L’ARGENTO DELL’ITALIA DEL BASKET A MOSCA 1980

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Urss-Italia alle Olimpiadi di Mosca 1980 – da basketcatanese.it

Seppur quinta alle Olimpiadi di Montreal del 1976, la nazionale italiana di basket guidata da Giancarlo Primo non aveva mancato di riscuotere più critiche che consensi al momento del ritorno in patria. Nondimeno, il coach romano che ha condotto gli azzurri alla prima storica vittoria con gli Stati Uniti nel 1970 e farà altrettanto con l’Urss agli Europei del 1977, rimane in sella e si appresta a rinnovare, nuovamente in prospettiva olimpica per l’appuntamento moscovita del 1980.

Una tragica fatalità priva l’Italia del talento in divenire di Luciano Vendemini, 25enne pivot di 212 centimetri che muore per un malore nel pre-gara di una partita di campionato della sua Auxilium Torino, ma il parco-giocatori è robusto e Primo può attingere a piene mani pescando Caglieris e Carraro, lanciando Marco Bonamico e Renzo Vecchiato. La squadra è competitiva, seppur anche sfortunata, se è vero che l’evoluzione, con moderazione, in fantasia e velocità del modulo di gioco produce due amari quarti posti, agli Europei di Liegi del 1977 con la Cecoslovacchia che si impone nella finale per la medaglia di bronzo, e ai Mondiali di Manila del 1978, con la beffa del canestro-vittoria del Brasile a negare il terzo gradino del podio.

Accanto a Meneghin, Marzorati e Della Fiori, cresce la buona qualità di Villalta, Brunamonti e Gilardi, e gli Europei di Torino del 1979 sembrano essere l’occasione per la consacrazione internazionale dell’Italia. Sembra… perché l’assenza di Marzorati, impegnato con la laurea in ingegneria, non è compensata dagli innesti di Zampolini, Ferracini e Bertolotti e per Primo, che non ottiene nulla più che un quinto posto foriero di polemiche e recriminazioni, è il canto del cigno anticipato.

Tocca a Sandro Gamba, assistente proprio di Primo nonché pilota in panchina di una versione vincente, in Italia e nel continente, dell’Ignis Varese, raccoglierne l’eredità e provare a traghettare l’Italia verso la kermesse a cinque cerchi in Unione Sovietica. L’uomo ha carisma ed entusiasmo, associa al credo difensivo una certa vocazione all’offensiva in contropiede, e con questi ingredienti plasma un gruppo che già si conosce e a cui Gamba aggiunge il tocco straniero, nella persona di Mike Sylvester, oriundo americano, guardia dell’Olimpia Milano. Il debutto in una competizione ufficiale è al torneo di qualificazione olimpica, che si disputa in Svizzera, e l’Italia ha già modo di mostrare un volto rinnovato, giovane e intrapredente, capace di sviluppare un gioco dirompente e produrre risultati soddisfacenti, se è vero che gli azzurri perdono un solo match, con Israele, e si guadagnano il pass per le Olimpiadi, al pari di Polonia, Cecoslovacchia e Spagna.

Il ghiaccio è rotto, la strada è aperta e con buone prospettive l’avventura olimpica può avere inizio. In effetti il torneo di Mosca paga dazio al boicottaggio, con l’assenza forzata degli Stati Uniti che privano così la manifestazione della squadra più forte, nonché sicura candidata numero uno alla medaglia d’oro. Il tabellone, pertanto, liberato dall’ingombrante presenze dei campioni universitari stelle-e-strisce che solo a Monaco, nel 1972, conobbero l’onta della sconfitta, diventa terreno di caccia per Unione Sovietica e Jugoslavia, che in Europa spadroneggiano, ma non nega qualche chance di piazzamento sul podio anche alla stessa Italia, così come a Spagna e Brasile, stante l’assenza anche di compagini di buon lignaggio come il Canada, quarto a Montreal, e Israele, vice-campione d’Europa.

4 Sacchetti (fisico d’acciaio, esplosivo ed efficace), 5 Brunamonti (play-maker in costante crescita), 6 Sylvester (dal tiro mortifero, seppur stilisticamente non proprio impeccabile), 7 Gilardi (interprete d’eccezione del “gruppo romano“), 8 Della Fiori (già presente a Montreal), 9 Solfrini (buon tiratore ed altrettanto valido saltatore), 10 Bonamico (il “marine“, assolutamente incontenibile nell’uno-contro-uno), 11 Meneghin (capitano e totem dell’area), 12 Villalta (cuore virtussino, abile in difesa così come letale in attacco), 13 Vecchiato (preposto a catturar rimbalzi), 14 Marzorati (fosforo, regia, punti e leader nato), 15 Generali (altra trave portante sotto i tabelloni): ecco i dodici uomini scelti da Gamba per la spedizione sovietica.

Alle Olimpiadi si presentano dodici squadre: ovviamente l’Urss in qualità di paese ospitante, la Jugoslavia che fu seconda a Montreal quattro anni prima, la Svezia che sostituisce gli Stati Uniti, l’India in virtù del quinto posto ai campionati asiatici del 1979, il Senegal campione africano, l’Australia che ha trionfato ai campionati oceanici, Brasile e Cuba ammesse tramite il torneo di qualificazione americano, appunto Italia, Polonia, Spagna e Cecoslovacchia che hanno occupato i quattro posti disponibili al torneo di selezione in Svizzera. Le contendenti sono accorpate in tre gironi di quattro squadre ciascuno, con le prime due che accedono al girone finale a sei, che assegnerà le medaglie. E il sorteggio, per l’Italia, pare proprio di buon auspicio, se è vero che le avversarie, Cuba, Australia e Svezia, non hanno gran palmares e non rivestono certo il ruolo di spauracchio.

L’inizio in effetti è promettente, 92-77 con la Svezia, che non è proprio più una formazione-materasso ma non può neppure considerarsi un test eccessivamente probante: 24 punti di Villalta e 20 di Meneghin bastano ed avanzano per vanificare la prestazione di Leif Yttergren, miglior realizzatore scandinavo con 26 punti. Ma la sconfitta con l’Australia di Ian Davies, cecchino infallibile che ci impallina con 33 punti per l’84-77 a referto, rende decisiva l’ultima sfida con Cuba, che già castigò l’Italia a Monaco nel 1972 soffiandole il bronzo: per lo strano scherzo della differenza-canestri bisogna vincere di almeno 6 punti, se lo si fa di 7 punti l’Italia si qualifica proprio con Cuba portandosi in dote al girone finale i due punti della vittoria nello scontro diretto, se lo si fa con un margine più ampio gli azzurri vanno avanti con l’Australia ma senza punti per la sconfitta con gli oceanici al primo turno. Stavolta, bizzarro, il fato è bianco-rosso-verde, ovvero con l’Italia avanti di quattro punti a pochi secondi dal termine grazie all’eccellente prova di Villalta autore di 24 punti, Enrico Gilardi mette dentro il canestro con tiro libero aggiuntivo per i tre punti che valgono il 79-72 finale. Meglio di così…

L’Italia va quindi a giocarsi le medaglie al girone a sei, con Urss e Jugoslavia favorite d’obbligo, Brasile e Spagna mine vaganti, Cuba vaso di coccio tra tanti vasi di ferro. E per i ragazzi di coach Gamba le prime due sfide sono già da brividi, contro gli slavi trascinati dalla coppia Kicanovic-Dalipagic che viaggia a 24 punti di media a partita, che infatti hanno facilmente la meglio 102-81 con 57 punti della premiata ditta al tiro, poi contro i padroni di casa che credono di aver vita facile. Ma non sempre è domenica, almeno per i sovietici, che si avvalgono delle ultime fiammate dell’immenso Sergei Belov e dei tentacoli del gigantesco Vladimir Tkatchenko ma trovano un’Italia pressoché perfetta, con Meneghin che contiene i 220 centimetri del polipone, Sacchetti che di fisico annicchilisce Belov e Villalta che segna con precisione chirurgica, 21 punti a suggellare l’87-85 che colora di rosa il futuro olimpico degli azzurri e manda sotto schock un paese cestistico intero.

Maledetta continuità, verrebbe da dire il giorno dopo, 27 luglio, quando ancora il Brasile, già bestia nera dell’Italia a Manila nel 1978, batte gli azzurri 90-77 grazie a 33 punti di un giovanotto che da noi di strada e di canestri ne farà parecchia, Oscar Schmidt. La sconfitta potrebbe esser letale per i ragazzi di Gamba nella corsa alle medaglie, ma la fortuna ci è amica se è vero che Kicanovic e Dalipagic, ancora loro, non fanno sconti a nessuno e dopo averci demoliti, fanno altrettanto con i demoralizzato sovietici, mettendo a referto 50 punti nel 101-91 che manda già all’atto decisivo i balcanici e condanna Italia, Spagna, Brasile e Urss a giocarsi l’accesso alle due finali all’ultima sfida.

L’Italia deve battere la Spagna, e lo fa soffrendo, 95-89, grazie ad una prova maiuscola di capitan Dino Meneghin che segna 29 punti e cattura 11 rimbalzi; deve altresì sperare che la Jugoslavia faccia il suo dovere con il Brasile, unica squadra a poter negare agli azzurri l’accesso alla finalissima con i sovietici ormai fuori dai giochi per la medaglia d’oro, ed è altra sofferenza, perché i carioca sono a lungo avanti nel punteggio prima di arrendersi di misura, 96-95, con Delibasic e Cosic a sostenere Kica e Dali nel tabellino dei marcatori.

Dunque, Jugoslavia-Italia per la medaglia d’oro, Urss-Spagna per il bronzo di consolazione, che arride alla squadra del colonnello Gomel’skij, seppellita dai fischi al momento della premiazione. Gli azzurri e Gamba, comunque vada, hanno vinto la loro scommessa, infiltrando l’elite mondiale del basket e guadagnando un metallo olimpico, il primo della loro storia, riscattando la delusione di Monaco 1972 e pareggiando in popolarità il quinto posto ottenuto dall’eccellente Italia guidata da Nello Paratore a Tokyo 1964. Certo, infine l’alloro olimpico cinge le teste dei giocatori jugoslavi, che si impongono 86-77 grazie a 22 punti di Kicanovic, 20 di Delibasic, 18 di Dalipagic e 16 di Jerkov, che aggiunge anche 13 rimbalzi, solo parzialmente fronteggiati dai 29 punti di Villalta, che con 19.4 punti di media a partita chiude il torneo come miglior cannoniere tricolore.

Ma l’Italia esce con tutti gli onori dal torneo, l’impresa è da tramandare ai posteri, farà epoca e solo molti anni dopo, esattamente 24, altri ragazzi in maglia azzurra e con la palla a spicchi tra le mani sapranno fare altrettanto.

 

 

 

LA FORMULA 1 DI PATRESE, L’ITALIANO DEL RECORD DI PRESENZE

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Riccardo Patrese – da esportes.estadao.com.br

articolo a cura di Cavalieri del rischio

Riccardo Patrese arrivò in Formula 1 nel 1977 dopo aver conquistato il mondiale di kart, oltre al titolo italiano e poi l’europeo di Formula 3. Fu la Shadow ad offrirgli questa possibilità e, nonostante lo scetticismo dovuto alla scarsa esperienza, al debutto sull’insidioso tracciato di Montecarlo partì dalla quindicesima piazza concludendo al nono posto mostrando subito sicurezza e velocità alla guida del mezzo; il resto della stagione portò anche il primo punto, conquistato in mezzo a numerosi ritiri a causa della limitata affidabilità della vettura.

Da una costola della Shadow venne fondata la Arrows, scuderia con la quale Patrese corse dal 1978 al 1981, facendosi notare per le buoni doti e la guida aggressiva, ottenendo brillanti risultati nonostante una monoposto mai all’altezza: già nella prima stagione, dopo due sesti posti a Long Beach e Montecarlo, in Svezia il padovano confezionò il primo capolavoro centrando il quinto posto in prova (il compagno di squadra Stommelen era ad oltre quattro secondi) e portandosi davanti in gara, resistendo come un leone agli attacchi di Peterson nel finale fino a concludere secondo; lo svedese si lamentò a fine gara dell’eccessiva foga del giovane rivale, che per un certo momento fu anche possibile vincitore, visto il reclamo di diversi team relativamente alla vettura di Lauda, giunto primo, ma l’ordine di arrivo venne confermato.

A Monza Patrese venne coinvolto nell’incidente al via che costò la vita a Peterson e fu messo dietro la lavagna dei colleghi come indiziato principale, tanto che venne pure appiedato per un gran premio. Forte di un carattere d’acciaio, rientrò nel gran premio seguente, in Canada, centrando un quarto posto, continuando a correre con grande dignità nonostante le accuse infamanti che rimasero sulla sua testa per anni, fino alla definitiva e giusta assoluzione, in quanto venne provato che non aveva nessuna responsabilità nell’accaduto.

Trascorso un 1979 anonimo, l’anno seguente a Long Beach colse il suo secondo podio, terminando la gara al secondo posto alle spalle di Piquet, mentre nel 1981 sullo stesso tracciato partì per la prima volta in pole-position, dopo un duello serrato a colpi di giri veloci con Alan Jones; purtroppo in gara fu costretto al ritiro ma ebbe modo di rifarsi con due podi a Interlagos e Imola, tanto da ritrovarsi al quarto posto in classifica generale, prima di una lunga serie di ritiri che lo privarono di ulteriori occasioni di fare punti.

Oltre alla Formula 1 nello stesso periodo si dilettò nell’endurance portando al successo le vetture Lancia, le sue prestazioni attirarono ovviamente l’attenzione di diversi team e pare che in quel periodo Patrese rifiutò offerte allettanti perchè in attesa di una chiamata da Maranello che gli era stata promessa. Sfumata la possibilità di approdare alla Ferrari, si accordò con la Brabham per il 1982, stagione in cui vinse il primo gran premio, quello rocambolesco di Montecarlo, dove nelle battute finali in un susseguirsi di colpi di scena riuscì ad emergere; nel corso del campionato colse anche due podi in Canada e a Long Beach, pista che ben si adattava al suo stile di guida, e un quinto posto, chiudendo il mondiale davanti al compagno di squadra, il campione in carica Nelson Piquet.

Il team di Ecclestone si ripresentò tra i favoriti l’anno seguente, 1983, forte della motorizzazione turbo Bmw, ma in quell’occasione Patrese visse una stagione sofferta e sfortunata, così, mentre il compagno di squadra vinse il mondiale, l’italiano si ritirò in diverse occasioni (tra cui a Imola, causa un’uscita di pista a pochi giri dal termine mentre era in testa) ottenendo tredici punti, frutto di un terzo posto in Germania e della seconda vittoria in carriera, a Kyalami, sede dell’ultima prova del mondiale, nonchè ultima gara in Brabham prima del passaggio all’Alfa Romeo per le due stagioni successive.

Questa scelta rappresentò una brusca battuta d’arresto per la carriera di Riccardo, in quanto l’Alfa, soprattutto a causa dello staff in forte contrasto con i vertici sportivi dell’Euroracing, non fu in grado di crescere e ripetere i risultati dell’anno precedente, con gravi limiti soprattutto in fatto di affidabilità, non a caso l’italiano si ritirò regolarmente per tutta la prima parte della stagione ottenendo solamente un quarto posto a Kyalami, terminando con un lieve miglioramento nelle ultime tre gare della stagione, chiuse al terzo, sesto e ottavo posto. Ancora peggio il campionato successivo senza alcun punto conquistato, situazione che portò Patrese a riscontrare serie difficoltà nel trovare un ingaggio, con conseguenti pensieri di ritiro dalla Formula 1, possibilità sventata dall’aiuto di Bernie Ecclestone che gli offrì nuovamente un posto in Brabham al fianco di Elio De Angelis, con cui costruì un buon rapporto di amicizia e collaborazione professionale.

Durante test privati al Paul Ricard, il suo compagno di squadra ebbe un gravissimo incidente dovuto al distacco dell’alettone che fece decollare e carambolare la vettura che terminò il proprio volo diversi metri più avanti prendendo fuoco, senza lasciare scampo al pilota, il quale morì il giorno seguente a causa delle ferite riportate, gettando ulteriore sconforto sul compagno di squadra che, in seguito ad alcune titubanze, proseguì la sua avventura nel team correndo fino alla fine del 1987, seppur penalizzato ancora una volta da una vettura ben lontana dai fasti degli anni precedenti.

Finalmente dal 1988 arrivò la possibilità di correre con la Williams: il primo fu un anno di transizione nel quale il team inglese, perso l’appoggio della Honda, passata a spingere le velocissime McLaren, scelse i propulsori Judd, lottando per tutta la stagione in posizioni di rincalzo. Dal 1989 la vettura tornò ad alti livelli grazie alla motorizzazione Renault e Patrese, dopo tre gare sfortunate, centrò quattro podi consecutivi guadagnando la terza posizione alle spalle delle imprendibili McLaren di Senna e Prost, confermandosi sino al termine della stagione grazie a una serie di gare caratterizzate da una grande costanza, in lotta con i migliori della classe. Nel 1990 arrivò anche il ritorno alla vittoria, proprio a Imola dove sette anni prima venne ingiustamente schernito da pseudo-tifosi ferraristi che gioirono in occasione della sua uscita di pista che favorì la vittoria della rossa di Tambay; la Williams subì il recupero di Benetton e Ferrari, pertanto le gare successive non furono al livello di quelle dell’anno precedente, il padovano ottenne comunque diversi piazzamenti a punti, chiudendo al settimo posto in classifica generale.

Con il passaggio di Boutsen alla Ligier, in Williams tornò Mansell, destinato ad un probabile ruolo di prima guida nel team inglese che, dopo anni di alti e bassi, era sempre più deciso e organizzato per sfidare le Mclaren; nel 1991 infatti Senna tentò l’allungo, ma le monoposto di Sir Frank iniziarono a macinare punti tentanto di lottare per il titolo: Patrese vinse due gran premi e in entrambi i casi con gare da incorniciare, in Messico tenendo un ritmo infernale per tutta la gara e all’Estoril vincendo per distacco su Senna sfruttando le disavventure del compagno di squadra; salì poi altre tre volte sul podio, ottenendo ben 53 punti validi per confermare il terzo posto in classifica di due anni prima.

Il 1992 fu l’anno del trionfo per Mansell, che alla guida di una Fw14B inarrivabile vinse il titolo con largo anticipo, sostenuto da Patrese che vinse l’ultima gara in carriera (a Suzuka) e ottenne altri otto podi, diventando vice-campione del mondo, salutando la Williams nel migliore dei modo al termine di un lustro ricco di soddisfazioni. Nel 1993 venne chiamato da Flavio Briatore in Benetton, per aiutare l’astro nascente Michael Schumacher, riguardo il quale Patrese confermò le straordinarie doti individuate dagli addetti ai lavori, in particolare dopo i primi test compiuti sulla stessa vettura. Dopo un avvio in sordina il padovano iniziò ad andare a punti regolarmente centrando anche due podi a Silverstone e in Ungheria, l’ultimo della carriera, chiudendo il mondiale al quinto posto e ritirandosi a fine stagione, raggiungendo la cifra (allora record) di 256 presenze con 6 vittorie, 8 pole position, 13 giri più veloci e 37 podi.

In seguito al ritiro vi fu una nuova proposta della Williams, mai concretizzata, in particolar modo per lo stato d’animo del pilota in seguito alla tragica scomparsa di Ayrton Senna. Patrese ritornò su vetture di Formula 1 in un paio di occasioni per semplici test, dedicandosi ancora ad alcune competizioni endurance (dove aveva già corso con successo) e, nel 2005/2006 alla Grand Prix Master, serie dedicata agli ex piloti di Formula 1.

LUIGI BECCALI, IL “NINI” D’ORO DEI 1.500 METRI

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Luigi Beccali a Los Angeles 1932 – da corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Indubbiamente favoriti da un pressoché nullo coinvolgimento del proprio Paese nella “Grande Guerra“, nelle tre successive edizioni dei Giochi Olimpici si ebbe a registrare un dominio pressoché assoluto degli atleti finlandesi nelle gare di mezzofondo veloce e prolungato e fondo, talché facevano più scalpore le rare sconfitte – la più clamorosa delle quali quella patita dal “leggendario” Paavo Nurmi sui 5.000 metri alle Olimpiadi di Anversa 1920 ad opera del francese Joseph Guillemot – che non i numerosi successi dello squadrone finnico che sia a Parigi 1924 che ad Amsterdam 1928 aveva fatto “en plein” sui m.1.500, 5.000, 10.000 e 3.000 siepi, con l’unica concessione relativa alla maratona di Amsterdam, vinta dal franco-algerino El Ouafi.

Una sfida ben più ardua li attendeva però nel 1932 quando i Giochi si svolgono oltre Oceano, a Los Angeles negli Stati Uniti, dato il ritiro “volontario” dalle gare di Ville Ritola e quello “forzato” di Paavo Nurmi, accusato di professionismo, tutte circostanze che davano fiducia sia agli atleti di casa che a quelli del “Vecchio Continente“, tra i quali, nella prova del mezzofondo veloce sui 1.500 metri, uno dei più accreditati era il francese Jules Ladoumègue, già argento ad Amsterdam sulla distanza, a soli 6/10 di margine dal vincitore, il finlandese Harri Larva.

Alto m.1,71 per 59 kg., Ladoumègue era noto, come molti altri mezzofondisti del resto, più per le sue qualità di “recordman” che non per i piazzamenti in occasioni ufficiali a causa della sua eccessiva emotività che non gli consentiva di superare la pressione costituita dall’importanza dell’evento, ma comunque si presentava come uno dei favoriti alla rassegna olimpica, avendo dalla sua i primati mondiali sia dei m.1.500 piani (3’49″2 nel 1930) che del miglio (4’09″2 nel 1931).

Purtroppo, sulle ambizioni olimpiche del francese si doveva abbattere – come piuttosto sovente all’epoca – la “mannaia” del professionismo, perdendo lo “status” di dilettante a seguito di una complicata vertenza con la Federazione Francese di Atletica Leggera che lo aveva accusato di aver corso dietro compenso in alcune competizioni nel nord del paese.

Non è logicamente possibile sapere come si sarebbe svolta la prova sui 1.500 metri ai Giochi di Los Angeles con Ladoumègue presente, quel che è certo è che ad approfittarne fu, soprattutto, un italiano milanese di origine, Luigi “Nini” Beccali, di dimensioni abbastanza minute (era alto m.1,69), ma piuttosto compatte, dati i suoi 63 chilogrammi.

Beccali, nato nel novembre 1907, in età giovanile si divide tra la corsa ed il ciclismo, cui approda dopo un esordio disastroso in una gara sui 5.000 metri, pur se condizionato da una caduta; per fortuna sua e dell’Italia sportiva, anche le due ruote non gli riservano grandi soddisfazioni e così torna, è il caso di dire, “sui suoi passi” e viene tesserato dalla Pro Patria di Milano in cui viene preso in consegna dal Prof. Dino Nai, competente ed appassionato istruttore che intravede sin da subito in “Nini” le stimmate del campione.

Quanto questo sodalizio tra atleta e coach dovesse rivelarsi fondamentale lo si intuisce già nel 1928, quando Beccali è il primo italiano a scendere sotto il muro dei 4 minuti sui 1.500 metri, chiudendo in 3’59″6 dietro al solito Ladoumègue una corsa a Parigi in preparazione delle Olimpiadi di Amsterdam, dove “Nini” paga lo scotto dell’inesperienza venendo eliminato in batteria.

Merito di Nai è quello di convincere Beccali a far tesoro di quella deludente esperienza, spronandolo a dare il massimo in allenamento e a preparare scrupolosamente anche la tattica di gara (atteggiamento piuttosto insolito all’epoca), che i due, è proprio il caso di dirlo, “studiavano a tavolino” nelle serate trascorse in un bar di via Galileo Galilei a Milano durante l’inverno del 1931.

Probabilmente a “Nini” tutto quel “lavaggio del cervello” avrà dato anche fastidio, nel senso di ridurre ulteriormente i tempi di riposo, dato che, oltre agli allenamenti, continuava a lavorare come tecnico e disegnatore presso un Ente Pubblico, ma i risultati ottenuti in pista lo incoraggiavano a fidarsi ciecamente del suo “mentore“, avendo nel frattempo abbassato il suo primato italiano di oltre 7”, portandolo a 3’52″2 il 15 maggio 1932 a Milano e che costituiva il miglior crono mondiale dell’anno, facendo così di Beccali uno dei favoriti per il podio olimpico.

Sbarcato sul suolo americano, ancora una volta risulta determinante il consiglio di Nai di rinunciare alla prova sugli 800 metri (nonostante nel 1931 avesse conquistato il titolo italiano su entrambe le prove) e concentrare tutte le sue forze sulla quasi doppia distanza, convincendolo a “… mettere tutte le uova in un solo paniere …!!!“, decisione che si rivela saggia a partire dall’esordio del 3 agosto, quando Beccali si qualifica per la finale vincendo in 3’59″6 la sua terza batteria davanti ad uno dei favoriti della vigilia, il finlandese Purje, con il miglior tempo di qualificazione realizzato in 3’55″8 dall’americano Glenn Cunningham, sprecando peraltro eccessive energie in una batteria che lo vede prevalere con oltre 5″ di vantaggio sul secondo, nel mentre seri pretendenti al podio emergono dalla seconda eliminatoria che vede i primi quattro scendere abbondantemente sotto i 4 minuti.

L’indomani, gli occhi dei 65.000 spettatori del “Coliseum” di Los Angeles sono ovviamente puntati sull’atleta di casa Cunningham che, sospinto dal pubblico prende all’inizio il comando della gara, poi rilevato dal canadese di colore Phil Edwards (già bronzo sugli 800 metri due giorni prima) che con una accelerazione improvvisa al terzo giro allunga il gruppo, seguito dal solo Cunningham ed i due sembrano doversi disputare la vittoria quando, a 300 metri dall’arrivo, vantano un vantaggio superiore ai 10 metri sul resto del plotone, dove Beccali ha sinora vissuto di “conserva“.

A dare una mano all’atleta italiano, ci pensa l’inglese John Cornes che, fiutando il pericolo, si incarica di ricucire lo strappo, portando Beccali a ridosso dei due battistrada all’ingresso del rettilineo finale, ancorché in quarta posizione, ma il “rush” finale del milanese è di quelli che non ammettono repliche e con i capelli “impomatati” pettinati all’indietro come si usava all’epoca che sembrano conferirgli una maggiore velocità, si impone nettamente col nuovo record olimpico (ed taliano, ovviamente) di 3’51″2, con Cornes che termina secondo in 3’52″6 ed Edwards deve accontentarsi di un altro bronzo a soli 2/10 di distanza, precedendo uno “scornato” Cunningham, non meglio che quarto, pagando una condotta di gara dissennata, in una prova in cui, comunque, tutti e 10 i concorrenti finiscono sotto i 4 minuti.

La prima medaglia d’oro italiana in una gara di corsa ai Giochi Olimpici non manca certo di essere enfatizzata dal regime dell’epoca – valga per tutti il titolo di un quotidiano “Beccali porta al Trionfo Olimpionico le Aquile Romane di Romolo e Remo …!!!” – con atteggiamenti che non possono che farci sorridere, ma che per nulla scalfiscono lo spessore dell’impresa sportiva di “Nini” che, negli anni a seguire, dimostra di non essere affatto una meteora, eguagliando in 3’49″2 e poi superandolo in 3’49” netti, il record mondiale di Ladoumègue nel giro di otto giorni tra il 9 ed il 17 settembre 1933.

Beccali, il cui citato primato resisterà a livello italiano per ben 23 anni, si impone altresì sulla medesima distanza ai primi Campionati Europei svoltisi a Torino nel 1934, centrando un’accoppiata Olimpiadi/Europei che verrà eguagliata solo 60 anni dopo dallo spagnolo Fermin Cacho (oro sia ai Giochi di Barcellona 1992 che alla rassegna continentale di Helsinki 1994), terminando la sua fantastica carriera con il bronzo olimpico di Berlino 1936 in 3’49″2 stavolta preceduto da Cunningham che, pur correndo in 3’48″4, vede sfuggire nuovamente l’oro per il successo in 3’47″8 a ritmo di nuovo record mondiale, del neozelandese Jack Lovelock che a Los Angeles si era classificato settimo, cui fa seguito un altro piazzamento sul gradino più basso del podio con il terzo posto agli Europei di Parigi 1938 vinti dal britannico Wooderson.

Conclusa l’attività agonistica, Beccali si trasferisce per motivi di lavoro negli Stati Uniti, dove muore a Daytona Beach, nel 1990 a quasi 83 anni, forse un po’ dimenticato in patria, ma il cui nome resta certamente scolpito in eterno a “lettere cubitali” in quello che è il “Grande Romanzo dei Giochi Olimpici…!!!

WIMBLEDON 1966, INIZIA L’ERA DI BILLIE-JEAN KING

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Billie-Jean King trionfa a Wimbledon nel 1966 – da 7mogame.blogspot.it

Billie-Jean Moffitt, da poco più di un anno sposata King, si presenta ai nastri di partenza dell’edizione 1966 dei Championships, ovvero del torneo di Wimbledon, con buone credenziali.

La ragazza che gioca con gli occhiali, che pratica assiduamente il serve-and-volley, peraltro con eccellente perizia, che diverrà l’icona della parità dei sessi, nello sport così come nella vita di tutti i giorni, ha già conosciuto momenti di gloria tra i Doherty Gates, se è vero che in giovanissima età, poco più che diciassettenne nel 1961, trionfò in doppio con l’amica Karen Hantze Susman, e l’anno dopo, 1962, creò la sensazione con la vittoria al primo turno con Margaret Smith, in seguito signora Court, prima giocatrice del mondo e prima testa di serie del seeding londinese. Di più, proprio con Smith perse dodici mesi ancora dopo, 1963, la prima finale Slam della carriera, proprio sui prati di Wimbledon, per inciampare sempre con Smith e poi con la brasiliana Bueno in semifinale nelle due stagioni successive.

Ergo, Billie mira il piatto del trionfo… ma non è lei a capeggiare la lista delle favorite alla vittoria finale. Già, perché sul Centre Court più famoso del mondo ci sono due donne che sembrano più attrezzate di lei, guarda caso Smith e Bueno che si spartiscono il trofeo da un triennio e negli ultimi due anni hanno recitato all’ultimo atto, con la sudamericana che si impose in tre set nel 1964 e l’oceanica che si è presa sonora rivincita nel 1965.

Smith e Bueno, dunque, che in molti pronosticano alla terza finale consecutiva, con King terza incomoda, seppur numero quattro del tabellone. Perché è della partita anche Ann Jones, beniamina di casa accreditata della terza testa di serie seppur a suo agio più sulla terra, che l’ha consacrata regina di Parigi nel 1961, che sull’erba, mentre l’altra americana Richey, la sudafricana Van Zyl, la francese Durr e l’argentina Baylon sembrano destinate ad un ruolo di semplice comparse. Seppur di buon lignaggio.

La storia del torneo, in effetti, ha trama scontata per i primi turni. Ad eccezione di Baylon, numero otto del tabellone, che inciampa al terzo turno nell’olandese Trudy Groenman che la elimina in tre set, le altre favorite si presentano in blocco all’appuntamento con i quarti di finale. Se Smith ha ruolino di marcia immacolato in tre partite, Bueno lascia un set all’australiana Tegart, che ben si adatta all’erba e sarà finalista nel 1968. King entra in lizza al primo turno, e una dopo l’altra scavalca la britannica Shaw 6-2 8-6, l’altra giocatrice di casa Truman 6-4 6-4, l’olandese Betty Stove, che sarà battuta da Wade nella finale dell’edizione del centenario, 1977, 6-4 6-3, l’australiana Krantzcke 9-7 6-2, per approdare al match con la sudafricana Van Zyl, infine costretta alla resa dopo un primo set orribile, 1-6 6-2 6-4.

E così, mentre Maria Esther Bueno rispetta il suo status di seconda favorita del torneo eliminando facilmente Durr per poi dar vita con Ann Jones al match più accanito del torneo, risolto con l’estenuante 6-3 9-11 7-5 che le costerà caro in finale, King ancora una volta trova Margaret Smith sulla strada che porta all’atto decisivo.

Billie-Jean ha qualche vendetta da consumare sul tappeto verde di Wimbledon, perché dopo l’esordio col botto del 1962, con l’australiana ha conosciuto più amarezze che gioie e la cosa, stavolta no, non ha da ripetersi. Veloce, aggressiva, impeccabile nel gioco di volo e incisiva al servizio, confeziona il 6-3 6-3 al termine di una lezione di tennis senza precedenti. King disputa la gara perfetta, sorpredendo l’avversaria con il lungolinea di dritto, e piena di slancio, così come carica di quell’agonismo che non le farà mai difetto, è pronta a giocare le sue carte al tavolo della vittoria finale, dichiarando che battere Smith “è stato semplice. E’ bastato scheggiarle la palla tra i piedi“. Personalità in dose massiccia e lingua biforcuta, Billie-Jean.

L’All England Lawn Tennis and Croquet Club accoglie Maria Esther Bueno e Billie-Jean King il 2 luglio 1966 per la sfida che assegnerà il titolo. L’eleganza del gesto della brasiliana al cospetto dell’aggressività offensiva dell’americana, stile e classe contro esuberanza ed audacia… insomma, ingredienti perfetti di una sfida per palati fini.

E così sia. King fa suo il primo set 6-3, altrettanto riesce a Bueno nel secondo parziale, ma è sulla lunga distanza che si scrive il capitolo decisivo della finale. L’americana ha più benzina in corpo, il desiderio di vittoria è tanto grande quanto l’ambizione di mettersi infine in bacheca il primo torneo del Grande Slam, e il 6-1 è logica conseguenza di una partita che non ha più storia.

King vince Wimbledon per la prima volta, avviando un percorso disseminato di successi. Saranno ben sei su questi prati, dodici Slam in singolare, addirittura trentanove in totale considerando doppio e doppio misto: l’era di Billie-Jean è cominciata.

MAURO NUMA, IL FIORETTO D’ORO DI LOS ANGELES

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Mauro Numa alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 – da cerchidigloria.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Prodotto di classe cristallina di quella straordinaria scuola veneta resa grande dal livornese giramondo Livio Di Rosa (gli altri, per fare un po’ di nomi, Fabio Dal Zotto, Andrea Borella, Andrea Cipressa, Francesca Bortolozzi, Dorina Vaccaroni), il suo appuntamento con la storia fu quello delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

Mauro Numa, classe 1961, fiorettista predestinato, non è ancora maggiorenne quando vince il suo primo titolo italiano assoluto nel 1979. Gli anni ’80 sono il suo regno, anche se le Olimpiadi di Mosca sono off-limits per colpa del boicottaggio. Mentre continua a raccogliere allori nazionali e continentali a livello giovanile e assoluto, ai mondiali del 1982 a Roma Mauro è però già medaglia d’argento dietro il sovietico Romankov, nell’edizione funestata dalla morte dell’altro campione sovietico Smirnov in seguito a un colpo che gli sfonda la maschera. Nello stesso anno per Numa arriva anche il successo finale in Coppa del Mondo. Poi, tralasciando in mezzo le medaglie alle Universiadi e ai Giochi del Mediterraneo, nel 1984 arrivano i giochi statunitensi. Numa è il favorito numero uno, anche perché Romankov è fuori gioco per il controboicottaggio sovietico. Dopo un primo turno perfetto e un secondo girone così così, Numa arriva senza troppi problemi nella finale a 8. In semifinale lo aspetta il derby col marchigiano Stefano Cerioni. Sarà uno scontro equilibrato, duro, non senza polemiche. Il 2 agosto a Long Beach Cerioni si porta sul 6-1 e poi sull’8-4. Numa rimonta e sorpassa 10-9 e conquista la finale. Cerioni contesta una stoccata, sono scintille in pedana e fuori.

Ma anche la finale contro Matthias Behr, lo sfortunato gigante tedesco che a Roma suo malgrado era stato protagonista del letale assalto con Smirnov, è da brividi e tra le finalissime più epiche da raccontare. Sotto per 3-7 e poi per 4-7 a un minuto dal termine, Numa rimonta fino al 7-7 a 24 secondi dalla fine, ma subisce subito dopo il 7-8. Il veneziano non si dà per vinto. A 11 secondi dalla sconfitta, Numa piazza l’8 pari. Ma non è ancora finita. È una specie di remake su pedana di Italia-Germania 4-3. A tre secondi dalla fine, Numa piazza il 9-8 e tocca virtualmente l’oro. Ma proprio all’ultimo istante utile Behr trova il 9-9, in un corpo a corpo, facendo passare la lama del suo fioretto da dietro la schiena. Si va quindi al tempo supplementare. La tensione è enorme. Ma Numa sceglie bene il tempo e trova la stoccata risolutiva che gli fa scrivere il suo nome nella lista dei campioni olimpici, otto anni dopo Dal Zotto (e quattro prima di Cerioni).

Tre giorni dopo c’è la gara a squadre: Cipressa, Borella, Numa e il livornese Angelo Scuri, oltre a Cerioni, che ha poi conquistato il bronzo individuale. Numa è al riposo nel girone eliminatorio ma diventa determinante nelle dirette, soprattutto nella finale vinta per 8-7 sulla Germania. Nel 1985 Numa è campione del mondo, battendo in finale, nel derby veneziano, Cipressa e vincendo poi insieme a lui il titolo a squadre. Intanto centra anche il terzo successo nella classifica finale di Coppa del Mondo.

Meno fortunata per Numa è l’Olimpiade di Seul. Dopo aver battuto Romankov negli ottavi di finale, trova di nuovo il ripescato sovietico anche nel turno successivo, stavolta cedendo di un paio di stoccate. Del 1990 è l’ultimo titolo iridato, con la squadra di fioretto, cui non segue con la buona sorte nemmeno a Barcellona 1992.

Numa chiude la carriera agonistica con un curriculum che pochi possono vantare: due ori olimpici, quattro ori mondiali tra individuale e a squadre, un oro europeo e sette titoli italiani individuali conquistati in un solo decennio (più sette a squadre), più un’infinità di altri allori “minori”.

Maestro e dirigente dopo la fine della carriera, si è poi dedicato alle gare del circuito master, impugnando però la sciabola al posto dell’amato fioretto.

GRAN PREMIO D’ARGENTINA 1980, L’INIZIO DELLA CAVALCATA MONDIALE DI ALAN JONES

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Alan Jones alla guida della Williams – da forum.f1news.ru

Che il 1980 potesse esser stagione di vacche grasse, per Alan Jones fu chiaro fin dal principio.

13 gennaio, Buenos Aires, autodromo Oscar Alfredo Galvez. Il Gran Premio d’Argentina apre l’anno con Jody Scheckter che difende il titolo di campione del mondo in carica con la Ferrari, e Gilles Villeneuve è il suo delfino. Ma le novità sono molte, proprio in casa Williams dove Alan Jones, che già da un paio d’anni presta servizio con quattro vittorie all’attivo, è affiancato da Carlos Reutmann, che è l’idolo di casa ma ha mezzo meccanico meno performante del collega, a cui vanno le preferenze del team e che non fa mistero che Clay Regazzoni sarebbe stato a lui compagno ben più gradito di “Lole“. Mario Andretti ed Elio De Angelis, che ha pagato di tasca propria per liberarsi dalla Shadow e scongiurare un’azione legale a suo carico, difendono le chances della Lotus, Pironi affianca Laffite all’ambiziosa Ligier, Piquet e Zunino sono confermati in Brabham, Jabouille e Arnoux confidano nell’evoluzione in positivo del motore turbo della Renault, debutta in Mc Laren un giovanotto che farà strada, tale Alain Prost, che siede in scuderia che già si avvale del talento di John Watson. E poi esordisce l’Osella, con Eddie Cheever al volante e poche speranze di abbandonare le ultime posizioni in griglia.

Le prove del venerdì evidenziano, caso mai se ne sentisse il bisogno, l’alta competitività della Williams numero 27 di Jones, che monta motore Ford Cosworth. Fa caldo dalle parti della capitale argentina, ma l’aspirato del pilota australiano non patisce le alte temperature e il tempo di 1’44″17 è inavvicinabile per chiunque. Le due Ligier di Laffite e Pironi sono in seconda e terza posizione, mentre le Ferrari hanno problemi di aderenza e difettano di velocità in rettilineo, girando con tempi lontani. L’asfalto si deteriora rapidamente, causando l’incidente di Giacomelli con l’Alfa Romeo, così come le uscite di pista di Piquet e Rosberg, fortunatamente senza consequenze. Bernie Ecclestone vorrebbe far correre la gara sul tracciato esterno rispetto a quello utilizzato per le qualifiche, ma il regolamento lo vieta e così, la domenica, ventiquattro vetture sono allineate in griglia, con Piquet che è comunque ottimo quarto davanti alle due Lotus di De Angelis e Andretti, Patrese, settimo, sorprende con la Arrows, Villeneuve e Scheckter non vanno oltre l’ottavo ed undicesimo tempo, il debuttante Prost è dodicesimo e rimangono al palo le due Shadow di Kennedy e Johansson, l’ATS di Lammers e appunto l’Osella di Cheever.

Si parte, dunque, con l’incognita della tenuta del fondo della pista, al punto che qualche pilota azzarda la proposta di interrompere la gara nel caso in cui non sia garantita la sicurezza al volante. Jones è il più lesto e scatta davanti a tutti, con le due Ligier alle costole, ma è Piquet a mettersi in evidenza sorpassando prima Pironi, che si ritira subito per un problema al motore, poi Laffite con cui accende un duello all’ultimo sorpasso.

Le Renault evidenziano pecche di affidabilità, note ad onor del vero, e Jabouille e Arnoux dopo soli quattro giri sono già fuori corsa, così come anche De Angelis per un guasto alla sospensione, e l’altro alfiere delle Williams, Reutemann, con il motore in panne quando si apprestava ad inserirsi nel duello alle spalle di Jones. Le due Ferrari di Villeneuve e Scheckter, nel frattempo, guadagnano posizioni collocandosi in quarta e quinta posizione, ma è davanti che si decidono le sorti per la vittoria parziale.

Jones slitta e finisce fuori pista alla curva Ombù, fortunamente senza conseguenze rimanendo al comando della corsa. Ma l’australiano è nondimeno costretto, al 18° giro, ad una fermata non prevista ai box per liberare il radiatore da un sacchetto di plastica; Laffitte balza in testa inseguito da Piquet e Villeneuve, che commette un errore e viene sorpassato dal rientrante Jones, che a sua volta va in testacoda e perde di nuovo la posizione.

La Williams dell’australiano è tuttavia la monoposto più veloce in pista, e col trascorrere delle tornate riesce a scavalcare prima Villeneuve al 25° giro, poi Piquet al giro successivo, infine Laffite al 30° giro. Una volta al comando, Jones prende il largo, anche perché alla superiorità della sua vettura si contrappone la cattiva sorte di Laffite e Villeneuve che sono costretti all’abbandono l’uno per la rottura del motore, l’altro per un’uscita di pista.

Nelson Piquet, con la Brabham a sua volta con motore Ford Cosworth, è di nuovo secondo e conserva il podio fino alla bandiera a scacchi, che Jones taglia con un margine di 24 secondi di vantaggio. Sul terzo gradino del podio sale invece il finlandese Keke Rosberg, che alla guida della sua Fittipaldi scattata dalla settima fila in griglia, approfitta del ritiro di Scheckter per la rottura del propulsore ed anticipa di poco la Tyrrell di Daly. Il quinto posto di Bruno Giacomelli vale per l’Alfa Romeo i primi punti iridati dal Gran Premio di Spagna del 1951, così come Prost è sesto e conquista il primo punto di una carriera che in seguito, di punti, ne collezionerà proprio tanti.

Jones vince nonostante gli errori e mette la prima pietra, pesante, in quella corsa al Mondiale che a fine stagione gli varrà il titolo di campione.

CARRIERA ED EREDITA’ DI HELENIO HERRERA, “IL MAGO”

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Helenio Herrera – da forzaitalianfootball.com

articolo di Massimo Bencivenga

«Avendomi il governo nominato professore-allenatore-generale unico, ero continuamente costretto a dare lezioni e conferenze a preparatori, maestri di scuola e professori di educazione fisica. Grazie ad una portentosa resistenza fisica e ad un ottimo equilibrio nervoso non avevo bisogno, come accade a molti allenatori, di perdere molte ore a dormire al sole. Venni nominato anche segretario della Commissione Tecnica della Federazione francese di football, con giurisdizione su tutti i problemi d’indole tecnica e, come se ciò fosse stato poco, creai il Sindacato Allenatori del quale diven­ni segretario generale con un congruo stipendio per la redazione e pubblicazione d’un bollettino quindicinale. Di mia iniziativa seguii i corsi d’infermiere e massaggiatore-medico facendo pratica in un ospedale parigino ed ottenendo nell’esame finale i voti migliori. Malgrado i successi ottenuti nell’ambito sportivo non abbandonai il mio lavoro. Ero sempre capo sezione nella fabbrica di Saint Gobain ed effettuavo frequenti viaggi ai porti in cui erano situati i cantieri nei quali lavoravano i nostri operai addetti all’isolamento delle tubature e delle caldaie delle navi. Mi dedicavo alla mia professione con l’entusiasmo di sempre e cercavo nuove applicazioni per la lana di vetro per isolare, ad esempio, batterie di autoveicoli, schermi cinematografici, ecc. La molteplicità delle mie occupazioni non influiva negativamente sull’efficacia delle mie diverse attività»

Se l’ingegner Herbert Sir Chapman fu indubbiamente un innovatore e un visionario; e se Árpád Weisz e Béla Guttmann ne fecero una missione; si deve indubbiamente a HH Helenio Habla Habla Herrera l’elevazione dell’allenatore al rango di star. Le parole sopra sono sue, e, tanto per dire, non fu mai nominato, da nessun governo, men che meno quello francese, allenatore, generale bla bla.

Aveva il difetto di spararle grosse il tizio, ma qualche merito lo ha avuto se, a torto o a ragione, lo chiamavano anche il Mago, l’uomo che portò l’Inter sul tetto d’Europa al Prater di Vienna, dinanzi a mostri sacri come Puskas e Di Stefano del Real Madrid.

Non nacque bene, il nostro amico, in Argentina. Era figlio di un emigrante spagnolo in cerca di successo. Come il bambino brasiliano del film “l’allenatore nel pallone” diciamo che il papà girò intorno al successo, poi decise di provare a trovare altrove un posto nel mondo emigrando di nuovo: in Marocco. Qui cominciò a fare sport. Il piccolo, aveva circa otto anni quando si ritrovò in terra d’Africa, cominciò a tirare di boxe. Sì, avete capito bene, Helenio Herrera, molto più che minorenne, venne utilizzato in incontri clandestini organizzati dai marinai di varie nazionalità che s’incrociavano nel crogiulo di razze e rotte che era Casablanca.

Non se la cavava male, in quegli incontri imparò l’importanza della tattica, dello studio attento dell’avversario, ma in quegli incontri fece anche l’incontro con un demone. Il demone esigente e totalizzante del protagonismo, quell’essere al centro della scena e dell’attenzione che caratterizzerà tutta la vita adulta di HH. Fu calciatore mediocre, anche se una volta s’inventò di aver militato nella nazionale francese; s’impiegò in una fabbrica francese, questo è vero, dopo essere passato per vari lavori come rappresentante, del resto, come avrete intuito, parlantina e faccia tosta non gli facevano difetto. L’impiego gli consentì di evitare la guerra, di girare un po’ e di studiare da allenatore. Sia come sia, riuscì, con i suoi modi suadenti, a sedersi sulla panchina dello Stade Français; è più o meno di questi tempi la clamorosa balla che fu lui a suggerire l’acquisto di Larbi Ben Barek, tra i primissimi calciatori africani di primissimo livello. Lui disse di averlo visto giocare da Dio in un campo di prigionia marocchina. Larbi Ben Barek, naturalizzato francese, il Marocco ai tempi era colonia francese, esordì con i galletti transalpini nel 1938 contro gli azzurri a Napoli.

Passò ad allenare in Spagna, dove, dopo una stagione al Valladolid (con salvezza insperata), riuscì nell’impresa di vincere due campionati con l’Atletico di Madrid. La fama di “mago” cominciò con quelle imprese dinanzi a squadre come quelle del Real Madrid e del Barcellona, anche se ai tempi le due compagini non avevano ancora in organico gente come Laszlo Kubala e Alfredo Di Stefano. Passò all’ambizioso Siviglia, ma complici anche gli assi menzionati prima, il campionato spagnolo divenne una lotta a due. Finì male al Siviglia, con Herrera in rotta di collisione con il presidente, che poi morì anche, e la Federazione che lo squalificò per non aver rispettato il contratto.

Il nostro amico se ne andò a svernare in Portogallo. Il Barcellona fece pressioni e nel 1958, annullata la squalifica, Helenio Herrera si ritrovò in Catalogna ad allenare il fantastico tris magiaro Kubala-Kocsis-Czibor. Più Evaristo, centravanti più che buono, ma che al cospetto di simili portenti sembrava un umile mestierante. Ma tutto ciò forse non sarebbe bastato ancora per aver ragione del Real Madrid del formidabile tris poliglotta Kopa-Di Stefano-Puskas. No, al Barcellona serviva ancora qualcosa. E quel quid in più si materializzò nelle fattezze di un ragazzino esile di La Coruna. Arriva un momento nel quale un grande allenatore, se è abbastanza fortunato, trova il giocatore in grado di massimizzare la sua idea di gioco. Cosa sarebbe stato Sacchi senza la leadership difensiva di Baresi? E Trapattoni senza la classe di Platini? E Marinus Michels senza Piatagora in scarpe da calcio Cruijff?

Il giocatore clou, quello che fece diventare un già ottimo complesso un vero rullo compressore, si chiamava Luis Suarez. El Architecto, lo definì Di Stefano. E davvero, sin dalla giovane età, Suarez sublimò le sue debordanti qualità tecniche mettendole al servizio della sua raffinata intelligenza tattica e, of course, della squadra. Nelle sue giocate sembrava di rivedere Schiaffino. Dominante in patria, il Barca dovette ingoiare il rospo di vedere per due volte il Real alzare la Coppa dei Campioni; quella del 1960 dopo aver eliminato in semifinale proprio Suarez e compagnia bella. Inutile dire che fu quella la vera finale.

Nel 1960, un altro ambizioso presidente, complici anche i dissidi tra Helenio e Kubala, bussò alla porta di Herrera: Angelo Moratti. Helenio chiese soldi. Tanti. Chiese tempo. Tre anni per vincere lo scudetto. E chiese Suarez. Il galiziano seguì il suo mentore nel 1961, dopo aver perso la finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica.

Per due volte, l’Inter, partita bene, crollò in primavera, per effetto forse del ritmo e del pressing che chiedeva Helenio. Celebre il suo “Taca la bala“. Ma la terza volta, nel 1963, fu scudetto. E l’anno dopo, al Prater come detto, fu Europa; quella più nobile. Poi fu anche Mondo. E poi ancora Italia, ancora Europa e ancora Mondo. Con in mezzo però la bruciante sconfitta nell’unica finale scudetto, quella disputata nel 1964, una settimana dopo i fatti del Prater, per mano del Bologna di Bernardini, Haller e Bulgarelli. Poi, nel 1967, nel giro di qualche giorno, la sua Inter si ritrovò a perdere scudetto e la terza Coppa dei Campioni. Fu l’inizio della fine per il Mago, l’uomo che aveva cambiato il calcio in Italia.

Maniacale, attento alla parte atletica, ebbe anche l’intuizione di spostare Picchi come libero (ah, una volta ebbe a dire che il libero l’aveva inventato lui mentre giocava), chiedeva attenzione difensiva spasmodica, con recupero palla veloce, smistamento rapido a Suarez che con i suoi passaggi millimetri e illuminanti metteva in porta Jair e Mazzola. Non era bella da vedere la Grande Inter, ma era efficace. Mortalmente efficace. Allenò anche Spagna e Italia, ma il suo credo aveva bisogno di tempo e non riuscì a incidere più di tanto. Allenò ancora, dopo la tragica settimana del 1967, ma gli anni belli, gli anni da Mago, erano finiti.

Questo personaggio picaresco, che sembra un emulo di Phineas T. Barnum e di Heinrich Schliemann per la combinazione di genio e faccia tosta, aveva capito l’importanza della psicologia nello sport. E martellava i suoi con cartelli appesi negli spogliatoi con frasi del tipo: “Chi gioca individualmente gioca per l’avversario, chi gioca per la squadra gioca per sé!“.

Il calcio moderno è velocità. Gioca velocemente, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente“.

Difesa: non più di 30 Gol. Attacco: più di 100 gol“.

Combattività si, brutalità no!“.

Classe+intelligenza+preparazione atletica=scudetto“.

Lottare o giocare? Lottare e giocare!“.

Tutti dobbiamo avere un po’ di ambizione nella vita: la tua è lo scudetto!“.

Ma la sua eredità più grande è il ruolo che ha svolto nel promuovere la figura dell’allenatore. Se Mourinho e altri guadagnano tanto e sono delle rockstar tanto devono a questo personaggio da romanzo che per primo cominciò con decisione a: pretendere soldi, pretendere tempo, pretendere giocatori, pretendere attenzione dalla stampa

BAHAMONTES, “L’AQUILA DI TOLEDO” CHE VOLAVA IN MONTAGNA

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Bahamontes al Tour de France 1959 – da midilibre.fr

Richard Virenque non  mi arriva neppure alle caviglie…” affermò Federico Bahamontes ad un giornalista del quotidiano francese L’Equipe – un sorta di vangelo, di là dalle Alpi – all’atto di venir proclamato miglior scalatore della storia del Tour de France. Virenque per sette volte ha conquistato la maglia a pois che contraddistingue il re della montagna alla Grande Boucle, contro le sei dell’iberico che fu chiamato “l’aquila di Toledo” in virtù delle sue doti quando la strda si impennava sotto le ruote… aggiungendo che “non me ne voglia Richard, ma se lui è uno scalatore, io sono Napoleone. Dov’è oggi la battaglia, il combattimento, lo scontro faccia a faccia? Prima degli ultimi chilometri restano tutti assieme, sembra quasi una processione della Settimana Santa!

Ecco, signori, questo era Federico Martin Bahamontes, fenomeno in bici così come lingua biforcuta tra le più taglienti. Nato il 9 luglio 1928 a Santo Domingo Caudilla, alle porte appunto di Toledo, il campione spagnolo fin da ragazzo evidenzia una spiccata personalità, così come la passione per le due ruote è innata. In verità i genitori non apprezzano la propensione alla pratica ciclistica del giovane Federico, la madre ritiene “che sia un mestiere molto difficile” e terrebbe troppo spesso lontano il figlio dalla sua famiglia.

Macché, nonostante Bahamontes ottenga buoni voti a scuola, la strada è già segnata ed ha le sembianze di una bicicletta. Lo spagnolo passa professionista nel 1954, e pur non avendo la potenza di un Fausto Coppi, col quale correrà nell’ultimo anno dell'”airone” alla Tricofilina, elegge la montagna a suo terreno preferito. Lì, quando il manubrio punta decisamente verso l’alto, Bahamontes è il più forte di tutti, reale appunto come un aquila, che gli vale l’appellativo con cui è universalmente conosciuto. Se i suoi rivali sbuffano e maledicono le vette, lui le adora e le considera, non a torto, territorio riservato di caccia.

La leggenda nondimeno lo investe di un carattere singolare seppur difficile, ad esempio quando attese i rivali in ritardo ad un gran premio della montagna degustando un gelato alla crema. Più tardi Bahamontes preciserà di “aver avuto un guaio meccanico e in attesa della vettura del mio direttore sportivo ho riempito la mia borraccia con della crema“. La versione romanzata dei giornalisti belgi al seguito della corsa rimane al gancio, è proprio il caso di dirlo, delle sue imprese sportive.

Proprio all’esordio al Tour del France, nel 1954, concluso in 25^posizione, Bahamontes trionfa per la prima volta nel Gran Premio della Montagna, e dopo un quarto posto nel 1956 e la piazza d’onore alla Vuelta dell’anno successivo alle spalle di Jesus Loroño, concede il bis nella speciale graduatoria nel 1958, anno di grazia al Tour de France dell’altro mammasantissima della montagna, il lussemburghese Charly Gaul, “l’angelo della montagna“.

Dotatissimo, certo, ma pure con un motore cardiaco che gli permette di recuperare velocemente dagli sforzi, Bahamontes è pronto infine a vincere pure lui il Tour? L’ultima maglia gialla può andare a vestire le spalle di questo camoscio delle salite, che detesta le discese per via di un incidente in gioventù, e che altrettanto poco a suo agio pedala in pianura?

In effetti nel 1959 la stampa non lo accredita certo tra i favoriti sulle strade di Francia. Ma Federico ha progettato nei minimi dettagli un piano sorprendente, per scombussolare le carte in mano ai francesi, che hanno l’ambizione di dominare la corsa, così come di impedire a Gaul di realizzare la doppietta. Le previsioni meteo, per quel mese di luglio 1959, annunciano temperature infuocate, cosa che lo stesso Gaul non digerisce proprio. E quel “furbetto” di Federico confida che Jacques Anquetil non si metterà certo al servizio del giovane Roger Riviere, il nuovo che avanza, e viceversa, così come Louison Bobet, che non si rassegna al tempo che passa, si occuperà dei suoi interessi senza degnare di uno sguardo i due connazionali, rampanti ma separati da un’accesa rivalità. Insomma, in casa Francia la convivenza tra i tre galletti è complicata, ancor più quando Riviere domina la cronometro di Nantes battendo un furente Anquetil sul suo territorio preferito.

Ma c’è un transalpino inatteso, Henry Anglade, che corre per la squadra del Centro-Sud, campione nazionale francese, che pare poter fare da incomodo tra la coppia Riviere/Anquetil e Bahamontes, mentre Gaul non è parente del bel campione che ha trionfato l’anno prima. Nella tappa con arrivo a La Rochelle Anglade ha azzeccato la fuga giusta e ha guadagnato cinque minuti sui favoriti, diventando così un pretendente autorevole alla vittoria finale. Federico, dal canto suo, è rimasto hai margini della corsa, faticando come sua abitudine a cronometro e in pianura, per di più affrontando i Pirenei senza quella baldanzosa inventiva e il desiderio di far saltare il banco che gli è solita quando c’è da salire in quota.

Ma lo spagnolo ha centellinato energie preziose per mettere in atto l’imboscata che dovrà garantirgli di recuperare il ritardo il classifica. Ha segnato sulla sua agenda due tappe-chiave, la cronometro in salita al Puy de Dome, e la tappa alpina tra Grenoble e St.Vincent, il 14 luglio, giorno che i francesi vorrebbero festeggiare doppiamente. E l’impresa a Bahamontes riesce, perfettamente. Vince la prova contro il tempo, veste la maglia gialla a Grenoble nel giorno dell’inutile vittoria di Gaul e a St.Vincent approfitta della tattica ostruzionistica dei due gemelli siamesi, Riviere e Anquetil, per ipotecare la vittoria del Tour de France. Che è cosa fatta quattro giorni dopo, con 4’01” di vantaggio su Anglade e 5’05” su Anquetil che di poco soffia il podio a Riviere.

Bahamontes avrebbe mai trionfato senza la lotta intestina alla squadra francese? Per lo spagnolo non ci sono dubbi: “bisognava essere forti per approfittarne. Non è certo colpa mia se Riviere e Anquetil si detestavano a tal punto da far l’uno perdere l’altro. Conta solo il risultato e ha vinto Federico“.

Il re della montagna fu secondo nel 1963 e terzo ancora nel 1964 e a Toledo l'”aquila” divenne ben presto un dio vivente. Lì, nella sua città, tutti sanno che in verità si chiama Federico Martin Bahamontes, dove Martin è il cognome del padre. Ma la stampa e la leggenda hanno sempre creduto che fosse il suo secondo nome, attribuendogli per l’eternità il cognome della madre, Bahamontes.

Semplicemente, lui era l'”aquila di Toledo“, che volava in montagna.

QUANDO IL GEAS SALI’ SUL TRONO D’EUROPA

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La Geas Sesto San Giovanni – da ilgiorno.it

Quando il Geas Sesto San Giovanni si presenta all’appuntamento con la storia, il 30 marzo 1978, non è certo un intruso a livello europeo. Nondimeno, la finale di Coppa dei Campioni contro le ceche dello Sparta Praga ha il sapore della novità, una prima assoluta.

Premessa. La squadra lombarda domina il palcoscenico italiano da un decennio almeno, collezionando scudetti in serie, ben sette negli ultimi otti anni, ad eccezione del tricolore 1973 cucito sulle casacche della Standa Milano. Nel continente il Geas si avvale dell’apporto di giocatrici straniere, tra queste una jugoslava di grido come Maria Veger, cosa ancora non ammessa in campionato, e vanta già un curriculum di un certo interesse, se è vero che ha raggiunto quattro volte la semifinale di Coppa dei Campioni – 72, 73, 75, 77 – e nel 1974 è stato finalista sfortunato in Coppa Ronchetti, battuto nella doppia sfida dalle sovietiche dello Spartak Leningrado, invincibile nelle prime quattro edizioni della manifestazione, 58-68 in trasferta solo parzialmente ribaltato al ritorno in Italia, 65-57. Esser la prima squadra italiana a vincere con una formazione targata URSS non bastò, ma fu un buon antipasto.

Insomma, se l’Italia è terreno di caccia fertile per le rossonere, l’Europa è ancora un tabù da sfatare, soprattutto perché c’è da fronteggiare le sovietiche, e soprattutto il Daugawa Riga, che vince senza quasi opposizione una Coppa dei Campioni dietro l’altra, ben sedici in diciannove anni. E quando non tocca alla formazione lettone, che si avvale dell’operato della giunonica Uljana Semionova, che gioca quasi da ferma dall’alto dei suoi 213 centimetri ma è immarcabile e sotto i tabelloni respinge tutto quel che le capita a portata di mano, ecco comunque altre validi rappresentanti del basket dell’Est a prenderne il posto, con due titoli per lo Slavia Sofia e l’ultima coppa alzata dallo Sparta Praga.

La stagione 1977/1978, come le due che seguiranno, è tuttavia liberata dall’ingombro delle squadre sovietiche, che rinunciano alle competizioni di club nell’ottica di una preparazione mirata all’Olimpiade di casa del 1980. C’è quindi la possibilità di mettere in bacheca il trofeo europeo più prestigioso, e il Geas è senza dubbio attrezzato per far parte del lotto delle favorite. Così come lo Sparta Praga, così come le francesi del Clermont, così come le jugoslave della Stella Rossa Belgrado.

E il Geas, i cui sogni si erano sempre infranti contro la corazzata Riga, e che ha in Fabio Guidoni una nuova… guida, non spreca l’occasione. Che è d’oro. Dopo aver passeggiato con Tel Aviv all’esordio, 106-56 e 90-41, chiude secondo il gruppo B di quarti di finale alle spalle dello Sparta Praga, accedendo così al match di semifinale con la Stella Rossa, sconfitta dopo due match risolti in dirittura d’arrivo, 53-54 e 56-52. Nel frattempo le ceche ancor più faticosamente liquidano le bulgare del Minyor Pernik e saranno loro, al Palazzetto dello Sport di Nizza, ad affrontare Bocchi e compagne il giorno della finalissima.

Eccoci dunque in Costa Azzurra, appunto il 30 marzo 1978. Paradossalmente l’evento decisivo è quel che risulterà forse meno impegnativo, le ragazze del Geas sono concentrate quanto basta, pronte a salire su un treno chiamato vittoria, e le giocatrici non falliscono. Già, le atlete, che si chiamano Mabel Bocchi, belloccia, alta, veloce, con buon tiro, che sa palleggiare, insomma il prototipo della giocatrice universale; Wanda Sandon, che insieme a Graziella Battistella presiede l’area piccola sotto i tabelloni; Rosy Bozzolo che è regista tra le più grandi, se non la più grande di sempre della pallacanestro italiana; Cristina Tonelli al tiro, mortifero, lei che una volta dismessi i panni della campionessa diventerà giornalista di punta della Gazzetta dello Sport. E poi Dora Ciaccia che segna con frequenza, Maria Baldini, Marina Re, Giusy Fogliani e Daniela Cesati, che siedono a lungo in panchina ma sono pronte quando ce n’è bisogno e fanno gruppo.

Ecco, se c’è un parametro che fa la differenza in finale, oltre alla classe dei singoli che prevale sulla prestanza fisica delle ceche, è l’organizzazione di gioco e lo spirito di squadra del Geas, che lotta e si sbatte per quaranta minuti, con Bocchi – 22 punti alla fine – in evidenza nel primo tempo, chiuso con Praga avanti di un punto, e Battistella – pure lei 22 punti – scatenata nei secondi venti minuti di gioco, quelli del sorpasso, dell’allungo e dell’apoteosi, 74-66.

Il Geas sale sul tetto d’Europa, prima italiana in Coppa dei Campioni e prima squadra occidentale ad abbattere i totem che vengono da oltre cortina… ed è una storia bellissima del basket di un’Italia che fu.

BRASILE-SVEZIA 1978, IL GOL FANTASMA DI ZICO

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Il gol annullato a Zico – da reliquiasdofutebol.blogspot.com

3 giugno 1978, stadio José María Minella di Mar del Plata. Il Brasile di Claudio Coutinho, deludente quattro anni prima in Germania, debutta nell’appuntamento mondiale in Argentina contro la Svezia, con il dichiarato intento di riscattarsi e magari provare a vincere per la quarta volta la Coppa del Mondo, puntando sul fatto che si gioca in Sudamerica.

Invece… invece è un Brasile che ancora una volta non rispetta le attese, nella prima sfida del torneo. Una squadra senza indentità, con un solo leader discreto, capitan Roberto Rivelino, che sembra predicare nel deserto; e così agli scandinavi basta giocare con ordine, senza spingere sull’acceleratore, per contenere i tricampioni. Il Brasile adotta un più moderno 4-4-2 al posto del classico 4-3-3, con Zico che rientra a centrocampo, ma la Svezia applica marcature serrate e nonostante la minor qualità del suo centrocampo così come del reparto d’attacco ha buon gioco, riuscendo addirittura a passare in vantaggio con Sjoberg al 37′, prima del pareggio di Reinaldo proprio in chiusura di primo tempo. Il Brasile segnerà con Zico un gol-fantasma a tempo scaduto, ed in buona sostanza non avrebbe certo meritato la vittoria.

Ericsson, il selezionatore svedese, schiera una ragnatela difensiva composta da Borg, Andersson, Nordqvist che gioca da libero, ed Erlandsson, protetta dalla cintura di centrocampo che si avvale dell’operato di Lennart Larsson, Tapper, Linderoth e Bo Larsson. Erlandsson si occupa di Gil, che agisce sulla fascia destra, fino a quando questi non viene sostituito da Nelinho, che gioca più arretrato ed obbliga lo spostamento in avanti di Toninho, senza risultati confortanti. Borg e Andersson si prendono cura di Reinaldo e Zico, sui quali si concentrano grandi speranze, ma se il primo ha il merito di ristabilire l’equilibrio con la rete dell’1-1, il campione del Flamengo è assolutamente in giornata negativa.

La squadra di Coutinho parte a spron battuto procurandosi due clamorose occasioni con Toninho e Reinaldo, che impegnano l’attento Hellstrom. Ma è un fuoco di paglia, dopo il primo quarto d’ora di gioco il Brasile si spenge, mostrando poca coesione dalla metacampo in su e scarsa forza penetrativa. Batista e Cerezo non incidono, Rivelino è il più costante e il più intraprendente ma come detto sembra ben poco assistito dai compagni. La Svezia è compassata ma solida, non ha grosse soluzioni in attacco e un paio di palloni persi da Sjoberg consentono a Reinaldo e Gil di farsi vedere ancora dalle parti di Hellstrom, per altro sempre abile in uscita. Il vantaggio dello stesso Sjoberg al 37′, abile nell’infilarsi nelle maglie della difesa carioca e battere Leao con un preciso rasoterra, è il giusto premio al gioco ordinato della Svezia, che poco dopo colpisce con Lennart Larsson la traversa sugli sviluppi di un calcio di punizione dalla sinistra battuto da Bo Larsson.

Il Brasile trova dunque il pareggio con Reinaldo in chiusura di tempo, bravo nell’anticipare difensore e portiere per la zampata che regala linfa vitale alla sua squadra che al rientro in campo per la ripresa sembra aver trovato le giuste contromisure. Macché, ancora una volta è solo un’illusione, a Dirceu che tanto bene ha fatto con l’Atletico Madrid vengono concessi solo cinque, inutili minuti di tempo per mettersi in luce, Rivelino è l’unico con le idee chiare ma è Zico a mancare, nonostante una sua conclusione deviata da Borg impegni severamente Hellstrom. Wendt impegna a sua volta Leao con una conclusione all’incrocio dei pali, il Brasile attacca con veemenza ma senza troppa lucidità ed ecco che il cronometro segna il 90° minuto, quando il fattaccio si compie.

C’è un calcio dalla bandierina, battuto da Nelinho, zona sinistra della porta difesa da Hellstrom. Zico svetta di testa e mette nel sacco anticipando l’estremo difensore avversario che non fa una piega. Incredibilmente però gli svedesi festeggiano… ma come, hanno subito la rete e hanno pure voglia di abbracciarsi? Certo, perché l’ineffabile signor Clive Thomas, di nazionalità gallese, ha fischiato la fine del match proprio nel momento in cui la palla iniziava la sua parabola dal calcio d’angolo, per trovare poi l’impatto con la testa di Zico a tempo ormai scaduto. Il sibilo galeotto, che nessuno ha sentito, ad eccezione forse proprio di Hellstrom, salva la Svezia dalla sconfitta e nega al Brasile una vittoria, ad onor del vero, non proprio meritata.

Povero Zico, esordio mondiale più amaro non poteva esserci, si parlerà di gol-fantasma e magari ha inciso in quel che poteva essere e non è stato il campionato del mondo 1978 del Brasile.