Si racconta che dopo aver visto il balzo in tv, il bimbo Carl andò in giardino, misurò la distanza e giurò a se stesso che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe saltato oltre quella misura monstre.

Andò così? Lewis saltò oltre l’8,90 a Tokyo nel 1991, ma… successe altro, magari un giorno lo racconterò.

Ritorniamo ai record, essi hanno delle storie affascinanti, che si sottraggono ai nostri calcoli e alle nostre elucubrazioni. Il 19,72 stampato dal nostro Mennea, sempre a Città del Messico ma nel 1979, non era accreditato come uno di quelli destinati a durare. Tempo qualche anno e sarà aggiornato, si diceva.

E invece quel record sui 200 durò ben 17 anni, rimane ancora come limite europeo (e di anni adesso ne son trascorsi 35) e Pietro Mennea resiste ancora nell’empireo dei 10 uomini più veloci di sempre sui 200.

Quali sono i record attuali più longevi nell’atletica leggera? Voilà.

Jarmila Kratochvílová (800m) 1983
Marita Koch (400m) 1985
Natalia Lisovskaja (lancio del peso) 1987
Stefka Kostadinova (salto in alto) 1987
Galina Čistjakova (salto in lungo) 1988
Gabriele Reinsch (lancio del disco) 1988
Florence Griffith-Joyner (100m) 1988
Jackie Joyner-Kersee (eptathlon) 1988
Florence Griffith-Joyner (200m) 1988
URSS (4×400 donne) 1988

Tutte donne, sì anche Gabriele Reinsch è un’ex atleta. E tutti record risalenti a prima del Muro. A prima vista sembrerebbe che le atlete degli anni ’80 avessero una marcia in più. Ma fu vera gloria? La Guerra Fredda, amici, si combatteva anche nello sport, a colpi di medaglia, per fas et nefas.

Anche con l’uso del doping. Doping di Stato nel caso dei paesi d’Oltrecortina.

Otto record sui dieci più datati appartengono ad atlete dell’Est, e per la verità anche in merito alle due statunitensi, cognate peraltro se ben ricordo, i sospetti di doping ci sono ed eccome, in particolare per Florence.

Sgraziata a vedersi, Jarmila Kratochvilova era uno di quei donnoni nate per fare sport. Al record del mondo degli 800 m in 1’53″28, realizzato a Monaco il 26 luglio 1983, possiamo associare che la stessa è attuale detentrice del secondo tempo di sempre sui 400 m a dimostrare una accoppiata inedita, dal momento che è più naturale fare 200 e 400 m e non ciò che faceva Jarmila.

Ma lei non era una normale.

La sua corsa sugli 800 non prevedeva alcuna tattica: partiva lancia in resta e arrivava prima, che si arrangiassero le altre. Ogni tanto salta fuori qualcosa, nel 2006 si cominciò a millantare di possibili documenti compromettenti, nei quali si ventilava la possibilità che i medici della federazione cecoslovacca, si presunse in pieno accordo con tecnici e atleti (ma chi aveva il coraggio in quegli anni di sfidare lo Stato?), somministrassero alle star nazionali di molte discipline dosi di nandrolone, norandrosterone e stanozolol.

Jarmila Kratochvilova si è sempre difesa, sostenendo di non aver mai fatto ricorso al doping, ma di essersi sempre e solo allenata. In maniera feroce e massacrante.

Come ben ricorda e sottolinea il dottor Vittori, tecnico anche di Mennea, che la vedeva allenarsi nel centro tecnico di Formia: «Ricordo la povertà del suo metodo di allenamento, si allenava da sola, sempre da sola, e per cinque giorni alla settimana, per due sedute al giorno, eseguiva fino a 40 ripetute alternando 60/80/100 metri, in tempi relativamente bassi per una capace di correre i 400 in 47″99 (8″ sui 60, 10″5 sugli 80 e 13″2 sui 100, tempi di uno che corre in 53″). Uno sfinimento il solo vederla. Poi il sabato, 8 ripetute sui 300 a 38″. Fuori da qualunque logica. Mi chiedevo come potesse resistere». Il dottore prosegue affermando che: «Era un armadio, aveva dei muscoli da pesista eppure in tanti anni non l’ho mai vista fare un solo esercizio di potenziamento».

E sempre a Vittori dobbiamo questo ricordo: «Posso soltanto dirvi, a proposito dei suoi muscoli, che quando la incontrai nel ’93 a Helsinki mi prese un colpo. Non la riconobbi. Passai davanti al lettino per i massaggi e vidi una tizia macilenta, con l’aria stanca, gli occhi bassi. Era lei. Aveva smesso da parecchio tempo ed era, letteralmente, un ectoplasma: aveva perso tutto. Ho pensato anche che fosse malata».

Riesce difficile, anche a vedere ciò che è emerso nell’ex DDR, non pensare che Oltrecortina non ci fosse un largo ricorso al doping di Stato. Riesce difficile non pensare tutto ciò dopo aver accertato che tra il ’74 e l’89 circa 100000 atleti furono aiutati con pesanti cure ormonali, con le pillole blu di Oral Turinabol, con 193 vittime del doping riconosciute e accertate dallo Stato.

Riesce difficile non pensar male a vedere la longevità di quei record e di come le prestazioni attuali siano ancora abbastanza distanti da quei limiti.

Ecco, io non ero a conoscenza di tutto questo nel 1988, quando a 12 anni ammiravo e tifavo per due donne dell’ex DDR: la nuotatrice Kristin Otto, sei ori a Seuol 1988, e Heike Drechsler, la Lewis in gonnella perché come il campionissimo Usa si disimpegnava, e alla grandissima, nei 100 m, nei 200 m, nel lungo e nella staffetta veloce.

Ecco, quei ricordi del bambino sono ancora vividi dentro di me, non sporcati dalla disillusione dell’adulto.

RALPH BOSTON, L’UOMO CHE CANCELLO’ JESSE OWENS

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Jesse Owens e Ralph Boston nel 1960 – da msfame.com

articolo di Giovanni Manenti

Lo ammetto, c’è un bel po’ di enfasi nel titolo, primo poiché le imprese di Jesse Owens nessuno le potrà mai cancellare e secondo in quanto si tratta solo di una delle specialità in cui il campione dell’Alabama eccelleva, vale a dire il salto in lungo.

E, quindi, capirete che l’accezione usata si riferisce esclusivamente al fatto di aver “cancellato” Owens esclusivamente dai “libri dei record”, sia olimpico che mondiale, che lo stesso aveva stabilito, rispettivamente, ai Giochi di Berlino ’36 con m. 8,06 ed il 25 maggio ’35 ad Ann Arbor – nel suo “giorno dei giorni” – con m. 8,13.

A dimostrare l’eccezionalità di tali imprese basti pensare al fatto che a 25 anni di distanza il primato mondiale resiste sempre, mentre nelle tre edizioni delle Olimpiadi del dopoguerra, la misura massima resasi necessaria per conquistare l’oro è stata il 7,83 dell’americano Gregory Bell a Melbourne ’56, poca cosa invero, ma all’alba del nuovo decennio qualcosa finalmente si muove nella specialità.

E questa novità risponde al nome di Ralph Boston, 21enne atleta di colore del Mississippi, in quanto nato a Laurel il 9 maggio 1939, un fisico perfetto per un lunghista, essendo alto m.1,87 per 74kg., il quale si mette in luce vincendo il titolo NCAA ’60 mentre frequenta la “Tennessee State University”, per poi confermarsi ai Trials di Stanford, vincendo la selezione per la squadra olimpica con la misura di m.8,09 a soli 4 centimetri dal limite mondiale di Owens.

Primato che si intuisce possa avere vita corta e, difatti, ancora in preparazione per i Giochi di Roma ’60, Boston lo supera con un balzo a m.8,21 compiuto a Walnut il 12 agosto, un risultato che ha maggior valore negli Stati Uniti, dove sono in vigore le misure inglesi, risultando quindi il primo atleta al mondo a superare la “barriera dei 27 piedi”.

Non c’è quindi da stupirsi se, in tale veste, Boston sia considerato il principale favorito alla medaglia d’oro quando, al mattino del 2 settembre, si presenta sulla pedana dello Stadio Olimpico per le qualificazioni del salto in lungo, la cui Finale è prevista al pomeriggio, non avendo alcuna difficoltà a superare il limite di m.7,40 fissato, saltando alla prima prova m.7,60 pur se i suoi due più accreditati rivali, il connazionale Irvin “Bo” Roberson ed il sovietico Igor Ter-Ovanesian, fanno ancor meglio, con m.7,81 e 7,79 rispettivamente.

IL RECORD DI BERLINO CADE DOPO 24 ANNI – Poco dopo le 16,00 inizia la Finale, ed il primo a “scaldare” i motori è proprio l’atleta ucraino che piazza un 7,90 al primo tentativo contro il 7,82 di Boston, mentre Roberson, che era incappato in un nullo alla prima prova, chiarisce a tutti di volersi giocare le proprie chances per l’oro con un secondo balzo a m.8,03 che lo porta al comando della classifica provvisoria.

Boston si rende conto che, se vuole salire sul gradino più alto del podio, deve cercare di dare il meglio di sé e la cosa gli riesce al terzo tentativo, quando atterrando a m.8,12 cancella il primato olimpico di Owens stabilito 24 anni prima.

Si potrebbe pensare che la gara sia virtualmente chiusa, ma così non è, o meglio, le posizioni restano le stesse, ma Boston deve recitare tutte le sue preghiere quando, all’ultima serie di salti, prima il tedesco occidentale Manfred Steinbach raggiunge anch’esso la fatidica linea degli 8 metri, accarezzando per un attimo il sogno di un bronzo che Ter-Ovanesian fa svanire raggiungendo m.8,04 e poi tocca a Roberson far sudare freddo il suo connazionale, con il suo tentativo misurato in m.8,11 anch’egli oltre il precedente record olimpico di Owens.

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Roberson, Boston e Ter-Ovanesian, medagliati a Roma 1960 – da gettyimages.it

E come, “per un punto Martin perse la cappa”, così Roberson fallisce per un centimetro l’occasione della sua vita, mentre Boston si appresta a vivere un intenso quadriennio che lo separa dai prossimi Giochi di Tokyo ’64, ingaggiando una sorta di “duello a distanza” con Ter-Ovanesian per quanto riguarda la lotta al record mondiale.

Occorre, al riguardo, doverosamente precisare come il saltatore nativo di Kiev sia, nel decennio che comprende gli anni ’60, di gran lunga il miglior prodotto europeo della specialità, capace di vincere tre Campionati continentali – Stoccolma ’58 (m.7,81), Belgrado ’62 (m.8,19) ed Atene ’69 (m.8,17) – e conquistare l’argento a Budapest ’66 ed ad Helsinki ’71, un rivale pertanto degno del massimo rispetto.

Rivalità che, in ogni caso, non impensierisce più di tanto Boston, il quale, anzi, occupa l’anno post olimpico a migliorare ulteriormente il suo record mondiale, portandolo una prima volta a m.8,24 il 27 maggio ’61 a Modesto, per poi infliggere a Ter-Ovanesian una cocente sconfitta proprio a casa sua, a Mosca, nel corso del tradizionale (per l’epoca) incontro Urss-Usa, raggiungendo la misura di m.8,28.

Ma l’ucraino non è certo tipo da demordere, ed alle prodezze dell’americano risponde come meglio non potrebbe nel suo miglior anno, il 1962, quando, prima di aggiudicarsi il suo secondo oro consecutivo ai Campionati Europei, spicca un balzo il 10 giugno ad Erevan che allunga di 3 centimetri il primato mondiale, fissandolo a m.8,31.

Una misura che Boston eguaglia il 15 agosto ’64 a Kingston, in Giamaica, in preparazione dei Trials in cui, il 12 settembre ’64, si riappropria in solitario del record con la misura di m.8,34, riuscendo anche a saltare, nel corso della selezione, addirittura m.8,49 ma con vento al di sopra della norma.

Ralph Boston Performing Record Breaking Jump at Olympics
Il salto mondiale di Boston a m.8,34 ai Trials 1964 – da dailydsports.com

TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE – Non può pertanto esservi alcun dubbio tra gli addetti ai lavori a chi sia ristretta la lotta per l’oro alle Olimpiadi del Sol Levante, troppo netta è la superiorità che i due vantano – misure alla mano – rispetto al resto del lotto dei concorrenti, se non fosse che il 18 ottobre ’64, sulla Capitale giapponese si abbatte un violento temporale che modifica, almeno in parte, le carte in tavola.

Nelle qualificazioni del mattino – con il limite per accedere alla Finale del pomeriggio fissato a m.7,60 – Boston raggiunge m. 8,03 con il suo primo salto, così come Ter-Ovanesian non ha difficoltà a qualificarsi con m.7,78, misura eguagliata dal gallese Lynn Davies, ma al terzo tentativo, dopo un 7,39 ed un nullo.

Su quali chances di vittoria possa avere il rappresentante della Regina sono in molti a chiederselo in tribuna stampa nelle tre ore che separano dall’inizio della Finale, andando a spulciarne il curriculum, da cui si ricava un suo 11esimo posto ai Campionati europei di due anni prima a Belgrado ’62 con un modesto 7,33 cui aveva fatto seguito, nel novembre successivo, il piazzamento ai margini del podio ai “Commonwealth Games” di Perth, in Australia, avendo concluso la gara non meglio che quarto con m.7,72.

E’ indubbio, in ogni caso, che le condizioni ambientali che, oltre alla pioggia, vedono una temperatura inferiore a 14°, favoriscano Davies, più avvezzo a simili situazioni climatiche, ma ciò nonostante, i primi tre salti di Finale vedono Boston portarsi al comando con m.7,85, seguito da Ter-Ovanesian a 7,78 mentre Davies fa registrare come sua miglior misura m.7,59 con ciò dando credito a chi non riponeva eccessiva fiducia in un suo successo.

Ma dal quarto tentativo, con la pioggia che cessa e la pedana asciugata, ecco che tutti e tre gli atleti in lotta per il podio si migliorano, con Boston che raggiunge m.7,88, Ter-Ovanesian m.7,80 e Davies che fa registrare il maggior incremento, atterrando a m.7,78, con ciò dimostrando di voler anch’egli partecipare alla sfida per l’oro.

Sfida che il gallese si aggiudica alla quinta prova, con un balzo di m.8,07, al quale Ter-Ovanesian replica con m.7,99 che gli consentono di scavalcare Boston, il quale, nel tentativo di forzare per riguadagnare la vetta della classifica, incappa in un nullo di pedana.

Ritrovatosi all’improvviso da primo a terzo, l’americano raccoglie tutte le residue energie per il sesto ed ultimo tentativo, che gli consente solo, con m.8,03, di scavalcare Ter-Ovanesian per l’argento, consentendo così a Davies di realizzare una delle più grandi sorprese dei Giochi di Tokyo, in un podio curiosamente formato da tre atleti tutti nati a maggio (oltre al 9 di Boston, il 19 l’ucraino ed il 20 il gallese …).

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Il podio di Tokyo 1964 – da wikipedia.org

Davies che, peraltro, non è propriamente un Carneade, visto che due anni dopo, alla rassegna continentale di Belgrado ’66, impedisce a Ter-Ovanesian il tris d’oro consecutivo superandolo di 10 centimetri (m.7,98 a 7,88), con il sovietico a prendersi la rivincita nell’edizione di Atene ’69, quando il ripetere la misura di Tokyo ’64 non è sufficiente al saltatore britannico, che deve accontentarsi dell’argento.

E, mentre i due europei si contendono lo scettro della superiorità sul Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano Boston – classificato al primo posto del ranking mondiale dalla rivista “Track & Field News” per otto stagioni consecutive, dal 1961 al 1967 – sfoga la delusione giapponese incrementando di un centimetro il proprio limite mondiale, portandolo a m.8,35 il 29 maggio ’65 a Modesto, nonché facendo suo per sei anni di seguito, dal 1961 al ’66, il titolo di campione nazionale, in attesa di ripresentarsi in sede olimpica a Città del Messico ’68 per riscattare la beffa subita a Tokyo.

Una preparazione, quella per i Giochi nella capitale messicana, che Boston svolge facendo anche da coach (sia pur in veste non ufficiale) ad un 22enne del Queens, tale Robert “Bob” Beamon, il quale era stato espulso dall’Università del Texas, ad El Paso, in quanto si era rifiutato di gareggiare contro la “Brigham Young University” adducendo che in tale istituto vigevano discriminazioni razziali (siamo nel ’68, ricordatevi la clamorosa protesta di Tommie Smith e John Carlos alla premiazione dei 200 metri …).

QUEL SALTO NEL XXI SECOLO – Di sicuro, gli insegnamenti di Boston non fanno male al ragazzone dal fisico alto ed allampanato (m.1,91 per 68kg.), il quale si presenta in Messico da favorito, avendo vinto 22 delle 23 gare disputate nel corso dell’anno, ivi compresi il Campionato AAU e gli “Olympic Trials”, con la miglior prestazione mondiale dell’anno di m.8,33 a soli due centimetri dal record mondiale che, nel frattempo, era stato eguagliato da Ter-Ovanesian in una gara preolimpica disputata l’anno prima, il 19 ottobre ’67, sulla stessa pedana di Città del Messico per consentire agli atleti di acclimatarsi all’altitudine del luogo.

Questa volta, il programma olimpico stabilisce un giorno di distanza tra qualificazioni e Finale, con le prime a disputarsi il 17 ottobre ’68 e che vedono Boston realizzare la miglior misura con m.8,27 (migliorando il suo stesso record olimpico stabilito a Roma nel ’60 …), con Beamon che atterra a m.8,19 mentre Davies realizza 7,94 e Ter-Ovanesian appena m.7,74, sufficienti comunque a garantirgli un posto per l’atto conclusivo del giorno dopo, visto che il limite è fissato a 7,65.

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Boston in occasione del record olimpico in qualifica a Messico 1968 – da gettyimages.it

Mai dare comunque per morto un fiero agonista come l’ucraino che, difatti, risponde al primo turno di Finale con un balzo di m.8,12 alla misura di m.8,16 fatta registrare da Boston, prima che sulla pedana si presenti il dinoccolato Beamon che, con un salto in cui tutte le componenti giocano a suo favore (altitudine, rincorsa, asse di pedana e vento di 2m/s ai limiti della regolarità), sembra non atterrare mai, tant’è che i giudici sono costretti ad usare il metro di stoffa per misurarne la lunghezza, dato che i rilevatori automatici sono posizionati anteriormente al punto in cui l’americano ha toccato la sabbia.

Occorrono diversi minuti affinché venga ufficializzata la misura di un record impensabile alla vigilia, pari a m.8,90 (oltre 29 piedi secondo gli standard inglesi …), con un incremento di 55 centimetri che non ha eguali nella storia della specialità, tanto “da uccidere la gara”, come sussurra a Beamon uno sconsolato Davies che, confermando il 7,94 delle qualificazioni, non riesce neppure a qualificarsi per i tre salti conclusivi, chiudendo la competizione non meglio che nono.

E, mentre Boston e Ter-Ovanesian si guardano increduli per il fenomenale exploit di Beamon, il tedesco orientale Klaus Beer ne approfitta, per compiere un salto di m.8,19 al secondo tentativo che relega Boston al terzo posto e Ter-Ovanesian ai margini del podio, in quanto, tanto per cambiare, la “maledizione atmosferica” continua a perseguitare l’oramai ex primatista mondiale (curiosamente, la Finale si disputa esattamente lo stesso giorno, 18 ottobre, di quella di quattro anni prima in Giappone …) con un altro violento acquazzone ad abbattersi su Città del Messico, rendendo impossibile migliorare le prestazioni ottenute nei primi salti.

Così Boston può concludere una carriera che lo ha visto collezionare tutte e tre le diverse medaglie olimpiche, realizzare ben sei record mondiali, e con il doppio vanto, da un lato di esser stato il primo saltatore ad aver migliorato i primati detenuti da una “leggenda” come Jesse Owens, e, dall’altro, di aver allenato l’autore di quello che fu definito all’epoca “il salto nel XXI secolo”, previsione poi solo parzialmente avveratasi, in quanto il record mondiale è durato “solo” 23 anni, battuto nella “sfida del secolotra Carl Lewis e Mike Powell ai Mondiali di Tokyo ’91, con quest’ultimo ad atterrare a m.8,95, ma a livello olimpico l’8,90 di Beamon resiste ancora a quasi 50 anni di distanza e, con la specialità in netto regresso rispetto ai tempi d’oro di inizio anni ’90, chissà quanto tempo ancora dovrà passare prima che possa essere battuto…

ALLAN WELLS, L’ANTI MENNEA EUROPEO

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Allan Wells campione olimpico a Mosca 1980 – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando il nostro Pietro Mennea si presenta ai Campionati Europei di Praga ’78 per difendere l’oro sui 200 metri conquistato quattro anni prima a Roma, si è oramai scrollato di dosso l’imbarazzante ombra del sovietico Valery Borzov, che l’aveva battuto sui 100 sulla pista dell’Olimpico, nonché recuperato la delusione per il quarto posto olimpico di Montreal ’76.

E difatti, il campione barlettano non ha alcuna difficoltà a confermarsi miglior velocista del continente sui 200 con un margine rispetto al secondo, il tedesco orientale Olaf Prenzler, degno di un Bolt dei giorni nostri (20”16 a 20”61 …!!), ma stavolta potendo anche vantare l’accoppiata sulla più breve distanza, vinta pur con un tempo non eccelso di 10”27, comunque più che sufficiente a tenere a debita distanza l’altro tedesco est, Eugene Ray, argento in 10”36, in una Finale che vede mestamente concludere all’ottavo ed ultimo posto, Valery Borzov, al suo passo d’addio all’atletica leggera.

E quasi non si accorge, Mennea, della presenza in Finale di un britannico di origini scozzesi, tal Allan Wells, che conclude la prova in un poco più che dignitoso sesto posto, con il tempo di 10”45, non potendo immaginare che, da lì ai prossimi due anni, lo stesso diventerà il suo massimo antagonista.

Nato ad Edimburgo il 3 maggio 1952, e, pertanto, coetaneo di Mennea, che sarebbe venuto alla luce poco più avanti, il 28 giugno del medesimo anno, Wells è un atleta dalle caratteristiche morfologiche poco rispondenti a quelle dello sprinter puro, alto come è m.1,85 per quasi 80kg. di peso e, difatti, i suoi inizi sui campi di atletica sono rivolti alle pedane dei salti (in lungo e triplo) più che alla pista.

Dotato però, al pari dell’azzurro, di una grande caparbietà e volontà di emergere, dopo aver abbandonato gli studi a 15 anni per lavorare in una officina meccanica, Wells si dedica ad un grande lavoro di potenziamento muscolare in palestra, visto che le condizioni atmosferiche della capitale scozzese difficilmente consentono allenamenti all’aperto, circostanza che lo porta ad avere difficoltà in una specialità come quella del salto in lungo, dove comunque è campione scozzese indoor nel ’74, prendendo la decisione di dedicarsi esclusivamente alla velocità a partire dal ’76, alla non più verde età di 24 anni.

Dover recuperare un “gap” così sostanzioso rispetto ai migliori sprinter europei dell’epoca non è cosa facile, ma Wells non si perde d’animo e già ai “Commonwealth Games” di Edmonton ’78, disputati ad inizio agosto, dà una significativa prova delle sue qualità, giungendo secondo solo dietro al campione olimpico giamaicano Donald Quarrie sui 100 metri, ma con un eccellente riscontro cronometrico – 10”07 rispetto ai 10”03 del vincitore – e facendo suo l’oro sulla doppia distanza in 20”12, tempo migliore di quello con cui Mennea, a distanza di un mese conferma il titolo europeo.

Già questi sono degli indubbi “biglietti da visita” da non far dormire sonni troppo tranquilli per la “freccia del Sud”, che ha comunque l’occasione di confrontarsi con Wells sul suolo italiano l’anno seguente, in occasione delle finali di Coppa Europa, che si disputano allo Stadio Comunale di Torino il 4 e 5 agosto ’79.

Nella prima giornata sono in programma i 100 metri e la staffetta 4×100, mentre il giorno successivo si disputano i 200, e Mennea dimostra di essere in più che buone condizioni, facendo sua la gara più breve in un più che valido 10”15, superando di un 0”01 centesimo il polacco Marian Woronin, mentre Wells si deve accontentare del gradino più basso del podio con 10”19, per poi vedere il quartetto britannico giungere alle spalle di quello azzurro (quinti e quarti, rispettivamente) nella staffetta 4×100 che conclude il primo giorno di gare.

Niente può far pensare ad una sconfitta di Mennea sulla “sua” gara dei 200 metri, in cui sono anni che non viene battuto da un europeo, ed invece, schierato in sesta corsia rispetto all’ottava del britannico, esce dalla curva con il solito, consueto distacco non essendo essa la parte migliore della scomposizione della sua gara, ma stavolta, pur apparendo lo svantaggio tutt’altro che incolmabile, la progressione in rettilineo dell’atleta pugliese non è sufficiente a raggiungere Wells, che si aggiudica la prova per 0”02 centesimi di differenza, 20”29 a 20”31.

Questi sbalzi di rendimento non sono inusuali per un Mennea che, comunque, scaccia ogni dubbio sulla sua superiorità sulla distanza conquistando, a tre mesi di distanza, alle Universiadi di Città del Messico, il record mondiale sui 200 metri con il tempo di 19”72 che resisterà per 17 anni.

Con il boicottaggio degli Stati Uniti ai Giochi di Mosca ’80, le chances di vittoria per i velocisti europei aumentano e non di poco, pur dovendosi comunque sempre guardare dalle insidie loro portate dagli atleti del Caribe (i campioni olimpici in carica, Hasely Crawford e Don Quarrie su tutti …) e di Cuba, tra cui primeggia Silvio Leonard.

Come da copione, la prova sui 100 metri è quella che apre il programma olimpico su pista, ed il 24 luglio ’80, allo Stadio Lenin di Mosca, si svolgono le batterie al mattino ed i quarti di finale al pomeriggio, per poi vedere disputati, il giorno appresso, semifinali e Finale.

Inserito nella terza batteria assieme al giamaicano Quarrie (chissà con quale criterio siano state composte …), Wells si presenta in 10”35 rispetto al 10”37 del rivale, mentre Mennea fa sua la successiva, ma con un tempo di 10”56 che non rassicura sulle sue condizioni di forma, tant’è che, al pomeriggio, si qualifica per le semifinali solo con il quarto posto utile nella prima serie, peraltro la più veloce, vinta proprio da Wells in 10”11, mentre l’azzurro, correndo in 10”27, esclude per un solo 0”01 centesimo dal proseguimento della manifestazione il campione olimpico in carica, Hasely Crawford.

Il riscontro cronometrico di Mennea fa comunque ben sperare, quantomeno per un accesso in Finale che sarebbe il primo per lui sulla più breve distanza, ma il pomeriggio del giorno dopo, un Mennea incredibilmente imballato giunge non meglio che sesto nella prima delle due semifinali con un modesto 10”58, in una gara ampiamente alla sua portata, vinta dal bulgaro Petar Petrov in 10”39 e che fa un’altra vittima eccellente nel giamaicano Quarrie, appena davanti a Mennea, quinto in 10”55.

Per Wells, che dal canto suo si è aggiudicato la seconda semifinale in 10”27 – ironia della sorte, lo stesso tempo corso da Mennea nei quarti – si dischiudono le porte per una insperata, alla vigilia, possibilità di centrare l’oro olimpico, visto che oramai, oltre agli americani assenti, sono già usciti i campioni olimpico, europeo e del Commonwealth in carica.

Resta l’interrogativo sul cubano Leonard, con il dubbio che si sia nascosto in semifinale giungendo appena dietro alle spalle di Petrov, ma non ci vuole molto per scoprirlo, visto che, a poco più di due ore di distanza, gli otto finalisti sono pronti ai blocchi di partenza agli ordini dello starter, con Leonard e Wells sorteggiati nelle due corsie esterne, il cubano in prima – che, da un punto di vista scaramantico, non deve essergli dispiaciuto, visto che è la stessa in cui si era affermato quattro anni prima Crawford a Montreal ’76 – e lo scozzese in ottava.

Al via, i più veloci a mettersi in moto sono l’altro cubano Lara in settima corsia e l’atleta di casa, Aleksandr Askinin, in seconda, mentre Wells, penalizzato dalla stazza fisica, stenta a prendere un corretto assetto di gara, esprimendo poi tutta la propria potenzialità nella seconda parte della gara, piombando sul filo di lana assieme a Leonard, tant’è che, vista anche la lontananza delle corsie, nessun è in grado di scommettere su chi abbia in effetti vinto.

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L’incerto arrivo della finale dei 100 metri – da dailymail.co.uk

Tocca al fotofinish decifrare l’arrivo e, pur se a parità di tempo (10”25 per entrambi), la vittoria viene assegnata a Wells, con Leonard argento ed il bulgaro Petrov bronzo in 10”39, un risultato ampiamente alla portata anche di Mennea.

Un solo di giorno di riposo e poi, il 27 mattina, di nuovo tutti in pista per le batterie dei 200, con un Wells al settimo cielo per l’oro conquistato ed un Mennea di cui tutti si chiedono se sarà riuscito a recuperare, fisicamente e moralmente, dalla cocente delusione patita sui 100.

Dopo un primo turno in cui i favoriti si sono tutti più o meno risparmiati – sulla doppia distanza è molto più facile amministrarsi che non sui 100 metri – già nei quarti di finale del pomeriggio vengono scoperte le carte, con i quattro pretendenti all’oro (Quarrie, Leonard, Wells e Mennea) a vincere le rispettive serie, con Wells a registrare il miglior tempo di 20”59, appena 0”01 centesimo meglio di Mennea, che chiude in 20”60 con largo margine sul sovietico Sidorov, secondo in 20”83.

Sembra aver ritrovato lo smalto giusto, il barlettano, che si conferma nella seconda semifinale del giorno dopo, quando precede in 20”70 Quarrie, mentre questa volta Leonard non si nasconde, facendo sua la prima serie in un convincente 20”61, con Wells a rallentare vistosamente sul traguardo, chiudendo quarto in un 20”75 che non deve trarre in inganno.

Con quattro finalisti – Wells, Leonard, Lara e Woronin – provenienti dalla gara dei 100, il pronostico per la finale delle 20,10 è quanto mai incerto, anche se è opinione comune che il podio sia ristretto al quartetto dei favoriti, che li vede schierati con Leonard ancora una volta in prima corsia (un sorteggio che sui 200 metri risulta penalizzante), Quarrie in quarta, Wells in settima e Mennea in ottava, con ciò invertendo in pratica la posizione dei due alla Coppa Europa dell’anno prima a Torino.

Nonostante che l’ottava corsia lo faciliti nell’affrontare la curva, Mennea conferma le sue difficoltà in tale porzione di gara, presentandosi sul rettilineo finale in quinta posizione, con Wells, partito fortissimo, a comandare la corsa, seguito da Leonard, Quarrie e Woronin.

Cosa accada poi penso sia pressoché inutile ricordarlo, con Mennea a rimontare metro su metro sino a raggiungere Wells, completamente privo di energie a spingere più di spalle che di gambe, a pochi metri dal traguardo e rinverdire, a 20 anni di distanza, l’oro di Livio Berruti a Roma ’60, trionfando in 20”19 rispetto ai 20”21 dello scozzese, mentre Don Quarrie aggiunge un’altra medaglia al proprio ricco palmarès, soffiando, per un solo 0”01 centesimo (20”29 a 20”30), il bronzo al cubano Leonard.

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Wells preceduto da Mennea sui 200 metri – da pinterest.com

A Wells sfugge l’occasione di collezionare un fantastico tris di medaglie con la staffetta 4×100, che vede il quartetto britannico posizionarsi ai margini del podio, superato dalla Francia nella lotta per il bronzo, ma è fuor di dubbio che la sua esperienza olimpica è di quelle da ricordare in eterno, e che ne rappresenta l’apice della carriera.

Il velocista britannico disputa comunque altre tre buone stagioni, che lo vedono primeggiare sui 100 metri sia nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma ’81 (10”20 sul ghanese Obeng, 10”21) che nelle Finali di Coppa Europa a Zagabria ’81 (10”17 sul tedesco est Emmelmann, 10”21), classificandosi secondo in entrambe le competizioni sulla doppia distanza, mentre nel 1982, dopo aver dovuto saltare i Campionati Europei per un leggero infortunio, ottiene la doppietta 100/200 che non gli era sinora mai riuscita, ai “Commonwealth Games” di Brisbane, superando sui 100 (10”02 a 10”05) un “certo” Ben Johnson, e venendo accreditato dell’oro a pari merito sulla doppia distanza, assieme all’inglese McFarlane, che concludono appaiati il 20”43.

Il 1983 è l’anno in cui si disputa la prima edizione dei Campionati mondiali ad Helsinki, e Wells vi giunge dopo esser stato beffato da Emmelmann (10”58 a 10”59) sui 100 in Coppa Europa a Londra, ma prendendosi la soddisfazione di una platonica rivincita su Mennea precedendolo sui 200 (20”72 a 20”74), dandosi appuntamento nella capitale finlandese per sfidarsi al cospetto degli sprinter americani.

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Wells precede Mennea sui 200 in Coppa Europa 1983 – da dailymail.co.uk

E la musica è davvero diversa, poiché sui 100 metri il podio è interamente “a stelle e strisce” con Carl Lewis a primeggiare in 10”07, davanti a Calvin Smith ed Emmit King, mentre tocca proprio a Wells a salvare l’onore del vecchio continente, piazzandosi quarto in 10”27, onore che ci pensa l’azzurro a tenere ancora più in alto sulla doppia distanza, dove, dopo la doppietta Usa con Calvin Smith ed Elliott Quaw (20”14 a 20”41), conquista il bronzo in 20”51, precedendo di un solo 0”01 centesimo indovinate chi, ma Alan Wells, ovviamente.

Ed anche se i due proseguiranno stancamente le rispettive carriere, partecipando ai Giochi di Los Angeles ’84 – Wells eliminato in semifinale dei 100 metri e settimo con la staffetta 4×100, mentre Mennea è settimo in Finale sui 200, quarto con la staffetta 4×100 e quinto con il quartetto della 4×400 – ed il britannico capace di andare ancora in Finale agli Europei di Spalato ’86, piazzandosi quinto sia sui 100 che sui 200 metri, è indubbio che quel centesimo che li ha divisi nella lotta per il podio di Helsinki ’83 non possa che rappresentare la sintesi di una sfida, avvincente, dura, ma leale, a cui i due campioni hanno dato vinta nell’arco di un quinquennio …!!

JIM RYUN, LA MALEDIZIONE OLIMPICA DEL “MILER”

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Jim Ryun migliora il record mondiale del miglio il 17 luglio 1966 – da runnersworld.com

articolo di Giovanni Manenti

In una nazione come gli Stati Uniti, dove l’atletica leggera è uno degli sport più praticati al college, vi è però una netta preferenza per le gare veloci, sino al completamento del giro di pista, corse piane od ostacoli non fa distinzione, per poi prediligere, nei concorsi, le prove di salto rispetto ai lanci, e non c’è quindi da sorprendersi se, nelle prove di mezzofondo, difficilmente si veda primeggiare un atleta americano, per non parlare poi d record, essendo quelli oramai interamente appannaggio degli atleti africani.

Ma, come in quasi tutte le cose, ad una regola si contrappone sempre un’eccezione e, nel caso specifico, questa eccezione risponde ad un nome ed un volto ben precisi, vale a dire quello di Jim Ryun, l’unico “miler” della storia Usa capace di detenere, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio, i primati mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, vero e proprio “enfant prodige” della sua generazione.

Nato il 29 aprile 1947 a Wichita, in Kansas, morfologicamente ben strutturato (alto m.1,88 per 76kg.), Ryun sale difatti alla ribalta già al liceo (le “high school” negli Stati Uniti), quando nel 1964, appena 17enne, diviene il primo atleta per quella età a correre il miglio sotto la fatidica “barriera dei 4’ netti”, coprendo la distanza in 3’59”0 e confermandosi altresì a livello nazionale, dimostrando personalità nel conquistare la selezione per le Olimpiadi di Tokyo ’64 con il terzo posto conquistato sui 1.500 metri ai Trials di Los Angeles, circostanza che lo fa tuttora essere il più giovane atleta di sesso maschile ad aver partecipato ad una rassegna olimpica in atletica leggera.

La giovane età e la conseguente inesperienza viene pagata da Ryun in occasione dei Giochi dove, a dispetto di una buona prova in batteria, conclusa in 3’44”4, resta imbottigliato nel corso della prima semifinale, perdendo fiducia e, una volta verificata l’impossibilità di qualificarsi per la finale, chiude mestamente in ultima posizione.

Non c’è certo da demoralizzarsi, stante la verde età di Ryun, il quale riprende a vincere a livello nelle gare di high school, ma con significativi miglioramenti quanto a riscontri cronometrici, tant’è che nel 1965 corre altre quattro volte il miglio sotto i 4’ (unico liceale di sempre ad aver compito una tale impresa in più di tre occasioni …), con il picco del tempo di 3’55”3 stabilito il 27 giugno ’65 che rappresenta anche il primato Usa assoluto e che, a livello studentesco, resterà imbattuto per “qualcosa” come 36 anni, venendo superato solo nel 2001 da Alan Webb in 3’53”43.

Tali exploit valgono all’appena 18enne Ryun il quarto posto nel ranking mondiale stilato dalla celebre rivista specializzata “Track & Field News” ed il corteggiamento da parte dei più famosi college americani, preferendo comunque Jim di restare vicino a casa, iscrivendosi all’Università del Kansas, dove non si fa certo scrupoli nel continuare a mettersi in evidenza.

Ed, in effetti, nel suo primo anno da matricola, Ryun stabilisce il 10 giugno ’66 al meeting di Terre Haute, nell’Indiana, il record mondiale juniores di 1’44”9 sugli 800 metri – che, a 50 anni di distanza, è ancora primato americano junior sulla distanza – nel mentre il successivo 17 luglio, a Berkeley, in California, fa fermare i cronometri sul miglio a 3’51”3 che migliora il limite mondiale assoluto del francese Michel Jazy, realizzato l’anno prima a Rennes, in Francia.

Conclusa la stagione al primo posto del ranking mondiale precedendo il keniano Kipchoge Keino, l’unico suo vero antagonista del periodo e la cui rivalità tocca livelli altissimi nel biennio a seguire, Ryun si appresta a disputare quello che risulta il suo “anno di gloria”, vale a dire il 1967, con l’unica sfortuna che esso non coincida con l’organizzazione dei Giochi Olimpici.

Dapprima, festeggia i 20 anni da poco compiuti, migliorando il proprio primato mondiale sul miglio in una gara in notturna disputata il 23 giugno ’67 a Bakersfield, in California, corsa mantenendo la testa sin dall’avvio con progressivo incremento dell’andatura a partire dal terzo giro per andare a concludere in solitario in 3’51”1, limando così 0”2 decimi al suo precedente limite.

Appena quindici giorni dopo, Ryun va all’assalto del primato sulla distanza metrica dei 1.500, che data dalle Olimpiadi di Roma ’60, in cui l’australiano Herb Elliott, al termine di una gara solitaria, ferma i cronometri sul tempo di 3’35”6, un record che resiste all’epoca d’oro dell’altro fenomenale mezzofondista dell’Oceania, il neozelandese Peter Snell, soprattutto perché quest’ultimo, come tutti gli atleti del Commonwealth britannico, si cimenta pressoché esclusivamente sul miglio, tant’è che, prima della doppietta 800/1.500 metri dal medesimo realizzata ai Giochi di Tokyo ’64, lo stesso non aveva mai corso una gara sulla distanza europea ed olimpica.

Ma quella che va in scena l’8 luglio ’67 a Los Angeles, è una delle sfide che viene ricordata dagli esperti del settore come degna di passare agli annali della specialità, vedendo come protagonisti il ventenne americano ed il ventisettenne keniano, nell’ambito di un incontro internazionale tra Stati Uniti e selezione del Commonwealth britannico, eventi molto frequenti in quegli anni, quando non esistevano ancora sia i Campionati Mondiali che, tantomeno, l’attuale circuito della “Diamond League”, a calendarizzare le stagioni degli atleti.

Ad ogni buon conto, la gara si snoda su ritmi inizialmente lenti in avvio, per poi toccare a Keino di sollecitare l’andatura coprendo il secondo giro in 56” e portandosi al comando tallonato da Ryun, con i due atleti a staccare il resto del gruppo correndo fianco a fianco sino a 300 metri dall’arrivo quando un poderoso attacco dell’americano stronca la resistenza dell’atleta degli altipiani con una imperiosa progressione che lo porta a concludere con il tempo di 3’33”1 che migliora di 2”5 il vecchio record mondiale, grazie ad un ultimo giro cronometrato in 53”9.

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Ryun in occasione del record sui m.1500 in 3’33″1 – da marinarc.org

Detta circostanza fa sì che vi sia grande attesa per la resa dei conti tra i due campioni – che si confermano ai primi due posti del ranking mondiale per il 1967 – in occasione delle Olimpiadi di Città del Massico in programma ad ottobre ’68 nella capitale messicana ed, a questo punto, è doveroso aprire una parentesi per spiegare bene ai lettori chi sia e che cosa abbia rappresentato nel panorama dell’atletica mondiale la figura di Kipchoge Keino, antesignano del successivo dominio dell’Africa nera nelle gare di mezzofondo.

Messosi già in luce ai Giochi di Tokyo ’64, dove viene eliminato nella semifinale di 1.500 metri dopo essere giunto quinto sulla più lunga distanza dei 5.000, Keino è in grado di esprimersi ai massimi livelli dai 1.500 sino ai 10.000 metri, compresa la gara dei 3.000 siepi, tant’è che, dopo essersi affermato sulle distanze inglesi del miglio e delle tre miglia ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, si lancia nella pazzesca impresa di iscriversi in Messico su tutte e tre le distanze piane dei 1.500, 5.000 e 10.000 metri.

Un azzardo tanto più elevato se rapportato al fatto che le gare nella capitale centroamericana si disputano ad un’altitudine di oltre duemila metri, con conseguente rarefazione dell’aria che, se da un lato favorisce gli sprinter e le gare di salto, al contrario penalizza chi si deve esprimere sulle distanze del mezzofondo.

Un appuntamento al quale, dal canto suo, Ryun non giunge in perfette condizioni, in quanto ha dovuto combattere in estate la mononucleosi, cosa che lo ha penalizzato ai Trials di Echo Summit escludendolo dalla selezione per gli 800 metri e riducendo il “gap” rispetto ai connazionali sui 1.500, da lui comunque vinti pur se con il tempo di 3’49”0 alquanto modesto per le sue potenzialità, pur se ottenuto anch’esso in altura, visto che la località californiana era stata scelta dalla Federazione Usa proprio per abituare gli atleti alle condizioni che avrebbero poi ritrovato in sede olimpica.

Nel mese che separa i Trials dai Giochi, Ryun ed il suo staff curano meticolosamente la preparazione fisica, analizzando altresì le condizioni ambientali in cui si svolgerà la gara, arrivando alla conclusione che un tempo al di sotto dei 3’40” netti dovrebbe essere sufficiente a garantire la medaglia d’oro, pur con il vantaggio per Keino della sua abitudine a correre in altura, provenendo dagli altipiani dell’Africa centrale.

Vantaggio che, da parte della federazione Usa, si ritiene possa essere annullato dal fatto che il 28enne keniano si presenta alle batterie dei 1.500 del 18 ottobre dopo aver partecipato il 13 alla gara dei 10.000 metri, pur ritirandosi prima della fine, ed aver comunque corso il 15 le batterie ed il 17 la Finale dei 5.000, conquistando la sua prima medaglia olimpica, piazzandosi alle spalle del tunisino Mohamed Gammoudi al termine di una entusiasmante volata.

Tanto più che la prova dei 1.500 prevede, in tre giorni consecutivi, batterie, semifinali e finale, con Ryun a confortare sul proprio stato di forma facendo registrare il miglior tempo in batteria con 3’45”80 rispetto al 3’46”96 con cui Keino si aggiudica la prima serie, così come il giorno dopo allorquando, inseriti entrambi nella seconda delle due semifinali, è l’americano a prevalere in una gara tattica, precedendo il rivale sul traguardo in 3’51”25 rispetto al 3’51”50 del keniano.

Il pomeriggio del 20 ottobre 1968, sui dodici partecipanti all’atto conclusivo, solo due sono di colore, il più volte ricordato Keino ed il proprio connazionale Benjamin Jipcho, che si rivela fondamentale nella strategia di gara studiata dagli africani per fiaccare la resistenza del primatista mondiale, mentre l’Europa punta sull’argento di Tokyo ’64, il cecoslovacco Josef Odlozil, nonché sulla temibile coppia tedesca formata da Bodo Tummler ed Harald Norpoth, classificatisi rispettivamente al primo e terzo posto agli Europei di Belgrado ’66.

Ed, alla partenza, la tattica predisposta dal team keniano si mette in pratica, con Jipcho ad imprimere alla gara un ritmo elevato, tanto da passare sotto i 56” netti ai 400 metri, un’andatura difficilmente sostenibile in tali condizioni ambientali soprattutto da parte degli europei, mentre Ryun si mantiene nelle posizioni di coda fidandosi della sua previsione di concludere la prova intorno ai 3’39” netti.

Con un quartetto composto dai due keniani e dai due tedeschi a staccarsi leggermente dal resto del gruppo, è Keino a prendere decisamente l’iniziativa al passaggio agli 800 metri (cronometrato in 1’55”3), per poi transitare alla campana dell’ultimo giro con buon margine su di un terzetto formato da Tummler, Norpoth ed il britannico John Whetton, mentre Ryun si trova da solo al quinto posto nel tentativo di ricucire lo strappo, ed iniziando a rendersi conto di aver fatto male i propri calcoli.

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Keino precede Jim Ryun nella finale olimpica 1968 – da nytimes.com

Ai 300 metri dall’arrivo Ryun raggiunge Whetton, per poi lanciarsi all’attacco della coppia tedesca che scavalca all’ingresso dell’ultima curva, quando però il distacco dal leader è oramai incolmabile, visto che Keino non mostra alcun segno di cedimento, andando così a trionfare nel nuovo record olimpico di 3’34”91, un tempo di tutto rispetto considerata l’altitudine, mentre a Ryun resta la consolazione dell’argento davanti al tedesco Tummler (3’37”89 a 3’39”08 rispettivamente).

Assediato dai media dopo la gara, Ryun respinge le accuse, così commentando l’esito della finale: “Avevamo previsto che correre in 3’39” sarebbe stato sufficiente per vincere ed io sono andato al di sotto di tale tempo, facendo del mio meglio e con la convinzione che se la gara si fosse disputata a livello del mare avrei vinto; se qualcuno sostiene che la mia prova sia stata deludente, ciò vuol dire non riconoscere i giusti meriti a Keino, che ha disputato una gara eccellente, come confermato dal record olimpico realizzato”.

L’amarezza per l’oro sfumato, fa sì che Ryun riduca le sue presenze in pista negli anni a venire a beneficio degli studi universitari – circostanza che lo fa scivolare, dopo il secondo posto alle spalle di Keino nel ranking mondiale del ’68, in settima posizione nel ’69 ed in sesta nel ’71 – per poi ripresentarsi in buone condizioni di forma nel ’72 in vista dell’appuntamento olimpico di Monaco ’72, stagione in cui fa registrare il suo “personal best” sui 5.000 metri in 13’38”2 il 20 maggio e corre il suo terzo miglior tempo di sempre sul miglio il 29 luglio a Toronto in 3’52”8 e che, all’epoca, era altresì la terza miglior prestazione assoluta, dopo aver staccato il pass per i Giochi bavaresi facendo sua la gara dei 1.500 metri ai Trials di Eugene in 3’41”5.

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Jim Ryun si aggiudica i Trials di Eugene 1972 – da competitor.com

Appuntamento a cinque cerchi che propone sin dalle batterie l’occasione per una rivincita, dato che sia Ryun che Keino sono inseriti nella quarta serie, ma ancora una volta la sorte volta le spalle all’americano che, urtato dal senegalese Billy Fordjour a 500 metri dall’arrivo, pur rimettendosi in piedi e concludendo la prova, non può andare avanti nella competizione, nonostante l’appello della Federazione Usa che viene respinto ancorché il Comitato Olimpico avesse confermato il danno subito dal non certo fortunato atleta, per il quale cala il sipario sulla propria attività agonistica, la cui ultima immagine lo immortala mentre viene consolato dal suo acerrimo, ma leale, avversario Keino, il quale, dal canto suo, non riuscirà a bissare l’oro di Città del Messico, beffato in volata dal finlandese Pekka Vasala.

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Ryun consolato da Keino a Monaco 1972 – da gettyimages.it

Unica consolazione per Ryun, la durata dei propri record mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, proseguita sino al 1974, per quanto riguarda il primo, migliorato dal tanzaniano Filbert Bayi in occasione dei “Commonwealth Games” di Christchurch ’74, quando copre la distanza in 3’32”16, e con lo stesso atleta a far suo, il 17 maggio ’75, anche il primato sul miglio, correndo in 3’51”0, un solo 0”1 decimo meglio dell’americano che, come molti altri mezzofondisti della storia dell’atletica, ha dato il meglio di sé nel far registrare record, piuttosto che conquistare medaglie…

BETTY CUTHBERT ED UN TRIS D’ORO UNICO NELLA STORIA

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Betty Cuthbert – da hefamouspeople.com

articolo di Giovanni Manenti

Per spiegare gli exploit sportivi, non tanto di un singolo atleta, ma di un intero paese, è buona norma rapportarsi al periodo ed alle condizioni storico politiche che li hanno generati.

Uno di questi, tra i più tragici, è stato senza alcun dubbio l’evento bellico costituito dalla Seconda Guerra Mondiale, dal quale l’Europa intera – sia dalla parte dei vittoriosi che, a maggior ragione, degli sconfitti – ne è uscita distrutta, al pari del Giappone in Estremo Oriente, e le conseguenze si ripercuotono in occasione delle prime Olimpiadi del dopoguerra.

Una nazione che, viceversa, è stata coinvolta in maniera limitata da tale catastrofe umana, è l’Australia che, difatti, vede incrementarsi il proprio bottino di medaglie, anche in vista dell’organizzazione dei Giochi di Melbourne ’56, assegnati dal CIO nella sessione svoltasi a Roma nell’aprile 1949.

Ed, in particolare, il paese oceanico riesce ad affermarsi nella disciplina regina dei Giochi, vale a dire l’atletica leggera, dove prima di allora poteva contare solo sulla vittoria di Anthony Winter nel salto triplo alle Olimpiadi di Parigi ’24, eccezion fatta per la doppietta di Edwin Teddy Flack sugli 800 e 1500 metri nell’edizione inaugurale di Atene ’96, di elevato valore storico, ma alquanto minore dal lato sportivo.

Ecco quindi, che alla riaccensione della fiaccola olimpica nello stadio Wembley di Londra, gli atleti “aussie” se ne tornano a casa con il più pingue bottino (13 medaglie) sinora ottenuto dall’ideazione dei Giochi, e di cui la parte del leone la fa proprio l’atletica con 6 medaglie – un oro, tre argenti e due bronzi – che vedono eccellere, in campo maschile, i saltatori, con John Arthur Winter oro nel salto in alto, mentre Theodore William Bruce e George Avery salgono sul secondo gradino del podio, rispettivamente nel salto in lungo e nel salto triplo.

Ma è una ragazza, Shirley Strickland, a mettersi maggiormente in evidenza, con il bronzo conquistato sia sui 100 metri piani che sugli 80hs, nonché il contributo fornito all’argento nella staffetta 4×100, giunta a ridosso dell’Olanda trascinata dalla “mammina volanteFrancina Blankers-Koen.

Proprio le imprese della Strickland (successivamente maritata de la Hunty nel 195), consentono una sino a tale epoca inusuale impennata dell’atletica leggera a livello femminile nel paese australe, tant’è che quattro anni dopo – essendosi nel frattempo aggiudicata l’oro sugli 80hs ai “Commonwealth Games” di Auckland ’50, nonché l’argento sulle 100 e 220yds, in entrambi i casi dietro alla connazionale Marjorie Jackson – la Strickland de la Hunty mette tutte d’accordo ai Giochi di Helsinki ’52 facendo suo l’oro sugli 80hs e togliendo con 10”9 il record mondiale alla Blankers-Koen, mentre la ricordata Jackson, dal canto suo, si conferma come dominatrice delle corse piani anche a livello assoluto, imponendosi con largo margine sia sui 100 che sui 200 metri, ed eguagliando, sulla più breve distanza, il primato di 11”5 della Blankers-Koen.

Le notizie delle imprese in terra finnica – con l’unica defaillance nella staffetta 4×100 dove, dopo aver stabilito in batteria il primato mondiale con 46”1, il quartetto australiano si smarrisce in finale giungendo non meglio che quinto in 46”6 – devono essere servite indubbiamente da stimolo per una, all’epoca, quattordicenne nativa del Nuovo Galles del Sud, tale Elizabeth “Betty” Cuthbert, che è la protagonista della nostra storia odierna.

Nata a Merrylands il 20 aprile 1938, la Cuthbert viene introdotta all’atletica all’età di 8 anni da una sua insegnante scolastica, June Ferguson, che allena alla “Western Suburbs Athletic Club” e che se ne prende cura avendone intuite le grandi potenzialità.

Fisicamente ben strutturata – è difatti alta m.1,69 per 57 chili – Betty corre in maniera spontanea e naturale con due particolari caratteristiche, la prima di gareggiare con la bocca spalancata e la seconda di tenere le ginocchia alte durante l’andatura, difetto quest’ultimo, se così vogliamo chiamarlo, che la Ferguson si guarda bene dal correggere, rendendosi conto che ciò andrebbe a scapito della velocità di base dell’atleta, e concentrandosi, al contrario, nel migliorare la partenza e facendo leva sulla concentrazione, spiegando alla giovane allieva come “se hai tempo di pensare mentre corri le 100yds, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce …!!”.

Gli insegnamenti producono effetti inaspettati allorquando, il 16 settembre ’56, in una gara sui 200 metri di preparazione in vista dei Trials olimpici, la Cuthbert, nonostante fosse riluttante a schierarsi ai blocchi di partenza, si impone in 23”2 strappando alla Jackson il primato mondiale e candidandosi così per conquistare un posto alle selezioni per i Giochi di Merlbourne .

Nonostante che la Jackson si fosse ritirata dopo essersi confermata sulle 100 e 220yds ai “Commonwealth Games” di Vancouver ’54, la concorrenza resta elevata, in quanto, oltre alla Strickland sui 100 metri – dove aveva l’anno prima tolto alla Jackson il record mondiale correndo in 11”3 – c’è da fare i conti con Marlene Mathews, la quale aveva dovuto rinunciare per infortunio alle Olimpiadi di Helsinki, ma è tornata nuovamente ai vertici della specialità.

Comunque, il verdetto dei Trials non dà adito a sorprese, con Cuthbert e Mathews a staccare il biglietto per entrambe le prove dei 100 e 200 metri, cui si uniscono la Strickland sulla più breve distanza e Norma Crocker sulla più lunga, con ciò alimentando le speranze per una doppia vittoria da parte degli organizzatori dei Giochi, visto che l’Australia poteva schierare su entrambe le distanze le rispettive detentrici del record mondiale.

La prima gara in programma, come di prassi, sono i 100 metri in cui, diversamente a quanto avviene ai giorni nostri, sono previste batterie e semifinali il 24 novembre e la finale due giorni dopo, e l’inizio è in chiaroscuro per la Nazione ospitante, in quanto la primatista mondiale Strickland viene eliminata in batteria, risentendo della non più tenera età avendo superato la trentina, ma, d’altro canto, Mathews e Cuthbert migliorano una dietro l’altra il record olimpico, fissandolo una prima volta ad 11”5 e subito dopo ad 11”4.

In semifinale, a turbare i sogni dei dirigenti e tecnici australiani, spunta un nome a sorpresa, sotto forma della tedesca Christa Stubnick che precede la Cuthbert (11”9 a 12”0) nella prima serie, mentre la Mathews si aggiudica la seconda in 11”6, presentandosi come la favorita per la medaglia d’oro all’atto conclusivo.

Ma i due giorni di riposo sono più che sufficienti alla Cuthbert per ritrovare la giusta concentrazione e, quando lo starter dà il via alla finale alle 17,20 del 26 novembre ’56, la sua falcata imperiosa non dà scampo alle avversarie, prendendo la testa della gara sin dall’avvio per non cederla più ed andare a trionfare in 11”5, con la Stubnick nettamente battuta, ma pur sempre capace di resistere al ritorno della Mathews e garantirsi così la medaglia d’argento, pur se accreditate del medesimo tempo di 11”7.

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La Cuthbert vittoriosa sui m.100 piani a Melbourne 1956 – da theroar.com.au

Toltosi, per così dire, il dente, la Cuthbert deve ora difendere il proprio ruolo di grande favorita sulla doppia distanza, data la veste di primatista mondiale, e l’autorità con cui, il 29 novembre, si impone in 23”5 in batteria ed in 23”6 in semifinale, sembra non poter lasciare scampo alle avversarie in vista della finale prevista per il giorno successivo.

Pronostico che viene pienamente rispettato, con la Cuthbert posta in quinta corsia con all’esterno la ricordata Stubnick a farle da punto di riferimento e, in una sorta di caccia di gatto al topo, fa sfogare la rivale in avvio per affiancarla all’uscita della curva e quindi produrre una irresistibile progressione in rettilineo, tale da consentirle di vincere con ampio margine nel nuovo record olimpico di 23”4 nel mentre la composizione del podio è identica a quella dei 100 metri, con Stubnick argento e Mathews bronzo.

Neppure il tempo di rifiatare che l’indomani, ultima giornata di gare per l’atletica, sono in programma batterie e finale della staffetta 4×100 dove, a sorpresa, non viene inserita la Mathews, giudicata dai tecnici non adatta a tale prova per le sue difficoltà nei cambi, mentre ne fa parte la Strickland che, a propria volta, ha confermato sugli 80hs l’oro di quattro anni prima ad Helsinki.

Vi è quindi per il quartetto australiano – composto da Cuthbert, Crocker, Strickland e Mellor – la possibilità di fare cappotto nelle quattro prove di velocità (100 e 200 piani, 80 ostacoli e staffetta), alla stessa stregua di quanto era stata capace di fare, da sola, l’olandese Blankers-Koen a Londra ’48 e che era sfuggito loro ad Helsinki solo per la scialba prova in finale proprio della staffetta.

Che non sia comunque un’impresa facile, lo dimostra la prima delle due semifinali, quando le australiane riescono di un soffio a precedere il quartetto tedesco (45”00 a 45”07 come rilevamento elettronico), venendo entrambe accreditate del tempo di 44”9 che migliora il 45”1 del record mondiale detenuto proprio dalle tedesche, le quali, nella finale di poco meno di un’ora e mezza dopo, pasticciano alla stessa stregua di quanto commesso dalle australiane in terra finlandese, chiudendo staccatissime al sesto ed ultimo posto in 47”2.

Con le principali avversarie fuori gioco, tocca al quartetto britannico cercare di rompere le uova nel paniere al tentativo di “cappotto” australiano, ma ancora una volta è la Cuthbert a mettere le cose a posto allorquando, ricevuto il testimone in seconda posizione, dapprima supera di slancio la Armitage e quindi resiste al disperato ritorno della stessa, con entrambi i quartetti a scendere sotto il limite mondiale stabilito meno di due ore prima, chiudendo rispettivamente in 44”5 e 44”7, un divario che non rispecchia quanto più correttamente indicato dal rilevamento elettronico, che certifica un distacco di appena 0”05 centesimi (44”65 a 44”70), con il bronzo appannaggio degli Stati Uniti, per i quali gareggia la sedicenne Wilma Rudolph che, quattro anni dopo a Roma, sarà in grado di ripetere la medesima impresa delle Cuthbert.

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La Cuthbert conclude vittoriosa la staffetta 4×100 – da pinterest.com

Cuthbert che, a Giochi conclusi, viene etichettata dai “media” come “Golden Girl” (“Ragazza d’oro”) e che, con un sottile gioco di parole, verrebbe da dire aver lasciato tutti a bocca spalancata proprio come lei disputa le sue gare, ma la 18enne “Betty” ha ancora in serbo una importante carta da giocare e con la quale riuscirà ancor più a strabiliare.

Oramai una celebrità nel “Paese dei canguri”, la Cuthbert deve subire la voglia di riscatto della Mathews (nel frattempo maritata Willard), la quale si aggiudica sia le 100 che le 220yds ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58, con la 20enne campionessa olimpica ai margini del podio sulla più breve distanza e sorprendentemente sconfitta (23”65 a 23”77) sulle 220yds, nonché del quartetto inglese, il quale, facendo suo l’oro nella staffetta 4x110yds, stabilisce anche il record mondiale di 45”37.

Ma per la Cuthburt sono gli appuntamenti a cinque cerchi quelli a cui fare riferimento e, in vista dei Giochi di Roma, sembra potersi confermare, quantomeno sulla più lunga distanza, eguagliando il 7 marzo ’60 il proprio primato di 22”3, ma la pista dell’Olimpico non le porta fortuna, venendo eliminata nei quarti della gara sui 100 metri, procurandosi uno stiramento muscolare che la elimina dalle competizioni, privando così il pubblico di una attesissima sfida sui 200 metri con l’americana Wilma Rudolph, la quale si aggiudica la prova con il tempo di 24”13, largamente superiore al limite mondiale dell’australiana.

La delusione induce la Cuthbert a ritirarsi dalle scene, decisione peraltro di breve durata, in quanto la si rivede in pista a fine novembre ’62 ai “Commonwealth Games” di Perth, in cui, oltre a contribuire, quale ultima frazionista, all’oro del quartetto australiano nella staffetta 4x110yds, si accorge, al contrario, di aver perso competitività nello sprint, giungendo non meglio che quinta sulle 220yds con un tempo di 24”80 quasi umiliante per lei.

Tale circostanza la consiglia di provare una nuova esperienza sul giro di pista, ed i riscontri durante la stagione ’63 sono incoraggianti, visto che migliora a due riprese il record mondiale sulle 440yds, ma un infortunio al piede destro ne condiziona la preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, dove la gara dei 400 metri piani è inserita per la prima volta nel programma di atletica femminile.

Riuscitasi comunque a qualificare per i Giochi, la Cuthbert non sembra peraltro al “top” della forma una volta giunta in Giappone, qualificandosi per la finale con il quarto tempo, mentre i favori del pronostico vanno alla sovietica Maria Itkina – campionessa europea sulla distanza sia a Stoccolma ’58 che a Belgrado ’62 – nonché, soprattutto, alla 22enne inglese Ann Packer, che nella prima delle due semifinali ha preceduto proprio l’australiana siglando il record olimpico in 52”7.

Rispetto alle sue avversarie, la Cuthbert ha il vantaggio di una superiore velocità di base, provenendo dallo sprint veloce, tutto sta a vedere se riuscirà a tenere nella parte finale del mai tanto giustamente definito “giro della morte” e, difatti, la sfida si snoda secondo tale canovaccio, con l’australiana a godere del vantaggio della seconda corsia, avendo così come punti di riferimento la connazionale Judy Amoore, in terza, la Itkina, in quinta, e la Packer, in sesta.

Partita forte in avvio, la Cuthbert annulla in breve tempo il decalage nei confronti delle avversarie, con l’unica eccezione della Packer che le tiene testa all’esterno, ma comunque presentandosi con oltre un metro di vantaggio all’uscita dell’ultima curva e contenere sul rettilineo finale il disperato tentativo di rimonta dell’inglese e concludere – in apnea ed a bocca aperta come al solito, anche se le ginocchia non sono più così alte come nelle gare di sprint – fermando il cronometro sul tempo di 52”0 netti che migliora il fresco primato olimpico della Packer, anch’essa scesa sotto il proprio limite concludendo la prova in 52”2, mentre le altre chiudono staccatissime.

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La Cuthbert vince i m.400 ai Giochi di Tokyo 1964 – da abc.net.au

Questa volta la carriera di “Betty” è davvero conclusa, e d’altronde meglio non si sarebbe potuta aspettare, visto che, a tutt’oggi, resta la sola atleta di ambo i sessi a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica in tutte e tre le prove di velocità piana – 100, 200 e 400 – mentre la polacca Szewinska vanta i successi sui 200 a Città del Messico ’68 sui 200 ed a Montreal ’76 sui 400, ma solo il bronzo sui 100 sempre nell’edizione messicana dei Giochi.

C’è poco da dire, più “Golden Girl” di così ….

WLADYSLAW KOZAKIEWICZ E QUELL’ESULTANZA NON PROPRIO OLIMPICA

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L’esultanza smodata di Kozakiewicz – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, quando i responsabili del Network americano NBC decisero di ridurre, a causa del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980, il proprio impegno nel trasmettere l’evento, inviando nella capitale moscovita appena 56 giornalisti accreditati per consentire la trasmissione di “highlights“, ancorché a carattere quotidiano, avessero potuto immaginare cosa avvenne quel pomeriggio del 30 luglio durante la finale del salto con l’asta, forse avrebbero potuto cambiare idea.

La specialità è peraltro un po’ in ribasso negli Stati Uniti, dopo l’oro di Bob Seagren a Città del Messico 1968, con lo stesso Seagren argento a Monaco 1972 dietro al tedesco orientale Wolfgang Nordwig, mentre nell’edizione di Montreal 1976 il favorito Dave Roberts si era dovuto accontentare dell’ultimo gradino del podio, superato, per un minor numero di errori, dal polacco Slusarski e dal finlandese Kalliomaki.

L’assenza degli americani, pertanto, non influenza più di tanto la qualità tecnica della gara in sede olimpica – pur se Mike Tully si era aggiudicato le due prime edizioni della Coppa del Mondo di Düsseldorf 1977 e Montreal 1979 – in quanto partecipano alla stessa, oltre al citato campione olimpico in carica Tadeusz Slusarski, il connazionale Wladyslaw Kozakiewicz e i due francesi Thierry Vigneron e Philippe Houvion, che nel corso della stagione hanno spodestato l’americano Dave Roberts dal trono di leader mondiale, facendo a gara a superarsi dapprima con Kozakiewicz che sale a m.5,72 a maggio, poi con Vigneron che in giugno valica per due volte l’asticella a m.5,75 ed infine con Houvion che, a soli 15 giorni dall’inizio dei Giochi, fissa il record mondiale a m.5,77.

I sovietici, dal canto loro, non schierano il campione europeo di Praga 1978, Vladimir Trofimenko, affidandosi ad un terzetto composto dal ventenne Konstantin Volkov, Sergej Kulibaba ed Yuri Prokhorenko, con quest’ultimo che però manca l’accesso alla finale fallendo tutti e tre i tentativi a sua disposizione in qualificazione.

Come di consuetudine, la gara di salto con l’asta vede gli atleti passare alcune quote e, quando l’asticella viene posta a m.5,65, sono sei i restanti in gara, con la differenza che Kowakiewicz ed il terzo francese Jean-Michel Bellot vi giungono dopo aver superato la quota di 5,60 (ed entrambi esenti da errori), mentre Slusarski, Volkov (anch’essi senza penalità), Houvion ed il terzo polacco Marius Klimczyk hanno valicato l’asticella alla misura inferiore di m.5,55 che è risultata, clamorosamente, fatale ad uno dei co-favoriti, il francese Vigneron. 

I 5,65 rappresentano la definitiva scrematura per l’assegnazione delle medaglie, in quanto vengono eliminati Bellot e Klimczyk, con Slusarski, Volkov ed Houvion che superano la misura solo al terzo tentativo, a differenza di Kozakiewicz che prosegue nel suo percorso netto, sentendo di essere nel suo “Giorno dei Giorni“.

Percorso scevro da errori che prosegue anche alla quota di m.5,70, superati alla prima prova e che, viceversa, risultano fatali sia ad Houvion (che dà così l’addio al podio, pagando gli errori commessi alle misure di entrata a 5,25 e 5,45) che a Slusarski, mentre Volkov, dopo aver fallito i primi due tentativi, si riserva la terza prova alla quota superiore di 5,75, hai visto mai…

Tattica questa, usata da Volkov, assai comune nelle gare di salto ed in specie di quello con l’asta, ma che stavolta non produce l’effetto sperato in quanto il giovane russo fallisce il suo unico tentativo, mentre Kozakiewicz prosegue il suo “show personale” superando alla prima prova anche i 5,75 (sei misure valicate tutte al primo colpo!).

Oramai sicuro della medaglia d’oro – con l’argento assegnato a pari merito a Slusarski ed a Volkov – al polacco non resta che aggiungere la classica “ciliegina sulla torta” ad una prestazione eccezionale, sotto forma del tentativo di riappropriarsi del record mondiale, facendo posizionare l’asticella a quota 5,78.

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Il salto record di Kozakiewicz – da gettyimages.com

E qui arriva il “fattaccio“, per il quale occorre premettere come Kozakiewicz fosse stato fatto oggetto – essendo tra l’altro la pedana del salto con l’asta in prossimità delle tribune – di ripetuti fischi da parte del pubblico ad ogni sua prova, nel tentativo poi rivelatosi invano di favorire il pupillo di casa Volkov nella corsa all’oro, fatto sta che, una volta superata alla seconda prova la misura che gli vale il record mondiale (evento che, unito alla medaglia d’oro, era dalle Olimpiadi di Anversa 1920 che non si verificava per la specialità), il polacco non trova di meglio, per scaricare la tensione accumulata, che rivolgere il più classico dei “gesti dell’ombrello“, attirando su di sé critiche, ma anche comprensione per il comportamento molto poco sportivo tenuto dai presenti.

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Kozakiewicz alla cerimonia di premiazione con il compagno Slusarski – da gettyimages.com

Ed anche questa è, se vogliamo, una “Pagina di Storia Olimpica“…

 

EDDY OTTOZ, L’OSTACOLISTA SENZA RIVALI IN EUROPA

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Eddy Ottoz – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

C’era una volta“, è questo l’incipit con cui da bambini ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate e che, in età adulta, abbiamo magari dovuto raccontare noi ai nostri figli se non addirittura ai nostri nipotini.

Da troppo tempo, purtroppo, il “c’era una volta” si addice ai fasti di un’atletica leggera in cui l’Italia la faceva da protagonista ed oggi, viceversa, deve attaccarsi ai garretti logori ed usurati di quell’immenso triplista che risponde al nome di Fabrizio Donato, ultimo in ordine di tempo a conquistare una medaglia olimpica con il bronzo ai Giochi di Londra 2012 dopo l’oro agli Europei di Helsinki nella medesima stagione, ed ancora in grado quest’inverno, a 40 anni suonati, di salire sul podio ai Campionati Europei indoor di Belgrado.

Per ritrovare una medaglia d’oro a livello continentale in pista nel settore maschile, dopo i successi di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ad Amsterdam 2016 e di Daniele Meucci e Stefano Baldini nella maratona (rispettivamente a Zurigo 2014 e Goteborg 2006, quando doppia l’oro di Budapest 1998), nonché di Schwazer nella 20 km. di marcia a Barcellona 2010, bisogna addirittura risalire ai trionfi di Andrea Benvenuti sugli 800 metri e di Alessandro Lambruschini sui 3000 siepi alla rassegna di Helsinki 1994, ben oltre 20 anni fa.

Il “c’era una volta” citato in premessa intende però in questo articolo riferirsi alla crisi nella specialità degli ostacoli, che nel corso degli anni ’60 era, viceversa, terreno di conquista da parte dei nostri atleti, sia sugli ostacoli bassi, vale a dire i 400, che sulla più corta distanza dei 110, dove l’altezza è posta a m.1,067 (pari a 3 piedi e 6 pollici), rispetto ai 762 millimetri (pari a 2 piedi e 6 pollici) del giro di pista.

La dimostrazione della validità del movimento la si ha in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, dopo che agli Europei di Belgrado di due anni prima Salvatore Morale si aggiudica l’oro sui 400 ostacoli eguagliando in 49″2 il primato mondiale dell’americano Glenn Davis, mentre sulla più corta distanza è Giovanni Cornacchia a salire sul podio cogliendo l’argento in 14″ netti, in una finale in cui si piazza quinto l’altro azzurro Giorgio Mazza con 14″3.

Dicevamo di Tokyo, appunto, edizione dei Giochi in cui gli atleti azzurri riescono nell’impresa – mai verificatasi in passato ed altrettanto più realizzata in futuro – di piazzare ben tre finalisti (Eddy Ottoz ed i citati Cornacchia e Mazza) sui 110 ostacoli ed altri due (il ricordato Morale e Roberto Frinolli, che poi diverranno cognati) sul giro di pista.

Ed ecco che entra prepotentemente in scena il protagonista della nostra storia, vale a dire il valdostano Eddy Ottoz, pur se nato in Francia, in Costa Azzurra (a Mandelieu-la-Napoule, per la precisione) ad inizio giugno 1944, colui che è stato e continua ad essere il più valido esponente italiano sugli ostacoli alti, ma andiamo per ordine.

E mentre il 16 ottobre 1964, nella gara dei 400 ostacoli, Salvatore Morale tiene alto l’onore del paese occupando il gradino più basso del podio, giungendo spalla a spalla in 50″1 con il britannico John Cooper, argento nella gara vinta con facilità dal primatista mondiale americano Rex Cawley con 49″6 (e dove Frinolli giunge sesto in 50″7), due giorni dopo è in programma la finale dei 110 ostacoli, alla quale, come detto, vengono ammessi tutte e tre i nostri portacolori, pur se è proprio Ottoz ad incontrare le maggiori difficoltà, giungendo quarto in 14″1 (14″12 elettronico) nella seconda semifinale, peraltro la più impegnativa, data la presenza dei due americani Lindgren e Jones, ed in cui si piazza secondo Cornacchia.

Poco più di 90 minuti sono però sufficienti per Ottoz per recuperare concentrazione ed energie, pur essendo condizionato dalla pioggia battente che non gli consente di indossare gli occhiali a lui necessari per la miopia che lo affligge, e la finale lo vede lottare sin sul filo di lana per un posto sul podio, fallito in 13″84 per soli 0″10 e 0″06 centesimi rispetto all’argento di Lindgren (13″74) ed al bronzo di Mikhaylov (13″78), nella gara vinta da Hayes in 13″67.

Esperienza quanto mai utile per Ottoz, considerata la giovane età di appena 20 anni, che ne fa tesoro al ritorno in Europa e, dopo essersi aggiudicato l’oro alle Universiadi di Budapest 1965, è pronto a ritornare sulla pista della capitale magiara in occasione dell’appuntamento principale dell’anno successivo, vale a dire i Campionati Europei.

Ottoz, al pari dei ricordati Morale e Frinolli, ha avuto anche la fortuna di incontrare un maestro del calibro di Sandro Calvesi, con il quale il connubio è divenuto talmente stretto da diventarne il genero, avendone sposato la figlia Lyana, ma – questioni familiari a parte – i suoi insegnamenti, soprattutto per affinarne il superamento degli ostacoli, sono stati decisivi per i risultati poi ottenuti, in quanto il valdostano era preso ad esempio a livello internazionale per la sua eccellente tecnica, con la quale ovviava ad una non esaltante velocità di base, essendo cronometrato in 10″7 sulla distanza dei 100 metri piani.

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Ottoz, a destra nella foto, assieme al tecnico Calvesi e ad Enio Preatoni – da calvesi.it

E, proprio per cercare di migliorare in questo fondamentale, Ottoz prende parte a marzo 1966 ai Campionati Europei indoor di Dortmund, facendo suo l’oro in 7″7 davanti al britannico Mike Parker ed al tedesco Hinrich John, pronosticati come suoi temibili avversari in occasione della rassegna outdoor.

E ad inizio settembre, ancora una volta i protagonisti dei 110 ostacoli si trovano a disputare le batterie nella giornata in cui si disputa la finale sugli ostacoli bassi e l’Italia può bissare il successo di quattro anni prima a Belgrado, pur cambiando il nome del vincitore, che risponde ora al nome di Roberto Frinolli, il quale fa sua la gara in 49″8 precedendo nettamente il tedesco Lossdorfer, che conclude in 50″3.

Una bella iniezione di fiducia per il clan azzurro e di ulteriore stimolo per Ottoz che non vuol essere da meno del compagno e, difatti, il giorno dopo, 3 settembre, si presenta ai blocchi di partenza della finale – che, come a Tokyo allinea altri due italiani, Cornacchia e Sergio Liani – nelle vesti di favorito, avendo realizzato il miglior tempo in semifinale con 13″7.

Sorteggiato in seconda corsia, con il campione uscente e bronzo olimpico Mikhaylov alla sua sinistra alla corda, allo sparo Ottoz prende decisamente la testa della gara con un ritmo omogeneo che lo porta ad abbattere dolcemente il terzo ostacolo, essere cronometrato in 6″4 al quarto ed in 11″7 al decimo per andare a trionfare ripetendo il medesimo tempo di 13″7 della semifinale, lasciando a debita distanza il temuto tedesco John ed il più quotato francese Marcel Duriez (già sesto a Tokyo), che si classificano nell’ordine pur essendo accreditati del medesimo crono di 14″0, con Mikhaylov, quarto, ad abdicare in 14″1 e gli altri due azzurri, Cornacchia e Liani, rispettivamente quinto e sesto.

En plein per il tecnico Calvesi – con i suoi due “pupilli” Ottoz e Frinolli capaci di aggiudicarsi rispettivamente per 5 (consecutivamente dal 1965 al 1969) e 6 (dal 1963 al 1966 e poi nel 1968 e 1969) volte il titolo di Campione Italiano delle loro singole specialità – ed obiettivo puntato verso i Giochi di Città del Messico 1968 e gli Europei di Atene 1969.

Appuntamenti ai quali Ottoz si prepara affinando sempre più la velocità con il secondo oro consecutivo alla rassegna continentale indoor di Praga 1967, dove fa sua la gara dei 50 ostacoli in 6″4, per poi riscattarsi del quarto posto di Tokyo 1964 conquistando sulla medesima pista il suo secondo alloro alle Universiadi 1967 in 13″9 e quindi salendo per la terza volta sul gradino più alto del podio ai Campionati Europei Indoor di Madrid 1968, edizione in cui copre i 50 ostacoli in 6″52, con un vantaggio imbarazzante sul tedesco Nickel.

E’ ottimista Calvesi, sa che i suoi due ragazzi non lo deluderanno, presentandosi in forma e ben allenati all’appuntamento clou della loro carriera, e le sue previsioni sono ancor più confortate quando il 14 ottobre Frinolli si aggiudica la prima delle due semifinali dei 400 ostacoli eguagliando il record italiano di Morale con 49″2, buon segno in vista dell’atto conclusivo dell’indomani, dove, però paga un dazio enorme all’altitudine ed al tentativo di tener testa all’inglese Hemery, il quale va a trionfare distruggendo in 48″1 il record mondiale, mentre l’azzurro cede di schianto nel rettilineo finale, concludendo in un amaro ottavo ed ultimo posto.

Problemi di altitudine che certo non riguardano una distanza breve come i 110 ostacoli, dove però c’è da confrontarsi con il trio americano uscito dai Trials e composto da Davenport (il quale vuole riscattarsi dopo l’uscita per infortunio a Tokyo), Ervin Hall e Leon Coleman, mentre il resto della compagnia, composto da europei, è pienamente alla portata di Ottoz.

Il quale, memore degli insegnamenti di Calvesi, ha un elevato senso di autocritica rispetto alle proprie prestazioni, in specie per ciò che concerne la partenza e la tecnica di superamento delle barriere e, nonostante si qualifichi per la finale vincendo la propria batteria in 13″5 e replicando lo stesso tempo in semifinale, battuto da Hall che corre in 13″3, non è affatto soddisfatto delle sue prove, soprattutto delle partenze, da lui stesso giudicate lente ed inadeguate se vuol puntare all’oro.

Nelle due ore (dalle 15 alle 17 locali) che distanziano le semifinali e la finale del 17 ottobre 1968, Ottoz riordina le idee ed i muscoli grazie al fedele massaggiatore Palombini, presentandosi ai blocchi di partenza in terza corsia, con Davenport a fianco in quarta, mentre gli altri due “colored” Usa, Hall e Coleman, si schierano rispettivamente in sesta e settima corsia.

La gara è lunga 110 metri, ma si risolve subito in avvio, allorquando Ottoz, nel tentativo di emulare lo scatto bruciante di Davenport arriva con le anche troppo basse sul primo ostacolo (errore tecnico!) che consente all’americano di guadagnare quel mezzo metro di vantaggio che mantiene sin sul traguardo andando a trionfare in 13″33, mentre il tentativo di rimonta di Ottoz si ferma sul gradino più basso del podio, sfuggendogli per soli 0″04 centesimi l’argento, appannaggio di Hall in 13″42 rispetto al 13″46 dell’azzurro, e pazienza se sia l’unico ad evitare la tripletta Usa e che il tempo rappresenti un record italiano che resterà imbattuto per ben 26 anni.

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Ottoz (n. 515) nella finale dei 110 ostacoli di Città del Messico 1968 – da alchetron.com

Ottoz sa che ha sprecato l’occasione della vita, ma riesce a farsene una ragione – “gli ostacoli sono messi lì apposta per crearne degli altri…, riferisce poi filosoficamente in sala stampa – e comunque il suo bronzo resta in ogni caso l’unica medaglia olimpica conquistata da un italiano sui 110 ostacoli e poi c’è un titolo europeo da difendere, l’anno successivo ad Atene.

Senza americani, e con il fatto che anche la finale olimpica lo aveva incoronato nuovamente come miglior europeo, dato che degli altri quattro finalisti del Vecchio Continente il migliore, il tedesco Trzmiel, si era piazzato quinto ad oltre 0″2 decimi di distacco, l’obiettivo è tutt’altro che irrealizzabile, anche se i britannici – quei simpaticoni – schierano sulla più breve distanza due specialisti degli ostacoli bassi, vale a dire Alan Pascoe – che in realtà si cimenterà sul giro di pista in epoca successiva – e nientemeno che il primatista mondiale e già ricordato David Hemery, cui si unisce una giovane promessa transalpina, un 18enne di belle speranze che risponde al nome di Guy Drut.

Esperienza contro rinnovamento, verrebbe da dire, ed Ottoz è ben intenzionato a far valere la prima, imponendosi sia in batteria che in semifinale con il medesimo tempo di 13″8, superando nella seconda circostanza Pascoe, accreditato di 14″0, mentre la seconda serie vede Hemery precedere Drut, pur essendo entrambi cronometrati con lo stesso tempo di 13″8.

Non ci sono margini per il resto dei finalisti, il quartetto uscito dalle eliminatorie è quello destinato a giocarsi le medaglie, con uno di loro a rimanere ai margini del podio ed Ottoz, al suo passo d’addio, non sbaglia assolutamente nulla, imponendosi d’autorità con tanto di record dei Campionati in 13″59, lasciando il duo britannico a debita distanza con Hemery argento in 13″74 e Pascoe bronzo in 13″94, mentre Drut è non meglio che quarto in 14″08, ma avrà modo di rifarsi in seguito.

Cala così il sipario sull’attività agonistica del più grande specialista italiano di ogni epoca sugli ostacoli alti, senza nulla togliere alle più che dignitose carriere di Sergio Liani e Giuseppe Buttari – entrambi per due volte finalisti agli europei – che gli sono succeduti, avendo poi il piacere (non da poco per un padre) di vedere il proprio record italiano migliorato, a 26 anni di distanza, dal figlio Laurent, il quale a fine agosto 1994 copre i 110 ostacoli in 13″42, dopo aver raggiunto la semifinale due anni prima alle Olimpiadi di Barcellona 1992 per poi dedicarsi ai 400 ostacoli, dove ai Giochi di Atlanta 1996 viene eliminato in semifinale pur stabilendo in 48″52 il primato italiano, dopo aver migliorato, il 31 maggio 1995 a Milano, il primato mondiale sulla poco usuale distanza dei 200 ostacoli con 22”55, gara che aveva sempre affascinato il padre.

In una cosa Laurent ha superato papà Eddy, e cioè nel numero di titoli italiani vinti, ben 10 (di cui quattro sui 110 ostacoli – 1990, 1991, 1992 e 1994 – e sei sui 400 ostacoli – 1995, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002), ma se lo chiedete ad Eddy, vi sentirete rispondere che ai suoi tempi c’era una maggior concorrenza, anche solo in patriarcale.

Ah, già, dimenticavamo, “c’era una volta