BETTY CUTHBERT ED UN TRIS D’ORO UNICO NELLA STORIA

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Betty Cuthbert – da hefamouspeople.com

articolo di Giovanni Manenti

Per spiegare gli exploit sportivi, non tanto di un singolo atleta, ma di un intero paese, è buona norma rapportarsi al periodo ed alle condizioni storico politiche che li hanno generati.

Uno di questi, tra i più tragici, è stato senza alcun dubbio l’evento bellico costituito dalla Seconda Guerra Mondiale, dal quale l’Europa intera – sia dalla parte dei vittoriosi che, a maggior ragione, degli sconfitti – ne è uscita distrutta, al pari del Giappone in Estremo Oriente, e le conseguenze si ripercuotono in occasione delle prime Olimpiadi del dopoguerra.

Una nazione che, viceversa, è stata coinvolta in maniera limitata da tale catastrofe umana, è l’Australia che, difatti, vede incrementarsi il proprio bottino di medaglie, anche in vista dell’organizzazione dei Giochi di Melbourne ’56, assegnati dal CIO nella sessione svoltasi a Roma nell’aprile 1949.

Ed, in particolare, il paese oceanico riesce ad affermarsi nella disciplina regina dei Giochi, vale a dire l’atletica leggera, dove prima di allora poteva contare solo sulla vittoria di Anthony Winter nel salto triplo alle Olimpiadi di Parigi ’24, eccezion fatta per la doppietta di Edwin Teddy Flack sugli 800 e 1500 metri nell’edizione inaugurale di Atene ’96, di elevato valore storico, ma alquanto minore dal lato sportivo.

Ecco quindi, che alla riaccensione della fiaccola olimpica nello stadio Wembley di Londra, gli atleti “aussie” se ne tornano a casa con il più pingue bottino (13 medaglie) sinora ottenuto dall’ideazione dei Giochi, e di cui la parte del leone la fa proprio l’atletica con 6 medaglie – un oro, tre argenti e due bronzi – che vedono eccellere, in campo maschile, i saltatori, con John Arthur Winter oro nel salto in alto, mentre Theodore William Bruce e George Avery salgono sul secondo gradino del podio, rispettivamente nel salto in lungo e nel salto triplo.

Ma è una ragazza, Shirley Strickland, a mettersi maggiormente in evidenza, con il bronzo conquistato sia sui 100 metri piani che sugli 80hs, nonché il contributo fornito all’argento nella staffetta 4×100, giunta a ridosso dell’Olanda trascinata dalla “mammina volanteFrancina Blankers-Koen.

Proprio le imprese della Strickland (successivamente maritata de la Hunty nel 195), consentono una sino a tale epoca inusuale impennata dell’atletica leggera a livello femminile nel paese australe, tant’è che quattro anni dopo – essendosi nel frattempo aggiudicata l’oro sugli 80hs ai “Commonwealth Games” di Auckland ’50, nonché l’argento sulle 100 e 220yds, in entrambi i casi dietro alla connazionale Marjorie Jackson – la Strickland de la Hunty mette tutte d’accordo ai Giochi di Helsinki ’52 facendo suo l’oro sugli 80hs e togliendo con 10”9 il record mondiale alla Blankers-Koen, mentre la ricordata Jackson, dal canto suo, si conferma come dominatrice delle corse piani anche a livello assoluto, imponendosi con largo margine sia sui 100 che sui 200 metri, ed eguagliando, sulla più breve distanza, il primato di 11”5 della Blankers-Koen.

Le notizie delle imprese in terra finnica – con l’unica defaillance nella staffetta 4×100 dove, dopo aver stabilito in batteria il primato mondiale con 46”1, il quartetto australiano si smarrisce in finale giungendo non meglio che quinto in 46”6 – devono essere servite indubbiamente da stimolo per una, all’epoca, quattordicenne nativa del Nuovo Galles del Sud, tale Elizabeth “Betty” Cuthbert, che è la protagonista della nostra storia odierna.

Nata a Merrylands il 20 aprile 1938, la Cuthbert viene introdotta all’atletica all’età di 8 anni da una sua insegnante scolastica, June Ferguson, che allena alla “Western Suburbs Athletic Club” e che se ne prende cura avendone intuite le grandi potenzialità.

Fisicamente ben strutturata – è difatti alta m.1,69 per 57 chili – Betty corre in maniera spontanea e naturale con due particolari caratteristiche, la prima di gareggiare con la bocca spalancata e la seconda di tenere le ginocchia alte durante l’andatura, difetto quest’ultimo, se così vogliamo chiamarlo, che la Ferguson si guarda bene dal correggere, rendendosi conto che ciò andrebbe a scapito della velocità di base dell’atleta, e concentrandosi, al contrario, nel migliorare la partenza e facendo leva sulla concentrazione, spiegando alla giovane allieva come “se hai tempo di pensare mentre corri le 100yds, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce …!!”.

Gli insegnamenti producono effetti inaspettati allorquando, il 16 settembre ’56, in una gara sui 200 metri di preparazione in vista dei Trials olimpici, la Cuthbert, nonostante fosse riluttante a schierarsi ai blocchi di partenza, si impone in 23”2 strappando alla Jackson il primato mondiale e candidandosi così per conquistare un posto alle selezioni per i Giochi di Merlbourne .

Nonostante che la Jackson si fosse ritirata dopo essersi confermata sulle 100 e 220yds ai “Commonwealth Games” di Vancouver ’54, la concorrenza resta elevata, in quanto, oltre alla Strickland sui 100 metri – dove aveva l’anno prima tolto alla Jackson il record mondiale correndo in 11”3 – c’è da fare i conti con Marlene Mathews, la quale aveva dovuto rinunciare per infortunio alle Olimpiadi di Helsinki, ma è tornata nuovamente ai vertici della specialità.

Comunque, il verdetto dei Trials non dà adito a sorprese, con Cuthbert e Mathews a staccare il biglietto per entrambe le prove dei 100 e 200 metri, cui si uniscono la Strickland sulla più breve distanza e Norma Crocker sulla più lunga, con ciò alimentando le speranze per una doppia vittoria da parte degli organizzatori dei Giochi, visto che l’Australia poteva schierare su entrambe le distanze le rispettive detentrici del record mondiale.

La prima gara in programma, come di prassi, sono i 100 metri in cui, diversamente a quanto avviene ai giorni nostri, sono previste batterie e semifinali il 24 novembre e la finale due giorni dopo, e l’inizio è in chiaroscuro per la Nazione ospitante, in quanto la primatista mondiale Strickland viene eliminata in batteria, risentendo della non più tenera età avendo superato la trentina, ma, d’altro canto, Mathews e Cuthbert migliorano una dietro l’altra il record olimpico, fissandolo una prima volta ad 11”5 e subito dopo ad 11”4.

In semifinale, a turbare i sogni dei dirigenti e tecnici australiani, spunta un nome a sorpresa, sotto forma della tedesca Christa Stubnick che precede la Cuthbert (11”9 a 12”0) nella prima serie, mentre la Mathews si aggiudica la seconda in 11”6, presentandosi come la favorita per la medaglia d’oro all’atto conclusivo.

Ma i due giorni di riposo sono più che sufficienti alla Cuthbert per ritrovare la giusta concentrazione e, quando lo starter dà il via alla finale alle 17,20 del 26 novembre ’56, la sua falcata imperiosa non dà scampo alle avversarie, prendendo la testa della gara sin dall’avvio per non cederla più ed andare a trionfare in 11”5, con la Stubnick nettamente battuta, ma pur sempre capace di resistere al ritorno della Mathews e garantirsi così la medaglia d’argento, pur se accreditate del medesimo tempo di 11”7.

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La Cuthbert vittoriosa sui m.100 piani a Melbourne 1956 – da theroar.com.au

Toltosi, per così dire, il dente, la Cuthbert deve ora difendere il proprio ruolo di grande favorita sulla doppia distanza, data la veste di primatista mondiale, e l’autorità con cui, il 29 novembre, si impone in 23”5 in batteria ed in 23”6 in semifinale, sembra non poter lasciare scampo alle avversarie in vista della finale prevista per il giorno successivo.

Pronostico che viene pienamente rispettato, con la Cuthbert posta in quinta corsia con all’esterno la ricordata Stubnick a farle da punto di riferimento e, in una sorta di caccia di gatto al topo, fa sfogare la rivale in avvio per affiancarla all’uscita della curva e quindi produrre una irresistibile progressione in rettilineo, tale da consentirle di vincere con ampio margine nel nuovo record olimpico di 23”4 nel mentre la composizione del podio è identica a quella dei 100 metri, con Stubnick argento e Mathews bronzo.

Neppure il tempo di rifiatare che l’indomani, ultima giornata di gare per l’atletica, sono in programma batterie e finale della staffetta 4×100 dove, a sorpresa, non viene inserita la Mathews, giudicata dai tecnici non adatta a tale prova per le sue difficoltà nei cambi, mentre ne fa parte la Strickland che, a propria volta, ha confermato sugli 80hs l’oro di quattro anni prima ad Helsinki.

Vi è quindi per il quartetto australiano – composto da Cuthbert, Crocker, Strickland e Mellor – la possibilità di fare cappotto nelle quattro prove di velocità (100 e 200 piani, 80 ostacoli e staffetta), alla stessa stregua di quanto era stata capace di fare, da sola, l’olandese Blankers-Koen a Londra ’48 e che era sfuggito loro ad Helsinki solo per la scialba prova in finale proprio della staffetta.

Che non sia comunque un’impresa facile, lo dimostra la prima delle due semifinali, quando le australiane riescono di un soffio a precedere il quartetto tedesco (45”00 a 45”07 come rilevamento elettronico), venendo entrambe accreditate del tempo di 44”9 che migliora il 45”1 del record mondiale detenuto proprio dalle tedesche, le quali, nella finale di poco meno di un’ora e mezza dopo, pasticciano alla stessa stregua di quanto commesso dalle australiane in terra finlandese, chiudendo staccatissime al sesto ed ultimo posto in 47”2.

Con le principali avversarie fuori gioco, tocca al quartetto britannico cercare di rompere le uova nel paniere al tentativo di “cappotto” australiano, ma ancora una volta è la Cuthbert a mettere le cose a posto allorquando, ricevuto il testimone in seconda posizione, dapprima supera di slancio la Armitage e quindi resiste al disperato ritorno della stessa, con entrambi i quartetti a scendere sotto il limite mondiale stabilito meno di due ore prima, chiudendo rispettivamente in 44”5 e 44”7, un divario che non rispecchia quanto più correttamente indicato dal rilevamento elettronico, che certifica un distacco di appena 0”05 centesimi (44”65 a 44”70), con il bronzo appannaggio degli Stati Uniti, per i quali gareggia la sedicenne Wilma Rudolph che, quattro anni dopo a Roma, sarà in grado di ripetere la medesima impresa delle Cuthbert.

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La Cuthbert conclude vittoriosa la staffetta 4×100 – da pinterest.com

Cuthbert che, a Giochi conclusi, viene etichettata dai “media” come “Golden Girl” (“Ragazza d’oro”) e che, con un sottile gioco di parole, verrebbe da dire aver lasciato tutti a bocca spalancata proprio come lei disputa le sue gare, ma la 18enne “Betty” ha ancora in serbo una importante carta da giocare e con la quale riuscirà ancor più a strabiliare.

Oramai una celebrità nel “Paese dei canguri”, la Cuthbert deve subire la voglia di riscatto della Mathews (nel frattempo maritata Willard), la quale si aggiudica sia le 100 che le 220yds ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58, con la 20enne campionessa olimpica ai margini del podio sulla più breve distanza e sorprendentemente sconfitta (23”65 a 23”77) sulle 220yds, nonché del quartetto inglese, il quale, facendo suo l’oro nella staffetta 4x110yds, stabilisce anche il record mondiale di 45”37.

Ma per la Cuthburt sono gli appuntamenti a cinque cerchi quelli a cui fare riferimento e, in vista dei Giochi di Roma, sembra potersi confermare, quantomeno sulla più lunga distanza, eguagliando il 7 marzo ’60 il proprio primato di 22”3, ma la pista dell’Olimpico non le porta fortuna, venendo eliminata nei quarti della gara sui 100 metri, procurandosi uno stiramento muscolare che la elimina dalle competizioni, privando così il pubblico di una attesissima sfida sui 200 metri con l’americana Wilma Rudolph, la quale si aggiudica la prova con il tempo di 24”13, largamente superiore al limite mondiale dell’australiana.

La delusione induce la Cuthbert a ritirarsi dalle scene, decisione peraltro di breve durata, in quanto la si rivede in pista a fine novembre ’62 ai “Commonwealth Games” di Perth, in cui, oltre a contribuire, quale ultima frazionista, all’oro del quartetto australiano nella staffetta 4x110yds, si accorge, al contrario, di aver perso competitività nello sprint, giungendo non meglio che quinta sulle 220yds con un tempo di 24”80 quasi umiliante per lei.

Tale circostanza la consiglia di provare una nuova esperienza sul giro di pista, ed i riscontri durante la stagione ’63 sono incoraggianti, visto che migliora a due riprese il record mondiale sulle 440yds, ma un infortunio al piede destro ne condiziona la preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, dove la gara dei 400 metri piani è inserita per la prima volta nel programma di atletica femminile.

Riuscitasi comunque a qualificare per i Giochi, la Cuthbert non sembra peraltro al “top” della forma una volta giunta in Giappone, qualificandosi per la finale con il quarto tempo, mentre i favori del pronostico vanno alla sovietica Maria Itkina – campionessa europea sulla distanza sia a Stoccolma ’58 che a Belgrado ’62 – nonché, soprattutto, alla 22enne inglese Ann Packer, che nella prima delle due semifinali ha preceduto proprio l’australiana siglando il record olimpico in 52”7.

Rispetto alle sue avversarie, la Cuthbert ha il vantaggio di una superiore velocità di base, provenendo dallo sprint veloce, tutto sta a vedere se riuscirà a tenere nella parte finale del mai tanto giustamente definito “giro della morte” e, difatti, la sfida si snoda secondo tale canovaccio, con l’australiana a godere del vantaggio della seconda corsia, avendo così come punti di riferimento la connazionale Judy Amoore, in terza, la Itkina, in quinta, e la Packer, in sesta.

Partita forte in avvio, la Cuthbert annulla in breve tempo il decalage nei confronti delle avversarie, con l’unica eccezione della Packer che le tiene testa all’esterno, ma comunque presentandosi con oltre un metro di vantaggio all’uscita dell’ultima curva e contenere sul rettilineo finale il disperato tentativo di rimonta dell’inglese e concludere – in apnea ed a bocca aperta come al solito, anche se le ginocchia non sono più così alte come nelle gare di sprint – fermando il cronometro sul tempo di 52”0 netti che migliora il fresco primato olimpico della Packer, anch’essa scesa sotto il proprio limite concludendo la prova in 52”2, mentre le altre chiudono staccatissime.

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La Cuthbert vince i m.400 ai Giochi di Tokyo 1964 – da abc.net.au

Questa volta la carriera di “Betty” è davvero conclusa, e d’altronde meglio non si sarebbe potuta aspettare, visto che, a tutt’oggi, resta la sola atleta di ambo i sessi a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica in tutte e tre le prove di velocità piana – 100, 200 e 400 – mentre la polacca Szewinska vanta i successi sui 200 a Città del Messico ’68 sui 200 ed a Montreal ’76 sui 400, ma solo il bronzo sui 100 sempre nell’edizione messicana dei Giochi.

C’è poco da dire, più “Golden Girl” di così ….

WLADYSLAW KOZAKIEWICZ E QUELL’ESULTANZA NON PROPRIO OLIMPICA

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L’esultanza smodata di Kozakiewicz – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, quando i responsabili del Network americano NBC decisero di ridurre, a causa del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980, il proprio impegno nel trasmettere l’evento, inviando nella capitale moscovita appena 56 giornalisti accreditati per consentire la trasmissione di “highlights“, ancorché a carattere quotidiano, avessero potuto immaginare cosa avvenne quel pomeriggio del 30 luglio durante la finale del salto con l’asta, forse avrebbero potuto cambiare idea.

La specialità è peraltro un po’ in ribasso negli Stati Uniti, dopo l’oro di Bob Seagren a Città del Messico 1968, con lo stesso Seagren argento a Monaco 1972 dietro al tedesco orientale Wolfgang Nordwig, mentre nell’edizione di Montreal 1976 il favorito Dave Roberts si era dovuto accontentare dell’ultimo gradino del podio, superato, per un minor numero di errori, dal polacco Slusarski e dal finlandese Kalliomaki.

L’assenza degli americani, pertanto, non influenza più di tanto la qualità tecnica della gara in sede olimpica – pur se Mike Tully si era aggiudicato le due prime edizioni della Coppa del Mondo di Düsseldorf 1977 e Montreal 1979 – in quanto partecipano alla stessa, oltre al citato campione olimpico in carica Tadeusz Slusarski, il connazionale Wladyslaw Kozakiewicz e i due francesi Thierry Vigneron e Philippe Houvion, che nel corso della stagione hanno spodestato l’americano Dave Roberts dal trono di leader mondiale, facendo a gara a superarsi dapprima con Kozakiewicz che sale a m.5,72 a maggio, poi con Vigneron che in giugno valica per due volte l’asticella a m.5,75 ed infine con Houvion che, a soli 15 giorni dall’inizio dei Giochi, fissa il record mondiale a m.5,77.

I sovietici, dal canto loro, non schierano il campione europeo di Praga 1978, Vladimir Trofimenko, affidandosi ad un terzetto composto dal ventenne Konstantin Volkov, Sergej Kulibaba ed Yuri Prokhorenko, con quest’ultimo che però manca l’accesso alla finale fallendo tutti e tre i tentativi a sua disposizione in qualificazione.

Come di consuetudine, la gara di salto con l’asta vede gli atleti passare alcune quote e, quando l’asticella viene posta a m.5,65, sono sei i restanti in gara, con la differenza che Kowakiewicz ed il terzo francese Jean-Michel Bellot vi giungono dopo aver superato la quota di 5,60 (ed entrambi esenti da errori), mentre Slusarski, Volkov (anch’essi senza penalità), Houvion ed il terzo polacco Marius Klimczyk hanno valicato l’asticella alla misura inferiore di m.5,55 che è risultata, clamorosamente, fatale ad uno dei co-favoriti, il francese Vigneron. 

I 5,65 rappresentano la definitiva scrematura per l’assegnazione delle medaglie, in quanto vengono eliminati Bellot e Klimczyk, con Slusarski, Volkov ed Houvion che superano la misura solo al terzo tentativo, a differenza di Kozakiewicz che prosegue nel suo percorso netto, sentendo di essere nel suo “Giorno dei Giorni“.

Percorso scevro da errori che prosegue anche alla quota di m.5,70, superati alla prima prova e che, viceversa, risultano fatali sia ad Houvion (che dà così l’addio al podio, pagando gli errori commessi alle misure di entrata a 5,25 e 5,45) che a Slusarski, mentre Volkov, dopo aver fallito i primi due tentativi, si riserva la terza prova alla quota superiore di 5,75, hai visto mai…

Tattica questa, usata da Volkov, assai comune nelle gare di salto ed in specie di quello con l’asta, ma che stavolta non produce l’effetto sperato in quanto il giovane russo fallisce il suo unico tentativo, mentre Kozakiewicz prosegue il suo “show personale” superando alla prima prova anche i 5,75 (sei misure valicate tutte al primo colpo!).

Oramai sicuro della medaglia d’oro – con l’argento assegnato a pari merito a Slusarski ed a Volkov – al polacco non resta che aggiungere la classica “ciliegina sulla torta” ad una prestazione eccezionale, sotto forma del tentativo di riappropriarsi del record mondiale, facendo posizionare l’asticella a quota 5,78.

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Il salto record di Kozakiewicz – da gettyimages.com

E qui arriva il “fattaccio“, per il quale occorre premettere come Kozakiewicz fosse stato fatto oggetto – essendo tra l’altro la pedana del salto con l’asta in prossimità delle tribune – di ripetuti fischi da parte del pubblico ad ogni sua prova, nel tentativo poi rivelatosi invano di favorire il pupillo di casa Volkov nella corsa all’oro, fatto sta che, una volta superata alla seconda prova la misura che gli vale il record mondiale (evento che, unito alla medaglia d’oro, era dalle Olimpiadi di Anversa 1920 che non si verificava per la specialità), il polacco non trova di meglio, per scaricare la tensione accumulata, che rivolgere il più classico dei “gesti dell’ombrello“, attirando su di sé critiche, ma anche comprensione per il comportamento molto poco sportivo tenuto dai presenti.

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Kozakiewicz alla cerimonia di premiazione con il compagno Slusarski – da gettyimages.com

Ed anche questa è, se vogliamo, una “Pagina di Storia Olimpica“…

 

EDDY OTTOZ, L’OSTACOLISTA SENZA RIVALI IN EUROPA

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Eddy Ottoz – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

C’era una volta“, è questo l’incipit con cui da bambini ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate e che, in età adulta, abbiamo magari dovuto raccontare noi ai nostri figli se non addirittura ai nostri nipotini.

Da troppo tempo, purtroppo, il “c’era una volta” si addice ai fasti di un’atletica leggera in cui l’Italia la faceva da protagonista ed oggi, viceversa, deve attaccarsi ai garretti logori ed usurati di quell’immenso triplista che risponde al nome di Fabrizio Donato, ultimo in ordine di tempo a conquistare una medaglia olimpica con il bronzo ai Giochi di Londra 2012 dopo l’oro agli Europei di Helsinki nella medesima stagione, ed ancora in grado quest’inverno, a 40 anni suonati, di salire sul podio ai Campionati Europei indoor di Belgrado.

Per ritrovare una medaglia d’oro a livello continentale in pista nel settore maschile, dopo i successi di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ad Amsterdam 2016 e di Daniele Meucci e Stefano Baldini nella maratona (rispettivamente a Zurigo 2014 e Goteborg 2006, quando doppia l’oro di Budapest 1998), nonché di Schwazer nella 20 km. di marcia a Barcellona 2010, bisogna addirittura risalire ai trionfi di Andrea Benvenuti sugli 800 metri e di Alessandro Lambruschini sui 3000 siepi alla rassegna di Helsinki 1994, ben oltre 20 anni fa.

Il “c’era una volta” citato in premessa intende però in questo articolo riferirsi alla crisi nella specialità degli ostacoli, che nel corso degli anni ’60 era, viceversa, terreno di conquista da parte dei nostri atleti, sia sugli ostacoli bassi, vale a dire i 400, che sulla più corta distanza dei 110, dove l’altezza è posta a m.1,067 (pari a 3 piedi e 6 pollici), rispetto ai 762 millimetri (pari a 2 piedi e 6 pollici) del giro di pista.

La dimostrazione della validità del movimento la si ha in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, dopo che agli Europei di Belgrado di due anni prima Salvatore Morale si aggiudica l’oro sui 400 ostacoli eguagliando in 49″2 il primato mondiale dell’americano Glenn Davis, mentre sulla più corta distanza è Giovanni Cornacchia a salire sul podio cogliendo l’argento in 14″ netti, in una finale in cui si piazza quinto l’altro azzurro Giorgio Mazza con 14″3.

Dicevamo di Tokyo, appunto, edizione dei Giochi in cui gli atleti azzurri riescono nell’impresa – mai verificatasi in passato ed altrettanto più realizzata in futuro – di piazzare ben tre finalisti (Eddy Ottoz ed i citati Cornacchia e Mazza) sui 110 ostacoli ed altri due (il ricordato Morale e Roberto Frinolli, che poi diverranno cognati) sul giro di pista.

Ed ecco che entra prepotentemente in scena il protagonista della nostra storia, vale a dire il valdostano Eddy Ottoz, pur se nato in Francia, in Costa Azzurra (a Mandelieu-la-Napoule, per la precisione) ad inizio giugno 1944, colui che è stato e continua ad essere il più valido esponente italiano sugli ostacoli alti, ma andiamo per ordine.

E mentre il 16 ottobre 1964, nella gara dei 400 ostacoli, Salvatore Morale tiene alto l’onore del paese occupando il gradino più basso del podio, giungendo spalla a spalla in 50″1 con il britannico John Cooper, argento nella gara vinta con facilità dal primatista mondiale americano Rex Cawley con 49″6 (e dove Frinolli giunge sesto in 50″7), due giorni dopo è in programma la finale dei 110 ostacoli, alla quale, come detto, vengono ammessi tutte e tre i nostri portacolori, pur se è proprio Ottoz ad incontrare le maggiori difficoltà, giungendo quarto in 14″1 (14″12 elettronico) nella seconda semifinale, peraltro la più impegnativa, data la presenza dei due americani Lindgren e Jones, ed in cui si piazza secondo Cornacchia.

Poco più di 90 minuti sono però sufficienti per Ottoz per recuperare concentrazione ed energie, pur essendo condizionato dalla pioggia battente che non gli consente di indossare gli occhiali a lui necessari per la miopia che lo affligge, e la finale lo vede lottare sin sul filo di lana per un posto sul podio, fallito in 13″84 per soli 0″10 e 0″06 centesimi rispetto all’argento di Lindgren (13″74) ed al bronzo di Mikhaylov (13″78), nella gara vinta da Hayes in 13″67.

Esperienza quanto mai utile per Ottoz, considerata la giovane età di appena 20 anni, che ne fa tesoro al ritorno in Europa e, dopo essersi aggiudicato l’oro alle Universiadi di Budapest 1965, è pronto a ritornare sulla pista della capitale magiara in occasione dell’appuntamento principale dell’anno successivo, vale a dire i Campionati Europei.

Ottoz, al pari dei ricordati Morale e Frinolli, ha avuto anche la fortuna di incontrare un maestro del calibro di Sandro Calvesi, con il quale il connubio è divenuto talmente stretto da diventarne il genero, avendone sposato la figlia Lyana, ma – questioni familiari a parte – i suoi insegnamenti, soprattutto per affinarne il superamento degli ostacoli, sono stati decisivi per i risultati poi ottenuti, in quanto il valdostano era preso ad esempio a livello internazionale per la sua eccellente tecnica, con la quale ovviava ad una non esaltante velocità di base, essendo cronometrato in 10″7 sulla distanza dei 100 metri piani.

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Ottoz, a destra nella foto, assieme al tecnico Calvesi e ad Enio Preatoni – da calvesi.it

E, proprio per cercare di migliorare in questo fondamentale, Ottoz prende parte a marzo 1966 ai Campionati Europei indoor di Dortmund, facendo suo l’oro in 7″7 davanti al britannico Mike Parker ed al tedesco Hinrich John, pronosticati come suoi temibili avversari in occasione della rassegna outdoor.

E ad inizio settembre, ancora una volta i protagonisti dei 110 ostacoli si trovano a disputare le batterie nella giornata in cui si disputa la finale sugli ostacoli bassi e l’Italia può bissare il successo di quattro anni prima a Belgrado, pur cambiando il nome del vincitore, che risponde ora al nome di Roberto Frinolli, il quale fa sua la gara in 49″8 precedendo nettamente il tedesco Lossdorfer, che conclude in 50″3.

Una bella iniezione di fiducia per il clan azzurro e di ulteriore stimolo per Ottoz che non vuol essere da meno del compagno e, difatti, il giorno dopo, 3 settembre, si presenta ai blocchi di partenza della finale – che, come a Tokyo allinea altri due italiani, Cornacchia e Sergio Liani – nelle vesti di favorito, avendo realizzato il miglior tempo in semifinale con 13″7.

Sorteggiato in seconda corsia, con il campione uscente e bronzo olimpico Mikhaylov alla sua sinistra alla corda, allo sparo Ottoz prende decisamente la testa della gara con un ritmo omogeneo che lo porta ad abbattere dolcemente il terzo ostacolo, essere cronometrato in 6″4 al quarto ed in 11″7 al decimo per andare a trionfare ripetendo il medesimo tempo di 13″7 della semifinale, lasciando a debita distanza il temuto tedesco John ed il più quotato francese Marcel Duriez (già sesto a Tokyo), che si classificano nell’ordine pur essendo accreditati del medesimo crono di 14″0, con Mikhaylov, quarto, ad abdicare in 14″1 e gli altri due azzurri, Cornacchia e Liani, rispettivamente quinto e sesto.

En plein per il tecnico Calvesi – con i suoi due “pupilli” Ottoz e Frinolli capaci di aggiudicarsi rispettivamente per 5 (consecutivamente dal 1965 al 1969) e 6 (dal 1963 al 1966 e poi nel 1968 e 1969) volte il titolo di Campione Italiano delle loro singole specialità – ed obiettivo puntato verso i Giochi di Città del Messico 1968 e gli Europei di Atene 1969.

Appuntamenti ai quali Ottoz si prepara affinando sempre più la velocità con il secondo oro consecutivo alla rassegna continentale indoor di Praga 1967, dove fa sua la gara dei 50 ostacoli in 6″4, per poi riscattarsi del quarto posto di Tokyo 1964 conquistando sulla medesima pista il suo secondo alloro alle Universiadi 1967 in 13″9 e quindi salendo per la terza volta sul gradino più alto del podio ai Campionati Europei Indoor di Madrid 1968, edizione in cui copre i 50 ostacoli in 6″52, con un vantaggio imbarazzante sul tedesco Nickel.

E’ ottimista Calvesi, sa che i suoi due ragazzi non lo deluderanno, presentandosi in forma e ben allenati all’appuntamento clou della loro carriera, e le sue previsioni sono ancor più confortate quando il 14 ottobre Frinolli si aggiudica la prima delle due semifinali dei 400 ostacoli eguagliando il record italiano di Morale con 49″2, buon segno in vista dell’atto conclusivo dell’indomani, dove, però paga un dazio enorme all’altitudine ed al tentativo di tener testa all’inglese Hemery, il quale va a trionfare distruggendo in 48″1 il record mondiale, mentre l’azzurro cede di schianto nel rettilineo finale, concludendo in un amaro ottavo ed ultimo posto.

Problemi di altitudine che certo non riguardano una distanza breve come i 110 ostacoli, dove però c’è da confrontarsi con il trio americano uscito dai Trials e composto da Davenport (il quale vuole riscattarsi dopo l’uscita per infortunio a Tokyo), Ervin Hall e Leon Coleman, mentre il resto della compagnia, composto da europei, è pienamente alla portata di Ottoz.

Il quale, memore degli insegnamenti di Calvesi, ha un elevato senso di autocritica rispetto alle proprie prestazioni, in specie per ciò che concerne la partenza e la tecnica di superamento delle barriere e, nonostante si qualifichi per la finale vincendo la propria batteria in 13″5 e replicando lo stesso tempo in semifinale, battuto da Hall che corre in 13″3, non è affatto soddisfatto delle sue prove, soprattutto delle partenze, da lui stesso giudicate lente ed inadeguate se vuol puntare all’oro.

Nelle due ore (dalle 15 alle 17 locali) che distanziano le semifinali e la finale del 17 ottobre 1968, Ottoz riordina le idee ed i muscoli grazie al fedele massaggiatore Palombini, presentandosi ai blocchi di partenza in terza corsia, con Davenport a fianco in quarta, mentre gli altri due “colored” Usa, Hall e Coleman, si schierano rispettivamente in sesta e settima corsia.

La gara è lunga 110 metri, ma si risolve subito in avvio, allorquando Ottoz, nel tentativo di emulare lo scatto bruciante di Davenport arriva con le anche troppo basse sul primo ostacolo (errore tecnico!) che consente all’americano di guadagnare quel mezzo metro di vantaggio che mantiene sin sul traguardo andando a trionfare in 13″33, mentre il tentativo di rimonta di Ottoz si ferma sul gradino più basso del podio, sfuggendogli per soli 0″04 centesimi l’argento, appannaggio di Hall in 13″42 rispetto al 13″46 dell’azzurro, e pazienza se sia l’unico ad evitare la tripletta Usa e che il tempo rappresenti un record italiano che resterà imbattuto per ben 26 anni.

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Ottoz (n. 515) nella finale dei 110 ostacoli di Città del Messico 1968 – da alchetron.com

Ottoz sa che ha sprecato l’occasione della vita, ma riesce a farsene una ragione – “gli ostacoli sono messi lì apposta per crearne degli altri…, riferisce poi filosoficamente in sala stampa – e comunque il suo bronzo resta in ogni caso l’unica medaglia olimpica conquistata da un italiano sui 110 ostacoli e poi c’è un titolo europeo da difendere, l’anno successivo ad Atene.

Senza americani, e con il fatto che anche la finale olimpica lo aveva incoronato nuovamente come miglior europeo, dato che degli altri quattro finalisti del Vecchio Continente il migliore, il tedesco Trzmiel, si era piazzato quinto ad oltre 0″2 decimi di distacco, l’obiettivo è tutt’altro che irrealizzabile, anche se i britannici – quei simpaticoni – schierano sulla più breve distanza due specialisti degli ostacoli bassi, vale a dire Alan Pascoe – che in realtà si cimenterà sul giro di pista in epoca successiva – e nientemeno che il primatista mondiale e già ricordato David Hemery, cui si unisce una giovane promessa transalpina, un 18enne di belle speranze che risponde al nome di Guy Drut.

Esperienza contro rinnovamento, verrebbe da dire, ed Ottoz è ben intenzionato a far valere la prima, imponendosi sia in batteria che in semifinale con il medesimo tempo di 13″8, superando nella seconda circostanza Pascoe, accreditato di 14″0, mentre la seconda serie vede Hemery precedere Drut, pur essendo entrambi cronometrati con lo stesso tempo di 13″8.

Non ci sono margini per il resto dei finalisti, il quartetto uscito dalle eliminatorie è quello destinato a giocarsi le medaglie, con uno di loro a rimanere ai margini del podio ed Ottoz, al suo passo d’addio, non sbaglia assolutamente nulla, imponendosi d’autorità con tanto di record dei Campionati in 13″59, lasciando il duo britannico a debita distanza con Hemery argento in 13″74 e Pascoe bronzo in 13″94, mentre Drut è non meglio che quarto in 14″08, ma avrà modo di rifarsi in seguito.

Cala così il sipario sull’attività agonistica del più grande specialista italiano di ogni epoca sugli ostacoli alti, senza nulla togliere alle più che dignitose carriere di Sergio Liani e Giuseppe Buttari – entrambi per due volte finalisti agli europei – che gli sono succeduti, avendo poi il piacere (non da poco per un padre) di vedere il proprio record italiano migliorato, a 26 anni di distanza, dal figlio Laurent, il quale a fine agosto 1994 copre i 110 ostacoli in 13″42, dopo aver raggiunto la semifinale due anni prima alle Olimpiadi di Barcellona 1992 per poi dedicarsi ai 400 ostacoli, dove ai Giochi di Atlanta 1996 viene eliminato in semifinale pur stabilendo in 48″52 il primato italiano, dopo aver migliorato, il 31 maggio 1995 a Milano, il primato mondiale sulla poco usuale distanza dei 200 ostacoli con 22”55, gara che aveva sempre affascinato il padre.

In una cosa Laurent ha superato papà Eddy, e cioè nel numero di titoli italiani vinti, ben 10 (di cui quattro sui 110 ostacoli – 1990, 1991, 1992 e 1994 – e sei sui 400 ostacoli – 1995, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002), ma se lo chiedete ad Eddy, vi sentirete rispondere che ai suoi tempi c’era una maggior concorrenza, anche solo in patriarcale.

Ah, già, dimenticavamo, “c’era una volta

TAMARA ED IRINA PRESS, I “FRATELLI AL FEMMINILE” DELL’ATLETICA SOVIETICA

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Tamara, a sinistra, ed Irina Press – da genderverification.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Negli ultimi 30 anni, il mondo dell’atletica leggera – sicuramente non casualmente appena si è verificata la caduta del muro di Berlino ed il conseguente crollo del regime comunista sovietico – è stato sconvolto dai numerosissimi casi di doping che hanno portato a riscrivere albi d’oro olimpici e mondiali, nonché a rivisitare le graduatorie delle migliori prestazioni ottenute nelle singole specialità dagli atleti di ambo i sessi.

Giusta precisazione, quella di parlare di “ambo i sessi”, poiché, in passato, le maggiori contestazioni avverso la validità di risultati e primati si fondavano proprio sui dubbi di genere, dei quali i casi più clamorosi furono quelli della polacca naturalizzata americana Stella Walsh, specialista dei 100 metri dove vinse l’oro ai Giochi di Los Angeles 1932 e l’argento quattro anni dopo a Berlino, e della saltatrice in alto tedesca Dora Rutjen – in realtà iscritta all’anagrafe come Heinrich – giunta quarta alle citate Olimpiadi tedesche, ma dubbi vennero levati anche sulle prestazioni dell’americana Mildred “Babe” Didrikson, tre volte medagliata a Los Angeles 1932, anche a causa della sua dichiarata bisessualità.

Ma il caso che più di ogni altro ha fatto discutere in tempi più recenti, soprattutto per il modo in cui si è concluso, è quello delle due sorelle sovietiche Tamara ed Irina Press, entrambe nate a Charkiv nell’Ucraina all’epoca facente parte dell’Urss, a due anni di distanza l’una dall’altra, Tamara il 10 maggio 1937 ed Irina il 10 marzo 1939, capaci, soprattutto la prima, di non avere rivali nel panorama atletico femminile nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 ed il decennio successivo.

Figlie d una famiglia di religione ebraica, perdono il padre durante la seconda guerra mondiale, riuscendo a sopravvivere, assieme alla madre, all’invasione nazista della città che viene per quattro volte persa e riconquistata con tremende battaglie con l’armata Rossa, iscrivendosi poi, ad evento bellico concluso, all’Università di Leningrado, dove hanno modo di mettere in mostra le loro qualità in atletica.

Tamara, un “donnone” di m.1,80 per oltre 100 chili, si specializza nel getto del peso e lancio del disco, senza preferenze di sorta tra le due prove, che pratica con continuità tanto da stabilire sei primati mondiali – dal 1959 al 1965 nel peso e dal 1961 al 1965 nel disco – in entrambe le specialità, per le quali si iscrive a tutte le manifestazioni internazionali a cui prende parte, riuscendo sempre a salire sul podio in ognuna delle stesse.

La sorella minore Irina, viceversa, pur non disdegnando anch’essa qualche digressione nei lanci, dà il meglio di sé, avendo una struttura fisica più ridotta di 168cm. per 75kg., sugli ostacoli – all’epoca previsti sulla distanza degli 80 metri rispetto ai 100 attuali – nonché nel pentathlon, dando prova di una versatilità non comune per il periodo in questione.

L’esordio avviene per entrambe in occasione dei Campionati Europei di Stoccolma 1958, dove per la prima volta Tamara sale sul podio, con il bronzo nel getto del peso – ad un solo centimetro dall’argento della connazionale Tishkyevich – e l’oro nel lancio del disco con la misura di m.53,32 che, pur rappresentando il record della rassegna, è ben lontana dal primato mondiale di m.57,04 della georgiana Nina Dumbadze, che nell’ottobre 1952 aveva scagliato l’attrezzo oltre i 57 metri.

Il biennio successivo vede le due atlete prepararsi vista dell’appuntamento olimpico di Roma 1960, cosa che Tamara fa nel migliore dei modi, migliorando il proprio rendimento nel getto del peso al punto di stabilire, il 26 aprile 1959, il suo primo record mondiale con la misura di m.17,25 – quasi mezzo metro in più del precedente limite della connazionale Galina Zybina, oro ad Helsinki 1952 ed argento a Melbourne 1956 – primato che poi allunga in due meeting svoltisi a Mosca in preparazione dei Giochi, con m.17,42 e m.17,78 rispettivamente il 16 luglio e 13 agosto 1960.

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Le sorelle Press festeggiano i rispettivi record al Meeting di Mosca del luglio 1960 – da blog.guerisportivo.it

Con questo biglietto da visita, non c’è da stupirsi se la poderosa spallata con cui, al secondo tentativo della finale del 2 settembre 1960 sulla pedana dello Stadio Olimpico, Tamara fa cadere il peso a m.17,32 sia sufficiente ad archiviare la gara, visto che le altre due atlete che la accompagnano sul podio – la tedesca Johanna Luttge e l’americana Earlene Brown – raggiungono la loro miglior misura solo all’ultima prova, ma a debita distanza (m.16,61 e 16,42 rispettivamente).

Tre giorni dopo, però, la concorrenza interna è di ben altro spessore – la ex primatista mondiale Zybina si era piazzata nel getto del peso non meglio che settima con un modesto 15,56 – in quanto è rappresentata da quella Nina Romashkova-Ponomaryova, già oro ad Helsinki 1952 con m.51,42 bissato agli Europei di Berna 1954, mentre ai Giochi di Melbourne 1956 si era dovuta accontentare del bronzo ed era quindi desiderosa di riscattarsi.

Non essendosi affrontate a Stoccolma in quanto assente, la Ponomaryova (cognome da sposata), dopo aver chiuso in testa i primi tre lanci di finale, assesta il colpo decisiva alla gara lanciando il disco al nuovo record olimpico di m.55,10 al penultimo tentativo, mentre solo all’ultima prova la Press riesce a dare un senso alla propria gara con un lancio di m.52,59 che le consente di scavalcare il 52,36 ottenuto in apertura dalla rumena Lia Manoliu e fregiarsi della medaglia d’argento.

Che poi Tamara fosse in grado di realizzare la doppietta peso/disco ottenuta nella storia dei Giochi dalla sola francese Micheline Ostermeyer ai Giochi di Londra 1948 è dimostrato dal fatto che, in una riunione post olimpica sulla medesima pedana romana, ottiene, il 12 settembre, il primato mondiale con m.57,15, con ciò rimandando il tentativo a quattro anni più tardi all’edizione giapponese di Tokyo 1964.

La sorella Irina, nel frattempo, e che aveva anch’essa eguagliato il record mondiale sugli 80 ostacoli coprendo la distanza in 10″6 nello stesso meeting di Mosca del 16 luglio 1960, contribuisce a tenere alto il buon nome della famiglia, facendo sua la prova sugli ostacoli alti vincendo la finale in 10″9 dopo aver stabilito il record olimpico in 10″8 in semifinale, fallendo poi una seconda medaglia nella staffetta 4×100, che conclude al quarto posto, a 0″2 decimi dal bronzo delle polacche.

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Irina Press, terza da destra, in azione nella finale degli 80 ostacoli a Roma 1960 – da wikiwand.com

Oramai le due sorelle fanno parte dell’elite dell’atletica al di là della cortina d ferro, e vengono ben sfruttate dal regime sovietico dell’epoca, soprattutto la possente Tamara, la quale nel successivo quadriennio non ha rivali in entrambe le specialità del getto del peso (prima donna a superare la fettuccia dei 18 metri con il 18,55 ottenuto a Lipsia il 10 giugno 1962) e del lancio del disco, dove a distanza di soli 20 giorni, tra l’1 ed il 20 settembre 1961, migliora due volte il proprio limite mondiale (già incrementato a luglio a m.57,43), portandolo dapprima a m.58,06 e quindi sfiorando i 59 metri, facendo atterrare l’attrezzo a m.58,98. 

Non c’è pertanto da stupirsi se, in occasione delle Universiadi – manifestazione ai giorni nostri di modesta importanza, ma che all’epoca aveva un ben diverso valore, soprattutto per i paesi dell’est Europa – di Sofia 1961 e Porto Alegre 1963, così come alla rassegna continentale di Belgrado 1962, Tamara Press sale sul gradino più alto del podio in entrambe le specialità, uguagliando, ai ricordati Campionati Europei nella capitale jugoslava, il proprio primato mondiale di 18,55 nel getto del peso stabilito tre mesi prima.

Ed Irina, dal canto suo, si prepara alla rassegna olimpica di Tokyo eguagliando per due volte nell’arco di 20 giorni, ad agosto 1964, il primato mondiale degli 80 ostacoli coprendo la distanza in 10″5 e presentandosi all’appuntamento a cinque cerchi in tre distinte specialità, iscrivendosi anche al getto del peso ed al pentathlon.

Lo splendido scenario di Tokyo, occasione per il popolo e l’imperatore Hiro Ito di riscattarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale dopo i disastrosi eventi bellici della seconda guerra mondiale, è il palcoscenico ideale per le due sorelle, con Irina ad essere la prima a scendere in pista ed in pedana per le prove del pentathlon, che si svolgono in due giorni, il 16 e 17 ottobre.

Con 10″7 sugli 80 ostacoli, m.17,16 (oltre 2,50 metri in più del secondo miglior risultato!) e m.1,63 nel salto in alto, la Press conduce la classifica al termine della prima giornata con quasi 200 punti (3.245 a 3.055) di vantaggio sulla connazionale Galyna Bistrova, con le britanniche Mary Peters e Mary Rand più staccate, a quota 3.004 e 2.917 punti, rispettivamente.

Ed anche se nella seconda giornata la Rand riesce a far sue entrambe le prove del salto in lungo e dei 200 metri, le buone risposte della Press le consentono di conquistare l’oro con il record mondiale di 5.246 punti, con la britannica che può consolarsi con l’argento superando anch’essa “quota 5.000” per una sconfitta maturata esclusivamente dall’esito del getto del peso, dove la sovietica aveva preso un vantaggio abissale di ben 384 punti.

Tocca ancora alla minore della due sorelle scendere in pista il giorno seguente per le batterie degli 80 ostacoli, qualificandosi senza problemi per le semifinali e finale in programma il 19 ottobre, quando è di scena anche Tamara nel lancio del disco, non riuscendo stavolta a bissare l’oro dell’estate romana, finendo ai margini del podio in uno dei più serrati arrivi della storia, con le prime tre accreditate dello stesso tempo di 10″5 e la vittoria assegnata solo al fotofinish alla tedesca Karin Balzer rispetto alla polacca Ciepla ed all’australiana Kilborn.

Nell’intervallo intercorrente tra la disputa delle semifinali (14,00 ore locali) e la finale – in programma alle 15,20 – sulla pedana del disco Tamara si trova in non poche difficoltà, avendo chiuso i primi tre lanci di finale al terzo posto con una miglior misura di m.55,38 mentre la tedesca Ingrid Lotz aveva piazzato al primo tentativo un lancio di m.57,21 che gli vale il nuovo record olimpico e la sempre valida rumena Manoliu a replicare con m.55,90.

Le cose peggiorano al quarto lancio, con la Manoliu che allunga superando quota 56 metri, e solo alla penultima prova la sovietica riesce a trovare la giusta coordinazione per scagliare l’attrezzo a m.57,27, appena 6 centimetri in più della rivale tedesca, la quale salva l’argento dal disperato tentativo della rumena che si migliora ancora sino a m.56,97 misura sufficiente solo a farle occupare il gradino più basso del podio.

Per completare il “tris d’oro familiare“, manca ora il solo getto del peso, prova alla quale le sorelle Press partecipano entrambe e, stavolta, la supremazia della più anziana Tamara rispetto al resto del lotto è disarmante, migliorando sin dal primo lancio il suo stesso record olimpico di quattro anni prima a Roma, con la misura di m.17,51 incrementata a m.17,72 alla seconda prova, e come la tedesca Renate Culmberger si avvicina pericolosamente con una spallata di m.17,61 al quarto tentativo, ecco Tamara piazzare la ciliegina sulla torta con il suo terzo record olimpico di m.18,14 ottenuto all’ultimo lancio, mentre Irina conclude dignitosamente con un sesto posto le sue fatiche olimpiche.

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Tamara Press in azione nel getto del peso a Tokyo 1964 – da theolimpyans.co

Orgogliosamente celebrate in patria come vere e proprie “eroine dello sport sovietico“, nel settore occidentale cominciano però a farsi sempre più insistenti le voci che nutrono dubbi sulla loro effettiva appartenenza al genere femminile, tanto da essere sarcasticamente definite come “i fratelli Press” da parte dei media, ritenendo che le loro prestazioni siano influenzate dalla presenza di ormoni maschili.

Le speculazioni su tale presunta differenza di sesso prendono anche spunto dal loro aspetto fisico, indubbiamente con tratti più maschili che femminili, e le proteste in tal senso giungono sul tavolo della IAAF proprio mentre nel corso del 1965, anno in cui Irina dapprima eguaglia in 10″4 il primato mondiale sugli 80 ostacoli per poi divenirne unica detentrice coprendo la distanza in 10″3 il 24 ottobre a Tblisi, e la sorella Tamara non è da meno, sfiorando la barriera dei 60 metri nel lancio del disco con m.59,70 l’11 agosto a Mosca ed aggiungendo 4 centimetri al proprio record nel getto del peso, portato a m.18,59 a Kassel il 19 settembre 1965.

Ce n’è abbastanza perché, su sollecitazioni e pressioni da parte delle altre Nazioni (Stati Uniti in testa, ovviamente), la Federazione Internazionale decida di instaurare controlli sul sesso delle atlete a fare tempo dai Campionati Europei in programma a Budapest 1966, rassegna continentale dalla quale sia Tamara che Irina, rispettivamente di 29 e 27 anni all’epoca, improvvisamente si ritirano, ponendo fine alla loro attività agonistica.

La propaganda di regime è pronta alla dichiarazione di circostanza che tale abbandono è da porre in relazione alla necessità, per le sorelle, di far ritorno alla città di origine per assistere la madre malata, ma l’annuncio del ritiro giunto a poche settimane dalla rassegna continentale lascia non pochi dubbi al riguardo, alimentati dal fatto che nessuna delle due gareggia più in seguito e che non si sono mai sottoposte ad alcun test in merito.

Successivamente alla cessazione dell’attività sportiva, Irina entra nel KGB e viene assegnata al reparto delle Guardie del Corpo, prima di spegnersi il 21 febbraio 2004 a pochi giorni dal compimento del 65esimo compleanno, mentre Tamara si laurea in ingegneria civile, scrivendo anche molti libri su detta materia e, il prossimo 10 maggio, taglierà il traguardo degli 80 anni.

In mancanza, pertanto, di prove certe, i legittimi dubbi – da ambo le parti – restano, ed il segreto sulla loro effettiva femminilità se lo porteranno nella tomba, ma, come era uso dire qualcuno… “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca spesso!!!.

RENALDO NEHEMIAH, IL FENOMENO VITTIMA DEL BOICOTTAGGIO

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Nehemiah alla Maryland University, 1978 – da gettyimages.co.uk (James Drake)

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio della decade successiva, emergono negli Stati Uniti – Paese in cui notoriamente proliferano specialisti degli ostacoli – due autentici fenomeni che contribuiscono a riscrivere la storia dei primati, sia sui 110 che sui 400hs, contribuendo a lanciare dette prove in un’era moderna.

Il più famoso dei due, non occorre ricordarlo, è Edwin Moses, il quale, oltre a migliorare quattro volte il record mondiale sugli ostacoli bassi, dal 47″64 ai Giochi di Montreal 1976 sino al 47″02 di Coblenza del 31 agosto 1983, risulta pressoché imbattibile nell’arco di un decennio, nel corso del quale vince 122 gare consecutive, bissando a Los Angeles 1984 l’oro di Montreal e salendo sul gradino più alto del podio alle due prime edizioni dei Campionati Mondiali – Helsinki 1983 e Roma 1987 – per poi chiudere una irripetibile carriera con il bronzo olimpico di Seul 1988.

Ma se Moses ha avuto la pazienza di attendere, pur con l’amarezza del mancato scontato oro ai Giochi di Mosca 1980, prolungando la sua attività atletica, diversa scelta compie l’altro fenomeno degli ostacoli alti, vale a dire il forse meno conosciuto Renaldo Nehemiah, colui che ha rivoluzionato la specialità dei 110hs.

Con l’handicap di essere di quattro anni più giovane di Moses, essendo nato a Newark, nel New Jersey, il 24 marzo 1959, Nehemiah non ha l’età per competere agli Olympic Trials che designano i tre rappresentanti americani per le Olimpiadi di Montreal 1976, così come, l’anno seguente, è il vincitore delle citate selezioni, Charlie Foster, a rappresentare gli Usa nella prima edizione della Coppa del Mondo di atletica leggera a Duesseldorf, stagione in cui, completando gli studi alla “High School“, il 18enne si laurea campione nazionale juniores, venendo nominato “atleta dell’anno” a livello di scuola media superiore.

E’ talmente superiore ai suoi compagni che il suo allenatore, Jean Poquette, lo costringe a gareggiare con gli ostacoli posti all’altezza di 42 pollici (1,067 metri) in uso tra i seniores, rispetto ai 39 (pari ad un metro) di riferimento per gli juniores, con i quali viene cronometrato in 12″9 sulla distanza metrica dei 110hs.

Per proseguire l’attività agonistica, Nehemiah si iscrive all’Università del Maryland, una scelta in parte dovuta alla vicinanza alla famiglia, ma anche determinata dal fatto che all’Università del Tennessee, dove avrebbe voluto proseguire gli studi, non gli era stata garantita una borsa di studio, circostanza che lo stesso ostacolista ebbe successivamente a motivare con fatto che… “non ritenevano che potessi migliorare, in quanto pensavano che, avendo fatto così bene nella high school, io avessi raggiunto il massimo delle mie potenzialità …”.

Scelta, comunque, che si rivela quanto mai giusta, stante che ad UMD Nehemiah poteva contare su di un eccellente programma di gare, uno dei migliori della costa orientale, ed i risultati si vedono sin dal suo primo anno al College, quando stabilisce in 13″27 il record mondiale juniores in semifinale ai Campionati NCAA di Eugene 1978, pur venendo sconfitto in finale da Greg Foster, ma aggiudicandosi due settimane dopo il titolo nazionale assoluto, per poi sbarcare in Europa per partecipare a diversi meeting.

Ed è così che, il 16 agosto 1978, Nehemiah fa la sua prima conoscenza con la magica pista del “Letzigrund” di Zurigo in occasione del “Weltklasse, il meeting in assoluto di maggior prestigio del panorama continentale, vincendo la sua gara con il riscontro cronometrico di 13″23 che migliora di 0″04 centesimi il proprio primato mondiale juniores – e che a tutt’oggi risulta la seconda miglior prestazione di sempre per la categoria, superata solo nel 2002, a 24 anni di distanza, dal 13″12 del cinese Liu Xiang – che gli vale la prima posizione nel ranking di fine anno stilato dalla rivista specializzata “Track & Field News“, la quale cura detta classifica sin dal 1947.

Con il record mondiale appartenente al cubano Alejandro Casanas con 13″21 stabilito il 21 agosto 1977 alle Universiadi di Sofia, sono in molti a ritenere che lo stesso abbia le ore contate nel primo anno da seniores di Nehemiah, il quale conferma tale previsione migliorandolo in due occasioni, la prima il 14 aprile 1979 a San José, correndo la distanza in 13″16 e la seconda poco più di 20 giorni dopo, il 6 maggio a Westwood, quando per poco non riesce ad abbattere la barriera dei 13″ netti, facendo fermare il cronometro sui 13″00.

Nella sua veste di primatista mondiale, Nehemiah è il logico selezionato per la seconda edizione della Coppa del Mondo di atletica, in programma a fine agosto a Montreal e, sulla pista che aveva visto trionfare tre anni prima Edwin Moses sul giro di pista in occasione dei Giochi Olimpici – ed il quale, per quanto ovvio, si ripete anche nella presente occasione – il 20enne ostacolista coglie quello che sarà l’unico suo successo in carriera in manifestazioni internazionali, mettendo in fila il tedesco est Thomas Munkelt ed il già citato ex primatista mondiale Casanas.

Un arrivo quanto mai profetico, dato che Nehemiah è l’assoluto favorito e pretendente alla medaglia d’oro per le successive Olimpiadi di Mosca 1980, se non fosse che l’assurdo – e successivamente rivelatosi assolutamente inutile – boicottaggio dei Giochi decretato dal Presidente Usa Jimmy Carter gli nega questa chance, nonostante si fosse qualificato agli Olympic Trials, ugualmente disputati nel caso di un ripensamento dell’ultimo minuto poi non verificatosi, vincendo la selezione in un tranquillo 13″26, dovendo poi assistere impotente davanti alla Tv alla vittoria per un solo 0″01 centesimo proprio di Munkelt su Casanas, da lui sconfitti l’anno prima a Montreal, con i rispettivi tempi di 13″39 e 13″40.

E ben magra consolazione viene per Nehemiah dall’affermazione al meeting di Zurigo e dalla conferma, per il terzo anno consecutivo, di numero 1 del ranking mondiale, grazie alla sua miglior prestazione stagionale di 13″21, iniziando a meditare se valesse la pena continuare a sacrificarsi per altri quattro anni alla ricerca della gloria olimpica, con il rischio magari di incappare in un altro boicottaggio, pensieri che, comunque, non lo assillano durante il 1981, stagione in cui deve fronteggiare la concorrenza in patria da parte di Greg Foster, fresco vincitore del titolo nazionale Usa l’anno precedente.

Ed è ancora la pista del “Letzigrund” a fare da cornice alla resa dei conti tra i due, andando in scena il 19 agosto 1981 in una delle più appassionanti sfide sugli ostacoli alti della storia della specialità, che vede Nehemiah, posto in quarta corsia con Foster in quinta, prendere un leggero vantaggio allo sparo, vantaggio che poi è costretto a fatica a mantenere dal tentativo di rimonta del rivale, il quale cede solo negli ultimi metri, ma che è da indubbio stimolo affinché il cronometro del “Weltklasse possa registrare il primo meno 13″, con Nehemiah a realizzare la sua miglior performance in carriera con 12″93 e Foster il suo “personal best” con 13″03, e pensare che il primatista mondiale riferisce non essere stata una gara perfetta, asserendo che… “sì, il risultato è stato buono (sic), ma tecnicamente ho commesso degli errori…”.

E’ questa l’ultima grande impresa atletica di Nehemiah, che dopo la stagione indoor ad inizio 1982, cede alle sirene ed ai milioni di dollari del football americano, firmando per i San Francisco 49ers, una decisione da lui stesso motivata con le parole, che fanno anche riferimento al boicottaggio olimpico, che lo portano così ad esprimersi… “E’ stata una iniziativa (quella del boicottaggio, ndr) assunta nel momento peggiore per me, non avendo ancora raggiunto i miei obiettivi, e della quale non sono riuscito a comprendere lo scopo. Inoltre, non ho capito perché il boicottaggio non abbia coinvolto anche i Giochi Invernali, ma solo quelli estivi, se vuoi mettere in atto una protesta devi coinvolgere l’intero movimento e non una singola stagione. Ed è proprio per quello che ho deciso di dedicarmi al football professionistico, non volevo rischiare altri quattro anni di allenamenti magari per nulla, i 49ers sono giunti al momento opportuno, mi hanno offerto un contratto da professionista nel mentre non avevo obiettivi a lungo termine in atletica, che resta sempre uno sport dilettantistico….

Su quello che sarebbe potuto essere il futuro di Nehemiah in atletica, il più autorevole parere viene da Patricia Daniels, all’epoca coach della fortissima velocita Evelyn Ashford, la quale non si nasconde nell’asserire che… “se Renaldo avesse continuato a concentrarsi sulle piste, avrebbe potuto eguagliare l’impresa di Harrison Dillard (compiuta nel 1948 a Londra e nel 1952 ad Helsinki) nel conquistare un oro olimpico sia sui 100 metri piani che sui 110 ad ostacoli, poiché aveva una velocità di base tale da consentirgli di scendere sotto i 9″90 sulla distanza piana, e, basandomi sui tempi da lui registrati in allenamento sui 300 metri piani, ritengo che avrebbe anche potuto insidiare il record di Moses sui 400 ostacoli….

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Nehemiah con la maglia n. 83 dei San Francisco 49ers – da gettyimages (Richard Mackson)

Previsioni che non potremo mai sapere se si sarebbero, in effetti, poi verificate, resta il fatto che il suo triennio nel football professionistico, nel ruolo di ricevitore, risulta inferiore alle attese, con le statistiche che riferiscono di 40 gare disputate (più 5 nei playoff), 754 yard percorse, con 4 “touchdown ed appena 24 punti messi a segno, senza scendere in campo nel “Super Bowl che a gennaio 1985 consegna ai 49ers di Joe Montana il titolo contro i “Miami Dolphins“.

Con la scelta di Jerry Rice nel ruolo di ricevitore al draft 1985 – rivelatasi quanto mai azzeccata, dato che con lui i 49ers vincono il titolo nel 1988, 1989 e 1994 – a Nehemiah non viene rinnovato il contratto e lo stesso decide di ritornare al vecchio amore ricominciando ad allenarsi in preparazione dell’appuntamento olimpico di Seul 1988, visto che, per l’epoca, sarà comunque ancora sotto i 30 anni di età.

Non è facile riprendere confidenza dopo tre anni di inattività sugli ostacoli, e, difatti, i suoi migliori risultati sono di 13″48 nel 1986 ed addirittura 13″71 l’anno seguente, in una specialità, peraltro, che dimostra di poter tranquillamente fare a meno di lui, visto che il suo rivale Greg Foster si aggiudica l’oro alle prime edizioni dei Mondiali di Helsinki 1983 in 13″42 e di Roma 1987 in 13″21, nel mentre gli Stati Uniti fanno doppietta ai Giochi di Los Angeles 1984, con Foster stavolta secondo in 13″23, dietro a Roger Kingdom, primo con 13″20.

L’appuntamento per sperare di rientrare sul grande palcoscenico è fissato per il 23 luglio 1988 agli Olympic Trials di Indianapolis, dove Nehemiah fatica a qualificarsi per la finale giungendo quarto nella seconda delle due semifinali in 13″43, un tempo che non lascia molte speranze di entrare tra i primi tre selezionati per le Olimpiadi coreane, previsione confermata 2 ore e mezza dopo, quando è costretto addirittura al ritiro nella gara che vede affermarsi Kingdom, il quale bisserà poi, due mesi dopo, l’oro olimpico correndo in 12″98, primo uomo a scendere sotto i 13″ netti in una Olimpiade.

Le successive ultime tre stagioni di Nehemiah prima del definitivo ritiro, lo vedono migliorarsi non poco, dato che nel 1989 con 13″20 è quarto nel ranking mondiale capeggiato da quel Roger Kingdom che il 16 agosto 1989 gli ha tolto, per un solo 0″01 centesimo, il primato mondiale, ottenuto per ironia della sorte proprio sulla “sua” pista di Zurigo, mentre l’anno seguente registra il suo miglior tempo stagionale in 13″22 che gli vale il sesto posto nel ranking mondiale.

Oramai superata la trentina, Nehemiah è deciso a giocarsi la sua ultima carta in vista della terza edizione dei Mondiali di Tokyo 1991, riuscendo a qualificarsi nelle selezioni americane assieme al “solito” Greg Foster e a Jack Pierce, ma nonostante si fosse affermato per la quarta volta in carriera al “Weltklasse” in 13″19 (suo miglior tempo dal rientro alle gare), il riacutizzarsi di un malanno muscolare lo costringe a dare forfait alla rassegna iridata, non restandogli che assistere dalle tribune alla terza vittoria mondiale consecutiva di Foster, che beffa Pierce al fotofinish con un crono di 13″06 per entrambi.

Alla fine della storia la morale è una sola, Moses ha scelto la gloria e ne è stato ricompensato, Nehemiah, viceversa, ha preferito seguire la strada del professionismo per arricchire il conto in banca, ma alla fine, ne sarà valsa veramente la pena?

MARLIES GOEHR, LA REGINA SENZA CORONA

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Marlies Goehr – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena internazionale della velocità femminile in atletica leggera irrompesse, con l’impatto di uno tsunami, l’americana Florence Griffith, le cui prestazioni ottenute nel corso del 1988 – con qualcosa di più di qualche legittimo sospetto – portarono i primati sui 100 e 200 metri a dei livelli tuttora insuperati, si era registrata, nel ventennio che va dall’inizio degli anni ’60 alla fine della decade successiva, la consueta sfida tra le velociste Usa e le non meno chiacchierate sprinter della Germania Est.

Ammirata la straordinaria eleganza di Wilma Rudolph alle Olimpiadi di Roma 1960, in casa americana il testimone era stato raccolto con successo dalla georgiana Wyomia Tyus, capace di aggiudicarsi i 100 metri in due edizioni consecutive dei Giochi, a Tokyo 1964 con il tempo di 11″4 e quattro anni dopo a Città del Messico, stabilendo il nuovo record olimpico e mondiale di 11″0 (11″07 elettronico).

Ma nella parte orientale della Germania si stavano affilando le armi per far bella mostra di sé all’appuntamento più di ogni altro atteso dall’establishment comunista dell’epoca, vale a dire le Olimpiadi del 1972, assegnate proprio alla città di Monaco di Baviera, nella rivale parte occidentale.

E il prodotto vincente si materializza nelle sembianze di Renate Stecher, nata Meissner, dalla tipica morfologia da sprinter pura, alta m.1,70 per 71 kg., la quale, dopo aver fatto doppietta sui 100 e 200 metri ai Campionati Europei di Helsinki 1971, ripete analoga impresa sulla pista dell’Olympia Stadion bavarese, eguagliando al centesimo, in 11″07, il limite mondiale della Tyus sulla più corta distanza, per poi stabilire in 22″40 il record sui 200 metri, con la spedizione Usa a leccarsi le ferite, essendo rimasta fuori dal podio in entrambe le prove, ed addirittura senza finaliste sulla doppia distanza.

La situazione non muta, in casa americana, nel quadriennio successivo, mentre le ragazze della ex Ddr si ritrovano una inaspettata rivale dalla parte occidentale in Annegret Richter, la quale impedisce il tris d’oro alla Stecher portando la staffetta 4×100 della Germania Ovest al primato mondiale a Monaco 1972 e quindi, quattro anni dopo a Montreal 1976, fa suo il gradino più alto del podio precedendo ancora la Stecher nella finale dei 100 metri, dopo aver addirittura realizzato il record mondiale di 11″01 in semifinale.

Invertendo le parti rispetto a Monaco di Baviera, sono stavolta le ragazze tedesco orientali a prendersi la rivincita in staffetta, superando le rivali in un avvincente testa a testa, per soli 0″04 centesimi, 42″55 a 42″59, in un quartetto che, in prima frazione, vede scattare dai blocchi la 18enne Marlies Oelsner, la quale si era classificata ottava nella prova individuale e che l’anno prima, ai Campionati Europei juniores, aveva conquistato l’argento in 11″43 dietro alla connazionale Petra Koppetsch, vincitrice anche sui 200 e poi non confermatasi nelle stagioni successive.

Ma in quella finale, dove – per la seconda edizione consecutiva dei Giochi – nessuna velocista americana è presente sul podio, è presente e si classifica quinta con 11″24, Evelyn Ashford, di un anno più anziana della Oelsner, con la quale avrà modo di rivaleggiare nelle stagioni seguenti.

L’anno successivo alle Olimpiadi canadesi è in programma, ad inizio settembre a Duesseldorf, la prima edizione della Coppa del Mondo di atletica leggera, manifestazione fortemente voluta dal Presidente IAAF Primo Nebiolo e che servirà da apripista per i successivi Campionati Mondiali, e la Oelsner dimostra di essere in grado di raccogliere l’eredità della Stecher presentandosi in veste di primatista mondiale, in virtù dello straordinario 10″88 realizzato l’1 luglio 1977 a Dresda, pur con un vento di 2 m/s al limite del regolamento.

La sfida di Duesseldorf si dimostra impari, con la Oelsner che domina la gara, aggiudicandosela in 11″16, precedendo la britannica Lannaman, mentre la Ashford conclude non meglio che quinta in un modesto 11″48 rimandando la sfida successiva alla seconda edizione, prevista a Montreal a fine agosto 1979.

Nel frattempo, le due rivali hanno modo di mettersi in mostra ed affilare le armi sulle rispettive sponde dell’Oceano Atlantico, con la tedesca est – nel frattempo maritata Goehr – a far suo l’oro sui 100 metri ai Campionati Europei di Praga 1978 in 11″13, mentre viene sconfitta dalla sovietica Lyudmila Kondratyeva (tenete bene presente questo nome) per l’inezia di 0″01 centesimo (22″52 a 22″53), in una delle sue rare escursioni sui 200 metri, e l’americana a far viceversa doppietta sui 100 e 200 metri ai “Pan American Games” svoltisi a San Juan di Portorico ad inizio luglio 1979, con i rispettivi riscontri cronometrici di 11″07 e 22″24.

Sfida pertanto incertissima, quella che mette di fronte le due atlete sulla pista dello Stadio Olimpico di Montreal per la Coppa del Mondo e stavolta ad aggiudicarsela è la Ashford, la quale vince i 100 metri in 11″06 (con la Goehr seconda in 11″17), per poi replicare sulla doppia distanza dove, con il tempo di 21″83, precede la fortissima tedesca orientale Marita Koch, primatista mondiale con 21″71 stabilito a giugno del medesimo anno.

Ogni appassionato di atletica – e di sport in generale – è in grado di rendersi conto quale irreparabile danno compia il Presidente Usa Jimmy Carter nell’annunciare il boicottaggio del suo Paese alle Olimpiadi di Mosca 1980, privandoci di una sfida dai contorni esaltanti, ma tant’è e, di contro, non si vede, almeno nelle previsioni, chi possa togliere dal collo la medaglia d’oro alla Goehr.

Vi è peraltro da dire che la sfida non si sarebbe in ogni caso svolta, visto che la Ashford è vittima di un infortunio muscolare a maggio 1980 che le fa saltare il resto della stagione, ivi compresi i Trials olimpici svoltisi pro forma stante l’intervenuto boicottaggio e la selezione delle tedesche est parte per la capitale moscovita convinta di aver vita facile con il trio di velociste composto, oltre che dalla Goehr, anche da Ingrid Auerswald e da Romy Mueller.

Le certezze in casa Ddr iniziano a vacillare sin dal primo turno, in cui l’atleta di casa Lyudmila Kondratyeva (ricordate, vero?) fa realizzare il miglior tempo in un eccellente 11″13, per poi replicare nelle tre serie dei quarti di finale in cui precede in 11″06 la tedesca est Mueller, mentre la Goehr e la Auerswald fanno proprie le altre due serie, ma con l’identico tempo di 11″12.

Si giunge così a sabato 26 luglio 1980, quando al pomeriggio sono previste le due semifinali e la finale, e la composizione delle due serie vedono inserite nella prima Mueller ed Auerswald, mentre nella seconda si propone un primo antipasto tra la favorita Goehr e la Konfratyeva.

E, dopo che la Mueller fa sua la sfida in famiglia rispetto alla Auerswald – pur con tempi relativamente alti di 11″22 ed 11″27 – tocca ancora alla sovietica minare le certezze della primatista mondiale, superandola nettamente (11″11 ad 11″18) nella seconda semifinale, con ciò incrementando le aspettative del pubblico di casa per una inattesa vittoria in finale da parte della loro rappresentante.

Le due ragazze, praticamente coetanee (nata il 21 marzo 1958 la tedesca, venti giorni dopo, l’11 aprile, la sovietica), hanno anche una pressoché identica struttura fisica – m.1,68 per 57 kg. la Kondratyeva rispetto al m.1,65 per 55k g. della Goehr – e, pertanto, anche uno stile di corsa molto simile, pur se allo sparo è normalmente l’atleta della Ddr a farsi preferire.

Il sorteggio delle corsie vede l’atleta di casa partire in quinta corsia, mentre la tedesca è relegata in ottava, con ciò non fornendo idoneo punto di riferimento all’avversaria, ed all’uscita dai blocchi, contrariamente a quanto previsto, la Goehr ha un’esitazione che le sarà fatale e la vede a metà gara addirittura in quarta posizione, ad inseguire la connazionale Auerswald, nonché la Kondratyeva e la sorprendente svedese Linda Haglund, autrice, viceversa, di una fulminea partenza.

La Goehr fa ricorso a tutte le sue energie per cercare di recuperare lo svantaggio, aumentando vertiginosamente la frequenza delle proprie falcate, con ciò consentendole di rimontare centimetro dopo centimetro per poi catapultarsi sul filo di lana contemporaneamente alla sua avversaria, in un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, assegnando la vittoria alla Kondratyeva per il minimo dei margini, 11″06 contro 11″07, lo stesso 0″01 centesimo con cui aveva superato la tedesca sui 200 metri due anni prima agli Europei di Praga.

La sovietica paga a caro prezzo lo sforzo prodotto nell’ultimo appoggio, procurandosi uno stiramento al muscolo della coscia che le impedisce di prendere il via sia nei 200 metri che nella staffetta 4×100, dove la Goehr ottiene la sua seconda medaglia d’oro olimpica, dopo quella di quattro anni prima a Montreal.

La delusione per la mancata vittoria nella gara individuale è grande per la tedesca, che fatica a ritrovare lo smalto dei tempi migliori, venendo nuovamente sconfitta dalla Ashford nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma 1981, dove l’americana ripete l’accoppiata di due anni prima a Montreal, facendo suoi sia i 100 in 11″02 (dove la Goehr è terza in 11″13, preceduta anche dalla britannica Kathy Smallwood) che i 200 in 22″18, ma ritrovando una più che eccellente forma negli anni a seguire.

Difatti, agli Europei di Atene 1982, la Goehr – dopo aver eguagliato il 9 luglio il proprio record mondiale di 10″88 sulla pista di Karl-Marx-Stadt (l’attuale Chemnitz) – conferma il titolo di quattro anni prima a Praga, trionfando sulla connazionale Barbel Woeckel in un eccellente 11″01, cui unisce l’oro in staffetta, per poi vivere la migliore stagione della sua attività agonistica l’anno seguente, in concomitanza coi primi Campionati Mondiali, in programma ad Helsinki dal 7 al 14 agosto 1983.

Stagione che, però, vede come protagonista di vertice anche la sua acerrima rivale d’oltre oceano, con le due velociste che ingaggiano un furioso “botta e risposta” con la Goehr ad abbassare il proprio limite correndo in 10″81 a Berlino l’8 giugno 1983 e la Ashford a replicare a meno di un mese di distanza, portando il record mondiale a 10″79 il 3 luglio successivo.

Con queste elevate credenziali, l’attesa per la sfida ai Mondiali è altissima, e le due velociste mantengono fede alle aspettative, con la Ashford a precedere la Goehr (11″11 ad 11″16) nella quarta ed ultima serie dei quarti di finale, mentre nelle semifinali dell’8 agosto si aggiudicano le rispettive serie, ma con l’americana unica del lotto a scendere sotto gli 11″ netti, correndo in 10″99 a fronte dell’11″05 con cui la tedesca si aggiudica la prima semifinale.

Ancora una volta, alla Goehr sembra debba sfuggire un oro a livello assoluto (Olimpiade o Mondiali) nella gara individuale, ma stavolta la buona sorte le dà una mano, volgendo le spalle alla Ashford, nonostante che alla tedesca tocchi ancora in sorte la corsia esterna così come tre anni prima a Mosca, mentre l’americana è in seconda.

Succede, infatti, che stavolta la partenza della Goehr sia bruciante, e la stessa si porta in vantaggio nella fase iniziale, con la connazionale Marita Koch – per una volta iscritta in una per lei inusuale prova sui 100 metri – a contenderle la prima posizione a centro pista, nel mentre la Ashford, attardata in avvio, si sta producendo nello sforzo per colmare il distacco quando i suoi muscoli improvvisamente cedono costringendola al ritiro, mentre la rivale va a vincere la più importante medaglia della sua carriera in un comunque eccellente 10″97, precedendo la Koch di 0″03 centesimi.

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La finale dei 100 metri ai Mondiali 1983 – da sporting-heros.net

Ripresasi dai suoi periodici infortuni muscolari, la Ashford è desiderosa di regolare i conti con la tedesca a casa sua, vale a dire in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles 1984, ma ancora una volta la sfida è impedita dalla politica, per il contro boicottaggio del blocco sovietico in risposta a quanto compiuto quattro anni prima dagli Stati Uniti.

La Ashford non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro olimpico in 10″97 (curiosamente lo stesso tempo della Goehr l’anno prima ai Mondiali), cui aggiunge analogo successo in staffetta, ma l’assenza della rivale e primatista mondiale ne inficia in parte il relativo valore, ragion per cui l’attesa è rivolta alla “vera finale” che si disputa poco più di quindici giorni dopo allo storico “Weltklasse” di Zurigo, dove le due avversarie sono poste una accanto all’altra, rispettivamente in terza (la Goehr) ed in quarta corsia (la Ashford).

E la sera del 22 agosto 1984 la pista magica del “Letzigrund” elvetico non tradisce neppure stavolta le attese, con la prova che ha uno svolgimento similare alla finale mondiale, con la Goehr a scappar via allo start e la Ashford a rincorrere, ma con un finale ben diverso in quanto, in assenza di noie muscolari, l’impresa riesce, consentendole di raggiungere la tedesca poco oltre metà gara per poi andare a trionfare in un sensazionale 10″76 con cui abbassa di 0″03 centesimi il proprio record mondiale, con la tedesca a chiudere al secondo posto in 10″84.

La carriera della Goehr ha un ultimo sussulto alla Coppa del Mondo di Canberra 1985, dove si conferma regina dei 100 metri in assenza della Ashford e contribuisce al primato mondiale di 41″37 della Germania Est nella 4×100, per poi conquistare il suo terzo oro consecutivo sui 100 metri agli Europei di Stoccarda 1986 in un più che dignitoso 10″91, cui unisce l’oro in staffetta, mentre ai Mondiali di Roma 1987 ed alle Olimpiadi di Seul 1988, non riesce a qualificarsi per la finale della prova individuale, fornendo comunque il proprio contributo nella conquista dell’argento in staffetta in entrambe le manifestazioni, ed avendo sulla pista coreana l’ultima occasione di confronto con l’americana quali ultime frazioniste della staffetta 4×100.

Con gli Usa in sesta corsia a far da punto di riferimento per il quartetto tedesco orientale, in quinta, le americane cambiano in vantaggio ai 200 metri, ma incredibilmente la terza frazionista Heike Drechsler riesce a tener testa in curva alla Griffith così lanciando la Goehr, complice anche un cambio schiacciato tra Griffith ed Ashford, con un buon margine sull’avversaria, che riceve il testimone in terza posizione, dietro anche all’Unione Sovietica, ma qui la oramai 31enne della Louisiana fornisce forse la più straordinaria delle sue performances, recuperando lo svantaggio ed andare a concludere trionfalmente rispetto ad una Goehr che, al confronto, sembra passeggiare.

Una fortissima atleta, senza alcun dubbio, Marlies Oelsner-Goehr – tant’è che è tuttora la detentrice del record tedesco sulla distanza con il suo 10″81, all’epoca prima mondiale – ma alla quale è mancato quel qualcosa per poterla incoronare come una delle più grandi di tutti i tempi nella specialità della velocità pura.

L’ORO RIVOLUZIONARIO DI DICK FOSBURY A MESSICO 1968

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Il salto di Fosbury – da jamesclear.com

articolo di Giovanni Manenti

Non vi sono molte attese per la gara di salto in alto ai Giochi di Città del Messico del 1968, rispetto ai grandi duelli tra Usa ed Urss della prima metà degli anni ’60, dato il ritiro di John Thomas e l’incidente di moto che ha tolto anzitempo di scena il primatista mondiale Valery Brumel.

La “scuola sovietica” stenta difatti a trovare l’erede di Brumel, tanto che gli Europei di Budapest 1966 vengono vinti dal carneade francese Jack Madubost con una misura alquanto modesta di m.2,12 mentre maggiore curiosità desta il “terzetto” americano, composto da Ed Caruthers, già presente a Tokyo, dove si era piazzato ottavo, e vincitore dei Trials, Reynaldo Brown e, soprattutto, da un ventunenne dell’Oregon, tal Richard “Dick” Fosbury che ha messo in pratica una rivoluzionaria tecnica di salto, che prevede il superamento dell’asticella di schiena rispetto allo scavalcamento “ventrale” sinora adottato.

Il giovane universitario ha dalla sua parte anche la fortuna derivante dal fatto che, già dagli inizi degli anni ’60, nei College Usa erano stati adottati dei materassi su cui i saltatori potevano atterrare dopo l’esecuzione della prova, poiché il nuovo metodo non sarebbe potuto essere messo in atto qualora non vi fosse stata a disposizione una superficie morbida ad accogliere la schiena dell’atleta.

Un po’ stupiti dall’innovazione, i suoi tecnici tentano inizialmente di dissuaderlo da una tale tecnica di salto, invogliandolo a proseguire nello scavalcamento ventrale, ma si arrendono quando prendono atto dei miglioramenti del ragazzo, che al suo primo anno da juniores al liceo raggiunge quota m.1,91 ed al secondo addirittura m.1,97.

Con il passaggio al College presso la “Oregon State University” nel 1966, fatalmente anche il suo nuovo coach Berny Wagner cerca di convincere Fosbury a “riappropriarsi” dello stile ventrale, incontrando la riluttanza del ragazzo, e la polemica viene definitivamente chiusa quando, al suo secondo anno universitario, stabilisce con m.2,08 il record dell’ateneo nel corso del primo meeting dell’anno.

Come sempre accade per ogni innovazione in qualsiasi campo, la nuova tecnica viene accolta con un certo scetticismo a livello internazionale, pur avendo Fosbury ottenuto la selezione olimpica con l’identica misura degli altri due compagni di squadra, vale a dire m.2,21, e nonostante non dimostri alcuna difficoltà a valicare l’asticella posta a m.2,14 che gli vale l’accesso alla Finale olimpica del 20 ottobre 1968.

Tali perplessità lasciano però pian piano il posto alla sorpresa ed allo stupore quando all’atto conclusivo Fosbury valica l’asticella sempre al primo tentativo sino alla misura di m.2,18 compresi, in cui assieme a lui sono rimasti in gara solo altri due atleti a giocarsi le medaglie, e cioè il connazionale Caruthers ed il sovietico Gavrilov, anch’esso immune da errori, mentre Caruthers ha fallito due prove a m.2,14 ed altrettante a m.2,18, misura, quest’ultima, “passata” da Gavrilov che, pertanto, affronta i m.2,20 in terza posizione.

La gara entra nel vivo, nessuno dei rivali intende cedere e, superando tutti e tre i m.2,20 al primo tentativo, stabiliscono un nuovo record olimpico, con Gavrilov che scavalca Caruthers al secondo posto per il minor numero di errori commessi.

La decisione avviene alla misura superiore di m.2,22 che Fosbury supera al primo tentativo e Caruthers al secondo, mentre Gavrilov commette i suoi primi tre errori della serata che gli costano l’argento, dovendosi “accontentare” del gradino più basso del podio.

Avvantaggiato dal “percorso netto” sinora compiuto, Fosbury ha già la medaglia d’oro al collo quando Caruthers fallisce per tre volte i m.2,24, ma con un ultimo tentativo perfetto, scavalca l’asticella e, nel laurearsi nuovo campione olimpico con il relativo record, stabilisce anche la sua miglior prestazione di sempre.

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Fosbury sul podio – da ilbosone.com

Fosbury sa di aver scritto una pagina importante nella storia dell’atletica leggera, che abbandona subito dopo i Giochi per dedicarsi allo studio e conseguire, nel 1972, la laurea in ingegneria civile, ma oramai il suo passaggio nella specialità del salto in alto non potrà essere considerato come una semplice meteora, avendo aperto una breccia che in molti si affrettano a seguire, tanto che appena quattro anni dopo a Monaco di Baviera, ben 28 dei 40 iscritti alla gara adottano il “Fosbury Flop” e, a Mosca 1980, addirittura 13 dei 16 finalisti hanno oramai abbandonato il “ventrale“.

Mai, in una qualsiasi disciplina sportiva, un singolo atleta è stato capace di portare una innovazione tanto rivoluzionaria quanto il giovane studente della “Oregon State University”, circostanza che gli consente di entrare a pieno titolo nel ristretto novero dei più grandi in assoluto.

CORNELIUS JOHNSON, L’ORO DI BERLINO 1936 A CUI HITLER NON STRINSE LA MANO

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Cornelius Johnson in azione – da corporate.olympica.com.au

articolo di Nicola Pucci

Beffato dal quarto posto ai Giochi di quattro anni prima a Los Angeles, dove è nato il 21 agosto 1913, l’americano Cornelius Johnson si presenta alle Olimpiadi di Berlino del 1936 con l’intenzione di prendersi la rivincita nella gara di salto in alto.

Le credenziali del giovanotto californiano, 23enne, sono eccellenti, se è vero che ai Trials di selezione ha stabilito il nuovo record del mondo con la misura di m.2,076, eguagliata pochi minuti dopo dal connazionale David Albritton. La sfida tra i due atleti di colore si rinnova così a Berlino, dove sono i favoriti della prova, che allinea al via anche il campione europeo Kalevi Kotkas e il filippino Simeon Toribio, medaglia di bronzo quattro anni prima proprio a danno di Johnson, mentre il terzo statunitense in lizza, il giovane Delos Thurber, aspira al ruolo di outsider.

La misura di qualificazione è stabilita a m.1,85 e i favoriti alle medaglie avanzano in blocco. E’ nondimeno evidente la superiorità dei saltatori stelle-e-strisce, che adottano la tecnica della rotazione, a differenza degli europei che ancora si affidano alla sforbiciata.

Alla finale, che è programmata per il pomeriggio del 2 agosto, accedono 22 atleti, tra questi anche l’asutraliano Jack Metcalfe, che qualche giorno dopo sarà medaglia di bronzo nel salto triplo. Nell’alto, però, è solo dodicesimo. Johnson si rivela nettamente superiore al lotto dell concorrenza, realizzando un percorso netto, senza errori, che lo vede scavalcare ogni misura a cui è posta l’asticella, da m.1,70 a m.2,03, nuovo record olimpico, fallendo poi i tre tentativi a m.2,08 che gli avrebbero garantito anche il nuovo limite mondiale.

La battaglia è invece serrata e appassionante per le altre due posizioni sul podio, con Albritton, Thurber e il greco Kotkas che scavalcano la quota di m.2,00, anche se Albritton e Kotkas ci riescono all’ultimo tentativo mentre Thurber commette un solo errore. Respinti alla quota successiva, m.2,03 che celebra il trionfo di Johnson, i tre contendenti sono costretti ad un mini-torneo di spareggio che vede Albritton battere Thurber a m.1,97 ed assicurarsi l’argento mentre Kotkas rinuncia a saltare a m.1,95 lasciando via libera allo stesso Thurber che con la medaglia di bronzo completa un podio tutto americano.

E qui, oltre all’evento agonistico che conforta gli albi d’oro, si fa la storia. E’ infatti il primo giorno di gare per l’atletica leggera e Hitler, presente in tribuna e dopo essersi già congratulato con il tedesco Hans Wolke vincitore del lancio del peso, si rifiuta di premiare i due atleti di colore americani. Il che determina l’intervento del CIO che chiede al Fuhrer di uniformare il trattamento riservato ai vincitori, “o tutti o nessuno“, e con la scelta di Hitler di sospendere il cerimoniale prende il via tutta una serie di illazioni sul presunto rifiuto nei giorni successivi del dittatore di congratularsi con Owens. Di fatto, il gesto di intolleranza di Hitler nei confronti degli atleti di colore è quello perpetrato con Johnson e Albritton.

Conclusa la carriera, la sorte dei due altisti americani sarà diametralmente opposta. Se Johnson, infatti, alcolista, morirà di delirium tremens nel 1946, Albritton si dedicherà alla politica diventando senatore per lo stato dell’Ohio. A significare che la gloria olimpica, ahimè, non è proprio uguale per tutti

MOHAMMED GAMMOUDI, IL PIONIERE DEL MEZZOFONDO MAGHREBINO

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Gammoudi in trionfo a Città del Messico nel 1968 – da directinfo.webmanagercenter.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla del continente africano rispetto ai Giochi Olimpici, viene sempre in mente l’atletica leggera, sport che ha visto i suoi rappresentanti conquistare la quasi totalità delle medaglie e, se ci si deve rapportare a colui che ne è stato per primo il simbolo, il ricordo non può che andare al celebre etiope Abebe Bikila ed alla sua straordinaria impresa di conquistare la medaglia d’oro nella suggestiva maratona alle Olimpiadi di Roma 1960, poi replicata quattro anni dopo a Tokyo.

Gli anni successivi hanno visto il dominio pressoché assoluto degli uomini degli altipiani, Kenia ed Etiopia su tutti, con campioni del calibro di Kipchoge Keino e Miruts Yfter su tutti, prima che anche il Nordafrica dicesse la sua, con l’esplosione di atleti maghrebini, segnatamente marocchini ed algerini che, rispondendo ai nomi di Said Aouita, Noureddine Morceli ed Hicham El Guerrouj, hanno scritto pagine leggendarie di questo sport in chiave olimpica e non solo.

Pochi ricordano, però, che l’antesignano, nonché pioniere di questa scuola nordafricana, ed oltretutto unico simbolo del suo paese, la Tunisia, era venuto alla ribalta ben vent’anni prima dell’avvento di Aouita, e questo eccezionale atleta, non tanto per le dimensioni fisiche (alto 172cm per 60kg.), ma per le non comuni doti di resistenza e combattività, altri non è che Mohammed Gammoudi.

Nato a Sidi Aich, nel centro sud della Tunisia, ad inizio febbraio 1938, Gammoudi si mette in evidenza ai Giochi del Mediterraneo disputati a Napoli nel 1963, in cui si aggiudica entrambe le prove sui 5.000 e 10.000 metri, con i rispettivi tempi di 14’07″4 e 29’34″2 che non sembrano comunque in grado di inserirlo tra i pretendenti ad una medaglia per le Olimpiadi di Tokyo dell’anno successivo.

Rassegna a cinque cerchi dove la Tunisia, che aveva esordito ai Giochi solo quattro anni prima, si presenta con soli tre rappresentanti, di cui Gammoudi è l’unico a cimentarsi in atletica leggera, e la prima prova che deve affrontare, il 14 ottobre 1964, sono i 10.000 metri, in cui vi è un grande favorito, vale a dire l’australiano Ron Clarke, che il 18 dicembre 1963 aveva corso la distanza in 28’15″6, togliendo il record mondiale all’oro olimpico ed europeo Pyotr Bolotnikov, anch’esso della partita.

Come suo solito, e come tipicamente fanno tutti coloro più dediti ai record piuttosto che alle medaglie, in buona parte in quanto mancanti nel loro repertorio dello spunto finale, Clarke impone alla gara un ritmo sostenuto, tanto che a metà gara sono rimasti solo in tre (l’americano Billy Mills, l’etiope Mamo Wolde e Gammoudi, appunto) a giocarsi le medaglie, con gli altri irrimediabilmente staccati, compreso Bolotnikov che accusa un ritardo di oltre mezzo minuto dall’australiano.

L’azione incessante di Clarke fiacca la resistenza anche dell’etiope Wolde, ma Mills e Gammoudi non mollano di un centimetro sino al suono della campana dell’ultimo giro, dove dovranno decidersi le posizioni sul podio in uno sprint prolungato, ostacolato, occorre precisarlo, da una serie interminabile di atleti doppiati,

E qui si verifica uno dei finali olimpici sui 10km. più spettacolari di sempre, con Mills ad attaccare per primo e Clarke a rispondergli, mentre Gammoudi, che rende agli avversari qualcosa in fatto di falcata stante la più bassa statura, sembra inizialmente cedere con quell’andatura che vede il capo oscillare come una dimostrazione di resa, ma non è così poiché sul rettilineo di fronte è proprio il tunisino – che si fa letteralmente largo tra i due più prestanti avversari – a prendere decisamente la testa, attaccando con una decina di metri di margine l’ultima curva, inseguito da Clarke che quasi lo raggiunge all’ingresso in rettilineo per poi cedere di schianto, mentre all’esterno rinviene prepotentemente il semi sconosciuto Mills (il quale si era qualificato ai Trials Usa con un modesto 29’10″4) che va a trionfare con il nuovo record olimpico di 28’24″4, mentre il secondo posto di Gammoudi rappresenta la prima medaglia in assoluto conquistata dalla Tunisia alle Olimpiadi, cui ne seguirà una seconda in chiusura dei Giochi con il bronzo del pugile Habib Galhia nella categoria dei superleggeri.

Per motivi che non sono mai stati chiariti, probabilmente un risentimento muscolare, Gammoudi non si presenta alla partenza dei 5.000 metri dopo aver vinto la relativa batteria, in una finale che vede la storica accoppiata Usa (mai più verificatosi nella storia dei Giochi) con la vittoria di Bob Schul in una gara dove Clarke affonda miseramente, concludendo al nono posto.

Questa medaglia fa di Gammoudi il personaggio di spicco in patria, in particolar modo per il fatto che è proprio Tunisi ad ospitare nel 1967 la quinta edizione del Giochi del Mediterraneo, ed egli non tradisce le attese dei suoi tifosi, ripetendo la doppietta di quattro anni prima a Napoli, vincendo con largo margine la prova sui 10.000 metri in un modesto 31’01″6 e dovendosi, al contrario, impegnare allo stremo per far sua anche la più corta distanza, con il record dei Giochi di 14’02″2 in una gara che vede il nostro Giuseppe Cindolo al terzo posto.

Gammoudi non è più una sorpresa, quando si presenta alla sua seconda esperienza olimpica l’anno seguente a Città del Messico, in una rassegna a cinque cerchi che è condizionata dall’altitudine, il che, se da un lato favorisce il crollo di tutti primati mondiali sino ai 400 metri (nonché nel salto in lungo e nel triplo), dall’altro mette a dura prova coloro che si cimentano nelle prove di resistenza, in cui a subire meno la differenza sono proprio gli atleti africani degli altipiani, abituati ad allenarsi in altura.

Circostanza di cui fa ovviamente le spese, nella prima gara dei 10.000 in programma il 13 ottobre, il sempre più primatista mondiale Ron Clarke, il quale, a meno di un anno dalla delusione di Tokyo, aveva abbassato il proprio limite ad un fantastico – per l’epoca – 27’39″4, primo uomo al mondo ad infrangere la barriera dei 28′ netti sulla distanza, incapace di reggere il ritmo imposto da etiopi e keniani, concludendo non meglio che sesto in 29’44″2, oltre due minuti in più del suo record!

Per le posizioni di testa, la rarefazione dell’aria consente di far bella figura all’idolo di casa, il messicano Juan Martinez, chiaramente abituato a correre in tali condizioni, il quale si incarica per lunghi tratti della corsa di condurre il gruppo, via via sgretolato dal progressivo aumento dell’andatura da parte del keniano Naftali Temu e dell’etiope Mamo Wolde, con quest’ultimo che opera un prepotente allungo alla campana dell’ultimo giro che toglie a Gammoudi ogni speranza di vittoria, mentre Temu reagisce per poi sopravanzare il rivale a metà del rettilineo d’arrivo e conquistare l’oro in 29’27″4, 0″6 decimi meglio di Wolde, con il tunisino che salva il bronzo da un estremo tentativo di rimonta di Martinez.

Contendenti che, puntualmente, si ritrovano alla partenza, due giorni dopo, delle tre batterie dei 5.000 metri che qualificano i primi tre di ogni serie per la finale in programma il 17 ottobre, con in più un cliente da prendere con le molle quale il keniano Kipchoge Keino, il quale non aveva concluso la prova sui 10km., aspettando Temu all’arrivo per abbracciarlo, e che si era permesso, il 30 novembre 1965, di togliere il primato sulla distanza tre volte migliorato da Clarke, correndo ad Auckland, in Nuova Zelanda, in 13’24″2, solo per consentire all’australiano, sette mesi più tardi, di abbassare il limite ad uno stratosferico 13’16″6.

Le batterie non riservano sorprese, con Gammoudi che giunge secondo nella prima serie dietro a Keino e davanti a Mamo Wolde, il quale non prende poi parte alla finale riservando le energie per la maratona (che difatti vincerà, succedendo al connazionale Abebe Bikila), mentre Temu si aggiudica la seconda precedendo Clarke e la terza vede il successo del francese Jean Wadoux con il miglior tempo di 14’19″8, sul messicano Martinez ed il tedesco Harald Norpoth, già argento sulla distanza sia ai Giochi di Tokyo 1964 che ai successivi Campionati Europei di Budapest 1966, ma che sarà costretto al ritiro in finale per problemi respiratori.

Per Gammoudi, che a trent’anni compiuti si rende conto di giocarsi l’ultima chance per conquistare un oro olimpico, si pone il problema di evitare un arrivo in volata soprattutto con Keino, dotato di maggior spunto, visto che è specialista anche della più corta distanza dei 1500 metri, cui è parimenti iscritto, ed a tal fine opta per un attacco ad 800 metri dal termine, al quale rispondono i due keniani Keino e Temu, il solito messicano Martinez e Ron Clarke, con questi ultimi due che cedono nel corso del penultimo giro, mentre Gammoudi mantiene la testa della corsa alla campana, insidiato da vicino da Temu, con Keino ad osservare l’evolversi della situazione.

Sul rettilineo di fronte Temu attacca all’esterno il tunisino, non riuscendo però a superarlo ed anzi spronandone un ulteriore allungo, al quale stavolta è Keino a rispondere a metà dell’ultima curva, dando vita ad uno spettacolare testa e testa sul rettilineo d’arrivo che sembra veder prevalere il keniano, ma che premia infine la tenacia e la resistenza di Gammoudi, che la spunta per soli 0″15 centesimi (14’05″01 a 14’05″16) per la prima medaglia d’oro assoluta del proprio paese (il cui medagliere a Città del Messico sarà esclusivamente costituito dai due allori di Gammoudi), mentre Temu conquista il bronzo, Martinez conferma il quarto posto dei 10.000 metri e Clarke giunge, sconsolato, non meglio che quinto ed, ancora una volta, ai margini del podio.

Il rientro a Tunisi ha qualcosa del trionfale, oramai Gammoudi è una specie di eroe nazionale, non solo tunisino, bensì di tutto il Nordafrica, ma non ha ancora finito di spremere le sue cartucce, ed anche se subisce una parziale delusione ai Giochi del Mediterraneo 1971 ad Izmir, in Turchia, battuto dallo spagnolo Javier Alvarez sui 5.000, è deciso a dar battaglia e ben figurare all’appuntamento da lui fissato per la conclusione della propria attività agonistica, vale a dire di Giochi di Monaco 1972.

Le Olimpiadi tedesche hanno, sul mezzofondo prolungato, un indiscusso dominatore nel finlandese Lasse Viren, pur se le batterie dei 10.000 metri (per la prima inserite nel programma olimpico, dato l’elevato numero di iscritti) vedono Gammoudi vincere d’autorità la sua serie in un convincente 27’54″69, per poi decidere di abbandonare nel corso della finale del 3 settembre stante l’alto ritmo di gara e preservare le energie per la più corta distanza, con Viren che si aggiudica la prova nel tempo di 27’38″4 che migliora di 1″ esatto il limite mondiale di Clarke che resisteva da sette anni.

Il vile attentato del commando palestinese di “Settembre Nero” fa slittare di un paio di giorni il programma olimpico, così consentendo al tunisino di recuperare forze ed energie per la prova dei 5.000 metri, in cui in pochi lo danno per la verità da favorito, indirizzando i pronostici, oltre che su Viren, sul suo connazionale Vaatainen (oro su entrambe le distanze agli Europei di Helsinki dell’anno prima), il trio britannico composto da Ian Stewart, David Bedford (il Ron Clarke europeo) ed Ian McCafferty, nonché gli emergenti Emiel Puttemans e Steve Prefontaine, senza trascurare l’esperto tedesco Norpoth.

Fedele al suo carattere e stile di corsa, è proprio Prefontaine a fare da lepre, con un incremento progressivo dell’andatura che lo vede prendere decisamente la testa della corsa a quattro giri dal termine, seguito dal britannico Stewart, mentre Viren emerge dalle retrovie per andare a raggiungerlo a 1200 metri dalla conclusione, con Gammoudi in posizione di attesa.

L’attacco di Prefontaine fa sì che a due giri dal termine si formi in testa un quintetto che, oltre a lui ed a Viren, comprende anche Gammoudi, Stewart e Puttemans, con Viren a prendere stavolta decisamente la testa, cui Prefontaine replica attaccando nuovamente a 600 metri dall’arrivo, ottenendo il risultato di far perdere contatto a Stewart e Puttemans, mentre il tunisino si fa sotto, pronto a giocare le proprie carte allo sprint.

Volata lunga che è proprio Gammoudi a lanciare, analogamente a quanto fatto quattro anni prima in Messico, a 250 metri dal traguardo, ma stavolta Viren non commette l’errore di Keino, rispondendo prontamente per poi superare il nordafricano all’ingresso in rettilineo ed andare a completare la sua accoppiata con il tempo di 13’26″42 (nuovo record olimpico), con Gammoudi argento e Stewart ad approfittare di un clamoroso crollo di Prefontaine negli ultimi metri, soffiandogli il bronzo.

Per comprendere quanto Gammoudi abbia contato, non solo in atletica leggera, ma per l’intero sport del proprio paese, basti pensare che, dopo di lui, la Tunisia dovrà attendere ben 24 anni per conquistare un’altra medaglia olimpica (con il pugile Fetih Missaoui ad Atlanta 1996) ed addirittura 40 prima che il nuotatore Oussama Mellouli salga nuovamente sul gradino più alto del podio, grazie alla sua vittoria sui 1500 stile libero ai Giochi di Pechino 2008-

L’ERA VINCENTE DI VALERIY BORZOV, IL CAMPIONE COSTRUITO IN LABORATORIO

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Valeriy Borzov – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nascondersi, in periodo di “Guerra Fredda” tra i blocchi occidentale ed orientale, uno dei territori dove si poteva esprimere la superiorità di questo o quel sistema politico/sociale senza ricorrere all’uso delle armi era lo sport, la cui massima espressione era dettata dalla quadriennale disputa del Giochi Olimpici, visto anche, altresì, che le rassegne iridate delle più importanti discipline (nuoto ed atletica leggera) erano ben lungi da venire.

E, proprio per quanto attiene alla regina dei Giochi, vale a dire l’atletica, risultava sconfortante il computo delle medaglie d’oro raccolte a Tokyo 1964 (14 da parte degli Usa, appena 5 dall’Urss) ed a Città del Messico 1968, dove la forbice si allarga a 15 ori per gli Stati Uniti contro i tre dell’Unione Sovietica ed i due della Germania Est.

Ed in più, i sovietici non erano sinora mai riusciti non solo a vincere, ma neppure a porre un loro atleta sul podio delle due prove di velocità, e cioè i 100 ed i 200 metri piani, potendo semplicemente contare su tre argenti in staffetta, frutto più della assoluta perfezione dei cambi che non di una effettiva potenzialità dei quartetti schierati.

Ma in Federazione a Mosca, sapevano di avere il classico asso della manica da giocare per sfidare da pari a pari gli sprinters di colore di oltreoceano, sotto forma di un perfetto velocista costruito per vincere e che rispondeva al nome di Valeriy Borzov.

Questo giovane ucraino, all’epoca non ancora ventenne in quanto nato a Sambir nell’ottobre 1949, viene segnalato all’Istituto di Cultura Fisica e Sport di Kiev dal suo primo allenatore, Boris Vojtas, che ne plasma il fisico da adolescente abbinando l’allenamento di atletica a quello di altri sport in quanto, a suo dire, un velocista deve essere preparato a correre con qualsiasi clima e condizione meteo, ed ecco allora esercizi a base di salti acrobatici, attrezzistica, anche calcio e persino basket.

Quando Valeriy, a 17 anni, corre in 10″5 ai campionati ucraini, il professor Valentyn Pyotrovski verifica nel giovane talento l’esistenza dei parametri minimi da lui studiati per la dimostrazione pratica di quanto dal medesimo asserito, vale a dire l’applicazione scientifica per la formazione di un velocista perfetto e vincente ai massimi livelli.

Prende quindi corpo il progetto “Borzov ’70“, con il quale, attraverso tabelle di allenamento rigorosamente predisposte, analisi maniacali di ogni singolo dettaglio di corsa, iniziando dalla fase di partenza (che Borzov giunge a perfezionare con una reazione allo start di 0″12 centesimi di secondo), si va alla ricerca della macchina da corsa umana perfetta, con progressi minuziosamente registrati ed immessi in un calcolatore per controllare eventuali anomalie nel programma, il tutto sempre all’interno del laboratorio, da cui Valeriy poteva uscire solo in occasione delle gare.

E i primi positivi riscontri si hanno agli Europei juniores di Lipsia 1968 dove Borzov conquista l’oro sia sui 100 che sui 200 metri, coi rispettivi tempi di 10″4 e 21″0, mentre, mesi più tardi, sulla pista di Città del Messico Jim Hines e Tommie Smith demolivano i record mondiali sulle distanze, correndo le stesse in 9″95 e 19″83.

C’era ancora strada da fare, pur considerando come i primati messicani fossero stati agevolati dall’altitudine della capitale messicana, ma il programma in casa sovietica va avanti, dapprima riscrivendo le gerarchie in patria soppiantando Vladislav Sapeya che, dopo essersi affermato sui 100 metri in Coppa Europa nel 1967 proprio a Kiev, era miseramente naufragato a Città del Messico, arenandosi ai quarti di finale, pur avendo corso la distanza in 10″0 proprio nell’anno olimpico, anche se vi sono non pochi dubbi circa la regolarità delle rilevazioni in terra sovietica.

Dubbi che, al contrario, non sussistono l’anno seguente quando, dopo aver eguagliato il primato di Sapeya il 18 agosto a Mosca, Borzov centra, non ancora ventenne, il suo primo alloro internazionale di rilievo, facendo suo l’oro sui 100 metri ai Campionati europei di Atene 1969, battendo sul filo di lana il francese Alain Sarteur – riscontro elettronico di 10″49 a 10″50 – per quella che rappresenta altresì la prima vittoria di un atleta sovietico in detta specialità alla rassegna continentale, cui unisce l’argento nella saffetta 4×100 dietro al quartetto francese.

E così, mentre a Sapeya viene ancora concesso l’onore di rappresentare il proprio paese in Coppa Europa, Borzov se ne torna ad affinare i propri muscoli ed a limare le leggere imperfezioni che ancora incrostano la sua andatura, in vista dei probanti impegni degli Europei di Helsinki 1971 e del successivo appuntamento olimpico.

Rassegna continentale che vede un Borzov tirato a lucido come non mai, e che non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro sia sui 100 – dove conclude in 10″26 con il tedesco occidentale Wucherer argento a debita distanza in 10″49 – che sui 200 metri, con un divario ancor più netto (20″31 a 20″70) sull’altro tedesco ovest Hofmeister, in una finale cui partecipa, per la prima volta, anche il nostro Pietro Mennea, che, non ancora ventenne, conclude in un onorevole sesto posto in 20″88.

A Mosca si fregano le mani, sanno di avere a disposizione colui che può interrompere il predominio a stelle e strisce nella velocità in sede olimpica, anche se, a raffreddare gli entusiasmi, giungono ben poco rassicuranti notizie dagli “Olympic Trials” di Eugene, dove l’1 luglio 1972 Eddie Hart e Rey Robinson vengono accreditati del medesimo tempo manuale di 9″9 (record mondiale eguagliato), con il terzo qualificato Robert Taylor a correre in 10″ netti.

Con i pronostici orientati verso una sfida Borzov/Usa, i partecipanti si schierano per le batterie al mattino del 31 agosto 1972 all’Olympia Stadion di Monaco di Baviera, con i migliori 32 a qualificarsi per i quarti del pomeriggio dove si verifica il fattaccio della mancata presentazione ai blocchi di partenza dei due migliori sprinters americani Hart e Robinson, giunti in ritardo allo stadio per un errore del loro allenatore nella lettura del programma di gara, consentendo al solo Taylor di prendere parte alla terza serie dove giunge secondo in 10″16 alle spalle di Borzov che, in 10″07, stabilisce il nuovo primato europeo.

La dabbenaggine del team Usa priva gli esperti e gli spettatori dell’evento clou del programma di atletica leggera, ma ciò non può essere certo addebitato a Borzov, il quale, dopo essersi facilmente aggiudicato la propria semifinale in 10″21, dispone della concorrenza vincendo a mani alzate la finale con il tempo di 10″14, con Taylor argento in 10″24 ed il giamaicano Lennox Miller (già argento quattro anni prima a Città del Messico) giunto terzo in 10″33.

Se possibile, ancora più agevole si dimostra, a distanza di tre giorni, la vittoria sulla doppia distanza, nonostante il giovane americano Larry Black si faccia preferire nei turni preliminari, facendo registrare in semifinale il miglior tempo di 20″36 davanti all’azzurro Mennea (secondo in 20″52), mentre Borzov corre al risparmio la sua serie, vinta in un modesto 20″74.

Ma quando, meno di tre ore dopo, gli otto finalisti si presentano ai blocchi di partenza, è ancora una volta l’ucraino ad imporsi con una fantastica accelerazione all’ingresso in rettilineo per andare a trionfare in 20″00, con Black e Mennea alle piazze d’onore, con 20″19 e 20″30 rispettivamente.

Parziale, quanto amara, consolazione per Eddie Hart l’oro con annesso record mondiale di 38″19 nella staffetta 4×100, dove Borzov conduce l’Urss all’argento, lasciando comunque intatto il rimpianto per la mancata sfida su chi fosse l’uomo più veloce del mondo, anche se il velocista ucraino mette a segno una doppietta unica per il proprio paese nella storia dei Giochi e che alle Olimpiadi non si verificava dall’analoga impresa di Bobby Morrow a Melbourne 1956.

Archiviata la sfida con gli americani, un altro ostico cliente si presenta con intenzioni bellicose al fine di spodestare Borzov quanto meno dal trono di miglior velocista europeo, sotto le sembianze del barlettano Pietro Mennea che vuole sfruttare la pista amica dello Stadio Olimpico di Roma per centrare tale ambizioso obiettivo in occasione dei Campionati Europei 1974.

Borzov, la cui macchina perfetta sta iniziando ad accusare il logorio dovuto all’età, si iscrive solo sui 100 metri, con l’intento di essere il primo velocista a conquistare tre titoli continentali consecutivi (exploit che sarà poi eguagliato dal britannico Linford Christie a cavallo degli anni ’90), ed ancora Mennea dimostra di non essere sufficientemente maturo rispetto al suo più esperto avversario, che difatti va a vincere piuttosto nettamente in 10″27, mentre l’azzurro riesce a far sua, per un solo 0″01 centesimo, la volata per l’argento, chiudendo in 10″34 in un arrivo che vede cinque atleti racchiusi nello spazio di appena 0″02 centesimi.

Mennea si riscatta facendo suo l’oro sui 200 metri in 20″60 e cogliendo altresì la soddisfazione di condurre l’Italia all’argento nella staffetta 4×100 alle spalle della Francia, mentre Borzov non riesce ad arricchire la propria collezione di medaglie, con il quartetto sovietico che deve accontentarsi della quarta posizione.

La sfida tra i due si ripete l’anno seguente nella finale di Coppa Europa a Nizza 1975 dove Borzov, che vi rappresenta il proprio paese per la prima volta, deve far ricorso a tutta la sua esperienza per beffare sul filo di lana Mennea sui 100 metri (tempo di 10″40 per entrambi), venendo però nettamente sconfitto dal barlettano sulla doppia distanza (20″42 a 20″61), dopo che in staffetta l’Urss aveva preceduto l’Italia nella lotta alle piazze d’onore dietro alla Germania Est.

Per Borzov, la cui brillantezza del doppio oro olimpico di Monaco 1972 si sta lentamente affievolendo, pende però il compito di difendere il titolo ai Giochi di Montreal 1976, dove Mennea, in non buone condizioni di forma, si iscrive solo sui 200 metri, e, pur confermando al centesimo (10″14) il tempo fatto registrare quattro anni prima e mettendosi ancora alle spalle gli sprinters americani (stavolta senza defezioni di sorta), ciò gli vale solo il bronzo, battuto dagli atleti caraibici Hasely Crawford di Trinidad & Tobago e Don Quarrie, Giamaica, oro ed argento rispettivamente in 10″06 e 10″08.

La deludente prestazione sui 100 induce Borzov a rinunciare ai 200, riservandosi le energie per la staffetta 4×100 che, difatti, giunge terza dietro a Stati Uniti e Germania Est, mentre Mennea non riesce a confermare il bronzo di Monaco 1972 sui 200 metri, piazzandosi al quarto posto nella gara che vede il successo del giamaicano Quarrie in 20″23 davanti ai due americani Hampton ed Evans.

Per il 27enne ucraino si tratta oramai del canto del cigno, in quanto, dopo un terzo ed un secondo posto in Coppa Europa ad Helsinki 1977, deve lasciare spazio all’emergente Mennea, il quale dapprima ne eguaglia la doppietta 100/200 metri agli Europei di Praga 1978 (dove Borzov giunge desolatamente ottavo sui 100 in un impietoso 10″55), per poi assurgere ai massimi livelli con il record mondiale sui 200 di 19″72 alle Universiadi di Città del Messico 1979 e, soprattutto, con l’oro olimpico a Mosca 1980 proprio davanti al suo rivale di tante sfide che, appena quattro mesi prima, aveva annunciato il proprio ritiro dopo essersi sottoposto a due interventi chirurgici ai tendini che non avevano consentito di recuperare una decente forma fisica.

Conclusa l’attività agonistica e dopo aver messo su famiglia con il matrimonio con l’altrettanto celebre ginnasta russa Ludmilla Tourischeva, si schiudono per Borzov le porte della politica, ricoprendo l’incarico di Ministro per lo Sport e la Gioventù nel Governo ucraino, oltre ad essere membro effettivo del CIO ed aver presieduto per sei anni, dal 2006 al 2012, la Federazione di atletica leggera Ucraina.

Beh, diciamo, che per essere un “prodotto di laboratorio“, il risultato è stato ben più che soddisfacente.