1969, L’ANNO DEL GRANDE SLAM DI ROD LAVER

rod-laver.jpg
Rod Laver a Wimbledon – da ilpost.it

articolo di Nicola Pucci

Ora che torna maledettamente d’attualità l’illusione Grande Slam prodotta dal dominio perpetrato sul tennis da Novak Djokovic, in striscia aperta di tre vittorie consecutive a Wimbledon, Open Usa ed Australian Open, ecco che la macchina del tempo torna indietro esattamente a 50 anni fa, 1969, quando l’impresa di trionfare nei quttro Major riuscì per la terza ed ultima volta della storia. E se nel 1938 fu Don Budge il primo ad aprire la strada, nel 1962 toccò a Rod Laver mettersi in bacheca il filotto di Slam, fors’anche favorito dall’assenza di alcuni rivali di grido passati al professionismo, doppiando poi l’exploit sette anni dopo, in piena era Open del tennis e con tutti i virtuosi della racchetta oramai presenti all’appello.

In effetti Rod Laver è un fenomeno che da anni sciorina tennis di altissima qualità in giro per il mondo. Classe 1938, australiano dedito al serve-and-volley con quel sublime braccio mancino che sopperisce alla mancanza di centimetri, ha già una collezione invidiabile di trofei da illustrare, se è vero che nel 1960 iscrive per la prima volta il suo nome all’albo d’oro degli Australian Open, nel 1961 si guadagna una fetta di immortalità sportiva con la vittoria a Wimbledon, e l’anno dopo ancora sbaraglia la concorrenza con un 4 su 4 negli Slam come solo Don Budge, appunto, prima di lui.

Già, la concorrenza, obietterà qualcuno, che in quegli anni è meno solida di quanto non potrebbe essere, visto che i campioni più acclamati hanno da tempo ceduto alle sirene del professionismo, come d’altronde farà lo stesso Laver tra il 1963 e il 1967, in primis quel Ken Rosewall che proprio del “rosso” di Rockhampton sarebbe potuto essere il naturale, per contrapposizione di stile, e più autorevole antagonista.

Ignaro di quel che sarà la rivoluzione epocale di lì a qualche anno, Laver rinuncia, dunque, a un congruo numero di Slam in più, ma quando infine nel 1968 i vertici del tennis stabiliscono che è tempo per cui lo status di amatore non sia più applicabile aprendo ai professionisti, ecco che i migliori tornano a rivaleggiare tra loro, anche se l’edizione inaugurale degli Australian Open, troppo in anticipo per accogliere i grandi, regala vittoria e gloria ad un carneade, tale William Bowrey che batte in quattro set lo spagnolo Juan Gisbert.

Ma già al Roland-Garros i migliori ci sono tutti, ed allora ecco che Rosewall ha la meglio proprio di Laver, che a Wimbledon si prende la rivincita battendo all’atto finale Tony Roche, killer dello stesso Rosewall agli ottavi, con un 6-3 6-4 6-2 che non ammette appello. E se agli US Open la vetrina spetta a due giovani rampanti, Arthur Ashe e Tom Okker, la storia del tennis è pronta a mettersi in marcia e per l’anno che verrà, 1969, si appresta a scrivere una pagina memorabile. Grazie al contributo fondamentale di Rod Laver.

Dal 20 al 27 gennaio il Milton Courts di Brisbane, rigorosamente su erba, accoglie i campioni per l’Australian Open, con Laver e Rosewall prime due teste di serie di un tabellone che li esenta dal primo turno, e con Okker, terzo favorito, costretto invece al forfait. Ma se Rosewall inciampa agli ottavi in Andres Gimeno che lo elimina in tre set, Laver entra in gioco battendo Massimo Di Domenico, 6-2 6-2 6-3, per poi, per un beffardo scherzo del sorteggio, incrociare quel Roy Emerson che in assenza dei più forti ha fatto incetta di titoli all’Australian Open, ben sei di cui cinque consecutivi proprio dal 1963 al 1967. I due campioni danno vita ad una sfida appassionante, infine risolta 9-7 al quarto set da Laver che si risparmia un pericoloso set decisivo, come invece avviene in semfinale con l’altro connazionale Roche quando il mancino australiano, dopo aver fatto fuori Stolle 6-4 18-16 6-4, si impone con un faticosissimo 7-5 22-20 9-11 1-6 6-3, completando poi  il suo percorso vincente in finale con lo stesso Gimeno, costretto ad arrendersi in tre set, 6-3 6-4 7-5. Per il primo mattoncino verso il Grande Slam.

Certificata la supremazia in patria, Laver rinnova la sfida al Roland-Garros, dal 26 maggio all’8 giugno. Si gioca, ovviamente, su terra battuta, e gli australiani capeggiano il seeding, con Laver numero 1, seguito da Roche, Rosewall e Newcombe. E se per il “rosso” il debutto è senza patemi, triplice 6-1 al giapponese Watanabe, ecco che al secondo turno per poco Rod non ci lascia le penne, maramaldeggiato per i primi due set dal connazionale Dick Crealy, 6-3 9-7, prima dell’imperiosa rimonta, 6-2 6-2 6-4, che vale il passaggio del turno. E se Pietro Marzano e Stan Smith non si rivelano ostacoli insormontabili tanto da venir sconfitti entrambi in tre set, Gimeno ai quarti ed Okker ìn semifinale strappano al campione mancino il primo set, per poi eclissarsi e lasciare campo libero a Laver che guadagna la finale dove, esattamente come dodici mesi prima, ritrova Rosewall. Stavolta, però, i ruoli si invertono, Laver domina il campo con l’incessante gioco d’attacco e Rosewall rema senza speranza da fondo, infine battuto con un inequivocabile 6-4 6-3 6-4. E sono due.

Il tempo di fare i bagagli, e qualche settima dopo, dal 22 giugno al 5 luglio, è già l’ora di ritrovare i verdi prati di Wimbledon. Detentore del titolo, numero 1 del mondo e prima testa di serie, Laver, esattamente come a Parigi, debutta con un facile successo con il “vecchio” Pietrangeli, all’ultima recita tra i Doherty Gates, 6-1 6-2 6-2, per poi vedere nuovamente le streghe al secondo turno quando l’indiano Premjit Lall va avanti di due set, 6-3 6-4, prima di venir surclassato dal recupero del campione, 6-3 6-0 6-0, che la dice lunga sull’inattesa alternanza del punteggio. L’australiano non ha vita semplice, se è vero che dopo un periodico 6-3 al danese Leschly, battaglia cinque set agli ottavi anche con Stan Smith, che è bravo a rimontare due set ma non abbastanza per completare l’opera, infine sconfitto 6-3 al parziale decisivo. E se Drysdale non rappresenta un pericolo ai quarti, 6-4 6-2 6-3, ed Ashe resiste un set per poi perdere un terzo set capitale e sciogliersi alla distanza in semifinale, 2-6 6-2 9-7 6-0, Laver è puntuale all’appuntamento in finale dove, di là dal net, trova John Newcombe che battendo Roche in semifinale nega a Tony l’opportunità di prendersi la rivincita dell’atto conclusivo dell’anno precedente. Il match risolutivo riserva qualche preoccupazione, in Laver, battuto da Newcombe nel gustoso antipasto del torneo del Queen’s, e per un set e mezzo, fino al 6-4 5-7 1-4 per lo sfidante, il campione in carica è sull’orlo di una crisi che potrebbe indurlo a cedere lo scettro. Ma la classe è tanta, così come l’esperienza, ed infilando sette giochi di fila Laver recupera, allunga ed infine guadagna quel vantaggio decisivo che gli vale il 6-4 5-7 6-4 6-4. Il tris Slam è servito.

L’ultima tappa, sempre su erba, va in scena dal 28 agosto al 9 settembre al West Side Tennis Club di Forest Hills, per l’edizione degli Us Open che ha in Arhur Ashe il detentore del titolo. L’afro-americano è il rivale più accreditato dei tre australiani che capeggiano il tabellone, ovviamente Laver numero 1, Newcombe numero 2 e Roche numero 3, e se è fedele al suo rango arrampicandosi in semifinale sbarrando la strada a Rosewall, lo stesso Laver supera agevolmente i primi tre scogli, non proprio proìbitivi ad onor del vero, per poi rischiare con Dennis Ralston che va avanti due set ad uno prima di subire l’ennesimo ritorno del campionissimo australiano. La sfida tra Laver ed Ashe garantisce una sorta di passaggio di consegne, con il “rosso” che si impone 8-6 6-3 14-12 estromettendo il campione in carica, agguantando la finale che ha in Tony Roche il rivale uscito vincitore da una maratona in cinque set contro Newcombe. L’atto conclusivo slitta al lunedì per la pioggia, e “finale bagnata, finale fortunata” mai fu detto più appropriato, con l’ulteriore interruzione che non impedisce a Laver, dopo aver perso 7-9 il primo set, di trovare le giuste misure ad un avversario che nel corso dell’anno lo ha già battuto cinque volte. Finisce 7-9 6-1 6-2 6-2 e il Grande Slam, ora sì, autentico ancor più di quello del 1962, è cosa fatta.

Rod Laver, caso mai ce ne fosse ulteriore bisogno, entra definitivamente nell’Olimpo del tennis, e se la domanda sorge spontanea, “riuscirà Djokevic a fare altrettanto?“, tocca ora al serbo, a distanza di 50 anni, provare a rispondere per le rime. Neanche fosse facile…

Annunci

PERTTI KARPINEN E PETER-MICHAEL KOLBE, UN DECENNIO DI RIVALITA’ A COLPI DI REMO

gettyimages-996195830-1024x1024
Kolbe, Karppinen ed il canadese Mills sul podio di Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

La rivalità, si sa, è il sale dello Sport, ma mentre nelle discipline di squadra questa riguarda più che altro le rispettive tifoserie – non di rado, anche a causa dei relativi trasferimenti, i giocatori diventano amici anche fuori dai terreni di gioco – in quelle individuali esse sono il pane per gli appassionati, nonché per i media che vi costruiscono articoli e servizi sia di presentazione dei vari eventi che a commento degli stessi.

L’elenco è lunghissimo, solo per citarne alcuni possono venire a mente le sfide tra Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, Alì e Frazier, Borg e McEnroe e così via, ma ve ne è stata una che non ha avuto nulla da invidiare rispetto alle citate, ancorché verificatasi in uno Sport non di primissimo piano, soprattutto da un punto di vista televisivo, vale a dire il Canottaggio.

Anche tale disciplina è per lo più un’attività di squadra (dal due senza sino all’otto con timoniere), ma vi è la specialità del singolo che assorbe in sé un fascino del tutto particolare, e sono proprio due protagonisti della stessa l’esempio del nostro odierno racconto, che dimostra altresì come il destino sia a volte beffardo nel distribuire allori …

I due grandi ed indiscussi dominatori della specialità per un decennio sono un finlandese, Pertti Karpinen, ed un tedesco occidentale, Peter-Michael Kolbe, accomunati, oltre che dalla “lettera K” con cui iniziano i rispettivi cognomi, dall’essere quasi coetanei, in quanto nati entrambi nel 1953, il 17 febbraio ad Askainen il primo ed il 2 agosto ad Amburgo il secondo.

Ciò comporta che seguano un pressoché identico percorso di crescita, che li porta per la prima volta a scontrarsi in acqua in occasione dei Campionati Europei di Mosca ’73, dove Kolbe si mette al collo la sua prima medaglia d’oro, mentre Karppinen fallisce l’accesso alla Finale, una superiorità, quella del tedesco, ribadita due anni dopo in occasione dei Campionati Mondiali di Nottingham ’75, allorché il 30 agosto inaugura la sua lunga serie di titoli iridati, affermandosi con il tempo di 7’10”80, nel mentre il finlandese resta ai margini del podio, quarto alle spalle anche dell’irlandese Sean Drea e del tedesco orientale Martin Winter.

Logico che, con questi risultati dalla sua parte, Kolbe sia il favorito per salire sul gradino più alto del podio in occasione delle successive Olimpiadi di Montreal ’76, considerata altresì la pressoché nulla tradizione finnica in tale disciplina, capace solo di raccogliere un misero bronzo nel “Quattro senza” ai Giochi di Helsinki ’52.

Pronostico che sembra trovare conferma, allorché nelle batterie che si svolgono il 18 luglio ’76 al “Notre Dame Island Olympic Basin” della Metropoli canadese Kolbe si aggiudica con irrisoria facilità la prima serie, di cui fa parte anche Karppinen, il quale non va oltre il quarto posto, il che lo costringe al ripescaggio – peraltro vinto d’autorità – per accedere alle semifinali del 23 luglio.

Inserito nella prima assieme ad un altro aspirante al podio quale il connazionale orientale Joachim Dreifke, Kolbe risparmia energie, assicurandosi un posto in Finale giungendo alle spalle dell’argentino Ricardo Ibarra (con Dreifke terzo …), mentre Karppinen continua a “nascondersi” riuscendo a malapena a staccare il biglietto per la regata conclusiva, terzo nella seconda serie alle spalle del già citato irlandese Drea ed al sovietico Mykola Dovhan.

La Finale è fissata per le ore 11:55 del 25 luglio ’76, con Kolbe e Karppinen a stretto contatto in acqua1 ed acqua2 rispettivamente, mentre Dreifke è in acqua4 e Drea in acqua5, in una tarda mattinata caratterizzata da un forte vento che rende particolarmente difficile il compito dei canottieri.

Come sua abitudine, il Campione mondiale in carica impone alla gara un ritmo elevato da 35 battute al minuto in avvio, che lo porta a transitare in 1’47”10 ai 500 metri vantando già un ampio margine sul resto dei suoi avversari, con Karppinen a lottare con Ibarra per evitare l’ultimo posto.

Al passaggio di metà gara, dove transita in 3’38”04, Kolbe sembra oramai irraggiungibile, con gli altri finalisti a disputarsi i restanti posti del podio, eccezion fatta per l’argentino che ha oramai alzato bandiera bianca, e con Karppinen che non ha ancora annullato il distacco dalle imbarcazioni che lo precedono.

Dopo aver mantenuto una frequenza di 32 colpi al minuto sino ai mille metri, Kolbe inizia a ridurre la stessa nella seconda parte della regata, mantenendosi sulle 31 battute nel terzo quarto di gara, scorcio in cui Karppinen dà inizio alla sua rimonta, affiancando Dreifke e Drea, mentre anche il sovietico cede alla distanza.

Al rilevamento dei m.1500, Kolbe è ancora in testa con il tempo di 5’35”95, ma ha ben davanti agli occhi, essendo nella corsia accanto, un Karppinen che, colpo su colpo, sta riducendo il distacco, avendo già superato Drea e Dreifke, e non deve essere una situazione per nulla piacevole sentire la fatica accumularsi nei propri muscoli con un avversario che ti sta rimontando, pur avendo, a questo punto, ancora due imbarcazioni di vantaggio …

E così, quella che sembrava una sfida oramai decisa, regala viceversa un finale quanto mai emozionante, con il tedesco quasi paralizzato ed il finlandese a completare la rimonta a meno ai 100 metri dal traguardo, per poi andare a trionfare (7’29”03 a 7’31”67) su di un esausto Kolbe, mentre il podio è completato da Dreifke, ancorché a debita distanza.

Per il Campione iridato una delusione pazzesca, avendo per larghi tratti assaporato la gioia dell’oro olimpico, che al contrario Karppinen regala per la prima volta al proprio Paese, tanto da aver bisogno di prendersi un “anno sabbatico” e rinunciare ai Mondiali di Amsterdam ’77, dove, peraltro, Karppinen viene sconfitto – e pure nettamente (7’12”22 a 7’15”53) da Dreifke, con Dovhan in terza posizione.

Ritrovata fiducia e convinzione nei propri mezzi, Kolbe torna a primeggiare l’anno seguente, in cui domina la Finale iridata sul Lago Karapiro, in Nuova Zelanda, infliggendo quasi 2” di distacco (7’06”01 a 7’08”35) al connazionale della parte orientale Rudiger Reiche, in una Finale che vede Karppinen concludere, desolatamente e staccatissimo, al sesto ed ultimo posto …

Non sono in pochi a ritenere che l’impresa di Montreal abbia rappresentato per il 26enne finlandese un fatto episodico, ma una delle sue maggiori qualità è proprio quella di smentire puntualmente i propri denigratori, cosa che, difatti, accade l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali ’79 che si svolgono a Bled, in Jugoslavia, ed in cui scende per la prima volta sotto i 7’ netti, andando a trionfare in 6’58”27, lasciando a debita distanza i due tedeschi a duellare (7’04”60 a 7’06”55) per le piazze d’onore, con Kolbe a mettere ancora la propria prua davanti a quella di Reiche.

Due titoli iridati ed un argento olimpico per il tedesco, un oro olimpico ed uno mondiale per il finlandese, tutti si aspettano una sorta di “resa dei conti” alle prossime Olimpiadi di Mosca ’80, ma la mai troppo scellerata decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare tale edizione dei Giochi – con conseguente adesione della Germania Ovest quale Paese alleato – priva gli appassionati di una sfida che avrebbe avuto del sensazionale, data anche la piena maturità dei due contendenti, entrambi 27enni.

Privo del confronto con il suo eterno rivale, Karppinen non ha eccessive difficoltà nel bissare l’oro di Montreal, infliggendo un distacco di oltre 5” in batteria al tedesco orientale Peter Kersten, così come ad oltre 3” giunge l’atleta di casa Vasily Yakusha nella prima semifinale, mentre il ruolo di favorito lo porta a “copiare” l’assente Kolbe come tattica di gara nella Finale del 27 luglio ’80, pagando un po’ nel finale, rischiando la rimonta (7’09”61 a 7’11”66) da parte di Yakusha, sofferenza immortalata dalle telecamere che lo inquadrano, sfinito, dopo l’arrivo.

gettyimages-142574116-612x612
Yakusha, Karppinen e Kersten sul podio ai Giochi di Mosca ’80 – da:gettyimages.it

Una prestigiosa conferma, ma che da un punto di vista squisitamente tecnico perde parte del suo valore per l’assenza del “confronto diretto” con il suo più acerrimo rivale, una circostanza di cui anche Karppinen è senz’altro consapevole, visto che nel quadriennio post olimpico si dedica al “due di coppiaassieme al fratello minore Reima, con cui coglie l’argento iridato ai Mondiali di Monaco di Baviera ’81, alle spalle dei tedeschi orientali Kroppelien e Dreifke, per poi concludere non meglio che in quinta e quarta posizione alle due successive rassegne di Lucerna ’82 e Duisburg ’83.

Il tutto mentre Kolbe, dal canto suo, incrementa la propria collezione di titoli iridati aggiudicandosi l’oro del singolo nelle due edizioni in terra tedesca, con il netto successo (7’45”32 a 7’48”90) a Monaco ’81 sul connazionale orientale Reiche – che poi si impone l’anno seguente su Yakusha, sfruttando l’assenza di Kolbe – ed a Duisburg ’83 sull’altro rappresentante della Germania Est Uwe Mund, rassegna dove, peraltro, fa il suo ingresso nell’elite del Canottaggio mondiale un altro grande interprete della specialità, ovverossia il 19enne tedesco orientale Thomas Lange, che fa suo il titolo nel “due di coppia” assieme ad Uwe Heppner.

gettyimages-1065661594-1024x1024
Peter-Michael Kolbe ai Mondiali di Monaco ’81 – da:gettyimages.ca

Lange che, a propria volta, è costretto a rinunciare al suo primo appuntamento a cinque cerchi a causa del “contro boicottaggio” imposto da Mosca ai Paesi del blocco sovietico in vista delle Olimpiadi di Los Angeles ’84, rassegna che, al contrario, vive sulla “sfida all’ultimo colpo di remo” tra Kolbe e Karppinen, con quest’ultimo ad inseguire il primato stabilito dal leggendario sovietico Vyacheslav Ivanov, unico nella Storia dei Giochi ad essersi aggiudicato tre ori consecutivi nel singolo, da Melbourne ’56 a Tokyo ’64.

Curiosa questa similitudine numerica a 20 anni esatti di distanza – Melbourne ‘56/Montreal ’76, Roma ‘60/Mosca ’80 e Tokyo ‘64/Los Angeles ’84 – a cui non sappiamo se l’asso finlandese abbia fatto caso per darsi un’ulteriore spinta morale alla ricerca di un tale traguardo, anche se di certo vi è che Kolbe ha in mente di far il possibile e l’impossibile affinché ciò non venga realizzato …

E chissà se sia stato frutto di casualità o di volontà specifica degli organizzatori quello di inserire entrambi nella prima delle tre batterie – che, a differenza delle passate edizioni, qualifica di diritto alle semifinali solo il vincitore – così da fornire al pubblico un “succoso antipasto” della sfida senza pronostico da tutti attesa, e stavolta è Kolbe a risparmiarsi, facendo andar via il bicampione olimpico, per poi non aver problema alcuno ad imporsi nei ripescaggi.

Le semifinali del 2 agosto ’84 vedono, al contrario, i due favoriti impegnati nelle due distinte serie che li vedono entrambi vittoriosi, anche se con maggior fatica per il tedesco, insidiato si sulla linea del traguardo (7’22”24 a 7’22”42) dall’argentino Ibarra che, come 8 anni prima a Montreal, dà il massimo per accedere alla Finale.

Atto conclusivo che si svolge il 5 agosto ’84 sulle acque del Lago Casitas per quella che gli americani chiamano “A two horses race” (“Una corsa tra due cavalli”), stante l’abissale differenza che vi è tra il resto dei finalisti ed i due pluridecorati, i quali, in effetti, fanno gara a sé.

Ma, a differenza di quanto avvenuto nella rassegna canadese, stavolta Karppinen, sorteggiato in acqua1, non lascia andar via Kolbe (in acqua4), con i due a mandare in scena una sfida epica che li vede duellare “punta a punta”, sia pur con sempre un leggero margine a favore del tedesco sino alla boa dei -250metri all’arrivo, dove lo scandinavo si esibisce nel suo proverbiale “rush finale” che stronca la resistenza del suo avversario per andare a trionfare, sia pur con un ridotto margine (7’00”24 a 7’02”19) per entrare nella Leggenda avendo emulato l’impresa di Ivanov, mentre Kolbe inizia a pensare che vi sia una sorta di “Maledizione olimpica” che lo perseguita …

vyacheslav_n_ivanov_1964
Il sovietico Vyacheslav Ivanov – da:commons.wikipedia.org

E, francamente, come si può dargli torto, visto che, a fronte dei quattro titoli iridati, ha raccolto due argenti olimpici, oltretutto con la sfortuna di non poter partecipare all’edizione moscovita, sperando, comunque, di riscattarsi l’anno seguente allorché va alla ricerca del suo quinto successo ai Mondiali ’85 di Hazewinkel, in Belgio, dove, al contrario, deve nuovamente arrendersi di fronte non solo a Karppinen, che trionfa nella più veloce Finale, completata in 6’48”08, sino ad allora mai disputata, ma anche all’americano Andrew Sudduth (alla sua unica medaglia nel singolo …), andando ad occupare, per la sola volta in carriera, il gradino più basso del podio.

Rassegna in cui il già ricordato Lange conferma il titolo iridato di Duisburg ’83 nel “due di coppia”, sempre con il fedele Heppner, per poi entrare nel “cono d’ombra” di Kolbe due anni dopo nell’edizione di Copenaghen ’87, non prima che il connazionale occidentale abbia peraltro consumato la propria rivincita su Karppinen tornando a trionfare, a distanza di 11 anni, sul bacino di Nottingham dove aveva inaugurato la sua invidiabile serie di vittorie.

Nell’edizione ’86 della Rassegna iridata, tocca difatti stavolta al finlandese arrendersi alla supremazia di Kolbe, il quale si impone con largo margine (6’54”90 a 6’58”90), con Yakuscha a completare il podio, mentre l’anno successivo nella Capitale danese la cerimonia di premiazione vede presentarsi a ritirare le medaglie un trio di fronte al quale è necessario alzarsi in piedi e porsi in deferente inchino, in quanto recita: Thomas Lange Oro (7’37”48), Peter-Michael Kolbe Argento e Pertti Karppinen Bronzo, divisi da un soffio (7’40”76 a 7’40”90), ovverossia “il Gotha” del Canottaggio mondiale.

Ma, mentre il finlandese può già ritenersi soddisfatto della sua straordinaria Carriera – tre Ori olimpici, due titoli mondiali con tre secondi ed un terzo posto – a Kolbe, a dispetto di essere il più medagliato specialista del singolo della storia con 11 allori complessivi, manca quella Gloria olimpica che teme possa sfuggirgli ancora una volta al suo terzo tentativo ai Giochi di Seul, data anche la differenza di età (11 anni) rispetto al suo avversario.

E’ della partita anche Karppinen, ovviamente, avendo da difendere le tre vittorie consecutive ai Giochi, ma sin dalle batterie – in cui, come quattro prima a Los Angeles, Kolbe è inserito assieme a Lange – la superiorità del 24enne tedesco orientale appare evidente, con sia il penta campione iridato che il finlandese a dover ricorrere ai ripescaggi per accedere alle semifinali, al contrario dell’asso emergente che fa registrare largamente il miglio tempo di qualificazione.

Semifinali che hanno luogo il 22 settembre ’88 e che sono fatali a Karppinen, determinando la sua abdicazione dal trono olimpico, addirittura ultimo nella seconda serie vinta da Kolbe in 7’01”76, mentre nella prima Lange ha la meglio su Sudduth, con entrambi a scendere (6’58”65 a 6’59”70) sotto il limite dei 7’ netti.

Con un altro potenziale avversario da tenere d’occhio – ma che in realtà affonda concludendo la gara al sesto ed ultimo posto peggiorandosi sino a 7’11”45 – Kolbe si allinea in acqua3 con Lange a fianco in acqua4 alle ore 11:50 del 24 settembre ’88 per quella che è l’ultima chance, oramai 35enne, di salire sul gradino più alto del podio olimpico, mettendo subito in atto quella che è la sua consueta tattica di gara, vale a dire imporre un ritmo elevato in avvio, con 36 colpi al minuto, così da prendere un lieve vantaggio su Lange, il quale lo imita nelle successive, regolari, 32 battute che lo vedono, al primo rilevamento ai 500metri, diviso da Kolbe da 1”07 (1’35”70 ad 1’36”77), con gli altri finalisti già abbondantemente staccati.

Si ripete così, a distanza di quattro anni, la “gara a due” che aveva caratterizzato la Finale di Los Angeles, con ancora Kolbe protagonista a cercare quel successo che manca al suo pur invidiabilissimo Palmarès, e con Lange ad inseguire anch’egli la Gloria olimpica, riducendo a soli 0”69 centesimi (3’20”35 a 3’21”04) il distacco al passaggio a metà gara, per poi dare l’inizio ad una sfida “punta a punta” che lo vede sopravanzare il connazionale di parte occidentale nel terzo quarto di gara, e quindi incrementare progressivamente il proprio vantaggio, nonostante Kolbe cerchi di resistere, ma nulla può contro la gioventù e freschezza di Lange che va a trionfare con il record olimpico di 6’49”86 rispetto al 6’54”77 del suo avversario, con anche il neozelandese Eric Verdonk, autore di un finale autorevole, a concludere sotto i 7’ netti, con il suo 6’58”66 che gli vale il bronzo.

d8d95726092d9301de19b0d6d52f633ev1_max_755x566_b3535db83dc50e27c1bb1392364c95a2
Kolbe e Thomas Lange all’arrivo ai Giochi di Seul ’88 – da:deutschlandfunk.de 

Mettetevi ora nei panni del “povero Kolbe”, colto da una sorta di “blocco psicologico” a Montreal ’76 allorché sembrava avviato ad una facile vittoria, impossibilitato a gareggiare a Mosca ’80, sconfitto per meno di 2” a Los Angeles ‘84 ed ancora argento a Seul ’88 nonostante abbia coperto i 2mila metri nel suo miglior tempo che gli avrebbe consentito di aggiudicarsi l’oro nelle precedenti circostanze, riteniamo ve ne sia più che a sufficienza per mandare in malora la specialità del remo, e difatti pone fine all’attività agonistica …

Cosa che, al contrario, non fa Karppinen, che prolunga sino alla soglia dei 40 anni per partecipare alla sua quinta Olimpiade a Barcellona ’92, dove conclude decimo (quarto nella Finale B), mentre a bissare l’oro di Seul è ancora Lange, il quale nel frattempo si era anche aggiudicato i titoli iridati alle rassegne di Bled ’89 e Vienna ’91, oltre ad aver colto l’argento nel “due di coppia” assieme a Stefan Ullrich ai Mondiali ’90 svoltisi sul Lago Barrington, in Tasmania.

Con Lange ad aver raccolto l’eredità dei suoi due grandi predecessori, dimostrandosi all’altezza del compito, si conclude la cronaca di una splendida rivalità tra due canottieri che nei rispettivi Paesi hanno rappresentato una meritata sorta di “Eroi sportivi”, tanto che Kolbe è stato inserito – nel 2016, quinto canottiere a ricevere un tale onore, dopo Karl Adam, Georg von Opel e Gustav Schafer nel 2008 ed Hans Lenk nel 2016 – nella “Hall of Fame” dello Sport tedesco, mentre Karppinen svolge funzioni di tecnico della Nazionale finlandese, avendo tra gli altri il figlio Juho come proprio allievo.

Certo, però, che per Kolbe digerire quei tre secondi posti ai Giochi deve essere stato proprio difficile …

 

LA VOLATA A SORPRESA DI JOSEPH GROUSSARD ALLA MILANO-SANREMO 1963

GROUSSARD.jpg
La volata di Groussard – da alinou-is-grumpy.skyrock.com

articolo di Nicola Pucci

Joseph Groussard non è certo stato un mammasantissima del ciclismo. Assolutamente no, ma ha un paio di perle in carriera che già bastano ad inserirlo, di diritto, tra i corridori che non possono certo affermare di aver sbagliato mestiere.

In effetti il francese, classe 1934 e che esercitò l’attività di professionista dal 1954 al 1967, si mise particolarmente in luce nelle nove partecipazioni al Tour de France, che se chiuse non meglio che 25esimo nel 1958, perché era un buon passista con eccellenti doti in volata ma soffriva quando la strada si impennava, nel 1959 si tolse l’enorme soddisfazione di trionfare sul prestigioso traguardo finale degli Champs Elysees, indossando poi l’anno dopo la maglia gialla per un giorno, a Dieppe, quando si infilò nella fuga giusta che regalò il successo a Nino Defilippis.

Fu un onore senza precedenti, e senza un seguito, perché poi Groussard, nel 1965, chiuse la Grande Boucle quale poco confortante lanterne rouge, ovvero ultimo dei partecipanti, in 96esima posizione. E se colse qualche altra affermazione come la Parigi-Camambert del 1957 e del 1960, il Midi-Libre del 1961 e il Criterium International e la Quattro Giorni di Dunkerque del 1962 certificando, soprattutto in patria, di essere corridore di buona levatura, fu gran protagonista sulle strade della Parigi-Nizza del 1961 quando vinse la tappa di St.Etienne, tenne la maglia di leader della classifica generale per due giorni e risultò infine il principale avversario di Jacques Anquetil, terminando secondo con un ritardo di 1’59”.

Ma le doti di passista-veloce erano, per Groussard, il lasciapassare per potersi illustrare, soprattutto, nelle classiche di un giorno, e se nel 1957 colse un promettente nono posto alla Parigi-Roubaix, l’anno dopo fu decimo nella volata di gruppo alla Milano-Sanremo che vide la vittoria di Rick Van Looy su Miguel Poblet e André Darrigade, iniziando quel corteggiamento alla Classicissima di Primavera che di lì a qualche anno, passando per un 12esimo posto nel 1961, lo avrebbe infine reso celebre.

Il 19 marzo 1963 va infatti in scena l’edizione numero 54 della Milano-Sanremo, che respinge gli italiani da ormai dieci anni, da quando cioè, nel 1953, Loretto Petrucci firmò la doppietta in Via Roma. Ed anche stavolta la lista dei pretendenti di lusso alla vittoria, tra i 200 partenti dal capoluogo lombardo, è ricca di campioni. Van Looy, re appunto nel 1958, è il favorito d’obbligo, al pari di quel Raymond Poulidor che nel 1961 anticipò “l’imperatore di Herentals“. E’ assente Emile Daems, l’ultimo vincitore che ha puntato il mirino sulla Parigi-Roubaix, ma dalle Fiandre, così come dalla Francia, scendono in Riviera tutta una serie di ciclisti particolarmente adatti alla corsa italiana. E per gli azzurri, in primis Vittorio Adorni, l’impegno si annuncia particolarmente severo.

Pronti, via, e dopo 11 chilometri allunga Franco Balmamion, che altri non è che il vincitore dell’ultimo Giro d’Italia, seguito a ruota da Denson, Willy Schroeders, che vanta un quarto posto a Sanremo nel 1962 e Tom Simpson, trionfatore al Giro delle Fiandre del 1961. Insomma, fin dai primi chilometri la corsa entra nel vivo e a provarci sono già corridori di prima fascia. Nei pressi del Turchino i tre battistrada sono raggiunti da un gruppetto di una ventina di corridori tra i quali il campione d’Italia Nino Defilippis, proprio Adorni, quel Gastone Nencini che ha in bacheca la vittoria al Giro d’Italia del 1957 e al Tour de France del 1960 e vorrebbe tanto aggiungere una classica di prestigio, il tedesco Rolf Wolfshohl, iridato di ciclocross, e due francesi, Jean Graczyk che fu già secondo a Sanremo nel 1960, e Joseph Groussard, l’ospite un po’ a sorpresa del plotone in avanguardia. In vetta passa per primo Giorgio Zancanaro, il gruppone accusa già un ritardo di 7’50” che sale a 8’28” al rifornimento di Savona, a 9’24” all’altezza di Pietra Ligure, a 10’33” ad Alassio, uscendo praticamente dai giochi per la vittoria finale.

Si entra nella zona dei Capi, e se sul Mele le acque sono ancora quiete, Adorni ci prova sul Cervo e poi sul Berta, quando è raggiunto da Wolfshohl, dallo stesso Groussard, e da Balmamion, Schroeders e Bocklant. I sei battistrada si giocano tutto sul Poggio, dove il primo ad attaccare è Wolfshohl, seguito da Groussard e Schroeders, che in discesa si stacca per una sbandata in curva. Si giunge così a Sanremo, e al culmine di 288 chilometri percorsi in quasi sette ore di battaglia, a decidere il vincitore sarà una volata a due: Wolfshohl parte ai 250 metri, ma Groussard rimonta, affiancando il rivale e tagliando la linea del traguardo praticamente appaiati. Per stabilire il vincitore sono necessari parecchi minuti, finché il verdetto del fotofinish dà ragione a Groussard. Per la sesta volta nelle ultime sette edizioni, non ci sono italiani sul podio: il primo è infatti Adorni, quinto a 53″, ma quel che rimane, di un’edizione lottata fin dal via, è il nome del vincitore. Joseph Groussard, che non sarà un campionissimo, ma che con una Milano-Sanremo in saccoccia può proprio dire di aver realizzato i suoi sogni.

IL SOGNO INFRANTO DEL TWENTE ENSCHEDE NELLA COPPA UEFA 1974-’75

gettyimages-551021841-1024x1024
Una fase della Finale di ritorno – Twente-Borussia Monchengladbach – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Calcio olandese, a livello internazionale, nasce con l’apparizione del suo “Profeta”, vale a dire Johan Cruijff, che debutta nell’Ajax appena 17enne il 15 novembre ’64, stagione che dà inizio al decennio di dominio assoluto delle due “Grandi”, i “Lancieri” di Amsterdam, appunto, e gli acerrimi rivali del Feyenoord Rotterdam, che in detto periodo si spartiscono i relativi titoli della “Eredivisie”, 6 per i primi e 4 per i secondi, in attesa che, da metà anni ’70 in avanti, faccia la sua comparsa ai vertici anche il “Club delle lampadine”, ovverossia il PSV (acronimo che sta per “Philips Sport Vereniging”) Eindhoven …

E, contemporaneamente con l’esordio di Cruijff, cresce anche il livello delle formazioni olandesi nelle Coppe Europee, che, fino a tale epoca, avevano visto il Feyenoord ottenere il miglior risultato con la semifinale di Coppa dei Campioni raggiunta nel 1963, solo per essere eliminato (0-0. 1-3) dal Benfica di Eusebio, detentore del titolo.

Tocca invece all’Ajax di Cruijff – già con alcuni dei suoi più importanti campioni in rosa, da Suurbier ad Hulshoff, da Swart a Keizer – l’onore di essere la prima squadra batava a disputare la Finale di una grande Manifestazione Continentale, raggiungendo nel 1969 l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni solo per subire la maggiore esperienza del Milan di un altro “Gianni”, vale a dire Rivera, che si impone per 4-1, con il Capitano a ricevere, a fine anno, il prestigioso trofeo del “Pallone d’Oro”.

Il successo rossonero pone, di fatto, fine al periodo di dominio del Calcio latino – 6 successi del Real Madrid, 2 a testa per Benfica, Inter e Milan nelle prime 14 edizioni della Coppa dei Campioni – per lasciare spazio a quello anglosassone, dovendosi attendere 15 lunghi anni ed una tragedia (quella dell’Heysel nel 1985) affinché un’altra esponente di detta corrente, nel caso specifico la Juventus, torni ad alzare il trofeo …

Ed, ad inaugurare questo “periodo di vacche magre” per il Calcio mediterraneo sono proprio i due citati Club olandesi, con il Feyenoord ad “anticipare” l’Ajax facendo sua l’edizione 1970 (2-1 in Finale ai supplementari contro il Celtic Glasgow a San Siro …), prima che tocchi a Cruijff condurre per tre anni consecutivi i suoi compagni sul tetto d’Europa, con Inter ed Juventus sconfitte all’ultimo stadio, nel 1972 e ’73, rispettivamente.

E, come sempre accade in questi casi, i successi di alcuni Club portano ad una crescita globale del movimento calcistico nel suo insieme – che troverà poi la sua massima espressione nella “Arancia meccanica”, ovvero la Nazionale olandese finalista a due edizioni consecutive dei Mondiali, Germania ’74 ed Argentina ’78 – così che, ad inizio anni ’70, vive uno dei periodi migliori della propria storia il Twente, Società della città di Enschede, posta al confine orientale con la Germania.

Quasi come un segno del destino, il Twente nasce ad inizio luglio 1965 dalla fusione tra lo Sportclub Enschede – vincitore del titolo nel 1926, mentre, dalla nascita del Campionato a Girone Unico (la “Eredivisie”) nel 1954, conta un secondo posto nel 1958 e due terzi posti nel 1957 e ’64 – e gli Enschedese Boys, proprio allorché il Calcio del proprio Paese sta avviando il processo di rapida crescita, cogliendo sin dai primi anni significativi piazzamenti a ridosso delle grandi, terzo nel 1969, quarto nel 1970, quinto nel ’71 ed ancora terzo nel 1972 e ’73, che le consentono di affacciarsi nel panorama europeo.

Non molto fortunato all’esordio – eliminato al primo turno di Coppa delle Fiere ’70 (0-2, 1-0) dai francesi del Rouen – il Twente si fa, al contrario, valere nell’edizione successiva, allorché raggiunge i Quarti di finale e mette in seria difficoltà la Juventus che, dopo essersi imposta per 2-0 (reti di Haller e Novellini) all’andata, subisce identico passivo (Pahlplatz all’11 e Drost al 49’) al ritorno ad un “Diekman Stadion” gremito sino al massimo (ed anche oltre …) della capienza da quasi 23mila spettatori, prima che una doppietta in 2’ di Anastasi nei supplementari ne sancisse il passaggio del turno.

Tornato a calcare i terreni di gioco europei nell’edizione ’73 della ridenominata Coppa Uefa, il Twente migliora il proprio cammino raggiungendo stavolta il traguardo delle semifinali – dopo aver eliminato, una dopo l’altra, Dinamo Tibilisi, Frem Copenaghen, Las Palmas ed OFK Belgrado, che aveva, a propria volta estromesso dalla Manifestazione il Feyenoord al secondo turno – per affrontare i fortissimi tedeschi occidentali del Borussia Monchengladbach, i quali si impongono sia nell’andata tra le mura amiche (3-0 con doppietta di Jupp Heynckes ed acuto del danese Henning Jensen) che al ritorno, violando per 2-1 il campo avversario.

Tenete bene a mente il nome di queste due formazioni (Juventus e Borussia Monchengladbach) perché tra non molto torneranno ad essere protagoniste del nostro racconto, non senza soffermarci prima sul cercare di capire a cosa si debbano questi eccellenti risultati.

gettyimages-451322037-612x612
Kees Rijvers – da:gettyimages.it

Come sempre, la base di tutto è il manico, che nella fattispecie ha il nome di Kees Rijvers – ex centrocampista con un’importante esperienza all’estero nelle file dei francesi del Saint-Etienne (un titolo nel ’57 ed una Coupe de France nel ’62 per lui …) e 33 presenze, con 10 reti all’attivo, nella Nazionale olandese tra il 1946 ed il ’60 – che assume la guida della squadra nel 1966 mantenendola sino al ’72, per poi andare a far grande il PSV Eindhoven.

Il suo posto viene rilevato dal lussemburghese di nascita, ma oramai olandese d’adozione Antoine “Spitz” Kohn, ex attaccante che deve il soprannome al suo “killer instinct” in area di rigore, caratteristica che gli consente di realizzare 147 reti in sole gare di Campionato per una carriera conclusa proprio nelle file del Twente, ma è evidente che per ottenere successi di prestigio occorrono anche giocatori di livello.

E questi, il Twente li ha, eccome, a partire dal portiere Piet Schrijvers – acquistato da DWS Amsterdam nell’estate ’67 e che proprio ad Enschede ha modo di conquistare il posto in Nazionale, i cui colori indosserà in 46 occasioni – per poi contare su due difensori di insubbia affidabilità quali Kees van Ierssel ed Epi Drost ed attaccanti di buon livello quali Theo Pahlplatz ed il prodotto locale Jan Jeuring, ma è indubbio che il “fiore all’occhiello” della compagine di Kohn è costituito dai gemelli René e Willy van de Kerkhof, da tre anni in forza al Club provenienti da Helmond, centrocampisti offensivi di livello internazionale.

Ma si sa anche che, quando una Società di medio (e possibilità economiche …) livello si mette in evidenza, i suoi “gioielli” vanno a finire nel mirino dei Club più potenti finanziariamente, ed ecco che l’ex tecnico Rijvers, dopo aver concluso in un’anonima sesta posizione la sua prima stagione al PSV, convince i due gemelli van de Kerkhof a trasferirsi ad Eindhoven, mettendo le basi dei futuri successi che portano la Società della Philips ad aggiudicarsi tre titoli della Eredivisie nel successivo quinquennio.

download.jpg
I gemelli van de Kerkhof alla firma del contratto con il PSV – da:ad.nl

Si potrebbe pensare che la perdita dei gemelli possa rappresentare un danno incalcolabile per il Twente, ed invece, per quelle favole che solo il Calcio riesce a raccontare, avviene l’esatto contrario, ovverossia che, con l’innesto a centrocampo di Frans Thijssen, proveniente dal NEC Nijmegen e la crescita nel settore di René Notten, la formazione di Kohn disputi il miglior Campionato della sua giovane storia, grazie anche all’innesto in attacco del 25enne Johan Zuidema, al suo debutto in Eredivisie, reduce dall’essersi aggiudicato il titolo di Capocannoniere della “Eerste Divisie” (la nostra Serie B …) l’anno precedente con 25 reti all’attivo

In una stagione, quella del 1973-’74, che fa registrare la clamorosa eliminazione dei tre volte vincitori della Coppa dei Campioni dell’Ajax – peraltro orfani della loro stella Johan Cruijff, andato a raggiungere il suo “maestro” Rinus Michels al Barcellona per riconquistare la Liga che al Club azulgrana mancava da ben 14 anni – sconfitti al secondo turno dai bulgari del CSKA Sofia, a tornare in auge sono i rivali del Feyenoord, i quali ottengono il loro secondo trionfo europeo, affermandosi in Coppa Uefa avendo la meglio nella doppia Finale sugli inglesi del Tottenham, 2-2 al White Hart Lane e 2-0 al ritorno, disputatosi il 29 maggio ’74, grazie alle reti di Wim Rijnsbergen in chiusura di primo tempo e raddoppio di Peter Ressel a 5’ dal fischio finale.

Una Finale di Coppa (cui aveva partecipato anche il Twente, eliminato al terzo turno dagli inglesi dell’Ipswich Town …) alla quale lo squadrone di Rotterdam giunge dopo essersi aggiudicato l’11esimo titolo della sua storia, in una Eredivisie dove, nella sfida tra le tre grandi – l’Ajax giunge terzo con 51 punti ed il PSV migliora il piazzamento dell’anno precedente, quarto a quota 49, ma aggiudicandosi la sua seconda KNVB-Beker superando 6-0 in Finale il NAC Breda – si inserisce di prepotenza la formazione guidata da “Spitz” Kohn che, a due giornate dal termine del Torneo, si trova alla pari con il Feyenoord, 54 punti a testa, pur vantando una peggior differenza reti (+42 rispetto al +68 dei rivali) discriminante in caso di arrivo a parità di punti.

Decisivo diviene, pertanto, lo scontro diretto in programma il 5 maggio ’74 davanti ai 65mila spettatori che rappresentano il massimo della capienza del “De Kuip” di Rotterdam, gara in cui, per le ragioni sopra citate, il Twente ha un unico risultato a disposizione, ovverossia la vittoria, uscendo viceversa sconfitto a testa alta per 2-3 in un andamento dell’incontro che ha sempre visto la squadra di Wiel Coerver avanti nel punteggio, sino alla definitiva rete di Theo de Jong a meno di 20’ dal termine.

E’ quella, del Feyenoord, una formazione che si fonda sulla forza dei “tre Wim” (Rijsbergen, Jansen e van Hanegem) che poi andranno a far parte dell’undici titolare della Nazionale arancione che Michels conduce sino alla Finale per il titolo mondiale a due mesi di distanza solo per subire un’amara sconfitta per 1-2 all’Olympiastadion di Monaco di Baviera di fronte ai padroni di casa tedeschi, ma sia l’esito della rassegna iridata che l’ottima stagione disputata a livello di Coppe Continentali, conforta circa una prosecuzione di questo trend nella successiva stagione di Manifestazioni internazionali.

Con l’Olanda rappresentata dal Feyenoord in Coppa dei Campioni, PSV Eindhoven in Coppa delle Coppe e da Ajax, Twente ed Fc Amsterdam (Club costituitosi nel 1972 dalla fusione tra DWS e Blau-Wit) in Coppa Uefa, i primi ad alzare bandiera bianca sono proprio i vincitori della Eredivisie, verso i quali non hanno pietà gli ex “nemici” dell’Ajax Johan Cruijff e Johan Neeskens (con quest’ultimo ad aver raggiunto il compagno a fine Mondiali …) che, con il loro Barcellona, travolgono al secondo turno il Club di Rotterdam al “Camp Nou” per 3-0 (tripletta di Rexach …), dopo lo 0-0 in Olanda all’andata.

Non molto migliore il cammino dell’Ajax in Coppa Uefa, estromesso dalla competizione al terzo turno dalla Juventus per effetto del valore delle reti segnate in trasferta – con protagonista “flipper” Damiani che, dopo aver deciso con una sua rete il match di andata, sigla a metà ripresa il punto del momentaneo pareggio al ritorno che rende vano il definitivo 2-1 di Gerrie Muhren ad 1’ dal termine – nel mentre raggiunge i Quarti di finale l’Fc Amsterdam (dopo aver clamorosamente eliminato l’Inter, 2-1 a San Siro, doppietta di Nico Jansen e 0-0 in casa), che nulla può rispetto alla corazzata Colonia, che si impone con un netto 5-1 in Renania, replicato con il successo esterno per 3-2.

A portare avanti il buon nome del Calcio olandese, restano dunque il PSV Eindhoven in Coppa delle Coppe ed il Twente in Coppa Uefa, ed il primo, dopo poco più che due allenamenti contro i nordirlandesi dell’Ards (10-0, 4-1) ed i polacchi del Gwardia Varsavia (5-1, 3-0), compie l’impresa di eliminare il Benfica, andando ad espugnare lo “Estadio da Luz” di Lisbona per 2-1 (reti di Willy van de Kerkhof e Willy van der Kuylen) dopo lo 0-0 dell’andata, caratterizzato dal curioso particolare che la gara sia stata interrotta per oltre 20’ minuti allorché, ad 8’ dal termine, si era verificato un “blackout” elettrico, circostanza, capirete, quanto mai imbarazzante visto che si giocava sul terreno di gioco del Club della Philips …

Ma non vi è nulla da fare per il PSV, opposto in semifinale ai futuri vincitori del Trofeo, vale a dire la Dinamo Kiev trascinata dalla stella Oleg Blokhin, che chiude il discorso già all’andata in Ucraina con un 3-0 che rende vano il tentativo di rimonta al ritorno, utile solo a salvare l’onore grazie alla doppietta dello svedese Ralf Edstroem per l’ininfluente 2-1 che schiude alla Dinamo le porte delle Finale.

E così, un’Olanda che da un quinquennio vede un suo Club trionfare in Europa – Feyenoord ’70, Ajax ’71, ’72 e ’73 in Coppa dei Campioni ed ancora Feyenoord in Coppa Uefa ’74 – è costretta a sperare nel “miracolo” del Twente, se vuole proseguire nella tradizione vincente.

Una formazione che, nell’estate ’74, si è vista sfuggire anche l’esperto estremo difensore Scrijvers, attirato dalle sirene dell’Ajax (con cui si aggiudicherà 5 titoli della Eredivisie …), sostituito dal portiere tedesco Volkmar Gross, rientrato in Europa dopo un’esperienza in Sudafrica con l’Hellenic di Città del Capo, rinforzando peraltro il settore difensivo con l’acquisto di Niels Overweg, proveniente dal Go Ahead Eagles Deventer ed inserendo, nel corso della stagione, una fondamentale pedina a centrocampo con l’innesto del 23enne Arnold Muhren, prelevato dall’Ajax.

Con la speranza che, in attacco, Zuidema confermi la buona precedente stagione (al suo conto 13 reti quale “top scorer” del Club …), l’undici del confermatissimo Antoine Kohn (resterà alla guida sino al 1979 …) inizia il suo percorso in Europa per quella che passa alla storia come “la Coppa delle rivincite”, a cominciare sin dal primo turno, che lo vede abbinato agli inglesi dell’Ipswich che li avevano eliminati l’anno prima.

In un periodo, come ricordato all’inizio, dove il calcio anglosassone ha il netto sopravvento nel Vecchio Continente – con la differenza che la Germania trionfa anche a livello di Nazionale, mentre le rappresentanti di Albione fanno solo incetta di Coppe europee – risulta determinante la rete di Theo Pahlpaltz messa a segno a 7’ dal termine dell’andata a “Portman Road” che fissa il punteggio sul 2-2, così che l’1-1 del ritorno (deciso nel primo quarto d’ora dal vantaggio di Jaap Bos, annullato dal punto del pari di Bryan Hamilton) è sufficiente per il passaggio del turno in forza del maggior numero di reti segnate in trasferta.

Superata un’avversaria indubbiamente ostica, il sorteggio del secondo turno stabilisce il sempre affascinante derby belga-olandese con il Twente abbinato al RWD Molenbeek, venendo a capo del match casalingo, dopo un “botta e risposta” tra Frans Thijssen ed Eddy Koens prima della mezz’ora, solo grazie ad un rigore trasformato al 90’ dal centrocampista Kick van del Vall – figura leggendaria del Club, con oltre 350 presenze all’attivo – per poi toccare a Zuidema mettere a segno l’unica rete che decide la gara di ritorno.

Il terzo turno (od Ottavi di finale che dir si voglia …), che, come ricordato, vede l’eliminazione dell’Ajax da parte della Juventus, si svolge a cavallo tra fine novembre ed inizio dicembre ’74, e l’eventuale superamento permette di accedere alla fase primaverile della competizione, circostanza che sembra molto a rischio per il Twente, dopo l’1-3 rimediato all’andata a Praga contro il Dukla, rischiando un tracollo di dimensioni enormi allorché si ritrova sotto per 0-3 all’intervallo, prima che una rete di Notten al 52’ lasci qualche fondata speranza per il ritorno.

Quella di mercoledì 11 dicembre ’74 al “Diekman Stadion” è una di quelle notti che rimpiangeranno a lungo i pochi fiduciosi che se ne restano a casa, visto che sono in meno di 10mila gli spettatori che assistono al “massacro” dei cechi – tra le cui file, giova ricordare, militano il portiere Ivo Viktor e l’attaccante Zdenek Nehoda che, l’anno seguente, saranno Campioni d’Europa con la loro Nazionale – con il risultato capovolto già con il 2-0 con cui le due squadre vanno al riposo per poi assumere contorni ben più netti con il 5-0 conclusivo che porta la firma di uno scatenato Zuidema (in rete al 33’, 71’ ed 81’), cui fa buona compagnia Notten, a segno al 43’ ed al 73’ per la sua personale doppietta.

Con sole 8 squadre rimaste in lizza, la parte del leone la fanno le tedesche, con ancora tre rappresentanti a contendersi il Trofeo, ovverossia il Colonia, sorteggiato con l’altra olandese Fc Amsterdam (e di cui, come già riferito, fa un sol boccone …), il Borussia Monchengladbach, che elimina (1-0 e 3-1) il Banik Ostrava, e l’Amburgo, che trova viceversa la sua strada sbarrata dalla Juventus, che si impone per 2-0 a Torino e difende il vantaggio con lo 0-0 del ritorno al “Volksparkstadion”.

Resta dunque, il Twente, verso il quale l’urna appare benevola avendolo abbinato agli jugoslavi del Velez Mostar, compagine di pressoché nulla esperienza internazionale, ma andare a giocare nei campi delle formazioni dell’Est Europa non è mai semplice all’epoca, e lo 0-1 maturato all’andata (rete di Marjan Kvesic a metà ripresa …) è tutto tranne che rassicurante in vista del ritorno.

Ed, infatti, dopo che il “solito” Zuidema rimette le sorti della doppia sfida in parità con la rete del vantaggio in chiusura della prima frazione di gioco, la ripresa si gioca sul filo dei nervi – una rete dei bosniaci significherebbe quasi certa eliminazione – sino a che, ancora una volta, giunge l’ultimo giro di lancetta a favorire la squadra di Kohn, con stavolta ad essere Overweg a vestire i panni del “giustiziere” per la gioia degli stavolta 21mila tifosi presenti sugli spalti.

A questo punto, siamo onesti, il Twente al sorteggio delle semifinali rappresenta il classico “vaso di coccio tra tre vasi di ferro”, visto che, bene o male, dovrà vedersela con una tra Juventus, Colonia e Borissia Monchengladbach, con quest’ultime ad essere abbinate per un quanto mai emozionante “derby tedesco”, mentre agli olandesi toccano, logicamente, in sorte i bianconeri.

Se vi ricordate dell’occhiello di qualche paragrafo precedente, avevamo pregato di tenere a mente i nomi della Juventus e del Borussia Monchengladbach, ovverossia le formazioni che avevano eliminato il Twente nelle sue partecipazioni del 1971 e ’73 – con l’Ipswich, “reo” di analoga impresa nel ’74, i conti erano già stati regolati al primo turno – ma, in tutta franchezza, appare quanto mai difficile, compiere analoga “vendetta” contro una squadra come quella bianconera che annovera fra le sue file Campioni di indiscusso valore quali Zoff, Scirea, Causio, Anastasi e Bettega, solo per citare i più rappresentativi,

Oltretutto, si tratta di una Juventus alla disperata ricerca del suo primo successo a livello internazionale e reduce da due amare delusioni nelle precedenti stagioni – sconfitta solo per la norma dei goal in trasferta (2-2 ed 1-1) nell’ultima Finale di Coppa delle Fiere ’71 ed arresasi per 0-1 all’Ajax nella Finale di Coppa dei Campioni ’73 a Belgrado – ed il pronostico pende decisamente a favore del Club di Piazza Crimea.

E, mentre “la sfida in famiglia” in casa tedesca ha poca storia – con il Borusssia a prenotare la Finale sin dal match di andata in trasferta (3-1 con doppietta di Allan Simonsen) per poi chiudere definitivamente i conti con l’1-0 del ritorno – sono comunque in 22mila a credere nell’impresa allorché il 9 aprile 1975 alle ore 20:00 il Direttore di gara francese René Vigliani dà il fischio d’inizio al “Diekman Stadion”.

Gara che si mette subito bene per i padroni di casa grazie alla rete del vantaggio messa a segno da Jeuring al 20’, il quale approfitta di una difettosa respinta di Zoff, anche se in parte mitigata dall’infortunio che, appena 2’ dopo, vede Arnold Muhren costretto a lasciare il campo a favore di Bos, con le due squadre che vanno al riposo sul punteggio di 1-0 …

twente-juventus-75-wp
La rete di Jeuring in Twente-Juventus 3-1 – da:storiedicalcio.altervista.org

Nell’intervallo, il tecnico bianconero Carlo Parola si gioca entrambe le sue carte, inserendo Cuccureddu al posto di Capello per dare una maggiore forza interdittiva al reparto di centrocampo – in effetti aver schierato contemporaneamente Causio, Capello, Anastasi, Viola e Bettega vede una Juventus un tantino sbilanciata – per poi affidarsi al “talismano” José Altafini, che a dispetto delle quasi 37 primavere tante volte aveva salvato la baracca bianconera, inserito in luogo di Bettega.

Ma Kohn può contare sulla “Stagione di grazia” di Zuidema (il quale, in Campionato, replica lo stesso bottino di 13 reti dell’anno precedente …), che allo scoccare dell’ora di gioco, raccoglie una corta respinta della difesa bianconera per trafiggere Zoff con una conclusione di destro nell’angolo basso alla destra dell’estremo difensore friulano.

Con il Twente sospinto dai propri tifosi alla ricerca del terzo goal, un errato disimpegno a centrocampo fa sì che Altafini si involi verso la porta avversaria per realizzare la rete dell’1-2 che alimenta le speranze di rimonta al ritorno, che restano tutto sommato intatte nonostante che ancora Zuidema, a 7’ dal termine sigli il punto del definitivo 3-1 per la sua personale doppietta.

Impresa difficile, ma non certo impossibile, quella che attende la Juventus a due settimane di distanza al “Comunale” di Torino, se non fosse che, dopo appena 10’ di gioco, un’azione personale ed insistita ancora di Zuidema, fa sì che l’attaccante olandese (al suo nono centro nella Manifestazione …) geli gli oltre 45mila spettatori presenti e sancisca, da una parte, una nuova, cocente delusione a livello internazionale, e, dall’altra, una seconda gustosa rivincita …

70-juventus-fct-1
Una fase della gara di ritorno a Torino – da:wikipedia.org

Per completare l’opera – non è a nostra conoscenza se anche in Olanda viga il proverbio “non c’è due senza tre” – occorre peraltro una sorta di ”miracolo sportivo” contro la corazzata tedesca che, tanto per rendere l’idea, si presenta al doppio appuntamento conclusivo avendo sinora realizzato, nelle 10 gare disputate, un “qualcosa” come 27 reti (media 2,7 a partita) contro appena 8 subite ed uno “score” di 9 vittorie ed una sola sconfitta (l’1-2 all’esordio ad Innsbruck contro il Wacker, ampiamente riscattato con il 3-0 del ritorno.

In una sorta, pertanto, di quanto mai squilibrato “Davide contro Golia” – ed in cui, sfida nella sfida, vi è anche quella per il trono del Capocannoniere del Torneo, visto che, al momento, Zuidema vanta 9 reti al pari di Nico Jansen dell’Fc Amsterdam, nel mentre i “gemelli del goal” avversari, vale a dire Heynckes e Simonsen seguono con 8 centri ciascuno – le due squadre scendono in campo per la gara di andata il 7 maggio 1975 alle ore 20:00 al “Rheinstadion” di Dusseldorf, dove il Borussia è solito disputare le gare più importanti, stante la ridotta capienza del “Bokelberg”, dove scende in campo per gli incontri di Bundesliga.

Ed invece, a conferma di quanto il calcio sia in grado di sfuggire anche ai pronostici più scontati, contro ogni previsione il “super attacco” de “Die Fohlen” (“I Puledri”) resta per la prima volta a secco nel corso del Torneo, con gli attacchi continui, ma disordinati ad infrangersi contro il muro difensivo opposto dagli olandesi, per uno 0-0 conclusivo che non serve altro che ad alimentare ulteriormente le speranze di veder realizzato un sogno a cui neppure il più ottimista dei tifosi poteva credere …

Pur avendo ottenuto “il peggiore dei migliori risultati” – ciò in quanto un pareggio con reti al ritorno assegnerebbe la Coppa ai tedeschi – sono i consueti 22mila a darsi appuntamento quindici giorni dopo al “Diekman Stadion”, in un insolito orario pomeridiano delle ore 18:00,  per incitare i propri beniamini a compiere un’impresa che resterebbe memorabile nella storia del Club, ma purtroppo il risveglio dal sogno alla realtà è sin troppo veloce e brusco …

Non sono difatti trascorsi ancora 10’ dal fischio d’inizio dell’arbitro austriaco Schiller che Simonsen ed Heynckes hanno già perforato per due volte la porta difesa da Gross, con il primo a scagliare all’incrocio un bolide dal limite dopo appena 3’ di gioco ed il secondo a raccogliere al 9’ un invitante lancio in profondità di Jensen, complice un’indecisione dei difensori, e superare l’estremo difensore avversario in disperata uscita.

borussia-uefa-74-75-wp1
Heynckes esulta dopo la rete del 2-0 – da:storiedicalcio.altervista.org

Con una montagna da scalare ed il morale sotto i tacchi, l’undici di Kohn è incapace di reagire e, dopo essere andato al riposo sullo 0-2, crolla definitivamente ad inizio ripresa, con ancora Heynckes protagonista nel siglare la sua personale tripletta – che lo laurea altresì Capocannoniere della Manifestazione con 11 reti all’attivo – dapprima con una gran conclusione di destro all’incrocio al 50’ e quindi raccogliendo di testa, a centro area, un invitante cross dalla sinistra quando scocca l’ora di gioco.

I restanti 30’ sono poco più che accademia, ed ai soli fini statistici si registra la rete della bandiera messa a segno dal Capitano Epi Drost con una potente conclusione dalla lunga distanza che sorprende Kleff, prima che, a 3’ dal termine, il punteggio assuma i suoi connotati definitivi con il calcio di rigore trasformato da Simonsen e decretato per un fallo subito da Jensen, lanciato a rete da Heynckes.

VIG-4300812 - © - Werner Otto
Il rigore del definitivo 5-1 trasformato da Simonsen – da:agetotostock.com

Si conclude così, con un mortificante 1-5, l’avventura europea di un Twente che comunque ha scritto una bella pagina di storia e che, a distanza di due anni, conquisterà il primo trofeo sotto forma della KNVB-Beker superando 3-0 in Finale il PEC Zwolle, curiosamente proprio nella stagione in cui la Juventus ottiene finalmente il suo primo trionfo a livello internazionale aggiudicandosi la Coppa Uefa ’77 a spese dei baschi dell’Athletic Bilbao …

Ed il Brorussia …?? Raggiunge anch’esso l’atto conclusivo, del più prestigioso Torneo Continentale, vale a dire la Coppa dei Campioni, solo per vedersi però sconfiggere 1-3 dal Liverpool allo Stadio Olimpico di Roma al termine di una delle più belle e combattute Finali della Storia della Manifestazione …

Così va il Mondo, oggi a me, domani a te …

 

GENE FULLMER, IL MORMONE CHE DIVENTO’ CAMPIONE DEL MONDO DEI PESI MEDI

fullmer_vs_fernandez-530x317.jpg
Gene Fullmer contro Florentino Fernandez – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Non so bene quanti mormoni abbiano effettivamente eccelso in campo sportivo, quel che è certo è che Gene Fullmer non solo fu peso medio tra i più forti di sempre, ma pure ebbe l’onore di fregiarsi del titolo di campione del mondo. E questo a dispetto della dottrina professata, se è vero che  il ragazzo nato a West Jordan il 21 luglio 1931, fu cresciuto come membro della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni.

In effetti Fullmer, che ha tecnica poco ortodossa e pur non essendo un picchiatore nel senso più pure del termine, è veloce ed aggressivo quanto basta per costruirsi una carriera di tutto rispetto, meritandosi l’appellativo di “ciclone“. Diventa professionista nel 1951, appena 20enne, battendo Glen Pack per k.o. alla prima ripresa, ed il suo coraggio sul ring, così come la sua forza, gli permettono di collezionare ben 29 vittorie consecutive, di cui 19 prima del limite.

La strada è tracciata, e se nel corso di quei primi anni di attività Fullmer mette in mostra quelle doti pugilistiche che ne faranno un grande interprete della categoria dei pesi medi, nondimeno la scalata al titolo iridato è complessa perché tra gli avversari da sconfiggere ci sono fuoriclasse del calibro di Sugar Ray Robinson, che è l’indiscusso numero 1, Paul Pender, che Fullmer batte comunque il 14 febbraio 1955 a Brooklyn, e Carmen Basilio, con il quale, come vedremo, nel 1959 Gene darà vita al match dell’anno.

Nel 1953 Fullmer è costretto a saltare l’intera annata complici alcuni problemi fisici, ma solo nel 1955, al trentesimo combattimento, conosce l’onta della prima battuta d’arresto quando Gil Turner ha la meglio per decisione unanime in dieci riprese. Qualche settimana dopo, davanti agli amici di West Jordan, Gene si prende la rivincita, ma se nel corso dell’anno subisce altre due sconfitte con Bobby Boyd e con l’argentino Eduardo Lausse, entrambe al Madison Square Garden di New York ed entrambe ai punti, è la vittoria dell’anno successivo contro il pericoloso francese Charles Humez, un picchiatore di tutto rispetto che è campione europeo della categoria, ad aprirgli la strada verso la chance mondiale.

Il 2 gennaio 1957, nel maestoso scenario del Madison Square Garden, Fullmer infine sale sul ring accarezzando il sogno della cintura iridata dei pesi medi, e suo avversario altri non è che il grande Sugar Ray Robinson, proprio lui, che non solo mette in palio un titolo conquistato a più riprese fin da quell’epica sfida con Jack La Motta del 14 febbraio 1951, ma pure testa la competitività di Fullmer, il nuovo che avanza della categoria. Ed il risultato, infine, premia, a sorpresa ma meritatamente, il ragazzo mormone, che al termine di 15 riprese combattute ed equilibrate batte il grande avversario per decisione unanime, salendo sul tetto del mondo, non prima aver messo al tappeto Robinson, contato nel corso del settimo round.

Come è inevitabile che sia, i due pugili si ritrovano per la rivincita il 1 maggio al Chicago Stadium, ma stavolta Robinson è nel pieno delle sue forze, motivato a confermarsi il peso medio più forte del mondo, ed al quinto round, dopo aver caracollato alle costole del rivale con quel suo magnifico stile da ballerino del ring, sferra il gancio mancino che manda Fullmer al tappeto. Per quello che i critici ritengono il “pugno perfetto” e per la conta risolutiva.

E’ il primo k.o. in carriera per Fullmer, ma il mormone ha tempra da vendere, così come è particolarmente dedito all’allenamento e devoto alla pratica pugilistica grazie ad un modus vivendi sobrio e privo di eccessi come la sua fede impone, e se nel mentre Robinson viene privato a tavolino dalla WBA della corona conquistata nel doppio confronto del 1958 con Carmen Basilio, è proprio con il boxeur di origine italiana, già iridato anche tra i pesi welter, che Fullmer sale sul ring il 28 agosto 1959 al Cow Palace di San Francisco, con in palio il titolo NBA dei pesi medi.

Quello che va in scena è un combattimento epico, tra i più leggendari della categoria, tanto da venir proclamato “Fight of the year” dall’autorevole rivista The Ring. I due sfidanti se le danno di santa ragione, con Fullmer sempre proiettato in avanti come sua abitudine, e Basilio che risponde colpo su colpo, fino al risolutivo k.o.t. dopo 39 secondi della 14esima ripresa che vale a Fullmer la riconquista del titolo mondiale.

Nel frattempo Robinson cede a Pander ma se Paul non incrocerà mai la strada di Fullmer, il campione del mondo difende il titolo affrontando, uno dopo l’altro, Spider Webb (vittoria per decisione unanime il 4 dicembre 1959 a Logan), Joey Giardello (pareggio ai punti a Bozeman il 20 aprile 1960) e nuovamente Basilio (vittoria per k.o.t. alla 12esima ripresa a Salt Lake City il 29 giugno 1960). E all’orizzonte, ancora una volta, si profila la sfida con l’ormai 40enne Robinson, che sente di avere nei guanti l’ultima chance per tornare a cingersi della corona di campione del mondo dei pesi medi.

Il 3 dicembre 1960 i due grandi rivali si danno appuntamento alla Sports Arena di Los Angeles, e quel che ne viene fuori è un incontro equilibrato, eccitante, con i due campioni al meglio della loro forma ed infine Robinson che sembra essersi meritato la preferenza dei giudici. Invece il verdetto, a sorpresa e forse anche contravvenendo quando prodotto sul ring, premia Fullmer con un pareggio che gli consente di difendere il titolo, il che, come logica conseguenza, porta ad una quarta sfida, da disputarsi al Convention Center di Las Vegas.

Il 4 marzo 1961 non c’è proprio storia. Stavolta Fullmer è troppo più aggressivo, atleticamente preparato ed incisivo, e per Robinson non c’è scampo. A chiusura di 15 riprese dominate dal pugile mormone, i tre giudici sanciscono, senza appello, la vittoria di Fullmer, ancora una volta proclamato campione del mondo dei pesi medi, altresì decretando la fine della carriera di Robinson.

Lo sarà ancora, contro due cubani di buon lignaggio, Florentino Fernandez battuto ai punti in 15 riprese e Benny Paret messo al tappeto alla 10ma ripresa, prima di una triade di incontri con il nigeriano Dick Tiger che, lui sì, metterà fine alla carriera di Fullmer.

Il 23 ottobre 1962, al Candlestick Park di San Francisco, i due pugili si affrontano per il titolo WBA, ed infine è proprio Tiger ad avere la meglio ai punti al termine di 15 riprese serrate, detronizzando il campione per decisione unanime dei tre giudici che gli assegnano cartellini da 10-1, 9-5 e 7-5. Il 23 febbraio dell’anno successivo va in scena la rivincita, al Convention Center di Las Vegas, e se per l’occasione solo un controverso verdetto ai punti risolto in parità permette a Tiger di conservare la corona, la terza ed ultima sfida si sposta in terra d’Africa, a casa del detentore del titolo, al Liberty Stadium di Ibadan. Qui il responso del ring vale come sentenza definitiva, e per Fullmer non c’è speranza. Travolto dalla maggior freschezza di Tiger, il mormone si arrende gettando la spugna al settimo round, appendendo di fatto i guantoni al chiodo.

Gene Fullmer chiude una carriera che gli vale l’etichetta di campionissimo. Perché battere Sugar Ray Robinson e cingersi la testa della corona di campione del mondo di una categoria prestigiosa come quella dei pesi medi non è proprio da tutti. Se poi si è pure mormoni… quanti prima e dopo di lui?

WAYNE GRETZKY, IL RE DELL’HOCKEY SU GHIACCIO CON UN “TRADIMENTO” ALLE SPALLE

today_in_replay_20141227_169_xl
Wayne Gretzky con la Stanley Cup – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Provate, così per gioco, ad immaginare solo per un momento a fondere insieme in un unico calciatore gli attuali Messi e Cristiano Ronaldo, al pari di, andando a ritroso nel tempo, Cruijff e van Basten, così come Pelè e Maradona piuttosto che Puskas e Di Stefano.

Ne verrebbe fuori un giocatore devastante, senza eguali nella ultracentenaria Storia del Football, ma, come detto, è solo un innocente gioco che però, incredibile solo a pensarlo, trova la sua concretizzazione in un’altra disciplina e colui che è riuscito in questa impresa altri non è che il giocatore di Hockey su ghiaccio Wayne Gretzky …

Come si potrebbe, altrimenti, definire colui che, in 21 stagioni disputate nella NHL (National Hockey League), la Lega Professionistica americana, è stato in grado di realizzare 894 reti e fornire 1.963 assist per un totale di 2.857 punti – nell’Hockey, giova ricordarlo, le due Classifiche vengono sommate – in 1.487 gare di “regular season” disputate …??

Questo “fenomeno assoluto” – i cui record tuttora risultano ineguagliati – nasce il 26 gennaio 1961 a Brantford, nell’Ontario e sembra come se sua madre lo avesse partorito con il bastone di Hockey in mano, visto che ad appena 10 anni, disputando il Campionato scolastico dell’Ontario con la squadra dei “Brantford Steelers”, Wayne stabilisce un primato mai più neppure lontanamente avvicinato, vale a dire realizzare 378 reti (e fornire 139 assist) in appena 85 gara giocate (!!), dal che si più facilmente intuire come non si possa considerarlo diversamente che un “predestinato” …

rare_photos_01.jpg
Wayne Gretzky da “bambino prodigio” – da:acidcow.com

Chiaramente, le sue incredibili prestazioni da adolescente fanno presto a varcare i confini statali, ed ecco che a Gretzky si interessano – dopo aver disputato i Tornei juniores con i Toronto Nationals, Seneca Nationals, Peterborough Peters ed i Sault Ste. Marie Greyhounds, ed aver, con quest’ultima, segnato 86 reti e distribuito ben 137 assist in 64 incontri disputati nel 1977 – gli Indianapolis Racers, con cui, appena 17enne, firma il suo primo contratto da Professionista per la cifra di 875mila dollari per quattro anni.

Ma la squadra della Capitale dell’Indiana non è in grado di far fronte finanziariamente all’impegno assunto, trovandosi ben presto in difficoltà economiche, e sulla giovane promessa si precipita Peter Pocklington, proprietario degli Edmonton Oilers, il quale si gioca gran parte della sua reputazione (nonché del proprio portafoglio …) facendo sottoscrivere al non ancora maggiorenne Gretzky un contratto decennale con opzione per i successivi 10 anni.

Come tipico nello Sport Professionistico americano, anche la relativa firma diviene un evento mediatico, venendo apposta nell’impianto di gioco del “Northlands Coliseum” davanti a 15mila spettatori, ma quel che più colpisce è l’importo in calce al contratto stesso, ovvero 21milioni di dollari (!!) per i prossimi 20 anni, una cifra che, all’epoca, non aveva confronti rispetto a qualsiasi altra disciplina …

wayne-gretzky-800x543
Gretzky esulta dopo un rete nell’anno dell’esordio ad Edmonton – da:realclearlife.com

Un investimento senza alcun dubbio rischioso, ma che si dimostra sin da subito azzeccato allorché nel successivo triennio gli Oilers raggiungono sempre i Playoff, mentre Gretzky, dal canto suo, nel 1982 realizza 92 reti (suo massimo in carriera per singola stagione …) e supera “quota 200” come punti complessivi, con 212 all’attivo, anche se il cammino nella “post season” si ferma al primo turno, clamorosamente sconfitti 2-3 nella serie dai Los Angeles Kings.

Serie, quella con i Kings, caratterizzata da gara-3 passata alla storia come “il Miracolo di Manchester” – la città inglese non c’entra nulla, l’appellativo deriva dal fatto che il “Forum” di Inglewood, a Los Angeles, è situato sul “Manchester Boulevard” – in quanto, con le due avversarie con una vittoria a testa, alla fine del secondo periodo gli Oilers conducono per 5-0 (con due reti di Gretzky …), solo per farsi rimontare sino al 5-5 grazie al punto messo a segno da Steve Bozek a 5” dalla sirena e quindi subire la rete del definitivo sorpasso nel corso del tempo supplementare.

Smaltita la delusione, anche se per Gretzky, a livello personale, giunge il riconoscimento di “Atleta dell’anno” da parte della prestigiosa rivista “Sports Illustrated”, l’assalto alla Stanley Cup è solo rimandato, e l’anno successivo, con una formazione che include anche futuri “Hall of Famers” quali Mark Messier – un’intera carriera ad Edmonton ed attualmente terzo nella “Graduatoria All Time” quanto a punti realizzati – Glenn Anderson ed il finlandese Jari Kurri, nonché il portiere Grant Fuhr ed il difensore Paul Coffey, l’obiettivo è solo sfiorato.

Dopo aver, difatti, conquistato il primo posto nella loro Divisione – con Gretzky a migliorare il suo record di assist stagionali, portandolo da 120 a 125 – gli Edmonton Oilers “spazzano via” senza problema alcuno, sul loro cammino verso il titolo, dapprima i Winnipeg Jets (serie conclusa sul 3-0, con Gretzky ad andare 4 volte a segno nel 6-3 di gara-1), per poi fare altrettanto con i Calgary Flames (4-1, con Gretzky a realizzare un’altra quaterna nel 10-2 di gara-3) e quindi rifilare analoga sorte ai Chicago Black Hawks, sconfitti 4-0 nella Finale di Conference, così da accedere alla loro prima Finale per il titolo nella Storia della NHL.

Campioni in carica, da tre stagioni, sono i New York Islanders, i quali non fanno sconti e conquistano il loro quarto titolo consecutivo con un 4-0 (2-0, 6-3, 5-1 e 4-2 i risultati dei singoli incontri …) che non ammette repliche, serie in cui Gretzky non riesce peraltro mai a trovare la via della rete, uno smacco da riscattare la stagione seguente, in quanto non possono essere sufficienti per il suo smisurato orgoglio i titoli di MVP e di “Top Scorer” della “regular season”.

Titoli, questi ultimi, che Gretzky fa suoi da un triennio e che si aggiudica anche l’anno seguente per poi affrontare, nominato Capitano della squadra, i Playoff dove, dopo una facile eliminazione (3-0) ancora dei Winnipeg Jets, gli Oilers rischiano grosso nella semifinale di Conference contro Calgary, allorché sprecano un vantaggio di 3-1 nella serie rimandando l’accesso alla Finale a gara-7, che si aggiudicano per 7-4.

Scampato il pericolo, non c’è storia contro i Minnesota North Stars, travolti 4-0, per poi rinnovare la sfida contro i detentori dei New York Islanders, in cui assume un ruolo decisivo la prestazione del portiere Grant Fuhr in gara-1, respingendo tutti e 34 i tentativi dei padroni di casa nel successo esterno per 1-0 degli Oliers al “Nassau Coliseum” della metropoli newyorkese, e la successiva netta sconfitta per 1-6 in gara-2 viene ampiamente ammortizzata dalle tre larghe vittorie consecutive (7-2, 7-2 e 5-2) conseguite ad Edmonton – con Gretsky protagonista in queste ultime due, con una doppietta a testa – per festeggiare il primo trionfo del Club canadese nella Stanley Cup.

gettyimages-456705305-1024x1024
Wayne Gretzky con la Stanley Cup ’84 – da:gettyimages.it

Un trionfo che gli Oilers ripetono anche nel 1985 – dopo che Gretzky viene riconosciuto come MVP e Capocannoniere della “regular season” per il quinto anno consecutivo – in cui “The Great One”, come oramai è unanimemente conosciuto, ottiene anche il premio di MVP dei Playoffs, che per Edmonton si traducono in poco più di una passerella contro Los Angeles e Winnipeg (travolte per 3-0 e 4-0 rispettivamente …), per poi incontrare una maggior resistenza nella Finale di Conference contro Chicago in cui, dopo che le due squadre hanno rispettato il fattore campo nei primi cinque incontri, diviene decisiva gara-6 che gli Oliers si aggiudicano con un imbarazzante 8-2 al “Chicago Stadium” per il 4-2 che chiude la serie e li porta ad affrontare i Philadelphia Flyers nella Finale per il titolo.

Anche stavolta, come l’anno precedente, Gretzky ed i suoi compagni hanno lo svantaggio del fattore campo, ribaltato con il successo per 3-1 in gara-2 dopo la sconfitta per 1-4 al debutto nella serie allo “Spectrum”, per poi non lasciare scampo agli avversari sul campo amico, in cui Gretzky si erge a protagonista assoluto in gara-3, realizzando tre delle 4 reti per il 4-3 conclusivo, cui segue una doppietta nel 5-3 di gara-4, limitandosi a mettere il sigillo nel largo 8-3 che conferma il titolo in casa canadese, concludendo i Playoff con un personale “score” di 17 reti e 30 assist, per un record in carriera di 47 punti.

gettyimages-456682875-1024x1024
I Capitani Wayne Gretzky e Rich Sutter (Philadelphia) prima di gara-5 – da:gettyimages.it

Non si vede, in fase di previsione, chi possa fermare Gretzky nella successiva stagione, tanto più che il 25enne dell’Ontario disputa la sua migliore annata condita dalla stratosferica cifra di ben 163 assist per 215 punti complessivi che rappresentano i suoi rispettivi record in carriera e, per quanto ovvio, determinano l’assegnazione dei sesti titoli consecutivi di MVP e Capocannoniere della “regular season, se non fosse che, nella semifinale di Conference dei Playoff, gli Oilers vengono beffati 3-4 da Calgary, in una serie dove il fattore campo salta di continuo e l’ultima, decisiva sfida, vede gli ospiti imporsi al “Northlands Coliseum” per 3-2 grazie ad uno spunto vincente nel corso del terzo periodo di Perry Berezan, ironia della sorte nativo proprio di Edmonton …

Con altri due anni di contratto prima di far valere l’opzione di rinnovo, Gretzky onora al meglio il suo impegno con gli Oilers, visto che nel 1987 si conferma MVP e “Top Scorer” (con 183 punti, frutto di 62 reti e 121 assist …) della “regular season e gli Oilers raggiungono in carrozza – 4-1 a Los Angeles, 4-0 a Winnipeg e 4-1 a Detroit – la loro quarta Finale in 5 anni per l’aggiudicazione della Stanley Cup.

Atto conclusivo che vede nuovamente come loro avversari, a due anni di distanza, i Philadelphia Flyers, ma il fatto di avere stavolta il vantaggio del fattore campo dalla propria parte non facilita il compito di Edmonton, poiché, ritrovatasi in vantaggio 3-1, spreca l’opportunità di chiudere la serie davanti al pubblico amico in gara-5 venendo sconfitta per 3-4 dopo essersi portata sul 3-1 ad inizio del secondo periodo e, pertanto, dopo una seconda battuta d’arresto consecutiva per 2-3 allo “Spectrum” in gara-6, diviene decisiva l’ultima sfida che va in scena il 31 maggio ’87 al “Northlands Coliseum”.

Lo spavento costituito dalla rete di Murray Craven dopo 1’41” del primo parziale, viene compensato dalle successive realizzazioni di Messier, Kurri ed Anderson per il 3-1 conclusivo in una gara largamente dominata oltre il punteggio (43 a 20 le conclusioni a rete) e così il pubblico della città dell’Ontario può festeggiare il suo terzo trionfo nella Manifestazione, apoteosi ripetuta la successiva stagione.

gettyimages-456690183-1024x1024.jpg
La festa per la conquista della Stanley Cup ’87 – da:gettyimages.it

Nonostante che, per la prima volta dopo 7 anni consecutivi, Gretzky si veda togliere la palma sia di “top scorer” che di MVP della stagione regolare da un’altra leggenda dell’Hockey canadese, vale a dire Mario Lemieux, il quale si aggiudica entrambi i riconoscimenti a dispetto del fatto che i suoi Pittsburgh Penguins non si qualifichino per i Playoffs, la superiorità disputata dagli Oliers nelle gare della post season assume caratteri imbarazzanti (per le avversarie, naturalmente …), considerato altresì che, dopo 6 anni, la affrontano non da vincitori della propria Division, preceduti di Calgary.

Circostanza che passa praticamente inosservata in occasione della semifinale di Conference dove, dopo aver superato Los Angeles per 4-1, i malcapitati “Flames” subiscono un “cappotto” di 4-0 con Gretzky protagonista in gara-2, dove una sua rete al supplementare consente agli Oilers di espugnare per la seconda volta in tre giorni lo “Olympic Saddledome” per poi chiudere i conti sul campo amico e quindi avere ragione dei Detroit Red Wings per il loro quinto titolo di Conference ed accedere alla Finale per la conquista del trofeo.

Avversari insoliti, i Boston Bruins, a secco di vittorie da 16 anni – ed essere stati sconfitti in Finale nel 1974, ’77 e ’78 – non sono in grado di invertire questa tendenza, trovandosi sotto 0-3 nella serie allorché, in gara-4 al “Boston Garden”, la stessa viene sospesa dopo 16’37” del secondo periodo sul punteggio di 3-3 per un guasto alle luci, così che Edmonton può celebrare il suo quarto titolo il 26 maggio ’88 al “Northlands Coliseum”, imponendosi per 6-3 in quella che rappresenta una data storica in quanto vede Gretzky realizzare, a 9’44” del secondo parziale, quella che è la sua ultima rete con gli Oilers ed altresì ottenere la sua seconda nomina a MVP dei Playoffs.

1988-oilers-wayne-gretzky-mark-messier-05051854final
Gretzky ed i compagni festeggiano la Stanley Cup ’88 – da:si.com

A 27 anni, nel pieno della maturità psicofisica, Gretzky non ha altro da fare che onorare l’impegno che gli garantirebbe tanti bei soldoni per un altro decennio, cosa che tutti si attendono, data anche l’indiscutibile forza della squadra in cui gioca e che potrebbe consentirgli di arricchire ancor più il proprio Palmarès, ma Pocklington, il proprietario degli Oilers, ha bisogno di “monetizzare” il suo Campione per rientrare di sue esposizioni personali, e dopo una serie di “tira e molla” con lo stesso Gretzky, alla fine quello che negli Stati Uniti viene a futura memoria definito come “The Trade” (“Lo Scambio”) per antonomasia, si concretizza.

E’ il 9 agosto 1988 allorché Gretzky prende pertanto la strada per Los Angeles, accasandosi ai Kings, assieme ai compagni di squadra Marty McSorley e Mike Krushelnyski (espressamente richiesti da Wayne …) in cambio di Jimmy Carson, Martin Gelinas e 15milioni di dollari in contanti, e tre prime scelte a favore dei Kings nei draft 1989, ’91 e ’93.

gretzky_kings_presser-cropped.jpg
Wayne Gretzky all’atto del trasferimento ai Kings – da:sportsnet.ca

L’annuncio del trasferimento lascia attonita un’intera città, al punto che il leader del Partito Democratico Nelson Riis chiede al Governo di bloccare la trattativa ed un fantoccio di Pocklington viene bruciato fuori dal “Northlands Coliseum”, ma vi è anche chi se la prende con il giocatore, tacciandolo di “traditore” per aver voltato le spalle alla sua città di adozione ed al suo Paese di origine, insinuando che dietro a tutto questo vi fosse l’intenzione di promuovere la carriera di attrice della moglie Janet Jones, non a caso sposata meno di un mese prima.

In ogni caso, alla prima occasione in cui i Kings si recano ad Edmonton per incontrare gli Oilers – un match trasmesso in diretta Tv in tutto il Paese davanti ad un “tutto esaurito” di 17.500 spettatori – Gretzky riceve una “standing ovation” di quattro minuti, ed a fine gara, davanti ai microfoni conferma il proprio patriottismo sottolineando come: “Sono orgoglioso di essere canadese, non ho abbandonato il mio Paese, mi sono trasferito perché facente parte di uno scambio, si tratta del mio lavoro e spero che i canadesi lo capiscano” .

image
Wayne Gretzky davanti alla sua statua ad Edmonton – da:ctvnews.ca

E, di sicuro, ad Edmonton l’hanno capito, visto che, al termine della prima stagione senza il loro idolo, all’esterno del “Northlands Coliseum” viene eretta una statua in bronzo di Gretzky a grandezza naturale, con in testa la Stanley Cup, anche se proprio lui aveva decretato l’eliminazione degli Oilers al primo turno dei Playoff, realizzando due reti nel 6-3 a favore dei Kings nella decisiva gara-7.

L’impatto del 28enne dell’Ontario nella “Città degli Angeli”, pur consentendogli di vincere un ennesimo titolo di MVP della “Regular Season” (quale “top scorer”, viceversa, si conferma Mario Lemieux …), non permette però ai Kings di andare oltre, visto che nella semifinale di Conference subiscono un tremendo “cappotto” per 0-4 da Calgary che ha così l’occasione di aggiudicarsi la sua prima (e sinora unica …) Stanley Cup.

Ed ancor peggio avviene la stagione seguente, in cui Gretzky si riprende il trono di Capocannoniere con 142 punti (40 reti e 102 assist …), poiché i suoi Kings vengono letteralmente “spazzati via” in semifinale di Conference proprio dagli Oilers per 4-0 (7-0, 6-1, 5-4 e 6-5 i relativi risultati …) che poi andranno a conquistare la quinta (e sinora ultima …) Stanley Cup della loro Storia, con gli ex compagni Kurri, Anderson e Mssier a festeggiare.

La parabola discendente di Gretzky non sembra conoscere limiti – ancora eliminato da Edmonton sia nella semifinale di Conference ’91, pur essendosi confermato “top scorer” nella “regular season”, che addirittura al primo turno dei Playoff ’92 – per poi avere un sussulto d’orgoglio nel ’93, stagione che lo vede per lungo tempo ai box per una discopatia alla schiena, ma in grado di essere pronto e riposato per i Playoff, dove i Kings, a dispetto di un terzo posto conclusivo nella loro Division, progrediscono sino alla Finale per il titolo (la sesta per l’oramai 32enne Gretzky) dopo aver eliminato Calgary (4-2), Vancouver (4-1) e Toronto (4-3), con “The Great One” ancora capace di dare un fattivo contributo con 40 punti (frutto di 15 reti e 25 assist), anche se ad alzare la Stanley Cup sono i Montreeal Canadiens, che si impongono per 4-1.

Ed anche se nel ’94 Gretzky si aggiudica per la decima ed ultima volta la Classifica dei Cannonieri della “regular season”, la sua attività agonistica volge oramai al tramonto, e, dopo un triennio in cui i Kings non riescono neppure a qualificarsi per i Playoff, accetta il trasferimento ai St. Louis Blues per una stagione, nuovamente condizionata dagli infortuni, per poi concludere la carriera accasandosi ai New York Rangers con cui scende in campo per l’ultima volta a fine della stagione regolare ’99, oramai a 38 anni compiuti, per l’esattezza il 18 aprile ’99 contro i Pittsburgh Penguins.

Si comnclude così una straordinaria epoca per un giocatore che ha stravolto ogni tipo di primato della NHL, dal record di punti, migliorato sin dal 15 ottobre ’89, giorno in cui supera il limite di 1.850 del suo idolo d’infanzia, “Mister Hockey” Gordie Howe, a quello di reti segnate, raggiunto il 23 marzo ’94 al Forum di Los Angeles davanti a 16mila spettatori in delirio, allorché realizza il punto n.802, scavalcando ancora Howe e determinando una sospensione dell’incontro per 10’ di applausi scroscianti.

gretzky-802
La celebre rete n.802 di Gretzky – da:agendalugano.ch

E, per comprenderne appieno la grandezza e l’impatto che Wayne Gretzky ha avuto nel mondo dell’Hockey su ghiaccio, bastino queste due elementari circostanze, la prima delle quali relativa alla sua iscrizione, ad appena 7 mesi di distanza dal suo ritiro, è stato inserito nella “Hockey Hall of Fame, rispetto ai canonici tre anni di attesa per tale evento …

Ma ancor più significativa è la seconda – dato che la suddetta deroga è stata applicata anche per altri 9 giocatori – ovverossia che la NHL ha imposto che il suo numero di maglia – il 99, da lui indossato sin dai tempi in cui era junior alla Sault Ste. Marie, non potendo avere il n.9 del suo ricordato idolo Howe, in quanto già assegnata ad altri – non venisse solo ritirato dai Club dove aveva giocato, ma che nessun altro giocatore dell’intera Lega Professionistica avrebbe mai potuto averlo in futuro sulla proprie spalle.

Come dire che “The Great One”, era oramai diventato “The Only One” …!!

 

GENE SARAZEN E L’ALBATROSS VINCENTE DA 225 METRI AL MASTERS 1935

gene.jpg
Gene sarazen – da dailymail.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Ci sono colpi che solo pensarli sembra un azzardo. Se poi, con la benevolenza della dea bendata, non solo riescono, ma valgono pure la vittoria nel torneo più prestigioso del mondo, ecco che inevitabilmente chi ne è stato l’autore è destinato ad entrare, per sempre, nell’album dei record.

Gene Sarazen appartiene alla leggenda del golf, se è vero che assieme a Ben Hogan, Jack Nicklaus, Gary Player e Tiger Woods fa parte della riservatissima cerchia dei fuoriclasse capaci di imporsi in tutti e quattro i Major. Nato ad Harrison, nello Stato di New York, il 27 febbraio 1902, Sarazen è figlio di immigrati siciliani e comincia la sua carriera all’età di dieci anni, caddy al club del golf della sua città. Nel frattempo guarda, impara e colpisce a sua volta, denunciando un talento fuori dal comune tanto da diventare un giocatore professionista appena 19enne.

Neppure il tempo di debuttare tra i grandi che nel 1922, dopo esser stato 30esimo nel 1920 e 17esimo nel 1921, trionfa all’US Open prendendosi il lusso di rimontare e battere all’ultimo giro nientepopodimeno che Bobby Jones, come lui classe 1902 ma ancora amatore, e John Black.

Il dado è tratto e la carriera di Sarazen, appena iniziata, vale già un posto tra gli immortali, tanto più che di lì a qualche settimana l’americano vince anche il PGA Championship, disputato con la formula del match play, superando in finale Emmet French 4&3.

Autoproclamatosi inventore del sand wedge, usato per la prima volta al vittorioso Open Championship del 1932 disputato al Prince’s Golf Club che lo onora, da quel giorno, esponendo l’attrezzo, Sarazen bissa nel 1923 il successo al PGA Championship, ma, curiosamente, se per almeno i dodici anni successivi è tra i golfisti più forti e vincenti al mondo, mettendo in bacheca anche ben 39 titoli del PGA Tour, solo nel 1932, ancora all’US Open, torna ad essere il migliore in un torneo dello Slam, avendo nel frattempo collezionato ben sei piazzamenti sul podio ma nessun’altro successo di prestigio.

La vittoria nel Major britannico ed un terzo trionfo al PGA Championship nel 1933 certificano, caso mai ce ne fosse bisogno, lo status di fuoriclasse di Sarazin, che se nel 1934 non prende parte alla prima edizione del neo-nato Masters di Augusta, l’anno dopo si presenta ai nastri di partenza ben deciso a completare il quattro su quattro negli Slam.

Horton Smith, che ha preceduto di un colpo Craig Wood, è il detentore del titolo, e dal 4 al 7 aprile, all’Augusta National Golf Club, ha tutte le carte in regola per realizzare la doppietta. Ma se stavolta il campione di Springfield è meno performante del previsto (chiuderà in 19esima posizione), Wood si conferma contendente pericoloso, quinto in 69 colpi in un primo giro che vede Henry Picard al comando in 67 colpi. Sarazen è ampiamente in partita, girando in 68 colpi, e se al secondo giro Picard, che fa segnare 68 colpi, porta il suo vantaggio su Sarazen, che chiude in 71 colpi, a quattro colpi, appaiato a Ray Mangrum, la sfida si accende ancor più nel week-end risolutivo.

Al terzo giorno, infatti, Wood è il migliore in 68 colpi, scavalcando Picard che retrocede addirittura in terza posizione segnando uno score di 76 colpi, seguito dallo stesso Sarazen che in 73 colpi rimane in corsa a tre colpi dal leader di giornata.

Il torneo parrebbe decidersi all’ultimo dei quattro giri previsti, con Wood che tiene il comando in solitario fino alla buca 6 quando, complici due bogey, si vede raggiungere da Sarazen. Alle spalle dei due campioni Olin Dutra ed Henry Picard si giocano il terzo posto, che infine premierà il vincitore dell’ultimo US Open, e se due bogey consecutivi di Sarazen alle buche 9 e 10 consentono il nuovo allungo di Wood, provvisoriamente eguagliato da Picard, ecco che i due sfidanti regalano un finale a sensazione.

In testa per un colpo, Wood infila tre birdie consecutivi alle buche 13, 14 e 15 portandosi a -6 e scatenando la reazione di Sarazen. Alla buca 15, un par 5 di 485 yards, Gene colpisce il secondo colpo con un legno 4 dal fairway ed infila direttamente in buca da 225 metri realizzando un clamoroso albatross, che vale l’aggancio in prima posizione. Il “shot heard ‘round the world” (“il colpo che si è sentito in tutto il mondo“) entra di diritto nell’enciclopedia del golf e Sarazen, chiuse le 72 buche previste in 282 colpi, esattamente come Wood, avrà l’opportunità, 24 ore dopo, di completare l’impresa battendo il rivale di ben 5 colpi nelle 36 buche previste di play-off.

Gene Sarazen vince il Masters, suo settimo ed ultimo Major in carriera, ma chi, quel 7 aprile 1935, ebbe la fortuna di esser presenta all’Augusta National Golf Club, vide un colpo che ancor oggi, che di anni ne sono passati tanti, suscita stupore.

IL RITORNO DEL GIAPPONE AI VERTICI DELLA GINNASTICA AI GIOCHI DI ATENE 2004

gettyimages-513036720-1024x1024
Il Team giapponese festeggia l’Oro ai giochi di Atene ’04 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Nello Sport, è risaputo (e come nella vita, del resto …), esistono i cicli, che hanno un loro inizio ed una fine, ma ciò che è impossibile distruggere è la tradizione per una disciplina che resta radicata nella cultura di un popolo e di una Nazione, come nel caso della Ginnastica per il Giappone.

Specialità che, agli albori del XX Secolo, era principalmente radicata intorno all’arco alpino, con a primeggiare atleti di Italia, Francia, Svizzera ed Jugoslavia per poi, dopo l’exploit del Team finlandese alle Olimpiadi di Londra ’48 alla ripresa dell’attività agonistica ad evento bellico concluso, trovare la propria nuova dimensione grazie all’esordio ai Giochi della rappresentativa sovietica …

Un dominio, quello sovietico, che in campo maschile viene efficacemente contrastato, a far tempo dai Giochi di Melbourne ’56, per poi sovvertire i valori al vertice, da una formazione di talenti assoluti proveniente dal Paese del Sol Levante, il cui pioniere è Takashi Ono, per poi avere come validissimi seguaci i vari Yukio Endo, Sawao Kato, Eizo Kenmotsu, Akinori Nakayama e Mitsuo Tsikahara, tutti componenti del “Dream Team” giapponese che si aggiudica la medaglia d’oro nel Concorso Generale a squadre per cinque edizioni consecutive della Rassegna a Cinque Cerchi, da Roma ’60 e sino a quella di Montreal ’76.

Assenti alle Olimpiadi di Mosca ’80 in quanto aderenti al boicottaggio imposto ai Paesi occidentali dal Presidente Usa Jimmy Carter, i ginnasti giapponesi hanno un ultimo sussulto in occasione, quattro anni dopo, dei Giochi di Los Angeles ’84, allorché Koji Gushijen si aggiudica l’oro nel Concorso Generale individuale – edizione che segna altresì l’ingresso nel panorama olimpico di un’altra pericolosa avversaria quale la Cina – per poi vivere un ventennio di grigio anonimato.

gettyimages-899042518-1024x1024.jpg
Koji Gushiken, l’ultimo oro olimpico giapponese a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

E, del resto, gli aridi numeri sono alquanto impietosi, passando dall’apoteosi dei Giochi di Monaco ’72 – 16 medaglie, di cui 5 Ori, altrettanti argenti e 6 bronzi, con l’intero podio del Concorso Generale Individuale monopolizzato – alle 9 medaglie della citata edizione di Los Angeles ’84 per poi scomparire totalmente dal medagliere alle Olimpiadi di Atlanta ’96 così come alle successive di Sydney 2000.

Una sorta di “delitto di lesa maestà” nei confronti di un Paese che aveva visto i propri ginnasti ammirati in ogni parte del pianeta, per una crisi in parte dovuta alla disgregazione dell’impero sovietico – il che porta a maggiori atleti dell’ex Urss (ucraini, bielorussi, lettoni oltre che russi, ovviamente …) a prendere parte alle grandi Manifestazioni internazionali – e molto alla globalizzazione anche di questa antica disciplina, prova ne sia che ai citati Giochi di Atlanta ’96 le 8 specialità in programma vedono affermarsi 7 diverse Nazioni (solo la Russia può vantare due ori …) ed altrettanto avviene quattro anni dopo nell’edizione di fine millennio, con ancora il solo Alexei Nemov a potersi fregiare di due allori.

Tutte considerazioni oggettive e condivisibili, ma non sufficienti a giustificare lo ”zero assoluto” in casa nipponica, replicato anche nelle più frequenti rassegne iridate (che si svolgono a cadenza annuale, fatta salva la stagione olimpica …), dove l’ultimo ginnasta del Sol Levante a salire sul gradino più alto del podio è il già ricordato Gushiken, oro a pari merito con la stella sovietica Dmitry Bilozerchev nell’esercizio agli Anelli ai Mondiali di Budapest ’83 (!!).

Il tutto mentre, ad abbassare ancor più il morale in casa giapponese, i “cugini” cinesi – tra cui emergono Li Xiaopeng, Xiao Qin ed Yang Wei – fanno incetta di medaglie, rilevando il loro tradizionale ruolo di Paese leader in tale disciplina nell’Estremo Oriente, ed anche il “barlume di speranza” accesosi proprio ai Mondiali ’99 svoltisi a Tianjin, in casa del “nemico”, si era rapidamente spento.

In tale rassegna iridata, difatti, si era fatto apprezzare “il figlio d’arteNaoya Tsukahara – il cui padre, Mitsuo, aveva portato alla causa del proprio Paese gli Ori olimpici alla Sbarra sia ai Giochi di Monaco ’72 che ai successivi di Montreal ’76, oltre a far parte dell’imbattibile Team di dette edizioni, nonché dei Mondiali di Lubiana ’70, Varna ’74 e Strasburgo ’78 – capace di sfiorare il successo nel Concorso Generale Individuale, beffato per soli 0,149 millesimi (57,485 a 57,337) dal russo Nikolai Kryukov, all’unico importante successo della propria carriera, per poi cogliere l’argento anche alle Parallele.

mv5boti0zte3y2utzgzkyi00zjezlwe3nzetnzzhzgfhnziwnwi5xkeyxkfqcgdeqxvynzg5otk2oa@@._v1_
Il “figlio d’arte” Naoya Tsukahara – da:imdb.com

Ma si era trattato del classico fuoco di paglia, con Tsukahara penalizzato l’anno seguente, ai Giochi di Sydney, nell’esercizio al Cavallo con Maniglie che lo relega in 18esima posizione nel Concorso Generale Individuale – dopo aver fallito il bronzo a squadre per l’inezia di 0,162 millesimi (230,019 a 229,857) rispetto alla Russia – per poi qualificarsi esclusivamente alle Finali di specialità nella Sbarra, solo per concludere all’ottavo ed ultimo posto.

Tendenza confermata, l’anno seguente ai Mondiali di Gent ’01, con il Giappone tristemente assente dal medagliere, mentre dodici mesi dopo, alla Rassegna iridata di Debrecen ’02, una timida fiammella di speranza si accende per la presenza sul gradino più basso del podio del 22enne Takehiro Kashima, bronzo al Cavallo con Maniglie, alle spalle del rumeno Marius Urzica e del cinese Xiao Qin.

Specialità, quest’ultima, grazie alla quale un ginnasta nipponico può tornare a fregiarsi di una medaglia d’oro in occasione della successiva edizione dei Mondiali ’03 che si svolgono ad Anaheim, in California, ed ad infrangere un trend negativo che durava da 20 anni esatti è proprio Kashima, il quale si impone – al pari dome era successo a Gushiken due decadi prima – dividendo il più alto gradino del podio con il cinese Teng Haibin, per poi replicare l’impresa alla Sbarra, precedendo l’azzurro Igor Cassina.

gettyimages-2437620-1024x1024
Takehiro Kashima al Cavallo con maniglie ai Mondiali ’03 – da:gettyimages,it

Una salutare ventata d’ottimismo, a cui contribuisce altresì il bronzo nel Concorso Generale a squadre, preceduti solo da Cina e Stati Uniti, necessaria per cullare speranze di tornare a primeggiare anche in sede olimpica ai prossimi Giochi di Atene ’04 che, come tradizione, si aprono con l’assegnazione della medaglia d’oro nel Concorso Generale a squadre, vinto nella precedente edizione di Sydney 2000 dalla Cina, alla sua prima affermazione olimpica in tale specialità.

Ben consapevoli che sarà ben difficile scalfire l’egemonia cinese quattro anni dopo allorché i Giochi saranno organizzati dalla capitale Pechino – e, difatti, i ginnasti padroni di casa si aggiudicano 7 delle 8 medaglie d’oro in palio – i tecnici giapponesi confidano su di un positivo esito dell’Olimpiade ateniese, ma per far ciò occorre partire con il piede giusto, come suole dirsi …

E, mai come nel precedente ventennio, i ginnasti danno una dimostrazione di compattezza di squadra negli esercizi di qualificazione per la prova a squadre che si svolgono il 14 agosto ’04, ottenendo il miglior punteggio alle Parallele ed alla Sbarra, il secondo agli Anelli, Volteggio e Cavallo con Maniglie ed il terzo al Corpo Libero, per un totale di 232,134 punti, davanti a Stati Uniti e Romania, con la Cina sorprendentemente quarta.

Detti risultati però, concorrono solo a stabilire le 8 formazioni che, due giorni dopo, si disputano il podio, nonché a selezionare i ginnasti che parteciperanno al Concorso Generale Individuale – in casa giapponese tale privilegio spetta ad Hiroyuki Tomita ed ad Isao Yoneda, rispettivamente terzo e decimo dopo tale prima giornata – nonché all’assegnazione delle medaglie nelle singole specialità, dalle quali risulta completamente escluso Tsukahara, mentre Kashima ottiene l’accesso solo per l’esibizione al Cavallo con Maniglie.

Tutto da rifare, pertanto, allorché il 16 agosto ’04 – data che si rivela “storica” nel panorama ginnico giapponese – gli otto Team finalisti ripartono tutti alla pari, con soli tre ginnasti per ogni squadra ad esibirsi ai singoli attrezzi, per poi sommare i loro punteggi al fine della Classifica definitiva al completamento delle sei rotazioni.

Gli esercizi al Corpo Libero non sono favorevoli agli atleti del Sol Levante (con punteggi di 9,587 per Yoneda, 9,412 per Daisuke Nakano ed appena 9,312 per Tsukahara), per un totale di 28,311 che li relega al terzo posto alle spalle di Stati Uniti (guidati dal loro indiscusso leader Paul Hamm) con 29,137 e Romania con 28,724, nel mentre una controprestazione del cinese Teng Haibin, penalizzata con un 8,662 (che poi si ripeterà in negativo anche alle Parallele con 8,737 ed alla Sbarra con 9,125), elimina i Campioni olimpici e mondiali dalla ristretta lotta per il podio, concludendo la gara in un’inattesa quinta posizione.

gettyimages-51179191-612x612
Kashima ai giochi di Atene ’04 – da:gettyimages.it

Ben diverso l’andamento della sfida per le posizioni di vertice tra Giappone, Stati Uniti e Romania (con la Corea del Sud a fare da quarto incomodo …), dove, dopo la rotazione al Cavallo con Maniglie (in cui Kashima si conferma con 9,750), gli Usa conducono sempre con 58,187 punti, seguiti da Romania e Giappone con 57,973 e 57,386 rispettivamente, prima che l’esercizio agli Anelli determini una prima svolta per l’esito della sfida …

Con un totale, difatti, di 29,124 punti sui 30,000 disponibili (tra cui spicca il 9,787 di Tomita), il Team nipponico approfitta delle incertezze di rumeni ed americani (sesti e settimi nella rotazione …) per superare questi ultimi e ridurre il distacco (86,935 ad 86,510) rispetto alla formazione dell’Europa orientale, che però, a propria volta, incrementa il proprio vantaggio risultano la migliore al Volteggio, così da risultare al comando con 115,960 punti rispetto ai 115,347 di Giappone (ancora Tomita il migliore dei suoi con un esercizio premiato con 9,687 rispetto però all’eccellente 9,825 del rumeno Marian Dragulescu che ottiene 9,825) ed ai 115,023 degli americani che sembrano tagliati fuori dalla lotta per l’Oro.

gettyimages-51187502-1024x1024.jpg
Hiroyuki Tomita agli Anelli ai giochi di Atene ’04 – da:gettyimages.ae

Ma una gara di altissimo contenuto tecnico ed emotivo non può non riservare sorprese nel suo finale, ed ecco allora gli Stati Uniti rifarsi sotto con le esibizioni alle Parallele dove, trascinati da Jason Gatson che riceve 9,825 dalla giuria, ottengono il punteggio complessivo di 29,274 che li porta a totalizzare 144,297 ritrovandosi a ridosso di Giappone, provvisoriamente secondo con 144,359 e di Romania che, stavolta “tradita” da Dragulescu la cui esibizione non va oltre il 9,200, vede ridotto il proprio margine, pur capeggiando ancora la Classifica dall’alto dei suoi 144,422 punti.

Per far capire a chi sia più o meno profano di questa disciplina, un vantaggio pari a 0,500 millesimi di punto rappresenta, a questi livelli, un “tesoretto” da poter amministrare, ma ciò non è logicamente possibile allorquando, tra la prima e la terza esiste un divario (dai citati 144,422 della Romania ai 144,297 degli Usa …) di appena 0,125 millesimi di punto, ragion per cui, nell’ultima rotazione alla Sbarra è, per così dire, “vietato sbagliare” se non si vuol vanificare quanto di buono fatto sino a questo momento.

Già, proprio la Sbarra, quasi un segno del destino in quanto si tratta dell’attrezzo al quale era particolarmente legato il padre di Naoya, il già ricordato Mitsuo Tsukahara, tanto da avere tuttora il suo nome legato all’uscita dall’esercizio, eseguita con oscillazione in avanti, abbandonando le impugnature e compiendo un doppio salto all’indietro raggruppato con un avvitamento attorno all’asse longitudinale.

Un movimento che fa rabbrividire al solo pensarlo, ma che se eseguito alla perfezione può determinare la differenza nelle valutazioni dei Giudici, ed anche se il figlio non è chiamato ad esibirsi – avendo comunque fornito il suo buon contributo alla causa facendo registrare un 9,650 al Cavallo con maniglie, 9,575 alle Parallele e, soprattutto, un eccellente 9,712 agli Anelli – i suoi compagni dimostrano di essere pienamente all’altezza della situazione.

gettyimages-51210208-612x612
Isao Yoneda alla Sbarra ai Giochi di Atene ’04 – da:gettyimages.it

Difatti, il 9,787 ottenuto da Yoneda, sommato al 9,825 di Kashima ed addirittura al 9,850 di Tomita (quest’ultimo protagonista assoluto della gara …), determina un punteggio complessivo di 29,462 (il più alto registrato da un Team in tutte e sei le rotazioni …) che porta il Giappone a quota 173,821 punteggio inarrivabile per la Romania che, viceversa, incappa in due fatali incertezze da parte di Ioan Silviu Suciu e Dorin Selariu – pagate a caro prezzo con 9,275 ed 8,912 – che, oltre a farle perdere la medaglia d’oro, la vede altresì scavalcata (172,933 a 172,384) anche dalla formazione americana nella lotta per l’argento.

E così, a 20 anni esatti dall’Oro di Gushiken ai Giochi di Los Angeles ’84, la bandiera del Sol Levante torna a svettare sul più alto pennone in occasione della cerimonia di premiazione olimpica, giusto premio per chi ha saputo lavorare con calma per ricostruire una formazione compatta e coesa che, se non può essere paragonata alla “Generazione di Fenomeni” degli anni ’60 e ’70, ha quantomeno risollevato l’orgoglio della ginnastica giapponese …

E poi, l’aver ritrovato il gradino più alto del podio è ancor più da stimolo per le nuove generazioni, primo fra tutti quel Kohei Uchimura che, appena 19enne quattro anni dopo ai Giochi di Pechino ’08, conquista la medaglia d’argento nel Concorso Generale Individuale alle spalle dell’idolo di casa Yang Wei, per poi far sua detta competizione nelle otto successive grandi Manifestazioni internazionali (due Olimpiadi e ben 6 Mondiali …) …

Ma questa, ovviamente, è un’altra Storia …

 

JEAN-PIERRE BELTOISE E QUEL TRENO DESIDERIO CHIAMATO MONTECARLO 1972

beltoise.jpg
Beltoise a Montecarlo nel 1972 – da pinterest.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Nella carriera di pilota di Jean-Pierre Beltoise ci sono un paio di elementi di sicuro interesse. Il primo è che ebbe in dote il talento di sapersi disimpegnare con profitto sia su due che su quattro ruote, il secondo è che se non riuscì a collezionare vittorie come centauro nel Motomondiale nei tre anni, dal 1962 al 1964, in cui ci provò in classe 50, 125 e 250, giungendo una sola volta sul podio, terzo in classe 50 a Clermont Ferrand nel 1964, ebbe invece miglior sorte in quella Formula 1 che lo ebbe quale valido agonista dal 1966 al 1974, prendendosi il lusso di trionfare sul prestigioso circuito di Montecarlo.

In effetti Beltoise, francese classe 1937, entra in pianta stabile nel principale circuito automobilistico nel 1968, accasandosi in Matra che già nei due anni precedenti lo aveva messo sotto contratto per correre alcune gare, terminando ottavo in Germania nel 1966 e due volte settimo, a Watkins Glen e in Messico, nel 1967. Ormai superata la soglia dei 30 anni, Beltoise dimostra di esser pilota audace e di sicuro affidamento, guidando per quattro giri al Gran Premio di Spagna prima di scivolare in quinta posizione, per poi cogliere in Olanda il primo podio in carriera, secondo alle spalle di Jackie Stewart.

E’ il 1968 e da quel giorno Beltoise otterrà altri due secondi posti, buon ultimo in Sudafrica nel 1974 guidando una BRM, l’altra scuderia a cui si lega per gli ultimi tre anni di attività, e quattro terzi posti, stazionando costantemente tra i migliori e chiudendo la stagione 1969 con un eccellente quinto posto in classifica piloti.

Ma per ogni atleta, prima o dopo, passa il treno dei desideri sul quale bisogna esser capaci di salire. E per Beltoise l’occasione che vale una carriera capita sul circuito più ambito dell’intera Formula 1, quello di Montecarlo, dove nel 1972 va in scena la quarta prova iridata dell’anno. Per la verità il francese, che appunto è passato in BRM, dopo aver saltato il debutto in Argentina ed esser stato costretto al ritiro sia in Sudafrica che in Spagna, ha tutta l’intenzione di cancellare la casellina dello 0.

La vigilia della prova monegasca è segnata dal braccio di ferro tra l’Automobile Club di Monaco e l’Associazione dei Costruttori, che vorrebbero portare a 25 il numero delle vetture da allinearsi al via. Infine Bernie Ecclestone, che già conta qualcosa, ha la meglio e il giovedì, giorno previsto per la prima sessione di prove, sono appunto 25 le automobili che scendono in pista per conquistare la miglior posizione in griglia.

Le Lotus, dopo l’oscura stagione 1971, è nuovamente competitiva ai massimi livelli con Emerson Fittipaldi, vincitore in Spagna, che comanda la classifica piloti appaiato con 15 punti a Danny Hulme che con la sua McLaren ha invece trionfato in Sudafrica. Il campione del mondo, Jackie Stewart su Tyrrell, è ovviamente atteso protagonista dopo aver vinto all’esordio in Argentina, così come i due ferraristi Jacky Ickx e Clay Regazzoni, mentre sono assenti i due americani Mario Andretti e Peter Revson, piloti di Ferrari e McLaren, impegnati con la concomitante 500 Miglia di Indianapolis. Proprio Beltoise è la punta di diamante in BRM, che allinea al via altre quattro vetture su cui siedono Peter Gethin, Reine Wisell, Howden Ganley ed Helmut Marko, mentre Ronnie Peterson ed un giovane Niki Lauda sono chiamati a sviluppare una March che denuncia preoccupanti problemi di stabilità e Chris Amon, reduce da un banale intervento chirurgico ad inizio settimana, è presente ed insegue ancora con la sua Matra il primo successo in carriera.

Ickx è il migliore nella sessione di prove del giovedì, girando in 1’23″3, anticipando Hulme e Stewart, che confermano di essere ben decisi a giocare le loro carte in sede classifica mondiale, e Regazzoni, attardato di 5 decimi con una Ferrari all’altezza della situazione, con Beltoise che in settima posizione ha un margine di svantaggio di 1″1, preceduto anche da Amon e Fittipaldi. Insomma, i favoriti sono già tutti nelle posizioni di vertice fin dalla prima giornata.

Valori che vengono consolidati dalla sessione che il venerdì, stante la pioggia abbondante del sabato, stabilisce la griglia di partenza, con Fittipaldi che infine fa segnare il miglior tempo in 1’21″4, nuovo record del circuito e prima pole-position in carriera, 2 decimi meglio di Ickx che con la sua Ferrari precede il compagno di scuderia Regazzoni. Beltoise, quarto, migliora la prestazione ma rimane curiosamente ancora ad 1″1 dalla pole-position, ed alle sue spalle si collocano Amon, Gethin, Amon e Stewart, costretto ad inseguire per problemi all’alimentazione. Henri Pescarolo e Brian Redman chiudono la top-ten, mentre desta piacevole sensazione l’11esimo posto del grande Mike Hailwood ingaggiato da John Surtees, e Peterson e Lauda sono relegati in 15esima e 22esima posizione, vedendosi obbligati a dover rimontare su un tracciato che storicamente lascia ben poche opportunità a chi parte dalle retrovie.

Domenica 14 maggio 1972 piove, copiosamente, ed il tracciato di Montecarlo, al solito, diventa una sorta di saponetta scivolosa che obbliga i piloti ad operare virtuosismi col volante per non incappare in carambole impazzite. Ickx, “il re della pioggia“, figura quale grande favorito della gara, ed in effetti parte bene, tenendo la sinistra e scavalcando Fittipaldi costretto invece a rimbalzare indietro. Ma proprio quando il ferrarista sembra sicuro leader, ecco che sulla destra sopraggiunge, veloce ed audace, la BRM di Beltoise che infila il varco a destra e balza al comando alla curva della Sainte Devote. Ickx si trova così secondo, per poi venir passato anche da Regazzoni e dallo stesso Fittipaldi, con Amon e Stewart in quinta e sesta posizione a chiusura del primo giro.

Beltoise è decisamente veloce, prende subito tre secondi di vantaggio sugli inseguitori ed imprime il suo ritmo alla corsa. Al quinto giro Regazzoni e Fittipaldi, che guidano l’uno nella scia dell’altro, tirano dritto alla chicane garantendo così ad Ickx, nuovamente, il secondo posto. Ma nel frattempo Beltoise ha incrementato il suo margine a 12″ e sembra poter controllare la corsa a suo piacimento.

In effetti il pilota francese conduce la gara con una sicurezza disarmante, lasciando ben poche chances ai rivali e segnando al nono passaggio il miglior giro veloce in corsa, 1’40″0. Ickx prova ad avvicinarsi ma una serie di doppiaggi rallentano il ferrarista, ed allora ad approfittarne è Stewart, che rimonta da dietro, scavalca Fittipaldi, Gethin e Regazzoni, e si colloca in terza posizione proprio alle spalle di Ickx.

Ma quel che accade dietro di lui ben poco importa a Beltoise, che dopo metà corsa, ovvero 40 degli 80 giri previsti, ha un vantaggio di circa 20″ su Ickx, con Stewart terzo a 33″ seppur in grande progresso, e Regazzoni quarto ad oltre un minuto. Fittipaldi ed Amon sono rispettivamente quinto e sesto, con Hailwood che in settima posizione ha nel mirino la zona-punti.

Ma se il grande centauro inglese sarà costretto al ritiro al 50esimo giro per un contatto con Ganley, Beltoise conosce un momento di difficoltà all’atto di doppiare Peterson, con le due vetture che si toccano e con il francese che, una volta passato, si trova nella necessità di verificare lo stato della sua BRM.

Rassicurato sull’efficenza del mezzo meccanico, Beltoise prosegue la sua cavalcata trionfale, lasciando la vetrina ai rivali che battagliano tra loro per le altre due posizioni del podio. Lanciato all’inseguimento di Ickx, Stewart va in testa-coda alla Curva Mirabeau. Regazzoni ne approfitta e torna terzo, ma al 52esimo giro la Ferrari di Clay scivola sull’olio lasciato in pista qualche tornata prima da Hailwood, sbatte ed è costretto a sua volta al ritiro.

Non c’è praticamente più storia. Beltoise non sbaglia una manovra ed Ickx, il cui svantaggio oscilla costantemente tra i 20 e i 30 secondi, si rende conto di essere nell’impossibilità di recuperare il disavanzo. Stewart si gira nuovamente, prendendo a sua volta coscienza del fatto che sia meglio non rischiare troppo per conservare il terzo posto, messo a sua volta a rischio dalla rimonta di Fittipaldi.

E così, nel mentre Beltoise, pur frenato a lungo da una serie di doppiati che non lasciano strada, vola sicuro a conquistare la prima ed unica vittoria in carriera, ed Ickx consolida senza troppi patemi la sua seconda posizione con un ritardo infine di 38″2, Stewart si vede sempre più costretto a rallentare l’incedere della sua Tyrrell, complice un motore singhiozzante, dovendo infine cedere il passo a Fittipaldi che al 77esimo giro lo scavalca e va a prendersi il terzo gradino del podio.

Beltoise taglia trionfante il traguardo dopo 2h26’55″3 di corsa sotto l’acqua, e se veramente vale il detto “gara bagnata, gara fortunata“, ecco che Jean-Pierre, proprio sul circuito più famoso e sotto gli occhi più nobili, sale infine sul quel treno chiamato desiderio. Che, prima o dopo, passa per tutti.

ENITH BRIGITHA, LA PRIMA MEDAGLIATA DI COLORE NEL NUOTO, VITTIMA DEL DOPING DELLA EX DDR

enith_brigitha_1973
Enith Brigitha – da:wilimedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

E’ risaputo che il Nuoto è Sport che poco si addice agli atleti di colore, tant’è che fece molto scalpore il successo del rappresentante del Suriname, Anthony Nesty, ai Giochi di Seul ’88 nella Finale dei m.100 farfalla, sia per l’aver sconfitto, per il ridotto margine di 0”01 centesimo (53”00 a 53”01), il favorito americano Matt Biondi, che per il fatto di essere il primo della sua razza a conquistare una medaglia d’oro olimpica.

Non il primo, però, a salire su di un podio, per un’impresa che sarebbe potuta essere anch’essa corredata dal più nobile metallo se non vi fosse stata la concorrenza (sleale …) delle nuotatrici dell’ex Germania Est, di cui si intuiva, ma si sarebbe poi scoperto postumo, con dati certi alla mano, il ricorso a pratiche illecite …

Questa potenziale Campionessa olimpica, nonché protagonista della nostra storia odierna, altri non è che l’olandese Enith Brigitha, nata il 15 aprile 1955 a Willemstad, Capitale dell’isola di Curaçao, all’epoca facente parte delle Antille Olandesi, la quale impara sin da adolescente a nuotare nel Mar dei Caraibi, prima di trasferirsi in Olanda nel 1970, assieme alla madre ed al fratello, a seguito del divorzio dei propri genitori.

Paese storicamente di grandi tradizioni natatorie, la giovane Enith non tarda a farsi apprezzare anche nel Vecchio Continente, dimostrandosi capace di ben figurare sia nello stile libero che a dorso, tanto da essere selezionata per il Team olandese che partecipa ai “rivoluzionariGiochi di Monaco ’72, quelli in cui il Nuoto “entra nell’era moderna”, con 12 primati mondiali migliorati in campo maschile e 10 in quello femminile.

E, con un medagliere ristretto a pochi eletti, visto che appena 5 Nazioni hanno il privilegio di aggiudicarsi una medaglia d’oro, la 17enne Brigitha, pur non salendo sul podio, rappresenta la punta della spedizione olandese – che se ne torna a casa, al pari di molti altri Paesi, senza aver conquistato medaglia alcuna – visto che raggiunge le Finali in ogni gara a cui è iscritta.

Classificatasi sesta, difatti, sia sui 100 (1’06”82) che sui 200 dorso, nuotati in 2’23”70, e conclusa in ottava ed ultima posizione la Finale dei m.100sl con il tempo di 1’00”09, la Brigitha contribuisce al quinto posto dei quartetti olandesi sia nella staffetta 4x100sl – dove nuota la prima frazione in 59”46, tempo che le avrebbe assicurato la quinta piazza nella gara individuale – che nella 4x100mista, dove è schierata in prima frazione a dorso, nuotata in 1’06”35, esattamente 0”01 centesimo in più del bronzo dell’americana Susie Atwood nella prova individuale.

Enith_Brigitha,_Hansje_Bunschoten_and_Anke_Rijnders_1972.jpg
Brigitha, Hansje Bunschoten e Anke Rijnders nel 1972 – da:wikimedia.org

Risultati tutto sommato confortanti, che trovano un ancor maggior riscontro l’anno successivo, in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali che si svolgono a Belgrado ad inizio settembre ’73 ed in cui ha per la prima volta l’opportunità di scontrarsi con le walchirie della Germania Orientale.

Iscritta alle stesse gare del programma olimpico, la Brigitha si rende protagonista di una settimana in crescendo, iniziata con la conferma del quinto posto di Monaco nella Finale dei m.100 dorso del 5 settembre, altresì con un miglior riscontro cronometrico di 1’06”55, nel mentre la medaglia d’oro Usa Melissa Belote viene sconfitta (1’05”43 a 1’06”11) dalla tedesca orientale Ulrike Richter, per poi prendersi la rivincita due giorni dopo sulla doppia distanza, data storica per il Nuoto mondiale …

Ciò in quanto, alle spalle dell’americana, che trionfa in 2’20”52, si piazza proprio la 18enne caraibica con il tempo di 2’22”15 davanti all’ungherese Andrea Gyarmati (2’22”48) con le due rappresentanti dell’ex Ddr ad occupare le posizioni di rincalzo, divenendo prima atleta di colore di entrambi i sessi a salire su di un podio iridato, impresa che Brigitha replica il 9 settembre, nella Finale dei 100 metri stile libero.

Nuotatrice che non ha un grandissimo feeling con la buona sorte, la graziosa Enith, come conferma l’esito della gara sprint, in quanto, dietro all’imprendibile Kornelia Ender, che realizza in 57”54 il nuovo record mondiale, sperimenta sulla propria pelle l’ultima occasione (come già avvenuto l’anno prima ai Giochi di Monaco nella Finale dei m.400misti …) in cui viene applicata la discriminante dei millesimi di secondo per stabilire l’ordine d’arrivo …

Giunta, difatti, a toccare all’unisono con “l’eterna seconda” americana Shirley Babashoff, quella che oggigiorno sarebbe stata una medaglia d’argento ex-aequo la vede viceversa retrocedere sul gradino più basso del podio per un soffio di 0”003 (58”876 a 58”879) millesimi …!!

Con un calendario internazionale che non conosce soste, ed indubbiamente rinfrancata dalle ottime prestazioni alla rassegna iridata belgradese – dove, per inciso, è stata l’unica ad andare a medaglia per il proprio Paese – la Brigitha è ben decisa a dare battaglia alle inossidabili walchirie nel triennio a seguire, che propone i Campionati Europei di Vienna ’74, la seconda edizione dei Mondiali a Cali ’75 e le Olimpiadi di Montreal ’76.

Appuntamenti che giungono nella piena maturità psicofisica della nuotatrice olandese (dai 19 ai 21 anni) e che la stessa sfrutta al meglio delle proprie possibilità, pur sembrando quasi una “lotta contro i mulini a vento” di Don Chisciottesca memoria, considerata l’impari sfida con le avversarie provenienti dalla Germania comunista.

Con il vantaggio – rispetto a quanto avviene in sede olimpica, dove sino all’edizione di Mosca ’80 compresa, è consentita l’iscrizione di tre atleti per gara – di veder limitata a sole due nuotatrici la partecipazione ad ogni singola prova, riuscire ad essere la “migliore del resto del lotto”, quando addirittura non inserirsi nel mezzo della “sfida in famiglia”, rappresenta il massimo a cui poter aspirare, e la Rassegna Continentale viennese conferma come la versatile olandese abbia tutto il diritto di vantare detto titolo.

Iscrittasi, difatti, sulle distanze dei 100 e 200 metri sia a stile libero che a dorso, la Brigitha riesce a salire sul podio in tutte e quattro le specialità, e sempre sconfitta solo ed esclusivamente dalle rappresentanti tedesche orientali, con le sfide a dorso che vedono replicare lo stesso identico podio, con la Richter ad aggiudicarsi l’oro con tanto di record mondiali (1’03”30 e 2’18”72) precedendo la connazionale Ulrike Tauber e l’olandese a non poter che accontentarsi del bronzo, pur migliorandosi nettamente rispetto a Belgrado, nuotando le distanze in 1’05”94 e 2’21”33 rispettivamente.

3c2bdf167d904145ab12d296d6689f8ee4d15321ddd415e359e8c9967c1b51cd
La Brigitha si congratula con la Richter agli Europei di Vienna ’74 – da:gahetna.nl

Ed anche scendere sino a 58”10 nella Finale dei m.100sl garantisce alla Brigitha solo il gradino più basso del podio, sia pure a soli 0”28 centesimi dall’argento conquistato da Angela Franke, nel mentre la Ender, sempre più dominatrice della specialità, diviene la prima nuotatrice del pianeta ad infrangere la barriera dei 57” netti, trionfando con il tempo di 56”96, pronta a replicare sulla doppia distanza.

Non deve essere psicologicamente confortante lanciarsi dai blocchi di partenza nella Finale dei m.200sl ben sapendo di non poter aspirare alla vittoria – che difatti arride ancora alla Ender che, con il tempo di 2’03”22 migliora il primato mondiale stabilito ai Giochi di Monaco ’72 dalla fuoriclasse australiana Shane Gould – ma occorre sempre trovare una giusta motivazione, e per l’olandese questa consiste nel riuscire, quantomeno, a far meglio dell’altra rappresentante della Germania Est, impresa portata a termine con l’eccellente riscontro cronometrico di 2’03”73 che le vale la medaglia d’argento.

Anche stavolta, come a Belgrado l’anno prima, non vi è podio olandese che non preveda la presenza della Brigitha, ed è solo grazie alla sua ultima frazione che possono salirvi anche Anke Rijnders, Ada Pors e Veronika Stell, quali componenti della Staffetta 4x100sl, il cui quartetto conclude al secondo posto riuscendo a resistere (3’57”08 a 3’57”61) all’attacco delle francesi, nel mentre la prima posizione non è mai in discussione sin dal primo cambio.

Due argenti e tre bronzi – uniche medaglie raccolte dal proprio Paese – e sconfitta solo dalle rappresentanti della Repubblica Democratica tedesca, ma con il conforto di un miglior comportamento a stile libero (il 2’03”73 di Vienna le avrebbe largamente consentito di aggiudicarsi l’oro alla Rassegna iridata di Belgrado …), fanno sì che ai Mondiali ’75 in programma a Cali nell’ultima decade di luglio, la poco più che 20enne olandese rinunci alle prove a dorso per dedicarsi allo stile libero, dove, peraltro, sta crescendo anche la concorrenza dell’americana Babashoff, capace di togliere alla Ender il primato mondiale sui m.200sl prima che quest’ultima se ne riappropriasse a metà marzo ’75 nuotando la distanza in 2’02”27.

Mentre, pertanto, a livello europeo salire sul podio significa semplicemente essere la migliore del “resto del Continente”, Germania Est esclusa, il doversi confrontare anche con le specialiste d’oltre Oceano in sede iridata rende tale eventualità simile ad una sorta di “impresa titanica”, ma le sfide non incutono certo paura a chi ha sfidato da bambina le onde caraibiche.

In una rassegna in cui le tedesche orientali si aggiudicano 10 delle 14 gare in programma, l’obiettivo della Brigitha, nel mentre le “due regine dello stile libero” si sfidano a colpi di bracciate – con il duello a concludersi in parità, visto che la Ender ha la meglio (56”50 a 57”81) sui 100 metri e la Babashoff a render la pariglia (2’02”50 a 2’02”69) sulla doppia distanza, per poi far suo anche l’oro sui m.400sl – è quello di “tenere a bada” la seconda americana e l’altrettanto tedesca, visto che per le altre non vi è speranza alcuna.

Missione portata a termine con successo, sia pur con un pizzico di buona sorte dalla sua, una volta tanto, dato che sui m.100sl il suo 58”20 è migliore di appena 0”01 centesimo del tempo dell’americana Kathy Heddy e di 0”02 centesimi di quello della tedesca est Barbara Krause, nel mentre sulla doppia distanza il margine (2’03”92 a 2’04”15) sull’americana Valerie Lee è leggermente più ampio, non riuscendo peraltro, nonostante l’eccellente 57”03 nuotato in ultima frazione, a condurre al bronzo la staffetta 4x100sl, superata, oltre che da DDR ed Usa, anche dal quartetto canadese.

Medaglia sfumata che è compensata dal podio con la staffetta 4x100mista, dove l’Olanda beneficia della “settimana d gloria” della ranista Wijda Mazereeuw – che coglie due argenti sui 100 e 200 metri di detta specialità, in entrambi i casi alle spalle della tedesca est Hannelore Anke – ai suoi unici allori in carriera, la quale, con una frazione interna migliore anche della Campionessa iridata, contribuisce al terzo posto conclusivo, grazie peraltro ad un’ultima frazione a stile libero della Brigitha cronometrata in 56”20 ed inferiore solo alla inarrivabile Kornelia Ender.

Enith_Brigitha_and_Wijda_Mazereeuw_1975.jpg
Enith Brigitha e Wijda Mazereeuw mostrano le medaglie di cali ’75 – da:wikipedia.org

Con un Palmarès costituito da 5 medaglie iridate ed altrettante continentali, per completare la collezione alla Brigitha manca un alloro olimpico, essendosi peraltro resa conto ai Mondiali di Cali come, per aspirare a tanto, debba migliorare i propri “personali”, visto che ai Giochi di Montreal ’76 sia americane che tedesche mandano in acqua tre rappresentanti cadauna.

Iscritta anche sui m.100 dorso – dove, pur qualificandosi per la Finale del 21 luglio con il settimo tempo, vi rinuncia a favore della connazionale Diane Edelijn per non sprecare energie in vista dell’appuntamento del giorno dopo sui 200 stile libero – la Brigitha debutta nella Piscina Olimpica della metropoli canadese il 18 luglio ’76 per disputare batterie e semifinali dei m.100sl che evidenziano sin da subito l’elevato livello di competitività …

Già dalle batterie del mattino, difatti, si scende sotto il limite dei 57” netti, con la tedesca orientale Petra Priemer a nuotare il 56”95 nella prima serie, la Brigitha a far meglio con 56”61 nella sesta, prima che nell’ultima la primatista mondiale Ender mettesse tutte d’accordo con un 55”81 a soli 0”08 centesimi dal suo stesso record stabilito l’1 giugno a Berlino Est.

Prestazioni che non vengono migliorate nelle semifinali del pomeriggio, anche se la fuoriclasse tedesca conferma la propria candidatura alla medaglia d’oro nuotando in 55”82, mentre per capire quale sia la caratura della manifestazione, per accedere alla Finale del giorno dopo è necessario scendere sotto i 57”50, con la Brigitha a far registrare 57”08 nella prima delle due serie, preceduta con 56”89 dall’americana Kim Peyton.

E quando, nel tardo pomeriggio del 19 luglio ’76, le otto finaliste si presentano sui blocchi di partenza, la 21enne olandese rischia di fare la fine di un vaso di coccio tra una serie di vasi di ferro, vista la presenza sia del trio tedesco orientale (Ender, Priemer e Claudia Hempel) che di quello americano (Peyton, Jill Sterkel e Babashoff), con la sola tedesca occidentale Jutta Weber a farle compagnie tra le “non allineate” …

Fortunatamente, la prova all’epoca più veloce del programma olimpico – i m.50sl verranno inseriti solo a far tempo dai Giochi di Seul ’88 – non consente di far calcoli, occorre solo lanciarsi e nuotare più forte che si può, anche se alla virata di metà gara l’oro è già virtualmente al collo della Ender, che transita in 27”10, oltre 0”3 decimi in meno della connazionale Priemer, mentre la sfida per il bronzo vede praticamente sulla stessa linea Peyton (27”70), Brigitha e Babashoff, con 27”72 per entrambe.

Ed è nella vasca di ritorno che l’olandese compie il suo capolavoro, riducendo addirittura il distacco dalla Priemer per andarle ad insidiare (56”49 a 56”65) la medaglia d’argento, sfuggita per 0”16 centesimi, nel mentre la Ender aggiunge allo scontato oro anche il miglioramento del proprio limite mondiale, fermando i cronometri sul nuovo record di 55”65, 1” esatto meglio della Brigitha.

80af9c7f03643a22bcecaf7b39d11b54.jpg
Brigitha, Ender e Priemer, il podio dei m.100sl – da:yahoo.com

La nuotatrice di origine caraibiche non si risparmia, tre giorni dopo, nelle batterie al mattino dei m.200sl che qualificano direttamente per la Finale del pomeriggio, stabilendo con 2’01”54 il nuovo record olimpico, mentre le due grandi favorite Babashoff ed Ender vincono le rispettive serie, ma con i tempi più alti di 2’01”64 e 2’02”50 rispettivamente.

Non che in casa olandese ci si faccia soverchie illusioni circa una possibilità di vittoria, visto che la tedesca orientale il 2 giugno precedente era stata la prima nuotatrice al mondo a frantumare la barriera dei 2’ netti sulla distanza, coprendo la stessa in 1’59”78, ma quantomeno ciò poteva comportare la speranza di insidiare l’americana nella lotta per l’argento, con anche una seconda connazionale, l’appena 16enne Annelies Maas, ad essersi qualificata per l’atto conclusivo.

La Babashoff – che, ricordiamo, aveva sconfitto l’anno prima la Ender ai Mondiali colombiani – impone subito alla gara un ritmo frenetico, che la porta a virare per prima a metà gara in 59”27 con la Ender staccata di 0”09 centesimi, per poi subire la rimonta della Ender, che transita ai m.150 con un minimo margine di 0”07 centesimi (1’30”38 ad 1’30”45) sulla rivale per poi distendersi nell’ultima vasca, nuotata in 28”88, ed andare a trionfare con il nuovo limite assoluto di 1’59”28, mentre la Babashoff, a corto di energie deve guardarsi dall’imperiosa rimonta della Brigitha che, coprendo gli ultimi m.50 anch’essa sotto il mezzo minuto, vede svanire la medaglia d’argento per soli 0”18 centesimi (2’01”22 a 2’01”40), con anche l’esordiente Maas a farsi valere chiudendo quarta in 2’02”56.

Il contributo della Maas non è sufficiente, ancorché la più esperta Brigitha nuoti un’ultima frazione lanciata in uno straordinario tempo di 55”91, a far sì che la staffetta 4x100sl olandese vada oltre il margine del podio, così come la staffetta mista si piazza non meglio che quinta, ma sta di fatto che, una volta di più, il medagliere dei Paesi Bassi, a conclusione della rassegna natatoria, veda le sue uniche medaglie con su scritto il nome della nuotatrice di origine caraibica.

Aver compiuto 21 anni, all’epoca, è già un’età da prepensionamento in una disciplina come il Nuoto dove il ricambio ai vertici è velocissimo, e la prima ad accorgersene è proprio la Birigitha in occasione dei Campionati Europei di Jonkoping ’77 – dove la sola sovietica Yulia Bogdanova, imponendosi nelle due gare sui 100 e 200 metri rana, impedisce un clamoroso “cappotto” da parte delle tedesche orientali – rassegna in cui si assiste ad una sorta di “passaggio del testimone” in favore della ricordata Maas, di cinque anni più giovane …

Annelies_Maas_and_Enith_Brigitha_1979.jpg
Annelies Maas ed Enith Brigitha – da:wikimedia.org

Tutto ciò avviene, peraltro, non senza aver dato del filo da torcere alla “nuova stella” dell’ex DDR, vale a dire Barbara Krause, che ha rilevato il ruolo di velocista principe dalla ritiratasi Ender, inserendosi tra la stessa e la Priemer nella Finale dei m.100sl, che la Krause si aggiudica in 56”55, mentre la Brigitha precede per soli 0”11 centesimi (57”09 a 57”20) l’altra rappresentante tedesca orientale.

Ma è nelle più lunghe distanze – per la prima volta Brigitha si cimenta anche sui m.400sl in una grande manifestazione internazionale – che avviene il citato “passaggio di consegne” con la Maas, la quale giunge terza sui m.200sl per poi aggiudicarsi addirittura l’argento sui 400 ed 800 metri stile libero – tutte gare vinte da Petra Thumer, oro sui m.400 ed 800sl l’anno prima a Montreal – mentre la più anziana olandese si deve per una volta accontentare di restare ai margini del podio sia sui m.200sl (nonostante li nuoti in un più che discreto 2’02”02 …) che sulla doppia distanza, coperta in 4’15”06.

La crescita della Maas viene peraltro sfruttata anche dalla Brigitha per completare la sua personale bacheca di medaglie con l’argento della staffetta 4x100sl (inutile dire chi abbia vinto …), prima di apprestarsi al passo d’addio in occasione della Rassegna iridata di Berlino Ovest ’78.

In una edizione caratterizzata dal clamoroso flop delle tedesche orientali – le male lingue attribuiscono il fatto ad aver ridotto le pratiche dopanti visto che la Manifestazione si svolge proprio in casa dei “nemici” occidentali – con la sola Krause ad imporsi sui m.100sl, tocca stavolta alle ragazze Usa fare incetta di medaglie e l’oramai 23enne Brigitha riesce comunque a confermare una sua caratteristica tutt’altro che trascurabile, ovverossia qualificarsi anche in quest’occasione per tutte le Finali delle gare a cui è iscritta, tra cui anche un’inedita partecipazione ai m.100 farfalla.

Ed anche se in quest’ultima prova conclude ultima con il tempo di 1’02”78 (peraltro a soli 0”07 centesimi dal quinto posto …), con identico piazzamento sui m.400sl, le prove a lei più congeniali vedono la Brigitha ancora in grado di dire la sua, con il quinto posto sia sui m.100sl, nuotati in 57”17, che sulla doppia distanza, dove è preceduta per soli 0”10 centesimi (2’01”89 a 2’01”99) dalla Maas, incapace anch’essa di portare medaglie alla causa del proprio Paese, visto che pure la staffetta 4x100sl si ferma ai margini del podio.

E con l’ultima frazione nuotata in un eccellente 56”20 cala il sipario sulla carriera di una straordinaria atleta a cui è mancata solo la soddisfazione di salire su di un gradino più alto del podio, anche se, per quello che poi è stato scoperto postumo, la “vincitrice morale” di tutte le gare in cui è stata preceduta esclusivamente dalle nuotatrici della Germania Est non può che essere lei.

Magra soddisfazione, potrete dire – anche perché il CIO si è sempre rifiutato di andare a modificare l’esito delle gare olimpiche, con la scusa che fossero trascorsi più di 8 anni – ma anche essere a posto con la propria coscienza avrà pure un valore, o no …??