SWEN NATER, LA PRIMA STELLA EUROPEA NEL PIANETA NBA

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Swen Nater – da apiedecancha.es

articolo di Nicola Pucci

In tempo di globalizzazione selvaggia – nell’evoluzione geopolitica così come nell’attività sportiva – forse ci dimentichiamo che non troppo tempo fa il campionato NBA era un pianeta pressochè inesplorato ed inavvicinabile per i giocatori europei. E se Drazen Petrovic e Vlade Divac hanno segnato la strada nel 1989, l’uno a Portland e l’altro a Los Angeles, versante Lakers, è necessario ricordare che un altro ragazzo del continente li anticipò nel 1973, guadagnandosi una scelta del Draft da parte dei Milwaukee Bucks con il numero 16 prima di esser “scambiato” con i Virginia Squires, all’epoca militanti nell’ABA, lega alternativa all’NBA.

Vi chiederete chi sia stato questo pioniere in un’epoca in cui ancora del professionismo americano non si aveva traccia, stante lo status amatoriale dei Giochi Olimpici così come dei Mondiali, unica occasione di confronto tra il basket statunitense e la pallacanestro del resto del mondo? Stiamo parlando di Swen Nater, cestista olandese nato a Den Helder il 14 giugno 1950, e che assurgerà al rango di primo giocatore europeo della storia del basket professionistico americano.

In effetti sono circostanze non proprio invidiabili a far sì che il giovane Nater scopra l’America. Figlio di genitori divorziati, viene allevato insieme alla sorella minore in un orfanotrofio prima di poter volare, all’età di nove anni, di la dall’Oceano per ricongiungersi alla madre Marlene, nel frattempo convolata a nozze con un altro uomo. Grande e grosso com’è, 211 centimetri per 110 chili, Nater non può che dirottarsi verso la pallacanestro, anche perchè negli Usa è quasi inevitabile sposare il culto della palla a spicchi, apprendendo i rudimenti del gioco in un piccolo liceo della California, Stato in cui Swen si è stabilito. I due anni successivi, dal 1968 al 1970, allo Junior College di Cypress, svezzano il ragazzo, che viene notato dal leggendario John Wooden, coach di UCLA, prestigiosa università californiana, che lo precetta, permettendogli di allenarsi a contatto con giocatori del calibro di Bill Walton. Non gioca il torneo NCAA, relegato com’è al ruolo di sostituto del pivot bianco più forte della storia del basket americano, non solo universitario, ma vede la sua squadra conquistare due titoli e il suo apporto è fondamentale nel preparare i compagni, apprendendo altresì i trucchi del mestiere. Tanto da guadagnarsi una chance al Draft del 1973, nondimeno accompagnato dall’etichetta di “pivot fantasma“.

L’11 ottobre 1973 Nater esordisce dunque con Virginia nel campionato professionistico ABA, mettendo a referto 18 punti nella sfida persa 133-96 contro i Carolina Cougars, ma il tempo e le doti giocano a suo favore. Liberato, se è permesso dirlo, della presenza ingombrante di Bill Walton, Nater, che non ha mai calcato un parquet europeo, ha modo di evidenziare le sue capacità sotto i tabelloni, diventando ben presto uno dei migliori nel ruolo di pivot. Gioca 17 partite con Virginia, per poi passare ai San Antonio Spurs e chiudere l’anno con 14.1 punti e 12.6 rimbalzi di media a partita, per poi la stagione dopo vincere la speciale graduatoria riservata ai migliori rimbalzisti con 16.4 palloni catturati a sera. Gioca anche con i New York Nets, assieme ad un certo Julius Erwing, torna ai Virginia Squires e quando nel 1976 l’ABA fallisce, è pronto al salto nel pianeta NBA con la maglia dei Milwaukee Bucks, ex-squadra di Kareem Abdul-Jabbar che nel frattempo, 1975, è passato ai Lakers.

A Milwaukee Nater conferma quanto di buono ha già fatto vedere in ABA, ovvero presenza sotto i tabelloni e buona mano che gli permette di chiudere l’anno con 13.0 punti e 12.0 rimbalzi di media, con la memorabile prestazione del 19 dicembre quando contro Atlanta mette a referto 30 punti e 33 rimbalzi! Rimane nel Wisconsin solo una stagione, ed è un peccato, perchè nel 1977, proprio mentre passa ai Buffalo Braves orfani di un altro grande, Bob McAdoo, a Milwaukee arriva un altro emigrato europeo, il rumeno Ernest Grunfeld con cui Nater avrebbe potuto comporre la prima coppia europea del basket NBA. Passeranno dieci anni e saranno i tedeschi Detlef Schrempf e Uwe Blab a firmare questo record, vestendo insieme la casacca dei Dallas Mavericks.

Poco male, Nater ormai è un fattore dominate, con un’altra stagione in doppia doppia per punti e rimbalzi, 15.5 e 13.2, per poi accasarsi per cinque anni ai San Diego Clippers, diventando di fatto una delle stelle della franchigia. Nel corso della stagione 1979/1980, pur ritrovando Bill Walton, al rientro da un primo infortunio che lo ha tenuto lontano dal parquet per un anno, come compagno di squadra, è il miglior rimbalzista della lega con 15.0 palloni tirati giù a partita, diventando l’unico giocatore della storia a riuscire nell’impresa di dominare la speciale classifica sia in ABA che in NBA, e l’anno dopo con 15.6 punti a partita produce la miglior stagione offensiva della sua carriera.

Il giocattolo, come spesso accade, si rompe in virtù di un grave infortunio che a dicembre 1981 costringe Nater a rimaner fermo un anno, per poi, una volta tornato attivo, vedersi ancora una volta la strada chiusa da Bill Walton, a sua volta in ripresa dopo due altre stagioni di inattività. Swen chiude la sua carriera NBA con un passaggio fugace ai Los Angeles Lakers dello “showtime” di Magic Johnson, Jabbar e Worthy, battuti in finale dai Boston Celtics di Larry Bird, e si concede un’ultima esperienza cestistica, con l’Australian Udine ed ovviamente in doppia doppia, 17.1 punti e 13.6 rimbalzi a partita che non serviranno ad evitare la retrocessione in serie A2, in quell’Europa da cui era partito e che mai aveva avuto il piacere di vederlo esibire. Già, perchè il destino volle che Swen Nater, olandese, fosse il primo continentale a far divertire gli americani.

 

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RAYMOND KOPA, MIGLIORE DI PELE’ AI MONDIALI DEL 1958

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Kopa con la maglia del Real Madrid – da nytimes.com

articolo di Massimo Bencivenga

La recente Caporetto della Nazionale italiana ha portato alla luce un anno sportivo sinora forse poco noto: il 1958. Un anno, peraltro, che, sportivamente e non, ha una sua importanza.

Fu l’anno che non andammo ai mondiali, pur schierando nell’ultima partita valida, a Belfast contro l’Irlanda del Nord, anche i due eroi del Maracanazo, ossia Ghiggia e il sommo Schiaffino. Che poi così in disarmo non dovevano neanche essere, visto che Schiaffino a maggio fu a una manciata di minuti dal portare il Milan a vincere la Coppa dei Campioni del 1958.

Il buon Pepe stava per compiere un’altra impresa, poi il gol decisivo di Gento passò proprio in mezzo alle sue gambe. E amen. Tenete presente il Real Madrid, perché ne riparleremo.

E poco più di due settimane dopo quel tragico 15 gennaio 1958, gli americani risposero ai sovietici mandando in orbita il loro primo satellite.

Per gli appassionati di calcio, quelli ferrati ma non troppo, il 1958 è e rimane l’anno dell’apparizione di Pelè. Ai Mondiali di Svezia. Dove noi non andammo.

Quelli più ferrati in cose calcistiche sanno però che il miglior calciatore di quel mondiale non fu Edson Arantes do Nascimento, ma un altro, che di cognome faceva Kopaszewski. Ma tutti lo conoscevano come Kopa, Raymond Kopa. E’ un nome che difficilmente vien fuori adesso. E che in futuro sarà sempre più dimenticato. Ed è un peccato.

La prima volta che mi imbattei in questo Kopa fu quando, in quinta elementare, mi feci comprare il diario di Maradona e lessi che l’argentino, fresco campione del mondo, era accostato già a campionissimi quali Andrade, Puskas, Masopoust, Cruyff, Di Stefano. Inutile dire che non conoscevo nessuno di questi, ma quel pomeriggio, quelle righe, sono scolpite nella mia memoria.

Se il nome di Kopa è destinato a essere dimenticato con il tempo, va detto che il mondo del calcio ha seriamente rischiato di non vedere la minuscola figura, era alto poco più di un metro e sessanta. E sarebbe stato un mondo decisamente più brutto, meno allegro, almeno nel mondo del calcio.

Come si può ben intuire dal nome, Kopa, classe 1931, era di origini polacche. Aveva 17 anni, si sentiva portato per il calcio, ma bisognava mangiare. E allora lavorava in una miniera. Come e con il padre. Aveva sempre 17 anni quando un suo fraterno amico morì, travolto da una frana. Quel giorno morì un minatore e nacque un campione. Quel giorno buttò via gli attrezzi da minatore dicendo: “Non vi impugnerò mai più”. La madre fu con lui. Meglio digiuni che senza l’affetto di un figlio.

Poco dopo arrivò secondo in una gara di rigori (lo so, che razza di gara!!! Ma all’epoca si facevano anche così i provini non con il test di Cooper) e fu notato dai dirigenti della SCO Angers. Tecnicamente dotatissimo, Kopa si affermò ben presto e tempo due anni eccolo approdare al ben più prestigioso Stade Reims. Raymond Kopa divenne non solo un calciatore, ma un autentico fuoriclasse.

Il grande pubblico scoprì quel geniale centravanti brevilineo, tutto finte e tunnel, in un Francia-Inghilterra 7-1 del 1952 che fece storia; i “maestri del calcio” umiliati in terra di Francia. Quel giorno un giornalista lo battezzò “il Napoleone del calcio”. E così rimase. Wicks, lo stopper dei figli d’Albione, finì la partita con le lacrime agli occhi e con le gambe attorcigliate nel vano tentativo di seguire le finte di Kopa.

In lacrime, dopo un Francia-Germania del 1954, finì anche Posipal; si racconta che il difensore teutonico, che pure era riuscito a fermare Kocsis (la miglior testa d’Europa dopo Churchill), entrò singhiozzando negli spogliatoi, in preda ad una crisi isterica.

Kopa portò di peso lo Stade Reims alla finale della prima Coppa dei Campioni; andarono anche in vantaggio, ma niente poterono i transalpini contro lo strapotere di Di Stefano e compagni che s’imposero di misura per 4-3.

Santiago Bernabeu lo vide e non se lo fece scappare. Al Real nel suo ruolo c’era un certo Alfredo Di Stefano, che costrinse il “Napoleone del calcio” a giocare ala. Ricamò calcio anche lì. E Kopa c’era anche nella finale del 1958 contro il Milan di Schiaffino.

E c’era ai mondiali svedesi, dove giocò da par suo. Lasciato il posto di centravanti al Real, si trovò così bene nella nuova posizione più arretrata che scelse di giocare in quel ruolo anche in nazionale. Ricamò giocate e tunnel, assist e funambolismi. E fu così efficace che non solo contribuì a portare la Francia alle semifinali del mondiale svedese, ma contribuì anche all’exploit, sinora mai eguagliato e difficilmente uguagliabile, di Just Fontaine, che marcò 13 reti in quella kermesse mondiale.

Di quel mondiale in terra di Svezia fu eletto miglior calciatore; nel Mondiale che rivelò al mondo il talento di Pelè il migliore fu Raymond Kopa che, a coronamento di un anno magico, ricevette anche il Pallone d’Oro 1958 succedendo nell’albo al compagno-rivale Di Stefano.

Nel 1959 finì secondo nella stessa classifica di France Football, dietro alla Saeta Rubia.

Questo, e tanto altro, è stato Kopa, fondatore anche di un sindacato di calciatori, gli ultimi schiavi nelle sue parole. Forse esagerate.

Piccolo, magro, aveva il cipiglio di chi nella vita ha dovuto subito imparare a difendersi e arrangiarsi, una caratteristica peculiare che, eccezion fatta per il Real, dove dovette dividere classe e leadership con gente come Di Stefano e il colonnello Puskas, lo vide sempre essere un trascinatore. Calcisticamente spparteneva alla genìa dei Sivori, dei Maradona, dei giocolieri da circo che riuscono non solo a primeggiare ma a far diventare grandi anche chi giocava accanto a loro.

Ma se quel giorno non ci fosse stato quel lutto?

CRESCITA, TRIONFI E DECLINO DEL CUS TORINO DI PALLAVOLO

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Una fase della finale scudetto ’84 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La Torino degli anni ’70 vive l’apice della rivalità calcistica, in tempi relativamente recenti, delle sue due squadre, la Juventus ed il Torino, che hanno spodestato, ai vertici dell’italica passione pallonara, la coppia rossonerazzurra costituita dalle due compagini meneghine del Milan e dell’Inter che, nel decennio precedente, si erano portate a casa, tra tutte e due, qualcosa come cinque Scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre Coppe Intercontinentali.

Sono gli anni in cui il “Derby della Mole” richiama su di sé l’attenzione dell’Italia intera, in cui il Torino torna a gioire nel 1976 per un titolo di Campione d’Italia che mancava dal tragico schianto di Superga del ’49, che vede le due rivali giocare un Campionato a sé l’anno seguente, vinto dai bianconeri per un solo punto (51 a 50) sui granata, e coi tifosi di questi ultimi a domandarsi cosa abbia in più il trio Causio-Rossi-Bettega da essere preferito in Nazionale al loro Sala-Graziani-Pulici, oltretutto da un Commissario Tecnico quale Enzo Bearzot, ex “vecchio cuore granata”.

Ma, in tutto questo ambito dove la sfera di cuoio la fa da padrone, un’altra realtà cittadina sta iniziando ad imporsi a livello nazionale e non solo, vale a dire il Cus Torino Volley, Società fondata nel 1952 e che, da metà anni ’60 sta bruciando le tappe, con la promozione in C nel ’65 e l’anno successivo in B, dove resta sino al 1972, stagione al termine della quale giunge l’approdo alla massima serie del campionato nazionale.

Un approccio timido, con sole quattro vittorie sulle 22 gare disputate ed un decimo posto in classifica che evita per soli due punti il ritorno nella serie cadetta, ma che vede il debutto di uno dei più grandi talenti della nostra pallavolo dell’epoca, il torinese purosangue Gianni Lanfranco, appena 16enne centrale di m.1,89 un’altezza che impallidisce se rapportata ai lungagnoni dei tempi nostri, e che, pensate un po’, aveva iniziato la propria attività sportiva in maglia granata nelle Giovanili del Torino, prima di virare sulla pallavolo.

Ci mette poco, comunque, il Cus Torino ad adeguarsi alla massima divisione, ad iniziare dal torneo successivo, dove la compagine allenata da Franco Leone si piazza al quinto posto (con un record di 16 vittorie a fronte di 10 sconfitte), grazie all’innesto in squadra dell’alzatore bulgaro Dimitar Karov, reduce dal quarto posto con la sua Nazionale alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Con Karov in regia, a dettare i tempi delle azioni offensive, e Lanfranco a martellare i muri avversari, nel ’75 il Cus Torino si migliora ancora sino a sfiorare la conquista dello Scudetto, concludendo la stagione al secondo posto – all’epoca non erano stati ancora introdotti i playoff per l’assegnazione del titolo – a soli due punti di distacco dall’Ariccia Campione, risultando decisivo, dopo che i due scontri diretti si concludono con un doppio 3-0 a favore delle rispettive squadre ospitanti, il passo falso costituito dalla sconfitta per 1-3 a Modena contro la Villa d’Oro.

Manca oramai pochissimo per toccare i vertici, ed un ulteriore passo in avanti avviene sia con l’ingresso in Società dello sponsor “Klippan”, che con l’incremento di esperienza nel sestetto titolare con l’arrivo del 31enne universale Andrea Nannini, proveniente dalla Panini Modena e con già quattro titoli di Campione d’Italia nel proprio palmarès, a cui sta per aggiungerne un quinto allorché la compagine di Leone si trova a concludere il torneo ’76 a pari merito, ironia della sorte, con la formazione del “Re delle Figurine”, con ciò rendendosi necessaria la disputa dello spareggio il 16 maggio ’76 a Milano, risolto con un netto 3-0 (15-12, 15-12, 15-5 i parziali) a favore dei modenesi, proprio nella stessa domenica in cui la Torino granata festeggia la conquista dello Scudetto nel calcio.

Storia insegna che i successi in uno sport di squadra sono quasi sempre legati alla figura di un tecnico carismatico, ed anche per il Cus Torino vale la stessa verità, grazie all’affidamento della guida tecnica, a partire dall’autunno ’76 al non ancora 30enne Silvano Prandi, il quale aveva concluso la carriera da giocatore proprio con il Cus Torino, nell’anno della promozione in Serie A.

Prandi, uno dei tecnici di maggior successo nella storia della pallavolo italiana – tanto da meritarsi l’appellativo di “Professore” – procede per gradi alla costruzione di quella che sta per divenire la dominatrice di tale disciplina e, sostituito Karov con il palleggiatore cecoslovacco Jiri Svoboda, inserisce nel sestetto titolare altri due giovani di sicuro avvenire ed entrambi del capoluogo piemontese, vale a dire il 18enne alzatore Piero Rebaudengo ed il 17enne centrale Giancarlo Dametto.

A Prandi poco importa di ottenere risultati nel breve termine, per lui è fondamentale costruire una squadra dallo spirito vincente dando tempo ai giovani di maturare e così, dopo un quarto posto nel ’77 ed un terzo nel ’78, e grazie all’occhio lungo costituito dall’aver intuito le potenzialità del 18enne schiacciatore Franco Bertoli, prelevato in Serie C da Udine nell’estate ’77, può finalmente completare il puzzle e presentare all’Italia del Volley la sua “creatura” – costituita, particolare non trascurabile, da soli giocatori italiani e di cui ben 6 su 9 della rosa titolare, nati a Torino od in Piemonte – che consente per la prima volta a Torino di festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.

Ciò avviene al termine della stagione ’79, conclusa dalla Klippan con due sole sconfitte esterne (0-3 a Modena ed 1-3 a Sassuolo contro l’Edilcuoghi), una in meno della Panini Modena, impresa che non si rivela fine a se stessa, visto che l’anno successivo la “Banda Prandi”, sempre rigorosamente autarchica, non solo si conferma Campione d’Italia, nuovamente con un record di 20 vittorie e sole due sconfitte e 6 punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, ma si afferma anche laddove la blasonata formazione bianconera della Juventus non era ancora riuscita in campo calcistico.

Ebbene sì, Prandi porta Torino per la prima volta sul tetto d’Europa, superando nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0 proprio il 19 marzo 1980, “Festa del Papà”, come se i suoi “ragazzi” avessero voluto fargli il più gradito dei regali, circostanza che segna non solo il primo trionfo di una squadra italiana nella manifestazione, ma altresì la prima volta che il trofeo, istituito nel 1959, non viene assegnato ad una compagine dell’Europa orientale, anche se, per obiettività di giudizio, occorre ricordare che, negli anni olimpici, le squadre dell’ex Unione Sovietica non partecipano alla competizione.

Quanto questa assenza possa avere inciso se ne ha la riprova l’anno seguente, dopo che importanti cambiamenti avvengono sia a livello societario che tecnico, con l’abbandono, da una parte dello sponsor Klippan, sostituito dalla “Robe di Kappa”, importante maglificio torinese, e dall’altra, con il trasferimento del 24enne Lanfranco alla Santal Parma, rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, fresco vincitore dell’Argento olimpico ai Giochi di Mosca ’80, cui fanno seguito gli inserimenti in squadra di altri due interessanti giovani, l’altro Rebaudengo, Paolo, classe ’60, ed il 17enne Guido De Luigi, anch’essi “torinesi doc”.

La perdita di Lanfrancoo non sposta di una virgola le potenzialità del sestetto piemontese che, al contrario, porta a compimento un’annata irripetibile sul fronte interno, vincendo tutte e 22 le gare della stagione 1981 per il proprio terzo titolo consecutivo – con una straordinaria differenza set di 66-7, costituita da 15 affermazioni per 3-0 e 7 per 3-1 – aggiudicato con ben quattro turni di anticipo.

In Coppa Campioni, però, la sorte abbina ai neocampioni d’Europa i fortissimi sovietici del CSKA Mosca ai quarti di finale, turno che dà l’accesso alle “Final Four” per l’assegnazione del trofeo e, stavolta, la compagine torinese deve inchinarsi nel doppio confronto, sconfitta 1-3 in Russia e nuovamente per 2-3 al PalaRuffini nel match di ritorno.

Con l’intenzione di riprovarci l’anno successivo, Prandi deve però confrontarsi sul versante nazionale con la crescita esponenziale di un’altra formidabile compagine con cui per tre anni darà vita a sfide di elevatissimo contenuto sia tecnico che agonistico, vale a dire la Santal Parma che, oltre al “core ‘ngrato” Lanfranco, può contare sul genio del palleggiatore coreano Kim Ho Chul, nonché su altri talenti del calibro di Gianni Errichiello, Marco Negri, Giorgio Goldoni e Pierpaolo Lucchetta.

Per la prima volta, vengono istituiti i playoff al termine della stagione regolare, che la Robe di Kappa conclude comunque al primo posto con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta, una in meno di Parma che – oltre a scambiarsi i reciproci dispetti di andare l’una a violare il parquet dell’altra, in entrambi i casi per 3-2 – incappa in un secondo scivolone esterno nel derby di Sassuolo, superata per 3-1 dall’Edilcuoghi.

Prima però, per Prandi ed i suoi, c’è da andare alla ricerca del ritorno ai vertici del volley continentale, dopo aver centrato l’accesso alle “Final Four” di Parigi grazie al doppio successo per 3-1 a spese della Stella Rossa di Bratislava, andando ad affrontare i greci dell’Olympiakos Atene, il CSKA Mosca ed i campioni in carica della Dinamo Bucarest che, l’anno precedente, avevano sconfitto a sorpresa i moscoviti per 3-2 al termine di un incontro dalle mille emozioni.

Superate senza eccessive difficoltà sia la compagine greca (3-0 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-4, 15-7) che quella rumena (3-1, dopo una partenza ad handicap, come dimostrano i parziali, 8-15, 15-11, 15-8, 15-5) ecco che il match decisivo per la conquista del trofeo oppone la Robe di Kappa ai sovietici del CSKA Mosca, desiderosi di tornare sul trono europeo che già in 6 precedenti occasioni li aveva visti trionfare, ed, anche stavolta, la maggior forza fisica ed esperienza del sestetto russo ha la meglio, imponendosi per 3-1, con i torinesi a cercare di rimontare un inizio disastroso (10-15 e 3-15 i parziali dei primi due set) grazie al 15-9 del terzo set per poi lottare sino all’ultimo pallone prima di cedere 14-16 nel quarto e decisivo parziale.

Una delusione alla quale segue quella della fase finale del campionato, al cui atto conclusivo giungono, come ovvio che sia, Torino e Parma, liberatisi con altrettanti doppi 3-0 di Roma e Sassuolo da una parte e di Chieti e Modena dall’altra, ma dopo l’iniziale 3-0 al PalaRuffini, azzerato da analogo punteggio a favore dei parmensi, gli stessi si impongono per 3-1 nel terzo e decisivo match per il quarto titolo della loro storia.

In questa fase iniziale degli anni ’80, Torino e Parma sono le due indiscusse squadre leader del nostro movimento pallavolistico, sia a livello nazionale che europeo, come confermano le due successive stagioni, che le vedono ancora contendersi il titolo di Campione d’Italia, che la Santal fa nuovamente suo nel 1983 dopo aver terminato la stagione regolare alle spalle della Robe di Kappa – che, nel frattempo, ha perso Zlatanov, sostituito dall’americano Tim Hovland, ed inserito in formazione un altro giovane e futuro protagonista del nostro volley, vale a dire il 18enne massese Fabio Vullo, alzatore di classe mondiale – ribaltando, come nell’anno precedente, lo 0-3 in trasferta di gara-1, grazie al successo interno per 3-2 in gara-2 ed all’affermazione per 3-1 nella “bella”.

Uscite entrambe con le ossa rotte dalle rispettive Finali internazionali – sconfitte per 1-3 contro i francesi del Cannes e per 2-3 (dopo aver sprecato un vantaggio di 2-1, perdendo il quarto set 17-19) contro il CSKA Mosca per il Santal nelle “Final Four” di Coppa dei Campioni svoltesi proprio a Parma, ed analoga sconfitta in Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo per la Robe di Kappa – il riscatto giunge nella stagione 1984, che, per quanto riguarda i fatti di casa nostra, si conclude con la terza sfida consecutiva nella Finale playoff tra Torino e Parma, stavolta appannaggio del Club torinese, a dispetto del trasferimento di Bertoli alla Panini Modena, sostituito dallo svedese Bengt Gustafson, che aveva come di consueto concluso al primo posto la stagione regolare, e che, all’oramai abituale 3-0 di gara-1 al PalaRuffini, abbina in questa occasione un netto 3-1 esterno in gara-2 che chiude definitivamente i conti.

In campo europeo, tocca stavolta alla Santal approfittare dell’assenza delle compagini sovietiche in Coppa dei Campioni in concomitanza con l’anno olimpico – una doppia beffa visto il contro boicottaggio imposto dal governo di Mosca ai Giochi di Los Angeles ’84 – divenendo la seconda squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo, al quale la Robe di Kappa risponde tornando in Finale di Coppa delle Coppe, ma stavolta aggiudicandosi la manifestazione a spese degli spagnoli del Palma di Maiorca, seconda squadra italiana ad imporsi, dopo la Panini Modena nel 1980.

Nel frattempo, Prandi è stato altresì chiamato a cercare di risollevare le sorti della pallavolo azzurra in campo internazionale e, con lui alla guida, l’Italia ottiene la prima medaglia olimpica della sua storia – ancorché condizionata dall’assenza delle citate Nazioni del blocco sovietico – con il Bronzo conquistato ai Giochi di Los Angeles ’84 alle spalle di Stati Uniti e Brasile, in un’edizione che vede tra i convocati ben sei giocatori di “scuola torinese”, vale a dire Bertoli, Dametto, De Luigi, Lanfranco, Piero Rebaudengo e Vullo.

Purtroppo, con la fine di detta stagione si conclude anche l’abbinamento con la Robe di Kappa e, dopo una stagione in cui torna a giocare come Cus Torino e tre successive annate con l’industria dolciaria “Bistefani” come sponsor, il progressivo abbandono da parte dei migliori giocatori e gli elevati costi di gestione incompatibili con il budget finanziario a disposizione, spingono la Società torinese a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, cedendo il titolo sportivo al Cuneo Volley, mentre Prandi, fedelmente al comando della squadra sino all’ultimo, si accasa a Padova per poi tornare, in seguito, ad allenare proprio Cuneo.

Di quei 16 anni ai vertici della Pallavolo italiana, restano i record, come quello delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), oltre ai 46 successi casalinghi uno di seguito all’altro ed alle 6 stagioni consecutive chiuse al primo posto nella stagione regolare, ma soprattutto, l’essere stata la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, portando a Torino un trofeo per il quale, in campo calcistico, la Juventus avrebbe dovuto attendere altri cinque anni…

 

ALBERT HILL, OLIMPIONICO BRITANNICO DEGLI 800 E 1500 COME NON RIUSCI’ A COE ED OVETT

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Albert Hill impegnato alle Olimpiadi di Anversa del 1920 – da telegraph.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Per costituzione, ancor prima che per adattabilità muscolare, 800 e 1500 metri piani sono le prime fatiche del mezzofondo in atletica leggera. E se gli Stati Uniti vantano, nella storia olimpica, due doppiettisti che realizzarono l’exploit in entrambe le gare ai Giochi, ovvero James Lightbody a St.Louis nel 1904 e Melvin Sheppard quattro anni dopo a Londra con il genovese Emilio Lunghi, secondo nella distanza più breve, primo italiano a salire sul podio olimpico dell’atletica, e dopo che l’australiano Edwin Flack vi era già riuscito nella prima edizione di Atene 1896, la Gran Bretagna deve attendere qualche anno ancora per poter eguagliare quel che poi non saranno capaci di fare, molto tempo dopo, neppure due leggende come Sebastian Coe e Steve Ovett.

Albert Hill non è più tanto giovanotto quando si presenta alle Olimpiadi di Anversa del 1920, le prime dopo l’orrore della Grande Guerra che ha imposto lo stop ad ogni attività e illusione sportiva, per competere appunto negli 800 e 1500 metri piani, oltre ad esser impegnato nella gara dei 3000 metri a squadre. Ad onor del vero Hill, che ha quasi 32 anni ed ha vinto i titoli britannici sulle 880 yarde e sul miglio nel 1919 oltre ad esser stato già campione nazionale sulle 4 miglia nel 1910 prima di dedicarsi alle distanze più brevi dopo il conflitto bellico che lo ha visto al servizio del Royal Flying Corps in Francia, in Belgio non dovrebbe neppure esser presente, ritenuto troppo vecchio dai selezionatori del suo paese dopo la sconfitta con il sudafricano Bevil Rudd nella sua gara preferita, appunto le 880 yarde. Nondimeno Hill riesce ad averla vinta, e può difendere le sue credenziali ai Giochi Olimpici, dove arriva a termine di un viaggio avventuroso e presentandosi alle batterie degli 800 metri, il 15 agosto, dovendo competere nella stessa serie di due altri favoriti, Rudd appunto e l’americano Earl Eby. Sopravvive arrivando secondo, vince la sua semifinale con il miglior tempo, 1’56″4 davanti allo stesso Eby, e il 17 agosto, mezz’ora dopo la semifinale, allo Stadio Olimpico di Anversa disegna un capolavoro dopo che Eby ha condotto la gara nel corse del primo giro, con un passaggio a 54″2. Rudd lo rileva in testa, ma sul rettilineo finale Hill lo sorpassa e chiude in trionfo a tempo di record britannico, 1’53″4, davanti agli stessi Eby e Rudd.

Ventiquattro ore dopo, il 18 agosto, tocca ai 1500 metri, dove tutti gli occhi sono puntati addosso ad Hill, chiamato a compiere un’altra impresa. E il britannico non tradisce le attese, in una competizione che vede lo svedese Sven Lundgren tra i favoriti per aver realizzato il miglior cronometro stagionale, 3’59″3, e il cecoslovacco Vohralik altro pretendente alla medaglia dopo aver anticipato Hill in batteria, 4’02″2 contro 4’03″3 dell’inglese. Ma in finale Hill fa gioco di squadra con il connazionale Philip Noel-Baker, che gli “copre le spalle“, dopo che il ritmo iniziale è stato imposto dall’americano Joie Ray. Al suono della campana Ray si spenge, i due britannici balzano al comando con Noel-Baker che respinge il tentativo di Larry Shields di passare, permettendo così a Hill di andare a tagliare il traguardo in prima posizione con il tempo di 4’01″8

La gloria per Hill non è ancora finita, perchè c‘è da onorare l’impegno con i compagni di bandiera, Joe Blewitt, William Seagrove, James Hatton, Duncan McPhee (che si ritira in finale) e Percy Hodge (che corre al posto dello stesso Hill in batteria), altri tre giorni e si mette al collo la medaglia d’argento dei 3000 metri a squadre, giungendo settimo in una classifica a punti che conteggia solo i migliori tre concorrenti per nazione. E’ l’apoteosi per il ragazzo, non più tanto ragazzo ormai, che nacque a Southwark, un sobborgo di Londra, il 24 marzo 1889. Ed è un exploit destinato a resistere nel tempo, perchè mai nessun britannico è mai più riuscito a fare altrettanto, pur chiamandosi Coe ed Ovett.

Curiosità in appendice? Noel-Baker, attivo nella lotta al disarmo nucleare, si “consolerà” con il Premio Nobel per la pace nel 1959. E forse magari quel riconoscimento vale più di una medaglia d’oro olimpica… ma non ditelo ad Albert Hill.

MANUELA DI CENTA E LE CINQUE MEDAGLIE OLIMPICHE A LILLEHAMMER 1994

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Manuela Di Centa con le cinque medaglie vinte a Lillehammer – da losportsecondogrimaus.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

Sono sincero: ho tifato senza reticenza alcuna Stefania Belmondo, scricciolo piemontese che con la sua classe salì, prima italiana di sempre, sul gradino più alto del podio olimpico con la vittoria ad Albertville nella 30 km a tecnica libera dei Giochi del 1992. Ma Manuela Di Centa, con il suo sorriso ammaliante e il fascino di donna matura, non ha eguali per quel che fu l’impresa che seppe realizzare due anni dopo, un po’ più a nord, tra le nevi ghiacciate di Lillehammer.

1994. Il Cio ha optato per separare Olimpiadi estive ed Olimpiadi invernali, da sempre accoppiate come sorelle gemelle, così all’evento a cinque cerchi in Savoia fa seguito, per chi cerca rivincite, l’appuntamento scandinavo. E per l’Italia dello sci di fondo è una pagina di sport da leccarsi i baffi.

Sappiamo che i maschietti da qualche anno brillano nel consesso internazionale, e proprio a Lillehammer la staffetta 4×10 regala l’indimenticabile sprint vincente di Silvio Fauner ad offendere l’orgoglio casalingo di Bjorn Daehlie. Ma le fanciulle non sono certo da meno e da qualche tempo tengono buona compagnia ai colleghi negli albi d’oro delle rassegne più prestigiose. Stefania Belmondo, certo, classe 1989, che già ai Mondiali in Val di Fiemme nel 1991 illustrò al mondo quel talento cristallino di cui Madre Natura l’aveva dotata, eccellente nel condurre gli attrezzi con grazia ed efficacia e riservata nell’approccio con il mondo esterno.  A far da contrappeso, oseremmo dire, una ragazza non più giovanissima, che si è fatta con fatica e sudore, che ha lottato per emergere sprovvista com’era delle stimmate della predestinata, esuberante e spavalda fuori dalle piste così come è audace in gara. Manuela Di Centa, appunto, friulana di Paluzza, dove ha visto i natali il 31 gennaio 1963.

Grinta e coraggio, si sa, portano lontano, e dopo aver debuttato nel 1982 alla kermesse mondiale di Oslo, giungendo ottava nella 5 km a tecnica libera vinta dalla norvegese Berit Aunli, Manuela ha dovuto attendere a lungo per salire una prima volta sul secondo gradino del podio in Coppa del Mondo, il 13 gennaio 1989 nella 15 km a tecnica classica di Klingenthal (prima della Belmondo), vincere la sua prima gara, il 18 febbraio 1990 nella 15 km a tecnica libera di Pontresina (dopo la Belmondo), cogliere una medaglia iridata, il 12 febbraio 1991 nella 5 km a tecnica classica in Val di Fiemme (ancora dopo la Belmondo), infine arrampicarsi su un podio olimpico, il 17 febbraio 1992 nella staffetta 4×5 di Albertville (curioso, stavolta assieme alla Belmondo).

Manca un titolo che regali l’immortalità sportiva, ed in questo Stefania, a cui Manuela è unita (o separata) da un rapporto di amicizia (od ostilità), ancora una volta è arrivata prima di lei, con quella medaglia d’oro appunto fatta sua in Francia nel 1992. Tocca rimediare, o almeno tocca provare a dimostrare di essere in grado di fare altrettanto, e a Lillehammer il programma dello sci di fondo femminile accoglie Manuela infine tra le sue elette d’eccezione. Sarà un cinque su cinque memorabile.

In effetti la Di Centa è data in forma smagliante, vincitrice in stagione in Coppa del Mondo nella 15 km a tecnica classica di Dobbiaco davanti alle due russe Ljubov Egorova ed Elena Vjalbe, a loro volta trionfatrici a turno nelle altre quattro prove stagionali, avversarie di grido ed attese protagoniste alla recita olimpica. La Belmondo è l’altra regina che punta alle medaglie, e dai favori del pronostico non sono escluse atlete del calibro della finlandese Marja-Liisa Kirvesniemi, nata Hamalainen e dal pedigre importante con i tre ori – 5, 10 e 20 km – alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984, dell’ennesima russa del lotto, Larisa Lazutina, e magari dell’atleta di casa Trude Dybendhal.

Si comincia il 13 febbraio con la 15 km a tecnica libera, lungo l’anello che si snoda all’interno dello stadio Birkebeineren. La giornata è illuminata da uno splendido sole, e sarà radiosa di lì a qualche ora a dispetto del freddo polare che anestetizza gli animi, e Manuela Di Centa, pettorale numero 44, è già velocissima dai primi metri di gara, a tallonare proprio la Belmondo, pettorale numero 43, partita trenta secondi prima di lei. Al rilevamento dopo 1,7 km. Manuela è in testa con 5″5 sulla Egorova ed un altro terzetto di russe, con Stefania che già accusa 17″2 di ritardo. L’incedere della Di Centa è convincente, sprigiona forza ed eleganza ad ogni passo, e già l’abbrivio lascia intendere quel che potrà essere il verdetto. A lieto fine. Al secondo intertempo il vantaggio sulla Egorova schizza a 37″8, la Belmondo è raggiunta e superata in pompa magna e la cavalcata della Di Centa assume i contorni della marcia trionfale. La carnica taglia il traguardo col tempo di 39’44″5, a sbriciolare il tempo della svedese Antonina Ordina a quel momento provvisoriamente al comando, ma le rivali che contano giungono dopo di lei e nessuna, ma proprio nessuna, può avvicinare il cronometro di Manuela. Egorova e Gavryljuk sono ben oltre il minuto di ritardo, la Belmondo è quarta, giù dal podio, e la Di Centa è incoronata, già il primo giorno, regina di Norvegia.

Il bello, verrebbe da dire, deve ancora venire, ed è un en-plein di medaglie che ha pochi riscontri nella storia olimpica del fondismo femminile. Due giorni dopo, 15 febbraio, le atlete rinnovano la sfida nella prova-sprint della 5 km. a tecnica classica, con la sola assenza della Vjalbe a cui viene preferita Svetlana Nageykina, sforzo estemporaneo che premia proprio la Egorova che per 19″5 prende la sua rivincita sulla Di Centa, seconda ma soddisfatta a precedere l’eterna Kirvesniemi, quasi 39enne, lasciata a distanza di sicurezza nonostante avesse fatto segnare il secondo miglior tempo al passaggio intermedio.

Egorova e Di Centa, dunque, invertono le posizioni ed occupano la scena dopo le prime due prove. Spazio adesso, il 17 febbraio, alla 10 km ad inseguimento a tecnica libera il cui formato di gara prevede la partenza delle atlete scaglionata secondo l’ordine di piazzamento nella 5 km di 24 ore prima. La russa fa da lepre e difende 20 secondi di vantaggio, l’azzurra azzarda la rimonta tenendo la rivale nel mirino, attenta anche a rintuzzare il tentativo di una scatenata Belmondo che si avvia dalla 13esima posizione con 56 secondi da recuperare. La piemontese è la migliore, agguanta e supera le concorrenti che la precedono ma la Egorova è lontana, imprendibile, a mettersi al collo un’altra medaglia d’oro ma la Di Centa, motivata e in condizione, è veloce quasi quanto la collega di bandiera ed infine è ancora premiata con la medaglia d’argento. E sono tre.

La staffetta 4×5, il 21 febbraio, almeno sulla carta, non pare dover sfuggire alle russe, forti di un quartetto che annovera la stessa Egorova, Vjalbe, Lazutina e Gavrykjuk, ovvero il meglio di quel che c’è in circolazione. O almeno quasi. Perchè le azzurre hanno due campionesse, Manuela e Stefania, o Stefania e Manuela, per non far torto a nessuna delle due, a cui si aggiungono l’esperta Bice Vanzetta al lancio e l’emergente Gabriella Paruzzi in terza frazione, e c’è anche la Norvegia che gioca in casa ed è ancora a secco di medaglie. E proprio Russia e Norvegia fanno gara a se, con Dybendahl, Nybraten e Nilsen che fanno corsa parallela alle ex-sovietiche per poi lasciare il testimone all’ultima frazionista, Anita Moen, che si batte come una leonessa ma infine deve cedere alla classe e alla forza della Egorova che nel testa-a-testa finale si libera della norvegese per vincere il terzo oro consecutivo con un margine di 30 secondi. Un minuto dopo giunge al traguardo la Belmondo, che trascina l’Italia sul terzo gradino del podio dopo essersi liberata dell’ingombro della Finlandia. La Di Centa, in seconda frazione, ha lottato con la Lazutina e la Nybraten e con il quarto metallo al collo può aspirare a completare l’opera nella gara di chiusura della rassegna olimpica.

Il 27 febbraio la 30 km. a tecnica classica pare dover essere l’ennesimo duello tra italiane e russe, ma se la Di Centa risponde presente all’appello, la Belmondo, che è campionessa olimpica e del mondo in carica per il titolo conquistato a Falun nel 1993, non si allinea al via, ed Egorova e Vjalbe pagano dazio alla fatica naufragando giù dal podio in quinta e sesta posizione. Manuela ha via libera, incisiva ed efficace come solo nelle giornate di grazia sa essere, davanti a tutte al primo intermedio, 2″5 sulla Kirvesniemi, al secondo, 18″2 sulla norvegese Mikkelsplass, al terzo, 31″2 di nuovo sulla Kirvesniemi, al quarto, 30″ sulla Mikkelsplass, al quinto intermedio, 24″5 sempre sulla Mikkelsplass, infine sulla linea d’arrivo, 16″2 ancora sulla Mikkeslplass, autrice di un’eccellente seconda parte di gara, sempre in costante ma non sufficiente recupero. Terza è la Kirvesniemi, a sua volta attardata di 32″.

Manuela Di Centa, chiude come aveva iniziato, cogliendo il secondo oro individuale e salendo per la quinta volta sul podio in cinque gare disputate, ed ora, sì, può sedere nell’Olimpo delle più grandi. La gloria, a lungo inseguita, infine gli appartiene, e ne ha ben donde, con quel sorriso che incanta…

COPA DEL REY 1981 E LA DOPPIETTA DI QUINI AGLI “AMICI” DEL GIJON

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Schuster e Quini con la Copa del Rey – da lavozdeasturias.es

articolo di Nicola Pucci

Gijon è una ridente cittadina delle Asturie, che si affaccia sul Golfo di Biscaglia, e che in Spagna è nota per esser sede non solo di raffinerie di petrolio, il che ne fa la sua fortuna, ma anche di esser stata eletta da Luis Sepulveda come sua residenza europea. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta conobbe anche gloria calcistica, grazie alle prodezze di Enrique Castro Quini, uno dei bomber più prolifici del calcio iberico, che trascinò la squadra ad alcuni piazzamenti di prestigio in campionato, ad esempio il secondo posto del 1979 alle spalle del Real Madrid ed il terzo dell’anno dopo, ancora una volta dietro ai “merengues” e alla Real Sociedad.

Il 1981, altresì, è una stagione particolare per Quini, che ha lasciato l’estate precedente lo Sporting Gijon attratto dai denari e dal prestigio del Barcellona, che abbisogna di un attaccante di grido per tornare a far sua la Liga che manca dal 1974 quando Crujiff era la stella incontrastata e Rinus Michels l’impareggiabile guida tecnica. E Quini, sotto porta, ci sa proprio fare, se è vero che nei dodici anni di permanenza nelle Asturie ha segnato 214 reti, risultando “Pichichi” proprio nel 1974 con 20 reti, nel 1976 con 21 reti e nel 1980 con 24 reti.

A Barcellona Quini non pare pagar dazio al cambio di casacca e all’acclimatamento in una grande metropoli, se è vero che la squadra catalana diretta da Helenio Herrera è saldamente in corso per la vittoria finale in campionato, da disputarsi in un arrivo in volata con Real Sociedad, Real Madrid, Atletico Madrid e Valencia. Il 1 marzo, però, accade un fatto clamoroso, ancorchè increscioso: Quini, dopo esser stato protagonista con una tripletta nel 6-0 rifilato all’Hercules che consente al Barcellona di rimanere a due lunghezze dall’Atetico Madrid capolista, avversaria la settimana dopo nello scontro diretto, viene rapito da tre uomini che lo tengono prigioniero per 25 giorni. In questo lasso di tempo i “blaugrana” lasciano per strada ogni chances di far loro il titolo, incamerando solo un punto in quattro partite, e seppur una volta ritrovata libertà e tornato in campo Quini sia decisivo con 20 reti che gli regalano per la quarta volta il trofeo di “Pichichi” del torneo.

Vabbè, il campionato è andato, così come qualche mese prima era svanito il sogno in Coppa Uefa con un clamoroso 0-4 casalingo con i tedeschi del Colonia dopo l’1-0 in trasferta firmato proprio da Quini. Ma c’è ancora un traguardo stagionale da inseguire, ed è la Copa del Rey che vede il Barcellona camminare sicuro contro il Lleida (2-1 e 5-1), il Barakaldo (2-0 e 1-1), il Castilla (5-3 4-1) e il Rayo Vallecano (3-0 e 3-1), prima del doppio confronto in semifinale con l’Atletico Bilbao (2-0 e 2-1), che spalanca ai catalani le porte della finalissima.

E chi c’è il 18 giugno 1981 allo Stadio Vicente Calderon di Madrid, a contrastare il Barcellona che insegue il 19esimo titolo (!!!) in 25 finali di Copa del Rey? Ovviamente lo Sporting Gijon, che ha fatto fuori Turon, Ponferradina e Levante prima di realizzare l’impresa con il Real Madrid ai quarti, battuto 3-2 al Santiago Bernabeu dopo l’1-1 della sfida di andata. Il 2-0 casalingo contro il Siviglia, protetto poi con lo 0-0 in Andalusia, regala agli asturiani la prima finala della propria storia, curiosamente senza più il suo giocatore più rappresentativo di sempre, trovandoselo invece davanti come nemico all’atto decisivo.

In effetti la sfida è eccitante, e Vicente Miera, che dopo l’esperienza di un anno all’Espanol è tornato a Gijon per guidare una squadra sulla cui panchina si è già seduto dal 1976 al 1979, vuol provare a ripetere l’impresa già riuscita in campionato, quando le reti di Ferrero ed Aguilar permisero ai biancorossi di avere la meglio per 2-1, anche se poi al ritorno Quini non ebbe pietà degli ex-compagni con la doppietta che valse il 3-1. Ma il bello deve ancora venire.

In finale l’allenatore del Gijon si affida all’inventiva di “El Torito” Uria, francobollato da Zuviria per un duello che si annuncia entusiasmante, e alla rapidità in attacco dell’argentino Enzo Ferrero, che in campionato ha segnato 15 reti, ben assistito da Abel, altrettanto prolifico con 13 reti, con Maceda a comandare la difesa. Quini è ovviamente il terminale offensivo più temuto, con il danese Simonsen, pallone d’oro nel 1977, libero di spaziare lungo tutto il fronte d’attacco nonostante Cundi lo segua come un’ombra, e il tedesco Schuster, gran protagonista della vittoria della Germania agli Europei in Italia del 1980, in cabina di regia. Insomma, per un tempo le due avversarie si equivalgono, con il Barcellona che in principio prova ad approfittare dell’iniziale nervosismo degli asturiani non certo abituati all’importanza di un match di finale, e il Gijon che piano piano esce dal guscio, consapevole della forza dei suoi giocatori offensivi, sempre in grado di produrre gioco e mettere in difficoltà la retroguardia blaugrana. Ma l’intervallo è vicino e il risultato pare dover essere ancora in equilibrio, ancorato allo 0-0 di partenza.

Pare… perchè proprio all’ultimo minuto Quini, fin a quel momento assente dal match ma al solito pronto a piazzare la zampata del bomber di razza, è abile nel farsi trovare pronto all’appuntamento per battere Rivero, forse in dubbia posizione di fuorigioco, e firmare l’1-0. Miera non si arrende di certo, lascia Cundi negli spogliatoi e ad inizio ripresa presenta al suo posto Pedro, decisamente più votato all’attacco, e la mossa sortisce gli effetti sperati al 50′ quando Maceda, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, infila Artola per l’1-1 che ristabilisce la parità.

Il Barcellona accusa il colpo, il Gijon crede all’impresa e la sfida diventa vibrante. Pedro, cuore asturiano autentico, avrebbe voglia di infierire sulla blasonata avversaria, e l’appoggio dei 50.000 spettatori presenti sugli spalti che palesemente tifano per i biancorossi sembra poter produrre la sorpresa.

Sembra… perchè dall’altro parte c’è sempre lui, Quini, che se è chiamato a buttarla dentro non si fa certo pregare. Ed ancora una volta, insensibile all’antica amicizia, al 59′ il “Pichichi“, con Redondo a terra, non perdona, battendo Rivero in uscita e portando di nuovo avanti il Barcellona. E quando poco dopo Esteban, a chiusura di un’azione personale, affonda nella difesa rivale e firma il 3-1 che sarà poi definitivo, il Gijon potrebbe ritenersi definitivamente al tappetto.

Potrebbe… perchè i ragazzi di Miera hanno l’occasione della vita, attesa da quel 1905 quando il club venne fondata, e tanto vorrebbero poter riaprire la partita. Ma, dopo alcune buone chances, il tiro di Joaquin si infrange sul palo ad Artola battuto e su quel legno, anche, si spengono i sogni di vittoria degli asturiani.

Il successo arride al Barcellona e Quini il giro d’onore, con la coppa tra le mani, può finalmente farlo. Ma non ditelo dalle parti di Gijon, perchè quella sera il “Pichichi” indossava la maglietta sbagliata…

CLYDE DREXLER, COSI’ SPETTACOLARE DA NON VINCERE (QUASI) MAI …

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Drexler in maglia Portland – da slamonline.com

articolo di Giovanni Manenti

La Storia degli Sport, specie per quanto riguarda le discipline che contemplano il gioco di squadra, è piena di campioni di livello assoluto che nella loro, pur prestigiosa carriera, non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo che si erano prefissati, come, nella fattispecie che andiamo ad esaminare quest’oggi, è molto spesso accaduto nel Basket professionistico americano, dove stelle di prima grandezza quali Elgin Baylor ed, in tempi più recenti, Patrick Ewing e Charles Barkley, hanno solo sfiorato la conquista dell’ambito “anello”, simbolo della vittoria del titolo NBA.

Non sfugge a tale regola – o, per meglio dire, ci va vicino, perché alla fine vi riesce – anche il protagonista della nostra storia odierna, vale a dire Clyde “The Glide” Drexler, uno dei più spettacolari giocatori che abbiano mai calcato i parquet nei suoi 15 anni di attività nella Lega Professionistica americana, tanto da essere incluso nella lista dei “50 migliori giocatori della Storia della NBA”.

Nato a New Orleans, in Louisiana, nel giugno 1962, Drexler si trasferisce da ragazzo con la famiglia ad Houston, in Texas, iniziando a giocare a basket al Liceo, con apprezzabili risultati, visto che, una volta ottenuta la maturità nel 1980, sono ben tre i college che vogliono assicurarsi i suoi servigi, e determinante nella scelta della “Houston University” è la raccomandazione che di lui fa l’amico d’infanzia Michael Young ad un assistente del celebre coach Guy Lewis – per 30 anni, dal 1956 al 1986, allenatore della squadra – nonché il desiderio di Clyde di non allontanarsi troppo da casa.

Con entrambi gli amici a far parte degli “Houston Cougars”, Drexler modifica la propria posizione in campo da centro come nell’ultimo anno al Liceo ad ala piccola/guardia (misura m.2,01 per 95kg.) a seguito del reclutamento in squadra dell’ala forte Larry Micheaux e del poderoso centro Hakeem Olajuwon, così da comporre un quartetto – con Young a fungere da playmaker – di elevata spettacolarità, il cui gioco offensivo molto spesso si conclude con il violentare la retina a suon di schiacciate, tant’è che nel biennio 1982-’83 viene coniato per loro l’appellativo di “Phi Slama Jama”.

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Drexler ai tempi del College con gli Houston Cougars – da dailydsports.com

Non solo spettacolo fine a se stesso, però, in quanto nel 1982 i Cougars giungono alle “Final Four” che, per Drexler hanno un sapore speciale, visto che si svolgono a New Orleans, la sua città natale, traguardo ottenuto nonostante fossero solo la sesta testa di serie della “Midwest region”, non riuscendo però a raggiungere la Finale per il titolo NCAA, in quanto sconfitti 68-63 in semifinale da North Carolina.

Un appuntamento al quale Houston va molto più vicino l’anno seguente, l’ultimo al College per Drexler, con i suoi Cougars, stavolta testa di serie n.1 del torneo regionale, che raggiungono per la seconda volta consecutiva le “Final Four”, stavolta in programma ad Albuquerque, nel New Mexico, e l’abbinamento in semifinale contro Louisville genera una delle più spettacolari partite della storia, che Houston fa sua con largo margine (94-81) ed in cui Drexler mette a segno 21 punti, impreziositi da 7 rimbalzi e 6 assist, pur se la sua negativa prestazione in Finale contro North Carolina State, condizionata da quattro falli commessi nel primo tempo e conclusa con appena 4 punti, risulta determinante per la sconfitta (52-54) subita.

Con molta probabilità, le immagini di tale contro prestazione devono avere inciso sulle decisioni delle varie franchigie in occasione del successivo Draft per la scelta dei migliori giocatori universitari da parte delle squadre della NBA, in quanto, se è pur vero che Drexler viene selezionato al primo giro, crea stupore che le prime 13 aventi diritto se lo lascino sfuggire – i soli ad essere scusati, nonostante siano coloro che più di ogni altro hanno avuto modo di osservarne le esibizioni, sono gli Houston Rockets che, avendo la prima scelta, si indirizzano su Ralph Sampson, futuro “Hall of Famer” – consentendo così ai Portland Trail Blazers di assicurarsene le prestazioni.

Peraltro, al suo primo anno da “rookie”, le statistiche di Drexler sembrano dare ragione a coloro che non erano eccessivamente convinti delle sue potenzialità, ricevendo solo poco più di 17 minuti di media a gara e partendo solo in tre occasioni nel quintetto iniziale, pur se Portland conclude con un record di 48-36 che le vale l’accesso ai playoff solo per essere eliminata 2-3 al primo turno da Phoenix.

Ben diverso è, al contrario, l’impatto con le stagioni successive, in cui le prestazioni di Drexler salgono di livello, superando i 20 punti di media nel 1987, ’88 ed ’89, stagione, quest’ultima, in cui registra i propri record in carriera, quanto a media punti, sia nella “regular” (27,2) che nella “post season” (27,7) pur predicando nel deserto, visto che Portland si qualifica per i playoff come ultima nella “Western Conference”, venendo spazzata via al primo turno (0-3) dai Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar.

La presenza dei Lakers – in otto stagioni, sulle dieci degli anni ’80, vincitori della “Western Conference” con successivi cinque titoli NBA – è un indubbio stimolo per le ambizioni di Drexler, ma anche un ostacolo qualora la squadra non riesca a crescere accanto a lui, cosa che, fortunatamente, accade nel “triennio d’oro” dei Trail Blazers, dal 1990 al ‘92, sotto la guida del nuovo tecnico Rick Aldman.

Ecco, allora che, come d’incanto, a fianco di Drexler, sempre più leader indiscusso del club, giunge a maturazione l’indiscutibile talento del playmaker Terry Porter, al suo quinto anno tra i Pro, e migliora le proprie prestazioni sotto i tabelloni la batteria dei lunghi, composta da Jerome Kersey, Buck Williams e Kevin Duckworth, che in tre garantiscono oltre 24 rimbalzi di media a partita, nonché una dote di punti superiore ai  15 testa.

Questa rinnovata coesione, fa sì che la stagione ’90 si concluda con Portland a realizzare il terzo miglior record di conference (59-23) che li porta, dopo aver surclassato (3-0) Dallas nel primo turno dei playoff, ad una durissima semifinale contro i San Antonio Spurs, nelle cui file ha finalmente debuttato The Admiral” David Robinson, il quale aveva rinviato di due anni l’ingresso nella NBA per prestare servizio nella Marina Usa, dal che il soprannome di “Ammiraglio”.

Serie infinita, senza esclusione di colpi, con Porter sugli scudi per Portland – soprattutto in gara-5, sul punteggio di 2-2, quando realizza 38 punti nel fondamentale successo per 138-132 al secondo supplementare dopo che San Antonio aveva recuperato da uno svantaggio di 53-72 a metà gara – e che si risolve solo in gara-7, che i Trail Blazers si aggiudicano 108-105 ancora una volta all’overtime, con Drexler a mettere a segno 22 punti (con 13 rimbalzi e 7 assist) e Porter ad aggiungerne altri 36, comprese tre bombe oltre il perimetro.

La buona notizia che i Phoenix Suns di Tom Chambers e Kevin Johnson hanno, nel frattempo, avuto la meglio sugli oramai stagionati Lakers, apre a Portland la strada verso il titolo della “Western Conference”, con Drexler decisivo nel 120-114 di gara-5 con 32 punti, 10 rimbalzi e 4 assist, per poi chiudere la serie sul 4-2 con il successo per 112-109 in Arizona, che vede Drexler e Porter spartirsi la palma di miglior realizzatore con 23 punti a testa.

Portland – che nella sua storia aveva sinora vinto un solo titolo di conference, nel 1977 – torna così a disputare una Finale per il titolo NBA a 13 anni di distanza, sperando di rinverdire i fasti del trionfo per 4-2 contro i Philadelphia 76ers di Julius Erving, dovendosi scontrare con i campioni in carica dei Detroit Pistons, i famosi “Bad Boys” di Chuck Daly, trascinati dalla loro stella Isiah Thomas, cui fanno degno contorno Joe Dumars, Vinnie Johnson, Mark Aguirre ed i “randellatori” Dennis Rodman, James Edwards e Bill Laimbeer.

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Drexler in entrata su Thomas nelle finali ’90 – da pinterest.com

La maggior esperienza dei Pistons fa la differenza, e l’effimera speranza nata con il successo dei Blazers in gara-2 in Michigan per 106-105 all’overtime, con Drexler protagonista assoluto dall’alto dei suoi 33 punti, viene immediatamente cancellata dai tripli successi di Detroit sul parquet di Portland che sanciscono la chiusura della serie sul 4-1 per Thomas & Co., nonostante Drexler abbia fatto di tutto per impedirne la riconferma del titolo, mettendo a referto statistiche che parlano di 26,4 punti, 7,8 rimbalzi e 6,2 assist di media a partita.

Ma lo sport non ammette rimpianti, persa un’occasione si va subito alla ricerca del riscatto nella stagione successiva, che, per Portland risulta una delle migliori della sua storia, quanto meno con riferimento alla “regular season”, conclusa con il miglior record di conference (63-19) e l’invidiabile prospettiva di poter tornare a lottare per il titolo, con il proprio leader sempre più protagonista, con 21,5 punti, 6,7 rimbalzi e 6,0 assist di media a partita.

Portland giunge nuovamente in Finale di Conference, opposta stavolta ai rinnovati Lakers, i quali hanno coperto l’addio di Kareem con l’inserimento in quintetto base del serbo Vlade Divac e di Sam Perkins, prelevato dai Dallas Mavericks, e la serie, con Portland a poter beneficiare del fattore campo, viene ribaltata subito in gara-1, allorché Los Angeles, con uno strepitoso ultimo quarto, chiuso sul 31-14 e trascinata da un James Worthy autore di 28 punti, espugna il parquet avversario per 111-106, per poi chiudere la serie sul 4-2 resistendo – in gara-6 al Forum di Inglewood – al disperato tentativo di Drexler e Porter (autori di 47 punti in due) di prolungarla, con il 96-95 conclusivo.

Un brutto colpo, per Portland, che nel frattempo ha potenziato il “roster” con l’inserimento di Cliff Robinson quale “sesto uomo”, ma dal quale si riprende confermandosi la formazione leader ad Ovest in virtù del record di 57-25 con cui conclude la stagione 1992 per poi potersi riscattare nel primo turno dei playoff che li vede abbinati proprio ai Lakers, oramai ombra di loro stessi, avendo perso tutti i leader carismatici, ivi compreso Magic Johnson, fermato dalla nota positività al virus HIV.

Non rappresenta quindi, per i Blazers, venire a capo della serie, vinta 3-1, così come avviene al secondo turno contro i Phoenix Suns, eliminati in cinque partite, mentre una maggior resistenza la oppongono gli Utah Jazz – che da lì a pochi anni domineranno la scena ad Ovest – in cui già inizia a far faville una delle più celebri coppie della storia del basket NBA, fornata da John Stockton e Karl Malone, i quali mantengono la serie sul piano del rispetto del fattore campo, per poi cedere sul parquet amico per 97-105 in gara-6 dove coach Rick Adelman si affida al suo quintetto base, con uniche rotazioni concesse al già citato Robinson ed all’esperto Danny Ainge, due volte campione coi Boston Celtics negli anni ’80.

Il secondo titolo della “western conference” in tre anni – e dopo il quale, sino ad oggi, non ne verranno altri – consente a Drexler di dare un ulteriore assalto all’agognato anello, ma di fronte a lui si para il peggior ostacolo che mai potesse capitargli, avente le sembianze del dominatore della scena del basket mondiale negli anni ’90, vale a dire Michael Jordan con i suoi Chicago Bulls, laureatisi campioni l’anno precedente umiliando 4-1 i Lakers dopo l’affermazione degli stessi in gara-1.

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La sfida tra Jordan e Drexler nelle finali ’92 – da pinterest.com

Ma i fuoriclasse non possono certo temere i confronti, ed il fatto che Drexler e Jordan ricoprano lo stesso ruolo, fa sì che ciò costituisca una “sfida nella sfida” che non manca di esaltare e nobilitare la serie – alla quale Drexler giunge dopo aver fatto registrare medie di 25,0 punti, 6,6 rimbalzi e 6,7 assist a partita nella stagione regolare – che Jordan si incarica di aprire mettendo a referto 39 punti (con 6 su 10 dalla linea dei tre punti) per il  122-89 di gara-1, a cui Drexler replica con i 26 punti di gara-2 (con l’aggiunta di 24 messi a segno da Porter), con cui Portland costruisce il successo per 115-104 all’overtime che ribalta a proprio favore il fattore capo.

Illusione di breve durata, visto che in gara-3 al Memorial Coliseum i Bulls riprendono il comando, nonostante la superba prestazione di Drexler, autore di 32 punti e 9 rimbalzi, ma la panchina corta dei Blazers incide sull’esito del confronto e, dopo aver pareggiato i conti in gara-4 grazie ad un maggior apporto di squadra (Drexler e Kersey 21 punti, Robinson 17 e Porter 14) rispetto al recital di Jordan che realizza 32 punti per il 93-88 conclusivo, il successivo incontro certifica la superiorità del più grande giocatore di ogni tempo, capace di infierire con 46 punti (con il 61% al tiro), con Drexler a dover alzare bandiera bianca pur con i suoi 30 punti messi a referto, per poi cercare, inutilmente, di allungare la serie in gara-6, dove i Blazers costruiscono un vantaggio di 79-64 a fine del terzo parziale, prima di subire l’implacabile rimonta di Chicago che, con un ultimo quarto da 33-14, si aggiudicano la gara per 97-93 e chiudono la serie.

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Drexler con il Dream Team ai Giochi ’92 – da pinterest.com

Una delle più avvincenti serie della storia delle Finali NBA si chiude con Jordan a 35,8 punti, 4,8 rimbalzi e 6,5 assist di media, a cui, nel suo “piccolo”, Drexler risponde con medie di 24,8 punti, 7,8 rimbalzi e 5,3 assist a partita, e capirete pertanto come non possano esservi dubbi per Coach Chuck Daly, chiamato a guidare il primo “Dream Team” di professionisti Usa alle Olimpiadi di Barcellona ’92, nel selezionare entrambe le stelle, le quali contribuiscono alla più schiacciante esibizione di superiorità di una Nazionale nella rassegna a cinque cerchi.

Le due successive stagioni nella NBA, con il progressivo invecchiamento della squadra – lo stesso Drexler ha oramai superato la trentina – vedono i Blazers qualificarsi, senza infamia e senza lode, per i playoff, venendo in entrambi i casi estromessi al primo turno, circostanza che pone fine all’esperienza di Aldman alla guida di Portland, sostituito da Peter Carlesimo, proveniente dai College di Seton Hall, ma le cose non migliorano granché, nonostante che a metà stagione Drexler viaggi su medie di 22 punti a partita.

Dopo la disputa dell’All Star Game di metà febbraio ’95 – per il quale Drexler non era stato selezionato dopo sette apparizioni consecutive dal 1988 – la Società, riconoscente al suo leader, accetta la sua richiesta di trasferimento ad un Club in grado di poter competere per il titolo, che l’anno precedente, in concomitanza con il temporaneo ritiro dalle scene di Jordan, era stato appannaggio degli Houston Rockets del suo vecchio compagno di università Hakeem Olajuwon, con cui può così tornare a far coppia…

Giusto il tempo di affinare l’intesa dei bei tempi al College, ed ecco che Houston, che aveva concluso la stagione regolare al sesto posto della “western conference”, cambia decisamente marcia nei playoff, ad iniziare dalla sofferta eliminazione 3-2 degli Utah Jazz al primo turno, grazie al successo esterno per 95-91 in gara-5 con una spettacolare rimonta nell’ultimo quarto, dopo che alla fine del terzo parziale i Rockets erano sotto 64-71, targata dalla fantastica coppia Olajuwon (33 punti e 10 rimbalzi) e Drexler (31 punti e 10 rimbalzi anch’egli).

Essere stati ad un soffio dall’eliminazione al primo turno ed averlo viceversa superato, è l’iniezione di fiducia di cui i Rockets hanno bisogno, anche se sulla loro strada si para un altro tandem di valore assoluto, formato da Charles Barkley e Kevin Johnson, entrambi alla ricerca del primo titolo NBA con i loro Phoenix Suns.

Mai come in questo caso, il detto latino “mors tua, vita mea” si addice a questo scontro, dove qualcuno dovrà purtroppo dare addio ai sogni di gloria, e la bilancia pende nuovamente a favore di Houston ed ancora sulla sirena, visto che, avendo oltretutto lo sfavore del fattore campo, riescono a rovesciare una serie che li vedeva sotto per 1-3, facendo loro gara-7 al termine di una sfida sconsigliata ai deboli di cuore, con i Rockets ad imporsi in Arizona per 115-114, e la “premiata ditta” a mettere a referto 29 punti a testa.

Come colui che si trova a dover raggiungere la cima di una montagna e, contemporaneamente, schivare i sassi che gli piovono addosso, ad Houston per poter aspirare a confermare il titolo occorre ora superare, nel “derby texano”, i leader della “regular season”, vale a dire i San Antonio Spurs, serie in cui, rispetto alla citata “sfida nella sfida” tra Drexler e Jordan delle Finali ’92, il confronto si sposta a più alti livelli di altezza, contrapponendo due dei migliori centri della storia della Lega Professionistica, vale a dire Olajuwon da una parte e Robinson dall’altra.

Una sfida che il nigeriano di origine si aggiudica nettamente, con i suoi 35,3 punti e 12,3 rimbalzi di media nella serie, conclusa sul 4-2 con il successo dei Rockets per 100-95 in gara-6 al Summit di Houston, dopo che le precedenti cinque sfide si erano tutte concluse con successi esterni, circostanza inusuale, ma neppure poi tanto, trattandosi di una serie tra città limitrofe.

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Olajuwon e Drexler alle finali NBA del ’95 – da gettyimages.it

Ed ecco che Drexler può tornare per la terza volta a disputare la Finale per il titolo, con l’handicap dell’età (si va per i 33 …), ma con il doppio vantaggio di non aver di fronte Michael Jordan e. di contro, poter contare sulla straordinaria superiorità fisica di Olajuwon, il quale, trovandosi opposto agli Orlando Magic, ha il compito di “tenere a battesimo” per la sua prima serie di una Finale NBA, un 22enne Shaquille O’Neal.

Non sappiamo quanto la lezione sia servita a “Shaq” per i suoi successi futuri, ma il netto 4-0 con cui si conclude la serie (Olajuwon 32,8 punti, 11,5 rimbalzi e 5,5 assist di media, cui Drexler risponde con medie di 21,5 punti, 9,5 rimbalzi e 6,8 assist a partita), fa sì che il fraterno abbraccio a conclusione di gara-4 tra i due vecchi compagni di college sia una delle immagini più belle da consegnare alla memoria di questo meraviglioso Sport.

Drexler pone fine alla carriera nel ’98, dopo aver raggiunto l’anno prima con i Rockets una nuova Finale di Conference, superati 4-2 dagli Utah Jazz con la “macchina Stockton/Malone” ormai oliata alla perfezione, potendo vantare numeri che ne certificano la grandezza – 22.195 punti (20,4 media/gara), 6.677 rimbalzi (6,1 di media) e 6.125 assist (5,6 di media) in 18 anni di carriera – ma che avrebbero significato poco o niente senza la conquista del titolo NBA nel ’95, grazie al fondamentale contributo di Olajuwon.

Quando si dice come sia importante avere un amico

 

LE ECCEZIONALI IMPRESE DI SHANE GOULD, BAMBINA PRODIGIO DEL NUOTO AUSTRALIANO

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Shane Gould ai Giochi di Monaco ’72 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Per una sorta di chissà quale Karma, nel momento in cui il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, dichiara aperti i Giochi della XVI Olimpiade che, per la prima volta, si svolgono nell’emisfero australe a Melbourne, sulla costa meridionale, a qualche centinaia di miglia più a nordest una madre come tante è in attesa di dare alla luce la propria figlia, non potendo ovviamente sapere che, meno di 16 anni dopo, la stessa sarà la protagonista per il suo Paese in un’analoga edizione della rassegna a cinque cerchi.

Il parto avviene il giorno dopo, il 23 novembre 1956, mentre gli atleti di 67 Nazioni iniziano a sfidarsi con l’obiettivo di riuscire a salire sul gradino più alto del podio, ed alla bambina viene impresso il nome di Shane, ma è nel cognome, Gould, che ha coniato le stimmate di quello che sarà il suo futuro di campionessa, e con il quale i media di lingua anglofona vanno a nozze per i loro abituali giochi di parole, tra Gould, appunto, e Gold, che, come tutti ben sanno, significa Oro.

Nasce così il 23 novembre 1956 a Sydney – anche questa, non a caso, la seconda città australiana ad ospitare le Olimpiadi di fine millennio, nel 2000 – nel Nuovo Galles del Sud, Shane Gould, la “bambina prodigio” che, nell’arco di soli 8 mesi, si incarica di riscrivere la tabella dei record mondiali di tutte le specialità del nuoto a stile libero, un’impresa mai registrata sino ad allora e che mai si è ad oggi ripetuta (potenzialmente, potrebbe averne la capacità la sola americana Katie Ledecky, ma dubitiamo che voglia cimentarsi sulla più breve distanza dei 100sl …).

Non ci resta molto, a Sydney, Shane, in quanto si trasferisce con la propria famiglia nelle isole Fiji quando ha appena 18 mesi e, già a sei anni, inizia a nuotare per poi dimostrare un’eccellente predisposizione durante il periodo delle scuole primarie, svolte a Brisbane, ed ancor più ai tempi del Liceo, che frequenta ritornata nella sua città natale, sotto gli attenti sguardi dei coniugi Forbes ed Ursula Carlisle e del loro assistente Tom Green, coach all’avanguardia che hanno fatto la fortuna del nuoto australiano.

Chi ha la bontà e la pazienza di seguirmi su queste pagine, sa benissimo come io consideri l’edizione dei Giochi di Monaco ’72 – dopo l’allargamento del programma natatorio avvenuto quattro anni prima a Città del Messico – come la data di nascita del Nuoto moderno, visto che in ogni gara disputata sono stati migliorati i relativi record olimpici ed, in ben 22 delle 29 gare disputate, crollano anche i primati mondiali.

Beh, nel caso della Gould, tale “spartiacque”, avviene con un anno di anticipo, allorché la poco più che 14enne australiana strabilia l’universo delle piscine con un’impresa che non ha eguali nella storia di questo meraviglioso sport, provare per credere…

Dapprima, si reca a Londra a fine aprile ‘71 per un meeting organizzato dalla Coca Cola ed, il 30, forse per una forma di riverenza nei confronti della, sino ad allora, più famosa nuotatrice australiana di tutti i tempi, vale a dire Dawn Fraser – capace di aggiudicarsi la medaglia d’oro sui 100sl in tre edizioni consecutive dei Giochi, ad iniziare proprio da Melbourne ’56, dove si impone l’1 dicembre mentre Shane è attaccata al seno materno – si limita ad eguagliare in 58”9 il limite della leggendaria campionessa, ma, il giorno dopo, non ha lo stesso rispetto verso l’americana Debbie Meyer (a propria volta vincitrice di tre ori sui 200, 400 ed 800sl ai Giochi di Città del Messico ’68), migliorando in 2’06”5 il primato sui 200sl che la nuotatrice del Maryland deteneva dai Trials Olimpici di Los Angeles ’68.

E’ fuor di dubbio che il nome di Shane Gould, dopo queste due prestazioni, inizi ad echeggiare nell’ambiente, specie sulle coste della California, e figuriamoci se gli epigoni tecnici americani non vogliono “toccare con mano” il nuovo fenomeno del nuoto mondiale.

Detto fatto, vengono immediatamente accontentati, visto che il 9 luglio ’71, in occasione del meeting di Santa Clara, Shane si appropria anche del record sui 400sl, nuotati in 4’21”2 ed abbassando così il limite stabilito dalla compagna di allenamenti Karen Moras, la quale aveva anch’essa migliorato il precedente primato della Meyer durante il già ricordato meeting di Londra, il 30 aprile precedente.

Come è noto, le stagioni nell’emisfero australe hanno una cadenza opposta rispetto alla parte boreale, e non deve quindi stupire il fatto che in Australia la stagione natatoria si svolga principalmente nei mesi da dicembre a febbraio, occasione che la Gould non si lascia sfuggire per completare il “pokerissimo” dei record a stile libero, nuotando – dopo aver il 26 novembre ritoccato a 2’05”8 il proprio record sui 200sl – gli 800sl in 8’58”1 il 3 dicembre ed i 1500sl (distanza non olimpica) in 17’00”6 il 12 successivo, in entrambi i casi davanti ai propri tifosi, e cioè nella piscina di Sydney che, meno di 30 anni dopo, ospiterà a propria volta i Giochi olimpici.

Dal 30 aprile al 12 dicembre 1971, in 227 giorni, la “ragazzina terribile” riscrive gli albi dei record mondiali del nuoto, con quattro nuovi primati assoluti ed uno eguagliato, per poi eliminare anche questa piccola discrepanza, facendo del tutto suo anche il limite sui 100sl, nuotati in 58”5 l’8 gennaio ’72, ancora a Sydney, il migliore dei modi per iniziare la stagione olimpica che porta ai Giochi di Monaco.

Ovviamente, non crediate che dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, in casa Stati Uniti, se ne stiano con le mani in mano, avendo tra l’altro a disposizione una squadra di primaria grandezza in entrambi i settori maschile e femminile – e che, difatti, alle Olimpiadi di Monaco conquista ben 43 medaglie contro le sole 10 dell’Australia – e le prime risposte vengono in occasione dei Trials di Chicago, dove la 15enne australiana vede togliersi i record sui 200sl da parte di Shirley Babashoff, che nuota la distanza in 2’05”21, nonché sulla massima distanza olimpica degli 800sl, dove ad imporsi è Jo Ann Harshbarger in 8’53”83, a testimonianza che la sfida lanciata dalla Gould è stata raccolta dal Team Usa ed il campo di battaglia per derimere la contesa sarà la “Schwimmhalle” di Monaco di Baviera.

Poiché, in qualsiasi disciplina sportiva, anche l’aspetto psicologico ha la sua sicura importanza, la relativamente minuta (misura, difatti, m.1,71 per 59kg.) australiana apre la propria “Settimana di Gloria” presentandosi il 28 agosto 1972, all’apertura del programma natatorio, sui blocchi di partenza dei 200misti, il cui record di 2’23”5 appartiene all’americana Claudia Kolb, Oro su entrambe le distanze dei 200 e 400misti a Città del Messico, e risalente all’agosto ’67.

A contendere il podio all’australiana vi sono l’americana Lynn Vidali, che fa segnare in 2’24”92 il miglior tempo in batteria, ed un’altra “bambina prodigio” che fa il suo esordio a Monaco ad un mese di distanza dal compiere 14 anni, vale a dire la tedesca orientale Kornelia Ender, la quale troverà la propria consacrazione quattro anni dopo a Montreal ’76, che si qualifica per la Finale con il secondo miglior tempo di 2’25”39, nel mentre il 2’26”44 fatto registrare dalla Gould le vale appena il sesto crono, facendo riflettere circa l’opportunità di sprecare energie in questa prova, viste le sfide che la attendono a stile libero.

Dubbio più che legittimo, che sembra trovare conferma allorché, dopo la terza vasca nuotata a rana, la Vidali vira con oltre 1” di vantaggio sulle altre finaliste, ma sia la Gould che la Ender hanno nello stile libero il loro punto di forza, raggiungendo l’americana a 20 metri dal tocco finale per poi sopravanzarla ed andare a conquistare il rispettivo Oro ed Argento, ma sbalorditivo è il riscontro cronometrico, con la tedesca a segnare un 2’23”59 che di fatto eguaglia il record della Kolb, e l’australiana a realizzare il nuovo limite in 2’23”07, oltretutto in una specialità non propriamente a lei congeniale, ed altresì raggiunto a meno di un’ora di distanza dall’aver disputato le semifinali dei 100sl.

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Ender, Gould e Vidali sul podio dei 200 misti – da gettyimages.it

Già, perché il “tour de force” della non ancora 16enne Gould prevede ritmi incalzanti e, il giorno dopo, si presenta sui blocchi per la Finale dei 100sl, dove si è qualificata con il secondo miglior tempo di 59”20 alle spalle della Babashoff (59”05) e facendo meglio dell’ulteriore pretendente alle medaglie, e cioè l’altra americana Sandy Neilson, con 59”41.

Che la lotta per le medaglie fosse ristretta a tale terzetto è opinione comune, meno che a mettersi l’Oro a collo sia la meno accreditata delle tre, vale a dire la Neilson, la quale conduce una gara di testa sin dall’inizio andando a toccare in 58”59, a soli 0”09 centesimi dal primato della Gould, la quale, a propria volta, deve subire il ritorno della Babashoff, settima alla virata dei 50 metri, che le soffia l’Argento per soli 0”04 centesimi (59”02 a 59”06), facendo sì che l’australiana subisca la sua prima sconfitta in una gara a stile libero negli ultimi due anni …!!

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Il podio dei 100sl – da wikimedia.org

E, quanto fosse sentita la sfida con la liceale di Sydney in casa americana, è dimostrato dal fatto che, sull’onda di tale successo, le nuotatrici Usa indossano una T-shirt su cui campeggia, sfruttando ad arte il gioco di parole con il cognome della loro avversaria, la scritta “All that glitters is not Gould”, traduzione in inglese del noto adagio “Non tutto è Oro (Gold-Gould) quel che luccica”, una spavalderia di cui avranno modo di pentirsi molto presto…

Al mattino dopo, 30 agosto, sono difatti previste le batterie dei 400sl, con Finale in programma al tardo pomeriggio, ed in casa Usa i risolini di circostanza si sprecano dopo che l’australiana si qualifica per l’atto conclusivo con il solo quinto tempo, anche se, a dire il vero, un’altra insidia si presenta all’orizzonte, ed al volto, le gambe e le braccia della nostra Novella Calligaris, la quale mette a segno, con 4’24”14, non solo il miglior tempo di qualifica, ma anche il relativo record olimpico.

Un primato che dura lo spazio di un amen, visto che nella Finale del pomeriggio ben cinque ragazze ne scendono al di sotto, prima fra tutte proprio la Gould, la quale fa gara a sé, aggiudicandosi l’Oro con netto margine e frantumando il suo stesso limite, portato a 4’19”04, con la Calligaris ultima a cedere migliorandosi sino a 4’22”44 per precedere la tedesca orientale Gudrun Wegner, Bronzo in 4’23”11, mentre per il trio americano, mestamente ai margini del podio in fila indiana, sarà forse il caso di riporre quelle sciocche magliette.

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La Gould esulta dopo l’oro sui 400sl – da gettyimages.it

Un giorno di riposo è necessario, e più che sufficiente, per la Gould – la quale ha sinora altresì dimostrato una grande capacità di dosare le energie, nuotando il minimo necessario in batteria per poi dare il meglio di sé in Finale – attesa l’1 settembre alla prova forse più attesa del suo programma, vale a dire la sfida sui 200sl con la Babashoff che le aveva tolto il record alle selezioni Usa di Chicago appena un mese prima.

Come nel caso della gara sulla doppia distanza, anche in questo caso batterie al mattino, con il record olimpico che cade per tre volte, e non certo per mano della Gould che, come al solito, si qualifica con il terzo tempo di 2’07”95, avendo fatto meglio di lei l’americana Keena Rothhammer (2’07”48) e la tedesca orientale Andrea Eife con 2’07″’5, mentre la primatista mondiale Babshoff gioca anche lei a nascondino, non meglio che quinta con 2’08”48.

Ma le batterie sono una cosa e la Finale ben un’altra, con la Gould che impone alla gara un ritmo altissimo, tanto da virare a metà percorso in 1’00”04, tempo di 1”26 inferiore al passaggio record della Babashoff, la quale, in seconda corsia le nuota a fianco essendo l’australiana in terza, e, dopo un tentativo di rimonta della Rothhammer nella terza vasca, è proprio la Babashoff a tentare di andare ad insidiare la caccia al terzo Oro personale della Gould, che ha il vantaggio di poterla controllare, e l’americana non ha certo nulla da rimproverarsi, avendo nuotato più velocemente che in occasione del proprio record, ma il 2’04”33 con cui tocca la piastra d’arrivo, impallidisce di fronte al sensazionale 2’03”56 con cui l’australiana si riappropria del primato, con anche la Rothhammer, a testimonianza del livello della competizione, a scendere sotto il precedente limite, chiudendo terza in 2’04”92.

E così la Gould, che in occasione della premiazione dei 200misti aveva ricevuto in dono dalla Fraser un canguro di pezza che le era stato consegnato alla cerimonia dei Giochi di Melbourne ’56 – ad ulteriore testimonianza di un effettivo passaggio di testimone tra le due grandi interpreti del nuoto australiano – può nuovamente esibire quello che è diventato un suo talismano nel vedere nuovamente la bandiera del proprio Paese salire sul pennone più alto, tra due delusi vessilli “a stelle e strisce”.

Ci sarebbe da essere già più che soddisfatte, ma gli obblighi di una campionessa vanno rispettati, e la Gould ha ancora una prova a sua disposizione, la più massacrante, non tanto per la distanza in sé, vale a dire gli 800sl, ma in quanto giungono al termine di cinque giorni di gare in cui la quasi 16enne ha percorso 4200 metri ai massimi livelli, ma tant’è, e così il 2 settembre le batterie la vedono realizzare il terzo tempo in 9’10”84, con la sola Rothhammer a scendere sotto il muro dei 9’ e la nostra Calligaris a confermare il suo stato di grazia nuotando in 9’02”96.

Di nuovo, l’esito delle batterie indica chiaramente su chi puntare per l’assegnazione delle medaglie, ma stavolta – come accaduto per la Babashoff sui 200sl – non è sufficiente per la Gould nuotare la distanza al disotto del suo precedente limite, in quanto il suo 8’56”39 non regge il confronto rispetto all’8’53”68 con cui la Rothhammer, oltre a conquistare l’Oro, migliora il fresco primato della connazionale Harshbarger, anch’essa della contesa, conclusa in un’anonima sesta posizione, mentre “Novellina nostra” aggiunge all’Argento sui 400sl anche il Bronzo sulla più lunga distanza.

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Gould, Rothhammer e Calligaris, podio degli 800sl – da gettyimages.it

Le fatiche della Gould si concludono qui, in tutti i sensi, decidendo la stessa di abbandonare l’attività dopo aver realizzato tre differenti primati, vale a dire di essere l’unica nella storia del nuoto ad aver detenuto contemporaneamente i record dello stile libero dai 100 sino ai 1500 metri, di essere stata la prima nuotatrice ad aggiudicarsi tre medaglie d’oro con altrettanti record mondiali, nonché la prima di ambo i sessi a salire per cinque volte sul podio in altrettante gare individuali, staffette escluse, pur avendo la sfortuna di vedere le sue imprese “parzialmente oscurate” da quanto compiuto da Mark Spitz in campo maschile, con sette medaglie d’oro accompagnate da altrettanti primati assoluti.

A dire il vero, prima di chiudere definitivamente con il nuoto a livello agonistico, c’era da scrivere un ultimo capitolo del suo breve, ma intenso romanzo sportivo, vale a dire quello di essere la prima donna a scendere sotto la barriera dei 17’ netti sui 1500sl, compito che Shane Gould porta degnamente a termine l’11 febbraio 1973 in occasione dei Campionati nazionali australiani, con il tempo di 16’56”9.

La troppa pressione da parte dei media e la sua personale riluttanza verso una troppa pubblicità – immaginate solo per un momento, quanto avrebbe potuto ricavare in fatto di sponsor se avesse gareggiato ai tempi odierni – fanno sì che la Gould scompaia dalla scena pubblica per oltre cinque lustri, sposandosi a 18 anni per poi vivere in una fattoria nella parte occidentale dell’Australia dove si dedica all’allevamento di cavalli ed all’educazione dei suoi quattro figli.

La vita coniugale non è ottimale, in quanto il coniuge si dimostra un uomo possessivo e spesso violento, così che l’unione si conclude dopo 22 anni di matrimonio, con i figli ormai grandi, circostanza che coincide con il ritorno della Gould all’antico amore – e che era stata la “goccia che aveva fatto traboccare il vaso” nei rapporti con il marito, il quale l’aveva picchiata una volta saputa la sua decisione di partecipare ai Campionati di Nuoto riservati alle Categorie Master – in cui non perde le buone abitudini, stabilendo i record australiani sui 100, 200 e 400sl, nonché sui 100 farfalla nella categoria dai 40 ai 44 anni, e dei 50 farfalla e dei 100 e 200sl nella categoria da 45 a 49 anni, con il più, nel 2003, il record mondiale di 2’38”13 sui 200misti nella fascia tra i 45 e 49 anni, migliore, così per fare un esempio, del record mondiale assoluto dell’americana Donna De Varona stabilito in 2’40”1 nel maggio ’61.

Considerato come l’esperienza matrimoniale non sia certo stata delle più felici (usando un eufemismo) resta il grande rammarico, per tutti gli amanti della disciplina, di non aver potuto esplorare sino in fondo quali limiti avrebbe potuto raggiungere la Gould se avesse continuato l’attività, quanto meno per un anno, vista l’organizzazione dei primi Campionati Mondiali, svoltisi a Belgrado nel 1973.

Ma, come è solito dirsi, non si può aver tutto dalla vita

 

JORGE MARTINEZ, IL CAMPIONE DELLE CLASSI MINORI

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Jorge Martinez in sella alla Derbi – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Sembra passata un’era giurassica, perchè alcuni aspetti della sua carriera non hanno riscontri ai tempi di oggi, ma Jorge Martinez può legittimamente aspirare al titolo di campione di riferimento delle classi minori del motociclismo, quantomeno una volta appeso il casco al chiodo l’impareggiabile Angel Nieto.

Premesso che il termine “classi minori” non ha accezione riduttiva per il prestigio delle categorie specifiche e per i rischi ad esse connessi, altresì rimandando solo alla minor cilindrata, stiamo trattando di un centauro che conobbe gloria sportiva per buona fetta degli anni Ottanta e per una parte congrua del decennio successivo. Martinez, infatti, nasce ad Alzira, nella comunità valenciana, il 29 agosto 1962 e proprio sui circuiti della sua zona comincia già a farsi notare a fine anni Settanta, quando battaglia quasi ad armi pari nella Copa Streaker del 1979 con Sito Pons, di tre anni più vecchio, uno che poi diventerà una leggenda prima e forse più di lui.

Martinez, che gli amici chiamano “Aspar” in ricordo di quel che era il mestiere del nonno, di lì a poco (1981) è già campione nazionale nella classe 50 cc. e secondo in 125 cc., e per l’anno dopo (1982) il debutto nel circuito mondiale è quasi obbligatorio. L’esordio avviene nella classe 50 cc., in sella ad una Bultaco, con due sesti posti a Jarama e Spa che gli regalano i primi punti iridati, confermandosi poi nel 1983 con il primo di una serie di sessantuno podi globali, salendo sul gradino più basso il 22 maggio ancora nella gara di casa, sempre a Jarama, alle spalle di Eugenio Lazzarini che monta Garelli e dell’elvetico Stefan Dorflinger, soffiando il piazzamento di un battito di ciglio a Claudio Lusuardi.

Il dado è tratto, e Martinez fino al 1997, anno in cui abbandonerà le scene, lascerà il suo marchio sulle piste di mezzo mondo. Intanto è costretto a salire di classe, perchè a fine 1983 la 50 cc. chiude i battenti, passando alla classe 80 cc. in cui corre per sei anni con la Derbi che per l’occasione rientra nel Mondiale dopo che a fine 1973 si era ritirata dal circuito iridato. Jorge compete con continuità nel campionato, mettendo in mostra un coraggio leonino, uno stile di guida essenziale e un senso tattico fuori dal comune. Ad Assen, nella “cattedrale del motociclismo“, il 30 giugno conquista la sua prima vittoria battendo in volata l’olandese Hans Spann, per poi giungere secondo in Belgio e al Mugello quando a precederlo sono ancora Dorflinger e il tedesco Gerhard Waibel, chiudendo infine la stagione con il quarto posto in classifica generale, 62 punti contro gli 82 punti dello stesso Dorflinger che coglie il titolo mondiale.

L’anno dopo Martinez si migliora, vincendo a Jarama e nei due appuntamenti italiani del Mugello e di Misano, per concludere in seconda posizione con 67 punti, pure stavolta anticipato in classifica dall’immancabile Dorflinger che incamera il quarto successo iridato consecutivo, dopo aver fatti suoi anche quelli del 1982 e del 1982 in classe 50cc.

Ormai i tempi sono maturi e Martinez è pronto a rilevare il testimone dallo svizzero nelle vesti di primattore, ed in effetti tra il 1986 e il 1988 lo spagnolo non conosce rivali. E se nei primi due anni si limita a gareggiare con la cilindrata minore, assicurandosi due titoli mondiali (più giovane iridato nella storia della classe 80 cc.) e ben undici successi parziali, nel 1988 opta per un secondo impegno, guidando anche in classe 125 cc.. E’ questa la sua stagione d’oro, con ben quindici vittorie (6 in 80 cc. e 9 in 125 cc., di cui cinque consecutive) e altri due titoli mondiali, trovando modo di segnare un record con il doppio successo in un sol giorno a Imola, Assen, Rijeka e Brno.

Insomma, se la vetrina è per Eddie Lawson che trionfa nella classe regina, e Pons in parte lo oscura vincendo nella classe 250 cc., Martinez nondimeno è il pilota che per l’anno 1988 più volte sale sul primo gradino del podio. E questo è un merito che pochi altri possono poter dire di vantare.

L’apice è raggiunto, e se nel 1989 i risultati sono al di sotto delle aspettative, con un solo successo in classe 80 cc. in Italia ed un altro in classe 125 cc. in Francia che gli valgono non meglio che rispettivamente un ottavo e nono posto nelle due classifiche generali, a fine anno si consuma il divorzio con la Derbi. Martinez sceglie di guidare per la JJ Cobas che annovera tra le sue file il nuovo campione del mondo della 125 cc., l’emergente Alex Criville, e nel 1990 conquista tre vittorie a Jerez de la Frontera, a Misano e a Salisburgo, chiudendo infine in sesta posizione un campionato del mondo che saluta la vittoria finale di Loris Capirossi.

Nel frattempo la classe 80 cc. è stata pure lei definitivamente fatta fuori, e Martinez, che ama il mezzo meccanico e necessita di una dose massiccia di adrenalina come pochi altri campioni, doppia stavolta l’impegno correndo anche in classe 250 cc., ma la sua JJ Cobas è scarsamente competitiva e in curriculum “Aspar” non può che annoverare un undicesimo posto nella prova conclusiva in Australia sul circuito di Phillip Island come miglior risultato.

Dirotta dunque passione ed energie nella classe 125 cc., che lo vedono ormai relegato ad un ruolo secondario, seppur sempre tra i migliori, tanto più dal 1992 quando dà vita ad un team privato, l’Aspar Racing Team. Si toglie lo sfizio di vincere altre due gare, a Kyalami nello stesso 1992 in sella ad una Honda dopo un acceso duello con il connazionale Carlos Girò, e in Argentina nel 1994, quando con la Yamaha batte Noburu Ueda cogliendo l’ultimo di una serie di 37 successi mondiali.

Poi, nel 1997, il ritiro, non prima però aver battagliato con un giovanissimo Valentino Rossi nel giorno della prima vittoria assoluta a Brno, nel 1996, di quello che poi sarebbe diventato “The Doctor“, e una seconda vita sportiva spesa con il suo team a favorire nella corsa al titolo della classe 125 cc. Alvaro Bautista nel 2006, Gabor Talmacsi nel 2007, Julian Simon nel 2009 e Nico Terol nel 2011, tutti inderogabilmente alla guida di un’Aprilia messa a punto dal talento di “Aspar“. Che di nome faceva Jorge Martinez, ed è stato un grande delle classi minori. Sempre, ovviamente, Angel Nieto permettendo…

GERT FREDRIKSSON, IL CANOISTA SVEDESE COLLEZIONISTA DI MEDAGLIE

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Gert Fredriksson – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla della Svezia, in ambito sportivo, al di là di taluni talenti calcistici sbocciati principalmente nell’immediato dopoguerra – dal famoso trio rossonero “Gre-No-Li” (Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm) alla guizzante ala Kurt Hamrin od al centravanti Hasse Jeppson, per il quale il Comandante Achille Lauro sborsa oltre 100milioni negli anni ’50 per portarlo al Napoli – il pensiero va a due personaggi che ne hanno fatto la storia nelle rispettive specialità, vale a dire il tennista Bjorn Borg (peraltro ben coadiuvato, in seguito, dai connazionali Mats Wilander e Stefan Edberg) e lo sciatore Ingemar Stenmark, due autentiche icone degli sport citati.

Ma, se si va a scavare un po’ più indietro nel tempo, ci si accorge che, senza nulla togliere allo spessore degli atleti sopra ricordati, ve ne è un altro che, quantomeno in sede olimpica e mondiale, non ha niente da invidiare a cotanto consesso, ed anzi, rappresenta l’alfiere del proprio Paese in una specialità, come la canoa, di cui è stato per oltre un decennio il dominatore assoluto.

Il nominativo in questione altri non è che Gert Fredriksson, il quale nasce il 21 novembre 1919 a Nykoping, posta sul Mar Baltico 100 chilometri a sud-ovest della capitale Stoccolma, e dove, all’età di 17 anni inizia ad avvicinarsi al mondo della pagaia, affascinato dalle possibilità offerte dalla pratica della canoa nel meraviglioso arcipelago in cui si affaccia la sua città.

Una passione che si sviluppa in fretta, tanto da essere aggregato, come riserva, alla squadra nazionale svedese già nel 1939, a 20 anni non ancora compiuti, periodo che, purtroppo, vede l’umanità intera doversi scontrare con ben più gravi e tragici problemi che non andare per mare a vogare.

Gli eventi della seconda guerra mondiale, con la cancellazione delle Edizioni del 1940 e 1944 dei Giochi olimpici, probabilmente possono aver tolto qualche possibilità in più per arricchire il proprio medagliere a Fredriksson, ma, di contro, hanno al medesimo consentito di acquisire la giusta condizione fisica e mentale, fatta di continui e proficui allenamenti, per essere pronto, già avvicinandosi alla soglia dei 30 anni, per raccogliere le sfide in sede sia olimpica che mondiale, avendo già iniziato a raccogliere titoli in patria – saranno 32 in totale, di cui 16 nel K-1 1000m., 15 nel K-1 10.000m. ed uno nel K-1 500m., in un arco temporale che va dal 1942 al ‘60 – così come raccoglie altri 17 successi nei “Campionati nordici” dal 1946 al ’55.

La disciplina della canoa in senso lato è costituita da due differenti specialità, la canoa cosiddetta “canadese” che si pratica in ginocchio sull’imbarcazione ed una pagaia a pala singola che consente di remare da un solo lato, ed il kayak che, al contrario, prevede una posizione seduta con una pagaia a doppia pala che consente di remare su entrambi i lati, e specialisti in questo sport sono da sempre gli atleti tedeschi, i quali vantano 36 medaglie d’Oro alle Olimpiadi (cui ne vanno aggiunte 14 conquistate dalla ex Germania Est), seguiti dall’Unione Sovietica a quota 29 (oltre 7 appannaggio delle varie repubbliche indipendenti ad avvenuta disgregazione dell’impero sovietico) e dall’Ungheria con 25.

Bello notare che, alle spalle di queste super potenze, si piazza la Svezia, con 30 medaglie complessive, di cui 15 d’Oro, delle quali ben 8 (e, soprattutto, 6 del metallo pregiato) sono state messe al collo di Fredriksson, il quale è, pertanto, l’atleta in assoluto più medagliato nella storia dei Giochi per quanto riguarda il suo Paese, nonché il canoista maschile a vantare tale primato per quanto attiene a detta singola disciplina, essendo superato solo dalla tedesca Birgit Fischer-Schmidt, capace in 6 edizioni (dal 1980 al 2004, saltando per boicottaggio il 1984, rappresentando, all’epoca, la ex Ddr) di vincere 12 medaglie, di cui 8 Ori.

Il tuffo nell’oro inizia per Fredriksson alla riaccensione del sacro fuoco di Olimpia ai Giochi di Londra ’48, il cui programma prevede due gare ben diverse l’una dall’altra, vale a dire il K-1 1000m (distanza che si copre in meno di 5’) ed il K-1 10.000m., una sorta di “maratona della pagaia” che vede i canoisti impegnati per quasi un’ora in una prova assolutamente massacrante.

Diverso, come accade in molti altri sport, il programma dei Mondiali, allargato ad altre gare e che, stante il ritorno all’attività sportiva dopo gli eventi bellici, si disputano in contemporanea ai Giochi, così che Fredriksson può gareggiare in quattro prove, di cui due valide per le medaglie olimpiche ed altrettante per il titolo iridato.

Iniziando da queste ultime, il 29enne svedese, il quale non fa molta distinzione tra prove di sprint o di resistenza, inaugura il proprio palmarès con il titolo iridato del K-1 500m. superando il connazionale Lars Glasser (2’14”2 a 2’15”0), insieme al quale ed ai compagni Lars Helsvik e Lennart Klingstrom, si aggiudica anche la gara della staffetta K-1 4x500m., con netto vantaggio sulle altre imbarcazioni scandinave di Norvegia e Danimarca, giunte nell’ordine.

La musica non cambia per l’assegnazione del podio olimpico, con le imbarcazioni che scendono in acqua l’11 agosto per la Finale del K-1 10.000m. che Fredriksson si aggiudica con il tempo di 50’47”7 precedendo il finlandese Kurt Wires ed il norvegese Elvin Skabo, per poi non risentire minimamente della fatica allorché, il giorno appresso, si presenta sull’incantevole bacino di Henley, sul Tamigi, per affrontare la più corta distanza del K-1 1000m., vinta con un distacco di quasi 7” (4’33”2 a 4’39”9) sul danese Kobberup che non trova riscontro nella storia dei Giochi, con il francese Henri Eberhardt, già quinto sui 10km., ad inserirsi nel dominio nordico conquistando il bronzo.

Che, al momento, la disciplina sia un “affare interno” al mondo scandinavo se ne ha la conferma, due anni dopo, in occasione della rassegna iridata di Copenaghen ’50, in cui le 9 gare in programma del kayak vedono sette successi svedesi ed uno a testa di Danimarca (nel K-1 500m. con Kobberup) e Finlandia, ma è proprio il finnico Thorvald Stromberg – di 12 anni più giovane dello svedese – ad infliggere a Fredriksson una delle sue rare sconfitte, superandolo nella Finale del K-1 10.000m., nel mentre il campione olimpico non ha difficoltà ad affermarsi con il K-1 1000m., precedendo lo stesso  Stromberg, e con la staffetta K-1 4x500m. davanti al quartetto danese.

Un brutto cliente, “da prendere con le molle”, questo giovane finlandese, il quale tiene ovviamente a ben figurare alla successiva, per lui importantissima occasione, costituita dalle Olimpiadi che si svolgono giustappunto in Finlandia, ad Helsinki ’52 nello splendido bacino di Taivallahti, ad un chilometro di distanza dallo Stadio Olimpico.

Con il calendario che prevede, come quattro anni prima, la disputa per primo del K-1 10.000m., in programma il 27 luglio ed il giorno seguente la Finale del K-1 1000m., i due favoriti si distaccano nettamente dal resto degli avversari per fare gara a sé nella “Maratona del kayak”, con Fredriksson a restare nella scia del suo più giovane rivale, salvo restare folgorato, al momento dell’attacco conclusivo, dalla freschezza del 21enne Stromberg, il quale si impone infine con ragguardevole distacco di oltre 11” (47’22”8 a 47’34”19), con il tedesco Scheuer, bronzo, a debita distanza.

Se, da un lato, 12 anni di distanza rappresentano un indubbio vantaggio dal punto di vista della vigoria fisica, dall’altro l’esperienza gioca pur sempre un indubbio punto a favore dell’atleta più anziano, circostanza che Fredriksson sfrutta appieno il giorno dopo, nella Finale del K-1 1000m., iniziando a sprintare sin da metà percorso, una tattica che trova impreparato Stromberg, il cui tentativo di rimonta si infrange al di sotto dei 2” (4’07”9 a 4’09”7) che separano le due imbarcazioni sulla linea del traguardo, mentre il tempo di 4’20”1 fatto registrare dal francese Louis Gantois, terzo arrivato, la dice ben lunga sul divario esistente tra la coppia scandinava ed il resto del lotto.

L’inesorabile avanzare dell’età, consiglia all’oramai quasi 35enne svedese di risparmiarsi le fatiche dei 10 chilometri – il cui titolo va all’ungherese Ferenc Hatlaczki, di cui sentiremo di nuovo parlare – per concentrarsi sulle più brevi distanze che il programma iridato prevede, ed ecco che, ai Mondiali di Macon ’54, in Francia, Fredriksson incrementa la propria collezione di medaglie con gli Ori nel K-1 500m., K-1 1000m. e con la conferma del titolo nella staffetta K-1 4x500m., per poi prepararsi ad affrontare la sua terza esperienza olimpica, ai Giochi di Melbourne ’56.

Occorre a questo punto fare una doverosa precisazione per replicare a chi – sia pur a giusta ragione – può obiettare come i successi dei rematori scandinavi, e pertanto anche di Fredriksson, siano stati favoriti dal fatto che tale regione avesse subito in misura minore l’impatto con gli eventi del secondo conflitto mondiale, ma una tale considerazione si scontra con la circostanza derivante dalla conferma di come, con tutte le Nazioni oramai a pieno regime in ambito sportivo, nonché con i rappresentanti dell’Unione Sovietica a far parte dell’arengo olimpico già dai Giochi di Helsinki ’52, lo svedese rappresenti ancora un ostacolo per quasi tutti insormontabile, a dispetto del fatto che si stia incamminando verso le 40 primavere.

Prova provata è quel che accade sulle acque del Lago Wendouree il 30 novembre 1956, esattamente 11 giorni dopo il compimento dei 37 anni da parte di Fredriksson, allorché lo svedese infligge un distacco di quasi 10” (47’43”4 a 47’53”3) al campione iridato ungherese Hatlaczky, di quasi 15 anni più giovane, mentre il detentore del titolo olimpico, Stromberg, conclude non meglio che quarto ad oltre mezzo minuto di distacco.

E se, come luogo comune, suole dirsi che con l’età aumentano le doti di resistenza – anche in atletica, la quasi totalità dei maratoneti si avvicina a detta prova dopo essersi cimentata per anni in pista sui 5 e 10mila metri – un punto pertanto a favore di Fredriksson, come si può spiegare il fatto che anche sulla più corta distanza del K-1 1000m. il 25enne sovietico Igor Pissarov non sia stato capace di tenere il ritmo dello svedese che va a conquistare, in 4’12”8 il suo terzo Oro consecutivo in tale prova (impresa a tutt’oggi ineguagliata …) se non con la semplice constatazione che lo svedese è stato il più forte canoista di tutti i tempi.

Con 5 Ori individuali ed un argento in sede olimpica, ce ne sarebbe più che a sufficienza per “attaccare la pagaia al chiodo”, anche perché gli anni passano pure per le “leggende” e la concorrenza si fa sempre più dura ed aggressiva, come dimostra l’esito dei Mondiali di Praga ’58, prima rassegna iridata che non vede Fredriksson salire sul gradino più alto del podio, dovendosi accontentare dell’argento con il K-1 500m. e del bronzo sia con il K-1 100m. che con la staffetta K-1 4x500m., mentre il redivivo Stromberg torna al successo nel K-1 10.000m., prova che però viene esclusa dai Giochi Olimpici di Roma ’60 in favore dell’introduzione della staffetta K-1 4x500m.

E, proprio dalla staffetta che lo aveva visto per tre volte campione mondiale, giunge la delusione della mancata qualificazione per la Finale a sei sul bacino del Lago Albano, per la sfortuna di essere, il quartetto svedese, inserito nella più veloce delle tre semifinali, in quanto il tempo di 7’55”05 realizzato avrebbe consentito l’accesso all’atto conclusivo in entrambe le altre serie, ma Fredriksson se ne fa comunque una ragione, in quanto il 29 agosto deve disputare le ultime gare della sua straordinaria carriera, vale a dire le Finali del K-1 1000m. e del K-2 1000m., in coppia con Sven-Olov Sjodelius, prima volta ai Giochi che lo svedese non si esprime in una prova individuale.

A 40 anni già compiuti, Fredriksson è in ogni caso ancora in grado di dire la sua, scendendo per la prima volta sotto i 4’ in sede olimpica nella gara individuale, il cui 3’55”89 gli vale l’unico bronzo a cinque cerchi della carriera, con il gradino più alto del podio appannaggio del danese Erik Hansen in 3’53”00 e quindi mettendo la più classica delle “ciliegine sulla torta” cogliendo un fantastico Oro con il K-2 1000m. in una Finale in cui gli Dei di Olimpia strizzano un occhio al loro eroe, dato che l’armo svedese si afferma per l’inezia di appena 0”18 centesimi (3’34”73 a 3’34”91) sugli ungheresi Mészaros/Szente.

Il contributo alla causa olimpica svedese di Fredriksson non si conclude comunque con l’addio all’attività agonistica in quanto, assunto l’incarico di Capo Allenatore della propria Federazione, non può certo considerarsi un caso il fatto che, quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, la bandiera con la croce gialla in campo blu rappresentante il Paese scandinavo continui a sventolare sul più alto pennone durante la cerimonia di premiazione della gara del K-1 1000m. (vinta da Rolf Peterson), così come per l’esito del K-2 1000m., in cui ad aggiudicarsi l’Oro è la coppia formata da Gunnar Utterberg e dal compagno di Fredriksson a Roma, Sven-Olov Sjodelius.

Come stupirsi, pertanto se, ad un atleta di così alto lignaggio – ed al quale, per le sue imprese ai Giochi di Melbourne ’56, il Comitato Olimpico Internazionale assegna il trofeo di “Miglior Sportivo dell’anno”, unico canoista a ricevere tale riconoscimento – successivamente alla sua scomparsa, avvenuta il 5 luglio 2006 ad 87 anni, la sua città natale di Nykoping abbia addirittura dedicato una statua che ne simboleggia la grandezza, non solo sportiva, ma anche umana …