PETER SNELL, IL MILER CHE NON CONOSCEVA LA PAROLA SCONFITTA

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Peter Snell trionfa negli 800 metri ai Giochi di Tokyo ’64 – da athleticsweekly.com

articolo di Giovanni Manenti

Il ‘900 è indubbiamente stato, tra le altre cose, anche il secolo dello Sport, avendo ricevuto il testimone dall’avvenuta organizzazione delle prime Olimpiadi dell’era moderna svoltesi ad Atene nel 1896 e, con l’inizio del nuovo millennio, in quasi tutti i Paesi del mondo si sono svolte votazioni per eleggere colui che meritasse l’appellativo di “Atleta del XX Secolo”.

Un titolo che, nella stragrande maggioranza dei casi, è andato a personaggi che nelle rispettive discipline e/o specialità hanno primeggiato anche per un lasso di tempo non trascurabile, mentre può, a prima vista, stupire il fatto che in Nuova Zelanda detto onore sia stato appannaggio di un atleta che ha brillato di luce intensa per un solo quinquennio, ma evidentemente ciò è bastato.

La spiegazione, se vogliamo, è anche piuttosto semplice, riportandoci al panorama olimpico, in cui il Paese australe ha colto i suoi maggiori allori nelle discipline di regata, con 24 medaglie nel canottaggio, 22 nella vela e 12 nella canoa, sport sicuramente nobili, ma di minor rilievo, soprattutto mediatico, se rapportati all’atletica leggera, l’indiscussa “Regina degli Sport”.

Ed allora ecco che, delle 10 medaglie d’oro neozelandesi in tale disciplina, ben tre sono conquistate nel mezzofondo veloce da un solo atleta, il quale nella sua breve ma sfolgorante attività agonistica non ha conosciuto altro che vittorie nelle grandi manifestazioni a cui ha partecipato, oltretutto impreziosendo le proprie prestazioni anche con riscontri cronometrici di valore assoluto.

Peter Snell, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce il 17 dicembre 1938 ad Opunake, una cittadina di meno di 1000 abitanti posta sulla costa sudoccidentale della regione di Taranaki nell’isola settentrionale della Nuova Zelanda, e cresce in una famiglia dove lo sport è di casa, in quanto il padre pratica golf e la madre tennis.

Pur con la citata collocazione geografica, da giovane Snell non si dedica a discipline acquatiche, privilegiando tutto ciò che ha a che fare con una palla, cimentandosi in rugby, cricket, golf e tennis, dimostrando un più che discreto talento in quest’ultima specialità, dove si aggiudica diversi tornei a livello scolastico, ma mettendosi altresì in evidenza nella corsa, sempre vincente o piazzato nelle gare studentesche.

Ma dovendo prima o poi decidersi su “cosa fare da grande”, ecco che la svolta nella carriera agonistica di Snell giunge nel ’58, ai tempi del college, quando Michael Macky, uno dei compagni che lo aveva battuto a livello giovanile e che si stava concentrando più sugli studi universitari che non sull’attività sportiva, resta impressionato nell’assistere dalla tribuna alla prestazione del non ancora 20enne con cui realizza il tempo di 1’54” in una gara sugli 800 metri.

Sceso in pista, Macky chiede a Peter chi fosse il suo allenatore ed, avuta la conferma che non vi è nessuno a seguirlo, lo presenta ad Arthur Lydiard, il quale dopo averlo visto alla prova si convince immediatamente delle potenzialità del ragazzo, avventurandosi nella previsione che “con lo spunto di velocità che hai, se ti alleni a dovere sulla resistenza, potresti divenire uno dei nostri migliori mezzofondisti …!!”.

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Snell ed il suo coach Arthur Lydiard – da lydiardfoundation.org

Previsione azzeccata, ma per difetto, in quanto, oltre a divenire il miglior mezzofondista neozelandese dai tempi del leggendario Jack Lovelock, campione olimpico e primatista mondiale ai Giochi di Berlino ’36 sui m.1500 con il tempo di 3’47”8, Snell rivoluziona il settore del mezzofondo veloce a livello mondiale, a partire dalla struttura fisica, che lo vede con una morfologia (m.1,79 per 80kg.) più tarchiata e potente rispetto agli standard dell’epoca, che privilegiano atleti ben più alti e snelli.

Entrato a far parte del gruppo di atleti allenati da Lydiard – tra cui Murray Halberg, che alle Olimpiadi di Roma conquista la medaglia d’oro sui 5000 metri – e convintosi ad abbandonare ogni altra attività sportiva per dedicarsi esclusivamente alla corsa, Snell è di gran lunga il migliore del lotto in allenamento quando si tratta di eseguire le ripetute sui 200 metri, arrivando anche a staccare di cinque metri i suoi compagni, ma ciò su cui il tecnico insiste è la resistenza, per poterne fare un campione di valore assoluto, costringendolo a disputare prove sulle 22 miglia (pari ad oltre 35 km.) sul celebre circuito di Waiatarua.

In una di queste occasioni, opposto tra gli altri al già citato Halberg, Snell manifesta l’intenzione di abbandonare dopo 15 miglia, ma è la stessa futura medaglia d’oro a convincerlo, “se ti fermi ora, non raggiungerai lo scopo dell’allenamento”, ed anche se resta dubbioso su quali vantaggi il percorrere le successive 7 miglia possa fornire al suo rendimento, Snell crede nei metodi di Lydiard, dato che sotto la sua guida le sue prestazioni continuano a migliorare.

Ed oltre ai tempi, arrivano anche i successi, visto che nel marzo ’59 Snell si aggiudica i titoli nazionali sulle 880yd e sul miglio, mentre l’anno seguente giunge quarto ai campionati di corsa campestre sulla distanza di 10km. e realizza il record neozelandese sulle 880yd in 1’49”2, venendo selezionato per la squadra olimpica in vista dei Giochi di Roma ’60 per la gara degli 800 metri.

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Halberg e Snell con la divisa neozelandese a Roma ’60 – da pinterest.com

In meno di 24 mesi, Lydiard riesce a consegnare alla Federazione neozelandese un atleta dal motore oliato a puntino, consapevole che le prove di resistenza a cui lo ha sottoposto, nonostante si tratti di una gara di mezzofondo veloce, servono per sopportare il programma olimpico che prevede la disputa dei primi due turni il 31 agosto (mattino e pomeriggio), le semifinali il giorno appresso e la Finale il 2 settembre.

Le principali insidie, ritiratosi il norvegese Audun Boysen – bronzo ai Giochi di Melbourne ’56, nonché terzo agli Europei di Berna ’54 ed argento alla successiva edizione di Stoccolma ’58 sugli 800 metri – ed assente il campione europeo in carica, il britannico Mike Rawson, giungono dal giamaicano George Kerr, anch’egli dotato di uno spunto veloce, essendo in grado di competere sia sui 400 che sugli 800 metri, distanze su cui si era rispettivamente aggiudicato l’oro e l’argento l’anno prima ai “Pan American Games” di Chicago ’59 e, soprattutto, dalla voglia di riscatto del belga Roger Moens.

Il 30enne fiammingo, difatti, aveva migliorato il record mondiale che il tedesco Rudolf Harbig deteneva sin dal luglio ’39, correndo la distanza in 1’45”7 al meeting di Oslo del 3 agosto ’55 – precedendo il già ricordato Boysen, egli stesso andato in 1’45”9 sotto il precedente limite di 1’46”6 – ma aveva dovuto rinunciare a causa di un banale infortunio in allenamento alle Olimpiadi di Melbourne ’56 e si appresta così a giocarsi sino all’ultima energia la sua “occasione della vita”.

I primi due turni non riservano particolari sorprese, con tutti i migliori qualificati per le semifinali, ivi compreso il terzetto Usa uscito dai Trials di Stanford, la cui selezione era stata vinta da Tom Murphy, colui che l’anno prima aveva preceduto Kerr ai Giochi Panamericani, in 1’46”7 davanti a Jerry Siebert, ma il primo giorno di settembre, nel tiepido pomeriggio romano, è il giamaicano a fare la voce grossa, aggiudicandosi d’autorità la prima semifinale in 1’47”1 (1’47”26 elettronico), nuovo record olimpico, mentre nella seconda un primo testa a testa tra Snell e Moens vede prevalere il neozelandese 1’47”2 ad 1’47”3, distacco amplificato (1’47”34 ad 1’47”49) dalla rilevazione elettronica.

Con, all’epoca, sei soli atleti qualificati per la Finale – ed i tre americani clamorosamente eliminati – i pronostici per il podio sono sin troppo facili, resta solo da vedere di quale metallo saranno le medaglie che Snell, Moens e Kerr si metteranno al collo nella sfida a loro riservata, pur se ad incaricarsi di fare l’andatura per tutto il primo giro è lo svizzero Christian Wagli, seguito dal tedesco Paul Schmidt e da Kerr, mentre la maglia “all black” di Snell è facilmente riconoscibile in quarta posizione, marcato stretto da Moens.

Belga che forza il ritmo ai 600 metri, per poi affiancare Wagli sull’ultima curva e quindi piazzare l’affondo che ritiene decisivo all’ingresso in rettilineo, un allungo di fronte al quale cede Kerr, che replica lo stesso tempo della semifinale, 1’47”1 (1’47”25) che gli vale il bronzo, mentre all’interno esce fuori ad ampie falcate Snell il quale raggiunge e supera Moens sul filo di lana, per un riscontro cronometrico che vede entrambi (1’46”3 ad 1’46”5) frantumare il record olimpico, con un distacco in cui il rilevamento elettronico rende stavolta giustizia a Moens, visto che lo contiene in appena 0”07 centesimi (1’46”48 ad 1’46”55).

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Il vittorioso arrivo di Snell su Moens sui m.800 a Roma ’60 – da runnersworld.com

E’ una “Olimpiade di Gloria” per il mezzofondo del continente australe, in quanto oltre al già ricordato oro di Halberg sui m.5000, si unisce l’impresa in solitario del fenomeno australiano Herb Elliott – già capace di fare doppietta sulle 880yd e sul miglio ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58 – il quale domina i m.1500 con tanto di record mondiale in 3’35”6, indicando così a Snell i termini della prossima sfida.

Elliott, che come tutti gli atleti dei Paesi ricadenti sotto l’egida del Commonwealth britannico, era solito cimentarsi sulle distanze inglesi, deteneva, diremmo per quanto ovvio, il record mondiale sul miglio, stabilito il 6 agosto ’58 a Dublino con il tempo di 3’54”5, primato che Snell migliora di 0”1 decimo, coprendo la distanza in 3’54”4 il 27 gennaio ’62 ed una settimana dopo, il 3 febbraio sulla pista di Christchurch, realizza il doppio record sulle 880yd e, di passaggio, sugli 800 metri, abbassando ad 1’44”3 il precedente limite di Moens.

A Snell i record fanno indubbiamente piacere, poiché servono a testimoniare la propria superiorità, ma ancor maggior valore dà alle medaglie, ed ai “Commonwealth Games” di Perth ’62 insegue l’obiettivo di emulare l’impresa di Elliott (nel frattempo ritiratosi dalle scene …) quattro anni prima a Cardiff nel far suo l’oro sia sulle 880yd che sul miglio, nell’ottica altresì di una sorta di prova generale per tentare analoga accoppiata alle prossime Olimpiadi di Tokyo ’64.

Ancora una volta costretto a misurarsi con Kerr – il quale, dal canto suo, coglie un doppio successo sulle 440yd in 46”74 e con il quartetto giamaicano nella staffetta 4x440yd – Snell pone le basi per l’impresa olimpica aggiudicandosi la Finale delle 880yd con un vantaggio di 0”26 centesimi (1’47”64 ad 1’47”90) sull’atleta caraibico, per poi concedere il bis sul miglio, dove si impone in 4’04”58 sul connazionale John Davies, mentre, come contorno, Halberg fa sua la gara delle 3 miglia superando “l’eterno secondo”, l’australiano Ron Clarke.

Il 25enne neozelandese – n.1 del ranking mondiale sui m.800 nel 1960, ’61 e ’62 – è consapevole che centrare una simile impresa in sede olimpica, che non si registra dai Giochi di Anversa ‘20 dove a compierla fu il britannico Albert Hill, vorrebbe dire entrare nell’immortalità, e per questo trascorre il ’63 pressoché esclusivamente ad allenarsi sulla più lunga distanza del miglio, ben sapendo che il programma olimpico lo porta ad affrontare la gara dei m.1500 dopo la prova sugli 800 metri, pur se per quest’ultima è stato eliminato un turno, con l’inserimento di tre serie di semifinale.

Con i Giochi di Tokyo ’64 a segnare anche l’ingresso – che poi risulterà massiccio quattro anni dopo a Città del Messico – degli atleti africani nelle gare su pista, il keniano Wilson Kiprugut su tutti, pure dagli Stati Uniti si avvertono segnali di risveglio nel mezzofondo, con la crescita di Jerry Siebert e l’emergere di due giovani talenti, il 20enne Tom Farrell, selezionato per gli 800 metri, e l’appena 17enne Jim Ryun, che stacca il biglietto ai Trials di Los Angeles per la più lunga distanza, entrambi a dare comunque il meglio di sé quattro anni dopo in Messico.

Con la prova sugli 800 metri calendarizzata in tre giorni consecutivi, dopo il primo turno eliminatorio di assaggio, le tre semifinali in programma il 15 ottobre sulla pista giapponese rappresentano una severa selezione, con i soli primi due di ogni serie (più i due migliori tempi) a qualificarsi per la Finale, finalmente allargata ad otto atleti, ed, in analogia a quanto accaduto a Roma, è ancora Kerr a dare il meglio di sé a questo stadio della competizione, affermandosi nella seconda semifinale precedendo in volata Kiprugut, ma con il medesimo tempo di 1’46”1 che migliora il record olimpico stabilito a Roma da Snell, il quale, dal canto suo, regola (1’46”9 ad 1’47”0) l’americano Siebert nella prima ed il canadese Bill Crothers – che l’anno prima aveva realizzato i due migliori tempi sul doppio giro di pista – a precedere Farrell nell’ultima serie.

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Snell sferra l’attacco decisivo sui m.800 nella finale di Tokyo ’64 – da time-to-run.com

Con un lotto di finalisti, sulla carta, più competitivo rispetto a quattro anni prima – ed, in effetti, i riscontri cronometrici confermano tale dato di fatto – la maggior esperienza e sicurezza nei propri mezzi di Snell si confermano le armi vincenti, con il primatista mondiale a rompere gli indugi all’attacco dell’ultima curva, sopravanzando i due atleti di colore Kerr e Kiprugut per involarsi a centrare il suo secondo oro consecutivo sulla distanza, mentre alle sue spalle Crothers approfitta di uno sbandamento a seguito di un leggero contatto tra il giamaicano ed il keniano per infilarsi tra i due e cogliere l’argento mentre Kiprugut beffa Kerr sulla linea del traguardo nella lotta per il bronzo, con tutti e quattro i protagonisti a scendere sotto il fresco record olimpico, 1’45”1 per Snell, 1’45”6 per il canadese ed 1’45”9 per entrambi i duellanti per il gradino più basso del podio.

Il giorno dopo il bis olimpico sugli 800 metri, Snell è di nuovo in pista per le batterie dei m.1500, che poi prevedono le semifinali e la Finale a distanza di due giorni l’una dall’altra – il 19 ed il 21 ottobre rispettivamente – e fornisce agli addetti ai lavori l’impressione di essere il più accreditato per il successo finale, vista l’autorità con cui si impone nella prima semifinale in 3’38”8 sul polacco Witold Baran (3’38”9), mentre la seconda è appannaggio dell’americano Dyrol Burleson in un più modesto 3’41”5, serie che qualifica per l’atto conclusivo anche l’altro neozelandese John Davies, argento, ricorderete, dietro a Snell ai “Commonwealth Games” di Perth ’62.

La presenza del compagno di allenamenti si rivela fondamentale nella Finale del 21 ottobre, in quanto è Davies ad incaricarsi di fare l’andatura sino al suono della campana dell’ultimo giro, con Snell, in posizione di attesa tra la terza e la quarta posizione, a piazzare il suo micidiale spunto poco prima dell’ultima curva, un’accelerazione alla quale nessuno degli avversari è in grado di reagire, così consentendo al neozelandese la più facile delle affermazioni con il tempo di 3’38”1 ed un vantaggio abissale sul resto della concorrenza, regolata in volata dal cecoslovacco Josef Odlozil, accreditato di 3’39”6, stesso riscontro cronometrico di Davies che sale anch’egli sul podio, giusto premio per la sua condotta di gara.

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Il trionfo di Snell sui m.1500 a Tokyo ’64 – da neilleifer.com

Che, oltre alla superiorità nei confronti diretti palesata , non abbia rivali al mondo a livello assoluto, Snell lo dimostra il mese successivo la conclusione dei Giochi – in cui, giova ricordare, aveva anche avuto l’onore di essere il portabandiera per il suo Paese alla cerimonia di apertura – allorché, dapprima realizza il record mondiale sulla peraltro poco usuale distanza dei 1000 metri, corsa in 2’16”6 il 12 novembre ad Auckland e quindi, molto più importante, migliora, cinque giorni dopo sulla stessa pista, il proprio limite sul miglio abbassandolo a 3’54”1 (3’54”04 misurato elettronicamente), con un passaggio ai m.1500 cronometrato in 3’37”6 che rappresenta il suo “Personal Best” sulla distanza metrica.

Snell abbandona l’attività dopo un deludente anno ’65 per poi trasferirsi negli Stati Uniti ed ottenere la laurea in fisiologia che gli consente di assumere il successivo incarico di Direttore dello “Human Performance Centre” presso l’Università del Texas a far tempo dal 1990.

Votato, come indicato in premessa, “Atleta neozelandese del XX secolo” e nominato Cavaliere nel 2001, Snell ha anche fatto parte della prima lista di 24 atleti inseriti nel 2012 nella neocostituita “Hall of Fame” da parte della Federazione Internazionale di Atletica Leggera e, particolare non trascurabile, i citati suoi record mondiali sugli 800 ed i 1000 metri sono ancor oggi, a distanza di oltre 50 anni, primati neozelandesi.

Pensiamo che la scelta emersa dalla votazione sia stata proprio quella giusta...

 

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FIONA MAY, LA LUNGHISTA CHE VINCEVA PER AMORE

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Fiona May festeggia l’oro ai Mondiali ’01 – da fidal.it

Articolo di Giovanni Manenti

Sono abbastanza frequenti, in uno Sport come l’Atletica Leggera dove i meeting e le grandi manifestazioni internazionali vedono la contemporaneità di gare di entrambi i sessi, che tra atleti belli, giovani e prestanti scocchi la scintilla dell’amore, e data la globalizzazione di tale disciplina, anche tra personaggi di Paesi diversi, dando vita a storie che, talora, stuzzicano la fantasia dei media anche per ragioni non prettamente sportive.

Uno di questi ultimi casi – che fece scalpore in quanto avvenuto in pieno clima di “Guerra fredda” tra le due super potenze Stati Uniti ed Unione Sovietica – coinvolse, alle Olimpiadi di Melbourne ’56, la lanciatrice di disco cecoslovacca Olga Fikotova ed il martellista americano Hal Connolly, i quali festeggiano le rispettive medaglie d’oro scambiandosi la promessa di matrimonio che viene celebrato l’anno seguente a Praga davanti a 40mila curiosi, per poi andare a vivere negli Stati Uniti.

Con una copertura mediatica inferiore (ed anche di medaglie dal lato maschile …), la nostra storia odierna coinvolge la saltatrice in lungo Fiona May, la quale diviene la più medagliata atleta italiana di ogni epoca dopo Sara Simeoni grazie alle avances ed alle insistenze di un focoso saltatore con l’asta di origini siciliane, ma andiamo con ordine.

Fiona May vede la luce il 12 dicembre 1969 a Slough, una industriale cittadina di poco più di 100mila abitanti nei pressi di Londra, figlia di immigrati giamaicani sbarcati in Inghilterra nel ’67 alla ricerca di un lavoro e di un futuro dignitoso per la propria famiglia, prima a Derby e quindi tra le ciminiere della città famosa per la costruzione di mattoni.

E’ il padre Winston, grande appassionato di atletica leggera e rimasto impressionato dal “salto nel futuro” di m.8,90 eseguito da Bob Beamon alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, ad indirizzare la figlia verso questa specialità, per la quale “madre natura” le aveva comunque fornito gli attrezzi giusti, sotto forma di una struttura morfologica (m.1,80 per 63kg.) assolutamente perfetta per una saltatrice, con quelle gambe color ebano talmente lunghe che serviva solo metterle al giusto punto di rodaggio.

La natura, indubbiamente favorisce gli esordi di Fiona, quando a livello giovanile conta più la potenzialità che non la tecnica, e difatti la stessa conquista la medaglia d’oro sia ai Campionati Europei Juniores ’87 svoltisi in patria, a Birmingham, con la misura di m.6.64 ancorché con l’aiuto di vento al di sopra della norma, che ai successivi Campionati Mondiali di categoria di Sudbury ’88, in Canada, dove realizza l’eccellente misura di m.6,88 pur se con una bava di vento (2,1m/s) leggermente superiore al consentito.

Logicamente selezionata per le Olimpiadi di Seul ’88, la May non sfigura di fronte alle leggende della specialità, concludendo la gara con un onorevole sesto posto, frutto di un salto a m.6,62 ottenuto al quinto tentativo, mentre il podio se lo dividono le stelle Jackie Joyner (oro con m.7,40), Heike Drechsler (argento con m.7,22) e la primatista mondiale Galina Chistyakova, che deve accontentarsi del bronzo con m.7,11.

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Fiona May coi colori britannici a Seul ’88 – da athleticsweekly.com

E’ il periodo in cui il salto in lungo vive il suo momento di massimo splendore quanto a prestazioni e per la May la strada, pur se ancora lunga, sembra essere ben indirizzata al fine di colmare il gap che ancora la separa dalle migliori al mondo, ma le successive esibizioni mostrano, al contrario, un inaspettato regresso rispetto alle aspettative, in quanto, dopo il bronzo ai “Commonwealth Games” di Auckland ’90 con m.6,55, la poco più che 20enne londinese incappa in una serie interminabile di cocenti delusioni.

Solo settima, infatti, agli Europei di Spalato ’90 con m.6,77 mentre la tedesca Drechsler vola sino a m.7,30, la May non è addirittura capace di qualificarsi per la Finale ai Campionati Mondiali di Tokyo ’91 e Stoccarda ’93 – le rispettive misure di m.6,54 e m.6,42 realizzate gridano vendetta – ed ancor peggio accade in occasione delle Olimpiadi di Barcellona ’92, dove non ottiene alcuna misura, avendo eseguito tre salti nulli.

Cosa stia accadendo ad una delle migliori promesse dell’atletica mondiale è presto detto, Fiona soffre di “mal d’amore”, in quanto aveva ceduto alle lusinghe del saltatore con l’asta italiano Gianni Iapichino, di soli 9 mesi maggiore di lei, conosciuto in occasione degli Europei juniores di Birmingham ’87 e con il quale aveva acceso una relazione l’anno seguente, ai Mondiali di categoria in Canada.

La lontananza dall’amato non le consente di concentrarsi sull’attività sportiva ed allora occorre prendere una decisione definitiva che, nel caso, è quella di contrarre matrimonio, cerimonia che si svolge il 12 maggio ’93, ed anche se questa non incide sull’esito dei Mondiali tedeschi, permette a Fiona di cambiare radicalmente regime di vita e di allenamenti.

Si trasferisce quindi nel Centro Federale di Formia, sotto la guida del tecnico Giovanni Tucciarone, il quale, consapevole delle enormi potenzialità della ragazza, la sottopone ad un regime alquanto rigido – sveglia alle 8, colazione, seduta di allenamento di circa due ore e mezza, pranzo, riposo pomeridiano sino alle 16, secondo allenamento, fisioterapia, cena e quindi a letto presto – una vita difficile, ma compensata dalla vicinanza del marito e, d’altronde, non vi era altra strada se si voleva recuperare il tempo perso nel triennio precedente.

Ed, una volta messo a puntino, il motore comincia a funzionare alla perfezione, con Fiona che, ottenuta la cittadinanza italiana il 15 luglio ’94, fa giusto in tempo a presentarsi sotto i nuovi colori ai Campionati Europei di Helsinki ’94, dove con un salto di m.6,90 ottenuto alla quarta prova – dopo che il 31 luglio, al Sestriere aveva stabilito con m.6,95 il record italiano, meeting in cui Iapichino realizza il primato nazionale del salto con l’asta con m.5,70 – porta a casa la medaglia di bronzo, con l’argento soffiatole dall’ucraina Inessa Kravets che raggiunge la misura di m.6,99 all’ultimo tentativo, alle spalle dell’inarrivabile Drechsler, oro con m.7,14.

Il bronzo europeo è la molla che fa scattare sempre più lontano le prestazioni della “Signora Iapichino”, la quale ha tante rivincite da prendersi (e tante se ne riprende nei successivi sette anni al vertice della specialità), ora che ha finalmente affinato rincorsa e stacco e può far valere al meglio le indubbie qualità che madre natura le ha fornito.

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Fiona May ai Mondiali di Göteborg ’95 – da sporting-heroes.net

Il successivo appuntamento è dato dai Mondiali di Goteborg ’95, che segnano l’inatteso flop della Drechsler, incapace di qualificarsi per gli ultimi tre salti finali, concludendo al nono posto con m.6,64 una gara che la May aveva già indirizzato in suo favore con i m.6,93 realizzati alla prima prova, per poi, una volta avuta la certezza della medaglia d’oro con l’ultima serie che vede la russa Irina Mushailova migliorarsi sino a m.6,83 e la cubana Niurka Montalvo atterrare a m.6,86, liberarsi da ogni paura con un ultimo salto di m.6,98 che, ancorché ventoso, rappresenta la classica ciliegina sulla torta del primo grande trionfo internazionale.

L’immagine di una Fiona commossa ai microfoni Rai che le fanno la sorpresa di un collegamento telefonico dall’Italia con il marito, al quale risponde in un italiano ancora incerto, fanno il giro del mondo, e dai suoi grandi occhioni velati di lacrime di gioia, traspare tutta la felicità per il risultato raggiunto.

Non è però certo tipo da accontentarsi Fiona e, ligia al famoso adagio che “l’appetito vien mangiando”, eccola presentarsi tra le favorite alle Olimpiadi di Atlanta ’96, alle quali è assente la Drechsler, ma è pur sempre presente l’americana Joyner, decisa a dare nel migliore dei modi l’addio alla sua fantastica carriera davanti al proprio pubblico.

L’azzurra compie appieno il proprio dovere, mettendo in fila una serie di salti validi di cui il più corto è di m.6,68 e piazzando al secondo tentativo il balzo di m.7,02 che le garantisce la medaglia d’argento, poiché proprio nel turno d’esordio, la nigeriana Chioma Ajunwa estrae dal cilindro il salto di m.7,12 che le vale l’unica grande vittoria in carriera, mentre un brivido proviene dalla classe della Joyner che, con la sola ultima prova a sua disposizione, atterra proprio sulla fettuccia dei 7 metri per una doverosa medaglia di bronzo.

Prima medaglia olimpica nel salto in lungo femminile per l’Italia, la May si prende la rivincita sulla nigeriana superandola (m.6,86 a m.6,80) in occasione dei Mondiali Indoor di Parigi ’97, rinviando l’appuntamento ai Mondiali all’aperto di Atene ’97, dove la Ajunwa, dopo aver segnato con m.7,01 il miglior risultato di qualificazione, si infortuna al primo turno di Finale e deve dire addio alla competizione.

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Fiona May ai Mondiali di Atene ’97 – da gettyimages.it

Finale che, viceversa, Fiona apre con un balzo di m.6,91 che la porta in testa alla classifica provvisoria, insidiata dalla russa Lyudmila Galkina con m.6,89, posizione da cui viene scalzata al terzo tentativo da parte della greca Niki Xanthou che atterra a m.6,93 per poi migliorarsi a m.6,94 alla quarta prova, dove la Galkina azzecca il salto a m.7,05 che le vale l’oro, mentre l’azzurra non riesce a migliorarsi, dovendosi accontentare del bronzo, insidiatole all’ultima serie di salti dalla rediviva Drechsler, che si migliora sino a m.6,89.

Per un’agonista come la May, si tratta di un’amara sconfitta, dalla quale comunque ha modo di riscattarsi sin dall’anno successivo, quando è ancora oro ai Campionati Europei Indoor di Valencia ’98, dove stavolta i suoi m.6,91 sono più che sufficienti ad assicurarle il gradino più alto del podio, cosa che, viceversa, non accade nella versione all’aperto della Rassegna Continentale, svoltasi a Budapest ’98, dove la divina Drechsler, pienamente recuperata da una leggera fase di appannamento, mette in carniere il suo quarto titolo europeo consecutivo, che Fiona cerca di contenderle realizzando il proprio “Personal Best”, nonché di gran lunga primato italiano, di m.7,11 utile però solo ad avvicinare i m.7,16 realizzati dalla tedesca alla seconda prova e replicati al terzo tentativo.

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Fiona May con l’amaro argento di Siviglia ’99 – da coni.it

Essere battuta da una fuoriclasse come la Drechsler non è mai un disonore, ben diversa al contrario è la reazione della May rispetto a quello che ella definisce come “il furto di Siviglia”, patito in occasione dei Mondiali ’99 svoltisi nel capoluogo andaluso, gara che la quasi 30enne di origini giamaicane domina sin dal primo turno con un balzo di m.6,92 migliorato sino a m.6,94 al terzo tentativo, prima del “fattaccio” verificatosi nell’ultima serie di salti, allorché l’ex cubana Montalvo, divenuta cittadina spagnola anch’essa a seguito di matrimonio, atterra a m.7,06 che le vale l’oro ed il record nazionale con un’esecuzione che però sembra a molti inficiata da un nullo di battuta, ma così non è per i giudici che le danno la prova valida, con l’azzurra a masticare amaro sentendosi defraudata del suo secondo titolo iridato.

Quel che c’è di buono in queste situazioni è che non vi è il tempo per rimuginare sopra le delusioni poiché un altro appuntamento incombe, ed in questo caso non da poco, trattandosi delle Olimpiadi di fine millennio in programma a Sydney 2000, alle quali la Montalvo non può partecipare essendole negata l’autorizzazione dalla poco sportiva Federazione cubana.

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Fiona May festeggia l’argento olimpico di Sydney 2000 – da coni.it

Ancora una volta sopra la linea dei m.6,90, la misura di m.6,92 ottenuta al terzo tentativo dalla May – in testa alla classifica provvisoria dopo i primi due turni di salti con m.6,82 – viene vanificata dal salto di m.6,99 che nella stessa serie realizza la sua “bestia nera” Drechsler, al suo ultimo successo di una lunghissima e prestigiosa carriera, ma resta pur sempre valida per il secondo argento olimpico consecutivo, niente male avendo già superato la soglia dei 30 anni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per dire basta, ma una combattente come Fiona ha ancora da togliersi “un sassolino dalla scarpa” per via dello scippo di Siviglia, un desiderio di rivincita acuito dall’esito dei Mondiali Indoor di Lisbona ’01, quando è ancora la Montalvo, per un solo centimetro (m.6,88 a 6,87), a negarle l’ultimo gradino del podio nella gara vinta dall’americana Dawn Burrell con m.7,03 sulla russa Tatyana Kotova, argento con m.6,98.

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Fiona May in azione ai Mondiali di Edmonton ’01 – da sky.it

Gerarchie che non si spostano di molto – se non per l’assenza della Burrell – in occasione della rassegna iridata di Edmonton ’01, in cui la May mette in fila la sua miglior serie di sempre in una Finale di una grande manifestazione, balzando al comando della gara al secondo turno con m.6,97 per poi azzeccare il salto che vale l’oro al terzo tentativo con m.7,02 e quindi realizzare ancora m.6,97 alla quinta prova, mentre la Kotova, che l’aveva quasi raggiunta con m.7,01 al quarto turno di salti, forza la rincorsa nell’ultima serie generando il nullo che riporta Fiona sul gradino più alto del podio mondiale, e l’odiata Montalvo conclude al terzo posto con m.6,88 ottenuti anch’essi al quarto tentativo.

Ora sì che ci si può prendere una pausa e dedicarsi anche alla famiglia, concependo dopo otto anni di matrimonio la piccola Larissa che nasce nel 2002, ed anche se poi ritorna alle gare, non si può pretendere di più di un onorevole sesto posto ai Mondiali Indoor di Budapest ’04 con m.6,64, identica misura sufficiente, in un contesto ben più modesto, a consentire a Fiona May di dare l’addio all’attività agonistica mettendosi al collo un’ultima medaglia d’oro con il successo ai Giochi del Mediterraneo di Almeria ’05, con la neanche tanto malcelata soddisfazione di precedere proprio la “grande usurpatrice” Montalvo.

Oramai divenuta uno dei volti più celebri ed amati dello sport italiano, Fiona viene attratta dalle lusinghe del tubo catodico, recitando il luogo della protagonista nelle due stagioni della miniserie Tv “Butta la Luna” (2006-’09, Rai1) e partecipando alla terza edizione del talent show “Ballando con le stelle” (2006-’07, Rai1), condotto da Milly Carlucci e che, diremmo quasi ovviamente, si aggiudica in coppia con il ballerino Raimondo Todaro, ottenendo l’81% dei voti, un risultato mai raggiunto nelle altre edizioni, nonché apparendo, insieme alla simpaticissima figlia Larissa, in una serie di spot pubblicitari per il marchio Kinder della Ferrero.

Dopo aver dato alla luce una seconda figlia, Anastasia, nel 2009, le strade di Fiona e del marito si separano nel 2011, dopo 18 anni di matrimonio, una decisione sofferta che l’atleta commenta con “sono stati anni molto belli ed oggi siamo amici per il bene delle nostre figlie, ogni cosa ha la sua fine ed io spero sempre in una bellissima fine …

A proposito, ricordate la “Love story” tra l’americano Connolly e la ceca Fikotova? beh, sposatisi nel 1957, hanno poi divorziato nel ’75, anche loro, guarda caso, dopo 18 anni di matrimonio, che curiosa coincidenza…

 

BOBBY MORROW, L’ULTIMO TRIS BIANCO DELLO SPRINT ALLE OLIMPIADI

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Bobby Morrow – da memim.com

articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di Mosca passano alla Storia non solo per il primo, mai troppo deprecabile, boicottaggio dei Giochi imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma anche per essere l’ultima edizione a vedere trionfare due atleti bianchi nelle prove di velocità, con lo scozzese Allan Wells a prevalere sui 100 metri ed il nostro Pietro Mennea a fare altrettanto sulla doppia distanza.

Non solo, dai successivi Giochi di Los Angeles ’84, il podio dei m.100 ha visto salirvi solo ed esclusivamente atleti di colore, mentre l’indiscussa superiorità della “razza nera” viene scalfita sui m.200 dall’estemporaneo successo del discusso sprinter greco Konstantinos Kenteris, il quale si afferma alle Olimpiadi di fine millennio a Sydney 2000, approfittando anche di alcune circostanze indubbiamente a lui favorevoli.

Questi riferimenti statistici, con il giamaicano Usain Bolt a compiere, da Pechino ’08 a Rio de Janeiro ’16, per tre volte consecutivamente l’impresa di centrare gli Ori sui m.100, m.200 e staffetta 4×100 – anche se la vittoria di Pechino è stata poi revocata per la positività di Nesta Carter, primo frazionista del quartetto caraibico – fanno nascere la curiosità di tornare a ritroso nel tempo per verificare quale sia stato l’ultimo atleta bianco a compiere un analogo exploit.

Il primo stop avviene ai Giochi di Monaco ’72, quando il fuoriclasse sovietico Valery Borzov va molto vicino ad eguagliare tale trittico di Ori, con l’affermazione sia sui 100 che sui 200 metri, in parte favorita la prima dalla sbadataggine dei velocisti americani Hart e Robinson che non si presentano alla partenza dei quarti di finale, ma deve subire la voglia di riscatto degli atleti Usa nella staffetta 4×100, conclusa al secondo posto, e quindi la “macchina del tempo” riesce a risalire a colui che è il protagonista del nostro racconto odierno, vale a dire l’americano Bobby Joe Morrow, che riesce a completare tale ineguagliabile tris alle Olimpiadi di Melbourne ’56.

Nato ad Harlingen, nel Texas, il 15 ottobre 1935, e cresciuto con la famiglia che gestisce una fattoria a San Benito, Morrow, come la maggior parte dei ragazzi americani, gioca a football (quello loro, con la palla ovale, tanto per intendersi …) nel periodo in cui frequenta il Liceo alla “San Benito High School”, per poi dedicarsi all’Atletica Leggera una volta iscrittosi alla “Abilene Christian University”.

Qui riesce ad affinare il suo naturale talento per lo sprint, mettendosi in mostra nel 1955 allorché si aggiudica il titolo AAU sulle 100yd con il tempo di 9”5, facendo di lui uno dei favoriti per le selezioni ai Giochi di Melbourne dell’anno seguente, in programma a Los Angeles a fine giugno ’56.

In un biennio che lo vede sconfitto una sola volta sia nel 1955 che nel ’56, tanto da farlo ritenere “il più forte sprinter bianco di ogni epoca”, Morrow non ha difficoltà ad aggiudicarsi entrambe le prove ai Trials, facendo suoi i m.100 in 10”3 precedendo Ira Murchison, e la doppia distanza in 20”6, tempo che eguaglia il record mondiale dei connazionali Thane Baker ed Andy Stanfield, giunti alle sue spalle ed anch’essi pertanto qualificati per i Giochi.

Olimpiadi che, per la prima volta assegnate ad una Nazione dell’emisfero australe, sono in programma nell’inusuale periodo di fine novembre/inizio dicembre ’56, appuntamento al quale i due amici/rivali Morrow e Murchison giungono dopo aver ripetutamente eguagliato il record mondiale di 10”2 sui 100 metri, tempo realizzato dal primo il 19 maggio ed il 22 giugno e dal secondo l’1 giugno, per poi compiere analoga impresa in occasione dei Trials il 29 giugno, nell’aggiudicarsi le rispettive semifinali.

Nessun dubbio, pertanto, su chi siano i favoriti per l’Oro allorché, il 23 novembre ’56 sulla pista del “Melbourne Cricket Ground” gli atleti si presentano per disputare i primi due turni di qualificazione, con semifinale e Finale prevista per il giorno dopo ed, in una curiosa “sfida a rincorrersi”, sia Morrow che Murchison fermano i cronometri sul medesimo tempo di 10”55 nel vincere le rispettive serie dei quarti di finale.

Ma è chiaro che più ci si avvicina alla gara decisiva e maggiore è la pressione sugli atleti, circostanza che sembra comunque non scalfire i due pretendenti al titolo olimpico, visto che nel primo pomeriggio del 24 novembre, Murchison si impone nella prima semifinale in 10”5 (ma 10”79 con il rilevamento elettronico), con Morrow a fare ancor meglio nella seconda, vinta in 10”3 (10”52 elettronico) precedendo il connazionale Baker, che conclude in 10”4 (10”61).

Con tre rappresentanti dello Zio Sam sui sei finalisti che alle ore 17:30 si posizionano sui blocchi di partenza per la Finale della “gara principe” dei Giochi, è opinione comune che si possa assistere ad una, peraltro non del tutto inusuale per l’epoca, tripletta americana, anche se per quanto attiene all’aspetto cronometrico, soffia un forte vento contrario che penalizza l’esito della gara, ma tanto in una Finale olimpica contano solo le medaglie.

Ed è Morrow, partito in corsia centrale, a fare la differenza, prendendo decisamente la testa della gara ai 50 metri per non mollarla più ed andare a vincere in 10”5, mentre alle sue spalle l’avvincente lotta per le piazze d’onore vede prevalere a sorpresa Baker – il quale viene inspiegabilmente accreditato dello stesso tempo manuale di 10”5 di Morrow – sull’ancor più sorprendente australiano Hector Hogan che scalza dal podio il deluso Murchison, i cui reali distacchi sono ben evidenziati dal cronometraggio elettronico, che assegna 10”62 a Morrow, 10”77 sia a Baker che ad Hogan e 10”79 a Murchison.

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Lo sprint vincente di Morrow nella finale dei m.100 – da gettyimages.it

Rotto il ghiaccio, come suole dirsi, per Morrow e Baker, con l’aggiunta di Stanfield in luogo di Murchison, l’appuntamento con la pista è aggiornato al 26 novembre per i primi due turni dei 200 metri, con semifinali e Finale in programma, come di consueto, il giorno appresso, batterie che non creano alcun problema al terzetto americano, così come evidente è la loro superiorità nelle semifinali in programma alle 15:00 del 27 novembre ’56, con Baker a precedere (21”21 a 21”43) Morrow nella prima serie e Stanfield ad affermarsi in 21”35 nella seconda.

Talmente netto è il divario tra i tre atleti “a stelle e strisce” rispetto al resto della concorrenza, che stavolta non possono esservi dubbi sulla composizione del podio, e la maggiore curiosità da parte degli addetti ai lavori, allorquando, due ore dopo, i sei finalisti si presentano sui blocchi di partenza, sta nel cercare di capire se Baker possa rappresentare una vera insidia per Morrow o seppure quest’ultimo si sia nascosto nei turni precedenti.

Dubbi che il 21enne texano fuga sin dall’avvio, imponendo alla gara un ritmo impossibile da sostenere per gli avversari, così da cogliere il suo secondo Oro con il tempo di 20”6 che eguaglia il suo stesso limite mondiale ed il più esperto Stanfield – vincitore della prova quattro anni prima ad Helsinki ’52 – a precedere Baker, accreditati rispettivamente di 20”7 e 20”9 manuali, ma ancora una volta è la rilevazione elettronica a rendere giustizia alla superiorità di Morrow, il quale ferma i cronometri a 20”75 rispetto al 20”97 di Stanfield ed al 21”05 di Baker.

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L’arrivo vincente di Morrow sui m.200 – da gettyimages.it

Dettagli, ovviamente, in quanto ciò che più conta è essere sul gradino più alto del podio in occasione della cerimonia di premiazione, postazione che non può ovviamente sfuggire al quartetto della 4×100 Usa, composto dai tre finalisti della gara individuale oltre a Leamon King, il quarto dei Trials, sempre che non combinino qualche pasticcio nei cambi.

Con un primato mondiale vecchio di 20 anni, in quanto risalente addirittura al 39”8 con cui il leggendario Jesse Owens, assieme ai compagni Metcalfe, Draper e Wykoff, si erano aggiudicati la medaglia d’Oro ai Giochi di Berlino ’36, ecco che per il quartetto Usa si prospetta un’ulteriore affascinante sfida, da loro immediatamente raccolta, con una prova di straordinaria intensità e perfezione nei cambi che li porta a disintegrare il vecchio record, concludendo la Fnale disputata l’1 dicembre ’56 in 39”5 (39”60 con il rilevamento elettronico), un limite che a propria volta resta ineguagliato per i successivi 5 anni.

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Morrow completa il tris con l’oro della 4×100 – da azcentral.com

Al ritorno in patria, Morrow viene ovviamente accolto come un eroe nazionale – non dimentichiamo che a metà anni ’50 la questione razziale è sempre ben viva negli Stati Uniti – ed i media si scatenano nell’andare a cercare i segreti di questo fantastico sprinter, restando esterrefatti, allorché il plurimedagliato confessa loro che alla base dei suoi risultati vi è il fatto di dormire ben 11 ore, asserendo che “ogni mio successo è dovuto al fatto di essere perfettamente rilassato, così da poter spingere al massimo i miei muscoli …!!”.

Altresì un fervente cristiano, Morrow non tenta mai nella sua attività agonistica di anticipare lo sparo dello starter alla partenza, un atteggiamento da lui ritenuto completamente antisportivo e, dopo aver fatto suoi con irrisoria facilità i titoli universitari sia sui 100 che sui 200 metri ai Campionati NCAA del 1956 e ’57, realizza una identica doppietta anche ai Campionati assoluti AAU del 1958, dove si impone in 9”4 sulle 100yd ed in 20”9 sulle 220yd, per poi dare l’addio all’Atletica e tornare a dedicarsi alla sua fattoria in Texas a coltivare grano e cotone assieme alla sua famiglia.

Per un triplice campione olimpico però, il richiamo della Rassegna a cinque cerchi è troppo forte ed allora, perché non provare a qualificarsi per i Giochi di Roma ’60, con la possibilità di visitare la meravigliosa “Città eterna”, e quindi Morrow riprende ad allenarsi in vista delle selezioni previste ad inizio luglio a Stanford.

Consapevole di non avere più lo scatto bruciante necessario per imporsi sulla più breve distanza a causa della inattività, nonostante non abbia ancora raggiunto i 25 anni di età, Morrow concentra la sua preparazione solo sui 200 metri, classificandosi terzo in 20”8 nella prima delle due semifinali in cui Stone Johnson eguaglia in 20”5 il primato mondiale, per poi non ripetere tale tempo in Finale – dove tocca a Ray Norton, precedendo Johnson, eguagliare il record assoluto di 20”5 – conclusa al quarto posto in 21”1 alle spalle anche di Les Carney, che stacca in 20”9 il biglietto per i Giochi, dove, a sorpresa, è il migliore dei suoi, conquistando l’Argento in 20”6 dietro al nostro Berruti che corre anch’egli la distanza nel tempo di 20”5.

Forse, questa volta, i suoi muscoli si erano riposati un po’ troppo

 

ALBERT HILL, OLIMPIONICO BRITANNICO DEGLI 800 E 1500 COME NON RIUSCI’ A COE ED OVETT

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Albert Hill impegnato alle Olimpiadi di Anversa del 1920 – da telegraph.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Per costituzione, ancor prima che per adattabilità muscolare, 800 e 1500 metri piani sono le prime fatiche del mezzofondo in atletica leggera. E se gli Stati Uniti vantano, nella storia olimpica, due doppiettisti che realizzarono l’exploit in entrambe le gare ai Giochi, ovvero James Lightbody a St.Louis nel 1904 e Melvin Sheppard quattro anni dopo a Londra con il genovese Emilio Lunghi, secondo nella distanza più breve, primo italiano a salire sul podio olimpico dell’atletica, e dopo che l’australiano Edwin Flack vi era già riuscito nella prima edizione di Atene 1896, la Gran Bretagna deve attendere qualche anno ancora per poter eguagliare quel che poi non saranno capaci di fare, molto tempo dopo, neppure due leggende come Sebastian Coe e Steve Ovett.

Albert Hill non è più tanto giovanotto quando si presenta alle Olimpiadi di Anversa del 1920, le prime dopo l’orrore della Grande Guerra che ha imposto lo stop ad ogni attività e illusione sportiva, per competere appunto negli 800 e 1500 metri piani, oltre ad esser impegnato nella gara dei 3000 metri a squadre. Ad onor del vero Hill, che ha quasi 32 anni ed ha vinto i titoli britannici sulle 880 yarde e sul miglio nel 1919 oltre ad esser stato già campione nazionale sulle 4 miglia nel 1910 prima di dedicarsi alle distanze più brevi dopo il conflitto bellico che lo ha visto al servizio del Royal Flying Corps in Francia, in Belgio non dovrebbe neppure esser presente, ritenuto troppo vecchio dai selezionatori del suo paese dopo la sconfitta con il sudafricano Bevil Rudd nella sua gara preferita, appunto le 880 yarde. Nondimeno Hill riesce ad averla vinta, e può difendere le sue credenziali ai Giochi Olimpici, dove arriva a termine di un viaggio avventuroso e presentandosi alle batterie degli 800 metri, il 15 agosto, dovendo competere nella stessa serie di due altri favoriti, Rudd appunto e l’americano Earl Eby. Sopravvive arrivando secondo, vince la sua semifinale con il miglior tempo, 1’56″4 davanti allo stesso Eby, e il 17 agosto, mezz’ora dopo la semifinale, allo Stadio Olimpico di Anversa disegna un capolavoro dopo che Eby ha condotto la gara nel corse del primo giro, con un passaggio a 54″2. Rudd lo rileva in testa, ma sul rettilineo finale Hill lo sorpassa e chiude in trionfo a tempo di record britannico, 1’53″4, davanti agli stessi Eby e Rudd.

Ventiquattro ore dopo, il 18 agosto, tocca ai 1500 metri, dove tutti gli occhi sono puntati addosso ad Hill, chiamato a compiere un’altra impresa. E il britannico non tradisce le attese, in una competizione che vede lo svedese Sven Lundgren tra i favoriti per aver realizzato il miglior cronometro stagionale, 3’59″3, e il cecoslovacco Vohralik altro pretendente alla medaglia dopo aver anticipato Hill in batteria, 4’02″2 contro 4’03″3 dell’inglese. Ma in finale Hill fa gioco di squadra con il connazionale Philip Noel-Baker, che gli “copre le spalle“, dopo che il ritmo iniziale è stato imposto dall’americano Joie Ray. Al suono della campana Ray si spenge, i due britannici balzano al comando con Noel-Baker che respinge il tentativo di Larry Shields di passare, permettendo così a Hill di andare a tagliare il traguardo in prima posizione con il tempo di 4’01″8

La gloria per Hill non è ancora finita, perchè c‘è da onorare l’impegno con i compagni di bandiera, Joe Blewitt, William Seagrove, James Hatton, Duncan McPhee (che si ritira in finale) e Percy Hodge (che corre al posto dello stesso Hill in batteria), altri tre giorni e si mette al collo la medaglia d’argento dei 3000 metri a squadre, giungendo settimo in una classifica a punti che conteggia solo i migliori tre concorrenti per nazione. E’ l’apoteosi per il ragazzo, non più tanto ragazzo ormai, che nacque a Southwark, un sobborgo di Londra, il 24 marzo 1889. Ed è un exploit destinato a resistere nel tempo, perchè mai nessun britannico è mai più riuscito a fare altrettanto, pur chiamandosi Coe ed Ovett.

Curiosità in appendice? Noel-Baker, attivo nella lotta al disarmo nucleare, si “consolerà” con il Premio Nobel per la pace nel 1959. E forse magari quel riconoscimento vale più di una medaglia d’oro olimpica… ma non ditelo ad Albert Hill.

STEFKA KOSTADINOVA E QUEL 2,09 CHE RESISTE DA OLTRE 30 ANNI

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La Kostadinova in azione ai Mondiali di Roma ’87 – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Sono in molti a credere, ammaliati dal folgorante ingresso nel panorama mondiale del fenomenale giamaicano Usain Bolt – il quale ha portato i record nella velocità ai limiti delle possibilità umane, con i suoi 9”58 sui 100 metri e 19”19 sulla doppia distanza – che l’atletica leggera sia uno sport in continua evoluzione, mentre invece, se ci si sofferma con attenzione all’andamento delle varie specialità, ci si accorge che la realtà è ben diversa.

Difatti, pur tralasciando il settore dei lanci, dove è indiscutibile che alcuni record sono “tarati” dall’uso di additivi – i primati del lancio del disco e del martello risalgono al 1986 e quello del getto del peso al 1990 – è altresì indubbio che anche per quanto attiene ai salti la situazione non è granché migliore, visto che, ad esempio, nel salto in alto vi è una preoccupante regressione, non solo a livello di record, ma soprattutto di misure sufficienti per aggiudicarsi un titolo olimpico o mondiale.

Nel settore maschile, il primato è datato 27 luglio ’93 allorquando, al meeting di Salamanca, il fuoriclasse cubano Javier Sotomayor valica l’asticella posta a m.2,45 e, da tale data, superare quota m.2,40 è diventata una chimera per tutti i protagonisti, basti pensare che il record olimpico di m.2,39 stabilito dall’americano Charles Austin ai Giochi di Atlanta ’96 è, a distanza di 20 anni, ancora ineguagliato.

Situazione leggermente migliore in campo femminile, laddove si consideri che negli anni 2000 le ragazze si sono date battaglia sempre su quote di m.2,05/2,06 – vicine pertanto al primato assoluto di m.2,09 – con il record olimpico stabilito dalla russa Yelena Slesarenko ai Giochi di Atene ’04 con m.2,06 anche se desta non poca preoccupazione il fatto che alle recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro ’16 sia stata sufficiente la misura di m.1,97 affinché la veterana (37enne …!!) spagnola Ruth Beitia potesse salire sul gradino più alto del podio.

Primato mondiale, dicevamo, di m.2,09 nel settore femminile, che resiste da oltre 30 anni e che è il terzo più longevo, dopo l’1’53”28 sugli 800 metri della cecoslovacca Jarmila Kratochvilova risalente al 26 luglio 1983 ed al 47”60 sui 400 metri stabilito dalla tedesca orientale Marita Koch in occasione dell’edizione di Coppa del Mondo a Canberra il 6 ottobre 1985.

Testimoni di questa impresa sono gli spettatori che la domenica del 30 agosto 1987 gremiscono gli spalti dello Stadio Olimpico di Roma al fine di assistere all’evento clou della manifestazione, vale a dire la sfida tra Carl Lewis e Ben Johnson nella Finale dei 100 metri.

Attesa che non viene delusa, dato che il “figlio del ventoviene spazzato via dalla potenza del canadese di origini giamaicane, il quale trionfa in 9”87 rispetto al 9”93 del rivale, stabilendo un effimero record mondiale, visto che lo stesso viene cancellato a distanza di un anno dopo che Johnson viene trovato positivo all’esame antidoping successivo alla conquista della medaglia d’oro ai Giochi di Seul ’88 con uno strabiliante tempo di 9”79.

Smaltita l’emozione per l’esito dell’evento di maggior attrazione del pomeriggio romano, l’attenzione si sposta sulla pedana del salto in alto femminile dove una non meno accesa rivalità tra due ragazze dell’Europa dell’est sta dando vita ad una sfida altrettanto spettacolare.

In una edizione dei Campionati Mondiali che passa alla storia dell’atletica bulgara per la conquista di tre medaglie d’oro – evento mai più ripetuto sia a livello iridato che, ancor  meno, olimpico, pur se l’anno successivo, in occasione dei Giochi di Seul ’88, tale exploit viene sfiorato nelle stesse specialità, vale a dire salto triplo maschile, 100hs e salto in alto femminili – a rivaleggiare contro l’asticella sono la ex primatista mondiale Tamara Bykova, capace di salire sino a m.2,05 il 22 giugno ’84 ed impossibilitata a giocarsi le sue chances ai Giochi di Los Angeles del medesimo anno a causa del noto boicottaggio da parte dei Paesi del blocco sovietico, e la 22enne bulgara Stefka Kostadinova, attuale detentrice del record assoluto e da due anni dominatrice assoluta della scena internazionale.

Nata a Plovdiv il 25 marzo 1965 e dotata di una struttura morfologica (m.1,80 per 60kg.) assolutamente perfetta per il salto in alto, la Kostadinova si è difatti presentata sul panorama internazionale ad inizio ’85 allorché, nella stagione al coperto, fa sue le medaglie d’oro sia ai Mondiali Indoor di Parigi ’85 che ai successivi Europei Indoor de Il Pireo ’85, in entrambi i casi valicando l’asticella posta a m.1,97.

L’anno successivo è quello della definitiva consacrazione per la giovane bulgara, che nell’arco di una settimana migliora per ben due volte il record mondiale, in entrambi i casi sulla pedana dello stadio della capitale Sofia, portandolo dapprima a m.2,07 il 25 maggio ’86 e quindi a m.2,08 sei giorni dopo, per poi far suo il titolo europeo alla rassegna continentale di Stoccarda ’86 con irrisoria facilità, essendole sufficiente la misura di 2 metri in un contesto dove – con la Bykova incredibilmente eliminata in qualificazione non essendo riuscita a superare la quota di m.1,89 – il resto delle avversarie si arrende dopo aver superato quota m.1,93.

Per Stefka, il 1987 si annuncia come un anno dai grandi appuntamenti, ad iniziare dalla stagione invernale che si apre con i Campionati europei indoor di Liévin, dove una ritrovata Bykova, nella Finale del 22 febbraio, è l’unica a contrastare la bulgara sino alla quota di m.1,94 per poi arrendersi alla misura superiore di m.1,97 che consegna il secondo oro consecutivo alla Kostadinova.

Ben più ostica la conferma del titolo mondiale indoor alla rassegna iridata di Indianapolis, dove l’8 marzo 1987 la tedesca orientale Susanne Beyer, già bronzo a Liévin con m.1,91, sfodera la sua miglior prestazione, riuscendo per la prima ed unica volta in carriera a superare quota 2 metri issandosi sino a m.2,02, misura alla quale deve arrendersi l’altra bulgara Emilia Dragieva, ferma a m.2,00, mentre la Bykova aveva già alzato bandiera bianca a m.1,97 dopo aver valicato l’asticella a m.1,94.

Ma non si è primatiste mondiali per caso, e la Kostadinova lo dimostra anche in questa circostanza, superando la misura di m.2,05 che, all’epoca, rappresenta il relativo record mondiale al coperto.

Con, pertanto, i successi nelle due principali manifestazioni indoor dell’anno ed il fatto di detenere altresì i primati mondiali sia all’aperto che al coperto, è sin troppo evidente come la 22enne bulgara sia la favorita d’obbligo per la conquista del titolo iridato ai Mondiali di Roma ’87, ai quali ci riportiamo dopo questa digressione utile a far capire lo spessore della Kostadinova e dove la sovietica Bykova è altresì chiamata a difendere l’oro conquistato quattro anni prima ad Helsinki ’83 nell’edizione inaugurale della rassegna iridata, vinto con la misura di m.2,01 rispetto ai m.1,99 della tedesca occidentale Ulrike Meyfarth, che poi si sarebbe affermata, in assenza di Tamara, l’anno seguente ai Giochi di Los Angeles ’84 con il record olimpico di m.2,02.

Tre centimetri di “personale” (m.2,08 a m.2,05) e, soprattutto, 6 anni e tre mesi di vantaggio (essendo la Bykova nata ad Azov il 21 dicembre 1958) fanno pendere i favori del pronostico dalla parte della più giovane bulgara, ma mai dare nulla per scontato allorquando si sfidano due atlete che, oltre alle qualità tecniche, fanno del carattere e della mentalità vincente i loro punti di forza.

Ed ecco quindi che, dopo essersi scrollate di dosso il resto della compagnia, con la Beyer, comunque, l’ultima ad arrendersi salendo sino alla quota di m.1,99 a conferma del suo “anno di grazia”, solo Bykova e Kostadinova entrano nell’area degli “oltre due metri”, terreno sconosciuto per le altre finaliste, con la sovietica impeccabile ed in grado di accarezzare il sogno di una clamorosa conferma del suo titolo mondiale.

Accade, difatti, che la misura di m.2,04 veda la bulgara, prima a saltare, fallire il suo primo tentativo, viceversa superata alla prima prova dalla Bykova che si porta di conseguenza in testa alla gara ed assiste al secondo errore della sua avversaria, la quale ha ora a disposizione un solo ultimo tentativo se vuole ancora restare in corsa per la medaglia d’oro.

Il salto in alto è specialità dove le componenti nervose e psicologiche hanno una valenza pari quanto a quelle squisitamente tecniche e, nei minuti che trascorrono prima della sua terza e decisiva prova, Kostadinova ripassa mentalmente tutte le fasi di rincorsa, stacco e richiamo mille volte provate in allenamento e, una volta ritrovata la giusta calma e concentrazione, sfodera un salto largamente superiore alla quota valicata di m.2,04, il che le dà ulteriore stimolo per andare avanti nella competizione e, d’altro canto, suona come una mazzata per la sovietica che, dopo aver pensato di aver potuto far sua la gara, sa ora bene che per avere ancora chance di medaglia deve addirittura migliorare il proprio primato personale ed ex record mondiale di m.2,05.

Un’impresa che la quasi 29enne russa non ha nelle sue corde, dovendo pertanto cedere con l’onore delle armi, fallendo i suoi tre tentativi alla successiva misura di m.2,06 ma con il legittimo orgoglio di aver realizzato il suo miglior risultato in una grande manifestazione internazionale – migliorando i m.2,03 con cui aveva vinto il titolo europeo indoor ai Campionati di Budapest ’83 – ed ora non le resta che osservare il tentativo della Kostadinova, regale anche a m.2,06, di incrementare di un centimetro il proprio limite assoluto, con l’asticella posta a quota m.2,09.

Siamo nel tardo pomeriggio di una classica domenica di fine estate romana, con la leggera brezza del ponentino ad alleviare la calura che opprime gli spettatori che non abbandonano le tribune in quanto si rendono conto che un’altra grande impresa sta per compiersi, in questi Campionati Mondiali di atletica leggera fortemente voluti dal Presidente della IAAF Primo Nebiolo, e grazie al quale Roma è stata designata come sede ospitante di questa seconda edizione, ed i fatti danno loro ragione.

 

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Il salto mondiale di Kostadinova a Roma ’87 – da:gettyimages.it

 

Dopo aver fallito il primo tentativo, Kostadinova si presenta nuovamente in pedana con l’unica avversaria da sconfiggere un’asticella mai più portata in seguito a tale altezza e la sua rincorsa, con un’ampia falcata da destra verso il centro dell’asse di battuta è stavolta ben ritmata con le giuste cadenze e velocità, il penultimo appoggio più contenuto per dare potenzialità allo stacco con il piede sinistro, il corpo che si inarca con il dorso al di sopra dell’asticella, le natiche a sfiorarla leggermente e le gambe richiamate a tempo affinché non combinino guai ed infine il boato dello Stadio Olimpico a certificare l’avvenuta riuscita della prova ed il conseguente nuovo primato mondiale.

Con il classico comportamento un po’ “caciarone” tipicamente nostrano, dagli spalti si leva un coro di “Alèooo”, di calcistica usanza, a coronamento dell’impresa, ma tant’è, glielo possiamo concedere, vista la pazienza ed il religioso silenzio con cui era stata seguita la sfida e poi, come potevano sapere che quel record, a distanza di 30 anni, non sarebbe stato ancora battuto ?

CHARLEY PADDOCK, E QUEL “SALTO” NEL FUTURO DELLO SPRINT

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Charley Paddock – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Anche se gli Stati Uniti avevano già potuto vantare due velocisti in grado di realizzare l’accoppiata 100/200 metri ai Giochi Olimpici – Archie Hahn a St. Louis ’04 (dove si aggiudica anche i m.60 piani) e Ralph Craig a Stoccolma ’12 – è altresì indubbio che trattandosi, specie nel caso di Hahn, ancora di un’epoca per così dire pionieristica della Rassegna a cinque cerchi, gli stessi non incidono sulla storia della specialità quanto, viceversa, si verifica negli anni ’20 con l’avvento sulle scene dello sprint di un tarchiatotto texano di nome Charles William “Charley” Paddock, un autentico rivoluzionario in tal senso.

Nato agli albori del nuovo secolo, l’11 agosto 1900 a Gainesville, una tranquilla cittadina del Texas, Paddock si trasferisce con la famiglia a Pasadena, in California quando è ancora un ragazzo e, prima di diventare una celebrità dell’atletica leggera americana, presta servizio nell’esercito americano, con il grado di luogotenente, durante la fase conclusiva della prima guerra mondiale, avendo così modo, prima di tornare in patria, di mettersi in mostra aggiudicandosi sia i 100 in 10”8 che i 200 metri in 21”6 ai “Giochi delle Forze Alleate” disputatisi a Parigi dal 22 giugno al 6 luglio a Parigi, un modo come un altro per scacciare gli incubi del conflitto mondiale.

Pur nella relativa valenza sportiva di tali affermazioni, ciò contribuisce a far circolare negli Stati Uniti la voce di un ragazzo non ancora 20enne in grado di dar del filo da torcere ai più affermati sprinter dell’epoca e la riprova era, del resto, molto vicina, riprendendosi l’attività olimpica con i Giochi di Anversa in calendario da metà agosto 1920, per poter partecipare ai quali occorreva superare le micidiali selezioni costituite dai mai tanto odiati Trials.

L’appuntamento è fissato per metà luglio a Cambridge, nel Massachusetts, in una due giorni che vede disputarsi il 16 i turni preliminari e le semifinali ed il 17 le finali delle varie specialità, con gli atleti che devono pertanto dare prova anche di una certa qual dose di resistenza e l’esito della gara dei 100 metri è alquanto a rischio per Paddock, dato che, con Loren Murchison ad aggiudicarsi la prova in 10”0 e Jackson Scholz ad assicurarsi la piazza d’onore in 10”1, per gli ultimi due posti disponibili – all’epoca si potevano schierare sino a quattro atleti per gara – sono in tre a catapultarsi sul traguardo ed il 20enne texano mette in pratica quella che sarà una sua esclusiva caratteristica, vale a dire il “jump finish” cioè il concludere la corsa con un salto in avanti sul filo di lana che gli consente, in questa occasione, di precedere Kirksey e Woodring, pur venendo tutti e tre accreditati del medesimo tempo di 10”2.

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Charley Paddock – da businessinsider.com

Passato lo spavento, Paddock ha modo di distendersi nella prova sui 200 metri, che lo vede imporsi in 21”4, precedendo Kirksey e Murchison e poter quindi preparare i bagagli per il viaggio in nave che lo riconduce vicino ai luoghi di guerra da non molto lasciati.

Per Paddock, giunto ad Anversa, una grande occasione per festeggiare al meglio il recente compimento dei 20 anni avvenuto l’11 agosto con il tentativo di far sua la medaglia d’oro nella prima prova in programma, vale a dire i 100 metri, i cui primi due turni si disputano il 15, con semifinali e Finale il giorno dopo, dimostrando sin dalle prime prove di essere in buona condizione, facendo registrare il tempo di 10”8 in entrambe le serie da lui vinte, ivi compresa la terza batteria del secondo turno, in cui viene eliminato il coetaneo inglese Harold Abrahams, di cui risentiremo parlare.

A proposito di britannici, il berlinese di nascita Harry Edward, che si aggiudica la prima delle due semifinali in 10”8 precedendo Scholz e Kirksey, sembra essere l’unico in grado di impensierire lo strapotere Usa che colloca in Finale tutti e quattro i suoi rappresentanti, con Paddock ad affermarsi nella seconda serie con l’identico tempo di 10”8, ma si sa che nelle grandi competizioni ciò è assolutamente insignificante, quel che conta è tagliare per primo il traguardo.

Ed è questo l’obiettivo che si pongono i sei finalisti quando si schierano alla partenza fissata alle ore 16:00 del 16 agosto 1920, dopo una lunghissima e snervante attesa, visto che le due semifinali si erano disputate di primo mattino, alle 9:30, per superare la quale il coach Lawson Robertson consiglia ai quattro atleti americani di bere un bicchiere di sherry ed un uovo crudo, consiglio che viene inizialmente seguito dal solo Kirksey, ma che poi, ritenendo che ciò potesse garantire al compagno un vantaggio psicologico, anche gli altri accettano, primo fra tutti Murchison, il quale ostenta una malcelata sicurezza di poter facilmente far sua la medaglia d’oro, non immaginando cosa stia per accadergli.

Succede, difatti, che il 21enne ed anch’esso texano, mal interpreti il segnale “pronti” espresso dallo starter in lingua francese, pensando che volesse ordinare agli atleti di rialzarsi, così rilassandosi al momento dello sparo con la logica conseguenza di farsi trovare impreparato per un distacco che su una così corta distanza è impossibile da rimontare, con Kirksey a prendere la testa in avvio per essere superato da Scholz a metà gara e quindi vedere quest’ultimo raggiunto da Edward con Kirksey in recupero e Paddock alle loro spalle, pronto a lanciarsi some suo solito sul filo di lana alzando altresì le braccia a beneficio dei fotografi che possono così immortalarlo con lo scatto che testimonia la sua vittoria nel tempo di 10”6, con Kirksey Argento in 10”8 ed Edward ad impedire il tris americano soffiando il Bronzo a Scholz pur venendo accreditati del medesimo tempo di 11”0, mentre Murchison conclude ultimo in 11”2 non potendo far altro che imprecare alla mala sorte.

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L’arrivo di Paddock sui 100 ad Anversa ’20 – da sputniknews.com

Una chiara dimostrazione di quanto i risultati dei Trials possano risultare fallaci, la si ha nella successiva prova dei 200 metri, quando nel quartetto Usa viene schierato Allen Woodring, giunto quinto alle selezioni ma che prende il posto di Massengale, affetto da un attacco di reumatismi.

Potrebbe, comunque, essere l’occasione per la rivincita da parte di Murchison, così come per una storica doppietta per Paddock, ma già in semifinale Woodring dimostra di poter dire la sua, affermandosi nella seconda serie in 22”4 su Paddock, mentre Murchison si impone nella prima, in cui Kirksey, giunto quarto, viene eliminato, così riducendo a tre il numero dei finalisti in casa Usa.

Indubbiamente più portato alla breve distanza, Paddock prende la testa nella Finale del 20 agosto mantenendola sino ai 180 metri, non pensando che Woodring potesse tenergli testa al punto da riuscire a sopravanzarlo sul filo di lana pur se il cronometro registra 22”0 per entrambi, con il britannico Edward a replicare il Bronzo dei 100 metri solo per togliere a Murchison la gioia di una medaglia individuale, e la cosa curiosa sta nel fatto che a Paddock ci vuole del bello e del buono per convincere il connazionale di “non averlo fatto vincere”, giurando di aver dato il massimo e che la sua vittoria era più che legittima, questo a dimostrazione della considerazione che Paddock vantava all’interno del Team Usa.

Quartetto americano che poi – formato da Paddock, Scholz, Murchison e Kirlsey – non ha alcun problema ad aggiudicarsi anche l’Oro nella Staffetta 4×100 con tanto di nuovo record olimpico e mondiale di 42”2, precedendo Francia e Svezia, con la Gran Bretagna rimasta ai margini del podio.

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La staffetta 4×100 Usa Oro ad Anversa ’20 – da wikipedia.org

Tornato in patria e salutato con tutti gli onori del caso, Paddock riesce anche ad essere un ottimo promotore di sé stesso, dato che è anche un buon scrittore e pubblica articoli di sport per diversi giornali, pur avendo nello sprint la sua principale attività, che lo vede aggiudicarsi i titoli AAU sulle 100yd sia nel 1921 che nel ’24, in entrambi i casi con il tempo di 9”6, così come, nei medesimi anni, si afferma anche sulle 220yd in 21”8 e 20”8 rispettivamente, per prepararsi al successivo sbarco in Europa per le Olimpiadi di Parigi ’24.

Appuntamento al quale Paddock si prepara partecipando, l’anno prima, alle Universiadi che si svolgono proprio nella capitale francese, dando un’ulteriore dimostrazione di superiorità affermandosi sia sui 100 che sui 200 metri con i rispettivi tempi di 10”4 e 21”0 che ne confermano la propria legittima candidatura al bis olimpico.

Olimpiadi alle quali, peraltro, Paddock rischia di non poter partecipare, in quanto ai Trials di Cambridge di metà giugno ’24, dopo essersi qualificato per i 100 con il secondo posto in 10” alle spalle di Chester Bowman, risente di un infortunio nella semifinale dei 200 per poi disputare la Finale contro il parere del coach Robertson (quello del famoso cocktail, ricordate …?), visto che all’epoca l’esito delle selezioni non era così tassativo come ai giorni nostri, con ciò riacutizzando il fastidio alla coscia che lo porta a concludere la prova al sesto posto, ma venendo comunque iscritto alla gara con buona pace del quarto classificato, Louis Clarke.

Con le gare dei Giochi a disputarsi a meno di un mese di distanza, una certa preoccupazione in seno alla squadra Usa circa le reali condizioni di Paddock inizia a serpeggiare, anche se all’arrivo a Parigi tutti gli occhi sono puntati su di lui, come di solito avviene nei confronti di chi ha la nomea di “Uomo più veloce del mondo” e come altresì viene ampiamente descritto nella romanzata, ancorché meravigliosa, trasposizione cinematografica del film “Chariots of fire” (“Momenti di Gloria”) che, non per nulla, si aggiudica ben 4 Premi Oscar, tra cui quello di “Miglior Film” a fronte di sette candidature.

Tornando alla stretta attualità, ci pensa comunque Paddock a fugare i dubbi, superando con facilità i primi due turni del 6 luglio, per poi presentarsi nella seconda semifinale in programma il 7 luglio (stavolta alle ore 14:00 e non di primo mattino) al cospetto dell’inglese Abrahams, da lui battuto quattro anni prima nei quarti dei Giochi di Anversa.

Avendo già eguagliato nel turno precedente il record olimpico di Paddock di 10”6, il britannico fa le prove generali in vista della Finale, ripetendo analogo riscontro cronometrico con l’americano che gli giunge alle spalle in 10”7, mentre la prima serie è vinta da Scholz in 10”8.

Tre ore dopo, Abrahams è pronto a raccogliere la sfida dei quattro americani finalisti – oltre a Paddock e Scholz, vi sono anche Bowman ed il solito Murchison – cercando di seguire alla lettera le istruzioni fornitegli dal suo “Personal CoachSam Mussabini (il cui ruolo viene splendidamente interpretato nel film da Ian Holm, per il quale riceve la nomination all’Oscar quale “Miglior Attore non protagonista“), vale a dire di concentrarsi solo su due aspetti, lo sparo e la linea del traguardo, cosa che lo sprinter britannico fa alla perfezione, staccandosi dal resto degli avversari subito dopo metà gara per andare a trionfare, e facendo altresì fermare per la terza volta consecutiva i cronometri sul 10”6, con Scholz Argento in 10”7 ed il neozelandese Arthur Porritt Bronzo in 10”8, così da relegare gli altri tre americani alle posizioni di rincalzo, con Paddock classificato settimo in 10”9 davanti a Murchison.

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L’oro di Abrahams sui 100 a Parigi ’24 – da gettyimages.it

Una cocente delusione per il primatista mondiale – Paddock aveva corso in 10”4 il 23 aprile ’21 a Redland, in California, potendo anche vantare un 10”2 sulle 110yd che, oltretutto, misurano 100,584 metri – che rischia di comprometterne seriamente il morale in vista dei 200 metri, i cui primi due turni sono previsti ‘8 luglio, con semifinali e Finale il giorno appresso.

Quanto conti avere un amico, Paddock lo scopre proprio nella serata che divide i due giorni di gare, in quanto, pur avendo vinto la sua serie del secondo turno in 22”2, i tempi dei suoi avversari – i migliori dei quali fanno registrare 21”8 – lo convincono di non avere alcuna chance di medaglia, ed ecco che in suo soccorso giunge tal Douglas Fairbanks, il quale intuisce che il problema di “Charley” è solo psicologico e, per aiutarlo a rimuovere il tarlo ed avere la mente libera, lo invita a cena a casa sua, dove sono ospiti anche gli attori Maurice Chevalier e Mary Pickford, con il primo ad intrattenere la compagnia con delle esilaranti imitazioni di Paavo Nurmi ed, in particolare, di Abrahams, proprio colui che gli ha tolto il titolo olimpico sui 100 metri.

Pur non avendo certezza che ciò sia stata la molla per far riacquistare fiducia in sé stesso per Paddock, sta di fatto che il primo pomeriggio del 9 luglio si migliora sino a 21”8 per far sua la seconda semifinale sullo scozzese Eric Liddell (altro protagonista, insieme ad Abrahams, del citato “Momenti di Gloria“), stesso riscontro cronometrico fatto registrare da Scholz nella prima serie, così che la Finale in programma tre ore dopo, vede una sfida tutta angloamericana, con Abrahams e Liddell a sfidare, oltre che Paddock e Scholz, anche Hill e Norton.

Con Abrahams fuori dalla lotta per le medaglie fin dall’avvio – probabilmente già appagato dall’Oro sui 100 – Paddock prende decisamente la testa così come quattro anni prima ad Anversa, venendo ancora una volta affiancato da un compagno, nella fattispecie Scholz, il quale lo raggiunge a meno di 10 metri dal traguardo per beffarlo sul filo di lana in 21”6 contro i 21”7 di Paddock ed i 21”9 di Liddell a completare il podio.

Il ricambio generazionale, fa sì che Paddock non raggiunga neppure la Finale sui 100 metri ai Trials Usa in vista dei Giochi di Amsterdam ’28, ottenendo però la qualificazione con il secondo posto sui 200, pur se poi deve arrendersi in semifinale, corsa in 22”1, nella prova che vede il canadese Percy Williams farsi beffe degli americani, bissando l’Oro già conquistato sui 100.

Per Paddock è giunto il momento di abbandonare la pista, ma non di commercializzare la sua immagine, visto che la sua autobiografia, “The Fastest Human” (“L’uomo più veloce”), pubblicata nel 1932, ottiene un più che discreto riscontro di vendite.

Purtroppo, l’uomo che aveva iniziato a farsi conoscere grazie ad una manifestazione postbellica, proprio in guerra dovrà trovare la morte, scomparendo il 21 luglio 1943, a meno di un mese dal compimento dei 43 anni, in un incidente aereo nel cielo dell’Alaska.

Così ha voluto il destino, che l’uomo più veloce del mondo negli anni ’20, fosse altrettanto veloce nel raggiungere la Gloria eterna

 

BRUCE JENNER, IL “SUPERMAN” CHE TANTO UOMO NON ERA …!!

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La “doppia versione” di Bruce e Caitlyn Jenner – da heightline.com

articolo di Giovanni Manenti

Da quando, dai Giochi di Helsinki ’52, l’Unione Sovietica fa il proprio ingresso nell’arengo olimpico, fatalmente la rivalità tra le due super potenze – in un clima quanto mai teso di “guerra fredda” – si espande anche a livello sportivo, con l’Urss a conquistare il maggior numero di Ori a partire già dalla successiva edizione di Melbourne ’56, un primato replicato a Roma ’60, con gli Stati Uniti a riprendersi il platonico scettro sia a Tokyo ’64 che a Città del Messico ’68, salvo poi essere nettamente superati (50 medaglie d’oro a 33 conquistate) nell’edizione di Monaco ’72, dove si affaccia minacciosa, quale terzo incomodo, anche la geograficamente modesta Germania Est, che sale in 20 occasioni sul gradino più alto del podio.

Ragion per cui, con l’assegnazione alla metropoli canadese di Montreal dell’organizzazione dei Giochi del 1976, in seno al Comitato Olimpico statunitense ci si augura che possa essere l’occasione giusta per un ribaltamento dei ruoli, data anche l’ampia copertura mediatica dell’evento da parte di Tv, Radio e carta stampata specializzata.

Ed invece, pur se gli Usa incrementano a 34 il numero delle medaglie d’oro, gli stessi si vedono retrocedere nel computo complessivo al terzo posto, scavalcati anche dalla Repubblica Democratica Tedesca con 40 Ori, mentre l’Unione Sovietica realizza il proprio record di medaglie conquistate – ben 125, di cui 49 d’oro, seconda occasione, dopo Roma ’60 con 103, che gli atleti della “Grande Madre” superano quota 100 – a testimonianza di una netta superiorità in campo sportivo.

Buon per gli Stati Uniti, che il nuoto si confermi la disciplina leader con 34 medaglie (di cui 13 Ori) conquistate, pari al 36% del totale, così come dal pugilato si affermino futuri campioni mondiali tra i professionisti quali Ray Leonard ed i fratelli Michael e Leon Spinks, mentre alquanto deludente è l’esito delle gare di atletica leggera, dove la bandiera a stelle e strisce sale solo in 6 misere occasioni (due delle quali costituite dalle staffette 4×100 e 4×400 metri maschili) sul più alto pennone in occasione delle cerimonie di premiazione.

Un flop inatteso, solo parzialmente compensato dalla nascita della stella Edwin Moses sui 400hs, che fa suo l’oro con tanto di record mondiale, ma assolutamente insufficiente a creare un divo – od un “uomo copertina”, come meglio preferite – da consegnare in pasto ai delusi sportivi americani, che di veder sventolare bandiere sovietiche e tedesco orientali ne hanno sin troppo le tasche piene.

Ed ecco che, non certo inatteso, come vedremo, ma sicuramente con una tempistica quanto mai azzeccata, viene in soccorso – soprattutto dei vari media – il decatleta Bruce Jenner, che in un attimo viene eletto come simbolo dei Giochi, pur se, quanto meno in atletica, ben altri meriterebbero tale veste, uno su tutti “El Caballo” cubano Alberto Juantorena, unico nella Storia dei Giochi a centrare la doppietta sui 400 ed 800 metri.

Ma, si sa, quanto ad enfasi gli americani non sono secondi a nessuno ed ecco quindi proiettare tutto il loro interesse su questo ben piazzato non ancora 27enne atleta, in quanto nato il 28 ottobre 1949 a Mount Kisco, nello Stato di New York, con un passato di giocatore di football al College prima di dedicarsi all’atletica leggera, specializzandosi nelle prove multiple a partire da inizio anni ’70.

Una specializzazione che consente a Jenner di ottenere la selezione per i Giochi di Monaco ’72, giungendo terzo ai Trials di Eugene con 7.846 punti alle spalle di Jeff Bannister e Jeff Bennett (8.120 ed 8.046 punti, rispettivamente) e quindi vivere la sua prima esperienza olimpica in terra bavarese, conclusa con un onorevole decimo posto con 7.722 punti totalizzati, peraltro ben distante dal vincitore, il sovietico Mykola Avilov, il quale, nella circostanza, stabilisce anche il record mondiale con 8.454 punti, migliorando di 37 il precedente limite dell’americano Bill Toomey, a propria volta Oro ai Giochi di Città del Messico ’68.

Jenner fa buon tesoro del confronto con gli specialisti del decathlon tanto da aggiudicarsi il titolo ai Campionati AAU ’74 con 8.245 punti, per poi far suo il primato mondiale realizzando 8.524 punti il 10 agosto ’75 nella prova di selezione in vista dei “Pan American Games” in programma a fine ottobre a Città del Messico, dove fa suo l’Oro con 8.045 punti, figli anche dell’altura che non favorisce certamente gli sforzi prolungati.

Nella propria veste di primatista mondiale, Jenner si presenta a Trials olimpici del 25 e 26 giugno ’76 ad Eugene ben deciso ad ottenere la selezione per i Giochi di Montreal, cosa che gli riesce con tanto di incremento ad 8.538 punti del proprio limite assoluto, nel conquistare il quale spiccano il 10”93 sui 100 metri, i m.51,69 nel lancio del disco ed i m.69,26 nel lancio del giavellotto.

Poco più di un mese dopo, la “due giorni” in programma il 29 e 30 luglio 1976 allo Stadio Olimpico di Montreal vede Jenner doversi confrontare con il podio olimpico di quattro anni prima a Monaco ’72, formato dal già citato Avilov e dal connazionale Lytvynenko, oltre che dal polacco Ryszard Katus, ai quali si aggiungono, quali possibili pretendenti alle medaglie, il Campione europeo di Roma ’74, vale a dire il polacco Ryszard Skowronek, ed il tedesco occidentale Guido Kratschmer, bronzo nella rassegna continentale romana.

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Jenner in azione nel salto in lungo nella prima giornata – da nydailynews.com

Nella prima giornata di gare, l’americano fa della regolarità il suo punto di forza, senza eccellere in alcuna delle cinque prove in programma (mentre Avilov è il migliore sia nel salto in lungo con m.7,52 che nel salto in alto con l’eccellente misura di m.2,14 e Kratschmer è il più veloce del lotto sui 100 metri, corsi in 10”66), tanto che la classifica parziale vede i tre atleti provvisoriamente sul podio racchiusi nello spazio di appena 35 punti, con Kratschmer a guidare a quota 4.333, Avilov secondo con 4.315 e Jenner per ora terzo con 4.298 punti, mentre può ancora aspirare ad una medaglia il sorprendente svedese Raimo Pihl, quarto con 4.216 punti e, curiosamente, nato lo stesso giorno, mese ed anno di Jenner, mentre tagliati irrimediabilmente fuori dalle prime posizioni sono sia Skowronek che Lytvynenko.

Una situazione ideale per i media Usa, che possono concentrare le loro attenzioni sul tentativo di rimonta del loro “uomo simbolo” alla ricerca della gloria olimpica nella seconda e conclusiva giornata di gare, che si apre con i 110hs che, però, fanno sì che il distacco di Jenner si dilati ulteriormente, visto che Avilov fa registrare l’ottimo tempo di 14”20 a fronte del 14”54 di Kratschmer e del mediocre 14”84 (aveva corso in 14”57 ai Trials di Eugene in occasione del proprio record) dell’americano, che si trova ora distanziato di 64 punti dal tedesco e di 90 dal sovietico, passato in testa alla gara.

Una situazione di difficoltà alla quale Jenner risponde da par suo con una spallata che fa atterrare il disco a m.50,04 – con ciò consentendogli di superare Kratschmer (6.037 a 6.022) e di ridurre a soli 7 punti lo svantaggio da Avilov – e, soprattutto, totalizzando oltre mille punti (1.005 per l’esattezza) grazie ai m.4,80 nel salto con l’asta che lo proiettano saldamente al comando della competizione, una superiorità ribadita con i m.68,52 raggiunti nel lancio del giavellotto.

Con la medaglia d’oro oramai assicurata, per Jenner resta la sfida contro il suo stesso limite mondiale da affrontare con la più massacrante delle 10 prove, vale a dire i 1500 metri che, corsi al termine di due giorni e nove precedenti gare non sono certo il sollievo che un atleta attende, e da lui coperti in 4’16”60 il mese precedente ad Eugene.

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Jenner e la moglie Chrystie a Montreal ’76 – da si.com

Ed, anche se la casa di produzione è canadese – la “National Film Board of Canada” (NFB) per l’esattezza – il film documentario sui Giochi della XXI Olimpiade concede un ampio risalto al Decathlon ed, in particolare, alla scena in cui Jenner è impegnato allo stremo nella prova conclusiva, incitato a gran voce a bordo pista dalla bionda moglie Chrystie, con indosso una maglietta recante la scritta “Go, Jenner, go” con cui si scioglie in un tenero abbraccio una volta che l’impresa è portata a buon fine, con il tempo di 4’12”61 che contribuisce al punteggio complessivo di 8.618 punti, che frantuma il precedente record e lascia Kratschmer ad oltre 200 punti di distacco (8.411) ed Avilov a consolarsi con il Bronzo in forza dei suoi 8.369 punti.

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Il podio del decathlon a Montreal ’76 – da hollywoodreporter.com

Sin qui una classica ed edulcorata “bella storia” americana, ben farcita e consegnata ai posteri come tante prima di essa e come molte altre verranno replicate in seguito, con Jenner che diviene il simbolo dei Giochi da contrapporre allo strapotere del regime comunista certificato dalle 89 medaglie d’oro complessivamente conquistate da Urss e Germania Est, tant’è che, oltre ad ispirare addirittura un videogioco per PC – il “Bruce Jenner’s World Class Decathlon” – l’asso americano appare su tutte le copertine delle più importanti riviste americane, non solo sportive, come ad esempio “Life” e “Time”, tanto da divenire uno degli uomini più corteggiati degli Stati Uniti …

Ed ecco che si apre il secondo capitolo della storia di Jenner, il quale dal matrimonio con la ricordata Chrystie genera due figli, Burt William (nato nel settembre ’78 e così chiamato in memoria del fratello, morto in un incidente stradale poco dopo la conclusione dei Giochi) e Cassandra Lynn, la quale vede la luce a luglio ’80 poco prima che i coniugi divorziassero, con Bruce a convolare a nuove nozze con Linda, unione dalla quale nascono i figli maschi Brandon e Sam Brody, rispettivamente nel giugno ’81 ed agosto ’83, prima che anche questo matrimonio si concluda con la separazione, avvenuta nel 1985.

Un valore, quello della famiglia, che Jenner sembra dimostrare di avere molto a cuore, allorché nell’aprile ’91 si sposa una terza volta con Kris Houghton, ex coniuge del celebre avvocato Robert Kardashian e volto noto ai media americana quale produttrice e star del reality show “Al passo con i Kardashian”, assieme alle figlie Kourtney, Kim e e Khloé, con cui genera altre due figlie, Kendall (nata a novembre ’95) e Kylie, venuta al mondo ad agosto ’97, ma ancora una volta l’unione non dura e nel 2014 la coppia annuncia pubblicamente la propria separazione.

A questo punto, molti di voi si chiederanno “che c’azzecca” (di Di Pietro memoria …) la vita privata di un ex campione di atletica leggera con la narrazione delle sue imprese sportive, tipiche di un sito come è “SportHistoria”, ed invece la correlazione esiste, specie in una disciplina come l’atletica che tanto in passato – i casi dell’americana Babe Didrikson, della polacca Stanislawa Walasiewicz e delle sorelle sovietiche Tamara ed Irina Press su tutti – ed anche al presente, vedasi la situazione della sudafricana Caster Semenya, ha fatto e fa discutere circa l’eccessiva presenza di cromosomi maschili in atlete, tanto da farle ritenere passibili di esclusione dalle gare loro riservate.

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La celebre copertina di “Venity Fair” con la nuova Caitlyn – da patheos.com

Ma mai, almeno sino ad aprile 2015, si era verificato il caso opposto, vale a dire di un atleta – e che atleta, poi, il Superman del Decathlon – a compiere il percorso opposto, ed invece è esattamente ciò che è capitato allo (oramai ex) Bruce Jenner, il quale in un’intervista rilasciata in un noto programma televisivo americano, annuncia di sentirsi donna e di voler pertanto iniziare la transizione per cambiare sesso, percorso ultimato ad agosto del medesimo anno, attraverso la pubblicazione, in copertina della celebre rivista “Vanity Fair”, delle foto che ritraggono Caitlyn (questo il suo nuovo nome assunto) nella sua veste al femminile.

Un evento che non manca certo di destare sensazione, oltre che una pruriginosa curiosità, tant’è che l’account twitter aperto dalla nuova Caitlyn raggiunge dopo meno di due ore oltre 500mila followers, e che la porta a dichiarare, specie con il rimorso di non essere stato un buon padre per i primi quattro figli avuti dai precedenti suoi due matrimoni, di aver raggiunto la consapevolezza che, in ogni caso, “Caitlyn sia una persona migliore di Bruce”, circostanza che ha permesso un riavvicinamento dei rapporti con la figlia maggiore Cassandra, la quale non ha remore ad evidenziare come, dopo l’intervento a cui si è sottoposto il genitore, i due “abbiano parlato più a lungo di quanto sia mai successo in passato, sentendosi come ragazze entrambe”, pur se una ha 35 anni ed il padre biologico conta 66 primavere …

Una “storia nella storia”, ci sentiamo di chiosare, certo è che “il vecchio Bruce” ce ne ha messo del tempo per capire quale fosse il suo vero status sessuale, visto che è passato attraverso tre matrimoni e la generazione di ben sei figli, ma, come ammoniva il Maestro Manzi, “non è mai troppo tardi…”

BETTY ROBINSON, LA VELOCISTA CHE VISSE DUE VOLTE

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Betty Robinson – da chicagotribune.com

articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca come la nostra, in cui alle donne non è preclusa alcuna attività sportiva – praticando financo il pugilato ed il sollevamento pesi – resta difficile pensare che si sia dovuto attendere sino alla VIII Edizione dei Giochi Olimpici affinché alle rappresentanti del “gentil sesso” fosse data l’opportunità di cimentarsi in quella che è universalmente conosciuta come la “Regina di tutti gli Sport”, vale a dire l’Atletica Leggera.

Ed invece è proprio così, con le ragazze ad esordire alle Olimpiadi di Amsterdam ’28, con un programma peraltro assai ridotto, limitato alle sole corse dei m.100 ed 800 piani, alla staffetta 4×100 e, per quanto riguarda i concorsi, al salto in alto ed al lancio del disco, con addirittura gli 800 metri considerati una gara troppo massacrante per loro, tant’è che, dopo la rassegna olandese, per ritrovare tale prova inserita nel programma olimpico, occorre attendere ben 32 anni, ai Giochi di Roma ’60.

In questo scenario, non è pertanto neppure facile reclutare atlete disposte a praticare detta attività ed, in vista del citato esordio a cinque cerchi, vi è una Nazione che sta dominando la scena, ed è costituita dalle rappresentanti del Canada, tra le quali emerge Myrtle Cook che, proprio ad inizio del mese di svolgimento dei Giochi, il 2 luglio 1928 al meeting di Halifax, stabilisce il record mondiale con il tempo di 12” netti.

Convincere ragazze a partecipare alle Olimpiadi non è facile neppure per gli Stati Uniti, che pure in campo maschile si sono aggiudicati la prova sui m.100 in cinque delle prime sette edizioni dei Giochi, e sono reduci dalla cocente delusione patita quattro anni prima a Parigi ’24, quando con ben quattro rappresentanti in Finale, tra cui Charles Paddock, vincitore della prova ad Anversa ’20, si erano fatti beffare dal britannico Harold Abrahams per quell’Oro olimpico mirabilmente immortalato nel film “Momenti di gloria” del maggio 1981.

Ed ecco, allora, entrare di prepotenza nella nostra storia odierna la protagonista di quell’esordio olimpico, vale a dire l’americana Elizabeth “Betty” Robinson, una studentessa non ancora 17enne in quanto nata a Riverdale, nell’Illinois, a fine agosto 1911, la quale approda all’atletica quasi per caso, essendo stata notata dal suo insegnante di biologia mentre corre per prendere un treno, facendole un successivo test cronometrico addirittura nel corridoio della scuola, con esito peraltro confortante, visto che la ragazza, dopo aver calzato le scarpette chiodate per la sua prima gara il 30 marzo 1928, si qualifica per i Giochi classificandosi al secondo posto ai Trials di Cambridge di inizio luglio, alle spalle della più esperta ed accreditata Elta Cartwright, di quattro anni più anziana, e già vincitrice del titolo AAU sulle 100yd nel 1927 (11”4), confermato l’anno seguente sui m.100 in 12”4 nella gara che serve anche come selezione olimpica.

Sbarcate – è proprio il caso di dirlo, poiché all’epoca i trasferimenti oltre Oceano avvenivano via mare – in Europa, le iscritte alla gara dei 100 metri devono subito confrontarsi con il trio canadese, le cui rappresentanti, Bobbie Rosenfeld, Ethel Smith e la già citata Cook, si impongono d’autorità nelle loro rispettive batterie, disputate nel primo pomeriggio del 30 luglio 1928, con le semifinali in programma meno di tre ore dopo, dove la giovane Robinson scopre però le proprie carte aggiudicandosi la seconda serie in un convincente tempo di 12”4 precedendo la primatista mondiale Cook, mentre le proprie compagne naufragano miseramente, prima fra tutte proprio la Cartwright, desolatamente ultima nella terza serie.

Con la prima finale di velocità piana della storia olimpica in campo femminile in programma il successivo pomeriggio del 31 luglio alle ore 16:35, alla partenza – non si può usare il termine blocchi in quanto gli stessi vengono adottati solo a partire dalle Olimpiadi di Londra 1948 – si schierano anche le tedesche Helen Schmidt ed Erna Steinberg, oltre alla citata Robinson ed alle tre canadesi, le quali hanno modo di dare scandalo, per la morale del tempo, abbracciandosi e baciandosi prima dell’avvio della gara, un modo per caricarsi a vicenda che oggi passerebbe inosservato, ma che all’epoca….

Finale che, peraltro, sembra destinata a passare alla storia non solo per essere la prima a disputarsi in sede olimpica, ma anche per non prendere mai il via in quanto, vuoi per inesperienza oppure per la tensione e l’importanza del momento, si verificano ben sette (!!) false partenze, di cui due accreditate alle favorite Cook e Schmidt che, pertanto, vengono squalificate, facendo sì che restino solo in quattro a contendersi il podio, un indubbio vantaggio per la Robinson, per la quale la partecipazione olimpica è solo la sua quarta apparizione ad alto livello, dopo il ricordato esordio in pista avvenuto a marzo del medesimo anno.

Occasione che, complice l’incoscienza tipica delle 16enni, non si lascia sfuggire, facendo sua la gara con il tempo di 12”2 precedendo la coppia canadese formata da Rosenfeld e Smith (rispettivamente di 7 e 4 anni più anziane di lei) che si classificano nell’ordine pur venendo cronometrate in un identico 12”3.

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La Robinson vince i 100 metri ai Giochi di Amsterdam ’28 – da phactual.com

E così, la giovane “Betty” unisce il vanto, oltre di essere la prima vincitrice dei m.100 alle Olimpiadi anche quello di portare al proprio Paese la prima medaglia d’Oro olimpica, fallendo per soli 25’ un’altra pietra miliare, vale a dire quella di essere la prima donna in assoluto a conquistare il successo alla rassegna a cinque cerchi, preceduta dalla polacca Halina Konopacka, che si aggiudica il titolo nel lancio del disco, forse anche a causa di quelle sette false partenze…

Dettagli, in ogni caso, con la Robinson che cerca, senza peraltro riuscirvi, di contrastare la voglia di riscatto delle canadesi, il cui quartetto – con l’aggiunta di Florence Bell alle protagoniste della prova individuale – si aggiudica d’autorità la staffetta 4×100 demolendo il primato mondiale coprendo la distanza in 48”4, con le rappresentanti degli Stati Uniti a chiudere in un 48”8 che vale loro l’argento.

Considerata la giovanissima età, per la Robinson si prospetta un futuro roseo al quale apprestarsi con allenamenti che ne affinino le scontate carenze tecniche ed i risultati non tardano a dare buoni frutti con il record mondiale di 11”0 sulle 100yd stabilito a Chicago nel settembre dello stesso anno e la successiva conquista dei titoli AAU sulle 50 e 100yd (queste ultime corse in 11”2) del 1929, cui seguono, nel marzo 1931, altri due primati mondiali sulle distanze americane delle 60 (coperte in 6”9) e 70yd (corse in 7”9), quando la mala sorte ci mette lo zampino.

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L’areo della Robinson – da:terapeak.com

Attesa protagonista ai Giochi di Los Angeles ’32, la Robinson viene coinvolta in un incidente aereo allorquando un piccolo velivolo a due posti pilotato dal proprio cugino si schianta al suolo, facendo sì che l’appena 20enne velocista si procuri gravissime lesioni, costituite da fratture ad un braccio, ad una gamba ed all’anca, oltre che da ferite alla fronte ed all’arcata sopraciliare ed ad una commozione cerebrale.

La scena che si presenta alla prima persona che presta loro soccorso è talmente terrificante che lo stesso ritiene siano entrambi morti, tanto da caricarli sulla propria macchina per condurli all’obitorio dove, viceversa e per fortuna, si accorgono che sono ancora in vita, pur in condizioni apparentemente disperate, visto che la Robinson resta in coma per quasi due mesi ed incapace di riprendere a camminare normalmente per i successivi due anni.

Svanito il sogno di confermarsi campionessa olimpica davanti al proprio pubblico ai ricordati Giochi californiani, la Robinson, dimostrando un carattere ed una forza di volontà fuori dal comune, non si dà per vinta e, nonostante i postumi dell’incidente non le consentano di assumere la posizione rannicchiata alla partenza, si presenta ai Trials per la selezione alle Olimpiadi di Berlino 1936.

Il risultato, condizionato dalle riferite menomazioni, non le consente di potersi iscrivere alla gara individuale, ma è comunque confortante, poiché con il quinto posto in 12”5 nella gara dominata in 11”7 dalla primatista mondiale Helene Stephens, ottiene la possibilità di essere selezionata per la staffetta 4×100.

E mentre la Stephens ribadisce la propria superiorità facendo suo l’Oro nella Finale sui m.100 piani in 11”5, la Robinson, probabilmente quale premio sia per il titolo conquistato ad Amsterdam otto anni prima che per il coraggio e la forza di volontà dimostrate nel recuperare una soddisfacente condizione atletica, viene inserita dalla Federazione Usa quale terza frazionista della staffetta 4×100, gara in cui partendo dalla posizione eretta, non soffre alcun svantaggio rispetto alle altre concorrenti.

Peraltro, le ragazze americane – Stephens a parte – non sono le favorite per la medaglia d’oro, il cui pronostico pende a favore delle tedesche, le quali avevano piazzato ben tre loro rappresentanti nella Finale della gara individuale e che si presentano a Berlino altresì forti del recente primato mondiale di 46”5 al quale tolgono un altro 0”1 decimo aggiudicandosi la seconda semifinale in 46”4 a conferma della loro legittima pretesa al gradino più alto del podio.

Ma il quartetto a stelle e strisce ha una importante carta da giocare, vale a dire il credito che la Robinson vanta con la fortuna, e che stavolta volge a suo favore allorché le tedesche, con Emmy Albus in prima frazione, Kathe Krauss in seconda e Marie Dollinger in terza, prendono un netto margine di vantaggio apparentemente incolmable che le porrebbe nella condizione di poter gestire al meglio l’ultimo cambio tra la Dollinger e la Dorffeldt, salvo perdere inopinatamente il testimone così da consentire alla Stephens di tagliare per prima il traguardo per la sua personale doppietta ed alla Robinson di mettersi al collo quell’Oro in staffetta sfuggitole ad Amsterdam.

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Il quartetto Usa sul podio della 4×100 – da wikimedia.org

Ritiratasi dalle scene, la Robinson non abbandona l’amata pista divenendo una cronometrista e, per una che aveva rischiato di perdere la vita a nemmeno 20 anni, la stessa le si prolunga sino a quasi 88, spengendosi a Denver il 18 maggio 1999, purtroppo sofferente nell’ultimo periodo del morbo di Alzheimer, potendo comunque essere a giusta ragione considerata una delle protagoniste dell’atletica leggera del XX secolo.

 

MIKE CONLEY, OVVERO LA RABBIA E L’ORGOGLIO DI UN CAMPIONE

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Mike Conley – da grizzlybearblues.com

articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca sempre più marcata dalla specializzazione, è raro vedere atleti in grado di competere in prove diverse dell’atletica leggera che non siano, ovviamente, le corse piane, ed il riferimento è relativo ai concorsi, dove vi sono stati protagonisti nei similari eventi del getto del peso e lancio del disco, piuttosto che nel salto in lungo e salto triplo.

Il protagonista della nostra storia odierna è uno dei più validi esponenti di tutti i tempi nel settore salti, visto che è stato in grado – in una carriera durata ben 15 anni, dal 1982 al ’96 – di realizzare “Personal Best” quali m.8,46 nel lungo e m.17,87 nel triplo all’aperto, nonché, rispettivamente di m.8,31 e m.17,76 (tuttora record Usa) nelle gare indoor, pur avendo dovuto subire una delle più grandi delusioni che un atleta possa provare, ma alla quale ha saputo reagire come solo i grandi campioni sono in grado di fare.

Stiamo parlando di Mike Conley, nato a Chicago, nell’Illinois il 5 ottobre 1962, il quale è atleta versatile, tanto che al liceo gioca a basket nel ruolo di guardia, attività che pratica anche al primo anno di college all’Università di Arkansas, per poi dedicarsi anima e cuore all’atletica leggera, con il personale primato di vincere ben 16 titoli universitari NCAA tra le due specialità.

Nei suoi 15 anni di attività, fatto salvo l’anno di esordio del 1982, nei successivi 14 Conley raggiunge per 9 volte il n.1 del ranking Usa nel salto triplo (ed il n.2 nelle restanti 5 occasioni), stagioni in cui rientra sempre nella “Top Ten” stilata dalla rivista “Track & Field News”, classificandosi al primo posto in sei circostanze, nonché occupando la seconda, terza e quarta posizione in due occasioni ciascuna, a dimostrazione di una straordinaria continuità di rendimento.

In un paese dove è più difficile – e proprio Conley ne sarà amaro testimone in negativo – ottenere la qualificazione ai Trials che non vincere una medaglia, il non ancora 21enne Mike decide, nei suoi primi anni di attività, di giocare le proprie carte su due tavoli, come dimostra ai Campionati AAU di Indianapolis ’83, validi anche quale selezione per i primi Mondiali di atletica leggera in programma ad Helsinki nel medesimo anno, ottenendo il pass sia nel salto in lungo (terzo con m.8,38 nella gara vinta da Carl Lewis con m.8,79) che nel salto triplo, dove giunge alle spalle di Willie Banks con la misura di m.17,21.

Alla sua prima importante manifestazione internazionale, Conley peggiora il risultato dei Trials nella finale del triplo dell’8 agosto ’83, non andando oltre i m.17,13 che gli valgono la delusione di restare ai margini del podio, considerando come l’Argento ed il Bronzo vadano, rispettivamente, a Banks ed al nigeriano Agbebaku con la medesima misura di m.17,18 ampiamente alla sua portata, mentre irraggiungibile, al momento, è il livello del polacco Zdzislaw Hoffmann, che si aggiudica la prova con m.17,42.

Consolazione nel non tornare dal viaggio in Scandinavia a mani vuote giunge, per Conley, dal Bronzo nella Finale del Salto in Lungo con m.8,12 andando a completare un Podio interamente di marca americana, con Lewis regale con i suoi m.8,55 seguito da Jason Grimes che piazza un miglior salto di m.8,29.

L’esperienza iridata consiglia a Conley di tentare la doppia chance anche agli “Olympic Trials” che si svolgono al “Coliseum” di Los Angeles, dove due mesi dopo si svolgeranno le Olimpiadi ’84, dimostrando un notevole miglioramento nel Salto Triplo, gara che si aggiudica con la misura di m.17,50, mentre nel Lungo non raggiunge neppure gli 8 metri, fallendo così la doppia selezione, ma tanto in detta specialità l’Oro è una questione privata tra Carl Lewis e Larry Myricks, ragion per cui non vi è da dolersene granché …

Maggiore, e ben più cocente, delusione giunge al contrario nel pomeriggio del 4 agosto 1984 in occasione della Finale Olimpica, alla quale Conley si presenta con il miglior risultato (pari a m.17,36) ottenuto in qualificazione e che lo pone come legittimo candidato al gradino più alto del Podio – data anche l’assenza degli atleti del “blocco sovietico” per il tristemente noto boicottaggio – ma, ancora una volta, la tensione e la pressione del “grande evento” giocano un brutto scherzo al non ancora 22enne dell’Illinois, il quale non riesce a replicare alla misura di esordio di m.17,26 raggiunta dal connazionale Al Joyner fermandosi a m.17,18 al terzo tentativo per poi forzare nelle restanti tre prove a sua disposizione, concluse con altrettanti nulli ed un Argento quanto mai amaro.

Fortunatamente, Conley non è il tipo da scoraggiarsi di fronte alle avversità – ne darà una splendida testimonianza più tardi – e quindi intensifica gli allenamenti per non farsi più sorprendere in tali situazioni, a cominciare dai Campionati AAU di Indianapolis ’85, dove si aggiudica il suo primo titolo, ma nel Salto in Lungo, beneficiando dell’assenza di Lewis e di un vento favorevole oltre il consentito, che lo fa atterrare a m.8,53 mentre la più che ragguardevole misura di m.17,71 ottenuta nel Triplo viene vanificata dai sensazionali, triplici balzi di Willie Banks (atleta, lui sì, che sparisce nelle grandi competizioni) che lo portano a sfiorare la barriera dei 18 metri, realizzando con m.17,97 il nuovo Record Mondiale che migliora i m.17,89 raggiunti 10 anni prima dal brasiliano Joao Carlos de Oliveira.

Con la seconda edizione dei Mondiali in programma a Roma ’87, Conley si piazza al secondo posto nei Campionati AAU di Eugene ’86 sia nel Lungo (m.8,63 a soli 4cm. da “Sua Maestà” Lewis) che nel Triplo, dove i m.17,84 (ventosi) non sono sufficienti a superare Charlie Simpkins, che fa suo il titolo con m.17,91, per poi presentarsi in ottime condizioni alla stagione successiva.

Anno che, per Conley, si apre sotto i migliori auspici, cogliendo il suo primo Oro con il successo, ad inizio marzo ’87, ai Mondiali Indoor di Indianapolis dove, con m.17,54, si aggiudica la Finale del Salto Triplo a spese del sovietico Oleg Protsenko, per poi aggiudicarsi il suo primo titolo americano in detta specialità ai Campionati AAU di San José ’87 con il suo “Personal Best” di m.17,87 grazie al quale supera i suoi consueti avversari Banks e Simpkins, aggiungendovi il terzo posto nel Lungo alle spalle dei “soliti” Lewis e Myricks, il che gli consente di essere selezionato per entrambe le gare ai Mondiali di Roma ’87, visto che i Campionati valevano anche come Trials.

Rassegna iridata alla quale Conley si presenta dopo aver bissato l’oro dei Mondiali Indoor ai “Pan American Games” di Indianapolis ’87, in cui precede ancora Banks con un triplo salto di m.17,31 facendo intendere di avere tutte le carte in regola per affermarsi a livello assoluto.

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Conley ai Mondiali di Roma ’87 – da gettyimages.it

Anche stavolta, però, il gradino più alto del Podio continua a sfuggirgli, pur non avendo molte recriminazioni da fare, in quanto non è stata una sua controprestazione a determinarne l’esito, avendo raggiunto la ragguardevole misura di m.17,67 che gli vale l’Argento, bensì la straordinaria esibizione del bulgaro Khristo Markov – già Campione Europeo l’anno prima a Stoccarda ’86 con m.17,66 – il quale va a sfiorare il recente limite di Banks realizzando la misura di m.17,92 all’epoca, per quanto ovvio, Record Europeo.

Una sfida, quella del bulgaro, che Conley è pronto a raccogliere l’anno successivo in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, alle quali si prepara confermando il titolo americano ai Campionati AAU di Tampa di metà giugno con la misura di m.17,35 ancora davanti a Banks (cui unisce il secondo posto nel Lungo) per poi affrontare, il mese successivo, i temutissimi “Olympic Trials” di Indianapolis, dove si consuma il “fattaccio”.

Accade, difatti, che la finale sia condizionata da folate di vento pazzesche che rendono di difficile interpretazione i risultati, ad iniziare da Banks che, al primo tentativo, aiutato da un vento di 4,9m/s, supera i 18 metri portandosi al comando con m.18,06.

Posizione di leader che non viene mai scalfita, ma quel che conta, è conquistare gli altri due posti utili per il pass olimpico e, prima dell’ultimo turno di salti, tali posizioni sono occupate da Robert Cannon (m.17,63 con vento di 4.3m/s) e da Conley, con una misura di appena 1cm. inferiore, ma ottenuta con un minor aiuto (3,3m/s) dagli agenti atmosferici, mentre fuori dai Giochi, al momento, sono il Campione Olimpico in carica Al Joyner (m.17,58), Kenny Harrison, Ray Kimble e Simpkins, addirittura in settima posizione con un miglior salto misurato in m.17,19.

In questa “Roulette Russa” condizionata da Eolo più che dalle prestazioni dei singoli, Banks beneficia di una raffica di 5,2m/s che lo fa atterrare a m.18,20, una spinta pari a quella che riceve Simpkins per passare dal settimo al secondo posto con m.17,93 lascando così a Conley un ultimo, disperato, tentativo per cercare di superare quel centimetro che lo separa dalla selezione olimpica.

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Banks in azione a Seul ’88 – da wikipedia.org

Già penalizzato dal fatto che il suo miglior tentativo abbia usufruito di un aiuto inferiore a quello dei suoi diretti avversari, Conley atterra oltre i m.17,65 ma i Giudici stabiliscono che abbia toccato la sabbia con la parte posteriore del corpo, arretrandone la misura a m.17,55 il che vuol dire niente viaggio in Corea nonostante il ricorso presentato dall’atleta, ma le ferree regole alla base di quell’infernale macchina che sono i Trials non prevedono deroghe ed a Conley che, sfiduciato, conclude due giorni dopo non meglio che quinto il tentativo di qualificarsi nel Salto in Lungo, non resta che assistere in Tv alla debacle dei propri compagni, con Cannon che neppure si qualifica per la Finale Olimpica, mentre Simpkins e Banks concludono, rispettivamente al quinto (m.17,29) e sesto posto (m.17,03) la gara che conferma la superiorità di Markov, il quale, con m.17,61 raggiunti alla prima prova, mette in fila tre specialisti sovietici e completa la sua personale tripletta costituita dai titoli Europeo, Mondiale ed Olimpico consecutivi.

Da una botta così, pensiamo che sia difficile per chiunque rialzarsi, ma la natura e le doti di combattente di Conley emergono proprio in questa circostanza, ad iniziare dalla successiva primavera quando conferma il Titolo iridato ai Mondiali Indoor di Budapest ’89 con la misura di m.17,65 – a cui unisce il Bronzo nel Lungo con m.8,11 nella gara vinta da Myricks con m.8,37 – per poi far sua per la terza volta consecutiva la gara ai Campionati AAU di Houston ’89 con m.17,50.

In un paese, però, in grado di sfornare campioni a getto continuo, in particolare in alcune specialità come i salti, ecco che la concorrenza interna si avvale di un altro pericoloso avversario, vale a dire il 26enne Kenny Harrison, il quale, dopo aver vinto il Titolo Nazionale nel ’90, si conferma ai Campionati AAU dell’anno successivo, che valgono anche come selezione per i Mondiali di Tokyo ’91, facendo sua la prova con la misura di m.17,32 davanti a Conley, che non va oltre i m.17,03.

E che quella di Harrison sia qualcosa di ben più serio che una semplice minaccia, se ne ha la riprova nella Rassegna Iridata giapponese, che il suo più giovane connazionale si aggiudica per soli 3cm. di differenza (m.17,78 a m.17,75) rispetto al sovietico Leonid Voloshin, con il “nostro” a concludere degnamente al terzo posto con m.17,62 ma che, ancora una volta, vedono sfuggirgli la medaglia di metallo più pregiato.

Una “maledizione” che per Conley, oramai prossimo alla soglia dei 30 anni, sembra difficile da sfatare, pur se, per una volta, una mano gliela fornisce la buona sorte che, sotto forma di una serie di infortuni che ne condizionano il rendimento, fa sì che Harrison non riesca a qualificarsi per i Giochi di Barcellona ’92 agli “Olympic Trials” di New Orleans, dove, viceversa, Simpkins ha ancora il vento dalla sua con un m.17,86 da 3,9m/s, rispetto ai m.17,68 di Conley, ma con vento ampiamente entro la norma.

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Conley in azione ai Giochi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Questa volta l’occasione è sin troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e, difatti, nella Finale del 3 agosto 1992, spara subito un m.17,63 al secondo tentativo che lo porta al comando, con un solo brivido all’ultimo turno di salti, quando Simpkins raggiunge m.17,60 che gli valgono l’Argento ed, oramai liberato da ogni pressione psicologica, Conley celebra l’ottenuta Gloria Olimpica con un triplice, lunghissimo balzo che viene misurato in m.18,17 il che rappresenterebbe il nuovo Record Mondiale, nonché il primo uomo al Mondo a superare la barriera dei 18 metri, se non fosse che l’anemometro rivela una bava di vento leggermente superiore (2,1m/s) al massimo consentito e, non si può certo dire che tra l’americano ed il Dio dei Venti sia mai corso buon sangue.

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Conley ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da gettyimages.it

Per Conley c’è ancora un ultimo conto da regolare, e cioè quello con il titolo iridato, il quale viene immediatamente saldato, dopo essersi nuovamente laureato Campione americano con m.17,69 davanti al ristabilito Harrison nella gara di Eugene ’93 che vale come selezione ai Mondiali di Stoccarda ’93, dove si impone con m.17,86 (sua seconda miglior prestazione “All Time”, ad un solo centimetro dal suo “Personal Best”), precedendo il russo Voloshin (m.17,65) ed un “certo” Jonathan Edwards, Bronzo con m.17,44.

Potrebbe essere giunto il momento di dire “basta”, ma Conley, che tanto ha dovuto penare per raggiungere i due titoli ai quali aspirava, sa che il compito di un Campione è quello di difenderli e, pertanto, dopo essersi confermato in Patria ai Campionati AAU di Knoxville ’93 (m.17,51 su Harrison, m.17,14) e di Sacramento ’95, si presenta alla Rassegna Iridata di Goteborg ’95 per rendere doveroso omaggio al britannico Edwards, il quale si impone con lo straordinario Record di m.18,29 tuttora vigente con Conley non meglio che settimo con m.16,96 per poi salutare i suoi tanti tifosi in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ’96.

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Conley ad Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Qualificatosi ai Trials svoltisi sulla stessa pedana che poi ospita i Giochi, alle spalle di un Harrison tornato al “top” della forma, Conley cerca di concludere la propria eccellente Carriera con almeno un Podio che, a quasi 34 anni, varrebbe Oro, impresa che gli viene impedita, per soli 4cm. (m.17,44 a m.17,40), dal cubano Yoelbi Quesada, mentre ai vertici la sfida tra Harrison ed Edwards si risolve a favore del primo che, dopo un salto d’esordio a m.17,99, atterra al terzo tentativo a m.18,09 che vale il Record Olimpico tuttora ineguagliato, nonché ancor oggi la terza miglior prestazione di ogni epoca, con il britannico Argento con la sia pur ragguardevole misura di m.17,88.

Cala così il sipario su di una delle più appassionanti storie che l’atletica leggera è solita regalare, da cui si trae la morale di quanto la costanza, la volontà ed il temperamento siano componenti imprescindibili affinché ci si possa definire “Campioni”, anche a costo di lottare contro avversari che non siano quelli con cui ci si misura in pedana, quali gli agenti atmosferici e la proverbiale “cecità” della Federazione Usa, la quale spesso opera anche a scapito dei propri interessi, come nel caso di Conley nel 1988.

YORDANKA DONKOVA, LA BULGARA REGINA DEGLI OSTACOLI ALTI

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Yordanka Donkova – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra le più – se non “la più” – difficili specialità dell’Atletica Leggera, vi è sicuramente la gara sugli ostacoli alti (per una distanza di 110 metri per i maschi e di 100 metri per le femmine), in cui occorre abbinare velocità, ritmo e tecnica nel superare le barriere non potendosi concedere il più piccolo margine di errore, pena clamorose eliminazioni o mancati successi, uno per tutti vedasi il caso dell’americana Gail Devers, inciampata sull’ultimo ostacolo nella Finale ai Giochi di Barcellona ’92 quando sembrava avere oramai l’Oro in tasca.

Ragion per cui, è difficile trovare atleti di entrambi i sessi capaci di ad inanellare una serie consecutiva di prestazioni tali da farli sempre salire sul podio nelle grandi manifestazioni, ed una in grado di compiere questo tipo di impresa, in un arco temporale durato oltre un decennio, è l’ostacolista bulgara Yordanka Donkova, protagonista della specialità a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio della decade successiva.

Nata a Gorni Bogrov, un sobborgo della Capitale Sofia, il 28 settembre 1961, da piccola Yordanka subisce l’amputazione delle ultime falangi di tre dita della mano destra a causa di un incidente domestico, forse uno stimolo in più per affermarsi a livello sportivo in una prova in cui, fino ad allora, le sue connazionali non avevano certo brillato.

Presentatasi, a 19 anni non ancora compiuti, alle Olimpiadi di Mosca ’80, la Donkova acquisisce esperienza, fallendo l’accesso alla Finale con il sesto posto nella prima delle due Semifinali, conclusa con il tempo di 13”39, che poi mette a frutto due anni dopo, dapprima conquistando il Bronzo sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Milano ’82 e quindi migliorandosi sino a 12”54 per far suo l’Argento agli Europei di Atene ’82, vinti dalla polacca Lucyna Kalek, che in 12”45 eguaglia il Record dei Campionat.

Oramai la strada è segnata, ed anche se, dopo aver confermato il bronzo sui 60hs agli Europei Indoor di Goteborg ’84, la cui vittoria va ancora alla polacca Kalek, la Donkova non può partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles per il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi del Blocco Sovietico, non passa molto perché di lei si parli a livello mondiale.

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Donkova in azione al Meeting di Berlino ’85 – da gettyimages.co.uk

Ciò avviene nel suo “Anno di Grazia” 1986, in cui – dopo aver concluso al secondo posto del Ranking Mondiale della rivista “Track & Field News” a fine anno 1982 ed ’84 – la 25enne bulgara compie un’impresa degna del miglior Jesse Owens di antica memoria.

Accade, difatti, che, dopo aver eguagliato il 13 agosto ’86 il record mondiale di 12”36 stabilito dalla polacca Grazyna Rabsztyn sei anni prima, la Donkova si presenti quattro giorni dopo al Meeting di Colonia, in preparazione degli imminenti Campionati Europei in programma a fine mese a Stoccarda, dovendosi cimentare, dato l’elevato numero delle partecipanti, in una batteria per accedere alla successiva Finale.

Orbene, senza batter ciglio la bulgara corre l’eliminatoria n 12”35 – così appropriandosi in toto del primato mondiale, migliorato di un solo 0”01 centesimo – per poi, ad un’ora di distanza, essere la prima donna al Mondo ad infrangere la barriera dei 12”30 facendo sua la gara in 12”29 (!!).

Inutile dire che, a distanza di poco più di 10 giorni, sulla pista di Stoccarda non possa essere che lei la favorita d’obbligo per l’Oro sui 100hs ai Campionati Europei, e la Donkova tiene fede alle attese imponendosi con largo margine, segnando il Record dei Campionati in 12”38 (con vento contrario di 0,7m/s), rispetto alla tedesca orientale Cornelia Oschkenacht ed alla connazionale Ginka Zagorcheva, che concludono la gara in 12”55 e 12”70 rispettivamente.

La Donkova conclude il suo “Mese di Sogno” presentandosi, una settimana dopo, il 7 settembre ’86, al Meeting di Lubiana, dove onora il fresco titolo europeo togliendo altri 0”03 centesimi al proprio limite mondiale, portato a 12”26 e concludendo, per quanto ovvio, la Stagione al primo posto del Ranking Mondiale, ma …

Come in tutte le belle storie, “c’è sempre un ma …”, e questa volta è rappresentato da un’inaspettata concorrenza interna da parte della ricordata connazionale Zagorcheva – che, peraltro, aveva concluso il 1985 ai vertici della specialità e che nella prima edizione di Campionati Mondiali di Helsinki ’83 aveva conquistato la Medaglia di Bronzo – la quale vive, a propria volta, il suo “Anno di Gloria”.

E sì che la Stagione si era in ogni caso aperta ancora nel “segno di Yordanka” che, al terzo tentativo, riesce a conquistare il Titolo Europeo Indoor sui 60hs nella Rassegna Continentale di Lievin ’87, imponendosi in 7”79 davanti alla tedesca est Gloria Siebert ed alla stessa Zagorcheva, da lei nuovamente preceduta 15 giorni dopo in occasione della Prima Edizione dei Campionati Mondiali Indoor, svoltasi ad Indianapolis ’87, anche se a mettere d’accordo le due amiche/rivali ed ad aggiudicarsi l’Oro è l’altra tedesca orientale, Cornelia Oschkenacht in 7”82, precedendo la Donkova di soli 0”03 centesimi, con la Zagorcheva ancora Bronzo, ma ben più staccata, in 7”99.

Di sicuro le prestazioni della Zagorcheva – oltretutto di tre anni più anziana, essendo dell’aprile ’58 – non facevano prevedere ciò che, viceversa, si verifica l’8 agosto ’87 allorquando, in un Meeting a Drama, in Grecia, migliora di un 0”01 centesimo il Primato Mondiale della connazionale, portandolo a 12”25 e ponendo una serie candidatura al gradino più alto del Podio in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’87 che si sarebbero svolti a distanza di un mese.

Non va però dimenticata anche la pericolosa concorrenza portata dalle due già citate tedesche orientali Oschkenacht e Siebert, le quali, ancorché con “personali” superiori a quelli delle due bulgare, hanno dalla loro un elevato grado di combattività, come dimostrano le due Semifinali, in cui si impongono davanti, rispettivamente, a Zagorcheva (12”65 a 12”75) ed a Donkova (12”68 a 12”76), tal che, sui blocchi di partenza della Finale in programma il 4 settembre ’87 sulla pista dello Stadio Olimpico, le quattro favorite sono schierate alternate, con Donkova in terza corsia, Siebert in quarta, Zagorcheva in quinta ed Oschkenacht in sesta, con le altre spettatrici non paganti, visto che poi la quinta (la francese Anne Piquereau) giungerà ad oltre 0”30 centesimi dalla peggiore del quartetto.

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Donkova in azione nella semifinale Mondiale di Roma ’87 – da gettyimages.co.uk

Allo sparo dello starter, Donkova cerca di sorprendere le avversarie in avvio, venendo peraltro raggiunta al secondo ostacolo dalla Zagorcheva, la quale non sbaglia alcun appoggio per andare a trionfare nel tempo di 12”34 che migliora di 0”01 centesimo quanto realizzato quattro anni prima dalla tedesca est Bettine Jahn nella prima edizione dei Mondiali ad Helsinki ’83, mentre la Donkova subisce la rimonta delle due tedesche orientali, restando ai margini del podio per una manciata di centesimi, visto che il fotofinish assegna l’Argento alla Siebert in 12”44 ed il Bronzo alla Oschkenacht in 12”46 rispetto al 12”49 della bulgara.

Una delusione invero cocente – laddove si consideri altresì che, per la quasi 30enne Zagorcheva, si tratta dell’unica vittoria in carriera in manifestazioni internazionali di livello assoluto – ed alla quale la Donkova ha una sola maniera per cercare di porvi rimedio, vale a dire centrare l’obiettivo della gloria olimpica l’anno seguente ai Giochi di Seul ’88.

E, visto che le due bulgare sembrano volersi dividere le Stagioni – le dispari alla Zagorchyeva, che chiude il 1987 ai vertici del ranking Mondiale come già avvenuto nel 1985, e le pari alla Donkova – le premesse per riuscire nell’impresa ci sono tutte, tanto più che, in vista delle Olimpiadi coreane, il 21 agosto ’88 Yordanka si riappropria del Record Mondiale correndo la distanza in 12”21 al meeting nazionale di Stara Zagora, con ciò ribadendo la propria candidatura all’Oro ai “Giochi della riappacificazione” dopo i due assurdi boicottaggi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84.

Con tutto il meglio dell’ostacolismo mondiale presente alla Rassegna a Cinque Cerchi, una prima, ulteriore iniezione di fiducia giunge alla Donkova dalla eliminazione al primo turno della rivale in patria, la quale, infortunata, non conclude la sua batteria, uscendo così di scena, mentre Yordanka fa registrare il miglior tempo nella prima giornata in 12”47, per poi affermarsi nella prima delle due Semifinali, alle ore 11:00 del mattino (ora locale) del 30 settembre ’88, superando in 12”58 la Siebert, mentre nella seconda è la Oschkenacht ad imporsi in 12”63 davanti alla collega occidentale Claudia Zaczkiewicz, serie che vede un’altra eliminazione eccellente nella sovietica Ludmila Narozhilenko – la quale avrà modo di rifarsi negli anni a seguire con i colori svedesi ed il cognome Engquist a seguito della separazione e del nuovo matrimonio contratto – che perde il ritmo sulla penultima barriera e cade malamente a terra, ricordate cosa si diceva in premessa …??

Con gli occhi puntati sulle corsie centrali, occupate da Siebert in quarta, Donkova in quinta ed Oschkenacht in sesta, in attesa della partenza prevista per le 13:10 ora locale, non vi sono soverchi dubbi sul fatto che l’oro al collo se lo possa mettere solo una di queste tre, tutto sta stabilire quale sia l’ordine di arrivo, anche se le sorprese, come appena visto, in una gara ad ostacoli sono sempre all’ordine del giorno.

Ma, stavolta, la concentrazione di Yordanka è massima, scattando subito in testa allo sparo dello starter e disputando una gara stilisticamente perfetta senza neppure sfiorare alcuna delle 10 barriere situate sula pista, circostanza che le consente di imporsi con largo margine nel nuovo Record Olimpico di 12”38 relegando a debita distanza Siebert (Argento in 12”61), mentre il gradino più basso del podio è appannaggio della tedesca occidentale Zaczkiewicz in 12”75, con la Oschkenacht, una volta realizzato di non poter competere per una medaglia, a rialzarsi concludendo all’ottavo ed ultimo posto.

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Il vittorioso arrivo della Donkova a Seul ’88 – da gettyimages.it

Messe a posto le cose, la Donkova onora l’Oro olimpico confermando il Titolo Europeo Indoor ai Campionati de L’Aja ’89 imponendosi in 7”87 sulla sovietica Narozhilenko, prima di dedicarsi ad attività personali ben più importanti, quali il matrimonio e la conseguente gravidanza, dando alla luce il 3 febbraio ’91 il figlio Zhivko (Atanasov), il quale svolge una discreta carriera da calciatore in qualità di difensore.

Saltate pertanto le stagioni 1990 e ’91, la Donkova, ancorché avendo superato la trentina, intende però onorare e difendere il titolo olimpico conquistato quattro anni prima a Seul, presentandosi ai Giochi di Barcellona ’92 dopo aver, a marzo del medesimo anno, dimostrato di poter essere sempre competitiva con il Bronzo sui 60hs conquistato ai Campionati Europei Indoor di Genova ’92, gara vinta dalla ancora Narozhilenko.

Bulgara che non intende cedere lo scettro senza lottare, come conferma con il secondo posto in Semifinale alle spalle dell’americana LaVonna Martin, gara alla quale non prende il via la Narozhilenko per il riacutizzarsi di un problema alla coscia, anche se è opinione diffusa che per la Finale, in programma due ore dopo, vi sia una sola, netta favorita, vale a dire l’altra americana Gail Devers, che si è già messa al collo la medaglia d’Oro sui 100 metri piani.

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Donkova alle Olimpiadi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Ed, in effetti, la cosa sembra potersi realizzare per 90 dei 100 metri previsti, con la Devers a prendere decisamente la testa sin dall’uscita dai blocchi, salvo inciampare, probabilmente per troppa sicurezza ed una piccola mancanza di concentrazione (ahi, ahi, “do you remember …?”) proprio sull’ultima barriera superando la linea del traguardo per inerzia, mentre la prima ad approfittare della circostanza è la carneade greca Voula Patoulidou, che, nel proprio personalissimo “Giorno dei Giorni”, si aggiudica un inaspettato Oro Olimpico in 12”64, con l’altra americana LaVonna Martin a precedere, per un solo 0”01 centesimo (12”69 a 12”70) la Donkova, la quale deve a propria volta “ringraziare” la Devers, senza la cui caduta non avrebbe potuto arricchire il suo medagliere.

Palmarès che si completa, due anni dopo, con il terzo Oro sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Parigi ’94, vinti fermando i cronometri sul 7”85, per poi dare l’addio all’attività agonistica con un ultimo Podio in occasione degli Europei di Helsinki ’94, beffata al fotofinish nella lotta per l’Argento dalla russa Yulya Graudyn, dato che il riscontro cronometrico assegna 12”93 ad entrambe, mentre a laurearsi Campionessa in 12”72 è la connazionale Svetla Pishtikova, che le rende 7 anni di età.

A 33 anni, dopo aver chiuso la Stagione al terzo posto del Ranking Mondiale, anche per la Donkova giunge il momento di dare l’addio alla pista, avendo comunque modo di dare alla luce, due anni appresso, una coppia di gemelle, Daniela e Denislava, per poi cadere nell’oblio degli addetti ai lavori, salvo tornare di prepotenza alla ribalta allorché, il 20 luglio 2016, al Meeting di Londra, l’americana Kendra Harrison le toglie un Record Mondiale che resisteva da ben 28 anni, migliorandolo di appena 0”01 centesimo con 12”20, così facendo tornare alla mente le imprese di una bulgara che raramente conosceva sconfitte.