HARRY GREB, L'”OCCHIO DI VETRO” CHE DEMOLIVA GLI AVVERSARI

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Harry Greb – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

Due categorie tra le tante del pugilato avvincono in particolare, da sempre, gli appassionati della noble art. Pesi massimi e pesi medi. E se la questione tra chi sia il più grande tra Dempsey, Louis, Marciano, Alì e compagnia bella è ancora aperta, altrettanto irrisolta, e magari lo sarà in perpetuo, è la sfida a distanza tra fuoriclasse del guantone del calibro di Sugar Robinson, Monzon e Hagler.

Quel che è certo, tuttavia, è che Harry Greb può competere a pieno titolo per la palma di peso medio più forte di sempre. E se la stampa specializzata lo accreditata della corona, noi ci riserviamo nondimeno la sospensione del giudizio, universale, il che parrebbe logico rapportando campioni di epoche così diverse.

Greb nasce a Pittsburgh il 6 giugno 1894, e la sua carriera professionistica, che si avvia nel 1913 per chiudersi tragicamente nel 1926, è tra le più lunghe e ricche d successi dell’intera storia del pugilato.

The Pittsburgh wildcat“, ovvero “il gatto selvaggio di Pittsburgh“, mezzo tedesco e mezzo irlandese, è figlio di un marinaio che sbarca (è proprio il caso di dirlo) il lunario su vecchie carrette che trasportano carbone e ferro. E trasmette al figlio quel senso di ribellione e quel fuoco d’anima che sempre accompagneranno Harry sul ring. In effetti Greb esprime appieno, con la sua boxe, tutta la violenza e la furia distruttiva tipica di chi è costretto a vivere giorno per giorno, una tempesta pugilistica perfetta per quel corpo perfetto da peso medio, 72 kg., che nondimeno ha l’ardire di affrontare boxeur più pesanti di lui.

Greb è infatti inizialmente campione nord-americano tra i mediomassimi nel 1922, quando batte ai punti per “newspaper decision” (all’epoca il verdetto era espresso dalla stampa) Gene Tunney al termine di una battaglia senza esclusione di colpi, già proprio così, costringendo il futuro campione del mondo dei pesi massimi alla prima e poi unica sconfitta in carriera, obbligandolo pure all’ospedale con una costola incrinata ed il volto troppo simile ad una maschera di sangue. Il duello all’ultima goccia è eletto a “fight of the year“, così come la rivincita dell’anno successivo al Madison Square Garden di New York, stavolta favorevole a Tunney.

L’impeto sul ring di Greb desta sensazione, così come la sua scarsa propensione all’allenamento, tanto da affermare che “il miglior allenamento è battersi sul ring. Se gli avversari sono più pesanti molto meglio, hanno poca velocità e li puoi colpire dove vuoi“. Appunto.

Eppure Greb avrebbe pure un handicap penalizzante per le sue ambizioni di affermazione pugilistica. Già da ragazzo è vittima di un incidente che gli limita la vista dall’occhio destro, ci pensa poi Kid Norfolk, nel corso di un combattimento nel 1921, a decretarne la cecità permanente con un colpo di pollice che detrmina il distacco della retina. Figurarsi se la cosa frena Greb. Anzi, è come gettare benzina sul fuoco di una determinazione e di animus pugnandi senza pari, che si abbatte sui malcapitati che hanno la sventura di trovarsi a portata di tiro del suo destro demolitore.

Violenza e furia agonistica, ma anche qualche scorrettezza nel suo repertorio, ad esempio lasciando andare colpi di striscio che usano i bordi o i lacci dei guantoni per ferire gli avversari, e un’irriverenza così come un orgoglio fuori misura. Ne sa qualcosa Jack Dempsey, che lo ebbe prima come sparring partner nel preparare la sfida al francese Carpentier, e venne messo al tappeto, e poi quando Greb, ormai campione del mondo, rifiutò di allenarlo non accettando soldi perché “nessuno può battere Tunney“.

La strada verso la chance mondiale, curiosamente visto il curriculum quasi immacolato, è però lunga, e solo il 31 agosto 1923 a Greb viene concessa l’opportunità di combattere per la cintura iridata dei pesi medi. Johnny Wilson è l’avversario, che se ne esce sconfitto ai punti, ad onor del vero non del tutto meritatamente, a chiusura di 15 riprese equilibrate che regalano infine a “wildcat” il titolo mondiale. Seppur con qualche livido di troppo.

Ormai guadagnata fama e gloria internazionale, Greb difende la corona a più riprese, surclassando Bryan Downey, superando ancora Wilson, non lasciando scampo a Ted Moore, soprattutto battendo Mickey Walker, che il 2 luglio 1925 al Polo Grounds di New York si arrende per verdetto ai punti in quello che viene eletto, ancora, “fight of the year“.

Ma il tramonto agonistico è prossimo ormai, tocca al mancino nero della Gerogia, Theodore Flowers, diacono battista che distribuisce ai poveri della sua chiesa quel che guadagna con i pugni, interrompere la sequenza di difese vittoriose di Greb. Che si arrende una prima volta al sinistro fulminante dell’avversario il 26 febbraio 1926 in un Madison Square Garden gremito ad assistere al campione che cede il passo alla baldanzosa inventiva dello sfidante. Sei mesi dopo, 19 agosto 1926, stesso avversario e stesso palcoscenico, ma il risultato non cambia di una virgola, seppur stavolta Greb accusi non solo la superiorità pugilistica del “moro“, pure anche l’occhio buono che ormai tanto buono non lo è più.

Conviene farsi vedere da un medico”, e il 22 ottobre 1926, ad Atlantic City, Greb finisce sotto altre mani. Ma stavolta non portano pugni pesanti, bensì trattano il bisturi e proprio da quelle mani, ironia della sote, beffarda e tragica, Harry viene sconfitto. Per sempre.

Aveva 32 anni, Harry Greb, e se qualcuno lo considera il più grande peso medio di sempre, non credo proprio che ci vada troppo lontano.

JIM RYUN, LA MALEDIZIONE OLIMPICA DEL “MILER”

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Jim Ryun migliora il record mondiale del miglio il 17 luglio 1966 – da runnersworld.com

articolo di Giovanni Manenti

In una nazione come gli Stati Uniti, dove l’atletica leggera è uno degli sport più praticati al college, vi è però una netta preferenza per le gare veloci, sino al completamento del giro di pista, corse piane od ostacoli non fa distinzione, per poi prediligere, nei concorsi, le prove di salto rispetto ai lanci, e non c’è quindi da sorprendersi se, nelle prove di mezzofondo, difficilmente si veda primeggiare un atleta americano, per non parlare poi d record, essendo quelli oramai interamente appannaggio degli atleti africani.

Ma, come in quasi tutte le cose, ad una regola si contrappone sempre un’eccezione e, nel caso specifico, questa eccezione risponde ad un nome ed un volto ben precisi, vale a dire quello di Jim Ryun, l’unico “miler” della storia Usa capace di detenere, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio, i primati mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, vero e proprio “enfant prodige” della sua generazione.

Nato il 29 aprile 1947 a Wichita, in Kansas, morfologicamente ben strutturato (alto m.1,88 per 76kg.), Ryun sale difatti alla ribalta già al liceo (le “high school” negli Stati Uniti), quando nel 1964, appena 17enne, diviene il primo atleta per quella età a correre il miglio sotto la fatidica “barriera dei 4’ netti”, coprendo la distanza in 3’59”0 e confermandosi altresì a livello nazionale, dimostrando personalità nel conquistare la selezione per le Olimpiadi di Tokyo ’64 con il terzo posto conquistato sui 1.500 metri ai Trials di Los Angeles, circostanza che lo fa tuttora essere il più giovane atleta di sesso maschile ad aver partecipato ad una rassegna olimpica in atletica leggera.

La giovane età e la conseguente inesperienza viene pagata da Ryun in occasione dei Giochi dove, a dispetto di una buona prova in batteria, conclusa in 3’44”4, resta imbottigliato nel corso della prima semifinale, perdendo fiducia e, una volta verificata l’impossibilità di qualificarsi per la finale, chiude mestamente in ultima posizione.

Non c’è certo da demoralizzarsi, stante la verde età di Ryun, il quale riprende a vincere a livello nelle gare di high school, ma con significativi miglioramenti quanto a riscontri cronometrici, tant’è che nel 1965 corre altre quattro volte il miglio sotto i 4’ (unico liceale di sempre ad aver compito una tale impresa in più di tre occasioni …), con il picco del tempo di 3’55”3 stabilito il 27 giugno ’65 che rappresenta anche il primato Usa assoluto e che, a livello studentesco, resterà imbattuto per “qualcosa” come 36 anni, venendo superato solo nel 2001 da Alan Webb in 3’53”43.

Tali exploit valgono all’appena 18enne Ryun il quarto posto nel ranking mondiale stilato dalla celebre rivista specializzata “Track & Field News” ed il corteggiamento da parte dei più famosi college americani, preferendo comunque Jim di restare vicino a casa, iscrivendosi all’Università del Kansas, dove non si fa certo scrupoli nel continuare a mettersi in evidenza.

Ed, in effetti, nel suo primo anno da matricola, Ryun stabilisce il 10 giugno ’66 al meeting di Terre Haute, nell’Indiana, il record mondiale juniores di 1’44”9 sugli 800 metri – che, a 50 anni di distanza, è ancora primato americano junior sulla distanza – nel mentre il successivo 17 luglio, a Berkeley, in California, fa fermare i cronometri sul miglio a 3’51”3 che migliora il limite mondiale assoluto del francese Michel Jazy, realizzato l’anno prima a Rennes, in Francia.

Conclusa la stagione al primo posto del ranking mondiale precedendo il keniano Kipchoge Keino, l’unico suo vero antagonista del periodo e la cui rivalità tocca livelli altissimi nel biennio a seguire, Ryun si appresta a disputare quello che risulta il suo “anno di gloria”, vale a dire il 1967, con l’unica sfortuna che esso non coincida con l’organizzazione dei Giochi Olimpici.

Dapprima, festeggia i 20 anni da poco compiuti, migliorando il proprio primato mondiale sul miglio in una gara in notturna disputata il 23 giugno ’67 a Bakersfield, in California, corsa mantenendo la testa sin dall’avvio con progressivo incremento dell’andatura a partire dal terzo giro per andare a concludere in solitario in 3’51”1, limando così 0”2 decimi al suo precedente limite.

Appena quindici giorni dopo, Ryun va all’assalto del primato sulla distanza metrica dei 1.500, che data dalle Olimpiadi di Roma ’60, in cui l’australiano Herb Elliott, al termine di una gara solitaria, ferma i cronometri sul tempo di 3’35”6, un record che resiste all’epoca d’oro dell’altro fenomenale mezzofondista dell’Oceania, il neozelandese Peter Snell, soprattutto perché quest’ultimo, come tutti gli atleti del Commonwealth britannico, si cimenta pressoché esclusivamente sul miglio, tant’è che, prima della doppietta 800/1.500 metri dal medesimo realizzata ai Giochi di Tokyo ’64, lo stesso non aveva mai corso una gara sulla distanza europea ed olimpica.

Ma quella che va in scena l’8 luglio ’67 a Los Angeles, è una delle sfide che viene ricordata dagli esperti del settore come degna di passare agli annali della specialità, vedendo come protagonisti il ventenne americano ed il ventisettenne keniano, nell’ambito di un incontro internazionale tra Stati Uniti e selezione del Commonwealth britannico, eventi molto frequenti in quegli anni, quando non esistevano ancora sia i Campionati Mondiali che, tantomeno, l’attuale circuito della “Diamond League”, a calendarizzare le stagioni degli atleti.

Ad ogni buon conto, la gara si snoda su ritmi inizialmente lenti in avvio, per poi toccare a Keino di sollecitare l’andatura coprendo il secondo giro in 56” e portandosi al comando tallonato da Ryun, con i due atleti a staccare il resto del gruppo correndo fianco a fianco sino a 300 metri dall’arrivo quando un poderoso attacco dell’americano stronca la resistenza dell’atleta degli altipiani con una imperiosa progressione che lo porta a concludere con il tempo di 3’33”1 che migliora di 2”5 il vecchio record mondiale, grazie ad un ultimo giro cronometrato in 53”9.

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Ryun in occasione del record sui m.1500 in 3’33″1 – da marinarc.org

Detta circostanza fa sì che vi sia grande attesa per la resa dei conti tra i due campioni – che si confermano ai primi due posti del ranking mondiale per il 1967 – in occasione delle Olimpiadi di Città del Massico in programma ad ottobre ’68 nella capitale messicana ed, a questo punto, è doveroso aprire una parentesi per spiegare bene ai lettori chi sia e che cosa abbia rappresentato nel panorama dell’atletica mondiale la figura di Kipchoge Keino, antesignano del successivo dominio dell’Africa nera nelle gare di mezzofondo.

Messosi già in luce ai Giochi di Tokyo ’64, dove viene eliminato nella semifinale di 1.500 metri dopo essere giunto quinto sulla più lunga distanza dei 5.000, Keino è in grado di esprimersi ai massimi livelli dai 1.500 sino ai 10.000 metri, compresa la gara dei 3.000 siepi, tant’è che, dopo essersi affermato sulle distanze inglesi del miglio e delle tre miglia ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, si lancia nella pazzesca impresa di iscriversi in Messico su tutte e tre le distanze piane dei 1.500, 5.000 e 10.000 metri.

Un azzardo tanto più elevato se rapportato al fatto che le gare nella capitale centroamericana si disputano ad un’altitudine di oltre duemila metri, con conseguente rarefazione dell’aria che, se da un lato favorisce gli sprinter e le gare di salto, al contrario penalizza chi si deve esprimere sulle distanze del mezzofondo.

Un appuntamento al quale, dal canto suo, Ryun non giunge in perfette condizioni, in quanto ha dovuto combattere in estate la mononucleosi, cosa che lo ha penalizzato ai Trials di Echo Summit escludendolo dalla selezione per gli 800 metri e riducendo il “gap” rispetto ai connazionali sui 1.500, da lui comunque vinti pur se con il tempo di 3’49”0 alquanto modesto per le sue potenzialità, pur se ottenuto anch’esso in altura, visto che la località californiana era stata scelta dalla Federazione Usa proprio per abituare gli atleti alle condizioni che avrebbero poi ritrovato in sede olimpica.

Nel mese che separa i Trials dai Giochi, Ryun ed il suo staff curano meticolosamente la preparazione fisica, analizzando altresì le condizioni ambientali in cui si svolgerà la gara, arrivando alla conclusione che un tempo al di sotto dei 3’40” netti dovrebbe essere sufficiente a garantire la medaglia d’oro, pur con il vantaggio per Keino della sua abitudine a correre in altura, provenendo dagli altipiani dell’Africa centrale.

Vantaggio che, da parte della federazione Usa, si ritiene possa essere annullato dal fatto che il 28enne keniano si presenta alle batterie dei 1.500 del 18 ottobre dopo aver partecipato il 13 alla gara dei 10.000 metri, pur ritirandosi prima della fine, ed aver comunque corso il 15 le batterie ed il 17 la Finale dei 5.000, conquistando la sua prima medaglia olimpica, piazzandosi alle spalle del tunisino Mohamed Gammoudi al termine di una entusiasmante volata.

Tanto più che la prova dei 1.500 prevede, in tre giorni consecutivi, batterie, semifinali e finale, con Ryun a confortare sul proprio stato di forma facendo registrare il miglior tempo in batteria con 3’45”80 rispetto al 3’46”96 con cui Keino si aggiudica la prima serie, così come il giorno dopo allorquando, inseriti entrambi nella seconda delle due semifinali, è l’americano a prevalere in una gara tattica, precedendo il rivale sul traguardo in 3’51”25 rispetto al 3’51”50 del keniano.

Il pomeriggio del 20 ottobre 1968, sui dodici partecipanti all’atto conclusivo, solo due sono di colore, il più volte ricordato Keino ed il proprio connazionale Benjamin Jipcho, che si rivela fondamentale nella strategia di gara studiata dagli africani per fiaccare la resistenza del primatista mondiale, mentre l’Europa punta sull’argento di Tokyo ’64, il cecoslovacco Josef Odlozil, nonché sulla temibile coppia tedesca formata da Bodo Tummler ed Harald Norpoth, classificatisi rispettivamente al primo e terzo posto agli Europei di Belgrado ’66.

Ed, alla partenza, la tattica predisposta dal team keniano si mette in pratica, con Jipcho ad imprimere alla gara un ritmo elevato, tanto da passare sotto i 56” netti ai 400 metri, un’andatura difficilmente sostenibile in tali condizioni ambientali soprattutto da parte degli europei, mentre Ryun si mantiene nelle posizioni di coda fidandosi della sua previsione di concludere la prova intorno ai 3’39” netti.

Con un quartetto composto dai due keniani e dai due tedeschi a staccarsi leggermente dal resto del gruppo, è Keino a prendere decisamente l’iniziativa al passaggio agli 800 metri (cronometrato in 1’55”3), per poi transitare alla campana dell’ultimo giro con buon margine su di un terzetto formato da Tummler, Norpoth ed il britannico John Whetton, mentre Ryun si trova da solo al quinto posto nel tentativo di ricucire lo strappo, ed iniziando a rendersi conto di aver fatto male i propri calcoli.

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Keino precede Jim Ryun nella finale olimpica 1968 – da nytimes.com

Ai 300 metri dall’arrivo Ryun raggiunge Whetton, per poi lanciarsi all’attacco della coppia tedesca che scavalca all’ingresso dell’ultima curva, quando però il distacco dal leader è oramai incolmabile, visto che Keino non mostra alcun segno di cedimento, andando così a trionfare nel nuovo record olimpico di 3’34”91, un tempo di tutto rispetto considerata l’altitudine, mentre a Ryun resta la consolazione dell’argento davanti al tedesco Tummler (3’37”89 a 3’39”08 rispettivamente).

Assediato dai media dopo la gara, Ryun respinge le accuse, così commentando l’esito della finale: “Avevamo previsto che correre in 3’39” sarebbe stato sufficiente per vincere ed io sono andato al di sotto di tale tempo, facendo del mio meglio e con la convinzione che se la gara si fosse disputata a livello del mare avrei vinto; se qualcuno sostiene che la mia prova sia stata deludente, ciò vuol dire non riconoscere i giusti meriti a Keino, che ha disputato una gara eccellente, come confermato dal record olimpico realizzato”.

L’amarezza per l’oro sfumato, fa sì che Ryun riduca le sue presenze in pista negli anni a venire a beneficio degli studi universitari – circostanza che lo fa scivolare, dopo il secondo posto alle spalle di Keino nel ranking mondiale del ’68, in settima posizione nel ’69 ed in sesta nel ’71 – per poi ripresentarsi in buone condizioni di forma nel ’72 in vista dell’appuntamento olimpico di Monaco ’72, stagione in cui fa registrare il suo “personal best” sui 5.000 metri in 13’38”2 il 20 maggio e corre il suo terzo miglior tempo di sempre sul miglio il 29 luglio a Toronto in 3’52”8 e che, all’epoca, era altresì la terza miglior prestazione assoluta, dopo aver staccato il pass per i Giochi bavaresi facendo sua la gara dei 1.500 metri ai Trials di Eugene in 3’41”5.

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Jim Ryun si aggiudica i Trials di Eugene 1972 – da competitor.com

Appuntamento a cinque cerchi che propone sin dalle batterie l’occasione per una rivincita, dato che sia Ryun che Keino sono inseriti nella quarta serie, ma ancora una volta la sorte volta le spalle all’americano che, urtato dal senegalese Billy Fordjour a 500 metri dall’arrivo, pur rimettendosi in piedi e concludendo la prova, non può andare avanti nella competizione, nonostante l’appello della Federazione Usa che viene respinto ancorché il Comitato Olimpico avesse confermato il danno subito dal non certo fortunato atleta, per il quale cala il sipario sulla propria attività agonistica, la cui ultima immagine lo immortala mentre viene consolato dal suo acerrimo, ma leale, avversario Keino, il quale, dal canto suo, non riuscirà a bissare l’oro di Città del Messico, beffato in volata dal finlandese Pekka Vasala.

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Ryun consolato da Keino a Monaco 1972 – da gettyimages.it

Unica consolazione per Ryun, la durata dei propri record mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, proseguita sino al 1974, per quanto riguarda il primo, migliorato dal tanzaniano Filbert Bayi in occasione dei “Commonwealth Games” di Christchurch ’74, quando copre la distanza in 3’32”16, e con lo stesso atleta a far suo, il 17 maggio ’75, anche il primato sul miglio, correndo in 3’51”0, un solo 0”1 decimo meglio dell’americano che, come molti altri mezzofondisti della storia dell’atletica, ha dato il meglio di sé nel far registrare record, piuttosto che conquistare medaglie…

LA SORPRESA MARCEL BERNARD AL ROLAND-GARROS 1946

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Marcel Bernard – da nordsports-mag.com

articolo di Nicola Pucci

Fa maledettamente caldo, in quel luglio parigino del 1946. Tra i corridoi del Roland-Garros Marcel Bernard, iscritto nelle due prove di doppio, consulta distrattamente i tabelloni dei primi Internazionali di Francia dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Questo 32enne ormai non più espoir transalpino, che qui vinse in coppia con Borotra nel 1936 e nel doppio misto due volte, nel 1935 con Lolette Payot e sempre nel 1936 con Billie Yorke, non ha in verità grandi ambizioni, e l’edizione che riavvia il tennis dalle macerie e dalla barbarie della guerra è solo un’occasione per tornare a divertirsi. Soprattutto in coppia con il connazionale Yvon Petra, ma anche spalleggiando l’americana Margaret Osborne.

Figurarsi. La Osborne, a sua insaputa, ha deciso di ritirarsi dal doppio misto per concentrare le forze esclusivamente sul singolare, che infatti farà suo battendo in finale 7-5 al terzo la connazionale Pauline Betz, e per Bernard la delusione è cocente. Una sola competizione, il doppio, non può bastargli, ma il giudice arbitro, guarda caso, ha qualche difficoltà nel completare il tabellone a 64 giocatori per il torneo di singolare e Marcel accetta l’invito di prendervi parte. Si rivelerà una scelta fortunata.

Bernard viene accreditato della testa di serie numero 13 in un tabellone, pieno zeppo di francesi come è logico che sia, che ha proprio in Yvon Petra, fresco di successo a Wimbledon, il primo favorito, seguito a ruota da Tom Brown, Jaroslav Drobny che ha battuto Kramer a Londra e il piccolo Francisco Segura, dal formidabile dritto a due mani. Questo per affermare che Marcel non è certo compreso tra i candidati alla vittoria finale. Anche se parecchi anni prima, ad esempio nel 1932 appena 18enne, fu semifinalista battuto da Cochet con un secco 6-1 6-0 6-4, in una sorta di sfida tra maestro e allievo. Il futuro, nondimeno, sembrava poter sorridere a questo mancino dal tocco sensibile, certificato da un’altra semifinale nel 1936, stavolta sconfitto dal tedesco Von Cramm, poi trionfatore, pure stavolta con un netto 7-5 6-1 6-1. La vittoria in doppio con Borotra contro Charles Tuckey e Pat Hughes e in misto con la Yorke contro Sylvie Jung Henrotin e Martin Legeay avevano in parte mitigato la delusione per la disfatta in singolare ed altrettanto in parte confermato il talento di Bernard. Dopodichè, niente più, solo speranze rese vane e poi i venti della guerra.

1946, dunque, e tanta voglia di divertirsi. In un torneo che lamenta qualche assenza importante, in primis proprio Kramer che vuol preparare a dovere la finale di Coppa Davis, in secundis due validi esponenti del tennis australiano, Pails e Brown, tanto da lasciar qualche margine di chances anche a due outsiders come gli yugoslavi Puncec e Mitic, che in Coppa Davis hanno sconfitto al Francia, e l’americano Budge Patty, Bernard entra in lizza con due vittorie in quattro set, al primo turno con il peruviano Eduardo Buse e al secondo con il cecoslovacco Josef Caska, entrambi sconfitti 8-6 al parziale conclusivo. Agli ottavi di finale tocca a “Pancho” Segura, testa di serie numero 4, arrendersi al gioco d’attacco di Marcel, che in una sinfonia di perfette voleè e tocchi sotto rete si impone in tre comodi set, 8-6 6-3 6-1, meravigliando il pubblico con un tennis da sogno.

Sullo slancio Bernard batte anche Patty, 7-5 al quinto set di una sfida serrata all’ultimo colpo, ed accede alle semifinali, esattamente laddove era dieci anni prima. Tra i magnifici quattro che andranno a contendersi la vittoria, trovano posto i tre favoriti della vigilia, appunto Petra che ha perso solo un set ai quarti con il cecoslovacco Ferdinand Vrba e punta a bissare il successo di Wimbledon, Tom Brown che è esente da pecche e ha infranto le illusioni di Pierre Pellizza, e Jaroslav Drobny, che è uscito vincitore da un match complicato con Dragutin Mitic.

Le due semifinali sono intense e si risolvono entrambe al quinto set. Bernard perde primo e quarto parziale di un soffio, 7-5, ma negli altri tre set ha nettamente la meglio del compagno di doppio Petra che così dice addio alla doppietta Slam, mentre nella parte alta del tabellone Drobny rivela la sua classe di miglior giocatore europeo sbarazzandosi di Brown, 6-2 al set decisivo. In finale, dunque, Bernard è l’ospite inatteso e Drobny il campione acclamato dalla gente, curiosamente due mancini, con il cecoslovacco che si lascia preferire per una miglior condizione fisica, forte dei sui 25 anni e del fatto di essere, pure, internazionale di hockey su ghiaccio.

In effetti, sul campo centrale del Roland-Garros, il pomeriggio del 27 luglio le cose sembrano andare secondo le previsioni. Drobny vince facilmente i due primi set, 6-3 6-2, grazie alla potenza del gioco, la rapidità negli spostamenti e la precisione nei colpi da fondocampo. Bernard è alla mercè dell’avversario, sballottato da una parte all’altra del rettangolo di gioco, ma al terzo set, senza più niente da perdere, cambia tattica. Prende la rete solo con attacchi al centro, facendo a sua volta uso del pallonetto per vanificare la avanzate di Drobny, e la sfida cambia volto. Ora c’è maggior equilibrio nel gioco, Marcel sale 4-1 e Jaroslav perde la calma. Il terzo set si chiude sul 6-1, e nel quarto Bernard conduce nel punteggio, sempre più sicuro ed efficace nelle proiezioni a rete a cui fanno da contrappasso le incertezze sempre più frequenti di Drobny, ora in balia del francese e frequentemente costretto ad asciugarsi gli occhiali. Il quarto set è appannaggio di Bernard, 6-4, e la sensazione, all’inizio del set decisivo, che il giocatore di casa possa portare vittoriosamente a compimento la rimonta è quasi una certezza.

E così sia. Febbrile e stanco Drobny non reagisce più, Bernard è trascinato dall’entusiasmo del pubblico che gremisce gli spalti e infine, 6-3, è il nuovo campione, a sorpresa, del Roland-Garros. Completando poi l’opera il giorno dopo, quando in coppia con Yvon Petra (e dopo una notta di bagordi!) battono 10-8 al quinto set la coppia formata da Segura e l’argentino Morea, rimontando da 2-5 sotto e dopo essersi a loro volta visti recuperare due set di vantaggio. Per la Francia il tennis 1946 è gloria, dopo Petra a Wimbledon tocca a Bernard sbancare Roland Garros… sapete quanti anni ancora dovranno passare per bissare il successo parigino? Fino al 1983, l’anno di grazia di Yannick Noah.

 

GRAN PREMIO DI MONZA 1971, IL DUELLO A CINQUE PER LA VITTORIA

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L’arrivo vincente di Gethin – da formula1.com

articolo di Brown Galazzi

Il campionato del mondo 1971 iniziò con l’eredità lasciata da Jochen Rindt, campione “postumo” in carica, (caso unico nella storia della Formula 1) deceduto a Monza durante lo svolgimento delle prove del Gran Premio d’Italia, fine settimana tragico che regalò al pubblico una gara intensa, tiratissima e spettacolare vinta da Clay Regazzoni. L’autodromo di Monza (all’epoca senza chicane) aveva caratteristiche tali da rendere estremamente affascinanti le gare, con velocità elevatissime e vari punti in cui, grazie all’aerodinamica dell’epoca, meno evoluta e “problematica” di quella attuale, era possibile tentare attacchi e sorpassi. Serviva coraggio ovviamente: a quella velocità, con quelle vetture, un’uscita di strada poteva essere fatale, come dimostrava la triste storia di Rindt.

Il cammino verso l’iride 1971 aveva un unico protagonista: Jackie Stewart, che dopo il titolo del 1969 aveva trascorso un anno di transizione, in quanto Ken Tyrrell aveva optato per correre con una March, abbandonando di fatto la Matra dopo il rifiuto di quest’ultima di ospitare il Cosworth DFV V8 al posto del proprio V12. La March era in ogni caso una soluzione temporanea in quanto l’abile Ken aveva intuito che con un campione come Stewart poteva tentare di diventare costruttore e infatti schierò due differenti vetture per lo scudiero Cevert e per la “prima punta” scozzese, con risultati straordinari: Stewart sbaragliò la concorrenza ottenendo cinque vittorie e un secondo posto nelle prime sette gare, potendo affrontare il finale di stagione con serenità nell’attesa di celebrare il secondo titolo in carriera.

Il Gran Premio d’Italia in quell’anno godeva quindi di pochi spunti per quanto riguarda la “suspence” che accompagnava la lotta per l’iride, in quanto Peterson all’Osterreichring non aveva ottenuto punti, consegnando il titolo nelle mani di Stewart, ma il foltissimo pubblico di Monza, accorso in massa all’autodromo, era destinato ad assistere ad una gara tra le più belle di tutti i tempi. La Lotus decise di non partecipare in quanto Colin Champan era ancora coinvolto nel processo riguardante l’incidente di Rindt dell’anno precedente, Emerson Fittipaldi riuscì comunque a schierarsi in griglia iscrivendo una Lotus 56B privata con colorazione blu/oro. La pole position fu ottenuta dalla Matra di Amon con il tempo di 1’22″40 e il neozelandese poteva sperare finalmente in una meritata prima vittoria visto che il secondo classificato Ickx era a quasi mezzo secondo e dalla terza fila in poi il distacco dei concorrenti dalla pole poteva considerarsi pesante. Regazzoni partì dalla quarta fila ma, con un evidente start anticipato, prese il comando, superato presto da un aggressivo Peterson e poi da Stewart, ma lo svizzero era un osso duro e riprese il comando tra le urla degli spettatori, esaltati dall’alto numero di sorpassi ad una media stratosferica di quasi 240 orari.

Cevert, inizialmente attardato, iniziò a rimontare portandosi in testa davanti al compagno di squadra e neo-campione in carica Stewart, entrambi seguiti da un agguerrito gruppetto formato da Peterson, Regazzoni, Hailwood e Ganley. La gara giunse alla metà dello svolgimento quando, dopo il ritiro di Stewart, il comando venne preso dalla Brm di Siffert, a sua volta costretto a ritirarsi causa noie al cambio; la media continuava ad incrementare e Chris Amon tornò al comando, ma la sua proverbiale sfortuna era dietro l’angolo e una nuova incredibile avventura lo attendeva: al 47esimo giro si staccò la visiera del suo casco e ovviamente non era possibile viaggiare ad occhi scoperti a quella velocità, di conseguenza rientro ai box e ancora una vittoria sfumata per Chris.

Peterson iniziò a forzare in modo più deciso nel tentativo di staccare il gruppo, ma nuovi protagonisti si affacciarono nell’entusiasmante duello: tra gli inseguitori di Ronnie, ad Hailwood e Cevert si aggiunsero Ganley e Gethin, tutti racchiusi in meno di un secondo. La gara stava per volgere al termine in un nuovo valzer di piloti in testa, con Hailwood al comando costretto a cedere la posizione a Gethin, a sua volta infilato da Peterson; all’ultimo giro quest’ultimo fu infilato da Cevert alla Ascari, ma nessuno aveva fatto i conti con Gethin, che dopo aver passato Hailwood riuscì a prendere la scia decisiva per vincere il Gran Premio con un solo centesimo di vantaggio su Peterson (distanza più ridotta tra primo e secondo nella storia della F1), seguiti da Cevert a nove centesimi, Hailwood a diciotto e Ganley a sei decimi, tanto da far intervenire il fotofinish per determinare con certezza le posizioni. Ganley alzò il trofeo e poi si lanciò tra i tifosi per festeggiare una grandissima vittoria, l’unica della sua carriera in Formula 1, ma dal valore inestimabile.

Curiosamente nessuno dei protagonisti della gara aveva mai vinto un Gran Premio di F1 e nessuno di loro ha mai vinto un titolo iridato, anche se è opinione comune che Peterson e Cevert sarebbero riusciti nell’impresa se un tragico destino non li avesse privati di questa possibilità. All’epoca non era raro assistere a sorpassi e sorprese, inoltre la copertura televisiva era ridottissima, motivo per cui il valore di questa gara non ottenne particolare risonanza, ma è sufficiente rivedere quelle immagini sgranate e in bianco e nero per rendersi conto che quei cinque cavalieri del rischio siano stati protagonisti non solo di una corsa automobilistica, ma di una vera e propria opera d’arte.

LA PRIMA VOLTA SUL PODIO EUROPEO DELL’ITALVOLLEY ROSA

 

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Alzata di Benelli per Bernardi – da volleyacademy.it

articolo di Giovanni Manenti

Così come il periodo d’oro della Nazionale italiana di pallavolo maschile – iniziato con la vittoria agli europei di Stoccolma ’89 e durato per oltre un decennio – aveva avuto come prologo l’inaspettato argento mondiale conquistato a Roma ’78, allo stesso modo l’affermarsi del sestetto azzurro al femminile ai vertici internazionali a partire dalla fine del secolo scorso ha visto mettere il seme con il bronzo conquistato alla rassegna continentale di Stoccarda ’89.

Fino a tale data, difatti, mai una squadra italiana, a livello femminile, era salita sul podio di una importante manifestazione internazionale, in quanto mai qualificata per una Olimpiade – dove il volley è ammesso a far tempo dai Giochi di Tokyo ’64 – una assenza che, peraltro, si protrae sino all’edizione di Sydney 2000, così come poco più che un atto di presenza si rivelano le prime partecipazioni ai campionati mondiali, pur con un qual certo miglioramento dall’umiliante 20esimo posto del ’78, per salire alla 15esima piazza in Perù nel 1982 e sino al nono posto in Cecoslovacchia nel 1986.

Non molto diversa la musica in campo europeo dove, a dispetto delle maggiori qualificazioni alla fase finale, i migliori piazzamenti si verificano proprio nel corso degli anni ’80, decennio in cui le azzurre non scendono mai sotto l’ottavo posto (conseguito nel 1981), per poi classificarsi settime nel 1983, quinte nel 1985 e seste nel 1987, nell’edizione disputatasi i Belgio e vinta dalla Germania Est superando, in una combattutissima finale, le campionesse uscenti dell’Unione Sovietica per 3-2 (8-15, 15-9, 18-20, 15-9, 15-11).

L’anno dopo, in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, le sovietiche si prendono una bella rivincita, schiantando le tedesche orientali per 3-0 nel girone eliminatorio, escludendole dalle semifinali, per poi aggiudicarsi anche la medaglia d’oro in una altrettanto splendida Finale contro le peruviane, sconfitte 17-15 al quinto parziale, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set a zero.

Capirete, pertanto, come in terra tedesca (ancorché occidentale …) le favorite d’obbligo non potessero essere che le campionesse d’Europa (Germania Est) ed olimpiche (Urss) in carica e, per le azzurre, l’obiettivo massimo era costituito dal miglioramento del loro miglior piazzamento – il quinto posto di Sittard ’85 – con la speranza di poter, finalmente, salire sul podio.

Per cercare di centrare un simile risultato, da parte della Federazione non può esserci che una sola soluzione, e cioè – al pari, peraltro, di quanto fatto nel settore maschile con Julio Velasco – affidare la conduzione della Nazionale al tecnico che sta spopolando a livello italiano e non solo con la sua Teodora Ravenna, e che risponde al nome di Sergio Guerra.

L’allenatore romagnolo, difatti, oltre ad aver conquistato nel 1989 il suo nono titolo nazionale consecutivo – cui ne seguiranno altri due, nel ’90 e ’91, per un totale di 11 Scudetti uno di fila all’altro – è già stato in grado di far acquisire alle sue ragazze adeguata esperienza internazionale, contrastando lo strapotere in campo europeo della formazione russa dell’Uralocka, contro cui ha disputato le ultime tre Finali di Coppa dei Campioni, restando sconfitta nel 1987 (1-3) e nell’anno degli europei (ancora 1-3), ma capovolgendo il risultato a proprio favore nel 1988, quando stavolta il punteggio conclusivo di 3-1 (parziali di 7-15, 15-10, 15-9, 15-1) arride alle ragazze ravennate.

Ed ecco che la sfida si trasferisce dal livello di club a quello di Nazionali, visto che la rosa della Formazione sovietica – nella quale campeggia la fortissima palleggiatrice Irina Kirillova, considerata una delle più forti di sempre nel suo ruolo e che, a metà degli anni ’90, darà sfoggio della sua classe anche nel campionato italiano, giocando a Modena, Bergamo, Reggio Calabria, Perugia, Chieri e Novara – è composta da ben sette giocatrici della citata Uralocka, e, dall’altra sponda, Guerra risponde inserendo cinque ragazze della sua Ravenna nel sestetto base azzurro, con Manuela Benelli a dettare i tempi di gioco in veste di alzatrice e la più esperta Liliana “Lily” Bernardi nel ruolo di schiacciatrice, che vede anche la presenza della ventenne Sabrina Bertini.

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Liliana Bernardi, a sin., e Manuela Benelli – da ravennanotizie.it

Ed è così che il 2 settembre ’89, data di inizio della rassegna continentale, 12 squadre sono pronte a darsi battaglia, suddivise in due Gironi di sei formazioni ciascuno, che qualificano le prime due di ogni raggruppamento alle semifinali incrociate, ragion per cui ogni speranza di medaglia deriva dall’ottenere un tale piazzamento.

Mentre il Gruppo A si snoda in termini ben definiti, con l’Urss a dominare con cinque vittorie (e tutte per 3-0 …!!) sulle altrettante gare disputate, seguita dalla Romania a quota quattro, Germania Ovest a tre e così via, molto più incerto è lo svolgimento del Girone in cui è inserita l’Italia, visto l’equilibrio regnante alle spalle delle tedesche orientali, con le azzurre a lottare per l’accesso alla semifinale unitamente a Cecoslovacchia e Bulgaria.

Le ragazze di Guerra partono bene, con un convincente successo per 3-0 sulle cecoslovacche (parziali 15-9, 15-11, 15-13) che risulterà determinante per la classifica finale, cui fanno seguito altre due vittorie contro Francia (3-1) e Polonia (3-0), così da vederle in testa al girone al giorno di riposo del 5 settembre, con 6 punti a pari merito con l’Unione Sovietica, mentre la Cecoslovacchia si è rimessa in pista superando per 3-1 la Bulgaria, la quale ha già “scontato” la sconfitta contro le tedesche est.

Alla ripresa del torneo, tocca alle azzurre pagare lo scotto della sfida contro le tedesche d’oltre cortina, subendo un 3-0 che non rispecchia però l’andamento dell’incontro, visto che l’Italia cede di schianto solo nell’ultimo parziale (4-15) dopo aver tenuto testa alle campionesse europee uscenti nei primi due set, persi per 11-15 e 13-15, ed in ogni caso, le previste vittorie di Bulgaria e Cecoslovacchia rispettivamente a danno di Polonia e Francia, mandano ogni decisione all’ultima e decisiva giornata dove, con una graduatoria che recita Germania Est 8, Italia e Cecoslovacchia 6, Bulgaria 4, sono in programma i confronti diretti tra tedesche e ceche e tra azzurre e bulgare.

Le prime a scendere sul parquet sono proprio Italia e Bulgaria, con ciò dando un indubbio vantaggio alle altre avversarie, e l’incontro è quanto mai avvincente, con le ragazze di Guerra a lottare punto su punto, ma costrette a cedere i primi due parziali (12-15 e 14-16), per poi conquistare per 15-12 un terzo set che si rivelerà fondamentale nel computo finale, pur cedendo poi per 15-8 nel quarto parziale che consegna la vittoria alle bulgare.

Con Italia e Bulgaria ad aver concluso il girone a quota 6 punti, resta evidente che una vittoria delle Cecoslovacchia sulla Germania Est qualificherebbe entrambe alla semifinale, ma le tedesche vogliono chiudere in testa il girone per affrontare le molto meno ostiche rumene in semifinale, lasciando ad altri il compito di sfidare la corazzata sovietica, ed i primi due parziali, chiusi sul punteggio di 15-6 e 15-4 per le tedesche, sembrano non lasciare repliche alle loro avversarie.

Le quali, viceversa, si riprendono nei due set successivi – vinti per 15-10 e 15-8 – lasciando all’ultimo e decisivo parziale il compito di decidere le sorti sia dell’incontro che della classifica del Girone, che le ragazze della ex Ddr si aggiudicano per 15-12 garantendosi così il primo posto nel raggruppamento, mentre per capire chi dovrà affrontare le sovietiche in semifinale si deve ricorrere alla differenza set che, a parità di punti (6 a testa), premia l’Italia (10 set vinti contro 7 persi), rispetto a Cecoslovacchia (11-9) e Bulgaria (10-9), da cui si capisce la capitale importanza di quel parziale strappato alle bulgare.

Un altro giorno di riposo e quindi si dà il via alle semifinali con le sfide incrociate tra Urss-Italia e Germania Est-Romania che lasciano poco spazio alle sorprese, dato che entrambe si concludono con due netti 3-0 a beneficio delle favorite – 15-10, 15-7, 15-8 per le sovietiche contro le azzurre, mentre le tedesche devono impegnarsi solo nel primo parziale, vinto 17-15, per poi aver facilmente ragione 15-6 e 15-4 delle rumene – con conseguente ripetizione, per la quarta edizione consecutiva, della oramai abituale Finale tra Urss e Germania Est.

Ma, mentre le due super potenze a livello europeo (in ambito mondiale devono fare i conti con altre realtà quali Cina, Perù e Giappone, non essendosi ancora “svegliate” le americane …) affilano le armi in vista dello scontro decisivo, in casa azzurra si vivono momenti di trepidante ansia poiché si è ben consapevoli che si ha a disposizione una carta importante da giocare per sfatare il tabù del podio sinora mancante in una grande competizione internazionale, oltretutto contro una formazione come quella rumena indubbiamente inferiore a Bulgaria e Cecoslovacchia affrontate nel girone eliminatorio.

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Alzata di Manuela Benelli – da volleyacademy.it

Il Commissario Tecnico Guerra chiama a raccolta le “sue” ragazze di Ravenna, le sprona e motiva con il fatto che campionesse a livello di club come loro non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, necessaria anche a dare ulteriore entusiasmo a tutto il movimento pallavolistico femminile nel nostro Paese, e la risposta che ottiene sul parquet di Stoccarda è di quelle che ogni allenatore desidererebbe ricevere dalle proprie atlete che, concentrate come non mai, disputano una gara perfetta che non lascia scampo alle annichilite rumene, come testimoniano in termini inequivocabili i relativi parziali a favore delle azzurre, le quali si aggiudicano l’incontro con un 3-0 che recita 15-5, 15-6, 15-3, per poi potersi andare a sedere in tribuna a godersi l’atto conclusivo, che termine con la sudata affermazione dell’Unione Sovietica che deve rimontare l’8-15 subito nel primo set, per far suoi i tre successivi coi punteggi di 16-14, 15-13, 15-13 a dimostrazione dell’equilibrio esistente tra i due sestetti.

Dal bronzo di Stoccarda dovranno passare 10 anni esatti affinché le azzurre tornino sul podio continentale, con analogo piazzamento agli Europei di Torino ’99 avendo perso un’occasione più unica che rara in semifinale (sconfitte 15-13 al tie-break del quinto parziale dopo essere state in vantaggio due set ad uno), ma è indubbio che il seme della nascita del volley femminile in Italia è stato posto dalle ragazze di Guerra che, tra l’altro, hanno anche l’occasione per far loro una seconda Coppa dei Campioni nel ’92 con le “Final Four” disputate proprio a Ravenna, al termine di una combattutissima finale contro le croate del Mladost Zagabria, superate 15-10 al quinto set …

FEYENOORD-CELTIC 1970, LA PRIMA VOLTA DELL’OLANDA SUL TETTO D’EUROPA

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Il Feyenoord in trionfo – da twitter.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata Volante

Un club olandese per la prima volta sul trono d’Europa: è il Feyenoord a centrare il prestigioso traguardo nella finale del 1970, disputata allo Stadio di San Siro a Milano, grazie al 2-1 sul Celtic Glasgow nei tempi supplementari. Vittoria nel complesso meritata degli olandesi, anche se il match è stato per larghi tratti equilibrato. Sul piano tecnico, non è stata una grandissima finale, però si è trattato di una partita intensa, emozionante e vibrante. Una delle chiavi del match è stata la miglior qualità del centrocampo del Feyenoord, davvero ben assortito, con tre interpreti – i nazionali olandesi Jansen e Van Hanegem e l’austriaco Hasil – davvero di ottimo livello.

Feyenoord: Graafland – Romeijn, Laseroms (1ts 12′ Haak), Israel, Van Duivenbode – Jansen, Hasil, Van Hanegem – Wery, Kindvall, Moulijn. All: Happel.
Celtic: Williams – Hay, Brogan, Mc Neill, Gemmell – Johnstone, Murdoch, Auld (st 32′ Connelly), Lennox – Hughes, Wallace. All: Stein.

Arbitro: Concetto Lo Bello (Italia)

Primo tempo
5′ tiro-cross insidioso di Hay da destra, Graafland abbranca in presa.
9′ triangolo largo Kindvall-Wery-Kindvall, che prende la mira dal lato destro dell’area e calcia sul primo palo, Williams si tuffa e devia in angolo.
16′ Wallace mette dentro correggendo una palla vagante, ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla.
28′ tiro a effetto dal limite di Van Hanegem, Williams blocca in presa plastica.
29′ GOL CELTIC Punizione dal limite per gli scozzesi, dopo un fallo su Wallace. Murdoch tocca leggermente indietro per Gemmell, rasoiata a filo d’erba e pallone che piega le mani a Graafland infilandosi in rete.
31′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi nella trequarti offensiva, sul lato destro. Batte Wery, che crossa in mezzo, una serie di colpi di testa favorisce Israel che da solo, sempre di testa, batte Williams con una palombella arcuata.
36′ cross pericoloso di Gemmell a spiovere da sinistra, né Wallace né Graafland riescono a intervenire, il palla sfila a lato di pochissimo. Partita finora estremamente equilibrata.
38′ sponda aerea di Moulijn per Kindvall, tiro di prima intenzione, pallone fuori di un metro.
40′ spunto di Johnstone a destra, cross sul primo palo, Graafland anticipa Hughes, pronto per il tapin, in modo provvidenziale.

Secondo tempo
2′ Feyenoord vicinissimo al 2-1: Hasil, liberato al tiro da un compagno, colpisce il palo dal limite.
4′ Gemmell per Auld a sinistra, tiro-cross pericoloso, Graafland costretto ad alzare in corner.
19′ splendida azione corale del Feyenoord, forse la più bella del match: palla tutta rasoterra da Romijn a Van Hanegem, quindi a sinistra per Van Duivenbode, diagonale a pelo d’erba del terzino sinistro fuori di un niente. Gli olandesi appaiono più incisivi in questo secondo tempo, Celtic un po’ spento.
26′ Fallo su Wallace nella trequarti offensiva del Celtic. Batte la punizione Auld, che fa partire una traiettoria stranissima a campanile, Graafland si rifugia in angolo.
38′ grande opportunità per Wery, che lanciato in verticale da Jansen, manda a lato in diagonale. Finale di partita di nuovo abbastanza in equilibrio.

Primo tempo supplementare
1′ clamoroso errore in disimpegno di Van Duivenbode, Hughes intercetta e si invola verso la porta, ma si fa murare il diagonale da Graafland, che poi recupera il pallone sulla linea.
8′ rimessa laterale di Kindvall per Hasil, da questi a Van Duivenbode, che supera un avversario e quasi al limite scocca un destro a uscire che sfiora il palo lontano.
11′ cross da sinistra di un giocatore del Celtic, sponda aerea di Hughes per Wallace, colpo di testa neutralizzato da Graafland.

Secondo tempo supplementare
2′ Feyenoord ancora vicinissimo al gol: Hasil lancia Kindvall, che entra in area, supera un avversario e calcia di punta, Williams riesce a respingere di piede e a opporsi poi in modo magistrale al successivo tentativo di Wery.
8′ possesso palla prolungato del Feyenoord, che sembra avere molte più energie in questo finale. Jansen pesca Kindvall in area, diagonale a bruciapelo, palla sul fondo.
11′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi a metàcampo: Van Hanegem lancia il pallone in area, Mc Neill scivola all’indietro e tocca il pallone con le mani, ma Kindvall alle sue spalle riesce a controllarlo e a fulminare Williams in uscita con un tocco a mezza altezza.
13′ Kindvall difende palla egregiamente e serve nello spazio Hasil, che arriva in corsa da dietro e calcia di prima intenzione sull’uscita di Williams: traversa piena. Il Feyenoord legittima il vantaggio.

LE PAGELLE DEL FEYENOORD
IL MIGLIORE KINDVALL 7: difficile, in una squadra molto collettiva come il Feyenoord, individuare un giocatore che si stacchi nettamente sugli altri. Premiamo lui per il gol decisivo, che regala agli olandesi un traguardo storico, e per la grande mole di lavoro in prima linea, dove si trova spesso da solo a lottare contro gli arcigni difensori scozzesi.
Hasil 7: centrocampista tecnico e raffinato. Colpisce due legni e dirige il traffico in mezzo al campo, vincendo il duello con i dirimpettai avversari.
Van Hanegem 6,5: si sacrifica molto in fase di copertura, ma quando può si fa notare anche nella metàcampo avversaria. Dal suo piede nasce il gol decisivo di Kindvall. Cuore e guida di questa squadra.
Jansen 6,5: si completa a meraviglia con Hasil e Van Hanegem. Corre per due, recupera palloni ed è anche bravo a impostare. Non c’è dubbio che il reparto migliore di questo Feyenoord sia il terzetto di centrocampo.
Israel 6,5: leader difensivo, non si risparmia mai e timbra di testa il gol che vale il pareggio.

LE PAGELLE DEL CELTIC
IL MIGLIORE JOHNSTONE 6,5: cresce con il passare dei minuti e dai suoi piedi nascono sempre spunti interessanti. Molto difficile portargli via palla, non è solo un giocatore abile nel dribbling, ma anche intelligente e disciplinato tatticamente.
Williams 6,5: alcuni buoni interventi, soprattutto nel secondo tempo supplementare quando ipnotizza Kindvall e Wery.
Gemmell 6,5: per un’ora gioca ad alti livelli, poi cala. Firma un gol sfruttando il solito tiro mortifero da fuori e fa piovere un paio di insidiosissimi palloni in mezzo all’area.
Auld 5,5: primo tempo piuttosto in ombra, poi migliora, ma non lascia segni tangibili: nel cuore del centrocampo dominano gli avversari. Esce per infortunio.
Mc Neill 5: non una prestazione negativa, però rovina tutto con l’errore che spiana a Kindvall la strada per il 2-1.

ANDRE’ DARRIGADE, IL VELOCISTA CHE FECE PIANGERE COPPI

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Andrè Darrigade – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se i nostri cugini transalpini pensano a quel che ha vinto in carriera Andrè Darrigade e si rapportano allo stato attuale del loro ciclismo, beh, credo proprio che venga loro qualche fastidio pruriginoso. Già, perchè stiamo parlando di un tale capace di sfrecciare ben 142 volte davanti a tutti, il che, ve l’assicuro, per quei tempi era impresa non da poco.

Non a caso ho usato il termine sfrecciare, perché se Darrigade, “Dedè” per gli amici, era corridore completo e passista di buone qualità tanto da chiudere per tre volte il Tour de France in 16esima posizione, fu soprattutto grazie all’impareggiabile spunto veloce che ottenne i suoi principali successi. In un periodo in cui tra gli sprinter d’eccezione figuravano campioni del calibro di Van Looy, Van Steenbergen e Poblet, coi quali diede vita a sfide leggendarie.

Darrigade nasce a Narrosse, nelle Lande, il 24 aprile 1929, cominciando ben presto a primeggiare nelle gare su pista. Assurge agli onori della cronaca nel 1949, appena 20enne, quando al Velodrome d’Hiver di Parigi vince la prestigiosa Grande Final de la Medaille, battendo in volata quell’Antonio Maspes che poi della velocità sarà in seguito l’indiscusso dominatore per almeno un decennio. Ma se “Dedè” ha la dinamite nei polpacci per imporsi di forza, è pure dotato di determinazione rara, il che lo porterà ad ottenere risultati forse superiori alle aspettative, e di un sorriso e di una simpatia che conquista, il che gli garantirà sempre e comunque il sostegno dei connazionali, spesso invece inclini a dividersi nell’apprezzamento verso campioni come Bobet e Anquetil.

Ed è appunto sulle strade di Francia che Darrigade costruisce il suo palmares. Comincia con l’indossare la casacca di campione nazionale nel 1955, quando a Chateaulin batte proprio Bobet e Louis Caput, lo stesso anno in cui il fratello minore Roger vince tra gli juniores. Partecipa poi a quattordici edizioni del Tour de France, e alla Grande Boucle non solo ottiene 22 vittorie (più un successo nella cronometro a squadre nel 1957) vestendo la maglia gialla per 19 giorni, ma colleziona anche una serie di record che tutt’oggi resistono: per cinque volte si impone nella prima tappa ed è l’unico ciclista della storia ad aver vinto una tappa per almeno dieci edizioni consecutive. Se a questo aggiungiamo le due vittorie nella classifica a punti, 1959 e 1961, è quasi d’obbligo dover eleggere il Tour de France come suo principale territorio di caccia.

In verità la corsa gialla lascia anche tracce di disappunto nell’animo del gentile Andrè, quando nella frazione Luchon-Tolosa dell’edizione del 1956 fora e perde l’occasione della vita, lui pure gregario di lusso di Jacques Anquetil, di giocarsi le sue chances per la vittoria finale, e di disperazione, quando nel 1958 nel corso della volata conclusiva al Parco dei Principi urta violentemente la testa contro un giardiniere sportosi imprudentemente per vedere l’arrivo dei corridori, provocandone involontariamente la morte dopo 12 giorni di agonia.

La vita va avanti, e se Darrigade in Italia si fa vedere sulle strade del Giro nel 1959 (42esimo) e nel 1960 (64esimo) vincendo un’unica volta a Verona, lo fa fasciato della maglia arcobaleno conquistata qualche mese prima sul circuito di Zandvoort, in Olanda. E’ questa la vittoria più bella della carriera di “Dedè“, non solo per il valore tecnico della prova, ma anche perchè giunta al termine di una fuga-fiume, nata a 222 chilometri dalla meta e conseguita in una volata finale, particolarmente serrata, su Michele Gismondi, Noel Fore e Tom Simpson.

Ecco, proprio al Mondiale Darrigade firma un altro record destinato a resistere, ovvere chiudere quattro volte consecutivamente sul podio. Perchè il primo posto del 1959 segue le due medaglie di bronzo di Waregem 1957, dietro Van Steenbergen e Bobet, stavolta più veloci di lui, e di Reims 1958, quando Baldini vince in solitario ed ancora Bobet è secondo, ed anticipa la piazza d’onore del 1960, battuto in volata da Van Looy.

C’è di tutto, ovviamente, nel palmares di Darrigade. Che si fa rispettare anche nell’esercizio della cronometro, soprattutto in coppia, figurando nell’albo d’oro del Trofeo Baracchi nel 1956 assieme allo svizzero Rolf Graf, così come nel vecchio amore per la pista, imponendosi con l’amico/capitano Jacques Anquetil (e Ferdinando Terruzzi) alla Sei Giorni di Parigi nel 1957 e 1958, anni in cui è pure il migliore nella Roue d’Or, gara contro la lancette in cui fa coppia proprio con il fuoriclasse di Mont Saint-Aignan.

L’hanno chiamato anche “il levriero delle Lande” per il suo incedere fiero e la sua velocità d’azione. Ne volete una prova? Guardate l’arrivo al Velodromo Vigorelli del Giro di Lombardia del 1956, quando si presentò al traguardo in compagnia del “vecchioFausto Coppi con il quale diede vita ad una memorabile volata, anticipando di un soffio il “Campionissimo“. Che una volta sceso di bicicletta scoppiò in un pianto dirotto per la bruciante sconfitta… e statene certi, in carriera non sono molti quelli che possono vantarsi di aver dato un dispiacere a Coppi.

Questo era Andrè Darrigade, il velocista gentile che colse l’iride. Un grande. Ad averne uno così oggi in Francia…

 

MARIELLE GOITSCHEL, LA SORELLA D’ORO DELLO SCI DI FRANCIA

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Marielle Goitschel in azione – da theredlist.com

articolo di Nicola Pucci

Così come accadde con i fratelli Mahre, Phil e Steve, forti al punto da tracciare un solco profondo nello sci a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, anche al femminile c’è una coppia che un decennio prima ha firmato pagine di storia agonistica alpina. Le sorelle Goitschel, Christine e Marielle (in quel caso ci sarebbe anche Patricia, terza della nidiata, ma senza pedigree sciistico), che incisero tra le nevi il loro nome e da quei giorni gloriosi danno lustro alla Francia.

Ma ai fini della narrazione odierna su queste pagine è d’obbligo fare una scelta, e seppur dolorosa per l’elevata statura anche dell’esclusa, questa non può che riguardare Marielle. Che nasce un anno dopo Christine, il 28 settembre 1945, e tra le valli della… Val d’Isere, lei figlia di un albergatore che in gioventù fu giocatore dell’Olympique Marsiglia, affina un talento prezioso fin dalla tenerissima età. Viene infatti aggregata poco più che 14enne alla nazionale transalpina, e gli esordi, ai Mondiali casalinghi di Chamonix del 1962, sono già promettenti e fanno da preludio ad una carriera di pregio. In un’edizione, infatti, che illumina la classe dell’aquilotto Karl Schranz e il talento effimero di Marianne Jahn, ecco che Marielle regala subito un saggio di precocità, neppure 17enne già capace di cogliere l’oro in combinata battendo proprio l’asburgica, vincitrice davanti alla transalpina della gara di slalom, quarta anche in gigante a soli 0″16 dal bronzo strappato dall’americana Joan Hannah.

Il dado è tratta. Marielle inizia la sua scalata ai vertici agonistici e in questo fa da traino a Christine, che seppur sia più “adulta“, paga leggero dazio alla sua minor intraprendenza. In effetti le due ragazze, legatissime, si distinguono per diversità caratteriale, esplosiva, chiacchierona e trascinante Marielle, tranquilla, introversa e riflessiva Christine. Che ai Giochi di Innsbruck del 1964, in qualità di campionessa nazionale delle tre discipline, assurge agli onori della cronaca, battendo la sorella tra le porte strette dello slalom, per poi lasciare strada a Marielle in gigante, anche decima in discesa libera ed ancora una volta, esattamente come a Chamonix, più forte di tutte in combinata, stavolta per mera contabilità valida solo come titolo iridato.

I trionfi olimpici delle sorelle Goitschel infiammano la Francia, al punto che il generale De Gaulle, a cui non sfugge di certo la notorietà delle due sciatrici, le premia con un telegramma “sappiate, Mesdemoiselles, che siamo tutti fieri della vostra vittoria. Una sorta di medaglia al merito supplementare.

Il bello, per Marielle soprattutto, deve ancora venire, ed ha pure stavolta i colori dell’arcobaleno quando nel 1966, sulle Ande, ai tremila metri di Portillo, la transalpina è l’indiscussa regina della rassegna. Il 5 agosto è seconda in slalom alle spalle della connazionale Annie Famose, che la batte per 0″47, e tre giorni dopo, l’8 agosto, bissa il risultato in discesa libera, alle spalle dell’austriaca Erika Schinegger, sbaragliando a sua volta la concorrenza della stessa Famose e della tedesca Burgl Farbinger staccate quasi di un secondo. L’11 agosto tocca al gigante e il trionfo di Marielle, sulla pista “Garganta” è completo, con l’asburgica Heidi Zimmermann e l’altra francese Florence Steurer tenute a debita distanza. Inevitabile, giunge anche il successo in combinata, tris dopo Chamonix ed Innsbruck a certifcare che la più giovane della Goitschel è la sciatrice più completa in circolazione. Con una coda, 30 anni dopo, che le regalerà un oro in più… ma ne parleremo in seguito.

In attesa dell’evento a cinque cerchi previsto per il 1968 sulle nevi di Chamrousse, località sciistica alle porte di Grenoble, dal talento intuitivo di Serge Lang, inviato del quotidiano sportivo L’Equipe, partorisce l’idea di una competizione a tappe, la Coppa del Mondo, che nel 1966 ha i suoi natali con la prima edizione. Marielle è indubbiamente competitiva ai massimi livelli, ma se riesce ad imporsi nel biennio pre-olimpico in sei gare – curiosamente, mai in Francia – distribuite tra quattro slalom e due discese, nondimeno manca di impreziosire con la sfera di cristallo un palmares già di tutto rispetto, chiudendo seconda nel 1967 alle spalle della canadese Nancy Greene e quarta l’anno successivo, dietro anche ad altre due francesi ancora, Isabelle Mir e Florence Steurer.

Poco importa, mette in saccoccia comunque tre coppette di specialità (due in slalom e una in discesa libera) e quattro trofei del circuito Kandahr (tre in combinata e uno in slalom, al Sestriere nel 1967), ed è già tempo di tener fede al suo ruolo di grande vedette invernali ai Giochi del 1968.

In verità la vetrina è occupata, in toto, dall’altro grande di Francia di quegli anni, Jean-Claude Killy, che fa tripletta come mai nessuno prima e dopo di lui, ma Marielle, privata della presenza della sorella costretta al ritiro anticipato dall’agonismo per un infortunio, ha tanto spessore agonistico e impeto giovanile da ritagliarsi a sua volta uno spazio importante, debuttando con l’ottavo posto in discesa libera, proseguendo con la medaglia d’oro, finalmente, in slalom davanti proprio alla Greene di 0″29 e ad Annie Famose che l’aveva battuta a Portillo, per concludere con il settimo posto in gigante, che gli vale “solo“, si fa per dire, il secondo gradino del podio nella combinata che, lo sappiamo, ha solo valenza mondiale.

La gloria perpetua è ormai certa, e dopo un ultimo successo in Coppa del Mondo a Rossland in Canada il 28 marzo, carica di medaglie, trofei e coppe, Marielle, non ancora 23enne, dice basta, seguendo le orme di Killy stesso che si è dato al professionismo. La leggenda dello sci le apre le porte, e nel 1996, a distanza di 30 anni dai tempi dei Mondiali di Portillo, le viene infine assegnata la medaglia d’oro della discesa libera. Già, perchè la Schinegger era nel frattempo risultata essere pseudoermafrodita, aveva in sè cromosomi maschili e la squalifica per quella prova si era resa inevitabile.

Marielle Goitschel incassa il meritato successo di un tempo che fu e ora, sì, può definitivamente alloggiare tra le più grandi di sempre.

IL VICENZA ED UN SOGNO INFRANTO AD UN PASSO DALLA FINALE

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Vialli in azione nella semifinale di andata – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Provinciale di lusso, come è usanza appellare le squadre non facenti parte delle metropoli, ma che si ritagliano spazi importanti nelle massime serie calcistiche, è un termine che ben si addice alla ultracentenaria storia del Vicenza Calcio, fondato difatti nel 1902, ed i cui apici si possono racchiudere in tre ben distinti momenti.

Il primo, più che un momento è un periodo, lungo, lunghissimo, alla stregua di un eterno amore, e che vede i colori biancorossi far bello sfoggio di sé per 20 lunghi anni nella nostra serie A, dalla promozione al termine del torneo cadetto ’55, dominato e concluso con 8 punti di vantaggio sui “cugini” del Padova, sino alla stagione ’75, al termine della quale si consuma un’amara retrocessione.

Occorre avere i capelli bianchi e forse anche qualcosa di più per ricordarsi quell’epoca gloriosa, quando passare indenni dal “Romeo Menti” non era impresa facile neppure per i blasonati squadroni, così come al vicino “Appiani” dove imperversava il Padova del Paron” Rocco e dei suoi manzi, oppure alla non lontana Ferrara, città in cui la Spal viveva anch’essa il suo periodo di massimo splendore, sotto la guida del Presidentissimo Paolo Mazza, cui oggi è, doverosamente, intitolato lo stadio.

Erano gli anni di fedeltà assoluta di giocatori che ne hanno segnato la storia, calcistica e non solo, divenendone assolute bandiere nell’onorare la maglia in cui campeggiava il simbolo del “Lanerossi” (marchio indelebile di riconoscimento …), dal portiere Luison (con Bardin a rilevarne il ruolo da fine anni ’60) ai difensori Zoppelletto, Savoini, Volpato, Carantini e Stenti, ai centrocampisti De Marchi, Fontana, Tiberi e Menti – quest’ultimo nipote del compianto Romeo Menti, perito nella sciagura di Superga con il “Grande Torino”, ed al quale è intitolato lo stadio – ed agli attaccanti Campana (l’avvocato futuro presidente dell’AIC …) e Vastola, oltre al più famoso di tutti, e cioè il brasiliano “O’ lione” Luis Vinicio, capace, nel 1966, di laurearsi capocannoniere con 25 reti, precedendo nomi altisonanti quali Sormani, Mazzola ed Altafini, contribuendo al sesto posto finale dei biancorossi, loro miglior piazzamento di sempre, eguagliando analogo risultato ottenuto due anni prima, nel ’64, quando Vinicio, bontà sua, si era “limitato” a 18 centri.

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Formazione Lanerossi anni Vicenza metà anni 1960 – da wordpress.com

Al posto del grande amore – il cui ricordo avrà sicuramente fatto inumidire gli occhi a chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona – si sovrappone la passione, quella che ti inebria, ti travolge, ti fa credere di vivere un sogno od una realtà sino a poco tempo prima inimmaginabile, e che si materializza a brevissima distanza dalla retrocessione tra i cadetti, con l’avvento sulla panchina veneta di Giovan Battista Fabbri, il quale propone un’idea di gioco talmente rivoluzionaria, ma soprattutto redditizia, che tutti guardano al Vicenza come ad un modello cui ispirarsi.

Succede, difatti, che Fabbri capitalizzi al massimo il gioco sulle fasce – quelli che oggi si chiamano esterni basso od alti, ma che al tempo altri non erano che terzini e fluidificanti – con sovrapposizioni veloci che mandavano in crisi gli accorgimenti tattici degli avversari e, in special modo, diventavano manna dal cielo per un rapinatore d’area di rigore qual si dimostra in quegli anni Paolo Rossi, pronto a raccogliere gli inviti che gli provenivano dai lati esterni del campo e rinverdire i fasti di Vinicio.

Stiamo parlando della stagione ’77, in cui il Vicenza si aggiudica il torneo cadetto e Rossi si laurea capocannoniere realizzando 21 delle complessive 48 reti messe a segno dalla squadra, confermandosi poi l’anno seguente nella massima divisione, quando le sue 24 reti gli valgono il titolo di miglior marcatore del torneo, nonché la selezione per i Mondiali di Argentina ’78 (dove diverrà “Pablito” …), mentre il Vicenza si piazza in un impensabile secondo posto dopo aver tenuto testa alla Juventus per buona parte del campionato.

Come sempre, una delle chiavi di lettura per decifrare tali imprese, deriva dalla possibilità per il tecnico di schierare quasi sempre gli stessi undici, non potendo contare su di un parco riserve all’altezza delle squadre più attrezzate per questo tipo di torneo e vale la pena ricordare, per i più smemorati, quale fosse la formazione base di quello che passa alla storia come il “Real Vicenza” per la bellezza e spettacolarità del suo gioco, e che quindi andiamo a ricapitolare con Ernesto Galli tra i pali, Lelj e Callioni terzini, Prestanti stopper e Giorgio Carrera libero, centrocampo composto da Guidetti, Giancarlo Salvi e Faloppa, con due ali piccole, tecniche ed imprevedibili quali Cerilli e Filippi al servizio del rifinitore Paolo Rossi.

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Formazione Lanerossi Vicenza stagione 1977-1978 – da wikipedia.org

Le passioni però, a differenza dei grandi amori, si bruciano in fretta, e così l’anno seguente il Vicenza deve subire l’onta della retrocessione per una peggior differenza reti rispetto a Bologna ed Atalanta e nonostante Rossi contribuisca con 15 reti alla causa biancorossa, con l’attaccante che si accasa, al termine di una mai troppo ben chiarita operazione di mercato messa in atto dal presidente Giussy” Farina, al Perugia che proprio il Vicenza aveva imitato, conquistando anch’esso un inaspettato secondo posto alle spalle del Milan della “stella”.

Vi sembrerà strano, ma tutto quanto sinora descritto altro non è che una premessa, al terzo periodo da incorniciare di storia biancorossa, quello a noi più vicino, rifacendosi a 20 anni orsono e che, al pari del biennio di fine anni ’70, anche stavolta ha per protagonista un allenatore, tal Francesco Guidolin da Castelfranco Veneto, il quale si siede sulla panchina vicentina nell’estate ’94, reduce da una negativa esperienza all’Atalanta, dove era stato esonerato dopo 10 giornate.

Pur se portandosi in dote il “peccato originale” di una carriera da calciatore quasi interamente disputata con la maglia gialloblù del Verona – sfortunatamente per lui trasferitosi al Venezia proprio nell’anno dello scudetto con Bagnoli alla guida – Guidolin non tarda a farsi apprezzare, conducendo sin dalla prima stagione il Vicenza alla promozione in A, divisione dalla quale i biancorossi mancavano proprio dalla ricordata retrocessione del ’79, per poi ottenere, l’anno seguente, un più che onorevole piazzamento, con il nono posto finale a sole cinque lunghezze dalla zona Uefa.

Si giunge così all’estate 1996, in cui il Vicenza opera un’oculata campagna di rafforzamento, sostituendo, nel parco stranieri, lo svedese Bjorklund con il 17enne camerunese Wome e mantenendo in organico gli uruguaiani Mendez ed Otero, con quest’ultimo che si conferma miglior realizzatore della squadra con 13 reti, una in più rispetto alle 12 della precedente stagione.

Ed il Vicenza, avendo oramai pienamente assimilato gli schemi di Guidolin, sembra per buona parte del girone di andata in grado di ripetere le gesta della compagine “targata G.B. Fabbri”, per poi cedere nel girone di ritorno quando, al contrario, si sta profilando un’opportunità che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire.

Avviene, difatti, che mercoledì 27 novembre ’96, con il Vicenza in testa alla classifica di A con 20 punti, i biancorossi affrontino nel ritorno dei quarti di Coppa Italia un Milan che sta facendo i conti con l’usura dei suoi tanti campioni ed una infelice conduzione tecnica di Tabarez, e lo 0-0 con cui si conclude la gara del “Menti”, consenta ai veneti – in virtù dell1-1 dell’andata a San Siro – di staccare il biglietto per le semifinali in programma il successivo febbraio, in cui sono abbinati al Bologna, mentre l’altra sfida oppone l’Inter al Napoli.

In campionato, le due squadre viaggiano di pari passo, tant’è che quando si incontrano al “Menti” per il match di andata del 6 febbraio ’97 sono staccate appena da un punto (Bologna 31 e Vicenza 30) ed anche le sfide di coppa si svolgono all’insegna dell’equilibrio, con la gara in terra veneta risolta da una rete di Murgita allo scadere della prima frazione di gioco, mentre quando 19 giorni dopo si affrontano nel ritorno al “Dall’Ara”, tocca al “bomber di coppa” Giovanni Cornacchini siglare in extremis il punto dell’1-1 che evita il ricorso ai supplementari e consente, per la prima – e, sinora, unica – volta, alla compagine biancorossa di disputare la finale della coppa nazionale, a cui accede anche il Napoli che, a sorpresa, ha sconfitto l’Inter ai calci di rigore dopo due gare finite entrambe in parità, sull’1-1.

L’appuntamento per la gara di andata – in programma al “San Paolo” – è fissato per l’8 maggio con i partenopei (copia alquanto scolorita della formazione di maradoniana memoria) non ancora certi della permanenza in A, ma che comunque onorano l’impegno capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Pecchia al 21’ che determina il risultato, con la tegola per Guidolin dell’infortunio patito da Otero nel finale di gara, tanto da escluderlo per il “retour match” del 29 maggio in un “Romeo Menti” riempito in tutta la sua capienza e pronto a festeggiare un evento che definire storico è quasi un eufemismo.

Avranno da soffrire, e non poco, però, i supporters biancorossi, visto che la gara – dopo che Maini mette a segno, curiosamente al 21’, stesso minuto della rete di Pecchia dell’andata, il punto che pone la sfida su di un piano di assoluta parità – si prolunga sino ai supplementari e, quando lo spettro della lotteria dei calci di rigore inizia ad aleggiare sui monti Berici, ecco materializzarsi il vantaggio, costruito al 118’ da una punizione di Beghetto respinta corta da Taglialatela solo per consentire ad un altro Rossi (Maurizio stavolta) di cogliere l’appuntamento con la storia per la rete del 2-0 poi addirittura arrotondata prima del triplice fischio finale dal goal in contropiede siglato dal giovane Iannuzzi.

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Vittoria Coppa Italia 1997 – da altervista.org

Per un club come il Vicenza, che sino a cinque anni prima vivacchiava in terza serie ci sarebbe da essere più che contenti, ma questo vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche del proprio tecnico, e cioè di un Guidolin che non dà mai nulla di scontato e vuole vivere da protagonista ogni sua avventura, anche se trattasi di una Coppa europea, ai cui nastri di partenza si allineano le vincenti delle rispettive coppe nazionali e che rispondono al nome di Chelsea, Stoccarda e Betis Siviglia, per citare quelle dei paesi calcisticamente più all’avanguardia.

Con la solita campagna estiva oculata, giungono in prestito dal Milan il difensore Coco ed il centrocampista Ambrosini, dalla Lazio Baronio e dall’Inter l’attaccante Arturo Di Napoli, mentre vengono acquistati a titolo definitivo i difensori Dicara e Stovini, i centrocampisti Schenardi e Zauli e l’attaccante Pasquale Luiso, reduce da un’ottima stagione al Piacenza.

Presentatosi alla ribalta internazionale con l’umiltà di un liceale alla prima lezione universitaria, il Vicenza si scrolla di dosso i timori riverenziali sin dal primo turno, in cui impiega meno di mezz’ora per regolare per 2-0 al “Menti (reti di Luiso ed Ambrosetti) i polacchi del Legia Varsavia, vantaggio poi difeso in trasferta con Zauli a spegnere, nel finale, le velleità di rimonta degli avversari, nate con il vantaggio di Kaprczak al 56’.

Superato lo scoglio dell’esordio, alla compagine di Guidolin, per poter accedere alla fase primaverile della competizione, occorre superare lo scoglio degli ucraini dello Shakter Donetzk, che non sono ancora la formazione zeppa di brasiliani da incutere timore ai più forti club europei negli anni a venire, ma comunque una squadra di tutto rispetto che fornisce buona parte dei propri giocatori alla nazionale del proprio Paese.

Ciò nondimeno, la sera del 23 ottobre ’97 nella fredda Donetzk, a riscaldare gli animi dei tifosi biancorossi ci pensa ancora Luiso che apre e chiude la marcature con una doppietta al 1’ ad all’89’, decisiva per il 3-1 finale intervallato dalle reti di Beghetto e Zubov a ridosso dell’ora di gioco, il che rende il ritorno al “Menti” poco più che una formalità, con Luiso che si incarica nuovamente di sbloccare il risultato, poi fissato sul 2-1 conclusivo in virtù del momentaneo pari di Atelkin e dalla rete di Viviani che certifica il passaggio del turno.

Presentatosi al banchetto delle grandi d’Europa – ai quarti sono difatti ancora in lizza sia lo Stoccarda che il Chelsea ed il Betis Siviglia, quest’ultime però sorteggiate tra di loro – in punta di piedi, il Vicenza fa la voce grossa quando si trova ad affrontare, il 5 marzo in Olanda, il Roda Kerkrade, dopo aver conquistato in campionato una fondamentale vittoria in chiave salvezza superando 2-1 il Brescia tra le mura amiche e, con la mente sgombra da cattivi pensieri, la trasferta nei Paesi Bassi si rivela poco più di una formalità, con le squadre che vanno al riposo già sul 3-0 (doppietta di Luiso che, come al solito, ha aperto le marcature, inframezzata da uno spunto di Belotti), con Otero ad arrotondare ulteriormente il punteggio nella ripresa, lasciando agli stralunati olandesi solo la consolazione del punto della bandiera con Peeters.

Il ritorno due settimane dopo a Vicenza si rivela una autentica passerella per i ragazzi di Guidolin, che seppelliscono gli avversari con un 5-0 che non ammette repliche ed in cui vanno a segno cinque marcatori diversi, dopo che, ovviamente, è toccato al solito Luiso l’incarico di sbloccare l’incontro, cui hanno fatto seguito le reti di Firmani, Mendez, Ambrosetti e Zauli.

Vicenza in semifinale, roba da non credere, anche se a riportarti alla realtà è un abbinamento da far tremare i polsi e proprio contro il Chelsea degli italiani Di Matteo, Zola e Vialli che, dal canto suo, ha fatto fuori d’autorità gli spagnoli del Betis vincendo 2-1 a Siviglia e completando il lavoro nel ritorno a “Stamford Bridge” con il 3-1 in cui mettono la loro firma proprio Di Matteo e Zola.

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Contrasto tra Viall e un difensore nella semifinale di andata – da unibet.it

Anche i londinesi, però, non possono dormire sonni tranquilli, considerando come il Vicenza giunga all’appuntamento più importante della sua secolare storia da imbattuto, con 5 vittorie ed un pari nelle gare sinora disputate ed uno score di 17 reti segnate contro appena 4 subite, e ne hanno conferma il 2 aprile ’98 davanti ai 19.319 (pari alla capienza ufficiale, ma in realtà sono molti di più) spettatori che gremiscono gli spalti del vecchio “Romeo Menti”, quando al quarto d’ora di gioco Zauli firma una rete da cineteca con una palla arpionata al limite dell’area e scaraventata nell’angolino opposto dopo un dribbling a rientrare, successivamente difesa strenuamente dai tentativi di rimonta degli inglesi per un 1-0 che, in virtù della norma relativa al valore doppio delle reti segnate in trasferta, appare un buon viatico in vista del ritorno.

Il colpo d’occhio di “Stamford Bridge” due settimane dopo, non è certo da meno, con quasi 34.000 spettatori a supportare i “Blues” nell’impresa di accedere alla seconda finale di coppa europea della loro storia, creando la tipica, assordante, atmosfera dei campi inglesi, ma che si trasforma in un silenzio glaciale poco dopo la mezz’ora quando Luiso – e chi se non lui – mette a segno l’ottavo centro del suo personale cammino in Europa, cogliendo l’angolino alto alla destra della porta difesa da De Goey con una potente conclusione dal limite.

Il vantaggio ospite sta a significare che il Chelsea per approdare in finale debba realizzare tre reti, e sarebbe quanto mai importante mantenere tale risultato sino all’intervallo, ma purtroppo, dopo appena tre minuti, una conclusione dal limite di Zola non è trattenuta da Brivio, così consentendo all’uruguaiano Poyet di riportare le sorti del match in parità.

Incontro che si fa incandescente ad inizio ripresa, quando sono gli italiani a cambiare l’andamento della sfida, con Vialli ad involarsi lungo l’out destro per poi eseguire un perfetto cross su cui si presenta all’appuntamento vincente proprio il più piccolo dei ventidue, vale a dire Zola, il cui perentorio colpo di testa non lascia scampo all’estremo difensore veneto.

Con 40’ scarsi ancora da giocare l’esito dell’incontro resta quanto mai incerto, poiché i minuti passano ed il Vicenza resiste, ed è a questo punto che Vialli – che ricopre il ruolo di allenatore-giocatore – si gioca la carta dell’esperienza, inserendo il veterano di tante battaglie Mark Hughes in luogo del mediano Morris, mossa che lo ripaga 5’ minuti dopo, quando su di una rimessa lunga di De Goey, lo stesso attaccante gallese si trova a contendere la palla di testa a Dicara, ed approfittando di un rimpallo a lui favorevole, riesce a piazzare la sfera nell’angolino basso alla sinistra di Brivio per il punto del 3-1 che rovescia le sorti della qualificazione a favore degli inglesi.

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Hughes segna la rete del 3-1 al ritorno – da dailymail.co.uk

Manca meno di un quarto d’ora al termine, Guidolin si gioca il tutto per tutto inserendo Otero per Schenardi e Di Napoli per Di Carlo, ma oramai le forze, fisiche e mentali, sono al limite e l’espulsione di Ambrosini nel finale rappresenta il colpo di grazia ai sogni biancorossi.

Biancorossi che possono consolarsi con Luiso capocannoniere della manifestazione con 8 reti e con l’aver perso una sola gara e contro la squadra che poi vincerà il trofeo superando in finale lo Stoccarda per 1-0 (rete di Zola), nonché per essersi resi protagonisti di un’impresa che resterà indelebile nella gloriosa storia del club vicentino.

Certo, però, che proprio Zola e Vialli, vabbè…

PAOLO PUCCI, E QUELL’ORO LUNGAMENTE ATTESO

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Paolo Pucci – da sslazionuoto.it

articolo di Giovanni Manenti

Ora, che, a dispetto di una invidiabile posizione geografica e climatica, l’Italia non abbia mai avuto una grande tradizione natatoria a livello mondiale è risaputo, visto che si sono dovute attendere le imprese dello “scricciolo venetoNovella Calligaris ai Giochi di Monaco ’72 affinché tale disciplina facesse bella mostra di sé nel medagliere olimpico azzurro, nonché la fine dello scorso millennio per vedere un nostro atleta – a dire il vero furono due, Massimiliano Rosolino e Domenico Fioravanti, quest’ultimo addirittura per ben due volte – salire sul gradino più alto del podio.

Ed, ai massimi livelli internazionali, ciò può anche essere in parte giustificato sia dalla presenza delle due superpotenze Stati Uniti ed Australia che da un programma olimpico sino a Città del Messico limitato a meno della metà delle gare ai nostri giorni in calendario, ma che si sia dovuto attendere la nona edizione dei Campionati Europei per veder primeggiare un atleta italiano, questo non va certo a favore della specialità.

Sino a quell’edizione di Budapest ’58, gli unici a distinguersi erano stati il friulano Giuseppe Perentin, due volte argento sui 1500sl a Bologna ’27 e Parigi ’31, e, soprattutto, il fiorentino Paolo Costoli, bronzo sui 400 e 1500sl, nonché nella staffetta 4x200sl a Parigi ’31, per poi replicare il bronzo in staffetta tre anni dopo a Magdeburgo ’34, ma salendo di un gradino sulle riferite gare individuali, cogliendo in entrambi i casi la medaglia d’argento alle spalle del francese Jean Taris.

Poi, alla ripresa dell’attività agonistica nel periodo post bellico, il buio assoluto quanto a medaglie, con la sola eccezione dell’argento conquistato dal pesarese Angelo Romani sui 400sl nell’edizione svoltasi a Torino, non essendo riuscita a portare un nuotatore azzurro all’oro neppure l’organizzazione dei Campionati nel nostro Paese.

Come vi sarete resi conto, le (poche) medaglie sopra ricordate hanno avuto tutte come matrice lo stile libero, non potendo vantare l’Italia atleti in grado di emergere nelle altre specialità di dorso, rana e farfalla, e non può quindi stupire che il tabù venga infranto proprio a crawl, anche se, un po’ a sorpresa, sulla più breve distanza dei 100sl, e ciò grazie all’impresa compiuta da un 23enne “ragazzone” – alto 2 metri per oltre 90 chili di peso – tale Paolo Pucci, che vive nel 1958 il suo anno di grazia.

Nato a Roma il 21 aprile 1935, Pucci si divide, come abbastanza usuale all’epoca, tra nuoto e pallanuoto, militando nella Società Sportiva Lazio con cui sfiora la conquista dello Scudetto nel ’55 per poi laurearsi campione italiano l’anno successivo, stagione in cui è selezionato per le Olimpiadi di Melbourne ’56 sia per la gara in corsia che per il torneo di pallanuoto, in un “settebello” che poteva ancora contare sull’esperienza di Cesare Rubini, oro a Londra ’48, ed in cui, al pari di Pucci, faceva bella mostra di sé anche Fritz Dennerlein, pure lui a doppio servizio in entrambe le discipline.

Torneo di pallanuoto che gli azzurri concludono in un onorevole quarto posto finale, deciso dalle due sconfitte di misura patite contro Unione Sovietica (2-3) ed Jugoslavia (1-2) con il titolo che va alla fortissima Ungheria che fa sue tutte le gare disputate, nel mentre in corsia Pucci difende i colori azzurri assieme al veterano Carlo Pedersoli (il futuro Bud Spencer) che proprio nella stagione olimpica conquista il suo sesto ed ultimo titolo italiano sui 100sl.

I due azzurri – che l’anno prima avevano conquistato l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona quali componenti la squadra di pallanuoto – riescono a qualificarsi per le semifinali, con Pucci che, nuotando in 58”3, realizza il nuovo record italiano sulla distanza, per poi non confermarsi nella successiva fase eliminatoria, giungendo non meglio che settimo nella propria serie, precedendo proprio il compagno Pedersoli, ma d’altronde era quasi impossibile trovare spazio in una finale olimpica per la quale si qualificano tre australiani – che vanno ad occupare l’intero podio con John Henricks a stabilire il primato mondiale in 55”4 (quasi 3” in meno del limite nostrano, tanto per intendersi!), altrettanti americani, un giapponese, e l’onore del vecchio continente è tenuto alto, si fa per dire, dal francese di chiari origini italiane Aldo Eminente, che conclude la prova all’ottavo ed ultimo posto.

Questo per confermare il dislivello esistente all’epoca tra il nuoto europeo ed il resto del mondo, per cui meglio concentrarsi sulle cose di casa nostra, con Pucci che, l’anno seguente, si migliora in 57”8 nella gara dei Campionati Italiani in cui conquista il suo primo titolo assoluto, precedendo Pedersoli, al suo passo d’addio a 28 anni compiuti.

Vi sono da preparare gli Europei di Budapest, in programma nella capitale ungherese dal 31 agosto al 6 settembre ’58, e Pucci vi giunge tirato a lucido come non mai, visto che ai Campionati Italiani svoltisi ad inizio agosto alla Piscina Comunale di Torino, si aggiudica i titoli sia nei 100sl – abbassando ancora il record dei campionati a 57”2 dopo che aveva già infranto, il primo a riuscirvi, la barriera dei 57” netti stabilendo in 56”8 il nuovo record italiano – che sui 200sl, circostanza che gli consente di essere iscritto alla manifestazione, oltre che nella gara individuale (i 200sl non facevano parte, in quegli anni, del programma europeo ed olimpico), anche quale componente le staffette 4x200sl e 4×100 mista, nonché della squadra di pallanuoto.

La capitale magiara stava, purtroppo, scontando le conseguenze della rivoluzione del 1956 sedata nel sangue dai carri armati sovietici e lo squadrone che appena quattro anni prima a Torino ’54 aveva fatto cappotto nello stile libero sia in campo maschile che femminile, conquistando l’oro sia nelle gare individuali che in staffetta, si era disgregato, ma ciò nondimeno, l’impresa compiuta da Pucci è di quelle da segnare negli annali della manifestazione, nonché del nuoto azzurro.

Nella sua “due giorni di gloria”, Pucci dimostra di essere in grado di competere per il più alto gradino del podio già nelle batterie del mattino, quando in 56”3 sgretola il suo fresco primato italiano, per poi assestare il colpo di grazie alle speranze di vittoria dei suoi avversari stabilendo, nella semifinale del pomeriggio, il record europeo coprendo la distanza in 56”1, un tempo che gli avrebbe garantito il bronzo ai Giochi di Melbourne ’56 e che rappresenta comunque la quarta miglior prestazione mondiale a quel momento.

Exploit del genere, ed i casi al riguardo sono tutt’altro che pochi, possono condizionare in vista della Finale, ma ci vuol ben altro per impressionare il gigante azzurro al quale, pur non ripetendo il medesimo riscontro cronometrico, è abbondantemente sufficiente nuotare il giorno dopo in 56”3 per tenere a bada la sorpresa sovietica Viktor Polevoy, argento in 56”9, mentre l’atleta di casa, l’ungherese Gyula Dobai, completa il podio ad oltre 1” di distacco.

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Paolo Pucci sul podio europeo a Budapest 1958 – da sslazionuoto.it

L’impresa di Pucci non resta comunque isolata in casa azzurra, in quanto per la prima volta un italiano va a medaglia in una specialità diversa dallo stile libero, con l’argento conquistato da Roberto Lazzari sui 200 rana, mentre il bronzo di Paolo Galletti sui 400sl – nella gara dominata dal britannico Ian Black che si aggiudica con largo margine anche i 1500sl – fa ben sperare per un buon esito della staffetta 4x200sl.

E’ un più che dignitoso quartetto, quello che l’Italia schiera, con Frtiz Dennerlein in prima frazione, il citato Galletti in seconda, Angelo Romani in terza e Pucci a chiudere, ma le speranze di medaglia sono principalmente riposte nella straordinaria condizione messa in mostra da quest’ultimo, e l’esito della gara non fa che confermare tale previsione.

Difatti, con gli azzurri a lottare per un posto sul podio dietro all’inarrivabile staffetta sovietica, all’ultimo cambio la situazione sembra, se non disperata, quanto meno alquanto improbabile, visto che Pucci riceve il cambio in quarta posizione con il tempo di 6’37”3 rispetto al 6’36”9 della Germania Est e, soprattutto, al 6’35”8 del quartetto ungherese, per il quale scende in acqua, quale ultimo frazionista, quel Gyula Dobai bronzo sui 100sl.

E siamo sicuri che il 21enne magiaro il nostro Paolone se lo sarà sognato per diverse notti, vedendolo recuperare in men che non si dica un distacco di 1”50 per portare la staffetta azzurra alla medaglia d’argento, nuotando la propria frazione in uno stupefacente 2’03”9, sia pur lanciato, laddove si pensi che ai campionati italiani aveva vinto il titolo in 2’08”3 e che il primato del mondo, all’epoca, era di 2’03” netti, stabilito dal giapponese Yamanaka appena una settimana prima dell’inizio della rassegna continentale.

Pucci completa la sua opera con il bronzo nella staffetta 4×100 mista, in cui registra il miglior tempo nella frazione a stile libero con un 56”0 che gli consente di tenere a bada il quartetto della Germania Est nella corsa al gradino più basso del podio, mentre stavolta Dobai non si fa sorprendere, piazzando lui pure una frazione da 56”2 per garantire l’argento al quartetto ungherese, dietro alla formidabile staffetta sovietica, dominatrice con largo margine.

Non ci eravamo scordati della pallanuoto, dove l’Italia, dopo esser giunta al girone finale a quattro con le “solite” grandi della specialità – Ungheria, Jugoslavia ed Urss – portandosi in dote il successo per 4-2 proprio contro i sovietici nella fase eliminatoria, si classifica quarta solo per una peggior differenza reti a parità di punti con Jugoslavia (che ci sconfigge per 3-2) ed Unione Sovietica (che, a propria volta, supera con identico punteggio gli slavi), risultando fatale il cappotto (0-7) inflittoci dall’Ungheria, confermatasi campionessa europea con sole vittorie al proprio attivo.

Concluso il suo anno magico, Pucci è visto in Federazione come l’uomo di punta in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, ed anche la stagione successiva i positivi riscontri non mancano, dato che si aggiudica il bronzo sui 100sl alle Universiadi di Torino (pur con un mediocre 58”0), cui aggiunge l’oro nelle due staffette 4x200sl e 4×100 mista, mentre ai Giochi del Mediterraneo di Beirut il tris d’oro nelle medesime specialità è bell’e servito, con un più dignitoso 57”2 nella gara individuale.

Senonché, la pausa invernale è fonte di ripensamenti nella mente del 25enne romano, che non si allena e si inizia a vociferare di una sua possibile rinuncia ai Giochi; il fatto è che sta pensando al proprio futuro al di fuori delle piscine e pretenderebbe un impiego o quantomeno una retribuzione per continuare a sacrificarsi quotidianamente per ore ed ore in vasca, chiedendo un colloquio al riguardo al Presidente del CONI Giulio Onesti.

Fatto sta che l’inattività ha nuociuto, e non poco, sul suo fisico, presentandosi a marzo notevolmente ingrassato e la successiva preparazione non migliora la situazione, tanto che ad un meeting di metà giugno si classifica non meglio che settimo in un umiliante 59”0, quasi 3” in più del proprio limite, dando così l’addio ai sogni olimpici ed alla propria carriera, a giustificazione del quale gli viene riscontrata un’anemia, forse più diplomatica che veritiera.

Un vero peccato, poiché se è pur vero che non avrebbe avuto speranze per l’oro, la soddisfazione di disputare quanto meno una finale olimpica ed oltretutto nella piscina di casa, Pucci se la sarebbe potuta togliere, tanto più che, se avesse nuotato sui suoi limiti intorno ai 56” netti, la stessa non gli sarebbe potuta sfuggire, dato che il quinto classificato – tanto per cambiare l’ungherese Dobai – fa fermare il cronometro, ironia della sorte, proprio su quel 56”3 che, due anni prima, aveva consentito al colosso azzurro di vincere il titolo europeo.

Al di là di un’amara conclusione, resta pur sempre, quella di Pucci, una carriera da incorniciare per quello che passava il convento in quegli anni in chiave azzurra, ed a conferma di ciò, basti pensare che per ritrovare un italiano sul più alto gradino del podio in un campionato europeo, dovranno passare ben 25 anni, grazie alla splendida doppietta sui 200 e 400 misti realizzata da Giovanni Franceschi proprio nella piscina del Foro Italico, in occasione della rassegna continentale di Roma ’83…