LA PRIMA VOLTA SUL PODIO EUROPEO DELL’ITALVOLLEY ROSA

 

lenostreativita
Alzata di Benelli per Bernardi – da volleyacademy.it

articolo di Giovanni Manenti

Così come il periodo d’oro della Nazionale italiana di pallavolo maschile – iniziato con la vittoria agli europei di Stoccolma ’89 e durato per oltre un decennio – aveva avuto come prologo l’inaspettato argento mondiale conquistato a Roma ’78, allo stesso modo l’affermarsi del sestetto azzurro al femminile ai vertici internazionali a partire dalla fine del secolo scorso ha visto mettere il seme con il bronzo conquistato alla rassegna continentale di Stoccarda ’89.

Fino a tale data, difatti, mai una squadra italiana, a livello femminile, era salita sul podio di una importante manifestazione internazionale, in quanto mai qualificata per una Olimpiade – dove il volley è ammesso a far tempo dai Giochi di Tokyo ’64 – una assenza che, peraltro, si protrae sino all’edizione di Sydney 2000, così come poco più che un atto di presenza si rivelano le prime partecipazioni ai campionati mondiali, pur con un qual certo miglioramento dall’umiliante 20esimo posto del ’78, per salire alla 15esima piazza in Perù nel 1982 e sino al nono posto in Cecoslovacchia nel 1986.

Non molto diversa la musica in campo europeo dove, a dispetto delle maggiori qualificazioni alla fase finale, i migliori piazzamenti si verificano proprio nel corso degli anni ’80, decennio in cui le azzurre non scendono mai sotto l’ottavo posto (conseguito nel 1981), per poi classificarsi settime nel 1983, quinte nel 1985 e seste nel 1987, nell’edizione disputatasi i Belgio e vinta dalla Germania Est superando, in una combattutissima finale, le campionesse uscenti dell’Unione Sovietica per 3-2 (8-15, 15-9, 18-20, 15-9, 15-11).

L’anno dopo, in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, le sovietiche si prendono una bella rivincita, schiantando le tedesche orientali per 3-0 nel girone eliminatorio, escludendole dalle semifinali, per poi aggiudicarsi anche la medaglia d’oro in una altrettanto splendida Finale contro le peruviane, sconfitte 17-15 al quinto parziale, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set a zero.

Capirete, pertanto, come in terra tedesca (ancorché occidentale …) le favorite d’obbligo non potessero essere che le campionesse d’Europa (Germania Est) ed olimpiche (Urss) in carica e, per le azzurre, l’obiettivo massimo era costituito dal miglioramento del loro miglior piazzamento – il quinto posto di Sittard ’85 – con la speranza di poter, finalmente, salire sul podio.

Per cercare di centrare un simile risultato, da parte della Federazione non può esserci che una sola soluzione, e cioè – al pari, peraltro, di quanto fatto nel settore maschile con Julio Velasco – affidare la conduzione della Nazionale al tecnico che sta spopolando a livello italiano e non solo con la sua Teodora Ravenna, e che risponde al nome di Sergio Guerra.

L’allenatore romagnolo, difatti, oltre ad aver conquistato nel 1989 il suo nono titolo nazionale consecutivo – cui ne seguiranno altri due, nel ’90 e ’91, per un totale di 11 Scudetti uno di fila all’altro – è già stato in grado di far acquisire alle sue ragazze adeguata esperienza internazionale, contrastando lo strapotere in campo europeo della formazione russa dell’Uralocka, contro cui ha disputato le ultime tre Finali di Coppa dei Campioni, restando sconfitta nel 1987 (1-3) e nell’anno degli europei (ancora 1-3), ma capovolgendo il risultato a proprio favore nel 1988, quando stavolta il punteggio conclusivo di 3-1 (parziali di 7-15, 15-10, 15-9, 15-1) arride alle ragazze ravennate.

Ed ecco che la sfida si trasferisce dal livello di club a quello di Nazionali, visto che la rosa della Formazione sovietica – nella quale campeggia la fortissima palleggiatrice Irina Kirillova, considerata una delle più forti di sempre nel suo ruolo e che, a metà degli anni ’90, darà sfoggio della sua classe anche nel campionato italiano, giocando a Modena, Bergamo, Reggio Calabria, Perugia, Chieri e Novara – è composta da ben sette giocatrici della citata Uralocka, e, dall’altra sponda, Guerra risponde inserendo cinque ragazze della sua Ravenna nel sestetto base azzurro, con Manuela Benelli a dettare i tempi di gioco in veste di alzatrice e la più esperta Liliana “Lily” Bernardi nel ruolo di schiacciatrice, che vede anche la presenza della ventenne Sabrina Bertini.

0000036080
Liliana Bernardi, a sin., e Manuela Benelli – da ravennanotizie.it

Ed è così che il 2 settembre ’89, data di inizio della rassegna continentale, 12 squadre sono pronte a darsi battaglia, suddivise in due Gironi di sei formazioni ciascuno, che qualificano le prime due di ogni raggruppamento alle semifinali incrociate, ragion per cui ogni speranza di medaglia deriva dall’ottenere un tale piazzamento.

Mentre il Gruppo A si snoda in termini ben definiti, con l’Urss a dominare con cinque vittorie (e tutte per 3-0 …!!) sulle altrettante gare disputate, seguita dalla Romania a quota quattro, Germania Ovest a tre e così via, molto più incerto è lo svolgimento del Girone in cui è inserita l’Italia, visto l’equilibrio regnante alle spalle delle tedesche orientali, con le azzurre a lottare per l’accesso alla semifinale unitamente a Cecoslovacchia e Bulgaria.

Le ragazze di Guerra partono bene, con un convincente successo per 3-0 sulle cecoslovacche (parziali 15-9, 15-11, 15-13) che risulterà determinante per la classifica finale, cui fanno seguito altre due vittorie contro Francia (3-1) e Polonia (3-0), così da vederle in testa al girone al giorno di riposo del 5 settembre, con 6 punti a pari merito con l’Unione Sovietica, mentre la Cecoslovacchia si è rimessa in pista superando per 3-1 la Bulgaria, la quale ha già “scontato” la sconfitta contro le tedesche est.

Alla ripresa del torneo, tocca alle azzurre pagare lo scotto della sfida contro le tedesche d’oltre cortina, subendo un 3-0 che non rispecchia però l’andamento dell’incontro, visto che l’Italia cede di schianto solo nell’ultimo parziale (4-15) dopo aver tenuto testa alle campionesse europee uscenti nei primi due set, persi per 11-15 e 13-15, ed in ogni caso, le previste vittorie di Bulgaria e Cecoslovacchia rispettivamente a danno di Polonia e Francia, mandano ogni decisione all’ultima e decisiva giornata dove, con una graduatoria che recita Germania Est 8, Italia e Cecoslovacchia 6, Bulgaria 4, sono in programma i confronti diretti tra tedesche e ceche e tra azzurre e bulgare.

Le prime a scendere sul parquet sono proprio Italia e Bulgaria, con ciò dando un indubbio vantaggio alle altre avversarie, e l’incontro è quanto mai avvincente, con le ragazze di Guerra a lottare punto su punto, ma costrette a cedere i primi due parziali (12-15 e 14-16), per poi conquistare per 15-12 un terzo set che si rivelerà fondamentale nel computo finale, pur cedendo poi per 15-8 nel quarto parziale che consegna la vittoria alle bulgare.

Con Italia e Bulgaria ad aver concluso il girone a quota 6 punti, resta evidente che una vittoria delle Cecoslovacchia sulla Germania Est qualificherebbe entrambe alla semifinale, ma le tedesche vogliono chiudere in testa il girone per affrontare le molto meno ostiche rumene in semifinale, lasciando ad altri il compito di sfidare la corazzata sovietica, ed i primi due parziali, chiusi sul punteggio di 15-6 e 15-4 per le tedesche, sembrano non lasciare repliche alle loro avversarie.

Le quali, viceversa, si riprendono nei due set successivi – vinti per 15-10 e 15-8 – lasciando all’ultimo e decisivo parziale il compito di decidere le sorti sia dell’incontro che della classifica del Girone, che le ragazze della ex Ddr si aggiudicano per 15-12 garantendosi così il primo posto nel raggruppamento, mentre per capire chi dovrà affrontare le sovietiche in semifinale si deve ricorrere alla differenza set che, a parità di punti (6 a testa), premia l’Italia (10 set vinti contro 7 persi), rispetto a Cecoslovacchia (11-9) e Bulgaria (10-9), da cui si capisce la capitale importanza di quel parziale strappato alle bulgare.

Un altro giorno di riposo e quindi si dà il via alle semifinali con le sfide incrociate tra Urss-Italia e Germania Est-Romania che lasciano poco spazio alle sorprese, dato che entrambe si concludono con due netti 3-0 a beneficio delle favorite – 15-10, 15-7, 15-8 per le sovietiche contro le azzurre, mentre le tedesche devono impegnarsi solo nel primo parziale, vinto 17-15, per poi aver facilmente ragione 15-6 e 15-4 delle rumene – con conseguente ripetizione, per la quarta edizione consecutiva, della oramai abituale Finale tra Urss e Germania Est.

Ma, mentre le due super potenze a livello europeo (in ambito mondiale devono fare i conti con altre realtà quali Cina, Perù e Giappone, non essendosi ancora “svegliate” le americane …) affilano le armi in vista dello scontro decisivo, in casa azzurra si vivono momenti di trepidante ansia poiché si è ben consapevoli che si ha a disposizione una carta importante da giocare per sfatare il tabù del podio sinora mancante in una grande competizione internazionale, oltretutto contro una formazione come quella rumena indubbiamente inferiore a Bulgaria e Cecoslovacchia affrontate nel girone eliminatorio.

chisiamo
Alzata di Manuela Benelli – da volleyacademy.it

Il Commissario Tecnico Guerra chiama a raccolta le “sue” ragazze di Ravenna, le sprona e motiva con il fatto che campionesse a livello di club come loro non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, necessaria anche a dare ulteriore entusiasmo a tutto il movimento pallavolistico femminile nel nostro Paese, e la risposta che ottiene sul parquet di Stoccarda è di quelle che ogni allenatore desidererebbe ricevere dalle proprie atlete che, concentrate come non mai, disputano una gara perfetta che non lascia scampo alle annichilite rumene, come testimoniano in termini inequivocabili i relativi parziali a favore delle azzurre, le quali si aggiudicano l’incontro con un 3-0 che recita 15-5, 15-6, 15-3, per poi potersi andare a sedere in tribuna a godersi l’atto conclusivo, che termine con la sudata affermazione dell’Unione Sovietica che deve rimontare l’8-15 subito nel primo set, per far suoi i tre successivi coi punteggi di 16-14, 15-13, 15-13 a dimostrazione dell’equilibrio esistente tra i due sestetti.

Dal bronzo di Stoccarda dovranno passare 10 anni esatti affinché le azzurre tornino sul podio continentale, con analogo piazzamento agli Europei di Torino ’99 avendo perso un’occasione più unica che rara in semifinale (sconfitte 15-13 al tie-break del quinto parziale dopo essere state in vantaggio due set ad uno), ma è indubbio che il seme della nascita del volley femminile in Italia è stato posto dalle ragazze di Guerra che, tra l’altro, hanno anche l’occasione per far loro una seconda Coppa dei Campioni nel ’92 con le “Final Four” disputate proprio a Ravenna, al termine di una combattutissima finale contro le croate del Mladost Zagabria, superate 15-10 al quinto set …

FEYENOORD-CELTIC 1970, LA PRIMA VOLTA DELL’OLANDA SUL TETTO D’EUROPA

FE.jpg
Il Feyenoord in trionfo – da twitter.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata Volante

Un club olandese per la prima volta sul trono d’Europa: è il Feyenoord a centrare il prestigioso traguardo nella finale del 1970, disputata allo Stadio di San Siro a Milano, grazie al 2-1 sul Celtic Glasgow nei tempi supplementari. Vittoria nel complesso meritata degli olandesi, anche se il match è stato per larghi tratti equilibrato. Sul piano tecnico, non è stata una grandissima finale, però si è trattato di una partita intensa, emozionante e vibrante. Una delle chiavi del match è stata la miglior qualità del centrocampo del Feyenoord, davvero ben assortito, con tre interpreti – i nazionali olandesi Jansen e Van Hanegem e l’austriaco Hasil – davvero di ottimo livello.

Feyenoord: Graafland – Romeijn, Laseroms (1ts 12′ Haak), Israel, Van Duivenbode – Jansen, Hasil, Van Hanegem – Wery, Kindvall, Moulijn. All: Happel.
Celtic: Williams – Hay, Brogan, Mc Neill, Gemmell – Johnstone, Murdoch, Auld (st 32′ Connelly), Lennox – Hughes, Wallace. All: Stein.

Arbitro: Concetto Lo Bello (Italia)

Primo tempo
5′ tiro-cross insidioso di Hay da destra, Graafland abbranca in presa.
9′ triangolo largo Kindvall-Wery-Kindvall, che prende la mira dal lato destro dell’area e calcia sul primo palo, Williams si tuffa e devia in angolo.
16′ Wallace mette dentro correggendo una palla vagante, ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla.
28′ tiro a effetto dal limite di Van Hanegem, Williams blocca in presa plastica.
29′ GOL CELTIC Punizione dal limite per gli scozzesi, dopo un fallo su Wallace. Murdoch tocca leggermente indietro per Gemmell, rasoiata a filo d’erba e pallone che piega le mani a Graafland infilandosi in rete.
31′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi nella trequarti offensiva, sul lato destro. Batte Wery, che crossa in mezzo, una serie di colpi di testa favorisce Israel che da solo, sempre di testa, batte Williams con una palombella arcuata.
36′ cross pericoloso di Gemmell a spiovere da sinistra, né Wallace né Graafland riescono a intervenire, il palla sfila a lato di pochissimo. Partita finora estremamente equilibrata.
38′ sponda aerea di Moulijn per Kindvall, tiro di prima intenzione, pallone fuori di un metro.
40′ spunto di Johnstone a destra, cross sul primo palo, Graafland anticipa Hughes, pronto per il tapin, in modo provvidenziale.

Secondo tempo
2′ Feyenoord vicinissimo al 2-1: Hasil, liberato al tiro da un compagno, colpisce il palo dal limite.
4′ Gemmell per Auld a sinistra, tiro-cross pericoloso, Graafland costretto ad alzare in corner.
19′ splendida azione corale del Feyenoord, forse la più bella del match: palla tutta rasoterra da Romijn a Van Hanegem, quindi a sinistra per Van Duivenbode, diagonale a pelo d’erba del terzino sinistro fuori di un niente. Gli olandesi appaiono più incisivi in questo secondo tempo, Celtic un po’ spento.
26′ Fallo su Wallace nella trequarti offensiva del Celtic. Batte la punizione Auld, che fa partire una traiettoria stranissima a campanile, Graafland si rifugia in angolo.
38′ grande opportunità per Wery, che lanciato in verticale da Jansen, manda a lato in diagonale. Finale di partita di nuovo abbastanza in equilibrio.

Primo tempo supplementare
1′ clamoroso errore in disimpegno di Van Duivenbode, Hughes intercetta e si invola verso la porta, ma si fa murare il diagonale da Graafland, che poi recupera il pallone sulla linea.
8′ rimessa laterale di Kindvall per Hasil, da questi a Van Duivenbode, che supera un avversario e quasi al limite scocca un destro a uscire che sfiora il palo lontano.
11′ cross da sinistra di un giocatore del Celtic, sponda aerea di Hughes per Wallace, colpo di testa neutralizzato da Graafland.

Secondo tempo supplementare
2′ Feyenoord ancora vicinissimo al gol: Hasil lancia Kindvall, che entra in area, supera un avversario e calcia di punta, Williams riesce a respingere di piede e a opporsi poi in modo magistrale al successivo tentativo di Wery.
8′ possesso palla prolungato del Feyenoord, che sembra avere molte più energie in questo finale. Jansen pesca Kindvall in area, diagonale a bruciapelo, palla sul fondo.
11′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi a metàcampo: Van Hanegem lancia il pallone in area, Mc Neill scivola all’indietro e tocca il pallone con le mani, ma Kindvall alle sue spalle riesce a controllarlo e a fulminare Williams in uscita con un tocco a mezza altezza.
13′ Kindvall difende palla egregiamente e serve nello spazio Hasil, che arriva in corsa da dietro e calcia di prima intenzione sull’uscita di Williams: traversa piena. Il Feyenoord legittima il vantaggio.

LE PAGELLE DEL FEYENOORD
IL MIGLIORE KINDVALL 7: difficile, in una squadra molto collettiva come il Feyenoord, individuare un giocatore che si stacchi nettamente sugli altri. Premiamo lui per il gol decisivo, che regala agli olandesi un traguardo storico, e per la grande mole di lavoro in prima linea, dove si trova spesso da solo a lottare contro gli arcigni difensori scozzesi.
Hasil 7: centrocampista tecnico e raffinato. Colpisce due legni e dirige il traffico in mezzo al campo, vincendo il duello con i dirimpettai avversari.
Van Hanegem 6,5: si sacrifica molto in fase di copertura, ma quando può si fa notare anche nella metàcampo avversaria. Dal suo piede nasce il gol decisivo di Kindvall. Cuore e guida di questa squadra.
Jansen 6,5: si completa a meraviglia con Hasil e Van Hanegem. Corre per due, recupera palloni ed è anche bravo a impostare. Non c’è dubbio che il reparto migliore di questo Feyenoord sia il terzetto di centrocampo.
Israel 6,5: leader difensivo, non si risparmia mai e timbra di testa il gol che vale il pareggio.

LE PAGELLE DEL CELTIC
IL MIGLIORE JOHNSTONE 6,5: cresce con il passare dei minuti e dai suoi piedi nascono sempre spunti interessanti. Molto difficile portargli via palla, non è solo un giocatore abile nel dribbling, ma anche intelligente e disciplinato tatticamente.
Williams 6,5: alcuni buoni interventi, soprattutto nel secondo tempo supplementare quando ipnotizza Kindvall e Wery.
Gemmell 6,5: per un’ora gioca ad alti livelli, poi cala. Firma un gol sfruttando il solito tiro mortifero da fuori e fa piovere un paio di insidiosissimi palloni in mezzo all’area.
Auld 5,5: primo tempo piuttosto in ombra, poi migliora, ma non lascia segni tangibili: nel cuore del centrocampo dominano gli avversari. Esce per infortunio.
Mc Neill 5: non una prestazione negativa, però rovina tutto con l’errore che spiana a Kindvall la strada per il 2-1.

ANDRE’ DARRIGADE, IL VELOCISTA CHE FECE PIANGERE COPPI

André_Darrigade,_Stage_1,_Tour_de_France_1956_(2).jpg
Andrè Darrigade – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se i nostri cugini transalpini pensano a quel che ha vinto in carriera Andrè Darrigade e si rapportano allo stato attuale del loro ciclismo, beh, credo proprio che venga loro qualche fastidio pruriginoso. Già, perchè stiamo parlando di un tale capace di sfrecciare ben 142 volte davanti a tutti, il che, ve l’assicuro, per quei tempi era impresa non da poco.

Non a caso ho usato il termine sfrecciare, perché se Darrigade, “Dedè” per gli amici, era corridore completo e passista di buone qualità tanto da chiudere per tre volte il Tour de France in 16esima posizione, fu soprattutto grazie all’impareggiabile spunto veloce che ottenne i suoi principali successi. In un periodo in cui tra gli sprinter d’eccezione figuravano campioni del calibro di Van Looy, Van Steenbergen e Poblet, coi quali diede vita a sfide leggendarie.

Darrigade nasce a Narrosse, nelle Lande, il 24 aprile 1929, cominciando ben presto a primeggiare nelle gare su pista. Assurge agli onori della cronaca nel 1949, appena 20enne, quando al Velodrome d’Hiver di Parigi vince la prestigiosa Grande Final de la Medaille, battendo in volata quell’Antonio Maspes che poi della velocità sarà in seguito l’indiscusso dominatore per almeno un decennio. Ma se “Dedè” ha la dinamite nei polpacci per imporsi di forza, è pure dotato di determinazione rara, il che lo porterà ad ottenere risultati forse superiori alle aspettative, e di un sorriso e di una simpatia che conquista, il che gli garantirà sempre e comunque il sostegno dei connazionali, spesso invece inclini a dividersi nell’apprezzamento verso campioni come Bobet e Anquetil.

Ed è appunto sulle strade di Francia che Darrigade costruisce il suo palmares. Comincia con l’indossare la casacca di campione nazionale nel 1955, quando a Chateaulin batte proprio Bobet e Louis Caput, lo stesso anno in cui il fratello minore Roger vince tra gli juniores. Partecipa poi a quattordici edizioni del Tour de France, e alla Grande Boucle non solo ottiene 22 vittorie (più un successo nella cronometro a squadre nel 1957) vestendo la maglia gialla per 19 giorni, ma colleziona anche una serie di record che tutt’oggi resistono: per cinque volte si impone nella prima tappa ed è l’unico ciclista della storia ad aver vinto una tappa per almeno dieci edizioni consecutive. Se a questo aggiungiamo le due vittorie nella classifica a punti, 1959 e 1961, è quasi d’obbligo dover eleggere il Tour de France come suo principale territorio di caccia.

In verità la corsa gialla lascia anche tracce di disappunto nell’animo del gentile Andrè, quando nella frazione Luchon-Tolosa dell’edizione del 1956 fora e perde l’occasione della vita, lui pure gregario di lusso di Jacques Anquetil, di giocarsi le sue chances per la vittoria finale, e di disperazione, quando nel 1958 nel corso della volata conclusiva al Parco dei Principi urta violentemente la testa contro un giardiniere sportosi imprudentemente per vedere l’arrivo dei corridori, provocandone involontariamente la morte dopo 12 giorni di agonia.

La vita va avanti, e se Darrigade in Italia si fa vedere sulle strade del Giro nel 1959 (42esimo) e nel 1960 (64esimo) vincendo un’unica volta a Verona, lo fa fasciato della maglia arcobaleno conquistata qualche mese prima sul circuito di Zandvoort, in Olanda. E’ questa la vittoria più bella della carriera di “Dedè“, non solo per il valore tecnico della prova, ma anche perchè giunta al termine di una fuga-fiume, nata a 222 chilometri dalla meta e conseguita in una volata finale, particolarmente serrata, su Michele Gismondi, Noel Fore e Tom Simpson.

Ecco, proprio al Mondiale Darrigade firma un altro record destinato a resistere, ovvere chiudere quattro volte consecutivamente sul podio. Perchè il primo posto del 1959 segue le due medaglie di bronzo di Waregem 1957, dietro Van Steenbergen e Bobet, stavolta più veloci di lui, e di Reims 1958, quando Baldini vince in solitario ed ancora Bobet è secondo, ed anticipa la piazza d’onore del 1960, battuto in volata da Van Looy.

C’è di tutto, ovviamente, nel palmares di Darrigade. Che si fa rispettare anche nell’esercizio della cronometro, soprattutto in coppia, figurando nell’albo d’oro del Trofeo Baracchi nel 1956 assieme allo svizzero Rolf Graf, così come nel vecchio amore per la pista, imponendosi con l’amico/capitano Jacques Anquetil (e Ferdinando Terruzzi) alla Sei Giorni di Parigi nel 1957 e 1958, anni in cui è pure il migliore nella Roue d’Or, gara contro la lancette in cui fa coppia proprio con il fuoriclasse di Mont Saint-Aignan.

L’hanno chiamato anche “il levriero delle Lande” per il suo incedere fiero e la sua velocità d’azione. Ne volete una prova? Guardate l’arrivo al Velodromo Vigorelli del Giro di Lombardia del 1956, quando si presentò al traguardo in compagnia del “vecchioFausto Coppi con il quale diede vita ad una memorabile volata, anticipando di un soffio il “Campionissimo“. Che una volta sceso di bicicletta scoppiò in un pianto dirotto per la bruciante sconfitta… e statene certi, in carriera non sono molti quelli che possono vantarsi di aver dato un dispiacere a Coppi.

Questo era Andrè Darrigade, il velocista gentile che colse l’iride. Un grande. Ad averne uno così oggi in Francia…

 

MARIELLE GOITSCHEL, LA SORELLA D’ORO DELLO SCI DI FRANCIA

MARIE
Marielle Goitschel in azione – da theredlist.com

articolo di Nicola Pucci

Così come accadde con i fratelli Mahre, Phil e Steve, forti al punto da tracciare un solco profondo nello sci a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, anche al femminile c’è una coppia che un decennio prima ha firmato pagine di storia agonistica alpina. Le sorelle Goitschel, Christine e Marielle (in quel caso ci sarebbe anche Patricia, terza della nidiata, ma senza pedigree sciistico), che incisero tra le nevi il loro nome e da quei giorni gloriosi danno lustro alla Francia.

Ma ai fini della narrazione odierna su queste pagine è d’obbligo fare una scelta, e seppur dolorosa per l’elevata statura anche dell’esclusa, questa non può che riguardare Marielle. Che nasce un anno dopo Christine, il 28 settembre 1945, e tra le valli della… Val d’Isere, lei figlia di un albergatore che in gioventù fu giocatore dell’Olympique Marsiglia, affina un talento prezioso fin dalla tenerissima età. Viene infatti aggregata poco più che 14enne alla nazionale transalpina, e gli esordi, ai Mondiali casalinghi di Chamonix del 1962, sono già promettenti e fanno da preludio ad una carriera di pregio. In un’edizione, infatti, che illumina la classe dell’aquilotto Karl Schranz e il talento effimero di Marianne Jahn, ecco che Marielle regala subito un saggio di precocità, neppure 17enne già capace di cogliere l’oro in combinata battendo proprio l’asburgica, vincitrice davanti alla transalpina della gara di slalom, quarta anche in gigante a soli 0″16 dal bronzo strappato dall’americana Joan Hannah.

Il dado è tratta. Marielle inizia la sua scalata ai vertici agonistici e in questo fa da traino a Christine, che seppur sia più “adulta“, paga leggero dazio alla sua minor intraprendenza. In effetti le due ragazze, legatissime, si distinguono per diversità caratteriale, esplosiva, chiacchierona e trascinante Marielle, tranquilla, introversa e riflessiva Christine. Che ai Giochi di Innsbruck del 1964, in qualità di campionessa nazionale delle tre discipline, assurge agli onori della cronaca, battendo la sorella tra le porte strette dello slalom, per poi lasciare strada a Marielle in gigante, anche decima in discesa libera ed ancora una volta, esattamente come a Chamonix, più forte di tutte in combinata, stavolta per mera contabilità valida solo come titolo iridato.

I trionfi olimpici delle sorelle Goitschel infiammano la Francia, al punto che il generale De Gaulle, a cui non sfugge di certo la notorietà delle due sciatrici, le premia con un telegramma “sappiate, Mesdemoiselles, che siamo tutti fieri della vostra vittoria. Una sorta di medaglia al merito supplementare.

Il bello, per Marielle soprattutto, deve ancora venire, ed ha pure stavolta i colori dell’arcobaleno quando nel 1966, sulle Ande, ai tremila metri di Portillo, la transalpina è l’indiscussa regina della rassegna. Il 5 agosto è seconda in slalom alle spalle della connazionale Annie Famose, che la batte per 0″47, e tre giorni dopo, l’8 agosto, bissa il risultato in discesa libera, alle spalle dell’austriaca Erika Schinegger, sbaragliando a sua volta la concorrenza della stessa Famose e della tedesca Burgl Farbinger staccate quasi di un secondo. L’11 agosto tocca al gigante e il trionfo di Marielle, sulla pista “Garganta” è completo, con l’asburgica Heidi Zimmermann e l’altra francese Florence Steurer tenute a debita distanza. Inevitabile, giunge anche il successo in combinata, tris dopo Chamonix ed Innsbruck a certifcare che la più giovane della Goitschel è la sciatrice più completa in circolazione. Con una coda, 30 anni dopo, che le regalerà un oro in più… ma ne parleremo in seguito.

In attesa dell’evento a cinque cerchi previsto per il 1968 sulle nevi di Chamrousse, località sciistica alle porte di Grenoble, dal talento intuitivo di Serge Lang, inviato del quotidiano sportivo L’Equipe, partorisce l’idea di una competizione a tappe, la Coppa del Mondo, che nel 1966 ha i suoi natali con la prima edizione. Marielle è indubbiamente competitiva ai massimi livelli, ma se riesce ad imporsi nel biennio pre-olimpico in sei gare – curiosamente, mai in Francia – distribuite tra quattro slalom e due discese, nondimeno manca di impreziosire con la sfera di cristallo un palmares già di tutto rispetto, chiudendo seconda nel 1967 alle spalle della canadese Nancy Greene e quarta l’anno successivo, dietro anche ad altre due francesi ancora, Isabelle Mir e Florence Steurer.

Poco importa, mette in saccoccia comunque tre coppette di specialità (due in slalom e una in discesa libera) e quattro trofei del circuito Kandahr (tre in combinata e uno in slalom, al Sestriere nel 1967), ed è già tempo di tener fede al suo ruolo di grande vedette invernali ai Giochi del 1968.

In verità la vetrina è occupata, in toto, dall’altro grande di Francia di quegli anni, Jean-Claude Killy, che fa tripletta come mai nessuno prima e dopo di lui, ma Marielle, privata della presenza della sorella costretta al ritiro anticipato dall’agonismo per un infortunio, ha tanto spessore agonistico e impeto giovanile da ritagliarsi a sua volta uno spazio importante, debuttando con l’ottavo posto in discesa libera, proseguendo con la medaglia d’oro, finalmente, in slalom davanti proprio alla Greene di 0″29 e ad Annie Famose che l’aveva battuta a Portillo, per concludere con il settimo posto in gigante, che gli vale “solo“, si fa per dire, il secondo gradino del podio nella combinata che, lo sappiamo, ha solo valenza mondiale.

La gloria perpetua è ormai certa, e dopo un ultimo successo in Coppa del Mondo a Rossland in Canada il 28 marzo, carica di medaglie, trofei e coppe, Marielle, non ancora 23enne, dice basta, seguendo le orme di Killy stesso che si è dato al professionismo. La leggenda dello sci le apre le porte, e nel 1996, a distanza di 30 anni dai tempi dei Mondiali di Portillo, le viene infine assegnata la medaglia d’oro della discesa libera. Già, perchè la Schinegger era nel frattempo risultata essere pseudoermafrodita, aveva in sè cromosomi maschili e la squalifica per quella prova si era resa inevitabile.

Marielle Goitschel incassa il meritato successo di un tempo che fu e ora, sì, può definitivamente alloggiare tra le più grandi di sempre.

IL VICENZA ED UN SOGNO INFRANTO AD UN PASSO DALLA FINALE

chelsea-vicenza98-dsfljjjs83-wp
Vialli in azione nella semifinale di andata – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Provinciale di lusso, come è usanza appellare le squadre non facenti parte delle metropoli, ma che si ritagliano spazi importanti nelle massime serie calcistiche, è un termine che ben si addice alla ultracentenaria storia del Vicenza Calcio, fondato difatti nel 1902, ed i cui apici si possono racchiudere in tre ben distinti momenti.

Il primo, più che un momento è un periodo, lungo, lunghissimo, alla stregua di un eterno amore, e che vede i colori biancorossi far bello sfoggio di sé per 20 lunghi anni nella nostra serie A, dalla promozione al termine del torneo cadetto ’55, dominato e concluso con 8 punti di vantaggio sui “cugini” del Padova, sino alla stagione ’75, al termine della quale si consuma un’amara retrocessione.

Occorre avere i capelli bianchi e forse anche qualcosa di più per ricordarsi quell’epoca gloriosa, quando passare indenni dal “Romeo Menti” non era impresa facile neppure per i blasonati squadroni, così come al vicino “Appiani” dove imperversava il Padova del Paron” Rocco e dei suoi manzi, oppure alla non lontana Ferrara, città in cui la Spal viveva anch’essa il suo periodo di massimo splendore, sotto la guida del Presidentissimo Paolo Mazza, cui oggi è, doverosamente, intitolato lo stadio.

Erano gli anni di fedeltà assoluta di giocatori che ne hanno segnato la storia, calcistica e non solo, divenendone assolute bandiere nell’onorare la maglia in cui campeggiava il simbolo del “Lanerossi” (marchio indelebile di riconoscimento …), dal portiere Luison (con Bardin a rilevarne il ruolo da fine anni ’60) ai difensori Zoppelletto, Savoini, Volpato, Carantini e Stenti, ai centrocampisti De Marchi, Fontana, Tiberi e Menti – quest’ultimo nipote del compianto Romeo Menti, perito nella sciagura di Superga con il “Grande Torino”, ed al quale è intitolato lo stadio – ed agli attaccanti Campana (l’avvocato futuro presidente dell’AIC …) e Vastola, oltre al più famoso di tutti, e cioè il brasiliano “O’ lione” Luis Vinicio, capace, nel 1966, di laurearsi capocannoniere con 25 reti, precedendo nomi altisonanti quali Sormani, Mazzola ed Altafini, contribuendo al sesto posto finale dei biancorossi, loro miglior piazzamento di sempre, eguagliando analogo risultato ottenuto due anni prima, nel ’64, quando Vinicio, bontà sua, si era “limitato” a 18 centri.

vicenza_11
Formazione Lanerossi anni Vicenza metà anni 1960 – da wordpress.com

Al posto del grande amore – il cui ricordo avrà sicuramente fatto inumidire gli occhi a chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona – si sovrappone la passione, quella che ti inebria, ti travolge, ti fa credere di vivere un sogno od una realtà sino a poco tempo prima inimmaginabile, e che si materializza a brevissima distanza dalla retrocessione tra i cadetti, con l’avvento sulla panchina veneta di Giovan Battista Fabbri, il quale propone un’idea di gioco talmente rivoluzionaria, ma soprattutto redditizia, che tutti guardano al Vicenza come ad un modello cui ispirarsi.

Succede, difatti, che Fabbri capitalizzi al massimo il gioco sulle fasce – quelli che oggi si chiamano esterni basso od alti, ma che al tempo altri non erano che terzini e fluidificanti – con sovrapposizioni veloci che mandavano in crisi gli accorgimenti tattici degli avversari e, in special modo, diventavano manna dal cielo per un rapinatore d’area di rigore qual si dimostra in quegli anni Paolo Rossi, pronto a raccogliere gli inviti che gli provenivano dai lati esterni del campo e rinverdire i fasti di Vinicio.

Stiamo parlando della stagione ’77, in cui il Vicenza si aggiudica il torneo cadetto e Rossi si laurea capocannoniere realizzando 21 delle complessive 48 reti messe a segno dalla squadra, confermandosi poi l’anno seguente nella massima divisione, quando le sue 24 reti gli valgono il titolo di miglior marcatore del torneo, nonché la selezione per i Mondiali di Argentina ’78 (dove diverrà “Pablito” …), mentre il Vicenza si piazza in un impensabile secondo posto dopo aver tenuto testa alla Juventus per buona parte del campionato.

Come sempre, una delle chiavi di lettura per decifrare tali imprese, deriva dalla possibilità per il tecnico di schierare quasi sempre gli stessi undici, non potendo contare su di un parco riserve all’altezza delle squadre più attrezzate per questo tipo di torneo e vale la pena ricordare, per i più smemorati, quale fosse la formazione base di quello che passa alla storia come il “Real Vicenza” per la bellezza e spettacolarità del suo gioco, e che quindi andiamo a ricapitolare con Ernesto Galli tra i pali, Lelj e Callioni terzini, Prestanti stopper e Giorgio Carrera libero, centrocampo composto da Guidetti, Giancarlo Salvi e Faloppa, con due ali piccole, tecniche ed imprevedibili quali Cerilli e Filippi al servizio del rifinitore Paolo Rossi.

1200px-Società_Sportiva_Lanerossi_Vicenza_1977-1978
Formazione Lanerossi Vicenza stagione 1977-1978 – da wikipedia.org

Le passioni però, a differenza dei grandi amori, si bruciano in fretta, e così l’anno seguente il Vicenza deve subire l’onta della retrocessione per una peggior differenza reti rispetto a Bologna ed Atalanta e nonostante Rossi contribuisca con 15 reti alla causa biancorossa, con l’attaccante che si accasa, al termine di una mai troppo ben chiarita operazione di mercato messa in atto dal presidente Giussy” Farina, al Perugia che proprio il Vicenza aveva imitato, conquistando anch’esso un inaspettato secondo posto alle spalle del Milan della “stella”.

Vi sembrerà strano, ma tutto quanto sinora descritto altro non è che una premessa, al terzo periodo da incorniciare di storia biancorossa, quello a noi più vicino, rifacendosi a 20 anni orsono e che, al pari del biennio di fine anni ’70, anche stavolta ha per protagonista un allenatore, tal Francesco Guidolin da Castelfranco Veneto, il quale si siede sulla panchina vicentina nell’estate ’94, reduce da una negativa esperienza all’Atalanta, dove era stato esonerato dopo 10 giornate.

Pur se portandosi in dote il “peccato originale” di una carriera da calciatore quasi interamente disputata con la maglia gialloblù del Verona – sfortunatamente per lui trasferitosi al Venezia proprio nell’anno dello scudetto con Bagnoli alla guida – Guidolin non tarda a farsi apprezzare, conducendo sin dalla prima stagione il Vicenza alla promozione in A, divisione dalla quale i biancorossi mancavano proprio dalla ricordata retrocessione del ’79, per poi ottenere, l’anno seguente, un più che onorevole piazzamento, con il nono posto finale a sole cinque lunghezze dalla zona Uefa.

Si giunge così all’estate 1996, in cui il Vicenza opera un’oculata campagna di rafforzamento, sostituendo, nel parco stranieri, lo svedese Bjorklund con il 17enne camerunese Wome e mantenendo in organico gli uruguaiani Mendez ed Otero, con quest’ultimo che si conferma miglior realizzatore della squadra con 13 reti, una in più rispetto alle 12 della precedente stagione.

Ed il Vicenza, avendo oramai pienamente assimilato gli schemi di Guidolin, sembra per buona parte del girone di andata in grado di ripetere le gesta della compagine “targata G.B. Fabbri”, per poi cedere nel girone di ritorno quando, al contrario, si sta profilando un’opportunità che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire.

Avviene, difatti, che mercoledì 27 novembre ’96, con il Vicenza in testa alla classifica di A con 20 punti, i biancorossi affrontino nel ritorno dei quarti di Coppa Italia un Milan che sta facendo i conti con l’usura dei suoi tanti campioni ed una infelice conduzione tecnica di Tabarez, e lo 0-0 con cui si conclude la gara del “Menti”, consenta ai veneti – in virtù dell1-1 dell’andata a San Siro – di staccare il biglietto per le semifinali in programma il successivo febbraio, in cui sono abbinati al Bologna, mentre l’altra sfida oppone l’Inter al Napoli.

In campionato, le due squadre viaggiano di pari passo, tant’è che quando si incontrano al “Menti” per il match di andata del 6 febbraio ’97 sono staccate appena da un punto (Bologna 31 e Vicenza 30) ed anche le sfide di coppa si svolgono all’insegna dell’equilibrio, con la gara in terra veneta risolta da una rete di Murgita allo scadere della prima frazione di gioco, mentre quando 19 giorni dopo si affrontano nel ritorno al “Dall’Ara”, tocca al “bomber di coppa” Giovanni Cornacchini siglare in extremis il punto dell’1-1 che evita il ricorso ai supplementari e consente, per la prima – e, sinora, unica – volta, alla compagine biancorossa di disputare la finale della coppa nazionale, a cui accede anche il Napoli che, a sorpresa, ha sconfitto l’Inter ai calci di rigore dopo due gare finite entrambe in parità, sull’1-1.

L’appuntamento per la gara di andata – in programma al “San Paolo” – è fissato per l’8 maggio con i partenopei (copia alquanto scolorita della formazione di maradoniana memoria) non ancora certi della permanenza in A, ma che comunque onorano l’impegno capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Pecchia al 21’ che determina il risultato, con la tegola per Guidolin dell’infortunio patito da Otero nel finale di gara, tanto da escluderlo per il “retour match” del 29 maggio in un “Romeo Menti” riempito in tutta la sua capienza e pronto a festeggiare un evento che definire storico è quasi un eufemismo.

Avranno da soffrire, e non poco, però, i supporters biancorossi, visto che la gara – dopo che Maini mette a segno, curiosamente al 21’, stesso minuto della rete di Pecchia dell’andata, il punto che pone la sfida su di un piano di assoluta parità – si prolunga sino ai supplementari e, quando lo spettro della lotteria dei calci di rigore inizia ad aleggiare sui monti Berici, ecco materializzarsi il vantaggio, costruito al 118’ da una punizione di Beghetto respinta corta da Taglialatela solo per consentire ad un altro Rossi (Maurizio stavolta) di cogliere l’appuntamento con la storia per la rete del 2-0 poi addirittura arrotondata prima del triplice fischio finale dal goal in contropiede siglato dal giovane Iannuzzi.

vicenza-coppaitalia97
Vittoria Coppa Italia 1997 – da altervista.org

Per un club come il Vicenza, che sino a cinque anni prima vivacchiava in terza serie ci sarebbe da essere più che contenti, ma questo vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche del proprio tecnico, e cioè di un Guidolin che non dà mai nulla di scontato e vuole vivere da protagonista ogni sua avventura, anche se trattasi di una Coppa europea, ai cui nastri di partenza si allineano le vincenti delle rispettive coppe nazionali e che rispondono al nome di Chelsea, Stoccarda e Betis Siviglia, per citare quelle dei paesi calcisticamente più all’avanguardia.

Con la solita campagna estiva oculata, giungono in prestito dal Milan il difensore Coco ed il centrocampista Ambrosini, dalla Lazio Baronio e dall’Inter l’attaccante Arturo Di Napoli, mentre vengono acquistati a titolo definitivo i difensori Dicara e Stovini, i centrocampisti Schenardi e Zauli e l’attaccante Pasquale Luiso, reduce da un’ottima stagione al Piacenza.

Presentatosi alla ribalta internazionale con l’umiltà di un liceale alla prima lezione universitaria, il Vicenza si scrolla di dosso i timori riverenziali sin dal primo turno, in cui impiega meno di mezz’ora per regolare per 2-0 al “Menti (reti di Luiso ed Ambrosetti) i polacchi del Legia Varsavia, vantaggio poi difeso in trasferta con Zauli a spegnere, nel finale, le velleità di rimonta degli avversari, nate con il vantaggio di Kaprczak al 56’.

Superato lo scoglio dell’esordio, alla compagine di Guidolin, per poter accedere alla fase primaverile della competizione, occorre superare lo scoglio degli ucraini dello Shakter Donetzk, che non sono ancora la formazione zeppa di brasiliani da incutere timore ai più forti club europei negli anni a venire, ma comunque una squadra di tutto rispetto che fornisce buona parte dei propri giocatori alla nazionale del proprio Paese.

Ciò nondimeno, la sera del 23 ottobre ’97 nella fredda Donetzk, a riscaldare gli animi dei tifosi biancorossi ci pensa ancora Luiso che apre e chiude la marcature con una doppietta al 1’ ad all’89’, decisiva per il 3-1 finale intervallato dalle reti di Beghetto e Zubov a ridosso dell’ora di gioco, il che rende il ritorno al “Menti” poco più che una formalità, con Luiso che si incarica nuovamente di sbloccare il risultato, poi fissato sul 2-1 conclusivo in virtù del momentaneo pari di Atelkin e dalla rete di Viviani che certifica il passaggio del turno.

Presentatosi al banchetto delle grandi d’Europa – ai quarti sono difatti ancora in lizza sia lo Stoccarda che il Chelsea ed il Betis Siviglia, quest’ultime però sorteggiate tra di loro – in punta di piedi, il Vicenza fa la voce grossa quando si trova ad affrontare, il 5 marzo in Olanda, il Roda Kerkrade, dopo aver conquistato in campionato una fondamentale vittoria in chiave salvezza superando 2-1 il Brescia tra le mura amiche e, con la mente sgombra da cattivi pensieri, la trasferta nei Paesi Bassi si rivela poco più di una formalità, con le squadre che vanno al riposo già sul 3-0 (doppietta di Luiso che, come al solito, ha aperto le marcature, inframezzata da uno spunto di Belotti), con Otero ad arrotondare ulteriormente il punteggio nella ripresa, lasciando agli stralunati olandesi solo la consolazione del punto della bandiera con Peeters.

Il ritorno due settimane dopo a Vicenza si rivela una autentica passerella per i ragazzi di Guidolin, che seppelliscono gli avversari con un 5-0 che non ammette repliche ed in cui vanno a segno cinque marcatori diversi, dopo che, ovviamente, è toccato al solito Luiso l’incarico di sbloccare l’incontro, cui hanno fatto seguito le reti di Firmani, Mendez, Ambrosetti e Zauli.

Vicenza in semifinale, roba da non credere, anche se a riportarti alla realtà è un abbinamento da far tremare i polsi e proprio contro il Chelsea degli italiani Di Matteo, Zola e Vialli che, dal canto suo, ha fatto fuori d’autorità gli spagnoli del Betis vincendo 2-1 a Siviglia e completando il lavoro nel ritorno a “Stamford Bridge” con il 3-1 in cui mettono la loro firma proprio Di Matteo e Zola.

gettyimages_1634360
Contrasto tra Viall e un difensore nella semifinale di andata – da unibet.it

Anche i londinesi, però, non possono dormire sonni tranquilli, considerando come il Vicenza giunga all’appuntamento più importante della sua secolare storia da imbattuto, con 5 vittorie ed un pari nelle gare sinora disputate ed uno score di 17 reti segnate contro appena 4 subite, e ne hanno conferma il 2 aprile ’98 davanti ai 19.319 (pari alla capienza ufficiale, ma in realtà sono molti di più) spettatori che gremiscono gli spalti del vecchio “Romeo Menti”, quando al quarto d’ora di gioco Zauli firma una rete da cineteca con una palla arpionata al limite dell’area e scaraventata nell’angolino opposto dopo un dribbling a rientrare, successivamente difesa strenuamente dai tentativi di rimonta degli inglesi per un 1-0 che, in virtù della norma relativa al valore doppio delle reti segnate in trasferta, appare un buon viatico in vista del ritorno.

Il colpo d’occhio di “Stamford Bridge” due settimane dopo, non è certo da meno, con quasi 34.000 spettatori a supportare i “Blues” nell’impresa di accedere alla seconda finale di coppa europea della loro storia, creando la tipica, assordante, atmosfera dei campi inglesi, ma che si trasforma in un silenzio glaciale poco dopo la mezz’ora quando Luiso – e chi se non lui – mette a segno l’ottavo centro del suo personale cammino in Europa, cogliendo l’angolino alto alla destra della porta difesa da De Goey con una potente conclusione dal limite.

Il vantaggio ospite sta a significare che il Chelsea per approdare in finale debba realizzare tre reti, e sarebbe quanto mai importante mantenere tale risultato sino all’intervallo, ma purtroppo, dopo appena tre minuti, una conclusione dal limite di Zola non è trattenuta da Brivio, così consentendo all’uruguaiano Poyet di riportare le sorti del match in parità.

Incontro che si fa incandescente ad inizio ripresa, quando sono gli italiani a cambiare l’andamento della sfida, con Vialli ad involarsi lungo l’out destro per poi eseguire un perfetto cross su cui si presenta all’appuntamento vincente proprio il più piccolo dei ventidue, vale a dire Zola, il cui perentorio colpo di testa non lascia scampo all’estremo difensore veneto.

Con 40’ scarsi ancora da giocare l’esito dell’incontro resta quanto mai incerto, poiché i minuti passano ed il Vicenza resiste, ed è a questo punto che Vialli – che ricopre il ruolo di allenatore-giocatore – si gioca la carta dell’esperienza, inserendo il veterano di tante battaglie Mark Hughes in luogo del mediano Morris, mossa che lo ripaga 5’ minuti dopo, quando su di una rimessa lunga di De Goey, lo stesso attaccante gallese si trova a contendere la palla di testa a Dicara, ed approfittando di un rimpallo a lui favorevole, riesce a piazzare la sfera nell’angolino basso alla sinistra di Brivio per il punto del 3-1 che rovescia le sorti della qualificazione a favore degli inglesi.

article-2599629-000BFCA200000258-866_634x487
Hughes segna la rete del 3-1 al ritorno – da dailymail.co.uk

Manca meno di un quarto d’ora al termine, Guidolin si gioca il tutto per tutto inserendo Otero per Schenardi e Di Napoli per Di Carlo, ma oramai le forze, fisiche e mentali, sono al limite e l’espulsione di Ambrosini nel finale rappresenta il colpo di grazia ai sogni biancorossi.

Biancorossi che possono consolarsi con Luiso capocannoniere della manifestazione con 8 reti e con l’aver perso una sola gara e contro la squadra che poi vincerà il trofeo superando in finale lo Stoccarda per 1-0 (rete di Zola), nonché per essersi resi protagonisti di un’impresa che resterà indelebile nella gloriosa storia del club vicentino.

Certo, però, che proprio Zola e Vialli, vabbè…

PAOLO PUCCI, E QUELL’ORO LUNGAMENTE ATTESO

9030558435_0cebbb2fba_o
Paolo Pucci – da sslazionuoto.it

articolo di Giovanni Manenti

Ora, che, a dispetto di una invidiabile posizione geografica e climatica, l’Italia non abbia mai avuto una grande tradizione natatoria a livello mondiale è risaputo, visto che si sono dovute attendere le imprese dello “scricciolo venetoNovella Calligaris ai Giochi di Monaco ’72 affinché tale disciplina facesse bella mostra di sé nel medagliere olimpico azzurro, nonché la fine dello scorso millennio per vedere un nostro atleta – a dire il vero furono due, Massimiliano Rosolino e Domenico Fioravanti, quest’ultimo addirittura per ben due volte – salire sul gradino più alto del podio.

Ed, ai massimi livelli internazionali, ciò può anche essere in parte giustificato sia dalla presenza delle due superpotenze Stati Uniti ed Australia che da un programma olimpico sino a Città del Messico limitato a meno della metà delle gare ai nostri giorni in calendario, ma che si sia dovuto attendere la nona edizione dei Campionati Europei per veder primeggiare un atleta italiano, questo non va certo a favore della specialità.

Sino a quell’edizione di Budapest ’58, gli unici a distinguersi erano stati il friulano Giuseppe Perentin, due volte argento sui 1500sl a Bologna ’27 e Parigi ’31, e, soprattutto, il fiorentino Paolo Costoli, bronzo sui 400 e 1500sl, nonché nella staffetta 4x200sl a Parigi ’31, per poi replicare il bronzo in staffetta tre anni dopo a Magdeburgo ’34, ma salendo di un gradino sulle riferite gare individuali, cogliendo in entrambi i casi la medaglia d’argento alle spalle del francese Jean Taris.

Poi, alla ripresa dell’attività agonistica nel periodo post bellico, il buio assoluto quanto a medaglie, con la sola eccezione dell’argento conquistato dal pesarese Angelo Romani sui 400sl nell’edizione svoltasi a Torino, non essendo riuscita a portare un nuotatore azzurro all’oro neppure l’organizzazione dei Campionati nel nostro Paese.

Come vi sarete resi conto, le (poche) medaglie sopra ricordate hanno avuto tutte come matrice lo stile libero, non potendo vantare l’Italia atleti in grado di emergere nelle altre specialità di dorso, rana e farfalla, e non può quindi stupire che il tabù venga infranto proprio a crawl, anche se, un po’ a sorpresa, sulla più breve distanza dei 100sl, e ciò grazie all’impresa compiuta da un 23enne “ragazzone” – alto 2 metri per oltre 90 chili di peso – tale Paolo Pucci, che vive nel 1958 il suo anno di grazia.

Nato a Roma il 21 aprile 1935, Pucci si divide, come abbastanza usuale all’epoca, tra nuoto e pallanuoto, militando nella Società Sportiva Lazio con cui sfiora la conquista dello Scudetto nel ’55 per poi laurearsi campione italiano l’anno successivo, stagione in cui è selezionato per le Olimpiadi di Melbourne ’56 sia per la gara in corsia che per il torneo di pallanuoto, in un “settebello” che poteva ancora contare sull’esperienza di Cesare Rubini, oro a Londra ’48, ed in cui, al pari di Pucci, faceva bella mostra di sé anche Fritz Dennerlein, pure lui a doppio servizio in entrambe le discipline.

Torneo di pallanuoto che gli azzurri concludono in un onorevole quarto posto finale, deciso dalle due sconfitte di misura patite contro Unione Sovietica (2-3) ed Jugoslavia (1-2) con il titolo che va alla fortissima Ungheria che fa sue tutte le gare disputate, nel mentre in corsia Pucci difende i colori azzurri assieme al veterano Carlo Pedersoli (il futuro Bud Spencer) che proprio nella stagione olimpica conquista il suo sesto ed ultimo titolo italiano sui 100sl.

I due azzurri – che l’anno prima avevano conquistato l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona quali componenti la squadra di pallanuoto – riescono a qualificarsi per le semifinali, con Pucci che, nuotando in 58”3, realizza il nuovo record italiano sulla distanza, per poi non confermarsi nella successiva fase eliminatoria, giungendo non meglio che settimo nella propria serie, precedendo proprio il compagno Pedersoli, ma d’altronde era quasi impossibile trovare spazio in una finale olimpica per la quale si qualificano tre australiani – che vanno ad occupare l’intero podio con John Henricks a stabilire il primato mondiale in 55”4 (quasi 3” in meno del limite nostrano, tanto per intendersi!), altrettanti americani, un giapponese, e l’onore del vecchio continente è tenuto alto, si fa per dire, dal francese di chiari origini italiane Aldo Eminente, che conclude la prova all’ottavo ed ultimo posto.

Questo per confermare il dislivello esistente all’epoca tra il nuoto europeo ed il resto del mondo, per cui meglio concentrarsi sulle cose di casa nostra, con Pucci che, l’anno seguente, si migliora in 57”8 nella gara dei Campionati Italiani in cui conquista il suo primo titolo assoluto, precedendo Pedersoli, al suo passo d’addio a 28 anni compiuti.

Vi sono da preparare gli Europei di Budapest, in programma nella capitale ungherese dal 31 agosto al 6 settembre ’58, e Pucci vi giunge tirato a lucido come non mai, visto che ai Campionati Italiani svoltisi ad inizio agosto alla Piscina Comunale di Torino, si aggiudica i titoli sia nei 100sl – abbassando ancora il record dei campionati a 57”2 dopo che aveva già infranto, il primo a riuscirvi, la barriera dei 57” netti stabilendo in 56”8 il nuovo record italiano – che sui 200sl, circostanza che gli consente di essere iscritto alla manifestazione, oltre che nella gara individuale (i 200sl non facevano parte, in quegli anni, del programma europeo ed olimpico), anche quale componente le staffette 4x200sl e 4×100 mista, nonché della squadra di pallanuoto.

La capitale magiara stava, purtroppo, scontando le conseguenze della rivoluzione del 1956 sedata nel sangue dai carri armati sovietici e lo squadrone che appena quattro anni prima a Torino ’54 aveva fatto cappotto nello stile libero sia in campo maschile che femminile, conquistando l’oro sia nelle gare individuali che in staffetta, si era disgregato, ma ciò nondimeno, l’impresa compiuta da Pucci è di quelle da segnare negli annali della manifestazione, nonché del nuoto azzurro.

Nella sua “due giorni di gloria”, Pucci dimostra di essere in grado di competere per il più alto gradino del podio già nelle batterie del mattino, quando in 56”3 sgretola il suo fresco primato italiano, per poi assestare il colpo di grazie alle speranze di vittoria dei suoi avversari stabilendo, nella semifinale del pomeriggio, il record europeo coprendo la distanza in 56”1, un tempo che gli avrebbe garantito il bronzo ai Giochi di Melbourne ’56 e che rappresenta comunque la quarta miglior prestazione mondiale a quel momento.

Exploit del genere, ed i casi al riguardo sono tutt’altro che pochi, possono condizionare in vista della Finale, ma ci vuol ben altro per impressionare il gigante azzurro al quale, pur non ripetendo il medesimo riscontro cronometrico, è abbondantemente sufficiente nuotare il giorno dopo in 56”3 per tenere a bada la sorpresa sovietica Viktor Polevoy, argento in 56”9, mentre l’atleta di casa, l’ungherese Gyula Dobai, completa il podio ad oltre 1” di distacco.

14431695443_5483195d47_o
Paolo Pucci sul podio europeo a Budapest 1958 – da sslazionuoto.it

L’impresa di Pucci non resta comunque isolata in casa azzurra, in quanto per la prima volta un italiano va a medaglia in una specialità diversa dallo stile libero, con l’argento conquistato da Roberto Lazzari sui 200 rana, mentre il bronzo di Paolo Galletti sui 400sl – nella gara dominata dal britannico Ian Black che si aggiudica con largo margine anche i 1500sl – fa ben sperare per un buon esito della staffetta 4x200sl.

E’ un più che dignitoso quartetto, quello che l’Italia schiera, con Frtiz Dennerlein in prima frazione, il citato Galletti in seconda, Angelo Romani in terza e Pucci a chiudere, ma le speranze di medaglia sono principalmente riposte nella straordinaria condizione messa in mostra da quest’ultimo, e l’esito della gara non fa che confermare tale previsione.

Difatti, con gli azzurri a lottare per un posto sul podio dietro all’inarrivabile staffetta sovietica, all’ultimo cambio la situazione sembra, se non disperata, quanto meno alquanto improbabile, visto che Pucci riceve il cambio in quarta posizione con il tempo di 6’37”3 rispetto al 6’36”9 della Germania Est e, soprattutto, al 6’35”8 del quartetto ungherese, per il quale scende in acqua, quale ultimo frazionista, quel Gyula Dobai bronzo sui 100sl.

E siamo sicuri che il 21enne magiaro il nostro Paolone se lo sarà sognato per diverse notti, vedendolo recuperare in men che non si dica un distacco di 1”50 per portare la staffetta azzurra alla medaglia d’argento, nuotando la propria frazione in uno stupefacente 2’03”9, sia pur lanciato, laddove si pensi che ai campionati italiani aveva vinto il titolo in 2’08”3 e che il primato del mondo, all’epoca, era di 2’03” netti, stabilito dal giapponese Yamanaka appena una settimana prima dell’inizio della rassegna continentale.

Pucci completa la sua opera con il bronzo nella staffetta 4×100 mista, in cui registra il miglior tempo nella frazione a stile libero con un 56”0 che gli consente di tenere a bada il quartetto della Germania Est nella corsa al gradino più basso del podio, mentre stavolta Dobai non si fa sorprendere, piazzando lui pure una frazione da 56”2 per garantire l’argento al quartetto ungherese, dietro alla formidabile staffetta sovietica, dominatrice con largo margine.

Non ci eravamo scordati della pallanuoto, dove l’Italia, dopo esser giunta al girone finale a quattro con le “solite” grandi della specialità – Ungheria, Jugoslavia ed Urss – portandosi in dote il successo per 4-2 proprio contro i sovietici nella fase eliminatoria, si classifica quarta solo per una peggior differenza reti a parità di punti con Jugoslavia (che ci sconfigge per 3-2) ed Unione Sovietica (che, a propria volta, supera con identico punteggio gli slavi), risultando fatale il cappotto (0-7) inflittoci dall’Ungheria, confermatasi campionessa europea con sole vittorie al proprio attivo.

Concluso il suo anno magico, Pucci è visto in Federazione come l’uomo di punta in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, ed anche la stagione successiva i positivi riscontri non mancano, dato che si aggiudica il bronzo sui 100sl alle Universiadi di Torino (pur con un mediocre 58”0), cui aggiunge l’oro nelle due staffette 4x200sl e 4×100 mista, mentre ai Giochi del Mediterraneo di Beirut il tris d’oro nelle medesime specialità è bell’e servito, con un più dignitoso 57”2 nella gara individuale.

Senonché, la pausa invernale è fonte di ripensamenti nella mente del 25enne romano, che non si allena e si inizia a vociferare di una sua possibile rinuncia ai Giochi; il fatto è che sta pensando al proprio futuro al di fuori delle piscine e pretenderebbe un impiego o quantomeno una retribuzione per continuare a sacrificarsi quotidianamente per ore ed ore in vasca, chiedendo un colloquio al riguardo al Presidente del CONI Giulio Onesti.

Fatto sta che l’inattività ha nuociuto, e non poco, sul suo fisico, presentandosi a marzo notevolmente ingrassato e la successiva preparazione non migliora la situazione, tanto che ad un meeting di metà giugno si classifica non meglio che settimo in un umiliante 59”0, quasi 3” in più del proprio limite, dando così l’addio ai sogni olimpici ed alla propria carriera, a giustificazione del quale gli viene riscontrata un’anemia, forse più diplomatica che veritiera.

Un vero peccato, poiché se è pur vero che non avrebbe avuto speranze per l’oro, la soddisfazione di disputare quanto meno una finale olimpica ed oltretutto nella piscina di casa, Pucci se la sarebbe potuta togliere, tanto più che, se avesse nuotato sui suoi limiti intorno ai 56” netti, la stessa non gli sarebbe potuta sfuggire, dato che il quinto classificato – tanto per cambiare l’ungherese Dobai – fa fermare il cronometro, ironia della sorte, proprio su quel 56”3 che, due anni prima, aveva consentito al colosso azzurro di vincere il titolo europeo.

Al di là di un’amara conclusione, resta pur sempre, quella di Pucci, una carriera da incorniciare per quello che passava il convento in quegli anni in chiave azzurra, ed a conferma di ciò, basti pensare che per ritrovare un italiano sul più alto gradino del podio in un campionato europeo, dovranno passare ben 25 anni, grazie alla splendida doppietta sui 200 e 400 misti realizzata da Giovanni Franceschi proprio nella piscina del Foro Italico, in occasione della rassegna continentale di Roma ’83…

BETTY CUTHBERT ED UN TRIS D’ORO UNICO NELLA STORIA

betty-cuthbert-3
Betty Cuthbert – da hefamouspeople.com

articolo di Giovanni Manenti

Per spiegare gli exploit sportivi, non tanto di un singolo atleta, ma di un intero paese, è buona norma rapportarsi al periodo ed alle condizioni storico politiche che li hanno generati.

Uno di questi, tra i più tragici, è stato senza alcun dubbio l’evento bellico costituito dalla Seconda Guerra Mondiale, dal quale l’Europa intera – sia dalla parte dei vittoriosi che, a maggior ragione, degli sconfitti – ne è uscita distrutta, al pari del Giappone in Estremo Oriente, e le conseguenze si ripercuotono in occasione delle prime Olimpiadi del dopoguerra.

Una nazione che, viceversa, è stata coinvolta in maniera limitata da tale catastrofe umana, è l’Australia che, difatti, vede incrementarsi il proprio bottino di medaglie, anche in vista dell’organizzazione dei Giochi di Melbourne ’56, assegnati dal CIO nella sessione svoltasi a Roma nell’aprile 1949.

Ed, in particolare, il paese oceanico riesce ad affermarsi nella disciplina regina dei Giochi, vale a dire l’atletica leggera, dove prima di allora poteva contare solo sulla vittoria di Anthony Winter nel salto triplo alle Olimpiadi di Parigi ’24, eccezion fatta per la doppietta di Edwin Teddy Flack sugli 800 e 1500 metri nell’edizione inaugurale di Atene ’96, di elevato valore storico, ma alquanto minore dal lato sportivo.

Ecco quindi, che alla riaccensione della fiaccola olimpica nello stadio Wembley di Londra, gli atleti “aussie” se ne tornano a casa con il più pingue bottino (13 medaglie) sinora ottenuto dall’ideazione dei Giochi, e di cui la parte del leone la fa proprio l’atletica con 6 medaglie – un oro, tre argenti e due bronzi – che vedono eccellere, in campo maschile, i saltatori, con John Arthur Winter oro nel salto in alto, mentre Theodore William Bruce e George Avery salgono sul secondo gradino del podio, rispettivamente nel salto in lungo e nel salto triplo.

Ma è una ragazza, Shirley Strickland, a mettersi maggiormente in evidenza, con il bronzo conquistato sia sui 100 metri piani che sugli 80hs, nonché il contributo fornito all’argento nella staffetta 4×100, giunta a ridosso dell’Olanda trascinata dalla “mammina volanteFrancina Blankers-Koen.

Proprio le imprese della Strickland (successivamente maritata de la Hunty nel 195), consentono una sino a tale epoca inusuale impennata dell’atletica leggera a livello femminile nel paese australe, tant’è che quattro anni dopo – essendosi nel frattempo aggiudicata l’oro sugli 80hs ai “Commonwealth Games” di Auckland ’50, nonché l’argento sulle 100 e 220yds, in entrambi i casi dietro alla connazionale Marjorie Jackson – la Strickland de la Hunty mette tutte d’accordo ai Giochi di Helsinki ’52 facendo suo l’oro sugli 80hs e togliendo con 10”9 il record mondiale alla Blankers-Koen, mentre la ricordata Jackson, dal canto suo, si conferma come dominatrice delle corse piani anche a livello assoluto, imponendosi con largo margine sia sui 100 che sui 200 metri, ed eguagliando, sulla più breve distanza, il primato di 11”5 della Blankers-Koen.

Le notizie delle imprese in terra finnica – con l’unica defaillance nella staffetta 4×100 dove, dopo aver stabilito in batteria il primato mondiale con 46”1, il quartetto australiano si smarrisce in finale giungendo non meglio che quinto in 46”6 – devono essere servite indubbiamente da stimolo per una, all’epoca, quattordicenne nativa del Nuovo Galles del Sud, tale Elizabeth “Betty” Cuthbert, che è la protagonista della nostra storia odierna.

Nata a Merrylands il 20 aprile 1938, la Cuthbert viene introdotta all’atletica all’età di 8 anni da una sua insegnante scolastica, June Ferguson, che allena alla “Western Suburbs Athletic Club” e che se ne prende cura avendone intuite le grandi potenzialità.

Fisicamente ben strutturata – è difatti alta m.1,69 per 57 chili – Betty corre in maniera spontanea e naturale con due particolari caratteristiche, la prima di gareggiare con la bocca spalancata e la seconda di tenere le ginocchia alte durante l’andatura, difetto quest’ultimo, se così vogliamo chiamarlo, che la Ferguson si guarda bene dal correggere, rendendosi conto che ciò andrebbe a scapito della velocità di base dell’atleta, e concentrandosi, al contrario, nel migliorare la partenza e facendo leva sulla concentrazione, spiegando alla giovane allieva come “se hai tempo di pensare mentre corri le 100yds, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce …!!”.

Gli insegnamenti producono effetti inaspettati allorquando, il 16 settembre ’56, in una gara sui 200 metri di preparazione in vista dei Trials olimpici, la Cuthbert, nonostante fosse riluttante a schierarsi ai blocchi di partenza, si impone in 23”2 strappando alla Jackson il primato mondiale e candidandosi così per conquistare un posto alle selezioni per i Giochi di Merlbourne .

Nonostante che la Jackson si fosse ritirata dopo essersi confermata sulle 100 e 220yds ai “Commonwealth Games” di Vancouver ’54, la concorrenza resta elevata, in quanto, oltre alla Strickland sui 100 metri – dove aveva l’anno prima tolto alla Jackson il record mondiale correndo in 11”3 – c’è da fare i conti con Marlene Mathews, la quale aveva dovuto rinunciare per infortunio alle Olimpiadi di Helsinki, ma è tornata nuovamente ai vertici della specialità.

Comunque, il verdetto dei Trials non dà adito a sorprese, con Cuthbert e Mathews a staccare il biglietto per entrambe le prove dei 100 e 200 metri, cui si uniscono la Strickland sulla più breve distanza e Norma Crocker sulla più lunga, con ciò alimentando le speranze per una doppia vittoria da parte degli organizzatori dei Giochi, visto che l’Australia poteva schierare su entrambe le distanze le rispettive detentrici del record mondiale.

La prima gara in programma, come di prassi, sono i 100 metri in cui, diversamente a quanto avviene ai giorni nostri, sono previste batterie e semifinali il 24 novembre e la finale due giorni dopo, e l’inizio è in chiaroscuro per la Nazione ospitante, in quanto la primatista mondiale Strickland viene eliminata in batteria, risentendo della non più tenera età avendo superato la trentina, ma, d’altro canto, Mathews e Cuthbert migliorano una dietro l’altra il record olimpico, fissandolo una prima volta ad 11”5 e subito dopo ad 11”4.

In semifinale, a turbare i sogni dei dirigenti e tecnici australiani, spunta un nome a sorpresa, sotto forma della tedesca Christa Stubnick che precede la Cuthbert (11”9 a 12”0) nella prima serie, mentre la Mathews si aggiudica la seconda in 11”6, presentandosi come la favorita per la medaglia d’oro all’atto conclusivo.

Ma i due giorni di riposo sono più che sufficienti alla Cuthbert per ritrovare la giusta concentrazione e, quando lo starter dà il via alla finale alle 17,20 del 26 novembre ’56, la sua falcata imperiosa non dà scampo alle avversarie, prendendo la testa della gara sin dall’avvio per non cederla più ed andare a trionfare in 11”5, con la Stubnick nettamente battuta, ma pur sempre capace di resistere al ritorno della Mathews e garantirsi così la medaglia d’argento, pur se accreditate del medesimo tempo di 11”7.

Betty-Cuthbert
La Cuthbert vittoriosa sui m.100 piani a Melbourne 1956 – da theroar.com.au

Toltosi, per così dire, il dente, la Cuthbert deve ora difendere il proprio ruolo di grande favorita sulla doppia distanza, data la veste di primatista mondiale, e l’autorità con cui, il 29 novembre, si impone in 23”5 in batteria ed in 23”6 in semifinale, sembra non poter lasciare scampo alle avversarie in vista della finale prevista per il giorno successivo.

Pronostico che viene pienamente rispettato, con la Cuthbert posta in quinta corsia con all’esterno la ricordata Stubnick a farle da punto di riferimento e, in una sorta di caccia di gatto al topo, fa sfogare la rivale in avvio per affiancarla all’uscita della curva e quindi produrre una irresistibile progressione in rettilineo, tale da consentirle di vincere con ampio margine nel nuovo record olimpico di 23”4 nel mentre la composizione del podio è identica a quella dei 100 metri, con Stubnick argento e Mathews bronzo.

Neppure il tempo di rifiatare che l’indomani, ultima giornata di gare per l’atletica, sono in programma batterie e finale della staffetta 4×100 dove, a sorpresa, non viene inserita la Mathews, giudicata dai tecnici non adatta a tale prova per le sue difficoltà nei cambi, mentre ne fa parte la Strickland che, a propria volta, ha confermato sugli 80hs l’oro di quattro anni prima ad Helsinki.

Vi è quindi per il quartetto australiano – composto da Cuthbert, Crocker, Strickland e Mellor – la possibilità di fare cappotto nelle quattro prove di velocità (100 e 200 piani, 80 ostacoli e staffetta), alla stessa stregua di quanto era stata capace di fare, da sola, l’olandese Blankers-Koen a Londra ’48 e che era sfuggito loro ad Helsinki solo per la scialba prova in finale proprio della staffetta.

Che non sia comunque un’impresa facile, lo dimostra la prima delle due semifinali, quando le australiane riescono di un soffio a precedere il quartetto tedesco (45”00 a 45”07 come rilevamento elettronico), venendo entrambe accreditate del tempo di 44”9 che migliora il 45”1 del record mondiale detenuto proprio dalle tedesche, le quali, nella finale di poco meno di un’ora e mezza dopo, pasticciano alla stessa stregua di quanto commesso dalle australiane in terra finlandese, chiudendo staccatissime al sesto ed ultimo posto in 47”2.

Con le principali avversarie fuori gioco, tocca al quartetto britannico cercare di rompere le uova nel paniere al tentativo di “cappotto” australiano, ma ancora una volta è la Cuthbert a mettere le cose a posto allorquando, ricevuto il testimone in seconda posizione, dapprima supera di slancio la Armitage e quindi resiste al disperato ritorno della stessa, con entrambi i quartetti a scendere sotto il limite mondiale stabilito meno di due ore prima, chiudendo rispettivamente in 44”5 e 44”7, un divario che non rispecchia quanto più correttamente indicato dal rilevamento elettronico, che certifica un distacco di appena 0”05 centesimi (44”65 a 44”70), con il bronzo appannaggio degli Stati Uniti, per i quali gareggia la sedicenne Wilma Rudolph che, quattro anni dopo a Roma, sarà in grado di ripetere la medesima impresa delle Cuthbert.

e6cc240888d1df31c4a4949de9b14234
La Cuthbert conclude vittoriosa la staffetta 4×100 – da pinterest.com

Cuthbert che, a Giochi conclusi, viene etichettata dai “media” come “Golden Girl” (“Ragazza d’oro”) e che, con un sottile gioco di parole, verrebbe da dire aver lasciato tutti a bocca spalancata proprio come lei disputa le sue gare, ma la 18enne “Betty” ha ancora in serbo una importante carta da giocare e con la quale riuscirà ancor più a strabiliare.

Oramai una celebrità nel “Paese dei canguri”, la Cuthbert deve subire la voglia di riscatto della Mathews (nel frattempo maritata Willard), la quale si aggiudica sia le 100 che le 220yds ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58, con la 20enne campionessa olimpica ai margini del podio sulla più breve distanza e sorprendentemente sconfitta (23”65 a 23”77) sulle 220yds, nonché del quartetto inglese, il quale, facendo suo l’oro nella staffetta 4x110yds, stabilisce anche il record mondiale di 45”37.

Ma per la Cuthburt sono gli appuntamenti a cinque cerchi quelli a cui fare riferimento e, in vista dei Giochi di Roma, sembra potersi confermare, quantomeno sulla più lunga distanza, eguagliando il 7 marzo ’60 il proprio primato di 22”3, ma la pista dell’Olimpico non le porta fortuna, venendo eliminata nei quarti della gara sui 100 metri, procurandosi uno stiramento muscolare che la elimina dalle competizioni, privando così il pubblico di una attesissima sfida sui 200 metri con l’americana Wilma Rudolph, la quale si aggiudica la prova con il tempo di 24”13, largamente superiore al limite mondiale dell’australiana.

La delusione induce la Cuthbert a ritirarsi dalle scene, decisione peraltro di breve durata, in quanto la si rivede in pista a fine novembre ’62 ai “Commonwealth Games” di Perth, in cui, oltre a contribuire, quale ultima frazionista, all’oro del quartetto australiano nella staffetta 4x110yds, si accorge, al contrario, di aver perso competitività nello sprint, giungendo non meglio che quinta sulle 220yds con un tempo di 24”80 quasi umiliante per lei.

Tale circostanza la consiglia di provare una nuova esperienza sul giro di pista, ed i riscontri durante la stagione ’63 sono incoraggianti, visto che migliora a due riprese il record mondiale sulle 440yds, ma un infortunio al piede destro ne condiziona la preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, dove la gara dei 400 metri piani è inserita per la prima volta nel programma di atletica femminile.

Riuscitasi comunque a qualificare per i Giochi, la Cuthbert non sembra peraltro al “top” della forma una volta giunta in Giappone, qualificandosi per la finale con il quarto tempo, mentre i favori del pronostico vanno alla sovietica Maria Itkina – campionessa europea sulla distanza sia a Stoccolma ’58 che a Belgrado ’62 – nonché, soprattutto, alla 22enne inglese Ann Packer, che nella prima delle due semifinali ha preceduto proprio l’australiana siglando il record olimpico in 52”7.

Rispetto alle sue avversarie, la Cuthbert ha il vantaggio di una superiore velocità di base, provenendo dallo sprint veloce, tutto sta a vedere se riuscirà a tenere nella parte finale del mai tanto giustamente definito “giro della morte” e, difatti, la sfida si snoda secondo tale canovaccio, con l’australiana a godere del vantaggio della seconda corsia, avendo così come punti di riferimento la connazionale Judy Amoore, in terza, la Itkina, in quinta, e la Packer, in sesta.

Partita forte in avvio, la Cuthbert annulla in breve tempo il decalage nei confronti delle avversarie, con l’unica eccezione della Packer che le tiene testa all’esterno, ma comunque presentandosi con oltre un metro di vantaggio all’uscita dell’ultima curva e contenere sul rettilineo finale il disperato tentativo di rimonta dell’inglese e concludere – in apnea ed a bocca aperta come al solito, anche se le ginocchia non sono più così alte come nelle gare di sprint – fermando il cronometro sul tempo di 52”0 netti che migliora il fresco primato olimpico della Packer, anch’essa scesa sotto il proprio limite concludendo la prova in 52”2, mentre le altre chiudono staccatissime.

7549662-3x2-940x627
La Cuthbert vince i m.400 ai Giochi di Tokyo 1964 – da abc.net.au

Questa volta la carriera di “Betty” è davvero conclusa, e d’altronde meglio non si sarebbe potuta aspettare, visto che, a tutt’oggi, resta la sola atleta di ambo i sessi a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica in tutte e tre le prove di velocità piana – 100, 200 e 400 – mentre la polacca Szewinska vanta i successi sui 200 a Città del Messico ’68 sui 200 ed a Montreal ’76 sui 400, ma solo il bronzo sui 100 sempre nell’edizione messicana dei Giochi.

C’è poco da dire, più “Golden Girl” di così ….

CONNORS-VILAS 1981, LA FINALE MAI DISPUTATA A MONTECARLO

1981-mc-connors-vilas-21
Vilas e Connors – da plazbovo.free.fr

articolo di Nicola Pucci

Quel che sto per raccontarvi oggi, cari appassionati di tennis, ha del mai visto dalle parti del Principato di Monaco. Che se in quel salotto baciato dal sole e nobilitato da qualche testa coronata ha regalato nelle settantaquattro edizioni precedenti pagine agonistiche di pregio, tra cui le vittorie tricolori di Giovanni Balbi di Robecco, Giovanni Palmieri e ben tre volte Nicola Pietrangeli, nel 1981 altresì conosce l’inedito di una finale mai portata a termine.

Dal 13 al 19 aprile i campioni della racchetta, come avviene ormai dal 1897 e con la sola eccezione dei due conflitti mondiali 1915/1918 e 1940/1945, si danno appuntamento al Monte Carlo Country Club di Roquebrune-Cap Martin, per quella che altro non è che l’ouverture della stagione su terra battuta. Il tabellone si compone di 32 giocatori, tra questi il re del rosso, Bjorn Borg, che detiene il titolo in virtù delle due precedenti vittorie, 1979 contro Vitas Gerulaitis e 1980 battendo Guillermo Vilas. Proprio l’argentino, che da queste parti ha colto il successo nel 1976 con Fibak e infrangerà qualche mese dopo il cuore della bella Carolina, appare il pretendente più autorevole al ruolo di sfidante dell’orso scandinavo, in un torneo che allinea al via anche Jimmy Connors, alla ricerca di una consacrazione su terra battuta che manca al suo sterminato palmares, l’altro sudamericano di grido, Josè Luis Clerc, il beniamino di casa Yannick Noah e due esperti antagonisti di questa superficie che vengono d’oltre cortina, l’ungherese Balazs Taroczy e il cecoslovacco Tomas Smid. Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Gianni Ocleppo difendono i colori dell’Italia in un teatro che spesso ha sortito buoni risultati per il tennis di casa nostra. Sarà così anche stavolta.

Il torneo in effetti comincia con il botto. Al primo turno, a sorpresa ma neppure troppo vista la contrapposizione di stile che abitualmente patisce e il precedente “difficile” della finale del Roland-Garros del 1979, Borg incoccia nel tennis d’attacco del paraguaiano Victor Pecci, che si impone in tre set, addirittura con un clamoroso 6-0 d’entrata, estromettendo così il campione in carica e liberando la parte alta del tabellone. Nella quale, con classe ed altrettanta capacità nel gioco di volo, si inserisce proprio l’Adriano nazionale, che dopo il semplice 6-3 6-2 all’esordio contro il modesto Fernando Luna, batte lo stesso Pecci agli ottavi, sempre 6-3 6-2, per poi estromettere ai quarti un pallettaro d’eccezione come Josè Higueras, 6-1 1-6 6-4, arrampicandosi così alle semifinali. Dove ad attenderlo c’è Vilas, che intravede la possibilità di successo finale una volta fuori da giochi Borg, eliminando uno dopo l’altro Ilie Nastase, umiliato con un doppio 6-0, Ocleppo, che regge dignitosamente un set, 6-4 6-1, e Smid, che si arrende solo al tie-break decisivo.

Nel frattempo Connors conferma di esser giunto all’appuntamento monegasco con buona attitudine alla terra battuta, superando al debutto Corrado Barazzutti, 6-4 7-5, per poi spengere le velleità francesi di Pascal Portes e Noah, entrambi eliminati in due rapidi set. In semifinale Jimbo incrocia Taroczy, che approfitta di un percorso agevole che lo vede sbarazzarsi di tennisti di seconda fascia, quali sono lo svedese Kjell Johansson, il transalpino Christophe Roger Vasselin e l’argentino Ricardo Cano, lasciando per strada la miseria di undici giochi in tre partite.

E qui fa la sua comparsa la pioggia. Che se non impedisce a Vilas di aver vita facile con Panatta sommergendo il malcapitato romano a suon di passanti e pallonetti per il 6-2 6-2 che lo vede accedere, come da pronostico alla finale, Connors, dopo un primo set senza sussulti, 6-1, si vede costretto a proseguire il giorno successivo, domenica mattina, completando in oltre un’ora di gioco il faticoso 7-6 che lo spedisce diritto allo scontro decisivo con il “poeta“.

Il 19 aprile 1981 però il tempo è incerto, sul Principato. Al punto da costringere gli organizzatori del torneo a slittare la finale al giorno di Pasquetta, lunedì 20. Vilas contro Connors è un bel vedere, due mancini l’uno al cospetto dell’altro, piè veloce e maestro della rotazione l’argentino, lottatore indomito e prototipo dell’attaccante da fondocampo l’americano, in vantaggio 4-3 negli scontri diretti. E sotto i nuvoloni minacciosi è partita aperta, con il punteggio che tiene i due sfidanti incollati l’uno all’altro fino al 5-5 del primo set e, curiosamente, 55 minuti di splendida battaglia, quando, proprio quei nuvoloni minacciosi, riversano sul Country Club una dose massiccia di acqua che obbliga all’interruzione. E stavolta senza più l’opportunità di proseguire. Perché Connors deve volare oltre Oceano per i tornei nord-americani, lui che non ha mai vinto su terra battuta in Europa e sperava per l’occasione di rompere il sortilegio, e Vilas è costretto a sua volta a rimandare all’anno successivo, 1982, il tris nel Principato.

Già, perchè quella finale, che gli organizzatori avrebbero voluto portare a termine il 7 giugno, il giorno dopo l’epilogo del Roland-Garros, non avrà un seguito e l’albo d’oro del torneo di Montecarlo, da quel dì, ha un tassello vuoto… a dispetto dei desideri del Principe.

QUANDO I GIUDICI NON DIEDERO LA CORONA A THOMAS HEARNS

hearns.jpg
Hearns attacca Leonard nel match del 1989 – da board.dailyfix.net

articolo di Massimo Bencivenga

A livello di boxe, per tutto il 1989 promoter, critici e appassionati erano presi da due cose: trovare dei rivali all’altezza per Mike Tyson e Julio Cesar Chavez; e vedere i return-mach di Leonard. Sfumato quello con Hagler, le organizzazioni si misero in moto per far combattere Sugar contro “Manos de piedras“, Roberto Duran.

L’uomo di Memphis, Thomas “Hitman” Hearns è stato uno dei giganti dei ruggenti anni ’80 nelle categorie da welter a supermedi. Era più spettacolare di Hagler, meno devastante ma più tecnico di Duran, più rapido di Leonard. Tutta gente con la quale ha incrociato i guantoni. Perdendo quasi sempre. Già, perché questo fenomeno di tecnica, potenza e velocità aveva il tallone d’achille in una mascella troppo debole. O perlomeno troppo debole per resistere agli assalti di gente come Leonard o Hagler.

Al primo incontro con Ray Leonard, nel 1981, Hearns arrivò da campione dei welter, era in vantaggio, ma nelle ultime riprese la figura elegante e dinoccolata di Hearns finì nel mirino delle combinazioni rapide di Leonard che riuscì a stenderlo un paio di volte in malo modo e poi a costringere l’arbitro a fermare l’incontro.

Hearns si riprese alla grande però. Salì di categoria, riuscì a essere il primo a mandare ko Duran e ad avere l’onore e l’onere di misurarsi con il “Meraviglioso“, ossia Marvin “Marvelous” Hagler. L’incontro fu preparato come si deve, gli fu dato un titolo, quasi una primizia per i tempi: The War.

Beh, chi si aspettava una battaglia fu deluso, giacché fu un massacro. Hagler, semplicemente, scherzò con Hearns mandandolo per le terre alla terza ripresa. Fu invero un ko abbastanza comico da vedere, con Hearns che sembrò una marionetta alla quale improvvisamente qualcuno avesse tagliato i fili.

Eppure Hearns era un fenomeno. Davvero. E ritiratosi Hagler, con Leonard indeciso su cosa fare, divenne il dominus riuscendo ad essere il primo a diventare re di quattro diverse categorie di peso.

Record che detenne per poco, visto che Leonard, battendo LaLonde, riuscì ad arrivare a cinque. Il match con LaLonde fu disputato con un peso in grado di far valere il match tanto per i mediomassimo quanto i supermedi, categoria che s’era appena affacciata. Se ne facevano di cose in quegli anni.

E fu proprio sul limite di peso dei supermedi che si organizzò, per il 12 giugno del 1989, al Caesars Palace di Las Vegas, il match tra Leonard campione e Hearns deciso a lavare via l’onta. Dopo due round abbastanza equilibrati, al terzo Hearns piegò le ginocchia a Leonard. Sugar schiumò rabbia e nei due round successivi fece capire non solo di essere in forma, ma di poter far male alla mascellina di Thomas. Alcuni dei round centrali furono bellissimi e di difficile assegnazione, perlomeno in maniera univoca. Hearns teneva l’iniziativa, ma Leonard nello smarcarsi e colpire, gioco nel quale era maestro, spesso riusciva a essere ancora più incisivo di Hitman.

Il dolce arrivò in coda. Nell’undicesima ripresa, Leonard prese l’iniziativa perché sapeva di essere indietro ma, dopo un buon inizio, subì una combinazione micidiale di Hearns e finì di nuovo giù. Si riprese in maniera entusiasmante, facendo barcollare Hearns ma rischiando anche lui di andare di nuovo giù. Round fantastico. Per vincere, Leonard avrebbe dovuto buttar giù Thomas, che per evitare ciò che successe nel 1981 scelse di attaccare; una mossa che rischiò di costargli cara, visto che Leonard riuscì a centrarlo diverse volte, a destabilizzarlo, costringendolo alle corde e a legare per portare a casa il successo.

Già, perché io quell’incontro lo vidi, e per me “Hitman” aveva vinto. Ma Thomas Hearns non vinse. Pari. Questo fu il verdetto. In seguito anche Leonard, uno tutt’altro che modesto e imparziale, si ritrovò ad ammettere di essere stato premiato oltremodo dai giudici.

Spero di aver fatto balenare un po’ la magia di quegli anni, perché io ho visto anche Floyd Mayweather-Pacquaio, ma lì lo spettacolo non sono riuscito a scorgerlo.

ISOLDE KOSTNER E L’IRIDE DOPPIO IN SUPERGIGANTE

kostner.jpg
Il podio dei Mondiali 1997 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Giovane, ambiziosa, determinata, soprattutto velocissima di piedi. E’ il ritratto del “puffo” di Ortisei, al secolo Isolde Kostner, che nel biennio 1996/1997 realizza un exploit che mai nessuna sciatrice italiana, prima e dopo di lei, è riuscita ad emulare: vincere due medaglie d’oro mondiali consecutive, per di più nella stessa specialità. Nel caso specifico, supergigante.

Isolde, affettuosamente “Isi” per gli amici, è apparsa nel panorama del Circo Bianco con tutta la sua giovanile esuberanza nel 1994 quando, neppure 19enne, conquista la prima di ben quindici vittorie in Coppa del Mondo a Garmisch, nel giorno, 29 gennaio, della tragedia che costa la vita ad Ulrike Maier, per salire poi sul gradino più basso del podio in discesa e supergigante alle Olimpiadi di Lillehammer di lì a qualche settimana. La ragazza ha talento da vendere, così come un sorriso che illumina la scena di una trascinante simpatia, e quel che l’attende ai Mondiali di Sierra Nevada, programmati per il 1995 ma poi, caso inedito nella storia dello sci alpino, slittati all’anno successivo per mancanza di materia prima, ovvero la neve, è una sorta di appuntamento con la gloria sciistica.

La tedesca Katja Seizinger, detentrice del titolo nonché leader della classifica generale di Coppa del Mondo, è la favorita d’obbligo, forte anche del successo nella classifica di specialità negli ultimi tre anni e dei trionfi in stagione nelle ultime gare prima della rassegna iridata, proprio a Garmisch davanti alla connazionale Ertl e due volte in Val d’Isere precedento l’austriaca Goetschl e la stessa Kostner. La bolzanina è giunta anche terza a Vail, vincendo in discesa sull’amata pista delle “Tofane” di Cortina, ed è attesa alla recita mondiale al pari dell’altra asburgica Meissnitzer, vincitrice in supergigante a Val d’Isere e Veysonnaz, dell’americana Picabo Street, adattissima al tracciato filante disegnato sui Pirenei, della norvegese Marken che si sta affacciando tra le migliori, di Hilde Gerg che qui vinse nel 1994 davanti alla Kostner e della svizzera Heidi Zurbriggen, sorella di Pirmin, alla ricerca della vittoria che la faccia uscire dall’ombra del grande fratello. Ed è proprio l’elvetica, pettorale numero 13, perfetta lungo i 2263 metri della pista “Granados“, a far segnare il miglior tempo, 1’21″66, dopo che la Seizinger è uscita e il plotone austriaco ha chiuse nelle retrovie, con Anita Wachter, la migliore del Wunderteam, solo 16esima. La Kostner scende per quattordicesima e la giornata, abbacinata da uno splendido sole di primavera, diventa radiosa. Isolde scivola a valle senza la benchè minima esitazione, pennella le curve con destrezza, assorbe con sicurezza le ondulazioni del terreno e all’intermedio, 47″40, è già in vantaggio di 0″24. Rischia di impennare in presentat-arm al salto proprio dopo il rilevamento cronometrico – si sa, questo esercizio non è il pezzo forte del suo repertorio -, ma una volta riguadagnato l’assetto sul manto nevoso non deve far altro che guidare rapidamente gli attrezzi fin sul traguardo. Che la premia con un tempo memorabile, 1’21″00, a sbriciolare il sogno di gloria di Heidi che qualche minuto prima aveva iniziato a prendere forma. Non è finita qui, sia chiaro, perchè in rapida successione, pettorale numero 15, tocca a Picabo Street, solitamente un drago su queste pendenze, e l’americanina, un’altra che in quanto a sorriso sa farsi rispettare, all’intermedio è dietro di soli 0″03. Cuore e batticuore per Isolde,  ma nella parte finale “acqua scintillante” allunga qualche linea di troppo e all’arrivo è solo terza in 1’21″71, lasciando la medaglia d’oro ben salda al collo dell’altoatesina. Il trionfo azzurro si completa con il beffardo quarto posto di Barbara Merlin, che per l’inezia 0″09 è dietro a Picabo, ma quel che conta è che l’Inno di Mameli si diffonde tra le valli piranaiche.

Dodici mesi dopo è già tempo di rivincita, e per Isolde Kostner c’è l’opportunità di difendere in casa il titolo conquistato, al Sestriere, la collina cara agli Agnelli. La campionessa azzurra ha in saccoccia il successo di Cortina, ultimo appuntamento in supergigante prima dei Mondiali, a legittimare le speranze di conferma e a farne tra le pretendenti più accreditate. Tra queste, al solito, ci sono le tedesche Seizinger e Gerg e le immancabili austriache Dorfmeister, Meissnitzer e Goetschl, mentre nuove avversarie si profilano all’orizzonte, in primis la svedese Pernilla Wiberg che sta dominando in Coppa del Mondo – a fine anno porterà a casa la sfera di critstallo – e si è imposta a Lake Louise e Bad Kleinkirchheim, in secundis le due russe Zelenskaja e Gladishiva, in terzis la francese Montillet. E’ proprio Hilde Gerg ad issarsi al comando quando, col pettorale numero 4, abbassa di 0″36 il tempo della connazionale Gutenshon, segnando in 1’23″64 il parziale di riferimento. La doppietta tedesca diventa tris la concorrente successiva, Katja Seizinger, che è nettamente avanti all’intermedio, 1’02″84 contro 1’03″09, per poi sbavare leggermente nel finale guadagnando comunque la prima posizione provvisoria, 1’23″58. L’errore, nondimeno, le costerà la vittoria. Già, perchè mentre la Germania pregusta un clamoroso trionfo, è la volta della Kostner lanciarsi dal cancelletto. “Isi” fatica nelle curve centrali della “Kandahar Banchetta“, tanto da accusare un disavanzo di 0″40 all’intermedio, fuori anche dal podio virtuale. Ma il suo incedere nei metri conclusivi è convincente, pennella l’ultima virata che la catapulta a velocità supersonica sullo schuss finale e quando il cronometro si ferma ad 1’23″50, otto centesimi meglio della Seizinger, l’idea che possa bastare per il bis iridato si insinua prepotentemente in lei. E così sia. La Montillet è solo quarta, così come la Wiberg e la austriache, anche stavolta, falliscono la prova sbiadendo al cospetto di Isolde.

Che è nuovamente campionessa del mondo e coglie quell’oro che, da quel giorno, attende l’erede bianco-rosso-verde. Per la doppietta, poi, mi sa che mi verranno i capelli bianchi…