L’INCREDIBILE RECORD DI DAVID HEMERY SUI 400 METRI OSTACOLI A CITTA’ DEL MESSICO 1968

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Il vittorioso arrivo di Hemery a Messico ’68 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti esperti ed addetti ai lavori, le Olimpiadi di Città del Messico ’68 hanno segnato l’ingresso della “Regina dei Giochi”, vale a dire l’Atletica Leggera, nell’era moderna, grazie all’uso per la prima volta, nella costruzione di piste e pedane dello Stadio Olimpico, di un nuovo materiale sintetico, il tartan che, grazie alla sua caratteristica di non deformarsi, nonché di possedere una notevole elasticità, ebbe un ruolo fondamentale nelle prestazioni degli atleti.

A ciò va aggiunta la rarefazione dell’aria costituita dagli oltre 2mila metri di altitudine della Capitale messicana che, se da un lato rappresentano un ostacolo per le gare di mezzofondo prolungato, dall’altro favoriscono le prestazioni dei velocisti e dei saltatori.

Questa concomitanza di fattori fa sì che – per limitarsi al solo settore maschile – nella settimana che va dal 13 al 20 ottobre 1968 venga migliorata (in un caso eguagliata …)  la cifra record di ben 9 primati mondiali (altri 5 lo sono in campo femminile …), di cui 7 relativi alle gare di corsa dai 100 agli 800 metri, staffette incluse, e due ottenuti sulle pedane del salto in lungo e salto triplo.

Ed anche se proprio questi due ultimi risultati sono quelli che più fanno scalpore – nel triplo, tra qualificazione e Finale, il vecchio record di m.17,03 del polacco Jozef Szmidt viene migliorato ben 5 volte sino ai m.17,39 del sovietico Viktor Sanejev, mentre nel lungo il “salto nel futuro” di m.8,90 dell’americano Bob Beamon migliora di ben 55cm. il precedente primato detenuto dal connazionale Ralph Boston e dal sovietico Igor T er-Ovanesyan – le gare sino al doppio giro di pista non sono assolutamente da meno.

Per la prima ed unica volta nella ultra centenaria Storia dei Giochi, difatti, cadono tutti e 6 i record mondiali delle gare di corsa piana sino ai due giri di pista compresi – 100, 200, 400 ed 800 metri, oltre alle staffette 4×100 e 4×400 – ancorché con miglioramenti cronometrici di minor impatto rispetto a quanto fatto registrare in termini metrici per le citate imprese nei salti.

Sui 100 metri si impone in 9”95 l’americano Jim Hines – 0”08 centesimi in meno del suo stesso primato di 10”03 con cui era stato cronometrato il 20 giugno ’68 a Sacramento, pur se all’epoca la IAAF omologava ancora i record al “decimo di secondo”, e pertanto valutato 9”9 come il precedente – mentre sui m.200 il connazionale Tommie Smith è il primo uomo al mondo a correre la distanza in meno di 20”, tagliando il traguardo in 19”83 rispetto al suo precedente tempo di 20”0 corso a Sacramento nel giugno ’66, peraltro ratificato come primato sulla distanza metrica quando invece era stato realizzato sulle 220yd (m.201,17) e quindi ancor minore, per un miglioramento calcolabile pertanto in circa 0”15 centesimi.

Analogamente, anche sul giro di pista il fresco record stabilito appena un mese prima da Larry James in 44”19 ai Trials americani – in realtà James era giunto alle spalle di Lee Evans, primo con 44”06, ma detto risultato non venne omologato in quanto l’atleta calzava scarpette non regolamentari – ha breve durata in quanto è lo stesso Evans a fare giustizia coprendo per la prima volta la distanza in meno di 44” netti, scendendo sino a 43”86 (ed anche James si migliora con 43”97) con un miglioramento di 0”33 centesimi, mentre sugli 800 metri l’australiano Ralph Doubell eguaglia in 1’44”3 il primato del leggendario mezzofondista neozelandese Peter Snell, anche se il suo 1’44”40 elettrico rappresenta il miglior riscontro cronometrico con la rilevazione elettronica.

Ed altresì, tali imprese – 800 metri a parte – si dimostrano alquanto longeve quanto a durata, visto che il record di Hines sui 100 metri resiste per quasi 15 anni (lo migliora Calvin Smith con 9”93 nel luglio ’83), mentre la medesima pista di Città del Messico vedrà l’azzurro Pietro Mennea far meglio in 19”72 il 12 settembre ’79 rispetto al primato di Smith e si dovranno attendere addirittura 20 anni prima che Harry Reynolds infranga in 43”29 al Meeting di Zurigo del 17 agosto ’88 il favoloso tempo di Evans sul giro di pista, così come resiste a lungo il 2’56”16 della staffetta Usa del miglio, eguagliato al centesimo dal quartetto americano alle Olimpiadi di Seul ’88 e migliorato quattro anni dopo, ai Giochi di Barcellona ’92, portando tale limite a 2’55”74.

I più attenti si saranno resi conto che manca ancora un record – oltre a quello della staffetta 4×100 degli Stati Uniti che si impone in 38”24, tempo abbassato a 38”19 quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72 – ed è quello relativo ai 400 metri ad ostacoli che, oltre al fatto di essere l’unica prova con barriere, si differisce dalle altre per l’incredibile margine con cui il vincitore si impone e distrugge il vecchio record.

Distanza, quella dei m.400hs, che – al pari della corrispondente prova piana per quanto attiene alla barriera dei 44” netti – ha nei 49” netti un muro che sembra invalicabile, risalendo il record mondiale ai 49”1 corsi dall’americano Rex Cawley a Los Angeles nel settembre ’64, sino a quando, proprio in occasione dei Trials olimpici di Echo Summit, località scelta in quanto posta alla medesima altezza di Città del Messico, ad imporsi è Geoff Vanderstock, il quale infrange tale barriera venendo cronometrato in 48”94 (anche se poi l’arrotondamento manuale all’epoca valido per l’omologazione del tempo lo accredita di 48”8), precedendo i connazionali Boyd Gittins (49”27/49”1) e Ron Whitney (49”36/49”2).

Quest’ultimo era considerato uno dei favoriti per l’oro, avendo scalato i vertici del Ranking Mondiale a fine anno 1967 in virtù del titolo AAU sulle 440yd, del titolo ai Giochi Panamericani di Winnipeg ’67 in 50”75 e, soprattutto, del tempo di 49”3 fatto registrare a Los Angeles il 9 luglio.

Ma se oltre Oceano vi è la ferma intenzione di proseguire nella striscia che vede un loro atleta salire sul gradino più alto del podio olimpico dai Giochi di Berlino ’36, anche nel Vecchio Continente non si sta a guardare, con anche l’Italia a vantare un valido pretendente alla medaglia d’oro nella persona di Roberto Frinolli, il quale aveva chiuso al primo posto del Ranking stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” la stagione 1966, in cui si era laureato Campione Europeo con 49”8 a Budapest ed aveva corso la distanza in 49”7 proprio sulla pista di Città del Messico ad ottobre ’66 in occasione di una “preolimpica”.

Non sembrano in grado di entrare nel ristretto lotto dei favoriti, al contrario, i tedeschi occidentali Gerhard Hennige e Rainer Schubert, così come il sovietico Vyacheslav Skomorokhov, mentre maggior credito viene concesso ai rappresentanti del Regno Unito, in particolare John Sherwood – secondo nel Ranking ’67 alle spalle di Whitney e davanti a Frinolli pur con un miglior riscontro cronometrico di 50”2 corso a Tokyo ad inizio settembre – rispetto al 24enne David Hemery, il quale non ha ancora ben deciso “cosa farà da grande”.

Hemery, difatti, nato il 18 luglio 1944 a Cirencester, nella Contea di Gloucester, si alterna nel competere tra i 110 ed i 400 metri ad ostacoli (oppure tra le 120 e le 440yd secondo le misure inglesi …), tant’è che nel 1966 si aggiudica la medaglia d’oro sulle 120yd ai “Commonwealth Games” di Kingston, corse in 14”1, nel mentre ai Campionati Europei di Budapest viene eliminato nella semifinale dei m.110hs, dove giunge quinto in 14”2 alle spalle dell’azzurro Sergio Liani.

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Hemery ai “Commonwealth Games” – da:thecommonoars.com

Fuori dalla “Top Ten” ’67 del Ranking assoluto sia sui 110 che sui 400 metri ad ostacoli, Hemery si presenta alle Olimpiadi messicane in tutto tranne che nel ruolo di favorito per l’oro – anche se proprio nell’anno olimpico, il 15 giugno a Berkeley, si aggiudica il titolo Usa NCAA (David studia alla Boston University …) sui m.400hs in 49”8 precedendo nettamente Gittins e Vanderstock, per poi scendere a 49”6 a Londra, così da indurlo a scegliere la gara sulle barriere basse nella trasferta messicana – e, del resto, è in tale occasione che le gerarchie della specialità verranno riscritte, con ben 7 degli 8 finalisti a realizzare il loro “Personal Best” in carriera …!!

La prova prevede tre turni, batterie il 13 ottobre, semifinali il giorno appresso e la Finale il 15 e sin dall’inizio si intuisce che il fresco record mondiale di Vanderstock è destinato ad avere vita breve, visto che nella terza batteria il connazionale Whitney conferma le proprie ambizioni aggiudicandosi la serie con il tempo di 49”0 che toglie a Glenn Davis il primato olimpico stabilito 8 anni prima in 49”3 sulla pista dello Stadio Olimpico di Roma – nonché trascinando dietro di sé il tedesco Schubert che, con 49”1, stabilisce un momentaneo record europeo – mentre anche Frinolli fa ben sperare, imponendosi in 49”9 nella quarta ed ultima batteria, precedendo proprio Hemery.

Speranze che, in casa azzurra, si tingono di rosa allorché il giorno dopo, nella prima delle due semifinali, il non ancora 28enne romano si impone in 49”2 (49”14 elettronico, nuovo record italiano strappandolo al cognato Salvatore Morale …) in un arrivo che vede i primi quattro – Vanderstock anch’esso cronometrato in 49”2, Sherwood e Schubert, accreditati entrambi del medesimo tempo di 49”3 – nettamente staccati dal resto degli avversari, così come si verifica per i primi tre della seconda serie – Hennige 49”1, Whitney 49”2 ed Hemery 49”3 – mentre il solo Skomorokhov deve impegnarsi per avere la meglio sul filo di lana rispetto all’australiano Gary Knoke.

Sono le 17:35 ora locale di Città del Messico allorché il 15 ottobre 1968 gli otto finalisti si presentano sui blocchi di partenza – poco oltre la mezzanotte in Italia, ma sono molti ancora alzati davanti al televisore sperando almeno in una medaglia da Frinolli, visto che tale edizione dei Giochi si rivelerà una delle più povere per i nostri colori, con sole 3 medaglie d’oro conquistate (nel dopoguerra solo a Montreal ’76 si avrà un bottino inferiore con appena 2 ori …) – per quella che sarà ricordata come la più “sconvolgente” delle Finali olimpiche sulla distanza.

Accade, difatti, che Hemery, a cui è assegnata la sesta corsia e che sinora ha corso al risparmio, prenda un netto vantaggio in avvio, riuscendo a mantenere i 13 passi tra un ostacolo e l’altro sino alla sesta barriera, così da essere cronometrato in 23”3 a metà gara, un tempo sensazionale rispetto al quale in tribuna sono tutti a chiedersi se sarà in grado di reggere sino alla fine.

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Il vittorioso arrivo di Hemery da altra angolazione – da:gettyimages.fr 

All’ingresso in rettilineo, il suo vantaggio è talmente netto da scoraggiare i suoi più diretti avversari – a cominciare proprio da Frinolli che, avendone cercato di tenere il ritmo, scoppia letteralmente nel finale concludendo desolatamente ultimo in 50”13 – visto che il 24enne non cede di un metro e, passando ai 15 passi tra il sesto ed il decimo ostacolo, va a realizzare un’impresa che lascia attoniti gli esperti del settore, facendo fermare i cronometri su di uno stratosferico 48”12 (omologato per 48”1 quale record mondiale …) che toglie ben 0”82 centesimi al primato di Vanderstock, mentre il suo margine sul secondo, pari a 0”91 centesimi, è il più ampio mai registratosi dall’edizione di Parigi ’24, ma si trattava ancora di un’epoca eroica.

Non vi fosse stato Hemery, la Finale di Città del Messico sarebbe stata emozionante per l’assegnazione delle medaglie, visto che alle sue spalle si piazzano, con tanto di record personali, il tedesco Hennige (49”02) e l’altro britannico Sherwood (49”03) a completare il podio, mentre il detronizzato Vanderstock – unico degli 8 finalisti a non migliorarsi nei tre giorni di gare – conclude non meglio che quarto in 49”07 avendo ceduto la piazza d’onore nei soli appoggi conclusivi, ed il sovietico Skomorokhov a precedere (49”12 a 49”27) un altrettanto deluso Whitney.

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Il podio dei m.400hs a Messico ’68

Hemery – che ai Giochi di Città del Messico divide la gioia del successo con la fidanzata Lillian Board, argento sui m.400 piani, poi tragicamente scomparsa a soli 22 anni nel dicembre 1970 vittima di un tumore, con David che successivamente sposerà la sorella gemella Irene – torna in seguito, a dispetto dell’impresa compiuta, all’antico amore delle barriere alte, giungendo secondo dietro all’azzurro Eddy Ottoz nella Finale dei m.110hs ai Campionati Europei di Atene ’69 e bissando il successo di quattro anni prima ai “Commonwealth Games” di Edimburgo ’70, dove si impone in 13”60.

L’ultima apparizione ai massimi livelli di Hemery la si ha ai Giochi di Monaco ’72, dove si ripropone sul giro di pista per difendere il titolo olimpico, ma pur correndo la Finale in un comunque eccellente 48”52 che gli vale il bronzo – preceduto per un solo 0”01 centesimo dall’americano Ralph Mann – deve fare buon viso a cattivo gioco vedendo il sorprendente ugandese John Akii-Bua andare a trionfare togliendoli in 47”82 anche il primato mondiale.

E così, per ironia della sorte, il record stabilito al Messico con più ampio margine rispetto al precedente limite, risulta, al contrario, quello di minor durata, resistendo solo l’arco di un quadriennio tra un’edizione e l’altra dei Giochi …

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OTIS DAVIS, IL “RITARDATARIO” STELLA DEI GIOCHI DI ROMA 1960

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Il discusso arrivo di Davis e Kaufmann sui m.400 a Roma ’60 – da:ilpost.it

Articolo di Giovanni Manenti

Provate ad immaginare un ragazzo afroamericano cresciuto nel profondo Sud degli Stati Uniti durante gli anni ’40 senza la presenza dei propri genitori, costretto a frequentare un Liceo per soli studenti di colore e, per lo stesso motivo, rifiutato dall’Università dell’Alabama, così da prestare servizio per quattro anni nell’Aviazione Usa impegnato nella Guerra di Corea per poi, al ritorno in patria, trasferirsi sulla costa occidentale per iscriversi al College in Oregon, dove continua a praticare Basket e Football (quello americano, ovviamente …) prima di dedicarsi, quasi per caso, all’Atletica Leggera alla tarda età (per iniziare …) di 26 anni.

Ecco, crediamo che sia difficile per tutti ipotizzare che, appena due anni dopo, questo ragazzo riesca nell’impresa di aggiudicarsi due medaglie d’oro – 400 metri piani e staffetta 4×400 metri – alle Olimpiadi di Roma ’60, con tanto di relativi record mondiali, ed invece è proprio quello che accade al protagonista di una delle più incredibili storie che vi abbiamo mai raccontato.

Otis Davis, questo il suo nome, nasce il 12 luglio 1932 a Tuscaloosa, in Alabama, e non conosce mai, di fatto, i suoi genitori, visto che viene affidato alla nonna materna ed ad una zia, vivendo la propria infanzia a stretto contatto con le problematiche della segregazione razziale esistenti nello Stato, così da trovare conforto solo nello sport, praticando Basket e Football alla “Druid High School”, il Liceo cittadino riservato ai soli ragazzi afroamericani, senza poter, ad inizio anni ’50, iscriversi come avrebbe voluto alla “University of Alabama”, in quanto riservata esclusivamente agli studenti bianchi.

Tale discriminazione porta Otis a lasciare la sua città natale, arruolandosi nella “USA Air Force”, l’Aviazione degli Stati Uniti, dove per un quadriennio presta servizio nella Guerra di Corea, scoppiata proprio alle soglie del suo 18esimo compleanno, al ritorno dalla quale si trasferisce in California per frequentare il “Los Angeles Community College”, dove riprende a giocare a Basket attirando le attenzioni di Steve Belko, coach della “Oregon University”, il quale gli offre una borsa di studio per cambiare Ateneo.

Ancora alla ricerca della propria vera identità, il 25enne Davis – che culla il sogno di poter diventare un giocatore Professionista ed entrare a far parte della Lega americana Nba – accetta l’offerta, ma nonostante la sua abilità sotto canestro, trova difficoltà nell’assimilare le tattiche di gioco di Belko, così da essere spesso relegato al ruolo di riserva.

Chiamato nuovamente ad interrogarsi se potrà avere un futuro in campo sportivo, Davis ha la fortuna di far parte di uno dei più celebri College americani, dove le opzioni certo non mancano, e, soprattutto, di venire adocchiato da Bill Bowerman, uno dei più accreditati (e vincenti …) tecnici di Atletica Leggera a livello universitario, il quale, impressionato dalle qualità di elevazione di Otis, lo invita a cimentarsi nel salto in alto così come nel lungo.

Completamente a digiuno di qualsiasi approccio tecnico a tali specialità, Davis alla sua prima gara nell’alto valica l’asticella posta a 6 piedi (m.1,83) – “non mi ero mai allenato per tale gare e non avevo uno stile particolare, semplicemente ho saltato”, dichiara successivamente – così come supera i 7 metri nel lungo senza apparente difficoltà, ma è nella corsa che può definitivamente affermarsi.

Ed anche se, al riguardo, le versioni sono contrastanti – c’è chi sostiene che sia stato proprio Davis a chiedere a Bowerman di provarlo in pista avendo ritenuto di poter correre più veloce degli studenti che si stavano allenando, mentre per altri è lo stesso coach ad aver proposto tali gare al 26enne Otis in quanto a corto di materiale umano per dette specialità – resta il fatto che è nel 1958 che l’atleta dell’Alabama inizia a dedicarsi alla velocità, cimentandosi in tutte le distanze, dalle 100yd sino alle 440yd.

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Otis Davis ad Oregon University – da:portlandtribune.com

Per quanto ovvio, il suo stile di corsa è tutt’altro che ortodosso – è lo stesso Davis a confessare, “non sapevo nemmeno come posizionarmi sui blocchi di partenza” – ma sicuramente redditizio, visto che si aggiudica entrambe le prove sulle 220yd e 440yd ai Campionati della “Pacific Coast Conference”, fallendo per soli 0”2 decimi il record della propria Università sul giro di pista.

Resosi conto di come i 400 metri (anche se negli Usa si continuano a correre, all’epoca, le 440yd …) siano la gara che più si addice al suo talento, oltretutto assistito da un fisico (m.185 per 74kg.) pressoché perfetto per tale specialità, Bowerman intensifica gli allenamenti di Davis su detta distanza nel corso del 1959, dimostrando evidenti progressi che lo portano ad aggiudicarsi diverse competizioni ad inizio stagione, ma la sua scarsa esperienza e mancanza di un allenamento specifico fanno sì che ai Campionati NCAA si classifichi non meglio che settimo in Finale, per poi fallire la qualificazione ai Campionati Nazionali AAU la settimana seguente.

Il tecnico studia pertanto per Davis una condotta di gara che lo deve portare a tenere il ritmo dei suoi avversari sino all’ingresso in rettilineo per essere pronto allo sprint negli ultimi 100 metri e, per non far mancare il suo appoggio al suo atleta, confeziona per lui un paio di scarpe che saranno poi al centro di una, peraltro sterile, futura controversia visto che ad inizio anni ’60 lo stesso Bowerman, assieme allo sprinter Phil Knight e successivo magnate di successo, fondano nientemeno che la celebre casa di abbigliamento sportivo della Nike.

E’ lo stesso Davis a reclamare tale primato, mentre vi è chi sostiene che il primo paio di scarpe fossero destinate allo stesso Knight, asserendo come “non mi importa di quello che dicono i vari miliardari, Bowerman ha creato il primo paio di scarpe per me, anche se la gente non mi credo. Peraltro, le stesse non si adattavano bene ai miei piedi, erano troppo strette, ma ciò non toglie che io abbia visto con i miei occhi il tecnico prepararle appositamente per me …!!”.

Disquisizioni di abbigliamento a parte, gli insegnamenti di Bowerman fanno sì che Davis – che aveva chiuso il 1959 con il suo miglior risultato di 45”9 piazzandosi quinto, alle spalle del suo omonimo Glenn, specialista degli ostacoli bassi, nel Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News – si aggiudichi i Campionati AAU ’60 svoltisi al “Memorial Stadium” di Bakersfield, in California, con il tempo di 45”8, anche se poi, in occasione dei successivi “Olympic Trials” di Stanford, ad inizio luglio, prenda un po’ troppo alla lettera i consigli del suo tecnico, presentandosi in penultima posizione all’ingresso in rettilineo, per poi riuscire a sopravanzare proprio sul filo di lana Ted Woods e strappare il terzo posto sufficiente per far parte della squadra per la gara individuale ai Giochi di Roma.

Edizione epocale, quella romana, nella centenaria Storia delle Olimpiadi moderne, in quanto è la prima ad essere “commercializzata” a livello televisivo negli Stati Uniti, con un conseguente elevato livello di interesse, stante anche l’utilizzo dei Giochi come termine di paragone e livello di competizione nell’ambito della cosiddetta “Guerra Fredda” in corso all’epoca tra le due superpotenze di Usa ed Urss.

In più, sul fronte interno americano, vi è il netto contrasto tra la presenza in squadra di molti atleti afroamericani come Davis rispetto alle notizie di scontri a sfondo razziale che provengono da quasi tutti gli Stati del Sud allorché il movimento per i diritti civili degli uomini di colore sta sempre più prendendo piede.

Peraltro proprio Davis, che all’Università dell’Oregon è l’unico atleta nero della squadra di Atletica Leggera, non ha mai subito alcuna discriminazione per il colore della sua pelle a confronto di quanto aveva dovuto patire nel corso della sua gioventù in Alabama, e le uniche perplessità sul suo conto sono esclusivamente di ordine tecnico, dovute sia alla sua non più tenera età – all’apertura dei Giochi ha già compiuto 28 anni, tanto da essere uno dei più anziani del Team Usa – che all’inesperienza per affrontare una Manifestazione di così elevata caratura, essendosi avvicinato a tale disciplina da poco più di due anni.

A dire il vero, la specialità dei 400 metri non aveva fatto grandi passi in avanti nel corso degli anni ’50, con il record mondiale appartenente all’americano Louis Jones, stabilito con 45”2 il 30 giugno ’56 in occasione delle Selezioni Olimpiche per i Giochi di Melbourne ’56, dove peraltro si piazza non meglio che quinto nella Finale vinta in 46”7 dal connazionale Charlie Jenkins, e, da un punto di vista cronometrico, la barriera dei 45” netti sembra un limite ancora lungi da superare.

E, del resto, le perplessità sulle possibilità di eccellere da parte di Davis sulla pista dello Stadio Olimpico sono confermate dallo stesso atleta, il quale non nega come “stesse ancora imparando a comprendere bene l’importanza del decalage costituito dalle partenze sfalsate, nonché tutto il resto, vale a dire la migliore tattica da applicare e come correre in corsia”.

Una specie di esordiente, verrebbe da dire, ma con enormi potenzialità insite nel proprio DNA – come peraltro anticipato dall’aver corso i giro di pista in 45”6 (al momento la sua miglior prestazione sulla distanza …) al Meeting di Berna in agosto – ed a fare il resto è la dolce estate romana di quell’inizio di settembre, capace di compiere quel “miracolo sportivo” che solo la “Città eterna” è in grado di produrre …

Ecco, quindi, che il 3 settembre, giorno in cui si svolgono batterie e quarti di finale dei m.400 piani, Davis non ha difficoltà a far sua la nona ed ultima serie con il tempo di 46”8, uno dei soli quattro atleti a scendere sotto i 47” netti, per poi “dare un assaggio” delle proprie potenzialità nel turno successivo, allorché è l’unico a scendere sotto i 46” netti, affermandosi nella quarta ed ultima serie in un 45”9 che eguaglia il record olimpico, mentre le altre tre sono appannaggio degli altri due americani Earl Young (46”1) e Jack Yerman, vincitore dei Trials ma non in perfette condizioni (46”4), nonché del tedesco Carl Kaufmann, quarto due anni prima ai campionati Europei di Stoccolma ’58, che si impone in 46”5 nella prima batteria.

I Giochi di Roma segnano anche un importante novità di cui gli atleti traggono indubbio giovamento, e cioè un giorno di riposo prima delle semifinali in programma il 5 settembre e, soprattutto, il fatto che per la prima volta il programma prevede la disputa della Finale al giorno successivo, ed i relativi riscontri cronometrici lo stanno a dimostrare.

Sceso difatti in pista nella prima delle sue semifinali, Davis si aggiudica la stessa correndo la distanza in 45”5 che è, al momento, il suo “Personal Best” e polverizza il primato olimpico, ma nella seconda serie Kaufmann conferma i propri progressi scendendo anch’esso a 45”7 in una prova di cui è vittima Yerman, alle prese con problemi fisici e desolatamente ultimo.

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Davis si aggiudica la prima semifinale – da:gettyimages.co.uk

Ed anche se i tempi delle fasi eliminatorie non sempre trovano rispondenza all’atto conclusivo, è opinione comune che la sfida per la medaglia d’oro, nella Finale che prende il via alle 15:45 del 6 settembre ’60, sia una questione a due tra l’americano ed il tedesco, il cui affascinante duello fa sì che detta gara segni una “pietra miliare” nella storia della specialità del giro di pista.

Con Kauffmann nella corsia più interna – anche se è la seconda anziché la prima, poiché per l’ultima volta le Finali olimpiche si disputano con solo sei atleti per gara – e Davis in quarta, è il sudafricano Malcolm Spence, posizionato proprio davanti all’americano, a prendere un netto margine tanto da essere cronometrato a metà gara in un impensabile 21”2 con un vantaggio di circa 0”6 decimi su Davis, Kaufmann e l’indiano Milkha Singh, allorché Davis, temendo di non essere in grado di recuperare il distacco, compie l’ultima curva in uno straordinario parziale di 10”8 (!!) che gli consente di superare Spence e presentarsi in rettilineo con un vantaggio di circa 4 metri (e 0”7 decimi …) sul tedesco.

Gli ultimi metri sono qualcosa che più emozionante non si può descrivere, con Kaufmann a rimontare appoggio dopo appoggio, avendo meglio distribuito le forze, e Davis a patire lo sforzo profuso in curva, tant’è che i due si proiettano sul filo di lana all’unisono, ma con la differenza che l’americano taglia lo stesso con il petto, mentre il tedesco si tuffa in un disperato tentativo di conquistare l’oro, superando la linea del traguardo con il proprio viso.

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Il dettaglio dell’arrivo – da:gettyimages.it

Come sempre succede in questi casi, la decisione per i giudici è rimandata all’esame del fotofinish, dal quale si rileva come, in effetti, il naso di Kaufmann sembri sopravanzare il petto di Davis, ma il regolamento impone che valga, ai fini di proclamare la vittoria, quest’ultima parte del corpo, ed ecco pertanto che, dopo una spasmodica attesa di circa un quarto d’ora, il tabellone luminoso dello Stadio Olimpico segnala il successo di Davis, pur se ad entrambi viene assegnato il medesimo tempo di 44”9 che, oltre a rappresentare il nuovo record mondiale, vede altresì scacciato il “tabù dei 45” netti.

Per onestà, il rilevamento elettronico vede un solo 0”01 centesimo a favore dell’americano, con rispettivi tempi di 45”07 e 45”08 – mentre Spence riesce a salvare il bronzo (45”5 a 45”6) dal ritorno di Singh in una Finale che, per la prima volta in assoluto, vede tutti e sei i finalisti concludere sotto i 46” netti – ma all’epoca la IAAF ratificava i primati al decimo di secondo e, pertanto, a tutti gli effetti, a Davis e Kaufmann va il privilegio di aver infranto tale barriera.

Sfida che, comunque, non tarda a ripetersi, visto che due giorni dopo è in programma la Finale della staffetta 4×400 metri, in cui Otis Davis e Kaufmann hanno il compito di correre la quarta e conclusiva frazione.

Con i primi due dei Trials, Yerman ed Young (quest’ultimo giunto sesto nella gara individuale …) ad aprire le danze, il terzo frazionista è Glenn Davis, fresco dall’aver confermato sui m.400hs l’oro di quattro anni prima ai Giochi di Melbourne ’56, il quale dispone con facilità del tedesco Jo Kaiser, consegnando il testimone ad Otis con un rassicurante margine di vantaggio.

Kaufmann si getta alla disperata riconcorsa dell’americano, riuscendo quasi a colmare il distacco prima di dover pagare dazio per lo sforzo compiuto ed, in riserva di ossigeno, lasciare spazio a Davis che va a concludere la prova con il tempo di 3’02”2 (3’02”37 con il rilevamento elettronico …), il che rappresenta il nuovo record olimpico e mondiale, migliorando il 3’03”9 stabilito dal leggendario quartetto giamaicano alle Olimpiadi di Helsinki ’52, con anche il quartetto tedesco a scendere sotto il vecchio primato con il conseguente limite europeo di 3’02”7 (3’02”84).

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L’arrivo della staffetta 4×400 metri – da:iaaf.org

Ed anche se, nel Ranking Mondiale di fine anno, Kaufmann viene preferito a Davis, nonostante le due medaglie d’oro ed annessi record mondiali ed il fatto che sulla pista dello Stadio Olimpico l’americano si sia imposto in tutte e sette le gare (tra individuale e staffetta …) disputate, di certo vi è il fatto che, grazie proprio alla loro rivalità, entrambi sono riusciti a far decollare la specialità del giro di pista anche per effetto di un nuovo modo di interpretare la stessa.

Davis, oramai appagato, chiude la propria attività agonistica l’anno seguente, con il suo secondo titolo AAU sulle 440yd con il tempo di 46”1, con tanto di passaggio in 45”8 ai 400 metri, per poi dedicarsi, una volta conseguita la laurea in educazione fisica alla “Oregon University”, all’insegnamento presso il Liceo di Springfield, viaggiando anche all’estero dove assume la Direzione atletica delle varie basi militari degli Stati Uniti, tra cui, una volta rientro in patria, la “McGuire Air Force Base” nel New Jersey, dedicandosi anche ai ragazzi durante i doposcuola.

Curiosamente, proprio due mesi dopo la fine delle Olimpiadi romane, prende il via sulla rete nazionale televisiva italiana, il famoso programma “Non è mai troppo tardi” che, condotto dal maestro Alberto Manzi, contribuisce in maniera sostanziale a ridurre la piaga dell’analfabetismo nel nostro Paese.

E chissà, se nello scegliere il titolo, l’Ente televisivo ed il conduttore non si siano ispirati proprio alla storia di Otis Davis che, come pochi altri atleti prima e dopo di lui, ha tangibilmente dimostrato come non sia mai “troppo tardi” per eccellere ed affermarsi nello sport come nella vita …

 

JOSY BARTHEL, IL MEZZOFONDISTA GLORIA ETERNA DEL LUSSEMBURGO

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Il vittorio arrivo di Barthel sui m.1500 ad Helsinki ’52 – da:olympic-century,blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se da un punto di vista geografico il Lussemburgo rappresenta poco più di un punto sull’atlante universale – basti pensare che la sua superficie di poco superiore ai 2500mq. è circa un decimo della sola Toscana – in ambito olimpico non se ne sarebbero quasi conosciute le tracce, se non fosse che …

Già, se non fosse che ai Giochi di Helsinki ’52 si scrive una di quelle epiche pagine che fanno amare lo Sport ed, in particolare, la madre di tutte le discipline, vale a dire l’Atletica Leggera, consegnando ai posteri una delle più belle storie che mai abbia raccontato.

Difatti, il medagliere complessivo olimpico del Granducato – affrancatosi come unità politica indipendente dall’Olanda nel 1839 e dalla Germania nel 1867 – registra quattro allori, un oro e tre argenti, ma non devono trarre in inganno le medaglie conquistate dal pur leggendario Marc Girardelli ai Giochi Invernali di Albertville ’92, in quanto lo stesso è austriaco di nascita ed il suo gareggiare sotto i colori lussemburghesi fu solo conseguenza di divergenze tra il padre dello sciatore e la Federazione austriaca.

Al netto di dette medaglie, pertanto, per trovare un alfiere del Granducato su di un podio olimpico occorre risalire alla notte dei tempi, con tale Joseph Alzin ad aver conquistato l’argento nel Sollevamento Pesi, Categoria oltre 82,5 chilogrammi, ai Giochi di Anversa 1920, tra l’altro sfiorando anche l’oro in quanto preceduto dall’azzurro Filippo Bottino per soli cinque chili (265 a 260) di differenza.

Ed, oltretutto, rispetto ai tempi più recenti, il Lussemburgo si presentava all’epoca alla rassegna a cinque cerchi con rappresentative numericamente di rispetto – dopo la citata edizione di Anversa, 51 atleti a Parigi ’24, 49 ad Amsterdam ’28 così come a Berlino ’36, ed anche nell’immediato secondo dopoguerra erano pur sempre in 47 ad iscriversi a  Londra nel 1948 ed in 44 nella “storica” edizione di Helsinki ’52 – avendo saltato, per ovvie difficoltà di trasferimento oltre Oceano, i soli Giochi di Los Angeles ’32, ma di medaglie manco a parlarne.

Doveva essere un altro Joseph, come il suo connazionale 32 anni prima, a rompere la tradizione negativa, ed il nome di questo “eroe sportivo” del Granducato resta per sempre imperituro nella storia agonistica del proprio Paese.

Joseph Barthel, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce a Mamer il 24 aprile 1927 e scopre le proprie qualità di mezzofondista durante la Seconda Guerra Mondiale, tant’è che si aggiudica la prova sugli 800 metri ai Campionati Mondiali Militari svoltisi a Berlino nel 1947, ripetendosi l’anno seguente a Bruxelles, dove realizza la doppietta 800/1500 metri.

Una cosa sono però le competizioni riservate ai militari ed un’altra le massime Manifestazioni internazionali, e Barthel ha modo di rendersene personalmente conto allorché alle prime Olimpiadi del secondo Dopoguerra, svoltesi a Londra nel 1948, riesce sì a qualificarsi per la Finale dei m.1500 solo per fare da spettatore al trionfo dello svedese Henry Eriksson, in quanto conclude non meglio che decimo in un modesto 3’56”9, ove si consideri che l’anno prima Barthel aveva corso la distanza in 3’51”0 a Parigi il 27 settembre ’47, tempo che se replicato lo avrebbe condotto a lottare per il gradino più basso del podio.

Il successivo quadriennio non è certo di quelli che avrebbero potuto far inserire il piccolo “Josy” (m.1,73 per 68 chili) nel lotto dei favoriti ai Giochi di Helsinki ’52 in quanto, dopo una buona stagione post olimpica, in cui corre i 1500 metri in 3’51”5 l’1 ottobre ’49, si dedica alla più breve distanza del doppio giro di pista, con risultati di scarso rilievo, visto che ai Campionati Europei di Bruxelles ’50 conclude desolatamente al nono ed ultimo posto in Finale con il tempo di 1’58”8 dopo aver corso in 1’51”7 in batteria.

Meglio quindi tornare al vecchio amore dei 1500 metri, visto anche che la specialità non ha fatto registrare eccessivi progressi dai tempi dello straordinario mezzofondista svedese Gunder Hagg – la cui sola, grande sfortuna è stata quella della cancellazione delle Olimpiadi del 1940 e ’44 di cui sarebbe stato indubbio protagonista – ancora detentore, ad inizio anni ’50 dei primati mondiali sia sui m.1500 (3’43”0) che sulla distanza inglese del miglio, corso in 4’01”4 a Malmoe il 17 luglio 1945.

E’ peraltro pur vero che qualcosa si sta muovendo in questo inizio del nuovo decennio, prova ne siano le prestazioni dell’olandese Wilhelm Slijkhuis, capace di avvicinare il limite mondiale con il suo 3’43”8 corso ad Anversa il 21 agosto ’49 e poi confermatosi con la medaglia d’oro alla Rassegna Continentale di Bruxelles ’50, dove si impone precedendo in volata (3’47”2 a 3’47”8) il francese di origini algerine Patrick El Mabrouk.

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Josy Barthel in una foto del 1951 – da:gettyimages.it

Ma nell’anno olimpico – con Barthel che non ha ovviamente alcun problema a qualificarsi per i Giochi, visto che si aggiudica per 11 anni consecutivi (dal 1946 al ’56) i titoli nazionali sia sugli 800 che sui 1500 metri – altri seri precedenti si affacciano all’orizzonte, ad iniziare dal 23enne britannico Roger Bannister, il quale nel 1951 fa registrare tempi di 3’48”4 sui m.1500 e di 4’07”8 sul miglio e, soprattutto, il 21enne tedesco Werner Lueg che il 29 giugno ’52 a Berlino, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi di Helsinki, eguaglia con 3’43”0 il record mondiale di Hagg, impresa già compiuta dall’altro svedese Lennart Strand a luglio ’47, ma che non è della partita nella Capitale finnica, mentre, al contrario, lo sono i temibili connazionali Olle Aberg, Sture Landqvist ed Ingvar Ericsson.

Pensare che “Josy” potesse competere per il podio – nonostante anch’esso si presenti nella Capitale finlandese essendosi migliorato nel corso della stagione sino a 3’49”8, scendendo per la prima volta sotto la barriera dei 3’50” netti – appare un esercizio di elevata fantasia, così come scarso credito viene dato ai mezzofondisti americani, i quali non si aggiudicano l’oro della specialità addirittura dall’edizione di Londra 1908, allorché ad imporsi era stato Mel Shepperd e, d’altronde, il responso dei Trials di Los Angeles non era stato tale da indurre a facili illusioni, ancorché Bob McMillen, il vincitore, avesse fatto realizzare il suo “Personal Best” di 3’49”3.

Una sorpresa poco piacevole giunge per Bannister, il quale aveva svolto la preparazione in funzione di una prova che avesse previsto batterie e la successiva Finale a distanza di due giorni, mentre all’ultimo momento gli organizzatori modificano il programma inserendo anche le semifinali, così che gli atleti sono costretti a correre tre volte la distanza nello spazio di soli tre giorni.

Le batterie del 24 luglio – corse a ritmo di crociera con il migliore ad essere il citato svedese Aberg in 3’51”0 – fanno però due vittime eccellenti, vale a dire il ricordato Campione Europeo Slijkhuis che, in non buone condizioni fisiche, si ritira nella terza serie e l’ungherese Sandor Iharos, non meglio che quarto nella prima serie ed escluso dalle semifinali.

Secondo turno che, svoltosi il giorno dopo, avrebbe dovuto mettere sul chi va là i più attenti osservatori, visto che, con una maggiore concorrenzialità per garantirsi l’accesso alla Finale, il “piccolo Josy” mette in fila nella seconda serie, corsa in 3’50”4, alcuni dei suoi più temibili avversari, lasciandosi alle spalle la coppia svedese formata da Aberg ed Ericsson, così come McMillen e Bannister, pur se nella prima semifinale l’idolo di casa Denis Johansson infiamma il pubblico presente affermandosi in 3’49”4 sul primatista mondiale Lueg in una gara che risulta fatale al terzo svedese Landqvist, non meglio che ottavo e pertanto fuori dai giochi.

Una data, quella del 26 luglio 1952, che resterà per sempre scritta a carattere cubitali nella Storia sportiva del piccolo Granducato, così come per Barthel essa rappresenta l’apice di una carriera senza ulteriori acuti di rilievo internazionale, ma che ha saputo sfruttare al meglio quello che in gergo suole definirsi vivere il proprio “Giorno dei Giorni”.

E non può certo dirsi che la Finale abbia avuto uno svolgimento tattico, visto il ritmo elevato a cui la stessa viene condotta, con il norvegese Boysen a fare inizialmente l’andatura, ben presto rilevato dal tedesco Rolf Lamers, incaricato di tenere alto il ritmo per favorire il compagno Lueg, visto il record assoluto da quest’ultimo stabilito appena meno di un mese prima.

Atteggiamento che sembra pagare, allorquando il detentore del primato mondiale rileva il compagno in testa al gruppo, imponendo una violenta accelerazione che gli consente di resistere agli attacchi portatigli da Aberg, El Mabrouk e Bannister, scavando un solco di circa 5 metri tra lui ed il resto dei suoi avversari, tanto che sembra che la vittoria non possa sfuggirgli.

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Lueg in testa all’ingresso in rettilineo – da:verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Con una impostazione di gara, viceversa, più accorta, senza sprecare energie nel tentativo di reggere il ritmo del battistrada, sia Barthel che McMillan attendono l’attimo buono per piazzare il loro affondo, cosa che puntualmente si verifica allorché, a meno di 60 metri dal traguardo, Lueg paga dazio alla sua tattica sconsiderata, venendo superato dapprima dal lussemburghese e quindi dall’americano, con quest’ultimo a cercare di colmare il distacco da Barthel senza riuscirvi per un soffio, visto che il solo 0”1 decimo che li divide (3’45”1 a 3’45”2) sul filo di lana, è in realtà ben più ridotto ad appena 0”11 centesimi (3’45”28 a 3’45”39) secondo il cronometraggio elettrico, ancorché non ufficiale.

Lueg riesce quantomeno a salvare il bronzo dal ritorno di Bannister, al termine comunque della più veloce Finale dei 1500 metri sinora disputata in sede olimpica, con ben 6 dei 12 finalisti a realizzare la propria miglior prestazione, primi tra tutti i due avversari per l’oro, miglioratisi rispettivamente di 3”7 (Barthel) e di 4”1 McMillen.

Ma è sin troppo logico che al termine di una sfida così appassionante e dall’esito imprevisto alla vigilia, i riflettori siano tutti per “Josy”, di cui sono tramandate ai posteri due immagini che faranno storia, con la prima che lo vede sorridente, quasi incurante della fatica accumulata, come lui stesso avrà a dichiarare: “a 5 metri dal traguardo sentivo che la vittoria era mia e, come avevo sempre sognato in segreto, ho alzato le braccia, mi sono concesso un sorriso ed ho tagliato il filo di lana”.

Occorrono però alcuni minuti prima che, dalla comprensibile gioia ed euforia, Barthel realizzi la portata dell’impresa compiuta ed eccolo allora, seduto su di una panca in mezzo al prato, lasciarsi andare ad un pianto liberatorio, tanto che il suo amico norvegese Boysen si va a sincerare se si fosse per caso infortunato, ricevendo la più candida delle risposte: “No, Audun, sto piangendo perché ho vinto …!!”.

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Barthel commosso alla cerimonia di premiazione – da:twitter.com

Lacrime, stavolta di commozione, che compaiono una seconda volta in occasione della cerimonia di premiazione – anche se la sua vittoria manda in crisi l’organizzazione che non dispone dell’inno del Lussemburgo – un atteggiamento che commuove il pubblico che lo acclama ed al quale Barthel lancia un saluto di ringraziamento dopo essersi asciugato il volto.

Per il 25enne del Granducato, che mai era stato inserito tra i primi 10 del Ranking mondiale da parte della prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, ne raggiunge la vetta a fine stagione, per poi scomparire come meteora a partire dalla stagione successiva, mentre da un punto di vista cronometrico, Barthel conforta la bontà della sua medaglia d’oro realizzando il 4 settembre ’52 davanti ai propri estasiati tifosi la sua miglior prestazione in carriera sulla distanza in 3’44”1, per poi monetizzare la fama acquisita dedicandosi sui circuiti inglesi ed americani a prove sul miglio, ottenendo curiosamente lo stesso tempo di 4’06”4 sia nel 1954 che nel 1955, prima di ritirarsi dalle scene con un’anonima partecipazione ai Giochi di Melbourne ’56, eliminato in batteria con un inguardabile 3’50”6.

Ipotizzare che Barthel, al ritorno in patria, sia elevato a livelli di popolarità mai toccati da nessun altro atleta del Granducato è un esercizio sin troppo facile, ed i riconoscimenti sono talmente tangibili in quanto, oltre ad una preventivabile carica di Presidente della Federazione di Atletica Leggera dal 1962, per un quadriennio (dal 1973 al ’77) è altresì nominato Presidente del Comitato Olimpico Nazionale, ma, quel che meno poteva essere previsto, è quello di assurgere ad impegni di natura politica, visto che per ben 7 anni, dal 1977 al 1984, entra a far parte del Governo, ricoprendo la veste di Ministro in addirittura tre dicasteri, dell’Energia, Ambiente e Trasporti.

La sua natura di mezzofondista fa che anche la sua esistenza si fermi sulla mezza età, scomparendo il 7 luglio 1992 all’età di 65 anni dopo una grave malattia, ed in suo onore sono intitolati sia lo Stadio dove la nazionale lussemburghese di calcio disputa i propri incontri internazionali così come, nella sua città natale di Mamer, il Liceo Tecnico porta il suo nome.

E noi pensiamo che, mai come nel caso del “piccolo Josy”, calzi a pennello il vecchio adagio che recita: “Meglio un Giorno da Leoni, con quel che segue …

OLGA BRYZGINA, L’UNICA CAPACE DI BATTERE LA GRIFFITH A SEUL 1988

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Bryzgina, Griffith e Muller dopo la 4×400 di Seul ’88 – da:sport.sky.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con l’avvento di Mikhail Gorbaciov quale Segretario del PCUS, inizia nella seconda metà degli anni ’80 la fase di progressivo disgelo nei rapporti tra le due superpotenze di Unione Sovietica e Stati Uniti e che, in campo sportivo, aveva portato alla mai tanto deprecata decisione di boicottare – da parte degli opposti schieramenti – le due edizioni delle Olimpiadi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84.

Pertanto, i successivi Giochi di Seul ’88 divengono occasione per una riappacificazione a livello universale e lo spettacolo senza alcun dubbio ne risente in chiave positiva, potendo assistere a sfide di altissimo livello, specie in un settore come quello dell’Atletica Leggera al femminile, dove la rivalità e la competitività raggiungono il loro apice.

In questo contesto si inserisce la protagonista della nostra storia odierna, vale a dire l’ucraina di origini Olga Bryzgina, pur essendo nata a fine giugno 1963 a Krasnokamsk, città della Russia nordorientale situata nel territorio di Perm, la quale è una delle massime esponenti nella specialità dei 400 metri piani.

Olga Vladykina, suo cognome alla nascita, dopo un terzo posto ai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi a Praga a metà agosto ’84 quale risposta al boicottaggio delle Olimpiadi californiane, in cui copre il giro di pista in 49”52 nella gara vinta dalla tedesca orientale Marita Koch in 48”16, vive l’anno seguente la sua miglior stagione in quanto a prestazioni cronometriche, sempre però in scia alla leggendaria Koch.

Già scesa l’anno precedente sotto i 50” netti correndo i 400 metri in 48”98 il 22 giugno ’84 a Kiev ed aver conquistato il primo dei suoi tre titoli nazionali consecutivi, la Vladykina sperimenta anche i 200 metri dove realizza, il 29 agosto ’85 a Donetsk, il tempo di 22”44 che resterà la sua miglior prestazione assoluta, anche perché si esprime su detta distanza solo anche l’anno successivo, per poi dedicarsi esclusivamente al giro di pista.

Prova quest’ultima che la vede selezionata quale rappresentante dell’Unione Sovietica sia per la Finale della Coppa Europa ’85 che si svolge a Mosca a metà agosto, e che la vede vittoriosa in 48”60 (con la Koch impegnata, e vincente, sui 200 metri …), che per la quarta edizione della Coppa del Mondo, in programma in Australia, a Canberra, dal 4 al 6 ottobre ’85.

E qui, la sfida con la Koch si ripete a livelli siderali, in quanto sulla scia della tedesca orientale, che va a trionfare dominando la gara dallo sparo dello starter sino all’arrivo con lo straordinario tempo di 47”60 che consente alla stessa di riappropriarsi del record mondiale sulla distanza che le era stato tolto due anni prima dalla cecoslovacca Jarmila Kratochvilova – primato peraltro tuttora vigente, con le due atlete ad essere sinora le uniche ad aver corso i 400 metri al di sotto della barriera dei 48” netti – la ancora Vladykina fa registrare il riscontro cronometrico di 48”27, ad oltre 30 anni di distanza ancora primato sovietico, nonché quarta prestazione “All Time” sulla distanza.

Salita dal sesto al secondo posto del Ranking di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, per la Vladykina la stagione successiva vive all’insegna del confronto con la Koch in occasione dei Campionati Europei di Stoccarda di fine agosto ’86.

Stretta nella morsa di ben tre tedesche orientali – oltre alla Koch hanno aspirazione di medaglia anche Petra Muller e Kirsten Emmelmann – la Vladykina deve pensare solo a confermarsi medaglia d’argento, respingendo in 49”67, suo miglior tempo dell’anno, l’assalto della Muller e della Emmelmann, che chiudono al terzo e quarto posto rispettivamente in 49”88 e 50”43, mentre la regina della distanza si impone, da par suo, con l’inarrivabile tempo di 48”22.

Con la seconda edizione dei Campionati Mondiali in calendario a Roma a fine agosto ’87 per Olga – nel frattempo divenuta Bryzgina a seguito del matrimonio contratto con il velocista Viktor Bryzgin, anch’esso di origini ucraine – una grossa mano viene data dal ritiro dall’attività agonistica della Koch, con conseguente sfida per l’oro a divenire una questione a due con l’altra tedesca orientale Petra Muller.

Una disputa che ha un preludio già nella seconda delle tre semifinali, visto che le due avversarie sono incluse nella medesima serie, ed ad avere la meglio è la non ancora 22enne sassone in 50”15 rispetto al 50”88 della Bryzgina, che rappresenta altresì il quinto miglior tempo delle otto qualificate per la Finale del 31 agosto.

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Muller e Bryzgina a Roma ’87 – da:sporting-heroes.net

 

Con il marito Viktor – che, il giorno prima, aveva disputato la Finale dei 100 metri piani, concludendo la prova in 10”25 per un sesto posto successivamente trasformato in quinto per la squalifica del canadese Ben Johnson – a tifare per lei sulle tribune dello Stadio Olimpico, la Bryzgina è sorteggiata in seconda corsia, con la Muller a partire proprio davanti a lei in terza, ideale punto di riferimento, che la 24enne ucraina mantiene sino a metà gara, mentre ad imporre un ritmo elevato alla gara è l’altra tedesca orientale Emmelmann, in sesta corsia.

Olga incrementa la propria cadenza nel corso della seconda curva e, mentre la Emmelmann si spenge progressivamente, affianca la Muller all’ingresso nel rettilineo conclusivo per poi dimostrare una migliore ripartizione delle forze andando a sprintare per trionfare in 49”38 rispetto al 49”94 della rivale, nel mentre la Emmelmann riesce a salvare il bronzo dall’insidia portatale dall’altra sovietica Maria Pinigina.

Tedesche orientali che si prendono la rivincita nella staffetta 4×400 metri, che le vedono aggiudicarsi la medaglia d’oro con il tempo di 3’18”63 precedendo i quartetti sovietici e statunitensi, che vanno ad occupare gli altri due gradini del podio in 3’19”50 e 3’21”04 rispettivamente.

Ed anche se per il terzo anno consecutivo la Bryzgina viene classificata al secondo posto del Ranking Mondiale, venendole stavolta preferita la Muller, il titolo iridato conquistato – al quale si aggiunge anche l’argento del marito quale componente la staffetta 4×100 sovietica che chiude alle spalle degli Stati Uniti con il tempo di 38”02, all’epoca record europeo e tuttora primato nazionale – è sicuramente di maggiore soddisfazione in vista dell’appuntamento olimpico costituito dai Giochi di Seul ‘88.

Rassegna a cinque cerchi che vede la Campionessa mondiale nella logica veste di favorita d’obbligo, anche se, oltre alle rivali storiche del Vecchio Continente, non va sottovalutata l’insidia che giunge oltre Oceano dal terzetto schierato dagli Stati Uniti, ivi compresa la medaglia d’oro di Los Angeles ’84, la 28enne del Mississippi Valerie Brisco, che al Coliseum si era affermata con il record olimpico di 48”83, pur sempre la quinta miglior prestazione di sempre all’epoca.

Bryzgina che ha l’occasione di misurarsi con la Campionessa olimpica in carica nel corso della seconda delle due semifinali, avendo la meglio in 49”33 rispetto al 49”90 dell’avversaria, in una gara che vede la clamorosa esclusione dalla Finale della tedesca orientale Emmelmann, non meglio che quinta al traguardo, ma che risulta più lenta della prima serie, dove ad affermarsi è l’altra sovietica Olga Nazarova con il tempo di 49”11 precedendo la Muller e le altre due americane Diane Dixon e Deneane Howard, anch’esse scese sotto il limite dei 50”.

Con pertanto un lotto di finaliste di assoluto livello, il 26 settembre ’88, giorno dell’appuntamento conclusivo, la Bryzgina occupa la terza corsia, con la connazionale Nazarova a partire avanti a lei, mentre la Dixon e la Muller sono rispettivamente in quinta e sesta corsia e la Brisco ha in sorte la prima, nonché peggiore, delle corsie.

Con una tattica diversa rispetto alla Finale iridata, la Bryzgina imposta la gara sulla connazionale, annullando il decalage all’imbocco dell’ultima curva, dove sferra il suo attacco decisivo che le consente di presentarsi in vantaggio già all’ingresso in rettilineo, per poi aumentare la propria cadenza andando a trionfare con largo margine con il tempo di 48”65 che migliora il primato olimpico della Brisco la quale, presentatasi in seconda posizione sul rettilineo finale, paga lo sforzo venendo rimontata sia dalla Nazarova che dalla Muller che, con un ritorno imperioso, va a conquistare l’argento in 49”45.

Con già un oro olimpico al collo, la Bryzgina è attesa al bis in occasione della staffetta del miglio, la cui prova è fissata per il giorno conclusivo del programma di Atletica Leggera, vale a dire l’1 ottobre ’88, che prevede la disputa di tutte e due le staffette 4×100 e 4×400 metri, sia maschili che femminili.

E quello che sarà ricordato come il “Giorno dei Giorni della famiglia Bryzgin” si apre con l’oro del quartetto sovietico nella 4×100 metri maschile, ovviamente complice la oramai consueta squalifica in batteria degli americani per cambio fuori settore, nel mentre l’altrettanto consueta perfezione nei cambi consente all’Urss di aggiudicarsi la sfida in 38”19 rispetto ai più accreditati britannici, giunti secondi in 38”28.

In campo femminile il podio della staffetta 4×400 metri è già assegnato, data l’indiscussa superiorità dei quartetti di Unione Sovietica, Germania Est e Stati Uniti, con questi ultimi che schierano in quarta e conclusiva frazione, oltre alle tre finaliste della gara individuale – conclusa dal quarto al sesto posto – anche l’indiscussa protagonista dei Giochi coreani, vale a dire la velocista Florence Griffith.

Una Griffith che si presenta a questa sua ultima fatica dopo essere già salita sul gradino più alto del podio sia sui 100 che sui 200 metri – con tempi “inquietanti” di 10”62 e 21”34 rispettivamente – ed aver contribuito, poco più di mezz’ora prima, al successo della staffetta 4×100 Usa, a precedere di soli 0”11 centesimi (41”98 a 42”09) le rappresentanti della Germania Est.

Questa “sfida nella sfida”, con gli addetti ai lavori a domandarsi quale potrà essere l’esito della prova sul giro di pista da parte dell’americana, aumenta la suspense per quello che ci si attende essere un evento dal quale potrebbe scaturire anche l’assalto al primato mondiale detenuto dalle ragazze della Germania Est con il sensazionale tempo di 3’15”92 stabilito ad Erfurt il 3 giugno ’84, mentre si dà quasi per scontato il miglioramento del record olimpico stabilito dal quartetto degli Stati Uniti con 3’18”29 quattro anni prima a Los Angeles.

Finale che, da una lotta a tre, si riduce ad un testa a testa tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, con la Brisco a dare una grande dimostrazione di orgoglio rimontando nella parte conclusiva della terza frazione il distacco che la separava dalla sovietica Pinigina, così che all’ultimo cambio, Bryzgina e Griffith partono pressoché appaiate, con un leggero margine di vantaggio per la 25enne ucraina.

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L’arrivo della 4×400 – da:pinterest.cp.uk

 

Le due atlete non si risparmiano, dando vita alla più esaltante ultima frazione di una staffetta 4×400 femminile a cui si abbia mai avuto modo di assistere, con la Griffith a mantenersi in scia alla sua avversaria con la fondata speranza di poter sfruttare le sue maggiori doti di velocista sul rettilineo finale, ma il ritmo imposto dalla Bryzgina è tale da sfiancarne la resistenza e, sia pur cedendo qualche metro negli ultimi appoggi, riesce a conservare un margine sufficiente per replicare l’oro della gara individuale.

Ma, quella che così descritta è semplicemente la cronaca di una gara come potrebbero essercene state mille altre, ottiene viceversa la consacrazione dal riscontro cronometrico che recita 3’15”17 per il quartetto sovietico e 3’15”51 per le ragazze americane, tempi entrambi al di sotto di quello che sembrava un record stratosferico della Germania Est – le cui componenti concludono terze con il tempo di 3’18”29, curiosamente uguale al precedente record olimpico stabilito a Los Angeles ’84 – ed il cui valore è ribadito dal fatto che tutt’oggi, a 30 anni di distanza, gli stessi rappresentano la prima e la seconda prestazione mondiale di ogni epoca.

Questa volta concluso l’anno senza dubbio alcuno circa la sua veste di indiscussa n.1 del Ranking Mondiale, la Bryzgina si dedica ai doveri coniugali, saltando le due successive stagioni per effetto della maternità, mettendo alla luce la figlia Yelizaveta, nata il 28 novembre ’89, per poi prepararsi ai suoi due ultimi anni di attività agonistica.

Chiaramente, il Mondo va avanti, ed anche se i limiti della Koch sulla prova individuale e del quartetto sovietico in staffetta non vengono più superati, altre avversarie si profilano all’orizzonte, prima fra tutte la “Gazzella della Guadalupa” Marie-José Perec, dominatrice della specialità nei primi anni ’90.

Il primo confronto a livello di grande manifestazione internazionale – dopo che per la Finale di Coppa Europa era stata scelta la Nazarova, giunta terza alle spalle della Perec e della tedesca Grit Breuer – lo si ha in occasione della terza Edizione dei Campionati Mondiali in programma a Tokio a fine agosto ’91, allorché “mamma” Bryzgina giunge terza, preceduta proprio dalla francese e dalla tedesca, nella seconda delle due semifinali, per poi scendere sotto la barriera dei 50” netti nella Finale del 27 agosto ’91, pur se il suo 49”82 (miglior tempo dell’anno …) non è sufficiente per salire sul podio, venendo relegata ai margini dello stesso nella gara che incorona la Perec con il tempo di 49”13.

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Olga Bryzgina ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:gettyimages.ae

Ancora una volta, però, le doti di insuperabile agonista della Bryzgina emergono in occasione della staffetta 4×400 metri dove, non avendo la Francia la possibilità di schierare una formazione a supporto della propria fuoriclasse, conclude da par suo la quarta ed ultima frazione per condurre il quartetto sovietico alla vittoria in 3’18”43, con ampio margine su Stati Uniti e Germania (ora riunificata …), che completano il podio in 3’20”15 e 3’21”25 rispettivamente.

Con già una cospicua collezione di medaglie nel proprio Palmarès, la Bryzgina non può abbandonare l’attività agonistica senza difendere il proprio titolo olimpico in occasione dei Giochi di Barcellona ’92, ai quali tra l’altro partecipa quale rappresentante della “Comunità degli Stati Indipendenti” stante la nel frattempo intervenuta disgregazione dell’impero sovietico.

Appuntamento al quale si presenta dopo aver messo in bacheca anche l’argento ai Campionati Europei Indoor di Genova ’92, dove è sconfitta dall’americana naturalizzata spagnola Sandra Myers, e che la vede una volta di più grande protagonista, alla stregua di un soprano che calca per un’ultima volta il palcoscenico.

La sfida contro la 24enne Perec è chiaramente impari, ma ancora una volta l’esperienza accumulata negli anni che le consente di dosare le energie durante i turni eliminatori si rivela fondamentale per la Bryzgina che, dopo aver concluso al terzo posto in 49”76 la prima delle due semifinali (vinta dalla francese in 49”48 …), riserva il meglio di sé per la Finale in programma il 5 agosto ’92 …

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Olga Bryzgina in azione a Barcellona ’92 – da:gettyimages.co.uk

Schierata in terza corsia con il vantaggio di avere la Perec, in quinta, come punto di riferimento, la Bryzgina ne tiene il ritmo sino all’imbocco della seconda curva, avendo la francese già azzerato il decalage e superato la colombiana Ximena Restrepo, in sesta corsia, per poi costringere la fuoriclasse di colore ad impegnarsi al massimo per respingerne l’attacco sul rettilineo finale, così da scendere sotto i 49” netti per concludere in 48”83 (curiosamente lo stesso tempo al centesimo dell’americana Brisco a Los Angeles ’84), mentre per l’ucraina il 49”05 fatto registrare rappresenta la miglior prestazione stagionale.

Ma se la conferma del titolo olimpico sulla prova individuale era oggettivamente difficile da raggiungere vista la concorrenza dell’elegante Perec, l’impossibilità per quest’ultima di prendere il via nella staffetta per mancanza di compagne all’altezza dell’arengo olimpico, lascia aperta più che una speranza per la Bryzgina circa il poter chiudere in bellezza una carriera di per sé già eccezionale.

Con ancora una volta gli Stati Uniti a “rinforzare” il quartetto del miglio con una rappresentante proveniente dalla velocità, nel caso in esame Gwen Torrence – già oro sia sui 200 metri che con la staffetta 4×100 – tocca all’esperta 29enne Bryzgina cercare di rintuzzare l’assalto alla medaglia d’oro da parte del quartetto a stelle e strisce, compito che, ricevuto il testimone con leggero vantaggio da parte della Nazarova, porta diligentemente a termine, mantenendo quei 0”72 centesimi (3’20”20 a 3’20”92) ampiamente sufficienti per coronare una straordinaria carriera che, tra Campionati Europei, Mondiali e Giochi Olimpici, non l’ha vista salire sul podio solo in occasione della rassegna iridata di Tokyo ’91, conclusa al quarto posto.

E se, tuttora, il suo 48”27 sui 400 metri rappresenta la quarta miglior prestazione “All Time” ed il 3’15”17 della staffetta 4×400 dei Giochi di Seul ’88 – dove è stata cronometrata in ultima frazione in 47”7 per reagire all’attacco della Griffith – non è ancora stato migliorato, riteniamo che il suo nome possa, senza tema di smentita, annoverarsi a pieno titolo tra l’elite assoluta della specialità …

 

VLADIMIR KUTS, LO STAKANOVISTA DEL MEZZOFONDO SOVIETICO, CON QUALCHE OMBRA DI TROPPO

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Vladimir Kuts in azione – da racingpast.ca

articolo di Giovanni Manenti

Tra le molteplici specialità dell’Atletica Leggera, se c’è un settore dove l’Unione Sovietica ha sempre fatto fatica ad eccellere – anche nel periodo di suo massimo splendore – questo è il mezzofondo prolungato, e non solo a livello assoluto, ma anche nel più ristretto ambito continentale.

Ovviamente, ogni regola ha la sua eccezione e, nel caso dell’orso sovietico, questa ha le sembianze di un piccolo e tarchiato atleta di origini ucraine, tal Vladimir Kuts, nato ad Oleksyne ad inizio febbraio 1927, figlio di un operaio che muore a causa di problemi di alcoolismo quando il piccolo Vladimir ha appena 5 anni.

Non è un’infanzia felice, quella di Vladimir, a peggiorare la quale subentra anche l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, con la sua città invasa dall’esercito tedesco, il che lo induce a falsificare la propria data di nascita per entrare a far parte – a soli 16 anni effettivi – dell’Armata Rossa, con il rischio, per fortuna scampato, di perire allorquando il treno che lo trasportava alla Scuola di Artiglieria è fatto oggetto di un bombardamento.

Ad evento bellico concluso, oramai maggiorenne, Kuts sceglie di arruolarsi nella Marina dell’Unione Sovietica, dove ha l’occasione di scoprire l’Atletica Leggera, avendo viceversa praticato da ragazzo altre discipline, quali canottaggio, sci e, soprattutto, il pugilato, Sport quest’ultimo che sembra aver inciso più di ogni altro nella sua formazione caratteriale, oltre che di atleta.

In un periodo – quello a cavallo tra la fine degli anni ’40 e l’inizio del successivo decennio – in cui il mezzofondo prolungato ha un solo ed incontrastato leader assoluto nella figure della leggendaria “Locomotiva umana” Emil Zatopek, il quale, da fine umorista quel era, se ne esce con una salace battuta sul rivale sovietico asserendo che “Kuts aveva scoperto l’atletica così come Cristoforo Colombo l’America, e cioè per caso …”, il nome del piccolo Vladimir (m.1,72 per 72kg.) inizia a farsi largo tra gli addetti ai lavori durante l’anno 1952, in cui corre le due classiche distanze dei 5 e 10mila metri con i rispettivi tempi di 14’32”2 e 31’02”4.

Accortisi di lui, la Federazione sovietica lo affida alle cure del celebre tecnico Leonid Khomenkov, il quale non impiega molto a rendersi conto di avere per le mani un atleta – ancorché non più giovanissimo, avendo già superato i 25 anni – in grado di esprimersi ai più alti livelli in una specialità come il mezzofondo che aveva sino ad allora regalato al proprio Paese la sola medaglia di bronzo di Aleksandr Anufriyev sui 10mila metri alle Olimpiadi di Helsinki ’52, peraltro ad oltre mezzo minuto dal vincitore Zatoopek.

Khomenkov può fare affidamento sulla voglia di emergere e lo spirito di sacrificio innati in Kuts, il quale non muove ciglio nel sottoporsi ad un massacrante programma di allenamento – doti massicce di “Interval Training”, alternate ad esercizi atti a sviluppare la muscolatura – che regalano immediati frutti in quella che si può senza alcun dubbio catalogare come la prima vera stagione ai vertici mondiali del 26enne ucraino, vale a dire il 1953, nel corso della quale migliora di mezzo minuto il proprio personale sui m.5000, portandolo a 14’02”2 il 27 agosto a Mosca, e di quasi 1’30” il limite sulla doppia distanza, corsa in 29’41”4 il 9 agosto a Bucarest, tanto da figurare rispettivamente al terzo e quarto posto del Ranking mondiale di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, classifiche ancora capeggiate dall’intramontabile Zatopek.

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Vladimir Kuts in allenamento – da gettyimages.co.uk

Kuts è oramai sulla rampa di lancio, pronto a scalare i vertici assoluti, ed una lampante dimostrazione delle proprie capacità la offre in occasione della sua prima partecipazione ad una grande Manifestazione internazionale, vale a dire i Campionati Europei di Berna ’54, a cui è iscritto sulla distanza dei m.5000, da sempre per lui più congeniale.

Rassegna continentale che si apre, manco a dirlo, con l’ennesimo trionfo di Zatopek sui 10mila metri – gara che in carriera lo ha visto solo vincitore – corsi il 25 agosto in 28’58”0 relegando, come di consueto, il secondo arrivato ù, nel caso l’ungherese Jozsef Kovacs, a quasi mezzo minuto di distanza, mentre il già citato Anufriyev conclude non meglio che ottavo in 30’19”4.

A risollevare le sorti del mezzofondo prolungato sovietico pensa proprio Kuts nella Finale dei m.5000 che si disputa quattro giorni dopo, avendo già fatto registrare il miglior tempo di 14’18”8 in qualifica, aggiudicandosi la seconda delle tre batterie.

Che il 27enne ucraino potesse essere uno dei pretendenti al podio ed anche alla medaglia d’oro era nella logica delle cose – ancorché proprio Zatopek avesse realizzato esattamente tre mesi prima, il 30 maggio ’54 allo Stadio di Colombes, in Francia, il suo unico primato mondiale sulla distanza, coperta in 13’57”2 per cancellare dall’albo dei primati lo straordinario 13’58”2 risalente al settembre 1942 dello svedese Gunder Hagg, purtroppo penalizzato dalla cancellazione di due edizioni dei Giochi olimpici a causa della Seconda Guerra Mondiale – ma è il modo in cui ottiene la vittoria che lascia tutti stupiti.

In un’epoca in cui la barriera dei 14’ netti è ancora un muro difficile da abbattere – prova ne sia come al pur grande Zatopek siano stati sufficienti tempi di 14’03”0 ed addirittura di 14’06”6 per far sue le medaglie d’oro agli Europei di Bruxelles ’50 ed ai Giochi di Helsinki ’52 – Kuts domina la Finale infliggendo oltre 12” di distacco alla coppia formata dal britannico Christopher Chataway e dallo stesso mezzofondista ceco, che chiudono nell’ordine, con tanto di nuovo primato mondiale, fissato in 13’56”6, abbassando di 0”6 decimi quanto stabilito da Zatopek appena 90 giorni prima.

E che la concorrenza fosse di prim’ordine, lo dimostra il “botta e risposta” tra Kuts e Chataway a colpi di primati mondiali che avviene nell’ottobre dello stesso anno, allorché è prima il 23enne londinese – con un successivo futuro in Politica nelle file del Partito Conservatore – a scendere sino a 13’51”6 (esattamente 5” in meno del record dell’ucraino …) il 13 ottobre nella Capitale inglese, con l’ultima parola spettante però a Kuts il quale, a 10 giorni di distanza, copre i 5 chilometri in 13’51”2, riappropriandosi del primato.

Ecco quindi che una specialità rimasta ferma per 13 anni, vede in una sola stagione migliorare il proprio record assoluto ben quattro volte e, soprattutto, abbassare il relativo limite di ben 7” (dai 13’58”2 del già citato Hagg ai 13’51”2), ma il bello era ancora da venire, con Kuts ovviamente nelle vesti di protagonista, nel frattempo passato sotto le grinfie (è proprio il caso di dirlo …) del capo dei tecnici federali sovietici, tale Gregory Nikiforov, uno che non lasciava nulla di intentato per portare i propri atleti ai vertici della specialità, con pratiche più o meno lecite.

Il 1955 è comunque – dopo che Kuts ha scalato la vetta del Ranking mondiale di fine anno ’54 sui 5000 metri e posizionato al terzo posto sulla doppia distanza, sulla quale si è migliorato sino a 29’21”4 corsi a Kiev il 12 settembre – l’anno in cui emerge nel panorama del mezzofondo prolungato la stella del 25enne ungherese Sandor Iharos che, dopo aver partecipato con scarso successo ai Giochi di Helsinki (eliminato in batteria) ed agli Europei di Berna ’54 (sesto in Finale) sui 1500 metri, decide di dedicarsi alle più lunghe distanze con risultati sbalorditivi.

In una stagione priva di grandi appuntamenti internazionali, i mezzofondisti hanno l’occasione di darsi battaglia a suon di primati, ed il primo a lanciare la sfida è Iharos che, il 10 settembre ’55, corre i 5 chilometri in 13’50”8, appena 0”4 decimi in meno del record di Kuts, la cui risposta, proprio come avvenuto con Chataway l’anno prima, non di fa attendere, replicando appena 8 giorni dopo a Belgrado, limando il recente primato di 4” netti prima che Iharos sferri il colpo del ko con una sensazionale prestazione che porta il limite ad uno straordinario 13’40”6 corsi ancora nella Capitale magiara il 23 ottobre, dando così alla specialità un’ulteriore accelerata che la fa progredire di oltre 10” nell’arco di soli 12 mesi.

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L’ungherese Sandor Iharos nel 1955 – da index.hu

Sceso nel frattempo sotto i 29’ anche sui 10mila metri, grazie al 28’59”2 corso il 3 ottobre ’55 a Bucarest, e chiusa la stagione preolimpica scalzato da Iharos al vertice del Ranking mondiale sui m.5000, ma appropriandosi della prima posizione sulla doppia distanza, precedendo l’ungherese Jozsef Kovacs, il britannico Gordon Pirie ed uno Zatopek oramai al capolinea della propria straordinaria carriera, Kuts si prepara all’appuntamento principale della propria attività agonistica, vale a dire le Olimpiadi di Melbourne ’56 che possono causare alcuni problemi di ambientamento per gli atleti europei, in quanto in programma a fine novembre, per quello che è, al contrario, il periodo estivo nell’emisfero australe.

In ogni caso, la preparazione alla rassegna a cinque cerchi vede gli specialisti del Vecchio Continente non lesinare sforzi, visto che l’inglese Pirie migliora per due volte il record mondiale sui m.3000 piani detenuto proprio da Iharos, al quale toglie anche il primato sulla distanza olimpica dei 5000 metri correndo in 13’36”8 il 19 giugno ’56 a Bergen, in Norvegia – gara nella quale ha la meglio proprio su Kuts, che realizza a propria volta il suo miglior risultato con 13’39”6 – nel mentre il magiaro compie l’impresa di cancellare Zatopek dall’albo d’oro dei record sulla doppia distanza, corsa in un eccellente tempo di 28’42”8 il 15 luglio, sempre a Budapest.

Un’impresa che migliora di ben 11”4 il precedente limite del fuoriclasse ceco, ma che impallidisce rispetto a quanto Kuts riesce a fare alla vigilia dei Giochi di Melbourne, scendendo sino a 28’30”4 (con un miglioramento pertanto di 12”4 …!!) corsi l’11 settembre a Mosca.

Una grossa, involontaria mano alle possibilità di fregiarsi della Gloria Olimpica giunge all’oramai 29enne ucraino dai propri connazionali, sotto forma della sanguinosa repressione della rivolta ungherese di fine ottobre ’56, il che impedisce ad Iharos – che all’epoca dei fatti si trova in Austria e rientra a Budapest per prendere attivamente parte alla difesa del proprio Paese – di prendere parte ai Giochi australiani, privando la manifestazione di una delle sfide più attese dell’intero programma di Atletica Leggera, con pertanto il britannico Pirie ad essere considerato come il suo più autorevole antagonista in entrambe le prove di mezzofondo, vista anche la sconfitta che gli aveva inflitto a giugno in Scandinavia.

Occorre adesso, prima di addentrarsi sull’esito delle gare olimpiche, fare due digressioni in merito ai comportamenti di Kuts, la prima delle quali è legata alla sua tattica di gara, che lo vede imporre sin dall’inizio un’andatura tesa da indurre all’esaurimento i suoi avversari, sperando che ciò li demoralizzi al punto da non avere più la forza di mantenerne il ritmo anche quando lo stesso sovietico risulterebbe in riserva di energie, un atteggiamento che già aveva dato i suoi frutti in occasione della vittoriosa Finale sui 5000 metri agli Europei di Berna ’54.

La seconda questione è un attimino più complessa, in quanto riflette determinate pratiche non propriamente lecite imposte dal già ricordato Nikiforov al suo atleta, del quale controllava ogni istante della vita, compresa quella affettiva – Kuts si era sposato con la giornalista russa Raisa Andreyevna, la quale lo aveva aiutato ad imparare la grammatica russa, visto che da bambino aveva completato solo 6 anni di studi scolastici ed era solito mescolare la lingua russa con l’ucraina – e che vengono una prima volta alla luce allorché, ad un mese circa dall’inizio dei Giochi, gli vengono riscontrate pressione alta, battiti a riposo di 120 al minuto ed un soffio al cuore, costringendolo a due settimane di riposo assoluto prima di essere autorizzato a correre.

Ecco quindi Kuts allineato tra i 25 iscritti alla gara dei 10mila metri che si svolge il 23 novembre ’56 al “Cricket Ground” di Melbourne, che il mezzofondista di origini ucraine affronta con la sua solita tattica di fiaccare la resistenza dei suoi avversari chilometro dopo chilometro, mettendosi sin dall’avvio alla testa della corsa.

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La corsa solitaria di Kuts sui m.10.000 – da gettyimages.it

Sulla scorta di quanto avvenuto cinque mesi prima a Bergen, il solo Pirie – il quale vanta peraltro un “personale” di 29’17”2 sulla distanza – accetta la sfida di seguire il ritmo imposto dal primatista mondiale e mal gliene colse, in quanto a cinque giri dal termine, al completamento dell’ottavo chilometro, è talmente scarico di energie da essere progressivamente superato da chi aveva meglio dosato le proprie forze, concludendo non meglio che in una deludente ottava posizione sopra i 30’, nel mentre Kuts va a trionfare in solitario con il nuovo record olimpico di 28”45”6 (inferiore di ben 31”4 rispetto a quanto corso da Zatopek ad Helsinki quattro anni prima …), nel mentre alle sue spalle la lotta per l’argento è appannaggio di Kovacs che ha la meglio in volata (28’52”4 a 28”53”6) sull’idolo di casa, l’australiano Allan Lawrence.

Tre giorni dopo sono in programma le batterie dei 5000 metri, gara alla quale Kuts è incerto se prendere parte in quanto preoccupato per la propria salute, visto che dopo la Finale dei 10 chilometri sono state rilevate tracce di sangue nelle sue urine, ma un Dirigente della Federazione sovietica lo convince a presentarsi ai nastri di partenza con la promessa di una pensione da Generale qualora avesse corso e vinto.

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Kuts si lancia all’attacco nella finale dei m.5000 – da gettyimages.it

Se sia stata o meno questa la giusta motivazione, resta il fatto che, dopo essersi “riposato” in batteria, Kuts non cambia certo atteggiamento nella Finale del 28 novembre, imponendo alla gara la medesima tattica tendente a stroncare la resistenza del lotto dei concorrenti, in questa occasione ancor più facilitata dal fatto che Pirie, ancorché detentore del record mondiale, si guarda bene dal ripetere l’errore commesso sulla doppia distanza, dando per scontata la superiorità dell’atleta sovietico e puntando più a salire sul podio, circostanza che consente al mezzofondista sovietico di andare a bissare l’oro dei 10mila metri in perfetta solitudine, pur facendo segnare l’eccellente tempo di 13’39”6 – che migliora di ben 27” (!!) il precedente primato olimpico di Zatopek di Helsinki ’52 – che rimarrà ineguagliato a tale livello per 16 anni, sino alla vittoria del finlandese Lasse Viren a Monaco ’72, mentre il distacco di 11” esatti inflitto a Pirie (argento con 13’50”6 rispetto al 13’54”4 del connazionale Ibbotson) resta tutt’oggi, a 60 anni di distanza, il più ampio margine in una Finale olimpica.

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Pirie, Kuts ed Ibbotson, il podio dei m.5000 – da racingpast.ca

Raggiunto l’apice della carriera, con la scontata veste di leader su entrambe le distanze nel Ranking Mondiale di fine anno, Kuts vive la sua ultima stagione ad alti livelli nel 1957, allorquando dà un ultimo schiaffo a Pirie togliendoli il record mondiale sui m.5000 grazie al 13’35”0 corsi il 13 ottobre allo Stadio Olimpico di Roma, un primato che resisterà poco più di 7 anni prima che a batterlo sia il più famoso dei “perdenti di successo”, vale a dire l’australiano Ron Clarke.

Da lì in poi, i problemi fisici di Kuts aumentano a dismisura, iniziando a soffrire di dolori diffusi in tutto il corpo, tant’è che gli viene diagnosticata un’anomala permeabilità dei capillari venosi e linfatici, che viene fatta risalire al fatto di un incidente occorsogli nel 1952 in cui rischiò il congelamento dopo essere caduto in un fiume.

Tutte queste difficoltà vengono, al contrario, strumentalizzate dai Paesi occidentali – ricordiamo essere nel bel mezzo della “guerra fredda” tra le due Superpotenze Usa ed Urss – circa l’uso di sostanze dopanti da parte dell’atleta russo, la cui salute era indubbiamente messa a rischio dal ferreo regime di allenamenti a cui era sottoposto dal suo allenatore, tanto che è lo stesso Kuts ad ammettere come “Nikiforov sembrasse una sorta di boia, determinato a spezzarmi corpo ed anima per farmi diventare un guerriero capace di sopportare qualsiasi fatica a livello sportivo …”.

Peraltro, altre testimonianze depongono a sostegno dell’usi di sostanze illecite da parte del mezzofondista ucraino, a partire proprio da Zatopek con cui ebbe a condividere un periodo di allenamento in Australia in vista dei Giochi, il quale affermò come “Kuts era solito assumere determinate bevande, preparate dal suo coach, durante le sedute, dopo le quali le sue prestazioni sul giro immediatamente scendevano da 66/68” a 60/62 secondi …”, così come Gordon Pirie scrisse un articolo secondo cui “ai Giochi di Melbourne Kuts era drogato oppure ipnotizzato, con ciò non volendo accusarlo, data la sua conclamata sportività, di aver accettato di sua volontà qualsiasi tipo di trattamento, ma di essere stato costretto a ciò dai Dirigenti della squadra sovietica”.

Quale che sia la verità, le minacce dei medici circa il fatto che, continuando ad allenarsi a certi ritmi avrebbe messo a repentaglio la propria vita, convincono Kuts ad abbandonare definitivamente l’attività agonistica nel 1959, ma ciò non contribuisce a migliorane l’esistenza quotidiana, subendo già l’anno successivo un primo attacco di cuore per poi cadere anch’esso in gravi problemi di alcoolismo che lo vedono scolarsi fino anche a 5 bottiglie di vodka al giorno, con conseguente divorzio dalla prima moglie ed un successivo secondo matrimonio con Raisa Tomofeyevna, anch’esso di breve durata.

Le autorità sovietiche impediscono la pubblicazione di foto che ritraggono l’ex dominatore del mezzofondo in uno stato così abietto, anche se successive cure disintossicanti gli consentono di ritrovare una parvenza di serenità grazie all’incarico affidatogli di allenatore della squadra di mezzofondo del proprio Paese, ma a seguito di un nuovo attacco cardiaco patito nel 1972 gli viene impedito di seguire i suoi atleti ai Giochi di Monaco ’72.

E’ questa la classica goccia da cui Kuts non si riprenderà più e, concluso in modo burrascoso anche il secondo matrimonio nel 1973, si ritira in solitudine tornando a consolarsi con l’alcool che lo fa aumentare di peso sino a 120kg., circa 50 in più del periodo agonistico, per poi trovare la fine alla propria oramai precaria esistenza il 16 giugno 1975 all’età di soli 48 anni per cause non del tutto precisate, visto che il referto ufficiale parla di infarto, anche se molti ritengono possa essersi trattato di suicidio dovuto ad un mix di vodka e sonniferi a seguito di un violento litigio con l’ex coniuge.

Si conclude così, tragicamente, la parabola terrena di colui che è riuscito ad elevare il mezzofondo prolungato sovietico a livelli di eccellenza mai toccati in precedenza e che altrettanto non saranno eguagliati in futuro, anche se il “prezzo pagato” si è rivelato, alla fine, purtroppo eccessivo…

ESTHER BRAND, ULTIMO ORO IN ATLETICA DEL “VECCHIO” SUDAFRICA

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Esther Brand – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Per aprire il “cassetto dei ricordi”, occorre che si verifichi un evento che ti porti a ripensare alla consueta “ultima volta che …”, in ogni ambito della vita quotidiana, ma in special modo per quanto riguarda le competizioni sportive.

Ecco quindi che, allorché il 4 agosto 1996 il maratoneta Joshua Thugwane riporta il Sudafrica all’oro olimpico in Atletica Leggera ai Giochi di Atlanta – medaglia altresì “storica” in quanto trattasi del primo atleta di colore a realizzare una tale impresa per il suo Paese – viene spontaneo andare a ricercare a quando risaliva la precedente occasione in cui un rappresentante di tale Nazione aveva avuto l’onore di salire sul gradino più alto del podio in un tale consesso.

Ricerca che determina la necessità di andare piuttosto a ritroso nel tempo poiché – a causa del regime di apartheid vigente nel Paese – il Sudafrica era stato escluso dal CIO per oltre 30 anni, ritornando a gareggiare in sede olimpica solo ai Giochi di Barcellona ’92 dopo la sua ultima apparizione nell’edizione di Roma ’60, peraltro conclusa senza ori all’attivo, così come la precedente di Melbourne ’56.

Ecco allora che la “macchina del tempo” deve riavvolgersi sino ad Helsinki ’52 per trovare finalmente un Sudafrica vincente, grazie alle imprese di due sue atlete, la nuotatrice Joan Harrison, oro nella Finale dei m.100 dorso, e la protagonista della nostra storia odierna, vale a dire la saltatrice in alto Esther Brand.

Curiosa storia, quella di Esther Cornelia van Heerden, questo il suo cognome alla nascita, avvenuta a fine settembre 1922 a Springbock, da famiglia di chiari origini olandesi, la quale si mette in mostra sin da giovanissima, allorché frequenta la “Maitland High School” di Città del Capo.

Quindicesima nelle liste mondiali del 1938, quando, poco più che 16enne, il giorno di Santo Stefano valica l’asticella a m.1,568 (da conversione misure inglesi …), Esther è già quinta l’anno successivo – essendosi migliorata sino a m.1,613 – per poi risultare la migliore della specialità sia nel 1940 con m.1,651 che nel 1941, stagione in cui eguaglia il 28 marzo ‘41 a Stellenbosch il record mondiale di m.1,66 stabilito due anni prima dalla britannica Dorothy Odman.

Capirete come la giovane van Heerden sia stata penalizzata, e neppure poco, in ambito agonistico dagli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, che determinano la cancellazione delle edizioni 1940 e 1944 delle Olimpiadi, in cui avrebbe sicuramente svolto un ruolo da protagonista, per poi rinunciare alla partecipazione ai Giochi di Londra ’48 a seguito del matrimonio nel frattempo contratto e della conseguente maternità.

Divenuta a tutti gli effetti Signora Brand, Esther dimostra una perseveranza non comune nel cercare di riprendersi quello che la Storia del XX Secolo le aveva tolto, vale a dire la possibilità di emergere a livello olimpico, fissandosi come ultima speranza i Giochi di Helsinki ’52 ai quali giunge oramai prossima alla soglia dei 30 anni, in vista dei quali si posiziona nuovamente ai vertici della specialità, grazie al m.1,635 realizzato a Pretoria il 26 marzo ’51, terza miglior prestazione mondiale stagionale.

Ed, oltre che con la carta d’identità, la Brand deve fare anche i conti con l’evoluzione del Salto in alto, che nel frattempo aveva visto il suo record mondiale migliorato a fine maggio 1943 da quella fantastica polivalente atleta che è stata l’olandese Francina “Fanny” Blankers-Koen – vincitrice di ben 4 medaglie d’oro alle Olimpiadi di Londra ’48 – la quale aveva raggiunto la quota di m.1,71, una misura poi successivamente incrementata di un centimetro a m.1,72 il 7 luglio 1951 a Londra dall’inglese Sheila Lerwill, che pertanto si presenta nella Capitale finlandese come la più logica pretendente alla medaglia d’oro, potendo altresì contare su una differenza di 6 anni più giovane rispetto alla sudafricana.

Con sole 17 saltatrici iscritte – con la particolarità dell’assenza di rappresentanti degli Stati Uniti in quanto, dopo l’oro di Alice Coachman a Londra ’48 con il record olimpico di m.1,68, la specialità non aveva più visto atlete di spicco oltre Oceano, basti pensare che ai Trials di Los Angeles la migliore era stata tale Ora Lee Allen con la misura di m.1,52 – la prova allo Stadio Olimpico di Helsinki si svolge in un’unica giornata, il 27 luglio ’52, senza alcun precedente turno eliminatorio.

Oltre alla citata primatista mondiale Lerwill, sono della partita anche l’altra britannica Dorothy Tyler – che altri non è che la già citata Odam, già argento ad appena 16 anni ai Giochi di Berlino ’36, piazzamento confermato a Londra ’48 a parità di misura con la ricordata Coachman e che si presenta pertanto, anch’essa senza alcun dubbio penalizzata dagli eventi bellici, alla sua terza Olimpiade, cui ne aggiungerà una quarta quattro anni dopo a Melbourne ’56 – nonché la stupefacente polivalente sovietica (ricordiamo come l’edizione di Helsinki ’52 rappresenti l’esordio ai Giochi per l’Urss …) Aleksandra Chudina, la quale si presenta sulla pedana del Salto in alto dopo aver già conquistato due medaglie d’argento, il 23 luglio nel salto in lungo ed il giorno dopo nel lancio del giavellotto.

Per nulla provata dalle precedenti fatiche, la Chudina compie “percorso netto” sino alla quota di m.1,58 misura valicata da 8 atlete, di cui altre tre (la ceca Olga Modrachova, la terza britannica Thelma Hopkins e la stessa Brand) esenti da errori, nel mentre la primatista mondiale Lerwill ha una leggera indecisione a m.1,50 superati alla seconda prova.

Il podio viene assegnato allorché l’asticella viene posta all’altezza di m.1,61 che risulta fatale a ben cinque saltatrici – la già ricordata Odam-Tyler e la sovietica Nina Kossova (già incerte a m.1,58 superati solo al terzo tentativo), l’austriaca Fedora Schenk, così come la Modrachova e la Hopkins – mentre la sudafricana prosegue nel suo percorso senza errori e la Lerwill supera anch’essa la misura alla prima prova, necessitando viceversa un secondo tentativo alla Chudina.

Con le medaglie già virtualmente assegnate, deve esserne ora scelto il metallo e, come in ogni buon thriller come spesso si presenta la gara dell’alto, le posizioni si invertono mano a mano che l’asticella sale.

Alla successiva quota di m.1,63 difatti, è la sovietica a far sua la misura alla prima prova, con la Brand a commettere il suo primo errore dopo sei salti riusciti, solo per rimediare al secondo tentativo, mentre la Lerwill ha bisogno della terza prova per restare ancora in corsa in una gara che, al momento, la vede scivolare in terza posizione, con Chudina al comando della classifica provvisoria davanti alla sudafricana.

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Brand in finale a Helsinki – da gettyimages.it

Gerarchie che si ribaltano completamente allorché la misura di m.1,65 si rivela ostica per la sovietica – la quale concluderà la propria carriera di atleta con “Personal Best” di m.1,73 (1954) nel Salto in alto, m.6,24 (’53) nel lungo e m.52,75 (’53) nel lancio del giavellotto – che fallisce tutti e tre i tentativi a sua disposizione, quota viceversa superata alla seconda prova dalla Brand ed alla terza dalla Lerwill, indubbiamente non nella sua migliore giornata.

Con diverse penalità in più rispetto alla sudafricana, la primatista mondiale britannica per poter aspirare alla medaglia d’oro deve ottenere una misura migliore della sua avversaria, evento che non è nelle sue corde quel 27 luglio ’52, arrendendosi definitivamente a m.1,67 quota che viceversa la Brand supera alla terza prova, il che rappresenta il proprio record personale, avendo aggiunto un centimetro al m.1,66 valicato nel 1941 e che, all’epoca, eguagliava il primato assoluto.

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Lerwill, Brand e Chudina, il podio di Helsinki ’52 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Oramai con la certezza della medaglia d’oro al collo, la 29enne sudafricana tenta di aggiungervi la ciliegina del record olimpico posizionando l’asticella a m.1,69 ma oramai l’appagamento era già raggiunto e non ha più nei muscoli e nella testa quella carica di adrenalina necessaria, ma in fondo è già più che sufficiente così …

Salita sul gradino più alto del podio per ricevere la meritata medaglia d’oro, Esther Brand non poteva certo sapere che sarebbero dovuti trascorrere oltre 40 anni prima che un altro atleta sudafricano potesse ricevere analogo onore, evento al quale, peraltro, ha la possibilità di assistere in Tv visto che la stessa è stata Campionessa anche di longevità, spengendosi nel giugno 2015 a quasi 93 anni di età.

 

BRONISLAW MALINOWSKI, LA TRAGEDIA ALL’APICE DELLA GLORIA

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Bronislaw Malinowski – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

A causa della globalizzazione che ha visto l’allargamento su base pressoché universale della regina dello Sport, vale a dire l’Atletica Leggera, è quasi impossibile assistere ad un predominio di una Nazione in una singola specialità, come viceversa accadeva nei primi decenni del XX secolo, allorché in molti casi i rappresentanti degli Stati Uniti erano imbattibili, basti pensare alle 9 vittorie olimpiche consecutive sui m.110hs dal 1932 al 1972 od addirittura al salto con l’asta, dove, dall’edizione inaugurale di Atene 1896, il primo non americano a salire sul gradino più alto del podio è stato il tedesco est Wolfgang Nordwig ai Giochi di Monaco ’72.

Ai giorni nostri, però, ed in particolare negli ultimi 50 anni, da quando cioè i rappresentanti degli altipiani si sono calati nell’arengo olimpico per far valere la loro superiorità nel mezzofondo breve e prolungato, una specialità fa eccezione a questa frammentazione di medaglie, vale a dire i m.3000 siepi che, dal 1968 sino ai recenti Giochi di Rio de Janeiro, sono sempre stati appannaggio degli atleti keniani, con la sola esclusione delle edizioni di Montreal ’76 e Mosca ’80 per il semplice fatto che non vi hanno partecipato.

Un lasso di tempo in cui, pertanto, era possibile inserirsi da parte dei mezzofondisti di altri Paesi e di tale circostanza hanno saputo approfittare due esponenti del Vecchio Continente, dando luogo ad una fiera rivalità, vale a dire lo svedese Anders Garderud ed il polacco Bronislaw Malinowski, quest’ultimo soggetto della nostra storia odierna.

Nato a Nowe il 4 giugno 1951, da padre polacco e madre scozzese, nonché di 5 anni più giovane del suo rivale svedese, Malinowski vanta un importante omonimo, ancorché assolutamente non consanguineo, nella figura del celebre antropologo naturalizzato britannico (1884-1942), famoso per la sua attività pionieristica nel campo della ricerca etnografica.

Divagazioni a parte, Malinowski si mette in luce nel panorama delle siepi allorché, all’età di 19 anni, si aggiudica la medaglia d’oro sulla ridotta distanza dei m.2000 siepi ai Campionati Europei Juniores di Parigi ’70, una sorta di “biglietto d’ingresso” nel mondo dei grandi dove non tarda a farsi un nome ed eccellere.

Curiosamente, Garderud si dedica nei suoi primi anni al mezzofondo veloce (1500 metri e miglio), così che l’esordio sulla distanza dei 3000 siepi avviene nello stesso anno per entrambi, quasi che avesse voluto aspettarlo, anche se ai Campionati Europei di Helsinki ’71, dove lo svedese conclude in una deludente decima posizione dopo aver fatto registrare il miglior tempo in batteria, Malinowski viene dirottato dalla propria Federazione sui 5000 metri piani, dove si qualifica per la Finale, giungendo ottavo con il suo miglior tempo dell’anno di 13’39”33.

Le classifiche del Ranking mondiale di fine anno stilate dalla prestigiosa rivista Usa “Track & Field News”, vengono completamente stravolte l’anno seguente, in cui sono in programma le Olimpiadi di Monaco ’72 ed in cui la “leggenda” keniana Kipchoge Keino – vero e proprio capostipite del mezzofondo sia veloce che prolungato per il Continente Nero – decide, dopo l’oro sui 1500 e l’argento sui 5000 metri piani ai Giochi di Città del Messico ’68, di affrontare anche le siepi, il che non gli crea alcun disturbo, visto che va a segnare il record olimpico di 8’23”6 davanti al connazionale Ben Jipcho, mentre Malinowski sfiora un clamoroso podio giungendo quarto in 8’28”0 alle spalle del finlandese Tapio Kantanen, in una Finale da cui è sorprendentemente escluso Garderud, visto che appena 10 giorni dopo, il 14 settembre ’72, realizza ad Helsinki il record mondiale portandolo ad 8’20”8.

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Malinawski guida il gruppo nella finale di Monaco ’72 – da gettyimages.it

Una caratteristica che divide nettamente in due campioni del vecchio continente, in quanto più uomo da primati lo svedese, mentre Malinowski ha nelle proprie corde la tempra del combattente che lo porta a dare il meglio di sé nelle competizioni in cui il livello agonistico cresce.

Ed il primo a fare le spese di questa differenza è proprio Garderud, dopo che nel 1973 ha ingaggiato un duello a suon di primato con l’argento olimpico Ben Jipcho, con quest’ultimo a migliorarne in due occasioni il primato mondiale, abbassato nel giro di 8 giorni e sempre ad Helsinki, dapprima ad 8’19”8 e quindi ad 8’13”91, nel mentre lo svedese si migliora sino ad 8’18”4, per quanto ovvio primato europeo.

Malinowski, dal canto suo, realizza a Varsavia con 8’21”6 il miglior tempo dell’anno e l’indiscutibile gap in termini cronometrici – tanto da relegarlo al sesto posto del Ranking Mondiale di fine anno, che vede Jipcho e Garderud ai primi due posti – deve essere indubitabilmente ridotto se vuole avere chances di affermazione in vista dei Campionati Europei di Roma ’74.

Con una preparazione invernale improntata a migliorare la resistenza, al fine di poter tenere ritmi più elevati in occasione delle grandi manifestazioni, Malinowski si presenta il 2 settembre sulla pista dello Stadio Olimpico alla partenza dei 10mila metri, distanza quanto meno insolita per un siepista, ma invece di fare semplice allenamento, sfiora addirittura il podio, concludendo a meno di 1” (28’27”05 a 28’27”95) di distacco dall’azzurro Giuseppe Cindolo, nella gara vinta in volata (28’25”75 a 28’25”79) dal tedesco orientale Manfred Kuschmann sul britannico Anthony Simmons.

Due giorni dopo, il 23enne dell’alta Pomerania non ha difficoltà a qualificarsi per la Finale dei m.3000 siepi, vincendo la seconda batteria in 8’23”60, così come fa Garderud nella terza con il tempo pressoché identico di 8’23”62, ragion per cui non vi sono dubbi su quale sarà la sfida per il titolo continentale in programma il 7 settembre, ancorché in casa azzurra si nutra qualche speranza in Franco Fava.

Ed, in effetti, il 22enne di Roccasecca non va molto lontano dal podio, realizzando in 8’18”85 quello che resta il suo “Personal Best” in carriera sulla distanza, piazzandosi quarto a meno di 1” di distacco dal bronzo del tedesco occidentale Michael Karst, ma è per l’oro che la sfida si fa incandescente, con Garderud e Malinowski a transitare nell’ordine al suono della campana dell’ultimo giro, per poi essere quest’ultimo a prendere decisamente l’iniziativa a metà del rettilineo di fronte con un attacco al quale peraltro lo svedese risponde da par suo.

Superata pressoché all’unisono la riviera posta a metà dell’ultima curva, i due rivali si presentano sul rettilineo d’arrivo per dar vita allo sprint decisivo in cui Malinowski esce meglio dal salto dell’ultima barriera per andare a trionfare migliorandosi sino ad 8’15”04 rispetto all’8’15”41 di Garderud, che pure aveva fatto registrare ad inizio agosto un ben migliore 8’14”2, a soli 0”3 decimi dal primato mondiale.

Il successo europeo consente a Malinowski di precedere Garderud al primo posto del Ranking Mondiale di fine anno, con il prossimo obiettivo focalizzato sulle Olimpiadi di Montreal ’76, appuntamento al quale entrambi si preparano migliorando i rispettivi primati personali che li fanno scendere al di sotto del limite mondiale di Jipcho, con Garderud a realizzare 8’10”4 al Meeting di Oslo il 25 giugno ’75 e quindi, una settimana dopo a Stoccolma, migliorarsi ancora sino ad 8’09”80 trascinando Malinowski, secondo, sino ad 8’12”62, con il polacco a tornare sulla pista dello Stadio Olimpico per far sua la medaglia d’oro alle Universiadi in un comodo 8’22”32.

Occorre adesso, doverosamente, “spezzare una lancia” in favore dei due rappresentanti del Vecchio Continente in quanto, se è pur vero che ai Giochi canadesi essi non hanno il confronto con gli atleti africani, va altresì rimarcato che questi ultimi non avevano fatto registrare nel corso delle due precedenti stagioni prestazioni tali da farli ritenere in grado di poterli impensierire sulla pista dello Stadio Olimpico di Montreal.

E, qualora vi fosse stato bisogno di una conferma, essa giunge puntuale il 28 luglio ’76, giorno della Finale, dopo che in batteria Malinowski migliora con 8’18”56 il record olimpico stabilito da Keino quattro anni fa a Monaco di Baviera, un tempo che sembra risalire alla notte dei tempi, per quanto la specialità è progredita nel successivo quadriennio.

Quello del polacco non è altro che un gustoso antipasto di quello che avviene in Finale, disputata a ritmi altissimi, e che vede un quartetto di soli europei – oltre ai “soliti noti” ne fanno parte anche il sempre pericoloso finlandese Kantanen ed il tedesco orientale Frank Baumgartl, mentre Karst, non nella sua migliore giornata, chiuderà quinto a debita distanza – ancora in lizza per le medaglie al suono della campana dell’ultimo giro, dove stavolta, al contrario di quanto accaduto a Roma due anni prima, è Malinowski a comandare la gara, seguito da Baumgartl, Garderud e Kantanen.

Con il finnico in leggera difficoltà a tenere il ritmo degli altri, tocca stavolta a Garderud piazzare un deciso allungo a metà del rettilineo di fronte, non sufficiente però a scrollarsi di dosso il polacco ed il tedesco dell’Est, con quest’ultimo addirittura ad attaccarlo all’ingresso del rettilineo d’arrivo solo per chiedere troppo a sé stesso, e la stanchezza lo fa cadere sull’ultima barriera, rischiando di coinvolgere anche Malinowski, il quale viceversa riesce ad evitarlo per cogliere l’argento con il suo “Personal Best” in carriera di 8’09”11, inferiore anche al limite mondiale di Garderud, migliorato nell’occasione dallo stesso svedese che va a trionfare in 8’08”02 in quello che è il suo passo d’addio alle competizioni.

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Malinowski, Baumgartl e Garderud a Montreal ’76 – da alchetron.com

Con un’unica medaglia d’oro in carriera, lo svedese ha scelto proprio l’occasione migliore per far sua una tale impresa ed, alla soglia dei 30 anni ed oramai appagato, abbandona l’attività agonistica, così che Malinowski si trova la strada spianata per gli anni a seguire, dopo che a fine anno i due rivali hanno invertito, per quanto ovvio, le posizioni in vetta al Ranking Mondiale.

Resosi conto di come i record non facciano per lui – aver per due anni consecutivi fatto meglio del precedente primato solo per essere in entrambi i casi battuto da Garderud – Malinowski si concentra sulle medaglie, le quali restano, mentre i record passano, dovendo difendere il titolo continentale ai prossimi Campionati Europei di Praga ’78 per poi cercare quella Gloria Olimpica sfuggitagli a Montreal.

Appuntamento, il primo, al quale si presenta con due significative vittorie ai Meeting di Stoccolma il 4 luglio e, soprattutto, a Berlino il 18 agosto, allorché si impone in 8’11”63, suo miglior tempo stagionale, per poi non avere rivali in campo continentale, imponendosi facilmente nella Finale di Praga in 8’15”08, largamente sufficiente per tenere a debita distanza il tedesco occidentale Patriz Ilg (argento con 8’16”92) ed il consueto finlandese di turno, stavolta Ismo Toukonen, che conclude terzo in 8’18”29.

Il 1978 è però anche l’anno in cui appare sulla scena del mezzofondo mondiale una sorta di fenomeno, nelle sembianze del keniano Henty Rono, il quale compie “il giro dei Record in 80 giorni”, stabilendo in detto lasso di tempo i limiti assoluti sui 3000 metri piani e siepi, 5 e 10mila metri, portando quello che a noi nello specifico interessa ad 8’05”4, realizzato il 13 maggio a Seattle negli Stati Uniti, pur se, reduce dal trionfo europeo, quattro giorni dopo la Finale di Praga, il 7 settembre ’78 al Meeting di Coblenza, Malinowski ha la meglio in un testa a testa, a dimostrare una volta di più quanto i primati non siano sinonimi di vittoria.

Le imprese del keniano fanno sì che lo stesso preceda Malinowski nel Ranking Mondiale di fine stagione, leadership che il polacco fa sua l’anno seguente in cui, in preparazione alle Olimpiadi moscovite, si cimenta anche nella corsa campestre, lasciando il proprio segno anche in detta specialità, con l’argento ai Mondiali di Cross Country ’79, svoltisi a Limerick, in Irlanda, dove copre i 12 chilometri del percorso in 37’29”, preceduto dall’idolo di casa John Treacy.

Oramai concentrato sull’obiettivo a cui ogni atleta aspira durante la propria attività agonistica, Malinowski si presenta in veste di grande favorito ai Giochi di Mosca ’80, tanto più che la scellerata decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare tale edizione la priva degli atleti keniani, in quanto detto Paese si allinea al comportamento americano, venendo pertanto a mancare il confronto con Rono.

Sono però presenti le Nazioni africane che gravitano nell’orbita filosovietica, così che sono della partita l’etiope Eshetu Tura ed il tanzaniano Filbert Bayi, dirottato sulle siepi dopo un’eccellente carriera sui 1500 metri – dove si aggiudica l’oro ai “Commonwealth Games” di Christchurch ’74 (3’32”16, altresì primato mondiale all’epoca) e di Edmonton ’78 (3’35”59, seconda miglior prestazione dell’anno) – e pertanto cliente scomodo in caso di arrivo in volata.

E, con tre turni – batterie, semifinali e Finale – in programma, Malinowski risparmia energie in vista dell’atto conclusivo, vincendo la propria serie in 8’29”8 e la seconda semifinale in 8’21”2, tutto il contrario del tanzaniano che s’impone in batteria in 8’21”4 per poi dominare la prima semifinale in 8’16”2 e conclusa spalla a spalla con Tura, quasi a voler ribadire la loro candidatura alla medaglia d’oro.

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Malinowski corre verso l’oro di Mosca – ’80 – da sporting-heroes.net

Ed i due africani impongono il loro ritmo anche nella Finale del 31 luglio ’80, guidando la gara per i primi sei giri, mentre Malinowski si mantiene a distanza di sicurezza, sapendo di avere nelle gambe tempi migliori dei suoi rivali, tattica che si rivela vincente allorché, al penultimo giro, affianca e supera Tura al passaggio sulla riviera, per poi compiere analogo atteggiamento anche nei confronti di Bayi ed andare così a coronare il suo sogno olimpico con il tempo di 8’09”7, impresa resa ancor più nobile dal fatto che sia il tanzaniano che l’etiope, giunti nell’ordine a completare il podio, rispettivamente in 8’12”5 ed 8’13”6, realizzano nell’occasione i loro “Personal Best” in carriera.

Conclusa la stagione per la terza volta in vetta al Ranking Mondiale (in 7 anni al vertice della specialità ottiene altrettanti secondi ed un terzo a dimostrazione di una eccellente continuità di prestazioni …), Malinowski rende onore al fresco titolo olimpico, prendendo parte, a fine gennaio ’81, alla quarta edizione dei “Pacific Conference Games”, svoltisi a Christchurch, in Nuova Zelanda e per la prima volta aperti anche ad atleti al di fuori delle coste del Pacifico, ed, ovviamente, non ha difficoltà ad imporsi sui m.3000 siepi precedendo il connazionale Boguslaw Maminski, di quattro anni più giovane, in una sorta di “passaggio di consegne” che non avrebbe immaginato dovesse poi realizzarsi in termini così tragici.

Nel mentre, difatti, Maminski viene selezionato per rappresentare l’Europa nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma ’81, portando al vecchio continente la vittoria sui m.3000 siepi con il tempo di 8’19”89 – nei due anni successivi sarà argento su tale distanza sia ai Campionati Europei di Atene ’82 che alla prima edizione dei Campionati Mondiali di Helsinki ’83, non potendo competere ai Giochi di Los Angeles ’84 per il contro boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico, anno in cui realizza il suo “Personal Best” di 8’09”18, a soli 0”07 centesimi dal tempo del connazionale – Malinowski medita di lasciare la Polonia a causa delle problematiche politiche interne a seguito della repressione sovietica alle insurrezioni proclamate dal movimento sindacale Solidarnosc, per trasferirsi in Scozia, luogo di origine della madre.

Quanto, se assunta, questa decisione avrebbe potuto incidere sul suo futuro di atleta, avendo già superato i 30 anni di età, non potremo mai saperlo, visto che, purtroppo, la sua vita viene tragicamente e prematuramente spezzata da un incidente stradale avvenuto il 27 settembre 1981, allorché l’auto su cui viaggia si scontra contro un camion sul di un ponte di Grudzjadz, successivamente nominato in suo onore, così come ogni anno vi si svolge un meeting in suo onore.

Quel che è certo è che, a quasi 40 anni di distanza, Malinowski detiene ancora ben quattro record nazionali – miglio in 3’55”40 (Stoccolma ’76), m.3000 piani in 7’42”4 (Oslo ’74), m.3000 siepi con 8‘09”11 (Montreal ’76) e 5000 metri con 13’17”69 (Stoccolma ’76) – il che ne fanno senza dubbio alcuno il più grande mezzofondista polacco di ogni epoca.

Ed a noi piace dedicargli, il celebre film hollywoodiano del 1962, interpretato dal Premio Oscar Gregory Peck, “Il Buio oltre la Siepe”, che sembra racchiudere nelle poche parole del titolo, la sintesi di un’esistenza dai contorni esaltanti, ma dalla tragica e prematura fine.

HEIKE HENKEL, QUANDO LA GLORIA SPORTIVA SI ABBINA ALLA MATURITA’

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Heike Henkel – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

In ogni disciplina sportiva, vi sono atleti che danno il meglio di sé negli anni del pieno fulgore fisico – di norma tra i 18 ed i 25 anni – ed altri che, viceversa, ottengono le loro massime prestazioni in età più matura, molto dipendendo, per quanto ovvio, dal tipo di specialità alla quale si dedicano.

Alcune di queste, difatti, richiedono, oltre allo sforzo atletico, anche un’importante componente mentale, come nel caso del Salto in alto, dove saper dosare le energie, al pari di una sfida psicologica coi propri avversari verso la comune nemica che è quell’asticella da non far cadere mano a mano che la stessa si alza, rappresenta il mix vincente per raggiungere i traguardi sperati.

Ed è quello che è capitato alla protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire la tedesca Heike Henkel, nata a Kiel il 5 maggio 1964 e che, pur avendo iniziato a gareggiare a buoni livelli sin da juniores, ha dovuto attendere quasi la soglia dei 30 anni per emergere definitivamente a livello mondiale.

In verità, Henkel non è neppure il suo cognome di nascita, essendo il medesimo Redetzki, ma con il quale è pressoché sconosciuta in quanto da nubile i suoi risultati sportivi non sono stati tali da farla salire agli onori della cronaca rispetto a quanto ottenuto dopo il matrimonio, contratto nel 1989, con il nuotatore Rainer Henkel, doppio oro iridato sui m.400 e 1500sl ai Mondiali di Madrid ’86.

Sino a quel momento, Heike poteva vantare un quinto posto con la misura di m.1,84 ai campionati Europei Juniores di Utrecht ’81, per poi comunque entrare a far parte della Nazionale dell’allora Germania Occidentale, tanto da essere selezionata per le Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove conclude undicesima – al pari della connazionale Brigitte Holzapfel – con un percorso immune da errori sino a m.1,85 per poi fallire tutte e tre le prove alla successiva misura di m.1,88 e quindi assistere alla splendida sfida tra due “divine” della specialità quali la terza tedesca Ulrike Meyfarth e la nostra Sara Simeoni, con la prima ad avere la meglio valicando l’asticella posta a m.2,02 mentre l’azzurra si ferma alla quota di 2 metri.

E chissà se proprio il ricordo di quella sfida tra due eccellenti esponenti della specialità, vista anche la loro età all’epoca – 28 anni la Meyfarth (oltretutto nata il 4 maggio, un giorno prima di lei …) e 31 la Simeoni – sia servito da stimolo ad Heike per proseguire ad inseguire un sogno di podio che anche le successive stagioni facevano sembrare alquanto lontano.

Occorrono difatti ancora due anni prima che l’ancora Redetzki riesca ad entrare nella Classifica delle prime 25 migliori prestazioni stagionali, con il m.1,93 saltato il 21 settembre ’86 a Forbach, dopo che un mese prima, ai Campionati Europei di Stoccarda, si era classificata sesta con m.1,90 nella gara vinta nettamente dalla bulgara Stefka Kostadinova con m.2,00.

Il 1987 si apre con la partecipazione della Redetzki alle manifestazioni invernali al coperto, dove si mantiene nelle posizioni di rincalzo – quinta ai Campionati Europei Indoor di Liévin con m.1,91 (oro ancora alla Kostadinova davanti alla sovietica Tamara Bykova, m.1,97 a m.1,94 …), misura replicata alla Rassegna Iridata di Indianapolis che le vale il sesto posto in una Finale dove la Kostadinova realizza il primato mondiale con m.2,05 – per poi migliorarsi nettamente nel corso della stagione all’aperto, allorché valica l’asticella posta a m.1,96 il 28 giugno al Meeting di Praga e presentarsi così con qualche aspirazione di medaglia ai Mondiali di Roma ’87.

Sulla pedana dello Stadio Olimpico, il confermarsi a m.1,96 non è però sufficiente per centrare l’obiettivo, con Heike che si ferma ai margini del podio, in quanto il bronzo è appannaggio della tedesca orientale Susanne Beyer con m.1,99 nel mentre la sfida tra le fuoriclasse Kostadinova e Bykova, vede quest’ultima arrendersi dopo aver superato i m.2,04 e la bulgara, viceversa, andare a stabilire uno straordinario record mondiale di m.2,09 che ancora oggi resiste, a distanza di oltre 30 anni.

Entrata per la prima volta nella “Top Ten” del Ranking mondiale di fine anno stilato dalla prestigiosa rivista specializzata americana “Track & Field News”, ci si attende dalla 24enne tedesca un ulteriore salto di qualità per la stagione successiva, che ha come obiettivo primario i Giochi di Seul ’88.

E le premesse, a dire il vero, sono persino incoraggianti, visto che ai Campionati Europei Indoor di Budapest ’88 la Redetzki coglie la sua prima medaglia, grazie alla misura di m.1,97 che le vale l’argento alle spalle dell’inarrivabile Kostadinova che si eleva sino a m.2,04 per poi migliorarsi all’aperto con il m.1,98 valicato il 20 giugno al Meeting di Dusseldorf, così da essere l’unica selezionata da parte tedesca occidentale per le Olimpiadi coreane.

Rassegna a cinque cerchi che, al contrario, si trasforma in una cocente delusione, in quanto Heike non riesce a qualificarsi, fallendo la misura di m.1,92 necessaria per accedere alla Finale dove, a sorpresa, l’oro va all’americana Louise Ritter con la misura di m.2,03 davanti a Kostadinova (m.2,01) e Bykova, la quale occupa il terzo gradino del podio con m.1,99 a conferma che le aspirazioni di medaglia per la tedesca non erano poi così campate in aria.

Un’amarezza che Heike – nonostante confermi l’ottavo posto dell’anno precedente nel Ranking mondiale di fine stagione – condivide con il fidanzato Rainer, il quale, presentatosi nella Capitale sudcoreana con il titolo iridato dei m.400 e 1500sl, fallisce la qualificazione alla Finale sulla più corta distanza per poi concludere non meglio che sesto la prova sulle 30 vasche.

I due si consoleranno a vicenda convolando a nozze l’anno seguente, stagione importante per Heike, più sotto l’aspetto mentale che altro, in quanto, dopo aver conquistato la medaglia di bronzo con m.1,94 ai Campionati Mondiali Indoor di Budapest ’89 – dove si ripete l’ennesima sfida tra Kostadinova e Bykova, ancora una volta appannaggio (m.2,02 a m.200) della bulgara – il 20 agosto a Colonia valica per la prima volta in carriera l’asticella posta a 2 metri, quella quota che per molte saltatrici rappresenta una sorta di “blocco psicologico” e l’averla superata fornisce loro la consapevolezza di poter finalmente competere ai massimi livelli.

Sarà stata tale circostanza – che a fine anno la fa salire di due gradini nel ranking mondiale – così come la maturità derivante dal matrimonio contratto, fatto sta che per la Signora Henkel si apre un orizzonte costituito da un triennio in cui diviene l’assoluta dominatrice della specialità, mettendo a segno quel tris d’oro – Europeo, Mondiale ed Olimpico – che ogni atleta sogna nella propria vita.

Ed, in una disciplina come il salto in alto femminile dove “europeo è sinonimo di mondiale” – a parte la casualità della ricordata vittoria della Ritter ai Giochi di Seul ’88 per ritrovare un’atleta non appartenente al Vecchio Continente sul gradino più alto di un podio olimpico bisogna risalire all’edizione di Melbourne ’56 dove si impose l’americana Mildred McDaniel – la Henkel si presenta ai Campionati Europei di Spalato ’90 dopo essersi già messa al collo la medaglia d’oro nella corrispondente Finale Indoor di Glasgow, dove il 3 marzo ’90 supera per la prima volta in una Manifestazione internazionale la quota di m.2,00 lasciando la tedesca di parte orientale Britta Bilac e la rumena Galina Astafei a debita distanza, con m.1,94 per entrambe.

Confermatasi su tale quota a due settimane dall’inizio della rassegna continentale al Meeting olandese di Hengelo, alla 26enne Henkel è sufficiente un centimetro in meno per avere ragione, con m.1,99 della resistenza della jugoslava Biljana Petrovic ed yelena Yelesina che le avevano fatto compagnia sino alla misura di m.1,96 per poi fallire i tentativi a disposizione per migliorare il proprio personale, ma potendo ugualmente festeggiare, a fine stagione, il primo posto nel Ranking Mondiale della specialità.

Il luogo comune che recita “vincere è facile, confermarsi è il difficile”, viene clamorosamente smentito proprio dalla Henkel nel corso dell’anno successivo, dalla stessa inaugurato facendo finalmente suo anche il titolo iridato indoor, conquistato ai Campionati Mondiali svoltisi a marzo ’91 a Siviglia allorché valica ancora l’asticella posta alla fatidica quota di 2 metri per respingere l’assalto dell’oramai 32enne Bykova, fermatasi a m.1,97.

E come nell’anno precedente – allorché il successo agli Europei Indoor aveva fatto da preludio all’oro nella Manifestazione Continentale all’aperto – altrettanto accade in occasione della terza edizione dei Campionati Mondiali, in programma a Tokyo a fine agosto.

Con la Finale in programma proprio il giorno conclusivo del mese estivo e con la Germania nuovamente riunificata sotto un’unica bandiera – cosa che non accade ancora per l’Unione Sovietica, con gli atleti facenti parte delle varie Repubbliche a gareggiare per un’ultima volta sotto la bandiera rossa con falce e martello – la Henkel sforna una prestazione di eccezionale superiorità, considerato altresì il lotto delle avversarie, che comprende il “Gotha della specialità”, dalla Kostadinova al fortissimo trio sovietico composto, oltre che dalla Bykova, da Yelena Yelesina e Inha Babakova, di origine ucraina, Paese per cui gareggerà in seguito.

Ed il fatto che le due “eterne rivali” Kostadinova e Bykova abbandonino la competizione fallendo i loro tentativi alla misura di m.1,96 concludendo a braccetto al sesto e settimo posto con m.1,93 nulla toglie all’impresa della Henkel che, man mano che l’asticella si alza, vede sgretolarsi il gruppo delle avversarie per le medaglie, con Babakova e la polacca Beata Holub ad arrendersi alla quota di m.1,98 viceversa superata dalla Yelesina, ultima con cui fare i conti per il titolo iridato.

Ma appena l’asticella viene posta alla quota di 2 metri, ecco che il tabù si materializza per la 21enne russa, ancorché la stessa abbia un personale di m.2,02 risalente all’anno precedente, ed i suoi errori consegnano la medaglia d’oro alla tedesca che però, sentendosi nel suo “Giorno dei Giorni” vuole nobilitare il titolo appena conquistato con una misura all’altezza dello stesso, impresa che le riesce migliorandosi sino a m.2,05 una misura che mette a tacere qualunque tipo di considerazione sulla validità della sua affermazione.

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La Henkel ai Mondiali di Tokyo ’91 – da gettyimages.it

Da un punto di vista squisitamente tecnico, la valenza di un oro iridato è pari se non di più alla medaglia di pari valore conquistata nell’arengo olimpico, ma l’aspetto storico/tradizionale di una Manifestazione che sta per toccare il secolo di vita, nonché la risonanza mediatica a livello planetario, fa sì che il sogno di ogni atleta sia quello di salire sul gradino più alto del podio durante la cerimonia di premiazione nella Rassegna a cinque cerchi.

Con addosso la pressione di essere la favorita principale per la vittoria ai Giochi di Barcellona ’92 – dopo aver chiaramente confermato la propria veste di leader del Ranking Mondiale di fine anno ’91 – la tedesca non modifica le proprie abitudini, vale a dire verificare in una competizione indoor (in questo caso i Campionati Europei di Genova ’92) il lavoro svolto nel periodo invernale, per poi proiettarsi verso il maggiore appuntamento estivo all’aperto.

E, come nei due anni precedenti, l’esito è altamente positivo, già confermato con i m.2,07 – sua massima misura raggiunta in carriera, superati l’9 febbraio alla riunione al coperto di Karlsruhe – ancorché il 29 febbraio ’92 nel Palazzetto dello Sport ligure debba guardarsi da una Kostadinova tornata ai suoi livelli dopo alcune stagioni di appannamento, riuscendo a far suo il secondo titolo consecutivo solo per il minor numero di errori sulla misura di m.2,02 superata da entrambe.

Il fatto che la bulgara sia tornata ad essere competitiva è un ostacolo in più verso la “Gloria Olimpica” a cui punta la oramai 28enne tedesca, ma sulla pedana del Capoluogo catalano il pericolo maggiore deriva da un’altra saltatrice dell’Europa orientale, vale a dire la rumena Galina Astafei, reduce da un anno di inattività avendo dato alla luce il suo primo figlio.

E, nella Finale dell’8 agosto ’92, nel caldo pomeriggio dello “Estadi Olimpic de Montjuic”, delle 16 finaliste solo 6 di loro, avendo superato la misura di m.1,94, sono ancora in gara allorché l’asticella viene posta alla quota di m.1,97 che si rivela decisiva per l’assegnazione delle medaglie.

Non riescono, difatti, ad andare oltre sia l’austriaca Sigrid Kirchmann che la Kostadinova e la cubana Silvia Costa, nel mentre la sua connazionale Ioamnet Quintero si garantisce il podio facendo sua la misura, mentre la Henkel, entrata in gara a m.1,91, improvvisamente si smarrisce.

Con una Astafei sinora immune da errori nei suoi 6 tentativi da m.1,83 sino a m.1,97 (vi è sempre una discordanza di pareri sul fatto che sia meglio entrare in gara sin dalle quote più basse per prendere maggior confidenza con la pedana oppure risparmiare energie in vista delle misure che poi assegnano le medaglie …), la tedesca, senza problemi a m.1,91 ed 1,94, fallisce i suoi due primi tentativi a m.1,97 e si trova pertanto ad un passo dalla clamorosa eliminazione.

E, non avendo ancora la certezza del podio, non si riserva il suo ultimo tentativo per la misura superiore, ma gioca tale carta per assicurarsi quantomeno una medaglia olimpica che sinora manca nella sua bacheca e, ritrovando calma e concentrazione, riesce nell’intento.

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La Henkel ai Giochi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Con il podio già formato, occorre ora stabilirne le posizioni, e la Astafei – che a partire dal 1995 assumerà la cittadinanza tedesca – mette ulteriore pressione alla Campionessa mondiale ed europea valicando al primo tentativo anche la quota di 2 metri, che risulta fatale alla Quintero (comunque bronzo …) mentre la Henkel, pur superando anch’essa l’asticella, sa di essere in svantaggio rispetto alla sua avversaria quanto ad errori commessi, ragion per cui necessita di una misura migliore se vuole abbinare l’oro olimpico agli altre due titoli degli anni precedenti.

E la mossa vincente giunge a m.2,02 con la Henkel a far sua alla prima prova la quota che vale l’oro, mandando così in crisi la rumena che, fallito il primo tentativo, è consapevole di dover essere lei ora ad ottenere una misura in più della tedesca – circostanza che, al momento non è nelle sue corde, visto che il “Personal Best” di m.2,04 lo otterrà solo nel ’95 – perdendo fiducia e fallendo anche le due prove successive.

Con il “tris d’oro” completato, e per la terza stagione consecutiva prima nel Ranking Mondiale, anche per la Henkel, avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, inizia la logica fase calante, pur se il consueto esordio al coperto è di buon auspicio, rinnovandosi ai Campionati Mondiali Indoor di Toronto ’93 la sfida con la Kostadinova, curiosamente conclusa come due anni prima a pari misura con m.2,02 – che resterà la sua miglior prestazione stagionale – ma con stavolta il conteggio degli errori a favorire la bulgara.

I m.2,01 superati il 29 maggio ’93 a Worrstadt fanno ben sperare in vista dei Campionati Mondiali che si svolgono proprio in Germania a Stoccarda, ma il fisico comincia a reclamare il conto e, presentatosi in non ottimali condizioni all’appuntamento iridato, la Henkel è costretta a rinunciare alla Finale a causa del riacutizzarsi di un infortunio, con la beffa di vedere vincere l’oro alla cubana Quintero con la misura di m.1,99 che in condizioni normali sarebbe assolutamente stata alla sua portata.

Nelle due successiva stagioni, prima dell’addio alle gare, la Henkel non riesce più a superare quota 2 metri, con la sua miglior prestazione legata al m.1,99 con cui sale sul gradino più basso del podio conquistando la sua quarta medaglia iridata ai Campionati Mondiali Indoor di Barcellona ’95, nella gara vinta, ironia della sorte, proprio dalla ora divenuta sua connazionale Astafei (che ha anche modificato il proprio nome da Galina ad Alina) con la misura di m.2,01,

Ma più di tanto un’atleta non può pretendere ed il suo “triennio magico” con 6 medaglie d’oro consecutive (3 indoor ed altrettante all’aperto) nelle maggiori Manifestazioni Internazionali resta un qualcosa di irripetibile, ed è ora il caso di dedicarsi a qualcosa di più importante rispetto allo Sport.

Già, perché, nel 1996 completa, a dispetto dei suoi 32 anni, gli studi universitari con una laurea in disegno grafico, per poi mettere a frutto la sua esperienza sportiva tenendo lezioni sugli aspetti motivazionali e come metabolizzare sia i successi che le sconfitte divenendo anche una paladina della lotta alla piaga del doping, avendo altresì fatto parte della Dirigenza dell’Agenzia antidoping tedesca dal 2002 al 2005.

Separatasi dal marito Rainer Henkel nel 2001, Heike è dal 2004 la Signora Meier, avendo sposato il decatleta Paul, sesto ai Giochi di Barcellona ’92, e, dal gennaio 2007, dirige un servizio ospedaliero per bambini a Colonia.

Come dire che per Heike, evidentemente, le sfide non finiscono mai

 

TER OVANESYAN, IL “PRINCIPE IGOR” CAMPIONE DI STILE E LONGEVITA’

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Ter-Ovanesyan agli Europei di Helsinki ’71 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Pochi atleti sono stati in grado di dominare – e per un lasso di tempo durato quasi tre lustri – una specialità a livello continentale in Atletica Leggera quale il sovietico Igor Ter-Ovaneyan nel Salto in lungo, praticamente senza rivali per un intero decennio, unico in grado di sfidare la superiorità dei neri afroamericani, che nelle prime 14 edizioni delle Olimpiadi dell’era moderna, sino a Roma ’60, solo ad Anversa ’20 non avevano conquistato il gradino più alto del podio.

Nato a Kiev, in Ucraina, il 19 maggio 1938 da padre armeno e madre ucraina, Igor vive la propria infanzia a Mosca, dove la famiglia si trasferisce durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi far ritorno nella provincia natale nel 1954, epoca in cui si avvia alla carriera sportiva sulle orme del padre Aram, che era stato Campione sovietico di lancio del disco nel 1933.

Talento precoce, Ter Ovanesyan dimostra sin dalle prime uscite una particolare predisposizione per il salto in lungo, specialità in cui si esprime con uno stile ed un’eleganza unica – il suo “tre e mezzo”, riferendosi al movimento delle gambe dopo la fase di stacco, era considerato da manuale dai tecnici di tutto il mondo – che gli valgono l’appellativo di “Principe Igor” per il suo nobile portamento.

In un ambiente selettivo come pochi quale era la Federazione Sovietica di Atletica Leggera, il 18enne Igor convince i dirigenti a selezionarlo per i Giochi di Melbourne ’56 che si svolgono nell’emisfero australe a fine novembre, confortati dalla misura di m.7,74 – nona miglior prestazione mondiale stagionale – ottenuta a Tashkent il 21 ottobre.

L’emozione e l’inesperienza giocano però un brutto scherzo a Ter-Ovanesyan, il quale centra la qualificazione alla Finale per il classico rotto della cuffia, centrando al primo salto il limite di m.7,15 stabilito dai giudici, solo per incappare in tre nulli di battuta al pomeriggio che lo escludono “senza misura” dalla competizione, per la cronaca vinta dall’americano Gregory Bell con m.7,83 davanti al connazionale John Bennett che atterra a m.7,68 mentre il migliore dei sovietici è Dmitri Bondarenko, quarto con m.7,44 misura abbondantemente nelle possibilità del giovane ucraino.

La delusione olimpica impiega ben poco ad essere digerita da Ter-Ovanesyan, il quale entra l’anno successivo per la prima volta nella “Top Ten” mondiale del Ranking della prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – una classifica che lo ospiterà per ben 15 anni consecutivi, dando vita per un decennio ad una storica rivalità con lo statunitense Ralph Boston, di un anno esatto più giovane, essendo nato il 9 maggio del 1939 – grazie alla sua miglior prestazione stagionale di m.7,77 ottenuta a Kiev il 23 agosto che gli vale la sesta posizione.

Piazzamento che Ter-Ovanesyan migliora sino al terzo posto nel 1958, allorché si presenta ai suoi primi Campionati Europei, in programma a Stoccolma ad agosto 1958, da dove inizia il suo incontrastato dominio, nonché la collezione di medaglie, a livello continentale.

Già protagonista nelle qualificazioni del 19 agosto ’58 con il miglior salto di m.7,65 precedendo i due polacchi Kazimierz Kropidlowski (m.7,63) ed Henryk Grabowski (m.7,61), entrambi finalisti due anni prima a Melbourne, il 20enne ucraino centra la sua prima medaglia d’oro migliorandosi nella Finale del giorno dopo sino a m.7,81 che rappresentano il suo primato stagionale, relegando i suoi citati avversari a fargli compagnia sul podio, nel medesimo ordine delle qualificazioni.

La spinta ottenuta da tale successo rappresenta la molla necessaria per l’assalto alla fatidica “barriera degli 8 metri” che mai nessun saltatore europeo è riuscito a superare – appena sfiorata dall’olandese Henk Visser, capace di atterrare a m.7,98 a settembre ’56, così da cancellare il vetusto record di m.7,90 stabilito dal celebre tedesco Lutz Long nel 1937, così come regge, a livello mondiale, il primato di m.8,13 stabilito dalla “leggenda” Jesse Owens nel suo “Giorno dei Giorni” a maggio 1935 – impresa che Ter-Ovanesyan realizza durante il Meeting di Mosca del 16 maggio 1959, a tre giorni dal compimento dei 21 anni, con un balzo misurato m.8,01 che gli vale anche la piazza d’onore nel Ranking di fine anno, alle spalle dell’oro olimpico Bell.

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Il perfetto stile di Ter-Ovanesyan – da gettyimages.ca

Sull’onda di tale primato, Ter-Ovanesyan rappresenta pertanto la “Grande speranza bianca” del Vecchio Continente in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, anche se gli echi provenienti dall’altra parte dell’Oceano riferiscono di un 21enne Ralph Boston capace di aggiudicarsi le Selezioni di Stanford con un balzo (sia pure ventoso …) di m.8,09, delle quali resta vittima, secondo la “spietata legge dei Trials”, proprio il Campione uscente Greg Bell, che conclude non meglio che quarto con m.7,72.

Quel Boston che, però, certifica la sua candidatura di candidato alla medaglia d’oro allorché, a meno di un mese dall’apertura dei Giochi, cancella il citato primato di Owens durato ben 25 anni, atterrando a m.8,21 a Walnut, misura che lo pone ben oltre le reali potenzialità dei propri avversari.

Ma una cosa sono i record ed un’altra le gare in cui si assegnano le medaglie e, in una prova che si completa nell’arco della stessa giornata, qualificazioni dalle 9 alle 10,30 del mattino, Finale nel pomeriggio a partire dalle 16,20 del 2 settembre ‘60, è l’altro americano Bo Robertson a farsi preferire nelle eliminatorie raggiungendo la misura di m.7,81, due centimetri meglio del sovietico, mentre Boston non ha difficoltà, con un salto di m.7,60 a superare il limite di m.7,40 stabilito per l’accesso all’atto conclusivo.

Finale che vede proprio Ter-Ovanesyan piazzare al primo turno di salti un m.7,90 che lo pone provvisoriamente alla testa della classifica, gioia di breve durata poiché già al secondo tentativo il già citato Robertson – colui che per 3cm. aveva negato la selezione a Bell – atterra a m.8,03 tanto da stimolare Boston (m.7,82 e nullo nelle prime due prove) a cancellare Owens anche dall’albo dei record olimpici, portando il relativo primato – che resisteva dai m.8,06 dei Giochi di Berlino ’36 – sino a m.8,12, misura che appare oggettivamente non alla portata degli altri finalisti.

Ma l’arengo olimpico, come noto, è in grado di far scattare negli atleti quella carica in più che si manifesta nella sua interezza nell’ultima serie di salti, con dapprima il tedesco Manfred Steinbach a strappare a Ter-Ovanesyan la terza posizione andando a centrare la fettuccia dei m.8,00 esatti – ad un solo centimetro dal fresco record europeo – solo per scatenare la reazione del sovietico che si riappropria del bronzo migliorando il proprio limite continentale sino a m.8,04 mentre Robertson realizza il suo “Personal Best” in carriera facendo correre un lungo brivido sulle spalle del primatista olimpico e mondiale Boston, atterrando a m.8,11 ad un solo centimetro dalla Gloria Olimpica.

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Il podio ai Giochi di Roma 1960 – da gettyimages.it

La “meteora” Robertson svanisce ben presto dalle graduatorie della specialità, mentre Boston ribadisce il proprio legittimo diritto alla leadership mondiale migliorando per ben quattro volte nell’arco di due mesi, tra il 21 gennaio ed il 25 febbraio ’61, il record assoluto indoor portandolo da m.7,87 ad 8,08, per poi fare ancor meglio nella stagione estiva, allorché il limite viene allungato dapprima a m.8,24 a Modesto il 27 maggio e quindi a m.8,28 il 16 luglio proprio a Mosca, città dove esattamente un mese prima, il 17 giugno, Ter-Ovanesyan aveva messo a frutto i propri progresso portando il suo stesso primato europeo sino a m.8,19 dopo che, appena una settimana prima, si era già migliorato con m.8,17.

Oramai, dopo cinque lustri di immobilismo più totale, la sfida a distanza tra l’ucraino e l’americano originario del Mississippi sta riscrivendo la storia della specialità e, con nel mirino il successivo appuntamento olimpico di Tokyo ’64, tocca a Ter-Ovanesyan mettere a segno un “colpo da 90” divenendo il primo europeo dell’era moderna a potersi fregiare del record mondiale, con un balzo straordinario di m.8,31 effettuato il 10 giugno 1962 ad Erevan, in Armenia, non a caso patria del padre, ideale biglietto da visita in vista della rassegna continentale di Belgrado ’62, dove è chiamato a difendere il titolo conquistato quattro anni prima in terra scandinava.

E, dall’alto della sua indiscussa superiorità stilistica e potenziale, il salto, per lui oramai divenuto normalità di m.8,19 è ampiamente sufficiente a confermarsi a livello continentale, basti pensare a come l’argento ed il bronzo vadano a due finlandesi, Rainer Stenius e Pentti Eskola, i quali fanno registrare la stessa identica misura di m.7,85 a ben 34cm. di differenza rispetto al “Principe Igor”.

Con due migliori prestazioni stagionali rispettivamente di m.8,15 ed 8,18 nei due successivi anni 1963 e ’64 – e dopo essere stato classificato dal 1961 al ’63 al secondo posto del Ranking mondiale alle spalle di Boston, a dispetto del record mondiale realizzato – Ter-Ovanesyan è logicamente uno dei maggiori pretendenti, assieme, per quanto ovvio, al citato americano, alla medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo ’64, rassegna alla quale Boston si presenta dopo aver migliorato ai Trials di Los Angeles del 12 settembre ’64 il primato mondiale sino a m.8,34 (cui aggiunge un sensazionale 8,49 non omologabile per vento oltre la norma …), dopo aver eguagliato al centimetro, un mese prima, il precedente limite del sovietico.

Per gli addetti ai lavori non vi è alcun dubbio al proposito, la caccia al gradino più alto del podio ai Giochi giapponesi è un “affare privato” tra gli unici due atleti del pianeta capaci di atterrare oltre la fettuccia dei m.8,30 ma mai come in questo caso si fa avanti la sempre poco gradita figura del “terzo incomodo” a rovinare le più classiche delle “uova nel paniere” …

Questo guastafeste si manifesta sotto le sembianze del 22enne gallese Lynn Davies – per uno strano segno del destino nato il 20 maggio, un giorno dopo l’ucraino, pur se di 4 anni più giovane – il quale si presenta alla rassegna iridata potendo vantare non meglio che l’undicesimo posto agli Europei di Belgrado ’62 con m.7,33 ed il quarto ai “Commonwealth Games” di Perth ’62 dove raggiunge m.7,72, appena la 22.ma prestazione a livello mondiale.

Davies che, tra l’altro, rischia di non qualificarsi per la Finale olimpica, in programma al pomeriggio del 18 ottobre ’64, avendo realizzato un modesto m.7,39 ed un nullo nei primi due salti delle qualificazioni del mattino, per poi piazzare la zampata giusta di m.7,78 che eguaglia la misura raggiunta da Ter-Ovanesyan al primo tentativo, con Boston unico del lotto dei finalisti ad aver superato gli 8 metri atterrando ad 8,03.

In soccorso del gallese giunge un cambiamento atmosferico, con pioggia e vento che contribuiscono ad abbassare la temperatura sino a poco più di 13°, un clima assolutamente confacente alle sue abitudini e che gli consente di poter dire la sua in chiave medaglie, anche se dopo i tre turni iniziali di salti che riducono ad 8 il campo dei concorrenti, è ancora abbastanza distante – con la terza miglior misura di m.7,59 – dai m.7,78 del sovietico e dai 7,85 di Boston che comanda la gara.

Finale che si scalda (termine forse non del tutto appropriato …) al primo dei tre turni di salti, con Boston a migliorarsi a m.7,88, Ter-Ovanesyan a 7,80 e Davies a guadagnare fiducia atterrando a m.7,78, ideale trampolino per il salto vincente a m.8,07 nel mentre l’ucraino approfitta del nullo di Boston per soffiargli provvisoriamente la seconda piazza planando a m.7,99.

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Il podio di Tokyo ’64 – da gettyimages.it

Ma le sorprese non sono finite, poiché l’orgoglio dello specialista di colore consente allo stesso di tornare in possesso della medaglia d’argento con un ultimo salto che replica i m.8,03 raggiunti in qualificazione, non sufficienti però a scalzare Davies dal più alto gradino di uno dei più sorprendenti podi della Storia dei Giochi, nel mentre il “Principe Igor” deve fare buon viso a cattivo gioco confermando la medaglia di bronzo delle rassegna romana.

Britannico che gioca un altro ”scherzetto” al sovietico in occasione dei Campionati Europei di Budapest ’66 – dopo che l’anno dispari aveva visto Boston incrementare di un centimetro il proprio record mondiale atterrando a m.8,35 il 29 maggio ’65 a Modesto e Ter-Ovanesyan confermare la propria veste di numero due del Ranking assoluto con la miglior prestazione stagionale di m.8,19 ed il successo nella prima edizione di Coppa Europa con m.7,87 – allorché si conferma atleta da grandi manifestazioni – nonostante il suo rivale si presenti nella Capitale magiara in veste di favorito, forte di un m.8,23 indoor realizzato ad aprile – abbinando all’oro olimpico anche quello continentale infliggendo a Ter-Ovanesyan 10cm. (m.7,98 a m.7,88) di differenza, per poi aggiungervi anche il titolo ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66 con la misura di m.7,99.

Avviandosi alla soglia dei 30 anni, per Ter-Ovanesyan – che nel frattempo si tiene in forma durante il periodo invernale aggiudicandosi il titolo sia ai Campionati europei indoor di Budapest ’66 (con il già citato m.8,23) che nell’edizione di Madrid ’68 con m.8,16 oltre a confermarsi il migliore in Coppa Europa con m.8,14 nella Finale ‘67 svoltasi a Kiev, sua città natale – resta una sola speranza di potersi fregiare della Gloria Olimpica, vale a dire i Giochi di Città del Messico ’68, verso i quali, al pari di molti altri atleti, si prepara con degli allenamenti in quota nella capitale nordamericana.

Ed, in una di queste occasioni, approfitta dell’aria rarefatta per eguagliare, il 19 ottobre ’67, il primato assoluto di Boston innalzando il record europeo a m.8,35 – limite che sarà eguagliato dal “carneade” tedesco occidentale Josef Schwarz nel 1970 e superato ad otto anni di distanza dallo jugoslavo Nenad Stekic con m.8,35 – nel mentre anche Davies si presenta alla rassegna a cinque cerchi con il suo “Personal Best” in carriera di m.8,23 fatto registrare a Berna a fine giugno ’68 e Boston, dal canto suo, dopo aver realizzato m.8,29 come miglior misura nel 1967, si qualifica ai Trials di Echo Summit per le sue terze Olimpiadi consecutive con un m.8,26 ventoso alle spalle di un 22enne newyorkese dal nome che diverrà ben presto famoso, tal Robert “Bob”Beamon.

Con ancora una volta Boston e Ter-Ovanesyan a presentarsi come favoriti in virtù del primato mondiale detenuto in coabitazione e, con stavolta, qualificazioni e Finale distanziate di un giorno (17 e 18 ottobre ’68 rispettivamente …), la fase eliminatoria vede Boston farsi preferire con m.8,27 – sua miglior prestazione dell’anno – rispetto ai m.7,94 di Davies ed ai m.7,74 del sovietico, mentre Beamon imita quanto successo a Jesse Owens 32 anni prima a Berlino, incappando in due nulli prima di acciuffare la qualificazione con la misura di m.8,19.

Ma quella, che agli occhi di tutti, potrebbe rivelarsi una prova di alto contenuto emotivo ed agonistico al pari della Finale del Salto Triplo svoltasi il giorno primo con ben 4 primati migliorati nelle sei serie di salti, viene “drammaticamente uccisa” nel corso del primo turno, allorché Beamon raggiunge la fantascientifica misura di m.8,90 – un miglioramento di 45cm. rispetto al precedente record (!!) – che fa immediatamente catalogare tale impresa come “il salto nel XXI Secolo” (anche se poi sarà migliorato prima, nel ’91 …), circostanza che, di fatto, svuota tutti gli altri finalisti da ogni speranza di medaglia, con Boston a realizzare m.8,16 che gli valgono il bronzo e Ter-Ovanesyan a fallire la collezione di bronzi olimpici nonostante il buon m.8,12 realizzato, in quanto il tedesco orientale lo scalza dal podio con un m.8,19 realizzato al terzo tentativo.

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L’incredibile salto di Bob Beamon a Messico ’68 – da knowa.com

L’esito delle Olimpiadi messicane convince Boston a ritirarsi dall’attività agonistica, cosa che non avviene per Ter-Ovanesyan, il quale ha ancora modo di ribadire la propria superiorità a livello continentale allorché si mette al collo la sua terza medaglia d’oro in occasione dei Campionati Europei di Atene ’69 in cui “restituisce” a Davies i 10cm. (m.8,17 a m.8,07) di differenza di Budapest, il che gli consente altresì, per la prima volta in carriera di concludere l’anno al vertice del Ranking mondiale.

Un insolito quinto posto agli Europei Indoor di Vienna ’70, cui segue una quarta moneta alle Finali di Coppa Europa ’70 (stagione che lo vede andare non oltre i m.7,85 …) fanno da preludio alle ultime medaglie che, l’anno seguente vanno ad arricchire il prestigioso palmarès del “Principe Igor” con altrettanti argenti sia ai Campionati Europei Indoor di Sofia ’71 che alla rassegna all’aperto di Helsinki ’71, dove per un solo centimetro (m.7,92 a 7,91) il tedesco Max Klauss gli toglie la gioia di un favoloso poker, pur essendo a tutt’oggi l’unico lunghista a potersi fregiare di tre titoli continentali nella specialità.

Il passo d’addio è un attimino avvilente, presentandosi a Monaco di Baviera per la sua quinta partecipazione olimpica – anch’esso un record – fallendo l’accesso alla Finale per soli tre centimetri in virtù di un miglior salto di m.7,77 rispetto al limite di m.7,80 fissato per la qualificazione.

Ma ciò nulla toglie alla grandezza di un atleta che ha contribuito, con eleganza, portamento ed uno stile da pochi in grado di eguagliare, al salto di qualità di una specialità che, per l’intero decennio costituito dagli anni ’60, ha avuto nel “Principe Igor” Ter-Ovanesyan uno dei suoi più fulgidi simboli…

 

PAOLA PIGNI, LA RISPOSTA ITALIANA NEL MEZZOFONDO ANNI ’70

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Paola Pigni – da atleticanotizie.mayblog.it

articolo di Giovanni Manenti

Sino agli anni ’60, il programma su pista in campo femminile dell’Atletica Leggera era limitato al solo giro di pista, dato che la gara sugli 800 metri svoltasi alle Olimpiadi di Amsterdam ’28 aveva visto le atlete terminare la stessa esauste e prive di forze – circostanza peraltro enfatizzata dalla stampa dell’epoca – così convincendo il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) a cancellare tale prova per le successive edizioni, venendo reintrodotta solo a partire dai Giochi di Roma ’60.

Un altro decennio doveva trascorrere affinché anche la seconda gara del mezzofondo veloce, vale a dire i 1500 metri, potesse trovare ospitalità nel calendario olimpico, debuttando alle Olimpiadi di Monaco ’72, mentre occorre entrare negli anni ’80 affinché alle ragazze venisse consentito di esprimersi anche nel mezzofondo prolungato e nella Maratona.

In un tale scenario, è pertanto raro vedere un’atleta dedicarsi nel corso degli anni ’60 a prove di corsa che non siano limitate alla stretta velocità, tanto più in un Paese come l’Italia che, dopo le epiche gesta di Claudia Testoni ed Ondina Valla negli anni ’30 sia sul piano che, soprattutto, sugli ostacoli, ha visto rinverdire la propria storia grazie alla velocista Giuseppina Leone, capace di centrare due Finali olimpiche sui 100 metri, con il quinto posto di Melbourne ’56 e lo splendido bronzo di Roma ’60.

Ad infrangere questo stato di cose ci pensa la milanese Paola Pigni, nata nel capoluogo lombardo a fine dicembre 1945, la quale, dopo aver esordito anch’essa come velocista – con personali di 12”9 sui 100 e 27”0 sui 200 metri nel 1961, appena 15enne – si rende conto di essere più portata per le medie distanze, convincendo i suoi tecnici Renzo Testa ed il Professor Enrico Arcelli a non ostacolarla in questa sua decisione.

Dotata, infatti, di un fisico longilineo (m.1,68 per 55kg.) che ben si adatta al mezzofondo, la Pigni ha sempre messo in mostra un forte temperamento ed una ferrea determinazione che l’hanno indubbiamente aiutata nel raggiungere grandi risultati, così come non può certo essere trascurato l’apporto del Professor Bruno Cacchi, che la segue dopo essere passata alle medie distanze, il cui legame è talmente stretto al punto che i due si sposano e l’azzurra si trasferisce a Roma presso il Centro Federale.

Ovviamente, l’approccio di Paola al mezzofondo veloce avviene per gradi, passando prima al giro di pista, distanza in cui si laurea Campionessa italiana nel 1965 (tempo 56”4) e nel ’67 (56”7), togliendo anche per due anni alla più pratica Donata Govoni il record nazionale correndo i 400 metri in 54”2 a metà agosto ’66, il che le serve per acquisire quello spunto di velocità necessario per i finali delle gare di mezzofondo.

Lo stesso anno, la Pigni è la prima ad infrangere la barriera dei 2’08” netti sugli 800 metri, corsi in 2’07”9 a Varsavia il 19 giugno, per poi scendere a 2’07”2 a fine luglio ed essere quindi selezionata per i Campionati Europei di Budapest ’66 sia sui m.400 che sul doppio giro di pista, esperienza che la vede in entrambi i casi arenarsi in semifinale.

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La Pigni in azione – da pinterest.com

L’esito di questa sua prima uscita in una grande manifestazione a livello internazionale convince la 20enne milanese, che l’anno prima, in Coppa Europa, era stata schierata sui 400 metri, a dedicarsi definitivamente al mezzofondo, fregiandosi per cinque stagioni consecutive (dal 1965 al ’69) del titolo italiano sugli 800 metri – con il miglior riscontro cronometrico fatto registrare nell’ultima occasione, corsi in 2’06”4 – circostanza che dà i suoi frutti con un netto miglioramento del limite nazionale, portato a 2’05”1 il 3 luglio ’67 e quindi dapprima a 2’04”9 ed infine a 2’04”8 nel giugno ’68, buon viatico in vista dell’appuntamento olimpico di Città del Messico ’68.

Al confronto con le più forti specialiste del Pianeta, la Pigni supera il primo turno, giungendo terza in 2’06”7 nella prima batteria, per poi arenarsi in Semifinale, non meglio che settima nella seconda serie in 2’07”8 risentendo dell’altitudine, in quanto i suoi primati personali le avrebbero largamente consentito l’accesso in Finale.

Ma, come era successo dopo gli Europei di Budapest, ad ogni delusione la Pigni risponde “allungando il tiro”, e cioè andando a scoprire nuovi orizzonti, visto che dal 1969 la IAAF introduce nel proprio programma anche i 1500 metri, un panorama ancora inesplorato per le ragazze, una sorta di “Far West” da conquistare, il che stuzzica non poco l’ego della milanese.

Sottoposta dal marito a rigidi carichi di allenamento sulle più lunghe distanze per migliorarne le doti di resistenza – la Pigni fa registrare nel 1969 primati non ufficiali sui 5mila metri di 16’17”4 e 15’53”6 – i relativi frutti vengono colti il 2 luglio 1969, davanti al proprio pubblico all’Arena di Milano, allorché toglie all’olandese Mia Gommers (bronzo olimpico l’anno prima sugli 800 metri) il primato mondiale sui m.1500, coprendo la distanza in 4’12”4 e migliorando il vecchio primato di oltre 3”, più che soddisfacente biglietto da visita in vista dei prossimi Campionati Europei in programma ad Atene il successivo settembre.

Allorquando una nuova prova viene inserita in calendario non è dato conoscerne quali possano esserne i limiti, e la Finale nella Capitale greca ne è una prima testimonianza, visto che, nonostante l’azzurra si migliori sino a 4’12”0, ciò le è sufficiente appena per il terzo gradino del podio, con la Gummers a prendersi la rivincita con 4’11”9 solo per essere a propria volta preceduta dalla cecoslovacca Jaroslava Jelichkova che, facendo fermare i cronometri sul 4’10”77, si appropria del titolo e del relativo record assoluto.

Per la 24enne lombarda è giunto il momento di dedicarsi ai “doveri” di madre, oltre che di moglie, circostanza che le fa perdere la seconda parte della stagione 1970 – dopo aver vinto la prova di Coppa Europa ed essersi laureata Campionessa italiana sui 1500 metri – in quanto incinta della figlia Chiara che vede la luce nel marzo 1971, per poi riprendere subito ad allenarsi e pazienza se il 2 giugno a Torino la Govoni le toglie il record italiano sugli 800 metri con 2’03”9, ci sarà tempo per rifarsi.

Avendo dovuto saltare, a causa della gravidanza, i Campionati Europei di Helsinki ’71, la Pigni si ripresenta in pista ai Giochi del Mediterraneo di inizio ottobre ’71 in programma a Smirne, dove coglie l’argento sui 1500 metri in 4’22”6 alle spalle della jugoslava Vera Nikolic, con quest’ultima a bissare l’oro dei m.800, dove precede l’altra azzurra Govoni.

La maternità contribuisce a rendere, se possibile, ancora più convinta dei propri mezzi la mezzofondista milanese, la quale programma la preparazione della stagione 1972 in vista dell’appuntamento olimpico di Monaco di Baviera, dove per la prima volta è inserita nel calendario la gara sui 1500 metri che, nel frattempo, ha visto il proprio limite abbassarsi a 4’09”62, corsi dalla tedesca orientale Karin Burneleit in occasione del successo agli Europei di Helsinki ’71 davanti alla connazionale Gunhild Hoffmeister, scesa anch’essa con 4’10”31 sotto il precedente primato.

Il Mondo sta accelerando, ed anche l’azzurra non sta a guardare, togliendo 1”50 secondi al proprio primato, portato a 4’10”5 a Torino il 2 giugno ’72, nel mentre dall’Unione Sovietica giunge notizia del record mondiale di 4’06”9 stabilito a Mosca il successivo 18 luglio da Ljudmila Bragina, vale a dire colei che darà una violenta spallata alla specialità, trasferendola in un sol colpo nell’era moderna.

E ciò avviene avendo come proscenio il migliore possibile, e cioè la ribalta olimpica, che vede in particolare tre atlete – la riferita sovietica, la già ricordata Hoffmeister e la nostra Pigni – darsi battaglia senza esclusione di colpi, con i primati a cadere a ripetizione, manco si trattasse di una gara di nuoto.

L’azzurra giunge all’appuntamento di Monaco di Baviera tirata a lucido, come dimostra il 4 settembre ’72, imponendosi nella seconda batteria in 4’09”53 così da togliere 1” al proprio primato nazionale, pur se nella prima la Bragina fornisce un’ulteriore dimostrazione della propria superiorità migliorandosi in 4’06”47 tanto da portare sotto i propri record personali le altre quattro concorrenti che la seguono, tutte al di sotto del riscontro cronometrico della Campionessa italiana.

Ma le doti di resistenza sono importanti, in una prova che prevede ben tre turni, e tre giorni dopo, in occasione della prima delle due semifinali, la Pigni si migliora ancora, giungendo appena dietro (4’07”66 e 4’07”83) all’altra sovietica Tamara Pangelova, ma precedendo la Hoffmeister, anche se le chances di una medaglia d’oro subiscono un ulteriore duro colpo dalla dimostrazione di forza della Bragina, che nella seconda serie porta il proprio limite mondiale a 4’05”07, trascinando sotto i 4’06” netti anche la Campionessa europea Burneleit, che chiude in 4’05”78.

Con un tale “Parterre de Roi” ai nastri di partenza della Finale del 9 settembre ’72, con il record mondiale in procinto di cadere per la terza volta nell’arco di una settimana, la Pigni dà l’impressione di essere un vaso di coccio tra i vasi di ferro delle altre finaliste, condizione peraltro ideale per far scattare al massimo il livello di adrenalina nella mezzofondista milanese, pienamente decisa a dar battaglia per giocarsi quantomeno un posto sul podio, vista l’acclarata superiorità della primatista sovietica.

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La Pigni insegue nella finale di Monaco ’72 – da gettyimages.it

In una gara che resterà negli annali delle Olimpiadi, con le prime cinque classificate a scendere sotto il precedente limite assoluto, la stessa si svolge secondo un copione già scritto, vale a dire con la Bragina che saluta il resto della compagnia sin dai primi metri, facendo corsa a sé più contro il cronometro che non le avversarie – tanto da passare agli 800 metri in 2’09”96, con un vantaggio di 0”80 centesimi rispetto al record di due giorni prima – e che la vede, alla campana dell’ultimo giro, vantare un distacco di circa 10 metri su di un terzetto guidato dalla Hoffmeister e che comprende anche la britannica Sheila Carey e l’olandese Ilja Keizer, con la Pigni poco distante in quinta posizione.

I 400 metri conclusivi rappresentano qualcosa di esaltante per gli sportivi italiani, che vedono la Pigni attaccare decisamente all’ingresso dell’ultima curva, così da superare la Carey e portarsi a ridosso della Hoffmeister, nel mentre la Bragina va a prendersi il suo scontato oro, ingaggiando con la tedesca orientale un emozionante duello che vede le due atlete superarsi più volte a vicenda sul rettilineo d’arrivo, con l’inezia di appena 0”02 centesimi (4’02”83 a 4’02”85) a separarle per l’argento che premia la ragazza della Germania Est, mentre la sovietica fissa a 4’01”38 il nuovo record mondiale.

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La lotta per l’argento che vede prevalere la Hoffmeister – da gettyimages.ca

In conclusione, a comparare con le dovute proporzioni quanto avvenuto in meno di una settimana sulla pista dello “Olympiastadion” di Monaco di Baviera, ci si accorge che la fuoriclasse sovietica si è migliorata di 5”5 secondi rispetto al suo personale prima dell’apertura dei Giochi, nel mentre la Pigni ha realizzato un’impresa che ha del sensazionale, togliendo ben 7”6 secondo al proprio limite, portandolo dai 4’10”5 a 4’02”9 (!!).

Un primato che resisterà per 6 anni, prima dell’avvento di un’altra grande mezzofondista italiana, vale a dire Gabriella Dorio, ma la Pigni, che celebra il bronzo olimpico portando a 2’02”5 il record sugli 800 metri quattro giorni dopo allo Stadio Olimpico di Roma ed è sempre pronta a nuove sfide ed a scoprire nuovi orizzonti, ha ancora un territorio sconosciuto da esplorare, cimentandosi nella Corsa Campestre, o “Cross Country” secondo l’accezione inglese.

L’occasione le viene fornita dalla prima edizione dei Campionati Mondiali, in programma a Waregem, in Belgio, il 17 marzo 1973, ed anche se la concorrenza in campo femminile non è pari a quanto accade nel settore maschile – dove si impone il finnico Pekka Paivarinta sullo spagnolo Mariano Haro ed il neozelandese Rod Dixon, tutti eccellenti mezzofondisti – il modo in cui l’azzurra trionfa lascia poco spazio a repliche di sorta, coprendo i 4mila metri del percorso in 13’45”2 rifilando 13” di distacco alla seconda arrivata, l’inglese Joyce Smith.

Degno antipasto per una stagione di sole vittorie, pur se di minor livello assoluto, con il successo in 4’10”69 sulla canadese Glenda Reiser alle Universiadi svoltesi a Mosca nella seconda metà di agosto, dopo aver migliorato il suo stesso primato sui 3mila metri, prima italiana a scendere sotto la barriera dei 9’ netti, con l’8’56”6 realizzato a Formia il 20 maggio ’73.

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La Pigni impegnata in una campestre – da fidal.it

Quest’ultima prestazione invoglia l’azzurra a cimentarsi anche su questa distanza in occasione dei Campionati Europei di Roma ’74, lasciando carta bianca alla Dorio sui m.1500, non prima però di essersi confermata Campionessa Mondiale di campestre, visto che il 16 marzo 1974 la prova si svolge proprio in Lombardia, a Monza, e la Pigni si migliora rispetto all’edizione precedente, coprendo i 4mila metri del percorso in 12’42”, con la finlandese Nina Holmen lasciata ad oltre 5”.

Oramai avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, la sfida sui 3mila metri alla Rassegna Continentale romana vede la Pigni concludere non meglio che quinta in 9’01”40, nel mentre l’oro va proprio alla finlandese da lei battuta nel cross country, la quale si prende la soddisfazione di precedere (8’55”10 ad 8’56”09) nientemeno che la sovietica Bragina.

E siamo così giunti non tanto alla fine dell’attività agonistica di Paola Pigni, quanto piuttosto al più ideale “passaggio di consegne” in favore della Dorio, di 12 anni più giovane di lei, e che la lombarda attua “alla sua maniera”, vale a dire infliggendo alla futura stella del mezzofondo nostrano una doppia sconfitta sugli 800 e 1500 metri in occasione dei Giochi del Mediterraneo di Algeri ’75, con le due azzurre ad occupare i più alti gradini del podio in entrambe le occasioni (2’02”8 a 2’04”5 sui m.800 e 4’12”8 a 4’16”6 sulla più lunga distanza), al termine di una stagione che vede la Pigni cogliere altresì il suo tredicesimo titolo nazionale in pista imponendosi in 4’11”2 sui 1500 metri ed aver dato “l’ultimo ritocco” al personale, nonché record italiano, sugli 800 metri, portato a 2’02”0 l’8 settembre 1975 a Varna, in Bulgaria.

Quanto abbia inciso, nei successivi successi della padovana Gabriella Dorio aver avuto un così fulgido esempio da emulare non è dato a sapersi, di sicuro c’è che la Pigni ha rappresentato una pietra miliare nella storia del mezzofondo italiano e, quando sostiene di essere stata “defraudata” dell’oro olimpico a Monaco ’72 a causa delle pratiche illecite in voga presso i Paesi ricadenti nell’orbita sovietica, non ci sentiamo, onestamente, di darle del tutto torto…