MIKE CONLEY, OVVERO LA RABBIA E L’ORGOGLIO DI UN CAMPIONE

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Mike Conley – da grizzlybearblues.com

articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca sempre più marcata dalla specializzazione, è raro vedere atleti in grado di competere in prove diverse dell’atletica leggera che non siano, ovviamente, le corse piane, ed il riferimento è relativo ai concorsi, dove vi sono stati protagonisti nei similari eventi del getto del peso e lancio del disco, piuttosto che nel salto in lungo e salto triplo.

Il protagonista della nostra storia odierna è uno dei più validi esponenti di tutti i tempi nel settore salti, visto che è stato in grado – in una carriera durata ben 15 anni, dal 1982 al ’96 – di realizzare “Personal Best” quali m.8,46 nel lungo e m.17,87 nel triplo all’aperto, nonché, rispettivamente di m.8,31 e m.17,76 (tuttora record Usa) nelle gare indoor, pur avendo dovuto subire una delle più grandi delusioni che un atleta possa provare, ma alla quale ha saputo reagire come solo i grandi campioni sono in grado di fare.

Stiamo parlando di Mike Conley, nato a Chicago, nell’Illinois il 5 ottobre 1962, il quale è atleta versatile, tanto che al liceo gioca a basket nel ruolo di guardia, attività che pratica anche al primo anno di college all’Università di Arkansas, per poi dedicarsi anima e cuore all’atletica leggera, con il personale primato di vincere ben 16 titoli universitari NCAA tra le due specialità.

Nei suoi 15 anni di attività, fatto salvo l’anno di esordio del 1982, nei successivi 14 Conley raggiunge per 9 volte il n.1 del ranking Usa nel salto triplo (ed il n.2 nelle restanti 5 occasioni), stagioni in cui rientra sempre nella “Top Ten” stilata dalla rivista “Track & Field News”, classificandosi al primo posto in sei circostanze, nonché occupando la seconda, terza e quarta posizione in due occasioni ciascuna, a dimostrazione di una straordinaria continuità di rendimento.

In un paese dove è più difficile – e proprio Conley ne sarà amaro testimone in negativo – ottenere la qualificazione ai Trials che non vincere una medaglia, il non ancora 21enne Mike decide, nei suoi primi anni di attività, di giocare le proprie carte su due tavoli, come dimostra ai Campionati AAU di Indianapolis ’83, validi anche quale selezione per i primi Mondiali di atletica leggera in programma ad Helsinki nel medesimo anno, ottenendo il pass sia nel salto in lungo (terzo con m.8,38 nella gara vinta da Carl Lewis con m.8,79) che nel salto triplo, dove giunge alle spalle di Willie Banks con la misura di m.17,21.

Alla sua prima importante manifestazione internazionale, Conley peggiora il risultato dei Trials nella finale del triplo dell’8 agosto ’83, non andando oltre i m.17,13 che gli valgono la delusione di restare ai margini del podio, considerando come l’Argento ed il Bronzo vadano, rispettivamente, a Banks ed al nigeriano Agbebaku con la medesima misura di m.17,18 ampiamente alla sua portata, mentre irraggiungibile, al momento, è il livello del polacco Zdzislaw Hoffmann, che si aggiudica la prova con m.17,42.

Consolazione nel non tornare dal viaggio in Scandinavia a mani vuote giunge, per Conley, dal Bronzo nella Finale del Salto in Lungo con m.8,12 andando a completare un Podio interamente di marca americana, con Lewis regale con i suoi m.8,55 seguito da Jason Grimes che piazza un miglior salto di m.8,29.

L’esperienza iridata consiglia a Conley di tentare la doppia chance anche agli “Olympic Trials” che si svolgono al “Coliseum” di Los Angeles, dove due mesi dopo si svolgeranno le Olimpiadi ’84, dimostrando un notevole miglioramento nel Salto Triplo, gara che si aggiudica con la misura di m.17,50, mentre nel Lungo non raggiunge neppure gli 8 metri, fallendo così la doppia selezione, ma tanto in detta specialità l’Oro è una questione privata tra Carl Lewis e Larry Myricks, ragion per cui non vi è da dolersene granché …

Maggiore, e ben più cocente, delusione giunge al contrario nel pomeriggio del 4 agosto 1984 in occasione della Finale Olimpica, alla quale Conley si presenta con il miglior risultato (pari a m.17,36) ottenuto in qualificazione e che lo pone come legittimo candidato al gradino più alto del Podio – data anche l’assenza degli atleti del “blocco sovietico” per il tristemente noto boicottaggio – ma, ancora una volta, la tensione e la pressione del “grande evento” giocano un brutto scherzo al non ancora 22enne dell’Illinois, il quale non riesce a replicare alla misura di esordio di m.17,26 raggiunta dal connazionale Al Joyner fermandosi a m.17,18 al terzo tentativo per poi forzare nelle restanti tre prove a sua disposizione, concluse con altrettanti nulli ed un Argento quanto mai amaro.

Fortunatamente, Conley non è il tipo da scoraggiarsi di fronte alle avversità – ne darà una splendida testimonianza più tardi – e quindi intensifica gli allenamenti per non farsi più sorprendere in tali situazioni, a cominciare dai Campionati AAU di Indianapolis ’85, dove si aggiudica il suo primo titolo, ma nel Salto in Lungo, beneficiando dell’assenza di Lewis e di un vento favorevole oltre il consentito, che lo fa atterrare a m.8,53 mentre la più che ragguardevole misura di m.17,71 ottenuta nel Triplo viene vanificata dai sensazionali, triplici balzi di Willie Banks (atleta, lui sì, che sparisce nelle grandi competizioni) che lo portano a sfiorare la barriera dei 18 metri, realizzando con m.17,97 il nuovo Record Mondiale che migliora i m.17,89 raggiunti 10 anni prima dal brasiliano Joao Carlos de Oliveira.

Con la seconda edizione dei Mondiali in programma a Roma ’87, Conley si piazza al secondo posto nei Campionati AAU di Eugene ’86 sia nel Lungo (m.8,63 a soli 4cm. da “Sua Maestà” Lewis) che nel Triplo, dove i m.17,84 (ventosi) non sono sufficienti a superare Charlie Simpkins, che fa suo il titolo con m.17,91, per poi presentarsi in ottime condizioni alla stagione successiva.

Anno che, per Conley, si apre sotto i migliori auspici, cogliendo il suo primo Oro con il successo, ad inizio marzo ’87, ai Mondiali Indoor di Indianapolis dove, con m.17,54, si aggiudica la Finale del Salto Triplo a spese del sovietico Oleg Protsenko, per poi aggiudicarsi il suo primo titolo americano in detta specialità ai Campionati AAU di San José ’87 con il suo “Personal Best” di m.17,87 grazie al quale supera i suoi consueti avversari Banks e Simpkins, aggiungendovi il terzo posto nel Lungo alle spalle dei “soliti” Lewis e Myricks, il che gli consente di essere selezionato per entrambe le gare ai Mondiali di Roma ’87, visto che i Campionati valevano anche come Trials.

Rassegna iridata alla quale Conley si presenta dopo aver bissato l’oro dei Mondiali Indoor ai “Pan American Games” di Indianapolis ’87, in cui precede ancora Banks con un triplo salto di m.17,31 facendo intendere di avere tutte le carte in regola per affermarsi a livello assoluto.

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Conley ai Mondiali di Roma ’87 – da gettyimages.it

Anche stavolta, però, il gradino più alto del Podio continua a sfuggirgli, pur non avendo molte recriminazioni da fare, in quanto non è stata una sua controprestazione a determinarne l’esito, avendo raggiunto la ragguardevole misura di m.17,67 che gli vale l’Argento, bensì la straordinaria esibizione del bulgaro Khristo Markov – già Campione Europeo l’anno prima a Stoccarda ’86 con m.17,66 – il quale va a sfiorare il recente limite di Banks realizzando la misura di m.17,92 all’epoca, per quanto ovvio, Record Europeo.

Una sfida, quella del bulgaro, che Conley è pronto a raccogliere l’anno successivo in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, alle quali si prepara confermando il titolo americano ai Campionati AAU di Tampa di metà giugno con la misura di m.17,35 ancora davanti a Banks (cui unisce il secondo posto nel Lungo) per poi affrontare, il mese successivo, i temutissimi “Olympic Trials” di Indianapolis, dove si consuma il “fattaccio”.

Accade, difatti, che la finale sia condizionata da folate di vento pazzesche che rendono di difficile interpretazione i risultati, ad iniziare da Banks che, al primo tentativo, aiutato da un vento di 4,9m/s, supera i 18 metri portandosi al comando con m.18,06.

Posizione di leader che non viene mai scalfita, ma quel che conta, è conquistare gli altri due posti utili per il pass olimpico e, prima dell’ultimo turno di salti, tali posizioni sono occupate da Robert Cannon (m.17,63 con vento di 4.3m/s) e da Conley, con una misura di appena 1cm. inferiore, ma ottenuta con un minor aiuto (3,3m/s) dagli agenti atmosferici, mentre fuori dai Giochi, al momento, sono il Campione Olimpico in carica Al Joyner (m.17,58), Kenny Harrison, Ray Kimble e Simpkins, addirittura in settima posizione con un miglior salto misurato in m.17,19.

In questa “Roulette Russa” condizionata da Eolo più che dalle prestazioni dei singoli, Banks beneficia di una raffica di 5,2m/s che lo fa atterrare a m.18,20, una spinta pari a quella che riceve Simpkins per passare dal settimo al secondo posto con m.17,93 lascando così a Conley un ultimo, disperato, tentativo per cercare di superare quel centimetro che lo separa dalla selezione olimpica.

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Banks in azione a Seul ’88 – da wikipedia.org

Già penalizzato dal fatto che il suo miglior tentativo abbia usufruito di un aiuto inferiore a quello dei suoi diretti avversari, Conley atterra oltre i m.17,65 ma i Giudici stabiliscono che abbia toccato la sabbia con la parte posteriore del corpo, arretrandone la misura a m.17,55 il che vuol dire niente viaggio in Corea nonostante il ricorso presentato dall’atleta, ma le ferree regole alla base di quell’infernale macchina che sono i Trials non prevedono deroghe ed a Conley che, sfiduciato, conclude due giorni dopo non meglio che quinto il tentativo di qualificarsi nel Salto in Lungo, non resta che assistere in Tv alla debacle dei propri compagni, con Cannon che neppure si qualifica per la Finale Olimpica, mentre Simpkins e Banks concludono, rispettivamente al quinto (m.17,29) e sesto posto (m.17,03) la gara che conferma la superiorità di Markov, il quale, con m.17,61 raggiunti alla prima prova, mette in fila tre specialisti sovietici e completa la sua personale tripletta costituita dai titoli Europeo, Mondiale ed Olimpico consecutivi.

Da una botta così, pensiamo che sia difficile per chiunque rialzarsi, ma la natura e le doti di combattente di Conley emergono proprio in questa circostanza, ad iniziare dalla successiva primavera quando conferma il Titolo iridato ai Mondiali Indoor di Budapest ’89 con la misura di m.17,65 – a cui unisce il Bronzo nel Lungo con m.8,11 nella gara vinta da Myricks con m.8,37 – per poi far sua per la terza volta consecutiva la gara ai Campionati AAU di Houston ’89 con m.17,50.

In un paese, però, in grado di sfornare campioni a getto continuo, in particolare in alcune specialità come i salti, ecco che la concorrenza interna si avvale di un altro pericoloso avversario, vale a dire il 26enne Kenny Harrison, il quale, dopo aver vinto il Titolo Nazionale nel ’90, si conferma ai Campionati AAU dell’anno successivo, che valgono anche come selezione per i Mondiali di Tokyo ’91, facendo sua la prova con la misura di m.17,32 davanti a Conley, che non va oltre i m.17,03.

E che quella di Harrison sia qualcosa di ben più serio che una semplice minaccia, se ne ha la riprova nella Rassegna Iridata giapponese, che il suo più giovane connazionale si aggiudica per soli 3cm. di differenza (m.17,78 a m.17,75) rispetto al sovietico Leonid Voloshin, con il “nostro” a concludere degnamente al terzo posto con m.17,62 ma che, ancora una volta, vedono sfuggirgli la medaglia di metallo più pregiato.

Una “maledizione” che per Conley, oramai prossimo alla soglia dei 30 anni, sembra difficile da sfatare, pur se, per una volta, una mano gliela fornisce la buona sorte che, sotto forma di una serie di infortuni che ne condizionano il rendimento, fa sì che Harrison non riesca a qualificarsi per i Giochi di Barcellona ’92 agli “Olympic Trials” di New Orleans, dove, viceversa, Simpkins ha ancora il vento dalla sua con un m.17,86 da 3,9m/s, rispetto ai m.17,68 di Conley, ma con vento ampiamente entro la norma.

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Conley in azione ai Giochi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Questa volta l’occasione è sin troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e, difatti, nella Finale del 3 agosto 1992, spara subito un m.17,63 al secondo tentativo che lo porta al comando, con un solo brivido all’ultimo turno di salti, quando Simpkins raggiunge m.17,60 che gli valgono l’Argento ed, oramai liberato da ogni pressione psicologica, Conley celebra l’ottenuta Gloria Olimpica con un triplice, lunghissimo balzo che viene misurato in m.18,17 il che rappresenterebbe il nuovo Record Mondiale, nonché il primo uomo al Mondo a superare la barriera dei 18 metri, se non fosse che l’anemometro rivela una bava di vento leggermente superiore (2,1m/s) al massimo consentito e, non si può certo dire che tra l’americano ed il Dio dei Venti sia mai corso buon sangue.

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Conley ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da gettyimages.it

Per Conley c’è ancora un ultimo conto da regolare, e cioè quello con il titolo iridato, il quale viene immediatamente saldato, dopo essersi nuovamente laureato Campione americano con m.17,69 davanti al ristabilito Harrison nella gara di Eugene ’93 che vale come selezione ai Mondiali di Stoccarda ’93, dove si impone con m.17,86 (sua seconda miglior prestazione “All Time”, ad un solo centimetro dal suo “Personal Best”), precedendo il russo Voloshin (m.17,65) ed un “certo” Jonathan Edwards, Bronzo con m.17,44.

Potrebbe essere giunto il momento di dire “basta”, ma Conley, che tanto ha dovuto penare per raggiungere i due titoli ai quali aspirava, sa che il compito di un Campione è quello di difenderli e, pertanto, dopo essersi confermato in Patria ai Campionati AAU di Knoxville ’93 (m.17,51 su Harrison, m.17,14) e di Sacramento ’95, si presenta alla Rassegna Iridata di Goteborg ’95 per rendere doveroso omaggio al britannico Edwards, il quale si impone con lo straordinario Record di m.18,29 tuttora vigente con Conley non meglio che settimo con m.16,96 per poi salutare i suoi tanti tifosi in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ’96.

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Conley ad Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Qualificatosi ai Trials svoltisi sulla stessa pedana che poi ospita i Giochi, alle spalle di un Harrison tornato al “top” della forma, Conley cerca di concludere la propria eccellente Carriera con almeno un Podio che, a quasi 34 anni, varrebbe Oro, impresa che gli viene impedita, per soli 4cm. (m.17,44 a m.17,40), dal cubano Yoelbi Quesada, mentre ai vertici la sfida tra Harrison ed Edwards si risolve a favore del primo che, dopo un salto d’esordio a m.17,99, atterra al terzo tentativo a m.18,09 che vale il Record Olimpico tuttora ineguagliato, nonché ancor oggi la terza miglior prestazione di ogni epoca, con il britannico Argento con la sia pur ragguardevole misura di m.17,88.

Cala così il sipario su di una delle più appassionanti storie che l’atletica leggera è solita regalare, da cui si trae la morale di quanto la costanza, la volontà ed il temperamento siano componenti imprescindibili affinché ci si possa definire “Campioni”, anche a costo di lottare contro avversari che non siano quelli con cui ci si misura in pedana, quali gli agenti atmosferici e la proverbiale “cecità” della Federazione Usa, la quale spesso opera anche a scapito dei propri interessi, come nel caso di Conley nel 1988.

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YORDANKA DONKOVA, LA BULGARA REGINA DEGLI OSTACOLI ALTI

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Yordanka Donkova – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra le più – se non “la più” – difficili specialità dell’Atletica Leggera, vi è sicuramente la gara sugli ostacoli alti (per una distanza di 110 metri per i maschi e di 100 metri per le femmine), in cui occorre abbinare velocità, ritmo e tecnica nel superare le barriere non potendosi concedere il più piccolo margine di errore, pena clamorose eliminazioni o mancati successi, uno per tutti vedasi il caso dell’americana Gail Devers, inciampata sull’ultimo ostacolo nella Finale ai Giochi di Barcellona ’92 quando sembrava avere oramai l’Oro in tasca.

Ragion per cui, è difficile trovare atleti di entrambi i sessi capaci di ad inanellare una serie consecutiva di prestazioni tali da farli sempre salire sul podio nelle grandi manifestazioni, ed una in grado di compiere questo tipo di impresa, in un arco temporale durato oltre un decennio, è l’ostacolista bulgara Yordanka Donkova, protagonista della specialità a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio della decade successiva.

Nata a Gorni Bogrov, un sobborgo della Capitale Sofia, il 28 settembre 1961, da piccola Yordanka subisce l’amputazione delle ultime falangi di tre dita della mano destra a causa di un incidente domestico, forse uno stimolo in più per affermarsi a livello sportivo in una prova in cui, fino ad allora, le sue connazionali non avevano certo brillato.

Presentatasi, a 19 anni non ancora compiuti, alle Olimpiadi di Mosca ’80, la Donkova acquisisce esperienza, fallendo l’accesso alla Finale con il sesto posto nella prima delle due Semifinali, conclusa con il tempo di 13”39, che poi mette a frutto due anni dopo, dapprima conquistando il Bronzo sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Milano ’82 e quindi migliorandosi sino a 12”54 per far suo l’Argento agli Europei di Atene ’82, vinti dalla polacca Lucyna Kalek, che in 12”45 eguaglia il Record dei Campionat.

Oramai la strada è segnata, ed anche se, dopo aver confermato il bronzo sui 60hs agli Europei Indoor di Goteborg ’84, la cui vittoria va ancora alla polacca Kalek, la Donkova non può partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles per il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi del Blocco Sovietico, non passa molto perché di lei si parli a livello mondiale.

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Donkova in azione al Meeting di Berlino ’85 – da gettyimages.co.uk

Ciò avviene nel suo “Anno di Grazia” 1986, in cui – dopo aver concluso al secondo posto del Ranking Mondiale della rivista “Track & Field News” a fine anno 1982 ed ’84 – la 25enne bulgara compie un’impresa degna del miglior Jesse Owens di antica memoria.

Accade, difatti, che, dopo aver eguagliato il 13 agosto ’86 il record mondiale di 12”36 stabilito dalla polacca Grazyna Rabsztyn sei anni prima, la Donkova si presenti quattro giorni dopo al Meeting di Colonia, in preparazione degli imminenti Campionati Europei in programma a fine mese a Stoccarda, dovendosi cimentare, dato l’elevato numero delle partecipanti, in una batteria per accedere alla successiva Finale.

Orbene, senza batter ciglio la bulgara corre l’eliminatoria n 12”35 – così appropriandosi in toto del primato mondiale, migliorato di un solo 0”01 centesimo – per poi, ad un’ora di distanza, essere la prima donna al Mondo ad infrangere la barriera dei 12”30 facendo sua la gara in 12”29 (!!).

Inutile dire che, a distanza di poco più di 10 giorni, sulla pista di Stoccarda non possa essere che lei la favorita d’obbligo per l’Oro sui 100hs ai Campionati Europei, e la Donkova tiene fede alle attese imponendosi con largo margine, segnando il Record dei Campionati in 12”38 (con vento contrario di 0,7m/s), rispetto alla tedesca orientale Cornelia Oschkenacht ed alla connazionale Ginka Zagorcheva, che concludono la gara in 12”55 e 12”70 rispettivamente.

La Donkova conclude il suo “Mese di Sogno” presentandosi, una settimana dopo, il 7 settembre ’86, al Meeting di Lubiana, dove onora il fresco titolo europeo togliendo altri 0”03 centesimi al proprio limite mondiale, portato a 12”26 e concludendo, per quanto ovvio, la Stagione al primo posto del Ranking Mondiale, ma …

Come in tutte le belle storie, “c’è sempre un ma …”, e questa volta è rappresentato da un’inaspettata concorrenza interna da parte della ricordata connazionale Zagorcheva – che, peraltro, aveva concluso il 1985 ai vertici della specialità e che nella prima edizione di Campionati Mondiali di Helsinki ’83 aveva conquistato la Medaglia di Bronzo – la quale vive, a propria volta, il suo “Anno di Gloria”.

E sì che la Stagione si era in ogni caso aperta ancora nel “segno di Yordanka” che, al terzo tentativo, riesce a conquistare il Titolo Europeo Indoor sui 60hs nella Rassegna Continentale di Lievin ’87, imponendosi in 7”79 davanti alla tedesca est Gloria Siebert ed alla stessa Zagorcheva, da lei nuovamente preceduta 15 giorni dopo in occasione della Prima Edizione dei Campionati Mondiali Indoor, svoltasi ad Indianapolis ’87, anche se a mettere d’accordo le due amiche/rivali ed ad aggiudicarsi l’Oro è l’altra tedesca orientale, Cornelia Oschkenacht in 7”82, precedendo la Donkova di soli 0”03 centesimi, con la Zagorcheva ancora Bronzo, ma ben più staccata, in 7”99.

Di sicuro le prestazioni della Zagorcheva – oltretutto di tre anni più anziana, essendo dell’aprile ’58 – non facevano prevedere ciò che, viceversa, si verifica l’8 agosto ’87 allorquando, in un Meeting a Drama, in Grecia, migliora di un 0”01 centesimo il Primato Mondiale della connazionale, portandolo a 12”25 e ponendo una serie candidatura al gradino più alto del Podio in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’87 che si sarebbero svolti a distanza di un mese.

Non va però dimenticata anche la pericolosa concorrenza portata dalle due già citate tedesche orientali Oschkenacht e Siebert, le quali, ancorché con “personali” superiori a quelli delle due bulgare, hanno dalla loro un elevato grado di combattività, come dimostrano le due Semifinali, in cui si impongono davanti, rispettivamente, a Zagorcheva (12”65 a 12”75) ed a Donkova (12”68 a 12”76), tal che, sui blocchi di partenza della Finale in programma il 4 settembre ’87 sulla pista dello Stadio Olimpico, le quattro favorite sono schierate alternate, con Donkova in terza corsia, Siebert in quarta, Zagorcheva in quinta ed Oschkenacht in sesta, con le altre spettatrici non paganti, visto che poi la quinta (la francese Anne Piquereau) giungerà ad oltre 0”30 centesimi dalla peggiore del quartetto.

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Donkova in azione nella semifinale Mondiale di Roma ’87 – da gettyimages.co.uk

Allo sparo dello starter, Donkova cerca di sorprendere le avversarie in avvio, venendo peraltro raggiunta al secondo ostacolo dalla Zagorcheva, la quale non sbaglia alcun appoggio per andare a trionfare nel tempo di 12”34 che migliora di 0”01 centesimo quanto realizzato quattro anni prima dalla tedesca est Bettine Jahn nella prima edizione dei Mondiali ad Helsinki ’83, mentre la Donkova subisce la rimonta delle due tedesche orientali, restando ai margini del podio per una manciata di centesimi, visto che il fotofinish assegna l’Argento alla Siebert in 12”44 ed il Bronzo alla Oschkenacht in 12”46 rispetto al 12”49 della bulgara.

Una delusione invero cocente – laddove si consideri altresì che, per la quasi 30enne Zagorcheva, si tratta dell’unica vittoria in carriera in manifestazioni internazionali di livello assoluto – ed alla quale la Donkova ha una sola maniera per cercare di porvi rimedio, vale a dire centrare l’obiettivo della gloria olimpica l’anno seguente ai Giochi di Seul ’88.

E, visto che le due bulgare sembrano volersi dividere le Stagioni – le dispari alla Zagorchyeva, che chiude il 1987 ai vertici del ranking Mondiale come già avvenuto nel 1985, e le pari alla Donkova – le premesse per riuscire nell’impresa ci sono tutte, tanto più che, in vista delle Olimpiadi coreane, il 21 agosto ’88 Yordanka si riappropria del Record Mondiale correndo la distanza in 12”21 al meeting nazionale di Stara Zagora, con ciò ribadendo la propria candidatura all’Oro ai “Giochi della riappacificazione” dopo i due assurdi boicottaggi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84.

Con tutto il meglio dell’ostacolismo mondiale presente alla Rassegna a Cinque Cerchi, una prima, ulteriore iniezione di fiducia giunge alla Donkova dalla eliminazione al primo turno della rivale in patria, la quale, infortunata, non conclude la sua batteria, uscendo così di scena, mentre Yordanka fa registrare il miglior tempo nella prima giornata in 12”47, per poi affermarsi nella prima delle due Semifinali, alle ore 11:00 del mattino (ora locale) del 30 settembre ’88, superando in 12”58 la Siebert, mentre nella seconda è la Oschkenacht ad imporsi in 12”63 davanti alla collega occidentale Claudia Zaczkiewicz, serie che vede un’altra eliminazione eccellente nella sovietica Ludmila Narozhilenko – la quale avrà modo di rifarsi negli anni a seguire con i colori svedesi ed il cognome Engquist a seguito della separazione e del nuovo matrimonio contratto – che perde il ritmo sulla penultima barriera e cade malamente a terra, ricordate cosa si diceva in premessa …??

Con gli occhi puntati sulle corsie centrali, occupate da Siebert in quarta, Donkova in quinta ed Oschkenacht in sesta, in attesa della partenza prevista per le 13:10 ora locale, non vi sono soverchi dubbi sul fatto che l’oro al collo se lo possa mettere solo una di queste tre, tutto sta stabilire quale sia l’ordine di arrivo, anche se le sorprese, come appena visto, in una gara ad ostacoli sono sempre all’ordine del giorno.

Ma, stavolta, la concentrazione di Yordanka è massima, scattando subito in testa allo sparo dello starter e disputando una gara stilisticamente perfetta senza neppure sfiorare alcuna delle 10 barriere situate sula pista, circostanza che le consente di imporsi con largo margine nel nuovo Record Olimpico di 12”38 relegando a debita distanza Siebert (Argento in 12”61), mentre il gradino più basso del podio è appannaggio della tedesca occidentale Zaczkiewicz in 12”75, con la Oschkenacht, una volta realizzato di non poter competere per una medaglia, a rialzarsi concludendo all’ottavo ed ultimo posto.

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Il vittorioso arrivo della Donkova a Seul ’88 – da gettyimages.it

Messe a posto le cose, la Donkova onora l’Oro olimpico confermando il Titolo Europeo Indoor ai Campionati de L’Aja ’89 imponendosi in 7”87 sulla sovietica Narozhilenko, prima di dedicarsi ad attività personali ben più importanti, quali il matrimonio e la conseguente gravidanza, dando alla luce il 3 febbraio ’91 il figlio Zhivko (Atanasov), il quale svolge una discreta carriera da calciatore in qualità di difensore.

Saltate pertanto le stagioni 1990 e ’91, la Donkova, ancorché avendo superato la trentina, intende però onorare e difendere il titolo olimpico conquistato quattro anni prima a Seul, presentandosi ai Giochi di Barcellona ’92 dopo aver, a marzo del medesimo anno, dimostrato di poter essere sempre competitiva con il Bronzo sui 60hs conquistato ai Campionati Europei Indoor di Genova ’92, gara vinta dalla ancora Narozhilenko.

Bulgara che non intende cedere lo scettro senza lottare, come conferma con il secondo posto in Semifinale alle spalle dell’americana LaVonna Martin, gara alla quale non prende il via la Narozhilenko per il riacutizzarsi di un problema alla coscia, anche se è opinione diffusa che per la Finale, in programma due ore dopo, vi sia una sola, netta favorita, vale a dire l’altra americana Gail Devers, che si è già messa al collo la medaglia d’Oro sui 100 metri piani.

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Donkova alle Olimpiadi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Ed, in effetti, la cosa sembra potersi realizzare per 90 dei 100 metri previsti, con la Devers a prendere decisamente la testa sin dall’uscita dai blocchi, salvo inciampare, probabilmente per troppa sicurezza ed una piccola mancanza di concentrazione (ahi, ahi, “do you remember …?”) proprio sull’ultima barriera superando la linea del traguardo per inerzia, mentre la prima ad approfittare della circostanza è la carneade greca Voula Patoulidou, che, nel proprio personalissimo “Giorno dei Giorni”, si aggiudica un inaspettato Oro Olimpico in 12”64, con l’altra americana LaVonna Martin a precedere, per un solo 0”01 centesimo (12”69 a 12”70) la Donkova, la quale deve a propria volta “ringraziare” la Devers, senza la cui caduta non avrebbe potuto arricchire il suo medagliere.

Palmarès che si completa, due anni dopo, con il terzo Oro sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Parigi ’94, vinti fermando i cronometri sul 7”85, per poi dare l’addio all’attività agonistica con un ultimo Podio in occasione degli Europei di Helsinki ’94, beffata al fotofinish nella lotta per l’Argento dalla russa Yulya Graudyn, dato che il riscontro cronometrico assegna 12”93 ad entrambe, mentre a laurearsi Campionessa in 12”72 è la connazionale Svetla Pishtikova, che le rende 7 anni di età.

A 33 anni, dopo aver chiuso la Stagione al terzo posto del Ranking Mondiale, anche per la Donkova giunge il momento di dare l’addio alla pista, avendo comunque modo di dare alla luce, due anni appresso, una coppia di gemelle, Daniela e Denislava, per poi cadere nell’oblio degli addetti ai lavori, salvo tornare di prepotenza alla ribalta allorché, il 20 luglio 2016, al Meeting di Londra, l’americana Kendra Harrison le toglie un Record Mondiale che resisteva da ben 28 anni, migliorandolo di appena 0”01 centesimo con 12”20, così facendo tornare alla mente le imprese di una bulgara che raramente conosceva sconfitte.

 

LA GLORIA E LA TRISTE FINE DI BOB HAYES, “L’UOMO PROIETTILE”

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Bob Hayes nella sua doppia veste sportiva – da theafricanamericanathlete.com

articolo di Giovanni Manenti

Molti esperti di atletica leggera sono soliti distinguere la storia di detta disciplina, soprattutto per quanto attiene ai record nelle gare in pista, in due fasi ben delineate, vale a dire il “prima e dopo” l’introduzione delle piste in sintetico che hanno chiaramente consentito di ottenere migliori e più veloci prestazioni.

Orbene, proprio l’ultima Olimpiade disputata sulla terra battuta, vale a dire i Giochi di Tokyo ’64, riesce, nel settore della velocità, a mettere in mostra colui che, sempre a detta di molti, può essere annoverato come “il più veloce uomo della Terra” o, quantomeno, aggiungo io, sicuramente uno tra i più grandi velocisti di ogni epoca, sicuramente il dominatore del suo periodo, e del quale non si sono potute conoscere appieno le potenzialità, visto il passaggio al Football professionistico all’età di appena 22 anni.

Questo “mostro” di potenza – una struttura fisica di m.1,83 per 86 chili di muscoli – altri non è che Robert Lee “Bob” Hayes, nato alle soglie del Natale 1942 a Jacksonville, in Florida, da una relazione che la madre aveva intrattenuto con un altro uomo, tale George Sanders, mentre il marito, Joseph Hayes combatteva con l’esercito Usa nel Secondo Conflitto Mondiale.

Sono un figlio della guerra, nel vero senso della parola”, così amava descriversi Hayes, con una punta di amara autoironia, il quale sviluppa sin dall’adolescenza un fisico poderoso che lo porta ad eccellere nella squadra di football del Liceo di Jacksonville, con cui nel ’58 vince il Campionato Regionale con la vittoria in Finale dei suoi “Gilbert High Panthers” per 14-7 sui rivali della “Dillard High School” di Fort Lauderdale davanti a qualcosa come 11mila spettatori, per poi iscriversi alla “Miami A&M University”, un College storicamente riservato ai ragazzi di colore.

La storia del football americano insegna che gli scout, alla ricerca di “runners” in grado di recapitare l’ovale oltre la linea di meta, attingano ai migliori velocisti del panorama atletico statunitense, ma, nel caso, di Hayes si può tranquillamente affermare, senza tema di smentita, che sia questo sport a “prestare” il 20enne della Florida all’atletica leggera per il buon nome e l’onore della nazione, salvo poi riprenderselo a missione compiuta.

Ed è quello che in effetti accade, con Hayes che nei suoi anni al College non conosce sconfitta in gare sui 100 metri o sulle 100yds, pur se le principali Università si astengono dall’invitarlo ai loro meeting – un po’ per una questione razziale ed anche per non far sfigurare i loro iscritti – e, quando lo fanno, devono fare i conti con la potenza che sprigiona dal suo corpo, imponendosi ai suoi primi Campionati AAU nel ’62 in 9”3 sulle 100yds, titolo replicato l’anno seguente in 9”2, pur se assistito da un vento oltre la norma.

Ad occuparsi di affinare lo stile di corsa di “Bullet Bob” (Bob il proiettile), per quello che diviene il suo soprannome ufficiale, ci pensa il tecnico Robert Griffin, visto che l’andatura del ragazzo è sgraziata, poco ortodossa e derisa dai più famosi allenatori che sentenziano come “sembra che vada in tutte le direzioni, tranne che verso il traguardo”, retaggio del Football, dove, oltre che correre, devi anche scansare gli avversari.

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Bob Hayes nei suoi anni al college – da gettyimages.it

I duri e specifici allenamenti a cui Hayes viene sottoposto da Griffin e, successivamente, da Dick Hill danno comunque i loro frutti, tanto che a fine anno ’62 tutti gli esperti ed i media si ricredono sulle sue possibilità, affermando che sarebbe con ogni probabilità diventato il più grande sprinter della Storia, in ciò confortati dalle 54 vittorie consecutive nell’arco di 28 mesi che lo rendono il punto di forza della Squadra Usa in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, in cui per gli Stati Uniti c’è da cancellare l’onta della doppia sconfitta sui 100 e 200 metri patita quattro anni prima a Roma ’60 per mano di due atleti europei, il tedesco Armin Hary ed il nostro Livio Berruti, interrompendo un’egemonia a “stelle e strisce” che durava dai Giochi di Amsterdam ’28 con la doppietta su entrambe le distanze da parte del canadese Percy Williams.

Non è, in ogni caso, un momento brillante per lo sprint in casa Usa – ben diverso dalla fenomenale selezione che si presenta quattro anni dopo sulle piste di Città del Messico – ed anche per questo accade un fatto che resta clamoroso nella storia dei famigerati e drammatici “Olympic Trials”.

Succede, difatti che, nel laurearsi per la terza volta consecutiva Campione AAU con il tempo di 10”3, Hayes si produca uno strappo muscolare che non gli consente di partecipare alle selezioni in programma il 3 luglio ’64 a New York, ma che, per sua fortuna, determinano solo i finalisti per il successivo appuntamento previsto a metà settembre a Los Angeles e la Federazione, dando per una volta prova di lungimiranza, concede a “Bullet Bob” una deroga per potersi schierare ai blocchi di partenza in sostituzione di Paul Drayton, ottavo classificato a New York.

Hayes parte per la California pieno di dubbi, essendo stato a riposo per tutta l’estate, aver preso di conseguenza qualche chilo di troppo e, soprattutto, senza la certezza che la muscolatura sia in grado di rispondere appieno ad una forte sollecitazione.

In più, come se il destino non volesse proprio farlo partecipare ai Giochi, resta bloccato nell’ascensore dell’albergo – a causa del peso eccessivo degli occupanti, oltre a Bob, vi erano il pesista Dallas Long ed i discoboli Al Oerter e Jay Silvester – il che gli fa perdere la navetta che conduce al “Coliseum” e lo costringe a raggiungere lo Stadio di corsa facendo slalom tra le automobili, ed in questo l’esperienza nel Football indubbiamente agevola, per poi far comunque sua la gara in 10”1 e staccare il pass olimpico.

Recuperata la piena condizione fisica, Hayes si presenta sulla pista giapponese come il logico favorito e non sappiamo se stia o meno pensando a cosa il fato possa ancora riservargli, dopo l’infortunio ed il blocco dell’ascensore, per impedirgli di coronare il sogno olimpico, fatto sta che non ha alcun problema, al debutto il 14 ottobre, ad aggiudicarsi le proprie serie nei primi due turni, dando appuntamento al giorno successivo per la disputa delle semifinali ed eventuale finale.

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Bob Hayes a Tokyo – da gettyimages.in

L’aggettivo “eventuale” calza a pennello, poiché, anche se Hayes non ha problemi a qualificarsi per la finale, facendo sua la prima semifinale disputata al mattino addirittura correndo in 9”9 (ma con un vento di oltre 5 m/s), un’amara sorpresa doveva attenderlo alla partenza della finale, prevista alle 15:30, ora locale.

Era difatti successo che, rientrato al Villaggio Olimpico per rilassarsi in vista della gara più importante della sua vita, fosse stato infastidito da Joe Frazier mentre si stava riposando nella sua stanza assieme al lunghista Ralph Boston, ed il futuro Campione del Mondo dei Pesi Massimi, nel rovistare nella sacca di Bob per cercare una gomma da masticare, ne avesse fatto rotolare una scarpa sotto il letto, senza che il velocista se ne accorgesse.

Probabilmente solo il colore della sua pelle, impedisce di veder il volto altrimenti sbiancato di Hayes mentre si accinge a prepararsi per la Finale, ma i suoi gesti di disperazione sono sufficientemente eloquenti per far sì che il mezzofondista Tom Farrell gli si avvicini per chiedergli spiegazioni e, per una volta tanto, qualcuno in Cielo deve essersi commosso, visto che Farrell indossa proprio lo stesso numero (il 40) di Hayes, il quale, a dispetto del fisico statuario, ha piedi piccoli, così consentendogli di poter partecipare alla gara.

Sospiro di sollievo in parte mitigato dal fatto di essere stato sorteggiato in prima corsia, evento a dir poco deleterio poiché, data la pista in terra battuta, le condizioni della pista erano a dir poco disastrose, a causa sia delle forti piogge che dell’avvenuta disputa, il giorno precedente, della 20km. di marcia.

Con tutte queste difficoltà a cercare di impedirgli di conquistare l’alloro olimpico, il “ragazzone” della Florida non ha neanche il tempo di concentrarsi sui suoi avversari, il più pericoloso dei quali è senza dubbio il cubano Enrique Figuerola, cui era sfuggito per un pelo il Bronzo ai Giochi di Roma ’60 e, nel quadriennio post olimpico, si era aggiudicato l’Oro alle Universiadi di Sofia ’61 e Porto Alegre ’63, nonché i “Pan American Games” di San Paolo ’63, tutte manifestazioni alle quali, peraltro, Hayes era assente.

Sarà stata la sua indiscussa superiorità, accresciuta dalla tensione accumulata per gli eventi che avevano preceduto la Finale, fatto sta che mai come in questa circostanza Hayes fa onore al proprio soprannome di “Bullet Bob”, schizzando fuori dai blocchi proprio come un proiettile uscito dalla canna di un fucile, mulinando le gambe con un ritmo impressionante che già a metà gara l’Oro risulta palesemente assegnato, andando a concludere in 10”0 manuali – Record Mondiale eguagliato, cronometrato in 10”06 elettronico – con un ampio margine sui suoi avversari, con il citato Figuerola ed il canadese Harry Jerome a fargli compagnia sul podio.

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Il trionfale arrivo di Hayes sui m.100 – da gettyimages.co.uk

Il sogno si era avverato, ed a renderlo ancor più meraviglioso vi era la circostanza di averlo realizzato al cospetto del leggendario Jesse Owens, presente in tribuna ed a fianco del quale sedeva Mary, la madre di Bob, alla quale gli abitanti di Jacksonville avevano pagato il viaggio in Giappone per consentirle di ammirare l’impresa del proprio figlio.

Impresa che non resta fine a se stessa, in quanto sei giorni dopo, Hayes dà una sensazionale dimostrazione della propria potenza nella Finale della Staffetta 4×100 in cui raccoglie il testimone in quinta posizione per poi prodursi in una straordinaria accelerazione che porta il quartetto Usa al successo con il tempo, e conseguente Primato Mondiale, di 39”0 venendo la sua frazione lanciata cronometrata in 8”6, un’esibizione ineguagliata neppure da “Sua Maestà” Bolt ai giorni nostri.

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L’impresa di Hayes con la staffetta 4×100 – da dailydsports.com

Purtroppo, per tutti gli amanti dell’Atletica Leggera, resterà per sempre il legittimo dubbio di non aver potuto verificare quali fossero i limiti di Hayes, dato che lo stesso viene affascinato dalle sirene – e, più che altro, dai dollari – del Football americano, venendo scelto dai “Dallas Cowboys” al Draft del 1964, con cui si mette in evidenza nelle prime due Stagioni, capeggiando la Classifica dei “touchdwon”, con 12 e 13 rispettivamente, per poi progressivamente uscire di scena, pur facendo comunque parte della formazione che, il 16 gennaio ’72, si aggiudica il “Superbowl” con una netta vittoria per 24-3 sui Miami Dolphins, circostanza che fa di Hayes l’unico atleta nella Storia capace di abbinare una Medaglia d’Oro Olimpica al titolo nella NFL.

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Bob Hayes (n.22) in azione con i Dallas Cowboys – da gettyimages.it

Hayes si ritira nel ’76 dopo un’ultima stagione con la maglia dei prestigiosi “San Francisco 49ers”, avendo accumulato un patrimonio di 4milioni di dollari che spariscono in breve in virtù di una vita dissoluta, in parte derivante dagli steroidi anabolizzanti per rinforzare i muscoli e dalla cocaina per reggere allo stress, di cui aveva fatto uso nel periodo trascorso nel Football professionistico.

Viene anche condannato a due anni di carcere per spaccio di droga, nell’aprile ’79, pur venendo liberato dopo soli 10 mesi per buona condotta, ma tale esperienza lo fa sprofondare sempre più nella depressione dedicandosi all’alcool che lo rende l’ombra di sé stesso, rimasto solo, senza più una famiglia – anche la seconda moglie lo lascia, non essendo in grado di mantenere né lei né, tantomeno, i figli – per una misera vita di stenti che lo vede entrare ed uscire dai centri di disintossicazione, venendo sovvenzionato, senza che lui lo sappia, dai suoi ex compagni di squadra a Dallas che gli pagano le cure e l’affitto di casa.

In condizioni pietose, non esce neppure più di casa, vergognandosi del proprio stato, fino a che non giunge il colpo del definitivo ko sotto forma di un cancro alla prostata con conseguente operazione e cicli di chemioterapia e radioterapia che lo costringono a vivere, se così si può dire, su di una sedia a rotelle, dimostrando quasi il doppio dei suoi anni sino a che, poco prima dello scoccare della mezzanotte del 18 settembre 2002 – a tre mesi dal compimento dei 60 anni – complicazioni ad una polmonite se lo portano via, in una stanza dello “Shands Hospital” di Jacksonville, solo e dimenticato da tutti.

E così, come talmente veloce e piena di gloria era stata la vita da atleta, altrettanto veloce, ma costellata di sole amarezze, si consuma la successiva esistenza di “Bullet Bob” Hayes, il più grande (forse, tra i più grandi, di sicuro) velocista di ogni epoca.

GHADA SHOUAA, LA RAGAZZA UNICO ORO OLIMPICO SIRIANO NELLA STORIA DEI GIOCHI

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Ghada Shouaa sul podio olimpico di Atlanta 1996 – da gettyomages.com

articolo di Giovanni Manenti

La sempre più marcata “globalizzazione” nel Mondo dello Sport, che porta a cimentarsi, nonché ad emergere, nelle varie discipline anche atleti di Nazioni sino a poche decine di anni fa assolutamente sconosciute a tali livelli nel Panorama Internazionale, porta, curiosamente, alla propria sublimazione in occasione dei “Giochi del Centenario” svoltisi ad Atlanta ’96, quando ben 10 Paesi possono festeggiare contemporaneamente la ricorrenza con il loro primo Oro nella Storia delle Olimpiadi, una circostanza che, ne siamo certi, avrà reso orgoglioso colui che avrà avuto modo di ammirarla dall’alto dei Cieli, vale a dire il Barone Pierre de Coubertin, il quale ebbe l’idea di riproporre, un secolo prima, i fasti delle Olimpiadi dell’antica Grecia.

E se, in parte, questo è dovuto alla disgregazione dell’impero sovietico – colgono difatti il loro primo Oro atleti di Bielorussia ed Armenia, che in precedenza avrebbero fatto parte della selezione dell’ex Urss – e stesso discorso vale per la Croazia, dapprima legata alla ex Jugoslavia, così come per la Slovacchia, resasi indipendente dalla originaria Cecoslovacchia, per le altre sei Nazioni si tratta di un esordio assoluto che nulla ha a vedere con situazioni politiche interne.

Non vi sono dubbi, quando si parla di “globalizzazione”, nell’ambito sportivo, che la disciplina che più di ogni altre abbraccia tale termine sia l’Atletica Leggera e, difatti, tre delle citate sei “new entry” provengono da essa, con l’ecuadoregno Jefferson Perez ad affermarsi nei 20km. di marcia ed il rappresentante del Burundi, Venuste Niyongabo, ad avere la meglio sul keniano Bitok precedendolo in volata nella Finale sui m.5000, mentre la più clamorosa, soprattutto per il Paese da cui proviene ed il sesso femminile, è quella che si aggiudica la 23enne siriana Ghada Shouaa nella prova dell’Eptathlon.

Prima di allora, infatti, la Siria era salita sul podio solo a Los Angeles ’84 – evidentemente il suolo americano le porta fortuna – grazie al lottatore Jospeh Atiyeh, argento nella Lotta Libera, categoria sino a 100kg., e non occorre certo stare a dilungarsi circa le difficoltà che le ragazze trovano nel praticare Sport nei Paesi di religione musulmana, prova ne sia che la Shouaa è anche l’unica donna a rappresentare il suo Paese ai Giochi, tant’è che potrebbe pure vantarsi di aver ottenuto una percentuale di vittoria pari al 100% …!!

Nata il 10 settembre 1973 a Mahardah, un piccolo centro di poco più di 17mila abitanti nel Governorato di Hama, sin dalla più giovane età Ghada dimostra di avere dimestichezza con più specialità dell’Atletica Leggera, presentandosi, non ancora 18enne, all’appuntamento dei Mondiali di Tokyo ’91, dove paga dazio all’inesperienza con il piazzamento al 24esimo posto con 5.066 punti, oltre 1600 di distacco dalla vincitrice, la tedesca Sabine Braun, ma intanto “il ghiaccio era rotto”.

Un indubbio vantaggio per la Shouaa, è quello di potersi “allenare vincendo” nelle competizioni di minor livello competitivo, quali i “Campionati Asiatici” che la vedono, nello stesso anno, conquistare l’argento già migliorandosi a 5.425 punti dietro alla cinese Zhu Yuqing, mentre ai “Campionati Arabi” ha modo di affinare le proprie prestazioni nelle singole specialità, aggiudicandosi l’Oro nel Salto in Alto, Salto in Lungo e Lancio del Giavellotto.

Un allenamento che sembra non portare i frutti sperati quando, alla sua seconda partecipazione olimpica ai Giochi di Barcellona ’92, non migliora il risultato dei Mondiali dell’anno precedente, classificandosi 25esima con 5.278 punti, ma tale esito non deve trarre in inganno in quanto tale prestazione è condizionata da un infortunio subito durante la gara, pur se la Campionessa Olimpica, l’americana Jackie Joyner, che bissa il titolo di Seul di quattro anni prima, resta “di un altro Pianeta” dall’alto dei suoi 7.044 punti …

Progressi che, viceversa, si verificano in occasione dei Giochi del Mediterraneo di Narbonne ’93, dove l’atleta siriana si lascia alle spalle il “Tabù dei 6mila punti”, conquistando l’Argento alle spalle della francese Nathalie Teppe con 6.168 punti e, nonostante non concluda l’Eptathlon ai Mondiali di Stoccarda ’93, ritirandosi dopo la gara del Getto del Peso, sfrutta al meglio l’occasione presentatale dai “Campionati Arabi” che si svolgono nel suo Paese, a Latakia, affermandosi in ben cinque diverse specialità (tutte, ovviamente, facenti parte delle prove della gara multipla), vale a dire 800m., 100hs, Salto in Alto, Salto in Lungo e Lancio del Giavellotto, per poi cogliere, ad inizio dicembre, il suo primo Oro di una certa importanza, facendo sua la gara ai “Campionati Asiatici” di Manila ’93, migliorandosi ancora con 6.259 punti.

Oramai la giovane siriana è pronta a competere ai più alti livelli internazionali e, dopo essere giunta terza, alle spalle della Joyner e della russa Larisa Turchinskaya ai “Goodwill Games” di San Pietroburgo ’94 con 6.361 punti ed essersi confermata leader ai “Giochi Asiatici” di Hiroshima ’94 con in pratica lo stesso punteggio (6.360 in totale, uno solo di scarto rispetto ai “Giochi della Buona Volontà”), può affrontare con la giusta convinzione il suo “Biennio d’Oro” che la pone ai vertici assoluti della specialità.

Dapprima riceve una fondamentale iniezione di autostima realizzando il suo “Personal Best” al Meeting di Gotzis, in Austria, con ben 6.715 punti, uno score con cui poter quantomeno ambire al podio in vista dei successivi Mondiali di inizio agosto ’95 in programma a Goteborg dove, indubbiamente favorita dall’assenza della Joyner e dal ritiro per infortunio, dopo la sola seconda prova del Salto in Alto, della tedesca Braun, altra grandissima protagonista della specialità, la Shouaa non si lascia sfuggire l’occasione di salire su gradino più alto del podio totalizzando 6.651 punti, quasi 100 in più della russa Svetlana Moskalets, Argento a quota 6.575.

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Shouaa nel giavellotto ai Mondiali di Göteborg ’95 – da gettyimages.fi

Saper approfittare delle circostanze favorevoli è un evento che non tutte sanno cogliere, ma l’atleta siriana, consapevole che non sempre potrà beneficiare degli aiuti della “Dea bendata”, non si culla sugli allori, e, già a fine dello stesso mese di agosto, si presenta ai “Campionati Arabi del Cairo per collezionare il suo terzo Oro consecutivo nei concorsi, vale a dire Salto in Alto (m.1,80 rispetto all’1,75 del ’93), Salto in Lungo (m.6,64 migliore di oltre 30cm. del 6,30 realizzato a Goteborg) e Lancio del Giavellotto (m.53,72 rispetto ai 50,54 di due anni prima).

Insomma, una professionista a tutto tondo, la quale sa bene che, se vuole coronare il sogni di mettersi al collo l’Oro olimpico non deve trascurare alcun particolare, dato che il titolo iridato conquistato in Svezia la pone, come logico, nel ristretto lotto di favorite ai Giochi di Atlanta ’96, appuntamento al quale giunge dopo essersi nuovamente affermata, il 26 maggio ’96, al Meeting di Gotzis dove, senza la pressione della grande Manifestazione Internazionale, migliora ancora il suo primato personale, portandolo a sfiorare la barriera dei 7mila punti, con un totale di 6.942 che, oltre a rappresentare il relativo Record Asiatico, è tuttora la settima miglior prestazione “All Time”.

Ai blocchi di partenza della prima gara in programma, le maggiori insidie giungono, oltre che dalla oramai 34enne veterana e più volte ricordata Joyner, alla sua quarta partecipazione olimpica, e dall’ungherese Inancsi, Bronzo iridato, dalla rappresentante della Sierra Leone, Eunice Barber, quarta a Göteborg e che in seguito gareggerà sotto i colori della Francia, dalla britannica Denise Lewis, Oro ai “Commonwealth Games” ’94, e dalla polacca Wlodarczyk, mentre desta curiosità la presenza della bielorussa Natalia Sazanovich, Campionessa Mondiale Juniores a Seul ’92.

Ancora una volta, un piccolo aiutino giunge alla Shouaa dall’infortunio al tendine rotuleo del ginocchio destro che affligge la Joyner, la quale, dopo aver realizzato in 13″24 il miglior tempo sui 100hs., si ritira dalla competizione, mandando così in frantumi il sogno di poter conquistare il terzo titolo consecutivo, ma, per il resto, la siriana domina la gara a suo piacimento, stabilendo, nella prima giornata anche i primati nazionali assoluti sui 100hs (13″72) e Getto del Peso (m.15,95), chiusa con 3.992 punti, ben 112 di vantaggio sulla polacca Wlodarczyk e 136 sulla Sazanovich.

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Shouaa festeggia il m.1,86 nel salto in alto – da gettyimages.fi

Le tre ultime gare della seconda giornata, la vedono penalizzata da un modesto 6,26 nel Salto in Lungo (mentre a Gotzis era atterrata a ben m.6,77 …) che le costa la “rincorsa” ai 7.000 punti, per poi comunque rifarsi con un’eccellente misura di m.55,70 nel Lancio del Giavellotto (anch’esso Record Nazionale) e quindi concludere in bellezza sugli 800 metri, coperti in 2’15″43 per un punteggio totale di 6.780 punti, seconda miglior prestazione personale assoluta, mentre alle sue spalle la polacca Wlodarczyk non riesce, nonostante un ottimo 800 metri, a recuperare, per soli cinque punti, il Podio perso dopo Lungo e Giavellotto, dovendosi accontentare della quarta piazza dietro alla Sazanovich ed alla britannica Lewis – che conquista il Bronzo grazie ai m.54,82 raggiunti nel Giavellotto – che concludono le rispettive fatiche con 6.589 e 6.489 punti.

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L’arrivo dei m.800 e l’oro olimpico – da gettyimages.it

Con il legittimo orgoglio, non solo di essere la prima atleta di entrambi i sessi a conquistare un Oro Olimpico per il proprio Paese, ma di figurare altresì al primo posto del Ranking Mondiale della prestigiosa rivista americana “Track & Field News” per due anni consecutivi nel 1995 e ’96, Shouaa ha un debito da pagare verso la buona sorte che, puntualmente, reclama e riscuote con due stagioni costellate da una serie di infortuni che non le consentono di gareggiare ad alto livello, salvo poi dare un’ennesima dimostrazione della propria volontà di non arrendersi mai – caratteristica senza la quale non avrebbe mai e poi mai potuto emergere in una situazione ambientale non certo favorevole per la pratica sportiva nelle Nazioni arabe – allorquando si ripresenta in gara ai Mondiali di Siviglia ’99, riuscendo ad inserirsi nella lotta tra la divenuta francese Barber, la britannica Lewis e la veterana 34enne Braun, precedendo quest’ultima per salire sul gradino più basso del podio con 6.500 punti (e la miglior prestazione nel Lancio del Giavellotto con m.54,82), mentre la vittoria arride alla Barber con 6.861 punti davanti alla Lewis, che si ferma a quota 6.724.

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Il saluto di Shouaa con il bronzo mondiale di Siviglia ’99 – da gettyimages.it

Ci sarebbe, in verità, anche da difendere il titolo olimpico ai Giochi di Sydney 2000, un appuntamento al quale lo smisurato orgoglio dell’atleta siriana non intende rinunciare, e difatti si presenta, pur avendo sofferto di nuovi infortuni nel corso della stagione, ma non si può pretendere troppo dal proprio fisico, e già durante la prima gara dei 100hs la Shouaa è costretta ad abbandonare per poi porre fine alla propria attività agonistica.

Ed ancor oggi, a distanza di oltre 20 anni dall’impresa di Atlanta ’96, se viene data un’occhiata al “Medagliere Complessivo dei Giochi”, alla casella Siria troverete una sola Medaglia d’Oro, la quale è frutto della caparbietà di una giovane ragazza che ha saputo vincere tutte le resistenze interne dovute alla propria condizione di genere, visto che, nelle edizioni successive dei Giochi, solo alle Olimpiadi di Londra ’12 la spedizione siriana ha visto la presenza di ben 4 ragazze, mentre sino ad allora non più di una veniva selezionata.

 

LE MILLE VITE DEL DECATLETA BOB MATHIAS, BICAMPIONE OLIMPICO

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Robert “Bob” Mathias – da dailydsports.com

articolo di Giovanni Manenti

Che sia la disciplina in cui un atleta deve dimostrare la sua capacità di primeggiare nelle diverse specialità dell’atletica leggera, oppure – come sostengono i suoi detrattori – la gara riservata a coloro che non riescono ad eccellere in alcuna di esse, in ogni caso il decathlon rappresenta una delle prove più affascinanti del programma olimpico o mondiale, con i concorrenti a darsi leale battaglia, fianco a fianco, per una due giorni che non conosce soste.

Questa particolarità, fa anche sì che a tale disciplina ci si avvicini in età non giovanissima, magari dopo aver sperimentato – con più o meno successo – la possibilità di emergere in una singola specialità, nonché per il fatto che acquisire dimestichezza con corse, salti e lanci, richiede, per quanto ovvio, un certo periodo di adeguato allenamento.

Fa quindi abbastanza scalpore che a Londra, in occasione dei primi Giochi Olimpici del Secondo Dopoguerra, si presenti, quale componente del terzetto di atleti americani iscritto alla citata Prova Multipla, un ragazzo non ancora 18enne, ma con in mano il biglietto da visita costituito dall’essersi aggiudicato, con 7.222 punti, la gara ai famigerati Trials Usa, svoltisi a Evanston, nell’Illinois, il 26 e 27 giugno 1948.

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Un giovanissimo Mathias ai tempi della High School – da gettyimages.it

Questo “fenomeno” risponde al nome di Robert “Bob” Mathias, nato a Tulare, in California a metà novembre 1930, il quale frequenta la “Tulare Union High School” (l’equivalente del nostro Liceo) avendo, tra l’altro, come compagno di corso Sam Iness – il quale, a propria volta, salirà sul gradino più alto di un podio olimpico in occasione dei Giochi di Helsinki ’52 nella specialità del Lancio del Disco – e viene instradato verso il Decathlon dal lungimirante coach Virgil Jackson, che ne intravede le grandi potenzialità.

E pertanto, dopo aver brillantemente conseguito il diploma e, come detto, essersi aggiudicato la selezione per le Olimpiadi dopo appena tre mesi di apprendistato nella specialità, il “ragazzino” (per l’età, non certo per il fisico, dato che porta in dote m.1,90 per 92kg.) sbarca per la prima volta in Europa con l’incoscienza tipica della sua gioventù, pur senza trascurare il fatto che gli eventi bellici avevano, purtroppo, in parte scremato il lotto dei partecipanti.

Mathias si presenta così sulla pista e le pedane dello “Empire Stadium” di Wembley assieme ai connazionali Floyd Simmons ed Irving Mondschein (di 7 e 6 anni rispettivamente maggiori di lui) la mattina del 5 agosto 1948 per la prima delle sue dieci fatiche, vale a dire i 100 metri, dimostrando sin dalle prime gare di non aver nessun timore reverenziale verso atleti di maggior esperienza, anche se proprio questa mancanza di competitività nelle grandi competizioni, determina un curioso caso.

Ciò avviene nella terza prova, quella del peso, in cui Mathias getta l’attrezzo oltre i “24 piedi” (m.13,70 secondo la conversione dalle misure inglesi), solo per vedersi considerare il lancio nullo essendo uscito dalla pedana dal davanti, cosa proibita all’epoca, ma della quale nessuno lo aveva avvisato, circostanza che gli costa circa 70 punti, dal momento che il suo miglior lancio valido viene misurato in m.13,04 che gli valgono appena 719 punti.

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Mathis nel salto in alto a Londra ’48 – da gettyimages.it

Un incidente di percorso comunque importante ai fini della Classifica, visto che, a conclusione della prima giornata, la stessa è capeggiata dal francese Ignace Heinrich con p.3.907, seguito dal Campione sudamericano, l’argentino Enrique Kistenmacher a quota 3.897 – il quale sconta una contro prestazione nel salto in alto, dopo essere stato il migliore del lotto sui 100 e 400 metri, nonché nel Salto in Lungo – con Mathias terzo con 3.848 punti, appena 14 in più del connazionale Simmonds.

Ed ecco che il non ancora 18enne dell’Illinois dà prova anche di una notevole maturità mentale per la sua età, non scoraggiandosi ed, anzi, dando il meglio di sé nelle tre prime prove del giorno dopo, correndo in 15”7 i 110hs, lanciando il Disco a m.7,69 e, soprattutto, saltando m.3,50 con l’Asta, il che lo porta, a sole due gare dal termine, in testa alla Classifica provvisoria con p.6.127 precedendo Heinrich e Kistenmacher (rispettivamente a quota 6.054 e 5.952), i quali pagano il risultato di m.3,20 nell’asta ottenuto da entrambi, mentre Simmonds si trova in quarta posizione con 5.891 punti.

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Mathias nel disco a Londra ’48 – da gettyimages.it

Un vantaggio che si dilata dopo il Lancio del Giavellotto, che Mathias scaglia a m.50,32 rispetto ai 45,06 dell’argentino ed ai 40,98 del francese – mentre la misura di m.51,99 ottenuta da Simmonds consente a quest’ultimo di rientrare nel giro medaglie – creando così un margine incolmabile, pur se l’ultima gara sui m.1500m. vede un Mathias esausto coprire la distanza in 5’11”0 a confronto del 4’43”8 di Heinrich che serve al francese unicamente per tenere a bada il ritorno dell’altro americano, concludendo le sue fatiche con 6.974 punti, 24 in più di Simmonds, Bronzo, ma distante dalla quota di 7.139 con cui il giovane americano si aggiudica la medaglia d’Oro, unico nella Storia dei Giochi a laurearsi Campione Olimpico in età inferiore ai 20 anni, addirittura a 18 non ancora compiuti.

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Heinrich, Simmonds e Mathias, il podio di Londra ’48 – da gettyinages.it

Per Mathias, al ritorno negli Stati Uniti, i festeggiamenti si sprecano, venendo insignito del prestigioso riconoscimento del “James E, Sullivan Award”, che ogni anno premia il miglior atleta dilettante americano tra tutte le discipline sportive, mentre il sindaco di Tulare, sua città natale, un centro di meno di 60mila abitanti, lo celebra con la simbolica consegna delle chiavi della città, ma una scelta importante si impone, vale a dire quella universitaria, ed il giovane opta per la “Stanford University”, College ai vertici sia a livello di studi che di preparazione sportiva.

E non si può certo dire che l’attività al College non contribuisca alle sue fortune, visto che Mathias conferma il titolo ai Campionati Nazionali AAU nel 1949 e nel ’50, anno in cui si aggiudica la prova con p.8.042, primo atleta a superare la barriera degli 8mila punti, pur se di lì a poco la tabella di conversione viene modificata, abbassando i punteggi di alcune singole prove, per poi distinguersi anche nel Football (quello con la palla ovale, ovviamente …) ed avendo altresì l’opportunità di trascorrere l’estate del 1951 al campo di allenamento del Corpo dei Marines degli Stati Uniti a San Diego, in California.

Ma un appuntamento a cui non poter assolutamente mancare lo attende, vale a dire la difesa del titolo olimpico ai Giochi di Helsinki ’52, ai quali si presenta con una prova di schiacciante superiorità ai Trials di Los Angeles in cui realizza il record mondiale di 7.829 punti con la nuova tabella, con un imbarazzante vantaggio di quasi 800 punti sul secondo classificato, così potendo sbarcare nuovamente sul Continente europeo nella veste di gran favorito per il bis a cinque cerchi.

La raggiunta maturità, la migliore metodologia di allenamento e la piena consapevolezza delle proprie capacità, fanno sì che la due giorni finlandese si trasformi per Mathias in una sorta di passerella d’onore, nel corso della quale prende la testa dopo la terza prova, il getto del peso (in cui scaglia l’attrezzo a m.15,30 rispetto alla seconda miglior misura, del connazionale Milton Campbell, di m.13,89) per non lasciarla più, realizzando anche la miglior prestazione sui 400 metri, gara di conclusione della prima giornata, al termine della quale il vantaggio in Classifica (4.367 punti a fronte dei 4.111 del citato Campbell, mentre i suoi compagni di podio di Londra, Simmonds ed Heinrich, seguono a quota 3.924 e 3.855 rispettivamente) è già di per sé eloquente, restando ora solo da valutare se il 21enne dell’Illinois riuscirà a meno a migliorare il suo stesso Record Mondiale nel corso della seconda giornata.

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Mathias all’arrivo dei 100 metri ad Helsinki ’52 – da gettyimages.it

Dubbi che iniziano a svanire con il 14”7 di Mathias sui 110hs (peggiore solo del 14”5 di Campbell), per poi dileguarsi del tutto quando fa atterrare il Disco a m.46,89 e valica l’asticella a m.4,00 nel Salto con l’Asta, e quindi risultare il migliore del lotto anche nel Lancio del Giavellotto, con l’attrezzo che sfiora la fettuccia dei 60 metri, conficcandosi nel terreno a m.59,21, dovendo però dare il meglio di sé nella massacrante ultima prova sui 1500 metri non certo per la conferma del titolo olimpico, bensì per l’attacco al Record Mondiale, impresa riuscita grazie al 4’50”8 con cui taglia il traguardo e che, ad onta del modesto contributo di appena 328 punti, consente di raggiungere il totale di p.7.887, con un vantaggio abissale nei confronti dei connazionali Campbell e Simmonds, i quali completano il podio – il francese Heinrich abbandona la gara per infortunio dopo i 110hs – ma con i rispettivi punteggi di 6.975 e 6.788, un distacco quanto meno imbarazzante a confronto delle prestazioni di Mathias.

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Mathias nel giavellotto ad Helsinki – da gettyimages.it

E se, con la conferma dell’Oro Olimpico (primo atleta nella Storia dei Giochi a riuscirvi, un exploit in seguito eguagliato dal britannico Daley Thompson e dal connazionale Ashton Eaton) ed il successivo conseguimento della Laurea in Pedagogia a Stanford, si chiude un primo capitolo della non certo monotona vita di Mathias – da rilevare come i ricordati 7.887 punti realizzati ad Helsinki rimangano il Record del College della California per ben 63 anni, prima di essere superati solo nel 2015 – altri se ne stanno per aprire, quasi che lo stesso intendesse applicare alla realtà quotidiana quanto sperimentato nell’ambito sportivo, vale a dire il fatto di potersi cimentare in più campi ed in diversi ruoli.

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Campbell e Simmonds festeggiano Mathias dopo il bis di Helsinki ’52 – da gettyimages.it

Dapprima, difatti, ribadisce la sua predilezione per le Forze Armate prestando servizio per due anni e mezzo nel Corpo dei Marines, da cui si congeda con il grado di Capitano, convolando a nozze con la sua Melba (dalla quale avrà tre figlie, Romel, Megan e Marissa), per poi gestire la celebrità acquisita apparendo, assieme alla consorte, nel film documentario “The Bob Mathias Story” (’54) e quindi venire sfruttato dal Governo degli Stati Uniti come “Ambasciatore di Buona Volontà” in giro per il Mondo, visitando nel biennio 1954-’56 più di 40 Stati,

Il suo fisico scultoreo, ancora nel pieno del vigore atletico dati i suoi appena 26 anni, unito ad una indubbia gradevolezza estetica, fanno sì che anche ad Hollywood pensino a lui – come già avvenuto per il celebre nuotatore degli anni ’20, Johnny Weissmuller, mirabile interprete di “Tarzan, il Re della Giungla” – e Mathias, lo avrete capito, non è certo il tipo da farsi sfuggire sempre nuove esperienze, così recitando in tre film di carattere storico, in cui riveste il ruolo del capitano Phil Gates in “China Doll – La Bambola cinese” (’58, in cui recita assieme a Victor Mature e Li Li-Hua), interpreta Teseo, al fianco della nostra Rosanna Schiaffino (nel ruolo di Arianna) in “Minotaur, the Wild Beast of Crete – Minotauro, il Mostro di Creta” (’60) ed, infine, svolge la parte del coach Graham in “It Happened in Athens – Accadde in Atene” (’62), pellicola che narra della prima edizione dei Giochi Olimpici dell’Era Moderna, svoltisi nel 1896 nella Capitale greca.

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Rosanna Schiaffino e Mathias ne “Il minotauro” – da movpins.com

Non vi è Paese al Mondo in grado di saper sfruttare meglio la popolarità di una persona degli Stati Uniti e, pertanto, dopo lo Spettacolo, ecco che anche la Politica si interessa ad un così noto e benvoluto personaggio, offrendo a Mathias la possibilità di candidarsi nel Partito Repubblicano, iniziativa che gli consente di essere eletto senza alcuna difficoltà per quattro mandati consecutivi, dal 1967 al ’75, presso la “Camera dei rappresentanti” degli Stati Uniti (la nostra Camera dei Deputati), fallendo una quinta rielezione nel ’74, anno in cui la Federazione di Atletica Usa lo inserisce nella propria “Hall of Fame”.

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Mathias nella sua attività politica – da gettyimages.it

Avvicinandosi alla soglia dei 50 anni, Mathias, dopo aver divorziato dalla moglie Melba, a seguito della nascita del figlio Reiner da una relazione extra conugale, ed esser convolato a nuove nozze con Gwendolyn, abbandonata la politica, fa ritorno al primo amore, assumendo l’incarico di primo Direttore del neo costituito “US Olympic Training Centers”, con tre luoghi di allenamento posti a Colorando Springs, Lake Placid e Chula Vista, mansione che svolge dal 1977 (anno in cui lo Stadio della sua città natale, Tulare, gli viene intestato) sino al 1983.

Finalmente, la vita quotidiana di Mathias si veste di ritmi più lenti, ricoprendo dal 1983 esclusivamente l’incarico di Direttore esecutivo della “National Fitness Foundation”, circostanza che gli consente di godere la vita tornando a risiedere nella Central Valley, nella Contea di Fresno, dove però lo raggiunge la notizia, nel ’96, relativa alla presenza di un tumore alla gola, proprio nell’anno in cui il suo compagno di Liceo, Sam Iness, con il quale aveva condiviso la Gloria Olimpica ad Helsinki, muore all’età di 66 anni.

La volontà di tenace combattente non abbandona Mathias neppure nell’affrontare la malattia, aiutato anche dall’affetto dei suoi concittadini che nel ’98, in occasione del 50esimo Anniversari della sua prima vittoria olimpica di Londra ’48, organizzano una festa in suo onore, alla quale partecipano oltre 300 persone provenienti da ogni parte dello Stato, con altresì la presenza di altri medagliati olimpici quali Sammy Lee, Bill, Toomey, Dave Johnson, Pate McCormick, non potendo inoltre mancare Dolores, la vedova del suo grande amico San Iness.

La battaglia contro il cancro lo vede sconfitto il 2 settembre 2006, a pochi mesi dal compimento dei 76 anni, e solo nel 2014 la IAAF, bontà sua, decide di inserire Mathias nella propria “Hall of Fame”, secondo noi con colpevole ritardo, e voi che ne pensate?

IL FANTASTICO “TRIS AZZURRO” AGLI EUROPEI DI STOCCARDA’86

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Il podio tricolore dei 10mila a Stoccarda 1986 – da atletidisagiati.it

articolo di Giovanni Manenti

Se ai ragazzi nati a cavallo del nuovo millennio – e che ora hanno già raggiunto o stanno per raggiungere la maggiore età – si parlasse di un’Italia in grado di dominare in Europa e farsi altresì ben valere a livello mondiale in atletica leggera nella specialità del mezzofondo, i più educati ed eruditi potrebbero risponderti con i versi finali della celebre canzone “Il Vecchio ed il Bambino” del Prof. Francesco Guccini, vale a dire “mi piaccion le fiabe, raccontane altre …”.

Ed invece, proprio come in ogni favola che si rispetti e che i nonni, almeno un tempo, raccontavano ai nipotini, l’incipit è proprio quello di “c’era una volta”, perché sì, è tutto vero, una trentina di anni fa, gli anni ’80 hanno visto gli atleti azzurri primeggiare nel mezzofondo prolungato (siepi comprese) e sino alla Maratona.

Dopo i primi sintomi di risveglio del decennio precedente, peraltro circoscritti al solo perimetro continentale, caratterizzati dagli exploit dei vari Franco Arese, Giuseppe Cindolo, Mariano Scartezzini sulle siepi e la meteora Venanzio Ortis – capace comunque di conquistare l’Oro sui 5 e l’Argento sui 10mila metri agli Europei di Praga ’78 – inizia per la nostra Atletica il periodo delle “vacche grasse”, che si traduce in pista nelle imprese del “ragioniere” Alberto Cova, cui fanno degna cornice le prove di Salvatore Antibo e Stefano Mei sulle corse piane, mentre Francesco Panetta ed Alessandro Lambruschini si affermano sulle siepi, per poi finire alla strada con il trio di maratoneti composto dai leggendari Gelindo Bordin, Gianni Poli ed Orlando Pizzolato.

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Il vittorioso arrivo di Ortis sui 5000 a Praga 1978 – da wordpress.com

Una sfilza di nomi che ai più maturi ed appassionati di Atletica Leggera siamo convinti stano facendo venire gli occhi lucidi, e già che siamo in tema di ricordi e commozione, andiamo a celebrare quella “storica” impresa che non ha eguali nel panorama nostrano ed andata in scena in occasione dei Campionati Europei di Stoccarda 1986 dove in una gara l’intero podio è monopolizzato dai colori bianco, rosso e verdi.

Prima di allora, difatti, mai l’Italia era riuscita, nelle prove su pista, a portare due suoi rappresentanti sul podio, mentre, per quanto attiene alle specialità in pedana, la favolosa coppia formata dai discoboli Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi aveva fatto sì che i due conquistassero rispettivamente l’Oro e l’Argento in ben tre edizioni consecutive della rassegna continentale, le prime dalla ripresa dell’attività dopo la Seconda Guerra Mondiale, vale a dire Oslo ’46, Bruxelles ’50 e Berna ’54, ma si sta parlando della notte dei tempi.

Ma torniamo alla nostra “favola divenuta realtà” del mezzofondo azzurro, che ha come palcoscenico, come ricordato, Stoccarda – ed in particolare il “Neckarstadion”, così denominato poiché sorge a poca distanza dal fiume Neckar che attraversa la città, e che ospita anche gli incontri di calcio della squadra locale – e come data il 26 agosto 1986, giorno di apertura dei Campionati Europei ed il cui programma, come al solito, prevede i 10mila metri quale prima Finale in pista.

Gara unica, senza eliminatorie, in cui l’Italia cala il suo “tris d’assi” composto dai già citati Cova, Mei ed Antibo, i quali si presentano sulla linea di partenza sicuramente facenti parte del ristretto lotto dei favoriti, unitamente all’eterno rivale di Cova, vale a dire il finnico Martti Vainio (il quale è chiamato altresì a riscattarsi dopo la squalifica per doping subita alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove era giunto al traguardo alle spalle di Cova), il portoghese Domingos Castro, l’irlandese John Treacy (argento olimpico sulla Maratona) e la consueta pattuglia britannica, capace sempre di ben figurare.

L’alfiere azzurro non può che essere Alberto Cova, il “ragioniere” classe 1958 che predilige le vittorie ai tempi, acuto lettore di ogni situazione in gara e che presenta, come biglietto da visita, il “tris di successi” consecutivi sulla distanza, che lo ha visto, in rapida successione, trionfare agli Europei ’82 di Atene in 27’41”03 ed ai Mondiali di Helsinki ‘83 in 28’01”04 precedendo, in entrambi i casi, il tedesco orientale Werner Schildhauer, per poi completare l’opera con l’Oro olimpico dei Giochi di Los Angeles ’84 in 27’47”54, affermazioni a cui Cova aggiunge la “doppietta” sui 5 e 10mila metri in Coppa Europa a Mosca ’85, circostanza che gli consente di chiudere al quarto posto sui 5mila ed al secondo quarto sui 10mila metri nel Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, a testimonianza della volontà di confermare il titolo di quattro anni prima ad Atene.

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Il trionfo di Cova sui 10mila ai Mondiali di Helsinki 1983 – da postpopuli.it

A fargli da scudieri, il siciliano Salvatore “Totò” Antibo, di quattro anni più giovane, già compagno di avventura alle Olimpiadi californiane, in cui viene beffato per soli 0”04 centesimi (28’06”46 a 28’06”50) dal keniano Musyoki nella volata apparentemente per il quarto posto, ma che avrebbe viceversa valso il Bronzo per la successiva squalifica di Vainio, giunto secondo, risultato positivo all’esame antidoping, ed il più giovane del gruppo, vale a dire lo spezzino Stefano Mei, classe 1963, proveniente dal mezzofondo veloce ed alla sua prima gara sui 10.000 in una grande Manifestazione Internazionale, avendo sinora dato il meglio di sé sui 1500 ed i 5000 metri, prova, quest’ultima, che lo aveva visto giungere secondo in 14’05”99 alle spalle dell’americano Doug Padilla, quale rappresentante dell’Europa nella quarta Edizione della Coppa del Mondo, svoltasi a Canberra ad inizio ottobre ’85.

Alla partenza si presentano in 24 atleti e, come da copione, l’incarico di sgretolare il lotto dei concorrenti lungo i 25 giri della pista se lo assume il lungo e dinoccolato (m.1,92 per 74kg.) finlandese Vainio, pur non imprimendo alla gara un ritmo particolarmente elevato, prova ne sia che, a soli due giri dalla conclusione, è ancora al comando un gruppetto composto da otto atleti – oltre al citato finnico ed ai nostri tre rappresentanti, vi sono pure il portoghese Domingos Castro, l’irlandese Treacy, il francese Prianon ed il “carneade” svedese Mats Erixon, con un personale di 27’56”56 sulla distanza risalente a quattro anni prima – e tocca ad Antibo incaricarsi di dare una “scrollata” alla gara ad 800 metri dal termine.

L’iniziativa del 26enne di Altofonte dà i suoi frutti, con Cova e Mei a seguirlo in tale iniziativa, mentre Vainio perde progressivamente terreno ed il solo Domingos, dei gemelli portoghesi Castro (partecipa alla prova anche Dionisio, che conclude all’11esimo posto …), è in grado di rispondere all’accelerazione dei tre azzurri, ed al suono della campana dell’ultimo giro vi è da decidere chi del quartetto di testa resterà escluso dal podio, con Vainio oramai fuori dai giochi e superato anche da Treacy ed Erixon ed il transalpino Prianon irrimediabilmente attardato.

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Il trio azzurro all’attacco – da thegreatdistancerunners.de

Cova prende la testa, seguito da Mei che lo affianca a metà del rettilineo di fronte, per un attimo i due si guardano prima che sia lo spezzino – il quale, provenendo dal mezzofondo veloce, ha uno spunto migliore di quello del compagno – a prendere decisamente l’iniziativa con un allungo al quale il Campione in carica cerca di resistere, provando ad attaccarlo all’uscita dell’ultima curva per poi arrendersi al successivo cambio di ritmo di Mei che va a trionfare in 27’56”79 davanti a Cova che si accontenta, per una volta, dell’Argento, e che, cavallerescamente, applaude all’impresa dell’amico/rivale appena superata la linea del traguardo, mentre alle loro spalle la generosità di Antibo viene premiata con il Bronzo che va a completare l’en plein azzurro, con l’esausto Castro che viene superato proprio negli ultimi metri, dallo svedese Erixon che si porta a casa, con il quarto posto, il miglior risultato della sua carriera agonistica.

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L’arrivo di Mei a braccia alzate – da gettyimages.it

Primo Mei, secondo Cova e terzo Antibo, roba da non credere quando i nostri tre alfieri si presentano sul podio per la cerimonia di premiazione, un evento mai verificatosi e che, purtroppo, crediamo forse mai più si verificherà, e che serve anche da “apripista” per una edizione dei Campionati Europei in cui il nostro fondo e mezzofondo si consolida ai vertici continentali, con ancora gli Argenti di Panetta sui 3000 siepi e di Mei sui 5000 metri, stretto nella morsa dei britannici Jack Buckner, primo, e Tim Hutchings, terzo, e, soprattutto, la splendida doppietta nella Maratona, che vede Gelindo Bordin ed Orlando Pizzolato varcare assieme l’entrata del “Neckarstadion” per poi classificarsi nell’ordine, non senza ricordare l’impresa della emiliana Laura Fogli che si arrende solo rispetto alla specialista portoghese Rosa Mota nella Maratona femminile.

Eh, sì, davvero una bella favola, sulla cui scia la ricordata generazione prosegue ancora sino alla fine del decennio, per poi progressivamente spegnersi sino al nulla attuale – se si esclude il pisano Daniele Meucci ed altre maratonete al femminile – in ordine al quale siamo tutti ad interrogarci per cercare di capirne i motivi.

SAMUEL MATETE, E LA CACCIA ALL’EREDITA’ DI EDWIN MOSES

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Samuel Matete ai Mondiali di Tokyo 1991 – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel panorama sportivo, emerge un personaggio capace di dominare – solitamente per un periodo non inferiore ad un decennio – una singola disciplina o specialità, il raffronto che viene fatto dagli addetti ai lavori è su come detta attività venisse svolta prima dell’apparire sulla scena di un tale Campione (il caso del belga Eddy Merckx nel ciclismo, è emblematico al riguardo …), nonché sull’eredità che lo stesso ha lasciato ai futuri protagonisti.

E se il raffronto con il passato, in quanto tale, è abbastanza facile ed ovvio, sono i paragoni con i successivi atleti, chiamati a raccoglierne l’eredità, a creare aspettative intorno alla nascita di un nuovo “Fenomeno” e, per esemplificare il concetto, nulla è più facilmente comprensibile di quanto è accaduto nel Nuoto, Sport che ha compiuto un “fondamentale salto in avanti” ad inizio anni ’70 con l’avvento dell’americano Mark Spitz, e di come per decenni se ne sia ricercato l’erede sin quando sul panorama natatorio non è spuntata la stella di Michael Phelps.

Tali premesse per introdurre la storia odierna, relativa all’Atletica Leggera ed, in particolare, della specialità dei m.400 ad ostacoli, che hanno visto primeggiare tra metà degli anni ’70 ed il decennio successivo, una “Leggenda” che solo il recente giamaicano Usain Bolt nella velocità è stato in grado di eguagliare quanto a dominio assoluto, vale a dire l’americano Edwin Moses, capace di aggiudicarsi ben 122 gare consecutive (di cui 107 Finali) tra il 1977 ed il 1987.

E se, come detto, il raffronto con il passato è facile, essendosi Moses inserito in un contesto in cui la specialità già aveva fatto importanti progressi, con i record mondiali stabiliti in occasione delle rispettive rassegne olimpiche di Città del Messico ’68 (con il britannico David Hemery a coprire la distanza in 48”12) e della successiva di Monaco ’72, dove è, viceversa, l’ugandese John Akii-Bua a portarsi a casa Oro e primato, divenendo, con il tempo di 47”82, il primo uomo ad infrangere la barriera dei 48” netti, ben meno semplice è stabilire chi possa essere in grado di raccoglierne l’eredità, dato che il longilineo atleta dell’Ohio aveva anch’esso mantenuto la tradizione di migliorare il limite assoluto durante la Finale olimpica di Montreal ’76, correndo in 47”64, per poi migliorarlo altre tre volte, sino a sfiorare il muro dei 47” netti, aggiudicandosi la prova in 47”02 il 31 agosto ’83 al meeting di Coblenza.

Eppure, il destino aveva già fatto intuire che a raccogliere il testimone quale primattore della specialità dovesse essere uno dei numerosi americani capaci di cimentarsi ad alto livello sugli ostacoli bassi, oppure il cerchio si sarebbe chiuso con un altro atleta africano a circa 20 anni di distanza dall’impresa del citato Akii-Bua, come dimostrato dal passo d’addio di Moses in occasione dei Giochi di Seul ’88, unica Finale di una grande Manifestazione in cui deve accontentarsi del gradino più basso del podio, preceduto dal connazionale André Phillips e dal senegalese Amadou Dia Ba, i quali, con i rispettivi tempi di 47”19 (Record Olimpico) e 47”23 (Record Africano), avevano dimostrato di averne le possibilità, se non fosse stato per il fatto che entrambi andavano oramai per la trentina, così come il suo grande rivale di tante emozionanti sfide, il tedesco occidentale Harald Schmid, giunto settimo nella circostanza.

Poca rilevanza viene data, nella circostanza, alla prestazione del 22enne americano Kevin Young, classificatosi quarto alle spalle di Moses con 47”56, ed addirittura completamente ignorata la presenza nei turni eliminatori di un giovane dello Zambia, che viene eliminato essendo giunto non meglio che settimo in un modesto 51”06 nella seconda batteria, ed ha comunque modo di osservare da vicino il “divino” Moses, che si sta preparando per la serie successiva.

Questo africano poco più che 20enne, essendo nato il 27 luglio 1968 a Chingola, città ai confini tra lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo, altri non è che Samuel Matete, il quale sembra trarre profitto dalla visione del leggendario fuoriclasse americano, visto che l’anno successivo migliora per ben cinque volte il primato nazionale sino a scendere ad un più che discreto 48”67 il 20 giugno ’89, pur dovendo subire la delusione di concludere non meglio che quinto in 50”34 la sua prima importante Finale, in occasione dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90, in Nuova Zelanda, peraltro disputati nel mese di gennaio, in una gara che vede prevalere l’esperto inglese Kriss Akabusi in 48”89.

Matete ha comunque modo di rifarsi durante la stagione, abbassando per altre quattro volte il proprio limite sino a scendere per la prima volta sotto i 48” quando si aggiudica in 47”91 la Finale del “Grand Prix” ad Atene il 7 settembre ’90, circostanza che lo fa salire sino al secondo del Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, preceduto dall’americano Danny Harris.

Acquisita piena consapevolezza dei propri mezzi, Matete non è più uno sconosciuto quando si appresta ad affrontare il suo “Anno di Gloria” e della definitiva consacrazione, in cui – ad immagine e somiglianza del suo illustre predecessore – resta imbattuto in tutte e 20 le gare disputate, a cominciare dai remunerativi meeting europei che lo vedono imporsi in 47”87 a Monaco il 3 agosto ’91 e quindi, sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo, sfiorare il primato mondiale di Moses in occasione del classico appuntamento milionario del “Weltklasse”, dove trionfa appena quattro giorni dopo in una gara degna (se non di più) di una Finale olimpica, vista la presenza dei primi tre di Seul ’88 (Moses escluso, ovviamente) e del capofila stagionale Danny Harris.

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Samuel Matete – da elatleta.com

Ed invece è proprio Matete ad avere la meglio, rinvenendo sul rettilineo d’arrivo nei confronti dei due americani Harris ed Young che avevano condotto d’autorità la gara sino all’uscita dalla seconda curva e, con uno sprint di straordinaria bellezza, riesce a fermare i cronometri in 47”10, togliendo a Dia-Ba (anch’esso della partita …) il primato africano che ancora resiste a tutt’oggi anche come quarta miglior prestazione di sempre.

Con queste premesse, è sin troppo logico che Matete venga inserito nella stretta cerchia dei favoriti ai successivi Mondiali di Tokyo ’91 in programma a fine mese, pur se la pattuglia a “stelle e strisce”, composta da Harris, Young e Derrick Adkins, non è certo da sottovalutare, così come il britannico Akabusi ed il giamaicano Wintrop Graham, che lo avevano preceduto l’anno prima ad Auckland.

Con una tattica di gara diametralmente opposta a quanto fatto vedere tre settimane prima a Zurigo, nella Finale del 27 agosto ’91 Matete prende decisamente la testa sin dall’avvio, presentandosi in netto vantaggio sul rettilineo d’arrivo per poi avere la forza di resistere al tentativo di rimonta di Graham ed andare a conquistare la medaglia d’oro in 47”64 (curiosamente, lo stesso tempo realizzato da Moses in occasione della sua prima vittoria olimpica, a Montreal ’76), precedendo Graham ed Akabusi, con il trio americano inaspettatamente nelle posizioni di rincalzo, ed Young finito ancora una volta quarto in 48”01.

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Il trionfo di Matete ai Mondiali di Tokyo 1991 – da sporting-heroes.net

Sbalzato, per quanto ovvio, Harris dal primo posto del ranking mondiale di fine anno, Matete è ora atteso alla conferma in sede olimpica ai Giochi di Barcellona ’92 – dai quali resta escluso Adkins a causa della “spietata legge” dei Trials americani – anche se una tendinite ne limita le prestazioni nella prima parte della stagione, mentre, dall’altra parte dell’Oceano, sia Young (vincitore dei Trials in un convincente 47”89) che Graham affilano le armi per rendergli dura la vita.

E la composizione delle due semifinali vede proprio i tre protagonisti (con Young che giunge nel Capoluogo catalano da imbattuto in stagione ed avendo altresì sconfitto in tre occasioni proprio Matete nei meeting europei di luglio) inseriti nella seconda serie, con Graham ad imporsi di misura sull’americano (47”62 a 47”63), mentre l’ora 24enne rappresentante dello Zambia, qualificatosi per la Finale con il terzo tempo, si vede affiggere una controversia squalifica per invasione di corsia dopo aver urtato nell’ultimo ostacolo.

Una disdetta per Matete che, pur probabilmente incapace di competere per una medaglia a causa dei citati problemi fisici, è costretto ad ammirare dalle tribune l’impresa di Young che, nel più classico “Giorno dei Giorni”, corre la “gara perfettache si conclude con un impensabile riscontro cronometrico di 46”78, primo (e sinora unico …) uomo al mondo ad aver infranto la barriera dei 47” netti, con Graham ed Akabusi a ripetere il podio mondiale, pur se a debita distanza.

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Il trionfo di Young a Barcellona 1992 con il record di 46″78 – da gettyimages.fr

Ben magra soddisfazione, per il deluso atleta africano, la vittoria in Coppa del Mondo in 48”88 quale rappresentante del proprio continente, che gli consente quanto meno di risultare al terzo del Ranking mondiale di fine anno, dietro ad Young ed a Graham, potendo comunque contare sulle competizioni in programma nel successivo quadriennio (Mondiali, Commonwealth Games ed Olimpiadi) per cercare di prendersi la rivincita, ad iniziare dalla rassegna iridata di Stoccarda ’93.

Con Akabusi ritiratosi dopo Barcellona, Young, Graham e Matete sono gli indiscussi dominatori della specialità, pur vantando l’americano le maggiori credenziali, confermate da una striscia vincente di 25 vittorie consecutive prima di presentarsi in Europa e venire sconfitto una prima volta da Matete il 23 luglio a Londra, quindi da Graham al “Weltklasse” di Zurigo il 4 agosto, dove è terzo dietro anche allo zambiano, ed infine essere nuovamente superato, quattro giorni dopo a Monaco, dal 25enne africano, con Graham stavolta terzo.

E’ comunque impressione comune che il podio mondiale di Stoccarda sia già composto, manca solo da definirne l’ordine, e, come in occasione della Finale olimpica, Young tira fuori il meglio di sé nell’atto conclusivo, riuscendo a correre nel record dei Campionati di 47”18 (che, al pari del primato olimpico e mondiale, tuttora persiste …), con Matete ad assicurarsi l’avvincente volata per l’Argento, colto in 47”60 (sua miglior prestazione stagionale) ai danni di Graham e del francese Stephane Diagana, terzo e quarto in 47”62 e 47”64, rispettivamente, il che gli consente di chiudere la stagione al secondo posto del ranking, ovviamente preceduto da Young.

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Young festeggia il titolo iridato di Stoccarda 1993 – da gettyimages.fr

L’appuntamento iridato è rinviato all’edizione di Goteborg ’95, alla quale Matete giunge dopo essersi assicurato, con relativa facilità, la medaglia d’oro con il tempo di 48”67 ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94, nonché il successo nella Coppa del Mondo a Londra ’94, anno in cui, con il ritiro di Young, riconquista la vetta del Ranking mondiale davanti all’americano Derrick Adkins, il quale, ripresosi dalla delusione dei Trials ’92, raccoglie il testimone dal più celebre connazionale nella sfida all’ostacolista africano, incontrandosi in 11 occasioni (6 a 5 per Matete il relativo esito) e stabilendo tra di loro le 15 migliori prestazioni stagionali.

Logico, pertanto, che ai Mondiali svedesi ci si attenda una lotta a due tra Adkins e Matete, previsione rafforzata dal primo posto degli stessi nelle rispettive semifinali, e confermata nell’atto conclusivo – pur con l’inserimento, quale “terzo incomodo”, del francese Diagana – che vede Adkins, sorteggiato in quarta corsia, prendere la testa della gara sin dall’avvio, tallonato da Matete in terza, il quale riesce a ridurre lo svantaggio nel tratto finale ma senza riuscire a colmarlo del tutto, dovendosi arrendere per 0”95 centesimi (47”98 a 48”03), con Diagana ottimo terzo in 48”14, con conseguente cessione all’americano del primo posto nel ranking mondiale di fine anno.

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Adkins e Diagana in azione nella finale di Göteborg 1995 – da iaaf.org

Se negli anni precedenti, Matete era stato protagonista di una sfida a tre con Young e Graham, ora la lotta è limitata al duello con il solo Adkins, con i due che, tra il 1994 ed ’96, hanno modo di incontrarsi in ben 35 occasioni, con una leggerissima prevalenza (18 a 17) a favore dell’americano, il quale però, conferma la sua superiorità nelle “occasioni che contano”, facendo suo l’Oro anche ai Giochi di Atlanta ’96, in una gara fotocopia della Finale iridata di Goteborg, con Matete, sfavorito anche dalla prima corsia avuta in sorte, sempre ad inseguire il rivale, riducendo il distacco in vista del traguardo, ma pur sempre costretto ad alzare bandiera bianca in 47”78 (suo miglior risultato stagionale) rispetto ai 47”54 che valgono l’oro per Adkins, che si conferma altresì ai vertici mondiali per il secondo anno consecutivo.

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Il podio di Atlanta 1996, con Matete, Adkins e Calvin Davis – da gettyimages.it

Il declino dei due rivali è più repentino per Adkins, incapace di qualificarsi per la Finale dei Mondiali di Atene ’97, dove Matete, al contrario, si classifica quinto in 48”11 nella gara che vede l’inizio della riscossa europea con il trionfo di Diagana in 47”70, bissato due anni dopo dall’azzurro Fabrizio Mori superando in 47”72 lo stesso francese alla rassegna di Siviglia ’99, mentre l’attività agonistica del valoroso ostacolista africano, dopo la sua terza vittoria in Coppa del Mondo a Johannesburg ’98 in 48”08, si conclude con la sua quarta partecipazione alle Olimpiadi, fallendo di poco la qualificazione alla Finale dei Giochi di Sydney con il terzo posto nella terza serie di Semifinale, corsa in 48”98 a 32 anni.

La caccia al record di Moses non ha avuto successo, ma Matete può sempre vantarsi di essere l’ostacolista africano più medagliato tra Olimpiadi e Mondiali con un Oro e tre Argenti conquistati nel corso di una Carriera durata 14 anni ed in cui, per 8 stagioni consecutive, ha sempre corso la distanza al di sotto dei 48” netti, con un’ultima punta di 47”91 al meeting di Osaka l’8 maggio ’99, a dimostrazione di un talento puro, nonché di una costanza di rendimento, difficilmente riscontrabili.

COLETTE E LILLIAN, LE AMICHE/RIVALI UNITE DA UN TRAGICO DESTINO

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Lillian Board e Colette Besson – da billo.net

articolo di Giovanni Manenti

Il programma olimpico delle gare di atletica leggera non fa più, al giorno d’oggi, particolari distinzioni di sesso, essendo state parificate le medesime specialità sia in campo maschile che in quello femminile, dove perdura solo la ridotta distanza sugli ostacoli alti (100m. invece che 110) ed un minor numero di prove multiple, con l’eptathlon rispetto al decathlon, nonché la marcia, limitata ai 20km. a fronte dei 50 disputati dagli uomini.

Tale parificazione è comunque avvenuta progressivamente nel tempo, basti pensare che sino alle Olimpiadi di Roma ’60 vi erano tre sole gare di corsa piana (100, 200 ed 800 metri), oltre agli 80hs. ed alla sola staffetta 4×100, e che il giro di pista – una delle specialità più classiche dell’Atletica – viene introdotto solo quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, e la prima campionessa è la fuoriclasse australiana Betty Cuthbert, unica atleta nella storia della rassegna a cinque cerchi ad aver vinto le prove individuali sui 100, 200 e 400 metri.

In campo europeo, viceversa, i 400 metri vengono inseriti nel programma dei Campionati Continentali sin dall’edizione di Stoccolma ’58, con le sovietiche Mariya Itkina ed Yekaterina Parlyuk ad accaparrarsi Oro ed Argento, con la Itkina capace di confermarsi anche quattro anni dopo, a Belgrado ’62, facendo segnare il tempo di 53”4, deludendo però nell’esordio olimpico, in cui conclude non meglio che quinta, in 54”6, nella ricordata Finale vinta dalla Cuthbert in 52”0, ad un solo 0”1 decimo dal limite mondiale della coreana Shin Geum-dan, sfortunatamente impossibilitata a partecipare ai Giochi per controversie di natura politica.

Quando una nuova specialità si affaccia sul panorama sportivo, i primi anni sono, generalmente, quelli in cui occorre verificare quali atlete intendano prendervi parte e, nel caso specifico, la scelta ricade su coloro provenienti dalla velocità come i 200 metri piuttosto che dalla prova di resistenza sugli 800, ed, in vista dei Giochi di Città del Messico ’68, il movimento europeo inizia ad affilare le armi.

In particolare, la specialità trova proseliti in Francia – Nazione ancora a secco di medaglie d’oro in campo femminile per quanto attiene le gare di corsa, potendo vantare solo i successi della poliedrica Micheline Ostermeyer nel getto del peso e nel lancio del disco a Londra ’48 – dove fiorisce un trio di protagoniste sul giro di pista formato da Monique Noirot, Colette Besson e Nicole Duclos, di cui la prima, la più anziana del trio, essendo nata nel 1941, si mette in evidenza con il Bronzo conquistato in 54”0 agli Europei di Budapest ’66, nella gara vinta dalla cecoslovacca Anna Chmelkova con 52”9.

Un’altra insidia giunge però dall’altra parte della Manica, sotto forma di una “ragazza prodigioche risponde al nome di Lillian Board, nata a Durban, in Sudafrica, il 13 dicembre ’48, e che fa il suo debutto ad alti livelli all’età di 17 anni piazzandosi quinta nella Finale sulle 440yds ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, con l’amarezza però di non essere selezionata per i successivi europei di Belgrado.

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Lillian Board – da gettyimages.it

La “Golden Girl” dell’atletica inglese ha comunque modo di rifarsi l’anno seguente, quando si aggiudica la prova sui 400m. in occasione dell’incontro Commonwealth-Usa svoltosi a Los Angeles il 9 luglio ’67 con il tempo di 52”8, cui unisce la vittoria nella Finale di Coppa Europa a Kiev – unica conquistata dalle atlete britanniche – con il tempo di 53”7, precedendo la vicecampionessa europea di Belgrado ’66, l’ungherese Antonia Munkacsi.

Detti risultati fanno della Board, ancorché non ancora 20enne, la favorita sul giro di pista ai Giochi di Città del Messico in programma ad ottobre ’68 nella Capitale nordamericana, mentre sul continente la Federazione francese iscrive alla prova la già ricordata Noirot e la 22enne Colette Besson.

Quest’ultima, nata a Saint-Georges-de-Didonne, in Nuova Aquitania, il 7 aprile 1946, è pressoché semisconosciuta a livello internazionale, avendo al suo attivo, come migliori risultati a fine ’67, 24”7 sui 200 metri e 55”2 sul giro di pista, e si guadagna la selezione olimpica grazie al suo primo titolo sui 400 metri ai Campionati francesi di fine luglio ’68 migliorando di quasi 1” il proprio personale, facendo fermare i cronometri sul 54”3.

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Colette Besson – da alchetron.com

Decisa a giocarsi sino in fondo le proprie carte, la Besson trascorre il mese di agosto allenandosi in altitudine a Font-Romeu, sui Pirenei Orientali, città posta ad oltre 2mila metri sul livello del mare, avendo così modo di assuefarsi all’aria rarefatta che troverà nella capitale messicana, sobbarcandosi anche il sacrificio di dormire in tenda nel campeggio municipale.

Un sacrificio che inizia a dare i propri frutti sin dalle batterie del 14 ottobre, che vedono la Besson aggiudicarsi la prima serie scendendo ancora a 53”1, mentre il giorno dopo, data di disputa delle due semifinali, la francese non si migliora, concludendo la propria gara in 53”6 alle spalle della tedesca Helga Henning (53”3), mentre nella seconda serie la Board scopre le carte facendo registrare il tempo di 52”5 che la conferma come la più seria candidata al titolo olimpico.

Indubbiamente sfavorita dall’assegnazione in sorte della prima corsia, mentre la Besson è in quinta, la Board sembra comunque in grado di far suo l’oro nella Finale del 16 ottobre allorquando raggiunge, all’uscita dell’ultima curva, la cubana Aurelia Penton che si era incaricata di fare l’andatura per i primi 250 metri, pagando però dazio sul rettilineo d’arrivo chiudendo non meglio che quinta, mentre gli spettatori assistono stupefatti all’imperiosa progressione della francese, dalla folta capigliatura corvina spiegata al vento, che, falcata dopo falcata, recupera posizioni e terreno sino ad andare ad appaiare la giovane inglese per superarla sul filo di lana con il tempo di 52”03 rispetto al 52”12 della rivale.

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Il vittorioso arrivo della Besson a Città del Messico 1968 – da billo.net

E mentre Colette commuove la Francia intera con le copiose lacrime che calano sul suo grazioso volto in occasione della cerimonia di premiazione, Lillian pensa in cuor suo di far tesoro di questa sconfitta – in larga parte dovuta all’inesperienza legata alla giovane età – già in occasione del prossimo appuntamento, fissato per i Campionati Europei di Atene ’69, dato che ancora, nel programma olimpico, non è prevista la disputa della staffetta 4×400.

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Il podio dei 400m. a Città del Messico 1968 – da billo.net

Le lacrime di gioia della Besson fanno posto, ad un anno di distanza, a due cocenti delusioni, pur se due argenti europei non sono proprio da buttare, ma è il modo “che ancor m’offende”, visto che in entrambi i casi viene beffata sul filo dei centesimi, considerando altresì che la Board – capace in carriera di spaziare con ottimi risultati dai 100 metri financo al miglio – si iscrive sugli 800, lasciando alle connazionali Janet Simpson, Rosemary Wright e Jennifer Pawsey il compito di sfidare le francesi.

Già, “le francesi”, perché l’insidia maggiore per la neocampionessa olimpica viene proprio dalla Nicole Duclos, di un anno più giovane di lei, che vive nel ’69 il suo “Anno di Gloria, dapprima facendo suo il titolo nazionale a luglio coprendo la distanza in un eccellente 52”8 – lei, che a fine ’68, vantava un “Personal Best” sul giro di pista di appena 55”9 (!!) – per poi, il mese successivo, migliorarsi ancora sino a fermare i cronometri in un 52”0 che le vale il successo nell’incontro Europa-America, in cui la Besson si classifica terza in 52”7, preceduta anche dall’americana Kathy Hammond con 52”3.

Abituata, comunque, a duellare contro le favorite, la Besson accetta la sfida lanciatale dalla connazionale e le due danno vita ad una delle più memorabili sfide della Storia dei Campionati Europei, catapultandosi assieme sul filo di lana per un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, dando ragione alla Duclos per l’inezia di soli 0”02 centesimi (51”77 a 51”79) tempo che, arrotondato al decimo come ancora si usava all’epoca, viene ufficializzato in 51”7 per entrambe, il che vuol dire Record mondiale, destinato a durare per ben 11 anni.

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Colette Besson e Nicole Duclos ad Atene 1969 – da sport-inside.eu

Si potrebbe facilmente pensare che, potendo contare sull’Oro e l’Argento della prova individuale, non dovessero sussistere eccessivi problemi a far propria anche la vittoria nella staffetta 4×400 da parte del quartetto transalpino, tanto più che le due britanniche Simpson e Wright hanno concluso la Finale al penultimo ed ultimo posto ben distaccate, con i rispettivi tempi di 53”8 e 54”6, ma ecco che a rinforzare la formazione di Sua Maestà giunge il “carico da 11” costituito dalla Board, la quale, dal canto suo, si è appena messa al collo la medaglia d’oro sugli 800 metri, battendo nettamente i 2’01”5 il resto della concorrenza.

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La Board vince gli 800m. agli Europei – da go-feet.blogspot.it

Altra gara da consegnare agli archivi della storia dell’atletica europea, con una sorta di ping-pong tra i due quartetti, con la Francia che sembra lanciata verso una facile vittoria a metà gara, dopo che la Duclos ha corso la frazione interna in uno straordinario 50”9 che le consente di consegnare il testimone alla Eliane Jacq con un cospicuo vantaggio di quasi 2” (1’44”4 ad 1’46”3) sulle britanniche, distacco che la Simpson riduce a soli 0”2 decimi (frazione di 52”1 rispetto al 53”8 della transalpina), così consentendo alla Board di potersi giocare tutte le sue carte nel “testa a testa” con la Besson in ultima frazione.

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Il cambio per l’ultima frazione della 4×400 – da billo.net

Per chi mastica di atletica, non è difficile comprendere come quella della Board sia la posizione ideale, dato che in staffetta entrambi gli atleti corrono alla corda dopo la frazione iniziale, potendo fare la corsa sull’avversaria, e l’inglesina non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di prendersi la rivincita della sconfitta di Città del Messico, rendendo la pariglia alla Besson superandola in prossimità del traguardo (52”4 a 52”6 i relativi parziali) per un crono finale che assegna la vittoria al quartetto britannico per soli 0”03 centesimi (3’30”82 a 3’30”85) che, come in occasione della gara individuale, viene arrotondato in 3’30”8 che vale il record mondiale per entrambe le staffette, con la Besson che coglie il singolare e pèoco individuale primato di stabilire due limiti mondiali senza aver vinto nessuna delle due gare …!!

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L’arrivo spalla a spalla di Board e Besson in staffetta – da gettyimages.it

La giovane età delle protagoniste – 23 anni la Besson, 22 la Duclos ed addirittura 21 la Board – fa presagire ulteriori appassionanti sfide negli anni a venire, a cominciare dai prossimi Campionati europei in programma ad Helsinki ’71 – unica circostanza in cui la rassegna continentale viene disputata a cadenza biennale in anni dispari, poi tornata con appuntamento quadriennale a far tempo da Roma ’74 – se non fosse che un destino maligno ci mette la coda, condannando la giovane Lillian ad un’atroce morte prematura.

Dopo aver, difatti, iniziato la stagione ’70 con due gare sul miglio, in parte per acquisire resistenza per gli 800 metri, ma anche con l’obiettivo di essere la prima atleta britannica a rappresentare il proprio Paese in tutte le gare di corsa piana dai 100 sino ai 1500 metri (che, all’epoca, costituivano la più lunga distanza consentita in campo femminile …), facendo realizzare un eccellente tempo di 4’44”6 (seconda miglior prestazione nel Regno Unito …) il 16 maggio a Roma, giungendo alle spalle della nostra Paola Pigni, ecco che la Board inizia ad accusare sempre più forti dolori di stomaco, con conseguente dimagrimento, concludendo al terzo posto la gara sugli 800 metri ai Campionati inglesi al Crystal Palace, il 20 giugno successivo, per quella che sarà l’ultima corsa della sua carriera.

Ulteriori e più approfondite analisi rivelano la presenza di una forma tumorale in fase terminale che non lascia alla giovane atleta eccessive speranze di vita, nonostante la stessa tenti il ricovero, a novembre, presso la Clinica del Dr. Josef Issels vicino a Monaco di Baviera per sottoporsi ad una cura sperimentale che, purtroppo, non fornisce alcun esito positivo.

Mentre è ricoverata, Lillian riceve la gradita visita di Colette, alla quale consiglia di non smettere di allenarsi duramente, perché tra Europei ’71 e Giochi di Monaco ’72 dovrà vedersela con lei non appena si sarà ripresa, parole alle quali la francese fatica a non commuoversi, lasciandosi andare ad un dirotto pianto non appena uscita dalla camera dell’amica/rivale, date le drammatiche condizioni fisiche in cui l’aveva trovata.

I sogni di gloria di Lillian si spengono definitivamente il giorno dopo Natale, il 26 dicembre ’70, appena 13 giorni dopo il suo 22esimo Compleanno, avendo vicino a lei, ad assisterla sino alla fine, il proprio fidanzato e famoso ostacolista britannico David Hemery, oro sui 400hs a Città del Messico ’68, il quale poi sposerà la sorella gemella di Lillian, Irene.

Una tragedia che sconvolge a livello emotivo anche la stessa Besson, la quale non riesce più a confermarsi ai livelli del biennio 1968-’69, provando anch’essa a cimentarsi, con scarso successo, sugli 800m. (miglior prestazione 2’03”3 ottenuta nel ’71 e ’72), mentre a livello di Manifestazioni, conclude al settimo posto la Finale sui 400 agli Europei di Helsinki ’71, non completando la staffetta 4×400 per irregolarità nei cambi, per poi far suo l’Oro sui 400 in 53”0 ed il Bronzo sugli 800 in 2’07”2 ai Giochi del Mediterraneo di Izmir ’71 (dove coglie anche l’Argento quale componente della Staffetta 4×100 …), e quindi concludere la carriera ai massimi vertici prendendo parte alle Olimpiadi di Monaco ’72 dove viene eliminata nei Quarti di Finale sui 400 metri, sfiorando una seconda medaglia olimpica con la staffetta 4×400, che conclude la propria prova in 3’27”5 ad un passo dal gradino più basso del podio.

Conclusa l’attività agonistica, la Besson si dedica alla carriera di tecnico per diverse Federazioni africane, ed ha la fortuna di assistere di persona al rinnovarsi di una vittoria olimpica francese in sede olimpica sulla sua distanza preferita, colta da Marie-José Perec ai Giochi di Barcellona ’92, prima che anch’essa resti vittima del “male del secolo”, nella fattispecie un cancro ai polmoni, che le viene diagnosticato nel 2003 e che la porta a spengersi a due anni di distanza, il 9 agosto 2005, all’età di 59 anni, potendosi così ricongiungersi all’amica/rivale Lillian, di gran lunga più sfortunata di lei.

E chissà che, nelle sconfinate praterie celesti, dove non vi sono limiti di età, le due non abbiano riproposto quelle sfide che sulla terra un destino avverso non ha consentito potessero realizzarsi…

LONDRA 1948, LA MALEDIZIONE DELLA MARATONA COLPISCE ANCORA

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Il campione olimpico Delfo Cabrera – da elgrafico.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando gli spettatori che gremiscono le tribune dello Stadio di Wembley assistono, il 7 agosto 1948, alle fasi finali della Maratona olimpica, ad alcuni di loro sembra di rivivere il dramma sportivo che – a distanza di 40 anni – aveva visto protagonista l’italiano Dorando Pietri, pur se non sulla stessa pista visto che, all’epoca, l’arrivo era previsto al “White City Stadium”, poi demolito nel 1985.

Ovviamente, non sono in molti a poter vantare il fatto di essere stati testimoni oculari di tale evento, ma l’eco internazionale che gli venne assegnata all’epoca fece sì che di tale conclusione della più estenuante delle gare di atletica leggera se ne parlasse per anni e, complice anche l’annullamento, a causa degli eventi bellici, delle edizioni dei Giochi del 1916, 1940 e 1944, il suo ricordo non sia ancora consegnato all’oblio.

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Il drammatico arrivo di Pietri nel 1908 – da playingpasts.co.uk

Ma cosa accade, in particolare, quel fatidico giorno, da far ritornare alla mente un così similare evento?

Con pochi punti di riferimento quanto a favoriti, dato che le ferite degli eventi bellici sono ancora troppo fresche, la prova ai Giochi di Londra ’48 sfugge ai pronostici, vista anche l’assenza degli specialisti giapponesi, ed il punto di riferimento più oggettivo è dato dai Campionati Europei di Oslo ’46 dove a trionfare sono gli atleti scandinavi – toccati in maniera più marginale dal dramma della guerra – al termine di una gara di assoluto valore tecnico, con i primi sette che la concludono al di sotto oppure al limite delle 2 ore e 30’.

Ad imporsi è il finlandese Mikko Hietanen in 2.24’55”, seguito dal connazionale Vaino Muinonen con 2.26’08”, con il sovietico Yakov Punko a completare il podio essendo sceso anch’egli sotto le 2.27’, concludendo la propria fatica in 2.26’11.

Di tali protagonisti, però, visto il perdurare dell’assenza in sede olimpica degli atleti sovietici – che vi faranno il loro ingresso solo quattro anni più tardi, in occasione dei Giochi di Helsinki ’52 – è presente il solo Hietanen, il quale va a completare il terzetto finnico iscritto alla gara e composto anche da Viljo Heino (primatista mondiale sui 10mila metri) e da Jussi Kurikkala, polivalente atleta che abbina la corsa allo sci di fondo, tanto da aver conquistato la medaglia d’oro sui 18km. ai Mondiali svoltisi a Zakopane, in Polonia, nel febbraio ’39 e che si presenta ai nastri di partenza forte di un personale di 2.34’47”.

A proposito di tempi, è presente ai nastri di partenza anche il detentore della “miglior prestazione mondiale” sulla distanza, vale a dire il coreano Suh Yun-bok, in virtù delle 2.25’39” con cui si era aggiudicato, ad aprile ’47, la prestigiosa Maratona di Boston, ragion per cui viene incluso di diritto nel ristretto novero dei pretendenti al successo, anche se la pattuglia più agguerrita che si presenta nella Capitale britannica proviene da oltre Oceano, Atlantico però.

Sono difatti gli argentini – i quali hanno avuto la fortuna di non essere stati coinvolti dagli eventi bellici – a voler rinverdire i fasti del trionfo olimpico del loro connazionale Juan Carlos Zabala ottenuto ai Giochi di Los Angeles ’32 ed altresì protagonista quattro anni dopo a Berlino ’36, quando conduce la gara in testa sino a 2/3 del percorso per poi incappare in un crollo che lo porta al ritiro, e che iscrivono alla gara un agguerrito terzetto formato da Eusebio Guinez (ritiratosi nella gara dei 10mila metri), Alberto Sensini e Delfo Cabrera, mentre da non trascurare sono altresì le possibilità di medaglia dei sudafricani Johannes Coleman – ancorché avente superato i 38 anni e che si presenta forte del sesto posto conseguito 12 anni prima a Berlino e della medaglia d’oro conquistata ai “British Empire Games” di Sydney ’38 con un più che discreto riscontro di 2.30’15” – e Syd Luyt, il classico atleta “sempre piazzato”.

Insomma, per un popolo come quello inglese da sempre abituato a scommettere, pensiamo che per i bookmakers sia stata una giornata proficua, come accade quando regna l’incertezza nei pronostici ed a volte escono a sorpresa coloro che nel colorito frasario inglese vengono chiamati gli “underdogs”, vale a dire coloro dei quali non ti saresti mai aspettato un’impresa del genere.

Ed è proprio uno di questi, il 26enne belga Etienne Gailly, uno dei protagonisti della nostra storia, il quale aveva svolto il ruolo di paracadutista nella Seconda Guerra Mondiale, partecipando alla liberazione del proprio Paese a fine 1944, restando comunque profondamente turbato dalla devastazione che il conflitto aveva provocato, facendo voto di conquistare una medaglia d’oro olimpica o di ritirarsi nel provarci, viste le sue buone attitudini nella corsa, anche se quella a cui prende parte quel fatidico 7 agosto, è la sua prima esperienza nella Maratona, una circostanza che pagherà a caro prezzo.

Occorre anche ricordare come una delle componenti che incide maggiormente in una prova così massacrante è costituita dalle condizioni climatiche e quel giorno a Londra fa veramente caldo – circostanza che, sulla carta, favorisce i fondisti argentini e sudafricani, più adatti a sopportare tali temperature – una situazione che incide non poco sullo svolgimento della gara.

Fedele al suo giuramento, comunque, il belga si incarica di fare l’andatura staccando il resto dei 41 atleti che avevano lasciato lo Stadio Olimpico, tanto da formare un solco di 41” su di un terzetto composto dallo svedese Ostling e dagli argentini Guinez e Cabrera (anch’esso alla sua prima esperienza sulla distanza …) al rilevamento dei 25km., momento in cui, come i più esperti sanno, la Maratona spesso si decide.

E la gara olimpica non si discosta da tale copione, con ripetuti colpi di scena che vedono dapprima portarsi al comando il coreano Choi Yoon-Chil (mentre, al contrario, il connazionale e primatista mondiale Suh Yun-bok non è mai della partita, concludendo la propria fatica in quasi 3 ore ad un poco onorevole 27esimo posto …), il quale passa al rilevamento dei 35km. con un vantaggio di 28” su Cabrera, seguito da Reilly e Guinez.

Ma Choi ha approfittato troppo delle sue possibilità, consumando anzitempo le proprie energie, circostanza che lo porta ad essere l’ultimo degli undici che non completano la gara (ivi compreso il Campione Europeo Hietanen …), così che, a 5 chilometri dal traguardo, è Cabrera a guidare la gara con 5” di vantaggio su Reilly, mentre alle loro spalle rinviene il 38enne infermiere gallese Tom Richards, altra inaspettata sorpresa di giornata.

Il belga ha un ultimo sussulto di orgoglio, si porta al comando ed a meno di un chilometro dall’entrata nello Stadio ha un vantaggio di circa 50 metri sull’argentino e di 100 sul britannico, facendovi il suo ingresso in prima posizione, ma oramai allo stremo delle forze, e la sua andatura – anche se in termini meno drammatici di quella dell’azzurro Pietri 40 anni prima – non è più quella di un corridore, bensì di una persona che fatica a camminare, barcollando e voltandosi più volte per vedere il comportamento dei propri avversari.

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Reilly al comando – da pinterest.com

Non ci mette molto, l’argentino Cabrera, a superare l’esausto Reilly dopo pochi metri dall’ingresso nello Stadio, all’inizio del giro di pista, i cui 400 metri di lunghezza si rivelano come i più sofferti e drammatici della vita di atleta del giovane belga, al cui morale non giova certo l’incitamento della folla per il beniamino di casa Richards, che lo raggiunge a 250 metri dall’arrivo, una mazzata che pone lo sfinito Reilly nella condizione addirittura di fermarsi, spronato a riprendere la corsa (si fa per dire …) dai giudici presenti all’evento, nonché dal sostegno del pubblico che, comprendendone il dramma che sta vivendo, gli riserva un’autentica ovazione quando riesce quantomeno a salvare la medaglia di bronzo, concludendo la gara semi incosciente, dovendo essere sorretto dal personale di servizio, mentre Cabrera aveva già concluso vittorioso la prova con un tempo di 2.34’51”6 che la dice lunga sulle condizioni climatiche in cui si era disputata la prova, con Richards Argento in 2.35’07”6, mentre Reilly aveva completato il suo giro di pista all’interno dello Stadio impiegando ben 40” in più del vincitore, con le posizioni di rincalzo a testimoniare l’ottimo livello dei fondisti sudamericani, che piazzano nei primi 10 gli altri due loro iscritti, con Guinez quinto alle spalle dell’esperto sudafricano Coleman e Sensini nono, concludendo anch’esso la prova al di sotto delle 2 ore e 40’.

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Cabrera conclude vittorioso la maratona – da elgrafico.com

Le conseguenze della “Maledizione della Maratona di Londra” non finiscono comunque qui per Reilly – il quale non può neppure presenziare alla cerimonia di premiazione essendo stato trasportato in ospedale per recuperare dalla quasi completa disidratazione – in quanto, dopo aver concluso all’ottavo posto la gara alla rassegna continentale di Bruxelles ’50, il belga viene mandato, assieme al fratello Pierre, a combattere la Guerra di Corea come componente della forza delle Nazioni Uniti, nel corso della quale il congiunto perde la vita, mentre Etienne resta seriamente ferito, con ciò ponendo fine alla sua carriera di fondista, per poi spengersi ad inizio novembre ’71, non ancora 50enne.

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Reilly esausto all’arrivo – da seieditrice.com

Per il vincitore Cabrera, del quale ci siamo sinora occupati marginalmente – e che in Patria stringe amicizia con il futuro dittatore Juan Carlos Peron, ricevendo nel ’49 la “Medaglia del Peronismo” sia per i suoi meriti sportivi che per l’attività svolta a sostegno del Partito Giustizialista – gli anni a seguire ne confermano lo status di eccellente fondista, conquistando la medaglia d’oro ai “Pan American Games” svoltisi nel ’51 nel suo Paese, a Buenos Aires precedendo il connazionale Reinaldo Gorno, per poi presentarsi alla partenza della Maratona ai Giochi di Helsinki ’52 per difendere quel titolo che, per addirittura 64 anni (!!!), risulta l’ultimo oro olimpico di un argentino in una prova individuale, prima che analoga impresa venga compiuta nel taekwondo da tal Sebastian Crismanich ai Giochi, ironia della sorte, proprio di Londra 2012.

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Cabrera portato in trionfo – da gettyimages.it

Ma, nonostante Cabrera concluda la corsa in un più che apprezzabile tempo di 2.26’42”4 che gli vale la sesta posizione, mentre il grande deluso di Londra, il coreano Choi Yoon-chil, si piazza al quarto posto in 2.26’36”0, l’edizione finlandese dei Giochi consacra alla Gloria Olimpica immortale la leggendaria “Locomotiva umanaEmil Zatopek, il quale, dopo essersi aggiudicato le gare in pista sui 5 e 10mila metri, completa un tris ad oggi mai più eguagliato, facendo suo anche l’oro della Maratona con il record olimpico di 2.23’03”2, con l’onore argentino salvato da Gorno, ultimo ad arrendersi andando a conquistare uno splendido argento in 2.25’35”0.

E, per concludere, a beneficio di coloro che credono nella superstizioni, anche l’esistenza di Cabrera non è particolarmente lunga, concludendosi tragicamente a 62 anni a seguito di un incidente stradale verificatosi nella città di Alberti, nella provincia di Buenos Aires, il 2 agosto 1981, a cinque giorni dall’anniversario del suo trionfo nella “Maratona maledetta” per antonomasia …

MOSES KIPTANUI E QUEI SALTI “OLTRE LA SIEPE”

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Moses Kiptanui – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nella ultracentenaria storia dell’atletica leggera, non vi è specialità che abbia visto un così assoluto dominio da parte di una singola Nazione come 3000 metri siepi, il cui gradino più alto del podio in sede olimpica è sempre stato appannaggio degli atleti keniani a partire dall’edizione di Città del Messico ’68, fatte salve, per quanto ovvio, le rassegne di Montreal ’76 e Mosca ’80 per il semplice fatto che non vi partecipavano a causa dei rispettivi boicottaggi.

Un dominio che si estende anche in chiave iridata dove, a parte le edizioni inaugurali dei Campionati Mondiali – vittorie del tedesco occidentale Ilg ad Helsinki ’83 e dell’azzurro Panetta a Roma ’87 – il successo è sempre arriso ai rappresentanti degli altipiani, e non traggano in inganno, al riguardo, le vittorie del “qatariotaSaif Saaeed Shaheen a Parigi ’03 ed Helsinki ’05, in quanto egli altri non è che il keniano di nascita Stephen Cherono, Campione Mondiale juniores nel ’99 e medaglia d’oro ai “Commonwealth Games” di Manchester ’02 con il suo Paese di origine, prima di trasmigrare sotto l’Emirato arabo per una alquanto disdicevole questione di denaro.

Ciò nondimeno, all’interno di questa “dittatura” – dove, per i comuni mortali, era già un successo riuscire a conquistare un posto sul podio, visto che, per quanto attiene ai soli Giochi olimpici, sia nel ’92 che nel 2004 lo stesso è stato monopolizzato dagli specialisti keniani, ed in altre cinque occasioni gli stessi si sono messi al collo le medaglie d’oro e d’argento – vi è chi è stato in grado di dare una violenta “accelerazione” alla specialità, traghettandola verso una dimensione di eccellenza assoluta.

Costui altri non è che Moses Kiptanui, nato ad Elegeyo ad inizio ottobre ’70, appartenente alla tribù Marakwet, una corporatura (m.1,75 per 60kg.) assolutamente perfetta per un mezzofondista, dal passo leggero e la falcata armoniosa, nonché dotato di una tecnica non comune nel superamento degli ostacoli, da consentirgli di essere il leader incontrastato della specialità nella prima metà degli anni ’90, anche se …

C’è quasi sempre un se, nelle carriere dei grandi Campioni, ma in questo caso il dubitativo si trasforma in una ulteriore dimostrazione di grandezza da parte del fuoriclasse keniano, come andremo ben presto a scoprire, mentre il suo talento emerge già in occasione dei Mondiali juniores di Plovdiv ’91, dove Kiptanui si impone agevolmente nella prova sui 1500 metri piani con il tempo di 3’38”32, mentre la gara delle siepi è appannaggio del suo connazionale – ed addirittura appena 18enne all’epoca – Matthew Birir, un nome che vi consigliamo di tenere a memoria.

E’ bene che i lettori sappiano che, come negli Stati Uniti si svolgono i famigerati Trials per le selezioni degli atleti che dovranno partecipare ad Olimpiadi e Mondiali, una tale pratica viene usata anche in Kenya per le gare di mezzofondo, stante il numero degli atleti di valore potenzialmente in grado di ben figurare a livello internazionale, pur con meno rigidità nelle scelte, non essendo i relativi esiti inappellabili come oltre Oceano.

Particolare abbondanza vi è soprattutto nel settore delle siepi, dove vi sono non meno di cinque/sei atleti in grado di poter aspirare alla vittoria, e selezionarne tre è un compito per niente facile da parte della Federazione keniana che comunque, decisa a far sua la medaglia d’oro anche ai Campionati Mondiali, iscrive all’Edizione di Tokyo ’91 l’esperto 30enne Julius Kariuki, campione olimpico a Seul ’88 e vincitore dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90 ed il sempre affidabile Patrick Sang, con il giovane Kiptanui a completare il relativo terzetto.

Come loro solito, i tre atleti degli altipiani si incaricano di fare l’andatura, imponendo alla gara un ritmo che tende ad eliminare progressivamente il resto della concorrenza, tattica che si rivela vincente anche in terra giapponese, con Kiptanui a mantenere il comando delle azioni, visto che alla campana dell’ultimo giro il solo algerino Azzedine Brahmi non è riuscito a perdere contatto, con il quartetto che affronta compatto la riviera a metà dell’ultima curva, dove cede a sorpresa il campione olimpico Kariuki e Kiptanui si incarica di allungare sul rettilineo finale per andare a conquistare il titolo iridato nel tempo di 8’12”59 precedendo il connazionale Sang, argento in 8’13”44.

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L’arrivo di Kiptanui ai Mondiali di Tokyo ’91 – da gettyimages.it

L’anno seguente, però, all’atto di comporre la formazione per i Giochi olimpici di Barcellona ’92, Kiptanui deve vedersela con la crescita del 20enne Matthew Birir (ricordate, no …?), mentre, al contrario, sono in ribasso le quotazioni sia di Kariuki che di Peter Koech, argento a Seul ’88 e detentore del record mondiale con 8’05”35 stabilito nel 1989, ma oramai 34enne, e, pertanto, desta non poca sorpresa e relativo scalpore la decisione di estromettere dalla rassegna a cinque cerchi proprio Kiptanui a favore, oltre che di Birir, dell’esperto Sang e, soprattutto, di William Mutwol, il quale non ha alcuna particolare prestazione di rilievo a proprio favore.

Una grande delusione per Kiptanui, ma è proprio in queste occasioni che vengono fuori le stimmate del fuoriclasse, poiché, se è pur vero che alla Federazione keniana ben poco si può imputare, considerando che i suoi tre atleti monopolizzano il podio con Birir oro in 8’08”84, Sang ancora argento e Mutwol bronzo, la risposta fornita dal 22enne della tribù di Marakwet è di quelle che non ammettono repliche, visto che il successivo 16 agosto, a 9 giorni dalla prova olimpica, toglie al marocchino Said Aouita il record mondiale sui 3000 metri piani, fissandolo in 7’28”96 al meeting di Colonia, ed, appena tre giorni dopo, fornisce una straordinaria impresa al “Weltklasse” di Zurigo, sulla celebre pista dello Stadio “Letzigrund”, demolendo il primato mondiale di Koech di oltre 3”, portandolo ad 8’02”08, con ciò consentendogli di confermarsi al primo posto del Ranking mondiale stilato dalla rivista “Track & Field News”, nonostante la mancata partecipazione olimpica, in una classifica che vede i mezzofondisti keniani occupare i primi sei posti.

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Kiptanui festeggia il record mondiale a Zurigo – da gettyimages.it

Chiarite inequivocabilmente quali siano le gerarchie all’interno del Team, Kiptanui è ora pronto a difendere il proprio titolo iridato in vista dei Campionati Mondiali di Stoccarda ’93, dove è accompagnato dal fido Sang e da Birir, altra occasione per dimostrare chi sia il migliore tra i due, opportunità che non si lascia sfuggire, disputando come suo solito una gara di testa, cui il solo Sang è in grado di resistere, cercando anche di scrollarsi di dosso la scomoda etichetta “dell’eterno secondo” quando attacca il campione in carica all’uscita dalla riviera a metà dell’ultima curva, solo per stimolare la reazione di Kiptanui, il cui rettilineo finale è, come di consueto, regale, andando a tagliare il traguardo con il tempo di 8’06”36, record dei Campionati, mentre alle spalle di Sang (al terzo argento consecutivo in tre anni …) si piazza un eccellente Alessandro Lambruschini, con Birir, quarto, mai effettivamente in gara per l’oro, tant’è che, a fine stagione, retrocede nel ranking mondiale dal secondo al nono posto.

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Kiptanui, Sang e Lambruschini ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da sporting-heroes.net

In attesa di potersi giocare la propria carta olimpica ai prossimi Giochi di Atlanta ’96, Kiptanui insegue un altro sogno, vale a dire quello di essere il primo atleta al mondo ad infrangere la “barriera degli 8’ netti” sulle siepi, un limite che sino a 20 anni prima sembrava pura utopia, visto che l’altro keniano Ben Jipcho era a malapena riuscito a scendere sotto gli 8’20”, fissando il primato ad 8’19”8 al meeting di Helsinki, ma spero vi siate resi conto che quando Kiptanui si mette in testa un’idea, difficilmente non riesce a realizzarla, intensificando gli allenamenti, specie sulla resistenza, così da presentarsi tirato a lucido per il suo “1995, Anno di Gloria”, in cui esordisce sul piano dimostrando che la preparazione invernale sta dando i suoi frutti, visto che si permette, in occasione del “Golden Gala” di Roma di inizio giugno ’95, di migliorare il primato mondiale dei 5000 metri, togliendolo con 12’55”30 ad un “certo” Haile Gebrselassie.

E così, dopo essersi messo al collo la terza medaglia d’oro iridata ai Mondiali di Goteborg ’95, vinta con irrisoria facilità in una Finale corsa in testa dal primo all’ultimo metro in una sorta di gara ad eliminazione, di cui a farne maggiormente le spese è lo sventurato Birir, il quale riesce nell’impresa di cadere per due volte nel corso dell’ultimo giro per concludere, demoralizzato, in nona posizione, mentre Kiptanui trionfa migliorando in 8’04”16 il record della manifestazione – non lontano dal suo limite mondiale – l’appuntamento con la storia è fissato appena cinque giorni più tardi, sulla “magica” pista del Letzigrund di Zurigo, in occasione del consueto “Weltklasse”, di gran lunga il meeting più ricco ed ambito dagli atleti.

Di certo, a tutti coloro che hanno la fortuna di assistervi dal vivo, resterà per sempre impressa nella mente l’impresa solitaria di Kiptanui, il quale, sostenuto dal caldo tifo del pubblico che assiepa le gradinate del Letzigrund, stampa un ultimo chilometro in 2’45”35 che gli consente di abbattere il “fatidico muro”, fermando i cronometri sul limite di 7’59”18 e poco importa che, nella stessa serata, Gebrselassie si riappropri del primato sui 5000 metri, portandolo ad un altrettanto fantastico 12’44”39.

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Kiptanui abbatte il muro degli 8’00” – da youtube.com

Classificato per il quinto anno consecutivo – e non poteva essere altrimenti – al primo posto del ranking mondiale, a Kiptanui resta ora solo da conquistare la “Gloria olimpica” per poter completare una fantastica carriera, e stavolta non vi sono dubbi circa il suo inserimento in squadra ai Giochi di Atlanta ’96, dove, a fargli compagnia, sono Joseph Keter, alla sua prima convocazione per una grande manifestazione internazionale, ed ancora una volta Matthew Birir, chiamato a difendere l’oro di quattro anni prima a Barcellona.

In fase di pronostico, tutte le previsioni sono orientate sul tre volte campione e primatista mondiale, ritenendo difficile per uno dei suoi connazionali scalzarlo dal suo ruolo di leader indiscusso della specialità, e la Finale nel capoluogo georgiano si svolge secondo i consueti canoni, con il solo “terzo incomodo” costituito ancora una volta dall’azzurro Lambruschini, il quale, alla campana dell’ultimo giro, è ancora attaccato al treno guidato da Kiptanui con alle spalle Keter, mentre Birir ha iniziato a perdere terreno ed è fuori dal gioco delle medaglie.

Ci si attende l‘oramai classico “finish” dell’adesso 26enne fuoriclasse keniano, ma stavolta la sua andatura è meno fluida ed aggressiva del solito e così, mentre Lambruschini alza bandiera bianca accontentandosi di un comunque eccellente terzo posto, la sorpresa viene da Keter, il quale attacca Kiptanui affiancandolo nel superamento della riviera per poi affrontare in testa il rettilineo di arrivo ed andare a trionfare pur nel non eccezionale tempo di 8’07”12, con Kiptanui che conclude in 8’08”33 a quasi 10” dal proprio limite mondiale, mentre Birir difende a stento la quarta piazza dal ritorno dell’americano Marc Croghan.

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Lambruschini, Keter e Kiptanui ad Atlanta ’96 – da edubilla.com

Un’autentica beffa per il keniano, che sente di avere una “maledizione olimpica” che pende sulla sua testa, preparandosi comunque a vivere la sua ultima stagione ad alto livello e che lo vede, a modo suo, comunque protagonista, chiarendo al mondo intero cosa significhi essere un Campione a 24 carati.

Come sempre, il mese di agosto è quello cruciale per l’atletica leggera, prevedendo nella prima settimana la sesta edizione dei Campionati Mondiali, in programma ad Atene ’97, cui fanno seguito i classici “meeting di consolazione” per coloro che restano delusi nell’assegnazione delle medaglie.

Con Kiptanui a tentare un incredibile poker – impresa che, in tempi recenti, riuscirà al connazionale Ezekiel Kemboi, oro da Berlino ’09 a Pechino ’15 – la Federazione gli affianca, come scudieri, Wilson Boit Kipketer e Bernard Barmasai, rispettivamente di tre e quattro anni più giovani di lui e desiderosi di riceverne il testimone per futuri successi, anche se il Re è ben lungi dal voler abdicare, vendendo cara la pelle in una delle più emozionanti “sfide in famiglia” sulla distanza, con i tre keniani a fare nettamente il vuoto alle loro spalle per presentarsi affiancati all’ultima curva e dare vinta ad un entusiasmante sprint che vede prevalere Boit Kipketer in 8’05”84, appena 0”20 centesimi davanti a Kiptanui che brucia di un soffio Barmasai nella lotta per l’argento, pur venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 8’06”04.

Una così appassionante sfida consente agli organizzatori dei successivi meeting di sfregarsi le mani, pregustando una possibile caduta del record mondiale, ed i primi ad approfittare della circostanza sono i responsabili dell’oramai sin troppo ricordato “Weltklasse” di Zurigo, in calendario il 13 agosto e che passerà alla storia per i “tre record infranti nell’arco di 70 minuti”.

E lo spettacolo che i “magnifici tre” mandano in scena è di quelli che non si scordano facilmente, ripetendo l’identico cliché della Finale mondiale, facendo gara a sé fintanto che Boit Kipketer non allunga decisamente all’attacco della riviera sull’ultima curva, per andare a trionfare in solitudine strappando a Kiptanui il record mondiale di soli 0”10 centesimi, fissando il nuovo limite a 7’59”08 che resta altresì il suo “Personal Best” in carriera.

Uno smacco per l’orgoglio smisurato di Kiptanui il quale, consapevole di essere oramai agli sgoccioli della sua attività agonistica, medita l’immediata rivincita, e l’occasione gli si presenta non più tardi di 11 giorni dopo, in terra tedesca, al meeting di Colonia al quale partecipa assieme a Barmasai.

Intenzionato a riappropriarsi del record, Kiptanui non si risparmia conducendo una gara di testa alla quale il solo connazionale è in grado di resistere, con i due che si presentano al suono della campana al di sotto dei 7’ netti, con ciò facendo presagire un possibile crollo del record, cosa che difatti accade, con Kiptanui a forzare decisamente l’andatura, così favorendo Barmasai, il quale, lungi dal farsi scattare, riesce a superarlo in dirittura d’arrivo per andare entrambi a frantumare il fresco primato di Boit Kipketer, con Barmasai a fermare i cronometri in uno straordinario 7’55”72 e Kiptanui a replicare in 7’56”16, per ambedue migliori prestazioni assolute in carriera e tuttora quarta e sesta nella classifica “All Time”.

Per Kiptanui, che a fine anno riguadagna la prima posizione nel Ranking mondiale e che si ritirerà definitivamente dalle scene due stagioni dopo, davvero uno splendido modo di concludere una eccezionale carriera, “anche se” quell’esclusione dalle Olimpiadi di Barcellona resterà per sempre difficile da digerire.